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Timestamp: 2019-11-13 14:52:18+00:00
Document Index: 84818661

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 360', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 385', 'art. 13']

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Presidente: DI AMATO SERGIO Relatore: ROSSETTI MARCO Data pubblicazione: 31/10/2017
(-) per effettuare i rilievi ritenuti necessari, venne praticato un foro sul pavimento che immetteva in un sottostante cavedio, privo di aperture ed all'interno del quale non vi era ossigeno; sicché i due tecnici, calatisi nel cavedio, morirono per asfissia.
Conclusero pertanto invocando la responsabilità della società convenuta ai sensi dell'articolo 2051 c.c., e chiedendone la condanna al risarcimento dei danni rispettivamente patiti.
"camera stagna" priva di vespaio e di bocchette di areazione; quivi erano deceduti per ipossia, perché in quella camera stagna non vi era ossigeno;
1.1. Con l'unico motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di falsa applicazione della legge, ai sensi dell'art. 360, n. 3, c.p.c.. E' denunciata, in particolare, la falsa applicazione dell'art. 2051 c.c..
La ricorrente, dopo avere ricordato che si ha falsa applicazione della legge quando il giudice, dopo aver ricostruito determinate circostanze di fatto, le sussume in una fattispecie astratta dettata per disciplinare circostanze di fatto diverse da quelle, ricorda come l'articolo 2051 c.c., nella giurisprudenza di questa Corte, si applica ai danni causati da una cosa pericolosa "in grado di produrre un danno secondo la sua normale utilizzazione". La presunzione di responsabilità di cui all'articolo 2051 c.c., invece, non è applicabile quando il danno è stato causato da un uso improprio o anomalo della cosa.
La falsa applicazione dell'articolo 2051 c.c. discenderebbe dunque, nel caso di specie, dal fatto che la Corte d'appello ha condannato la Unicoop ai sensi della norma suddetta, nonostante avesse accertato in punto di fatto sia che il danno non era stato arrecato da una cosa pericolosa, sia che la cosa stessa era stata usata in modo anomalo od improprio.
Secondo la ricorrente, in particolare, la Corte d'appello avrebbe falsamente applicato l'art. 2051 c.c. non attribuendo alcun rilievo a due circostanze:
(-) l'unica persona che poteva intuire la pericolosità della camera stagna era un tecnico, ovvero il geometra datore di lavoro della vittima, non certo il proprietario dell'immobile.
Soggiunge, infine, la ricorrente che erroneo sarebbe stato il rilievo causale attribuito dalla Corte d'appello alla mancanza di bocchette di areazione nel cavedio killer, in quanto tale mancanza non poteva ritenersi causa in senso giuridico dell'evento, a meno di non dilatare in modo inaccettabile ed illegittimo le regole di accertamento del giudizio di causalità.
1.2. Il motivo è inammissibile, per difetto di decisività, in quanto ha censurato una sola delle due rationes decidendi su cui si fonda la sentenza d'appello.
La decisione della Corte d'appello di Firenze infatti, pur avendo formalmente fatto riferimento all'articolo 2051 c.c., nel complesso della motivazione ha adottato anche una seconda ratio decidendi: ha infatti ritenuto che la cooperativa dovesse ritenersi non solo in colpa (presunta) ex art. 2051 c.c., ma versasse altresì in colpa concreta e specifica perché, in contrasto con le prescrizioni dell'art. 23 del Regolamento Edilizio del Comune di Roccastrada, non aveva dotato la camera stagna di bocchette di areazione (così la sentenza impugnata, p. 4, quinto capoverso, ove l'incipit "in ogni caso" non lascia dubbi sul fatto che si tratti di una autonoma ratio decidendi).
Non costituisce una valida censura, al riguardo, il passaggio contenuto a pag. 4, quinto capoverso, del ricorso per cassazione: ivi, infatti, la ricorrente affronta sì il problema della mancanza delle bocchette di areazione, ma solo sotto il profilo del nesso di causalità, negando che la loro assenza potesse ritenersi "causa" in senso giuridico della morte di Cesare L., e lamentando la violazione, da parte della Corte d'appello, delle regole sulla causalità materiale.
Ma, per un verso, tale censura non è accompagnata da adeguata illustrazione (si sarebbe dovuta invocare la violazione dell'art. 40 c.p.); per altro verso essa non tocca l'affermazione secondo cui la Unicoop era in colpa per avere violato le norme del regolamento edilizio comunale.
(a) la sentenza impugnata ha affermato la colpa della Unicoop non solo per colpa presunta, ma anche per colpa in concreto, e quest'ultima statuizione non è stata Impugnata;
1.3. Ad abundantiam, ma nell'interesse della legge, questa Corte ritiene utile soggiungere che nel caso di specie non vi è stata alcuna falsa applicazione dell'art. 2051 c.c., in quanto:
(a) un ambiente privo di aria è indubitabilmente una "cosa", e l'ipossia letale sofferta di chi vi si immetta è un danno causato dalla cosa;
(b) nulla rileva che la cosa fonte di danno non fosse di per sé "pericolosa", in quanto non destinata alla frequentazione di esseri umani; l'art. 2051 c.c., infatti, disciplina i danni arrecati da qualunque tipo di cosa: quelle pericolose e quelle innocue; quelle inerti e quelle seagenti; quelle palesi e quelle occulte; quelle insidiose e quelle evitabili;
(c) è certamente vero che, in astratto, l'uso improprio od anomalo della cosa fonte di danno integra gli estremi del caso fortuito, ed è quindi idoneo ad escludere la responsabilità del custode; tuttavia la sussistenza di un "uso anomalo" della cosa va valutata in concreto ed ex post, non già in astratto ed ex ante; nel caso di specie, la circostanza che le vittime si fossero immesse sua sponte nel cavedio, dopo aver praticato un foro nel pavimento, si sarebbe potuta ritenere un uso anomalo della cosa - ad esempio - nel caso in cui tale condotta fosse stata tenuta da un terzo abusivamente introdottosi nell'immobile; nel cado di specie, per contro, quella condotta venne tenuta da un professionista incaricato di eseguire rilievi finalizzati ad una ristrutturazione dell'immobile stesso, e dunque costituiva un'attività utile, necessaria ed autorizzata;
(d) infine, come correttamente rilevato dalla corte d'appello, l'imperizia o l'imprudenza del datore di lavoro della vittima potrebbero costituire al più una concausa di danno, come tale inopponibile dal custode al terzo danneggiato, in virtù del principio di corresponsabilità dei coautori dell'illecito di cui all'articolo 2055 c.c..
2.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell'art. 385, comma 1, c.p.c., e sono liquidate nel dispositivo.
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dall'art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di Unicoop Tirreno soc. coop. a r.l. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l'impugnazione.