Source: https://www.jei.it/infogiuridica-jei/itemlist/user/254-dennissavorani
Timestamp: 2018-10-15 11:09:59+00:00
Document Index: 2911000

Matched Legal Cases: ['art. 1428', 'art. 14', 'art. 12', 'art. 1374', 'art. 1418', 'art. 1375', 'art. 1375', 'art. 1467', 'art. 1428', 'art. 1366', 'art. 1374']

Autonomia privata, norme di disciplina del contratto e principio giurisprudenziale della “presupposizione” - Jei - Jus e Internet
Al fine della risoluzione delle superiori questioni ci si dovrebbe chiedere, in primo luogo, se esistano indici univoci circa la volontà del legislatore di organizzare il sistema degli artt. 1429-1431 come un sistema normativo chiuso ed autosufficiente, sì da non darsi lacuna del diritto scritto ; qualora si risponda negativamente a tale quesito, ci si può porre l’ulteriore domanda se esistano delle buone ragioni che giustifichino una qualificazione della disciplina dell’art. 1428 (annullabilità del contratto) come disciplina irrazionale o comunque da sterilizzare in base a giudizi di valore (art. 14 disp. prel.) .
a) si può in primo luogo pensare che per «mancanza della legge» debba intendersi l’assenza di una precisa disposizione . Accolta questa interpretazione, si escluderà che il diritto dei contratti si autointegri e si dirà quindi che il compito proprio dell’ana­logia (analogia legis; analogia iuris) spetta all’equità, nel senso, ap­punto, che compete all’equità decidere circa la rilevanza giuridica di un interesse che risulti né regolato in via pattizia né automaticamente protetto (o comunque disciplinato) da «una precisa disposizione» (art. 12, c. 2°, disp. prel.) ;
b) si può, al contrario, pensare che per «mancanza (della legge)» debba intendersi l’assenza di una regola imputabile all’ordi­namento in via diretta o in via mediata (analogia legis; analogia iuris) . Questa interpretazione pare rendere la locuzione in esame intrinsecamente priva di senso e, comunque, incontra l’ostacolo costituito dalla considerazione che, dato ingresso al procedimento analogico, non si vede quale spazio residui per il criterio dell’equi­tà e, ancor prima, per il criterio degli usi . Il nodo diviene definitivamente irresolubile nell’istante in cui si conducano le disposizioni circa il criterio della buona fede all’interno del corpo del­l’art. 1374 e, al contempo, si assegnino a tale criterio compiti ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal legislatore.
La superiore conclusione logicamente comporta che fra i criteri, normativamente chiamati a distribuire il rischio (il costo) del silenzio delle parti rispetto a questioni non disciplinate da una precisa disposizione di legge, vanno annoverate a pieno titolo sia l’equità che l’analogia. Ciò suggerisce che il tema dei rapporti tra l’equità e l’analogia – e, in particolare, il problema della ripartizione di competenze tra i due concorrenti criteri – sia da affrontare sul piano dell’individuazione di due distinti àmbiti problematici ossia disaggregando l’onnicomprensiva (e generica) figura delle «lacune» del contratto (cioè, delle «questioni non regolate né dal­l’accordo, né da una precisa disposizione di legge»), e sia poi da risolvere operando la distinzione tra lacune del sistema di regole proprie dell’ordinamento pattizio (ed è qui che è destinato ad operare il criterio dell’equità) e lacune del sistema di regole proprie dell’ordinamento legale (ed è qui che è destinato ad operare il criterio dell’analogia) .
Risoluta la superiore questione, ci si può porre il quesito se l’accordo pattizio costituisca l’unico criterio generale di giuridiciz­zazione degli interessi normativamente valutati come irrilevanti in ragione della loro qualità obiettiva e, in particolare, ci si può chiedere se il sistema conosca un ulteriore criterio, il quale sia in qualche modo partecipe della natura e della logica del criterio dell’ac­cordo pattizio senza tuttavia identificarsi con esso .
In relazione al primo dei due casi testé descritti, messe da parte le norme sull’interpretazione dei contratti e accantonata la formula magica «presupposizione» , non dovrebbe essere particolarmente arduo rendersi conto che si è in presenza di un’enun­ciativa che, eccentrica rispetto ai modelli legali, racchiude un contenuto dispositivo inidoneo a determinare compiutamente la fisionomia dell’interesse giuridicizzato, sicché ci si dovrà porre il problema se la lacuna del precetto pattizio (mancata o incompleta regolazione dell’ipotesi di diniego del contributo) debba essere affidata alla tecnica generale dell’analogia (autointegrazione delle discipline legali) oppure alla specifica tecnica dell’equità (autointegrazione del regolamento pattizio) .
Per quanto attiene all’equità, sembra che il campo di azione ne debba essere individuato con riferimento a quelle lacune in ragione delle quali il precetto pattizio risulti non valutabile compiutamente dall’ordinamento e, perciò, esposto anche al rischio di rimanere improduttivo di effetti (enunciative aventi un contenuto dispositivo che, incompiutamente determinato dalle parti, non sia completabile in forza dei modelli legali). Ne segue che le regole generate dall’equità, a differenza delle regole generate dall’analo­gia o dal criterio della buona fede, saranno funzione, per un verso, della logica dell’accordo pattizio che integreranno e, per l’al­tro, dell’esigenza che sia equilibratamente ripartito su entrambi i contraenti il costo della comune imprevidenza, cioè di un’impre­videnza imputabile a pari titolo ad ambedue le parti .
Ciò ovviamente significa che il criterio dell’equità attribuisce al giudice tutt’altro potere che quello di riscrivere la legge o l’accor­do ; ma significa pure che il campo di azione dell’equità – delimitato, da un canto, dalle dettagliate discipline dell’obbligazione e dei contratti (o, eventualmente, dagli usi) e, dall’altro, dalla regola generale del­l’art. 1418 (nullità del contratto o della clausola, il cui oggetto non sia determinabile) – è, oggi, pressoché inesistente.
Con riferimento al profilo della «misura», si può pensare al patto di prelazione (o alla clausola condizionale o al divieto di alienazione), nel quale non risulti indicata la durata del vincolo (la durata massima della fase di pendenza della condizione), né ta­le durata sia ricavabile attraverso la messa all’opera degli artt. 1362 ss. .
Con riferimento al profilo dell’«identità», può risultare appropriato affidare all’equità l’accordo che giuridicizzi un peculiare interesse dei contraenti secondo uno schema ignoto all’ordina­mento e al tempo stesso inidoneo, poiché lacunosamente organizzato, a definire compiutamente la fisionomia dell’interesse dedotto in contratto, sicché il giudice, esaurito il procedimento di interpretazione e qualificazione della dichiarazione, verrebbe altrimenti a trovarsi dinanzi all’incongrua alternativa di dover o pronunciare la nullità dell’ac­cordo o dare ingresso alla tecnica della finzione ossia procedere o a fittizie ricostruzioni della volontà negoziale o a fittizie espansioni delle logiche interne al sistema delle discipline legali .
In fine, rivolgendo l’attenzione al criterio della buona fede, pare evidente che la disposizione dell’art. 1375 riguardi unicamente il profilo dell’attuazione del regolamento che le parti hanno organizzato ; si può allora dire che la disposizione in esame consente di conferire rilevanza giuridica ad una pretesa non regolata soltanto se tale pretesa sia priva di autonomia rispetto all’interesse disciplinato in contratto e, perciò, si configuri come meramente strumentale-ac­cessoria al soddisfacimento di quell’interesse .
In relazione al tipo di pretesa in discorso, sarebbe incoerente con la stessa logica interna al ceto degli operatori economici (o tout court insensato) vedere in via tipica nel silenzio delle parti, anziché una lacuna dell’accordo pattizio, una tecnica di disciplina, cioè un indice della comune volontà dei contraenti di escludere la rilevanza della pretesa non regolata. Qualificato il silenzio delle parti come lacuna dell’accordo pattizio, apparirà ovvio l’ingresso (e, quindi, il ruolo) dell’art. 1375, giacché è ovvia l’osservazione che soltanto un irrazionale antagonismo con il criterio dell’auto­nomia negoziale potrebbe indurre un legislatore ad equiparare il peculiare tipo di lacuna in discorso alle lacune del diritto scritto, cioè ad affidare tale lacuna alla tecnica dell’analogia; per tale via, verrebbe infatti rimessa all’autonomo sistema di valori dell’ordi­namento (alle logiche interne a quelle discipline che il legislatore ha reputato razionali in via tipica) una valutazione il cui criterio ordinante non può, e proprio in ragione della peculiarità dell’og­getto (il carattere meramente strumentale-accessorio della pretesa), che rinvenirsi nella logica interna (nel­l’esigenza di piena attuazione della logica interna) alla specifica operazione che le parti hanno concordato di porre in essere.
