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Timestamp: 2019-12-13 07:37:54+00:00
Document Index: 165429757

Matched Legal Cases: ['art. 157', 'art. 159', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 158', 'sentenza ', 'art. 157', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 161', 'sentenza ', 'art. 159', 'art. 159', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 159', 'art. 159', 'art. 159', 'art. 160', 'art. 161', 'art. 161', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 157', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

LA DISCIPLINA DELLA PRESCRIZIONE DEL REATO IN ITALIA SECONDO LE ULTIME TRE LEGGI CHE DISCIPLINANO LA MATERIA: LEGGE CIRIELLI, LEGGE ORLANDO, LEGGE SPAZZACORROTTI
DIPPOL
Difesa Penale Polizia Locale
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Venerdì 29 Novembre 2019 18:07 | Ultimo aggiornamento Venerdì 29 Novembre 2019 18:16 | Scritto da Administrator | | |
Tutti i soci della Dippol sanno che gli avvocati penalisti italiani si asterranno dalle attività di udienza la prossima settimana: dal 2 dicembre p.v. al 6 dicembre p.v.
Il motivo della citata astensione risiede nel fatto che gli stessi intendono protestare contro una legge che il giorno 1 gennaio 2020 dovrebbe far entrare in vigore la nuova disciplina che regola la prescrizione del reato, di fatto abolendola dopo il primo grado di giudizio.
Stante l’importanza dell’istituto della prescrizione del reato per tutti coloro che vengono posti sotto processo avanti l’Autorità Giudiziaria Italiana, questo articolo si prefigge di informare i soci della Dippol, che quali agenti ed ufficiali di Polizia Giudiziaria, da un lato, e cittadini italiani, dall’altro lato, non possono non conoscere la sostanza del problema “riforma della prescrizione del reato” al di là ed al di fuori degli slogan di partito, ovvero provenienti dai mass media.
1. La Legge Cirielli
La legge 5 dicembre 2005, n. 251 (conosciuta come legge ex Cirielli) è una legge della Repubblica Italiana che dispone in tema di diritto penale.
Viene chiamata "ex Cirielli" perché il suo primo firmatario, il deputato Edmondo Cirielli, dopo le modifiche apportate dal parlamento la sconfessò e votò contro, chiedendo successivamente che non venisse più chiamata con il suo nome.
La legge introdusse modifiche al codice penale italiano ed alla legge 26 luglio 1975, n. 354 in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione. In particolare, diminuiscono i termini di prescrizione ed aumentano le pene per i recidivi e per i delitti di associazione mafiosa ed usura. Si è disposto che la nuova disciplina non abbia effetto retroattivo, in maniera da non essere applicata ai processi in corso di dibattimento.
La norma modificò il calcolo della prescrizione dei reati. La previgente disciplina commisurava i termini prescrizionali in base a "scaglioni" (esempio: la prescrizione è di 15 anni se per il delitto è stabilita la pena della reclusione non inferiore a 10 anni), la nuova legge invece fissa i termini di prescrizione rendendoli uguali al massimo della pena edittale prevista per il tipo di reato (esempio: la prescrizione per il delitto di ricettazione sarà di 8 anni visto che la pena massima prevista è di anni 8) mantenendo la prescrizione fissa in 4 anni per i reati contravvenzionali e in 6 anni per i delitti la cui pena sia non superiore a 6 anni oppure sia pecuniaria.
La legge prevede anche un diverso aumento del termine prescrizionale nel caso in cui si verifichi un atto interruttivo pari ad 1/4 della pena, sia nel caso di delitti che di reati contravvenzionali. Inoltre è previsto che la detenzione negli istituti carcerari per un ultrasettantenne sia commutata in arresti domiciliari «purché non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, né sia stato mai condannato».
2. La riforma della prescrizione nella legge n. 103 del 2017 - Riforma Orlando
La prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato.
L'istituto è disciplinato dal codice penale (art. 157 e ss.) e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l'interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo. Nel nostro ordinamento, a partire dal 2005 (legge n. 251 del 2005, c.d. legge ex Cirielli) per calcolare il tempo necessario a prescrivere un reato si fa riferimento alla pena massima prevista per il reato stesso, con due limiti: nel caso di delitto, il tempo non può mai essere inferiore ai 6 anni; nel caso di contravvenzione, non può mai essere inferiore a 4 anni.
