Source: http://www.giovaniemissione.it/pacennmani/amnestybrazil.htm
Timestamp: 2018-06-19 13:57:56+00:00
Document Index: 122405064

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 101', 'sentenza ', 'art. 101', 'art. 99', 'art. 112', 'art. 127']

Rapporto di Amnesty International sul carcere minorile di San Paolo
UNA DISCARICA DI VITE
FEBEM JUVENILE DETENTION CENTRES, SAO PAULO
Una crisi dei diritti umani, non un questione di pubblica sicurezza
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Un esperto internazionale sulle condizioni nei carceri, invitato ad accompagnare in Brasile una delegazione di Amnesty International nell’ottobre del 1999, scrisse nella sua relazione a proposito del centro di detenzione giovanile di Sao Paolo: “Dovrei dire molto chiaramente che non ho mai visto dei bambini tenuti in condizioni così raccapriccianti…Secondo il mio punto di vista quel luogo dovrebbe essere chiuso.” Pochi giorni dopo, il 24 di ottobre, scoppiò una rivolta che scosse perfino quelli più insensibili alle torture nel centro di detenzione giovanile di San Paolo, la Fondazione per il Benessere dei Minori1, FEBEM. Diciotto ore più tardi, quattro ragazzi morirono, 58 persone vennero ferite, compresi 29 membri dello staff FEBEM, dozzine di ragazzi scapparono ed il complesso fu interamente distrutto.
Il FEBEM è stato argomento di critica per decenni. Migliaia di adolescenti2 sono passati tra le unità di detenzione del FEBEM, da quando la fondazione è stata fondata nel 1976. Durante questi anni Amnesty International ha ricevuto denuncie di torture, di maltrattamenti, e di crudeli, inumane e degradanti condizioni di detenzione su centinaia di adolescenti. Un numero imprecisato di ragazzi sono morti in circostanze violente perché il governo di San Paolo non è riuscito a proteggerli.
Nel decennio che ha seguito la tanto attesa pubblicazione dello Statuto del Bambino e dell’Adolescente del Brasile, l’ECA3, i pubblici ministeri, le associazioni di base, le commissioni parlamentari di inchiesta, i consigli di stato sui diritti umani, i consigli di guardia, le unioni dello staff del FEBEM e le organizzazioni per i diritti umani hanno consegnato alle autorità di San Paolo rapporti dettagliati, denunciando le condizioni inumani e degradanti presenti nelle unità di detenzione del FEBEM.
Tutti hanno provveduto a formulare delle raccomandazioni dettagliate con lo scopo di porre fine a decenni di violenza, rivolte a fughe e di adeguare tali metodi di detenzione repressivi e datati alla Costituzione del Brasile ed alla legislazione riguardante bambini ed adolescenti.
Le autorità di San Paolo hanno costantemente evitato di adempiere i loro obblighi e di adeguare il sistema di detenzione giovanile in linea con le leggi, abbandonando sia i detenuti che lo staff del FEBEM a lottare in situazioni di violenza e caos.
In settembre e ottobre del 1999, il FEBEM ha sperimentato la peggiore crisi della sua storia. Una serie di rivolte provocate da un sovraffollamento di quasi cinque volte la capacità della struttura e da torture e trattamenti curativi, è culminato il 24 ottobre con la presa in ostaggio e l’assalto dei guardiani (monitores) e con l’uccisione di quattro detenuti. Come risultato della violenza senza precedenti e della distruzione del complesso causata dai ribelli, il governo di San Paolo ha attuato una serie di trasferimenti per un largo numero di adolescenti in prigioni per adulti ed in unità FEBEM costruite frettolosamente ed inappropriatemente. Amnesty International ha ricevuto denuncie di torture e di trattamenti curativi subiti da molti adolescenti per opera della polizia, delle guardie carcerarie e dei guardiani (monitores).
Amnesty International ha visitato diversi centri di detenzione giovanile in tutto il Brasile ed ha intervistato membri del governo, avvocati, giudici, staff dei centri di detenzione, commissioni per i diritti umani e organizzazioni non governative. Una delegazione di Amnesty Internazionale ha visitato il complesso FEBES di Imigrantes nel marzo 1998 e nell’ottobre del 1999, poco prima della ribellione più importante. In quest’ultima occasione la delegazione fu accompagnata da un esperto delegato – Dr. Roy King, Professore di Criminologia all’Università del Galles.
Il rapporto di Amnesty International pubblicato nel giugno del 1999, “Nessuno qui può dormire sicuro” – Violazioni dei diritti umani dei detenuti, AI Index AMR 19/09/99, fornisce una vista d’insieme sulle violazioni dei diritti umani sia degli adulti che dei giovani in tutto il Brasile e delle carenze strutturali che le perpetuano. Questo documento offre uno sguardo da vicino all’attuale crisi nei centri di detenzione di San Paolo ed esamina le mancanze del FEBEM e del governo di San Paolo nel prevenire la crisi, nonostante ci fossero evidenze sull’illegalità e l’insostenibilità del sistema. Ciò fa riferimento ai due complessi di detenzione giovanile della capitale San Paolo, Imigrantes e Tatuapè, nel quale la crisi iniziò; essi figuravano tra i centri nei quali gli adolescenti vennero stati trasferiti a partire dall’ottobre 1999.
Fino ad ora le autorità di San Paolo non sono state capaci di tenere la crisi sotto controllo.
Piuttosto che riconoscere e gestire le violazioni dei diritti umani alla base della spirale di violenza e distruzione nelle unità FEBEM, le autorità hanno sfruttato il contesto della legittimazione della violenza e del crimine in ambito pubblico ed hanno caratterizzato le crisi semplicemente come una questione di pubblica sicurezza.
I provvedimenti adottati dalle autorità nei confronti del circolo vizioso di torture e ribellionisi sono concentrati quasi interamente sul contenimento dei detenuti in prigioni di massima sicurezza.
Il pubblico ministero, responsabile dell’applicazione dell’ECA, ha presentato due azioni civili e nove petizioni contro il FEBEM ed il governo di San Paolo, denunciando la non legalità delle strutture nelle quali vennero trasferiti gli adolescenti ed i continui fallimenti nel garantire i diritti umani basilari e le condizioni socio-educative stipulate dall’ECA. Per ognuno di questi casi la Corte Giovanile in qualità di corte concedente, ha obbligato le autorità a rispettare l’ECA. FEBEM e governo di San Paolo sono andati in appello e nella prima azione civile la Corte Statale di Appello ha sospeso la decisione della Corte Giovanile. Amnesty International, dal canto suo, ritiene che la Corte Statale d’Appello, sostenendo l’argomentazione del governo secondo il quale il fatto è semplicemente ascrivibile ad una questione di pubblica sicurezza, sia complice nel permettere la perpetuazione di gravi violazioni dei diritti umani su un gran numero di ragazzi. Non è chiaro quali standards vengano applicati dalla Corte Statale d’Appello nel raggirare i regolamenti della corte inferiore basati su dettagliate petizioni che invocano la Costituzione Brasiliana, la legislazione nazionale e gli standards internazionali sui diritti umani.
Nel novembre del 1999 il governo di San Paolo lanciò un pacchetto di ristrutturazione per il FEBEM. Tuttavia i trasferimenti attuali ed i commenti dei media sono in contraddizione con la politica ufficiale. Le dichiarazioni del governo hanno provato a spostare il dramma su tutti e nessuno, accusando pubblicamente i giudici, gli attivisti sui diritti umani e lo staff del FEBEM per le crisi; inoltre, il governo ha cercato di infangare i pubblici ministeri ed i difensori dei diritti umani accusandoli di incitare alla riot i membri del FEBEM. Amnesty International è particolarmente convinta che questa diffamante campagna aumenti il rischio per i difensori dei diritti umani, alcuni dei quali sono già stati oggetto di intimidazioni e omicidi.
La crisi di San Paolo mette in luce il fallimento in tutto il Brasile nell’applicazione degli standards brasiliani ed internazionali sul benessere dei bambini nelle strutture di detenzione. Negli ultimi anni Amnesty International ha documentato violazioni routinarie dei diritti umani contro i detenuti in diversi stati del paese.
1. LA DETENZIONE GIOVANILE IN BRASILE
Lo Statuto dei Bambini e degli Adolescenti, ECA, pubblicato 10 anni fa4, approva gli articoli 227 e 228 della Costituzione ed allinea la legislazione Brasiliana sui bambini a quella internazionale5. La sua premessa fondamentale e che gli adolescenti sono in un’età di sviluppo della persona e che quando violano le leggi, meritino una particolare attenzione con lo scopo di farli rientrare nella società. I giovani delinquenti sono definiti dall’ECA come bambini compresi tra i 12 ed i 17 anni che abbiano commesso qualsiasi atto criminale secondo il codice penale degli adulti. I bambini non vengono sottoposti ad una sentenza criminale, ma piuttosto ad uno dei tipi di provvedimenti correttivi socio-educativi: ammonimenti, riparazione dei danni, servizi in comunità, sospensione condizionale della pena, rilascio giornaliero e detenzione.
L’ECA è molto chiaro nel dichiarare che le autorità debbano evitare di privare i bambini della loro libertà, a meno che non vi siano appropriate alternative. Tuttavia, alla luce dei fatti e a parità di crimine, i giovani delinquenti brasiliani hanno una probabilità più alta degli adulti di essere sottoposti a custodia cautelare. Inoltre, i giovani rinchiusi per la prima volta hanno una probabilità più alta degli adulti di essere detenuti durante il periodo di attesa della decisione della corte. I bambini possono essere detenuti solo provvisoriamente in attesa per 45 giorni di un colloquio con la Corte, ma tale limito viene spesso oltrepassato. I detenuti provvisori dovrebbero essere separati da quelli che hanno subito una sentenza, ma questo accade raramente. L’ECA richiede inoltre che i bambini detenuti debbano essere raggruppati a seconda dell’età, della serietà del crimine o dello stato di accusa. Questa richiesta è solitamente ignorata.
Per garantire ai detenuti i diritti umani minimi quali condizioni di vita adeguate e cure mediche, la legislazione prevede che essi vengano trattati individualmente onde favorire la loro riabilitazione ed il loro rientro nella società civile. Ciò deve includere anche un’educazione di base ed una preparazione al mondo del lavoro.
Il bambino dovrebbe essere detenuto nello stesso luogo dove vive la sua famiglia, o più vicino possibile ad essa.
