Source: https://www.eius.it/giurisprudenza/2016/107
Timestamp: 2020-05-29 12:42:20+00:00
Document Index: 181942935

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 63', 'art. 61', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 36', 'sentenza ']

EIUS - Consiglio di Stato, sezione III, sentenza 16 marzo 2016, n. 1076
Sentenza 16 marzo 2016, n. 1076
Presidente: Balucani - Estensore: Ungari
1. Viene contestata la deliberazione in data 19 giugno 2014, con cui la Commissione all'uopo istituita ai sensi dell'art. 2 della l. 233/2012, ha determinato l'equo compenso nel lavoro giornalistico, istituito dall'art. 1 della legge.
2. È utile precisare fin d'ora che, ai sensi dell'art. 1, citato, "per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato".
E che, ai sensi del successivo art. 2, comma 3, lett. a), alla Commissione è demandata la definizione de "l'equo compenso dei giornalisti iscritti all'albo non titolari di rapporto di lavoro subordinato (...) avuto riguardo alla natura e alle caratteristiche della prestazione nonché in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria a favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato".
(a) l'ingiustificata restrizione ai lavoratori a progetto (in applicazione analogica del d.lgs. 276/2003, come riformato dalla l. 92/2012) della platea dei destinatari, che deve invece comprendere obbligatoriamente sia il lavoro autonomo libero professionale che il lavoro autonomo coordinato e continuativo;
(b) i parametri dell'equo compenso, in quanto non proporzionati alla quantità e qualità del lavoro svolto, e del tutto insufficienti a garantire un'esistenza libera e dignitosa al giornalista autonomo, dato che le tabelle approvate riconoscono e legittimano un sistema di lavoro "a pezzo" o "a chiamata" che vede aumentare la forza contrattuale degli editori, essendosi in realtà la Commissione limitata a fissare una sorta di "minimo garantito", che non corrisponde all'equo compenso individuato dalla legge in relazione all'art. 36 Cost.
(a) la Commissione non ha indebitamento ristretto la platea dei destinatari, ma ha individuato attraverso un'interpretazione evolutiva del dato testuale della norma, alla luce del contesto di riferimento, le tipologie di rapporto di lavoro cui applicare l'equo compenso; nel genus del lavoro non subordinato, infatti, rientrano tipologie eterogenee, tra cui i rapporti di lavoro caratterizzati da una completa autonomia di svolgimento della prestazione e dalla committenza - che non possono rientrare nell'ambito di applicazione della l. 233/2012 e per i quali, ai sensi degli artt. 2222 ss., c.c., il compenso è rimesso alla libera contrattazione delle parti e non si presta ad essere assoggettato a tariffe minime vincolanti - e quelli che si collocano in un'area intermedia rispetto all'area del lavoro subordinato, essendo caratterizzati dalla sostanziale dipendenza economica dal committente anche se in formale assenza dei vincoli di dipendenza gerarchica e funzionale (c.d. lavoro parasubordinato o economicamente dipendente) - ai quali invece si applica l'equo compenso in questione;
(b) il TAR si è limitato ad affermare apoditticamente la non conformità dei parametri stabiliti dalla Commissione ai principi costituzionali, ma non ha indicato i criteri per rideterminarli; in realtà, la previsione di trattamenti minimi inderogabili correlati a ciascuna tipologia di prodotto editoriale e distinti per comparti di riferimento, e di trattamenti variabili costituiti da maggiorazioni percentuali per la produzione di contributivi informativi superiori alle misure standard, costituisce coerente applicazione dell'art. 36 Cost.;
(c) in ogni caso, la sentenza viola il principio di insindacabilità del merito amministrativo, posto che la decisione della Commissione comprende anche valutazioni di opportunità.
6. Anche la Federazione Italiana Editori di Giornali - F.I.E.G., ha proposto appello incidentale, chiedendo l'integrale riforma della sentenza e sottolineando, in particolare, che:
(a) la l. 233/2012 si applica ai soli rapporti che pur non rivestendo la forma del rapporto di lavoro dipendente ne abbiano la sostanza, posto che l'art. 36 Cost. si riferisce soltanto al lavoro subordinato;
(b) ritenere applicabile l'equo compenso anche ai giornalisti che operano come liberi professionisti comporterebbe una reintroduzione dei minimi tariffari, viceversa espunti dal sistema (ad opera degli artt. 2 del d.l. 223/2006, convertito in l. 248/2006, e 9 del d.l. 1/2012, convertito in l. 27/2012);
(c) la sentenza appellata ha una motivazione solo apparente, priva di corredo argomentativo, in quanto dalle premesse individuate dal TAR non discendono le conseguenze affermate; comunque, la proporzionalità rispetto alla quantità del lavoro svolto è stata garantita, quella rispetto alla qualità anche (seppure in via generale ed astratta, non essendo possibile costruire una casistica sterminata), mentre la sufficienza della retribuzione non è contemplata dalla l. 233/2012.
8.1. Le parti e la sentenza appellata concordano nel ritenere che la delibera abbia delimitato l'ambito dei destinatari dell'equo compenso ai soli collaboratori a progetto.
