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Timestamp: 2019-09-22 17:24:33+00:00
Document Index: 18084508

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 114', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 114', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 55', 'art. 117', 'art. 2', 'art. 55', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 117', 'art. 46', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 55', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 117', 'art. 46', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 2', 'art. 55']

Ricorso Legge Pinto. - GrNet.it
Messaggio da mimmo63 » mar mar 26, 2013 10:26 pm
Oggi, Un carissimo collega attualmente in servizio, mi informava poiché compartecipanti, che gli è giunta una missiva da parte di un noto Studio Legale di Firenze dove gli comunicava , facendo riferimento al ricorso sulla Legge Pinto, portato avanti 6-7 anni fa, che lo stesso, era stato vinto presso la corte D’Appello di Perugia.
La somma riportata in essa si aggirerebbe circa sui 6800,00 euro per ricorrente oltre naturalmente agli interessi dovuti.
...Naturalmente è sottinteso che la notizia è indirizzata per coloro che all'epoca hanno aderito al ricorso.
“La Legge Pinto nasce come ricorso straordinario in appello qualora un procedimento giudiziario ecceda i termine di durata ragionevole di un processo secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo “.
Messaggio da maurizio1962 » mer mar 27, 2013 9:01 am
Questa é una buona notizia. L'anno scorso avevo chiesto lumi allo studio SALMASO di Conselve (PD) che dovrebbe rappresentarmi e mi veniva riferito che aspettavano il deposito della Sentenza alla Corte d'Appello di Perugia e “non appena sarà depositata la sentenza ne faremo relativa comunicazione ai ricorrenti e ci attiveremo per la relativa esecuzione”. Se riesci a comunicare qualche riferimento te ne sarei grato così torno a ricontattare lo studio. Intanto grazie e speriamo bene.
Messaggio da mimmo63 » mer mar 27, 2013 11:31 pm
Come ho già detto, sono stato informato da un collega con il quale a suo tempo abbiamo aderito insieme alla proposta dello studio legale Frisani di Firenze.
ieri, a lui è giunta comunicazione scritta dove gli viene comunicato che il ricorso è stato vinto citando anche la somma spettante.
Io ad oggi, personalmente non ho ricevuto nulla. Non appena riceverò qualche comunicazione scritta, la pubblicherò.
Mi riferiva inoltre che nella missiva si faceva riferimento a una legge di stato del 2009, dove in parole povere, bisogna attendere un po’ per incassare la somma.
Saluti mimmo63
Iscritto il: ven mar 29, 2013 8:47 pm
Messaggio da salvato » ven mar 29, 2013 8:59 pm
Potrei sapere la motivazione del ricorso, in quanto anche io attendo diverse liquidazioni da Perugia ? Grazie
Messaggio da mimmo63 » ven mar 29, 2013 11:17 pm
Allora, ..Come avevo annunciato nel precedente messaggio, in data Odierna ho ricevuto anch'io la missiva dello studio Legale dove mi si informa, che il ricorso e stato vinto contro il Ministero dell’Economi e delle Finanze e dove lo stesso, è stato condannato a pagare la somma di euro 6688.00 oltre gli interessi legali dalla domanda di equa riparazione sino al saldo, per ciascun ricorrente.
Lo studio, precisa inoltre di non essere in grado di stabilire la tempistica del pagamento visto le novità legislative introdotte con la Legge 14/2009 la quale ha reso la fase esecutiva oltremodo complicata.
Il ricorso si è basato ed è stato vinto, sul fatto che il Tar del Lazio, dal deposito di fissazione dell’udienza alla pronuncia della sentenza, abbia fatto trascorrere 12 anni e mesi 11.
Un caloroso Augurio a tutti per una Santa Pasqua.
