Source: https://www.legasettimotorinese.com/esperto-risponde
Timestamp: 2019-04-19 09:02:04+00:00
Document Index: 56454821

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 873', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Lega Settimo Torinese - l' esperto risponde
Amministrative, 3.864 Comuni al voto il 26 maggio
Clicca qui per modificUna mappa interattiva con tutti i Comuni italiani che andranno al voto nel turno amministrativo, ufficializzato dal Consiglio dei ministri per domenica 26 maggio, con eventuale ballottaggio il 9 giugno. È online sul sito dell'Anci.I dati sono quelli del ministero dell'Interno, aggiornati allo scorso 26 febbraio, e ci dicono ache a recarsi alle urne saranno 3.864 Comuni (48,8% del totale).Tra questi 2.878 (il 52,3%) sono piccoli comuni fino a 5 mila abitanti, mentre 749 hanno una popolazione compresa tra 5.001 e 15.000; in 200 hanno una popolazione compresa tra 15.001 e 50.000; 35 sono i comuni con una popolazione fino a 250mila abitanti. Solo due municipi, Firenze Bari, superano i 250mila abitanti.
A fine maggio andranno a votare i cittadini di ben 27 capoluoghi di provincia: Vercelli, Bergamo, Pavia, Cremona, Rovigo, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Forlì, Pesaro, Ascoli Piceno, Firenze, Livorno, Perugia, Avellino, Pescara, Campobasso, Foggia, Bari, Lecce, Potenza, Caltanissetta, Sassari, Biella, Prato, Vibo Valentia, Verbania.
Criteri trasparenza e competenza commissione gara appalto
Commissioni di gara illegittime se prima della nomina non sono stati fissati i criteri di competenza modificare.
La sentenza del Tar Veneto n. 297/2019
La nomina della commissione di gara avvenuta senza predeterminazione dei criteri di trasparenza e competenza, invalida tutti gli atti compiuti dall'organo collegiale e obbliga la stazione appaltante a rinnovare il procedimento di gara. In questo senso si è espressa la sentenza del Tar Veneto, Venezia, sezione III, n. 297/2019.La nomina della commissione di gara
Il periodo precedente alla vigenza dell'albo dei commissari – posposta con atto del presidente dell'Anac al 16 aprile 2019 – si conferma come momento di estrema incertezza per i responsabili del procedimento e per le stazioni appaltanti in relazione alla costituzione del collegio di aggiudicazione negli appalti da aggiudicarsi con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Attualmente, le norme del codice dei contratti (in particolare l'articolo 77 e l'articolo 216, comma 12) non appaiono esaustive nell'indicare le disposizioni applicabili. Il comma 12 dell'articolo 216 si limita a stabilire che la competenza sulla nomina rimane in capo al soggetto che aggiudica la gara (e pertanto il dirigente/responsabile del servizio) previa determinazione di regole di «di competenza e trasparenza preventivamente individuate da ciascuna stazione appaltante». La norma, quindi, rinvia all'adozione di un atto di natura regolamentare – sulla falsariga di quanto fatto dall'Anac per le proprie commissioni di gara – che molti enti non hanno adottato.
Nel caso di specie, il ricorrente pretendeva l'annullamento dell'aggiudicazione evidenziando l'illegittimità degli atti di nomina della commissione di gara carenti di adeguata motivazione e della previa individuazione dei criteri di competenza/trasparenza.
Il giudice ha condiviso l'assunto rilevando che i criteri non potevano trovarsi in atti (regolamentari) precedenti alla nomina della commissione di gara e neppure sono stati indicati nell'atto di nomina. In particolare, l'atto di nomina conteneva semplicemente un generico riferimento ai requisiti di esperienza ma assolutamente carente di «autonoma e specifica motivazione in ordine alle ragioni di scelta dei membri della commissione». La determina si è limitata, in definitiva, a indicare semplicemente i nominativi dei soggetti individuati destinati a far parte del collegio.
Quindi, puntualizza il giudice, «il provvedimento di nomina della commissione risulta illegittimo, in quanto adottato in assenza di qualsiasi predeterminazione dei criteri di trasparenza e competenza e del tutto privo di un proprio specifico contenuto motivazionale, con conseguente illegittimità derivata degli ulteriori atti impugnati».
La conseguenza, evidentemente molto grave, si è sostanziata nell'annullamento dei vari atti compiuti dalla commissione dal momento del suo insediamento.
L'annullamento della determinazione di nomina della commissione, infatti, comporta - come confermato dall'orientamento giurisprudenziale consolidato - «il travolgimento, per illegittimità derivata, di tutti gli atti successivi della procedura fino all'affidamento del servizio ed impone quindi la rinnovazione dell'intero procedimento di gara, a partire dalla nomina della commissione (dall'accertamento della illegittimità del provvedimento di nomina della Commissione deriva la illegittimità di tutti gli atti conseguenti del relativo procedimento fino alla aggiudicazione della gara e alla stipulazione del contratto nonché l'obbligo dell'amministrazione di rinnovare il procedimento: Cons. St., Ad Pl. n. 13 del 2013, Consiglio di Stato, sez. V, 2 marzo 2018, n. 1292)».
Imu e compensazione per errato pagamento
Le istruzioni Mef «dimenticano» le compensazioni ai sindaci dell’Imu pagata per errore allo Stato
Con il comunicato del 28 marzo scorso, il Dipartimento delle finanze del ministero dell'Economia ha indicato la procedura da seguire per effettuare le regolazioni Imu da Comune a Stato.
La compartecipazione dello Stato al gettito Imu comporta che le maggiori somme erroneamente versate allo Stato devono essere rimborsate da quest'ultimo. Il percorso è stato molto lungo e i primi rimborsi ai contribuenti sono stati effettuati giusto due anni fa (si veda il comunicato del Mef del 30 marzo 2017). Si ricorda che i contribuenti devono presentare l'istanza di rimborso al Comune, il quale, dopo aver verificato l'effettivo diritto al rimborso, inserisce la pratica su una specifica piattaforma informatica, e il rimborso è poi effettuato dallo Stato.
La questione dei rimborsi è però caratterizzata da continui ritardi e inadempimenti che ancora oggi permangono, dopo otto anni di applicazione dell'Imu.Le istruzioni
Con il comunicato si danno finalmente le indicazioni operative ai Comuni per eseguire il riversamento allo Stato delle somme erroneamente versate al Comune, ma di competenza statale, qualora l'imposta complessivamente versata sia corretta, e quindi non occorre rimborsare nulla al contribuente, ma effettuare solo regolazioni tra Stato e Comune. L'ipotesi è quella contemplata dall'articolo 1, comma 727 della legge 147/2013, e le modalità sono state definite dall'articolo 6, comma 3 del Dm 24 febbraio 2016, il quale dispone che «nel caso di somme erroneamente versate all'ente locale ma di competenza dell'erario, l'ente locale provvede al riversamento di dette somme nei confronti dell'erario».
Operativamente, quando un Comune rileva di aver incassato delle somme di competenza statale, o su segnalazione del contribuente stesso o all'esito della propria attività di controllo dell'Imu, deve caricare l'importo da riversare sulla piattaforma informatica dei rimborsi, ma prima ancora deve provvedere ad impegnare tale somma, perché, come detto, si tratta di somme che devono essere materialmente riversate, e non sono oggetto di compensazione all'interno dell'Fsc.
Il problema è, che fino a oggi non si sapeva come materialmente riversare le somme allo Stato. Con il comunicato del 28 marzo si chiarisce che le somme devono essere riversate, mediante bonifico bancario o postale, «sul capitolo di capo 10, n. 3465, articolo 4, denominato "Rimborsi e concorsi diversi dovuti dai comuni", indicando nella causale del versamento "Rimborsi IMU di spettanza erariale ai sensi della circolare DF n. 1/ 2016"».
Manca, però, ancora un pezzo, anche importante per i Comuni. Il comma 725 della legge 147/2013 prevede il caso inverso, ovvero l'ipotesi in cui sia stata versata allo Stato una somma a titolo di Imu di competenza comunale. Il Comune ne dà notizia al ministero delle finanze che «effettua le conseguenti regolazioni a valere sullo stanziamento di apposito capitolo anche di nuova istituzione».
I Comuni hanno finora inserito sulla specifica piattaforma informatica le richieste di riversamento dell'Imu di propria competenza, ma finora dal ministero nessuna notizia.
Forse sarebbe stato opportuno (e anche corretto), con il comunicato dell'altro giorno, prevedere anche le modalità con le quali lo Stato intendente ridare l'Imu di competenza comunale, in modo da chiudere definitamente questa annosa partita dei rimborsi Imu.
Se il problema sta nel non aver previsto specifici appostamenti nel bilancio dello Stato delle somme da riversare ai Comuni, si sarebbe potuto benissimo prevedere, in «prima applicazione», la compensazione tra le somme che lo Stato deve ai Comuni e quelle che i Comuni devono allo Stato, d'altro canto anche la compensazione è una forma di pagamento.
Divieto di retribuzione agli amministratori di fondazioni no profit che ricevono contributi pubblici
La delibera della Corte dei conti Sicilia n. 52/2019
Solo nel caso in cui la fondazione non riceva finanziamenti pubblici è possibile prevedere la remunerazione in favore degli amministratori, altrimenti spetta loro il solo rimborso delle spese documentate. Lo afferma la sezione regionale di controllo per la Sicilia della Corte dei conti con la delibera n. 52/2019.
La richiesta di parere riguarda la corretta applicazione dell'articolo 6, comma 2, del Dl 78/2010 in base al quale la partecipazione agli organi collegiali degli enti che ricevono contributi a carico delle finanze pubbliche e la titolarità di organi è onorifica e può dar luogo al solo rimborso delle spese sostenute, ove previsto. I gettoni di presenza non possono superare l'importo di 30 euro a seduta giornaliera.
