Source: http://www.idraonlus.it/vecchiosito/L.%20Banti%20e%20Luzzi,%2027-2-'06.htm
Timestamp: 2018-10-22 21:02:34+00:00
Document Index: 45395483

Matched Legal Cases: ['art. 4037', 'art. 4037', 'art. 45', 'art. 165', 'arta 3274', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 117', 'art. 38', 'art. 28', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 20', 'art. 20']

totale n. 12 pagine (inclusa la presente)
Firenze, 27.2.’06
AL DIRETTORE GENERALE DELLA A.S.L. 10 DI FIRENZE
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AL PRESIDENTE DELLA GIUNTA PROVINCIALE DI FIRENZE
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AL SINDACO DEL COMUNE DI VAGLIA (FI)
fax 055.40.75.45, f.pieri@comune.vaglia.firenze.it
PER IL PATRIMONIO STORICO, ARTISTICO ED ETNOANTROPOLOGICO
DELLE PROVINCE DI FIRENZE, PRATO E PISTOIA
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ASSESSORE AL TERRITORIO E ALLE INFRASTRUTTURE
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fax 055.438.31.80, riccardo.conti@regione.toscana.it
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fax 055.438.31.81, marino.artusa@regione.toscana.it
SULL’ALIENAZIONE
DELL’EX OSPEDALE “SAVERIO ALOIGI LUZZI”
E DELL’EX SANATORIO “GUIDO BANTI”
DI PROPRIETÀ DELLA ASL 10 DI FIRENZE
Gli immobili in oggetto, qualificati come “beni da reddito” di proprietà della ASL 10 di Firenze, costituiscono la parte rimasta invenduta di un complesso immobiliare destinato alla prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie respiratorie, articolato in tre lotti andati all’asta il 19/07/2005. Il lotto n. 1 – fabbricato sito in Firenze, Viale Redi n. 19 – risulta aggiudicato per la cifra di Euro 4.833.100,00 alla Sig.ra Isola Faina per conto della ditta “Cosimo Bartoli S.R.L.”. Per i lotti nn. 2 e 3, ad oggi, non risulta ancora fissata una data per il successivo incanto.
La fortunosa (?) circostanza permette di approfondire l’esame della vicenda in corso, sulla base dei numerosi elementi di collegamento che i beni residui presentano e che inducono a trattarli come un’entità organica.
A. UBICAZIONE
Pur rientrando territorialmente in due Comuni diversi, rispettivamente Sesto Fiorentino e Vaglia, il “Luzzi” ed il “Banti” sorgono sulla stessa collina a circa 5 Km. da Firenze, in un’area compresa fra la Via Vecchia Bolognese, la Villa Demidoff, il Monte dell’Uccellatolo ed il Torrente Mugnone, ad un’altitudine di circa 500 m. La zona, precedentemente assai vivace per traffici e commerci, rimase piuttosto isolata dopo la realizzazione nel 1763 della c.d. Variante Montorsoli da Fontesecca a Fontebuona che, dirottando il traffico verso Pratolino, fece prevalere in essa l’elemento agricolo-residenziale. Ne è prova la trasformazione dell’assetto urbanistico dei luoghi. Il Comune di Vaglia fino agli inizi dell’Ottocento era solo un nucleo di case sparse lungo la Via Bolognese, senza un vero “centro storico”. Solo a partire dal 1809, col distacco amministrativo da San Piero a Sieve, iniziò il consolidamento urbano del nuovo Ente che andava strutturandosi intorno alla proprietà della Famiglia Saltini, passata successivamente ai Corsini. Quanto a Pratolino, la principale frazione di Vaglia, le sue testimonianze più antiche risalgono ad una serie di bolle papali del XII secolo che attestano l’esistenza in quei luoghi sul fianco orientale del Monte dell’Uccellatolo di un possedimento dei Vescovi di Fiesole chiamato “Prato” e “Selva” Regia. La comunità urbana, però, è relativamente recente in quanto ha cominciato a svilupparsi solo dopo lo spostamento del tracciato della Via Bolognese.
