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Timestamp: 2019-12-14 02:59:37+00:00
Document Index: 29688252

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 23', 'art. 29', 'art. 32', 'art. 2112', 'art. 32', 'art. 3', 'art.18', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 5', 'art. 29', 'art.1', 'art. 3', 'art.2112', 'art.32', 'art.2549', 'art.28', 'art. 2094', 'art. 2094', 'art. 2094', 'art.7', 'art. 36', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 4']

Contro la precarizzazione del lavoro, una risolutiva proposta di legge - Convegno e atti - Giuristi democratici
Redazione 17 maggio 2007 15:40
La presentazione e la discussione di una proposta legislativa moderna che si pone l'obiettivo di sintetizzare in un articolato il più possibile compatto e essenziale le riforme o risposte normative che appaiono necessarie per contrastare e, sperabilmente, rovesciare la precarizzazione ... che ha colpito l'insieme del mondo del lavoro, non soltanto questo o quel segmento.
In allegato il progetto di legge
UNA RISOLUTIVA PROPOSTA DI LEGGE
CGIL Camera del lavoro di Padova
15 giugno 2007 ore 15.00/19.30
Aula De Ponti - Facoltà di Giurisprudenza
avv. Luigi Ficarra - Giuristi Democratici
prof. avv. Giovanni Alleva
prof. avv. Carlo Cester
Rappresentati FIOM CGIL nazionale e regionale
Ugo Angiollo - segretario generale FP CGIL Veneto
Salvatore Livorno - segretario confederale CGIL Padova
dr. Gaetano Campo - Giudice del lavoro Padova
on. Gianni Pagliarini - Presidente Commissione lavoro Camera dei Deputati
Nicola Nicolosi - responsabile segretariato d'Europa CGIL nazionale
Della precarietà del lavoro e della sua crescente precarizzazione, oggetto di questo convegno, parlano in questi giorni i sindacati dei lavoratori, esponenti del Governo, la Confindustria, i Partiti Politici. Nel Programma dell’Unione si parla di superare la legge 267/03, il d.lgs. che ha dato attuazione ai principi direttivi della legge delega n. 30 del 14/02/03, con cui si sono dettate norme organiche su tutte le forme di lavoro precario, estendendo al massimo la precarizzazione, già introdotta dalla legge 196/01 - c. d. legge Treu - e dal d.lgs. 368/01.
Mentre Prodi, nel discorso tenuto a Firenze il 26 maggio scorso(2007), afferma, almeno nelle intenzioni, che la precarietà “ distrugge un’intera generazione, rovina la società ”; che “ la precarietà ed i bassi salari impediscono ai giovani di programmare la loro vita ”; che “ la fase dell’apprendistato, – se c’è – deve essere breve e deve portare ad un contratto stabile e duraturo”; la Confindustria, tramite il suo Presidente Montezemolo, all’assemblea annuale tenutasi il 25 maggio scorso, ha elevato un peana alla legge vigente n. 276/03, c.d. Legge 30 (dal numero della legge delega), ed in particolare ai contratti a termine, (ripetibili all’infinito col sistema truffaldino legalizzato dall’art. 5, L. 368/01 = riassunzione il 21° giorno dopo la fine del precedente contratto), e alla somministrazione di lavoro (lavoro interinale). La quale costa sì di più al datore, anzi, più correttamente “percettore di lavoro”, rispetto al lavoro a progetto (vs. sul punto l’art. 23, d.lgs. 276/03), ma egli segue questa strada in quanto ottiene in tal modo un controllo totale del lavoratore, che viene sottoposto ad una doppia alienazione: al somministratore ed all’utilizzatore, ed all’azzeramento di ogni sua pur minima libertà: un nuovo schiavo, non un lavoratore, ma un interinale, un numero. (Nota è la prassi generalizzata degli imprenditori che si scelgono essi stessi la forza lavoro e poi la mandano all’Agenzia Interinale, tramite la quale poi, formalmente, la utilizzano).
