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Timestamp: 2018-06-24 03:17:35+00:00
Document Index: 175890385

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 823', 'art.21', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 29', 'art. 44', 'art.6', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 3', 'art. 20']

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nuova pagina -Legge 241 /90 -Articolo 21 quinques-autotutela decisoria – brevi cenni.
Articolo 21 quinques Legge 241 /90 –
3. Nei casi in cui il silenzio dell’amministrazione equivale ad accoglimento della domanda, l’amministrazione competente può assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies. Art. 21 (Disposizioni sanzionatorie)
2-bis. Restano ferme le attribuzioni di vigilanza, prevenzione e controllo su attività soggette ad atti di assenso da parte di pubbliche amministrazioni previste da leggi vigenti, anche se è stato dato inizio all’attività ai sensi degli articoli 19 e 20.
(comma aggiunto dall’articolo 3, comma 6-nonies, legge n. 80 del 2005)
CAPO IV-bis – EFFICACIA ED INVALIDITÀ DEL PROVVEDIMENTO AMMINISTRATIVO. REVOCA E RECESSO
(capo introdotto dall’articolo 14 della legge n. 15 del 2005)
Tratto da rif.www.Bosetti & Gatti.com – articolo 21 quinques Legge n. 241 del 1990
http://www.bosettiegatti.com/info/norme/…/1990_0241.htm -(comma introdotto dall’articolo 3-quinquies della legge n. 273 del 1995) ( articolo già sostituito dall’articolo 9 della legge n. 340 del 2000) Art. 21-quater: (Efficacia ed esecutività del provvedimento).
Voce (Autotutela, in Enciclopedia del diritto, 1959) l’autotutela è una delle tre manifestazioni della pubblica amministrazione ( p.a.), accanto all’autonomia ed all’autarchia.L’autotutela identifica la “capacità di farsi giustizia da sé” e quindi di esercitare la propria competenza “fino alla sua più esatta e completa realizzazione”. Cioè, la p.a. ha la possibilità di risolvere i conflitti, attuali o potenziali, con altri soggetti, in relazione ai suoi provvedimenti o alle sue pretese, senza necessità di ricorrere al giudice per il processo di esecuzione o di cognizione Evidentemente, è fatto salvo il sindacato giurisdizionale sull’attività di autotutela.
La nozione di autotutela è impiegata anche “in altri settori del diritto: l’autotutela privata, l’autotutela sindacale, l’autodichia e l’autotutela conosciuta dal diritto internazionale. Tuttavia, si può dire che, indipendentemente da come si intenda ciascuna di queste espressioni, esse sembrano avere almeno un carattere in comune: ciascuna di esse designa il potere di un soggetto di fare a meno del giudice, di esercitare un potere normalmente riservato al giudice” .
L’autotutela può essere definita anche come “la capacità riconosciuta dall’ordinamento all’amministrazione di riesaminare criticamente la propria attività. in vista dell’esigenza di assicurare il più efficace perseguimento dell’interesse pubblico, ed eventualmente correggerla mediante l’annullamento o la revoca di atti ritenuti illegittimi. Il suo fine è quello di realizzare l’interesse pubblico e non di garantire al cittadino un ulteriore mezzo di difesa oltre a quelli assicurati dal sistema di tutela amministrativa; in nessun caso, quindi, essa può essere confusa con la tutela” (Quaranta). .
– decisoria, attuata attraverso l’emanazione di una decisione amministrativa con cui la P.A. può riesaminare, annullare e rettificare gli atti dalla stessa adottati;
– esecutiva, attuata mediante il complesso di attività volte a porre in esecuzione ed attuare le decisioni già adottate dall’amministrazione. Ad esempio, pensiamo all’ordine di rilascio ai sensi dell’art. 823, comma 2, cod. civ., quale provvedimento di autotutela esecutiva che l’amministrazione è tenuta ad adottare per rientrare in possesso di un bene demaniale abusivamente detenuto da un privato.
L’autotutela esecutiva deve essere attribuita alla p.a. da una disposizione di legge specifica che le consente di poter agire in via immediata e diretta per attuare i propri provvedimenti. L’art.21 ter della legge 241 detta solo una disposizione generale:
La cosiddetta esecutorietà del provvedimento amministrativo ” vecchio idolum della nostra dottrina, è ricondotta, secondo l’impostazione più moderna, totalmente al principio di legalità. Laddove un provvedimento amministrativo produca obblighi o limitazioni nella sfera giuridca di terzi, segnatamente nei casi in cui esso imponga un facere ai destinatari, può essere eseguito coattivamente, soltanto laddove questo è previsto dalla legge” (V. CERULLI IRELLI).
Invece, l’autotutela decisoria si fonda sull’art. 97 della Costituzione ed in teoria non avrebbe bisogno di una disposizione legislativa ad hoc per potere essere esercitata. L’annullamento d’ufficio del provvedimento viziato “costituisce una delle più tipiche espressioni del potere di autotutela, tradizionalmente considerato insito nella medesima potestà autoritativa che ha legittimato l’adozione dell’atto da rimuovere, ed è stato da sempre ritenuto valido, anche quando non era previsto dal diritto positivo, in quanto finalizzato alla eliminazione di un atto illegittimo ed alla contestuale soddisfazione di un interesse pubblico, preminente su quello privato, alla conservazione del provvedimento. In mancanza di una disciplina legislativa specifica dell’esercizio dell’autotutela, la giurisprudenza si è preoccupata di definire i limiti, i presupposti e le condizioni di legittimità dell’annullamento d’ufficio, giungendo alla concorde conclusione che esso innanzitutto non può fondarsi sulla mera esigenza di ripristino della legalità, ma deve dare conto, nella motivazione, della sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla rimozione dell’atto. Inoltre, l’esercizio dello jus poenitendi da parte dell’amministrazione incontra un limite insuperabile nell’esigenza di salvaguardare le situazioni di soggetti privati che, confidando nella legittimità dell’atto rimosso, hanno acquisito, in forza dello stesso, posizioni di vantaggio consolidate; infine, il decorso di un lasso temporale di diversi anni dall’adozione dell’atto rimosso, senza che l’amministrazione abbia apprezzato l’esistenza di un interesse pubblico attuale alla sua eliminazione, determina l’illegittimità dell’annullamento d’ufficio. I suddetti principi di matrice giurisprudenziale, sono stati, da ultimo, tradotti nella legge 4 febbraio 2005, n. 11” (TAR Puglia – Bari, Sez. I, sentenza 15 maggio 2008 n. 1157).
Il potere di annullare, revocare, convalidare e sospendere gli atti amministrativi è disciplinato dagli articoli 21 quater, quinquies e nonies della legge 241:
L’efficacia ovvero l’esecuzione del provvedimento amministrativo può essere sospesa, per gravi ragioni e per il tempo strettamente necessario, dallo stesso organo che lo ha emanato ovvero da altro organo previsto dalla legge. Il termine della sospensione è esplicitamente indicato nell’atto che la dispone e può essere prorogato o differito per una sola volta, nonché ridotto per sopravvenute esigenze.
(comma aggiunto dall’articolo 13, comma 8-duedevicies, legge n. 40 del 2007)
(comma aggiunto dall’articolo 12, comma 1-bis, legge n. 133 del 2008)
*Art. 21-nonies. (Annullamento d’ufficio)
E’ noto “che la legge 11.2.2005 n. 15, integrativa della legge 7.8.1990 n. 241, ha disciplinato, tra l’altro, istituti costituenti espressione del modo di esercizio dell’azione amministrativa, fino a quel momento solo laconicamente descritti in sintetiche ed ormai risalenti disposizioni normative; in tal modo, con riferimento agli istituti di autotutela ha provveduto a recepire e codificare principi di matrice giurisprudenziale, frutto di una lenta e complessa elaborazione volta ad identificarne funzione e presupposti.
Sia l’(auto)annullamento che la revoca costituiscono entrambi esercizio di autotutela, ossia di quel potere generale ed immanente riconosciuto all’Amministrazione “di tornare sui propri passi”, e, quindi, di modificare la propria azione, avvalendosi di quello che è stato qualificato come una sorta di “jus poenitendi” di natura pubblica, va evidenziato come i due istituti assolvano a funzioni nettamente distinte e ciò fin dalle più risalenti costruzioni dogmatiche offerte da dottrina e giurisprudenza.
Mentre l’annullamento “guarda al passato”, nel senso che costituisce un rimedio volto alla rimozione di un errore commesso nell’esercizio della funzione di primo grado e quindi opera in una logica essenzialmente correttiva dell’azione pubblica, la revoca assume una funzione più propriamente adeguatrice, intesa in termini di attualizzazione delle modalità di perseguimento dell’interesse pubblico specifico di cui occorre seguire la costante dinamica evolutiva.
Pertanto, entrambi gli istituti hanno come oggetto immediato del provvedere l’eliminazione di un precedente atto o provvedimento di primo grado cui coniugare l’esigenza di un’azione amministrativa che si ponga pur sempre come cura attuale dell’interesse pubblico: esigenza che, in termini funzionali, nelle ipotesi di annullamento, si caratterizza come momento valutativo ulteriore rispetto al mero accertamento dell’illegittimità del provvedimento di primo grado, mentre, nei casi di revoca, discende proprio dalla necessità di adeguare per il futuro scelte ormai non più idonee ed efficaci, con inevitabile eliminazione dei provvedimenti formali che le contenevano (ciò sia in caso di revoca che di abrogazione)”(Tar Campania n.7085/2006).
Si osserva che l’entrata in vigore dell’art. 21-quinques della l. n. 241/90 ha risolto il problema del fondamento del potere di revoca degli atti amministrativi.
L’amministrazione è tenuta a corrispondere un indennizzo sempre se il privato abbia subito un pregiudizio. Va aggiunto che la mancata liquidazione dell’indennizzo non costituisce un vizio dell’atto di autotutela, ma consente al privato di agire successivamente per ottenere l’indennizzo.
Va precisato che, teoricamente, anche in caso di revoca legittima si può ipotizzare che al privato derivino danni risarcibili, e non meramente indennizzabili, ma ciò può discendere dal fatto che tali danni conseguono non già direttamente dall’atto di revoca, ma da altre illegittimità (procedimentali o di altro tipo) commesse dall’amministrazione (Consiglio di Stato – Sez. V – Sentenza n. 2244 del 2010).
– convalescenza con cui la pubblica amministrazione opera una sanatoria dei vizi contenuti nell’atto (convalida, ratifica e sanatoria in senso stretto);
– conservazione con cui la pa tende a rendere inattaccabile da ricorsi amministrativi o giurisdizionali un atto che è, e resta, invalido (conferma e conversione).
Vi rientrano anche la consolidazione (o inoppugnabilità) e l’acquiescenza.
Inoltre con la proroga la pa protrae gli effetti di un atto amministrativo non ancora scaduto. Con la rettifica la pa rimuove la irregolarità di un atto.
In sintesi, il riesame dell’attività pregressa può sfociare:
– nel ritiro (annullamento dell’atto illegittimo o revoca dell’atto inopportuno);
– nella riforma dell’atto;
– nella conservazione;
– nella sanatoria in senso lato.
L’autotutela decisoria, sopra tratteggiata, è definita spontanea in quanto è rimessa alla discrezionalità della pubblica amministrazione che agisce per i suoi interessi. Si definisce, invece, autotutela contenziosa quella attuata tramite quelle decisioni con cui l’amministrazione risolve una controversia, in veste imparziale, con il cittadino che abbia presentato un ricorso amministrativo (ricorsi gerarchici, propri ed impropri, in opposizione e ricorso straordinario al Presidente della Repubblica).
