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Timestamp: 2020-01-21 14:16:00+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

La ristampa dell’edizione italiana di "ECTS - Guida per l'utente" (disponibile anche in formato cartaceo), la pubblicazione curata dall'Agenzia LLP Italia in collaborazione con il MIUR, fornisce le linee guida per l'adozione del sistema ECTS (European Credit Transfer System - Sistema europeo per l'accumulazione e il trasferimento dei crediti) e che contiene i documenti base del sistema. Indirizzata a studenti, corpo docente e personale amministrativo degli istituti italiani d'Istruzione Superiore, la pubblicazione ha la particolarità di essere calata nella realtà ormai effettiva dello Spazio europeo dell'Istruzione Superiore entrato in vigore ad aprile del 2010 (la precedente edizione è di marzo 2010).
Affrontare la mobilità internazionale degli studenti con opportuni strumenti di trasparenza è sempre stato lo scopo del Programma Erasmus. L'adozione del Sistema di accumulazione e trasferimento dei crediti rappresenta, tuttavia, ancora un problema per sistemi d'istruzione superiore differenti. Per tale motivo il Team Italiano degli Esperti di Bologna ha ritenuto utile aggiornare la precedente versione (marzo 2010) della pubblicazione e consegnarla a chi negli Istituti italiani lavora per migliorare la qualità della mobilità.
(Fonte: D. Gentilozzi, rivistauniversitas 18-10-2012)
La legge Gelmini, all’art. 25, prevede solo l’abolizione del biennio opzionale di cui all’art. 16 del decreto legislativo 30 Dicembre 1992, n. 503. La legge Moratti, all’art. 1, comma 17, dispone che “il limite massimo di età per il collocamento a riposo è determinato al termine dell'anno accademico nel quale si è compiuto il settantesimo anno di età, ivi compreso il biennio di cui all’art. 16 appena richiamato”. Dalla lettura delle disposizioni citate si deduce che l’inserimento nel comma 17 della frase “ivi compreso il biennio opzionale” si è reso necessario perché, in sua mancanza, i professori che avessero richiesto di utilizzare il biennio opzionale sarebbero andati in pensione a 72 anni (70 anni come limite di età per il collocamento a riposo, più il biennio opzionale). Si può pertanto affermare che la legge Moratti, con la normativa del comma 17, dispone che l’età di collocamento a riposo per i docenti universitari è di 70 anni: di conseguenza i professori che optano per il regime di cui al comma 17, in applicazione del comma 19 della stessa legge, andranno in pensione a 70 anni.
Quanto sopra è pienamente confermato dalla sentenza del TAR Campania sez. II (n. 915 del 15/02/2010) e da due sentenze del TAR Lombardia sez. I (n. 5295 del 2009 Reg. Sen. e n. 46/2010 Reg. Sen.). Dalla lettura della sentenza n. 5295/2009 si ricava che il nostro Ministero si era pronunciato negativamente (cioè limite massimo di 68 anni per l’età di pensionamento), con nota del 14/10/2008. Si precisa che l’opzione di cui al comma 19 è esercitabile in qualunque momento.
(Fonte: A. Liberatore, segretario nazionale dell’USPUR, 17-10-2012)
L’italiano, come la maggioranza delle lingue europee, rischia di scomparire da Internet, anche se la sua presenza in rete è tutt’altro che marginale. A dirlo è il rapporto ‘La lingua italiana nell’era digitale’ dell’Istituto di linguistica computazionale del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ilc-Cnr), parte della ricerca Meta-Net cui hanno lavorato più di 200 esperti. “La percentuale di pagine web in italiano a livello mondiale è raddoppiata passando dall’1,5% nel 1998 al 3,05% nel 2005”, spiega Nicoletta Calzolari dell’Ilc-Cnr. “È stato stimato che nel 2004 in tutto il mondo ci fossero 30,4 milioni di parlanti italiani online. Al di fuori dei confini dell’Unione Europea, parlano italiano 520.000 americani, 200.000 svizzeri e 100.000 australiani. Il numero di navigatori italiani negli ultimi cinque anni è però rimasto stabile, mentre il numero di quelli dei paesi in via di sviluppo aumenta notevolmente. Pertanto la proporzione di coloro che parlano la nostra lingua subirà una forte diminuzione e potremmo andare incontro a un rischio di sotto-rappresentazione, specialmente in confronto all’inglese”. Secondo i dati raccolti dai ricercatori, la penetrazione del web in Italia si attesta al 51,7%, con 30 milioni di internauti (circa il 6,3% di quelli dell’Ue) su 58 milioni di cittadini: la loro crescita è stata del 127,5% tra il 2000 e il 2010.
(CNR Comunicato stampa 79/2012. 16-10-2012)
La Società italiana di fisica (Sif) esprime stupore e preoccupazione per la sentenza che condanna in primo grado ì componenti, nel 2009, della commissione Grandi rischi. La Sif ricorda con dolore le vittime del terremoto e si sente vicina ai loro parenti. Il dolore per le vittime e le distruzioni non possono però giustificare una sentenza che appare, sulla base di tutte le conoscenze scientifiche disponibili, un grave errore. L'Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico, ma è anche un Paese che può contare su scienziati, sismologhi, geofisici e ingegneri di eccellenza mondiale, su strutture di ricerca e monitoraggio di avanguardia quali Ringv e l'Eucentre di Pavia. La letteratura scientifica internazionale è unanime nell'affermare che la previsione deterministica delle scosse sismiche, anche nel corso di una sequenza come quella del 2009, è, allo stato delle conoscenze, impossibile. La sismologia non è una scienza esatta. Nessuno scienziato può rispondere alla domanda di dove e quando una pericolosa scossa potrà colpire. L'unica possibile mitigazione del rischio sismico è legata alla prevenzione e alla definizione delle normative corrispondenti. E, invece, diritto-dovere fondamentale degli scienziati la comunicazione trasparente e sincera dei risultati delle loro ricerche e dei limiti che questi hanno, al pubblico e alle autorità responsabili. Il dubbio è una caratteristica della scienza. Nessuno scienziato abituato a operare col metodo scientifico potrà mai esprimere conclusioni non supportate da dati scientifici rigorosi. La condanna inflitta all'Aquila è quindi anche una condanna del metodo scientifico. La gran parte degli scienziati italiani, nell'ambito delle loro istituzioni, continuerà nell'impegno quotidiano di servizio alla società, ma certamente in maniera meno serena, col timore di condanne per non aver detto quello che non possono dire.
(Fonte: L. Cifarelli, Presidente Società italiana di fisica, lettera al Corsera 25-10-2012)
Dei 60 milioni di persone che vanno a lavorare all’estero nei paesi OCSE circa un terzo ha una laurea. Se si considerano solo i ricercatori, in media il 40% va a lavorare in un paese diverso da quello in cui è stato educato. Percentuale che sale al 50% se si considerano gli scienziati più citati. Per comprendere davvero un fenomeno occorre quantificarlo, misurarlo. E anche se la statistica spesso spaventa, la percentuale più semplice e significativa è la differenza tra ricercatori in entrata (educati in un altro paese), rispetto a quelli in uscita: il bilancio del talento. Ed è questo bilancio, che per l’Italia è in forte perdita, a darci le proporzioni della “fuga”: 3% in ingresso contro il 16.2% in uscita, ovvero un deficit che segna -13%. Le percentuali sono invece in pareggio, come per la Germania, positive – clamorose Svizzera e Svezia, ampiamente oltre il +20%, abbastanza bene Regno Unito (+7.8%) e Francia (+4.1%) – oppure in perdita assai più lieve, come la Spagna circa al -1% (7.3%-8.4%). Per trovare un bilancio nettamente peggiore dell’Italia dobbiamo, infatti, prendere in considerazione l’India, con meno dell’1% di ricercatori stranieri in ingresso contro quasi il 40% in fuga. E quanti di questi talenti fanno ritorno, dopo un’esperienza all’estero, nel loro paese? Per l’Italia è presto detto: il programma di rientro intitolato a Rita Levi Montalcini ha consentito il reclutamento di poche centinaia di ricercatori che si trovavano all’estero, in circa un decennio, un recupero di pochi punti percentuali di un esodo che invece è probabilmente superiore ai diecimila ricercatori in uscita. Nel resto dei paesi nostri concorrenti, almeno la metà dei ricercatori che fanno un’esperienza di lavoro all’estero, poi ritorna e trova una collocazione in patria. Si stenta a credere a questi numeri, anche perché è molto difficile ottenere dei dati, ma basta pensare che una recente ricerca ha censito quasi ventimila ricercatori italiani negli Stati Uniti, e si stima ce ne siano circa altrettanti in tutta Europa. Una recente indagine tra migliaia di ricercatori “mobili” in Europa ha dato un risultato per nulla sorprendente: la motivazione principale di chi ha cercato un’esperienza all’estero e la spinta maggiore a non fare ritorno è la mancanza di opportunità
Si stenta a credere a questi numeri, anche perché è molto difficile ottenere dei dati, ma basta pensare che una recente ricerca ha censito quasi ventimila ricercatori italiani negli Stati Uniti, e si stima ce ne siano circa altrettanti in tutta Europa. Una recente indagine tra migliaia di ricercatori “mobili” in Europa ha dato un risultato – almeno per me – per nulla sorprendente: la motivazione principale di chi ha cercato un’esperienza all’estero e la spinta maggiore a non fare ritorno è la mancanza di opportunità.
(Fonti: P. Valente, roars 21-10-2012. C. Franzoni C. et al., “Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries”, maggio 2012)
La seguente tabella è riprodotta parzialmente da http://spectrum.ieee.org/at-work/tech-careers/the-global-brain-trade
La conoscenza non ha frontiere. Il mercato globale per l'eccellenza dei talenti è estremamente competitivo. L'Europa non può permettersi di perdere i suoi migliori ricercatori e docenti, e guadagnerebbe enormemente se riuscisse ad attrarre talenti da altre parti del mondo. Ridurre il finanziamento disponibile per la ricerca di eccellenza vuol dire un minor numero di ricercatori preparati. Se ci fosse una seria riduzione del budget per la ricerca e l'innovazione da parte dell'Unione europea, rischieremmo di perdere una generazione di scienziati di talento proprio nel momento in cui l'Europa ne ha più bisogno. Da questo punto di vista il Consiglio europeo della ricerca (Erc) ha ottenuto in brevissimo tempo un riconoscimento universale. Finanzia i migliori ricercatori in Europa indipendentemente dalla loro nazionalità: scienziati eccellenti, progetti eccellenti. È un complemento di grande valore ai finanziamenti nazionali per la ricerca di base. Il finanziamento della ricerca a livello europeo agisce da catalizzatore per un uso migliore delle risorse disponibili e rende i finanziamenti nazionali più efficienti ed efficaci. Queste risorse europee sono estremamente preziose e hanno dimostrato di essere in grado di produrre benefici essenziali per la scienza europea, di aumentare il ritorno a livello nazionale per la società e di migliorare la competitività internazionale. È essenziale che si dia sostegno e, ancora più importante, ispirazione a livello pan-europeo alla straordinaria ricchezza di potenziale in ricerca e innovazione che esiste in tutta Europa. Siamo convinti che anche i ricercatori più giovani faranno sentire la loro voce — e Voi dovreste ascoltare quello che hanno da dire.
La nostra domanda per Voi, capi di Stato o di governo e Presidenti che si incontreranno a Bruxelles il 22 e 23 novembre per discutere del budget della Ue per il periodo 2014-2020, è semplice: quando l'accordo per il futuro budget europeo sarà annunciato, quale ruolo avrà la scienza nel futuro dell'Europa?
(Fonte: Corsera 23-10-2012. Appello firmato dai vincitori di Premi Nobel e Fields Medals)