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Timestamp: 2020-06-06 01:34:27+00:00
Document Index: 39411932

Matched Legal Cases: ['art. 613', 'art. 614', 'art. 95', 'art. 91', 'art. 152', 'sentenza ', 'art. 152', '§ 229', 'art. 43', 'art. 618', 'art. 39', 'art. 40', 'art. 41', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 47', 'art. 45', 'art. 46', 'art. 89', 'art. 88', 'art. 89', 'art. 90', 'art. 91', 'art. 82', 'art. 93', 'art. 91', 'art. 85', 'art. 86', 'art. 88', 'art. 91', 'art. 91', 'art. 401', 'art. 393', 'art. 395', 'art. 395', 'art. 396', 'art. 393', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 92', 'art. 99']

﻿ Brevi osservazioni sulla disciplina della prescrizione del reato | ilpenalista.it
20 Gennaio 2020 | Massimo Biffa Prescrizione del reato
Introduzione | Excursus storico dell'istituto della prescrizione | Natura sostanziale della prescrizione del reato e della pena | Il fondamento razionale della prescrizione. La funzione di garanzia | Dai Codici preunitari al Codice Zanardelli: la prescrizione come causa di estinzione dell'azione penale | In conclusione |
Nella G.U. n. 13 del 16.01.2019 è stata infatti pubblicata la legge 9 gennaio 2019, n. 3, recante “Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”, che contiene anche la riforma della prescrizione del reato.
Excursus storico dell'istituto della prescrizione
Ferme restando tutte le riserve culturali e scientifiche sulla disciplina della prescrizione, di cui alla l. n. 103 del 2017 (riforma Orlando) ed alla l. n. 3 del 2019 (riforma Bonafede) che, a prescindere da ogni altra considerazione, pensano di affrontare il problema della durata del processo senza capire le ragioni che portano all'estinzione del reato, è utile proporre un excursus storico dell'istituto della prescrizione, nell'intento di dimostrare l'irrinunciabilità dello stesso ed il modo in cui, da sempre, ha svolto un compito “di giustizia”, assolutamente meritorio e condivisibile.
La prescrizione del reato ha trovato, fatta eccezione solo per qualche epoca storica o legislazione, un riconoscimento ufficiale in quasi tutte le esperienze giuridiche. Un consolidato principio infatti vuole che il reato sia punito entro un predeterminato periodo di tempo, trascorso il quale lo Stato “rinuncia” a perseguire il reo.
La prescrizione del reato, tuttavia, è un istituto che ha fatto sorgere dubbi, perplessità ed incertezze sia sulla sua natura, sia sulla sua ratio e/o funzione, sia sulla sua disciplina.
Natura sostanziale della prescrizione del reato e della pena
Tra le cause estintive maggiormente collaudate (e di conseguenza, sia pure non del tutto a ragione, meno discusse) va sicuramente annoverata la prescrizione del reato e della pena.
Per la verità, solo la prescrizione del reato ha alle spalle una tradizione storicamente consolidata; il fenomeno prescrittivo della sanzione penale è, invece, di data più recente, tanto da essere ignoto perfino nell'àmbito di alcune codificazioni pre-unitarie (alcune di esse ammettevano la prescrizione delle sole pene di minor gravità: così il codice di procedura penale per il Regno delle Due Sicilie del 1819 escludeva la prescrizione delle pene di morte, dell'ergastolo e del quarto e terzo grado dei ferri (art. 613), prevedendo la prescrizione delle pene criminali minori, delle pene correzionali e delle pene di polizia (art. 614-616). Un esempio di preclusione assoluta si ha nel codice penale toscano del 1853, il cui art. 95 stabilisce lapidariamente che «contro le condanne non si dà prescrizione»).
Lo stesso profilo dommatico della prescrizione del reato ha subito una certa evoluzione.
Nel codice penale Zanardelli la prescrizione verificatasi prima della condanna definitiva ha un effetto estintivo dell'azione penale, come testualmente sancito dall'art. 91 c.p. 1889.
Fortemente condizionata dal dato legislativo, la dottrina dell'epoca - pur con qualche autorevole voce contraria - non dubitava della collocazione processualistica dell'istituto della prescrizione.
Dopo l'entrata in vigore del Codice Rocco, che ha inscritto la prescrizione tra le cause di estinzione del reato, però, la dottrina ha presto trovato un accordo. Secondo un ormai consolidato orientamento di pensiero, infatti, nessun dubbio può più sussistere sulla natura sostanziale dell'istituto della prescrizione.
Del resto, le argomentazioni offerte a sostegno dell'interpretazione in chiave sostanziale del fenomeno estintivo (del reato, ovviamente) sono assai persuasive.
Merita tra queste di essere sottolineata quella che si incentra sull'art. 152 c.p.p., dal quale si desume la differente situazione riconosciuta alle cause estintive rispetto alle condizioni di procedibilità. Mentre queste ultime, proprio per la loro efficacia processuale, precludono qualsiasi pronuncia nel merito, le prime non escludono che possa aversi una sentenza assolutoria allorché vi siano prove che rendano evidente l'insussistenza del fatto, la sua non previsione come reato o ancora la non commissione del medesimo da parte dell'imputato.
Dalla natura sostanziale della prescrizione discende, come corollario, il riconoscimento della garanzia dell'irretroattività e dell'inquadramento nelle funzioni della pena.
Il fondamento razionale della prescrizione. La funzione di garanzia
Dopo aver accennato brevemente alla natura giuridica della prescrizione, è indispensabile spendere qualche parola per riflettere sulla ratio della causa estintiva in esame.
La mancanza di valutazioni critiche e il diffusissimo riconoscimento della rilevanza del decorso del tempo in tutti gli ordinamenti penali potrebbero far ritenere ultronea una simile indagine. In realtà, nonostante una diffusa acriticità in materia, il fondamento della prescrizione è meno limpido di quanto può sembrare a prima vista.
In primo luogo, è opportuno ribadire che la tesi della prescrizione del reato quale rimedio all''usura' del materiale probatorio, e quindi come garanzia di certezza processuale, non merita accoglimento.
Giustamente è stato osservato che l'utilizzazione di prove formatesi in periodi anche lontani non è preclusa, come dimostra l'obbligo di proscioglimento con formula di merito, nonostante il verificarsi della prescrizione, nei casi previsti dall'art. 152 c.p.p.. Non solo: laddove l'esigenza di certezza in chiave garantistica dovrebbe essere più forte, come nel caso di reati punibili con l'ergastolo, si ha una situazione di imprescrittibilità.
Sottolineata l'insufficienza del riferimento ad esigenze di certezza processuale, va peraltro detto che l'istituto della prescrizione incontra non poche difficoltà a conciliarsi con le stesse finalità delle sanzioni penali.
Certamente nelle sue linee generali la prescrizione è armonizzabile con la funzione repressiva del diritto penale, o più precisamente con la finalità retributiva della pena (nonché con un'eventuale funzione generalpreventiva). Si osserva che l'esigenza di reagire all'illecito, col decorso del tempo, a poco a poco si affievolisce e si spegne: considerazioni che riflettono il dato sociologico secondo cui spesso (non sempre) il tempo smorza le velleità di «vendetta» nell'individuo e nel gruppo sociale, nonché il cosiddetto allarme sociale provocato dal reato.
Tuttavia convinzioni di questo tipo andrebbero meglio verificate. Se infatti per reati di lieve o media gravità esse probabilmente rispondono a realtà, per reati di elevato standard di gravità ciò può benissimo non avvenire: del resto, l'imprescrittibilità dei reati punibili con l'ergastolo ne è un'indiscutibile controprova. Si dovrebbe anche riflettere sul fatto che non poche volte la scoperta, sia pure a notevole distanza di tempo, degli autori di un reato riaccende istanze retributive che si vorrebbero svanite con lo scorrere degli anni.
È indubbio, comunque, che la prescrizione si colloca con minor fatica sul versante retributivo della sanzione penale. Naturalmente ci riferiamo al significato classico di retribuzione, e non già ad una retribuzione in termini di pretesa espiazione attraverso una (del tutto teorica) sofferenza subita dal colpevole per il rimorso derivante dal fatto commesso e l'angoscia prodotta dal rischio di essere scoperto (o dalla pendenza prolungata del procedimento o dell'eseguibilità dell'ordine di carcerazione a suo carico): tesi mai seriamente prospettata e, comunque, energicamente respinta dalla dottrina.
Molto più problematica appare la conciliabilità della prescrizione con la funzione rieducativa della pena, per tacere della finalità rieducativo-curativa della misura di sicurezza (pure essa travolta completamente dalla prescrizione del reato e largamente dalla prescrizione della pena).
È indubbiamente esatto che, trascorso un dato lasso di tempo (a maggior ragione se particolarmente lungo) dal momento del commesso reato, la personalità del reo può essere cambiata; quindi verrebbe meno la ragionevolezza di una misura (anche) rieducativa in circostanze oggettive e soggettive diverse da quelle nelle quali quest'ultima sarebbe stata adeguata.
In realtàla prescrizione penale ha avuto e continua ad avere nella legislazione codicistica soprattutto una funzione di “garanzia” processuale e/o sostanziale. L'attribuire efficacia estintiva al decorso del tempo, infatti, serve, o meglio dovrebbe servire, da un lato, a “sollecitare “ la giustizia e, dall'altro, a garantire il cittadino.
Francesco Carrara scriveva: “La proposizione che debba esservi un termine (più o meno lungo secondo la gravità del delitto) al di là del quale divenga eternamente improponibile una accusa criminale, è ormai insegnata in tutte le Scuole e da tutti i moderni codici sanzionata”.
Il problema è che la prescrizione ha finito per essere, nella prassi, a causa dell'ormai proverbiale lentezza dell'amministrazione della giustizia, un escamotage per evitare la condanna.
Dai Codici preunitari al Codice Zanardelli: la prescrizione come causa di estinzione dell'azione penale
Nell'excursus storico che mi sono proposto di svolgere, finalizzato a dimostrare l'immanenza della prescrizione anche nei sistemi penali del passato, è utile svolgere una rapida panoramica delle disposizioni adottate in tema di prescrizione nelle prime esperienze codicistiche, tra fine XVIII secolo e metà XIX secolo.
A tale riguardo viene anzitutto in rilievo la codificazione penale asburgica, in relazione all'applicazione che essa ricevette nelle province italiane soggette all'Austria.
Il primo intervento normativo di natura codificatoria è dato dal codice di Maria Teresa del 1768; esso prevedeva il tradizionale termine prescrizionale di venti anni, ma ne condizionava l'applicazione al fatto che l'imputato non fosse fuggito all'estero.
Il codice di Giuseppe II del 1787, invece, escludeva espressamente l'istituto della prescrizione penale, statuendo che il delinquente dovesse “trattarsi a norma delle leggi, qualunque tempo (potesse) essere decorso fra il commesso delitto e lo scoprimento del medesimo”.
Il successivo codice austriaco del 1803 conferì nuovamente rilevanza alla prescrizione penale, riesumando il nucleo essenziale della regolamentazione teresiana, con l'aggiunta di una triplice condizione: che l'imputato non avesse conservato alcun profitto del reato, che si fosse anzi adoperato per il riparare il danno ove possibile e che non avesse recidivato (§ 229)
Tra le prime codificazioni che vengono in rilievo, occorre ancora segnalare il codice di Pietro Leopoldo di Toscana del 1786 (cd. Riforma criminale toscana o Leopoldina), “che ammetteva la prescrizione dell'azione penale con termini varianti da 10, a 5 e a 1 anno”, e le leggi napoletane del 1808, le quali originariamente ponevano diverse restrizioni alla operatività della prescrizione: imprescrittibilità per i misfatti capitali; preclusione alla prescrizione in caso di contumacia del reo e in caso di fuga dello stesso qualora, in quest'ultima ipotesi, vi fosse già l'accusa o anche semplicemente la denuncia del reato (art. 43).
Meritano poi di essere menzionati, per le specifiche disposizioni ivi contenute in tema di prescrizione, il Codice penale per lo Regno delle due Sicilie del 1819, il Regolamento penale gregoriano del 1832, il Codice penale criminale estense del 1855, il Codice penale toscano del 1853, il Codice penale sardo-piemontese del 1859.
