Source: http://patrimoniosos.it/rsol.php?op=getlaw&id=165
Timestamp: 2020-06-02 18:30:40+00:00
Document Index: 156074313

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 29', 'art.30', 'art. 249', 'art. 74', 'art. 65', 'art. 66', 'sentenza ', 'art. 74', 'art. 76', 'art. 10', 'art. 94', 'art. 20', 'art. 85', 'art. 86', 'art. 10', 'art. 826', 'art. 89', 'art. 90', 'art. 60', 'art. 97', 'art. 6', 'art. 91', 'art. 6', 'art. 58', 'art. 95', 'art. 6', 'art. 96', 'art. 95', 'art. 96', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 99', 'art. 101', 'art. 226', 'art. 117', 'art. 100', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 22', 'art. 107', 'art 110', 'artt 112', 'art. 103', 'art. 51', 'art. 116', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 117', 'art. 10', 'art. 118', 'art. 121', 'arti 112', 'art. 112', 'art. 121', 'art. 116', 'art. 111', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 71', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 14', 'art. 12', 'art. 11']

Relazione illustrativa Bozza del Nuovo Codice, pp. 41-60
sottoposizione ad autorizzazione di cui al successivo comma 3 del medesimo articolo.
Essi sono rilasciati in base all'esibizione di documenti idonei ad identificare la cosa ed a comprovarne la provenienza dal territorio dello Stato estero dal quale è stata spedita o importata. Ulteriori condizioni, modalità e procedure per il rilascio dei certificati, soprattutto per quanto riguarda l’accertamento della provenienza della cosa, possono essere stabiliti con decreto ministeriale.
La Sezione II, è costituita dall'articolo 73, che si limita alla identificazione delle fonti comunitarie che regolano la materia, con valore meramente ricognitivo; e dall’articolo 74, che detta disposizioni di attuazione del regolamento (CEE) n. 3911/92 del Consiglio e sue successive modificazioni.
Lo spazio di autonomia lasciato agli Stati membri nella materia della spedizione (verso i Paesi membri) e della esportazione (verso Stati terzi) è limitato dalla considerazione del bene culturale come merce e dal suo conseguente assoggettamento alle regole comunitarie relative alla libera circolazione delle merci e, in p articolare, a1 divieto di restrizioni quantitative all'importazione (art. 28 Trattato CE) e alla esportazione (art. 29 Tratt.), e alle misure di effetto equivalente, con l'unica eccezione delle restrizioni giustificate da motivi "di protezione de! patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale" (art.30 Tratt.).
Con il regolamento, che ai sensi dell'art. 249 del Trattato "ha portata generale" ed "è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri", il legislatore comunitario ha inteso introdurre una disciplina immediatamente vigente per le esportazioni e le importazioni dalle frontiere comunitarie e specificamente riferita ai beni culturali, atteso che il legittimo permanere di discipline nazionali diverse, sia quanto alla identificazione dei beni sia quanto alla loro uscita dai tenitori degli Stati membri, avrebbe impedito la realizzazione del mercato unico.
Il regolamento consente l'esportazione fuori dal territorio dell'Unione europea solo previo rilascio di un provvedimento autorizzativo definito "licenza". E' da evidenziare che, ai fini comunitari, sono assoggettati a licenza tutti quegli oggetti che ricadono all'interno di una griglia definitoria contenuta nell'allegato A del regolamento stesso, che combina categorie tipologiche e soglie di valore venale per ciascuna di esse. Peraltro, il provvedimento comunitario fa espressamente salve le normative di tutela nazionale, con la previsione che la licenza di esportazione può essere negata se l'oggetto che si intende esportare è da tutelare secondo la legislazione nazionale.
L'art. 74, comma 1. individua, con riferimento all'allegato A del codice - che, come s'è già detto (v. sub art. 65), allo stesso modo dell'allegato A al vigente Testo unico, riproduce pedissequamente l'elenco costituente l'allegato A al regolamento comunitario), gli oggetti alla cui esportazione si applicano le norme comunitarie.
Ai sensi del comma 2. l'esportazione è ammessa unicamente se l'oggetto ha ottenuto l'attestato di libera circolazione; e la licenza è rilasciata dall'ufficio di esportazione contestualmente all'attestato oppure successivamente, nel limite dei trenta mesi dal rilascio dell'attestato da parte dello stesso ufficio. La disposizione circoscrive, quindi, la esportazione a quegli oggetti che non siano stati ritenuti rilevanti per il patrimonio culturale nazionale o non siano stati oggetto di acquisto coattivo. La licenza dì esportazione ha validità di sei mesi.
Il comma 3 disciplina l'esportazione temporanea di un bene elencato nell'allegato, subordinandola alle condizioni ed alle modalità stabilite dagli art. 66 (uscita temporanea per manifestazioni), 67 (altri casi di uscita temporanea) e 71 (attestato di uscita temporanea).
Sezione III - Restituzione di beni culturali illecitamente usciti dal territorio di uno Stato membro dell'Unione europea
Le norme contenute nella Sezione III riproducono il recepimento della direttiva 93/7 CHE del Consiglio del 15 marzo 1993 già attuato dagli artt. 1-16 della legge 3 O marzo 1998, n. 88, successivamente confluiti negli artt. 73-84 del Testo unico.
La direttiva, com'è noto, ha lo scopo di agevolare la restituzione di un bene culturale illecitamente uscito da uno Stato membro e rinvenuto in un altro Stato membro, e opera come strumento aggiuntivo, e non sostitutivo, rispetto alle forme di tutela proprie dello Stato membro ove il rinvenimento è avvenuto.
Le norme dedicate dal codice alla disciplina della restituzione ripropongono il contenuto degli omologhi articoli del Testo unico, con poche varianti di carattere quasi esclusivamente formale.
L'articolo 75 elenca i presupposti per la restituzione del bene culturale tra Stati membri dell'Unione europea, indicandoli:
a) nella appartenenza del bene ad una delle categorie elencate nell'allegato A o a collezioni pubbliche inventariate, ritenendo tali quelle dello Stato e degli enti pubblici nonché quelle finanziate in modo significativo dallo Stato o da enti pubblici territoriali; ovvero nella inclusione in inventali ecclesiastici (comma 3). La qualificazione può essere anche successiva alla uscita del bene dal territorio nazionale (comma 2):
b) nella uscita illecita dal territorio n azionale, ossia nella uscita dal territorio dello Stato membro richiedente in violazione del regolamento CEE o delle norme interne di protezione del patrimonio nazionale ovvero nel mancato rientro alla scadenza del termine di uscita o di esportazione temporanea (comma 4) alla quale è parificata l'inosservanza delle prescrizioni indicate nell'attestato di circolazione temporanea (comma 5); uscita che deve essere avvenuta dopo il 31 dicembre 1992 (comma 1). La restituzione è ammessa se il presupposto della illecita uscita del bene culturale sussista al momento della proposizione della domanda (comrna_6).
L'articolo 76 indica nel Ministero per i beni le attività culturali l'organismo centrale di riferimento per l'azione di restituzione e per l'attività di collaborazione con lo Stato membro richiedente. L'attività dì collaborazione si sostanzia nel coadiuvare lo Stato membro richiedente nella ricerca, localizzazione, identificazione e segnalazione del bene culturale illecitamente spedito, nella custodia del bene culturale recuperato, nonché nell'amichevole composizione di ogni controversia concernente la restituzione tra Stato membro richiedente e possessore o detentore.
