Source: https://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4837:consiglio-di-stato-sez-6-24-febbraio-2011-n-1173-accertamento-causa-determinante-la-inidoneit&catid=20&tmpl=component&print=1&layout=default&Itemid=138
Timestamp: 2019-11-13 23:01:09+00:00
Document Index: 154371080

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 2087']

Consiglio di Stato, Sez. 6, 24 febbraio 2011, n. 1173 - Accertamento causa determinante l'inidoneità al servizio di P.S.
N. 01173/2011REG.PROV.COLL.
N. 05665/2008 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 5665 del 2008, proposto da B. Mauro, rappresentato e difeso dall'avv. Marco Petrini, con domicilio eletto presso Marco Petrini in Roma, piazza Villa Carpegna, 58;
Ministero dell'interno, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliata per legge in Roma, via dei Portoghesi, 12;
della sentenza del T.A.R. PUGLIA – BARI, SEZIONE I, n. 1469/2007, resa tra le parti, concernente ACCERTAMENTO CAUSA DETERMINANTE LA INIDONEITA' AL SERVIZIO DI P.S. – RISARCIMENTO DANNI
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 11 gennaio 2011 il Consigliere Claudio Contessa e udito l’Avocato dello Stato Biagini;
Con ricorso al Tribunale amministrativo regionale per la Puglia e recante il n.r.g. 554/2006, il sig. Mauro B. riferiva di essersi arruolato nei ruoli della Polizia di Stato nel 1971 e di aver prestato sin dal 1975 servizio presso lo scalo marittimo e aereo di Bari-Palese (dal 1992, con la qualifica di Ispettore).
Nell’ottobre del 1980 egli fu ricoverato d’urgenza presso il Policlinico di Bari per un episodio di ‘fibrillazione atriale parossistica’. L’episodio rappresentò il primo di una lunga serie di eventi patologici che, nel corso del periodo 1980-1992, determinarono il progressivo peggioramento del suo stato di salute (essendo affetto, fra l’altro, da ‘extrasistolia sopraventricolare e ventricolare’, ‘ulcera duodenale e gastroduodenale’, ‘disturbo d’ansia con attacchi di panico’, ‘bronchite cronica con ostruzione delle piccole vie aeree’, ‘ipoacusia neurosensoriale bilaterale’).
In data 12 luglio 1986 la Commissione medico legale dell’Istituto medico legale di Bari riconosceva la dipendenza da causa di servizio di una delle patologie da cui gli era affetto (ulcera bulbale con gastroduodenite cronica).
Con verbale di visita collegiale del 13 gennaio 1995, la Commissione medico ospedaliera riconosceva l’appellante “non idoneo permanentemente al servizio nella Polizia di Stato in modo parziale”, ritenendolo “controind.to ai servizi che comportino stress psicofisici, la irregolare assunzione dei pasti”.
A seguito dell’accertamento medico, il Ministero dell’interno disponeva che l’interessato fosse adibito a “servizi interni diurni” (decreto in data 17 febbraio 1995).
Nel corso del quinquennio successivo (febbraio 1995 – novembre 2000) il B. svolse presso lo scalo di Bari Palese i compiti di ‘capo turno di frontiera’ e solo dal novembre del 2000 fu adibito a compiti di ‘responsabile di segreteria con turno diurno 8-14’.
Infine, con verbale in data 8 marzo 2002 la Commissione medico ospedaliera lo dichiarò “non idoneo permanentemente al servizio nella Polizia di Stato, nei ruoli tecnici della P.S. [nonché] in altre amministrazioni civili dello Stato, disponendone il congedo assoluto”.
Con il ricorso giurisdizionale, il B. ha lamentato che il mancato rispetto dei doveri di protezione nei confronti del lavoratore (art. 2087 Cod. civ.) aveva cagionato numerosi danni di carattere patrimoniale e non patrimoniale (danno per differenziale retributivo, danno biologico, danno morale, danno esistenziale), di cui chiedeva l’integrale ristoro.
Con la sentenza qui impugnata, il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia respinse il ricorso proposto, osservando:
- che il carattere contrattuale della responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 Cod. civ. (e l’inversione dell’onere della prova che ne deriva) non esclude che gravi sul lavoratore quanto meno l’obbligo di allegare in modo concreto il fatto storico all’origine dell’inadempimento;
- che nel caso di specie non era stato allegato alcun comportamento illecito da parte dell’amministrazione, la quale – al contrario – aveva agito in modo ragionevole al fine di non aggravare lo stato di salute del dipendente (adibito a servizi interni diurni a partire dal febbraio 1995);
- che l’amministrazione non aveva contraddetto le prescrizioni fornite dalla C.M.O. nel gennaio del 1995, avendo adibito l’interessato a mansioni lavorative del tutto compatibili con quanto indicato dalla commissione;
- che, in definitiva, l’interessato non aveva allegato alcun elemento idoneo a far ritenere che lo svolgimento dei compiti di ‘capo turno di frontiera’ (peraltro, svolto solo all’interno degli uffici) avesse potuto peggiorare il suo stato di salute.
La sentenza veniva appellata dal B., il quale ne lamentava l’erroneità articolando plurimi motivi di doglianza.
Si costituiva in giudizio il Ministero dell’interno, il quale concludeva nel senso della reiezione del gravame.
1. Giunge alla decisione del Collegio il ricorso in appello proposto da B. Mauro, ispettore della Polizia di Stato, avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Puglia con cui è stata respinta la sua istanza volta al risarcimento del danno (patrimoniale e non patrimoniale) subito per essere stato adibito a servizi forieri di stress psico-fisico, che avrebbero peggiorato il suo stato di salute sino a determinarne la dispensa dal servizio per inabilità assoluta.
2. Con il primo argomento il B. lamenta che il primo giudice ha omesso di rilevare che il peggioramento del suo stato di salute era dipeso dal comportamento dell’amministrazione, la quale, pur essendo stata resa edotta sin dal 1995 che il dipendente non poteva essere adibito a compiti lavorativi forieri di stress, aveva tuttavia omesso di adottare le conseguenti misure e aveva continuato ad utilizzarlo per i compiti precedentemente svolti, risolvendosi solo nel novembre del 2000 a nominarlo ‘responsabile di segreteria’ con turno diurno 8-14.
In tal modo l’amministrazione ha violato il generale dovere di protezione gravante sul datore di lavoro (art. 2087 Cod. civ.) contribuendo in modo determinante all’aggravamento delle condizioni di salute del dipendente.
Il comportamento dell’amministrazione risulta a dire dell’appellante, tanto più inescusabile, se si considera che già in precedenza (luglio 1986) la C.M.O. aveva riconosciuto la dipendenza da causa di servizi di alcune delle patologie da cui egli era affetto, riconoscendogli il diritto alla la pensione privilegiata.
Per l’appellante, la sentenza è erronea per la parte in cui ha ritenuto che l’averlo adibito a servizi interni diurni (decreto in data 17 febbraio 1995) era misura adeguata rispetto alle prescrizioni fornite dalla commissione medica, la quale aveva stabilito che l’appellante dovesse essere sollevato da modalità di prestazione del servizio idonee a sottoporlo a stress psico-fisici.
Secondo l’appellante, infatti, non era il carattere ‘interno’ ovvero ‘esterno’ dei servizi prestati ad incidere sullo stress psico-fisico subito, quanto il fatto di essere stato lasciato a svolgere le precedenti mansioni di ‘capo turno di frontiera’. Del resto, le mansioni (obiettivamente meno stressanti) di ‘responsabile di segreteria con turno diurno 8-14’ gli erano state assegnate solo tardivamente (novembre 2000), quando il suo stato di salute era ormai irrimediabilmente compromesso dal pregresso svolgimento di funzioni stressanti.
Con un secondo motivo di gravame il B. lamenta che la sentenza è errata per la parte in cui ha affermato che gravava su di lui l’onere di allegare la prova dell’inadempimento da parte del datore di lavoro agli obblighi su di lui gravanti ai sensi dell’art. 2087 Cod. civ.
Secondo l’appellante, il primo giudice ha omesso di considerare che, una volta ricostruita la responsabilità del datore di lavoro come fattispecie contrattuale, la conseguenza è nel senso che spetta al lavoratore solo l’obbligo di allegare la circostanza dell’inadempimento, mentre grava sul datore di lavoro l’obbligo di fornire la prova contraria (ossia, di comprovare una condotta adempitiva, conforme al generale obbligo di protezione di cui all’art. 2087 Cod. civ.).
Una volta impostati così i termini della distribuzione dell’onus probandi, sarebbe evidente che l’amministrazione non ha in alcun modo fornito la prova liberatoria di siffatta condotta adempitiva, con la conseguenza che dovrebbe dirsi provata la sussistenza della fattispecie oggettiva di una condotta foriera di danno.
2.1. I due motivi dinanzi richiamati – che possono essere esaminati in modo congiunto – non sono fondati.
2.2. Ad avviso del Collegio occorre esaminare distintamente la questione relativa alla distribuzione dell’onere probatorio in ordine all’adempimento dei doveri datoriali ex art. 2087, Cod. civ., dalla questione ‘sostanziale’ relativa al se il datore di lavoro abbia nel caso di specie posto in essere una condotta di effettiva violazione dei detti doveri.