– l’art. 29 della legge 241 (come modificato dall’articolo 10, comma 1, legge n. 69 del 2009) statuisce che le disposizioni di cui al capo IV-bis ( ove sono situate anche quelle sull’autotutela) si applicano a tutte le amministrazioni pubbliche;
– i decreti legislativi di recepimento della direttiva 2007/66/CE dovranno prevedere che la stazione appaltante, tempestivamente informata dell’imminente proposizione di un ricorso giurisdizionale, con una indicazione sommaria dei relativi motivi, si pronunci valutando se intervenire o meno in autotutela (ex art. 44 della legge 88/2009 – comunitaria 2008). Infatti, il decreto legislativo 20 marzo 2010 , n. 53 all’art.6 ha recepito detta disposizione. Dal 27 aprile 2010, l’impresa che intende proporre un ricorso giurisdizionale presenta una informativa recante una sintetica e sommaria indicazione dei presunti vizi di illegittimità e dei motivi di ricorso che si intendono articolare in giudizio, da valutare in sede di autotutela I vantaggi offerti dall’autotutela decisoria sono molteplici, soprattutto, in un contesto istituzionale caratterizzato dall’assenza di controlli esterni di legittimità:
– riduzione del contenzioso;
prevenzione delle fattispecie di responsabilità a carico della p.a. e del funzionario;
incremento dei livelli di giustizia sostanziale.
Si è affermato che “l’ammissione (prima giurisprudenziale e poi legislativa) della risarcibilità degli interessi legittimi implica, tra le altre conseguenze, una diversa prospettiva nella gestione, da parte delle pubbliche amministrazioni, delle controversie, atteso che la persistente efficacia dell’atto lesivo gravato potrebbe comportare, a carico dell’amministrazione, un aggravamento degli effetti finanziari prodotti dal suo annullamento ed impone, quindi, una verifica, anche d’ufficio, della fondatezza delle ragioni addotte a sostegno del ricorso, onde adottare gli atti eventualmente necessari ad evitare o a ridurre i probabili obblighi risarcitori sanciti da una decisione sfavorevole. Le misure maggiormente idonee ad impedire o a contenere le conseguenze patrimoniali negative (per l’amministrazione) di una decisione di accoglimento del ricorso sono senza dubbio da individuarsi nei provvedimenti di autotutela… L’esercizio dei poteri di autotutela si rivela, in definitiva, il rimedio più utile ed efficace all’illegittimità e all’inopportunità dell’azione amministrativa, consentendo alla stessa amministrazione di intervenire sugli effetti della propria attività provvedimentale, quando la stessa viene riconosciuta, ad un secondo esame, viziata, irregolare o, comunque, incoerente con l’interesse pubblico alla cui cura risulta preordinata la funzione concretamente esercitata.Non solo, ma la potestà in esame, oltre a permettere la tempestiva correzione di errori ed a restituire correttezza e legalità all’attività precedentemente svolta, consente di perseguire, al contempo, gli obiettivi del contenimento della spesa pubblica (evitando o riducendo le pretese risarcitorie dei privati), della deflazione del contenzioso (comportando, se esercitata tempestivamente ed utilmente, la improcedibilità dei ricorsi) e, non ultimo, una tutela più pregnante e satisfattiva degli interessi (legittimi) dei privati” (CFR *)
Cfr.* in tema di autotutela tributaria, ANNUARIO 2010
Cfr. Bibliografia e documentazione sull’autotutela amministrativa
Tratto da rifer.http://www.autotutela-pa.it/autotutela.htm
ARTICOLO “20 241/90 SILENZIO ASSENSO DELLA PA :Art. 20 (Silenzio assenso)
(articolo così sostituito dall’articolo 3, comma 6-ter, legge n. 80 del 2005)
Il silenzio assenso e l’autotutela
Pagina 1 di 2 Il silenzio assenso è un’ipotesi di silenzio significativo con valenza provvedimentale della PA che si forma a seguito di un procedimento che ha origine con l’istanza di parte e del decorso del termine previsto dall’art. 2 della L. n. 241 del 1990 per l’adozione di un provvedimento espresso, in tutti i casi in cui non si applichi il diverso modulo procedimentale della DIA disciplinato dal precedente art. 19 in chiave generale, nonchè dagli artt. 22 e ss del DPR n 368 del 2001 nel campo dei titoli abilitativi edilizi.Il modulo procedimentale del silenzio assenso ha portata applicativa generalizzata; il suo campo di applicazione riguarda, infatti, tutti i procedimenti ad istanza di parte, con esclusione degli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l’ambiente, la difesa nazionale, la pubblica sicurezza , l’immigrazione, l’asilo e la cittadinanza, la salute e la pubblica incolumità, ed esclusi,a ltresì, i casi in cui la normativa comunitaria impone l’adozione di provvedimenti amministrativi formali e quelli in cui la legge qualifica il silenzio dell’amministrazione come rigetto dell’istanza.
silenzio assenso: la giurisprudenza
Argomenti correlati il silenzio assenso e l’autotutela l’annullamento d’ufficio la revoca del provvedimento amministrativo l’autorizzazione amministrativa la DIA e il silenzio assenso il silenzio rifiuto dopo la Legge 69/09 il termine di conclusione del procedimento amministrativo Il silenzio assenso è un provvedimento implicito d’accoglimento dell’istanza del privato, riguarda, in via generalizzata i procdimenti ad istanza di parte, è previsto e disciplinato dall’art. 20 della L. n. 241 del 1990 (sui suoi tratti essenziali si veda ). Abbiamo, di seguito, alla norma individuato la giurisprudenza significativa più rilevante con riferimento all’istituto del silenzio assenso. Art. 20 della L. n. 241 del 1990 1. Fatta salva l’applicazione dell’articolo 19, nei procedimenti ad istanza di parte per il rilascio di provvedimenti amministrativi il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di cui all’articolo 2, commi 2 o 3, il provvedimento di diniego, ovvero non procede ai sensi del comma 2.2. L’amministrazione competente può indire, entro trenta giorni dalla presentazione dell’istanza di cui al comma 1, una conferenza di servizi ai sensi del capo IV, anche tenendo conto delle situazioni giuridiche soggettive dei controinteressati.3. Nei casi in cui il silenzio dell’amministrazione equivale ad accoglimento della domanda, l’amministrazione competente può assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies.4. Le disposizioni del presente articolo non si applicano agli atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l’ambiente, la difesa nazionale, la pubblica sicurezza , llimmigrazione, llasilo e la cittadinanza, la salute e la pubblica incolumità, ai casi in cui la normativa comunitaria impone l’adozione di provvedimenti amministrativi formali, ai casi in cui la legge qualifica il silenzio dell’amministrazione come rigetto dell’istanza, nonché agli atti e procedimenti individuati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la funzione pubblica, di concerto con i Ministri competenti.5. Si applicano gli articoli 2, comma 7, e 10-bis (4).Autorità: T.A.R. Catania Sicilia sez. IIData: 26 ottobre 2009Numero: n. 1716 Ai sensi dell’art. 20, l. n. 241 del 1990, come riformato dalla l. n. 80 del 2005, è ormai prevista la formazione del silenzio assenso in via generalizzata sulle domande dei privati tendenti ad ottenere il rilascio di autorizzazioni al compimento di attività private, tra cui è da ricomprendere l’esercizio dell’attività di vendita e somministrazione di alimenti e bevande.Autorità: T.A.R. Venezia Veneto sez. IIData: 27 maggio 2009Numero: n. 1629Il provvedimento di annullamento del silenzio – assenso in cui si afferma che l’interesse pubblico è in re ipsa, è illegittimo per violazione dell’art. 21 nonies, l. n. 241 del 1990, data la insufficienza, quale presupposto dell’annullamento in autotutela, della mera legalità violata e della connessa esigenza di ripristino della stessa (fattispecie in materia di autorizzazioni all’installazione di stazioni radio – base, ove la P.A. aveva sostenuto che l’atto di assenso si sarebbe formato sulla base di una non adeguata rappresentazione della situazione dei manufatti pertinenziali che faceva presumere la legittimità degli stessi).Autorità: T.A.R. Roma Lazio sez. IIData: 06 marzo 2009Numero: n. 2365La norma di rango secondario contenuta nel d.P.R. n. 384 del 1994 deve essere interpretata, pena la sua illegittimità e conseguente disapplicazione, alla luce di quanto previsto dall’allora vigente art. 20, l. n. 241 del 1990, secondo cui – per evitare la formazione del silenzio – assenso – il provvedimento negativo deve essere anche comunicato all’interessato entro il termine fissato per la conclusione del relativo procedimento. In altre parole, nei casi in cui risulti applicabile l’istituto del silenzio – assenso , fino a quando non sia stato comunicato all’interessato il provvedimento esplicito sfavorevole, non si interrompono i termini per la formazione dell’atto tacito che prevale su quello esplicito nel caso in cui quest’ultimo non sia portato a conoscenza dell’istante entro il termine di conclusione del procedimento. Da ciò deriva che l’atto tacito prevale su quello esplicito sfavorevole all’interessato e quest’ultimo deve essere ritenuto invalido in quanto il potere dell’Amministrazione, proprio perché comunicato oltre i termini di conclusione del procedimento, è stato esercitato in contrasto con l’art. 20, l. n. 241 del 1990 e quindi in maniera illegittima.Autorità: T.A.R. Venezia Veneto sez. IIIData: 18 giugno 2008Numero: n. 1799L’art. 20, comma 4, della l. n. 241 del 1990 stabilisce che la disciplina sul silenzio – assenso non si applica agli atti e ai procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l’ambiente, la difesa nazionale, la pubblica sicurezza e l’immigrazione, la salute e la pubblica incolumità, ai casi in cui la normativa comunitaria impone l’adozione di provvedimenti amministrativi formali, ai casi in cui la legge qualifica il silenzio dell’amministrazione come rigetto dell’istanza, nonché agli atti e procedimenti individuati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la funzione pubblica, di concerto con i ministri competenti. I procedimenti che riguardano le autorizzazioni all’insediamento di pubblici esercizi di somministrazione di alimenti e bevande non rientrano in nessuna delle materie appena indicate. Neppure risulta che il Presidente del Consiglio dei ministri, con uno o più decreti, abbia stabilito che ai procedimenti suddetti non si applicano le disposizioni del citato art. 20. Il fatto che nel caso in esame si faccia questione di provvedimenti assoggettati a “contingentamento” o a “parametri numerici” o a “criteri di programmazione” non preclude certo l’applicazione della disciplina relativa al silenzio – assenso : sul piano letterale, perché l’art. 20 si riferisce ai “procedimenti a istanza di parte per il rilascio di provvedimenti amministrativi; con un richiamo quindi alla macro categoria dei provvedimenti amministrativi che appare comprensivo di tutti gli atti di natura autorizzatoria (ad eccezione delle materie di cui all’art. 20, comma 4, e fatto salvo, ovviamente, il campo d’intervento dell’art. 19 sulla attività private sottoposte a regime di liberalizzazione); sul piano logico, perché non si spiegherebbe come mai l’art. 19 della l. n. 241 del 1990 consideri anche casi nei quali per il rilascio di un atto ampliativo della sfera giuridica del privato sono previsti limiti o contingenti complessivi, o specifici strumenti di programmazione settoriale, allo scopo di escludere esplicitamente detti casi dall’ambito di applicazione della disciplina in tema di d.i.a., e viceversa all’art. 20 il legislatore, ove intenzionato, a negare l’applicazione dell’istituto del silenzio assenso ai procedimenti soggetti a contingentamento, non abbia ritenuto di introdurre una previsione analoga menzionandola: il fatto è che se si raffrontano le formulazioni degli art. 19 e 20 della l. n. 241 del 1990, su questo aspetto specifico, non sembrano esservi ragioni per concludere che ai casi soggetti a contingentamento non si applica non solo la d.i.a. ma neppure il silenzio – assenso .Autorità: T.A.R. Cagliari Sardegna sez. IIData: 12 maggio 2008Numero: n. 943Formatosi il silenzio assenso su una richiesta di autorizzazione per la realizzazione di una costruzione edilizia (assentibile con mera autorizzazione, o con d.i.a.), il competente ufficio comunale può pronunciarsi sulla domanda solo previo annullamento in sede di autotutela del silenzio assenso così formatosi, cui può ricorrere solo ove sussista un prevalente interesse pubblico alla rimozione dell’ assenso implicito (non identificabile con il mero ripristino della legalità violata) e con il rispetto delle garanzie procedimentali previste dalla l. n. 241 del 7 agosto 1990.PORTATA DEL SILENZIO ASSENSOAutorità: Consiglio Stato sez. VIData: 15 aprile 2008Numero: n. 1751La disposizione di cui all’art. 20 della l. n. 241 del 1990 si riferisce a provvedimenti di natura autorizzatoria, con cui la pubblica amministrazione conferisce al destinatario la facoltà di esercitare un diritto o un potere che preesiste all’autorizzazione stessa, pur avendo carattere solo potenziale e restando la relativa espansione impedita fino a quando l’autorità competente accerti che sussistano le condizioni per il suo esercizio o, quantomeno, l’assenza di ragioni a ciò contrarie. Autorità: Consiglio Stato sez. IVData: 31 dicembre 2007Numero: n. 6814L’istituto del silenzio assenso di cui all’art. 20, l. 7 agosto 1990 n. 241 non è applicabile nei procedimenti preordinati al reclutamento del personale militare, atteso che in questi casi non risulta coinvolta l’iniziativa economica privata, gli atti dell’amministrazione militare sono espressivi di ampia discrezionalità tecnica a fronte della quale non sono configurabili posizioni di diritto soggettivo e in ogni caso lo stesso art. 20 comma 4, l. n. 241 del 1990 cit. espressamente esclude l’applicabilità del suddetto istituto agli atti e ai provvedimenti riguardanti la difesa militare.SILENZIO ASSENSO E CADUCAZIONE IN AUTOTUTELAAutorità: Consiglio Stato sez. VData: 20 marzo 2007Numero: n. 1339Ai sensi dell’art. 20 comma 3, l. 7 agosto 1990 n. 241, come riformulato dall’art. 3 comma 6 ter, d.l. 14 marzo 2005 n. 35, convertito con modificazioni nella l. 14 maggio 2005 n. 80, il silenzio assenso , formatosi per decorso del tempo prescritto dall’inoltro dell’istanza, non può essere considerato dall’amministrazione tamquam non esset ma, prima dell’adozione del provvedimento negativo espresso, deve formare oggetto di provvedimenti caducatori nella via dell’autotutela.Autorità: Consiglio Stato sez. VData: 22 giugno 2004Numero: n. 4355Nel caso in cui si sia formato il silenzio assenso rispetto ad una domanda di autorizzazione per la somministrazione di alimenti e bevande, l’autorità comunale può procedere, ai sensi dell’art. 20 comma 2 l. 7 agosto 1990 n. 241, all’annullamento dell’autorizzazione assentita sussistendo i presupposti per emettere un atto di autotutela, ma non emettere un diniego espresso.
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