Source: http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/2009/06/24/dossier_coste_della_sardegna_2009_1995792-shtml/
Timestamp: 2017-08-20 13:28:48+00:00
Document Index: 106976134

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 15', 'art. 11', 'art. 83', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 90', 'art. 83', 'art. 15', 'art. 110', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 40', 'art. 3', 'art. 167', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 226', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Gruppo d'Intervento Giuridico o.n.l.u.s. » Dossier coste della Sardegna 2009
Home > Primo piano	> Dossier coste della Sardegna 2009
Dossier coste della Sardegna 2009
24 Giugno 2009 Gruppo d'Intervento Giuridico
Il 25 giugno 2009 si svolgono, presso la Fiera Campionaria di Cagliari (Palazzo dei Congressi) i Tavoli tematici sulla pianificazione paesaggistica, promossi dalla Regione autonoma della Sardegna. Ecco le nostre analisi e proposte.
pianificazione paesaggistica, abusivismo edilizio,
privatizzazione strisciante delle spiagge
Amici della Terra Gruppo d’Intervento Giuridico Lega per l’Abolizione della Caccia
Centro di ricerche giuridiche ed ambientali del Gruppo d’Intervento Giuridico
Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico sono impegnate duramente da molti anni per la salvaguardia e la corretta fruizione delle coste della Sardegna. Anche l’associazione ecologista ed animalista Lega per l’Abolizione della Caccia – L.A.C. in numerose occasioni ha svolto iniziative per la tutela di ambienti naturali costieri sardi. Ritengono che sia fondamentale ribadire la più ferma necessità di politiche di difesa dei litorali quali bene comune della collettività con le seguenti analisi e proposte.
Cagliari, giugno 2009
PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE, LE RAGIONI DEL "SI",
LE MODIFICHE PROPOSTE.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l’Abolizione della Caccia e Gruppo d’Intervento Giuridico dànno del P.P.R. complessivamente una valutazione positiva.
Ricordiamo che la Giunta regionale, con la deliberazione n. 36/7 del 5 settembre 2006, approvava il piano paesaggistico regionale – P.P.R. (1° stralcio costiero). Con successivo decreto del Presidente della Regione 7 settembre 2006, n. 82 veniva promulgato ed entrava in vigore. Giungeva, quindi, al termine il lungo procedimento che ha visto il parere della Commissione competente del Consiglio regionale, in seguito all’adozione del P.P.R. (deliberazione G. R. n. 22/3 del 24 maggio 2006) e, in precedenza, all’adozione della proposta di piano (deliberazione G.R. n. 59/36 del 13 dicembre 2005), le successive conferenze di co-pianificazione, la presentazione di atti di "osservazioni" da parte di soggetti imprenditoriali, enti locali, associazioni ecologiste, ecc. In contemporanea i numerosi documenti del piano sono stati pubblicati sul sito web della Regione (http://www.regione.sardegna.it/pianopaesaggistico/ ora www.sardegnaterritorio.it) con un bell’esempio di trasparenza istituzionale purtroppo non comune.
I principali punti di forza, positivi, riguardano i seguenti aspetti:
* si deve, in primo luogo, evidenziare che il P.P.R., il primo piano approvato da una regione italiana in applicazione delle previsioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni), appare supportato da un’ampia e, sostanzialmente, esaustiva analisi tecnico-scientifica territoriale, ambientale, insediativa (relazioni illustrative, tecniche, del comitato scientifico, 27 schede illustrative degli ambiti costieri) che costituisce la "motivazione" dell’atto pianificatòrio;
* analogamente appare decisamente congrua la rappresentazione cartografica delle analisi di piano (5 tavole illustrative in scala 1 : 200.000 contenenti rispettivamente la perimetrazione degli ambiti di paesaggio costieri e la struttura fisica, l’assetto ambientale, l’assetto storico-culturale e l’assetto insediativo + 141 carte in scala 1 : 25.000 illustrative dei territori ricompresi negli ambiti di paesaggio costieri + 38 carte in scala 1 : 50.000 relative alla descrizione del territorio regionale non ricompreso negli ambiti costieri, anche in compact disk), supporto connesso ed inscindibile per le norme tecniche di attuazione;
* si conviene con l’individuazione degli ambiti di paesaggio e dei beni paesaggistici (art. 6 delle norme tecniche di attuazione), in particolare con la tipologia delle previsioni di piano, suddivise in prescrizioni dirette e indirette, indirizzi, misure di conoscenza, misure di conservazione, criteri di gestione e trasformazione, azioni di recupero e riqualificazione (art. 10 delle norme tecniche di attuazione);
* particolare importanza positiva assume la disciplina generale degli ambiti di paesaggio, individuati nelle 141 carte in scala 1 : 25.000, dove, nelle aree costiere (artt. 19-20 delle norme tecniche di attuazione), salve specifiche diverse disposizioni di piano, sono consentiti unicamente interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di consolidamento statico, di restauro, modesti volumi tecnici che non alterino lo stato dei luoghi, interventi consentiti dall’art. 12 (lettere b, e, f, g, h, l, m, p) della legge regionale n. 23/1985, interventi direttamente funzionali ad attività agro-silvo-pastorali che non comportino alterazioni permanenti dello stato dei luoghi o sul piano idrogeologico, interventi di riforestazione, taglio e riconversione colturale, antincendio e conservazione in base al piano regionale antincendi, interventi di risanamento e consolidamento degli abitati e delle aree interessate da movimenti franosi, di sistemazione idrogeologica e di bonifica dei siti inquinati: in sostanza, negli ambiti di paesaggio non è consentito alcun nuovo intervento di trasformazione comportante nuove volumetrie, con esclusione dei citati eventuali modesti volumi tecnici strettamente funzionali alle opere esistenti e senza alterazione dello stato dei luoghi (artt. 12, 15, 19, 20 delle norme tecniche di attuazione);
* vengono in parte eliminati alcuni effetti fortemente negativi determinati dall’applicazione della normativa transitoria: in particolare la possibilità, per i Comuni dotati di piano urbanistico comunale – P.U.C. di mandare avanti interventi di trasformazione del territorio in base a semplice stipula di convenzione di lottizzazione entro il 24 maggio 2006, anche in assenza di alcun intervento. In questi mesi, infatti, numerosi Comuni dotati di P.U.C. hanno approvato convenzioni di lottizzazione in fretta e furia proprio per anticipare l’entrata in vigore delle norme provvisorie del P.P.R. Fra i tanti casi, a Teulada è stato approvato il piano di lottizzazione presentato dalla soc. Holdima a Porto Tramatzu, pur esistendo un contenzioso societario su chi abbia realmente titolo su quelle aree. A Carloforte hanno rapidamente presentato all’approvazione un piano di lottizzazione sulla collina della Croce. A Castiadas il Consiglio comunale ha lavorato a ciclo continuo per adottare una trentina di piani di lottizzazione in zona costiera ed in area agricola. Ora, però, i comparti privi di titoli abilitativi (permessi di costruire, nullaosta paesaggistici, ecc.) alla data di entrata in vigore del P.P.R. dovranno esser rivisti (art. 15, comma 4°, delle norme tecniche di attuazione) e potranno esser realizzati soltanto previa intesa (art. 11 delle norme tecniche di attuazione) fra Regione, Provincia e Comune interessato;
* analogamente particolare importanza positiva assumono le disposizioni a tutela delle aree agricole: in particolare gli indirizzi vincolanti per la pianificazione urbanistica comunale relativi al mantenimento dell’equilibrio fra gli insediamenti con case sparse ed il contesto ambientale, la facoltà di nuovi edifici a carattere residenziale per i soli conduttori dell’attività agricola, generalmente fuori dalla fascia costiera, in relazione alle caratteristiche geo-pedologiche dei terreni interessati rispetto alle coltivazioni previste e l’estensione minima del fondo di 3 ettari per colture intensive e di 5 ettari per colture estensive (art. 83 delle norme tecniche di attuazione). Si deve rammentare, infatti, che la superficie agricola regionale è drasticamente diminuita soprattutto a causa dei fenomeni di urbanizzazione: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si è registrato un calo del 24,7 % (dati ISTAT, 2005). Emblematico il caso delle aree agricole olivetate del Sassarese: fra il 1977 ed il 1998 Alghero ha perso 474 ettari di oliveti su 2.456 (- 19,3 %), Sassari ne ha perso 361 ettari su 4.981 (- 7,2 %), Sorso ne ha perso 342 ettari su 1.611 (- 21,2 %). Soltanto Sennori e Tissi hanno registrato minimi incrementi, rispettivamente di 16 (+ 3,5 %) e di 13 (+ 7,3 %) ettari (dati Università degli Studi di Sassari, cattedra di olivicoltura, 2006). In relazione alla sola Sassari, al 2002 dei 4.620 ettari presenti nel 1977, ne sono risultati "degradati" ("oliveti radi, con 50-100 alberi per ettaro) ben 562, 27 ettari sono risultati formati da alberi sparsi (meno di 50 olivi per ettaro): grazie a tale indagine condotta con l’ausilio di immagini satellitari si è appurato, quindi, che la perdita complessiva dell’area olivetta fruibile anche a fini economici è stata di ben 926 ettari (- 19 %). E tale perdita è dovuta quasi esclusivamente alla crescita edilizia incontrollata nell’agro;
* la previsione quali "beni paesaggistici" (artt. 6 e 8 delle norme tecniche di attuazione e parte II del P.P.R.) aventi specifica necessità di conservazione del loro insieme, come ad es. l’area archeologica di Tuvixeddu, e di "beni identitari" (artt. 6 e 9 delle norme tecniche di attuazione e II parte del P.P.R.) di aree e singoli beni che indichino il senso di appartenenza alla collettività sarda, es. l’archeologia mineraria ed industriale.
I principali punti di debolezza, negativi, appaiono questi:
* permane una normativa transitoria (artt. 11 e 15 delle norme tecniche di attuazione) che può provocare potenzialmente notevole degrado in fascia costiera, a causa dei numerosi piani di lottizzazione approvati sulla base dei P.U.C. vigenti, in particolare la disciplina delle "intese" Regione – Provincia – Comune;
* non appaiono presenti meccanismi procedurali sostitutivi nel caso di mancato adeguamento della disciplina urbanistica provinciale e comunale alle previsioni del P.P.R. (artt. 106-107 delle norme tecniche di attuazione);
* la definizione delle aree semi-naturali (art. 25 delle norme tecniche di attuazione) ricomprende i "boschi naturali" (leccete, quercete, sugherete e boschi misti, dune e litorali soggetti a fruizione turistica, ecc.), volendo individuare diversa disciplina per le aree ad utilizzazione agro-forestale comprendenti i "rimboschimenti artificiali": tale differente classificazione è in palese contrasto con quanto previsto dall’art. 2, commi 1° e 6°, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 227, norma quadro in materia, che esplicitamente qualifica come "bosco i terreni coperti da vegetazione arborea associata o meno a quella arbustiva di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di sviluppo, i castagneti, le sugherete e la macchia mediterranea….devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri e copertura non inferiore al 20 per cento…" ;
* gli indirizzi del P.P.R. per gli insediamenti turistici prevedono (art. 90, comma 1°, punto 3) un eccessivo premio volumetrico massimo in favore dei titolari di insediamenti turistici nei territori costieri di maggior impatto paesaggistico che acconsentano al trasferimento delle loro strutture verso insediamenti residenziali preesistenti. Un premio volumetrico massimo del 100 % rispetto alla volumetria esistente, da conseguirsi mediante procedure negoziali, appare decisamente eccessivo, in quanto rischia di innescare fenomeni speculativi negli esistenti centri abitati a breve distanza dalla costa (es. Bosa, Posada, Villasimius, Pula, ecc.) con conseguenze non prevedibili sul tessuto storico urbano.
La fascia di salvaguardia costiera, norma di tutela provvisoria di cui alla legge regionale n. 8/2004 (la c. d. legge salva-coste), ora varia nel P.P.R. in funzione della conformazione del paesaggio costiero, in alcuni casi è più profonda, in qualche caso meno profonda dei 2 chilometri. Lungo la fascia costiera sono vietate anche costruzioni in area agricola, a meno che non siano legate all’attività agro-zootecnica, nel caso di ricovero per attrezzi, o nel caso che la residenza in campagna sia strettamente necessaria alla conduzione dell’attività.
La giurisprudenza amministrativa formatasi in questi anni ha sostanzialmente confermato l’impianto tecnico-giuridico del piano paesaggistico regionale. Il T.A.R. Sardegna, con diverse sentenze (T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 giugno 2009, n. 979; T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2048; T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2049; T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2050; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2010; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2011; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2012; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2013; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2014; T.A.R. Sardegna, sez. II, 8 ottobre 2007, n. 1810), ha censurato soltanto aspetti marginali e secondari del complesso lavoro svolto e codificato nel P.P.R.
Queste le modifiche/interpretazioni, in sintesi:
* vengono a cadere le prescrizioni dell’art. 83 delle norme tecniche di attuazione del piano paesaggistico regionale – P.P.R. concernenti la presenza, a regime, della superficie minima (5 ettari per le colture intensive e 10 ettari per quelle estensive) per consentire la realizzazione di strutture a servizio della coltivazione del fondo. Tuttavia, il T.A.R. Sardegna riconosce e conferma le competenze della Giunta regionale riguardo alla predisposizione di norme che incidano anche sulle competenze urbanistiche comunali per perseguire gli obiettivi di tutela, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente (T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2048; T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2049; T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 novembre 2007, n. 2050);
* è stato disposto l’annullamento della procedura dell’intesa Regione – Provincia – Comune (art. 15, comma 4°, delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.) per i Comuni dotati di piano urbanistico comunale – P.U.C. vigente alla data di entrata in vigore del P.P.R. (T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 giugno 2009, n. 979; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2010; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2011; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2012; T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2013);
* è stato disposto il divieto generalizzato della cartellonistica pubblicitaria (T.A.R. Sardegna, sez. II, 31 ottobre 2007, n. 2014) lungo la viabilità regionale (art. 110 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R.);
* la competenza per l’approvazione del P.P.R. è della Giunta regionale (T.A.R. Sardegna, sez. II, 8 ottobre 2007, n. 1810).
Ben diverso l’esito della fallimentare esperienza della pianificazione territoriale paesistica regionale del 1993, annullata dai Giudici amministrativi su ricorsi dell’associazione ecologista Amici della Terra per le gravi illegittimità in tema di salvaguardia ambientale (in proposito vds. ad es. St. Deliperi, Il Consiglio di Stato indica le caratteristiche della pianificazione territoriale paesistica, in Riv. Giur. Amb., 1999; St. Deliperi,La vicenda dei Piani territoriali paesistici della Sardegna, in www.lexambiente.it).
Le stesse associazioni ecologiste riconosciute ex art. 13 della legge n. 349/1986 Amici della Terra e Lega per l’Abolizione della Caccia hanno esperito specifico intervento ad opponendum avverso il ricorso n. 10192006 dei Comuni di Castelsardo, Valledoria, Bosa, Tempio Pausania, Gairo e delle società immobiliari Set s.r.l. e Vibrobeton s.r.l. di impugnativa del P.P.R. della Sardegna (1° stralcio costiero) davanti al T.A.R. Sardegna, tuttora in attesa di esito definitivo.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra, Lega per l’Abolizione della Caccia e Gruppo d’Intervento Giuridico ritengono che il piano paesaggistico regionale – P.P.R. veda un’opportuna modifica esclusivamente nell’abrogazione delle disposizioni concernenti l’istituto dell’intesa Regione – Provincia – Comune.
"Le intese tra Regione, Province e Comuni sono orientate alle definizioni di azioni strategiche preordinate a disciplinare le trasformazioni ed il recupero urbanistico del territorio in attuazione delle previsioni del PPR le intese orientano gli interventi ammissibili verso obiettivi di qualità paesaggistica basati sul riconoscimento delle valenze storico culturali, ambientali e percettive dei luoghi. Il raggiungimento dell’intesa consente di anticipare l’efficacia del PUC anche prima del suo adeguamento al PPR. Nel regime transitorio i comuni possono richiedere l’attivazione dell’intesa per quegli interventi che si intendono realizzare nel proprio territorio i quali risultano coerenti con la disciplina urbanistica e paesaggistica" (da www.sardegnaterritorio.it).
Gli articoli 11 e 15 delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. disciplinano l’applicazione dell’istituto dell’intesa Regione – Provincia – Comune, ritenuto legittima, in via generale, in sede giurisprudenziale (T.A.R. Sardegna, sez. II, 12 giugno 2009, n. 979). Alla data del 16 dicembre 2008 ne risultavano definitivamente sottoscritte ben 111 (dati www.sardegnaterritorio.it), mentre con la deliberazione Giunta regionale 11 febbraio 2009, n. 10/4 ne sono state definitivamente approvate altre 16. Il numero complessivo risulta, quindi, pari a 127. Tale istituto, nell’applicazione pratica è risultato eccessivamente discrezionale, soprattutto in sede di proposta, garantendo una sorta di corsia privilegiata a quei progetti ritenuti degni di proposta all’accesso della procedura medesima. In taluni casi, come quello macroscopico dell’ampliamento del complesso Baia delle Ginestre (Portu Malu, Teulada, CA) vengono favoriti interventi in aree di proprietà pubblica per effetto di confische penali in seguito a sentenze passate in giudicato (Cass. pen., sez. III, 12 gennaio 1996, n. 50) relative a lottizzazioni abusive, per giunta nella fascia costiera di conservazione integrale dei mt. 300 dalla battigia marina (art. 2, comma 1°, lettera a, della legge regionale n. 23/1993).
Si ritiene, in conclusione, estremamente opportuna l’abrogazione delle disposizioni delle norme tecniche di attuazione del P.P.R. concernenti l’istituto dell’intesa.
GLI ABUSI EDILIZI SULLE COSTE DELLA SARDEGNA
Il quadro dell’ abusivismo edilizio in Sardegna rivela un numero consistente di casi nelle aree di maggiore interesse ambientale. Sono state eseguite in sede sostitutiva (su richiesta dei Comuni ai sensi della legge regionale n. 23/1985) oltre 1.100 ordinanze di demolizione relative ad abusi edilizi non condonabili secondo quanto previsto dalle leggi nn. 47/1985, 724/1994 modificata con 662/1996, 326/2003 e successive modifiche ed integrazioni (cioè realizzati in aree tutelate con vincolo di inedificabilità assoluto) da parte del Servizio vigilanza in materia edilizia dell’Assessorato EE.LL., finanze, urbanistica della Regione autonoma della Sardegna. Sono stati, quindi, demoliti circa mc. 300.000 di volumetrie abusive (in gran parte fra il 1986 ed il 1987, con una breve ripresa fra il dicembre 1994 ed il gennaio 1995). Ogni anno vengono emesse dai Comuni sardi almeno un migliaio di ordinanze di demolizione di abusi edilizi: quasi nessuna viene eseguita dal trasgressore. Sono tuttora giacenti diverse decine di richieste provenienti da Comuni di personale e mezzi regionali per procedere alle demolizioni degli abusi edilizi: inutilmente, perché da anni non si procede neppure alla prevista gara di appalto (art. 15 della legge regionale n. 45/1989).
E con le "voci" relative a nuovi ed improbabili provvedimenti di condono edilizio, sotto qualsiasi forma, oggi il noto eppure ancora fumoso piano nazionale per l’edilizia e con la scarsa efficacia delle procedure repressive l’abusivismo edilizio imperversa. Qualche dato. Nei primi otto mesi del 1994, a cavallo dei provvedimenti normativi inerenti il secondo condono edilizio, sono stati accertati ben 397 casi di abusivismo edilizio nella sola Provincia di Cagliari. Nel 2005 sono stati accertati ben 420 nuovi casi di abusivismo edilizio nel solo territorio comunale di Quartu S. Elena. Nel 2006 nel territorio comunale di Quartucciu (CA) sono stati riscontrati ben 105 casi di abusivismo edilizio, in gran parte in area agricola (S. Isidoro). Nel 2007 in Costa Smeralda sono state poste sotto sequestro penale oltre una trentina di ville abusive dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale. Nel gennaio 2008 è stata avviata una campagna di demolizioni degli abusi edilizi oggetto di sentenze penali passate in giudicato nella circoscrizione della Procura della Repubblica di Nuoro mediante personale e mezzi del V Reggimento Genio guastatori della Brigata Sassari e di alcune ditte specializzate: soltanto a Orosei si contano 45 casi, ma sono centinaia comprendenti anche i territorio comunali di Oliena, Irgoli, Siniscola, ecc. Numerose proteste, intimidazioni, attentati verso amministratori comunali in un clima di tensione sociale.
I casi di abusivismo edilizio attualmente stimabili in base all’ultimo censimento regionale con aereofotogrammetria (2001) appaiono circa 45.000 (sotto i profili urbanistico, paesaggistico, dei diritti di uso civico, ecc.), quelli insanabili sono attualmente stimati più di 4.500, in gran parte tutti lungo i litorali. Secondo l’allora (ed oggi nuovamente) Assessore regionale degli EE.LL., finanze, urbanistica ing. Gabriele Asunis (già Direttore generale della pianificazione territoriale) i casi di abusivismo edilizio (opere senza concessione edilizia o autorizzazione) al 29 gennaio 2004 sarebbero stati 17.387, di cui 9.934 aumenti di volumetria di fabbricati esistenti (chiusura balconi, loggiati, ecc.), 965 casi di parziale difformità con il progetto autorizzato, 471 abusi su aree pubbliche (soprattutto in edifici di proprietà I.A.C.P.), 43 ristrutturazioni non autorizzate, 91 mutamenti di destinazione d’uso, 13 "abusi interni", 2.383 opere prive di alcuna autorizzazione (di cui 3 lottizzazioni) e 581 casi di difficile inquadramento. In realtà, tale classificazione sembra che si riferisca ai soli abusi esclusivamente sotto il mero profilo urbanistico. Nel gennaio 2008 l’Osservatorio per il governo del territorio dell’Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica ha censito (settembre 2006 – ottobre 2007) 1.694 nuovi abusi, relativi però soltanto al 48,28 % dei Comuni sardi. Dati, quindi, parziali. Parecchi casi ad Alghero, ad esempio: oltre 140 i casi accertati dal Comune, più di 80 avvisi di garanzia partiti dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari, abusivismo edilizio particolarmente diffuso nel centro storico e nell’agro, sulla costa in direzione di Bosa.
519 comunicazioni di reato alle competenti Procure della Repubblica, 168 sequestri preventivi, 992 indagati, in poco più di 15 mesi, dal 2007 ai primi mesi del 2008. Questo il bilancio dell’attività del Corpo forestale e di vigilanza ambientale contro l’abusivismo edilizio in Sardegna. Tuttavia, l’abusivismo edilizio continua ad imperversare nonostante l’azione di contrasto del Corpo forestale e di vigilanza ambientale e l’azione di denuncia ecologista. Il nocciolo della questione rimane quello della demolizione degli abusi edilizi insanabili, ad iniziare da quelli realizzati in aree di rilevante interesse ambientale/paesaggistico, a cui deve seguire il ripristino del territorio. Ovvero, se non c’è danno ambientale, l’acquisizione al patrimonio comunale. E’ l’unico vero deterrente contro l’abusivismo edilizio ed è la strada indicata dalla legge. E si tratta di oltre 45.000 casi stimabili in tutto il territorio regionale, circa 4.500 quelli insanabili, spesso in zone costiere. La stessa presenza di un buon piano paesaggistico regionale – P.P.R. viene frustrata dalla proliferazione di interventi edilizi abusivi. Il ruolo dei Comuni è fondamentale, visto che la legge assegna loro le prime competenze in materia di controllo edilizio
Il territorio comunale di Quartu S. Elena continua a presentarsi come la "capitale" dell’abusivismo edilizio in Sardegna. Una delle "capitali" dell’abusivismo edilizio in Italia. Di fatto è l’unico Comune sardo ad avere la "mappa" pressochè completa dell’abusivismo edilizio sul proprio territorio: sono risultati (1995 – termine operazione condono legge n. 47/1985) circa 10.400 casi di abusivismo (al 3° posto in Italia per numero di casi, dopo Napoli e Gela), dei quali 127 "insanabili parziali" e ben 486 "insanabili totali". Ben 2.858 casi di abusivismo per mc. 739.007 di volumetria complessiva sono risultati nelle zone "F" (turistiche) costiere ed altri 1.336 casi nelle zone "E" (agricole) per mc. 490.971 di volumetria complessiva. Dopo il secondo condono edilizio (1999, leggi nn. 724/1994 e 662/1996) i casi di abusivismo "insanabili totali" sono scesi a 147, gli "insanabili parziali" a 72. Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale a livello regionale si devono ricordare i 185 edifici abusivi dentro il parco naturale di Molentargius – Saline (Cagliari – Quartu S. Elena). Negli ultimi anni l’Amministrazione comunale ha predisposto 29 piani di risanamento ancora in gran parte inattuati, sono cresciuti a dismisura gli òneri economici collettivi per dotare dei necessari servizi (depurazione, acqua, energia elettrica, smaltimento rifiuti, scuole, ecc.) gli "abusi condonati" per una spesa complessiva stimata in oltre 222 milioni di euro, a fronte di circa 18/20 milioni di entrate derivanti dalle oblazioni di legge. Riguardo l’ultimo condono edilizio (2003-2004) sono state presentate oltre 3.500 istanze di condono relative ad altrettanti abusi edilizi, dato di notevole rilievo visto che a livello nazionale le domande sono state 102.126 (dati Confedilizia). Al Comune di Cagliari, ad esempio, le istanze presentate sono 2.300. La situazione non è, purtroppo, migliorata con gli anni a seguire. Nel 2004 sono stati accertati ben 420 casi di abusivismo edilizio nel territorio comunale di Quartu S. Elena. Nell’agosto 2005 sono stati riscontrati ben 25 casi di abusivismo edilizio totale in area costiera (Flumini). Nel 2006 le strutture comunali hanno riscontrato circa 450 nuovi abusi edilizi, totali e parziali. A maggio 2006 il Corpo forestale e di vigilanza ambientale ha posto sotto sequestro penale tre villette abusive nella pineta di Baia Azzurra (Is Mortorius). Nel novembre 2006 il Nucleo di vigilanza edilizia della Polizia municipale (un ufficiale e sette vigili urbani) ha posto sotto sequestro a Costa di Sopra una lottizzazione abusiva con 27 lotti già predisposti, di cui 15 già edificati. Quasi cinquanta abusi edilizi nella lottizzazione "Parco dei vigneti" nell’area agricola di Serra Perdosa, altre venti denunce penali per abusivismo edilizio (luglio 2007) negli ultimi mesi. Ben 159 casi di abusivismo edilizio (il record isolano) fra il settembre 2006 e l’ottobre 2007, ma l’Ufficio tecnico comunale stima in 350 il numero di nuovi casi di abusivismo edilizio all’anno (2008). Nel dicembre 2005 l‘Amministrazione comunale dichiarava di voler migliorare la vigilanza sul territorio annunciando che presto sarebbero state messe in campo tutte le iniziative di legge contro l’abusivismo edilizio. Compresa l’acquisizione al patrimonio comunale e la demolizione ed il ripristino ambientale, così come prevede la legge. Solo in questi mesi sono state avviate le procedure per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale degli abusi edilizi non demoliti in seguito a specifica ingiunzione. In realtà, finora il costruttore abusivo, dopo aver ricevuto l’ordinanza di demolizione che gli assegna 90 giorni per l’eliminazione del manufatto abusivo, riprende a costruire come nulla fosse. Finora ha rischiato poco o nulla. In danno del territorio e delle finanze pubbliche.
Finora nessuna iniziativa sostitutiva da parte regionale. Nell’aprile 2008 gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico chiedevano nuovamente (le precedenti istanze erano dell’ottobre 2006, del febbraio e dell’agosto 2007) al Presidente della Regione Renato Soru, all’Assessore regionale dell’urbanistica Gian Valerio Sanna ed al Direttore generale per i beni culturali ed il paesaggio della Sardegna Elio Garzillo di porre in essere tutte le procedure sostitutive per la demolizione coattiva degli abusi edilizi non condonabili realizzati nelle aree tutelate con vincoli di inedificabilità. Al posto dei Comuni inadempienti. Veniva, inoltre, proposto un testo normativo regionale per snellire le procedure vòlte all’effettuazione delle operazioni di demolizione e di ripristino ambientale e la predisposizione di specifica convenzione per l’esecuzione delle demolizioni con l’ausilio del reparto del Genio Militare presente in Sardegna (5° Reggimento Genio guastatori, con sede in Macomer), con indubbi vantaggi sul piano economico-finanziario. Soltanto un’azione decisa nei confronti dell’abusivismo edilizio è elemento qualificante, fondamentale e non più rinviabile per una reale politica di salvaguardia ambientale e corretta valorizzazione del territorio.
Fra i casi più eclatanti di abusivismo edilizio in aree di rilevante interesse ambientale in Sardegna si devono ricordare i 190 edifici abusivi dentro il parco naturale regionale "Molentargius – Saline" (Cagliari – Quartu S. Elena), i 26 complessi abusivi (fra cui una dozzina di campeggi con bungalows e roulottes fissate al suolo) sulla costa algherese entro il parco naturale regionale "Porto Conte", dove recentemente sono stati finalmente adottati provvedimenti di sequestro giudiziario di rilevante entità, centinaia di edifici di dubbia legittimità nell’agro di Alghero (zona di Monte Ricciu – Matteattu), centinaia di edifici abusivi nel territorio comunale di Nuoro (ben 370 casi a Testimonzos, diversi altri a Sa Toba, Murichessa e sul Monte Ortobene), un’intera lottizzazione abusiva sequestrata dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale su disposizione della Procura della Repubblica di Sassari a Punta Lu Cappottu (Porto Torres), circa 50 strutture abusive (villette, pontili, ecc.) nel parco nazionale dell’Arcipelago della Maddalena dove l’Ente Parco ha svolto i primi interventi di demolizione coattiva (ottobre 2007), una baraccopoli (13 unità abitative) a Capo Ceraso (Olbia) posta sotto sequestro dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale (agosto 2007), 45 strutture abusive sull’Isoletta di Corrumanciu (Stagno di Porto Pino, S. Anna Arresi), sotto sequestro penale ed oggetto di giudizio (R.N.R. 5988/2004) davanti alla Corte di Cassazione dopo le condanne da parte del Tribunale e della Corte d’Appello di Cagliari (rispettivamente sentenza sez. I, 25 settembre 2007, n. 1796 e sentenza coll. I, 4 dicembre 2008, n. 261) dei responsabili anche alla demolizione ed al ripristino ambientale, i lavori per il campo da golf sulle sponde dello Stagno di Chia (Domus de Maria), anch’essi qualificati come abusivi con sentenza Tribunale di Cagliari del 9 gennaio 2009 (proc. n. 5077/2005) e già oggetto di sequestro penale (giugno 2005) e poi dissequestrati per permettere, sotto la vigilanza della polizia giudiziaria, il ripristino ambientale. Anche in questo caso si è aperto il processo penale davanti al Tribunale di Cagliari. Numerosi i casi a Carloforte, lungo le coste e nelle campagne dell’isola, anche sottoposti a sequestro penale preventivo, e vari casi anche sul demanio civico, così come anche nella vallata di Oddoene, a Dorgali. Decisamente allarmante la proliferazione di strutture edilizie varie, baracche, roulottes fissate al terreno di dubbia legittimità ai margini dell’incantevole complesso dunale di Scivu (Arbus) . Altre 15 villette sono state recentemente poste sotto sequestro penale a Lu Fraili (San Teodoro) da parte del Corpo forestale e di vigilanza ambientale su disposizione della Procura di Nuoro, mentre diversi sono stati i casi di sequestri preventivi operati dal Corpo forestale e di vigilanza ambientale sulle coste di Olbia e Arzachena. Numerosi i casi "sospetti", fra cui quello clamoroso dei lavori della S.T.U. Golfo Aranci s.p.a. a Baia Caddinas (Golfo Aranci), il campeggio "Golfo dei Fenici" e varie altre strutture sulla costa di Agumu (Pula), cantieri edilizi a breve distanza dalle dune di Chia e sulla retrostante collina di Setti Ballas (Domus de Maria).
Si deve ricordare che, neppure sotto il mero profilo finanziario, il condono edilizio è stato vantaggioso: nel 1985, a fronte di una previsione di entrata di 2.995 milioni di euro, le entrate effettive furono pari al 58 %, nel 1994, a fronte di un gettito previsto di 2.531 milioni di euro, le entrate effettive furono del 71 %, attualmente, a fronte di una previsione di entrata pari a 3.165 milioni di euro, si stimano solo il 40 % di entrate effettive.
ORDINI DI DEMOLIZIONE CONTENUTI NELLE SENTENZE PENALI IRREVOCABILI
Si tratta di diversi casi, i più noti dei quali sono i seguenti (tutti denunciati in vari momenti da Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra):
Portu Malu – Baia delle Ginestre: sulla costa di Teulada (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 12.1.1996, n. 50, confermativa della sentenza Corte d’Appello di Cagliari, 7.7.1995, n. 117, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari n. 1380 del 7.6.1993 sono stati ordinati la demolizione e ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla Baia delle Ginestre s.p.a. (un parcheggio coperto, un fabbricato-alloggio del personale , un campo da tennis, ampliamento del ristorante, un vascone, una cabina ENEL, locali-servizio, la reception del complesso alberghiero, un comparto alberghiero da 100 camere, una piscina con locale-filtri, una piattaforma-pizzeria, tre baracche di legno, un locale, una pista di accesso alla spiaggia, tre pontili galleggianti, una barriera frangiflutti per complessivi mc. 15.600). Finora non è stato demolito quasi nulla. La Corte d’Appello di Cagliari (ordinanza 2.3.1999) ha confermato in sede di incidente di esecuzione l’ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero. La Corte di Cassazione (sentenza Sez. III, 30.11.1999, n. 3827) ha respinto definitivamente i ricorsi dei condannati e delle banche creditrici (nonché del Comune). Ma non finisce qui: nuovi incidenti di esecuzione per fermare le ruspe militari della Procura Generale della Repubblica vengono promossi dai condannati, dall’esecutore fallimentare e dal Comune, ma vengono respinti dalla Corte d’Appello (ordinanze 23.4.2001, 25.5.2001, 18.6.2001). Nel giugno 2001 le ruspe del Genio Militare demoliscono le opere abusive, ma si attende ancora il ripristino ambientale. Incredibilmente la Corte di Cassazione accoglie poi un ricorso del Comune (ordinanza Sez. III, 6.8.2002, n. 817) ed ora pende un ulteriore incidente di esecuzione presso la Corte d’Appello di Cagliari. Inoltre, il 26 settembre 2006, il gruppo Antonioli acquista ad un’asta fallimentare l’intero complesso (4,110 milioni di euro), compresa la parte divenuta già proprietà del Comune di Teulada per effetto della confisca penale (art. 19 della legge n. 47/1985) in seguito al passaggio in giudicato della sentenza definitiva di condanna per lottizzazione abusiva. Il Comune di Teulada sembra disposto a rinunciare alla proprietà per consentire una riedificazione del complesso edilizio abbattuto in quanto abusivo dietro "intesa" con la Regione autonoma della Sardegna e la Provincia di Cagliari (deliberazione G.R. n. 10/4 dell’11 febbraio 2009).
Baccu Mandara: sulla costa di Maracalagonis (CA). Con sentenza del Pretore di Cagliari – Sez. Sìnnai n. 146 del 18.6.1996 di applicazione della pena su richiesta delle parti sono stati ordinati demolizione e ripristino ambientale delle opere abusive realizzate dalla Tre P s.r.l. (una serie di 29 unità immobiliari ed ulteriori basamenti in cemento per complessivi mc. 12.900). Il Pretore di Cagliari (ordinanze 21.5.1999, 4.3.2002, 7.3.2002, 12.3.2002, 14.3.2002) prima e la Corte di Cassazione (sentenze 8.2.2000 e n. 16377 del 18.11.2002) poi hanno confermato in sede di incidente di esecuzione l’ordine di demolizione e ripristino ambientale dando opportune disposizioni al pubblico ministero, che, sempre con le ruspe militari, ha provveduto alla demolizione e, in collaborazione con il Comune, ad avviare il ripristino ambientale nel marzo 2002.
Piscinnì: sulla costa di Domus de Maria (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 6.6.1997, n. 1435, confermativa della sentenza Corte d’Appello di Cagliari, 8.10.1996, n. 634, a sua volta di parziale riforma della sentenza Pretore di Cagliari, 4.12.1995, n. 2183, e con sentenza Pretore di Cagliari, 7.4.1995, n. 854 di applicazione della pena su richiesta delle parti è stata ordinata la demolizione e ripristino ambientale delle opere abusivamente realizzate (due moli frangiflutto, opere di viabilità entro la fascia dei mt. 300 dalla battigia, scavi, sbancamenti e viabilità nell’arenile). Le numerose denunce ecologiste, l’intervento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (che con D.M. 4.10.1993 annullò l’autorizzazione paesaggistica regionale "in sanatoria" delle opere abusive e con D.M. 16.9.1994 fermò definitivamente la ripresa abusiva dei lavori), della Soprintendenza per i Beni Ambientali di Cagliari (che con nota n. 7164 del 17.6.1994 bloccò sul nascere la ripresa abusiva dei lavori), dell’Assessorato regionale EE.LL., Finanze, Urbanistica (che con decreto n. 180/SV del 28.2.1994 annullò in sede sostitutiva, dopo le inadempienze comunali, le concessioni edilizie illegittime) e della Magistratura hanno fermato la lottizzazione Malfatano s.p.a. di 80.000 mc. complessivi (prima del gruppo Monzino, poi della Lega delle Cooperative e Mutue). Nel periodo novembre-dicembre ’99 è stata svolta, a cura dei condannati, la demolizione delle opere abusive: oggi la spiaggia, grazie all’azione marina, sta riacquistando il suo aspetto, ma incombe tuttora un nuovo progetto edilizio della medesima Lega delle Cooperative non ancora scongiurato definitivamente.
Piscina Rey: sulla costa di Muravera (CA). Con sentenza Cassazione penale, Sez. III, 25.9.1997, è stata parzialmente riformata (disponendo nuovo giudizio per il sindaco di Muravera, poi assolto con sentenza Corte d’Appello di Cagliari – Sez. Sassari) la sentenza Corte d’Appello di Cagliari n. 699 del 5.11.1996, a sua volta di parziale riforma della sentenza del Pretore di Cagliari – Sez. Sìnnai n. 91 del 25.5.1995: è stata stabilita la demolizione ed il ripristino ambientale degli abusi realizzati dalla Saitur s.r.l. (un intero complesso immobiliare di villette a schiera per migliaia di mc. di volumetrie) in area ad uso civico. La lottizzazione è stata posta sotto sequestro (sent. Cass. pen., Sez. III, 7.4.1994). Con ordinanza Corte d’Appello Cagliari del 7.9.1998 e sentenza Cassazione penale, Sez. III, 9.4.1999, n. 769 è stata respinta la richiesta di revisione degli ordini di demolizione e ripristino ambientale: ordini confermati in sede esecutiva con ordinanza Corte d’Appello di Cagliari n. 104 del 19.10.1999. Un nuovo incidente di esecuzione ha visto la Corte d’Appello confermare le statuizioni precedenti (ordinanza 28.2.2001). Dopo ben dieci pronunce giurisdizionali (forse un record !), il condannato ha provveduto in proprio alla demolizione (novembre 2001) ed ha avviato il ripristino ambientale.
CONTRO IL "SACCO" DELLE COSTE SARDE
Da diciassette anni le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra conducono moltissime "battaglie" legali per difendere i litorali isolani dalla speculazione immobiliare.
Questi sono i "numeri" (giugno 1992 – giugno 2009):
* esposti, richieste di atti, segnalazioni n. 1.395;
* azioni a cui è seguito l’intervento delle pubbliche amministrazioni competenti e/o della Magistratura n. 1.201 (86,09 %);
* ricorsi ai Giudici amministrativi e speciali (T.A.R. Sardegna, Consiglio di Stato, ric. straord. al Capo dello Stato, Commissario per gli Usi civici) n. 43;
* costituzioni di parte civile in procedimenti penali per reati ambientali n. 29;
* le denunce ecologiste in tutti i casi di mancata esecuzione degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenze penali irrevocabili hanno portato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari a svolgere indagini sull’operato dei sindaci e dei tecnici comunali di Teulada, Domus de Maria, Maracalagonis e Muravera. L’ex sindaco di Teulada C. L. Piras è stato condannato dal Tribunale di Cagliari con sentenza n. 407 dell’1.7.1998 ma assolto in sede di appello, l’ex sindaco di Maracalagonis M. Fadda è stato assolto (2004) in seguito al processo (R.G. n. 2600/01), ma la Procura della Repubblica ha presentato appello. Il Tribunale di Cagliari, con sentenza del 15 luglio 2008, ha concluso un clamoroso processo (n. 4326/03 R.N.R.) relativo a gravi ipotesi di reato (corruzione, abuso d’ufficio, concussione, ecc.) che coinvolgeva i vertici del Servizio di tutela del paesaggio della Regione autonoma della Sardegna, imprenditori, dirigenti dei Servizi tecnici di vari Comuni, ecc. riguardo l’attività di tutela o, meglio, non tutela del paesaggio nel sud dell’Isola.
La soluzione proposta: la ripresa delle demolizioni degli abusi edilizi insanabili ed il ripristino ambientale.
Nell’aprile 2008 gli Amici della Terra ed il Gruppo d’Intervento Giuridico chiedevano nuovamente (le precedenti istanze erano dell’ottobre 2006, del febbraio e dell’agosto 2007) al Presidente della Regione Renato Soru, all’Assessore regionale dell’urbanistica Gian Valerio Sanna ed al Direttore generale per i beni culturali ed il paesaggio della Sardegna Elio Garzillo di porre in essere tutte le procedure sostitutive per la demolizione coattiva degli abusi edilizi non condonabili realizzati nelle aree tutelate con vincoli di inedificabilità. Al posto dei Comuni inadempienti. Veniva, inoltre, proposto un testo normativo regionale per snellire le procedure vòlte all’effettuazione delle operazioni di demolizione e di ripristino ambientale e la predisposizione di specifica convenzione per l’esecuzione delle demolizioni con l’ausilio del reparto del Genio Militare presente in Sardegna (5° Reggimento Genio guastatori, con sede in Macomer), con indubbi vantaggi sul piano economico-finanziario. Soltanto un’azione decisa nei confronti dell’abusivismo edilizio è elemento qualificante, fondamentale e non più rinviabile per una reale politica di salvaguardia ambientale e corretta valorizzazione del territorio. Oggi l’azione viene riproposta nei confronti della nuova Amministrazione regionale.
Al Presidente della Regione autonoma della Sardegna, Cagliari, 10 giugno 2009
all’Assessore degli EE.LL., Finanze, Urbanistica della Regione
autonoma della Sardegna,
al Direttore generale della pianificazione urbanistica territoriale e della
vigilanza edilizia – Ass.to reg.le EE.LL., Finanze, Urbanistica,
al Direttore regionale per i Beni culturali ed il Paesaggio per la Sardegna,
Oggetto: richiesta ripresa demolizione abusi edilizi insanabili. Seguito note del 16 ottobre 2006, del 22 febbraio 2007, del 21 agosto 2007 e del 28 aprile 2008
Il sottoscritto dott. Stefano Deliperi, in nome e per conto del Gruppo d’Intervento Giuridico e per conto degli Amici della Terra, selettivamente domiciliato presso la sede delle dette Associazioni ecologiste (Via Cocco Ortu n. 32 – 09128 Cagliari),
- il fenomeno dell’abusivismo edilizio in Sardegna appare aver raggiunto proporzioni decisamente preoccupanti, anche a causa dei mancati interventi sanzionatori previsti dalla legge (acquisizione al patrimonio comunale, demolizione e ripristino ambientale) da parte delle competenti Amministrazioni comunali, come indicato, in via esemplificativa, nell’allegata scheda sintetica;
- ai sensi dell’art. 40 (L) del D.P.R. n. 380/2001 e successive modifiche ed integrazioni (testo unico dell’edilizia) la Regione può disporre interventi sostitutivi per le demolizioni coattive degli abusi edilizi, norma applicabile anche in presenza di competenza legislativa primaria (art. 3, comma 1°, lettera f, della legge costituzionale n. 3/1948) qualora non sia disposto diversamente da specifica norma regionale. Nel caso si ritenesse comunque opportuna la predisposizione di specifica disposizione legislativa regionale, se ne suggerisce una del medesimo tenore, come in allegato;
- in ogni caso, ai sensi dell’art. 167 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni (codice dei beni culturali e del paesaggio), l’Assessorato regionale degli Enti Locali, Finanze, Urbanistica – Direzione generale della pianificazione urbanistica territoriale e della vigilanza edilizia o, in via suppletiva, il Direttore regionale per i beni culturali ed il paesaggio per la Sardegna provvedono all’esecuzione coattiva delle ordinanze di demolizione e ripristino ambientale relative ad abusi insanabili realizzati in aree tutelate con vincoli ambientali;
- l’art. 15, comma 2°, della legge regionale n. 45/1989 e successive modifiche ed integrazioni, innovando la precedente disciplina in tema che prevedeva unicamente attività di supporto ai Comuni (artt. 20-21 della legge regionale n. 23/1985 e successive modifiche ed integrazioni), prevede che "nei casi di interventi sostitutivi previsti dalle disposizioni vigenti, l’Assessorato regionale competente in materia urbanistica dispone direttamente l’utilizzazione dei mezzi meccanici" propri e/o acquisiti temporaneamente da imprese convenzionate per la demolizione coattiva di abusi edilizi insanabili. In proposito, appare opportuno suggerire specifica convenzione per l’esecuzione delle operazioni di demolizione delle opere abusive con i competenti reparti dell’Esercito presenti in Sardegna (5° Reggimento Genio guastatori, con sede in Macomer), con indubbi vantaggi sul piano economico-finanziario;
- è noto che la demolizione delle opere abusive ed il conseguente ripristino ambientale possono essere disposti anche in via giurisdizionale, se non già eseguiti in via amministrativa, con sentenza definitiva passata in giudicato relativa a responsabilità per reati ambientali (es. artt. 181 del decreto legislativo n. 42/2004 e successive modifiche ed integrazioni, 41 L e 44 L del D.P.R. n. 380/2001 e successive modifiche ed integrazioni). In tal caso provvede l’Autorità giudiziaria competente (Procura della Repubblica competente per territorio e per grado di giudizio) in sede esecutiva (artt. 666 e ss. cod. proc. pen.) mediante personale e mezzi delle Forze armate. L’orientamento giurisprudenziale consolidato del Giudice di legittimità relativo all’esclusione dell’esecuzione da parte del pubblico ministero degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenze penali passate in giudicato risulta ormai chiaramente delineato. Le condizioni di legge (art. 7 della legge n. 47/1985 e successive modifiche ed integrazioni) perché il Consiglio comunale dichiari legittimamente la sussistenza di prevalenti interessi pubblici ostativi alla demolizione degli abusi edilizi sono, in sostanza, le seguenti: a) assenza di contrasto con rilevanti interessi ambientali (accertamento riservato esclusivamente alla pubblica amministrazione competente in materia di tutela ambientale e paesaggistica) o urbanistici (es. strumento urbanistico comunale); b) adozione di formale deliberazione del Consiglio comunale che dichiari la sussistenza dei due descritti presupposti; c) dichiarazione di contrasto dell’esecuzione dell’ordine di demolizione con prevalenti interessi pubblici concreti ed attuali (es. destinazione delle opere abusive a scuola, ufficio pubblico, ecc.) contenuta nella predetta deliberazione del Consiglio comunale. Tali condizioni necessarie sono così riconosciute dalla giurisprudenza costante[1]. Inoltre, l’incompatibilità dell’esecuzione dell’ordinanza di demolizione con i necessari atti amministrativi deve essere esistente ed insanabile, non invece meramente futura ed eventuale, perché non è consentito fermare l’esecuzione penale per tempi imprevedibili e senza la concreta ed attuale prospettiva di atti amministrativi di "sanatoria" in quanto l’ordinamento non può certamente attendere sine die l’esito di una possibile quanto eventuale regolarizzazione dell’attività edificatoria illecita[2];
- è del tutto evidente che la demolizione coattiva degli abusi edilizi, soprattutto in aree di rilevante interesse ambientale, costituisce, oltre che ripristino della legalità violata, l’unico efficace deterrente contro l’abusivismo edilizio.
alle SS.VV., per quanto di competenza, lo svolgimento delle necessarie ed opportune attività finalizzate all’effettuazione di coordinati interventi coattivi di demolizioni di abusi edilizi insanabili in aree di rilevante interesse tutelate con vincoli di natura ambientale (es. vincolo paesaggistico, vincolo di conservazione integrale, ecc.).
Di seguito un testo normativo che può agevolare efficacemente la demolizione degli abusi edilizi ed il ripristino ambientale.
proposta di legge regionale "Esecuzione dei provvedimenti di demolizione di opere abusive e di ripristino ambientale in sede sostitutiva".
L’articolo 15 della legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45 e successive modifiche ed integrazioni è integrato dai seguenti commi:
"4. In caso di interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire o in contrasto con questo o con le prescrizioni degli strumenti urbanistici o della normativa urbanistico-edilizia, qualora il Comune non abbia provveduto entro i termini stabiliti, la Regione può disporre la sospensione o la demolizione delle opere eseguite. Il provvedimento di demolizione è adottato entro cinque anni dalla dichiarazione di agibilità dell’intervento.
5. Il provvedimento di sospensione o di demolizione è notificato al titolare del permesso o, in mancanza di questo, al committente, al costruttore e al direttore dei lavori. Lo stesso provvedimento è comunicato inoltre al Comune.
6. La sospensione non può avere una durata superiore a tre mesi dalla data della notifica entro i quali sono adottati le misure necessarie per eliminare le ragioni della difformità, ovvero, ove non sia possibile, per la rimessa in pristino.
7. Con il provvedimento che dispone la modifica dell’intervento, la rimessa in pristino o la demolizione delle opere è assegnato un termine entro il quale il responsabile dell’abuso è tenuto a procedere, a proprie spese e senza pregiudizio delle sanzioni penali, alla esecuzione del provvedimento stesso. Scaduto inutilmente tale termine, la regione dispone l’esecuzione in danno dei lavori".
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE STRISCIANTE DELLE SPIAGGE IN SARDEGNA.
Con la deliberazione n. 24/24 del 19 maggio 2009 la Giunta regionale ha emanato le nuove norme di indirizzo per il rilascio delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative o il rinnovo delle esistenti in favore delle strutture ricettive ed ha avviato la peggiore privatizzazione delle spiagge della Sardegna. Potenzialmente più di 40 mila ettari di spiagge sarde potranno finire in concessione a strutture ricettive.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico hanno inoltrato, il 29 maggio 2009, un ricorso al Presidente della Regione autonoma della Sardegna, alla Commissione europea ed al Ministro dell’ambiente finalizzato ad ottenere la revoca o l’annullamento, per manifesta illegittimità e per evidente lesione degli interessi collettivi alla fruizione delle spiagge. Infatti, la citata deliberazione Giunta regionale n. 24/24 del 19 maggio 2009 ha evidente contenuto programmatico ed ha effetti diretti ed indiretti sugli ambienti costieri isolani, ma non c’è stato alcun preventivo e vincolante procedimento di valutazione ambientale strategica – V.A.S., necessario in tutti i casi simili, né una valutazione di incidenza, visto che interessa potenzialmente numerosi siti di importanza comunitaria – S.I.C. Conseguentemente, alla Commissione Europea è stato richiesto di valutare il provvedimento regionale ai fini della verifica del rispetto della normativa comunitaria in materia di valutazione ambientale strategica (direttiva n. 2001/42/CE) e di salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali, della fauna e della flora (direttiva n. 92/43/CEE ed allegati), ai sensi dell’art. 226 del Trattato CE.
Ma in questi giorni, su questo ed altri blog e siti internet, su Facebook, in tanti modi diversi, numerose persone hanno chiesto di partecipare direttamente alla battaglia sacrosanta per la difesa delle nostre spiagge. Promuoviamo, quindi, la petizione per la difesa della pubblicità delle spiagge in Sardegna, contro forme più o meno striscianti di privatizzazione che porterebbero i comuni mortali, in primis quei sardi che dovrebbero beneficiare di quel pubblico uso del demanio marittimo e delle spiagge in particolare, rimarranno confinati negli spazi residui, nelle riserve per gli indigeni sulle spiagge. Ecco il testo:
- con la deliberazione n. 24/24 del 19 maggio 2009 la Giunta regionale della Sardegna ha dettato norme generali di programma per le concessioni demaniali delle spiagge a fini turistici in favore degli esercizi ricettivi che prevedono addirittura fino a 9 metri quadri di concessione per ogni camera;
- con questi criteri, secondo stime necessariamente approssimative, potranno essere concessi ad alberghi ed altri servizi ricettivi più di 40 mila ettari di spiagge sarde, oltre alle altre concessioni in favore di stabilimenti balneari, ecc. rendendo sempre più difficile e penalizzato l’accesso pubblico alle spiagge per i residenti ed i turisti, senza alcuna valutazione degli impatti sull’ambiente costiero;
- numerose aree costiere sono siti di importanza comunitaria ai sensi della direttiva "habitat" n. 92/43/CEE e non è stata fatta alcuna procedura di valutazione ambientale strategica, pur necessaria;
- alla Commissione europea di accertare se con la deliberazione citata sia stato rispettato il diritto comunitario,
- al Presidente della Regione autonoma della Sardegna di procedere alla revoca della citata deliberazione perché palesemente lesiva degli interessi pubblici della fruizione collettiva delle spiagge e della loro salvaguardia ambientale.
Chiunque può sottoscriverla al seguente indirizzo: http://www.firmiamo.it/perladifesadellapubblicitadellespiaggeinsardegna .
Si ricordano i contenuti del provvedimento regionale impugnato. Basta che le spiagge siano lunghe almeno 250 metri lineari (vanno considerati anche gli scogli?) e che non si superi il 50 % della lunghezza della spiaggia medesima. Se si tratta di alberghi o villaggi turistici situati fra gli 800 e i 1500 metri dalla battigia marina, avranno 5 metri quadrati di ombra per ciascuna camera. Se sono entro la fascia degli 800 metri dalla battigia marina, avranno ben 7 metri quadrati per ogni camera, se di categoria fino a tre stelle, o, addirittura, 9 metri quadrati d’ombra, se di categoria superiore alle tre stelle. Il tutto fino ad un tratto di 50 metri lineari lungo la battigia, ed il resto in profondità. Ad esso si aggiunge lo spazio per torrette di avvistamento ed altri servizi ed un bonus in più per servizi ludici se si tratta di strutture ricettive con più di 1500 posti letto. La concessione demaniale avrà una durata di sei anni (legge n. 494/1993), anche in assenza del necessario piano di utilizzo dei litorali – P.U.L., mentre attualmente ha una durata di sei mesi, provvisoria, proprio in attesa che i Comuni si dotino del P.U.L.
E’ evidente che, addirittura, le strutture di lusso e più vicine alla costa saranno favorite, meglio ancora se hanno speculato. Basti pensare a che cosa può accadere in presenza di grandi gruppi immobiliari gestori di complessi turistici: a puro titolo di esempio, il Chia Laguna Resort, recentemente ai fasti della cronaca per le note vicende giudiziarie del suo campo da golf abusivo, è formato dall’Hotel laguna, dall’Hotel Parco Torre Chia, dal Chia Village, dall’Hotel Baia Chia. Ha ben 582 camere di categoria superiore a tre stelle e 80 di categoria tre stelle. Si ritroverà, quindi, beneficiario di 5.798 metri quadrati di concessione demaniale ai quali si sommeranno gli spazi per servizi ludici, torrette d’avvistamento, ecc. In buona sostanza, circa 6 mila metri quadri di concessione, più di mezzo ettaro di spiaggia. E gli altri esercizi ricettivi della zona? Li vogliamo lasciare a secco? Ma quando mai. E chi andrà davvero a verificarne la legittimità? Ora basta ! Difendiamo le nostre spiagge e la possibilità di andare al mare per tutti !
[1] Vds. in particolare Cass. pen., S. U., 19 giugno – 24 luglio 1996, n. 15; Cass. pen., sez. III, 29 settembre 2001, n. 34428; Cass. pen., sez. III, 29 dicembre 2000, n. 3489 (ord.); Cass. pen., sez. III, 30 novembre 1999, n. 3827; Cass. pen., sez. III, 7 agosto 1996, n. 2870. Sulla competenza del pubblico ministero all’esecuzione coattiva degli ordini di demolizione e di ripristino ambientale conseguenti a sentenza penale passata in giudicato cfr. per tutti Cass. pen., S. U., 19 giugno – 24 luglio 1996, n. 15, successivamente Cass. pen., sez. III, 29 settembre 2001, n. 34428; Cass. pen., sez. III, 29 dicembre 2000, n. 3489 (ord.); Cass. pen., sez. III, 15 marzo 2000, n. 65; Cass. pen., sez. III, 30 novembre 1999, n. 3827; Cass. pen., sez. III, 28 luglio 1999, n. 1885; Cass. pen., sez. III, 6 maggio 1999, n. 1149; Cass. pen., sez. III, 7 agosto 1996, n. 2870. In precedenza a favore dell’orientamento in argomento cfr. per tutti Cass. pen., sez. III, 28 gennaio 1993, n. 21. Contra Cass. pen., Sez. III, 7 maggio 1994 (Acquafredda).
[2] Anche in questo caso si tratta di giurisprudenza costante: vds. in particolare Cass. pen., sez. III, 9 maggio 2002, n. 7478; Cass. pen., sez. III, 4 febbraio 2000, n. 3682; Cass. pen., sez. III, 5 novembre 1998, n. 2882; Cass. pen., sez. III, 7 maggio 1994, n. 713; Cass. pen., sez. III, 3 maggio 1994, n. 712.
Categorie:Primo piano	Tag: coste, norme, paesaggistica, pianificazione, sardegna, tutela
9 Gennaio 2013 a 12:06	| #1
Spero che il problema è stato risolto. E ‘triste sentire tali notizie.
31 Marzo 2012 a 19:38	| #2
Bisogna demolire tutto al più presto e far ripristinare le aree interessate.
Questi maledetti bastardi abusivi andrebbero messi alla forca
4 Dicembre 2010 a 15:06	| #3
da La Nuova Sardegna, 4 dicembre 2010
Lottizzazione abusiva: finisce sotto sequestro l’area dell’ex Ceramica
Sigilli nei 4 ettari trasformati in una cittadella commerciale Nuovamente indagato Ernesto Pia. (Enrico Carta)
ORISTANO. Piscine, sale da ballo, discoteche, studi di professionisti, officine meccaniche. In quei quattro ettari alla periferia della città c’erano attività di ogni tipo tranne quella che doveva esserci, ovvero un’attività industriale di produzione di laterizi. Così lo stabilimento delle ex Ceramiche di via Ghilarza – così è conosciuto in città – è finito sotto sequestro al termine di un anno di accertamenti portati avanti dal comando provinciale della Guardia di finanza.
Non figurava tra i proprietari ma di fatto una persona, l’oristanese Ernesto Pia, da oltre trent’anni, avrebbe portato avanti l’immensa opera di trasformazione dell’area di 40mila metri quadri vicino alla stazione ferroviaria, dove sino agli anni Settanta venivano prodotte le ceramiche Alquati e che oggi somiglia ad un enorme cittadella commerciale che ospita – abusivamente secondo le accuse mosse dal procuratore Andrea Padalino Morichini – le attività più disparate.
Ma non è solo la grandezza dell’area posta sotto sequestro a destare l’attenzione. Il nome di Ernesto Pia non è infatti quello di un comune cittadino, visto che da tempo siede sui banchi del consiglio comunale – ex manunziano Uds di area Pdl -, e che durante questa legislatura svolge il ruolo di presidente della commissione consiliare all’Urbanistica. È per questo che il caso giudiziario è destinato a suscitare ancor più clamore, tanto più se sommato alle altre inchieste giudiziarie che vedono già coinvolto Ernesto Pia.
Da alcuni mesi è sotto processo perché negli stessi terreni di via Ghilarza – alle spalle di quelli sequestrati e di proprietà della sua famiglia – avrebbe lasciato spazio ad una discarica abusiva di inerti, residui di materiali edilizi e rifiuti speciali.
Ma l’accusa più pesante, al di là di quest’ultima, è quella di aver edificato sempre in via Ghilarza due enormi capannoni destinati ad ospitare attività imprenditoriali. Un mega abuso edilizio, secondo la procura, che dopo aver messo sotto sequestro nella primavera del 2009 i due stabili, nei giorni scorsi ha disposto anche il rinvio a giudizio di Ernesto Pia per citazione diretta.
Ma sul consigliere comunale ora rischia di abbattersi una nuova bufera ancora più pesante, anche se le accuse devono ovviamente essere vagliate in tutti i loro dettagli e particolari e soprattutto dovranno eventualmente essere sottoposte a giudizio.
Di certo né la Guardia di finanza né la procura hanno dubbi sul fatto che si sia trattato di un’operazione assolutamente fuori legge. Lo ha ribadito il comandante provinciale delle Fiamme gialle, Anselmo Mocci, spiegando il motivo che ha portato al sequestro dell’area, dove comunque tutte le attività rimangono operative perché gestite da persone o società – sono una cinquantina – che sono semplici locatari e sui quali il provvedimento non può avere effetto. Per lo meno non in questa fase.
Il meccanismo con cui l’ex ceramica era stata trasformata in una cittadella commerciale non era certo complicato. Ernesto Pia, che si sarebbe celato dietro società gestite da prestanome oppure svolgendo di volta in volta il ruolo di responsabile tecnico, progettista o direttore dei lavori, chiedeva al Comune il permesso di avviare il restauro di parte degli edifici all’interno dei quattro ettari. Sull’area gravano tuttora dei vincoli, perché questa si trova in zona agricola che non avrebbe permesso la trasformazione in altro tipo di attività. Invece i restauri puntualmente mascheravano veri e propri cambi di destinazione d’uso, in seguito ai quali sono nate attività di tipo commerciale e persino sportivo. Ovviamente questo consentiva guadagni nettamente più ampi, perché gli affitti di tutti gli spazi garantiscono introiti da capogiro, soprattutto se rapportati ad un’economia non certo florida come quella oristanese.
«A riprova degli illeciti perpetrati – ha spiegato il colonnello Anselmo Mocci – è stata acquisita un’autorizzazione edilizia per l’esecuzione dei lavori, rilasciata nel 1995, nella quale risulta indicata l’utilizzazione dei fabbricati per uso agricolo». E siccome la rivoluzione edilizia sarebbe ancora in atto, la procura ha richiesto il sequestro che il giudice per le indagini preliminari, Francesco Alterio, ha accordato.
Accuse pesanti, sulle quali si capirà di più nel momento in cui verrà presentato il ricorso contro il sequestro. Atto che appare scontato.
LA VICENDA. Trent’anni di silenzi?
ORISTANO. Tutti sapevano, nessuno agiva. Prassi consolidata in città negli ultimi decenni. L’operazione della Guardia di finanza toglie il coperchio su ciò che in altre stanze era ben noto. Quello di via Ghilarza era il classico segreto di Pulcinella. Che al posto di una fabbrica ci fossero piscine, palestre e discoteche era cosa assai nota da tempo nelle stanze dei bottoni. E infatti, seppure non coinvolti, nell’inchiesta figurano alcuni nomi che erano di casa negli uffici comunali di piazza Eleonora. Carenze nell’organico per accertarsi che tutto fosse in regola o semplice lassismo? Non c’è risposta. Certo suona strano che in trent’anni a nessuno in Comune fosse mai venuto un dubbio. Uno solo.
11 Novembre 2010 a 15:10	| #4
da La Nuova Sardegna, 11 novembre 2010
Lottizzazione abusiva, cinque condanne. Irregolare la costruzione di 14 appartamenti sopra un supermercato. (Enrico Carta)
BOSA. Dopo mesi di udienze e battaglie processuali arriva la condanna che rischia di avere anche ripercussioni e strascichi dal punto di vista politico. Sotto accusa c’erano la lottizzazione, giudicata abusiva, creata sopra un supermercato Iperpan della zona artigianale e tutti coloro che erano stati protagonisti di questa vicenda edilizia, partendo da chi aveva rilasciato le concessioni a chi aveva eseguito i lavori.
Il giudice monocratico Giorgio Murru, nella sezione staccata di Macomer del tribunale di Oristano, ha letto la sentenza nel pomeriggio di martedì e ha condannato a cinque mesi i funzionari dell’Ufficio Tecnico comunale, Luciano Baldino e Giuseppe Obinu, il proprietario dell’area del supermercato Iperpan, Giangiuseppe Murgia, e il progettista e direttore dei lavori, Paolo Gaviano. A tre mesi è stata invece condannata l’amministratrice della società proprietaria del supermercato, Luisella Aledda.
I primi quattro dovranno pagare anche una multa di 21mila euro, mentre per l’amministratrice la sanzione monetaria si ferma a 17mila euro. In più, fatto non certo secondario, è stata decisa la confisca della costruzione finita al centro dell’inchiesta. Se anche nei prossimi gradi di giudizio la sentenza dovesse essere confermata, gli appartamenti ricavati irregolarmente andranno a far parte del patrimonio immobiliare dell’amministrazione comunale.
Passa quindi per intero la linea dell’accusa. Il pubblico ministero Andrea Padalino Morichini, che aveva avviato l’inchiesta oltre due anni fa, aveva dapprima chiesto il sequestro dell’intera area, dove si riteneva fosse stata effettuata una lottizzazione edilizia abusiva. Successivamente le indagini si erano concentrate solamente sul piano superiore del supermercato, là dove erano stati edificati quattordici appartamenti. Per l’accusa era un’irregolarità palese, poiché l’edificazione di appartamenti non può avvenire in una zona urbanistica di tipo artigianale. A Su Pabarile invece era accaduto il contrario. I tecnici del Comune avevano dato la concessione per la nascita della lottizzazione, ignorando il fatto che quella non è una zona mista che può ospitare anche unità abitative del tutto svincolate dalle attività produttive e da vendere come residenze. La concessione era quindi illegittima e in contrasto con lo strumento urbanistico, mentre diversa è la questione del supermercato per il quale sono state seguite regolarmente tutte le procedure.
Le tesi dell’accusa sono state contrastate dagli avvocati difensori Guido Manca Bitti, che assisteva i due tecnici e il proprietario del supermercato, e Franco Pani, legale del progettista e della responsabile della società. Hanno sostenuto che i contrasti con le normative regionali non sussistessero e che tutto fosse stato fatto in conformità e nel pieno rispetto delle regole.
Tesi non accolte dal giudice, fatto che apre la strada al ricorso in appello.
6 Novembre 2010 a 18:12	| #5
da La Nuova Sardegna, 6 novembre 2010
Bosa sviluppo, Ledda patteggia. Nove mesi e mega risarcimento per l’ex amministratore della società. Da pagare anche una multa e le tasse del 2009 Per una cifra totale di oltre due milioni. (Michela Cuccu)
ORISTANO. Ha patteggiato una pena di nove mesi Antonio Ledda, l’ex sindaco di San Vero Milis, finito nei guai per una una presunta maxi evasione fiscale, legata al progetto Bosa Sviluppo. Fissate anche una serie di pene accessorie: 705 mila euro di multa, pagamento delle tasse del 2009 (un milione e mezzo che si aggiungono a un altro milione e mezzo sequestrati dal pm).
Secondo indiscrezioni l’Agenzia delle entrate avrebbe aperto un nuovo accertamento di natura fiscale che sarebbe stato avvallato dallo stesso Antonio Ledda.
Difeso dall’avvocato Basilio Brodu, Ledda, amministratore della società Bosa Sviluppo, rinviato a giudizio per citazione diretta (senza passare per l’udienza preliminare) esce così di scena da un’inchiesta giudiziaria condotta dal procuratore capo Andrea Padalino Morichini e che nell’ipotesi più grave indica in oltre otto milioni gli euro che non sarebbero stati versati alle casse dell’erario.
Ha scelto invece di affrontare il dibattimento l’altro imputato del processo, Salvatore Poddi, ex sindaco di Cabras. Difeso dall’avvocato Luigi Concas, il commercialista cabrarese con studio a Oristano, molto conosciuto anche perchè attuale presidente provinciale della Confesercenti, è accusato di aver studiato e poi messo in pratica il sistema che avrebbe permesso ad Antonio Ledda di evadere il fisco.
Per farlo, secondo quanto sostiene la Procura che affidò le indagini alla Guardia di finanza, sarebbero state create delle società apposite attraverso le quali fu effettuato il passaggio di proprietà, dai privati alla Bosa Sviluppo, delle aree interessate al progetto immobiliare.
Non una normale compravendita, quindi, ma un sofisticato meccanismo di «ingegneria fiscale», così come lo definirono le fiamme gialle.
Questo consentì di raddoppiare i costi dell’operazione di cessione delle aree, che sarebbe così lievitato a sedici milioni di euro. La metà di questi avrebbero costituito il compenso per il ruolo di mediatore svolto da Antonio Ledda, ma figurando nella compravendita, non sarebbero risultati tali anche per il fisco.
A più riprese, attraverso ricorsi sui sequestri effettuati qualche mese fa, la difesa di Antonio Ledda, forte anche di un parere favorevole dell’Ufficio delle Entrate, ha sostenuto che le cifre fossero assai più ridotte e che comunque la posizione rispetto al fisco fosse assolutamente in regola. Tesi ribadita da Ledda anche dopo il patteggiamento: «Insomma è stato un errore assolutamente involontario del commercialista che avrà modo di spiegare tutto al giudice nell’udienza preliminare fissata per martedì», ha detto.
Illustrando la scelta del patteggiamento ha inoltre precisato: «Siamo giunti ad un accordo con la Procura e l’Agenzia delle entrate e la pena è stata la più bassa che si potesse dare proprio perchè l’errore era stato commesso in buona fede».
Ma anche se con il patteggiamento per lui il capitolo è chiuso, l’ex politico socialista non nasconde una grande amarezza. «Putroppo questa vicenda mi ha danneggiato e voglio metterla da parte prima possibile. Per me, che non sono esperto di materie finanziarie e fiscali e dunque, non potevo certo capire i meccanismi tecnici, questi sono stati mesi davvero duri».
10 Ottobre 2010 a 21:51	| #6
@angela : una risposta completa potrebbe offrirla il Comune di Nuoro, a noi risultano casi di abusivismo edilizio.
10 Ottobre 2010 a 20:53	| #7
vorrei sapere se la zona di predas arbas nel comune di Nuoro è la zone dell’ex Etfas ,le cassono abusive o regolari? Grazie
6 Ottobre 2010 a 16:40	| #8
da La Nuova Sardegna, 6 ottobre 2010
Abusi edilizi a Orosei undici processi accorpati In aula parla la forestale. (Valeria Gianoglio)
NUORO. Undici processi accorpati in uno, tredici imputati, un unico comune denominatore, l’architetto responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Orosei, Efisio Rojch, e mezza Orosei chiamata a rispondere di un discreto numero di abusi edilizi che secondo le accuse sarebbero venuti su anche in aree interdette per anni a qualsiasi tipo di costruzione. Perché a suo tempo percorse da incendio. Ieri mattina, davanti al tribunale collegiale di Nuoro, apre le danze uno dei processi più complicati che si siano mai visti negli ultimi anni nel Palazzo di giustizia nuorese.
Sul banco degli imputati, in sostanza, c’è un piccolo ma importante pezzo della storia recente di Orosei. Ci sono un discreto numero di concessioni edilizie che, secondo la Procura, sarebbero state rilasciate negli anni attorno al 2006 per realizzare costruzioni non a norma di legge o su terreni nei quali non si doveva costruire. Tra i rinviati a giudizio, oltre a Rojch, ci sono i proprietari degli edifici costruiti su quei terreni e alcuni progettisti: Gianfranco Rosu, Gianpietro Ciellini, Antonino Sani, Cristina Corda, Francesca Chisu, Romano Olivieri, Clarissa Casala, Santina Sini, Franca Sini, Mario Sini, Bruno Chisu, Vittoria Aurelio.
Il collegio giudicante, presieduto da Antonio Luigi Demuro, ieri mattina, ha deciso che tutti i 12 procedimenti che li vedevano imputati, a vario titolo, venissero accorpati. Si sperava così di farli procedere in modo più spedito ma ieri mattina le prime avvisaglie di scaramucce, tra accuse e difesa, sembrano promettere il contrario. L’elenco dei testimoni sentiti ieri in udienza comincia comunque con il botto. Davanti ai giudici, a metà mattina, si siede infatti l’ispettrice Teresa Loi, all’epoca dei fatti, nel 2006, comandante della stazione forestale di Orosei. Era stata lei con i suoi uomini, infatti, a condurre le indagini sulle nuove lottizzazioni e a fare un consistente numero di accertamenti e controlli nelle zone di Su Katreatzu e Su Mutrucone.
«Nel 2006 – racconta l’ispettrice, rispondendo alle domande del pm Diana Lecca – avevamo fatto diversi sopralluoghi su delega della Procura di Nuoro. Dovevamo fare accertamenti su una lottizzazione che stava nascendo in un’area percorsa da incendi. L’incendio, nel ’98, aveva percorso circa 90 ettari di terreno, e già dal 2000 qualcuno ci aveva costruito sopra. Dopo aver fatto gli accertamenti, ho comunicato allora alla Procura che quelle case insistevano in aree percorse da incendi. Il 5 luglio del 2006, ho fatto un sopralluogo in un terreno in particolare. C’era una casa in costruzione, stando al progetto doveva essere un deposito attrezzi, invece era più grande. Dalle rifiniture, dalle porte, dalle finestre, si capiva che era una casa di civile abitazione. La concessione edilizia fu rilasciata a Gian Giacomo Rosu il 27 luglio del 2002, ma l’area fu venduta nel 2004 a Ciellini».
30 Settembre 2010 a 18:57	| #9
Costa Smeralda, albergo abusivo scoperto grazie alle foto di google maps.
Una struttura ricettiva in Costa Smeralda, spacciata per ricovero di attrezzi da lavoro, è stata scoperta dall’Agenzia delle Entrate di Olbia grazie alle immagini satellitari di Google Maps. Dai dati del Comune di Olbia emerge inoltre che il complesso immobiliare era già in grado di operare ed era segnalato nei maggiori siti internet del settore turistico
CAGLIARI. Una struttura ricettiva in Costa Smeralda, spacciata per ricovero di attrezzi da lavoro, è stata scoperta dall’Agenzia delle Entrate di Olbia che ha accertato un’evasione di imposta di registro su un imponibile di oltre 1,4 milioni di euro.
L’abuso è stato scovato grazie alle immagini satellitari di Google Maps. La vicenda inizia nel 2008 quando venne dichiarata la compravendita di un terreno agricolo, situato in Costa Smeralda, con annessi tre fabbricati in costruzione, non censiti in catasto e destinati a ricovero di attrezzi di lavoro. I funzionari dell’Agenzia tramite una “ricognizione aerea” via web hanno trovato tre veri e propri insediamenti turistici, completamente ultimati.
Gli ispettori si sono recati sul posto per una verifica, trovando una struttura ricettiva già attiva e funzionante. Dai dati del Comune di Olbia emerge inoltre che il complesso immobiliare nel 2003 aveva beneficiato del condono edilizio e che alla data della compravendita era già in grado di operare, essendo segnalato nei maggiori siti internet del settore turistico.
24 Febbraio 2010 a 18:37	| #10
da L’Unione Sarda, 24 febbraio 2010
Vendita nulla? Accolto in appello il reclamo di Villagrande, gli atti rinviati al commissario regionale. (Giusy Ferreli)
Colpo di scena nella causa di Porto Santoru, l’isola amministrativa contesa sulla costa orientale. La Corte d’appello di Roma ha ritenuto fondato il ricorso del Comune di Villagrande e ha rispedito al commissario per gli usi civici della Sardegna il faldone del contenzioso giudiziario tra l’amministrazione del centro ogliastrino e Giorgio Mazzella: al centro della lite, l’acquisto da parte dell’imprenditore di terreni che Villagrande ritiene viceversa inalienabili perché soggetti a uso civico. La sentenza risale allo scorso gennaio e riconosce, anche se non in via definitiva, la fondatezza del reclamo intentato dal Comune nel febbraio 2008 subito dopo un primo pronunciamento del magistrato Massimo Poddighe. In prima istanza il commissario, chiamato a dirimere la controversia aperta dall’amministrazione civica per tornare in possesso dei 630 ettari, aveva dato ragione all’imprenditore ogliastrino. Alla base del pronunciamento della Corte vi è il fatto che il primo verdetto non è entrato nel merito e che quindi la causa ha bisogno di un’ulteriore istruttoria. Nelle motivazioni della sentenza si fa riferimento anche all’entrata in campo del Comune di Lanusei che in prima battuta si era vista riconoscere la giurisdizione sui quei terreni e con essa le prospettive di sviluppo. Tutte e tre le eccezioni sollevate dall’amministrazione comunale lanuseina sono state rigettate dalla magistratura d’appello perché considerate prive di fondamento. La vicenda parte da lontano. Nel 1882 il Comune di Villagrande ebbe dal Demanio terreni che appartenevano ai feudatari di Quirra. Trent’anni dopo costituì e cedette a tal Michele Costa Esperson un diritto temporaneo di enfiteusi poi trasmesso a Enrico Pernis. Quest’ultimo, negli anni Trenta, propose la cosiddetta azione di affrancazione e i suoi eredi nel 1978 vendettero la marina di Santoru ad una società di Mazzella, la Portu Santoru Tre srl. Ma su quei terreni l’amministrazione civica ha sempre rivendicato il diritto di uso civico che per sua natura giuridica è imprescrittibile, inalienabile e inusucapibile. Nel 2000 l’amministrazione ha intentato causa di fronte al commissario e nel 2008 è arrivato un primo verdetto sfavorevole. L’allora sindaco Gabriele Basoccu, che del rientro in possesso di Santoru aveva fatto un autentico cavallo di battaglia, non si è scoraggiato. E dopo una tumultuosa assemblea popolare ha deciso di presentare ricorso alla Corte d’appello di Roma, sezione specializzata in usi civici. Il collegio accogliendo l’istanza del Comune tutelato dall’avvocato Gianni Contu ha chiesto alla magistratura di primo grado di approfondire i vari aspetti della vicenda.
11 Novembre 2009 a 18:35	| #11
Bosa sviluppo: rigettato il ricorso. Il Riesame ha respinto l’istanza dell’amministratore. (Elia Sanna)
BOSA. Il tribunale del riesame ha rigettato il ricorso dell’amministratore della società Bosa Sviluppo, finito alcune settimane fa nel mirino della magistratura nell’ambito di un’inchiesta su una presunta milionaria evasione fiscale. Il ricorso riguardava la decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Oristano. Quest’ultimo aveva deciso il sequestro dai conti dell’amministratore delegato per una cifra pari a tre milioni e duecentomila euro: è la somma che sarebbe stata evasa al fisco. L’amministratore della società bosana, Antonio Ledda, ex sindaco di San Vero Milis, si è avvalsi della consulenza del noto tributarista, Victor Ukmar. La difesa ha cercato di smontare la tesi dell’accusa sostenendo la regolarità delle operazioni immobiliari relative alla cessione dei terreni, in particolare quelle contabili di Antonio Ledda. Sono cadute però nel vuoto le osservazioni che negavano i vantaggi economici che l’amministratore avrebbe percepito grazie ad un’eccessiva valutazione delle aree dove sta nascendo un’area turistica per oltre 1.500 posti letto. La vicenda dell’evasione fiscale da otto milioni di euro era venuta alla luce alla fine di ottobre, quando, attraverso un controllo incrociato, la guardia di finanza scoprì l’evasione. Antonio Ledda denunciò infatti solo 168 euro a fronte di un incasso di oltre otto milioni. Quell’enorme cifra sarebbe stata rinvenuta in contanti e in titoli di credito su un conto intestato all’amministratore. La procura della repubblica affidò quindi l’inchiesta al Comando provinciale della guardia di finanza. Gli uomini del colonnello Anselmo Mocci frugarono per mesi nei conti della società. Alla fine è emerso così che l’operazione immobiliare era stata perfettamente legale, ma la cessione delle aree, sarebbe invece avvenuta con la creazione di società ad hoc. Tesi accusatoria che trova una prima conferma nella decisione presa dal tribunale del riesame.
10 Novembre 2009 a 22:21	| #12
«Minacce contro Amoroso». Foglio 51, telefonate intimidatorie al procuratore. Tre membri dell’associazione delle famiglie di abusivi sono indagati per associazione a delinquere. (Giovanni Bua)
NUORO. Telefonate di minacce rivolte al procuratore della Repubblica Antonio Amoroso. Questa l’accusa da cui si muovono le indagini per associazione per delinquere contro Renzo Puggioni, Fabrizio Melis e Giovanni Meloni, tutti e tre membri dell’associazione «Foglio 51», che riunisce oltre 600 famiglie di abusivi. Un esercito di irregolari divisi tra Testimonzos, Murichessa e i borghi rurali di Corte, Sa Toba, Gavotele, Predas Arbas e Chiroleo. Schierato in campo per difendere le proprie case dalla demolizione. E messo sotto la lente d’ingrandimento da Procura e Digos. Procura che è rimasta abbottonatissima sul fascicolo aperto nel febbraio di quest’anno. Nessuna notizia delle indagini, portate avanti dalla polizia, era trapelata fino a giovedì. Giorno in cui al presidente dell?associazione Puggioni, al suo predecessore Melis e a Meloni è arrivata la notifica del procedimento, firmata dal Mariangela Passanisi (che è attualmente il procuratore facente funzioni dopo il trasferimento di Amoroso e in attesa del arrivo di Andrea Garau). La comunicazione, datata 1 ottobre 2009, rileva che è scaduto il termine di sei mesi da quando il nome degli indagati è stato iscritto nel registro delle notizie di reato. Richiede la proroga delle indagini fino all’aprile 2010. E dà poi facoltà ai tre indagati di presentare entro cinque giorni dalla notifica le loro memorie difensive. Memorie che a tutt’oggi non risulta siano state depositate da nessuno dei tre indagati. Con Renzo Puggioni che ha più volte ribadito di cadere letteralmente dalle nuvole e che solo ieri ha deciso di affidarsi all’avvocato Bastianella Buffoni. Il reato, secondo la richiesta di proroga, risulta commesso il 23 settembre del 2008. Data in cui i membri di «Foglio 51» erano riuniti in a Murichessa, a casa di Giovanni Meloni, uno degli indagati. Che aveva ricevuto una ingiunzione di demolizione per la sua abitazione. Durante le quarantotto ore di assemblea permanente, alla quale erano presenti anche due agenti della Digos, era volata qualche parola grossa (si parlava di fare resistenza passiva contro le ruspe, che alla fine non arrivarono), ma niente di riconducibile all’indagine in corso. Indagine che, a quanto è dato sapere, prende il via invece da alcune telefonate minatorie che in quei giorni di grande fibrillazione sarebbero partite da uno o più associati. Minacce rivolte sicuramente alla Procura, e in particolare ad Antonio Amoroso. E per le quali il procuratore capo ha aperto il 16 febbraio del 2009 un fascicolo per associazione per delinquere finalizzata all’intimidazione. C’è da rilevare che intorno alla vicenda degli abusi di Testimonzos in quei mesi la tensione era alle stelle. Basti per tutti l’attentato al geometra Gianluca Ruiu, impegnato nella squadra che doveva eseguire le demolizioni, avvenuto a maggio: la sua macchina era stata crivellata da cinque fucilate.
L’associazione «Foglio 51» si era però sempre pubblicamente espressa contestando duramente ogni forma di violenza. E sia Puggioni che Melis si erano più volte esposti per «riportare la faccenda degli abusi dentro l’alveo della legalità». Sembra difficile dunque immaginare che la Procura voglia addossare a «Foglio 51» la patente di associazione per delinquere. E che abbia intenzione di imputargli le tante grandi e piccole intimidazioni avvenute negli anni legate alla vicenda Testimonzos. Sicuramente non è però disposta a ricevere alcun tipo di intimidazione.
7 Novembre 2009 a 19:27	| #13
da L’Unione Sarda, 7 novembre 2009
Il caso Testimonzos. La Procura indaga per associazione a delinquere ma i contenuti del fascicolo restano top secret. «Intimidazioni per fermare le ruspe».
Lettere e telefonate di minacce dietro il via all’inchiesta. (Massimo Ledda)
Sotto la lente d’ingrandimento della Digos sarebbero finiti anche i volantini firmati nel 2007 dalle sedicenti Brigate barbaricine e l’attentato del maggio di un anno fa al geometra comunale. Telefonate minatorie, lettere, ma anche l’attentato del maggio 2008 al geometra comunale che si occupava di demolizioni, nonché i due deliranti volantini firmati dalle sedicenti Brigate barbaricine apparsi in città nel marzo di due anni fa. Ci sarebbe tutto questo e altro ancora nel fascicolo aperto dall’ex procuratore capo di Nuoro Antonio Amoroso a carico dei due fondatori di Foglio 51 Fabrizio Melis e Renzo Puggioni, indagati per associazione a delinquere insieme a Giovanni Meloni, invalido di 78 anni diventato il simbolo della battaglia dei lottisti abusivi contro l’avanzare delle ruspe.
L’ASSOCIAZIONE. Un’inchiesta coperta da un riserbo strettissimo scattata nel febbraio di quest’anno sulla base di una informativa della Digos di Nuoro, in cui si ipotizza l’esistenza di una vera e propria organizzazione illegale che avrebbe avuto come scopo quello di fermare le demolizioni delle case abusive di Testimonzos, Sa Tuva e Sa Murichessa a colpi di intimidazioni. Nell’avviso di garanzia notificato in questi giorni agli indagati, in cui si chiede una proroga di sei mesi delle indagini preliminari senza far alcun cenno a contestazioni specifiche, compare però una data, scritta a penna in modo poco chiaro (parrebbe 23 settembre 2008). Una data in cui si sarebbe consumato il reato dal quale è scaturita l’indagine che ha poi portato, il 16 febbraio del 2009, all’iscrizione nel registro della Procura dei nomi di Melis, Puggioni e Meloni, uno degli ultimi atti formali compiuti dall’ex procuratore Amoroso prima di lasciare il suo ufficio.
LE MINACCE. Ecco dunque uno dei nodi cruciali di tutta la storia: cosa è successo di tanto grave il 23 settembre di un anno fa, sempre che la data sia quella, legato in qualche modo alla vicenda di Testimonzos? Dalle cronache di quei giorni non emerge nulla, neanche un minimo accenno a intimidazioni o attentati. Dunque se qualcosa è accaduto è rimasto rigorosamente top secret, custodito gelosamente nelle stanze e tra le carte degli inquirenti. In proposito circolano però delle indiscrezioni, che fanno cenno ad almeno due telefonate minatorie ricevute da qualcuno coinvolto nella vicenda delle demolizioni. Un’indiscrezione che non ha però trovato alcuna conferma ufficiale, come anche che nello stesso periodo siano state recapitate lettere di minacce ad alcuni amministratori. Resta inoltre da capire se ai tre indiziati siano contestati degli episodi specifici, oppure se, soprattutto per Puggioni e Melis, sia bastato il fatto che fossero al vertice dell’associazione Foglio 51, che raduna 200 lottisti abusivi, per alimentare il sospetto di un loro coinvolgimento.
I VOLANTINI E L’ATTENTATO. A quanto si è saputo l’inchiesta della Procura, ora affidata al sostituto Mariangela Passanisi, fa riferimento anche ai due volantini siglati Brigate barbaricine e marchiati con la stella a cinque punte inviati ai giornali nel marzo di due anni fa a distanza di soli tre giorni l’uno dall’altro. Nel secondo scritto anonimo i sedicenti terroristi avevano ribadito le minacce (già contenute nel primo) di attentati in caso di mancata soluzione della questione degli abusi di Testimonzos, poi si erano addirittura rivolti direttamente ai rappresentanti dell’associazione Foglio 51 avvisandoli che «al loro interno ci sono soci decisi ad andare fino in fondo». Un messaggio mafioso a cui Melis e Puggioni avevano replicato condannando l’episodio e ribadendo il fatto «di non voler avere niente a che fare con questi metodi terroristici che danneggiano la nostra civile protesta». Sotto la lente d’ingrandimento sarebbe finito inoltre anche l’attentato subito il 23 maggio 2008 dal geometra Gianluca Ruiu – impegnato nella squadra che segue le demolizioni – la cui Alfa 147 venne crivellata con cinque fucilate. Un ginepraio difficile da interpretare, dunque.
LE REAZIONI. Certo è che la notizia dell’indagine su Foglio 51 ha destato non poche perplessità in città, anche perché in questi anni Puggioni (che ha reso pubblica l’inchiesta) e Melis hanno sempre condotto alla luce del sole la battaglia per risolvere la questione Testimonzos, esponendosi in prima persona e facendo continuamente appello al rispetto della legalità. «Ho ricevuto tanta solidarietà – dice Puggioni -. Ieri sono andato in Questura e mi sono messo a loro disposizione, gli ho detto di arrestarmi. A questo punto tutti gli iscritti saranno inquisiti perché Foglio 51 è un’associazione a delinquere. La verità è che io ho sempre lavorato per la pace sociale, e altri?».
7 Novembre 2009 a 8:20	| #14
6 Novembre 2009 a 23:43	| #15
da La Nuova Sardegna, 6 novembre 2009
Testimonzos: associazione a delinquere. Indagati i vertici di «Foglio 51» che si batte contro le ruspe. (Giovanni Bua)
NUORO. Associazione per delinquere. Questa l’accusa per la quale il presidente di «Foglio 51» Renzo Puggioni, il suo predecessore Fabrizio Melis e il membro dell’associazione Giovanni Meloni, sono indagati dalla Procura della Repubblica di Nuoro. Ad aprire il fascicolo nel febbraio 2009 l’ex procuratore Antonio Amoroso. «Foglio 51» è un’associazione nata nel 2004, che prende il nome dal foglio catastale che contiene, tra le altre, l’area di Testimonzos. Duecento ettari, a due chilometri da Nuoro, nei quali nel corso di decenni sono state costruite centinaia di abitazioni abusive. Abusi che «Foglio 51» ha sempre chiesto di sanare, riunendo inizialmente circa 150 famiglie e arrivando a «rappresentarne» oltre 600. Divise tra Testimonzos, Murichessa e i borghi rurali di Corte, Sa Toba, Gavotele, Predas Arbas e Chiroleo. Centinaia di irregolari che negli anni hanno fatto «pressione» alle amministrazioni comunali, arrivando nel 2006 a minacciare di bruciare i loro certificati elettorali e disertare le urne. Proteste dure, ma sempre nei limiti della legalità, tanto che gran parte delle loro istanze sono sul punto di essere accolte dall’approvando Puc.
Così però non pensa la Procura della Repubblica, che ha aperto a carico dei vertici dell’associazione un fascicolo con la pesantissima accusa di associazione per delinquere. Il fasciolo è datato 16 febbraio 2009, ma solo ieri gli indagati ne sono venuti a conoscenza. Quando a casa loro è arrivata la comunicazione di proroga delle indagini preliminari a loro carico. I fatti contestati risalgono al 23 settembre del 2008. Quando l’associazione si riunì per due giorni in assemblea permanente a Murichessa, a casa di uno degli indagati Giovanni Meloni. Che aveva ricevuto una ingiunzione di demolizione. «Durante quell’assemblea – racconta uno stupefatto Puggioni – protestammo duramente contro l’ipotesi della demolizione. E ipotizzammo di mettere in campo una forma di resistenza passiva se per caso fossero arrivate le ruspe». Le ruspe non arrivarono, arrivò invece in Procura il rapporto degli agenti della Digos: «Invitati da noi – sottolinea Puggioni – come in tutte le nostre assemblee». E ora, a due anni di distanza, arriva la notizia dell’indagine. «Siamo esterrefatti – sottolinea Puggioni – dentro la nostra associzione ci sono carabinieri, finanzieri, polizia municipale, avvocati. E, indipendententemente dalla professione che fanno, privati e onesti cittadini che cercano, a braccetto con le istituzioni, il modo migliore per ripristinare la legalità. Consapevopli che nessuno è innocente, e speranziosi di poter risolvere il problema «abusi» senza dover ricorrere alle ruspe. I nostri problemi passano però in secondo piano rispetto all’accusa che ci viene mossa. Qui si tratta di manifestare liberamente il proprio pensiero, senza mai uscire dai limiti della legalità. Le riunioni della nostra associzione avvengono normalmente alla chiesa della Beata Maria Gabriella. Mi chiedo se ora anche il parroco, don Pietro Borrotzu, verrà indagato».
27 Giugno 2009 a 15:43	| #16
1301 infrazioni accertate sulle coste nel 2008? Ma quando mai? I soli abusi edilizi sono ben di più, un po’ di precisione, please…
da La Nuova Sardegna, 27 giugno 2009
Per Legambiente l’isola è la quinta regione nella classifica della scarsa salvaguardia dell’ambiente. Ancora troppi abusi sulle coste sarde. «Mare monstrum 2009»: timori per Alghero, Platamona, Orosei e Quartu. Il caso di Is Arenas finito nel mirino dell’Unione europea.
CAGLIARI. La Sardegna è la quinta regione per numero di abusi edilizi sulle coste, illeciti in scarichi e depurazione, pesca illegale e spiagge senza accesso, con 1.301 infrazioni accertate, 1.560 persone arrestate o denunciate e 230 sequestri di opere illegali. Nel 2008 era quarta.
L?isola è invece la regione più pulita nella classifica «del mare inquinato», che tiene conto di infrazioni in termini di scarichi fognari e depurazione, con 362 illeciti, 384 denunce o arresti e 33 sequestri. Infine la Sardegna è quarta nella classifica – guidata da Campania, Sicilia e Calabria – del solo abusivismo edilizio sul demanio, con 382 infrazioni contestate, 616 persone arrestate o denunciate e 124 sequestri. I dati sono contenuti nel rapporto di Legambiente «Mare Monstrum 2009» presentato ieri. Tra i luoghi più colpiti dall’abusivismo edilizio il dossier segnala l?agro di Alghero, dopo i recenti sequestri di immobili irregolari; Orosei, per l’inchiesta giudiziaria su una lottizzazione abusiva di terreni agricoli; Quartu per alcune ville poste sotto sequestro fra le campagne di Is Ammostus e Separassiu. A Sorso Legambiente esprime preoccupazione per la vicenda dell’ex stabilimento Lido Iride sulla spiaggia di Platamona, oggetto di un accordo di programma fra la precedente giunta regionale e il Comune per la messa in sicurezza e il recupero a fini turistici. «L’interruzione della legislatura», osserva l’associazione, «e il cambio di maggioranza alla Regione non fanno intravvedere, a breve, soluzioni confacenti». Legambiente, infine, segnala «il rischio di una nuova colata di cemento sugli scogli di Las Tronas», davanti all’albergo omonimo ad Alghero per ospitare ombrelloni, sdraio e lettini. Legambiente loda la legge salvacoste del 2004 passata sotto l’amministrazione regionale guidata da Renato Soru. «Ma con il cambio di giunta e la vittoria di Cappellacci», avverte l’associazione, «la legge è stata subito messa in discussione e con ogni probabilità sarà sottoposta a significativi cambiamenti. Quali, non è dato ancora sapere». «Mare Monstrum» cita poi il caso del sito d’interesse comunitario di Is Arenas, nell’Oristanese, caratterizzato da dune alte fino a 50 metri e da una spiaggia lunga oltre sei chilometri, dove si sta completando un insediamento turistico con campo da golf, che è entrato nel mirino dell’Unione europea.
27 Giugno 2009 a 15:39	| #17
ASSOCIAZIONI ECOLOGISTE. Una proposta di legge per le demolizioni.
CAGLIARI. Tre associazioni ambientaliste – gli Amici della terra, il Gruppo d’intervento giuridico e la Lega per l’abolizione della caccia – hanno presentato ieri il «Dossier coste della Sardegna». Lo studio approfondito parte dall’analisi del piano paesaggistico regionale ancora in vigore, quello predisposto dalla precedente maggioranza alla Regione, dalle ragioni del giudizio sostanziemente positivo, dalle modifiche che, secondo le tre associazioni, sarebbero necessarie. In particolare viene messo in discussione il ruolo dell’intesa Regione-Provincia-Comune di cui viene chiesta l’abrogazione. Il dossier prosegue con un esame molto dettagliato degli abusi edilizi sulle coste della Sardegna e si conclude con la proposta di riprendere le demolizioni degli abusi edilizi insanabili e il ripristino ambientale. A supporto di questa proposta viene presentata una proposta di legge regionale che agevoli le demolizioni.
26 Giugno 2009 a 22:50	| #18
ciao Myriam, la foto di cui parli è di un posto veramente unico in tutto il Mediterraneo. Sono le dune di Scivu, sul mare aperto della Sardegna occidentale. Le impronte sulla sabbia sono di Cervo sardo. Il cielo, il mare, il vento rendono un paradiso naturale in terra.
25 Giugno 2009 a 22:32	| #19
bravi, questi vanno arginati in tutti i modi.
25 Giugno 2009 a 20:20	| #20
La prima foto del post è bellissima, è un luogo da sogno! Dove è stata scattata? In Sardegna credo, ma dove?
25 Giugno 2009 a 17:44	| #21
da http://www.repubblica.it (25/6/2009)
Spesso si tratta di opere di proprietà pubblica come interi pezzi di lungomare.
Calabria, cemento mangia-coste, un abuso edilizio ogni 150 metri.
REGGIO CALABRIA – Dai palazzi condominiali alle villette, dalle seconde case ai residence. Ed ancora: i villaggi turistici, i lidi e i camping, i palazzotti costruiti su aree demaniali. La Calabria non è solo terra di ecomostri. La Calabria “è tutta un ecomostro”. Lo dice uno studio della Regione sulla cementificazione dei suoi 700 chilometri di spiagge. Documento che restituisce una fotografia impietosa dello scempio, con un abuso censito per ogni 100-150 metri di costa. I casi individuati dagli esperti dell’assessorato all’Urbanistica sono 5 mila 210.
Nella sola provincia di Cosenza sono stati rilevati 1156 abusi (il 22,19%), a Catanzaro 548 (il 10,52%), a Crotone 915 (il 17,56%), a Reggio 2093 (il 40,17%) e a Vibo 498 (il 9,56%). È anche stato possibile stabilire che, tra i casi individuati, 412 si trovano in aree per le quali il Piano d’Assetto Idrogeologico definisce “gravi condizioni di rischio idraulico”. Per quanto riguarda i vincoli ambientali, “si riscontra che 54 casi individuati ricadono all’interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d’interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale”.
“Offese al territorio”, vengono definite dal gruppo di lavoro che mette insieme docenti universitari, tecnici e giovani professionisti. E sono di tipo legale (ovvero legittimato dalla originaria inclusione nei Prg); di tipo legalizzato (cioè compreso in varianti e parzialmente sanato); e infine completamente illegale (in area demaniale, protetta e instabile). In certi casi si tratta, addirittura, di opere di proprietà pubblica come interi pezzi di lungomare. Ai fini dell’indagine sono state effettuate decine di migliaia di sopralluoghi, verifiche negli enti locali, agli uffici del catasto e del genio civile. Sono state realizzate schede dettagliate su “Costa Viola”, “Costa dei Gelsomini”, “Riviera dei Cedri” o “Area Grecanica”. Nomi che evocano paradisi ambientali, ma che nei fatti sono segnate dalle ferite di decenni di incuria, di complicità, di connivenze. Documenti che rappresentano la sintesi delle speculazioni di imprenditori senza scrupoli, delle mafie del mattone e della cultura, diffusa, dell’illegalità “domestica”.
Gli oltraggi sono presenti su spiagge e scogliere, non soltanto in contesti fortemente urbanizzati come Reggio Calabria, ma anche in zone di pregio e turisticamente note come l’area di Tropea, la costa di Scilla, la Locride, l’area di Soverato e, in particolare, l’area di Isola Capo Rizzuto e del Crotonese. Che, in larga parte, paradossalmente è vincolata come Riserva Marina Protetta ed area archeologica. In quest’ultima zona si addensa ben il 52% degli abusi illegali compresi in aree marine protette.
La Regione, attingendo ad un Accordo di Programma Quadro (Apq), finanziato con 5 milioni di euro dallo Stato, ha già deliberato l’abbattimento di 9 ecomostri. Ma non è sempre semplice. I proprietari fanno ricorsi, si appellano ai mille cavilli della legge, hanno frotte di legali pronti a brandire il codice. L’assessore regionale Michelangelo Tripodi si dice, comunque, determinato: “Ora abbiamo una fotografia precisa dello scempio. Butteremo giù tutto quello che è possibile, dimostrando come l’abuso non paghi e che in Calabria sta crescendo il senso della legalità e dell’ambiente”. Poi: “Non consentiremo più che certe cose avvengano tanto che elaboreremo una specifica Carta dei vincoli”. Infine, “cercheremo di risanare i guasti”. Tripodi afferma che un ruolo importante lo giocheranno i Comuni: “La Regione ci mette i fondi, ma gli enti locali dovranno attivarsi con i propri piani di risanamento”. Per il presidente regionale di Legambiente, Antonino Morabito, “ora bisogna essere conseguenti”. Servono, insomma, “tempi rapidi nelle demolizioni e, altrettanto, per le fasi di risanamento. Servono le regole e chi le faccia rispettare”.
60 miliardi di euro in pasto alla corruzione. Figlio di trota.
6089202 visitatori