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Timestamp: 2018-02-22 16:31:20+00:00
Document Index: 179656545

Matched Legal Cases: ['art. 143', 'art. 5', 'art. 2733', 'art. 2733', 'art. 2733', 'art. 143', 'sentenza ', 'art. 2733', 'art. 2733', 'art. 143', 'art. 2733', 'art. 143', 'art.2733', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 2733', 'art. 143', 'art. 2733', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 2733', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 148', 'art. 5', 'art. 143', 'sentenza ']

L’efficacia probatoria dei moduli di constatazione amichevole d’incidente congiuntamente sottoscritti: una tormentata questione dagli epiloghi inaccettabili
Silvis Claudio, 21 ottobre 2010
La norma in questione è oggi contenuta nel secondo comma dell’art. 143 del D.Lgs. 209/2005 – Codice delle Assicurazioni Private (d’ora in avanti CAP), ma è presente nel panorama legislativo italiano sin dagli anni ’70 (naturalmente del secolo passato), introdottavi dall’art. 5 del D.L. 857/1976.
Rileva la Sezione remittente che, tuttavia, in tema di efficacia probatoria dei moduli CAI congiuntamente sottoscritti, vi sono pronunce della stessa Corte regolatrice secondo cui «il modulo di constatazione amichevole di sinistro stradale… (quando è sottoscritto dai conducenti coinvolti e completo in ogni sua parte, compresa la data) ha valore probatorio di confessione esclusivamente nei riguardi del suo autore, mentre genera soltanto una presunzione “iuris tantum” nei confronti dell’assicuratore, come tale superabile con prova contraria con la possibilità, quindi, che la responsabilità dell’assicurato venga affermata in base alla sua confessione, mentre l’azione diretta nei confronti del l’assicuratore venga respinta ove egli fornisca la prova contraria.))
considerare le dichiarazioni confessorie come facenti piena ed inconfutabile prova contro il confitente, ammettendo nel contempo l’assicuratore a provare il contrario ai meri fini della decisione della domanda risarcitoria rivolta contro di lui e, quindi, ammettendo la possibilità che il giudice accolga la domanda di risarcimento contro il danneggiante–assicurato e rigetti quella promossa contro il relativo assicuratore, se questi prova la non verità dei fatti dichiarati nel modulo;
attribuire alle dichiarazioni confessorie contenute nel modulo attitudine probatoria unica nel risultato per tutte le parti processuali, dando prevalenza al dato che i giudizi di responsabilità civile da circolazione di veicoli a motore hanno struttura litisconsortile necessaria dal lato passivo e che, quindi, in tali contesti processuali non può che trovare applicazione il terzo comma dell’art. 2733 c.c., che rende liberamente apprezzabili dal giudice le dichiarazioni confessorie rese soltanto da alcuni dei litisconsorti necessari.
L’approdo risolutore delle SS.UU. è andato nella direzione di un netto accoglimento della seconda soluzione, avendo il Consesso plenario sottolineato come la natura necessariamente litisconsortile dei giudizi considerati – che vedono quale parte obbligatoriamente convenuta, insieme all’assicuratore, il responsabile civile assicurato – imponga di considerare le dichiarazioni confessorie in questione prive dall’efficacia legale di piena prova che esse, in linea generale, produrrebbero secondo il comma 2 dell’art. 2733 c.c., dovendo, invece, essere liberamente valutabili dal giudice nei confronti di tutti i litisconsorti necessari (confitente incluso, se fra costoro); gli esiti di quella libera valutazione giudiziale, inoltre, debbono valere necessariamente per tutti i litisconsorti necessari, sì da portare ad una pronuncia uniforme o, comunque, non contraddittoria nei loro confronti.
Nel solco di questa statuizione ed in coerenza col principio di diritto espressovi, successive pronunce della Corte[2] hanno enunciato il corollario secondo cui, nel caso sia convenuto anche il conducente non proprietario del veicolo, le dichiarazioni che egli ha sottoscritto fanno piena prova contro di lui, non essendovi litisconsorzio necessario fra il conducente non assicurato e gli altri convenuti e, quindi, valendo per lui la regola stabilita dal comma 2 e non quella dettata dal comma 3 dell’art. 2733 c.c.
Giunti a questo punto, è impossibile non constatare che la sistemazione data dalle Sezioni Unite alla questione si traduce nella esautorazione “sic et simpliciter” di una disposizione di legge pienamente vigente, la quale si vede conculcare ogni possibilità di operare proprio nelle fattispecie in cui deve trovare la sua fisiologica applicazione.
Per l’arresto delle SS.UU., le risultanze dei moduli CAI a duplice firma non sono assistite da alcuna presunzione di verità al darsi delle situazioni in cui soprattutto debbono esserlo secondo l’art. 143 CAP, ossia quando il danneggiato agisce contro l’assicuratore del danneggiante ed il danneggiate medesimo.
Lo strumento di prova legale si è dunque trasformato in un mezzo di prova semplice. Il che può esattamente esprimersi anche dicendo che il risultato dell’interpretazione è stato quello di attribuire alla disposizione interpretata un significato suicidario, dal momento che essa è destinata a restare inapplicata nelle fattispecie che costituiscono l’ambito fisiologico e centrale di relativa applicazione, ossia quelle in cui si pone come cruciale la prova dei fatti sui quali si fondano le pretese risarcitorie del danneggiato nei confronti dell’assicuratore del danneggiante e di costui.
Per il solo fatto di essere approdata ad un simile risultato, l’esegesi che la Corte regolatrice ha imposto con la sentenza del 2006 e che impone con le pronunce confermative di essa è fallace “in re ipsa”, tutto essendo consentito all’interprete fare tranne che dare alla legge un significato autoabrogativo .
L’interprete, tenendo a mente che “il Legislatore è razionale”, deve prediligere, fra più interpretazioni possibili di una norma, quella che consente di darle un contenuto previsionale che abbia un che di innovativo rispetto a quello di altre norme.
La disposizione di legge in questione, al contrario, è stata giudicata sprovvista di una propria cogenza, essendosi ritenuto che quanto essa contempla e regola ricade nella regolazione di un’altra norma, ossia dall’art. 2733 c.c.
Neppure il fondamentale canone ermeneutico della prevalenza della legge speciale su quella generale sembra essere stato rispettato, dal momento che non pare essersi dato peso alla circostanza che le dichiarazioni contenute dei moduli “de quibus”, essendo presunte veritiere sia contro colui che le ha rese che contro il relativo litisconsorte necessario (che non le ha rese) – l’assicuratore –, sono preordinate a fare piena prova proprio nella particolare situazione processuale in cui, per converso, le dichiarazioni confessorie non possono avere quella valenza secondo il terzo comma dell’art. 2733 c.c.
Questo chiaro dato di fatto, per l’interprete che muova dal presupposto che le dichiarazioni contenute nei moduli in questione sono confessioni stragiudiziali, non può non instradare l’interprete stesso verso la conclusione che il comma 2 dell’art. 143 CAP è norma specializzante rispetto al comma 3 dell’art. 2733 c.c., giacché, in deroga a quest’ultimo, è attribuita a dichiarazioni confessorie provenienti da uno solo dei litisconsorti necessari valenza pleniprobatoria contro tutti i litisconsorti.
Ma – come si sta per dire – è proprio l’assioma in base al quale le dichiarazioni in parola rilevano come confessioni a non avere alcun fondamento; dal che discende che il rapporto intercorrente fra il comma 2 dell’art. 143 CAP ed il comma 3 dell’art.2733 c.c. non si configura neppure in termini di specialità-generalità, bensì di reciproca indipendenza.
A differenza dei moduli CAI sottoscritti singolarmente – atti la cui efficacia probatoria non è presa in specifica considerazione né dall’art. 143 CAP nè da altre norme ed è, quindi, quella che tali documenti hanno in base alle disposizioni generali del codice civile in tema di prove –, la valenza probante delle dichiarazioni riportate nei formulari CAI congiuntamente sottoscritti è oggetto di una disciplina “ad hoc”.
Ipotizzando che la presunzione legale poggi sulla stessa “ratio” che fonda la regola per cui le confessioni fanno piena prova contro chi le ha rese (“ratio” sintetizzabile nella massima di esperienza secondo cui “nessuno dichiara fatti a sé sfavorevoli se non sono veri”), la finalità perseguita dal comma 2 dell’art. 143 CAP è quella di introdurre una deroga al comma 3 dell’art. 2733 c.c., consentendo alle dichiarazioni espresse nei moduli a firma congiunta di fare piena prova contro il dichiarane nei casi in cui, al contrario, dovrebbero essere liberamente apprezzate dal giudice.
Sebbene – come più su sottolineato – quella finalità derogatoria determini che la previsione del comma 2 dell’art. 143 CAP, contrariamente a quanto reputa al Corte di Cassazione, prevale senz’altro su quella del comma 3 dell’art. 2733 c.c., resta tuttavia incomprensibile il perché l’art. 143 CAP abbia previsto quella eccezione per le sole confessioni contenute nei moduli congiuntamente firmati.
Cosa può avere motivato il discrimine operato, “in parte qua”, dal Legislatore fra le dichiarazioni rese dai conducenti nei moduli congiuntamente firmati e quelle, provenienti dagli stessi soggetto, eventualmente contenute in qualunque altro atto?
La risposta arriva quasi da sé, senza costringere l’ermeneuta a compiere particolari sforzi intellettivi: il comma 2 dell’art. 143 CAP non vuole costituire una deroga alla disposizione generale in tema di valenza probatoria delle confessioni dettata dal comma 3 dell’art. 2733 c.c.
Il comma 2 dell’art. 143 CAP, in altri termini, si sovrappone e si sostituisce in tutto e per tutto ad ogni altra regola ipoteticamente applicabile alla fattispecie riguardata, poiché si pone esso stesso come una regola “sui generis” segnatamente pensata e calibrata per il raggiungimento di particolari obiettivi di interesse generale [3].
Alla base della presunzione legale istituita dal comma 2 dell’art. 143 CAP sta il chiaro intento legislativo di promuovere e, nel contempo, riconoscere una particolare modalità tipizzata di formulazione delle denunce di sinistro, modalità cui vengono preordinatamente ricondotti certi effetti tipici non solo processuali, ma anche sostanziali (vds. art. 148, co.1, ultimo periodo, CAP).
Conclusivamente, si può dire che, con l’art. 5 del D.L. 857/1976 ed, oggi, con l’art. 143 C.A.P., il Legislatore ha vincolato il giudice a ritenere che la dinamica e le conseguenze degli incidenti fra veicoli con obbligo di assicurazione R.C.A. siano quelle che risultano concordemente attestate dai conducenti che del sinistro sono stati i diretti protagonisti. Ciò il Legislatore ha fatto costruendo una presunzione legale di verità intorno alle risultanze dei moduli di denuncia di sinistro sottoscritti congiuntamente, presunzione vincibile solo dalla sola prova contraria eventualmente fornita dall’assicuratore di colui che, in base alle stesse risultanze, dovrebbe rispondere civilmente dei danni prodotti dal sinistro.
Nel fare ciò, peraltro, lo stesso Legislatore (che è razionale per definizione) ha tenuto pienamente conto del fatto che, per sua stessa volontà, i giudizi in cui i suddetti moduli sono destinati a spiegare la speciale forza probante loro conferita hanno struttura litisconsortile necessaria dal lato passivo. Ciò nondimeno, non considerando confessioni le dichiarazioni contenute in quei documenti, ha disposto che esse, nei processi in questione, facciano piena prova a favore e/o contro tutte le parti, compreso l’assicuratore litisconsorte necessario del responsabile civile ove non possa o non voglia provare il contrario.
Resta ora da capire se la presunzione di verità delle risultanze dei moduli, una volta sconfitta dall’assicuratore, debba continuare ad operare per le altre parti processuali.
La norma non puntualizza nulla a questo riguardo; eppure, leggendola, si ha quasi una percezione intuitiva di cosa accade una volta che l’assicuratore abbia sconfitto la presunzione legale: <<Quando il modulo sia firmato congiuntamente da entrambi i conducenti coinvolti nel sinistro si presume, salvo prova contraria da parte dell’assicuratore, che il sinistro si sia verificato nelle circostanze, con le modalità e con le conseguenze risultanti dal modulo stesso.>>.
Ciò che a lume di naso la norma sembra volerci dire è che, provato dall’assicuratore che il sinistro non si è verificato nelle circostanze, con le modalità e le conseguenze risultanti dal modulo, non v’è più ragione perché prevalga, a beneficio o contro chiunque, una realtà ormai svelatasi fittizia su quella effettuale: i fatti oggetto della presunzione si presumono veri….salvo prova contraria “tuot court”, ossia, ancorché ed a prescindere dal fatto che la non verità di essi sia stata acclarata dal giudice per iniziativa di uno solo dei soggetti processuali interessati a smentirli.
Si tratta pur sempre di una presunzione legale “iuris tanum”, per quanto “sui generis”, dato che fra i soggetti che potrebbero avere interesse a sconfiggerla, ad uno solo è dato farlo. Ma una volta che, per iniziativa di quel soggetto, il giudice abbia accertato che i fatti non sono andati come descritto nel documento, non appare conforme ad alcuna necessità di giustizia o anche soltanto pratica perché l’organo giudicante decida la causa considerando per alcuni ancora vero ciò che egli ha provatamente accertato essere falso per tutti.
1 Cassazione civile SS.UU., sentenza 05.05.2006 n° 10311
2[] Cass. civ., 7 maggio 2007, n. 10304
3[] Dal fatto che le dichiarazioni in questione non vengono in rilievo come confessioni discende anche l’importante conseguenza che le stesse provano pienamente non solo i fatti contrari all’interesse di uno dei dichiaranti, ma anche quelli che attestino l’assenza di responsabilità in capo ad entrambi i firmatari (caso fortuito, forza maggiore, colpa del terzo ecc…).