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Timestamp: 2020-02-28 02:22:17+00:00
Document Index: 137531098

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A mente dell’art. 80 c. 4 del d.lgs. 50/2016 un operatore economico è escluso dalla partecipazione a una procedura d’appalto se ha commesso violazioni gravi – Michele De Luca
A mente dell’art. 80 c. 4 del d.lgs. 50/2016 un operatore economico è escluso dalla partecipazione a una procedura d’appalto se ha commesso violazioni gravi
Consiglio di Stato, sezione terza, Sentenza 2 aprile 2019, n. 2183.
A mente dell’art. 80 c. 4 del d.lgs. 50/2016 un operatore economico è escluso dalla partecipazione a una procedura d’appalto se ha commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali, secondo la legislazione italiana o quella dello Stato in cui sono stabiliti. Il legislatore si è, altresì, peritato di definire tanto il concetto di “gravi violazioni” identificandole in quelle che comportano un omesso pagamento di imposte e tasse superiore all’importo di cui all’articolo 48-bis, commi 1 e 2-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 che quello di “violazioni definitivamente accertate” individuate in “quelle contenute in sentenze o atti amministrativi non più soggetti ad impugnazione”. Un tempestivo atto di resipiscenza vale, poi, ad elidere gli effetti interdittivi delle violazioni suddette, non essendo suscettiva di sanzione espulsiva l’infrazione grave e definitivamente accertata nei casi in cui “..l’operatore economico ha ottemperato ai suoi obblighi pagando o impegnandosi in modo vincolante a pagare le imposte o i contributi previdenziali dovuti, compresi eventuali interessi o multe, purché il pagamento o l’impegno siano stati formalizzati prima della scadenza del termine per la presentazione delle domande”
Sentenza 2 aprile 2019, n. 2183
sul ricorso numero di registro generale 9109 del 2018, proposto da Co. S.p.A., in proprio e quale mandataria di RTI con Ra. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Gi. Pe., Ar. Te., Cl. Pr., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Gi. Pe. in Roma, corso (…);
Ci. Vi. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato En. So., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via (…);
Azienda Sanitaria Locale Napoli 3 Sud, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Ro. An. Pe., Lu. Di. Pe., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso l’Ufficio di Rappresentanza della Regione Campania in Roma, via (…).
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, sede di Napoli Sezione Quinta, n. 05848/2018, resa tra le parti nel giudizio con numero di rg. 524/18.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ci. Vi. S.r.l. e dell’Azienda Sanitaria Locale Napoli 3 Sud;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 19 marzo 2019 il Cons. Umberto Maiello e uditi per le parti gli avvocati Gi. Pe., Cl. Pr., Lu. Di. Pe. e En. So.;
L’appellante è risultata aggiudicataria della gara indetta per l’affidamento del servizio di vigilanza armata delle strutture dell’ASL NA 3 SUD, limitatamente al lotto 1, aggiudicazione approvata con deliberazione del direttore generale n. 892 del 28 dicembre 2017, per la durata di un anno a decorrere dal 1° marzo 2018, per una spesa presunta annua di Euro 3.764.759,00 (IVA esclusa), inclusi oneri per la sicurezza non soggetti a ribasso.
Pur tuttavia, in accoglimento del ricorso della odierna controinteressata, Ci. Vi. S.r.l. (d’ora in avanti Ci.), e previo rigetto del ricorso incidentale proposto da Co., il TAR per la Campania, sede di Napoli, Sezione V, con la sentenza n. 5848/18, pubblicata il 10.10.2018 e qui appellata, ha disposto l’annullamento della detta aggiudicazione all’uopo valorizzando la situazione di grave irregolarità fiscale in cui ha ritenuto che versasse Co. in ragione del definitivo consolidamento – a conclusione del giudizio tributario definito con sentenza della Corte di Cassazione n. 18015 del 14 settembre 2016 – del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate di revoca del credito di imposta per Euro 159.900,00, a torto prenotato a credito dalla Co. in misura superiore a quanto spettante in applicazione della regola “de minimis” di cui all’art. 7, comma 10, della legge del 23 dicembre 2000, n. 388, richiamato dall’art. 63 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.
Avverso il suindicato decisum ed a sostegno della spiegata azione impugnatoria Co. deduce che la decisione di primo grado sarebbe erronea in quanto la sentenza della Cassazione del settembre 2016 (n. 18015 del 14.09.2016), impropriamente richiamata dal giudice di prime cure, avrebbe soltanto confermato la revoca di uno sgravio fiscale che, però, non avrebbe autonoma valenza impositiva, come fatto altresì palese dalla sua provenienza (Centro operativo di Pescara e non Agenzia delle Entrate).
Si è, altresì, costituita la Ci., che, anzitutto, si oppone alla produzione del certificato della Agenzia delle Entrate, prot.n. 72997 del 05.11.2018 (e degli ulteriori documenti successivamente depositati) che, a suo dire, non soggiace alla portata derogatrice di cui all’art. 104, comma 2 c.p.a. attesa la sua non “indispensabilità ” ai fini della decisione della controversia. Secondo l’appellata, Co. avrebbe dovuto allegare nel giudizio di prime cure tale ultimo certificato anziché produrlo soltanto in questa sede. Nel merito ha concluso per la conferma della sentenza fatta oggetto di gravame.
L’ambito cognitivo del presente giudizio verte sulla legittimità dell’aggiudicazione, pronunciata in favore dell’odierna appellante, della gara per l’affidamento del servizio di vigilanza armata delle strutture dell’ASL NA 3 SUD, legittimità revocata in dubbio nel giudizio di primo grado in ragione della rilevata sussistenza di un grave inadempimento tributario definitivamente accertato a carico di Co..
Segnatamente, la situazione di grave irregolarità fiscale viene desunta nella sentenza qui appellata dalla pronuncia della Corte di Cassazione n. 18015 del 14 settembre 2016, con cui è stato definitivamente respinto il ricorso proposto dalla predetta società avverso il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate – Direzione provinciale di Avellino che aveva disposto la revoca del credito di imposta per Euro 159.900,00, a torto prenotato a credito dalla Co. in misura superiore a quanto spettante in applicazione della regola “de minimis” di cui all’art. 7, comma 10, della legge del 23 dicembre 2000, n. 388, richiamato dall’art. 63 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.
Muovendo da tali premesse e rilevato che “.., alla data di partecipazione alla gara de qua (6 marzo 2017), la concorrente non aveva provveduto a sanare il debito verso il Fisco (il pagamento è incontestatamente avvenuto solo successivamente alla predetta data, sulla base di un versamento effettuato con modello F23), il giudice di prime cure ha ritenuto che risultasse certamente integrata una causa di esclusione dalla partecipazione dalla gara de qua, ai sensi dell’art. 80, comma 4, D.lgs. 50/2016, sussistendo all’attualità una violazione definitivamente accertata, così come peraltro attestato dalla certificazione dell’Agenzia delle Entrate del 21 novembre 2017, che attesta a carico della Co. un’iscrizione a ruolo di Euro. 159.900,00 per recupero credito d’imposta – anno 2005/2006.
Così perimetrato il thema decidendum va, anzitutto, disattesa l’eccezione sollevata, in rito, dalla controinteressata Ci. che, con memoria del 4.12.2018, si oppone alla produzione, da parte dell’appellante, del nuovo certificato rilasciato della Agenzia delle Entrate prot.n. 72997 del 05.11.2018 in quanto, a suo dire, non sussisterebbero i presupposti per invocare una deroga al divieto cd. dei nova, non venendo in rilievo, ai sensi dell’art. 104, comma 2 c.p.a., il requisito della “indispensabilità ” ai fini della decisione della controversia. Inoltre Co. avrebbe dovuto allegare già nel giudizio di prime cure anche tale ultimo certificato anziché produrlo soltanto in questa sede.
Tanto premesso, e venendo al merito della res iudicanda, occorre rammentare che, a mente dell’articolo 80 comma 4 del d.lgs 5072016, un operatore economico è escluso dalla partecipazione a una procedura d’appalto se ha commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali, secondo la legislazione italiana o quella dello Stato in cui sono stabiliti.
Così ricostruita la cornice normativa di riferimento il Collegio ritiene che la fattispecie qui in rilievo – vale a dire la revoca del credito di imposta per Euro 159.900,00 – non possa essere sussunta nella previsione normativa soprarichiamata sì da rendere predicabile l’esclusione di Co. dalla procedura di gara in argomento.
Sul punto, deve, anzitutto, evidenziarsi che non è qui in discussione la correttezza della qualificazione del Centro Operativo di Pescara come articolazione organizzativa propria dell’Agenzia delle Entrate né la valenza giuridica provvedimentale e tantomeno la natura tributaria dell’atto di revoca emesso dal suddetto Ufficio, cui si riconnette anche la (pacifica) ammissione di un’impugnativa ai sensi del vigente art. 19 del d.lgs. n. 546/1992.
Ed, invero, sebbene gli avvisi di recupero non costituiscano accertamenti di imponibili o maggiori imponibili, tuttavia essi contribuiscono a definire, attraverso il disconoscimento del credito di imposta, l’entità della somma concretamente dovuta dal contribuente, cosicchè anche tali avvisi implicano accertamenti della debenza del tributo (Cassazione civile sez. trib., 07/07/2017, n. 16761; Cass. n. 3838/2013);
Manca, in definitiva, una pretesa tributaria “compiutamente” e definitivamente stabilita (importo da recuperare, interessi e sanzioni) e, come tale, divenuta esigibile; e prova ne è che il pagamento spontaneamente effettuato da Co. è stato considerato dall’Agenzia delle Entrate come effettuato “sine titulo….in assenza dell’atto di recupero consequenziale al provvedimento di revoca” (cfr. nota Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale di Avellino del 7.1.2019).
In tal senso è, inoltre, di conforto l’atto di rettifica dell’Agenzia delle Entrate Prot. 72997 del 05/11/2018 a mente del quale “al momento della richiesta (23/10/2017), non poteva ritenersi sussistente un carico pendente, per effetto della sola Sentenza della Corte di Cassazione n. 10815/16, intervenuta sull’atto di revoca del beneficio, essendo necessaria, ai sensi dell’art. 1. commi 421 e s.s. L. n. 311/2004 l’emissione di specifico avviso di recupero del credito di imposta (allo stato in corso di emissione)”.
Infine, un’indiretta conferma si ricava dalla stessa lettura dell’atto di recupero poi emesso a carico della Co. che reca giustappunto lo sviluppo dell’accertamento impositivo conseguente alla pregressa revoca, definendo, questa volta, il credito fiscale esigibile nei confronti della Co. in proporzione della misura della (indebita) compensazione (parziale) del credito d’imposta per Euro 159.900,00 effettuata nel corso dei diversi esercizi d’imposta (Euro 51.400,00 nel 2006 e Euro 47.983,29 nel 2007), con la liquidazione delle somme dovute (Euro 99.383,29 per credito dovuto, Euro 44.182,68, Euro 29.815,00 per sanzioni).
Quanto fin qui evidenziato impedisce, in apice, di configurare una violazione grave e definitivamente accertata ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 80 comma IV del d.lgs 50/2016: ed, invero, per concretare la detta fattispecie occorre, anzitutto, che sia partecipata al contribuente una pretesa creditoria di natura tributaria recante un credito certo e definito nel suo ammontare ed il conseguente inadempimento del contribuente. Secondo l’orientamento espresso da questo Consiglio di Stato (CdS n. 59 del 2018 e n. 856 del 2018) “costituiscono violazioni definitivamente accertate quelle relative all’obbligo di pagamento di debiti per imposte e tasse certi, scaduti ed esigibili”.
Si è ancora di recente precisato che, in sede di gara pubblica, ai fini del possesso dei requisiti previsti dall’art. 80, d.lg. n. 50 del 2016, la definitività dell’accertamento tributario decorre non dalla notifica della cartella esattoriale – in sé, semplice atto con cui l’agente della riscossione chiede il pagamento di una somma di denaro per conto di un ente creditore, dopo aver informato il debitore che il detto ente ha provveduto all’iscrizione a ruolo di quanto indicato in un precedente avviso di accertamento – bensì dalla comunicazione di quest’ultimo; la cartella di pagamento (che infatti non è atto del titolare della pretesa tributaria, ma del soggetto incaricato della riscossione) costituisce solo uno strumento in cui viene enunciata una pregressa richiesta di natura sostanziale, cioè non possiede alcuna autonomia che consenta di impugnarla prescindendo dagli atti in cui l’obbligazione è stata enunciata, laddove è l’avviso di accertamento l’atto mediante il quale l’ente impositore notifica formalmente la pretesa tributaria al contribuente, a seguito di un’attività di controllo sostanziale (Cons. Stato, V, 12 febbraio 2018, n. 856; Consiglio di Stato, sez. V, 14/12/2018, n. 7058: Consiglio di Stato, sez. V, 03/04/2018, n. 2049).
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