Source: http://www.studiorighini.it/eu-it/consulenza-tributaria-corporate-v3-1.aspx
Timestamp: 2019-03-21 20:14:48+00:00
Document Index: 159542366

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 17', 'art. 199', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 769', 'art. 67']

All'interno di questa sezione potrete consultare alcuni quesiti in tema di Consulenza Tributaria Corporate.
Serre ed impianti fotovoltaici: inquadramento catastale
Al Dipartimento Consulenza Tributaria Corporate dello Studio Righini è stato chiesto come vadano considerati, ai fini catastali e quindi conseguentemente anche dell’IMU, le serre e gli impianti fotovoltaici alla luce, in particolare, delle novità normative recentemente emerse.
Sul punto va evidenziato che la Legge di Stabilità 2016 ha dettato nuove regole di determinazione della rendita catastale degli immobili urbani aventi destinazione speciale e censibili in catasto alle categorie D ed E. L’art. 1, co. 21 prevede infatti che: “A decorrere dal 1° gennaio 2016, la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastali dei gruppi D ed E, è effettuata, tramite stima diretta, tenendo conto del suolo e delle costruzioni, nonché degli elementi ad essi strutturalmente connessi che ne accrescono la qualità e l'utilità, nei limiti dell'ordinario apprezzamento. Sono esclusi dalla stessa stima diretta macchinari, congegni, attrezzature ed altri impianti, funzionali allo specifico processo produttivo”.
Pertanto, ai sensi delle nuove disposizioni, è in particolare necessario distinguere fra le componenti immobiliari che debbono partecipare alla stima diretta della rendita catastale e quelle che invece non devono essere prese in considerazione nell’ambito della stima. Quanto alle prime, la nuova norma impone di considerare tutti quegli elementi che, strutturalmente connessi con il suolo o la costruzione, nei limiti dell’ordinario apprezzamento ne accrescono qualità ed utilità. Da non considerare sono invece le componenti, generalmente di natura impiantistica, funzionali allo specifico processo produttivo, indipendentemente dalla loro entità dimensionale.
L’Agenzia delle Entrate è intervenuta con la Circolare n. 2/E dell’1/02/2016 per fornire chiarimenti in merito. In particolare è stato affermato che costituiscono elementi da considerare ai fini della stima diretta della rendita catastale “i pannelli solari integrati sui tetti e nelle pareti, che non possono essere smontati senza rendere inutilizzabile la copertura o la parete cui sono connessi”. Sempre sul punto, inoltre, è stato aggiunto in nota quanto segue: “Restano, pertanto, inclusi nella stima catastale i pannelli fotovoltaici che costituiscono struttura di copertura o di chiusura verticale delle costruzioni, come quelli integrati architettonicamente ai sensi dell’articolo 2, comma, 1 lettera b3) del decreto del Ministero dello Sviluppo Economico 19 febbraio 2007 e riconducibili alle Tipologie specifiche 2, 3 e 8 di cui all’Allegato 3 allo stesso decreto”.
Viceversa sempre l’Agenzia ha rilevato che non devono essere considerati ai predetti fini i pannelli fotovoltaici che rappresentano la componente impiantistica di centrali di produzione di energia e di stazioni elettriche.
Quanto poi alle serre fotovoltaiche, pur in assenza di chiarimenti ufficiali, si ritiene che, trattandosi di una modalità tecnica di costruzione, vadano considerate nell’ambito della stima sopracitata.
Infine si ricorda che la Legge di Stabilità 2016 prevede la possibilità di presentare atti di aggiornamento catastale, ai fini della rideterminazione della rendita degli immobili già censiti, per l’adeguamento ai nuovi criteri. In particolare è importante evidenziare che c’è tempo fino il 15/06/2016 per poter procedere all’aggiornamento catastale – e conseguente rideterminazione delle rendite – con effetto retrodatato dall’1/01/2016.
