Source: https://parlaitalia.it/italia/index.php
Timestamp: 2020-08-15 01:22:28+00:00
Document Index: 64896846

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

parlaItalia
parlaItalia.it
legge n. 62 del 7.3.2001
La digitazione suggerisce l'elenco dei possibili titoli
Un piccolo aiuto gratuito per tutti, specie per il Medico che ti dovrà aiutare
Persone risucchiate in un vortice di illegalità di Stato
Secondo l'INPS di Messina si può!
Si sono voltati indietro... si sono accorti che non c'erano tutti e hanno deciso, dopo due anni, di colpire materialmente e psicologicamente un secondo vastissimo gruppo di persone in pensione, le quali hanno dato con onore un prezioso contributo lavorativo e, in molti casi, anche scientifico alla facoltà di Medicina dell'Università di Messina.
Non si riesce a spiegare il perchè di questo accanimento solo a Messina su una legge nazionale, osservata da tutti i Policlinici e INPS d'Italia.
Un paio di migliaia di voti potrebbero andare in fumo.
In quale paese civile il TFR liquidato e le rate pensionistiche a distanza di 5 o 10 anni dall'erogazione sono richieste indietro dall'istituto Previdenziale con importi da 100.000 a 180.000 euro, gettando nel panico e nella disperazione molte famiglie? Secondo l'Inps di Messina si può.
Intanto la Corte dei Conti regionale di Palermo ha sospeso il prelievo ritenendo la sussistenza del diritto e il danno grave e irreparabile per i pensionati. Nel merito le cause saranno decise a febbraio.
Mai mi era capitato -commenta l'avvocato Fernando Rizzo- di affrontare tante cause così umanamente drammatiche in una sola volta con persone improvvisamente risucchiate in un vortice di illegalità di Stato.
Venetico e non solo
Ex dirigenti Policlinico Universitario Messina
Fonte: video Gazzetta del Sud online 25.7.2017
180 di loro hanno ricevuto una richiesta di recupero somme sulle pensioni. Si tratta di cifre sostanziose che a partire da questo mese saranno detratte con ritenute mensili.
Fonte: tempostretto.it - Corte dei Conti
Il caso kafkiano dei pensionati del Policlinico
Sono andati in pensione negli anni scorsi, in base a diritti acquisiti e consolidati, ma improvvisamente, da un anno, l'Inps di Messina, unica ad applicare una disposizione a macchia di leopardo, chiede la restituzione di parte del TFS e ha dimezzato l'assegno mensile
La storia che stiamo per raccontare è ai limiti del kafkiano ed è finita all’attenzione della Corte dei Conti e del Tribunale del lavoro.
La storia inizia negli anni scorsi, quando un gruppo di dirigenti non medici del ruolo sanità, dopo una vita dedicata al lavoro al Policlinico sono andati in pensione.
Fino ad allora, da personale universitario che presta servizio in un Policlinico, hanno versato contributi come previsto dalla legge ed hanno immaginato la loro vita da pensionati con serenità, in base a progetti personali che ognuno coltiva nel cuore.
Fino a quando non è arrivata l’Inps di Messina che da oltre un anno in base a provvedimenti che sta applicando a macchia di leopardo e contestati sia nel merito che nel metodo, ha iniziato a trattenere ingenti somme dalle loro pensioni fino al 50%, contestando il TFS e disponendo anche il recupero di somme fino a 100 mila euro.
In pochi minuti quella che doveva essere una tranquilla vecchiaia si è trasformata in un incubo burocratico inspiegabile. Così una trentina di pensionati del Policlinico si è recata dagli avvocati per chiedere giustizia. Nel frattempo si vede tolta ogni mese dalla pensione una cifra che varia dai 400 agli 800-900 euro mensili. Praticamente, secondo l’Inps, in attesa che la magistratura chiarisca chi ha ragione, gli ex dirigenti dovrebbero vivere di aria.
Ma andiamo per ordine, aiutandoci sulla base dell’esposto che attraverso gli avvocati Fernando Rizzo e Andrea Vadalà hanno presentato alla Corte dei Conti.
