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Timestamp: 2017-06-23 17:14:42+00:00
Document Index: 80681344

Matched Legal Cases: ['art. 258', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 23', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 226', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 69', 'art. 2', 'art. 5']

CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA PROCEDURE CAUSE Prevenzione e riduzione
integrate dell’inquinamento – Condizioni di autorizzazione degli impianti
(Settima Sezione)
Stato – Ambiente – Direttiva 2008/1/CE – Prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento – Condizioni di
autorizzazione degli impianti esistenti»
ricorso per inadempimento, ai sensi dell’art. 258 TFUE, proposto il
Commissione europea, rappresentata dalla
sig.ra A. Alcover San Pedro e dal sig. C. Zadra,
in qualità di agenti, con domicilio eletto in Lussemburgo,
Repubblica italiana, rappresentata dalla sig.ra G. Palmieri, in qualità di
agente, assistita dalla sig.ra M. Russo, avvocato dello Stato, con
domicilio eletto in Lussemburgo,
sig. D. Šváby (relatore), presidente di sezione, dai
sigg. G. Arestis e J. Malenovský, giudici,
sig. N. Jääskinen
sig. A. Calot Escobar
del procedimento,
il presente ricorso, la Commissione europea chiede alla Corte di dichiarare che
la Repubblica italiana, non avendo adottato le misure necessarie affinché le autorità competenti controllino, attraverso
autorizzazioni rilasciate a norma degli artt. 6 e 8 della direttiva del
Parlamento europeo e del Consiglio 15 gennaio 2008, 2008/1/CE, sulla
prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento (versione codificata)
(GU L 24, pag. 8; in prosieguo: la «direttiva IPPC)», ovvero,
nei modi opportuni, mediante il riesame e, se del caso, l’aggiornamento delle prescrizioni, che gli impianti esistenti ai sensi
dell’art. 2, punto 4, di tale direttiva funzionino secondo i
requisiti di cui agli artt. 3, 7, 9, 10, 13, 14, lett. a) e b), e 15,
n. 2, della medesima, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in
forza dell’art. 5, n. l, della citata direttiva.
direttiva IPPC, conformemente al suo art. 1, ha ad oggetto la prevenzione
e la riduzione integrate dell’inquinamento proveniente dalle attività
industriali elencate nel suo allegato I ed è diretta a «conseguire un livello elevato di protezione dell’ambiente nel suo
direttiva IPPC ha codificato la direttiva del Consiglio 24 settembre 1996,
96/61/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento
(GU L 257, pag. 26). Conformemente all’art. 5, n. 1,
di quest’ultima, gli Stati membri dovevano adottare le misure necessarie
affinché le autorità competenti
vigilassero, mediante autorizzazioni rilasciate a norma dei suoi artt. 6
e 8, ovvero, in modo opportuno, mediante il riesame e, se del caso,
l’aggiornamento delle condizioni, che entro un massimo di otto anni successivi
alla messa in applicazione di tale direttiva, e cioè entro il 30 ottobre 2007,
gli impianti esistenti funzionassero secondo i requisiti di cui agli
artt. 3, 7, 9, 10, 13, 14, primo e secondo trattino, nonché all’art. 15,
n. 2, della medesima direttiva.
tredicesimo ‘considerando’ della direttiva IPPC risulta che le disposizioni
adottate a norma della stessa in alcuni casi devono essere applicate agli
impianti esistenti dopo il 30 ottobre 2007 ed in altri a decorrere dal 30
5 L’art. 2,
punto 4, di tale direttiva definisce l’impianto esistente come «un
impianto che al 30 ottobre 1999, nell’ambito della legislazione vigente
anteriormente a tale data, era in funzione o era autorizzato o che abbia
costituito oggetto, a giudizio dell’autorità competente, di una richiesta di
autorizzazione completa, purché sia poi entrato in funzione non oltre il 30
ottobre 2000».
6 L’art. 3
della direttiva IPPC fa riferimento agli obblighi fondamentali del gestore.
7 L’art. 5
della direttiva IPPC, intitolato «Condizioni di autorizzazione degli impianti
esistenti», al n. 1 così dispone:
adottano le misure necessarie affinché le autorità competenti controllino, attraverso autorizzazioni rilasciate a norma degli
articoli 6 e 8, ovvero, nei modi opportuni, mediante il riesame e, se del caso,
l’aggiornamento delle prescrizioni, che entro il 30 ottobre 2007 gli impianti
esistenti funzionino secondo i requisiti di cui agli articoli 3, 7, 9, 10 e 13,
all’articolo 14, lettere a) e b) ed all’articolo 15, paragrafo 2, fatte salve
altre disposizioni comunitarie specifiche».
8 Gli
artt. 6-10, 13, 14 e 15, n. 2, della direttiva IPPC istituiscono il
regime relativo al rilascio delle autorizzazioni degli impianti in grado di
provocare inquinamento. Tale regime è comprensivo dei seguenti aspetti: domande di autorizzazione, approccio integrato, decisioni,
condizioni dell’autorizzazione, migliori tecniche disponibili, verifica,
aggiornamento e rispetto delle condizioni di autorizzazione, accesso
all’informazione e partecipazione del pubblico alla procedura di autorizzazione.
9 La direttiva IPPC è entrata in vigore il 18 febbraio 2008
conformemente al suo art. 23.
corso di diverse riunioni del gruppo di esperti competenti in materia, svoltesi
nel periodo compreso tra marzo 2005 e febbraio 2007, i servizi della
Commissione hanno attirato l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di
rispettare la scadenza del termine, fissato al 30 ottobre 2007, prevista
inizialmente dall’art. 5, n. 1, della direttiva 96/61,
successivamente dalla medesima disposizione della direttiva IPPC, per quanto
riguarda le condizioni di autorizzazione e di controllo del funzionamento degli
lettera del 13 novembre 2007 la Commissione ha invitato tutti gli Stati membri
a fornirle informazioni sul numero totale di «impianti esistenti», ai sensi
dell’art. 2, punto 4, della direttiva IPPC, in ciascuno Stato, sul
numero di autorizzazioni nuove, riesaminate e, ove ritenuto opportuno,
sua risposta del 7 e 20 febbraio 2008 la Repubblica italiana ha comunicato
alcuni dati relativi a una parte degli impianti esistenti e ha informato la
Commissione dell’adozione del decreto legge 30 ottobre 2007, n. 180,
convertito in legge con modificazioni dalla legge 19 dicembre 2007, n. 243
(GURI n. 299, del 27 dicembre 2007, pag. 3), che ha prorogato al
31 marzo 2008 il termine per l’adeguamento degli impianti esistenti alle
disposizioni della direttiva IPPC e ha previsto, in caso di inadempienza delle
autorità competenti, l’attivazione urgente del potere sostitutivo dello Stato.
13 Ritenendo
che la Repubblica italiana fosse venuta meno agli obblighi ad essa incombenti
in forza dell’art. 5, n. 1, della direttiva IPPC, la Commissione ha
avviato il procedimento per inadempimento previsto dall’art. 226 CE
e, in data 8 maggio 2008, ha intimato a tale Stato membro di fornirle
informazioni dettagliate circa la denominazione, il settore di attività e
l’ubicazione degli impianti esistenti per i quali era stata rilasciata
un’autorizzazione e di quelli che continuavano a essere in funzione senza
note dell’11 e 14 luglio 2008 la Repubblica italiana ha fornito alcune
informazioni relative, in particolare, al numero di impianti esistenti nonché
al numero di impianti di questo tipo per i quali erano state rilasciate nuove
autorizzazioni, erano state riesaminate le precedenti autorizzazioni o le
autorizzazioni riesaminate erano state aggiornate.
nota del 12 gennaio 2009 la Repubblica italiana ha trasmesso nuovi dati
relativi allo stato di attuazione degli obblighi di cui all’art. 5,
n. 1, della direttiva IPPC, disponibili al maggio 2008, i quali
sostituivano i dati già trasmessi con le note dell’11 e 14 luglio 2008.
