Source: http://fondazioneberti-pernondimenticare.blogspot.com/2010/12/
Timestamp: 2017-06-28 10:38:09+00:00
Document Index: 24415045

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 52', 'art. 27', 'art3164', 'sentenza ']

Fondazione Berti-per non dimenticare: dicembre 2010
La Dichiarazione Universale dei Di...
Dopo lo s...
LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA SANTA BARBARA
In ricordo di Nilde Iotti.
Il padre - un sindac...
In occasione dell'anniversario della firma di promulgazione della Costituzione Italiana Piero CalamandreiDiscorso sulla CostituzioneMilano, 26 gennaio 1955L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piú alti degli studi». Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il piú importante di tutta la costituzione, il piú impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice cosí: «E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno diun lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito,la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indif-ferentismo alla politica.È cosí bello, è cosí comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è cosí bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi. Ricordo ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventú, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in piú, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.Ora, vedete – io ho poco altro da dirvi –, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.Quando io leggo, nell’art. 2, «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», o quando leggo, nell’art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lí, o giovani, col pensiero perché lí è nata la nostra costituzione.
Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,30Esplode una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana. Ha inizio una nuova era tragica.I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca è infatti gremita per il "mercato del venerdì", che richiama gli agricoltori delle province di Milano e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emiciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la potenza dell'esplosivo impiegato.L'attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. La storia dirà se la strage di piazza Fontana, inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana. Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche organizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le più importanti. Fin dall'indomani, come preparata in anticipo, parte un'incredibile campagna contro gli estremisti di sinistra. Le indagini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara la polizia, "gravano pesanti indizi". Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa in considerazione. Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una stanza del quarto piano. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sembra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di professione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza. Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure, già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una "pista nera", che verrà esplorata solo tardivamente.15 dicembre 1969Guido Lorenzon segretario di una sezione della Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che potrebbero essere in rapporto con gli attentati. Due giorni prima, cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con l'editore Giovanni Ventura (amico di vecchia data), una conversazione che, da allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha fornito sugli attentati sono state troppo precise e circostanziate perché possa essere totalmente estraneo alla strage.Già in precedenza Ventura gli aveva parlato con la stessa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel momento Lorenzon aveva taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo: nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era parso di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi attentati.Il giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico, Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella regione per le sue opinioni neonaziste. Franco Freda, poco più anziano di Ventura, grande ammiratore di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come Ventura, nell'msi, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha diretto l'organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo.Giovanni Ventura, cresciuto nella nostalgia di Mussolini, s'è iscritto all'msi giovanissimo. Nel 1965, trovando questo movimento troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica meglio corrisponde alle sue aspirazioni.Novembre 1971Un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tramezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare, casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin dichiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre, e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l'estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano prodotto l'effetto di "compressione esplosiva del metallo". Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era andato a comprarla al posto suo.Pan aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre 1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mostrato la riproduzione di una delle cassette impiegate negli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle acquistate da Freda e Ventura. I magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo teneva le sue riunioni nella sala di un istituto universitario di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco Pozzan, braccio destro di Franco Freda.Sottoposto dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo 1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18 aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma, Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò che gli ha detto Franco Freda: "È un giornalista ed è membro dei servizi segreti...". I magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'importanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione degli attentati del 1969.3 marzo 1972Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale dell'msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, vengono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputazione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12 dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per competenza territoriale, alla procura di Milano.A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati la cui prima iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cadere il capo d'accusa.Riprendendo le indagini da zero, i tre magistrati milanesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irregolarità.Una nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 dicembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accertare tre fatti importanti:1) le bombe sono costituite da candelotti identici agli esplosivi nascosti da Ventura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico Giancarlo Marchesin; 2) i meccanismi di scoppio ritardato delle bombe provengono da una partita di cinquanta timer acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un negozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistrati di aver comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano Mohamed Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per conto della resistenza palestinese. Da una verifica compiuta presso le autorità algerine risulta che questo capitano non esiste;3) le borse in cui si trovavano le bombe erano state acquistate, due giorni prima degli attentati, in una pelletteria di Padova. Qualche giorno dopo, confrontando due foto della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Commerciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una differenza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati, dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella seconda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qualcuno è intervenuto a sopprimere delle prove. Ormai convinti di avere in mano, con Franco Freda e Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, dietro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della tensione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro indagini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare. L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per "motivi di ordine pubblico". A Catanzaro esse vengono affidate a due magistrati locali che, senza che si possa mettere in dubbio la loro onestà, non seguiranno mai le "piste nere" con l'ostinazione dei predecessori.***Da: http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2004/un10/art3164.html(Umanità Nova, numero 10 del 21 marzo 2004, Anno 84 - articolo di Luciano Lanza)La sentenza di appello per la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) non è scandalosa come molti dicono e scrivono: è la regola. Ripristinata. Dopo poche anomalie. Piccole e parziali.I fatti. Il 12 marzo la corte d'appello di Milano ha assolto dal reato di strage (ergastolo) Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni quali responsabili dell'attentato che più di 34 anni fa causò 16 (più uno) morti e 84 feriti nella Banca nazionale dell'agricoltura. Nel giugno 2001 i tre erano stati condannati all'ergastolo. In più Stefano Tringali si era beccato tre anni per favoreggiamento. Ironia della sorte: è l'unico colpevole con una pena ridotta a un anno. Ma se non ci sono colpevoli per chi ha fatto favoreggiamento? Misteri della giustizia italiana. O meglio non ci sono misteri, c'è soltanto la volontà di "chiudere" una pagina che vede lo stato italiano come colpevole di complotti e stragi.Perché è la regola in questo criminale affare? Molto semplice. Perché fin dallo scoppio di quelle bombe (una a Milano e due a Roma) gli apparati dello stato hanno fatto di tutto per depistare e occultare la verità. Ricordate? All'inizio il mostro che aveva messo la bomba era un anarchico, Pietro Valpreda, ma non solo anarchico anche ballerino, quindi uno spostato, un diverso con la bramosia del sangue e della rivoluzione. E da lì una campagna (ossessivamente orchestrata, neppure troppo intelligentemente, ma mediaticamente martellante) contro gli anarchici e la sinistra "rivoluzionaria". Con un contorno altrettanto drammatico: il "volo" di un anarchico milanese, Giuseppe Pinelli, dal quarto piano della questura di Milano. Ebbene quella montatura aveva funzionato per poco tempo, poi un oscuro giudice veneto di Treviso, Giancarlo Stiz se ne era uscito con un mandato di cattura contro due neonazisti: Franco Freda e Giovanni Ventura. Per Stiz erano loro i responsabili, non Valpreda, di quella strage.Prima anomalia. Che