Source: http://studiotanza.it/sentenza_mutui.html
Timestamp: 2020-04-01 10:09:08+00:00
Document Index: 135402643

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 1283', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.331', 'art.100', 'art.360', 'sentenza ', 'art. 100', 'art. 360', 'art. 100', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 52', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 1283', 'art. 360', 'art. 117', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1418', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1238', 'sentenza ', 'art.1283', 'art. 1283', 'art.1283', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art.1283', 'art. 1283', 'art.1283', 'art.1283', 'art.1283', 'art 1283', 'art.2148', 'art. 1283', 'art.1283', 'art. 1283', 'art.1283', 'art.1283', 'art. 1815', 'art.1283', 'art.1283', 'art. 1283', 'art.1283', 'art.1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art.12', 'art.25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.1283', 'art. 1200', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sentenza mutui
Sentenza "Mastronardi"
Modulo per ripetizione somme
Dott. Michele LO PIANO CONSIGLIERE Rel.D
Sul ricorso n. 19884/98 proposto
L. Giuseppe, difeso da sé stesso, elettivamente domiciliato in Roma, via …, presso lo studio dell’Avv. …….
CREDITO ITALIANO S.p.A. successore della Cassa Rurale Artigiana Popolare di Palma di Montechiaro – Società Cooperativa S.r.l. Palmaria.
e sul ricorso n. 90/99 proposto
UNICREDITO ITALIANO S.p.A., in persona dei suoi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Piazza ……, presso lo studio dell’avv. ……., difesa dall’Avv. ……….., giusta delega in atti.
Controricorso e ricorrente incidentale
avverso la sentenza n. 571/98 della Corte d’Appello di Palermo, emessa il 30 gennaio 1998 e depositata il 6 luglio 1998 (R.G. 765/96);
Con ricorso notificato il 18 giugno 1991 l’avvocato Giuseppe L. propose opposizione all’esecuzione immobiliare promossa nei suoi confronti.
a) aveva stipulato con la Cassa rurale ed artigiana popolare di Palma di Montechiaro tre contratti di mutuo (il primo nel 1976, il secondo nel 1980 e il terzo nel 1982), ciascuno con durata quinquennale nel 1980 e il terzo nel 1982), ciascuno con durata quinquennale e con interessi rispettivamente del 15% per i primi due e del 20% per il terzo, e di avere aperto un conto corrente con affidamento;
c) per il terzo mutuo era stata iscritta ipoteca anche su area edificabile e sull’edificio da realizzarvi;
d) era stato interamente estinto il primo rapporto di mutuo ed erano state pagate solo due rate (per un totale di lire 53 milioni) per il mutuo del 1980, mentre nessuna rata era stata versata per il mutuo del 1982, in quanto la costruzione dell’edificio sull’area ipotecata era stata bloccata dalla pubblica amministrazione;
e) nel 1986 e nel 1987 gli erano stati notificati rispettivamente decreto ingiuntivo per scoperto di conto corrente e precetto per le rate insolute dei suddetti mutui, con conseguente pignoramento di tutti gli immobili ipotecati e in entrambi i casi aveva proposto opposizione;
f) realizzato l’edificio summenzionato e stipulati i relativi contratti preliminari di compravendita, al fine di ottenere la cancellazione delle ipoteche sugli appartamenti promessi in vendita o la relativa riduzione di pignoramento, in data 20 maggio 1988 aveva sottoscritto una lettera di adesione alle condizioni prescritte dalla C.R.A.P., consistenti nel riconoscimento di tutte le pendenze debitorie, rinunzia alle opposizioni proposte, accettazione di un tasso d’interesse pari al 25%;
g) in data 29 aprile 1990 l’assemblea della C.R.A.P. aveva deliberato di offrire a tutti i debitori dell’istituto l’eliminazione delle pendenze con un tasso di interesse pari al 5% e successivamente il consiglio di amministrazione aveva deliberato la stessa proposta al tasso di interesse pari al 14%;
h) per tale ragione egli aveva inviato tre lettere al fine di ottenere la concessione delle anzidette agevolazioni e malgrado ciò la C.R.A.P., o direttamente da esso opponente oppure dagli acquirenti dagli appartamenti ipotecati, la complessiva somma di lire 1.425.727.000, ma ciò nonostante gli era stato intimato il pagamento di lire 585.000.000.
Ciò premesso il L. chiese:
- di ordinare la sospensione dell’esecuzione e la cancellazione delle ipoteche e del pignoramento per l’avvenuto pagamento delle somme ricevute a titolo di mutuo;
- di riliquidare le somme dovute e dipendenti del conto corrente n. 273 e dei mutui applicando i saggi di interesse del 5%, 14%, 20,50% sul mutuo di lire 500.000.000 e del 15%, sul mutuo di lire 80.000.0000 esclusi gli interessi di mora ed anatocistici;
- di ritenere e dichiarare che gli interessi in favore della Cassa opposta dovevano essere applicati nella misura del 5% per effetto della delibera assemblare della cassa del 24/4/1990 e in subordine del 14% e ancora più in subordine del 18% sempre con eslusione degli interessi di mora ed anatocistici;
- di condannare la Cassa alle restituzioni delle somme pagate in eccesso qualora esso opponente fosse risultato creditore "previa declaratoria di nullità di quelle condizioni inique contenute nella lettera che la travolgono e l'annullano perchè inficiata di nullità assoluta per illiceità della causa, perchè ispirata a comportamenti sleali coercitivi ed illeciti stante lo stato di bisogno del ricorrente";
- di condannare la Cassa rurale ed artigiana popolare opposta al risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede per la mancata cancellazione delle ipoteche iscritte a fronte dei mutui, il tutto con vittoria di spese e compenso del giudizio.
La Cassa rurale ed artigiana popolare opposta si costituì in giudizio ed eccepì l'inammissibilità e l' infondatezza dell'opposizione, basata sugli stessi motivi di cui alle opposizioni del decreto ingiuntivo e al precetto, oggetto di rinuncia come da lettera del 20 maggio 1988.
Osservò inoltre che il L. aveva sottoscritto la transazione del 20 maggio 1988, perfettamente valida e sottoposta a condizione risolutiva, e che lo stesso L. non aveva rispettato il patto di non effettuare vendite di unità facenti parte dell'edificio costruito in località Costa Aguzzino di Agrigento senza la preventiva autorizzazione della Cassa; patto ritenuto essenziale ed inderogabile, cosicchè la Cassa opposta aveva diritto a richiedere gli interessi convenzionali stabiliti in ordine ai rapporti di mutuo originari.
