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Timestamp: 2019-04-26 10:46:09+00:00
Document Index: 59990610

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.1', 'art. 388', 'sentenza ']

24 Marzo 2017 | Autore: Carlos Arija Garcia
Dalla conciliazione al ricorso in Cassazione passando dall’impugnazione del licenziamento, il doppio primo grado e l’appello: quanto ci vuole e che cosa fare.
Lo chiamano «processo breve» e, visti i tempi della giustizia, forse la denominazione è giusta. Anche perché, dopo la riforma Fornero [1] e la successiva entrata in vigore del Jobs Act [2] i tempi per fare una causa di lavoro – per quanto migliorabili – si sono accorciati. Certo, quando si vuole impugnare un licenziamento sul quale la giusta causa è tutta da discutere, la sentenza finale non arriva nell’arco di qualche giorno o di qualche mese. Ma, di norma, la controversia si risolve in tempi ragionevoli. L’importante è che il lavoratore abbia ben chiaro quali sono i tempi per fare una causa di lavoro, cioè per rivolgersi ad un avvocato e presentare l’impugnazione o i successivi ricorsi nei termini prestabiliti e non rischiare che ogni tentativo sia nullo.
I tempi per fare una causa di lavoro non cambiano a seconda del tipo di rapporto di lavoro che si ha (o che si aveva) con l’azienda che si intende trascinare in Tribunale: che si tratti di un rapporto subordinato, di collaborazione o a partita Iva (in questi ultimi due casi il giudice dovrà verificare se c’erano i presupposti per un contratto di tipo subordinato), la riforma Fornero traccia il percorso che ora vediamo insieme: un tentativo di conciliazione (facoltativo oppure obbligatorio a seconda dei casi che vedremo in seguito), una fase stragiudiziale, una sorta di «doppio primo grado» davanti a un giudice, il ricorso in appello e l’ultima fase di fronte alla Corte di Cassazione.
1 Causa di lavoro: i tempi per la conciliazione
2 I tempi per la conciliazione facoltativa
3 I tempi della conciliazione preventiva
4 I tempi della conciliazione a tutele crescenti
5 I tempi per impugnare il licenziamento
6 I tempi della prima fase della causa di lavoro
7 I tempi dell’opposizione all’ordinanza del giudice
8 I tempi del ricorso in appello
9 I tempi del ricorso in Cassazione
Causa di lavoro: i tempi per la conciliazione
Prima di arrivare davanti ad un giudice, c’è una fase preliminare che prevede un tentativo di conciliazione. Un passaggio che può essere facoltativo, preventivo oppure a tutele crescenti, a seconda di quando è stato firmato il contratto e, quindi, di quale legislazione interviene in merito.
I tempi per la conciliazione facoltativa
La conciliazione facoltativa davanti alla Direzione territoriale del lavoro (Dtl) è stata introdotta nel 2010 [3] e concede all’azienda o al dipendente – se lo vogliono – di tentare un accordo per evitare la causa di lavoro davanti al giudice in questi casi:
violazione del patto di non concorrenza o degli obblighi di sicurezza e igiene sul lavoro;
modalità illegittime di attuazione del diritto di sciopero.
Le parti dovranno presentare nella domanda alla Commissione della Dtl:
il luogo della conciliazione e delle comunicazioni;
l’esposizione dei fatti;
Se i dati sono corretti, entro 20 giorni dalla richiesta (o dalla data in cui è stata ricevuta la convocazione) la controparte può depositare le proprie memorie difensive. Nei successivi 10 giorni, la Dtl deve convocare le parti. L’udienza si deve tenere entro 30 giorni dalla convocazione.
I tempi della conciliazione preventiva
La conciliazione preventiva è stata introdotta dalla riforma Fornero [1] e riguarda le controversie tra un lavoratore ed un’azienda con più di 15 dipendenti in una singola unità produttiva o nello stesso Comune oppure più di 60 dipendenti a livello nazionale. L’azienda in questione, se vuole procedere al licenziamento di un lavoratore, deve avviare una procedura di conciliazione, sempre davanti alla Direzione territoriale del lavoro, per esaminare insieme i motivi del licenziamento e tentare di raggiungere un accordo. Se questa procedura non viene rispettata, il licenziamento verrà dichiarato illegittimo.
Il datore di lavoro deve comunicare alla Dtl e al dipendente l’intenzione di procedere al licenziamento e la Direzione territoriale ha 7 giorni di tempo dalla ricezione della richiesta per convocare le parti per tentare un accordo (in caso contrario, l’azienda può licenziare il lavoratore). La procedura deve concludersi entro 20 giorni dalla convocazione.
I tempi della conciliazione a tutele crescenti
La conciliazione a tutele crescenti è stata introdotta dal Jobs Act. Viene applicata ai contenziosi che coinvolgono i lavoratori subordinati assunti dopo il 7 marzo 2015 sia a tempo indeterminato, sia con contratto di apprendistato oppure il cui contratto sia stato trasformato da tempo parziale a tempo indeterminato.
A differenza di quelle precedenti, la conciliazione a tutele crescenti non coinvolge la Commissione della Direzione territoriale del lavoro. In pratica, quando l’azienda vuole licenziare uno di questi dipendenti può fare entro 60 giorni un’offerta al dipendente che consiste in una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr per ogni anno di servizio, da un minimo di 2 mensilità ad un massimo di 18. Questo importo non costituisce reddito imponibile e non è assoggettato alla contribuzione previdenziale. Se il dipendente non accetta quest’offerta, può essere licenziato e può, comunque, fare causa. Qualunque sia l’esito del tentativo di conciliazione, il datore di lavoro è obbligato a dare comunicazione tramite la procedura «Unilav – Conciliazione» nella sezione «adempimenti» del portale Cliclavoro.
L’ultimo passaggio della fase stragiudiziale, andato a vuoto ogni tentativo di conciliazione, è l’impugnazione del licenziamento. Va fatta per iscritto (lettera raccomandata a/r, o a mano, telegramma) entro 60 giorni dalla comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro. Trascorsi questi 60 giorni, non sarà più possibile impugnare il licenziamento e fare una causa di lavoro.
E’ lo stesso lavoratore – o il suo avvocato di fiducia – a dover fare l’impugnazione del licenziamento. Se l’ex dipendente si appoggia ad un legale, deve comunque sottoscriverla.
Passo successivo: la domanda al giudice per chiedere il reintegro nel posto di lavoro oppure un indennizzo alternativo.
I tempi della prima fase della causa di lavoro
Il termine per agire davanti al giudice in una causa di lavoro è di 180 giorni dall’impugnazione stragiudiziale del licenziamento trascorsi i quali non sarà più possibile andare in giudizio [4]. Il ricorso deve essere depositato davanti ad un giudice del Tribunale del Lavoro competente per territorio, avendo come riferimento la sede dell’azienda da cui si è stati licenziati e non il luogo di residenza del lavoratore (se vivo in provincia di Como ma sono stato licenziato da un’azienda milanese, il Tribunale del Lavoro competente sarà quello di Milano).
Le richieste del lavoratore devono attenersi alle motivazioni allegate all’impugnazione del licenziamento. Quelle non strettamente collegate alla causa non saranno ritenute valide.
Ad esempio: se sono stato licenziato perché si ritiene che il mio posto di lavoro non ci sia più ed io ritengo di dimostrare il contrario, dovrò limitarmi a questo aspetto. Ogni altra richiesta (stipendi non pagati, rimborsi non riconosciuti) dovrà essere fatta in un procedimento separato.
Depositato il ricorso, il giudice deve fissare la prima udienza entro 40 giorni. Il lavoratore deve comunicare al datore di lavoro il ricorso ed il decreto di fissazione di udienza almeno 25 giorni prima dell’udienza stessa.
L’azienda deve costituirsi almeno 5 giorni prima dell’udienza, depositando il controricorso in cui tenta di provare i giusti motivi del licenziamento. Anche il datore di lavoro sarà tenuto a limitarsi ai motivi della cessazione del rapporto esposti nella lettera di licenziamento, senza pretendere altre questioni.