Il caso di specie riguarda una fondazione senza finalità di lucro, costituita dal Comune per la tutela e la valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale, per la quale si chiede se sia possibile prevedere un compenso per i componenti del Cda, eventualmente finanziato non con fondi comunali ma attraverso le risorse private acquisite dalla fondazione stessa per le proprie finalità istituzionali.
La Corte dice no
La sezione siciliana della Corte dei conti ha ricordato che l'ambito applicativo dell'articolo 6, comma 2, è riferito a tutti gli enti, con personalità giuridica di diritto pubblico e privato, anche non ricompresi nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, che sono destinatari di risorse pubbliche, per cui preclude di erogare qualsiasi compenso in favore degli amministratori qualora ricevano contributi pubblici.
Vengono esclusi i soli soggetti indicati nell'ultimo periodo del comma 2, ossia pubbliche amministrazioni, università, enti e fondazioni di ricerca, camere di commercio, enti del servizio sanitario nazionale, enti previdenziali e assistenziali nazionali, Onlus, associazioni di promozione sociale, enti pubblici economici. Di conseguenza, i vincoli si applicano anche nei confronti delle istituzioni che promanano da enti locali, quali le fondazioni, tenute ad applicare le stesse misure di contenimento dei costi, considerato che le risorse che le stesse utilizzano provengono in buona misura, se non prevalentemente, dall'ente locale di riferimento.
Il criterio per stabilire l'applicabilità o meno dei vincoli di legge è dunque esclusivamente quello dell'erogazione di contributi pubblici. Ne consegue che solo nel caso in cui la fondazione non riceva finanziamenti pubblici è possibile prevedere una remunerazione in favore degli amministratori, fermo restando il rimborso delle spese documentate. Remunerazione che i magistrati contabili siciliani comunque esigono sia "limitata", probabilmente a ragione dello spirito che anima le disposizioni di riferimento, quelle del Dl 78/2010, che hanno dato il via alla lunga stagione della spending review, con l'altrettanto consistente scia di misure volte alla riduzione del costo degli apparati pubblici e al contenimento delle spese.
Le ultime pronunce del Consiglio di Stato su abusi, distanze, canne fumarie.
A cura della redazione PlusPlus24 Diritto La rassegna settimanale di giurisprudenza
​Opere abusive - Lavori di ristrutturazione edilizia – ex art. 3, comma 1, lett. d) dpr n. 380 del 2001 - Permesso di costruire – Necessità – Condizioni – Fattispecie relativa a canna fumaria
È necessario il permesso di costruire tutte le volte in cui venga in rilievo un intervento il quale, per dimensioni, altezza e conformazione, risulti incidere in modo significativo sul prospetto e sulla sagoma della costruzione sulla quale la canna fumaria è installata; mentre l'intervento di mera sostituzione di una canna fumaria con le stesse dimensioni e identica localizzazione rispetto alla precedente, va considerato di manutenzione straordinaria, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. b) del d.P.R. n. 380 del 2001.
Consiglio di stato, sez. 4, sentenza del 6 febbraio 2019, n. 902
Distanze legali - Manufatto realizzato a meno di mt. 3 dal confine di proprietà - Limite minimo dettato dall'art. 873 c.c. - Violazione - Norme regolamentari prevedenti distanze maggiori – Legittimità.
Le norme dei regolamenti edilizi che impongono distanze tra le costruzioni maggiori rispetto a quelle previste dal codice civile o stabiliscono un determinato distacco tra le costruzioni e il confine sono volte non solo a regolare i rapporti di vicinato evitando la formazione di intercapedini dannose, ma anche a soddisfare esigenze di carattere generale, come quella della tutela dell'assetto urbanistico, così che, ai fini del rispetto di tali norme, rileva la distanza in sé, a prescindere dal fatto che gli edifici si fronteggino.
Consiglio di stato, sez. 4, sentenza del 4 febbraio 2019, n. 836
Abusi edilizi - Condono - Ultimazione delle opere - Onere della prova - A carico del richiedente
L'onere della prova in ordine all'ultimazione delle opere abusive in data utile per fruire del condono edilizio spetta al privato richiedente, poiché solo l'interessato può fornire elementi idonei a radicare la ragionevole certezza dell'epoca di realizzazione dell'abuso.
Consiglio di stato, sez. 4, sentenza del 30 gennaio 2019, n. 737
Abusi edilizi - Ordine di demolizione - Giudizio di difformità dell'intervento edilizio rispetto al titolo abilitativo rilasciato - Natura
Il giudizio di difformità dell'intervento edilizio rispetto al titolo abilitativo rilasciato, che costituisce il presupposto dell'irrogazione delle sanzioni, non è connotato da discrezionalità tecnica, ma integra un mero accertamento di fatto e, pertanto, l'ordine di demolizione di opere abusive non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può mai legittimare.
Consiglio di stato, sez. 4, sentenza del 4 febbraio 2019, n. 858
A cura della sezione lega settimo torinese
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