contraddiceva l'istruttoria "istituzionale" dei magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. I due avevano puntato subito (e come mai?) su Valpreda e sui suoi compagni del circolo 22 marzo. Da lì una sequenza di processi che definire ridicoli è poca cosa. Il 23 febbraio inizia il processo per la strage che vede sul banco degli imputati sia gli anarchici Valpreda e i suoi compagni (con un'aggiunta di Mario Merlino, nazista infiltrato nel gruppo 22 marzo) sia i nazisti Freda e Ventura. Tutti insieme appassionatamente per confondere le acque (la consunta, ma sempre sbandierata teoria degli "opposti estremismi") e non far capire che cosa è veramente successo. Ma il 6 marzo i magistrati romani (responsabili della montatura, ricordiamoli: Occorsio e Cudillo) capiscono che non ce la faranno ad andare avanti. Il processo viene così spostato a Milano: il luogo della strage. Il luogo dove, secondo le leggi dello stato italiano, si sarebbe dovuto tenere fin dall'inizio il processo. Ma che succede? Il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo, sostiene che Milano è una città in mano ai "rossi": legittima suspicione. Il processo viene dirottato (esiliato?) a Catanzaro. Ma bisognerà aspettare quasi dieci anni dalla strage (23 febbraio 1979 per arrivare alla prima sentenza. Freda e Ventura vengono condannati all'ergastolo per strage, Valpreda e compagni assolti (insufficienza di prove), ma condannati per associazione a delinquere. C'è però una postilla interessante. I giudici di Catanzaro rinviano a Milano gli atti che riguardano gli ex presidenti del consiglio Giulio Andreotti e Mariano Rumor e gli ex ministri Mario Tanassi, difesa, e Mario Zagari, giustizia. Dire che i quattro uomini politici escono quasi subito dal processo è come raccontare una di quelle vecchie barzellette che tutti conoscono. E infatti finisce come tutti già si aspettavano: "Scusate il disturbo".E, di processo in processo, arriviamo al 27 gennaio 1987 in cui la prima sezione della Cassazione chiude la questione: nessun responsabile per la strage di piazza Fontana. Anarchici e nazisti sono innocenti. O meglio, rimane il fatto che per Freda e Ventura è confermata la condanna a 15 anni per gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano del 25 aprile 1969 e, sempre nello stesso anno, degli attentati ai treni (dieci bombe, otto esplose) tra l'8 e il 9 agosto.Particolare non irrilevante: quei due attentati, inizialmente attribuiti agli anarchici, erano serviti per costruire il "teorema anarchico" di piazza Fontana. Che poi la responsabilità processuale venga definitivamente attribuita ai nazisti non sembra più rilevante.Capacità dialettica della magistratura italiana.Arriviamo a un'altra delle poche anomalie che contrassegnano questa vicenda. Il giudice istruttore Guido Salvini nel 1987 apre una nuova inchiesta sull'eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana.Un'inchiesta che nel 1995 arriva a un'ordinanza di rinvio a giudizio contro una serie di terroristi neonazisti. Ma bisognerà aspettare il giugno 2001 per assistere alla condanna all'ergastolo di Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Più la condanna di tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento.Anche l'anomalia creata da Salvini si è chiusa. Sepolta dalla volontà di non avere colpevoli per quella strage. E quando mai avete visto uno stato che condanna se stesso?Perché la strage di piazza Fontana è stata realmente una strage di stato come la definirono gli anarchici del Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre 1969 in una conferenza stampa che gli organi di stampa definirono "farneticante". Strage di stato perché vi troviamo coinvolti ministri, segretari di partito, servizi segreti italiani (tutt'altro che deviati, ma obbedienti agli ordini dei responsabili della politica) e servizi segreti esteri (americani e israeliani).Per chi non ha vissuto quel periodo vale la pena ricordare che allora la classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra dell'asse politico nazionale, un cambiamento non voluto e osteggiato con tutti i mezzi. Anche con le bombe e i morti. Fu messa in atto una strategia che "doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, a un regime autoritario, ma che è stata gestita dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli avversari politici e per creare un clima di paura che perpetuasse la centralità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati".Oggi, tornati alla ribalta i successori della Democrazia cristiana (Forza Italia più satelliti), la strage di piazza Fontana deve tornare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà fra alcuni anni, quando saranno passati quasi quarant'anni dalla strage. E allora sarà ancora di più e soltanto storia. Riveduta e corretta. Secondo i dettami del revisionismo imperante.***Associazione:"Associazione Familiari vittime della strage di Piazza Fontana"Presidente: LUIGI PASSERA
Introduzione La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani _________________________________________La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.I trenta articoli di cui si compone sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona. Vi si proclama il diritto alla vita, alla libertà e sicurezza individuali, ad un trattamento di uguaglianza dinanzi alla legge, senza discriminazioni di sorta, ad un processo imparziale e pubblico, ad essere ritenuti innocenti fino a prova contraria, alla libertà di movimento, pensiero, coscienza e fede, alla libertà di opinione, di espressione e di associazione. Vi si proclama inoltre chenessuno può essere fatto schiavo o sottoposto a torture o a trattamento o punizioni crudeli, disumani o degradanti e che nessuno dovrà essere arbitrariamente arrestato, incarcerato o esiliato.Vi si sancisce anche che tutti hanno diritto ad avere una nazionalità, a contrarre matrimonio, a possedere dei beni. a prendere parte al governo del proprio paese, a lavorare, a ricevere un giusto compenso per il lavoro prestato, a godere del riposo, a fruire di tempo libero e di adeguate condizioni di vita e a ricevere un'istruzione. Si contempla inoltre il diritto di chiunque a costituire un sindacato o ad aderirvi e a richiedere asilo in caso di persecuzione.Molti paesi hanno compendiato i termini della Dichiarazione entro la propria costituzione. Si tratta di una dichiarazione di principi con un appello rivolto all'individuo singolo e ad ogni organizzazione sociale al fine di promuovere e garantire il rispetto per le libertà e i diritti che vi si definiscono. Gli stati membri delle Nazioni Unite non furono tenuti a ratificarla (la dichiarazione non essendo di per sé vincolante), sebbene l'appartenenza alle Nazioni Unite venga di norma considerata un'accettazione implicita dei principi della Dichiarazione.Va sottolineato che in base alla Carta delle Nazioni Unite gli stati membri s'impegnano ad intervenire individualmente o congiuntamente, per promuovere il rispetto universale e l'osservanza dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali . Questo è un obbligo di carattere legale. La dichiarazione rappresenta un'indicazione autorevole di che cosa siano i diritti umani e le libertà fondamentali.DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMOPreamboloConsiderato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'eguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni,ASSEMBLEA GENERALE proclama LA PRESENTE DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione. Nella foto :un immagine della manifestazione a favore della liberazione del Tibet organizzata dalla Fondazione Berti il 10 Dicembre 2008
La Battaglia di MontelungoDopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre 1943 dei due corpi d’armata, americano e inglese della Vª armata, rispettivamente il VI° e il X°, gli alleati con al comando il generale statunitense Mark W. Clark, avevano sostenuto duri combattimenti contro i tedeschi ed erano riusciti a congiungersi con l’VIIIª armata di Montgomery risalita dalla Calabria dopo lo sbarco a Reggio del 3 settembre. Napoli era stata occupata il 1° ottobre senza trovare opposizione, grazie alla rivolta dei napoletani contro i tedeschi. I problemi per gli alleati iniziarono quando incapparono nella prima delle linee di resistenza predisposte dai tedeschi. La prima di queste linee partiva dalla riva destra del fiume Volturno, partendo dalla sua foce sul Tirreno e passando di fronte a Caiazzo, Telese, Campobasso per proseguire verso Termoli sulla costa adriatica. Questa linea venne superata dagli americani tra il 12 e il 13 ottobre a Caiazzo, poco sopra Caserta. La successiva linea di resistenza era la Linea Barbara che, partendo da sud di Vasto sull’Adriatico si ricongiungeva con la Linea Bernhard a Colli al Volturno per distaccarsene a Venafro e continuare a sud del fiume Garigliano, sino a terminare all’altezza di Mondragone sul Tirreno. La linea Bernhard partiva dalla foce del Garigliano, passava per Mignano e proseguiva per Colli al Volturno. Toccava Palena e arrivava all’Adriatico. Qui gli americani, era il 15 novembre 1943, si trovarono a doversi fermare per l’aumento della resistenza tedesca che utilizzava ogni appiglio tattico per effettuare azioni di retroguardia con piccoli reparti. Vennero distrutti parecchi edifici che controllavano le vie di comunicazione per fungere da ostruzioni. Punto di forza della Linea Bernhard, che precedeva di pochi chilometri a sud la Linea Gustav, era la stretta di Monte Lungo, attraverso la quale passava la strada statale n°6 Casilina. Monte Lungo si trova al centro di due importanti rilievi montuosi, i massicci del Camino e del Sammucro. Il terreno su cui preparava la resistenza agli alleati che avanzavano era stato scelto dal generale tedesco Hube, che aveva il comandato il XIV° Corpo d’Armata prima di essere trasferito sul fronte orientale e venire sostituito dal generale Frido von Senger und Etterlin. Hube riteneva la Linea Bernard più favorevole alla difesa di quanto lo fosse la retrostante Linea Gustav. Nei piani degli alleati lo sfondamento della linea d’inverno germanica (Winter Line), così gli alleati avevano ribattezzato la linea che passava per Monte Lungo, era suddiviso in tre fasi: per prima cosa doveva essere forzato il fronte destro tedesco il cui punto di forza era il massiccio del Camino, poi seguita dalla conquista e sgombero delle posizioni tedesche e infine lo sfondamento definitivo al centro lungo la Casilina. L’attacco venne sferrato dal X° Corpo Britannico che faceva parte della Vª Armata di Clark. I tentativi furono svolti dalla 46ª e 56ª divisione di fanteria. E si conclusero con notevoli perdite inglesi e la ritirata della 15ª divisione granatieri corazzati tedesca. Preso il monte Camino il generale Clark decise di sfondare la linea con un attacco simultaneo che investisse sia Monte Lungo che il Monte Sammucro con l’occupazione del villaggio di S.Pietro. La conquista di questi obiettivi fu affidata alla 36ª divisione di fanteria americana del generale Walker. Dello sfondamento al centro del fronte fu incaricato il Primo Raggruppamento Motorizzato Italiano. Questa unità era nata nell’Italia meridionale nella zona di Brindisi il 28 settembre 1943, era formata dal LI° Battaglione Bersaglieri, dall’11° Raggruppamento artiglieria dal V° Battaglione controcarro, da una compagnia mista del Genio e dei Servizi il tutto per un totale di 5300 uomini al comndo del generale Vincenzo Dafino. Verso la fine di ottobre vennero assegnati il 34° Nucleo chirurgico e il 244° ospedale da campo provenienti dalla divisione Legnano. Gli equipaggiamenti e l’armamento erano quelli standard del regio Esercito. Le artiglierie erano costituite dai pezzi da 75/18, 100/22, 105/28. Nel mese di novembre del 1943 il Raggruppamento fu messo a disposizione del II° Corpo della Vª Armata Americana. Il 6 dicembre 1943 il Primo Raggruppamento Motorizzato mosse da Avellino per avvicinarsi alla Winter Line. Il reparto italiano era alle dipendenze del II° Corpo d’Armata americano del generale Keyes, comprendente anche la 3ª e la 36ª divisione di fanteria USA. Di fronte alla forza italiana si trovava la 23ª divisione Granatieri Corazzati tedesca, un’unità molto esperta che si era già contraddistinta in Sicilia, Calabria e a Salerno. La sera del 7 dicembre l’attacco italiano fu preceduto dalle prime azioni americane sul fronte di S.Pietro e del monte Sammucro. Le truppe italiane all’alba dell’8 dicembre iniziarono una lenta avanzata verso “quota 253”. La nebbia e l’oscurità portarono una certa disorganizzazione dei reparti e ne approfittarono i tedeschi per organizzare la difesa coprendo le vie di approccio con un nutrito fuoco di mitragliatrici. Ma prima che gli italiani potessero consolidarsi sul terreno i tedeschi iniziarono un contrattacco. Frastornati dalla rapidità della manovra tedesca e sfiancati dalla corsa in salita gli italiani cominciarono a ritirarsi. All’attacco parteciparono circa 1600 uomini e le perdite furono di 47 morti, 102 feriti e 151 dispersi. I motivi del fallimento erano dovuti al fatto che Monte Lungo era difeso più pesantemente di quanto non si fosse ipotizzato. Dopo l’insuccesso il morale tra le truppe si era molto abbassato e si registrarono 50 diserzioni nel LI° Battaglione Bersaglieri. Dopo il primo insuccesso venne ideato un secondo attacco. Il 15 dicembre alle ore 17.30 il 142° Reggimento di fanteria americano si mosse. Il 2° Battaglione verso il nord di Monte Lungo mentre il 1° Battaglione si mosse verso il centro di Monte Lungo. Il colle venne occupato alle ore 10.00 del 16.Quasi contemporaneamente il Primo Raggruppamento Motorizzato scattò all’attacco, alle ore 9.15 del 16, per conquistare “Quota senza indicazione di numero” e la “343”. All’attacco parteciparono il 2° Battaglione fanteria e una compagnia del LI° Bersaglieri. I tedeschi minacciati di accerchiamento da parte degli americani si ritirarono precipitosamente e alle 10.20 le due quote furono occupate dagli italiani. Da parte italiana, nell’ultimo combattimento per Monte Lungo si registrarono 6 morti e 30 feriti. La caduta di Monte Lungo costrinse i tedeschi ad abbandonare la linea difensiva a S. Pietro Infine. (a cura di Fabio Mosca) Archivi della Resistenza
Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione7 DICEMBRE 1941: "Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione"L'incursione giapponese su Pearl Harbor forza l'intervento americano nella Seconda Guerra Mondiale. La situazione diplomatica e militare precedente all'attacco, l'operazione nel suo svolgimento e le conseguenze pratiche dell'azione che avrebbero influenzato i primi mesi della guerra nel Pacifico.Verso le 8 di mattina del 7 dicembre 1941, una squadriglia di Aereo siluranti e caccia Giapponesi si abbatteva sulle navi Americane ancorate nella rada della base di Pearl Harbor nelle Hawaii. In due successive ondate i Giapponesi furono in grado di affondate e danneggiare più di 14 navi, in pratica a ridurre di molto le forze navali Americane nel Pacifico. Tuttavia la missione aveva mancato il suo obbiettivo primario: Le portaerei.Come si è giunti all'attacco Giapponese a Pearl Harbor?La politica di espansionismo Giapponese si dovette ben presto scontrare con gli interessi delle altre potenze che avevano grossi interessi in estremo oriente, come l'Olanda, la Francia, e l'Inghilterra e in particolare modo gli Stati Uniti. La guerra che il Giappone aveva cominciato nel 1937 con la Cina, aveva di fatto provocato, da parte degli Stati Uniti un embargo sulla fornitura di materie prime al Giappone. L'occupazione dell'Indocina nel 1940 d'accordo con il governo collaborazionista di Vichy aveva reso tesi i rapporti tra Giappone e USA. Furono pertanto avviati, nella primavera del 1941, i negoziati per risolvere pacificamente la situazione. Occorre far notare che fino all'ottobre del 1941 il governo Nipponico presieduto dal principe Konoye non voleva la guerra, erano invece i circoli militari, con l'eccezione della Marina Imperiale ad essere ansiosi di dimostrare la loro invincibilità.Gli americani fedeli alla loro politica "della porta aperta" verso la Cina chiedevano un'immediata ritirata