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Timestamp: 2019-10-18 06:36:40+00:00
Document Index: 158948128

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 167', 'art. 606', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 192', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616']

Accesso abusivo al sistema informatico o telematico di un'azienda a seguito dell'interruzione del rapporto di collaborazione grazie al persistente possesso delle relative credenziali; copiatura e duplicazione dei files - OfficineLegali
Accesso abusivo al sistema informatico…
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Con la sentenza n. 26625 del 17/06/2019, la Sezione I della Corte di Cassazione ha preso posizione in ordine ad un accesso abusivo al sistema informatico o telematico di un’azienda a seguito dell’interruzione del rapporto di collaborazione grazie al persistente possesso delle relative credenziali: nella fattispecie si realizzava altresì una condotta volta alla copiatura e duplicazione dei files da parte dell’imputato oltre al trasferimento dei dati per finalità estranee alle competenze.
Con sentenza del 21 febbraio 2013 il Tribunale di Milano ha condannato, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche equivalenti all’aggravante ex art. 61, n. 7, cod. pen., alla pena di sei mesi di reclusione, condizionalmente sospesa, Xxx Yyy, ritenuto responsabile del delitto sanzionato dall’art. 615-ter, secondo comma, nn. 1) e 3), cod. pen., commesso nell’aprile 2008 quale socio e consigliere di amministrazione della ZZZZZ s.r.I., e lo ha contestualmente condannato al risarcimento dei danni in favore della predetta società, costituitasi parte civile, al pagamento di una provvisionale di euro 30.000 ed al rimborso delle spese legali sopportate dalla medesima parte civile. La condotta contestata a Xxxx consiste nell’avere, a seguito dell’interruzione del rapporto di collaborazione con la ZZZZs.r.I., effettuato, grazie al persistente possesso delle relative credenziali, abusivi accessi al sistema informatico della società, protetto da dispositivi di sicurezza, visualizzando dati riguardanti l’attività dell’azienda e, quindi, duplicando su supporto ottico numerosi files contenuti nella banca dati aziendale e sfruttando le informazioni così acquisite al fine di indurre i clienti della ZZZZ s.r.l. a disdire le polizze ivi sottoscritte, per poi eliminare files a carattere professionale contenuti nell’hard disk del computer in uso e di proprietà dell’azienda.
2. Con sentenza del 18 novembre 2013 la Corte di appello di Milano ha rigettato l’appello proposto dall’imputato, che ha condannato al pagamento delle ulteriori spese processuali e di quelle relative all’azione civile ed a quel grado di giudizio.
3. Con sentenza del 31 ottobre 2014, la Quinta sezione penale della Corte di cassazione ha annullato la decisione della Corte milanese e rinviato ad altra sezione del medesimo ufficio per un nuovo esame. Ha, in proposito, richiamato l’interpretazione della fattispecie incriminatrice che si assume essere stata violata da Xxxx fornita dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 4694 del 27 ottobre 2011 (dep. 2012), Casani, Rv. 251269, secondo cui «Integra il delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema» per poi affermare che la Corte di appello aveva rigettato l’impugnazione in forza di una motivazione carente perché priva di risposte adeguate e specifiche alle doglianze mosse dal ricorrente, il quale aveva dedotto la legittimità del suo accesso al sistema informatico della ZZZZZ s.r.l. sul rilievo, da un canto, che egli era, al tempo, in possesso delle password di accesso perché legato da rapporto di collaborazione con la società e, dall’altro, che la duplicazione dei files era finalizzata ad attività di trattamento dei dati di sua competenza. Ha, analogamente, ritenuto l’illogicità della motivazione con riferimento alla sussistenza del danno patrimoniale in capo alla parte civile ed alla concessa provvisionale.
4. Con sentenza del 12 gennaio 2018, la Corte di appello di Milano, giudicando in sede di rinvio, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di xxxxx in ordine al reato ascrittogli perché estinto per intervenuta prescrizione e confermato le statuizioni civili, con condanna di xxxx al pagamento delle spese relative all’azione civile ed al grado. Rilevato, in via preliminare, che il decorso del termine prescrizionale non incide, stante la presenza di una parte civile costituita, sull’ambito della valutazione demandata al giudice dell’impugnazione, la Corte di appello ribadisce, innanzitutto, che il compendio probatorio attesta univocamente la copiatura e duplicazione dei files da parte dell’imputato ed aggiunge che il trasferimento dei dati è certamente avvenuto per finalità estranee alle sue competenze in seno all’azienda, sicché deve ritenersi la sussistenza degli elementi costitutivi del reato in contestazione Segnala che, qualora si dissentisse dalla precedente conclusione, il fatto dovrebbe essere, comunque, qualificato nella diversa fattispecie criminosa prevista dall’art. 167 d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, contestata in fatto e pure estinta per prescrizione.
