Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-7397-del-23-03-2017
Timestamp: 2020-06-01 23:35:37+00:00
Document Index: 122413889

Matched Legal Cases: ['art. 310', 'art. 360', 'art. 310', 'art. 111', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 7397 del 23/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7397 del 23/03/2017
Cassazione civile, sez. III, 23/03/2017, (ud. 05/10/2016, dep.23/03/2017), n. 7397
sul ricorso 8501-2014 proposto da:
presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è difeso per
GENERALI ITALIA S.P.A., già INA ASSITALIA SPA in persona del legale
rappresentante p.t. a mezzo della propria mandataria e
elettivamente domiciliata in ROMA, P.ZZA SANTA CROCE GERUSALEMME 4,
presso lo studio dell’avvocato LORENA LUNARDI, che la rappresenta e
05/10/2016 dal Consigliere Dott. MARIA MARGHERITA CHIARINI;
udito l’Avvocato SIMONA RENDINA per delega;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore /JI Generale Dott.
Con provvedimento del 6 – 12 luglio 2013 il Giudice di Pace di Roma, rimettendo contestualmente sul ruolo la causa trattenuta in decisione, dichiarò l’estinzione del giudizio introdotto dal Ministero dell’Interno nei confronti della Ina Assitalia S.p.A. (nelle more divenuta Generali Italia S.p.A.) per il risarcimento dei danni da circolazione stradale cagionati ad un veicolo della polizia di Stato da un’auto, rubata e non assicurata, di proprietà dell’Autoraf s.r.l. per omessa integrazione del contraddittorio, nel termine all’uopo accordato al Ministero, e lo condannò alla refusione delle spese processuali in favore della convenuta società assicuratrice.
Avverso detto provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, affidato ad un unico motivo, il Ministero dell’Interno; resiste la Generali Italia S.p.A.
Con l’unica censura la ricorrente deduce, sub specie di violazione e falsa applicazione dell’art. 310 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la illegittimità della ordinanza di estinzione nella parte relativa alla disposta statuizione di condanna alle spese, assumendo che, in caso di estinzione del processo per inattività delle parti, le spese restino a carico delle parti che le hanno anticipate, giusta il disposto dell’art. 310 c.p.c., u.c..
La sollevata doglianza, senza porre in contestazione la sussistenza dei presupposti per la declaratoria di estinzione, concerne esclusivamente la correttezza della pronuncia sulla spese di lite e, specificamente, la legittimità di un regolamento delle stesse secondo soccombenza in caso di estinzione per inattività delle parti, dacchè valutazione non consentita al giudice che dichiari l’estinzione.
Orbene, osserva la Corte come effettivamente nelle ipotesi di estinzione dei giudizi di cognizione sia precluso all’organo decidente un apprezzamento in ordine alla soccombenza dell’una o dell’altra parte, soccombenza nemmeno in astratto ravvisabile, per essere, in ultima analisi, l’estinzione riconducibile ad una concorde volontà, espressamente o implicitamente manifestata, ovvero ad un contegno di inerzia processuale di tutti i contraddittori: in questa prospettiva, del tutto coerente è la previsione, in caso di estinzione per inattività, della definitiva attribuzione delle spese a carico delle parti anticipatarie, sancita con un provvedimento meramente dichiarativo del giudice che pronunci l’estinzione.
Qualora invece (ex multis Cassazione civile, sez. 6 14/01/2016 n. 533), essendo insorta controversia tra le parti sui presupposti dell’ estinzione il giudice, decida sul merito della debenza delle spese del processo secondo le regole stabilite dagli artt. 91 e ss. codice di rito, ovvero (come accaduto nella vicenda in esame) disponga la condanna alla refusione delle spese di una parte individuata secondo il criterio della soccombenza per causalità, il provvedimento, in qualsiasi forma reso, è decisorio, incidente su diritti, ed ha natura sostanziale di sentenza.
Pertanto, quantunque avente veste formale di ordinanza, assoggettato all’ordinario rimedio impugnatorio dell’appello, restando esclusa la impugnabilità con ricorso per cassazione (sul tema, analogamente, Cass. 10/10/2006, n. 21707; Cass. 14/11/2009, n.26210).
Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile in forza del seguente principio di diritto: “L’ordinanza con cui il giudice, nel dichiarare l’estinzione del processo per inattività delle parti, regoli le spese di lite secondo il principio di soccombenza ha contenuto decisorio e natura sostanziale di sentenza, come tale impugnabile con i mezzi ordinari e non ricorribile in cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7”.
La complessità delle questioni giuridiche involte nella esaminata vicenda giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti.
Avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso per cassazione (posteriore al 30 gennaio 2013), la Corte dà atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17): in base al tenore letterale della disposizione, il rilievo della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Compensa le spese di lite tra le parti.