Quanto al primo aspetto, la tesi dell’appellante risulta condivisibile laddove afferma che la particolare forma di responsabilità datoriale di cui all’art. 2087 Cod. civ. è ascrivibile all’ambito della responsabilità contrattuale, con ogni conseguenza in tema di distribuzione dell’onere della prova.
Tuttavia, la configurazione non è di suo idonea a supportare le tesi dell’appellante medesimo.
Secondo un condiviso orientamento, infatti, l'art. 2087 Cod. civ. non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure la nocività dell'ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l'uno e l'altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi (Cass., sez. lavoro, 25 agosto 2003, n. 12467; id., 6 luglio 2002, n. 1603; id., 18 febbraio 2000, n. 1886).
Impostati in tal modo i termini generali della questione, enucleati nel rapporto di lavoro comune, ma che la Sezione ritiene estensibili anche al rapporto di servizio qui in esame in relazione alle attività di cui qui si tratta, emerge l’infondatezza della pretesa dell’appellante, se solo si consideri che:
- non risulta che il B. abbia provato in modo adeguato la circostanza per cui lo svolgimento dell’attività lavorativa di addetto ai servizi di frontiera (peraltro, con specifiche agevolazioni disposte dal datore di lavoro per ciò che attiene i turni di servizio e il luogo di svolgimento dell’attività) abbia effettivamente inciso sul suo stato di salute, configurandosi come prestazione lavorativa obiettivamente insalubre e comunque incompatibile con lo stato patologico rilevato dalla commissione medica nel gennaio del 1995.
Sotto tale aspetto, la sentenza di primo grado va condivisa laddove osserva (pag. 10, 11) che nessuna delle circostanze allegate dall’interessato in relazione alle modalità concrete di prestazione del servizio depone nel senso di una particolare o abnorme gravosità o si pone comunque in distonia rispetto a quanto prescritto dalla commissione nel gennaio 1995;
- del pari, non risulta che il B. abbia allegato elementi concreti idonei a dimostrare l’esistenza di un nesso di riferibilità diretta fra le modalità di svolgimento dell’attività lavorativa nel periodo 1995-2000 e l’ulteriore peggioramento del suo stato di salute che, nel corso del 2002, ne ha determinato la permanente inidoneità a qualunque tipologia di servizio. Al contrario non è irrilevante osservare che il definitivo peggioramento del suo stato di salute si è verificato in un momento in cui egli era stato da circa sedici mesi a compiti lavorativi ancora meno gravosi (‘responsabile di segreteria con turno diurno 8-14’);
- ma anche a voler ritenere, in via subordinata, che l’interessato abbia dimostrato l’esistenza: a) della nocività dell’ambiente di lavoro; b) di uno specifico danno alla salute e c) di un nesso di riferibilità diretta fra i primi due, non si ritiene comunque che sia imputabile all’amministrazione la violazione delle misure concretamente esigibili al fine della salvaguardia della salute del lavoratore, in base alle peculiarità del caso concreto. Come si è detto, va escluso che gravi in capo al datore l’onere indifferenziato di porre in essere qualunque forma di cautela –possibile ed innominata – al fine di impedire il verificarsi di ogni possibile forma di compromissione della salute (secondo un modello che avvicinerebbe ad una configurazione di responsabilità oggettiva).
Conseguentemente, appare che l’amministrazione qui appellata ha posto in essere tutte le cautele ragionevolmente esigibili in relazione al caso di specie (e che, quindi, abbia comunque fornito la prova liberatoria di cui all’art. 2087 Cod. civ.), avendo corrisposto in modo più che adeguato alle prescrizioni della commissione medica (verbale del 13 gennaio 1995), la quale aveva stabilito che l’interessato era incompatibile con tipologie di lavoro comportanti stress psico-fisici e l’irregolare assunzione dei pasti.
Sotto tale aspetto, la determinazione dell’amministrazione (peraltro prontamente adottata) di continuare ad utilizzare l’interessato presso i servizi di frontiera, ma con specifiche agevolazioni per luogo e tempo della prestazione, è pienamente regolare in relazione alla specifica tipologia di rischio accertata dalla commissione medica e alle prescrizioni conseguentemente imposte.
Oltretutto, fermo restando che qualunque prestazione lavorativa, anche la più lieve, comporta inevitabilmente un fisiologico ed ineliminabile livello di tensione e logorio per il lavoratore, dalle risultanze in atti non è emerso in alcun modo che le modalità di prestazione dell’attività di ‘capo turno di frontiera’ implicassero disagi e turbamenti tali da assoggettarlo a stress psico-fisici incompatibili con le prescrizioni fornite dalla commissione medica in data 13 gennaio 1995.
3. Per le ragioni che precedono il ricorso in epigrafe deve essere respinto.
Condanna l’appellante alla rifusione delle spese di lite, che liquida in complessivi euro 2.000 (duemila), oltre gli accessori di legge.