Source: http://www.litis.it/2011/05/25/il-proprietario-del-veicolo-non-e-tenuto-a-comunicare-i-dati-del-consudente-se-la-multa-arriva-in-ritardo-cassazione-civile-sentenza-n-111852011/
Timestamp: 2019-11-12 03:15:51+00:00
Document Index: 19984294

Matched Legal Cases: ['art. 126', 'art. 201', 'art. 201', 'art. 126', 'art. 126', 'art. 201', 'art. 201', 'art. 126', 'art. 126', 'art. 201', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 126', 'art. 366', 'art. 366', 'art. 126', 'sentenza ', 'art. 126', 'art. 201', 'art. 380', 'art. 3', 'art. 374', 'art. 363', 'art. 363', 'art. 363', 'art. 201']

Litis.it » Il proprietario del veicolo non è tenuto a comunicare i dati del consudente se la multa arriva in ritardo – Cassazione Civile, Sentenza n. 11185/2011
« La violenza sessuale commessa da un ufficiale dell’esercito non é un reato militare – Cassazione Penale, Sentenza n. 19748/2011
Ammissibile il giudizio di ottemperanza per l’esecuzione del lodo arbitrale – Consiglio di Stato, Sentenza n. 3047/2011 »
Il proprietario del veicolo non è tenuto a comunicare i dati del consudente se la multa arriva in ritardo – Cassazione Civile, Sentenza n. 11185/2011
In relazione alla contestazione della violazione di omessa comunicazione dei dati del conducente di un veicolo di cui all’art. 126 bis CdS, ove la contestazione della violazione principale sia avvenuta tardivamente (per superamento del termine di cui all’art. 201 comma 1 CdS), va esclusa la sussistenza dell’obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare gli estremi del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulta illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, contestata, successivamente alla prima, con apposito verbale di accertamento.
Questo è il principio di diritto enunciato dalla Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione nella sentnenza n. 11185 depositata lo scorso 20 Maggio.
Va ricordato che l’art. 201 CdS – spiega la Cassazione – impone la notifica dei verbali di contestazione delle infrazioni al codice della strada nel termine di centocinquanta giorni (oggi 90) dalla commessa violazione, con la conseguenza che la notifica tardiva rende illegittima la sanzione.
La peculiare sanzione prevista dall’art. 126 bis CdS, che deriva dalla omessa o negativa risposta all’invito dell’amministrazione a comunicare gli estremi del conducente del veicolo con cui sia stata commessa l’infrazione, pur venendo definita con verbale di accertamento separato, trae origine dalla prima contestazione. Si pretende intatti che il proprietario del veicolo sia in grado di conoscere il nome del conducente, dovendo avere il controllo dell’uso del veicolo e consapevolezza mnemonica degli utilizzatori effettivi di esso.
Come ha osservato la memoria della ricorrente questa pretesa dell’amministrazione non può però protrarsi per un tempo illimitato, tenendo obbligato il proprietario anche se l’invito gli venga inoltrato tardivamente.
Il testo dell’art. 126 bis prevede che la comunicazione debba essere inoltrata entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione Detta notifica può però avere effetto solo se ritualmente eseguita, cioè se pervenuta all’obbligato entro i 150 giorni dalla commessa violazione. Tale interpretazione si impone per coerenza logica con quanto previsto dall’art. 201 Cds in ordine alla illegittimità della sanzione conseguente alla violazione principale.
Il legame tra le due violazioni è con tutta evidenza inscindibile. Si badi che lo sforzo mnemonico del proprietario del veicolo è esigibile solo se contenuto in ragionevoli tempi, che sono dal legislatore previsti in relazione al fatto che la sanzione è – in questi casi necessariamente – irrogata in relazione a ipotesi in cui è mancata la contestazione immediata dell’infrazione (art. 201 comma 1 bis CdS) Pertanto l’obbligo del proprietario (comunicazione entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione) può scattare solo se sorretto da notificazione tempestiva di detto verbale.
Va aggiunto che non rileva che il primo verbale, ove tardivamente notificato, non sia stato oggetto di opposizione. La sanzione conseguente all’omessa comunicazione viene infatti accertata in un secondo momento, a seguito della verifica del mancato adempimento all’invito. Solo il verbale di sanzione ex art. 126 bis CdS – se notificato – può e deve essere opposto, facendo valere la ragione di illegittimità di tale pretesa, costituita dal tardivo inoltro del verbale di contestazione della prima violazione.
“In relazione alla contestazione della violazione di omessa comunicazione dei dati del conducente di un veicolo di cui all’art. 126 bis CdS, ove la contestazione della violazione principale sia avvenuta tardivamente (per superamento del termine di cui all’art. 201 comma 1 CdS), va esclusa la sussistenza dell’obbligo, per il proprietario del veicolo, di comunicare gli estremi del conducente del veicolo al momento del rilevamento dell’infrazione; con la conseguenza che risulta illegittima la pretesa sanzionatoria connessa alla violazione per omessa comunicazione, contestata, successivamente alla prima, con apposito verbale di accertamento.”
Le spese di questo grado di giudizio possono essere interamente compensate, atteso che la questione posta con il ricorso ha fatto emergere l’illegittimità della pretesa sanzionatoria, non senza considerare che la “particolarità del caso” aveva indotto la stessa ricorrente a non chiederne la rifusione in caso di esito favorevole, volendo essa agire “per un sostanziale principio di equità “.
(© Litis.it, 25 Maggio 2011 – Riproduzione riservata )
Cassazione Civile, Sezione Seconda, Sentenza n. 11185 del 20/05/2011
1) Si apprende dalla sentenza impugnata – e in parte dal ricorso che il 6 settembre 2005 veniva accertata dalla Polizia Municipale di Trieste un’infrazione stradale commessa dal conducente di un veicolo di proprietà di [OMISSIS]
La S. provvedeva al pagamento della sanzione per l’infrazione contestata.
Con raccomandata spedita il 5 maggio 2006 (pur se datata 20 aprile 2006, cfr. sentenza d’appello, pag. 3, terz’ultimo rigo) comunicava di non essere in grado di fornire i dati richiesti per le seguenti ragioni: a) perché la contestazione era pervenuta cinque mesi dopo la notifica del verbale relativo alla prima violazione; b) perché era cittadina austriaca che si trovava all’epoca del fatto presso la famiglia di origine; c) perché coniugata con un avvocato italiano al quale aveva lasciato in uso il veicolo per le esigenze di lui e degli altri professionisti dello studio legale.
Il 25 settembre 2006 veniva notificato alla S. verbale di contestazione “elevato l’8 settembre 2006 relativo alla violazione commessa con la mancata positiva risposta all’invito a comunicare i dati del conducente.
La S. ha proposto tempestivo ricorso per cassazione, al quale il Comune dì Trieste ha resistito con controricorso.
Il giudice relatore ha avviato la causa a decisione con il rito previsto per il procedimento in camera di consiglio. E’ stata depositata memoria. L’adunanza camerale, tenutasi il 5 novembre, è stata riconvocata il 3 maggio 2011.
2) La relazione preliminare ha rilevato che il ricorso è inammissibile e comunque manifestamente infondato. Parte ricorrente, che non individua in apposita rubrica i motivi di censura e le norme violate formula due quesiti di diritto. Il primo attiene alla ritenuta tardività della comunicazione ed è
così formulato: “Caducato il DL 21 settembre 2005 n. 184 che modificava secondo le indicazioni della Corte Costituzionale l’art 126 bis c.2 CdS nel senso che la comunicazione dei dati del conducente doveva essere fornita all’organo di polizia procedente entro sessanta giorni dalla data di notifica del verbale di contestazione, può dirsi rimasta in vigore la precedente formulazione dell’articolo di cui sopra, già rilevata in contrasto con la Costituzione, secondo cui detta comunicazione doveva essere invece effettuata entro trenta giorni?”
In proposito le Sezioni Unite hanno insegnato che “a norma dell’art. 366 “bis” cod, proc. civ. e’ inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilita’ alla fattispecie in esame tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo (SU 6420/08, 112010/08.
Orbene, il quesito in considerazione è del tutto inidoneo a soddisfare i requisiti previsti dall’art. 366 bis cod. proc. civ., per la cui osservanza avrebbe dovuto compendiare: a) la riassuntiva esposizione degli elementi di tatto sottoposti al giudice di merito; b) la sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice; c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie (Cass. 19769/08).
Il tutto doveva essere esposto in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, finalizzata a porre il giudice della legittimita’ in condizione di comprendere – in base alla sola sua lettura – l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice e di rispondere al quesito medesimo enunciando una “regula iuris”,(Cass. 2658/08), così rispondendo al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimita’ (Cass. 26020/08)
La mancanza di concretezza del quesito si desume, nel caso in esame, non solo dalla assenza nel quesito di ogni riferimento alla fattispecie, ma anche dalla inidoneità a risolvere in concreto la controversia in favore dell’istante. Va infatti osservato che ove fosse possibile ritenere il quesito
autoindividuante in relazione al caso deciso (per il fatto di avere il giudice di merito preferito la tesi della necessità di rispondere entro trenta giorni come previsto dal testo originario dell’art. 126 bis, e non sessanta come sostenuto dall’opponente rifacendosi alle modifiche normative successive), parimenti la questione non sarebbe risolutiva. Le date riportate in sentenza evidenziano infatti che la comunicazione venne effettuata ben oltre i sessanta giorni atteso che la spedizione avvenne il 5 maggio 2006, cioè 76 giorni dopo il 18 febbraio, data in cui era stata contestata la prima violazione ed era stato contestualmente intimato l’invito di comunicare i dati del conducente.
La seconda versione è la seguente: “Deve considerarsi l’apprezzato ritardo della notifica della violazione oltre i cinque mesi concessi dalla legge, eventualmente in concomitanza ad altri fattori causali di rilievo, “giustificato e documentato” motivo di omissione della comunicazione di cui all’art. 126 bis CdS?”
Anche questo quesito è inammissibile. Rilevano in questo caso non solo le carenze individuate con riguardo al primo, relative: a) alla mancanza di riferimenti alla concreta fattispecie e all’ incompletezza della sintesi logico – giuridca della questione; b) alla omessa indicazione degli atti processuali (atto di opposizione e atto di appello) indispensabili per l’ammissibilità dello scrutinio, ma anche la mancata indicazione del fatto controverso relativamente al prospettato vizio di motivazione e la novità della questione giuridica affrontata dal quesito, come prontamente segnalato dal controricorso.
Il Comune di Trieste nel proprio scritto difensivo ha messo in evidenza che la censura relativa alla ‘asserita tardività” della notifica del verbale è stata formulata per la prima volta in sede di legittimità.
Il rilievo coglie nel segno, atteso che i riferimenti al tempo trascorso dalla constatazione della infrazione, nei precedenti gradi di giudizio erano funzionali a sostenere la sussistenza del giustificato motivo della condotta omissiva contestata.
Invero la questione posta con la prima versione del quesito è diversa rispetto a quella, riecheggiata nella seconda versione del quesito, attinente al giustificato motivo della omissione, questione questa che in giurisprudenza è risolta considerando giustificate sostanzialmente solo la circolazione del mezzo contro la volontà del proprietario o dopo la cessione del veicolo a terzi (cfr. Cass. 22042/09, richiamata dalla relazione preliminare). Si mira infatti ad affermare, più nettamente, che la comunicazione degli estremi del conducente non è dovuta (e non può essere pretesa dall’amministrazione) per il solo fatto del decorso di un tempo superiore ai 150 giorni, stabilito dall’art. 201 bis CdS (nel testo vigente all’epoca), prima della notificazione al proprietario del veicolo del verbale di accertamento dell’infrazione al quale accede l’intimazione contenente l’invito a comunicare i dati del conducente.
La questione del limite temporale, più chiaramente trattata dalla stessa parte ricorrente nella memoria ex art. 380 bis c.p.c. non risulta però posta in questi termini al giudice di appello come si evince dalle conclusioni di parte appellante riportate in epigrafe, che alludevano, oltre che al giustificato motivo, a ulteriore profilo, costituito dalla mancanza di coscienza e volontà dell’omissione, involgente l’art. 3 della legge 689/81 e quindi ben diverso da quello esposto in sede di legittimità.
4) Il ricorso di [OMISSIS] è dunque inammissibile con riguardo a ognuno dei profili proposti.
In dottrina sono state manifestate perplessità, o addirittura contrarietà, in ordine al potere delle Sezioni semplici della Corte di decidere in via di certiorari la questione giuridica posta dal ricorso dichiarato inammissibile.
Si è detto che almeno di regola dovrebbero essere investite le Sezioni Unite o comunque disposta la trattazione in pubblica udienza. Quest’ultima tesi ha trovato isolata eco giurisprudenziale, in ragione del fatto che il rito camerale di cui agli artt. 375 e 380 – bis cod. proc. civ. costituirebbe uno strumento acceleratorio del giudizio per l’esercizio di ben definite tipologie decisionali, tra le quali non rientrerebbe l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge (Cass. 28327/09)
A favore del potere delle Sezioni semplici milita la circostanza che il testo normativo, che menziona genericamente la Corte si è ben guardato dal prevedere che il Collegio debba necessariamente innescare il meccanismo di cui all’art. 374 c.p.c. per la rimessione alle Sezioni unite.
Risponde altresì all’opportunità, laddove si tratti di questioni nuove o comunque non tali da meritare l’immediata attenzione delle Sezioni Unite, di consentire che si dispieghi al più presto l’esame delle sezioni semplici, il confronto di opinioni, il dialogo con la dottrina; di verificare sollecitamente le ricadute anche sulla giurisprudenza di merito, di avviare quel reticolo sedimentato di giudizi che dà forma al diritto vivente, il quale non è articolato solo dalla voce privilegiata del consesso apicale.
Né si deve trascurare che la sede camerale è quella che propriamente è chiamata a sancire l’inammissibilità di un ricorso secondo il rito di cui agli artt. 375 e segg. c.p.c. Se il legislatore ha inteso estendere l’istituto di cui all’art. 363 c.p.c. rispetto alla conformazione iniziale, che lo ancorava alle sollecitazioni del procuratore qenerale, ciò ha fatto ben conoscendo che l’occasione di dichiarare l’inammissibilità del ricorso – e nel contempo di voler pronunciare il principio di diritto nell’ interesse della legge – sarebbe sorta, principalmente, in sede di camera di consiglio.
Non v’è da sorprendersi di questa scelta, poiché la composizione della Corte in adunanza camerale è identica a quella che essa ha in pubblica udienza, essendo il Collegio formato sempre da cinque magistrati della Sezione. La concreta organizzazione della Corte consente di aggiungere che a questo ufficio sono chiamati (tanto dopo l’istituzione della Sesta Sezione, L. 69/09, quanto al tempo della struttura per l’esame preliminare formata in occasione della riforma del 2006) tutti i magistrati delle sezioni – o contemporaneamente o con periodici avvicendamenti restando così escluso che in sede camerale siano impiegati soltanto consiglieri meno esperti o autorevoli.
Da disattendere è infine anche l’orientamento dottrinale che vuol limitare il potere d’ufficio di cui al comma terzo dell’art. 363 all’enunciazione del principio di diritto attinente le ragioni per le quali il ricorso è stato dichiarato inanmissibile.
Va affermato per contro che il chiaro intento del legislatore, che traspare dal comma primo dell’art. 363, è quello di favorire l’emergere, nonostante l’inammissibilità del ricorso, del principio di diritto cui il giudice di secondo grado avrebbe dovuto attenersi nel decidere la questione – di merito o processuale che era stata fatta oggetto del giudizio di legittimità.
Va ricordato che l’art. 201 CdS impone la notifica dei verbali di contestazione delle infrazioni al codice della strada nel termine di centocinquanta giorni (oggi 90) dalla commessa violazione, con la conseguenza che la notifica tardiva rende illegittima la sanzione.
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