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Timestamp: 2020-07-06 03:17:42+00:00
Document Index: 125817422

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 7', 'art. 360', 'sentenza ', 'art.7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 384', 'art. 24']

Licenziamento per molestie sessuali e diritto alla privacy – Cassazione Lavoro, Sentenza 18279/2010 – Litis.it
Licenziamento per molestie sessuali e diritto alla privacy – Cassazione Lavoro, Sentenza 18279/2010
25 settembre 2010 Redazione	0 commenti Lavoro e previdenza, Licenziamento
Nella sentenza in rassegna la Suprema Corte di Cassazione ha statuito che il richiamo ad opera di una parte processuale al doveroso rispetto del diritto (suo o di un terzo) alla privacy – cui il legislatore assicura in ogni sede adeguati strumenti di garanzia – non può legittimare una violazione del diritto di difesa, diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento (art. 24, comma 2, Cost.) che non può incontrare, nel suo esercizio, ostacoli ed impedimenti nell’accertamento della verità materiale a fronte di gravi addebiti (nella specie, asserite molestie sessuali nei confronti di una collega di lavoro), suscettibili di determinare ricadute pregiudizievoli per la controparte in termini di irreparabile vulnus alla sua onorabilità o la perdita di altri diritti fondamentali (come il diritto al posto di lavoro).
Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza n. 18279 del 05/08/2010
(Presidente G. Vidiri, Relatore A. De Renzis)
Con sentenza del 14. 12,2004 il Tribunale di Napoli accoglieva il ricorso proposto da (….) e per l’effetto dichiarava l’illegittimità del licenziamento a lui intimato con lettera del 5.02.2003 dalla datrice di lavoro , disponeva l’immediata reintegra del ricorrente nel posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno.
Il (….) premetteva:
– di avere lavorato alle dipendenze della società convenuta dal 5.02. 1996 al 21 .12.2002 con mansioni di impiegato VI categoria professionale CCNL metalmeccanici privati-di avere ricevuto lettera del 19.11 .2002 con la quale la società gli contestava di avere inviato ad una collega del reparto una serie di messaggi elettronici tramite computer e tale comportamento aveva spinto la collega a chiedergli di desistere da tale atteggiamento:
– di avere risposto a tale lettera osservando di avere sempre tenuto un comportamento irreprensibile sia nei confronti dei superiori che della collega:
– che la (….) gli aveva irrogato in data 28.11 .2002 la sanzione di tre giorni di sospensione:
– che successivamente la stessa società con lettera del 12.12.2002 gli aveva contestato un altro episodio consistente nel tentativo che sarebbe stato operato da esso ricorrente il giorno 26.10.2002 durante l’orario di lavoro e nei locali aziendali di baciare o toccare una collega di cui la (….) aveva a taciuto il nome:
– di avere risposto a tali generiche contestazioni con lettera del 13.12.2002 negando ogni addebito:
– che nonostante tali giustificazioni la (….) – con lettera del 12.12.2002 a lui pervenuta il 5.12.2003 gli era stato irrogato il licenziamento, tempestivamente impugnato.
L’anzidetta decisione, appellata dalla (….) è stata confermata dalla Corte di Appello di Napoli con sentenza n. 6227 del 2005, la quale ha ribadito che la lettera di contestazione del 12.12.2002 era assolutamente vaga e priva di importanti e necessari elementi specificativi ed identificativi con riguardo alle modalità della condotta tenuta dal ricorrente nei confronti dell’ignota collega, della quale non si evidenziava alcuna reazione. Né, ha aggiunto la Corte, nella lettera di contestazione veniva indicato tempo trascorso nella stanza chiusa, dove si sarebbe verificato l’episodio né si precisava se il (….) avesse desistito dalle profferte nei confronti della collega, se fossero presenti altri colleghi e se fossero intervenuti terzi.
La stessa Corte territoriale ha osservato che le giustificazioni dell’appellante circa la presunta tutela della “riservatezza” della dipendente coinvolta non avrebbero potuto prevalere sul diritto di difesa del ricorrente di conoscere il nominativo della persona offesa dal comportamento attribuito al (….).
