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Timestamp: 2019-03-20 10:57:16+00:00
Document Index: 92912880

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'sentenza ', 'art. 256', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616']

Cass. Pen. Sez. VII 22/01/2019 n. ord. 2765 - Sversamento di materiale inquinante: è necessario il sopralluogo in aziende vicine? - Tuttoambiente.it
Sversamento di materiale inquinante: è necessario il sopralluogo in aziende vicine?
n. ord. 2765
In tema di rifiuti, nell’ipotesi di sversamento di materiale inquinante non è rilevante il fatto che non siano stati effettuati sopralluoghi anche in aziende vicine, quando la sicura presenza di materiale oleoso nei pozzetti dell’azienda - in uno con la speculare assenza dello stesso in quelli posti più a monte e con il diretto collegamento della rete fognaria aziendale con quella comunale - renda certa la responsabilità della società (del suo legale rappresentante) nella contravvenzione di cui all’art. 256 del D.L.vo 152/2006. Sicché l'eventuale sversamento di materiale inquinante anche da parte di altre ditte (comunque escluso nel caso di specie, avendo gli operanti "risalito" tutti i chiusini dal torrente fino all’azienda imputata) determinerebbe, al più, una autonoma fonte di responsabilità concorrente.
1.Con sentenza del 23/1/2017, la Corte di appello di Ancona confermava la pronuncia emessa del 18/6/2015 del locale Tribunale, con la quale B.S. era stato giudicato colpevole della contravvenzione di cui all'art. 256, commi 1 e 2, d. Igs. n. 152 del 2006 e condannato alla pena di quattro mesi di arresto e 1.800,00 euro di ammenda.
2.Propone ricorso per cassazione l'imputato, a mezzo del proprio difensore, chiedendo l'annullamento della decisione. Erronea e manifestamente illogica risulterebbe la motivazione in relazione alla circostanza che nel torrente C. la materia inquinante (oleosa) fosse molto più concentrata rispetto a quella rinvenuta nel tombino antistante la proprietà V. s.r.l. (della quale il ricorrente era legale rappresentante), quel che confermerebbe che la stessa sostanza non poteva di certo provenire da quest'ultima. Nei medesimi termini, poi, risulterebbe viziata la motivazione anche quanto alla mancanza di prova circa l'identità della sostanza rinvenuta nel torrente rispetto a quella ritrovata nel citato tombino, difettando analisi adeguate. Ancora errata, di seguito, risulterebbe la sentenza con riguardo al rilevamento del percorso fognario, in uno con l'esistenza in zona di altre attività che avrebbero potuto produrre quel rifiuto; priva di rilievo, inoltre, sarebbe stata considerata una circostanza per contro molto rilevante, quale la presenza - in V. - di un impianto di riciclo dell'olio. Dal che, conclusivamente, un percorso argomentativo errato, perché frutto di una non corretta valutazione delle emergenze processuali, in violazione degli artt. 192-546 cod. proc. pen.
4.La doglianza, inoltre, oblitera che la Corte di appello - pronunciandosi su tutte le questioni qui riprodotte - ha steso una motivazione del tutto congrua, fondata su oggettive risultanze dibattimentali e non manifestamente illogica; come tale, quindi, non censurabile.
In particolare, la sentenza ha evidenziato che: a) la sostanza oleosa rinvenuta nel torrente era stata trovata - via via risalendo i vari pozzetti - anche nel chiusino sito davanti alla sede V., mentre era assente in quello a monte della stessa società; b) anche due tombini siti all'interno dell'area recintata V. avevano evidenziato la presenza di sostanze oleose, pure in misura notevole, come da fotografie in atti; c) non poteva assolutamente accogliersi la tesi difensiva che collegava tale presenza alla vicinanza del rubinetto per il lavaggio delle mani degli operai, trattandosi di dispersione di materiali oleosi - in questo caso - del tutto modesta e non riferibile al diverso quantitativo rinvenuto nei pozzetti. Ancora, e rispondendo ad un'altra questione di merito riprodotta in questa sede, la Corte di appello ha negato rilievo al fatto che non fossero stati effettuati sopralluoghi anche in aziende vicine, sottolineando che la sicura presenza di materiale oleoso nei pozzetti V. - in uno con la speculare assenza dello stesso in quelli posti più a monte e con il diretto collegamento della rete fognaria aziendale con quella comunale - rendeva certa la responsabilità della società (rectius: del suo legale rappresentante) nella contravvenzione in esame. Sicché l'eventuale sversamento di materiale inquinante anche da parte di altre ditte (comunque escluso, avendo gli operanti "risalito" tutti i chiusini dal torrente fino alla V.) avrebbe determinato, al più, una autonoma fonte di responsabilità concorrente con quella dello S..
5.Del tutto adeguata e logicamente motivata, poi, risulta la sentenza anche con riguardo alla mancata effettuazione di un cromatogramma e ai dubbi - sollevati dalla difesa - in punto di diversa concentrazione della sostanza inquinante nel torrente, rispetto ai pozzetti V.. Pronunciandosi su quest'ultimo profilo, in particolare, la Corte di appello ha evidenziato che: 1) di norma, il materiale sversato nel tombino gradualmente scorre lungo la fognatura fino al torrente, per lì ristagnare (come peraltro affermato anche dai testi G. e M.); 2) non poteva ipotizzarsi un breve lasso di tempo tra lo sversamento ed il sopralluogo degli operanti, dal che doveva ritenersi che la maggior parte del materiale smaltito avesse avuto il tempo di percorrere la rete fognaria, lasciando i pozzetti. Quanto, infine, alla presenza in azienda di un impianto di riciclo dell'olio utilizzato per le lavorazioni, la sentenza - oltre a sottolineare che non era attivo nel giorno del sopralluogo - ha comunque evidenziato che lo stesso dato, in sé, non poteva contrastare le evidenze indiziarie - gravi, precise e concordanti - appena sopra richiamate.
6.Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 3.000,00.