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Timestamp: 2018-09-23 05:28:52+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2697', 'art. 117', 'art. 1176', 'e contrario', 'art. 2220', 'art. 2697', 'art. 2220', 'sentenza ', 'art. 1832', 'sentenza ', 'sentenza ']

Anatocismo, nullità: banca condannata per mancato assolvimento dell'onere probatorio | SDL Centrostudi
Anatocismo, nullità: banca condannata per mancato assolvimento dell’onere probatorio
By Redazione SDL Centrostudi febbraio 16, 2015 Leggi e Sentenze, Sentenze No Comments
Tribunale Lecce, sez. II, sentenza 17.11.2014
Con la sentenza n. 4353 emessa il 17 novembre 2014, il Tribunale civile di Lecce – Seconda Sezione civile – nella persona del giudice dott.essa Annafrancesca Capone, ha condannato la Banca a corrispondere agli attori la complessiva somma di € 6.687.074,47, oltre interessi al saggio legale dal 30 ottobre 2009 al saldo, per aver accertato l’illegittimità dell’operato dell’istituto di credito nella parte in cui ha applicato ai rapporti di conto corrente oggetto di giudizio tassi di interesse ultralegali, capitalizzazione trimestrale degli interessi, spese di tenuta conto, commissioni di massimo scoperto e valute non pattuite.
La sentenza, se da un lato, sottolinea il mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte della banca e rigetta la domanda riconvenzionale per € 8.095.420,38, dall’altro condanna la stessa banca al pagamento di € 7.281.491,27 per la nullità di anatocismo, saggi ultralegali, capitalizzazione trimestrale, massimo scoperto e spese, con una forbice di € 15.376.911,65 in favore delle clienti.
Così la sentenza motiva la decadenza probatoria da parte della banca: “Il C.T.U., poi, dopo aver ricevuto le “osservazioni” del C.T.P. dell’istituto bancario ha provveduto ad effettuare un ulteriore calcolo prendendo in considerazione i finanziamenti rimasti insoluti e riportati nella consulenza tecnica di parte del C.T.P. dott. D.B.
– agli atti, risultano prodotti solo alcuni estratti conto relativi a tali rapporti (cfr. CD allegato al fascicolo di parte degli attori), nonché i saldaconti (cfr. allegati 7- 45 del fascicolo di parte dell’istituto di credito);
– invece, non risultano prodotti i contratti, né l’intera sequenza degli estratti conto, con la conseguenza che non vi è prova che il saldo indicato sia effettivamente quello corretto;
– d’altro canto, il conteggio prodotto dal dott. D.B. appare errato, quantomeno in alcuni punti, per esempio laddove indica tra i finanziamenti non rimborsati quello di € 117.000,00 (n. 500 506, già c/c 280494) che risulta invece girocontato sul conto principale n. 12371, nonché laddove considera, nell’effettuare la sommatoria degli importi rimasti insoluti, il saldo del conto corrente n. 12731 che è stato, invece, oggetto di ricalcolo da parte del CTU col risultato di un saldo negativo per la Banca.
Alla luce di tanto non può tenersi conto del conteggio proposto dal dott. D.B., considerato che la Banca non ha assolto l’onere di provare la fondatezza della richiesta di pagamento formulata con la domanda riconvenzionale, non avendo nemmeno provveduto a fornire la documentazione completa necessaria per le verifiche del caso.
Infatti, giova rilevare che spetta sempre alla banca fornire la prova dell’andamento dei rapporti di conto corrente a partire dalla loro origine.
In particolare, secondo i giudici della Corte, la produzione degli estratti conto relativi ad un arco temporale più breve selezionato arbitrariamente dalla banca, deve ritenersi in toto inidonea ad assolvere l’onere probatorio posto a carico della stessa. In pratica, la banca non può difendersi sostenendo che la previsione di un arco temporale lungo per la conservazione dei documenti, i “famosi” dieci anni, vada interpretata come una limitazione dell’onere posto a carico della banca stessa di dimostrare il credito.
