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Timestamp: 2016-09-28 00:06:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1137', 'sentenza ', 'art. 1137', 'art. 1137', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1460', 'art. 1460', 'art. 1460', 'art. 1584', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 76', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 659', 'art. 659', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 844']

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Il blog dedicato al diritto condominiale - a cura dell'Avv. Giuseppe Donato Nuzzo
Non pagano le spese condominiali i proprietari delle cantine adibite a negozi se non usufruiscono della caldaia
Nota a Tribunale di Genova n. 636/2015
di Giuseppe Donato Nuzzo (fonte: Condominioweb)
I proprietari dei locali al piano-cantine, adibiti a box o negozi, non sono tenuti al pagamento delle spese di riscaldamento se non usufruiscono della caldaia comune. Lo ha stabilito la sentenza n. 636 del 23 febbraio 2015 del Tribunale di Genova, secondo cui la delibera con la quale l'assemblea di condominio ripartisce gli oneri anche a carico dei locali che non sono serviti dall'impianto di riscaldamento comune è nulla (non semplicemente annullabile) e, di conseguenza, è sempre impugnabile senza limiti di tempo.
Nel caso di specie, il giudice ligure ha accolto l'impugnazione presentata dai proprietari di varie unità immobiliari situate nel piano fondi dell'edificio condominiale (adibite a box e negozi) contro la delibera con la quale l'assemblea aveva deciso la messa a norma della caldaia, con ripartizione delle spese anche a carico di essi attori, nonostante i propri immobili non usufruissero del riscaldamento comune. Il condominio si era difeso eccependo tra l'altro la tardività dell'impugnazione, proposta oltre il termine di 30 giorni previsto dall'art. 1137 c.c. Ma il tribunale ha respinto tale eccezione, posto che, nel caso in esame, la delibera impugnata deve ritenersi affetta da nullità e non semplicemente annullabile, in quanto non attiene alla ripartizione delle spese, ma piuttosto al fatto che le unità immobiliari degli attori non usufruiscono del servizio di riscaldamento comune a cui le spese di riferiscono. La sentenza in commento aderisce ad un recente orientamento della Corte di Cassazione, secondo cui: “in tema di condominio negli edifici, è nulla - e non soggetta, quindi, al termine di impugnazione di cui all'art. 1137 cod. civ. - la delibera assembleare che addebiti le spese di riscaldamento ai condomini proprietari di locali (nella specie, sottotetti), cui non sia comune, né siano serviti dall'impianto di riscaldamento, trattandosi di delibera che inerisce ai diritti individuali di tali condomini e non alla mera determinazione quantitativa del riparto delle spese” (Cass. civ., 3/10/2013 n. 22634).
Nel caso specifico, peraltro, è lo stesso regolamento di condominio a stabilire che il locale caldaia dove ritenersi di proprietà comune dei soli condomini titolari dei 51 appartamenti, con esclusione dunque degli immobili aventi diversa destinazione. Dunque, la delibera è annullabile se l'oggetto della contestazione riguarda i criteri utilizzati per ripartire le spese condominiali; diversamente, la delibera è nulla se si discute della proprietà delle parti comuni a cui si riferiscono le spese da ripartire. Si tratta di una distinzione di non poco conto, nel primo caso, la deliberazione può essere impugnata innanzi al giudice competente entro il termine di 30 giorno previsto dall'art. 1137 c.c. e solo dai condomini assenti, dissenzienti o astenuti, mentre nel secondo caso la delibera potrà essere sempre impugnata in ogni tempo e da tutti i condomini interessati. Pubblicato da
Avv. Giuseppe Donato Nuzzo (fonte: condominioweb)
A sancirlo è il tribunale di Padova con la sentenza n. 227 del 23 febbraio 2015, secondo cui, in tale ipotesi, il conduttore può ottenere una riduzione del canone d'affitto proporzionale all'entità del mancato godimento, sempre che le infiltrazioni non fossero stati riconosciuti o riconoscibili sin dal momento della consegna dell'immobile. La decisione di non pagare più i canone d'affitto è legittima solo nel caso in cui l'immobile risulti, per colpa del locatore, del tutto inutilizzabile.
