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Timestamp: 2019-02-22 02:03:22+00:00
Document Index: 44162484

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 18', 'art. 8', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 8', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2110', 'art. 3']

I Giuristi democratici scrivono al Presidente Mattarella: il decreto attuativo del Jobs Act sia rinviato al governo - Giuristi democratici
Redazione 25 febbraio 2015 17:33
I Giuristi Democratici, unitamente a oltre settanta avvocati e docenti giuslavoristi di vari Fori d'Italia, tra cui il primo firmatario Filippo Maria Giorgi, hanno inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la quale si formula la "richiesta di rinvio al Governo, ai fini del riesame, del primo decreto attuativo della legge delega 10 dicembre 2014 n. 183 —c.d. Jobs Act— «recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti»".
La presentazione dell'iniziativa a cura di Pier Luigi Panici
Di seguito, il testo integrale della lettera e l'elenco provvisorio delle adesioni.
"Ciò che accomuna, pur nella assoluta diversità di opinioni e di appartenenze politiche, tutti coloro che aderiscono a questa iniziativa - si legge nel messaggio - è la constatazione dell'arretramento delle tutele che l'emanando decreto finirebbe per attuare, riportando le garanzie giurisdizionali offerte a quella parte di concittadini-lavoratori destinatari della nuova disciplina ad una soglia di azionabilità della lesione dei loro diritti derivanti dal rapporto di lavoro che appare, al più, paragonabile a quella vigente nel nostro ordinamento prima della introduzione dello Statuto dei diritti dei Lavoratori di cui alla legge 20 maggio 1970 n. 300" Questa, per i sottoscrittori, è una "conseguenza che, già di per sé considerata, non può ritenersi legittimata dalla giustificazione che essa costituisca il frutto di opzioni di politica legislativa, come tali insindacabili, ove si rifletta che si tratta di scelte che, anche solo considerando l'azzeramento di un così (temporalmente) rilevante processo evolutivo dell'ordinamento lavoristico, inevitabilmente entrano in rotta di collisione, da un lato, con il diverso quadro di riferimento nel frattempo introdotto dalla vincolante disciplina comunitaria e, dall'altro, con la diversa disciplina garantita dall'ordinamento, di fronte ad identiche fattispecie risolutorie, a quei cittadini-lavoratori che non siano riguardati dalla novella per il solo fatto che il loro rapporto di lavoro a tempo indeterminato, avente per il resto identica natura e disciplina, sia stato stipulato in qualunque data antecedente all'entrata in vigore del decreto."
Nel testo si elencano quindi "le violazioni degli artt. 3 e 117 Cost, alle quali si aggiungono una serie di eccessi di delega, che hanno introdotto nel decreto previsioni normative non riconducibili ai principi ed ai criteri direttivi enucleati dal Parlamento", che spingono i giuristi a rivolgere al Capo dello Stato "la più rispettosa, ma non per questa meno accorata, preghiera di voler esercitare il potere, sicuramente a Lei spettante in analogia a quanto previsto dalla Carta Fondamentale per la promulgazione delle leggi, di stimolare il Governo ad opportuni ripensamenti".
La criticità, cui già si faceva riferimento, sotto il profilo della violazione del principio di uguaglianza, dell’intero apparato normativo del decreto emerge già dall’esame dell’art. 1 che, individuando il «Campo di applicazione» della novella con riferimento ai contratti stipulati successivamente all’entrata in vigore del decreto stesso, implica che, accanto alla nuova disciplina, continueranno a trovare applicazione ai contratti in corso, sia l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che l’art. 8 della legge 604 del 1966, i quali non risultano derogati in alcuna loro disposizione, se non in quella relativa al presupposto temporale per la loro applicazione.
A differenza delle modifiche all’art. 18 introdotte dalla legge 92/2012 (l. Fornero), infatti, il presupposto temporale che determinerà l’applicazione della nuova disciplina non è costituito dalla data nella quale risulta perfezionato il licenziamento, bensì da quella nella quale si è concluso il contratto di lavoro. Ne conseguirà la coesistenza e la convivenza nel tempo di due distinte discipline limitative dei licenziamenti; infatti, l’art. 18 Stat. Lav. e l’art. 8 legge n. 604 del 1966, applicandosi ai licenziamenti intimati con riferimento a rapporti di lavoro stipulati fino all’entrata in vigore del nuovo decreto, continueranno a produrre effetto sin tanto che esisteranno rapporti di lavoro aventi decorrenza antecedente.
Quest’ultima precisazione rende immediatamente intuitiva la rilevanza delle problematiche di costituzionalità, per violazione del principio di uguaglianza, di una riforma così articolata, nel momento in cui essa venga attuata - come si vedrà essere avvenuto nella specie - mediante norme delegate che introducano una disciplina sanzionatoria-risarcitoria dal contenuto irrisorio.
Il riferimento alla «conversione» di tali contratti induce a ritenere che la disposizione riguardi le ipotesi di nullità parziale o di trasformazione di tali contratti in un rapporto a tempo indeterminato, ipotesi che possono essere conseguenti sia a pronunce giudiziali, sia alla ininterrotta prosecuzione del rapporto di lavoro dopo la scadenza dei rispettivi termini. In entrambi i casi, ove si consideri che la «conversione» produce effetto ex tunc e, quindi, retroagisce i propri effetti alla data di stipula del contratto convertito, è evidente come tale previsione abbia finalità derogatorie rispetto alla disposizione generale di cui al primo comma e sia stata introdotta proprio al fine di estendere la nuova disciplina a fattispecie che, in sua assenza, sarebbero ricadute, ratione temporis, nella disciplina previgente per il motivo assorbente che non sarebbero qualificabili come «assunzioni» successive alla entrata in vigore del decreto. Per ciò solo, è indiscutibile che tale disposizione ecceda i limiti della delega.
In secondo luogo, una disciplina della misura dell’indennità commisurata esclusivamente al criterio dell’anzianità di servizio, che non consente al giudice di tener conto della concreta entità del danno subito (come invece avviene con l’art. 18, 5° comma, che impone al giudice di motivare specificamente la liquidazione operata tenendo conto, oltre che dell’anzianità, anche “del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti”) presenta indubbi profili di irrazionalità e, quindi, di incostituzionalità ex art. 3 Cost., imponendo:
Nel quarto comma dell’art. 2 del decreto manca, invece, il rinvio all’art. 2110, secondo comma, c.c. con la conseguenza che, nell’ipotesi di licenziamento motivato da superamento del periodo di comporto (sia perché il comporto non sia stato superato, sia perché la malattia è da imputare a responsabilità del datore di lavoro), sembra doversi ritenere applicabile la sola tutela indennitaria di cui al primo comma dell’art. 3.
Non sembra che si richieda di ulteriormente argomentare in ordine alla irrazionalità di tale disciplina, che incentiva il datore di lavoro ad omettere ogni motivazione e manifesta comunque la violazione dei già indicati parametri comunitari.
Elena Poli (avvocato in Torino)
Sergio Vacirca (avvocato in Roma)