del Giappone dalla Cina e dall'Indocina, I Giapponesi offrivano di ritirare le truppe ma di conservare alcune delle loro ultime conquiste e soprattutto la fine dell'embargo. La situazione che si era venuta a creare da parte americana era di accettare le proposte Giapponesi, e quindi di evitare la guerra, ma lasciare al Giappone il Sud del continente. Non accetarle avrebbe significato guerra, perché il governo Konoye sarebbe stato sostituito da un governo più bellicoso. In questo clima il governo Konoye fu sostituito da un nuovo governo formato da una coalizione di militari presieduti dal generale Tojo (ottobre 1941). Questi decise per la guerra e in pratica i negoziati proseguivano con l'unico scopo di guadagnare tempo.LE PREVISONI AMERICANE E LA PREPARAZIONE DEL PIANO D'ATTACCOIn caso di attacco a sorpresa Giapponese, gli americani erano dell'opinione che gli obiettivi sarebbero stati le Filippine, l'isola di Guam oppure le Midway. Era giudicato impossibile un attacco Giapponese alla base di Pearl Harbor, ed infatti l'Amm. Kimmel dispose le proprie navi come in tempo di pace e l'unica precauzione presa fu di ammassare gli aerei sulle piste d'atterraggio per prevenire atti di sabotaggio da parte della comunità Giapponese che viveva nell'arcipelago. Tuttavia il servizio segreto americano intercettava diverse trasmissioni Giapponesi che facevano supporre un attacco di sorpresa a Pearl Harbor che però non vennero prese sul serio, come non vennero presi sul serio diversi avvertimenti diramati dal generale Marshall.L'idea di attaccare la base di Pearl Harbor fu dell'amm. Isoroku Yamamoto. Esaminando le operazioni belliche nel mediterraneo, Yamamoto era rimasto stupito dall'attacco Inglese alla base di Taranto, dove degli aerosiluranti Inglesi era riusciti ad affondate 3 corazzate e 1 nave da Guerra, in un porto dove i fondali erano ritenuti troppo bassi per un attacco condotto da aerosiluranti, e a Pearl Harbor i fondali erano altrettanto bassi. Per Yamamoto era necessario solamente modificate i siluri e addestrare i piloti a lanciarli da una angolazione che gli impedisse di conficcarsi sul fondale. Tuttavia Yamamoto si dovette scontrare con le vecchie idee dei comandanti che avrebbero preferito attirare la flotta americana nelle acque Giapponesi per una battaglia risolutiva, in pratica era la stessa tattica che nel 1905 permise all'Amm. Togo di riportare una schiacciante vittoria sulla Flotta Russa nella battaglia di Tsushima. A loro Yamamoto rispondeva che era necessario mettere subito fuori combattimento la Flotta americana del Pacifico perché in caso contrario gli americani avrebbero comodamente deciso quando iniziare le ostilità contro il Giappone, l'idea era di mettere fuori combattimento in un solo colpo la flotta americana del pacifico. Alla fine le tesi di Yamamoto fecero breccia nell'Amm. Nagumo (Comandante in capo della Marina Militare Giapponese) che diede il via libera.L'organizzazione del piano venne affidata ai cap. freg. Fuchida e Genda, che presentarono la relazione finale del piano il 13 settembre. Il 5 ottobre Yamamoto lo spiegò agli ufficiali che avrebbero preso parte alla missione sulla portaerei Akagi.Il piano precedeva l'invio di una flotta cosi composta:6 Portaerei: (Akagi, Kaga, Soryu, Hyryu, Zuikaku, Shokaku)2 Navi da Guerra: (Hiei, Kirishima)1 Incrociatori Leggero: (Abukuma)1 Incrociatore Pesante: (Tone Chikuma)9 Cacciatorpediniere: (Urkaze, Kasumi, Akigumo, Kagero, Arare, Hamakaze, Isokaze, Tanikaze, Shiranuhi)3 Sommergibili: (I-19, I-21. I-23)Facevano inoltre parte della flotta un gruppo di 26 sommergibili con scopi di esplorazione e sorveglianza che però fallirono completamente il loro compito. In particolare alcuni portavano imbarcati dei piccoli sommergibili da lanciare in prossimità di Pearl Harbor, e per poco non fecero fallire l'intera operazione: uno di questi sommergibili portatili, fu affondato da un cacciatorpediniere americano alcune ore prima dell'attacco. Ma al messaggio di scoperta, non venne data la necessaria importanza.Sulle portaerei avrebbero trovato posto 389 aerei che avrebbero attaccato Pearl Harbor divisi in due ondate composte da 183 e 167 aerei mentre i rimanenti 39 aerei sarebbero rimasti a guardia della stesse portaerei . La flotta si sarebbe avvicinata seguendo una rotta molto settentrionale per evitare di essere scoperta, giunta nei pressi di Pearl Harbor avrebbe lanciato i suoi aerei guidati da Fuchida che avrebbe deciso quale tattica d'attacco usare in base al grado di sorpresa avuto. L'attacco sarebbe incominciato la domenica mattina del 7 dicembre 1941 La flotta venne riunita in un porto poco frequentato delle Isole Curili (Etorofu) mentre le esercitazioni per gli aerosiluranti e bombardieri si svolgevano nella baia di Kagoshima che ricordava quella di Pearl Harbor.Infine il 26 novembre la flotta salpò dalle Isole Curili con obbiettivo Pearl Harbor. Occorre ricordare che i Giapponesi avevano alle Hawaii un potente sistema di spionaggio che informava giornarialmente il Quartier generale Giapponese sui movimenti all'interno della base. Il primo dicembre il governo Giapponese decise di respingere l'ultima proposta del governo americano, e aveva approvato l'inizio delle ostilità, pertanto, venne comunicato alla flotta la frase in codice "Scalate il monte Niitaka" (Niitaka Yama Nobore) che confermava l'attacco a Pearl Harbor. La sera del 7 dicembre