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Timestamp: 2018-03-24 02:27:52+00:00
Document Index: 77938669

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 27', 'art. 11', 'art. 17', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 18', 'art. 16', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19']

﻿ C cost. 251/2016 Non si puo' riformare la PA senza intesa con gli enti territoriali. Principio di leale collaborazione art. 5 e 120 Cost. Là dove, tuttavia, il legislatore delegato si accinge a riformare istituti che incidono su competenze statali e regionali, inestricabilmente connesse, sorge lanecessità del ricorso all'intesa» Le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione.
C cost. 251/2016
Non si puo' riformare la PA senza intesa con gli enti territoriali.
Principio di leale collaborazione art. 5 e 120 Cost.
Là dove, tuttavia, il legislatore delegato si accinge a riformare istituti che incidono su competenze statali e regionali, inestricabilmente connesse, sorge lanecessità del ricorso all'intesa»
Le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l’effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione.
Per la prima volta il Giudice delle leggi ha fatto discendere dal principio costituzionale di leale collaborazione l’obbligo di un pieno coinvolgimento delle Regioni (per il tramite della Conferenza Stato- Regioni e della Conferenza unificata) nell’esercizio della funzione legislativa delegata (se non di quella legislativa tout court) in materie che interferiscono con le competenze regionali. Pertanto, nella situazione di “stretto intreccio” fra competenze statali e regionali che connota alcune delle materie oggetto della L. n. 124, l’obbligo di cercare in Conferenza una previa intesa sul decreto costituisce un “limite ulte- riore” della delega.
La Corte costituzionale ha aderito alla tesi di parte ricorrente secondo la quale la forma prescelta per il raccordo, quella del parere, è inidonea ad assicurare un'adeguata ponderazione degli interessi e delle competenze delle autonomie. Ad essa dovrebbe, invece, essere sostituita la forma dell'intesa, nell'una o nell'altra Conferenza, a seconda della materia del decreto delegato da adottare. Infatti, per tutti e quattro i casi menzionati, le disposizioni della legge-delega incidono su ambiti materiali riconducibili tanto alla competenza esclusiva del legislatore statale, quanto alla competenza residuale del legislatore regionale, senza che sia possibile al giudice costituzionale districare tale intreccio di competenze in favore dell'una o dell'altra. L'intervento del legislatore delegato anche in ambiti materiali di competenza regionale, pur legittimato dalla necessità di garantire una disciplina unitaria per «fenomeni sociali complessi»su tutto il territorio nazionale, risulta allora conforme a Costituzione soltanto nella misura in cui il Governo realizzi un confronto autentico con le autonomie territoriali, necessitato proprio dal fine di contemperare la compressione delle loro competenze. La pronuncia è di particolare interesse per lo studioso di diritto costituzionale, da un lato, perché aggiunge un nuovo importante tassello alla giurisprudenza della Corte in tema di leale collaborazione, principio la cui violazione può d'ora in poi essere fatta valere non soltanto come vizio in procedendo nell'iter formativo del decreto legislativo, ma anche per censurare direttamente la legge di delegazione, dall'altro, perché riaccende il dibattito sulla questione dei "mobili confini" che separano l'intesa (in senso forte e in senso debole) dal parere obbligatorio
Al punto 9 del Considerato in Dirittola Corte costituzionale siè poi attivamente preoccupata di circoscrivere gli effetti giuridici della declaratoria di incostituzionalità, stabilendo che «le pronunce di illegittimità costituzionale, contenute in questa decisione, sono circoscritte alle disposizioni di delegazione della legge n. 124 del 2015, oggetto del ricorso, e non si estendono alle relative disposizioni attuative. Nel caso di impugnazione di tali disposizioni, si dovrà accertare l'effettiva lesione delle competenze regionali, anche alla luce delle soluzioni correttive che il Governo riterrà di apprestare al fine di assicurare il rispetto del principio di leale collaborazione».Per evitare una eccessiva compressione del potere normativo delegato del Governo, la Corte si è limitata a dichiarare incostituzionale legià citate disposizioni della legge di delegazione, senza pronunciare l'illegittimità costituzionale consequenziale exart. 27, secondo periodo della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale)dei decreti legislativi attuativi della delega già entrati in vigore, nonostante l'inscindibile e funzionale connessione delle norme di questi rispetto alle disposizioni dichiarate incostituzionali in accoglimento del ricorso. Da un lato, ciò ha quantomeno avuto l'effetto di provocare il ritiro da parte del Governo dei due decreti legislativi sulla dirigenza pubblica e sui servizi pubblici locali, già licenziati dal Consiglio dei Ministri e ormai in procinto di essere promulgati da parte del Presidente della Repubblica, oltreché uno stallo politico sullo schema di decreto legislativo in materia di pubblico impiego, da adottare entro il 28 febbraio 2017; dall'altro lato, invece, il "prudente" dispositivo della Corte ha evitato di privare di efficacia tre decretilegislativi attuativi della delega già entrati in vigore, tra cui il decreto legislativo sulle società partecipate (d.lgs. 19 agosto 2016, n. 175, in vigore dal 23 settembre), il decreto legislativo di modifica della disciplina sui cd. licenziamenti disciplinari nella p.a. (d.lgs. 20 giugno 2016, n. 116, in vigore dal 13 luglio) e il decreto legislativo in materia di dirigenza medica e sanitaria (d.lgs. 4 agosto 2016, n. 171, in vigore dal 18 settembre), ciascuno dei quali non potrà più essere censurato dalle Regioni di fronte alla Corte costituzionale per un nuovo giudizio in via principale, essendo ormai decorso il termine per l'impugnazione, ma che potrà essere eventualmente soggetto a sindacato per via incidentale con ordinanza di rimessione.
il parere obbligatorio è infatti meramente consultivo, mentre l'intesa ha pur sempre funzione di co-decisione paritaria, ancorché dotata di un dispositivo che la rende superabile in caso di esito negativo delle trattative. Quanto all'iterprocedurale, mentre il parere obbligatorio è adottato a maggioranza dalla Conferenza unificata o dalla Conferenza Stato-Regioni e può essere superato con una semplice deliberazione del Consiglio dei Ministri, l'intesa in senso debole è un atto per il quale è richiesta l'unanimità di tutti i partecipanti alle sedute e che comporta l'apertura ed eventualmente la reiterazione di trattative utili alla conclusione di un accordo, la conduzione delle quali è a sua volta suscettibile di sindacato in sede di conflitto di attribuzioni sotto il duplice profilo della congruità del termine e della lealtà dei comportamenti e il superamento delle quali impone una deliberazione motivata da parte del Consiglio dei Ministri.
A - dirigenza regionale.
Le disposizioni contenute nell’art. 11, comma 1, lettere a), b), numero 2), c), numeri 1) e 2), e), f), g), h), i), l), m), n), o), p) e q), e comma 2, sono impugnate perché ritenute lesive della competenza legislativa regionale residuale in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa regionale, nella parte in cui dettano principi e criteri direttivi della delega al Governo anche in tema di dirigenza regionale, nonché del principio di leale collaborazione, per la previsione dell’adozione dei decreti legislativi attuativi, previo parere in Conferenza unificata.
B - Disciplina del lavoro pubblico regionale.
Anche le disposizioni di cui all’art. 17, comma 1, lettere a), b), c), d), e), f), l), m), o), q), r), s) e t), sono impugnate nella parte in cui, definendo i principi e i criteri direttivi della delega al Governo per il riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, sono riferite anche al lavoro pubblico regionale,con conseguente violazione della competenza legislativa residuale delle Regioni in materia di organizzazione amministrativa regionale. Esse inoltre demandano l’attuazione di tali principi e criteri a decreti legislativi delegati, da adottarsi previo parere in sede di Conferenza unificata (ai sensi dell’art. 16, comma 4), in violazione del principio di leale collaborazione.