La (….) propone ricorso in cassazione affidato a due motivi
Il (….) resiste con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato rispettive memorie ex art. 378 c.p.c.
Con il primo motivo del ricorso la (….) lamenta violazione e falsa applicazione dell‘art. 7, 2 comma, della legge n. 300 del 1970, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia (art. 360 c. 3 e c. 5 CPC).
La ricorrente sostiene che l’impugnata sentenza fornisse un’interpretazione assolutamente fuorviante della richiamata norma, che impone la contestazione disciplinare quale momento iniziale della procedura di irrogazione della sanzione, nonché del principio di specificità della medesima contestazione, la Corte territoriale in tal modo, aggiunge la ricorrente, perviene ad una soluzione del tutto aberrante, in virtù della quale la contestazione rivolta al (….) particolarmente precisa e dettagliata viene ritenuta con una forzatura evidente, già ad una prima lettura. “assolutamente vaga e priva di importanti e necessari elementi specificativi ed identificativi.
In sostanza la ricorrente osserva che la contestazione era stata precisa con la descrizione puntuale dei dati, anche con riferimento al luogo dello svolgimento dell’episodio (”sala delle riunioni del (….) coincidente con (….) adibito a sala riunioni, sicché la mancata indicazione del nome della molestata in tale quadro non assumeva alcuna rilevanza né incideva sul le garanzie difensive dell’ incolpato.
Con il secondo motivo del ricorso la (….) denuncia violazione e falsa applicazione dell’art.7 2 comma- della legge n. 300 del 1970 e degli artt. 4 comma 1 e comma 23 e 24 del D.Lgs. n. 196 del 2003.
Al riguardo osserva che, a prescindere dalle eccepita irrilevanza dell’indicazione del nominativo della persona offesa, tale omissione trova comunque ampia giustificazione nei principi che presiedono alla tutela della c.d. privacy, non potendosi far prevalere il diritto di difesa del ricorrente su quello della tutela della riservatezza della lavoratrice vittima dell’episodio.
I due motivi, che possono essere esaminati congiuntamente stando la loro stretta connessione, sono infondati.
Il consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui la previa contestazione dell’addebito necessaria in funzione dei licenziamenti qualificabili come disciplinari ha Io scopo di consentire al lavoratore l’immediata difesa e deve conseguentemente rivestire il carattere della specificità che è integrato quando sono fornite le indicazioni necessarie ed essenziali per individuare, nella loro materialità il fatto o i fatti nei quali il datore di lavoro abbia ravvisato infrazioni disciplinari o comunque in violazione dei doveri di cui agli artt. 2104 e 2105 cod. civ. ed egualmente consolidato il dictum dei giudici di legittimità secondo cui l’accertamento relativo al requisito della specificità della contestazione costituisce oggetto di una indagine di fatto, incensurabile in sede legittimità, salva la verifica di logicità e congruità delle ragioni esposte dal giudice di merito (cfr. ex plurimis Cass. n. 1562 del 3 febbraio 2003, Cass. n. 11933 del 7 agosto 2003, Cass. n. 11045 del 10 giugno 2004, Cass. n. 9303 del 21 aprile 2005, Cass. n. 7546 del 30 marzo 2006 n. 7546).
Orbene il giudice di appello ha tenuto ben presente i richiamati principi e ha proceduto alla verifica del contenuto della lettera di contestazione e degli elementi indicati giungendo alla conclusione che gli stessi fossero generici, tali da non consentire il reale svolgimento dei fatti e le condotte dei protagonisti e tali da non consentire un adeguato diritto di difesa dell’incolpato.
Lo stesso giudice su tale versante ha osservato che non era irrilevante la conoscenza da parte sua del nominativo della persona che si riteneva offesa e delle modalità della asserita “violenza” ( nella lettera di contestazione si accenna al fatto che la persona offesa sarebbe stata chiamata dal (….) per farsi portare un caffè nella sala riunioni e nei suo i confronti, una volta entrata, il medesimo (….) avrebbe rivolto profferte di contenuto sessuale con tentativo, contro la sua volontà di baciarla e toccarla. Ha aggiunto che la conoscenza del nome della persona soprattutto molestata avrebbe, se non altro permesso al ricorrente di contrapporre circostanze di tempo e di luogo incompatibili con la denuncia della lavoratrice importunata ed evidenziare anche eventuali situazioni pregresse tali da fornire una diversa chiave di lettura dei fatti. Se si considera inoItre come si ricava da quanto riportato a pag. 6 della impugnata sentenza che il (….) ha – in sede di interrogatorio libero dinanzi al primo giudice riferito taluni motivi di inimicizia e la sussistenza di pregressi rapporti sentimentali con l’accusatrice rapporti che avrebbero potuto anche evincersi dalla stessa lettera inviata dalla (….) alla società non può non rilevarsi che una tempestiva individuazione della persona indicata come parte offesa della condotta del suddetto avrebbe consentito a quest’ultimo di esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa, senza quelle limitazioni che il giudice d’appello con una valutazione congrua e logicamente motivata ha ravvisato nel caso di specie.
A riguardo va ribadito come il giudice di appello abbia osservato che neppure il lungo in cui sarebbe avvenuto l’episodio incriminato, è stato ben individuato, riferendosi la lettera di contestazione alla “sala riunioni del (….), mentre nella memoria difensiva della società si parla di (….).
A fronte, dunque, di queste valutazioni così ampiamente articolate la società ha ribadito le sue censure, che si traducono in un diverso apprezzamento del requisito di specificità della contestazione, come tale, secondo la richiamata giurisprudenza, non consentito al giudice di legittimità. D’altro canto tali valutazioni superano la verifica della logicità e congruità delle ragioni esposte nella sentenza impugnata, non essendo stato sollevato sotto tale profilo alcun esplicito rilievo da parte della società ricorrente.
Sotto altro versante va rimarcato come il giudice d’appello abbia fornito una ragionevole risposta anche sull‘altro punto relativo alla mancata indicazione del nome della persona offesa, che secondo la ricorrente troverebbe ampia giustificazione nei principi che presiedono alla tutela della c.d. privacv, ribadendo che la comunicazione di tale nominativo, fin dal momento in cui l’accusa era stata formalmente formulata, rispondesse all’esigenza di permettere all‘incolpato di esercitare in modo pieno il proprio diritto di difesa. E ciò proprio in relazione ad una vicenda in cui la conoscenza dei rapporti pregressi tra i protagonisti avrebbe potuto consentire di verificare la portata di accuse così gravi.
L’iter argomentativo del giudice d’appello oltre a risultare come detto congruo e logico, si presenta del tutto condivisibile anche sul piano giuridico.
Sono note le difficoltà di definire con una regola generale ed in maniera esaustiva l’ambito applicativo della privacy nei casi in cui si debba procedere ad individuare un equo bilanciamento tra tale diritto ed altro diritto anche esso a copertura costituzionale.
Sul punto è stata rimarcata nella materia in esame l’esigenza che si pervenga ad un esito variabile così come patrocinato da una autorevole opinione dottrinaria, che nei casi di contrapposizione di diritti garantiti dalla Carta Costituzionale si parla di gerarchia mobile, principio questo da intendersi – non come rigida e fissa subordinazione di uno degli interessi all’altro – ma come concreta individuazione da parte del giudice dell‘interesse da privilegiare tra quelli antagonistici a seguito di una ponderata valutazione della specifica situazione sostanziale dedotta in giudizio con il conseguente bilanciamento tra gli stessi, capace evitare che la piena tutela di un interesse possa tradursi nella limitazione di quello contrapposto tanto da vanificarne o ridurne il valore contenutistico.
Non si è mancato di osservare in dottrina proprio in una materia attinente al diritto di riservatezza – che I ‘operazione di bilanciamento può condurre ad un arretramento di tutela dei dati personali tutte le volte in cui nel conflitto di interessi il grado di lesione della dignità dell’interessato sia di ridotta portata rispetto a quella che subirebbe il diritto antagonista, non potendo consentirsi all’interessato di trincerarsi dietro l’astratta qualificazione del suo diritto si da limitare in maniera rilevante il diritto di difesa della controparte.
