Source: https://fiscomania.com/reverse-charge-esterno/
Timestamp: 2020-07-06 23:02:42+00:00
Document Index: 107712472

Matched Legal Cases: ['art. 46', 'art. 47', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 1470', 'art. 20', 'art. 17', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 1556', 'art. 39', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 17', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 40', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 17', 'art. 17']

Reverse Charge Esterno: che cos’è e come funziona - Fiscomania
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Il reverse charge è il metodo di applicazione dell’imposta per le operazioni aventi natura di acquisto intra-UE di beni e servizi. In questi casi, il meccanismo del reverse charge è applicato integrando la fattura ricevuta, dal fornitore UE, con l’imposta dovuta. Vediamo, di seguito, le modalità di applicazione del reverse charge esterno.
In deroga al sistema ordinario di tassazione dei consumi nel paese di origine dei beni, il legislatore ha previsto un sistema di tassazione indiretta delle operazioni intra-UE aventi ad oggetto beni e servizi. Questo sistema prevede che l’IVA sia dovuta nello Stato membro di destinazione dei beni stessi.
Il Reverse Charge Esterno è una particolare procedura che permette di regolare le fatture concernenti l’acquisto di beni o servizi. Questi però devono essere obbligatoriamente contratti tra soggetti passivi IVA, di cui uno italiano e l’altro invece residente all’estero.
Tale metodo presenta diverse caratteristiche ed anche normative che devono essere rispettate, pena l’incorrere in sanzioni. È bene sempre informarsi in modo molto dettagliato prima di avviare tale sistema di pagamento, o si rischia di sbagliare o omettere dati importanti.
Reverse Charge Esterno: di cosa si tratta
Acquisti intra-UE di beni e Reverse Charge Esterno
Assenza di una o più condizioni
Acquisti assimilati agli acquisti intra-UE di beni
Consignment Stock e Reverse Charge Esterno
Mezzi di trasporto nuovi e Reverse Charge Esterno
Reverse Charge Esterno nelle prestazioni di Servizi
Trasporto di beni mobili e Reverse Charge Esterno
Trasporto intra-UE di beni
Funzionamento del Reverse Charge Esterno
Reverse charge esterno e sanzioni
Reverse Charge Esterno contro quello interno
Reverse Charge Esterno e fatturazione elettronica
Reverse Charge Esterno nei servizi di trasporto: casi svolti
Reverse Charge Esterno: consulenza
Prima di capire cosa sia il “Reverse Charge Esterno”, occorre capire cosa sia il “Reverse Charge” in generale.
Con tale espressione si intende indicare un metodo di applicazione dell’IVA relativo all’acquisto di beni o servizi all’interno dell’Unione Europea. Viene comunemente anche chiamato “inversione contabile” e si applica alla fattura ricevuta dal fornitore che fa parte dell’UE, l’imposta dovuta.
Per capire più nello specifico di cosa si tratta, si può definire come una deviazione rispetto al normale funzionamento dei pagamenti dell’IVA. Questi infatti di solito prevedono che il committente del servizio paghi sempre l’IVA, e non il fornitore.
Con il Reverse Charge invece è il cliente che possiede l’obbligo di versare l’IVA. Tale procedura può essere utile per evitare che alcuni soggetti riescano a svolgere evasione fiscale. Oltre a questo, con tale metodo chi emetterà la fattura, non dovrà applicarvi l’aliquota relativa alla transazione, ma dovrà solo specificare su di essa l’espressione “inversione contabile”. Colui che riceverà il documento invece, dovrà integrare quest’ultimo con l’ammontare IVA e conservarlo nel registro IVA. In realtà, per legge, tale documento deve essere anche conservato nel registro degli acquisti.
Il soggetto passivo IVA italiano acquirente, è tenuto:
Ad applicare l’imposta mediante l’integrazione della fattura ricevuta dal fornitore UE, secondo le disposizioni di cui all’art. 46 del DL n 331/93;
Ad annotare la fattura estera, debitamente integrata, secondo le disposizioni di cui all’art. 47 del DL n 331/93.
Definire il Reverse Charge è d’obbligo quando si parla di quello “Esterno”. Quest’ultimo si riferisce sempre ad un’inversione contabile, ma questa va applicata alle operazioni che intervengono tra Italia e altri paesi. Precisamente, si parla di operazioni tra soggetti passivi che si trovano in Italia e altri soggetti sempre passivi, ma che si trovano in altri paesi membri dell’Unione Europea.