L’ECA è una parte di legislazione controversa considerata da molti brasiliani come promotrice di delinquenza in quanto troppo clemente nei confronti dei giovani criminali. Il Brasile soffre di un alto e apparentemente crescente livello di crimini violenti. La paura di crimini violenti è una questione importante per molti brasiliani e, di conseguenza, c’è una generalizzata tolleranza nei confronti delle violazioni dei diritti umani contro chi è sospettato di tali atti. Le torture ed i maltrattamenti e perfino le uccisioni di sospetti criminali sono spesso visti dalle autorità e da taluni media come un male necessario6. I detenuti del FEBEM sono visti dalla gente comune come criminali violenti pericolosi per la società. In realtà, meno del 10% dei giovani detenuti ha commesso crimini come omicidi o violenze carnali. La grande maggioranza è stata accusata di rapina. Il 60% sono neo-detenuti.
Nello stato di San Paolo la responsabilità per la pianificazione e l’esecuzione di programmi di detenzione per giovani detenuti è delegata all’entità governativa FEBEM, in quanto previsto dalla Legge 185 del 1973 e dal decreto 8777 del 1976. Il Segretariato per l’Assistenza allo Sviluppo Sociale è responsabile della supervisione del FEBEM. Questo, attualmente, è responsabile di circa 4000 adolescenti sotto detenzione nello Stato di San Paolo.
Dalla crisi dell’ottobre del 1999, il FEBEM ed il governo di San Paolo hanno ripetutamente cercato di caratterizzare i giovani delinquenti detenuti a Tatuapè e Imigrantes come violenti e pericolosi. Tuttavia il Direttore di Imigrantes disse nel settembre 1999 alla commissione sub-parlamentare che la grande maggioranza (70%) degli adolescenti erano in grado di riabilitarsi – ipotesi confermata dal Direttore di Tatuapè – e che il 25% presentava invece difficoltà in tal senso. Sempre secondo il Direttore, il 5% mostrava segni di sofferenza da malattia mentale. La detenzione di bambini con malattie mentali in strutture carcerarie è strettamente proibita dall’ECA.
LA DETENZIONE GIOVANILE IN ALTRI STATI BRASILIANI
Lo Stato di San Paolo non è il solo a violare i diritti umani dei giovani delinquenti.
Amnesty International ha documentato serie violazioni in diversi altri stati.
Nello stato di Rio de Janeiro i ragazzi sono rinchiusi in centri sovraffollati, non esercitano alcuna attività e vengono bastonati dai sorveglianti. In questi centri viene adottato un rigido insieme di regole: i ragazzi vengono riconosciuti per numero e non per nome; devono camminare con le mani dietro alla schiena e, quando gli viene ordinato, devono mettersi in fila in ordine di età. Un ragazzo intervistato da AI ha dichiarato di essere stato portato dai sorveglianti in una stanza e di essere stato picchiato alla testa ed allo stomaco perché apparentemente aveva concesso ad un ragazzo più giovane di lui di precederlo nella fila. Recentemente le organizzazioni per i diritti umani non hanno avuto accesso alle strutture di detenzione.
Una delegazione internazionale di Amnesty International mentre stava visitando il Centro di detenzione giovanile Senatore Raimundo Parente a Manaus-Amazzonia, vide cinque ragazzi uscire da una cella di punizione accompagnati dallo staff. La maggior parte dei ragazzi intervistati si lamentò di essere stata rinchiusa in queste celle vari giorni alla volta; in ogni cella c’erano fino a 6 ragazzi senza nessun materasso. I ragazzi inoltre, hanno descritto le punizioni in questo modo: venivano colpiti alla testa e poi, dovevano levarsi la maglietta, correre e buttarsi per terra.
Diversi tra loro hanno raccontato alla delegazione di essere stati trattenuti dalla polizia per un tempo superiore al limite legale di 24 ore e di essere stati bastonati; i segni di tali maltrattamenti non venivano in seguito riconosciuti al momento del trasferimento presso stazioni speciali di polizia.
Il centro di detenzione giovanile di Cariacica, Espìrìto Santo, non è stato dotato di sufficiente personale ed il giorno della visita di Amnesry International i ragazzi erano rinchiusi tutto il giorno in cella in quanto c’era una sola persona dello staff di servizio. Le celle apparivano umide, sporche e non dipinte; molte non disponevano di acqua e di elettricità; gli scarichi erano intasati. I ragazzi erano stipati in cinque in una cella con un buco centrale come toilette. Nella maggior parte dei casi essi presentavano problemi alla pelle; alcuni soffrivano di dengue (un tipo di malattia simile alla malaria, ndt) e febbre.
Quando Amnesty International si recò presso il centro di Paratibi-Pernambuco trovò a gestirlo uno staff composto da polizia militare, guardie di sicurezza private e dipendenti di un’organizzazione per il benessere dei bambini. Alcuni ragazzi si lamentavano dei maltrattamenti subiti dal direttore (un capitano della polizia militare) e dalle guardie private le quali, secondo i racconti, li picchiavano con bastoni.
Ufficialmente il governo si sta impegnando in un programma di decentramento dei grossi centri giovanili di detenzione verso strutture più contenute diffuse in tutto il paese.
Nel 1992 nello stato di San Paolo fu codificata la richiesta legale di detenere gli adolescenti in piccole strutture, tramite il decreto 34785 datato aprile, che impegna le autorità in questo processo di decentramento. Eppure, al tempo della crisi dell’ottobre 1999, tale ammodernamento non decollava. Il governo si lamentava che le municipalità erano riluttanti nei confronti dei giovani criminali e che, su 12 centri progettati, solo uno era stato a quel tempo edificato. Nel novembre 1999, come reazione alla sommossa di Imigrantes, il governo di San Paolo lanciò un programma di ristrutturazione per il FEBEM, dedicando 85 milioni di Reais (circa 50 milioni di dollari) nella ristrutturazione di edifici e nella costruzione di nuove unità. Attualmente in San Paolo, tra ristrutturazioni e nuove costruzioni, ci sono 22 progetti in corso. Lo stato provvederà in seguito a ridistribuire i 4000 giovani detenuti.
Oltre a ciò, sono state aperte duecento inchieste interne su asserzioni di maltrattamenti e con il licenziamento di venti guardie. Altri 670 membri del FEBEM sono stati allontanati negli ultimi dodici mesi per altri motivi, mentre nuovo personale sta per essere assunto ed educato.
Nel giugno del 2000 il Segretariato ha aperto anche un dipartimento per i reclami, anche se non è chiaro al momento quale sia il suo ruolo e la sua indipendenza.
In pratica le azioni ed i commenti del governo di San Paolo sembrano essere in contraddizione con la sua politica ufficiale. Le due unità recentemente aperte, Parelheiros e Franco da Rocha, sono grandi complessi di massima sicurezza – parecchio diversi da quanto promesso- e gli adolescenti vi sono stati trasferiti senza prima averli dotati di infrastrutture per i fabbisogni base e per attivare le misure socio educative previste dall’ECA. Dozzine di adolescenti hanno subito anche torture e maltrattamenti durante i trasferimenti. Amnesty International sostiene che i direttori assegnati a Franco da Rocha, Parelheiros e Pinheiros sono sospettati dagli adolescenti di aver partecipato ai maltrattamenti.
Il programma di rinnovamento ed ampliamento ha sollevato inoltre questioni riguardanti il possibile abuso di fondi pubblici durante la scorporazione di alcuni servizi del FEBEM. Un dipartimento del Servizio di Pubblica Accusa sta attualmente indagando in proposito. La rapidità con la quale i ragazzi hanno smantellato il centro da poco chiamato Franco da Rocha ha sollevato seri dubbi sulla qualità e sul progetto dello stabile in questione.
Gli avvocati-giuristi dell’infanzia hanno richiesto un ampliamento degli investimenti per i progetti che consentirebbero alle corti di applicare sentenze non cautelari. Al momento le misure non cautelari e quelle socio-educative tracciate dall’ECA non sono finanziate a sufficienza. Basti pensare che novanta adolescenti in libertà vigilata avranno a disposizione un solo incaricato che li segua.
2. UNA CULTURA DI VIOLENZA E DI UMILIAZIONE
In assenza di una adeguata preparazione e di un supporto allo staff del FEBEM, la cultura predominante è quella della tortura, dei maltrattamenti e delle punizioni arbitrarie praticate dalle guardie. La mancanza di formazione è cronica; inoltre il personale è sottodimensionato rispetto al numero dei detenuti. Quelli che sono stati presi in ostaggio dai detenuti o che sono stati attaccati dagli stessi, hanno fatto ritorno nelle stesse unità nel giro di alcuni giorni senza ricevere nessuna formazione e nessun supporto dal FEBEM. Alcune guardie sono state ferite gravemente durante le rivolte. Amnesty International non è al corrente di guardie perite per opera dei carcerati.
Non esistono regole chiare e regolamenti né per le guardie né per i reclusi. Le punizioni sono arbitrarie e spesso assegnate deliberatamente per umiliare. Quelle collettive sono molto comuni – se un ragazzo disattende una regola, molti sono quelli uniti. Ciò causa conflitti tra gli adolescenti: chi sgarra può venire attaccato dagli altri.
Le punizioni includono: confisca degli spazzolini da denti (spesso è l’unico effetto personale del detenuto ed e legato intorno al collo con una corda); faccia al muro con le mani dietro al collo per un tempo che può raggiungere il giorno intero; fronte al muro, mani dietro al sedere e piedi un metro distanti, talvolta per diverse ore – una posizione che causa disfunzioni e vertigine e può portare allo svenimento; fare il giro del cortile muovendosi sul sedere e correndo in circolo con una mano che tocca il terreno.
IL CASO DI E.A.
Il 22 marzo del 1994 E.A. era detenuto insieme con un amico dalla polizia militare in quanto sospettato di aver rubato un orologio da polso. Vennero portati presso una stazione di polizia e E.A. riuscì ad allontanarsi. Secondo la dichiarazione dell’amico, 15 minuti più tardi venne riportato alla stazione dalla polizia militare che lo deteneva originariamente. L’amico si lamenta che E.A. mostrava chiari segni di violenza. Rigurgitava sangue con la tosse ed un dito della mano destra pareva essere rotto. E.A. venne in seguito portato dalla polizia presso il centro FEBEM di Imigrantes.
Secondo la versione dell’amico, che lo rivide la sera dopo, E.A. era dolorante e chiese di entrare in infermeria. Circa mezz’ora più tardi, E.A. ritornò alla sua cella e disse all’amico di essere stato nuovamente picchiato dalle guardie e di non aver beneficiato di nessuna cura medica. Sua madre lo visitò il 27 di marzo e dichiarò che suo figlio era molto ammalato. Disse che aveva lividi sulle braccia, ginocchi torace e basso addome. E.A. spiegò alla madre che urinava sangue, rigurgitava sangue quando tossiva e non era capace di inghiottire cibo. La madre insistette perché venisse trasferito in un ospedale, ma le guardie non le permisero di fare il viaggio con lui, dicendo che “le madri non potevano viaggiare sulle auto dell’organizzazione”. La madre fece ritorno a casa dove, in la serata, venne avvisata da un impiegato del FEBEM che suo figlio era morto in ospedale probabilmente per AIDS. Quando tentò di reclamare il suo corpo, la donna, sconvolta dal dolore, fu mandata in quattro posti diversi della città prima di recuperarlo.
