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Timestamp: 2019-01-17 02:15:03+00:00
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PENSIERO N. 19
SE UN PAPA POSSA MAI INCORRERE
NEL DELITTO FORMALE DI ERESIA (NO).
POSSA USCIRE DALLA
CRISI DI DE-DOGMATIZZAZIONE
CHE LA AFFLIGGE
1. Premessa. 2. Collocazione storico-teologica dell’argomento. 3. Alcune distinzioni preliminari. 4. Le quattro condizioni perché si compia un delitto o peccato d’eresia. 5. ‘Pienezza di deliberazione’, o Quarta condizione, e pienezza di forma di un magistero papale. 6. Una prima conclusione. 7. La Quarta condizione per compiere un delitto d’eresia e l’ipotesi di un Papa che non voglia in alcun modo esercitare il munus docendi al grado dogmatico. 8. La volontà di un Papa di governare la Chiesa solo pastoralmente invece che dogmaticamente è vincibile resistendogli e scongiurandolo di compiere un’Ordalia. 9. Come resistere a un ordine che non c'è, ovvero al delitto di omissione di esercizio del proprio munus docendi al massimo grado da parte di un Papa. 10. La Chiesa, salvata dall’impossibile delitto di eresia di un Papa, va però anche sottratta dai sempre possibili suoi peccati di omissione. Da qui la necessità di un’Ordalia.
12 marzo 2015. Vorrei proporre qui brevemente una teorica per la quale – malgrado voci contrarie anche molto autorevoli, cioè anche di Papi, che qui comunque si vedremo – si possa appurare anche con le certezze della logica filosofica la veridicità delle celebri affermazioni dogmatiche del concilio Vaticano I, per le quali non solo un Papa mai è caduto in un formale delitto d’eresia, ma neanche potrebbe mai cadervi enunciandone formalmente una. Insomma: stanti quelle affermazioni dogmatiche, qui si vedrà che anche la filosofia garantisce che nessun Papa possa mai esser caduto, né mai cadrà, in un delitto formale di eresia.
È noto cosa afferma quel concilio nella Cost. dogm. Pastor Æternus, Cap. 4, Denz 3070: « Hanc sancti Petri Sedem ab omni semper errore illibatam permanere » (“Questa Sede di Pietro rimane sempre immune da errore”) e Denz 3071: « …Hoc veritatis et fidei numquam deficientis charisma… » (“…questo carisma di verità e di fede, giammai defettibile…”): la Sede di Pietro è nei secoli Sede sempre perfettamente immune da errore e il suo carisma di verità e di fede è e rimane, nei secoli, indefettibile.
Questa verità dogmatica stabilita dalla Pastor Æternus è una verità de fide ecclesiastica, stabilita cioè dalla Chiesa, e ad essa è d’obbligo corrispondere con obbedienza analoga, cioè con un’obbedienza de fide ecclesiastica, v. Bernard Bartmann, Manuale di teologia dogmatica, Versione italiana dall’ottava versione tedesca a cura di Natale Bussi, Edizioni Paoline, Alba 1952, p. 63): « ‘Fides ecclesiastica’ è l’assenso con cui aderiamo al giudizio infallibile della Chiesa sulle verità che sono connesse con le verità rivelate. La ‘ragione formale’ di quest’‘assenso’ è quindi l’infallibilità della Chiesa » (per una più completa illustrazione della cosa, v. Art.15, § 5, da: « Come si configura... »).
Questa conclusione è la sola a permettere di far uscire la Chiesa dalla sua crisi attuale, essendo essa – come spiego ampiamente in Il domani – terribile o radioso? – del dogma (pro manuscripto, Milano 2013, pp. 21-4), in La Chiesa ribaltata (Gondolin, Verona 2014, pp. 17-8) e negli articoli precedenti (d’ora in poi Art.15 e Art.18) – una crisi, appunto, ancora e proprio formale, tanto da poterla chiamare, come già l’ho chiamata, “La Grande Guerra delle Forme”, o “Guerra delle due Forme”, essendo la forma di un ente “id quod est” quell’ente, cioè, aristotelicamente e tomisticamente, essendo la forma di un ente il primo atto di un ente per essere un ente, anzi per essere un ente proprio “quell’ente lì”.
Essendo la crisi della Chiesa una crisi di forma, essa va risolta nella forma, come già suggerito nei precedenti scritti e articoli, e come in ogni caso ancora si vedrà qui nelle pagine finali.
A queste conclusioni, come colà abbondantemente illustrato, si può giungere se si analizza il problema, dunque, non da un punto di vista storico, o teologico, o ermeneutico, ma filosofico, anzi gnoseologico, e specificamente di gnoseologia estetica.
2. COLLOCAZIONE STORICO-TEOLOGICA DELL’ARGOMENTO.
La tesi di un Papa eretico, ossia di un Papa che, come comunemente si esprime la teologia, è manifestamente eretico nel suo magistero pubblico e universale, è stata sempre trattata da Padri e Dottori come ipotesi di scuola, come cioè opinione certamente possibile ma nei fatti altamente improbabile. Essa è quasi sempre stata trattata in connessione con la conseguente questione di una possibile decadenza del Papa – nel caso – dal suo altissimo officio.
Nel 1140 il Decreto di Graziano, con la nota sentenza: « Prima Sedes a nemine iudicabitur » (“La Prima Sede non può essere giudicata da nessuno”) stabiliva anche giuridicamente la superiorità autoritativa del Papa su ogni altro tribunale. Con un’eccezione: il delitto d’eresia compiuto da un Papa. Il che significava che era comune sentire che pure un Papa potesse cadere in quel delitto. « Da allora – nota lo storico della Chiesa Roberto de Mattei in Vicario di Cristo, Fede & Cultura, Verona 2013, p. 121 –, pressoché nessun teologo è arrivato a negare la possibilità, in tesi, di un Papa eretico, anche se, soprattutto a partire dal XVI secolo, la tendenza è stata di considerarla improbabile di fatto ».
Papa Innocenzo III (1161-12169), che de Mattei fa notare essere vissuto nel momento acme della potenza del Papato, citato dal cardinale Billot nel suo De Ecclesia Christi, p. 610, afferma: « La fede mi è tanto necessaria che, avendo Dio come mio unico giudice in altri peccati, potrei comunque venir giudicato dalla Chiesa per i peccati che potrei commettere in materia di fede » (Sermo II in Consacratione Pontificis, PL., 217, col. 656). Provvidenzialmente, il Papa non entra nel merito di come dovrebbe espletarsi concretamente il giudizio della Chiesa su suoi eventuali peccati in materia di fede, lasciando che il suo pensiero paia più una santa confessione di umiltà che non un vero progetto giuridico, se pur in abbozzo.
Ma il Suarez (1548-1617), nel suo De Fide, Disputa X, sez. VI, n. 11, p. 319, sostiene invece che dopo la sua elezione un Papa non può cadere in eresia, dunque per lui è escluso a priori ogni possibile giudizio di ereticità di un Papa.
Non la pensa allo stesso modo Papa Paolo IV Gian Pietro Carafa, che nella sua celebre Bolla Cum ex apostolato officio, perentorio afferma: « Noi, riteniamo […] che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito ». Il Papa che aveva saputo consigliare a Papa Paolo III l’istituzione dell’Inquisizione Romana non chiarisce però nella sua Bolla né come né da chi un Papa possa essere mai « riconosciuto deviato dalla fede » ed egualmente lascia nel buio sia come, sia da chi poi un Papa « possa essere redarguito ».
San Roberto Bellarmino (1542-1621), in De Romano Pontifice (Lib. II, cap. 30), parrebbe sostenere tesi analoga: « Un Papa che sia eretico manifesto, per quel fatto cessa di essere Papa e Capo [della Chiesa], poiché a causa di ciò cessa automaticamente di essere Papa e di comandare, così come cessa automaticamente di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione ».
Però, riguardo alla resistenza da opporre a un Papa eretico, il celebre teologo aveva appena affermato (cap. 29): « Com’è lecito resistere a un Papa che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime o perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tenta di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina e impedendo l’esecuzione della sua volontà: non è però lecito giudicarlo, punirlo e deporlo, poiché questi atti sono propri di un superiore ».
In realtà, la prima citazione non va presa come fosse espressione del pensiero del Santo, ma, come chiarito dalle parole appena seguenti, « Questo è il giudizio di tutti gli antichi… », come sua sintesi del pensiero della teologia ecclesiastica precedente, da cui l’esimio cardinale gesuita ritiene doversi necessariamente discostare, proprio per l’argomento invincibile che leggiamo nella sua seconda espressione.
Dunque nella prima sentenza è riassunto il pensiero della più parte dei teologi medievali ed è affermata la decadenza dal Trono pontificio addirittura “in automatico”. Ma Bellarmino dimostra seccamente l’impossibilità logica, tecnica e giuridica della sentenza medievale, fosse pure maggioritaria e poggiante su autorità quali quelle viste, e, da quel grande teologo che è, distingue due azioni che fino ad allora forse non erano state sufficientemente differenziate: tanto come infatti è lecito e anzi doveroso « resistere a un Papa » (si vedrà più avanti la sentenza di san Tommaso), perché ciò non implica un (impossibile) giudizio sulla persona, ma solo un anche doveroso giudizio sull’atto, che è giudizio di realtà, così è invece del tutto impossibile « giudicarlo, punirlo e deporlo », un Papa, perché questi sono senza appello tutti « atti propri di un superiore », e il Papa di superiori non ne ha punto.
Quest’ultima considerazione, che manifesta necessario che un tribunale, una qualsivoglia autorità, per giudicare, punire e deporre un Papa debba essergli superiore, è logica, e insuperabile: sulla terra non c’è nessuna autorità superiore al Papa – e nemmeno uguale, con buona pace dei conciliaristi –, e dire che lo è Gesù Cristo è dire un errore, perché se è vero che lo è, ciò è nei Cieli, non sulla terra, perché sulla terra il Papa è tale in quanto possiede appunto l’autorità vicaria di Gesù Cristo, e più di così non si può. Ciò significa che anche la sentenza di Graziano vista sopra, che sostiene che un delitto d’eresia è un’eccezione alla non giudicabilità di un Papa, così come la Bolla di Papa Paolo IV, che ritiene che un Papa « riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito », non hanno basi logiche e giuridiche per reggersi.
Ma, per restare alle due sentenze invincibilmente oppositive considerate dal Bellarmino, se si dimostra che un Papa giammai può compiere un delitto d’eresia, che ci sia o non ci sia opposizione non ha più alcuna importanza. Resta però che anche il Bellarmino, oltre Papa Carafa, raccoglie la possibilità, se pur come ipotesi di scuola, di un Papa eretico.
Durante il Vaticano I, per poter dimostrare la verità del dogma de fide ecclesiastica dell’infallibilità e indefettibilità pontificie, furono sciorinati e analizzati in feroci discussioni tutti i possibili casi di Papi incorsi in eresia, e il concilio venne alla felice conclusione – preliminare alla definizione di infallibilità e indefettibilità papali – che mai nessun Papa era caduto in errore e tantomeno nel peccato di eresia nell’esercizio del suo magistero dogmatico, e che tutti i casi notoriamente riscontrati, p. es. san Liberio (352-66), o Vigilio (537-55), od Onorio I (625-38), o Pasquale II (1099-118), o Giovanni XXII (1316-34), ognuno per diversi ma sempre ben solidi motivi, non avrebbero potuto intaccare la formulazione che Papa Mastai si apprestava a definire.
Qualcuno fa notare che al momento della votazione più di sessanta vescovi si allontanarono dall’aula, non sentendosela di dissentire al cospetto del Papa. Ma la speciale assistenza dello Spirito Santo, che garantisce assolutamente la verità delle definizioni dogmatiche anche solo di grado ecclesiastico – come è questa della Pastor Æternus – utilizza ogni mezzo per permettere che la definizione giusta si concreti, ma sempre con la caratteristica, a mio avviso rivelatoria della sua eminente presenza, della virtù dell’umiltà: qui l’umiltà di quei vescovi di sapersi ritirare, così castigando la propria opinione contraria, pur di non dispiacere al Sommo Pastore. L’umiltà però sarebbe stata piena, da parte loro, se avessero piegato la loro volontà e il loro intelletto fino a controfirmare obbedienti il santo decreto papale. Ci accontentiamo: per dei vescovi gallicani l’uscita dall’altissimo consesso fu già molto.
Per tornare a noi: hanno dunque ragione i grandi teologi sunnominati, che onorano la Chiesa dei loro studi, o hanno ragione il beato Papa Pio IX e il dogma inscritto nella Pastor Æternus? Ovviamente, un dogma non può essere smentito. Qui sarà anzi rafforzato, e sarà rafforzata anche la ragione di quei giustamente celebri teologi che la Chiesa tiene a riferimento, perché la tesi che suggerisco in queste pagine si avvale proprio delle cadute di quei Papi ricordate dai vescovi fallibilisti: esse non furono mai cadute formali. Furono, in alcuni casi, cadute, furono cioè, a volte, manifeste e temerarie deviazioni dalla retta fede, ma sempre e comunque strettamente limitate a quegli ambiti magisteriali in cui il carisma papale non viene mai impegnato al massimo livello, quel livello che appunto lo fa “sacro carisma papale”.
3. ALCUNE DISTINZIONI PRELIMINARI.
Distinguiamo per prima cosa l’‘eresia’ dal ‘delitto o peccato d’eresia’: son due cose ortogonalmente diverse, come ortogonalmente diverso è il piano su cui si muove la ragione da quello su cui si muove la volontà, quello su cui si muove la teoresi e quello su cui si muove la prassi, il pensiero o l’atto.
L’‘eresia’, in se stessa, è una dottrina che contraddice direttamente una verità rivelata, un dogma, e che come dottrina viene proposta da un qualche Pastore della Chiesa, anche dal più alto, ai propri fedeli. Il ‘delitto d’eresia’ è invece l’atto concreto attraverso la cui manifestazione viene poi espressa e concretata l’eresia.
Un’‘espressione eretica’, in sé, dunque, è cosa diversa dal ‘compiere formalmente un atto di eresia’. Qui si vedrà ciò che distingue formalmente le due cose. Infatti il peccato di eresia, come tutti i peccati, per essere riconosciuto formalmente tale deve rispettare alcuni requisiti oggettivi.
Va ricordato che il delitto d’eresia è atto che rompe l’unità della Chiesa. La Chiesa infatti non ammette in sé alcuna contraddizione: quella di essere ‘una’ è la prima nota della sua essenza: ‘una’ è la sua dottrina come ‘una’ è la sua fede e ‘una’ l’autorità o bocca che la pronuncia e afferma.
Anche sul delitto d’eresia va fatta una distinzione: esso può restare in foro privato, oppure allargarsi al foro esterno. Se un discorso, un’intervista o un documento del Papa vengono pubblicati negli Acta Apostolicæ Sedis, essi sono riconosciuti come suo magistero “autentico”; diversamente, essi sono solo suo magistero privato, senza rilevanza formale. Qui saranno considerati solo quegli atti magisteriali di un Papa appartenenti alla prima categoria, ossia pubblicati sugli AAS.
4. LE QUATTRO CONDIZIONI PERCHÉ SI COMPIA
UN DELITTO O PECCATO D’ERESIA.
Il delitto consiste nel contraddire direttamente la dottrina rivelata da Dio e proclamata dalla Chiesa. Esso si realizza formalmente non quando il soggetto lo elabora, come detto, solo interiormente, ma allorché lo enuncia pubblicamente (Prima condizione). Tale manifestazione esterna può esprimersi in diversi modi, con segni, scritti, parole o azioni, purché, per la sua evidente ostinazione o pertinacia (Seconda condizione), risulti sufficientemente che si tratta di una adesione piena del soggetto al concetto espresso (Terza condizione), e di adesione pienamente deliberata (Quarta condizione) all’enunciato voluto.
Qui va precisato che, allorché il delitto di eresia di un Papa rimane in foro privato, ossia non è pubblicato sugli AAS, per essere considerato tale richiede comunque la reiterazione od ostinazione del pensiero antidogmatico, o eretico, e richiede pure l’adesione e la piena deliberazione del soggetto, cosa, questa, che coinvolge tutte le sue facoltà inerenti intelletto e volontà, affinché consenso e assenso concordino – almeno privatamente, e persino almeno in quanto pensiero mentale – nel porre in essere, nel concretare l’atto.
Detto ciò, tornando alla manifestazione pubblica del peccato di eresia, si può dire che, nel caso si possano oggettivamente riscontrare tutte e quattro le sopraddette condizioni, e solo in tal caso, il delitto d’eresia può (anzi deve) dirsi e giudicarsi per quello che è: un peccato di eresia formale.
Dunque tutte quelle pubbliche parole di un Papa che, anche se in sé fossero ereticali, non sono riportate sugli Acta Apostolicæ Sedis, non costituiscono ancora un delitto d’eresia, perché non soddisfano la Prima condizione. Possono essere anche reiterate, e soddisfare per questo la Seconda condizione, quella dell’ostinazione, ma se non sono formalmente pubbliche, non possono venir considerate altro che parole private: temerarie forse, e pericolose, persino ereticali, ma private.
La Seconda condizione è quella che nella storia si è dimostrata la meno perseguita: a volte è successo che qualche Papa sia giunto a insegnare o ad avallare o a condividere una dottrina pericolosa, o eretica, ma sempre in limiti di tempo cui subentrò un ripensamento, una anche drammatica correzione di rotta, che in extremis veniva a salvare la Barca di Pietro dal più rovinoso rovesciamento.
Ecco perché, p. es., è da sempre certo che Papa san Liberio (352-66; a lui si deve, tra l’altro, la Basilica Liberiana, oggi S. Maria Maggiore; morì in fama di santità e fu molto venerato dai Padri della Chiesa, uno per tutti sant’Ambrogio) non commise delitti formali d’eresia: a parte infatti che è tutto da dimostrare che abbia sottoscritto e firmato una qualche formula apertamente eretica, giacché non è stato mai trovato alcun documento autografo che comprovasse un suo cedimento in tal senso, di sicuro mai pretese che tale formula fosse riconosciuta dalla Chiesa universale, e ciò costituisce già un primo elemento per depotenziare la grave accusa che gli si farebbe di semiarianesimo, perché sappiamo che una delle quattro condizioni normative perché un pronunciamento papale implichi il carisma petrino (da non confondere con le quattro condizioni sopra viste per avere un delitto di eresia) è la sua universalità (come si sa, le altre tre sono: manifestare chiaramente la volontà di definire e di obbligare a credere, nella pienezza della propria autorità pontificia, esclusivamente in fide et moribus). Ma specialmente, liberato dalle pesanti angherie cui era stato sottoposto nell’esilio in Tracia dall’imperatore di fede ariana Costanzo, esilio dove si dice, ma, appunto, senza alcuna prova autografa, avesse sottoscritto un documento ereticale, tornato a Roma Papa Liberio confermò con forza la dottrina trinitaria (atanasiana), rendendo così ancor più inconsistente – nel caso – pure la Seconda condizione di pertinacia od ostinazione.