Montezemolo, per gli industriali, e cioè per il padronato, ha ripetuto l’11 giugno scorso all’Assolombarda che “ il d.lgs. 276/03, (chiamato anche legge Biagi o Maroni, dal nome di quelli che più hanno concorso alla sua stesura tecnica), non si tocca : è un elemento fondamentale di competitività”; ed ha espresso tale giudizio con riferimento all’aumento della produttività. Nulla di più falso: come certamente dirà il prof. Alleva, - parlando in particolare della gravissima norma che, abrogata la civile ed avanzata legge n. 1369/60, consente oggi l’appalto di mano d’opera (art. 29, d.lgs. 276/03), ed anche di quella (art. 32, d.lgs. 276/03) che consente la truffaldina individuazione e qualificazione, da parte del cedente e del cessionario, di un ramo d’azienda come articolazione autonoma della stessa, ai fini della sua cessione ex art. 2112 c.c., (così come modificato dal medesimo art. 32 cit. della c.d. legge “Biagi”), e ciò, si badi, al momento del trasferimento, senza vietare, anzi prevedendo che il cedente stipuli poi col cessionario un contratto d’appalto per la cui esecuzione viene utilizzato proprio il ramo d’azienda ceduto -, la logica della legge “Biagi - Maroni” è diretta a garantire il massimo sfruttamento della forza lavoro e ad ottenere proprio per tale via un aumento della produttività, disincentivando quindi gli investimenti di tipo tecnologico, gli unici che nel breve e nel lungo periodo aumentano la competitività delle aziende che ne sono investite. (Germania docet).
- A fronte della palese disparità di trattamento esistente, in termini di tutela e quindi di libertà, fra lavoratori subordinati e collaboratori coordinati e continuativi (detti a progetto dopo il d.lgs. 276/03 e, quindi, strutturalmente a termine), ed anche con le altre forme di lavoro precario (somministrazione e contratti a termine in primis), ci sono oggi due modi di affrontare il problema in termini tecnico-giuridici e quindi politici.
A) Quello proposto dal Ministro Damiano : non superare la legge 276/03 (legge Biagi o legge “30” che dir si voglia), ma cancellare le forme di lavoro più precarizzanti : il lavoro a chiamata (intermittente, di cui agli artt. 33 e segg. legge 276/03); ed il lavoro ripartito (di cui agli artt. 41 e segg. legge 276/03); forme, peraltro, che poche aziende utilizzano. Ed anche riavvicinare le aliquote contributive: Damiano intende portare i contributi dei parasubordinati dall’attuale 23,5% al 25-26% ed abbassare di due punti quelli sul lavoro subordinato (oggi al 33%), così da avvicinare i costi. In tal modo, però, si istituzionalizza un mercato di lavoratori co.co.pro., strutturalmente a termine, detti giustamente “usa e getta”, cittadini dimidiati, precari, quasi dei novelli servi, non liberi (in violazione a nostro avviso dell’art. 3 cost.), resi sì più costosi, alla pari dei lavoratori interinali, ma del tutto sottomessi alla mercé dei datori di lavoro, ed in ogni caso senza, in particolare, la tutela dell’art.18 St. Non solo, così operando sarebbe anche inutile, come pure proposto dal governo, mettere un tetto ai contratti a termine, perché le imprese ben potrebbero attingere allo sconfinato mercato dei co.co.pro., cioè al lavoro c.d. parasubordinato, strutturalmente a termine: la più triste invenzione giuridica italiana, unico caso in Europa.
B) C’è un secondo modo di affrontare il problema: superare la c.d. legge Biagi, cioè il d.lgs.276/03 di attuazione delle legge delega n.30/03. E’ il fine dichiarato della proposta di legge Alleva, presentata l’8.2.07, a firma di oltre cento parlamentari dello schieramento di sinistra.
- La proposta di legge che, come detto, porta il nome del prof. Piergiorgio Alleva, è una presa d’atto rivoluzionaria dell’odierna situazione del mercato del lavoro.
Definisce il lavoro subordinato, non secondo il concetto classico di eterodirezione del lavoro : predeterminazione datoriale - padronale di tempi di lavoro, orari d’entrata e di uscita, direzione gerarchica, potere disciplinare (che andava bene nella vecchia fabbrica fordista della catena di montaggio), ma secondo il concetto di dipendenza socio-economica del lavoratore dal datore di lavoro; dipendenza determinata da una doppia alienità : dei mezzi di produzione e del risultato della prestazione, appartenenti entrambi al datore-percettore di lavoro. Il quale stabilisce esso stesso i risultati secondo un suo proprio piano organizzativo – (vs. sul punto l’importante anticipazione contenuta nella famosa sentenza n. 30/1996 della Corte Costituzionale).
Dipendenza che si coglie nella stessa definizione data dall’art. 61, d.lgs.276/03, del lavoro a progetto : “i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa […] devono essere riconducibili a […] progetti o programmi determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, (e) nel rispetto del coordinamento con l’organizzazione del committente”, (cioè con la sua struttura aziendale).
Il lavoratore, dice giustamente Allevi, in cambio della retribuzione viene subordinato ad un progetto e ad un’organizzazione d’impresa altrui, alla quale è destinata l’utilità della sua prestazione.
Vive, quindi, una condizione di dipendenza socio-economica.
Si osserva ancora da parte del prof. Alleva, che porre la differenza ontologica fra lavoro subordinato e collaborazione coordinata e continuativa nella diversità della eterodirezione è, non solo per quanto sopra detto, concettualmente e logicamente errato; ma si ha pure che detta differenza diventa, il più delle volte, impalpabile nella odierna c.d. economia della conoscenza, con il progressivo sviluppo delle prestazioni intellettuali, cioè di conoscenza, caratterizzate da massima discrezionalità tecnica nella loro esecuzione.
La eterodirezione, che caratterizzava la vecchia fabbrica fordista, in sostanza non costituisce più - egli dice - una modalità efficiente di utilizzazione delle risorse umane, caratterizzate sempre più da alti gradi di istruzione e flessibilità decisionale. Gli stessi giovani oggi chiedono giustamente le garanzie tipiche del lavoro dipendente ed insieme la possibilità di autogestirsi i tempi ed i modi di lavoro. E ne guadagno in efficienza le stesse aziende.
La proposta avanzata riunifica il mondo del lavoro e libera dalla condizione di precarietà servile milioni di persone, se è vero che in Italia su 22 milioni di lavoratori, 9 circa sono precari.
- La proposta di legge Alleva mira a modificare poi sostanzialmente il contratto di lavoro a termine, superando le flessibilità gravissime introdotte dal d.lgs. 368/01: essa infatti pone il limite massimo di durata di detto contratto, proroghe comprese, in tre anni, ed estende i limiti ed i divieti anche nella Pubblica Amministrazione; ed in tal modo annulla la truffaldina prassi oggi consentita dall’art. 5, d.lgs. 368/01, della ripetibilità all’infinito (precari a vita) del contratto a termine, purché lo si rinnovi … dopo il 21° giorno della sua scadenza: una vera e propria truffa legalizzata. - La proposta Alleva mira pure a modificare la figura della somministrazione del lavoro (c.d. lavoro interinale), vietando quanto il d.lgs. 276/01 oggi consenta: la somministrazione a tempo indeterminato; e rapportandola alla disciplina del contratto a termine. – Mira inoltre a superare-annullare la nefasta figura del contratto di opere e servizi, di cui all’art. 29 del d.lgs. 276/03, il quale, consentendo l’appalto di mano d’opera, (che era vietato dall’art.1 della legge 1369/60), ha, non solo gravemente danneggiato i lavoratori sul piano economico e della loro libertà, ma, come già prima accennato, ha costituito un’alternativa negativa per lo sviluppo tecnologico delle aziende; e, abolendo le regole della solidarietà fra committente e appaltatore, (prima imposto dall’art. 3, l. 1369/60), ha creato una vera e propria situazione criminogena (appalti interni al ribasso, con compressione dei salari e non rispetto delle normative in materia di sicurezza ed aumento esponenziale degli assassini sul lavoro). Affronta il problema del trasferimento d’azienda di cui all’art.2112, 5° co. , cc. , con la proposta di abolizione della gravissima modifica introdotta dall’art.32, d.lgs.276/03, che, come prima detto, consente oggi che siano le parti ad “identificare”, al momento del trasferimento, come articolazione autonoma, la parte ceduta. Programma una nuova disciplina del contratto di associazione in partecipazione, di cui all’art.2549 c.c., vietando che l’apporto sia costituito da prestazioni di lavoro, ed impedendo quindi il suo conseguente “legale” massimo sfruttamento. Affronta in modo radicale la repressione del lavoro nero (la cui precarietà è massima), consentendo ai sindacati di far ricorso all’art.28, l.300/70 e disciplinando in modo intelligente la conseguente sua « emersione ».
- Il fulcro della riforma, che, come detto riunifica il mondo del lavoro, superando l’artificiale distinzione introdotta in Italia fra lavoro subordinato e parasubordinato (collaborazione coordinata e continuativa), passa attraverso la riscrittura dell’art. 2094 c.c..
art. 2094 “Prestatore di lavoro subordinato”
Proposta Alleva
art. 2094 “Contratto di lavoro”
1. “Con il contratto di lavoro, che si reputa a tempo indeterminato salvo le eccezioni legislativamente previste, il lavoratore si obbliga, mediante retribuzione, a prestare la propria attività intellettuale o manuale in via continuativa all’impresa o diversa attività organizzata da altri, con destinazione esclusiva del risultato al datore di lavoro”.
2. “Il contratto di lavoro deve prevedere mansioni, categoria, qualifica e trattamento economico e normativo da attribuire al lavoratore”.
3. “L’eventuale esclusione, per accordo tra le parti, dell’esercizio da parte del datore di lavoro dei poteri di cui agli artt. 2103 (mansioni), 2104 (diligenza e osservanza delle disposizioni), 2106 e art.7 l.300/70 (sanzioni disciplinari), 2100 (obbligatorietà del cottimo e osservanza di determinati ritmi), 2101 (comunicazione tariffe di cottimo), 2102 (partecipazione agli utili), 2108 (lavoro straordinario e notturno), non comporta l’esclusione dei prestatori di lavoro interessati dalla fruizione delle discipline generali di tutela del lavoro, previste dal codice civile e dalle leggi speciali, né può dar luogo a trattamenti economico-normativi inferiori a quelli applicati agli altri lavoratori dipendenti dalla medesima impresa”.
4. “L’accordo di cui al comma 3°, qualora intervenga fra i contraenti di un contratto di lavoro in corso di esecuzione, non costituisce novazione del rapporto di lavoro, né può comportare per il lavoratore peggioramenti di trattamento economico-normativo”.
- In questa proposta la dipendenza formale, l’eterodirezione, può esser escluso (comma 3), divenendo quindi essa, come dice Alleva, una semplice eventuale modalità del rapporto di lavoro dipendente, non la sua essenza. Questa è ora individuata, indicata nella dipendenza socio-economica, nella doppia alienità: dei mezzi di produzione e del risultato utile, entrambi appartenenti al datore di lavoro. - Solo nei casi in cui il lavoratore può controllare i mezzi di produzione: • organizzazione aziendale e • risultato del lavoro, può parlarsi di lavoro autonomo, non dipendente.
Con la proposta Alleva, si ha un unico contratto per lavoro dipendente, con le stesse garanzie per tutti, diviso al suo interno in dipendenti anche “formali” e dipendenti sostanziali (para-autonomi).
Il co.co.co. – oggi, dopo la 276/03, co.co.pro. -, fu inventato una trentina di anni fa (1973 circa), perché i signori datori-precettori di lavoro non pagassero ferie, malattia, tredicesima, perché versassero meno contributi e, soprattutto, potessero licenziare ad libitum.
Non è più l’appartenere ad una catena di montaggio – (oggi sembra meno presente nell’organizzazione del lavoro) – che può e deve dare una piena tutela dei diritti del lavoratore (retribuzione, licenziamento solo per giusta causa e- giustificato motivo e tutela “reale”, diritto di assemblea, etc.), ma l’essere dipendente da un’organizzazione del lavoro decisa da altri ed insieme l’impossibilità, da parte sua, di controllare il risultato del proprio lavoro e dell’attività economica complessiva dell’azienda.
Considerazioni politiche generali.
Con Jellinek e la sua opera “Dottrine generali dello Stato”(1900) è entrata nell’uso delle teorie sullo Stato la distinzione fra dottrina sociologica e dottrina giuridica dello Stato. La distinzione fu riconosciuta rilevante e seguita da Max Weber. Kelsen, invece, criticando Jellinek, risolse lo Stato solo nell’ordinamento giuridico: lo Stato, per lui, scompare come entità diversa dal diritto, il quale ne regola l’attività consistente nella produzione ed esecuzione di norme giuridiche.
Come è noto le teorie meramente giuridico-formali dello Stato (Kelsen) sono state in maggioranza abbandonate dagli stessi giuristi, ed hanno ripreso vigore gli studi di sociologia politica ed economica che hanno per oggetto lo Stato come forma di organizzazione sociale, di cui il diritto è solo uno degli elementi costitutivi. (Così Bobbio).
Svolgo queste considerazioni per dire che non possiamo parlare di diritto del lavoro solo in termini giuridico formali, ma necessariamente facendo riferimento alla struttura economico sociale odierna, di capitalismo avanzato, nell’epoca della globalizzazione capitalistica mondiale dispiegata.
• L’aumento enorme della flessibilità e precarizzazione del lavoro e del suo sfruttamento è strutturalmente connesso alla concorrenza sfrenata del capitalismo asiatico in grande travolgente ascesa (Cina ed India, in particolare, e tutto il sud est asiatico, dove il costo della forza lavoro è enormemente più basso), ma anche direttamente al dominio esteso del capitale finanziario.
I fondi di pensione europei ed anglosassoni, che sono tra i principali investitori istituzionali - muovono centinaia di miliardi di euro e di dollari – oggi chiedono alle imprese, di cui detengono quote rilevanti del capitale azionario, che il “loro” capitale finanziario sia remunerato con tassi del 10-15% annuo. Ciò quando il PIL cresce nel migliore dei casi del 3% annuo.
Le imprese, che non possono dire di no, per dare agli investitori istituzionali il 10-15% annuo, devono raggiungere un saggio di profitto di almeno il 20-25% annuo, sì da poter avere una loro accumulazione.
Come! Comprimendo al massimo i costi di produzione ed in primis il costo della forza lavoro col ricorso ai lavori precari (appalti e subappalti di mano d’opera, esternalizzazioni - cessione di rami d’azienda -, lavoro interinale, cioè somministrazione di lavoro, co.co.pro., contratti a termine, con ripetitibilità senza limite), in cui i lavoratori, non solo “costano” spesso e volentieri di meno, ma possono soprattutto essere dominati e sfruttati sino all’osso con l’aumento dei ritmi (intensificazione del lavoro), abolizione delle pause (densificazione del lavoro), etc.
E, quindi, aumento del plusvalore e del saggio di profitto.
L’aumento della precarietà, la sua teorizzazione e diffusione costituiscono un attacco generalizzato al diritto del lavoro.
In cento anni eravamo passati dalle 60 alle 38-40 ore settimanali.
Ora si passa dalle 40 h. alle 60 h., come agli inizi del ‘900 (vedi circolare della Commissione Europea, già tradotta in legge in Austria ed entrata pure nel nostro ordinamento interno).
Dal sabato festivo si passa al sabato lavorativo.
Le retribuzioni, in violazione dell’ art. 36 cost., vanno largamente sotto il minimo vitale.
Il licenziamento torna ad essere ad libitum.
Si programma il superamento del CCNL, e si privilegia, con un ritorno all’indietro, all’’800, la contrattazione individuale ed aziendale, legando gli aumenti salariali solo all’aumento della produttività ed a quello degli straordinari, i quali sono da detassare ed esonerare pure dai contributi, come ha fatto Sarkosy in Francia. In tal modo si programma il sostanziale ritorno alla situazione delle gabbie salariali, la cui abolizione costituì una grande vittoria del mondo del lavoro.
Il diritto del lavoro, affermato nella seconda metà del ‘900, è definito arcaismo, non conquista della modernità. E’ - dicono con linguaggio aulico - un ostacolo alla competitività, intendendo con questa parola solo aumento senza limiti dello sfruttamento della forza lavoro.
E’ quindi chiaro che i problemi da affrontare non sono solo di carattere giuridico, ma prevalentemente di natura politica.
NUOVE NORME PER IL SUPERAMENTO DEL PRECARIATO E LA DIGNITA’ DEL LAVORO
- il testo è quello già presentato il 26 ottobre 2006 a Roma presso il Centro Dirriti del Lavoro - Sinistra Europea "Pietro Alò" in occasione della presentazione della proposta di legge
1) Finalità e struttura del progetto di legge.
2) Precarizzazione e rapporti atipici.
3) Precarizzazione e apposizione del termine. 4) Precarizzazione e separazione del lavoro dall’impresa.
5) Precarizzazione e lavoro nero.
6) Diritti del lavoratore e risarcimento del danno.
Relazione Roberto Lamacchia
La nostra epoca è caratterizzata dalla tendenza ad usare idee, peraltro mai approfondite, che si ritengono fondamentali e quasi taumaturgiche per risolvere i problemi della società e che diventano vere e proprie bandiere: mi riferisco al richiamo che, negli anni ’90 si è fatto al sistema maggioritario come quello capace di garantire la riduzione del numero dei partiti politici in Italia; all’abolizione delle preferenze, come metodo per interrompere il collegamento di controllo della malavita organizzata sul voto dei cittadini; allo stesso uso del termine “riformismo” come sinonimo di modernizzazione democratica del sistema; all’europeizzazione, come necessità per l’Italia di restare legata al carro europeo in campo economico; ed infine, per quanto qui maggiormente rileva, alla flessibilità, intesa come panacea di ogni male nel campo delle attività lavorative.