Le disposizioni in esame assegnano inoltre al Governo il compito di attribuire all’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) le competenze in tema di accertamento medico legale in caso di assenze dei dipendenti pubblici per malattia al fine di garantire l’effettività dei controlli (lettera l), di definire gli obiettivi di contenimento delle assunzioni, differenziati in relazione agli effettivi fabbisogni (lettera m), di introdurre una disciplina delle forme del lavoro flessibile (lettera o), di prevedere il «progressivo superamento della dotazione organica come limite alle assunzioni [...] anche al fine di facilitare i processi di mobilità» (lettera q), di semplificare la disciplina in tema di valutazione dei dipendenti pubblici, di riconoscimento del merito e di premialità, e razionalizzare i sistemi di valutazione (lettera r), di ridefinire il regime della responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti al fine di accelerare e rendere concreto e certo nei tempi di espletamento e di conclusione l’esercizio dell’azione disciplinare (lettera s), infine di rafforzare il principio di separazione tra indirizzo politico-amministrativo e gestione (lettera t).
Dall’esame appena svolto emerge chiaramente che le disposizioni impugnate incidono in parte in ambiti riconducibili alla competenza dello Stato, in specie ove dettano indicazioni inerenti al rapporto di lavoro dei dipendenti, anche regionali e degli enti locali, ormai privatizzato e dunque soggetto alle norme dell’ordinamento civile di spettanza esclusiva del legislatore statale (fra le tante, sentenza n. 62 del 2013); ove regolano il regime di responsabilità, egualmente riconducibile all’ordinamento civile; ove impongono obiettivi di contenimento delle assunzioni delineando principi di coordinamento della finanza pubblica.
Esse, tuttavia, mettono in gioco, in misura rilevante, anche la competenza regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa delle Regioni e degli enti pubblici regionali, in specie quando intervengono a dettare precisi criteri inerenti alle procedure concorsuali pubblicistiche per l’accesso al lavoro pubblico regionale, ripetutamente ricondotto da questa Corte alla competenza residuale delle Regioni di cui all’art. 117, quarto comma, Cost. (sentenze n. 100 del 2010, n. 95 del 2008, n. 233 del 2006 e n. 380 del 2004).
C- Società a partecipazione pubblica.
Occorre ora esaminare la questione promossa nei confronti dell’art. 18, lettere a), b), c), e), i), l) e m), numeri da 1) a 7), nella parte in cui delega il Governo a operare un riordino della disciplina delle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche e fissa una serie di principi e criteri direttivi, che eccederebbero dalle competenze statali in materia di «tutela della concorrenza» e di «coordinamento della finanza pubblica» e violerebbero l’autonomia organizzativa e finanziaria delle Regioni. Anche tale articolo è, inoltre, censurato nella parte in cui prevede, in combinato disposto con l’art. 16, comma 4, una forma di raccordo con le Regioni, quella del parere in Conferenza unificata, lesiva del principio di leale collaborazione.
In questa prospettiva, il “riordino” cui mira l’art. 18 si realizza assegnando al Governo, fra l’altro, il compito di
differenziare le tipologie societarie in relazione alle attività svolte, agli interessi pubblici e alla quotazione in borsa (lettera a),
di ridefinire regole, condizioni e limiti per la costituzione di società o per l’assunzione e il mantenimento di partecipazioni societarie da parte di amministrazioni pubbliche (lettera b),
di delineare un preciso regime di responsabilità degli amministratori degli enti partecipanti e degli organi di gestione e dei dipendenti delle società partecipate (lettera c),
di razionalizzare il regime pubblicistico per gli acquisti e il reclutamento del personale, per i vincoli alle assunzioni e le politiche retributive (lettera e),
di prevedere la possibilità di piani di rientro per le società con bilanci in disavanzo con eventuale commissariamento (lettera i),
di regolare i flussi finanziari, sotto qualsiasi forma, tra amministrazione pubblica e società partecipate (lettera l),
nonché di definire una serie di regole puntuali relative alle partecipazioni azionarie degli enti locali (lettera m), fra le quali: l’individuazione dei criteri di scelta della forma societaria più adeguata per le società che gestiscono servizi strumentali e funzioni amministrative; l’individuazione, per le società che gestiscono servizi pubblici di interesse economico generale, di un numero massimo di esercizi con perdite di bilancio che comportino obblighi di liquidazione delle società; il rafforzamento delle misure volte a garantire il raggiungimento di obiettivi di qualità, efficienza, efficacia ed economicità, anche attraverso la riduzione dell’entità e del numero delle partecipazioni e l’incentivazione dei processi di aggregazione.
Questa Corte si è più volte pronunciata sul tema delle società a partecipazione pubblica. Da un lato essa ha ricondotto le disposizioni inerenti all’attività di società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali alla materia dell’«ordinamento civile», di competenza legislativa esclusiva statale, in quanto volte a definire il regime giuridico di soggetti di diritto privato, nonché a quella della «tutela della concorrenza» in considerazione dello scopo di talune disposizioni di «evitare che soggetti dotati di privilegi operino in mercati concorrenziali» (sentenza n. 326 del 2008).
Dall’altro ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di disposizioni statali che, imponendo a tutte le amministrazioni, quindi anche a quelle regionali, di sciogliere o privatizzare proprio le società pubbliche strumentali, sottraevano alle medesime la scelta in ordine alle modalità organizzative di svolgimento delle attività di produzione di beni o servizi strumentali alle proprie finalità istituzionali, violando la competenza legislativa regionale residuale in materia di organizzazione amministrativa regionale (sentenza n. 229 del 2013).
D - Servizi pubblici locali di interesse economico
Si deve, infine, procedere all’esame delle questioni promosse nei confronti dell’art. 19, lettere b), c), d), g), h), l), m), n), o), p), s), t) e u), in riferimento agli artt. 117, secondo, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost. e al principio di leale collaborazione di cui agli artt. 5 e 120 Cost.T ali disposizioni sono impugnate nella parte in cui stabiliscono una serie di principi e criteri direttivi relativi alla delega al Governo per il riordino della disciplina dei servizi pubblici locali d’interesse economico generale che inciderebbero su materie di competenza regionale, la cui attuazione è peraltro demandata a decreti legislativi del Governo da adottarsi previo parere in Conferenza unificata
In proposito, la commissione speciale con parere n. 83/2017 su chiesta della Presidenza del Consiglio dei ministri , chiamata a redigere il parere, ritiene, in via preliminare, che non siano necessari interventi sulla legge delega, confermando la lettura data dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Parere 83/2017 del consiglio di Stato su richiesta della Presidenza del consiglio dei Ministri
il Consiglio evidenzia:
1) la natura autoapplicativa” della sent. n. 251/2016, che non richiede un intervento del legislatore, trattandosi di una pronuncia “manipolativa del tipo sostitutivo di proceduraa. Nel caso di specie la Corte ha sostituito la previsione di un parere (da acquisire prima dell’approvazione del decreto legislativo) con quella di un’intesa, rafforzando quindi il vincolo procedurale
2) l’utilizzabilità dei decreti correttivi al fine di “sanare” il vizio di cui risultano affetti i decreti originari . La Corte costituzionale -Corte cost., sent. n. 206/2001.- , a sua volta, ha precisato che il ricorso ai decreti integrativi e correttivi è necessario "soprattutto in occasione di deleghe complesse, il cui esercizio può postulare un periodo di verifica, dopo la prima attuazione, e dunque la possibilità di apportare modifiche di dettaglio al corpo delle norme delegate, sulla base anche dell'esperienza o di rilievi ed esigenze avan- zate dopo la loro emanazione, senza la necessità di far ricorso ad un nuovo procedimento legislativo parlamentare, quale si renderebbe necessario se la delega fosse ormai completamente esaurita e il relativo termine scaduto".Gli unici limiti, individuati dal Giudice delle leggi, risiedono nella necessità di impedire che, con i decreti integrativi e correttivi, il Governo stravolga il contenuto dei decreti principali
3) la commissione speciale ribadisce la necessità che l’intesa abbia ad oggetto i decreti nel loro complesso e non le sole norme lesive delle competenze regionali.