Grazie ad una legge del ’79 il personale universitario che presta servizio presso i Policlinici ha avuto diritto ad un’indennità di equiparazione al personale delle Unità sanitarie locali (oggi divenute Asp). Nel 1981 quell’indennità di equiparazione è diventata, dopo una sentenza della Corte Costituzionale, pensionabile. E’ cioè utile ai fini sia della buonuscita che della pensione, ovvero ai fini previdenziali. Il Policlinico di Messina si è adeguato alla norma e con una delibera del ’94 ha equiparato i dirigenti non medici versando i relativi contributi ed aumentando l’orario settimanale a 38 ore.
Dal 2009 al 2015 quindi i protagonisti di questa storia kafkiana sono andati regolarmente in pensione ed hanno ricevuto sia il TFS che l’assegno mensile in base a quanto previsto da quell’equiparazione.
Fino a quando, un mattino di oltre un anno fa, una trentina di loro, non sappiamo ancora in base a quale criterio (dal momento che in pensione con quelle stesse caratteristiche e ruoli ne sono andati 150 e nello stesso arco di tempo), hanno iniziato a ricevere lettere dall’ufficio Inps di Messina con le quali veniva contestato l’indebito arricchimento. Stando all’Inps infatti quei calcoli su pensione e trattamento di fine pensione erano sbagliati e quel diritto acquisito da 30 anni, ovvero l’ indennità di equiparazione, non aveva alcun valore nonostante la sentenza della Corte Costituzionale del 1981.
C’è di più: l’Inps ha chiesto la restituzione di somme che vanno dai 40 mila ai 100 mila euro ai singoli pensionati, trattenendole mensilmente alla fonte ed ha anche decurtato la pensione in base ai nuovi calcoli. Il tutto ignorando qualsiasi forma di “appello” o di controdeduzione, nonché il fatto che in alcuni casi sono trascorsi 5 anni dall’erogazione del TFS (e quindi la somma non può più essere richiesta dall’Inps). Il testo unico n°1032 del ’73 prevede che il TFS può essere revocato o rivisto solo entro un anno dall’erogazione.
Le stranezze non finiscono qui. L’INPS di Messina è l’unica sede in Italia ad aver agito così e peraltro solo nei confronti di un gruppo di ex dirigenti non medici del Policlinico. Lettere analoghe non sono più arrivate nei confronti di altri dirigenti non medici andati in pensione anche nello stesso periodo dei ricorrenti. Dei 150 andati in pensione dal 2005 ad oggi al Policlinico, negli stessi ruoli, solo 30 hanno ricevuto le lettere che hanno trasformato la loro vita in tragedia.
“Nel corso della nostra vita-scrivono nell’esposto- abbiamo potuto disporre di una retribuzione che ci ha permesso d’improntare la nostra vita patrimoniale ed affettiva contando sul fatto che, anche andando in pensione, avremmo potuto far fronte ad impegni di spesa già effettuati, come mutui, prestiti, mantenimento dei figli all’università. Ma adesso l’Inps vuole indietro somme dai 70 ai 300 mila euro accusandoci di indebito arricchimento”.
Al di là delle conseguenze sul piano psicologico del trovarsi la pensione dimezzata e nel vedersi richiedere la restituzione del TFS, la cosa che li ha spinti a rivolgersi alla Corte dei Conti ed al Tribunale del lavoro è l’essere considerati dall’Inps quasi dei ladri, nonostante una vita di lavoro e di regolare versamento dei contributi.
Gli uffici di Messina si basano sull’applicazione retroattiva di una norma che però, nello stesso testo normativo esclude le posizioni giuridiche ed economiche già conseguite, come sono appunto quelle maturate dai pensionati del Policlinico di Messina sin dal ’94, data della delibera di equiparazione.
Nell’esposto alla Corte dei conti gli avvocati Rizzo e Vadalà evidenziano come solo la sede di Messina abbia intrapreso queste iniziative di recupero e solo a macchia di leopardo. Proprio per questo chiedono che venga accertato un eventuale danno erariale da parte dei funzionari che hanno intrapreso tali azioni. Se infatti i magistrati dovessero ritenere illegittima la richiesta dell’Inps, dovranno essere restituite tutte le somme e pagate e spese legali con gli interessi. Se invece l’azione dell’Inps verrà considerata legittima il danno è causato dal fatto che la misura di recupero non è applicata per la generalità dei soggetti in posizione analoga né a Messina né in Italia. In entrambi i casi c’è danno erariale.
In una delle note che Rizzo e Vadalà hanno inviato all’Inps vengono richiesti: “1)i criteri con i quali gli uffici hanno individuato i destinatari dei provvedimenti, escludendone altri nelle medesime condizioni giuridiche 2)se i funzionari preposti all’azione di recupero godano d’incentivi o premi produttività in relazione a tali attività intraprese nei confronti dei nostri assistiti”.
Il Tribunale del lavoro a novembre ha fissato le prime udienze, mentre il percorso alla Corte dei conti è appena iniziato.
Nel frattempo ci sono intere famiglie che non dormono, angosciate sia perché con 300 euro di pensione non si può che sopravvivere, sia perché da persone perbene ed in regola con il fisco, sono stati trattati alla stregua dei 40 ladroni.
Resta da chiedersi come a fronte di questa vicenda kafkiana ci sono persone che invece la notte dormono sonni sereni.
Da due anni lottano contro l’INPS che ogni mese arriva a decurtare la loro pensione anche di oltre il 50%. Visto che tutte le richieste di chiarimento sono state ignorate sia dalla sede di Messina che da quella di Roma, hanno deciso di passare alle maniere forti e hanno denunciato la vicenda alla Procura della Corte dei Conti di Palermo. La vicenda inizia nel 2014, quando l’INPS comincia a trattenere parte degli assegni mensili a una trentina di pensionati dell’Università, tutti funzionari e dirigenti, che hanno prestato servizio al Policlinico. La prima stranezza è proprio questa: solo a 30 su un totale di 120 persone andate in pensione con requisiti identici. E così, c’è chi passa da 2000-2.200 euro al mese a 8-900 da un momento all’altro, con una decurtazione che supera il limite massimo del 20% previsto in casi del genere, mentre l’INPS pretende indietro anche una parte della liquidazione, che ovviamente è già stata destinata e spesa per aiutare figli e nipoti.
“I nostri assistiti -spiegano gli avvocati Fernando Rizzo e Andrea Vadalà– hanno presentato un esposto alla Procura Regionale della Corte dei Conti contro l’INPS, gestione dipendenti pubblici, sedi di Messina e di Roma, per accertare le responsabilità di funzionari e dirigenti. In virtù di atti amministrativi conformi a consolidata giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 8521 del 2012, sono stati tutti equiparati economicamente al dirigente non medico del ruolo sanità, con versamento dei contributi previdenziali relativi. Tanto che l’INPDAP prima e l’INPS dopo, hanno provveduto fino al 2014 a pagare TFS e trattamento pensionistico calcolati sull’intera retribuzione percepita”.
Poi, unico caso del genere in Italia da quanto raccontano i lavoratori e i loro legali, l’INPS scavalca la normativa, nel calcolo di liquidazione e pensione esclude la differenza con lo stipendio da dirigente non medico della sanità e tra chi è andato in pensione prima del 2014 c’è anche chi si vede richiedere, in alcuni casi senza alcun preavviso, anche più di 100.000 euro. Un vero dramma per persone che hanno lavorato per 38-40 anni e che pensavano di poter contare su una vecchiaia serena.
E non è tutto. Perché a chi è andato in pensione dal 2014 l’INPS di Messina, con una decisione senza precedenti, ha calcolato pensione e liquidazione solo sullo stipendio universitario, tralasciando l’integrazione per le mansioni svolte al Policlinico. Non contento, l’ente si è rifatto anche su chi era andato in pensione più di 5 anni prima, sebbene non sia consentito.
“Abbiamo constatato e contestato, ma senza riscontro -aggiungono gli avvocati Rizzo e Vadalà- che solo la sede di Messina ha intrapreso queste iniziative di recupero. Nel resto d’Italia i dirigenti equiparati, pur nelle medesime condizioni giuridiche, continuano a percepire un trattamento previdenziale ancora calibrato sulla effettiva retribuzione percepita quale dirigente non medico della sanità”.
