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Timestamp: 2019-12-10 18:37:47+00:00
Document Index: 30410948

Matched Legal Cases: ['art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 516', 'art. 423', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 270', 'art. 306', 'art. 416', 'art. 270', 'art. 306', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 1', 'art. 416', 'art. 610']

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Sull'art. 416-bis ed in particolare sull'uso della forza intimidatrice.
Giur. merito 1995, 2, 313
Alessandra Arceri
1. L'ordinanza del Tribunale di Lecce si allinea alla giÃ copiosa giurisprudenza pugliese in materia di associazione di tipo mafioso.
Senza cercare di definire dommaticamente la fattispecie descritta dall'art. 416- bis c.p., la pronuncia delinea gli elementi sufficienti ed al tempo stesso necessari ad integrare il reato in oggetto. In particolare, quanto alla capacitÃ intimidatoria dell'associazione - capacitÃ esplicitamente menzionata dalla norma quale caratteristica dei gruppi mafiosi - l'ordinanza fa riferimento a precedenti Â«avvertimentiÂ» posti in essere nei confronti dei titolari di attivitÃ economiche prese di mira dai malviventi, per desumere l'esistenza di una condizione di evidente timore anche in assenza di min 15315y248p acce verbali.
Sembrerebbe, dunque, che i giudici leccesi abbiano aderito all'orientamento che ritiene l'associazione di tipo mafioso un reato non meramente associativo, richiedendo, oltre agli elementi propri e caratteristici dei reati associativi, la sussistenza della cd. Â«forza di intimidazione del vincolo associativo, ed il suo esercizio finalizzato al perseguimento degli scopi tipiciÂ» (1).
Il reato di associazione di tipo mafioso risulterebbe insomma normativamente costruito, rispetto a quello di associazione per delinquere (art. 416 c.p.), come un cerchio piÃ¹ grande e complesso, tale da ricomprendere in sÃ© la fattispecie strutturata in modo piÃ¹ semplice, che ne costituisce il nucleo di base.
D'altronde, assegnare alla cd. Â«forza intimidatriceÂ» una natura giuridica piuttosto che un'altra puÃ² comportare conseguenze di non poco conto: si pensi soltanto al fatto che, considerando l'uso della forza intimidatrice come elemento specializzante dell'associazione di tipo mafioso rispetto al reato di associazione per delinquere, non sussisterebbero ostacoli alla derubricazione della fattispecie complessa alla fattispecie piÃ¹ semplice, qualora difetti la prova del compimento di atti di violenza o minaccia, o delle condizioni di assoggettamento e di omertÃ che ne derivano.
Viceversa, assegnando a detto elemento la differente valenza di nucleo centrale della nuova fattispecie, in mancanza di prova circa la sussistenza dell'elemento oggettivo del reato non sarebbe possibile, una volta contestato il reato di cui all'art. 416- bis c.p., pronunciare condanna per il diverso reato di associazione per delinquere (2).
Salva l'ipotesi, naturalmente, in cui il P.M. non ritenga, se il fatto risulta diverso da quello descritto nell'imputazione, di modificare quest'ultima ai sensi dell'art. 516 o dell'art. 423 c.p.p.
2. GiÃ agli albori dell'entrata in vigore della nuova fattispecie descritta dall'art. 416- bis c.p., l'inusuale tecnica legislativa, densa di pericolose ed evanescenti terminologie metagiuridiche, fomentÃ² accesissimi dissidi dottrinali sulla interpretazione del disposto, ed in particolare sugli elementi caratterizzanti dello stesso.
Il polo di maggiore discordia era infatti rappresentato proprio dall'inciso Â«si avvalgono della forza di intimidazioneÂ» che, secondo alcuni, rappresentava il nucleo centrale, la condotta penalmente rilevante della nuova fattispecie, cosicchÃ© quest'ultima si poneva su un piano completamente autonomo rispetto al reato di cui all'art. 416 c.p. (3).
Ma la maggior parte della dottrina riconobbe all'art. 416- bis c.p. natura di norma speciale rispetto all'art. 416 c.p., interpretando la norma nel senso che fossero richiesti, da una parte, tutti gli elementi costitutivi dell'associazione criminosa, e fosse altresÃ¬ necessario, dall'altra, che gli adepti facessero ricorso al Â«metodo mafiosoÂ» per il raggiungimento degli scopi della congregazione, leciti o illeciti che fossero.
Ma l'effettivo ricorso al Â«metodo mafiosoÂ» si poneva quale elemento imprescindibile per la configurabilitÃ della fattispecie, o era piuttosto sufficiente che tale Â«modus operandiÂ» rientrasse nel programma criminoso dell'associazione, anche se non realizzato?
I primi autorevoli commentatori della novella legislativa (4), interpretando l'intento del legislatore, ritennero che la dimostrazione dell'effettivo ricorso, da parte degli associati, ad atti intimidatori, non fosse necessaria, purchÃ© gli stessi si proponessero di avvalersene per il raggiungimento degli scopi dell'associazione.
Era certo infatti che, rientrando tra le finalitÃ della novella quella di anticipare la soglia della punibilitÃ , creando una definizione della consorteria mafiosa tale da cogliere anche l'aspetto sociologico del fenomeno, subordinare l'applicabilitÃ della sanzione alla prova dell'effettivo compimento di atti intimidatori, significava ridurne sensibilmente il campo operativo nonchÃ© le concrete possibilitÃ di applicazione.
Anche perchÃ©, si diceva, la forza intimidatrice non Ã¨ una modalitÃ esecutiva del programma criminoso degli associati, ma si sostanzia nella capacitÃ dei sodalizi mafiosi di creare intorno a sÃ© un alone di timore diffuso, spesso derivante dal vincolo in sÃ© e per sÃ© considerato, nonchÃ© dalla consapevolezza delle sue enormi potenzialitÃ o minacce, assai difficili da provare proprio in virtÃ¹ di quella condizione di assoggettamento ed omertÃ che ad essi consegue.
Tale lettura della norma, sebbene retta dal lodevole intento di agevolare la repressione del fenomeno mafioso, non ha convinto coloro che vi hanno ravvisato il pericolo di aprire la strada ad inammissibili processi alle intenzioni, contrari al principio costituzionale di materialitÃ (5).
La condotta punibile descritta dall'art. 416- bis c.p., insomma, non poteva e non doveva consistere nell'associarsi con l'intenzione (non necessariamente manifestata) di valersi del Â«metodo mafiosoÂ», poichÃ© in tale comportamento non avrebbe potuto ravvisarsi alcuna lesione dell'oggetto giuridico della tutela penale.
Era ovvio, allora, scorgere la peculiaritÃ dell'associazione di tipo mafioso nell'associarsi non giÃ per un determinato scopo, bensÃ¬ con determinate caratteristiche, consistenti in comportamenti, o anche in semplici atteggiamenti, traducibili nell'ambiente ove si manifestano in ben precise minacce, dirette a chi volesse eventualmente non assoggettarsi alle condizioni dettate dall'associazione.
3. La soluzione interpretativa scelta da ultimo in dottrina (ed anche in giurisprudenza) trova chi scrive, per diversi motivi, concorde: non Ã¨ possibile, come pure taluno ha fatto, aggirare il preciso disposto letterale della norma Â«si avvalgonoÂ» (che ha sostituito il gerundio Â«valendosiÂ» contenuto nell'originario progetto di legge), sostenendo che l'uso dell'indicativo corrisponderebbe ad esigenze meramente definitorie del legislatore, non interferenti nella struttura obiettiva della norma, atta a reprimere il fenomeno mafioso giÃ dal momento meramente associativo (6).
Infatti: o l'associazione mafiosa Ã¨ formata, ed allora essa necessariamente possiede le sue caratteristiche, tra le quali, primariamente, la forza intimidatrice, che Ã¨ stata dal Turone paragonata, con felice espressione, all'Â«avviamentoÂ» dell'azienda; ma se la forza di intimidazione non sussiste, pur in presenza di una congregazione di persone che si propongono il perseguimento dei medesimi scopi di cui all'art. 416- bis c.p., Ã¨ evidente che la fattispecie applicabile, ove ne ricorrano gli estremi, sarÃ solo e soltanto l'art. 416 c.p.
D'altra parte, se l'art. 416- bis c.p. delineasse un reato meramente associativo, il legislatore avrebbe adoperato formule analoghe a quelle degli altri reati meramente associativi (art. 270 c.p., art. 306 c.p., art. 416 c.p.): il fatto Ã¨ che nell'associazione di tipo mafioso il dolo specifico, descritto nei reati meramente associativi con proposizioni come Â«dirette aÂ» (art. 270 c.p.), Â«per commettereÂ» (art. 306 c.p.), Â«allo scopo di commettereÂ» (art. 416 c.p.), Ã¨ stato in parte assorbito dall'elemento oggettivo del reato.
Se, infatti, si presta attenzione alla formulazione letterale e strutturale della norma (Â«L'associazione Ã¨ di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertÃ che ne deriva per commettere delitti..Â«Â»), non potrÃ non notarsi che l'elemento caratterizzante, vale a dire il Â«metodo mafiosoÂ», Ã¨ logicamente e strutturalmente antecedente a quello, di natura prettamente soggettiva, costituito dalla descrizione delle finalitÃ , lecite e non, per il raggiungimento delle quali l'associazione viene costituita.
D'altra parte, la definizione stessa di dolo specifico, come fine particolare dell'azione che sta oltre il fatto materiale tipico (7), non si attaglia ad un comportamento giÃ di per sÃ© idoneo a rappresentare il disvalore penale sanzionato dal precetto.
Se cosÃ¬ non fosse, l'associazione mafiosa cd. Â«pulitaÂ», che persegue cioÃ¨ il fine di Â«acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attivitÃ economiche, di concessioni, di autorizzazione, appalti e servizi pubbliciÂ», sarebbe assoggettabile a sanzione penale per la sola intenzione di avvalersi della forza intimidatrice del vincolo, dato che, in tal caso, non sarebbe possibile individuare elementi di illiceitÃ penale nel fine perseguito dagli associati.
La forza di intimidazione fa dunque parte, e nello stesso tempo individua, l'associazione di tipo mafioso (8), ed Ã¨ per questa ragione che il giudice non puÃ² prescindere dall'accertamento della sussistenza di tale elemento.
Ecco perchÃ©, come si Ã¨ giustamente rilevato, l'aver sussunto il metodo mafioso all'interno della struttura oggettiva del reato, oltre a creare problemi interpretativi dovuti all'indeterminatezza del precetto, ha aggravato la situazione probatoria, in quanto non Ã¨ sufficiente dimostrare l'esistenza dell'associazione, ma Ã¨ altresÃ¬ necessario dimostrare l'uso della forza intimidatrice.
A tal fine, tuttavia, si Ã¨ sostenuto che la prova della sussistenza della forza intimidatrice non postula il compimento, da parte dei singoli associati, di atti diretti ad intimidire, purchÃ© la presenza di quel clima di timore diffuso nei confronti dell'associazione, e soprattutto la consapevolezza delle conseguenze di una eventuale disobbedienza alle richieste esplicite o larvate dei suoi membri, possano essere desunti da altre circostanze obiettive.
La decisione in commento, per esempio, giunge ad affermare l'esistenza della forza intimidatrice non giÃ sulla base dell'acquisita prova del compimento di violenze o minacce, bensÃ¬ in considerazione del tenore di un colloquio telefonico tra il capo della associazione ed un commerciante della zona, dal quale, anche in mancanza della formulazione di esplicite minacce, Â«emerge perÃ² l'evidente timore, e quasi la certezza, dell'imprenditore che un suo rifiuto sarebbe seguito da ritorsioniÂ».
4. Gli accesi contrasti sorti intorno all'interpretazione dell'art. 416- bis c.p. impongono qualche considerazione sulla formulazione della norma, nonchÃ© sulla necessitÃ e sul significato della sua introduzione.
Il ricorso, nel linguaggio normativo, ad elementi sociologici vaghi o indeterminati (forza intimidatrice, condizione di assoggettamento, omertÃ ) non Ã¨ infatti mai auspicabile, in quanto, riferendosi a parametri estremamente equivoci, rende assai ardua, nonostante gli sforzi interpretativi, l'individuazione dei confini dell'area dell'illiceitÃ penale, aumentando le possibilitÃ di verificazione di decisioni di segno opposto (9).
Indubbiamente, le difficoltÃ ermeneutiche generate dalla insolita formulazione della norma, hanno avuto riflessi negativi sulla capacitÃ della stessa di rispondere alle esigenze repressive sottostanti alla sua introduzione.
Si pensi soltanto alle decisioni che, interpretando rigidamente il concetto di omertÃ , come condizione di rifiuto sistematico, assoluto e generalizzato di collaborazione con la giustizia, sono giunte ad affermare la non configurabilitÃ del delitto poichÃ©, avendo un solo soggetto denunciato l'attivitÃ illecita dell'associazione, sarebbero venute meno quelle barriere di intimidazione ed omertÃ che caratterizzano il comportamento punibile (10).
Ma l'introduzione dell'art. 416- bis c.p. era veramente necessaria?
Secondo l'orientamento dottrinale tradizionale, la riconduzione delle associazioni mafiose entro i confini dell'art. 416 c.p. non assicurava la repressione delle stesse, in quanto tale norma richiede il perseguimento di finalitÃ criminose, mentre le finalitÃ perseguite dalle congregazioni mafiose possono anche essere, notoriamente, di natura economica, politica, o comunque non illecite in sÃ© e per sÃ© (11).
Altri autori hanno invece sostenuto che la difficoltÃ di applicare l'art. 416 c.p. alle associazioni mafiose Â«puliteÂ» (che perseguono, vale a dire, scopi non criminosi) avrebbe potuto essere agevolmente superata, in quanto la formazione di un sodalizio avente simili caratteristiche Â«implica necessariamente un accordo sul ricorso ad un comportamento penalmente rilevante, quantomeno nella prospettiva dei reati di minaccia e di violenza privata tentata; sicchÃ© l'applicabilitÃ dell'art. 416 c.p. avrebbe trovato giustificazione nella circostanza che i (presunti) fini leciti delle associazioni mafiose vengono perseguiti attraverso un obiettivo strumentale rappresentato dalla realizzazione di condotte intimidatrici dotate di rilevanza criminosaÂ» (12).
Tali illecite condotte, quindi, sono insite nella struttura stessa dell'associazione.
Spesse volte, poi, non puÃ² tacersi che la minaccia mafiosa Ã¨ sottile ed allusiva, talchÃ© potrebbe ben affermarsi che la condizione di assoggettamento e di timore diffuso derivi piÃ¹ dalla esistenza stessa del vincolo che da espliciti Â«avvertimentiÂ» (13).
Posto dunque che l'associazione mafiosa, anche se Â«pulitaÂ», non Ã¨ mai lecita, per il suo stesso porsi nei confronti dei consociati, deve concludersi che la nuova fattispecie di cui all'art. 416- bis c.p. era giÃ astrattamente ricomprensibile entro quella, piÃ¹ generica, di cui all'art. 416 c.p.
Chi si Ã¨ interrogato sulla funzione della nuova fattispecie (14) vi ha individuato un significato Â«educativoÂ», in quanto la criminalizzazione dell'associazione mafiosa ne evidenzierebbe il disvalore morale e sociale, ed un significato Â«politico - giuridicoÂ», in quanto la maggior severitÃ sanzionatoria si giustificherebbe in virtÃ¹ dell'attitudine necessariamente plurioffensiva dell'associazione di tipo mafioso (15).
Mi sembra tuttavia che gli scopi dell'introduzione della norma, riassumibili nell'anticipazione della soglia dell'illiceitÃ penale e nel maggior rigore repressivo, siano stati nella realtÃ frustrati dalle difficoltÃ interpretative, e quindi applicative, generate dall'infelice tecnica legislativa.
(1) Trib. Bari 24 ottobre 1987, Riv. it. dir. proc. pen., 1989, 1731 ss., con nota di Spagnolo, Ai confini tra associazione per delinquere ed associazione di tipo mafioso.
(2) Spagnolo, cit., 1732-1733.
(3) Antonini, Le associazioni per delinquere nella legge penale italiana, Giust. pen., 1985, 288-289; Neppi Modona, Il reato di associazione mafiosa, Dem. dir., 1983, 41, in part. p. 52.
(4) Fiandaca, Commento all'art. 1 della legge 13 settembre 1982 n. 646, Leg. pen., 1983, 261; Bertoni, Prime considerazioni sulla legge antimafia, Cass. pen., 1983, 1017.
(5) Madeo, Riscossione organizzata di tangenti da parte di pubblici ufficiali, intimidazione dei concussi e configurabilitÃ dell'associazione di tipo mafioso, in nota a Cass. pen., Sez. VI, 10 giugno 1989, e App. Genova 22 gennaio 1988, Riv. it. dir. proc. pen., 1990, 1177 ss., in part. p. 1203; De Liguori, L'oggetto giuridico della tutela penale nell'art. 416 bis: limiti e funzioni, in nota a Cass. pen., Sez. I, 30 gennaio 1990 n. 1345, in part. p. 1714.
(6) Fiandaca, op. cit., 262.
(7) Mantovani, Diritto penale, Padova, 1988, 314.
(8) Turone, Le associazioni di tipo mafioso, Milano 1984, 81.
(9) Mantovani, op. cit., 102.
(10) Trib. Savona 8 agosto 1985; App. Genova 22 gennaio 1988, cit.
(11) Antolisei, Manuale di diritto penale, parte speciale, vol. I, Milano 1982, 714.
(12) Fiandaca, op. cit., 265.
(13) Non si dimentichi, tra l'altro, che per la costante giurisprudenza i reati di minaccia e di violenza privata (art. 610 e 612 c.p.) sono integrati anche qualora l'agente non formuli esplicite minacce, ma si limiti ad assumere un atteggiamento intimidatorio: Cass. 11 giugno 1980, Cass. pen. 1982, 110; Cass. 10 ottobre 1979, Cass. pen. Mass., 1981, 565.
(14) Fiandaca, op. cit., 266.
(15) Sulla natura plurioffensiva dell'associazione mafiosa vedi in particolare: De Liguori, L'oggetto giuridico, cit., 1715-1716.
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