Source: https://www.dirittiregionali.it/2012/11/20/l-r-puglia-n-30-del-2012-regioni-e-tutela-dei-beni-culturali-immateriali-la-legge-pugliese-su-musiche-e-danze-popolari/
Timestamp: 2019-06-25 18:13:34+00:00
Document Index: 104241402

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 117', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 117']

[L.R. Puglia n. 30 del 2012] Regioni e tutela dei beni culturali immateriali: la legge pugliese su musiche e danze popolari - Diritti Regionali
/ Archivio (2011-2015) / [L.R. Puglia n. 30 del 2012] Regioni e tutela dei beni culturali immateriali: la legge pugliese su musiche e danze popolari
1. Nella seduta del 16 ottobre 2012 – immediatamente precedente quella del giorno 22, in cui è stato affrontato lo spinoso tema del riordino delle province – il Consiglio regionale della Puglia ha approvato l’atto poi promulgato come legge 22 ottobre 2012, n. 30, recante “Interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale”.
È una coincidenza singolare. Nello stesso momento in cui il mondo delle autonomie è investito da violente ondate di sdegno e centralismo, una regione trova il tempo per occuparsi di temi che si potrebbero considerare minori, quali i canti e le danze popolari. L’orchestra continua a suonare (musiche popolari) mentre il Titanic affonda? Sarebbe un modo sbagliato di guardare a questa coincidenza che invece, ad avviso di chi scrive, rappresenta un importante segnale di attenzione per un ambito – la cultura e, in particolare, i patrimoni culturali di rilevanza regionale e locale – che la legislazione recente sembra avere abbandonato a se stesso.
2. Non è un caso che questa iniziativa venga dalla Regione Puglia: lì ha preso forma uno dei processi di maggiore successo nel campo delle politiche culturali e del cd. marketing territoriale, oggetto di studi scientifici cui si può rinviare (Eventi, cultura e sviluppo. L’esperienza de “La Notte della Taranta”, Milano, EGEA, 2011: introduzione e indice sono liberamente consultabili qui). Già questo basta a spiegare perché il tema non è da prendere sottogamba. In uno spirito analogo, è stato recentemente realizzato presso l’Archivio di Stato di Bari un archivio della documentazione sonora, audiovisiva e fotografica riguardante le tradizioni culturali pugliesi (Archivio Sonoro Puglia).
Nell’assemblea legislativa regionale, la proposta è stata presentata da un consigliere che in passato, come assessore alla cultura e sindaco del Comune di Melpignano, ha avuto un ruolo decisivo nella progettazione e nella realizzazione del noto festival; ed è stata elaborata con la collaborazione di qualificati operatori culturali e sulla base di un confronto con questi e con il pubblico (v. V. Santoro, Una legge regionale per la musica di tradizione pugliese). Tuttavia, la proposta è stata condivisa anche dalle opposizioni: prova ne è che esse, attraverso uno dei loro principali esponenti, hanno dato atto del proprio coinvolgimento nella definizione delle procedure di spesa; e che, al momento della deliberazione finale, tutti i 51 consiglieri presenti hanno espresso voto favorevole.
Ma l’iniziativa riguarda un problema che va ben oltre i confini regionali. In generale, l’importanza del patrimonio culturale immateriale è riconosciuta dalla convenzione per la salvaguardia dello stesso adottata a Parigi, il 17 ottobre 2003, dalla Conferenza Generale dell’UNESCO e ratificata anche dall’Italia (la convenzione è richiamata all’art. 1 della legge regionale segnalata).
Inoltre, lo scorso 26 settembre la Commissione europea ha pubblicato una comunicazione (COM(2012) 537) dedicata precisamente alla valorizzazione dei settori culturali e creativi come strumento per favorire la crescita e l’occupazione nell’UE. Qui, tra l’altro, ha sottolineato che, in futuro, nell’ambito delle politiche di coesione, si porrà l’accento sulle potenzialità dei settori culturali e creativi e, in particolare, si terrà conto delle «connessioni dinamiche tra le risorse culturali tradizionali, lo sviluppo di aziende creative e la risposta alle sfide sociali e ambientali» (p. 11). Tale linea di intervento si inserisce nel solco più generale tracciato nel 2000 dai capi di Stato e di governo dell’Unione Europea nella serie di obiettivi che ha preso il nome di Strategia di Lisbona. In quel quadro venivano identificati alcuni elementi di crescita e sviluppo dell’economia europea che dovevano necessariamente passare attraverso l’implementazione della conoscenza intesa come insieme di cultura, tradizioni, know-how scientifico, tecnico, ma anche classico. Successivamente, l’Unione ha inteso migliorare le politiche sia sopranazionali sia interne, puntando sull’individuo come destinatario degli interventi e dei servizi. In questo contesto, alla cultura è stato riconosciuto un ruolo straordinario di attivatore sociale, di collante per la coesione e di matrice per un sentimento identitario europeo comune, che rispetti le tradizioni storiche nazionali e locali. La cultura è quindi, nella strategia di Lisbona, uno tra i principali elementi della catena del valore: il canale attraverso il quale sostenere e affermare l’orientamento sociale diffuso, l’apertura verso il nuovo, il diverso, il non previsto. La cultura rientra, quindi, con pari dignità rispetto a ricerca e istruzione, nell’ambito della core creativity e della core innovation (sul punto cfr. L’economia della cultura in Europa, studio preparato per la Commissione Europea-DG Educazione e Cultura, a cura di KEA European Affairs; versione italiana a cura del Centro Studi di Diritto delle Arti, del Turismo e del Paesaggio). In seguito, la già citata comunicazione COM(2012) 537 si è posta come uno fra i pilastri della linea di intervento denominata “Europa 2020” – l’ambizioso programma di sviluppo che l’Unione ha elaborato per il decennio 2010-2020 e si è già scontrato, sin dall’adozione, con la più grave crisi economica e sociale dell’economia moderna. L’Unione dimostra così, pur nella difficoltà del periodo, di avere chiaro l’obiettivo di sostenere il settore della conoscenza al fine di promuovere lo sviluppo e l’occupazione anche attraverso il riconoscimento che i singoli e gli ambiti locali possono offrire all’intera Unione.