Alla Corte dei Conti di Palermo gli ex dipendenti del Policlinico universitario chiedono di accertare le responsabilità dei dirigenti e funzionari INPS coinvolti nella vicenda, per il danno erariale determinato. Nel caso in cui il debito preteso dall’INPS sia ritenuto illegittimo dalla magistratura contabile, i ricorrenti chiedono che siano restituite loro le somme trattenute, oltre a interessi, rivalutazione e spese legali. “In caso contrario, il danno erariale è determinato dalla prescrizione e decadenza in cui sta incorrendo l’ente nel recupero di indebito -spiegano ancora i difensori dei pensionati. L’INPS, pur dovendo agire per tutti nelle medesime condizioni giuridiche ed economiche, sta evitando inspiegabilmente iniziative di recupero diffuse e coerenti, determinando l’irripetibilità di somme per milioni di euro a causa dell’inerzia e del decorso del tempo”.
Gli avvocati Rizzo e Vadalà, che si dichiarano certi che i loro assistiti stiano subendo un’ingiustizia da parte dell’INPS, sottolineano anche che “appare singolare che un ente pubblico, benché più volte sollecitato a uniformità di giudizio, agisca invece a macchia di leopardo”. Dall’ufficio stampa regionale dell’INPS, contattato per avere delucidazioni, attendiamo adesso un chiarimento sulla vicenda, anche se voci ufficiose fanno trapelare che negli uffici dell’istituto inizino a manifestarsi i primi dubbi su una decisione che non ha precedenti in Italia.
Fonte: Corsaro del Sud - ilmarenero.blogspot.it
L'I.N.P.S. di Messina nella bufera?
Ci poniamo questo interrogativo prima di scrivere quanto abbiamo scoperto da una nostra personale inchiesta, avvertendo chi di competenza dell'ente previdenziale locale che, in qualsiasi momento, potrà inviarci, e noi lo pubblicheremo, un commento o una smentita o qualsiasi altra dichiarazione.
Dietro segnalazione di un nostro collega che, peraltro, cura una nota rivista di genetica e immunologia pediatrica, giungiamo a conoscenza di una situazione allarmante, che coinvolge circa 90 ex dirigenti amministrativi del Policlinico Universitario di Messina i quali, a distanza di anni dal riconoscimento della loro pensione, si sono visti togliere una parte di essa ma anche il trattamento di fine rapporto. Le somme si aggirano tra le 100.000 e le 180.000 euro, gettando nel panico e nella disperazione molte famiglie.
Alcuni di questi ex dirigenti hanno intentato causa all'I.N.P.S. sede di Messina per rivalersi delle somme, a loro dire, ingiustamente ritirate, avendo dalla loro parte anche la Corte dei Conti regionale di Palermo (che a breve si pronuncerà in merito). Sono state sospese le procedure, intimando alla sede previdenziale locale di interrompere il prelievo di queste somme già percepite. Altri hanno difficoltà a consegnare le somme perchè spese negli anni e sono costretti a intentare una causa che sta seguita dallo studio legale Rizzo-Vadalà.
Siamo andati ad ascoltare la versione dell'avvocato Rizzo che segue alcuni di questi ex dirigenti amministrativi, ritenendo che l'I.N.P.S. di Messina stia procedendo in maniera errata contro questi ultimi considerato che "decorso un anno dalla liquidazione della pensione - afferma il legale - a meno che non ci sia un dolo, non si può procedere con questo prelievo come prevede il contratto collettivo di lavoro del 27 Gennaio 2005. Semmai, - prosegue - per rideterminare le pensioni economiche dei dirigenti ospedalieri si deve partire solo dal Gennaio 2005 per quelli che sono andati in pensione dopo questa data, e non antecedentemente così come fatto in questo caso. Ci sono in ballo circa 2.800.000 euro di pensione - spiega- che l'I.N.P.S. sta ricalcolando".
Prendiamo l'esempio di un ex dirigente del Policlinico ex IX livello per il quale gli uffici previdenziali di Messina hanno disposto il recupero a rate sul trattamento pensionistico di quasi 63mila euro, somma già corrisposta e qualificata come indebitamente erogata a titolo di pensione. In via cautelativa, veniva imposto il recupero, mediante trattenuta mensile pari al quinto della pensione calcolata dopo la riliquidazione. Alla fine, la sua pensione, da 44.330 euro pasaava a 26.841 euro.