Negò che fossero state adottate le delibere per proposte transattive a tassi inferiori (del 5 % o del 14%) e che il L. fosse creditore di prestazioni professionali, essendo l'assunto privo di riscontro di prova.
Chiese la condanna del L. al risarcimento dei danni per responsabilità aggravata ai sensi dell' art. 96 c.p.c..
Venne disposta ed eseguita consulenza tecnica di ufficio per quantificare le somme versate dal L. e per il calcolo delle somme dovute secondo i rispettivi assunti delle parti in causa.
Con comparsa conclusionale si costituì, quale successore del C.R.A.P., il Credito Italiano S.p.a..
Con sentenza del 11 luglio 1996 il Tribunale di Agrigento rigettò l'opposizione, dichiarò risolta la transazione sottoscritta il 20 maggio 1988 e condannò il L. al pagamento delle spese, liquidate in complessive lire 12.100.000, di cui lire 3.700.000 per spese, lire 2.300.000 per diritti e lire 6.100.000 per onorari, oltre IVA e contributo previdenziale a favore della Cassa avvocati, se dovuta come per legge.
Il Tribunale ritenne preliminarmente la costituzione in giudizio del Credito Italiano S.p.a., quale successore della C.R.A.P., parte opposta, innanzi tutto perchè non si era verificata nè una fusione nè una incorporazione, ma una cessione di azienda e quindi una successione a titolo particolare, con la conseguenza che il Credito Italiano avrebbe avuto la facoltà di intervenire a tempo debito nel giudizio atteso che il processo proseguiva tra le parti originarie in virtù del disposto all'art. 111 c.p.c., e in secondo luogo perchè l'intervento era stato tardivo.
Nel merito rilevò che la transazione raggiunta con lettera del 20 maggio 1988 non era stata superata da un successivo accordo perchè le delibere alle quali il L. aveva fatto riferimento non contenevano alcun impegno da parte della Cassa rurale ed artigiana popolare opposta e perchè dalla documentazione prodotta risultava che il L. era stato consigliato di avanzare proposte, che però non erano state accettate; che l'opposizione non era inammissibile perchè con l'atto di transazione il L. aveva rinunciato alle azioni legali intraprese in epoca precedente contro la Cassa, ma non ai diritti sottostanti; che la transazione raggiunta non poteva essere considerata affetta da nullità per illiceità della causa perchè era stata liberamente sottoscritta dal L., non era contraria ad alcuna norma imperativa, contenendo semplicemente, da un lato, la rinuncia da parte del L., alle precedenti azioni giudiziarie intraprese e il riconoscimento di un tasso di interesse maggiore sulle pendenze debitorie, come ricalcolate ed accettate dall'appellante, e dall' altro la rinuncia da parte della Cassa ad una parte delle ipoteche accese sugli immoboli del L., il tutto previsto dalle parti su di un piano paritario.
Inoltre osservò in ordine al riconiscimento degli interessi aulla somma dovuta, comprensiva degli interessi già maturati, che la capitalizzazione degli interessi non era contraria all'art. 1283 cod. civ., il quale fissa limiti ben precisi agli interessi anatocistici solo "in mancanza di usi contrari" laddove invece nei rapporti bancari esisteva un uso normativo, che era perfettamente legittimo (Cass. 7571/92).
Ritenne infondata l'eccezione di illegittimità della trattenuta operata dalla C.R.A.P. sulla somma erogata al L. a titolo di ritenuta d'imposta perchè ai sensi dell'art. 23 del D.P.R. n. 300 del 1973, la Cassa nell'erogare i finanziamenti era costretta ad effettuare la trattenuta quale sostituto d'imposta.
Infine, il Tribunale ritenne che la compensazione opposta dal L. per crediti relativi a prestazioni professionali era rimasta priva di riscontro probatorio.
Procedendo poi all'esame della domanda riconvenzionale proposta dalla Cassa, il Tribunale riscontrò che la validità della transazione era stata espressamente sottoposta alla condizione risolutiva che il L. non effettuasse alcuna vendita delle unità facenti parte dell’edificio sito in Agrigento in Viale della Vittoria ipotecato a garanzia del debito contratto, tranne quelle espressamente previste; che dagli atti del giudizio risultava che il L. non aveva rispettato la suddetta pattuizione, cosicchè era sorto il diritto per l’opposta di ottenere la risoluzione della transazione e l’obbligo dell’opponente di corrispondere gli interessi originariamente pattuiti.
Nessuna prova veniva rinvenuta tra gli atti del giudizio a sostegno della domanda di condanna al risarcimento dei danni a carico del L. per responsabilità aggravata.
Avverso la suddetta sentenza il L. propose appello con atto di citazione notificato il 13 settembre 1996 al Credito Italiano S.p.A. e alla società cooperativa “Palmaria” – in persona del suo legale rappresentante dott.Filippo C. – con sede a Palma di Montechiaro, quest’ultima costituita a seguito della trasformazione della C.R.A.P. e del trasferimento dell’azienda al Credito Italiano.
Si costituiscono in giudizio sia il Credito Italiano S.p.A. sia la società cooperativa a responsabilità limitata Palmaria.
Il Credito Italiano non solo resistette al gravame, ma a sua volta propose appello in via incidentale.
La società cooperativa S.r.l. Palmaria invece dedusse che, a seguito della cessione di azienda da parte della C.R.A.P., effettuato con atto del 2 dicembre 1992 e di un preciso impegno contrattuale assunto, la detta Cassa si era trasformata in società creditizia; chiese, pertanto, di essere estromessa dal giudizio, essendosi verificata la cessione a titolo particolare anche dei crediti vantati dalla cassa nei confronti del L..
Alla prima udienza di comparizione, l’avvocato L. dichiarò di non conoscere le firme apposte in calce alla scrittura privata del 2 dicembre 1992 (c.d. contratto ad effetti sospesi intercorso tra la Cassa Rurale e il Credito Italiano); precisò che le firme non riconosciute si riferivano a Cacciatore Giuseppe quale presidente della cassa rurale e le altre due a sedicenti rappresentanti legali del Credito Italiano e che il disconoscimento nasceva dal fatto che le firme non risultavano essere state autenticate da un pubblico ufficiale.
A sua volta l’avvocato C. per il Credito Italiano osservò che l’atto di cessione dell’Azienda tra la Cassa Rurale e il Credito Italiano era avvenuto per atto rogato dal notaio P.Soriani di Milano del 2 dicembre 1992.
L’avvocato L. contestò la circostanza deducendo che si trattava di scrittura privata con firme non autenticate.
Alla successiva udienza del 28 gennaio 1997 l’avvocato C. dichiarò di produrre copia autenticata del contratto di cessione d’azienda bancaria ad effetti sospesi tra la suddetta Cassa rurale e il Credito Italiano del 2 dicembre 1992 nonché copia autenticata della denuncia di avveramento delle condizioni sospensive, registrata in data 8 aprile 1993.
L’avvocato L. dichiarò di opporsi all’estromissione della società cooperativa Palmaria ed eccepì che il documento prodotto relativo alla cessione dell’azienda bancaria no era un atto pubblico né una scrittura privata con firme autenticate.
Venne dato atto da parte del Consigliere istruttore che il documento era una scrittura privata attestata conforme all’originale da un notaio.
All’udienza del 18 febbraio 1997 l’avvocato L. dichiarò di non conoscere le firme apposte in calce alla lettera del 25 marzo 1993 e nella denuncia registrata a Milano l’8 aprile 1993; produsse documenti, tra cui 65 atti di precetto. Eccepì il difetto di legittimazione ad processum e ad causam del Credito Italiano; incidenter tantum chiese di ritenere e dichiarare la nullità della scrittura ad effetti sospesi perché redatta in violazione di norme imperative e perché le condizioni sospensive non si erano verificate entro il 1993.
L’avvocato C. dichiarò di non accettare il contraddittorio su questioni, eccezioni e domande nuove.
La Corte d’appello di Palermo, con sentenza del 6 luglio 1998, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, dichiarò che il credito della C.R.A.P. (ed ora del Credito Italiano) era, alla data del 31 maggio 1994, di lire 1.191.694.000, per effetto della compensazione del credito del L. pari a lire 10.468.000; respinse ogni altra domanda proposta dalle parti, confermando nel resto la sentenza impugnata, e compensò le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito.
Per la cassazione della suddetta sentenza ha proposto ricorso L. Giuseppe.
Ha resistito con controricorso ed ha proposto ricorso incidentale la S.p.A. Unicredito Italiano (denominazione assunta dal Credito Italiano S.p.A.).
Nell’udienza del 1 febbraio 2001, questa Corte, rilevato che il ricorso incidentale non era stato notificato alla Banca di credito Cooperativa a responsabilità limitata Palmaria, nonostante la sua veste di dante causa a titolo particolare del diritto controverso, ha disposto che nei confronti della predetta fosse integrato il contraddittorio.
Il ricorso incidentale deve essere dichiarato inammissibile non avendo le parti provveduto alla integrazione del contraddittorio disposta da questa Corte, ai sensi dell’art.331 c.p.c., nell’udienza del 1 febbraio 2001.
Nella trattazione dei motivi sarà seguito l’ordine di priorità logica che non coincide con l’ordine di esposizione contenuto nel ricorso.
Con il secondo motivo si denuncia: Violazione dell’art.100 c.p.c. in relazione all’art.360 nn.3 e 5 c.p.c.
Si deduce che la Corte d’appello avrebbe dovuto dichiarare il difetto di rappresentanza processuale del Credito Italiano S.p.A., atteso che il suo procuratore non era legittimato a resistere in appello; infatti al detto procuratore era stato conferito mandato per rappresentare e difendere il Credito Italiano nel giudizio di primo grado, nel quale l’intervento dell’istituto era stato dichiarato inammissibile.
Dall’esame degli atti, consentito in questa sede attesa la natura della censura, risulta che il Credito Italiano intervenne nel giudizio di primo grado conferendo mandato agli avvocati Giorgio C. e Carmelo L. (v. procura speciale con autentica della firma da parte del Notaio Francesco Paolo Polizzano, rep. N. 4448 del 27 maggio 1996).
Ai suddetti avvocati venne espressamente conferito il potere di rappresentanza e difesa nel giudizio di opposizione promosso dal L. nonché il potere di «richiedere prova, proporre reclami, impugnazioni ed opporsi ad esse»; si aggiunge infine l’espressione «il tutto si intenderà per rato e valido senza bisogno di ulteriore conferma».
La suddetta procura autorizzava l’avv. C. a costituirsi per resistere all’appello proposto dal L. contro la sentenza del Tribunale ed proporre appello incidentale contro la stessa sentenza.
Infatti, l’espresso riferimento al potere di proporre impugnazioni e di resistere ad esse manifesta in modo evidente la volontà della parte di conferire mandato al procuratore anche per il giudizio d’appello, con la conseguenza che deve ritenersi immune da critiche la statuizione sul punto della Corte d’appello, che in tal senso ha deciso.
A nulla poi rileva che l’intervento del Credito Italiano fosse stato dichiarato inammissibile nel giudizio di primo grado a causa ella sua tardività, perché tale statuizione nessuna incidenza poteva avere sulla validità e sulla estensione della procura conferita dall’istituto bancario ai suoi difensori.
Con il terzo motivo si denuncia: Violazione dell’art. 100 c.p.c. in relazione all’art. 360,nn. 3 e 5, c.p.c.
Si deduce testualmente: «il Credito Italiano che assume la veste di creditore opposto e appellato conserva tale qualifica se ed in quanto successore legittimo del C.R.A.P., cosa che non ha dimostrato e pertanto manca di legittimazione ad causam».
Con il sesto motivo, connesso al terzo, si denuncia: Violazione dell’art. 100 c.p.c., in relazione all’art. 360 stesso codice.
Si deduce testualmente: «Il ricorrente anche nella veste di terzo è legittimato a sollevare eccezioni e mancanze colte negli atti traslativi intercorsi per scrittura privata tra C.R.A.P. e Credito Italiano il 2 dicembre 1992 e 1993 perché la sua veste di debitore gliene dà diritto e facoltà di essere certo di quanto vergato, senza dire che nel contratto ad effetti sospesi si legge il trasferimento dei crediti è limitato a quelli risultanti al bilancio 1991 della C.R.A.P. nel quale non si legge il trasferimento del credito nei confronti del L. al predetto Credito Italiano».
