Source: https://www.scribd.com/doc/156819115/Newsletter-T-P-N-70
Timestamp: 2016-09-28 03:35:00+00:00
Document Index: 149495736

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N° 70 Luglio 2013
La sentenza della Corte Costituzionale n. 231/2013 introduce un nuovo criterio di rappresentatività sindacale e incrementa la discrezionalità del giudice La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 231 del 2013, ha dichiarato l‘illegittimità costituzionale dell’art.19, primo comma, lett b) della legge n. 300 del 1970 “nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non ﬁrmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”. Diritto del Lavoro Attualità 3 Le Nostre Sentenze 4 Cassazione 8 Diritto Civile, Commerciale, Assicurativo Attualità 9 Assicurazioni 11 Il Punto su 13 Rassegna Stampa 15 Convegni 16 Contatti 17 In tal modo, la Corte, utilizzando la tecnica della cosiddetta sentenza “additiva”, ha aggiunto nell’art.19 Stat. Lav. un’ulteriore possibilità per la costituzione delle RSA, rispetto a quella della stipulazione del contratto, rappresentata dalla mera partecipazione del sindacato alle trattative, anche se non seguita dalla sottoscrizione di un contratto o accordo applicato in azienda. Tale estensione viene giustiﬁcata dalla Corte argomentando che la fruizione dei diritti sindacali, soltanto a favore delle organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto i contratti collettivi applicati in azienda, determinerebbe un’irragionevole disparità di trattamento tra sindacati, lesiva della libertà sindacale, perché, di fatto, comporterebbe una sanzione del dissenso e un premio per il consenso verso il datore di lavoro. La Corte ha così introdotto un criterio di rappresentatività, ignoto a livello costituzionale (artt. 39 e 41 Cost.), legislativo e contrattuale collettivo, che rischia di incrementare il livello di incertezza normativa e il grado di soggettivismo giudiziale, atteso che i giudici di merito dovranno deﬁnire in che cosa consista la partecipazione alle trattative (la mera presenza, l’interlocuzione, la formulazione di proposte, etc ). Va, inﬁne, evidenziato che dalla motivazione della sentenza della Corte Costituzionale si evince la conferma della legittimità del comportamento sinora tenuto dalle società del Gruppo Fiat, poiché la
N°70 Luglio 2013 Newsletter T&P
sentenza sottolinea come l’art.19 St. Lav. avesse un’univoca possibilità di lettura e non consentisse, sino all’intervento, appunto, “additivo” della Corte, l’applicazione di criteri interpretativi estranei alla sua formulazione letterale.
Comitato di Redazione: Francesco Autelitano, Stefano Beretta, Antonio Cazzella, Teresa Cofano, Luca D’Arco, Diego Meucci, Jacopo Moretti, Damiana Lesce, Luca Peron, Claudio Ponari, Vittorio Provera, Tommaso Targa, Marina Tona, Stefano Triﬁrò e Giovanna Vaglio Bianco
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CONTRATTO A TERMINE: NUOVE REGOLE, NUOVI DUBBI
Il “Decreto Lavoro 2013” (decreto legge 28 giugno 2013, n. 76) è intervenuto sulla disciplina dei contratti a termine, con integrazioni e modifiche delle norme - introdotte dalla cosiddetta “legge Fornero” (l. 28 giugno 2012 n. 92 ) - relative alle condizioni che consentono di non apporre la “causale” al momento della stipula del contratto. La legge prevede due ipotesi: in primo luogo, la “causale” del contratto non si applica ai contratti a termine che hanno una durata non superiore a 12 mesi, a condizione che tra le parti non siano intercorsi rapporti precedenti. La novità è costituita dalla possibilità, vietata dalla “legge Fornero”, di prorogare il contratto a termine c.d. “acausale”. La legge, tuttavia, nulla dice sulla durata della proroga. Da qui un primo problema interpretativo: è necessario chiedersi se il tetto dei 12 mesi valga per l’intero rapporto, ossia periodo iniziale di durata del contratto a termine più eventuale proroga, o se, diversamente, la proroga si aggiunga (e, a questo punto, sino a che limite temporale) alla durata massima del contratto (c.d. “acausale”), ossia 12 mesi. Un secondo tema interpretativo posto dalla riforma riguarda la necessità di giustificare o meno le ragioni della proroga. Anche in questo caso, la legge nulla dice. In tale contesto, da un lato bisogna tenere conto del fatto che, secondo la regola generale in materia (che il “Decreto Lavoro” non ha modificato, né cancellato), sarebbe necessario indicare le ragioni oggettive per le quali il datore di lavoro differisce il termine finale apposto al contratto di lavoro; dall’altro lato, non si può prescindere dalla volontà del Legislatore che, nell’ambito della possibilità di un contratto a termine “acausale”, probabilmente è quella di consentire la proroga senza causale. Il contratto a termine “acausale” può, inoltre, stipularsi, in tutte le ipotesi previste dai contratti collettivi nazionali o aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Queste le novità: mentre la “legge Fornero” rinviava alla contrattazione collettiva con la previsione di vincoli quantitativi (il 6% del totale dei lavoratori occupati) e qualitativi (i contratti dovevano riguardare specifici processi organizzativi), ai sensi del “Decreto Lavoro” i contratti collettivi potranno definire le ipotesi di esenzione dalla causale, senza dover rispettare paletti quantitativi o di materia. Resta il dubbio interpretativo afferente all’applicabilità dei limiti di durata (12 mesi, primo contratto) anche ai contratti a termine “acausali” stipulati nelle ipotesi individuate dalla predetta contrattazione collettiva. Ulteriore novità del “Decreto Lavoro” attiene all’intervallo di tempo tra la fine di un contratto a termine e la stipula di un nuovo rapporto. Si torna, dunque, alla vecchia disciplina: l’intervallo è di 10 giorni, se il precedente contratto ha avuto una durata non superiore a 6 mesi, e di 20 giorni se il precedente contratto ha avuto una durata superiore a 6 mesi. L’intervallo minimo non si applica per le attività stagionali e nei casi definiti dalla contrattazione collettiva. A tale ultimo proposito, sembra doversi concludere che la contrattazione collettiva può stabilire i casi in cui non si applica l’intervallo minimo, ma non può né ridurlo, né allungarlo. Da ultimo, tra le varie incertezze, un chiarimento: risolvendo un dubbio giurisprudenziale, il “Decreto Lavoro” precisa che i contratti a termine stipulati con i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità non sono soggetti all’obbligo della causale.
