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Timestamp: 2019-10-20 17:30:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 22', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 52', 'sentenza\n', 'art. 52', 'art. 52']

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 3 dicembre 2013 – 21 febbraio 2014, n. 848 - testo integrale Sentenza
Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 3 dicembre 2013 – 21 febbraio 2014, n. 848
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"La sentenza impugnata richiama una serie di precedenti giurisprudenziali che sarebbero accomunati dal considerare oggetto della sanzione condotte caratterizzate dalla “non conformita' al decoro' e a “gravi mancanze attinenti alla disciplina e alle norme di contegno'."
"1.4. - L’appellante, di contro, deduce che l’intera condotta posta in essere si e' svolta integralmente in un contesto che rientra, comunque, nello spazio riservato alla vita privata.
Osserva, infatti, come non sia stato dato giusto peso alla circostanza che egli non ha pubblicato il suo cellulare, non ha inserito foto “compromettenti' in un sito web accessibile indiscriminatamente (ma solo su richiesta del provocatore in una cartella esclusivamente accessibile con sua autorizzazione); "
Presidente Cirillo – Estensore Puliatti
1. - Con decreto della Polizia del 23 dicembre 2011, veniva irrogata al Sig. -OMISSIS-, nella qualita' di -omissis-, la sanzione della sospensione dal servizio per un mese, con correlata deduzione di tale periodo dal computo di anzianita', perche' “evidenziando gravissima mancanza di correttezza nel comportamento, pubblicava su un social network alcune foto ritraenti se stesso in abbigliamenti ed atteggiamenti inopportuni, corredate da informazioni personali di indubbia equivocita', favorendo l’accesso alla visione delle stesse senza particolari precauzioni.'.
2. - Con ricorso al TAR Lombardia il Sig. -omissis- deduceva tre motivi di impugnazione: A) violazione dell’art. 24 Cost. e art. 6 CEDU – lesione del diritto di difesa – nullita' dell’istruttoria e del procedimento – mancato rispetto dei termini perentori ex artt. 19, 20 e 21 DPR 737/1981 – eccesso di potere per difetto di istruttoria, contraddittorieta' e illogicita' – erronea interpretazione e valutazione dei fatti e presupposti in fatto e diritto - assunzione da parte di dirigente del ruolo di istruttore e di provocatore della condotta da cui e' scaturita la sanzione disciplinare oggetto di impugnativa – violazione e falsa applicazione di legge per mancata preventiva contestazione degli addebiti intervenuta solo dopo lo svolgimento di atti di indagine da parte del superiore e del funzionario istruttore in violazione dell’art. 19 DPR 737/1981; travisamento dei fatti – erroneita' dei presupposti e della motivazione – assurdita', abnormita', abuso di potere, falsa applicazione e violazione di legge in riferimento della circolare n. 822/B.11399 Gab/2000 del 30.3.2000.
B) violazione di legge e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 14, 15 della Cost., nonche' degli artt. 8, 10, 14 della CEDU; violazione di legge ed eccesso di potere per violazione degli artt. 20 e 22 del D. Lgs. n. 196/2003 e dell’art. 22 della l. 675/1996; violazione di legge ed eccesso di potere con riferimento all’art. 2, comma 1, lett. b) del D.Lgs. 9 luglio 2003, n. 216.
C) violazione e falsa applicazione degli artt. 6 e 4 del D.Lgs. 737/1981 e illogicita' della decisione. Difetto di sovraesposizione e riconoscibilita' del soggetto del materiale fotografico; eccesso di potere per travisamento dei fatti, erroneita' dei presupposti e per abnormita' del provvedimento. Difetto di motivazione.
3. - La sentenza del TAR Lombardia n. 2841/2012 rigettava il ricorso, nonostante lo stesso Tribunale avesse, con ordinanza n. 751 del 1° giugno 2012, accolto la domanda cautelare evidenziando l’illegittima pervasivita' e la carenza delle necessarie autorizzazioni dell’istruttoria svolta.
