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Timestamp: 2019-05-26 09:48:50+00:00
Document Index: 139974010

Matched Legal Cases: ['art 38', 'art.41', 'art. 38', 'art.21', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'art.2946', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 1442', 'sentenza ', 'art.38', 'art.43']

I rimborsi fiscali | ProntoProfessionista.it
Di fatto, secondo gli Ermellini "In tema di rimborso d'imposte, l'Amministrazione finanziaria può contestare il credito esposto dal contribuente nella dichiarazione dei redditi anche qualora siano scaduti i termini per l'esercizio del suo potere di accertamento, senza che abbia adottato alcun provvedimento, atteso che tali termini decadenziali operano limitatamente al riscontro dei suoi crediti e non dei suoi debiti, in applicazione del principio "quae temporalia ad agendum, perpetua ad excepiendum"".
- ad un pagamento non dovuto: c.d. Rimborso da indebito;
- al venir meno del titolo giustificativo del pagamento dovuto: c.d. Rimborso da restituzione;
- a detrazioni, ritenute, scomputi, crediti d’imposta, versamenti d’acconto poi risultati eccedenti: c.d. Rimborso da dichiarazione.
- imposte dirette (Ires, Irpef, Addizionali locali, ecc.);
- imposte indirette (Iva, Registro);
- imposte minori (oblazione condono edilizio, tasse automobilistiche).
In sostanza, con i "rimborsi d’ufficio", è come se la dichiarazione dei redditi fosse assimilata ad una specifica istanza di rimborso; secondo al Corte di Cassazione, infatti, in tema di imposte sui redditi, non occorre la presentazione di un'apposita istanza, "(...) in quanto l'Amministrazione, resa edotta con la dichiarazione dei conteggi effettuati dal contribuente, è posta in condizione di conoscere la pretesa creditoria(...)" (Cass. sent. n. 2687/2007). Pertanto, in questo caso, se in sede di liquidazione o controllo formale della dichiarazione, dovesse risultare un credito del contribuente, l’Ufficio sarà obbligato a procedere al rimborso di propria iniziativa (senza che il contribuente si attivi ulteriormente mediante il deposito di specifiche istanze). Peraltro, questo assunto è stato nuovamente confermato con la sent. n. 21734/2014 con cui la Corte di Cassazione ha chiarito che l’esposizione nella dichiarazione dei redditi di un credito d’imposta (in merito al quale il contribuente non abbia esercitato l’opzione per la compensazione o per il riporto a nuovo) produce gli stessi effetti dell’istanza di rimborso di cui all’art 38 del D.P.R. 602/73.
Ebbene, ex art.41 D.P.R. 602/73 co.3, a provvedere al rimborso sarà "(...)l’intendente di finanza con ordinativo di pagamento entro il termine di trenta giorni dalla data di ricevimento della proposta(...)" inoltrata dall’ufficio delle imposte.
Inoltre, come previsto dagli artt. 42bis e 44 del D.P.R. 602/73, entro l’anno solare successivo alla data di scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi, l’amministrazione procederà mediante, una procedura automatizzata, alla redazione di specifiche liste di rimborso per ciascun periodo d’imposta, con l’indicazione dell’ammontare degli interessi calcolati. Sulla scorta di tali liste, vengono emessi poi uno o più ordinativi collettivi di pagamento estinguibili mediante commutazione di ufficio in vaglia cambiari non trasferibili della Banca d’Italia[2] (o, se richiesto dagli aventi diritto, mediante accreditamento in conto corrente bancario). I contribuenti che possono utilizzare il modello 730 (lavoratori dipendenti, pensionati, eccetera) potranno ottenere, invece, l'accredito del rimborso direttamente sulla prima busta paga a partire dal mese di luglio, o sul primo rateo di pensione utile a partire dal mese di agosto o di settembre. Se il rimborso non viene erogato dal sostituto, il contribuente può presentare istanza di rimborso all'ufficio dell'Agenzia delle Entrate competente territorialmente, allegando la documentazione rilasciata dal datore di lavoro o dall'ente pensionistico comprovante il mancato accredito.
Peraltro, recentemente la Suprema Corte di Cassazione con la sent. 21400/2012 si è occupata dei suindicati requisiti essenziali che devono essere contenuti nell’istanza al fine di ottenere il rimborso ai sensi dell’art. 38 DPR 600/73 e dell’art.21 del d.lgs 546/92. A tal proposito, gli Ermellini hanno affermato il principio di diritto in base al quale le istanze di rimborso prive di elementi minimi essenziali, quali gli estremi del versamento nonché gli importi chiesti in restituzione, " (...) non possono considerarsi giuridicamente valide e non sono, dunque, idonee alla formazione del silenzio-rifiuto impugnabile, in quanto non consentono di valutare la fondatezza o meno della richiesta; né tale vizio è sanabile con il successivo deposito di documenti, atti a colmare le lacune predette, deposito che è comunque tardivo, in quanto intervenuto nel corso di un procedimento che non avrebbe dovuto neppure essere iniziato". Per tale ragione è dunque fondamentale che il contribuente, nel compilare l’istanza di rimborsi (al fine di evitare eccezioni e contestazioni da parte degli Uffici) faccia molta attenzione ad inserire i suindicati elementi essenziali (come il quantum da rimborsare e l’entità dei singoli versamenti).
2. gli artt. 37 (relativo alle ritenute dirette) e 38 (relativo ai versamenti diretti) D.P.R. 602/73, prevedono, in caso di imposta sui redditi, che il contribuente, che, "per errore materiale, duplicazione o inesistenza parziale o totale dell’obbligazione tributaria o dell’obbligo di versamento, abbia effettuato un versamento diretto o abbia subito ritenuta alla fonte non dovuti in misura inferiore, possa presentare, entro quattro anni (nel caso delle ritenute alla fonte decorrenti dalla data del pagamento del relativo compenso, mentre nel caso delle imposte dirette, decorrenti dalla data del versamento) l’istanza finalizzata a chiedere il rimborso delle maggiori somme versate[3]. In sostanza, l’art. 38 del D.P.R. n. 602/1973 in tema di rimborso delle imposte sui redditi, stabilisce il dies a quo nella "data del versamento" o in quella "in cui la ritenuta è stata operata";
b. Rigetto dell’istanza: nelle ipotesi di rigetto espresso della domanda, l’AF invierà al contribuente una comunicazione contenente succintamente le motivazioni del diniego. Il contribuente sarà a quel punto libero, entro 60 giorni dalla notifica del provvedimento, di impugnare il provvedimento di rigetto e di proporre, così, ricorso[5] alla competente Commissione tributaria provinciale.
c. Accoglimento parziale (e, conseguentemente, c.d. "silenzio rifiuto parziale"): in queste ipotesi, il contribuente potrà impugnare il provvedimento di rigetto parziale, entro 60 giorni dalla sua notifica, dinanzi alla competente Commissione tributaria.
Inoltre, con la recente sentenza n. 8195/2015, i giudici di legittimità hanno, più specificamente, chiarito che "In tema di contenzioso tributario, qualora, a fronte di una istanza di rimborso d'imposta, l'Amministrazione finanziaria si limiti ad emettere un provvedimento di rimborso parziale, senza evidenziare alcuna riserva o indicazione nel senso di una sua eventuale natura interlocutoria, il provvedimento, per la parte relativa all'importo non rimborsato, ha valore di rigetto - sia pure implicito - della richiesta originariamente presentata dal contribuente. Ne consegue che detto provvedimento costituisce atto impugnabile quale rifiuto espresso, nel termine di sessanta giorni dalla notificazione, ai sensi degli artt. 19 e 21 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ed è improponibile una seconda istanza di rimborso per il mancato accoglimento integrale della prima, con conseguente inidoneità della stessa alla formazione di un silenzio-rifiuto impugnabile". In sostanza con la sentenza n. 8195/2015 la Corte di Cassazione è tornata a ribadire da un lato, la natura di atto di rigetto del rimborso parziale per la parte non rimborsata e dall’altro, la possibilità per chi volesse opporsi di provvedere alla tempestiva impugnazione senza presentare, però, un’ulteriore istanza del medesimo credito.
d. "Silenzio-rifiuto totale": in questo caso si determina un vero e proprio provvedimento di segno negativo (la cui successiva impugnazione dovrà, pertanto, essere finalizzata ad accertare l’illegittimità dell’inadempimento dell’AF). Di fatto, in queste ipotesi, quando non viene emessa alcuna decisione e trascorsi almeno 90 giorni dalla presentazione della domanda di restituzione, il contribuente potrà ricorrere dinanzi alla competente Commissione tributaria e proporre ricorso (art. 19, comma primo, lett. g), D.Lgs. n. 546/1992) fino a quando il diritto stesso non si sarà prescritto nel termine decennale di cui all’art.2946 c.c.[6].
Ciò posto, dunque, se l’AF dovesse assumere un comportamento inerte nel procedere d’ufficio al rimborso, il contribuente potrà comunque presentare un ricorso entro il termine di dieci anni; il diritto al rimborso si prescrive, infatti, in dieci anni decorrenti dalla presentazione della dichiarazione contenente la richiesta di rimborso. Sul punto è anche intervenuta la Suprema Corte di Cassazione con la sent. n. 7706/2013 chiarendo che "in tema di imposte sui redditi, qualora il contribuente abbia evidenziato nella dichiarazione un credito di imposta, l'azione volta al relativo recupero è sottoposta all'ordinario termine di prescrizione decennale, sulla cui decorrenza non incidono né il limite temporale stabilito per il controllo formale o cartolare delle dichiarazioni e la liquidazione delle somme dovute, ai sensi dell'art. 36-bis del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, né i limiti alla proponibilità della relativa eccezione, posti dall'art. 2, comma 58, della legge 24 dicembre 2003, n. 350: la prima disposizione è volta, infatti, ad imporre un obbligo dell'Amministrazione finanziaria, senza stabilire un limite all'esercizio dei diritti del contribuente, mentre la seconda contiene un mero invito rivolto agli uffici, non suscettibile di applicazione diretta da parte del giudice"(sul punto cfr anche sent. Cass. SS UU n. 2687/2007; Cass. sent. n.2009/ 9524).
Laddove, invece, a seguito di rigetto o "silenzio-rifiuto" (parziale o totale), il contribuente dovesse decidere di proporre ricorso e lo stesso dovesse essere accolto, il rimborso avverrà secondo modalità differenti, in base alla natura dei relativi versamenti:
b. In maniera del tutto opposta, la Corte di Cassazione è poi nuovamente intervenuta con la sent. n.9339/2012 (ed implicitamente anche con la sent. n. 2277/2016) chiarendo, inequivocabilmente, che il rimborso delle imposte dirette diventa, invece, "automatico" decorsi gli ordinari termini previsti per l’accertamento: in sostanza, nel 2012, i giudici di legittimità hanno stabilito che se l’AF non dovesse adottare la particolare procedura di liquidazione e, al contempo, dovesse far decorrere i termini previsti per operare una rettifica o un accertamento, il credito del contribuente si consoliderà alla data di scadenza dei normali termini previsti per l’accertamento stesso. Pertanto, nelle ipotesi in cui il contribuente dovesse inserire la richiesta di un credito d’imposta nella dichiarazione annuale, l’AF sarà tenuta a provvedere sulla richiesta di rimborso entro, e non oltre, il termine di decadenza previsto per procedere all’accertamento in rettifica. Di fatto, secondo la Suprema Corte "qualora il contribuente abbia presentato la dichiarazione annuale, ai fini di una imposta, esponendo un credito di rimborso, la Amministrazione finanziaria è tenuta a provvedere sulla richiesta di rimborso, salvo diversa espressa previsione normativa, nei medesimi termini di decadenza stabiliti per procedere all'accertamento in rettifica. Diversamente, decorso il termine predetto, senza che sia stato adottato alcun provvedimento da parte della P.A., il diritto al rimborso esposto nella dichiarazione si cristallizza nell'an e nel quantum, ed il contribuente potrà agire in giudizio a tutela del proprio credito nell'ordinario termine di prescrizione dei diritti, rimanendo preclusa all'Amministrazione finanziaria ogni contestazione dei fatti che hanno originato la pretesa di rimborso, salve le eccezioni volte a fare valere i fatti sopravvenuti impeditivi, modificativi, od estintivi del credito".
Invero, secondo il Collegio, "appare preferibile la soluzione (...) secondo cui i termini decadenziali in questione sono apposti solo alle attività di accertamento di un credito della Amministrazione e non a quelle con cui la Amministrazione contesti la sussistenza di un suo debito. Ancorchè simile soluzione susciti una certa disarmonia nel sistema in quanto, decorso il termine per l'accertamento, alla Amministrazione viene consentito di contestare il contenuto di un atto del contribuente solo nella misura in cui tale contestazione consente alla Amministrazione di evitare un esborso e non invece sotto il profilo in cui la medesima contestazione comporterebbe la affermazione di un credito della Amministrazione". Ma vi è di più, perché a parere del Collegio la soluzione in questione "non lascia senza difesa il contribuente che ben può impugnare il silenzio della Amministrazione che non dia seguito alla istanza di rimborso, ottenendo sul punto una pronuncia giudiziale". Secondo tale ricostruzione, di fatto, il contribuente non rimarrebbe comunque privo di difesa, ben potendo impugnare il silenzio dell’Amministrazione che non abbia dato seguito all’istanza di rimborso, ottenendo sul punto una pronuncia giudiziale.
Ebbene, in questo modo, è evidente come i giudici di legittimità abbiano voluto sancire un principio secondo cui i termini decadenziali del potere di accertamento siano validi solo ai fini dell’accertamento di un credito dell’AF e non anche per la contestazione della sussistenza di un suo debito. Più specificamente, si tratterebbe, secondo gli Ermellini, di un’applicazione del principio secondo cui "quae temporalia ad agendum perpetua ad excipiendum" ("esistono termini temporali per agire, mentre non esistono affatto per eccepire") di cui all’art. 1442 c.c. secondo cui l’annullabilità può essere opposta dalla parte convenuta per l’esecuzione del contratto anche se prescritta l’azione per farla valere. Questa disciplina privatista è però estranea al diritto tributario che si fonda sul potere dell’AF e sul suo rapporto con il contribuente.
[5] Sul punto si segnala la recente riforma del processo tributario, ex D.Lgs. n. 156/2015, entrata in vigore il 01.01.2016. Si veda in proposito G. Diretto, M. Villani, I. Lamorgese, I. Pansardi, A. Rizzelli, A. Villani, "I GRADI DI GIUDIZIO DEL NUOVO PROCESSO TRIBUTARIO", Maggioli Editore 2016
[6]La prescrizione decennale inizia a decorrere dal momento in cui le ritenute sono state operate o dal momento in cui il versamento è stato eseguito.
[7] "La fissazione di termini ragionevoli a pena di decadenza risponde, in linea di principio, al principio di effettività in quanto costituisce l’applicazione del fondamentale principio della certezza del diritto" (Corte Giustizia UE sentenza 16 maggio 2000).
[8] È bene ricordare che la questione oggetto delle sentenze in commento non attiene alla domanda di rimborso ex art.38 del D.P.R. 602/73, in tale ipotesi infatti vale il termine di 48 mesi dal pagamento previsto dalla norma per la presentazione dell’istanza di rimborso, nonché gli ordinari termini decadenziali del Fisco ex art.43 del DPR 600/73 per opporre il rifiuto a tale istanza.
di Villani - Attanasi