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Timestamp: 2020-05-28 01:26:48+00:00
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24 gennaio 2003 Sentenza n. 312 del Consiglio di Stato, Sezione VI
Sentenza n. 312 del Consiglio di Stato, Sezione VI
sul ricorso proposto dal MINISTERO DELLE COMUNICAZIONI in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria in Roma via dei Portoghesi n. 12;
IPPOCAMPO dei fratelli GERARDI S.r.l. in persona del legale rappresentante, non costituita;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia Sezione terza del 12 agosto 1996 n. 1300;
Udita alla pubblica udienza del 29 ottobre 2002 la relazione del Consigliere Santoro e udito, altresì, l’avv. dello Stato Ajello;
La sentenza appellata ha accolto il ricorso contro il decreto del ministero appellante n. 8/CD/7149/h/90575 di rigetto della domanda della società intimata per il rilascio di una concessione per radiodiffusione sonora in ambito locale.
Motivo del diniego era stato che la società intimata non risultava soggetto autorizzato ai sensi dell’articolo 32 della legge 6 agosto 1990 n. 223.
Con l’appello in esame notificato il 19 agosto 1997 il ministero sostiene l’erroneità della sentenza appellata e la legittimità del proprio decreto di diniego impugnato.
Le questioni interpretative prospettate nell’appello sono state da tempo risolte dalla sezione in numerosi precedenti dai quali non si ravvisano argomenti per discostarsi.
Tutta la controversia è incentrata sulla possibilità o meno di individuare, nel D.L. 27 agosto 1993, n. 323 (provvedimenti urgenti in materia, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, L. 27 ottobre 1993, n. 422) margini di flessibilità al principio che consente il rilascio della concessione ai soli soggetti già autorizzati ai sensi dell’art. 32 della L. 6 agosto 1990 n. 223. Come sostenuto da questo Consiglio di Stato già in sede consultiva (cfr. il parere n. 1295/94, reso dall’adunanza del 6 luglio 1994 della I sezione), la conclusione negativa si deduce da una serie di elementi tra cui, innanzitutto, il tenore testuale dell’art. 1 del D.L. in questione, che fa esplicito riferimento ai soli «soggetti» autorizzati ai sensi dell’art. 32 L. 223/90. E’ indicativo, ad avviso della sezione, che la legge abbia compiuto un riferimento formale al soggetto giuridico autorizzato invece e non uno sostanziale all’emittente televisiva per l’attività di trasmissione svolta.
La suddetta considerazione è difficilmente superabile, soprattutto alla luce di altre norme contenute nello stesso decreto legge. Fra queste, prima fra tutte è l’art. 6, che consente solo il trasferimento di proprietà d’intere emittenti «da un concessionario ad un altro concessionario», con ciò implicitamente escludendo la possibilità di un libero trasferimento degli impianti e dell’azienda a soggetti non autorizzati.
In terzo luogo, va richiamato il comma 7 quater dell’art. 1 del decreto-legge, inserito in sede di conversione, il quale prevede, quale unico caso di concessione a società non autorizzate ai sensi della L. 223/90, quello del conferimento nella società di almeno tre emittenti televisive in ambito locale, ciascuna delle quali già autorizzata ai sensi della L. 223/90, ed in possesso di alcuni requisiti.
Dalla suesposta analisi emerge la ratio perseguita dal legislatore e già evidenziata dal citato parere della prima sezione di pervenire ad un definitivo assetto del sistema, non ancora realizzatosi, attraverso un periodo transitorio caratterizzato da tre scelte di fondo; un «congelamento della situazione esistente alla data di entrata in vigore della L. 223/90»; la limitazione dei trasferimenti di impianti o aziende a quelli tra i soli soggetti già autorizzati ai sensi della L. n. 223; il favore, in considerazione della limitatezza delle frequenze disponibili nell’etere, nei confronti delle concentrazioni di più emittenti autorizzate in un solo soggetto nuovo, ma di dimensioni maggiori.
Da tale quadro deriva l’impossibilità di applicare la disciplina transitoria sulle concessioni del 1993 al caso in esame in cui l’appellante è una società costituita dopo la data indicata nel 4° c. dell’art. 1 del D.L. 323/93, secondo cui le concessioni di cui al medesimo articolo possono essere rilasciate esclusivamente a soggetti che alla data del 28 febbraio 1993 fossero in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 16, commi 7, 8, 10, 11, 12, 13, 14 e 15, della legge 6 agosto 1990, n. 223.
In definitiva, tale nuovo soggetto non può ritenersi «autorizzato ai sensi dell’art. 32», nell’accezione fornita dall’art. 1 D.L. 323 del 1993. A ciò non si può opporre l’argomento secondo cui, nel caso di specie, l’art. 13 L. 223 del 1990 consentirebbe il trasferimento. Come si è visto, il successivo D.L. del 1993 ha innovato sul punto, cristallizzando la situazione al momento dell’entrata in vigore della l. 223/90, e limitando la disciplina dei trasferimenti nei termini previsti dai sopra citati art. 1, comma 7 quater, e 6.
Deve pertanto concludersi che la concessione per la radiodiffusione televisiva in ambito locale non può essere rilasciata a soggetti diversi da quelli originariamente autorizzati a proseguire nell’esercizio degli impianti (cfr. tra le altre Cons. Stato, Sez. VI n.1756 del 23-12-1996, n. 315 del 21 febbraio 1997, n. 566 del 28 aprile 1998, 8 aprile 2000 n. 2054).
L’appello deve dunque accogliersi.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, accoglie l’appello e, per l’effetto, in totale riforma della sentenza appellata, respinge il ricorso di primo grado.
Così deciso in Roma, addì 29 ottobre 2002 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sezione Sesta – riunito in camera di consiglio con l’intervento dei seguenti Magistrati: