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Timestamp: 2019-08-24 01:14:57+00:00
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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 25 febbraio 2016, n. 7731. A fronte dell’esercizio di un potere discrezionale del pubblico ufficiale, gli estremi della corruzione propria ricorrono nelle ipotesi in cui il soggetto agente abbia accettato, dietro compenso, o di non esercitare la discrezionalità che gli è stata attribuita dall’ordinamento (come avviene nei casi di omissione o ritardo contemplati nella prima parte dell’art. 319 c.p.) o di usare tale discrezionalità in modo distorto, alterandone consapevolmente i fondamentali canoni di esercizio e ponendo perciò in essere una attività contraria ai suoi doveri di ufficio - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 25 febbraio 2016, n. 7731. A fronte dell’esercizio di un potere discrezionale del pubblico ufficiale, gli estremi della corruzione propria ricorrono nelle ipotesi in cui il soggetto agente abbia accettato, dietro compenso, o di non esercitare la discrezionalità che gli è stata attribuita dall’ordinamento (come avviene nei casi di omissione o ritardo contemplati nella prima parte dell’art. 319 c.p.) o di usare tale discrezionalità in modo distorto, alterandone consapevolmente i fondamentali canoni di esercizio e ponendo perciò in essere una attività contraria ai suoi doveri di ufficio
SENTENZA 25 febbraio 2016, n. 7731
Il Tribunale di Verona con sentenza del 20.4.15 ha condannato N.S. (consulente di esercizi pubblici), P.E. (vice comandante vicario della polizia locale della città scaligera) e V.F. (presidente della circoscrizione in cui era compreso un locale per il quale erano programmati controlli) per i reati di cui agli originari capi A e C, ritenuta per entrambi la fattispecie degli artt. 110 e 326, comma 1, cod. pen..
Con sentenza del 20.4.15 la Corte d’appello di Venezia ha assolto tutti gli imputati dai reati di cui ai capi A e C, ed ha invece condannato, accogliendo l’impugnazione del pubblico ministero, N. e P. per il capo B, anche ai fini civili (il Comune di Verona essendosi costituito parte civile), ‘limitatamente al punto
3)’.
La Corte è oggi investita dei ricorsi di N. e P. avverso la loro condanna in appello per il capo 13/3, che enunciano quanto segue.
Sono fondati i comuni motivi di ricorso relativi alla delimitazione dell’originaria impugnazione del pubblico ministero ed all’irrilevanza penale dell’unico fatto devoluto in concreto dalla parte pubblica al Giudice di secondo grado: il che assorbe gli altri motivi.
L’art. 581 cod. proc. pen. impone, a pena di inammissibilità (art. 591 cod.proc. pen.), l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta.
Nel nostro caso, a fronte di un capo di imputazione che, nella sua faticosa formulazione, pareva addebitare agli imputati nella “porzione B/3” la predisposizione di tre atti afferenti impugnazioni di accertamenti effettuati dalla polizia municipale finalizzate all’annullamento di sanzioni amministrative (rispettivamente in favore di bar via (omissis) ) in cambio della ricezione di regalie in particolare consistite in biglietti per spettacoli, attrazioni varie e servizi a pagamento, il Tribunale aveva argomentato in fatto specificamente del solo episodio (…), in quanto solo per quello aveva giudicato ‘percepirsi una sorta di sinallagmaticità tra l’atto di P. e il donativo rappresentato dai biglietti del parco di divertimenti’, comunque giudicando assorbente la non configurabilità del necessario atto contrario alle ragioni di ufficio (p. 19-21 sent. Trib.). Il pubblico ministero impugnava con riferimento generico all’intero capo B, dapprima deducendo le ragioni della sussistenza di tale atto contrario ai doveri d’ufficio e poi argomentando in fatto del solo episodio di cui in concreto si era occupata la motivazione del Tribunale, sostenendo la prova della dazione dei biglietti in contestualità con la ricezione dell’atto e quindi della sinallagmaticità, con la conseguente sussistenza del reato di corruzione, il non rilevante valore della regalia non assumendo rilievo.
