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Timestamp: 2017-01-18 08:09:11+00:00
Document Index: 160647729

Matched Legal Cases: ['art. 1362', 'art. 1363', 'art. 1369', 'art. 1366', 'sentenza ', 'art. 1489', 'art. 1363', 'art. 829']

Art. 1363 codice civile: Interpretazione complessiva delle clausole
HOME Codice civile Articoli Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015 Codice civile Art. 1363 codice civile: Interpretazione complessiva delle clausole L’AUTORE: Redazione
Le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto (1).
(1) La norma chiarisce che la volontà contrattuale risulta da una valutazione complessiva delle disposizioni (regole) contenute nel contratto. Per cui, anche se il testo di una clausola appare chiaro, va comunque interpretato alla luce del significato che emerge dalla lettura coordinata di tutte le altre clausole, sia valide, che invalide (interpretazione sistematica).
A norma dell'art. 1362 cod. civ., l'interpretazione del contratto richiede, ai fini della ricostruzione della volontà delle parti, che il giudice, anche quando il significato letterale del contratto sia apparentemente chiaro, dopo aver compiuto l'esegesi del testo, verifichi se quest'ultimo sia coerente con la causa del contratto, con le dichiarate intenzioni delle parti e con la condotta delle stesse. Cassa con rinvio, App. Ancona, 28/11/2009
Cassazione civile sez. III 09 dicembre 2014 n. 25840 In tema di interpretazione del contratto, il primo strumento da utilizzare per individuare la comune intenzione dei contraenti è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate: quando la comune volontà delle parti emerga in modo certo ed immediato e sia talmente chiara da escludere la ricerca di una volontà diversa, saranno pertanto preclusi altri criteri interpretativi; va precisato che il rilievo da assegnare alla formulazione letterale andrà verificato alla luce dell'intero contesto contrattuale, considerando le singole clausole in correlazione tra loro a norma dell'art. 1363 c.c.
Tribunale Milano sez. VII 03 novembre 2014 n. 12954 L'affermazione dell'esistenza nel contratto di una clausola di tacita presupposizione - sulla base della quale risalire alla comune intenzione delle parti e ricostruire il complessivo comportamento anche posteriore alla stipulazione del negozio, nonché il senso globale (ma non esplicito) delle relative pattuizioni - impone alla parte che ne assume l'esistenza di allegare, nel contraddittorio processuale con l'avversario, la situazione di fatto considerata, ma non espressamente enunciata in sede di stipulazione del contratto, che sia successivamente mutata per il sopravvenire di circostanze non imputabili alla parte stessa, così da determinare un assetto ai propri interessi fondato su basi diverse da quello in virtù del quale era stato concluso il contratto. Rigetta, App. Perugia, 19/06/2007
Cassazione civile sez. I 23 ottobre 2014 n. 22580 In tema di interpretazione del contratto, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il primo criterio da seguire è rappresentato dal senso letterale della dichiarazione negoziale (articolo 1363 del codice civile) da intendersi in ogni sua parte e in ogni parola che la compone e non già da una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto da più clausole. Il giudice deve poi fare applicazione dei criteri dell'interpretazione funzionale (art. 1369 c.c.) e dell'interpretazione secondo buona fede o correttezza (art. 1366 c.c.) al fine di accertare il significato dell'accordo in coerenza con la relativa ragione pratica o causa concreta, dovendo essere escluse interpretazioni cavillose delle espressioni letterali che con queste si pongano in contrasto e che rendano irrealizzabile il programma contrattuale effettivamente voluto dalle parti. (Nella fattispecie, in applicazione di questo principio, la Suprema corte ha cassato la sentenza della Corte d'appello, la quale aveva ritenuto che la dichiarazione di garanzia ex art. 1489 c.c., effettuata in un preliminare di compravendita dai promittenti venditori in merito alla libertà di un fondo da ogni vincolo di sorta, era riferibile al solo dato "privatistico " e non poteva ritenersi estesa anche al dato "normativo" o "pubblicistico", ovvero a un vincolo di inedificabilità apposto da un'autorità amministrativa soltanto alcuni giorni prima della stipulazione del preliminare di vendita, benché nel contratto vi fosse un'altra clausola, del tutto pretermessa dai giudici di merito, con la quale gli stessi venditori autorizzavano il promissario acquirente a presentare "a loro nome richiesta di concessione edilizia anche prima del rogito notarile").
Cassazione civile sez. III 22 ottobre 2014 n. 22343 In tema di interpretazione del contratto, ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il primo e principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate, con la conseguente preclusione del ricorso ad altri criteri interpretativi, quando la comune volontà delle parti emerga in modo certo ed immediato dalle espressioni adoperate e sia talmente chiara da escludere la ricerca di una volontà diversa. Con la precisazione che il rilievo da assegnare alla formulazione letterale va verificato alla luce dell'intero contesto contrattuale, considerando le singole clausole in correlazione tra loro a norma dell'art. 1363 c.c.
Cassazione civile sez. III 23 giugno 2014 n. 14206 Compromesso ed arbitrato
Qualora il lodo abbia pronunciato su una controversia in nessun modo riconducibile al compromesso o all'oggetto della clausola compromissoria viene meno la stessa investitura degli arbitri, sicchè è configurabile il vizio di cui all'art. 829, primo comma, n. 1, cod. proc. civ. (nel testo applicabile "ratione temporis", anteriore alle modificazioni introdotte dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40), secondo cui il lodo è nullo non solo nell'ipotesi di sua inesistenza o di specifici vizi genetici del negozio compromissorio, ma anche nel caso in cui si riveli insussistente la potestà decisoria arbitrale, e tale vizio è rilevabile anche d'ufficio dal giudice dell'impugnazione, a cui compete il potere di accertare la volontà delle parti di deferire ad arbitri la risoluzione di talune controversie attraverso l'interpretazione delle espressioni in cui si coagula il consenso negoziale. Rigetta, Catania, 09/05/2011
Cassazione civile sez. I 08 ottobre 2014 n. 21215 Art. precedente
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