Source: http://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/40-Anniversario-della-Convenzione-sulleliminazione-di-tutte-le-forme-di-discriminazione-nei-confronti-delle-donne-1979-2019/415
Timestamp: 2019-09-22 03:37:20+00:00
Document Index: 57042159

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 12', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3']

Centro di Ateneo per i Diritti Umani - Università di Padova | Schede :: 40° Anniversario della Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (1979-2019)
Il Comitato per l'eliminazione della discriminazione nei confronti della donna
Il Preambolo della Convenzione riafferma la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona e nell'uguaglianza del godimento dei diritti da parte di uomini e donne. Si evidenzia, inoltre, che nonostante siano stati adottati strumenti specifici per promuovere il principio dell’uguaglianza tra uomini e donne, queste ultime continuano ad essere oggetto di gravi discriminazione e si ricorda che le pratiche discriminatorie ostacolano la partecipazione delle donne ad ogni aspetto della vita del proprio paese intralciando la crescita e il benessere delle società.
La Convenzione si compone di 30 articoli e introduce, per la prima volta all’interno di un trattato internazionale, una definizione di discriminazione nei confronti della donna non limitata al piano formale o giuridico, bensì comprendente qualsiasi trattamento o condizione che nei fatti impedisca alle donne di godere appieno dei loro diritti su base paritaria rispetto agli uomini. Ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione l’espressione “discriminazione nei confronti della donna” concerne “ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato matrimoniale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo, su base di parità tra l'uomo e la donna”.
la parità di accesso e di opportunità per le donne alla vita politica e pubblica – compresi il diritto di voto e di eleggibilità - così come nei settori dell’istruzione, della salute e dell’occupazione;
una serie di specifiche misure programmatiche che gli Stati si impegnano ad adottare al fine della creazione di una società nella quale le donne godano della piena uguaglianza e della effettiva realizzazione dei diritti umani: dai diritti al lavoro ai diritti nel lavoro (art. 11); dai diritti relativi alla salute e alla pianificazione familiare (art. 12) all’uguaglianza di fronte alla legge (art. 15), nella famiglia e nel matrimonio (art. 16), nell’educazione e nell’istruzione (artt. 5 e 10), nella partecipazione alla vita politica (artt. 7 e 8), nello sport, nell’accesso al credito (art. 13), nella concessione o perdita della nazionalità (art. 9);
- condannare ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, di incorporare il principio dell’uguaglianza tra uomo e donna nel proprio sistema giuridico e di adeguare conseguentemente la propria legislazione;
- adottare misure appropriate contro ogni forma di tratta e sfruttamento delle donne;
- prendere misure adeguate per eliminare ogni discriminazione praticata da persone, organizzazioni o enti di ogni tipo nonché di attivarsi per modificare gli schemi di comportamento e i modelli culturali in materia di differenza fra i sessi;
- istituire tribunali e altre istituzioni pubbliche per assicurare l'effettiva protezione delle donne dalla discriminazione;
- adoperarsi nell’adozione di misure positive non limitandosi ad attuare una tutela di impostazione prettamente negativa. La Convenzione, cioè a dire, prevede in capo agli Stati non solo l’obbligo di non fare, cioè di astenersi dall’adottare misure aventi caratteri discriminatorio nei confronti delle donne, ma anche di fare, cioè di adoperarsi per adottare misure, a carattere legislativo, politico e amministrativo, aventi lo scopo di ridurre da un punto di vista sostanziale, nella realtà, le disuguaglianze tra uomini e donne. Tali misure sono definite “azioni positive”, cioè delle misure caratterizzate dal requisito della temporaneità, che, in deroga al principio della parità formale, prevedono delle forme di discriminazione al contrario, cioè maggiormente favorevoli nei confronti delle donne al fine di superare gli ostacoli che impediscono da un punto di vista sostanziale le disparità tra uomo e donna nonché atte a garantire il pieno ed effettivo progresso delle donne. Tali misure temporanee speciali non devono considerarsi atti discriminatori, in quanto tendenti ad accelerare il processo di instaurazione di fatto dell’uguaglianza tra i generi.
Alla Convenzione si affianca un Protocollo facoltativo approvato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999 ed entrato in vigore il 22 dicembre 2000, che introduce la procedura della comunicazione, cioè la possibilità individuale o di gruppo, di presentare un ricorso scritto al Comitato, previo esaurimento di tutti gli strumenti di tutela disponibili nell’ordinamento interno, in caso di asserita violazione dei propri diritti sanciti nella Convenzione. Tale meccanismo consente pertanto alle donne e alle associazioni di donne di essere parte attiva nel rispetto delle norme della Convenzione. Il Comitato, una volta ricevuta la comunicazione, la porta confidenzialmente all’attenzione dello Stato interessato, il quale avrà sei mesi a disposizione per presentare al Comitato delle spiegazioni scritte o un rapporto che chiarisca la questione e i rimedi, laddove esistenti, che potranno essere attuati dallo Stato.
Dall’attività del Comitato e, soprattutto, dall’adesione italiana alla Piattaforma di Pechino del 1995, che ha contribuito a promuovere a livello mondiale l’impegno e l’azione per la tutela dei diritti delle donne, scaturì un maggiore impegno dell’Italia in tutti i processi politici internazionali incentrati sul ruolo delle donne nella società con l’obiettivo di riaffermare la loro dignità e proteggerle da tutte le possibili forme di discriminazione, abuso e violenza, che nel 1996 portò all’istituzione del Ministero per le Pari Opportunità (oggi Dipartimento per le Pari Opportunità), il cui mandato successivamente fu esteso a materie come la protezione del fanciullo contro la pedofilia, lo sfruttamento sessuale e la schiavitù sessuale.
Accelerare l'adozione di una legge omnibus per prevenire, combattere e punire tutte le forme di violenza contro le donne, così come di un nuovo Piano d'Azione Nazionale contro la violenza di genere; ed assicurare che siano allocate risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate per la relativa attuazione sistematica ed efficace, il monitoraggio e la valutazione.
Accrescere l'accesso delle donne all'occupazione a tempo pieno, compreso attraverso la promozione della pari condivisione dei compiti domestici e familiari tra uomini e donne, fornendo più strutture e di migliore qualità per la cura dell'infanzia ed aumentando gli incentivi per gli uomini per avvalersi del loro diritto al congedo parentale.
Assicurare che tutti gli stereotipi di genere vengano eliminati dai libri di testo e che i curricula scolastici, i programmi accademici e la formazione professionale degli insegnanti si occupino dei diritti delle donne e dell'uguaglianza di genere.
Perseguire i propri sforzi per raggiungere l’uguaglianza di genere sostanziale negli sports e nelle attività culturali, compreso attraverso l'uso di misure speciali temporanee.
Rafforzare ed assicurare l'efficace attuazione delle politiche e dei programmi esistenti, volti all'empowerment economico delle donne in aree rurali, incluso attraverso la promozione della proprietà della terra da parte loro.
Adottare misure mirate per promuovere l'accesso delle donne con disabilità all'istruzione inclusiva, al mercato del lavoro aperto, alla salute, compresi i diritti e la salute riproduttiva e sessuale, alla vita pubblica e sociale e ai processi decisionali.
Il Comitato accoglie favorevolmente la ratifica o l'adesione a strumenti internazionali, in particolare la ratifica del Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sulle procedure di comunicazione, nel 2016; la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata, nel 2015; il Protocollo opzionale al Patto sui diritti economici, sociali e culturali, nel 2015; il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, nel 2013; e la Convenzione del Consiglio d'Europa del 2013 sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica.
Le organizzazioni della società civile possono presentare dei c.d. "rapporti ombra" (“shadow reports”). Si tratta di contro-rapporti redatti da ONG operanti nel settore della Convenzione nei quali vengono riportate informazioni raccolte “sul campo”, frutto soprattutto dell’esperienza diretta, al fine di fornire al Comitato informazioni utili alla determinazione di un quadro più completo ed obiettivo della situazione di un particolare Stato.
In Italia si è costituita nel 2011 la piattaforma "Lavori in corsa: 30 anni CEDAW", una rete di organizzazioni e persone che si occupa, inter alia, di redigere periodicamente un rapporto ombra, supportato da dati statistici, che evidenzia le mancanze nella promozione dei diritti delle donne in Italia e indica le aree in cui continua ad essere necessario un maggiore impegno da parte delle istituzioni. Un primo rapporto è stato presentato alle Nazioni Unite nel luglio 2011 e al Parlamento Italiano nel gennaio 2012; un secondo rapporto è stato, successivamente, presentato alle Nazioni Unite nel giugno del 2017.
Il 29 gennaio 1957 l’Assemblea generale adottava, con la risoluzione A/RES/1040(XI), la Convenzione sulla nazionalità delle donne coniugate, entrata in vigore l’11 agosto 1958. La Convenzione proclama la parità di diritti spettanti a donne e uomini nell'acquisizione, cambiamento o conservazione della propria nazionalità. Gli Stati contraenti concordano che né la celebrazione o lo scioglimento del matrimonio fra uno dei loro cittadini e una straniera, né il cambiamento di nazionalità da parte del marito durante il matrimonio, modificano automaticamente la nazionalità della moglie (art. 1). La Convenzione precisa inoltre che né l’acquisizione volontaria della nazionalità di un altro Stato, né la rinuncia alla propria nazionalità da parte del marito impediscono alla moglie di conservare tale nazionalità (art. 2). In altri termini, non è possibile modificare la nazionalità della moglie senza un espresso desiderio in merito da parte della stessa. La Convenzione prevede inoltre che la moglie straniera di un cittadino di uno Stato contraente, facendone richiesta, potrà acquisire la nazionalità del coniuge tramite procedure di naturalizzazione privilegiate (art. 3). La Convenzione peraltro non contiene misure specifiche riguardanti i meccanismi internazionali di attuazione.
diritto internazionale dei diritti umani politiche di genere protezione diritti umani Comitati Nazioni Unite Nazioni Unite / ONU Ong e associazionismo educazione donne Italia diritti umani Difensori dei diritti umani violenza non-discriminazione discriminazione attori non-statali Comitato interministeriale per i diritti umani istituzioni nazionali