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Timestamp: 2020-08-07 13:07:22+00:00
Document Index: 23685450

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Sentenza Cassazione Civile n. 29928 del 20/11/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29928 del 20/11/2018
Cassazione civile sez. lav., 20/11/2018, (ud. 27/06/2018, dep. 20/11/2018), n.29928
sul ricorso 3563/2013 proposto da:
MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE, C.F. (OMISSIS), in persona del
S.U., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA BORGHESE 3,
presso lo studio dell’avvocato ANDREA GUARINO, che lo rappresenta e
avverso la sentenza n. 7997/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 07/11/2012, R.G.N. 11551/2008.
1. il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti (M.I.T.) ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di tre motivi, avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 7997/2012, con cui è stato ritenuto che la revoca dell’incarico dirigenziale nei confronti di S.U., pur se giustificata dal D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 161, non fosse legittima, sulla scorta delle sopravvenute pronunce della Corte Costituzionale, in quanto non preceduta dalla verifica degli obiettivi conseguiti dal dirigente, presupposto sulla cui base vi era stata quindi condanna dell’Amministrazione, a titolo risarcitorio, al pagamento di un importo pari alle retribuzioni perdute fino alla cessazione dell’incarico;
2. il S. ha resistito con controricorso, poi illustrato da memoria.
1. il primo motivo di ricorso afferma (art. 360 c.p.c., n. 3) la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e 1256 c.c., anche in combinato disposto con il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 19, comma 8 e con il D.L. n. 262 del 2006, art. 2, commi 159 e 161, conv. con mod. in L. n. 286 del 2006, nonchè degli artt. 13 e 35 del C.C.N.L. normativo 1998-2001 economico 1998 – 1999 del personale dirigente comparto ministeri, mentre il secondo motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo (art. 360 c.p.c., n. 5), il tutto al fine di sostenere l’impossibilità di ritenere la colpa della P.A. datore di lavoro, ove essa avesse agito in applicazione di norme solo successivamente dichiarate incostituzionali;
2. il terzo motivo è destinato alla censura della sentenza impugnata, in via subordinata, per error in procedendo (art. 360 c.p.c., n. 4), avendo essa erroneamente ritenuto non contestati i conteggi sulla cui base era stata poi configurata la condanna risarcitoria;
3. i primi due motivi, da esaminare congiuntamente stante la loro connessione, sono fondati ed assorbenti;
4. in punto di fatto risulta che il S. stipulò, in esito al conferimento in suo favore dell’incarico di direzione dell’ufficio generale del Dipartimento per le infrastrutture stradali, l’edilizia e la regolazione dei lavori pubblici, contratto individuale di lavoro con il M.I.T. dal 18.1.2005 al 31.5.2009, poi risolto anticipatamente dal Ministero il 5.12.2006, ai sensi del D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 161, conv. con mod. in L. n. 286 del 2006;
5. la predetta norma era stata poi dichiarata costituzionalmente illegittima della Corte Costituzionale con sentenza del 20 maggio 2008, n. 161, nella parte in cui disponeva che gli incarichi conferiti al personale non appartenente ai ruoli di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 23 (quale era il S., in quanto proveniente dalla Regione Lazio), “conferiti prima del 17 maggio 2006, cessano ove non confermati entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto” e ciò sul presupposto che risultassero violati i principi costituzionali di buon andamento e imparzialità e, in particolare, il principio di continuità dell’azione amministrativa che è strettamente correlato a quello di buon andamento dell’azione stessa, in quanto la previsione di una anticipata cessazione ex lege del rapporto in corso – in assenza di una accertata responsabilità dirigenziale – impediva che l’attività del dirigente potesse espletarsi in conformità ad un nuovo modello di azione della pubblica amministrazione, disegnato dalle recenti leggi riforma della pubblica amministrazione, che misura l’osservanza del canone dell’efficacia e dell’efficienza “alla luce dei risultati che il dirigente deve perseguire, nel rispetto degli indirizzi posti dal vertice politico, avendo a disposizione un periodo di tempo adeguato, modulato in ragione della peculiarità della singola posizione dirigenziale e del contesto complessivo in cui la stessa è inserita”, sicchè non poteva mancare “un momento procedimentale di confronto dialettico tra le parti”, destinato a confluire eventualmente in un “atto motivato” e ciò “al fine di garantire – attraverso la esternazione delle ragioni che stanno alla base della determinazione assunta dall’organo politico – scelte trasparenti e verificabili, in grado di consentire la prosecuzione dell’attività gestoria in ossequio al precetto costituzionale della imparzialità dell’azione amministrativa”;
6. questa Corte è stata chiamata in più occasioni a pronunciare sugli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale della L. n. 145 del 2002, art. 3, comma 7, nella parte in cui disponeva che gli incarichi dirigenziali cessassero il sessantesimo giorno dall’entrata in vigore della stessa legge, e del D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 161 – qui coinvolto – che aveva previsto la decadenza degli incarichi conferiti al personale non appartenente ai ruoli di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 23, non confermati entro il medesimo termine di sessanta giorni dall’entrata in vigore del decreto (cfr. Cass. n. 3092/2018, Cass. n. 26695/2017, Cass. n. 26596/2017, Cass. n. 26469/2017, Cass. n. 13869/2016, Cass. n. 3210/2016, Cass. n. 20100/2015);
7. in particolare, in relazione alle pretese risarcitorie, che è quanto qui interessa, è stato evidenziato dalle decisioni richiamate al punto 6 che l’efficacia retroattiva delle sentenze dichiarative dell’illegittimità costituzionale di una norma, se comporta che tali pronunzie abbiano effetto anche in ordine ai rapporti svoltisi precedentemente (eccettuati quelli definiti con sentenza passata in giudicato e le situazioni comunque definitivamente esaurite) non vale a far ritenere illecito il comportamento realizzato, in epoca antecedente alla sentenza di incostituzionalità, conformemente alla norma poi dichiarata illegittima, non potendo detto comportamento ritenersi caratterizzato da dolo o colpa, con la conseguenza che il diritto al risarcimento del danno può essere fatto valere non dalla cessazione del rapporto bensì per il solo periodo successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, a condizione che a detta data non fosse già decorso anche il termine finale originariamente previsto nel contratto di conferimento dell’incarico;
8. la sentenza impugnata, pur correttamente riconoscendo un danno nella mancata prosecuzione del rapporto in mancanza dei presupposti delineati dalla Corte Costituzionale, nell’attribuire il risarcimento in misura pari alle retribuzioni successive all’ultima effettivamente pagata (indicata nella medesima sentenza in quella del febbraio 2007) e fino alla data di scadenza naturale del contratto (maggio 2009) non risulta conforme al principio espresso al punto 7, che esclude di poter considerare come illecito il comportamento della parte pubblica datoriale prima del momento della pubblicazione della sentenza dichiarativa dell’illegittimità costituzionale della norma sulla cui base essa aveva agito;
9. si impone quindi la cassazione con rinvio alla medesima Corte affinchè essa, in diversa composizione, tenuto conto delle domande originariamente proposte dal ricorrente e ferme le preclusioni derivanti dalla formazione del giudicato interno, procederà ad un nuovo esame attenendosi ai principi di diritto enunciati nei punti che precedono.
La Corte accoglie il ricorso, nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 27 giugno 2018.