5. Xxxx propone, nuovamente, ricorso per cassazione, con il ministero dell’avv. xxxx , che articola due motivi.
5.1. Con il primo motivo, deduce violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b) e c), cod. proc. pen. e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 530, 544, 546, 627 e 628 cod. proc. pen. per avere il giudice del rinvio disatteso i principi fissati con la sentenza di annullamento in merito alla responsabilità penale dell’imputato. Segnala, in proposito, che la Corte di appello ha tratto erroneamente argomento dal compimento, da parte del xxxx, di attività di copiatura dei files nel giorno, il 29 aprile 2008 (in cui egli aveva, invece, eliminato i propri files in vista dell’abbandono della sua postazione e nella consapevolezza che i dati sarebbero stati comunque conservati nella memoria del server generale del sistema), immediatamente precedente a quello di cessazione del rapporto lavorativo con la xxxxxx s.r.I., laddove è stato, invece, dimostrato che tale operazione risale al 6 aprile 2008. Aggiunge che la Corte di appello ha valorizzato, in ottica accusatoria, ulteriori circostanze – quali il compimento delle menzionate operazioni a tarda ora o in giorni festivi e l’intensificarsi, a partire dal giugno 2008 ed in concomitanza con l’avvio, da parte dell’imputato, della collaborazione con altra impresa del settore, delle revoche dei mandati conferiti alla xxx s.r.l. dai clienti i cui nominativi erano contenuti nella banca dati copiata – che, ove fossero state rispettate le indicazioni contenute nella sentenza di annullamento, avrebbero dovuto essere considerate irrilevanti, ed ha ulteriormente assegnato valenza, in chiave probatoria, all’assenza di adeguate giustificazioni da parte di Gorziglia, nonché a vicende temporalmente successive e, per questo motivo, estranee al fuoco dell’imputazione. Carente la prova dell’avere l’imputato posto in essere comportamenti a lui non consentiti dal codice deontologico della xxxx s.r.I., la Corte di appello è pervenuta, lamenta il ricorrente, a conclusioni illogiche e contrastanti con i principi di diritto affermati dalla Corte di cassazione con la sentenza di annullamento, oltre che frutto, almeno in parte, di travisamento del fatto.
5.2. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge ex art. 606, comma 1, lett. b) e c), cod. proc. pen. e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 538, 539, 546, 546, 627 e 628 cod. proc. pen. per avere il giudice del rinvio disatteso i principi fissati con la sentenza di annullamento in merito alla condanna dell’imputato al risarcimento del danno ed al pagamento di una provvisionale in favore della parte civile. Eccepisce, al riguardo, che, sebbene la Corte di cassazione avesse stigmatizzato la forzatura, da parte dei giudici di merito, della deduzione logica che li ha condotti a ritenere esistente il danno patrimoniale sulla base della sola circostanza che i clienti persi dalla xxxx s.r.l. sono passati rapidamente alla società nella quale l’imputato è andato a lavorare e senza considerare la decisione del giudice del lavoro intervenuta sulla vicenda (che aveva escluso, in sentenza, il nesso causale tra la nuova attività lavorativa di xxxx ed il pregiudizio lamentato dalla xxxx s.r.I., non ravvisando alcun collegamento tra l’avvenuta copiatura dei dati aziendali contenenti gli elenchi della clientela e le disdette della clientela stessa), il giudice del rinvio non ha fornito risposta di sorta, limitandosi a condividere la scelta di rimettere al giudice civile la precisa liquidazione del danno e ad affermare, quanto alla provvisionale, che il tribunale ha effettuato una quantificazione prudentemente stimata per difetto.
6. La parte civile, xxxxx, legale rappresentante della xxxx s.r.I., ha depositato, con l’assistenza dell’avv. xxxx, una memoria difensiva con la quale chiede dichiararsi l’inammissibilità del ricorso dell’imputato. Evidenzia, al riguardo, che xxxx, pur richiamando l’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., lamenta la violazione di norme procedurali, articolando censure prive dei prescritti connotati di specificità, decisività ed autosufficienza in quanto, tra l’altro, non incentrate sul puntuale confronto con gli argomenti esposti nel provvedimento impugnato. Aggiunge che la Corte di appello milanese, quale giudice del rinvio, ha provveduto a colmare la carenza di motivazione ravvisata dalla sentenza di annullamento in relazione ad entrambi i profili riproposti con il più recente ricorso.
1. Il ricorso è infondato e, pertanto, passibile di rigetto.
2. Preliminarmente, va ricordato che la giurisprudenza di legittimità, con riferimento ad oggetto e limiti del giudizio di rinvio, ritiene che «Non viola l’obbligo di uniformarsi al principio di diritto il giudice di rinvio che, dopo l’annullamento per vizio di motivazione, pervenga nuovamente all’affermazione di responsabilità sulla scorta di un percorso argonnentativo in parte diverso ed in parte arricchito rispetto a quello già censurato in sede di legittimità» (Sez. 2, n. 1726 del 05/12/2017, dep. 2018, Liverani, Rv. 271696; Sez. 4, n. 20044 del 17/03/2015, S., Rv. 263864; Sez. 4, n. 44644 del 18/10/2011, F., Rv. 251660), in quanto dalla sentenza di annullamento deriva solo un vincolo di contenuto negativo, ovvero un divieto di adottare la stessa motivazione che si è già ritenuto essere viziata.
3. Nel caso di specie, la Corte di cassazione, con la sentenza di annullamento, ha reputato l’inadeguatezza della motivazione adottata a supporto della condanna di xxx in primo e secondo grado in relazione, specificamente, alla prova della sussistenza degli elementi costitutivi del delitto sanzionato dall’art. 615-ter c.p. nell’interpretazione che ne hanno fornito le Sezioni Unite nella sentenza n. 4694 del 27/10/2011, dep. 2012, Casani, Rv. 251269, secondo cui «Integra il delitto previsto dall’art. 615 ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema». In dettaglio, la motivazione della sentenza annullata è stata ritenuta carente perché, pacifico che xxxx, al tempo degli accessi oggetto di contestazione, era ancora titolare delle credenziali in quanto legato da rapporto lavorativo alla xxx s.r.l. e, quindi, legittimamente abilitato, e che la copia e la duplicazione dei files non erano vietati dal codice di comportamento aziendale tout court ma solo ove eseguiti per finalità esulanti dal trattamento dei dati di competenza dell’agente o dalla semplice copia di backup degli stessi, mentre era vietato birre portare tali nll’esterno della società su qualunque tipo di supporto di memorizzazione, non era stato spiegato perché ed in cosa la condotta ascritta a xxx perseguisse scopi non consentiti. Al riguardo, avendo la Corte di appello milanese, nella sentenza annullata, affermato che «la condotta dell’imputato, come sopra accertata, – non importa se attuata all’interno o all’esterno dei locali dell’azienda, ciò essendo irrilevante ai fini della sussistenza del reato – ha indubitabilmente violato le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dalla xxxx s.r.l. per delimitarne oggettivamente l’accesso, sotto un duplice profilo: da un lato l’accesso al server aziendale è stato funzionale alla copiatura di files per finalità ra estranee al trattamento dei dati di propria competenza o alla semplice copia di backup; dall’altro i dati copiati sono stati portati all’esterno della società su un supporto di memorizzazione removibile», la Corte di cassazione ha ritenuto mancante, in concreto, la prova che l’imputato avesse portato le copie dei files all’esterno della società, che era rimasta affidata, in sostanza, alla consequenzialità temporale tra l’interruzione del rapporto lavorativo tra xxxx e la xxxx s.r.l. ed il transito di parte della clientela della società verso quella cui l’imputato si era subito dopo legato, ovvero ad una considerazione di carattere esclusivamente deduttivo in sé non dimostrativa dell’utilizzo, a tal fine, dei dati copiati. La Corte di cassazione ha, in proposito, stigmatizzato le valutazioni operate dalla Corte di appello sulla scorta delle dichiarazioni rese dal tecnico informatico che era stato consulente della xxxx s.r.I., il quale aveva solo verificato la sopravvenuta eliminazione, in data 29 aprile 2008, dei dati, oltre che la pregressa copiatura su supporto DVD, avvenuta il 30 marzo ed il 6 aprile dello stesso anno, circostanze che, ha ribadito, non valgono, in assenza di dimostrazione del successivo impiego dei dati copiati, a fondare l’addebito in contestazione.
4. La Corte di appello di Milano, giudicando in sede di rinvio, ha colmato le sopra indicate lacune motivazionali attraverso un apparato argomentativo completo, convincente e scevro dai segnalati deficit di logicità e coerenza interna. Ha, innanzitutto, ricordato che xxxx, chiamato a chiarire per quali ragioni avesse proceduto, nell’imminenza dell’interruzione del rapporto lavorativo con la xxxx s.r.l., ad una imponente attività, proseguita fino agli ultimi giorni di permanenza in azienda, di copiatura, prima, e cancellazione, poi, di dati, si è limitato a protestare la propria innocenza senza offrire una spiegazione alternativa a quella che legge tale contegno quale diretto a finalità estranee a quelle che lo avrebbero reso lecito. Egli, in altre parole, avrebbe potuto copiare quei dati solo in vista del loro trattamento ovvero, comunque, dello svolgimento della propria attività lavorativa, eventualità che deve essere ragionevolmente esclusa avuto riguardo alla successione cronologica degli eventi che il giudice del rinvio ha cura di ricostruire analiticamente (cfr. pag. 6 della sentenza impugnata) Sottolinea, tra l’altro, la Corte di appello che Gorziglia avrebbe dovuto, nel periodo 1\30 aprile 2008, provvedere solo al passaggio delle consegne, che i supporti esterni sui quali i dati sono stati memorizzati non sono mai stati reperiti e che la revoca dei mandati da parte di 104 clienti della xxxx s.r.l. è iniziata ad appena tre giorni di distanza dalla fuoriuscita dalla società dell’odierno ricorrente ed è stata seguita dalla stipula di analoghi contratti con quella di cui egli, dopo appena due mesi, era diventato consigliere delegato: circostanze, queste, che concorrono ad integrare un quadro complessivo fatto da indizi gravi, precisi e concordanti, tale da fondare l’addebito ai sensi dell’art. 192 cod. proc. pen.. Evidenzia, ulteriormente, che, a fronte di un compendio probatorio univoco e coerente, l’imputato si è limitato a protestare la propria innocenza senza, tuttavia, indicare una valida opzione ricostruttiva, alternativa a quella formulata dall’accusa, e ritiene, conclusivamente, provato al di là di ogni ragionevole dubbio che gli accessi di xxxx al sistema informatico della xxxx s.r.l. del mese di aprile del 2008 e la corrispondente attività di trattamento dei dati sono avvenuti per finalità estranee alle sue competenze all’interno dell’azienda. Così facendo, il giudice del rinvio fornisce adeguata risposta alle indicazioni rese con la sentenza di annullamento, inserendo le circostanze di fatto nel contesto di un ragionamento complessivo che appare tanto più convincente in quanto si giova del ricorso a condivisibili criteri inferenziali, che conducono ad assegnare alle singole circostanze di fatto una valenza probatoria correlata, da un canto, al contesto complessivo di riferimento e, dall’altro, all’assenza di plausibili letture alternative. A dispetto delle obiezioni mosse dal ricorrente con il primo motivo, la Corte di appello espone convenientemente perché una condotta in sé lecita e, comunque, rientrante nell’ambito dell’esplicazione dell’attività lavorativa, assume, in concreto, carattere criminoso in quanto posta in essere per finalità estranee a quelle consentite. La Corte di appello trae, invero, la prova della commissione dell’illecito dalla sua contestualizzazione, operata senza alcuna forzatura sul piano sia storico che logico, e dalla totale carenza di ragioni – che, ove sussistenti, l’imputato avrebbe potuto, anche sua sponte, esplicitare – che accreditino, anche in termini di mera plausibilità o, comunque, tali da introdurre un ragionevole dubbio ostativo all’affermazione della penale responsabilità, una spiegazione alternativa, cioè individuino la diversa finalità lecita che avrebbe spinto Gorziglia ad effettuare, all’indomani della comunicazione relativa alla prossima interruzione del rapporto di lavoro con la xxxx s.r.I., la copiatura e la memorizzazione su supporto esterno degli archivi della clientela. Né, va aggiunto, si espone a censure di sorta sotto il profilo razionale il fatto che la Corte di appello abbia tratto ulteriore conferma del proprio convincimento da quanto accaduto dopo il 30 aprile 2008, ossia da eventi che, nel contesto considerato, appaiono rilevanti nella misura in cui accreditano a posteriori la ricostruzione che vuole il comportamento di Gorziglia inteso a rendere più agevole il passaggio di una mole di clienti dalla zzzzz s.r.l. alla società concorrente presso la quale egli si trasferì, evento in sé penalmente neutro ma senz’altro indicativo del fatto, decisivo ai fini qui considerati, che la copiatura e la memorizzazione dei dati e, quindi, l’acquisizione della loro disponibilità in ambiente diverso da quello aziendale, sono stati compiuti per scopi estranei a quelli consentiti, sicché infondato deve ritenersi, anche sotto questo aspetto, il primo motivo di ricorso.
5. Parimenti privo di pregio è il secondo ed ultimo motivo di ricorso, con il quale si lamenta che il giudice del rinvio non si sia attenuto al principio, affermato dalla Corte di cassazione con la sentenza di annullamento, secondo cui, in vista dell’accertamento della sussistenza del diritto della parte civile al risarcimento del danno, non è sufficiente la sola circostanza che i clienti persi dalla xxxx s.r.l. siano passati rapidamente alla nuova società nella quale l’imputato era andato a lavorare, dovendosi, peraltro, tener conto di quanto specificamente dedotto dal ricorrente in ordine alla decisione del giudice del lavoro che, occupandosi della vicenda, ha escluso con sentenza l’esistenza di un nesso causale tra la nuova attività lavorativa dell’imputato e il lamentato pregiudizio patrimoniale della xxxx s.r.I., ritenendo che non vi sia alcun collegamento tra l’avvenuta copiatura dei dati aziendali contenenti gli elenchi della clientela e le disdette inviate dalla clientela medesima. Premesso quanto sopra enunciato in Ordine ad oggetto e limiti del giudizio di rinvio ed all’ambito del controllo al riguardo demandato al giudice di legittimità, va qui segnalato come la Corte di appello abbia (cfr. pag. 7 della motivazione della sentenza impugnata) preso in specifica considerazione la pronuncia del giudice del lavoro, che ha nondimeno reputato, in termini non manifestamente illogici né contraddittori, inidonea a vincolare la decisione del giudice penale, e ribadito, a confutazione delle obiezioni difensive, che il tenore complessivo della vicenda induce a ritenere che l’abusiva sottrazione dei files ha agevolato la distrazione della clientela, con conseguente pregiudizio economico per la parte civile, la cui misura potrà essere determinata, anche in ragione delle circostanze segnalate dal ricorrente (numero dei clienti, entità del relativo portafoglio, relazione temporale tra uscita di xxxx dalla xxxx s.r.I., disdetta e stipula del nuovo contratto, ecc.), dal competente giudice civile. In ordine, infine, alla provvisionale, è sufficiente ricordare come, stando a consolidato e condiviso indirizzo della giurisprudenza di legittimità, «Non è impugnabile con ricorso per cassazione la statuizione pronunciata in sede penale e relativa alla concessione e quantificazione di una provvisionale, trattandosi di decisione di natura discrezionale, meramente delibativa e non necessariamente motivata» (Sez. 3, n. 18663 del 27/01/2015, D.G., Rv. 263486).
6. Sulla base delle considerazioni che precedono il ricorso – che pure soddisfa, ad onta di quanto eccepito dalla parte civile, i requisiti di ammissibilità – deve essere, pertanto, rigettato, con conseguente condanna del ricorrente, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali nonché di quelle relative all’azione civile ed al presente grado di giudizio, liquidate, in conformità alla vigenti tariffe (cfr. d.m. 10 marzo 2014, n. 55, e d.m. 8 marzo 2018, n. 37) e tenuto conto dell’impegno profuso, come da dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna altresì il xxxxi alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile xxx s.r.I., che liquida in complessivi euro 3.500,00, oltre spese generali nella misura del 15%, C.P.A. e I.V.A..
Categories: Diritto del lavoro, Informatica giuridica, Privacy 20 giugno 2019