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Timestamp: 2019-11-17 04:59:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2732', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 178', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 210', 'art.177', 'art. 178', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 2683', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 177']

RAPPORTI PATRIMONIALI TRA I CONIUGI – COMUNIONE LEGALE
Sulla natura giuridica e i limiti di efficacia della dichiarazione del coniuge non acquirente
Corte di Cassazione, Sez. I civile, 2 febbraio 2012, n. 737
Rapporti patrimoniali tra coniugi – comunione legale – beni personali – dichiarazione del coniuge non acquirente – efficacia
1. La natura giuridica e i limiti di efficacia della dichiarazione del coniuge non acquirente, partecipe all'atto di compravendita, si atteggia diversamente a seconda che la personalità del bene dipenda dal pagamento del prezzo con i proventi del trasferimento di beni personali, o alternativamente, dalla destinazione del bene all'esercizio della professione dell'acquirente. Solo nel primo caso la dichiarazione del coniuge non acquirente assume natura ricognitiva della natura personale e portata confessoria dei presupposti di fatto già esistenti.
Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione degli artt. 178, 179 e 210 c.c. e la carenza di motivazione in ordine alla ritenuta validità della convenzione matrimoniale 12 maggio 1999.
La natura giuridica e i limiti di efficacia della dichiarazione del coniuge non acquirente, partecipe all'atto di compravendita, sono stati chiariti da Cass., sez. unite 28 ottobre 2009 n. 22.755, secondo cui essa si atteggia diversamente a seconda che la personalità del bene dipenda dal pagamento del prezzo con i proventi del trasferimento di beni personali, o alternativamente dalla destinazione del bene all'esercizio della professione dell'acquirente. Solo nel primo caso la dichiarazione del coniuge non acquirente assume natura ricognitiva della natura personale e portata confessoria dei presupposti di fatto già esistenti. Laddove nel secondo - che è quello pertinente nel caso di specie - esprime la mera condivisione dell'intento altrui.
Ne consegue che la successiva azione di accertamento della comunione legale sul bene acquistato, mentre è condizionata, nella prima ipotesi, dal regime di prova legale della confessione stragiudiziale, superabile nei limiti di cui all'art. 2732 c.c., per errore di fatto o violenza, nella seconda implica solo la prova dell'effettiva destinazione del bene, indipendentemente da ogni indagine sulla sincerità dell'intento manifestato.
Si tratta quindi di un accertamento, in punto di fatto, dell'effettiva strumentante dell'immobile alla professione o all'esercizio dell'impresa costituita dopo il matrimonio da uno dei coniugi. Con l'ulteriore corollario che in quest'ultimo caso i beni, inclusi quelli immobili, fanno parte della comunione legale se e nei limiti in cui sussistano alla data del suo scioglimento. L'esclusione definitiva dalla comunione di immobili e mobili registrati, alle condizioni previste dall'art. 179 c.c., comma 2, riguarda infatti solo i beni destinati all'esercizio della professione (art. 179, comma 1, lett. d); e non pure i beni destinati ad un'impresa costituita dopo il matrimonio: fattispecie diversa e non equiparabile, il cui regime è interamente regolato dall'art. 178 c.c. (Cass., sez. 1, 19 settembre 2005, n. 18.456; Cass., sez. 3, 6 dicembre 2007 n. 25448). […Omissis…]
La fattispecie posta al vaglio della Suprema Corte trae origine dalla domanda della moglie, pendente il giudizio di separazione personale, di scioglimento della comunione legale in ordine alla quota pari a 11/12 dodicesimi di un podere gravato da indivisibilità trentennale in virtù della L. 29 maggio 1967, n. 379 (Modificazioni alle norme sulla riforma fondiaria), con sovrastanti fabbricati rurali. La domanda si fonda sulle seguenti argomentazioni: l’attrice aveva formalmente partecipato al contratto, esprimendo il consenso all'acquisto individuale del bene, in quanto destinato all'esercizio della professione e dell'impresa del coniuge, ai sensi dell'art. 179 c.c.; alla separazione consensuale, omologata dal Tribunale, avevano fatto seguito la riconciliazione e una convenzione di separazione dei beni, con cui si prevedeva la caduta in comunione differita de residuo della predetta quota degli 11/12 dell'immobile, dandosi contestualmente atto che il bene era destinato all'esercizio dell'impresa e non della professione del marito, come erroneamente inserito nel rogito di compravendita; infine, in considerazione dell'indivisibilità trentennale dell'immobile, si doveva procedere alla liquidazione della corrispondente quota in denaro.
Il coniuge si oppone alla domanda attorea, osservando l'estraneità dell'immobile alla comunione legale, anche de residuo, ai sensi dell'art. 179 c.c., comma 1, lett. d), in forza dell'assenso alla destinazione personale manifestato dalla moglie in occasione della stipulazione del contratto di compravendita. In via riconvenzionale chiede altresì accertarsi l'invalidità ex art. 210 cod. civ. della convenzione di separazione dei beni nella parte in cui dava atto della destinazione dell'immobile all'esercizio dell'impresa e non all'esercizio della professione, come indicato nell'atto di compravendita.
