Source: https://studiolegaleballai.it/author/studlegballai
Timestamp: 2020-05-26 22:30:56+00:00
Document Index: 172593179

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 1', 'art. 2087', 'art. 44', 'art. 1460', 'art. 32', 'art. 2087', 'art. 18', 'art. 41', 'art. 26', 'art. 2087', 'art. 438', 'art. 438', 'Cass. Sez. ', 'art. 10', 'art. 595']

StudLegBallai, Autore presso
Autore: StudLegBallai
Pubblicato il Aprile 30, 2020 Maggio 13, 2020
Tra le svariate misure adottate nel nostro Paese per rallentare la diffusione del Covid-19, ha assunto una particolare rilevanza il lavoro agile, anche detto smart working. Questo è stato introdotto con la legge n. 81 del 2017, che mira a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato.
Definizione giuridica di smart working
Lo smart working è una tipologia di lavoro che assicura una certa flessibilità, sulla base di un accordo individuale tra datore e lavoratore che permette a quest’ultimo di operare da remoto tramite l’uso di strumenti tecnologici quali computer e tablet.
Le disposizioni di cui alla legge n. 81 del 2017 sono state recentemente semplificate, in considerazione delle nuove necessità emerse a causa dell’emergenza sanitaria in atto.
Così, l’art. 2 lettera r) del D.P.C.M 8 marzo del 2020 ha previsto l’applicabilità dello strumento del lavoro agile “anche in assenza degli accordi individuali previsti” e la possibilità di assolvere in via telematica gli obblighi informativi sui rischi connessi a tale modalità di lavoro.
L’art. 1, n. 10 del D.P.C.M 11 marzo 2020, inoltre, invita le attività produttive e professionali al massimo utilizzo delle modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza.
Il D.P.C.M citato, dunque, formula semplicemente una sollecitazione in direzione del lavoro agile, senza introdurre delle prescrizioni vincolanti. Il datore di lavoro gode pertanto di relativa libertà nel ricorrere a tale modalità lavorativa, infatti la normativa non sembra prevedere un diritto corrispettivo in capo al lavoratore.
L’unica eccezione è prevista per i lavoratori con handicap in situazione di gravità, che hanno diritto a compiere l’attività lavorativa con le modalità del lavoro agile, purché compatibile con le caratteristiche della prestazione. Tale diritto, però, deve essere esercitato entro il 30 aprile 2020.
La decisione in merito al ricorso al lavoro agile spetta dunque solo al datore di lavoro, il quale non è tenuto ad adottare strumenti tecnologici o soluzioni lavorative smart, e il lavoratore non potrà pretendere dal datore di lavoro l’applicazione della misura del lavoro agile qualora l’organizzazione imprenditoriale difetti dei presupposti tecnici necessari a tale misura.
Cosa succede, invece, nel caso in cui la strada del lavoro agile sia percorribile e il datore di lavoro si rifiuti di permettere ai lavoratori di lavorare da casa o ripristini le mansioni lavorative in ufficio?
Occorre in primo luogo considerare che il lavoratore è tutelato sia dall’art. 2087 del codice civile – che impone al datore di lavoro di adottare le cautele adeguate a tutelare nel modo più efficace l’integrità fisica del lavoratore -, sia dall’art. 44 del d.lgs n. 81 del 2008 il quale prevede che:
“il lavoratore che, in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa”.
Pertanto, se vi è un concreto pericolo di contagio, è da ritenere che il lavoratore possa pretendere di continuare a lavorare da casa propria, qualora il datore di lavoro sia in possesso di soluzioni tecnologiche che lo permettono. In tal caso il lavoratore potrà ricorrere al giudice per lamentare un pregiudizio alla propria salute e chiedere l’assegnazione o il ripristino del lavoro agile.
Esso sarà tenuto a dimostrare l’inadempimento da parte del datore di lavoro, mentre quest’ultimo avrà l’onere di provare che le mansioni previste non sono compatibili con il lavoro a distanza o che tale modalità richiederebbe uno stravolgimento eccessivamente oneroso dell’organizzazione imprenditoriale.
Da ultimo, qualora i locali aziendali fossero sprovvisti di adeguate misure di tutela della salute, o in caso di impossibilità di raggiungere la sede aziendale con mezzi di trasporto sicuri, il rifiuto da parte del datore di lavoro di assegnare modalità di lavoro smart legittimerà il conseguente rifiuto del lavoratore a svolgere la propria attività, come previsto dall’art. 1460 c.c..
Qualora ti trovassi in una situazione di svantaggio sul luogo di lavoro e non venissero rispettati i tuoi diritti, puoi rivolgerti a un avvocato e tramite lui al giudice di riferimento.
Pubblicato il Aprile 28, 2020 Maggio 13, 2020
L’emergenza sanitaria derivante dalla diffusione incontrollata del Covid-19 ha determinato e
continuerà a determinare modifiche sostanziali nella vita di ciascuno di noi. Lo sanno bene i datori di lavoro, i quali sono tenuti ad assicurare la salubrità e la salute dei propri dipendenti. Vediamo di seguito quali sono i rischi, le responsabilità e gli obblighi in cui incorre ogni datore di lavoro e qual è la normativa di riferimento.
Il diritto alla salute è innanzitutto un diritto inviolabile del cittadino, riconosciuto all’art. 32 della
Costituzione. Più nel dettaglio la tutela dell’integrità fisica dei prestatori di lavoro è prevista
dall’art. 2087 del codice civile e la sua violazione determina la responsabilità contrattuale del datore di lavoro, che sarà eventualmente tenuto al risarcimento dei danni per ciò patiti dal proprio dipendente.
A tal fine il dipendente che ritiene di aver subito un danno alla propria salute in seguito alla mancata adozione di misure di prevenzione da parte del datore di lavoro, sarà tenuto a provare il nesso tra i due elementi, mentre il datore di lavoro dovrà dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e aver adottato le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.
Per dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie il datore di lavoro deve:
provvedere all’aggiornamento del Documento di Valutazione dei rischi rispetto al rischio di contagio da Covid-19 e all’elencazione delle relative misure di tutela e attenuazione del rischio;
predisporre dei piani di intervento, anche in collaborazione con il Medico Competente e il Servizio di Protezione e Prevenzione, al fine di rendere maggiormente efficaci le misure igieniche.
L’imprenditore sarà poi tenuto a rispettare svariate disposizioni di cui al D.Lgs 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, tra cui vi è l’art. 18 che impone al datore di lavoro una serie di obblighi tra cui la fornitura di dispositivi di protezione individuale e l’informazione ai lavoratori dei rischi e delle disposizioni prese in materia di protezione.
Inoltre la responsabilità del datore di lavoro può essere legata all’insufficiente vigilanza sanitaria prevista dall’art. 41 del D.Lgs 81/08, all’inosservanza dell’obbligo di prevenire i rischi di interferenze derivanti dall’accesso da parte di terzi ai luoghi di lavoro, di cui all’art. 26, comma 3 del D.Lgs 81/08.
La violazione delle disposizioni descritte può comportare l’applicazione di sanzioni di carattere amministrativo o integrare fattispecie contravvenzionali punibili con la pena dell’arresto o dell’ammenda, ciò a prescindere dall’eventuale patimento del danno da parte del lavoratore.
La situazione cambia, invece, nel caso in cui il dipendente, in conseguenza della nocività dell’ambiente di lavoro, abbia riportato lesioni gravi o gravissime, o sia deceduto. In tali casi, infatti, il datore di lavoro potrà incorrere in responsabilità penale per i reati di cui agli artt. 590 e 589 c.p., aggravati dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, qualora la mancata adozione delle misure necessarie a contrastare il rischio di contagio dei lavoratori abbia cagionato la morte o la malattia degli stessi. In questa circostanza sarà necessario dimostrare che il contagio è avvenuto nell’ambiente di lavoro e proprio a causa della violazione delle norme antifortunistiche.
L’adozione di misure di prevenzione sono un obbligo a carico del datore di lavoro, tra cui vi sono la predisposizione di tutte le direttive e, in genere, un accorgimento atto a garantire la salute del lavoratore.
ll datore di lavoro ex art. 2087 ha l’onere di:
“adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Onere ribadito ed ampliato dalla normativa di riferimento (D.lgs. 81/2008 con le novità introdotte dal D.lgs. 106/2009). In relazione al contenimento del Coronavirus il datore di lavoro dovrà far rispettare le norme cogenti predisposte dalle autorità, tra le quali:
mantenimento delle distanze, allontanando il più possibile le postazioni lavorative o impedendo l’accesso a più persone contemporaneamente nei locali comuni;
rafforzare le ordinarie indicazioni igieniche.
Quanto all’impatto del Coronavirus sul documento di valutazione dei rischi (DVR) la questione si pone in termini di obbligo o meno in aggiornamento dello stesso. Per i lavoratori a contatto con il virus infatti (operatori sanitari, tecnici di laboratorio) la valutazione del rischio e il conseguente aggiornamento del DVR è necessario; mentre in tutti gli altri casi tale aggiornamento non è obbligatorio.
Gli obblighi del datore di lavoro possono essere così schematizzati:
aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi confrontandosi con i RLS e coinvolgendo il Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione in ordine alla predisposizione di misure anche urgenti e, eventualmente, il medico competente per quanto riguarda pareri di natura scientifica, adottando tutte le misure di informazione e di sicurezza necessarie per garantire l’integrità fisica e morale dei suoi dipendenti in relazione al rischio biologico da Coronavirus;
ricorrere al massimo utilizzo del lavoro agile;
incentivare ferie, permessi e strumenti contrattazione collettiva;
sospendere le attività nei reparti non indispensabili alla produzione;
attuare protocolli di sicurezza anti-contagio, con la valutazione preventiva del rischio da parte di Datore di Lavoro con RSPP, Medico Competente e previa consultazione del RLS. Ove non fosse possibile rispettare la distanza di un metro come principale misura di contenimento, adottare idonei strumenti di protezione individuale (mascherine certificate FFP2-FFP3, in rapporto anche alle specifiche lavorazioni, protezioni facciali, guanti monouso se previsti);
adottare preventivamente misure tecnico-organizzative, con limitazione di spostamenti nei siti e di accesso a spazi comuni, anche tramite barriere fisiche o turnazioni, oltre alla fornitura di tutti i sistemi per la sanificazione di mani e superfici;
sanificare gli ambienti e le singole postazioni di lavoro, gli spogliatoi o le mense se ne è consentita l’apertura e la fruizione.
Quando rivolgersi a un avvocato?
In circostanze come questa appena descritta rivolgersi a un avvocato penalista specializzato è sicuramente la miglior azione da fare per tutelare i propri interessi e talvolta salvaguardare la propria salute.
Il nostro Paese sta vivendo un’emergenza sanitaria grave, di tipo epidemico, che l’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha qualificato come “pandemia”. Il 30 gennaio 2020 l’OMS aveva dichiarato l’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.
In questa circostanza è dunque necessario descrivere nel concreto il reato di epidemia e della configurabilità della condotta delittuosa idonea a integrare la fattispecie di cui all’art. 438 c.p., a seguito di comportamenti agevolatori del contagio.
Cos’è il reato di epidemia colposa?
Tale analisi tiene conto sia della nozione medica di epidemia che di quella normativa, anche alla luce degli approdi della più recente giurisprudenza.
È d’obbligo soffermarsi sulla condotta tenuta da coloro che, trovandosi in una zona rossa o ad alto rischio di contagio, recatosi altrove pur non sapendo di essere stati contagiati, non abbiano rispettato la quarantena e/o non abbiano comunicato i propri spostamenti, avendo contatti con altre persone. Risultati successivamente positivi al Covid-19, la loro condotta precedente potrebbe integrare il reato di epidemia?
Definizione medicina
La scienza medica ha sinora identificato come epidemia:
“ogni malattia infettiva o contagiosa suscettibile, per la propagazione dei suoi germi patogeni, di una rapida ed imponente manifestazione in un medesimo contesto e in un dato territorio colpendo un numero di persone tale da destare un notevole allarme sociale e un correlativo pericolo per un numero indeterminato di individui.”
Nozione penalistica
La nozione penalistica di epidemia, invece, colloca il reato ex art. 438 c.p. tra quelli a forma vincolata nella cui descrizione normativa non sarebbe ricompreso il contagio umano.
L’integrazione del delitto richiederebbe che l’autore abbia il possesso fisico di germi patogeni e che si renda responsabile non di singole condotte di trasmissione di agenti patogeni, ma dello spargimento di questi germi in un’azione tesa a infettare, in modo repentino e incontrollabile, una pluralità indeterminata di persone.
Una recente pronuncia della Cassazione ha affermato il seguente principio:
“Ai fini della configurabilità del reato di epidemia può ammettersi che la diffusione dei germi patogeni avvenga anche per contatto diretto fra l’agente, che di tali germi sia portatore, ed altri soggetti, fermo restando, però, che da un tale contatto deve derivare la incontrollata e rapida diffusione della malattia tra una moltitudine di persone” (Cass. Pen. sez. I , 26 novembre 2019, n. 48014)
L’orientamento maggioritario milita nel senso di ritenere che, trattandosi di un reato di evento qualificato dal pericolo, da accertare in concreto, l’oggetto della tutela apprestata dalla norma incriminatrice è rappresentato dall’obiettivo di evitare il diffondersi di altri contagi. Dunque, alla luce del principio di offensività, soltanto i fenomeni epidemici qualificabili quale “disastro sanitario” sarebbero attinti dalla tipicità propria della fattispecie penale. In sostanza, a rilevare sarebbe non tanto il contagio avvenuto quanto, piuttosto, la pericolosità di potenziali ed ulteriori contagi.
Differenza tra epidemia e cluster epidemico
La nozione di epidemia codicisticamente rilevante è più ristretta della qualificazione accolta in ambito sanitario. La nozione di cluster epidemico, ossia di un’aggregazione di casi di infezione collegati tra loro in una determinata area geografica e in un determinato periodo e che ben descriva il fenomeno causato dalle condotte di contagio, non equivale alla nozione di epidemia, a cui inerisce strutturalmente il profilo della consistenza del dato quantitativo, del numero particolarmente elevato di soggetti infettati. Laddove il fenomeno sia apparso quantitativamente circoscritto, si avrebbe dunque un cluster epidemico e non una epidemia nel senso ad essa attribuito dalla legge penale.
Quando si può parlare di reato?
Ad assumere centralità ai fini dell’integrazione del reato di epidemia sarebbe la condotta di “diffusione” che, secondo la ratio che ha ispirato il legislatore, consisterebbe nello spargimento dei germi al fine di colpire in tempi brevi un numero elevato di soggetti.
Quindi nelle modalità di manifestazione concreta, sebbene ad avviso della giurisprudenza non rilevi il tipo di condotta diffusiva, purché essa sia idonea a cagionare un’epidemia, il reato incontra una notevole difficoltà pratica ad integrare gli estremi della fattispecie criminosa, ragion per cui pochissime sono state le pronunce giurisprudenziali, per lo più di merito per casi di salmonella, definite con esiti assolutori.
Da un lato, certamente non si può escludere che nella nozione di diffusione non rientrino le forme di contagio per contatto fisico tra agente e vittima; dall’altro, secondo la giurisprudenza di legittimità il contagio non può porsi come antecedente causale del fenomeno epidemico.
Nell’individuazione di responsabilità penalmente rilevanti verrebbe ancora in rilievo il consolidato principio di diritto pronunciato sin dal 2008 dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione:
“l’evento tipico dell’epidemia si connota per diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido e autonomo sviluppo entro un numero indeterminato di soggetti, per una durata cronologicamente limitata.” (Cass. Sez. Un., sent. n. 576 dell’11 gennaio 2008).
Dunque la differenza tra la rilevanza della condotta sub specie del delitto in questione e l’irrilevanza della stessa, sarebbe rappresentato dal dato temporale entro cui si verifica il contagio, che contribuisce a qualificare la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto per la pubblica incolumità, ovvero la facile trasmissibilità della malattia ad una cerchia di persone ancora più ampia.
Quando richiedere la consulenza di un avvocato?
Come abbiamo visto, quando si tratta di reato di epidemia colposa le conseguenze possono essere molto gravi, proprio per questo la consulenza con un avvocato si ritiene necessaria affinché si possa fare chiarezza sull’accaduto e valutare le vere conseguenze dell’eventuale commissione di reato.
L’emergenza sanitaria conseguente al Covid-19 ha determinato l’applicazione di una serie di misure volte al contenimento dell’epidemia e alla tutela della salute dei cittadini. Tra queste, la più stringente è data dalla limitazione indicata nel Decreto Legge. n. 19 del 25 marzo 2020:
“alla possibilità di allontanarsi dalla propria residenza, domicilio o dimora se non per spostamenti individuali limitati nel tempo e nello spazio o motivati da esigenze lavorative o da situazioni di necessità o urgenza o motivi di salute o da altre specifiche ragioni”.
Al fine di assicurare il rispetto di tali misure, sono state previste sanzioni amministrative in denaro (da 400 a 3.000 euro) in caso di violazione delle disposizioni del decreto legge di cui sopra e, fino a 4.000 euro se la violazione avviene mediante l’utilizzo di un veicolo.
Cosa significa delazione
Questo termine è utilizzato sia in diritto penale che civile assumendo due accezioni molto distanti tra loro. Dunque cosa significa delazione?
In diritto penale per delazione si intende una denuncia (anche anonima) con la quale si mette a conoscenza l’autorità giudiziaria della commissione di un reato, un illecito o del suo tentativo.
La delazione prende invece un altro significato nel diritto civile in cui indica l’offerta dell’eredità nei confronti di coloro che hanno diritto di riceverla, intesa come l’insieme dei rapporti giuridici appartenenti al defunto.
L’osservanza delle regole è assicurata dai controlli delle forze di polizia e dalla polizia municipale, i quali possono ricevere segnalazioni di eventuali violazioni da parte dei cittadini. In questo periodo di quarantena, però, si è tristemente diffusa anche la pratica delle segnalazioni tramite social network, mediante la condivisione su gruppi pubblici o privati di fotografie di persone che escono di casa (per motivi per lo più ignorati dai delatori).
Tuttavia le segnalazioni via Facebook non solo non rappresentano uno strumento utile alle autorità competenti, non essendo a queste ultime direttamente presentate, ma integrano a loro volta un illecito: l’abuso di immagine altrui, di cui all’art. 10 del codice civile.
La fotografia, infatti, costituisce uno strumento di identificazione di una persona ed è, pertanto, un dato personale che richiede il consenso dell’interessato per essere divulgato, a tutela sia del diritto all’immagine sia del diritto alla riservatezza, entrambi diritti inviolabili e costituzionalmente rilevanti.
Dunque il soggetto ritratto a sua insaputa, non avendo prestato consenso alla pubblicazione della propria immagine su internet, può chiedere al giudice l’emissione di un ordine di immediata rimozione dell’immagine da internet e il risarcimento del danno.
In alternativa, l’interessato potrà fare richiesta di rimozione della foto al publisher della foto o segnalare il contenuto al social network, il cui gestore, una volta venuto a conoscenza del fatto, è tenuto ad attivarsi. Infine, è possibile fare richiesta al Garante della Privacy per chiedere la cessazione del trattamento dei dati illecito e la conseguente rimozione della fotografia.
La situazione si aggrava inoltre quando le foto pubblicate sono correlate da frasi rivolte a classificare i soggetti ripresi come trasgressori. In tali casi, infatti, l’interessato potrà sporgere querela nei confronti di chi ha pubblicato la fotografia e di chi ha commentato in modo offensivo
(spesso è sufficiente anche un like al post). Infatti, la pubblicazione di un messaggio lesivo della reputazione di un soggetto – individuabile grazie alla foto – su uno spazio virtuale che lo rende potenzialmente idoneo a raggiungere un numero indeterminato di persone, integra il delitto di diffamazione aggravata dall’utilizzo di altro mezzo di pubblicità, di cui al 3° comma dell’art. 595 del codice penale.
Cosa fare in caso di denuncia?
In caso di denuncia è importante affidarsi un professionista del settore, nello specifico a un avvocato penalista, che possa capire quale sia la migliore e più opportuna strategia difensiva per il proprio assistito.