Questo serve perché esistono casistiche legate al Reverse Charge interno. Mi riferisco ad operazioni tra controparti residenti relative a particolari cessioni di beni, che il legislatore per motivi di rischio evasione ha previsto l’applicazione dell’IVA con il Reverse Charge. Ne sono esempi il settore immobiliare, quello degli apparecchi elettronici e quello dei rottami.
Per approfondire: “Reverse Charge Interno: le casistiche“
Ai sensi dell’art. 38 co. 1 e 2 del DL n 331/93, hanno natura di acquisti intra-UE di beni le acquisizioni:
Derivanti da atti a titolo oneroso;
Della proprietà o di altro diritto reale di godimento;
Aventi ad oggetto beni mobili materiali spediti o trasportati nel territorio dello Stato da altro Stato membro da parte del cedente, dell’acquirente o da terzi per loro conto;
Effettuate da un soggetto passivo IVA in Italia avente come controparte (cedente) un soggetto passivo IVA in altro Stato membro.
Il regime in parola si applica alle sole cessioni di beni mobili materiali. Ne segue che, sono esclusi dalla disciplina prevista dall’art. 38 del DL n 331/93:
Le cessioni di beni immobili;
Le cessioni di beni mobili immateriali quali i brevetti, i marchi, ecc.
Gli acquisti intra-UE di beni sono soggetti ad IVA nel territorio dello Stato, in ossequio al principio di destinazione.
Da quanto finora esposto emerge che, affinché un’operazione possa qualificarsi come acquisto intra-UE di beni mobili materiali è necessario che si verifichino contemporaneamente quattro condizioni:
Onerosità;
Trasferimento della proprietà dal cedente al cessionario;
Movimentazione dei beni da uno Stato membro diverso dall’Italia al territorio nazionale;
Status di soggetto passivo IVA sia del cedente in altro Stato membro che del cessionario nazionale.
L’acquisto di beni mobili materiali deve essere previsto dalle parti a titolo oneroso. Deve trattarsi quindi di un rapporto a prestazioni corrispettive.
La controprestazione è, generalmente ma non obbligatoriamente ed esclusivamente,
Nel caso in cui l’operazione sia regolata da un contratto di compravendita di cui all’art. 1470 c.c., il corrispettivo è costituito da una somma di denaro pari al prezzo del bene.
Nel caso in cui l’operazione abbia natura di permuta, il corrispettivo è costituito dalla cessione di un bene o dalla prestazione di un servizio, salvo eventuali conguagli in denaro.
L’art. 20 par. 1 della direttiva 2006/112/CE pone come condizione “l’acquisizione del potere di disporre come proprietario di un bene mobile materiale”. La norma, pertanto, ritiene sufficiente che, in relazione al trasferimento fisico del bene materiale, una parte autorizzi l’altra parte a disporre di fatto di tale bene come se ne fosse il proprietario.
La direttiva IVA, conseguentemente, non richiede il formale passaggio della proprietà del bene, come avviene invece per la norma italiana, che considera quale unica alternativa la costituzione di un altro diritto reale di godimento.
I beni mobili materiali, introdotti in Italia a seguito dell’acquisto, devono essere stati spediti da un altro Stato membro.
Si nota che la formulazione della norma non sembra richiedere una perfetta coincidenza tra lo Stato membro in cui è identificato ai fini IVA il cedente UE e lo Stato membro da cui i beni sono spediti.
Detti beni potrebbero dunque essere spediti da un Stato membro altro (rispetto a quello in cui è identificato il cedente e rispetto all’Italia), senza che ciò determini un mutamento nella natura dell’operazione e del relativo trattamento IVA.
Status di soggetto passivo
Perché un acquisto di beni mobili materiali possa qualificarsi come intra-UE è richiesto che entrambe le parti siano soggetti passivi IVA in due distinti Stati membri.
Non è richiesto, invece, che i due soggetti siano stabiliti in detti Stati membri.
Al fine di effettuare l’acquisto intra-UE di beni, il soggetto passivo IVA nazionale, come pure il cedente UE, devono essere iscritti nella banca dati VIES.
Il VIES (VAT Information Exchange System) è un sistema di scambio automatico di informazioni fra le Amministrazioni finanziarie degli Stati membri UE, istituito ai sensi dell’art. 17 par. 1 lett. a) del reg. UE 904/2010) allo scopo di:
Consentire alle Amministrazioni finanziarie il monitoraggio delle operazioni intracomunitarie e dei soggetti che le eseguono;
Consentire agli operatori di verificare il numero identificativo IVA delle controparti UE.
