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Timestamp: 2020-07-16 01:43:20+00:00
Document Index: 165873808

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Sentenza Cassazione Civile n. 20327 del 10/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20327 del 10/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 10/10/2016, (ud. 21/06/2016, dep. 10/10/2016), n.20327
sul ricorso 17683/2015 proposto da:
COMUNE DI TORINO, C.F. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI, 87, presso lo
studio dell’avvocato MASSIMO COLARIZI, che lo rappresenta e difende
unitamente all’avvocato ANNA MARIA ARNONE, giusta delega in atti;
L.I.P., rappresentato e difeso dagli avvocati FRANCO
BONARDO e CORRADO GUARNIERI, domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
avverso la sentenza n. 233/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 24/04/2015 R.G.N. 655/14;
udito l’Avvocato FABRIZIO MOZZILLO per delega Avvocato MASSIMO
1 – La Corte di Appello di Torino ha confermato la sentenza del locale Tribunale che, accogliendo la domanda di L.I.P., aveva condannato la Investimenti Immobiliari s.r.l. ed il Comune di Torino, con vincolo solidale fra loro, al pagamento in favore del ricorrente della complessiva somma di Euro 12.409,07 dovuta a titolo di retribuzione diretta, indiretta e differita per il periodo 1 agosto 2012/6 maggio 2013, durante il quale il L. aveva prestato attività lavorativa in favore della s.r.l. per l’esecuzione di opere a quest’ultima appaltate dall’ente locale.
b) non è decisivo a tal fine il tenore dell’art. 29, comma 1, con il quale il legislatore ha dettato i criteri distintivi fra appalto privato e somministrazione, poichè nel secondo comma non è richiamato l’art. 1655 c.c., sicchè il termine “appalto” ivi utilizzato ben può ricomprendere anche l’appalto pubblico, non escluso espressamente dalla disposizione;
c) solo con il D.L. n. 76 del 2013, art. 9, è stata prevista la inapplicabilità alla Pubblica Amministrazione della responsabilità solidale, ma detta norma deve essere ritenuta innovativa e non interpretativa, perchè non si autoqualifica tale e non richiama la disposizione oggetto di interpretazione;
d) il decreto legislativo deve essere interpretato alla luce della Legge delega n. 30 del 2003, che, all’art. 6, limita la esclusione al personale delle pubbliche amministrazioni, sicchè con l’art. 1, comma 2, il legislatore delegato ha voluto solo esplicitare la impossibilità per le Amministrazioni di utilizzare le nuove forme contrattuali flessibili;
f) le previsioni contenute nel D.Lgs. n. 163 del 2006, nel D.P.R. n. 207 del 2010, e nell’art. 1676 c.c., non assicurano al lavoratore la tutela piena e certa dei loro crediti, garantita dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, e, quindi, non sono con questo incompatibili, avendo presupposti ed ambiti di applicabilità differenti;
3 – Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Comune di Torino sulla base di due motivi. L.I.P. ha resistito con tempestivo controricorso mentre è rimasta intimata la s.r.l. Investimenti Immobiliari.
1.1 – Con il primo motivo il Comune di Torino denuncia “violazione e/o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 2”. Richiama gli argomenti utilizzati da questa Corte nella sentenza n. 15432 del 7 luglio 2014 per sostenere l’inapplicabilità agli appalti pubblici della responsabilità solidale del committente prevista dalla norma indicata in rubrica ed evidenzia, in primo luogo, che la diversa soluzione fatta propria dal giudice di appello contrasta con il tenore letterale del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 1, chiaro nell’escludere dall’ambito di applicazione del decreto le pubbliche amministrazioni ed il loro personale. Aggiunge il ricorrente che l’art. 29, si riferisce al contratto di appalto “stipulato e regolamentato ai sensi dell’art. 1655 c.c.”, e, quindi, non può trovare applicazione agli appalti pubblici che sono, invece, disciplinati da norme speciali, le quali tengono conto della particolare natura del committente e della necessità di assicurare, al tempo stesso, il buon andamento della amministrazione pubblica ed il necessario rispetto dei vincoli di bilancio. Precisa, inoltre, che il D.P.R. n. 207 del 2010, prevede meccanismi alternativi finalizzati a tutelare i lavoratori impegnati nell’appalto perchè: obbliga le pubbliche amministrazioni a verificare la regolarità contributiva non solo in via preventiva ma per tutta la durata dei lavori, sino al collaudo dell’opera; impone di trattenere dal certificato di pagamento l’importo corrispondente alla inadempienza contributiva accertata; consente l’intervento sostitutivo della stazione appaltante in caso di mancato pagamento delle retribuzioni, ove risulti vana la previa diffida ad adempiere notificata al datore di lavoro. Evidenzia, infine, che le pubbliche amministrazioni sono obbligate a prevedere l’impegno di spesa prima della stipulazione del contratto di appalto e detto impegno risulta incompatibile con una normativa che, affermando la responsabilità dell’appaltante a prescindere dalla sussistenza di un debito residuo nei confronti dell’appaltatore, finisce per inserire nel contratto un elemento di aleatorietà che impedisce di predeterminare il costo complessivo dell’opera.
1.2 – Il secondo motivo censura la sentenza impugnata per “violazione e/o falsa applicazione di legge in relazione al D.l. n. 76 del 2013, art. 9, comma 1”. Assume il ricorrente che la norma, diversamente da quanto affermato dalla Corte torinese, ha natura interpretativa, poichè interviene a chiarire il senso della disposizione preesistente, ossia del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 2, senza modificarne la portata precettiva, ma limitandosi a privilegiare una delle opzioni esegetiche possibili nella interpretazione della stessa. Richiama a tal fine il contenuto della relazione illustrativa del decreto legge nonchè giurisprudenza costituzionale e sottolinea anche la erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui afferma che l’art. 6, della CEDU impedisce l’emanazione di norme retroattive, finalizzate ad influenzare l’esito giudiziario di una controversia. Nel caso di specie, infatti, il legislatore si è limitato a dettare una autentica norma di interpretazione, senza violare il disposto dell’art. 11 preleggi.
Questa Corte ha già affermato, con la sentenza richiamata dal ricorrente, la inapplicabilità del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 2, ai contratti di appalto stipulati dalle Pubbliche Amministrazioni ed il principio di diritto è stato poi ribadito, in motivazione, dalle recenti sentenze 23.5.2016 n. 10664 e 24.5.2016 n. 10731, con le quali, peraltro, si è escluso che detto principio potesse essere esteso anche alle società di diritto privato tenute al rispetto della procedura di evidenza pubblica e si è precisato che la inapplicabilità agli enti pubblici della responsabilità solidale discende direttamente dalla espressa previsione contenuta nell’art. 1, comma 2, del richiamato decreto e non dalla assoggettabilità dell’appalto alla disciplina dettata dal D.Lgs. n. 163 del 2006, e dal D.P.R. n. 207 del 2010, (oggi sostituiti dal D.Lgs. 18 aprile 2016, n. 50), di per sè non incompatibile con quanto disposto dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29.
2.1 – Il D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 1, nel prevedere che “il presente decreto non trova applicazione per le pubbliche amministrazioni e per il loro personale” è chiaro nell’individuare il destinatario della esclusione, riferita all’intero decreto, innanzitutto nell’ente pubblico.
Non si può sostenere, come si legge nella sentenza impugnata, che i due termini distinti inseriti nell’art. 1, comma 2, costituirebbero “un’endiadi” in quanto il legislatore delegato, conformandosi a quanto previsto dalla L. n. 30 del 2003, art. 6, avrebbe solo voluto impedire “al personale delle pubbliche amministrazioni” l’utilizzo delle nuove tipologie contrattuali.
La esegesi prospettata contrasta con il chiaro tenore letterale della norma che, nell’affermare la inapplicabilità della normativa dettata dal decreto, sia alle pubbliche amministrazioni che al loro personale, non fa altro che recepire e rendere più esplicita la indicazione data dal legislatore delegante, il quale aveva previsto con il richiamato art. 6 che “le disposizioni degli artt. da 1 a 5, non si applicano al personale delle pubbliche amministrazioni ove non siano espressamente richiamate”.
Non sussiste, pertanto, alcun contrasto fra l’art. 1, comma 2, del decreto legislativo e la legge delega, perchè il primo, in realtà, si limita ad esplicitare ciò che era già contenuto nella L. n. 30 del 2003, art. 6.
Si è, quindi, precisato, attraverso il richiamo alla ordinanza della Corte Costituzionale n. 5 del 2013, che la disciplina della responsabilità solidale del committente, dettata dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, è stata oggetto di plurimi interventi del legislatore, successivi ed estranei al rapporto di delegazione, che hanno fatto venire meno, in relazione alla disciplina applicabile ratione temporis alla fattispecie, ogni rilevanza dell’eventuale vizio originario.