Così delineato l’ambito di esame degli ulteriori motivi di ricorso, enunciati dai due imputati, risulta assorbente la doglianza in diritto (in definitiva i ricorrenti sostenendo la correttezza della conclusione sul punto adottata dal Tribunale).
3.1 Osserva in proposito la Corte che i dati in fatto che emergono dalla sentenza del Tribunale, dall’impugnazione del pubblico ministero, dalla sentenza d’appello e dai ricorsi sono due. Certamente P. , su sollecitazione di N. , ha redatto o rivisitato con correzioni (il che è irrilevante perché non incide sul senso del suo apporto) atti di parte nell’interesse di soggetto (il titolare del (…)) che era stato destinatario di provvedimento amministrativo per lui pregiudizievole, adottato da altra articolazione della stessa amministrazione comunale dopo accertamento in fatto della polizia municipale. Certamente quell’attività gli era espressamente inibita, perché l’art. 30 del regolamento speciale del corpo della polizia municipale vieta, tra l’altro, anche la condotta del ‘prestarsi alla stesura o presentazione di ricorsi od esposti da parte del pubblico’.
Un terzo dato che deve ritenersi accertato, perché non ne parlano le sentenze né gli atti di impugnazione delle varie parti processuali né può ritenersi scontato e fisiologico nella struttura di ogni amministrazione comunale, è che la messa a disposizione delle conoscenze tecniche utili ad impostare un atto di impugnazione, o anche a sollecitare un intervento dell’amministrazione comunale in autotutela, non rientrava tra le funzioni attribuite alla polizia municipale o ad altri uffici comunali, comunque al P. .
Il pubblico ministero nel suo atto d’appello aveva invece richiamato l’insegnamento di Sez. 6 sent. 38698 del 26.09.2006, Moschetti ed altri, così massimato: In tema di delitti contro la P.A., la nozione di ‘atto di ufficio’ comprende una vasta gamma di comportamenti umani, effettivamente o potenzialmente riconducibili all’incarico del pubblico ufficiale, e quindi non solo il compimento di atti di amministrazione attiva, la formulazione di richieste o di proposte, l’emissione di pareri, ma anche la tenuta di una condotta meramente materiale o il compimento di atti di diritto privato. Ma, come per il vero correttamente già osservato dal Tribunale (p. 21 e nota 6 sent. Trib.) e poi riproposto dai ricorsi, proprio tale sentenza attesta inequivocamente l’inconsistenza della tesi d’accusa.
Così infatti argomenta la sentenza 38698/2006 sul punto: ‘Al riguardo va premesso che nell’art. 319 c.p. l’espressione atto di ufficio non è sinonimo di atto amministrativo ma designa una attività ossia un comportamento del pubblico ufficiale posto in essere nello svolgimento del suo incarico e contrario ai doveri del pubblico ufficio ricoperto. Al di fuori di questa nozione penalistica di atto d’ufficio si collocano gli atti posti in essere solo in occasione dell’ufficio, cioè le attività che non sono riconducibili all’incarico del pubblico ufficiale, ma vengono svolte a margine o collateralmente o in concomitanza con le attività di ufficio. All’interno della nozione penalistica di atto di ufficio rientra invece una vasta gamma di condotte umane (effettivamente o potenzialmente) collegate all’incarico del pubblico ufficiale: il compimento di atti di amministrazione attiva, la formulazione di richieste o di proposte, l’emissione di pareri, ma anche la tenuta di una condotta meramente materiale o il compimento di atti di diritto privato. Una volta chiarito che il concetto di atto di ufficio designa, nel contesto delle norme incriminatici dei reati di corruzione, un comportamento, si deve riconoscere che è a tutti gli effetti atto di ufficio l’esercizio del potere discrezionale da parte del pubblico ufficiale che ne è istituzionalmente investito. Di più: l’esercizio del potere discrezionale è, almeno di regola, l’atto di ufficio più rilevante, impegnativo e significativo per il pubblico ufficiale perché richiede una meditata valutazione comparativa degli interessi ed una scelta, libera da impropri