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ANCHE IL DIRIGENTE DEVE IMPUGNARE IL LICENZIAMENTO, A PENA DI DECADENZA, ENTRO 60 GIORNI (Tribunale di Milano, 9 luglio 2013) Lo ha stabilito il Tribunale di Milano, con sentenza pubblicata il 9 luglio 2013. Nello speciﬁco, il Tribunale ha richiamato la disciplina dell’art. 32 della L. n. 183/2010 (cosiddetto “Collegato Lavoro 2010”), che ha esteso l’onere di impugnazione del licenziamento, a pena di decadenza, “a tutti i casi di invalidità” del recesso aziendale, onerando altresì il lavoratore a depositare il ricorso nei successivi 270 giorni (divenuti 180 giorni con l. n. 92/2012, la cosiddetta “Riforma Fornero”). Il Tribunale ha, quindi, soggiunto che l’espressione letterale utilizzata dalla normativa (“tutti i casi di invalidità”) si riferisce anche al licenziamento dei dirigenti, a prescindere dal fatto che il medesimo sia contestato sotto il proﬁlo della illegittimità (insussistenza della giusta causa), o della ingiustiﬁcatezza (diritto del dirigente al pagamento dell’indennità supplementare). È vero che, nel primo caso, il vizio del licenziamento ha fonte legale (violazione degli artt. 2118 e 2119 cod. civ.), mentre nel secondo le pretese del dirigente sono fondate sulla disciplina pattizia del CCNL di categoria. Tuttavia, in entrambi i casi, viene denunciato un vizio giuridico del licenziamento e, quindi, in deﬁnitiva, la sua “invalidità”. Ne discende che, se il dirigente ha proposto il ricorso senza aver preventivamente impugnato stragiudizialmente il licenziamento, nel termine di 60 giorni dalla sua intimazione, tale ricorso deve essere rigettato in via preliminare, per intervenuta decadenza. La causa avrebbe potuto ﬁnire qui, con una pronuncia allo stato degli atti. La sentenza ha, però, voluto esaminare, anche nel merito, le pretese del dirigente, respingendole. Anzitutto, la sentenza ha evidenziato che il dirigente non ha contestato gli addebiti disciplinari, sotto il proﬁlo della loro oggettiva sussistenza, limitandosi a denunciare la pretesa “inesigibilità” dell’adempimento: il dirigente ha sostenuto, infatti, che l’azienda non lo aveva messo in condizione di svolgere pienamente il suo incarico. In proposito, la sentenza ha stabilito che il dirigente non può limitarsi ad una generica contestazione di questa natura, essendo onerato di allegare e provare quali pretesi doveri non sarebbero stati adempiuti dal datore di lavoro, così ponendo il dirigente nella lamentata impossibilità di svolgere le sue mansioni. La sentenza ha, altresì, accertato la legittimità dell’addebito disciplinare relativo al fatto che il dirigente, utilizzando un hard disk portatile in violazione della regolamentazione aziendale, ha sottratto documentazione riservata, a cui aveva accesso in ragione delle sue mansioni. Il dirigente si è difeso sostenendo, genericamente, che il suo comportamento sarebbe stato scriminato dal preteso esercizio del diritto di difesa. Ma la sentenza ha escluso la fondatezza di tale eccezione, poiché il dirigente non ha spiegato il collegamento tra la sottrazione di segreti aziendali, che nulla c’entrano con la sua vicenda personale, e il dedotto esercizio del diritto di difesa. Ciò vale a fortiori perché, in relazione a tale comportamento, il dirigente è stato rinviato a giudizio in sede penale. Causa seguita da Giampaolo Tagliagambe e Tommaso Targa
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DEMANSIONAMENTO ESCLUSO SE LE NUOVE MANSIONI NON PREVEDONO IL COORDINAMENTO DI UN GRUPPO DI RISORSE (Tribunale di Novara, 21 maggio 2013) Con la recente sentenza del 21 maggio 2013, il Tribunale di Novara ha esaminato una fattispecie riconducibile (nella prospettazione del lavoratore) al c.d. “straining”, richiamando, nella complessa ed articolata motivazione, alcuni principi elaborati dalla giurisprudenza in materia di demansionamento e, più in generale, sui doveri di obbedienza e di diligenza del lavoratore. In particolare, la sentenza ha precisato che lo straining si conﬁgura come una condizione di profondo disagio lavorativo derivante, ad esempio, da un demansionamento, dalla privazione degli strumenti di lavoro, dall’isolamento professionale e relazionale, da un trasferimento illegittimo e, più in generale, da situazioni in cui il mobbing viene escluso dalla mancanza oggettiva di frequenti azioni ostili da parte del datore di lavoro, ovvero dei colleghi di lavoro. Infatti, nel caso dello straining, le azioni ostili che la vittima subisce sono poche e distanziate nel tempo; addirittura, si potrebbe anche trattare di un’unica azione (come, ad esempio, un demansionamento prolungato ovvero un trasferimento illegittimo), ferma restando la necessità di