16 Alla
luce delle informazioni trasmesse, la Commissione ha constatato che molti degli
impianti esistenti erano in funzione senza essere dotati dell’autorizzazione di
cui all’art. 5, n. 1, della direttiva IPPC.
Commissione ha pertanto inviato un parere motivato alla Repubblica italiana il
2 febbraio 2009, invitando tale Stato membro ad adottare le misure necessarie
per conformarsi a detto parere entro due mesi dal ricevimento dello stesso.
nota del 14 aprile 2009 la Repubblica italiana ha trasmesso ulteriori
informazioni. Tale nota precisava che, secondo le informazioni raccolte fino ad
allora presso la metà delle autorità competenti delle Regioni italiane, che
corrispondono a circa due terzi degli impianti esistenti sul territorio
italiano, l’85% di tali impianti erano dotati di autorizzazioni integrate
ambientali. Per un ulteriore 7% degli impianti esistenti, il rispetto degli
obblighi derivanti dalla direttiva IPPC era garantito attraverso l’adeguamento
delle autorizzazioni preesistenti e per il rimanente 8% degli impianti, le
autorità nazionali non avevano rilevato la necessità di modificare le
autorizzazioni preesistenti per garantire la loro conformità agli obblighi
previsti dalla direttiva IPPC, nelle more delle procedure di rilascio delle
nota del 18 novembre 2009 la Repubblica italiana ha inviato un ulteriore
aggiornamento dei dati disponibili, aggiornati al 30 ottobre 2009. Da tali dati
risultava che su 5 669 impianti esistenti in esercizio, 4 465 erano
dotati di autorizzazione integrata ambientale e per i rimanenti 1 204
impianti in esercizio erano in corso procedure di rilascio di autorizzazioni
integrate ambientali. Si precisava che per 593 impianti (l0% del totale) le
autorizzazioni preesistenti erano state riesaminate e in 246 casi aggiornate,
mentre per 608 impianti (11% del totale) le autorità competenti non avevano
ritenuto necessario riesaminare le autorizzazioni preesistenti per garantire la
loro conformità agli obblighi previsti dalla direttiva IPPC, nelle more della
conclusione delle procedure di rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali.
20 Ritenendo
che la Repubblica italiana non avesse soddisfatto gli obblighi ad essa
incombenti in forza dell’art. 5, n. 1, della direttiva IPPC, la
Commissione ha deciso di proporre il presente ricorso.
Commissione afferma che alla scadenza del termine previsto all’art. 5,
n. 1, della direttiva IPPC, e cioè al 30 ottobre 2007, numerosi impianti
funzionavano senza essere dotati dell’autorizzazione di cui al citato
art. 5 e che tale situazione persisteva allo scadere del termine previsto
nel parere motivato, vale a dire al 2 aprile 2009. Invero, secondo la
Commissione, dalla nota della Repubblica italiana del 14 aprile 2009 emerge che
le autorità competenti non erano neppure in possesso di tutte le informazioni
relative al numero di impianti in parola presenti sul territorio nazionale e
Commissione ritiene inoltre che la Repubblica italiana non abbia fornito alcuna informazione dettagliata volta a dimostrare
l’equivalenza tra le autorizzazioni ambientali preesistenti e le autorizzazioni
integrate ambientali ai sensi della direttiva IPPC, la quale soltanto
permetterebbe di assicurarsi che il funzionamento di tutti gli impianti
esistenti sia disciplinato da autorizzazioni ambientali che garantiscono
adeguati livelli di protezione.