“Eccepisce la Banca convenuta la nullità dell’atto introduttivo del giudizio, in quanto ” parte attrice non ha depositato a corredo del proprio libello introduttivo il contratto di cui lamenta la nullità e/o inefficacia e/o comunque la presunta ed eccepita illegittimità per rinvio ad usi piazza, capitalizzazione composta, cms, giorni valuta, spese etc., limitandosi a depositare una consulenza contabile di parte e relativi estratti trimestrali e riassunti scalari (pag. 4 comparsa di risposta).
L’eccezione non ha pregio giuridico e va pertanto disattesa.
E’ indiscusso che l’azione di accertamento del dare-avere promossa dal correntista deve qualificarsi come tipico giudizio di accertamento delle nullità delle clausole del contratto di apercredito stipulato fra le parti, attinenti la determinazione degli interessi ultralegali, il criterio di calcolo dell’interesse anatocistico, l’applicazione della provvigione di massimo scoperto e delle altre somme richieste in restituzione.
In ordine all’onere della prova nelle azioni di accertamento negativo, la giurisprudenza con una illuminata sentenza (Cass. n. 1391/1985) ha esplicitamente affermato che i principi generali sull’onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal debitore con azione di accertamento negativo con la conseguenza che anche in tale situazione la prova deve gravare sempre sul titolare del diritto di cui si chiede l’accertamento (in tal senso Cass. Sez. IV n. 28516/2008; App. L’Aquila n. 615 del 9.9.2010).
Quanto all’art. 2697 c.c., l’affermazione secondo cui la dizione dallo stesso utilizzata “chi vuol far valere un diritto in giudizio” implica che sia colui che prende l’iniziativa di introdurre il giudizio ad essere gravato dell’onere “di provare i fatti che ne costituiscono il fondamento” contrasta, innanzitutto, con la stessa lettera della disposizione, poiché l’attore in accertamento negativo (il correntista) non fa valere il diritto oggetto dell’accertamento giudiziale, ma al contrario ne postula l’inesistenza, ed è invece il convenuto (banca) che virtualmente o concretamente fa valere tale diritto, essendo la parte contro interessata rispetto all’azione di accertamento negativo”.
Conclusivamente, in materia di ripartizione dell’onere della prova nell’ambito delle azioni di accertamento negativo del credito bancario, i principi generali sull’onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal correntista-debitore con azione di accertamento negativo, con la conseguenza che anche in tale situazione sono a carico della banca-creditrice, convenuta in accertamento, le conseguenze della mancata dimostrazione degli elementi costitutivi della pretesa ( Cass. 17.7.2008 n. 19762; Cass. 1.12.2008 n. 28516; App. L’Aquila 9.9.2010 n. 615; Trib. Cassino 29.10.2004 n. 1245/04, App. Napoli 15.1.2009 n. 80 e molte altre).
Va precisato, contrariamente a quanto affermato dalla banca convenuta, che il limite temporale dell’obbligo di tenuta delle scritture contabili non opera per il contratto relativo all’apertura di c/c bancario in quanto quest’ultimo non costituisce documentazione contabile, bensì, ai sensi dell’art. 117 commi 1 e 3 T.U.B., prova scritta richiesta ad substantiam ed a pena di nullità dell’esistenza del rapporto di c/c bancario e, deve indicare, il tasso di interesse ed ogni altro prezzo o condizioni praticati ( App. Milano 22.5.2012 Pres. Tarantola Est. Carla Romana Raineri).
Si vuol dire che, dall’attore, sono stati forniti i supporti documentali quali gli estratti conto e gli scalari, inviati dalla banca durante tutto il rapporto e non contestati, il che implica l’esistenza del contratto di c/c che la banca, pur essendo onerata, non ha ritenuto di produrre”.
Ed ancor prima, anche il Tribunale di Brindisi: “Peraltro la banca, in quanto soggetto professionale, ha l’obbligo di adempiere le proprie obbligazioni con la diligenza qualificata di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., di talché non pare contrario a ragionevolezza e buona fede richiedere alla banca stessa la conservazione di tutti gli estratti conto (che essa stessa forma).
Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che la banca non ha provato per le ragioni dinanzi esposte che alla data dell’1.1.1993, cui si riferisce il primo estratto-conto riportato in giudizio, il credito riportato in detto estratto conto e conclusivo dell’andamento dei conti per gli anni pregressi fosse quello effettivo in ragione della più volte citata nullità delle clausole sugli interessi. Del tutto correttamente pertanto la Corte d’appello ha azzerato le dette risultanze in quanto non provate e disposto che il calcolo dei rapporti di dare ed avere venisse calcolato dal CTU a partire dalla detta data del 1993 partendo da zero. Cass. civ., sez. I, 25 novembre 2010, n. 23974.
Recentemente anche la Corte d’Appello di Lecce, ha ribadito che stabilito che il saldo passivo riportato nel primo estratto — conto disponibile non è possibile riconoscere alcuna valenza probatoria, va conclusivamente affermato che esso — sganciato dalle poste precedenti attive e passive — rappresenta nient’altro che un dato numerico – formatosi sulla base di clausole nulle e arbitrariamente applicate perché non concordate (C.M.S.) – privo quindi di ogni significato (v. ex plurimis App. Lecce 83/2013).
Ad avviso della Corte, tale orientamento va seguito quale che sia l’azione esercitata dal correntista sia essa ciò di accertamento negativo del credito preteso dalla banca ovvero di accertamento positivo del proprio credito, giacché anche in questo secondo caso occorre ai fini della ricostruzione del rapporto partire da un dato certo, che non può per le ragioni innanzi indicate essere individuato nel saldaconto. Peraltro, non va sottaciuto che il presente giudizio di riallaccia costituendone in sostanza la continuazione — a quello di opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale l’attore in senso sostanziale si identificava nella banca. Appello Lecce, Pres. Rel. Cons. Marcello Dell’Anna, Sent. N. 206 del 3 gennaio 2014.
Passando alle questioni – inerenti al saldo “zero”, come punto di partenza per il ricalcolo (dalla data dell’1 gennaio 1993), e l’ambito di applicabilità dell’art. 2220 C.C., segnalate dagli appellanti e tra loro connesse va osservato che, come, con orientamento oramai costante, sancito da questa Corte in vicende analoghe (v. ex plurimis App. Lecce App. Lecce 836/2006; 41/2007; 568/2008) costituisce canone di comune applicazione ex art. 2697 C.C. quello secondo cui la parte, che asserisce di essere creditrice dell’altra è tenuta a provare il proprio assunto. Ciò posto, mentre è irrilevante il fatto che la banca non abbia ritenuto di conservare le proprie scritture contabili, in quanto la disposizione di cui all’art. 2220 C.C. se impone un obbligo di conservazione per dieci anni dall’ultima registrazione non per questo implica che, decorso tale periodo, la banca (e l’imprenditore in genere) sia esonerata dal “provare il proprio credito” (Cass. 23974/2010), va osservato che, per pacifica e condivisa giurisprudenza, il saldo conto è privo di efficacia probatoria al di fuori del procedimento monitorio. La S.C. nella sentenza resa a S.U. n. 6707 del 1994 ha affermato che “il saldaconto è affatto diverso dell’estratto periodico di conto corrente”, assoggettato alla disciplina dell’art. 1832 C.C., in quanto “quest’ultimo documento riproduce… integralmente i dati annotati nella scheda di conto e relativi a tutte le operazioni affluite sullo stesso nel periodo al quale l’estratto si riferisce (addebiti, accrediti, rimesse di terzi, interessi, attivi e passivi, ecc.) con il saldo alla data di chiusura, ed è trasmesso ai correntista per consentirgli di controllare l’esattezza delle annotazioni e renderne definitive le risultanze”; laddove nell’estratto di saldaconto viene riportato soltanto il saldo debitore senza l’indicazione delle partite attive e passive che l’hanno