Il fatto - Il proprietario dell'appartamento concesso in locazione intimava al conduttore lo sfratto per morosità per il mancato pagamento dei canoni d'affitto e delle spese condominiali e il rilascio dell'immobile. Il conduttore si giustificava deducendo di non aver pagato l'affitto a causa delle infiltrazioni di acqua presenti nell'immobile dovute alla mancata manutenzione da parte del proprietario. Lo stesso conduttore affermava di aver subito tre allagamenti di acque nere e, pertanto, chiedeva che fosse il locatore a risarcirgli i danni. La sentenza in commento ha dichiarato risolto il contratto di locazione per inadempimento del conduttore, rigettando le sue difese e condannandolo al rilascio dell'immobile e al pagamento dei canoni insoluti.
Secondo i giudici, infatti, anche “qualora il bene locato presenta dei vizi imputabili al locatore ma il conduttore conservi comunque il godimento, non è giustificabile ex art. 1460 c.c., comma 2, c.c., il suo rifiuto di prestazione dell'intero canone potendosi giustificare solo una riduzione dello stesso proporzionale all'entità del mancato godimento” (Cass. civ., 7/3/2001, n. 3341) e ciò sempre alla condizione, che detti vizi non fossero stati riconosciuti o non fossero riconoscibili sin dal momento della consegna dell'immobile. Ricorda inoltre il Tribunale di Padova che, secondo il principio "inadimplenti non est adimplendum", la sospensione della controprestazione è legittima solo se conforme a lealtà e buona fede. E cioè, avuto riguardo alla causa del contratto a prestazioni corrispettive è dato ricorrere all'eccezione di cui all'art. 1460 c.c. solo quando vi sia uno stretto nesso di proporzionalità tra l'inadempimento altrui e la prestazione che viene rifiutata. Del resto, già la suprema Corte ha più volte affermato che, ove il locatore non sia integralmente venuto meno alle proprie obbligazioni, al conduttore non è dato rifiutare di pagare il canone (cfr. Cass. civ. n. 261/2008; n. 14739/2005; n. 3341/2001). Diversamente, ove l'inadempimento sia circoscritto alla mancata manutenzione del bene in condizioni tali da consentire comunque l'uso pattuito, non si applica il primo comma dell'art. 1460, bensì il secondo comma del medesimo articolo. Il conduttore può tutelarsi mediante una domanda giudiziale di diminuzione del canone, anche in via retroattiva, nella misura equivalente alla patita diminuzione del godimento, anche in applicazione analogica della norma di cui all'art. 1584 c.c. per l'ipotesi di riparazioni da eseguirsi sul bene locato.
Revoca giudiziale dell'amministratore di condominio. Chi paga le spese legali?
Fonte: Il Sole24ore - Tecnici24
Il condomino ha diritto al rimborso delle spese legali
sostenute per la revoca giudiziale dell’amministratore di condominio solamente
se, nell'ambito del procedimento di revoca, il giudice condanna
l'amministratore alla refusione di tali costi. Se il giudice adito opta, come
può accadere, per la compensazione delle spese, il condomino deve opporsi a
tale decisione nello stesso giudizio, nei modi e nei termini di legge. Se non
lo fa, la statuizione diventa definitiva ed inoppugnabile, con conseguenze
impossibilità per il condomino di agire in separato giudizio contro gli altri
condomini, per la ripetizione dei costi sostenuti.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n.
18487 del 1° settembre 2014.
Cattiva manutenzione della strada pubblica e mancato deflusso delle acque meteoriche. Il Comune risarcisce il proprietario dell'immobile.
Fonte: Condominioweb, 5.3.2014
Autore: Giuseppe Donato Nuzzo
Il Comune risponde dei danni da infiltrazione
d'acqua immediatamente riconducibili alla cattiva manutenzione della strada pubblica
ed al mancato deflusso delle acque meteoriche, in quanto incombe sull'Ente
proprietario il dovere di provvedere alla sistemazione e manutenzione della
strada, nel rispetto delle normali regole di prudenza e diligenza.
quanto stabilito dal Tribunale di Brindisi con la sentenza n. 145 del 17
gennaio 2014, emessa nell'ambito di un contenzioso tra il Comune ed il
proprietario di un edificio danneggiato da infiltrazioni d'acqua.
aveva citato in giudizio il Comune al fine di sentirsi riconoscere il proprio
diritto alla refusione delle spese necessarie per il ripristino dello stato
funzionale dell'immobile di sua proprietà, nonché ottenere il risarcimento dei
danni patiti a causa della condotta lesiva tenuta dall'amministrazione comunale
per non aver provveduto alla manutenzione del manto stradale, in conseguenza
della quale si erano verificati danni da infiltrazioni d'acqua.
