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Timestamp: 2017-09-23 14:25:59+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 94', 'sentenza ', 'art. 71', 'art. 39', 'art 39', 'art. 39', 'art. 39', 'sentenza ']

Il referendum costituzionale spiegato a Stefano Ceccanti | macosamidicimai
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Posted on 28 agosto 2016 by macosamidicimai
Il legislatore, consapevole del proprio deficit di legittimazione politica, avrebbe potuto procedere con distinti progetti di revisione e probabilmente qualcuno sarebbe passato con la maggioranza dei due terzi.
Per esempio, distinti progetti per: soppressione del CNEL, cancellazione delle province dalla Costituzione, riduzione del numero dei parlamentari, l’art. 94 e il rapporto fiduciario con il governo, revisione del Titolo V, l’elezione e le funzioni del senato …
Il legislatore è stato imprudente; adesso non scarichi la propria irresponsabilità sugli elettori!
Quanto alla supposta delegittimazione delle Camere in caso di vittoria del NO, siamo al grottesco.
Le Camere sono già delegittimate politicamente dal metodo con cui sono state elette. I parlamentari non rappresentano il popolo ma i partiti che hanno coartato la libertà degli elettori nella determinazione dei propri rappresentanti. I gruppi parlamentari sono alterati nella propria consistenza da premi elettorali incostituzionali. Ricorda Ceccanti la sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale?
Non solo abbiamo parlamentari che sono stati nominati dai partiti, ma un parlamentare su quattro è oggi in un partito diverso da quello in cui è stato candidato, ma l’elettore non ha votato lui ha votato la lista in cui era candidato. Chi rappresenta Alfano e i suoi del NCD che non hanno preso alcun voto nel 2013? E chi rappresenta Verdini e i suoi?
Questa situazione avrebbe dovuto imporre prudenza e responsabilità, se avessimo un parlamento abitato da persone che hanno cognizione della propria funzione pubblica; purtroppo, in gran parte non è così!
Ceccanti evoca il problema della “governabilità” e invita il M5S a riflettere su cosa farebbe se vincesse alla Camera grazie all’Italicum e si trovasse nella impossibilità di governare perché al Senato si voterebbe con il Consultellum (vale a dire con un proporzionale con alte soglie di ingresso).
Questo problema si verificherebbe, con modalità differenti, anche a riforma approvata perché se il M5S vincesse alla Camera si troverebbe al Senato con una decina di senatori. Come potrebbe procedere con l’attuazione della riforma e nelle altre materie che richiedono un iter legislativo bicamerale? Sarebbe il M5S al Senato nelle mani delle opposizioni in materia di UE, di leggi attuative della Costituzione, di ordinamento e funzioni di Comuni e città metropolitane … A ogni necessario passaggio bicamerale il M5S sarebbe nelle mani delle straripanti opposizioni e non dimentichiamo che ogni senatore conserva (art. 71, comma primo) la piena iniziativa delle leggi, con la possibilità di impegnare la Camera nella deliberazione entro sei mesi. Ci potrebbe essere persino un ingorgo legislativo, nel caso il Senato assumesse un ruolo ostile nei confronti della Camera. Pensate che cdx e csx lascerebbero governare tranquillamente il M5S?
Inoltre, non possiamo dare per scontato che l’Italicum superi l’esame della Corte Costituzionale; quindi, Ceccanti invita a valutare lo scenario del dopo referendum tacendo su una importante variante che potrebbe modificare tutte le sue supposizioni: che succede se passa la riforma costituzionale e l’italicum è bocciato?
Ancora. E’ stata una scelta di questa maggioranza colorita a creare le attuali condizioni, indicate da Ceccanti, approvando una nuova legge elettorale per la Camera dando per scontato il successo della riforma costituzionale. Le preoccupazioni di Ceccanti ricadono tutte sul pressapochismo di questa maggioranza: se la riforma dovesse essere respinta avremo la necessità di mettere mano alla legge elettorale per il Senato per renderla omogenea con quella della Camera, dopo l’esito della Corte Costituzionale. Questo è un primo passaggio chiarissimo a tutti i sostenitori del NO.
La riflessione di Ceccanti dimostra l’insofferenza per il parlamentarismo; insofferenza che si concretizza nel “scegliamo chi deve governare e gli altri in panchina”.
Pensiero che ha una sua dignità, ma che fa a pugni con il sistema parlamentare e con la Costituzione, anche riformata.
In ogni sistema parlamentare tutti i giocatori che si candidano sanno benissimo che potrebbe non uscire dal voto una maggioranza che consenta a un solo partito di poter governare. Se i giocatori di ciascun partito fanno affidamento sull’essere autosufficienti per la maggioranza, significa che non sono all’altezza del gioco.
Non è la legge elettorale a essere inadeguata, inadeguate sono le persone che si candidano alla guida del Paese senza accettarne le regole.
Nascondersi dietro un supposto problema di governabilità significa affermare l’impossibilità di procedere democraticamente alla formazione di un Governo perché il risultato elettorale sarebbe sbagliato, inidoneo o inefficace.
Non c’è dubbio che le leggi elettorali del passato e quelle del presente, in caso di bocciatura della riforma costituzionale, rendono possibile l’assenza di una maggioranza assoluta predeterminata dal voto, ma questa è la norma di ogni sistema parlamentare che si basa, appunto, sulla dialettica parlamentare e sul confronto tra le forze politiche, i cui eletti, tutti insieme e ciascuno individualmente, rappresentano la Nazione. Spetta al Parlamento il compito di trovare una soluzione per il “governo“, con i numeri e la geografia politica che il voto e la legge elettorale determinano. Per Costituzione e per volontà dei Costituenti spetta ai parlamentari trovare la soluzione che c’è sempre, all’unica condizione che le parti in causa siano disposte ciascuna a rinunciare a qualcosa nell’interesse della Nazione, perché nessuna parte può arrogarsi il diritto di essere l’unica interprete dell’interesse nazionale.
La situazione in cui ci siamo trovati dopo le elezioni del 2013 non si risolve con una legge elettorale che assegni con certezza la maggioranza assoluta a un partito, ricorrendo a un meccanismo premiale.
Il nostro sistema costituzionale, anche riformato, non prevede che dalle elezioni esca un vincitore perché sarebbe la negazione di una democrazia rappresentativa a centralità parlamentare. Non a caso una cosa simile non è prevista dai sistemi parlamentari.
Il popolo sovrano elegge dei rappresentanti i quali formano una maggioranza che sostiene il Governo.
Se questo non piace, allora si opti per l’elezione diretta del premier, con gli adeguati contrappesi e poteri di garanzia. Ogni altra soluzione è solo un pasticcio che genererà nuovi problemi senza risolverne nessuno.
Con l’italicum e la riforma costituzionale si procede surrettiziamente al passaggio da una democrazia parlamentare a un sistema a elezione diretta del partito di governo. Formalmente si vota per rispondere alla domanda “chi volete che vi rappresenti in Parlamento?”, nella realtà la domanda è “quale partito volete che vi governi?”.
Scrive Ceccanti: “lo schieramento del sì – in caso di proprio successo – immagina di proseguire almeno per un po’ la legislatura per la gestione degli adempimenti più stringenti della riforma, a cominciare da una legge elettorale per il Senato che sostituisca la norma transitoria, dando così anche il tempo per una riarticolazione del sistema politico.”
L’art. 39 del DDL Boschi prevede che la legge per l’elezione del Senato dovrà essere scritta nella prossima legislatura.
Nell’art 39 del DDL Boschi è stabilito che la nuova camera, eletta dopo l’entrata in vigore della riforma, e il nuovo Senato, eletto con le norme transitorie, approvino la legge per il Senato. E’ espressamente escluso che ad approvare la legge per l’elezione del nuovo Senato possa essere il Parlamento in essere alla data di entrata in vigore di questa riforma costituzionale. Lo si desume senza ombra di dubbio dalla combinazione delle disposizioni del comma 6 e 4 dell’art. 39 del DDL approvato.
Evidentemente, il fronte del SI ha poche idee ben confuse.
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