Source: http://adriano53s.interfree.it/sentenza_appello_brescia.htm
Timestamp: 2019-01-20 10:52:24+00:00
Document Index: 165592481

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

sentenza appello brescia
pagina precedente ritorna index sito
RESISTENTE APPELLATA SOCIETA’ REALE MUTUA DI ASSICURAZIONI SPA, in
In punto: appello a sentenza n. 983/11 del 10/11/11 del Tribunale di Bergamo.
Del ricorrente appellante: Come da ricorso
Del resistente appellato: Come da memoria
Con la sentenza appellata il Tribunale di Bergamo ha respinto il ricorso con cui Lan aveva chiesto la condanna di Fondazione C S di L (ente che gestisce una casa di riposo) al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un infortunio sul lavoro occorso il 7.2.2007, nonché l’accertamento della illegittimità del licenziamento intimato il 24.4.2008 per giustificato motivo oggettivo, con reintegrazione nel posto di lavoro e condanna della Fondazione al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 18 Stat. lav.
Premesso che, secondo quanto riportato in ricorso, l’infortunio si era verificato per una perdita di gas dal tubo di scarico dell’essiccatoio, allorquando la lavoratrice, addetta a mansioni di stiratrice a rullo, si era sentita male, il Tribunale, sulla base dell’istruttoria testimoniale e di una c.t.u. medico – legale, concludeva che non era stato dimostrato il nesso causale tra l’evento e i successivi disturbi lamentati dalla lavoratrice (cefalea, disturbi dell’equilibrio, disorientamento, ............................).
Quest’ultima si è costituita chiedendo la conferma della sentenza appellata.
Il fatto si è verificato nel reparto lavanderia della Fondazione ove era installato l’essiccatoio (in pratica un’asciugatrice di grandi dimensioni); l’essiccatoio è alimentato a gas metano, che viene addotto
tramite un tubo di colore giallo, del tipo di quelli usati per utilizzo domestico;
l’asciugatura avviene attraverso la combustione del gas, la quale dà vita a prodotti di combustione, che devono essere portati all’esterno poiché contengono anidride carbonica (CO2) e monossido di carbonio (CO);
accanto a quella dell’intossicazione da CO. Sebbene risulti che la lavoratrice, poco prima di sentirsi male, riferisse di sentire odore di gas, tuttavia l’istruttoria ha escluso qualsiasi fuga di gas. Infatti, come dichiarato da tutti i testimoni, il tubo giallo di adduzione del gas era perfettamente inserito e nessuno dei numerosi presenti, accorsi al momento del malore, ha avvertito alcun odore di gas (si ricordi che il gas metano è, per ragioni di sicurezza, fortemente odorizzato).
D’altra parte, come dimostrano gli accertamenti medici cui la lavoratrice è stata soggetta, come risulta dalla denuncia di infortunio e dalle decisioni dell’INAIL e come emerge dalla stessa prospettazione originaria della domanda, i postumi permanenti che si assumono derivati alla lavoratrice sarebbero stati causati da intossicazione di monossido di carbonio. Ed invero, è lo stesso consulente di parte della lavoratrice che esclude ogni possibile rilevanza all’ipotesi del gas metano, dal momento che le proprie osservazioni critiche depositate in primo grado sono tutte unicamente volte a dimostrare l’ipotesi di una intossicazione da monossido di carbonio, sostanza notoriamente inodore.
che la mattina dell’infortunio il tubo di scarico dei fumi venne trovato, sia pur di poco, staccato dall’asciugatrice («ho visto subito che il tubo dei fumi era parzialmente sconnesso…», teste Schiattareggia, direttore sanitario della Fondazione e medico interno della stessa; il tubo era «un po’ staccato», teste Pezzoli).
La ASL (teste Arrigoni), dopo il fatto, ha previsto l’utilizzo di una fascetta in metallo per evitare disconnessioni del tubo di scarico;
che la Lan aveva iniziato il turno di lavoro alle 6.00 lavorando insieme con la collega Bergamini; quest’ultima era arrivata alle 5.30 e oltre a lavorare in lavanderia («avevo caricato sia gli essiccatoi sia le macchine», v. esame Bergamini) si recava nei reparti per portare la biancheria (faceva «un po’ su e giù tra i reparti», teste Pezzoli);
alle ore 7.40 è arrivata la collega Pezzoli («Quella mattina poiché il mio turno andava dalle 8.00 alle 12.00, io arrivai verso le 7.40 e chiesi alla ricorrente se mi faceva compagnia mentre fumavo la sigaretta. Lei mi tenne compagnia però non fumò perché stava smettendo», teste Pezzoli);
che la Lan venne assistita dal dott. Schiattareggia. Questi ha riferito che la complessiva condizione della Lanfranchi non dava preoccupazioni; che, in particolare, «la situazione dell’ossigeno era normale», anche se il medico ha ritenuto «prudenzialmente» di somministrare alla Lan ossigeno.
