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Timestamp: 2020-08-12 06:53:56+00:00
Document Index: 117628065

Matched Legal Cases: ['art. 447', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2555', 'sentenza ', 'art. 2555', 'art. 670']

Cassazione civile sez. III – 17/02/2020, n. 3888 – Studio Legale Vezzoli
BlogHome Info Cassazione civile sez. III – 17/02/2020, n. 3888
sul ricorso 29777-2017 proposto da: S. 1882 SRL in liquidazione, in persona del liquidatore S.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. B. TIEPOLO, 4, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI SMARGIASSI, rappresentata e difesa dall’avvocato ALESSANDRO MOGAVERO;
contro VR MILAN SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore J.N.I., elettivamente domiciliata in ROMA, FORO TRAIANO, 1/A (STUDIO VERUSIO E COSMELLI), presso lo studio dell’avvocato MARIA GRAZIA MEDICI, rappresentata e difesa dall’avvocato FERNANDO PEPE;
La società VR Milan gestisce le strutture costituenti un centro commerciale denominato (OMISSIS). Il 21.6.2004 la società VR Milan ha stipulato con la S. Retail Cofi srl un contratto di affitto di ramo di azienda, in relazione al quale, con ricorso ex art. 447 bis c.p.c., ha convenuto in giudizio la S. 1882 sostenendo che il suddetto contratto era scaduto il 21.6.2014 e che, per l’effetto, la S. 1882 venisse condannata a rilasciare il ramo di azienda come definito dal contratto, e, in particolare, i locali di cui alle unità 6 e 7 del (OMISSIS) con le rispettive attrezzature e pertinenze; chiedeva inoltre la condanna della S. 1882 al risarcimento dei danni subiti per i titoli indicati in ricorso pari ad Euro 500.000 mila, oltre interessi.
In via riconvenzionale, poi, la S. 1882 ha chiesto il risarcimento dei danni con conseguente condanna di VR Milan al pagamento di 174.608,49 Euro, oltre accessori, nonchè il diritto al rimborso dei miglioramenti e delle addizioni apportate agli immobili, ai sensi degli artt. 1592 e 1592 c.c.
Il Tribunale di Parma, accertato che il contratto di affitto di ramo d’azienda era scaduto il 21.6.2014, ha condannato, con sentenza 1115/2016 la S. alla restituzione del complesso aziendale, disponendo con separata ordinanza per la prosecuzione della causa.
Avverso tale sentenza ha proposto appello la S. 1882, unitamente alla srl S. Retail Cofi, quest’ultima cessionaria del ramo d’azienda de quo.
Con l’atto di impugnazione le due società hanno lamentato che il giudice di primo grado avesse ritenuto valido il contratto in difetto della prescritta forma scritta e nonostante fosse stato sostituito da altro contratto totalmente diverso, stipulato per atto pubblico il 3 – 5 – agosto 2004, da considerarsi come il contratto definitivo cui fare riferimento; che dunque erroneamente il giudice di primo grado aveva ignorato l’anomalia della doppia stipulazione, ammettendo la contestuale presenza di due atti a regolamentare il rapporto, quando invece il complessivo assetto era rivolto a
massimizzare il profitto eludendo la normativa fiscale e lavoristica; che, trattandosi di locazione e non di affitto d’azienda, la disdetta doveva ritenersi inefficace, con conseguente proroga del rapporto per ulteriori 10 anni.
La corte di appello ha confermato la tesi del giudice di primo grado, secondo cui la stipulazione di due atti non risponde alla sequenza preliminare – definitivo, quanto piuttosto ad un procedimento volto ad eludere norme fiscali, ma ne deduce che non può ritenersi la nullità dell’intero negozio e la sua conversione in locazione commerciale (p.9), quanto piuttosto, come correttamente ritenuto dal giudice di primo grado, una nullità delle singole clausole elusive di norme fiscali.
Ritiene poi la corte di appello che correttamente il giudice di primo grado ha qualificato il contratto come cessione-affitto di azienda, per via del fatto che le parti hanno inteso trasferire unitariamente un complesso di beni mobili ed immobili dotato di potenzialità produttiva, ancorchè l’attività non fosse iniziata al momento della conclusione del contratto (p.9).
Infine, la corte di appello ha conferito particolare rilievo, ai fini della qualificazione del contratto come di affitto di azienda, alla circostanza che il locale si trova all’interno del centro commerciale e che unitamente ad esso è ceduto altresì il godimento o lo sfruttamento commerciale di altri beni, come le attrezzature indicate nell’elenco allegato, il know how, la licenza commerciale ecc.
La S. propone tre motivi di ricorso per Cassazione, assumendo una erronea qualificazione del contratto e comunque la sua nullità per frode alla legge. V’è costituzione della VR Milan con controricorso.
Con il primo motivo la società ricorrente, S. 1882 denuncia violazione degli artt. 1362,1363,1366 c.c. e art. 2555 c.c. per avere la sentenza impugnata errato nella interpretazione e qualificazione del contratto, ritenendo che, al di la del nomen iuris, fosse qualificabile come affitto di azienda, anzichè locazione commerciale.
Inoltre, sempre con il primo motivo, la ricorrente lamenta omesso esame di un fatto controverso e decisivo consistente nella valutazione dell’effettiva consistenza dei beni (quelli diversi dall’immobile) che formavano oggetto della presunta cessione di azienda.
Con la conseguenza che non poteva ravvisarsi nell’insieme dei beni ceduti (un singolo locale, e qualche attrezzatura utile alla vendita, come il registratore di cassa e le stigliature) una preesistente organizzazione produttiva, che difettava invero del tutto; del resto, la società VR Milan, cedente, non esercitava l’attività commerciale o imprenditoriale che nel locale ha poi svolto la cessionaria S. 1882 srl.
La corte di appello, in sostanza, avrebbe omesso di considerare la consistenza di tali beni e di descrivere quindi il complesso aziendale che sarebbe stato trasferito da Vr Milan a S. 1882 (p. 19).
Con il secondo motivo la ricorrente censura violazione degli artt. 1418 e 1419 c.c. in relazione agli artt. 1343 e 1344 c.c.
La tesi della ricorrente è che la corte di merito non ha tenuto conto della elusività della doppia e successiva stipulazione di due contratti relativi allo stesso rapporto.
3.- Il primo motivo è fondato, e ciò comporta l’assorbimento degli altri due.
Occorrono però alcune premesse di fondo.
Ed è di tutta evidenza che, di per sè, se le parti qualificano un contratto come cessione di azienda (ed ovviamente ciò vale per ogni altro tipo) questa loro dichiarazione non costituisce confessione circa l’effettiva natura dell’atto (in questo caso di affitto di azienda anzichè di locazione), al punto che il giudice debba ritenersi vincolato a prenderne atto o comunque a trarne prova circa il tipo
contrattuale di riferimento.
Senza tacere della circostanza che, come vedremo meglio, l’azienda è stata organizzata ex se dalla cessionaria, ossia da S. 1882, cosi che ben poteva il secondo contratto, ossia quello con cui S. ha a sua volta ceduto ad un terzo, costituire, a differenza del primo, una cessione di azienda, ed essere correttamente dalle parti qualificata come tale. Cosi che dalla qualificazione come cessione di
azienda del secondo contratto non può trarsi prova che anche il primo (con parti diverse) fosse di quello stesso tipo.
Tuttavia, il fatto che l’organizzazione consista in un’attività non impedisce di considerare l’azienda come un oggetto di diritti (” E’ necessario allora, per chi debba misurarsi con la disciplina vigente dell’azienda, riconoscere che l’art. 2555 c.c. esprime una valutazione dell’azienda che, senza cancellare il suo collegamento genetico (organizzativo) e finalistico con l’attività d’impresa, ne
sancisce una considerazione oggettivata (di “cosa”, oltre che di strumento di attività), costituente la premessa alla possibilità che essa diventi oggetto di negozi giuridici e di diritti”).
