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Timestamp: 2019-06-26 00:48:03+00:00
Document Index: 2718818

Matched Legal Cases: ['art. 132', 'art. 133', 'art. 62', 'art. 69', 'art. 162', 'art. 169', 'art. 175', 'art. 199', 'art. 107', 'art. 111', 'art. 132', 'art. 133', 'art. 132', 'art. 133', 'art. 133', 'art. 132', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 444', 'sentenza ', 'art. 651', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Art. 132 codice penale - Potere discrezionale del giudice nell'applicazione della pena: limiti - Brocardi.it
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Articolo 132 Codice penale
Dispositivo dell'art. 132 Codice penale
Nei limiti fissati dalla legge (1), il giudice applica la pena discrezionalmente (2); esso deve indicare i motivi che giustificano l'uso di tale potere discrezionale (3).
Nell'aumento o nella diminuzione della pena non si possono oltrepassare i limiti stabiliti per ciascuna specie di pena, salvi i casi espressamente determinati dalla legge [64 2, 66, 73 2, 78 2, 133bis, 133ter, 136].
(1) La disposizione in esame, al suo primo comma, indica le tre regole fondamentali relative all'applicazione della pena, cui il giudice deve attenersi: tenersi nei limiti fissati dalla legge, applicare discrezionalmente la pena e indicare i motivi che lo hanno portato alla commisurazione della stessa. Pe quanto attiene al primo aspetto, l'espressione "nei limiti fissati dalla legge" prevede che non possa essere irrogata una pena superiore/minore al massimo/minimo edittale. Questi possono subire delle variazioni, solo quando è la legge stessa a prevederlo,secondo quanto previsto dal secondo comma di questo articolo.
(2) In secondo luogo, nell'applicazione della pena, il giudice è chiamato ad agire discrezionalmente. Ciò non significa che questi può agire arbitrariamente, quanto che dovrà attenersi a criteri legalmente predeterminati (si parla dunque di discrezionalità vincolata), ravvisabili nei limiti esterni, ovvero il c.d. spazio edittale: minimi e massimi di pena, e in quelli interni, rinvenibili nell'art. 133 e sintetizzati nelle formule della retribuzione (gravità complessiva del fatto) e prevenzione speciale (capacità a delinquere). A ciò si aggiungano altre situazioni che il giudice deve tenere in considerazione, quali, ad esempio, la scelta tra pene edittali comminate alternativamente, l'individuazione di eventuali attenuanti generiche (art. 62bis) o indefinite, il bilanciamento tra le circostanze eterogenee (art. 69), la concedibilità della sospensione condizionale della pena (v. 163), l'ammissione del contravventore all'oblazione (art. 162bis), la concessione del perdono giudiziale (art. 169), la concessione del beneficio della non menzione della condanna (art. 175), l'accertamento in concreto della pericolosità sociale ai fini dell'applicazione, della scelta e della revoca delle misure di sicurezza (art. 199 ss.), la dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato (artt. 103-105) o di tendenza a delinquere (art. 107).
(3) Infine, il giudice deve motivare le proprie scelte, in attuazione del principio costituzionale di motivazione obbligatoria dei provvedimenti giurisdizionali (art. 111 Cost.), in modo da garantire un uso corretto e regolamentato del proprio potere discrezionale, nonchè la congruità della pena inflitta al reo. Si ricordi che tale dovere non si considera assolto in presenza di motivazioni implicite o stereotipate, in quanto deve consentirsi un controllo effettivo sull'operato del giudice.
La norma trova chiaramente il proprio fondamento nell'impossibilià di prevedere a carico del giudice un libero ed arbitrario potere nella commisurazione della pena, che quindi necessariamente deve essere limitato da precise regole di comportamento, atte a svolgere una funzione garantista.
Spiegazione dell'art. 132 Codice penale
La norma in oggetto codifica il potere discrezionale del giudice in ordine alla quantificazione della pena, precisando l'obbligo di motivazione in seguito all'esercizio di tale potere.
Invero, la rigida predeterminazione edittale di un minimo e di un massimo della pena non è sufficiente ad integrare i requisiti richiesti dal principio di responsabilità personale della pena, il quale pretende di commisurare la pena alla condotta ed alla personalità del reo.
Per contro, quindi, l'applicazione discrezionale della pena permette, anche grazie ai criteri di cui all'art. 133, di personalizzare la sanzione afflittiva in modo conforme e proporzionale al fatto concreto ed alla persona del reo.
Ovviamente ciò non toglie che il giudice non possa oltrepassare i limiti stabiliti per ciascuna specie di pena, anche in considerazione del riconoscimento di circostanze attenuanti o aggravanti (artt. 66 e 67).
Il collegamento tra l'art. 132 e l'art. 133 c.p. evidenzia il conferimento al giudice di un potere discrezionale nella quantificazione della sanzione il cui uso è corretto e legittimo se garantito da una motivazione da cui risulti che i parametri stabiliti dall'art. 133 c.p. siano stati sostanzialmente ed in concreto presi in esame e valutati, quale che sia la misura della sanzione inflitta.
Massime relative all'art. 132 Codice penale
Cass. pen. n. 37867/2015
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 37867 del 18 settembre 2015)
Cass. pen. n. 11539/2014
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11539 del 11 marzo 2014)
Cass. pen. n. 28707/2013
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 28707 del 4 luglio 2013)
Cass. pen. n. 27114/2009
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 27114 del 2 luglio 2009)
Cass. pen. n. 35164/2003
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 35164 del 4 settembre 2003)
Cass. pen. n. 5339/1996
I limiti minimi legali per ciascuna pena sono stati stabiliti in modo assoluto, facendo salvi i casi espressamente determinati dalla legge, fra i quali non rientra certo la disposizione di cui all'art. 444 c.p.p., in tema di patteggiamento, che prevede solo una diminuzione di pena.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5339 del 28 maggio 1996)
Cass. pen. n. 3632/1995
Per l'ipotesi in cui la violazione ascritta all'imputato sia prevista alternativamente la pena dell'arresto e quella dell'ammenda (nella specie art. 651 c.p.), il giudice non è tenuto ad esporre diffusamente le ragioni in base alle quali ha applicato la misura massima della sanzione pecuniaria, perché, avendo l'imputato beneficiato di un trattamento obiettivamente più favorevole rispetto all'altra più rigorosa indicazione della norma, è sufficiente che dalla motivazione sul punto risulti la considerazione conclusiva e determinante in base a cui è stata adottata la decisione. Poiché l'equità, cui il giudice faccia cenno per dare ragioni delle scelte, rappresenta un criterio di sintesi che dà spiegazione dell'orientamento logico e valutativo del ragionamento seguito, l'accenno all'equità stessa esaurisce l'obbligo della motivazione in ordine all'applicazione della misura massima della pena pecuniaria edittale, prevista alternativamente alla pena dell'arresto.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3632 del 4 aprile 1995)
Cass. pen. n. 12372/1990
Ai fini del trattamento sanzionatorio le disposizioni di cui agli artt. 132 e 133 cit. nella impossibilità di catalogare gli svariati elementi di valore — prevedono innegabili «spazi discrezionali», anche se questi hanno carattere vincolato: essi cioè non si incentrano — come nell'attività amministrativa — su motivi di opportunità, essendovi non solo limiti ben definiti, ma criteri legali che guidano il potere del giudice. E di qui il dovere di una motivazione coerente che consenta il controllo sulle modalità di esplicazione dell'anzidetto potere. Pertanto, trattandosi di discrezionalità vincolata (cosiddetta discrezionalità regolamentata), il giudice deve dar ragione dei criteri legali, essendo la omissione causa di nullità della sentenza; criteri che possono sintetizzarsi in quelli della retribuzione (gravità complessiva del fatto) e della prevenzione speciale (capacità a delinquere in termini di attitudine del reo a commettere crimini).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12372 del 14 settembre 1990)
Cass. pen. n. 12364/1990
Pur costituendo la adeguatezza della pena nella sua concretezza più il risultato di una intuizione che di un processo logico di natura analitica, il giudice, nell'esercizio del suo potere discrezionale di determinazione di essa, per evitare che la discrezionalità si trasformi in arbitrio, ha l'obbligo di enunciare, sia pure concisamente, le ragioni che l'hanno indotto alla decisione in concreto adottata sul punto. (Nella fattispecie, la S.C. ha annullato la sentenza del giudice di appello che, nel ridurre la pena irrogata dal giudice di primo grado, avendola ritenuta eccessiva, così argomentava: «equo appare comminare», senza neppure richiamare i criteri di cui all'art. 133 c.p.).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 12364 del 14 settembre 1990)
Cass. pen. n. 10009/1990
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10009 del 10 luglio 1990)
Cass. pen. n. 2350/1990
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2350 del 19 febbraio 1990)
Cass. pen. n. 112/1990
I parametri di riferimento per il giudice di merito per la graduazione dell'entità della pena sia quando deve applicarsi una sola circostanza (aggravante od attenuante) che quando trattasi di più circostanze (aggravanti od attenuanti) ed i limiti entro cui operano gli aumenti ovvero le diminuzioni di pena sono previsti dagli artt. 66 e 68 c.p. È all'interno, appunto, di questi limiti che si articola il potere discrezionale del giudice nella determinazione dell'entità della variazione (o delle successive variazioni) da apportare alla pena base quando ricorrano una ovvero più circostanze. Tale potere discrezionale non può essere censurato in sede di legittimità attraverso la mera critica alla valutazione delle prove fatta dai giudici di merito ovvero attraverso una propria interpretazione delle risultanze processuali diversa da quella cui i detti giudici sono pervenuti e sostitutiva di essa.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 112 del 12 gennaio 1990)