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Timestamp: 2018-09-22 00:29:57+00:00
Document Index: 40916122

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'Cass. Sez. ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2050', 'art. 2048', 'art. 2051']

Se il vaso viene gettato dal balcone: la responsabilità
6 gennaio 2017 | Autore: Edizioni Simone
> L’esperto Pubblicato il 6 gennaio 2017
Si applica l’art. 2051 c.c. nel caso in cui la cosa sia utilizzata da un soggetto quale mezzo diretto a cagionare danno ad altri?
Si tratta dell’ipotesi in cui un soggetto utilizzi il bene di cui ha la custodia al solo fine di recare volontariamente danno ad altri; si pensi, ad esempio, a lesioni arrecate volontariamente ad un odiato vicino a mezzo di un vaso gettato dal balcone.
Orbene è pacifica in questo caso sia in giurisprudenza (Cass. Sez. Un. 28 luglio 1954, n 2759; Cass. 21 aprile 1969, n. 1266) sia in dottrina (Bianca) l’esclusione dal raggio applicativo della disposizione in commento. Infatti, in queste ipotesi in cui le cose costituiscano meri strumenti materiali dell’atto dannoso va piuttosto fatta applicazione della disciplina dell’art. 2043 c.c., con tutte le conseguenze in tema di onere della prova, del fatto illecito comprensivo dell’elemento soggettivo, del nesso di causalità e dei danni subiti senza alcun privilegio probatorio per il danneggiato.
Va rimarcato al riguardo come la giurisprudenza maggioritaria abbia tradizionalmente rinvenuto una profonda differenza strutturale tra le due norme de quibus, qualificando l’art. 2043 quale norma impositiva di un obbligo generale di astensione da atti idonei ad arrecare danni a terzi – ossia, di un non agere —, e, viceversa, l’art. 2051 c.c. quale norma diretta all’imposizione al custode della res di un dovere giuridico positivo — e cioè, di un agere —, che si concreta in un costante controllo sul bene e nell’adozione delle misure idonee alla neutralizzazione della potenziale offensività dello stesso (in questo senso, ex plurimis, Cass. 15 dicembre 1975, n. 4124; in senso parzialmente difforme, Cass. 22 maggio 1982, n. 3134 secondo cui l’ipotesi prevista dall’art. 2051 differisce da quella di cui all’art. 2043 esclusivamente in ragione della particolare intensità del dovere di vigilanza e di precauzione imposto a chi sia munito di un effettivo potere fisico sulla cosa).
Invece, alcuna dottrina (all’esito di una nuova concezione della funzione della responsabilità aquiliana da meramente sanzionatoria a riparatoria), è giunta a distinguere le disposizioni in questione non più sotto il profilo strutturale, bensì dal punto di vista sistematico della opzione legislativa di svincolare in talune ipotesi — ivi compresa la fattispecie del danno da cose in custodia — l’affermazione della responsabilità dall’aggettivazione del comportamento del danneggiante (Franzoni, Pugliatti).
Epperò l’affermazione appena fatta riguarda solo la generalità dei casi, non potendosi escludere l’applicabilità di altre disposizioni di legge in alcune ipotesi particolari. Invero l’art. 2051 c.c. è stato applicato nel caso di lesioni prodotte alla vittima da lancio di sassi da un sovrappasso ancora nella disponibilità della società costruttrice della strada, per la quale ultima è stata ritenuta la responsabilità del custode per non aver questi provato né che il lancio di sassi era stato opera di un terzo né che tale azione era inevitabile (Trib. Verona, 17 gennaio 1992).
Ancora, l’utilizzo di oggetti per danneggiare altri può essere sussunto anche sotto altre disposizioni, quale ad esempio l’art. 2050 c.c., secondo cui è pericolosa non solo l’attività così qualificata dalle leggi di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali, bensì anche quella che, per sua stessa natura, per le caratteristiche dei mezzi adoperati, o per la spiccata sua potenzialità offensiva, comporti la rilevante possibilità del verificarsi di un danno. Orbene, se il gioco del calcio in sè non può considerarsi pericoloso, più rigida valutazione va compiuta riguardo all’organizzazione di un incontro di calcio professionistico. Muta, infatti, radicalmente il quadro d’insieme, che, pur avendo il suo nucleo nel gioco sportivo intorno al pallone, si sviluppa e si amplifica ben oltre tale ambito. La spiccata conflittualità che si viene frequentemente a creare fra i tifosi delle due squadre in competizione — e che ha gradualmente imposto l’adozione di misure sempre più severe al fine di prevenirne o quanto meno ridurne le conseguenze lesive — è purtroppo talmente scontata da doversi ritenerne altamente prevedibile. È sufficiente riflettere al crescendo di violenze adiacenti, per pervenire alla conferma del convincimento sulla intrinseca pericolosità dell’organizzazione agonistica di un incontro calcistico, nel corso della quale le intemperanze giovanili si manifestano con una virulenza sconosciuta ad altri settori sportivi.
Le svolte considerazioni prescindono dalla puntuale riflessione che individua la ratio delle diverse previsioni di presunzione di responsabilità di cui agli art. 2048-2054 c.c. nella necessità, fatta propria dal legislatore, di bilanciare contrapposti interessi meritevoli di tutela favorendo, sia sul piano sostanziale che processuale, le posizioni più deboli; peraltro in tale ottica, valutata la qualità degli interessi in gioco (quello all’integrità fisica degli spettatori, da una parte, quello economico degli organizzatori, dall’altra) la bilancia pende indubbiamente verso i primi, esposti al rischio di subire lesioni alla persona nel corso della partita, per assistere alla quale hanno corrisposto all’ente organizzatore il prezzo, certo non da poco, del biglietto d’ingresso allo stadio (App. Milano, 18 maggio 2001).
In conclusione: L’art. 2051 c.c., secondo il concorde orientamento giurisprudenziale e dottrinale, non è in linea generale applicabile laddove la cosa custodita venga ad assumere un ruolo essenzialmente strumentale nell’ambito di un’azione umana volta a cagionare un danno.