Source: http://personaedanno.it/articolo/alcuni-spunti-di-riflessione-sulla-tutela-dei-soggetti-fragili-nella-famiglia-diversamente-composta
Timestamp: 2020-08-12 12:11:21+00:00
Document Index: 150989713

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 570', 'art. 30']

Alcuni Spunti di Riflessione sulla tutela dei soggetti “Fragili” nella “Famiglia Diversamente Composta”.
Famiglia, relazioni affettive - Legami sentimentali - Fabio Rispoli - 27/05/2020
Prima di passare all’esame del nucleo di questo scritto che riguarda le famiglie omosessuali, ripercorrerò brevemente l’evoluzione nei secoli del concetto di Famiglia.
La famiglia complessa, in cui una coppia di coniugi condivide con uno o più consanguinei la medesima residenza (famiglia cosiddetta estesa), o incentrata su più unioni monogamiche (anche quelle contratte da figli, parenti coresidenti, dipendenti e servi: famiglia multipla), rappresentò la tipologia familiare più diffusa nelle culture antiche, in specie di origine indoeuropea.
In Grecia e a Roma prevalse questo tipo di famiglia, unitamente all’uso della patrilocalità, ovvero la consuetudine di trasmissione per via maschile della dimora di residenza. Inoltre, la legislazione romana conferì all’uomo capo famiglia un ruolo giuridico ed economico di grande importanza: l’autorità del paterfamilias che regolava la totalità dei rapporti sociali ed economici che intercorrevano fra i suoi sottoposti (moglie, figli, parenti conviventi, dipendenti e servi) e quelli della famiglia con l’esterno.
A partire dall’Alto Medioevo, la tipologia familiare più diffusa divenne invece quella nucleare patriarcale, incentrata su un’unione monogamica stabile e socialmente legittimata, e cioè formata essenzialmente da due coniugi e dalla loro prole. Questo mutamento fu legato in primo luogo alla diffusione del cristianesimo, che determinò l’abolizione del divorzio, in uso presso greci e romani, e attribuì sacralità al vincolo matrimoniale.
Nell’Italia centro-settentrionale la Famiglia assume una differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse. le famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale). La famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.
La struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile sia nella versione urbana che in quella rurale. Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo. Prima del XV secolo le famiglie rurali subirono profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse che replicavano l’assetto organizzativo del lavoro. Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso (L. Molinari).
A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti. Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società. A partire dal 1500 si passa, quindi, da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, ad un potere basato su dinamiche razionali: siamo più di fronte al capofamiglia. (P. Macry)
Altro mutamento, che si verificò nel XVIII – XIX interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese mercanti e commercianti, che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare, quindi una comunità riproduttiva composta da genitori e figli. Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi, più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti. Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione. Nel 1700 le famiglie nobili, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. La struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche, che iniziò ad andare in crisi nel XIX quando la figura del marito e di padre, pur continuando ad avere potere ed autorità assoluta, riconosceva degli spazi di libertà nelle relazioni sociali alla moglie ed ai figli. Nasceva, quindi, un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana per poi estendendosi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo(M. Barbagli).
Nella società industriale, invece, abbiamo forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali. Inoltre, la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali. Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare. Il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.
Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nel nord dell’Italia si è avuto un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successivi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi, estese con più di tre generazioni e più unità coniugali. Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Nell’Italia meridionale, invece, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale. Per cui il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.
Nel periodo fascista nella famiglia prevale una rigida divisione dei ruoli tra maschio e femmina; con l’esaltazione delle caratteristiche virili e belliche dell’uomo e di quelle procreative della donna “Angelo del focolare”. Si esalta il rapporto patriarcale con i figli, che non ammette alcuna forma di ribellione. Nonostante il mito fascista la famiglia borghese, nucleo d’intimità e frutto di sentimenti, prende sempre più piede come modello. La guerra ha comportato da un lato l’arretramento economico e culturale della società, dall’altro ha generato un’economia che, per forza di cose, deve affidarsi anche al lavoro femminile. La guerra lacera le famiglie, ma si creano nuovi legami, più liberi e inediti (nei romanzi sulla Resistenza in qualche modo traspare un nuovo ruolo femminile, che non manca d’influire sulla concezione della famiglia)(C. Secci).
Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ’70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato nel fatto che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari. La nascita di strutture pubbliche, come la scuola, cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili. Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra, il peso delle famiglie complesse. Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile.
Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. Molto ristretti, in alcuni casi fino agli anni’20 e ’30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc.) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni. Col passare dei secoli l’aspetto pubblico delle nozze diede spazio ad una visione privata delle stesse, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio. (E. Hinrichs).
