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Timestamp: 2020-08-04 11:42:18+00:00
Document Index: 35138711

Matched Legal Cases: ['art.306', 'art.270', 'art.306', 'art.270', 'art.306', 'art. 270', 'art.21']

Storia Veneta - Sentenza Giudice Guido Salvini del 1995 - Parte Seconda - Capitolo 20: Le dichiarazioni degli imputati
Le dichiarazioni degli imputati e i provvedimenti in ordine alle singole imputazioni
(pag. 185 del fascicolo processuale)
Anche in ragione dell'inevitabile tardività dell'istruttoria milanese, ROGNONI, AZZI, MARZORATI e DE MIN, tutti da tempo scarcerati, hanno negato di avere organizzato o comunque preso parte ad attività eversive diverse dall'attentato al treno del 7 aprile 1973, che hanno cercato di dipingere come un episodio estemporaneo.
Anche Cinzia DI LORENZO ha negato di avere svolto un ruolo di appoggio in Italia e in Spagna alle attività di Giancarlo Rognoni e degli altri militanti, sostenendo di avere intrattenuto con i coimputati rapporti di carattere prevalentemente amicale e comunque di avere rimosso quasi tutti i ricordi relativi a quel periodo anche a causa di un grave incidente automobilistico occorsole in Spagna, incidente che l'aveva costretta a molti ricoveri e a lunghe operazioni (cfr. int. al P.M. 2.6.1987 e al G.I. 13.1.1993).
Tuttavia, nel corso degli interrogatori i quattro imputati principali si sono lasciati sfuggire qualche ammissione che pur nella sua parzialità permette di confermare le acquisizioni provenienti da altri imputati o testimoni.
- GIANCARLO ROGNONI (int. 9.10.1991) ha ammesso di avere avuto rapporti politici sia con Delfo ZORZI sia con Martino SICILIANO, quest'ultimo frequentato da Rognoni sia a Mestre sia a Milano.
Ha negato di avere avuto rapporti organici con i servizi di sicurezza, ma ha riconosciuto di essere stato contattato a metà degli anni '60, quando era studente all'Università Cattolica, da un ufficiale dei Servizi il quale gli aveva proposto di passare loro informazioni circa la situazione interna all'Università.
Secondo Rognoni, egli avrebbe comunque lasciato cadere la proposta dopo essersi consultato con un esponente del M.S.I.
Interrogato specificamente sulla provenienza dell'esplosivo utilizzato per l'attentato del 7 aprile, Rognoni ha laconicamente affermato "qualcuno l'ha dato a chi l'ha usato", risposta che implicitamente consente di far intravvedere che l'esplosivo proveniva da persone esterne rispetto a quelle che avevano materialmente operato sul treno Torino- Roma.
- NICO AZZI (int. 18.10.1991), pur negando di avere fatto confidenze a personale della Polizia o dei Carabinieri, ha riconosciuto di essere stato avvicinato due volte, durante la sua detenzione, nel 1977 a Genova e nel 1978 a Nuoro, da ufficiali dei Carabinieri.
Anch'egli ha sostenuto di avere rifiutato qualsiasi forma di collaborazione. In merito alla provenienza dell'esplosivo utilizzato per l'attentato del 7 aprile, egli ha significativamente affermato "preferisco non parlarne", risposta che non può non far ritenere che l'argomento, pure a distanza di tanti anni, sia e rimanga estremamente delicato a causa di interventi esterni.
Anche Nico Azzi ha dichiarato di avere conosciuto Martino SICILIANO e di averlo probabilmente anche visto a Treviso in occasione di una riunione cui egli si era recato insieme a Giancarlo Rognoni.
Si ricordi in proposito che nel documento redatto a seguito delle confidenze dello stesso Azzi si cita proprio una riunione operativa finalizzata alla programmazione di attentati da far ricadere sulla sinistra, riunione che sarebbe avvenuta proprio a Treviso il 10.9.1971 con la presenza dell'onorevole PINO RAUTI.
- MAURO MARZORATI (int. 22.7.1992) ha raccontato di essersi recato in Veneto nella primavera del 1972 per svolgere attività di propaganda e di avere conosciuto a Mestre il dr. MAGGI e Massimiliano FACHINI, circostanza questa che conferma l'organicità dei rapporti fra i gruppi di Milano, Padova e Venezia.
