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Timestamp: 2017-08-17 03:51:57+00:00
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Matched Legal Cases: ['§ 4', '§ 5', '§ 3', '§ 2', '§ 2', '§ 4', '§ 5', '§ 3']

Il documento Etica e Finanza - Oikonomia - Rivista di etica e scienze sociali
Contributo alla riflessione di un Gruppo di Lavoro presso l’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e del Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana
Il documento di 43 pp. è stato terminato nel maggio 2000 e presentato ufficialmente il 23 ottobre successivo a Roma presso la Pontificia Università Salesiana. La sua preparazione si è estesa su tre anni di lavoro tra una decina di esperti, tra i quali hanno dato un contributo maggiore i docenti romani Helen Alford (Angelicum), Paolo Carlotti (Università Salesiana), Francesco Compagnoni (Angelicum), Ferruccio Marzano (Roma I), Gianni Manzone (Università Lateranense) e Mario Toso (Università Salesiana). Altre esperti della finanza e della pastorale del lavoro sono stati ascoltati durante i lavori preliminari, mentre don Mario Operti, - responsabile dell’Ufficio - ha fornito il quadro organizzativo ed istituzionale.
Il testo originale può essere richiesto all’Ufficio Nazionale, Circonvallazione Aurelia 50, 00165 Roma
Diamo di seguito l’Indice Generale ed un ampio estratto delle parte più significative.
2. La valutazione morale degli atteggiamenti e del comportamento in ambito finanziario
2.1 La morale e i campi d’azione umana specifici
2.1.1 Il moralmente buono e il tecnicamente efficace
2.1.2 Il moralmente buono e il giuridicamente lecito
2.1.3 Il moralmente buono e il consensualmente stabilito
2.1.4 Il moralmente buono e lo storicamente possibile
2.2 Il bene comune
2.3 Gli atteggiamenti e gli orientamenti morali: virtù e vizi
2.4 La promozione della finalità morale nel sistema economico-finanziario
3. La situazione della finanza oggi
3.2 Il ruolo della finanza nell’economia. Aspetti interni e internazionali
3.3 Codici deontologici e principi morali nella finanza
3.4 Effetti della finanza sulla realtà economica e politica
4. La Dottrina sociale della Chiesa e alcuni indirizzi di applicazioni morali
4.1 La Dottrina sociale della Chiesa
4.1.1 Ricchezza e concentrazione del potere
4.1.2 L’esigenza della solidarietà
4.1.3 La priorità del lavoro nei confronti del capitale
4.2 Le forme del bene comune nel mondo finanziario
4.3 Etica del mercato del credito
4.4 Etica del mercato dei capitali
4.4.1 La speculazione
4.4.2 Gli investimenti
4.4.3 Le imprese
4.4.4 Dimensione sociale e politica internazionale
4.4.5 Sfide della finanza all’etica e l’educazione all’uso del denaro
5. Schede esemplificative
1. Sul sistema bancario interno
2. Sul mercato interno dei capitali
3. 5.3 La Tobin Tax
4. La remissione del debito internazionale
Una volta attirata l’attenzione sulla necessità e il modo di tener libero l’approccio morale da possibili fraintendimenti, si procede alla progressiva definizione del bene morale coinvolto nell’attività finanziaria, procedendo gradualmente dai concetti morali più ampi in cui risulta inscritta.
La questione morale in campo economico viene posta primariamente dal riferimento al concetto di bene comune, concetto che è insito strutturalmente nella definizione tomista di ogni tipo di legge, che è appunto un ordinatio rationis ad bonum communis (progetto razionale e normativo per il raggiungimento del bene comune) a significarne la struttura intersoggettiva.
Il criterio del bene comune sarà esplicitato nel § 4.2 di questo documento; sembra però opportuno ribadire già qui che tale concetto ha una dimensione primariamente qualitativa che verte sul tipo di relazioni interpersonali e sociali instaurate, e non solo quantitativa, vertente cioè sui beni strutturali e materiali da rendere disponibili, secondo l'indicazione conciliare: "nell'insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni, il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione" 1. E' prima di tutto bene di ciò che tra i beni è il più prezioso, è bene delle persone secondo le persone nel loro essere l'una di fronte all'altra.
L'utile si incontra qui col buono, e si presenta non come una categoria ad esso estranea e con esso non coniugabile: lo diventa solo nel caso in cui esso è perseguito in modo assolutizzato e svincolato da qualsiasi riferimento ulteriore, cioè più generale.
Il teorema del bene comune informa di sé il rapporto con i beni terrestri, in quanto usandoli l'uomo moralmente giusto ha di mira la custodia della sua costitutiva apertura all'altro e trasforma questo rapporto in uno spazio di vera fraternità: si introduce così il raccordo con il tema della proprietà privata e con i criteri che moralmente la giustificano 2.
La riflessione originata nel concetto di bene comune, sviluppata nella riflessione circa l'utilizzo comune dei beni posseduti, si precisa ulteriormente nella determinazione del giusto interesse ottenibile dal prestito di risorse finanziarie. Esso è tale quando assicura il mantenimento nel tempo del suo valore, ricompensa del mancato introito generato dalla temporanea mancata disponibilità dello stesso da parte del proprietario, copre il rischio del possibile fallimento dell'investimento operato, corrisponde alla maggiore produttività (investimento non bancario): oltre questi criteri si dà la possibilità di un ingiusto guadagno, un ingiusto possesso di beni, una lesione inferta al bene comune, un misconoscimento della costitutiva interpersonalità della persona umana. . . .
Emerge infine, a livello di sistema economico-finanziario, il problema tecnico di come al meglio perseguire, nelle situazioni date, l'obiettivo appena focalizzato. Si deve badare da una parte all'effettiva praticabilità ed efficacia dello strumento scelto e dall'altra a riproporre la questione della sua sufficienza a fronte della necessità di una globale revisione delle dinamiche proprie e di fatto attualmente esistenti nel mercato finanziario. Si prospetta cioè da una parte un'azione di correzione e di contenimento degli effetti più problematici della gestione della finanza attuale - al proposito merita certamente una accurata considerazione la proposta di tassazione delle transazioni - e dall'altra la strategia di dar vita e storia a sistemi strutturalmente diversi ed alternativi, per evitare un predominio unilaterale. Si tratta di agire controfattualmente, cioè di promuovere la miglior figura possibile oggi di un’economia che invece tende a riproporsi in modo invariato.
Stando così le cose, una problematica attuale ed urgente è la valutazione morale del comportamento dei singoli all'interno di un sistema economico moralmente opaco, in particolare si tratta di valutare l'effettiva possibilità dei singoli di sottrarsi ai suoi massicci condizionamenti. Se da una parte si delinea cioè il dovere morale di riforma e di cambiamento di sistemi finanziari moralmente oscuri, dall'altra il singolo è vincolato all'astenersi da comportamenti in sé lesivi del bene morale, in particolare da forme speculative moralmente riprovevoli. L'avallo sociale e giuridico non esime da una responsabilità morale vincolante verso l'oggettività morale, una volta che quest’ultima è stata vista ed accolta.
A questo proposito merita una particolare attenzione la destinazione dei fondi messi a disposizione degli intermediari finanziari. Sovente questa destinazione è sconosciuta al risparmiatore e i flussi finanziari si rivolgono spesso verso finalità non accettabili dal punto di vista morale. Emerge il dovere morale di informarsi e di distogliere prontamente i fondi da quelle istituzioni che non garantiscono certezze al proposito, per orientarli invece verso intermediari che garantiscano la massima utilità sociale.
Il magistero sociale di Giovanni Paolo II ha più di una volta ricordato la pesantezza del condizionamento quando esso persegue non in modo occasionale ma permanente la negatività morale. Diventa uno stimolo persistente ed organizzato che oscura e obnubila la chiaroveggenza della coscienza morale del singolo e ne blocca la sua efficace ed effettiva operatività 3.
In generale, oggi è acquisito che, puntando ad un ruolo per l’etica nell’economia, occorre esplicitare sempre sia quale teoria economica si segue sia quale etica, e più in particolare quale morale sociale, si sottoscrive. Il punto è che non tutte le teorie economiche si prestano ad accogliere, come presupposti che contano per le proprie proposizioni iniziali ed argomentazioni, specifiche ed esplicite premesse di valore. In effetti, soltanto se si fa riferimento ad una teoria economica aperta, non autosufficiente, non autoreferenziale, non chiusa a qualsiasi apporto esterno, si avrà la possibilità che premesse o giudizi di valore di ordine morale orientino specificamente le conclusioni ed azioni di tipo economico. Invece, tale possibilità è preclusa allorché – com’è il caso per le pur prevalenti teorie neoclassiche, neoliberiste, monetariste, quelle del cosiddetto "pensiero unico" dominante – si abbia a che fare con teorie chiuse, autoreferenziali, autopoietiche (cioè, quelle che non accettano alcun elemento di riflessione che non sia strettamente proveniente dal campo dell’agire economico).
Al contrario è l’ "economia al servizio dell’uomo" o "economia sociale" esempio tipico di teoria economica aperta al ruolo essenziale delle premesse morali nello svolgimento dei ragionamenti di carattere economico e, dunque, è specificamente adeguata al fine di portare avanti un discorso sul rapporto tra etica ed economia.
D’altro canto è un’etica di valenza oggettiva ed universale, antropologicamente fondata, quale quella proveniente dalle posizioni della morale sociale cristiana ed in particolare cattolica, che risulta idonea a fornire quelle premesse valoriali necessarie ad indirizzare il discorso economico in una direzione che rappresenti un vero e proprio arricchimento e completamento, rispetto a proposizioni e conclusioni per loro natura individualistiche e relativistiche come quelle dell’economia.
Dal momento che la finanza è parte integrante, in quanto strumento, dell’economia, le precisazioni sopra fatte si applicano ad essa interamente; anzi tale applicazione rappresenta oggi una componente cruciale del più generale orientamento perseguito dagli economisti che sottoscrivono l’economia al servizio dell’uomo.
In effetti, la finanza è oggi non solo parte fondamentale del discorso economico, bensì si avvia ad essere sempre più un suo aspetto assorbente ed anche fuorviante. Mentre in linea di principio finanza, credito, moneta dovrebbero fornire gli strumenti per veicolare le risorse reali, nell’esperienza concreta del capitalismo contemporaneo – specialmente sul piano internazionale – troppo spesso prendono il posto delle risorse reali stesse nell’interesse e nell’attenzioni di tanti operatori economici e di molti studiosi.
Si comprende allora come, in una visione dell’economia attenta alle motivazioni etiche ed ai presupposti morali, si deve quanto meno lanciare un grido d’allarme e chiarire come e perché è tempo che si dica esplicitamente come stanno le cose e come e perché occorre che si adottino delle misure di regolamentazione e di controllo dei mercati finanziari, soprattutto a livello internazionale, anche se non vanno taciute le molte difficoltà che si interpongono rispetto ad una loro concreta attuazione.
Oggi è ormai noto e generalmente accettato che moneta, credito, finanza svolgono un ruolo fondamentale, sebbene ancillare, di strumenti, nello svolgimento dei fatti ed andamenti economici. Si tratta sia delle più tradizionali funzioni di fornire le unità di conto, misura, confronto e scambio per i vari beni e servizi reali, sia di quelle sempre più attuali di "riserva di valore", e di trasferimento dei fondi fra i cosiddetti settori istituzionali in surplus e quelli in deficit dell’economia. A tal fine si sono via via affinati tutta una serie di strumenti monetari, creditizi e finanziari che, partendo dalla moneta-merce, sono passati alla moneta fiduciaria, cartacea e bancaria, ai titoli obbligazionari ed azionari, ai titoli cosiddetti derivati, derivati dei derivati, sintetici di oggi, alla moneta elettronica che si annuncia essere quella dominante nel futuro.
Parallelamente, si sono sviluppati ed affinati i mercati della moneta, del credito bancario, dei capitali finanziari o della borsa, dei cambi (vale a dire degli scambi fra monete di paesi diversi, le cosiddette valute o divise), fino ai mercati attuali – sempre più specializzati e sofisticati – dei vari titoli primari, secondari, derivati, sintetici.
Il punto di fondo è che tutti questi sviluppi – nati per facilitare lo svolgimento della vita economica reale, dunque della produzione, distribuzione, fruizione dei beni economici necessari al soddisfacimento dei bisogni umani – hanno mantenuto rapporti via via meno diretti e più lontani coi fenomeni dell’economia reale ed hanno acquisito caratteri che, per dire, vivono di vita propria. Da questo punto di vista si sono posti e si pongono sia questioni tecniche di accertamento dell’effettiva rilevanza dei diversi strumenti finanziari ai fini della soluzione dei problemi reali dell’economia, sia questioni etiche di valutazione della loro corrispondenza ai presupposti valoriali insiti in una visione morale delle azioni umane.
Per dare tale valutazione occorre allora distinguere bene fra quelle che si possono chiamare la fisiologia, la patologia, e la zona grigia della finanza, nonché fra i suoi aspetti interni ed internazionali.
La fisiologia della finanza è costituita da tutte quelle operazioni in grado di rendere più fluido, efficace ed efficiente il funzionamento dell’economia reale e riguarda a tutt’e tre le sue funzioni sopra richiamate, solamente nella misura in cui concorrono alla soluzione dei problemi reali della produzione, del consumo, dell’investimento per merci e servizi finali e produttivi. A tal proposito moneta e titoli di credito svolgono un ruolo altamente positivo da tempo immemorabile.
Quanto in particolare allo spostamento di fondi fra settori istituzionali diversi, si tratta di credito diretto allorché fra i prestatori ed i prenditori di fondi ci si scambia direttamente i titoli rappresentativi dell’operazione effettuata; oppure di credito indiretto allorquando intervengono come intermediari alcune istituzioni specifiche (banche ed altri intermediari finanziari) che sono rispettivamente debitrici dei prestatori di fondi e creditrici dei loro prenditori, svolgendo l’importantissima funzione della diversificazione dei rischi e del soddisfacimento delle differenti necessità, di luogo e di tempo, dei prestatori e prenditori interessati. Tradizionalmente, certe economie hanno visto maggiormente sviluppato il credito diretto e, quindi, i mercati di borsa o dei capitali finanziari, mentre altre economie (tra cui quella italiana) hanno preferibilmente percorso la strada del credito indiretto con conseguente maggiore sviluppo degli intermediari bancari ed altre istituzioni creditizie.
Oggi, il fenomeno nuovo, che si espande a ritmi spesso frenetici, è quello dello sviluppo dei titoli derivati e sintetici, vale a dire di titoli di credito che – come dice il termine – derivano da quelli rappresentativi di rapporti diretti fra creditori e debitori risultando però solo collegati in modi sempre più lontani e complessi ai titoli del credito diretto, titoli dei quali, per così dire, sono emanazione. In proposito si discute fra gli addetti ai lavori se si tratti ancora di strumenti finanziari, oppure se non si debba ormai parlare di strumenti monetari, ovviamente di tipo diverso dalla moneta fiduciaria dei nostri giorni (per non parlare di quella metallica prevalente nel passato).
A questo punto, diviene particolarmente rilevante la distinzione fra aspetti interni ed internazionali della finanza.
Intanto è da notare che quello che si è detto finora è sostanzialmente riferito agli aspetti interni. Si è avuta in mente, quindi, la dimensione nazionale delle economie, cioè quella che negli ultimi quattro-cinque secoli è stata la dimensione storica "naturale" dei fatti ed eventi economici, mentre oggi lo è sempre meno. Gli aspetti internazionali dell’economia, sempre più prevalenti per tanti rispetti ma soprattutto nel campo finanziario e valutario, nell’epoca attuale della globalizzazione, esigono un discorso ben più articolato rispetto a quello attinente gli aspetti interni.
La fisiologia tradizionale dell’impiego di fondi all’estero concerneva sostanzialmente il verificarsi di movimenti di capitali finanziari a medio e lungo termine, capitali utili al fine di trasferire fondi dal risparmio in eccesso nei paesi "maturi" alle necessità per investimenti, altrimenti non finanziabili, nei paesi in via d’industrializzazione e di sviluppo. Solo per quote limitate nell’ammontare e prevedibili nello spazio e nel tempo, erano coinvolti spostamenti di fondi liquidi per impieghi a breve termine, soprattutto con intenti di arbitraggio (nello spazio) o di speculazione (nel tempo) concernenti le valute o divise di questo o quel paese estero. Anche quando si era in presenza di speculazione, questa veniva a svolgere un ruolo positivo; e ciò nella misura in cui concorreva a stabilizzare nel tempo il valore esterno di una moneta, anche indipendentemente dal fatto che si fosse di fronte a regimi di cambio fisso o fluttuante.
Prescindendo dagli aspetti più propriamente patologici (innanzi tutto riciclaggio di denaro sporco, così come l’usura sul piano interno), in quanto il discorso in proposito sarebbe di tutt’altro genere, oggi avviene sempre più spesso di trovarsi di fronte ad una zona grigia, zona nella quale la speculazione diventa così massiccia, ampia e persistente da presentarsi generalmente come fortemente destabilizzante e iniqua.
