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Timestamp: 2020-05-31 18:06:00+00:00
Document Index: 135509510

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Sentenza Cassazione Civile n. 13296 del 28/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13296 del 28/06/2016
Cassazione civile sez. trib., 28/06/2016, (ud. 15/02/2016, dep. 28/06/2016), n.13296
sul ricorso 9684/2009 proposto da:
avverso la sentenza n. 17/2008 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,
1. Con sentenza n. 17 del 25 febbraio 2008, non notificata, la Commissione tributaria regionale del Lazio riformava parzialmente la sentenza con la quale la Commissione tributaria provinciale di Roma aveva rigettato il ricorso proposto dalla contribuente ISI MOBILI s.r.l., in fallimento, avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle entrate di Tivoli aveva provveduto a rettificare la dichiarazione dei redditi presentata ai fini Irpeg, Irap ed Iva per l’anno di imposta 2002 per maggiori redditi emersi da una verifica fiscale compiuta dalla G.d.F. di Tivoli, compendiati in un processo verbale di constatazione notificato alla parte in data 13 dicembre 2004.
1. Con il primo e secondo motivo di ricorso, da esaminarsi congiuntamente in ragione della loro intrinseca connessione, la società ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, anche in combinato disposto dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 42, per avere la CTR ritenuto valido l’avviso d’accertamento ancorchè notificato prima dello scadere del termine di sessanta giorni previsto dallo Statuto del contribuente, senza che nel medesimo atto fossero esplicitati i motivi dell’urgenza e nonostante l’insussistenza di questi. La ricorrente sostiene, con riferimento al primo motivo, che la mancata specificazione, nel corpo dell’atto impositivo, dei motivi dell’urgenza, comporta la nullità di tale atto e, con riferimento al secondo motivo, che quelle addotte dall’Ufficio nelle controdeduzioni depositate in primo grado – con riferimento alla necessità, a fronte dell’intervenuta dichiarazione di fallimento della società, di emettere immediatamente l’atto impositivo per procurarsi il titolo necessario per partecipare alla liquidazione dell’attivo fallimentare, costituito dal ricavato dalla vendita, già fissata, dell’unico cespite immobiliare acquisito alla massa fallimentare – non integrano un caso di particolare urgenza.
4. Con il terzo motivo di ricorso la società ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, per avere la CTR omesso la trascrizione nel corpo della sentenza di alcune delle domande e dei motivi di gravame proposti con l’atto di appello, diversi dal primo, secondo ed ultimo motivo, a dire della ricorrente non assorbiti dalla decisione sui motivi esaminati, tanto da dar luogo ad omessa pronuncia da parte del giudice di merito.
4.1. A mente del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, comma 2, nn. 2, 3 e 4 – la cui formulazione è analoga a quella dell’art. 132 c.p.c., comma 2, nn. 3 e 4 – la sentenza della Commissione tributaria deve contenere, tra l’altro, “le richieste delle parti”, “la concisa esposizione dello svolgimento del processo” e la “succinta esposizione dei motivi in fatto e diritto”. L’art. 118 disp. att. c.p.c. – sicuramente applicabile anche al nuovo rito tributario in forza del generalissimo rinvio materiale operato dall’art. 1, comma secondo, del predetto decreto delegato alle norme del codice di rito civile “compatibili” – stabilisce, tra l’altro (comma 1), che “la motivazione della sentenza di cui all’art. 132, n. 4 del codice consiste nell’esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione”. (arg. da Cass. 13990 del 2003).
– quanto al motivo formulato con riferimento ai criteri utilizzati per il recupero dei ricavi ed il disconoscimento dei costi, che deve escludersi che la CTR ne abbia omesso l’esame perchè la sentenza impugnata sul punto richiama il contenuto dell’avviso di accertamento che definisce “ampiamente motivato” in relazione ai dati emersi dalla documentazione extracontabile rinvenuta in sede di verifica fiscale, dai quali scaturiva, stando al contenuto dell’atto impositivo, trascritto alle pagine da 2 a 5 del ricorso – la pretesa fiscale;
b) di inadempimento dell’Agenzia fiscale all’onere della prova dei presupposti dell’imposizione, per avere questa omesso di depositare la documentazione menzionata nell’avviso di accertamento e ritenuta decisiva dal giudice territoriale, con conseguente violazione dell’art. 2697 c.c., dalla ricorrente pure dedotta.
6. Con il sesto motivo la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’insufficiente motivazione della sentenza impugnata in ordine all’esistenza di maggiori ricavi non contabilizzati, ed in particolare alle ragioni per le quali essi sarebbero desumibili da “non meglio precisate scritture extracontabili”, nonchè in ordine all’esistenza di detta documentazione e degli elementi indiziari da essa ricavabili. Sostiene la società ricorrente che il giudice di appello: a) non individua la documentazione extracontabile; b) non accenna ai contenuti di detta documentazione, pur in presenza di specifica contestazione circa la loro idoneità a dimostrare il conseguimento di maggiori ricavi non contabilizzati; c) non esamina nè il processo verbale di constatazione nè la predetta documentazione perchè entrambi mai prodotti in giudizio.
7. Con il settimo motivo la ricorrente deduce la violazione da parte del giudice di appello delle norme disciplinanti l’onere della prova (D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 7 e 36, nonchè artt. 2697, 2702, 2712 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3,) laddove, pur ritenendo decisiva e basando la propria decisione su documentazione solo richiamata nell’avviso di accertamento impugnato, non prende atto della sua mancata produzione in giudizio da parte dell’Agenzia che vi era onerata, e nemmeno ne ordina il deposito.
8. Con l’ottavo motivo la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ed in relazione al D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 7 e 36, artt. 2697, 2702, 2712 e 2729 c.c., la nullità della sentenza impugnata in quanto fondata sulle prospettazioni che l’Agenzia delle entrate fa con riferimento a documentazione mai prodotta in giudizio, che starebbe ad attestare l’esistenza dei maggiori ricavi recuperati a tassazione con l’avviso di accertamento impugnato.
9. Con il nono, decimo, undicesimo e dodicesimo mezzo, la ricorrente, nel dolersi del fatto che il giudice di appello aveva rimesso all’Ufficio l’onere di verificare se fosse incorso nell’errore di ricomprendere l’IVA tra i maggiori ricavi accertati ed in tal caso di scomputarli, nonchè di procedere “all’abbattimento percentuale dei maggiori costi presumibili, conciati ai maggiori ricavi presunti” ed all’applicazione, in materia di sanzioni amministrative, del cumulo giuridico anche pluriennale, ai sensi del D.Lgs. 471 del 1997, art. 6, comma 5 e D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 5, deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza impugnata perchè priva di contenuto precettivo certo, attuale e concreto (nono motivo), perchè omette di pronunciarsi sulle domande proposte con riferimento alle questioni sopra indicate (decimo ed undicesimo motivo), nonchè di provvedere, con valutazione di merito sostitutiva dell’atto impositivo, in presenza (come nella specie) di infondatezza parziale della pretesa fiscale, alla rideterminazione in diminuzione dei maggiori ricavi accertati con conseguente riduzione delle imposte nonchè delle sanzioni applicate (dodicesimo motivo).
10. Omissione, quest’ultima, che la ricorrente deduce ancora nel tredicesimo e quattordicesimo motivo, ma ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, come violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 35 e 36 e D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 5 (tredicesimo motivo) anche in relazione all’art. 278 c.p.c. (quattordicesimo motivo), stante l’inammissibilità nel processo tributario di sentenze di condanna generica, avente natura di sentenza non definitiva, che invece aveva quella qui impugnata per avere riconosciuto la (parziale) fondatezza delle domande avanzate da essa contribuente, ma omesso di accertare e determinare il quantum debeatur.
11.1 Correttamente la ricorrente con il nono motivo censura la sentenza impugnata laddove il giudice di appello rimette all’Ufficio l’onere, una volta verificato di essere “incorso nel grossolano materiale errore di computare anche l’Iva tra i maggiori ricavi” accertati, di “procedere a al ricalcolo dei ricavi medesimi scorporando dagli stessi l’Iva erroneamente calcolata e rideterminare conseguentemente le imposte effettivamente dovute”, nonchè di “procedere all’abbattimento percentuale dei maggiori costi presumibili, correlati ai maggiori ricavi presunti” e di rideterminare le sanzioni irrogate mediante applicazione del regime del cumulo giuridico anche pluriennale (D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 6, comma 5 e D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 5).
Rimettendo alla parte pubblica tali attività, la CTR è venuta meno all’obbligo di accertare e determinare l’ammontare dell’imposta e delle sanzioni dovute dalla contribuente, “che è oggetto dei poteri del giudice tributario oltre che suo preciso dovere istituzionale” (cfr. Cass. Sez. 6-5, Ordinanza n. 26157 del 2013). E’ doveroso il richiamo all’insegnamento di questa Corte più volte ribadito in fattispecie consimili (cfr., ex multis, Cass. Sez. 5, sent. n. 15825 del 2006; n. 13034 e n. 11935 del 2012; n. 6918 del 2013; n. 24611 e n. 26532 del 2014) secondo cui “Dalla natura del processo tributario – il quale non è annoverabile tra quelli di impugnazione-
Configura invero ius receptum, nella giurisprudenza di questa Corte, l’affermazione per cui nel contenzioso tributario “l’art. 35, comma terzo, ultimo periodo, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, che esclude l’ammissibilità di sentenze non definitive o limitate solo ad alcune domande, costituisce una norma a carattere eccezionale che introduce una deroga rispetto al regime previsto per il processo civile dall’art. 279 c.p.c.: tale deroga è giustificata dall’esigenza di evitare gl’inconvenienti cui il frazionamento del giudizio dà generalmente luogo anche nel processo civile, avuto specifico riguardo alla struttura del processo tributario ed al sistema della riscossione frazionata dei tributi, con i quali l’istituto della sentenza non definitiva, ed a maggior ragione quello dell’impugnazione differita che solitamente vi si accompagna, verrebbero inevitabilmente a configgere” (Cass. n. 7909 del 2007;
conf. n. 2254 del 2011).
12. Come sopra anticipato, l’accoglimento dei motivi nono, tredicesimo e quattordicesimo comporta l’assorbimento dei motivi dieci, undici e dodici, con i quali la contribuente ha censurato la sentenza di merito laddove omette di pronunciarsi sulle domande proposte con riferimento alle questioni indicate nel nono motivo (decimo ed undicesimo motivo), nonchè di provvedere alla rideterminazione delle imposte dovute dalla società contribuente laddove venisse constatata un’effettiva diminuzione dei maggiori ricavi accertati ed alla riduzione delle sanzioni applicate (dodicesimo motivo).
b) accertare il diritto alla deduzione dei costi sostenuti dalla contribuente in relazione ai maggiori ricavi accertati, purchè risulti provata dalla medesima – su cui grava il relativo onere stante il criterio che chi afferma un fatto costitutivo di un diritto lo deve provare ed il criterio di vicinanza della prova (Cass. n. 2935 del 2015; n. 13943 del 2011; n. 4554 del 2010) – l’effettiva sussistenza, l’ammontare e l’inerenza di quei costi;
c) rideterminare l’entità delle sanzioni a carico della contribuente tenendo conto degli effetti dello ius superveniens (D.Lgs. n. 158 del 2015).
La Corte accoglie il nono, tredicesimo e quattordicesimo motivo, assorbiti il decimo, undicesimo e dodicesimo, rigetta gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame e per le spese del giudizio di legittimità alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione.