Source: http://www.cartellopoli.net/2011/07/ricorso-delle-ditte-pubblicitarie.html
Timestamp: 2019-02-16 03:31:38+00:00
Document Index: 75791550

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 25', 'art. 23', 'art. 31', 'art. 62', 'art. 31', 'art. 62', 'art. 31', 'art. 22', 'art. 1']

CARTELLOPOLI: Ricorso delle ditte pubblicitarie a prefettura e giudice di pace per non pagare le multe ed i costi della rimozione forzata degli impianti da loro installati abusivamente
Ricorso delle ditte pubblicitarie a prefettura e giudice di pace per non pagare le multe ed i costi della rimozione forzata degli impianti da loro installati abusivamente
Quando era Sindaco l’On. Walter Veltroni l’allora Assessore al Commercio Daniela Valentini ha rilasciato una interessante intervista (poi pubblicata sulla cronaca di Roma de “Il Messaggero” di giovedì 24 luglio 2003) che ha fatto conoscere lo stratagemma legale a cui ricorrevano a quell’epoca le ditte pubblicitarie per non pagare né le sanzioni amministrative né il rimborso dei costi affrontati dal Comune per la rimozione forzata degli impianti pubblicitari da loro istallati abusivamente.
A quell’epoca era vigente solo il nuovo Codice della Strada emanato con Decreto Legislativo n. 285 del 30 aprile 1992, perché non era stato ancora approvato dal Consiglio Comunale il primo “Regolamento comunale in materia di esposizione della pubblicità e di pubbliche affissioni”, come avvenuto poi con delibera n. 100 del 12 aprile 2006.
Ai sensi del comma 13-bis dell’art. 23 del D.Lgs. n. 285/1992 “in caso di collocazione di cartelli, insegne di esercizio o altri mezzi pubblicitari privi di autorizzazione o comunque in contrasto con quanto disposto dal comma 1, l'ente proprietario della strada diffida l'autore della violazione e il proprietario o il possessore del suolo privato, nei modi di legge, a rimuovere il mezzo pubblicitario a loro spese entro e non oltre dieci giorni dalla data di comunicazione dell'atto. Decorso il suddetto termine, l'ente proprietario provvede ad effettuare la rimozione del mezzo pubblicitario e alla sua custodia ponendo i relativi oneri a carico dell'autore della violazione e, in via tra loro solidale, del proprietario o possessore del suolo”.
Il successivo comma 13-quater stabilisce che “nel caso in cui l'installazione dei cartelli, delle insegne di esercizio o di altri mezzi pubblicitari sia realizzata su suolo demaniale ovvero rientrante nel patrimonio degli enti proprietari delle strade, o nel caso in cui la loro ubicazione lungo le strade e le fasce di pertinenza costituisca pericolo per la circolazione, in quanto in contrasto con le disposizioni contenute nel regolamento, l'ente proprietario esegue senza indugio la rimozione del mezzo pubblicitario. Successivamente alla stessa, l'ente proprietario trasmette la nota delle spese sostenute al prefetto, che emette ordinanza - ingiunzione di pagamento. Tale ordinanza costituisce titolo esecutivo ai sensi di legge”.
Anche l’art. 25 del D.Lgs. n. 285/1992, che è relativo ad “Attraversamenti e uso delle strade” prevede sanzioni amministrative per chi si serve della sede stradale e delle pertinenze della sede stradale senza preventiva concessione dell’ente proprietario delle stesse strade, che nel nostro caso è il Comune.
L’articolo de “Il Messaggero” fa sapere che l’allora Direttrice del Servizio Affissioni e Pubblicità, dott.ssa Andreina Marinelli, “è stata denunciata e ridenunciata dalle ditte. È questa una delle armi utilizzate dagli abusivi che si avvalgono di ottimi avvocati. Al punto che grazie ad uno stratagemma “legale” gli irregolari o presunti tali sono riusciti finora a non pagare multe per milioni di euro, soldi mai introitati dal Comune”.
L’Assessore Valentini ha fatto sapere che “per ogni cartellone rimosso scattano infatti due contravvenzioni (violazione dell’art. 23 e 25 del Codice della Strada) pari e circa 1.100 euro, cui si aggiungono i costi per l’intervento (altri 600 euro)” ed ha spiegato lo stratagemma escogitato dalle ditte: “il trucchetto è semplice: le ditte presentano ricorso alla Prefettura, costretta a chiedere la relativa documentazione al Comune. Se il ricorso si perde e si arriva all’ingiunzione di pagamento, ecco un altro ricorso stavolta al Giudice di Pace contro il Prefetto. Altro tempo guadagnato ma soprattutto altri soldi risparmiati perché dinanzi ai giudici del Tribunale di via Teulada la controparte delle ditte – cioè i legali della Prefettura – non compare. È già successo 7.000 volte, i giudici hanno dato ragione ai pubblicitari e non di rado condannano alle spese legali (in media 400 euro) l’Ufficio territoriale del governo. E dopo il danno, ecco la beffa”.
Nella mia attività ormai ultraventennale ho dovuto purtroppo registrare che la mancata difesa delle pubbliche amministrazioni è avvenuta non solo da parte dei legali della Prefettura, ma anche e soprattutto da parte dell’Avvocatura di Stato e dell’Avvocatura Comunale: la mancata difesa di quest’ultima ha determinato diverse sentenze a favore delle ditte pubblicitarie emesse dal TAR del Lazio in merito a ricorsi che benché chiaramente strumentali e privi di ogni fondamento giuridico sono diventati ugualmente vincenti proprio perché non c’è stata una difesa del Comune che ne abbia smontato le motivazioni pretestuose.
Almeno a quell’epoca gli avvocati del Comune di Roma potevano continuare ad esercitare anche la libera professione, senza che nessuno ne contestasse la più totale incompatibilità: così, in caso di coincidenza di udienze, l’avvocato di turno del Comune ha spesso preferito disertare quella (comunque pagata) in cui era chiamato in causa il Comune per non perdere la parcella del suo assistito chiamato in causa nell’altra udienza.
Proprio questa circostanza è diventata in più di una volta la causa della mancata difesa anche nei ricorsi presentati al TAR del Lazio da parte delle ditte pubblicitarie contro le ordinanze di rimozione dei propri impianti installati abusivamente.
Prima ancora della beffa conseguente alla mancata difesa dei legali della Prefettura, c’era quella che le ditte riuscivano a dare anche senza ricorrere allo stratagemma legale rivelato dall’Assessore Daniela Valentini.
Nello spirito di reciproca e leale collaborazione che si era instaurata nei primi del duemila tra il sottoscritto e l’allora Presidente del XX° Municipio, Marco Daniele Clarke, che a quell’epoca disponeva di una propria ditta di pronto intervento per la rimozione sollecita di tutti gli impianti pubblicitari abusivi installati nel territorio del suo Municipio, sono venuto a sapere dal suo funzionario addetto proprio al recupero delle spese affrontate per la rimozione forzata degli impianti abusivi (che venivano ingiunte con apposita ordinanza del Prefetto) delle difficoltà incontrate per riuscire ad arrivare all’incasso: come caso sintomatico, mi ha fatto sapere di essere dovuto arrivare una volta fino ad Ostia per scoprire che era del tutto falso l’indirizzo dato dalla ditta abusiva a cui avrebbe dovuto consegnare l’ingiunzione del Prefetto !
Al fine di agevolare le segnalazioni di situazioni che contribuiscono in modo rilevante al degrado cittadino, l’allora Assessore Daniele Valentini ha fatto pubblicare sul sito internet del Comune l’elenco di ben 186 ditte del tutto fuorilegge, perché non erano titolari di concessioni e non avevano partecipato alla cosiddetta “procedura di riordino”, ma risultavano avere comunque installato abusivamente dei propri cartelloni nel territorio cittadino: oggi sono sparite dalla circolazione tutte le ditte ricomprese in quell’elenco, ad eccezione de “Il Globo” che ora come allora continua impunemente ad installare impianti pubblicitari in modo del tutto abusivo.
Un altro modo praticato all’epoca per evitare di pagare sia le multe che i rimborsi dei costi delle avvenute rimozioni è stato quello di chiudere addirittura le società, per magari riaprirle subito dopo con un’altra denominazione sociale: a titolo di esempio nell’elenco suddetto delle ditte del tutto fuorilegge c’era la “R.T. S.r.l.” che - quando si è accorta dei cartelloni che le erano stati rimossi forzatamente dal Comune – per non pagare nemmeno un euro è stata chiusa per essere riaperta provocatoriamente addirittura con la nuova denominazione sociale di “New R.T. S.r.l.” (anch’essa ricompresa nell’elenco suddetto), che ha ovviamente continuato ad installare impianti pubblicitari in modo totalmente abusivo.
Per evitare di continuare a farsi prendere in giro in tal modo, il Consiglio Comunale con deliberazione n. 100 del 12 aprile 2006 ha approvato un Regolamento sulle affissioni che al 1° comma dell’art. 31 dispone che ”nei casi di installazione di mezzi non autorizzati è applicata, … una sanzione amministrativa pecuniaria di importo non inferiore all’importo della relativa tariffa, né superiore al doppio della medesima” e che “soggetti passivi delle sanzioni si intendono il titolare di autorizzazione per l’esposizione pubblicitaria e di locazione degli impianti comunali, nonché il soggetto richiedente la pubblicità ed il soggetto che produce o vende il bene o servizio oggetto della pubblicità”, con la precisazione che “in caso di mezzi non autorizzati il soggetto passivo è altresì il proprietario del mezzo medesimo”.
Va detto al riguardo che il Comune ha applicato per la prima volta quanto la normativa nazionale aveva stabilito fin dal 1997 con il Decreto Legislativo n. 446 del 15 dicembre 1997.
Il 1° comma dell’art. 62 del suddetto D.Lgs. (relativo al “Canone per l’installazione di mezzi pubblicitari”) dispone in modo innovativo che “i comuni possono, con regolamento adottato a norma dell'articolo 52, escludere l'applicazione, nel proprio territorio, dell'imposta comunale sulla pubblicità di cui al capo I del decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, sottoponendo le iniziative pubblicitarie che incidono sull'arredo urbano o sull'ambiente ad un regime autorizzatorio e assoggettandole al pagamento di un canone in base a tariffa”.
Ai sensi della lettera e) del successivo 2° comma “Il regolamento é informato ai seguenti criteri:
… e) equiparazione, ai soli fini del pagamento del canone, dei mezzi pubblicitari installati senza la preventiva autorizzazione a quelli autorizzati e previsione per l'installazione dei mezzi pubblicitari non autorizzati di sanzioni amministrative pecuniarie di importo non inferiore all'importo della relativa tariffa, né superiore al doppio della stessa tariffa”.
Come si può ben vedere, il Regolamento approvato all’epoca della Giunta del Sindaco Veltroni prevedeva che per ogni cartellone pubblicitario abusivo venisse applicata esclusivamente una multa di importo compreso tra il valore del canone dovuto per un impianto regolarmente autorizzato ed il doppio dello stesso canone.
L’attuale Giunta del Sindaco Alemanno ha sottoposto quel “Regolamento” ad una serie di modifiche ed integrazioni che sono state poi approvate dal Consiglio Comunale con deliberazione n. 37 del 30 marzo 2009.
È stato così modificato ed integrato anche il 1° comma dell’art. 31 nel modo seguente: “Nei casi di installazione di mezzi non autorizzati è applicata, a norma dell’art. 62, comma 2 lettera e), del Decreto Legislativo n. 446/1997, l’indennità pari al canone ed una sanzione amministrativa pecuniaria di importo non inferiore a quello dell’indennità, ne superiore al doppio della medesima”.
Come si può ben vedere dal confronto dei due testi, è stata aggiunta “l’indennità pari al canone”, diventato dal 2007 “Canone Iniziative Pubblicitarie” (CIP), che viene richiesta anche al “soggetto richiedente la pubblicità”, vale a dire all’inserzionista.
Di tale novità rispetto al passato si vanta il Direttore del Servizio Affissioni e Pubblicità, che ammette anche però che le ditte titolari degli impianti pubblicitari installati abusivamente nei cui confronti è stata fatta una rivalsa dai soggetti multati dal Servizio Affissioni, per non perdere il contratto di pubblicità stipulato, hanno utilizzato il procedimento della “autodenuncia” intesa come “dichiarazione sostitutiva di certificazione” ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, diversa comunque da quella acconsentita nell’ambito della cosiddetta “procedura di riordino”.
Nella “Indagine sul settore affissioni e pubblicità a Roma”, che lo scorso 27 gennaio è stata presentata dalla Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali del Comune di Roma, viene riconosciuto proprio il procedimento della “autodenuncia”.
Al paragrafo 5, dedicato al fenomeno dell’abusivismo, viene infatti testualmente affermato: “Particolarmente efficace è stata anche l’introduzione della cosiddetta “sanzione al pubblicizzato” che permette di identificare il pubblicizzato quale soggetto al pagamento del canone in solido con l’azienda proprietaria dell’impianto. Tale procedimento ha spinto gli operatori abusivi a corrispondere spontaneamente a Roma Capitale il CIP dovuto (per evitare che tale importo venisse richiesto all’inserzionista) autodenunciando gli impianti installati sul territorio”.
L’accettazione da parte del Servizio Affissioni e Pubblicità del pagamento del CIP dovuto come “indennità” per ognuno degli impianti pubblicitari installati in modo illecito ha dato diritto agli operatori abusivi di vedersi “registrare” ognuno dei medesimi impianti nella nuova Banca Dati con l’assegnazione di un numero di codice identificativo, che è stato poi considerato anche da diversi Corpi di Polizia Municipale come condizione equivalente ad un “titolo autorizzativo”.
Alla pag. 20 della suddetta “Indagine” viene fatta la seguente grave ammissione: “la prassi seguita dall’amministrazione per gli impianti non riconducibili a un titolo autorizzativo è stata quella di considerarli autorizzati di fatto in presenza di alcune condizioni come l’identificazione in Banca Dati”.
Il procedimento della “autodenuncia” consente ad ogni singolo impianto pubblicitario abusivo di rimanere installato “di diritto” sul territorio se non altro per tutto il tempo che non ne viene disposta la dovuta rimozione, a condizione che continui a pagare annualmente la “indennità” dovuta pari al CIP.
Questo meccanismo perverso si è di fatto sostituito alle procedure da seguire per il rilascio dei nuovi titoli, che comportano una “istruttoria” sulla regolarità delle posizioni in cui si vorrebbero installare i nuovi impianti ed il conseguente rischio di un rigetto di tutte le istanze che non rispettano la normativa vigente in materia.
Con questo meccanismo perverso, instaurato dalla fine di marzo del 2009 con le modifiche ed integrazioni che il Consiglio Comunale ha apportato al “Regolamento” con la delibera n. 37/2009, Roma è stata invasa da cartelloni pubblicitari installati in violazione di tutte le distanze minime, comprese quelle in deroga, prescritte non solo dal Codice della Strada e dal suo Regolamento di attuazione ed esecuzione, nonché dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ma addirittura dallo stesso “Regolamento” pur così come modificato ed integrato.
Con questo meccanismo perverso non è dato nemmeno di sapere se alle ditte pubblicitarie responsabili degli impianti installati abusivamente e poi autodenunciati, così come agli inserzionisti che si sono serviti di quegli stessi impianti, venga applicata la sanzione amministrativa di importo compreso tra il valore del CIP dovuto per un impianto regolarmente autorizzato ed il doppio dello stesso CIP: di certo c’è che il procedimento della “autodenuncia” non innesca quanto meno in modo automatico il dovuto procedimento di repressione di ogni impianto denunciato come abusivo dalla stessa ditta che l’ha installato e che comporta non solo l’applicazione della “multa”, ma anche e soprattutto l’oscuramento della pubblicità irregolare e la rimozione di ogni impianto abusivo.
Anonimo 12 luglio 2011 11:30
Questo ottimo articolo dell'architetto Bosi ripercorre le tappe fondamentali della questione cartelloni degli ultimi anni e mostra chiaramente come la mafia cartellonara riesca sempre a trovare le scappatoie per non pagare le multe e sfuggire alle sanzioni. La normativa - che già era carente - è stata appositamente modificata dalla delibera 37 della Giunta Alemanno. E' stato come consegnare la città ad una banda di criminali che fino ad allora aveva agito quasi impunemente.
Alemanno e Bordoni prima o poi dovranno pagare il prezzo politico e giudiziario di quello che hanno fatto.
Anonimo 12 luglio 2011 14:30
Mitico Bosi,
vorremmo la genialità della politica al servizio dei cittadini e non dei magnoni amici loro.
Non è possibile impazzire dietro al ginepraio di leggi e regolamenti che hanno l'unico scopo di creare il marasma dove poi i porci vanno a scrofare.
Politico, la galera è la tua nuova sede
Rodolfo Bosi 12 luglio 2011 14:33
Per completezza di informazione faccio presente che la cosiddetta "sanzione al pubblicizzato", vale a dire la multa anche all'inserzionista, é stata introdotta non solo al 1° comma dell'art. 31 del vigente "Regolamento" comunale, ma anche al 2° comma dell'art. 22 che recita testualmente: "Nel caso di installazione di mezzi pubblicitari o di effettuazione di pubblicità abusiva, ai sensi dell’art. 1 comma 2, è tenuto al pagamento dell’indennità pari al canone oltre alle sanzioni previste dalle vigenti normative, il proprietario del mezzo pubblicitario o colui che dispone a qualsiasi titolo del mezzo attraverso il quale il messaggio pubblicitario viene diffuso. E’ solidalmente obbligato al pagamento dell’indennità il soggetto richiedente la pubblicità e il soggetto che produce o vende la merce o fornisce i servizi oggetto della pubblicità".