Source: https://www.wikilabour.it/Print.aspx?Page=Processo%20del%20lavoro
Timestamp: 2020-06-04 13:51:06+00:00
Document Index: 5868666

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 409', 'art. 409', 'art. 410', 'art. 415', 'art. 410', 'art. 2113', 'art. 2113', 'art. 75', 'art. 30', 'art. 410', 'art. 11', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 409', 'art. 413', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 420', 'art 31', 'art. 185', 'art. 2699', 'art. 2703', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 414', 'art. 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 117', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 30', 'art. 69', 'Cass. Sez. ', 'art. 64', 'art. 58', 'art. 58']

Processo del lavoro - Wikilabour - Dizionario dei diritti dei lavoratori
Modificata il martedì, 11 febbraio 2020 11:53 da redazione — Categorizzata come: Questioni procedurali e processuali
Avanti la Commissione di Conciliazione
Svolgimento del processo di secondo grado
Il procedimento speciale per l’impugnazione dei licenziamenti
Per i lavoratori assunti prima del 2015
A. Giudizio di primo grado
B. Giudizio di secondo grado
C. Giudizio di terzo grado
Per lavoratori assunti dopo il 2015 (contratto a tutele crescenti)
L’offerta di conciliazione di cui all’art. 6 del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 23
Casistica di decisioni della Magistratura in tema di processo del lavoro
Dipendenti di società privatizzate
Giurisdizione in genere
Rapporto con ricorso per decreto ingiuntivo
Rapporti con i procedimenti cautelari
Giudizio costituzionale sulle leggi
Opposizione al ruolo esattoriale
Da ultimo, accanto al rito disciplinato dal codice di procedura civile e di cui si è appena descritto il campo di applicazione, la legge 92/2012 di riforma del mercato del lavoro ha introdotto un ulteriore procedimento speciale che riguarda tutti i licenziamenti illegittimi per i quali si applicano le sanzioni previste dall’art. 18 L. 300/1970, anche quando la decisione sul licenziamento presuppone la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro (cioè, quando, per esempio, il recesso sia avvenuto nel corso di un rapporto di lavoro formalmente autonomo e il ricorrente intende far valere la natura subordinata del rapporto).
artt. 409 e seguenti c.p.c.
artt. 18 e 19 c.p.c.
artt. 670-702 c.p.c.
Decreto Legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, art. 1
Legge 4 novembre 2010, n. 183, artt. 75 e seguenti
Il nostro ordinamento ha previsto un rito speciale - introdotto con la Legge 11 agosto 1973, n. 533 - per la trattazione di tutte le controversie relative a rapporti di lavoro ed in materia di previdenza e di assistenza obbligatoria.
Il processo del lavoro, malgrado presso molti uffici giudiziari - per una serie di ragioni che qui non serve illustrare – il rito speciale non sia sempre, in tutto o in parte, rispettato, continua comunque a rappresentare il più efficiente procedimento civile, caratterizzato da:
oralità: vanno redatti per iscritto soltanto gli atti introduttivi, mentre l’ulteriore deposito di note difensive deve essere espressamente disposto dal Giudice;
immediatezza: i tempi sono scanditi da rigorose decadenze e dal divieto di udienze di mero rinvio;
concentrazione degli atti.
In buona sostanza, il rito speciale, disciplinato dagli articoli 409 e seguenti del codice di procedura civile (recentemente modificati dalla legge 4 novembre 2010, n. 183), si differenzia da quello ordinario:
per una maggiore celerità;
per i più ampi poteri istruttori riconosciuti al Giudice del Lavoro;
per uno spiccato favor alla conciliazione della controversia.
Il rito speciale del lavoro si applica, in primo luogo, alle controversie relative ai rapporti di lavoro subordinato:
sia a quelle riguardanti obbligazioni caratteristiche del rapporto di lavoro subordinato,
sia a quelle in cui tale rapporto si presenti come antecedente o presupposto necessario della situazione di fatto posta a fondamento della domanda.
Occorre, poi, precisare che il rito del lavoro si applica anche a rapporti non inerenti l’esercizio dell’impresa (art. 409 n. 1 c.p.c.), ossia a rapporti alle dipendenze di datori di lavoro non imprenditori, come ad esempio il lavoro a domicilio, il lavoro domestico, il rapporto di portierato negli stabili urbani.
l'impugnazione dei trasferimenti individuali;
l'inquadramento del lavoratore (attribuzione a mansioni superiori o inferiori, demansionamento, etc.);
rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale, se caratterizzati da prestazione d'opera continuativa e coordinata e prevalentemente personale (art. 409 n. 3 c.p.c.);
Con l’entrata in vigore della Legge 4 novembre 2010, n. 183, che ha modificato l’art. 410 c.p.c., a far data dal 24 novembre 2010, chi intende proporre un’azione in giudizio non è più obbligato a promuovere un previo tentativo di conciliazione. L’obbligo permane esclusivamente qualora la controversia riguardi contratti certificati (di cui tratteremo a breve).
