Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/05-2008
Timestamp: 2020-01-28 08:25:04+00:00
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05-2008 | comitatopaulrougeau
Numero 160 - Maggio 2008
1) Finita la moratoria, riparte la macchina delle esecuzioni negli Usa
2) Fissata per il 5 agosto l'esecuzione di Jose' Medellin
3) Condannato a morte esonerato e posto in liberta' in North Carolina
4) Dichiarazioni finali dei condannati a morte
5) Approvate le accuse capitali contro Khalid Shaikh Mohammed
6) L'ultimo Inglese a Guantanamo si appella a Gordon Brown
7) In Italia l'unico processo per la 'rendition'
8) Notiziario: Cina, Etiopia, Georgia, Illinois, Iraq, Texas, Usa
Vi e' stata un'esecuzione negli Usa appena 20 giorni dopo il rigetto da parte della Corte Suprema federale del ricorso Baze v. Rees che contestava la costituzionalita' del metodo dell'iniezione letale. Il primo a morire, dopo sette mesi di moratoria di fatto, e' stato William Earl Lynd in Georgia. Entro il mese di maggio l'iniezione letale e' stata somministrata anche a Wesley Berry in Mississippi e a Kevin Green in Virginia. Alla fine del mese risultano gia' fissate altre 25 esecuzioni.
Come era prevedibile, la sentenza Baze v. Rees della Corte Suprema degli Stati Uniti del 16 aprile, che ammette l'iniezione letale (v. n. 159), ha provocato la rottura della moratoria vigente dal 26 settembre 2007 consentendo agli stati piu' forcaioli di rimettere subito in moto la macchina della morte.
Dopo sette mesi di tregua, sono dunque ricominciati ad apparire sulla stampa americana i brevi resoconti di routine delle esecuzioni capitali. La struttura di questi articoli e' piu' o meno la stessa anche se i drammi dei detenuti messi a morte e delle loro vittime sono diversi e irripetibili cosi' come sono diverse e irripetibili le persone che nascono su questa Terra. Le informazioni che vengo solitamente fornite sono: ora esatta del decesso, crimine per il quale fu comminata la sentenza di morte, ultima dichiarazione del condannato, dichiarazioni dei parenti della vittima e dei parenti del condannato, qualche dato statistico. Spesso si parla degli ultimi appelli invano presentati alle corti, dell'ultimo pasto consumato dal morituro, delle ultime visite da lui ricevute. Quando si verificano, si accenna alle piccole dimostrazioni contro la pena di morte svoltesi davanti al carcere.
La Georgia e' riuscita a fissate un'esecuzione a 20 giorni esatti dalla sentenza Baze v. Rees e a portarla a temine. Tetra, avvilente l'atmosfera di questa uccisione, cosi' descritta da un comunicato emesso dalla Roiters le sera del 6 maggio:
'William Earl Lynd e' morto per iniezione letale in una prigione di Jackson, nelle Georgia centrale, alle 19:51. Lynd fu condannato per aver sparato alla sua ragazza nel dicembre del 1988 uccidendola. "Per ordine della corte, l'esecuzione e' stata effettuata," ha dichiarato Paul Czachowski responsabile delle relazioni con il pubblico del Dipartimento di Correzione. "Il condannato ha rinunciato a fare un'ultima dichiarazione o a dire una preghiera," ha aggiunto, precisando che l'esecuzione era cominciata alle 19:34. [...] Meno di 20 dimostranti che si opponevano alla pena di morte hanno protestato fuori dal carcere.'
La seguente cronaca e' stata invece scritta in Mississippi il 21 maggio per un giornale locale, il Jackson Clarion. Anche da questa cronaca emerge lo squallore sia del delitto commesso tanti anni fa che del rituale di morte celebrato dallo stato.
'L'omicida condannato Earl Wesley Berry e' stato messo a morte alle 6 del pomeriggio nell'Unita' 17 del penitenziario di Parchman. Un cocktail di sostanze letali e' stato iniettato nel braccio di Berry alla presenza della figlia e della nipote della sua vittima, di funzionari del carcere e giornalisti. Nessuno della sua famiglia era presente. Berry e' stato dichiarato morto alle 6:15. Alcune ore prima dell'esecuzione il portavoce del Dipartimento di Correzione del Mississippi, Chris Epps ha detto che Berry era cupo e serio, conscio che la sua morte era imminente e rassegnato sul fatto che la Corte Suprema non avrebbe accettato nessuno degli appelli dell'ultimo minuto. [...] Epps ha osservato: "E' veramente serio ora. Non sogghigna come faceva in ottobre [quando stava per essere ammazzato ma la sua esecuzione fu sospesa all'ultimo minuto]. Berry, che aveva 49 anni, fu condannato per aver picchiato a morte la 56-enne Mary Bounds ed aver abbandonato il suo corpo in una zona boscosa [...] Epps ha raccontato di essersi presentato questo pomeriggio davanti alla cella di Berry e di avergli domandato: "Detenuto Berry hai qualche rimorso per quello che hai fatto alla signora Bounds?" Questi ha risposto di non avere rimorso e di ritenere di aver pagato in 21 anni. [...] Berry ha terminato il suo ultimo pasto alle 4:35 circa ed ha ricevuto un sedativo. Ha scelto di rinunciare all'ultima doccia e alle ultime telefonate. Tuttavia sua madre, il fratello, la cognata e due amici sono andati a fargli visita stamattina presto.'
Ecco infine la cronaca del Virginian-Pilot della terza esecuzione verificatasi in maggio negli Stati Uniti. Come nella maggior parte dei casi, l'insensatezza di un delitto lontano si salda con una violenza presente che lascia tutti con l'amaro in bocca.