4) Quanto alla sorte di questi decreti nel periodo della loro vigenza, la commissione speciale risponde soste- nendo che, nel caso in esame, la natura procedimen- tale del vizio accertato dalla Corte è “compatibile con una valenza retroattiva degli effetti correttivi”. In proposito è richiamata una pronuncia della Corte di cassazione che ha definito come “un non senso” la correzione di un decreto legislativo lasciando la disposizione originaria in vigore per le situazioni non ancora esaurite (SS.UU., 7 febbraio 1989, n. 733). Il problema si pone, in partico- lare, nei casi in cui i decreti originari (già impugnati) abbiano trovato applicazione producendo effetti irre- versibili, che quindi non possono essere "cancellati" dalla mera previsione di un'efficacia retroattiva del nuovo decreto.
5) La sorte dei decreti legislativi già emanati.
6) I “suggerimenti” del Consiglio di Stato sui decreti non emanati per i quali è scaduta la delega ( servizi pubblici locali e alla diri- genza pubblica. ) nuova legge delega che, ovviamente, rispetti i criteri procedimentali stabiliti dalla sent. n. 251/ 2016. La commissione speciale, invero, individua anche un'altra soluzione, quella di un disegno di legge governativo che riproduca il contenuto del decreto in questione.
la pubblicazione della sent. n. 251/2016 ha aperto nuovi scenari anche nei confronti delle norme di delega non censurate in quel giudizio.
le Regioni Puglia, Toscana, Liguria e Lombardia hanno impugnato il D.Lgs. n. 219/2016 , recante norme sul riordino delle funzioni e del finanziamento delle camere di commercio, lamentando, fra l’altro, la violazione della sfera di competenza legislativa regionale, a causa dell’adozione del decreto previa acquisizione di un parere in Conferenza unificata e non di un’intesa.
Nel caso di specie è evidente che le Regioni si siano determinate a impugnare il D.Lgs. n. 219 solo dopo la sent. n. 251/2016. Si tratta, però, di verificare se quello lamentato dalle odierne ricorrenti (38) costi- tuisca un vizio autonomo del decreto o se non si tratti piuttosto del “riflesso” di un vizio originario della delega. Se così è, le impugnative regionali - limitatamente alla parte in cui contestano la mancata ricerca dell’intesa - rischiano di risultare inammissi- bili, in quanto indebitamente volte a far valere un vizio della legge di delega, ormai non più censurabile in via principale. Ciò non toglie, ovviamente, che in via incidentale una questione di tal fatta possa essere sollevata e portata all’attenzione della Corte.
Se il Giudice delle leggi non dovesse optare per l’inammissibilità della questione, più lineare appare la soluzione dell’illegittimità conseguenziale della norma di delega, piuttosto che quella dell’autorimessione. Quest’ultima presuppone, infatti, un nuovo giudizio di legittimità costituzionale, che, però, avrebbe un esito scontato, non potendosi ipotizzare che il decreto sia illegittimo, perché approvato senza la previa ricerca dell’intesa, e non lo sia la delega che non impone questa intesa. Più coerente sarebbe, pertanto, la soluzione dell’illegittimità conseguenziale, sebbene in questo caso si abbia una singolare conseguenzialità che dall’illegittimità del decreto determinerebbe quella, a ritroso, della legge di delega. Si aggiungano, poi, le comprensibili perplessità della Corte, di cui si è detto nei paragrafi precedenti, ad impiegare lo strumento dell’illegittimità conseguenziale nel giudizio in via d’azione.