Messaggio da vincent62 » sab mar 30, 2013 10:12 am
Salve,sono un collega della P.di S. in pensione,leggevo con attenzione la vostra discussione e non ho potuto fare a meno di intervenire visto che,anche io (e altri 4 colleghi)mi trovo nella stessa situazione.A metà 2006,presentammo un ricorso c/o la Corte D'Appello di Roma(per competenza territoriale),per lungaggine processuale(8anni L.Pinto),il quale fu accolto appellato (dalla procura) e rigettato con sentenza depositata verso la fine 2007(Non so precisare bene le date in quanto tutto il materiale cartaceo si trova presso lo studio di un avvocato romano)che stabiliva riconoscere ai ricorrenti la cifra di € 6000 procapite.Ho fatto questa premessa,per dire che a tutt'oggi non abbiamo ricevuto niente di quanto stabilito nel titolo dell'Autorità Giudiziaria,poichè ad esso,hanno avuto seguito n° 2 precetti con messa in mora all'ente debitore,ma a quanto pare continua a non avere motivi di preoccupazione anche di fronte a titoli esecutivi che la condannano ad onorare il pagamento spettante.Nel ringraziarvi e salutarvi,volevo chiedervi se siete a conoscenza di nuove norme di procedura al fine di recuperare queste somme(indebitamente trattenute),di peterle postare(se volete anche privatamente).Ciao Vincenzo
Messaggio da spike91 » sab mar 30, 2013 3:26 pm
Sono anch'io un ricorrente con lo studio Frisani, l'udienza doveva tenersi a febbraio e su mia richiesta dell'esito lo studio mi rispondeva con la seguente e-mail ''LE COMUNICO CHE IL SUO RICORSO E’ STATO RIASSUNTO DALLA CORTE DI APPELLO DI ROMA A QUELLA DI PERUGIA IN DATA 27.03.2012. ERA STATA FISSATA UDIENZA PER IL 04.02.2013 MA E’ STATA RINVIATA AL 15.04.2013.
CORDIALI SALUTI LA SEGRETERIA STUDIO FRISANI''.
A questo punto vorrei chiedere ai colleghi che hanno ricevuto la missiva che il loro ricorso (ex pianto h24) era stato vinto alla Corte di Perugia se gli veniva specificato in che data era avvenuta l'udienza.
Messaggio da spike91 » lun feb 16, 2015 1:10 pm
Un paio di giorni fa ho sentito un collega ricoorente anche lui presso lo Studio Frisani di Firenze in merito alla Legge Pinto per il ricorso dei Piantoni H24, lo stesso mi riferiva che aveva sentito lo studio poco prima e la segretaria gli aveva riferito che il ricorso alla Corte di Appello di Perugia (trasferito li da Roma) era stato vinto e che era stata fissata la somma di Euro 3000 circa ai ricorrenti, ma bisognava ulteriormente delegare lo studio ad ulteriore pratica (a costo zero) per mettere in mora il Ministero e velocizzare la pratica. Questa mattina contattavo lo studio e la segretaria mi confermava quanto precedentemente detto, riferendomi che il rimborso spettava solamente a quei circa 400 ricorrenti che avevano presentato tramite loro l'istanza e di inviargli un paio di deleghe per proseguire.
Vi comunico quanto sopra in quanto loro hanno ''difficoltà'' a contattare tutti i ricorrenti.
Ciao a tutti Spike91
Messaggio da panorama » ven feb 19, 2016 9:08 pm
In effetti, appare chiaro il collegamento tra l’art. 2, comma 2-bis, ed il successivo comma 2-ter. La prima disposizione contiene la ragionevole durata del processo entro tre anni per il primo grado, due per il secondo e uno per il giudizio di legittimità, per un totale di sei anni. La seconda norma, riferendosi proprio a quest’ultimo arco temporale, permette di compensare le violazioni determinatesi in una fase con l’eventuale recupero goduto in un’altra, a condizione che non si superi il limite complessivo di sei anni.
L’art. 2, comma 2-ter, pertanto, benché sia in linea astratta riferibile a qualunque procedimento civile di cognizione, non potrà in concreto trovare applicazione nel procedimento regolato dalla legge n. 89 del 2001, che non è strutturato in tre gradi di giudizio. In questa direzione si è infatti pronunciata la Corte di cassazione (a partire dalla sentenza della sesta sezione civile, 6 novembre 2014, n. 23745).
Messaggio da panorama » mer set 14, 2016 1:09 pm
Il CdS accogliendo la tesi del Ministero della Giustizia chiarisce nei ricorsi riuniti:
1) - E’ invece nel giusto l’ Amministrazione quando deduce, in sostanza e tenuto conto dell’insieme delle argomentazioni difensive, che la sentenza impugnata ha comunque definito la misura delle penalità in modo non equo e cioè eccessivo.
2) - Per quanto riguarda la misura delle penalità, infatti, la Giurisprudenza della Sezione reputa conforme a equità il parametro dell’interesse legale peraltro ora esplicitamente indicato dall’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a., come modificato dalla legge n. 208 del 2015.
3) - In tal senso è stato appunto chiarito che “ poiché la penalità di mora non deve risolversi in una ragione di ingiustificato arricchimento per il creditore, è eccessivo e non conforme a equità il parametro dell'interesse semplice a un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea, aumentato di tre punti percentuali, dovendosi sostituirlo con quello dell’interesse legale, peraltro ora esplicitamente indicato dall’art. 114 comma 4 lett. e) Cod. proc. amm. secondo le modifiche appunto introdotte dalla predetta legge di stabilità per il 2016. ( cfr. IV Sez. n. 1444 del 2016).
SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201603846
- Public 2016-09-12 -
N. 03846/2016REG.PROV.COLL.
N. 05327/2013 REG.RIC.
N. 05542/2013 REG.RIC.
N. 05582/2013 REG.RIC.
N. 05584/2013 REG.RIC.
N. 05586/2013 REG.RIC.
N. 05807/2013 REG.RIC.
N. 07082/2013 REG.RIC.
N. 07083/2013 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5327 del 2013, proposto da:
Elsa Verelli, rappresentata e difesa dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 5542 del 2013, proposto da:
Nettuno Morra, rappresentato e difeso dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 5582 del 2013, proposto da:
Caterina Usai Mirra, rappresentata e difesa dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 5584 del 2013, proposto da:
Giunio Massa, rappresentato e difeso dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 5586 del 2013, proposto da:
Gigliola Di Palermo, rappresentata e difesa dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 5807 del 2013, proposto da:
Maurizio Napoli, rappresentato e difeso dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 7082 del 2013, proposto da:
Vittorio Riccardi, rappresentato e difeso dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
sul ricorso numero di registro generale 7083 del 2013, proposto da:
Mario Menicagli, rappresentato e difeso dall'avvocato Giunio Massa , con domicilio eletto presso Erica Deuringer in Roma, via Polibio N. 45;
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 00083/2012, resa tra le parti, concernente esecuzione del giudicato sentenza della corte suprema di cassazione n.23821/2011 - riconoscimento equo indennizzo
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 05338/2013, resa tra le parti, concernente esecuzione del giudicato sentenza n.9262/12 della corte suprema di cassazione - riconoscimento equo indennizzo per eccessiva durata del processo (legge pinto)
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 04231/2013, resa tra le parti, concernente ottemperanza sentenza n.6174/2012 della corte di cassazione - riconoscimento equo indennizzo per eccessiva durata del processo - legge pinto
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 05749/2013, resa tra le parti, concernente ottemperanza sentenza n.6173/2012 della corte di cassazione - riconoscimento equo indennizzo per eccessiva durata del processo - legge pinto
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 04019/2013, resa tra le parti, concernente ottemperanza sentenza n.2357/2012 della corte di cassazione - riconoscimento equo indennizzo per eccessiva durata del processo - legge pinto
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 06202/2013, resa tra le parti, concernente esecuzione del decreto di condanna della sentenza della corte suprema della cassazione n.6169/12 equa riparazione (legge pinto)
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 06891/2013, resa tra le parti, concernente ottemperanza sentenza n.3345/12 della corte suprema di cassazione - pagamento somme a titolo di equa riparazione - l. 89/2001
della sentenza del T.a.r. Lazio - Roma: Sezione I n. 06889/2013, resa tra le parti, concernente ottemperanza sentenza n.3343/12 della corte suprema di cassazione - pagamento somme a titolo di equa riparazione - l. 89/2001
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Elsa Verelli e di Nettuno Morra e di Caterina Usai Mirra e di Giunio Massa e di Gigliola Di Palermo e di Maurizio Napoli e di Vittorio Riccardi e di Mario Menicagli;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 7 luglio 2016 il Cons. Antonino Anastasi e uditi per le parti l'avvocato dello Stato Verdiana Fedeli Massa e l'avvocato Massa;
Con le sentenze in epigrafe indicata il Tribunale ha ordinato all’Amministrazione di eseguire le sentenze della Suprema Corte di Cassazione con le quali era stato riconosciuto alle parti oggi appellate l’indennizzo previsto dalla legge n. 89 del 2001 ( c.d. legge Pinto) a causa della violazione dei termini di ragionevole durata del processo.
Con le medesime sentenze il Tribunale ha condannato l’Amministrazione al pagamento di penalità di mora ( c.d. astreinte) commisurate all’interesse semplice ad un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della B.C.E. aumentato di tre punti percentuali.
Le sentenze, nel capo appunto relativo a tali penalità, furono impugnate con gli atti di appello all’esame dall’Amministrazione la quale ha sostenuto l’inapplicabilità delle sanzioni e in via subordinata che il Tribunale ha errato nell’applicare le sanzioni (e nell’individuare la misura delle stesse) in via sostanzialmente automatica.
Con ord.za collegiale n. 754 del 2014 la Sezione, riuniti gli appelli, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale relativa alla legge Pinto nella parte in cui stabilisce – a seguito di apposita novella – che la corresponsione dell’indennizzo avviene nel limite delle risorse disponibili.
Successivamente con sentenza n. 462 del 2014 la Sezione – sulla base di quanto stabilito dall’Adunanza Plenaria n. 15 del 2014 - ha respinto gli appelli nella parte volta a predicare l’inapplicabilità delle penalità di mora nel caso di condanne a prestazioni pecuniarie.
Con sentenza n. 157 del 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione sollevata.
Con decreti monocratici del Presidente della Sezione gli appelli nn. 5809/2013, 5818/2013 e 5821/2013 ( inizialmente riuniti a quelli di cui in epigrafe) sono stati dichiarati estinti.
Per l’effetto resta da decidere – quanto agli appelli riuniti in epigrafe indicati - il motivo di impugnazione col quale l’Amministrazione deduce che il Tribunale ha errato nell’applicare le sanzioni (e nell’individuare la misura delle stesse) in via sostanzialmente automatica, non tenendo cioè conto delle oggettive difficoltà in cui versa il bilancio pubblico.
Gli appelli sono fondati nei limiti che si espongono.
E’ invece nel giusto l’ Amministrazione quando deduce, in sostanza e tenuto conto dell’insieme delle argomentazioni difensive, che la sentenza impugnata ha comunque definito la misura delle penalità in modo non equo e cioè eccessivo.
Per quanto riguarda la misura delle penalità, infatti, la Giurisprudenza della Sezione reputa conforme a equità il parametro dell’interesse legale peraltro ora esplicitamente indicato dall’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a., come modificato dalla legge n. 208 del 2015. In tal senso è stato appunto chiarito che “ poiché la penalità di mora non deve risolversi in una ragione di ingiustificato arricchimento per il creditore, è eccessivo e non conforme a equità il parametro dell'interesse semplice a un tasso equivalente a quello delle operazioni di rifinanziamento marginale della Banca centrale europea, aumentato di tre punti percentuali, dovendosi sostituirlo con quello dell’interesse legale, peraltro ora esplicitamente indicato dall’art. 114 comma 4 lett. e) Cod. proc. amm. secondo le modifiche appunto introdotte dalla predetta legge di stabilità per il 2016. ( cfr. IV Sez. n. 1444 del 2016).
In conclusione gli appelli vanno accolti in parte e le sentenze impugnate vanno riformate nel senso che le penalità di mora ivi previste sono quantificate in misura corrispondente all’interesse legale.
definitivamente pronunciando, accoglie in parte gli appelli dell’Amministrazione e riforma le sentenze impugnate nei sensi di cui in motivazione.
Le spese di questo grado del giudizio sono compensate.
Messaggio da panorama » sab dic 02, 2017 11:28 am
Ordinanza della Cassazione Civile Sez. 2^ n. 26074/17 del 02/11/2017, relativa alla equa riparazione (cd. Legge Pinto) lunga durata di un processo.
Messaggio da panorama » gio apr 26, 2018 3:15 pm
Egr. colleghi tutti, copiate questa sentenza della Corte Costituzionale e inviatela ai vostri avvocati per quanto riguarda la c.d.. "equa riparazione" Legge Pinto sulla lunga durata dei processi.
1) - quattro ordinanze di analogo tenore, della Corte di cassazione, sezione sesta civile.
2) - Nel merito, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge n. 89 del 2011, in riferimento agli artt. 3, 111, secondo comma, e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, e 13 CEDU, è fondata.
3) - Secondo la costante giurisprudenza della Corte EDU, i rimedi preventivi sono non solo ammissibili, eventualmente in combinazione con quelli indennitari, ma addirittura preferibili, in quanto volti a evitare che il procedimento diventi eccessivamente lungo; tuttavia, per i paesi dove esistono già violazioni legate alla sua durata, per quanto auspicabili per l’avvenire, possono rivelarsi inadeguati (Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, sentenza 29 marzo 2006, Scordino c. Italia).
4) - Alla stregua delle considerazioni che precedono si deve concludere che, nonostante l’invito rivolto da questa Corte con la sentenza n. 30 del 2014, il legislatore non ha rimediato al vulnus costituzionale precedentemente riscontrato e che, pertanto, l’art. 4 della legge n. 89 del 2001 va dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione, una volta maturato il ritardo, possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto (analogamente, sentenza n. 3 del 1997).
5) - Infatti, «[p]osta di fronte a un vulnus costituzionale, non sanabile in via interpretativa – tanto più se attinente a diritti fondamentali – la Corte è tenuta comunque a porvi rimedio: e ciò, indipendentemente dal fatto che la lesione dipenda da quello che la norma prevede o, al contrario, da quanto la norma […] omette di prevedere. […] Spetterà, infatti,
- ) - da un lato,
ai giudici comuni trarre dalla decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione;
- ) - e, dall’altro,
al legislatore provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione» (sentenza n. 113 del 2011).
N.B.: rileggi il punto n. 5.
e per il resto, leggete il tutto qui sotto.
-	Frano	MODUGNO	”
Messaggio da panorama » gio mag 03, 2018 8:45 am
Comunicato del 26 aprile 2018
PROCESSI LUNGHI: L’INDENNIZZO PUO’ ESSERE CHIESTO
ANCHE DURANTE IL GIUDIZIO
La “legge Pinto” - nata per prevenire e indennizzare i ritardi causati dalla lentezza della giustizia - è costituzionalmente illegittima là dove non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento in cui è maturato l’irragionevole ritardo.
Dopo il forte monito contenuto nella sentenza n. 30 del 2014, la Corte costituzionale ha censurato l’articolo 4 della legge n. 89 del 2011 con riferimento ai principi di ragionevolezza e di ragionevole durata del processo (articoli 3 e 111 della Costituzione) nonché ai principi sanciti negli articoli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La disposizione censurata con la sentenza n. 88 depositata oggi (relatore Aldo Carosi), non offre infatti alcuna tutela proprio nei casi più gravi, nei quali non vi è neppure certezza che la sentenza, ancorché in ritardo, possa comunque arrivare.
Posta di fronte a una grave lesione di un diritto fondamentale, la Corte è stata costretta a porvi rimedio, rinviando alla prudenza interpretativa dei giudici di merito la possibilità di applicare in modo costituzionalmente corretto la legge Pinto, come modificata dalla pronuncia di incostituzionalità. Ferma restando l’auspicata opportunità che il legislatore provveda a integrare il testo così modificato, in modo da rendere maggiormente funzionale la tutela del diritto alla ragionevole durata del processo.
In proposito, la sentenza afferma: «Spetterà, infatti, da un lato, ai giudici comuni trarre dalla decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione; e, dall’altro, al legislatore provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione».
Messaggio da naturopata » dom giu 23, 2019 8:58 am
Con una importante pronuncia, la 34/2019 la Corte Costituzionale ha recepito una precedente statuizione della Corte Europea, ovvero che l'assenza dell'istanza di prelievo, non preclude la richiesta del risarcimento per la durata dei processi, ma può, al limite, variarne l'importo al ribasso.
Messaggio da panorama » mer lug 10, 2019 11:38 pm
La Corte Costituzionale con la qui sotto sentenza, richiama tra l'altro, la recente sentenza n. 34 del 2019, precisando quanto segue:
1) - Le stesse considerazioni valgono ora per l’istanza di accelerazione del processo penale.
nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), come introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134, promossi dalla Corte di cassazione, sezione seconda civile, con tre ordinanze del 31 gennaio e una del 16 marzo 2018, iscritte rispettivamente ai nn. 51, 52, 53 e 68 del registro ordinanze 2018 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 13 e 18, prima serie speciale, dell’anno 2018.
1.– Con quattro ordinanze di contenuto sostanzialmente identico (iscritte ai numeri 51, 52, 53 e 68 del r.o. 2018) – emesse nel corso di altrettanti procedimenti di impugnazione dei decreti con i quali la Corte distrettuale competente aveva rigettato l’opposizione avverso la declaratoria di diniego del diritto ad ottenere un’equa riparazione per l’irragionevole durata dei rispettivi giudizi penali, per non avere la parte interessata presentato «istanza di accelerazione» nel termine di legge – l’adita Corte di cassazione, sezione seconda civile, ritenutane la rilevanza e la non manifesta infondatezza, in riferimento all’art. 117, primo comma, della Costituzione e in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, 13 e 46, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2–quinquies, lettera e), della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), cosiddetta “legge Pinto”, nel testo (vigente ratione temporis) introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134, nella parte appunto in cui, relativamente ai giudizi penali nei quali il termine di durata ragionevole di cui all’art. 2-bis della legge n. 89 del 2001 sia superato in epoca successiva alla sua entrata in vigore, subordina, per la loro intera durata, la proponibilità della correlativa domanda di equa riparazione alla presentazione dell’istanza di accelerazione.
Secondo la Corte rimettente, il censurato art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della “legge Pinto” – con il disporre che non è riconosciuto alcun indennizzo quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione nel processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini di durata ragionevole – si porrebbe, infatti, in contrasto con le evocate disposizioni convenzionali, come interpretate dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (in particolare nelle sentenze 2 giugno 2009, Daddi contro Italia, e 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia) e, per interposizione, con l’art. 117, primo comma, Cost., poiché la così introdotta condizione ostativa al riconoscimento dell’indennizzo in questione, nei confronti dei ricorrenti – imputati in processi penali protrattisi oltre il correlativo termine di ragionevole durata – violerebbe il diritto ad ottenere l’equa riparazione loro dovuta ex lege n. 89 del 2001, posto che l’«istanza di accelerazione» non è di per sé idonea a consentire una efficace sollecitazione della decisione di merito, risolvendosi nella mera dichiarazione di un interesse altrimenti già presente nel processo ed avente copertura costituzionale.
2.– In tutti i riferiti quattro giudizi incidentali è intervenuto – con atti (di identico contenuto) ritualmente depositati – il Presidente del Consiglio dei ministri per il tramite dell’Avvocatura generale dello Stato.
L’Avvocatura ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità della questione con riferimento all’art. 46 CEDU, per la non vincolatività di «un ipotetico principio di diritto» enunciato dalla Corte EDU «in altri giudizi tra altri soggetti».
Nel merito, ha concluso per la non fondatezza della questione, argomentando che l’istanza di accelerazione non impone un onere gravoso e sproporzionato sulle parti, essendo richiesta ai loro difensori una minima diligenza professionale; e sostenendo che l’ordinamento nazionale non è tenuto ad adeguarsi pedissequamente all’interpretazione delle norme CEDU fornita dalla Corte di Strasburgo, essendo sempre riconosciuto al legislatore, al giudice comune e a questa Corte un «margine di apprezzamento e di adeguamento» nazionale (è richiamata la sentenza n. 236 del 2011).
1.– La Corte di cassazione, sezione seconda civile – con le quattro ordinanze di cui si è in narrativa detto e che, per la sostanziale coincidenza del petitum, possono riunirsi per essere unitariamente decise – solleva questione incidentale di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), cosiddetta “legge Pinto”, come introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134: disposizione (quella sub lettera e) poi implicitamente abrogata, perché non riprodotta nell’art. 2, comma 2-quinquies, come riformulato dall’art. 1, comma 777, lettera c), della legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)».
2.– Nel testo vigente ratione temporis e applicabile nei giudizi a quibus, la disposizione denunciata stabiliva che «[n]on è riconosciuto alcun indennizzo: […] e) quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini [di sua ragionevole durata] di cui all’articolo 2-bis [recte: all’art. 2, comma 2-bis]» della “legge Pinto”.
Secondo la Corte rimettente, l’effetto ostativo alla concessione dell’indennizzo ex lege n. 89 del 2001 – in tal modo attribuito alla (omessa presentazione della) «istanza di accelerazione», di per sé inidonea ad assicurare una sollecita definizione del processo e in non altro risolventesi che nell’imporre una “prenotazione” degli effetti della riparazione per l’irragionevole durata del processo – comporterebbe che all’interessato non sia consentito né di impedire che si verifichi o protragga la violazione del termine di ragionevole durata del processo né di ottenere riparazione per la subita violazione di quel termine.
Dal che, quindi, il sospetto di violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, 13 e 46, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, come interpretati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (in particolare con le sentenze 2 giugno 2009, Daddi contro Italia e 22 febbraio 2016, Olivieri e altri contro Italia).
3.– L’Avvocatura generale dello Stato ha preliminarmente contestato la deducibilità, nella specie, di una violazione dell’art. 46, paragrafo 1, CEDU. Ma tale contestazione, ancorché formulata in termini di eccezione di inammissibilità, non rileva come tale, attenendo più propriamente al merito della sollevata questione.
4.– Nel merito, la questione è fondata per contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 6, paragrafo 1, e 13 CEDU, restando assorbita ogni altra censura.
4.1.– Con la recente sentenza n. 34 del 2019, questa Corte ha già dichiarato l’illegittimità costituzionale di norma analoga a quella ora in esame (art. 54, comma 2, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante «Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria», convertito, con modificazioni, nella legge 6 agosto 2008, n. 133, come successivamente modificato): norma che, con riferimento al processo amministrativo, a sua volta prevedeva che la mancata presentazione della «istanza di prelievo» costituisse motivo di improponibilità della domanda di indennizzo ex “legge Pinto”.
In quel caso si è osservato che, per «costante giurisprudenza della Corte EDU» (il riferimento va appunto alle ricordate sentenze Daddi e Olivieri, ma anche alla sentenza della Grande Camera 29 marzo 2006, Scordino contro Italia), i rimedi preventivi, volti ad evitare che la durata del procedimento diventi eccessivamente lunga, sono ammissibili, o addirittura preferibili, eventualmente in combinazione con quelli indennitari, ma solo se “effettivi” e, cioè, solo se e nella misura in cui velocizzino la decisione da parte del giudice competente. Alternativamente alla durata ragionevole del processo, il rimedio interno deve comunque allora garantire l’adeguata riparazione della violazione del precetto convenzionale.
E, in applicazione di tali principi, questa Corte ha conseguentemente affermato che «l’istanza di prelievo […] non costituisce un adempimento necessario ma una mera facoltà del ricorrente […], con effetto puramente dichiarativo di un interesse già incardinato nel processo e di mera “prenotazione della decisione” (che può comunque intervenire oltre il termine di ragionevole durata del correlativo grado di giudizio), risolvendosi in un adempimento formale, rispetto alla cui violazione la, non ragionevole e non proporzionata, sanzione di improponibilità della domanda di indennizzo risulta non in sintonia né con l’obiettivo del contenimento della durata del processo né con quello indennitario per il caso di sua eccessiva durata».
4.2.– Le stesse considerazioni valgono ora per l’istanza di accelerazione del processo penale.
Nel contesto della disposizione qui censurata, la suddetta istanza, non diversamente dall’istanza di prelievo nel processo amministrativo, non costituisce infatti un adempimento necessario ma una mera facoltà dell’imputato e non ha – ciò che è comunque di per sé decisivo − efficacia effettivamente acceleratoria del processo. Atteso che questo, pur a fronte di una siffatta istanza, può comunque proseguire e protrarsi oltre il termine di sua ragionevole durata, senza che la violazione di detto termine possa addebitarsi ad esclusiva responsabilità del ricorrente.
4.3.– La mancata presentazione dell’istanza di accelerazione nel processo presupposto può eventualmente assumere rilievo (come indice di sopravvenuta carenza o non serietà dell’interesse al processo del richiedente) ai fini della determinazione del quantum dell’indennizzo ex lege n. 89 del 2001, ma non può condizionare la stessa proponibilità della correlativa domanda, senza con ciò venire in contrasto con l’esigenza del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata, e con il diritto ad un ricorso effettivo, garantiti dagli evocati parametri convenzionali, la cui violazione comporta, appunto, per interposizione, quella dell’art. 117, primo comma, Cost.
4.4.– Va, dunque, dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma denunciata.
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nel testo introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134.