Source: https://www.unoetre.it/lavorosocieta/sindacati/federconsumatori/itemlist/tag/costituzionale.html
Timestamp: 2020-01-26 19:19:31+00:00
Document Index: 59438141

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 92', 'art. 1']

Con Sindaci e Presidenti di Regione per una sicurezza Costituzionale
BATTAGLIA DI CIVILTA’, SIAMO CON SINDACI E PRESIDENTI
“Siamo al fianco dei sindaci e dei presidenti di Regione nella battaglia contro il Dl sicurezza: si tratta di una vera e propria questione di civiltà, attorno alla quale si sta formando un fronte ampio, che va oltre la sinistra tradizionale. E’ un bene, ad esempio, che nel Lazio oltre alla voce del sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, si sia sentito anche il primo cittadino di Pomezia. La strada maestra da perseguire, secondo noi, oltre alla disubbidienza civile che possono portare avanti gli amministratori, è quella del ricorso alla Corte costituzionale: dopo l’annuncio del presidente della Toscana, Enrico Rossi, ci auguriamo che seguano anche altre regioni. Dobbiamo costruire un movimento di resistenza contro un provvedimento razzista, insieme possiamo fermare questa pericolosa deriva”.
Lo dichiarano in una nota:
Riccardo Agostini, coordinatore di Articolo Uno – Mdp Lazio
Gaetano Ambrosiano, coordinatore di articolo Uno - Mdp Frosinone
Prospettive della UE, governo Conte e sovranità costituzionale
Intervista a Vladimiro Giacchè da sinistrainrete.it - Pubblichiamo di seguito un’intervista a Vladimiro Giacchè, economista marxista, a cura di Francesco Valerio della Croce
E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?
Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione.
Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).
E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindi della sovranità costituzionale.
Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)?
ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.
Anatomia della "deforma" costituzionale
di Achille Migliorelli - La riforma costituzionale in "pillole". Credo sia opportuno dedicare questo intervento alla legge n. 52/2015, che, attualmente, disciplina l’elezione della Camera dei deputati. E’ vero che essa non è oggetto del referendum, ma le ragioni che dirò più avanti mi spingono a ritenere essenziale il suo esame. Ciò, per due ordini di motivi: perché considero tale legge come il provvedimento che veramente interessa all’attuale Presidente del Consiglio e, poi, perché il sistema elettorale della Camera dei Deputati, in unione con la revisione delle norme relative alla composizione ed alle funzioni del nuovo Senato, produce il cambiamento della forma di Stato e, nello stesso tempo, crea il presupposto per investire direttamente il premier di poteri, che giudico incompatibili con la centralità del Parlamento. (dopo aver eletto la pagina intitolata "(dopo aver eletto la pagina intitolata "Il Comune" cliccate sul titolino "La convinzione di Renzi e..." per leggere il resto dell'articolo)" cliccate sul titolino "La forma di governo" per leggere il resto dell'articolo)
La convinzione di Renzi e...
Invero, siffatta conclusione poggia sulla convinzione che a Renzi – ed ai due dioscuri Boschi e Verdini – le oligarchie economico-finanziarie abbiano affidato il compito di completare lo stravolgimento dell’assetto costituzionale tramite un intervento sulla residua sovranità popolare, mirato ad orientare “le candidature, gli incarichi, ogni accesso centrale o laterale al sistema politico”.
Una dottrina assai interessante – con la quale concordo – ritiene, infatti, che l’attivismo di Renzi non è stato tanto rivolto al buon governo del Paese quanto a cambiare le regole del gioco. E, tra queste, rientra certamente il concepimento di un sistema elettorale, che crei una situazione funzionale alla gestione “padronale” dell’accesso agli incarichi pubblici. (Quanto accaduto recentemente in materia di nomine RAI e, in precedenza, nell’attribuzione di “prebende” in materia di aziende pubbliche ed in numerose altre manifestazioni di familismo amorale, ne è la riprova.)
E’, perciò, evidente che, per l’esponente più prestigioso del “giglio magico fiorentino”, l’intesa sulle regole del gioco ha reso “servente” e secondaria la modifica stessa della Costituzione. Questo a dimostrazione del fatto che la gestione dell’accesso agli incarichi pubblici, favorita da una determinata legge elettorale, ha assunto la veste di snodo della stagione delle riforme. Ed è tanto vero ciò che i leader di partito – fino a quando non è intervenuta la sentenza di annullamento di alcune parti della legge elettorale vigente, il famoso “Porcellum”, – hanno condotto una “melina” autentica sulla riforma di quel sistema di elezione allo scopo di assicurarsi il controllo delle candidature attraverso lunghe liste bloccate e preconfezionate. Ai premi di maggioranza è toccato di completare l’opera.
Orbene, la sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014 (14 gennaio 2014) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 270 del 2005, essenzialmente perché – violando il principio della sovranità popolare sancito nell’art. 1 Cost. – dava eccessivo valore alla governabilità in danno della rappresentanza. La cennata sentenza era preceduta e seguita, a breve distanza di tempo, da importanti accadimenti quali l’assunzione, da parte di Renzi, della carica di segretario del Partito Democratico (8 dicembre 2013), il “Patto del Nazareno” stretto dallo stesso Renzi con Berlusconi e Verdini (18 gennaio 2014), la conquista renziana di Palazzo Chigi, con la defenestrazione di Enrico Letta. Tali fatti venivano utilizzati dall’allora (ancora) Sindaco di Firenze per dare il massimo impulso al varo della nuova legge elettorale ed al rilancio del progetto di revisione della Costituzione. Il “soccorso” decisivo è maturato proprio nel corso dell’incontro-inciucio di quel memorabile 18 gennaio. Con il “Patto del Nazareno”, infatti, riguardante sia la legge elettorale che la riforma del Senato, vengono portate avanti le scelte che, nel 2005, erano state di Berlusconi e che la Corte Costituzionale e la netta maggioranza del popolo italiano avevano raso al suolo con la sentenza citata e con la sconfitta del Caimano nel referendum del 2006.
L’aspetto più grave della vicenda è che, ora, è il leader del P.D. ad essere individuato come il protagonista della svolta autoritaria.
Nasce così la legge n. 52 del 2015, l’Italicum. Il perno del nuovo sistema elettorale è il premio di maggioranza, e, cioè, proprio il meccanismo censurato dalla Corte.
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Il sistema prevede che alla lista che ottiene almeno il 40 per cento dei voti siano assegnati 340 deputati. Se nessuna lista raggiunge tale percentuale si effettua il ballottaggio tra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio i 340 deputati sono attribuiti alla lista che ha ottenuto più voti. Una vistosa incongruenza è data dal fatto che non è prevista una soglia minima di accesso al ballottaggio, per cui una lista che, al primo turno, abbia riportato almeno il 3 percento dei voti (estremizzando, il 3,0001% dei voti), se vittoriosa, avrà comunque diritto a 340 seggi. Simile previsione altera il “circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto” (Corte costituzionale, sentenza n. 1 del 2014). Ne consegue che: “La mancanza di una soglia di accessibilità in caso di ballottaggio rende poi il sistema potenzialmente ancor più distorsivo di quello della legge Acerbo di fascista memoria (con il 25 per cento dei voti, i due terzi dei seggi) o della legge ‘truffa’ del 1953 (65 per cento dei seggi a chi avesse superato la metà dei voti espressi: un partito con il 20 per cento dei consensi (ma potrebbero anche essere il 3,0001 per cento) può aggiudicarsi 340 seggi.)” (A. Algostino).
Ma le riserve non si fermano qui. Esse investono anche la forma di governo, che scaturisce dalla relazione tra la nuova legge elettorale (l’Italicum) e la riforma del Senato. Ebbene, ho sostenuto reiteratamente, in via primaria e pregiudiziale, che il combinato tra i due testi legislativi realizza la centralizzazione del potere nel Governo (ovvero, nel premier) e che simile scelta è funzionale alla creazione di una “democrazia di investitura” dell’uomo solo al comando. Sono stato vivacemente contestato in ordine a questa convinzione. Ribadisco, ancora una volta, che, per dire un SI o un NO alla conferma della legge di riforma costituzionale, occorre stabilire se è vero o meno che l’attuazione delle due leggi produce il mutamento della forma dello Stato democratico e trasforma la Repubblica da parlamentare a presidenziale.
Che la mia richiesta non sia “peregrina” ed infondata, è comprovato da quanto scrive l’ispiratore dell’Italicum, il Prof. Roberto D’Alimonte. L’illustre suggeritore del trio Renzi-Boschi-Verdini afferma: “L’introduzione di un sistema maggioritario forte come l’Italicum non resterà senza conseguenze sul piano del funzionamento delle istituzioni. L’elemento centrale del nuovo sistema è il ballottaggio, che ne sarà la modalità di funzionamento normale. Solo in casi eccezionali ci sarà un partito o una lista che riusciranno a vincere le elezioni al primo turno raccogliendo il 40% dei voti. Sarà invece molto più frequente il caso in cui le due liste più votate al primo turno si sfideranno al ballottaggio. Questa sfida a livello nazionale mette nelle mani degli elettori l’enorme potere di scegliere chi comanda. Capo del Governo e maggioranza parlamentare saranno decisi da noi al momento del voto e non dai partiti dopo il voto. E sarà una scelta chiara, ben visibile., senza alibi né per gli elettori né per i partiti. Questa è l’essenza dell’Italicum”.
Ora, considerato che, ai sensi dell’art. 2, co. 8, di tale legge “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata coma capo della forza politica”, mi sembra abbastanza pacifico che, così procedendo, l’elezione del Parlamento si trasforma (anche) nell’elezione del Presidente del Consiglio dei Ministri, in contrasto con l’art. 92, co. 2, della Costituzione, che affida al Presidente della Repubblica la sua nomina.
Insomma, l’Italicum sostanzialmente riprende, con quasi perfetta continuità, la legge “Porcata” di Calderoli: tramite il meccanismo dei capilista bloccati e delle candidature plurime ed in forza del gioco delle opzioni, il “60-70 per cento dei deputati risulterà non eletto, ma nominato dai partiti (ovvero dai segretari dei partiti, n.d.r.) attraverso la collocazione a ‘capo della lista” (Zagrebelsky e Pallante). I medesimi Autori fanno, altresì, notare: “L’abnorme premio di maggioranza unitamente alla mancanza di una soglia di accesso al ballottaggio rende l’Italicum chiaramente incompatibile con il principio costituzionale della rappresentatività del Parlamento e con il rispetto della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost.”.
Concludendo: tutte le osservazioni svolte sulla nuova legge elettorale e sulla relazione della stessa con la riforma costituzionale del Senato costituiscono il motivo “dirimente” per esprimere un “NO” forte e chiaro al momento del referendum confermativo d’autunno.
La forma di governoAnatomia della "deforma 2
di Gianpasquale Santomassimo, da ilmanifesto.info - Stiamo uscendo dalla demo­cra­zia par­la­men­tare, ma la cosa sem­bra non inte­res­sare a nes­suno. Anche le oppo­si­zioni, interne ed esterne al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, agi­tano emen­da­menti su que­stioni abba­stanza secon­da­rie, come le pre­fe­renze, ma sem­brano accet­tare il prin­ci­pio di fondo, lo stra­vol­gi­mento della rap­pre­sen­tanza, il con­si­de­rare le ele­zioni come pura e sem­plice inve­sti­tura di un potere asso­luto e senza controllo.
Mi pare che l'opposizione all'Italicum, in Par­la­mento come nel discorso pub­blico, guardi all'albero senza vedere la fore­sta, come si usava dire. L'evidenza è quella di una legge-truffa che dà a un solo par­tito, che rap­pre­sen­terà in ogni caso una mino­ranza rela­tiva sem­pre più esi­gua di fronte al crollo della par­te­ci­pa­zione popo­lare, una con­si­stenza par­la­men­tare spro­po­si­tata, che può con­sen­tire di fare il bello e il cat­tivo tempo, di nomi­nare tutte le cari­che isti­tu­zio­nali, di cor­reg­gere e stra­vol­gere la Costi­tu­zione a colpi di maggioranza.
Distrug­gere insomma la divi­sione e l'equilibrio dei poteri che nell'esperienza repub­bli­cana furono comun­que salvaguardati.
La demo­cra­zia par­la­men­tare è stata rico­no­sciuta, da tutte le cul­ture demo­cra­ti­che, come il qua­dro isti­tu­zio­nale in cui le lotte sociali pote­vano svol­gersi libe­ra­mente e pote­vano otte­nere con­qui­ste dura­ture, in un clima che pur nell'asprezza dello scon­tro poteva garan­tire con­di­vi­sione di prin­cìpi e ascolto di istanze. A mag­gior ragione ciò è stato com­preso dopo le espe­rienze del Nove­cento, e la Costi­tu­zione repub­bli­cana rece­piva il lascito di quella consapevolezza.
Ma in Ita­lia sem­bra essersi smar­rita, nell'ultimo quarto di secolo, la nozione di cosa sia e a cosa debba ser­vire il Par­la­mento: rap­pre­sen­tare fedel­mente il paese, dibat­tere libe­ra­mente, ela­bo­rare e scri­vere le leggi, non votare a comando i decreti del governo.
Si sta per abo­lire il Senato, tra­sfor­mato in un "dopo­la­voro" di con­si­glieri regio­nali. Per­ché non abo­lire anche il Par­la­mento, a que­sto punto? Il con­traente più anziano del Patto del Naza­reno pro­po­neva di far votare sol­tanto i capi­gruppo, col loro pac­chetto di voti, e il ducetto di con­tado che domina que­sta fase ter­mi­nale della demo­cra­zia ita­liana non sem­bra avere idee molto diverse quanto ad auto­no­mia e libertà dell'istituzione parlamentare.
Il par­tito di nota­bili che si appre­sta a que­sto scem­pio del prin­ci­pio costi­tu­zio­nale sem­bra aver rin­ne­gato tutta la sua espe­rienza repub­bli­cana, e sem­bra oscu­ra­mente far rie­mer­gere dal suo lon­ta­nis­simo pas­sato solo l'antica pro­pen­sione alle dit­ta­ture di mino­ranza, dove il segre­ta­rio di par­tito coman­dava su tutto (ma almeno si aveva il buon gusto di dif­fe­ren­ziare la carica di primo ministro).
Andiamo verso tempi duris­simi, ancor più oscuri di quelli che abbiamo vis­suto recen­te­mente, nei quali sarebbe fon­da­men­tale avere isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive che rispec­chino real­mente e fedel­mente la società, pur nella sua fram­men­ta­zione a volte cao­tica. Si pro­cede invece verso la nega­zione di ogni forma di lim­pida rap­pre­sen­tanza, verso l'instaurazione di un rigi­dis­simo prin­ci­pio oli­gar­chico, che nega alla radice qua­lun­que inter­lo­cu­zione con la società.
Tutto que­sto è dram­ma­ti­ca­mente peri­co­loso, è una china che andrebbe arre­stata in qua­lun­que modo, prima che sia troppo tardi. Biso­gna che qual­cuno, anche tra i "corpi inter­medi" così vili­pesi e umi­liati, cominci a met­tere in dub­bio la stessa legit­ti­mità di un potere mino­ri­ta­rio che vuole spa­dro­neg­giare col sopruso, a con­te­stare il deli­rio di onni­po­tenza di un'accozzaglia di par­la­men­tari eletti con una legge inco­sti­tu­zio­nale e che pre­tende di riscri­vere a suo pia­ci­mento la Costituzione.