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Timestamp: 2020-08-03 16:07:14+00:00
Document Index: 170684244

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 13', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 40', 'art. 11', 'art. 5', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 111', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 325', 'art. 327', 'art. 348', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 1795 del 24/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1795 del 24/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 24/01/2017, (ud. 18/10/2016, dep.24/01/2017), n. 1795
sul ricorso 24761-2013 proposto da:
ALPINA SRL (OMISSIS), C.R. (OMISSIS), elettivamente
dell’avvocato DANIELE MANCA RITTI, che li rappresenta e difende
unitamente all’avvocato FABRIZIO TOMASELLI in virtù di procura in
ROMA, P. COLONNA 355 C/O AVVOC. REGIONE, presso lo studio
dell’avvocato DANIELA IURI, che la rappresenta e difende in virtù
avverso la sentenza n. 824/2011 del TRIBUNALE DI PORDENONE,
depositata il 28 settembre 2011, ed avverso l’ordinanza della CORTE
D’APPELLO di TRIESTE depositata l’08/05/2013;
udito l’Avvocato Bitti Daniele Manca per i ricorrenti;
RUSSO LUIGI ROSARIO che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Con ricorso del 3 aprile 2008, la Alpina S.r.l. e C.R., in proprio e quale legale rappresentante della prima, proponevano opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 5-7.7/35432 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di Euro 40.599,11 per il mese di aprile 2008, avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 5-7.7/35433 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di Euro 61.646,39 per il mese di maggio 2007, avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 57.7/35434 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di C 55.417,48 per il mese di giugno 2007, avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 5-7.7/35436 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di Euro 72.376,65 per il mese di luglio 2007, avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 5-7.7/35437 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di Euro 100.000,00 per il mese di agosto 2007, avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 57.7/354331 del 23 aprile 2008, relativa al verbale n. (OMISSIS), quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare, per un importo di Euro 100.000,00 per il mese di settembre 2007, sanzioni irrogate ai sensi della L. n. 119 del 2003, art. 5, per la violazione di quanto previsto da Reg. CE n. 1788 del 2003, art. 11, commi 1 e 3, dal Reg. CE n. 595 del 2004, art. 17.
Disposta la sospensione dell’efficacia delle ordinanze gravate, si costituiva la Regione Friuli Venezia Giulia, che chiedeva il rigetto dell’opposizione.
Il Tribunale di Pordenone con la sentenza n. 824 del 28 settembre 2011 rigettava l’opposizione ed a seguito di appello proposto dagli opponenti, la Corte d’Appello di Trieste pronunciava ex art. 348 ter c.p.c., ordinanza di inammissibilità reputando che l’appello non avesse ragionevole probabilità di accoglimento.
Rilevava la Corte distrettuale che, conformemente alla propria precedente giurisprudenza, doveva ritenersi che il quadro normativo di riferimento in merito alla tematica del prelievo supplementare per le quote latte, era stato innovato dalle previsioni di cui al Reg. CE. n. 1788/03, che aveva imposto in maniera obbligatoria agli acquirenti del latte di riscuotere il prelievo supplementare dovuto dai produttori per i quantitativi eccedenti la quota di riferimento individuale, ritenendoli i soggetti più idonei (dodicesimo considerando).
In tal senso si era modificato il precedente regime di cui al Reg. n. 3950/92 (che invece prevedeva come facoltativa la trattenuta del prelievo supplementare da parte di detti soggetti), come peraltro confermato anche dall’art. 13 del Reg. del 2003 il quale aveva disposto che in caso di inadempimento da parte dell’acquirente, lo Stato membro, fermo restando il diritto di riscuotere il prelievo dal produttore, può applicare le sanzioni all’acquirente inadempiente.
Infine evidenziava la sussistenza della responsabilità solidale tra la società e la persona fisica che ne ha la rappresentanza la L. n. 689 del 1981, ex art. 6.
Avverso la indicata sentenza del Tribunale di Pordenone nonchè avverso l’ordinanza di inammissibilità della Corte di Appello di Trieste hanno proposto ricorso per cassazione la Alpina srl e C.R. sulla base di sette motivi.
1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed in particolare la mancata applicazione del Reg. CE n. 72/09 e della L. n. 33 del 2009.
Rilevano che il Regolamento citato nei propri considerando aveva evidenziato gli ostacoli che il sistema delle quote latte aveva frapposto al conseguimento dell’efficienza del settore, ed i rischi in particolare scaturenti in danno dell’Italia.
Con il successivo D.L. n. 4 del 2009, conv. nella L. n. 33 del 2009, si erano previste una serie di norme volte a favorire la rateizzazione dei debiti relativi alle quote latte, come gli artt. 8 ter ed 8 quater e 8 qumquies.
Ai sensi di tale disciplina, fino alla scadenza del termine previsto per presentare la domanda di rateizzazione, sono altresì sospese le procedure di recupero per compensazione ed ogni procedura di recupero forzoso, sospensione che si protrae, in caso di presentazione della domanda, fino alla conclusione del procedimento di rateizzazione.
Inoltre, ove non sia presentata domanda di rateizzazione ovvero ove il produttore decada dal beneficio della dilazione, il recupero potrà avvenire da parte dell’AGEA, non più con il ricorso all’esecuzione esattoriale, ma tramite la procedura di cui al R.D. n. 639 del 1910.
Ne consegue che è stato introdotto un regime normativo autonomo che ha totalmente sostituito quello preesistente, e che per l’effetto rende inefficaci le sanzioni irrogate.
Con il secondo motivo si denunzia l’omessa valutazione dell’illegittimità dei provvedimenti impugnati, per eccesso di potere, disparità di trattamento e difetto di motivazione.
Si deduce che dinanzi al giudice di merito si era dedotto che l’ordinanza impugnata aveva trascurato) di specificare che i soci dell’Alpina, che erano anche produttori del latte, ed ai quali era stato imputato il prelievo supplementare, avevano ottenuto dai competenti Tribunali la sospensione della comunicazione di assegnazione dei quantitativi di riferimento e la sospensione delle comunicazioni di attribuzione del prelievo supplementare, con la conseguenza che doveva reputarsi inesistente l’obbligo di versamento.
Quindi, non poteva imputarsi all’Alpina l’omessa trattenuta del prelievo) supplementare atteso che gli stessi soci non erano debitori di tali somme.
Inoltre è stata del tutto omessa la disamina delle censure concernenti la natura facoltativa del prelievo in capo all’acquirente, in quanto) i giudici di merito avevano trascurato le conclusioni della giurisprudenza di legittimità che aveva in più occasioni ribadito la facoltatività della trattenuta del prelievo) supplementare da parte dell’acquirente, alla luce della corretta interpretazione del Reg. CE n. 3590/92.
La tesi fatta propria dalla sentenza gravata per la quale invece oggi sarebbe vigente una disciplina che rende tale trattenuta obbligatoria contrasta con la chiara continuità esistente tra la disciplina già passata al vaglio della Suprema Corte (e prima ancora della Corte di Giustizia), e quella dettata, quanto alle vicende oggetto di causa, dal Reg. n. 1788/03.
Del pari risultava trascurata la circostanza che la società aveva concordato con i soci una forma di garanzia che assicurava i versamenti da parte di questi ultimi, ai quali erano state imputate le somme a tale titolo dovute, provvedendosi altresì a farsi rilasciare un atto formale di riconoscimento del debito, ritualmente sottoscritto da ogni singolo socio, per tutte le somme eventualmente dovute a titolo di prelievo supplementare.
Peraltro, tenuto conto delle modalità di pagamento del latte (a 108 giorni), il prelievo sarebbe avvenuto al momento del pagamento del saldo in favore del socio, come peraltro confermato dalle annotazioni contabili della società.
Inoltre si denunzia che il Tribunale ha disatteso e trascurato l’ulteriore eccezione in ordine alla sussistenza dei provvedimenti cautelari e precisamente di varie ordinanze pronunciate da diversi Tribunali territorialmente competenti, con le quali alla società era stato ordinato di non trattenere ed anzi restituire tutte le somme trattenute ai soci conferenti.
Il terzo motivo denunzia la violazione di legge ed in particolare del Reg. n. 3950/92, art. 2, comma 1, del Reg. CE n. 1392 del 2001, art. 7, del Reg. CE n. 1788 del 2003, artt. 1, 3 e 4, del Reg. CE n. 595/04 e dell’art. 10 Cost..
La normativa comunitaria prevede poi che l’esatta determinazione del quantitativo individuale avvenga solo all’esito dell’eventuale riassegnazione della totalità o di una parte dei quantitativi di riferimento inutilizzati da parte degli altri produttori, come previsto dal Reg. n. 1392 del 2001, art. 7, di applicazione delle previsioni di cui al Reg. n. 3590/92, modalità questa confermata anche dalla disciplina sopravvenuta.
Il quarto motivo denunzia la violazione della L. n. 46 del 1995, art. 2, comma 1, a seguito degli interventi della sentenza della Corte Costituzionale n. 529/1995, con la conseguente violazione del Reg. n. 3950 del 1992, art. 4 e del Reg. n. 1788 del 2003, art. 6.