Repubblica italiana ritiene di essersi conformata ai requisiti della direttiva
Repubblica italiana giustifica la variazione dei dati comunicati adducendo che,
in particolare, fino alla metà del 2009, non tutte le autorità competenti
regionali avevano ancora trasmesso informazioni complete sul numero e sulle
attività degli impianti esistenti sul territorio di rispettiva competenza e che
la variazione del numero degli impianti esistenti era dovuta, inoltre, ai
dinieghi di rilascio delle autorizzazioni, alla chiusura o alla divisione di
tali impianti nonché al censimento di impianti non ancora registrati. Tuttavia,
essa sottolinea che le autorità competenti disponevano delle informazioni
necessarie, almeno a partire dal 30 gennaio 2008.
quanto riguarda gli impianti esistenti sprovvisti di un’autorizzazione
integrata ambientale, menzionati nelle note del 14 aprile e 18 novembre 2009,
la Repubblica italiana osserva che il rilascio di una siffatta autorizzazione
era in corso, e precisa che per alcuni di tali impianti le autorizzazioni
preesistenti sono state riesaminate e, in alcuni casi, aggiornate, mentre per
gli impianti restanti, pari a 608 al 30 ottobre 2009, le autorità competenti
non hanno ritenuto necessario riesaminare le autorizzazioni preesistenti al
fine di garantire il rispetto degli obblighi fondamentali derivanti dalla
Repubblica italiana afferma che, in questi ultimi casi, le competenti autorità
regionali hanno ritenuto, sulla base di una valutazione caso per caso, di non
dover adottare alcun provvedimento, in quanto non vi era evidenza alcuna che
detti impianti, autorizzati conformemente alle più avanzate disposizioni in
materia ambientale, non fossero conformi ai criteri stabiliti dalla direttiva
tale proposito, essa chiarisce che le motivazioni tecniche sottese alla
valutazione operata da dette autorità «potranno essere illustrate solo a valle
della conclusione dell’istruttoria tecnica per la definizione
dell’[autorizzazione integrata ambientale] che, individuate le migliori
tecniche disponibili applicabili nel caso specifico, definirà i livelli
prestazionali che nel caso specifico garantiscono il rispetto della disciplina
[prevista dalla direttiva] IPPC, confermandone formalmente la corrispondenza a
quelli garantiti nel periodo transitorio». Il fatto che, per tali impianti,
l’esercizio stesse avvenendo nel rispetto non solo delle autorizzazioni
esistenti al 1999, ma anche degli ulteriori obblighi di legge successivamente
introdotti discende, in particolare, anche dal regime sanzionatorio previsto da
tali disposizioni di legge, che impegna i gestori a raggiungere determinate
prestazioni ambientali indipendentemente dai contenuti dell’atto autorizzativo.
28 Inoltre,
la Repubblica italiana sostiene che il decreto legge n. 180/07, modificato
dalla legge di conversione n. 243/2007, non può costituire un ulteriore
indice dell’inadempienza agli obblighi derivanti dall’art. 5, n. 1,
della direttiva IPPC, in quanto il citato decreto, come modificato, ha
prorogato al 31 marzo 2008 soltanto l’obbligo di dotare ogni impianto esistente
di un’autorizzazione integrata ambientale.
29 Occorre
ricordare che dall’art. 5, n. 1, della direttiva IPPC risulta che la
data di scadenza per rendere conformi gli impianti esistenti era fissata al 30
ottobre 2007 (v. sentenza 4 marzo 2010, causa C‑258/09, Commissione/Belgio,
punto 27).
30 Orbene,
dalle informazioni comunicate dalla Repubblica italiana il 14 aprile e il 18
novembre 2009 emerge che soltanto una parte delle autorizzazioni preesistenti
era stata riesaminata e, ove necessario, aggiornata, mentre le autorità
competenti non avevano ritenuto necessario riesaminare le autorizzazioni di 608
impianti preesistenti per garantirne la conformità alla direttiva IPPC.
31 Nelle
sue memorie, la Repubblica italiana sostiene che, nelle more della conclusione
delle procedure di rilascio delle autorizzazioni integrate ambientali, e al
fine di non arrecare pregiudizio alle aziende che avevano presentato
tempestivamente la domanda, le autorità competenti si sono limitate a
verificare l’assenza di un evidente contrasto con i requisiti della direttiva
Repubblica italiana aggiunge che, in ogni modo, alla scadenza del termine
assegnato con il parere motivato, vale a dire al 2 aprile 2009, gli impianti
esistenti ancora sprovvisti di autorizzazione integrata ambientale funzionavano
nel rispetto dei requisiti della direttiva IPPC.
tale proposito, va osservato che, come risulta dall’art. 1 della direttiva
IPPC, tra i vari obblighi che il legislatore dell’Unione ha imposto agli Stati
membri figurano quelli di cui all’art. 5, n. 1, di tale direttiva,
finalizzati al conseguimento di un livello elevato di protezione dell’ambiente
nel suo complesso. Pertanto, soltanto un’esecuzione piena e conforme, da parte
degli Stati membri, degli obblighi ad essi incombenti in forza della citata
direttiva consentirà il raggiungimento di tale obiettivo di protezione.
occorre constatare, come ha fatto la Commissione, che il riesame delle
autorizzazioni preesistenti consiste in una valutazione approfondita delle
condizioni esistenti al momento del rilascio, con la conseguente possibilità di
verificare la loro conformità ai requisiti specifici della direttiva IPPC e,
quindi, l’eventuale necessità di un aggiornamento.
tenore letterale dell’art. 5, n. 1, della direttiva IPPC e dalla
finalità di tale disposizione risulta infatti che i requisiti relativi al
funzionamento degli impianti esistenti si applicano allo stesso modo tanto in
sede di esame preliminare al rilascio di un’autorizzazione integrata ambientale
36 Pertanto,
la mera verifica delle autorizzazioni preesistenti, diretta esclusivamente a
valutare l’assenza di un evidente contrasto con i requisiti della direttiva
IPPC, non appare adeguata al fine di garantire il rispetto degli obblighi
previsti dall’art. 5, n. 1, di tale direttiva.
37 Ciò
premesso, l’argomento della Repubblica italiana secondo il quale gli impianti
esistenti rispettano gli ulteriori obblighi di legge introdotti successivamente
e, pertanto, il loro funzionamento sarebbe conforme ai requisiti della
direttiva IPPC, non può essere accolto. Tale verifica delle autorizzazioni
preesistenti non consente infatti di accertare la conformità del funzionamento
degli impianti esistenti ai requisiti della direttiva IPPC. Ciò vale a maggior
ragione in quanto, come sottolineato dalla Commissione, la Repubblica italiana
non ha fornito e nemmeno menzionato informazioni quali il riferimento delle
procedure di riesame e l’indicazione dei motivi in base ai quali le
autorizzazioni preesistenti non necessitavano di un adeguamento.
luce di tutte le considerazioni sin qui svolte, occorre considerare fondato il
ricorso proposto dalla Commissione.
deve pertanto dichiarare che la Repubblica italiana, non avendo adottato le
misure necessarie affinché le autorità competenti controllino, attraverso
autorizzazioni rilasciate a norma degli artt. 6 e 8 della direttiva IPPC,
ovvero, nei modi opportuni, mediante il riesame e, se del caso, l’aggiornamento
delle prescrizioni, che gli impianti esistenti ai sensi dell’art. 2,
punto 4, di tale direttiva funzionino secondo i requisiti di cui agli
artt. 3, 7, 9, 10, 13, 14, lett. a) e b), e 15, n. 2, della
medesima, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza
dell’art. 5, n. 1, della citata direttiva.
40 Ai
sensi dell’art. 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte
Commissione ha concluso in tal senso, la Repubblica italiana, rimasta
soccombente, deve essere condannata alle spese.
Corte (Settima Sezione) dichiara e statuisce:
Repubblica italiana, non avendo adottato le misure necessarie affinché le
autorità competenti controllino, attraverso autorizzazioni rilasciate a norma
degli artt. 6 e 8 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio
15 gennaio 2008, 2008/1/CE, sulla prevenzione e la riduzione integrate
dell’inquinamento (versione codificata), ovvero, nei modi opportuni, mediante
il riesame e, se del caso, l’aggiornamento delle prescrizioni, che gli impianti
esistenti ai sensi dell’art. 2, punto 4, di tale direttiva funzionino
secondo i requisiti di cui agli artt. 3, 7, 9, 10, 13, 14, lett. a) e
b), e 15, n. 2, della medesima, è venuta meno agli obblighi ad essa
incombenti in forza dell’art. 5, n. 1, della citata direttiva.