Giudice pugliese, all'esito della consulenza tecnica d'ufficio, ha accolto la
domanda attorea in relazione alla refusione delle spese sostenute da Tizio,
rigettando invece la richiesta di risarcimento del danno. Dalla CTU, infatti,
era emerso chiaramente che i danni lamentati dall'attore erano immediatamente
riconducibili alla cattiva manutenzione della strada che, unita al mancato
deflusso delle acque meteoriche, causava un ristagno d'acqua che superava il
livello del marciapiede e raggiungeva il muro perimetrale dell'immobile
dell'attore, causando i danni lamentati.
motivazionale seguito dal tribunale brindisino parte dal principio generale in
virtù del quale la manutenzione dei beni pubblici deve adeguarsi alle regole di
comune prudenza e diligenza. In virtù di tale principio, incombe sulla P.A. il
dovere di provvedere alla sistemazione e manutenzione della strada di cui è
consegue che, così come l'amministrazione comunale risponde per i pregiudizi
subiti dall'utente della strada, allo stesso modo, nel caso specifico sarà
configurabile un comportamento colposo della P.A. ai sensi dell'art. 2043 c.c.
(norma che non limita la responsabilità alle sole ipotesi di “insidia o
trabocchetto” - Cass. Civ. n. 23277/10) – e dell'art. 2051 c.c., in relazione
alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle
pertinenze della strada, indipendentemente dalla sua estensione (Cass. Civ.
29.03.07, n. 7763; Cass. Civ. 02.02.07, n. 2308).
quindi il principio secondo il quale sussiste la responsabilità per cosa in
custodia ogniqualvolta il soggetto pubblico sia in grado di esplicare riguardo
alla cosa stessa un potere di sorveglianza, di modificarne lo stato e di
escludere che altri vi apportino modifiche, il Giudice ha condannato il Comune
al pagamento dei danni.
invece la richiesta di risarcimento danni avanzata dal proprietario per non
aver goduto appieno del suo immobile, in quanto non è stata data prova del
"mancato utilizzo" degli ambienti interessati dalle infiltrazioni,
circostanza questa indispensabile per il riconoscimento del diritto al risarcimento.
sentenza esaminata, dunque, si evince come anche i danni subiti da immobili
posti su strade di pubblica proprietà sono risarcibili alla stregua dei danni
subiti dagli utenti della strada, in ossequio al principio secondo il quale
sussiste la responsabilità per cosa in custodia dell'Ente pubblico
ogniqualvolta tale soggetto sia in grado di esplicare riguardo alla cosa stessa
un potere di sorveglianza, di modificarne lo stato e di escludere che altri vi
apportino modifiche, restando quindi a suo carico il risarcimento derivante dai
danni causati qualora tale potere non venga esercitato secondo le regole di
diligenza e prudenza.
Quali saranno le conseguenze dopo la sentenza “salva affitti in nero”? Ecco le reazioni delle associazioni di categoria.
Fonte: Condominioweb, 18.3.2014
sentenza della Corte costituzionale 50/2014 ha cancellato i commi 8 e 9
dell'art. 3 del d.lgs. n. 23/2011, che prevedevano, nell'ambito della cedolare
secca sugli affitti, un meccanismo punitivo nei confronti dei proprietari che
non registravano il contratto di locazione o lo registravano con un canone
inferiore a quello effettivo. Nello specifico, i commi dichiarati
incostituzionali stabilivano:
“8. Ai
contratti di locazione degli immobili ad uso abitativo, comunque stipulati,
che, ricorrendone i presupposti, non sono registrati entro il termine stabilito
dalla legge, si applica la seguente disciplina:
durata della locazione è stabilita in quattro anni a decorrere dalla data della
registrazione, volontaria o d'ufficio;
rinnovo si applica la disciplina di cui all'articolo 2, comma 1, della citata
decorrere dalla registrazione il canone annuo di locazione è fissato in misura
pari al triplo della rendita catastale, oltre l'adeguamento, dal secondo anno,
in base al 75 per cento dell'aumento degli indici ISTAT dei prezzi al consumo
per le famiglie degli impiegati ed operai. Se il contratto prevede un canone
inferiore, si applica comunque il canone stabilito dalle parti.
disposizioni di cui all'articolo 1, comma 346, della legge 30 dicembre 2004, n.
311, ed al comma 8 del presente articolo si applicano anche ai casi in cui:
contratto di locazione registrato sia stato indicato un importo inferiore a
quello effettivo;
stato registrato un contratto di comodato fittizio”.
sostanza, il proprietario che evadeva il fisco poteva essere “denunciato”
dall'inquilino, che, con la registrazione tardiva del contratto “in nero”,
otteneva automaticamente, per 4 anni, un canone bassissimo, pari al triplo
della rendita catastale.
norma va riscritta. La Consulta ha accolto “solo” il rilievo dell'eccesso di
delega. In pratica, il Governo è andato oltre la delega legislativa
conferitagli dal Parlamento con la legge n. 49/2009. La Corte non ha affrontato
gli altri profili sollevati dai Tribunali di merito, sui quali il dibattito
rimane aperto. La sentenza, dunque, non appare risolutiva. Il legislatore,
infatti, potrebbe anche decidere di reintrodurre la norma, tenendo conto delle
critiche mosse dagli addetti ai lavori.
reazioni delle associazioni di categoria. La decisione della consulta è stata
accolta con favore della associazioni dei proprietari, che avevano già
denunciato i rischi di abuso della norma da parte degli inquilini. Secondo
Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, “la sentenza conferma che
la Consulta presidia con fermezza i principi di certezza e correttezza del
diritto”. Fabio Pucci, segretario generale dell'UPPI pone l'attenzione sugli
effetti retroattivi della pronuncia, per cui “i contratti che sono stati
registrati dagli inquilini finiranno nel nulla”, e i proprietari, in caso di
sfratto per morosità vanificato dall'applicazione della norma incostituzionale,
“potranno chiedere agli inquilini di liberare l'abitazione, in quanto il
contratto cesserà unitamente alla norma prevista dal decreto del 2011 ”.
effetti avrà la sentenza della Consulta? In attesa di eventuali determinazioni
da parte del legislatore, è necessario capire quali sono le ricadute pratiche
della decisione della Consulta sui contratti in corso, che dovrebbero tornare
ai canoni precedenti anche per il periodo arretrato. Sul punto, Ladislao
Kowalski (UPPI) sottolinea “il pericolo che venga fatta una legge che sani la
carenza di delega”. Intervento invocato, invece, da Daniele Barbieri,
segretario generale della SUNIA, secondo il quale “la sentenza determina una
gravissima situazione di vuoto normativo nella politica di contrasto
all'evasione fiscale e il motivo di eccesso di delega può e deve essere sanato
dal Parlamento”. Secondo Guido Piran, segretario generale del Sicet “con questa
pronuncia - fa sapere in una nota - tornerà a crescere l'illegalità ed il nero
nel settore degli affitti che con la norma censurata dalla Corte Costituzionale
aveva iniziato a diminuire”. “Ma oltre a questo viene a crearsi una situazione
di forte incertezza per le conseguenze delle situazioni pregresse ed un vuoto
legislativo di una efficace misura a tutela degli inquilini e di lotta
all'evasione che ogni anno vede negli affitti oltre 2 miliardi di imposte non
pagate”. “Chiederemo al Governo, al Parlamento e a tutte le forze politiche di
inserire nel Piano Casa un apposito articolo che risolva il problema a riparo
da censure della Corte Costituzionale”.
stesso parere Valerio Angeletti, presidente di Fimaa che ritiene opportuno
l'intervento del Governo al fine di sanare la gravissima situazione di vuoto
normativo nella politica di contrasto all'evasione fiscale determinata dalla
sentenza della Consulta che ha dichiarato illegittimi. “E' necessario che venga
promulgata in tempi brevissimi una legge apposita che sani la carenza di
delega. Se le norme non verranno ripristinate - continua Angeletti - gli
inquilini non potranno più chiedere la riduzione del canone per gli immobili
con contratto non registrato, causando un enorme danno alla lotta contro
l'evasione fiscale e al settore immobiliare per quanto riguarda la
disincentivazione della registrazione dei nuovi contratti di locazione.