'Un uomo i cui avvocati sostenevano che fosse un disabile mentale e' stato messo a morte la sera di martedi' [27 maggio] per aver ucciso la padrona di un negozio. Si tratta della prima esecuzione in Virginia in circa due anni. Kevin Green, di 31 anni, e' stato dichiarato morto alle 22:05 nel Centro Correzionale Greensville di Jarrett. E' morto con un'iniezione per aver ammazzato nel 1998 Patricia Vaughan, che lavorava nel negozio con suo marito. Green sparo' alla coppia e fuggi' con 9.000 dollari. La polizia ha detto che Grenn confesso', dicendo che lui e un nipote presero poi un autobus per andare nel nord della Virginia a spendersi 170 dei 9.000 dollari in prostitute, marijuana e vestiti. Suo nipote di 16 anni si riconobbe colpevole e fu condannato a 23 anni di carcere. [...] La famiglia Vaughan ha aspettato 10 anni per vedere eseguita la sentenza. "Mi sembra che noi siamo le marionette e loro i burattinai," ha detto Marsha Brown, una delle due figlie della Vaughan, apprestandosi ad assistere all'esecuzione insieme al padre, la sorella, il marito, la suocera e due funzionari locali. "C'e' solo una linea sottile a separare la speranza e l'abbandono. Mi rincresce davvero che un'altra vita sia coinvolta - che ci sia un'esecuzione - ma ritengo che cio' debba avvenire." Ha dichiarato.'
Il Washington Post riporta la seguente dichiarazione di Timothy M. Richardson, avvocato di Kevin Green: "La famiglia Vaughan soffri' un'orribile perdita per effetto del crimine di Green. Tuttavia noi abbiamo appena messo a morte un uomo con un quoziente intellettuale di un bambino di 11 anni."
Le tre esecuzioni verificatesi in maggio portano a 1.102 il totale delle uccisioni di stato negli USA a partire dal 1977, ad esse se ne dovrebbero aggiungere una mezza dozzina in giugno.
Il 31 maggio risultano gia' programmate 25 esecuzioni in 10 stati, quasi la meta' delle quali in Texas.
A breve scadenza dalla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che il 25 marzo gli ha negato il diritto alla riapertura del caso davanti alle corti di giustizia, lo stato del Texas ha chiesto l'esecuzione di Jose' Ernesto Medellin. L'esecuzione e' stata fissata per il 5 agosto. Come ad altri 50 condannati a morte negli Usa di nazionalita' messicana, a Medellin fu negata l'assistenza del proprio consolato dopo l'arresto, in violazione al Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari.
Due importanti sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti, susseguitesi a meno di un mese l'una dall'altra, hanno consentito di fissare la data di esecuzione per Jose' Ernesto Medellin, condannato a morte in Texas.
Il 25 marzo la massima corte statunitense ha respinto il ricorso di Medellin che chiedeva la riapertura del proprio caso. Il 16 aprile ha respinto il ricorso Baze v. Rees che contestava la costituzionalita' del metodo di esecuzione mediante iniezione letale. Questa seconda sentenza ha posto fine alla moratoria delle esecuzioni vigente negli Stati Uniti dal 26 settembre (*).
Jose' Medellin il 5 maggio e' apparso davanti alla giudice distrettuale Caprice Cosper, ammanettato e in uniforme carceraria, in mezzo ai suoi avvocati, per vedersi fissare la data di esecuzione.
Per spiegare la sollecita fissazione della data di esecuzione subito dopo la sentenza Baze v. Rees, occorre ricordare che il caso di Medellin - oltre ad essere uno dei casi legali piu' famosi degli Stati Uniti - e' anche uno dei casi criminali piu' seguiti dalle cronache del Texas.
Jose' Ernesto Medellin, fu condannato alla pena capitale nel 1994 per aver preso parte l'anno prima, insieme ad altri cinque giovanissimi membri di una gang, allo stupro, alla tortura e all'assassinio di due ragazzine, Elizabeth Pena e Jennifer Ertman, di 16 e 14 anni.
Dei sei criminali, tre erano minorenni e tre avevano 18 anni. Sean Derrick O'Brien, fu il primo a essere 'giustiziato', l'11 luglio 2006. Efrain Perez, Raul Villarreal, minorenni all'epoca dei fatti, hanno visto commutata la loro condanna a morte in ergastolo quando la Corte Suprema ha vietato la pena capitale per i minorenni, Venancio Medellin aveva 14 anni al momento del crimine e fu condannato a 40 anni di carcere. Peter Cantu, ritenuto il capobanda, e' tuttora nel braccio della morte del Texas.
I familiari delle due vittime sono tra i piu' accaniti attivisti in favore della pena di morte. Furono proprio i genitori delle due ragazzine a ottenere dal parlamento del Texas negli anni Novanta l'approvazione di leggi che consentono ai familiari delle vittime di crimini di partecipare attivamente ai processi capitali e di assistere all'esecuzione dei condannati a morte.
"Il tipo ha potuto vivere altri 15 anni," ha commentato Adolph Pena, padre di Elizabeth, una delle due ragazze uccise, che attendeva fuori della corte. "Un tempo troppo lungo da sopportare."
"Ora aspetto di vederlo morire," ha detto dal canto suo Randy Ertman, padre di Jennifer, l'altra ragazza seviziata ed uccisa nel giugno del 1993.
A nulla e' valsa la lettera inviata alla giudice Caprice Cosper il 24 aprile dagli avvocati Donald Donovan e Sandra Babcock, difensori di Medellin, per chiedere di non fissare la data di esecuzione in quanto sussiste tutto intero il diritto del Messico di veder applicata la sentenza Avena and Other Mexican Nationals della Corte Internazionale di Giustizia del 31 marzo 2004 in favore di Medellin ed altri. Tale sentenza chiede agli Stati Uniti di rimediare alla violazione il Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari nei riguardi di 51 condannati a morte di nazionalita' messicana cui fu negato il diritto di avvalersi dell'assistenza consolare del Messico dopo l'arresto (**).
Donovan e Babcock avevano scritto: "Chiediamo rispettosamente che la Corte ci conceda il tempo [... per esporre gli argomenti] concernenti i passi che devono essere fatti al fine di implementare gli obblighi degli Stati Uniti, confermati dalla Corte Suprema [...] Lo stato del Texas, il Presidente, il Governo del Messico ed ogni membro della Corte Suprema concordano sul fatto che gli Stati Uniti hanno l'obbligo internazionale di fare i passi necessari per adeguarsi [... alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia ...] La questione non e' se gli Stati Uniti debbano rispettare la sentenza ma come debbano fare cio'.".
