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Timestamp: 2017-11-18 04:22:30+00:00
Document Index: 83711855

Matched Legal Cases: ['art.36', 'art.41', 'art.41', 'e contrario', 'art.36', 'art.10', 'art.10', 'art.41', 'art.2', 'art.31', 'art.817']

T.A.R. Campania Napoli, Sezione II, 31 ottobre 2011
Sulla nozione di volume tecnico
SENTENZA N. 5093
Nella nozione i “volume tecnico” rientrano esclusivamente le porzioni di fabbricato destinate ad ospitare impianti, legati da un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione dello stesso. Invero, ai fini della qualificazione di una costruzione, rilevano le caratteristiche oggettive della stessa, prescindendosi dall’intento dichiarato dal privato di voler destinare l’opera ad utilizzazioni più ristrette di quelle alle quali il manufatto potenzialmente si presta (cfr. Consiglio di Stato, V Sezione, 21 ottobre 1992 n.1025 e 13 maggio 1997 n.483; T.A.R. Campania, IV Sezione, 12 gennaio 2000 n.30; II Sezione, 3 febbraio 2006 n.1506).
Con l’atto introduttivo del giudizio, notificato in data 12 ottobre 2010 e depositato il 14 seguente, i sigg. Nicola Parisi e Carmela Sgambati hanno premesso di essere proprietari di una unità immobiliare sita nel Comune di San Paolo Bel Sito – alla via Circumvallazione 19/T1, Parco Tiglio, individuata in catasto al foglio 2, particella 1158, sub.3 – in relazione alla quale hanno presentato istanza di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, ai sensi dell’art.36 del D.P.R. n.380/2001, per una tettoia realizzata sul terrazzo al secondo piano (di mq.19,35). I ricorrenti hanno impugnato l’atto individuato in epigrafe, con cui il Comune di San Paolo Bel Sito ha comunicato il parere sfavorevole espresso sulla predetta domanda dalla commissione edilizia, nella seduta del 21 giugno 2010, basato sulla seguente ragione ostativa: “non sono rispettate le norme di attuazione del Piano di Lottizzazione relative all’altezza massima consentita alla linea di gronda”.
Avverso il suindicato atto sfavorevole gli instanti hanno proposto i seguenti motivi di diritto:
1) violazione degli artt.3, 4, 41 e 97 Cost. – violazione degli artt.7 e 10 bis della L. n.241/1990 – per l’omessa comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza;
2) violazione degli artt.3 e 97 Cost. – violazione dell’art.41, punti 8 e 9, del regolamento edilizio comunale – violazione degli artt. 3 e 22 del D.P.R. n.380/2001 – violazione degli artt.3 e ss. della L. n.241/1990 – eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, mancanza dei presupposti essenziali, sviamento di potere – in quanto l’intervento non potrebbe essere considerato come una nuova costruzione, essendo piuttosto riconducibile alla categoria della manutenzione straordinaria; la tettoia, aperta su tre lati, avrebbe natura pertinenziale e, in quanto destinata a stenditoio, rientrerebbe nei cd. volumi tecnici, non computabili nel calcolo della cubatura e dell’altezza alla stregua delle evocate previsioni regolamentari.
Si è costituito in resistenza il Comune di San Paolo Bel Sito, che ha difeso la legittimità della determinazione impugnata e concluso per il rigetto del gravame.
Alla camera di consiglio dell’11 novembre 2010, con ordinanza n.2247, è stata respinta l’istanza cautelare.
Con motivi aggiunti, notificati il 10 gennaio 2011 e depositati il 12 successivo, i ricorrenti hanno esteso la domanda impugnatoria alla relazione del tecnico istruttore dell’U.T.C. datata 9 giugno 2010, esibita in giudizio dall’amministrazione resistente, nella quale sono ulteriormente evidenziate e chiarite le ragioni dell’opposto diniego, formulando una censura così articolata: violazione degli artt.3 e 97 Cost. – violazione dell’art.41, punti 8 e 9, del regolamento edilizio comunale – violazione degli artt. 3 e 22 del D.P.R. n.380/2001 - violazione degli artt.3 e ss. della L. n.241/1990 – eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione, mancanza dei presupposti essenziali, sviamento di potere.
Alla pubblica udienza del 20 ottobre 2011 la causa è stata chiamata e trattenuta per la decisione, come da verbale.
1. Come si è descritto nella narrativa in fatto, i ricorrenti contestano la legittimità del parere contrario al rilascio del permesso di costruire in sanatoria, richiesto ex art.36 del D.P.R. n.380 del 2001, espresso dalla commissione edilizia del Comune di San Paolo Bel Sito e comunicato agli interessati con l’atto individuato in epigrafe, per una tettoia realizzata sul terrazzo al secondo piano.
Ad avviso del Collegio il ricorso è infondato e va, pertanto, respinto.
2. Quanto al primo motivo – con cui è dedotta la violazione dell’art.10-bis della L. n.241/1990, introdotto dalla L. n.15/2005, per l’omessa previa comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza – il Collegio ritiene che al principio partecipativo, già cristallizzato dall'articolo 7 della legge n. 241/1990 ed ora completato con l’ulteriore guarentigia del cd. preavviso di diniego, introdotta con la novella apportata dalla legge n. 15/2005, debba essere data una lettura attenta al significato sostanziale delle garanzie all'uopo stabilite dal legislatore. In tale ottica, la valutazione della portata del summenzionato art.10-bis, quanto agli effetti in tema di patologia del provvedimento conclusivo, non va disgiunta dalla contestuale introduzione dell'articolo 21-octies, che nella prima parte del secondo comma prevede che “Non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Deve dunque escludersi, in via generale, che la violazione formale possa sortire effetto invalidante quante volte il provvedimento finale si appalesi quale esito sostanzialmente vincolato, come nel caso di specie, secondo quanto si chiarirà oltre.
Va poi aggiunto che, nella fattispecie all’esame, gli interessati sono stati comunque posti in grado di interloquire con l’amministrazione nel corso di un articolato procedimento, atteso che, come può leggersi nell’allegata relazione tecnica (a firma del geom. V. Sorrentino), una prima istanza di sanatoria era stata respinta con una motivazione analoga (in data 9.12.2005) mentre un secondo progetto (predisposto in adesione ai parametri indicati dalla commissione edilizia) era stato valutato favorevolmente (con l’emissione del permesso in data 30.1.2006), ma le opere “non sono mai state iniziate dai coniugi Parisi / Sgambati, in quanto per le modifiche da apportare alla tettoia venivano a cadere le principali condizioni di usufruibilità e di utilizzo dello stenditoio per la biancheria”.
3. Può essere superata anche la successiva censura con cui si lamenta il vizio di difetto di istruttoria e di motivazione, ribadita anche in sede di motivi aggiunti, proposti a seguito dell’esibizione in giudizio da parte dell’amministrazione resistente della relazione del tecnico istruttore dell’U.T.C., datata 9 giugno 2010, indicata nell’atto di diniego.
Ritiene il Collegio che la motivazione dell’atto impugnato, ancorché succintamente espressa, sia idonea a far comprendere adeguatamente la ragione impeditiva dell’ammissibilità dell’intervento, anche alla luce dell’istruttoria tecnico amministrativa ivi richiamata per relationem, ove si chiarisce che gli indici di riferimento sono quelli previsti dalle norme tecniche di attuazione del citato piano di lottizzazione, le quali “non ammettono altezze massime alla linea di gronda superiori ad 8,00 mt. dal livello della strada interna di lottizzazione confinante col lotto e dispongono che le coperture devono essere realizzate con tetti a falda inclinata con angolo non inferiore a 10 gradi e non superiore a 25 gradi. E considerato che nel caso specifico l’altezza alla linea di gronda è di circa 8,75 mt. rispetto alla strada interna confinante col lotto e che l’inclinazione della copertura della tettoia presenta un’inclinazione di 3,18 gradi, la richiesta è in contrasto con le suddette norme di attuazione”. La disciplina urbanistica dell’area in cui ricade l’immobile di proprietà è, peraltro, ben nota alla parte ricorrente, che l’ha espressamente menzionata in ricorso e, correttamente, allegata alla propria produzione documentale.
Allo stesso modo, non può profilarsi alcun vizio nell’attività istruttoria posta in essere dall’amministrazione, in quanto i dati tecnici della tettoia non sono contestati in punto di fatto dal costrutto attoreo, che – come si dirà appena di seguito – è argomentato in diritto e verte sulla qualificazione giuridica del manufatto, in termini di manutenzione straordinaria ovvero di volume tecnico o di pertinenza, e sull’ipotizzata conformità urbanistica alla stregua della disciplina contenuta nell’art.41, punti 8 e 9, del regolamento edilizio comunale.