In effetti, nelle premesse della delibera 29 gennaio 2014, richiamata dalla delibera 14 giugno 2014, dapprima si precisa che, per i rapporti qualificabili come autonomi, l'equo compenso deve intendersi riferito alle prestazioni che presentino, sul piano concreto, carattere economicamente dipendente e non sporadico, e che la l. 92/2012 (c.d. riforma Fornero) ha introdotto un generale riconoscimento dell'equo compenso per tutti i lavoratori economicamente dipendenti, sia per quelli che svolgono prestazioni "parasubordinate" in regime di lavoro autonomo sia per i collaboratori a progetto; ma poi, dopo aver richiamato più volte l'art. 63 del d.lgs. 276/2003 (c.d. legge Biagi), come modificato dalla l. 92/2012, che disciplina appunto il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto, si conclude nel senso che, "in mancanza di specifica disciplina contrattuale, ai fini della definizione dell'equo compenso giornalistico possono ritenersi applicabili, analogicamente, i principi e criteri generali di cui alla citata disciplina di riforma del mercato del lavoro (legge n. 92 del 2012)".
Una simile limitazione non trova riscontro nella normativa. Basti considerare che, come sottolinea il Consiglio dell'Ordine appellante principale (e sembrano riconoscere anche le controparti), la disciplina in materia di contratto a progetto non si applica direttamente al lavoro giornalistico, essendo escluse le professioni per le quali è necessaria l'iscrizione ad un albo professionale (cfr. art. 61, comma 3, d.lgs. 276/2003, non modificato dall'art. 1, comma 27, della l. 92/2012, e confermato anche dall'impostazione del c.d. jobs act - art. 2, comma 2, lett. b), d.lgs. 81/2015).
Il Collegio osserva che la l. 233/2012, rubricata "Equo compenso nel settore giornalistico", nell'istituire l'equo compenso ha richiamato, sostanzialmente, quali parametri per la sua determinazione, i principi di proporzionalità sanciti dall'art. 36 Cost., aggiungendo il richiamo alla necessaria "coerenza" del compenso con la disciplina stabilita (per le retribuzioni dei giornalisti dipendenti) dalla contrattazione collettiva.
8.3. Data questa premessa, e quindi definito il collegamento con una posizione lavorativa che non ha in sostanza i connotati libero-professionali, cade anche l'obiezione della F.I.E.G., secondo la quale ritenere generalmente applicabili gli importi fissati a titolo di equo compenso equivarrebbe a reintrodurre minimi tariffari; senza contare che l'eliminazione di detti minimi (ad opera dell'art. 2 del d.l. 223/2006, convertito in l. 248/2006, e 9 del d.l. 1/2012, convertito in l. 27/2012) è precedente alla l. 233/2012, e comunque è volta a stimolare la concorrenza in settori non liberalizzabili caratterizzati da una committenza ampia e variegata, che non sussiste nel caso degli editori.
8.4. Quanto al contenuto dell'equo compenso, il Collegio osserva che il TAR ha semplicemente sindacato la struttura dell'equo compenso adottata dalla Commissione alla luce dei principi derivanti dall'art. 36 Cost. e sostanzialmente recepiti nella l. 233/2012 (il riferimento alla "sufficienza" della retribuzione non è esplicitato dagli artt. 1 e 2, sopra ricordati, ma può ritenersi recuperato dal riferimento alla "coerenza" che deve essere assicurata rispetto alla contrattazione collettiva), giungendo a ritenere i parametri non rispettosi di detti principi.
È sufficiente considerare che, nel caso dei giornalisti dei quotidiani, a una maggior quantità si collega una pesante riduzione proporzionale del corrispettivo (a fronte del raddoppio, da 145 a 288, del numero di articoli, viene garantito un "trattamento economico variabile" che garantisce un incremento pari a soltanto il 60% del "trattamento economico minimo"), che la qualità del lavoro non risulta affatto espressamente considerata, e che nello stesso appello, tra i trattamenti economici minimi, viene portato ad esempio quello spettante al giornalista di quotidiani, al quale viene garantito un importo lordo annuo di 3.000 euro per un minimo di 144 articoli di almeno 1.600 battute (vale a dire, euro 20,33 ad articolo), senza che si dia minimamente conto della coerenza di esso (e degli altri parametri) con la disciplina della contrattazione di settore, per condividere la valutazione del TAR.
8.5. Le considerazioni esposte valgono a rigettare gli appelli delle Amministrazioni statali e della F.I.E.G.
8.6. Restano da esaminare le censure riproposte dal Consiglio dell'Ordine - quella rivolta alla omessa determinazione, relativamente ai periodici editi dalle imprese firmatarie del contratto dell'Unione Stampa Periodica Italiana - U.S.P.I., del maggior compenso spettante per prestazioni superiori al livello quantitativo minimo ivi previsto, viceversa lasciato dalla delibera alla libera contrattazione delle parti; e quella incentrata sulla accennata discordanza tra gli allegati approvati (soprattutto, quanto alla sopravvenuta cancellazione del terzo scaglione, quello superiore a 288 articoli annui su quotidiano, lasciato alla libera contrattazione).
Il Collegio osserva che dall'annullamento della delibera per i motivi ritenuti fondati dal TAR e sopra confermati, tenuto conto della stretta interdipendenza che la determinazione dell'equo compenso tra i diversi scaglioni e rispetto alle diverse tipologie di prodotto editoriale è destinata ad assumere, discende come effetto conformativo una rinnovazione delle valutazioni che investirà necessariamente ogni parte della delibera, comprendendo quindi anche la valutazione sulla necessità e/o opportunità di comprendere o meno nell'equo compenso anche il c.d. terzo scaglione, ed, eventualmente, sull'entità dei relativi compensi, nonché di disciplinare le prestazioni superiori al livello minimo nei periodici delle imprese firmatarie dei contratti U.S.P.I.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sugli appelli, come in epigrafe proposti, li respinge e conferma, con motivazione parzialmente diversa, la sentenza appellata.