Source: http://www.eutekne.info/Sezioni/Sezione_professioni.aspx?IDSezione=7
Timestamp: 2017-05-28 22:12:57+00:00
Document Index: 136985633

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 43', 'art. 54', 'art. 106', 'art. 34', 'art. 56', 'art. 57', 'art. 46', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 71', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 167', 'art. 1', 'art. 167']

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Protagonisti ULTIME NOTIZIE
Sanzioni per violazioni formali e obblighi allargati agli organi di controllo. Miani: «Disattese le istanze dei professionisti»
“Forte disappunto” e tanta “delusione”. Sul decreto di recepimento della quarta direttiva antiriciclaggio, approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri lo scorso 24 maggio, dai commercialisti italiani arriva una presa di posizione netta. Pur nella consapevolezza che alcune richieste dei professionisti siano state accolte, infatti, sono tanti i punti che destano perplessità. A partire dalle sanzioni previste per le violazioni meramente formali degli obblighi di adeguata verifica e ...
Tutti i sindaci non revisori, a prescindere dal tipo di società in cui esplicano il proprio incarico, saranno tenuti al rispetto integrale della disciplina antiriciclaggio. È questa una tra le principali novità del decreto legislativo attuativo della...
Commercialisti, più controlli per una maggiore affidabilità
I commercialisti italiani vogliono “differenziarsi” dalle altre professioni non regolamentate, marcando una distanza che, troppo spesso, “per comodità o migliore impatto mediatico” non si sottolinea abbastanza. Ma, a fronte di ciò, c’è bisogno di un...
Istituito il Registro dei titolari effettivi di persone giuridiche e trust
​Il Governo ha istituito il Registro dei titolari effettivi di persone giuridiche e trust, per accrescere la trasparenza e fornire alle autorità strumenti efficaci per la lotta contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo e ha disposto la centralizzazione, in un’apposita sezione del Registro delle imprese, delle informazioni sulla titolarità effettiva dei trust produttivi di effetti fiscali (si veda “Titolare effettivo sempre da individuare” del 18 marzo 2017). Il Consiglio dei Ministri di ieri ha infatti approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo di attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo, che modifica il regolamento (UE) n. 648/2012 e che abroga la direttiva 2005/60/CE e la direttiva 2006/70/CE. I destinatari delle disposizioni antiriciclaggio sono le persone fisiche e giuridiche che operano in campo finanziario e i professionisti tenuti all’osservanza di specifici obblighi di verifica della clientela e di segnalazione delle operazioni sospette (SOS) di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo all’Unità di informazione finanziaria (UIF) che provvede alla relativa analisi. Il testo, che era stato trasmesso alle competenti Commissioni di Camera e Senato, ha accolto le indicazioni contenute nei pareri parlamentari. Nel comunicato stampa che ha seguito il CdM, il Governo ha informato che è stata ampliata la platea dei soggetti qualificati come “persone politicamente esposte” nei confronti delle quali devono essere effettuati controlli più approfonditi. Oltre alle alte cariche dello Stato, ai ministri e parlamentari, ai vertici della magistratura, agli assessori e consiglieri regionali, ai parlamentari europei e ai direttori generali delle Asl e delle aziende ospedaliere, rientrano nella nozione anche i sindaci dei comuni con popolazione non inferiore a 15.000 abitanti e i vertici delle società da questi partecipate. Tra le novità introdotte figura il riordino delle sanzioni amministrative, attraverso un sistema di misure graduato in funzione della gravità delle violazioni. Coerentemente a quanto prescritto dalla direttiva, viene disegnato un sistema sanzionatorio basato su misure effettive, proporzionate e dissuasive, da applicare alle persone fisiche e alle persone giuridiche direttamente responsabili della violazione delle disposizioni dettate in funzione di prevenzione del riciclaggio e di finanziamento del terrorismo (si veda “Sanzioni antiriciclaggio solo in caso di violazioni gravi o reiterate” del 17 maggio 2017. È stato inoltre previsto che le operazioni sospette non possano essere compiute fino a quando non è effettuata la relativa segnalazione, nonché inserito l’obbligo della UIF di dare informazione delle operazioni sospette per motivi di terrorismo anche ai Servizi di sicurezza (si veda “SOS da inviare prima di compiere l’operazione” del 17 marzo 2017). Infine, il provvedimento razionalizza il complesso degli adempimenti posti a carico degli attori del sistema, eliminando formalità e tecnicismi in ordine alle modalità di conservazione dei dati e dei documenti, ritenuti eccessivi rispetto alle esigenze di uniforme e omogenea applicazione del diritto comunitario e, come tali, potenzialmente anticompetitivi. Sempre ieri, il CdM ha approvato in via definitiva il DLgs. con misure di contrasto al riciclaggio specifiche per l’esercizio dell’attività di “compro oro” in attuazione dell’art. 15, comma 2, lett. l) della L. 170/2016, in recepimento della IV Direttiva antiriciclaggio 2015/849/UE. Come riporta il comunicato di Palazzo Chigi, la nuova normativa dispone, per i titolari delle attività di compro oro, precisi obblighi finalizzati a garantire la piena tracciabilità della compravendita e permuta di oggetti preziosi e a prevenirne l’utilizzo illecito, compreso il riciclaggio. Nel dettaglio, il DLgs. prevede:- l’istituzione di un registro degli operatori compro oro professionali per i quali il possesso della licenza di pubblica sicurezza è requisito indispensabile;- l’obbligo per gli operatori professionali in oro, diversi dalle banche, d’iscriversi in questo registro;- specifici obblighi d’identificazione del cliente e di descrizione, anche con documentazione fotografica, dell’oggetto prezioso scambiato;- la piena tracciabilità delle operazioni di acquisto e vendita dell’oro: i compro oro devono dotarsi di un conto corrente dedicato alle transazioni finanziarie eseguite in occasione di tali operazioni;- apposite sanzioni, in particolare per l’esercizio abusivo dell’attività (ad esempio in caso di mancata iscrizione nel registro). Accogliendo poi le indicazioni fornite dai pareri delle Commissioni parlamentari, il provvedimento dà una definizione più puntuale all’operatore compro oro e abbassa da 1.000 a 500 euro la soglia per l’uso del contante per le attività del settore (si veda “Da dimezzare il limite all’uso del contante per operazioni di compro oro” del 24 aprile 2017). 25 maggio 2017
I commercialisti italiani hanno più difficoltà a incassare i crediti
Riuscire a recuperare in tempi relativamente rapidi i crediti vantati nei confronti della clientela e inserire in fattura le ore effettivamente lavorate. Sono questi, stando ai risultati di un recente sondaggio realizzato dall’IFAC su tendenze e esigenze degli studi dei commercialisti, due dei principali problemi con cui devono fare i conti i commercialisti italiani. Secondo l’indagine, condotta su studi di piccole e medie dimensioni, quasi un professionista su quattro (24,5%) ottiene il saldo della fattura in oltre 120 giorni, mentre quasi il 50% riesce a farlo tra i 60 e 90 giorni (30.9%) o tra tre e quattro mesi (18,7). Percentuali ben più alte rispetto ai colleghi stranieri che, mediamente, si attestano su tempistiche molto diverse: quasi il 60%, infatti, incassa in un mese (26%) o al massimo in due (33%), mentre solo l’8% si trova costretto ad aspettare oltre i 4 mesi. Una differenza evidente, che si conferma tale anche con riferimento alle ore lavorate ed effettivamente fatturate. Se, infatti, a livello mondiale (all’indagine hanno preso parte commercialisti residenti in 139 Paesi), solo il 28% dei rispondenti dichiara di fatturare meno del 60% delle ore lavorate, in Italia tale percentuale arriva al 43%, con un 17% abbondante di commercialisti che sostiene di fatturare meno del 50% delle ore di lavoro. Al contrario, solo il 4% riesce a fatturare oltre il 90% delle ore trascorse in ufficio, mentre il 9% dei rispondenti si ferma a una percentuale compresa tra l’80 e il 90%. Forse per questo, il sondaggio certifica un minore ottimismo dei commercialisti italiani rispetto ai loro colleghi internazionali, giustificato, peraltro, anche da una situazione reddituale che, per molti, continua a peggiorare. Nel 2016, il 20,4% degli intervistati ha avuto ricavi in linea con l’anno precedente, mentre più del 43% ha dovuto registrare una decrescita degli introiti che, nel 10,6% dei casi, sono diminuiti di oltre il 26%. Per il 37% dei rispondenti al sondaggio i redditi sono aumentati, anche se per buona parte dei casi (oltre il 14%) si parla di un aumento compreso tra l’1 e il 5%. Solo il 3,5% dichiara di aver avuto un aumento nei ricavi superiore al 26%. In termini di servizi, tra quelli classici, sono stati i servizi di consulenza aziendale ad essere cresciuti di più, mentre l’assistenza contabile (-29,6%) e fiscale (-23,2%) hanno subito una frenata. [CATENACCIO] Una tendenza che in molti si aspettano possa trovare conferma anche nel 2017. Circa un commercialista su quattro ritiene che nell’anno in corso ci possa essere un’ulteriore diminuzione nella richiesta di servizi di assistenza contabile e fiscale di base, mentre quasi uno su tre (29%) è convinto che la richiesta di consulenza aumenterà. Quanto, invece, ai servizi aggiuntivi, in molti (60,6%) hanno riscontrato un’alta richiesta di consulenza integrata (valutazioni, assistenza finanziaria o legale, ecc.), assistenza sulle politiche di gestione e sviluppo delle risorse umane (38,7%) e sui piani di successione e trasferimento (35,9%). Diverse le sfide che i commercialisti italiani si aspettano di dover affrontare nel prossimo futuro. Attrarre nuovi clienti (58,4%) e fidelizzare quelli già in portafoglio (60,6%) sono le principali per molti dei rispondenti al sondaggio. Ma anche riuscire a gestire i pagamenti in ritardo (57,7%), differenziarsi rispetto ai competitor (57,1) e tenere il passo delle nuove normative (66,2%) rappresentano sfide ben presenti nella mente dei professionisti. Abbastanza chiaro anche l’impatto che avranno le tecnologie sull’attività di studio. Per tanti, sarà importante investire in software (61,2%) e hardware (59,3%) e raggiungere un livello digitalizzazione che permetta di fare a meno della carta (47,1). Ma non saranno solo le tecnologie ad avere un forte impatto sull’attività di studio nei prossimi 5 anni. Tra gli altri elementi che giocheranno un ruolo importante ci saranno, secondo i commercialisti, lo sviluppo delle normative (65,5%), la capacità di adattarsi ai nuovi bisogni della clientela (62,6%) e riuscire a far percepire la credibilità della professione (57,7%). 20 maggio 2017
On line il software per le segnalazioni di operazioni sospette al CNDCEC
A partire da ieri è disponibile, sulla home page del sito www.commercialisti.it, o tramite l’indirizzo https://antiriciclaggiopro.it, il software AS-SOS messo a punto dal CNDCEC per le segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio/finanziamento del terrorismo. A tal proposito si ricorda che lo scorso 23 dicembre era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra il CNDCEC e la UIF (Unità di informazione finanziaria) in virtù del quale i commercialisti avrebbero potuto adempiere all’obbligo di segnalazione di operazioni sospette previsto dalla normativa antiriciclaggio anche attraverso il Consiglio nazionale. L’art. 43 comma 1 del DLgs. 231/2007 riconosce ai professionisti la possibilità di trasmettere la segnalazione in questione non direttamente alla UIF, ma agli Ordini professionali, ovvero, più precisamente, ai relativi Consigli nazionali. In base al secondo comma del citato articolo, i Consigli nazionali che possono ricevere la segnalazione di operazione sospetta dai propri iscritti sono individuati con decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della Giustizia. Con il DM del 4 maggio 2012 era stato espressamente riconosciuto anche ai dottori commercialisti ed esperti contabili la possibilità di segnalare le operazioni sospette di riciclaggio al Consiglio nazionale invece che alla UIF, subordinando la piena operatività del provvedimento all’adozione delle specifiche tecniche per la successiva trasmissione delle segnalazioni, in via telematica, alla UIF. [CATENACCIO] Il software, conformemente a quanto previsto dalla normativa di riferimento, è in grado di assicurare la riservatezza dei segnalanti, provvedendo automaticamente a criptare i dati del segnalante e della segnalazione. In tal modo, il CNDCEC può caricare il file contenente la segnalazione nella piattaforma predisposta dalla UIF, dalla quale riceve una ricevuta di accettazione o scarto, in formato PDF, contenente solo il protocollo rilasciato da UIF e l’ID univoco della segnalazione. La ricevuta viene inoltrata automaticamente al sistema di messaggistica della procedura ad una casella di posta elettronica predisposta dal CNDCEC e consente al software di associare l’ID univoco della segnalazione al protocollo comunicato dalla UIF per le eventuali comunicazioni successive (ad es. richiesta di integrazioni e/o seguiti). Per effettuare la segnalazione e per seguirne l’iter è necessaria la registrazione da parte del professionista mediante l’inserimento dei dati richiesti. 19 maggio 2017
Limite per le spese di formazione da calcolare sugli associati
Nel ridisegnare i criteri di deducibilità delle spese di formazione dei professionisti (si veda “Fino a 10.000 euro formazione dei professionisti interamente deducibile” dell’11 maggio 2017), il c.d. Jobs Act degli autonomi (definitivamente approvato in data 10 maggio 2017 e in attesa di pubblicazione in G.U.) non ha precisato alcuni aspetti dubbi che meritavano una formulazione normativa più chiara. In particolare, la nuova versione dell’art. 54 comma 5 del TUIR stabilisce che, a partire dal 2017 (con il primo impatto sul modello REDDITI 2018), le spese per l’iscrizione a master e a corsi di formazione o di aggiornamento professionale, nonché le spese di iscrizione a convegni e congressi, ivi incluse quelle di viaggio e soggiorno, sono integralmente deducibili entro il limite annuo di 10.000 euro. È sancita altresì la deducibilità integrale delle spese sostenute (entro il limite annuo di 5.000 euro) per i servizi personalizzati di certificazione delle competenze, orientamento, ricerca e sostegno dell’auto-imprenditorialità, mirate a sbocchi occupazionali effettivamente esistenti e appropriati in relazione alle condizioni del mercato del lavoro erogati dagli organismi accreditati in base alla disciplina vigente. Il primo problema attiene alle modalità di computo dei suddetti limiti di deducibilità: nell’ipotesi di studi associati e associazioni professionali, ci si chiede infatti se i limiti di 10.000 e 5.000 euro debbano intendersi riferiti ad ogni singolo professionista persona fisica o all’ente come soggetto prestatore di lavoro autonomo. Tale questione non si poneva nella vigenza della precedente disciplina (applicabile fino al 2016, con gli ultimi effetti sul modello REDDITI 2017), che, stabilendo un limite percentuale (50%) e non in valore assoluto alla deducibilità delle spese di formazione, rendeva, di fatto, il problema privo di rilievo. Per agevolare la comprensione di quanto sopra, si supponga uno studio con 10 associati che, nel 2016, abbia sostenuto spese di formazione per complessivi 20.000 euro (per semplicità, non si considerano le spese di vitto e alloggio). Nel modello REDDITI 2017, tali oneri sono deducibili in capo allo studio per un importo di 10.000 euro (50% di 20.000). Se il medesimo ammontare di spese di formazione fosse sostenuto nel 2017, ecco che il limite di deducibilità in valore assoluto comporta la necessità di stabilire se esso vada riferito allo studio associato oppure al singolo professionista. Infatti, ove lo si intendesse riferito allo studio associato, l’importo deducibile sarebbe comunque pari a 10.000 euro, come in passato. Se, invece, il limite va riferito al professionista, ove le spese di formazione non eccedessero i 10.000 euro per singolo associato, sarebbero ammessi in deduzione tutti i 20.000 euro. L’anomalia era già stata evidenziata nell’iter di approvazione dell’articolato, segnatamente all’interno della scheda di lettura n. 122 predisposta dal Servizio bilancio del Senato a commento del Ddl. originario. In tale sede, nell’auspicare la definizione della questione (poi non intervenuta), si evidenzia come la scelta di riferire il limite al singolo professionista “parrebbe la più consona per natura e tipologia di costi, riferibili alla formazione/aggiornamento, al di là della forma utilizzata per lo svolgimento dell’attività”. A nostro avviso, si tratta di affermazione condivisibile anche perché, in caso contrario si introdurrebbe una sperequazione a danno degli studi associati del tutto irrazionale e non coerente con la natura assolutamente personale degli obblighi formativi. [CATENACCIO] Un ulteriore profilo critico riguarda il caso in cui al corso di formazione non partecipi direttamente il professionista, bensì un suo dipendente, collaboratore o praticante, dal momento che la norma attuale, come quella passata, non specifica se il limite di deducibilità operi anche per le spese sostenute a beneficio di tali soggetti (si rimanda a “Spese per la formazione del personale”, Guide Eutekne). Con riguardo alla previgente disciplina, si era osservato come il limite di deducibilità al 50% fosse ispirato a finalità antielusive, al fine di evitare che il professionista deducesse interamente spese relative a viaggi o soggiorni privi di finalità formativa o nei quali la finalità formativa era marginale. Posto che, con riferimento alla formazione dei dipendenti e dei collaboratori, tale finalità antielusiva è meno evidente, si poteva sostenere che le spese in esame fossero interamente deducibili o, quanto meno, seguissero le regole generali dell’inerenza. Analoghe considerazioni paiono proponibili nell’attuale contesto normativo, giungendo così a sostenere che, qualora al corso di formazione partecipi un dipendente, collaboratore o praticante del professionista, i relativi costi sarebbero deducibili in base alla disciplina generale, senza concorrere al computo del limite di deducibilità di 10.000 euro.
/ Alessandro COTTO e Luca FORNERO
Sanzioni antiriciclaggio solo in caso di violazioni gravi o reiterate
Archivio unico per tutti ma non per i professionisti, sanzioni solo nei casi di violazioni gravi, ripetute o sistematiche, con omissione della sanzione per segnalazioni tardive. Il collegio sindacale potrebbe tornare ad essere esentato dagli obblighi antiriciclaggio. Sono alcune delle più rilevanti richieste delle Commissioni congiunte (Finanza e Giustizia) di Camera e Senato, con riferimento alle modifiche da apportare al decreto di recepimento della Direttiva 2015/849/UE (IV direttiva antiriciclaggio), sollecitate anche dal CNDCEC nel corso delle audizioni che hanno preceduto la formulazione dei pareri. La redazione del testo finale del decreto, con il definitivo passaggio in Consiglio dei Ministri, è attesa nelle prossime settimane, stante la scadenza del termine ultimo per il recepimento della Direttiva prevista per il prossimo 26 giugno. La richiesta di reintroduzione dell’archivio unico informatico è formulata dalle Commissioni riunite del Senato in relazione ad alcuni soggetti tassativamente elencati, tra i quali rientrano tutti gli intermediari bancari e finanziari (con poche esclusioni), le società fiduciarie diverse da quelle di cui all’art. 106 del TUB, i revisori legali e le società di revisione legale con incarichi su enti di interesse pubblico o sottoposti a regime intermedio e, infine, gli operatori di gioco on line che offrono giochi con vincite in denaro su concessione dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. A tutti gli altri destinatari della normativa, compresi i professionisti, si applicheranno – ove definitivamente approvate dal Governo – le disposizioni attualmente contenute negli artt. 31 e 32 dello schema di decreto. Peraltro questi ultimi, ancorché non facciano espressamente riferimento alla conservazione in modalità informatica, pongono condizioni tali da rendere quanto meno problematico l’adempimento nel caso in cui si opti per la modalità cartacea. La conservazione, secondo modalità idonee a prevenire qualsiasi perdita dei dati, dovrà infatti garantire la ricostruzione dell’operatività del cliente, l’integrità e la non alterabilità dei dati e delle informazioni successivamente alla loro acquisizione, il mantenimento della storicità dei medesimi; dovranno inoltre essere esplicitamente indicati i soggetti legittimati ad “alimentare” il sistema di conservazione e ad accedervi. Nondimeno, atteso l’esplicito riferimento formulato nell’art. 34, in virtù del quale il fascicolo tenuto secondo le modalità di cui agli artt. 31 e 32 costituisce idonea modalità di conservazione dei dati, deve ritenersi del tutto ammissibile anche la conservazione cartacea, secondo modalità da declinare con particolare attenzione nella fase attuativa che seguirà l’emanazione del decreto. Di rilevante interesse anche le proposte attinenti al sistema sanzionatorio. Vengono richieste modifiche di assoluto rilievo, sia in tema di mancata identificazione del cliente e del titolare effettivo, nonché nel caso di mancata acquisizione di informazioni sullo scopo e sulla natura della prestazione professionale (art. 56), sia nell’ipotesi di mancata conservazione dei dati, dei documenti e delle informazioni (art. 57). Tali richieste, peraltro comuni alla Camera e al Senato, sono poste, si badi, come “condizioni” per la fiducia del provvedimento e non come mere “osservazioni”. Si invita in pratica il Governo a far sì che le previste sanzioni amministrative (da 3.000 a 50.000 euro) per mancato espletamento dell’adeguata verifica, nonché per l’esecuzione della prestazione professionale quando il cliente non ha consentito l’acquisizione dei dati (mancato rispetto dell’obbligo di astensione), vengano irrogate solo nei casi in cui tali violazioni siano “gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime”. Sul significato da dare a tali aggettivi si può ipotizzare che debbano intendersi carenze relative a ritardi estremamente rilevanti nell’acquisizione dei dati, oppure omissioni che riguardino molteplici clienti. In ogni caso le Commissioni della Camera richiedono al MEF e alle autorità di vigilanza di stabilire i criteri perché la violazione venga considerata grave, ripetuta o sistematica. Si richiede, inoltre, che tali criteri vengano applicati anche all’omessa segnalazione di operazione sospetta, obbligo per il quale non dovrebbe più essere sanzionata la tardività. Di interesse appare poi (ma siamo qui di fronte a una mera “osservazione” delle Commissioni congiunte della Camera e, quindi, a una raccomandazione meno coercitiva per il Governo) la richiesta che vorrebbe i professionisti che rivestono la carica di componenti di organo di controllo esonerati dagli obblighi antiriciclaggio (tutti gli obblighi del decreto e quindi anche quelli attinenti alle irregolarità sui contanti). L’esenzione riguarderebbe, quindi, i componenti di collegi sindacali, dei consigli di sorveglianza e dei comitati per il controllo sulla gestione delle società industriali e commerciali. Permarrebbe, invece, lo specifico obbligo di vigilanza per i componenti gli organi di controllo dei soggetti obbligati (art. 46) e, si presume, per i sindaci con funzione di revisione legale. 17 maggio 2017
/ Luciano DE ANGELIS e Annalisa DE VIVO
Ordine competente a verificare l’adempimento assicurativo
Obbligo assicurativo strettamente legato all’esercizio della professione. È quanto ribadito dal CNDCEC, nell’Informativa n. 28, pubblicata ieri, con la precisazione che la mancanza di uno specifico obbligo di comunicazione a favore dell’Ordine non impedisce allo stesso di verificare comunque che i professionisti abbiano proceduto alla stipula dell’assicurazione. La norma di riferimento è l’art. 5 del DPR 137/2012 (in esecuzione di quanto previsto dall’art. 3, comma 5, lett. e) del DL 138/2011, conv. L. 148/2011), ai sensi del quale il professionista è tenuto a stipulare una polizza assicurativa “per i danni derivanti al cliente dall’esercizio dell’attività professionale”, rendendo noti al cliente stesso, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi della polizza professionale, il relativo massimale e le eventuali variazioni successive (comma 1). La violazione di tale disposizione costituisce illecito disciplinare (comma 2). Come più volte chiarito dal CNDCEC, si tratta di un obbligo strettamente legato all’esercizio della professione e non alla mera iscrizione a un Ordine o Collegio, in quanto rivolto alla tutela del cliente nella forma del risarcimento di eventuali danni cagionati (cfr., in particolare, i P.O. n. 65/2017 e n. 272/2013; si veda “Assicurazione professionale estesa ai collaboratori” del 10 aprile 2017). Secondo la Relazione illustrativa al regolamento – richiamata dal CNDCEC nell’Informativa in commento – l’obbligo assicurativo sussiste solo se il professionista assume incarichi direttamente dal cliente (inteso come destinatario finale del servizio professionale), con esclusione, dunque, per i professionisti che operano nell’ambito di un rapporto di lavoro dipendente. Viene rimessa all’interprete, negli altri casi, la valutazione dell’esistenza di un “rapporto di clientela, tale da imporre l’obbligo di assicurazione”. Sulla base di quanto sopra, per il CNDCEC:- le polizze stipulate dal titolare dello studio devono riguardare anche la copertura dei danni causati dai collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività professionale svolta in nome e per conto del titolare dello studio stesso; il professionista dipendente dello studio è tenuto a stipulare una polizza assicurativa solo se presti l’attività professionale in proprio, con conseguente assunzione in via diretta degli incarichi con la clientela;- in caso di studio associato, la polizza assicurativa a copertura dei danni derivanti dall’attività professionale degli associati e degli eventuali consulenti dello studio può essere sottoscritta direttamente dallo studio (rientrando, anche se privo di personalità giuridica, “nel novero di quei fenomeni di aggregazione di interessi ... cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici”; cfr. Cass. n. 8853/2007); nella polizza assicurativa, però, deve essere prevista espressamente l’estensione ai suddetti destinatari. Per quanto riguarda, poi, le società tra professionisti, il CNDCEC evidenzia come l’obbligo assicurativo sia posto direttamente – e in maniera autonoma rispetto a quello dei singoli professionisti – dall’art. 10, comma 4, lett. c-bis della L. 183/2011. Pertanto, l’obbligo non viene meno se i singoli soci professionisti hanno sottoscritto polizze individuali. Inoltre, per i soci professionisti che esercitano l’attività professionale esclusivamente all’interno della STP non sussiste alcun obbligo di stipulare un’ulteriore polizza a proprio nome rispetto a quella stipulata dalla STP, ricadendo la responsabilità civile da inadempimento dell’incarico sulla STP; diversamente, invece, nell’ipotesi di esercizio di attività professionale anche in forma individuale, il professionista dovrà ricorrere a una propria copertura assicurativa per tali rischi professionali. Premesso tutto quanto sopra, il CNDCEC – nell’Informativa in commento – passa ad analizzare i poteri di vigilanza dell’Ordine professionale di appartenenza. In particolare, anche se la norma primaria non preveda un obbligo di comunicazione a favore dell’Ordine, ciò non impedisce all’Ordine di verificare l’adempimento dell’obbligo assicurativo da parte degli iscritti nell’ambito del più generale potere di vigilanza “sull’osservanza della legge professionale e di tutte le altre disposizioni che disciplinano la professione” prescritto dall’art. 12, comma 1, lett. b) del DLgs. 139/2005. A tali fini, quindi, l’Ordine richiederà “periodicamente” il rilascio di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, contenente i dati relativi alla polizza assicurativa (estremi della polizza professionale, massimale e ogni variazione successiva) e alle modalità di esercizio della professione (se, ad esempio, professionista dipendente, libero professionista, professionista associato). Qualora il Consiglio dell’Ordine dovesse riscontrare, dalle dichiarazioni rese e dai controlli a campione sulle stesse (cfr. art. 71 del DPR 445/2000), l’omesso adempimento dell’obbligo assicurativo, procederà a trasmettere al Consiglio di disciplina la documentazione necessaria per l’accertamento della violazione disciplinare. 16 maggio 2017
Competenze aggiuntive per le professioni regolamentate
Nell’ambito del Capo I (artt. 1-17) del disegno di legge per la tutela del lavoro autonomo (A.S. 2233-B) – approvato in via definitiva dal Senato e in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – il legislatore ha previsto alcune disposizioni specificatamente destinate alle professioni ordinistiche (si veda “Il Jobs Act degli autonomi è legge” dell’11 maggio 2017). In particolare, si tratta degli artt. 5 e 6, che attribuiscono la delega al Governo in materia di rimessione di atti pubblici e di sicurezza e protezione sociale a favore di tale categoria di professionisti. Con specifico riguardo all’art. 5, il legislatore interviene in un’ottica di semplificazione dell’attività delle pubbliche amministrazioni e di riduzione dei tempi di produzione degli atti, devolvendo – solo “sulla carta” per ora – alle professioni organizzate in Ordini o Collegi una serie di funzioni proprie della Pubblica Amministrazione (sull’argomento, si veda anche “Orlando: «Subito il tavolo sul nuovo ordinamento dei commercialisti»” del 28 aprile 2017). Al contempo, la delega sembra essere ricollegata alla stessa attività svolta da tali professionisti; attività per la quale è riconosciuta una dimensione pubblicistica, quindi non limitata al singolo rapporto con il cliente, proprio in relazione all’epresso “carattere di terzietà di queste” (in tal senso, l’art. 5, comma 1, lett. a). [CATENACCIO] Quanto all’ambito applicativo, si fa presente che l’art. 5 citato fa riferimento alle “professioni organizzate in ordini e collegi”. Si tratta nella sostanza di tutte le professioni regolamentate, definite dall’art. 1, comma 1, lett. a) del DPR 137/2012 come “l’attività, o l’insieme delle attività, riservate per espressa disposizione di legge o non riservate, il cui esercizio è consentito solo a seguito d’iscrizione in ordini o collegi subordinatamente al possesso di qualifiche professionali o all’accertamento delle specifiche professionalità”. Tornando al testo del Jobs Act degli autonomi, la delega – che deve essere esercitata entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge – contiene, fra i principi e i criteri di delega, la concreta individuazione degli atti pubblici di cui è possibile la rimessione anche a tali soggetti. Inoltre, la delega dovrà individuare le misure che garantiscono il rispetto della disciplina in materia di tutela dei dati personali nella gestione degli atti rimessi ai professionisti. Infine, dovranno essere stabilite le circostanze idonee a determinare condizioni di conflitto di interesse nell’esercizio delle funzioni rimesse ai professionisti. Con riguardo a tale articolo, si fa presente infine che, rispetto al disegno di legge approvato in prima seduta dal Senato, si è tenuto fermo il ridimensionamento già operato dalla Camera della delega al Governo nella parte in cui prevedeva il riconoscimento di compiti e funzioni finalizzate alla deflazione del contenzioso giudiziario e alla semplificazione in materia di certificazione dell’adeguatezza dei fabbricati alle norme di sicurezza ed energetiche, anche attraverso l’istituzione del fascicolo del fabbricato. 13 maggio 2017
La Fondazione ADR rilancia su mediazione e sovraindebitamento
Dalle sezioni distaccate degli organismi di mediazione ai corsi di formazione per i gestori delle crisi da sovraindebitamento, passando per la nuova convenzione con Rete Aste e la campagna pubblicitaria che dovrebbe partire nei prossimi mesi. Sono diverse le iniziative che la Fondazione ADR commercialisti ha intenzione di mettere in campo per rilanciare la presenza della categoria sugli strumenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie. Ad elencarle, nel corso di un convegno tenutosi ieri a Roma, è stato Felice Ruscetta, Presidente della Fondazione, il quale ha voluto mandare un messaggio chiaro: “Nonostante le difficoltà, non bisogna mollare, perché ci sono gli spazi per poter dire la nostra”. L’ambito in cui si sta facendo maggiore fatica, perlomeno in determinati territori, è quello della mediazione, su cui ha chiaramente avuto un impatto la disposizione normativa che impone la presenza degli avvocati ad ogni procedura. Negli ultimi mesi, alcuni organismi creati dagli Ordini territoriali sono stati costretti a chiudere, mentre altri hanno difficoltà a sostenere i costi. In questo contesto, si inserisce la Fondazione ADR che, in quanto ente accreditato al Ministero della Giustizia, può costituire nuovi organismi sul territorio: “Noi – ha spiegato Ruscetta – vogliamo essere utili a quegli Ordini che hanno intenzione di ripartire sulla mediazione. Aderendo alla Fondazione, questi ultimi potranno creare sul proprio territorio delle sezioni distaccate del nostro ente, con dei costi pari a zero, perché saremmo noi a farcene carico”. Diverse anche le iniziative che si metteranno in campo sul versante degli organismi di composizione della crisi da sovraindebitamento. A partire dalla formazione dei gestori, che fino ad oggi è stata possibile solo attraverso le convenzioni con le Università. “Spesso – ha però spiegato Ruscetta – le Università la fanno da padrona, decidendo loro la tipologia del corso e imponendo i relatori”. Di qui, l’idea di realizzare, a livello nazionale, una convenzione con l’Università telematica Icampus, con cui è stato creato un “programma di base” del corso obbligatorio da 40 ore che serve per poter diventare gestori della crisi. Sfruttando tale convenzione, gli Ordini che aderiscono alla Fondazione potranno “organizzare in proprio il corso di formazione”, decidendo anche la quota di partecipazione da chiedere agli iscritti. “Di tale quota – ha spiegato Ruscetta – noi chiederemo solo il 10%, che servirà a coprire i costi da sostenere”. Rimanendo in tema di convenzioni, ieri è stata presentata quella con Rete Aste. Attraverso tale accordo, ha sottolineato Alfio Pulvirenti, componente del direttivo della Fondazione, “Rete Aste ci mette a disposizione un software con il quale si può gestire agevolmente un organismo di composizione della crisi, permettendoci di individuare le procedure con facilità e seguirle costantemente”. L’aspetto più importante è il monitoraggio delle esecuzioni: “Laddove è previsto un piano che, ad esempio, ha un’articolazione ventennale, il monitoraggio dell’esecuzione è a carico dell’OCC. Con tale software saremo in grado di individuare la procedure e avere sempre presente se il debitore stia mantenendo o meno l’impegno”. Non solo mediazione e sovraindebitamento, però. I commercialisti, ha ricordato Ruscetta, “devono essere presenti anche sull’arbitrato e sulla pratica collaborativa”, altro strumento, quest’ultimo, su cui si sta ponendo l’attenzione negli ultimi mesi (a settembre è previsto un convegno sul tema). E lo si può fare anche “in coordinamento con altre professioni”, attraverso la creazione di quei “centri di eccellenza”, di cui la Fondazione ha approvato un modello, già condiviso dal Consiglio nazionale. “I centri di eccellenza – ha spiegato in proposito Marcella Caradonna, Presidente dell’ODCEC di Milano e componente del Direttivo della Fondazione – sono il futuro, perché ci permettono di creare delle sinergie, oltreché dei punti di incontro in cui sia gli utenti che i professionisti che non si occupano di soluzioni stragiudiziali sanno di poter trovare soggetti preparati e competenti”. Alcuni (ad esempio a Roma, Milano e Napoli) sono già stati costituiti, ma la Fondazione sta spingendo perché lo stesso si faccia anche negli Ordini più piccoli, agevolandoli con la “creazione del network e la circolazione del know how”. Serve, però, anche la diffusione del messaggio, specie quando gli strumenti stragiudiziali, come nel caso del sovraindebitamento, sono ancora di recente introduzione. Per questo, l’ADR, con l’aiuto economico del Consiglio nazionale, ha intenzione di “lanciare una forte campagna di comunicazione”, finalizzata, ha specificato Ruscetta, a “far conoscere i nuovi strumenti e a far capire che, rivolgendosi ai commercialisti, ci si troverà di fronte professionisti preparati, in grado di individuare sempre le soluzioni migliori”. 12 maggio 2017
Dal Parlamento indicazioni positive sulle sanzioni antiriciclaggio
Da avvocati, commercialisti e notai arriva l’apprezzamento per il lavoro svolto dal Parlamento in sede di esame dello schema di DLgs. attuativo della quarta direttiva antiriciclaggio (2015/849/UE). Con un comunicato stampa congiunto, ieri i Consigli nazionali delle tre categorie hanno infatti preso atto dell’accoglimento, sotto forma di condizioni o di osservazioni formulate nei pareri espressi dalle Commissioni parlamentari, della maggior parte delle osservazioni formulate congiuntamente in sede di audizione (si veda “Antiriciclaggio, le professioni tornano a chiedere sanzioni più basse” del 28 marzo). Si ricorda che nel parere delle Commissioni riunite Giustizia e Finanze del Senato, che ha concluso l’iter dell’esame ed è stato approvato il 9 maggio, si richiede, tra l’altro, di:- permettere all’UIF la firma di protocolli d’intesa con le Procure per comunicare direttamente le analisi sui reati di riciclaggio e finanziamento del terrorismo nonché quelli “presupposto”;- rivedere la disciplina sulle segnalazioni tardive;- consentire a chi già se ne serviva di continuare a utilizzare l’Archivio Unico Informatico (AUI);- reintrodurre l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di procedere alle segnalazioni di operazione sospetta;- ridurre i costi per l’accesso al Registro delle imprese;- prevedere una fase transitoria per il passaggio al nuovo regime che, al massimo, si esaurisca al 31 marzo 2018. Le tre categorie professionali sottolineano anche l’importanza delle proposte di modifica evidenziate in sede parlamentare con riferimento all’impianto sanzionatorio, condividendo appieno l’esigenza di limitare l’applicazione delle sanzioni connesse agli obblighi di adeguata verifica e di conservazione ai soli casi di violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime. Altrettanto condivisibile – prosegue il comunicato – appare la proposta di riduzione della sanzione pecuniaria minima prevista per la violazione dell’obbligo di segnalazione di operazioni sospette. [CATENACCIO] Ora l’auspicio delle professioni economico-giuridiche è che il Governo tenga nella dovuta considerazione tutte le osservazioni formulate, in modo da garantire che modelli e regole adottate dal legislatore delegato siano realmente coerenti con le caratteristiche, le competenze e la formazione dei professionisti e che integrino i tratti della sostenibilità dei doveri e delle responsabilità, in particolare riducendo oneri e costi sostenuti per l’adempimento degli obblighi di due diligence e rimodulando l’impianto sanzionatorio. 12 maggio 2017
Sui regimi fiscali privilegiati «speciali» indicazioni insufficienti
A seguito dell’intervento recato dalla L. n. 208/2015, l’identificazione entro la disciplina CFC “black” di quelli che un tempo, in un contesto ben diverso da quello attuale, erano chiamati paradisi fiscali, non è più affidata a una lista, e nello ...
Lunedì, 29 maggio 2017 - Aggiornato alle 6.00
Dal MEF vademecum per revisori e sindaci di enti pubblici
Il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato del Ministero dell’Economia e delle finanze ha pubblicato la “Circolare Vademecum per la revisione amministrativo contabile degli enti e organismi pubblici”, aggiornata alla data del 1° aprile 2017, che sostituisce quelle precedentemente emanate sul tema. Il documento è indirizzato ai revisori e ai sindaci designati dal MEF in seno agli organi di controllo operanti presso Enti e organismi pubblici La circolare dedica una particolare attenzione a quegli aspetti che coinvolgono e caratterizzano le attività dei revisori di designazione MEF, tenuto conto del peculiare ruolo che essi sono chiamati a svolgere ai fini del monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica che l’ordinamento assegna al Dicastero a cui essi fanno capo. Il documento è articolato in otto capitoli concernenti:- l’inquadramento del controllo di regolarità amministrativo-contabile;- le tipologie di verifiche da effettuare da parte dell’organo di controllo;- l’armonizzazione dei sistemi contabili;- le caratteristiche dei bilanci degli enti pubblici;- l’attività negoziale nella Pubblica Amministrazione;- gli aspetti fiscali della gestione;- aspetti inerenti alla gestione del personale;- cenni sul regime di responsabilità dei revisori dei conti. Inoltre, in appendice sono forniti schemi di verbali per agevolare l’attività di controllo del revisore. Nel primo capitolo vengono individuati gli elementi costitutivi dell’attività del collegio di revisione o sindacale, vale a dire i requisiti soggettivi e i compiti ad esso attribuiti, i relativi poteri, nonché le cause di cessazione ponendo una specifica attenzione all’istituto della prorogatio. Nel secondo capitolo viene presentata un’analisi di dettaglio delle verifiche amministrative e contabili che il revisore effettua nell’esercizio delle proprie attività. Il terzo capitolo è dedicato all’inquadramento dell’armonizzazione dei sistemi contabili nel contesto nazionale ed europeo, con brevi cenni esplicativi sulle relative singole disposizioni legislative. Il capitolo IV è dedicato all’analisi dei bilanci degli enti in contabilità finanziaria e degli enti in contabilità economica, mentre il capitolo V presenta gli aspetti inerenti l’attività negoziale nella Pubblica Amministrazione fornendo un quadro generale sulle fonti normative di riferimento e sull’ambito di applicazione dei contratti. [CATENACCIO] Nel capitolo successivo vengono illustrati gli aspetti fiscali della gestione con trattazione separata per le diverse tipologie di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA). Nel capitolo VII si delineano gli aspetti inerenti alla gestione del personale che sono stati ripartiti, idealmente, in tre grandi aree di analisi:- verifica del rispetto dei vincoli di finanza pubblica;- controlli da effettuare sull’applicazione della contrattazione collettiva;- vincoli normativi posti all’impiego delle forme di lavoro flessibile e delle collaborazioni negli enti sottoposti a controllo. Il capitolo VIII, che chiude l’opera, fornisce cenni al regime di responsabilità dei revisori. 11 maggio 2017
A seguito dell’intervento recato dalla L. n. 208/2015, l’identificazione entro la disciplina CFC “black” di quelli che un tempo, in un contesto ben diverso da quello attuale, erano chiamati paradisi fiscali, non è più affidata a una lista, e nello specifico al DM 21 novembre 2001. L’attuale combinato disposto dei commi 1 e 4 dell’art. 167 del TUIR, infatti, prevede che “i regimi fiscali, anche speciali, di Stati o territori si considerano privilegiati laddove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia”, purché gli stessi si collochino al di fuori dell’Unione europea e dello Scambio economico europeo c.d. “trasparente”. Tale principio è peraltro valevole, tra gli altri, anche al fine di individuare i dividendi e le plusvalenze da partecipazioni di fonte estera che non possono godere dei regimi di parziale esclusione ed esenzione da tassazione ai sensi degli artt. 47 comma 4 e 68 comma 4, e ancora 87 comma 1 lett. c) e 89 comma 3 del TUIR: il tutto in virtù di quanto disposto dall’art. 1 comma 143 della L. n. 208/2015, così come interpretato dalla circolare n. 35/2016. L’applicazione del suddetto meccanismo è stata oggetto di ampia disamina dalla circolare ora rammentata, secondo linee interpretative non sempre convincenti e oggetto di possibili ripensamenti nell’immediato futuro, avuto riguardo alle dichiarazioni rese dall’Amministrazione finanziaria in risposta all’interrogazione parlamentare del 19 gennaio 2017 n. 5-10317. Proprio nella previsione di tali ulteriori e quanto mai auspicabili chiarimenti, corre l’obbligo di sottolineare l’attuale incertezza che accompagna il processo di identificazione dei regimi fiscali privilegiati “speciali”. Sul fronte italiano, il termine da assumere a paragone dovrebbe risultare sempre e solo, così almeno è dato intendere, la metà della tassazione nominale nostrana, data dalla sommatoria tra le aliquote ordinarie IRES e IRAP: per il 2017 la soglia è quindi pari alla metà del 27,9%, ovvero il 13,95%. Sul fronte estero, invece, la circolare n. 35/2016 ricorda come il carattere “speciale” di un regime fiscale, offerto da uno Stato in cui l’aliquota ordinaria di imposizione è superiore al predetto limite del 50%, potrebbe discendere, sia in termini generali che a seguito di un ruling negoziato ad hoc, da una riduzione della predetta aliquota ordinaria, ovvero da una riduzione della base imponibile, idonea a ridurre “sostanzialmente il prelievo nominale”. Nel primo scenario, nulla quaestio, almeno così sembrerebbe, dall’assumere quale termine di confronto l’aliquota nominale realmente applicata al soggetto estero; nel secondo caso, invece, non è chiaro quale sia il parametro locale che rileva ai fini del confronto. [CATENACCIO] Per comprendere i dubbi che si presentano all’operatore, si ipotizzi di avere una società estera beneficiaria di ricavi pari a 120 e titolare di costi fiscalmente deducibili e indeducibili in loco pari rispettivamente a 20 e a 30: il proprio utile ante imposte a bilancio è così pari a 70, mentre il reddito imponibile, pronto a scontare un’aliquota ordinaria pari, ad esempio, al 20%, è uguale a 100. Si aggiunga che nel Paese di residenza della società si usufruisce di una riduzione della base tassabile del 50%, così che il reddito imponibile, al netto del beneficio in menzione, è infine pari a 50 e l’imposta pagata è uguale a 10. Ai fini del calcolo dell’indice in base al quale il soggetto estero può essere considerato beneficiario di un regime fiscale privilegiato “speciale”, potrebbe rilevare il rapporto tra le imposte pagate (10) e l’utile ante imposte locale (70), pari nel nostro caso al 14,29%: tale soluzione, in linea con quanto operante in ambito di CFC white ex art. 167 comma 8-bis del TUIR, appare però poco convincente, a prescindere dalle positive conclusioni qui tratte, comportando una comparazione tra un’aliquota calcolata a tutti gli effetti su base effettiva, quella estera, e una ancorata al dato nominale, quella italiana. Una diversa impostazione, forse più rispettosa dell’intero quadro di riferimento, potrebbe vedere rapportate le imposte versate (10) al reddito imponibile, al lordo del beneficio di cui si è usufruito (100): la tesi porterebbe nel nostro esempio al calcolo di un’aliquota nominale per così dire “reale” pari al 10%, con conseguenze opposte rispetto alle precedenti circa il carattere da riconoscere al regime applicato. NOVITÁ
Responsabile il professionista che non negozia una sanzione inferiore
Sempre più stringente un’analisi del ruolo dei revisori negli enti locali
Troppi adempimenti, i sindacati studiano una nuova iniziativa
Professioni unite per l’equo compenso
Possibile il controllo giudiziario nelle srl con collegio sindacale
Ordini dei commercialisti contro gli abusivi
Spetta all’assicuratore la prova del dolo del professionista assicurato