Source: http://www.laleggepertutti.it/130026_i-documenti-nel-processo-penale
Timestamp: 2017-01-24 01:06:59+00:00
Document Index: 158037544

Matched Legal Cases: ['art. 240', 'art. 240', 'art. 240', 'art. 240', 'art. 235', 'art. 537', 'art. 207', 'art. 242', 'art. 238', 'sentenza ', 'art. 238', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 238', 'art. 192', 'art. 234', 'art. 240', 'sentenza ']

I documenti nel processo penale
Professionisti Pubblicato il 22 agosto 2016 Articolo di Edizioni Simone Professionisti I documenti nel processo penale L’AUTORE: Edizioni Simone
Procedura penale, i mezzi di prova: i documenti come scritture private, atti pubblici, scritti, fotografie, pellicole, registrazioni. Per documenti si intendono scritti, fotografie, pellicole cinematografiche, fonografiche o altri mezzi, rappresentativi di una realtà di fatto, di persone o di cose. Deve trattarsi di documeni formatisi fuori dal processo e che in questo entrano con finalità probatoria.
Va pertanto segnalata la differenza tra documenti (a cui il codice dedica un capo nel libro delle prove: artt. 234 e seg.) e gli atti processuali (il cui utilizzo è disciplinato negli artt. 511 e seg. attraverso lo strumento delle letture): i primi sono formati fuori dal procedimento in cui poi faranno ingresso (es. fotografie; colloqui registrati da uno degli interlocutori per documentare minacce telefoniche ricevute); i secondi, invece sono costituiti dal susseguirsi degli atti del procedimento, spesso incorporatati in verbali (es. interrogatorio dell’indagato; esame del testimone; intercettazioni; etc.) e che quindi sono oggetto di «documentazione» scritta ed eventualmente fonica o videoregistrata.
Il documento, per assurgere a mezzo di prova, deve avere requisiti di certezza in ordine alla paternità o provenienza; pertanto è vietata la acquisizione di documenti anonimi, di quelli apocrifi, di quelli che hanno un contenuto inattendibile, riferibile a voci correnti (artt. 234, 239 e 240) [1].
In relazione ai documenti anonimi, dei quali cioè non è possibile identificare l’autore [2], il primo comma dell’art. 240 dispone che «I documenti che contengono dichiarazioni anonime non possono essere acquisiti né in alcun modo utilizzati, salvo che costituiscano corpo del reato o provengano comunque dall’imputato».
Dal tenore letterale della disposizione si evince che il codice distingue due tipi di anonimi:
a) le «dichiarazioni anonime» (es. la narrazione di una fatto) che sono inutilizzabili; b) gli anonimi senza contenuto dichiarativo (es. l’invio di una fotografia; di immagini in DVD) che, non avendo contenuto narrativo, non incorrono nel divieto di utilizzazione di cui all’art. 240.
In via di eccezione, anche le dichiarazioni anonime possono essere utilizzate se:
— provengono dall’imputato, cioè sono esibite nel processo dallo stesso imputato (art. 240);
— se il documento che le contiene è corpo di reato, ad es. perché contiene la calunnia per cui si procede (art. 240, 235).
Nemmeno sono acquisibili i documenti che contengono informazioni apprese da fonte non identificata o da confidenti di polizia non palesati (artt. 195, c. 7 e 203). Ai fini del giudizio sulla personalità dell’imputato e, quando è necessario, anche di quella della persona offesa dal reato e del testimone, è consentita l’acquisizione dei certificati del casellario giudiziale e delle sentenze irrevocabili. Per l’imputato, soggetto principale del processo, è ammessa la acquisizione di qualsiasi documento che da lui provenga.
Per i documenti che costituiscono corpo del reato in quanto oggetto diretto ed immediato del processo (es. scritti diffamatori, scritture falsificate, lettere minatorie etc.), essendo essi un mezzo per provare la sussistenza del reato e la paternità dello stesso, è ovvia la acquisibilità presso chiunque (art. 235).
Per i documenti materialmente o ideologicamente falsi, costituenti corpo di reato (es. una patente falsa), il giudice, nel pronunciarsi sulla imputazione deve dichiararne la falsità (art. 537).
Se, invece, il documento falso è stato introdotto nel processo in via incidentale e non principale, e cioè quale mero mezzo di prova (es. un cartellino marcatempo di un’azienda per dare un alibi all’imputato), il giudice non solleva alcun incidente di falso, né sospende il processo in corso, ma procede oltre, effettuando direttamente il vaglio della falsità, in via incidentale, e pervenendo alla decisione del proprio processo. All’esito del giudizio in corso e dopo la valutazione del documento indiziato di falsità alla stregua della globalità delle prove raccolte, il giudice, se la falsità appare ancora ravvisabile, ne informa il P.M. per le sue determinazioni inerenti il separato esercizio dell’azione penale.
Naturalmente, il P.M. può subito attivarsi, senza attendere la definizione del procedimento in cui la falsità incidentale è stata scoperta, essendo abolita ogni preclusione da pregiudizialità penale, analogamente a quanto previsto in tema di falsità testimoniale (art. 207).
Ostacoli all’uso immediato di documenti possono derivare, oltre che dall’indizio di falsità, superabile eventualmente mediante perizia, anche dalla lingua adoperata e dal supporto che lo incorpora (nastro magnetofonico); in tali casi, occorre procedere previamente a traduzione in lingua italiana o a trascrizione del nastro (art. 242).
Una particolare disciplina è dettata per quei documenti costituiti dai verbali di prove assunte in altri procedimenti, contenuta nell’art. 238 c.p.p., modif. dapprima dal D.L. 306/1992 (cd. decreto antimafia) e dalla L. 63/2001 (cd. giusto processo).
Schematicamente, può dirsi che:
— è ammessa l’acquisizione di verbali di prove, di altri procedimenti, acquisite nell’incidente probatorio o nel dibattimento; se tali verbali sono costituiti da dichiarazioni (di imputati o testi), sono acquisibili a condizione che il difensore dell’imputato abbia partecipato all’assunzione;
— è ammessa l’acquisizione di verbali di prove assunti in un giudizio civile, definito con sentenza passata in giudicato, se essa fa stato contro l’imputato;
— è ammessa l’acquisizione della documentazione di atti irripetibili;
— i verbali di dichiarazioni diverse da quelle assunte in incidente probatorio o dibattimento (es. dich. rese alla P.G. o al P.M.), possono essere acquisiti solo con il consenso delle parti. In ogni caso sono utilizzabili per le contestazioni ai sensi degli artt. 500 e 503.
Inoltre sono acquisibili agli atti le sentenze divenute irrevocabili in altri processi, ai fini della prova di fatto in esse accertato (art. 238bis) (31). Ad esempio se si procede a carico di un imputato per partecipazione ad un’associazione mafiosa, la prova dell’esistenza dell’associazione può essere tratta dalla sentenza emessa in altro processo e divenuta irrevocabile che ha dichiarato l’esistenza di un clan. La rilevanza probatoria della sentenza deve però essere valutata anche in base al elementi di riscontro , infatti l’art. 238bis richiama esplicitamente il 3° comma dell’art. 192 c.p.p.
Ai sensi dell’art. 234bis c.p.p. (introdotto dal D.L. 7/2015, conv. in L. 43/2015, in materia di contrasto del terrorismo) è sempre consentita l’acquisizione agli atti del procedimento di documenti e dati informatici conservati all’estero, anche diversi da quelli disponibili al pubblico, previo consenso, in quest’ultimo caso, del legittimo titolare dei dati.
[1] L’art. 240 c.p.p. detta una particolare disciplina in ordine alla custodia e distruzione dei documenti anonimi e delle intercettazioni illegali. Quanto alle modalità della distruzione, la Corte Costituzionale, con sentenza del 22-4-2009, ha stabilito che la relativa udienza deve svolgersi con le modalità previste per l’incidente probatorio e quindi con la presenza necessaria del P.M. e del difensore della persona indagata, nonché con la facoltà della persona offesa di intervenire.
[2] Per la giurisprudenza non è da ritenersi anonimo il documento, pur privo di sottoscrizione, di cui l’autorità inquirente sia in grado di identificare l’autore, sulla base di logiche e pertinenti considerazioni (Nella specie, si trattava di lettere senza firma, inviate da un coimputato all’altro per concordare la tesi difensiva della legittima difesa) (Cass. 5-11-2010, n. 39259).
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