determinato. Ne consegue, secondo l’assunto della S.C., da un lato, che non vi è alcuna possibilità di agganciare — ancorché in via analogica e parzialmente la disciplina dell’estratto conto al saldaconto e, dall’altro, che nel giudizio di cognizione piena (quale è quello introdotto con l’opposizione a decreto ingiuntivo) “l’accertamento del fatto costitutivo torna ad essere disciplinato dalle comuni regole sull’ammissibilità ed efficacia dei singoli mezzi di prova”. Conclusivamente, il saldaconto rappresenta – se sganciato, come nella specie, dalle poste attive e passive – un mero dato numerico non riscontrato in alcun modo, è fine a sé stesso, privo, quindi: di ogni significato. Tale conclusione, che conduce ad assumere come dato di partenza all’1 gennaio 1993 il numero zero, ancor più si impone nella specie ove si consideri che il dato riportato nel saldaconto costituisce il risultato dell’applicazione (pacifica) di clausole nulle (interessi “uso piazza” e capitalizzazione trimestrale) ovvero di addebiti non dovuti (C.M.S.: sul punto, come detto, la sentenza impugnata è passata ingiudicato. Per completezza va soggiunto che il ragionamento qui seguito ha di recente trovato riscontro nella citata pronuncia n. 23974 del 2010, nella quale la S.C. dopo aver ricordato l’onere probatoria a carico della banca (anche in quel caso ricorrevano le menzionata clausole nulle) così si esprime: “La banca non ha provato per le ragioni dinanzi esposte che alla data dell’1.1.1993, cui si riferisce il primo estratto conto riportato in giudizio, il credito riportato in detto estratto conto e conclusivo dell’andamento dei conti per gli anni pregressi fosse quello effettivo in ragione della più volte citata nullità delle clausole sugli interessi” Del tutto correttamente, pertanto, la Corte d’Appello ha azzerato le dette risultanze quanto non provate e disposto che il calcolo dei rapporti di dare e avere venisse calcolato dal C.T.U. dalla detta data del 1993 “partendo da zero”. Appello Lecce, Pres. Marcello DELL’ANNA, sent. n. 83 del 28 gennaio 2013.
In assenza dell’intera documentazione relativa a tutto il periodo in cui si è protratto il rapporto negoziale, la Corte ritiene che sia corretto assumere come dato iniziale non il saldo risultante dal primo estratto conto, ma quello pari a zero. Questa Corte già con sentenza del 20.10.06, pronunciata nella causa 113/02, ha ritenuto che è onere di entrambe le parti fornire la prova delle proprie asserzioni, quando ciascuna asserisce di essere creditrice dell’altra e, in mancanza, ha ritenuto corretto assumere come dato di partenza il saldo pari a zero.
Ha infatti osservato che “il saldo sganciato dalle parti precedenti è fine a se stesso, presenta cioè un mero numero, che, non riscontrato in alcun modo, diventa privo di significato”.
Questo indirizzo appare del tutto coerente con i comuni canoni in tema di distribuzione dell’onere probatorio. Invero, al di là della convenienza contingente per l’una o per l’altra parte, la necessità di partire dal “saldo zero” ha una solida base contabile e conseguentemente una razionale giustificazione giuridica.
Infatti, accertata l’esistenza (per il periodo coperto dagli estratti conto) di addebiti non dovuti (a vario titolo: capitalizzazione di interessi, tassi ultralegali, commissione di massimo scoperto, ecc.), è più che logico ritenere che lo stesso sia avvenuto anche per il periodo pregresso.
Questa deduzione è di per sé sufficiente a ritenere inattendibile il saldo di chiusura del primo estratto conto disponibile, perché non è possibile (in assenza di documentazione) emendare le poste contabili illegittime.
Da ciò deriva la necessità di annullare tutte le voci non verificabili e, quindi, partire da zero. Appello Lecce – Sentenza n. 510 del 6-17 luglio 2012.
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