La lunghezza del nostro processo penale, articolato fino a tre gradi di giudizio, fa sì che siano molti i reati per i quali scatta la prescrizione, talvolta nonostante il riconoscimento della colpevolezza del reo in più gradi di giudizio. Le allarmanti statistiche degli ultimi anni hanno segnato il dibattito parlamentare su questo tema ed hanno condotto in XVII legislatura all'approvazione della legge di parziale riforma dell'istituto.
In data 14 giugno 2017 è stato approvato il disegno di legge di iniziativa governativa dal titolo “modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”. La l. 23 giugno 2017, n. 103, comunemente chiamata “riforma Orlando” dal nome del ministro proponente, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 4 luglio ed è entrata in vigore il successivo 3 agosto.
La riforma dell'istituto della prescrizione è dunque contenuta nella legge n. 103 del 23 giugno 2017, articolo 1, commi da 10 a 15.
Una delle novità più importanti introdotte dalla riforma penale (Legge 103/2017) riguarda la nuova disciplina della prescrizione del reato. La riforma modifica completamente la tanto criticata Legge ex Cirielli del 2005 e stabilisce che d’ora in avanti la prescrizione venga sospesa per un periodo massimo di 18 mesi sia dopo la condanna in primo grado sia dopo la condanna in appello. Cambia inoltre il periodo di prescrizione per chi commette reati gravi contro i minori.
Vediamo allora di fare chiarezza e stabilire cosa cambierà nella pratica per tutti i processi penali.
Sospensione fino a 18 mesi dopo la condanna
La riforma della prescrizione del reato va a modificare e integrare gli articoli dal 158 al 161 del Codice penale. In particolare, la novità più importante è l’introduzione dei commi 2 e 3 all’articolo 159, che regolano la nuova sospensione della prescrizione dopo le sentenze di condanna.
La Legge ex Cirielli stabiliva che il termine di prescrizione fosse pari al massimo della pena edittale prevista per il tipo di reato, con aumento di solo un quarto del termine in presenza di causa interruttive. Questo ha fatto sì che negli ultimi anni migliaia di processi siano stati interrotti per scadenza dei termini prescrizionali. I nuovi commi 2 e 3 dell’art. 159 c.p. stabiliscono invece che il corso della prescrizione sia sospeso:
nel giudizio di primo grado, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di appello;
nel giudizio di appello, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di Cassazione.
In entrambi i casi, comunque, il periodo di sospensione della prescrizione non può essere superiore a un anno e sei mesi.
Poniamo quindi che un imputato sia condannato in primo grado.
La novità rispetto alla precedente Legge ex Cirielli sta nel fatto che a partire dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni (e quindi non oltre 90 giorni dopo il dispositivo) scatta un periodo di sospensione della prescrizione che dura fino alla lettura del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio (e quindi la sentenza di appello). In caso di ritardi, il periodo di prescrizione comincia a scorrere nuovamente dopo 18 mesi dal termine per il deposito, anche se non viene pronunciato il dispositivo della sentenza.
In caso di proscioglimento dell’imputato, invece, non cambia nulla: la prescrizione continua a decorrere nell’eventuale giudizio di appello.
La condanna in appello
Il procedimento è del tutto simile in caso di condanna in appello. Il decorso della prescrizione viene sospeso dalla scadenza del termine fissato per il deposito delle motivazioni d’appello fino alla lettura del dispositivo della sentenza di Cassazione, o in alternativa fino allo scadere dei 18 mesi. Attenzione, però: nel caso invece in cui l’imputato sia prosciolto, o nel caso vi sia dichiarazione di nullità con rinvio al giudice di primo grado, non solo non si ha una seconda sospensione della prescrizione, ma si annulla anche la sospensione precedentemente maturata.
Il giudizio definitivo di Cassazione, in ultimo, non viene interessato dalla sospensione dei termini di prescrizione. Analogamente a quanto accade per il giudizio di appello, tuttavia, in caso di sentenza favorevole all’imputato viene annullata anche la sospensione precedentemente maturata.