Nel nostro paese, i patrimoni immateriali di cultura locale sono stati al centro di iniziative regionali numerose, ma talora maldestre, controverse o pianamente illegittime: come quelle in relazione alle quali, più volte, la Corte costituzionale ha dovuto segnalare la differenza tra legittima valorizzazione dei dialetti e surrettizia individuazione di nuove lingue minoritarie (es. Corte cost. n. 88 del 2011 e n. 159 del 2009 – i commenti alla seconda sentenza danno ulteriori indicazioni bibliografiche, cui si può aggiungere L. Frati e L. Lofino, La tutela delle minoranze linguistiche nelle regioni a statuto ordinario, in La tutela multilivello dei diritti sociali, a cura di E. Balboni, Napoli, Jovene, 2008, t. II, 689 ss.).
In ambito nazionale, il tema sembra collocarsi oggi a un livello basso dell’agenda politica. Basterà ricordare che, tra le funzioni fondamentali dei comuni, la Carta delle autonomie includeva anche un nucleo di attività in ambito culturale (AS n. 2259, art. 2, lett. t): «la gestione e la conservazione di teatri, musei, pinacoteche, raccolte di beni storici, artistici e bibliografici pubblici di interesse comunale e di archivi comunali»); mentre il decreto-legge sulla cd. spending review non ha previsto nulla di simile, con il risultato di negare a queste attività la garanzia finanziaria di perequazione prevista per le funzioni fondamentali, e forse anche di renderne l’esercizio facoltativo. Infatti, l’esercizio è obbligatorio solo per le funzioni fondamentali (decreto-legge n. 78 del 2010, art. 14, commi 26 e 27); anche se, per correggere in parte questo indirizzo, è forse possibile una lettura delle nuove disposizioni legislative che includa la valorizzazione della cultura tra i «servizi pubblici di interesse generale di ambito comunale» (di cui alla lett. b) del cit. comma 27): sarebbe un modo per garantire una certa considerazione al valore di interesse generale che taluni servizi – appunto teatri, biblioteche, musei ecc. – hanno nelle realtà locali.
Il fatto che, in tempi difficili, il legislatore regionale batta un colpo su questo fronte è incoraggiante: anche se viene considerato solo uno, tra i numerosi profili del patrimonio culturale diffuso sul territorio nazionale; e anche se per ora le risorse stanziate sono, eufemisticamente, esigue – ammontano, per il 2012, ad appena 50 mila euro. La scarsità dei mezzi finanziari è, purtroppo, tipica della legislazione in materia di valorizzazione della cultura, caratterizzata in modo consistente della progressiva erosione delle disponibilità economiche pubbliche. Ciò che è positivo è che una Regione importante come la Puglia abbia inteso reclamare in modo piuttosto netto la propria competenza in una materia che le Regioni sono state piuttosto restie a legiferare, proprio per il rischio di dover accantonare risorse allo scopo. Del resto, il settore culturale in generale – e quello qui esposto in particolare – hanno bisogno del sostegno pubblico, per la loro intrinseca fragilità. Il supporto privato e la creazione di un sistema produttivo attorno a beni immateriali come i canti popolari, o in genere le tradizioni locali, sono destinati ad avvizzire e scomparire nel breve volgere di una generazione, qualora non intervengano sistemi di supporto da parte delle Istituzioni, che in questo caso sono necessariamente quelle più vicine ai pochi detentori di queste conoscenze.
3. La nuova legge cerca di coordinarsi con le altre iniziative e politiche regionali già in campo, nonché con il vivace ed eterogeneo mondo degli operatori culturali attivi nel settore.
La Regione Puglia dispone da tempo di una legge regionale sullo spettacolo (n. 6 del 2004), con relativo regolamento attuativo (n. 11 del 2007), che ha istituito un sistema di programmazione pluriennale e un albo regionale per la registrazione degli operatori in possesso di requisiti adeguati (quanto a esperienza, continuità operativa, rispetto della normativa lavoristica e previdenziale ecc.). La legge n, 30 del 2012 prevede una nuova sezione dell’albo dedicata ai soggetti che, «in qualsiasi forma giuridica e senza scopo di lucro, (…) svolgano attività di musica e di danza popolare» (art. 3, comma 1). Prevede inoltre un sistema di programmazione, anche finanziaria, triennale (art. 2), basato su un atto innominato della Giunta, da adottare, «previo parere della Commissione consiliare competente», «[a]l fine di coordinare in un quadro programmatico organico gli interventi regionali nel settore»: verosimilmente si tratta di un atto destinato a rimanere distinto da quello di cui all’art. 5 della legge n. 6 del 2004 (programma triennale in materia di spettacolo), ma con il quale sarà comunque indispensabile un coordinamento.
In questo contesto istituzionale, la nuova legge regionale prevede tre linee di interventi:
cofinanziamento a favore dei soggetti privati iscritti all’albo (art. 4) per l’acquisto di attrezzature, lo svolgimento di spettacoli «fuori dai confini regionali», la realizzazione di CD e DVD (cofinanziamento massimo del 20%), nonché per iniziative di formazione e apprendimento, «con particolare attenzione al coinvolgimento degli anziani depositari dei saperi tradizionali» (cofinanziamento massimo del 50%);
cofinanziamento a favore degli enti locali per la realizzazione di archivi e biblioteche (cofinanziamento massimo del 50%), nonché di festival e raduni (cofinanziamento massimo del 30%);
contributi (non espressamente qualificati come cofinanziamenti) «in favore di case editrici ed etichette discografiche» per la pubblicazione di studi e ricerche su danze e musiche popolari, «con particolare attenzione alle opere multimediali che consentono l’ascolto diretto di registrazioni di interesse storico e risultato di ricerche di carattere antropologico, etnomusicologico ed etnocoreologico» (art. 6).
Sono poi dettate norme procedimentali sulla richiesta e sull’erogazione dei contributi, sulla vigilanza in merito al loro impiego (i finanziamenti sono vincolati: art. 10), nonché sul radicale divieto di cumulo con altri finanziamenti erogati a norma della legge n. 6 del 2004 (art. 9: «[i] soggetti iscritti all’albo dello spettacolo a norma della l.r. 6/2004, nonché i soggetti pubblici e privati che fruiscono di finanziamenti a qualsiasi titolo erogati in attuazione della l.r. 6/2004, anche a valere su fondi statali e dell’UE, non possono fruire dei benefici di cui alla presente legge»).
4. La legge regionale n. 30 utilizza anche nel titolo il termine “tutela”: parola che suona come un campanello di allarme per il giurista, abituato a usarla, nell’ambito della legislazione culturale, soprattutto in collegamento con la competenza di cui all’art. 117, comma secondo, Cost. («tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali») – una competenza esclusivamente statale.
In realtà, la nuova legge pugliese non pare affatto interferire con i poteri statali che fanno capo alla competenza di tutela dei beni culturali in senso stretto. La legge si pone piuttosto come strumento per favorire l’emersione e l’individuazione, mediante iniziative locali o sociali, di un complesso di beni culturali degno di attenzione, ma continuamente minacciato dall’incalzare del tempo. In tal modo, il provvedimento in commento – uno dei primi esempi in materia in Italia – coglie lo spirito della già citata Convenzione UNESCO, valorizzando espressioni di identità culturale collettiva che solo dal territorio possono essere colti ed enfatizzati. Ma ciò avviene nel pieno rispetto delle competenze ministeriali in merito alla tutela. Ove mai, ad esempio, biblioteche o archivi sussidiati dalla Regione raggiungessero una qualità e un grado di interesse tali da attirare l’attenzione del Ministero per i Beni re le Attività Culturali, nessun ostacolo vi sarebbe all’adozione degli appositi provvedimenti di tutela: a maggior ragione a norma dell’art. 7-bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42), secondo il quale, appunto, «[l]e espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice», alla duplice condizione che tali espressioni siano «rappresentate da testimonianze materiali» e che sussistano i presupposti per l’identificazione di tali testimonianze come beni culturali, a norma dell’art. 10 del codice.
Ma sarebbe difficile negare che le regioni possano intervenire per garantire la sopravvivenza del patrimonio culturale immateriale e dei suoi elementi costitutivi: più che a un concetto ampio di tutela, interventi di questo tipo dovrebbero essere ricondotti alle competenze di valorizzazione dei beni culturali (anch’esse richiamate nel titolo della legge), o di promozione e organizzazione di attività culturali, spettanti alle regioni nel rispetto degli eventuali principi fondamentali fissati dalla legislazione statale, a norma dell’art. 117, comma terzo, Cost.
Corrado D’Andrea e Michele Massa
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