Source: http://asiloineuropa.blogspot.it/2011/
Timestamp: 2017-06-26 08:41:11+00:00
Document Index: 27159495

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', '§ 2', '§ 119', '§ 39', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 18']

Il 15 novembre la Commissione ha
lanciato una consultazione pubblica ("Libro Verde") sul
diritto al ricongiungimento familiare dei cittadini di Paesi terzi
che risiedono legalmente nel territorio degli Stati membri
La Commissione, nell'introduzione al
Libro Verde, sottolinea come la Direttiva 2003/86/CE, che fissa le
condizioni dell'esercizio del diritto in questione, sia stata
criticata da ONG e mondo accademico perché stabilisce un basso
livello di armonizzazione. Dal canto loro, alcuni Stati hanno
introdotto regole restrittive e hanno richiesto una modifica
della Direttiva che permetta di aggiungere ulteriori condizioni al
ricongiungimento familiare. Nella sua valutazione del 2008
sull'applicazione della Direttiva, la Commissione concludeva che il
testo in vigore lascia agli Stati membri troppo margine di manovra. Con la pubblicazione del Libro Verde,
la Commissione vuole dunque lanciare un dibattito pubblico sul
ricongiungimento familiare, a cui invita a partecipare tutti gli
interessati (istituzioni europee, autorità nazionali, regionali e
locali, ONG, società civile,...), che possono rispondere alle
domande avanzate entro il 1 Marzo 2012.
L'argomento di oggi è il Regolamento Dublino e non ha certo bisogno di grandi introduzioni. Si tratta senza dubbio del “pezzo” di politica europea in materia di asilo più famoso, discusso, criticato. Ne abbiamo parlato spesso anche su questo blog (V. ad esempio qui e qui).
Il 27 ottobre il Parlamento europeo ha
approvato la proposta di rifusione della Direttiva Qualifiche
(2004/83/CE). Si tratta di un passaggio molto importante in vista
dell'adozione definitiva da parte
del Consiglio UE, che avverrà probabilmente entro la fine dell'anno. È inoltre un primo passo in avanti verso il raggiungimento
dell'obiettivo di approvare le proposte di modifica di tutti gli
strumenti del Sistema europeo comune di asilo entro il 2012.
Ricordiamo che la Commissione europea
aveva presentato la sua proposta di modifica della Direttiva Qualifiche (2004/83/CE) nel 2009. Il Parlamento europeo e il
Consiglio avevano poi raggiunto, nello scorso luglio, un accordo su
un testo di compromesso, su cui il Parlamento si è ora espresso con
questo voto positivo. La nuova Direttiva, oltre a ribadire i
principi che ispirano l'attuale Direttiva Qualifiche (2004/83/CE),
cerca di realizzare un maggiore ravvicinamento delle norme relative
al riconoscimento e agli elementi essenziali della protezione
internazionale. Vediamo i principali punti di novità.
Il 22 settembre sono state rese note le Conclusioni dell'Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia UE in due cause riunite (C-411/10 N.S. e C-493/10 M.E. e altri) sull'interpretazione del Regolamento Dublino, sottoposte alla Corte di Lussemburgo, rispettivamente, da un giudice del Regno Unito e uno irlandese. Tali Conclusioni, per quanto non vincolanti, sono ovviamente molto importanti in vista della sentenza della Corte, che arriverà più avanti.
Le cause che hanno originato queste due richieste riguardano alcuni richiedenti asilo che, avendo presentato domanda nel Regno Unito o in Irlanda dopo essere stati arrestati in Grecia per ingresso clandestino, dovrebbero essere trasferiti in quest'ultimo Stato ai sensi del Regolamento Dublino. I giudici, consapevoli del rischio per i richiedenti asilo di subire una violazione dei loro diritti fondamentali a causa della saturazione del sistema greco di asilo hanno chiesto, in sostanza, alla Corte di Giustizia di stabilire se e a quali condizioni gli Stati membri possano, o debbano, in base all'art. 3 (2) del Regolamento Dublino ("clausola di sovranità") farsi carico dell'esame di una domanda di asilo, nonostante la responsabilità primaria sia di un altro Stato, qualora il trasferimento verso quest'ultimo esporrebbe il richiedente asilo a un rischio di violazione dei suoi diritti fondamentali. Vale la pena sottolineare alcuni passaggi delle Conclusioni dell'Avvocato Generale nella causa C-411/10:
Ad una prima lettura, le Conclusioni dell'AG sembrano indicare requisiti più stringenti (violazione dei diritti fondamentali), ma è comunque chiarissima sul principio: non vi è possibilità di "fiducia cieca" fra gli Stati membri, ogni presunzione di rispetto dei diritti fondamentali nel Paese responsabile per l'esame della domanda deve essere confutabile. E il Regolamento Dublino contiene già al suo interno le regole (in particolare l'art. 3 § 2) che permettono agli Stati di applicarlo in maniera compatibile con la protezione dei diritti fondamentali (§ 119).
Il 22-23 settembre si è svolto il Consiglio Giustizia e Affari Interni. Per quanto di nostro interesse, il Consiglio ha discusso lo stato dell'arte dei negoziati sul rinnovo degli strumenti del "pacchetto asilo".
Nel comunicato stampa del Consiglio viene detto che l'attenzione si è concentrata soprattutto sul Regolamento Dublino e, in particolare, sul "meccanismo di valutazione" che, nelle intenzioni della Presidenza polacca (la Polonia è presidente di turno del Consiglio UE fino alla fine dell'anno), dovrebbe servire a prevenire le crisi dei sistemi di asilo. Tale meccanismo avrebbe un duplice obiettivo: creare fiducia reciproca fra gli Stati e funzionare come meccanismo di allerta, al fine di essere preparati a eventuali crisi e facilitare così le decisioni sull'attivazione del "meccanismo di emergenza", contenuto invece nella proposta della Commissione europea di rifusione del Regolamento Dublino II e attualmente osteggiato dalla maggioranza degli Stati membri. Ricordiamo che il "meccanismo di emergenza" proposto prevede la possibilità per la Commissione di sospendere temporaneamente tutti i trasferimenti di richiedenti asilo ai sensi del Regolamento Dublino verso un Paese, qualora questo si trovi in una situazione di particolare pressione sul suo sistema di asilo, ovvero qualora il livello di tutela nel Paese in questione non sia conforme alla legislazione UE (con riferimento soprattutto agli standard delle Direttive Accoglienza e Procedure).
Secondo il comunicato stampa del Consiglio, l'idea di un meccanismo di valutazione è stata ben accolta, mentre la maggioranza degli Stati continua a rifiutare il meccanismo di emergenza, anche se accompagnato dal meccanismo di valutazione. Anche il blog della Commissaria Malmström fa un breve resoconto dell'incontro. E, ancor più chiaramente, ci dice che è andata piuttosto male. Non direttamente collegato al tema dell'asilo: il Consiglio non è riuscito a trovare l'accordo necessario per allargare l'area Schengen a Romania e Bulgaria. Vai al comunicato stampa del Consiglio Vai al Regolamento Dublino
La nota, dal titolo "Europe, now it is your turn to act", ricorda che, secondo l'UNHCR, al momento dello scoppio della guerra, si trovavano in Libia "circa 8.000 rifugiati riconosciuti e circa 3.000 richiedenti asilo", provenienti soprattutto da Paesi del Corno d'Africa, ma anche da Costa d'Avorio e Irak. Si tratta di persone che non possono tornare nei rispettivi Paesi di origine per via dei rischi che correrebbero e a cui né Egitto né Tunisia possono offrire soluzioni durature. Né il ritorno in Libia può essere considerato una valida alternativa. L'unica opzione per loro è dunque il reinsediamento.
Non ci sorprende troppo, dunque, leggere nella nota di Amnesty che la risposta degli Stati dell'UE è stata fin qui "totalmente inadeguata". Del resto, secondo le stime dell'UNHCR (Global Trends 2010), le persone che nel mondo necessitano di reinsediamento sono, nel 2011, più di 800.000, mentre la quota annuale offerta dagli Stati arriva ad 80.000 posti. Nel 2010, sempre secondo l'UNHCR, sono state reinsediate 98.800 persone, di cui 71.400 negli Stati Uniti, 12.100 in Canada e 8.500 in Australia...
Si noti che nel 2009 la Commissione europea ha presentato una Comunicazione sull'istituzione di un programma comune di reinsediamento UE. Tale programma comune, basato su una modifica della Decisione FER III che riconoscerebbe assistenza finanziaria agli Stati che provvedono al reinsediamento conformemente a delle priorità annuali comuni, avrebbe comunque come principio-guida il fatto che "la partecipazione degli Stati membri al reinsediamento dovrebbe restare volontaria".
Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, si è recato in Irlanda, ai primi di giugno, al fine di discutere con autorità ed esponenti della società civile irlandesi il tema della protezione dei gruppi vulnerabili in tempi di austerità. Il rapporto, con annessa la replica del governo irlandese, è stato pubblicato lo scorso 15 settembre.
Per quanto di nostro interesse, il Commissario esprime (§ 39) la sua preoccupazione riguardo alla durata delle procedure di asilo in Irlanda. Questo Paese, unico nell'Unione europea, ha una duplice procedura per l'esame, da un lato, dello status di rifugiato e, dall'altro, dello status di protezione sussidiaria (o il permesso di rimanere sul territorio per altri motivi). Due uffici diversi sono incaricati dell'esame e, mentre nel primo caso il tempo necessario per una risposta varia da otto a dieci settimane, nel secondo l'attesa si prolunga in media quattro anni. Durante questo periodo, i richiedenti rimangono in centri di accoglienza e ricevono circa 19 euro alla settimana (9 i bambini). Si tratta di un sistema criticato da UNHCR e ONG per le sue conseguenze negative sull'integrazione. Le osservazioni del governo irlandese, in replica al report del Commissario, sono puntuali. Viene detto che, in media, il tempo necessario per arrivare a una decisione finale è stato, nell'ultimo anno, di dieci mesi. Si procede quindi a un'utile descrizione delle attuali procedure. Le persone che si vedono rifiutare lo status di rifugiato entrano in una seconda procedura che considera se hanno diritto allo status di protezione sussidiaria o, in caso negativo, a un permesso di rimanere comunque sul territorio irlandese. Durante questa seconda procedura, separata da quella per lo status di rifugiato, l'esame ricomincia da zero. E' chiaro, continua la replica del governo, che non si tratta di una decisione che possa essere presa rapidamente, considerate le conseguenze sulla vita delle persone coinvolte.
Un progetto di riforma della legge, attualmente all'esame del Parlamento, prevede comunque l'introduzione di una procedura unica, più semplice e veloce. NB: nonostante il Protocollo sulla sua posizione annesso ai Trattati UE le consenta di restare fuori dagli strumenti adottati dall'Unione europea nel campo dell'immigrazione e dell'asilo, l'Irlanda ha deciso di essere vincolata dalle Direttive Qualifiche e Procedure, non dalla Direttiva Accoglienza.
Pochi giorni fa avevamo parlato della ormai prossima modifica del Regolamento Frontex. Ieri, l'organizzazione non governativa Human Rights Watch ha pubblicato un lungo e interessante rapporto dal titolo "The EU's Dirty Hands: Frontex Involvement in Ill-Treatment of Migrant Detainees in Greece".