Infatti, i soggetti che effettuano scambi commerciali in ambito UE sono tenuti a:
Richiedere l’attribuzione di un codice IVA alle Amministrazioni nazionali;
Richiedere l’inserimento di tale codice nella banca dati VIES.
È sufficiente che una sola delle suddette condizioni non si verifichi perché l’operazione non possa qualificarsi come acquisto intra-UE di beni.
A titolo esemplificativo ciò avviene in caso di:
Operazione Condizione mancante
Cessione gratuita di beni (omaggi, campioni gratuiti di modico valore appositamente contrassegnati) Onerosità
• da soggetto passivo UE
• a soggetto passivo italiano
• di beni già presenti nel territorio nazionale Movimentazione tra Stati UE
• di beni che restano nello Stato membro del cedente UE Movimentazione tra Stati UE
• di beni che si trovano e restano in uno Stato membro
diverso da quello del cedente e dall’Italia Movimentazione tra Stati UE
• di beni che si trovano e restano in un paese extra-UE Movimentazione tra Stati UE
Cessione di beni a soggetto italiano privato consumatore Soggettività passiva IVA delle parti
L’art. 38 co. 3 del DL331/93, a fini antielusivi, assimila agli acquisti intra-UE di beni alcune movimentazioni di beni all’interno dell’Unione.
Revese Charge esterno e introduzione di beni per proprio conto
Ai sensi dell’art. 38 co. 3 lett. a) del DL 331/93, costituiscono acquisti intra-UE:
L’introduzione nel territorio dello Stato;
Da parte o per conto di un soggetto passivo d’imposta;
Di beni provenienti da altro Stato membro.
Ciò vale anche nel caso di beni introdotti nel territorio dello Stato, per finalità rientranti nell’esercizio dell’impresa, di beni provenienti da altra impresa esercitata dallo stesso soggetto in altro Stato membro.
In linea di principio, tali operazioni non si sarebbero potute qualificare come acquisti intra-UE, per mancanza del presupposto dell’onerosità e per mancanza del presupposto del trasferimento di proprietà.
A titolo esemplificativo ciò avviene in caso di trasferimenti di beni tra:
Soggetto passivo UE Soggetto passivo in Italia
Stabile Organizzazione Casa Madre
Stabile Organizzazione Stabile Organizzazione
Soggetto passivo IVA Rappresentante fiscale
Rappresentante fiscale Soggetto passivo IVA
Soggetto passivo IVA Identificazione diretta
Identificazione diretta Soggetto passivo IVA
A norma dell’art. 38 co. 5 del DL 331/93, tale disposizione non si applica ai beni introdotti nel territorio dello Stato perché siano oggetto di:
Operazioni di perfezionamento o di manipolazioni usuali. Questo se i beni sono successivamente trasportati o spediti al committente, soggetto passivo d’imposta, nello Stato membro di provenienza.
Inoltre, tale disposizione non si applica ai beni introdotti nel territorio dello Stato temporaneamente per essere utilizzati per l’esecuzione di prestazioni o che, se importati, beneficerebbero della ammissione temporanea in esenzione totale dei dazi doganali.
L’assimilazione agli acquisti intra-UE di beni, di cui all’art. 38 co. 3 lett. a)del DL 331/93, si applica anche all’introduzione nel territorio dello Stato di beni propri provenienti da altro Stato membro posti in conto deposito al fine di essere eventualmente ceduti ad un soggetto passivo d’imposta.
Secondo l’interpretazione fornita dall’Agenzia delle Entrate, tale assimilazione non si applica all’introduzione di beni nel territorio dello Stato in esecuzione di un accordo di consignment stock.
L’accordo di “consignment stock” è uno schema negoziale diffuso nella prassi commerciale, principalmente negli scambi transnazionali di beni, che ha ampie similitudini con il contratto estimatorio di cui all’art. 1556 c.c. Con il contratto estimatorio una parte (il tradens) consegna beni mobili all’altra parte (l’accipiens) che si obbliga a corrisponderne il prezzo, salvo che non restituisca i beni ricevuti entro il termine stabilito. I beni, ancorché nel possesso dell’accipiens, restano di proprietà del tradens finché quest’ultimo non li vende a terzi o li utilizza per sé.
Con l’accordo di “consignment stock”, il cedente invia beni mobili presso un deposito di proprietà o in uso al cessionario; i beni stoccati, nonostante la consegna, restano di proprietà del cedente finché il cessionario li preleva dal deposito per proprie esigenze produttive o commerciali.
In relazione a tale ultimo accordo, è necessaria una precisazione terminologica.
Nella prassi commerciale internazionale ciò che l’Amministrazione finanziaria italiana ha definito consignment stock è denominato call off stock e viceversa. La differenza tra i due accordi risiede esclusivamente nei soggetti abilitati a prelevare i beni dal deposito e precisamente:
Nel “call off stock” (“consignment stock” in Italia) i beni possono essere depositati
solo presso strutture di proprietà o in uso al cessionario. Pertanto, qualora un cedente stipuli la medesima tipologia di accordo con più acquirenti è necessario costituire un deposito (stock) di beni presso ciascun cessionario. I cessionari non hanno accesso ai beni costituenti lo stock istituito presso altri cessionari;
Nel “consignment stock” (“call off stock” in Italia) il cedente costituisce un unico stock di beni, depositati in un unico luogo; tali beni sono prelevati da più cessionari.
L’art. 39 co. 1 del DL 331/93 dispone per i contratti estimatori il differimento del momento di effettuazione dell’operazione:
Al momento in cui l’accipiens rivende il bene a terzi;
Oppure al momento in cui il termine convenuto tra le parti per la restituzione giunge a scadenza, se entro detto termine il bene non è né rivenduto a terzi, né restituito al proprietario;
Ed in ogni caso entro un anno dall’originaria consegna all’accipiens, qualora a tale data il bene non sia stato né rivenduto a terzi, né restituito al proprietario.
L’art. 38 co. 3 lett. e) del DL 331/93 dispone, con finalità antielusive, che gli acquisti intra-UE di mezzi di trasporto nuovi sono assimilati agli acquisti intra-UE di beni anche nel caso in cui:
Il cedente UE sia un privato consumatore e non un soggetto passivo IVA e/o
Il cessionario italiano sia un privato consumatore e non un soggetto passivo IVA.
In tal modo si ha una estensione del concetto di acquisto intracomunitario in capo a soggetti che non agiscono nell’esercizio di imprese, arti o professioni, (cfr. circ. Agenzia delle Entrate 18.7.2003 n. 40 e ris. Agenzia delle Entrate 17.12.2007 n. 377).
Ai sensi dell’art. 38, co. 4 del DL 331/93, costituiscono mezzi di trasporto:
Le imbarcazioni di lunghezza superiore a 7,5 metri,
Gli aeromobili con peso totale al decollo superiore a 1.550 kg,
I veicoli con motore di cilindrata superiore a 48 cc. o potenza superiore a 7,2 Kw, destinati al trasporto di persone o cose, esclusi le imbarcazioni destinate all’esercizio di attività commerciali o della pesca o ad operazioni di salvataggio o di assistenza in mare e gli aeromobili di cui all’art. 8-bis co. 1 lett. c) del DPR 26.10.72 n. 633.
Secondo le disposizioni dell’art. 7-ter co. 1 del DPR n 633/72, le prestazioni di servizi si considerano effettuate nel territorio dello Stato:
Quando sono rese a soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato (lett. c);
Quando sono rese a committenti non soggetti passivi da soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato (lett. b).
Si considerano soggetti passivi per le prestazioni di servizi ad essi rese:
I soggetti esercenti attività d’impresa, arti o professioni; le persone fisiche si considerano soggetti passivi limitatamente alle prestazioni ricevute quando agiscono nell’esercizio di tali attività;
Gli enti, le associazioni e le altre organizzazioni di cui all’art. 4 co. 4, anche quando agiscono al di fuori delle attività commerciali o agricole;
Le prestazioni di servizi generiche rese da un prestatore UE nei confronti di un soggetto passivo stabilito nel territorio dello Stato sono territorialmente rilevanti in Italia e soggette ad imposta ad opera del committente. Questo, mediante il meccanismo del Reverse Charge Esterno, ai sensi dell’art. 17 co. 2 del DPR 633/72. Al fine di porre in essere dette operazioni, le parti devono essere iscritte nella banca dati VIES.
Le prestazioni di servizi di trasporto di beni, rese nei confronti di committenti soggetti passivi d’imposta, rientrano nelle previsioni dell’art. 7-ter co. 1 lett. a) del DPR 633/72.
Tali servizi, dunque, sono soggetti ad IVA nel Paese (Stato membro della UE, ivi inclusa l’Italia, o Paese extracomunitario) in cui è stabilito il committente.