Inoltre, data la retroattività della sentenza, - conclude - i contratti
'ridotti' in corso si estingueranno automaticamente, anzi e' come se non
fossero mai esistiti”.
in gioco i vecchi contratti. In termini generali, la sentenza di
incostituzionalità produce l'effetto di disapplicare la norma censurata
retroattivamente, travolgendo la validità di tutti i rapporti giuridici ancora
pendenti al momento della decisione, con la sola esclusione dei «rapporti
esauriti» come, ad esempio, quelli decisi con sentenza passata in giudicato,
oppure non più operanti, per decadenza o prescrizione.
caso di specie, i contratti sorti in applicazione delle norme annullate della
Consulta dovranno considerarsi estinti o risolti a tutti gli effetti, con
conseguente recupero dei precedenti contratti. Se si tratta di un contratto di
locazione scritto e non registrato, la riduzione automatica del canone, operata
ex art. 3, commi 8 e 9, d.lgs. n. 23/2011, è illegittima e si torna al
condizioni contrattuali di partenza. Ne consegue che il pagamento in misura
ridotta configurerò un inadempimento del conduttore, con la possibilità, per il
locatore, di attivare la procedura di sfratto per morosità.
caso di contratto verbale di locazione, poiché è richiede la forma scritta a
pena di nullità, il locatore non potrà agire in forza della locazione, ma con
una causa ordinaria, contestando l'occupazione senza titolo dell'immobile e
chiedendo la condanna dell'occupante al pagamento di una somma a titolo di
indennità di occupazione. Sul punto, peraltro, la giurisprudenza ha stabilito
che la registrazione effettuata dall'inquilino ex art. 3 del d.lgs. 23/2011
presuppone, comunque, un contratto valido e che, pertanto, la registrazione
predetta non valeva a sanare un contratto di locazione nullo ab origine per
difetto di forma scritta.
in presenza di contratto di comodato fittizio, dissimulante una locazione, il
proprietario dovrà agire in via ordinaria per la risoluzione del contratto alla
scadenza e la condanna al rilascio (artt. 1809-1810 c.c.). Nella stessa causa
potrà richiedere una somma titolo di indennità di occupazione, a decorrere
dalla scadenza del contratto di comodato.
Sentenza choc della Corte Costituzionale. I Giudici salvano gli affitti in nero. Bocciate le norme per eccesso di delega
Fonte: Condominioweb, 17.3.2014
Una rivoluzione imprevista. Dichiarati
illegittimi i canoni ridotti al minimo per i proprietari che non registrano il
Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale per eccesso di delega
dell'art. 3, commi 8 e 9, del d.lgs. n. 23/2011, nella parte in cui prevedeva
la possibilità del conduttore di registrare tardivamente il contratto di
locazione “in nero”, ottenendo un “nuovo” contratto di durata quadriennale e
con riduzione del canone d'affitto pari al triplo della rendita catastale
dell'immobile. Una disciplina estesa anche alle ipotesi di contratto di
locazione registrato con un canone inferiore a quello effettivo e di contratti
di comodato fittizi.
dunque gli “sconti” previsti in caso di registrazione dei contratti in nero.
Una decisione che travolge uno dei capisaldi della disciplina della cedolare
secca sugli affitti: quella che stabiliva l'applicazione ai contratti non
registrati di un canone annuo pari al triplo della rendita catastale, con una
riduzione degli affitti fino al 70-80% rispetto alle cifre di mercato.
norme in questione avevano peraltro già sollevato non poche perplessità sia in
giurisprudenza che tra le associazioni di settore, soprattutto nella parte in
cui consentivano all'inquilino, con la mera registrazione tardiva del
contratto, di “autoridursi il canone” senza tener conto della controparte
contrattuale e s enza la necessità di un preventivo intervento del giudice. Una
previsione che, da strumento di lotta all'evasione, rischiava di sfociare in
situazioni di vero e proprio abuso del diritto. Ne avevamo già parlato in un
precedente articolo (Cedolare secca: il conduttore può autoridursi il canone?).
sentenza in commento origina da numerose cause promosse dai proprietari, a
seguito delle quali alcuni Tribunali – Salerno, Palermo, Firenze, Genova, Roma
– hanno rimesso la questione alla Corte Costituzionale. Nel mirino la
legittimità costituzionale dell'art. 3, commi 8 e 9 del d.lgs. n. 23/2011,
norma che la stessa Consulta definisce “sotto numerosi profili “rivoluzionaria”
sul piano del sistema civilistico vigente”.
rilievi di incostituzionalità sollevati, la Consulta ha accolto quello che
concerne l'eccesso di delega, ritenendo che le misure adottate dal Governo
siano del tutto prive di “copertura” da parte della legge di delegazione n.
42/2009, in riferimento sia al relativo ambito oggettivo, sia alla sua
riconducibilità agli stessi obiettivi perseguiti dalla delega, in violazione
dell'art. 76 Cost.
legge n. 42 del 2009 il Parlamento ha inteso introdurre, tra l'altro,
“disposizioni volte a stabilire in via esclusiva i principi fondamentali del
coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”, con l'obiettivo
dichiarato di disciplinare «i principi generali per l'attribuzione di un
proprio patrimonio a comuni, province, città metropolitane e regioni». Ancora:
l'art. 2 della legge precisa che l'esercizio della funzione legislativa è
conferito «al fine di assicurare, attraverso la definizione dei princípi
fondamentali del coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario
e la definizione della perequazione, l'autonomia finanziaria di comuni,
province, città metropolitane e regioni nonché al fine di armonizzare i sistemi
contabili e gli schemi di bilancio dei medesimi enti e i relativi termini di
presentazione e approvazione, in funzione delle esigenze di programmazione,
gestione e rendicontazione della finanza pubblica».
tratta – osserva la Corte - di un ambito normativo rispetto al quale il tema di
cui alla disciplina denunciata risulta del tutto estraneo, essendo questa
destinata ad introdurre una determinazione legale di elementi essenziali del
contratto di locazione ad uso abitativo (canone e durata), in ipotesi di
ritardata registrazione dei contratti o di simulazione oggettiva dei contratti
medesimi, pur previste ed espressamente sanzionate nella disciplina tributaria
il tema generale dell'evasione fiscale non può essere considerato (come
sostenuto dal Governo) quale criterio per l'esercizio della delega.
Quest'ultimo, infatti, per definizione, deve indicare lo specifico oggetto sul
quale interviene il legislatore delegato, entro i previsti limiti.
sentenza accenna, poi, allo Statuto dei diritti del contribuente - inserito tra
i parametri oggettivi della legge delega - secondo cui le violazioni di
disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di
nullità del contratto. Ne consegue che, tanto più, la mera inosservanza del
termine per la registrazione di un contratto di locazione non può legittimare
(come sarebbe nella specie) addirittura una novazione del contratto – per
factum principis – quanto a canone e a durata. La denunciata “sostituzione”
contrattuale avviene peraltro “in via automatica”, a seguito della mancata
tempestiva registrazione del contratto, con ulteriore violazione degli obblighi
d'informazione del contribuente, anch'essi prescritti dal predetto statuto.
noto, la dichiarazione di incostituzionalità di una legge o di un atto avente
forza di legge rende generalmente la norma inefficace ex tunc e, quindi, estende
la sua invalidità a tutti i rapporti giuridici ancora pendenti al momento della
decisione della corte, restandone esclusi soltanto i «rapporti esauriti» come,
ad esempio, quelli decisi con sentenza passata in giudicato, oppure non più
operanti, per decadenza o prescrizione.
là dei pareri favorevoli o contrari, la dichiarazione d'illegittimità
costituzionale per difetto di delega non sembra tuttavia porre la parola fine
alla c.d. cedolare secca. La parola torna ora al legislatore, che dovrà
valutare l'opportunità di reintrodurre la disciplina in questione, tenendo
conto delle numerose criticità sollevate dalla giurisprudenza e dalla stessa
La festa è finita. E' reato violare i limiti dell'inquinamento acustico.