Il “reverse charge” si applica solamente alle prestazioni di completamento di edifici in costruzione o anche alle prestazioni di completamento, quali quelle di manutenzione ordinaria e straordinaria, di edifici già costruiti?
E’ stato chiesto al Dipartimento Consulenza Tributaria Corporate se il "reverse charge" si applica anche alle prestazioni di completamento di edifici.
Con riferimento alle prestazioni di completamento di edifici, occorre verificare se il reverse charge si applichi solo alle prestazioni di servizi “di completamento” relative ad immobili in costruzione o anche alle prestazioni di servizi su immobili già esistenti.
Il dubbio nasce a causa del fatto che l’Agenzia delle Entrate, per tramite della Circolare n. 14/E del 27 marzo 2015, si esprime in modo assai poco chiaro per quanto riguarda il concetto di “completamento di edifici”.
L’art. 17, co. 6, lett. a-ter) del D.P.R. n. 633/1972, lo si rammenta, dispone che il “reverse charge” trova applicazione anche con riferimento “alle prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici”.
In sintesi, e per quanto attiene al “completamento di edifici” l’Agenzia:
afferma che il termine “completamento” utilizzato dal Legislatore è un termine “atecnico”;
evidenzia che il Testo Unico sull’edilizia non utilizza tale definizione ma fa riferimento alla manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia;
afferma nella Circolare che nel dubbio occorre rifarsi alla sezione della Tabella ATECO dedicata al “Completamento di edifici”;
inoltre, aggiunge che le prestazioni di “rifacimento della facciata di un edificio” possono comunque essere ricomprese fra i servizi di completamento e che pertanto esse sono assoggettate al meccanismo del “reverse charge”.
La dottrina ha quindi interpretato quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate evidenziando quanto segue: “Anche per le operazioni di completamento degli edifici, per le quali il dato letterale non conduceva assolutamente alla manutenzione, l’Agenzia si giustifica precisando che il termine “completamento” è stato utilizzato dal legislatore in modo atecnico e quindi, rifacendosi al Testo unico sull’edilizia, occorre comprendere nel reverse charge anche gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia, eccetera. Questi lavori riguardano ad esempio l’imbiancatura, la posa in opera di infissi, il rivestimento di pavimenti e di muri, la tinteggiatura, eccetera. Pertanto tali interventi sono soggetti a reverse charge anche se effettuati su fabbricati esistenti e non solamente su quelli in corso di costruzione” (cfr. TOSONI G. P., <<Inversione>> anche per le manutenzioni, Il Sole 24 Ore, 2015).
Peraltro le prestazioni di “rifacimento della facciata di un edificio”, citate dall’Agenzia a titolo esemplificativo quali servizi di completamento rientranti nell’ambito di applicazione del “reverse charge”, possono rappresentare, in quanto appunto “di rifacimento”, proprio un esempio di prestazione di completamento effettuata presso edifici già esistenti.
La dottrina quindi su tale questione afferma che, per quanto concerne le prestazioni di “completamento di edifici”, il criterio guida deve essere quello di fare riferimento alla sola descrizione oggettiva dell’attività ai sensi della Tabella ATECO e, pertanto, se quest’ultima è ricompresa nella “lista codici ATECO” individuata dalle Entrate ed è relativa ad edifici allora andrà sempre in “reverse charge”, a nulla rilevando la natura dell’intervento, ossia a prescindere che si tratti di manutenzione, ristrutturazione, restauro (e quindi di un intervento su una costruzione già esistente) o di nuova costruzione (cfr. RICCA F., “Manutenzione degli impianti, Iva con il reverse charge”, Italia Oggi, 2015).
La disciplina sul “reverse charge” trova applicazione anche con riferimento alle prestazioni di manutenzione di impianti effettuate a seguito dell’installazione degli impianti stessi presso edifici?
E’ stato chiesto al Dipartimento Consulenza Tributaria Corporate se la disciplina del “reverse charge” trova applicazione nelle prestazioni di manutenzione di impianti effettuate a seguito dell’installazione degli impianti stessi presso edifici.
Va anzitutto segnalato che una simile previsione normativa è espressamente consentita agli Stati Membri ai sensi della Direttiva Comunitaria n. 2006/112/CE, la quale, nello specifico, all’art. 199 dispone quanto segue: “gli Stati membri possono stabilire che il debitore dell’imposta sia il soggetto passivo nei cui confronti sono effettuate le seguenti operazioni: a) prestazioni di servizi di costruzione, inclusi i servizi di riparazione, pulizia, manutenzione, modifica e demolizione relative a beni immobili (…)”.
La norma nazionale di cui all’art. 17, co. 6, lett. a-ter) del Testo Unico Iva invece parla solo di “prestazioni (…) di installazione di impianti (…) relative ad edifici” e non anche dell’attività di manutenzione relativa agli stessi. Cosicché in un primo momento l’interpretazione letterale della nuova disposizione ha fatto propendere nel senso dell’esclusione dal meccanismo del “reverse charge” delle prestazioni di manutenzione relative ad impianti installati presso edifici.
Anche l’Agenzia delle Entrate, interpellata in occasione del Videoforum “Telefisco 2015”, ha condiviso questa impostazione, pur rispondendo in modo tanto stringato quanto ondivago. In specie la conversazione con gli esperti che è stata trasmessa in onda in quell’occasione è la seguente:
Sono soggette a reverse charge le manutenzioni obbligatorie su caldaie e la prima verifica con il rilascio della certificazione per un impianto già installato?
Sul punto manca un’interpretazione ufficiale. In ogni caso, la norma parla solo delle “prestazioni di installazione di impianti”, termine che - salvo diverse indicazioni - dovrebbe escludere le manutenzioni periodiche”.
Tuttavia questa risposta non è stata trascritta nella Circolare 6/E del 19/02/2015 (intitolata “chiarimenti interpretativi relativi a quesiti posti in occasione degli eventi Videoforum Italia Oggi, Telefisco Sole 24ore e Forum lavoro”).
Nella successiva Circolare n. 14/E del 27/03/2015 emanata proprio in tema di “reverse charge”, l’Agenzia non ha dato una specifica indicazione in relazione alle manutenzioni su impianti, ma ha evidenziato quanto segue: “per l’individuazione delle prestazioni di cui alla lettera a-ter) sopra elencate, in una logica di semplificazione e allo scopo di evitare incertezze interpretative, si ritiene, in conformità, peraltro, ai criteri adottati in sede di Relazione Tecnica, che debba farsi riferimento unicamente ai codici attività della Tabella ATECO 2007. Tale criterio deve, quindi, essere assunto al fine di individuare le prestazioni di pulizia, demolizione, installazione di impianti e completamento relative ad edifici” (cfr. Circ. n. 14/E del 27/03/2015). Nella Circolare sono anche specificatamente indicati i codici ATECO che rientrano nell’ambito oggettivo di applicazione della norma.
Leggendo i Codici ATECO individuati dall’Agenzia, è possibile leggere che con riferimento a quasi la totalità delle categorie di impianti (quali quelli elettrici, elettronici ed idraulici), la manutenzione è già espressamente ricompresa in seno alla descrizione dell’attività ATECO (“…. inclusa manutenzione e riparazione”).
Pare quindi che l’Agenzia delle Entrate, facendo espressa menzione per individuare le prestazioni rientranti nell’ambito applicativo della norma ai codici di attività così come descritti nella Tabella ATECO, di fatto, benché indirettamente, affermi che anche alle prestazioni di manutenzione sugli impianti espressamente individuate dalla suddetta Tabella si applichi il “reverse charge”.