Dall’esame dei precedenti abbiamo dunque una premessa utile per affrontare la questione, vale a dire che caratteristica dell’azienda è che si tratta di un complesso unitario di beni, tenuto insieme dall’organizzazione che di questi beni ha fatto l’imprenditore in vista dell’esercizio dell’impresa. E soprattutto che nella circolazione dell’azienda non viene meno l’unitarietà del complesso dei beni che la compongono, unitarietà impressa dalla organizzazione, con il sottinteso senso che questa unitarietà deve esistere al momento della concessione in godimento a terzi perchè possa parlarsi di affitto di azienda. Definizione che può apparire superflua alla luce del dato normativo, che già la contiene, ma che è necessaria a mettere in luce come nella distinzione tra affitto di azienda e locazione di immobile non possa prescindersi dalla esistenza di questa “organizzazione” dei beni oggetto del contratto, al momento in cui questo è concluso.
L’elemento della organizzazione è però, e comunque, centrale nella definizione dell’azienda, e di conseguenza nella ricerca di un criterio per distinguere tra affitto di azienda e locazione di singoli beni. L’elemento della organizzazione intanto è ciò che consente di affermare la natura di universitas dell’azienda, come prevista altresì dall’art. 670 c.p.c. norma che consente il sequestro dell’azienda o di altre universalità di beni, cosi facendo intendere che l’azienda è pure essa una universalità.
In particolare, al fine di stabilire se oggetto del contratto è un complesso di beni già organizzati dal dante causa, oppure no, giocano alcune considerazioni. Anche qui non ha rilevanza aderire ad una o all’altra tesi quanto alla estensione dell’azienda, ossia a quali ne siano gli elementi costitutivi: se soltanto i beni oggetto di diritti reali, ossia i beni organizzati per mezzo di tali diritti (c.d. azienda in senso stretto), oppure, secondo una visione più allargata, che prescinde dal tipo di rapporto giuridico che ha ad oggetto l’elemento considerato, siano da ricomprendere tra gli elementi dell’azienda anche beni o servizi non organizzabili con gli strumenti della proprietà o di altro diritto reale.
Ciò detto, quale che sia l’estensione dell’azienda, avuto riguardo ai suoi elementi costitutivi, è certo che debba preesistere al contratto un elemento di organizzazione di tali beni imputabile al dante causa, e che se invece costui cede il godimento di singoli beni, che pure potenzialmente si prestano a costituire un’azienda, ma solo dopo che sia stata loro impressa un’organizzazione da parte
dell’avente causa, non potrà parlarsi di affitto di azienda o di un suo ramo, bensì di locazione.
Questa operazione di sussunzione presuppone una corretta valutazione degli elementi costitutivi della fattispecie di riferimento, che, come abbiamo visto nel caso che ci occupa, sono costituiti soprattutto dalla assenza di una organizzazione impressa dal cedente, ed esistente al momento della cessione, e dalla valorizzazione data dalla corte di merito ad elementi insufficienti, per contro, a
costituire un’azienda, in quanto tali; ossia quelli ceduti insieme al locale (massetto, registratore di cassa e gabinetto).
7.- Nella fattispecie, la valutazione che i giudici di merito devono effettuare deve tener conto della regola di diritto sopra esposta, secondo cui la differenza essenziale tra locazione e affitto di azienda (o di ramo di essa) è in primo luogo nella preesistenza di una organizzazione in forma di azienda dei beni oggetto di contratto, mancando la quale non si può dire che sia stato ceduto il godimento di un’azienda o di un suo ramo; in secondo luogo ove si accerti che i beni erano al momento del contratto organizzati per l’esercizio dell’impresa già dal dante causa, occorre verificare se le parti abbiano inteso trasferire o concedere il godimento del complesso organizzato, oppure semplicemente di un bene immobile, rispetto al quale gli altri beni e servizi risultano strumentali al godimento del bene, restando poi libero l’avente causa di organizzare ex novo un’azienda propria. E ciò tenendo conto che un complesso di beni organizzato costituisce azienda se i beni sono tali
da poter costituire, attraverso l’organizzazione, di cui si è detto, una azienda vera e propria, ed occorrerà dunque tener conto del fatto che, nella fattispecie, i beni ceduti, insieme al locale erano costituita da un massetto, un registratore ed un gabinetto, ossia da cespiti la cui cessione, di per sè, non integra un trasferimento di ramo aziendale.
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