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Timestamp: 2018-03-21 01:10:22+00:00
Document Index: 7615313

Matched Legal Cases: ['art. 476', 'art. 2', 'art. 48', 'art. 110', 'art. 483', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 483', 'art. 48', 'art.48', 'art.479', 'art. 48', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 76', 'art.48', 'art.48', 'art.483', 'art.483', 'art. 479', 'art.81', 'art. 47', 'art. 2', 'art.479', 'art.483', 'art.111', 'art.27', 'art. 4', 'art. 50', 'art.15', 'art. 15', 'art.9', 'art. 483', 'art.483', 'art. 479', 'art. 483', 'art.479', 'art.81', 'art. 47', 'art. 2']

Traccia 1- parere di diritto penale - Formazione Giuridica
Traccia 1- parere di diritto penale
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Traccia n.1 – Falso determinato da altrui inganno
Corso Zincani 2016- Schema file 6 – Lezione 1: Temi rilevanti n.3 “Il falso indotto” (e n.2); in relazione alla natura giuridica della falsità in autocertificazioni v. anche Parere 11, Lezione 1 – L’altra faccia della Luna
Tizio, avendo intenzione di intraprendere l’esercizio di una attività di somministrazione di alimenti e bevande, chiede l’iscrizione nell’apposito registro pubblico utilizzando il modulo di domanda predisposto dalla locale Camera di Commercio. In epoca successiva all’ottenimento dell’iscrizione e all’inizio dell’attività, Tizio viene però rinviato a giudizio per il reato di cui agli artt. 48 e 479 c.p., per aver dichiarato falsamente, nella parte della domanda relativa al possesso dei requisiti morali e professionali, di non aver mai riportato condanne per reati in materia di stupefacenti. Tizio si reca dunque da un legale per un consulto e, dopo aver rappresentato quanto sopra, precisa di non aver compreso, al momento della redazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione in questione, che i requisiti morali e professionali richiesti consistessero nel non aver riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, in quanto il modulo conteneva esclusivamente il richiamo ad alcuni articoli di legge speciale, senza riportarne il testo né fornire alcuna spiegazione al riguardo. Assunte le vesti del legale di Tizio, rediga il candidato un motivato parere, illustrando le questioni sottese alle fattispecie in esame e le linee di difesa del proprio assistito.
Articolo 48. Errore determinato dall’altrui inganno. Le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche se l’errore sul fatto che costituisce il reato è determinato dall’altrui inganno; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde chi l’ha determinata a commetterlo.
Art. 479 c.p. Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell’art. 476 c.p.
D.p.R. 445/2000, Art.46. Dichiarazioni sostitutive di certificazioni
Art. 76. Norme penali
Le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli articoli 46 e 47 e le dichiarazioni rese per conto delle persone indicate nell’articolo 4, comma 2, sono considerate come fatte a pubblico ufficiale.
Cassazione penale, sez. V, 27.11.2014, (ud. 27.11.2014, dep.25.03.2015), n. 12710
Il delitto sussiste, in quanto l’atto pubblico (iscrizione nel pubblico registro) – nel quale la trascrizione dell’autocertificazione del cittadino P. è trasfusa – è destinato a provare la verità del fatto attestato.
E’ però errata l’argomentazione formulata dalla corte nell’affrontare il successivo motivo di appello, secondo cui nella condotta reticente del dichiarante è mancato l’elemento psicologico del reato, in quanto nel modulo prestampato le norme richiamate sul possesso dei requisiti morali (art. 2 c.c. della L. n. 287 del 1991, artt. 4 e 5 e dalla L.R. n. 38 del 2996) non erano riprodotte nel loro contenuto, non fornendo quindi ai cittadini elementi utili per identificare quali fossero i richiesti requisiti soggettivi per l’iscrizione del pubblico registro. La corte, infatti, riconosce che il modulo prestampato era “di non immediata comprensione, in ragione dei plurimi riferimenti normativi (non spiegati)”
Cassazione penale, sez. II, 23.01.2013, n. 9226
Pur rilevando in termini meramente descrittivi, con il sintagma “autore mediato” di cui all’art. 48 c.p. non deve intendersi una ipotesi peculiare di concorso di persone nel reato – che sarebbe inconcepibile, in quanto mancherebbe nell’autore materiale del reato (deceptus) l’elemento psicologico necessario per qualificarlo concorrente ex art. 110 c.p. – ma una forma di reità mediata, ovvero un caso particolare di esclusione della punibilità con sostituzione della responsabilità, che si radica unicamente in capo a chi con l’inganno abbia indotto altri a commettere il reato.
Cassazione penale, sez. un., 28.06.2007, n. 35488
Il delitto di falsa attestazione del privato (art. 483 c.p.) può concorrere – quando la falsa dichiarazione del mentitore sia prevista di per sé come reato – con quello della falsità per induzione in errore del pubblico ufficiale nella redazione dell’atto al quale l’attestazione inerisca (di cui agli art. 48 e 479 c.p.), sempreché la dichiarazione non veridica del privato concerna fatti dei quali l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provarne la verità. (Nella specie, è stato ritenuto sussistente dalla Corte anche il reato di cui agli art. 48 e 479 c.p., poiché le false dichiarazioni degli imputati, già costituenti di per sé reato, si sono poste in rapporto strumentale con atti pubblici successivamente redatti da pubblici ufficiali, pure affetti da falsità ideologiche).
(Fattispecie nella quale gli imputati avevano partecipato alla licitazione per l’appalto di lavori di costruzione, allegando alla domanda di ammissione le false dichiarazioni sostitutive di certificazione della loro iscrizione all’Albo nazionale costruttori, richieste dal bando di gara; i successivi atti deliberativi dell’aggiudicazione dell’appalto erano stati redatti sulla base delle anzidette dichiarazioni, facenti fede di quanto dichiarato).
Integra il delitto di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico la falsa attestazione del legale rappresentante di una società circa il possesso, da parte di quest’ultima, di un requisito indispensabile per la partecipazione alla gara per l’aggiudicazione di un appalto pubblico, a nulla rilevando che tale attestazione sia contenuta in una autocertificazione con sottoscrizione non autenticata, ma ritualmente prodotta a corredo dell’istanza principale, unitamente alla fotocopia di un documento di identificazione, in conformità del modello legale vigente.
In caso di falsa autocertificazione del privato presentata a una p.a. al fine di ottenere un provvedimento poi effettivamente emanato, il privato risponde, in concorso formale tra di essi, sia del delitto di falsa attestazione di cui all’art. 483 c.p., sia di quello di falsità ideologica per induzione in errore del pubblico ufficiale ex art. 48 e 479 c.p.
Incipit Il caso in esame impone di valutare il rapporto esistente tra l’art.48 ed il delitto di cui all’art.479 c.p.
D1 L’art. 48 c.p. completa la disciplina in materia di errore delineata dall’art. 47 c.p., stabilendo che tale disposizione si applica anche nell’ipotesi in cui l’errore sul fatto sia determinato dall’altrui inganno, ma in tal caso del reato commesso dalla persona ingannata risponde chi l’ha determinata a commetterlo. Pertanto, anche la condotta decettiva del terzo è idonea a determinare un errore sul fatto, rilevante ai fini dell’esclusione della colpevolezza dell’autore del fatto tipico.
Da un punto di vista strutturale, il richiamo integrale operato dall’art. 48 c.p. alla norma precedente, ai fini della disciplina dell’errore determinato dall’altrui inganno, induce a ritenere che tale errore possa dipendere da una carente valutazione del fatto o legge extra penale, ai sensi del comma terzo dell’art. 47 c.p. Nel caso in cui l’errore sia determinato in parte dalla condotta ingannatrice e in parte da colpa del deceptus, quest’ultimo sarà punibile, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo, ai sensi del comma primo dell’art. 47 c.p. In relazione alle caratteristiche dell’inganno fonte dell’errore, esso può consistere in qualunque artificio o raggiro idoneo a sorprendere l’altrui buona fede e ad indurre in errore il deceptus: condotte descrittive di una realtà fattuale distorta e diversa dalla reale, così come condotte valutative provenienti da soggetti la cui posizione istituzionale o le cui qualità professionali siano tali da ingenerare un ragionevole affidamento in capo all’agente. Parimenti, sono rilevanti il mendacio o il silenzio serbati dal determinatore, titolare di un obbligo giuridico di informazione; di converso, non rientra nell’ambito applicativo della norma lo sfruttamento dell’errore in cui versa autonomamente il soggetto.
Sul piano dell’idoneità causale, l’art. 48 c.p. non sembra richiedere una particolare idoneità eziologica della condotta decettiva, tuttavia, parte della giurisprudenza sostiene che l’inganno rileva solo se è connotato da una peculiare consistenza e attitudine a provocare l’errore, non altrimenti evitabile con l’uso della normale diligenza, giacché in difetto, verrebbe meno il nesso causale tra la condotta ingannatrice e l’errore. Tale lettura, tuttavia, è aspramente criticata, in quanto determinerebbe una limitazione dell’ambito applicativo dell’art. 48 c.p., incompatibile con l’integrale richiamo dell’art. 47 c.p., che ammette, invece, la possibilità che l’inganno del decipiens e la colpa del deceptus concorrano nel provocare la falsa rappresentazione, e che, pertanto, quest’ultimo risponda a titolo di colpa del fatto commesso. In tale prospettiva, allora la norma costituirebbe esplicita conferma della configurabilità di un concorso colposo (dell’ingannato) nel delitto doloso altrui (dell’ingannatore).
Secondo l’indirizzo prevalente, l’art. 48 c.p. configurerebbe un’ipotesi di reità mediata, e non un’ipotesi concorsuale, in quanto, il decipiens si servirebbe del deceptus come mero strumento esecutivo del reato: unico autore del fatto criminoso sarebbe l’ingannatore, in qualità di autore mediato, e non l’esecutore (immediato) del fatto materiale, considerato mero strumento materiale, con conseguente esclusione della punibilità di quest’ultimo e sostituzione di responsabilità in capo al primo, considerato unico artefice dell’illecito.
L’ingannatore, così, è l’unico soggetto chiamato a rispondere del reato commesso materialmente dalla persona ingannata, salvo che l’errore sia determinato da colpa e il fatto previsto dalla legge come reato colposo, con conseguente responsabilità di entrambi i correi con elementi soggettivi differenziati.
L’indirizzo prevalente, infatti, riconosce l’operatività di tale fattispecie anche in ipotesi di colpa del deceptus, se l’errore sia colpevole e il reato sia previsto anche nella forma colposa, mentre il decipiens risponderà a titolo di dolo o di colpa a seconda dello stato soggettivo che ha sorretto la condotta ingannatrice, sempre che il reato sia punibile in entrambe le forme. Pertanto, se nell’inganno causativo dell’errore mancasse il dolo del reato di cui s’induce la commissione, sarebbe configurabile la sola responsabilità colposa, purché quest’ultima fosse espressamente prevista dalla legge quale titolo di imputazione soggettiva di quello specifico reato.
f Nel caso in esame, Tizio, avendo intenzione di intraprendere l’esercizio di una attività di somministrazione di alimenti e bevande, nel richiedere l’iscrizione nell’apposito registro pubblico (Pubblico Registro Esercenti Commerciali) mediante autocertificazione, ha dichiarato falsamente il possesso dei requisiti morali e professionali stabiliti dalla disciplina del settore (L. n. 287 del 1991 e di una L.R. n. 38 del 2006, art. 76). Lo stesso, infatti ha omesso di avere riportato una precedente condanna per reati in materia di stupefacenti; un dato, quest’ultimo, richiesto nella domanda d’iscrizione.
D2/G/F Occorre stabilire, preliminarmente, se Tizio possa essere chiamato a rispondere del falso al quale ha indotto l’ufficiale del pubblico registro. In relazione all’individuazione delle condizioni di configurabilità del reato di cui agli artt. 48 e 479 c.p. si è rilevato un contrasto nella giurisprudenza di legittimità.
Un primo orientamento giurisprudenziale ritiene che il falso per induzione non sussista nei suoi elementi costitutivi laddove l’attestazione del pubblico ufficiale non abbia ad oggetto il fatto attestato (falsamente) dal privato, ma la circostanza che lo stesso ha reso la relativa autocertificazione, cioè l’esistenza dell’atto proveniente dal privato. In tali ipotesi mancherebbe, infatti, la falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, in quanto ciò che egli attesta o riporta corrisponde a quanto realmente esistente, anche se il contenuto non è vero: non vi è, dunque, un’attestazione falsa, ma la mera espressione di un’argomentazione errata.
Un diverso indirizzo, autorevolmente avallato dalla Cassazione a Sezioni Unite (SS.UU, 35488 del 2007), ritiene invece irrilevante il fatto che il pubblico ufficiale adotti un provvedimento a contenuto descrittivo o dispositivo, in quanto tutte le volte in cui lo stesso dà atto di condizioni desunte da atti o attestazioni non veritieri prodotti dal privato, evidenziando in premessa dell’esistenza delle condizioni richieste per la sua adozione, si è in presenza di un falso del pubblico ufficiale, del quale risponde, ai sensi dell’art.48 c.p., colui che ha posto in essere l’attestazione. Del falso, invece, non risponde il pubblico ufficiale, in buona fede in quanto tratto in inganno.
L’autocertificazione di Tizio, che ha dichiarato falsamente di non avere riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, si pone alla base dell’iscrizione nel Registro Esercenti il Commercio; quest’ultima da ritenersi necessaria per lo svolgimento dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande. L’atto pubblico nel quale la trascrizione dell’autocertificazione del cittadino è trasfusa è destinato a provare la verità del fatto attestato. Specificamente, le norme giuridiche richiamate nel modulo sottoscritto dal ricorrente lo obbligavano a dichiarare il vero e ricollegavano specifici effetti alla iscrizione predetta, nella quale la sua autocertificazione è stata inserita. Ne consegue, sul piano oggettivo, l’astratta configurabilità del delitto di falsità ideologica del pubblico ufficiale in atti pubblici del quale dovrà rispondere il solo decipiens ai sensi dell’art.48 c.p.
Si aggiunga che Tizio potrebbe essere chiamato a rispondere dello stesso reato di falso ideologico del privato in atti pubblici, di cui all’art.483 c.p. Va infatti rilevato come la falsa dichiarazione di Tizio ben possa essere ricompresa tra gli atti che in base al combinato disposto di cui agli articoli 46 lett. aa – 76 del d.p.r. 445 del 2000 annovera tra le dichiarazioni sostitutive di certificazioni, equiparandole agli atti pubblici.
Il privato, nel dichiarare il falso al pubblico ufficiale che redige l’atto destinato a provare la verità di quanto dichiarato, potrà essere chiamato a rispondere del delitto di cui all’art.483 c.p., per la stessa presentazione (dolosa) di un documento falso, in concorso con il delitto di cui all’art. 479 c.p., per avere indotto il pubblico ufficiale alla redazione di un atto falso, in forza del combinato disposto degli artt. 48 c.p. e 479 c.p. In tal caso, stante il concorso formale, si applicherà il cumulo giuridico, ai sensi dell’art.81, co.1, c.p.,
D3 Nel consulto con il proprio difensore, tuttavia, Tizio dichiara di non aver compreso al momento della redazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione che i requisiti morali e professionali richiesti consistessero nel non aver riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, in quanto il modulo conteneva esclusivamente il richiamo ad alcuni articoli di legge, senza fornire alcuna spiegazione. Tale profilo risulta particolarmente rilevante nel fornire una soluzione al caso oggetto di parere. Laddove la dichiarazione non veritiera sia dovuta ad un errore effettivo dell’agente nella attestazione, si potrà infatti valutare l’operatività dell’art. 47 c.p. che disciplina l’errore di fatto.
Deve infatti escludersi che il reato possa ritenersi sussistente per il solo fatto che contenga un asserto obiettivamente non veritiero, dovendosi invece verificare che la falsità non sia dovuta ad una leggerezza dell’agente come pure ad un’incompleta conoscenza o ad un’errata interpretazione di disposizioni normative o, ancora, alla negligente applicazione di una prassi amministrativa. Nella condotta di Tizio parrebbe venir meno proprio il citato elemento psicologico del reato, in quanto nel modulo prestampato le norme richiamate sul possesso dei requisiti morali (art. 2 c.c. della L. n. 287 del 1991, artt. 4 e 5 e dalla L.R. n. 38 del 2996) non erano riprodotte nel loro contenuto, non fornendo quindi elementi utili per identificare quali fossero i richiesti requisiti soggettivi per l’iscrizione del pubblico registro. Per quanto si possa ritenere che Tizio, a fronte di plurimi elementi normativi (non spiegati) di non immediata comprensione, avrebbe dovuto accertare con maggiore cura il contenuto dei singoli rinvii, tale profilo parrebbe porsi sul versante del colpa, venendo a mancare una cosciente volontà e una consapevolezza di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero (Cass. pen., sez. V, 25.03.2015, n. 12710). In tal caso, tuttavia, la colposa omissione di indagine sul contenuto delle norme richiamate e sull’identificazione dei requisiti morali, richiesti dalla legge nazionale e dalla legge regionale, non potrà essere sanzionata penalmente, in quanto le previsioni sopra richiamate (479 e 483 c.p.) risultano punibili esclusivamente a titolo di dolo.
C. In conclusione, in relazione a tutte le ipotesi di reato astrattamente configurabili nel caso in esame potrà escludersi la responsabilità penale di Tizio per mancanza dell’elemento soggettivo.
Incipit Il caso prospettato impone la preliminare disamina del concorso apparente di norme in relazione ai rapporti intercorrenti tra l’art.479 e l’art.483 c.p.
D1 Si ha concorso apparente di norme quando più norme sembrano disciplinare un medesimo fatto, ma una sola di esse è applicabile al caso concreto o, altrimenti detto, quando una stessa condotta, attiva o omissiva, è suscettibile di essere ricondotta nel novero di più norme penali incriminatrici. La disciplina rappresenta un’applicazione del principio del ne bis in idem sostanziale, a sua volta predicato dei principi del giusto processo, di cui all’art.111 della Costituzione, e della funzione di risocializzazione della pena dichiarata dall’art.27 Cost. Si definisce ne bis in idem sostanziale il divieto di irrogare ad un soggetto una duplice sanzione per lo stesso fatto. Nelle fonti sovranazionali, il principio trova esplicito riconoscimento nell’art. 4 Prot. 7 CEDU e nell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Il codice penale italiano, all’art.15, adotta il criterio di specialità quale metro risolutivo di un concorso apparente di norme. L’operatività del rapporto di specialità presuppone che una norma contenga tutti gli elementi costitutivi di un’altra disposizione generale, con l’aggiunta di in contenuto ulteriore, c.d. specializzante, sul presupposto indefettibile che ambo le prescrizioni regolino la stessa materia e abbiano identità strutturale. L’art. 15 c.p. stabilisce la prevalenza della legge speciale rispetto a quella generale che regoli la stessa materia. Speculare è la previsione dell’art.9, l. n.689 del 1981, che adotta lo stesso criterio per disciplinare il concorso tra norma penale e violazione amministrativa. In giurisprudenza è largamente dominante il ricorso ad un criterio di tipo logico-formale, incentrato su un confronto strutturale tra le fattispecie. Il rapporto di specialità può descriversi come un rapporto di continenza strutturale fra due norme, nel quale tutti gli elementi costitutivi di una fattispecie generale sono contenuti in un’altra fattispecie, la quale presenta a sua volta uno o più elementi specializzanti, per aggiunta o specificazione.
D2/F/G Occorre stabilire, preliminarmente, se Tizio possa essere chiamato a rispondere del falso al quale ha indotto l’ufficiale del pubblico registro, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 48 e 479 c.p. o se debba invece essere chiamato a rispondere soltanto del reato di falso ideologico del privato in atto pubblico ai sensi dell’art. 483 c.p. Va infatti rilevato come la falsa dichiarazione di Tizio ben possa essere ricompresa tra gli atti che in base al combinato disposto di cui agli articoli 46 lett. aa – 76 del d.p.r. 445 del 2000 annovera tra le dichiarazioni sostitutive di certificazioni, equiparandole agli atti pubblici, così integrando l’autonoma fattispecie di cui all’art.483 c.p. Quest’ultima integra un reato comune, che si configura quando il privato attesti falsamente in un atto pubblico fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, ossia quando una norma obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale.
Diversa risulta la previsione dell’art. 479 c.p., che integra un reato proprio, in quanto soggettivo attivo è soltanto il pubblico ufficiale, con il quale può concorrere un soggetto non qualificato, o ingannando, o istigando l’autore materiale, oppure assumendo egli stesso tale ruolo. È un delitto a fattispecie multipla, che può manifestarsi in quattro differenti modalità: nella prima il pubblico ufficiale attesta falsamente che un atto è stato da lui compiuto o è avvenuto in sua presenza, nella seconda rileva la falsa attestazione di dichiarazioni non ricevute, le altre due ipotesi concernono l’alterazione o omissione di dichiarazioni ricevute e la falsa attestazione di fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Sul versante soggettivo, il delitto è punito a titolo di dolo generico, consistente nelle coscienza e volontà di immutare il vero tramite la documentazione della falsa rappresentazione della realtà.
Nel caso in esame, si rende necessario valutare se possa configurarsi un falso per induzione laddove l’attestazione del pubblico ufficiale non abbia ad oggetto il fatto attestato (falsamente) dal privato, ma la circostanza che lo stesso ha reso la relativa autocertificazione, cioè l’esistenza dell’atto proveniente dal privato. In tali ipotesi mancherebbe, infatti, la falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, in quanto ciò che egli attesta o riporta corrisponde a quanto realmente esistente, anche se il contenuto non è vero: non vi è, dunque, un’attestazione falsa, ma la mera espressione di un’argomentazione errata.
Alla luce di quanto osservato, può rilevarsi, stante la sussistenza di elementi di specialità biunivoca, come il delitto di falsa attestazione del privato (art. 483 c.p.) possa concorrere con il delitto indotto di cui all’art.479 c.p., in quanto la dichiarazione non veritiera del privato concerne fatti dei quali l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provarne la verità. In tal caso, dovendosi escludere che possa rilevare un concorso apparente di norme, opererà un concorso di reati ex art.81, co.1, c.p. con applicazione del cumulo giuridico.
D3 Nel consulto con il proprio difensore, tuttavia, Tizio dichiara di non aver compreso al momento della redazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione che i requisiti morali e professionali richiesti consistessero nel non aver riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, in quanto il modulo conteneva esclusivamente il richiamo ad alcuni articoli di legge, senza fornire alcuna spiegazione. Tale aspetto risulta particolarmente rilevante nel fornire una soluzione al caso oggetto di parere. Laddove la dichiarazione non veritiera sia dovuta ad un errore effettivo dell’agente nella attestazione, si potrà infatti valutare l’operatività dell’art. 47 c.p. che disciplina l’errore di fatto. Deve infatti escludersi che il reato possa ritenersi sussistente per il solo fatto che contenga un asserto obiettivamente non veritiero, dovendosi invece verificare che la falsità non sia dovuta ad una leggerezza dell’agente come pure ad un’incompleta conoscenza o ad un’errata interpretazione di disposizioni normative o, ancora, alla negligente applicazione di una prassi amministrativa. Nella condotta di Tizio parrebbe venir meno proprio il citato elemento psicologico del reato, in quanto nel modulo prestampato le norme richiamate sul possesso dei requisiti morali (art. 2 c.c. della L. n. 287 del 1991, artt. 4 e 5 e dalla L.R. n. 38 del 2996) non erano riprodotte nel loro contenuto, non fornendo quindi elementi utili per identificare quali fossero i richiesti requisiti soggettivi per l’iscrizione del pubblico registro. Per quanto si possa ritenere che Tizio, a fronte di plurimi elementi normativi (non spiegati) di non immediata comprensione, avrebbe dovuto accertare con maggiore cura il contenuto dei singoli rinvii, tale profilo parrebbe porsi sul versante del colpa, venendo a mancare una cosciente volontà e una consapevolezza di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero (Cass. pen., sez. V, 25.03.2015, n. 12710). In tal caso, tuttavia, la colposa omissione di indagine sul contenuto delle norme richiamate e sull’identificazione dei requisiti morali, richiesti dalla legge nazionale e dalla legge regionale, non potrà essere sanzionata penalmente, in quanto le previsioni sopra richiamate (479 e 483 c.p.) risultano punibili esclusivamente a titolo di dolo.