Nella prima udienza, il giudice ascolta le parti e decide se sia il caso di convocarle di nuovo, ad esempio per un ulteriore tentativo di conciliazione oppure per ascoltare dei testimoni o per la discussione finale degli avvocati. Alla fine di questa prima fase, e nell’arco di pochi giorni dall’ultima udienza, il magistrato emette un’ordinanza con cui rigetta o accoglie la domanda, ordinanza che diventa immediatamente esecutiva.
I tempi dell’opposizione all’ordinanza del giudice
La parte «soccombente», cioè quella che ha perso nella prima fase della causa di lavoro, può opporsi all’ordinanza del giudice depositando ricorso entro e non oltre 30 giorni dalla data in cui ha ricevuto la notifica.
Il ricorso va presentato davanti allo stesso Tribunale che ha seguito la prima fase della causa e non può contenere fatti diversi da quelli esposti fino a quel momento. Altro discorso è che vengano spiegati in modo diverso. Ma il ricorrente dovrà, anche qui, attenersi alle motivazioni (o alle contestazioni) relative al licenziamento.
Depositato il ricorso, il giudice fissa l’udienza nei 60 giorni successivi. Ricorso e data dell’udienza vanno comunicati alla controparte almeno 30 giorni prima di comparire davanti al giudice. Dal canto suo, la controparte deve depositare il controricorso almeno 10 giorni prima dell’udienza.
Durante la prima udienza, il giudice sente le parti e può assegnare un termine (10 giorni) per il deposito delle conclusioni.
Questa fase di opposizione si conclude con una sentenza che viene depositata in cancelleria entro 10 giorni dalla data di discussione.
La sentenza è provvisoriamente esecutiva.
I tempi del ricorso in appello
Il reclamo per contestare la sentenza sul ricorso in opposizione si presenta davanti alla Corte d’appello entro 30 giorni dalla data in cui è stata notificata o comunicata la decisione del giudice. E’ vietato presentare nuovi mezzi di prova.
La Corte d’appello fissa l’udienza entro i 60 giorni successivi alla presentazione del ricorso. I termini di notifica alla controparte (30 giorni prima dell’udienza) e per il deposito del controricorso (10 giorni prima) sono uguali a quelli della fase di opposizione.
Durante la prima udienza, la Corte può decidere di sospendere la sentenza precedente per gravi motivi. Quindi, ascolta le parti e le assegna un termine (fino a 10 giorni prima dell’udienza) per depositare le note difensive. Altrimenti, entro 10 giorni dopo l’udienza, decide se accogliere o rigettare il ricorso e deposita la sentenza e le motivazioni.
I tempi del ricorso in Cassazione
E’ possibile impugnare la sentenza della Corte d’Appello depositando un ricorso in Corte di Cassazione entro 60 giorni dalla data di comunicazione o di notifica.
La Cassazione deve fissare l’udienza di discussione non oltre il termine massimo di 6 mesi dalla proposizione del ricorso. La decisione della Suprema Corte sarà quella definitiva.
[2] Legge n. 183/2014.
[3] Dlgs. n. 183/2010.
[4] Art. 2934 cod. civ.
25/03/2017 @ 19:48
La corte di cassazione dopo aver tenuto l’udienza entro quanto deve emettere la Sentenza conclusiva ?
La cassazione se non emette la sentenza conclusiva entro i termini di legge cosa si può fare ?
05/06/2017 @ 16:15
Si può ricorrere in cassazione se l’appello al consiglio di stato è stato rigettato
per una causa di licenziamento presso un amministrazione pubblica causa malattia quando ero sotto infortunio riconosciuta causa di servizio dopo 8 mesi da licenziamento che potrei fare .
12/10/2017 @ 10:01
E’ tutto molto chiaro ,ma non ho capito se tale riconciliazione è possibile anche con una azienda con la quale il rapporto di lavoro non è più diretto.
Provo a spiegarmi meglio ; se un lavoratore ritiene di avere problemi sull’erogato in busta paga nel 2016 con l’azienda X , che però ha affittato il ramo di aziend dove si trova il lavoratore a Y ad inizio 2017 si può sempre passare tramite la DTL oppure no?
02/01/2018 @ 16:13
Ero bracciante agricolo stagionale presso l’Azienda Forestale dello Stato della Prov. CZ, ma nel 2007 una legge ingiusta ha tenuto conto di stabilizzare solo alcuni con requisiti di avere avuto nel periodo che va dal 2000 al 2006 almeno 3 contratti lavorativi. Mi chiedo quanto sia ingiusta e anticostituzionale questa legge perchè non solo non ha tenuto conto dell’anzianità di iscrizione e dei precedenti lavorativi ma addirittura quanto il sottoscritto sia stato addirittura escluso completramente non avendo più alcun diritto di lavorare in codesta Azienda dello Stato. L’art.1 della Costituzione Italiana parla di diritto al lavoro. Ho accusato negli anni per questo motivo ansia che si è cronicizzata e rafforzata in crisi di panico ricorrenti che hanno finora condizionato me alcuni aspetti nel tessuto sociale e lavorativo. Sono passati 10 anni dalla legge in vigore ( Legge di stabilità dicembre 2007) senza che chi escluso fosse riavviato a tempo determinato come operaio stagionale quanto doveroso e giusto fosse, aimè 10 anni di speranza e delusioni senza nemmeno una richiesta lavorativa e senza un perchè… So che forse 10 anni trascorsi possano impedirmi di fare causa… ma forse la cassazione o meglio ancora la Corte Europea di Strasburgo potrebbero comunque darmi ragione. Cordiali saluti e auguri di buone feste..!!
13/08/2018 @ 14:49
salve,ho vinto il reintegro a lavoro,l’azienda fa opposizione in appello,ora vorrebbe chiudere il contenzioso,????io devo accettarlo?cioè,serve la mia firma per accettare la chiusura?oppure posso rifiutare e andare a sentenza?grazie
23/09/2018 @ 08:54
Sono.stato.licenziato.dopo
Aver.passato
La.visita.medica.prima
Poi.non.
Temporaneo.per
Tre.messi.c he.non.posso
Motorino.dalla.asp
14/01/2019 @ 14:18
Salve, ho vinto in prima udienza una causa sul lavoro il giudice ha sentenziato infatti la mia reintegra sul posto di lavoro, ma passati 2 mesi dalla prima sentenza, l’azienda non ha fatto nulla per adempiere a quanto deciso dal giudice, infatti non ha comunicato nulla al mio avvocato, tantomeno non risponde alle lettere di sollecito che quest ultimo gli ha inviato..
è normale un tale comportamento? e soprattutto è leggittimo? non ci dovrebbero essere degli obblighi a rispettare quanto sentenziato in prima udienza?
17/01/2019 @ 03:05
Andrea la mancata reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente, a seguito dell’accertamento giudiziale dell’illegittimità del licenziamento, è, senza dubbio, un comportamento illegittimo posto in essere dal datore di lavoro. La giurisprudenza ha, tuttavia, escluso che il mancato adempimento di quanto ordinato dal giudice possa – in tale caso – integrare la fattispecie criminosa di “mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice” di cui all’art. 388, comma 2, c.p. (sul punto cfr. Cass. sentenza n. 6777 del 2015). Di certo, la mancata reintegrazione nel posto di lavoro ordinata dal giudice espone l’azienda a conseguenze risarcitorie nei confronti del dipendente il quale ha diritto ad essere remunerato come se fosse rientrato in servizio e può anche ottenere, se ne fa richiesta e se fornisce la relativa prova, il c.d. danno da demansionamento o svuotamento delle attitudini professionali. Essere lasciato nell’inattività, nonostante un provvedimento giudiziale imponga il rientro in servizio, infatti, potrebbe essere considerata una condotta in grado di ridurre le attitudini professionali del dipendente e cagionare, dunque, un danno da perdita di chance.