Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/03-2005
Timestamp: 2020-04-09 09:55:09+00:00
Document Index: 132472458

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

03-2005 | comitatopaulrougeau
Numero 127 - Marzo 2005
1) L’assemblea si terrà il 22 maggio: siete tutti invitati a Firenze!
2) Annullata la sentenza di morte del nostro amico Kenneth
3) Sospesa all’ultimo momento l’esecuzione di Pablo Melendez
4) Opposti giudizi sulla proibizione della pena di morte minorile
5) Kenneth intervista Oswaldo, minorenne all’epoca del crimine
6) Gli USA in fuga dal trattato di Vienna sulle relazioni consolari
7) Rapporto USA sui diritti umani, il paradosso si ripete…
8) Campagna dei vescovi per porre fine alla pena di morte negli USA
9) Gravi dubbi sulla volontà di processare equamente Saddam
10) Dale Recinella in Italia: un grande evento
11) Tony Ford agli amici e sostenitori
12) Notiziario: Arizona, Cina, Texas
1) L’ASSEMBLEA SI TERRA’ IL 22 MAGGIO: SIETE TUTTI INVITATI A FIRENZE !
La nostra Assemblea dei Soci, aperta ai collaboratori e ai simpatizzanti del Comitato, si terrà domenica 22 maggio p. v. a Firenze. Sarà un’ottima occasione per valutare il lavoro fatto nell’ultimo anno, per programmare insieme le attività, per incoraggiarci a vicenda e riprendere lo slancio!
La convocazione ufficiale con l’ordine del giorno sarà contenuta nel prossimo numero di questo Foglio di Collegamento che verrà spedito alla fine del mese di aprile. Vi spiegheremo come prenotare un eventuale pernottamento a Firenze.
Diamo questa anticipazione dell’Assemblea pensando anche a coloro che recentemente sono diventati nostri collaboratori ‘virtuali’ al computer: ci piacerebbe davvero abbracciarli e conoscerli di persona!
Annotate SUBITO nell’agenda la vostra venuta a Firenze!
Il 3 marzo il giudice federale distrettuale Royal Furgeson ha annullato la sentenza di morte che fu imposta nel 1997 a Kenneth Foster Jr. accusato di complicità in un tentativo di rapina che costò la vita al giovane Michael LaHood Jr. appartenente ad una nota famiglia di San Antonio nel Texas. Questa decisione comporta che il nostro amico Kenneth venga riprocessato entro 90 giorni ovvero condannato al carcere a vita (con possibilità di rilascio sulla parola dopo 40 anni di detenzione). L’accusa ha però fatto ricorso alla Corte federale d’Appello del Quinto Circuito per ottenere l’annullamento della sentenza del giudice Furgeson. Non è giunto pertanto il momento di festeggiare ed abbassare la guardia.
Come sappiamo, il 14 agosto del 1996 Kenneth si trovava all’interno della sua auto ad oltre 25 metri dal luogo in cui si svolse una colluttazione mortale tra il suo conoscente Maurecio Brown e il giovane LaHood. Per ottenere la sua condanna a morte, l’accusa, invocando una legge del Texas detta ‘law of parties’ (legge delle bande), si limitò a convincere la giuria che Foster e tre suoi conoscenti si accordarono per commettere una rapina a mano armata, potenzialmente letale, ai danni di LaHood.
L’appello di Kenneth Foster alla corte federale distrettuale, oltre a sostenere la sua innocenza perché non vi sono sufficienti prove di uno specifico accordo criminoso tra i quattro (l’unico testimone a carico ha ritrattato), afferma che l’inflizione della pena di morte fu incostituzionale in quanto non venne dimostrata alla giuria una precisa intenzione omicida dell’imputato.
Nella sua sentenza di 95 pagine, il giudice Furgeson respinge l’appello di Kenneth Foster per quanto riguarda l’innocenza ma annulla la sua condanna a morte perché “non fu provato alla giuria che Foster uccise effettivamente LaHood o che Foster intendesse uccidere LaHood o qualche altra persona.”
Nel respingere il precedente appello a livello statale, la Corte Criminale d’Appello del Texas aveva sostenuto che l’inflizione della condanna a morte in base alla ‘law of parties’ implicava l’affermazione, da parte della giuria, dell’intenzione omicida di Foster. Invece Furgeson – basandosi sulla giurisprudenza della Corte Suprema federale - contesta che “non sono state portate alla giuria prove che Foster intenzionalmente incoraggiò, diresse, agevolò o cercò di assecondare l’uccisione di LaHood da parte di Brown” come richiesto dalla Costituzione per l’inflizione delle sentenze di morte.
Kenneth ci ha scritto di essere molto sollevato per questa sua, sia pure parziale, vittoria giudiziaria dichiarando di volersi impegnare per rendere definitiva la cancellazione della sentenza di morte nella speranza di poter ottenere anche il riconoscimento della sua totale innocenza.
All’ultimo momento l’esecuzione capitale di Pablo Melendez è stata sospesa! Vogliamo condividere il nostro sollievo con i lettori che hanno partecipato alla mobilitazione per scongiurare l’esecuzione del condannato che era stata programmata per il 16 marzo in Texas. Come abbiamo scritto nell’articolo di apertura del numero scorso, rimangono seri dubbi sulla colpevolezza di Melendez condivisi persino dalla madre della vittima dell’omicidio di cui egli è stato accusato, omicidio che fu commesso nel corso di una rapina nel 1994.
Nell’imminenza dell’esecuzione di Pablo Melendez, un nutrito gruppo di studenti era giunto da tutto il Texas presso la residenza del Governatore Rick Perry per sollecitare una riforma del sistema giudiziario relativo alla pena capitale e per protestare contro l’esecuzione del condannato. Gli studenti hanno trasformato la loro manifestazione in una festa apprendendo che l’esecuzione di Melendez era stata sospesa a tempo indeterminato.
1. Soddisfazione ma anche profonda delusione negli USA
Negli Stati Uniti un soffio impercettibile ha fatto pendere al bilancia dalla parte giusta: il 1° marzo la Corte Suprema, a strettissima maggioranza, sentenziando sul caso di Christopher Simmons del Missouri (ricorso Roper v. Simmons), ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i minorenni salvando la vita di 72 condannati a morte che avevano meno di 18 anni all’epoca del crimine loro contestato (v. n. 126, cui rimandiamo per le informazioni essenziali). E’ una grande vittoria per la Corte Suprema del Missouri, che aveva anticipato questa decisione commutando la condanna a morte di Simmons (v. n. 110). E’ una sconfitta bruciante per gli ultra conservatori ma una grande conquista per la civiltà.
La sentenza del 1° marzo ha suscitato una moltitudine di commenti positivi nelle fasce più evolute della popolazione statunitense, riecheggiati in centinaia di articoli e servizi nei media, ma anche la furiosa contestazione da parte degli ultra conservatori che hanno opposto fino all’ultimo una strenua resistenza all’abolizione della pena di morte minorile (ben sapendo che costituisce un passo importante verso l’abolizione totale della pena di morte, v. n. 101, “Strenua resistenza su una posizione indifendibile”). Personaggi influenti non hanno esitato a denunciare come abusiva la decisione del massimo organo giudiziario statunitense. Si è persino arrivati a proporre l’abolizione del Corte Suprema!
Forse alcuni dei conservatori avevano la convinzione delirante di poter conservare a tempo indeterminato la pratica particolarmente barbara di condannare a morte i sedicenni e i diciassettenni, senza rinunciare del tutto alla speranza di poter giustiziare di nuovo quindicenni e quattordicenni.
Noi abbiamo sempre affermato che la messa al bando della pena di morte minorile negli USA (come pure la totale abolizione della pena di morte) era solo una questione di tempo. Tuttavia se si fosse persa questa occasione, l’attesa si sarebbe potuta prolungare per anni o decenni – in dipendenza della composizione e degli umori della Corte Suprema federale - e molti dei 72 detenuti che il 1° marzo hanno avuto salva la vita, sarebbero stati uccisi. A cominciare, nel giro di qualche mese, dalla mezza dozzina di essi che avevano esaurito gli appelli nel corso del 2004.
2. Posizioni molto differenziate tra i giudici della Corte Suprema
Due sono i motivi affermati dalla maggioranza della Corte Suprema per sostenere che ‘l’evoluzione degli standard di decenza’ rende la pena di morte minorile ‘crudele e inusuale’ e quindi proibita dall’Ottavo Emendamento (del 1791) alla Costituzione americana del 1787 (“Non si potrà richiedere una cauzione esagerata, né pretendere ammende eccessive, né infliggere pene crudeli e inusuali”):
1) il raggiungimento di un consenso nazionale contro l’esecuzione dei minorenni e
2) il riconoscimento della minore responsabilità dei minorenni dovuta all’immaturità che non permette di classificare i loro crimini tra ‘i peggiori dei peggiori’.
Il fatto poi che gli Stati Uniti fossero rimasti l’unico paese al mondo a sostenere ufficialmente la pena di morte minorile, secondo i cinque giudici di maggioranza confermava la validità dei due precedenti motivi.
Per capire meglio il significato della sentenza della Corte Suprema del 1° marzo, le ragioni del grande plauso con cui è stata accolta ma anche i punti su cui gli ultra conservatori l’hanno attaccata, è bene conoscere alla lettera alcuni suoi passi particolarmente significativi.
a) Nell’opinione della maggioranza, scritta dal giudice Anthony M. Kennedy, si legge:
“Indici obiettivi del consenso nazionale – la reiezione della pena di morte minorile nella maggioranza degli stati, la rarità del suo uso anche negli stati in cui rimane per legge e la consistente tendenza verso l’abolizione di questa pratica – forniscono prove sufficienti che oggi la nostra società vede i minorenni, usando le parole [… già] adoperate per i ritardati mentali, ‘categoricamente meno responsabili rispetto alla media dei criminali.’
Tre differenze generali tra i minori di 18 anni e gli adulti dimostrano che i delinquenti giovanili non possono essere ragionevolmente classificati tra i peggiori criminali. Primo […] ‘una carenza di maturità e un senso di responsabilità non del tutto sviluppato sono riscontrabili tra i giovani più spesso che tra gli adulti […]’ La seconda area di differenze risiede nel fatto che i giovani sono più vulnerabili e influenzabili in negativo da pressioni esterne, a cominciare da quelle dei coetanei. La terza […] differenza è che il carattere di un giovane non è così ben conformato come quello di un adulto. I tratti della personalità dei giovani sono mutevoli, meno stabilizzati.
Una volta riconosciuta la minore colpevolezza dei minorenni, è evidente che le giustificazioni penali della pena di morte si applicano loro con meno forza che agli adulti.
La nostra determinazione che la pena di morte è una punizione sproporzionata per i criminali al disotto dei 18 anni trova una conferma nella inoppugnabile realtà che gli Stati Uniti sono il solo paese che continua a prevedere ufficialmente la pena di morte minorile. Questa realtà non è cogente per noi dal momento che interpretare l’Ottavo Emendamento rimane una nostra responsabilità. Tuttavia […] la Corte si riferisce alle leggi di altri paesi e alle autorità internazionali come un aiuto per interpretare la proibizione delle “pene crudeli e inusuali” da parte dell’Ottavo Emendamento. […]”
Concordando, il giudice Stevens ha aggiunto la seguente opinione:
“Forse anche più importante della nostra specifica decisione di oggi è la nostra riaffermazione del principio base per l’interpretazione dell’Ottavo Emendamento. Se il dettato di tale Emendamento fosse stato congelato al momento in cui fu scritto, esso non porrebbe oggi nessun ostacolo all’esecuzione dei bambini di sette anni. [...]”
b) Nell’opinione dissenziente del giudice Antonin Scalia, si legge:
“Così la Corte proclama se stessa unico arbitro dei nostri standard morali nazionali - e mentre decide di assumersi questa terrificante responsabilità lascia intendere di farsi guidare dalla vedute di corti e parlamenti stranieri.
La Corte […] dichiara vigliaccamente che è emerso un consenso nazionale [contro la pena di morte minorile] dopo la nostra decisione [del 1989] nel caso di Stanford per il fatto che 18 stati (*) – cioè il 47% di quelli che permettono la pena di morte – hanno ora delle leggi che proibiscono l’esecuzione di criminali minori di 18 anni […]
Tutto ciò che la Corte ha fatto oggi […] è di guardare al di sopra delle teste della folla e di scegliere i propri amici. […]”
(*) Aggiungendo il Missouri si arriva a 19, cioè al 50%, in più vi sono i due statuti federali e i 12 stati abolizionisti (n.d.r)
c) Nell’opinione dissenziente della giudice Sandra Day O’Connor, si legge:
“L’odierna decisione della Corte stabilisce una categorica proibizione di giustiziare qualsiasi criminale per qualsiasi delitto compiuto prima del suo diciottesimo compleanno, senza riguardo a quanto deliberato, perverso o crudele possa essere il crimine.
Il fatto che i giovani siano generalmente meno colpevoli per le loro trasgressioni rispetto agli adulti non significa necessariamente che un assassino di 17 anni non possa essere sufficientemente colpevole da meritare la pena di morte. […]
Almeno al confine tra l’adolescenza e l’età adulta e specialmente per i diciassettenni […come Simmons] le rilevanti differenze tra “adulti” e “giovani” appaiono essere una questione di grado, piuttosto che di qualità. Ne consegue che un parlamento possa ragionevolmente concludere che almeno alcuni diciassettenni siano in grado agire con una sufficiente colpevolezza morale e possano essere efficacemente dissuasi dalla minaccia di esecuzione, in modo tale che la pena capitale possa essere inflitta in appropriati casi. […]”
3. Commenti emblematici
Per mancanza di spazio, tra gli innumerevoli pareri favorevoli alla sentenza del 1° marzo (da quelli delle organizzazioni umanitarie e delle associazioni professionali a quelli dei premi Nobel, della chiesa cattolica, dell’Unione Europea, perfino del governo russo…) ci limitiamo a riportare il brano conclusivo dell’editoriale del 2 marzo del New York Times: “Sembra inevitabile che un giorno gli Americani guardino indietro a quest’ultimo restringimento delle categorie di persone passibili di pena capitale come ad un ulteriore passo verso il completo rigetto della pena di morte da parte della Corte. Almeno questa è la nostra fervente speranza.”
Come esempio dei numerosi pareri sfavorevoli, leggiamo sul Washington Times del 17 marzo Ed Feulner, presidente della Fondazione Heritage, un’organizzazione di destra ben collegata con il potere esecutivo. Feulner scrive provocatoriamente: “Per la Corte Suprema è giunto il momento di cambiare. Costringendo i giudici ad andarsene a 70 anni? Meglio, lasciamo estinguere la Corte Suprema e permettiamo che il Senato funzioni da corte ultimativa. [… Se] la Corte Suprema non si limita più a seguire le leggi e la Costituzione degli USA, per quale ragione ci dovremmo astenere dall’apportare cambiamenti arbitrari e incostituzionali alla Corte? […] L’ultimo esempio di abuso giudiziario è arrivato in questo mese con la sentenza sul caso Roper v. Simmons. Con un margine di 5 a 4 la Corte ha sentenziato che gli stati non possono giustiziare nessuno che sia più giovane di 18 anni al momento del crimine. Indipendentemente dalla vostra posizione sulla pena capitale, come Americani dovreste essere sconvolti dalla logica della Corte.” Dopo la negazione di un ‘consenso nazionale’ contro l’esecuzione dei minori, con l’identica motivazione del giudice Scalia, Feulner aggiunge: “Ma il giudice Kennedy è andato ancora oltre, notando che la maggioranza della Corte ‘trova conferma nella inoppugnabile realtà che gli Stati Uniti sono il solo paese che continua a prevedere ufficialmente la pena di morte minorile.’ La maggioranza degli Americani dirà: ‘E con ciò?’ Non ci interessa che cosa fanno gli altri paesi o quali leggi approvino. Gli Americani sono soggetti soltanto alle loro leggi e alla loro Costituzione. Ancora, il giudice Kennedy sembra orgoglioso di fidarsi della legge internazionale.[…] Il dissenso del giudice Scalia è l’unica opinione che abbia senso. ‘Non credo che il significato del nostro Ottavo Emendamento, come pure degli altri contenuti della nostra Costituzione, debbano essere determinati dal parere soggettivo di cinque membri di questa Corte e da stranieri che la pensano come loro’ ha scritto Scalia, in un’opinione condivisa dal giudice Clarence Thomas e dal giudice capo William Rehnquist. Questi tre uomini sono, ovviamente, gli unici veri conservatori nella Corte […]. Fortunatamente, il trend internazionalista non si è esteso all’esecutivo. Il presidente Bush ha chiarito che gli USA non vogliono assoggettarsi al Tribunale Penale Internazionale […] Naturalmente gli Americani fanno fatica a riconoscere nel T. P. I. una corte di giustizia [per l’assenza di fondamentali garanzie processuali…]. I nostri giudici devono limitarsi a interpretare le nostre proprie leggi, invece di assoggettarci a leggi straniere. O è giunto il momento di procurarci nuovi giudici che vogliano farlo?”
Le ire dei conservatori sono dirette principalmente verso il giudice Kennedy la cui mutata posizione ha reso possibile la sentenza innovativa del 1° marzo (v. n. 126). Kennedy - un ultra conservatore nominato nella Corte nel 1987 dal presidente repubblicano Reagan - nel corso degli anni ha compiuto qualche deviazione dalla rigorosa dottrina della classe sociale che lo ha generato (per esempio nel giugno 2003 ha votato per abolire il reato di sodomia favorendo gli omosessuali). Anche per le sue amicizie altolocate e per gli stretti legami con l’entourage del presidente Bush, prima della sentenza sulla pena di morte minorile, era tuttavia considerato da molti esperti il favorito alla carica di ‘giudice capo’ dopo l’andata a riposo dell’anziano e malato William H. Rehnquist. Con l’alzata di testa del 1° marzo scorso egli ha dimostrato invece di ‘non essere in lizza per nessuna ulteriore carica’ ma, a 68 anni, di accontentarsi di ‘lavorare per la posterità. Egli vuole che tra 50 anni si dica che fu uno dei grandi giudici del ventesimo secolo.’
4. Che cosa accadrà nell’immediato
Checché se ne dica la decisione storica del 1° marzo è di fatto irreversibile e le leggi che consentono la pena di morte minorile in 19 stati nordamericani devono essere emendate dai rispettivi parlamenti. Nel frattempo occorre decidere lo status di coloro che furono condannati a morte e non possono più essere giustiziati.
Il 7 marzo la Corte Suprema ha rinviato alle corti inferiori i casi di tre minorenni all’epoca del crimine per i quali aveva sospeso l’esecuzione già fissata nel 2004. Si tratta dei casi di Mauro Barraza, Edward Capetillo e Anzel Jones, i primi tre di 29 casi del genere che devono essere risolti in Texas. Ci sono varie possibilità. Ci può essere la via giudiziaria con apposite decisioni delle corti. Tuttavia sembra che il Governatore Perry voglia suggerire alla Commissione per le Grazie di proporgli la commutazione delle sentenze di morte in carcere a vita (che in Texas, almeno in teoria, può risolversi nella liberazione sulla parola dopo molti anni di carcere).
Inutile dire che la commutazione della sentenza di morte per i 72 condannati che erano minorenni all’epoca del crimine loro contestato genera, soprattutto in Texas, una grande preoccupazione (amplificata dai media). La sia pur remota possibilità che qualcuno di essi possa essere un giorno liberato dal carcere ha fatto suonare l’allarme per i benpensanti e riacutizzare il dolore e la rabbia dei parenti delle vittime dei loro – sovente efferati – crimini.
Le dichiarazioni a volte assurde dei parenti delle vittime di crimini sono state rinforzate da persone competenti come il procuratore della Contea di Harris, Chuck Rosenthal, e l’ineffabile Dianne Clements, leader dell’associazione Justice for All, che ha dichiarato: “Il potere deterrente della pena di morte è finito. La Corte Suprema ha posto in pericolo la gente innocente. [Mentre] gli omicidi giustiziati non uccidono di nuovo.”
Ha subito ripreso un po’ di fiato la proposta di una legge che vorrebbe conferire alle giurie texane la possibilità di condannare al carcere a vita senza possibilità di liberazione sulla parola. Possibilità che continua ad essere osteggiata con successo dai conservatori per il timore che produca una diminuzione delle condanne a morte.
In Nevada è stata approvata con 40 voti a favore e un solo voto contrario, una settimana dopo la sentenza della Corte Suprema, una legge che abolisce la pena di morte per i minori di 18 anni. Seguiranno, a ruota, altri 18 stati.
Desidero proporvi questa intervista molto particolare che riguarda la recente decisione della Corte Suprema di bandire la pena di morte per i minorenni. Vi presento Oswaldo Soriano. Oswaldo è entrato nel braccio della morte il 6 maggio 1994. C’è rimasto per 12 anni. Ha visto le orrende esecuzioni di molti compagni di prigionia e ha subito il brutale trasferimento dal braccio della morte dalla Ellis One alla Polunsky Unit. Ma è sopravvissuto. Incontrai Oswaldo nel 1998.
Di recente abbiamo avuto la fortuna di essere rinchiusi in celle vicine. Ho scelto in particolare Oswaldo, tra i minorenni all’epoca del crimine loro contestato, perché è uno di quelli che hanno cercato di migliorare se stessi e di educare ed illuminare coloro che hanno incontrato sul loro cammino. Ecco la nostra intervista, fatta prima che Oswaldo lasci il braccio della morte.
Kenneth (K): Oswaldo, sono davvero felice di vedere voi ragazzi lasciare il braccio della morte. Puoi dirci come ti sei sentito quando è stata comunicata la decisione di annullare le esecuzioni dei minorenni?
Oswaldo (O): Il mio amore sincero e la mia gratitudine vanno a tutti voi individualmente. Devo onestamente dire che questa decisione mi ha lasciato emozionantissimo e commosso. Mi sono sentito come se un grosso peso mi venisse tolto dalle spalle. Volevo gridare, era come una sensazione rovente, un miscuglio intenso di sofferenza e di gioia.
K: Da quando la pena di morte è stata ripristinata nel 1976, 22 ragazzi che erano minorenni all’epoca del crimine sono stati uccisi. Adesso nel 2005, hanno proibito queste esecuzioni. Conoscevi alcuni dei minorenni “giustiziati” e come ti senti riguardo al fatto che loro non sono riusciti ad arrivare a vedere questo giorno?
O: Ne conoscevo alcuni dei 13 che sono stati “giustiziati” in Texas. Non ricordo facilmente dei nomi, solo i volti. Mi fa molto arrabbiare pensare che questi ragazzi non siano arrivati a vedere questo giorno. E’ uno strano senso di vuoto, e allo stesso tempo essi mi hanno dato speranza e forza. Vorrei tanto che fossero ancora vivi per vedere questo giorno glorioso.
K: Puoi spiegare alla gente come sono stati per te i 12 anni passati nel braccio della morte?
O: Essendo il più giovane minorenne messicano nel braccio della morte, ho avuto esperienze molto particolari. Essere privato così giovane di tante opportunità, mi ha insegnato il valore della vita, dell’amore, del perdono e della comprensione. Prigioniero, ho provato il dolore per la morte piombata nell’ambito della mia famiglia, la sofferenza e le lacrime dei miei genitori e dei miei cari; le vite completamente trasformate dalla violenza e altre vicende della vita che hanno provocato dolore e sofferenza nelle case. Vedere le lacrime di coloro che sono stati giustiziati ha lasciato un vuoto nel mio cuore. E’ stato un incubo insopportabile, un inferno in terra.
K: Come ti sembra di essere cambiato da quando avevi 17 anni?
O: Credo di aver imparato una delle cose più importanti: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Ho dovuto imparare a comportarmi sempre meglio mentre crescevo, perché non sapevo cosa mi avrebbe portato il giorno successivo, o se questo sarebbe arrivato. Ma ancora adesso sto continuando a crescere e maturare con un potere e una forza che arrivano dal cielo. Adesso trascorro il mio tempo cercando di aiutare i giovani attraverso lettere e chat-rooms. Cerco di far loro immaginare cosa proverebbero in un posto come questo…
K: Il sistema sostiene che tutti i condannati a morte non possono riabilitarsi. Pensi che la prigione attivi la distruzione morale dei prigionieri?
O: Come possono i politici giustificare le loro affermazioni che tutti i condannati a morte non sono recuperabili, quando loro stessi danno scandalo nella società? Ritengo fortemente che l’enorme sistema carcerario del Texas distrugga le persone. L’unico modo per riabilitarci dipende da noi stessi: rendere l’ambiente più sicuro e più costruttivo. Ci riusciremo solo utilizzando tutte le risorse educative che possiamo avere. Solo questo ci aiuterà a migliorare la nostra condizione.
K: Pensi che la pena di morte, grazie a questa legge riguardo ai minorenni, sia adesso una procedura più giusta e sicura?
O: No! Neppure per un minuto l’ho pensato. Questa procedura non garantisce un processo giusto a coloro che sono innocenti e sono stati condannati ingiustamente.
K: Cosa vorresti dire a tutti coloro che hanno lottato per vincere questa causa?
O: Vorrei cominciare esprimendo la mia gratitudine a ogni persona che si è sforzata, con volontà e dedizione, per arrivare a questa vittoria. Chiedo a tutti di considerare seriamente la sacralità della vita umana per continuare a sforzarsi per arrivare a FERMARE TUTTE le esecuzioni di coloro che io mi lascio dietro, come prigionieri, come amici e soprattutto come esseri umani.
K: Come pensi che ti sentirai quando uscirai di qui e potrai finalmente avere una visita dei tuoi cari con la possibilità di toccarli, abbracciarli?
O: Non ci ho ancora pensato molto, forse perché non sono ancora arrivato a quel momento. Penso sarà uno dei momenti più belli ma anche dei più terribili della mia vita. Il pensiero di poter abbracciare e baciare i miei genitori è troppo emozionante. Pensa: è da 12 anni che non ho potuto toccare o tenere fra le braccia mia madre, sai cosa vuol dire questo, fratello?
K: Sì, so cosa vuol dire. Hai un’ultima dichiarazione da fare alle persone che leggeranno la tua intervista? E ti farebbe piacere che le persone restassero in contatto con te?
O: Il mio messaggio è che la violenza, la droga, gli abusi e le bande per le strade non sono il modo giusto di vivere. La verità è che, non importa da dove vieni o cosa hai passato nella tua vita, se davvero vuoi cambiare, ce la puoi fare. Devi essere forte, avere auto-disciplina e lavorare sodo. Mentre continuo a vivere, mi rendo conto che è stato duro per me rompere i legami del male, della schiavitù che mi aveva tenuto incatenato per anni. E’ stato un viaggio che non comprenderò mai bene fino in fondo, ma che mi ha portato a scoprire un nuovo significato della vita. Sì, per favore, scrivetemi. Grazie!
Mr. Oswaldo Soriano #999096
Livingston, TX77351 USA
Gli Stati Uniti d’America furono attivi promotori dell’approvazione del Trattato di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari. L’articolo 36 del Trattato prevede che in occasione dell’arresto di uno straniero sia avvertito “senza indugio” il rispettivo consolato affinché il detenuto possa ricevere assistenza dal proprio paese.
Dopo averlo violato per decenni e in modo particolarmente grave nei riguardi degli stranieri sospetti di reato capitale (v. ad es. nn. 81, 87, 88, 99, 104, 114, 117), gli USA hanno deciso che è arrivato il momento di fare marcia indietro. Il 7 marzo il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha annunciato a Kofi Annan la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Protocollo aggiuntivo che conferisce alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia la giurisdizione sulle violazioni del Trattato. Come dire: rimaniamo parte del Trattato ma non continuate ad infastidirci se lo violiamo in continuazione.
Le ripetute condanne della Corte dell’Aia nei confronti degli Stati Uniti fino ad ora sembravano non aver scalfito la sicumera degli interessati. Sono state sempre accolte dai lazzi degli stati forcaioli (come il Texas e l’Oklahoma) e da un’alzata di spalle del governo centrale. Le reazioni federali, prima d’ora, non sono mai andate al di là di qualche assicurazione verbale di comportarsi meglio in futuro. Si sa che la Corte di Vienna non ha mezzi coercitivi per rendere effettive le sue sanzioni (è impossibile pensare che si muova il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per una questione che riguarda i diritti umani individuali e poi, come ultima risorsa degli USA, c’è sempre il diritto di veto).
Tuttavia – nonostante la chiusura mentale degli Americani nei confronti del resto del mondo – qualcuno deve essersi accorto dei gravi danni di immagine derivanti da una così smaccata e continua violazione degli obblighi internazionali liberamente assunti dagli Stati Uniti. L’’amministrazione Bush ha studiato pertanto un rimedio da attuarsi in un paio di mosse, due mosse sconcertanti da effettuare in successione, nel giro di una settimana.
Come prima cosa, il 28 febbraio il presidente Bush ha inviato un memorandum al ministro della giustizia Alberto Gonzales (in cui si legge che “gli Stati Uniti ottemperano agli obblighi internazionali derivanti dalla decisione della Corte Internazionale di Giustizia”) chiedendogli di provvedere affinché le corti penali americane obbediscano alla sentenza del corte dell’Aia del 31 marzo 2004. Tale corte infatti su richiesta del Messico aveva ordinato (invano) agli Stati Uniti una “revisione e considerazione” giudiziaria dei casi di 51 messicani condannati a morte ai quali, fin dal momento dell’arresto, fu negato il diritto di accedere all’assistenza consolare (v. n. 117). Contemporaneamente l’amministrazione ha inoltrato alla Corte Suprema (nella qualità di ‘amicus curiae’ – amico della corte) un documento legale per perorare una decisione favorevole in uno di tali casi, quello di Jos Ernesto Medellin, il cui appello verrà discusso il 28 marzo p. v.
Questa prima mossa, oltre a spiazzare completamente i commentatori (salta, tra l’altro, la scusa, sempre avanzata dai diplomatici americani, che il governo centrale non possa in alcun modo interferire nell’amministrazione della giustizia nei singoli stati), aveva generato grande ottimismo e plauso nelle organizzazioni per i diritti umani e il risentito sconcerto degli accusatori che sentivano improvvisamente venir meno la protezione possente del governo federale contro le ‘intrusioni internazionali’.
La seconda mossa, giocata all’ONU una settimana dopo, ha reso il tutto più comprensibile e rimesso le cose a porto – almeno per il futuro – negli stati forcaioli. Gli Stati Uniti, ritirandosi dal Protocollo aggiuntivo al Trattato di Vienna, da ora in poi non avranno più a che fare con le sentenze imbarazzanti della Corte dell’Aia. Il memorandum di Bush del 28 febbraio e una eventuale sentenza della Corte Suprema favorevole a Jos Ernesto Medellin, nell’immediato potranno portare qualche complicazione nei nove stati che si accingono a mettere a morte i 51 messicani cui furono negati i diritti consolari. Poi tutto ritornerà come prima.
Un anno fa, nel numero 116, compariva un commento del Rapporto annuale sulla Pratica dei Diritti umani, preparato dal Governo degli Stati Uniti per il Congresso, pubblicato il 25 febbraio del 2004. Nel nostro articolo sottolineavamo come questo rapporto, che opera un importantissimo monitoraggio sui paesi che abitualmente violano i diritti umani, fosse stato redatto con grande parzialità, visto che escludeva dalle sue critiche gli Stati Uniti stessi, che, come sappiamo, violano in maniera crescente all’interno e all’estero quegli stessi principi umanitari di cui – almeno a parole - esigono l’applicazione da parte delle altre nazioni.
Quest’anno il fenomeno si ripete, e il paradosso si acuisce, sia per gli avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi 12 mesi della “guerra al terrore” promossa e sostenuta dall’amministrazione Bush, sia perché, tra gli stati che vengono denunciati dal rapporto come gravi violatori dei diritti umani, compaiono anche l’Iraq ed altri paesi che collaborano strettamente con gli USA, spesso sotto stretta tutela e supervisione.
Nel rapporto pubblicato il 28 febbraio di quest’anno vengono criticati aspramente e con dovizia di dettagli, oltre all’Iraq, paesi ‘alleati’ come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania e il Pakistan…. Il rapporto riferisce che in questi stati vengono praticate abitualmente, sui prigionieri, torture, detenzioni in incommunicado, percosse, stupri e che avvengono spesso esecuzioni extragiudiziali.
Un funzionario governativo americano, riferendosi al rapporto, ha dichiarato: “Con questo noi dimostriamo che non facciamo finta di non vedere. Ci sono stati che sosteniamo e dei quali siamo amici, ma quando questi usano procedure che non sono conformi agli standard internazionali, noi chiamiamo le cose con il loro nome”. Nobili parole! Peccato che proprio in Iraq siano stati gli Americani (non citati nel rapporto) a dare l’esempio con gli scandali nel carcere di Abu Ghraib e non solo. Peccato che comunque la polizia irachena stia attuando le sue politiche di violazione dei diritti con l’appoggio e il sostegno costanti dei militari e del governo degli Stati Uniti.
Per non parlare poi di un altro fenomeno, molto grave e tenuto – scandalosamente – in penombra: alcuni degli stati citati dal rapporto, quali l’Egitto e il Pakistan, sono proprio quelli dove la C. I. A. ha facoltà di deportare i prigionieri ritenuti coinvolti nel terrorismo, affinché vengano interrogati e detenuti in territorio extra-statunitense! Questo fenomeno, autorizzato con un ordine presidenziale segreto ad hoc, emanato subito dopo gli eventi dell’11 settembre 2001 e solo parzialmente ammesso, ha consentito di lasciar torturare impunemente decine di prigionieri, alcuni dei quali sono stati rilasciati dopo molto tempo, senza alcun capo d’accusa nei loro confronti.
Ci sono svariate testimonianze che raccontano di pestaggi, inflizioni di scosse elettriche ai genitali, stupri, sospensioni per gli arti, negazione di cibo e di acqua, tutte rilasciate da prigionieri deportati dalla C. I. A. in queste nazioni, e successivamente, dopo mesi o anche qualche anno, rilasciati.
I funzionari del governo si difendono sostenendo candidamente di non essere a conoscenza delle torture e di effettuare queste deportazioni al solo scopo di ridurre i costi di mantenimento dei prigionieri ed evitare la burocrazia giudiziaria negli Stati Uniti. Affermano inoltre di pretendere dai paesi che “ospitano” i deportati, garanzie di trattamenti umani, anche se poi ammettono di non essere in grado di effettuare alcun controllo valido sull’osservanza di queste garanzie. Ma come?! Se da un lato si sa che in questi paesi avvengono sistematiche violazioni dei diritti umani sui prigionieri, giustamente e debitamente denunciate dal governo statunitense, dall’altro lo stesso governo sostiene di non sapere che le persone colà deportate vengono torturate? E in barba alle denunce la pratica della deportazione continua ed è tuttora autorizzata e praticata?
In conseguenza del comportamento paradossale e palesemente in malafede degli Americani, la Cina ha reagito vivamente, con una risposta formale del Ministero degli Esteri, alle accuse che la riguardano contenute nel rapporto americano: repressione politica e religiosa, detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali, tortura.
Il giorno dopo, in un proprio rapporto steso con un linguaggio molto aggressivo, la Cina ha a sua volta accusato gli Stati Uniti per le violazioni dei diritti umani commesse. Il rapporto, intitolato Il Record dei Diritti Umani negli Stati Uniti nel 2004, affronta sei temi: il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale; le libertà politiche; i diritti economici, sociali e culturali; le discriminazioni razziali; i diritti della donna e del bambino; i diritti umani dei cittadini stranieri. Gli Stati Uniti, che forse non si aspettavano una tale reazione, hanno dovuto fare una parziale ritirata. Il 18 marzo, all’approssimarsi della visita in Cina di Condoleezza Rice, Il Dipartimento di Stato, riconoscendo “importanti e significativi passi della Cina” per migliorare la situazione dei diritti umani, ha rinunciato a chiedere (come di routine) alla Commissione dei Diritti umani dell’ONU una risoluzione di condanna nei riguardi della Cina.
E’ ovvio che la denuncia contenuta nel rapporto americano, sacrosanta, delle spaventose ed estesissime violazioni dei diritti umani in Cina, perde molto del suo smalto per il fatto che gli Stati Uniti hanno ampiamente prestato il fianco a critiche per crimini dello stesso tipo.
Naturalmente la Cina, che si sta rivelando una potenza economica e militare progressivamente concorrente ed antagonista degli USA, non si è lasciata scappare l’occasione per fare propaganda. E’ il caso di dire che questa volta la vecchia massima “cane non mangia cane” non è stata osservata. Ciò che possiamo augurarci è che queste reciproche denunce contribuiscano a sollevare l’opinione pubblica mondiale contro entrambe le potenze, inducendole, quanto meno, a mitigare il loro comportamento, a tutto vantaggio dei rispettivi prigionieri, vittime colpevoli o innocenti, e comunque sempre vittime, di un potere costituito violento, dispotico e scarsamente preoccupato della tutela dei più deboli. (Grazia)
Il 21 marzo, all’inizio della Settimana Santa, con una conferenza stampa a Washington, i vescovi statunitensi hanno lanciato una impegnativa “Campagna per porre fine all’uso della pena di morte” nel paese (vedi: www.ccedp.org ).
A 25 anni dalla prima dichiarazione dei vescovi contro la pena capitale, preso atto dei numerosi pronunciamenti in tal senso che sono seguiti, degli insegnamenti papali e del cambiamento in positivo delle opinioni dei fedeli americani, la gerarchia cattolica statunitense ha sentito il bisogno di lanciare una esplicita campagna abolizionista. Il discorso del Cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo di Washington, denso di citazioni dottrinarie, riporta finalmente chiarezza dopo le ambigue affermazioni fatte da cattolici americani, laici e religiosi, all’indomani dei fatti dell’11 settembre 2001 (v. n. 93, “Un polverone destinato a confondere le coscienze”).
Nel corso della conferenza stampa, John Zogby, noto esperto di indagini demoscopiche, ha illustrato i risultati sorprendenti e incoraggianti di un sondaggio eseguito dal suo istituto: oggi solo il 48% dei cattolici statunitensi sostengono la pena di morte (e una pari percentuale si oppone). Nel 2001 i sostenitori erano il 68%. Queste percentuali sono da confrontare con il dato abbastanza stabile della popolazione USA nel suo complesso (66% di favorevoli alla pena capitale). Tra coloro che vanno regolarmente a Messa la percentuale degli oppositori del patibolo sale dal 48% al 56%.
9) GRAVI DUBBI SULLA VOLONTA’ DI PROCESSARE EQUAMENTE SADDAM
Si rafforzano i dubbi sulla volontà di processare in maniera giusta ed esauriente l’ex dittatore dell’Iraq Saddam Hussein. Sappiamo che il Tribunale ‘ad hoc’ messo su dagli Americani alla fine del 2003 ha suscitato inequivocabili critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani ed è stato sconfessato da Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite, il quale ha addirittura ordinato che gli organi dell’ONU – a cominciare dall’accusatrice Carla Del Ponte – si astengano da qualunque collaborazione con detto tribunale, sia pure di tipo formativo (v. nn.119, 120, 122, 124).
“A chi possiamo raccontare nel mondo che questo è un tribunale indipendente, con gli emissari statunitensi che nominano e controllano i giudici […] ?” Si è domandato il famoso giurista Cherif Bassiouni.
Ora apprendiamo che gli interrogatori di Saddam sarebbero quasi terminati e che sarebbero pronti massicci capi d’accusa contro di lui e contro due o tre dei suoi ex collaboratori più stretti.
La strategia accusatoria contro Saddam Hussein è agevolata dalla minaccia della pena di morte nei riguardi dei coimputati. Secondo indiscrezioni riportate dal New York Times il 10 febbraio, sarebbe stato offerto ai collaboratori di Saddam di patteggiare una pena detentiva in cambio di una testimonianza contro il loro ex capo (sembra che perfino Tariq Aziz, divenuto in carcere l’ombra di sé stesso, abbia accettato di ‘collaborare’). Per condannare a morte Saddam – che verrà processato per ultimo nel prossimo anno - potranno essere comodamente utilizzate le testimonianze e le chiamate in correità di coloro che lo precederanno sul banco degli imputati.
Le prospettive attuali, ricordando i processi sommari anche del passato prossimo, fanno rabbrividire. Ricordate il caso limite del dittatore rumeno Ceausescu? Fu processato alla svelta sulla base di capi d’accusa approssimativi basati su dati completamente campati in aria. Fu ‘giudicato’ e rapidamente ‘giustiziato’ – insieme a sua moglie – senza suscitare le proteste dei paesi ‘democratici’ che si affrettarono a riconoscere come governanti legittimi coloro che lo avevano ucciso.
Secondo il settimanale americano indipendente The Nation uscito il 10 marzo, un grosso ostacolo alla giustizia è rappresentato dalla “questione della complicità degli USA […] Un processo sotto occupazione americana sicuramente non costringerà Donald Rumsfeld a descrivere i suoi incontri con Saddam nel 1983 e nel 1984, dopo che si seppe che egli stava schierando armi chimiche [realizzate usando sostanze vendute da aziende americane con approvazione governativa]. Né permetterà che si domandi a George Bush padre perché emanò nel 1989 una direttiva nazionale sulla sicurezza chiedendo di stabilire normali relazioni diplomatiche tra USA e Iraq. Né domanderà a Colin Powell e a Dick Cheney perché incoraggiarono i Curdi al Nord e gli Sciiti al Sud a sollevarsi e non fecero poi nulla quando Saddam soffocò sanguinosamente la rivolta […]”
Sempre secondo The Nation (e non solo) la mancanza di preoccupazioni per un processo giusto ed esauriente sarebbe dimostrata dall’incuria con cui subito dopo l’invasione dell’Iraq si è lasciato che si disperdessero e si deteriorassero prove documentali ed anche fisiche (come le fosse comuni) e dal rifiuto della collaborazione che fu offerta da gruppi per i diritti umani per costruire e gestire un tribunale che giudicasse equamente i crimini contro l’umanità commessi sotto il regime di Saddam Hussein.
Il ciclo di conferenze che ha impegnato il nostro amico Dale Recinella, cappellano laico nel braccio della morte della Florida, durante la sua recente visita in Italia nel mese di marzo, ha riscosso, come negli anni passati, grandissimo interesse. Del resto è ampiamente comprensibile la commozione destata negli ascoltatori dalla testimonianza di un uomo che vive ogni giorno sulla sua pelle il contatto con i condannati a morte, che ascolta quotidianamente le loro confidenze e partecipa alle loro angosce. Quando poi Dale racconta della sua esperienza sconvolgente di assistente spirituale durante le esecuzioni, agli ascoltatori sembra di essere seduti vicino a lui nella stanzetta dei testimoni, a meno di un metro dall’uomo legato sul lettino con gli aghi piantati nelle vene, mentre il veleno sta per scorrere nel suo corpo, per ucciderlo in modo solo apparentemente sterile ed indolore.
Dale quest’anno non si è limitato a farci partecipi delle sue attività presenti, ci ha confidato anche il suo passato e la sua “conversione”, che lo ha trasformato, da sussiegoso avvocato della finanza, in convinto abolizionista.
Dale racconta: “Fino a una decina di anni fa avevo un bellissimo ufficio a Miami, all’ultimo piano di un grattacielo, con splendida vista sull’oceano. Se allora mi si chiedeva cosa ne pensavo della pena di morte, sostenevo senza esitazione che era una cosa sacrosanta, che era giusta, che era l’unica soluzione valida per opporsi al crimine, e che non avrebbe avuto senso tenere in vita assassini tanto efferati. Ma io, in realtà, non ne sapevo nulla della pena di morte, proprio nulla, come del resto accade alla maggioranza degli Americani. Una serie di eventi ha poi indotto mia moglie e me a diventare utili a coloro che soffrono e abbiamo cominciato a lavorare per i malati di AIDS e per i malati terminali. Un sacerdote mi ha chiesto se ero disposto ad assistere i malati di AIDS in carcere (ce ne sono moltissimi). Ho accettato, superando la grande paura che provavo all’idea di entrare fra le mura di una prigione, e dall’assistenza ai malati sono passato all’assistenza ai condannati a morte. Solo ora, a contatto con la pena di morte, so che cosa essa significa. Vedendola da vicino, posso dire con certezza che è una barbarie, che è ingiusta, che non reca beneficio a nessuno, né alla società né tanto meno ai familiari delle vittime dei crimini, e che crea solo una nuova famiglia di vittime: quella del condannato che viene ‘giustiziato’.”
E continua: “Adesso che seguo con mia moglie Susan sia i condannati a morte, sia i familiari dei condannati, sia i familiari delle vittime dei crimini, posso dire con sicurezza che cosa rappresenta davvero la pena di morte. E’ solo una faccenda politica, è solo una vergognosa pratica che colpisce le categorie deboli, coloro che vivono ai margini della società.
Aiutando sia i familiari dei criminali che quelli delle loro vittime posso valutare con obiettività la pena di morte e affermare con certezza quanto sia inutile, ingiusta e crudele verso tutti: persino verso le guardie carcerarie, costrette, per mantenere le loro famiglie, a svolgere un lavoro che le porta, spesso loro malgrado, ad uccidere un altro essere umano.”
“Solo adesso mi rendo conto di quanto sia importante parlare, soprattutto ai giovani, contro la pena di morte, portarli a conoscerla da vicino, a venirne a contatto, perché da lontano essa può apparire una cosa giusta e ben fatta. Invece bisogna assolutamente evitare che questa barbarie torni in Europa e lottare perché in America diventi parte del nostro passato, sparisca dal nostro presente e dal nostro futuro”.
A tutte le conferenze di Dale è seguito un dibattito. Una delle più frequenti domande fatte a Dale, espressa in vari modi, è stata: “Ma come fai a continuare a resistere a una vita del genere? Come fanno la tua famiglia, i tuoi figli, ad accettare simili esperienze?” Dale ha risposto a questa domanda dicendo che la conversione non è stata solo sua: dovendo decidere di cambiare il tenore di vita, di cambiare casa, di ridursi a vivere in una piccola città in modo molto modesto, ha proposto una scelta esistenziale a tutta la famiglia che ha accettato e tutti ne sono ora soddisfatti. Quanto a portare a casa la sua fatica quotidiana, Dale, che ha una profonda fede, dice che ogni sera riaffida a Dio le persone sofferenti che lui e sua moglie seguono, perché da soli non ce la farebbero certo a portare su di sé la croce che queste persone rappresentano. “Solo restituendo ogni sera a Gesù i suoi protetti, Susan e io possiamo continuare a restare sereni, a occuparci con amore dei nostri figli e a custodire la nostra unità familiare”.
Grande, ammirevole Dale! E grandi, ammirevoli sua moglie e i suoi cinque figli. (Grazia)
Spero che abbiate passato delle buone vacanze e che abbiate avuto ciò che desiderate, e se non l’avete avuto adesso, spero che i vostri desideri si realizzino presto.
Lo scorso anno è stato un periodo di tentativi e di condizioni avverse alle quali ho dovuto far fronte. Dalla morte di mio padre, e poi quella di mio zio, alle esecuzioni di molti amici che ho conosciuto personalmente qui nel braccio della morte: almeno 18 tra tutti quelli che sono stati messi a morte. E poi c’è stato il rifiuto della petizione sul mio caso presso la Corte Distrettuale Federale. Ho dovuto affrontare condizioni avverse. Ma, nonostante tutto ciò, sono rimasto forte nello spirito! Ed è proprio questa forza di spirito che desidero inviare a tutti quelli che mi hanno aiutato così tanto in tutti questi anni. Mi avete aiutato a costruire un supporto nella mia lotta per la libertà, e avete aiutato a far conoscere anche il mio nome in mezzo a quelli di coloro che sono ingiustamente imprigionati qui in America.
Senza dubbio, molte delle cose che è stato possibile fare negli anni passati sono dovute al tenace lavoro di Gabriella: se lei non vi avesse portato il mio messaggio, nessuno di voi mi avrebbe conosciuto sotto gli aspetti che vi sono noti ora, quindi le sono molto riconoscente. Però, le cose che abbiamo ottenuto sono state rese possibili perché abbiamo lavorato tutti insieme per una meta comune: senza questo, molte di esse non sarebbero state possibili. Quindi, ringrazio tutti voi che continuate a stare al mio fianco.
L’anno nuovo ha portato un buon inizio. Sono stato informato delle iniziative in mio favore programmate nella prima parte di quest’anno. Sono fiducioso nel pensare che riusciremo a informare molte altre persone riguardo alla mia lotta e a quella per mettere fine alla pena di morte per tutti. Io non sono qui a lottare solo per me. Quindi spero che potremmo continuare a far conoscere alla gente non solo la mia lotta per la libertà, ma anche quella degli altri. Sono fortunato ad avere voi tutti, e non dobbiamo dimenticare di parlare di altre persone e anche dell’ingiustizia in tutto il mondo. Il mondo ha bisogno di molte persone come voi, e allora forse riusciremo a incoraggiarne altre a muoversi, a far sentire la loro voce, e a dare una mano a riparare i torti e le ingiustizie nel mondo.
Ma, come ho detto, questo nuovo anno ha portato un buon inizio per me personalmente, poiché il Quinto Circuito della Corte d’Appello mi ha concesso di ricorrere su 3 dei 5 punti che io e i miei legali abbiamo presentato. Hanno rifiutato alcuni dei punti di forza, ma dobbiamo accontentarci della vittoria dove possiamo averla. Mi dispiace solo che molte delle nuove prove che abbiamo scoperto tramite gli investigatori, pagati con i soldi che voi avete aiutato a raccogliere, non siano state considerate in modo favorevole. Ma questo non fermerà gli investigatori. Mentre scrivo, stiamo seguendo delle tracce, che speriamo potranno portarci a qualcuno che potrà aggiungere la sua alle molte dichiarazioni che dicono che io non sono l’assassino, in questo crimine per il quale mi trovo nel braccio della morte.
In ultimo, sto lavorando su un progetto personale con altre persone qui, che spero porterà alla fine della pena di morte. Lo scopo del progetto è quello di bloccare i dollari delle tasse che finanziano la pena di morte. Secondo me, ha più possibilità di successo di una moratoria. Tutti sappiamo che senza sostegno finanziario non ci può essere pena di morte. Quindi, amici, quando verrà il momento, avremo bisogno ella vostra voce che si aggiunga a quelle di coloro che gridano, con tutto il fiato che hanno nei polmoni, “non userete i soldi delle tasse per uccidere!”. La comunità internazionale è stata fondamentale nell’aiutare molti stati a porre una moratoria: adesso, la speranza è che la comunità internazionale sia di aiuto nel chiedere alla gente che i soldi delle loro tasse siano non siano usati per finanziare la morte.
Ancora, ringrazio voi tutti dell’aiuto, del supporto e, soprattutto, dell’amicizia che mi avete dimostrato. Siete davvero un’estensione della mia famiglia. Vi ringrazio con affetto per tutto ciò che avete fatto per me. Tony E. Ford
Arizona. Fissato in 1.400.000 dollari l’indennizzo per Krone, già condannato a morte. Dopo tre anni dalla liberazione, il 24 marzo l’ex postino Ray Krone ha raggiunto un accordo con la Contea di Maricopa in Arizona sull’indennizzo per essere stato detenuto ingiustamente per 10 anni, aver subito una condanna a morte e, dopo aver ottenuto l’annullamento del processo, una condanna antrettanto ingiusta all’ergastolo (v. n. 96, notiziario). Riceverà 1 milione e 400 mila dollari. Più della metà della somma se ne andrà per pagare i debiti contratti dalla sua famiglia per le spese legali. Aveva chiesto 200 milioni di dollari, per incompetenza della polizia, frode, comportamento indegno dell’accusa e spergiuro. “Abbiamo fatto un lavoro massacrante solo per costringere l’accusa a confrontarsi con i suoi errori,” ha dichiarato Carolyn Leming, madre di Ray Krone. “Loro non avrebbero mai ammesso alcuna colpa se non fossimo riusciti a cacciarli in una posizione senza uscita.” Il proscioglimento del malcapitato si è avuto soltanto quando un nuovo test del DNA fatto nel 2002 ha legato alla scena del delitto non Krone ma un altro individuo già detenuto per altri motivi. Ci domandiamo che cosa sarebbe successo se la famiglia di Ray Krone non avesse trovato la forza e le risorse finanziarie per combattere la sua strenua battaglia legale.
Cina. Si espande l’uso dell’iniezione letale mobile. Le autorità cinesi permettono piuttosto raramente che le notizie riguardanti la pena di morte raggiungano la stampa e lo fanno per lo più per ragioni propagandistiche. Sui dati statistici e alcuni aspetti operativi mantengono un rigoroso segreto. Il 20 marzo il Sunday Times è riuscito a pubblicare una foto presa di nascosto e alcuni dati sulle esecuzioni praticate mediante iniezione letale, metodo che tende a soppiantare quello tradizionale della fucilata alla nuca. Sembra che siano decine o centinaia i furgoni bianchi e blu attrezzati a camera della morte ormai in servizio di routine in diverse province. Non si sa se i furgoni siano uguali dappertutto. Al centro del furgone tipo è fissato un lettino regolabile in altezza simile ad un tavolo operatorio, intorno c’è posto per un funzionario, un esperto sanitario (a volte un medico) e una o due guardie. Un impianto TV a circuito chiuso permette alle autorità politiche locali di seguire a distanza l’avvenimento. Ciascun furgone costa l’equivalente di 33 mila dollari. Le sostanze letali usate in Cina sono due, non tre come negli Stati Uniti. “Dopo che la condanna è stata pronunciata - ha dichiarato un poliziotto che ha fornito le informazioni contravvenendo alle regole – il criminale viene trasportato in un posto vicino alla corte in circa dieci minuti […]e trasferito nel furgone per l’iniezione letale. Tutto finisce molto presto.” Dal raro racconto di un’esecuzione avvenuta il 19 gennaio a Liaoyang nel nord est della Cina, si è appreso che il condannato Li Jiao fu dichiarato morto entro 14 minuti dal pronunciamento della sentenza.
Texas. Il Governatore istituisce una Commissione consultiva per le questioni penali. Il 15 marzo il governatore del Texas Rick Perry ha ufficialmente posto la ‘prima pietra’ di una commissione dotata di speciali poteri per verificare tutte le procedure criminali, dalla fase dell’investigazione iniziale all’ultimo appello, e proporre innovazioni sia amministrative che legislative. Il Consiglio di Consulenza Criminale avrà probabilmente nove membri (giudici, accusatori, parlamentari, membri delle associazioni per le vittime dei crimini, avvocati difensori ed esperti di legge). Gli incontri del Consiglio saranno aperti al pubblico. Perry ha deciso di creare questo organo in risposta ad una serie di difficili questioni sollevate di recente dalle corti riguardo alla correttezza della giustizia texana, in particolare sulla pena di morte nei confronti dei giovani, dei ritardati mentali e degli stranieri; questioni sull’adeguatezza del procedimento degli appelli e moltissime questioni riguardanti gli esami del DNA e altri test effettuati dal [lo screditato] laboratorio criminale della polizia di Houston. “Ho una grande fiducia nel nostro sistema di giustizia, ma nessun sistema è perfetto, e non dobbiamo essere timidi nel sollevare le questioni che ci possono portare a un sistema ancora migliore per tutto il popolo del Texas.” Ha dichiarato Perry.
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 27 marzo 2005