ravvisare, nel comportamento del datore di lavoro, un carattere intenzionale e discriminatorio. Nella fattispecie esaminata, il lavoratore aveva denunciato un prolungato demansionamento (circa 10 anni), l’assegnazione di una stanza di piccole dimensioni nonostante la qualiﬁca di quadro, l’essere stato sottoposto a frequenti visite ﬁscali durante i periodi di assenza per malattia, nonché la privazione dell’uso di Internet. Il Tribunale di Novara ha ricordato che l’equivalenza delle mansioni prevista dall’art. 2103 cod. civ. si misura sul piano dei contenuti, assumendo, così, un signiﬁcato di mero contorno il fatto che, nel caso in esame, il lavoratore avesse in precedenza coordinato e/o gestito gruppi di persone rispetto alle attività successivamente svolte, che non prevedevano tale coordinamento. Tale statuizione, peraltro, conferma un principio già espresso in passato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 13 novembre 1991, n. 12088). Peraltro, sempre sotto il proﬁlo probatorio, è stato rilevato che la dequaliﬁcazione derivante dalle nuove mansioni era stata affermata sulla base di una mera enunciazione e ripetizione della job description; pertanto, tale carenza era suscettibile di incidere direttamente sull’oggetto delle prove e, quindi, sulla difﬁcoltà di acquisire elementi dai quali far constatare, sul piano oggettivo, la portata e gli effetti del cambio delle mansioni. Al riguardo, infatti, si deve precisare che la giurisprudenza è ormai costante nel ritenere, anche ai ﬁni della risarcibilità del danno da demansionamento, la necessità di precise allegazioni in punto di fatto riguardo, tra l’altro, le caratteristiche del demansionamento e l’esito ﬁnale dell’illegittimo comportamento datoriale sulla professionalità del lavoratore (Cass. 27 marzo 2013, n. 7667). Nella fattispecie in esame, il Tribunale di Novara ha evidenziato che, in base alle dichiarazioni dei testi, era emerso, da un lato, che il lavoratore era stato sempre impiegato in attività che presupponevano conoscenze di grado elevato e, dall’altro, che egli non si era applicato con impegno ed interesse nello svolgimento delle (nuove) mansioni assegnate nel corso degli anni. Inoltre, nell’ambito dell’istruttoria era emerso che il frequente cambio delle mansioni non risultava disposto con tali ritmi al solo ﬁne di rendere la situazione lavorativa del dipendente particolarmente difﬁcile, bensì nell’ambito di un elevato turn over interno che coinvolgeva tutti i quadri ed i dirigenti.
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In questa situazione, dunque, non risultava giustiﬁcato il riﬁuto opposto dal lavoratore, il quale - avendo ricevuto disposizioni non manifestamente degradanti e/o svilenti la sua professionalità - aveva il dovere di adeguarsi. Inoltre, il Tribunale ha evidenziato che l’inserimento del lavoratore in una stanza di dimensioni ridotte rispetto a quelle precedenti (stanza avente, peraltro, dimensioni del tutto simili ad altre stanze ricavate a seguito di una ristrutturazione) non aveva alcun rilievo al ﬁne del preteso straining. Il Tribunale ha, altresì, rilevato che il mancato accesso ad Internet non prova la volontà di vessare in modo speciﬁco il lavoratore; anche la successiva collocazione dello stesso all’interno di un open space, secondo il Tribunale, non vale a determinare la sussistenza di un degrado di mansioni o, comunque, l’ipotesi di straining. Sotto un ulteriore proﬁlo, il Tribunale ha rilevato che le visite mediche di controllo non integravano un’ipotesi di accanimento nei confronti del lavoratore, in quanto, tra l’altro, il numero delle visite disposte era stato piuttosto basso. Inoltre, il Tribunale ha precisato che può considerarsi illegittimo il comportamento ﬁscale ed assillante di un datore di lavoro solo quando lo stesso sia meramente ﬁnalizzato ad affermare un potere gerarchico; nella specie, in considerazione dell’elevato numero delle assenze del lavoratore (un numero di giornate pari a quelle di un anno di lavoro negli ultimi tre precedenti all’instaurazione del giudizio), la richiesta di visita ﬁscale nei termini documentati appariva del tutto ﬁsiologica. Causa seguita da Antonio Cazzella IL GIUDICATO SULLE MANSIONI SUPERIORI PRECLUDE LA SUCCESSIVA DOMANDA DI UNA QUALIFICA SUPERIORE DIVERSA DA QUELLA GIÀ RIVENDICATA (Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, 6 giugno 2013) Il giudicato formatosi sulla domanda di riconoscimento di una determinata qualiﬁca superiore, ai sensi dell’art. 2103 c.c., ricomprende ogni possibile proﬁlo inerente al fatto costitutivo dedotto e, quindi, allo svolgimento di determinate mansioni in un dato periodo di tempo. Pertanto, deve ritenersi preclusa la successiva domanda di una qualiﬁca superiore diversa da quella rivendicata in precedenza, seppur avanzata in base ad una diversa norma contrattuale e/o con argomentazioni in diritto differenti, considerato che il fatto costitutivo controverso resta sempre lo stesso. Con la conseguenza che il ricorso avanzato successivamente sulla medesima materia controversa già oggetto del precedente giudizio, deciso con sentenza passata in giudicato, va dichiarato inammissibile. Causa seguita da Damiana Lesce e Valeria De Lucia CONTRATTO A TERMINE: NON SERVE ISTRUTTORIA (E IL RICORSO VA RIGETTATO) SE IL LAVORATORE NON CONTESTA LA SUSSISTENZA DELLA CAUSALE (Tribunale di Genova, 3 luglio 2013) Un contratto a termine, stipulato in relazione all’incremento di lavoro derivante dall’acquisizione di importante commessa, è stato impugnato, ritenendone parte ricorrente l’illegittimità a causa della mancata sua adibizione su tale commessa. In realtà, la causale non faceva riferimento allo svolgimento di attività relative alla commessa, bensì a quelle derivanti dall’incremento di lavoro conseguente. Il Giudice, senza effettuare istruttoria, ha premesso che “nel sindacato sulla nullità dell’atto negoziale il Giudice è vincolato alle ragioni d’illegittimità denunciate dall’interessato”.
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DIRITTO DI OPZIONE EX ART. 18 STAT. LAV. E RISARCIMENTO DEL DANNO (Tribunale di Trento, sentenza n. 119/2013, 28 maggio 2013)
Conseguentemente, se la ragione dedotta “non è pertinente rispetto a quella posta effettivamente a motivo del termine contrattuale”, la convenuta “è esonerata dall’onere di dimostrarla” e, in mancanza di contestazione dell’effettività della causale dedotta, deve disporsi “la reiezione del ricorso senza necessità d’istruttoria”. Causa seguita da Stefano Beretta e Orazio Marano
A seguito dell’accertamento, con sentenza parziale, dell’illegittimità del licenziamento intimatogli, un autotrasportatore dipendente di un’azienda in regime di tutela reale ex art. 18 St. Lav. esercitava, in pendenza di giudizio per la determinazione del quantum debeatur, il diritto di opzione per il pagamento delle 15 mensilità previste in luogo della reintegrazione nel proprio posto di lavoro. Al contempo, pretendeva che il Giudice adito determinasse, con la sentenza deﬁnitiva, l’ammontare del risarcimento ex art. 18, co. 4 Stat. Lav., tenendo conto delle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento sino a quella dell’eﬀettivo pagamento dell’indennità derivante dall’opzione. La Società convenuta si opponeva a tale richiesta, sostenendo che l’irreversibilità della scelta compiuta con l’esercizio del diritto di opzione comportasse la risoluzione del rapporto e, quindi, l’impossibilità che da quella data potessero maturare retribuzioni da computare nel risarcimento del danno. A sostegno di tale argomentazione, peraltro già avallata da dottrina e giurisprudenza, la Società evidenziava come la c.d. Riforma Fornero avesse recepito tale orientamento nella nuova formulazione dell’art. 18, co. 3 St. Lav. Il Giudice, in accoglimento dell’eccezione formulata dalla Società convenuta - pur essendo il licenziamento antecedente alla c.d. Riforma Fornero - ha ritenuto applicabile, ratione temporis, la disciplina contenuta nel nuovo articolo 18 co. 3 Stat. Lav., in ragione del fatto che l’esercizio del diritto di opzione era intervenuto in epoca successiva all’entrata in vigore del nuovo testo legislativo. Di conseguenza, il risarcimento del danno è stato quantiﬁcato in un numero di mensilità pari a quelle maturate dalla data di licenziamento a quella in cui il lavoratore ha comunicato al datore di lavoro l’esercizio del suo diritto di opzione. Causa seguita da Barbara Fumai
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CONTRATTO A PROGETTO E FISSAZIONE DI STANDARD DI PRODUTTIVITÀ
Con sentenza n. 15922 del 25 giugno 2013, la Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo il contratto a progetto stipulato con un collaboratore - e, quindi, ha accertato la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato - in quanto nel contratto non vi era l’indicazione speciﬁca del progetto e, per di più, erano stati indicati degli standard minimi di produttività giornaliera. In particolare, nel contratto era stato stabilito che il collaboratore avrebbe dovuto vendere almeno settanta cartoni del prodotto e visitare almeno diciotto clienti; pertanto, sulla base di quanto espressamente pattuito, non è stato neppure necessario per il lavoratore dimostrare la sussistenza della subordinazione, in quanto le previsioni del contratto medesimo erano già sufﬁcienti ad escludere la legittimità del contratto a progetto.
RISOLUZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO PER MANCATO RIENTRO DALL’ASPETTATIVA
Con sentenza n. 16507 del 3 luglio 2013, la Corte di Cassazione ha stabilito che non è conﬁgurabile la risoluzione del rapporto di lavoro nel caso in cui il lavoratore non rientri al termine dell’aspettativa, e ciò anche nell’ipotesi in cui sia la contrattazione collettiva a prevedere espressamente tale ipotesi di risoluzione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha, infatti, evidenziato che alle parti collettive non si può riconoscere la facoltà di attribuire a determinati comportamenti del lavoratore il valore ed il signiﬁcato negoziale di una manifestazione implicita della volontà di dimettersi; in particolare, la Corte ha precisato che, nel nostro ordinamento, il rapporto di lavoro può estinguersi solo per le cause a tal ﬁne previste dalla legge.
Con sentenza n. 17371 del 16 luglio 2013, la Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento per scarso rendimento del dipendente che non raggiunge i risultati previsti, anche se gli obiettivi risultano esigibili da parte dell’azienda. La Suprema Corte ha, infatti, ricordato che, in capo al dipendente, sussiste un’obbligazione di mezzi e non di risultato e che l’inadeguatezza della prestazione del lavoratore potrebbe essere imputabile alla stessa organizzazione dell’impresa o, comunque, a fattori indipendenti dal lavoratore medesimo; pertanto, non è sufﬁciente al datore di lavoro dimostrare l’inadeguatezza della prestazione lavorativa, ma occorre dimostrare la persistenza e la portata dell’inadempimento del lavoratore, in quanto nella valutazione devono rientrare elementi concreti e rilevabili caso per caso, come il grado di diligenza richiesto dalle mansioni assegnate e quello utilizzato dal dipendente, come pure l’incidenza dell’organizzazione dell’impresa e dei fattori socio-ambientali rispetto al risultato da raggiungere.
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La nuova mediazione obbligatoria: un argine alle controversie civili?
Come anticipato nello scorso editoriale di giugno 2013, tra le varie misure adottate dal Governo con il recente decreto legge n. 69/2013, il cd. “Decreto del fare”, spicca la reintroduzione della mediazione obbligatoria. Il Decreto del fare, infatti, apporta una serie di modifiche al decreto legislativo n. 28/2010, dichiarato illegittimo dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 272/2012, per eccesso di delega, nella parte in cui prevedeva la mediazione obbligatoria. Alla base del rapido ritorno della mediazione obbligatoria senza, peraltro, un compiuto percorso di concertazione, vi sono le Raccomandazioni rivolte all’Italia dalla Commissione europea il 29 maggio 2013, nel quadro della procedura di coordinamento delle riforme economiche per la competitività, con cui il nostro Paese è stato sollecitato ad adottare, nel periodo 2013-2014, i provvedimenti opportuni al fine di “abbreviare la durata dei procedimenti civili e ridurre l’alto livello del contenzioso civile, anche promuovendo il ricorso a procedure extragiudiziali di risoluzione delle controversie”. Sul presupposto di tali raccomandazioni, le novità introdotte in tema di mediazione dal Decreto del fare (art. 84 e ss.) hanno, dunque, una finalità deflattiva. Peraltro, tale istituto, come in passato, è ancora oggi oggetto di ampie discussioni, tanto che, sul punto, il testo del decreto legge citato, originariamente approvato dal Governo, è stato interessato, nel corso del mese di luglio 2013, da numerose proposte di modifica. I ritocchi alla nuova mediazione recepiscono, in gran parte, il parere espresso in sede consultiva dalla Commissione giustizia e le proposte emendative da parte della Commissione affari costituzionali e della Commissione bilancio. In particolare, tali proposte, attengono ai seguenti aspetti: A) la mediazione obbligatoria, ripristinata per la maggior parte delle controversie civili, verrà estesa anche alle controversie in tema di responsabilità sanitaria, ferma l’esclusione delle controversie relative a danni causati dalla circolazione di autovetture o natanti, come già previsto nel testo originario del decreto legge; B) qualora la mediazione sia condizione di procedibilità ex lege, le parti avranno l’obbligo dell’assistenza tecnica da parte di un avvocato (a cui peraltro, viene riconosciuta la qualifica di mediatore di diritto). Con l’introduzione di tale obbligo viene, dunque, valorizzato il ruolo dell’avvocato nella procedura;
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C) il giudice potrà prescrivere la mediazione alle parti nel corso del processo, estendendo tale possibilità al giudizio di appello; D) qualora l’esperimento di mediazione sia condizione di procedibilità della domanda giudiziale, tale condizione si considererà soddisfatta anche in caso di mancato accordo all’esito del primo incontro. In questo caso, nessun compenso sarà dovuto all’organismo di mediazione, a differenza di quanto inizialmente previsto dal Governo, che aveva indicato delle “indennità di mediazione”; E) l’introduzione, anche per la mediazione, del concetto di competenza territoriale collegata a quella del giudice eventualmente competente a conoscere della causa. In caso di più domande relative alla stessa controversia sarà competente l’organismo presso il quale è stata presentata la prima domanda; F) l’accordo raggiunto, sottoscritto dalle parti e dagli avvocati, avrà l’efficacia di titolo esecutivo; G) l’istituto avrà un carattere transitorio e sperimentale (per la durata di 4 anni). Al termine del secondo anno il Ministero della Giustizia dovrà attivare un monitoraggio sugli effetti della nuova mediazione. Le suddette proposte emendative hanno già ottenuto la fiducia della Camera. Il decreto passerà, dunque, all’esame del Senato. In base al comma 2, dell’art. 84 D.L. n. 69/2013 le nuove disposizioni, qualora approvate, si applicheranno decorsi trenta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Si auspica che si possa arrivare ad una riforma in tempi rapidi e che il novellato istituto della mediazione, quale sistema alternativo di risoluzione delle controversie, possa effettivamente contribuire all’abbattimento del contenzioso civile, con un positivo effetto anche sul piano della composizione dei conflitti tra le parti e che, quindi, tale istituto non sia destinato a diventare un mero adempimento imposto alle parti, volto a posticipare di qualche mese il ricorso alla giustizia ordinaria.
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La forma scritta del contratto di agenzia deve ritenersi prescritta ad probationem e tale forma ricomprende anche la stipula dell'eventuale patto di prova. Pertanto, in mancanza di forma scritta del contratto di agenzia e del patto di prova, l'onere della prova sulla esistenza e validità del patto grava sul preponente interessato a farlo valere. Il mancato assolvimento di tale onere farà sì che il rapporto di agenzia si consideri validamente instaurato, in via deﬁnitiva, ﬁn dall'inizio. (Cassazione, 13 maggio 2013, n. 11405) L’impresa designata dal Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, che agisca ai sensi dell’art. 29 della L. 990/1969 (oggi art. 292, coma 1, D.Lgs. 209/2005) non è soggetta al termine di prescrizione biennale applicabile all’azione risarcitoria spettante al danneggiato dalla circolazione stradale, poiché il suo diritto non è condizionato e non deriva dal diritto del danneggiato al risarcimento dei danni, ma trova il suo fondamento nell’azione speciﬁca, che gli è concessa dalla legge a tale scopo e che è soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale. (Cassazione, 19 giugno 2013, n. 15303) Il contratto di assicurazione della responsabilità civile che preveda la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali va interpretato nel senso che la garanzia assicurativa opera anche nell'ipotesi di fatti colposi (fattispecie relativa ai danni causati ad un'auto da schizzi e macchie di vernice, nel corso di un'operazione di tinteggiatura di una recinzione). (Cassazione, 26 giugno 2013, n. 16108)
Tizio conveniva in giudizio la Banca ALFA e la Compagnia di Assicurazioni Gamma, allegando di essersi recato presso una ﬁliale della prima, dove un funzionario della banca, prospettatagli la vantaggiosità dell’investimento, lo SENTENZE avrebbe indotto a sottoscrivere una richiesta di prestito di euro 30.000,00; (TRIBUNALE DI LECCE - successivamente, la Banca gli avrebbe comunicato l’intervenuta accettazione SEZIONE DISTACCATA DI della richiesta, alle condizioni contrattuali riportate nel relativo modulo contrattuale. MAGLIE, 9 LUGLIO Al citato contratto di mutuo sarebbe stata collegata una polizza assicurativa, 2013) richiamata sia nella richiesta di prestito, sia nel contratto di mutuo, polizza che l’attore si sarebbe trovato a sottoscrivere “senza alcuna facoltà di scelta”. TRA LE NOSTRE
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Successivamente, Tizio si sarebbe sottoposto ad una visita medico - legale innanzi alla Commissione di prima istanza per l’accertamento degli stati di invalidità civile: in quella sede, gli sarebbe stata riconosciuta un’invalidità con riduzione permanente della capacità lavorativa pari al 67%. Egli avrebbe, quindi, fatto richiesta alla Compagnia di ottenere l’indennizzo contrattuale in virtù della citata polizza, avente ad oggetto la liquidazione di un importo pari al debito residuo in linea capitale secondo l’originario piano di ammortamento; sennonché, la Compagnia avrebbe negato tale diritto, precisandogli che le patologie indicate nella relazione medica di riconoscimento di invalidità non raggiungevano singolarmente il grado di invalidità (del 60%) richiesto dalla polizza e che, inoltre, la sua patologia era preesistente alla data di adesione alla copertura assicurativa. A questo punto l’attore, essendo in possesso soltanto di uno stralcio delle condizioni contrattuali, avrebbe richiesto il testo integrale della polizza, giungendo, così, a scoprire una presunta difformità tra le condizioni contrattuali riportate nell’estratto e quelle contenute nella polizza. Di qui l’avvio del giudizio e la richiesta di condanna al risarcimento dei danni dei convenuti che contestavano, a vario titolo, la domanda. In particolare, la Compagnia rilevava: che l’attore aveva aderito ad una polizza collettiva stipulata dalla Banca (contratto per conto di chi spetta), sottoscrivendo la relativa dichiarazione, mai disconosciuta; che lo stesso si era relazionato esclusivamente con il funzionario bancario; pertanto, nessuna violazione di obblighi di informazione poteva essere imputata alla Compagnia; che l’estratto consegnatogli non era difforme dalle condizioni di polizza, ma una loro riproduzione sintetica. Ciò precisato, la Compagnia eccepiva che la polizza deﬁniva la Invalidità Totale Permanente come “La perdita totale, deﬁnitiva ed irrimediabile da parte dell’assicurato, a seguito di infortunio o malattia, della capacità di attendere a un qualsiasi lavoro proﬁcuo, indipendentemente dalla normale attività lavorativa svolta. Tale invalidità totale permanente viene riconosciuta quando il grado percentuale di invalidità permanente dell’assicurato sia pari o comunque superiore al 60% secondo quanto previsto dalla tabella Inail e dalle valutazioni del grado percentuale di invalidità permanente (D.P.R. 30.6.1965 n.1124) di cui all’allegato n. 1 della presente polizza”, e che ai sensi delle condizioni particolari di polizza “Sono esclusi dall’oggetto dell’assicurazione i casi di invalidità totale permanente causata da: invalidità preesistenti, nonché per quanto imputabile a condizioni ﬁsiche o patologiche preesistenti, già diagnosticate dall’assicurato prima della data iniziale …”. Entrambe