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Timestamp: 2019-05-27 09:03:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 15', 'art. 18', 'art. 35', 'sentenza ']

Art.18 e protezione dai licenziamenti: siamo davvero gli unici in Europa?
Lunedì, 13 Febbraio 2012 13:50
Scritto da Raffaele Falcone
Licenziamenti: questa è la parola più in voga nelle prime pagine dei quotidiani italiani. La necessità principale è regolare la flessibilità in uscita e rendere più facili i licenziamenti: questo l'obiettivo del governo Monti. Esso porta, conseguentemente, alla frantumazione delle tutele lavorative e dello Statuto dei Lavoratori, compreso l'art. 18. E il grande argomento portato dal governo è il seguente: l'art. 18 esiste solo in Italia, i nostri lavoratori sono troppo tutelati e questo danneggia la competitività delle nostre imprese. Ma è davvero così?
Andiamo ad esaminare con precisione la disciplina italiana contrapposta a quella europea.
In Italia il licenziamento può essere impugnato quando è invalido cioè quando non è redatto in forma scritta ad substantiam o immotivato; nullo in caso di licenziamento discriminatorio (art. 15 Stat. lav.) o illegittimo; annullato se senza giusta causa o senza giustificato motivo oggettivo e soggettivo.
L'art. 18 dello statuto dei lavoratori prevede due principali forme di tutela contro i licenziamenti impugnati dai lavoratori: quella reale e quella obbligatoria.
La tutela reale si applica nelle le imprese industriali e commerciali che occupano più di quindici dipendenti in ogni unità produttiva (per le imprese agricole cinque dipendenti) o che hanno alle loro dipendenze più di sessanta dipendenti dislocati sull'intero territorio nazionale(art. 35 Stat. lav.).
Prima dell'entrata in vigore della legge n. 604 del 1966 e della n.300 del 1970 il datore di lavoro poteva recedere dal rapporto lavorativo mediante il solo preavviso o, in sostituzione di questo, attraverso un'indennità di preavviso (secondo quanto previsto dagli articolo 2118 e 2119 del cod. civ.). In questo modo il contraente "forte" del rapporto di lavoro poteva licenziare in maniera assolutamente arbitraria.
La tutela reale, oggi, si applica in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Il giudice ne dichiara l' annullabilità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore e di versare al lavoratore un risarcimento danni di minimo cinque mensilità (il lavoratore può rifiutare il reintegro per un'indennità di sostituzione).
La giusta causa è la causa che non consente la prosecuzione anche provvisoria del rapporto, mentre il giustificato motivo può essere soggettivo (un notevole inadempimento del lavoratore) o oggettivo (per ragioni produttive o organizzative del lavoro).
La tutela obbligatoria, invece, si applica nelle imprese di piccole dimensioni. Questa, in caso di impugnazione del licenziamento, non prevede la reintegrazione del lavoratore sul posto di lavoro ma comporta, a seconda della scelta del datore di lavoro, la riassunzione del lavoratore entro tre giorni dalla sentenza del giudice o il pagamento di un'indennità che va dalle 2,5 alle 6 mensilità.
E all'estero com'è?
Del resto quella del mercato del lavoro italiano più rigido di altri è una bufala comprovata. L'indice Ocse della «rigidità in uscita» colloca l'Italia (punteggio 1.77) ben al di sotto della media europea: appena sopra alla Danimarca (1.63), comunemente raffigurata come il modello ideale di flessibilità, e dotata di ammortizzatori sociali ben più sviluppati che in Italia. Nella classifica troviamo la Germania in testa: 3.00, ma anche i lavoratori di molti paesi dell'est come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, nei quali molte imprese italiane minacciano di delocalizzare, sono più tutelati di noi, rispettivamente a 1.92, 3.05 e 2.06. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che l'Italia è tra ultime nazioni d'Europa a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, pur avendo una rete di ammortizzatori sociali iniqua e tassi di disoccupazione tra i più alti.
Insomma, più che il sindacato sembra il governo Monti a essere fuori dal dibattito europeo. La Ces (Confederazione europea dei sindacati) insiste sul fatto che la riforma del mercato del lavoro deve concentrarsi sulla creazione di posti di lavoro migliori, protezione dei lavoratori vulnerabili e ridurre il lavoro precario in Europa. E di recente il segretario generale Bernadette Segol ha ribadito che “protezione, non è una parolaccia, è una necessità”.
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