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Timestamp: 2019-02-17 02:34:15+00:00
Document Index: 72184892

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 1', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 1']

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Le norme concernenti il divieto di discriminazione nel quadro del diritto dell’Unione Europea
Nel quadro del diritto dell’Unione Europea esistono molte norme concernenti il divieto di discriminazione calate in diversi contesti, sia a livello di normativa originaria (Trattati, Accordi, Convenzioni) che a livello di diritto derivato (regolamenti, direttive, decisioni).
Normativa originaria
La Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, firmata nel 1950 dal Consiglio d’Europa, è un Trattato internazionale finalizzato a tutelare i diritti umani e le libertà fondamentali in Europa. La Convenzione ha istituito la Corte europea dei diritti dell’uomo, volta a tutelare le persone dalle violazioni dei diritti umani. Ogni persona i cui diritti sono stati violati nel quadro della Convenzione da uno Stato parte può, quindi, adire la Corte, in assenza di altri rimedi all’interno dello Stato di cui è cittadino.L’art. 14 della CEDU riconosce con formula assai ampia il divieto di discriminazione. Nello specifico prevede che il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla Convenzione debba essere assicurato senza nessuna discriminazione – in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione.
Il Protocollo n. 12 allegato alla CEDU, entrato in vigore il 1 aprile 2005, espande ulteriormente la portata del divieto di discriminazione garantendo un equo trattamento nel godimento di ogni tipologia di diritti (inclusi quelli previsti dal diritto nazionale). Il fine è quello di rafforzare la tutela da ogni forma di discriminazione, considerata il reale ostacolo alla piena tutela dei diritti dell’uomo. In particolare, l’art. 1 prevede che: «1. Il godimento di ogni diritto previsto dalla legge deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l‘origine nazionale o sociale, l‘appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione. 2. Nessuno potrà essere oggetto di discriminazione da parte di una qualsivoglia autorità pubblica per i motivi menzionati al paragrafo 1.»
Il principio di non discriminazione costituisce oggetto di ulteriori documenti emanati dal Consiglio Europeo. Innanzitutto la Carta Sociale Europea, nella versione modificata nel 1996, che include sia il diritto alle pari opportunità che quello a un equo trattamento in materia di assunzione e occupazione, proteggendo da forme di discriminazione orientate secondo il genere. Inoltre, una tutela contro diverse e specifiche forme di discriminazione è fornita dalla Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali, Convenzione sulla Lotta contro la tratta degli Esseri Umani e un riferimento alla protezione contro la discriminazione si rinviene anche nel Protocollo Addizionale alla Convenzione sulla Criminalità Informatica.
Passando allo specifico ambito UE, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea – che riconosce una serie di diritti personali, civili, politici, economici e sociali dei cittadini e dei residenti dell’UE – con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona nel 2009, ha acquisito lo stesso effetto giuridico vincolante dei trattati dell’Unione europea. La Carta ha lo scopo di riunire in un unico documento i diritti che erano dispersi in vari strumenti legislativi.
Se l’art. 20 della Carta enuncia il principio di uguaglianza davanti alla legge, l’art. 21 pone un divieto di generale di discriminazione fondata sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali e anche sulla cittadinanza.
Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) è, insieme al Trattato sull’Unione europea (TUE), uno dei trattati fondamentali dell’UE. Nel TFUE, vi sono numerosi riferimenti al principio di non discriminazione.
L’art. 10 sancisce che l’Unione europea, nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, miri a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.
L’art. 18 vieta qualsiasi forma di discriminazione effettuata in base alla nazionalità e prevede che il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando attraverso la procedura legislativa ordinaria, possano stabilire regole volte a vietare tali discriminazioni.
L’art. 19 prevede, al paragrafo 1, che – fatte salve le altre disposizioni dei trattati e nell’ambito delle competenze da essi conferite all’Unione – il Consiglio, deliberando all’unanimità secondo una procedura legislativa speciale e previa approvazione del Parlamento europeo, possa prendere provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale. In deroga al paragrafo 1, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, possono adottare i principi di base delle misure di incentivazione dell’Unione, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri, destinate ad appoggiare le azioni degli Stati membri volte a contribuire alla realizzazione degli obiettivi di cui al paragrafo 1 della legge.
Normativa derivata
Nel 2000, l’Unione europea ha adottato due direttive specificamente finalizzate alla tutela del principio di non discriminazione, recepite anche in Italia come si vedrà nel prosieguo.
La Direttiva 2000/43/CE del 29 giugno 2000 attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica. L’obiettivo della direttiva è quello di stabilire un quadro per la lotta alle discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica, al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento. L’art. 2 definisce le fattispecie ascrivibili alle discriminazioni ai sensi della direttiva, in particolare distinguendo tra discriminazione diretta, indiretta e molestie.
b) sussiste discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari;
c) le molestie sono da considerarsi una discriminazione in caso di comportamento indesiderato adottato per motivi di razza o di origine etnica e avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo. In questo contesto, il concetto di molestia può essere definito conformemente alle leggi e prassi nazionali degli Stati membri.
La Direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. L’obiettivo principale della direttiva è sancito all’art. 1 della stessa, ai sensi del quale la direttiva mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento.