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Il caso "Vividown". Il Provider non è responsabile
Il caso “Vividown”. Il Provider non è responsabile
6 Novembre 2010 | Autore: Angelo Greco
> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Novembre 2010
Il noto caso del ragazzo down, il cui video è stato caricato su YouTube, ha aperto il problema della responsabilità dell’Internet Service Provider: l’intermediario, che la Comunità Europea ha riconosciuto a più riprese non responsabile per le condotte poste dai propri utenti, nelle nostre aule giudiziarie, tuttavia, subisce una diversa sorte.
Questo verrà ricordato come l’anno dei casi giudiziari che hanno cambiato Internet. E, nel bene o nel male, tutte le pronunce sono uscite da Tribunali italiani, tant’è che qualcuno ha parlato di “Caso Italia”. Bastino gli esempi, già trattati, della sentenza del giudice di Firenze che ha oscurato un blog contenente post anonimi; o il caso Mediaset contro YouTube; o ancora il caso di ‘The Pirate Bay’ e dell’inibitoria dei siti pirata.
Allo stesso modo, la sentenza di cui si dirà appresso, ha fatto il giro del mondo, destando non poche preoccupazioni.
2006. Alcuni ragazzi hanno picchiato, tra i banchi di scuola, un compagno affetto da sindrome di Down e, dopo aver filmato l’accaduto, hanno caricato il file su YouTube.
La scoperta del video, da parte dei genitori del minore, è avvenuta un mese dopo l’accaduto. Lo sdegno, la rabbia: la richiesta, inoltrata tramite i legali, di cancellazione del video, l’immediata rimozione del file da parte di Google [1] e le scuse ufficiali. Tutto ciò non è bastato a placare il risentimento. E la questione è finita in Tribunale, con un’azione promossa dai genitori del ragazzo nei confronti di tre dirigenti (all’epoca dei fatti) di Big G: David Carl Drummond (ex Presidente del CdA di Google Italia), George Reyes (ex membro del CdA di Google Italia) e Peter Fleischer (responsabile delle strategie del gruppo).
Arriva, così, la sentenza del giudice di Milano che condanna a sei mesi di reclusione, con sospensione della pena, per violazione della privacy, i tre imputati. Le motivazioni della decisione devono ancora essere pubblicate [2] e la sentenza, peraltro è stata già appellata da Google: per cui è d’obbligo parlare al condizionale. In ogni caso, quando uscirà il provvedimento, potremo fare un’analisi più precisa.
Il caso Vividown [3] è tanto importante quanto si consideri che la pronuncia del giudice milanese, prima nel suo genere, va contro tutti i principi stabiliti dalla Comunità Europea [4] e dai Tribunali americani [5], principi secondo cui l’Internet Service Provider non è responsabile dei contenuti da esso ospitati. In altre parole, la cosiddetta neutralità dell’intermediario – dogma che ormai era dato per scontato in tutti gli ordinamenti – è stata calpestata in un sol giorno. Un po’ come condannare il gestore di telefonia per l’uso improprio che qualcuno fa del telefono.
Se, da un lato, un principio [6] del nostro codice civile stabilisce la responsabilità oggettiva [7] per i danni provocati dalle cose in custodia, dall’altro la norma è di fatto inapplicabile ad internet, per via delle dimensioni che la rete ha assunto e dell’impossibilità di un controllo continuo e capillare. Peraltro, nel caso di specie, la questione è ancora più grave perché si vuol imputare non già una responsabilità civile, bensì penale che, per sua natura, non può mai essere oggettiva.
Se così dovessero restare le cose e ciascuno dovesse essere ritenuto oggettivamente responsabile per ciò che gli altri scrivono o fanno sul proprio sito, nessuno aprirebbe più alcun portale. Si immagini per es. Facebook, YouTube, Myspace, Twitter, Blogger, Loudvision, le migliaia di blog, per finire ai quotidiani on line che danno la possibilità agli utenti di commentare le notizie. Chiunque possiede, sul proprio sito, delle sezioni generate dagli utenti, si dovrebbe preoccupare.
