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Timestamp: 2020-04-04 08:35:16+00:00
Document Index: 155750657

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'in fine', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 3', 'e contrario']

Rivista n. 311 - del 01-10-19
Fine Vita la Corte Costituzionale si pronuncia.
Continua anche nel presente numero lo speciale sulla sentenza della Corte Costituzionale in tema di fine vita ed in particolare sulla legittimità costituzionale dell'articolo 580 del Codice Penale.
In questo numero, in particolare, si completerà la riproduzione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica ed il comunicato stampa con cui la Corte Costituzionale ha anticipato il contenuto della Sentenza della Corte Costituzionale sul tema.
Sul fronte associativo riceviamo e pubblichiamo l'appello del Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani di Terni.
UGCI Terni che è stata tra gli organizzatori dell'interessante Workshop tenutosi a Terni il 21 settembre us in occasione della presentazione del libro a cura di Mauro Ronco "Il 'diritto' di essere uccisi. Verso la morte del Diritto?", tra i relatori, in ordine cronologico: l'Avv. Stefano Nitoglia (Centro Studi Livatino), la Prof.ssa Assuntina Morresi (Università di Perugia), il Prof. Alberto Gambino (Università LUMSA Roma), l'Avv. Diego Piergrossi (UGCI Terni), il Prof. Simone Budelli (Università di Perugia).
Sperando di fare cosa gradita pubblichiamo il Comunicato del 25 settembre 2019 della Corte Costituzionale:
"IN ATTESA DEL PARLAMENTO LA CONSULTA SI PRONUNCIA SUL FINE VITA
La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la
In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno
vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2
della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.
4.4. L’importanza delle cure palliative e delle terapie del dolore
Ultimo tema qui considerato circa l’assistenza medica al suicidio riguarda
l’utilizzo delle cure palliative: si tratta di un tema spesso ribadito nei documenti
nazionali e internazionali e sempre presente nelle discussioni sul fine vita e sui
rispettivi diritti e obblighi del paziente e del medico, nell’ambito della relazione di
Un primo aspetto da ricordare è che l’obiettivo delle cure palliative è quello
di non ostacolare né di anticipare la morte, ma di prendersi cura del dolore
fisico e psichico del paziente. La filosofia che ispira e permea le cure palliative è
di accompagnare “nel” morire, astenendosi dal fornire un aiuto “a” morire.
Quando i sintomi fisici e psichici sono refrattari, in condizioni di inguaribilità
e di terminalità, o di imminenza della morte del malato, la sedazione palliativa
profonda continua diviene una possibile opzione nell’ambito delle cure
palliative. Come chiarito nel Parere del CNB sulla sedazione palliativa
profonda6 non è assimilabile all’eutanasia e va somministrata in base a criteri
ben definiti di appropriatezza medica e non può essere considerata un percorso
che, per le sue caratteristiche, vada sempre associato all’interruzione di
trattamenti di sostegno vitale, indipendentemente dalle condizioni della persona
in fine vita.
6 Comitato Nazionale per la Bioetica, Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza
della morte, 29 gennaio 2016.
In questo settore delle cure palliative la legge italiana 38/2010, Disposizioni
per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, è ritenuta
all’avanguardia nella medicina occidentale. Un testo che sta facendo da traino
in Italia nel considerare la palliazione e la terapia del dolore all’interno dell’intero
percorso di cura dei pazienti, e non limitatamente alla parte terminale della loro
Purtroppo, lo sviluppo e il consolidamento della cultura palliativa nel nostro
Paese incontrano ancora molti ostacoli e difficoltà, specie nella disomogeneità
territoriale dell’offerta del SSN, e nella mancanza di una formazione specifica
nell’ambito delle professioni sanitarie. Non è questa la sede per affrontare
adeguatamente tale problematica, per la quale rimandiamo innanzitutto alle
relazioni annuali del Parlamento italiano sull’applicazione della L. 38/2010 e al
portale dedicato dal Ministero della Salute7 oltre che all’indagine conoscitiva
sull’attuazione della legge della Commissione Affari Sociali della Camera8
Tuttavia il CNB unanime auspica che il SSN sia sempre in grado di offrire,
realmente, senza diseguaglianze in termini di entità e qualità di servizi, su tutto
il territorio nazionale, cure palliative e terapia del dolore, nei termini stabiliti dalla
L. 38/2010, a ogni persona che ne abbia necessità9
. Dovrebbe essere questa
una priorità assoluta per le politiche della sanità.
Nell’ambito del dibattito da alcuni orientamenti è stata poi sottolineata la
necessità che a coloro che intendono avvalersi di assistenza medica al suicidio
sia obbligatoriamente proposto, come pre-requisito, la presa in carico da parte
di strutture della rete palliativa. Si ritiene che debbano, pertanto, essere offerti
specifici percorsi palliativi, indicando concretamente le strutture sanitarie
disponibili e le modalità di accesso: percorsi che ogni paziente sarà libero di
accettare o rifiutare, in tutto o in parte. In questo modo si ritiene anche di poter
impedire che scelte di morte medicalmente assistita siano la conseguenza di un
abbandono o comunque di un’inadeguata assistenza sanitaria, specie riguardo
al sollievo della sofferenza.