Nel caso specifico, e in casi analoghi, le amministrazioni (Azienda Ospedaliera Universitaria e Ateneo) riconoscevano al soggetto il diritto all'equiparazione economica ex nono livello ospedaliero, poi dirigente amministrativo e provvedevano ad erogare al dipendente la retribuzione dell'ex nono livello, poi dirigente di primo livello, trasmettendo all'I.N.P.S. gli atti e le comunicazioni previste, tanto che il medesimo Istituto provvedeva ad erogare le relative somme maturate come ex nono livello. L'I.N.P.S., invece, successivamente ci ripensava e "riteneva di non dover considerare ai fini del calcolo della pensione quota A, la posizione economica del dirigente di primo livello, dovendo invece calcolare la pensione sulla base della inferiore categoria D3, in palese spregio al riconoscimento amministrativo della Pubblica Amministrazione datrice di lavoro. Non sono consentite all'I.N.P.S., - prosegue il disposto - peraltro giuridicamente infondate, dissertazioni, dovendo l'Ente prendere atto della retribuzione erogata dai datori di lavoro (A.O.U. e Ateneo) in virtù ed esecuzione anche di statuizioni giudiziali".
I ricorrenti chiedono all'I.N.P.S. (ex gestione I.N.P.D.A.P.) l'annullamento dell'iniziativa di recupero somme, diffidando l'Ente dal procedere a trattenute sul trattamento pensionistico e a ripristinare il trattamento pensionistico mensile calibrato sulla posizione di dirigente amministrativo sanitario ex nono livello, come erogato prima della ulteriore nota oggetto di impugnazione relativa al nuovo conferimento pensione". Rimaniamo in attesa, lo ribadiamo, di una risposta dell'Ente previdenziale di Messina per confutare od esporre in maniera diversa quanto da noi scoperto in questa inchiesta.
Atto Camera dei deputati, seduta n. 727
Interrogazione a risposta in commissione 5-10321
ai sensi dell'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1979 viene disposto che «al personale universitario» che presta servizio presso i policlinici, le cliniche e gli istituti universitari di ricovero e cura convenzionati con le regioni e con le unità sanitarie locali, anche se gestiti direttamente dalle università, è corrisposta una indennità, non utile ai fini previdenziali e assistenziali, nella misura occorrente per equiparare il relativo trattamento economico complessivo a quello del personale delle unità sanitarie locali di pari funzioni, mansioni e anzianità;
l'indennità di equiparazione è diventata pensionabile con la sentenza della Corte Costituzionale n. 126 del 24 giugno 1981 nella quale viene dichiarato incostituzionale l'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1979, nella parte in cui non prevedeva che l'indennità equiparativa non fosse utile ai fini previdenziali per il personale universitario in servizio presso i policlinici;
le amministrazioni delle aziende ospedaliero-universitarie e le università hanno erogato le retribuzioni secondo quanto stabilito dall'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1979 liquidando per l'indennità di perequazione anche la tredicesima mensilità, e per tutto il periodo lavorativo i dipendenti hanno pagato i contributi previdenziali ed assistenziali;
con delibera dell'università degli studi di Messina – policlinico universitario, dal 1o novembre 1994 i funzionari (VIII livello – categoria D) operanti presso il policlinico universitario di Messina sono stati equiparati a dirigente ruolo amministrativo/tecnico/sanitario non medico ospedaliero (successivamente dirigenti I livello) secondo quanto stabilito dal D.I. 9 novembre 1982, ed in conseguenza di tale equiparazione è stato loro richiesto di effettuare l'orario settimanale del dirigente ovvero 38 ore settimanali anziché 36;
dal 2014, alcuni dipendenti universitari in servizio presso le aziende ospedaliero-universitarie ed inquadrati, in data anteriore all'anno 2000, come dirigenti dei ruoli amministrativo/tecnico/sanitario non medico, andati in quiescenza da 4/6 anni, hanno ricevuto lettere raccomandate con le quali l'Inps sede provinciale di Messina comunica che sarà effettuato un «recupero indebito», del TFS relativo all'indennità perequativa in quanto non dovuto. Secondo i dirigenti dell'Inps, l'erogazione di tale emolumento non dà diritto automaticamente al relativo TFS, cosa che comporta la decurtazione della pensione di oltre 1/5; si è comunicato altresì che si provvederà a recuperare quanto fino a quel momento versato dall'Ente;
come cita uno dei ricorsi al giudice del lavoro in attesa di sentenza, l'Inps di Messina – ai fini del calcolo del TFS e della pensione – ha ritenuto di considerare il personale operante presso le aziende ospedaliero-universitarie, di categoria inferiore, «in palese spregio anche alle intervenute statuizioni giudiziali ed all'inquadramento economico disposto dalle stesse amministrazioni, cimentandosi in elucubrazioni giuridiche assolutamente avulse dal contesto di diritto in cui versano i ricorrenti». Pertanto «non sono consentite all'INPS dissertazioni, peraltro giuridicamente infondate, dovendo l'Ente prendere atto della retribuzione stabilmente erogata ex articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1979 dai datori di lavoro in virtù ed esecuzione di statuizioni giudiziali»;
per quanto riguarda la richiesta di restituzione di parte del TFS avanzata dall'INPS di Messina, i funzionari non tengono conto di quanto stabilito dall'articolo 30 del testo unico 29 dicembre 1973, n. 1032, che dispone che il TFS può essere revocato o rivisto entro il termine perentorio di un anno dall'erogazione;
questa risulta una situazione circoscritta solo a Messina ed è già stato presentato ricorso alla procura della Corte dei conti di Palermo –:
se sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e se non intenda, per quanto di competenza, intervenire presso l'Inps, al fine di far chiarezza su tale vicenda.