L’art. 7 lett. f) del DPR 633/72 dispone che per trasporto “intra-UE di beni” si intende il trasporto di beni:
Il cui luogo di partenza, e il cui luogo di arrivo, sono situati nel territorio di due Stati membri diversi.
A nulla rileva che il trasporto preveda l’attraversamento di paesi extra-UE.
Il “luogo di partenza” è il luogo in cui inizia effettivamente il trasporto dei beni, senza tener conto dei tragitti compiuti per recarsi nel luogo in cui si trovano i beni.
Il “luogo di arrivo” è il luogo in cui il trasporto dei beni si conclude effettivamente.
Le prestazioni di trasporto intra-UE di beni, rese a soggetto passivo d’imposta, seguono il criterio generale sancito dall’art. 7-ter co. 1 lett. a) del DPR 633/72. Pertanto, dette prestazioni se rese da un prestatore UE nei confronti di un soggetto passivo stabilito nel territorio dello Stato sono territorialmente rilevanti in Italia e soggette ad imposta ad opera del committente, mediante il meccanismo del reverse charge, ai sensi dell’art. 17 co. 2 del DPR 633/72.
Inoltre, a seguito dell’abrogazione dell’art. 40 co. 5 ss. del DL 331/93, tali prestazioni di servizi non godono più del regime di non imponibilità.
Per poter applicare il Reverse Charge Esterno occorre prima di tutto numerare la fattura del fornitore europeo, ma non solo. Oltre a questo si deve anche integrare tale fattura con l’indicazione del controvalore in euro del corrispettivo dell’ammontare IVA. Occorre calcolare quest’ultima seconda l’aliquota applicabile.
Altro fattore da ricordare per poter applicare il metodo in questione, è quello di annotare la fattura entro il 15 del mese successivo rispetto a quello di ricezione della fattura. Tale fattura andrà annotata nel registro IVA vendite, rispettando sempre l’ordine della numerazione. Non si deve inoltre mai dimenticare di annotare anche l’indicazione del corrispettivo dell’operazione espresso in valuta estera.
Altro fattore da tenere a mente è il fatto di dover annotare la stessa fattura anche nel registro acquisti. Questo permetterà di poter poi riprendere l’eventuale detrazione spettante. Altra norma da rispettare è quella di emettere autofattura entro il quindicesimo giorno del terzo mese successivo a quello in cui è stata svolta l’operazione.Tale fattura va inoltre annotata entro il termine di emissione.
Qualora questa procedura non dovesse essere applicata quando invece la legge lo prevede, si incorre in una sanzione. Quest’ultima è presente anche quando le varie operazioni non vengono registrate secondo quanto disposto dalla legge. Tale ammenda vale per entrambe le parti coinvolte nel rapporto di inversione di contabilità e la cifra può variare. Questa può essere pari al valore dell’IVA oppure può essere il doppio dell’IVA.
Si ha il secondo caso però solo nel momento in cui sono state commesse gravi mancanze o gravi errori. Tra questi ad esempio ci può essere il fatto di non aver contribuito l’IVA oppure che questa sia stata ingiustamente trattenuta dal fornitore. Qualora invece sia stata versata una somma inferiore rispetto a quella che era dovuta, allora si ha una sanzione pari al 3% della cifra totale.
Per approfondire: “Sanzioni sul Reverse Charge“.
Si è parlato del Reverse Charge Esterno, che è completamente opposto a quello Interno. Quest’ultimo, essendo un metodo di inversione di contabilità che si svolge solo tra soggetti passivi italiani, va almeno accennato. Tale procedura viene applicata in tutti quei settori dove è più alta la probabilità che si verifichi evasione fiscale. Tra questi settori vi sono quelli riguardanti cessioni di rottami o di bancali in legno recuperati dopo essere già stati usati.
Tale settore riguarda anche materiali di recupero per i quali è previsto il pagamento dell’importa da parte del “cessionario”. Costui fa parte sempre dei soggetti passivi IVA. Un’altra categoria in cui si può applicare il Reverse Charge Interno è quella delle cessioni di oro da investimento, oppure anche il settore edile.
Oltre a questo vi sono anche il settore delle imprese consorziate, i trasferimenti di quote di gas a effetto serra, la cessione di fabbricati. Da nominare anche la cessione di dispositivi elettronici, quali ad esempio Tablet, PC, microprocessori, tutti con circuito microintegrato.
Oggi viene sempre più utilizzata la fatturazione elettronica, anche nel caso di Riverse Charge Esterno.
Va subito sottolineato che prima di scaricare software che potrebbero essere erronei e che potrebbero generare danni, è bene affidarsi ad un commercialista.
La procedura di Reverse Charge Esterno infatti può far incorrere in sanzioni se si sbaglia qualcosa o peggio, se non lo si dichiara.
È possibile però affidare alcuni calcoli ai software che emettono fattura elettronica, per una maggiore comodità e velocità.
In tal caso, per quanto i sistemi informatici possano essere utili, è bene sempre controllare che tutti i dati siano sempre compilati secondo quanto predisposto dalla legge.
Si analizza nel prosieguo il trattamento IVA applicabile alle prestazioni di servizi di trasporto di beni rese da un vettore comunitario ad un soggetto d’imposta stabilito in Italia.
Trasporto di beni nel territorio dello Stato
Luogo di partenza Luogo di destinazione
Si analizza il caso in cui i beni sono presi in consegna in Italia ed il luogo di destinazione si trova nel territorio italiano.
L’operazione, territorialmente rilevante in Italia, è soggetta ad imposta, con aliquota IVA ordinaria.
Ai sensi dell’art. 17 co. 2 del DPR 633/72, l’imposta è applicata dal committente (mittente) nazionale, con il meccanismo del reverse charge. Secondo quanto disposto dall’ultima parte del citato art. 17 co. 2 il committente (mittente) nazionale è tenuto ad adempiere gli obblighi di fatturazione e di registrazione secondo le disposizioni previste dagli artt. 46 e 47
del DL 331/93 (“integrazione” della fattura).
Le osservazioni che precedono restano valide anche nel caso in cui i beni sono presi in consegna nel territorio di un altro Stato membro ed il luogo di destinazione si trova in territorio nazionale.
Le osservazioni che precedono, inoltre, restano valide anche nel caso in cui i beni sono presi in consegna ed hanno come luogo di destinazione due differenti Stati membri che non siano l’Italia.
Trasporto di beni in esportazione
Si analizza il caso in cui i beni sono presi in consegna in Italia ed il luogo di destinazione si trova nel territorio di un Paese extracomunitario.
L’operazione, territorialmente rilevante in Italia, beneficia del regime di non imponibilità di cui all’art. 9 n. 2 del DPR 633/72.
del DL 331/93.
Egli è, pertanto, tenuto a numerare ed integrare la fattura ricevuta dal prestatore comunitario, con l’indicazione:
Del controvalore in euro del corrispettivo e degli altri elementi che concorrono alla determinazione della base imponibile, se la fattura è emessa in valuta estera;
Riportando, in luogo dell’imposta, che si tratta di “operazione non imponibile”, facoltativamente indicando il riferimento al citato art. 9 n. 2 del DPR 633/72.
Le osservazioni che precedono restano valide anche nel caso in cui i beni sono presi in consegna in uno Stato membro diverso dall’Italia e da questo sono esportati e trasportati in un Paese extracomunitario.
Madrid Mosca
Trasporto di beni in importazione
Si analizza il caso in cui i beni sono presi in consegna in un Paese extra-UE ed il luogo di destinazione si trova nel territorio dello Stato.
L’operazione, territorialmente rilevante in Italia, beneficia del regime di non imponibilità di cui all’art. 9 n. 2 del DPR 633/72, a condizione che le spese di inoltro fino al luogo di destinazione all’interno del territorio della UE sia incluso nel valore dei beni importati, su cui è applicata l’imposta in dogana all’atto dell’importazione.
Ai sensi dell’art. 17 co. 2 del DPR 633/72, l’imposta è applicata dal committente (mittente) nazionale, con il meccanismo dell’inversione contabile. Secondo quanto disposto dall’ultima parte del citato art. 17 co. 2 il committente (mittente) nazionale è tenuto ad adempiere gli obblighi di fatturazione e di registrazione secondo le disposizioni previste dagli artt. 46 e 47
Egli è, pertanto, tenuto a numerare ed integrare la fattura ricevuta dal prestatore UE, con l’indicazione:
Le osservazioni che precedono dovrebbero restare valide anche nel caso in cui i beni sono presi in consegna in un Paese extra-UE e sono trasportati ed importati in uno Stato membro diverso dall’Italia, purché le spese di trasporto concorrano a formare il valore delle merci dichiarato presso l’ufficio doganale comunitario all’atto dell’importazione.
In questo articolo ho cercato di riepilogarti le principali informazioni relative all’applicazione del Reverse Charge Esterno. Se tutto questo non dovesse esserti utile per risolvere i tuoi dubbi, contattami!
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