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Timestamp: 2019-01-20 07:46:33+00:00
Document Index: 22636208

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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 18 giugno 2015, n. 25746. Ai fini dell'integrazione del reato di bancarotta documentale di cui all'art. 216, primo comma n. 2 seconda ipotesi, della legge fallimentare (che prevede la condotta di chi tiene i libri e le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari) è sufficiente il dolo generico, rappresentato dalla consapevolezza che la confusa e caotica tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 18 giugno 2015, n. 25746. Ai fini dell’integrazione del reato di bancarotta documentale di cui all’art. 216, primo comma n. 2 seconda ipotesi, della legge fallimentare (che prevede la condotta di chi tiene i libri e le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari) è sufficiente il dolo generico, rappresentato dalla consapevolezza che la confusa e caotica tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio
sentenza 18 giugno 2015, n. 25746
Il dolo è generico(v. Sez. V 22.8.2001, n. 31356 ed altre conformi, tra cui Sez. V – 8/6/2010, n. 21872 – ove si stabilisce che ai fini dell’integrazione del reato di bancarotta documentale di cui all’art. 216, primo comma n. 2 seconda ipotesi, della legge fallimentare (che prevede la condotta di chi tiene i libri e le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari) è sufficiente il dolo generico, rappresentato dalla consapevolezza che la confusa e caotica tenuta della contabilità renderà o potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio Dal testo della motivazione si evince che nella specie risulta bene individuato l’elemento psicologico del reato de quo, desunto dal comportamento tenuto dall’imputato, che – come specificato dalla Corte di Appello con logiche argomentazioni non smentite da ulteriori elementi addotti dalla difesa – dopo avere osservato gli obblighi derivanti dalla qualifica di amministratore, aveva omesso di tenere i libri contabili proprio in riferimento ai tre anni precedenti alla dichiarazione di fallimento, con evidente consapevolezza della impossibilità di ricostruire i movimenti patrimoniali della società fallita, come evidenziato in base alla relazione redatta dal curatore fallimentare.
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 30 giugno 2015, n. 27183....