Source: http://naturagiuridica.blogspot.com/2013/11/
Timestamp: 2019-03-24 05:51:32+00:00
Document Index: 47632362

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2555', 'art. 238', 'art. 273', 'art. 1', 'art. 62']

Natura Giuridica: novembre 2013
Il sequestro preventivo può riguardare anche l’intera azienda (come bene produttivo)?
La vicenda trae origine da un sequestro preventivo di due S.r.L. e delle relative aziende, disposto da un giudice per le indagini preliminari nel quadro del procedimento penale relativo al reato di lesioni personali colpose commesso in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro ai danni dei lavoratori. Il Tribunale di Firenze, nell’annullare con ordinanza il sequestro preventivo disposto dal GIP, aveva evidenziato l’inammissibilità del sequestro preventivo in relazione ad un’attività imprenditoriale: il carattere prettamente ablatorio (e non interdittivo) del sequestro preventivo, infatti, impone la sola riferibilità ad una res pertinente al reato. Di conseguenza, sono sequestrabili soltanto beni, e non un’impresa o un’attività imprenditoriale, “vieppiù a fronte della piana ricorribilità ai rimedi specifici di cui al D.Lgs. n. 231/2001 (in tema di responsabilità amministrativa degli enti) esperibili anche in relazione al delitto di lesioni personali gravi”.
Violazione di legge: il giudice ha erroneamente ritenuto che il sequestro fosse volto all’imposizione di un’inibitoria nei confronti di un’attività imprenditoriale, e non di un vincolo reale su beni riguardanti nella loro materialità. La misura cautelare, al contrario, era stata disposta sulle società e sulle aziende costituenti l’insieme dei beni che l’imprenditore destina alla propria impresa;
Beni come mezzo per la realizzazione del reato contestato: all’imputato è stata ascritta la realizzazione di un’organizzazione imprenditoriale del tutto priva di qualsivoglia forma di cautela o di misura precauzionale funzionale alla sicurezza e all’incolumità dei lavoratori impiegati;
Rapporti con il D.Lgs n. 231/01: non ha alcun rilievo il D.Lgs n. 231/01, nel caso de quo: infatti, sono diversi i presupposti delle misure cautelari disciplinate da tale testo normativo e il sequestro preventivo, nel caso di specie immediatamente destinato ad inibire l’esercizio di un’attività imprenditoriale pericolosa mediante l’uso dei beni strumentali.
La novità contenuta nella sentenza de qua risiede proprio nel fatto di aver analizzato la problematica da un altro angolo visuale: quello della sequestrabilità in sé dell’azienda, come bene produttivo, secondo la definizione datane dall’art. 2555 del c.c., in base al quale l’azienda è “il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa”. In materia di sequestro preventivo, oggetto della misura cautelare reale può essere anche un’intera azienda, ove sussistano indizi che anche taluno soltanto dei beni aziendali, proprio per la sua collocazione strumentale, sia utilizzato per la consumazione del reato, a nulla rilevando la circostanza che l’azienda svolga anche normali attività imprenditoriali.
Cassazione Penale n. 37024/11:
sono utilizzabili ai fini dell’applicazione di misure cautelari reali, quando questi siano stati richiesti in fase dibattimentale, anche elementi di prova provenienti da altri procedimenti e non ancora acquisiti in dibattimento, analogamente a quanto stabilito dalla stessa Corte di Cassazione, in materia di misure cautelari personali;
sono utilizzabili come gravi indizi di colpevolezza, ai fini della vantazione di legittimità delle misure cautelari personali, atti di altri procedimenti, indipendentemente dalla circostanza che siano state osservate le condizioni stabilite nell’art. 238 c.p.p., non richiamate dall’art. 273 stesso codice;
Cassazione Penale n. 8082/09:
La Cassazione ha affermato un principio generale, in base al quale se l’inquinamento dipende dall’inadeguatezza complessiva dell’insediamento, è a quest’ultimo che il sequestro deve fare riferimento;
Con un successivo provvedimento commissariale sono stati quindi individuati quattro impianti TMB per il trattamento meccanico e biologico dei rifiuti indifferenziati di Roma, Fiumicino, Ciampino e Stato della Città del Vaticano.
Fra questi quello di una società, che ha deciso di impugnare il decreto Clini per evitare il sovraccarico dell’impianto sito nel territorio di competenza a causa dei provvedimenti del Commissario per il superamento della situazione di grave criticità nella gestione dei rifiuti urbani nel territorio della Provincia di Roma.
Investito della vicenda, il TAR di Roma ha stabilito che dal confronto fra:
le disposizioni contenute nella legge n. 228/12 (istitutiva del Commissario per fronteggiare la situazione di grave criticità nella gestione dei rifiuti urbani nel territorio della provincia di Roma), e
quelle contenute nel DM 3 gennaio 2013 (decreto Clini)
si evince un chiaro divario.
Se la prima, infatti, limita i compiti commissariali
alla continuità nelle azioni in corso per il superamento di tale criticità, ovvero tese primariamente alla realizzazione di una o più discariche per fronteggiare l'imminente chiusura del sito di Malagrotta "e/o", in secondo luogo, "per l'ampliamento di discariche esistenti indicate dalla medesima Regione" come soluzione al medesimo problema,
la seconda fonte, di natura provvedimentale, amplia invece i poteri assegnando la possibilità di individuare alcuni siti nell'ambito dell'intera Regione Lazio, ai quali conferire in trattamento - con i poteri di diffida e sostitutivi - i rifiuti della Capitale.
In questo modo, però, il decreto ministeriale realizza un'illegittima estensione dei poteri emergenziali ed in deroga fissati dalla legge n. 228/12 - con riferimento, peraltro, a quanto stabilito per una situazione di emergenza già esauritasi temporalmente al 31 dicembre dell'anno precedente - a fattispecie ulteriori che non trovano giustificazione nella fonte primaria.
Nessuna disposizione autorizza, invero, a ritenere tra le competenze il conferimento per il trattamento meccanico - biologico in impianti di differenti ambiti territoriali ed adibiti, nonché dimensionati, a diverse esigenze su scala locale.
Del resto, una differente ed estensiva lettura si porrebbe in contrasto con i principi di autosufficienza e prossimità, strettamente complementari all'ulteriore principio di sussidiarietà che verrebbe compromesso ove si ritenesse che la norma di legge abbia consentito una non tassativa e puntuale espansione dei compiti commissariali.
In questi giorni non si fa altro che parlare di tasse: delle “nuove” tasse sulla casa e sui rifiuti, che per fare un po’ più di confusione adesso si chiamano TRISE (= TASI + TARI) e non più IMU-ICI o TARSU (TIA-1 o TIA-2, a seconda dei casi…..).
A proposito di tassazione sulla produzione dei rifiuti: siamo nel 2013, la tecnologia fa passi da giganti, e ancora non si vuole adottare un sistema in base al quale si paga per quanto si produce.
Basterebbe un po’ di sana e buona volontà: con l'attuale sistema la sensazione di buttare i soldi fuori dalla finestra è qualcosa di più forte che una semplice sensazione...
In attesa di vedere come andrà a finire (o continuerà), la giurisprudenza continua ad occuparsi di queste tassazioni ancora su vicende risalenti.
In particolare: quali sono i presupposti per l’applicazione dell’ICI, nel caso di utilizzo di un terreno per il deposito di determinati materiali?
E' l'interrogativo cui cerca di dare una risposta il TAR di Venezia (890/13).
Ai sensi dell’art. 1 del D.lgs. n. 504/92, presupposto dell’imposta è il possesso di fabbricati, di aree fabbricabili e di terreni agricoli: gli impianti tecnologici non possono in alcun modo essere assimilati a dei “fabbricati” ovvero a delle costruzioni stabilmente ancorate al suolo, trattandosi, invece, di macchinari trasportabili e perfettamente amovibili, nonché di manufatti precari.
La legge istitutiva dell’ ICI non prevede e non ha mai previsto che gli impianti tecnologici (come nel caso in esame, non contenuti all’interno di edifici, né in altro modo connessi con questi ultimi) siano assoggettati all'imposta sui fabbricati.
Infatti, anche a prescindere dalla più o meno stabile connessione al suolo di tali impianti, si tratta pur sempre di beni non suscettibili di produrre un autonomo reddito di tipo immobiliare, non essendo dotati, al di là di una esclusiva destinazione alla produzione industriale, di una propria autonomia funzionale e reddituale.
Diversamente, si confonderebbe la tassazione del reddito fondiario con quella del reddito d'impresa.
Nella specie, il Collegio ha evidenziato che l’impianto oggetto di richiesta di sanatoria è destinato alla lavorazione del materiale basaltico estratto da alcune cave, ed è costituito da tre macchinari industriali e di box in lamiera semplicemente e temporaneamente appoggiati al suolo, non ancorati o fissati ad esso, e pertanto, non assoggettabili ad ICI.
I terreni destinati a deposito del materiale basaltico sono esentasti dal pagamento dell’ICI, trattandosi di terreni utilizzato per attività industriale, non di pertinenza di fabbricati.
L’impresa che smaltisce autonomamente i rifiuti prodotti e che non si avvale del servizio pubblico di raccolta e smaltimento dei rifiuti, non è tenuta al pagamento della relativa tassa: in tali casi, infatti, ricorre l’ipotesi di esclusione della tassazione prevista dal comma 3 dell’art. 62 del D.lgs. n. 507/1993, ai sensi del quale
“nella determinazione della superficie tassabile non si tiene conto di quella parte di essa ove per specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione si formano, di regola, rifiuti speciali, tossici o nocivi, allo smaltimento dei quali sono tenuti a provvedere a proprie spese i produttori stessi in base alle norme vigenti”.