Source: http://www.mglobale.it/temi/pagamenti/recupero_crediti/il_decreto_ingiuntivo_allestero.kl
Timestamp: 2017-11-23 09:34:33+00:00
Document Index: 176249599

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 633', 'art. 9', 'art. 633', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ']

In caso di mancato pagamento il fornitore-esportatore per ottenere ciò che gli spetta può richiedere ed ottenere un decreto ingiuntivo nei confronti di un debitore straniero.
In Italia, di solito, il venditore-creditore, dopo aver inutilmente sollecitato il pagamento, si rivolge ad un legale. Questi mette formalmente in mora il debitore e poi, in caso di perdurante inadempimento, si munisce di un decreto ingiuntivo presso il Tribunale territorialmente competente (sempre che ricorrano i relativi presupposti stabiliti dalla legge).
Tale provvedimento giudiziario, diffusissimo nella pratica, in sostanza è un ordine, emesso dal giudice nei confronti del debitore, di versare la somma dovuta al creditore-ricorrente.
La caratteristica del decreto ingiuntivo, che ne ha segnato il successo nella prassi applicativa, è la rapidità con cui viene rilasciato: dal momento del ricorso dell'avvocato al giorno in cui il debitore riceve la notifica possono trascorrere anche soltanto pochi giorni, contro i 4-6 anni necessari per ottenere una sentenza di primo grado.
Il decreto è un provvedimento "perfetto", che può sì essere contestato dal debitore (tramite la c.d. "opposizione"), ma, in caso contrario, diventa un "titolo esecutivo" (e in taluni casi può esserlo sin dalla sua emissione: si parla, allora, di decreto "immediatamente esecutivo").
La possibilità di richiedere ed ottenere un decreto ingiuntivo nei confronti di un debitore straniero risultava preclusa dal divieto, imposto dall'art. 633, comma 3°, c.p.c., di emettere tale provvedimento se la sua notificazione doveva avvenire al di fuori del territorio nazionale.
Oggi esiste una nuova possibilità: il Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231 ("Attuazione della direttiva 2000/35/CE che introduce nell'Unione europea un sistema normativo omogeneo finalizzato ad eliminare gli eccessivi ritardi nell'adempimento delle obbligazioni pecuniarie nelle transazioni commerciali"), all'art. 9 ("Modifiche al codice di procedura civile"), comma 1°, così recita: "l'ultimo comma dell' art. 633 del codice di procedura civile è abrogato".
L'importanza della giurisdizione
Richiedere un decreto ingiuntivo ad un Tribunale rappresenta pur sempre una forma di esercizio dell'azione giudiziaria, esattamente come lo è promuovere una causa ordinaria.
In entrambi i casi, è assolutamente necessario, affinché il Tribunale italiano possa pronunciarsi, che sussista la sua giurisdizione nei confronti della controparte straniera.
In via generale un giudice italiano ha il potere di emettere un provvedimento soltanto nei confronti di:
chi abbia il proprio domicilio in Italia o, in caso di imprese, una sede o un rappresentante autorizzato a stare in giudizio. Questo, però, non è il caso in esame, perché se il debitore avesse una presenza in Italia sarebbe, ai nostri fini, "un po' italiano", e non sarebbe necessario notificare il decreto ingiuntivo all'estero.
chi abbia accettato la giurisdizione dello stesso giudice italiano (art. 4, comma 1°, della Legge n. 218/1995).
Quest'ultima è l'ipotesi che qui ci interessa, ma subito dobbiamo fare un'ulteriore distinzione, perchè il suddetto art. 4, comma 1°, stabilisce che tale "accettazione" della giurisdizione del giudice italiano sullo straniero sussiste:
se "le parti l'abbiano convenzionalmente accettata e tale accettazione sia provata per iscritto"
oppure se "il convenuto compaia nel processo senza eccepire il difetto di giurisdizione nel primo atto difensivo".
L'azienda italiana Alfa ha un credito verso la società straniera Beta, che risulta morosa nei pagamenti.
Alfa deposita un ricorso per ingiunzione presso il Tribunale italiano di "casa sua", che l'accoglie ed emette il decreto.
Diamo per scontato che il decreto venga correttamente notificato a Beta (senza soffermarci, qui, sulle norme relative alla notifica all'estero).
A questo punto, se manca un previo accordo tra Alfa e Beta, che attribuisca la giurisdizione su Beta al Tribunale italiano, è probabile che Beta decida di ignorare il decreto ingiuntivo (e si guardi dall'offrire la propria comparizione dinanzi al Tribunale italiano), oppure, al più, di depositare un atto difensivo in cui eccepisce di essere un soggetto straniero - privo di una sede o stabilimento in Italia - e di non aver mai accettato, per via contrattuale, la giurisdizione italiana.
Il Tribunale italiano deve, così, dichiararsi carente di giurisdizione e porre subito fine al processo.
Alfa, quindi, si troverà "daccapo".
Gli accordi attributivi della giurisdizione
Per poter concretamente fruire della possibilità offerta dalle modifiche introdotte dal citato D. Lgs. n. 231/2002, occorre risolvere l'ineludibile questione della giurisdizione che si pone allo stesso modo sia che si dia inizio al procedimento monitorio sia che si promuova una causa ordinaria.
Ma vediamo perché, in pratica, il problema può porsi con qualche discrepanza nell'un caso rispetto all'altro e perché, dopo l'emanazione del D. Lgs. n. 231/2002, sia ancora più importante di prima prevedere una proroga pattizia a favore della giurisdizione italiana.
Di solito i contratti conclusi con controparti straniere prevedono una clausola sul "foro competente" (c.d. clausola "competent jurisdiction"), con la quale si attribuisce la competenza (esclusiva o meno), in ordine ad eventuali controversie, ad un determinato giudice (nel nostro esempio, il Tribunale italiano).
Ma il nocciolo del problema è che moltissime aziende italiane non si curano di formalizzare un contratto scritto quando devono soltanto effettuare una o più forniture ai propri clienti (italiani o stranieri).
Così, mentre si redige un accordo per disciplinare rapporti che siano avvertiti come più complessi o che siano destinati a durare nel tempo (agenzia, distribuzione di vendita, franchising, etc), spesso ciò non avviene per la mera vendita di prodotti industriali.
E proprio qui sta l'accennata discrepanza: il decreto ingiuntivo sarebbe il "provvedimento d'elezione" per rapporti semplici quali la fornitura, perché, come già visto, oggetto dell'intimazione può essere soltanto il pagamento di una somma o la consegna di cose.
Nel procedimento monitorio non trovano spazio, invece, le più "articolate" contestazioni che possono insorgere tra le parti nell'ambito di rapporti più complessi come quelli sopra indicati.
È un circolo vizioso: vista la semplicità del rapporto, le parti finiscono con il non prevedere, per iscritto, una disciplina dettagliata che contempli anche la clausola attributiva della giurisdizione. E senza tale clausola, il fornitore italiano non potrà, alla bisogna, richiedere un decreto ingiuntivo, perché il Tribunale italiano non ha il potere di emettere alcun provvedimento nei confronti della controparte straniera.
Al contrario, la clausola in questione spesso è prevista nei contratti più complessi, dai quali possono scaturire inadempienze diverse dal "semplice" mancato pagamento (si pensi, ad esempio, al mancato rispetto dell'obbligo di esclusiva, o di svolgere attività promozionale).
Ebbene, tali inadempienze necessitano comunque di essere risolte attraverso un procedimento ordinario, perché nessun decreto ingiuntivo potrà mai, ad esempio, imporre all'agente di essere più dinamico nel promuovere i prodotti contrattuali.
Questo accade, paradossalmente, nonostante in questi ultimi casi il patto attributivo della giurisdizione, pur rimanendo senz'altro utilissimo (perché è preferibile affrontare un contenzioso "in casa"), non assurga a vera e propria condicio sine qua non come avviene, invece, nel caso del decreto ingiuntivo.
Attenzione quindi: fino a ieri l'informalità delle negoziazioni poteva anche "pagare" (almeno in alcuni casi).
Le alternative esistenti dinanzi alla necessità di recuperare un credito, infatti, erano soltanto quelle già viste: rivolgersi alle autorità giudiziarie del paese del debitore oppure ai Tribunali italiani (ma, in questo secondo caso, soltanto in via ordinaria, con la prospettiva di attendere una sentenza per anni).
Oggi, invece, per la prima volta in assoluto, è possibile sfruttare l'estrema rapidità del procedimento monitorio, rivolgendosi al Tribunale "di casa", anche relativamente ai "crediti da export".
Dunque la raccomandazione è quella di stipulare un contratto scritto "con tutti i crismi", che preveda un patto di attribuzione della giurisdizione e della competenza ad un Tribunale italiano.