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Timestamp: 2019-08-18 14:52:08+00:00
Document Index: 184722740

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 2697', 'art. 437', 'art. 437', 'art. 116', 'art. 366', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 10', 'art. 2697', 'art. 437', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2697', 'art. 437', 'art. 437', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 366']

Legittma la richiesta di restituzione degli sgravi contributivi ad azienda che non dimostra di aver assunto lavoratore disoccupato di lunga durata - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica - Banca Dati Giuridica
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 26.4.2016 n. 8240
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MAMMONE Giovanni - Presidente - Dott. TORRICE Amelia - Consigliere - Dott. BALESTRIERI Federico - Consigliere - Dott. DORONZO Adriana - Consigliere - Dott. CAVALLARO Luigi - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente: SENTENZA
sul ricorso 6936-2010 proposto da: ALI.SIR. S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI 20, presso lo studio dell'avvocato MARIO ANTONINI, rappresentata e difesa dall'avvocato FRANCESCO ANDRONICO, giusta delega in atti; - ricorrente -
contro I.N.P.S. - ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. - Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, LUIGI CALIULO, giusta delega in atti; - controricorrenti -
nonchè contro MONTEPASCHI SE.RI.T. S.P.A.; - intimata - avverso la sentenza n. 79/2009 della CORTE D'APPELLO di CATANIA, depositata il 10/03/2009 r.g.n. 1011/2005; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/01/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO; udito l'Avvocato SGROI ANTONINO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO GIANFRANCO, che ha concluso per l'inammissibilità in subordine rigetto.
Con sentenza depositata il 10.3.2009, la Corte d'appello di Catania, in parziale riforma della statuizione di prime cure, riduceva all'ammontare di Euro 16.907,84 l'importo del debito della s.r.l. ALI.SIR. nei confronti dell'INPS per gli sgravi indebitamente conguagliati richiestile con cartella esattoriale notificatale in data 20.1.2002, rigettando nel resto il gravame.
Per la cassazione di questa pronuncia ricorre la s.r.l. ALI.SIR. affidandosi a sei motivi illustrati con memoria. L'INPS resiste con controricorso. La società concessionaria dei servizi di riscossione, già contumace nel processo d'appello, è rimasta intimata.
Con il primo motivo, la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 56 del 1987, art. 10, comma 3, e della L. n. 407 del 1990, art. 8, comma 9, per avere la Corte di merito ritenuto che il lavoratore A.U., avendo prestato attività lavorativa per 42 giorni nei 24 mesi precedenti l'assunzione, non potesse più considerarsi disoccupato di lunga durata ai fini della concessione del beneficio degli sgravi contributivi.
Con il terzo motivo, la ricorrente si duole della violazione della L. n. 448 del 1998, art. 3, per avere la Corte di merito ritenuto che la concessione dello sgravio di cui alla norma cit. per il lavoratore A.M. presupponesse la prova che questi si trovasse precedentemente disoccupato.
Con il secondo ed il quarto motivo, la ricorrente lamenta violazione dell'art. 2697 c.c. e dell'art. 437 c.p.c., comma 2, per avere la Corte territoriale ritenuto che incombesse su di essa ricorrente l'onere della prova degli ulteriori requisiti per l'accesso agli sgravi sui contributi dovuti per il lavoratori dianzi menzionati, nonostante che l'INPS non ne avesse in primo grado contestato espressamente la mancanza.
Con il quinto motivo, la società ricorrente deduce insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia per avere la Corte di merito ritenuto non provata la pregressa qualità di borsista della lavoratrice B.G..
Da ultimo, con il sesto motivo, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 437 c.p.c., comma 2, e della art. 116, L. n. 388 del 2000, per avere la Corte territoriale ritenuto la novità e conseguente inammissibilità della censura relativa alla quantificazione delle sanzioni civili calcolate sulle somme dovute per contributi.
Tutti i motivi sono inammissibili.
Quanto alle censure di violazione di legge, questa Corte ha chiarito che, affinchè il quesito di diritto di cui all'art. 366 bis c.p.c. abbia i requisiti idonei ai fini dell'ammissibilità del ricorso per cassazione, è necessario, con riferimento al ricorso per violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 3, che siano enunciati gli errori di diritto in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata, richiamando le relative argomentazioni (Cass. n. 3519 del 2008), non potendo all'uopo ritenersi sufficiente il fatto che il quesito di diritto possa implicitamente desumersi con compiutezza dal motivo di ricorso, dal momento che una siffatta interpretazione si risolverebbe nell'abrogazione tacita della norma di cui all'art. 366 bis c.p.c., che ha all'opposto circoscritto la pronunzia del giudice di legittimità nei limiti di un accoglimento o di un rigetto del quesito formulato dalla parte (Cass. S.U. n. 23732 del 2007).
Nel caso di specie, viceversa, il ricorrente, a conclusione del primo, del secondo, del terzo, del quarto e del sesto motivo, ha rispettivamente formulato quesiti di diritto del seguente testuale tenore: "Viola della L. n. 56 del 1987, l'art. 10, il giudice di merito che ritiene inapplicabile la norma, in presenza dei requisiti richiesti di legge, ove la stessa sia invocata dal datore di lavoro (anzichè dal dipendente)?"; "Viola l'art. 2697 c.c. e l'art. 437 c.p.c., comma 2, il giudice di merito che, in assenza di puntuale contestazione da parte dell'ente in primo grado, richieda la prova dell'esistenza di tutte le condizioni per poter accedere al beneficio di cui alla L. n. 407 del 1990?"; "Viola della L. n. 448 del 1998, art. 3, il giudice di merito che richiede, per l'applicazione della L. n. 448/1998, art. 3, l'esistenza del requisito del pregresso stato di disoccupazione?"; "Viola l'art. 2697 c.c. e l'art. 437 c.p.c., comma 2, il giudice di merito che, in assenza di puntuale contestazione da parte dell'ente in primo grado, richieda la prova dell'esistenza di tutte le condizioni per poter accedere al beneficio di cui alla L. n. 448 del 1998?"; "Viola l'art. 437 c.p.c., comma 2 e della L. n. 388 del 2000, l'art. 116, commi 8-18, il giudice di merito che ritenga inammissibile, in quanto formulata per la prima volta in appello, la questione della quantificazione delle sanzioni civili?". Come si vede, manca nei quesiti un qualunque richiamo alle argomentazioni a sostegno della decisione patrocinata da parte ricorrente, per modo che deve escludersi che essi possano costituire come invece devono - quella sintesi logico-giuridica della questione tale da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula iuris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata (Cass. S.U. n. 26020 del 2008). Parimenti inammissibili sono le censure di cui al quinto motivo.
Premesso al riguardo che la ricorrente si duole che la Corte di merito abbia ritenuto sfornita di prova la pregressa qualità di borsista della lavoratrice B.G., giudicando tardiva la documentazione all'uopo presentata in sede di appello e insufficiente quella depositata in primo grado, è sufficiente al riguardo rilevare che i documenti di cui parte ricorrente lamenta la mancata o corretta valutazione (libro presenze e contratto di assunzione) non risultano trascritti nel corpo del ricorso, nè ne è indicato riassuntivamente il contenuto, nè è indicato dove gli stessi sarebbero rinvenibili:
e poichè il ricorrente che denunci il difetto di motivazione sulla valutazione di un documento ha l'onere di indicare specificamente il contenuto del documento trascurato o erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo altresì, se non alla sua trascrizione integrale, certamente all'indicazione del luogo (fascicolo di ufficio o di parte) in cui esso è reperibile, anche tale censura va ritenuta inammissibile, per violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione siccome espresso dall'art. 366 c.p.c., n. 6 (v. in tal senso Cass. n. 3026 del 2014).
Il ricorso, pertanto, va dichiarato inammissibile. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente a rifondere all'INPS le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15%.
LaPrevidenza.it, 05/05/2016