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Timestamp: 2020-07-03 11:24:10+00:00
Document Index: 65873370

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'sentenza ', 'art. 327', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 26', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 41', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 375']

Sentenza Cassazione Civile n. 2397 del 01/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2397 del 01/02/2011
Cassazione civile sez. I, 01/02/2011, (ud. 17/12/2010, dep. 01/02/2011), n.2397
E.E. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata
rappresentata e difesa dall’avvocato BALDASSINI ROCCO, giusta procura
29/03/2005, n. 50993/04 R.G.A.D.;
Con ricorso depositato l’8-07.2004, E.E. adiva la Corte di appello di Roma chiedendo che la Presidenza del Consiglio dei Ministri fosse condannata a corrisponderle l’equa riparazione prevista dalla L. n. 89 del 2001 per la violazione dell’art. 6, sul “Diritto ad un processo equo”, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e della libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con la L. 4 agosto 1955, n. 848. Con decreto del 24.01- 29.03-2005, l’adita Corte di appello, nel contraddittorio delle parti, dichiarava inammissibile la domanda riferita al giudizio amministrativo di cognizione e la respingeva, invece, con riferimento al successivo giudizio di ottemperanza, compensando le spese processuali. La Corte osservava e riteneva, tra l’altro:
che l’ E. aveva chiesto l’equa riparazione del danno subito per effetto dell’irragionevole durata del processo amministrativo da lei introdotto, con ricorso del 2.03.1990, nei confronti della Regione Lazio, dinanzi al TAR Lazio, e favorevolmente definito con sentenza resa il 26.09.2001 dal Consiglio di Stato, passata in giudicato a tutto voler concedere l’11.11.2002, per decorso del termine d’impugnazione previsto dall’art. 327 c.p.c.;
che, con ricorso del 19.11.2003, l’ E. aveva dovuto intraprendere il giudizio di ottemperanza, dinanzi al TAR Lazio, che solo in data 28.02.2004 aveva nominato il Commissario ad acta, senza che peraltro il ricorrente avesse conseguito l’effettiva realizzazione dei suoi diritti che il giudizio di ottemperanza, benchè anch’esso d’indole giurisdizionale, costituiva un giudizio autonomo ed eventuale rispetto a quello di cognizione che, quindi, la domanda d’indennizzo, introdotta nel 2004, era inammissibile e/o improcedibile per decadenza ai sensi della L. n. 89 del 2001, artt. 4 e/o 6, rispetto al giudizio di cognizione, essendo decorso il prescritto termine semestrale dalla data del passaggio in giudicato della sentenza di cognizione e, invece, era infondata in relazione al giudizio di ottemperanza, non essendo stati offerti parametri di valutazione della ragionevolezza della relativa durata.
Avverso questo decreto l’ E. ha proposto ricorso per Cassazione, notificato il 27.04.2006 e depositato memoria. La Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha svolto attività difensiva.
A sostegno dell’impugnazione l’ E. deduce:
Contestuale contraddittorietà della motivazione, art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento alla consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’art. 26, 35 e sull’art. 6 paragrafo 1, della Convenzione Europea dei Diritti Umani, sulla determinazione del concetto di processo, procedimento cui riferire la durata irragionevole e le violazioni della Convenzione.
Violazione dell’artt. 26 e 35, dell’art. 6, par. 1, dell’art. 13 e dell’art. 41 CEDU Violazione L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 1 e 3, e al rinvio della stessa legge alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo Violazione art. 13 della Convenzione ed omessa immediata e diretta applicabilità della stessa in Italia.
Essenzialmente l’ E. si duole che ai fini della proponibilità della domanda di equa riparazione ex L. n. 89 del 2001, della determinazione della complessiva durata del processo e del conseguente accertamento del dedotto danno sia mancata la considerazione unitaria del giudizio di ottemperanza e di quello precedente, la cui decisione finale a lei favorevole non aveva avuto spontanea attuazione da parte dell’ente pubblico soccombente. I motivi di ricorso, che essendo strettamente connessi consentono esame unitario, non sono fondati.
Occorre premettere che in tema di giudizio di cassazione, l’inammissibilità della pronunzia in camera di consiglio è ravvisatale solo ove la Suprema Corte ritenga che non ricorrano le ipotesi di cui all’art. 375 cod. proc. civ., comma 1, ovvero che emergano condizioni incompatibili con una trattazione abbreviata, nel qual caso la causa deve essere rinviata alla pubblica udienza. Ove, per contro, la Corte ritenga che la decisione del ricorso presenti aspetti d’evidenza compatibili con l’immediata decisione, ben può pronunziarsi per la manifesta fondatezza dell’impugnazione, anche nel caso in cui le conclusioni del P.G. siano state all’opposto, per la manifesta infondatezza, e viceversa (cfr tra le altre, cass. 200713748;200723842).