Le Perizie di stima allegate al bando con il quale la ASL 10 ha mandato all’asta il 19 luglio 2005 i due complessi “Banti” e “Luzzi” non sono molto dettagliate circa l’analisi storico-ambientale dalla quale invece non si può prescindere per comprendere l’autentico valore dei Presìdi in oggetto. Il territorio di riferimento, comunemente definito “Pratolino”, nel quale si colloca anche la “Villa Demidoff”, costituisce infatti una vasta e pregevole area caratterizzata in tutta la sua estensione da un’alternanza di boschi, aree aperte, zone umide, fabbricati rurali, edifici residenziali…in breve, un territorio fortemente antropizzato sul quale l’uomo ha lasciato tracce indelebili. Il tempo ne ha visto mutare più volte la destinazione, a volte per fatti naturali, a volte per scelta dei singoli proprietari. Il risultato attuale è quello di “una serie di ambienti con un alto grado di naturalità ma modellati dall’azione dell’uomo, ovvero in una situazione di seminaturalità quasi perfetta” (cfr. Laboratorio Didattico Ambientale della Provincia di Firenze - Ricerca faunistica - 2005).
B. UNICITÀ DELLA PROPRIETÀ ORIGINARIA
Secondo le Perizie di stima, tutta l’area su cui sorgono i due complessi apparteneva al Sig. Gastone Pinucci e venne acquistata come blocco unico dal Consorzio Provinciale Antitubercolare di Firenze con atto rogato dal Segretario Generale della Provincia di Firenze in data 30/06/1928, registrato in data 04/07/1928 al n. 76 volume 367 e trascritto in data 01/07/1928 volume 1070 art. 4037 registro particolare, con successiva correzione del 18/08/1929 volume 1070 art. 4037 registro particolare. Sarà poi il Consorzio a frazionare la proprietà in due lotti, concessi gratuitamente ed in perpetuo all’INFPS (Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale) in due momenti successivi e per finalità specifiche (per le quali si rimanda alle relative Perizie): i primi padiglioni dell’Ospedale “Luzzi” risultavano operativi già dal 1928, mentre per il Sanatorio “Banti” si dovrà attendere il 1934 solo per l’inizio dei lavori!
Il frazionamento fu probabilmente determinato da ragioni pratiche. Infatti quasi tutti gli edifici già esistenti nella proprietà Pinucci si trovano su un unico lato di Via dell’Uccellatoio, articolati fra loro in un complesso mosso ma adattabile a funzioni ospedaliere con relativamente poche modifiche ed attivabile in tempi brevi. Invece il progetto di un Sanatorio, come doveva essere il “Banti”, imponeva caratteristiche tecniche particolari alle quali poteva rispondere meglio un edificio costruito ad hoc, che avrebbe richiesto tempi più lunghi. Da qui l’opportuna scelta di separazione dei due lotti.
C. VINCOLI
Entrambe la strutture costituiscono “beni di pregio”, sia come “complessi sanitari” sia come singoli manufatti considerati quali “opere in sé”, anche se è sempre con riferimento al “complesso” che viene effettuata la stima. Non bisogna dimenticare, infatti, che il “Luzzi” comprende almeno tre strutture – la Villa, l’Edificio d’ingresso, la Cappella – inquadrabili nel c.d. “liberty fiorentino” e che il “Banti”, piaccia o non piaccia a livello estetico, rappresenta pur sempre una delle prime costruzioni realizzate interamente in cemento armato! Questo valore intrinseco determina tutta una serie di vincoli, di varia portata e natura, per i quali si rimanda alle Perizie, molto dettagliate in proposito.
Ma c’è un particolare ed ulteriore elemento che collega i due complessi e al tempo stesso ne dovrebbe costituire un ulteriore vincolo, del quale però le Perizie non riportano traccia. Si tratta dell’Acquedotto Mediceo di Pratolino, un manufatto che ha una struttura complessa tanto quanto la sua storia!
Le fonti di cui disponiamo sull’assetto storico-territoriale della località in questione sono piuttosto numerose: atti conservati nell’Archivio di Stato di Roma e di Firenze, nell’Archivio della Provincia di Firenze - in particolare, il c.d. “Fondo Demidoff” nell’Archivio Storico -, negli Archivi dei Comuni ed Enti Pubblici interessati; certificati del Catasto e delle Conservatorie; cartografie I.G.M.; risultati dei censimenti svoltisi fino ai primi del Novecento; registri ecclesiastici; testi storici e letterari; documenti iconografici. Se le coordiniamo con la documentazione concernente i due complessi ex sanitari (in parte richiamata dalle relative Perizie) siamo in grado di ricostruire il tracciato e l’evoluzione di quell’opera idraulica con discreta precisione.
1. Il Catasto di Borgo San Lorenzo, sez. E part. 45 e sez. D part. 165, riportava l’indicazione di una conduttura sotterranea con una sede larga circa 3 ml. e manufatti murari esterni di misura equivalente.
2. L’Atto di Donazione all’INFPS da parte della Principessa Demidoff del 15/07/1935, rep. 2578 n.18 del fasc. LXV Intendenza di Finanza di Roma (copia autentica presso l’Arch. St. di Firenze, Prefettura di Firenze, Affari ordinari, 1936, n. 102), posto in premessa che l’Istituto stava avviando la costruzione di un Convalescenziario in località Pratolino, su un terreno adiacente a quello sul quale già sorgeva l’Ospedale del Consorzio Antitubercolare di Firenze, e che la Principessa aveva “offerto di cedere all’Istituto medesimo le sorgenti di acqua di sua proprietà di Bivigliano e di Monte Senario nonché l’acquedotto che collega le sorgenti stesse alla Villa di Pratolino”, indica come oggetto della donazione stessa “l’antico Acquedotto Mediceo di Pratolino, riportato a carta 3274 del Catasto terreni del Comune di Vaglia, distinto in sez. D dalla particella 156 bis, articolo di stima 338, nonché la parte di recente costruzione dell’Acquedotto stesso attraverso i terreni rappresentati dalle porzioni delle particelle 44-50-47-49 Sezione E, distinta con lettere B e C, quanto alla particella 44, e con lettera A quanto a ciascuna delle particelle 50-47-49 e dalle porzioni di ciascuna delle particelle 126-127 Sezione E [...]. L’Acquedotto donato è più precisamente quello che dalle sorgenti di Bivigliano e Monte Senario, sia in sede propria che nel sottosuolo stradale, porta al Reale Parco di Pratolino: il tutto come risulta dalla planimetria che [...] si allega al presente atto sotto la lettera C” (art. 1).
Il fascicolo corrispondente dell’Arch. St. di Firenze conserva anche un Promemoria sull’Acquedotto a Pratolino indirizzato nel 1936 al Prefetto di Firenze ed una Deliberazione del Podestà di Vaglia datata 05/09/1936, prot. n. 944, con la quale il Comune accetta la riserva a proprio favore del diritto di prelievo di 40 mc. al giorno sulla portata dell’Acquedotto donato.
Il Contratto di cessione gratuita ed in perpetuo all’INFPS, da parte del Consorzio Provinciale Antitubercolare di Firenze, di un terreno in località “L’Uccellatolo”, ricevuto dall’Intendente di Finanza di Firenze in data 28/11/1934 al n. 2351 Rep. e registrato il giorno successivo al foglio 1608 n. 16, con la relativa “Nota di Trascrizione”, contiene anch’esso riferimenti all’Acquedotto Mediceo. Il Contratto assegna all’INFPS, al fine della costruzione di un Convalescenziario per i lavoratori, un appezzamento lungo la vecchia strada da Fontesecca a Pratolino distinto al Catasto di Vaglia alla Sezione G col mappale 419 (articolo di stima 316) e parte del mappale 420 (articolo di stima 317) oggi coincidente con il tratto iniziale della S.P. 130 “Panoramica di Monte Morello” o “dei Colli Alti”. La Nota di Trascrizione attesta: a) l’esistenza di un Acquedotto, a servizio dell’Ospedale di proprietà del Consorzio sito più a valle nella “Tenuta del Poggiolo”, il cui percorso è indicato da una linea tratteggiata fra i Punti C e D della planimetria (allegata all’atto sotto la lettera E) del suolo individuato al Catasto di Vaglia proprio col mappale 420 Sezione G, e di una riserva a favore del Consorzio della servitù di acquedotto su una fascia di terreno larga 3 m. e lunga quanto la conduttura stessa, le cui misure coincidono con quelle indicate dalla “Donazione Demidoff”; b) la riserva, sempre a favore del Consorzio, di un prelievo di 50 mc. d’acqua sulla portata giornaliera delle sorgenti promesse, e poi cedute, dalla Principessa Demidoff in caso di insufficiente adduzione dell’Acquedotto di alimentazione dell’Ospedale stesso, identificabile con il “Luzzi”, ed a condizione che il prelievo incidesse su un esubero rispetto alle esigenze del Convalescenziario.
