Source: https://renatodisa.com/2011/05/17/corte-di-cassazione-sezione-iii-sentenza-2-marzo-2011-n-5086-ai-fini-dellindividuazione-della-responsabilita-per-danni-derivanti-da-un-tuffo-in-piscina-dove-la-profondita-dellacqua-e-bassa/
Timestamp: 2018-09-25 12:02:03+00:00
Document Index: 183030324

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2050', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 112', 'art. 112', 'art. 112', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione III, Sentenza 2 marzo 2011, n. 5086. Ai fini dell'individuazione della responsabilità per danni derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell'acqua è bassa – posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa – andrà valutata l'incidenza causale di tale omissione rispetto all'evento, non apparendo inverosimile - alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata - che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell’uomo medio, e, tanto più su quello di un'adolescente. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione III, Sentenza 2 marzo 2011, n. 5086. Ai fini dell’individuazione della responsabilità per danni derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell’acqua è bassa – posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa – andrà valutata l’incidenza causale di tale omissione rispetto all’evento, non apparendo inverosimile – alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata – che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell’uomo medio, e, tanto più su quello di un’adolescente.
Home/Cassazione civile 2011, Illecito aquiliano (o extracontrattuale), Sentenze - Ordinanze/Corte di Cassazione, sezione III, Sentenza 2 marzo 2011, n. 5086. Ai fini dell’individuazione della responsabilità per danni derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell’acqua è bassa – posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa – andrà valutata l’incidenza causale di tale omissione rispetto all’evento, non apparendo inverosimile – alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata – che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell’uomo medio, e, tanto più su quello di un’adolescente.
Corte di Cassazione civile , sezione I, sentenza del 2 marzo 2011, n 5086. Responsabilità gestore – tuffo – piscina – sussistenza
Inoltre, sempre per la medesima massima, ai fini di stabilire la misura della concorrenza del comportamento colposo della vittima e della omessa apposizione di segnaletica, rileverà se il tuffo è avvenuto dal lato corto della piscina, dove l’acqua era senz’altro bassa, o dal lato lungo, dove la profondità non era omogenea, nonché la valutazione della giovane età della vittima rispetto alla maturità psicologica ipotizzabile.
Sentenza 3 febbraio – 2 marzo 2011, n. 5086
C.B., che, all’età di quindici anni, aveva riportato gravissimi danni in esito ad un tuffo in una piscina, nella parte in cui l’acqua era alta novanta cm, conveniva in giudizio la società (——-club soc. coop. r.l.) che gestiva la piscina, chiedendo il risarcimento ex art. 2050 c.c. e, in subordine, ex art. 2043 c.c..
L’appello proposto dalla società, nel contraddittorio anche con l’assicurazione che aveva chiesto l’estromissione dal giudizio avendo transatto la lite con la società, veniva deciso (sentenza 22 luglio 2008) con il rigetto della domanda della B. e la dichiarazione di assorbimento della domanda di garanzia proposta dalla società nei. confronti dell’assicurazione.
Avverso la suddetta sentenza la B. ha proposto ricorso per cassazione con nove motivi, corredati da quesiti.
La sentenza impugnata ha rigettato la domanda sulla base delle seguenti argomentazioni:
Il motivi di ricorso primo, secondo, sesto settimo e ottavo sono inammissibili, risolvendosi in enunciazioni di carattere generale e astratto, prive di specifiche indicazioni in relazione alla fattispecie concreta; inidonee a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie; né potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione dell’art. 366 c.p.c. (Cass. s.u. n. 6420 del 2008).
Con il nono motivo la ricorrente sostiene prospettando la violazione dell’art. 112, in riferimento all’art. 360 n. 4 c.p.c. – che la corte di merito ha errato nell’omettere di qualificare diversamente la domanda, avanzata delle parti ai sensi dell’art. 2043 c.c., potendosi riconoscer in capo al giudice un potere-dovere d’ufficio, sia pure sulla base degli elementi di fatto dedotti in giudizio, così che avrebbe potuto e dovuto riconoscere la configurabilità di una responsabilità della società convenuta a titolo contrattuale o extracontrattuale ex art. 2051 c.c..
Il motivo va rigettato. L’impossibilità di configurare la violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa diversa qualificazione della domanda proposta in giudizio, discende linearmente dall’ambito e dai limiti del potere di qualificazione del giudice di merito, oltre che dalla ratio perseguita dall’art. 112 c.p.c.
Nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice di merito ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile dal tenore letterale degli atti, dalla natura delle vicende rappresentate dalla parte e dalle precisazioni dalla medesima fornite nel corso del giudizio, nonché dal provvedimento concreto dalla stessa richiesto, proprio con il limite della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e di non sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella esercitata (Cass. n. 15802 del 2005[1]). D’altra parte, la possibilità di far valere la violazione dell’art. 112 c.p.c., per la pronuncia su una domanda non proposta o per omesso esame di una domanda proposta, è proprio a presidio del principio dispositivo che fonda il processo civile.
I motivi terzo, quarto e quinto, possono essere trattati congiuntamente per la loro stretta connessione e vanno accolti.
Effettivamente, il giudice di merito ha erroneamente ritenuto che la mancanza di una normativa specifica, che imponesse al gestore della piscina la collocazione di cartelli. (indicatori della diversa profondità e del divieto di tuffi dove l’acqua era bassa), escludesse la configurabilità di un comportamento colposo in capo al gestore.
Inoltre, il giudice da un lato, non ha, erroneamente, attribuite alcuna valenza causale a tale omissione rispetto all’evento, dall’altro non ha motivato adeguatamente la ritenuta totale riconducibilità dell’evento alla vittima.
In conclusione, il giudice di rinvio deciderà in conformità del seguente principio di diritto: “Ai fini dell’individuazione della responsabilità per danni, ex art. 2043 c.c., derivanti da un tuffo in piscina dove la profondità dell’acqua è bassa, posto che, secondo le comuni regole di prudenza, il gestore deve predisporre mezzi idonei a segnalarne la profondità e un esplicito cartello per vietare i tuffi, dove la profondità non li consente in sicurezza, qualora tale condotta risulti omessa, come nella specie, andrà valutata l’incidenza causale di tale omissione rispetto all’evento, non apparendo inverosimile – alla luce del criterio della cosiddetta causalità adeguata – che idonei segnali di pericolo possano svolgere un effetto dissuasivo sul comportamento dell’uomo medio, e, tanto più su quello di un’adolescente. Inoltre, ai fini di stabilire la misura della concorrenza del comportamento colposo della vittima e della omessa apposizione di segnaletica, rileverà se il tuffo è avvenuto dal lato corto della piscina, dove l’acqua era senz’altro bassa, o dal lato lungo, dove la profondità non era omogenea, nonché la valutazione della giovane età della vittima rispetto alla maturità psicologica ipotizzabile”.
La Corte di Cassazione accoglie i motivi terzo, quarto e quinto, dichiara inammissibili i motivi primo, secondo, sesto; settimo e ottavo, nonché rigetta il nono motivo del ricorso principale. Rigetta il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Firenze, in diversa, composizione.
Sorrento 17/5/2011.
[1] Corte di Cassazione Sezione III civile, sentenza 28 luglio 2005, n. 15802. Nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda il giudice di merito, da un lato, non è condizionato dalle espressioni adoperate dalla parte, dall’altro, ha il potere-dovere di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile non solo dal tenore letterale degli atti, ma anche dalla natura delle vicende rappresentate dalla parte e dalle precisazioni dalla medesima fornite nel corso del giudizio, nonché dal provvedimento concreto dalla stessa richiesto, con i soli limiti della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e di non sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella esercitata.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-08-09T11:10:29+00:0017 maggio 2011|Cassazione civile 2011, Illecito aquiliano (o extracontrattuale), Sentenze - Ordinanze|0 Commenti