Sovente europeizzazione e flessibilità vengono utilizzati insieme, con un astuto mix di induzione di sensi di colpa per non essere sufficientemente moderni ed europei e di confusione sul concetto di flessibilità.
E così, con un cocktail di modernizzazione, europeizzazione, flessibilità si è giunti all’elaborazione dapprima del Libro Bianco e poi della Legge 30 che, per blindarla ulteriormente nei confronti di possibili critiche, viene comunemente, ma impropriamente, chiamata Legge Biagi; senza che si approfondisse il significato e la portata di quei termini ed il loro effetto sulla condizione della classe lavoratrice in Italia.
Eppure, di chiarimenti e di approfondimenti in materia ve ne sarebbero da fare molti, a cominciare da quella pretesa europeizzazione, in nome della quale si intendono far passare numerose norme peggiorative dei diritti dei lavoratori.
Si pensi solo al fatto che, mentre la Direttiva Europea 1999/70 CE continua a considerare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato la regola in materia di assunzioni, il precedente Governo, nel famoso “Contratto di lavoro Europeo” presentato nel giugno del 2001, aveva testualmente scritto nella relazione di accompagnamento al decreto legislativo “questa nuova normativa trasforma, infatti, in una regola quella che finora è stata un’eccezione. I due tipi di contratto (quello a termine e quello a tempo indeterminato n.d.r.) di lavoro avranno d’ora in poi parità di status giuridico.”.
Le successive polemiche, proteste e resistenze non modificarono nella sostanza la situazione, nel senso che il testo del decreto legislativo restò immutato, mentre venne lievemente modificato il testo della relazione! Né il nuovo Governo ha apportato una qualche modifica normativa sul punto.
Vi è, poi, da aggiungere, sulla questione, che le Direttive europee sono, tendenzialmente, frutto dell’impostazione mercantilistica sulla base della quale è nata la Comunità Europea, che solo recentemente sta tentando di modificare il suo status; conseguentemente, le Direttive sono particolarmente sensibili ai problemi del mercato e per nulla a quelli dei diritti; la stessa Carta di Nizza, che pure rappresenta un indiscutibile passo avanti sulla strada dell’impegno per l’affermazione e la difesa dei diritti sociali, presenta punti più arretrati rispetto alla situazione italiana, come è immediatamente percepibile dal fatto che, mentre per la nostra Costituzione esiste il diritto al lavoro, per la Carta di Nizza esiste solo il diritto di lavorare e scusate se la differenza Vi sembra poca cosa.
Analogo discorso vale per la flessibilità, che è stata sovente recepita, anche da parte della sinistra, in maniera del tutto acritica, senza distinguere tra i vari tipi di flessibilità: è flessibilità, infatti, sia una deregolamentazione dell’orario di lavoro che può favorire le esigenze dei singoli lavoratori, sia l’assunzione di 100 lavoratori per momentanee esigenze aziendali ed il loro successivo licenziamento, secondo il principio del “giusto in tempo”, per cui il lavoratore, come le merci, deve essere assunto ed utilizzato solo per il tempo in cui serve.
Bisogna, cioè, saper distinguere tra flessibilità buona e flessibilità cattiva, la prima arreca qualche beneficio al lavoratore, circa il modo di rendere la prestazione e, come tale, va accettata, anche se crea una minor unitarietà tra i lavoratori, perché comunque va incontro ad esigenze concrete, individuali.
L’altra flessibilità, quella cattiva, è invece quella che ha finito per essere sostituita dal concetto di precarietà e che ha profondamente trasformato il mondo del lavoro.
Devono, infatti, essere definiti flessibili, cioè precari, tutti quei lavoratori previsti dal D.Lgs. 276/03, cui devono essere aggiunti i co.co.co., non più previsti per il settore privato, ma ancora presenti nelle pubbliche amministrazioni, i lavoratori a tempo determinato, i lavoratori in nero, veri e propri precari di fatto, da distinguersi, dunque, dai precari per legge che ho sopra menzionato ed infine, a mio giudizio, anche i soci lavoratori di quelle cooperative fittizie, costretti ad inserirsi come soci, come condizione per l’assunzione e che mai prendono parte alla vita sociale della cooperativa.
Sono, poi, da aggiungere al conto tutti quei lavoratori pseudoautonomi, che hanno ingrossato il numero delle partite IVA e che prestano la loro attività come se fossero dipendenti con vincolo di subordinazione, ma senza alcuna garanzia.