3. La Planimetria del Sanatorio “Banti” al Catasto Edilizio Urbano di Vaglia datata 21/06/1977 prot. 16417, depositata dopo la fine della gestione da parte dell’INFPS quando la struttura era passata di competenza ASL e aveva già assunto la nuova denominazione di “Ente Ospedaliero Guido Banti e Salviatino”, riporta la presenza di un lago (33 mq), di 28 sorgenti e di un acquedotto di collegamento (33,568 mq).
4. L’“Archivio Demidoff”, infine, costituisce una preziosa fonte di informazioni in quanto contiene numerosi atti che si riferiscono fondamentalmente a: a) contenziosi insorti con alcuni proprietari confinanti in relazione all’acquedotto (per es., quello con il Gen. Pozzolini, proprietario della ex Villa e Fattoria Ginori a Bivigliano, per dei lavori eseguiti nel 1877 sulle condutture idriche, vinto dai Demidoff in Cassazione; oppure, quello relativo al ripristino della “Sorgente del Casotto della Nonnina”…). Queste liti giudiziarie resero necessarie ricerche approfondite, estese fino all’esame dei documenti dello “Scrittoio delle Regie Possessioni dell’Archivio di Stato di Firenze” risalenti al 1600, quindi di pochissimo posteriori alla realizzazione della Villa Medicea; b) vari interventi di manutenzione effettuati su un impianto già esistente ma bisognoso di continue riparazioni (per es.: nel 1877, una perizia sullo stato delle sorgenti, dei bottini e delle condutture di adduzione dell’acqua alla Chiesa di San Jacopo a Festigliano, attivate sull’impianto che riforniva Pratolino, ed i lavori di sistemazione per i quali venne poi a determinarsi il già citato contenzioso con il Gen. Pozzolini; nel 1878, il progetto e la perizia per lavori alla cisterna della “Fattoria Vecchia” e per la costruzione di una grande vasca; nel 1884, l’Acquedotto da Marioli al Prato della Compagnia; nel 1885, una nuova relazione sullo stato delle sorgenti…).
Dall’esame di tutte queste fonti si deduce con chiarezza che a Pratolino esisteva un acquedotto che, almeno nella sua parte più antica, preesisteva ai Demidoff ed ai Lorena e risaliva direttamente ad un immobile “scomparso” nella sua configurazione originaria: la “Fattoria di Pratolino”, costruita fra il 1569 ed il 1581 lungo la Via Bolognese Nuova da Bernardo Buontalenti per Francesco I de’ Medici.
Il grandioso complesso, di cui ci è pervenuta solo l’accurata descrizione e pianta redatta dallo Sgrilli nel 1742 ma che Luigi Zangheri ha meritoriamente cercato di ricostruire a partire dal 1979 (M. Dezzi Bardeschi e L. Zangheri, “Il progetto di conservazione delle fabbriche e dei manufatti” in “Il ritorno di Pan”, Firenze, 1981, pp. 110-111) non avrebbe potuto essere neppure progettato senza la sicurezza di un apporto idrico costante e sufficiente a muovere i complessi “giochi d’acqua” che ne costituivano l’elemento protagonista. A tal fine fu quindi costruita una tubatura di terracotta con bottini di spurgo e sfiato lunga circa 3 Km. che collegava 12 sorgenti sparse sul Monte Senario con un lago artificiale posto a monte della Villa e, dal lago, proseguiva verso la c.d. “Fattoria Vecchia” all’interno del Parco. Dalla “Fattoria” si diramavano poi ulteriori condotte che andavano a movimentare i vari “effetti speciali” presenti nella Villa e nel Parco, azionati da 172 chiavi e 231 bronzine, e concludevano la loro corsa a valle del declivio sul quale si estendeva la proprietà, azionando addirittura due Mulini ed un Frantoio con l’apporto dell’acqua residua.
Un impianto di tale portata costituiva un autentico “lusso” per l’epoca! Per fare un rapporto, in quegli stessi anni la città di Firenze continuava a rifornirsi mediante cisterne di raccolta dell’acqua piovana e pozzi artesiani scavati spesso nelle piazze. Si dovrà attendere l’arrivo dei Lorena per disporre di un primo impianto stabile che però servirà esclusivamente a collegare il serbatoio di raccolta collocato nella scomparsa Torre del Maglio (grosso modo all’altezza dell’attuale Via Lamarmora) con l’Arcispedale di Santa Maria Nuova. Quel “lusso” era però quasi una regola per le grandi Ville Medicee che sempre più utilizzavano “il verde” come elemento strutturale della propria scenografia e non avrebbero potuto conservare i loro meravigliosi Giardini senza un´ampia e sicura disponibilità di acqua. Le soluzioni adottate a tale fine variavano, ovviamente, in rapporto alla tipologia ambientale, all’estensione delle superfici, persino alla storia dei luoghi. Ad esempio, la splendida Villa di Castello utilizzava un complesso di tubature, ancora oggi visibili nelle cantine, che facevano parte dell’Acquedotto Romano! La Villa sorge infatti in una località attraversata dalla parte sotterranea della conduttura che da Legri riforniva l’antico municipio di “Florentia”. Il manufatto era ormai in rovina ma quella sua parte continuava a svolgere egregiamente la propria funzione, sia pure soltanto a servizio di un ristretto ambiente “aristocratico”.
Per Pratolino ci fu una scelta diversa e molto particolare, in grado di soddisfare le esigenze progettuali del Buontalenti ma anche di fornire un “servizio” ad una zona che, non dimentichiamolo, era nata come la classica “fattoria” rinascimentale! L’Acquedotto Mediceo era l’unica rete di rifornimento idrico fino all’entrata in funzione dell’Acquedotto di Bivigliano nel 1859 ed anche successivamente rimase un impianto di notevole importanza, tanto che agli inizi del Novecento si assiste ad una sua estensione.
Il c.d. “Acquedotto Moderno”, entrato in funzione nel 1913, introduce sulla scena un’altra grande famiglia con la quale Firenze ha, o dovrebbe avere, un grosso debito di gratitudine, la Famiglia Demidoff.
Dopo la morte di Francesco I la “Fattoria” medicea aveva subito un progressivo declino, anche per gli esorbitanti costi della manutenzione costante di cui necessitava, tanto da cadere in un vero e proprio abbandono. Quando nel 1818 i Lorena fecero demolire la Villa con alcuni edifici di servizio e trasformarono l’ex “Giardino delle Meraviglie”, ridotto ad una malinconica sterpaglia, in un “Parco all’inglese”, fu quasi un atto di misericordia! Ma in tal modo Pratolino cominciava a mutare la propria natura, evolvendosi in una “Tenuta” di bosco e di caccia.
La rinascita inizia quando i Demidoff acquistano la Tenuta con una compravendita ”a cancelli chiusi” in data 16/11/1872. I nuovi proprietari, molto facoltosi ed assai legati a Pratolino soprattutto dopo la vendita della grande Villa di San Donato, a Novoli, nota come “la seconda reggia di Firenze” e destinata all’ignobile fine che ancora oggi è sotto gli occhi di tutti, provvedono ad ampliare la sopravvissuta “Paggeria” nell’attuale “Villa Demidoff” recuperando quanto era possibile del “Giardino” mediceo con le statue, vasche, giochi d’acqua fortunosamente sopravvissuti, e naturalmente con l’Acquedotto! Quarant’anni dopo l’impianto di adduzione viene ampliato con una conduttura sotterranea il cui tracciato segue Via dei Condotti (la strada che da Firenze raggiunge Monte Senario passando per Pratolino ed il cui percorso originario era stato spostato e modificato). L’operazione è frutto di una permuta di terreni con i Revv. Sacerdoti Francalanci e Giannini (rogito Onori in data 08/05/1914, reg. a Firenze il 28/11/1914 al n. 4708) che cedevano ai Demidoff la piena proprietà del suolo e sottosuolo pertinente la conduttura per un’ampiezza di 3 m. nei tratti di attraversamento della strada sulla quale il Comune di Vaglia conservava solo una perenne servitù di passo. La nuova sezione conserva ancora le caratteristiche strutturali della parte più antica ma porta a 28 il numero delle sorgenti utilizzate, sfruttando anche quelle di Bivigliano.
La struttura complessiva aveva certo grande rilevanza per i luoghi, tale da giustificare le numerose riserve e concessioni di prelevamento per quantitativi d’acqua determinati che gravavano o sul Condotto di Monte Senario o sul Condotto di Bivigliano o sul Condotto Riunito, tutte specificate nell’Atto di Donazione all’INFPS del 1935:
a) riserva di utilizzo gratuito ed in perpetuo, per uso della Villa Demidoff e dei suoi terreni, di 1/10 della portata giornaliera complessiva delle Sorgenti di Monte Senario e di Bivigliano, da accertare concordemente fra le Parti dopo l’avvenuto allaccio delle stasse. La quota, nelle 24 ore, non dovrà superare i 35 mc. d’acqua né scendere sotto i 15 mc. (art. 2)
b) concessioni a favore di singoli proprietari, Chiese, Conventi e “per uso pubblico”, per un totale di 24,50 mc. nelle 24 ore (art. 4 comma 4 e 5);
c) riserva a favore del Comune di Vaglia, per uso della popolazione di Pratolino, Fontesecca e Caselline, di un quantitativo d’acqua da concordare con il Comune stesso, posta a carico dell’INFPS (art. 4 comma 7). La Deliberazione del Podestà di Vaglia del 1936, già ricordata, concordava poi tale misura in 40 mc. al giorno, accettandola per conto del Comune.
L’Acquedotto veniva ceduto “nello stato di fatto e di diritto in cui la donataria lo possedeva” (artt. 2 e 4, passim) per cui l’INFPS subentrava in tutte le attività e passività di pertinenza, impegnandosi a rispettarle (art. 4 comma 6), tanto da avviare subito una grande ed onerosa opera di restauro allacciando tutte le sorgenti, sostituendo tutte le tubature con condotte metalliche e proseguendone il tracciato di alcuni chilometri per raggiungere Vaglia.
Ebbene, di un manufatto così rilevante anche per il funzionamento delle ex strutture sanitarie in questione le relative Perizie non fanno alcun cenno! Per il “Banti” si citano solo le sorgenti donate dalla Principessa Demidoff, senza alcun riferimento all’Acquedotto di collegamento. Per il “Luzzi” non si riporta neppure un onere specifico a suo favore di fornitura d’acqua posto dal Consorzio Provinciale Antitubercolare di Firenze a carico dell’INFPS nell’Atto di Concessione del terreno del 1934, e quindi ricaduto sul “Banti”. Si tratta di 50 mc. nelle 24 ore, provenienti dalle sorgenti donate sempre dalla Principessa Demidoff, che dovevano essere messi a disposizione dell’Ospedale consortile, ubicato nel complesso comunemente noto come “Luzzi”, in caso di insufficiente adduzione dell’Acquedotto che alimentava l’Ospedale stesso e purché il quantitativo ceduto costituisse un esubero rispetto alle esigenze del Convalescenziario che l’INFPS si impegnava a costruire.
