Source: https://liberapiemonte.it/osservatorio/corruzione/la-normativa/
Timestamp: 2019-03-19 04:31:59+00:00
Document Index: 128630647

Matched Legal Cases: ['art. 357', 'art. 358', 'art. 359', 'art. 322', 'art. 18', 'art. 12', 'art. 318', 'art. 319', 'art. 318', 'art. 97']

La normativa – Libera Piemonte
La corruzione in diritto indica la condotta propria del pubblico ufficiale che riceve, denaro (detta tangente) o altre utilità che non gli sono dovute, creando spesso un danno economico.
La corruzione è spesso presente nelle gare di appalti pubblici e privati (infrastrutture pubbliche e non) soggette di solito a bandi d’asta rivolti a ridurre i costi per effetto della libera concorrenza tra i partecipanti.
In questo senso la corruzione porta alla violazione di simili norme creando un danno economico alla collettività o al privato per mancata riduzione dei costi se non addirittura una lievitazione di questi e dei tempi di completamento del lavoro sino al caso limite di incompiutezza.
Nella corruzione il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio percepiscono l’utilità in seguito a un accordo con il privato, viceversa, nella concussione il pubblico ufficiale sfrutta la propria posizione di supremazia o potere per costringere o indurre il privato a corrispondere o promettere denaro o altre utilità.
Le due fattispecie criminose sono l’una l’opposto dell’altra.
1) PUBBLICI UFFICIALI
L’art. 357 c.p., nella formulazione attuale, sancisce che agli effetti della legge penale, sono p.u. coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria e amministrativa; la norma precisa che deve ritenersi pubblica la funzione disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della p.a. o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi.
Il secondo comma delinea i connotati tipici della pubblica funzione amministrativa, stabilendo che questa è disciplinata da norme di diritto pubblico o da atti autoritativi e si sostanzia nell’esercizio alternativo di poteri DELIBERATIVI, AUTORITATIVI, CERTIFICATIVI o RAPPRESENTATIVI.
I soggetti investiti della funzione LEGISLATIVA sono quelli che risultano coinvolti nel processo legislativo, secondo le competenze stabilite dalla Costituzione.
Esercitano la funzione GIUDIZIARIA i giudici, togati e onorari, i p.m., nonché coloro che svolgono un’attività strettamente collegata a quella consistente nello iusdicere.
Per quanto attiene all’esatta perimetrazione nella funzione AMMINISTRATIVA, si ritiene che rientrino nel concetto di poteri DELIBERATIVI quelli che contribuiscono a formare la volontà della p.a.; con la locuzione poteri AUTORITATIVI si farebbe riferimento non solo ai poteri coercitivi in senso stretto, ma in generale a quel ventaglio di poteri discrezionali al cui cospetto il consenso del destinatario è irrilevante ai fini della produzione degli effetti connessi all’attività amministrativa. I poteri CERTIFICATIVI si concretizzerebbero nell’esercizio di attività dotate di una peculiare efficacia probatoria.
2) INCARICATO DI UN PUBBLICO SERVIZIO
L’art. 358 c.p., attualmente, definisce l’incaricato come colui che, a qualunque titolo, presta un pubblico servizio, precisando che per esso deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione , ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di quest’ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni d’ordine e della prestazione di opera meramente materiale.
3) ESERCENTE UN SERVIZIO PUBBLICO
L’art. 359 c.p., stabiliva e stabilisce, che appartengono a tale categoria i soggetti privati che esercitano professioni forensi, sanitarie o altre il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando della loro opera il pubblico sia per legge obbligato a valersi, nonché i privati che, non esercitando una pubblica funzione né prestando un pubblico servizio ne adempiono uno dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della p.a.
Ai fini della configurabilità di alcuni reati (peculato, concussione, corruzione) l’art. 322-bis c.p. – introdotto dalla Legge n.300 del 2000 – ha equiparato ai pubblici ufficiali e agli incaricati taluni funzionari comunitari e membri delle istituzioni comunitarie.
La legge Severino cd. Anticorruzione
Ci si riferisce agli obblighi discendenti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulla corruzione del 2003 (cd. Convenzione di Mérida, ratificata dall’Italia in forza della l. 3.8.2009, n. 116), nonché dalla Convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, recentemente ratificata in forza della l. 28.6.2012, n. 110.
Entrambe le convenzioni, per cominciare, impongono espressamente l’incriminazione del traffico di influenze, definito dall’art. 18 a) della Convenzione di Mérida – dal lato attivo – come «il fatto di promettere, offrire o concedere a un pubblico ufficiale o ad ogni altra persona, direttamente o indirettamente, un indebito vantaggio affinché detto ufficiale o detta persona abusi della sua influenza reale o supposta, al fine di ottenere da un’amministrazione o da un’autorità pubblica dello Stato parte un indebito vantaggio per l’istigatore iniziale di tale atto o per ogni altra persona», e – dal lato passivo – come il fatto di chi corrispondentemente sollecita o accetta, direttamente o indirettamente, l’indebito vantaggio nei termini descritti. Dal canto suo, l’art. 12 della Convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa obbliga gli Stati parte ad incriminare «il fatto di promettere, offrire o procurare, direttamente o indirettamente, qualsiasi vantaggio indebito, per sé o per terzi, a titolo di rimunerazione a chiunque afferma o conferma di essere in grado di esercitare un’influenza sulla decisione di una persona di cui articoli 2, 4-6 e 9-11 [ossia dei titolari di pubbliche funzioni menzionati nelle norme precedenti], così come il fatto di sollecitare, ricevere o accettarne l’offerta o la promessa a titolo di rimunerazione per siffatta influenza, indipendentemente dal fatto che l’influenza sia o meno effettivamente esercitata oppure che la supposta influenza sortisca l’esito ricercato».
Alla corruzione il nostro codice penale dedica ben 7 articoli, dal 318 al 322.
a) la corruzione per un atto d’ufficio (cd. impropria), disciplinata dall’art. 318 c.p. e caratterizzata dalla ricezione, da parte del pubblico ufficiale, della promessa o dalla dazione di denaro o altra utilità quale indebita retribuzione per compiere (cd. corruzione impropria antecedente passiva), o per aver compiuto (cd. corruzione impropria susseguente passiva), un atto del proprio ufficio; e
b) la corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (cd. propria), disciplinata dall’art. 319 c.p. e caratterizzata parimenti dalla ricezione da parte del pubblico ufficiale della promessa o della dazione di denaro o altra utilità «per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri d’ufficio [cd. corruzione propria passiva, antecedente e susseguente]».
In base all’articolo 318 codice penale il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
La materia, invero, era già stata modificata nel 1990 con la legge 86. Tuttavia il reato di cui all’art. 318 era rimasto formalmente invariato, sia per quanto concerne la struttura della condotta sia con riferimento ai soggetti attivi. La modifica più rilevante aveva riguardato il trattamento sanzionatorio in quanto il minimo di pena era stato innalzato a sei mesi.
La legge Severino ha opportunamente cambiato la rubrica della norma: ora non è più denominato “corruzione impropria”, ma “corruzione per l’esercizio della funzione”. Ciò sta a significare che il disvalore del comportamento è incentrato sul conseguimento del denaro o di altra utilità quale corrispettivo riferito genericamente all’esercizio dei poteri di cui è investito il funzionario.
È stato in questo modo eliminato il collegamento tra utilità, ricevuta o promessa, con un atto da adottare o adottato.
La condotta del pubblico funzionario deve consistere nel ricevere un compenso non dovuto o nell’accettarne la promessa. Nella corruzione impropria susseguente era esclusa la promessa.
Inoltre, oggi è assoggettato a sanzione penale anche il privato che dà o promette il compenso.
Il patto corruttivo può realizzarsi anche tramite terzi intermediari, purchè sia dimostrato il consenso della parte pubblica.
Il compenso può essere ricevuto dal soggetto qualificato per sé o per un terzo, che ovviamente non è né lo Stato né l’ente pubblico cui appartiene il funzionario.
La nozione di altra utilità va intesa in senso ampio, comprensiva di qualsiasi vantaggio materiale o morale, patrimoniale e non.
Il corruttore può versare delle somme di denaro, come prezzo del reato, anche a terzi qualora ciò sia convenuto nell’interesse del funzionario.
Il reato si perfeziona, alternativamente, con l’accettazione della promessa ovvero con la dazione del denaro o di altra utilità.
In base all’articolo 319 del codice penale il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per avere omesso o ritardato un atto del suo ufficio, oppure per compiere o per avere compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da quattro a otto anni.
L’articolo configura l’ipotesi di corruzione propria, anch’essa antecedente o susseguente, che si ha quando il mercimonio dell’ufficio concerne un atto contrario ai doveri d’ufficio.
La legge 86 del ’90 ha provveduto a unificare le due ipotesi della corruzione antecedente e susseguente.
Il bene giuridico tutelato dalla norma è anche qui il prestigio della p.a., insieme ai principi di buon andamento e imparzialità desumibili dall’art. 97 Cost.
La legge anticorruzione del 2012 ha inciso sui limiti di pena, influendo opportunamente sui termini minimi di prescrizione (incrementati), oltre che sulla configurabilità del fermo.
La legge 69 del 2015 ha ulteriormente aggravato il trattamento sanzionatorio.
Di questo reato può essere ritenuto responsabile anche un Consigliere Regionale per comportamenti tenuti nella sua attività legislativa.
È priva di fondamento la tesi secondo la quale nell’esercizio di un’attività amministrativa discrezionale, e in particolare della pubblica funzione legislativa, non si può ipotizzare il mercanteggiamento della funzione, nemmeno se venga concretamente in rilievo che la scelta discrezionale non sia stata consigliata dal raggiungimento di finalità istituzionali e dalla corretta valutazione degli interessi della collettività, ma da quello prevalente di un privato corruttore.
Non è applicabile la speciale guarentigia sanzionata dal comma 4 dell’articolo 122 della Costituzione secondo il quale i Consiglieri Regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.
Questa speciale immunità non trova applicazione qualora il Consigliere Regionale non sia perseguito dal giudice penale per avere concorso alla formazione ed alla approvazione di una legge regionale, ma per comportamenti che siano stati realizzati con soggetti non partecipi di tale procedimento al fine di predisporre le condizioni per il conseguimento di un vantaggio illecito.
La pubblica accusa dovrà, pertanto, dimostrare a) che l’intermediario si sia fatto dare o promettere o promettere denaro o altro vantaggio patrimoniale, quale prezzo per la propria mediazione ovvero per remunerare il funzionario pubblico – e dunque, in quest’ultima ipotesi, con l’obiettivo di trattenere egli stesso il denaro o il vantaggio, ovvero di versarlo successivamente al funzionario da corrompere –; e dovrà inoltre b) dimostrare che la promessa o dazione siano state effettuate «in relazione» al compimento, da parte del funzionario, di una condotta contraria ai suoi doveri d’ufficio, laddove l’espressione «in relazione» sembra alludere tanto alla prospettiva di un futuro compimento di una tale condotta da parte del funzionario, quanto ad un compenso del funzionario medesimo per una condotta antidoverosa già compiuta.
L’ipotesi base di cui al primo comma – che incrimina, oggi come ieri, il fatto di amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci e liquidatori che, a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio, cagionando nocumento alla società – resta sostanzialmente inalterata, a parte qualche precisazione di scarso impatto pratico: la dazione o la promessa di utilità possono essere accettate «per sé o per altri» dai soggetti attivi, e il compimento od omissione dell’atto può avvenire, oltre che in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio, anche dei loro «obblighi di fedeltà».
Resta confermata, rispetto al testo previgente, l’estensione della punibilità anche a chi dà o promette l’utilità.
E resta infine confermata la regola, contenuta al quinto e ultimo comma, della perseguibilità a querela della persona offesa; regola alla quale si deroga, in favore della procedibilità d’ufficio, nella sola ipotesi in cui «dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi».