Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-19634-del-04-08-2017
Timestamp: 2020-08-08 04:06:36+00:00
Document Index: 129007448

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 106', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 116', 'art. 133', 'art. 360', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 19634 del 04/08/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19634 del 04/08/2017
Cassazione civile, sez. II, 04/08/2017, (ud. 29/09/2016, dep.04/08/2017), n. 19634
sul ricorso 4938-2016 proposto da:
B.G.C. ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA ANTON GIULIO BARRILI 49, presso lo studio dell’avvocato
DANIEL DE VITO, rappresentata e difesa dall’avvocato VALERIO FREDA
avverso la sentenza n. 3055/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 6 luglio 2015;
Generale Servello Gianfranco che ha concluso per il rigetto di
Con ricorso depositato presso il Tribunale di Ariano Irpino, B.G.C. proponeva opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione n. 75242, notificata il 21 gennaio 2010, con la quale il Ministero dell’economia e delle finanze gli aveva ingiunto il pagamento della somma di Euro 5.274,00 per avere effettuato transazioni finanziarie in contanti, senza il tramite di intermediari abilitati, in violazione del D.L. n. 143 del 1991, art. 1 convertito, con modificazioni, nella L. n. 197 del 1991.
All’esito del giudizio di primo grado, il Tribunale di Ariano Irpino con la sentenza n. 192 del 2013, accoglieva l’opposizione, annullando l’ordinanza ingiunzione opposta. Il Tribunale, dopo aver disatteso le questioni di rito sollevate dall’opponente, riteneva che la Cassa Arianese di Mutualità soc. coop. (d’ora in avanti CAM) fosse un intermediario abilitato al trasferimento di denaro contante oltre la soglia di cui alla detta legge.
Avverso tale sentenza proponeva appello il Ministero dell’economia e delle finanze, chiedendone l’integrale riforma. Si costituiva il B. che insisteva per la conferma della sentenza appellata, proponendo a sua volta appello incidentale reiterando i motivi di opposizione ed instando per l’applicazione della sanzione in misura pari al minimo edittale.
La Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza n. 3055 del 6 luglio 2015, riteneva fondato l’appello principale, che esaminava prima di quello incidentale, essendo quest’ultimo condizionato.
La Corte distrettuale osservava che la CAM non rientrava tra i soggetti abilitati ex lege ad esercitare attività di trasferimento di contante sopra la soglia legale ed in ogni caso non aveva richiesto la specifica abilitazione concessa dal Ministero dell’economia e delle finanze. Infatti, dalla lettura congiunta delle norme, si ricava che, sebbene si consenta agli intermediari di poter continuare, alla data di entrata in vigore della disciplina normativa in esame, l’attività di erogazione di credito al consumo nei confronti dei propri soci ovvero di locazione finanziaria, purchè ne diano comunicazione all’Ufficio Italiano dei Cambi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, in ogni caso, la CAM, non rientrando tra i soggetti abilitati ex lege al trasferimento di contanti ex art. 1, avrebbe dovuto richiedere l’abilitazione al compimento di tali attività al Ministero.
Nel caso in esame, la Cassa aveva comunicato all’UIC il proprio intento di esercitare l’attività di raccolta del risparmio e di concessione prestiti esclusivamente tra i soci, precisando che si trattava di una richiesta avanzata con riserva, in quanto non reputava di poter essere ricompresa tra gli intermediari di cui all’art. 6, citato D.L..
In definitiva, la Corte osservava che il B. non aveva provato, come sarebbe stato suo onere, la carenza dell’elemento sogget6tivo della violazione contestata.
Passando all’esame del gravame incidentale, la Corte d’appello disattendeva tutti motivi proposti dal B..
Quanto alla eccepita prescrizione, la Corte rilevava che la prima delle violazioni contestate risaliva al 18 settembre 2000 e che il corso della prescrizione era stato interrotto dalla notificazione del processo verbale di contestazione avvenuta il 7 febbraio 2005 e dell’ordinanza ingiunzione, avvenuta il 21 gennaio 2010.
Riteneva poi infondato il motivo di gravame con i quale il B. censurava la sentenza di primo grado per avere omesso di statuire sulla preliminare eccezione di nullità dell’ingiunzione, per avere il Ministero effettuato direttamente la notifica del provvedimento, senza procedere preventivamente alla contestazione delle violazioni. In proposito, la Corte rilevava che il Tribunale si era soffermato su tale questione e osservava che l’avvenuta contestazione dell’illecito risultava documentalmente provata mediante la notificazione effettuata da un funzionario dell’amministrazione. Rigettava poi la deduzione, peraltro genericamente prospettata, di tardività della contestazione.
Disatteso il motivo di gravame relativo alla mancata audizione dell’ingiunto, atteso che l’omessa audizione non costituisce motivo di nullità, la Corte riteneva infondato anche il motivo concernente l’asserita insussistenza delle violazioni contestate, osservando che la generica deduzione del B. non teneva conto che le operazioni in contanti eseguite dalla CAM per suo conto erano state accertate dalla polizia tributaria sulla base della documentazione rinvenuta presso la Cassa. Il B., del resto, sin dall’inizio si era limitato a contestare l’applicabilità della normativa antiriciclaggio ai rilevati trasferimenti di somme di denaro, ma non aveva mai posto in dubbio che gli stessi fossero avvenuti. La deduzione risultava, quindi, inammissibile per tardività, oltre che infondata, essendo i trasferimenti stati accertati sulla scorta delle registrazioni effettuate sul libro giornale e degli altri documenti contabili della cooperativa.
Infine, quanto alla misura della sanzione irrogata, la Corte d’appello riteneva che, a fronte di un massimo edittale pari al 40% della somma oggetto di transazione illecita, nulla disponendosi quanto al minimo, la sanzione applicata nella percentuale del 5% fosse eccessiva in relazione alla gravità soggettiva delle violazioni, tenuto conto del numero di esse (quattro) e del fatto che l’importo (in media di circa Euro 26.000,00) non era troppo lontano da quello normativamente ritenuto eccedente. Riduceva, pertanto, l’importo della sanzione a Euro 2.627,00, pari al 2,5% degli importi tarsferiti.
Infine, tenuto conto della particolarità della fattispecie esaminata e dell’opinabilità delle questioni trattate, dichiarava compensate per un terzo le spese di entrambi i gradi di giudizio, ponendo i residui due terzi a carico del B..
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso B.G.C., articolandolo su quattro motivi.
Il Ministero dell’economia e delle finanze ha resistito con controricorso, proponendo altresì ricorso incidentale, affidato a due motivi.
Infatti, si deduce che con uno specifico motivo di appello incidentale il B. aveva dedotto che il giudice di primo grado non si era pronunciato sul motivo di opposizione concernente la prova delle violazioni, posto che la Guardia di finanza aveva fondato il proprio accertamento esclusivamente sulle risultanze della “prima nota cassa”, documento che non costituisce scrittura contabile obbligatoria e che non contiene la prova che le somme ivi registrate siano state trasferite in contanti.
Proprio a seguito della riformulazione dell’art. 360 cod. proc. civ., e al fine di chiarire la corretta esegesi della novella, sono intervenute le Sezioni Unite di questa Corte che, con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, hanno affermato che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito, con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, ed è solo in tali ristretti limiti che può essere denunziata la violazione di legge, sotto il profilo della violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4.
2. Il secondo motivo denuncia la violazione del D.L. n. 143 del 1991, art. 1, comma 1, art. 4, commi 1 e 2 e art. 6, commi 1 e 4-bis, in relazione al disposto di cui all’art. 106 TUB. Assume il ricorrente in via principale che la costituzione di CAM risale al 1 marzo 1989, anteriormente all’entrata in vigore della legge antiriciclaggio L. n. 197 del 1991, di conversione del D.L. n. 143 del 1991. A tal fine evidenzia che l’art. 1 della legge ora citata vieta il trasferimento di contante o di titoli al portatore eccedente la soglia prevista, se non avvalendosi degli intermediari di cui all’art. 4, comma 1 (intermediari abilitati ex lege) e di cui allo stesso art. 4, comma 2 (intermediari abilitati previo rilascio di provvedimento da parte del Ministero, sentite la Banca d’Italia e la Consob). Il successivo art. 6 poi prevede al comma 1 che l’esercizio in via prevalente di una o più delle attività di cui all’art. 4, comma 2, è riservato agli intermediari iscritti in apposito elenco tenuto dal Ministro del tesoro, che si avvale dell’Ufficio italiano dei cambi, il quale dà comunicazione dell’iscrizione alla Banca d’Italia e alla CONSOB, previsione questa poi abrogata e sostituita con il disposto di cui all’art. 106 TUB. Infine, con una norma chiaramente di diritto intertemporale, dell’art. 6, il comma 4-bis prevede che “Gli intermediari di cui ai commi 2 e 2-bis esercenti l’attività alla data di entrata in vigore del presente decreto possono continuare ad esercitarla a condizione che ne diano comunicazione all’Ufficio italiano dei cambi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”. Il quadro normativo ora riportato è stato interpretato dalla Corte partenopea nel senso che non rientrando la CAN tra i soggetti di cui all’art. 4, comma 1 e pur essendo stata inserita nell’elenco di cui all’art. 6, svolgendo una delle attività di cui all’art. 4, comma 2, per il compimento di operazioni di trasferimento di denaro contante era necessario comunque richiedere un’apposita abilitazione al Ministero. La conclusione secondo cui l’avvenuta iscrizione di CAN nell’elenco di cui all’art. 6 era finalizzata esclusivamente alla prosecuzione della pregressa attività, ma con esclusione della possibilità di trasferire denaro contante, è contestata dal ricorrente, il quale, facendo leva sulla preesistenza della società rispetto alla novella del 1991, ritiene che tale condizione le consentiva, oltre alla possibilità di beneficiare dell’iscrizione nell’elenco di cui all’art. 6, anche di poter compiere le attività di cui all’art. 1, e ciò sempre a seguito di semplice comunicazione all’UIC.
3.1. La tesi di parte ricorrente è priva di fondamento, ritenendo il Collegio di dover condividere l’interpretazione della disciplina così come effettuata dalla Corte distrettuale.
Nè, come correttamente evidenziato dalla sentenza impugnata, la richiesta inoltrata all’UIC per l’iscrizione nell’elenco ai sensi dell’art. 6, comma 4-bis può ritenersi contenere un’implicita richiesta di abilitazione ex art. 4, comma 2, essendo diversi i soggetti destinatari delle due richieste (per la seconda è infatti previsto che il provvedimento di abilitazione debba essere rilasciato dal Ministero del tesoro). Ancora, il dettato dell’art. 4, comma 2, lascia chiaramente intendere che vi possano essere intermediari, non abilitati ex lege al trasferimento del contante, che pur essendo inseriti nell’elenco oggi previsto dall’art. 106 TUB, non siano altresì abilitati al trasferimento del contante, il che inficia ab imis le premesse del ragionamento del ricorrente, secondo cui l’iscrizione per le società già operanti determina l’abilitazione anche alle operazioni di cui all’art. 1, non potendosi escludere che anche prima della novella vi fossero soggetti svolgenti attività di cui all’art. 6, commi 2 e 2-bis che però operassero senza effettuare trasferimento di contanti. Infine, depone in senso contrario alla tesi sostenuta dal ricorrente anche l’interpretazione teleologica delle norme, in quanto, essendo la finalità del legislatore quella di porre un freno all’utilizzo del contante in vista del contrasto alle operazioni di riciclaggio del denaro di provenienza illecita, aumentando di conseguenza le garanzie di trasparenza e tracciabilità delle operazioni di movimentazione del contante, il prevedere per un presumibilmente cospicuo numero di intermediari già operanti alla data di entrata in vigore della legge, la possibilità di continuare ad effettuare operazioni di trasferimento di denaro contante, senza una previa abilitazione da parte del Ministero, vanificherebbe le stesse finalità sottese all’emanazione della legge.
3. Con il terzo motivo si denunzia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in relazione al mancato riconoscimento della carenza dell’elemento soggettivo ovvero della sussistenza di un errore scusabile. L’errore scusabile sarebbe da individuarsi nel possesso in capo alla CAM della qualità di intermediario abilitato, che costituisce un errore sul fatto, piuttosto che un errore di diritto. L’incertezza circa la corretta qualificazione soggettiva sarebbe poi avvalorata da varie pronunce emesse dal Tribunale di Ariano Irpino che avevano condiviso la tesi del ricorrente circa la possibilità di poter effettuare trasferimenti di denaro contante oltre soglia. Inoltre sarebbe omessa la disamina di vari fatti storici, quali l’elevato numero di operazioni effettuate da CAN, che non avevano destato alcuna osservazione in sede ispettiva da parte della Banca d’Italia, nonchè la circostanza che CAN aveva comunque osservato la normativa antiriciclaggio allorchè aveva eseguito le numerose operazioni oggetto della contestazione. Ancora lo stesso UIC, all’esito del processo verbale per cui è causa, aveva contestato la violazione dell’art. 116 del TUB, per l’assenza nei locali della Cassa degli avvisi e/o dei fogli informativi, e dell’art. 133 del TUB in quanto la denominazione sociale era idonea a trarre in inganno circa la legittimazione allo svolgimento dell’attività.
3.1. Anche tale motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5 non si conforma alla novellata previsione della norma in esame, dovendosi escludere che la motivazione della Corte di merito abbia omesso di prendere in considerazione un fatto decisivo.
4. Con il quarto motivo del ricorso principale si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ., sostenendo che la statuizione sulle spese contenuta nella sentenza impugnata non terrebbe conto dell’esito complessivo della lite, che avrebbe visto le parti soccombenti in eguale misura.
5. L’esame di tale motivo va condotto unitamente all’esame del secondo motivo del ricorso incidentale del Ministero, concernente, del pari, la decisione di compensazione parziale delle spese dell’intero giudizio.
6. All’esame di tali motivi è tuttavia opportuno premettere l’esame del primo motivo del ricorso incidentale, con il quale il Ministero denuncia violazione o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 11, oggi D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 6, comma 12, dolendosi della riduzione della sanzione disposta dalla Corte d’appello.
Ne consegue che avendo il giudice di merito applicato la sanzione nel rispetto dei limiti edittali, ed avendo anche dato conto, con il riferimento alla gravità soggettiva della violazione, di aver compiuto una valutazione legata ai criteri previsti per legge per la graduazione della sanzione, la doglianza non può trovare accoglimento.
7. Venendo, quindi, all’esame del quarto motivo del ricorso principale e del primo motivo del ricorso incidentale, gli stessi si rivelano infondati.
Indubbiamente, per effetto, da un lato, dell’accoglimento dell’appello principale e della reiezione dei motivi di appello incidentale concernenti la sussistenza delle violazioni contestate, e, dall’altro, dell’accoglimento dell’unico motivo di appello incidentale concernente l’entità della sanzione applicata, si è verificata una situazione di reciproca soccombenza. Tuttavia, la Corte d’appello, proprio apprezzando l’esito complessivo della lite, ha ritenuto prevalente la soccombenza del B. e ha quindi disposto una parziale compensazione delle spese, poste per il resto a carico della parte prevalentemente soccombente.
Del resto, costituisce principio saldamente affermato nella giurisprudenza di questa Corte quello per cui “in tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi” (Cass. n. 15317 del 2013; Cass. n. 5386 del 2003; Cass. n. 8889 del 2000).
8. In conclusione, sia il ricorso principale che quello incidentale vanno respinti.
9. Poichè il ricorso principale del B. è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è respinto, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente in via principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.