La sentenza impugnata non è condivisibile nella parte in cui, dissentendo dal principio, afferma che, in realtà, detti interventi non hanno mai riguardato la norma che qui viene in rilievo, ossia l’art. 1, comma 2, bensì l’art. 29, ed altre disposizioni del decreto legislativo.
2.3 – Una volta escluso che l’art. 1, comma 2, del decreto legislativo possa essere interpretato nei termini indicati dalla Corte territoriale, è sufficiente il richiamo alla norma generale per affermare la inapplicabilità alle pubbliche amministrazioni della responsabilità solidale del committente prevista dall’art. 29, comma 2.
L’argomento è privo di decisività poichè la stessa Corte territoriale riconosce che il comma l richiama con chiarezza il contratto di appalto, come disciplinato dal codice civile, e che il comma 3 bis, relativo alla costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze del committente, non è applicabile agli enti pubblici.
All’intervento normativo sopra richiamato ha, poi, fatto seguito il D.L. 28 giugno 2013, n. 76, art. 9, convertito dalla L. 9 agosto 2013, n. 99, con il quale si è previsto che “Le disposizioni di cui al D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 29, comma 2, e successive modificazioni, trovano applicazione anche in relazione ai compensi e agli obblighi di natura previdenziale e assicurativa nei confronti dei lavoratori con contratto di lavoro autonomo. Le medesime disposizioni non trovano applicazione in relazione ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 1, comma 2. Le disposizioni dei contratti collettivi di cui al D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 29, comma 2, e successive modificazioni, hanno effetto esclusivamente in relazione ai trattamenti retributivi dovuti ai lavoratori impiegati nell’appalto con esclusione di qualsiasi effetto in relazione ai contributi previdenziali e assicurativi”.
Non vi è dubbio che nella fattispecie non ricorrano detti indispensabili requisiti, poichè il tenore della nuova disposizione, con la quale il legislatore ha espressamente previsto la inapplicabilità dell’art. 29 agli appalti stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 1, non consente di affermare che l’intervento sia stato finalizzato anche ad imporre una interpretazione della normativa previgente, con efficacia retroattiva.
Invero mentre nell’appalto privato il committente non incontra alcun limite nella scelta del contraente e, quindi, potrebbe essere indotto ad affidare i lavori all’impresa che richieda il corrispettivo più basso e che perciò non offra alcuna garanzia dell’esatto adempimento delle obbligazioni assunte con le maestranze impegnate nell’appalto, nelle procedure di evidenza pubblica la tutela dei lavoratori è assicurata sin dal momento della scelta del contraente, poichè nella valutazione delle offerte” gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro ed al costo relativo alla sicurezza…” (D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 86) e ad effettuare controlli preventivi volti ad accertare non solo la solidità del concorrente ma anche il rispetto da parte dello stesso della normativa in materia di sicurezza, degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro, degli adempimenti previdenziali ed assistenziali (D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 38).
Si tratta, quindi, di un complesso articolato di tutele volte tutte ad assicurare il rispetto dei diritti dei lavoratori, tutele che difettano nell’appalto privato, e che compensano la mancata previsione per gli appalti pubblici della responsabilità solidale prevista dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, non applicabile alla pubblica amministrazione perchè in contrasto con il principio generale (oggi rafforzato dal nuovo testo dell’art. 81 Cost., che affida alla legge ordinaria il compito di fissare “i criteri volti ad assicurare l’equilibrio fra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni”) in forza del quale gli enti pubblici sono tenuti a predeterminare la spesa e, quindi, non possono sottoscrivere contratti che li espongano ad esborsi non previamente preventivati e deliberati.
La diversità delle situazioni a confronto e degli interessi che in ciascuna vengono in rilievo giustifica, quindi, la diversa disciplina e rende manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, prospettata dalla difesa del controricorrente in relazione all’art. 3 Cost..
3 – La sentenza impugnata va, pertanto, cassata perchè non conforme al principio di diritto che di seguito si enuncia: “ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 1, comma 2, non è applicabile alle pubbliche amministrazioni la responsabilità solidale prevista dall’art. 29, comma 2, del richiamato decreto. Il D.L. 76 del 2013, art. 9, nella parte in cui prevede la inapplicabilità dell’art. 29 ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 1, non ha carattere di norma di interpretazione autentica, dotata di efficacia retroattiva, ma lo stesso non ha innovato il quadro normativo previgente, avendo solo esplicitato un precetto già desumibile dal testo originario del richiamato art. 29 e dalle successive integrazioni”.