Gli adolescenti vengono picchiati frequentemente, non di rado di notte. Alcune guardie a questo scopo, tengono nascoste barre di ferro e bastoni. Dopo i pestaggi gli adolescenti vengono spesso forzati a farsi docce fredde per ridurre l’evidenza dei lividi. Subiscono questi trattamenti per aver parlato durante tempi di silenzio (ad esempio prima, durante e dopo i pasti oppure dopo lo spegnimento della luce), per essersi mossi durante le ore di televisione (devono guardare lo stesso canale della tv seduti sulle loro mani per diverse ore). Le guardie li offendono verbalmente, insultandoli sul loro stato di reclusi ed emarginati e chiamando in causa le madri.
Gli adolescenti fanno loro i codici violenti di comportamento dei centri. Molti provengono da ambienti di spaccio di droga nei quali lo status è connesso all’aggressione e porta la loro gang ad essere loro rivale. La legge dice che gli adolescenti devono essere raggruppati a seconda della serietà del crimine, dell’età e della stazza fisica, ma ciò non viene attuato. Ne risulta che i ragazzi fisicamente più deboli e miti vengono esposti e all’influenza ed alla vittimizzazione di una minoranza ovviamente pericolosa. I ragazzi che rifiutano o che sono riluttanti nel prendere parte alle rivolte sono soggetti ad intimidazioni e possono essere in seguito “ritrattati”. Quelli che hanno commesso rapine vengono bollati come se avessero cooperato con la polizia o con lo staff del FEBEM. Tali ragazzi vengono uccisi e sono generalmente tenuti in celle di sicurezza situate in ali separate del carcere. Durante le rivolte essi sono particolarmente a rischio. Anche le guardie vengono uccise, specialmente quelle conosciute come autrici dei pestaggi; frequentemente vengono prese in ostaggio.
Il governo di San Paolo, alla luce di quanto emerso da inchieste interne ai centri, ha provveduto al licenziamento di 20 membri dello staff FEBEM ritenuti responsabili di maltrattamenti. Il Servizio Pubblico di Accusa sta conducendo proprie inchieste su 62 casi di torture e maltrattamenti- ognuno dei quali con vittime e responsabili. L’ente reclama che un numero significativo di guardie sotto inchiesta rimangono al lavoro nei centri del FEBEM.
Amnesty International ha accolto con approvazione l’impegno del governo di San Paolo nell’ eliminare la pratica della tortura e del maltrattamento presso gli staff del FEBEM; nonostante ciò, le denunce di pestaggi arrivano con un ritmo quasi settimanale, indicando che esiste ancora una tolleranza semi-ufficiale nel FEBEM.
3. DODICI MESI DI CAOS
CASO L.S. (15 ANNI)
L.S. era detenuto a Imigrantes in una ala a parte per prigionieri malati. Secondo lo staff si trovava lì a causa di una distorsione alla caviglia, ma sia lui che il padre reclamavano che il motivo era da imputare a danni fisici subiti dopo un pestaggio delle guardie. Il mattino dell’8 luglio 1998 si lamentò di dolore intenso, mancanza di respiro e nausea e si appellò diverse volte allo staff per ricevere aiuto. Nessuno corse in suo aiuto e lui morì quella stessa notte.
L’autopsia concluse che la morte era naturale e non menzionò la presenza di lividi sul corpo. In seguito vi fu una riesumazione del suo corpo ed un esame indipendente condotto da quattro patologi di medicina legale stabilì che la morte era dovuta ad avvelenamento da cocaina. Fu aperta un’indagine per crimine sull’errore della prima autopsia e su come L.S. potesse avere accesso a tale sostanza.
Fino al giungo del 1999 le strutture del FEBEM erano come polveriere pronte ad esplodere. Sovraffollamento, condizioni di vita raccapriccianti, punizioni crudeli e pestaggi rendevano la situazione insostenibile. Imigrantes, costruita per 364 detenuti, ne ospitava 1648 – quasi cinque volte la sua capacità originaria. A Tatuapè la situazione era leggermente meno grave, con 1460 ragazzi in una struttura che poteva ospitarne 800.
L’affollamento di Imigrantes e Tatuapè era tale che nei dormitori da due metri per tre dormivano fino a 25 ragazzi con tre o quattro ragazzi per materasso. In queste condizioni i detenuti si riversavano nei corridoi e nei bagni, oppure dormivano in piedi. Non venivano fornite le lenzuola e le coperte non venivano lavate. Diversi adolescenti hanno detto che quando le lenzuola erano sporche di urina, semplicemente le prendevano e le stendevano ad asciugare per poi riutilizzarle. Ogni dieci ragazzi veniva consegnata una saponetta al mese. Molti tra loro evitavano di utilizzarla per il pericolo di scabbia ed altre malattie della pelle. In agosto vi fu una visita ispettiva epidemiologica: fu rilevata una alta incidenza di scabbia (103 su 337 in una ala del carcere). Ogni ala era dotata di 8-10 docce ogni 350 detenuti; vi erano lunghe code ed una doccia durava al massimo un minuto. Non c’erano attività organizzate, se si esclude la televisione ed il calcio che venivano gestite a turni; quelli che non giocavano, dovevano rimanere seduti. Una delegazione di Amnesty International ha visitato Imigrantes nell’ottobre del 1999 ed ha toccato con mano questa orribile realtà, concludendo che detenere ragazzi sotto condizioni inumane, crudeli e degradanti equivaleva a torturare e maltrattare sé stessa.
La situazione era peggiorata dall’ultima visita di Amnesty nelmarzo 1998.
Un assurdamente basso numero di guardie doveva assistere un enorme numero di adolescenti: da 10 a 15 guardie per 350 detenuti. Il presidente dell’unione delle guardie del FEBEM descrisse in seguito la situazione come un inferno e ammise che la tensione del lavoro spesso sfociava in atti violenti da parte delle guardie e che vi era una elevata presenza di problemi psicologici negli staff. Un rappresentante di tale unione raccontò durante una visita di Amnesty ad Imigrantes nell’ottobre 1999, che la violenza è istituzionalizzata nel FEBEM e che le guardie venivano allontanate solo in casi estremi o, viceversa, allorquando si rifiutavano di cooperare con un regime nel quale un certo livello di violenza era tollerato.
Un’ispezione giudiziaria di Imigrantes ordinata dalla Corte giovanile in data 23 agosto 1999, udì lamentele da 70 adolescenti. Essi vennero picchiati dopo che altri ragazzi tentarono di far partire una rivolta nella notte del 21 agosto. Diversi tra loro mostrarono i segni di tali atti. In seguito, in un’altra ispezione in altre ali del carcere, venne ritrovato un armadio con all’interno bastoni, canne, pezzi di legno avvolti in asciugamani e coperte arrotolate alle quali erano legate corde: tutto ciò veniva presumibilmente utilizzato dalle guardie per picchiare gli ospiti.
Gli adolescenti riferirono di essere stati costretti a mettersi in pancia all’aria mentre le guardie gli correvano a fianco sferzandoli con calci e pugni.
M.S. fu ferito alla testa con una barra di ferro e furono necessari sei punti per suturare la ferita.
F.B. riferì che appena si accorse di aver udito chiasso nel dormitorio vicino, si spogliò immediatamente e si mise seduto con le mani dietro al collo – così devono fare i ragazzi durante gli eventi chiassosi. Lui ed i suoi compagni vennero poi picchiati. Successivamente vennero lasciati seduti nudi e senza cibo fino alle 19:00 del giorno seguente, allorquando dovettero sottoporsi ad una doccia fredda per ridurre la visibilità dei lividi.
R.Z. asseriva che i ragazzi furono costretti a dormire in un bagno in presenza di acque di scarico: una guardia infatti, aveva strappato un lavandino dal muro e lo aveva tirato ai ragazzi. R.C. raccontava che dopo i pestaggi fu minacciato di stare zitto da una delle guardie e che questa, dopo una visita ispettiva, gli intimò che “il giudice se ne va, ma io rimango e quando si sarà girato io ti vi) pesterò fino alla fine”.
IL CASO DI R.S.
Alla vigilia di Natale del 1998 – sempre tempo di tensioni nei centri di detenzione giovanile – alcuni ragazzi tentarono la fuga da Tatuapè rinchiudendo le guardie in una stanza, dopo che queste gli sequestrarono la TV. Le guardie riuscirono ad uscire dalla stanza e a bloccare i fuggitivi prima che uscissero dal carcere. Amnesty International raccolse informazioni dai ragazzi non coinvolti nel tentativo di fuga e venne a sapere che un gran numero di reclusi, quando vennero a sapere quello che stava succedendo, tentarono di barricarsi nelle loro stanze con armadi per evitare rappresaglie. Dissero che per tirarli fuori, le guardie applicarono il fuoco alle porte. R.S. morì bruciato ed altri ragazzi subirono seri danni fisici. Alcune guardie sono attualmente indagate per omicidio.
Nella notte dell’11 settembre 1999 vi fu una rivolta nell’ala D di Imigrantes: venne dato fuoco ad una parte dell’ala ed alcune guardie vennero prese in ostaggio. I pubblici ministeri, presenti in quei momenti, provarono a negoziare il rilascio degli ostaggi. Nel mentre, TV Globo, un canale nazionale, mandò una squadra a filmare l’avvenimento da un elicottero. Essi filmarono dozzine di ragazzi in un’altra ala, l’ala B, nel cortile centrale mentre scappavano dai loro dormitori poiché inseguiti dalle guardie munite di bastoni; alcune di loro erano incappucciate.
I ragazzi allora si tolsero i vestiti e si rannicchiarono insieme in un angolo del cortile, sedendo con le mani dietro al collo. La guardie furono riprese mentre correvano verso di loro e gli davano calci, pugni e bastonate.
IL CASO DI A.O. (17 ANNI)
Durante la sua ultima visita a Imigrantes la sorella di A.O. lo trovò in pianto e terrificato; le chiese di fare qualcosa per trasferirlo in un’altra ala. Quando si dissero arrivederci, lui le disse:”Se ci sarà un’altra rivolta, non mi vedrai più”. La sorella cercò immediatamente un assistente sociale. Questi la rassicurò che non c’era di che preoccuparsi. Non molto dopo, il ragazzo morì.
A.O. , un epilettico, veniva da una famiglia povera e diventò un tossico-dipendente. Era la seconda volta che entrava in una struttura del FEBEM. Accusato di rapina, fu rilasciato su ordine giudiziario e messo in libertà vigilata, ma fu provvisoriamente reinternato in quanto fu trovato dalla polizia insieme ad un gruppo di ragazzi muniti di fucile. A.O. era talvolta seriamente depresso. Gli assistenti che seguivano il suo caso erano molto preoccupati del suo stato mentale e fisico da quando non mangiava più. Per questo richiesero di posticipare il suo interrogatorio, ma non ricevettero alcuna risposta. A.O. fu uno dei quatto ragazzi torturati ed uccisi da altri detenuti il 25 ottobre del 1999. Due giorni dopo, quando fu l’ora della sua udienza, il giudice non era nemmeno stato informato della sa morte.
I pubblici ministeri se ne andarono dalla prigione di buon mattino e vi ritornarono solo poche ore più tardi. Durante la loro assenza circa 650 ragazzi – principalmente dall’ala B- scapparono. Il fatto che un così elevato numero di detenuti, visti per l’ultima volta riuniti e nudi, possa essere scappato in un così breve tempo fa sospettare che le guardie abbiano facilitato le fughe per evitare che i ragazzi testimoniassero contro di loro. Quaranta guardie vennero identificate tramite le riprese e sono attualmente sotto inchiesta. Quattordici furono licenziate dal FEBEM nel giugno 2000 in ottemperanza alle proprie procedure disciplinari. Dopo la rivolta dell’11 settembre, circa 1000 ragazzi fuggirono in un periodo di due settimane con dodici incidenti. Quelli ricatturati riferirono di essere stati picchiati dalla polizia.
Il problema venne risollevato in ottobre, quando per protestare contro le condizioni di lavoro ed il licenziamento di 19 guardie (alcune delle quali accusate di maltrattamenti testimomniati dai filmati), lo staff dell’unione del FEBEM, Sintraemfa, il 21 ottobre annunciò che le guardie avrebbero scioperato. Le famiglie, che erano state informate da Sintraemfa dello sciopero e dell’intervento delle truppe della polizia militare per mantenere la sicurezza, passarono l’informazione ai loro adolescenti nel carcere, innescando la peggior rivolta nella storia del FEBEM.
Il 24 ottobre una rivolta si diffuse nell’intero complesso. Diciotto ore più tardi, quattro ragazzi morirono, 58 furono feriti e tra questi 29 membri dello staff, dozzine di ragazzi scapparono e la struttura di Imigrantes fu completamente distrutta. Nella rivolta vennero tenute in ostaggio e pestati circa 16 guardie. Alcuni reclusi vennero torturati e quattro di loro vennero uccisi con una brutalità che scioccò perfino chi lavorò per anni nel sistema. I brasiliani furono scossi dalle immagini di ragazzi con T-shirts avvolte intorno alla testa per nascondersi le facce, completamente fuori di testa, mentre maltrattavano e torturavano le guardie ed altri carcerati per le telecamere. I genitori che in ansia attendevano all’esterno, nel viale del complesso, furono colpiti da pallottole di gomma sparate dalle truppe di polizia.
I quattro ragazzi che persero la vita erano reclusi sotto condizioni di sicurezza ed avevano subirono una violenza senza precedenti per mano di altri carcerati. Un ragazzo presentava un occhio perforato con uno stiletto. Successivamente i detenuti bruciarono i corpi di due delle vittime e, in un gesto di barbarità scioccante, strapparono una testa ed una gamba dal corpo carbonizzato di un ragazzo e le lanciarono contro un muro: esse caddero ai piedi di un pubblico ministero che stava negoziando il rilascio degli ostaggi.
Gli ostaggi vennero finalmente rilasciati dopo che i rivoltosi negoziarono ed ottennero un certo numero di trasferimenti da Imigrantes. Ventitre furono in seguito trasferiti a Ribeirão Preto, una città nel territorio interno di San Paolo; altri ventuno a Raposo Tavares, dove le condizioni sono decisamente migliori. Diverse tra le guardie rilasciate dovettero ricorrere alle cure mediche. Una di esse era stata gettata giù da un muro di cinque metri. Un’altra subì concussioni dopo essere stata picchiata da un ragazzo. Una terza presentava un gomito fratturato.
All’indomani della rivolta, centinaia di ragazzi si ritrovarono in condizioni perfino peggiori di prima e giravano voci di maltrattamenti da parte delle truppe di polizia.
I genitori riferirono che un certo numero di reclusi fu costretto dalla polizia a bere urina come rappresaglia per la rivolta.
L’opinione pubblica fu comprensibilmente terrificata da tali violenze. Una paura di crimini violenti già diffusa dapprima, fu esacerbata dalle ondate di fuga. Il governo di San Paolo la alimentò quando, in seguito alle rivolte ed alle fughe di settembre, il Pubblico Ministero annunciò che i tassi di criminalità erano saliti del 10%. La polizia appoggiò pienamente tale dichiarazione.
TRASFERIMENTI DI EMERGENZA E TRASFERIMENTI A NUOVE UNITA’
“Le cose andranno avanti come hanno sempre fatto. Non c’è modo di tenerle sotto controllo, se non come stiamo facendo noi adesso.”
Dr. Mario Covas, Governatore di San Paolo
Poco dopo la rivolta, le autorità attuarono un gran numero di trasferimenti da Imigrantes e Tatuapè verso istituti penali per adulti. Inoltre si imbarcarono in una frettolosa costruzione e riforma dei grandi complessi di detenzione. Entrambi le misure sono in contrasto con l’ECA.
Il governo di San Paolo si è focalizzato quasi interamente sulla sicurezza, aumentando l’altezza dei muri di cinta, costruendo nuovi viali ed installando telecamere. Le autorità hanno sostenuto che tutti gli adolescenti trasferiti sono estremamente pericolosi, ma Amnesty International ha ricevuto dichiarazioni che in effetti, non esistono criteri selettivi sui trasferimenti a che i ragazzi sono stati trasferiti senza che la loro condizione venisse valutata e senza essere informati del cambiamento imminente.
Il governo ha sostenuto che queste sono misure temporanee di emergenza, ma al momento della stesura di questo documento, otto mesi dopo la crisi di ottobre, centinaia di ragazzi hanno dichiarato di subire torture e maltrattamenti dalle guardie del FEBEM, dalle guardie carcerarie e dalla polizia militare. Essi vengono reclusi in condizioni di estrema povertà, senza le cure mediche necessarie e senza attività educative e ricreative.
Gli adolescenti non sono stati separati a seconda dell’età, della gravità del crimine o della stazza fisica. I trasferimenti sono stati così caotici che i registri dei ragazzi non hanno seguito i loro spostamenti nelle nuove unità.
Per alcuni dei trasferiti che stavano già scontando sentenze e ricevendo una certa formazione e assistenza finanziaria, il movimento ha significato un considerevole deterioramento nelle condizioni di detenzione. Gli avvocati dell’infanzia hanno protestato perché i fondi sono stati destinati all’installazione di strutture di sicurezza e non alla costruzione di unità di detenzione di dimensione ridotte.
Il Pubblico Ministero ha sostenuto due azioni civili e nove petizioni contro il FEBEM e il governo di San Paolo basate sull’illegalità delle strutture presso le quali sono stati trasferiti gli adolescenti e sui continui fallimenti nel garantire i diritti umani basilari e nell’attuare la convenzione socio-educativa dell’ECA. La Corte Giovanile ha emanato degli ordini, obbligando le autorità a conformarsi all’ECA. Il FEBEM ed il governo di San Paolo sono ricorsi in appello e nella prima azione civile, la Corte Statale di Appello ha sospeso le decisioni della Corte Giovanile. Amnesty International è convinta che sostenere il parere del governo, secondo il quale la materia è unicamente riconducibile a questioni di sicurezza, la Corte Statale di Appello è complice nel permettere che possano andare avanti tali gravi violazioni dei diritti umani su un gran numero di ragazzi.
IL CENTRO DI OSSERVAZIONE DELLA CRIMINALITA’
Immediatamente dopo la rivolta 130 ragazzi, molti dei quali non ancora diciottenni, vennero trasferiti in questo centro che fa parte del sistema carcerario per adulti. I Pubblici ministeri protestarono e sostennero una azione contro il FEBEM ed il governo di San Paolo perché gli adolescenti venissero urgentemente spostati da quel luogo. La Corte Giovanile, durante una visita ispettiva al centro, prese atto che le condizioni di detenzione erano buone e che niente poteva far pensare che vi fossero violazioni dei diritti umani. Tuttavia dissero anche che la situazione non era proprio ideale, sebbene vi fossero condizioni di emergenza e ordinò che i ragazzi venissero trasferiti in altre sedi entro 15 giorni. Il FEBEM insieme al governo di San Paolo fecero appello contro questa decisione. L’appello fu sostenuto dalla Corte Statale d’Appello e la decisione della Corte Giovanile fu sospesa in quanto l’appello tendeva “esclusivamente ad evitare rischi di danneggiamenti all’ordine pubblico, alla sicurezza, alla salute ed alle finanze”.
In gennaio una ispezione del Pubblico Ministero trovò che 120 ragazzi erano rinchiusi nelle loro celle per diverse ore del giorno e che, per il resto della giornata, avevano come uniche attività il calcio e la tv. Uno di essi reclamò di stare al FEBEM da due anni senza essere mai stato registrato in un corso formativo o professionale. Il direttore dell’unità riferì che la presenza dei ragazzi creava un clima di tensione tra i prigionieri adulti, in quanto andavano ad occupare le celle normalmente utilizzate per la valutazione dei prigionieri e la rivisitazione delle loro sentenze al fine di evitare loro i trasferimenti. Quando le guardie non erano presenti, i prigionieri venivano seguiti da agenti carcerari ed i ragazzi si lamentavano di aver subito minacce dalle guardie che facevano il turno di notte. Il 18 novembre1999, A.S. fu picchiato da tre di queste guardie con pezzi di ferro. Durante il pestaggio le guardie immersero la sua testa in un lavandino investendola poi con un gran flusso d’acqua. Tali guardie adesso sotto procedura disciplinare e sotto inchiesta per tortura.
Il Pubblico Ministero presentò un’altra petizione contro il FEBEM ed il Governo di San Paolo. Venne fatto notare che i ragazzi sarebbero rimasti al COC per almeno un anno e ciò avrebbe richiesto l’installazione di unità e di uno staff educativo, di assistenza sociale e psicologica, di cure mediche, di un aumento delle guardie nonché della separazione degli adolescenti a seconda dell’età, della stazza e della gravità del crimine. Ancora una volta, la Corte di Appello Statale sospese l’ordine della Corte Giovanile di intervenire in proposito.
IL CARCERE DI SANTO ANDRE’
Il caso di F.S. di 17 anni.
F.S. fu maltrattato dalle guardie e dalla polizia quando fu trasferito da Tatuapè a Santo Andrè. Mentre ricostruiva la sua testimonianza ad un Pubblico Ministero, raccontò che lui era malvisto dagli altri ragazzi perché provò ad aderire alle regole e ad obbedire alle guardie. Ciò gli causò conseguenze terribili. Il 26 novembre 1999 fu rapito dai compagni di cella. F.S. si lamentò perché, sebbene il tutto cassò dopo un’ora, le guardie non intervenirono. F.S., padre di un bambino, disse ai Pubblici Ministeri che aveva la sensazione che la rapina gli rendesse difficile affrontare la sua famiglia. Fu trasferito in un’altra unità e ricevette cure psichiatriche, ma scappò mentre veniva portato in ospedale per il trattamento di un’ernia. Le autorità ebbero sue notizie solo il 23 marzo 2000, quando F.S. morì in seguito ad una ferita da fucile alla testa.
Il 24 novembre 1999, 405 ragazzi furono trasferiti dalle truppe antirivolta della polizia militare da Tatuapè alla prigione di Santo Andrè. I rappresentanti del consiglio locale delle guardie, mandati ufficialmente per monitorare l’applicazione dell’ECA, ispezionarono i nuovi arrivati. Notarono che la polizia militare abusava verbalmente dei ragazzi e che offriva loro acqua senza però portarla loro e facendo invece un gran baccano bevendo loro stessi. Il giorno seguente la polizia tentò di impedire l’accesso all’area dove le guardie dovevano cercare i ragazzi, ma in seguito gli ispettori poterono entrarvi e videro che i ragazzi erano costretti a nascondersi nudi durante questo ricerca.
Un gran numero di adolescenti sostiene che quando entrarono nel carcere gli furono impartite le regole della casa: furono costretti a correre tra due file di guardie mentre queste li picchiavano con stanghe di ferro e bastoni. Inoltre, li obbligarono a sedersi per terra e li fecero spogliare della biancheria, poi con le mani sotto le gambe, gli davano calci e li colpivano alla testa.
Successivamente li mandarono sotto una doccia fredda per ridurre l’apparenza dei lividi.
A.R. dichiarò che dopo essere ritornato nella sua cella, una delle guardie lo provocò dando della prostituta a sua madre. Quando protestò la guardia lo condusse nel bagno e lo picchiò.
Dagli esami effettuati su 95 ragazzi due giorni dopo il loro arrivo, emerse che solo 16 di loro non recavano contusioni.
Nella riunione del 22 novembre, con presenti rappresentanti del governo di San Paolo e del FEBEM, i difensori dei ragazzi sostennero che, sebbene la prigione pubblica fosse inadeguata rispetto al programma socio-educativo dell’ECA, il carcere verrebbe gestito al di sotto delle sue potenzialità, in quanto l’assistenza educativa e sociale potrebbe essere impostata correttamente attraverso regole ben precise. Tuttavia divenne subito chiaro che tali promesse non sarebbero state mantenute. Il 6 dicembre un’ispezione giudiziaria constatò che i ragazzi non avevano l’accesso agli psicologi ed agli assistenti sociali. Inoltre rilevarono che gli avvocati difensori non potevano accedere a quasi il 90% dei casi, poiché i loro dossier non erano stati trasferiti nella nuova sede. 34 ragazzi tenuti sotto sicurezza, dovevano vivere in una cella di dodici metri quadrati.
La mancanza di personale era sorprendente: otto-dieci guardie per 300 detenuti.
Il rapporto dell’ispezione giudiziaria concluse che:
“E’ evidente che nella struttura non vi è alcun programma socio-educativo e che mancano perfino le infrastrutture base per detenere adolescenti. Siccome lo staff è sottodimensionato e gli adolescenti non seguono alcuna attività, il disordine regna ed in controllo di una gran parte degli edifici sono controllati dai detenuti stessi.
La tensione degli adolescenti è nell’aria e la condizione di rischio ed inattività che stanno sperimentando richiama ad urgenti trasferimenti in strutture adeguate.
I Pubblici Ministeri presentarono una petizione contro il FEBEM ed il governo di San Paolo per invocare sia sospensione dei futuri trasferimenti a Santo Andrè sia un periodo di trenta giorni nel quale spostare gli adolescenti in appropriate unità. Ancora una volta la Corte Statale di Appello sospese il tutto. Un’altra petizione invocava che, nel caso gli adolescenti avessero dovuto rimanere là, potessero usufruire delle cure mediche adeguate e dei supporti educativi: anche questa fece la stessa fine.
3.4 LA PRIGIONE DI PINHEIROS
Un’altra unità di emergenza fu arrangiata a Pinheiros per ospitare i detenuti trasferiti da Imigrantes.
Il 19 novembre 1999 i Pubblici Ministeri ispezionarono la struttura dopo aver ricevuto denunce di maltrattamenti da un gruppo che lavorava sui diritti dei bambini. Secondo F.A. le guardie chiamarono le truppe anti-rivolta dopo il pranzo del 15 novembre, quando i ragazzi rinchiusi subito dopo il loro arrivo, reclamarono di uscire nel cortile battendo sulle sbarre delle celle. Quando le truppe se ne andarono, le guardie invasero le celle picchiando i ragazzi con bastoni e barre di ferro. Una guardia che indossava scarponi con la suola di legno, è sospettata di aver dato calci in testa, nello stomaco e nella schiena a diversi ragazzi. Successivamente ai pestaggi, le guardie sono sospettate di aver preso tutti i vestiti dei ragazzi, i materassi ed i pigiami, lasciandoli a dormire nudi sul cemento senza cena.
Un’ispezione giudiziaria effettuata il 14 dicembre rinvenne insufficienti livelli di igiene; l’acqua mancava dal giorno precedente ed i detenuti non poterono lavarsi e bere per due giorni. Gli ispettori notarono inoltre che i ragazzi non erano stati raggruppati per età, dimensione fisica o gravità del crimina e che, ancora peggio, quelli minacciati di morte da altri detenuti venivano rinchiusi insieme ad essi. I ragazzi rimanevano in cella tutto il giorno. Le condizioni di lavoro degli psicologi e degli assistenti sociali erano inappropriate per la natura stessa del loro lavoro – tutti e otto lavoravano in un’unica stanza senza la minima privacy per i ragazzi.
L’ispezione portò a dire che:
“Trasferendo gli adolescenti in questo luogo, essi subiranno crudeltà e non verranno rispettati, infrangendo i diritti umani universali e l’ECA. Abbiamo notato che anche lo staff è soggetto alle stesse violazioni, in quanto le attuali condizioni di lavoro risultano diverse dalle precedenti e non vi è stata alcuna preparazione al cambiamento.”
Una petizione per il trasferimento dei ragazzi in altre unità, fu ancora una volta raggirata dalla Corte Statale di Appello, cosi come la successiva che invocava l’adeguamento di Pinheiros all’ECA in cso i ragazzi dovessero rimanere in quel luogo per un lungo periodo.
3.5 IL COMPLESSO DI TATUAPE’
Le violazioni dei diritti umani continuano tuttora a Tatuapè. In seguito ad una rivolta nell’unità terapeutica di riferimento (URT), il 19 febbraio i pubblici ministeri intrapresero una ispezione. I detenuti reclamarono che l’unità era utilizzata per le punizioni e che la rivoltà fu causata da maltrattamenti e torture subite in quel luogo. L’unità fu chiamata dai ragazzi “dongione”. I pubblici ministeri trovarono al loro arrivo i ragazzi in mutande, rinchiusi a gruppi di 4-5 in celle minuscole dotate di un solo letto. Potevano uscire da esse solo mezz’ora al giorno. Uno dei ragazzi, M.N. asserisce quando arrivo nell’URT in dicembre del 1999, fu picchiato dalle guardie e piazzato in una cella con una porta di ferro molto consistente e senza alcuna finestra. Rimase lì da solo per più di 31 giorni, potendo uscire solamente per prendersi il cibo.
I ragazzi dissero che i maltrattamenti proseguirono per mesi. I pestaggi venivano attuati principalmente di notte da un gruppo di guardie provenienti da diverse unità del complesso chiamate “ninjas”. I membri di tale gruppo vestono interamente in nero ed oscurano le loro facce con dei passamontagna.
A.S. afferma che la notte del 22 ottobre l’unità fu invasa dai “ninjas” in rappresaglia per alcuni atti indisciplinati compiuti da alcuni ragazzi durante il giorno. I ragazzi dovettero strapparsi le mutande e fare i canguri, saltando tre volte per vedere se qualcosa uscisse dalla loro biancheria. Poi lui ed altri dieci vennero chiamati fuori e gli fu ordinato di alzare una gamba mentre erano in fila. Uno di loro si rifiutò e venne malmenato. Vennero in seguito fatti ritornare alle unità in fila con le loro schiene contro il muro; nel mentre le guardie li picchiavano allo stomaco. Successivamente gli fu ordinato di stare sotto la doccia freddo per mezz’ora. Secondo il racconto di S.J., il giorno seguente quei ragazzi non poterono utilizzare i bagni. Uno di loro sferzò rumorosamente sulla porta pr andare in bagno, e venne pestato dalle guardie.
Il direttore dell’unità disse che i detenuti vennero trasferiti in quanto le guardie sostennero che fossero fonte di guai ed incitatori di rivolte. I ragazzi, per contro, dichiararono di non essere stati informati sul perché del trasferimento né sulla sua durata né sul loro destino in seguito.
La decisione da parte della Corte Giovanile di ordinare la chiusura dell’unità e lo spostamento degli adolescenti in strutture appropriate venne sospesa dalla Corte Statela d’Appello.
Nel maggio del 2000 il complesso di Tatuapè, ancora sofferente di forte sovraffollamento con un totale di 1200 carcerati, si ritrovò nuovamente in rivolta e le truppe anti-rivolta furono chiamate per domare la situazione. Alcuni ragazzi scapparono e la polizia sostenne che fu lo staff del FEBEM a lasciarli andare. Il direttore del FEBEM ed il segretario dell’Assistenza allo Sviluppo Sociale entrarono in guerra con lo staff, accusandone i membri di aver provocato ansia e collera tra i ragazzi tramite voci di corridoio riguardanti trasferimenti a Parelheiros, in quanto lo staff stesso non voleva essere spostato in quella sede. L’unione degli staff del FEBEM, Sintraemfa, dal canto suo, accusò il presidente del FEBEM ed il segretario di perpetuare l’instabilità di Tatuapè con lo scopo di giustificare i trasferimenti a Paralheiros.
Quando questo documento stava andando in stampa, Amnesty International ricevette informazioni che l’undici giugno vi era stata una rivolta nella quale una guardia femminile fu gettata da un tetto dai detenuti: essa accusò la rottura di ambedue le gambe.
3.6 IL CENTRO DI DETENZIONE FRANCO DA ROCHA
Nel novembre 1999 in seguito alla distruzione del complesso di Imigrantes, il governo di San Paolo iniziò la costruzione di un nuovo complesso in Franco da Rocha. Esso era destinato ad ospitare 960 adolescenti. Nel maggio 2000 il FEBEM iniziò a trasferirvi adolescenti sebbene l’opera non fosse ancora terminata e non vi fossero state installate le infrastrutture e lo staff necessario per fornire i bisogni basilari, l’educazione, la ricreazione e l’accompagnamento dei casi. A dispetto del cospicuo costo per sicurezza e sorveglianza, dopo due settimane dall’insediamento un’inondazione di rivolte proruppe nel carcere. Torture, maltrattamenti e inadeguate condizioni di detenzione furono i moventi. Durante le rivolte, i ragazzi smantellarono letti e fecero buchi nei muri tra una cella e l’altra, sollevando dubbi circa la qualità della costruzione. Alcuni detenuti scapparono semplicemente arrampicandosi su un recinto e raggiungendo poi un tetto.
Da quando ci fu il primo trasferimento, gli adolescenti subirono maltrattamenti dallo staff del FEBEMe dalla polizia. Il 4 maggio dissero ai pubblici ministeri che al loro arrivo dovettero correre tra due file di guardie mentre queste li picchiavano. Il 3 di maggio delle guardie invasero l’ala G pestando 12 ragazzi. 28 dei 36 residenti nell’ala G presentavano lividi principalmente sulla schiena. Non vi erano nemmeno saponi, spazzolini e lenzuola per i ricambi. Una ispezione giudiziaria mise in evidenza che i reclusi erano bloccati nelle loro celle anche per diversi giorni e soffrivano d’ansia in quanto non ricevevano alcuna informazione né sui loro futuri movimenti né sulle loro procedure legali. Gli assistenti sociali e gli psicologi tentarono di lavorare con informazioni non complete su chi doveva partire e chi poteva rimanere. I detenuti non venivano separati per età o gravità di crimine commesso.
Gli infermieri si pronunciarono come segue sulla salute mentale dei ragazzi:
“J.S. soffriva di tremore, si sentiva debole, perse la coscienza per alcuni minuti ed era impaurito e nervoso. Aveva urgente bisogno di uno psicologo.”
“Nelle facce degli intervistati e nelle mani tremanti di alcuni di loro, potemmo osservare i danni emotivi che questo ambiente provoca.”
Il Pubblico Ministero richiese un ordine della corte col quale reclamare per un miglioramento delle infrastrutture e dello staff. Vennero anche richieste le dimissioni del direttore dell’unità, un uomo sospettato da molti adolescenti di aver direttamente partecipato ai maltrattamenti. La Corte Giovanile accordò l’ordine. Il 9 giugno la Corte Statale di Appello sospese l’ordine. In seguito il FEBEM annunciò che non avrebbe aperto una nuova inchiesta sulla presunta partecipazione del direttore ai maltrattamenti, in quanto la precedente inchiesta interna non mise in evidenza alcuna prova contro di lui.
3.7 PARELHEIROS PRISON
“L’istituzione è un disastro. E’ un errore pensare che l’istituzione sia la soluzione, è costosa per la società e non risolve i problemi dei bambini”
Martha Godinho, Ex-Segretario dell’Assistenza allo Sviluppo Sociale
Durante i primi dieci anni dell’ECA i pubblici ministeri, le associazioni, le commissioni parlamentari di inchiesta, i consigli di stato per i diritti umani, i consigli di tutela e le organizzazioni per i diritti umani, intrapresero innumerevoli visite ispettive e consegnarono alle autorità di San Paolo numerosi rapporti dettagliati, denunciando le condizioni disumane e disumanizzanti dei centri FEBEM.
Tre sono le istituzioni che hanno il potere di applicare e monitorare l’ECA e intraprendere visite ispettive a sorpresa in ogni momento ed in strutture chiuse: i Pubblici Ministeri, i consigli di tutela ed i consigli giudiziari eletti su base locale. Anche i deputati federali possono effettuare ispezioni. I meccanismi per l’applicazione dell’ECA includono l’elezione di consigli a livello federale, statale e municipale composti da rappresentanti della società civile e del governo. Questi potranno prendere decisioni sulle politiche giovanili nella loro giurisdizione e sulla ripartizione dei fondi. A livello municipale hanno un ruolo di tipo gestionale: annualmente ispezionano le istituzioni che ospitano bambini per verificare che rispettino le direttive dell’ECA e per dare loro l’autorizzazione ad andare avanti.
A San Paolo tale autorizzazione non è stata concessa. Il Consiglio Comunale per i Diritti dei Bambini e degli Adolescenti di San Paolo, CMDCA, ha ritirato la registrazione al programma di detenzione del FEBEM. Il Consiglio di Stato per i Diritti dei Bambini e degli Adolescenti, CONDECA, ha inviato una serie di raccomandazioni alle autorità, tramite una risoluzione basata sull’ “innegabile inefficienza dei programmi socio-educativi”.
In San Paolo tutte queste istituzioni hanno verificato che il FEBEM stava violando non solo l’ECA, ma anche i più basilari diritti umani degli adolescenti. Tutte quante hanno enfatizzato l’esigenza di investire sul personale e sulla sua formazione e di decentralizzare i grossi centri di detenzione in piccole unità più gestibili. Hanno poi screditato il modo nel quale il governo di San Paolo sta gestendo il FEBEM. Il governo tuttora ignora costantemente queste denunce ed, in effetti, si è piazzato al di sopra della legge.
4.1 BREVE CRONISTORIA DI UNA CRISI ANNUNCIATA
13 luglio 1990: Con unanime consenso e sulla base degli standards internazionali, viene creato l’ECA; ciò viene percepito come un’importante passo in avanti per i diritti umani in Brasile.
14 ottobre 1992: Il Pubblico Ministero porta avanti un’azione civile contro il FEBEM ed il governo di San Paolo sulla base dei suoi fallimenti nell’adempimento alle regole dell’ECA nel complesso di Tatuapè – UAP-1. Le visite dei P.M. e della Commissione per i Diritti Umani delle Associazioni di Base trovano un grave sovraffollamento. Notano poi che il numero degli assistenti sociali, degli psicologi e delle guardie è insufficiente per seguire i prigionieri.
Gli adolescenti dichiararono di aver dovuto fare la coda per un’ora o più per usare le docce ed i bagni. Non era presente il dottore e tutti i trattamenti medici venivano effettuati da un infermiere ausiliario. In un documento consegnato al Direttore di Tatuapè, il Coordinatore di UAP-1 rese noto che era impossibile “mantenere questo livello di affollamento”.
L’azione richiese la determinazione di un tempo limite nel quale il FEBEM avrebbe dovuto prendere provvedimenti per risolvere il problema del sovraffollamento e della carenza di personale.
Ottobre 1992: Una rivolta distrusse parte di Tatuapè. Gli adolescenti vennero trasferiti nel complesso di Imigrantes, il quale doveva ospitarli temporaneamente.
30 Marzo 1993: Almeno 40 adolescenti furono picchiati ed accusarono altre forme di maltrattamento da parte delle guardie, della polizia militare e da membri di compagnie private di vigilanza sotto contratto col FEBEM, al termine di una rivolta domata. Sei ragazzi finirono in ospedale. L’operazione era sotto il controllo di un capo della sicurezza che era allora già sotto inchiesta per presunti pestaggi e maltrattamenti dei detenuti nel 1991. Una inchiesta su questo caso è stata in seguito archiviata.
18 Agosto 1995: La Corte Giovanile sostiene la petizione del Pubblico Ministero ed ordina al FEBEM ed al governo di San Paolo di prendere una serie di misure per migliorare le condizioni nelle unità di detenzione.
In una sentenza di 68 pagine il giudice condanna le croniche e spaventose carenze di personale a Imigrantes, e rileva che il governo dello stato è negligente nel “negare senza alcuna giustificazione i fondi al FEBEM, che adesso si trova in una situazione di insostenibile e caotica precarietà che lo sta portando al tracollo”
Successivamente, FEBEM e governo di San Paolo si appellano contro questa decisione. L'appello viene respinto dalla Corte Statale di Appello nel 1997. Ulteriori appelli a livello federale sono attualmente pendenti alla Corte Federale Suprema ed alla Corte Suprema di Giustizia.
16 Settembre 1997: Viene istituita una Commissione Statale di Inchiesta composta da membri di differenti partiti. I suoi scopi sono quelli di investigare sulle cause che generano fughe giornaliere dai carceri di Imigrantes e Tatuapè, sulle irregolarità amministrative presenti nei contratti relativi al personale e sulle pratiche mediche illegali all’interno del FEBEM.
5 Novembre 1997: Una rivolta di massa scoppia nel FEBEM e viene placata dalla squadra anti-rivolta della polizia militare. I ragazzi vengono disposti in fila, nudi con la biancheria a parte, e vengono lasciati per ore sotto il sole cocente senza cibo né acqua. I ragazzi sostengono inoltre che la polizia militare picchio i fuggitivi bloccati.
21 Marzo 1998: Una delegazione di Amnesty International in visita ad Imigrantes notifica crudeltà e condizioni di detenzione inumane e degradanti: grave sovraffollamento; mancanza di separazione tra gli adolescenti con diverse pene, sentenze pendenti, età, stazza fisica o gravità del crimine commesso; una totale assenza di attività per i ragazzi; una grave ignoranza dei ragazzi circa il progredire dei loro stessi casi; un’igiene insoddisfacente. La delegazione ascolta anche dei ragazzi e viene a sapere di pestaggi operati dalle guardie con bastoni e barre di ferro. I delegati di Amnesty International trovano tali arnesi nascosti all’esterno dei cancelli: ciò sembra confermare la versione dei ragazzi.
2 Marzo 1999: Il rapporto della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul FEBEM rileva le “urgenti e tralasciate necessità di cambiare il FEBEM” adeguandolo alle direttive dell’ECA; emette inoltre delle raccomandazioni. Successivamente la raccomandazione di destituire il presidente del FEBEM fu rivista in un’altra versione del rapporto, a causa di pareri discordanti all’interno della commissione.
23 Giugno 1999: Amnesty International pubblica il rapporto: “Brasile: nessuno qui dorme sonni tranquilli: violazioni dei diritti umani dei detenuti, AMR 19/09/99, la quale include informazioni sulle violazioni dei diritti umani contro i giovani detenuti in tutto il Brasile, comprendendo anche Imigrantes e Tatuapè.
30 Agosto 1999: Il Pubblico Ministero porta avanti una petizione contro il FEBEM ed il governo di San Paolo a proposito dei fallimenti nell’applicazione dell’ECA a Imigrantes, basata sulle relazioni tecniche consegnate dal Dipartimento di Controllo degli Edifici, CONTRU, da ispettori della sicurezza e della sanità, dai vigili del fuoco, dagli ispettori epidemiologici e dagli esperti del P.M. Tali reports descrivono una situazione di completo decadimento per quanto riguarda sanità e sicurezza. Il P.M. invoca interventi di miglioramento per le strutture e gli edifici in linea con quanto consigliato dal CONTRU e dai vigili del fuoco; che il numero delle guardie venga commisurato al numero di detenuti; che vengano forniti i materiali per l’igiene dei ragazzi; che vengano assunto personale per l’accompagnamento e l’educazione dei ragazzi. Viene inoltre documentato un incidente con maltrattamenti su 70 ragazzi.
30 Agosto 1999: La Corte Giovanile sostiene la petizione del P.M. e definisce un limite temporale entro il quale FEBEM e governo debbono provvedere all’adeguamento.
3 Settembre 1999: La Corte Statale di Appello accoglie il ricorso di FEBEM e governo e sospende la decisione della Corte Giovanile.
11 Settembre 1999: Una rivolta ad Imigrantes accende l’attuale crisi.
5. SCREDITAMENTO DEI DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI
Amnesty International è particolarmente convinta che le dichiarazioni pubbliche abbiano mirato ad insidiare i difensori dei diritti umani e gli avvocati dell’infanzia. Il 15 maggio del 2000 al reggente della Commissione per i Diritti Umani dell’Assemblea Legislativa, Renato Simoes e ad un rappresentante del Consiglio di Stato per i Diritti Umani, CONDEPE, Padre Julio Lancelotti, fu illegalmente impedito di entrare in Franco da Rocha, dopo una conversazione telefonica tra il presidente del FEBEM ed il direttore dell’unità. Poterono accedere all’unità solamente dopo aver telefonato al Segretario per l’Assistenza allo Sviluppo Sociale. Dopo che se ne andarono, nel carcere scoppiò una rivolta. Il governatore accusò pubblicamente Renato Simoes e Padre Julio Lancellotti di aver incitato la rivolta. Incolpò poi il P.M. Dr. Ebenèzer Salgado Soares, sebbene lui non si fosse recato all’unità.
Queste insinuazioni incrementano il rischio per i difensori dei diritti umani. Anche membri di organizzazioni non governative che seguono i casi di adolescenti, sono già stati vittime di minacce ed intimidazioni. Padre Julio Lancellotti e Valdênia Aparecida Paulino hanno ricevuto minacce telefoniche anonime in relazione al loro lavoro in favore dei detenuti del FEBEM. Anche lo staff del FEBEM ha seguito questa linea, agendo in maniera intimidatoria nei loro confronti e nei confronti di altri difensori: impedirono il loro accesso alle unità, oppure, una volta entrati, bloccandoli nei cortili delle prigioni con gli adolescenti, nel tentativo di provocare questi ultimi a prenderli in ostaggio.
Il governo di San Paolo ha pubblicamente criticato i P.M. per aver distribuito ai media fotografie e video circa le condizioni raccapriccianti nei carceri e le torture.
“Non sono le guardie che distruggono le cose. Non è neanche la polizia. Loro giunsero [in Franco da Rocha] la scorsa settimana e si sono già verificate due ribellioni. Ma contro che cosa? Non si sono mai sentite lamentele sul cibo nel centro FEBEM. Non ho mai letto alcun lamento sul cibo. Ma allora, perché cosa si lamentano?”
Amnesty International riconosce che gli adolescenti sotto detenzione nelle unità FEBEM possono aver commesso crimini gravi, che alcuni tra loro possono rappresentare un pericolo per la società e che le autorità di San Paolo hanno il dovere di proteggere la popolazione dalla criminalità violenta.
Amnesty Intenational riconosce inoltre le enormi difficoltà che devono affrontare tali autorità nel tentativo di risolvere problemi istituzionali trincerati per decenni dalla negligenza di diversi governi ed ammette che non sia possibile ritrovare una soluzione definitiva in tempo breve.
Tuttavia, Amnesty International ha ravvisato un rifiuto sbalorditivo da parte del governo di San Paolo nel riconoscere le continue torture, maltrattamenti e crudeltà e ritiene che i fallimenti del governo stesso in questo campo consentano una continuazione delle violazioni dei diritti umani su migliaia di detenuti.
Il trasferimento di centinaia di adolescenti in complessi di massima sicurezza, le ripetute comunicazioni di torture e maltrattamenti da parte della polizia e delle guardie gli insuccessi nel fornire adeguate infrastrutture per la custodia e la riabilitazione dei giovani delinquenti, pone il governo di San Paolo in una evidente contrapposizione tra quanto dichiara e quanto applica in pratica. Nonostante il programma di cambiamenti pubblicato lo scorso novembre, le dichiarazioni alla stampa da parte del governatore, del Segretario per l’Assistenza allo Sviluppo Sociale e del Presidente del FEBEM, rivelano un vuoto politico ed una mancanza di volontà politica nell’attuare le riforme nei centri giovanili di detenzione. Hanno tentato di spostare la responsabilità della crisi sulla corte, sui P.M. sugli attivisti per i diritti umani dei bambini, sui parlamentari dell’opposizione e sullo staff del FEBEM. Amnesty International è particolarmente convinta che queste mosse possano incrementare il rischio di minacce ed intimidazioni per chi difende i diritti dei bambini.
Il governo di San Paolo, nel tentativo di allontanare l’attenzione dalle torture e dai meltrattamenti, ha altresì tentato di accentuare oltre il reale che i detenuti nei centri FEBEM sono un pericolo per la società, in modo tale da assecondare la paura della gente nei confronti della criminalità violenta. E’ stato detto che non ci sono problemi con il FEBEM in sé e che nella maggior parte delle unità la situazione non è problematica, che solamente tre centri sono in crisi e che ciò riflette la natura aggressiva e pericolosa dei detenuti. Amnesty International non è al corrente di dichiarazioni che riconoscano a governi successivi di aver fallito nel compito di prendersi cura di migliaia di adolescenti.
Amnesty International pensa che il governo di San Paolo abbia raggirato la legislazione sulla protezione dei bambini e degli adolescenti e che abbia ignorato le istituzioni inviate a verificare l’applicazione di tali leggi: la Corte Giovanile, il Pubblico Ministero ed il consiglio per la tutela. L’organizzazione inoltre, ritiene che la Corte Statale di Appello abbia supportato il governo allorquando questo si è rifiutò di applicare l’ECA in taluni centri del FEBEM, consentendo violazioni dei diritti umani di base.
I piani di nuove costruzioni non potranno fermare il circolo vizioso di violenza all’interno dei centri FEBEM. Il problema della sicurezza pubblica ha oscurato la carenza cronica di personale e la mancanza di formazione e di supporto al personale stesso, nonché la tolleranza generalizzata nei confronti di torture e maltrattamenti ai detenuti. Il governo di San Paolo dovrebbe urgentemente intervenire sulle cause che provocano tali violazioni dei diritti umani.
Tali problematiche sono quelle di tutto il Brasile. Sono dieci anni che esiste l’ECA, ma in gran parte del paese sono rimaste solo su carta. Il Governo Federale è responsabile per l’applicazione di questa importante legislazione nella federazione.
INDICAZIONI AL GOVERNO DI SAN PAOLO
Il governo dovrebbe intraprendere urgentemente una approfondita rivisitazione della sua politica con particolare riguardo alla detenzione giovanile ed alle gravi violazioni dei diritti umani di base su centinaia di adolescenti. Una revisione della politica dovrebbe tendere ad un totale adeguamento alle linee dell’ECA.
Allo staff del FEBEM
· Il personale del FEBEM, gli ufficiali di polizia e le guardie carcerarie implicate in atti di tortura o maltrattamento nei confronti dei detenuti, dovrebbero essere sospese immediatamente dal lavoro per tutta la durata della relativa inchiesta. Il personale ritenuto responsabile di tali atti dovrebbe venire giudicato da un tribunale.
· Si rendono necessari urgenti investimenti sul personale e sulle guardie: nuove assunzioni, programmi di formazione specifici e supporto per il personale vittima di aggressioni.
· E’ opportuno che venga redatto un regolamento chiaro sulle regole a cui i detenuti devono attenersi e che questo sia disponibile anche per lo staff.
Polizia e guardie carcerarie
· Se vi sono dei sospetti di torture e maltrattamenti durante i trasferimenti, questi vanno indagati subito.
· I poliziotti e le guardie implicate in tali fatti debbono essere sospesi dal lavoro per tutta la durata dell’inchiesta.
· Quelli trovati colpevoli debbono essere processati.
Centri di detenzione del FEBEM
· Urgono provvedimenti immediati per porre fine al sovraffollamento ed alle carenze igieniche
· Le unità FEBEM dovrebbero essere dotate di infermeria e ambulatorio dentistico
· Il programma di decentralizzazione del sistema di detenzione giovanile del FEBEM dovrebbe essere completato senza ulteriori ritardi
· Il trasferimento degli adolescenti negli istituti per adulti ed in strutture non propriamente equipaggiate per loro dovrebbe terminare
Adolescenti in detenzione
· I detenuti con sentenze pendenti dovrebbero essere tenuti separati da quelli dichiarati colpevoli
· I detenuti dovrebbero essere separati per età, gravità del crimine e taglia fisica, nonché in base al loro stato giuridico (sia esso provvisorio o definito)
· I detenuti dovrebbero avere libero accesso circa lo stato di avanzamento dei loro procedimenti giuridici.
· Gli adolescenti con problemi mentali non dovrebbero essere rinchiusi nei centri di detenzione giovanile.
Misure socio-educative.
· Il governo di San Paolo dovrebbe disporre delle risorse per il reclutamento e la preparazione di un sufficiente numero di insegnanti, istruttori, assistenti sociali e psicologi in grado di fornire agli adolescenti trattamenti individualizzati per favorire il loro reinserimento nella società.
· Il governo dovrebbe farsi promotore di programmi per l’applicazione delle pene non cautelari, in modo tale da lasciare ai P.M. ed alle corti la possibilità di applicare sentenze diversificate.
· Il governo dovrebbe proporre soluzioni alternative alla detenzione per i ragazzi in attesa di sentenze.