L'articolo 77 disciplina l'azione di restituzione, che ha natura di azione giudiziaria ordinaria, individuando il giudice competente nel Tribunale del luogo in cui il bene culturale si trova. Lo Stato richiedente deve fornire la prova della appartenenza del bene al proprio patrimonio culturale e della sua uscita illecita dopo il 31 dicembre 1992. L'atto di citazione deve essere notificato anche al Ministero, per essere annotato nello
speciale registro di trascrizione delle domande giudiziali di restituzione. Dell'avvenuta trascrizione il Ministero da comunicazione agli altri Stati membri, al fine di garantire l'effettività della sentenza che dispone la restituzione del bene culturale che sia rimasto nella disponibilità del possessore o detentore convenuto.
L'articolo 78 riproduce la disposizione comunitaria che indica il termine di decadenza per la proposizione della domanda di restituzione (un anno dalla conoscenza del luogo in cui si trova il bene culturale e del suo detentore) e il termine prescrizionale per l'esercizio dell'azione (trenta anni dalla uscita illecita dal territorio dello Stato membro). La domanda di restituzione dei beni facenti parte di collezioni pubbliche ed equiparate (art. 74, comma 3, lett. b) o iscritti in inventari ecclesiastici è imprescrittibile.
L'articolo 79 dispone che, a richiesta, il Tribunale possa liquidare al possessore del bene che dimostri la propria buona fede un "indennizzo determinato in base a criteri equitativi'. Lo Stato richiedente può rivalersi di quanto corrisposto al possessore di buona fede nei confronti del soggetto responsabile dell'illecita circolazione, se residente in Italia.
L'articolo 80 prevede la contestualità tra pagamento dell'indennizzo, se dovuto, da parte dello Stato richiedente e restituzione del bene. Prescrive, inoltre, la redazione di un processo verbale della avvenuta consegna del bene e della contestuale corresponsione dell'indennizzo. Il processo verbale, redatto da soggetto idoneo ad attribuire ad esso valore ufficiale, costituisce titolo per la cancellazione della trascrizione della domanda di restituzione.
Ai sensi dell'articolo 81, le spese per l'assistenza e la collaborazione prestata dal Ministero allo Stato membro richiedente, nella fase antecedente e conseguente l'esercizio dell'azione di restituzione(art. 76, comma 2), sono poste a carico di quest'ultimo.
L'articolo 82 disciplina l'azione di restituzione a favore dell'Italia, disponendo che l'azione è esercitata dai Ministero per i beni e le attività culturali d'intesa con il Ministero degli affari esteri, con la assistenza della Avvocatura Generale dello Stato.
L'articolo 83 disciplina i rapporti tra lo Stato ed il proprietario del bene culturale di cui si è ottenuta la restituzione. Il proprietario deve rimborsare il Ministero di tutte le spese sostenute per la restituzione e la custodia. A tale scopo, ove il proprietario non sia conosciuto, il Ministero deve dare notizia del provvedimento di avvenuta restituzione mediante avviso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e con altra forma di pubblicità.
Ove l'avente diritto secondo l'ordinamento giuridico italiano non chieda la consegna del bene restituito entro cinque anni dalla data di pubblicazione in Gazzetta, il Ministero, sentiti l'organo consultivo e le regioni interessate, dispone l'assegnazione del bene ad un museo, biblioteca o archivio dello Stato, di una Regione o di altro ente pubblico, al fine di assicurarne la migliore tutela e la pubblica fruizione nel contesto culturale più opportuno.
L'articolo 84 indica nel Ministero l'organo incaricato di fornire alla Commissione le informazioni sulle misure adottate per l'attuazione del regolamento e deputato a raccogliere le analoghe informazioni fomite dagli altri Stati membri alla Commissione. Il
Ministero deve parimenti fornire ogni anno al Parlamento una relazione sull'attuazione della normativa comunitaria di settore da parte dell'Italia e degli altri Stati membri, e redigere poi a cadenza triennale una relazione sulla applicazione del regolamento e della direttiva.
L'articolo 85 istituisce la banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, rinviando ad un decreto ministeriale la sua organizzazione.
L'articolo 86 attribuisce al Ministero il compito di promuovere la collaborazione con gli altri Stati membri per la reciproca conoscenza del patrimonio culturale nonché della legislazione e dell'organizzazione di tutela. La disposizione è finalizzata alla stipula di accordi per il reciproco riconoscimento delle legislazioni di tutela e, quindi, alla armonizzazione delle legislazioni nazionali.
Sezione IV - Convenzione UNIDROIT
La sezione IV consta del solo articolo 87, che disciplina il ritorno intemazionale dei beni culturali rubati o illecitamente esportati, richiamando le norme della Convenzione Unidroit e delle relative leggi di ratifica ed esecuzione.
L'inserimento della norma si è reso necessario al fine di ricomprendere nell'ambito della normativa di tutela anche il citato accordo internazionale, i cui contenuti hanno ad oggetto categorie di beni non del tutto coincidenti né con quelli di cui all'art. 10 del codice né con quelli elencati nell'allegato A del regolamento comunitario, integralmente recepito come allegato A al codice.
Tale novella, unitamente a quella di cui all'art. 94. ha comportato altresì l'eliminazione della disposizione attualmente contenuta nell'art. 20 del Testo unico.
Il Capo VI, dedicato ai ritrovamenti e alle scoperte di cose suscettibili di costituire beni culturali, riproduce con talune rilevanti modifiche il contenuto del Capo V del Testo unico. Esso consta di sette articoli suddivisi in due Sezioni, la seconda delle quali, composta da un solo articolo, è dedicata al recepimento sostanziale delle disposizioni della Convenzione UNESCO sulla salvaguardia degli oggetti archeologici e storici rinvenuti nella c.d. "zona contigua" al mare territoriale.
In via generale, si deve dare conto di un intervento di tipo formale che caratterizza tutte le disposizioni del capo in questione: la sostituzione dei termini "beni" e "beni culturali" con la parola "cose". Essa è apparsa necessaria in quanto, alla luce delle disposizioni contenute agli artt. 10-14, la qualifica di bene culturale, nel sistema introdotto dal presente codice, può essere attribuita soltanto alla cosa della quale sia stato formalmente verificato o dichiarato - a seconda del regime di appartenenza - l'interesse culturale. Ne discende l'impossibilità di qualificare bene culturale l'oggetto della disciplina dettata al Capo VI, trattandosi di strutture o manufatti considerati all'atto del rinvenimento, a seguito di ricerche o di scoperta fortuita.
L'articolo 88 riprende il contenuto dell'art. 85 del Testo unico, recante il principio secondo cui le ricerche archeologiche sul territorio nazionale sono riservate allo Stato, chiarendolo nel senso di individuare nel Ministero il titolare del diritto all'esercizio dell'attività di ricerca.
Le uniche modifiche di rilievo riguardano il comma 3 (ex ari. 85, comma 3, T.U.)-Una prima modifica consiste nella correzione del riferimento alla normativa in base alla quale effettuare la determinazione dell'indennizzo da corrispondere al proprietario dell'immobile oggetto di occupazione temporanea. Al puntuale richiamo alle norme della legge 25 giugno 1865, n. 2359 è stato, infatti, sostituito il generico riferimento alle "disposizioni generali in materia di espropriazione per pubblica utilità", intendendosi quelle del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, recante il Testo unico disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità, dal quale la legge del 1865 è stata abrogata con decorrenza 1° luglio 2003.
Una seconda modifica è intesa a coordinare la formulazione dell'ultimo periodo del testo attualmente vigente, relativo alle modalità di pagamento dell'indennizzo al proprietario dell'immobile occupato, con l'analoga disposizione dell'ari 92, comma 4, concernente i modi di pagamento del premio di rinvenimento: come quest'ultimo, dunque, anche l'indennizzo per l'occupazione "può essere corrisposto in danaro o, a richiesta del proprietario, mediante rilascio delle cose ritrovate'".