Luisella ALBANELLA (PD), pur ringraziando il sottosegretario, ribadisce la sua contrarietà ad una vicenda che ritiene riduttivo definire kafkiana. Osserva, infatti, che, nonostante una specifica disciplina legislativa e una sentenza della Corte costituzionale, che hanno sancito che l'indennità di cui all'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1979 è pensionabile, la sede provinciale di Messina dell'INPS, in contraddizione con l'atteggiamento assunto sul medesimo argomento da altre sedi provinciali dell'istituto previdenziale, ha deciso il recupero delle somme relative all'indennità in questione a valere sui ratei di pensione. Rileva, peraltro, che i soggetti in questione, pur essendosi rivolti alla magistratura, hanno mostrato la loro disponibilità a trovare un accordo con l'INPS, il quale, tuttavia, ha chiuso ad ogni compromesso. Si tratta, a suo avviso, dell'ennesima dimostrazione della cattiva gestione dell'Istituto, che assume decisioni diverse rispetto a situazioni analoghe e che, oltretutto, provvede con colpevole ritardo all'erogazione dei trattamenti dovuti ai lavoratori.
Giovedì 23 marzo 2017 — 105 — Commissione XI
5-10321 Albanella: Recupero da parte dell'INPS di quota dei trattamenti di fine servizio erogati in relazione al riconoscimento dell'indennità corrisposta, ai sensi dell'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n.
761 del 1979, al personale universitario che presta servizio presso strutture sanitarie convenzionate, anche se gestiti direttamente dalle università.
RISPOSTA GOVERNO 23/03/2017
Resoconto CASSANO MASSIMO SOTTOSEGRETARIO DI STATO LAVORO E POLITICHE SOCIALI
Con riferimento all'atto parlamentare di sindacato ispettivo dell'Onorevole Albanella inerente il recupero da parte dell'INPS di quota dei trattamenti di fine servizio erogati al personale universitario del Policlinico di Messina, passo ad illustrare gli elementi informativi acquisiti presso l'INPS.
L'indennità perequativa prevista dall'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 761 del 1976 è stata ritenuta valutabile ai fini pensionistici e previdenziali in favore di - tutto il personale universitario senza distinzione nell'ambito dei vari profili professionali ed aree di appartenenza -, a seguito di un parere favorevole espresso dal Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato del Ministero del Tesoro.
Tuttavia, la giurisprudenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione, sin dal 1997, si è consolidata nel senso di ritenere che in tema di trattamento di fine servizio non sussista una corrispondenza necessaria tra emolumenti percepiti in costanza di servizio ed emolumenti utili ai fini del computo della prestazione previdenziale.
Ciò posto, l'Inps ha precisato di essere tenuto esclusivamente a verificare se l'indennità perequativa in questione rientri o meno nella base di computo della prestazione previdenziale.