L’ultima crisi finanziaria mondiale dalla metà del 1997 alla metà del 1999 ha specialmente ed emblematicamente coinvolto molte economie emergenti ed a rapida crescita dell’Estremo Oriente, oltre che importanti paesi come Brasile, Argentina, Russia, ed altri ancora, e non è detto sia da considerarsi superata del tutto. Tale crisi ha abbondantemente mostrato che gli elevatissimi e continui movimenti di capitali finanziari, particolarmente quelli di tipo fortemente speculativo del cosiddetto denaro caldo, concernenti specificamente i titoli derivati, derivati dei derivati, sintetici ed ancora e sempre più le operazioni speculative effettuate dai cosiddetti hedge funds (operazioni che prevedono acquisti e vendite contestuali di titoli di ogni genere), sono diventati fonte consistente di fenomeni che vanno ritenuti gravi. Si tratta, in particolare, di fenomeni quali: la continua instabilità dei mercati, e non solo di quelli finanziari, ma anche – tramite i cosiddetti effetti di spillover (ricaduta) – gli stessi mercati reali; gli enormi e concentrati, quanto volatili, arricchimenti per pochi a fronte di perdite più durature per molti, soprattutto piccoli risparmiatori; la distrazione di ingenti risorse dagli scopi più propriamente produttivi, specialmente quanto alle economie più povere e bisognose del pianeta.
Va, tra l’altro, sottolineato il ruolo crescente che hanno in proposito i cosiddetti aspetti immateriali della globalizzazione finanziaria, vale a dire quelli legati all’uso delle tecnologie informatiche e telematiche che si diffondono rapidissimamente a tutti i livelli ed in particolare quanto alla trasmissione elettronica ed automatica di ordini per massicci acquisti o vendite di titoli i più diversi che si susseguono freneticamente, anche più volte al giorno, da una piazza finanziaria all’altra, e successivamente magari in direzione esattamente inversa rispetto a quella precedentemente battuta, e per ammontari sempre ingenti.
C’è poi l’intero comparto delle operazioni di acquisto e vendita di tipo speculativo e di ordine ugualmente destabilizzante effettuate su monete estere, quelle – come già richiamato – cosiddette su valute o su divise. Ciò si verifica, tramite operazioni tese a lucrare sulla prevista svalutazione o sul deprezzamento del cambio di una certa moneta, allorché, in previsione di tale evento, se ne effettuano vendite massicce che fanno precipitare l’evento stesso, cosicché gli speculatori intascano la differenza fra riacquisti "a pronti" e vendite "a termine" già precedentemente stabilite. Lo stesso avviene con operazioni tese a lucrare effettuando intensi acquisti in previsione della rivalutazione, o dell’apprezzamento, del cambio e contribuendo fortemente, così, a determinarlo, cosicché gli speculatori intascano analogamente la differenza fra vendite "a pronti" e riacquisti "a termine" già contrattati. Tali operazioni sono particolarmente criticabili perché nelle perdite sono direttamente coinvolti i paesi sul piano macroeconomico e non, come nel caso dei titoli, singoli comparti di un’economia che, però, a loro volta possono anche essere rappresentativi di quote elevate della ricchezza nazionale e, comunque, coinvolgono consistenti fette di mercati, banche, imprese con tutte le persone che vi lavorano o la maggior parte di esse.
Infine, oltre che a livello nazionale e mondiale, in Italia il discorso va ovviamente portato avanti anche a livello europeo, sia per le novità legate all’introduzione dell’Euro ed alla sua stabilità/instabilità , sia per le gravi distorsioni derivanti dalle forti differenze, quanto al trattamento fiscale dei diversi impieghi di ricchezza finanziaria in titoli, esistenti fra i vari paesi in Europa.
E’ chiaro allora che vi sono un punto e un momento nell’evoluzione degli strumenti finanziari – sia di quelli indiretti, sia soprattutto di quelli diretti – a partire dai quali la "zona grigia" diviene così estesa ed invadente che il giudizio sulla speculazione in titoli o in moneta non può più essere positivo, ma negativo. Come precisato, i fenomeni speculativi a breve e brevissimo termine si presentano oggi come ingenti, frenetici, volatili. Essi coinvolgono in tempo reale i flussi finanziari internazionali da e per tutte le piazze del mondo ed impediscono, in particolare, il formarsi di flussi di capitali a medio e lungo termine che dovrebbero prioritariamente essere diretti verso i paesi poveri i quali ne hanno tanto bisogno per il loro sviluppo economico. Pertanto non è proprio possibile riguardarli positivamente, ma occorre considerarli per quello che veramente sono, senza farsi condizionare da false ipotesi sulla neutralità o, peggio ancora, il ruolo efficiente ed efficace dei loro frenetici andamenti.
Si comprende poi che sono solo necessari, ma nient’affatto sufficienti i cosiddetti Codici di comportamento o deontologici, che impongono il soddisfacimento di determinati requisiti o di specifiche regole nei comportamenti degli operatori quali la trasparenza, l’onestà, la correttezza, l’imparzialità, la professionalità, ecc. Si tratta infatti di parametri che, certamente, vanno tutti condivisi, ma che non possono soddisfare pienamente chi ritiene che per qualificare come eticamente valida una certa condotta occorre un qualche cosa di più che la correttezza formale, un di più che si può acquisire solo dando alla condotta personale una valenza di carattere generale, più propriamente di ordine universale ed ontologicamente fondato.
Una valenza di questo tipo è indispensabile, ed è possibile conseguirla una volta che si parta da criteri di giudizio morale preesistenti ed oggettivi, rispetto a qualsiasi condotta specifica e concreta, in qualsiasi campo della vita socio-economica ci si trovi ad operare. Questo vuol dire che è necessario che si parta da principi e criteri generali di etica sociale quali, in particolare, quelli della morale sociale cristiana e più precisamente cattolica.
E’ così che non basta ragionare - come si fa correntemente - in termini di "etica della finanza", ma occorre farlo in termini di "etica nella finanza" ovvero di "etica e finanza". Intendendo con ciò che la eticità non si può restringere ad alcuni atteggiamenti dell’operatore (quali la correttezza verso i mandanti, ad es.) bensì che è necessario introdurre nelle strutture profonde del mercato le esigenze della morale, quali sono espresse, ad es., dal criterio del bene comune.
E’ allora che non si possono non capire e respingere proposte di regolamentazione sul fronte internazionale e di controllo di comportamenti della finanza e dell’economia assolutamente ed imprevedibilmente frenetici, peregrini ed iniqui – quali la nota Tobin Tax (Cfr. la corrispondente Scheda esemplificativa: § 5.2) o forme consimili di qualche deterrente (i cosiddetti granelli di sabbia) che si propongano per il mercato finanziario nazionale. In caso contrario, tali comportamenti non potranno non determinare quelle pesanti storture ed inefficienze che qui sono state sinteticamente prospettate.
Per scendere ad un livello meno formale, sarà utile sottolineare come gli aspetti positivi delle attività finanziarie siano vanificati dalle disfunzioni e dalle instabilità quando queste divengono prevalenti, e come vengano anche messi in pericolo da una diffusa ideologia neoliberista di impronta consumistica. Lo sviluppo contemporaneo della finanza manifesta una preferenza per il rendimento a breve termine. Il desiderio di profitto delle imprese e di benessere delle famiglie vogliono essere soddisfatti sempre più velocemente anche a costo di comportamenti indebitamente considerati irrazionali in altre epoche. Il mercato monetario e finanziario funziona allora ventiquattro ore su ventiquattro e ha un carattere largamente speculativo.
Tra gli effetti indubbiamente negativi vanno annoverati:
a) l’impossibilità di una giusta ripartizione del potere e della ricchezza a livello internazionale. L’intermediazione finanziaria, che di per sé contribuisce alla distribuzione delle risorse, agisce sovente contro la giustizia sociale e contro il principio delle pari opportunità per tutti.
b) il fatto dell’uso utilitaristico della finanza, in diversi paesi tra i quali l’Italia, l’ha asservita ad investimenti voluttuari ed improduttivi e quindi ad un’economia di indebitamento che costituisce anche per le generazioni future un’eredità pesante.
c) il fatto che negli attuali sistemi economici appaiono posizioni di rendita eccessive che consentono guadagni facili e che nel nostro Paese sono collegate al debito pubblico, a settori protetti, alla corruzione alimentata da ambienti politici ed affaristici con danni per l’imprenditorialità e l’efficienza economica.
d) l’uso spregiudicato della speculazione. Se è vero che la finanza è sostanzialmente osservazione (appunto da speculare), una speculazione esasperata finisce per distruggere la finanza medesima e per pregiudicare il buon funzionamento dell’economia produttiva. Pertanto sono da considerare in modo assolutamente negativo l’arricchimento rapido mediante l’ utilizzazione abusiva di informazioni riservate, o gli investimenti in guerre o in Paesi ove il lavoro è sfruttato, oppure il provocare ‘bolle finanziarie’ tramite accrescimento speculativo del valore di interi mercati.
e) l’esasperato clima di competitività fra le imprese finanziarie, al punto che le autorità sono impotenti. In tali situazioni la funzione sociale di molti intermediari viene meno, giungendo a perdere anche le funzioni mutualistiche e lasciando spazio a fenomeni d’usura.
4. Dottrina sociale della Chiesa e alcuni indirizzi di applicazioni morali
L’analisi delle indicazioni della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) ha lo scopo di reperire elementi necessari per un giudizio etico sulle attività finanziarie nella loro concretezza storico-economica, alla luce della fede.
Considerando l’attività economica in quanto "ha attinenza con la morale" (Quadragesimo Anno, n.41) la DSC si radica nella tradizione biblica. Se l’Antico Testamento considera la ricchezza come una partecipazione alla creatività di Dio, afferma pure la pericolosità della ricchezza per il credente. Il sospetto del Nuovo Testamento a riguardo della ricchezza, il detto di Gesù che "è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno di Dio" (Mt 19,24) e l’enfasi dalla Chiesa primitiva sui danni della grande ricchezza sono un costante punto di riferimento dell’insegnamento sociale della Chiesa.
La Chiesa, pur avendo nell’epoca contemporanea tenuto conto lentamente degli sviluppi economici e finanziari avvenuti nel tempo, non ha mai cessato di mettere in guardia il credente riguardo al denaro e al suo uso. Infatti, come già ricordato, l’importanza di esso deriva solo dal fatto che influenza direttamente o indirettamente molti tipi di rapporto interumano, essendo proprio questa la sua sede naturale, al di fuori della quale perde ogni potere. In questo contesto, la condanna ufficiale durata fino al sec. XVIII del prestito ad interesse poteva sembrare un’interpretazione troppo letterale di Lc 16,13. La proibizione del prestito ad interesse si spiega però molto bene nel contesto economico durato fino all’inizio dell’età moderna (economia di sussistenza, denaro come bene di scambio e non di investimento, abusi da parte degli usurai, assenza di un risparmio precauzionale, ecc.).
Non c’è nel Magistero sociale una trattazione etico-sistematica del denaro, del risparmio e dell’investimento, delle banche e dei mercati finanziari. Sono presenti però alcuni temi connessi alle istituzioni finanziarie, temi che sono toccati solo di passaggio, in un approccio alla giustizia sociale che è stato plasmato primariamente dall’interesse per i lavoratori delle società industriali e recentemente per le maggioranze povere del mondo in via di sviluppo.
Dopo aver difeso il diritto alla proprietà privata, la Rerum novarum (1891) introduce un’esortazione all’elemosina:"Soddisfatte le necessità e la convenienza, è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. "Quello che sopravanza datelo in elemosina" (n.19). La ricchezza è concepita in termini essenzialmente statici come anche l’ordine sociale. Non è presa ancora in considerazione la possibilità che si potrebbe aiutare il povero con i risparmi investiti in qualche impresa produttiva.
La Quadragesimo anno (1931), scritta nel tempo della grande depressione, prende in conto "i cambiamenti che il sistema economico capitalista ha fatto dal tempo di Leone XIII" (n.108) ed è cosciente del ruolo dei mercati finanziari nell’economia industriale moderna, di cui condanna la dittatura a livello finanziario mondiale (n.105). C’è tuttavia la base per un approccio costruttivo al risparmio, all’investimento e ai mercati finanziari.
Nel documento dei Vescovi USA del 1933 Present Crisis è significativamente ripresa la preoccupazione di Pio XI circa la concentrazione di potere nelle mani di "duri, crudeli e implacabili magnati della finanza" (n.45).
4.1.2 L’esigenza di solidarietà
Questa esigenza è all’origine di numerosi interrogativi che la Chiesa rivolge all’economia: in che cosa lo sviluppo della finanza favorisce o ostacola la giusta ripartizione della ricchezza?
La Mater et Magistra (1961), partendo dalla prospettiva della separazione tra la proprietà "del capitale nelle grandi imprese produttive dal ruolo dell’imprenditore"(n.104) non propone l’abolizione della proprietà privata, ma di distribuirla più largamente "attraverso tutti gli strati dei cittadini"(n.113). Quale ruolo potrebbero giocare i mercati finanziari in questo processo ridistributivo non è detto, se non in riferimento al problema dell’agricoltura (n.134).
Dal Concilio Vaticano II in poi la DSC accentua l’attenzione al problema del sottosviluppo e diviene uno strenuo difensore dei poveri del Terzo Mondo. La Gaudium et Spes (1965) richiama gli individui, i gruppi e le pubbliche autorità che prendono decisioni circa la distribuzione dei beni e del denaro a " essere attenti a non danneggiare il loro proprio paese o altri nelle transazioni finanziarie ". Essa prende in considerazione anche il ruolo dei mercati finanziari nello sviluppo del Terzo Mondo (n.70). L’attenzione è verso le situazioni in cui le attività finanziarie vanno contro la solidarietà verso le vittime dello sviluppo capitalistico. Non c’è però ancora un tentativo di comprendere i mercati finanziari su una base sistematica.
La Populorum Progressio (1967) focalizza l’interesse sulle nazioni sottosviluppate. In questo contesto afferma che il diritto alla proprietà privata non può essere usato per giustificare la condotta rapace delle élites del Terzo Mondo (n.24). L’attività finanziaria sarebbe quindi complice di questa attività illecita. La giusta attenzione ad evitare "opinioni perniciose"(ideologia) circa l’economia sembra lasciare poco spazio per approfondire e comprendere i dinamismi strutturali economico-politici nel loro contesto storico concreto (Cfr. § 3.4).
4.1.3 La priorità del lavoro nei confronti del capitale (Cfr. § 2.1.1)
Con Giovanni Paolo II inizia un più sistematico approccio all’economia.
La Laborem Exercens (1981) rappresenta l’inizio di questo approfondimento. Il principio basilare "la priorità del lavoro sul capitale" riafferma la priorità della persona sulle cose, esigenza che tocca direttamente la questione del rapporto tra "sfera reale" e "sfera finanziaria"dell’attività economica (n.12).
Per quanto riguarda la sfera finanziaria, questa priorità si traduce in una duplice subordinazione del capitale al lavoro, da una parte quanto all’origine del capitale, dall’altra riguardo alla sua destinazione.
La proprietà si acquista precisamente "prima di tutto mediante il lavoro" (Laborem Exercens,14). I redditi da capitale sono menzionati soprattutto in un contesto di denuncia della speculazione (Crr. anche Quadragesimo Anno, 132). La possibilità di grandi e rapidi guadagni associati alle attività finanziarie non può rientrare nella visione tradizionale della Chiesa
D’altra parte la proprietà si acquista "perché essa serva il lavoro...l’unico titolo legittimo al possesso dei mezzi di produzione...è che essi servano al lavoro"( Laborem Exercens, 14). Qui viene posto il problema dell’investimento (l’uso del capitale). E’ripreso il costante nell’insegnamento sociale della Chiesa che gli investimenti debbono servire all’occupazione (Gaudium et Spes, 70).
La DSC si congiunge qui con i tradizionali argomenti in favore dell’investimento produttivo. Di fatto, gli investimenti finanziari delle imprese, di cui la sfera finanziaria ha favorito lo sviluppo, possono costituire uno storno del capitale dal suo oggetto, a detrimento cioè degli investimenti nella "sfera reale". La crescita delle attività finanziarie deve perciò essere sottoposta a discernimento in funzione della priorità del lavoro sul capitale, priorità che è centrale nel pensiero della Chiesa e che è legata alla visione personalista fondamentale del cristianesimo.
In questo ottica l’attività finanziaria moderna può considerarsi oggetto speciale della messa in guardia da parte della Sollecitudo Rei Socialis (1987) che vede nella "brama esclusiva del profitto"una delle due "strutture di peccato" più caratteristiche della nostra epoca."Si deve denunciare l’esistenza di meccanismi economici, finanziari e sociali che, sebbene essi siano manipolati da persone, spesso funzionano quasi automaticamente, accrescendo la situazione di ricchezza per alcuni e di povertà per gli altri (n.16). Il "quasi" indica che le strutture non devono essere trattate come un tutto deterministico. "Non è fuori posto parlare di strutture di peccato, che sono radicate nel peccato personale" (n.36). Si esorta specificamente alla riforma del sistema monetario e finanziario che danneggia le nazioni povere per l’eccessiva fluttuazione dei tassi di cambio e dei tassi di interesse (n.43). Si indica anche una cooperazione finanziaria e monetaria regionale tra le nazioni in via di sviluppo (n.45).
Nel magistero di Giovanni Paolo II troviamo indicazioni concrete per gli operatori della finanza. Per quanto riguarda la professione del finanziere, essa rimane compatibile con la legge morale se il suo lavoro è indirizzato al bene comune.(Discorso al comitato direttivo dell’UNIAPAC, 3 marzo 1991).
Il Catechismo della Chiesa Cattolica , nel capitolo sulla giustizia e solidarietà tra le nazioni, si riferisce alle cause che danno alla questione sociale una dimensione mondiale, ed esorta che "a sistemi finanziari abusivi se non usurai si deve sostituire uno sforzo comune per mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale, culturale ed economico, "ridefinendo le priorità e le scale di valori" (Centesimus Annus, 35)" (n.2438).
La responsabilità etica dei proprietari e degli amministratori di capitali finanziari viene approfondita dai Vescovi USA nella loro lettera pastorale del 1986 Giustizia economica per tutti (110-118). Essi sottolineano che la libertà economica e finanziaria deve essere protetta "ma la responsabilità di questa libertà verso il bene comune e le norme della giustizia deve essere assicurata"(n.110). "Nessuno può possedere le proprie risorse finanziarie in modo assoluto o controllare il loro uso senza riguardo agli altri e alla società come un tutto"(n.112). Essi sottolineano l’imperativo morale di indirizzare gli investimenti ai beni e ai servizi di base delle persone invece che ai prodotti superflui o alla tecnologia militare (n.92).
Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, trattando, nel 1986, dell’indebitamento internazionale, afferma:"L’indebitamento dei paesi in via di sviluppo si pone nell’ambito del più vasto campo delle relazioni economiche, politiche, tecnologiche che dimostrano l’accresciuta interdipendenza della nazioni.....Per questo la questione finanziaria e monetaria si impone oggi con urgenza4". In un’economia di mercato di solito è l’intermediazione finanziaria che opera "la distribuzione delle risorse". Ineludibile diventa, allora, la domanda: l’attuale gestione finanziaria delle risorse tende alla "destinazione universale dei beni"?
I Vescovi italiani a loro volta sottolineano l’esigenza di "un accesso più diretto e trasparente del risparmio delle famiglie italiane agli investimenti produttivi" 5 poiché "un maggiore e più qualificato investimento di capitale e un più elevato impegno nella ricerca e nell’innovazione riteniamo siano la risposta centrale ai problemi occupazionali europei"(n.62). Tale insistenza nell’indirizzare il risparmio dei cittadini verso gli investimenti produttivi è comprensibile quando si tiene conto che nella situazione italiana lo sviluppo del debito pubblico e le inefficienze dello stato sociale hanno impedito al mercato finanziario di funzionare in modo adeguato (nn.37-39).
4. 2 Le forme del bene comune nella società presente (Cfr. § 2.2)
I meriti e i demeriti dell’attività finanziaria ed economica in generale non possono essere diagnosticati per riferimento immediato al Regno di Dio, ma neppure per riferimenti a presunti bisogni dell’uomo rigidamente definiti a monte rispetto alla forme politiche della vita comune. Attraverso la tradizione dottrinale della Chiesa, che testimonia l’esperienza umana e cristiana della giustizia nelle diverse situazioni storiche e culturali, le comunità cristiane elaborano formulazioni di principio, come il criterio del bene comune, normative, come l’accennata proibizione del tasso d’interesse, o giudizi e interessamenti morali, come oggi per il debito del terzo mondo.
L’attuale questione economica e finanziaria va pertanto iscritta con accuratezza nella più complessa questione storico-civile senza presumere una transizione immediata da esigenze morali astratte (formalmente universali elaborati in altri secoli, enunciate senza riferimento alla storia) al giudizio operativo concreto. Si tratta di comprendere e valutare risvolti complessi e culturali dell’economia e della finanza: il rapporto tra evoluzione economica ed evoluzione della mentalità, del costume, della qualità dell’informazione e dei processi di formazione dell’opinione pubblica in genere, della stessa coscienza morale individuale, i possibili risvolti della trasformazione tecnologica sull’evoluzione civile complessiva, il consumismo, la dipendenza dai modelli di consumo indotti dai persuasori collettivi, la diminuita propensione al risparmio e la tendenza dell’indebitamento. Le cause di questi fenomeni sociali sono connesse al sistema economico complessivo.
Tenendo ben presente, accanto alla tradizione etico-religiosa cristiana, anche tale connessione è possibile raggiungere una comprensione adeguata - né ingenuamente moralistica né riduttivamente tecnicistica - dei fatti economici e finanziari e andare concretamente oltre la prospettiva procedurale che riduce l’etica alle regole sociali. Il bene (morale), infatti, non si identifica al giusto (legale). Anche se è necessario ed indispensabile impedire l’arbitrio e darsi delle regole, le quali rendano possibile la giustizia, si tratta di raggiungere il livello di quel bene morale nel quale soltanto il singolo può trovare speranza per il proprio destino e che non sia comunque puramente individuale e soggettivo, quindi incomunicabile. E’ quel bene invece che si media e si esprime anche nelle istituzioni civili ed economiche.
Ciò significa che nel campo dell’etica finanziaria, per esempio, non basta il criterio della trasparenza, e dunque il diritto del singolo a un’informazione adeguata. Si deve porre la questione dell’equità o meno di un certo tasso di interesse per depositi o finanziamenti, e non solo la questione della trasparenza dei criteri formali secondo i quali tali tassi sono fissati. In tal modo è possibile superare quell’interpretazione del mercato, che lo concepisce di fatto separato dalla società e dalla cultura. Un mercato dove la regola diventa quella di non occuparsi di ciò che farà il mio contraente con il bene o il servizio che gli cedo, o con il denaro che gli presto; anzi è necessario che di questo io non mi occupi. Di fronte a una tale regola di brutale individualismo, la coscienza morale del singolo e del cristiano in particolare reagisce indignata, poiché sono azzerate le regole propriamente morali del rapporto interumano; queste regole impongono infatti di mettere al primo posto la persona (ogni persona: me e gli altri), e dunque i suoi bisogni prima ancora che i suoi diritti. Si tratta di non cancellare la prossimità e la solidarietà, si tratta di non affermare unicamente il principio dell’indifferenza degli umani, chiamata uguaglianza.
Le istituzioni finanziarie sono chiamate, di conseguenza, ad informare le proprie strategie anche ad una visione politica (quindi con riferimento a tutto il corpo sociale) che interpreta e valuta dal punto di vista del loro valore sociale i singoli interventi di finanziamento. L’opportunità del profitto non è l’unico parametro in base al quale apprezzare la convenienza del finanziamento. E’ necessario far riferimento anche a criteri relativi al vantaggio sociale dell’attività in questione.
Il mondo finanziario dovrebbe dunque istituire un confronto più determinato e assiduo, e rispettivamente un proprio apporto positivo, nei confronti delle forme che assume il bene comune della società presente. Le pratiche finanziarie sono giustificabili se beneficiano anche la società, e solamente se anche la società è beneficata esse dovrebbero essere accettate.
La complessità e la sofisticata tecnicità delle operazioni finanziarie rende assai astratta tale struttura economica , nel senso che la coscienza morale non è normalmente e immediatamente in grado di avvertirne il rilievo in ordine alla determinazione dei rapporti interumani e alla configurazione complessiva della convivenza sociale. Per questo è così essenziale e necessaria la riflessione etica ed etico-religiosa.
Come già detto la questione etica non è un aspetto estrinseco aggiunto alle dimensioni economiche, sociologiche e politiche della finanza, ma è un modo di valutarle e renderle significative per l’azione umana. L’istituzione finanziaria è giustificabile, pertanto, quando essa realizza la sua natura e la sua funzione nella società. L’etica finanziaria può essere giustificata solo dalla natura dell’oggetto, cioè dalla funzione propria di finanza, dalla condotta e dal giusto scambio che corrisponde a questa funzione, cioè dai contributi della finanza alla promozione dell’uomo nell’economia. Il che è un altro modo di dire che la morale va realizzata nella finanza.
Le funzioni delle banche in rapporto ai clienti che depositano il loro denaro consistono nel facilitare e coordinare le transazioni di pagamento, nell’offrire il mantenimento della liquidità e le opportunità di investimento di capitali. Sorge l’impegno per la banca di ridurre i rischi per i loro depositi, di essere affidabile e sicura nella gestione dei conti correnti. I clienti si lamentano che spesso le transazioni di depositi sono lente mentre i prelievi dai loro conti sono immediati. Operando così le banche risparmiano interesse sui depositi e guadagnano un profitto addizionale: non è adempiuto però il criterio di giustizia nello scambio.
Il primo dovere delle banche verso i clienti che domandano prestiti sorge dalla natura stessa del prestito e della funzione della banca di provvedere capitale a rischio per le imprese dei loro clienti. Il loro primo dovere è il coraggio obiettivo e ragionevole nel prestare denaro a buoni progetti di investimento, coraggio che implica l’esercizio delle responsabilità di chi presta e di chi prende in prestito e la considerazione del fine e dell’efficienza del prestito. Si accetta di indebitarsi per investire, perché il ricavo necessario è generato dal rendimento del debito, mentre nel caso del consumo, il debito deve essere maneggiato con particolare prudenza.
Come intermediario tra creditori e debitori, la banca è chiamata a trovare un equilibrio tra differenti doveri (e virtù professionali) di riduzione del rischio e di assunzione del rischio: deve mediare tra le attese dei clienti creditori di evitare il rischio e le attese dei clienti debitori di sopportare il rischio.
Questa tensione riflette la funzione della banca di mediare tra l’offerta e la domanda di risorse finanziarie, tra risparmi e investimenti. La banca non può semplicemente mediare perchè l’offerta e la domanda di fondi finanziari non sono congruenti e compatibili. Essi lo diventano quando le banche uniscono i fondi a basso rischio dei loro depositi e li trasformano in fondi a normale e alto rischio per i loro crediti.
Per trasformare i depositi in crediti le banche devono trasformare depositi parzialmente a corto periodo in crediti a medio e lungo termine e devono trasformare i differenti atteggiamenti verso il rischio da parte dei loro creditori e dei loro debitori, tenendoli insieme nel loro bilancio.
E’ richiesta una sintesi di avversione al rischio e di prontezza ad assumerlo, di controllo sobrio e di apertura per investimenti a rischio. Le grandi banche hanno il dovere di controllare la tendenza inerente ad ogni istituzione burocratica di seguire leggi generali statiche, che non fanno giustizia al singolo caso. Questo impedisce qualche volta progetti promettenti di imprenditori che non hanno le sicurezze richieste. Del resto non osservare le leggi tecniche per il banchiere può essere immorale.
La valutazione di progetti di investimento sta nella libera decisione dell’istituto di credito. Le banche hanno un potere discrezionale di decidere se un progetto merita credito. Nel processo di decisione la banca deve applicare i criteri di efficienza e di giustizia nello scambio e nella valutazione che sono solo parzialmente formalizzati. L’affermare futuri risultati di investimenti implica libertà con discrezione.
Le banche sono chiamate a trattare ogni richiesta di credito in un giusto modo, per es. devono trattare situazioni uguali in modo uguale e situazioni disuguali in modo disuguale. E’ in gioco il principio di uguaglianza delle regole e il principio di obiettività e universalità. I tassi di interesse dei crediti di tutti i clienti devono seguire il tasso di interesse di mercato. Il favoritismo nella valutazione del merito di credito deve essere escluso come pure vano esclusi speciali favori nella consulenza o riduzioni ingiustificate nei costi di credito.
Lo stesso principio del giusto prezzo e dei giusti tassi di interesse va mantenuto per le relazioni delle banche con i clienti dei conti correnti. L’etica richiede che le banche non pratichino favoritismi verso i ricchi e austerità non dovuta verso i meno ricchi o poveri.
Le banche hanno da bilanciare le loro decisioni di credito tra benevolenza e rigore. Esse non prestano il loro denaro ma i depositi dei loro clienti. Nella combinazione dialettica di immaginazione imprenditoriale creativa e di senso della realtà, di oggettività e di frugalità, sta la virtù e il dovere del banchiere giusto ed efficiente.
Di fronte alla critica di non prendere in conto sufficientemente il bene comune, ma unicamente il profitto e la sicurezza nelle decisioni di concedere credito ai progetti d’investimento, le banche rispondono che il profitto che deriva ai clienti dai crediti concessi e il profitto della banca (e quindi dei suoi azionisti) sono il criterio di condotta della banca che non può essere annullato dall’intrusione di altri principi.
Si obietta tuttavia che c’è un crescente numero di clienti e di soggetti interessati per i quali la funzione oggettiva della banca è più larga, anche se essi non perdono di vista la necessità di perseguire il profitto. Molti clienti vogliono che le loro banche includano considerazioni etiche nelle loro decisioni di investimento (Cfr. § 4.4.2). Si obietta inoltre che se il profitto è la condizione necessaria per la sopravvivenza della banca, non ne segue che il profitto sia la condizione sufficiente anche per le attività della banca. Nulla impedisce una banca dall’approfondire il principio di controllo del profitto, tenendo però presenti principi che non dovrebbero diminuire il legittimo ed onesto profitto a lungo termine.
Per la situazione del sistema bancario italiano confronta la Scheda esplicativa corrispondente : § 5.2.
4.4. Etica del mercato dei capitali
Qual’è la condotta appropriata e che cosa significa la giustizia negli scambi borsistici? Oltre al ben noto problema delle informazioni riservate, ve ne sono altri rilevanti come l’etica della selezione di capitali per l’investimento, l’etica dell’investitore, l’etica delle imprese quotate in borsa e del loro comportamento verso i loro azionisti e la borsa, l’etica degli intermediari.
Le funzioni dell’istituzione del mercato dei capitali dentro l’economia sono funzioni che lo rendono simile al mercato del credito. C’è la funzione di trasferimento in cui i risparmi sono trasferiti in investimento, e il processo di trasformazione, in cui gli investimenti a differenti termini di tempo sono trasformati in investimenti di titoli o valori mobiliari a lungo termine.
4.4.1. La speculazione
La divisione del lavoro nel mercato dei capitali tra gli operatori che si concentrano sul valore del capitale e sui rendimenti dei valori mobiliari, gli investitori in senso proprio, e quelli che si concentrano sui differenziali di fluttuazione del valore mobiliare nel tempo, gli speculatori, fa sì che l’investimento nelle azioni possa essere liquidato in ogni momento. La speculazione azionaria accresce la scambiabilità delle azioni e perciò la trasformabilità dei periodi di tempo dell’investimento finanziario. Diminuisce poi il rischio di non poter trasformare i periodi di investimento e disinvestimento in azioni e perciò rende un importante servizio all’economia. Il profitto speculativo produce l’effetto di accrescere il commercio di valori mobiliari e facilita la trasformazione dei periodi di investimento.
La sicurezza della trasformabilità di tempo delle azioni attraverso la speculazione nella borsa è economicamente vantaggiosa se la speculazione non è interessata nelle fluttuazioni di prezzo del valore mobiliare e perciò non accresce le fluttuazioni dei prezzi lungo il tempo. Nel caso che la speculazione professionale accresca le fluttuazioni di prezzo perché fa profitti con esse, l’effetto negativo delle accresciute fluttuazioni di prezzo attraverso la speculazione può prevalere sui guadagni provenienti dall’accresciuta scambiabilità di azioni. A questo proposito si distingue la speculazione con elasticità negativa che agisce contrariamente alle attese del mercato e perciò vende azioni quando il mercato aspetta prezzi futuri più alti e compra quando il mercato aspetta prezzi futuri più bassi: questa sorta di speculazione diminuisce le fluttuazioni dei prezzi attraverso investimenti anticiclici. La speculazione con elasticità positiva di domanda di valori mobiliari invece vende e compra secondo le attese prevalenti del mercato, agendo ciclicamente con la maggioranza del mercato, accrescendo le fluttuazioni dei prezzi e gli effetti negativi.
La speculazione è eticamente ammissibile quando adempie una funzione oggettiva nell’economia: la riduzione dell’incertezza intorno alla scambiabilità di azioni nella borsa. I profitti della speculazione sono pagamenti resi al pubblico nella borsa e sono giustificati dal surplus economico creato dalla speculazione.
Quando predomina però un’attività speculativa che si rende simile a giochi d’azzardo o scommesse e il cui collegamento all’economia reale è inesistente, i contraccolpi negativi sull’efficienza della direzione dei flussi di fondi, che era compito dei mercati finanziari garantire e incentivare, sono notevoli e possono giungere a provocare crisi di interi sistemi finanziari. Di qui la necessità di meccanismi di controllo a livello internazionale.
Particolarmente in relazione alla gestione dei prodotti finanziari innovativi nel contesto del mercato globale è dato riscontrare con frequenza comportamenti poco rispettosi della stabilità dei mercati. Anche tali prodotti (derivati, sintetici, ecc.) hanno lo scopo di copertura e di controllo dei rischi, con la funzione economica di dare stabilità al mercato. Ma tale funzione è disattesa quando gli intermediari, mossi dalla speculazione sulla variabilità dei tassi, privilegiano i profili di aleatorietà insiti in questi prodotti, alterando i profili di rischio attraverso l’uso improprio di questi strumenti.
Dove l’incertezza può essere ridotta da mezzi che costano meno, questi mezzi devono essere usati. Dove la speculazione non riduce realmente l’incertezza, non è giustificata.
Alla luce di questi principi va valutato il fenomeno dell’ insider trading, l’uso indebito sul mercato immobiliare di informazioni riservate, che dal 1991 è un reato specifico anche in Italia. A differenza della speculazione economicamente produttiva, che equilibra i prezzi di uno stesso mercato tra differenti momenti di tempo o di spazio (arbitraggio), l’aggiotaggio designa l’attività di fare profitti ponendo un sovrapprezzo su un dato bene o servizio senza aggiungere valore. La differenza di prezzo tra le azioni comprate e le azioni vendute è il sovrapprezzo posto da chi fa aggiotaggio. L’ insider trading è un particolare aggiotaggio che non aggiunge valore ai beni scambiati, anche se si compra a tempo t e si vende a tempo t+1, per es. le azioni, quando l’informazione su cui si basa il profitto era già là al tempo t. Il profitto, già secondo il medievale Scoto, è eticamente ammissibile se l’intermediario o lo speculatore ha reso qualche servizio produttivo alla comunità. L’aggiotaggio pone solo un sovrapprezzo agli altri e non aggiunge un reale valore all’economia, e perciò viola sempre il principio di giustizia di dare ad ognuno il suo.
Per quanto riguarda la speculazione sulle divise o monete nazionali confronta quanto detto sopra verso la fine del § 3.2.
La restrizione dei criteri dell’investitore alla massimizzazione del valore della propria azione, e quindi alla massimizzazione dell’efficienza allocativa nell’economia, è insufficiente dal punto di vista etico e deve essere completata dal criterio della giustizia. L’investitore deve porsi la domanda:"Quali progetti finanziamo?" e "In quali luoghi investiamo?". Investimenti in imprese che perseguono produzioni immorali, come per esempio la pornografia o lo sfruttamento dei lavoratori, sono semplicemente da rifiutarsi.
Un’altra questione è se l’investitore deve essere libero di investire nel paese che vuole. Certamente i mercati del capitale devono essere liberi il più possibile. Dal punto di vista etico l’investitore è comunque tenuto a chiedersi se l’investimento deve essere fatto nel suo paese o all’estero, o se per ragioni di giustizia non dovrebbe investire parte del suo capitale nel suo proprio paese. Questo obbligo non dovrebbe comunque essere legale perché gli effetti sarebbero dannosi sull’efficienza economica, bensì etico.
Sebbene la loro influenza possa essere molto limitata, gli azionisti devono chiedersi in quali progetti e in quali regioni e paesi devono investire. Gli investitori, in particolare quelli con grandi capitali, dovrebbero considerare con particolare attenzione il criterio della giustizia e del bene comune nelle loro decisioni di investimento.
Gli stessi obblighi sono validi anche per i dirigenti delle imprese finanziarie nelle loro decisioni di strategia finanziaria. In particolare le imprese che collocano azioni sul mercato sono obbligate a informare propriamente i loro azionisti e il pubblico sul mercato, dando le informazioni rilevanti. Poiché il pagamento dei dividendi è il principale segnale della situazione dell’impresa, la stessa è obbligata a praticare una strategia ragionevole di dividendi, che non restringa eccessivamente i dividendi per autofinanziarsi né paghi in dividendi somme che non sono giustificate dai risultati dell’azienda: si ingannerebbe il pubblico.
Fissando l'attenzione sui mercati finanziari e sul loro rapporto alla giustizia sociale, che ha per oggetto il bene comune, sorge la domanda: date le risorse ineguali con cui si compete, possono i mercati fare altro dal riflettere o amplificare questa ineguaglianza? Gli investitori insistono che il loro denaro serve la giustizia sociale come i loro interessi. Tale insistenza significa concretamente che il profitto deve diminuire, se la giustizia deve fiorire: meno profitto con giustizia invece di più profitto senza giustizia. E' la linea della Banca Etica e dell' Investimento Etico, in cui la dimensione etica, che deve essere comune a tutte le attività finanziarie in quanto finalizzate al bene comune, trova una realizzazione specifica e particolare.
Queste nuove modalità del mercato finanziario, che mirano ad una maggiore apertura verso i bisogni degli altri, ad una più sentita integrazione con la società degli uomini, rendono possibile impieghi a tasso agevolato a favore di cooperative sociali e delle imprese non profit, e dimostrano come sia possibile contemperare forme equilibrate di sana imprenditorialità e senso di cooperazione, avvertito anche come tutela degli interessi civili.
Gli investitori etici non si interessano solo della misura del profitto finanziario e del rischio ad esso connesso, ma anche della natura dei beni e servizi delle imprese, della collocazione dei loro affari e del modo in cui sono condotti.
Circa l’etica del mercato delle acquisizioni, va sottolineato che il controllo dell’impresa implica più potere che la proprietà delle azioni e perciò più responsabilità e coscienza della dimensione etica dei propri comportamenti. E anche l’intenzione retta è più importante che nel mercato delle azioni, poiché il grado di libertà di discrezione e il potere delle decisioni sul controllo dell’impresa sono più alti. L’intenzione con cui i partecipanti agiscono in questo mercato definisce ciò che essi stanno facendo, se vogliono depredare risorse o tentare di migliorare la gestionalità dell’impresa che stanno scalando. Se essi cercano di fare profitti solo vendendo l’impresa o parti di essa o se c’è solo un disegno di potere, violano il fine sostanziale dell’economia, perché in primo luogo separano completamente l’interesse del compratore dagli interessi dell’impresa che si vuole comprare, e in secondo luogo negano il fine dell’impresa come unità sociale di produzione.
La giusta intenzione di una fusione è di acquisire sinergie tra le due imprese, rafforzando la produttività di ambedue le imprese e l’efficienza allocativa dell’economia. In tal modo appare che l’economia non è solo un formale contesto di mercato di scambio, su cui le domande soggettive e le offerte definite soggettivamente si incontrano e sono coordinate. Piuttosto l’economia serve un fine oggettivo che deve essere realizzato dalla volontà soggettiva degli individui. Così l’economia non serve principalmente il fine di massimizzare il profitto degli individui, ma di utilizzare il loro sforzo soggettivo per la realizzazione di un fine oggettivo: la soddisfazione imparziale delle domande soggettive attraverso un’offerta efficientemente prodotta e distribuita, la quale è organizzata da imprenditori che seguono i loro piani soggettivi.
Il profitto positivo è una necessaria condizione per gli affari, tuttavia il massimo profitto non è il fine ultimo per un’impresa, neppure per un’impresa finanziaria. Il profitto è la misura dell’oggettiva efficienza di un’impresa, ma non può essere il solo e più importante fine degli affari, anche se funziona come forza di controllo per tutta l’impresa. Il profitto è come la salute. Noi ne abbiamo bisogno e tanto meglio se è più grande. Ma non è la sola ragione della nostra esistenza.
Inoltre si deve precisare la natura dell’efficienza. Noi possiamo definirla come un quoziente o sottrazione tra risultati e spese. Ma che cosa includiamo nel numeratore e nel denominatore? La risposta dipende da ciò che vogliamo misurare, perché il concetto di efficienza è ambiguo non solo in economia. Includo solo i ricavi e le spese a corto termine o anche a lungo termine? Dovrei includere gli effetti delle decisioni che io prendo sulla compagnia come un tutto, la capacità dello staff di agire in futuro, i processi di formazione, gli effetti delle azioni dell’impresa sull’ambiente, cioè le conseguenze sociopolitiche ed etiche delle mie azioni ? L’efficienza è limitata dal punto di vista economico complessivo se solamente si riferisce a certi risultati e costi che sono espressi in termini microeconomici. Ciò non significa evidentemente che bisogna abbandonare questo criterio, bensì che non possiamo assolutizzarlo.
Noi non possiamo dunque accettare che il fine dell’impresa finanziaria sia solo il profitto dell’investitore, ma piuttosto diremmo che sia quello di soddisfare i bisogni e di contribuire allo sviluppo di tutte le persone che formano l’impresa, attraverso la produzione e distribuzione efficiente di beni e servizi utili.
In questa ottica vanno valutati i guadagni a breve termine. I proprietari di un’impresa esercitano la funzione sociale della proprietà quando controllano che l’impresa sia gestita secondo il suo fine e il bene comune della società in cui opera. Alcuni investitori istituzionali (fondi pensioni, banche, assicurazioni) giocano un ruolo importante come investitori in quanto proprietari di grandi quantità di azioni. E’ difficile per loro esercitare questa responsabilità, perché essi ordinariamente non posseggono la maggioranza delle azioni e questa poi cambia con il tempo, ed inoltre esercitare un attento controllo dell’impresa, in cui essi hanno azioni, implica dei costi.
In ogni caso l’investitore istituzionale non sente di essere comproprietario di un’impresa, ma di una serie di risorse finanziarie da cui si aspetta di ottenere un guadagno a breve termine ( poiché egli stesso è valutato secondo il criterio del breve termine) insieme con la copertura del rischio (che è realizzata attraverso operazioni sui mercati).
Il fatto che gli investitori istituzionali vedano sé stessi giudicati a breve termine, secondo classifiche magari trimestrali, significa che essi anche domanderanno rendimenti a breve termine dalle imprese in cui hanno azioni. Questa non è la condotta migliore per l’impresa, se implica che decisioni sulla crescita, su investimenti a lungo termine, spese nella ricerca e nello sviluppo siano trascurate o che alti livelli di rischi siano assunti (attraverso un grande peso del debito).
Le conseguenze etiche di tutto questo sono assai importanti, perché esse suggeriscono che il controllo e l’esercizio della funzione sociale della proprietà è effettivamente trascurato.
Non dobbiamo a questo punto dimenticare che se i mercati sono internazionali, anche le responsabilità lo sono, come anche che i soggetti appropriati di tale responsabilità sociali sono i popoli e gruppi di popoli.
Gli squilibri tra paesi ricchi e poveri, tra terra a disposizione e popolazione, tra sviluppo demografico ed economico, generano fame, disoccupazione, indebitamenti, disastri ecologici. E’ pertanto sia attraverso strutture politiche che mediante le organizzazioni finanziarie multilaterali, le banche commerciali internazionali e nazionali, le grandi imprese multinazionali, che si sviluppa la responsabilità sociale dei soggetti collettivi.
Oggi sembra appropriato indicare tra i fini di questa assunzione di responsabilità il contribuire ad:
a) organizzare il settore finanziario, sia nazionale che sovranazionale, come anche di sistemi di imprese aperti ad un mercato concorrenziale e ad obiettivi di efficienza.
Tenendo presente la necessità della libertà e della democratizzazione in tali settori, si eviterà di creare troppi protezionismi che ingenerano deresponsabilizzazione. E’ necessario quindi un quadro legislativo che garantisca le regole del gioco di mercato, specialmente la normale e sana concorrenza.
In questo contesto la conoscenza diventa bene decisivo per l’equità dei contratti e per l’efficienza dei sistemi stessi. Essa lo è anche per ridurre gli squilibri tra paesi ricchi e poveri, perché spesso l’economia in questi ultimi non decolla proprio perché non esistono informazioni sulla solidità delle banche o sull’affidabilità dei clienti.
b) elaborare politiche economiche, monetarie, fiscali e sociali che, nel rispetto dell’efficienza dei mercati, li orientino a servire lo sviluppo economico e il progresso sociale di tutti, sia all’interno delle nazioni che internazionalmente.
Ne segue oggi la necessità di politiche di prudente privatizzazione delle banche pubbliche, per creare mercati finanziari più democratizzati; di politiche finanziarie e monetarie che non danneggino altri popoli specialmente quelli più deboli; di politiche che equilibrino le posizioni di rendita con gli investimenti produttivi; di politiche di credito pubblico e privato, concordate tra i finanziatori e i destinatari per favorire lo sviluppo autopropulsivo e ridurre gli squilibri; di politiche concordate tra paesi sviluppati per favorire la bilancia dei pagamenti dei paesi in via di sviluppo; di politiche finanziarie a livello regionale per essere più concorrenziali e per incentivare il proprio sviluppo. Ed infine sarà necessario mettere mano alla riforma degli statuti delle organizzazioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Internazionale del Commercio, in quanto attualmente non permettono alcun diritto di parola ai paesi indebitati e bisognosi di fondi..
Si rivela quindi la necessità di incamminarci verso un’integrazione finanziaria mondiale. Ai fini dello sviluppo globale, universale e comunitario dei popoli della terra, è indispensabile ed urgente che si giunga ai mercati globali, organizzati secondo efficienza e trasparenza e giustizia, per sviluppare parallelamente una cultura della globalizzazione della responsabilità.
Si tratta di procedere a piccoli passi, ma con decisione riguardo al fine ultimo da raggiungere. Come stiamo andando verso la realizzazione di un Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità, così possiamo tendere verso un sistema finanziario integrato. Ben consci però che come il sistema finanziario non è autosufficiente e come l’etica degli affari non vive di vita autonoma, così entrambi non tendono automaticamente al bene comune. E’ necessario un supplemento di eticità, che non è poi se non la trascrizione morale del personalismo, anche di quello cristiano.
In conclusione la finanza pone diverse sfide all’etica.
Una sfida è causata dalla caratteristica dei beni di questo mercato di essere astratti, fungibili e impersonali. Il controllo faccia a faccia tra produttore e cliente e il giudizio sulla qualità del bene fornito sono più difficili di quelli che riguardano i beni reali.
La seconda sfida sorge dalla centralità della relazione fiduciaria. Gli intermediari finanziari sono i fiduciari dei loro investitori. La fiducia non può essere sostituita completamente dal controllo. Essa contiene un irriducibile elemento di autocontrollo da parte del fiduciario. L’autocontrollo è inteso qui come relazione etica con sé stessi. Gli intermediari finanziari sono perciò particolarmente soggetti alle richieste dell’etica della relazione fiduciaria.
La terza sfida risponde all’esigenza di perseguire l’innovazione sia a livello di impresa di produzione di beni e servizi, sia di impresa finanziaria, di strumenti finanziari e di mercati finanziari.
La quarta sfida è la paura della gente di essere vittima di segrete operazioni dell’industria finanziaria, causate dal carattere intangibile e immateriale del prodotto trattato. La trasparenza e un appropriato codice di comportamento sono i mezzi principali per combattere queste paure.
A motivo del carattere astratto e impersonale dei loro affari, che non incoraggia un’etica personale o comunitaria né rinforza il comportamento etico faccia a faccia tra fornitore e cliente, gli intermediari finanziari devono avere speciale cura delle regole etiche del comportamento in quanto rendono coscienti degli effetti diretti di esso su altre persone e sull’agente stesso. I codici deontologici e le associazioni professionali possono migliorare i livelli di obbedienza alla legge ma non possono garantirli. Dove c’è poco controllo faccia a faccia e dove le relazioni astratte di contratto sono prevalenti, la coordinazione attraverso le regole etiche deve essere comunque integrata dalle regole giuridiche. E’ in gioco infatti la funzione sociale dell’impresa finanziaria, cioè la produzione di beni e servizi per soddisfare bisogni, efficientemente e con continuità.
Poiché le azioni umane sono complesse, richiedono giudizi prudenziali che considerino tutte le loro dimensioni e conducono a decisioni che saranno necessariamente incerte, diventa importante l’educazione che aiuta le persone a comportarsi eticamente e a creare motivazioni, regole di comportamento e criteri di valutazione. La dimensione macro è il risultato di molteplici scelte micro di singoli individui che, se non operano nella direzione comunitaria, rendono vuota ogni teoria e progetto politico.
E’ quindi importante la formazione delle persone nell’uso del denaro. Per quanto possa apparire una strategia debole dal punto di vista della certezza ed immediatezza dei risultati, quella educativa è comunque condizione irrinunciabile. Essa significa sollecitazione ed orientamento della responsabilità. Anzitutto quella di chi svolge un ruolo direttivo, ma prima ancora quella dei sempre più numerosi utenti dei servizi finanziari.
Nei confronti di tali destinatari anche la predicazione ecclesiale potrebbe avere un ruolo non privo di incidenza nella formazione morale.
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