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Timestamp: 2019-01-20 01:16:31+00:00
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Stalking, elementi costitutivi del reato - Il Commentario del Merito
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ASSOLUZIONE DALL’ACCUSA DI STALKING : QUALI SONO GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEL REATO.
Tribunale di Bari, sentenza del 21 marzo 2017 – Sez. I penale in composizione monocratica
Con decreto del 28.04.2014, il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio per rispondere del reato di atti persecutori, di cui all’art. 612 bis co. 2 codice penale, in relazione alle condotte tenute dall’imputato nei confronti della moglie legalmente separata, come descritte nel capo di imputazione.
Invero, nel corso dell’istruttoria dibattimentale la parte civile ha spiegato che l’imputato aveva tenuto un sistematico atteggiamento di intimidazione morale e materiale e il Giudice ha ritenuto non doversi dubitare delle parole della parte civile, poiché costei, al netto della confusione espositiva dovuta all’emozione od alla foga, ha riferito i fatti in modo logico e coerente, tra l’altro confermati e riscontrati da molti altri testimoni.
Tuttavia, il Giudice ha ritenuto necessario prendere in disamina quali siano gli elementi costitutivi del reato di atti persecutori (“stalking”), al fine di comprendere se nel caso di specie possa effettivamente ascriversi all’imputato il suddetto reato.
Giova ricordare che la Corte Costituzionale con sentenza n. 172 del 11 giugno 2014 – con la quale ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale, proposta dal Tribunale di Trapani, dell’art. 612 bis c.p., per violazione del principio di indeterminatezza sancito dall’art. 25 co. 2 Cost. – ha fornito importati coordinate sul reato in argomento.
Il giudice del tribunale rimettente lamentava la mancanza di una definizione sufficientemente determinata dei quattro diversi requisiti della fattispecie di reato di stalking, e più precisamente: 1) della condotta, in quanto non sarebbe determinato il “minimum della condotta intrusiva temporalmente necessaria e sufficiente affinché possa dirsi integrata la persecuzione penalmente rilevante”; 2) del perdurante e grave stato di ansia e di paura’; 3) della ‘fondatezza’ del timore; 4) delle ‘abitudini di vita’ la cui alterazione integra il terzo, alternativo evento del fatto tipico.
La Corte, nell’analisi del merito della questione, ha utilizzato quale metodo interpretativo, da applicare per vagliare la compatibilità o meno della fattispecie descritta all’art. 612 bis c.p. col principio costituzionale di determinatezza, quello “integrato” e “sistemico”.
Interpretata nel rispetto dei criteri su indicati, la Corte ha ritenuto la fattispecie conforme al dettato
In particolare, quanto alla condotta di minaccia e molestia, ha sostenuto che l’interprete ha a propria disposizione la ricca e risalente tradizione interpretativa delle fattispecie di cui agli artt. 612 (“Minaccia”) e 660 (“Molestia o disturbo alle persone”) c.p., tradizione che – rileva la Corte – “da un lato agevola l’interpretazione della disposizione oggi sottoposta a giudizio e, dall’altro, offre la riprova che la descrizione legislativa corrisponde a comportamenti effettivamente riscontrabili (e riscontrati) nella realtà”. Sul punto, la Corte rammenta che la definizione codicistica di ‘minaccia’ (“prospettazione di un male futuro”) è appagante, in quanto coerente col significato che il termine assume nel linguaggio comune, e che il concetto di molestia è condivisibilmente definito, anche in questo caso in linea col senso comune, come 1″alterare in modo fastidioso o importuno l’equilibrio psichico di una persona normale”.
Col requisito della ‘reiterazione’, espressamente richiesto dall’art. 612 bis c.p. – continua la Corte -‘ il legislatore ha, inoltre, inteso connotare ulteriormente le condotte di minaccia e molestia, così da individuare “specifici fenomeni di molestia assillante che si caratterizzano per un atteggiamento predatorio nei confronti della vittima, bene espresso dal termine inglese ‘stalking”. Proprio questo requisito, da intendersi – precisa ancora la Corte – come commissione di “almeno due condotte di minacce o molestia”, nel momento in cui diviene causa di uno dei tre eventi alternativi previsti dalla fattispecie, esprime un disvalore aggravato rispetto a quello delle generiche minacce o molestie, così giustificando una più severa reazione penale. In tal senso, il delitto di stalking si presenta semplicemente come ‘specificazione’ dei reati meno gravi di minaccia e di molestie, senza
che ciò comporti alcuna rinuncia in termini di determinatezza della incriminazione.
Da ultimo, la Corte non ha ravvisato deficit di determinatezza nemmeno nella descrizione normativa dei tre, alternativi eventi del fatto tipico del delitto in discorso.
Ha segnalato la Corte che tanto il “perdurante e grave stato di ansia e di paura”, quanto il “fondato timore per l’incolumità”, riguardando la sfera emotiva e psicologica dell’individuo, devono essere “accertati attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino una apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”. A tale fine, si potrà fare ricorso alle dichiarazioni della vittima, alla verifica dei suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente.
Nella corretta interpretazione dei due eventi ora richiamati, la Corte evidenzia l’importanza delle aggettivazioni “grave e perdurante”, dello stato d’ansia, e “fondato”, del timore, in quanto segnalano che devono restare fuori dall’area di applicazione della norma incriminatrice “ansie di scarso momento, sia in ordine alla loro durata sia in ordine alla loro incidenza sul soggetto passivo”, nonché “timori del tutto immaginari o del tutto fantasiosi della vittima”.
Similmente, anche l’interpretazione del terzo, alternativo evento – l’alterazione delle abitudini di vita – passa attraverso un confronto fra il “complesso dei comportamenti che una persona solitamente mantiene nell’ambito familiare, sociale e lavorativo” e i comportamenti che la vittima è costretta a tenere a seguito dell’attività persecutoria subita.
In considerazione di tale puntuale analisi degli spunti interpretativi offerti dalla Corte Costituzionale, il Giudice conclude che non è certo che la condotta dell’imputato integri il reato di cui all’art. 612 bis. c.p. proprio perché non risulta provato l’”evento” del reato.
Invero, la “patologia” dichiarata dalla parte civile, in difetto di migliori accertamenti diagnostici, non è sufficiente a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la sussistenza dell’evento di cui al reato, così come è stato precisato dalla sentenza della Consulta appena sopra riassunta.
Per questi motivi, il Giudice ha assolto l’imputato dall’imputazione di “stalking”a lui ascritta perché il fatto non sussiste.
Avv. Rosella Cuscito
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