L'articolo 89, che ripropone quasi alla lettera le disposizioni contenute nell'art. 86 del Testo unico, disciplina la concessione per l'esecuzione di ricerche e di opere per il ritrovamento delle cose di cui all'art. 10.
Unica ma significativa innovazione, la previsione, al comma 6, della possibilità di affidare in deposito all'ente territoriale concessionario della ricerca le cose rinvenute, qualora esse non interessino le collezioni statali e l'ente medesimo abbia un'idonea sede espositiva.
Anche l'articolo 90 non reca alcuna sostanziale modifica al disposto dell'ari. 87 T.u. in materia di "scoperta fortuita".
Da segnalare nell'articolo 91 sull'appartenenza e qualificazione delle cose ritrovate, la sottolineatura dell’art. 826 del codice civile come fonte della disciplina concernente sia i modi del ritrovamento sia l'assetto proprietario della cosa ritrovata.
Rispetto all'art. 89 del Testo unico, che tratta della corresponsione del premio di rinvenimento, l'articolo 92, che tratta lo stesso tema, introduce un secondo periodo al comma 4. il cui contenuto merita un cenno. Vi si prevede, infatti, che il pagamento del premio possa avvenire, a richiesta dell'interessato, in forma dì sgravio fiscale, secondo modalità e con limiti stabiliti in un apposito regolamento, da adottarsi con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro per i beni e le attività culturali.
Anche nel caso dell'articolo 93, che disciplina la procedura per la determinazione del premio di rinvenimento, è stata operata una integrazione al disposto dell'omologo art. 90 T.U. Al comma 2. infatti, in considerazione dei tempi ordinariamente richiesti dalle operazioni di inventariazione delle cose ritrovate, cui è subordinata la corresponsione del premio (tempi talmente dilatati da vanificare, n ella sostanza. il valore incentivante del premio medesimo), è stata inserita una disposizione che prevede la possibilità di pagare in tempi ragionevoli un acconto del premio, in attesa della definitiva determinazione dello stesso.
L'acconto non può superare la misura del quinto del valore delle cose ritrovate, determinato in via provvisoria; e la sua accettazione non comporta acquiescenza alla stima definitiva, che dunque può essere sempre rifiutata dall'avente titolo con conseguente ricorso alla "determinazione del terzo", secondo il modello introdotto - e già descritto - sub art. 60 a proposito del corrispettivo della prelazione (comma 3).
Sezione II - Ricerche e rinvenimenti fortuiti nell'ambito del territorio nazionale
L'articolo 94, che chiude il Capo VI, contiene una disposizione nuova che, anticipando la legge di ratifica ed esecuzione della Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, sottopone alle disposizioni della stessa Convenzione, ed in particolare alle "Regole" che ne costituiscono l'Allegato, gli oggetti archeologici e storici rinvenuti nei fondali della zona di mare estesa dodici miglia marine a partire dal limite esterno del mare territoriale (detta "zona contigua").
IIlpresente Capo corrisponde alla Sezione I del Capo VI del Testo unico, rispetto alla quale presenta un articolo in meno: sei invece di sette; la disposizione corrispondente all'attuale art. 97 T.U. - che reca il principio dell'assoggettamento degli interventi di valorizzazione alle disposizioni di tutela - è stata, infatti, inserita tra le disposizioni generali della Parte I (v. art. 6, comma 2).
Le modifiche apportate al capo in argomento sono concentrate sulle disposizioni dell'articolo 95 (ex art. 91 T.u.), che tratta della espropriazione per pubblica utilità di beni culturali, e costituiscono il frutto del necessario riesame cui sono state sottoposte le disposizioni del Capo VI del Testo unico alla luce della nuova disciplina generale sulla espropriazione per pubblica utilità, contenuta nel già citato d.P.R. n. 327 del 2001.
Secondo tale d isciplina, e d i n p articolare secondo le disposizioni generali sulla competenza (art. 6), "L'autorità competente alla realizzazione di un 'opera pubblica o di pubblica utilità è anche competente all'emanazione degli atti del procedimento espropriativo". Pur se testualmente riferito alle sole ablazioni finalizzate alla realizzazione di opere pubbliche, tale principio appare applicabile anche alla espropriazione "culturale" per una duplice ragione. In primo luogo, perché, abrogata la legge 25 giugno 1865, n. 2359 (art. 58, d.P.R, n. 327 cit.), la competenza generale del Prefetto in relazione al provvedimento di esproprio è prevista soltanto dall'attuale art. 95 del Testo unico; in secondo luogo, perché anche l'espropriazione di un bene culturale, nella gran parte dei casi, è accompagnata dalla realizzazione di interventi di conservazione sul bene medesimo, o comunque di lavori necessari a renderne possibile la fruizione pubblica.
In base a tali riflessioni, appare utile mantenere l'attuale formulazione del comma 1_. pur nella consapevolezza che essa acquista, per quanto detto, ben altra valenza rispetto al passato e comporterà una modifica del disegno organizzativo dell'Amministrazione dei beni culturali al fine di introdurre nella struttura un "ufficio per le espropriazioni", come previsto dalFart. 6 del d.P.R. n. 327/2001.
Il comma 2. al contrario, è stato riformulato in modo da chiarire che il Ministero, nella fattispecie concernente l'esproprio di beni culturali a favore delle regioni o di altri enti pubblici territoriali, si limita ad autorizzare l'atto ablativo, emettendo la relativa dichiarazione di pubblica utilità; mentre è l'ente interessato all'esproprio che, secondo la regola generale introdotta dalla nuova disciplina di settore, si fa carico del prosieguo del procedimento, accollandosene anche i relativi oneri.
E' stato, poi, inserito un comma 3 che tratta del caso in cui il richiedente l'esproprio sia una persona giuridica privata senza fine di lucro, stabilendo che nella fattispecie è il Ministero a curare il procedimento nella sua interezza, assumendosene i costi.
Rimangono pressoché invariati, rispetto alle correlate disposizioni del Testo unico, gli articoli 96 e 97, che si occupano, rispettivamente di ""espropriazione per fini strumenta/i" e di "espropriazione per interesse archeologico".
La modificazione apportata all'articolo 98, comma 1. è ispirata dal principio di leale e proficua collaborazione tra lo Stato e le regioni che, ad avviso della Corte Costituzionale, deve improntare, pur nell'ambito delle rispettive competenze, l'attività di
tutela e valorizzazione dei beni culturali. Posto che la dichiarazione di pubblica utilità può essere effettuata anche dalla Regione, laddove l'espropriazione risponda ai fini strumentali indicati dall'art. 96, è apparso opportuno prevedere in capo all'ente territoriale un dovere di informativa nei confronti del Ministero, da assolvere con la comunicazione della suddetta dichiarazione. Pur se finalizzato alla mera valorizzazione, infatti, l'intervento che la Regione dichiara di pubblica utilità va comunque ad incidere sul contesto di beni culturali protetti e la comunicazione del provvedimento da modo al Ministero di effettuare le opportune vantazioni in merito alla compatibilità delle progettate attività di valorizzazione con le esigenze di tutela; ed, eventualmente, di intervenire, nelle forme consentite dall'ordinamento.
L'articolo 99, come già l’art. 95 del Testo unico, prevede che ove l'esproprio abbia ad oggetto beni culturali, l'indennità debba corrispondere al "giusto prezzo" del bene in una libera contrattazione di compravendita all'interno dello Stato.
Ma il comma 2 è stato modificato, per ragioni di semplificazione, con il rinvio alle disposizioni generali in materia di esproprio per quanto riguarda la procedura di pagamento dell'indennità.
Per quanto riguarda, invece, i casi di espropriazione contemplati agli artt, 96 e 97, l'articolo 100, riprendendo il disposto dell'art. 96 del Testo unico, prevede l'applicazione della disciplina generale in materia, in quanto compatibile.
TITOLO n
Il Titolo II della Parte II è dedicato alla valorizzazione dei beni culturali. Ma la sistematica stessa delle disposizioni pone in evidenza che la funzione di valorizzazione, così come definita all'art. 6 comma 1, presuppone necessariamente –un prius, consistente nella ordinaria attività di fruizione del patrimonio culturale.
Pertanto, pur strettamente connesse, le suddette funzioni meritano una distinta considerazione; ed è indubbio che, dal punto di vista logico, la fruizione precede la valorizzazione. La prima è infatti collegata inscindibilmente alla tutela, della quale rappresenta lo sbocco necessario: si individua, si protegge e si conserva il bene culturale affinché possa essere offerto alla conoscenza ed al godimento collettivi (v. art. 3).
La valorizzazione rappresenta invece un quid pluris. Essa attiene ai modi attraverso i quali si incrementa la conoscenza del bene e si accresce il livello qualitativo e quantitativo della sua fruizione; ed interviene dunque sul bene già tutelato e di regola, fruibile.
In coerenza con la descritta impostazione, il Titolo in questione si divide in due Capi, concernenti, rispettivamente, la fruizione e la valorizzazione. Il primo si compone di sedici articoli suddivisi in tre Sezioni: "Principi generali" e "Fruizione degli archivi" e "Uso dei beni culturali"-., il secondo, che non presenta partizioni interne, contiene undici articoli.
Il Capo I racchiude essenzialmente le disposizioni già previste dalle Sezioni II e III del Capo VI del Testo unico.
Non mancano, tuttavia, rilevanti novità che, al di là delle modifiche strutturali, riguardano soprattutto la sostanza delle disposizioni ivi raccolte e la cui introduzione obbedisce alla duplice esigenza di recepire nel nuovo codice norme emanate in data successiva al Testo unico e di adeguare la normativa in materia di beni culturali agli artt. 117 e 118 Cosi., come modificati dalla 1. cost. n. 3/2001.
Sezione I — Principi generali
La Sezione I contiene disposizioni che dettano principi applicabili a tutti i soggetti pubblici chiamati ad assicurare la fruizione dei beni culturali di propria pertinenza (con tale termine intendendosi il rapporto con il bene derivante dal titolo di proprietà ovvero dalla detenzione a fini gestionali, legittimata da accordi in tal senso con la proprietà).
Anzitutto, l'articolo 101, rubricato "Istituti e luoghi culturali" e che trova la sua fonte nell'art. 99 T.u. introduce le nozioni, appunto, di "istituti culturali" e di "luoghi culturali" (comma 1), intendendo con esse riferirsi ai siti istituzionalmente deputati alla fruizione.
In tale quadro, al comma 2 si è provveduto a fornire le definizioni delle diverse tipologie di siti rientranti nelle menzionate categorie, aggiornandole e integrandole rispetto a quelle del Testo unico.
L'articolo 102, che si occupa della "Fruizione degli istituti e dei luoghi culturali di appartenenza pubblica", definisce la portata del principio contenuto nell'art. 101.
Infatti, al comma 1. si prevede, che lo Stato, le regioni e gli altri enti territoriali, assicurano la fruizione pubblica di musei, complessi monumentali, aree e parchi archeologici, archivi e biblioteche; mentre ai commi 2 e 3. si stabilisce che la fruizione degli istituti e dei luoghi culturali appartenenti agli enti pubblici territoriali, o ad essi affidati dallo Stato in base a specifici accordi o intese, avvenga nel rispetto dei principi fissati dal codice ed in conformità alla legislazione regionale di settore.
Il comma 4, invece, stabilisce che i medesimi soggetti assicurano la fruizione pubblica dei beni culturali d i 1 oro appartenenza diversi da quelli indicati al comma 1, compatibilmente con lo svolgimento degli scopi istituzionali cui tali beni sono destinati.
Anche l'articolo 103 disciplina, in via di principio, l'apertura al pubblico degli istituti e luoghi indicati all'alt. 101.
Il comma 1 stabilisce, così, che l'accesso ai predetti siti è consentito, di regola, dietro pagamento di un biglietto.
Nel medesimo comma, inoltre, è stato normato il principio della parità di trattamento fra i cittadini della Comunità europea in materia di accesso agevolato alle stesse strutture.Tanto in ottemperanza alla pronuncia della Corte di giustizia delle Comunità europee del 16 gennaio 2003, che ha condannato l'Italia per violazione dei principi comunitari che vietano discriminazioni basate sulla nazionalità, avendo essa riservato, sia pure in luoghi culturali gestiti da Comuni, tariffe di ingresso più favorevoli ai soli cittadini italiani in possesso di particolari requisiti (ad esempio, l'età superiore ad una determinata soglia), escludendo in tal modo dal beneficio gli altri cittadini europei aventi i medesimi requisiti.
Considerato che l'Italia è stata condannata in base al principio per cui lo Stato membro è il solo responsabile, ex art. 226 del trattato di Roma, del rispetto degli obblighi imposti dall'ordinamento comunitario (anche quando, come nel caso di specie, la violazione di detti obblighi è stata determinata dall'osservanza di disposizioni dettate da un ente locale nell'esercizio dell'autonomia regolamentare di cui è dotato in base all'ordinamento interno), e tenendo conto, altresì, del fatto che la valorizzazione dei beni culturali è materia di legislazione concorrente ai sensi dell'art. 117, terzo comma, Cost., è sembrato necessario inserire la statuizione concernente la parità di trattamento tra cittadini dell'Unione europea nella parte dedicata ai principi generali in tema di fruizione nell'ambito della valorizzazione del patrimonio culturale.
Al comma 2 si è esteso a tutti gli enti pubblici il principio dell'accesso gratuito, per finalità di lettura, studio e ricerca, alle loro biblioteche ed archivi.
L'articolo 104 riprende il contenuto dell'art. 100 T.u., fissando il principio secondo cui il Ministero, le regioni e gli altri enti territoriali dettano (nelle forme appropriate) disposizioni in materia di accesso agli istituti ed ai luoghi culturali di reciproca appartenenza o gestione.
L'articolo 105, riguardante la fruizione dei beni culturali di proprietà privata, si richiama alFart. 106 del Testo unico sull'assoggettamento a visita pubblica dei beni culturali privati di eccezionale interesse. Una prima, significativa novità è la soppressione, al comma 3. del potere ministeriale di disporre unilateralmente le modalità di visita in caso di mancato accordo con il proprietario. Tale norma, infatti, è stata ritenuta eccessivamente lesiva della proprietà privata.
Peraltro, inerendo tale previsione ad una modalità di fruizione, la sua
soppressione non è apparsa in contrasto con i principi della legge di delega (che impongono di fare salvi i livelli di tutela attualmente esistenti).
Altra novità dì rilievo è costituita dal comma _4, che prevede la possibilità di forme di incentivazione economica da parte della Regione o di altri enti territoriali a favore dei privati proprietari che acconsentano ad assoggettare a visita pubblica i loro beni.
Sezione n - Fruizione degli archivi
Nella Sezione II sono state raccolte, con alcune importanti modifiche, le norme relative all'accesso agli archivi contenute negli arti. 107, 108, 109 e 110 del Testo unico, che a loro volta hanno recepito gli artt. 21, 22 e 38, comma 1, lett. b), del d.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409, integrate con le disposizioni del d.P.R. 30 dicembre 1975, n. 854 relative alla competenza del Ministero dell'interno in materia di consultabilità.
Sulle norme in questione è successivamente intervenuto il d.lgs. 30 luglio 1999, n. 281, di attuazione della legge 31 dicembre 1996, n. 675, che ha delegato il governo ad emanare ed armonizzare la disciplina del trattamento dei dati personali a fini storici, statistici e di ricerca scientifica con i principi introdotti dalla legge n. 675/1996. Di tale normativa, che per motivi cronologici non è stato possibile considerare in sede di redazione del Testo unico, si è tenuto conto in questa sede, apportando le necessarie modifiche ed integrazioni.
Gli artt. 106 e 107 disciplinano la consultabilità dei documenti conservati negli archivi di Stato, nonché negli archivi storici delle regioni e degli altri enti pubblici, sulla base di quanto disposto dal d.P.R. n. 1409/1963. come modificato ed integrato (per quello che qui interessa, agli artt. 21 e 21-bis) dagli artt. 8 e 9 del d.lgs. n. 281 del 1999, e dalle disposizioni contenute negli articoli 1 e 6 del d.P.R. n. 854/1975.
L'articolo 106 sancisce la libera consultabilità dei predetti documenti, ad eccezione (comma 1):
- dei documenti dichiarati di carattere riservato dal Ministero dell'interno d'intesa con il Ministero per i beni e le attività culturali, relativi alla politica estera o interna dello Stato, prima che sia decorso il cinquantennio dalla loro produzione;
- dei documenti contenenti i dati indicati agli artt. 22 e 24 della legge n. 675/1996 (cosiddetti "dati sensibili" o relativi a provvedimenti di natura penale), prima di quaranta anni dalla loro produzione. Il limite è elevato a settanta anni per i soli dati idonei a rilevare lo stato di salute, le abitudini sessuali e i rapporti riservati di tipo familiare.
Il comma 2 fa salvo il diritto di accesso, ai sensi della disciplina dettata dalla legge n. 241/1990 e successive modifiche ed integrazioni, ai documenti sottratti alla libera consultabilità. La richiesta di accesso sarà oggetto di delibazione da parte delle amministrazioni pubbliche, statali e non, che detenevano gli atti prima del versamento o del deposito negli archivi.
L'articolo 107 disciplina le ipotesi in cui la consultabilità dei documenti in questione è subordinata ad autorizzazione preventiva.
Al comma 1 si prevede che la consultazione per scopi storici dei documenti riservati è autorizzata dal Ministro dell'interno, previo parere del direttore dell'Archivio di Stato e della Commissione per le questioni inerenti alla consultabilità degli atti d'archivio riservati. La Commissione de qua, istituita dall'ari. 8 del d.lgs. n. 281/1999 (mediante integrazione dell'articolo 2 del d.P.R. n. 854/1975) presso il Ministero
dell'interno, e della quale fa parte un rappresentante del Ministero per i beni e le attività culturali, ha il compito di fornire consulenza al Ministro nell'analisi comparativa degli interessi alla consultazione degli atti e alla tutela della riservatezza pubblica o individuale. Il parere della Commissione sostituisce quello reso, nel testo attualmente vigente, dal Comitato di settore. L'autorizzazione è rilasciata, a parità di condizioni, ad ogni richiedente.
Il comma 2 precisa che la riservatezza dei documenti non viene "derubricata" dal rilascio dell'autorizzazione, anche se l'evento si verifichi in una pluralità di casi: i documenti, infatti, conservano il loro carattere riservato e non possono essere diffusi.
Il gomma 3 assoggetta alla disciplina di cui ai commi precedenti anche i documenti di proprietà privata depositati, donati, venduti o lasciati in eredità o legato agli archivi di Stato. A detti documenti si applica anche, qualora ne ricorrano le condizioni, la disposizione sulla libera consultazione (art. 106) e quella sulla protezione dei dati personali (art. 1 ì 0).
Il comma 4 riconosce la facoltà ai privati che depositano o comunque cedono, ai sensi del comma 3. documenti di loro proprietà agli archivi di Stato, di disporne la non consultabilità prima del settantennio dalla loro produzione. Ovviamente, tale limitazione non riguarda i depositanti o i cedenti stessi, le persone da essi designate o i loro aventi causa.
Ai sensi del comma 5, anche la consultazione a scopi storici dei documenti riservati è assoggettata a previa autorizzazione, da rilasciarsi secondo le modalità sopra descritte. In tal caso, il parere di cui al comma 1 è reso dal Soprintendente archivistico.
All'articolo 108, si è stabilito il principio che lo Stato, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali disciplinano la consultazione a scopi storici dei propri archivi correnti e di deposito (comma 1); e che gli altri enti ed istituti pubblici provvedono a regolare la consultazione dei propri archivi correnti sulla base degli indirizzi generali stabiliti dal Ministero.
L'articolo 109 detta le modalità per l'emanazione della declaratoria di riservatezza dei documenti conservati negli archivi.
L'articolo 110, sulla base di quanto disposto dall'alt. 2\-bìs del d.P.R. n. 1409/1963 (introdotto dall'art. 9 della legge n. 281/1999) e dall'art. 22 del medesimo decreto, regola il procedimento per la protezione dei dati personali, qualora il titolare degli stessi abbia esercitato i diritti a lui riconosciuti dalla normativa che ne disciplina il trattamento.
Infatti, il comma 1 dispone che, in caso di esercizio dei diritti in questione da parte del titolare, i documenti debbano essere conservati unitamente agli atti che attestano l'avvenuto esercizio dei succitati diritti,
II comma 2 prevede la facoltà per il titolare di disporre il blocco dei dati personali, qualora la loro conoscenza non sia di rilevante interesse pubblico e dalla loro conoscenza possa derivare un concreto pericolo di lesione della dignità, riservatezza ed identità personale del titolare stesso.
Il comma 3, infine, stabilisce che la consultazione per scopi storici dei documenti contenenti dati personali, oltre che alle condizioni e modalità generali in precedenza illustrate, è altresì sottoposta alle disposizioni del codice di deontologia e buona condotta previsto dalla normativa in materia di trattamento dei dati personali.
L'articolo 111 tratta, al comma 1, delle condizioni e modalità per l'esercizio del diritto di consultazione, da parte degli studiosi, dei documenti contenuti negli archivi privati dichiarati.
Il comma 2 sottrae all'esercizio del diritto di cui al comma 1 quei documenti che, d'intesa fra il privato proprietario dell'archivio ed il Soprintendente archivistico, siano stati riconosciuti riservati o non consumabili in quanto oggetto di deposito, donazione, etc. ai sensi dell'ari. 107,comma 4.
Infine, il comma 1 stabilisce che l'accesso agli archivi privati, anche non dichiarati, utilizzati per scopi storici avviene nel rispetto delle modalità fissate dall'art. 107 e comunque in ottemperanza alle disposizioni sulla protezione dei dati personali dettate all'art 110, comma 3.
Sezione III - Uso dei beni culturali
Gli artt 112-116 contengono previsioni in materia di diritti di uso e godimento pubblico di beni culturali, di uso individuale degli stessi, di uso strumentale e precario e di riproduzione, di catalogo di immagini fotografiche e di riprese, di incasso e riparto dei proventi derivanti dalle sopraindicate attività nonché dalla vendita dei biglietti di ingresso. Si tratta, dunque, delle norme contenute negli artt. 103 e 114-117 del Testo unico, che sono state riprodotte nel codice con qualche importante integrazione.
In via preliminare appare opportuno dare ragione della logica sottesa al nuovo assetto sistematico delle disposizioni in esame. Si è ritenuto opportuno accorpare in una sola sezione tutte le disposizioni in materia di utilizzazione di beni culturali, sia quando l'utilizzazione coincide con la vocazione ordinaria di detti beni (fruizione pubblica, attesa la natura pubblicistica dell'interesse culturale di cui essi sono espressione), sia quando essa si configura come eccezionale perché riservata ad un numero limitato di soggetti ed ha il suo fondamento in provvedimenti di natura concessoria.
Tale assetto sistematico, che raggruppa le norme in ragione della finalità perseguita (fruizione dei beni culturali, pubblica e privata), è apparso più coerente rispetto a quello del Testo unico, che ha invece disaggregato le norme in questione sulla base dell'attività strumentale che l'Amministrazione pone in essere ai fini della fruizione del patrimonio culturale.
All'articolo 112 è stata, pertanto, riportata la disposizione dell'art. 103 T.u., relativa alla titolarità delle funzioni di vigilanza sul rispetto dei diritti di uso e godimento pubblici sui beni culturali, con una modifica di rilievo: alla espressione "i! Ministero, con il concorso delle regioni, vigila", contenuta nel testo vigente, è stata sostituita quella "// Ministero e le regioni vigilano", ritenuta più aderente alla nuova disciplina costituzionale della materia.
L'articolo 113 disciplina l'uso individuale di beni culturali, prevedendo la potestà del Ministero, delle regioni e degli altri enti territoriali di concedere "e singoli richiedenti" l'uso dei beni che abbiano in consegna, per finalità compatibili con la destinazione culturale dei beni medesimi (comma 1).
Per i beni in consegna al Ministero, il provvedimento concessorio è adottato dal Soprintendente, cui spetta anche la determinazione del relativo canone (comnia_2).
All'articolo 114 sono state recepite le disposizioni dell'ari 115 T.u., in materia di uso strumentale e precario e riproduzione di beni culturali, integrate dalla norma inserita al comma 1. ai sensi del quale la riproduzione dei beni culturali appartenenti allo Stato è
vietata qualora consista nel trarre calchi dagli originali di sculture e di opere a rilievo in genere, di qualunque materiale tali beni siano fatti. Di regola, sono consentiti i calchi da copie degli originali già esistenti, previa autorizzazione del soprintendente. Le modalità per la realizzazione dei calchi sono disciplinate con decreto ministeriale.
E' stata, in tal modo, recuperata la disposizione contenuta nell'art. 51 della legge n. 1089/1939 che il legislatore del 1999 non aveva a eccito nel Testo unico ritenendo, probabilmente, che la riproduzione tramite "calco" potesse essere parificata ad ogni altra forma di riproduzione di beni culturali e come tale disciplinata. E' stato, tuttavia, correttamente rilevato, in sede tecnica, che il calco non è una riproduzione commerciale ma una lavorazione di particolare precisione e di alto costo, di solito finalizzata ad esigenze di carattere scientifico estranee allo sfruttamento economico de! bene; ma soprattutto, che tale lavorazione espone a r ischio l'originale. Essa, i nfatti, se compiuta con tecniche meno sofisticate, normalmente adoperate a scopo commerciale, può deturpare o provocare il distacco di piccole parti dell'originale. Per i suesposti motivi, si è ritenuto opportuno ripristinare il divieto ex 1.1089/1939, a tutela dell'originale, e consentire solo il calco da copie già esistenti, previa autorizzazione soprintendentizia.
L'articolo 115 riprende il contenuto dell’art. 116 T.u., avente ad oggetto la riproduzione di beni culturali per fini di raccolta e catalogo di immagini fotografiche e di riprese in genere, elevandolo, con le opportune modifiche, al rango di principio generale.
L'articolo 116 è omologo all'art. 117 del Testo unico, rispetto al quale però amplia l'ambito delle ipotesi disciplinate e da ad esse carattere sistematico così da costituire in materia un principio generale valido per tutti gli enti pubblici territoriali, oltre che per lo Stato.
Al comma 1 sui afferma il principio della pertinenza degli incassi di qualunque natura derivanti dalla fruizione collettiva o individuale di beni culturali agli enti territoriali cui i singoli beni appartengono o sono affidati in consegna. In tal modo è sancito che gli utili derivanti dalla gestione di un bene culturale spettano all'ente che sì assume l'onere della gestione stessa.
Il comma 2 riprende dalla corrispondente norma del Testo unico criteri e procedure per l'incasso dei proventi in questione.
Il comma._3 rende infine esplicito un principio contenuto nella norma-fonte (art. 1 della legge 25 marzo 1997, n. 78, che rinvia all'art. 3 della legge 27 giugno 1985, n. 332), concernente la destinazione degli utili ricavati dalle attività di fruizione, individuando negli interventi per la sicurezza e la conservazione degli istituti e dei luoghi culturali, nonché nell'espropriazione e nell'acquisto, anche mediante esercizio del diritto di prelazione, di beni culturali, la finalizzazione tipica di tali risorse.
Principi della valorizzazione dei beni culturali
Atteso che, nella Parte I del codice, relativa ai principi generali, si è provveduto a definire la valorizzazione del patrimonio culturale e a disciplinare il rapporto tra la funzione di tutela e quella di valorizzazione (art. 6), nel Capo II del Titolo II sono state inserite le norme statali di principio destinate a fornire la necessaria cornice alla disciplina normativa concorrente delle regioni, in attuazione dell'art. 117 Cost., nonché del criterio direttivo dettato dall'art. 10, comma 2, lett. a) della legge delega n. 137/2002.
In questo Titolo sono state collocate le disposizioni relative alla valorizzazione dei beni culturali, mentre in materia di valorizzazione dei beni paesaggistici dispone la Parte III.
L'articolo 117 delinea i caratteri dell'attività di valorizzazione dei beni culturali,
Il comma 1. infatti, precisa che essa "è ad iniziativa pubblica o privata".
Il comma _2 definisce poi il contenuto dell'attività di valorizzazione ad iniziativa pubblica. Essa consiste nella ""costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, nonché nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie e strumentali, finalizzate al miglioramento della conoscenza e delle condizioni di conservazione e di fruizione dei beni culturali".
Il comma 3 qualifica l'attività di valorizzazione ad iniziativa pubblica di beni culturali altrui, pubblici o privati, come "servizio pubblico" di valorizzazione, così da estendere ad essa alcuni principi di derivazione comunitaria (libertà di partecipazione, pluralità di soggetti, continuità di esercizio, parità di trattamento, economicità e trasparenza della gestione. Da tale qualificazione si ricava, a contrario, che l'attività di valorizzazione ad iniziativa pubblica, effettuata su beni culturali di pertinenza del soggetto pubblico che la promuove, costituisce mera attività materiale, integrativa della funzione istituzionale del soggetto stesso.
All'attività di valorizzazione ad iniziativa privata è dedicato il comma 4. che la definisce attività socialmente utile e ne riconosce la finalità di solidarietà sociale.
Gli artt. 118 e 119 sono dedicati, rispettivamente, alla valorizzazione dei beni di appartenenza pubblica e a quella dei beni di proprietà privata.
L'articolo 118 ipotizza la costituzione di "'sistemi coordinati ed integrati di valorizzazione" dei beni culturali pubblici e individua negli accordi di programma lo strumento ordinario per la loro costituzione.
In tal modo, facendo leva sul principio di collaborazione, si è ritenuto di superare ogni possibile contrapposizione o/o rivendicazione di competenze che la formulazione degli artt. 117 e 118 Cost. potrebbe altrimenti innescare in subiecta materia, tra lo Stato e gli altri enti pubblici territoriali.
Ovviamente, qualora l'accordo non sia raggiunto, neanche attraverso il ricorso al livello decisionale politico previsto dal comma 2. si afferma il criterio della titolarità dell'attività di valorizzazione in ragione della pertinenza dei beni.
L'articolo 119 prevede forme di sostegno pubblico alle attività e strutture di valorizzazione dei beni culturali privati, dettando come criterio per l'adozione di tali ausili la rilevanza dei beni stessi.
Anche per l'espletamento del servizio pubblico di valorizzazione l'articolo 120 comma 1 individua nella cooperazione il criterio guida, ipotizzando a tal fin e la stipula di appositi accordi o intese.
Accordi od intese aperti alla partecipazione della proprietà privata quando il servizio pubblico di valorizzazione abbia ad oggetto beni privati (comma 2).
Il comma 3 prevede il coinvolgimento, nell'esercizio del servizio pubblico de qua di associazioni di volontariato con specifica competenza nel settore
Seguono due articoli di grande rilevanza e di notevole impatto sulla gestione dei servizi e delle attività di valorizzazione dei beni culturali. Si tratta degli artt. 121 e 122, concernenti le forme di gestione ed il regime di tutela dei beni culturali conferiti, o concessi in uso.
L'articolo 121, tenuto conto della natura pubblica delle attività o servizi di valorizzazione e della funzione di interesse pubblico assolta dai beni che ne sono oggetto, prevede che la forma ordinaria di gestione di dette attività e servizi sia la gestione diretta da parte delle pubbliche amministrazioni, da attuarsi mediante apposite strutture organizzative interne provviste di idoneo personale tecnico e dotate di autonomia scientifica, finanziaria, organizzativa e contabile adeguate alla varietà organizzativa e ordinamentale degli enti cui tali strutture pertengono (commi 1 e 2).
Al comma 3 è previsto il ricorso alla gestione esternalizzata delle attività e dei servizi di valorizzazione a condizione che ciò assicuri un migliore livello della fruizione pubblica dei beni culturali.
In tale ipotesi ipotesi, ai sensi del comma 4. L’estemalizzazione può avvenire mediante: a) affidamento diretto a fondazioni, associazioni, consorzi, società di capitali o altri soggetti, tutti costituiti o partecipati in misura prevalente dall'amministrazione pubblica cui pertengono i beni da valorizzare; b) concessione ad altri soggetti, scelti a seguito di valutazione comparativa sulla base di progetti presentati.
La scelta delle forme di gestione - ossia la scelta tra l'affidamento diretto e la concessione - è effettuata sulla base di un giudizio comparativo basato sulla valutazione degli obiettivi di valorizzazione conseguibili e dei relativi mezzi, metodi e tempi.
Il comma 5 prevede che, previo accordo tra i titolari dei servizi o delle attività, gli affidamenti e le concessioni possono essere disposti in modo congiunto ed integrato.
Il comma 6. poi, indica i contratti di servizio quale fonte di disciplina del rapporto tra il titolare del servizio o della attività ed il gestore; nei contratti sono specificati, tra l'altro, i livelli qualitativi di erogazione del servizio e di professionalità degli addetti ed i poteri di indirizzo e controllo spettanti al titolare del servizio.
I successivi commi 7 e 8 sono dedicati, invece, al conferimento ed alla concessione in uso di beni culturali. Cosi, al patrimonio o al capitale dei soggetti affidatari, il titolare del servizio o dell'attività può partecipare anche con il conferimento in uso del bene culturale oggetto di valorizzazione. Ad ogni modo, gli effetti del conferimento si esauriscono, senza indennizzo, in tutti i casi di cessazione totale della partecipazione del titolare del servizio o dell'attività alla società o alla fondazione, nonché in caso di scioglimento o fallimento della società o di estinzione della fondazione ovvero di cessazione, per qualunque causa, dell'affidamento del servizio o dell'attività. In aggiunta, agli affidamenti e alle concessioni può essere collegata la concessione in uso del bene culturale oggetto di valorizzazione. La concessione perde efficacia, senza indennizzo, in qualsiasi caso di cessazione dell'affidamento o della concessione del servizio o dell'attività. ,
Da ultimo, in base al comma 9. il Ministero e le regioni definiscono d'intesa modalità e criteri per l'attuazione delle disposizioni sopra riportate. In mancanza, ciascun ente adotterà criteri ad hoc per i beni di propria pertinenza, in conformità al criterio residuale individuato nell'ultimo periodo del comma 2 dell'art. 118.
L'articolo 122 deve essere letto in connessione con le disposizioni dell'art. 121, commi 7 e 8, poiché si riferisce alla tutela dei beni culturali conferiti o concessi in uso, prevedendo che tali beni restino a tutti gli effetti assoggettati al regime giuridico loro proprio. Per conseguenza, le funzioni di tutela rimangono attribuite al Ministero, che provvede i n merito anche su richiesta ovvero nei confronti del soggetto conferitario o concessionario dell'uso dei beni medesimi.
Nell'articolo 123 sono confluiti i principi generali contenuti nelle disposizioni di cui agli arti 112 e 113 del Testo unico, concernenti i c.d. "servizi aggiuntivi".
Al comma 1 è prevista la facoltà di istituire servizi di assistenza e ospitalità presso gli istituti ed i luoghi culturali di proprietà pubblica.
Il comma 2 ripropone fedelmente la elencazione esemplificativa dei servizi aggiuntivi già contenuta nel comma 2 dell'art. 112 T.u.
Il comma 3 prevede la possibilità della gestione integrata dei servizi aggiuntivi con gli altri servizi ordinariamente ritenuti essenziali per la funzionalità dei siti de quibus (pulizia, vigilanza e biglietteria).
Il comma 4. per quel che concerne i criteri di gestione di detti servizi, rinvia a quanto previsto dall'art. 121.
Infine, il comma 5 rinvia all’art. 116 per quanto attiene ai criteri di incasso e riparto dei canoni di concessione dei servizi in questione.
L'articolo 124 concerne la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale nelle scuole. Anche qui si è imposta la necessità di estrapolare da disposizioni originariamente dettate con riferimento alla sola attività ministeriale norme di principio valide per tutti i soggetti pubblici titolari di potestà amministrative in materia di valorizzazione.
Si è inoltre dovuto tener conto delle disposizioni introdotte, sull'argomento, dalla legge 12 luglio 1999, n. 237 e dalla legge 21 dicembre 1999, n. 513.
Ne è scaturito un testo alquanto mutato rispetto all'omologo art. 111 T.u., che prevede: al comma 1, la possibilità di accordi tra il Ministero per i beni e le attività culturali, il Ministero dell'istruzione, l'università e la ricerca, le regioni e gli altri enti territoriali interessati per diffondere la conoscenza e favorire la fruizione del patrimonio culturale da parte degli studenti; al comma 2. la possibilità che, sulla base dei predetti accordi, i direttori degli istituti e dei luoghi culturali stipulino convenzioni con le scuole di ogni di ogni ordine e grado al fine di elaborare percorsi didattici, preparare materiali e sussidi audiovisivi, formare ed aggiornare il personale docente.