La Regione Veneto, in particolare, censura: 1) la lettera a), nella parte in cui prescrive l’istituzione del sistema della dirigenza pubblica, articolato in ruoli unificati e coordinati, aventi requisiti omogenei di accesso e procedure analoghe di reclutamento; 2) la lettera b), numero 2), che, con riferimento all’inquadramento dei dirigenti delle Regioni, dopo aver stabilito che sia istituito, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, un ruolo unico dei dirigenti regionali, prescrive, in sede di prima applicazione, la «confluenza nel suddetto ruolo dei dirigenti di ruolo nelle regioni, negli enti pubblici non economici regionali e nelle agenzie regionali», nonché la «attribuzione della gestione del ruolo unico a una Commissione per la dirigenza regionale», la «inclusione nel suddetto ruolo unico della dirigenza delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e della dirigenza amministrativa, professionale e tecnica del Servizio sanitario nazionale ed esclusione dallo stesso [...] della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria del Servizio sanitario nazionale»; 3) la lettera c), nella parte in cui stabilisce anche per i dirigenti regionali criteri e principi direttivi relativi all’accesso alla dirigenza nelle forme del corso-concorso (numero 1) e del concorso (numero 2); 4) la lettera e), che prescrive la formazione permanente dei dirigenti; 5) la lettera f), che amplia la previsione della mobilità della dirigenza, nella parte in cui non è richiesto il previo assenso delle amministrazioni di appartenenza per la mobilità della dirigenza medica e sanitaria; 6) la lettera g), nella parte in cui indica una serie di criteri direttivi per il conferimento di incarichi dirigenziali; 7) la lettera h), che detta criteri in ordine alla durata degli incarichi predetti; 8) la lettera i), nella parte in cui stabilisce criteri e principi direttivi della delega in ordine ai dirigenti privi di incarico; 9) la lettera l), ove indica criteri e principi direttivi per la disciplina della valutazione dei risultati; 10) la lettera m), che individua i principi e criteri direttivi della delega in relazione alla disciplina della responsabilità dei dirigenti; 11) la lettera n), che definisce principi e criteri in tema di retribuzione; 12) la lettera o), nella parte in cui indica principi e criteri per la disciplina transitoria; 13) la lettera p), nella parte in cui detta principi e criteri direttivi con riferimento «al conferimento degli incarichi di direttore generale, di direttore amministrativo e di direttore sanitario, nonché, ove previsto dalla legislazione regionale, di direttore dei servizi socio-sanitari, delle aziende e degli enti del Servizio sanitario nazionale» e nella parte in cui impone «selezione unica, per titoli, previo avviso pubblico, dei direttori generali in possesso di specifici titoli formativi e professionali e di comprovata esperienza dirigenziale, effettuata da parte di una commissione nazionale composta pariteticamente da rappresentanti dello Stato e delle regioni, per l’inserimento in un elenco nazionale degli idonei istituito presso il Ministero della salute, aggiornato con cadenza biennale, da cui le regioni e le province autonome devono attingere per il conferimento dei relativi incarichi da effettuare nell’ambito di una rosa di candidati costituita da coloro che, iscritti nell’elenco nazionale, manifestano l’interesse all’incarico da ricoprire, previo avviso della singola regione o provincia autonoma [...]; sistema di verifica e di valutazione dell’attività dei direttori generali che tenga conto del raggiungimento degli obiettivi sanitari e dell’equilibrio economico dell’azienda, anche in relazione alla garanzia dei livelli essenziali di assistenza e dei risultati del programma nazionale valutazione esiti dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali; decadenza dall’incarico e possibilità di reinserimento soltanto all’esito di una nuova selezione nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi, accertato decorsi ventiquattro mesi dalla nomina, o nel caso di gravi o comprovati motivi, o di grave disavanzo o di manifesta violazione di leggi o regolamenti o del principio di buon andamento e imparzialità; selezione per titoli e colloquio, previo avviso pubblico, dei direttori amministrativi e dei direttori sanitari, nonché, ove previsti dalla legislazione regionale, dei direttori dei servizi socio-sanitari, in possesso di specifici titoli professionali, scientifici e di carriera, effettuata da parte di commissioni regionali composte da esperti di qualificate istituzioni scientifiche, per l’inserimento in appositi elenchi regionali degli idonei, aggiornati con cadenza biennale, da cui i direttori generali devono obbligatoriamente attingere per le relative nomine; decadenza dall’incarico nel caso di manifesta violazione di leggi o regolamenti o del principio di buon andamento e imparzialità; definizione delle modalità per l’applicazione delle norme adottate in attuazione della presente lettera alle aziende ospedaliero-universitarie»; 14) la lettera q), nella parte in cui stabilisce la «previsione di ipotesi di revoca dell’incarico e di divieto di rinnovo di conferimento di incarichi in settori sensibili ed esposti al rischio di corruzione, in presenza di condanna anche non definitiva, da parte della Corte dei conti, al risarcimento del danno erariale per condotte dolose».