Source: https://www.tidona.com/dichiarazione-del-contraente-e-strumenti-finanziari-derivati-degli-enti-territoriali/
Timestamp: 2019-12-07 16:27:18+00:00
Document Index: 91518047

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 6', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 1175', 'art. 1176', 'art. 1337']

Dichiarazione del contraente e strumenti finanziari derivati degli enti territoriali | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
14 Giugno 2010 In Diritto bancario
1. – Il contesto normativo comunitario e per le società
3. – La prassi nella conclusione di contratti derivati
Volendo seguire l’ordine di gerarchia delle fonti, il punto di riferimento della disciplina vigente in materia di operatore qualificato è anzitutto la direttiva comunitaria n. 39/2004[3]. La direttiva n. 39/2004 è corredata da un allegato II, avente a oggetto i “clienti professionali ai fini della presente direttiva”. Tale allegato II distingue fra “categorie di clienti professionali” e “clienti che su richiesta possono essere trattati come professionali”. Con riferimento ai clienti che su richiesta possono essere trattati come professionali, la direttiva specifica i criteri d’identificazione e la relativa procedura. In particolare “i clienti … possono rinunciare alle protezioni previste dalle norme di comportamento solo una volta espletata la procedura seguente: – i clienti devono comunicare per iscritto all’impresa di investimento che desiderano essere trattati come clienti professionali, a titolo generale o rispetto ad un particolare servizio o operazione di investimento o tipo di operazione o di prodotto; – l’impresa di investimento deve avvertire i clienti, in una comunicazione scritta e chiara, di quali sono le protezioni e i diritti di indennizzo che potrebbero perdere; – i clienti devono dichiarare per iscritto, in un documento separato dal contratto, di essere a conoscenza delle conseguenze derivanti dalla perdita di tali protezioni”.
Per completezza di esposizione si è appena illustrato l’assetto legislativo e regolamentare attualmente vigente in materia di operatore qualificato. Bisogna tuttavia osservare che la giurisprudenza degli ultimi anni ha dato applicazione a disposizioni più datate e, nel frattempo, abrogate. In particolare il regolamento n. 16190/2007 ha abrogato e sostituito il precedente regolamento n. 11522/1998, su cui si basa il grosso del contenzioso degli ultimi anni. Nel caso affrontato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 12138/2009[10] (unico precedente di legittimità in materia) è stato applicato un regolamento ancora più datato: si tratta del reg. n. 5387/1991. In effetti vi è stata una vera e propria successione di regolamenti in materia, in quanto al reg. n. 5387/1991 hanno fatto seguito il reg. n. 8859/1994, il reg. n. 10943/1997 e – infine – il reg. n. 11522/1998. D’ora in avanti, per semplificazione, faremo riferimento esclusivamente all’art. 31, comma 2, dell’ultimo regolamento ante MIFID (ossia al reg. n. 11522/1998), che si riferiva a “ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari espressamente dichiarata per iscritto”[11].
Negli ultimi anni numerosi società ed enti territoriali hanno concluso contratti derivati con intermediari finanziari, contratti che – non raramente – mostrano perdite. Limitandoci in questa sede ai dati riguardanti regioni ed enti locali, al giugno 2009 vi erano in Italia 519 amministrazioni locali che avevano in forza contratti derivati con banche operanti in Italia che risultavano in perdita[15]. Fra le amministrazioni in perdita prevalgono i comuni (464); vi sono poi 28 province, 13 regioni e 14 amministrazioni locali di altro tipo. Dal punto di vista della distribuzione geografica, le regioni con il maggior numero di enti in perdita sono la Lombardia (53) e la Campania (52). Le regioni che presentano il valore di mercato negativo più elevato sono la Campania (216 milioni di euro) e il Piemonte (141 milioni di euro). Complessivamente il valore di mercato negativo per i 519 enti territoriali coinvolti è di 990 milioni di euro (per gli altri enti locali invece il mark to market è positivo per complessivi 148 milioni di euro). I dati statistici appena riportati devono considerarsi per difetto in quanto non tengono conto dei contratti derivati stipulati con intermediari finanziari esteri.
Quando però l’onere finanziario diventa intollerabile, capita che società ed enti territoriali – sfiduciati nei confronti dell’intermediario – si rivolgano all’autorità giudiziaria. L’obiettivo è quello di prospettare una qualche manchevolezza da parte della banca, al fine di far valere uno dei rimedi riconosciuti dall’ordinamento e – così – di azzerare le perdite.
Il testo della dichiarazione di essere operatore qualificato viene di norma predisposto dall’intermediario finanziario. Nella maggioranza dei casi il contenuto della dichiarazione non è oggetto di una negoziazione fra le parti; si tratta invece di un modello predisposto dalla banca di cui il legale rappresentante della società o dell’ente territoriale si limita a prendere atto, firmandolo. Gli amministratori privati e pubblici che si vedono proposto il contratto derivato non sempre verificano con attenzione il contenuto di tale dichiarazione prima di procedere alla sottoscrizione. Le ragioni di questa possibile superficialità sono molteplici. La complessità dei contratti, di cui la dichiarazione di essere operatore qualificato costituisce solo una parte, disincentiva uno studio analitico e attento degli stessi e di tutti i suoi allegati. Inoltre alle società e agli enti territoriali interessa la finalità essenziale del testo contrattuale che sottoscrivono (che è, di regola, la riduzione di certi rischi e il contenimento di determinati costi) e non è raro che i loro rappresentanti non si concentrino sul significato esatto di tutte le dichiarazioni che firmano. Al riguardo, ovviamente, non si può generalizzare e molto dipende dalle dimensioni delle società e degli enti territoriali coinvolti e dall’assistenza (o meno) di eventuali consulenti in occasione della conclusione dei contratti. In ogni caso, nella prassi, è probabile che – almeno in alcune occasioni – l’autocertificazione venga sottoscritta senza sapere esattamente quali siano i suoi reali effetti giuridici.
Per quanto riguarda il reg. n. 11522/1998, l’art. 31, comma 2, di tale regolamento permetteva che si riconoscesse come operatore qualificato solo una società oppure una persona giuridica. Se Tizio era invece una persona fisica (e dunque né una società né una persona giuridica), non poteva essere considerato operatore qualificato, nemmeno laddove fosse in possesso di competenze ed esperienze in materia di operazioni in strumenti finanziari. La persona fisica veniva presunta dal regolamento come debole e destinataria forzata delle norme di comportamento degli intermediari. Un discorso diverso valeva invece per le società e le persone giuridiche, anche se bisogna notare che le relative nozioni erano particolarmente ampie. Esse erano atte a comprendere imprese che svolgono attività estremamente varie e di dimensioni niente affatto omogenee: dalla piccola società di persone con pochi dipendenti alla grande società di capitali con migliaia di dipendenti. Un punto che merita di essere sottolineato è che il regolamento n. 11522/1998 richiedeva la sussistenza di competenza e di esperienza, ma non specificava in capo a chi. Viene allora da chiedersi se dovesse essere la società o l’ente territoriale in sé a disporre di competenza ed esperienza oppure se dovessero esserlo le persone fisiche che operano – a qualche titolo – in seno ai medesimi. L’esperienza può – forse – essere imputata giuridicamente alla stessa società o ente territoriale, quando direttamente questi soggetti hanno posto in essere operazioni in strumenti finanziari. Lo stesso mi pare non possa dirsi del parametro della competenza. È difficile affermare che una società o un ente territoriale è competente in strumenti finanziari, poiché la conoscenza tende a essere legata alle persone fisiche che la possiedono (Tizio, piuttosto che Caio, che svolge una certa funzione in seno agli stessi). Vi sarebbe allora preliminarmente da stabilire quali persone possano ritenersi competenti ed esperte della materia ai fini dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998. Ad esempio: solo i rappresentanti legali della società o dell’ente territoriale oppure possono bastare anche i dirigenti oppure anche i dipendenti oppure, addirittura, potrà bastare una competenza che faccia capo a consulenti esterni? Il regolamento purtroppo non offre elementi per rispondere con certezza a questa domanda.
Nel caso del regolamento n. 11522/1998 non era tuttavia sufficiente essere una società o persona giuridica, ma – al fine di essere considerati come operatori qualificati – bisognava essere in possesso di “competenza” ed “esperienza”: “competenza” significa una conoscenza teorica della materia; “esperienza” in materia di operazioni in strumenti finanziari si riferisce al fatto di avere già compiuto operazioni in strumenti finanziari. Il problema sia per la competenza sia per l’esperienza è che il regolamento non specificava quale livello fosse necessario. Al riguardo bisogna distinguere fra una competenza superficiale e un’esperienza occasionale (che non assegnano la qualità di operatore qualificato) e una competenza profonda e un’esperienza continuata (che, invece, attribuiscono tale status). Il regolamento esigeva una competenza e un’esperienza “specifiche”[19]. E questo requisito va interpretato come necessità che competenza ed esperienza mostrino un certo livello di profondità. La legge, del resto, richiede non un’esperienza qualsiasi, bensì un’esperienza “professionale” (art. 6, comma 2, TUF).
L’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 richiedeva la sussistenza, in via cumulativa, sia di competenza sia di esperienza affinché la società potesse essere ritenuta operatore qualificato. Quando anche una sola di queste due circostanze non era riscontrabile nel caso di specie, non vi era operatore qualificato; il soggetto veniva considerato “debole” dall’ordinamento e – dunque – si applicavano tutte le norme di comportamento previste dal regolamento Consob.
L’errore in cui incorre parte della giurisprudenza è di non tenere presente che, nel nostro ordinamento, esiste una precisa gerarchia delle fonti. Il giudice deve anzitutto orientarsi a quello che le disposizioni di legge (e non le norme di regolamento) prescrivono. In altre parole, anche qualora dovesse operare l’art. 31 reg. n. 11522/1998 (e dunque non si applicasse parte del regolamento), non verrebbe per ciò meno l’applicazione delle disposizioni di legge e – conseguentemente – dei doveri degli intermediari finanziari che risultano direttamente dal testo legislativo. Del resto ciò è affermato in modo espresso dall’art. 31, comma 1, reg. n. 11522/1998, laddove stabilisce che l’esclusione delle norme di comportamento per gli operatori qualificati opera “a eccezione di quanto previsto da specifiche disposizioni di legge”.
A tutti gli operatori (sia ai qualificati sia ai non qualificati) si applica, ad esempio, l’art. 21, comma 1, TUF. Questa disposizione stabilisce, fra le altre cose, che – nella prestazione dei servizi e delle attività d’investimento e accessori – i soggetti abilitati devono “acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati” (art. 21, comma 1, lett. b, TUF). I doveri informativi dell’intermediario finanziario risultanti direttamente dalla legge hanno per oggetto: 1) anzitutto il significato e le conseguenze della dichiarazione di essere operatore qualificato; 2) e, solo in un secondo momento, le caratteristiche e i rischi delle operazioni che vengono compiute. Ci soffermeremo, qui di seguito, solo sul primo aspetto. Alla luce del dovere informativo degli intermediari finanziari risultante dall’art. 21, comma 1, lett. b, TUF, già in vigenza del precedente reg. n. 11522/1998 non appariva corretto l’approccio giurisprudenziale che rigettava le azioni in giudizio delle società per il solo fatto che esse si fossero autocertificate operatori qualificati. È ragionevole assumere che l’intermediario che proponeva al cliente di firmare una dichiarazione sulla competenza e sull’esperienza della società in materia di strumenti finanziari dovesse dapprima informarlo su quali sono le conseguenze di tale dichiarazione.
Ma l’obbligo dell’intermediario finanziario di esaminare insieme con il cliente il contenuto e le conseguenze della certificazione di essere operatore qualificato deriva da disposizioni di carattere più generale rispetto a quelle del TUF. Bisogna anzitutto menzionare l’art. 1175 c.c., secondo cui “il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza”. È difficile definire corretto il comportamento di un intermediario finanziario il quale omette di segnalare al cliente che la sottoscrizione della certificazione esenta la banca da una serie di doveri. È necessario inoltre richiamare l’art. 1176, comma 2, c.c., secondo cui “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”. È indubbio che questa disposizione si applichi anche all’intermediario finanziario. Vi è allora da chiedersi come si possa qualificare diligente il comportamento di una banca che, senza spiegazione alcuna, fa sottoscrivere al legale rappresentante di una società una dichiarazione atta a farla assurgere – in difformità dalla realtà delle cose – a operatore qualificato. L’obbligo dell’intermediario finanziario d’informare sul significato della certificazione può poi desumersi dall’art. 1337 c.c., secondo cui “le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede”. In sede di trattative e di formazione di un contratto derivato la buona fede impone d’informare in modo veritiero su significato e effetti della certificazione. Si noti che questo dovere fa capo all’intermediario finanziario prima della conclusione del contratto, quando si tratta di stabilire la natura (di operatore qualificato o meno) della controparte.
L’insieme delle diverse disposizioni che si sono elencate, contenute in parte nel TUF e in parte nel codice civile, imponeva all’intermediario finanziario – già in vigenza del reg. n. 11522/1998 – quantomeno di accertare in via preliminare se il cliente fosse o meno in possesso di competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Si noti, fra l’altro, che in alcuni casi l’assenza di tali competenze ed esperienze è certamente nota alla banca: si tratta dell’ipotesi in cui la società ha rapporti di lunga durata con l’intermediario. Il caso tipico è quello di una piccola impresa che si affida da anni alla filiale locale di una banca per la gestione di tutte (o quasi) le sue pratiche di natura finanziaria. Il funzionario che conosce bene la situazione in cui versa la società nonché le competenze ed esperienze di chi vi lavora non può ignorare tali circostanze e far sottoscrivere al rappresentante legale, a propria (apparente) autotutela, una certificazione di cui conosce la sostanziale non corrispondenza a verità. Se lo fa lo stesso, viola le disposizioni di legge che si sono elencate.
[9] Allegato n. 3, parte I, punto 2: “le imprese di grandi dimensioni che presentano a livello di singola società, almeno due dei seguenti requisiti dimensionali: – totale di bilancio: 20.000.000 euro; – fatturato netto: 40.000.000 euro; – fondi propri: 2.000.000 euro”.
La collateralizzazione degli strumenti finanziari derivati OTC (“over the counter”) in Italia 1 Ottobre 2007