Così pure Papa Giovanni XXII (1316-34; a lui si deve la prima organizzazione della Curia romana, e a lui ancora l’istituzione del primo Tribunale ecclesiastico) non passò nel delitto formale di eresia perché, se è pur vero che insistette in ben tre sermoni pronunciati nella cattedrale di Avignone (dove allora era stata spostata la Sede di Pietro) su una dottrina di certo erronea come quella che sosteneva che le anime accederebbero alla visione beatifica solo dopo la resurrezione della carne, cioè non immediatamente dopo il loro giudizio particolare, ma solo dopo il Giudizio universale, è vero altresì che non solo in punto di morte volle affermare che in ciò si era pronunciato non universalmente, come Papa, ma solo come teologo privato, ma anche ritrattò per iscritto l’errata dottrina, così cancellando anch’egli, oltre alla Prima, della professione pubblica, anche la Seconda condizione, quella della perseveranza.
Si potrebbe continuare anche per gli altri Papi che incorsero in anche gravi abbagli, come di certo vi incorse il molto tribolato, perseguitato, ma anche sfortunato Papa Vigilio con le drammatiche e ingarbugliatissime vicende intorno ai “Tre Capitoli”, ma non è la sede: qui è sufficiente rilevare che gli storici e i teologi cattolici avranno sempre modo di appurare con gli strumenti delle loro discipline che il dogma dell’infallibilità papale mai è stato contraddetto dalla storia, fatto che è la prima qualità che si richiede a un dogma.
Come si vede, le quattro condizioni per cadere in un delitto d’eresia non sono in nulla superflue, ma rafforzano la difficoltà oggettiva di vedere un Papa cadere in un delitto così grave.
In quanto alla Terza condizione – ‘adesione sicura ed evidente al concetto espresso’ –, un’insistita reiterazione la convaliderà senz’altro, ma l’espressione del concetto dev’essere anche formalmente netta, chiara, non casuale, ma richiamata con piena evidenza. (Anche questa condizione fa difficoltà a chi voglia vedere una caduta in Papa Liberio, e ciò potrebbe valere anche per altri Papi, cui si potrebbe applicare la stessa condizione di ereticità applicata a costoro.)
Vediamo ora da vicino cosa significa il “pienamente deliberata” della Quarta condizione.
‘Deliberare’ è quell’atto di volontà tipicamente giudiziale – il vescovo è un giudice, e il Papa, vescovo di Roma, ma con giurisdizione universale, è il giudice universale – con cui il Sommo Pontefice decide, dispone, stabilisce qualcosa, dalla pubblicazione di una Esortazione Apostolica alla convocazione di un Concistoro, dall’ordine del giorno dei lavori di un Concilio al pronunciamento solenne, universale e infallibile di un certo enunciato con cui vuole dogmaticamente definire (questo il verbo dell’infallibilità) una certa verità.
Un giudice (o un vescovo, o un Papa) delibera una sentenza con la ‘massima pienezza di deliberazione’ possibile a quella sentenza, o massima ‘entelechia’ di quella sentenza, la quale sarà sempre la ‘massima pienezza di deliberazione possibile’ – tale l’‘entelechia’ – per ogni soggetto deliberante (un giudice, un vescovo, un Papa) e per ogni oggetto deliberato (un atto di notifica giudiziale, un Motu proprio), anche se per ciascuno di essi quel ‘massimo’ di deliberazione potrà avere un grado diverso, per cui la sentenza di un giudice di Corte d’Assise sarà inferiore a quella di un giudice di Corte di Cassazione e il munus docendi di un Motu proprio lo sarà di una sentenza ex cathedra: la prima, esposta in un magistero ordinario mere ‘autentico’, è sviluppata nell’ambito di un magistero pastorale; la seconda, esposta in un magistero straordinario, nel dogmatico.
‘Pienamente deliberata’ è allora quell’adesione che si intende stabilita per ogni soggetto – giudice, vescovo o Papa che sia – con il massimo grado di deliberazione possibile a quel soggetto lì, o entelechia di deliberazione a lui propria, che si espleterà in una sentenza di tribunale per il giudice, in un giudizio sulla fede per il vescovo (v. Denz. 761), in una anche infallibile e indefettibile definizione dogmatica per il Papa, necessarie ciascuna all’enunciazione pubblica di un certo asserto in un certo ambito: statale per il giudice, diocesano per il vescovo, universale per il Papa.
Per un vescovo il ‘grado massimo di insegnamento’, o entelechia, è quello dato dal suo ministero pastorale ‘autentico’, e dunque, per un vescovo, il delitto d’eresia può dirsi formale allorché un suo giudizio in fide et moribus è espresso pubblicamente (Prima condizione), insistentemente (Seconda), con evidente adesione (Terza) e pienamente deliberato (Quarta), attraverso quegli atti pastorali ‘autentici’ del suo ministero, cui dà la sua piena deliberazione semplicemente svolgendo la propria attività pastorale.
Dunque un vescovo può cadere in un delitto formale d’eresia, perché per cadervi è sufficiente il grado pastorale di ministero detto ‘autentico’, o appunto ‘pastorale’, grado privo della garanzia di infallibilità offerta unicamente dal carisma papale quando questi parla ex cathedra: il vescovo non ha una sede magisteriale da cui possa enunciare infallibilmente una nuova verità, giacché il suo insegnamento è riconosciuto infallibile solo allorché richiama una verità già universalmente riconosciuta dalla Chiesa, oppure è unito al Papa nell’enunciazione di un dogma promulgato in un concilio ecumenico formalmente dogmatico indetto dal Sommo Pontefice.
Nel caso del Papa la deliberazione massima è posta invece nella volontà di definire una qualche verità di fede o di morale nel supremo magistero straordinario di un pronunciamento ex cathedra, e qui, in tale carismatica entelechia – ‘grado massimo di sviluppo dell’insegnamento magisteriale’ in questo caso superiore a ogni altro, fosse pure quello di un concilio, e grado tutto ed esclusivamente papale, perché è il Papa che dà a ogni singolo vescovo e al collegio dei vescovi riuniti intorno a lui in un concilio il carisma di infallibilità che essi poi, individualmente o collegialmente che sia, possono esibire –, cioè nel Papa, e solo nel Papa, troviamo ancora una volta la salvezza estrema della Chiesa: troviamo ciò che per un Papa costituisce lo sbarramento assoluto, il kathécon invalicabile, perché egli possa o non possa commettere un delitto formale di eresia.
5. ‘PIENEZZA DI DELIBERAZIONE’, O QUARTA CONDIZIONE,
E PIENEZZA DI FORMA DI UN MAGISTERO PAPALE.
Il grado massimo con cui un Papa – non un semplice vescovo, ma un Papa – deve “pienamente deliberare” la promulgazione di un qualsiasi pubblico enunciato (Quarta condizione), ossia deliberare con tutta la pienezza che gli è consentita dal ruolo la definizione di un concetto anche eretico, non può essere che la forza di definizione di quel concetto attraverso quella forma del suo magistero che è specifica e unica di Papa, il supremo e straordinario magistero ex cathedra, giacché questo e solo questo è il grado di magistero con cui un Papa e solo un Papa può esprimere in tutta la pienezza deliberativa, come richiesto dalla definizione di un delitto di eresia, un suo pubblico enunciato definitorio: qualsiasi altro grado del suo magistero, pur pubblico (Prima condizione), pur reiterato (Seconda condizione), e pur espresso in evidente adesione di coscienza (Terza condizione), non soddisfa in pienezza la sua deliberazione (Quarta condizione) come la soddisfa solo il supremo, straordinario e dogmatico magistero ex cathedra.
Un’enunciazione magisteriale ex cathedra, però, non potrà mai essere eretica, perché essa ha la speciale assistenza dello Spirito Santo, che a tale grado di magistero garantisce l’infallibilità e l’indefettibilità assolute di tale percorso enunciativo. Certo, lo Spirito Santo non violenta la libertà dell’uomo in nessun caso, dunque neanche nel caso di un Papa perverso, ma disporrà che si creino le condizioni che porteranno certamente, per la promessa di infallibilità e indefettibilità assolute da Lui stesso in Gesù Cristo garantite, al trionfo della verità e allo schiacciamento dell’errore e dell’eresia, come avvenne per l’errore del “conciliarismo” nei due concili dogmatici di Basilea e Vaticano I.
Se tali due concili fossero stati aperti nella forma pastorale con cui fu aperto il concilio Vaticano II, certamente, come appunto certamente non la ebbe il Vaticano II, non avrebbero ricevuto la speciale assistenza dello Spirito Santo che invece ebbero, per la quale assoluta certezza di speciale assistenza fu loro permessa la promulgazione ex cathedra delle verità infallibili ivi proclamate.
Dunque la Quarta condizione, necessaria a che venga compiuto un delitto formale d’eresia, non potrà mai e in nessun modo essere soddisfatta da un Papa: quando un Papa non parla ex cathedra essa non è soddisfatta perché il Papa non raggiunge la pienezza deliberativa necessaria alla sua soddisfazione, e d’altronde quando invece il Papa parla ex cathedra essa, raggiunta finalmente la propria pienezza deliberativa, o entelechia, non può essere soddisfatta perché con quello speciale carisma pontificale il Papa è di per sé infallibile e indefettibile: può esprimere solo purissime e cristalline verità, non può esprimere giammai alcuna eresia.
Infatti, come si vede, le condizioni per compiere il delitto formale di eresia da parte di un Papa sono uguali a quelle di chiunque altro, p. es. di un vescovo, ma cambiano le condizioni di regime dell’atto pubblico, che per il Papa, riguardo alla Quarta condizione – quella della “pienezza di deliberazione” di definire, stabilire, decretare qualcosa –, si allargano alla forma dell’infallibilità di pronunciamento del magistero ex cathedra, forma preclusa a ogni altro Pastore, singolo o unito a un concilio che sia, e questo anche universale (e a maggior ragione preclusa a ogni presbitero o semplice fedele).
La forma deliberativa dogmatica è assicurata unicamente al Papa (o a un concilio se a lui unito o da lui voluto), e, così come ciò costituisce per lui una doverosa possibilità allorché egli veda necessario definire una significativa e sacrosanta verità in tutta la sua certezza, come fu il caso della verità dell’Assunzione della Vergine, così pure costituisce per lui un eguale dovere allorché, se in lui si annidasse una perversione di fede, egli volesse diffondere per la cristianità una dottrina, in fide et moribus, che sia in odore di eresia, o, come si diceva una volta, che sia quantomeno temeraria.
In entrambi i casi, infatti, il Trono più alto sarebbe chiamato a dirimere ogni timore esercitando il suo magistero in tutta la pienezza della sua forma, che è la forma dogmatica.
6. UNA PRIMA CONCLUSIONE.
Questa teorica preserverebbe la Chiesa e lo stesso Papa dall’onta di macchiarsi formalmente, che è a dire realmente, del delitto di un’enunciazione eretica espressa appunto dal Sommo Pastore, cosa che, se pur possibile, ma non lo è punto, ribalterebbe la Chiesa e la trasformerebbe in altro da sé. Inoltre permetterebbe ai fedeli di non cadere, trascinati dall’angoscia e da valutazioni affrettate, in esiti forse anche ereticali, come quello sedevacantista, o simili.
Essa rafforza di argomenti razionali e oggettivi il dogma dell’infallibilità così come enunciato nella Pastor Æternus, e altresì rafforza la convinzione che nessun Papa è mai caduto nel delitto d’eresia, perché nessun Papa – anche avesse mai espletato tutte le altre tre condizioni –, ha mai deliberato di enunciare una dottrina men che vera e santa al massimo grado consentitogli dal suo altissimo ufficio.
7. LA QUARTA CONDIZIONE PER COMPIERE UN DELITTO D’ERESIA
E L’IPOTESI DI UN PAPA CHE NON VOGLIA IN ALCUN MODO
ESERCITARE IL MUNUS DOCENDI AL GRADO DOGMATICO.
Questo percorso però non preclude a un Papa di enunciare, come visto all’inizio, un’eresia non deliberata pienamente – che dunque non sarebbe ancora un ‘delitto formale d’eresia’ –, cosa che potrebbe avvenire solo se egli insistesse, sub luce maligna, in enunciazioni eterodosse espresse a livelli di magistero non direttamente dogmatici, quali quelle esposte nei secoli pregressi da qualcuno dei Papi sopravisti e in altre simili, conformandosi così alla Seconda e alla Terza condizione, ma, volutamente e perversamente, non alla Quarta.
Abbiamo visto all’inizio come un Papa possa giungere persino, in una Bolla pontificia, a enunciare i concetti per i quali un Vicario di Cristo possa essere « riconosciuto deviato dalla fede » e, dopo tale riconoscimento, « possa essere redarguito », e abbiamo visto come anche un teologo dello spessore di san Roberto Bellarmino consideri possibile, almeno in linea di principio, l’ipotesi di « un Papa […] che aggredisce le anime o perturba l’ordine civile, o, soprattutto, che tenta di distruggere la Chiesa ».
Anche un Papa, infatti, potrebbe pervenire alle conclusioni teoretiche qui esposte. Un Papa che, come mostro in La Chiesa ribaltata, p. 256, voglia inoculare nella Chiesa verità non evangeliche come dovrebbero, non si sentirebbe vincolato moralmente dalla verità in fide et moribus, né dall’insegnare con precisione la verità anche allorché utilizzi gradi “pastorali” (vescovili), che non obbligano come obbliga il dogmatico, se non moralmente: né il Pastore a coerire col dogma nel proprio insegnamento, né i fedeli a obbedirgli nel seguirlo, se non col “silenzioso ossequio”. Un Papa potrebbe così utilizzare sistematicamente il virtuale “non possumus” che il non espletamento della Quarta condizione gli garantirebbe per poter portare nella Chiesa tutte le dottrine non perfettamente in linea con la verità evangelica che ritenesse utili ai suoi disegni, magari ammantate di intenzioni benevolissime e sommamente misericordiose.
Non che il vincolo morale sia cosa da poco – cadere in peccato mortale per non rispettare il dogma non solo porta all’Inferno i fedeli che ciò fanno, ma anche i Pastori che ciò insegnano –, ma il timore del peccato non potrà mai dare quella certezza di essere e di restare nella verità che per giuramento divino invece dà solo il vincolo di infallibilità del dogma.
Il delitto di eresia tocca non solo la fede, ma anche i costumi, che è a dire in primis la liturgia e la prassi dei Sacramenti, e le condizioni che inquadrano l’eventuale peccaminosità di un’espressione papale riguardo alla fede deve potersi estendere validamente alle analoghe sue espressioni riguardanti le leggi che regolano p. es. l’ambito liturgico, sacramentale e morale.
Può forse sostenersi che tali ipotetiche espressioni papali non saranno un delitto d’eresia perché, non soddisfacendo la Quarta condizione, non toccano l’infallibilità?
A mio avviso sì, può e deve sostenersi, poiché tutto l’intendimento dell’attuale regime “pastorale”, che, come nota mons. Gherardini in Vaticano II. Un concilio mancato, Lindau 2011, p. 27, non si sa bene di che pastoralità sia, consiste nel riuscire a restare rigorosamente sottotraccia, ossia a dire e non dire, a rivoluzionare de facto le cose tenendole de voce in linea con la Tradizione (e, fa notare Gherardini, senza mai dimostrarne peraltro, Sacre Scritture alla mano, la tanto asserita continuità), e ciò però può farsi solo muovendosi in uno spazio dove il gioco tra uscio e battente, legge e antilegge, dogma ed eresia, comando divino e suo aggiramento, è davvero ridotto al minimo: in sotterfugi verbali, in equivocità linguistiche, come dimostra Romano Amerio in celebri pagine del suo Iota unum.
Dunque, nel caso malaugurato, ma in linea di principio teoreticamente giudicato non impossibile anche da esimi teologi e persino da Papi dei secoli aurei della Chiesa, che un Papa perverso voglia giungere a ordinare ai suoi inferiori – e, in costoro, provvidenzialmente, anche a pastori buoni – atti intrinsecamente malvagi dipendenti da una teorica perversa, temeraria se non anche ereticale, egli sarà di certo ben accorto, non userà di certo mezzi grossolani: p. es. si guarderà bene dal toccare direttamente la dottrina. Direttamente, dico, perché indirettamente la dottrina sarà comunque e sempre toccata anche dall’atto pratico, giacché ogni atto è determinato da una precisa dottrina, da un preciso pensiero, scostandosi da un altro atto consimile in quanto se ne scosta il pensiero che questo determina: non c’è atto che non sia determinato da un pensiero che lo produce.
E in quanto ogni atto soggiace a un pensiero, come quel pensiero che lo determina anche ogni atto soggiace al giudizio di bene e di male, quel giudizio cui spesso si vuole sfuggire allorché ci si cerca di difendere sostenendo di non voler in alcun modo toccare la dottrina.
Dunque, per quanto un Papa perverso possa in tutti i modi cercare di sostenere di non toccare la dottrina, sempre la toccherà, e sarà sempre necessario fargli dunque presente di non cadere nel volontarismo, noto errore in fide, oltre che nell’errore specifico in cui magari sta cadendo in moribus.
In realtà, nel percorso che io propongo a partire da Il domani del dogma, è proprio questo ciò che auspico, avendo dimostrato che la crisi formale che sta attraversando la Chiesa a partire dal Vaticano II, che per la sua virulenza andrebbe chiamata “Grande Guerra delle Forme”, o “Guerra delle due Forme”, intendendo riferirsi alle due forme di magistero, la pastorale e fallibile e la dogmatica e infallibile, è crisi di linguaggio: io auspico che nella Chiesa un qualche atto del Papa, se perverso, specie poi se interessante questioni morali come dare o non dare la comunione ai conviventi e ai divorziati risposati, scuota i pastori buoni dalla loro sonnolenza, dal loro carcere ipnotico, tanto da sollecitarli a intraprendere con decisione il ribaltamento della strada alla de-dogmatizzazione in atto, cercando in tutti i modi consentiti dalla legge della resistenza segnalata anche da san Tommaso in S. Th. II-II, 33, 4 ad 2, di sollecitare il Papa a spingersi a dogmatizzare, se ci riesce, ciò che ritiene pur lecito insegnare nella forma non dogmatica del suo magistero.
8. LA VOLONTÀ DI UN PAPA DI GOVERNARE LA CHIESA SOLO PASTORALMENTE INVECE CHE DOGMATICAMENTE È VINCIBILE RESISTENDOGLI E SCONGIURANDOLO DI COMPIERE UN’ORDALIA.
Però, come visto, nessuno può mai costringere un Papa a una qualsivoglia azione, fosse pure ritenuta oggettivamente indispensabile, cioè intrinsecamente buona e doverosa, p. es. deliberare una certa dottrina in fide et moribus impegnando la pienezza della deliberazione, o massima entelechia.
Nessuno può costringere, dunque, ma ci sono momenti della storia in cui un Papa, tralasciando di esporre dogmaticamente una dottrina, o di dirimere col carisma d’infallibilità gravi e persistenti dubbi sulle espressioni da lui stesso usate riguardo a qualche articolo di fede o a un precetto morale, potrebbe compiere un peccato, e pure grave, di omissione.
A questa ipotesi, Paolo VI risponde negativamente, perché, dice, « il Sommo Pontefice, quale Pastore supremo della Chiesa, può esercitare la sua potestà in ogni tempo a suo piacimento » (Lumen Gentium, Nota explicativa praevia, 4).
Ma questa generalissima modalità: “a suo piacimento”, non va intesa, come qualcuno sarebbe portato a fare, di potenza assoluta, perché in tal caso l’augusto Soggetto risulterebbe arbitrario e capriccioso come un tiranno: anche Dio non è onnipotente di potenza assoluta, ma di potenza relativa, ossia relativa alla realtà che Egli stesso è, come specifica san Tommaso, che spiega come anche la potenza di Dio non può rompere il principio di non-contraddizione, non può muoversi contro il principio di realtà (v. S. Th., I, 25, 3; invece le nozioni maomettana e cartesiana di Dio, pur tra loro quasi opposte nei risultati, non considerando il principio di non-contraddizione, e dunque non aderendo alla realtà, impegnano la potenza assoluta, giungendo così ai falsi ed irrazionali esiti che vediamo, tra loro comunque irrimediabilmente irriducibili, come mostro in Theologia ultima. Metafisica delle tre “grandi religioni monoteiste”: Cristianesimo, Ebraismo e Islam, pro manuscripto, Aurea Domus, Milano 2006).
Sicché pure il Papa, come Dio, deve rispettare la realtà, e, se non la rispetta, i suoi inferiori, come si è visto sostenuto dal Bellarmino, hanno l’obbligo di resistere ai suoi ordini ingiusti finanche « impedendo – così il Santo – l’esecuzione della sua volontà », nel nostro caso impedendo che venga omesso il dovere morale di garantire, nella pienezza permessa unicamente dall’uso del supremo magistero ex cathedra, la certezza soprannaturale di insegnare tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità, in fide et moribus.
Questo, del santo e obbligante dovere di resistenza a un qualsivoglia ordine ingiusto dell’autorità, fosse anche la somma, è un pensiero che, per la sua importanza decisiva, va ulteriormente chiarito.
9. COME RESISTERE A UN ORDINE CHE NON C’È,
OVVERO AL DELITTO DI OMISSIONE DI ESERCIZIO DEL PROPRIO
MUNUS DOCENDI AL MASSIMO GRADO DA PARTE DI UN PAPA.
Perché si capisce bene che un ordine è perverso, o almeno temerario, quando esso è p. es. impartito allorché un maestro dei novizi comanda in tutta coscienza – non per errore – di cantare le lodi del mercoledì invece di quelle del giovedì, contravvenendo ai tempi del Signore. Ma cosa succede, come si deve comportare il novizio cui il maestro, all’ora canonica, non impartisce l’ordine del canto delle lodi, ossia quando passa il tempo, passa l’ora, e non viene impartito l’ordine, sicché il novizio attende nella cella il suono della campanella che non viene? Cosa succede, come si deve comportare quel chierico, quel fedele, che, servatis servandis, ossia analogamente, riceve dal Papa un insegnamento intorno a fatti concernenti la fede e la morale, in fide et moribus, come p. es. dare la comunione a conviventi e a divorziati risposati, attraverso un qualsiasi strumento magisteriale ordinario di forma meramente ‘pastorale’, o ‘autentica’, quale può essere un’Esortazione apostolica o una Lettera enciclica, e che non viene sottoposto, come per la sua decisiva importanza invece oggettivamente esigerebbe, alla ‘pienezza di deliberazione’ spassionatamente necessaria a rassicurare al massimo l’universalità della Chiesa della sua perfetta coerenza col dogma, della sua più che adamantina congruità con la verità rivelata, della sua più che ingenita e intrinseca bontà evangelica, dovuta alla sicura e positiva volontà dello Spirito Santo di Dio di promulgarla e diffonderla per il bene della Chiesa, di ogni singola anima e dell’umanità tutta?
L’ordine impartito positive, giusto o ingiusto che sia, per il fatto stesso di essere stato dato, determina i tempi e le circostanze in cui è stato dato. La sua omissione invece comporta a volte una qualche difficoltà nella sua individuazione, e chierici e fedeli, che desiderano per il bene della Chiesa e delle loro proprie anime che il proprio superiore mai manchi di proferire i dovuti insegnamenti nei modi più consoni e più aderenti alla volontà di Dio, devono essere particolarmente sensibili a saper bilanciare fortezza, prudenza e consiglio allorché si riveli necessario intervenire per correggere in qualche modo un Pietro mancante, non essendo essi in nessun modo un Paolo.
Ma se l’omissione di un atto, nel nostro caso l’omissione dell’utilizzazione del carisma petrino, può porre certe difficoltà per discernere se c’è stata l’omissione, il suo impiego invece, com’è ovvio, le appiana, e questo è allora il caso contrario a quello visto, di un atto magisteriale di un Papa che si prefigge, attraverso una modalità studiatamente ordinaria invece che straordinaria, di portare nella Chiesa una novità, un qualcosa cioè che non ha niente a che fare con la dottrina, in modo che gli inferiori possano compiere – come si esprime il Suarez – « atti non conformi alla giustizia e al bene comune » che invece non sarebbero mai stati spinti a compiere se quell’insegnamento fosse stato dato utilizzando la modalità straordinaria che impegna il carisma, perché tale modalità, usufruendo della Quarta condizione – della deliberazione in tutta la sua pienezza –, non avrebbe permesso in nessun modo che esso si introducesse.
In realtà, nel nostro caso l’omissione sarebbe patente e manifesta: nel momento stesso in cui venisse formalizzato l’atto di insegnamento ordinario, cioè di grado meramente pastorale, dunque fallibile, e, in ipotesi, effettivamente fallante, per indicare ai fedeli se e come compiere « atti non conformi alla giustizia e al bene comune », si concretizzerebbe l’omissione dell’atto di magistero straordinario, ossia di grado sommo e dogmatico, dunque indubitabilmente infallibile e indefettibile, che avrebbe dovuto essere compiuto al suo posto. Così gli inferiori sanno come e quando resistere al superiore.
Col Bellarmino visto sopra, infatti, vediamo che sta anche il Suarez: « […] Il Papa sarebbe scismatico, se si rifiutasse di restare in unione con l’intero corpo della Chiesa, se, […] come fanno osservare Torquemada e Caietano, desiderasse mutare i riti della Chiesa basati sulla Tradizione Apostolica » (De Fide, Disp. X, Sec. VI, n. 16). E ancora: « Se [il Papa] dà un ordine contrario alle giuste tradizioni, non dovrebbe essere obbedito; se cerca di compiere qualcosa di manifestamente opposto alla giustizia e al bene comune, sarebbe lecito resistergli » (Ibidem).
Questi sono certamente i casi in cui in tutti i modi verrebbe permessa l’Eucaristia a conviventi e a divorziati risposati, e altre libertà consimili oggi molto considerate.
Va ricordato con una certa energia ciò che, sottoscrivendo Papa Felice III, suggerisco pure in La Chiesa ribaltata, pp. 161-2,: « Non opporsi a un errore significa approvarlo ».
Se dunque un Papa, con animo perverso arrivasse all’infelice risoluzione di non voler giungere mai a impegnarsi pienamente in una deliberazione magisteriale, proprio perché tale decisiva Quarta condizione di pienezza di magistero, costringendolo a dire infallibilmente solo e unicamente la verità, lo porterebbe a rinnegare eventuali cattive dottrine da lui abbracciate, i prelati che lo affiancano e supportano nel governo della Chiesa hanno il dovere morale – sostengono quegli esimi teologi sopraddetti – di non appoggiare in nessun modo tale sua perversa e grave omissione, contrastandola invece con tutti i mezzi, pur nel rispetto ossequioso e amorevole, naturalmente, in tale vicenda, della maestà vicaria del loro altissimo Superiore.
Ecco che allora un certo numero di vescovi, o di cardinali, o di entrambi, potrebbe dar vita a studiate manifestazioni, anche vistose, anche plateali, anche consigliate cioè dalla prudenza soprannaturale, che è umile ma anche audace, eroica, impudente, a intraprendere azioni di resistenza a un insegnamento ingiusto mediaticamente impattanti, come ammesso e affermato anche da Paolo VI (Evangelica testificatio, n. 28): « Fatta eccezione per un ordine che fosse manifestamente contrario alle leggi di Dio o alle costituzioni dell’istituto, o che implicasse un male grave e certo – nel qual caso infatti l’obbligo di obbedire non esiste […] »), e scrollino l’opinione pubblica cattolica dall’ipnosi catatonica in cui la Chiesa come povera falena da tempo si è lasciata imprigionare: infatti, se un superiore può essere ghermito dalla vanagloria, ultima radice per Papa Gregorio Magno di quelle che questi chiamava « le stravaganze dei novatori », gli inferiori possono essere presi da un altrettanto pietrificante timore di resistere – come invece sarebbe loro preciso dovere – al superiore vanaglorioso, in ossequio a At 5,29: « Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini », timore che in ultima analisi è ancora da ascriversi alla vanagloria (v. La Chiesa ribaltata, pp. 255-7).
Queste manifestazioni di anche santa resistenza dovrebbero essere tali da indurre l’ipotetico Papa perverso, in modalità soprannaturalmente prudenti e dunque, come dicevo, audaci, eroiche, forti, più o meno pubblicizzate, a prendere la decisione di pubblicamente deliberare nella più piena forma consentitagli dal suo speciale carisma, così da definire una qualche dottrina molto discussa, non solo con uno strumento magisteriale semplicemente pastorale, cioè non solo con una deliberazione la cui entelechia non è la massima consentitagli, e che perciò non lo legherebbe come sacro Katéchon al dogma di Cristo se non moralmente, cioè con un legame non dico flebile ma non assoluto, ma impegnandosi nel supremo e straordinario suo magistero ex cathedra, il Katéchon inossidabile e assoluto di verità, così portando nella Chiesa pace e serenità divine in rebus veritatis.
La Chiesa non può vivere neppure per un attimo fuori del sacro Katéchon che è Cristo. Non può vivere neanche per un attimo fuori dell’incatenante dogma che è Cristo. Quel Pastore che si studia di nascondere le sacre catene con le quali ha il dovere comminatogli da Cristo in Mt 16,19: « A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli », di suggellare la via che la Chiesa deve percorrere distinguendola decisamente dalla via che non deve percorrere, la distruggerebbe al pari che se proclamasse per ipotesi assurda un’eresia ex cathedra. La distruggerebbe lentamente invece che repentinamente, ma la distruggerebbe. E i Pastori che coadiuvano il Trono più alto in questa sua opera di lenta asfissia per omissione – non far respirare la Chiesa dell’aria pura e dogmatica che le abbisogna – parteciperebbero al delitto del Superiore omettendo anch’essi le azioni di santa e virtuosa resistenza dovute.
Quando ci si dovesse trovare, in conclusione, davanti a un Papa che per ipotesi avesse deciso di omettere di esporsi al massimo grado consentitogli dal suo ruolo (ma pure, dico io, grado moralmente richiestogli dall’importanza delle decisioni da prendere) nell’insegnare una certa verità in fide et moribus, è decisivo scongiurare per così dire fino al sangue quel Papa a ritornare sulle sue perverse decisioni, giacché di certo quella tal dottrina, se vera, potrà essere insegnata anche nel regime di infallibilità del magistero ex cathedra, impegnando lo Spirito Santo nella garanzia assoluta di tenere la Chiesa nel solco evangelico. Ma, se falsa, quella dottrina verrà ammutolita per sempre, e tutti saranno tranquillizzati dallo scampato pericolo: il Pastore per non aver fatto deviare il gregge dal Cristo/Dogma di cui è Vicario, il gregge per avere un Pastore che insegna solo verità insegnate da Cristo.
10. LA CHIESA, SALVATA DALL’IMPOSSIBILE DELITTO DI ERESIA
DI UN PAPA, VA PERÒ ANCHE SOTTRATTA DAI SEMPRE POSSIBILI
SUOI PECCATI DI OMISSIONE. NECESSITÀ DI UN’ORDALIA.
Si tratta di mettere in atto quella ordalia cui ho già accennato nell’ultimo paragrafo di entrambi gli articoli precedenti (v. qui).
La Chiesa, la cui forma è il dogma, ha dunque gli strumenti non solo per preservarsi dalla distruzione totale che avverrebbe se potesse venir compiuto un delitto formale di eresia di un Papa, parlo dell’entelechia di deliberazione papale, distruzione che però si è vista impossibile perché ne è impossibile la causa; ma ha anche gli strumenti per preservarsi da una distruzione lenta e graduale per asfissia, cioè per non ricevere più quell’autentica boccata di aria purissima che per lei è il dogma, a motivo ancora di un delitto più o meno prolungato, più o meno ostinato, del Trono più alto, se pur diverso dal primo, ma egualmente grave, stavolta di omissione, che la lascia in uno stato di conduzione magisteriale equivoco, la cui forma è di fatto antidogmatica, cioè è di fatto – materialmente – contro la sua più intima natura.
Per uscire dall’impasse che in ogni caso pone il Papa in una situazione che resta comunque disdicevole, nell’ipotesi che ci siamo data, bisognerebbe passare al più presto a compiere l’ordalia, o ‘Giudizio di Dio’, su quella tale verità fondamentale da scegliere o non scegliere per santificarsi e per maggiormente e più perfettamente adorare Dio. Si tratta solo di metterla in pratica, per cessare di distruggere la Chiesa nell’unico modo in cui si è visto essa può essere distrutta, forse anche non volendo, negando che la si stia distruggendo. Vogliamo farlo?