Fonte: Condominioweb, 27.3.2014
Via libera della Corte di cassazione al
sequestro preventivo degli impianti di diffusione sonora di alcuni locali
notturni che, da anni, disturbavano la quiete degli abitanti dei Murazzi del
Po, a Torino.
sentenza n. 4466/2014 i giuridici di legittimità hanno confermato la decisione
del giudice cautelare, che aveva ordinato il sequestro a fronte di “un
intollerabile e prolungato disturbo del riposo delle persone” causato delle
immissioni sonore provenienti dei locali.
ragione ai residenti "insonni" era stato il Tribunale di Torino, che
aveva accolto l'appello del P.M. contro la decisione del G.I.P. di rigettare la
richiesta di sequestro preventivo degli impianti di diffusione sonora di
quattro disco pub situati nell'area dei Murazzi.
proprietari dei locali si erano opposti al sequestro contestando l'irrilevanza
penale della loro condotta in relazione all'art. 659 c.p.,che punisce il
“disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”, affermando, tra
l'altro, che il superamento dei limiti sonori imposti dalle norme
amministrative non è sufficiente a configurare il reato predetto
suprema Corte la tesi difensiva dei gestori dei locali è infondata.
mancato rispetto dei limiti di emissione del rumore (stabiliti dal DPCM
1.3.1991) può integrare la fattispecie di reato prevista dall'art. 659 c.p.,
attesa la concreta idoneità della condotta rumorosaa recare disturbo ad una
pluralità indeterminata di persone, con conseguente messa in pericolo del bene
della pubblica tranquillità e della salubrità ambientale.
caso di specie, peraltro, gli accertamenti della polizia giudiziaria e le
testimonianze dei cittadini hanno ampiamente dimostrato che il disturbo alla
tranquillità pubblica non derivava solo dal superamento dei limiti massimi di
emissione sonora, ma anche dalla violazione di altre prescrizioni di legge,
quali il mancato rispetto degli orari e degli altri obblighi diretti a
contenere il rumore (porte lasciate aperte, “cubiste” che ballano fuori dai
locali, musica e rumori fino alle prime ore del mattino).
sostenendo l'irrilevanza penale del mero superamento dei limiti stabiliti dalle
norme amministrative – osserva la Corte – la violazione delle altre
prescrizioni attinenti al contenimento del rumore conferma la configurabilità
del reato in questione.
Suprema Corte ha sancito,dunque, che l'inquinamento acustico è un “
intollerabile e prolungato disturbo del riposo” e che per la rilevanza penale
della condotta è sufficiente la prova tale disturbo sia “causato dalle
emissioni sonore”. La Corte inoltre ha precisato che non possono rientrare tra
le semplici violazioni amministrative le condotte rumorose idonee a mettere in
pericolo la pubblica tranquillità.
questo precedente è logico attendersi, in futuro,una maggiore attenzione di
costruttori, proprietari e soggetti preposti al controllo verso l'utilizzo di
materiali e tecniche costruttive idonee a garantire un adeguato isolamento
acustico degli edifici, anche al fine di evitare contenziosi e pesanti condanne
al risarcimento dei danni.
infatti, i disturbi alla quiete domestica sono legati anche alla cattiva
costruzione degli edifici e all'utilizzo di materiali non adatti a ridurre i
rumori provenienti dall'esterno (o dagli appartamenti vicini) entro la soglia
della normale tollerabilità.
tale prospettiva, ha destato clamore una recente sentenza del Tribunale di
Ravenna, che ha condannato la ditta costruttrice di un edificio in condominio a
un maxi risarcimento di circa 1,5 milioni di euro a favore degli acquirenti
delle unità abitative. Motivo della condanna: il giudice ha accertato la
presenza di vizi di costruzione che non garantivano un adeguato isolamento
acustico dei singoli appartamenti, con notevole pregiudizio alla piena
godibilità dell'immobile. Tali carenze, specifica la sentenza non configurano
una “incompetenza incosciente”, bensì “una tecnica costruttiva carente
strumentalmente riconducibile a una logica di velocità di realizzazione e di
profitto che ha finito per ignorare qualsiasi accorgimento a tutela
dell'acustica dell'edificio”.
alla responsabilità penale, dunque, occorre tener conto dei possibili profili
di responsabilità civile, che possono essere legati anche alla violazione della
norma di cui all'art. 844 c.c. in tema d'immissioni intollerabili, che
riconosce all'interessato un'azione di tipo inibitorio, per interrompere la
fonte delle immissioni di rumore, oltre al risarcimento dei danni subiti in
conseguenza delle immissioni stesse.
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