La percentuale di queste posizioni sul totale degli occupati è già oggi rilevantissima e tende sempre più ad accrescersi.
E ciò che appare grave è che si sta formando, nella stessa mentalità del cittadino, una introiezione del concetto di precarietà, come se, cioè, si trattasse di un fatto ineluttabile, anzi, direi di più, positivo; quante volte, infatti, abbiamo sentito parlare di flessibilità nell’occupazione che consente ai giovani lavoratori di provare più posti di lavoro, sino a giungere all’agognata meta del posto di lavoro per loro ideale.
Ma se già è discutibile la flessibilità in entrata nel mondo del lavoro, ancora di più preoccupa la flessibilità in uscita, perché essa starebbe a sancire la possibilità di utilizzo dei lavoratori nel luogo e nel momento in cui gli stessi servono, con successivo loro accantonamento nei momenti di calo del lavoro.
Si deve, invece, tornare a ribadire con forza che il lavoratore non è una merce, che infatti la merce ed il mercato non sono beni costituzionalmente tutelati, mentre il lavoratore lo è, che conseguentemente deve essere privilegiata la sua sicurezza di quest’ultimo e il suo affidamento almeno in via tendenziale, verso una vita lavorativa serena.
Se così è, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato deve tornare ad essere la regola, cui possono essere apportate eccezioni,che tali, però, devono restare.
Solo così si impedirà il proliferare di quelle situazioni totalmente spersonalizzanti che derivano dalla totale mancanza di certezze del lavoratore.
Il lavoratore ha diritto di svolgere un lavoro dignitoso “travail décent” come veniva definito dall’Organisation International du Travail sin dal 1999, intendendosi per tale quello fondato su una serie di forme di sicurezze che certamente sono invece gravemente compromesse da quanto avviene sul mercato del lavoro.
Il lavoratore precario è completamente sottoposto alla discrezionalità delle decisioni dell’azienda, anche al di là del suo comportamento o del suo rapporto con la stessa; è sufficiente che vi sia una contrazione di mercato, magari anche temporanea ed il lavoratore viene estromesso dal suo posto di lavoro, magari con la promessa di essere richiamato al più presto, non appena ripristinate le condizioni di occupazione.
Le retribuzioni sono sensibilmente inferiori a quelle degli occupati tradizionali ed addirittura, almeno rispetto ai collaboratori, intendendosi per tali i co.co.pro, i co.co.co, i collaboratori occasionali, le partite IVA e gli associati in partecipazione, detti compensi, già magri, sono in fase di decrescita; naturalmente, poi, all’interno di questa situazione di difficoltà, la situazione delle lavoratrici, già notoriamente considerate soggetto debole nel rapporto di lavoro e, comunque, nella società, è ancora più penalizzata: nel 2004 il compenso di una collaboratrice ammontava secondo dati INPS a 6700 Euro annui, a fronte dei 10880 Euro del collaboratore maschio, e ciò è tanto più significativo se si pensa che il personale femminile è presente in percentuale più alta tra il personale precario (circa il 48%) che tra i lavoratori stabili, ove la percentuale è del 36%.
Compensi sotto la soglia di povertà, mancanza di ammortizzatori sociali, impossibilità di accesso al credito (acquisizione di contratti di mutuo, prestiti ecc.) costituiscono elementi di destabilizzazione del lavoratore precario.
D’altra parte, poi, quei lavoratori faticano a trovare protezione sociale, ammesso che non considerino ineluttabile la loro situazione, sia perché le OO.SS. solo recentemente hanno compreso fino in fondo la delicatezza della situazione, creando strutture ad hoc per i lavoratori interinali, sia perché i magistrati non sono sufficientemente sensibilizzati (ma il discorso vale anche per gli avvocati) su questi nuovi temi, nei quali la sperimentazione di nuove costruzioni giuridiche dovrebbe assumere la stessa importanza che hanno avuto alcune cause pilota negli anni ’70 per l’applicazione dello Statuto dei Lavoratori e della L. 604/66.
Da una simile situazione scaturisce per il lavoratore precario, ovviamente, una difficoltà di progettare la propria vita, a breve e a lungo termine; un senso di autodisistima personale che gioca pesantemente nei rapporti sociali (non si dimentichi la drammatica incidenza della permanenza dei lavoratori in CIGS, altro meccanismo che provoca disvalore sociale, sui casi di malattie psichiche e di suicidi).