Sul punto converge la dottrina maggioritaria ed a questo riguardo gli spunti più interessanti appaiono essere i seguenti:
a) “L’Agenzia, andando oltre il dato letterale della norma, afferma che rientrano nella lettera a-ter anche le prestazioni di manutenzione e riparazione di impianti relative ad edifici” (cfr. BALZANELLI M., SIRRI M., Reverse charge legato al <<codice>>, Il Sole 24 Ore, 2015);
b) “L’inversione contabile ai fini dell’Iva si applica anche alle manutenzioni ordinarie e straordinarie nell’ambito dell’impiantistica e del completamento degli edifici. Lo si evince dalla circolare dell’agenzia delle Entrate n. 14/E/2015 la quale al fine di individuare il perimetro della applicazione del reverse charge per le operazioni relative alla installazione di impianti e completamento degli edifici, sotto il profilo oggettivo fa riferimento alle attività rientranti nei codici di attività della tabella Ateco 2007 (puntualmente riportati) (…) nella circolare vengono riportati i codici di attività relativi alla installazione di impianti elettrici ed elettronici, idraulici, distribuzione del gas, antincendio e simili, i quali comprendono tutti la manutenzione e riparazione. Sono previsti anche l’installazione di ascensori, isolamento termico e altri lavori di costruzione ma in questi ultimi casi non sono previste le manutenzioni”[1] (cfr. TOSONI G. P., <<Inversione>> anche per le manutenzioni, Il Sole 24 Ore, 2015);
c) “È da notare che i codici fanno riferimento anche alle prestazioni di manutenzione, che restano dunque assoggettate a reverse charge. La circolare 14/15 risolve così ogni incertezza interpretativa, nel senso di privilegiare il contenuto della tabella Ateco rispetto alla circostanza che la fonte normativa di riferimento – l'articolo 17 del decreto Iva – non faccia alcuna menzione delle manutenzioni” (cfr. BERSIGNANI T., GARZON A., Reverse charge, la guida operativa (e i nodi applicativi) dopo le istruzioni delle Entrate, Il Sole 24 Ore, 2015) .
d) “Il chiarimento più atteso dalla circolare era quello relativo alle prestazioni di manutenzione degli impianti, atteso che la norma dell’art. 17, sesto comma, lettera a-ter), del D.P.R. n. 633/1972 non parla delle attività di installazione (che sicuramente comprendono la manutenzione), ma delle prestazioni di installazione, e tali non sono certamente quelle successive a tale intervento. La risposta della circolare è che anche le prestazioni di manutenzione sono in reverse charge. In questo ambito l’unica cosa che gli operatori chiedono è la certezza di quello che devono fare, e quindi non è il caso rimettere in discussione l’interpretazione dell’Amministrazione finanziaria” (cfr. RIZZARDI R., Chiariti i dubbi sull’applicazione del “reverse charge” in edilizia e nel settore energetico, Corr. trib., 2015).
Compensazione IVA in ambito fallimentare
E’ stato chiesto ai Dipartimenti Ristrutturazioni e Assistenza nella crisi d’impresa e Consulenza Tributaria Corporate se, nell’ambito della procedura fallimentare, il Curatore possa compensare il credito IVA maturato prima dell’apertura del fallimento con il debito IVA sorto a seguito dell’affitto d’azienda effettuato nel corso della procedura stessa.
La normativa tributaria consente due tipologie di compensazione: quella orizzontale, che riguarda crediti e debiti relativi a tributi e contributi tra loro diversi, e quella verticale, che invece si riferisce alla medesima imposta; nel caso in esame si è in presenza di una compensazione verticale in ambito IVA, ovvero della detrazione dell’IVA a credito, come risultante dalla dichiarazione relativa al periodo pre fallimentare (cd. modello 74-bis), nelle successive liquidazioni IVA.
Si tratta di questione piuttosto discussa, sia in ambito amministrativo che in seno alla giurisprudenza di legittimità.
La prassi ministeriale ed amministrativa ha espressamente consentito la detrazione, ritenendo che l’apertura del fallimento non incida sulla continuità gestionale e sull’attività economica rilevante ai fini IVA, così seguendo l’impostazione della Corte Costituzionale per cui la fase di gestione e quella di liquidazione sarebbero considerabili un unicum. Peraltro, la richiesta di rimborso di tale credito, in luogo della detrazione, sarebbe preclusa dal fatto che il modello 74-bis non avrebbe natura di dichiarazione, bensì il solo scopo di permettere all’Amministrazione l’insinuazione al passivo fallimentare, come previsto dall’art. 8, co. 4 del D.P.R. n. 322/1998.
