Source: https://avvocatomercuri.com/trasferimento-del-lavoratore-convivente-con-il-familiare-disabile/
Timestamp: 2019-10-21 09:17:13+00:00
Document Index: 151089609

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'sentenza ']

Trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile - Avvocato Walter Mercuri
Avvocato Walter MercuriArticoliSTATO DELLA PERSONATrasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile
E’ vietato il trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile anche se la disabilità del familiare che assiste non si configura come grave. Invero la disposizione dell’art. 33, comma 5, della legge n. 104 del 1992, laddove vieta di trasferire, senza il consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile. Pertanto il trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile è vietato anche quanto la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configura come grave. Viceversa il trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile può essere attuato dal datore di lavoro qualora, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare disabile, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.
Questo è quanto si evince della sentenza n. 12729 della Corte di Cassazione, Sez. L., del 19.05.2017.
La vicenda riguarda un tecnico di laboratorio che era stato trasferito presso un struttura diversa rispetto a quella vicina alla propria residenza. Pertanto lo stesso aveva adito il tribunale per ottenere la declaratoria di illegittimità del provvedimento aziendale con il quale era stato trasferito dal poliambulatorio dove prestava servizio al presidio distante 5 chilometri e, conseguentemente, la reintegrazione nel posto di lavoro precedentemente occupato.
Il tribunale aveva rigettato la domanda. La sentenza del giudice di primo grado veniva confermata in appello.
La Corte di Appello, infatti, aveva ritenuto che il datore di lavoro aveva ampiamente dimostrato le esigenze organizzative, in ragione della chiusura del servizio di radiologia presso il poliambulatorio e la vacanza del posto di capo tecnico presso il presidio.
Avverso tale sentenza, la ricorrente (tecnico di laboratorio) proponeva ricorso per cassazione, con il quale deduceva, tra l’altro, il vizio di omessa pronuncia avendo la sentenza impugnata, in maniera implicita, ritenuto insussistente in fatto che la ricorrente prestasse assistenza al familiare disabile (nella specie la madre) e fosse come tale inamovibile in mancanza di suo consenso, in considerazione della cura e dell’assistenza da prestare al familiare con lei convivente.
La Suprema corte ha confermato la sentenza impugnata, sulla base del consolidata interpretazione dell’art. 33, comma 5, della legge 104 del 1992, il quale stabilisce che “il lavoratore che assiste la persona con handicap ha diritto di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede”.
Invero gli ermellini hanno ribadito che la citata disposizione, laddove vieta di trasferire, senza il consenso, il lavoratore che assiste con continuità un familiare disabile convivente, deve essere interpretata in termini costituzionalmente orientati in funzione della tutela della persona disabile. Pertanto il trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile è vietato anche quanto la disabilità del familiare, che egli assiste, non si configura come grave. Viceversa il trasferimento del lavoratore convivente con il familiare disabile può essere attuata dal datore di lavoro qualora, a fronte della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare disabile, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.
Pertanto la Cassazione ha ritenuto che nella sentenza dalla Corte di Appello non è ravvisabile il vizio denunciato di non aver tenuto conto della situazione personale della ricorrente, in relazione all’assistenza prestata, atteso che il giudice di seconde cure ha ritenuto sussistenti effettive esigenze aziendali in virtù del venir meno del posto in cui la lavoratrice era in precedenza assegnata.