Source: http://astratto.info/capitolo-i-lo-svolgimento-del-processo.html
Timestamp: 2020-02-27 18:03:00+00:00
Document Index: 51678145

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 192', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Rinviando al vaglio delle censure riguardanti ogni singolo episodio o circostanza la valutazione del se - ed in quali casi - il Tribunale abbia sommato elementi dotati dei caratteri dell’indizio piuttosto che addendi totalmente neutri, mette conto ricordare che la sentenza di annullamento con rinvio resa in questo processo ha riaffermato il principio della valutazione unitaria e complessiva degli elementi di prova (pagine 258 e segg.) nei seguenti termini: <<… ai sensi dell'art. 192 c.p.p., non può dirsi adempiuto l'onere della motivazione ove il giudice si limiti ad una mera considerazione del valore autonomo dei singoli elementi probatori, senza pervenire a quella valutazione unitaria della prova, che è principio cardine del processo penale, perchè sintesi di tutti i canoni interpretativi dettati dalla norma stessa (…)
Nella valutazione della prova il giudice deve prendere in considerazione tutti e ciascuno degli elementi processualmente emersi, non in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio, verificando se essi, ricostruiti in sé e posti vicendevolmente in rapporto, possano essere ordinati in una costruzione logica, armonica e consonante, che consenta, attraverso la valutazione unitaria del contesto, di attingere la verità processuale, cioè la verità del caso concreto (….)
Ha violato tale principio la sentenza impugnata che (come risulta all'evidenza nelle conclusioni, raffrontate con quelle rassegnate dal giudice di primo grado, e come si evidenzierà con riferimento alle singole parti della sentenza stessa) ha parcellizzato la valenza significativa di ciascuna fonte di prova, analizzandola e valutandola separatamente e in modo atomizzato dall'intero contesto probatorio, in una direzione specifica e preconcetta, astenendosi dalla formulazione di un giudizio logico complessivo dei dati forniti dalle risultanze processuali, che tenga conto non solo del valore intrinseco di ciascun dato, ma anche e soprattutto delle connessioni tra essi esistenti; per di più rispetto ad una tipologia di reato contrassegnato da una condotta finalizzata alla conservazione e al rafforzamento dell'associazione criminosa, desumibile, considerata proprio la struttura della condotta stessa, da una serie di elementi che soltanto attraverso una valutazione
complessiva possono, almeno di norma, assumere il carattere della specificità. Anzi, nei delitti associativi, il fulcro centrale della prova è costituito, nella prevalenza dei casi, dalla prova logica, dal momento che la prova dell'esistenza della volontà di contribuire alla conservazione e al rafforzamento dell'associazione criminosa è desumibile per lo più dall'esame d'insieme di condotte frazionate ciascuna delle quali non necessariamente dimostrativa dell'apporto fornito alla vita del sodalizio mafioso(…)
La valutazione dell'insieme è imprescindibile allorchè si tratti di indizi, ciascuno dei quali abbia una portata possibilistica e non univoca: solo l'insieme può assumere quel pregnante ed univoco significato dimostrativo che consente di ritenere conseguita la prova logica del fatto; prova logica che non costituisce uno strumento meno qualificato rispetto alla prova diretta (o storica), quando sia conseguita con la rigorosità metodologica che giustifica e sostanzia il principio del cosiddetto libero convincimento del giudice (Sez. Un., 4/2-4/6/1992, n. 6682, Musumeci, riv. 191230)>>.
Altro tema attinto nel primo volume dell’Atto Impugnazione, sul quale giova operare soltanto qualche breve puntualizzazione stanti l’esaustiva disamina operata nella sentenza di annullamento con rinvio e le consolidate acquisizioni della giurisprudenza di legittimità, è quello della valutazione della chiamata di correo.
Affermano, infatti i difensori appellanti (pagg. 47-48)<
Ridurre il disinteresse all'indifferenza del collaborante rispetto alla posizione del chiamante rispetto all'accusato limitandola a eventuali motivi di rancore, costituisce valutazione inaccettabile.
Limitare la spontaneità della propalazione ad una "non coartazione" (per altro neppure verificata), è criterio fallace. Rinunciare all'immediatezza, quale requisito dell'attendibilità intrinseca, costituisce avallo indiscriminato delle propalazioni.
Nè valgono i tentativi di dar corpo alle propalazioni attraverso giustificazioni del tipo: "problemi mnemonici", "livello culturale" o ad altre affermazioni del tipo, che mirano a giustificare taluni progressivi adattamenti in sintonia con altre propalazioni.
Far ricorso all'intrinseca forza di persuasione dell'accuse dei vari collaboranti (espressione indicativa del vuoto più assoluto) e ricondurla, comunque, all'intrinseca logicità del racconto, è fatto che atterrisce. Sopratutto in un contesto che palesa scarsissimi dati di riferimento alla posizione processuale dell'accusato o, ancor peggio, allorquando la cennata intrinseca forza persuasiva viene mantenuta malgrado la prova contraria offerta dalla difesa>>.
In sintonia con queste asserzioni, ed in special modo nel corso del dibattimento di primo grado, la Difesa ha ripetutamente fatto leva - anche con specifiche domande come quella sul numero degli omicidi commessi - sul passato criminale dei collaboranti, quasi a volere erigere a cardine della valutazione di attendibilità intrinseca giudizi morali che, pur involgendo aspetti non suscettibili di essere obliterati ai fini dell’indagine sulla personalità dei dichiaranti - non attengono alle finalità essenziali del “contratto” di collaborazione con la Giustizia.
Quest’ultimo, infatti, è frutto di scelta di politica legislativa di tipo premiale ed incentivante, alla cui stregua le collaborazioni scontano una motivazione di tipo utilitaristico e sfuggono, in linea di massima, ad un inquadramento in termini prettamente etici o spirituali, restando affidato il loro controllo al vaglio di attendibilità intrinseca ed estrinseca, ed i rimedi in caso di mendacio alla incriminazione per calunnia o favoreggiamento, alle sanzioni previste dall’articolo 8 D.L. n. 152/91, nonché alla spada di Damocle della revoca dello speciale programma di protezione.
Senza dire che, come è stato più volte ribadito in giurisprudenza (in termini, ex plurimis, Cass. pen. , sez. I, sentenza 1 luglio 1999, n. 9723 che richiama la motivazione della sentenza di appello) <<il criterio relativo alla attendibilità del dichiarante assume connotazioni particolari ove riferito ad un collaboratore di giustizia: quest'ultimo, infatti, è di regola persona stabilmente inserita nel mondo della malavita, sicché da un punto di vista morale la sua credibilità è da ritenersi "insussistente"; paradossalmente, però, è proprio il suo inserimento nella malavita a porlo in condizione di conoscere i fatti oggetto delle sue dichiarazioni, sicché la verifica della attendibilità comporterà la necessità di accertare se nel caso concreto il collaborante potesse avere un interesse, diretto o indiretto, a fornire indicazioni false e fuorvianti>>.
In ordine alle ulteriori osservazioni dei difensori appellanti, non è dato rilevare, nella sentenza appellata, affermazioni mirate a qualunque costo << a giustificare taluni progressivi adattamenti in sintonia con altre propalazioni>> o giustificazioni di principio come quella dei <
> o del <> dei collaboranti; né, tanto meno, la tendenza ad attribuire carattere esaustivo <>.
La giurisprudenza, piuttosto - individuati gli indici cui ancorare il necessario giudizio di attendibilità intrinseca (la personalità, le condizioni sociali, economiche e familiari, lo stato del dichiarante, i suoi rapporti con i chiamati in correità, la genesi remota e prossima della sua risoluzione a collaborare, la intrinseca consistenza delle dichiarazioni alla luce dei criteri della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità) - ha escluso che il rinvenimento di alcuni parametri negativi possa, di per sé solo, fondare il giudizio di inattendibilità delle propalazione.
In primo luogo, invero, entro certi limiti, l'imprecisione, l'incoerenza, l'aggiunta o l'eliminazione di particolari in momenti successivi possono trovare idonea giustificazione in offuscamenti della memoria (specie riguardo a fatti molto lontani nel tempo, ovvero se si tratti di rivelazioni di pregresse episodi criminosi che rientrano nella routine criminosa del dichiarante), nello stesso, fisiologico, progredire del ricordo, una volta portato alla luce, o ancora nell'emotività, se non anche in limiti di natura culturale nella ricostruzione dei fatti.
D'altra parte, verifica intrinseca ed estrinseca della chiamata rappresentano due temi di indagine strettamente interdipendenti, nel senso che un giudizio fortemente positivo di attendibilità intrinseca può bilanciare la minore valenza dei riscontri esterni, che devono essere comunque sussistenti; per converso, un minor grado di intrinseca attendibilità delle accuse impone una verifica rigorosa circa la concorrenza di riscontri esterni di più accentuato spessore, anche con riguardo alla personalizzazione delle imputazioni; restando, comunque, rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito la valutazione della consistenza e della pregnanza dei riscontri (cfr. Cass. pen. sez. I, sentenza n. 4547 del 1995).
Poste queste premesse, si passerà all’esame delle censure riguardanti le singole propalazioni ed i singoli episodi valorizzati dal Tribunale. Verranno, quindi, rassegnati i contributi resi dai collaboranti escussi nel primo dibattimento di appello (peraltro a fronte un quadro probatorio già esaustivo ai fini della affermazione di responsabilità, formatosi nel giudizio di primo grado) ed infine gli esiti della istruttoria dibattimentale svolta in questo giudizio di rinvio.