le clausole hanno la funzione di delimitare l’oggetto del contratto e, quindi, di speciﬁcare i limiti della garanzia prestata dall’assicuratore. La prima, in particolare, speciﬁca la percentuale di invalidità (il 60%), determinata da una malattia, al di sotto della quale la garanzia non viene prestata. Nel caso di specie, nessuna delle patologie denunciate dall’attore superava, singolarmente considerata, la soglia del 60%. Inoltre, risultava che già anni prima l’attore aveva subito l’asportazione di un meningioma. Tale circostanza rappresentava un’ipotesi di esclusione dalla garanzia, secondo le condizioni particolari di polizza, essendo, chiaramente, incompatibile con la natura del contratto di assicurazione - che trasferisce all’assicuratore il rischio del veriﬁcarsi di un determinato evento - la preesistenza delle condizioni patologiche da cui quel medesimo evento scaturisce. Il Tribunale adito, condividendo le eccezioni formulate dalla Compagnia, rigettava le domande dell’attore nei suoi confronti, accogliendole, parzialmente, nei confronti dell’istituto bancario, sotto il proﬁlo della responsabilità nella fase delle trattative precontrattuali. Causa seguita da Bonaventura Minutolo e Teresa Cofano
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RESPONSABILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI NELLE CRISI DELLE SOCIETÀ
L’attuale situazione di crisi che caratterizza, ormai da alcuni anni, la realtà imprenditoriale italiana (e non solo) ha determinato un aggiornamento delle riflessioni giuridiche inerenti le ipotesi di responsabilità degli Amministratori (e comunque degli Organi gestori delle Società di capitali). È noto che, in molteplici situazioni di crisi dell’impresa, viene in maggior risalto il ruolo degli amministratori sotto diversi aspetti: (i) in quanto possono aver operato causando o aggravando la situazione di crisi; (ii) oppure in quanto non hanno preso in considerazione, nell’ambito delle loro attività gestorie, i sintomi della imminente situazione di crisi, non adottando di conseguenza misure prudenziali per farvi fronte o limitare le conseguenze. In tale contesto, una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione (prima sezione civile, sentenza 12 febbraio 2013 n. 3409) si è nuovamente occupata dei limiti entro i quali può e deve essere valutata la sussistenza di responsabilità dei componenti del Consiglio di Amministrazione. Il caso può essere così riassunto. Una società di capitali promuove un’azione di responsabilità nei confronti dei componenti del Consiglio di Amministrazione e del Direttore Generale, addebitando ai medesimi comportamenti di mala gestio, in quanto avrebbero dato corso ad un costoso investimento di nuovi macchinari industriali, senza le dovute cautele ed preventivi necessari. In tal modo, la Società sarebbe stata gravata di oneri finanziari insostenibili con relativi danni. Il Tribunale, in primo grado, respingeva la domanda, all’esito di un’attività istruttoria che aveva anche visto l’espletamento di una Consulenza Tecnica d’Ufficio. La Società (nel frattempo sottoposta a procedura di concordato preventivo) proponeva appello. A prescindere dalle censure (in questa sede non rilevanti) riguardanti il ruolo del Consulente Tecnico, i Giudici di secondo grado avevano confermato la pronuncia di rigetto delle ipotesi di responsabilità, in quanto era stato accertato che gli Amministratori - prima di procedere all’acquisto - avevano dato corso ad indagini e approfondimenti riguardanti l’investimento. E ancora, la determinazione dei successivi membri del Consiglio di Amministrazione di dismettere (dopo poco tempo) l’utilizzo dell’impianto appena acquistato, aveva sostanzialmente impedito di verificarne l’effettiva produttività e, quindi, aveva reso indimostrabile qualsiasi nesso causale tra la scelta di acquisto operata dai primi Amministratori ed i danni che sarebbero stati lamentati. La società proponeva ricorso avanti alla Suprema Corte di Cassazione ed i Giudici di legittimità, con riferimento alle censure mosse dalla Società circa la violazione degli articoli 2392, 2396, 1710, 2697 c.c. in materia di responsabilità degli Amministratori, hanno confermato i seguenti due principi:
primo luogo, che all’Amministratore di una Società non può essere imputato a titolo di responsabilità di aver compiuto scelte imprenditoriali inopportune dal punto di vista economico. Una tale valutazione attiene alla discrezionalità dell’imprenditore e potrà, semmai, venire in considerazione come giusta causa di revoca del medesimo, ma non come fonte di responsabilità contrattuale verso la Società.
✦da
ciò consegue, sempre secondo i Giudici di legittimità, che la valutazione inerente la diligenza dell’Amministratore nell’adempimento del proprio mandato non può mai investire scelte di gestione o le modalità e le circostanze di tale scelte, anche se presentano proﬁli di rilevante alea economica, ma solo la diligenza mostrata nell’apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere e, quindi, l’eventuale omissione di quelle cautele, veriﬁche e informazioni normalmente richieste per una scelta di questo tipo. Il principio, peraltro, è già affermato dalla Suprema Corte in diverse sentenze, fra cui Cassazione sentenza 12 agosto 2009 n. 18231.
Inoltre, considerata la natura contrattuale della responsabilità, la Società deve dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalità con il danno patito; mentre gli Amministratori hanno l’onere di provare la non imputabilità a sé del fatto dannoso, fornendo prova positiva dell’osservanza dei doveri e obblighi a loro imposti. Nella specie, la determinazione degli Amministratori non era censurabile anche in quanto era emerso che la medesima era stata motivata da incontestate ed indifferibili esigenze di ammodernamento degli impianti. Inoltre, il credito erogato da banche aveva sostanzialmente legittimato l’operazione anche sotto il proﬁlo ﬁnanziario. In presenza di tali elementi, la giurisprudenza ha fatto corretta applicazione del principio secondo il quale bisogna operare un’importante distinzione tra business judgment rule e la rule of law, poiché solo la violazione di quest’ultima - costituita dai doveri derivanti da vere proprie regole di diritto - può legittimare un’azione di responsabilità. Al contrario, ciò non può avvenire a fronte di valutazioni inerenti l’opportunità imprenditoriale di una certa operazione. Tuttavia - come detto in introduzione - l’attuale situazione ha stimolato ulteriori approfondimenti di carattere giuridico, in cui si è focalizzata l’attenzione sui particolari obblighi, in capo agli Amministratori, di organizzare adeguatamente l’impresa afﬁdata nel rispetto, peraltro, dei doveri di cui all’articolo 2381 V ° co. c.c., (laddove si stabilisce che gli Organi delegati devono curare che l’assetto organizzativo amministrativo e contabile dell’impresa sia adeguato alla natura ed alle dimensioni della medesima). Ciò signiﬁca - soprattutto nelle imprese complesse, ma non solo - la necessità di applicare criteri e regole, sempre più diffuse, elaborate nell’ambito delle cd. scienze aziendali, la cui omissione o violazione può determinare una speciﬁca responsabilità, qualora da ciò sia derivato un danno. Sulla base di tale ragionamento, dunque, una fonte di responsabilità può derivare non dalla decisione di porre in essere una determinata operazione imprenditoriale, ma bensì dal fatto che per, inadeguatezza dell’assetto contabile o organizzativo dell’impresa (di cui gli Amministratori sono responsabili) sono stati posti in essere comportamenti (e compiuto operazioni) che abbiano determinato danni in capo alla Società. Si tratta di un proﬁlo di indagine più complesso, che merita un approfondimento, sia in dottrina che in giurisprudenza.
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JOB24 – Il Sole 24 Ore: 25/07/2013 VIDEO: Decreto Lavoro. Gli incentivi all’assunzione e le misure di sostegno alla rioccupazione Videointervista a Claudio Ponari Dr Job / Decreto lavoro: incentivi alle assunzioni dei giovani e il sostegno alla rioccupazione di Claudio Ponari Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 19/07/2013 Contratto a termine: nuove regole, nuovi dubbi di Damiana Lesce Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 18/07/2013 Licenziamento disciplinare e limiti del consenso al trattamento dei dati personali del lavoratore di Antonio Cazzella il Giornale: 16/07/2013 Pensioni, retribuzioni e ammortizzatori. Alcune riforme devono essere ripensate Intervista a Giacinto Favalli Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 16/07/2013 Legittimo il licenziamento del lavoratore che non rientra in servizio prima della scadenza del comporto e dell’aspettativa di Marina Olgiati e Andrea Beretta Newsletter Lavoro AIDP – N. 33 Luglio 2013 Contratto a progetto, lavoro accessorio e lavoro a chiamata di Giorgio Molteni Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 10/07/2013 Responsabilità degli amministratori nelle crisi delle società di Vittorio Provera Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 02/07/2013 La violazione del repechage è estranea al concetto di “manifesta insussistenza” di cui al nuovo art. 18: non c’è reintegrazione di Damiana Lesce Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 01/07/2013 Imputato di concussione, patteggia la pena: legittimo il licenziamento fondato sulla sentenza di patteggiamento di Marina Olgiati
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Corriere Economia - Corriere della Sera: 01/07/2013 I giudizi sulla riforma Fornero Intervista a Stefano Triﬁrò Medicina Democratica N. 207: Gennaio/Febbraio 2013 Il ruolo di Romano Canosa per il Diritto del Lavoro vivente di Salvatore Triﬁrò Il Mondo: 07/06/2013 Dossier Giuslavoro Riforma Fornero. Una legge da cambiare. Intervista a Stefano Triﬁrò Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 04/06/2013 Nuova sede Triﬁrò & Partners Avvocati a Parma
Milano, 4 Ottobre 2013 Carlton Hotel Baglioni I controlli sui dipendenti da parte del datore di lavoro Utilizzo del telefono e di altri apparecchi in dotazione: casistica Uso e abuso del telefono aziendale e di altri apparecchi in dotazione (laptop, telepass, etc.): legittimità e limiti del controllo Le pronunce giurisprudenziali sull’efﬁcacia probatoria delle registrazioni dei colloqui telefonici Le conseguenze dei controlli difensivi leciti: giurisprudenza e casistica Le conseguenze dei controlli illeciti: giurisprudenza e casistica PROGRAMMA Relatore: Avv. Claudio Ponari
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43121 Parma Strada Petrarca, 18 Tel.: + 39 0521 23 94 65
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