4. - L’appello in esame propone le censure disattese in primo grado, censurando per illogicita' ed erroneita' la decisione.
5. - Si e' costituita in giudizio l’Amministrazione intimata, chiedendo il rigetto dell’appello.
6. - All’udienza del 3 dicembre 2013, la causa e' stata trattenuta in decisione.
1. - L’appello e' fondato.
L’11 febbraio 2011, alle ore 12.21, il Sig. -OMISSIS- si e' registrato sul social network -OMISSIS- attraverso la creazione di un profilo denominato -OMISSIS- sul sito era visionabile pubblicamente la foto di un’attrice, ma entrando vi era la possibilita' di accedere ad alcune foto personali che lo ritraevano a mezzobusto in abbigliamento femminile, e di accedere, ma solo su sua autorizzazione, ad un’area privata dove erano visionabili altre foto, alcune ritraenti parti del corpo “in abiti succinti'.
Sullo stesso sito, all’incirca un’ora dopo, si e' collegato -OMISSIS-ovvero-OMISSIS-, incaricato dal Dirigente superiore dell’appellante, che avviava indagini su segnalazione di dipendenti, mai identificati.
Il 14 febbraio, su richiesta di accesso all’album riservato “solo per pochi', il -OMISSIS- autorizza -OMISSIS- a visionare altre foto personali, nell’area riservata del profilo, non altrimenti visionabile ( doc.13).
In tale area il -OMISSIS- visiona e stampa le foto che “ritraggono una persona in biancheria intima e una solo il volto di una persona vestita che dal Dirigente e' stata attribuita all’assistente -OMISSIS-'.
Il 22 febbraio, quindi, il Dirigente contatta -OMISSIS-– Business Development Manager per l’Italia di -OMISSIS-, per acquisire informazioni utili ad “accertamenti amministrativi'.
Dalla risposta fornita risulta l’ora in cui il profilo e' stato registrato, che non erano presenti dati anagrafici e che non era possibile stabilire quando e chi ha inserito foto sul profilo; inoltre, vengono comunicati dati riservati, ossia che l’utente ha fornito in chat i suoi numeri di telefono dichiarando di trovarsi in zona San Siro, nonche' l’indirizzo di posta elettronica, il relativo indirizzo IP e i successivi IP di accesso.
La contestazione di addebiti del 19.4.2011 (doc. 3) attribuisce al ricorrente di aver tenuto una condotta connotata da fatti antitetici ai doveri richiesti ad un appartenente alla -OMISSIS-“sintomo di una volonta' comportamentale che pur rientrando nell’ambito dell’attivita' privata e delle proprie abitudini sessuali, per il veicolo scelto di manifestarsi - social network -OMISSIS-,…spazio condivisibile da chiunque ed assimilabile al concetto giuridico di luogo aperto al pubblico - ha assunto consapevoli e voluti aspetti pubblici che si riflettono inevitabilmente sul prestigio delle funzioni e degli appartenenti ai ruoli dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, ripercuotendosi in senso sfavorevole sul rapporto di servizio'.
La contestazione, in buona sostanza, si fonda sul principio per cui mettere consapevolmente a disposizione propri dati sensibili o informazioni in generale a persone non conosciute, tramite network, equivale a renderle pubbliche e siffatto comportamento sarebbe lesivo del “decoro' dell’Amministrazione di pubblica sicurezza.
Con delibera del Consiglio di disciplina del 26 ottobre 2011, richiamata per relationem nel decreto del 23 dicembre 2011 impugnato, e' stata irrogata la sanzione indicata, in quanto il comportamento del militare si pone in contrasto con il decoro delle funzioni degli appartenenti ai ruoli della Pubblica sicurezza, riconducibile alla mancanza prevista dall’art. 6, n. 1 in relazione all’art. 4 n. 18 del DPR 737/1981.
1.2.- Con l’atto di appello il Sig. -OMISSIS-, oltre a dedurre una serie di illegittimita' procedurali, compiute nella fase pre-istruttoria ed istruttoria, erroneamente disattese dal primo giudice, ripropone la censura di carattere sostanziale (motivo terzo), con cui denunciava che la sanzione applicata non trova ragionevole giustificazione nei fatti addebitati.
Ad avviso del Collegio, la censura e' fondata, nei limiti e nei termini di cui alla presente motivazione.
1.3. - Il primo giudice ha erroneamente ritenuto che la condotta posta in essere dall’appellante rientri nella fattispecie disciplinare delineata dagli artt. 4, n. 18 e 6, n. 1 DPR 737/1981.
L’ipotesi disciplinare, difatti, si estrinseca in “qualsiasi altro comportamento, anche fuori dal servizio, non espressamente preveduto nelle precedenti ipotesi, comunque non conforme al decoro delle funzioni degli appartenenti ai ruoli dell’amministrazione'.
La sentenza impugnata richiama una serie di precedenti giurisprudenziali che sarebbero accomunati dal considerare oggetto della sanzione condotte caratterizzate dalla “non conformita' al decoro' e a “gravi mancanze attinenti alla disciplina e alle norme di contegno'.
Ha ritenuto, inoltre, che sia fuorviante la valorizzazione di profili attinenti ad una presunta discriminazione sessuale e che la condotta in contrasto con gli obblighi di decoro debba essere rilevata in ragione “dell’oggettiva e potenziale diffusione di tali manifestazioni all’esterno, non idoneamente garantita nei cc.dd. social network'.
Il giudice, sotto il profilo della prova, valorizza le ammissioni dello stesso ricorrente nel corso dell’audizione del 21.9.2011, innanzi al Consiglio di disciplina, da cui si evince che sulla home page del profilo sarebbe risultata inserita una sola foto di un’attrice famosa, ma che “cliccando col cursore sulla stessa comparivano n. 8 icone fotografiche ..le altre 5 lo ritraevano truccato, a mezzobusto' ( pag. 5).
Si tratterebbe di dichiarazioni dal tenore confessorio, che confermano l’oggettiva lesivita' per l’intero corpo di Polizia degli effetti conseguenti al facile accesso alle fotografie riservate.
1.4. - L’appellante, di contro, deduce che l’intera condotta posta in essere si e' svolta integralmente in un contesto che rientra, comunque, nello spazio riservato alla vita privata.
Osserva, infatti, come non sia stato dato giusto peso alla circostanza che egli non ha pubblicato il suo cellulare, non ha inserito foto “compromettenti' in un sito web accessibile indiscriminatamente (ma solo su richiesta del provocatore in una cartella esclusivamente accessibile con sua autorizzazione); che non vi e' in atti la deduzione di ulteriori contatti da parte di terzi; che non ha offerto prestazioni sessuali; che il suo status di poliziotto non e' in alcun modo desumibile dal sito, atteso che non sono noti i suoi dati personali.
Egli deduce altresi' che gli obblighi di decoro derivanti dall’appartenenza all’amministrazione non possono legittimamente estendersi financo a limitare le lecite scelte di vita che un dipendente assume nella riservatezza della propria vita privata.
1.5. - Il Collegio osserva che erroneamente il giudice di prime cure ha ritenuto “pubbliche' le fotografie di cui trattasi, la cui capacita' lesiva del decoro delle funzioni di pubblica sicurezza e' comunque fortemente dubbia.
Le questioni cui il collegio e' stato chiamato a dare risposta sono sostanzialmente due, ossia se possa ritenersi “pubblica' la foto inserita nel profilo di un social-network, non immediatamente visibile a chiunque, ma accessibile tramite alcune specifiche operazioni e, in particolare, se lo sia la foto accessibile solo tramite autorizzazione del titolare del profilo; se possa ritenersi offensiva del decoro dell’amministrazione della pubblica sicurezza la foto, pubblicata con le dette modalita', che ritrae un dipendente in abbigliamento femminile, rendendo quindi palese la sua inclinazione sessuale, in ambiente non lavorativo.
Sul primo punto, il Collegio osserva che, come emerge anche dalle dichiarazioni rese dall’agente -OMISSIS- (cfr. verbale istruttorio del 27 aprile 2011), dagli atti si evince che nella pagina di presentazione dell’utente, cui il -OMISSIS- ha avuto accesso cliccando sul nickname -OMISSIS-compariva una foto di una nota attrice con “la possibilita' di visualizzare altre 8 foto', di cui 4 sono state stampate e da cui e' stata riconosciuta l’immagine del -OMISSIS-, travisato da donna.
Altre foto, invece, riproducenti primi piani del ricorrente, travestito da donna, e alcune “parti di un corpo in abiti succinti', sono state da lui visionate solo su autorizzazione dell’interessato, in area riservata “solo per pochi'.
Sembra al Collegio che, ai fini della integrazione della fattispecie sanzionata, ossia della “lesione al decoro delle funzioni' o della “grave mancanza attinente alla disciplina e alle norme di contegno', sia essenziale stabilire se le descritte modalita' di accesso al profilo personale su social network possano far ritenere pubbliche le fotografie dell’interessato, “in ipotesi' offensive del riserbo e della compostezza che si confa' ad un agente della Pubblica Sicurezza, si' da raggiungere un numero indefinito di soggetti.
Ad avviso del collegio vanno valutate tutte le circostanze di fatto e le concrete modalita' in cui si e' svolta la vicenda.
In questo quadro diventa risolutiva la circostanza che l’accesso al profilo personale e' possibile solo a chi conosca lo username dell’interessato, il quale funziona da filtro per l’accesso, e che non puo' ritenersi, pertanto, indiscriminatamente visitabile da chiunque, ma rivolto essenzialmente a “conoscenti', che abbiano appunto la “chiave' di accesso (lo username). All’apertura del profilo compariva, come gia' ricordato, una foto di donna non riferibile al Sig. -OMISSIS-, nonche' alcune delle altre foto, raffiguranti il mezzobusto del ricorrente ( doc. 18) erano visionabili solo dopo l’accesso; a cio' va aggiunta l’altra modalita', ossia che altre foto, che presentano “parti di corpo in abiti succinti', queste senza dubbio piu' suscettibili di urtare la riservatezza ed il pudore, erano visionabili solo su specifica autorizzazione dell’interessato.
In nessun caso, ne' nella parte “pubblica' del profilo, ne' nell’area “privata', era riconoscibile lo status di poliziotto, ne' era reso pubblico il nome, il recapito o altri dati personali.
La comunicazione, dunque, anche se utilizza un mezzo (internet) che si rivolge al pubblico, si svolge in “luogo' non aperto a tutti, ma riservato, essendo l’accesso al profilo personale possibile solo a chi conosce lo username dell’interessato, come dire, per esempio, in ambito diverso dalla rete, il suo indirizzo di casa e il suo nome, o tutt’al piu' conosce alcuni elementi selezionati dallo stesso (interessi, citta' di abitazione, categorie preferenziali di interlocutori, etc.) in grado di far risalire al suo profilo.
A maggior ragione, la riservatezza delle immagini e' garantita per quelle inserite nell’area “per pochi', la cui visione necessita di specifica autorizzazione dell’interessato, successiva all’accesso.
Pur non disconoscendo che chiunque eserciti la propria liberta' di espressione si assume «doveri e responsabilita'», la cui ampiezza dipende dalla sua situazione e dai mezzi tecnici che utilizza, il Collegio ritiene che, nella fattispecie, la comunicazione rientra nelle legittime manifestazioni della liberta' di espressione, in quanto afferisce esclusivamente alla vita privata del ricorrente, e si svolge in modo da proteggere sufficientemente il proprio ruolo professionale, fuori dall’ambiente di lavoro e di riferimenti anche casuali allo stesso.
