Source: http://www.nuovodirittodellesocieta.it/Article/Archive/index_html?ida=581&idn=120&idi=-1&idu=-1
Timestamp: 2020-08-04 08:13:42+00:00
Document Index: 142711344

Matched Legal Cases: ['art. 2467', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30']

Contrasto alle società di comodo e attività di mero godimento
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Stefano Maria Ronco. Dottore di ricerca in Diritto Tributario presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Il saggio esamina le caratteristiche del regime di contrasto alle società di comodo. Ci si sofferma poi sull’istituto della società semplice quale forma societaria per il godimento di beni patrimoniali al di fuori del regime del reddito d’impresa alla luce delle evoluzioni normative degli ultimi anni.
PAROLE CHIAVE: società di comodo - abuso del diritto - attività economica - beni patrimoniali - società semplice
‘Non operating’ companies and lack of entrepreneurial activity: considerations in light of the ‘simple partnership’ tax regime
The paper firstly addresses statutory rules for ‘non-operating’ companies, which establish an imputed income taxation regime at a rate higher than the general corporate tax rate if a deemed minimum threshold for operating profit and income is not reached. It then focuses on the tax regime for ‘simple partnership’ in light of recent statutory developments.
La c.d. ‘società senza impresa’ costituisce, come noto, un fenomeno ‘indesiderato’ per il diritto tributario, contrastato – direttamente o indirettamente – da più norme dell’ordinamento in quanto considerato foriero di comportamenti evasivi o elusivi [1].
Nell’ambito di tale composito insieme assume particolare peso la disciplina introdotta dall’art. 30, legge 23 dicembre 1994, n. 724 in tema di ‘società di comodo’ [2], che introduce un regime di predeterminazione dell’imposta nei confronti delle società di stampo commerciale basato sull’applicazione di alcuni coefficienti individuati ex lege al valore di determinati cespiti appartenenti alla società che ricade nel campo di applicazione della disciplina de qua [3].
La ratio di tale istituto risulta, però, non chiaramente definita ed è oggetto di ampi dibattiti, senza che siano stati raggiunti risultati pienamente appaganti.
In tale contesto, l’opportunità per un nuovo approfondimento del regime di contrasto alle società di comodo nasce, da un lato, dal rinnovato interesse del legislatore per l’istituto della società semplice quale forma societaria per il godimento di beni patrimoniali al di fuori del regime del reddito d’impresa previsto per tutte le forme giuridiche di stampo commerciale ai sensi degli artt. 6 e 73 TUIR e, dall’altro, dal consolidarsi di un orientamento giurisprudenziale secondo cui le operazioni poste in essere dalle ‘società senza impresa’ possono prestarsi a contestazioni di abusività, indipendentemente dal ricorrere delle condizioni per l’applicazione del regime di cui all’art. 30, legge 23 dicembre 1994, n. 724, qualora non rispondano ad un effettivo interesse economico diverso dal soddisfacimento delle esigenze economiche della compagine sociale e siano svolte in maniera episodica in assenza di mezzi materiali e finanziari adeguati.
2. La disciplina in materia di società di comodo
2.1. Cenni in merito alle caratteristiche dell’istituto
Come anticipato, con l’art. 30, legge 23 dicembre 1994, n. 724 il legislatore ha introdotto nell’ordinamento tributario una apposita disciplina fiscale in tema di contrasto alle c.d. ‘società di comodo’, che trova specifica applicazione sia ai fini della determinazione del reddito d’impresa che ai fini IVA [4].
In via di estrema sintesi [5], il legislatore ha previsto che le società di stampo commerciale [6] debbano sottoporsi ad un c.d. ‘test di operatività’ che si basa sulla contrapposizione tra la media dei ricavi, degli incrementi delle rimanenze e degli altri proventi non straordinari imputati a conto economico nel corso dell’esercizio e dei due precedenti ed il risultato, anch’esso calcolato sulla base di una media triennale, determinato dall’applicazione di coefficienti al valore di una serie di beni tassativamente indicati nell’art. 30, legge 23 dicembre 1994, n. 724 [7].
Al verificarsi del mancato superamento di tale ‘test di operatività’ – che costituisce il presupposto comune della normativa in esame – il legislatore individua una serie di conseguenze negative per il contribuente – qualificato come non operativo – che incidono sia sul versante reddituale che su quello IVA, anche se con modalità profondamente diverse [8].
Per quanto concerne il versante reddituale, nel caso in cui la società commerciale non riesca a superare la soglia di ricavi minimi, è prevista l’appli­cazione di una seconda presunzione che, questa volta, rappresenta una vera e propria predeterminazione di tipo reddituale. Viene introdotto, infatti, un meccanismo di determinazione del reddito dell’imposta minima tale per cui il reddito che la società commerciale dovrà indicare nella dichiarazione dei redditi non possa essere inferiore a quello ‘minimo’ determinato sulla base dell’ap­pli­cazione di ulteriori coefficienti presuntivi di redditività, dettagliati al comma 3 dell’art. 30, legge 23 dicembre 1994, n. 724 [9]. In aggiunta, per effetto delle modifiche portate dal d.l. 13 agosto 2011, n. 138, il legislatore ha previsto un inasprimento ..