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Timestamp: 2019-05-22 08:02:18+00:00
Document Index: 173529244

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 100', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 1', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 11']

Un serio programma di governo richiede un’amministrazione efficiente: qualche considerazione a margine della “Riforma Madia” e della sentenza della Corte Costituzionale che in parte l’ha bocciata per mancata intesa con le regioni – S. Sfrecola
“La “madre” di tutti questi disastri, come è noto – si legge su Facebook del 18 dicembre nella pagina Segretari Comunali Vighenzi, è la “legge Bassanini”, il tremendo d.lgs 127/1997, che ha appunto dato la stura, perfezionata da successive norme di qualche tempo dopo, all’eliminazione dei controlli preventivi, all’ampliamento a dismisura dello spoil system (anche con l’introduzione di figure metà politiche e metà gestionali come il direttore generale nei comuni o gli staff “articolo 90”), la riduzione drastica del ruolo e delle funzioni dei segretari comunali”. “La riforma Madia, fortunatamente bloccata dalla quanto mai provvidenziale sentenza 251/2016 della Consulta, avrebbe finito per accentuare al parossismo la situazione, attribuendo alla politica poteri di nomina fiduciaria e di licenziamento della dirigenza senza nemmeno motivazione e, dunque, totalmente arbitrari e abolendo totalmente la figura del segretario comunale”. E Luigi Oliveri (“Caso Marra figlio di spoil system e abolizione dei controlli”, in http://luigioliveri.blogspot.it/2016/12/caso-marra-figlio-di-spoil-system-e_17.html), un funzionario pubblico che scrive spesso di questi temi, aggiunge: “L’errore è molto più grave di quello che si pensi. Dimostra quanto sia devastante pensare che un sindaco possa organizzare la preposizione dei dirigenti alla direzione delle strutture su base fiduciaria, come se si trattasse di procuratori o delegati della persona fisica del sindaco in carica, e non di funzionari che da un sindaco debbono ricevere solo indicazioni operative precise sulla base di un piano politico, garantendogli corretta applicazione di esse sul piano tecnico, soggetta a rigorosa valutazione degli esiti”. “La personalizzazione della politica e l’idea che un sindaco possa o debba creare uno staff a misura della sua persona e non della carica, è uno degli effetti devastanti della riforma Bassanini”.
Ho voluto prendere le mosse da questi due passaggi polemici riferiti ad un quadro riformatore che, dalla fine degli anni ’90, domina l’organizzazione della Pubblica Amministrazione, sulla base della convinzione, e nell’illusione, che si possa fare a meno dei controlli preventivi di legittimità che il Ministro della funzione pubblica dell’epoca, Franco Bassanini, riteneva deresponsabilizzanti per i pubblici funzionari rassicurati nel loro agire dai “visti” che rilasciavano la Corte dei conti e le Commissioni Regionali di controllo (i Co.Re.Co.). E ciò, nonostante nel sistema costituzionale dei controlli alla Corte dei conti sia attribuito, ai sensi dell’art. 100, comma 2, un ruolo “ausiliare”, cioè di collaborazione (nel senso di assicurare la legalità degli atti posti in essere dall’“ausiliato”, pur nel rispetto delle prerogative proprie dell’Amministrazione e dell’organo di controllo). Sta di fatto che la progressiva sottrazione al controllo preventivo di atti di spesa importanti si è dimostrata nel tempo occasione di sprechi e di corruzione, tanto che negli ultimi anni è stato ripristinato il controllo su una serie di atti che ne erano stati esentati. È un vecchio vizio italiano quello di non saper individuare la giusta misura nella definizione delle regole. Un esempio è l’abortita riforma costituzionale targata Renzi-Boschi che avrebbe voluto privare le regioni di molte delle attribuzioni che, con eccessiva generosità, nel 2001 erano state loro concesse con la riforma del Titolo V della Costituzione.