Più in particolare, l'istituto ha valutato se: a) l'attribuzione al dipendente dell'indennità in parola è riconosciuta in base a una disposizione normativa; b) l'indennità costituisca parte integrante ed essenziale dello stipendio del dipendente, e ciò alla luce della circostanza che, nel regime del trattamento di fine servizio, le voci da considerare utili sono solamente quelle connesse esclusivamente alla qualifica di appartenenza.
Tali requisiti, secondo l'INPS, non possono essere riscontrati nell'indennità in argomento.
Sul punto, peraltro, la Corte di Cassazione, sez. lavoro, con sentenza n.1156 del 2014, ha chiarito che la valutabilità ai fini previdenziali della indennità di cui trattasi si porrebbe in aperto contrasto con l'articolo 38 del decreto del Presidente della Repubblica n.1032 del 1973, nonché con la consolidata giurisprudenza, la quale esclude che ai fini dell'indennità di buonuscita possano essere computati emolumenti diversi da quelli ivi tassativamente indicati, tra i quali non è ricompresa la indennità di cui trattasi.
Inoltre l'istituto ha precisato di non aver operato in contrasto con le intervenute statuizioni giudiziali, in quanto dalla lettura delle sentenze che hanno interessato i dipendenti universitari infatti, si evince che tali contenziosi risultano promossi dai lavoratori esclusivamente nei confronti del proprio datore di lavoro.
Dunque, tali statuizioni sono efficaci solo nei confronti delle parti e non obbligano in alcun modo i terzi estranei al giudizio, quale risulta essere l'INPS.
Giovedì 23 marzo 2017 105 Commissione XI
A sostegno del legittimo operato della propria sede di Messina, l'INPS ha evidenziato che secondo consolidata giurisprudenza amministrativa in materia di indebito previdenziale il recupero di somme indebitamente erogate dalla pubblica amministrazione ai propri dipendenti è un atto doveroso, in quanto correlato al raggiungimento di quelle finalità di pubblico interesse, cui sono istituzionalmente destinate le somme indebitamente erogate.
In conclusione, secondo l'istituto, il decorso del termine decadenziale previsto dall'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica n. 1032 del 1973 non preclude la possibilità di agire in via di autotutela in presenza di atti illegittimi ab origine in quanto emanati in assenza dei presupposti giuridici ed economici previsti dalla normativa in materia, con il conseguente recupero delle somme pubbliche indebitamente erogate.
Nel caso di specie, pertanto, l'INPS ritiene legittimo l'operato della sede di Messina in coerenza con l'orientamento dell'istituto, in quanto la predetta sede non ha posto in essere mere rettifiche di provvedimenti, bensì di doverosi annullamenti d'ufficio.
È allarme della Federazione pensionati sulle lettere con cui l’Inps richiedete indietro soldi versati sull’assegno per errore. Le segnalazioni sono numerosissime al punto da far pensare ad un intervento di massa e non a singoli casi, a volte si tratta anche di somme importanti. Per questo la Fipac ha inviato all’Inps una richiesta di chiarimenti urgenti “sull’intervento in atto, a partire dalle motivazioni del riconteggio e delle dimensioni della platea interessata”.
Ad ogni modo la pretesa di restituzione, precisa la rappresentanza dei pensionati, è indebita. A tal proposito viene richiamata anche la sentenza della Cassazione che ha sancito l’illegittimità di richieste di rimborso qualora non sia riscontrabile dolo nel pensionato.
Si legge, infatti, nella sentenza n.482 del 2017 che l’ente erogatore ha diritto a rettificare la somma accreditata in qualsiasi momento in cui riscontra l’errore tuttavia questo non legittima anche la pretesa di vedersi restituite le somme extra versate per errore salvo l’ipotesi in cui sia ravvisabile dolo da parte del beneficiario.
Perché allora anche dopo la sentenza si continua a parlare di questa vicenda per ribadire il principio? Se lo chiede anche la rappresentanza dei sindacati che punta il dito “auspicavamo che la sentenza avesse finalmente posto fine all’invio di missive del genere” perché “aprire una lettera e scoprire di avere un debito di 5 cifre con lo Stato è uno shock per chiunque, in particolare per i più anziani, e rischia di creare un’ondata di sfiducia nei confronti del sistema previdenziale, minandone ulteriormente il rapporto con i cittadini”.
di Marina Bottari - Fonte: Gazzetta del Sud online 25.7.2017
n1 01.2018
Info Coockie 15.08.2020 17539 1