Source: https://www.rivoluzione-liberale.it/36408/politica/nell-oblio-delle-famigerate-province.html
Timestamp: 2019-04-20 20:47:15+00:00
Document Index: 27301023

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 17', 'sentenza ', 'art.133', 'art.133', 'art. 119']

Nell' oblio delle famigerate province - Rivoluzione Liberale
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Nel maggio 2009 si tiene in Commissione Affari Costituzionali alla Camera la discussione delle proposte di legge costituzionali volte ad abolire l’ente provincia, nel mese di ottobre dello stesso anno viene approvata una questione sospensiva.
Nel dicembre 2011 l’art. 23 del decreto Salva Italia (d.l. n. 201/2011) svuota le province; a luglio del 2012 l’art. 17 del decreto Spending Review (d.l. n. 95/2012) riassegna alle province le funzioni tradizionalmente di competenza dell’ente di area vasta.
Nel luglio 2013 arriva la sentenza n. 220/2013 della Corte Costituzionale: la Corte da un lato censura l’utilizzo improprio e distorto dello strumento del decreto legge per una riforma dell’intelaiatura dell’ordinamento degli enti locali, destinata a durare nel tempo e rispondente ad esigenze sociali e istituzionali di lungo periodo, dall’altro, pur richiamando la procedura di cui all’art.133, comma 1, Cost., per un riordino generale del sistema degli enti locali, lascia intendere che la legge costituzionale è necessaria soltanto per sopprimere le province o anche al fine di eliminarne la garanzia costituzionale, ove mai si prescinda dalla prevista iniziativa comunale e dal parere obbligatorio ma non vincolante della Regione.
La Consulta, però, nulla dice apertis verbis in ordine alla legittimità di un riordino globale degli enti territoriali operato mediante legge ordinaria in deroga alla procedura prevista dall’art.133, comma 1, Cost.
Ad agosto 2013 il decreto legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere” fa salvi gli effetti dei provvedimenti di scioglimento delle province e dei conseguenti atti di nomina dei commissari, nonché degli atti da questi posti in essere; nel gennaio 2014 inizia la discussione sul ddl Delrio volto (inizialmente) all’abolizione definitiva delle province.
Il ddl Delrio rovesciava in qualche misura il percorso argomentativo che aveva animato le riforme degli anni 1997-1999.
In passato, il potenziamento del sistema autonomistico era percepito come un utile strumento per ridimensionare le burocrazie ministeriali e gli apparati politici centrali.
Oggi, invece, apparati centrali e locali sono accomunati in un giudizio negativo, che li considera cooperanti in una simbiosi antagonista a carico delle risorse pubbliche.
Negli anni dei governi Letta-Renzi l’assetto delle autonomie locali era tendenzialmente considerato come una diseconomia da eliminare con decisioni radicali necessarie a fronteggiare l’emergenza.
Si avvertiva fortemente la necessità di modificare un quadro dei poteri considerato disfunzionale e diseconomico, dunque da “normalizzare”, nell’ottica di una semplificazione e di una riduzione delle sue interne diversità.
In verità, il sistema delle autonomie avrebbe dovuto trovare compimento nell’attuazione dell’art. 119 Cost., secondo cui è previsto al comma 2, che lo Stato può imporre vincoli alle politiche di bilancio degli enti autonomi solo con “disciplina di principio”, intervenendo sul disavanzo corrente, ed esclusivamente in via transitoria sulla crescita della spesa corrente.
Lo strumento forte è il “patto di stabilità” che si è rivelato un fattore di restrizione finanziaria, rimodulato anno per anno, a carico di comuni e province. All’origine era stato concepito come un vincolo al saldo di bilancio, successivamente, è stato introdotto il concetto di saldo di “competenza mista”.
Gli effetti prodotti dalla “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione” del 5 maggio 2009, n. 42, si sono mostrati di gran lunga sproporzionati in peius nel raffronto con le restrizioni patite da qualsiasi altro comparto della pubblica amministrazione.
La riforma delle province convertita in legge nell’aprile del 2014 dalla Camera, meglio conosciuta come Riforma Delrio, non ha prodotto infine l’abolizione totale delle province, ma una sostituzione con nuovi enti che hanno continuato a occuparsi di edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali e per i quali non sono più previste elezioni dirette. Per l’abolizione totale delle province sarebbe stata necessaria una modifica della Costituzione. La riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre del 2016 prevedeva semplicemente di eliminare la parola “province” dalla Costituzione, rimandando poi a una futura legge ordinaria la determinazione delle funzioni e delle competenze di questi enti o la loro eventuale cancellazione.
In tutti questi passaggi la situazione è rimasta piuttosto confusa e complicata, le province sono attualmente enti “pallidi” a destino differito e totalmente dipendente dalle scelte che ciascuna Regione decide di fare.
In materia di province regna il caos normativo più assoluto.
In una visione più realistica della vicenda si dovrebbe riflettere sul ruolo di questi enti che costituiscono la struttura sovracomunale meglio rispondente alla storia, alle tradizioni, alla cultura delle nostre popolazioni; le province, infatti, identificano territori che hanno una comunanza di interessi economici e ambientali vicini alle esigenze delle popolazioni.
Il potenziale risparmio di spesa, enfatizzato in considerazione della cosiddetta spending review, non può ritenersi decisivo nel far considerare utili alcune drastiche misure di razionalizzazione dimensionale delle province.
Soppresso l’ente, non ne sarebbero certamente soppresse le funzioni, specie se qualificabili come “essenziali”, che andrebbero ricollocate, e con esse andrebbe ricollocato il personale.
Il vero obiettivo deve considerarsi il migliore esercizio delle funzioni, e cioè l’efficienza complessiva del sistema locale – vi siano o non vi siano riduzioni dirette di spesa – .
È inevitabile non cadere preda della sensazione, ancor oggi diffusa, che in questi anni abbiamo assistito non tanto ad interventi volti ad una potenziale abolizione o rivisitazione del ruolo delle province quanto piuttosto ad una pasticciata azione di “gattopardesca” natura.
Ci auspichiamo che il nuovo Governo sappia essere più incisivo!