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Timestamp: 2020-02-24 11:33:08+00:00
Document Index: 58456671

Matched Legal Cases: ['art. 104', 'art. 104', 'art. 134', 'art. 104', 'art. 102', 'art. 101', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 101', 'art. 111', 'art. 97', 'art. 101']

L'apparente dicotomia tra ordine e potere e il problema della neutralità dell'attività giurisdizionale
5. L'apparente dicotomia tra ordine e potere e il problema della neutralità dell'attività giurisdizionale
Un ulteriore denominatore comune tra i diversi soggetti esercenti funzioni giurisdizionali può essere rinvenuto proprio nell'attributo dell'indipendenza (funzionale ed organizzativa), comunque rafforzato in sede costituzionale per i tutti i giudici delle diverse giurisdizioni (cfr. artt. 101, 104, 107 e 108 Cost.).
L'affermazione di particolari prerogative in capo all'ordine giudiziario si rivela, peraltro, strettamente funzionale alla garanzia del corretto svolgimento della funzione giurisdizionale, quale funzione del tutto autonoma dello Stato: è il caso della terzietà, connaturata all'esigenza di far applicare le norme, in assenza dell'applicazione spontanea da parte dei soggetti.
La sede costituzionale nella quale viene affermato il principio dell'indipendenza della magistratura è l'art. 104 Cost.
Ai sensi del primo comma, «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Il riferimento alla nozione di «ordine», strettamente correlato all'attributo dell'indipendenza, in luogo di «potere», viene in realtà ad essere ridimensionato, quanto al significato, dal successivo richiamo agli altri poteri dello Stato: in tal modo, si finisce per riconoscere, implicitamente, all'ordine giudiziario la qualifica di potere.
Dal punto di vista puramente terminologico, la scelta dei Costituenti di ricorrere alla nozione di ordine (anziché a quella di potere) può spiegarsi anche in ragione del carattere solo mediato del connotato della sovranità inerente all'esercizio della funzione giurisdizionale, che avrebbe giustificato l'espressa attribuzione della qualifica di potere soltanto agli organi (legislativo ed esecutivo) immediatamente rappresentativi della sovranità popolare e perciò stesso dotati di una certa dinamicità.
Tale scelta, pur rilevatrice di una tendenza ad imprimere all'ordinamento un certo superamento dello schematismo della dottrina storica della divisione dei poteri (sensibile all'evoluzione delle funzioni fondamentali dello Stato rispetto alle concezioni originarie), sconta, comunque, alcune incertezze di carattere sistematico (come nel caso del primo comma dell'art. 104 Cost., ove si afferma che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», stabilendo una certa equivalenza tra i due concetti).
Un ulteriore argomento emerso in quella sede fu costituito dalla concezione, allora largamente diffusa, dell'assenza di una vera capacità «volitiva» in capo al giudice, ancora perlopiù inteso quale bouche de la loi.
Il termine «ordine» evoca maggiormente il profilo strutturale e organizzativo nel quadro dell'articolazione delle funzioni statuali, ma non esclude certo la natura di potere dell'attività giurisdizionale, confermata del resto dalla disciplina dei conflitti di attribuzione ex art. 134 Cost., nonché dalla stessa giurisprudenza costituzionale.
Pertanto, in conclusione, si può affermare che la magistratura in sé costituisca un ordine, mentre l'esercizio della funzione giurisdizionale integri certamente un potere.
L'oggetto dell'art. 104 Cost. è da identificarsi nella magistratura ordinaria, in ragione dei commi successivi dedicati alla composizione del Consiglio superiore della magistratura, nonché del collegamento con l'art. 102 sopra osservato.
Gli attributi dell'autonomia e dell'indipendenza sono stati distinti tra loro, in considerazione della proiezione collettiva (rectius, relativa all'ordine nella sua totalità) del primo (in ossequio al principio della separazione dei poteri) e della proiezione individuale (ossia, inerente al singolo giudice, nel momento funzionale dell'attività esercitata) del secondo. Il primo di essi si traduce nella configurazione di un sistema di autodisciplina interna (sia pure realizzato attraverso meccanismi che non consentono di parlare di autogoverno), espresso dal CSM. Il secondo presenta, invece, una stretta correlazione con la soggezione del giudice alla legge (art. 101 Cost.), realizzando, in tal modo, il collegamento (sia pure mediato) tra funzione giurisdizionale e sovranità popolare più volte evidenziato.
Entrambi gli attributi si rivelano strumentali a conseguire l'obiettivo dell'imparzialità del giudice, che attiene al momento applicativo della norma giuridica (di per sé stessa non imparziale, perché espressione di scelte politiche), nella complessa mediazione tra l'atto legislativo e il conflitto di interessi dedotto nel singolo giudizio.
In questo delicato equilibrio si colloca il tema della neutralità dell'attività giurisdizionale, oggi superato alla luce del quadro costituzionale e della funzione promozionale del diritto (cfr. art. 3 Cost.), che si traduce, per i giudici, in un'attività discrezionale (fosse solo nei limiti di quanto previsto dall'art. 12 disp. prel. c.c.): quest'ultimo carattere non vanifica certo il dato dell'imparzialità dell'atto giurisdizionale, ma anzi lo potenzia, in una nuova prospettiva. Vi è da aggiungere che la discrezionalità del giudice incontra pur sempre il vincolo della soggezione di questo alla legge ai sensi dell'art. 101 Cost., motivo per cui, fino alla modifica dell'art. 111 Cost., intervenuta con l. cost. n. 2/1999, la Costituzione non parlava espressamente di «imparzialità» con riferimento ai giudici (diversamente dalla pubblica amministrazione, art. 97). Si tratta, evidentemente, di una discrezionalità diversa rispetto a quella riconosciuta all'azione amministrativa, ma che comunque consente margini di autonomia nella determinazione in capo al giudice (si pensi all'attività interpretativa correlata alle cc.dd. clausole generali).
In quest'ottica, l'indipendenza stessa acquista una nuova dimensione, funzionale alla salvaguardia di una vera e propria libertà ideologica del giudice (ben lungi dall'antica qualificazione della magistratura come potere neutro), nel nome del pluralismo politico-culturale presente nel disegno costituzionale.
L'imparzialità, da altro punto di vista, è espressa dalla stessa soggezione del giudice alla legge di cui all'art. 101 Cost. sopra osservato.