4. Passando ai profili sostanziali della controversia, come sopra tratteggiati, il Collegio non condivide l’assunto dei ricorrenti, sviluppato nell’atto introduttivo e ribadito coi motivi aggiunti, ove si sostiene la non computabilità della struttura ai fini del superamento del limite massimo di altezza del fabbricato alla linea di gronda.
4.1. Anzitutto, i lavori eseguiti non appaiono inquadrabili nell’attività di manutenzione straordinaria – che, ai sensi dell’art.2, lettera b) del T.U. sull’edilizia, è qualificata dal duplice aspetto della finalità dei lavori, diretti alla mera sostituzione o al puro rinnovo di un preesistente manufatto, e dal divieto di alterarne i volumi e le superfici (cfr., tra le tante, con riferimento anche all’analoga nozione già prevista dall’art.31 della legge n.457 del 1978, Consiglio di Stato, Sezione V, 22 luglio 1992 n. 336; Sezione VI, 30 settembre 2008 n.4694; T.A.R. Campania, Sezione II, 17 aprile 2009 n.1994; Sezione IV, 4 luglio 2001 n.3072) – in quanto i ricorrenti non hanno fornito neanche un principio di prova in ordine ad un’eventuale preesistenza sicché la struttura si configura indubbiamente come un quid novi.
Nel caso di specie, il manufatto realizzato, per i materiali utilizzati, le caratteristiche strutturali e le dimensioni (copre una superficie di mq.19,35), configura, piuttosto, una nuova costruzione, integrando un organismo edilizio suscettibile di autonomo utilizzo, preordinato a soddisfare esigenze non precarie sotto il profilo funzionale, in quanto tale idoneo ad alterare lo stato dei luoghi ed a comportare una significativa trasformazione del territorio (cfr., ex multis, Consiglio di Stato, Sezione V, 13.6.2006 n.3490; T.A.R. Lazio, Roma, Sezione I, 18.6.2008 n.5965; Sez. I quater, 23 novembre 2007 n.11679).
4.2. Non appare condivisibile neanche la riduttiva definizione dell’intervento sopra descritto come mera pertinenza, atteso che, come chiarito dalla giurisprudenza (cfr., Consiglio di Stato, Sezione V, 23 marzo 2000 n.1600 ; Sezione IV, 7 luglio 2008 n.3379; T.A.R. Lazio, Sezione II ter, 6 settembre 2000 n.6900; T.A.R. Campania, Sezione II, 24 gennaio 2008 n.402 e Sezione IV, 3 gennaio 2002 n.50; T.A.R. Lazio, Latina, 4 luglio 2006 n.428), la nozione urbanistica di pertinenza non coincide con quella più ampia fornita dall’art.817 del cod. civ., dovendo essere perimetrata in modo compatibile con i principi della materia e riferita, quindi, alle sole opere edilizie minori, che abbiano scarso o nullo peso dal punto di vista del carico edilizio ed urbanistico.
4.3. Né può farsi utilmente ricorso alla nozione di “volume tecnico”. Tale categoria, infatti, comprende esclusivamente le porzioni di fabbricato destinate ad ospitare impianti, legati da un rapporto di strumentalità necessaria con l’utilizzazione dello stesso. Invero, ai fini della qualificazione di una costruzione, rilevano le caratteristiche oggettive della stessa, prescindendosi dall’intento dichiarato dal privato di voler destinare l’opera ad utilizzazioni più ristrette di quelle alle quali il manufatto potenzialmente si presta (cfr. Consiglio di Stato, V Sezione, 21 ottobre 1992 n.1025 e 13 maggio 1997 n.483; T.A.R. Campania, IV Sezione, 12 gennaio 2000 n.30; II Sezione, 3 febbraio 2006 n.1506).
Ne discende l’inapplicabilità al caso di specie delle invocate previsioni del regolamento edilizio comunale, con conseguente rilevanza dell’opera ai fini del calcolo dell’altezza del fabbricato.
5. Alla stregua di tutte le considerazioni fin qui svolte, il ricorso deve essere respinto siccome infondato. Sussistono, tuttavia, giusti motivi per la compensazione delle spese di giudizio tra le parti, fatto salvo il solo contributo unificato, che resta definitivamente a carico della parte soccombente.
Spese compensate, fatto salvo il solo contributo unificato, che resta a carico della parte ricorrente soccombente.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del 20 ottobre 2011 con l'intervento dei magistrati: