Source: https://www.esameavvocatoroma.it/armi-fuoco-la-detenzione-illegale-assorbe-quella-luogo-pubblico/
Timestamp: 2020-02-28 13:04:09+00:00
Document Index: 152391725

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 23', 'art. 15', 'art. 581', 'art. 572', 'art. 605', 'art. 630']

Armi da fuoco: la detenzione illegale assorbe quella in luogo pubblico - Alta Istruzione Forense
Armi da fuoco: la detenzione illegale assorbe quella in luogo pubblico
I delitti di detenzione e porto illegali in luogo pubblico di un’arma comune da sparo non concorrono, rispettivamente, con quelli di detenzione e porto in luogo pubblico della stessa arma clandestina.
Cassazione penale, Sez. Unite, 12/09/2017, n. 41588
L’imputato veniva adito innanzi al GIP in riferimento al delitto di porto in luogo pubblico di arma clandestina e di porto in luogo pubblico di arma comune da sparo; il giudizio, svoltosi nelle forme del rito alternativo abbreviato, vedeva la condanna dell’imputato, condanna poi confermata anche in sede di appello, la quale non ravvisava alcun principio di assorbimento tra le due fattispecie, in quanto risultano essere diversi i beni giuridici protetti dalle norme e gli elementi strutturali delle fattispecie.
La giurisprudenza di legittimità risulta consolidata nell’escludere l’assorbimento dei reati di detenzione e di porto illegali di un’arma comune da sparo, rispettivamente, in quelli di detenzione e porto di arma clandestina. E ciò sottolineando che le fattispecie tutelano beni giuridici differenti: l’art. 14 della L. n. 497 del 1974, soddisfa l’esigenza di porre l’autorità in grado di conoscere con tempestività l’esistenza di armi, i luoghi ove esse si trovano e le persone che le posseggono, mentre l’art. 23 della L. n. 110 del 1975, tutela l’interesse della pubblica amministrazione a che tutte le armi esistenti sul territorio nazionale siano controllate e munite dei prescritti segni di identificazione (Cass. Pen., n. 4862/1988).
Tuttavia, le Sezioni Unite evidenziano la necessità di rimeditare tale soluzione. Nel dettaglio, osservano che l’unico criterio idoneo a dirimere i casi di concorso apparente di norme è da rinvenirsi nel principio di specialità ex art. 15 c.p., mentre sono da ritenersi in contrasto con il principio di legalità i criteri della sussidiarietà e dalla sussunzione (Cass. Pen., n. 47164/2005).
Il principio di specialità consente alla legge speciale di derogare a quella generale, nel caso in cui le diverse disposizioni penali regolino la “stessa materia”. Deve quindi definirsi norma speciale quella che contiene tutti gli elementi costitutivi della norma generale e che presenta uno o più requisiti propri e caratteristici, in funzione specializzante, sicché l’ipotesi di cui alla norma speciale, qualora la stessa mancasse, ricadrebbe nell’ambito operativo della norma generale (Cass. Pen., Sez. Un., n. 1235/2011).
In altre parole, all’applicazione del principio di specialità deve pervenirsi all’esito di un confronto strutturale tra le fattispecie in quanto per “stessa materia” deve intendersi lo stesso fatto tipico nel quale si realizza l’ipotesi di reato, mentre non ha immediata rilevanza il riferimento al bene giuridico tutelato dalle norme incriminatrici.
In applicazione dei richiamati principi, la Corte regolatrice ha rilevato che l’identità di materia si ha sempre nel caso di specialità unilaterale per specificazione; e, parimenti, nel caso di specialità reciproca per specificazione, come nel rapporto tra l’art. 581 c.p. (percosse) e art. 572 c.p. (maltrattamenti in famiglia), ovvero di specialità unilaterale per aggiunta, per es. tra le fattispecie di cui all’art. 605 c.p. (sequestro di persona) e art. 630 c.p. (sequestro di persona a scopo di estorsione). L’identità di materia è, invece, da escludere nella specialità reciproca bilaterale per aggiunta, ove ciascuna delle fattispecie presenta, rispetto all’altra, un elemento aggiuntivo eterogeneo, come nel rapporto tra violenza sessuale e incesto: violenza e minaccia nel primo caso, rapporto di parentela o affinità nel secondo.
Premesso brevemente quanto innanzi, le Sezioni Unite hanno concluso che “non pare revocabile in dubbio che la condotta materiale oggetto delle coppie di reato prese in considerazione – la detenzione di arma comune da sparo rispetto alla detenzione di arma clandestina; il porto illegale in luogo pubblico o aperto al pubblico di arma clandestina – risulta naturalisticamente identica e differisce, unicamente, per il dato relativo alla clandestinità dell’arma oggetto di detenzione ovvero di porto. (…) resta impregiudicata la possibilità di ritenere sussistente, in concreto, il concorso fra diversi reati citati, qualora l’agente ponga in essere una pluralità di condotte, nell’ambito di una progressione criminosa, nella quale alla detenzione ed al porto illegali di un’arma comune da sparo faccia seguito la fisica alterazione della medesima arma, che venga resa clandestina in un secondo momento”.
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