Il 5 maggio, in apertura di seduta, gli avvocati di Medellin hanno preso la parola chiedendo alla giudice Cosper di ascoltare il rappresentante legale del Ministero degli Esteri messicano, ma Caprice Cosper ha rifiutato seccamente: "Non intendo tenere un'udienza, intendo fissare una data di esecuzione".
Era pressoche' scontato che una giudice di contea si rifiutasse non solo di entrare in una questione complicatissima che finora neanche il Presidente degli Stati Uniti e la Corte Suprema hanno saputo dirimere, ma anche di ammettere l'esistenza del problema.
Dopo di cio' la Cosper ha fissato per il 5 di agosto la data di esecuzione per Medellin cosi' come richiesto dall'accusatrice Roe Wilson, assistente del procuratore distrettuale della contea di Harris.
La Wilson, inflessibile promotrice della macchina della morte del Texas, famosa per aver ottenuto negli ultimi decenni un gran numero di vittorie contro i ricorsi dei condannati a morte, ha affermato che le corti statali e federali hanno rivisto il caso di Medellin e che tutti "i diritti di ogni cittadino americano" sono stati riconosciuti al condannato. "La difesa sta tentando di creare un clima di sensazionalismo," ha aggiunto.
Anche se la Corte Suprema ha affermato nella sua sentenza del 16 aprile che la richiesta del presidente Bush alla corti del Texas di riaprire il caso Medellin non e' efficace, continua a sussistere per gli Stati Uniti l'obbligo di uniformarsi alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Questo la Corte Suprema non lo ha negato, facendo intendere che, per arrivare ad una soluzione, dovrebbero intervenire o il Texas o il Congresso federale (v. n. 158).
L'accusa afferma che tutti i diritti dei cittadini americani sono stati assicurati a Medellin. Tuttavia gli devono essere riconosciuti pure i diritti aggiuntivi che gli derivano dall'essere di nazionalita' messicana. E non si tratta di un pro forma: la colpevolezza di Medellin sembra scontata, ma un efficace sostegno legale del consolato messicano avrebbe potuto quanto meno portare ad una condanna a vita invece che alla pena di morte. Chi puo' escluderlo?
Non potendosi tornare indietro, una trattativa col condannato che porti alla commutazione della pena di morte nella massima pena detentiva potrebbe essere un modo di risolvere il problema (una decisione del genere e' stata adottata per un altro condannato a morte di nazionalita' messicana in Oklahoma).
Certo una soluzione che escludesse la pena di morte non sarebbe gradita ad una buona parte dell'opinione pubblica del Texas. Sarebbe vista come una sconfitta bruciante dai sostenitori piu' accesi della pena di morte, a cominciare dai genitori delle due vittime.
Ma ignorare il problema e procedere come niente fosse con l'esecuzione di Medellin susciterebbe una forte riprovazione in ambienti internazionali, soprattutto in Europa e nell'ambito delle Nazioni Unite.
E' vero che in passato gli USA hanno violato impunemente le decisioni della Corte Internazionale dell'Aia procedendo con l'esecuzione del fratelli tedeschi LaGrand (v. n. 87). Ma da allora il clima e' cambiato. Non sono mancati avvertimenti in proposito, dice ad esempio Lluís Maria de Puig, presidente dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa: "Voglio esprimere la mia costernazione per l'annuncio di ieri di una prossima data di esecuzione di Jose' Ernesto Medellin [...] L'esecuzione di Medellin sarebbe ingiusta da un punto di vista morale, ma mostrerebbe per di piu' un chiaro disprezzo delle norme internazionali e una mancanza di rispetto per il piu' elevato organo giudiziario dell'ONU, il quale ha sentenziato che gli Stati Uniti hanno infranto i loro obblighi internazionali in questo e in altri casi giudiziari ed ha ordinato una revisione degli stessi."
Siamo ansiosi di conoscere le prossime mosse degli avvocati difensori di Jose' Medellin e dei rappresentanti del Messico. Ora che e' stata fissata la data di esecuzione, hanno l'urgenza ed anche l'occasione favorevole per muoversi efficacemente.
(*) Di queste due sentenze abbiamo parlato diffusamente nei nn. 158, 159
(**) Vedi n. 158
Levon Jones ha riacquistato la liberta' in North Carolina dopo aver passato 13 anni nel braccio della morte. Il suo processo originario del 1993 era stato annullato per la prestazione assolutamente insufficiente degli avvocati difensori. L'accusa ha dovuto rinunciare ad un nuovo processo gia' programmato mancando del tutto di prove valide. Si tratta dell'ottavo condannato a morte ad essere esonerato in North Carolina e il 129-esimo in tutti gli Stati Uniti.
Levon "Bo" Jones, un nero condannato a morte per l'omicidio a scopo di rapina del contrabbandiere di alcolici Leamon Grady avvenuto nel 1987, e' tornato in liberta' il 2 maggio dopo aver trascorso 16 anni in prigione, di cui 13 nel braccio della morte della North Carolina.
Nel 2006 un giudice federale aveva annullato il processo capitale subito da Jones nel 1993 per assoluta insufficienza della sua difesa legale, ma lui era rimasto in carcere nell'attesa che l'accusa si decidesse a riprocessarlo.
Il 1° maggio il procuratore distrettuale Dewey Hudson, che doveva sostenere l'accusa contro Jones nel nuovo processo fissato per il giorno 12, ha gettato la spugna ed ha deciso di dichiarare al giudice presidente che tutte le accuse erano decadute e che si doveva dunque lasciar libero l'imputato.
Hudson, che aveva accusato Jones nel processo del 1993 facendolo condannare a morte per l'omicidio di Grady avvenuto sei anni prima, aveva gia' programmato di non chiedere di nuovo la pena capitale ma l'ergastolo.
Poi la testimone chiave dell'accusa, tale Lovely Lorden, ex amante di Jones, aveva ritrattato e dichiarato in una deposizione giurata: "La maggior parte di cio' che ho attestato al processo fu semplicemente non vera." Essa ha affermato che un detective le suggeri' quello che doveva dire durante il processo dopo che lei, con una spiata, aveva fatto arrestare Jones e si era guadagnata una ricompensa di 4.000 dollari proveniente dall'ufficio del governatore.
La ritrattazione della Lorden ha mandato in tilt l'accusatore Hudson (che pure continua a sostenere che il processo del 1993 fu regolare) e getta dei dubbi sulla condanna di un asserito complice di Jones, tale Larry Lamb, che sta scontando l'ergastolo. Pur continuando a dire che Jones e' in qualche modo colpevole, il procuratore distrettuale ha dovuto mollare la presa.
Quando, Ernest "Buddy" Conner, l'avvocato difensore di "Bo" Jones assolutamente convinto della sua innocenza, e' andato a dare la buona notizia al proprio assistito, questi gli ha sorriso dicendo semplicemente: "Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato".
Se Jones e' vivo e libero, il merito in gran parte va al giudice federale distrettuale Terrence Boyle che, pur essendo un conservatore, ha fama di essere imparziale nei suoi giudizi. Boyle ha tolto Levon Jones dal braccio della morte nel 2006 sentenziando, letteralmente, che gli avvocati difensori al processo, Graham Phillips Jr. e Charles C. Henderson, fecero un lavoro "costituzionalmente deficiente." Egli ha rilevato in particolare che gli avvocati avevano mancato di indagare se la testimone d'accusa Lovely Lorden era affidabile e in caso contrario di screditarla presso i giurati, inoltre, nella fase di punishment del processo, avevano omesso di descrivere le cattive condizioni di salute dell'imputato e la sua infanzia inguaiata alla scopo di evitare la sentenza di morte. Il giudice Boyle aveva concluso che "se non fosse stato per gli errori derivanti dalla scarsa professionalita' dei difensori, il risultato del processo sarebbe stato differente."
Levon Jones e' l'ottavo condannato a morte della North Carolina ad essere esonerato in questi anni, contribuendo ad accrescere i dubbi sul sistema giudiziario di uno stato che compie parecchie esecuzioni.
Si tratta del 129-esimo condannato a morte esonerato negli Stati Uniti dal ripristino della pena capitale nel 1976, per la bravura e la dedizione dei rispettivi avvocati, per gli scrupoli di giudici coscienziosi, per l'interessamento dei media o per circostanze del tutto fortuite. Questo fatto suggerisce che un certo numero di condannati innocenti, non altrettanto fortunati, possano essere ancora rinchiusi nei bracci della morte e alcuni di essi vengano di tanto in tanto giustiziati.
In una conferenza stampa tenuta a Raleigh il 5 maggio Levon "Bo" Jones, che ora ha 49 anni, ha chiesto che la polizia e gli accusatori, che nascosero le prove a suo favore nel processo del 1993, vengano posti davanti alle loro gravi responsabilita'. "Dal giorno in cui fui rinchiuso, il 14 agosto 1992, ho detto di essere innocente, fin da quel giorno," ha dichiarato Jones. "Sono stato sempre innocente. Spero che tutti voi lo crediate."
In un servizio di ABCNews del 6 maggio si discute delle ultime dichiarazioni dei condannati a morte. Viene intervistato Scott Vollum che ha fatto una ricerca sulle ultime dichiarazioni di 292 condannati ed ha scritto il libro: "Ultime parole e pena di morte: voci dei condannati e delle loro co-vittime"
Larry Traylor, portavoce del Dipartimento di Correzione della Virginia, dichiara ad ABCNews il 6 maggio che le ultime parole dei condannati a morte riflettono per lo piu' "una calmissima rabbia". Alcuni si dimostrano profondamente pentiti, altri no. Molte volte ignorano i presenti e non dicono nulla. C'e' chi insiste sulla propria innocenza, o per una perversa ultima sfida alla societa' o perseguendo un'esonerazione postuma o, aggiungiamo noi, convintisi negli anni di essere innocenti, pur essendo colpevoli, non potendo sopportare un ricordo troppo doloroso.
"Alcune delle ultime dichiarazioni sono molto semplici. Il tema piu' ricorrente e' l'espressione di buoni auguri. [...] Essi esprimono il loro amore e i loro auguri alla famiglia e agli amici e a volte mandano parole di incoraggiamento agli altri condannati. [...] Altri augurano anche pace e chiusura alle famiglie delle vittime," dice Scott Vollum che ha fatto una ricerca sulle 292 esecuzioni occorse in Texas tra il 1982 e il 2002. La ricerca e' stata pubblicata nel libro: "Last Words and the Death Penalty: Voices of the Condemned and Their Co-Victims." ("Ultime parole e pena di morte: voci dei condannati e delle loro co-vittime.") Dopo gli auguri, Vollum ha trovato nelle ultime dichiarazioni riferimenti alla religione, richieste di perdono, espressioni di gratitudine e perorazioni di innocenza.
"Vengono deumanizzati, descritti come animali in tanti modi. Cosi' in punto di morte e' interessante vederli cercare di tirar fuori qualcosa dalle loro vite." Conclude Vollum.
Le accuse contro Khalid Shaikh Mohammed, sospetto regista degli attacchi dell'11 settembre 2001, e contro altri quattro coimputati, sono state approvate dell'avvocato del Pentagono presso le Commissioni Militari di Guantanamo. Per un sesto indagato le accuse sono state lasciate cadere. Il processo, fortemente voluto dal governo americano in carica, dovrebbe cominciare entro un mese ma le schermaglie preliminari sulla legittimita' delle Commissioni Militari potrebbe farlo slittare al prossimo anno.
Il 14 maggio Susan J. Crawford, avvocato del Pentagono in carica presso le Commissioni Militari di Guantanamo, ha approvato le accuse di reato capitale per Khalid Shaikh Mohammed, sospetto organizzatore degli attacchi dell'11 settembre 2001 e per altri quattro coimputati: Ali Abdul Aziz Ali, Ramzi Binalshibh, Mustafa Ahmed Hawsawi e Walid bin Attash (v. nn. 157, 159) ma ha lasciato cadere le accuse nei riguardi del sesto indagato, Mohammed Qahtani, detto "il 20-esimo attentatore", senza motivare la sua decisione e senza pregiudizio di formulare le accuse in futuro.
L'avvocato d'ufficio di Qahtani, colonnello Bryan Broyles, ha dichiarato che evidentemente le accuse contro di lui sono state lasciate cadere perche' impresentabili. Secondo il Centro per i Diritti Costituzionali di New York, emerge da indiscrezioni che le prove contro Qahtani consistono in 'confessioni' estorte (con pestaggi, privazione del sonno, umiliazioni sessuali, attacchi con i cani, minacce di fare del male alla sua famiglia, minacce di essere portato in paesi dove e' ammessa la tortura).