Le parti - e, quindi, sia il lavoratore che il datore di lavoro - prima di adire il Giudice del Lavoro, possono promuovere il tentativo di conciliazione, anche tramite l'associazione sindacale alla quale aderiscono o conferiscono mandato, presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro della provincia in cui è sorto il rapporto oppure della provincia in cui si trova l’azienda oppure della provincia in cui si trovava la dipendenza dell’azienda al momento della fine del rapporto.
La richiesta del tentativo di conciliazione, sottoscritta dal lavoratore, deve essere consegnata o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento alla Direzione Provinciale del Lavoro.
nome, cognome e residenza dell'istante e del convenuto; se l'istante o il convenuto sono una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, l'istanza deve indicare la denominazione o la ditta, nonché la sede;
Entro i dieci giorni successivi al deposito della memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale, la Commissione di Conciliazione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni.
Trattasi di termini non perentori.
Dinanzi alla Commissione di Conciliazione il lavoratore può farsi assistere anche da un'organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.
Delle risultanze della proposta formulata dalla Commissione di Conciliazione e non accettata senza adeguata motivazione il Giudice del Lavoro eventualmente adito deve tener conto all'esito del successivo giudizio per la decisione sulle spese di giudizio.
Per tale ragione, ove il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato ai sensi dell'art. 415 c.p.c. devono essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito.
Il tentativo di conciliazione può svolgersi anche in sede sindacale. Ad esso non si applicano le disposizioni di cui all'art. 410 c.p.c. (per quanto concerne invio della richiesta, esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa, memoria, etc.).
Il verbale di conciliazione in sede sindacale deve essere depositato presso la Direzione Provinciale del Lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un'associazione sindacale.
Il Direttore, o un suo delegato, accertatane l'autenticità, provvede a depositarlo nella Cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è stato redatto.
Il verbale acquista in tal modo efficacia di titolo esecutivo. Il titolo esecutivo è il documento che consente, nel processo civile, di promuovere l'esecuzione forzata.
La giurisprudenza, per quanto concerne i requisiti di validità e di inoppugnabilità ex art. 2113 c.c. dei verbali di conciliazione sottoscritti in sede sindacale ai sensi degli artt. 410 e 411 c.p.c., considera invalido ed inidoneo a produrre gli effetti di cui all'art. 2113 c.c. il verbale di conciliazione in sede sindacale sottoscritto in assenza di uno dei due conciliatori.
Il tentativo di conciliazione è ancora obbligatorio in un solo caso: quando la futura controversia giudiziale riguardi un contratto che è stato certificato ai sensi dell’art. 75 del Decreto Legislativo 10 settembre 2003, n. 276, come modificato dall’art. 30 comma 4 della Legge n. 183/2010 (“al fine di ridurre il contenzioso in materia di lavoro, le parti possono ottenere la certificazione dei contratti in cui sia dedotta, direttamente o indirettamente, una prestazione di lavoro secondo la procedura volontaria stabilita” nel titolo VIII del decreto legislativo n. 276/2003).
Si precisa, in proposito, che sia le parti che i terzi, nella cui sfera giuridica il contratto certificato è destinato a produrre effetti, possono adire l'autorità giudiziaria per:
La conciliazione ex art. 410 c.p.c. non va confusa con la conciliazione monocratica ex art. 11 del Decreto legislativo n. 124/2004, tenuta sempre presso la Direzione Provinciale del Lavoro.
A seguito della modica dell’art. 6 della Legge 15 luglio 1966, n. 604, l’impugnazione del licenziamento è inefficace se non è seguita entro il termine di 180 giorni (270 per i licenziamenti intimati prima del 18 luglio 2012) - che decorrono dal termine di decadenza di cui al primo comma dell’art. 6 cit. - dal deposito del ricorso nella Cancelleria del Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.
Il processo del lavoro si articola in tre gradi di giudizio.
La sentenza di primo grado è impugnabile con ricorso in appello.
La sentenza d’appello, invece, è impugnabile con ricorso per cassazione per sole questioni di legittimità (violazione di norme di diritto, di procedura, sulla competenza e sulla giurisdizione).
Va precisato che il legislatore ha previsto un rito speciale solo per i primi due gradi di giudizio.
A seguito dell’istituzione del Giudice Unico, le controversie in materia di lavoro e previdenza e assistenza obbligatorie sono di competenza del Tribunale in composizione monocratica in funzione di Giudice del Lavoro.
Esse sono trattate esclusivamente nella sede principale del Tribunale.
Si tratta di una competenza esclusiva per materia e, quindi, il Tribunale è competente per tutte le controversie indicate nell'art. 409 c.p.c., qualunque ne sia il valore.
Ai fini dell'individuazione del Giudice competente per materia, è necessario riferirsi all'oggetto della domanda proposta dall’attore ed ai fatti dedotti a fondamento della stessa; pertanto, né le eccezioni formulate dal convenuto, né la sommaria indagine sui documenti prodotti in giudizio possono comportare una decisione diversa da quella compiutamente ravvisabile in base alla domanda.
In particolare, la competenza del giudice deve essere determinata sulla base del tipo di rapporto invocato nella domanda dell'attore.
Competente per territorio è il Giudice nella cui circoscrizione:
è sorto il rapporto,
ovvero si trova l'azienda
o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della cessazione del rapporto. Tale competenza permane anche dopo il trasferimento o la cessazione dell'azienda o di una sua dipendenza, purché la domanda sia presentata entro sei mesi da tale evento. Il termine semestrale è sospeso dalla comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi.
I fori indicati sono alternativi, non avendo valore determinante ed esclusivo il luogo di svolgimento della prestazione lavorativa.
Il ricorrente è, quindi, libero di scegliere uno dei fori indicati dal legislatore, purché provi che ricorrono gli elementi di fatto relativi al criterio di competenza per territorio prescelto.
Qualora non risulti possibile individuare il Giudice competente sulla base dei suddetti criteri si dovrà fare riferimento ai fori generali delle persone fisiche e giuridiche (artt. 18 e 19 c.p.c.).
Sono nulle le clausole derogative della competenza per territorio e a nulla vale l'eventuale approvazione specifica, in quanto la competenza per territorio inderogabile costituisce un'ipotesi di competenza funzionale.
La nozione di dipendenza alla quale è stato o è addetto il lavoratore comprende anche un'elementare terminazione dell'impresa costituita da un minimo di beni aziendali necessari per l'espletamento della prestazione lavorativa (quali, ad esempio, il computer, la modulistica e l'autovettura utilizzata dal dipendente per lo svolgimento dell'attività).
In caso di rapporto di lavoro eseguito con le modalità del telelavoro a domicilio, se il domicilio del lavoratore e la sede dell'azienda appartengono a fori diversi, è competente il giudice nella cui circoscrizione si trova la sede dell'impresa e non quello del domicilio del lavoratore.
I tre fori previsti dalla legge (art. 413 c.p.c.) operano in modo alternativo e concorrente anche rispetto alla domanda proposta da lavoratori invalidi avviati obbligatoriamente per la costituzione del rapporto di lavoro ed il risarcimento danni per la mancata assunzione.
Il primo foro va identificato in relazione alla sede della Direzione Provinciale del Lavoro che ha emesso il provvedimento di avviamento, gli altri due con riferimento, rispettivamente, al luogo dove si trova l'azienda o la dipendenza, in relazione alla quale il servizio del collocamento, nella sua competente articolazione locale, ha emesso quel provvedimento.
Il foro dell'azienda è costituito dal luogo in cui sono effettivamente esercitati i poteri di direzione e amministrazione e non dal luogo in cui si trova la sede legale.
Per le controversie riguardanti rapporti di collaborazione, di agenzia e rappresentanza commerciale, la competenza per territorio, è devoluta, invece, in via esclusiva al Giudice nella cui circoscrizione ha il proprio domicilio il collaboratore, l'agente o il rappresentante.
La competenza resta invariata anche quando, dopo la cessazione dei rapporto, ma prima della proposizione della domanda giudiziale, il lavoratore abbia trasferito altrove il proprio domicilio.
La domanda relativa ai diritti oggetto di controversia si propone con ricorso.
Il ricorso deve necessariamente contenere (art. 414 c.p.c.):
l'indicazione del giudice;
le generalità del ricorrente (nome, cognome, residenza o domicilio eletto nel comune in cui ha sede il Giudice); se il ricorrente è una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicarne la denominazione o ditta, nonché la sede (art. 414, comma I n. 2, c.p.c.);
le generalità del convenuto (nome, cognome, residenza, domicilio o dimora); se il convenuto è una persona giuridica, un'associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicarne la denominazione o ditta, nonché la sede (art. 414, comma I n. 2, c.p.c.);
la determinazione dell'oggetto della domanda;
l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda, con le relative conclusioni. La mancata determinazione dell'oggetto della domanda e l'omessa esposizione degli elementi di fatto e di diritto su cui essa si fonda comportano la nullità insanabile del ricorso, qualora tali elementi non siano individuabili neppure attraverso un esame complessivo dell'atto. La nullità è rilevabile anche d'ufficio e in grado di appello, ma non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità. L'accertamento spetta al giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione. I fatti su cui il ricorrente fonda le sue pretese devono essere specificatamente indicati nell’atto, non potendo a tale obbligo supplire una produzione documentale che presuppone, invece, la preventiva estrinsecazione del fatto;
l'indicazione specifica dei mezzi di prova e dei documenti che si producono.
Il ricorso, con i relativi allegati, deve essere depositato nella Cancelleria del Giudice, il quale, nei successivi 5 giorni, fissa con decreto l'udienza di discussione.
Il ricorrente deve notificare ricorso e decreto al convenuto entro il termine ordinatorio di 10 giorni dall’emissione del decreto stesso, facendo sì che tra la data della notifica e quella dell'udienza intercorra un temine perentorio non inferiore a 30 giorni.
All’udienza di discussione, che dovrebbe tenersi entro 60 giorni dalla presentazione del ricorso (termine ordinatorio), le parti devono essere presenti personalmente.
Il convenuto deve costituirsi in giudizio almeno 10 giorni prima dell'udienza di discussione depositando nella Cancelleria del Giudice una memoria difensiva in cui, a pena di decadenza, deve:
prendere posizione in modo preciso sui fatti allegati dal ricorrente;
proporre le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio;
proporre le domande riconvenzionali;
indicare specificamente i mezzi di prova;
depositare i documenti.
Nell’udienza fissata per la discussione della causa il Giudice interroga liberamente le parti e tenta la conciliazione della lite e, ai sensi dell’art. 420 c.p.c., come modificato dall’art 31 comma 4 della legge 4 novembre 2010, n. 183, formula alle parti una proposta transattiva. Tale tentativo può essere rinnovato in qualunque momento della controversia (art. 185 c.p.c.).
La mancata comparizione delle parti o il rifiuto della proposta transattiva del Giudice senza giustificato motivo costituiscono comportamento valutabile dal Giudice ai fini del giudizio.
Le parti hanno la facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale, il quale, però, deve essere a conoscenza dei fatti della causa; la mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti di causa è valutata dal Giudice ai fini della decisione.
La procura deve essere conferita con atto pubblico (art. 2699 c.c.) o scrittura privata autenticata (art. 2703 c.c.) e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare e transigere la controversia.
L'interrogatorio libero delle parti non è un mezzo di prova, in quanto non è preordinato a provocare la confessione, bensì semplicemente a chiarire i termini della controversia ed a rendere possibile il tentativo di conciliazione. Esso costituisce un adempimento doveroso per il Giudice, ma la sua omissione non determina alcuna sanzione di nullità che si rifletta sulla validità della sentenza, né può costituire motivo di impugnazione in sede di legittimità.
Dalle dichiarazioni rese, così come dal rifiuto della parte di sottoporvisi, il giudice può trarre elementi chiarificatori e sussidiari del proprio convincimento.
Se la conciliazione riesce viene redatto un processo verbale con efficacia di titolo esecutivo.
Se la conciliazione non riesce, il Giudice, valutate le eccezioni preliminari di rito e pregiudiziali di merito (giurisdizione, competenza, improponibilità dell'azione per decadenza, prescrizione estintiva) può ritenere la causa matura per la decisione; in tale ipotesi, il Giudice invita le parti alla discussione e pronuncia la sentenza.
Se, invece, occorre istruire la causa, il Giudice decide se ammettere i mezzi di prova già proposti dalle parti nei rispettivi atti, nonché quelli che le parti non abbiano potuto proporre prima, se ritiene che siano rilevanti.
L’assunzione delle prove può avvenire nella stessa udienza, ma usualmente il Giudice rinvia tale incombente ad un’udienza successiva.
Rispetto al rito ordinario, il Giudice del Lavoro ha poteri più ampi, anche sotto l’aspetto istruttorio. Egli può, ad esempio, ordinare d’ufficio l’esibizione di documenti, accedere al luogo di lavoro, chiedere informazioni ai sindacati, disporre l’ammissione di qualsiasi mezzo di prova, ridurre le liste testimoniali.
Esaurita l’istruttoria, il Giudice può fissare un’udienza di discussione, anche concedendo alle parti un termine per il deposito di eventuali note difensive.
La discussione è orale.
Al termine della discussione, il Giudice pronuncia la sentenza, dando immediata lettura del dispositivo (c.d. principio di concentrazione) in pubblica udienza a pena di nullità della sentenza.
Per i processi instaurati dal 25 giugno 2008, la nuova normativa ha introdotto l'obbligo per il Giudice di esporre contestualmente alla lettura del dispositivo anche le ragioni di fatto e di diritto della decisione, prevedendo, solo in caso di particolare complessità della controversia, la possibilità di fissare nel dispositivo un termine, non superiore a 60 giorni, per il deposito della sentenza.
Il Giudice, in ogni stato del giudizio, può disporre con ordinanza il pagamento delle somme non contestate.
Il Giudice può anche ordinare nel corso del processo il pagamento di una somma a titolo provvisorio (o provvisionale), quando ritiene accertato il diritto e nei limiti della quantità per la quale considera raggiunta la prova.
La legge prevede, per l'emissione dell'ordinanza di pagamento delle somme non contestate, l'istanza di parte senza alcuna specificazione, il che significa che essa deve essere emessa anche se a formularla è il datore di lavoro.
Per quanto riguarda la provvisionale, invece, è ammessa solo l'istanza del lavoratore.
Le ordinanze costituiscono titolo esecutivo; quella relativa alla provvisionale può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Questi provvedimenti non sono appellabili, trattandosi di ordinanze riesaminabili dal giudice nel corso del procedimento; prive del carattere della decisorietà non sono assimilabili alla sentenza di condanna.
Contro le sentenze pronunciate dal Tribunale la parte soccombente può proporre appello.
La competenza a decidere in secondo grado spetta alla Corte d’Appello.
L’appello si propone con ricorso, che deve essere depositato nella Cancelleria della Corte d'Appello competente:
nel termine di 30 giorni se la sentenza è stata notificata (c.d. termine breve)
o, in caso contrario, entro un anno dalla pubblicazione (c.d. termine lungo).
Se non viene proposto appello nei termini la sentenza di primo grado passa in giudicato.
La tempestività dell’appello va riscontrata con riferimento alla data del deposito del ricorso in appello presso la Cancelleria del Giudice di secondo grado, e non a quella della successiva notificazione del ricorso stesso e del decreto di fissazione dell’udienza.
Il ricorso deve contenere le stesse indicazioni previste per la proposizione della domanda in primo grado, nonché la specifica indicazione dei motivi dell'impugnazione.
Il Presidente della Corte, entro 5 giorni dalla data di deposito del ricorso, nomina il Consigliere Relatore e fissa con decreto, nel termine ordinatorio di 60 giorni dalla stessa data, l'udienza di discussione, dandone comunicazione all'appellante.
Ricorso e decreto vanno notificati alla controparte appellata nel termine ordinatorio di 10 giorni.
Tra la data di notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza all’appellato e quella dell'udienza deve intercorrere un termine perentorio non minore di 25 giorni, a pena di nullità del ricorso.
La costituzione in giudizio dell’appellato deve avvenire almeno 10 giorno prima dell'udienza di discussione con il deposito in Cancelleria della memoria difensiva e del fascicolo.
In grado d'appello non è ammesso il mutamento delle domande originarie formulate in primo grado, né l'introduzione di domande nuove o nuove eccezioni. Non sono ammessi neppure nuovi mezzi di prova, salvo che il Collegio li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa.
Nell'udienza di discussione:
il Giudice Relatore fa la relazione, ovvero riassume i termini della controversia;
le parti discutono oralmente la causa;
il Collegio decide dando lettura del dispositivo nell’udienza stessa.
Se la Corte ammette nuove prove, fissa altra udienza per l'assunzione delle prove stesse e la pronuncia della sentenza. L'assunzione deve avvenire da parte del Collegio (e non del solo relatore), a pena di nullità.
Le pronunce in grado d'appello possono essere impugnate con ricorso per cassazione secondo i principi generali in tema di impugnazioni.
Le sentenze, sia quando pronunciano condanna a favore del lavoratore, sia quando sono favorevoli al datore di lavoro, sono immediatamente esecutive.
L’esecutività ha carattere provvisorio e può essere sospesa con ordinanza dal giudice d’appello:
quando l’esecuzione potrebbe comportare gravissimo danno al datore di lavoro (se ad agire è il lavoratore);
quando ricorrono gravi motivi e l’esecuzione è già iniziata (se ad agire è il datore di lavoro).
Il lavoratore può avviare l’esecuzione anche in base al solo dispositivo della sentenza, possibilità che è, invece, preclusa al datore di lavoro.
Come anticipato, la riforma del 2012 ha introdotto un nuovo procedimento che si affianca al rito del lavoro disciplinato dal codice di procedura civile al fine di ridurre tempi di risoluzione di alcune categorie di controversie che impongono una particolare celerità.
Infatti, tale procedimento riguarda esclusivamente le cause relative ai licenziamenti per i quali, se illegittimi, si applicano le sanzioni previste dall’art. 18 Statuto lavoratori, anche quando la decisione sul licenziamento presuppone la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro. Esso è applicabile a tutte le controversie instaurate dopo il 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della riforma.
Il nuovo rito è caratterizzato, come il rito del lavoro ordinario, da tre differenti gradi di giudizio (rispettivamente davanti al Tribunale, alla Corte d’appello e alla Corte di Cassazione), ma ciascuna di queste di queste fasi è caratterizzata da alcune peculiarità.
Il giudizio di primo grado è a sua volta caratterizzato da due fasi, una necessaria ed una solo eventuale.
La prima fase, improntata alla maggiore speditezza, si introduce con ricorso davanti al Tribunale in funzione di Giudice del Lavoro. Tale atto può essere molto sintetico: può, infatti, limitarsi a descrivere le circostanze di fatto e gli elementi di diritto senza necessariamente contenere l’indicazione in modo completo delle istanze istruttorie e la produzione di tutti i documenti. Inoltre, non prevede preclusioni per eventuali istanze successive.
Come visto, il ricorso deve essere depositato in tribunale entro 180 giorni dall’impugnazione (o 270 giorni per i licenziamenti intimati prima del 18 luglio 2012).
A seguito del deposito, l’udienza di comparizione deve essere fissata entro 40 giorni. Una volta fissata quest’ultima, il ricorrente deve notificare il ricorso presentato unitamente al decreto di fissazione dell’udienza entro 25 giorni prima dell’udienza medesima. Il convenuto deve invece costituirsi entro 5 giorni prima di essa.
Il procedimento deve svolgersi nel modo più rapido possibile: non sono dunque ammesse domande riconvenzionali o chiamate di terzi. Inoltre, il giudice, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d’ufficio.
Esso si conclude con un’ordinanza (che può essere di accoglimento o di rigetto) immediatamente esecutiva, che non può essere sospesa o revocata, se non con la sentenza emessa all’esito della seconda fase.
Alla fase appena descritta, può seguirne una seconda detta di opposizione, in quanto finalizzata ad ottenere una rivisitazione dell’ordinanza emessa nella fase precedente.
La struttura del giudizio della fase di opposizione è quella del rito del lavoro “ordinario” che si è descritto più sopra.
Essa si introduce quindi con ricorso da depositarsi presso il tribunale che ha emesso l’ordinanza entro 30 giorni dalla notifica o dalla comunicazione dell’ordinanza. L’atto deve contenere tutti i requisiti previsti dall’art. 414 c.p.c. e può contenere la deduzione di circostanze nuove non dedotte nella prima fase di giudizio oltre ad istanze istruttorie diverse.
Il ricorso, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza (che deve essere fissata entro 60 giorni dal deposito del ricorso stesso) deve essere notificato almeno 30 giorni prima dell’udienza stessa, al convenuto, il quale, a sua volta, deve costituirsi entro 10 giorni prima della medesima, con una comparsa di risposta ai sensi dell’art. 416 c.p.c.. Tale atto deve contenere anche l’eventuale chiamata di un terzo in causa. Qualora ciò avvenisse, il giudice deve fissare una nuova udienza entro 60 giorni e il terzo si deve costituire 10 giorni prima di essa. La memoria di costituzione può, invece, contenere una domanda riconvenzionale solo nel caso in cui essa si fondi su fatti costitutivi identici a quelli del licenziamento (in caso contrario, essa viene separata dal giudizio in corso).
Durante il procedimento, il giudice sente le parti e procede, omessa ogni formalità, agli atti di istruzione ammissibili, assegnando eventualmente un termine per note.
La fase si conclude con una sentenza che deve essere depositata entro 10 giorni dopo l’udienza di discussione e che è provvisoriamente esecutiva.
Il giudizio di secondo grado si propone avanti alla Corte d’appello, con reclamo: il deposito del ricorso deve avvenire entro 30 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza (o entro 6 mesi in assenza di esse). Quest’ultima può essere sospesa dalla Corte d’appello qualora ne ricorrano gravi motivi.
Tale atto, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza (che deve essere fissata entro 60 giorni dal deposito del ricorso) deve essere notificato almeno 30 giorni prima dell’udienza medesima. Il reclamato deve invece costituirsi almeno 10 giorni prima di essa.
Per quanto riguarda il procedimento, la Corte procede agli atti di istruzione ammessi, omettendo ogni formalità non essenziale per il contraddittorio. È necessario precisare che non sono ammessi nuovi mezzi di prova o nuovi documenti, salvo che non siano indispensabili oppure la parte dimostri di non aver potuto produrli prima.
Il giudizio si conclude con sentenza da depositarsi entro 10 giorni dall’udienza di discussione.
L’ultimo grado di giudizio deve essere proposto con ricorso alla Corte di Cassazione da depositarsi entro 60 giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della sentenza (o entro 6 mesi in assenza di esse), che può essere sospesa dalla Corte d’appello se sussistono gravi motivi.
La Cassazione fissa l’udienza entro 6 mesi dal deposito del ricorso e il procedimento segue il rito ordinariamente previsto dal codice di procedura civile.
Il 6 marzo 2015 è stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, il D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23, recante Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183.
Il D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 si applica esclusivamente ai lavoratori che rivestono la qualifica di operai, impiegati o quadri e, pertanto, non riguarda i dirigenti, che restano assoggettati alla disciplina previgente.
Ai licenziamenti regolamentati dalla disciplina di cui al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 non si applicano le disposizioni dei commi da 48 a 68 dell'art. 1 della legge 28 giugno 2012 n. 92 (c.d. Rito Fornero).
Conseguentemente, i licenziamenti intimati per giustificato motivo oggettivo nei confronti di lavoratori assunti con un contratto a tutele crescenti non devono essere preceduti dal tentativo di conciliazione di cui all’art. 7 della legge 15 luglio 1966 n. 604, come modificato dalla legge 28 giugno 2012 n. 92.
In base al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23, la tutela riservata al lavoratore – in caso di licenziamento – è differente, a seconda che l’assunzione sia avvenuta prima o a far data dal 7 marzo 2015.
In particolare, occorre operare una distinzione fra “nuovi” e “vecchi” assunti.
Sono soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 i c.d. “nuovi assunti”, vale a dire i lavoratori a tempo indeterminato assunti dal 7 marzo 2015, o il cui rapporto di lavoro – sempre a partire dal 7 marzo 2015 - sia stato convertito a tempo indeterminato dopo un periodo a tempo determinato, oppure stabilizzato in esito al positivo superamento di un periodo di apprendistato.
Sono altresì soggetti al nuovo regime di tutela i lavoratori assunti prima della data di entrata in vigore del D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 da aziende che, a tale data, occupavano fino a quindici dipendenti e che, in virtù delle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dopo, raggiungano in epoca successiva una dimensione occupazionale maggiore.
L’art. 6 del D.Lgs. 4 marzo 2015 n. 23 disciplina una nuova ipotesi di conciliazione, volta ad evitare il giudizio e ferma restando la possibilità per le parti di addivenire a ogni altra modalità di conciliazione prevista dalla legge.
II datore di lavoro può offrire al lavoratore, entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento, in una delle sedi di cui agli artt. 2113, quarto comma, c.c. e 76 D.Lgs. 10 settembre 2003 n. 276, un importo che non costituisce reddito imponibile fiscale, né previdenziale, di ammontare pari ad una mensilità della retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio mediante consegna al lavoratore di un assegno circolare.
Tale importo, previsto nel testo originario in misura non inferiore a due e non superiore a diciotto mensilità, è stato rideterminato dalla legge di conversione del D.L. 12 luglio 2018 n. 87 in una misura minima non inferiore a tre e non superiore a ventisette mensilità.
Tale importo è dimezzato per le aziende di piccole dimensioni e, in ogni caso, non può superare le sei mensilità.
L'accettazione dell'assegno da parte del lavoratore comporta l'estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia all’impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l'abbia già proposta.
Le eventuali ulteriori somme pattuite nella stessa sede conciliativa, a chiusura di ogni altra pendenza derivante dal rapporto di lavoro, sono soggette al regime fiscale ordinario.
In ogni caso in cui vi sia condanna al pagamento di somme di denaro in favore del lavoratore, il Giudice deve condannare il datore anche al pagamento degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, con decorrenza dal giorno di maturazione del diritto a quello di effettivo pagamento.
La disciplina dell'accesso all'impiego presso gli Enti soggetti al patto di stabilità è riconducibile alla materia dell'organizzazione amministrativa delle Regioni e degli enti pubblici regionali e rientra nella competenza esclusiva (residuale) delle Regioni, di cui all'art. 117, quarto comma, Cost. Questo criterio, a norma dell'art. 10 della l. cost. n. 3/2001, vale anche per le Province autonome. E' pertanto costituzionalmente illegittimo l'art. 1, comma 560, l. n. 296/2006, che, per le assunzioni di personale a tempo determinato, dispone di riservare, nel bando delle prove selettive, una quota non inferiore al 60% del totale dei posti programmati ai soggetti coi quali siano stati stipulati uno o più contratti di collaborazione coordinata e continuativa, esclusi gli incarichi di nomina politica, per la durata complessiva - al 29 giugno 2006 - di almeno un anno. (Corte Cost. 11/4/2008 n. 95, Pres. Bile Est. Mazzella, in Riv. it. dir. lav. 2008, con nota di Ilaria Milianti, "Alcuni punti fermi sui rapporti tra potestà legislativa dello Stato e delle Regioni in materia di lavoro pubblico", 494)
È costituzionalmente illegittimo in riferimento agli artt. 24, 111 e 113 Cost., l'art. 30 L. 6/12/71 n. 1034 (Istituzione dei tribunali amministrativi regionali), nella parte in cui non prevede che gli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda proposta a giudice privo di giurisdizione si conservino, a seguito di declinatoria di giurisdizione, nel processo proseguito davanti al giudice munito di giurisdizione. (Corte Cost. 12/3/2007 n. 77, Pres. Bile Rel. Vaccarella, in D&L 2007, 675)
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 69 c. 7 del d.lgs. 165/2001 nella parte in cui stabilisce la decadenza per le azioni relative a fatti anteriori al luglio 1998 che non siano state proposte al giudice amministrativo entro il 15 luglio 2000, in quanto un termine di decadenza di ventisei mesi non rende "oltremodo difficoltosa" la tutela giurisdizionale nel senso in cui deve essere letta la pertinente giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. n. 213/2005; n. 382/2005; n. 197/2006). (Cass. Sez. Un. 15/1/2007 n. 616, Pres. Ianniruberto Rel. Picone, in Lav. nelle P.A. 555)
È inammissibile, poiché non motivata in punto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 64, 1° e 2° comma, del D. Lgs. 30/3/01 n. 165 (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), sollevata, in riferimento agli artt. 24, 39, 101, 102, 111 Cost., nella parte in cui ritiene l'accordo- raggiunto dall'Aran e dalle organizzazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo circa l'interpretazione autentica o la modifica della clausola controversa- idoneo ad incidere sulla controversia già insorta davanti al giudice, imponendosi con efficacia retroattiva al giudice stesso e configurandosi come interferenza di un potere normativo in un processo in corso. (Corte Cost. 5/6/2003 n. 199, Pres. Chieppa Rel. Vaccarella, in D&L 2003, 577)
Non è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. dell'art. 58, all. A, RD 8/1/31 n. 148 (Coordinamento delle norme sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro con quelle sul trattamento giuridico economico del personale delle ferrovie, tramvie e linee di navigazione interna in regime di concessione), che demanda alla cognizione del Giudice amministrativo anziché a quello ordinario in funzione del Giudice del lavoro le controversie concernenti la legittimità di sanzioni disciplinari comminate ai dipendenti di aziende autoferrotranviarie. Infatti la delegificazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle aziende esercenti un servizio di trasporto (di cui alla L. 270/88), la soppressione delle funzioni amministrative relative alla nomina dei consigli di disciplina e la generale privatizzazione del settore ferroviario rendono disorganico, disomogeneo e non unitario il criterio del riparto di giurisdizione relativo alla materia disciplinare degli autoferrotranvieri, con ciò vanificando i presupposti del criterio di specialità normativa e rendendo irrazionale ed ingiustificato il sistema di riparto attuale. (Trib. Milano 19/12/2002, ord., Est. Chiavassa, in D&L 2003, 447)
E' manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 58, secondo comma, R.D. 8 gennaio 1931, n. 148, all. A, laddove, quale norma speciale, continua a devolvere alla giurisdizione amministrativa la cognizione dei ricorsi contro i provvedimenti disciplinari concernenti gli autoferrotranvieri, nonostante la intervenuta devoluzione della materia del pubblico impiego al giudice ordinario. Più in particolare, la situazione di incoerenza tra la giurisdizione in materia di provvedimenti disciplinari nei confronti di tutti gli altri lavoratori, sia pubblici che privati, attribuita invece al giudice ordinario, costituisce effetto di una scelta discrezionale del legislatore, la quale non si rende sindacabile dalla Corte Costituzionale neppure quando faccia sì che una disposizione legislativa smarrisca la sua ratio originale, purché la mancanza di coerenza non sia tale (come nel caso di specie non si verifica) da sacrificare interessi costituz