Le censure non possono trovare accoglimento perché non sono idonee ad incidere, stante anche la loro estrema genericità, sulle puntuali osservazioni svolte in ordine alla legittimità dell’intervento del Credito Italiano da parte della corte d’appello.
Invero, dato atto di tutte le critiche mosse dal L. alla sentenza del primo giudice sul punto in discussione, la Corte d’appello così ha motivato: «…l’eccezione di nullità del contratto di cessione d’azienda è infondata, atteso che il divieto sancito dall’art. 30 del D.P.R. n. 1706 del 1937 (T.U. C.R.A.) riguarda per le casse rurali ed artigiane le fusioni o le incorporazioni c.d. eterogenee, ma non il trasferimento di azienda a favore delle aziende di credito di cui alle lettere a e b della legge bancaria allora vigente (art. 52 legge bancaria R.D. 12.03.1936 n. 375 e succ. modificazioni). Per le altre contestazioni, oltre ad essere incompatibili con la citazione dell’atto di appello nei confronti del Credito Italiano, va osservato che esse attengono al negozio di cessione e non essendo state fatte dall’altro contraente, nella specie la società cooperativa a responsabilità limitata PALMARIA, non sono opponibili dal L. perché, quale debitore ceduto è rimasto estraneo al suddetto negozio e tale rapporto non incide in alcun modo sul suo obbligo di adempiere».
« Violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. ri 3-5 stesso codice – per essere la Corte d’Appello andata ultra petita, cumulando sorte capitale ed interessi anatocistici e di mora senza fare il distinguo tra capitale ed interessi tempi di applicazione e somme cui si riferiscono e poiché non richiesti nelle forme rituali.
Tali interessi dovevano essere richiesti in via giudiziale ed in ogni caso farli decorrere dalla domanda giudiziale; nel caso in esame gli interessi moratori ed anatocistici dovrebbero decorrere dalla domanda giudiziale che nel caso che ci occupa non è dato rilevare una domanda in tal senso e gravare sul residuo credito semprechè ancora residuasse a favore della C.R.A.P. con la specificazione della misura, scadenze e i tempi cui si riferiscono.
Nel caso che ci occupa manca addirittura la motivazione del come si è pervenuti alla quantificazione delle somme al 31 maggio 1994».
Con il quinto motivo si denuncia: Violazione dell’art. 1283 c.c. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.
Si deduce, sotto un primo profilo, che il giudice d’appello non avrebbe potuto cumulare gli interessi di mora con gli interessi dovuti sulle somme concesse in mutuo, in forza della clausola contrattuale che li prevedeva, poiché gli interessi possono produrre interessi soltanto dalla domanda giudiziale o in base a convenzione posteriore alla loro scadenza.
Si deduce, sotto un secondo profilo, che il giudice di appello ha adottato acriticamente le conclusioni del consulente tecnico per determinare l’ammontare del debito complessivo.
Si deduce, sotto un terzo profilo, la violazione dell’art. 117 del decreto legislativo 1 settembre 1993 n. 385, che sancisce l’espresso divieto di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi d’interesse e delle condizioni praticate dalle banche ai clienti.
Con il settimo motivo si denuncia: Violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. per omessa motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione agli artt. 1193, 1194, 1283 e 1184 c.c.
La censura sviluppata con il quarto motivo è infondata nella parte in cui denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. perché il cumulo di interessi sugli interessi era stato fatto valere dalla creditrice opposta fin dal primo grado del giudizio.
Con riferimento al primo profilo di censura di cui al quinto motivo si osserva che il giudice d’appello ha respinto l’impugnazione proposta dal L., in base alle seguenti considerazioni: «Per gli interessi di mora va rilevato che dai contratti di mutuo intercorsi tra il L. e la cassa risulta che è stato pattuito un interesse di mora per entrambi i finanziamenti prevedendo espressamente la decorrenza dalla scadenza delle singole rate annuali in conformità al combinato disposto di cui agli artt. 1224, 1219 n. 3 e 1283 c.c., non essendo necessaria una preventiva costituzione in mora da parte della Cassa creditrice. Per il calcolo degli interessi sugli interessi, i c.d. interessi anatocistici va ribadito che nel caso in esame non sono applicabili le limitazioni previste dall’art. 1283 c.c. perché tali limitazioni valgono solo in mancanza di usi contrari, come viene previsto dallo stesso art. 1283 c.c., laddove invece nei rapporti bancari esiste un uso normativo contrario che viene considerato perfettamente legittimo (v. Cass. 7571/92 e 6631/81)”.
I due finanziamenti cui fa riferimento la Corte d’appello riguardano il mutuo di lire 80.000.000 in data 2 maggio 1980 ed il mutuo di lire 500.000.000 del 23 novembre 1982, entrambi concessi dalla C.R.A.P. al L..
Il primo mutuo, rimborsabile in cinque anni, venne concesso al tasso del 15% in ragione d’anno. Venne previsto che il mutuo sarebbe stato rimborsato in cinque rate annuali uguali e costanti, ciascuna di lire 23.865.243, comprensive di sorte ed interessi. Fu, infine, previsto che il ritardato pagamento alla scadenza di ciascuna delle rate avrebbe prodotto un interesse di mora del 21% in ragione d’anno, con decorrenza dalla scadenza.
Il secondo mutuo, anch’esso rimborsabile in cinque anni, venne concesso al tasso del 20,50% in ragione d’anno. Venne previsto che il mutuo sarebbe stato rimborsato in cinque rate annuali uguali e costanti di lire 169.032.785, comprensive di sorte ed interessi. Fu, infine, previsto che il ritardato pagamento alla scadenza di ciascuna delle rate avrebbe prodotto un interesse di mora del 25% in ragione d’anno, con decorrenza dalla scadenza.
Come più sopra ricordato il ricorrente deduce che il giudice d’appello non avrebbe potuto cumulare gli interessi di mora con gli interessi dovuti sulle somme concesse in mutuo, in forza della clausola contrattuale che li prevedeva, poiché gli interessi possono produrre interessi soltanto dalla domanda giudiziale o in base a convenzione posteriore alla loro scadenza.
Occorre, in primo luogo, rilevare che in ipotesi di mutuo per il quale sia previsto un piano di restituzione differito nel tempo, mediante il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sulla intera somma integra un fenomeno anatocistico, vietato dall’art. 1283 c.c..
Il principio è stato affermato da questa Corte a partire dalla sentenza n. 3479 del 1971, la quale osservò che “il semplice fatto che nelle rate di mutuo vengono compresi sia una quota del capitale da estinguere sia gli interessi a scalare non opera un conglobamento nè vale tanto meno a mutare la natura giuridica di questi ultimi, che conservano la loro autonomia anche dal punto di vista contabile”.
Lo stesso principio è stato affermato da Cass. 6 maggio 1977, n. 1724.
L’orientamento è da seguire.
Nei mutui c.d. ad ammortamento, la formazione delle varie rate, nella misura composita predeterminata di capitale ed interessi, attiene ad una modalità dell’adempimento delle due obbligazioni; nella rata concorrono, infatti, la graduale restituzione della somma ricevuta in prestito e la corresponsione degli interessi; trattandosi di una pattuizione che ha il solo scopo di scaglionare nel tempo le due distinte obbligazioni del mutuatario, essa non è idonea a mutuarne la natura né ad eliminarne l’autonomia.
Ciò premesso deve ora verificarsi se in materia di mutuo bancario esista un uso contrario che legittimi la decorrenza degli interessi moratori sugli interessi corrispettivi sin dal momento della loro scadenza; il che si risolve nell’accertare la legittimità della clausola, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sulla intera somma, a prescindere quindi dalle condizioni previste dall’art. 1283 c.c.-
La fattispecie esaminata riguardava un mutuo di £ 100.000.000, concesso da un Istituto bancario a dei privati, al tasso dell’8% da estinguersi in trenta rate semestrali di £ 5.783.010, ciascuna comprensiva del capitale e degli interessi a scalare; nel contratto era stato previsto che su tutte le somme dovute e non pagate nei termini contrattuali sarebbero decorsi a carico del mutuatario gli interessi di mora nella misura del 9%.
La Corte d’Appello aveva ritenuto legittima la richiesta della banca mutuante di ottenere il pagamento degli interessi di mora sulle rate scadute e non pagate, così come convenzionalmente pattuito, rilevando che la fattispecie non integrava un’ipotesi di anatocismo, in quanto nei contratti di mutuo, nei quali sia pattuita l’estinzione del debito per capitale ed interessi mediante un piano di ammortamento, gli interessi rimangono fin dall’inizio capitalizzati.
Come si è più sopra ricordato, Cass. N. 3479 del 1971 ha escluso che gli interessi perdessero la loro natura per effetto della inclusione nei ratei di ammortamento ed ha statuito che “salvo eccezioni previste dalla legge o l’esistenza di usi contrari, che deve essere provata dalla parte interessata, anche nel caso di mutui ad ammortamento gli interessi di mora sulle rate di mutuo scadute e non pagate sono dovute soltanto a decorrere dalla domanda giudiziale o per effetto di convenzioni posteriori alla loro scadenza e sempre che siano decorsi almeno sei mesi”.
Abbastanza significativo appare il fatto che le suddette sentenza non si pongono esplicitamente il problema dell’esistenza di usi contrari che consentano di derogare al divieto di cui all’art. 1283 c.c., considerato dalla seconda sentenza <<norma imperativa, che presidia l’interesse pubblico ad impedire una forma, subdola, ma non socialmente meno dannosa delle altre, di usura>> con la conseguenza che <<i patti conclusi in sua trasgressione sono nulli ai sensi dell’art. 1418 c.c.>>. Tuttavia dalla prima delle due sentenze, laddove è affermato che gli usi, con riferimento alla fattispecie esaminata, andavano provati, può indursi che nel caso esaminato tale prova non era stata data né (è da presumersi) offerta o dedotta.
Alle citate sentenze segue la sentenza n. 6631 del 15 dicembre 1981 di questa Corte che, sempre con riferimento ad un contratto di mutuo intercorso tra un istituto di credito ed un privato affermò il principio così massimato: <<gli usi che consentono l’anatocismo, richiamati dall’art. 1283 c.c., sono usi normativi, in quanto operano sullo stesso piano di tale norma (secundum legem) come espressa eccezione al principio generale ivi affermato, onde essi hanno l’identica natura delle regole dettate dal legislatore ed il giudice può applicarli attingendone comunque la conoscenza (iura novit curia), con la conseguenza che anche in sede di legittimità è ammessa una indagine diretta sugli usi in questione e, una volta accertatane l’esistenza, una decisione sulla base dei medesimi, indipendentemente dalle allegazioni delle parti e dalle considerazioni svolte in proposito dal giudice di merito”In Applicazione del suddetto principio- e ricordato”che gli usi sono caratterizzati da un comportamento della generalità degli interessati che vi si adeguano con il convincimento di adempiere ad un precetto di diritto” la Corte ha ritenuto che ”può fondatamente affermarsi che nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti, in tutte le operazioni di dare e avere , l’anatocismo trova generale applicazione in quanto sia le banche sia i clienti chiedono e riconoscono ( nel vario atteggiarsi dei singoli rapporti attivi e passivi che possono in concreto realizzarsi ) come legittima la pretesa degli interessi da conteggiarsi alla scadenza non solo sull’originario importo della somma versata ma sugli interessi da questa prodotti e ciò anche a prescindere dai requisiti richiesti dall’art. 1283 cc”. Fatta questa premessa la Corte ha ritenuto che non era necessario accertare” un uso con specifico riferimento agli atti di mutuo, in quanto è idonea a legittimare l’anatocismo nei confronti di questi, una consuetudine che riguardi tutti i rapporti di credito, in un determinato campo, dato che la regola generale trova applicazione nei casi particolari ad essa riconducibile” ed ha concluso affermando che” sussiste, dunque, un uso che rende lecito l’anatocismo fra banche e clienti e, pertanto, deve concludersi, in conformità alle decisioni del giudice di merito, per la validità della clausola, contenuta nel mutuo in discussione, che prevede gli interessi moratori dell’8,50 % sulle rate di ammortamento scadute e non pagate”.
Occorre soffermare l’attenzione sulla detta sentenza perché essa costituisce il precedente (solo indirettamente e , peraltro senza dimostrazione alcuna, l’esistenza di un uso era stata ritenuta da Cass.12 aprile 1980, n 2335 (sul quale si sono basate le successive decisioni di questa Corte (fino a Cass. 16 marzo 1999, n. 2374) per affermare l’esistenza generalizzata di usi bancari derogatori della norma di cui all’art. 1238 c.c.
Peraltro, la sola sentenza, successiva a Cassazione n.6631 del 1981, che si è occupata del problema dell’anatocismo nella materia del mutuo bancario è stata la n. 9227 del 1995, che si è limitata a richiamare il precedente senza nulla aggiunger ( Ci si riferisce naturalmente alle sole decisioni in materia di mutui ordinari atteso che nei mutui fondiari l’anatocismo è previsto per legge).
Della sentenza n.6631 del 1981 è da condividere l’affermazione secondo cui gli usi richiamati dall’art.1283 c.c., sono soltanto i c.d. “usi normativi”.
Questo punto non è discutibile ove si consideri che a detti usi è consentito derogare la disciplina dettata dalla citata norma.
Nella fattispecie di cui all’art. 1283 c.c. per l’effetto del richiamo, l’uso acquista forza di legge, così come è venuto a formarsi in seno alla categoria di persone che vi ha dato vita, onde la norma che lo regola attraverso esso la materia che ne costituisce l’oggetto.Del resto, su tale punto la giurisprudenza di questa Corte è concorde e l’affermazione della natura normativa dell’uso richiamato dall’art.1283 c.c. costituisce la premessa sia dell’indirizzo che fa capo alla sentenza n. 6631 del 1981 sia dell’indirizzo innovativo che ha avuto inizio con Cassazione n.2374 del 1999.
Una rimeditazione è necessaria, invece , in ordine agli altri principi che si trovano affermati nella citata sentenza.
Come si è più sopra ricordato, la sentenza n. 6631 del 1981, dopo aver premesso che “può fondatamente affermarsi che nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti, in tutte le operazioni di dare e avere, l’anatocismo trova generale applicazione in quanto sia le banche sia i clienti chiedono e riconoscono ( nel vario atteggiarsi dei rapporti attivi e passivi che possono in concreto realizzarsi ) come legittima la pretesa degli interessi da conteggiarsi alla scadenza non solo sull’originario importo della somma versata ma sugli interessi da questa prodotti e ciò anche a prescindere da dai requisiti richiesti dall’art. 1283 c.c.” afferma che “non è necessario…che si accorti un uso con specifico riferimenti agli atti di mutuo , in quanto è idonea a legittimare l’anatocismo nei confronti di questi, una consuetudine che riguardi tutti i rapporti di credito, in un determinato campo. Dato che la regola ad generale trova applicazione nei casi particolari ad essa riconducibili”.
L’affermazione di una regola generale tratta dalla constatazione della esistenza di una pratica anatocistica comune “a tutte le operazioni di dare e avere” nel campo bancario, non appare del tutto convincente quando poi si ammette che per almeno una di queste operazioni, e cioè quella di mutuo, tale pratica non è accertata ; tanto che viene respinta la richiesta del ricorrente di accertamento di un uso con specifico riferimento agli atti di mutuo non con l’affermazione che un uso siffatto esista ma con l’affermazione che in ordine a detto uso non sia necessario alcun accertamento stante l’esistenza della regola generale.
Peraltro è ancora da osservare che allorquando l’uso è richiamato dalla legge, nei termini in cui ciò è fatto dall’art.1283 c.c.c questa ne recepisce il contenuto, che viene così ad essere incorporato nella norma scritta, di cui diventa parte integrante; in tale caso il contenuto della norma, nella parte in cui fa riferimento all’uso, è costituito appunto dal contenuto di questo , che viene così sussulto dalla norma negli stessi termini oggettivi e soggettivi in cui si è formato attraverso l’uniforme e costante ripetizione di un determinato comportamento da parte di un certo gruppo di soggetti.
Ciò comporta che l’uso non può estendersi a soggetti diversiva quelli che lo hanno comunemente praticato (limite soggettivo) e non può riguardare atti diversi da quelli in relazione al quale è stato posto in essere.
Così come del resto un uso formatosi in relazione ad uno specifico contratto posto in essere tra determinate categorie di soggetti non può estendersi anche ad altri soggetti ancorché pongano in essere lo stesso tipo di contratto.
Alla luce delle esposte considerazioni non appare sufficiente l’accertamento di un generico uso al quale ricondurre le varie fattispecie contrattuali, peraltro di natura, a volte, completamente diversa, ma è necessario verificare se , con specifico riferimento al contratto di mutuo stipulato tra un istituto di credito ed un privato, esista un uso che deroghi alla disciplina dell’art. 1283 c.c.
Prima di procedere a questa verifica occorre risolvere un problema pregiudiziale, che può essere così formulato. Se gli usi contrari richiamati dall’art.1283 c.c. sono solo quelli preesistenti all’entrata in vigore del codice civile ovvero se sia possibile la formazione di usi contrari successivi.
I sostenitori della prima tesi ( necessità che gli usi richiamati dall’art.1283 c.c. siano preesistenti alla norma ) basano la loro opinione, fondamentalmente, sulla natura imperativa della norma, la quale non consente comportamenti contra legem e quindi la formazione di nuovi usi in deroga alla disposizione legislativa.
I sostenitori della seconda tesi (ammissibilità della formazione di usi contrari successivi alla entrata in vigore della norma) fondano la loro opinione a)sulla considerazione che la gerarchia delle fonti non riguarda priorità temporali; b)sulla constatazione che l’uso contrario in quanto richiamato dalla norma non è un uso contra legem ma un uso secundum legem, con la conseguenza che esso sarebbe idoneo ad integrare la norma anche se formatosi successivamente ; c) sulla osservazione che gli usi costituirebbero una lex specialis, con la caratteristica di essere idonei a derogare, anche se di rango inferiore , alla legge generale.
Sul piano della teoria generale può convenirsi che le argomentazioni addotte dai sostenitori dell’altra tesi non siano di per sé infondate. Ciò che non può essere, invece, condivisa è l’applicazione che dei principi generali viene fatta alla fattispecie di cui all’art.1283 c.c.
Uno scrutinio delle norme del codice civile, nelle quali è fatto rinvio agli usi contrari, consente di dare sostegno positivo alla tesi che si ritiene corretta.
Rinviano agli usi contrari , attribuendo ad essi funzione integrativa derogatoria della disciplina prevista dalla legge , agli art 1283, 1457, 1510, 1528, 1665, 1739, 1756, 2148 del codice civile.
Sono complessivamente otto articoli
In cinque di queste norme ( artt. 1457 1510 1528 1665 1756) è usata la locuzione “in mancanza di patto o uso contrario” ovvero “salvo patto o uso contrario”.
Nell’art,. 1739 è usata la locuzione “ salvo che gli sia stato diversamente ordinato e salvi gli usi contrari”; nell’art.2148 è usata invece la locuzione “ senza il consenso del concedente o salvo uso contrario”.
Solo nell’art. 1283 è usata la locuzione “in mancanza di usi contrari” senza alcun riferimento a pattuizioni contrarie ovvero a manifestazioni unilaterali di volontà quali “consenso” ovvero “ordine diverso”.
L’unica pattuizione ammessa dall’art.1283 è quella che le parti possono porre in essere in data posteriore alla scadenza degli interessi e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.
Questa constatazione porta ad una prima conclusione: in base agli art. 1283 c.c. l’anatocismo è ammesso nei limiti indicati positivamente nella stessa norma ( interessi dovuti per almeno sei mesi, nonché domanda giudiziale ovvero convenzione posteriore alla loro scadenza); sono fatti salvi usi contrari, non sono ammessi patti anteriori alla scadenza degli interessi.
La salvezza degli usi contrari, contenuta nell’art.1283 c.c. è dovuta alla constatazione del legislatore del 1942 della esistenza nella pratica commerciale di radicati usi che consentivano l’anatocismo ed alla evidente intenzione di non incidere su di essi riconoscendone il valore normativo ancorché fossero contrari alla disciplina positiva che si intendeva dettare.
La mancata previsione della possibilità di porre in essere patti contrari ( se non nei limiti dalla norma stessa indicati) trova invece la sua spiegazione nelle finalità che la norma di cui all’art.1283 c.c. si prefigge.
Come è stato ricordato da Cassazione n.2374 del 1999: “ le finalità della norma sono state identificate, da una parte, nella esigenza di prevenire il pericolo di fenomeni usurai, e , dall’altra, nell’intento di consentire al debitore di rendersi conto del rischio dei maggiori costi che comporta il protrarsi dell’inadempimento (onere della domanda giudiziale) e, comunque, di calcolare, al momento di sottoscrivere l’apposita convenzione, l’esatto ammontare del suo debito. Richiedendo che l’apposita convenzione sia successiva alla scadenza degli interessi, il legislatore mira anche ad evitare che l’accettazione della clausola anatocistica possa essere utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per poter accedere al credito. Finalità, va anche detto, che lungi dall’apparire anacronistiche, per quanto riguarda gli intenti antiusurai, sono di grandissima attualità, perché la lotta all’usura ha trovato in tempi recenti nuove motivazioni e nuovi impulsi e ha portato all’approvazione della legge 7 marzo 1996, n. 108, che ha radicalmente innovato la disciplina preesistente, rendendo più agevole l’applicazione delle sanzioni penali e civili (con la modifica del secondo comma dell’art. 1815 c.c.), anche con l’introduzione di un meccanismo semplificato di accertamento della natura usuraria degli interessi, consistente nel mero superamento obbiettivo di un tasso-soglia determinato dal Ministero del Tesoro per ogni trimestre. Ora, pur rimanendo nei limiti del tasso-soglia, determinato dal Ministero del Tesoro per ogni trimestre. Ora, pur rimanendo nei limiti del tasso soglia, le conseguenze economiche sono diverse a secondo che sulla somma capitale si applichino gli interessi semplici o quelli composti. E’ stato, infatti, osservato che, una somma di denaro concessa a mutuo al tasso annuo del cinque per cento si raddoppia in venti anni, mentre con la capitalizzazione degli interessi la stessa somma si raddoppia in circa 14 anni”.
L’analisi della genesi e delle finalità dell’art.1283 c.c. ed il raffronto tra il detto articolo e gli articoli del codice civile sopra richiamati danno ragione dell’affermazione che non consente la formazione di usi contrari aventi forza di legge in epoca successiva alla data di entrata in vigore della norma.
La disciplina dell’anatocismo, dopo l’entrata in vigore del codice civile del 1942, è dettata dalle disposizioni contenute nell’art.1283 e dagli usi contrari, presupposti già esistenti dal detto articolo richiamati.
A differenza delle altre norme del codice civile sopra richiamate l’art. 1283 c.c. non prevede la possibilità di patti contrari.
Per comprendere appieno l’importanza che tale differenza comporta occorre avere presente che gli usi contrari, richiamati dalle norme del c.c., si applicano ai rapporti da esse contemplati ancorché ad essi le parti non abbiano fatto riferimento ma solo per il fatto che esistono e sono accertati.
In relazione agli artt. 1457,1510,1528,1665,1739,1756 e 2148 c.c., le eventuali pattuizioni contrarie alla norma o non rispondenti ad usi già esistenti, trovano riconoscimento di legittimità nella stessa norma che le consente.
Con riferimento a queste norme non si può escludere che la reiterazione di identiche pattuizioni, possa portare alla creazione di uso contrario fino allora non esistente; in questo caso la legittimità dell’uso contrario non troverebbe la sua giustificazione nel fatto che la norma fa salvi gli uso contrari, ma nel fatto che le pattuizioni contrarie consentite dalla norma sono idonee, eventualmente a far nascere un nuovo uso che sarebbe in tal caso applicabile anche se non riprodotto in una pattuizione.
Al contrario, in relazione all’art.1283 c.c. una pattuizione relativa all’anatocismo, posta in essere successivamente all’entrata in vigore del codice, che non fosse stata conforme alla disciplina positiva dettata dall’art.1283 ovvero agli usi già esistenti (perché relativa ad un contratto diverso da quello con riferimento al quale l’uso si era formato ovvero relativa a soggetti diversi), sarebbe stata nulla perché contraria al divieto, sia pure limitato, contenuto nella legge.
Detta pattuizione, ancorché ripetuta nel tempo, non sarebbe stata idonea a generare un uso normativo; essa avrebbe portato al più generare una prassi negoziale non idonea, in quanto tale, a modificare la disciplina positiva esistente.
E’, infatti, vero che l’uso contrario, se richiamato dalle norme di legge, non è contra legem ma secundum legem, ma è anche vero che l’uso formatosi contro la legge esistente, in quanto frutto di patti posti in essere contro il divieto in essa contenuto, non può mai divenire secundum legem.
Ciò che si è fin qui detto, in ordine alle pattuizioni vale anche in relazione ai comportamenti, ancorché non tradotti in patti (precisamente questa doverosa, atteso che gli usi nascono anche per la reiterazione nel tempo di un determinato comportamento).
Invero se tali comportamenti (e si fa sempre esclusivo riferimento alla disciplina dell’art. 1283 c.c.) si fossero risolti nella spontanea reciproca accettazione di una disciplina relativa ad un determinato rapporto in nulla si sarebbero distinti dalle pattuizioni se non per il fatto che con il comportamento la volontà veniva solo tacitamente manifestata.
Se tali comportamenti avessero invece costituito frutto di imposizione unilaterale, determinata ad esempio da situazioni di monopolio o da altre situazioni di predominio contrattuale, sarebbe mancato quel consenso minimo necessario per la nascita dell’uso; e ciò esime dall’affrontare il contestato, (in dottrina ), problema della necessità del requisito della opinio juris ac necessitatis per l’esistenza dell’uso normativo.
Deve pertanto affermarsi, con riferimento alla disciplina dell’art. 1283 c.c., che gli usi contrari cui la norma si riferisce sono quelli che esistevano anteriormente all’entrata in vigore del codice civile.
Usi contrari non avrebbero potuto successivamente formarsi perché la natura della norma stessa, di carattere imperativo e quindi impeditivi del riconoscimento di pattuizioni e di comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente, impediva la realizzazione delle condizioni di fatto idonee a produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche di un uso normativo.
A questo punto occorre, allora, verificare se anteriormente al 1942 esistevano o meno usi che nel campo specifico del mutuo bancario ordinario consentissero l’anatocismo oltre i limiti previsti dall’art. 1283 c.c. e, particolarmente, una pattuizione analoga a quella intercorsa tra le parti del presente giudizio.
La dottrina che subito dopo l’entrata in vigore del codice civile del 1942 si è occupata del commento dell’art. 1283 c.c. ha indicato l’esistenza di usi contrari per il conto corrente e per altri contratti tipici bancari ma non per il mutuo.
Fino al 1976 nelle raccolte degli usi a cura delle camere di commercio l’applicazione degli interessi sugli interessi veniva ammessa con riferimento a specifiche operazioni bancarie; tra i contratti non viene mai menzionato il contratto di mutuo; si menzionano, infatti, solo i rapporti di conto corrente, i depositi a risparmio, i conti vincolati e non vincolati. Del contratto di mutuo solo qualche raccolta si occupa ma solo per certificare che gli interessi relativi a frazione di anno si calcolano computando i giorni secondo l’anno civile e dividendo il numero così ottenuto per il divisore fisso dell’anno commerciale.
Solo la raccolta degli usi di Catania prevedeva che “nel caso del pagamento delle bimestralità, semestralità ed annualità di ammortamento di un debito commerciale avvenga dopo uno o più periodi di tempo, gli interessi di mora che decorrono al tasso consentito sulle somme si capitalizzano a fine di ogni periodo di tempo e si producono quindi alla loro volta nuovi interessi di mora“ ( il che a ben vedere costituisce una diversa forma di anatocismo, questa volta non sugli interessi corrispettivi del mutuo ma sugli interessi di mora dovuti in relazione al ritardato pagamento delle rate di mutuo ).
Soltanto a partire dal 1976 nella raccolta degli usi della provincia di Milano (e, a volte con qualche insignificante variazione, in numerose altre raccolte provinciali, ma non in tutte) viene certificata l’esistenza di un uso concernente gli interessi di mora su rate scadute di mutui e finanziamenti. In particolare l’art.12 della raccolta di Milano indica che “nel caso di mancato pagamento entro il quinto giorno successivo alla scadenza, anche se festivo, di rate di rimborso di mutui e di finanziamenti estinguibili secondo piani di ammortamento, le banche percepiscono interessi di mora sull’intero importo delle rate scadute e non pagate”.
Analoga disposizione si trova poi nel paragrafo 16 degli usi bancari accertati su base nazionale: “nel caso di mancato pagamento, nei termini previsti, di quanto dovuto dal debitore per capitale, interessi ed accessori, le banche percepiscono, su tutte le somme rimaste insolute, gli interessi di mora a decorrere dal giorno di scadenza fino al giorno della valuta del pagamento effettuato”.
Il fatto dell’esistenza dell’uso sia certificata solo trentaquattro anni dopo l’entrata in vigore del codice dimostra con sufficiente certezza che almeno precedentemente al 1942 un uso siffatto non esisteva.
Inoltre, per le ragioni precedentemente esposte, la certificazione dell’uso non può attribuire allo stesso il valore di uso normativo, ma può al più costituire prova di una prassi, volontaria o imposta, contraria alla legge.
E’ il caso di aggiungere che sulla vicenda in esame non incide il d.lgs. 4 agosto 1999, n. 342; infatti, l’art.25, comma terzo, del detto decreto legislativo il quale aveva stabilito la validità ed efficacia delle clausole relative alla produzione degli interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente all’entrata in vigore della delibera del CICR di cui al comma secondo del medesimo articolo, è stata dichiarata costituzionalmente illegittima con sentenza della Corte costituzionale n. 425 del 17 ottobre 2000.
Quanto sin qui detto porta, in accoglimento del primo profilo di censura di cui al quinto motivo del ricorso, alla cassazione della sentenza impugnata in relazione al punto in cui ha affermato che nel caso in esame, in relazione al calcolo degli interessi, non sono applicabili le limitazioni previste dall’art.1283 c.c., per effetto di un uso bancario contrario.
L’accoglimento della censura comporta l’assorbimento del secondo profilo di censura dello stesso motivo e del settimo motivo.
Assorbito è pure il primo motivo del ricorso con il quale si denuncia: Mancata applicazione del disposto dell’art. 1200 c.c. in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. e si deduce che la Corte d’appello ha omesso di pronunciare in ordine alla richiesta di cancellazione dell’ipoteca nonostante l’avvenuto pagamento delle somme a garanzia delle quali l’ipoteca era stata concessa.
La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione alla censura accolta e la causa rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo.
La Corte di Cassazione, sezione terza civile, riunisce i ricorsi. Accoglie, per quanto di ragione, il quinto motivo del ricorso principale, con assorbimento del primo e del settimo motivo.
Rigetta gli altri motivi del ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso incidentale. Cassa la sentenza impugnata, in relazione alla censura accolta, e rinvia, anche per le statuizioni in ordine alle spese del processo di cassazione, ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo.
f.to Il Consigliere est.
Oggi 20 febbraio 2003