Il provvedimento della Crawford ha dato inizio al periodo di 30 giorni entro il quale i cinque accusati dovrebbero essere formalmente accusati in aula. Tuttavia gli avvocati difensori hanno preannunciato che contesteranno le procedure e l'ammissibilita' delle prove previste nella normativa delle Commissioni Militari, il che' probabilmente fara' scivolare l'inizio del processo al prossimo anno, dopo la fine del mandato di Gorge W. Bush. Le forze piu' conservatrici nel governo americano esercitano pero' forti pressioni sui militari perche' concludano i processi capitali ed emettano le sentenze di morte prima delle elezioni di Novembre.
Frattanto si e' saputo che Khalid Shaikh Mohammed, dopo 5 anni di 'colloqui' con i suoi inquisitori, ha potuto per la prima volta parlare con un avvocato d'ufficio, il militare della Riserva della Marina Prescott L. Prince, cooptato dalle autorita' nel caso. Si e' appreso Mohammed ha incontrato tre volte l'avvocato, per complessive 10 ore, con le gambe incatenate alla sedia, nella stanzetta senza finestre adibita agli interrogatori.
Un solo Inglese e' rimasto nel carcere di Guantanamo. Originario dell'Etiopia si chiama Binyam Mohammed. Nei suoi riguardi il governo americano si appresta a celebrare un processo davanti alle famigerate Commissioni Militari chiedendo la pena di morte. Il prigioniero si dichiara innocente dalle accuse di terrorismo e, al termine di un calvario durato sei anni, sull'orlo della disperazione, si e' appellato al Primo Ministro del Regno Unito Gordon Brown chiedendo di essere rimpatriato. Il Foreign Office ha dichiarato di essersi incaricato del prigioniero ma di aver fino ad ora ricevuto un diniego dal governo americano per 'ragioni di sicurezza'.
Gli Inglesi che sono passati per il centro di detenzione di Guantanamo Bay hanno avuto in genere una discreta fortuna, riuscendo non solo a venire fuori dal 'limbo' allucinante creato dagli Americani, ma anche a riconquistare la liberta'.
Binyam Mohammed, ultimo Inglese detenuto a Guantanamo, in procinto di essere processato per reati capitali davanti alle tristemente famose Commissioni Militari, il 30 maggio ha scritto una drammatica lettera al Primo Ministro Gordon Brown, minacciando il suicidio, per chiedere di esercitare il diritto di essere estradato nel Regno Unito.
Nato in Etiopia 29 anni fa, Binyam Mohammed approdo' in Inghilterra sedicenne, come richiedente asilo. Risiedeva a Londra. Catturato dagli Americani in Pakistan nel 2002, subi' la rendition in Marocco dove venne torturato. Egli sostiene che gli furono tagliuzzati i genitali con un rasoio.
Scrive il malcapitato a Brown: "Sono stato detenuto dagli USA senza processo per sei anni, un mese e 12 giorni. Cioe' per 2.234 lunghi giorni, e lunghissime notti. Di questi 550 li ho passati nelle camere di tortura del Marocco e 150 nella "Prigione buia" di Kabul. Non e' ancora in vista una fine per tutto questo, ne' la prospettiva di un giusto processo."
Binyam Mohammed si proclama innocente. Il famoso avvocato inglese Clive Stafford Smith, che ha difeso con successo anche condannati a morte negli Stati Uniti, ha dichiarato: "Se il processo di Binyam andra' avanti di fronte alle Commissioni Militari, tutto cio' che potra' produrre saranno delle prove di tortura, non di terrorismo, che metteranno in imbarazzo sia il governo americano che quello inglese."
"Abbiamo richiesto il suo ritorno da Guantanamo - ha dichiarato un portavoce del Foreign Office al Guardian - Gli USA fino ad ora non hanno accolto le richieste per ragioni di sicurezza. Possiamo confermare che stiamo ancora discutendo del suo caso, ed anche della sua salute e del suo benessere."
Il processo, lungamente preparato, fortemente ostacolato dai governi statunitense ed italiano, per il rapimento dell'imam Abu Omar da parte della C. I. A. a Milano nel 2003, si e' aperto il 14 maggio. Tra le testimonianze finora acquisite spicca quella del poliziotto Bruno Megale che, con una complicata operazione di 'controspionaggio', ha individuato i 26 Americani e i 7 Italiani direttamente responsabili del rapimento. La stampa americana ha fatto notare che si tratta dell'unico processo conseguito all'inquietante pratica della extraordinary rendition utilizzata dalla C. I. A. per trasferire da ogni dove persone sospette di legami col 'terrorismo' in paesi in cui possono essere torturate.
Superati almeno in parte gli ostacoli e le difficolta' creati sia dal governo americano che da quello italiano - il 14 maggio e' cominciato a Milano il processo nei riguardi di 26 Statunitensi e di 7 Italiani che nel 2003 collaborarono nel rapimento dell'imam Hassan Mustafa Osama Nasr, detto Abu Omar, vittima della pratica illegale della extraordinary rendition (v. n. 134, "Prigioni segrete della C. I. A. e torture").
Abu Omar fu trasferito in Egitto dalla C. I. A. e si ritiene che li' sia stato torturato dagli aguzzini locali.
Il 14 maggio, nell'udienza presieduta dal giudice Oscar Magi, ha testimoniato Ghali Cabila, moglie dell'imam. Col capo completamente coperto da una velatura nera che aveva una sottilissima feritoia per gli occhi, la donna, fortemente emozionata e in un primo momento reticente, ha dichiarato di aver trovato Abu Omar in pessime condizioni fisiche nel 2004 quando fu liberato per la prima volta (*). Egli le avrebbe detto di essere stato torturato in vari modi, anche con scariche elettriche ai genitali.
Il 28 maggio si e' ascoltata la stupefacente, precisa e articolata testimonianza dell'agente della Digos Bruno Megale che ha identificato gli Americani e gli Italiani che si resero direttamente responsabili della extraordinary rendition dell'imam.
Megale, capo della sezione anti-terrorismo della Polizia di Milano, ha dichiarato di aver appreso dell'eccezionale vicenda dell'imam quando la moglie e i suoi amici ne denunciarono la scomparsa il 17 febbraio 2003. Una testimone affermava che Abu Omar era stato prelevato in strada e portato via a bordo di un furgone.
Megale fu tenuto all'oscuro dell'operazione compiuta dalla C. I. A. (che aveva prelevato Abu Omar, lo aveva caricato su un aereo fantasma e lo aveva fatto arrivare in Egitto passando per la Germania). Non cosi' i dirigenti dei servizi segreti militari italiani, attualmente sotto processo.
Bruno Megale, conosceva bene Abu Omar (ne seguiva dettagliatamente le conversazioni telefoniche per controllare se avesse contatti con ambienti vicini al terrorismo islamico) e si impegno' per chiarire la vicenda. Sospettava degli Americani ma le sue indagini rimasero al palo.
Soltanto 14 mesi dopo, intercettando una telefonata di Abu Omar alla famiglia dall'Egitto, apprese in dettaglio come erano andate le cose e inizio' una frenetica attivita' investigativa per scoprire i responsabili del rapimento. Provvisto di regolare mandato dell'autorita' giudiziaria, con l'aiuto di un apposito software esamino' i tabulati delle circa 2.000 chiamate da cellulari avvenute nella zona del rapimento nell'arco di 2 ore e mezza a cavallo del momento della scomparsa dell'imam. Con grande fatica e, dice lui, con una discreta fortuna, riusci' ad isolare i numeri di 16 cellulari che si chiamavano a vicenda, evidentemente di persone che stavano lavorando insieme. Analizzando tutte le altre le chiamate fatte da questi cellulari arrivo' a identificare 60 numeri di persone collegate tra loro, tra le quali c'era un agente della C. I. A. che prestava servizio in incognito all'Ambasciata americana a Roma. Un altro di tali numeri apparteneva a Robert Seldon Lady, capo della C. I. A. a Milano: era un numero che Megale e i suoi collaboratori conoscevano per ragioni di lavoro.
Megale scopri' che le identita' a cui erano intestati i numeri sospetti erano false. La maggioranza dei numeri erano stati attivati circa 4 mesi prima del rapimento di Abu Omar e disattivati pochi giorni dopo il fatto.
Alla fine, risalendo con riferimenti incrociati strato dopo strato, Megale riusci' ad identificare i nomi di 26 Americani direttamente coinvolti nel rapimento. Anche se molti di questi nomi sono da ritenere degli alias, il risultato delle indagini ha consentito di avviare un procedimento giudiziario a carico di ben determinate persone.
Il processo vero e proprio ha avuto inizio solo il 14 maggio 2008.
La stampa americana osserva con stupore che per merito di Megale si e' aperto in Europa l'unico procedimento giudiziario riguardo alla pratica illegale e largamente diffusa della extraordinary rendition (**). Un processo che coinvolge, tra gli altri, il capo area della C. I. A. di Milano, un colonnello dell'Air Force, cinque diplomatici americani, oltre ad alti funzionari dei servizi segreti militari italiani.
Costoro, oltre a fare strame della sovranita' nazionale italiana, hanno compiuto una grave e chiarissima violazione dei diritti umani emblematica della cosiddetta 'guerra al terrore' e devono risponderne alla legge del nostro paese.
Il processo nei riguardi degli Americani si svolge in contumacia perche' i diretti responsabili sono da tempo scappati dall'Italia e il governo americano, oggettivamente responsabile dell'operazione illegale ai danni di Abu Omar, non solo non si sogna di collaborare in alcun modo al processo ma neppure riconosce che il fatto sia avvenuto.
Indubbiamente implicato, non e' da meno il governo italiano. Anzi tre governi: il governo Berlusconi di allora, il governo Prodi poi, il nuovo governo Berlusconi. Il potere esecutivo del nostro paese ha cercato di sabotare in tutti i modi il processo bloccando la richiesta di estradizione degli imputati e ricorrendo alla Corte Costituzionale per una asserita indebita rivelazione di segreti di stato. La massima corte italiana dovrebbe pronunciarsi in merito entro l'8 luglio (ma potrebbe andare oltre il termine che essa stessa si e' dato). Nonostante cio', il pubblico ministero di Milano Armando Spataro portera' avanti con decisione le accuse. "Abbiamo il massimo rispetto della Corte Costituzionale," ha dichiarato Spataro. "Ma riteniamo che qualsiasi decisione possa adottare la Corte non fermera' questo processo."
Il piu' illustre degli imputati italiani, l'ex capo dei servizi segreti militari Niccolo' Pollari, intende citare come testimoni a discarico Silvio Berlusconi e Romano Prodi...
Non sappiamo proprio che cosa succedera' e dove approdera' tutto questo. Forse i poteri oscuri degli stati avranno la meglio sulla giustizia e renderanno sterile il lavoro degli inquirenti e dei magistrati italiani.
Ma e' molto importante - se non altro - che il crimine compiuto dalla C. I. A. sia venuto alla luce. Anche per merito di Megale.
(*) Abu Omar e' stato definitivamente rilasciato nel Febbraio del 2007 e ora vive in Egitto con la famiglia. Potrebbe tornare a Milano per testimoniare al processo con garanzia di immunita' ma non stabilirsi di nuovo in Italia dove rischia l'arresto per sospetti legami con gruppi islamici eversivi.
(**) Unico precedente, non andato a buon fine, e' stato il tentativo della magistratura tedesca di processare 13 Americani responsabili del rapimento di Khaled el-Masri, v. n. 147.
8) NOTIZIARIO
Cina. Esperti riferiscono di una forte diminuzione delle condanne a morte. Il 9 maggio nel corso di un forum organizzato nella provincia di Liaoning, a cui hanno partecipato esperti di legge, ricercatori e giudici provenienti dalla Cina e dal Regno Unito, il giudice Wu Sheng della corte di Liaocheng, nella provincia di Shandong, ha riferito che nella propria citta' le sentenze di morte definitive sono scese del 40% nel 2007 rispetto all'anno precedente. In tutto il paese la diminuzione in un anno delle sentenze capitali confermate sarebbe del 30%. Secondo Li Wuqing, giudice presso la Corte Suprema, i casi capitali vengono oggi trattati in maniera piu' prudente. In effetti una diminuzione delle esecuzioni era stata prevista dalle autorita' in conseguenza del ripristino, a partire dal 1° gennaio 2007, del compito della Corte Suprema di rivedere tutte le sentenze capitali (nel 1983 la facolta' di emettere sentenze capitali senza revisione della Corte Suprema era stata data alle corti provinciali con un provvedimento di emergenza 'anticrimine'). Il 22 maggio si e' inoltre appreso che la Corte Suprema e il Ministero della Giustizia hanno emesso congiuntamente alcune importanti disposizioni per proteggere e rendere piu' efficace il ruolo degli avvocati difensori nei casi capitali in modo che i diritti degli accusati vengano rispettati. E' auspicabile che la Cina ponga fine immediatamente al segreto sulla pena di morte in modo che questi incoraggianti progressi possano essere verificati.
Etiopia. Condannato a morte l'ex dittatore Mengistu insieme a 18 collaboratori. Il 26 maggio la Corte Suprema dell'Etiopia ha condannato a morte l'ex dittatore marxista filo-sovietico Mengistu Haile
Mariam, che rimase al potere per 17 anni e fu esautorato nel 1991 dalla fazione attualmente al governo. L'accusa ha sostenuto che Mengistu e' responsabile della morte di 2.000 persone e della tortura di altre 2.400. Alcuni esperti affermano che le sue vittime, tra studenti universitari, intellettuali e politici, furono addirittura 150 mila. E' impossibile verificare perfino l'ordine di grandezza di questa cifra, come avviene usualmente quando si vogliono calcolare le vittime delle dittature - siano quella di Pol Pot, di Ceausescu o di Saddam Hussein - ma Human Rights Watch ha definito la campagna conosciuta come Terrore Rosso lanciata da Mengistu tra il 1977 e il 1978 "uno degli omicidi di massa piu' sistematici mai compiuti da uno stato in Africa." Mengistu fu condannato all'ergastolo nel gennaio del 2007; a luglio l'accusa si era appellata contro la sentenza ritenuta troppo lieve. I 18 collaboratori di Mengistu condannati a morte si trovano in prigione in Etiopia mentre l'ex dittatore gode di un confortevole esilio in Zimbabwe. "La nostra posizione non e' cambiata. Egli rimane nostro ospite in Zimbabwe e noi lo proteggeremo come abbiamo sempre fatto," ha dichiarato il vice ministro dell'informazione Bright Matonga. Tuttavia la sorte di Mengistu potrebbe precipitare a breve insieme a quella di Robert Mugabe, discusso presidente dello Zimbabwe.
Georgia. Rara commutazione, in extremis. Giovedi' 22 maggio il Georgia Board of Pardons and Paroles (Commissione per le Grazie e la Liberta' sulla Parola della Georgia) ha commutato in carcere a vita la sentenza di morte inflitta a David Crowe. Il provvedimento di grazia e' stato emesso con sole due ore di anticipo sul momento stabilito per l'iniezione letale, quando il condannato aveva percorso quasi tutta la sua via crucis. E' raro che negli Stati Uniti vi siano provvedimenti di clemenza amministrativa nei riguardi dei condannati a morte. In Georgia e' solo la terza volta che si verifica una commutazione dal 1991. La vita di Crowe e' stata risparmiata anche per l'ottimo lavoro della sua avvocatessa Ann Fort che ha scritto la petizione di clemenza. In 25 pagine la Fort ha ricordato che il condannato, la notte in cui uccise il collega di lavoro Joseph Pala, era in preda ad una forte crisi di astinenza per aver cessato di assumere cocaina, che si e' riabilitato e si e' costantemente impegnato per espiare il suo delitto. Ann Fort ha allegato alla domanda di grazia una massa di attestazioni dei sostenitori di David Crowe, tra cui un pastore, un ex insegnante ed anche una ex guardia carceraria. Jack Bedsole, la guardia carceraria in pensione che ha conosciuto Crowe, lo ha definito un 'pacificatore'. "E' stata l'unica persona con cui ho avuto a che fare nel braccio della morte in 16 anni - ha scritto - di cui sono sicuro che se fosse posto in liberta' non si metterebbe mai piu' nei guai e darebbe un contributo positivo alla societa'." Crowe non e' stato ammesso all'udienza per la grazia ma ha inviato una lettera alla Commissione in cui scrive: "Quello che ho fatto a Joseph Pala non e' qualcosa che potro' mai dimenticare, o cacciare nei recessi della mia memoria." Il sostenitori di Troy Davis, condannato a morte in Georgia per il quale sono cadute pressoche' tutte le testimonianze a carico (v. n. 158), sperano che quanto accaduto a David Crowe passa ripetersi a breve per Troy.
Illinois. Definitiva la condanna per l'ex governatore abolizionista George Ryan. Il 28 maggio, con il diniego di discutere il suo appello da parte della Corte Suprema, la condanna a sei anni e mezzo di carcere per corruzione e' diventata definitiva per George Ryan, che fu Governatore dell'Illinois dal 1999 al 2003. Ryan impose una moratoria delle esecuzioni all'inizio del 2000 e alla fine del suo incarico svuoto' completamente il braccio della morte del proprio stato commutando in pene detentive le sentenze capitali di 167 prigionieri ed ordinando la scarcerazione di altri 4 prigionieri ritenuti innocenti (v. n. 103). Ryan, repubblicano, inizialmente schietto sostenitore della pena di morte, si rese conto man mano dell'ingiustizia con cui veniva amministrata la pena capitale e divenne infine un convinto abolizionista. Apprezzato conferenziere per la causa abolizionista, e' stato piu' volte candidato al premio Nobel per la Pace. Una vecchia inchiesta federale sul suo operato in qualita' di Segretario di Stato e poi di Governatore dell'Illinois ha infine accertato il suo coinvolgimento in episodi di corruzione e di illecito uso di fondi pubblici ed ha portato alla sua condanna nel 2006 (v. nn., 125, 138, 142). George Ryan ha dovuto varcare i cancelli della prigione federale di Terre Haute in Indiana all'eta' di 73 anni nel novembre 2007. Il suo avvocato, l'ex governatore James R. Thompson, ha dichiarato che chiedera' la grazia per il proprio assistito al presidente Bush, ex alleato politico di Ryan. L'istruttoria sulla domanda di grazia potrebbe durare anni e riguardare il prossimo presidente degli Stati Uniti.
Iraq. Rischia il cappio Tarek Aziz, accusato dell'esecuzione di 42 commercianti di Baghdad. Per l'ex ministro Tarek Aziz, per lunghi anni rappresentante all'estero del regime di Saddam Hussein, del quale tento' di costruire una facciata presentabile, si e' tenuta un'udienza davanti al Tribunale Speciale iracheno il 21 maggio (v. n. 159). L'accusatore Adnan Ali ha affermato che Aziz ha partecipato ad una "sistematica campagna" contro i commercianti di Baghdad nel 1992. La campagna sarebbe culminata nell'esecuzione di 42 mercanti accusati di speculare vendendo a borsa nera prodotti alimentari nella capitale affamata per le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite all'Iraq dopo la prima guerra del Golfo. Secondo l'accusatore, le 42 uccisioni costituiscono un crimine contro l'umanita' e comportano per Aziz la pena di morte mediante impiccagione. L'imputato ha respinto le accuse e ha dichiarato che il processo, tenuto davanti allo stesso giudice che condanno' a morte Saddam Hussein, e' un complotto per realizzare una "vendetta personale." Aziz e' stato incriminato insieme ad altri 7 uomini tra i quali vi sono Watban Ibrahim al-Hassan, fratellastro di Saddam ed ex Ministro degli Interni, e Ali Hassan al-Majid, detto Ali in Chimico, cugino di Saddam, gia' condannato a morte in un precedente processo, ancora vivo per miracolo (v. n. 157). Nel corso dell'udienza del 21 maggio e' stata ascoltata la testimonianza di tale Abdul-Amir Jabbar Nadir, il quale ha riferito che suo padre e uno dei suoi fratelli furono allora messi a morte e che non fu consentito alla famiglia di celebrare i funerali degli uccisi. E' appena il caso di osservare che Saddam Hussein fu condannato a morte e 'giustiziato' per aver fatto 'giustiziare' 148 persone (v. n. 145), e che anche il suo piu' famoso collaboratore rischia di essere 'giustiziato' per aver fatto 'giustiziare' 42 persone. Si 'giustiziano' le persone per punirle di aver 'giustiziato'.
Texas. La Corte Suprema federale rifiuta di esaminare l'appello di un altro Messicano. Il 19 maggio, due mesi dopo aver respinto l'appello del Messicano Jose' Ernesto Medellin, un condannato a morte del Texas che contestava la violazione del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rimandato al mittente senza esaminarlo l'appello di un altro condannato a morte messicano del Texas, Ramiro Rubi Ibarra. Costui, come Medellin ed altri 49 condannati a morte, contesta che al momento dell'arresto negli USA gli fu negata assistenza da parte del proprio consolato, in violazione del Trattato di Vienna. Indagato per lo stupro e l'uccisione di una sedicenne avvenuto nel lontano 1987, fu condannato a morte nel 1997. Per Ibarra verra' presto fissata una data di esecuzione. Ma non e' detto che verra' giustiziato nel giorno stabilito. La sua sorte e' infatti legata a quella di Medellin e degli altri condannati a morte messicani di cui furono violati i diritti consolari (v. articoli su Jose' Medellin in questo numero e nel n. 158). In Texas ci sono altri 12 condannati a morte nella stessa situazione di Medellin e Ibarra.
Texas. Una ricerca sulla discriminazione razziale nell'inflizione della pena di morte. Una ricerca condotta sotto la direzione da Scott Phillips, professore di sociologia e di criminologia all'Universita' di Denver, che verra' pubblicata in autunno, mostrerebbe una forte influenza della razza sulla decisione di infliggere la pena di morte in Texas. I risultati di questa ricerca evidenzierebbero, almeno in Texas, un dato nuovo sulla discriminazione razziale. Finora tutti sono d'accordo sull'incidenza della razza della vittima (se la vittima e' di razza bianca vi e' una probabilita' molto piu' alta che venga emessa una condanna a morte) ma non sull'incidenza della razza dell'omicida. Il prof. Phillips ha studiato 504 casi capitali verificatisi dal 1992 al 1999 nella contesa di Harris in Texas (quella che emette il piu' alto numero di condanne capitali in tutti gli Stati Uniti) ed ha trovato che "la pena di morte e' stata imposta con maggiore frequenza nei riguardi degli accusati neri che nei riguardi degli accusati bianchi." Per 100 accusati neri e per 100 accusati bianchi il rapporto delle condanne a morte e' di 17 a 12. La discriminazione razziale emergerebbe anche esaminando la gravita' dei crimini per cui si viene condannati a morte. I Neri, rispetto ai Bianchi, verrebbero con piu' probabilita' condannati a morte per crimini meno gravi.
Usa. Il giudice John Paul Stevens si esprime contro l'iniezione letale. L'88-enne giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti John Paul Stevens dimostra di aver grande vivacita' intellettuale ed una visione dei problemi orientata al futuro. Egli, pur votando per confermare l'uso dell'iniezione letale, aveva scritto chiaramente nella sentenza della Corte Suprema del 16 aprile di essersi convito dell'incostituzionalita' della pena di morte in se' (v. n. 159). Il 9 maggio, durante una conferenza della Corte Federale d'Appello del Sesto Circuito, affollata da 50 giudici federali e 800 avvocati, il giudice Stevens ha strappato un applauso quando ha criticato l'uso dell'iniezione letale. Stevens ha affermato che il famoso cavallo da corsa Eight Belles, che si era rotto entrambe le gambe anteriori in gara una settimana prima, probabilmente era stato ucciso 'piu' umanamente' dei condannati a morte. Infatti il metodo che usano i veterinari per sopprimere i cavalli consiste nella somministrazione di una massiccia dose di un unico farmaco anestetizzante, mentre i condannati a morte vengono uccisi con un metodo proibito ai veterinari: l'uso di tre farmaci, il secondo e il terzo dei quali possono arrecare atroci sofferenze ai detenuti.
Questo numero e' aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 maggio 2008