Source: https://www.olir.it/documenti/sentenza-17-giugno-1993-n-250/
Timestamp: 2019-08-25 02:27:57+00:00
Document Index: 153631195

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 6', 'art. 6']

Sentenza 17 giugno 1993, n.250 - Olir
Sentenza 17 giugno 1993, n.250
Data: 17 giugno 1993
Chiesa cattolica, Riti religiosi, Religione Cattolica, Laicità, Atti di culto, Pratiche religiose, Attività extrascolastiche, Liturgie, Cultura religiosa
Lo svolgimento di riti o pratiche religiose e, in generale, il compimento di atti di culto non rientrano fra le attività extrascolastiche di cui all’art. 6, II comma, lett. D) e F) del D.P.R. 416 del 1974. E' pertanto illegittima per violazione e falsa interpretazione ed applicazione della legge la delibera del Consiglio di Circolo scolastico che consente lo svolgimento di tali attività nelle aule scolastiche e negli orari destinati alle normali lezioni, all’insegnamento cioè delle materie oggetto dei programmi della scuola statale, nonché la partecipazione degli alunni a tali riti e pratiche religiose.
Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna. Sentenza 17 giugno 1993, n. 250.
La fattispecie, nella sua apparente complessità poiché per qualche ambito riguardante i rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica si risolve tuttavia rapidamente con la lettura e la corretta applicazione dell’art. 6, 11º comma, lett. d) ed f), d.p.r. 31 maggio 1974 n. 416 sulla istituzione di organi collegiali nelle scuole statali.
Lo Stato italiano, pur se non indifferente rispetto al fenomeno religioso, riafferma la propria laicità nell’art. 7 Cost. laddove “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
I loro rapporti sono regolati dai patti lateranensi, cioè da accordi internazionali che, come tali, entrano a far parte dell’ordinamento interno italiano solo in virtù di leggi di esecuzione. Leggi quindi ordinarie che come tali non possono porsi in contrasto con i principi e i precetti della Costituzione dello Stato.
La legge ordinaria che ratifica e dà esecuzione alle modifiche al concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, concordate il 18 febbraio 1984, è la l. 25 marzo 1985 n. 121 che, all’art. 9, riafferma il principio fondamentale della libertà della scuola e l’esigenza del rispetto delle previsioni costituzionali.
Del resto, la norma concordataria sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali, divenuta norma del diritto nazionale in virtù della legge di esecuzione, deve ritenersi norma di carattere eccezionale rispetto al principio della laicità dello Stato italiano enunciato dal 1º comma dell’art. 7 Cost. E perciò deve ritenersi norma di stretta interpretazione.
Gli atti di culto e le celebrazioni religiose si compiono unicamente nei luoghi ad essi naturalmente destinati, che sono le chiese e i templi e non nelle sedi scolastiche, in sedi cioè improprie e destinate alle attività didattiche e culturali, finalità appunto della scuola (art. 9 l. n. 121) ed alla attività educativa di essa.
Questo soprattutto è l’aspetto di illegittimità per violazione e falsa interpretazione ed applicazione della legge (art. 6, 2º comma, lett. d ed f, d.p.r. 31 maggio 1974 n. 416) delle impugnate deliberazioni dei consigli di circolo di Vergato e di Bologna.
Il tribunale così perviene alla decisione di merito, negando validità alle eccezioni pregiudiziali sollevate dall’avvocatura dello Stato: per riconoscere nei ricorrenti l’interesse all’impugnazione basterà considerare che in una situazione di adesione, anche di un solo studente o anche di un solo docente alla celebrazione del rito religioso o al compimento dell’atto di culto o alla visita pastorale, durante le normali ore di lezione, avverrebbe che lo studente aderente rinuncerebbe all’insegnamento di una materia curriculare – e non potrebbe neanche farlo – oppure, nel caso di allontanamento dalla classe del docente, si avrebbe lo stesso effetto per tutti gli studenti della classe, i quali verrebbero così privati dell’insegnamento della materia per quell’orario prevista nel calendario scolastico.
Certamente, anche il comitato bolognese “Scuola e Costituzione”, le cui finalità si colgono immediatamente dalla stessa sua denominazione, ha, come associazione al fine specifico diretta, effettivo ed innegabile interesse alla impugnazione, per motivi sostanzialmente coincidenti con quelli dei genitori degli studenti.
Qui non si tratta di garantire agli studenti o ai professori la facoltà di non partecipare al compimento degli atti di culto e alle pratiche religiose – facoltà dalle impugnate delibere assicurata – il problema è a monte ed è un altro: la illegittimità delle deliberazioni dei consigli di circolo sta, esattamente e fondamentalmente, nell’avere consentito l’inserimento, al posto delle normali ore di lezione, di attività del tutto estranee alla scuola ed alle sue finalità istituzionali. Un fatto oggettivo, che resta ovviamente tale nella sua antigiuridicità, anche se si prevede la facoltà di studenti o docenti di non partecipazione.
L’assicurazione di questa facoltà non elimina, come è evidente, il fatto obiettivo del turbamento e dello sconvolgimento del normale e ordinato andamento della vita e dell’attività scolastica conseguente e consistente nella soppressione, non importa se anche limitata ad una sola unità, dell’ora di ordinario insegnamento e nella previsione, in luogo di essa, della effettuazione di una attività affatto estranea alle finalità e alla vita della scuola statale. Di un atto di fede che si compie nei templi a ciò destinati o nel foro interno della propria coscienza e non certo nelle sedi e negli ambiti scolastici.
Un’alterazione ed un sovvertimento del normale e previsto andamento scolastico e del funzionamento della scuola con reale nocumento per lo studio e la formazione degli studenti, nel che appunto sta la illegittimità delle impugnate deliberazioni.
I ricorsi, infine, non andavano notificati alla Chiesa cattolica la quale nella fattispecie processuale non è presente quale istituzione, bensì quale entità spirituale, come tale priva di una soggettività giuridica e di un non riconoscibile controinteresse.
I ricorsi giurisdizionali vanno dunque accolti, con l’annullamento delle impugnate deliberazioni dei consigli di circolo di Vergato e di Bologna, siccome affette da illegittimità per violazione e falsa interpretazione ed applicazione della legge, precisamente dell’art. 6, 2º comma, lett. d) ed f), d.p.r. 31 maggio 1974, n. 416.