Il rapporto, incentrato sul dispiegamento di una squadra di intervento rapido (RABIT) nella zona del fiume Evros, al confine fra Grecia e Turchia, tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011, si basa su una serie di visite sul campo, corredate da interviste con migranti, rifugiati e richiedenti asilo, funzionari della polizia greca e di Frontex. La situazione all'epoca era la seguente: a seguito di una richiesta delle autorità greche, incapaci di far fronte all'arrivo di numerosi migranti, il 2 novembre 2010 Frontex ha inviato in Grecia una squadra di intervento rapido (c.d. "RABIT"), composta da 175 guardie di frontiera provenienti dagli altri Paesi dell'area Schengen, oltre a varie attrezzature tecniche. La missione RABIT, originariamente prevista fino a dicembre, è stata poi prolungata fino a marzo e infine sostituita da una presenza permanente di Frontex (tramite l'operazione "Poseidon Land 2011"). Secondo il rapporto "General report 2011" di Frontex, la missione RABIT è stata un successo: da novembre 2010 a marzo 2011 si è registrato un calo del 76% nel numero dei migranti fermati durante un attraversamento irregolare del confine interessato. HRW ci presenta ora l'altra faccia della medaglia.
Il rapporto ricorda innanzitutto come la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo nel caso M.S.S. c. Belgio e Grecia, emanata proprio durante le attività RABIT in Grecia (benché non collegata ad esse), abbia, fra le altre cose, condannato il Belgio perchè, attraverso il rinvio in Grecia di un richiedente asilo, ha consapevolmente esposto quest'ultimo a condizioni di detenzione equiparabili a trattamenti degradanti. Durante la missione RABIT, anche Frontex ha favorito in diversi modi il trasferimento di migranti in centri di detenzione in cui le condizioni, verificate da HRW, erano le stesse condannate dalla Corte di Strasburgo. Pertanto, secondo il rapporto, Frontex è responsabile per aver esposto migranti a trattamenti proibiti. Frontex, del resto, come emerge dal rapporto, era ben consapevole delle condizioni nei centri di detenzione in Grecia in quanto vi aveva condotto visite poco prima dell'invio della squadra RABIT. In quanto Agenzia dell'Unione, poi, Frontex deve rispettare la Carta dei diritti fondamentali dell'UE e, in particolare, il divieto di tortura o trattamenti disumani o degradanti (art. 4) nonché il diritto di asilo (art. 18).
Alla base di tutto c'è una contraddizione evidente. Ai sensi del Regolamento Frontex, la responsabilità per il controllo dei confini esterni è piena responsabilità degli Stati membri. Inoltre, gli "agenti distaccati" da altri Paesi durante una missione RABIT possono agire esclusivamente agli ordini delle guardie di frontiera dello Stato membro ospitante e non possono adottare provvedimenti di respingimento. Frontex ha solo il compito di facilitare l'applicazione delle misure in materia di gestione delle frontiere esterne, attraverso il coordinamento delle azioni degli Stati. Tuttavia, emerge dal rapporto di HRW, è improbabile nella pratica che le autorità di uno Stato che, ammettendo l'incapacità di gestire il proprio confine, ha richiesto l'invio di squadre RABIT, finiscano poi per non seguire le indicazioni degli agenti dispiegati. O per lo meno, se una catena di comando esisteva, con a capo gli ufficiali greci, durante le visite di HRW nella regione di Evros, questo non era evidente.
Sebbene, dunque, sia vero che Frontex non ha alcun ruolo nella gestione (quindi negli standard) dei centri di trattenimento per migranti in Grecia, è altrettanto vero che i suoi agenti e i suoi responsabili sono ben a conoscenza della situazione, soprattutto all'interno di alcuni centri, e avrebbero potuto cercare soluzioni che permettessero che l'applicazione delle regole relative al dispiegamento della squadra RABIT avvenisse nel rispetto dei diritti fondamentali. Ad esempio, suggerisce HRW, prendere in considerazione, per il trattenimento, centri in cui le condizioni di vita sono accettabili.