Il Tribunale dichiara improponibile la domanda attrice e rigetta la riconvenzionale.
Allo stesso modo viene respinto in appello il gravame dell’ex marito, rilevandosi in particolare che la convenzione di separazione dei beni esprimeva una chiara volontà dispositiva, volta a ricomprendere nella comunione de residuo il podere in questione, quale bene destinato all'esercizio di impresa.
L’ex marito ricorre altresì in Cassazione, che dichiara infondato il ricorso presentato, in base alle motivazioni sopra riportate.
Queste ultime ci permettono di ripercorrere i punti qualificanti della disciplina pretoria in materia di rapporti tra acquisti effettuati da un coniuge e caduta degli stessi in comunione.
Giova preliminarmente ricordare come oggetto di comunione de residuo, nel senso che i relativi beni non cadono immediatamente in comunione[1], ma vi rientrano ai soli fini della divisione se e nei limiti in cui sussistano al momento dello scioglimento della stessa:
- i redditi personali dei coniugi, siano essi frutti di beni propri o proventi di attività separata [art.177, lett. b) e c)];
- i beni destinati all’esercizio di un’impresa costituita da uno dei coniugi dopo il matrimonio (art. 178 c.c.) e gli incrementi di un’impresa costituita precedentemente al matrimonio.
Non entrano, invece, in comunione, costituendo beni personali del singolo coniuge ai sensi dell’art. 179 c.c.:
- i beni di cui ciascun coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento prima del matrimonio;
- i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non sia espressamente indicata la volontà che entrino nella comunione;
- i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i relativi accessori;
- i beni destinati all’esercizio della professione del coniuge, salvo che si tratti della conduzione di un’azienda facente parte della comunione;
- i beni ottenuti a titolo di risarcimento dei danni e la pensione per perdita di capacità lavorativa;
- i beni acquistati con il prezzo del trasferimento o con lo scambio di beni personali, purché questa circostanza sia dichiarata al momento dell’acquisto stesso.
Va altresì ricordato come ai sensi dell’art. 179, co. 2, c.c. “l’acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati nell’art. 2683, effettuato dopo il matrimonio è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall’atto di acquisto e se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge”.
La norma configura una disciplina peculiare per l’acquisto come bene personale, da parte di uno dei coniugi, di un bene immobile o mobile registrato: in particolare, per il caso di bene personale per surrogazione, la norma non fa altro che precisare quali debbano essere le modalità della dichiarazione dell’altro coniuge, già prevista nella lettera f) del primo comma della medesima disposizione; per i casi di cui alle lettere c) e d) viene, invece, imposta, ai fini dell’estraneità alla comunione del bene acquistato da uno dei coniugi, la partecipazione dell’altro, che non si opponga a che il bene venga acquistato come bene personale.
La ratio di tale previsione va individuata in relazione ai profili di particolare certezza che (nell’ottica del codice del 1942) debbono accompagnarsi alla circolazione di un tale tipo di beni; esigenze già sottolineate dal particolare meccanismo di pubblicità per essi contemplato e rappresentato dalla “trascrizione”[2]. Ne consegue una fattispecie complessa, al cui perfezionamento concorrono: il ricorso dei presupposti di cui alle lettere c), d) ed f) dell’art. 179, co. 1, cod. civ.; la dichiarazione di “acquisto esclusivo” resa dal coniuge acquirente e la “adesiva” partecipazione - all’atto - dell’altro coniuge.
In merito alla natura della dichiarazione, rilevante ai sensi dell’art. 179, comma 2, c.c., per escludere la caduta in comunione del bene acquistato, si sono delineate due diverse opzioni interpretative:
L’intervento adesivo del coniuge non acquirente è di per sé sufficiente all’esclusione dalla comunione del bene acquistato dall’altro coniuge, indipendentemente dall’effettiva natura personale del bene[3].
[1] Rispetto all’oggetto della comunione legale, bisogna distinguere tre categorie di beni: a) i beni che entrano immediatamente a far parte della comunione; b) i beni che entrano a far parte della comunione solo se ed in quanto sussistano al momento dello scioglimento di essa (c.d. comunione de residuo); c) i beni personali, che non entrano a far parte della comunione e rimangono nella titolarità esclusiva del singolo coniuge anche se acquistati in costanza di matrimonio. In particolare, ai sensi dell’art. 177 c.c., rientrano nella comunione legale dei beni c.d. immediata: gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio; gli utili e gli incrementi delle aziende che, pur essendo state costituite anteriormente al matrimonio da uno dei coniugi, sono gestite da entrambi.
[2] Cass. 24 settembre 2004, n. 19250.
[3] Cass. civ., 2 giugno 1989, n. 2688