L'articolo 125 introduce una disposizione affatto nuova che contempla la possibilità di accordi tra il Ministero e le regioni finalizzati alla istituzione di centri permanenti di studio e documentazione del patrimonio culturale, a livello regionale o interregionale, prevedendo anche il concorso di università e di altri soggetti pubblici e privati.
L'obiettivo delle due ultime disposizioni è quello di elevare a sistema la
collaborazione tra Ministero, regioni ed istituzioni scolastiche o universitarie e di ricerca, per finalità di ampliamento e di diffusione della conoscenza del patrimonio culturale, aspetti questi tra i più significativi della valorizzazione e difficilmente attuabili attraverso il mero svolgimento delle attività istituzionali ripartite fra i vari enti interessati in ragione delle rispettive competenze.
Nuove sono anche, e di rilievo, le due disposizioni che chiudono il Titolo II, dedicate, rispettivamente, alla sponsorizzazione ed alle fondazioni bancarie.
Com'è noto, l'istituto della sponsorizzazione trova, nel nostro ordinamento, una prima definizione - ma non un'autonoma regolamentazione - nell'art. 8, comma 12, della legge 6 agosto 1990, n. 223 in tema di disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato. Alla norma definitoria ha fatto poi seguito un apposito regolamento in materia di sponsorizzazioni di programmi radiotelevisivi e offerte al pubblico, contenuto nel d.m. Poste e telecomunicazioni 9 dicembre 1993, n. 581.
Tuttavia, la definizione cui si faceva riferimento, ancorché integrata dall'art. 2 del citato regolamento, non è apparsa idonea a ricomprendere nel suo ambito fattispecie pertinenti ad altri aspetti del medesimo fenomeno. Infatti, posto che la sponsorizzazione si caratterizza, a seconda dei casi, come contratto gratuito modale o come contratto atipico oneroso; e che, in entrambi i casi, la finalità ultima dello sponsor è la promozione del nome, marchio, immagine, attività o prodotto della propria impresa, si è ritenuto opportuno disegnare una figura di sponsorizzazione che tenga conto delle peculiarità del bene culturale. Perciò, pur lasciando libertà alle parti contraenti sia in ordine alla opzione tra le due forme di contratto sopra richiamate sia in ordine ai contenuti generali del contratto medesimo, si sono fissati condizioni e limiti della sponsorizzazione in ambito culturale, di modo che essa si attui in ogni caso in forme compatibili con il carattere storico artistico, l'aspetto e il decoro del bene sponsorizzato.
Pertanto, l'articolo 126 codifica, al comma 1. la definizione della sponsorizzazione culturale, tale intendendo "ogni forma di sostegno finanziario da parte di soggetti privati alla progettazione o all'attuazione dì iniziative del Ministero, delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali nel campo della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, con lo scopo di promuovere il nome, il marchio, l'immagine, l'attività o i! prodotto dell'attività dei soggetti medesimi.
Al comma 2 si specificano i modi ed i limiti della promozione, rimettendo alla sede contrattuale la fissazione, di volta in volta, delle forme compatibili con la natura del bene da tutelare o valorizzare.
Alla stessa sede il comma 3 rinvia per l'individuazione delle modalità di erogazione del contributo nonché delle forme del controllo, da parte del soggetto erogante, sulla realizzazione dell'iniziativa cui il contributo si riferisce.
L'articolo 127 contempla una ulteriore forma di sostegno all'attività di valorizzazione dei beni culturali, attuabile mediante la stipula di protocolli di intesa tra il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali, ciascuno nel proprio ambito, da un lato, e le fondazioni bancarie dall'altro.
La norma ha lo scopo di fissare il principio dell'equilibrio degli impieghi delle risorse finanziarie messe a disposizione dalle fondazioni stesse per il settore dei beni culturali, che - com'è noto - è uno dei quattro settori ammessi a beneficiare della attività di sostegno economico svolta da tali enti, ai sensi della normativa che ne disciplina organizzazione, funzioni e finalità ( v. d .lgs. 1 7 maggio 1 999, n. 1 53 come m edificato
Sono state raccolte in questo Titolo IH, ultimo della Parte II, alcune delle "disposizioni generali e transitorie''' che la disciplina vigente ospita, in modo non del tutto appropriato, nella Sezione III del Capo I dedicato, nell'ambito del Titolo I, all'individuazione dell'oggetto della tutela: si tratta infatti di disposizioni la cui portata si estende alla tutela nel suo complesso e non a singoli aspetti dì questa.
L'articolo 128 prevede, al comma 1, la possibilità di conferma delle notificazioni precedentemente effettuate a norma delle leggi 20 giugno 1909, n. 364 e 11 giugno 1922, n. 778. ai fini della loro trascrizione, a seguito di una nuova istruttoria, onde verificare la perdurante sussistenza dei presupposti per la dichiarazione dell'interesse culturale. Anche per tale ragione, si è ritenuto opportuno eliminare la previsione di un termine entro il quale procedere alla detta conferma, tanto più che sia il Testo unico sia l'art. 71 della legge n. 1089/1939 rinviano al termine "stabilito nel regolamento", che in entrambi i casi non è stato adottato.
I commi 2 e 3 si occupano dell'efficacia delle "notifiche" emanate a norma della legge n. 1089/1939 nonché delle "dichiarazioni" notificate ai sensi del d.P.R. n. 1409/1963 e del d.lgs n. 490/1999. L'efficacia di detti provvedimenti viene, in via generale, confermata, fatta salva l'ipotesi di elementi di fatto sopravvenuti oppure in precedenza non conosciuti o non valutati, in presenza dei quali il Ministero può, d'ufficio o a richiesta dell'interessato, rinnovare il procedimento di dichiarazione.
Con le modifiche sopra riportate si è voluto introdurre nel sistema un principio di garanzia inteso ad assicurare in ogni momento la coerenza tra l'azione amministrativa e l'interesse pubblico al cui perseguimento essa è finalizzata.
L'articolo 129, sotto la rubrica "Provvedimenti legislativi particolari", raggruppa le prescrizioni già contenute negli artt. 14 e 18 del Testo unico.
Infatti, il comma 1 riproduce l'art. 18 T.u. la disposizione dell'art. 18 T.u., che fa salvi i provvedimenti legislativi di carattere speciale aventi ad oggetto singole città, complessi architettonici, siti od aree di interesse storico, artistico od archeologico; depurandolo, tuttavia, del riferimento al d.P.R n. 20 settembre 1973, n. 791, concernente la salvaguardia di Venezia e Chioggia, che vi è stato inserito a titolo esemplificativo ma che si risolve, a ben vedere, in un inutile appesantimelo del testo.
Allo stesso modo, il comma 2 conferma, nella sostanza, il disposto dell'art. 14 T.u. in materia di persistente validità delle norme relative alle raccolte artistiche ex fidecommissarie.
L'articolo 130 riprende la disposizione di cui al comma 2 dell'art. 12 T.u., che definisce l'arco temporale di validità delle norme regolamentari ex rr.dd. 2 ottobre 1911, n. 1163 e 30 gennaio 1913, n. 363.
A differenza, tuttavia, della disposizione vigente, che collega la cessazione della efficacia delle predette norme alla emanazione di un unico regolamento attuativo dell'intero Testo unico, la disposizione in esame, tenendo conto delle scelte operate in sede di revisione degli strumenti attuativi della codificazione, raccorda la cessazione dell'efficacia dei regolamenti attualmente vigenti alla entrata in vigore dei singoli strumenti attuativi sostitutivi previsti dal codice.
dall'art. 11 della legge 28 dicembre 2001, n. 448 e dall'ari. 80 della legge 27 dicembre 2002 n. 289).