Questo orientamento di pensiero ritiene, dunque, che la richiesta di suicidio
o “a” morire possa, attraverso il percorso delle cure palliative, essere riformulata
insieme al paziente come richiesta di aiuto a non soffrire, ad essere
accompagnati “nel” processo del morire, di modo che la risposta non debba
essere la messa a disposizione di mezzi, farmacologici o tecnologici, per porre
in atto l’intento di uccidersi. In questo senso le cure palliative costituiscono
un’alternativa alla richiesta di suicidio medicalmente assistito e un’efficace
risposta alle persone sofferenti che in realtà non vogliono darsi la morte, ma
solo uscire da situazioni di dolore intollerabile.
7http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=3766&area=curePalliativeTerapiaDolore&men
u=cure. Essenziali per la verifica dello stato di attuazione della normativa in materia di cure
palliative dovrebbero essere i meccanismi di monitoraggio e referto periodico al Parlamento
previsti dalla L. n. 38/2010 (art. 8) e dalla L. 219/2017 (art. 11).
8 Cfr. Indagine conoscitiva sull'attuazione della legge 15 marzo 2010, n. 38, in materia di
accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, con particolare riferimento all'ambito
pediatrico, adottato dalla Commissione Affari Sociali della Camera il 10 aprile 2019.
9 A tale proposito si ricorda quanto affermato dall’art. 2, c. 1 della L. 219/2017: “Il medico,
avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le
sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal
medico. A tal fine, è sempre garantita un'appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento
del medico di medicina generale e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo
2010, n. 38”.
Secondo altri orientamenti si ritiene che le cure palliative siano una valida
pratica per rispondere a molte sofferenze e che la loro diffusione sia certamente
opportuna e auspicabile; tuttavia secondo tale orientamento è illusorio credere
che esse siano in grado di rispondere in modo efficace a tutte le situazioni che
si prospettano al paziente nel fine vita. In alcuni casi le sofferenze sono
incontrollabili e la stessa sedazione profonda continua risulta essere
impercorribile per alcuni malati che la considerano contraria alla propria dignità,
preferendo un percorso più rapido di morte. In questo senso le cure palliative
non sono alternative, ma preliminari e sinergiche al suicidio medicalmente
assistito. I valori che il paziente attribuisce alla pratica palliativa sono diversi da
quelli che vuole affermare richiedendo l’aiuto a morire. Tali valori consistono
nella valorizzazione della propria autonomia, nel personale atteggiamento che
ciascun individuo ha di fronte al fine vita, nella riappropriazione della propria
morte, nella certezza di conservare la propria dignità nella morte. Il paziente
rivendica la libertà di decidere in merito alle modalità e circostanze del percorso
da intraprendere verso la fine della propria vita.
5. Opinioni etiche e giuridiche all’interno del CNB
Le tematiche sopra esaminate mostrano quanto complessi siano i problemi
etici, bioetici e biogiuridici sollevati dal suicidio medicalmente assistito. Come si
è visto, al riguardo esistono prospettive diverse, e anche all’interno del presente
Comitato si riscontrano differenti opinioni, che in qualche modo riflettono i
differenti orientamenti nel dibattito pubblico sin qui esposti. Le posizioni sono
molte, con sfumature e tonalità diverse: in questo documento sono state
raggruppate in tre prospettive al fine di rendere più esplicito il quadro culturale.
A) Alcuni membri del CNB si oppongono al suicidio medicalmente assistito
sia sul piano etico che su quello giuridico, e convergono nel ritenere che la
difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in
bioetica, quale che sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore. Su tali
basi si ritiene che un’eventuale legittimazione del suicidio medicalmente
assistito:
a) attivi un vulnus irrimediabile al principio secondo il quale compito
primario e inderogabile del medico (e, più in generale, di ogni operatore e di
ogni sistema sanitario giuridicamente riconosciuto e garantito) sia l’assoluto
rispetto della vita dei pazienti, anche nei casi in cui essi stessi formulino
esplicite richieste di aiuto al suicidio o più in generale di carattere eutanasico; in
tale contesto si richiama il principio morale di indisponibilità della vita umana in
quanto ciascuna persona ha una dignità intrinseca anche nelle condizioni di
grave disabilità o compromissione della salute;
b) non possa essere giustificata a partire dalla possibilità di accertare
rigorosamente, al di là di ogni ragionevole dubbio, la pretesa volontà suicidaria
del paziente, assunta come volontà pienamente informata, consapevole, non
sottoposta a condizionamenti psicologici, familiari, sociali, economici, o religiosi;
c) provochi o comunque favorisca inevitabilmente un progressivo
superamento dei limiti che si volessero eventualmente indicare, come appare
assolutamente evidente in quegli ordinamenti, che, avendo legalizzato il suicidio
medicalmente assistito, l’hanno di fatto esteso indebitamente a minori, a
soggetti psicologicamente e/o psichiatricamente fragili, agli anziani non
autosufficienti, fornendo prove evidenti della difficoltà di porre un freno - una
volta indebolito il principio del più rigido rispetto nei confronti della vita – al
pendio scivoloso a favore di pratiche eutanasiche o comunque para-
eutanasiche sempre più diffuse.
