Source: http://directio.it/multimedia/news/2015/08/03_per-non-imponibilit%C3%A0-cessioni-intracomunitarie-conta-buona-fede.aspx
Timestamp: 2019-09-20 23:31:29+00:00
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Cassazione: per la non imponibilità delle cessioni intracomunitarie conta la buona fede | News | Directio - le strade nell'economia
Con la sentenza della Corte di Cassazione n. 15639 del 24 luglio 2015 è stato affermato che la non imponibilità IVA delle cessioni intracomunitarie presuppone, in assenza delle condizioni sostanziali per applicare il principio di tassazione nel Paese di destinazione, la buona fede dell’operatore italiano, che non sussiste quando quest’ultimo non abbia verificato la validità del codice identificativo del cessionario non residente, risultato cessato da alcuni anni.
Alle cessioni intracomunitarie di beni si applica il regime di non imponibilità se il cessionario non residente ha comunicato il proprio numero di identificazione (art. 50, comma 1, del D.L. n. 331/1993). Specularmente, l’imponibilità degli acquisti intracomunitari presuppone che il cessionario italiano abbia comunicato alla controparte estera il proprio numero di partita IVA (art. 50, comma 3, del D.L. n. 331/1993).
Nel primo caso (cessione intra-UE), al cedente è irrogata la sanzione dal 100% al 200% dell’imposta se la fattura è stata emessa senza addebito dell’imposta (art. 6, comma 1, del DLgs. n. 471/1997). La stessa sanzione si applica anche nel secondo caso (acquisto intra-UE), ai sensi dell’art. 6, comma 7, del DLgs. n. 471/1997, nonostante l’operazione, per la quale il cessionario nazionale non abbia comunicato il proprio codice identificativo, sia stata assoggettata a IVA nel Paese del cedente (C.M. 25 gennaio 1999, n. 23/E, Cap. II, par. 2.2).
La giurisprudenza della Corte di giustizia ha messo in luce che il principio impositivo che caratterizza gli scambi intracomunitari di beni, basato sulla tassazione nel Paese di destinazione, presuppone che il cessionario sia un soggetto passivo che agisce in quanto tale in altro Paese comunitario, anche se privo di codice identificativo (sent. 27 settembre 2012, causa C-587/10, VSTR; sent. 6 settembre 2012, causa C-273/11, Mecsek-Gabona). Anche la più recente giurisprudenza nazionale è in linea con la posizione dei giudici comunitari, avendo affermato che, ai fini del riconoscimento della non imponibilità delle cessioni intracomunitarie, la procedura di attribuzione del codice identificativo del cessionario, pur rimanendo centrale ai fini della qualificazione dell’operazione nell’ambito della disciplina degli scambi intracomunitari di cui al D.L. n. 331/1993, “non può determinare, se mancante, il venir meno della possibilità di inquadrare la cessione nell’ambito di quelle intracomunitarie, allorché l’operatore provi in modo rigoroso tutti i requisiti sostanziali dalla normativa di settore sulla base degli elementi ritualmente prodotti nel corso del procedimento” (Cass., 29 luglio 2014, n. 17254 e Cass., 27 settembre 2013, n. 22127). Secondo l’Amministrazione finanziaria, il cedente, al quale sia stato comunicato il codice identificativo del proprio cessionario, deve verificarne la validità (R.M. 122 febbraio 1997, n. 25/E). Tuttavia, in base alle indicazioni della giurisprudenza comunitaria, è possibile ritenere che anche questo requisito, in quanto formale, non sia idoneo a precludere il trattamento di non imponibilità se l’operatore nazionale è in grado di dimostrare che il cessionario ha acquistato i beni in veste di soggetto passivo IVA. In merito a questo aspetto è intervenuta la Corte di Cassazione nella sentenza n. 15639 del 24 luglio 2015, affermando che la cessione mantiene carattere intracomunitario quando il cedente, oltre a non essere a conoscenza dell’assenza delle condizioni sostanziali per l’applicazione della non imponibilità, non possa rendersene conto in base ai canoni dell’ordinaria diligenza. Nel caso di specie, è stata esclusa la buona fede del fornitore italiano, avendo posto in essere cessioni di beni nei confronti di una società lussemburghese cessata da alcuni anni, senza avere verificato la validità del proprio numero identificativo, confidando esclusivamente nella qualità di rappresentante della società estera di un soggetto presentatosi come tale, ma senza alcuna verifica dell’effettiva operatività della controparte.
D.l 331/1993
Art.50 - Decreto legge 331/1993
Art. 6 - Decreto legge 331/1993