Non vi è prova, come affermato dalla difesa della lavoratrice, che la somministrazione di ossigeno sia durata 3 ore, ma, tenuto conto di quanto dichiarato dal dott. Schiattareggia («può essere durata un’ora e mezza o due»), si può ragionevolmente presumere che sia durata circa 2 ore;
che al momento delle dimissioni il medico del Reparto Medicina, precisò che il soggetto appariva in buone condizioni generali, anche se con diagnosi di cefalea e presenza di incertezza nella marcia.
Sulla base di tali dati di fatto, il Tribunale, ha chiesto al consulente tecnico di ufficio di valutare se l’eventuale inalazione di fumi di scarico possa essere stata causa della sintomatologia lamentata dalla Lan e ha poi escluso il nesso causale aderendo alle risultanze della c.t.u., secondo cui dagli accertamenti clinici e strumentali effettuati dopo l’accesso al Pronto Soccorso non risulta documentato uno stato di intossicazione da monossido di carbonio, né acuta né cronica (tale può essere considerata quella cui anche impercettibilmente, può essere esposta una persona per effetto di modeste e continuate inalazione di CO).
la diagnosi di intossicazione da CO è essenzialmente clinica e si basa su: evidenza di esposizione recente a CO;
che per quanto riguarda la COHb, livelli del 3-4% possono essere indicativi di avvenuta esposizione a CO per i non fumatori, mentre questi stessi livelli sono del tutto compatibili in fumatori non esposti a eccesso di CO ambientale;
cannula nasale (c.d. “occhialini”), quella applicata alla La, non è considerata sufficientemente efficace dal punto di vista terapeutico. Tale circostanza, come osservato dal c.t.u., si ripercuote sui calcoli che si possono fare per stimare i valori di COHb in ore precedenti, sulla base di misure fatte in ore successive all'esposizione (nel caso di specie si ripercuote sulla misura effettuata in Ospedale il giorno dell'evento alle 13.08). Infatti l’emivita di eliminazione della COHb è stimata in 300-360 minuti se il soggetto permane in aria ambiente e in 70-80 minuti se al soggetto è somministrato ossigeno normobarico al 100% con maschera o intubazione endotracheale.
che nessun criterio è totalmente predittivo della comparsa di tali sequele negli intossicati da CO, anche se si è visto che normalmente fattori di rischio per sequele sono l'età (maggiore di 36 anni), l'esposizione per almeno 24 ore, la perdita di coscienza, intossicazione pari almeno al 25%:
che alcuni autori riportano un miglioramento del quadro clinico in buona parte degli intossicati dopo periodi di tempo variabili, con percentuali tra il 50 e il 75% dei pazienti colpiti da sindrome post-intervallare.
che il valore di COHb riscontrato è compatibile con la condizione di fumatrice della sig.ra Lan ed è di poco superiore ai valori che si riscontrano nei non fumatori, anche se non è noto quando, prima dell’esame emogasanalitico, è stata fumata l’ultima sigaretta. All'esame successivo, circa 24 ore dopo, durante le quali la lavoratrice ha certamente eseguito O2 terapia, il livello era di 1,6%, entro livelli che si osservano nei non fumatori.
Una prima semplice risposta potrebbe essere che, essendo fumatrice, 3,7% di COHb rientra nei valori di base dei fumatori. Il valore più basso (1,6%) riscontrato 24 ore dopo è compatibile con il fatto che la lavoratrice non ha fumato per oltre ventiquattr'ore. Infatti ventiquattr'ore rappresentano almeno 4 emivite di eliminazione di COHb in assenza di ossigenoterapia. Si noti che 4 emivite corrispondono ad una eliminazione del 94% ed è quindi ragionevole ritenere che in queste condizioni la percentuale di COHb sia scesa livelli essenzialmente basali. Peraltro questi dati, sono totalmente convincenti sul fatto che la COHb della Lan fosse nei limiti dei valori per i fumatori anche al mattino del 7 febbraio 2007 alle 9.00.
Il c.t.u. ha anche provato supporre che 1,6% sia il valore di base della Lan e che quindi 2,1% (3,7 - 1,6) sia il valore in eccesso alle 13.08 del 7 febbraio 2007. Questo valore in eccesso potrebbe essere utilizzato per calcolare a ritroso un'eventuale concentrazione quattro ore prima, ovvero alle 9.00 quando è cessata ipotizzata esposizione. Durante questo periodo, la Lan è stata sottoposta a ossigenoterapia con cannula nasale per circa due ore: si noti che si tratta di terapia inefficace, per di più mal eseguita a causa del comportamento non collaborante della Lan, che rifiutava la somministrazione e quindi la ostacolava (la teste Pezzoli ha riferito che la Lan rifiutava l’ossigeno perché provava «schifo»,
Sulka base del complesso delle considerazioni sino a qui svolte, il c.t.u. ha precisato: che il quadro sintomatologico lamentato dalla Lan, pur compatibile con intossicazione da CO, non è però specifico, per cui su base clinica non è possibile concludere positivamente dell'avvenuta intossicazione, tenuto anche conto che la lavoratrice aveva lamentato anche in precedenza episodi di lipotimia e che al momento del fatto era in fase mestruale, cosa che può giustificare la cefalea;
2010 segnalava solo circoscritta isola di gliosi aspecifica in corrispondenza della corona posteriore della corona radiata a destra, e sempre normalità ai nuclei della base e al tronco encefalico. Si noti che si tratta di lesione circoscritta e monolaterale. Queste caratteristiche, in particolare la monolateralità, sono scarsamente compatibili con una intossicazione, visto che le lesioni di tipo tossico sono diffuse e simmetriche;
riscontrato che l’ambiente aveva tutte le prescritte areazioni (teste Arrigoni, funzionario ASL), limitandosi a prevedere l’uso di una fascetta metallica da applicare sul tubo di scarico, senza formulare alcuna contestazione né redigere alcun verbale.
«non si ritiene che quanto lamentato dalla paziente possa essere riferibile ad intossicazione da CO, che verosimilmente non è avvenuta. In ogni caso, anche nell'ipotesi che ci sia stata un'esposizione eccessiva, i valori estrapolati non sono così elevati da configurare un quadro di intossicazione tale da portare alla sintomatologia lamentata, dopo l'episodio e attualmente, dalla sig.ra Lanfranchi. Infatti, il valore estrapolato di 5-6% è compatibile con livelli osservabili in fumatori e quindi potrebbero essere stati sperimentati in precedenza dalla sig.ra Lan».
consulenze tecniche d’ufficio esperite nei due gradi di giudizio, la domanda di risarcimento danni derivati dall'episodio del 7 febbraio 2007 è infondata.
Il Tribunale ha respinto la domanda ritenendo, in primo luogo, che l’istruttoria testimoniale abbia provato la soppressione del posto di lavoro della ricorrente conseguente alla decisione di esternalizzare il servizio di lavanderia, essendo emerso che, mentre prima le addette lavavano tutto (lenzuola, biancheria per gli ospiti, tovaglie), dopo l’esternalizzazione lavano solo le divise del personale e qualche salvietta e tovaglia e che nel reparto stireria – lavanderia è rimasta una sola dipendente, peraltro impegnata in tale attività solo per un paio di ore al giorno. In secondo luogo, il Tribunale ha accertato che a causa delle importanti limitazioni di carattere fisico che, in pratica consentivano di adibire la lavoratrice solo alla mansione di stiratura «a rullo», che poteva essere svolta da seduta (per quella normale occorreva stare in piedi), era impossibile il reimpiego in altre mansioni, tenuto che quelle di ausiliaria di lavanderia, aiuto cuoco, ausiliare delle pulizie, erano tutte controindicate dal medico competente e comunque, sulla base della documentazione prodotta dalla Fondazione, non vi erano mansioni vacanti assegnabili alla lavoratrice, priva di titolo di studio e con le limitazioni fisiche predette.
L’appellante censura la decisione affermando che nella lettera di licenziamento non si parla di esternalizzazione del servizio lavanderia, motivo dedotto solo nel corso del giudizio e che comunque al servizio sarebbe addetta ancora «una lavoratrice e mezza». Quanto all’impossibilità di reimpiego in mansioni alternative, si afferma che «la Lan, in virtù della lunghissima esperienza lavorativa … e dell’aver prestato attività sia nei reparti che ai servizi, era certamente in grado di svolgere qualsiasi attività manuale o esecutiva nell’ambito della casa di riposo».