La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari. (M. Barbagli)
Negli anni ’50 la società italiana ebbe un rapido cambiamento per quanto riguarda l’economia, la demografia, la morale, il costume, la concezione della famiglia. Nell’ Italia di quegli anni la famiglia, veniva concepita come "cellula della società", istituzione rigida e da dover a tutti i costi conservare dai mutamenti. Siamo agli albori di un’emancipazione femminile, che tuttavia mantiene, paradossalmente, il suo ruolo dentro la casa, “piena di elettrodomestici”, per supportare il lavoro esterno dei mariti. Cambiano i costumi sessuali, in corrispondenza con un rapporto più “paritario” tra genitori e figli, ma molto lentamente. L’emigrazione di quel periodo è stato un fenomeno foriero di grandissimi mutamenti a livello familiare. Esso produce la tendenza alla lacerazione e alla ricostruzione delle famiglie. Interi “clan” si spostano in paesi esteri, crescono i matrimoni misti, con tutto ciò che questo comporta in termini di rimodellamento culturale. Le rivendicazioni del ’68, i movimenti collettivi e il femminismo, produssero effetti dirompenti sulla famiglia in termini oggettivi e in termini simbolici. Le leggi sul divorzio e sull’aborto rappresentano un oggettivo cambiamento della concezione della famiglia: le leggi ne sanciscono il carattere “dissolubile” e rappresentano l’aumento di potere autodeterminativo della donna rispetto al tema della procreazione. Inoltre nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia, sancisce la parità tra coniugi e introduce, per i genitori, il dovere, non soltanto di educare e sostenere i figli, ma anche di “tener conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle ispirazioni degli stessi”. Il provvedimento abolisce la discriminazione giuridica verso i figli nati fuori dal matrimonio(C. Secci)
A metà degli anni '80 ci si è accorti che la famiglia italiana è passata attraverso un forte processo di modernizzazione, ma che tale processo non ha messo in gioco le strutture portanti della famiglia nucleare. Il matrimonio resta, dunque, un nodo di intrecci sociali, il dato più caratteristico è la perdita di "verticalità" di questi intrecci, intesa sia come perdita di sacralità, i matrimoni religiosi, infatti sono diminuiti negli anni, sia come perdita di controllo delle generazioni più anziane sulla scelta del partner per il matrimonio dei figli. Al posto della verticalità subentra un carattere sempre più orizzontale degli intrecci relazionali che si muovono attorno al matrimonio. In altri termini, il matrimonio è sempre più espressione di nuove cerchie amicali ( acquisite con estrema mobilità), piuttosto che espressione di comunità (e parentele) di appartenenza.
Il processo di trasformazione all’interno della società ha portato alla diffusione di nuove forme di convivenza (Famiglie di Fatto, Unioni Civili, ecc. ) e in parallelo una drastica riduzione della natalità: cosicché la famiglia tradizionale coniugale ha perso importanza lasciando al centro della scena, realtà sempre più peculiari, anche se per certi aspetti più fragili sotto l’aspetto normativo. E se vi è stata la diffusione di queste forme di convivenza, esse sono generate da una sempre maggiore insicurezza nei confronti del matrimonio tradizionale.
Negli anni ‘90 abbiamo una ulteriore apertura del concetto di famiglia dovuta alla globalizzazione porta al confronto con modelli meno tradizionali di quello italiano di famiglia. Così come il confronto con le famiglie immigrate porta a un’apertura, che può essere più o meno permeabile e profonda verso l’altro da sé, inteso come famiglia. La famiglia svolge un importante compito, non solo per l’individuo relazionale, ma anche per il cittadino, per la persona sociale e professionale che esso è o diventerà, quale ruolo economico svolge. (C. Secci)
Si introduce, quindi, la legge “Cirinnà” per la “convivenza di fatto”, intesa come quella formata da due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, senza rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. La convivenza di fatto tra persone dello stesso sesso o eterosessuali può essere attestata da un’autocertificazione, presentata al Comune di residenza, nella quale i conviventi dichiarano di convivere allo stesso indirizzo anagrafico. Lo status di convivente di fatto comporta il riconoscimento di specifici doveri e diritti previsti dalla legge.
Si introduce, ancora, nell’Ordinamento Giuridico Italiano l’istituto delle “Unioni Civili” con la Legge 20/05/2016 n. 76 (cosiddetta Legge Cirinnà), concepite per la tutela delle coppie omosessuali, infatti, nessuna tutela specifica era prevista in loro favore. La normativa che ha introdotto le unioni civili, garantisce alle coppie omosessuali alcuni dei diritti e dei doveri tipici del matrimonio, escludendo espressamente l’obbligo di fedeltà e quello di collaborazione, che si ha invece nel matrimonio. Nel matrimonio la moglie aggiunge il cognome del marito al proprio, mentre per l’unione civile è possibile che la coppia scelga il cognome di famiglia, con dichiarazione da rilasciare all’ufficiale di stato civile. In caso di scioglimento dell’unione civile, esso va comunicato all’Ufficiale dello stato Civile ed ha effetto immediato. Ad ognuna spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato. Il regime patrimoniale dell’unione civile, in mancanza di diversa convenzione patrimoniale, è costituito dalla comunione dei beni. Sotto il profilo successorio, l’unione civile conferisce alle coppie il diritto alla legittima. Tra matrimonio e unione civile la differenza risiede anche nella mancata possibilità per chi è legato tramite il secondo istituto di adottare un bambino o di ricorrere alla procreazione assistita. A differenza di quanto accade per il matrimonio in cui i bambini nati vengono considerati dalla legge figli di entrambi i genitori, i bambini nati durante l’unione civile saranno figli del solo genitore biologico.
Da quanto sopra esposto, quindi, si ha che con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà: a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide; b) i rapporti esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i conviventi sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro; c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di conviventi tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro. Le analisi e gli studi compiuti a riguardo hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei (L.Molinari).
Dopo aver esaminato brevemente l’evoluzione storica della Famiglia nei secoli che ci hanno preceduto sino a giungere ai giorni nostri, passiamo ad una rapida disamina delle due pronunce di rilievo che hanno interessato le coppie omosessuali, soggetti “fragili” unitamente ai loro figli nella nostra società.
Prima però occorre richiamare qualche nozione sulla inseminazione artificiale. Dal XVIII secolo la scienza si interessa e studia delle tecniche per risolvere il problema della sterilità di coppia, per poi avere un picco di richieste, durante la seconda guerra mondiale, allorquando molti soldati americani al fronte inviarono il proprio sperma alle proprie mogli allo scopo di fecondarle artificialmente. A seguito di lotte sociali, scientifiche e politiche, il 25 luglio 1978 nacque Louise Brown, passata alla storia come la prima “bambina in provetta”, grazie alla fecondazione in vitro. Gli studi sulla fecondazione assistita hanno portato alla nascita di diverse metodologie. Scientificamente la procreazione medicalmente assistita (P.M.A.) rappresenta la branca specialistica della biomedicina e delle biotecnologie applicate alla riproduzione umana ed animale. Essa ha trovato una specifica regolamentazione in Italia da parte della L. n. 40/2004, la quale prescrive espressamente la possibilità di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita solo laddove non sia possibile far impiego di altri metodi efficaci per rimuovere i problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o infertilità umana. Nel suo aspetto “operativo” la Procreazione Medicalmente Assistita si articola attraverso due principali tecniche di intervento: la Fecondazione in Vitro e la Fecondazione assistita in vivo. Si tratta di tecniche totalmente diverse con riguardo al luogo dell’inizio della formazione delle prime cellule embrionali. Infatti, mentre nella prima la fecondazione dei gameti viene realizzata appunto in vitro, ovvero in particolari provette all’interno del laboratorio di riproduzione, nella seconda il processo di fecondazione, pur assistita medicalmente, avviene nell’utero della donna. Si parla di fecondazione omologa (AIH) quando il seme appartiene al partner della donna e di fecondazione eterologa (AID) quando il seme proviene da un donatore esterno alla coppia.
Dopo aver esaminato brevemente le nozioni di fecondazione artificiale, esaminiamo la pronuncia della Corte Costituzionale, che ha negato alle coppie omosessuali la procreazione assistita. Nella decisione contenuta nella sentenza numero 221 depositata il 23 ottobre 2019 in esame, la Corte ha stabilito che il desiderio di avere un figlio non può trasformarsi nel diritto alla genitorialità perché ciò andrebbe a forzare eccessivamente il dettato costituzionale. La questione era stata sollevata dai Tribunali di Bolzano e Pordenone che porta alla pronuncia della Consulta dove si legge: “...La tutela costituzionale della salute non può essere estesa fino a imporre la soddisfazione di qualsiasi aspirazione soggettiva o bisogno che una coppia, o anche un individuo, reputi essenziale...”. I Giudici della Corte Costituzionale motivano la decisione sulla base del bilanciamento degli interessi: “...da una parte il desiderio di genitorialità della coppia omosessuale e dall’altra il diritto del bambino ad avere una famiglia...intesa come...la normale espressione familiare composta da genitori di sesso diverso… Inoltre, ...l’impossibilità di procreare naturalmente per la coppia gay non può essere paragonata all’infertilità maschile o femminile della coppia etero, che dipende da malattie o circostanze congenite....”.
Altra sentenza di particolare importanza che a mio avviso pregiudica le persone “fragili” coinvolte, è quella della Corte di Cassazione con la sentenza n.7668, che ha affermato: “...I bimbi nati in Italia, ma concepiti all'estero con la procreazione medicalmente assistita da parte di una coppia di due donne, una delle quali porta avanti la gravidanza, possono avere una sola mamma che li riconosce, cioè la donna che partorisce. La partner, al contrario, non può essere riconosciuta come genitore allo stato anagrafico...”. La Cassazione ha respinto il ricorso di una coppia di donne del Veneto, sposate in unione civile. Le due volevano essere entrambe dichiarate mamme della piccola nata a Treviso, ma con inseminazione artificiale effettuata all'estero. Secondo quanto hanno scritto i giudici di cassazione, una sola persona ha "diritto di essere menzionata come madre nell'atto di nascita, in virtù di un rapporto di filiazione che presuppone il legame biologico e/o genetico con il nato". Questa norma, hanno aggiunto i supremi giudici, “...è attualmente vigente all'interno dell'ordinamento italiano e, dunque, applicabile agli atti di nascita formati o da formare in Italia, a prescindere dal luogo dove sia avvenuta la pratica fecondativa...". La Cassazione ritiene "corretto" il no opposto dall'ufficio di stato civile di Treviso che non ha accolto la richiesta di inserire nell'atto di nascita della bimba "l'indicazione della seconda madre". E, per quanto riguarda il riconoscimento dello status di mamme, certificato in altri verdetti della Suprema Corte, in favore di altre coppie che hanno partorito all'estero in Paesi che hanno dato il via libera ai genitori dello stesso sesso, la Cassazione spiega: in quei casi si è solo voluto "dare continuità allo 'status filiationis' acquisito all'estero e manifestare l'apertura del nostro sistema alle istanze internazionalistiche". In sostanza riguardo alla possibilità del riconoscimento in Italia di atti di nascita redatti all’estero e recanti l’indicazione di due genitori dello stesso sesso, la Corte ha precisato che in quel caso si applica un diverso parametro normativo, - quello dell’ordine pubblico - e a venire in rilievo sono i principi di continuità e conservazione dello status filiationis, oltre che quello di circolazione degli atti giuridici formati all’estero. La Corte precisa che è trascrivibile in Italia un atto di nascita di un minore che reca l’indicazione di due genitori, ma solo se questi sono entrambi di sesso femminile; mentre ciò non è possibile se si tratta di due genitori uomini, in quanto in quel caso è necessario il ricorso a tecniche di gestazione surrogata, circostanza che è in contrasto con disposizioni imperative del nostro ordinamento, richiamate nel principio di ordine pubblico e nel rispetto di principi fondamentali quali la tutela della dignità della gestante e l’istituto dell’adozione.
Il D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, recante il regolamento per la revisione e la semplificazione dell'ordinamento dello stato civile, a norma dell'articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127, prevede, al suo art. 18, dei “casi di intrascrivibilità”, stabilendo che “gli atti formati all'estero non possono essere trascritti se sono contrari all'ordine pubblico”. Si evidenzia che la Corte di Cassazione in altri pronunciamenti sul concetto di ordine pubblico, come la sentenza della stessa Corte di Cassazione 22.8.2013, n. 19405, ha avuto modo di statuire come deve considerarsi l’ordine pubblico “internazionale” ovvero a quell‘insieme “di principi di carattere universale, comuni a molti ordinamenti giuridici, volti alla tutela e all’implementazione di diritti fondamentali della persona umana, spesso sanciti in dichiarazioni o convenzioni internazionali’’, nel senso che il giudicante deve verificare non se l’atto straniero contrasti con le esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, dalla costituzione, dai trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In sostanza ci sono sentenze che in applicazione delle norme internazionali, riconoscono il diritto di ricorrere alla inseminazione artificiale da parte degli omosessuali e, quindi, al riconoscimento e registrazione del figlio nato all’estero, dall’altro si impedisce agli stessi omosessuali tali diritti se il tutto avviene in Italia.
A questo punto è doveroso analizzare brevemente il “mondo” degli omosessuali per conoscerlo meglio. E’ importante precisare che tutte le principali Organizzazioni di Salute Mentale sono d’accordo nell’affermare che l’omosessualità non è una malattia, ma una “variante non patologica del comportamento sessuale”. Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM). Nel 1990 dopo varie discussioni scientifiche sull’argomento, venne approvata la sua completa eliminazione che entrò in vigore con il DSM-IV nel 1994. Sulla scia di tale decisione, nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità, depennandola dalla lista delle malattie mentali. L’American Psychological Association, afferma: “l’orientamento sessuale si riferisce a un modello stabile di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso gli uomini, le donne, o entrambi i sessi”. La prima cosa da notare in questa definizione è che l’orientamento sessuale è un orientamento verso un sesso (maschile, femminile o entrambi), espresso in termini di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale. Nello specifico, una persona omosessuale è attratta affettivamente, romanticamente e sessualmente da un individuo dello stesso sesso.
Si evidenza questo aspetto perché la parola “omosessuale” viene interpretato nell’immaginario collettivo negativamente, richiamando l’attenzione sul solo aspetto della sessualità e trascurando le componenti emotive, affettive, romantiche che sono, invece, parte integrante dell’orientamento. In effetti, l’orientamento sessuale non è sinonimo di attività sessuale, né di comportamento sessuale. Talvolta possono esserci individui che hanno comportamenti omosessuali (es. il mondo della prostituzione maschile) ma che non si riconoscono come omosessuali. In altri casi, possiamo avere individui fortemente o esclusivamente attratti dal proprio sesso che, però, non hanno comportamenti omosessuali (ad es. perché sono sposati) o alcuna attività sessuale (ad es. perché hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità). L’orientamento sessuale è strettamente legato alle relazioni personali attraverso le quali vengono soddisfatti alcuni tra i principali bisogni relazionali quali amore, affetto ed intimità. Non si tratta, quindi, soltanto di un comportamento sessuale che riguarda il singolo individuo e che, pertanto, può essere tenuto per sé. L’orientamento sessuale definisce il gruppo di persone in cui è probabile trovare le relazioni romantiche soddisfacenti ed appaganti che sono una componente essenziale dell’identità personale.
L’Ordine degli Psicologi, in Italia, ha più volte ribadito che l’omosessualità non è una malattia, che ritiene gravissime e da respingere le affermazioni diverse da questa, che la comunità scientifica internazionale, a ragione, ha da tempo rigettato le cosiddette terapie di conversione e riparative e infine che tali terapie non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma “screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità”. Il pregiudizio che la società produce con il respingimento delle persone omosessuali è quello di indurre questi ultimi, il più delle volte a rivolgersi a degli psicologi per accettare serenamente il proprio orientamento sessuale e a integrare pienamente tale orientamento nella propria personalità, sviluppando una positiva immagine di sé e superando i pregiudizi razzisti instillati in lui dalla società. Questo cammino che viene indicato con il termine “Coming out”, è un processo che omosessuali e bisessuali scelgono per rivelare il proprio orientamento sessuale alle altre persone, amici, familiari, colleghi di lavoro, ecc. L’espressione “coming out” deriva da un’espressione inglese più lunga, “coming out of the closet”, che letteralmente significa “uscire dall’armadio”, “uscire allo scoperto”. Il coming out e la conseguente formazione di un’identità positiva per le persone omosessuale e bisessuali include sia un processo di costruzione comportamentale (comportamento sessuale, preferenze sessuali, ecc.), sia di costruzione cognitiva (cognizioni relative all’omosessualità, a se stessi e agli altri in quanto persona gay, lesbica o bisessuale, ecc.), sia di costruzione di una consapevolezza emotiva (emozioni e sentimenti provati verso se stessi e verso altre persone dello stesso sesso). Fare coming out, quindi, non vuol dire esclusivamente intraprendere un processo di comunicazione esteriore, ma significa affermare profondamente la propria identità, in primis a se stessi, e successivamente agli altri significativi. In questo percorso nel caso di adolescenti appartenenti a famiglie molto rigide, che possono temere di venire controllati dai genitori o essere puniti, ad esempio, o di individui che lavorano in ambienti molto conservatrici, che possono aver paura di essere licenziati o di subire atti di mobbing. Alcuni scelgono di non dirlo agli amici, per paura dell’isolamento sociale, rifiuti da parte degli amici e della famiglia, discriminazioni, sentimenti di vittimizzazione e bullismo a scuola, nonché una maggiore presenza di comportamenti a rischio. Tutto questo si traduce in una grande difficoltà per l’adolescente omosessuale che non trova modelli positivi di riferimento, per l’adulto omosessuale che affronta ogni giorno i diversi problemi professionali, sociali e personali dovuti all’omofobia. Inoltre, avviene di frequente che parte di questi messaggi negativi vengano interiorizzati dall’individuo omosessuale, causandogli delle ulteriori difficoltà nel vivere serenamente la propria vita. (Istituto A.T.Beck Terapia Cognitiva-Comportamentale).
Voglio ricordare che nell'antica Grecia, l’omosessualità all'interno delle forze armate "Battaglione degli amanti di Tebe", era considerata da vari autori antichi, come persone valorose e coraggiose proprio per il loro legame omoerotico. Si può avere la prova di tale pratica nella stessa Iliade di Omero, soprattutto nell'intimo rapporto esistente tra gli eroi achei Achille e Patroclo. L'omosessualità inoltre, era molto diffusa tra gli artisti italiani, in particolare toscani, durante il Rinascimento, come Donatello, Botticelli, Leonardo, Michelangelo, vale a dire alcuni degli artisti più famosi al mondo di quel periodo. Per poi citare scrittori come Oscar Wilde, Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar, Lord Byron, Hans Christian Andersen, Federico Garcia Lorca, Michel Foucault, Marcel Proust, Herman Melville autore del famoso testo “Moby Dick”, personaggi che troviamo normalmente sui libri scolastici. Abbiamo poi Artisti come Tamara de Lempicka, Frida Kahlo, Andy Warhol, che sono gli artisti anch’essi più studiati nelle scuole e università. Ho indicato questi personaggi per evidenziare che gli omosessuali non sono diversi nella loro quotidianetà dagli eterosessuali. Inoltre, è da sottolineare che dai dati rilevati nel 2012 dall’ISTAT, lievitati negli ultimi anni, sulla popolazione omosessuale nella società Italiana, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale, più tra gli uomini, i giovani e nell’Italia centrale. Altri due milioni circa hanno dichiarato di aver sperimentato nella propria vita l’innamoramento o i rapporti sessuali o l’attrazione sessuale per persone dello stesso sesso. Si evidenzia, inoltre, che il 61,3% dei cittadini tra i 18 e i 74 anni ritiene che in Italia gli omosessuali sono molto o abbastanza discriminati, l’80,3% che lo sono le transessuali. Generalizzata appare la condanna di comportamenti discriminatori: il 73% è in totale disaccordo con il fatto che non si assuma una persona perché omosessuale o non si affitti un appartamento per lo stesso motivo. D’altra parte, che persone omosessuali rivestano alcuni ruoli crea problemi a una parte della popolazione: per il 41,4% non è accettabile un insegnante di scuola elementare omosessuale, per il 28,1% un medico, per il 24,8% un politico. Il 74,8% della popolazione non è d’accordo con l’affermazione “l’omosessualità è una malattia”. Al contrario, Il 65,8% è d’accordo con l’affermazione “si può amare una persona dell’altro sesso oppure una dello stesso sesso: l’importante è amare”. La maggioranza dei rispondenti ritiene accettabile che un uomo abbia una relazione affettiva e sessuale con un altro uomo (59,1%) o che una donna abbia una relazione affettiva e sessuale con un’altra donna (59,5%). La maggioranza dei rispondenti (62,8%) è d’accordo con l’affermazione “è giusto che una coppia di omosessuali che convive possa avere per legge gli stessi diritti di una coppia sposata”. Il 43,9% con l’affermazione “è giusto che una coppia omosessuale si sposi se lo desidera”. Gli omosessuali/bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola o all’università, più degli eterosessuali (24% contro 14,2%) e così anche nel lavoro (22,1% contro il 12,7%). Un altro 29,5% si è sentito discriminato nella ricerca di lavoro (31,3% per gli eterosessuali). Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite (e dichiaratamente riconducibili all’omosessualità/bisessualità degli intervistati) nella ricerca di una casa (10,2%), nei rapporti con i vicini (14,3%), nell’accesso a servizi sanitari (10,2%) oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto (12,4%) (dati ISTAT). Una chiave di lettura dei dati sopra enunciati è quella che la società italiana, ha assunto una componente rilevante di omosessuali o bisessuali, oltre ad avere un diverso comportamento verso gli stessi.
Dopo aver esaminato brevemente il “mondo” che coinvolge gli omosessuali o bisessuali, passiamo ad esaminare alcuni principi che li riguardano e che troviamo nella normativa a livello nazionale e internazionale. Iniziamo ad esaminare i “diritti inviolabili” che sono quelle posizioni giuridiche della persona cosiddette essenziali. Essi riguardano infatti le libertà e i valori fondamentali della persona umana e, quindi, sono insiti nella natura umana, in alcun modo violabili nonchè caratterizzanti la forma di Stato democratico, in quanto, da quest’ultimo tutelati. Il diritto alla identità personale, da intendersi come la proiezione del sé nel sociale e come diritto del singolo individuo ad essere descritto e rappresentato così com’è, senza alcun stravolgimento della sua personalità agli occhi del pubblico. I diritti della personalità, di cui fanno parte il diritto al proprio onore, quale strumento di tutela della dignità della persona contro ingiurie, calunnie, diffamazioni il diritto alla propria identità sessuale (intesa come consapevolezza di appartenere ad un determinato genere sessuale) ed il relativo diritto alla libertà sessuale: la sessualità è infatti uno dei modi di espressione della persona umana, di conseguenza ogni individuo è libero di disporre di essa. La Dichiarazione Universale dei diritti umani, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: che è tuttora considerato il documento universale sui diritti umani più importante che esista, delineando i diritti umani fondamentali costituenti le basi per una società democratica. La Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali conosciuta anche come Cedu, redatta ed adottata dal Consiglio d’Europa nel 1950. Essa è considerata un testo centrale in materia di protezione dei diritti fondamentali dell’uomo perché ha istituito un sistema di tutela giurisdizionale di tali diritti, i quali vengono garantiti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nota anche come Carta di Nizza, entrata in vigore nel 2000 pienamente vincolante per le istituzioni europee e gli Stati membri. La Costituzione italiana all’art. 2, sancisce che: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. In riferimento a tale articolo, lo Stato non si preoccupa solo della tutela dei diritti dell'uomo come singolo, ma anche di quelli che ad esso spettano nelle formazioni sociali in cui vive ed opera. Queste formazioni sociali sono soprattutto la famiglia (artt. 29 e segg.), in osservanza di obblighi internazionali, come ad esempio la convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (L. 4 agosto 1955, n° 848). La Dichiarazione per la prima volta riconosce i diritti fondamentali a tutto il genere umano, come precisa l’articolo 2: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.
La Costituzione, dunque va interpretata in nome dei principi ispiratori di libertà, uguaglianza e solidarietà riconosciuti anche a livello internazionale. La normativa sull’adozione dei diritti successori di cui all'art. 570 Codice civile “...A colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani....”. riconoscono che la famiglia può avere delle componenti diverse. Infine, troviamo il "Diritto del minore ad avere una famiglia" disciplinata dalla legge 4 maggio 1983 n. 184, come novellata dalla legge n. 149 del 28 marzo 2001, al suo primo articolo, intitolato “Diritto del minore ad una famiglia”, stabilisce il principio cardine di tutta la normativa attualmente vigente, prevedendo che venga garantito il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato all’interno di una famiglia “senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento”. Viene riconosciuto così il ruolo centrale della famiglia nella crescita di ciascun individuo. Famiglia la cui natura varia a seconda dei componenti, pertanto, non può negarsi ad una coppia omosessuale che ha posto in essere un legame disciplinato dalla legge sulle unioni civili a costituire una famiglia diversamente composta, ne può impedirsi a un omosessuale di avere figli mediante inseminazione artificiale, e ciò perché altrimenti non potrebbe mai averli, con tutte le conseguenti frustrazioni personali e ripercussioni nei rapporti sociali che ne deriverebbero, e ciò nonostante il riconoscimento di questi diritti da organismi internazionali e dal nostro Stato con la firma degli accordi sopra richiamati. E’ bene ricordare che ai sensi dell’art. 30 Cost. “...E' dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima...”, se la famiglia diversamente costituita non dovesse adempiere ai propri obblighi, interverranno gli assistenti sociali, il Tribunale dei Minori, il Tribunale Ordinario, il Giudice Tutelare, l’Amministratore di Sostegno, a tutela dei componenti della stessa famiglia, per cui non si ravvede alcun pregiudizio per l’ordine pubblico.
In considerazione delle interpretazioni date sull’argomento della Corte Costituzionale e dalla Cassazione, riporto alla mente il discorso pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria di Milano il 26 gennaio 1955: “...La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé...La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità...OMISSIS...Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo…Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi!…….Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo...”.
Focalizzando l’attenzione sul nostro sistema giuridico, può affermarsi, che la funzione centrale e primaria che le sentenze svolgono è quella di contribuire alla creazione di regole di condotta attraverso l’attività interpretativa e poi applicativa delle disposizioni normative, che non può non recare in sé un profilo creativo, il c.d. diritto vivente, promanante non dal legislatore ma dalle pronunce dei Giudici. È oggi universalmente diffusa la consapevolezza che l’attività interpretativa della giurisprudenza racchiuda in sé ineliminabili momenti di creazione del diritto, espressioni, entrate nel linguaggio giuridico, come “diritto vivente” e “diritto giurisprudenziale” che, concernono l’attività che il Giudice compie, di creare la decisione e, quindi, il diritto del caso concreto, al contempo dando luogo, nel tempo, ad un diritto dei casi identici o analoghi, che non può essere appannaggio del Legislatore, per la sua incapacità a un’opera analitica. Ecco allora che il precedente, finisce per assumere un ruolo importante, se non decisivo non solo per il Giudice, ma anche per l’Avvocato che deve formulare le richieste a favore del proprio assistito. Il Giudice crea regole nuove ricavandole dai principi, dilatando la portata di clausole generali o avallando prassi affermatesi. A volte il Giudice agisce in antitesi allo stesso Legislatore che non sa rinnovarsi alle mutate esigenze che emergono dalla società civile. Certo ciò non avviene ponendosi in contrasto col comando normativo, ma muovendosi nell’esercizio dell’attività interpretativa, estendendola in quei campi che appaiono esclusi dalla probabile applicazione di una disciplina legislativa. Nel suo lavoro il Giudice trova una guida e incontra un limite nella Costituzione, in particolare nella parte dedicata ai diritti fondamentali ispirati ai principi dello Stato di diritto, ai valori di uguaglianza e solidarietà, alle garanzie della giurisdizione e dei cittadini di fronte la legge riconosciuti anche a livello internazionale. Principi tutti che il Giudice deve considerare quando si pone la necessità di integrare l’ordine giuridico.
Nelle sentenze enunciate si vuole cristallizzare il concetto e la struttura di Famiglia nella sua nozione tradizionale circoscritta ai coniugi di sesso diverso e dei figli, e viene rappresentata da decenni come la panacea di ogni male nelle dinamiche che si creano in un nucleo sociale basato sull’affetto. E’ bene rilevare che da un esame delle Statistiche presentate dal Censis nel Rapporto 2018, riguardanti la situazione sociale dell’Italia, si è evidenziato un netto calo dei matrimoni tradizionali e un aumento esponenziale dei divorzi. I dati mostrano grandi differenze a livello regionale, con la Lombardia e il Lazio che sono ai primi posti per numero di divorzi – rispettivamente 15.717 e 8.238 – seguite dal Piemonte; mentre per quanto riguarda le separazioni cambia il terzo posto, occupato dalla Campania. Ovviamente la popolosità delle aree ha un peso, quindi, non è una sorpresa trovare Milano e Roma tra i primi classificati per numero di divorzi e separazioni. Il rito che segna il dato più significativo è il matrimonio religioso, che ha registrato addirittura un calo del 33,6% nei dieci anni dal 2006 al 2016, a fronte di un aumento del rito civile del 14,6%. Il rito civile rappresenta oggi quasi la metà del totale dei matrimoni celebrati in Italia.
Altro dato rilevante è che nelle famiglie di stampo tradizionale, la violenza domestica è in numero crescente, per il comportamento abusante di uno o entrambi i coniugi in una relazione intima di coppia, quale il matrimonio. Il termine è solitamente utilizzato per fare riferimento alla violenza tra partner, ma viene utilizzato per riferirsi alla violenza nei confronti dei figli, o più in generale la violenza all'interno della famiglia. Le sentenze con almeno un reato di maltrattamenti in famiglia sono aumentate da 2.417 nel 2010 a 3.153 nel 2017. Nelle sentenze di condanna per maltrattamento in famiglia sono spesso riportati come reati associati anche le lesioni personali, la violenza privata, la minaccia, la violenza sessuale, nonché altri reati, ma solo in alcuni anni, come l’estorsione e la resistenza a pubblico ufficiale (Sito CENSIS).
La casa dovrebbe essere per ogni bambino il luogo più sicuro e protetto e invece per tanti nelle famiglie di stampo tradizionale, si trasforma in un ambiente di paura e di angoscia permanente. Moltissimi bambini e adolescenti sono vittime di questa violenza, che non lascia su di loro segni fisici evidenti, ma che può avere gravissime conseguenze: ritardi nello sviluppo fisico e cognitivo perdita di autostima, ansia, sensi di colpa e depressione, incapacità di socializzare con i propri coetanei, sono alcuni dei disagi che i bambini testimoni di violenza domestica rischiano di riportare. Pertanto, non c’è garanzia di serenità e di crescita sana per un bambino che entra in una famiglia tradizionalmente composta da madre, padre e figlio. Tutto ciò conferma il fondamento che la famiglia è composta da persone che vivono con relazioni affettive, non è la fredda struttura normativa.
La soluzione di riconoscere anche alle “famiglie diversamente composte” i diritti della Famiglia tradizionale, per disciplinare la materia in modo più appropriato e meno lesivo dei diritti degli omosessuali e dei loro figli, è divenuta una priorità, che non può essere lasciata nelle mani degli organi giurisdizionali, che non hanno ancora colto la trasformazione che si è attuata nella nostra società, e interpretano la normativa esistente per tutelare una struttura sociale che non è più attuale, costellata di tante sfaccettature che non vengono considerate dai giudici che nelle loro decisioni, creano ulteriori distinzioni e confusioni nella popolazione senza dare soluzioni concrete a problemi che la società si porta avanti da decenni.
E’ il legislatore dovrebbe riportare il rispetto dei principi di uguaglianza e la tutela delle persone “fragili” della società, trovando una formula giuridica che consideri la “famiglia diversamente composta” come “nucleo affettivo”, che tuteli veramente tutti i soggetti che vi appartengono all’interno della nostra società che come abbiamo visto, ha subito epocali cambiamenti. In tal modo il "turismo procreativo", ma anche i “parti dei bimbi nati a seguito di inseminazione artificiale” effettuati dalle strutture sanitarie estere, tollerati dal nostro Paese per gli accordi internazionali sottoscritti, che hanno dato vita ad un vero e proprio “business” a danno delle famiglie che vivono le citate problematiche, verrebbe a cadere e si riuscirebbero a creare i presupposti per fruire dei reali benefici che la scienza biotecnologica è capace di offrire nella massima trasparenza, evitando gravi pericoli alla sicurezza delle persone che vi si sottopongono e tutelando, nel contempo, in modo più appropriato il nascituro e la sua famiglia diversamente composta, evitando che si creino e sviluppino dei persecuzioni e pregiudizi di natura psicologica e sociale, il tutto senza turbare l’equilibrio del genere umano che è formato da eterosessuali, omosessuali e bisessuali.
Concludo questo scritto con le frasi di Kahlil Gibran, riportate nel suo libro “Il Profeta” per sottolineare che ogni essere umano nasce libero e non bisogna inquadrarlo ad ogni costo in schemi mentali che arrecano allo stesso solo problemi di convivenza. Una donna chiede al Profeta di parlarle dei suoi figli:
“I vostri figli non sono figli vostri...sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo”
Alcuni Spunti di Riflessione sulla Tutela dei Soggetti “Fragili” nella “Famiglia Diversamente Composta”..pdf