La distinzione tra buona fede e correttezza è oramai screditata da tempo ; essa, però, può acquisire un senso preciso, e può essere d’aiuto per la razionalità del discorso giuridico, se si coltiva l’ipotesi che «buona fede» e «correttezza» rispettivamente designino, l’una, un criterio di sviluppo-specificazione del sistema di regole proprie dell’ordinamento pattizio e, l’altra, un criterio di sviluppo-specificazione (integrazione-adattamento) del sistema di regole proprie dell’ordinamento legale .
Riassuntivamente può dirsi che, dato ingresso al quesito circa le condizioni di rilevanza delle circostanze o situazioni non regolate né dalle parti né da una precisa disposizione di legge, si dovrebbe tenere per ferma una sequenza di questo tipo: 1) dall’or­dinamento non è ricavabile un preciso punto di vista mediante il quale decidere circa la distribuzione del rischio da circostanze non regolate, dato che la formula «rischio da circostanze non regolate» racchiude un oggetto che non è valutabile unitariamente nell’ottica del sistema del codice; 2) rispetto all’indifferenziato problema del governo delle circostanze non regolate, ciò che l’in­terprete può lecitamente chiedere al codice (ciò che deve ricercare nel codice) sono soltanto le indicazioni attinenti alle possibili strategie di intervento; 3) il costo della sopravvenienza o della mancanza di una circostanza non regolata non graverà necessariamente sul contraente deluso (criterio dell’autoresponsabilità), ed in ragione del possibile ingresso delle tecniche di integrazione (a nostro avviso, autointegrazione) delle discipline legali e/o dei criteri di integrazione (a nostro avviso, autointegrazione) del regolamento pattizio.
Il punto di vista testé esplicitato può essere convenientemenre riformulato dicendo che la teoria della presupposizione fondamentalmente si configura o come una teoria della marginalità, cioè come teoria specificamente costruita su casi-limite rispetto ai quali il comune senso giuridico reclama una regola che non si riesce a ricondurre armonicamente all’interno del sistema dato , o come una teoria generale dell’irrazionalità , cioè come teoria che eleva a modello la formulazione di meri giudizi liberi ossia svincolati da un reale sostegno argomentativo sul piano del valore del fatto e/o in relazione al punto di vista dell’ordinamento (la presupposizione come figura che condensa e stabilizza pratiche interpretative e modelli decisionali non razionali ( continua) .
(** ) Figura non espressamente prevista da norme di legge,la presupposizione come si sa è istituto di creazione dottrinale poi ampiamente precisato dal diritto giurisprudenziale che in materia di presupposizione è ormai composto da molto numerose sentenze.
Si distingue tra presupposizione in senso soggettivo e presupposizione in senso oggettivo, rilevanza del rischio contrattuale, dogma della irrilevanza dei motivi e motivo che sia presupposizione in quanto condizione implicita e tacita del contratto .
Se in passato la giurisprudenza in tema di presupposizione ha richiamato l’art. 1467 del codice civile, si è poi consolidato altro genere di orientamenti che per la presupposizione richiamano l’art. 1428 c.c. e la disciplina della invalidità del contratto viziato da errore <essenziale>,le norme di interpretazione del contratto e specialmente l’art. 1366 cod. civ. legando presupposizione e interpretazione del contratto secondo buona fede, altra volta ritenendosi che invece norma di riferimento sia l’art. 1374 del codice civile che connette la presupposizione alla integrazione del contratto e infine assumendosi la presupposizione come possibile causa di risoluzione del contratto.
Nella sua monografia,quanto alle posizioni della dottrina l’a.muove da pagine in tema di lacune del contratto,dottrine dell’integrazione del regolamento contrattuale e teoria della presupposizione trattando anche della <dissoluzione >della teoria della presupposizione attraverso la tecnica delle clausole generali.
L’attenzione è poi rivolta al diritto giurisprudenziale della presupposizione in questo libro documentato con la maggior ampiezza ,mediante circostanziata analisi delle singole fattispecie e una rassegna finale che è completo repertorio delle sentenze a vario titolo relative a temi di presupposizione .