Vai al Regolamento Frontex Vai al Regolamento che istituisce i RABIT e modifica Frontex
Con diverso ritardo, Eurostat rende noti i daTi relativi ai richiedenti asilo nei 27 Paesi UE, durante il primo quarto del 2011. Si tratta di 65.930 persone, circa 4.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2010. L'incremento è dovuto in buona parte al fatto che circa 2.300 tunisini hanno presentato domanda di protezione internazionale in febbraio e marzo 2011, contro i circa 100 nel primo quarto del 2010. Anche cittadini di Pakistan e Costa d'Avorio hanno presentato domanda di protezione in un numero decisamente più alto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Il più alto numero di domande è stato presentato da cittadini afgani (5.765), seguiti da russi (4.140), iracheni (3.790) e serbi (3.775). I Paesi che hanno ricevuto più richieste sono invece la Francia (14.335), la Germania (12.035), il Belgio (7.450), il Regno Unito (6.360) e la Svezia (6.230). L'incremento più sostanzioso di richieste si registra in Germania (+2.700) e Italia (+1.300). Francia e Germania, da sole, hanno ricevuto il 40% delle domande presentate nei 27 Paesi UE. Il rapporto analizza anche i dati relativi alle decisioni prese in prima istanza durante il primo quarto del 2011. In totale, nei 27 Paesi UE, su 55.620 domande esaminate (ovviamente non per forza presentate nello stesso periodo ma, più probabilmente, in periodi antecedenti), è stata riconosciuta una forma di protezione in 13.535 casi (il 24,3%). Nello specifico, lo status di rifugiato è stato riconosciuto nel 12,3% dei casi, lo status di protezione sussidiaria nell'8,2%, una protezione per ragioni umanitarie (sulla base di leggi nazionali) nel 3,8%. Quanto alle nazionalità, dal rapporto emerge come ai somali sia stata riconosciuta una forma di protezione nel 66% dei casi, agli iracheni nel 53%, agli afgani nel 44%.
Facendo dunque una piccola eccezione alla regola, ma in realtà senza allontanarci troppo dal tema oggetto di questo blog, il post di oggi è dedicato all'Italia e in particolare all'approvazione del "Programma annuale 2011 Fondo europeo per i rifugiati" (FER). La notizia è stata pubblicata sul sito del Ministero dell'Interno.
La novità più importante la ricaviamo dall'ultima pagina ed è una novità di questi tempi così rara: i soldi aumentano. In particolare, secondo il Piano di finanziamento indicativo, si passerebbe dai circa dieci Milioni di euro del 2010 ai venti Milioni e mezzo di euro di quest'anno, di cui quattordici e mezzo di provenienza europea. Di questi venti milioni abbondanti, un pò più di undici sarebbero destinati ad Azioni finalizzate al rafforzamento delle misure di accoglienza, supporto ed integrazione rivolte direttamente ai richiedenti/titolari di protezione internazionale, appartenenti a "categorie vulnerabili" (Azioni 4, 5, 6) o meno (Azioni 1, 2, 3). L'obiettivo esplicito è quello di promuovere l'inserimento lavorativo dei titolari di protezione internazionale "quale categoria che soffre di una situazione di particolare svantaggio nell'attuale contesto di crisi economica che sta caratterizzando l'Unione Europea" (punto 3).
Otto milioni e mezzo di euro sono stati invece richiesti dallo Stato italiano per l'attuazione delle "misure d'urgenza", cioè quelle misure "attivate a seguito della crisi socio-politica scoppiata in Nord Africa a partire dal gennaio 2011 e della conseguente emergenza umanitaria prodottasi in Italia in relazione all'eccezionale afflusso di immigrati, formalizzata con il decreto del Presidente del Consiglio del 12 febbraio 2011" (punto 5.3) In particolare, le misure previste (affidate senza gara, in ragione dell'emergenza) riguardano: - il potenziamento ed ampliamento delle attività di traduzione ed interpretariato svolte presso le Commissioni territoriali (Misura 1, 972.000 euro);
Giova ricordare che, mentre nelle due prime fasi del FER ("FER I" 2000-2004 e "FER II" 2005-2007) i soldi confluivano nel Fondo Nazionale per i Servizi e le Politiche dell’Asilo, dunque sostanzialmente nello SPRAR, i fondi del "FER III" (2008-2013) hanno una destinazione autonoma. In particolare, come si legge nel sito del Ministero dell'Interno, essi sono destinati "non più all’attività istituzionale per l’accoglienza, realizzata con lo Sprar sulla base della legge 189/2002, ma ad azioni complementari, integrative e rafforzative di essa." Non abbiamo elementi sufficienti per esprimerci sul carattere integrativo e rafforzativo dello SPRAR degli interventi finanziati con i fondi FER, soprattutto in un contesto generale che sembra privilegiare la nascita di forme di accoglienza diverse. A tale proposito segnaliamo in chiusura che, nell'introduzione al Programma annuale 2011 FER, è stata eliminata una frase che apriva quello del 2010: "[...] nell’ottica di una reductio ad unum delle misure in cui si articola il complessivo sistema nazionale di accoglienza e protezione". L'idea di una reductio ad unum peraltro era l'obiettivo generale individuato dall'Italia nel programma pluriennale 2008-2013.
Il documento, che si concentra sulle situazioni di pressione particolare, chiede al Consiglio un parere su due punti importanti emersi nel corso dei negoziati sul "pacchetto asilo". L'Unione, si dice, dovrebbe dotarsi di meccanismi 1) per prevenire situazioni di pressione particolare e 2) per gestire le crisi che non possono essere prevenute.
Con riferimento al primo punto, il documento propone un meccanismo per valutare la maniera in cui gli Stati membri applicano l'acquis nel campo dell'asilo e in particolare se possiedono la necessaria capacità di affrontare una situazione di accresciuta pressione. Ciò servirebbe, negli intenti del documento, a costruire fiducia fra gli Stati anche perché quelli in difficoltà sarebbero assistiti nello sviluppo di un piano d'azione, la cui implementazione sarebbe poi monitorata e valutata. Quanto al secondo punto, il riferimento va al già proposto (dalla Commissione) meccanismo di emergenza per la sospensione (solo come extrema ratio) di alcuni trasferimenti in base al Regolamento Dublino. Ciò servirebbe a evitare che una situazione già ingestibile per un Paese sia peggiorata dall'applicazione delle regole di Dublino. Si tratta di un punto delicatissimo per gli Stati membri e causa del sostanziale stallo nei negoziati con il Parlamento europeo sulla modifica del Regolamento Dublino.
Il Parlamento europeo ha approvato ieri, martedì 13 settembre, la proposta della Commissione di modifica del Regolamento Frontex, già precedentemente modificato nel 2007 limitatamente all'introduzione di un meccanismo per la creazione di squadre di intervento rapido alle frontiere (RABIT). Il testo di modifica del Regolamento n. 2007/2004, su cui già si era trovato un accordo politico fra Parlamento europeo e Consiglio prima dell'estate, dovrà ora essere formalmente adottato da quest'ultimo. Ad adozione avvenuta dedicheremo un piccolo spazio all'approfondimento. Vai al comunicato stampa della Commissione europea
In un post di un paio di giorni fa suo blog, Cecilia Malmström, Commissario europeo agli Affari interni, informa brevemente di uno scambio di opinioni avuto con il ministro polacco Miller (la Polonia è presidente di turno del Consiglio UE) e il Presidente della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, Juan Lopez Aguilar sullo stato dei negoziati per la modifica degli strumenti del "pacchetto asilo". Ovviamente il Commissario non dice granché dell'incontro. Poche righe, che confermano quello che già si sapeva. Cioè che il Regolamento Dublino rappresenta l'ostacolo più duro, con molti Stati che contrastano la proposta della Commissione. I negoziati sulle (nuove) proposte di rifusione delle Direttive Accoglienza e Procedure stanno invece facendo "piccoli ma costanti progressi".