I difensori dei diritti dei bambini
· Ai rappresentanti ufficialmente inviati a monitorare i centri di detenzione, dovrebbe essere dato libero accesso negli stessi senza paura di ostruzionismi ed intimidazioni.
· Allorquando insorgano sospetti di minacce ed intimidazioni, si rendono necessarie inchieste in proposito e, in presenza di colpevoli, si deve applicare quanto la giustizia prevede in merito.
· Le dichiarazioni ufficiali del dovrebbero cessare quanto prima, in quanto mirano a screditare il lavoro dei difensori dei diritti e li pongono in situazioni di rischio.
INDICAZIONI PER IL GOVERNO FEDERALE
· Il Governo Federale dovrebbe immediatamente rivedere l’applicazione dell’ECA e rivisitare le sue negligenze nel proteggere i giovani detenuti dalle violazioni dei diritti umani.
Statuto dei Bambini e degli Adolescenti
Infrazione è considerato un atto descritto come crimine o misfatto
Per quanto contenuto in questa legge, i minori di anni 18 non son penalmente perseguibili
Visti gli intenti di questa legge, l’età degli adolescenti va considerata alla data del fatto perseguibile.
Le misure specificate nell’art. 101 corrisponderanno alle infrazioni praticate da un bambino.
Gli adolescenti non verranno privati della loro libertà, a meno che non vengano trovati in flagrante oppure vi sia un ordine scritto e appropriato dell’autorità giudiziaria competente.
Gli adolescenti hanno il diritto di identificare le persone che li hanno arrestai e dovrebbero essere informati in proposito.
L’arresto di un adolescente ed il luogo nel quale viene inviato vanno notificati immediatamente all’autorità giudiziaria competente ed alla famiglia o a chi da lui indicato.
La possibilità del rilascio immediato sarà esaminata al momento e sarà soggetta a responsabilità punibili.
Il trattenimento antecedente alla sentenza può durare al massimo 45 giorni.
La decisione dovrebbe essere basata su prove certe, siano esse materiali e non, e la necessità della misura adottata dovrebbe essere dimostrabile.
Gli adolescenti identificati per via civile non saranno soggetti all’identificazione obbligatoria da parte della polizia, delle entità giuridiche e di protezione, eccetto seri dubbi che necessitino di confronti.
Gli adolescenti non verranno privati della loro libertà se non tramite un processo legale.
Agli adolescenti vengono peraltro assicurate le seguenti garanzie:
Conoscenze formali e complete sull’imputazione di un infrazione tramite contestazione dell’accusa o mezzi equivalenti;
Equipollenza nelle relazioni procedurali, col diritto di confrontare vittime e testimoni e produrre l’evidenza necessaria per la difesa;
Difesa tecnica portata avanti da un avvocato;
Assistenza legale completa e gratuita a chi ne ha bisogno, in ottemperanza ai termini di legge;
Diritto di essere ascoltato personalmente dall’autorità competente;
Diritto di richiedere la presenza dei propri genitori o di un tutore in ogni momento degli atti giuridici.
Misure socio-educative
Una volta accertata l’esistenza di una infrazione, l’autorità competente può applicare le seguenti misure sull’adolescente:
Obbligo a riparare il danno
Servizio in una comunità
Libertà assistita
Inclusione in un sistema di semi-libertà
Internato in una istituzione educativa
Qualsiasi misura specificata nell’art. 101 (I-IV)
La misura adottata sull’adolescente conferirà considerazione alla sua capacità di conformarsi alla stessa, alle circostanze ed alla gravità dell’infrazione.
Il lavoro forzato non è permesso in nessun caso.
Gli adolescenti portatori di malattie o di deficienze mentali riceveranno trattamenti individualizzati e specifici in luoghi e condizioni opportune.
Le condizioni negli art. 99 e 100 si rifanno a questo capitolo.
L’imposizione delle misure nei punti II e IV dell’art. 112 presuppone l’esistenza di sufficienti prove di responsabilità e materiali per l’infrazione, eccetto i casi di remissione in ottemperanza all’art. 127.
L’avvertimento può essere applicato allorquando c’è prova materiale o sufficiente prova di responsabilità.
L’avvertimento sarà verbale ed espressa per iscritto con firma.
L’obbligo di riparare i danni
Nel caso di infrazione con effetti sul patrimonio, l’autorità può, determinare che l’imputato provveda a riparare i danni, a rimborsare o in alternativa a compensare la perdita della vittima.
Se ciò fosse chiaramente impossibile, la misura può venire sostituita con un’altra che si adatti alla condizione.
Il servizio in comunità
Esso consiste nel portare avanti gratuitamente un compito di interesse generale per un periodo non superiore ai sei mesi. Viene praticato in enti di assistenza, ospedali, scuole e istituzioni del genere, cosi come in comunità e programmi governativi.
Il compito verrà assegnato rispettando le attitudini del ragazzo e dovrebbe occupare un tempo di massimo di otto ore a settimana. Può venire svolto anche di sabato, di domenica, nei giorni festivi e lavorativi, purché non impedisca la frequenza scolastica o lavorativa.
La libertà assistita verrà adottata quando venga considerata la misura più adatta per monitorare, aiutare e orientare il ragazzo.
L’autorità dovrà designare una persona adeguata per seguire il caso; l’indicazione di tale persona può derivare da un programma di cura applicato sul ragazzo.
La libertà vigilata verrà determinata per un periodo massimo di sei mesi e può venire estesa, revocata o sostituita in ogni momento da un’altra misura, se il consigliere, l’Ufficio della Procura Generale e il difensore siano stati debitamente interpellati.
Con il supporto e la supervisione dell’autorità competente, il consigliere ha il compito di adempiere i seguenti doveri:
Promuovere socialmente il ragazzo e la sua famiglia, fornendo loro l’orientamento e, se necessario, facendoli rientrare in un programma comunitario o governativo per l’aiuto e l’assistenza sociale;
Supervisionare l’andamento e la frequenza scolastica e, se necessario, la sua iscrizione;
Implementare le sue capacità professionali ed il suo inserimento nel mondo del lavoro;
Presentare una relazione sul caso in studio.
Il sistema della semilibertà
Il sistema della semilibertà può essere applicato dall’inizio come una forma di transizione verso il sistema aperto, attuando in tal modo attività esterne, indipendentemente dall’autorizzazione giudiziaria.
L’educazione e l’istruzione professionale sono obbligatori e, quando possibile, dovrebbero essere utilizzate a questi scopi le risorse disponibili nella comunità.
La misura non è soggetta a limitazioni di tempo e, dove possibile, le condizioni relative all’internato.
In base al principio della brevità l’internato è una misura che priva di libertà. Può essere applicato in casi eccezionali e particolari.
La pratica di attività esterne potrà venire concessa a discrezione dello staff tecnico, a meno non vi sia stata una espressa e contraria delibera giudiziaria.
La misura non è soggetta a specifici periodi di tempo ed il mantenimento della stessa dovrebbe venire rivalutato almeno ogni sei mesi, sulla base di opportune decisioni.
Il periodo non può in ogni casi eccedere i tre anni.
Una volta raggiunto il periodo dei tre anni, l’adolescente dovrebbe essere rilasciato e destinato alla semilibertà o alla libertà vigilata.
Il rilascio è obbligatorio a ventuno anni.
In ogni caso, la sospensione dell’internato sarà preceduta dall’autorizzazione del giudice, dopo che l’Ufficio della Procura Generale sia stato debitamente interpellato.
La misura dell’internato può essere applicata solo quando:
Il caso implichi una infrazione commessa per mezzo di gravi minacce o di violenza verso una persona;
Il caso implichi ripetizioni di altre gravi infrazioni;
Il caso implichi reiterati ed ingiustificati fatti di non-conformità alle misure imposte in precedenza.
Nel caso del punto III di questo articolo, il periodo di internato non può estendersi oltre i tre mesi.
Non deve essere disposto l’internato quando si possono applicare altre misure.
L’internato si dovrebbe svolgere in un ente esclusivamente riservato ad adolescenti, in un luogo separato da quello adibito alla protezione, con rigorosi criteri di raggruppamento in base all’età, alla taglia fisica, al temperamento ed alla gravità dell’infrazione.
Durante tale periodo, comprendendo qui anche gli internati temporanei, le attività pedagogiche sono obbligatorie.
I diritti degli adolescenti privati della libertà sono i seguenti:
Avere un colloquio personale con i rappresentanti dell’Ufficio della Procura Generale;
Presentare direttamente ricorso ad una qualsiasi autorità;
Incontrare privatamente il proprio difensore;
Essere informato sullo status del suo processo tutte le volte che lo richieda;
Essere trattato con dignità e rispetto;
Rimanere internato nello stesso luogo dove abitano i parenti o nel luogo a loro più vicino;
Ricevere visite, perlomeno settimanali;
Inviare e ricevere corrispondenza alla famiglia ed agli amici;
Poter usufruire degli oggetti necessari alla cura e all’igiene personale;
Vivere in un alloggio pulito e in buone condizioni igieniche;
Poter studiare ed accedere all’istruzione professionale;
Poter praticare attività sportive, culturali e ricreative;
Poter utilizzare i mass-media;
Usufruire dei servizi religiosi a seconda della fede praticata e nei tempi richiesti;
Possedere oggetti personali e avere a disposizione un posto sicuro dove depositarli;
Ricevere i suoi documenti personali essenziali per vivere nella società al momento della partenza dalla struttura.
L’incomunicabilità non è tollerata.
L’autorità giudiziaria può temporaneamente sospendere le visite, comprese quelle di parenti e tutori, qualora esistano serie e fondate ragioni che facciano supporre tali visite pregiudizievoli per l’interesse del detenuto.
E’ un dovere dello stato farsi cura dell’integrità mentale e fisica dell’internato e, a questo scopo, possono essere adottate opportune misure di confinamento e sicurezza.
Prima che inizino i procedimenti giudiziari sull’infrazione, il rappresentante dell’Ufficio della Procura Generale può, in risposta alle circostanze e conseguenze del fatto, al contesto sociale e personale dell’imputato e al grado di partecipazione nell’infrazione, concedere la remissione escludendolo dagli atti stessi.
Qualora i procedimenti siano iniziati, la concessione della remissione da parte dell’autorità giudiziaria comporterà la sospensione o l’estinzione degli atti stessi.
La remissione non implica necessariamente riconoscimento o avvaloramento della responsabilità, né prevalenza di scopi pregressi, e può occasionalmente includere l’applicazione di una delle misure specificate dalla legge, eccetto semilibertà ed internato.
Le misure applicate attraverso la remissione possono essere riviste dai giudici in ogni momento, sulla base di una espressa richiesta della parte accusata o dell’Ufficio della Procura Generale.
NB: si ringrazia Marco Tasin per la traduzione