Ma anche, come ha acutamente osservato il Prof. Gallino, nella semplice distinzione, fisiologicamente necessaria, tra tempo dedicato al lavoro e tempo libero si ravvisano per i lavoratori precari situazioni di totale confusione, che sono prodotte dalla tendenziale sparizione di tale differenza, in nome di una società anch’essa flessibile e, dunque, obbligatoriamente sempre funzionante: l’apertura prolungata di negozi, cinema, ristoranti e di ogni servizio, onde il cittadino, in qualsiasi momento della giornata o nottata possa esaudire una sua necessità o un suo desiderio, cui deve corrispondere, ovviamente, la presenza di altro cittadino lavoratore per soddisfare quelle esigenze, è estremamente indicativa di questa tendenza.
Se questa è la situazione del precario classico, non certo più favorevole appare la situazione del lavoratore in nero, magari extracomunitario, che ho prima definito precario di fatto.
In proposito, sintomatico, quanto alla possibilità di tutela dei diritti di questo genere di lavoratori, prevalentemente clandestini, mi appare il recente provvedimento della DPL di Reggio Emilia che ha ritenuto che il lavoratore clandestino, non essendo regolarmente sul territorio italiano, è come se non esistesse e, dunque, non esistendo, non può nemmeno esperire il tentativo di conciliazione avanti la DPL per poter poi esercitare i suoi diritti avanti il Giudice del Lavoro!
Se mai si affermasse un tale principio, che fortunatamente mi risulta assolutamente isolato, si legittimerebbe una serie di imprenditori che eufemisticamente potremmo definire spregiudicati, ad utilizzare a piene mani mano d’opera clandestina, già normalmente ricattabile, pagarla pochissimo o non pagarla per nulla, senza correre rischio alcuno sotto il profilo patrimoniale, non essendo possibile per quel lavoratore far valere i propri diritti in alcuna maniera lecita.
La flessibilità e la precarietà non solo riducono la sicurezza del lavoratore nel mantenimento del suo posto di lavoro, ma incidono anche su altre sicurezze che caratterizzano lo svolgimento sereno di una vita lavorativa, quali la sicurezza previdenziale e la presenza di un reddito “decente”: il lavoratore precario è non solo un lavoratore di serie B, ma anche un cittadino di serie B.
Come una tale situazione sia compatibile con i principi della nostra Costituzione: con l’art. 1 che afferma che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, che rappresenta, dunque, non un semplice diritto, ma l’elemento costitutivo dello Stato; con l’art. 3 che garantisce a tutti i cittadini pari dignità sociale; con l’art. 4 che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro ed impone allo Stato di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, non è dato comprendere.
Ma di quale diritto al lavoro si parla? Forse di questa forma di precariato sociale che si è venuta determinando, sia per l’introduzione delle nuove normative, sia per l’abuso dei datori di lavoro? Credo proprio di no.
Ed allora, non resta che trarre le conclusioni da una tale situazione: se riteniamo che il precariato sia uno dei mali che affliggono questa società, e se riteniamo che sia contrario allo spirito ed alla norma della nostra Costituzione, allora bisogna combatterlo; e bisogna farlo su più fronti contemporaneamente:
sul fronte culturale, controbattendo l’idea che si sta generalizzando che “precario è bello, è moderno, è, comunque, inevitabile”;
sul piano politico, con iniziative come quella di cui stiamo oggi discutendo, di radicale superamento della Legge 30, ma soprattutto con pressioni sulle forze politiche che tradizionalmente sono state dalla parte dei lavoratori, le forze di sinistra, che sul tema si mostrano, invece, assai tiepide;
sul piano sindacale, con un rafforzamento delle strutture che si occupano del precariato e con una forte pressione per eliminare il precariato di fatto e ridurre il precariato per legge nei limiti, quanto meno, delle regole imposte dalla attuale normativa;
sul piano giudiziale, con l’impostazione di vertenze che mirino, in ogni caso, a ridurre l’impatto della nuova normativa sul mondo del lavoro, tramite, ad esempio, la contestazione dell’esistenza del progetto, per i co.co.pro., la contestazione del carattere autonomo del rapporto, magari anche certificato ecc..
Solo così sarà possibile ritornare ad un’impostazione del rapporto di lavoro che, vedendo al suo centro il rapporto a tempo indeterminato, e come suoi solo eccezionali corollari altre forme di rapporto di lavoro, restituisca al lavoratore quella fiducia in se stesso e nel suo avvenire che è la regola che ci viene imposta dalla nostra Costituzione.