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Timestamp: 2019-11-14 02:15:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ']

In considerazione della rilevanza delle dichiarazioni di illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 2 e comma 22, e dell’art. 12, comma 10 della cosiddetta legge Tremonti, (Sentenza n. 223, decisa l’8 ottobre 2012, della Corte Costituzionale), si ritiene utile richiamare le dichiarazioni e riferire in merito alla loro pratica attuazione.
a) Illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 10, nella parte in cui non esclude l’applicazione a carico del dipendente della rivalsa pari al 2,5% della base retributiva.
Il Governo, con decreto legge del 29 Ottobre, n. 185, ha provveduto ad annullare la norma, ristabilendo, per i dipendenti, il TFS, che prevede la trattenuta del 2,5% di cui sopra, trattenuta che continua, così, a essere applicata.
Si ricorda che il TFS, che prevede la buonuscita, è, nella generalità dei casi, più vantaggioso rispetto al TFR, la cui applicazione per i pubblici dipendenti era stata attuata dalla legge Tremonti e che la sentenza della Consulta ha stabilito essere illegittima. Ovviamente i trattamenti pensionistici, fatti con il TFR voluto dalla legge Tremonti, nel periodo 01-01-2011//12-10-2012 dovranno essere riconsiderati e attuati con la normativa del TFS.
b) Illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 2, nella parte in cui dispone che il periodo 01-01-2011//31-12-2013, i trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti superiori a 90.000 euro lordi annui siano ridotti del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino a 150.000 euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150.000 euro.
Il Governo, in merito, non ha emanato alcuna disposizione, ritenendo, forse, che devono essere le singole amministrazioni, che hanno praticato le riduzioni, ad attivarsi per restituire il maltolto. Ci risulta che alcune amministrazioni universitarie hanno provveduto a cancellare le riduzioni praticate. Nessuna iniziativa è stata comunque presa per la restituzione di quanto illegalmente trattenuto a cominciare dall’1-01-2011.
c) Illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 22. La disposizione attiene a provvidenze e a indennità speciale per il personale di magistratura e, pertanto, non interessa noi docenti universitari se non nelle ultime due righe del dispositivo, dove è detto che il comma 22 è illegittimo anche “nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21, che si trascrive” “I meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all’art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come previsti dall’art. 24 della legge (finanziaria) 23 dicembre 1998, n. 448, (noi professori universitari siamo compresi in questo personale) non si applicano per gli anni 2011, 2012, 2013”.
Nello stesso tempo il TAR di Trento, in seguito a ricorso presentato da docenti, ha ritenuto non infondata la questione di “legittimità costituzionale” del blocco delle carriere previsto dal terzo periodo del già richiamato comma 21, che così dispone “Per il personale di cui all’art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, le progressioni di carriera comunque denominate, eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici. La Corte Costituzionale dovrebbe esprimersi in merito entro il prossimo mese di febbraio.
Si fa poi presente che professori delle università toscane hanno presentato ricorso al TAR Toscana per l’annullamento del secondo periodo del già citato comma 21 che così recita “Per le categorie di personale di cui all’art. 3 del d.l. 30 marzo 2001, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti””.
Il TAR Toscana ha già rinviato due volte la trattazione del ricorso e dovrebbe decidere in merito durante la prossima udienza, fissata per il 6 aprile 2013.
Tutto ciò richiamato, si prega il signor Ministro di voler dare le indicazioni ritenute opportune per portare ad attuazione, o per completare quanto già intrapreso da qualche ateneo, le disposizioni di cui alla sentenza citata della Corte Costituzionale.
(Fonte: A. Liberatore, segretario nazionale USPUR, lettera al ministro Profumo, 05-11-2012)
Fazio: C’è la preoccupazione seria dei sindacati addirittura per la prosecuzione dell’anno accademico prossimo venturo se non saranno riconfermati i fondi per l’università.
Settis: Beh, per l’università mancano, come il Ministro sa molto meglio di me, ben 400 milioni di euro anche perché l’università ogni anno contribuisce 15 milioni di euro per il disastro Alitalia chiamato anche salvataggio …
Fazio: L’università contribuisce per il disastro Alitalia?
Settis: Si, dal fondo di finanziamento ordinario dell’università, ogni anno sono prelevati 15 milioni di euro per salvare l’Alitalia, 10 milioni - per l’esattezza 9,4 milioni di euro – per diminuire il prezzo dei carburanti, 5 milioni di euro per la cassa pensioni dei giornalisti. Ma queste cose deve proprio pagarle l’università?
Fazio: Ecco, la domanda sorge spontanea: si, perché le paga l’università?
Profumo: Beh, perché intanto oggi abbiamo il problema reale di questi 400 milioni che sono in meno rispetto all’anno scorso – ha ragione il prof. Settis. Quindi il primo tema è che, così come nella prima fase della legge di stabilità la Camera ha deciso di dare una priorità alla famiglia, il Senato adesso potrebbe fare una cosa analoga con la scuola e l’università. Io credo che se dessimo questo tipo di segnale, sarebbe un segnale forte per il paese e un segnale che cambierebbe l’indirizzo che purtroppo in questi anni non è stato ancora cambiato. Stiamo per andare verso una campagna elettorale. Quindi, se i partiti che si presentano dicessero chiaramente quale è il loro programma per scuola, università, ricerca – e sanità – e lo dicessero di fronte ai cittadini, probabilmente avremmo già fatto un primo passo concreto, e noi tutti credo che ce lo aspettiamo.
(Fonte: redazione roars 04-12-2012)
Il finanziamento universitario (FFO) opera ogni anno un trasferimento ingente, circa 2,5 mld di euro, dalle famiglie con reddito inferiore ai 40.000 euro lordi annui a quelle con reddito superiore. Le famiglie con un reddito fino a 40.000 euro sono il 93% del totale dei contribuenti e pagano solo il 54% del gettito Irpef, dato che questa è una tassa progressiva (Dipartimento delle finanze). Pertanto queste famiglie finanziano attraverso l'Irpef il 54% di quanto lo Stato dà all'università, con un contributo di 4,9 mld di euro. Tuttavia da esse proviene solo un quarto degli studenti universitari italiani, mentre dal 7% di famiglie più ricche vengono i restanti tre quarti (Banca d’Italia). Le famiglie più povere ricevono perciò, sotto forma d’istruzione, un quarto di quanto lo Stato spende per gli atenei: circa 2,2 miliardi. La differenza tra quanto pagano e quanto ricevono (2,7 mld) è un regalo alle famiglie più abbienti. E’ vero perciò che, in proporzione al loro reddito, i più ricchi pagano più Irpef, ma non in misura tale da compensare l'uso maggiore che essi fanno dell'università. Tenendo conto delle altre imposte, che sono sicuramente meno progressive dell'Irpef, l'entità del regalo aumenta. Cambiano le conclusioni considerando le rette universitarie? No. La loro somma, per legge, non può superare il 20% dei bilanci degli atenei. Inoltre la loro struttura è marcatamente regressiva: da un rapporto di Federconsumatori si desume che, in proporzione al reddito, le rette incidono per il 15,6% sui redditi più bassi, ma solo per il 4,3% su quelli di 40.000 euro, fino a quasi annullarsi a livelli ancora più alti. I ricchi pagano di più, ma non molto; tenendo conto delle rette d’iscrizione, il regalo che ricevono dai poveri resta comunque di 2,4 mld. E sarebbe di 2,2 mld anche se le tasse universitarie, rimanendo ai bassi livelli attuali, fossero interamente pagate dai più ricchi.
(Fonte: A. Ichino e D. Terlizzese, Corsera 09-12-2012)
Una proposta di riforma è sul tavolo del MIUR, deciso a mettere finalmente mano alla formazione in Medicina e non perdere altro terreno rispetto ai sistemi formativi del resto di Europa. Purtroppo, le logiche del compromesso frenano il sistema allo status quo ante. Da anni i Giovani Medici (SIGM) sono impegnati in una costante opera di sensibilizzazione delle Istituzioni Politiche e Accademiche, finalizzata a porre le basi per un adeguamento del sistema formativo professionalizzante pre-post-lauream di medicina Italiano al contesto dell’Unione Europea. Le principali criticità possono essere così sintetizzate: tempi morti non giustificabili, accesso alla formazione poco meritocratico, iter formativo ipertrofico e ipercontenutistico a discapito di un’adeguata professionalizzazione, mancata programmazione del fabbisogno di professionalità mediche, deriva burocratico-normativa. Il 9 novembre 2011, il SGM nel corso del Workshop dal titolo “Il futuro della formazione delle giovani generazioni di medici: confronto sulla Proposta di Riforma del percorso di formazione universitaria pre e post lauream in Medicina” ha presentato la propria proposta di organica riorganizzazione della formazione universitaria di medicina, raccogliendo l’impegno del Legislatore e del Governo a intervenire in risposta alle istanze dei futuri specialisti. Con la predetta iniziativa i Giovani Medici sono riusciti a riunire per la prima volta sotto uno stesso tetto i vertici del MIUR, del Ministero della Salute, della Professione Medica e del sistema universitario. A fronte della successiva fase di stallo, creatasi nel passaggio di consegne tra il vecchio ed il nuovo Governo, il SIGM ha reiterato le proprie richieste in occasione della II Conferenza Nazionale dal titolo “Giovani Medici nell'Italia e nell'Europa della crisi: credere nei network per realizzare il cambiamento da protagonisti”. Con D.M. del 15 marzo 2012 il Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca nominava il Presidente Nazionale del SIGM quale componente della “Commissione di Esperti con incarico di aggiornare e monitorare le aggregazioni delle scuole di specializzazione di area sanitaria e proseguirne la razionalizzazione”, in riconoscimento del lavoro e della rappresentatività documentati dal Segretariato Italiano Giovani Medici, e al pari a significare l’attenzione del MIUR nei confronti della voce del SIGM. I Giovani Medici, non trovando riscontro nei lavori della Commissione ministeriale alle premesse di rinnovamento, dichiarate dal Ministro Profumo in occasione della riunione di insediamento della Commissione, in data 9 agosto 2012 ha presentato allo stesso Ministro il proprio documento di proposte aggiornato sulla base di un’analisi comparativa tra l’Italia e diversi Paesi UE ed Extra Comunitari, evidenziando le criticità dell’attuale sistema formativo professionalizzante. Ad integrazione della proposta di riforma, nel mese di settembre 2012 il SIGM ha prodotto, altresì, all’attenzione della Direzione Generale dell’Università (per la terza volta nell’arco temporale di due anni), questa volta sulla base della disponibilità offerta dal Ministro Francesco Profumo, alcune proposte volte a superare alcune criticità di carattere burocratico, la cui risoluzione, facilmente implementabile attraverso interventi regolatori (circolari e note ministeriali), apporterebbe un significativo miglioramento della quotidianità dei medici in formazione specialistica.
(Fonte: giovanemedico.it 18-11-2012)
Vi è ormai una diffusa consapevolezza di come l’Università non possa più essere considerata solo come il momento finale di un percorso formativo, ma vada piuttosto intesa come un riferimento continuo del sapere, del saper fare e del saper essere che coinvolge sempre di più l’intera vita di una persona. È il ruolo stesso dell’università nella società che viene oggi ripensato: l’Università deve produrre conoscenza (non diplomi!), deve formare persone, persone capaci di dare un contributo innovativo alle organizzazioni in cui si troveranno a operare dopo la laurea. In particolare, le Università sono chiamate a riprogettare la propria offerta formativa al fine di rispondere più efficacemente alle attese provenienti dalla società civile. E le politiche pubbliche dovrebbero, per parte loro, provvedere alla definizione di un sistema di regole certe e stabili che consentano il miglioramento qualitativo e la valorizzazione del merito. In questo quadro, per l’università diviene centrale il rafforzamento dell’accountability delle singole strutture e, più in generale, lo sviluppo di processi di assicurazione della qualità a livello istituzionale, nazionale ed europeo, elaborati su criteri e metodi trasparenti e condivisi. Sotto questo profilo molto è stato fatto, ma molto ancora resta da fare, anche perché sono molti i rischi che il processo prenda una direzione non desiderata. Di questi rischi credo che l’Agenzia sia pienamente consapevole. Nel documento “AVA: La road-map dell’ANVUR”, ad esempio, è infatti scritto: “L’Anvur è altresì consapevole che un’applicazione prevalentemente formale e “burocratica” del d.lgs. n. 19/2012 porterebbe ad un appesantimento dei compiti, generando la tentazione di assolvervi in maniera esteriore e non incisiva, snaturando e vanificando la storica occasione di una seria riflessione critica e della messa in atto di strumenti essenziali per il miglioramento”.
(Fonte: G. Marseguerra, dall’intervento alla giornata di “in-formazione” promossa dall’ANVUR alla Cattolica di Milano, 16-11-2012)
Secondo le nuove norme sulla valutazione degli atenei, molti corsi di laurea potrebbero chiudere. Il criterio che fissa il numero di docenti minimo (dodici per la triennale e otto per la specialistica) è condizione quasi impossibile da reggere per la maggior parte delle Università italiane a causa del blocco delle assunzioni. Se un corso non viene «accreditato», cioè non risponde ai requisiti stabiliti dall'ANVUR, automaticamente non può iniziare.
«Il Senato accademico di Torino ha deciso oggi di spingere la CRUI a chiedere la modifica delle linee guida per l'accreditamento», ha detto a margine dell'assemblea Alberto Fierro, rappresentante degli studenti. «Abbiamo un atteggiamento critico nei confronti di questi criteri e ci stiamo lavorando insieme alla Conferenza dei Rettori», spiega il professor Gianmaria Ajani, nella rosa dei candidati alla reggenza dell'ateneo torinese. «Con la riduzione del 20% del turn over nei prossimi tre anni, come si può rispettare la norma sul numero dei docenti fissato dall'accreditamento? E con risorse sempre più scarse, come possono le strutture dei nostri atenei essere all'altezza delle linee guida decise dall'ANVUR?». «Siamo favorevoli al processo di valutazione delle Università. Ma, se per avere un corso di laurea valido occorrono almeno 20 docenti, il risultato è chiudere l'80% dei corsi italiani», conclude Fierro.
(Fonte: E. Graziani, La Stampa 20-11-2012)