Il Codice penale per lo Regno delle due Sicilie del 1819 declinava un'articolata regolamentazione della prescrizione dell'azione penale, significativamente allocata nella parte quarta del codice, dedicata alla materia processuale (Leggi della procedura nei giudizi penali). Gli artt. 613 ss. prevedevano che l'azione penale si prescrivesse: nel termine di venti anni, per i misfatti puniti con la morte, l'ergastolo o il terzo e quarto grado dei ferri; nel termine di dieci anni per i misfatti puniti con “pene criminali minori”; nel termine di due anni, per i delitti (ossia quelli sanzionati con “pene correzionali”); nel termine di tre mesi, per le contravvenzioni (sanzionate con “pene di polizia”).
L'art. 618 stabiliva poi una peculiare ipotesi di interruzione della prescrizione in caso di recidiva.
Il regolamento penale gregoriano del 1832 prevedeva quattro periodi di prescrizione, come di consueto calibrati sulla specie e sulla durata della pena previste per il delitto de quo agitur. Così l'azione penale per i delitti puniti con la morte o con la galera si prescriveva in trent'anni (art. 39); per i delitti puniti con la galera da cinque a vent'anni si prescriveva in dieci anni (art. 40); per i delitti punti con prestazione obbligatoria d'opera in lavori pubblici (art. 41), nonché per i delitti di stupro e di adulterio (art. 42) si prescriveva in cinque anni; infine, per tutti gli altri delitti puniti con differenti specie di pena l'azione penale restava estinta con il decorso di tre anni (art. 43). I delitti contro la religione e quelli contro lo Stato erano imprescrittibili (art. 47). Degne di nota la disposizione relativa alla interruzione della prescrizione, determinata da qualunque atto del processo giudiziale (art. 45) e quella secondo la quale la sentenza, anche contumaciale, impediva la prescrizione (art. 46).
Infine, va detto che nel Regolamento gregoriano non era prevista la prescrizione della condanna.
Anche il Codice penale toscano del 1853 scandiva i termini di prescrizione in quattro classi, secondo un duplice criterio che rendeva particolarmente agile la relativa regolamentazione: la specie di pena prevista per il delitto de quo e il tipo di procedibilità, d'ufficio o a querela di parte. Ed infatti l'art. 89 recitava: “L'azione penale si prescrive mediante il decorrimento: a) di venti anni nei delitti minacciati di morte; b) di quindici anni nei delitti minacciati di ergastolo; c) di dieci anni negli altri delitti che si perseguono di ufficio; e d) di tre anni nei delitti che si perseguono a querela di parte”.
Il Codice penale estense del 1855 disciplinava in modo unitario la prescrizione della pena e la prescrizione dell'azione penale, parametrate sulla gravità del reato rivelata esclusivamente dalla specie di pena corrispondente al reato de quo.
Così la pena e l'azione penale nascenti da delitti punibili con la morte o con l'ergastolo a vita si prescrivevano con il decorso di trent'anni (art. 88); per i delitti punibili con l'ergastolo a tempo il termine era di vent'anni (art. 89); per i delitti punibili con il lavori forzati il termine era di quindici anni (art. 90); per i delitti punibili con il carcere il termine era di dieci anni (art. 91); l'azione penale si estingueva in due anni per i delitti punibili con la multa (art. 82) e in un anno per i delitti di azione privata (art. 93).
Infine, vi erano numerosi delitti dichiarati imprescrittibili: delitti di lesa Maestà, parricidio, infanticidio, fratricidio, uxoricidio, veneficio e stupro violento accompagnato da omicidio, manomissione di ostie consacrate, bestemmia ereticale proferita con cognizione di causa e deliberazione d'animo.
Nel Codice penale sardo del 1859 la disciplina della prescrizione, sempre riferita all'azione penale, era disseminata in molteplici disposizioni (artt. 137, 140, 142-145). Il termine più esteso era quello tradizionale dei vent'anni, sancito in relazione ai crimini puniti con le pene della morte e dei lavori forzati a vita; per i crimini punibili con pene criminali minori, il termine era fissato in dieci anni. L'azione penale per i reati punibili con pena correzionale e quella per i reati punibili con pena di polizia si prescriveva, rispettivamente, in cinque anni e in un anno.
Merita poi di essere segnalata una regola speciale dettata per le ipotesi di “sospensione” del procedimento penale in attesa della “risoluzione della controversia civile pel medesimo oggetto”: in questo caso il Codice prevedeva che non decorresse “alcuna prescrizione per lo stesso reato se non dopo il giudizio definitivo della causa civile”.
E giungiamo finalmente alla disciplina dettata in materia di prescrizione dal primo codice penale elaborato e promulgato in epoca post-unitaria.
Anche il codice Zanardelli disciplinava la prescrizione in termini di estinzione dell'azione penale; recitava, infatti, l'art. 91 con locuzione assolutamente esplicita: “La prescrizione, …, estingue l'azione penale”. Esso si poneva dunque nel solco di una consolidata impostazione, tramandatasi in modo costante tra il XVIII e XIX secolo, secondo la quale il meccanismo prescrizionale rifletteva la sua efficacia estintiva sull'azione e non sul reato.
In ordine a tale aspetto occorre però operare una precisazione, che non è di poco momento: all'ordito codicistico del 1889 – così come a quello dei suoi predecessori pre-unitari – era del tutto ignota la figura della estinzione del reato; così, la morte del reo (art. 85 co. 1), l'amnistia (art. 86) e la remissione di querela (art. 88 co. 1) determinavano, al pari della prescrizione, l'estinzione dell'azione penale.
Sotto tale profilo la configurazione codicistica della prescrizione in termini di causa di estinzione dell'azione è senz'altro significativa, ma meno determinante in relazione alla disputa sulla natura dell'istituto.
In ordine al fondamento dell'istituto, lo Zanardelli riteneva che esso andasse individuato negli effetti naturali del tempo, che impongono un termine alla persecuzione giudiziale per un triplice ordine di ragioni: per un principio di libertà e di tutela dell'innocenza, che non consente di mantenere indefinitamente un cittadino nella condizione di imputato; per le buone norme di giustizia, in relazione al rischio di dispersione delle fonti di prova; per il venire meno dell'interesse sociale alla repressione.
Per quanto riguarda la durata dei termini di prescrizione, essi erano graduati per gruppi di reati in relazione alla pena che si sarebbe dovuta infliggere all'imputato (art. 91): venti anni per la pena dell'ergastolo; quindici anni in relazione alla reclusione per un tempo non inferiore ai venti anni; dieci anni in relazione alla reclusione per un tempo superiore ai cinque e inferiore ai venti anni, alla detenzione per un tempo superiore ai cinque anni, nonché alla interdizione perpetua dai pubblici uffici; cinque anni in relazione alla reclusione o alla detenzione per un tempo non superiore ai cinque anni, al confino, alla interdizione temporanea dai pubblici uffici, nonché alla multa; due anni in relazione all'arresto per un tempo superiore ad un mese e all'ammenda per una somma superiore alle lire trecento; sei mesi in relazione all'arresto e all'ammenda in misura inferiore a quella indicata al numero precedente, nonché alla sospensione dall'esercizio di una professione o di un'arte.
Alcune norme prevedevano, poi, termini “speciali” di prescrizione; di qui la clausola di salvezza contenuta nell'art. 91 (“salvo i casi nei quali la legge disponga altrimenti”): così l'art. 401 fissava in un anno il termine prescrizionale per il delitto di diffamazione con attribuzione di un fatto determinato (art. 393) e in tre mesi quello per i delitti di diffamazione semplice (art. 395 co. 1), di diffamazione con mezzi di pubblicità (art. 395 co. 3), di diffamazione contro un incaricato di pubblico servizio (art. 396) e di ingiuria (art. 393 co. 2).
La giurisprudenza dell'epoca era uniforme nell'escludere che il riferimento operato dal codice fosse alla pena edittale comminata in astratto; occorreva invece avere riguardo alla pena inflitta in concreto o a quella che si sarebbe dovuto infliggere, a seconda che la prescrizione si facesse valere dopo la pronunzia della sentenza o durante il periodo istruttorio.
In ordine al dies a quo vigevano regole omologhe a quelle poi previste dal Codice Rocco; così per i reati consumati la prescrizione decorreva dal giorno della consumazione, per i reati tentati o mancati dal giorno di commissione dell'ultimo “atto di esecuzione”, per i reati continuati o permanenti dal giorno di cessazione della continuazione o della permanenza (art. 92 co. 1).
Anche il Codice Zanardelli disciplinava le fattispecie della sospensione (autorizzazione a procedere, deferimento di una questione ad altro giudizio, ex art. 92 co. 2) e della interruzione con modalità di funzionamento sostanzialmente simili a quelle attualmente vigenti.
Per quanto concerne il regime di rilevabilità, il Codice prevedeva che la prescrizione dell'azione penale fosse “applicata d'ufficio” e precludeva all'imputato la facoltà di rinunziarvi (art. 99).
Ma la impostazione del Codice Zanardelli verrà profondamente immutata dal 1931.
Nel Codice Rocco, infatti, la prescrizione verrà configurata in termini di causa di estinzione del reato.
* Il contenuto e le informazioni di questo paragrafo sono tratti da “La prescrizione del reato: profili di diritto sostanziale e riflessi processuali”, Tesi di Dottorato di Ricerca del Candidato Aldo Franceschini, Relatore Chiar.mo Prof. Giuseppe Riccio, Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli Federico II
Le considerazioni svolte sulla Riforma della Prescrizione del Reato entrata in vigore all'inizio del mese di gennaio ultimo scorso permettono di affermare che detta riforma è, da un lato, contraria ai principi del processo penale vigente e, dall'altro, è contraria alla tradizione della dottrina e giurisprudenza penalistica a far data dalla metà del ‘700 sino ai nostri giorni.
Infine, non può essere taciuto che, grazie alla mobilitazione dell'avvocatura ed alla indubbia rilevanza delle forti critiche da più voci mosse alla nuova disciplina della prescrizione, le parti politiche non hanno potuto fare a meno di recepire il chiaro messaggio di protesta.
La proposta di legge Costa che, nelle intenzioni, ha l'obiettivo di abrogare la Riforma Bonafede, è stata bocciata in commissione giustizia con un solo voto di scarto (23 a 22), ma il testo della stessa andrà comunque in Aula a Montecitorio il prossimo 27 gennaio, offrendo così un'ultima chance per l'abrogazione della nuova legge.
Inoltre, deve essere rilevato che lo stesso ministro Bonafede, dopo aver riferito di un vertice sulla giustizia, nel corso del quale “sono state raccolte le diverse sensibilità”, ha dichiarato di lavorare, insieme al premier Conte, ad una nuova proposta di mediazione che, sostanzialmente, prevederebbe di distinguere tra condannati ed assolti in primo grado, con interruzione della prescrizione in caso di condanna. Ove invece, in primo grado, l'imputato venga assolto, scatterebbe una lunga sospensione della prescrizione, che potrebbe arrivare fino a due anni.
Questo infatti è il contenuto del c.d. “Lodo Conte”, attualmente sul tavolo delle discussioni in tema di prescrizione.
E, volendo esprimere un commento in merito al “Lodo Conte”, sembra davvero condivisibile quanto espresso da Andrea Mascherin, Presidente del Consiglio nazionale forense, intervenendo in una trasmissione televisiva: “è una soluzione sbagliata perché il processo deve avere la ragionevole durata per tutti: per l'imputato, per chi è assolto, per le parti offese. È uno dei tanti compromessi al ribasso della politica sulla giustizia. Il problema è che la giustizia è diventato uno strumento di propaganda politica. Non c'è nessuna riflessione sull'interesse del sistema giustizia per il cittadino. Le riforme ormai si fanno sui sondaggi. Se all'indomani di un orribile ed efferato omicidio che scuote l'opinione pubblica la maggior parte degli italiani chiedesse di reintrodurre la pena di morte, la politica introdurrebbe la pena di morte. È un dramma per il Paese, stiamo mettendo in moto un pendolo che si sta allontanando drammaticamente dalla Costituzione”.