Source: https://www.leggioggi.it/2013/01/21/dallincadidabilita-allimpresentabilita-alla-carica-di-parlamentare-nuovi-limiti-al-diritto-di-elettorato-passivo/
Timestamp: 2018-09-23 09:55:35+00:00
Document Index: 179908552

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 1']

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Dall’incandidabilità all’impresentabilità alla carica di Parlamentare. Nuovi limiti al diritto di elettorato passivo
1. L’<<impresentabilità>> quale nuovo limite al diritto di elettorato passivo
Sull’onda dell’anti politica e dell’annunciato, quanto verosimile, ingresso in Parlamento dei rappresentati del Movimento 5 Stelle di Grillo, le prossime elezioni per il rinnovo dei membri di Camera e Senato della Repubblica italiana ci stanno consegnando una nuova categoria invalidante del diritto di elettorato passivo previsto dall’art. 51 della Costituzione. Alle più note categorie della “incompatibilità”, “ineleggibilità” e “incandidabilità” [1], partiti politici e movimenti civici hanno introdotto nei rispettivi statuti interni la categoria della “impresentabilità”.
Diventa impresentabile l’aspirante candidato alla carica elettiva che, sottoposto ad uno screening da un organo interno del partito politico appositamente istituito, pur possedendo i requisiti soggettivi richiesti dalla legge per proporre la propria candidatura, difetta di ulteriori e più stringenti requisiti soggettivi previsti da regolamenti interni ai partiti politici, meglio conosciuti come Codici etici [2]. Trattasi di requisiti che interessano anche la sfera morale e sociale dell’aspirante candidato e che vengono valutati con il metro della mera “opportunità”.
Orbene, questo nuovo ed aggiuntivo filtro inserito dai partiti politici rischia però di infrangersi sulle norme dell’ordinamento costituzionale e sui principi che la CorteCostituzionaleha sancito in materia. Il diritto di elettorato passivo, che è un diritto soggettivo perfetto, è infatti riconosciuto dalla nostra Costituzione all’art. 51, che così recita: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Nell’ambito del potere di fissazione dei “requisiti” di eleggibilità, che l’art. 51 riserva solamente al legislatore, esistono delle cause ostative all’esercizio di tale diritto, che trovano espressa disciplina nel nostro ordinamento giuridico e che riguardano tutti i livelli istituzionali in cui è prevista una carica di tipo elettivo.
Proprio il principio di cui all’art. 51 Cost. svolge “il ruolo di garanzia generale di un diritto politico fondamentale, riconosciuto ad ogni cittadino con i caratteri dell’inviolabilità (ex art. 2 della Costituzione)[3]. La giurisprudenza costituzionale ha, peraltro, più volte tutelato il fondamentale diritto di elettorato passivo, trattandosi “di un diritto che, essendo intangibile nel suo contenuto di valore, può essere unicamente disciplinato da leggi generali, che possono limitarlo soltanto al fine di realizzare altri interessi costituzionali altrettanto fondamentali e generali, senza porre discriminazioni sostanziali tra cittadino e cittadino, qualunque sia la Regione o il luogo di appartenenza” [4].
Appare pertinente altresì rilevare che secondo un altro principio sancito dalla Corte Costituzionale “…l’eleggibilità è la regola e l’ineleggibilità l’eccezione: le norme che derogano al principio della generalità del diritto elettorale passivo sono di stretta interpretazione e devono contenersi entro i limiti di quanto è necessario a soddisfare le esigenze di pubblico interesse cui sono preordinate…”[5].
Molti partiti si sono dotati di questi codici etici per filtrare le candidature e tra questi il Partito Democratico. Le recenti decisioni del Partito Democratico di escludere dalle proprie liste i Senatori uscenti Crisafulli, Caputo e Papanìa, rispolverano una questione che a ritmi periodici e, per lo più coincidenti con la fase della formazione delle liste di candidati per il rinnovo delle Istituzioni democratiche, si presenta in tutta la sua arrogante e preoccupante realtà del sistema partitico in Italia: “la democrazia interna ai partiti politici”[6].
L’affidamento rappresenta lo stato di fiducia dei soggetti dichiarati dal PD “impresentabili” in base all’apparenza delle situazioni e dei fatti divergenti dalla loro sostanza, che si configura e si consolida a seguito di un comportamento concludente (rectius, apparentia iuris) – lo svolgimento delle primarie – che, in virtù del tempo e della buona fede viene a sovrapporsi alla fattispecie reale. Secondo tale accezione, l’affidamento “esprime l’esigenza, propria della giustizia sostanziale, di dare giusto rilievo ad una valutazione della buona fede che tenga conto, nella regolazione dei rapporti giuridici, del comportamento delle parti. Più specificatamente, nel suo significato più ristretto l’affidamento indica le ipotesi in cui l’ordinamento accorda la propria tutela allo stato di fiducia. E’ appena il caso di ricordare, peraltro, che il principio di buona fede è esplicitamente contemplato nel codice civile agli artt. 1375 e 1175; anche se in quest’ultimo articolo viene usato il termine correttezza, esso può considerarsi un sinonimo del concetto di buona fede, al pari di altri termini come solidarietà o leale cooperazione, o comunque un elemento della situazione di legittimo affidamento”[7].
In tale contesto, non si può non ribadire, ancora una volta, che la mancata attuazione dell’art. 49 della Costituzione crea, a ritmi periodici ma costanti, seri problemi di democrazia all’interno di organizzazioni esponenziali della società civile alle quali la medesima Costituzione affida fondamentali e, per alcuni autorevoli commentatori [8], irrinunciabili funzioni pubbliche: “la determinazione della politica nazionale”.
Le funzioni svolte dai partiti politici, oltrechè pubbliche, sono anche costituzionalmente rilevanti, perché trovano fondamento nel citato art. 49 Cost.. Esse non possono quindi essere lese dall’autonomia, cosiddetta interna, riconosciuta ai partiti senza con ciò ledere il ruolo fondamentale che la Costituzioneassegna agli stessi. I partiti politici sono infatti il principale, se non unico, strumento attraverso cui si esprime il pluralismo politico dei cittadini, i quali, loro tramite, possono partecipare quotidianamente alla determinazione della politica nazionale. Al riguardo è decisivo rilevare che “i partiti politici sono garantiti dalla carta costituzionale – nella prospettiva dei diritto dei cittadini di associarsi – quali strumenti di rappresentanza di interessi politicamente organizzati; diritto di associazione al quale si ricollega la garanzia del pluralismo”[9].
I partiti, quindi, concorrono alla formazione e manifestazione della volontà popolare e sono strumento fondamentale per la partecipazione politica e democratica. Le funzioni attribuite ai medesimi nel procedimento elettorale – deposito contrassegni delle candidature individuali e di lista, raccolta firme, selezione delle candidature, presentazione delle liste, campagna elettorale, applicazione della par condicio – costituiscono l’unico modo costituzionalmente possibile e legittimo perché nelle odierne democrazie rappresentative il popolo possa esercitare la propria sovranità, cioè per “raccordare”, come dice la Corte Costituzionale [10], democrazia e rappresentanza politica. Il ruolo fondamentale svolto dai partiti nel procedimento elettorale assume quindi natura non solo pubblica ma anche costituzionale perché costituisce la principale modalità di esercizio del ruolo attribuito ai partiti dall’art. 49 Cost.[11].
Non si tratta (tanto) di riproporre le vessate questioni circa il controllo pubblico (id est: amministrativo alla stregua della disciplina legislativa) sui partiti, ma di “leggere” le relazioni tra singolo e associazioni privilegiate, valorizzando le logiche proprie del diritto comune dei rapporti interprivati, il quale non a caso si impernia sulla tutela delle posizioni soggettive e – di conseguenza – sui poteri del giudice [12].
[1] Recentemente il Governo ha approvato il decreto legislativo 31 dicembre n. 235 recante: “Testo Unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’art. 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”.
[2] L’ordinamento del terzo settore conosce già questi strumenti avendoli sperimentati in Sicilia ad opera delle Associazioni degli Industriali per contrastare le infiltrazioni mafiose all’interno del tessuto imprenditoriale.
[6] Sull’argomento si consenta il rinvio a Massimo Greco “La democrazia interna ai partiti politici in Italia”, su Forum di Quaderni Costituzionali, 22/03/2012;
[8] Per il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky “i partiti politici sono l’unico strumento che conosciamo per unificare la società e tenerla insieme”.
[11] S. Curreri, “Non varcate quella soglia”, 18 aprile 2006 e A. Mannino, “I partiti politici davanti alla Corte Costituzionale”, 3 maggio2006 in Forum di Quaderni Costituzionali.
[12] D. Messineo, “L’ammissione del cittadino ai partiti: osservazioni a margine del caso Pannella”, in liberalfondazione.it.
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Dall'incadidabilità all'impresentabilità alla carica di Parlamentare ... - Gratis Zone 21 gennaio 2013 at 07:38
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