Il quinto motivo lamenta la violazione del Reg. n. 3950/92 e del Reg. n. 1788/03 e del principio di parità di trattamento sancito dall’art. 40 n. 3, comma 2, del Trattato mentre il sesto motivo denunzia la violazione del Reg. n. 1392 del 2001, art. 11, comma 3.
Infatti, risulta omessa ogni valutazione in ordine alla contestazione contenuta nel ricorso originario, in quanto era stato posto il prelievo supplementare solo a carico di alcuni produttori, lasciando impregiudicati altri produttori che si trovavano in condizioni analoghe ai primi.
A tal fine si richiamano una serie di atti, ed in particolare i risultati delle indagini compiute dalla Commissione istituita con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 30/203, al fine di accertare la coerenza delle produzioni commercializzate del latte e dei prodotti lattari, dalle quali emergeva un sistema connotato da inaffidabilità, attesa anche l’esistenza di quote individuali solo cartacce.
Infatti la L. del 2005 ha determinato per il mancato rispetto degli obblighi di cui alla L. n. 119 del 2003, art. 5, comma 5, una sanzione commisurata al prelievo supplementare eventualmente dovuto e comunque non inferiore ad Euro 1000,00 e non superiore ad Euro 100.000,00, fermo restando l’obbligo del versamento del prelievo supplementare.
Rilevano i ricorrenti che la Regione aveva impedito al ricorrente di avvalersi della facoltà di pagare la sanzione nella misura pari al doppio del minimo edittale, non indicando alla società l’esistenza di tale facoltà, ma addirittura escludendo che la stessa potesse avere efficacia liberatoria.
2. Preliminarmente deve essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso nella parte in cui risulta indirizzato anche nei confronti dell’ordinanza adottata ex art. 348 ter c.p.c., dalla Corte d’Appello, e ciò alla luce di quanto di redente chiarito dalle Sezioni Unite di questa corte con la sentenza n. 1914/2016, la quale a risoluzione del contrasto emerso a seguitio della novella, ha precisato che l’ordinanza de qua è ricorribile per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, limitatamente ai vizi suoi propri costituenti violazioni della legge processuale (quali, per mero esempio, l’inosservanza delle specifiche previsioni di cui agli artt. 348 bis c.p.c., comma 2, e art. 348 ter c.p.c., comma 1, primo periodo e comma 2, primo periodo), purchè compatibili con la logica e la struttura del giudizio ad essa sotteso, essendo invece esclusa la ricorribilità, laddove, come nel caso in esame, la decisione del giudice di appello si sia limitata a delibare, come appunto prescritto dall’art. 348 bis c.p.c., la ragionevole probabilità di accoglimento del gravarne (cfr. in tal senso anche Cass. n. 20470/20’15 secondo cui l’ordinanza emessa per manifesta infondatezza nel merito del gravame non è ricorribile per cassazione, neppure ai sensi dell’art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento carente del carattere della definitività, giacchè il medesimo art. 348 ter, comma 3, consente di impugnare per cassazione il provvedimento di primo grado).
3. Il ricorso è però del pari inammissibile anche laddove risulta propriamente indirizzato nei confronti della sentenza del Tribunale, occorrendo a tale fine rilevare la sua intempestività.
Ed, infatti, la parte che intenda esercitare il diritto di ricorrere in cassazione ex art. 348 ter c.p.c., comma 3, deve rispettare il termine di sessanta giorni, di cui all’art. 325 c.p.c., comma 2, che decorre dalla comunicazione dell’ordinanza, ovvero dalla sua notificazione, nel caso in cui la controparte vi abbia provveduto prima della detta comunicazione o se questa sia stata del tutto omessa dalla cancelleria, mentre il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., opera esclusivamente quando risulti non solo omessa la comunicazione, ma anche la notificazione (così Cass. n. 2594/2016).
Da attestazione rilasciata dalla Corte d’Appello di Trieste emerge che l’ordinanza della Corte adottata ex art. 348 ter c.p.c., è stata comunicata all’Avvocato Tomaselli, difensore dei ricorrenti anche in grado di appello a mezzo PEC in data 8 maggio 2013, e cioè lo stesso giorno del deposito, sicchè, avuto riguardo alla data di proposizione del presente ricorso (30/10/2013) non può che rilevarsene la tardività.
4. Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna dei ricorrenti al rimborso in favore della controparte delle spese del presente giudizio, come da dispositivo che segue.
5. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 – quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al rimborso in favore della Regione Friuli Venezia Giulia delle spese del giudizio che liquida in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi, ed accessori come per legge;