Source: http://slidegur.com/doc/10152623/comunicazione-tributaria-n
Timestamp: 2018-04-23 11:22:38+00:00
Document Index: 61110772

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 55', 'art. 8', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art.\n55', 'art. 67']

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Oggetto: Il nuovo regime IRI per la tassazione del reddito delle imprese individuali e delle
società di persone in contabilità ordinaria (articolo 55-bis del DPR 22 dicembre 1986, n. 917
2.1 OPZIONE ESTESA ANCHE ALLE SRL A RISTRETTA BASE SOCIETARIA...................................................... 4
3.1 I PRELIEVI E IL PLAFOND DI DEDUCIBILITÀ............................................................................................ 5
3.2 IL TRATTAMENTO FISCALE DELLE PERDITE .......................................................................................... 6
4.1 RISERVE DI UTILI ANTE OPZIONE IRI ED IN COSTANZA DI REGIME ........................................................ 8
4.2 RISERVE DI UTILI IN CASO DI USCITA DAL REGIME IRI .......................................................................... 8
Si tratta di un regime fiscale opzionale lungamente atteso dalle piccole imprese e su cui la Confederazione si è fortemente battuta poiché consente anche a chi ha una ditta individuale o una
società di persone, ad un commerciante o ad un artigiano, di pagare le tasse separando il reddito dell'impresa da quello personale, come avviene già per i soci delle società di capitali.
La finalità della nuova imposta, infatti, è quella di rendere più neutrale ed equa la tassazione del
reddito d’impresa, a prescindere dalla forma societaria adottata, così da mitigare le differenze
d’imposizione esistenti tra le società di capitali e le società di persone; inoltre, giacché la parte di
reddito non prelevata e lasciata in azienda sconta una tassazione più leggera (24%), si favorisce, per tale via, anche la patrimonializzazione delle piccole imprese, in continuità con la normativa sull’aiuto alla crescita economica (ACE).
Peraltro, la diversa tecnica normativa utilizzata per raggiungere questa duale forma di tassazione del reddito d’impresa, prevista dall’IRI, consente, inoltre, alle piccole imprese personali (imprese individuali e società di persone) di effettuare una pianificazione fiscale di breve/medio periodo finalizzata a ridurre la tassazione media sul reddito prodotto.
E’ vero, infatti, che la aliquote marginali IRPEF più alte (vedi nota n. 1), applicabili nei periodi nei
quali si realizzano - picchi di reddito, possono essere evitate lascando temporaneamente il reddito in azienda e così da rendere applicabile su di essi l’aliquota IRI del 24% rinviando la distribuzione negli anni successivi quando l’aliquota marginale IRPEF risulterà più bassa.
Come vedremo, in caso di opzione per il regime IRI, il reddito d’impresa prodotto dalle ditte individuali e dalle società di persone non concorrerà più, ai fini IRPEF, alla formazione del reddito
complessivo dei titolari, ma sarà assoggettato a tassazione separata con applicazione della medesima aliquota prevista ai fini IRES, dal 2017 pari 24%; mentre, le somme che l’imprenditore (o
i soci della società di persone) preleva a titolo di remunerazione per il lavoro svolto continueranno ad essere assoggettate ad IRPEF e a scontare la progressività propria di tale tributo che,
come è noto, prevede aliquote che crescono all’aumentare del reddito complessivo( ).
Si tratta di una grande novità rispetto al “regime naturale” di tassazione ove il reddito fiscale delle società di persone e delle ditte individuali è sempre tassato ad IRPEF in capo ai titolari, a pre1
Per scaglioni di reddito fino a 15 mila euro annui, l’aliquota IRPEF è del 23%, sale al 27% nella fascia di reddito compresa tra 15 mila e 28 mila euro annui, fino a raggiungere un massimo del 43% nello scaglione sopra i 75 mila euro.
Alle predette aliquote IRPEF dovranno poi essere aggiunte l’addizionale comunale e l’addizionale regionale. Sulla base
delle analisi del rapporto CNA sulla tassazione delle piccole imprese: “Comune che vai fisco che trovi”, la somma delle
due aliquote, nel 2015, è risultata mediamente pari al 2,37%.
scindere dall’effettivo incasso.
Nei paragrafi che seguono verranno esaminati gli aspetti caratterizzanti del regime IRI, i punti di
debolezza e le conseguenti proposte emendative che la Confederazione ha già sottoposto
all’attenzione dei referenti istituzionali, nonché i recenti chiarimenti forniti dall’Agenzia delle entrate in occasione di Telefisco 2017.
Per disciplinare la nuova imposta sul reddito d’impresa, al testo unico delle imposte sui redditi
(TUIR - DPR 917/86) è stato aggiunto l’articolo 55-bis rubricato appunto “Imposta sul reddito
d’impresa”. In particolare, il primo comma dell’articolo 55-bis prevede che l’IRI possa essere
scelta dai seguenti soggetti:
 imprese individuali e società di persone in contabilità ordinaria, anche per opzione;
 società a responsabilità limitata a ristretta base proprietaria, con un numero di soci non
superiore a 10, ovvero 20 nel caso si tratti di società cooperativa e con ricavi annui non
superiori a quelli previsti per l'applicazione degli studi di settore (5.164.569 euro).
Non trattandosi di un regime con particolari adempimenti, le imprese potranno rimandare la decisione relativa al 2017 fino al 30 settembre 2018 (data di scadenza di UNICO 2018) così da valutarne la convenienza fiscale sulla base dei bilanci. Tuttavia, ricordiamo che la scelta sarà possibile solo se nel 2017 le ditte individuali e le società di persone hanno tenuto la contabilità ordinaria anche per comportamento concludente ed, ovviamente, tenendo a mente le distribuzioni in
conto utili relativi al 2017.
Come è noto, infatti, per le imprese minori, che abbiano volumi di ricavi inferiori a determinate
soglie, è previsto un regime semplificato di tenuta della contabilità che, peraltro, proprio dal
2017 prevede la determinazione del reddito secondo il criterio di cassa nelle due varianti: regime
di cassa puro basato su incassi e pagamenti e regime basato sulle registrazioni Iva.Il rinnovato
scenario normativo, pertanto, dal 2017 offre una gamma di regimi fiscali a misura di piccola impresa più ampia rispetto al passato. L’’imprenditore, quindi, aiutato dal proprio consulente, dovrà
scegliere il regime più conveniente ed adatto alle proprie esigenze, considerando: la struttura e
le modalità di svolgimento dell’attività, i tempi medi di pagamento delle fatture da parte dei clienti
Le società di persone e le ditte individuali che nell’arco di un anno intero non abbiano superato 400 mila euro di ricavi,
se hanno ad oggetto prestazioni di servizi, ovvero 700 mila euro, se hanno ad oggetto attività diverse, sono esonerate
dalla tenuta della contabilità ordinaria (art. 18, D.P.R. 600/1973).
e quelle ai fornitori, e molti altri aspetti tra cui anche gli oneri amministrativi da sostenere legati
alla tipologia di contabilità adottata (cfr Notizia del 17 febbraio 2017).
Per motivi di coerenza sistemica, oltre alle ditte individuali e alle società di persone, possono optare per il regime IRI anche le società a responsabilità limitata alle quali il nostro ordinamento
riconosceva e riconosce tutt’ora la possibilità di optare per la trasparenza fiscale di cui all’articolo
5 del TUIR( ).
La scelta è volta ad evitare la disparità di trattamento che si sarebbe verificata tra le società di
persone commerciali in contabilità ordinaria e quelle società di capitali che proprio in virtù della
ristretta base societaria, formata unicamente da un numero limitato di persone fisiche, e dei limiti dimensionali dell’attività esercitata, si trovano in una situazione di fatto analoga.
Si consente, quindi, alle società a responsabilità limitata che presentano i requisiti per accedere
al regime della trasparenza fiscale di passare dall’IRES alla più vantaggiosa IRI, per ridurre da la
tassazione del redditi prodotti e lasciati in azienda nonché di ottimizzare la tassazione sul reddito
L’opzione per l’IRI, ovviamente, esclude l’applicazione del regime di imputazione del reddito per
Viene, quindi, precisato che gli utili di esercizio e le riserve di utili derivanti dalla partecipazione in
tale tipologia di s.r.l., in caso di opzione per il regime IRI, perdono la natura di redditi di capitali e
concorrono alla formazione del reddito complessivo del percettore quale reddito d’impresa. A ciò
consegue la non applicazione delle ritenute d’acconto previste dagli articoli 26 e seguenti del
D.P.R. 600/1973.
Il regime IRI, in termini pratici, suddivide il reddito d’impresa in due fattispecie: il reddito prodotto
e lasciato in azienda e i prelevamenti dei soci/imprenditore. La prima componente, al netto delle
somme prelevate e destinate a finalità personali è tassata, al pari del reddito prodotto dalle società di capitali ad un’aliquota pari al 24%; la seconda concorre a formare il reddito complessivo
in capo al percettore, sempre come reddito d’impresa, ma soggetta alle aliquote progressive IRPEF.
Ciò premesso, sul calcolo dell’IRI incidono due fattori: il prelievo da parte dell’imprenditore/socio
ed il regime delle perdite.
In proposito, si veda l’articolo 116 del DPR n. 917/1986 (TUIR).
Per quanto riguarda il primo aspetto, il legislatore stabilisce che l’importo massimo prelevabile
trova un limite nell’utile di esercizio e nelle riserve di utile accantonate negli esercizi precedenti. I
prelievi, inoltre, potranno essere effettuati soltanto nei limiti dei redditi degli anni precedenti già
assoggettati a tassazione separata IRI (art. 55-bis, comma 1, TUIR).
Al fine di evitare una doppia imposizione, inoltre, si prevede la deducibilità dalla base imponibile
IRI delle somme prelevate dall’imprenditore o dai soci e la concorrenza di tali somme alla formazione del reddito complessivo dei rispettivi percettori, imponibile ai fini IRPEF.
Ai fini della determinazione del limite di deducibilità delle somme prelevate, il reddito d’esercizio,
o degli esercizi precedenti, va considerato al netto delle perdite IRI riportabili, sia se queste sono
generate da prelievi effettuati per un importo superiore all’utile d’esercizio, attingendo alle riserve
costituite in precedenza, sia se sono dovute a risultati negativi conseguiti nell’ordinaria gestione
dell’attività. Un esempio aiuterà a fare maggiore chiarezza.
Esempio n. 1 Perdite IRI dovute a prelievi eccedenti l’utile di periodo
Somme prelevate
tassate IRPEF
tassato IRI
70 (100-
Perdite IRI
100 (170-
360 (220+170-
40-30)
200 (70 +
170 – 40)
Negli anni 2017 e 2018 i prelievi vengono effettuati nei limiti dell’utile di esercizio. Tali somme,
rispettivamente pari a 40 e 60, sono tassate IRPEF in capo al percettore, mentre il reddito prodotto e lasciato in azienda è tassato IRI e pagato dalla società.
Nell’anno 2019, vengono prelevate somme per 50 a fronte di un utile di esercizio pari a 20.
L’importo prelevato in eccedenza, pari a 30, attingendo alle riserve di utile, costituisce una perdita IRI riportabile che va a diminuire il plafond di reddito tassato IRI.
L’anno successivo, la parte di reddito tassato ad aliquota IRI è pari al reddito prodotto (170) al
netto delle somme prelevate (40) e delle perdite che si riportano dall’anno precedente (30). Il
plafond IRI, vale a dire il cumulo dei redditi tassati IRI, sale a 200 perché al plafond IRI maturato
fino al 2019 si aggiunge il reddito prodotto nel 2010 (170) al netto del prelievi effettuati nello
stesso anno (40).
30 (100-
20(3010)
Come nell’esempio precedente, negli anni 2017 e 2018 i prelievi vengono effettuati nei limiti
dell’utile di esercizio. Tali somme, rispettivamente pari a 40 e 60, sono tassate IRPEF, mentre il
reddito prodotto e lasciato in azienda è tassato IRI.
Nell’anno 2019, invece, si registra una perdita ordinaria di gestione pari a 20 che sommata alla
perdita dovuta a somme prelevate in eccedenza pari a 50, produce una perdita complessiva IRI
riportabile pari a 70 che riduce il plafond di reddito tassato IRI ai fini del prelievo di utili in futuro.
Nell’anno 2020 il prelievo di 40 sarà effettuato attingendo all’utile di periodo per 30 e per i restanti 10 nel limite del plafond disponibile rappresentato dal reddito tassato IRI che scende a 20.
La perdita di gestione riduce, infatti, l’ammontare delle riserve di utili (e plafond IRI) distribuibili
determinando, conseguentemente, la definitività della tassazione IRI sul reddito prodotto negli
anni passati per un importo corrispondente alla perdita d’esercizio generata successivamente.
Il secondo aspetto che incide sul calcolo dell’IRI è il regime delle perdite.
Derogando alla normale disciplina (art. 8, co. 3 del TUIR), secondo la quale le perdite prodotte
dalle imprese individuali e dalle società di persone in contabilità ordinaria sono computabili in
diminuzione del reddito di periodo per l’intero importo che trova capienza in esso e l’eccedenza
è riportabile per non oltre 5 esercizi, in caso di opzione per il regime IRI il legislatore prevede un
trattamento di maggior favore dal momento che le perdite generatesi in costanza di regime sono
riportabili, senza limiti di tempo, per l’intero importo che trova capienza nei redditi prodotti nei periodi d’imposta successivi (art. 55-bis, co. 2 del TUIR). Questo a motivo del fatto che, in costanza di regime IRI, le perdite di gestione si sommano alle perdite generate dalla deduzione dall’IRI
delle somme prelevate dai soci o dall’imprenditore e assoggettate ad IRPEF.
Per quanto riguarda le perdite pregresse, invece, dato che la norma fa espressamente riferimento alle perdite maturate nel regime IRI, si ritiene che seguano la normale disciplina.
Infine, per quanto riguarda le perdite non ancora utilizzate al momento di fuoriuscita dal regime
IRI, si ritiene che esse costituiscano perdite realizzate in contabilità ordinaria e possono esclusivamente andare a compensazione dei redditi d’impresa (in contabilità ordinaria o semplificata);
l’eccedenza non può andare a compensazione di altre tipologie di redditi, ma deve invece essere riportata agli esercizi successivi e non oltre il quinto.
In occasione di telefisco 2017, l’Agenzia delle entrate ha fornito importanti chiarimenti in merito
al trattamento delle perdite ai fini della determinazione del plafond IRI, precisando che negli
esercizi successivi a quello in cui le perdite sono state utilizzate, il plafond va quantificato considerando i redditi dichiarati nel periodo di validità dell’IRI, senza più ridurli delle perdite già compensate (risposta n. 18 di telefisco).
Un esempio aiuterà a fare maggior chiarezza.
50 (500-150-
Esercizio 2017: reddito 1000; prelievi 700; imponibile 300. Plafond IRI 300
Esercizio 2018: reddito 100; prelievi 400; perdita 300 riportabile a nuovo. Plafond IRI zero (300300)
Esercizio 2019: reddito 500; prelievi 150; imponibile 350 meno perdite 300 = 50. Il Plafond IRI è
pari a 350 oppure a 50?
Nell’esempio proposto il plafond IRI correttamente determinato ammonta a 350. Il plafond IRI,
infatti, va determinato computando in aumento i redditi assoggettati a tassazione separata con
l’aliquota del 24% (sia nel periodo di imposta che nei periodo di imposta precedenti) e in diminuzione le perdite residue non ancora utilizzate. Pertanto, laddove tali perdite siano state già utilizzate, le stesse non dovranno più essere portate in diminuzione del plafond IRI .
Come premesso, i prelievi trovano un limite nell’utile di esercizio o negli utili degli esercizi preceConfederazione Nazionale
denti. Dalla lettura testuale della norma, pertanto, risulta che l’utilizzo di utili formatisi in esercizi
precedenti (riserve) si realizza solamente in caso di incapienza dell’utile dell’esercizio rispetto
all’ammontare totale dei prelevamenti effettuati. E’ appena il caso di sottolineare, infatti, che le
imprese individuali e le società di persone, in assenza di una approvazione formale dei bilancio,
posso effettuare distribuzioni di utili formatesi in corso d’anno.
Nel regolare la distribuzione delle riserve di utile, il legislatore prevede un trattamento fiscale diverso a seconda che le stesse siano state generate durante gli anni di vigenza del regime IRI
oppure in periodi di imposta antecedenti all’opzione.
Le somme prelevate attingendo dalle riserve di utili maturate in periodi d’imposta precedenti
all’esercizio dell’opzione IRI non sono tassabili poiché si tratta di riserve costituite da utili già tassati per trasparenza “fuori dal regime IRI” (art. 55 bis, comma 6, TUIR).
Da un lato, quindi non concorrono alla formazione del reddito imponibile IRPEF
dell’imprenditore individuale o dei soci delle società di persone e, dall’altro, non possono essere
portate in deduzione del reddito assoggettabile ad IRI.
Occorre, inoltre, avere presente che in presenza di riserve formatesi prima dell’opzione e di riserve costituite in costanza di regime IRI, la norma che ne regola la distribuzione introduce una
presunzione stabilendo che si ritengono distribuite prima le riserve formate antecedentemente
l’ingresso nel regime, così da rendere immune da tassazione l’imprenditore o i soci che effettuano il prelievo.
Al contrario, le riserve formatesi in costanza di regime, come già evidenziato nei paragrafi precedenti, sono tassate IRI al 24% ed iscritte in apposite poste di patrimonio netto. In caso di distribuzione sono tassate ad IRPEF in capo all’imprenditore ovvero al socio della società di persone che le riceve e deducibili dalla base imponibile IRI.
Al termine dell’opzione del regime IRI, che ricordiamo dura 5 anni, o in caso di cessazione
dell’attività, potrebbero residuare riserve di utili formatesi in costanza di regime.
In tale caso si rischia di dover tassare due volte il medesimo importo perché il plafond IRI costituito dalle somme accantonate e non prelevate, sulle quali è già stata versata l’IRI al 24%, si trasformerà in reddito di impresa da assoggettare ad IRPEF in capo all’imprenditore o ai soci percettori e non vi sarà la possibilità di dedurre le somme prelevate in mancanza di una base imponibile IRI.
Ricordiamo, infatti, che le somme prelevate dall’utile di esercizio o dalle riserve di utile sono deducibili dal reddito d’impresa, nei limiti del reddito di esercizio e di quelli precedenti già assoggettati a tassazione separata IRI, al netto delle perdite residue riportabili a nuovo, sia se esse sono
dovute a prelievi fatti in misura eccedente l’utile di esercizio, sia se sono dovute ad ordinarie
perdite di gestione (art. 55-bis, comma 1, del TUIR).
Un esempio aiuterà a fare maggiore chiarezza.
Esempio n. 3 Trattamento fiscale delle Riserve di utili in caso di cessazione dell’attività
tassate IRI
Supponiamo che durante i 5 cinque anni di vigenza del regime IRI l’imprenditore produca 100 di
utile e ne prelevi 50. In ciascuno anno, 50 sono assoggettati ad IRI (reddito prodotto al netto delle somme prelevate) e 50 ad IRPEF (somme prelevate nei limiti del plafond IRI).
Dopo 5 anni, il plafond IRI, costituito dalle somme accantonate, lasciate in azienda, su cui è già
stata pagata l’imposta IRI, ammonta a 250.
Nel sesto anno, l’ultimo anno di esercizio dell’attività, l’imprenditore non consegue reddito, ma
preleva attingendo alle riserve pregresse che ammontano a 250, determinando una perdita IRI
per somme prelevante in eccedenza rispetto al reddito d’esercizio pari a 250 ed un reddito soggetto ad IRPEF pari a 250.
Ciò che si vuole evidenziare è che le somme prelevate nell’ultimo anno di attività subiscono una
doppia imposizione. Si tratta infatti di somme prelevate attingendo alle riserve pregresse (importi
accantonati e non prelevati) che durante i 5 anni di applicazione del regime IRI hanno già scontato la tassazione separata IRI e, nel momento in cui vengono prelevate diventano reddito
d’impresa soggetto ad IRPEF in capo al percettore. In caso di continuità dell’attività aziendale,
tali somme sarebbero deducibili dal reddito d’impresa, così da evitare la doppia imposizione (art.
55 bis, comma 1).
Al contrario, in caso di fuoriuscita dal regime, oppure nel caso in cui l’imprenditore decida di
cessare l’attività, le somme prelevate in eccedenza rispetto all’utile di esercizio generano una
perdita IRI che non potrà essere recuperata negli anni successivi, non essendoci utili futuri dai
quali scomputarla.
Per ovviare a tale problema, la Confederazione, oltre a predisporre degli specifici emendamenti
da incardinare nel primo atto normativo utile, ha attivato tutte le interlocuzioni per rimuovere
questa doppia imposizione, peraltro già vietata sotto il profilo di carattere generale dall’art. 67del
DPR n. 600/1973, chiedendo il riconoscere all’imprenditore un credito d’imposta di importo pari
all’IRI versata sulle riserve prelevate, così da garantire la convenienza del regime anche in caso
di fuoriuscita dal regime medesimo.