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Timestamp: 2019-12-11 13:54:49+00:00
Document Index: 72907305

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Disabilità. Audizione alla Commissione Affari sociali del Ministro Maroni
Audizione del Ministro Maroni sulle nuove misure che il governo intende adottare a sostegno delle persone con disabilità
AUDIZIONE 18.
SEDUTA DI GIOVEDI' 17 FEBBRAIO 2005
Palumbo Giuseppe, Presidente.....................
Audizione del ministro del lavoro e delle politiche sociali, onorevole Roberto Maroni, sulle nuove misure che il Governo intende adottare a sostegno delle persone con disabilità (ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento):
Palumbo Giuseppe, Presidente...........................
Battaglia Augusto (DS-U)...............................
Caminiti Giuseppe (FI)...............................
Di Virgilio Domenico (FI).............................
Giacco Luigi (DS-U)...............................
Lucchese Francesco Paolo (UDC)..........................
Maroni Roberto, Ministro del lavoro e delle politiche sociali.................
Martini Francesca (LNFP).............................
Mosella Donato Renato (MARGH-U)..........................
Valpiana Tiziana (RC)...............................
Zanotti Katia (DS-U)...............................
Audizione del ministro del lavoro e delle politiche sociali, onorevole Roberto Maroni, sulle nuove misure che il Governo intende adottare a sostegno delle persone con disabilità.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, del ministro del lavoro e delle politiche sociali, onorevole Roberto Maroni, sulle nuove misure che il Governo intende adottare a sostegno delle persone con disabilità.
Do immediatamente la parola al ministro Maroni per il suo intervento.
ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor presidente, oltre alle considerazioni sul punto da lei richiamato, vorrei svolgerne anche alcune, più generali, sullo stato di salute delle politiche sociali, visto che il ministero che ho l'onore di dirigere è il primo ad aver accorpato misure di intervento su mercato del lavoro, previdenza e politiche sociali. In proposito, le osservazioni da svolgere
appaiono piuttosto rilevanti.
La situazione che si è venuta a creare a seguito della prima attuazione della riforma previdenziale apre delle prospettive interessanti proprio in materia di welfare. Come sapete, la legge delega sulle pensioni prevede una serie di decreti legislativi attuativi - da emanare entro 12 o 18 mesi dalla sua entrata in vigore -, inerenti al sistema previdenziale (testo unico, riforma degli enti previdenziali, attuazione della previdenza complementare secondo il terzo pilastro), su cui ci stiamo adoperando, contiene anche delle norme immediatamente operative; una parte di esse entrerà in vigore dal 1° gennaio 2008, con l'elevazione dell'età pensionabile, l'altra è entrata in vigore immediatamente, a far data dal 6 ottobre 2004, ed è relativa al cosiddetto "superbonus", cioè l'incentivo a rimanere al lavoro previsto per i lavoratori che
abbiano maturato il diritto alla pensione di anzianità. L'incentivo consente di incrementare l'ammontare della busta paga del lavoratore per una quota corrispondente al 100 per cento del contributo previdenziale che lavoratore e azienda versano all'ente di previdenza, vale a dire il 32,7 per cento - in media - della
retribuzione lorda (quasi sempre più del 50 per cento della retribuzione netta) del lavoratore. L'intenzione di fondo era quella di introdurre una misura che fosse molto efficace, attesa la totale mancanza di effetti dell'incentivo precedentemente previsto dalla normativa italiana: si trattava, infatti, di un aumento dell'8 per cento subordinato, peraltro, alla novazione del contratto lavorativo e al nulla osta da parte del datore di lavoro.
In tre anni - questo incentivo venne introdotto nel 2000 - aderirono non più di 50 lavoratori, con nessuna utilità e nessun effetto finanziario. Il nostro incentivo, introdotto dalla legge di riforma, ha mostrato invece da subito un altissimo gradimento, se è vero che dal 6 ottobre 2004 al 31 gennaio 2005 vi hanno aderito
31.381 lavoratori, i quali hanno rinviato la pensione di anzianità rimanendo al lavoro. Questa quota non coincide però con la totalità di coloro che hanno deciso di rinviare il pensionamento, atteso che una parte piuttosto significativa di lavoratori ha ritenuto di protrarre l'attività lavorativa continuando a versare contributi per ottenere una prestazione previdenziale più elevata. La prudenza che contraddistingue il Ministero dell'economia e delle finanze lo ha indotto, quando venne presentato il disegno di
legge di delega sulle pensioni, a prevedere - nella relazione tecnica del provvedimento - che questo incentivo, cosiddetto "superbonus", in vigore fino al 31 dicembre 2007, non avrebbe generato alcun risparmio di spesa (a differenza di quanto avrebbe fatto - dal 2008 in poi - la modifica dei requisiti per il
pensionamento, ritenuta idonea ad assicurare un risparmio di spesa pari ad 8 miliardi). Noi del Ministero del welfare, convinti del contrario, abbiamo fatto una sorta di gentlemen agreement con il Ministero dell'economia e delle finanze riguardo agli eventuali risparmi di spesa. Ci siamo accordati che, qualora vi fossero stati dei risparmi di spesa, questi sarebbero rimasti nell'ambito delle politiche del welfare e
non destinati ad altri, seppur nobili, fini.
Ad oggi, a distanza di soli quattro mesi dall'entrata in vigore, l'INPS stima, anche se in modo ancora grezzo, risparmi di spesa previdenziale rilevanti già per il 2005, attorno al miliardo di euro. Ho suggerito all'INPS di operare con la massima prudenza, perché quattro mesi sono pochi anche se il dato è molto confortante e,
quindi, ho chiesto loro di non indicare un risparmio di spesa, derivante dal "superbonus", nel bilancio preventivo per il 2005. Occorre pertanto valutare nel corso del 2005 la stabilizzazione di questo risparmio previdenziale per poter utilizzare, nel corso dell'anno o nella finanziaria per il 2006, dei risparmi che siano congrui e confermati dal monitoraggio di diversi mesi.
Se la cifra sarà di questa entità o, addirittura, superiore, si porrà la questione di come utilizzare queste risorse. Rimanendo, quindi, nell'ambito del sistema del welfare ed escludendo che esse possano andare ad incrementare i livelli di prestazione pensionistica, perché il meccanismo di incremento è fissato dalla legge n.
243 del 2004 e dalle leggi n. 335 del 1995 e n. 662 del 1996, il metodo di calcolo prevede, a parità di contribuzione, parità di prestazione previdenziale, pertanto il sistema previdenziale; non può consentire interventi se non sulla totalità dei casi, ma spalmare un miliardo di euro, cifra peraltro consistente, significa distribuire su 20 milioni di pensionati pochi euro ciascuno.
Si può pensare, quindi, di utilizzare questa somma per interventi di carattere assistenziale nei confronti delle persone non autosufficienti o delle persone affette da grave disabilità. In qualche modo abbiamo ipotizzato già nella legge delega un intervento a sostegno di quei lavoratori che, decidendo di accudire un familiare
disabile, riducano la prestazione lavorativa da tempo pieno a tempo parziale, riducendo la retribuzione. Per questi casi, in cui la prestazione viene ridotta non per andare a pesca ma per accudire un familiare disabile, la legge delega prevede che al lavoratore venga garantita la stessa prestazione previdenziale attraverso il
versamento di contributi figurativi. Come sapete, questi contributi sono calcolati e accreditati dall'INPS senza un'entrata effettiva, quindi la copertura è posta carico della fiscalità generale.
Queste risorse potrebbero anche essere utilizzate per interventi coordinati con le regioni sulla disabilità grave, il cosiddetto tema del "dopo di noi", ossia nel caso di persone disabili non autosufficienti che sopravvivono ai propri genitori e improvvisamente si trovano senza il sostegno della propria famiglia. Esistono, infatti, iniziative meritorie da parte di comuni, province e regioni che hanno dato vita a
strutture in cui questi disabili possono essere ricoverati. Oppure tali somme possono essere impiegate per altre finalità, non esiste ancora una contabilità affidabile su questi risparmi, che pure ci sono e sono costituiti dalla differenza per il minore gettito contributivo che l'INPS affronta, perché i contributi che vanno in busta paga non vengono più versati all'INPS, e la minor erogazione pensionistica per queste 31.381 persone. La differenza comporta vantaggi finanziari a favore dell'INPS per la cifra che ho stimato, ancora non utilizzabile oggi perché non sarebbe una copertura certificata dal Ministero dell'economia e delle finanze. Occorre attendere che questo dato si stabilizzi, almeno per le prossime due "finestre" di uscita fino alla fine di
giugno, dopodiché potremo avere un dato stabile e potremo decidere insieme come utilizzare tali risorse.
Vi è però una questione alla base di questa decisione: la competenza sulla spesa riguardante le politiche sociali in base alla riforma della Costituzione. Su questo punto si è generato un fortissimo contenzioso su iniziativa di alcune regioni, in particolare l'Emilia-Romagna, la Toscana e l'Umbria, che ha determinato ricorsi alla Corte costituzionale nei confronti di iniziative del Governo e del Parlamento in materia di politiche sociali che destinavano risorse per alcune finalità. Questi ricorsi alla Corte costituzionale hanno portato alla dichiarazione di incostituzionalità di questi interventi, con ritardi anche di due anni, il che determina problemi interpretativi circa il fatto che parte di questi interventi è già stata compiuta. Si pone
comunque il problema di cosa il Governo e il Parlamento possano fare e di come possano spendere queste risorse.
Vorrei citare alcuni casi significativi. Ricorderete certamente tutti le iniziative prese dal Parlamento per la costituzione di un fondo per gli asili nido: 300 milioni di euro per il triennio 2002-2004, destinati agli asili nido e ai micronidi nei luoghi di lavoro. Su ricorso della regione Emilia-Romagna la Corte costituzionale ha sancito l'illegittimità costituzionale dell'istituzione di questi fondi. La stessa cosa è accaduta per il fondo di rotazione di 10 milioni di euro, la Corte ne ha dichiarato l'incostituzionalità, sempre su ricorso della regione Emilia-Romagna. Lo stesso dicasi per il fondo di 161 milioni di euro destinato al sostegno delle giovani coppie nella ricerca di una abitazione: la disposizione è stata dichiarata incostituzionale sempre su
ricorso della regione Emilia-Romagna. Infine, cito l'altra iniziativa presa dal Governo di stanziare 15 milioni in progetti da parte di enti locali in partnership tra loro e con il terzo settore, relativi ai programmi innovativi e sperimentali per il "dopo di noi": anche questo provvedimento è stato impugnato da alcune regioni sia presso il TAR del Lazio sia presso la Corte costituzionale. Il TAR ha rimesso il giudizio alla Corte,
che non si è ancora espressa, ma, visti i precedenti, temo che anche questa misura verrà cancellata. Queste risorse sono state già assegnate sulla base di bandi e, in alcuni casi, sono già state impiegate, quindi se vi sarà una sentenza di illegittimità credo che dovremo garantire comunque il finanziamento.
Da ultimo, vi è stata la sentenza del 19 dicembre 2004 - la più recente e anche la più rilevante da questo punto di vista -, pronunciata in conseguenza di un ricorso presentato dalle regioni Emilia-Romagna, Umbria e Toscana. Nello specifico, su ricorso della regione Emilia-Romagna, sono state dichiarate incostituzionali alcune norme di minor rilievo, una delle quali concerneva, ad esempio, un finanziamento alla
fondazione dei maestri del lavoro.
In ogni caso, la norma più rilevante cassata dalla Corte costituzionale è stata quella relativa al cosiddetto reddito di ultima istanza. Come certamente saprete, il reddito di ultima istanza è stato introdotto nella legge finanziaria per il 2003 a seguito di una disposizione contenuta nel Patto per l'Italia del 5 luglio 2002. Ciò è
avvenuto su richiesta delle parti sociali - in particolare del sindacato - che hanno chiesto al Governo di introdurre questo nuovo istituto come riproposizione dell'esperienza cessata il 31 dicembre 2002 e consistente nel cosiddetto reddito minimo di inserimento. Il nuovo meccanismo prevedeva il cofinanziamento da parte dello Stato di iniziative prese dalle singole regioni attraverso cui si realizzavano, nei rispettivi territori di competenza, interventi di sostegno al reddito - definito reddito di ultima istanza - a favore di famiglie prive di altri mezzi di sostentamento. Quindi era la regione che si occupava di destinare le somme, mentre l'impegno del Governo si sostanziava semplicemente nel metterle a disposizione dell'ente garantendo la definizione della platea e la gestione delle risorse. Su ricorso della regione Emilia-Romagna, la Corte costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità di questa norma poiché si ritiene che la competenza esclusiva a decidere e a finanziare questo tipo di intervento sia delle regioni. Di conseguenza, lo Stato non può neppure cofinanziare un intervento diretto al sostegno del reddito deciso dalle regioni sulla base dei
principi generali propri dell'ordinamento giuridico.
Di fronte a questo scenario interpretativo ed avendo a disposizione delle risorse, ci si è posti il problema di come utilizzarle, ossia di quali interventi realizzare senza che questi ultimi risultino contrari alle decisioni della Corte costituzionale poiché individuati nel rispetto delle giuste, legittime e sacrosante competenze della
regione e che, allo stesso tempo, consentano allo Stato di spendere. Al riguardo sono state individuate due soluzioni, la prima delle quali è la più semplice, ma credo anche la meno efficace. Mi riferisco al trasferimento di una certa somma di denaro alle regioni per finalità di politica sociale lasciando decidere le stesse circa la sua specifica utilizzazione. Questa soluzione è la più semplice, perché in questo modo si
trasferisce la responsabilità alle regioni, ma anche la meno efficace, perché non è possibile individuare precise destinazioni. Infatti, la Corte costituzionale non ammette il vincolo di destinazione e, tra l'altro, non è possibile garantire che le regioni spendano questi soldi nell'ambito di iniziative di politica sociale. Se una regione, in seguito ad un riparto, dovesse decidere di utilizzare il denaro messo a sua disposizione per costruire strade, nessuno - né il Governo né il Parlamento - potrebbe intervenire per chiedere conto o censurare questo tipo di intervento. Come può operare allora il Parlamento per destinare somme, anche ingenti, per le politiche sociali con la garanzia che queste ultime siano all'uopo utilizzate?
La seconda soluzione consiste nell'utilizzare lo strumento della Conferenza unificata per negoziare questa destinazione con le regioni. Noi l'abbiamo fatto in più di un'occasione per quanto concerne la destinazione del fondo nazionale per le politiche sociali. Tra l'altro, le regioni si erano impegnate per iscritto a destinare una certa quantità di quote a sostegno della famiglia; successivamente, però, ci siamo accorti che tale impegno veniva disatteso. Quindi, se Governo e Parlamento decidono di destinare una certa somma di denaro a sostegno della famiglia, neppure la via pattizia - tra virgolette - può garantire loro che tale risorsa venga effettivamente utilizzata per quel dato scopo. Questo è il quadro di riferimento da tenere presente
per decidere la destinazione da dare a questi risparmi previdenziali.
Come sapete, il fondo nazionale per le politiche sociali raggruppa, ormai senza più vincolo di destinazione, somme che debbono essere trasferite in parte all'INPS (per i cosiddetti diritti soggettivi), in parte alle regioni, in parte ai comuni e in parte al ministero per le spese di sua competenza. Nel 2000 - anno in cui il fondo è
stato istituito - sono stati trasferiti alle regioni 249 milioni di euro, nel 2001 757 milioni di euro, nel 2002 771 milioni di euro, nel 2003 896 milioni di euro e nel 2004 si è toccata la cifra record di 1 miliardo di euro; tra il 2001 e il 2004 si è registrato un aumento del 32 per cento. Quindi il Parlamento, attraverso la legge finanziaria, ha aumentato le risorse destinate alle politiche sociali del 32 per cento. Tali risorse, però, non sono state direttamente spese dal Governo, ma sono state trasferite alle regioni senza vincolo di destinazione.
In conclusione, di fronte - in particolare - all'ultima sentenza della Corte costituzionale, datata dicembre 2004, credo si ponga un problema istituzionale. Ad oggi ha ancora un senso il fondo nazionale per le politiche sociali, che pure ha svolto un'importante funzione ordinando la spesa sociale? Mi chiedo, invece, se tutto non si riduca semplicemente ad un negoziato tra il sottoscritto e le regioni per trasferire una certa quantità di risorse senza che il Governo abbia alcuna possibilità di verifica. Se così è, se cioè non sussiste la possibilità di vincolare queste risorse, tanto vale allora che ad occuparsi di tutta questa faccenda sia il Ministero dell'economia e delle finanze o la Ragioneria generale dello Stato. Noi abbiamo fornito risorse alle regioni con l'indicazione di spenderle per lo sviluppo delle politiche sociali, ma la Corte costituzionale ha sentenziato che neppure questo tipo di vincolo è più sostenibile; le regioni, quindi, sono libere di fare quello che vogliono, anche di spendere questo denaro in altro modo. Questo, al momento, è il quadro della situazione in vista della prima attuazione - nei prossimi mesi - della legge delega sulle pensioni.
PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Maroni per i contenuti e per la chiarezza del suo intervento.
Do la parola ai colleghi per la formulazione di quesiti ed osservazioni.
AUGUSTO BATTAGLIA. Signor presidente, in primo luogo desidero ringraziare il ministro Maroni per la sua presenza in Commissione anche se, a dire il vero, lo aspettavamo ormai da tempo: in ogni caso, meglio tardi che mai. Ripeto, ringrazio sinceramente il ministro perché, per la prima volta, abbiamo l'opportunità di
discutere temi concreti come questi direttamente con lui. Non ho nemmeno motivo di dubitare della buona volontà che egli ha espresso in Commissione ed anche in altre sedi. Il signor ministro, infatti, ci ha proposto in buona fede una serie di argomentazioni, anche se spero vogliate acconsentire ad alcune mie osservazioni.
Intanto debbo dire che le parole pronunciate dal ministro mi fanno pensare in qualche modo ad un ripensamento relativamente alla devolution. Il Governo, di cui il signor ministro fa parte, ci ha proposto una legge sulla devolution grazie alla quale materie come la sanità diventano di competenza esclusiva delle regioni. Ora lei si lamenta del fatto che la Corte costituzionale abbia contestato una serie di provvedimenti. È normale che ciò accada quando il Parlamento pretende di concedere somme a solo vantaggio degli asili nido aziendali, non prendendo affatto in considerazione coloro che fanno ricorso ad asili nido pubblici o anche ad altri tipi di nidi. Forse questa è una prerogativa che non è più del Governo. Avete voluto il federalismo, c'è il federalismo, lo abbiamo voluto insieme, abbiamo approvato una legge, successivamente confermata da un referendum popolare, addirittura il Governo pensa di andare oltre, arrivando alla cosiddetta devolution, e poi lei viene qui a lamentarsi del fatto che le regioni voglio fare per conto loro. Mi sembra un po'
Sono deluso da quello che ho sentito. Avevo letto sui giornali che il ministro del welfare, avendo riscontrato che, grazie ai 31 mila lavoratori aderenti al bonus, esisteva un risparmio di circa un miliardo di euro, destinava quella somma all'assistenza ai disabili gravi e alla non autosufficienza. Questo avevo letto sulla
stampa. Speravo quindi che il ministro venisse qui a dire: vediamo come far sì che queste risorse vadano a buon fine. Invece lei ci ha detto che dopo le prossime due "finestre" (quindi presumibilmente nel mese di luglio), se si dovesse riscontrare che a seguito del bonus si sono risparmiati un miliardo di euro, lei proporrà al ministro del tesoro e al Governo, se sono d'accordo, di utilizzare questa somma per l'assistenza,
quindi per affrontare quel tipo di problemi.
Lei chiederà ciò ad un Governo che probabilmente in quell'epoca sarà tutto intento ad organizzare una manovra da 10 miliardi di euro, come ci viene richiesto dall'Europa, dal Fondo monetario internazionale e dalla realtà economica del paese, a maggior ragione dopo i dati sul PIL resi noti ieri. Questi ultimi sono stati commentati dal ministro del tesoro come dati deludenti.
Per quanto riguarda il fondo per le politiche sociali, devo contestare alcune cifre, perché quando lei, nel conteggio del fondo per le politiche sociali, comprende gli incentivi per gli affitti, il contributo all'università, il contributo alle società sportive,...
ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. No, no, non è così.
AUGUSTO BATTAGLIA. È proprio così: legga, ministro, la finanziaria dell'anno scorso e quella di due anni fa. Mi riferisco anche agli aiuti alle scuole private. È chiaro che poi le cifre cambiano. Non mi sbaglio. Gli uffici della Camera possono fornire i relativi tabulati, a dimostrazione del fatto che non mi sbaglio.
Non sbaglio nemmeno a dire che quest'anno, dai conteggi effettuati dagli uffici della Camera, risulta che alle regioni andranno 300 milioni di euro.
ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Ha letto male la finanziaria.
AUGUSTO BATTAGLIA. Anche qui mi sbaglio? Dalla finanziaria si desumono questi dati; o è sbagliata la finanziaria, oppure la leggono male gli uffici della Camera. In caso contrario, ci troviamo di fronte ad un taglio sensibile. Non parliamo poi del taglio ai comuni.
Tuttavia, nonostante le mie perplessità che ho qui manifestato - e spero che lei apprezzerà la franchezza - desidero chiederle quanto segue: esiste veramente questa intenzione del Governo? Lei ha realmente questa intenzione? In tal caso, le faccio presente che c'è una proposta di legge, che ha ricevuto da questa
Commissione un voto pressoché unanime. La proposta di legge è giunta all'esame dell'Assemblea, dove la maggioranza ha chiesto il rinvio alla Commissione. Il provvedimento si trova in Commissione ormai da più di un anno, se non erro, in attesa che qualche esponente del Governo ci indichi una modalità di finanziamento alternativa a quella concretamente proposta dalle opposizioni, che si sono assunte la
responsabilità di indicare la fonte dalla quale attingere i finanziamenti (almeno di questo dateci atto). Si può condividere o non condividere tale indicazione, ma dopo un anno e più, non abbiamo avuto un'indicazione alternativa.
Il ministro Siniscalco, che era seduto proprio dove si trova lei adesso, ha detto che il fondo per la non autosufficienza non è tra le priorità di questo Governo.
Lei può leggere questa affermazione nel resoconto dell'audizione: è scritto esattamente questo. Allora, noi facciamo una proposta, se non corrisponde al vero ciò che ha detto il ministro Siniscalco: rimandiamo in aula il provvedimento sulla non autosufficienza (lo vogliamo tutti, non l'ho inventato io il fondo: lei l'ha inserito nel libro bianco, il ministro Sirchia ne ha parlato per un'intera estate) e vi inseriamo una disposizione in base alla quale la legge può essere finanziata attingendo ai risparmi del bonus. In tal modo, a prescindere dall'ammontare della somma (io mi auguro si tratti di 10 miliardi di euro), avremo una fonte di finanziamento certa. Questo è quello che noi proponiamo per creare il fondo per la non autosufficienza.
In questi giorni lei può quindi confrontarsi con i suoi colleghi di Governo sulla nostra proposta di copertura finanziaria; se il Governo vuole istituire il fondo, approva questo tipo di orientamento. Dopo quattro anni (non siamo più ai primi mesi di vita di questo Governo) in cui si parla del fondo, in cui ne abbiamo discusso, in cui tutti ci siamo dichiarati d'accordo sul fondo, rimane da dire solo un sì o un no.
Noi diciamo sì e ci auguriamo che anche il Governo lo faccia. Questo è un obiettivo sul quale ci possiamo tutti ritrovare. Abbiamo individuato una possibile fonte di finanziamento; possiamo decidere già da subito. Se poi i risparmi non saranno nella entità prevista, utilizzeremo comunque le quantità che risulteranno.
Le regioni condividono il testo che noi abbiamo definito. Abbiamo svolto audizioni in materia, abbiamo concordato con le regioni, per filo e per segno, tutti gli articoli, sia il meccanismo di finanziamento, sia i criteri di valutazione, di organizzazione e così via. Ribadisco che le regioni sono d'accordo, quindi anche il
problema che lei paventava, riguardante un possibile atteggiamento negativo da parte delle regioni, non dovrebbe sussistere. Le posso assicurare che le regioni in questa sede hanno dichiarato di condividere quel testo e quella procedura ritenendoli conformi alla riforma del titolo V della Costituzione.
KATIA ZANOTTI. Ringrazio anch'io il ministro per essere intervenuto in Commissione. Ricordo favorevolmente e con piacere che, quando in Commissione predisponemmo il testo in sulla non autosufficienza, il ministro nell'ottobre 2003 dichiarò, insieme al ministro Sirchia, sul Il Sole 24 ore, che salutava con plauso l'iniziativa del Parlamento che istituiva il fondo sulla non autosufficienza; affermò altresì che egli, insieme al ministro Sirchia, avrebbe contribuito al miglioramento della legge attraverso la
presentazione di emendamenti durante l'esame parlamentare. L'ho citata molto spesso nel corso delle assemblee con gli anziani e con le associazioni dei disabili, dicendo che ci sono due ministri di questo Governo che sono d'accordo sul fondo per la non autosufficienza.
Tuttavia, nel corso dell'esame in Assemblea il Governo non ha approvato la modalità di copertura delle risorse necessarie per il fondo; pertanto, come ricordava l'onorevole Battaglia, oggi ci ritroviamo in una condizione di assoluta sospensione.
Non ho ragione di dubitare di ciò che lei ha detto a proposito delle sentenze della Corte costituzionale, soprattutto dell'ultima, che fa riferimento al reddito di inserimento. Esprimo naturalmente una condivisione sui ricorsi di alcune regioni per quanto riguarda i servizi di asilo nido, gli aiuti alle giovani coppie, e così via, perché in questo caso la destinazione vincolata di risorse taglia fuori completamente la programmazione regionale, la quale, ai sensi del titolo V, per questi servizi, rappresenta una titolarità esclusiva delle regioni. Non condivido, invece, lo stato attuale della questione dei servizi agli anziani: in questo momento, faccio fatica a comprendere una situazione che rimane ancora oggi totalmente sospesa, alla luce appunto di una condivisione delle regioni.
Penso che le questioni del rapporto fra Stato centrale e federalismo non passano solo attraverso il riequilibrio dei fondi finanziari, ma passano anche attraverso una modalità e una possibilità di relazione. In questa relazione abbiamo la certezza che le regioni erano in attesa dell'istituzione del fondo nazionale, del quale ne avevano bisogno sia per sostenere l'aumento consistente dei servizi sia per aiutare le famiglie in termini monetari a causa della forte implementazione del numero degli anziani non autosufficienti, di cui oggi si occupano prevalentemente solo le famiglie, a volte con l'ausilio delle badanti; quindi continua a sussistere la possibilità di condivisione di questo tema specifico con le regioni.
Rispetto all'istituzione del fondo per la non autosufficienza non ci sono mai state rigidità dell'opposizione; difatti il dissenso si è registrato da parte del Governo riguardo alle modalità di copertura del fondo, cioè sull'ipotesi di fiscalità generale con l'addizionale IRPEF, per cui oggi noi ci aspettavamo una controproposta
dell'esecutivo. Invece, l'unica offerta che abbiamo avuto è stata quella del ministro Siniscalco che ha proposto, solo ed esclusivamente, la riduzione di 1.800 euro a scalare per le badanti che sono a carico delle famiglie.
Su questa ipotesi abbiamo espresso la nostra contrarietà - che confermo in questa sede - perché in tal modo rimane tutto a carico delle famiglie e non si consente agli incapienti di dedurre le spese, ma soprattutto perché in questa maniera non si procede ad un potenziamento della rete dei servizi che rappresenta l'esigenza fondamentale per i non autosufficienti, come è dimostrato persino dai sondaggi svolti
in questi anni. Per noi il tema del fondo per la non autosufficienza diventa una questione dirimente in termini di potenziamento del welfare di questo paese e rappresenta il terzo pilastro insieme al Fondo sanitario.
Per quanto riguarda il fondo sociale, io faccio fatica, signor ministro, a sentire questa sua contrarietà e questo suo profondo dissenso nei confronti dei pronunciamenti della Corte costituzionale che accolgono i ricorsi di alcune regioni. Noi avevamo previsto che tutto ciò sarebbe potuto accadere, tanto che abbiamo
espresso le nostre preoccupazione quando il Governo, senza definire alcuni vincoli di spesa, ha trasferito i fondi alle regioni; infatti, ci sembrava che in questo modo si potessero correre dei rischi di forte disomogeneità negli interventi a fronte dell'esigenza di assegnare le risorse destinandole specificatamente a determinati settori in sofferenza, come quelli dell'autosufficienza e del potenziamento della rete dei servizi.
In conclusione, spero che oggi, seppure con risorse ancora indefinite e che saranno precisate nel prossimo giugno, ci sia da parte sua l'impegno di istituire il fondo per la non autosufficienza.
LUIGI GIACCO. Anch'io ringrazio il ministro Maroni per la sua presenza e per le indicazioni che ci ha fornito, ma vorrei soffermarmi su altre questioni più specifiche, pur condividendo le osservazioni dei colleghi Zanotti e Battaglia.
Al Governo è stata assegnata la delega per rivedere i criteri di invalidità e gli emolumenti economici per i disabili di cui all'articolo 24 della legge delega n. 328; quindi - dato che siamo arrivati a febbraio 2005 - vorrei sapere se ci sono novità in proposito, perché ritengo che se non poniamo attenzione e mano a questo tipo di delega avremo dei problemi consequenziali. Spesso abbiamo discusso di questi temi cose cercando di definire la gravità, la non autosufficienza, ma non avendole mai definite chiaramente non sappiamo quantificarle. Ritengo dunque che sia importante fare chiarezza quanto prima.
Questo problema è presente anche nell'articolo 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, dove si parla appunto di disabilità gravi e gravissime senza dare un criterio di valutazione omogeneo, per cui, quando le commissioni delle ASL devono procedere alla certificazione, adottano criteri diversi e disomogenei, con tutto quello che ciò comporta anche dal punto di vista delle politiche familiari. Penso che in mancanza di un chiarimento su tale normativa, ci sarà il rischio che alcune persone se ne approfitteranno, mentre altre, che hanno veramente necessità, non ne beneficeranno.
L'altra questione che desidero porle riguarda la legge n. 68 del 1999 per la parte concernente i disabili; infatti, mi sembra che l'articolo 22 della legge n. 30 del 2004, debba essere assolutamente modificato, perché c'è il rischio che queste tipologie di assunzione, circa 30-40 tipi (Commenti del ministro aroni).Comunque,
al di là della quantità numerica, se questa percentuale non viene considerata ai fini dell'aliquota per l'assunzione dei disabili c'è il rischio che costoro restino ancora nelle liste di attesa.
Sulla politica in favore della disabilità ritengo che sia necessario, al di là delle disposizioni per il superamento delle discriminazioni come previsto nell'articolo 13 del trattato dell'Unione europea, adottare una politica pratica e attuativa, in cui la disabilità diventi veramente una condizione di non discriminazione.
Inoltre, ritengo che abbiate penalizzato enormemente i disabili introducendo nella finanziaria la norma che prevede il ricorso solo per via giudiziaria, escludendo quello amministrativo; quindi, tenuto conto della situazione in cui versa la giustizia in Italia, chiede che ad essi sia data ancora la possibilità di intervenire per via amministrativa.
Rispetto agli asili nido soprattutto, vorrei aggiungere un'osservazione. Al di là di queste contestazioni, o prese di posizione da parte delle regioni relativamente alle competenze previste sia dal titolo V sia dalla vostra proposta di riforma costituzionale, occorrerebbe far sì che l'asilo nido sia considerato un servizio
educativo a livello territoriale e non più un servizio a domanda individuale. Ritengo si tratti di una delle questioni principali; se infatti riuscissimo ad ottenere questo tipo di riconoscimento, sarebbe un primo passo per offrire una risposta, in termini positivi, ai bambini italiani.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Vorrei ringraziare il ministro per la sua presenza in questa sede e svolgere una precisazione che potrebbe forse sembrare superflua: dal taglio dei diversi interventi svolti, pare che taluni abbiano a cuore la non autosufficienza ed altri no. In realtà, tutti noi abbiamo a cuore la tutela dei non autosufficienti, se non altro perché potremmo noi stessi divenire tali domani. Risponde pertanto ad un interesse generale tutelare questa categoria di cittadini. Sono medico e vi posso parlare di argomenti simili con molta tranquillità; inoltre, essendo anche uno tra i più anziani, potrei risultare io stesso il primo a trovarsi in condizioni di non autosufficienza.
Fatta questa precisazione, vorrei - mi sia consentita la battuta - ricordare all'onorevole Battaglia la consecutio temporum: alla Costituzione riformata dalla sinistra hanno fatto seguito numerose sentenze della Corte costituzionale. La nostra riforma sarà più chiara, perché nella proposta da noi presentata le competenze di Stato e regioni sono state meglio definite, quelle concorrenti sono state eliminate.
Auspichiamo che quelle disposizioni, una volta entrate in vigore, possano dirimere le questioni attualmente aperte. In vigenza dell'attuale Costituzione, che - ripeto - è stata riformata dalla sinistra, si riscontrano quelle prese di posizione della Corte costituzionale, che noi non critichiamo ma accettiamo. Di quelle sentenze terremo conto.
Desidero terminare il mio intervento con un'altra rapida battuta. Mi sembra di assistere al famoso supplizio di Tantalo: abbiamo i soldi ma non possiamo spenderli. Il ministro ha manifestato la propria buona volontà a trovare una soluzione. Invece di girare attorno all'ostacolo, suggerisco anche alla Commissione affari sociali, dopo l'audizione del ministro e con l'aiuto dei funzionari del ministero, di studiare come spendere queste risorse, che pure sono presenti: c'è l'acqua e dobbiamo berla. Diversamente, assisteremo davvero ad un supplizio di Tantalo.
DOMENICO DI VIRGILIO. Dopo aver ringraziato anch'io, a nome di Forza Italia, il ministro Maroni, svolgerò due rapide considerazioni di ordine politico. In primo luogo, con la legge finanziaria le disponibilità per le politiche sociali sono incrementate, in termini percentuali ed assoluti, e non certamente diminuite. Questo indica la sensibilità del Governo attuale verso un settore cruciale per la vita del paese.
In secondo luogo, vorrei che l'opposizione rivolgesse un minimo apprezzamento - non chiedo lodi, che non mi aspetto - al Governo sul "superbonus" per evitare il pensionamento, iniziativa a mio avviso eccellente. Il fatto che in quattro mesi 31.381 persone mettano in tasca una somma addizionale, corrispondente a circa il 50 per cento della retribuzione netta, dovrebbe quanto meno essere sottolineato!
ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Abbiamo fatto meglio dei sindacati.!
DOMENICO DI VIRGILIO. Questo non lo so, signor ministro, ma quelli che lei ci ha riferito rappresentano indubbiamente dei dati di fatto.
Detto ciò, vengo ad esprimere una perplessità. Vi è infatti il rischio che si verifichi una paralisi gestionale dovuta ad un federalismo che, come ben sottolineava l'onorevole Lucchese, non siamo stati noi ad introdurre ma che certo vogliamo migliorare, affinché non avvenga più quanto ora avviene: avere disponibilità e poi essere bloccati - nell'impiegarle - da organismi che pur rispettiamo - non potrebbe essere diversamente - nelle loro decisioni.
Quanto al nodo centrale del mio intervento - la non autosufficienza -, ricordo che in Commissione è stato adottato un testo unificato condiviso; io stesso, inoltre, sono il primo firmatario, per la maggioranza, di un progetto di legge in materia. Il problema degli anziani non autosufficienti è epocale ed è necessario affrontarlo, ancorché gradualmente. Qualora venisse trascurato, diverrebbe infatti sempre più pesante da
In proposito, vorrei aprire una brevissima parentesi. L'onorevole Zanotti ha criticato persino quell'emendamento sottoscritto dall'onorevole Martini, relativo alle deduzioni per le badanti. Comprendo bene che è piccola cosa, ma ugualmente la ritengo apprezzabile (mi sembra si possa dedurre fino a 1.860 euro anche per le badanti che emergono dal lavoro nero), dimostrando una chiara sensibilità verso questo
problema. La non autosufficienza, ripeto, rappresenta un problema epocale, la cui soluzione non può essere rimandata. Il fondo per la non autosufficienza è essenziale ed inevitabile qualora si intenda garantire ai cittadini non autosufficienti - che, ripeto, costituiscono almeno un quinto della popolazione attuale - e alle loro famiglie, che sopportano il peso maggiore e sempre più grave dell'assistenza, un effettivo sostegno.
Quanto alle modalità di finanziamento, non condividevo e non condivido l'ipotesi di una tassa di scopo. Piuttosto, avevo a suo tempo proposto l'introduzione di un'assicurazione obbligatoria (come avviene in Germania e mi sembra anche nelle province autonome di Trento e Bolzano), ritenendola più praticabile, atteso che - secondo un calcolo effettuato da alcuni specialisti delle società di geriatria - questa si
tradurrebbe in un costo mensile ridotto, pari a quello di una pizza. Una opzione di questo tipo mi sembrava preferibile ad un incremento delle tasse che il Governo nel proprio programma non ammette e non sceglie.
Comunque, al di là delle ulteriori modalità di finanziamento, vi sono disponibilità economiche da considerare, come quelle di cui si è parlato. Il ministro è stato chiaro: al momento si tratta di una cifra non perfettamente valutabile - la si verificherà nei prossimi mesi -, che una volta quantificata (il ministro ha chiesto che rimanga nella disponibilità del suo ministero) potrà rappresentare un'utile fonte di finanziamento, sebbene non sufficiente ad alimentare il fondo per la non autosufficienza, il quale, se
attuato, richiederebbe risorse almeno otto volte superiori.
Mi sembra che definire con gradualità gli interventi ed affrontare questo problema costituisca - anche da parte della maggioranza - una richiesta precisa e non più eludibile.
DONATO RENATO MOSELLA. Signor presidente, anch'io mi associo ai colleghi che hanno ringraziato il ministro per la sua disponibilità.
Su una materia come quella di cui stiamo parlando è difficile fare speculazioni, e noi non ne abbiamo mai fatte, né come gruppo della Margherita né come opposizione. Prendiamo atto dell'esistenza di una disponibilità di fondi risparmiati e della possibilità di dar loro un indirizzo socialmente utile. Noi che abbiamo vissuto l'esperienza, dagli esiti purtroppo noti, della legge sulla non autosufficienza, riteniamo oggi che la strada illustrata dai colleghi al ministro sia percorribile, probabilmente non sufficiente a coprire le esigenze individuate, ma certamente rappresenterebbe un segnale capace di accendere alcune speranze in questo scorcio di legislatura, facendo un po' di chiarezza. Il quadro che il collega Battaglia ha tracciato è reale. Si è riscontrata disponibilità da parte delle regioni e anche a livello parlamentare; potrebbe essere veramente questa l'occasione per riprendere in mano la situazione.
Senza sottolineare nulla di nuovo, il Governo non ha lasciato di sé un'immagine positiva rispetto ai problemi più seri del paese, con particolare attenzione alla condizione degli ultimi. Da parte del Governo, del resto, si è riscontrata una totale indifferenza rispetto alle conclusioni ed agli impegni della Conferenza nazionale sulle politiche relative alla disabilità, tenutasi a Bari.
Senza voler elencare i motivi di doglianza, preferendo far memoria delle cose che potrebbero divenire di migliore attualità, mi limito ad osservare che la mancata istituzione del fondo per le persone non autosufficienti resta una realtà; la mancata predisposizione del testo unificato sui disabili è un'altra realtà, rispetto alla quale il Governo risulta inadempiente. La mancata definizione dei livelli essenziali di
assistenza rimane a tutt'oggi un problema sul quale non avete assolutamente trovato una soluzione.
In tutto questo una cosa ci brucia; lo diciamo anche perché nella passata legislatura il Governo di centrosinistra aveva costruito una larga intesa con le associazioni di categoria, che ora sono state collocate fuori dal tavolo della concertazione e non vengono più coinvolte nelle scelte e nelle decisioni riguardanti il
mondo della disabilità, con tutte le ricadute negative del caso. Non è un mistero che sempre più si guarda alla disabilità come ad una malattia e non come ad un problema sociale che travalica le culture e le mentalità. Una rappresentanza culturale dei disabili come destinatari di benevolenza: è questo il messaggio del Governo, in tutte le cose realizzate, comprese le campagne pubblicitarie. Lo stesso anno europeo delle
persone disabili ha rappresentato quasi una sorta di rimozione dell'impegno a formulare una proposta che poteva essere sfruttata bene durante il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea, cosa che non è avvenuta.
Noi vorremmo evidenziare la disponibilità manifestata dal ministro quest'oggi anche come un'occasione per affrontare in maniera concreta e definitiva, con una larga partecipazione a livello parlamentare, una situazione che vi vede impegnati in un'azione di recupero.
Non sono d'accordo con il collega che prima ha affermato che il Governo ha realizzato tantissimo, perché se guardiamo l'agenda concreta dei problemi vediamo che sono molti di più i lati negativi che non quelli positivi. Le associazioni dei disabili e le federazioni sono state escluse progressivamente e volutamente dalla
partecipazione istituzionale nelle sedi in cui vengono definite le politiche sociali. È stata soppressa la consulta nazionale delle associazioni, si è verificato poi un accentramento di competenze sulla disabilità e l'assistenza nell'ambito del Ministero dell'economia e delle finanze. Ciò è stato fatto rilevare in maniera sommessa, ma rappresenta comunque una realtà in quanto significa che le politiche del welfare vengono interpretate e gestite essenzialmente all'interno della dimensione finanziaria; questo costituisce un grande problema, perché praticamente oscura il diritto come vincolo di solidarietà. Potete anche rilevare che ciò fa parte della nostra storia e della nostra cultura, ma si tratta di una posizione dalla quale non intendiamo
cedere. La stessa identità dei disabili viene sempre più percepita come quella di persone in situazione di malattia, di inferiorità. È questa l'idea che sostanzialmente si sta affermando nel paese, in quanto cogliete sempre più spesso le occasioni e le opportunità per fare degli spot, mi auguro che non perdiate invece questa
opportunità per dimostrare che volete tornare sul terreno della concretezza. Riprendiamo il discorso da dove l'avete interrotto per mancanza di copertura, per la mancata volontà e la mancata condivisione di strumenti, come la tassa di scopo, che potevano consentire di mandare avanti le cose.
Crediamo che occorra riaffermare l'appartenenza culturale e sociale delle persone con disabilità e non giocare ad alzare e ad abbassare il prezzo secondo il momento e secondo la convenienza, in quanto costoro hanno diritto ad avere una vita indipendente nel quadro dei diritti costituzionali (uguaglianza, dignità, istruzione, salute, lavoro, famiglia). Su tutti questi temi avete molto da recuperare e quella di oggi può essere una piccola occasione.
FRANCESCA MARTINI. Ringrazio il ministro Maroni per la sua presenza e saluto e ringrazio anche la sottosegretaria Casellati. Senza dubbio alcuno, la grande criticità della non autosufficienza oggi identifica uno degli aspetti del vivere sociale più sentiti e, soprattutto, vissuti come anello debole del vivere civile. Non a caso proprio da pochissimo tempo è stata formalizzata, da parte mia e del collega Di Virgilio, una
richiesta di indagine conoscitiva sulla non autosufficienza, perché nel momento in cui si voleva intervenire concretamente, al di là della volontà di tracciare panorami al di fuori della realtà e, purtroppo, anche offensivi per la categoria dei disabili (su cui invito i colleghi a riflettere) non era ancora noto il numero dei non autosufficienti in Italia. Si tratta di un problema che attualmente noi viviamo come quesito (lo faccio
rilevare al ministro) perché purtroppo, nel momento in cui si voleva intervenire con una misura inserita nella legge finanziaria, che necessitava di una quantificazione certa di spesa, ci siamo scontrati con l'esigenza di dover ancora identificare i soggetti che si trovano in condizioni di non autosufficienza e le patologie delle quali soffrono.
Per questo invito il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ad impegnarsi per realizzare un monitoraggio sulla situazione esistente oggi in Italia, perché lo considero il primo grave problema (un problema che non si sono minimamente posti coloro che hanno chiesto di intervenire con un fondo) perché
senza conoscere il numero concreto dei soggetti interessati diventa difficile individuare il tipo di intervento e quantificare le somme necessarie.
Ecco perché oggi si parla del fondo per la non autosufficienza come di un provvedimento sospeso; perché è giusto che sia ancora sospeso! Perché il provvedimento è arrivato in Assemblea senza una copertura finanziaria condivisa dalla Commissione bilancio e da tutte le forze politiche. Quando si precede in
maniera demagogica e senza gli strumenti finanziari corrispondenti, è evidente che le cose non possono che andare in questo modo.
Siamo invece molto felici che oggi il ministro abbia portato con sé i dati, che io conosco e che mi auguro vengano al più presto pubblicati e divulgati, perché ciò consente di provare come il fondo per le politiche sociali ha avuto un incremento costante, fino a superare il 32 per cento. I dati sono facilmente reperibili sul sito internet del ministero, ma si fa prima a dire bugie, perché queste corrono facilmente strumentalizzando anche l'opinione pubblica.
I ricorsi costituzionali rappresentano una realtà che non permette alle persone e alle famiglie di vedere incrementato il panorama dei servizi a loro disposizione, che mette in crisi un fondo per gli asili nido che noi, dopo 24 anni di assenza assoluta di destinazione di fondi da parte dello Stato per questo settore,
abbiamo costituito. Credo, quindi, che se esiste qualcuno da deplorare, si tratta di quelle regioni che non hanno fatto gli interessi dei cittadini dei loro territori, ma nemmeno dei cittadini di questo paese in senso lato.
Vorrei ricordare che tra le idee inizialmente presenti sulla costituzione di un fondo per la non autosufficienza, che peraltro io condivido nei principi fondamentali, vi era addirittura quella di drenare le indennità di accompagnamento dalle persone non autosufficienti e dalle loro famiglie per infilarle nel calderone del fondo. Ovviamente su questa idea le associazioni delle persone disabili hanno sollevato le
barricate; si è allora rientrati, pensando che poi da questo fondo vi fosse la possibilità di generare un contributo di solidarietà. Forse è un'idea da valutare. E' chiaro, però, che su questo tema - cioè sul modo in cui la socialità possa intervenire in concreto - deve esservi condivisione nel paese, nel Governo e nel Parlamento.
Definirei pretestuose - direi quasi facete - le critiche rivolte nei confronti della deduzione specifica per le famiglie e per le persone che hanno alle loro dipendenze un'assistente per venire incontro alle necessità di individui non autosufficienti. Inoltre condivido in pieno l'entusiasmo manifestato dal ministro nei confronti del "superbonus" anche perché penso che ormai la gente abbia capito da che parte sta chi vuole realizzare qualcosa di concreto. Penso che i maggiori risparmi ottenuti attraverso i "superbonus" debbano essere utilizzati per migliorare le condizioni di vita delle persone non autosufficienti. A tale riguardo credo che si dovrebbe di nuovo prendere in esame la natura del fondo e gli obbiettivi che, attraverso il suo utilizzo, si intendono raggiungere. Vorrei comprendere i cambiamenti che il fondo potrebbe comportare per i soggetti non autosufficienti e per le persone che se ne occupano. Credo che riversare ulteriori economie in direzione delle regioni, senza avere l'esatta percezione di come si intenda incidere sulla vita degli individui non autosufficienti, significhi percorrere alla cieca un intero sentiero. Con questo intendo dire che il tema andrebbe maggiormente approfondito sia in Commissione sia in ambito ministeriale.
Tra l'altro, condivido alcune osservazioni tecniche svolte dai rappresentanti dell'opposizione; mi riferisco in particolare all'articolo 24 della legge n. 328 del 2000, relativo alla delega al Governo per il riordino degli emolumenti derivanti da invalidità civile, cecità e sordomutismo. Infatti, attraverso la revisione dei criteri di invalidità si riuscirà ad operare in maniera sempre più efficace, migliorando anche la qualità di vita di individui che presentano disabilità.
GIUSEPPE CAMINITI. Ringrazio il ministro Maroni per la sua presenza a questo incontro dedicato ad un argomento estremamente importante sul quale ci si è a lungo soffermati in Commissione. Debbo dire che, grazie a questo confronto, si è raggiunta un'unanimità di vedute; il tema della non autosufficienza infatti - ci terrei a sottolinearlo anche in questa occasione - non riguarda, secondo me, solo gli anziani ma anche altri soggetti. In Italia, per esempio, ogni anno si registrano circa 7 mila decessi - e un numero ancor maggiore di feriti - causati da circa 24-30 mila incidenti. Tra l'altro, gli individui più colpiti sono i giovani che, generalmente, non risultano coperti da nessuna assicurazione. Questi ultimi, una volta dimessi dai centri
di rianimazione o di riabilitazione, non sono ancora autosufficienti e, per tale motivo, non in grado di inserirsi nel mondo del lavoro, rimanendo così a carico delle famiglie di appartenenza. Questo particolare problema non mi risulta - almeno fino ad ora - sia stato preso in carico attraverso la previsione di una qualche forma di assistenza. Vi sono poi delle persone che, a causa di patologie neurologiche congenite, si
presentano in età puberale o adolescenziale in condizioni di non autosufficienza. Quindi, signor ministro, la questione è un po' più complessa poiché, come ho avuto modo di dimostrare, non riguarda solamente il ristretto ambito degli anziani, ma prende in considerazione altre e diverse fattispecie.
Come ripeto, il problema è stato dibattuto in Commissione per un lungo periodo di tempo, al termine del quale l'accordo è stato raggiunto anche se mancavano le coperture. Ovviamente non sono d'accordo quando si afferma che questo Governo lascia indietro gli ultimi: ciò perché la disabilità riguarda tutti, sia a destra sia la sinistra. Essa rappresenta una sofferenza per la società alla quale credo che ogni governo - a maggior ragione quello in carica attualmente - guardi con attenzione ed interesse.
Il ministro ci ha fatto sapere che i fondi esistono - mi pare di aver compreso che si può disporre di circa 1 miliardo di euro -, grazie anche alla riforma che egli ha attuato e che tutti avevano contestato. Mi pare si possa dire che tutto sta funzionando a dovere e non che questo Governo ha lasciato indietro alcuni soggetti
per partito preso. Non si può credere che il mondo della disabilità, dei deboli, degli ultimi sia solo appannaggio di una parte politica, mentre l'altra parte - mi riferisco a quella cui appartengo - si occupa di altre questioni disinteressandosi delle tematiche oggi in discussione. Il problema è rappresentato dalle risorse che, tra l'altro, ora vi sono: si tratta solamente, come giustamente ricordato dal collega Lucchese, di non cadere nel supplizio di Tantalo, cioè di poterle utilizzare. Credo, comunque, che l'Italia, patria del diritto e della disquisizione giuridica, troverà una soluzione per fare in modo che tali risorse, provenienti dai risparmi e dai "superbonus", possano in qualche modo consentire la creazione del fondo.
TIZIANA VALPIANA. Signor presidente, il mio intervento sarà breve poiché non avevo intenzione di intervenire. Infatti, mi pare di aver compreso che le diverse posizioni sono talmente definite e lontane l'una dall'altra da rendere inutile ogni mio pronunciamento in merito. In ogni caso, sono rimasta realmente sconcertata dai toni molto aggressivi usati in alcuni interventi; inoltre mi ha alquanto spiazzato lo
sconcerto dimostrato dal ministro nei confronti delle sentenze pronunciate dalla Corte costituzionale a causa di provvedimenti adottati dal Governo. Che dire? Mi meraviglio della meraviglia; infatti è evidente che fino al momento in cui verranno compiute scelte incostituzionali da parte di questo Governo, a ragione alcune regioni le impugneranno e a ragione la Corte costituzionale - le cui sentenze non sono criticabili - le riterrà incostituzionali.
Ricordo che l'attuale maggioranza ha deciso, per esempio, di valorizzare solo il fondo per gli asili nido aziendali, dimenticando e lasciando a se stessi i nidi territoriali. La collega Martini prima diceva che le regioni che hanno impugnato non hanno fatto gli interessi dei loro cittadini. Vorrei ricordare a questo proposito che gli asili nido territoriali dell'Emilia-Romagna sono universalmente riconosciuti come esempio di riferimento: vengono dai vostri osannati Stati Uniti a vedere come si istituiscono gli asili nido a Reggio Emilia e in Emilia-Romagna, per cui non credo che questa regione, impugnando la vostra legge, non abbia fatto l'interesse dei cittadini.
Al contrario, la regione ha fatto l'interesse dei cittadini, perché noi pensiamo che l'asilo nido sia un servizio sociale che deve essere aperto a tutta la cittadinanza, a tutti i bambini, a tutte le bambine. Non era quindi assolutamente accettabile la discriminazione contenuta nella legge finanziaria (non ricordo adesso se relativa al 2002 o al 2003), per cui potevano essere deducibili fiscalmente solo le rette relative ai nidi aziendali e non quelle dei nidi territoriali.
Anche per quanto concerne il fondo per le giovani coppie, non è pensabile che il diritto alla casa riguardi solo una categoria: è un diritto che supera il fatto di essere giovane coppia o anziana coppia, o di non essere per niente coppia, o di essere non coniugati, ma conviventi. Il problema è che voi ragionate per categorie,
categorizzando e dividendo le persone, noi ragioniamo sui diritti. Vi è così il diritto all'asilo nido di tutti i bambini e tutte le bambine, indipendentemente dal luogo in cui i genitori lavorano, se lavorano, o non lavorano.
E' evidente pertanto che, finché le vostre leggi saranno prodotte in questo modo discriminante e categorizzante, prescindendo dai diritti costituzionalmente garantiti, ci sarà chi le impugna e ci sarà la Corte costituzionale, che speriamo mantenga la libertà di emettere le proprie sentenze.
Circa il fondo per la non autosufficienza, chi ha lavorato in Commissione sa quanto Rifondazione comunista non fosse favorevole a questa scelta, per le stesse ragioni cui facevo cenno prima quando parlavo degli altri problemi: noi pensiamo che il diritto alla salute sia costituzionalmente garantito per tutti cittadini e che la cura debba essere fornita indipendentemente dalla durata della malattia. Il collega Caminiti prima ha parlato di pazienti. Se di pazienti si tratta, allora essi rientrano nel Servizio sanitario nazionale e hanno diritto ad un sostegno fornito dalla sanità o dall'assistenza sociale, indipendentemente dalla durata della malattia o della acuzie, e soprattutto a carico del Fondo sanitario nazionale, con prelievo operato sulla fiscalità generale e non su un fondo specifico.
Questo era e rimane il nostro parere; non ci entusiasmava il tema della costituzione del fondo, ci entusiasma ancora meno la proposta di assicurazione, alla quale siamo anzi decisamente contrari. Abbiamo tuttavia collaborato e siamo disponibili ancora a farlo per trovare una soluzione, perché quella della non autosufficienza è realmente una priorità non eludibile.
Si è molto discusso sui numeri. Credo che il numero, la definizione della quantità delle persone che hanno diritto ad un aiuto in quanto non autosufficienti (sia per ragioni di età, sia per malattie, od anche per problemi presenti fin dalla nascita) non ci debba riguardare, perché a tutti dobbiamo assistenza.
Considero importante valutare il tipo di aiuto che dobbiamo offrire alle persone e alle famiglie (e quando parliamo di famiglie con questi problemi, dobbiamo ricordare che sono poi le donne ad affrontarli all'interno delle famiglie), per raggiungere soluzioni non di tipo privatistico e non di abbandono.
Contestiamo radicalmente l'impostazione contenuta nell'ultima legge finanziaria, in riferimento alla deduzione fiscale di 1.820 euro; la contestiamo perché inefficace dal punto di vista quantitativo, in quanto esclude una serie di persone. La contestiamo per la ratio stessa della scelta, quella di lasciare ancora una volta i problemi a chi li vive. La famiglia, con 1.820 euro in più, non risolve i propri problemi rappresentati da anziani a carico, da disabili, e così via. Un problema di questo tipo va affrontato collettivamente, va affrontato dalla società, va affrontato con l'offerta di una rete di servizi. Introdurre invece una deduzione fiscale vuol dire lasciare sole le famiglie. La vostra è una politica di abbandono: si dà loro una mancia. C'è una differenza tra fare la carità e dare un'assistenza reale, riconoscendo ad ogni persona il diritto di vivere nella maniera migliore e più dignitosa rispetto alla situazione in cui si trova.
Considero pertanto fondamentale trovare delle risorse, che vengano dalla fiscalità generale. Non abbiamo mai affrontato in questa legislatura, per esempio, il tema fondamentale dell'evasione fiscale. Attraverso una lotta all'evasione fiscale potremmo elevare il Fondo sanitario nazionale ben al di sopra del livello dell'8 per
cento a cui è previsto che si attesti (e siamo ancora lontanissimi) e potremmo di conseguenza affrontare i problemi delle persone non con le chiacchiere (sono tre anni che facciamo chiacchiere, e comunque questo fondo ancora non esiste), neanche con l'elemosina, ma sancendo il diritto alla salute e a un sostegno da parte della società.
DOMENICO DI VIRGILIO. Non si può non replicare, seppure brevemente, all'intervento della collega Valpiana, la quale dice delle cose inesatte, si richiama alla Costituzione per aspetti che le fanno comodo e poi dimentica la Costituzione per altri aspetti. Perché non avete fatto voi tutte queste cose quando eravate al Governo?
TIZIANA VALPIANA. Noi eravamo all'opposizione!
DOMENICO DI VIRGILIO. Bisogna intervenire in maniera corretta!
PRESIDENTE. Onorevole Di Virgilio, onorevole Valpiana, vi prego. Abbiamo svolto una discussione proficua, che aspettavamo da tempo e per la quale ringrazio il ministro Maroni, che ci ha fornito molti suggerimenti. Do quindi la parola al ministro per la replica.
ROBERTO MARONI, Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Ho ascoltato con attenzione tutti gli interventi. Rispetto ovviamente le opinioni di chiunque, anche se mi pare che i toni usati da alcuni di voi siano stati francamente al di sopra delle righe, sebbene legittimamente espressi da chi ha opinioni che io non condivido. Non posso condividere nemmeno le valutazioni sull'azione del Governo. E' stato posto il tema delle competenze e delle risorse, di ciò che il Governo ha fatto o non ha fatto. Riconosco innanzitutto a questo Governo il merito di avere aumentato, per la parte di competenza delle politiche sociali, gli stanziamenti e i trasferimenti alle regioni, in quattro anni, del 32 per cento. Questo è un dato di fatto,
non è un'opinione, è scritto ed è stata una scelta non facile, perché non si trattava di un aggiornamento automatico. Le regioni si sarebbero accontentate dei soldi dell'anno precedente; abbiamo dovuto e voluto cercare nuove risorse, perché nel fondo nazionale per le politiche sociali sono contenute la quota indistinta che va alle regioni e quella destinata all'INPS per i diritti soggettivi. Di fronte all'incomprimibilità dei diritti soggettivi, avremmo potuto convincere le regioni ad accettare i 700 milioni degli anni precedenti; invece abbiamo reperito risorse aggiuntive e abbiamo portato il fondo nel 2004 ad 1 miliardo di euro.
Si accusa il Governo di non aver trovato le risorse necessarie (certo non è facile reperire 7-8 miliardi di euro, per cui abbiamo messo a disposizione risorse minori) per il fondo delle politiche sociali, di non finanziare gli interventi sulla disabilità, sull'assistenza e sulla famiglia, ma poi quando questi provvedimenti vengono adottati è sufficiente un ricorso delle regioni alla Consulta per annullare tutte queste misure.
Per quanto riguarda gli asili nido, non è scritto da nessuna parte che si trattava solo di asili nido aziendali, per cui il ricorso presentato dalla regione Emilia- Romagna non è stato accolto per questo motivo; infatti, il finanziamento era possibile anche per gli enti locali, anzi per i nidi aziendali sussisteva il vincolo di estendere l'ingresso al nido anche ai bambini abitanti nel territorio. Il motivo del ricorso è stato del tutto ideologico: si è voluto dimostrare che lo Stato e il Parlamento non possono decidere di assegnare risorse per gli asili nido, per la disabilità e quant'altro e questo - a mio avviso - è il fatto grave e vergognoso. Non si può decidere di stanziare soldi per la famiglia, quella che la Costituzione definisce come società naturale fondata sul matrimonio; la nostra Costituzione, infatti, riconosce i diritti di questo tipo di famiglia, non esclude i singoli e i cittadini, ma stabilisce (la Costituzione, non il Governo Berlusconi) che la famiglia, come società naturale fondata sul matrimonio, possiede dei diritti in quanto tale. Noi abbiamo voluto destinare risorse per attuare questo diritto costituzionale e il ricorso delle regioni ha reso nulla questa iniziativa del Governo. Lo stesso vale per l'attuazione di quelle norme che sono anteriori alla riforma del titolo V della Costituzione.
Stiamo discutendo - lo dico con rammarico - da tre anni con le regioni per l'attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni perché, ormai, non prendiamo nessun provvedimento senza l'accordo di tutte le regioni; infatti, l'esperienza di questi ultimi anni ci insegna che, in assenza di un accordo scritto, non verbale, di
tutte le regioni, è preferibile non prendere nessun provvedimento perché questo potrebbe essere immediatamente bloccato con un ricorso al TAR.
Capisco che ci sia un atteggiamento a volte forse troppo pregiudizialmente ostile di una parte dei confronti dell'altra - non dico dell'attuale opposizione contro questo Governo perché, probabilmente, è stato così anche nella passata legislatura da parte nostra - ma credo che quando si discute di problemi che riguardano i cittadini italiani di ciascuna regione, almeno a livello istituzionale, cioè nei rapporti tra Governo e regioni, ci debba essere un atteggiamento di collaborazione che, purtroppo, su questi temi io non ho riscontrato. Anzi, ho notato, da parte di alcune regioni, un comportamento di netta e pregiudiziale chiusura che ci ha impedito fino ad oggi di dare attuazione alle norme citate dal collega Giacco e che ha invalidato quasi tutte le proposte volte a finanziare iniziative come il sostegno alla disabilità, alla famiglia, alla donna lavoratrice (perché gli asili nido sono principalmente questo); quindi, quasi tutte le iniziative che il Governo e il Parlamento hanno preso rispetto a questo settore sono state vanificate dai ricorsi delle regioni.
Non mi rammarico di questo, come invece ha sottolineato il collega Battaglia, perché è giusto che sia così; considero legittimo che le regioni abbiano queste competenze, però mi rammarico del fatto che, invece di negoziare con il Governo l'utilizzo delle risorse, abbiano preferito il ricorso giurisdizionale che ha annullato provvedimenti importanti, vanificando gli interventi e impedendo di utilizzare le risorse.
Invito la Commissione e il presidente a leggere con attenzione la sentenza della Corte costituzionale n. 423 del 19 dicembre 2004, perché stabilisce dei principi importanti che interferiscono anche con il provvedimento sulla non autosufficienza;
infatti, la sentenza della Corte costituzionale dice che il reddito di ultima istanza viene cancellato perché rientra nella categoria delle politiche sociali che sono di competenza esclusiva delle regioni, quindi anche gli interventi sulla non autosufficienza sono di competenza delle regioni e sia il Governo sia il Parlamento
non possono adottare provvedimenti in materia, neanche mettendo a disposizione somme di danaro. Ciò che mi preoccupa non è il fatto che anche le regioni abbiano poteri - anzi, questa maggioranza desidera che le regioni abbiano questi poteri - ma il continuo conflitto che blocca ogni iniziativa del Governo, non perché sia giusta o sbagliata, ma in alcuni casi solo perché è del Governo.
Tutto ciò mi mette in apprensione e mi fa ritenere che, prima di poter decidere di finanziare in modo cospicuo interventi come quello sulla non autosufficienza, bisognerà valutare approfonditamente le conseguenze della sentenza della Corte costituzionale. Mi sembra una forma non di tutela dei diritti, ma quasi di masochismo istituzionale il contrastare ogni iniziativa del Parlamento e del Governo per cancellare qualsiasi intervento; questo è ciò che è successo con il reddito di ultima istanza. Il presidente della regione Campania mi ha scritto recentemente annunciandomi che la sua regione, sulla base dell'articolo 3, comma 101, della legge finanziaria 2002, ha dato attuazione al reddito di ultima istanza mettendo a disposizione una serie ingente di risorse e chiedendo al Governo in base a quell'articolo di avere lo stesso importo. Sono stato costretto a rispondergli che quella norma non esiste più e che non posso mettere a disposizione quelle risorse perché la Corte costituzionale, dietro ricorso della regione Emilia-Romagna, ha cancellato quella disposizione. Ora per poter cofinanziare un intervento regionale direttamente in quella regione - cosa possibile con la norma che avevamo approvato - occorrerà un'altra legge e, forse, alla luce di questa interpretazione non sarà possibile neanche farlo.
Assicuro che l'impegno preso dal Governo di mantenere all'interno del welfare i risparmi di spesa derivanti dal "superbonus" è una promessa che sarà confermata. La mia preoccupazione è di evitare di creare un provvedimento che metta a disposizione tante risorse ma che poi - così come è avvenuto per il reddito di
ultima istanza, per la disabilità, per gli asili nido, per le giovani coppie - grazie ad un ricorso venga cancellato, mentre l'importo rimane confermato, anche se non è più necessariamente destinato a questo scopo; quindi, ci rimane l'obbligo di trasferire alle regioni alcuni miliardi di euro che queste ultime possono tranquillamente utilizzare come vogliono, per assurdo anche per la costruzione di strade (e questo sarebbe davvero una beffa).
Confermo questo impegno, ma ritengo che aspettare che l'INPS e il Ministero dell'economia accertino la consistenza di questi risparmi non significhi dilazionare; infatti, siamo stati spesso accusati di fare della finanza creativa, per cui dare per certo, in questo momento, un risparmio che viene ipotizzato per tendenza, senza aspettare quattro o cinque mesi per verificare se questa sia confermata dai fatti, mi sembra opera di serietà e non dilazionamento dei tempi. Ritengo tuttavia che prima di adottare decisioni sul progetto di legge in discussione e sulle modalità di finanziarlo sia opportuno, anzi indispensabile, sciogliere il nodo interpretativo istituzionale delle competenze istituzionali, in base alla sentenza n. 423 del 19
dicembre 2004, la quale riconduce tutto ciò che può essere definito come "politiche sociali" alla competenza esclusiva delle regioni. Permane in capo allo Stato e al ministero un intervento collegato alla materia di cui si discute solo nella misura in cui sia in via principale riconducibile alle politiche attive del lavoro o previdenziali. Tutto ciò che è previdenza, e cioè prestazione dietro un corrispettivo, rimane di
competenza governativa. La cassa integrazione, comunemente definita intervento assistenziale, è tecnicamente un intervento previdenziale, mentre le pensioni di invalidità civile, considerate comunemente intervento previdenziale, rientrano nell'ambito delle politiche assistenziali e quindi, come tali, sono di competenza regionale.
Inoltre, sono ancora le regioni, come sapete, dal 2001, a decidere a chi spetta il diritto alla pensione di invalidità civile, salvo poi essere l'INPS a pagare. Vi è un'altra osservazione da svolgere, riguardo ai contrasti istituzionali: la definizione di parametri che, senza ridurre le prestazioni, garantiscano l'oculatezza della spesa, eliminando tutti gli abusi sinora compiuti, viene di fatto attualmente ostacolata e resa
impossibile dall'atteggiamento di alcune regioni.
In conclusione, nel riconfermare la disponibilità del ministero, reputo però preliminarmente opportuno che la Commissione e gli uffici della Camera, non solo su questo tema ma per tutto ciò che concerne gli interventi più generali in materia di politiche sociali, svolgano un attento esame del contenuto della sentenza del 2004 e degli effetti da essa derivanti, esame che gli uffici legislativi del mio ministero stanno
già effettuando. Credo infatti che quella sentenza costituisca un punto fermo fondamentale per individuare chi possa fare cosa, nei rapporti tra Stato-Parlamento e Governo-e regioni. Questo nodo va sciolto prima di poter riprendere la discussione ul provvedimento sulla non autosufficienza.
PRESIDENTE. Ringrazio vivamente il ministro per la sua disponibilità; sicuramente faremo tesoro dei suoi suggerimenti.