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Timestamp: 2018-11-12 22:34:22+00:00
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 3 luglio 2014, n. 28907. Nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all'art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell'età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l'induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell'agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell'agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 3 luglio 2014, n. 28907. Nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all’art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell’età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli
Home/Cassazione penale 2014, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze, Successioni/Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 3 luglio 2014, n. 28907. Nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all’art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell’età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli
sentenza 3 luglio 2014, n. 28907
1. Con sentenza del 04/10/2012, la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza con la quale, in data 22/10/2010, il giudice monocratico del tribunale della medesima città aveva ritenuto S.K. colpevole del reato di cui all’art. 643 cod. pen. “poiché, per procurare a sé un profitto, abusava dello stato di infermità psichica di So.Ma. , sebbene non interdetta o inabilitata, inducendola a compiere un testamento olografo, in data 11/07/2004, a ridosso del suo decesso avvenuto il 28/07/2004, che faceva pubblicare con atto notaio Michele Conso in data 17/09/2004”.
2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputata, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:
Era, infatti, emerso che: a) la moglie del nipote, la Dott.ssa Rocchi, aveva sottoposto la So. ad un trattamento farmacologico a base di potenti neurolettici che la suddetta So. rifiutava temendo per la propria salute; b) in concomitanza con l’inizio della suddetta terapia, i nipoti prelevarono denaro dal conto corrente della So. per complessivi Euro 146.000,00; c) i nipoti avevano manifestato il proposito di ricoverarla in un ospizio, la qual cosa era rifiutata dalla So. che temeva di essere abbandonata; d) la So. era una donna dal carattere autoritario che ben difficilmente avrebbe potuto essere indotta dalla badante a redigere un testamento in suo favore; e) le perizie grafologiche avevano concluso per la piena capacità d’intendere e volere.
Sennonché la suddetta conclusione si basava su un compendio probatorio quantomeno contraddittorio perché: a) vi erano stati i testi K. , P. e I. – particolarmente qualificati, essendo tutti medici di professione – che avevano dichiarato che la So. era lucida e, fino all’ultimo, perfettamente in grado d’intendere e volere: non era chiaro il motivo per cui la Corte non le aveva tenute in considerazione e perché erano state preferite le testimonianze favorevoli alla tesi accusatoria; b) non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere; c) le gravi patologie da cui era affetta la parte offesa ed elencate dalla Corte erano di natura fisica e non incidevano sulla capacità intellettiva; d) i giudici di merito erroneamente non avevano ritenuto disporre una perizia medico legale sullo stato psichico della parte offesa, tanto più che agli atti vi erano le perizie grafologiche che avevano concluso per la capacità d’intendere della So..
1. In punto di diritto, preliminarmente, è opportuno riassumere, brevemente, alcuni notori principi ai quali occorre attenersi, posto che la ricorrente ha svolto tutte le sue censure sostenendo che: a) la So. non era incapace; b) non vi era la prova che essa ricorrente avesse indotto la parte offesa a redigere testamento in suo favore.
2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la Corte territoriale, ha ritenuto che la sig.ra So. , si trovasse nelle condizioni per essere circonvenuta, sulla base della seguente motivazione (pag. 2-3): “Quanto alla cartella clinica, rileva la Corte che, se in essa è stato annotato che la paziente aveva un atteggiamento ed un linguaggio nella norma, dandosi atto altresì del miglioramento avvenuto nel corso del ricovero, in forza del quale la paziente appare vigile, collaborante e risponde alle domande, deve rilevarsi altresì che l’atto documenta una situazione generale scaduta, con diagnosi di encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta, miocardioscelorosi ed anemia diseritropoietica multifattoriale, tanto che la paziente è impossibilitata alla deambulazione, le sollecitazioni alle quali risponde sono semplici (20/2/04) e non sempre presenti in quanto in alcune occasioni la paziente appare soporosa (diario clinico del 16/2/04) e l’anamnesi stessa viene raccolta con l’ausilio della badante. Appare quindi provata la presenza, a carico della p.o., di gravi patologie che ne compromettono in modo evidente le funzioni vitali, ella non cammina, per raccontare la propria storia clinica ha bisogno della badante, e la reattività di cui si parla nei motivi d’appello è limitata, come si legge testualmente sulla cartella clinica, alle sollecitazioni più semplici e comunque non è certamente tale da far ritenere superate le gravissime patologie della quali l’anziana era portatrice. Nulla peraltro si rinviene in atti che consenta di ritenere non regolare l’attività medica in essa documenta, essendo stata indicata sia la data che la descrizione dell’esito sia della visita neurologica che di quella del fisiatra (nella quale si parla di disorientamento spazio-temporale della paziente), entrambe complete della sottoscrizione dei due sanitari che vi hanno proceduto. Pertanto le perplessità, peraltro piuttosto fumose, delle testi K. e della I. , sebbene si tratti di medici, non trovano riscontro negli atti”.
3. OMESSA MOTIVAZIONE IN ORDINE ALL’INDUZIONE: Con il secondo motivo, la ricorrente ha molto insistito sulla mancata prova dell’elemento materiale dell’induzione.
– la possessività che la parte offesa nutriva nei confronti dell’imputata, era spiegabile, sulla base della testimonianza del teste D.S. , non come manifestazione di affetto ma come l’atteggiamento tipico che una persona autoritaria (come veniva descritta la So. ) mostrava nei confronti di un subalterno (l’imputata) sicché la suddetta testimonianza doveva essere interpretata “in modo inequivocabile (come) l’assenza di qualsiasi intendimento da parte della parte offesa di beneficiare la badante in luogo dei congiunti” (pag. 6 sentenza).
Alla stregua dei suddetti fatti, la Corte, quanto al requisito dell’induzione, ha quindi, così concluso: “Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S. .
Tale condotta, in una persona non più in grado di autodeterminarsi, per età, avanzatissima, e condizioni di salute, gravissime, si spiega solo in chiave accusatoria, e cioè con un’attività dell’imputato che è intervenuta in proprio favore sulla condotta della p.o., necessariamente acritica.
Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (pag. 6).
4. In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2014-07-08T12:04:16+00:008 luglio 2014|Cassazione penale 2014, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze, Successioni|0 Commenti