Delle due, allora, l’una: o il principio, pur nella sua obiettiva equità, verrà disapplicato al web, oppure internet, così come lo conosciamo, chiuderà ben presto.
Nell’attesa di conoscere le motivazioni del Tribunale di Milano, al momento è possibile tracciare due diverse direzioni.
Se la sentenza affermerà la responsabilità dei dirigenti sol perché non hanno vigilato ed esercitato un attento controllo su ogni singolo contenuto caricato sulla piattaforma (sia esso un testo, una foto, un file o quant’altro), è molto verosimile che nessuno offrirà più la possibilità agli utenti di commentare o di relazionarsi con strutture interattive di siti. Si tratta, infatti, di un’attività impossibile per qualsiasi gestore di piattaforma, per quanto organizzato possa essere.
Secondo l’avvocato difensore dei dirigenti di Google, sarebbe invece passata solo la tesi della lesione della privacy non autorizzata. In parole povere, Google sarebbe responsabile solo perché il video è stato caricato senza il consenso dell’avente diritto.
In questa seconda, e meno infausta, ipotesi, Big G e qualsiasi altro portale potrebbero esonerarsi dalla responsabilità, per ogni contenuto illecito caricato dagli utenti, sol con un semplice disclaimer [8] e con la previa autorizzazione (nel caso di dati sensibili) del Garante della Privacy. E’ una soluzione formalistica che salva capra e cavoli, ma che ovviamente, e come spesso succede, tenta di trovare un parafulmine
ad una situazione di difficile gestione pratica.
Tuttavia, anche in questo secondo caso, l’individuazione dei dati sensibili non è sempre agevole e, comunque, richiederebbe un previo vaglio di tutti i contenuti uploadati.
La sentenza ha già suscitato lo sdegno del popolo della rete e di quanti da sempre stigmatizzano l’ignoranza degli attuali tribunali ogni volta che sono chiamati a giudicare i fenomeni del web. Lo stesso ambasciatore statunitense in Italia ha detto “Siamo negativamente colpiti” e, riportandosi ai recenti discorsi di Obama e di Hilary Clinton sulla libertà in rete, ha precisato: “Non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet Service Provider (…). Il principio fondamentale della libertà di internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore”.
Tra i commenti del mondo politico, invece, spicca quello di Gasparri che, in controtendenza, ha commentato quella che secondo lui è “una sentenza esemplare”. “La dignità della persona – ha continuato il politico – è stata calpestata evidentemente per incuria e Google non ha vigilato e collaborato per rimuovere in modo tempestivo contenuti violenti”, evidentemente ignorando che la cancellazione del video è intervenuta dopo poche ore dalla segnalazione.
La direzione di Google, invece, continua a sostenere l’estraneità dei tre dirigenti, i quali non hanno certamente né picchiato il compagno di classe, né hanno girato il video incriminato, né lo hanno caricato su Youtube.
L’Italia, di fatto, sta andando contro la disciplina europea che regola le comunicazioni sul web e che stabilisce espressamente l’assenza di responsabilità dell’intermediario.
[1] Titolare, appunto, di YouTube.
[2] Il provvedimento completo, con le motivazioni che hanno portato alla decisione, si conoscerà tra non oltre sei mesi.
[3] Così battezzato dal nome dell’Associazione di tutela dei down, costituitasi parte civile nel processo.
[4] La Direttiva Europea sul commercio elettronico.
[5] Vi avevamo raccontato di come una Corte americana abbia ritenuto insussistente, in capo al titolare di un portale, qualsiasi tipo di responsabilità oggettiva, per condotte illecite poste dagli utenti del servizio medesimo.
[6] Art. 2051 cod. civ.
[7] Quindi, a prescindere dal dolo o dalla colpa, il soggetto è responsabile anche per il fatto altrui e anche se non ha voluto il fatto.
[8] Un avviso, rivolto a chi carica il file, che gli ricordi la necessità di raccogliere preventivamente il consenso dell’avente diritto.