La condivisione da parte di questa Corte di tale assunto induce ad affermare che il richiamo ad opera di una parte processuale al doveroso rispetto del diritto alla privacy – cui il legislatore assicura in sede giudiziaria idonei strumenti di garanzia non può dunque legittimare, nei casi come quello in esame, una violazione del disposto di cui all‘art. 24 Cost. che, inviolabile in ogni stato e grado del procedimento non può incontrare nel suo esercizio ostacoli all‘accertamento della verità materiale a fronte di addebiti suscettibili di determinare ricadute pregiudizievoli alla persona dell’ incolpato ed alla sua onorabilità o, come nel caso in esame – anche alla perdita del diritto al posto di lavoro.
Ragioni di completezza motivazionale inducono a evidenziare con riferimento a fattispecie aventi ad oggetto il diritto alla riservatezza come nella giurisprudenza di legittimità si riscontri ripetutamente l’affermazione che il giudice del merito debba effettuare in caso di contrapposizione di diritti una comparazione tra gli stessi al fine di trovare un giusto equilibrio tra le posizioni delle parti in lite (cfr. al riguardo Cass. 30 giugno 2009 n. 15327. secondo cui la riservatezza dei dati personali debba recedere qualora il relativo trattamento sia esercitato per la difesa di un interesse giuridicamente rilevante e nei limiti in cui sia necessario per la tutela dello stesso, cui adde, con espresso riferimento al codice della priavacy di cui al d. lgs. 193 del 2003 e sempre per la necessità che una vaIutazione comparativa tra il diritto protetto dalla suddetta normativa ed il rango del diritto azionato Cass. 7 luglio 2008 n. 18584).
Per concludere il ricorso va rigettato e la sentenza impugnata va confermata sottraendosi la stessa alle numerose censure che le sono state mosse perché il giudice d’appello con una motivazione congrua e ineccepibile sul piano logico ha, dapprima, ritenuto la contestazione dell’addebito priva della necessaria specificità ed ha, poi, operato sul piano giuridico un corretto bilanciamento tra privacy diritto inviolabile della persona e diritto della difesa, anche esso inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Conclusione questa che si presenta come corollario del principio di diritto che – alla stregua del disposto di cui all’art. 384, comma 1, c.p.c. va enunciato nel seguenti termini “Nelle controversie in cui configura una contrapposizione tra due diritti, aventi ciascuno di essi copertura costituzionale, e cioè tra loro ugualmente protetti, va applicato il c.d. criterio di gerarchia mobile, dovendo il giudice procedere di volta in volta ed in considerazione deIlo specifico thema decidendum alla individuazione dell’interesse da privilegiare a seguito di una equilibrata comparazione tra diritti in gioco, volta ad evitare che la piena tutela di un interesse finisca per tradursi in una limitazione di quello contrapposto, capace di vanificarne o ridurne il valore contenutistico. Ne consegue che il richiamo ad opera di una parte processuale al doveroso rispetto del diritto (suo o di un terzo) alla privacy, cui il legislatore assicura in ogni sede adeguati strumenti di garanzia non può legittimare una violazione del diritto di difesa che, inviolabile in ogni stato e grado del procedimento(art. 24, comma 2, Cost.), non può incontrare nel suo esercizio ostacoli ed impedimenti nell’accertamento della verità materiale a fronte di gravi addebiti suscettibili di determinare ricadute pregiudizievoli alla controparte in termini di un irreparabile vulnus alla sua onorabilità e, talvolta anche alla perdita di altri diritti fondamentali come quello al posto di lavoro.
Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in € 54,00 oltre € 3.000,00 per onorari ed oltre IVA. CPA e spese generali.
Depositata in Cancelleria il 05.08.2010
← Concordato preventivo, dichiarazione di fallimento e principio di consecuzione. Cassazione Civile, Sentenza 18437/2010
Immissioni di rumori e danno non patrimoniale – Cassazione, Sentenza n. 19851/2010 →
Consentita la videosorveglianza se il lavoratore è infedele – Cassazione Penale, Sentenza 20722/2010
7 settembre 2010 Redazione 0