Nella diffusa consapevolezza che una burocrazia appesantita da procedure farraginose e spesso inutili non dà autorevolezza al governo ma aggrava la condizione delle persone e delle imprese, così allontanando i cittadini dalle istituzioni, ci attendiamo che le forze politiche che ambiscono ad un ruolo di governo, si facciano parte diligente e mettano mano, con urgenza, ad una funzionale revisione dell’apparato amministrativo pubblico, dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali, allo scopo di restituire ai governi la capacità di perseguire con efficienza gli obiettivi indicati nell’indirizzo politico scaturito dal voto elettorale, al centro e in periferia. Ciò significa rivedere le leggi che disciplinano le attribuzioni delle autorità pubbliche e verificare l’adeguatezza delle professionalità presenti e la loro ripartizione negli apparati. Significa adeguare la strumentazione giuridica e tecnica messa a disposizione dei pubblici dipendenti dalle leggi e dalle direttive amministrative. Si tratta di un grande impegno, assolutamente prioritario, da attuare nel rispetto dei parametri dell’azione amministrativa consacrati dall’articolo 1 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme sul procedimento amministrativo) secondo il quale “l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di pubblicità e di trasparenza, secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai principi dell’ordinamento comunitario”.
Questa esigenza fondamentale di revisione, che dovrebbe precedere ogni altro impegno politico, si rivela essenziale nel perseguimento di tutte le politiche pubbliche, dalla sicurezza alla scuola, dal fisco alla gestione del patrimonio, dalle infrastrutture alle politiche dello sviluppo economico, per fare qualche esempio. Tuttavia l’esperienza ci dice che ormai da anni si rinvengono solamente interventi saltuari e scoordinati, spesso inutili quando non dannosi.
In particolare l’esperienza degli ultimi governi e segnatamente del governo presieduto da Matteo Renzi non va nella direzione giusta, ma appare a più tratti orientata da idee settoriali quando non da preconcetti. Come nel caso della soppressione della figura del Segretario comunale, tradizionale garanzia di legalità e di regolarità contabile, inviso all’ex Sindaco di Firenze che da Palazzo Vecchio lo considerava un ostacolo alla libertà delle scelte politiche, dimenticando o forse ignorando che esse sono soggette alle leggi che la stessa politica si è date. Ugualmente l’ex Sindaco non aveva gradito alcune iniziative della Soprintendenza alle belle arti, infatti ridimensionata nel ruolo (con intromissione in alcuni procedimenti autorizzatori delle Prefetture, uffici certamente “più vicini” al potere governativo). Mentre del Tribunale Amministrativo Regionale non sono state apprezzate alcune ordinanze cautelari, del resto, in genere, sgradite ai governanti. E così trasferitosi a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, ha attuato la “sua” riforma.
S’impongono, dunque, alcune considerazioni sulla legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al governo in materia di organizzazione delle amministrazioni pubbliche), la c.d. “legge Madia”, oggetto di censure varie da parte della Corte costituzionale con la recente sentenza n. 251 del 2016 che ha riguardato la mancata “intesa” con le Regioni. Mentre altre censure sono alle viste, considerato l’orientamento che fin qui ha caratterizzato la giurisprudenza della Consulta.
Cominciamo dalla riforma della disciplina degli incarichi dirigenziali, un tema sul quale la Corte costituzionale si è ripetutamente soffermata, con pronunce (sentenze n. 193/02, 103/07, 104/07, 161/08, 390/08, 304/10, 155/11, 310/11, 217/12, 81/13, 27/14, 37/15) che hanno richiamato le disposizioni che nella Carta fondamentale individuano il servizio prestato alla pubblica amministrazione, in particolare con riferimento agli articoli 97 e 98. Il primo stabilisce che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”, il secondo afferma, si potrebbe dire ricorda, che “i pubblici dipendenti sono al servizio esclusivo della Nazione”. In queste pronunce la Corte costituzionale ha richiamato alcune regole: in primo luogo quella che uno stretto legame fiduciario con il potere politico non consente ai dirigenti generali di svolgere in modo autonomo e imparziale la propria attività gestoria la quale, pur tenendo necessariamente conto dell’indirizzo politico, è vincolata nell’azione dai richiamati articoli 97 e 98, non ai voleri del politico di turno. Con la conseguenza che un meccanismo di cessazione automatica, ex lege e generalizzata, degli incarichi dirigenziali (c.d. spoil system una tantum) si pone in contrasto con i richiamati principi di buon andamento, efficienza e di efficacia e con i principi di imparzialità dell’azione amministrativa e del giusto procedimento. Infatti la revoca delle funzioni può conseguire esclusivamente alla accertata responsabilità dirigenziale, e all’esito di un procedimento che garantisca il diritto di difesa, in osservanza dei principi del giusto procedimento. In che significa che il provvedimento sanzionatorio deve essere motivato per consentire un controllo giurisdizionale delle ragioni dell’Autorità politica e di chi ne ha subito le decisioni.
Altra regola richiamata dalla Corte costituzionale riguarda i limiti alla facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del pubblico concorso, previsto dall’art. 97 Cost.. Una regola che la Consulta ha dovuto richiamare ripetutamente negli ultimi anni, ogni volta che l’arroganza del potere politico l’ha violata. La deroga, infatti, è legittima solamente in presenza di straordinarie esigenze di interesse pubblico e, pertanto, quando funzionale al buon andamento della P.A.. Di conseguenza, il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito della P.A. deve avvenire, in via generale, sulla base di un pubblico concorso o, comunque, di una procedura selettiva, anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio o di passaggio ad una fascia funzionale superiore.
A margine dei riferimenti alla giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di dirigenza pubblica vanno segnalate alcune considerazioni formulate dalla Corte dei conti in occasione dell’annuale Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica. Nel documento relativo al 2014 la Corte segnala che “particolari criticità permangono nell’assetto ordinamentale della dirigenza pubblica amministrativa. A fronte di una sostenuta dinamica retributiva, non è mai entrato a regime un idoneo sistema di valutazione della capacità manageriale. La normativa sul reclutamento e sulla attribuzione degli incarichi, inoltre, non ha garantito un’effettiva autonomia gestionale dei dirigenti nei confronti degli organi politici. Quanto sopra alla luce degli ampi margini di discrezionalità tutt’ora esistenti per la riconferma del dirigente o l’attribuzione di un incarico di livello superiore”.
Alla luce di quanto si è appena detto la riforma Madia non è evidentemente lo strumento utile a superare le criticità denunziate che anzi appaiono “destinate ad aumentare in modo esponenziale. Infatti, la finalità della riforma governativa era più che evidente: accentuare la precarietà dei dirigenti, estendere la discrezionalità sino ai limiti dell’arbitrio - tanto è vero che non era previsto neppure l’obbligo della motivazione per le scelte effettuate - del potere politico, di cui le “Commissioni” costituivano un’appendice, riversare ogni responsabilità gestoria sui dirigenti, fermo restando che l’eventuale, mancata acquiescenza al volere della politica poteva comportare per costoro la perdita dello status acquisito” (Antonio Vetro, in www.giuristidiamministrazione.com).
Siamo di fronte a regole che la politica sempre più riottosa al controllo di legalità, dei giudici ordinari e di quelli costituzionali, dimostra di non voler accettare. Ne sono plateale dimostrazione i “commenti” con i quali vengono da qualche tempo accolte le sentenze della Consulta, da quella sulla rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici (n. 70/2015) alla più recente (n. 251/2016) che ha richiamato l’esigenza di una “previa intesa” con le Regioni. Atteggiamenti che in passato non si riscontravano, mai poi da parte di un Ministro o del Presidente del Consiglio.
Anche il profilo della ragionevolezza risulta gravemente inciso dalla legge Madia. Ad esempio perché non si comprende come un dirigente possa essere spostato da uno all’altro dei tre ruoli introdotti dalla riforma. Come, ad esempio, un dirigente ministeriale, esperto nella disciplina delle Amministrazioni centrali, possa essere destinato a dirigere un Comune, senza avere una adeguata conoscenza ed esperienza delle complesse problematiche che riguardano gli enti locali. È evidente che ne soffrirebbe il buon andamento dell’azione amministrativa.
Anche in tema di responsabilità di gestione si rinvengono furbeschi tentativi di addossarla al dirigente il quale, è bene ricordare, è nominato dal politico per il tempo che questi decide. Un tempo che è sempre inferiore a quello della durata della carica politica, sicché la carriera del funzionario dipendente in tutto da scelte (la nomina e il rinnovo) che evidentemente ne limitano fortemente l’indipendenza. La formula della “esclusiva imputabilità ai dirigenti della responsabilità per l’attività gestionale”, infatti, oltre ad escludere giustamente la responsabilità gestoria degli amministratori (ai quali si applica l’“esimente politica” prevista dall’art. 1, comma 1-ter, della legge n. 19 gennaio 1994, n. 20) sembra escludere anche la responsabilità dei funzionari dipendenti per aver provveduto alla stesura degli atti amministrativi fonte di danno e, pertanto, di responsabilità.
