Source: http://storia.bncf.firenze.sbn.it/passato-2/la-magliabechiana-diventa-biblioteca-nazionale/i-regolamenti-bibliotecari-ottocenteschi/
Timestamp: 2018-04-26 19:10:49+00:00
Document Index: 29346361

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 33', 'art. 31', 'art. 34', 'art. 4', 'art. 62', 'art. 39']

I regolamenti bibliotecari ottocenteschi – Storia della Biblioteca Nazionale Centrale Firenze
Il primo atto normativo dell’Italia unita sulle biblioteche è il Riordinamento delle biblioteche governative del Regno (R. D. n. 5368 del 25 novembre 1869), firmato dal ministro della pubblica istruzione Angelo Bargoni, in cui si riconoscono evidenti ipoteche negative. La prima è costituita dal ricorso allo strumento amministrativo del decreto, che da allora ha sottratto le biblioteche alla statuizione di una legge; la seconda dal parere negativo della Commissione Cibrario, interpellata dal ministro, riguardo alla individuazione di una biblioteca nazionale con compiti determinati e precipui.
Con il decreto del 1869 fu tracciato un confine fra le biblioteche afferenti per dotazione e personale al Ministero della pubblica istruzione e le altre. Nel fondamentale Titolo I il sistema è articolato in due classi: nella prima figurano le biblioteche “che hanno e che sono destinate a conservare carattere di generalità”, nella seconda “quelle che hanno o che sono suscettibili di assumere un determinato carattere speciale”. Alla prima classe appartengono le biblioteche Universitarie di Torino, Pavia, Padova, Bologna, Napoli; le biblioteche di Brera di Milano, Marciana di Venezia, Palatina di Modena; le Nazionali di Firenze, Napoli, Palermo; le biblioteche di Parma e Cagliari; con l’art. 34 la Laurenziana di Firenze è parificata alle biblioteche di prima classe “non ostante il suo carattere di specialità”; alla seconda classe appartengono tutte le altre non altrimenti specificate. In particolare l’art. 33 sancisce l’assegnazione alla Nazionale di Firenze del deposito di tutte le pubblicazioni stampate in Italia che avrebbe, nei fatti, distinto questa biblioteca dalle altre ben più che il titolo di “nazionale”.
Il decreto ebbe una breve esistenza. Il trasferimento della capitale da Firenze a Roma portò all’identificazione di quest’ultima come nuovo centro culturale ed amministrativo della nazione. In un clima connotato da accesi entusiasmi il ministro Ruggiero Bonghi fondò in meno di un anno la biblioteca Vittorio Emanuele II, risultato di una aggregazione di fondi librari provenienti da enti ecclesiastici soppressi.
Il successivo Regolamento organico delle biblioteche governative del Regno (R. D. n. 2974 del 20 gennaio 1876), che precedeva di alcuni mesi l’apertura della Nazionale di Roma e ne configurava i gravosi compiti, fu il frutto della collaborazione tra il ministro Bonghi e Desiderio Chilovi, allora primo vice bibliotecario della Biblioteca Nazionale di Firenze. Ne documenta l’ampio apporto di idee la relazione datata Casole, 5 ottobre 1875 (ARDUINI 1987). Le biblioteche furono inserite in un nuovo schema che le distingueva in base all’autonomia o alla connessione con altri istituti. Tutti i suggerimenti di Chilovi risultano accolti nel regolamento ad eccezione del disegno da lui delineato di un sistema bibliotecario in cui le biblioteche fossero caratterizzate da un ruolo specifico per rispondere alle diverse esigenze dei lettori. Nonostante la denominazione di “nazionale” attribuita a ben quattro biblioteche nessuna di queste corrispondeva nel regolamento al modello di una biblioteca nazionale moderna sull’esempio dei paesi del nord Europa. Alla Nazionale di Roma competevano la redazione di un catalogo delle opere straniere acquisite dalle altre biblioteche (art. 31), l’ufficio dei duplicati (art. 34), un corso tecnico per la formazione del personale (artt. 35-40); non era menzionato il deposito obbligatorio degli stampati, attribuitole solo alcuni anni dopo, con circolari del 20 gennaio 1880 e del 27 ottobre 1880.
Dal Regolamento del 1876 non emergeva l’assetto complessivo delle biblioteche, né regole chiare ed esaurienti da seguire per il loro funzionamento. Fu ancora Desiderio Chilovi, all’epoca direttore della Biblioteca Marucelliana, ad essere interpellato dal ministro Michele Coppino per la stesura del nuovo Regolamento organico delle biblioteche governative del Regno (R.D. n. 3464 del 28 ottobre 1885). La sua fattiva partecipazione è documentata anche da una relazione datata 18 febbraio 1884 e conservata nell’archivio della biblioteca Marucelliana (ARDUINI, 1997) nella quale, accertata nel frattempo la impermeabilità del governo a definire un sistema di biblioteche funzionale ai cambiamenti culturali avvenuti, Chilovi prende in esame la bozza proposta dal Ministero articolo per articolo. Di fatto il Titolo I non introduce novità rispetto al passato: le categorie usate per distinguere le biblioteche sono autonomia o annessione ad altri istituti, principalmente l’università; tra le Nazionali, divenute sette, la Biblioteca nazionale di Firenze e la Vittorio Emanuele di Roma, le quali sole raccolgono tutte le pubblicazioni del paese, prendono il nome di Biblioteche Nazionali Centrali, con i compiti descritti nell’art. 4. A Chilovi appartiene invece la formulazione dell’art. 62, dove si attribuiscono alla Nazionale di Firenze la redazione del Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa e alla Nazionale di Roma quella del Bollettino delle opere moderne straniere acquistate dalle biblioteche governative italiane; un’altra interessante proposta di Chilovi è accolta nell’art. 39 che prescrive l’adozione di una scheda per ciascun manoscritto nella quale si annoteranno i nomi dei lettori che l’hanno consultato. Il Regolamento del 1885 affrontava anche i temi della responsabilità patrimoniale, dell’attribuzione dei compiti agli impiegati, della loro formazione e dell’ordinamento interno con la relativa modulistica, ponendo le basi della prassi bibliotecaria. In definitiva si trattava di un buon regolamento il cui grave limite era costituito dalla genericità della formulazione di compiti e funzioni delle diverse biblioteche denunciata da Chilovi fino alle bozze di stampa, genericità destinata a perpetuarsi nei regolamenti bibliotecari del Novecento (ARDUINI 1987).