1.6 – Rimanendo ancora alla prima delle due questioni che la delicata vicenda pone, per il collegio va preso seriamente in considerazione quanto il primo giudice ha ritenuto a proposito del fatto che la valutazione della “pubblicita'' debba essere svolta “oggettivamente' e “potenzialmente'.
Va premesso che in una materia cosi' delicata, nella quale si confrontano interessi parimenti importanti e di rango costituzionale - per un verso, la liberta' di espressione e il diritto alla “vita privata', per altro verso, interessi pubblici afferenti alla sicurezza dei cittadini ed al buon andamento dell’amministrazione che la garantisce,- non si possa rinunciare, anzi va fatta con scrupolo maggiore, alla verifica se in concreto vi sia una oggettiva pubblicita', potenzialmente lesiva dell’ordine di appartenenza del militare sanzionato.
Orbene, nel caso di specie, a ben vedere, va esclusa anche la potenziale lesivita' del corpo di appartenenza, in quanto le foto (semmai volesse ritenersi idonea a tal fine la modalita' di comunicazione utilizzata) sono rimaste sempre nel dominio delle parti del presente processo, in quanto il profilo dell’appellante non era stato visionato da altro utente se non dal Sig. -OMISSIS- fino al 14 febbraio (com’e' evidente dal doc. 18 depositato, dove l’indice di accesso al sito e' indicato “molto basso'= 0) ed e' stato cancellato il successivo 28 febbraio; ne' vi e' agli atti la deduzione o la prova della consultazione da parte di terzi. Tanto piu' che la pericolosita' deve valutarsi in concreto e non in astratto.
1.7 - Quanto alla seconda questione che si pone, a parte quanto teste' osservato, il Collegio avanza qualche dubbio circa la portata lesiva delle fotografie del ricorrente, visionabili sulla parte liberamente accessibile del suo profilo.
In altri termini, a parte l’eclusione in concreto della integrazione della fattispecie disciplinarmente rilevante, sorge il problema se il costume della societa' attuale, di cui il giudice deve essere interprete nell’applicazione di clausole generali, consideri offensivo per il decoro dell’amministrazione, e se sia qualificabile come “condotta connotata da fatti antitetici ai doveri richiesti ad un appartenente alla -OMISSIS-l’immagine di travestimento femminile, che palesa l’inclinazione omosessuale, utilizzata nella vita privata, in ambiente non lavorativo e senza riferimenti all’attivita' lavorativa svolta. Ma, soprattutto, va valutato se cio' possa costituire efficace strumento di ricatto per quei militari che ammettono la propria inclinazione sessuale, che e' poi alla base della norma incriminatrice e della giusta cautela mostrata in proposito dall’amministrazione militare.
1.8. – A proposito dell’ultimo profilo teste' indicato, il collegio rileva come correttamente nella sentenza impugnata si faccia riferimento alla ricattabilita' dell’appellante a causa dell’episodio incriminato.
Premesso che molti aspetti della vita personale di un individuo possono essere oggetto di manipolazione e usati a fini distorti, non sembra particolarmente esposto in tal senso l’agente di polizia per il fatto di palesare la propria identita' sessuale con le modalita' descritte.
La circostanza che, in concreto, sia da escludere l’avvenuta diffusione pubblica delle immagini rafforza l’inconcludenza anche di questo rilievo.
E’ utile premettere altresi' che l'idea di “decoro' appartiene alla “morale', che varia nel tempo e nello spazio, specialmente nella nostra epoca caratterizzata da una rapida e costante evoluzione delle opinioni circa la vita sessuale delle persone.
Il concetto di “decoro', invero, dal punto di vista giuridico, e' una clausola indeterminata ed elastica, la definizione dei cui confini e' affidata all’interprete in un determinato contesto storico-sociale, e che risente dell’evoluzione dei costumi e della cultura, tanto che la condotta che poteva essere avvertita come contraria al sentimento pubblico della decenza e offensiva per la sensibilita' e moralita' sociale alcuni decenni or sono, oggi ha mutato la sua portata lesiva essendo tollerata o accettata dalla coscienza sociale.