La lettera di licenziamento indica il motivo del licenziamento nella «inutilizzabilità della Sua prestazione per lo svolgimento di qualunque mansione nell’area non sanitaria prevista nella pianta organica della nostra struttura diversa dall’attività di ‘stiratrice a rullo’ (attività che la vede impegnata formalmente a tempo pieno ma con effettiva prestazione lavorativa non superiore a 1-2 ore al ii giorno ed il cui servizio viene ora soppresso per ragioni inerenti all’attività propria dell’Ente e all’organizzazione del lavoro) a causa della inidoneità fisica espressa dal Medico di Fabbrica con relazione del 23/4/2008». Orbene, i documenti prodotti dalla Fondazione (v. comunicazione alla appaltatrice Nuova Lavanderia B (BG), all. 2 e 3 allegati al fascicolo del procedimento cautelare), uniti alle concordi deposizioni di tutti i testi escussi, provano che la soppressione del servizio lavanderia è realmente avvenuta in conseguenza della esternalizzazione a decorrere al mese di luglio 2007 del servizio di lavaggio e stiratura di biancheria piana, appalto poi confermato sino a giugno 2012 (all. 10 Fondazione). Quindi, nessun nuovo motivo è stato dedotto in giudizio, poiché la ragione del licenziamento è sempre stata la soppressione del servizio lavanderia e stireria e in giudizio si è solo chiarito che la soppressione è avvenuta per il tramite della esternalizzazione. Non trova poi alcun riscontro processuale l’affermazione
In ordine all’impossibilità di reimpiego, la censura formulata è del tutto generica e neppure indica quale posto libero la lavoratrice avrebbe potuto ricoprire (è noto infatti che l’obbligo di provare l’impossibilità di reimpiego sussiste a condizione che il lavoratore deduca l’esistenza di altri posti nei quali egli avrebbe potuto essere
Pertanto, considerato che in pratica non era possibile adibire la lavoratrice a mansioni diverse, tenuto anche conto che nessuna contestazione è stata formulata alla sentenza nella parte in cui, in ogni caso, ha accertato che non vi erano posti vacanti che potevano essere attribuiti alla Lan, priva di titolo di studio, correttamente il
Tribunale ha ritenuto provata l’impossibilità di reimpiego in altre mansioni.
33 D. L.vo 165/01 in tema di eccedenze di personale e mobilità collettiva svolte nelle note difensive in sede di discussione non possono essere esaminate: si tratta infatti di questioni che presuppongono la proposizione di domande nuove.
respinge l’appello avverso la sentenza n. 983/11 del Tribunale di Bergamo;
La lavoratrice non era affatto addetta alla mansione di stiratrice al rullo, che le è stata affibbiata solo dopo l'avvenuto infortunio, dopo aver aperto la relazione medica della medicina del lavoro degli Ospedali Riuniti di Bg, per poterla licenziare. Sapevano già che tale mansione sarebbe stata abolita. ( Deposizione legale rappresentante).
Come già detto sopra, la sig.ra Lan non era addetta a stiratrice al rullo e non lavorava in stireria, ma in lavanderia. Cosi è anche stato certificato all'inail. Non esiste documentazione firmata dal Medico Competente di averla addetta al lavoro di stireria.
La legale rappresentante testimonia che il tubo del metano era allentato. E' stato comunicato all'INAIL la sostituzione della guarnizione forno. E' testimoniato dall'aiuto cuoco ed è confermato nelle trascrizioni che si sentiva un forte odore di metano.
Eppure i giudici che emetteranno la seguente sentenza affermeranno il contrario.
Nelle SIT viene confermato che dr Schiattareggia è arrivato quando i cuochi avevano già sistemato il tubo. Quindi non poteva che confermare una maldestra riparazione.
La Pezzoli ha testimoniato che il tubo era staccato di 7 cm.
Non si può affermare la ASL. L'UPG Arrigoni, allertato dal Pronto Soccorso, si è recato il giorno seguente sul luogo dell'infortunio ed a titolo personale non avendo neppure segnalato la sua uscita. E testimonierà anche che non esisteva la fascetta stringitubo che il cuoco Zilioli afferma di aver aperto e chiusa.
La Bergamini, risulta dalla sua stessa testimonianza dinanzi la Giudice M. Bertoncini è rimasta assente dalla lavanderia più di un'ora un'ora e mezza.
Nessun medico prosegue ossigenoterapia per piu ore quando l'ossimetro da valori normali.
Dalle registrazioni vocali e dalla testimonianza S, risulta che la Lan si è recata al PS alle ore 12,30 e vi è arrivata alle ore 13. L'ossigenoterapia è iniziata subito dopo le ore 9. L'oss LL chiamato da Schiattareggia a portare la bombola di ossigeno afferma che erano appena terminate le colazioni. Dalla carta dei servizi risulta che le colazioni terminavano alle ore 9.
La diagnosi di intossicazione da monossido si basa essenzialmente sul prelievo ematico di COHb. E sulla rilevazione ambientale in ppm di CO, oltre che sul dato epistemiologico.
In caso di ossigenoterapia e di rilevazione tardiva di COHB la diagnosi diventa essenzialmente clinica ed epistemiologica.
Qui interviene prof Angelo Moretto:
Dopo ave confermato che il dato di COHb non certificava né escludeva l'intossicazione, avendo alterato modalità e tempi di somministrazione di ossigenoterapia, si dedica a dimostrare che anche il dato ambientale era a norma pur non avendo fatto alcuna rilevazione ambientale di CO:
che era certificato dalla ASL ( che a sua volta non aveva fatto alcun controllo) e alterava la prova dei fumi affermando che produceva 2-11 ppm CO di fronte al dato di 218,3% nei fumi secchi.