La prescrizione dei reati contro i minori
La riforma penale introduce un’altra importante novità in tema di prescrizione.
Attraverso l’aggiunta di un comma all’art. 158 c.p., la riforma stabilisce che nel caso di reati gravi nei confronti di minorenni e vittime vulnerabili, come i maltrattamenti in famiglia, la riduzione in schiavitù e la prostituzione e pornografia minorile, il termine della prescrizione decorra non da quando il fatto è stato presumibilmente commesso ma solo dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa. In questo caso, dunque, la possibilità di prescrizione viene fortemente ridotta e limitata.
In buona sostanza, la riforma Orlando ha seguito una strada diversa rispetto a quella tradizionale. Non viene cioè operato un “ritocco” verso l’alto o verso il basso dei termini prescrizionali, ma viene introdotto un periodo di sospensione del decorso della prescrizione - un anno e sei mesi - che si colloca dopo la sentenza di primo grado e poi quella di appello. Questo significa che l’aumento dei termini prescrizionali è solamente eventuale, rimanendo condizionato al fatto che al momento dello spirare del termine previsto all’art. 157 c.p. non sia ancora intervenuta una sentenza di condanna in sede di giudizio di primo grado. Ricorrendo ad un facile esempio, per il delitto di truffa il termine prescrizionale resta di sei anni, ai quali va aggiunto un ulteriore periodo di anni uno e mesi sei in presenza di atti interruttivi. Pertanto, solamente nel caso in cui intervenga una sentenza di condanna prima di sette anni e sei mesi dalla consumazione dell’illecito (tenendo conto di precedenti atti interruttivi), può operare il periodo di sospensione. In tale caso, il termine prescrizionale viene sospeso e comincia a decorrere dopo un anno e sei mesi. Dal quel momento riprende il decorso che non potrà, in ogni caso, superare il termine massimo previsto in caso di interruzione ai sensi dell’art. 161 c.p. (sette anni e sei mesi nel caso di truffa). Inoltre, un secondo eventuale periodo di sospensione di un anno e sei mesi potrà essere operativo nel caso in cui la sentenza di secondo grado non intervenga prima dello spirare del termine prescrizionale.
In ultima analisi, come si evince da questa esemplificazione, all’esito della modifica dell’art. 159 c.p. non è, quindi, più possibile indicare in via astratta il termine massimo prescrizionale in quanto esso è variabile e dipende dallo svolgimento del processo e dai conseguenti tempi legati ai due periodi di sospensione successivi alle pronunce di primo e secondo grado.
Nel nuovo art. 159 c.p. viene, inoltre, precisato che «i periodi di sospensione di cui al secondo comma sono computati ai fini della determinazione del tempo necessario a prescrivere dopo che la sentenza del grado successivo ha prosciolto l’imputato ovvero ha annullato la sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o ne ha dichiarato la nullità ai sensi dell’articolo 604, commi 1, 4 e 5-bis, del codice di procedura penale». Questo significa che è prevista una “causa sopravvenuta di perdita dell’efficacia sospensiva”. In altre parole, nel caso di una sentenza di riforma in grado di appello o di cassazione favorevole all’imputato, viene meno il periodo di sospensione del decorso prescrizionale.
Si è stabilito nel nuovo art. 159 c.p. che «se durante i termini di sospensione di cui al secondo comma si verifica un’ulteriore causa di sospensione di cui al primo comma, i termini sono prolungati per il periodo corrispondente». Meno significative sono le ulteriori modifiche all’art. 159 c.p. in quanto il legislatore si è limitato a stabilire, da un lato, che l’effetto sospensivo dell’autorizzazione a procedere opera dalla data del provvedimento con cui il pubblico ministero presenta la richiesta sino al giorno in cui l’autorità competente la accoglie e, dall’altro, che la sospensione, derivante dal deferimento della questione ad altro giudizio, vale sino al giorno in cui viene decisa la questione. È stata poi introdotta una nuova causa di sospensione - art. 159, comma 3-ter - per le rogatorie all’estero. In questa ipotesi, la sospensione opera dalla data del provvedimento che dispone una rogatoria sino al giorno in cui l’autorità richiedente riceve la documentazione richiesta, o comunque decorsi sei mesi dal provvedimento che dispone la rogatoria.
Passando ad un ulteriore aspetto della riforma in tema di prescrizione, va segnalato che all’art. 160 c.p. - colmando una lacuna legislativa - si è inserito fra gli atti interruttivi anche l’interrogatorio reso davanti la polizia giudiziaria, su delega del pubblico ministero.
Da ultimo, vanno sottolineate due importanti modifiche.
La prima concerne il dies a quo da cui decorre il termine prescrizionale: per i reati previsti dall’articolo 392, comma 1-bis, c.p.p. (delitti contro la libertà sessuale e la personalità individuale, stalking e maltrattamenti), se commessi nei confronti di minore, il termine della prescrizione decorre dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa, salvo che l’azione penale sia stata esercitata precedentemente. In quest’ultimo caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato.
Si tratta di un cambiamento ragionevole e in linea con il dettato della Convenzione del Consiglio di Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza, nota come “Convenzione di Istanbul”.
In effetti, l’accertamento di reati contro il minore è particolarmente difficile in quanto condizionato dalla presa di coscienza della vittima di quello che ha subito. Va da sé che, essendo questo processo di elaborazione - nella maggior parte delle volte - molto tormentato, la notitia criminis è temporalmente molto lontana dal momento di commissione del reato.
La seconda attiene alla disciplina degli effetti interruttivi e sospensivi della prescrizione nel caso di concorso di persone nel reato.
Inalterato resta all’art. 161 c.p. l’effetto interruttivo per tutti i concorrenti nel reato. Per contro, si è introdotta la regola che la sospensione della prescrizione ha effetto limitatamente agli imputati nei cui confronti si sta procedendo.
Un breve cenno finale riguarda gli aspetti di diritto intertemporale.
Il legislatore ha ritenuto di precisare che le modifiche si applicano solamente ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge.
La norma può apparire superflua in quanto la prescrizione è stata tradizionalmente qualificata come un istituto di natura sostanziale. Pertanto, allineandosi a tale consolidata posizione, ne consegue che ogni intervento “peggiorativo” sul regime della prescrizione ricadente sul “passato” si porrebbe in contrasto con il principio di legalità ed in specie con il suo corollario del divieto di retroattività della norma sfavorevole per il reo.
Ciò premesso, i mutamenti apportati dalla riforma Orlando hanno tutti - con eccezione della modifica all’art. 161 c.p. relativa all’effetto sospensivo per i concorrenti nel reato - natura peggiorativa. Conseguentemente, non possono avere applicazione retroattiva.
Spostandoci sul piano politico criminale, va ora formulata una valutazione complessiva su questa controversa riforma.
Questo giudizio deve fondarsi necessariamente su due aspetti che molto spesso nell’ambito della discussione sulla necessità della riforma della prescrizione sono stati tralasciati.
Il primo è quello delle indagini di statistica giudiziaria relative al fenomeno. Al riguardo, si può avere un quadro particolarmente aggiornato dal momento che il Ministro della Giustizia ha pubblicato in data 7 maggio 2016 l’analisi statistica dell’istituto della prescrizione in Italia.
I dati sono sicuramente interessanti perché manifestano una situazione molto diversa da quella normalmente delineata in via mediatica. Innanzitutto, nell’ultimo decennio il trend storico delle sentenze con dichiarazione di prescrizione è in deciso calo: da 213.774 del 2004 (anno antecedente alla riforma della c.d. ex-Cirielli) a 132.296 del 2014.
Ed anche l’incidenza delle sentenze di prescrizione sul numero complessivo di procedimenti definiti è in sensibile diminuzione: da una percentuale del 14,69 del 2004 si è giunti a quella del 9,48.
Per correttezza, va segnalato che nell’ultimo biennio 2013-2014 vi è stato un aumento dei casi di prescrizione, senza peraltro che ci si avvicini ai dati precedenti alla riforma del 2005, che restano di gran lunga superiori.
Da queste statistiche ufficiali si delinea, pertanto, che non esiste in Italia alcuna “emergenza” con riguardo al fenomeno della prescrizione.
Ma l’aspetto più interessante - nella prospettiva della riforma dell’istituto - attiene all’analisi statistica della prescrizione per fasi di procedimento.
Dalle tabelle del Ministero di Giustizia risulta che solamente l’1% delle prescrizioni viene dichiarata in Cassazione, il 18% in sede di giudizio di appello, il 18% in sede di giudizio di primo grado, l’1% davanti il giudice di Pace e il restante 62% nel corso delle indagini preliminari e dell’udienza preliminare.
I dati sono illuminanti.
Emerge, infatti, con assoluta chiarezza che il fenomeno della prescrizione si realizza in modo significativo nella fase preprocessuale, e cioè nel momento delle indagini preliminari. Preso atto di questa circostanza, è giocoforza concludere che la riforma dell’istituto non avrà un’incidenza significativa sul fenomeno della prescrizione. E ciò perché il prolungamento dei termini potrà riguardare solamente quella percentuale del 19% delle prescrizioni che viene dichiarata in sede di Appello e di Cassazione. In ultima analisi, sotto questo primo profilo, la riforma poco o nulla sposterà sul piano delle dichiarazioni di prescrizione, allungando peraltro inevitabilmente i tempi di giudizio in fase di appello e cassazione.
Sotto un secondo e diverso aspetto si deve porre il problema se la riforma sia in linea con la ratio dell’istituto.
A tale proposito, la risposta non può che essere negativa.
La rinuncia alla pretesa punitiva da parte dello Stato che si manifesta con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione non si giustifica solamente perché trascorso un certo tempo viene meno l’allarme sociale per un determinato episodio delittuoso.
Come è stato anche recentemente ricordato, non è solamente in un’ottica di prevenzione generale che va individuato il fondamento dell’istituto. «È soprattutto dalla lettura dell’art. 27, co. 3, che si desume che una condanna tardiva rischierebbe di essere costituzionalmente disarmonica; e addirittura illegittima la norma che lo consentisse».
Alla luce di questi esatti rilievi, si può affermare che una riforma della prescrizione ispirata ad un generale prolungamento dei termini si pone in contrasto con una visione di politica criminale ispirata alla finalità rieducativa della pena, così come imposta dalla Carta Costituzionale.
Un esempio può meglio chiarire tale assunto. Secondo la precedente disciplina dell’art. 157 c.p. una bancarotta prefallimentare con condotte di distrazione patrimoniale comportanti un danno patrimoniale grave, punita ai sensi degli artt. 216 e 219, comma 1, l. fall., già si prescriveva - in presenza di atti interruttivi - in 18 anni e nove mesi, decorrenti, per di più, non dalla realizzazione delle condotte ma dalla successiva dichiarazione di fallimento. E questo regime di rigore valeva per molti altri reati, dall’omicidio stradale a quelli a tutela della pubblica amministrazione.
Ebbene, in forza della nuova disciplina, si può giungere oggi a più di venti anni di termine prescrizionale per alcune categorie di illeciti. In alcuni casi, si giungerebbe perciò a risultati irragionevoli sul piano della funzione della pena. A questo punto, non resta che concludere che alla riforma della prescrizione al Parlamento ben si confà il detto “peggio la medicina della malattia”.
3. La riforma della prescrizione nella c.d. legge Spazzacorrotti - Legge 9 gennaio 2019, n. 3
Il punto maggiormente criticato ed inadatto della Legge Spazzacorrotti è senza dubbio quello concernente la sospensione della prescrizione: in particolare, l’articolo 1, lett. d), e), f) sancisce – inspiegabilmente – che il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado (non solo di condanna ma addirittura di assoluzione) o del decreto di condanna, fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna.
Questa recentissima novità introdotta dalla Legge n. 3/2019 in materia di prescrizione del reato e la sua possibile ripercussione sulla sorte del processo penale impone un’attenta ed accurata analisi delle disposizioni interessate.
È evidente, infatti, come una soluzione del genere – che dovrebbe dispiegare i propri effetti dal gennaio 2020 ma che si spera venga auspicabilmente modificata entro la scadenza – sia assolutamente inadeguata ed inadatta a diminuire i tempi dei processi e, anzi, pregiudichi irrimediabilmente la posizione giuridica della persona sottoposta a processo penale.
Non è, in altre parole, colpendo un istituto quale la prescrizione, prerogativa necessaria all’interno di uno Stato democratico e di diritto, che va trovata la soluzione in relazione ai tempi della Giustizia.
Ancora, l’inadeguata collocazione della nuova disciplina nell’articolo 159 Codice Penale – che avrebbe potuto trovare adeguata sede nell’articolo 158 Codice Penale rubricato: “Decorrenza del termine della prescrizione” – vuole sottolineare la sostituzione della riforma Orlando, che ha introdotto nella disposizione preindicata «due eventuali e successivi periodi di sospensione del corso della prescrizione, dopo la condanna in primo e/o in secondo grado, ciascuno per un tempo non superiore a un anno e sei mesi, dipendenti dall’esito di condanna del giudizio», facendo così dipendere il tempo necessario a prescrivere il reato dall’esito del processo, tenendo conto della gravità del reato e dalla complessità del procedimento.
La riforma spazza-prescrizione propone una soluzione decisamente più radicale che comporterà il “blocco” del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado o il decreto penale di condanna, indipendente dall’esito (di condanna o di assoluzione), determinando l’impossibilità, per la prescrizione, di maturare nei successivi gradi di giudizio.
L’equiparazione delle due tipologie di sentenza non fa altro che rimarcare l’assolutamente irragionevole portata della norma nei confronti dell’imputato che, assolto all’esito del giudizio di primo grado, si troverà “ostaggio” in un giudizio di appello o di cassazione, per un periodo di tempo indefinito, nella eventualità in cui il P.M. interponga appello avverso la sentenza assolutoria, con conseguente sospensione (rectius, blocco) del decorso del termine di prescrizione del reato.
In tale ottica, l’operatività della riforma in parola finirà per frustrare la domanda giudiziaria e per incrementare il numero dei processi in corso, aggravando l’incessante lavoro delle corti e discostandosi dal primario obiettivo cui tende: potenziare l’attività di prevenzione e repressione dei reati corruttivi riducendo, al contempo, il numero dei reati caduti in prescrizione.
Va da sé che un simile scenario, caratterizzato da un percorso complesso, costellato da innumerevoli critiche, pone il problema della possibile violazione dei principi costituzionali, primo fra tutti quello della ragionevole durata del processo (articolo 111, comma 2, Costituzione e articolo 6 CEDU), seguito dal diritto di difesa (articolo 24 Costituzione), della presunzione di innocenza (articolo 27, comma 2, Costituzione), della finalità rieducativa della pena (articolo 27, comma 3, Costituzione).
A ben vedere, la sospensione del corso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado comporterà un’interminabile dilatazione delle tempistiche del procedimento penale nel quale risulterà «impossibile raccogliere prove a discarico o esercitare attività istruttoria anche mediante rinnovazione in appello controinterrogando i testimoni a distanza di un così considerevole lasso di tempo».
Il principio del contraddittorio nella formazione della prova – garanzia di un confronto dialettico tra accusa e difesa nel processo penale – perderà qualsiasi rilevanza costituzionale, divenendo un principio evanescente, privo di significato, che impedirà il raggiungimento di una decisione giusta e aderente ai fatti, rispettosa dei diritti e delle garanzie dell’imputato, così sancendo il ritorno al processo inquisitorio e alla prevalenza dell’atto scritto e del documento sull’assunzione orale della prove nonché della sua formazione in contraddittorio .
Detto altrimenti, protraendo ab eterno la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, non solo verrà meno la possibilità di poter ricostruire ed esaminare i fatti di reato contestati in un’ottica difensiva, ma anche l’esercizio efficace ed incisivo delle prerogative difensive che il dettato normativo di cui all’articolo 24, comma 2, Costituzione assume come inviolabile.
I processi potranno durare all’infinito: in definitiva, fine processo, mai.
Roma, 29 novembre 2019 Avv. Massimo Biffa
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