Per quanto siano umanamente comprensibili le condizioni estreme e
drammatiche di alcuni casi concreti e alcune condizioni cliniche che portano i
malati a chiedere l’aiuto a morire al medico, si ritiene siano sufficienti i percorsi
già delineati dal legislatore e da una consolidata riflessione bioetica: la non
giustificazione della ostinazione irragionevole delle cure (ritenendo doveroso
che il medico bilanci saggiamente l’oggettiva proporzionalità terapeutica e le
istanze soggettive del paziente con riferimento alla percezione della sofferenza)
e la giustificazione del “lasciare morire”, con accompagnamento palliativo
(anche con sedazione palliativa continua profonda), nelle condizioni di
consapevolezza del rifiuto e rinuncia delle cure e nel contesto di una relazione
paziente-medico centrata sulla reciproca fiducia.
La scelta consapevole del paziente, riguardo al non inizio o alla
sospensione di trattamenti, cioè la possibilità di rifiutare o rinunciare alle cure,
deve essere sempre garantita, in quanto è riconducibile alla coscienza
personale che non è e non può essere comprimibile; analogamente il medico
deve essere libero in scienza e coscienza di accogliere o no le eventuali
richieste. La richiesta consapevole di rifiuto o di rinuncia alle cure potrà essere
quindi rispettata attuando una piena libertà di cura, consentendo cioè sempre al
paziente di scegliere il proprio medico di riferimento, per una reciproca e libera
condivisione di percorsi assistenziali.
Lo scivolamento dal “lasciare morire” (che riconosce il limite dell’intervento
medico sul corpo del paziente, a condizione di piena consapevolezza delle
conseguenze) all’“agevolare la morte” (che legittima la richiesta del malato al
medico di aiuto nel suicidarsi), oltre a segnare una trasformazione inaccettabile
del paradigma del “curare e prendersi cura”, su cui da sempre si fonda la
professione medica, non tiene in adeguata considerazione la particolare
vulnerabilità dei malati che vivono condizioni di vita che, a causa delle
tecnologie ma anche senza le tecnologie, sono ritenute soggettivamente, e
forse anche socialmente, non degne di essere vissute. Di fronte a tali richieste,
che vanno ascoltate e comprese, la risposta non deve essere la proposta o
messa a disposizione di mezzi, farmacologici o tecnologici, per mettere in atto
l’intento di uccidersi, ma l’offerta d’aiuto ad affrontare la sofferenza e il dolore, in
una logica solidaristica e di sostegno anche psicologico. In questo senso ciò
che deve essere implementato è l’efficace ed equo accesso alle cure palliative
e alle terapie del dolore, oltre che un’adeguata formazione dei medici,
personale sanitario e psicologi alla comunicazione con i malati in condizioni
estreme. Le cure palliative, le terapie del dolore e l’assistenza medico-
psicologica alla fine della vita (oltre auspicabilmente alla vicinanza umana
solidale) sono in grado di prevenire efficacemente le richieste suicidarie e
garantiscono il fondamentale e prioritario diritto di ogni malato ad essere curato
e preso in cura, anche nel contesto di situazioni patologiche gravissime o di fine
(Amato, D’Agostino, Dallapiccola, Di Segni, Garavaglia, Gensabella,
Morresi, Romano, Palazzani, Scaraffia, Sargiacomo)
B) Altri membri del CNB sono favorevoli, sia sul piano etico e bioetico che
su quello giuridico, alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito in
presenza delle condizioni sotto indicate e accertabili. Essi ritengono che
l'ascolto e l'accoglienza della richiesta di suicidio medicalmente assistito, nelle
condizioni previste, vada nettamente distinta dall’istigazione al suicidio, e vada
accolta in ragione dei principi etici di autodeterminazione e del dovere del
medico di beneficenza: principi etici che sono peraltro in sintonia con il principio
personalistico e i principi di libertà, di non discriminazione, di
autodeterminazione libera e consapevole, propri del nostro ordinamento
giuridico, e che, come ricordato anche dalla Corte costituzionale nell'ordinanza
n. 207/2018, vanno bilanciati con la tutela della vita umana e con altri beni
Si reputa che il bilanciamento di valori favorevole all'aiuto al suicidio
medicalmente assistito sia eticamente e giuridicamente legittimo perché la
persona ha diritto di preservare la propria dignità anche e soprattutto nelle fasi
finali della vita. In certe circostanze l'esistenza si impoverisce al punto da non
avere da offrire altro che sofferenze o condizioni in cui viene percepita la
progressiva perdita della propria dignità. In tali condizioni va rispettata una
richiesta pienamente consapevole di essere aiutati a morire, senza dover
ricorrere alla sedazione continua profonda ed eventualmente affrontare
l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale.
Un simile bilanciamento di valori e principi deve tenere in particolare conto
che, per legittimare la decisione di prestare assistenza medica al suicidio,
devono essere presenti e contemporaneamente soddisfatte le seguenti
1. la presenza di una malattia grave e irreversibile accertata da almeno
due medici indipendenti (uno dei quali del SSN);
2. la presenza di uno stato prolungato di sofferenza fisica o psichica di
carattere intrattabile o insopportabile per il malato;
3. la presenza di una richiesta esplicita espressa in forma chiara e
ripetuta, in un lasso di tempo ragionevole.
