Source: http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=205521&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=523158
Timestamp: 2018-11-12 22:01:48+00:00
Document Index: 59331009

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

11 settembre 2018 (*)
«Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Attività professionali delle chiese o di altre organizzazioni la cui etica è fondata sulla religione o sulle convinzioni personali – Requisiti per lo svolgimento dell’attività lavorativa – Atteggiamento di buona fede e di lealtà nei confronti dell’etica della chiesa o dell’organizzazione – Nozione – Differenza di trattamento basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Licenziamento di un lavoratore di confessione cattolica, occupato in un ruolo direttivo, a causa di un secondo matrimonio civile contratto successivamente a divorzio»
Nella causa C‑68/17,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Bundesarbeitsgericht (Corte federale del lavoro, Germania), con decisione del 28 luglio 2016, pervenuta in cancelleria il 9 febbraio 2017, nel procedimento
composta da K. Lenaerts, presidente, A. Tizzano, vicepresidente, R. Silva de Lapuerta, T. von Danwitz, J.L. da Cruz Vilaça, A. Rosas e J. Malenovský, presidenti di sezione, E. Juhász, M. Safjan, D. Šváby, A. Prechal, F. Biltgen (relatore), K. Jürimäe, M. Vilaras e E. Regan, giudici,
vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 27 febbraio 2018,
– per IR, da B. Göpfert, Rechtsanwalt, M. Ruffert e G. Thüsing;
– per il governo polacco, da B. Majczyna, A. Siwek e M. Szwarc, in qualità di agenti;
– per la Commissione europea, da D. Martin e B.-R. Killmann, in qualità di agenti,
(2) Il licenziamento è socialmente ingiustificato quando non è dovuto a motivi collegati alla persona o al comportamento del lavoratore dipendente o a urgenti necessità dell’impresa che ostano alla conservazione del posto del lavoratore dipendente nell’impresa stessa (…)».
Tutti coloro che operano all’interno di un’istituzione della Chiesa cattolica contribuiscono congiuntamente attraverso il loro lavoro, indipendentemente dal loro status lavorativo, a consentire che l’istituzione realizzi il proprio contributo alla missione della Chiesa (comunità di servizio) (…)».
«(1) Ove una lavoratrice o un lavoratore non soddisfi più i requisiti relativi al proprio rapporto di lavoro, il datore di lavoro si impegna, con l’ausilio di servizi di consulenza, affinché la lavoratrice o il lavoratore ponga stabilmente rimedio a tale mancanza. (…) Come misura estrema è previsto il licenziamento.
(3) Un comportamento considerato a termini del paragrafo 2, in generale, come motivo di licenziamento esclude la possibilità del mantenimento del posto di lavoro, qualora detto comportamento sia assunto da (…) lavoratrici e lavoratori operanti a livello direttivo (…). Si può evitare di ricorrere al licenziamento, in via eccezionale, ove ciò risulti inadeguato nel caso di specie per gravi motivi».
35 A tale riguardo, il giudice del rinvio si chiede, da un lato, se il divieto di discriminazione fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, sancito all’articolo 21, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»), conferisca un diritto soggettivo all’individuo, che quest’ultimo possa far valere dinanzi ai giudici nazionali e che, nelle controversie tra privati, obblighi tali giudici a disapplicare disposizioni nazionali non conformi a tale divieto. Pur ammettendo che la Carta è entrata in vigore solamente il 1o dicembre 2009, mentre il licenziamento di cui al procedimento principale è avvenuto nel mese di marzo 2009, detto giudice precisa che non si può escludere che, ancora prima dell’entrata in vigore della Carta, il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla religione o le convinzioni personali esistesse già come principio generale del diritto dell’Unione. Orbene, conformemente al principio del primato del diritto dell’Unione, quest’ultimo prevarrebbe sul diritto nazionale, compreso il diritto costituzionale.
40 A tal proposito, si deve constatare che, alla luce del carattere generale dei termini usati all’articolo 4, paragrafo 2, secondo comma, della direttiva 2000/78 per definire tale ambito di applicazione, cioè le «chiese e (…) altre organizzazioni pubbliche o private», considerazioni in merito alla natura e alla forma giudica dell’ente interessato non possono avere incidenza sull’applicabilità di tale disposizione a una situazione come quella del caso di specie. In particolare, il riferimento alle organizzazioni private comprende istituzioni che, come l’IR, sono costituite secondo il diritto privato.
42 Dall’altro, l’articolo 4, paragrafo 2, secondo comma, della direttiva 2000/78 fa riferimento alle «persone che sono alle (…) dipendenze» di siffatte chiese o organizzazioni, il che significa che il campo di applicazione di tale disposizione copre, come quello dell’articolo 4, paragrafo 2, primo comma, della direttiva citata, le attività professionali di queste ultime.
43 Per quanto riguarda, in secondo luogo, la questione del controllo, da parte del giudice nazionale, dell’applicazione dell’articolo 4, paragrafo 2, secondo comma, della direttiva 2000/78, occorre ricordare che la Corte ha statuito, nell’ambito di una controversa che riguardava l’interpretazione dell’articolo 4, paragrafo 2, primo comma, di tale direttiva, che quest’ultima disposizione deve essere interpretata nel senso che, qualora una chiesa o un’altra organizzazione la cui etica è fondata sulla religione o sulle convinzioni personali alleghi, a sostegno di una decisione o di un atto quale il rigetto di una candidatura a un posto di lavoro al suo interno, che, per la natura delle attività di cui trattasi o per il contesto in cui tali attività devono essere espletate, la religione costituisce un requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo svolgimento dell’attività lavorativa, tenuto conto dell’etica di tale chiesa o di tale organizzazione, una siffatta allegazione deve, se del caso, poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo al fine di assicurarsi che, nel caso di specie, siano soddisfatti i criteri di cui a tale disposizione (sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 59).
44 Peraltro, la circostanza che l’articolo 4, paragrafo 2, primo comma, della direttiva 2000/78 si riferisca alle legislazioni nazionali in vigore alla data di adozione di detta direttiva, nonché alle prassi nazionali vigenti a tale data, non può essere interpretata nel senso che essa autorizzi gli Stati membri a sottrarre ad un controllo giurisdizionale effettivo il rispetto dei criteri sanciti da tale disposizione (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 54).
45 Le considerazioni formulate dalla Corte a sostegno di tale dovere di controllo giurisdizionale effettivo e fondate sull’obiettivo della direttiva 2000/78, sul contesto in cui si inserisce l’articolo 4, paragrafo 2, sulle garanzie richieste agli Stati membri, dagli articoli 9 e 10, ai fini del rispetto degli obblighi derivanti dalla medesima direttiva e dalla protezione delle persone che si ritengono vittime di una discriminazione, nonché sul diritto a una protezione giurisdizionale effettiva ai sensi dell’articolo 47 della Carta (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punti da 47 a 49), valgono, allo stesso modo, in circostanze come quelle del procedimento principale, in cui un’organizzazione privata afferma, a sostegno di una decisione di licenziamento di un suo dipendente, l’inosservanza da parte di quest’ultimo di un atteggiamento di buona fede e di lealtà nei confronti dell’etica dell’organizzazione, a norma dell’articolo 4, paragrafo 2, secondo comma, della medesima direttiva.
48 L’articolo 17 TFUE non è tale da inficiare detta conclusione. Infatti, da un lato, la formulazione di tale disposizione corrisponde, in sostanza, a quella della dichiarazione n. 11 sullo status delle chiese e delle organizzazioni non confessionali, allegata all’atto finale del Trattato di Amsterdam. Orbene, il fatto che tale dichiarazione sia esplicitamente citata al considerando 24 della direttiva 2000/78 mette in risalto che il legislatore dell’Unione ha necessariamente tenuto conto di detta dichiarazione al momento di adottare la suddetta direttiva, in particolare il suo articolo 4, paragrafo 2, dal momento che tale disposizione rinvia proprio alle legislazioni e alle prassi nazionali vigenti alla data d’adozione della direttiva medesima. Dall’altro, l’articolo 17 TFUE esprime, certo, la neutralità dell’Unione nei confronti dell’organizzazione, da parte degli Stati membri, dei loro rapporti con le chiese e le associazioni o comunità religiose, ma non è tale da sottrarre a un controllo giurisdizionale effettivo il rispetto dei criteri enunciati all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78 (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С 414/16, EU:C:2018:257, punti da 56 a 58).
50 A tale riguardo, la Corte ha statuito che da tale disposizione risulta espressamente che è in considerazione della «natura» delle attività di cui trattasi o del «contesto» in cui vengono espletate che la religione o le convinzioni personali possono, eventualmente, costituire un requisito per lo svolgimento dell’attività lavorativa, legittimo e giustificato tenuto conto dell’etica della chiesa o dell’organizzazione in questione ai sensi di detta disposizione. Pertanto, la liceità, alla luce di quest’ultima disposizione, di una differenza di trattamento basata sulla religione o sulle convinzioni personali è subordinata all’esistenza oggettivamente verificabile di un nesso diretto tra il requisito per lo svolgimento dell’attività lavorativa imposto dal datore di lavoro e l’attività in questione. Un tale nesso può derivare vuoi dalla natura di tale attività, ad esempio qualora essa comporti di partecipare alla determinazione dell’etica della chiesa o dell’organizzazione in questione, o di collaborare alla sua missione di proclamazione, vuoi dalle condizioni in cui tale attività deve essere espletata, come la necessità di garantire una rappresentanza credibile della chiesa o dell’organizzazione all’esterno della stessa (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punti 62 e 63).
52 La Corte, in seguito, ha dichiarato che l’utilizzo, da parte del legislatore dell’Unione, del termine «legittimo» dimostra che esso ha inteso garantire che il requisito relativo all’appartenenza alla religione o all’adesione alle convinzioni personali su cui si fonda l’etica della chiesa o dell’organizzazione in questione non venga utilizzato per un fine estraneo a tale etica o all’esercizio da parte di tale chiesa o di tale organizzazione del proprio diritto all’autonomia (sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 66).
53 Infine, il termine «giustificato» implica non solo che il controllo del rispetto dei criteri di cui all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78 possa essere effettuato da un giudice nazionale, ma anche che la chiesa o l’organizzazione che ha stabilito tale requisito professionale ha l’obbligo di dimostrare, alla luce delle circostanze di fatto del caso di specie, che il presunto rischio di lesione per la sua etica o il suo diritto all’autonomia è probabile e serio, di modo che l’introduzione di un siffatto requisito risulta essere necessaria (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 67).
54 A tale riguardo, il requisito di cui all’articolo 4, paragrafo 2, primo comma, della direttiva 2000/78 deve essere conforme al principio di proporzionalità, il che significa che i giudici nazionali devono verificare se detto requisito sia appropriato e non ecceda quanto è necessario per conseguire l’obiettivo perseguito (sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 68).
60 Occorre poi rilevare che, considerato il fascicolo presentato alla Corte, il requisito in questione nel procedimento principale non risulta giustificato a norma dell’articolo 4, paragrafo 2, primo comma, della direttiva 2000/78. Spetta tuttavia al giudice del rinvio verificare se l’IR abbia dimostrato che, alla luce delle circostanze del procedimento principale, sussista un rischio di lesione probabile e serio per la sua etica o il suo diritto all’autonomia (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 67).
63 A tale riguardo, occorre ricordare che spetta ai giudici nazionali, tenendo conto di tutte le norme del diritto nazionale e applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest’ultimo, decidere se e in quale misura una disposizione nazionale, come l’articolo 9, paragrafo 2, dell’AGG, possa essere interpretata conformemente all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78, senza procedere ad un’interpretazione contra legem di tale disposizione nazionale (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punti 71 e giurisprudenza ivi citata).
69 Infatti, prima dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, che ha conferito alla Carta lo stesso valore giuridico dei trattati, tale principio derivava dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. Il divieto di qualsiasi discriminazione fondata sulla religione o sulle convinzioni personali riveste carattere imperativo in quanto principio generale del diritto dell’Unione ora sancito dall’articolo 21 della Carta, ed è di per sé sufficiente a conferire agli individui un diritto invocabile come tale nell’ambito di una controversia che li veda opposti in un settore disciplinato dal diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza del 17 aprile 2018, Egenberger, С‑414/16, EU:C:2018:257, punto 76).