Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2002/0036o-02.html
Timestamp: 2017-11-20 18:58:52+00:00
Document Index: 120536878

Matched Legal Cases: ['art. 500', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 101', 'art. 25', 'art. 111', 'art. 500', 'art. 111', 'sentenza ']

Visto l’atto di costituzione di Perrone Capano Giuseppe, di Testa Gianluca, di Curzi Augusto, di Lotito Paolo e di Caiulo Marco nonchè gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri e dell’Unione delle Camere Penali Italiane;
che nel giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi infondata la questione proposta;
che, infine, la disposizione impugnata si porrebbe in contrasto anche con gli artt. 27 e 112 Cost., in quanto, in riferimento alla previsione dettata dal comma 7 dell’art. 500 cod. proc. pen. "se l’azione penale é indisponibile e obbligatoria, anche la prova deve essere "indisponibile", nel senso che il potere dispositivo delle parti in ordine alla prova non può superare il limite oltre il quale la disponibilità della prova si risolva in disponibilità dell’azione ed oltre il quale la disponibilità della prova vada irragionevolmente ad incidere sul necessario accertamento dei fatti che costituisce fondamento del processo penale e della eventuale irrogazione della pena";
che nei giudizi é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, la quale ha concluso per l’infondatezza delle questioni proposte;
che la norma impugnata si porrebbe in contrasto con l’art. 2 Cost., "in quanto di fatto ostativa al libero esercizio dei diritti fondamentali", e con l’art. 24 della medesima Carta, giacchè limiterebbe, di fatto, "il diritto di azione, con regole che rendono estremamente difficile la dimostrazione in giudizio della penale responsabilità dell’imputato, con conseguenti pronunce assolutorie ... e conseguente frustrazione dei diritti delle vittime dei reati";
che violati sarebbero anche il principio di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.) e quello di legalità (art. 25 Cost.), nonchè l’obbligo di motivazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali (art. 111, sesto comma, Cost.), in quanto risulterebbe impossibile, per il giudice, "contemperare logicamente l’esclusione della credibilità del teste che renda in dibattimento dichiarazioni difformi rispetto a quanto dichiarato nelle indagini preliminari, con l’affermazione di una verità processuale sicuramente parziale", cosicchè il giudice finirebbe per essere "costretto ad emanare una decisione conforme alle dichiarazioni ritenute false";
che nel giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo dichiararsi non fondata la questione ed é altresì intervenuta la parte privata, la quale ha concluso per l’inammissibilità o l’infondatezza del quesito di legittimità costituzionale;
che con allegata ordinanza, letta in udienza, é stato dichiarato inammissibile l’intervento della Unione delle Camere Penali Italiane.
che si spiega, dunque, l’esigenza di impedire che l’istituto delle contestazioni - proprio perchè configurato quale veicolo tecnico di utilizzazione processuale di dichiarazioni raccolte prima e al di fuori del contraddittorio - si atteggi alla stregua di meccanismo di acquisizione illimitato ed incondizionato di quelle dichiarazioni; esigenza, questa, che la composita disciplina dettata dall’art. 500 del codice di rito ha soddisfatto con la attuale formulazione, prevedendo, da un lato, un parametro di valutazione oggettivamente circoscritto delle dichiarazioni lette per le contestazioni e, dall’altro, ipotesi di eccezionale utilizzabilità pleno iure, tutte caratterizzate dall’esigenza di permettere la più ampia facoltà di prova, senza però compromettere i principi di cui si é detto;
che, infatti, la stessa Costituzione, nel nuovo testo dell’art. 111, prevede espressamente, fra i casi in cui la legge può stabilire che la prova non abbia luogo in contraddittorio, l’ipotesi in cui quest’ultimo non possa realizzarsi "per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita", stabilendo una disciplina sulla formazione della prova che il legislatore é tenuto a rendere effettiva, senza eccedere dai confini ora costituzionalmente imposti;
che inconsistenti si rivelano altresì le censure relative alla violazione dell’obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, variamente dedotte, ma prevalentemente incentrate sul profilo che la motivazione, per esser tale, "deve essere coerente e priva di vizi logici e non può sopportare quindi regole che impongano di adottare, invece, contraddizioni"; é del tutto evidente, infatti, che i limiti probatori relativi alle dichiarazioni lette per le contestazioni non incidono affatto sulla coerenza intrinseca della motivazione che il giudice é chiamato a svolgere – in positivo o in negativo – sul complesso della deposizione testimoniale, quale risultante all’esito delle contestazioni, e sullo scrutinio in punto di credibilità, posto che, ove così non fosse – ed a portare alle estreme conseguenze il ragionamento dei giudici a quibus – qualsiasi prova non utilizzabile (perchè, ad esempio, assunta contro i divieti previsti dalla legge) comprometterebbe l’obbligo di motivazione, per il sol fatto di essere apparsa "persuasiva" nel foro interno del giudicante;
Ritenuto che nei giudizi promossi con le ordinanze emesse il 12 giugno 2001 dal Tribunale di Napoli (r.o. n. 690 del 2001) e il 29 giugno 2001 dal Tribunale di Ascoli – Piceno – Sezione distaccata di San Benedetto del Tronto (r.o. n. 739 del 2001) ha spiegato atto di intervento l’Unione delle Camere Penali italiane, in persona del suo Presidente pro tempore, deducendo, a sostegno della legittimazione all’intervento medesimo, che l’Unione delle Camere Penali é una associazione senza fini di lucro il cui scopo primario é quello di "promuovere la conoscenza, la diffusione, la concreta realizzazione e la tutela dei valori fondamentali del diritto penale e del giusto ed equo processo penale in una società democratica";
che, pertanto, l’associazione de qua si reputa portatrice ed esponente di un interesse, giuridicamente e processualmente tutelabile, ad intervenire negli anzidetti giudizi, disputandosi della legittimità costituzionale di un sistema normativo "che é stato precipuamente dettato proprio per attuare la riforma della Costituzione in tema di qualità e connotati essenziali della giurisdizione penale".
Considerato che la giurisprudenza di questa Corte é consolidata nell’affermare la inammissibilità, nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale, dell’intervento da parte di soggetti che non siano parte in causa nel giudizio a quo (ex plurimis, ordinanza allegata alla sentenza n. 89 del 2001) e che non siano titolari di un interesse qualificato, suscettibile di essere inciso dalla pronunzia della Corte;