In senso opposto si è invece espressa a più riprese la Corte di Cassazione, per la quale il modello 74-bis sarebbe effettivamente equiparabile ad una dichiarazione di cessazione dell’attività, con conseguente diritto al rimborso dell’IVA a credito ivi risultante.
Nell’ambito di tale filone giurisprudenziale, la Suprema Corte si è spinta fino al punto di dichiarare non praticabile la compensazione in verticale dell’IVA, attesa la supposta interruzione dell’attività di impresa a causa del fallimento e la diversità dei due soggetti contribuenti – ossia imprenditore e curatore (cfr. Cass. n. 19169/2003).
Tale orientamento è stato fermamente osteggiato dalla prevalente dottrina, per cui le conclusioni della giurisprudenza di legittimità non sarebbero supportate da alcun riferimento normativo, ritenendo invece che la compensazione debba ritenersi in ogni caso pacificamente ammessa, purché nel rispetto del fondamentale principio della par condicio creditorum. A questo proposito è stato rilevato che, in ogni caso, la compensazione tra un debito post fallimento e un credito ante fallimento non pregiudicherebbe l’esecuzione concorsuale.
Alla luce del complesso quadro normativo, giurisprudenziale, oltre che di prassi e dottrina, è possibile concludere nel senso dell’ammissibilità della compensazione in argomento.
Quadri artistici ereditati e successiva vendita: trattamento fiscale
E’ stato chiesto al Dipartimento “Consulenza Tributaria Corporate” quale sia il valore fiscalmente rilevante dei beni culturali non vincolati caduti in successione - nello specifico quadri artistici - e se la successiva vendita degli stessi, da parte dell’unico erede persona fisica, rilevi o meno sotto il profilo delle imposte dirette.
A tal riguardo è stato rilevato come, ai fini dell’imposta di successione, nel caso operi la presunzione di cui all’art. 9 del D. Lgs. n. 346/1990, secondo cui l’insieme dei beni mobili adibiti ad ornamento delle abitazioni, compresi i beni culturali non vincolati, è considerato “mobilia” ed è convenzionalmente valutato, assieme al denaro ed ai gioielli, nella misura del 10% del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario.
Secondo le indicazioni normative - oltre che di giurisprudenza, prassi e dottrina - la presunzione in argomento trova sempre applicazione quando, in sede di dichiarazione di successione, non sia stato dichiarato alcun valore per gioielli, denaro o mobilia, ovvero questi vengano dichiarati per un importo inferiore al 10% del valore globale netto imponibile dell’asse ereditario (determinato al netto della franchigia, ove prevista), sempreché in assenza di apposito inventario analitico redatto a norma dell’art. 769 del Codice di Procedura Civile. Qualora, invece, l’erede indichi, per questi beni, un ammontare maggiore del 10% del valore di cui sopra, l’imposta di successione sarà applicata su tale ammontare dichiarato.
Quanto alla successiva vendita dei quadri ereditati, è stato rilevato come nel caso non ricorra il presupposto di imposta in quanto trattasi di una fattispecie reddituale non prevista dal TUIR.
Diverso è il caso in cui l’erede intraprenda con le opere ereditate un’attività commerciale a carattere speculativo connotata dalla presenza di un’organizzazione di mezzi, anche solo occasionale, in quanto in tale ipotesi si potrebbe ricadere nella previsione di cui al primo comma, lettera i) dell’art. 67 del D.P.R. n. 917/1986.
Questo non succede allorquando l’attività si manifesti nella mera dismissione patrimoniale di un bene acquisito tramite successione. In tal senso, peraltro, si è chiaramente espressa l’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 5/E del 23/01/2001.