Quanto all'attentato del 7 aprile, egli, pur ribadendo la propria posizione marginale sia nell'episodio sia nella vita dell'organizzazione, ha precisato di avere ricevuto da Azzi, la sera precedente, la borsa con il tritolo e di essersi recato quindi alla birreria Wienervald con la borsa che aveva appoggiato da qualche parte nel locale.
Tale circostanza dice molto sul carattere non certo conviviale ma piuttosto "preparatorio" della riunione alla birreria della sera del 6 aprile 1973, riunione a cui secondo il documento Azzi erano presenti esponenti romani, uno dei quali, secondo CALORE, da identificarsi nel prof. PAOLO SIGNORELLI.
- FRANCESCO DE MIN (int. 11.11.1991) ha confermato che ROGNONI e AZZI si erano recati ad una riunione a Treviso nel 1971 ed altresì che alla riunione alla birreria Wienervald erano presenti, oltre ai componenti milanesi del gruppo, "alcune persone che non conoscevo" fra cui alcuni di Genova.
Durante la detenzione nei carceri dell'Asinara e di Nuoro, negli anni '77/'78, egli si era trovato in cella ed era entrato in rapporto di confidenza con MARIO TUTI il quale, parlando del capo de La Fenice, gli aveva detto "se avessi saputo che ROGNONI era dei Servizi lo avrei ammazzato".
Sotto il profilo della qualificazione giuridica dei fatti non vi è dubbio che le imputazioni di costituzione di banda armata (art.306 c.p.) e di associazione sovversiva (art.270 c.p.) siano state elevate correttamente.
Da quanto sinora esposto emerge infatti con chiarezza che le persone che operavano sotto la sigla La Fenice non fossero altro che la propaggine milanese del livello illegale di Ordine Nuovo, già qualificato come banda armata dalla sentenza, ormai definitiva, nel procedimento a carico di ADDIS Mauro ed altri di cui peraltro la presente istruttoria costituisce uno stralcio.
Comunque, anche indipendentemente dalla struttura madre, l'organizzazione La Fenice era caratterizzata da tutti gli elementi necessari per confermarne la qualificazione come banda armata. Ci riferiamo alla stabilità del rapporto associativo fra un numero, pur ristretto, di persone ma in costante collegamento fra loro, alla stabile disponibilità di armi ed esplosivi quale si è evidenziata nel corso dell'istruttoria, all'ideazione e all'esecuzione di attentati di maggiore o minore gravità - molti dei quali programmati affinchè la responsabilità fosse attribuita agli avversari politici.
Ci riferiamo altresì ai continui contatti operativi con le parallele strutture di altre città, sopratutto Venezia e Roma.
Si noti che Nico Azzi, nel corso del suo ultimo interrogatorio (10.2.1995, f.2), ha confessato che il gruppo disponeva nei primi anni '70 di uno stabile deposito di materiale illecito costituito da tre contenitori, sotterrati in Liguria, con all'interno bombe a mano, esplosivo di tipo ANFO e tritolo, detonatori al fulminato di mercurio e proiettili, materiale in parte sottratto da Azzi presso la caserma di Imperia ove egli aveva svolto il servizio militare.
Tali contenitori non sono più recuperabili in quanto, nonostante le indicazioni fornite da Azzi, la mutata conformazione del luogo, ove è cresciuto un bosco, e il venir meno dei punti di riferimento, costituiti da alcune vecchie costruzioni, non consente più di individuare il punto esatto ove i contenitori sono sotterrati. La località ove i contenitori rimarranno sepolti per sempre si trova comunque sulle coline sovrastanti Celle Ligure ove al tempo Rognoni disponeva di un'abitazione che era stabile punto di riferimento per il gruppo (cfr. relazione del R.O.S. Carabinieri di Roma, 12.10.1994, ff.1 e ss.).
L'esistenza di uno stabile deposito di esplosivi che componenti del gruppo La Fenice potevano utilizzare conferma ulteriormente che la cellula facente capo a Rognoni costituiva sotto ogni profilo una banda armata. Le indicazioni fornite da Nico Azzi in merito al deposito di esplosivi ancora esistente in Liguria sono certamente esatte in quanto Edgardo BONAZZI aveva ricevuto da Azzi precise confidenze sull'argomento nel corso della comune detenzione. Infatti Edgardo Bonazzi ha dichiarato che Azzi gli aveva confidato l'esistenza dell'esplosivo e delle bombe a mano sotterrati in una località isolata ed impervia non lontana dalla casa di Rognoni a Celle Ligure e aveva aggiunto che comunque sarebbe stato difficile, se non impossibile, recuperare tale deposito (cfr. dep. Bonazzi, 7.10.1994, f.3, e 4.2.1995, f.2).
Pacifica è anche la finalità di commettere con tale attività il reato di associazione sovversiva posto che finalità del gruppo non era certo quella di porre in essere una serie di attentati scoordinati e casuali, ma di sovvertire l'ordinamento dello Stato, agendo da detonatore per una svolta autoritaria e confidando, con l'intervento di altri gruppi e l'appoggio di forze militari, di pervenire ad un profondo mutamento istituzionale.
Come si è ampiamente esposto in uno dei capitoli precedenti, il gruppo La Fenice infatti non era un isolato manipolo di fanatici, ma una entità operativa profondamente inserita nel progetto golpista della primavera del 1973, come già esattamente aveva intuito il G.I., dr. Giovanni Tamburrino, il cui centro motore era il gruppo della Rosa dei Venti di Padova.
Sempre in relazione alla qualificazione del gruppo milanese come associazione sovversiva, è sufficiente, sul piano ideologico, dare anche una sommaria lettura alle copie del giornale La Fenice acquisita agli atti processuali (cfr. vol.7, fasc.6).
L'ideologia del gruppo esposta nel giornale (al quale collaboravano anche l'onorevole Rauti e Signorelli) è infatti un continuo richiamo ai "valori" della lotta contro il sistema parlamentare, contro ogni forma di democrazia e contro ogni altra ideologia, dal liberalismo al comunismo, di cui si auspicava la distruzione.
Una continua apologia, inoltre, dello Stato Aristocratico ed Organico, dell'esperienza hitleriana, del Nuovo Ordine Europeo sino all'esaltazione di tutte le forme di collaborazionismo che in vari Paesi d'Europa si erano aggregate a tale sanguinoso progetto.
Quanto alla posizione dei singoli imputati non vi è dubbio che sia doverosa una specificazione delle diverse responsabilità .
Dagli atti processuali emerge infatti che Giancarlo Rognoni e Nico Azzi erano i costitutori e gli organizzatori del gruppo (il primo sotto il profilo ideologico ed il secondo sotto il profilo operativo) ed erano i militanti più frequentemente impegnati nel mantenere i contatti con i gruppi paralleli delle altre città.
GIANCARLO ROGNONI e NICO AZZI devono quindi essere rinviati a giudizio per rispondere dei reati di cui al I comma dell'art.306 e dell'art.270 c.p. MAURO MARZORATI, FRANCESCO DE MIN e CINZIA DI LORENZO, invece, per il loro ruolo secondario e gerarchicamente subordinato ai capi, possono ritenersi responsabili dei reati di partecipazione semplice alla banda armata (art.306, II comma c.p.) e all'associazione sovversiva (art. 270, III comma, c.p.) e di conseguenza le imputazioni associative elevate nei loro confronti al capo 3) di rubrica devono essere dichiarate estinte per prescrizione.
Quanto alle altre imputazioni riguardanti il gruppo La Fenice, alla luce di quanto esposto nei capitoli precedenti, devono dichiararsi estinti per prescrizione i reati ascritti a ROGNONI, AZZI e DE MIN in relazione all'attentato alla Coop di Bollate del 1°.3.1973 e i reati ascritti a SICILIANO e CANNATA in relazione all'attentato all'Università Cattolica del 15.10.1971. Per quanto concerne le imputazioni di cui al capo 5) relative al traffico di bombe a mano SRCM, le conclusioni devono essere diversificate per ROGNONI, da un lato, e CALORE e SIGNORELLI dall'altro.
Infatti il concorso nella detenzione delle bombe a mano da parte di Rognoni è certamente cessato nell'aprile/maggio 1973, quando Rognoni si è dato alla latitanza, e comunque prima dell'entrata in vigore della legge 18.4.1975 n.110 e di conseguenza i reati prospettabili nei suoi confronti (artt.9, 10 e 12 Legge 497/1974) devono essere dichiarati prescritti.
Invece SIGNORELLI e CALORE devono essere rinviati a giudizio per rispondere del reato di cui all'art.21 Legge 110/1975 avendo mantenuto la disponibilità delle bombe a mano, al fine di sovvertire l'ordinamento dello Stato e di commettere attentati quantomeno sino al febbraio del 1977.