In conformita' con il disposto di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione, la vita sessuale e' riconosciuta come condizione dell'uomo degna di tutela, in quanto riguarda l’identita' della persona e il diritto alla realizzazione della propria personalita', e secondo l’art. 10 della Convenzione dei diritti dell’Uomo rientra nella liberta' di espressione la possibilita' di palesare opinioni e comportamenti che rivelano l’inclinazione sessuale.
Come afferma da tempo la CEDU, “La liberta' di espressione costituisce una delle fondamenta essenziali della societa', una delle condizioni sostanziali per il suo progresso e per lo sviluppo di ogni uomo. Sotto riserva del par. 2 dell'art. 10, vale non solo per le «informazioni» o «idee» che sono favorevolmente accolte o considerate inoffensive o indifferenti, ma anche per quelle che offendono, scuotono o disturbano lo Stato o un qualunque settore della popolazione. Cosi' richiedono il pluralismo, la tolleranza e lo spirito di apertura, senza i quali non esiste una «societa' democratica». Da cio' deriva, in particolare, che ogni «formalita'», «condizione», «restrizione» o «sanzione» imposta in materia di liberta' di espressione deve essere proporzionata allo scopo legittimo perseguito' ( CEDU n. 24 del 7.12.1976). Inoltre, sempre la Corte ha affermato che lo stesso tipo di divieto non costituisce violazione dell’articolo 10 della Convenzione, nonostante le restrizioni sull’abbigliamento ben possano integrare violazioni della liberta' di espressione, in quanto “ai fini della configurabilita' della violazione, deve essere inequivoco che attraverso gli abiti si voglia comunicare una specifica idea o convinzione.' ( Kara c/ regno Unito 22.10.1998).
Sicche', per il diritto vivente, il travestimento in abiti femminili non puo', quindi, qualificarsi in se' “indecoroso' se l’atteggiamento assunto non consiste in pose sconvenienti o contrastanti col comune senso del pudore, del rispetto della propria o altrui persona.
Orbene, per il collegio cio' vale anche se trattasi di agente di pubblica sicurezza, che agisce nella sfera della sua vita privata, senza riconoscibilita' del suo status e senza alcun riferimento all’amministrazione di appartenenza.
Infatti, proprio in virtu' del cambiamento dei costumi, l’inclinazione sessuale, anche degli appartenenti alle forze dell’ordine, non costituisce materia di ricatto o di possibili ritorsioni specifiche, o almeno non piu' di altri aspetti della vita della persona. E cio' vale anche nell’ipotesi in cui, ma nel caso di specie e' stato gia' escluso, coloro i quali sono venuti in contatto con l’agente di polizia vengano successivamente a sapere del suo status.
2. - In conclusione, l’appello va accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, va accolto il ricorso di primo grado con l’annullamento del provvedimento impugnato.
3. - Le spese di giudizio si compensano tra le parti, attesa la novita' delle questioni trattate.
4.- In conformita' all’art. 52 del D.Lgs. 30.6.2003, n. 196, il collegio dispone che venga omessa l'indicazione delle generalita' e di altri dati identificativi dell’ interessato riportati sulla sentenza
A tal fine, da mandato alla Segreteria, all'atto del deposito della sentenza, di apporre e sottoscrivere anche con timbro la seguente annotazione, ai sensi dell’art. 52, comma 3, del D.Lgs. 30.6.2003, n. 196: 'In caso di diffusione omettere le generalita' e gli altri dati identificativi del ricorrente'.
In conformita' all’art. 52 del D.Lgs. 30.6.2003, n. 196, si dispone che venga omessa l'indicazione delle generalita' e di altri dati identificativi del ricorrente riportati sulla sentenza.
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