È la simultanea soddisfazione di queste condizioni a fungere da garanzia
per la tutela della persona malata e per il medico disposto ad accoglierne la
richiesta di aiuto a morire.
In questa prospettiva, la presenza di un trattamento di sostegno vitale è
considerata una condizione aggiuntiva solo eventuale; ritenerla necessaria,
infatti, creerebbe una discriminazione irragionevole e incostituzionale (ai sensi
dell’art. 3 della Costituzione) fra quanti sono mantenuti in vita artificialmente e
quanti, pur affetti da patologia anche gravissima e con forti sofferenze, non lo
sono o non lo sono ancora. Si imporrebbe, inoltre, a questi ultimi di accettare un
trattamento anche molto invasivo, come nutrizione e idratazione artificiali o
ventilazione meccanica, al solo scopo di poter richiedere l’assistenza al suicidio,
prospettando in questo modo un trattamento sanitario obbligatorio senza alcun
motivo ragionevole.
Come in talune circostanze la dignità personale può essere garantita dal
rifiuto di terapie salvavita e/o dalla richiesta di accedere alla sedazione palliativa
profonda continua, così in altre circostanze tale dignità può essere invece
garantita dall'aiuto al suicidio. Inoltre, se è possibile accertare con certezza la
volontà dell'interessato che chiede la sospensione delle terapie salvavita che lo
porteranno a morte, non si vede come mai non sia possibile fare lo stesso per
la richiesta della persona che chiede di essere aiutata in altro modo a giungere
allo stesso risultato. Questo è tanto più vero se si considera che la richiesta di
assistenza al suicidio giunge alla fine di un percorso di cura e di relazione con il
medico e con altre figure dell'equipe sanitaria che permette la conoscenza del
malato e l'instaurazione di un rapporto di fiducia, di un’alleanza terapeutica
all'interno della quale si prospettano le varie alternative e si accerta che la
volontà dell'interessato sia autentica e non sia frutto di pressioni esterne che
fanno leva sullo stato di vulnerabilità. Sapere di avere la possibilità di
mantenere la propria dignità fino alla fine della propria vita è un aspetto centrale
del proprio benessere complessivo e fornisce quel senso di sicurezza che può
rasserenare l'esistenza, anche qualora non si richieda concretamente alcuna
assistenza a morire.
I sostenitori della presente posizione caldeggiano altresì che le cure
palliative diventino effettivamente accessibili a tutti coloro che le richiedono
all'interno di un sistema integrato di cure. Sottolineano che le carenze nelle cure
palliative sono il segno di una grave e colpevole disattenzione della nostra
società nei confronti delle persone sofferenti e auspicano che si proceda con
decisione nella diffusione di tali cure e nella formazione di personale adeguato.
Ritengono, tuttavia, che l’effettiva disponibilità della palliazione non escluda la
possibilità che il paziente avanzi comunque una richiesta di aiuto medico al
suicidio. Una simile richiesta va presa in considerazione in ogni caso perché la
sofferenza va comunque alleviata, e non si può penalizzare chi già soffre in
attesa di una maggiore sensibilità sociale verso tale stato.
Con l’auspicio che il legislatore provveda a legalizzare, in alcune particolari
fattispecie, il suicidio medicalmente assistito, questi componenti del Comitato,
pur raccomandando che sia assicurata al soggetto tale pratica in strutture del
SSN o comunque a carico dello stesso, ritengono che debba essere
riconosciuta per legge al medico e agli altri operatori sanitari l’obiezione di
coscienza in riferimento alle attività specificatamente e necessariamente dirette
all’assistenza al suicidio.
(Battaglia, Caltagirone, Caporale, Casonato, d’Avack, De Curtis, Donzelli,
Garattini, Mori, Pitch, Savarino, Toraldo di Francia, Zuffa)
C) Altri membri ritengono che, sul piano bioetico e su quello biogiuridico,
nelle tragiche situazioni prese in considerazione in questo documento - malati
affetti da una patologia irreversibile, con sofferenze fisiche e psichiche non
trattabili o ritenute assolutamente intollerabili, capaci di prendere decisioni libere
e consapevoli ma non in grado di far cessare da soli la propria esistenza -
l'utilizzo del termine suicidio (medicalmente assistito) sia in verità improprio. Il
suicidio è un attacco letale alla vita di sé e in queste drammatiche vicende
concrete non si vuole in realtà "uccidere se stessi", ma liberarsi da un corpo che
è diventato una prigione.
A partire dalla comprensione della drammaticità di queste situazioni
estreme, tale posizione si distingue, sul piano biogiuridico, tra chi ritiene
comunque opportuno vietare sempre la condotta del medico che aiuta a morire
il malato (Da Re) e chi ritiene, invece, che sia possibile individuare ambiti assai
circoscritti in cui prevedere un'esenzione da responsabilità per l'assistenza
medica a morire del malato in casi, appunto, eccezionali e ben determinati
(Canestrari).
Questa posizione peraltro è concorde sull'importanza di sottolineare i rischi
che comporterebbe una scelta, da parte del nostro legislatore, di
depenalizzazione o di legalizzazione del c.d. suicidio medicalmente assistito
modellata sulla falsariga di quelle effettuate da alcuni Paesi europei (Svizzera,
Olanda, Belgio, Lussemburgo). I sostenitori di questa posizione ritengono infatti
che i concreti pericoli di un pendio scivoloso sarebbero accentuati in maniera
significativa nella realtà sanitaria italiana.
La libertà di autodeterminazione, che deve costituire il presupposto
imprescindibile per parlare di una richiesta consapevole di assistenza a morire,
è presente solamente in un contesto concreto in cui i pazienti godano di
un'effettiva e adeguata assistenza sanitaria, ove possano accedere a tutte le
cure palliative praticabili - compresa la sedazione palliativa profonda - e nel
quale siano supportati da una consona terapia medica, psicologica e
psichiatrica. Accesso alle cure, strutture adeguate e risorse appropriate devono
essere garantite a prescindere da quella che sarà la decisione legislativa in
materia: la richiesta di assistenza a morire non deve mai essere una scelta
obbligata come avverrebbe laddove uno stato di sofferenza, che
oggettivamente sarebbe mutabile e riducibile, fosse reso insuperabile dalla
mancanza di supporto e assistenza adeguati.
In proposito allora si intende manifestare, proprio in questa sede, la grande
preoccupazione riguardo al contenuto del "Rapporto sullo stato di attuazione
della legge n. 38 del 15 marzo 2010 Disposizioni per garantire l'accesso alle
cure palliative e alla terapia del dolore, che il Ministero della Salute ha inviato al
Parlamento nel gennaio 201910
. Come si legge con chiarezza nel documento, la
qualità e l'offerta assistenziale per le cure palliative in regime residenziale e
domiciliare presenta forti disomogeneità sul territorio nazionale, non certo per
inadeguatezza dei professionisti sanitari ma per note e gravi carenze strutturali.
Ciò si traduce nel fatto che in alcune regioni italiane oggi non viene garantito un
diritto umano fondamentale: quello del paziente di ricevere nella fase finale
della propria esistenza un effettivo supporto finalizzato al controllo della
sofferenza nel rispetto della sua dignità.
Si è pienamente consapevoli che una maggiore diffusione e un
potenziamento della terapia del dolore e delle cure palliative non possono
eliminare del tutto le richieste di assistenza medica a morire, ma potrebbero
ridurle in maniera significativa, escludendo quelle dettate da cause legate ad
una sofferenza alleviabile. In via prioritaria si intende, dunque, ribadire con forza
la necessità di rendere omogeneo l'accesso alle cure palliative sul territorio
È opportuno concludere l'esposizione di questa posizione con alcune
riflessioni sul rapporto tra la L. 219/2017 (Norme in materia di consenso
informato e di disposizioni anticipate di trattamento) e la questione del suicidio
medicalmente assistito.
Con l'entrata in vigore della normativa citata, la legislazione del nostro
Paese si allinea alle scelte dei principali ordinamenti degli Stati costituzionali di
derivazione liberale. La L. 219/2017 sancisce con chiarezza il diritto inviolabile
di vivere tutte le fasi della propria esistenza senza subire trattamenti sanitari
10 http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2814.
contro la propria volontà - derivazione logica del diritto all’intangibilità della sfera
corporea di ogni essere umano - e contiene disposizioni che riteniamo di
fondamentale importanza. Ai fini del discorso sviluppato all’interno di questa
posizione, è sufficiente ricordare la disciplina delle disposizioni anticipate di
trattamento, della pianificazione condivisa delle cure (rispetto all'evolversi delle
conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da
inarrestabile evoluzione con prognosi infausta), la disposizione che prevede il
trattamento sanitario della sedazione palliativa profonda continua, il quale
consente di morire senza dolore anche in seguito alla rinuncia al proseguimento
di trattamenti di sostegno vitale.
Purtroppo la L. 219/2017 non ha ancora avuto piena attuazione e non è
ancora sufficientemente conosciuta nella realtà sanitaria del nostro Paese. Ora,
è profonda convinzione di chi sostiene tale posizione che l'indispensabile
applicazione, valorizzazione e diffusione dei contenuti e degli istituti previsti da
tale normativa possa avere un potente effetto preventivo e dissuasivo nei
confronti, in generale, delle condotte suicidarie dei pazienti e, in particolare, di
moltissime, anche se non di tutte le richieste di suicidio medicalmente assistito
(di assistenza medica a morire).
(Canestrari, Da Re)
Sebbene vi siano queste divergenti posizioni, il Comitato è pervenuto, dopo
articolata discussione, alla formulazione di alcune raccomandazioni condivise,
che vengono così sintetizzate.
