Source: https://www.gazzettanotarile.com/news-e-sentenze/corte-costituzionale/corte-costituzionale-sentenza-29-maggio-2019-n-133/
Timestamp: 2019-11-22 00:15:47+00:00
Document Index: 3310713

Matched Legal Cases: ['art. 147', 'art. 30', 'art. 147', 'art. 30', 'art. 144', 'art. 3', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 144', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 144', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 30', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 144', 'art. 147', 'art. 147', 'art. 144', 'art. 144', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 147', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 159', 'sentenza ', 'art. 159', 'art. 24']

Gazzetta Notarile » Corte Costituzionale, Sentenza 29 Maggio 2019, n. 133
Presidente: Lattanzi – Redattore: Viganò
[…] nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 147, secondo comma, della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), come sostituito dall’art. 30 del decreto legislativo 1° agosto 2006, n. 249, recante «Norme in materia di procedimento disciplinare a carico dei notai, in attuazione dell’articolo 7, comma 1, lettera e), della legge 28 novembre 2005, n. 246», promosso dalla Corte di cassazione, sezione seconda civile, nel procedimento vertente tra B. B. e il Consiglio notarile di Milano e altri, con ordinanza del 15 novembre 2017, iscritta al n. 35 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 9, prima serie speciale, dell’anno 2018.
1.- Con ordinanza del 15 novembre 2017 la Corte di cassazione, sezione seconda civile, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 147, secondo comma, della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), come sostituito dall’art. 30 del decreto legislativo 1° agosto 2006, n. 249, recante «Norme in materia di procedimento disciplinare a carico dei notai, in attuazione dell’articolo 7, comma 1, lettera e), della legge 28 novembre 2005, n. 246».
1.1.- Espone la sezione rimettente di essere investita del ricorso proposto da un notaio, B. B., avverso l’ordinanza della Corte d’appello di Milano del 12 luglio 2017, con la quale è stato rigettato il gravame contro una decisione della Commissione amministrativa regionale di disciplina (CO.RE.DI.) della Lombardia, che aveva inflitto a B. B la sanzione disciplinare della destituzione ai sensi della disposizione censurata.
1.2.- Ad avviso della sezione rimettente, la disposizione censurata detta una norma di carattere speciale rispetto alla regola generale di cui all’art. 144 della legge n. 89 del 1913, che disciplina l’applicazione delle circostanze attenuanti agli illeciti disciplinari dei notai, prevedendo in particolare che – ove le stesse siano ritenute sussistenti – alla sanzione della destituzione sia sostituita quella della sospensione. Tale regola generale non opererebbe, secondo il giudice a quo, nella particolare fattispecie di recidiva reiterata infradecennale prevista dalla disposizione censurata, nella quale sarebbe sempre doveroso applicare la sanzione massima della destituzione: il trattamento sanzionatorio risulterebbe infatti, in tal caso, «insensibile alla eventuale “lievità” in concreto del fatto costituente illecito disciplinare, essendo la sanzione prevista dalla legge in modo inderogabile, sulla base di una presunzione iuris et de iure di gravità del fatto».
1.3.- La sezione rimettente dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale di tale disciplina.
1.3.1.- Essa sarebbe, anzitutto, in contrasto con l’art. 3 Cost.
Il giudice a quo richiama, in proposito, la giurisprudenza di questa Corte in materia di proporzionalità della pena rispetto al disvalore del fatto illecito commesso, giurisprudenza che si porrebbe in consonanza con l’art. 49, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007 (CDFUE). Da tale giurisprudenza discenderebbe, in particolare, il divieto di automatismi sanzionatori, i quali impedirebbero di adeguare la pena alle effettive responsabilità personali; divieto che la giurisprudenza costituzionale avrebbe esteso dal campo del diritto penale alla materia delle sanzioni disciplinari (sono citate le sentenze n. 268 del 2016 e n. 363 del 1996 in materia di sanzioni per i militari, la sentenza n. 170 del 2015 in materia di sanzioni per i magistrati e la sentenza n. 2 del 1999 in materia di sanzioni per i ragionieri e periti commerciali).
1.3.2.- Ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata confliggerebbe, altresì, con l’art. 24 Cost., «per il fatto di precludere all’incolpato la possibilità di chiedere al giudice di apprezzare la sua condotta in concreto e di pervenire all’irrogazione della sanzione più adeguata al caso».
1.4.- Le questioni prospettate sarebbero infine rilevanti, avendo la Corte d’appello rifiutato di considerare la possibilità di riconoscere al notaio incolpato le circostanze attenuanti generiche, sul presupposto che le stesse non avrebbero potuto in ogni caso escludere l’irrogazione della destituzione, quale sanzione prevista inderogabilmente dalla legge.
2.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni prospettate siano dichiarate inammissibili o, in subordine, infondate.
Ritiene infatti l’Avvocatura generale che l’art. 144 della legge n. 89 del 1913 preveda «in via generale e senza alcuna esclusione di tipo soggettivo od oggettivo – riferita cioè al tipo di illecito commesso -, la possibilità di “convertire” e sostituire la sanzione disciplinare più grave astrattamente prevista e l’infrazione accertata» in presenza di una serie di circostanze suscettibili di attenuare la gravità dell’infrazione commessa, ponendo così in condizioni l’autorità disciplinare di adeguare la sanzione in funzione dell’effettiva gravità del fatto accertato, con esclusione di ogni automatismo sanzionatorio. La disciplina prevista dall’art. 144 si applicherebbe, dunque, anche nel caso previsto dal secondo comma dell’art. 147 della legge n. 89 del 1913, in questa sede censurato; di talché la sanzione della destituzione, prevista per l’ipotesi in cui il notaio sia già stato condannato per due volte alla sanzione della sospensione del decennio anteriore in relazione agli illeciti disciplinari previsti dal primo comma, resterebbe applicabile nella sola ipotesi in cui non siano ravvisabili nel caso concreto le circostanze attenuanti di cui all’art. 144.
3.- Si è costituita in giudizio la parte privata B. B., concludendo per l’accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale prospettate.
4.- Si è costituito in giudizio anche il Consiglio notarile di Milano, controricorrente nel giudizio a quo, chiedendo invece che le questioni siano dichiarate infondate.
5.- La parte privata B. B. ha depositato, in prossimità dell’udienza, memoria nella quale ha, in particolare, sostenuto l’infondatezza dell’eccezione di inammissibilità formulata dall’Avvocatura generale dello Stato, rilevando come il giudice a quo abbia puntualmente motivato la premessa interpretativa da cui ha preso le mosse, relativa all’impossibilità di applicare le circostanze attenuanti di cui all’art. 144 della legge n. 89 del 1913 all’ipotesi di recidiva disciplinata dalla disposizione censurata.
1.- Con l’ordinanza indicata in epigrafe, la Corte di cassazione, sezione seconda civile, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 147, secondo comma, della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), come sostituito dall’art. 30 del decreto legislativo 1° agosto 2006, n. 249, recante «Norme in materia di procedimento disciplinare a carico dei notai, in attuazione dell’articolo 7, comma 1, lettera e), della legge 28 novembre 2005, n. 246».
2.- L’eccezione di omessa sperimentazione di un’interpretazione conforme a Costituzione della disposizione censurata, formulata dall’Avvocatura generale dello Stato, non è fondata.
2.1.- L’ordinanza di rimessione esclude espressamente che la sanzione della destituzione prevista dalla disposizione censurata possa essere sostituita dalla meno grave sanzione della sospensione in presenza di circostanze attenuanti, ai sensi dell’art. 144 della legge n. 89 del 1913. Secondo il giudice a quo, infatti, tale ultima disposizione generale non potrebbe trovare applicazione nell’ipotesi prevista dall’art. 147, secondo comma, in questa sede censurato, che opererebbe rispetto all’art. 144 quale lex specialis, prevedendo che – in caso di recidiva reiterata nell’illecito disciplinato dal primo comma dello stesso art. 147 – sia «sempre» applicata la destituzione.
2.2.- Secondo l’Avvocatura dello Stato, invece, tale interpretazione non sarebbe corretta, dal momento che l’art. 144 ben potrebbe trovare applicazione in tutte le fattispecie di illecito disciplinate dalla legge n. 89 del 1913, ivi compresa quella prevista dalla disposizione censurata. In tale prospettiva ermeneutica, dunque, l’avverbio «sempre» presente nell’art. 147, secondo comma, della legge n. 89 del 1913 varrebbe semplicemente a escludere l’alternatività, prevista dal primo comma dell’art. 147, tra le sanzioni della censura, della sospensione e della destituzione, imponendo al giudice disciplinare l’applicazione della destituzione in presenza dei presupposti del secondo comma; senza però escludere che, laddove sussista in concreto taluna delle circostanze attenuanti previste dall’art. 144, la destituzione possa essere sostituita con la sanzione della sospensione, ai sensi appunto dell’art. 144.
2.3.- In conformità alla recente giurisprudenza di questa Corte, si deve tuttavia rilevare che l’astratta prospettabilità di un’interpretazione alternativa della disposizione censurata rispetto a quella fatta propria dal giudice a quo non inficia l’ammissibilità della questione, risultando a tal fine «sufficiente che il giudice a quo esplori la possibilità di un’interpretazione conforme alla Carta fondamentale e […] la escluda consapevolmente» (sentenza n. 262 del 2015; nello stesso senso, sentenze n. 254 e n. 69 del 2017, n. 111 del 2016 e n. 221 del 2015). E invero, il fatto che il rimettente abbia consapevolmente reputato che il tenore della disposizione censurata imponga una determinata interpretazione e ne impedisca altre, eventualmente conformi a Costituzione, non rileva ai fini del rispetto delle regole del processo costituzionale, dal momento che la verifica dell’esistenza e della correttezza di interpretazioni alternative, che il rimettente abbia ritenuto di non poter fare proprie, è questione che attiene al merito del giudizio e non alla sua ammissibilità (ex plurimis, sentenze n. 194, n. 180, n. 69, n. 53 e n. 42 del 2017, e n. 95 del 2016).
3.- Nel merito, la questione sollevata con riferimento all’art. 3 Cost. non è fondata.
3.1.- Il giudice a quo richiama, anzitutto, la giurisprudenza di questa Corte in materia di proporzionalità e individualizzazione delle pene, che considera con sfavore gli automatismi sanzionatori, in quanto normalmente inidonei ad assicurare che la pena sia commisurata dal giudice tenendo conto della concreta gravità del fatto del quale l’imputato sia stato ritenuto responsabile (da ultimo, sentenza n. 222 del 2018).
3.2.- In materia di sanzioni disciplinari, in numerose occasioni questa Corte ha ritenuto illegittime, per contrasto con l’art. 3 Cost., disposizioni che comportavano l’automatica destituzione del pubblico dipendente in conseguenza della sua condanna in sede penale per determinati reati (sentenze n. 268 del 2016, n. 2 del 1999, n. 363 del 1996, n. 197 del 1993, n. 16 del 1991, n. 971 del 1988; ma, in senso contrario, sentenza n. 112 del 2014, relativa alla destituzione di diritto degli appartenenti ai ruoli dell’Amministrazione della pubblica sicurezza in conseguenza dell’applicazione di una misura di sicurezza personale). Un simile automatismo è stato, in particolare, ritenuto illegittimo al metro dell’art. 3 Cost. nella sentenza n. 40 del 1990, relativa a una disposizione che prevedeva la destituzione di diritto del notaio che avesse riportato una condanna in sede penale per uno dei reati indicati nell’art. 5, numero 3, della legge n. 89 del 1913.
3.3.- Alla luce dei principi desumibili dalla giurisprudenza ora richiamata, la sanzione fissa della destituzione nella peculiare ipotesi prevista dall’art. 147, secondo comma, della legge n. 89 del 1913 non può ritenersi incompatibile con l’art. 3 Cost.
E allora, è proprio la constatazione che le sospensioni precedentemente inflitte, per illeciti essi stessi di significativa gravità, si siano rivelate inidonee a dissuadere il notaio dal compimento di illeciti disciplinari, a rendere non manifestamente sproporzionata – in un’ottica di gradualità della risposta sanzionatoria – la destituzione di colui che, rendendosi responsabile per la terza volta della medesima violazione – quale che sia, a questo punto, la concreta gravità della nuova condotta addebitatagli -, si dimostri inadeguato rispetto agli standard richiesti da una professione «destinata a garantire la sicurezza dei traffici giuridici, a propria volta preminente interesse dello Stato di diritto», e nella quale i consociati debbono poter riporre un «particolare ed elevato grado di fiducia» (sentenza n. 234 del 2015). Ciò tanto più in quanto, nelle ipotesi ora all’esame – a differenza di quelle cui si riferisce l’art. 159, terzo comma, della legge n. 89 del 1913, scrutinato nella menzionata sentenza n. 234 del 2015 -, al notaio destituito non è precluso ottenere la riabilitazione all’esercizio della professione ai sensi dello stesso art. 159, primo comma, lettera b), una volta che siano trascorsi tre anni dalla destituzione.
4.- Neppure risultano fondati i dubbi di costituzionalità della disciplina censurata sollevati con riferimento all’art. 24 Cost.