Le critiche alla legge delega si sono ovviamente riversate anche sui decreti legislativi di attuazione. Esse provengono da studiosi ma anche dall’Unione Nazionale dei Dirigenti dello Stato (UNADIS), dall’Associazione allievi della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e da altre associazioni di settore, come nel caso dell’Associazione dei Segretari Comunali, già citata.
Critiche hanno riguardato la precarizzazione della dirigenza pubblica per effetto dello spoil system, la carenza di una effettiva valutazione delle capacità individuali, al punto che il dirigente valutato negativamente può ricevere altri incarichi, mentre il dirigente valutato positivamente può non riceverne un altro. Tutto questo fa intravedere il rischio di un ampio contenzioso, ad esempio ove al dirigente di ruolo sia preferito un estraneo, anche se nell’ambito della P.A. risulti disponibile una professionalità analoga. Anche la composizione delle Commissioni appare inconciliabile con la “piena autonomia e indipendenza di giudizio e di valutazione”. Infatti i suoi componenti sono quasi esclusivamente nominati direttamente o indirettamente dal Governo. Contemporaneamente non risulta valorizzato l’accesso alla dirigenza tramite corso-concorso che registra l’assurdo che i vincitori non vengono inizialmente inquadrati come dirigenti, ma come funzionari, con l’obbligo di superare un ulteriore esame di verifica.
Da parte sua il Consiglio di Stato, chiama a far conoscere il proprio avviso sui decreti legislativi di attuazione della delega, non ha risparmiato critiche pesanti, pur all’interno di un “parere favorevole”, sia pure “con condizioni e osservazioni”. Infatti, nella Adunanza del 14 settembre 2016 i giudici di Palazzo Spada hanno sottolineato che “la Costituzione impone che l’attività della pubblica amministrazione si conformi ai principi di imparzialità e buon andamento”; e che “per consentire che cittadini, utenti e operatori economici possano ricevere prestazioni e servizi di elevato standard quantitativo e qualitativo è necessario che l’organizzazione degli uffici dirigenziali, che consentono lo svolgimento di quelle funzioni, siano strutturati in modo tale da assicurare il perseguimento di dette finalità”; che “è necessario che alla spinta innovativa corrisponda un complesso di regole puntuali e trasparenti in grado di circondare il rapporto dirigenziale di adeguate garanzie nelle fasi, di maggiore delicatezza nella costruzione della relazione tra politica e amministrazione, costituite dal momento iniziale di conferimento degli incarichi e da quello finale di cessazione del rapporto”.
Un parere “favorevole”, dunque, infarcito di osservazioni fortemente critiche che consentono all’interprete di rilevare nel decreto legislativo le lacune e le incongruenze già evidenziate fin dal primo esame del disegno di legge delega divenuto poi la legge n. 124 del 2015. Infatti le riserve del Consiglio di Stato prospettano “l’eventualità di effettuare interventi correttivi anche sulla fonte delegante, allo scopo di costruire una riforma efficace ed effettivamente rispondente agli obiettivi che lo stesso governo si è posto”. Un particolare. Si assume la spesa inesistente (un provvedimento “a costo zero” o, come si dice, che dovrebbe assicurare l’invarianza della spesa) ma che “appare poco realistico”.
La legge delega, poi, malgrado i ripetuti riferimenti ai canoni dell’efficienza, dell’efficacia, dell’imparzialità, del buon andamento, della “meritocrazia”, evidenzia la finalità vera della riforma governativa. Quella, già ricordata, di accentuare la precarietà dei dirigenti, estendere la discrezionalità sino ai limiti dell’arbitrio con un totale “asservimento” dell’amministrazione alla politica. Altro che pubblico dipendente “al servizio esclusivo della Nazione”. Sarà al servizio del potere politico.
In particolare per quanto attiene al sistema di valutazione dei dirigenti, come in altri casi secondo una tecnica cara al Presidente del Consiglio, che l’ha introdotta anche nella legge di revisione della Costituzione, c’è un rinvio a data da destinarsi, nell’ambito di un futuro “riordino generale della disciplina del personale pubblico”. Il difetto di fondo, poi, attiene alla creazione di un ruolo unico che tuttavia demanda la valutazione dei dirigenti alle singole amministrazioni, le quali, in assenza di criteri predeterminati, possono giudicare le capacità professionali e l’impegno dei dirigenti sulla base di parametri diversi. Infatti, ai sensi dell’art. 19 ter, comma 3, è l’amministrazione interessata, al fine del conferimento di ciascun incarico, che “procede alla definizione dei criteri di scelta” della dirigenza, sia pure “nell’ambito dei criteri generali definiti dalle Commissioni”. È totalmente assente, dunque, la previsione di criteri oggettivi, condizione necessaria per garantire la scelta di dirigenti imparziali e competenti. Grave, altresì, la prevista possibilità, non contenuta nella legge delega, che ai vincitori del corso-concorso che ottengano una valutazione positiva di merito sul servizio prestato sia attribuibile un incarico dirigenziale senza l’espletamento della procedura comparativa.
Quanto agli incarichi esterni, oggi attribuibili, in via residuale, da ciascuna amministrazione, entro ristretti limiti rispetto alla dotazione organica dei dirigenti, “a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale non rinvenibile nei ruoli dell’amministrazione”, condizione, quest’ultima, richiesta con particolare rigore dalla Corte dei conti in sede di controllo, il decreto prevede la possibilità di avvalersi di aliquote di dirigenti assunti all’esterno della pubblica amministrazione, qualora risultino “incarichi dirigenziali non assegnati”, facendo così intendere, come d’altronde ammesso nella Relazione illustrativa allo schema di decreto, che non sia più necessaria la previa ricerca all’interno delle Amministrazioni di dirigenti in servizio in grado di espletare quelle determinate funzioni da assegnare. Pur rimanendo fermo il limite percentuale, viene così ampliata la possibilità di nominare dirigenti all’esterno, al di fuori di qualsiasi garanzia di trasparenza e di imparzialità.
L’art. 19-quinquies disciplina la durata degli incarichi (quattro anni) e consente la possibilità di una proroga una sola volta per la durata di due anni, omettendo però di prescrivere l’obbligo di motivazione qualora venga assunta la decisione di non procedere al rinnovo dell’incarico.
Per la dirigenza degli enti locali tante sono le vistose incongruenze contenute nel decreto. Basti l’esempio che il frazionamento delle originarie funzioni dei segretari comunali e provinciali tra direttore generale e dirigente apicale costituisce una seria possibilità di malfunzionamento nell’organizzazione amministrativa dell’ente, fonte di inefficienza dell’azione amministrativa. Mentre appare assurda la disposizione la quale prevede che “nel ruolo dei dirigenti locali confluiscono i segretari comunali e provinciali … vengono assunti dalle amministrazioni che conferiscono loro incarichi dirigenziali, nei limiti delle dotazioni organiche”, senza tener conto che le dotazioni organiche degli enti locali non contemplano affatto le figure dei segretari comunali e provinciali, al contrario in forza presso l’apposita Agenzia.
In questo contesto di confusa disciplina di un settore cardine del buon funzionamento delle pubbliche amministrazioni si inserisce la sentenza della Corte costituzionale n. 251/2016 che, su ricorso della Regione Veneto, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di numerose norme della legge delega esaminata n. 124/2015. Lo scrutinio di illegittimità ha riguardato, in particolare, disposizioni le quali delegano il Governo a adottare decreti legislativi per il riordino di numerosi settori inerenti a tutte le amministrazioni pubbliche, comprese quelle regionali e degli enti locali, in una prospettiva unitaria. Esse vanno dalla cittadinanza digitale (art. 1), alla dirigenza pubblica (art. 11), dal lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni (art. 17), alle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche (art. 18), ai servizi pubblici locali di interesse economico generale (art. 19) e proprio per questo influiscono su varie materie, cui corrispondono interessi e competenze sia statali, sia regionali (e, in alcuni casi, degli enti locali).
Le disposizioni impugnate incidono in ambiti riconducibili alla competenza dello Stato e tuttavia, mettono in gioco, in misura rilevante, anche la competenza regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa delle Regioni e degli enti pubblici regionali: di conseguenza si richiedeva l’applicazione del principio di “leale collaborazione”, che non è stato osservato, con conseguente declaratoria di illegittimità costituzionale. La Corte ha ravvisato nell’intesa la soluzione che meglio attua la leale collaborazione tra Stato e Regioni ed ha individuato nel sistema delle conferenze il principale strumento che consente alle Regioni di avere un ruolo nella determinazione del contenuto di taluni atti legislativi statali che incidono su materie di competenza regionale.
Per questo motivo, la Corte costituzionale ha affermato che occorre, anzitutto, verificare se, nei singoli settori in cui intervengono le norme impugnate, fra le varie materie coinvolte, ve ne sia una, di competenza dello Stato, cui ricondurre, in maniera prevalente, il disegno riformatore nel suo complesso. Questa prevalenza escluderebbe la violazione delle competenze regionali.
Già in precedenti occasioni, la Corte aveva ritenuto che il legislatore statale debba vincolare l’attuazione della propria normativa al raggiungimento di un’intesa, basata sulla reiterazione delle trattative al fine del raggiungimento di un esito consensuale, nella sede della Conferenza Stato-Regioni o della Conferenza unificata, a seconda che siano in discussione solo interessi e competenze statali e regionali o anche degli enti locali. Nella giurisprudenza della Corte le Conferenze sono ritenute una delle sedi più qualificate per realizzare la leale collaborazione e consentire, in specie, alle Regioni di svolgere un ruolo costruttivo nella determinazione del contenuto di atti legislativi statali che incidono su materie di competenza regionale.
In questa sentenza la Corte afferma – in senso evolutivo rispetto alla giurisprudenza precedente – che l’intesa nella Conferenza è un necessario passaggio procedurale anche quando la normativa statale deve essere attuata con decreti legislativi delegati, che il Governo adotta sulla base di quanto stabilito dall’art. 76 Cost. (cfr.: Giulio M. Salerno, Così entra in crisi il principio di leale collaborazione, in Guida al Diritto, n. 1/2 gennaio 2017, 76).
Con riguardo, invece, alle norme contenenti la delega al Governo in tema di riorganizzazione della dirigenza pubblica (art. 11), la Corte costituzionale ha ravvisato un concorso di competenze, inestricabilmente connesse, statali e regionali, nessuna delle quali è prevalente, in particolare in relazione all’istituzione del ruolo unico dei dirigenti regionali e alla definizione, da un lato, dei requisiti di accesso, delle procedure di reclutamento, delle modalità di conferimento degli incarichi, nonché della durata e della revoca degli stessi (aspetti inerenti all’organizzazione amministrativa regionale, di competenza regionale), dall’altro, di regole unitarie inerenti al trattamento economico e al regime di responsabilità dei dirigenti (aspetti inerenti al rapporto di lavoro privatizzato e quindi riconducibili alla materia dell’ordinamento civile, di competenza statale). Pertanto, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, nella parte in cui, pur incidendo su materie di competenza sia statale sia regionale, prevedono che i decreti attuativi siano adottati sulla base di una forma di raccordo con le Regioni, che non è l’intesa, ma il semplice parere, non idoneo a realizzare un confronto autentico con le autonomie regionali.
Anche le norme contenenti le deleghe al Governo per il riordino della disciplina vigente in tema di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, nonché di partecipazioni azionarie delle pubbliche amministrazioni e di servizi pubblici locali di interesse economico generale incidono su una pluralità di materie e di interessi, inscindibilmente connessi, riconducibili a competenze statali (ordinamento civile, tutela della concorrenza, principi di coordinamento della finanza pubblica) e regionali (organizzazione amministrativa regionale, servizi pubblici locali e trasporto pubblico locale). La Corte costituzionale ne ha, pertanto, dichiarato l’illegittimità costituzionale nella parte in cui, pur incidendo su materie di competenza sia statale sia regionale, prevedono che i decreti attuativi siano adottati sulla base di una forma di raccordo con le Regioni, che non è quella dell’intesa, ma quella del semplice parere, non idonea a realizzare un confronto autentico con le autonomie regionali. La previa intesa deve essere raggiunta in sede di Conferenza Stato-Regioni per l’adozione delle norme attuative della delega in tema di riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni. Anche in tal caso sono in gioco interessi che coinvolgono lo Stato e le Regioni, mentre in sede di Conferenza unificata sono coinvolti anche gli interessi degli enti locali.
La Corte ha circoscritto il proprio scrutinio solo alle disposizioni di delega specificamente impugnate dalla Regione Veneto. In una nota che sintetizza la sentenza, la stessa Corte costituzionale ricorda che “le eventuali impugnazioni delle norme attuative dovranno tener conto delle concrete lesioni delle competenze regionali, alla luce delle soluzioni correttive che il Governo, nell’esercizio della sua discrezionalità, riterrà di apprestare in ossequio al principio di leale collaborazione”.