Source: https://graffidamato.com/
Timestamp: 2019-01-20 08:56:08+00:00
Document Index: 17521084

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Per quanto messa ampiamente nel conto, si è rivelata superiore al previsto l’insofferenza di Giancarlo Caselli per le celebrazioni mediatiche ed anche istituzionali – com’è avvenuto ieri alla Biblioteca Giovanni Spadolini al Senato- del centenario della nascita del suo ex ed ormai defunto imputato eccellente di mafia Giulio Andreotti.
Già intervenuto con largo anticipo lunedì 7 gennaio sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dov’è di casa, con un duro articolo di monito a non “stravolgere la verità” e “truffare il popolo italiano in nome del quale si pronunciano le sentenze”, Caselli ha voluto scrivere una lettera al Corriere della Sera -che l’ha pubblicata sabato 12 gennaio- per contestare la rappresentazione quanto meno scettica, fatta su quel giornale da Antonio Polito, di un Andreotti assolto per modo di dire. In particolare, assolto dall’accusa formulata proprio da Caselli, quand’era capo della Procura di Palermo, di concorso esterno in associazione mafiosa ma prescritto per i fatti, pur accertati secondo lo stesso Caselli fino alla primavera del 1980, di associazione a delinquere. Che era il reato contestabile appunto sino a 39 anni fa, prima che nel codice penale entrasse quello specifico di associazione mafiosa.
A Polito, come più in generale aveva fatto sul giornale di Travaglio prevenendo quanti si accingevano ad occuparsi della lunga vicenda processuale di Andreotti, durata ben undici anni, Caselli è tornato a rileggere, diciamo cosi, testo alla mano, la sentenza d’appello in cui all’ex presidente del Consiglio sarebbero stati fatti barba e capelli per i suoi rapporti con esponenti neppure secondari della mafia.
In particolare, l’ex magistrato ora in pensione ha indicato come emblematici “due incontri” di Andreotti, presenti il suo luogotenente in Sicilia Salvo Lima, Vito Ciancimino e i cugini Salvo, col “capo dei capi” di mafia Stefano Bontate per discutere anche dell’assassinio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, suo collega di partito e fratello dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio: assassinio compiuto la mattina della Befana proprio del 1980. Di cui è stato quindi celebrato in questi giorni il trentanovesimo anniversario, con una intensità però mediatica e politica che ha dato a qualcuno, a torto o a ragione, il pretesto per contrapporlo in qualche modo alla ricorrenza del centenario della nascita di Andreotti.
A quest’ultimo proprio Caselli, sempre riferendosi alla sentenza d’appello, e di revisione di quella pienamente assolutoria di primo grado, emessa a Palermo nel processo da lui promosso, è tornato a rimproverare di non avere usato le informazioni probabilmente ricevute da Bontate, morto l’anno dopo, per aiutare la magistratura a fare piena luce sull’assassinio di Piersanti Mattarella. Che “aveva pagato con la vita il coraggio di essersi opposto a Cosa Nostra”, ha ricordato in modo questa volta davvero pertinente l’ex magistrato anche nel primo intervento sul Fatto Quotidiano.
Implacabile nella sua reazione al pur “interessante” articolo dell’editorialista e vice direttore del Corriere della Sera, Caselli ha citato la sentenza d’appello del 2003 per incidere anche sulle colonne del più diffuso giornale italiano che Andreotti “con la sua condotta ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione col sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.
Il buon Polito ha proposto un po’ ironicamente in un brevissimo corsivo di replica a Caselli una soluzione di “compromesso” alla disputa sulla conclusione del processo di mafia al 7 volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro: “non condannato”. Cioè, non assolto e neppure condannato.
Ignoro, almeno sino ad ora, la reazione di Caselli al “lodo” Polito. Nel mio piccolo, molto piccolo per carità, memore anche di un’analoga polemica avuta con Caselli nel 2008 sulle colonne del Tempo, preferisco seguire il percorso suggerito in questi giorni su facebook da un figlio di Andreotti, Stefano. Che ha riproposto all’attenzione del pubblico navigante la lettera scritta proprio al Tempo in quell’occasione dagli avvocati dell’ex imputato eccellente, allora peraltro ancora in vita. Dal quale ho motivo di ritenere che fosse venuta l’idea di quella missiva per non intervenire direttamente lui nella polemica, come io invece gli avevo chiesto ottenendo una risposta interlocutoria.
Gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, nell’ordine in cui firmarono la lettera, non credo solo per ragioni di cavalleria da parte del professore e titolare dello studio legale, visto il particolare impegno messo nella difesa dell’ex presidente del Consiglio dall’attuale ministra della funzione pubblica, contestarono a Caselli di fermarsi sempre, nei suoi interventi critici sul loro assistito, alla sentenza d’appello. E di limitarsi ad accennare al terzo e definitivo verdetto, quello della Cassazione emesso alla fine dell’anno successivo, come ad una pura e semplice ratifica dell’altro.
Invece nella sentenza della Cassazione si trova ciò che Caselli, secondo Stefano Andreotti, cerca sempre di tenere per sé, sapendo forse che chi lo legge sui giornali, o lo sente alla radio o in televisione, difficilmente ha poi la voglia e il tempo di controllare scrupolosamente gli atti. Si legge, in particolare, nelle carte della suprema Corte che da parte dei giudici di appello in ordine ai fatti prescritti “la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise”.
Ancora più in particolare, nella sentenza davvero definitiva di un processo -non dimentichiamolo- alla cui “autorizzazione” lo stesso imputato contribuì votando palesemente a favore nell’aula del Senato, e quindi rinunciando per la parte che lo interessava all’immunità ancora spettantegli in quel momento come parlamentare, è scritto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni dei giudici d’appello, sempre in ordine ai fatti coperti dalla prescrizione, “sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica”. Non mi sembrano, francamente, parole e concetti di poco conto, ignorabili o sorvolabili in una polemica così aspra come quella che l’ex capo della Procura della Repubblica di Palermo usa condurre ogni volta che ne ha l’occasione parlando o scrivendo della vicenda giudiziaria di Andreotti.
Caselli, si sa, avrebbe voluto che il senatore a vita, nonostante la lunghezza del procedimento cui era stato sottoposto, protrattosi -ripeto- per undici anni, ben oltre forse la “ragionevole durata” richiesta dall’articolo 111 della Costituzione nel nuovo testo in vigore dal 1999, rinunciasse anche alla prescrizione. E ancora gli contesta praticamente, anche da morto, di non averlo fatto.
Una volta, andato a trovarlo a Palazzo Giustiniani in occasione di un compleanno, ne parlai con Andreotti, reduce da una fastidiosa influenza. Ma più che le sue parole, oggi facilmente confutabili dai suoi irriducibili avversari perché sarebbero postume, preferisco riferire quelle appena pronunciate dalla figlia Serena in una intervista ai tre giornali –Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino- del gruppo Riffeser: “Avremmo voluto batterci per ottenere una forma di completo scagionamento, di piena innocenza. L’abbiamo detto al babbo, ma lui e la mamma erano stanchi e hanno detto basta. Fermiamoci, va bene così, fu la risposta”. La mamma di Serena, Livia, dopo tante apprensioni e amarezze sarebbe stata peraltro dolorosamente colpita da una inguaribile malattia neurologica. Non dico di più per dare un’idea di ciò che accadde in quei tempi ad Andreotti e alla sua famiglia, a dispetto della tranquillità olimpica, o quasi, che l’ex presidente del Consiglio ostentava in pubblico, e nelle aule processuali, o dintorni, che egli frequentava con lo scrupolo di sempre.
E’ impressionante, a quest’ultimo proposito, il racconto che in questi giorni ha fatto un amico giornalista dell’allora imputato di una serata trascorsa con lui in un albergo di Palermo, fra un’udienza processuale e l’altra. Andreotti trovava il tempo, e la voglia, di parlare degli anni giovanili in cui da sottosegretario di Alcide De Gasperi alla Presidenza del Consiglio si occupava anche di spettacolo e frequentava attori e attrici incorrendo una volta nelle proteste della moglie. Che si ingelosì davanti ad una foto che lo ritraeva sorridente a Venezia con Anna Magnani, allora legata a Roberto Rossellini. Che prima ancora di conoscere e di unirsi a Ingrid Bergman già faceva soffrire, diciamo così, la grande attrice romana.
Francamente, anche alla luce delle postille della Cassazione su cui Caselli di solito tace, non mi sembra giusto -e neppure umano, aggiungerei- trattare ancora Andreotti, a sei anni circa della morte, come un imputato e partecipare ad una caccia contro di lui alla maniera un po’ dell’ispettore di polizia Javert con l’ex galeotto Jean Valjean nei Miserabili di Victor Hugo. E con questo, scusandomi in anticipo con Caselli se dovesse sentirsi ingiustamente colpito da questo richiamo letterario, davvero completo e chiudo la rievocazione di Andreotti cominciata martedì scorso 8 gennaio su queste pagine, in vista del centenario della sua nascita.
Che riposi davvero e finalmente in pace, avvolto nella bandiera pur metaforica dell’articolo 59 della Costituzione, applicatogli nella nomina a senatore a vita per avere “illustrato la Patria”, il protagonista di tantissimi anni della politica italiana. Cui qualcuno cerca ogni tanto di paragonare i davvero, e sotto tutti gli aspetti, lontanissimi attori di oggi, ora accomunandogli l’ex presidente del Consiglio, pure lui, Mario Monti per la sua ironia pungente, ora il presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte per le mediazioni con cui si sta cimentando, ora addirittura il giovanissimo vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per la sua agilità di posizionamento. Ha fatto quest’ultimo paragone persino in un saggio il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana mettendo a dura prova la sedia alla quale ero appoggiato leggendolo.