Source: https://www.osservatoriopenale.it/difesa-di-amministratore-di-societa-le-spese-legali-non-sono-detraibili/
Timestamp: 2019-10-23 06:15:09+00:00
Document Index: 50268361

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Home Da leggere Difesa di Amministratore di Società: le spese legali non sono detraibili
Ai fini dell’inerenza all’attività d’impresa, non è sufficiente che il costo sia conseguente in senso generico all’esercizio dell’impresa, ma è necessaria la sua correlazione con un’attività potenzialmente idonea a produrre utili. L’assunzione delle spese per la difesa penale del Presidente/Amministratore della società non è qualificabile costo di operazioni sociali legittime ovvero rientranti nell’oggetto sociale.
(Cass. Civile, sentenza 6 agosto 2019, n. 20945)
[OMISSIS] 1. La P. 80 Concessionaria Pubblicità s.p.a. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia, depositata il 26 novembre 2012, di reiezione dell’appello dalla medesima proposto avverso la sentenza di primo grado che aveva respinto il suo ricorso per l’annullamento di un avviso di accertamento con cui era stata recuperata l’i.v.a. asseritamente indebitamente detratta per l’anno 2004, e irrogata la relativa sanzione.
2. Dall’esame della sentenza impugnata si evince che l’atto impositivo trae origine dalla contestazione operata dall’Ufficio in ordine alla detraibilità dell’i.v.a. assolta su spese, rappresentate da compensi per prestazioni legali rese per l’assistenza resa nell’interesse di persona fisica – Presidente e Amministratore delegato pro tempore della società – coinvolta in procedimenti penali e civili, riaddebitate, poi, alla F. s.p.a. in esecuzione di pattuizioni intervenute tra le società.
5. La ricorrente deposita memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
1. Con il primo motivo di ricorso la P. 80 Concessionaria Pubblicità s.p.a. denuncia la violazione dell’art. 19, d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, per aver la sentenza impugnata ritenuto indetraibile l’i.v.a. assolta sulle spese legali sostenute per la difesa del suo Presidente e Amministratore pro tempore in procedimenti penali in cui il medesimo era stato coinvolto, evidenziando che tali procedimenti avevano avuto per oggetto fatti asseritamente da questi commessi nell’espletamento della propria funzione istituzionale.
Deve osservarsi che, secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, affinché l’amministratore di una società di capitali ottenga il rimborso delle spese è necessario che abbia sostenuto tali spese a causa, e non semplicemente in occasione, del proprio incarico.
Tale principio si ricava dall’applicazione analogica dell’art. 1720 c. c., prevista in tema di mandato, alla gestione societaria, con la puntualizzazione, imposta dalla peculiarità della fattispecie, che, in assenza di una preventiva e rigida determinazione, all’atto del conferimento dell’incarico, delle modalità di comportamento dell’amministratore, il criterio discretivo per distinguere fra atti compiuti dall’amministratore immediatamente necessari al perseguimento del detto scopo ed atti che con lo scopo medesimo si pongono solo in legame di occasionalità risiede nello scopo sociale che conforma la discrezionalità di cui gode l’amministratore.
L’ambito di operatività dell’art. 1720 c.c. si estende, dunque, alle sole spese effettuate per espletamento di attività che il mandante ha il potere di esigere, ossia a quelle spese che, per la loro natura, si collegano necessariamente all’esecuzione dell’incarico conferito, nel senso che rappresentino il rischio inerente all’esecuzione dell’incarico, mentre esulano dall’ambito applicativo della norma quelle spese sostenute per attività svolte in occasione del mandato stesso (cfr. Cass., sez. un., 14 dicembre 1994, n. 10680; da ultimo, cfr. Cass. 22 gennaio 2019, n. 1557).
Tra le attività occasionali, e dunque non trasferibili in termini di costi alla società, rientra anche l’ipotesi in cui le spese siano state effettuate dall’amministratore allo scopo di difendersi in un processo penale per fatti connessi all’incarico, anche se questo si conclude col proscioglimento, poiché quel che rileva è l’assenza del nesso causale, insussistente anche in tale ipotesi.
1.2. Con riferimento al requisito dell’inerenza del costo, questa Sezione ha riallineato la nozione fiscale al fenomeno economico peculiare all’esercizio dell’attività d’impresa, affermando che «il principio dell’inerenza dei costi deducibili si ricava dalla nozione di reddito d’impresa ed esprime la necessità di riferire i costi sostenuti all’esercizio dell’attività imprenditoriale», esclusa ogni valutazione in termini di utilità (anche solo potenziale o indiretta) o congruità «perché il giudizio sull’inerenza è di carattere qualitativo e non quantitativo» (cfr.. Cass. 11 gennaio 2018, n. 450; Cass. 7 luglio 2018, n. 19804).
Infatti, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. – nella formulazione risultante a seguito della modifica apportata dall’art. 54, d. l. 22 giugno 2012, n. 83, conv., con modif., nella I. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis al caso in esame – non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione è circoscritto alla sola verifica della violazione del cd. minimo costituzionale richiesto dall’art. 111, sesto comma, Cost., e dell’omesso esame di un fatto storico, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia decisivo ai fini di una diversa soluzione della controversia, (cfr., ex multis, Cass., ord., 25 settembre 2018, n. 22598; Cass. 12 ottobre 2017, n. 23940).
Le disposizioni sul ricorso per cassazione, di cui al menzionato art. 54, circa il vizio denunciabile ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. si applicano anche al ricorso avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, atteso che il giudizio di legittimità in materia tributaria, alla luce dell’art. 62, d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, non ha connotazioni di specialità, dovendosi, conseguentemente ritenere che l’art. 54, comma 3-bis, d.l. n. 83 del 2012 – invocato dalla ricorrente -, quando stabilisce che «le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano al processo tributario di cui al d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546», si riferisce esclusivamente alle disposizioni sull’appello, limitandosi a preservare la specialità del giudizio tributario di merito (così, Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053).
3. Con il terzo motivo la P. 80 Concessionaria Pubblicità s.p.a. si duole dell’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, rappresentato dall’esistenza di un «collegamento» tra l’attività esercitata dalla società e i fatti dedotti nei procedimenti civili, in relazione ai quali sono state sostenute spese legali.
4. Con il quarto motivo la contribuente lamenta la violazione degli artt. 6, secondo comma, d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, 10, terzo comma, I. 27 luglio 2000, n. 212, e 8, d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, per aver la sentenza impugnata escluso che sussistesse una obiettiva condizione di incertezza in ordine al concetto di inerenza e, conseguentemente, alla sussistenza del diritto alla detrazione dell’i.v.a., escludendo la ricorrenza di una situazione di non irrogazione della sanzione per i fatti in oggetto.
In tema di sanzioni amministrative per violazioni di norme tributarie, l’incertezza normativa oggettiva, causa di esenzione del contribuente dalla responsabilità amministrativa tributaria, postula una condizione di inevitabile incertezza su contenuto, oggetto e destinatari della norma tributaria, riferita non già ad un generico contribuente, né a quei contribuenti che, per loro perizia professionale, siano capaci di interpretazione normativa qualificata, né all’Ufficio finanziario, ma al giudice, unico soggetto dell’ordinamento cui è attribuito il potere – dovere di accertare la ragionevolezza di una determinata interpretazione (cfr. Cass. 23 novembre 2016, n. 23845; Cass. 22 febbraio 2013, n. 4522).
Nel caso in esame, non è ravvisabile una simile incertezza normativa oggettiva, avuto riguardo alla possibilità di individuare con sicurezza ed univocamente la norma giuridica in oggetto e, al tempo stesso, alla mancata allegazione da parte della ricorrente di indici – quali, ad esempio, l’esistenza di specifici e rilevanti contrasti giurisprudenziali – sintomatici della ricorrenza di un siffatto stato.
5. Con l’ultimo motivo la società ricorrente censura la sentenza di appello, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., per difetto assoluto di motivazione in ordine alla eccepita incolpevolezza dell’errore commesso sul fatto.
In proposito, si rammenta chela Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, comma 2, Cost., ha il potere, in una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 c.p.c., di correggere la motivazione anche a fronte di un error in procedendo, quale la motivazione omessa, mediante l’enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta, qualora, come nel caso in esame, si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in fatto (cfr. Cass., ord., 1° marzo 2019, n. 6145; Cass., sez. un., 2 febbraio 2017, n. 2731).
Orbene, la società ricorrente allega, sul punto, che «le spese sostenute presentassero, sul piano fattuale, le caratteristiche idonee a qualificarle come inerenti all’attività dalla stessa svolta», tali da indurla a ritenere incolpevolmente «che le somme dalla stessa pagate per le spese legali sostenute a favore dei propri dirigenti avessero la natura di costi inerenti e seppure riaddebitati a F., di oneri propri, e che … sussistesse il diritto a detrazione della relativa Iva …».
6. Deve, infine, osservarsi che, con la memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., la società evidenzia che la disciplina normativa in tema di sanzioni per infedele dichiarazione dell’i.v.a. e per indebita detrazione di tale imposta, prevista dagli artt. 5 e 6, d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 è stata modificata, in senso più favorevole per il contribuente, dal d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158, e chiede l’applicazione del trattamento sanzionatorio più mite sopravvenuto.
Sul punto, si osserva che le modifiche apportate dall’art. 15, d.lgs. n. 158 del 2015, applicabili ai processi in corso in virtù dell’art. 3, comma 3, d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, prevedono, per l’infedele dichiarazione dell’i.v.a., la sanzione dal novanta al centoottanta per cento della maggior imposta dovuta o della differenza di credito utilizzato in luogo di quella originaria dal cento al duecento per cento della differenza, mentre per l’indebita detrazione dell’i.v.a., la sanzione pari al novanta per cento dell’i.v.a. indebitamente detratta in luogo di quella originaria uguale all’ammontare della detrazione compiuta.
Pronunciando sul ricorso, cassa la sentenza impugnata nei limiti di cui in motivazione e rinvia, anche per le spese, alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione.
Credito professionale: competenza territoriale in caso di successione ereditaria