Il CNB:
1. auspica che in qualunque sede avvenga - ivi compresa quella
parlamentare - il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi con la
dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridico-
costituzionali che esso solleva e col necessario approfondimento che esige una
tematica così delicata e sofferta per la coscienza umana;
2. raccomanda di tenere presente che le questioni relative alla fine della vita
rinviano a problemi ben più vasti che la società deve considerare e valutare:
l’impegno di fornire cure adeguate ai malati inguaribili in condizione di
sofferenza; i valori professionali e deontologici dei medici e degli altri
professionisti sanitari; la solidarietà nei confronti delle persone con condizione
di particolare vulnerabilità nel rispetto della dignità umana,
3. chiede che sia accertata e documentata all’interno del rapporto di cura
un’adeguata informazione data al paziente in condizioni di inguaribilità e
sofferenza in merito alla fruibilità di un alto standard di cure e trattamenti, anche
sperimentali, prospettando la riduzione della sofferenza realisticamente
ottenibile;
4. ritiene indispensabile che sia fatto ogni sforzo per implementare
l’informazione da parte dei cittadini e l’aggiornamento dei professionisti della
sanità delle disposizioni normative (L. 38/2010 e L. 219/2017) che attualmente
garantiscono i diritti delle persone alle cure palliative certificate, e che queste
siano effettivamente incrementate e accessibili a tutti coloro che le richiedono in
modo da evitare che le domande di assistenza al suicidio siano motivate da
sofferenze che potrebbero essere trattate, con il consenso della persona
malata, in maniera efficace;
5. auspica che venga promossa un’ampia partecipazione dei cittadini alla
discussione etica e giuridica al fine di elaborare e diffondere una cultura del fine
vita consapevole e responsabile (in tale direzione il CNB ha da tempo
organizzato conferenze per le scuole e incontri con la cittadinanza che
andrebbero ulteriormente sostenute ed implementate);
6. auspica che vengano promosse la ricerca scientifica biomedica e
psicosociale e la formazione bioetica degli operatori sanitari in questo campo
(medici, infermieri, farmacisti, psicologi ecc.), e anche nell’ambito
dell’amministrazione e organizzazione sanitaria.
Postilla del Prof. Francesco D’Agostino
Il Parere sull’aiuto al suicidio, approvato dal CNB in data 18 luglio 2019, si
raccomanda sotto diversi profili: un linguaggio nitido e privo di ogni vaghezza e
ambiguità; estrema precisione e notevole rigore nelle argomentazioni; piena
correttezza nell’esposizione delle diverse e controverse tesi in materia, anche
quando palesemente in irriducibile contrasto tra loro. Chi scrive è convinto che
la lettura di questo Parere non possa che essere di grande aiuto a tutti coloro
che vogliano approfondire una tematica bioetica così attuale e conturbante. Ciò
non di meno, chi firma questa Postilla ha deciso di esprimere un voto contrario,
che intende motivare rapidamente. Il Parere del CNB, per esplicita ammissione
di chi lo ha redatto e di tutti coloro che hanno collaborato alla sua definitiva
elaborazione, ha essenzialmente un carattere espositivo, che in alcuni punti del
testo tocca le vette della migliore esposizione didattica della tematica, cioè della
migliore dossografia; una dossografia equilibrata e intellettualmente onesta (e
già solo per questo ammirevole), ma pur sempre una dossografia,
inevitabilmente fredda. Nelle indagini dossografiche non sono i casi umani ad
avere rilievo, nella loro drammatica singolarità, ma le dottrine prodotte da
elaborazioni concettuali. Chi scrive questa postilla è invece convinto che la
bioetica in generale (e in particolare quella affidata alle riflessioni di un Comitato
Nazionale) debba liberarsi da ogni tentazione dossografica, soprattutto quando
sia chiamata ad affrontare tematiche laceranti, che è bene che siano percepite
da tutti come tali e in merito alle quali ogni tentativo, pur generoso, di
mediazioni concettuali e/o ideologiche non può che condurre a sminuirne la
valenza antropologica e soprattutto etica. È questo esattamente il caso del
suicidio volontario e consapevole (cioè non indotto da cause psicopatologiche)
e della complessa costellazione di concetti che a tale forma di suicidio possono
essere ricondotti e che il parere del CNB esamina con tanta lodevole e gelida
attenzione dottrinale. Non è questo il luogo per rievocare la nota tesi di Camus,
che riteneva che esistesse un solo problema filosofico veramente serio, quello
appunto del suicidio: ci basti insistere sul fatto che la sua legalizzazione, che ha
trovato da anni spazio ordinamentale in molti paesi vicini storicamente e
culturalmente al nostro, ha prodotto un effetto sociale storicamente inedito e
antropologicamente tragico, quello di una innegabile burocratizzazione del
morire, nei confronti della quale siamo chiamati a prendere posizione, prima di
immergerci (peraltro, solo se lo vogliamo) nelle complesse questioni casistiche
che tale burocratizzazione di necessità attiva e che il Parere del CNB, nelle sue
articolatissime analisi, presenta al lettore. Esempio estremo di tale
burocratizzazione è la triste vicenda dell’adolescente olandese Noa Pothoven,
che, affetta da un dolore psichico di altissima intensità (ma di cui però nessuno