condizionamenti ed indebite influenze, tra le diverse soluzioni possibili per la realizzazione del pubblico interesse e delle specifiche finalità dell’ufficio. Risorsa preziosa per l’amministrazione, in particolare nelle moderne società complesse, il potere discrezionale non è però libero da canoni e limiti, ma, al contrario, è destinato ad essere esercitato in un quadro di regole che ne assicurano il corretto esercizio e ne indicano i naturali confini: l’imparzialità e la logica dell’azione e l’effettiva e concreta finalizzazione del potere alla realizzazione dello specifico interesse pubblico che l’ufficio ha il compito di curare. Ne consegue che, nel contesto delle norme incriminatici della corruzione, l’esercizio del potere discrezionale costituirà atto contrario ai doveri di ufficio nei casi in cui il pubblico ufficiale agisca violando consapevolmente le fondamentali regole di esercizio di tale potere. E vi sarà corruzione propria ex art. 319 c.p. quando per tale violazione il pubblico ufficiale accetti consapevolmente una retribuzione. In altri termini ai fini della qualificazione o meno dell’esercizio del potere discrezionale come atto… contrario ai doveri di ufficio e della sussistenza del delitto di corruzione propria non assume rilievo scriminante la circostanza che gli atti amministrativi concretamente posti in essere dal pubblico ufficiale abbiano superato il vaglio di legittimità del giudice amministrativo, giacché il superamento di tale vaglio è un risultato contingente e particolare, connesso alle concrete modalità di impostazione e di svolgimento del giudizio amministrativo quali ad es. l’adeguatezza o meno dei ricorsi, la tipologia dei vizi in esso dedotti etc. Neppure si può attribuire valore scriminante all’asserita effettiva rispondenza dell’atto all’interesse pubblico in quanto tale affermazione è un mero postulato, non verificabile dal giudice penale a causa dell’inidoneità, istituzionale e di fatto, del giudizio penale a funzionare come sede di un controllo di effettiva rispondenza dell’atto all’interesse pubblico. A fronte dell’esercizio di un potere discrezionale del pubblico ufficiale, gli estremi della corruzione propria ricorrono nelle ipotesi in cui il soggetto agente abbia accettato, dietro compenso, o di non esercitare la discrezionalità che gli è stata attribuita dall’ordinamento (come avviene nei casi di omissione o ritardo contemplati nella prima parte dell’art. 319 c.p.) o di usare tale discrezionalità in modo distorto, alterandone consapevolmente i fondamentali canoni di esercizio e ponendo perciò in essere una attività contraria ai suoi doveri di ufficio. In quest’ottica, alla fattispecie minore di corruzione per atto di ufficio resta riservata una sfera assai ampia. Essa ricomprende infatti tanto le ipotesi di percezione (o di accettazione della promessa) di una indebita retribuzione per il compimento di attività strettamente vincolate nei contenuti, nella forma e nei tempi che risultino rispondenti sotto tutti tali profili, ai canoni che regolano le attività del pubblico ufficiale quanto i casi in cui sia stato dimostrato (e ciò, come si è detto al paragrafo 4, non è avvenuto nel caso di specie) che, a fronte della retribuzione ricevuta o accettata in promessa, non sia stato posto in essere dal pubblico ufficiale alcun comportamento indirizzato alla consapevole e volontaria alterazione e torsione dei canoni di esercizio della discrezionalità”.
Risulta allora del tutto evidente che il presupposto per la sussunzione di una condotta (quale che sia, anche un atto di diritto privato) nella nozione penalistica di “atto d’ufficio” è che tale condotta sia posta in essere in un contesto funzionale nel quale tale condotta comunque si pone. Sicché non configura atto d’ufficio la condotta commessa ‘in occasione’ dell’ufficio e che, quindi, non concreta l’uso di poteri funzionali connessi alla qualifica soggettiva dell’agente (Sez. 6 sent. 38762 dell’8.3.2012).
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 11 aprile 2016, n. 14768....