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Timestamp: 2020-06-05 10:00:42+00:00
Document Index: 85037278

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 28', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 1', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 2697', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'sentenza ']

Nozione disabilità, licenziamento illegittimo, discriminazione handicap, misure correttive datore di lavoro
Nozione disabilità, licenziamento illegittimo, discriminazione handicap, Corte di Cassazione, Sentenza 12 novembre 2019, n. 29289
9 aprile 2020 9 aprile 2020 Jennifer Michelotti disabilità, discriminazione disabile
La Corte di appello di Trento, con sentenza n. 11/18, riformando la pronuncia del Giudice del lavoro del Tribunale di Rovereto, ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato in data 16 agosto 2016 dalla soc. M. p.a. a T.D. in quanto discriminatorio per ragioni di disabilità e ha condannato la società predetta alla reintegrazione del reclamante nel posto di lavoro e al pagamento della retribuzione globale di fatto pari ad euro 2.054,43 mensili dalla data del licenziamento alla reintegrazione, oltre rivalutazione di interessi dalle singole scadenze al saldo, detratto l’aliunde perceptum.
Per quanto ancora rileva nella presente sede, la Corte territoriale ha respinto l’eccezione di inammissibilità della domanda avente ad oggetto l’accertamento della natura discriminatoria del licenziamento, eccezione sollevata dalla parte convenuta sull’assunto della proposizione tardiva della domanda, autorizzata dal Tribunale solo dopo il deposito del ricorso introduttivo, a seguito della costituzione in giudizio della medesima M. s.p.a..
Esaminando nel merito il vizio di nullità del licenziamento discriminatorio per ragioni di disabilità, richiamata la direttiva 78 del 2000, come interpretata dalla giurisprudenza la Corte di Giustizia nonché dell’art. 28, comma 4, del d.lgs. 150 del 2011 che ha sostituito gli articoli contenuti nei decreti legislativi di attuazione della direttiva nell’ordinamento interno, la Corte di appello ha ritenuto che l’onere della prova deve essere ripartito in modo tale da attuare, nel contesto del ragionamento presuntivo di cui agli artt. 2727 e 2729 cod. civ., un’effettiva agevolazione del soggetto che agisce per la tutela, per cui era onere del lavoratore allegare e provare il fattore di rischio, il trattamento subìto ritenuto discriminatorio, il miglior trattamento attuato nei confronti dei lavoratori in posizione equiparabile alla sua, deducendo una correlazione significativa fra questi tre elementi in termini di verosimiglianza della discriminazione; era onere invece della datrice di lavoro dedurre e provare circostanze non equivoche, idonee ad escludere, con precisione, gravità e concordanza di significato, la natura discriminatoria del recesso in quanto dimostrative di una scelta che sarebbe stata operata con i medesimi parametri nei confronti di qualsiasi lavoratore privo del fattore di rischio e dunque non disabile, che si fosse trovato della stessa posizione della ricorrente.
La Corte di appello ha poi ritenuto fondati anche gli altri motivi attinenti alla non conformità della procedura di licenziamento collettivo agli artt. 4 e 5 della legge 223 del 1991, in quanto ai sensi del comma 9 dell’art. 4 la comunicazione ivi prevista deve dare atto della puntuale indicazione dei criteri di scelta e delle modalità applicative, in modo tale da consentire ad ogni lavoratore di comprendere perché lui – e non altri dipendenti – sia stato destinatario del collocamento di mobilità o del licenziamento collettivo, mentre l’accordo sindacale in questione aveva autorizzato la M. ad applicare, qualora non sufficienti il criterio della non opposizione al licenziamento e della maturazione dei requisiti pensionistici, il criterio delle ragioni tecniche, produttive e organizzative adottando una clausola generale che rimetteva totalmente all’azienda l’individuazione dei parametri di comparazione tra i dipendenti ed inoltre non vi era stata, dopo l’accordo sindacale, alcuna verifica congiunta con le OO.SS. in merito agli elementi oggettivi che il datore di lavoro avrebbe considerato per l’assegnazione dei diversi punteggi e le modalità della loro attribuzione.
La Corte di appello ha ritenuto fondato anche il motivo di impugnazione con cui il lavoratore aveva allegato, sin dal ricorso introduttivo della fase sommaria, di non aver mai avuto comunicazioni od offerte relative ai due bandi interni del giugno e dell’agosto 2016 per la ricollocazione su domanda in altre unità produttive di lavoratori che avessero manifestato la loro disponibilità; né la società M. aveva provato di avere portato a conoscenza del reclamante questi bandi o la possibilità di essere collocato in altre unità (la comunicazione mediante affissione nella bacheca dei giorni 16 agosto e 22 settembre 2015 concerneva un periodo in cui il reclamato era assente dal lavoro in quanto dapprima in malattia, poi collocato in ferie e infine posto in CIGS).
Per la cassazione di tale sentenza M. s.p.a. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi, cui ha resistito con controricorso il T..
La società ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
Con il primo motivo la società ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 101, 345, 416 e 437, secondo comma, cod. proc. civ., art. 1, comma 48 e segg. I. n. 92 del 2012 e art. 111 Cost. (art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ.).
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1, comma 7, legge n. 68 del 1999, nonché dell’art. 10, comma 4, della stessa legge, e dell’art. 3, comma 3, d.lgs. 216 del 2003 in attuazione della direttiva 2000/78/CE, violazione e falsa applicazione altresì della legge n. 18 del 2009 di ratifica della Convenzione di New York del 2006 per come questa è stata interpretata e applicata in sentenza, illogicità della motivazione per travisamento dei fatti di causa in relazione all’assimilazione delle inidoneità fisiche alla diversa fattispecie della disabilità.
Con il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. e dell’art. 2697 cod. civ. nella parte in cui la sentenza, dopo avere precisato che era onere del lavoratore allegare e provare il fattore di rischio, il trattamento subìto ritenuto discriminatorio, il miglior trattamento attuato nei confronti dei lavoratori in posizione equiparabile alla sua, ha ritenuto assolti tali oneri.
Con il quarto motivo parte ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 5 legge n. 223 del 1991 per avere la sentenza affermato che vi sarebbe un obbligo di concordare con i sindacati anche le modalità di applicazione dei criteri di scelta e non solo l’individuazione di tali criteri.
Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 4 e 5 legge n. 223 del 1991 e dell’art. 3 d.lgs. n. 216 del 2003 laddove la sentenza, dopo avere evidenziato che erano intervenuti due bandi per concorsi interni affissi in luogo accessibile a tutti i lavoratori, aveva ritenuto l’assenza di prova circa il fatto che il ricorrente fosse stato personalmente notiziato.
Il primo motivo presenta profili di inammissibilità ed è altresì infondato quanto all’interpretazione della disciplina processuale relativa al c.d. rito Fornero.
Il quarto motivo è inammissibile, poiché avulso dal decisum, che non afferma quanto sostenuto nel ricorso.
Il quinto motivo è anch’esso inammissibile.
Giova rilevare, da ultimo, che nessun motivo è svolto circa l’omissione degli “accomodamenti ragionevoli” che il comma 3-bis dell’art. 3 d. lgs. n.216 del 2003 prevede al fine di garantire il rispetto del principio di parità di trattamento delle persone con disabilità e la cui assenza è stata pure valorizzata dalla Corte territoriale. Questa ha ricordato che il comma 3-bis dell’art. 3 d. lgs. n.216 del 2003 prevede che, al fine di garantire il rispetto del principio di parità di trattamento delle persone con disabilità, il datore di lavoro è tenuto ad adottare “accomodamenti ragionevoli”, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata ai sensi della legge 3 marzo 2009 n. 18, nei luoghi di lavoro, per garantire alle persone con disabilità la piena uguaglianza con gli altri lavoratori.
In conclusione, il ricorso va rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi dell’art. 2 del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.
Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali (nella specie, il rigetto del ricorso) per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1 – quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello per il ricorso, a norma del comma 1 -bis dello stesso art. 13.
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18 settembre 2017 Jennifer Michelotti 0