ha negato la “trattabilità”), si è lasciata morire, senza che intervenissero – come
sarebbe stato bioeticamente doveroso – adeguate contromisure mediche,
affettive, familiari. Chi scrive queste righe ritiene che la questione del suicidio e
di tutte le diverse possibili e immaginabili forme di aiuto che esso possa
legalmente ottenere (in forme peraltro molto diversificate tra di loro, come
facilmente emerge da una analisi, ancorché rapida, di diritto comparato), prima
che secondo modalità descrittive, vada affrontata in una logica drasticamente
prescrittiva, accettando (o non accettando) la possibilità apriori che il suicidio
possa avere una qualsivoglia possibilità di giustificazione, che legittimi
eticamente e giuridicamente (dettandone accuratamente le modalità) pratiche di
aiuto nei confronti di chi decida di togliersi la vita. Il no, formulato da chi scrive
questa Postilla, al Parere sull’aiuto al suicidio del CNB, vuole quindi avere in
primo luogo il valore di un’affermazione esistenziale, più che quello di una
argomentazione bioetica, un’affermazione indispensabile in un momento
storico-culturale, come l’attuale, nel quale l’assistenza e l’aiuto al suicidio
vengono presentati da molti come un’opzione conturbante, ma non scandalosa,
un’opzione problematica ma meritevole di attenzione, un’opzione
controvertibile, ma anche perfettamente riconducibile al sistema valoriale oggi
dominante. Fermo restando, ovviamente, il rispetto umano e dialogico per chi
accetti questa opzione, è però indispensabile per chi non la condivide
sottolineare con forza come essa destrutturi (quasi sempre nella serena
inconsapevolezza dei suoi fautori) il paradigma fondamentale della bioetica, che
in quanto paradigma critico esige non una mera e serena prospettazione di tesi
contrapposte e meno che mai volenterosi tentativi di mediazione tra di esse
(come fa il Parere del Comitato), ma ferme decisioni orientate al vissuto delle
persone a favore di una tesi o dell’altra. Decidere, in qualsiasi forma, contro la
legalizzazione del suicidio assistito non significa eludere pigramente un
confronto dialettico con chi sia ad essa favorevole: significa più semplicemente
mettere a fuoco un’opzione fondamentale, che non può essere rimossa, o
peggio ancora occultata, ma che va annunciata con forza, perché si rivela
indispensabile per comprendere non solo le pratiche di rilievo biologico,
biomedico e bioetico, ma anche e soprattutto le ideologie (e perfino le fantasie)
che le attivano e le sostengono, dando loro consistenza psicologica e sociale e
che hanno trovato e sempre più tendono a trovare un loro spazio nei sistemi
normativo ordinamentali. Chi scrive si augura che il suo voto contrario al Parere
del CNB possa essere percepito dai lettori di questa Postilla per come esso
vuol essere percepito: come una presa di posizione etica, prima ancora che
dottrinale, alla quale chi scrive ritiene che possa essere affidata la stessa
salvezza paradigmatica della bioetica, sottraendola a quel destino di riduzione
alla biogiuridica al quale essa sembra ormai essere inesorabilmente
condannata e di cui il documento del CNB, dal quale qui si prendono le
distanze, è eloquente testimonianza.
già Presidente del Comitato
Nazionale per la Bioetica
Postilla della Prof. Assunta Morresi
Un documento elaborato da un Comitato pluralista come il nostro, che
raccoglie riflessioni bioetiche su tematiche complesse, non potrà mai essere
scritto come ciascun componente farebbe se ne fosse l’unico autore, né potrà
descrivere con esattezza orientamenti e giudizi personali di ognuno di noi, ed il
presente parere sul suicidio medicalmente assistito rappresenta
emblematicamente questi limiti inevitabili.
Ho aderito quindi al testo finale perché esprime con chiarezza la mia
personale opposizione a qualsiasi forma di suicidio assistito, nonostante non ne
abbia condiviso alcuni passaggi nello svolgersi delle argomentazioni. In
particolare con questa nota voglio ribadire un convincimento che non ha trovato
spazio nel documento, ma che ritengo importante per la discussione in corso.
Premetto che, di seguito, con l’espressione “eutanasia” o “atto eutanasico”
intendo anche quelle procedure tipiche del “suicidio assistito”, come descritte
nel parere, sia perché penso non ci siano differenze sostanziali dal punto di
vista morale, sia per semplificare la lettura.
Mi riferisco alle valutazioni riguardo alla L. 219/2017, su Consenso
informato e disposizioni anticipate di trattamento: una legge che ritengo andare
oltre la legittima possibilità per una persona di rifiutare o rinunciare ai trattamenti
sanitari (possibilità che condivido, così come anche illustrato sinteticamente
nella posizione a) del parere, in cui mi riconosco), e aprire alla legalizzazione di
alcune forme di morte su richiesta, cioè alcuni comportamenti eutanasici.
Senza questa norma cadrebbe infatti una delle principali argomentazioni
della ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale in favore della parziale
depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, quando chiede per quale motivo è
possibile sempre morire per interruzione di sostegni vitali - cioè con un
comportamento omissivo da parte del medico - e al tempo stesso si impedisce
di farlo in modo più veloce, in alcune situazioni - con un comportamento attivo
da parte del medico, che procura al paziente un prodotto chimico letale.
A mio avviso questa della Corte è una argomentazione logica, e non
contestabile come invece appare dal parere: la L. 219/2017, pienamente
costruita intorno al concetto di autodeterminazione, permette di interrompere
sostegni vitali come alimentazione e idratazione artificiale, definendoli
trattamenti sanitari, cioè equiparandoli a terapie, consentendo la loro
sospensione a prescindere da qualsiasi condizione medica, in base
esclusivamente alla volontà del paziente. In questo modo, senza nutrimento e
acqua, si ha la certezza di raggiungere sempre la morte: indipendentemente
dall’essere o meno un malato terminale e con l’unica condizione clinica richiesta
di dover essere nutrito mediante semplici presìdi medici.
È cioè una legge il cui “spirito” – per usare un’espressione della Corte – ben
si adatta ad aprire a forme eutanasiche più dirette.
Il documento del CNB respinge questa connessione logica anche
scegliendo, coerentemente, una definizione di eutanasia che si limita alla sola
somministrazione di farmaci letali, escludendo a priori qualsiasi comportamento
omissivo.
In altre parole: se circoscrivo l’eutanasia a situazioni in cui un medico
fornisce un prodotto letale al paziente, per farlo morire, la sospensione di meri
sostegni vitali come liquidi e nutrienti, per definizione, non sarà mai eutanasia, a
prescindere dalle intenzioni di chi la chiede e di chi la realizza. E per questo non
è stata introdotta l’obiezione di coscienza nella L. 219/2017: se la sospensione
di sostegni vitali per definizione non è mai eutanasia, ma sempre un normale
atto medico, l’obiezione di coscienza non può essere messa in gioco.
Il passaggio logico è invece stato serenamente riconosciuto dalla Consulta,
e anche, in precedenza, dalla ordinanza della Corte di Assise di Milano, a
riprova che l’interpretazione in chiave eutanasica di alcuni aspetti della L.
219/2017 è tutt’altro che fantasiosa.
Che la Consulta ravvisi nella L. 219/2017 un'evidente apertura eutanasica
mi pare dimostri l'impossibilità di eliminare le ambiguità etiche affidandosi alle
semplici definizioni. Il legislatore ha escluso ogni implicazione eutanasica grazie
a un rigido spartiacque, terminologico più che concettuale: perché la rinuncia
alle cure non sia mai eutanasia basta definire nutrizione e idratazione terapie.
La Corte però ha scavalcato l'invalicabile muro lessicale con facilità, e tale
facilità fa capire come, di fronte all'estrema delicatezza del bilanciamento tra
tutela della libertà e della vita umana, aggrapparsi alla terminologia sia
disperatamente insufficiente.
Sono comunque d’accordo con il CNB quando respinge l’idea di un
intervento sulla L. 219/2017, per modificare le norme sull’aiuto al suicidio, come
invece suggerisce la Consulta: pur avendo una sua coerenza, sarebbe
comunque un passo ulteriore, un pesante salto di qualità, importante e
pericoloso, in direzione del riconoscimento del “diritto a morire”.
Postilla del Prof. Maurizio Mori
È opportuno prevedere che il medico contrario al suicidio medicalmente
1) abbia la facoltà di ricorrere all’obiezione di coscienza che, però, non è
pratica “costituzionalmente fondata”,
2) debba dichiarare di non essere disposto a prestare l’aiuto
eventualmente richiesto.
Nel paragrafo 4.2. dedicato al rispetto dei valori professionali del medico e
degli operatori sanitari, tra altre questioni, il CNB ha esaminato il problema che
si potrebbe creare “nell’eventualità di una normativa che legittimi l’aiuto al
suicidio medicalizzato” ove tale atto risultasse “profondamente contrario ai [...]
convincimenti profondi” del medico stesso. Dopo riflessione, si è giunti alla
conclusione che, in questa situazione, “sia mantenuta la possibilità
dell’obiezione di coscienza per il medico” e per gli altri operatori sanitari
eventualmente coinvolti nella pratica.
Condivido la tesi dell’opportunità che il medico e gli altri operatori sanitari
contrari al suicidio assistito abbiano la possibilità di ricorrere all’obiezione di
coscienza, ma dissento dall’ulteriore tesi che tale possibilità sia giustificata
dall’idea che “l’obiezione di coscienza in bioetica è costituzionalmente fondata
(con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo)”, che farebbe diventare la pratica
dell’obiezione una sorta di “diritto umano”.
Quest’idea risale a un controverso Parere del 2012, approvato a
maggioranza, che, di per sé, non vincola l’attuale composizione del Comitato.
Inoltre, essa travalica le competenze specifiche del CNB stesso, che riguardano
l’etica e la bioetica, e non le questioni giuridiche di costituzionalità, di spettanza
della Corte costituzionale. La tesi, poi, è infondata anche per ragioni teoriche,
alcune delle quali sono state esposte dal Prof. Carlo Flamigni nella sua Postilla
al Parere del 2012, a cui rimando.
Ribadisco: nonostante in bioetica la pratica dell’obiezione di coscienza non
sia “costituzionalmente fondata” né faccia “riferimento ai diritti inviolabili
dell’uomo”, ove fosse approvata – come auspico – una normativa favorevole al
suicidio medicalmente assistito, è opportuno prevedere che, assieme alla
possibilità di obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, con
comunicazione pubblica il medico obiettore dichiari la propria scelta di non
essere disposto a prestare l’aiuto eventualmente richiesto dall’interessato.