pervenne all'Amm. Nagumo l'ultimo rapporto sulla situazione a Pearl Harbor, veniva segnalata la presenza di 8 navi da Battaglia, 3 incrociatori, 17 cacciatorpediniere, ma nessuna portaerei, che secondo Yamamoto dovevano essere il principali bersagli da affondare. Le portaerei Americane invece si trovavano rispettivamente a Wake (Enterprise) a Midway (Lexington) e a San Diego (Saratoga).La mattina successiva la Flotta di Nagumo raggiunse il punto di lancio degli aerei situato a 26° lat. Nord e 158° long. Ovest a una distanza di circa 275 miglia dalla base di Pearl Harbor. Alle 6:45 due soldati americani addetti al controllo Radar informarono il centro informativo di Fort Shafter di avere individuato il segnale di un aereo in avvicinamento, tuttavia l'esercito minimizzò dicendo di non preoccuparsi. Alle 7:02 i segnali Radar iniziarono con maggior intensità e ne informarono nuovamente il centro informazioni, l'ufficiale di guardia Tyler informo i due soldati che si trattava di una formazione aerea di Boeing B-17 in arrivo dal continente, che si stavano effettivamente avvicinando a Pearl Harbor ma da Nord-Est mentre i segnali captati dal Radar provenivano da Nord-Ovest: si trattava della prima ondata d'attacco Giapponese decollata alle 06:00 dalle piste delle Portaerei, i 183 aerei erano cosi suddivisi:40 Aerosiluranti NAKAJIMA B5N "KATE"49 Bombardieri NAKAJIMA B5N "KATE"51 Bombardieri in picchiata AICHI D3A "VAL"43 Caccia MITSUBISHI A6M "ZERO"La squadriglia era personalmente guidata dal cap. freg. Fuchida che, come abbiamo già detto, doveva manovrare l'attacco.Alle 7:53 Fuchida diramò alle portaerei il segnale "TORA-TORA-TORA" (Tigre) che significava il massimo grado di sorpresa. I giapponesi concentrarono il fuoco sugli obbiettivi già prefissati: Le navi da battaglia ancorate nella rada di Pearl Harbor, gli aeroporti Hickam, Wheeler, Kanehohe e Ewa. Le prime bombe caddero alle ore 7:55, tra la sorpresa generale dei militari, e dovettero passare alcuni minuti prima che si rendessero conto di essere sotto accatto nemico e di rispondere efficacemente, alle 7:58 venne diramato verso Washington la notizia dell'incursione aerea (Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione). Mentre i Bombardieri "Val" e "KATE" si occupavano delle Navi ancorate, i caccia "ZERO" colpivano gli aerei che erano stati ammassati sulle piste degli aeroporti. Frattanto le batterie di contraerea iniziavano a sviluppare un'adeguato volume di fuoco. Alle 8:12 comparvero nel cielo le fortezze volanti Boeing B-17 che furono costrette ad un atterraggio sotto il fuoco indiscriminato dei Giapponesi, analoga sorte toccò a 18 aerei della Portaerei Enterprise che rientravano dopo un volo di trasferimento. Verso le 8:30 la prima ondata aveva terminato i suoi compiti e si diresse verso le portaerei, da dove si stava alzando in volo la seconda ondata formata da 167 veicoli cosi divisi:54 Bombardieri "KATE"78 Bombardieri in picchiata "VAL"35 Caccia "ZERO"Comandava la squadriglia il cap. corv. Shimazaki.L'accoglienza dalle batterie di contraerea americana procurarono notevoli perdite agli aerei Giapponesi della seconda ondata. La seconda incursione abbandonò il campo alle 9:55 esattamente due ore dopo l'inizio del bombardamento, rientrati tutti gli aerei sulle portaerei la flotta ripartì verso il Giappone alle ore 13:00.Mentre a Pearl Harbor infuriava il bombardamento, a Washington l'ambasciatore Nomura stava compilando il documento spedito da Tokio dove il governo giapponese lamentava la politica americana e inglese verso il popolo giapponese. Il documento doveva essere consegnato alle ore 13:00 di Washington ovvero pochi minuti prima dell'inizio del bombardamento a Pearl Harbor, ma dato l'esiguo numero di funzionari all'ambasciata il documento venne consegnato verso le ore 14:20 quando Pearl Harbor era già da un'ora sotto attacco.IL BILANCIOIl Bilancio da parte americana dell'incursione aerea fu di 18 navi colpite cosi divise:8 Corazzate: (Arizona, Oklahoma, West Virginia, California, Nevada, Pennsylvania, Tenesse, Maryland)3 Incrociatori leggeri: (Raleigh, Helena, Honolulu)3 Cacciatorpediniere: (Shaw, Cassin, Downes)1 Nave Appoggio: (Curtiss)1 Nave Officina: (Vestal)1 Nave Bersaglio: (Utah)Su 349 aerei parcheggiati sulle piste degli aeroporti 189 furono distrutti e 159 danneggiati.Andarono persi anche un Boeing B-17 e 5 caccia. Tra i militari vi furono 2.335 morti e 1.143 feriti.I giapponesi registrarono invece l'abbattimento di 29 aerei cosi suddivisi:15 Bombardieri "VAL"5Aerosiluranti "KATE"9Caccia "ZERO"CONCLUSIONIIl principale effetto che ebbe l'attacco a Pearl Harbor, fu l'entrata in guerra degli stati Uniti a fianco degli alleati, Se prima, il popolo americano era dell'opinione di non intervenire in guerra contro i paesi dell'asse, ora era pervaso da un'ondata di odio e una feroce volontà di vittoria per vendicare il "giorno dell'infamia" come il presidente Roosvelt aveva soprannominato quel 7 dicembre 1941. Il giorno successivo Roosvelt dichiarò guerra al Giappone.Il Giappone inaugurava con successo l'inizio delle ostilità contro gli USA, l'attacco aveva messo fuori combattimento le corazzate americane, ma aveva mancato le portaerei, che sarebbero state decisive per gli americani nella Battaglia del Mar dei Coralli e soprattutto di Midway.FONTI: Storia generale della guerra in Asia e nel Pacifico (1937-1945) - Alberto Santoni.I Grandi Fatti - AA.VV.Storia della Seconda Guerra Mondiale - AA.VV. F.Diana
LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA SANTA BARBARACerimonia al Campo degli Eroi di Casciana Terme. Messaggio dell’ammiraglio Pierluigi Rosati, Comandante l’Accademia Navale CASCIANA TERME - Anche la Fondazione “Berti”, come ogni anno,ha voluto ricordare a Casciana Terme la festività di Santa Barbara. In particolare,dopo la deposizione della tradizionale corona di fiori ai piedi del monumento dedicato agli “Uomini dei mezzi d’assalto” (Teseo Tesei, l’ideatore,Guastavo Stefanini ed Elios Toschi), è stato letto il messaggio dell’Ammiraglio Comandante l’Accademia Navale, Pier Luigi Rosati:” “I monumenti siti nel “Campo degli Eroi”,nel silenzio e nella splendida ed intensa cornice del luogo – scrive – ricordano uomini che hanno affrontato le varie difficoltà sempre a testa alta e con la massima trasparenza ed onestà,pronti a donare la propria vita per i loro ideali trasmettendo quindi un messaggio simile a quello di Santa Barbara”. “Mi permetto di esprimere questa vicinanza fra entità solo storicamente e socialmente diverse,ma assolutamente permeate dalla medesima concretezza spirituale. Ho vissuto momenti intensi fra voi – conclude – provando emozioni forti e simili a quelle che percepisco tutti gli anni nel giorno della celebrazione della Patrona”. Nel corso della cerimonia,inoltre, sono state ricordate le parole che, su Il Telegrafo del 4 dicembre 1977,pochi mesi dopo la tragedia del Monte Serra, scrisse il prof. Giuseppe Bruni, per mezzo secolo docente d’inglese in Accademia: “E’ nei giorni di festa che si sente struggente, quasi disumana,la mancanza di chi vorremmo ci stesse vicino. Santa Barbara, giorno di festa in Accademia: ci mancano i trentotto compagni, con i quali avevamo cominciato a vivere insieme. Ci sono mancati giorno per giorno: anche un vuoto fisico quello lasciato da loro. Per riempirlo,ci siamo dovuti stringere,accostarci più vicino, gli uni agli altri e la vicinanza ci ha reso più forti”.GIAN UGO BERTI(riproduzione vietata)
In ricordo di Nilde Iotti.Il padre - un sindacalista socialista che faceva il deviatore alle Ferrovie e che, durante la dittatura, era stato perseguitato dai fascisti - aveva voluto che la figlia Leonilde - per tutti Nilde - studiasse. La ragazza si era così laureata (in Lettere e Filosofia, all'Università Cattolica di Milano) e, per alcuni anni, aveva insegnato all'Istituto tecnico industriale di Reggio Emilia. Dopo l'8 settembre 1943, per Nilde Iotti l'impegno che l'avrebbe accompagnata tutta la vita: la giovane insegnante era, infatti, entrata nelle file della Resistenza ed era diventata l'organizzatrice dei "Gruppi di difesa della donna" che, anche nella provincia di Reggio, hanno dato un grande contributo alla lotta contro i nazifascisti. Dopo la Liberazione, la Iotti è segretaria dell'UDI a Reggio e il 2 giugno 1946 è eletta all'Assemblea costituente, come indipendente nelle liste del PCI. Si iscrive poi al partito, entra nei suoi organismi dirigenti nazionali e, nel 1948, è eletta per la prima volta alla Camera dei deputati. È riconfermata per le successive legislature e il 29 giugno 1979 è eletta (al primo scrutinio e prima donna nella storia parlamentare italiana), Presidente della Camera. Per tredici anni Nilde Iotti ha ricoperto con grande prestigio quell'incarico, sino a che, il 18 novembre 1999, già gravemente malata, si era dimessa tra l'applauso unanime e ammirato dell'intero schieramento parlamentare. Sin dalla Resistenza, la Iotti è stata protagonista delle battaglie in difesa delle donne. Nel 1955 era stata la prima firmataria di una proposta di legge per istituire una pensione e un'assicurazione per le casalinghe. Nel 1974 aveva partecipato attivamente alla battaglia referendaria in difesa del divorzio. L'anno dopo promosse la legge sul diritto di famiglia. Nel 1978 contribuì a far approvare la legge sull'aborto. E così sino a che la malattia non la costrinse a dimettersi. Al nome di Nilde Iotti - che per diciotto anni fu la compagna di Palmiro Togliatti - sono intitolati, in molte parti d'Italia asili, organizzazioni giovanili, sedi dei Democratici di sinistra. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della giornata commemorativa organizzata dal Comune di San Quirico d'Orcia (Siena) per ricordare Nilde Iotti ha inviato, il 28 marzo 2009, questo messaggio al Sindaco Marileno Franci: "Nilde Iotti, con la quale ho condiviso una lunga attività parlamentare e intrattenuto un rapporto di feconda amicizia, ha rappresentato un esempio altissimo di rigore morale, di forte passione civile, di intelligente e totale impegno al servizio delle istituzioni del paese. Nella sua vicenda umana e politica si riflette la storia stessa dell'Italia repubblicana, che ella ha accompagnato nel cammino di ricostruzione e di sviluppo dai banchi dell'Assemblea costituente e poi della Camera dei Deputati, di cui per lungo tempo fu presidente unanimemente apprezzata, garanzia di libero confronto per tutti i gruppi politici. La lezione politica di Nilde Iotti, anche nella costante affermazione del principio costituzionale dell'uguaglianza della donna nella società, nel lavoro e nelle professioni, mantiene oggi intatta tutta la sua forza e attualità, e la manifestazione di oggi costituisce un giusto riconoscimento ad una eredità che è patrimonio dell'intero paese".ANPI