La circostanza lascia abbastanza perplessi, anche perché la “Donazione Demidoff” che, direttamente o indirettamente, risulta collegata ad entrambe le strutture non è una semplice donazione ma integra tutti gli estremi della c.d. “donazione modale” ex artt. 793-794 c.c. Il suo fine specifico era quello di dotare il nascente Sanatorio (art. 1 e la popolazione di Pratolino di una sufficiente disponibilità d’acqua (art. 4), mettendo a disposizione le Sorgenti con l’Acquedotto, secondo la Planimetria allegata all’atto sotto la Lett. C, e gravando il tutto di quella serie di oneri sopra riportati. Solo per tale scopo, unico “motivo” in senso tecnico, l’Atto di liberalità viene posto in essere ed accettato. Del resto l’elemento “sociale” è quasi una costante delle numerose liberalità elargite dalla Famiglia Demidoff e lo stesso Comune di Vaglia ne ha beneficiato largamente, basta scorrere il “Fondo Demidoff” citato per verificarlo!
Anche se non più attiva, l’antica conduttura con le sue sovrastrutture murarie resta parte integrante del complesso del “Banti” cui è funzionalmente legata con tutto il suo complesso di rapporti giuridici di pertinenza. Non solo: anche il “nuovo” Acquedotto di alimentazione del Sanatorio, collaudato dal Genio Civile nel 1943 (v. Archivio di Stato di Firenze, Prefettura, Affari ordinari, 1943, n. 115) attingeva comunque alle Sorgenti di Monte Senario e Bivigliano donate dai Demidoff , Sorgenti collegate alla Villa di Pratolino dalla conduttura richiamata espressamente nell’Atto di Donazione. E se è vero che l’art. 117 Cost. trasferisce la materia “acquedotti” alla competenza delle Regioni, come è poi concretamente avvenuto dal 1977, è altrettanto vero che la struttura idraulica di collegamento, quanto meno per le Sorgenti di Monte Senario, risale direttamente al periodo mediceo, è un’opera tecnica di pregio che fa parte del patrimonio storico e avrebbe dovuto essere tutelata dagli Organi preposti a tale scopo! Ma così non è stato.
I due complessi sanitari che negli Anni Trenta avevano fatto di Firenze il centro più avanzato per la lotta alla malattia sociale per eccellenza dell’epoca, la tubercolosi, quando è cessata la gestione previdenziale sono transitati nel S.S.N. ed assegnati alla Regione Toscana, che li ha destinati alla ASL 10 di Firenze come “Ente Ospedaliero Saverio Aloigi Luzzi e Salviatino “ e “Sanatorio Guido Banti”. Fino agli Anni Settanta c’è stato un funzionamento regolare ma da quel momento, cessate le funzioni sanitarie, è iniziato un progressivo ed inarrestabile declino. La mancanza pressoché totale di manutenzione, la destinazione ad usi diciamo “sorprendenti”, vista la tipologia storico-ambientale delle strutture, come il ricovero temporaneo di immigrati la cui principale attenzione non si concentrava certo sul problema della tutela dei luoghi, oppure l’anagrafe canina, il colpevole e quasi generale silenzio sulla situazione che veniva determinandosi hanno portato ad uno stato di abbandono tale che il trasferimento diretto dei beni al patrimonio disponibile della ASL 10 attuato con la L.R. n. 22/2000 potrebbe sembrare quasi un atto di misericordia. Non si può negare, però, che rappresenta anche un’operazione commerciale di grande rilievo!
La lettura del Piano Sanitario 2005-2007 della Regione Toscana è illuminante sotto questo profilo. Il paragr. 4.4.4. chiarisce infatti che “la ricognizione e messa in vendita del patrimonio disponibile delle Aziende” e “gli accordi con Enti pubblici e privati” per il loro utilizzo sono da intendere come “modalità di reperimento di parte delle ulteriori risorse necessarie alla programmazione dei nuovi investimenti sanitari”. Ora, gli obiettivi che la Regione Toscana si propone sono piuttosto rilevanti, basta leggere il paragr. 3 del Piano nei suoi vari punti per sincerarsene, e necessitano di grandi investimenti cui la progressiva riduzione dei trasferimenti statali impone di far fronte sempre più con mezzi propri. Ed ecco, nel caso specifico, due “beni da reddito” pronti per andare sul mercato ad assolvere la loro ultima funzione, forse più finanziaria che socio-sanitaria: monetizzare il proprio valore, che è assai rilevante in quanto il “Luzzi” ed il “Banti” sono opere di pregio, eterogenee fra loro ma accomunate da quella “funzionalità allo scopo” che è poi l’aspetto artistico della tecnica.
La struttura più interessante è senza dubbio l’ex Ospedale “Saverio Aloigi Luzzi”, composto da più edifici dislocati su una superficie in dolce declivio tra Via dell’Uccellatoio, dove si aprono due ingressi ai nn. civici 2 e 6, e Via di Castiglione con un solo ingresso al n. civico 13. I corpi di fabbrica sono piuttosto eterogenei fra loro ed hanno varia origine, ma sono accomunati da una storia antica alle spalle, soprattutto i tre edifici più rilevanti che sono la Villa, il Fabbricato di Servizio e la Cappella. Le fonti dimostrano che fino dal Mille l’Uccellatolo era una riserva di caccia dei Catellini da Castiglione il cui castello trecentesco ormai in rovina fu inglobato in un’abitazione privata dopo il 1944. Le cartografie I.G.M. rapportate ai risultati dei censimenti eseguiti fino agli inizi del Novecento dimostrano che alla metà dell’Ottocento, prima dell’arrivo dei Demidoff, in “Località Poggiolo” al n. civ. 4 di Via dell’Uccellatolo esisteva la proprietà dei Marchesi Catellini da Castiglione, affiancata da due abitazioni coloniche che si aprivano ai civici 2 e 6, corrispondenti agli attuali ingressi del “Luzzi”. Nei decenni successivi la struttura comincia ad ampliarsi e modificarsi (sempre affiancata alla residenza patrizia che però dal 1911 risulta disabitata) e viene acquistata dalla Famiglia Pinucci prima del 1920. Quest’ultimo dato è confermato almeno da due elementi: a) all’ingresso della Cappella, che fa sempre parte del complesso “Luzzi”, risulta murata una lapide a firma del Sig. Gastone Pinucci datata 1923; b) al Catasto Storico di Sesto Fiorentino si conserva una richiesta presentata proprio nel 1921 sempre dal Sig. Gastone Pinucci per l’attraversamento di Via dell’Uccellatoio con una tubatura. E’ molto probabile che si tratti di una tubo di adduzione dell’acqua, sia per la natura colonica del fabbricato di destinazione sia, anzi soprattutto, per quanto riportato nella “Nota di trascrizione dell’Atto di concessione dei terreni per la costruzione del “Banti” in data 1934”. Tale Nota, a pag. 3, richiama l’esistenza di una conduttura di acqua potabile per l’Ospedale Consortile che insiste sui terreni distinti al Catasto di Vaglia col Mappale 420 Sez. G e si colloca in “Località Poggiolo”, proprio quella dove sorgeva il famoso “fabbricato” di proprietà Pinucci acquistato nel 1928 dal Consorzio Antitubercolare insieme ai terreni circostanti. L’evoluzione territoriale non si è comunque arrestata perché la cartografia I.G.M. del 1934 continua a riportare la proprietà dei Catellini da Castiglione accanto alla struttura cardine del “Luzzi” (cioè la Villa), mentre l’ultima cartografia disponibile che risale al 1975 riporta solo pochi ruderi della proprietà Catellini inglobati in una casa successiva.
Non conosciamo quindi la “data di nascita” dalla “Villa” cui si accede oggi dal civico 6 di Via dell’Uccellatolo, anche se il suo stile “liberty eclettico” fa propendere per fine Ottocento - inizi Novecento, ma certo alle sue spalle esiste una storia antica che non può essere ignorata. Stesso discorso vale per il “Fabbricato di Servizio”, che risulta una casa colonica fino al 1850, e per la già citata “Cappella” che in origine aveva ingresso indipendente da Via di Castiglione e serviva quindi anche la zona circostante.
Se passiamo all’ex Sanatorio “Guido Banti”, strutturalmente più semplice ed anche più recente, è un’opera che ha suscitato opinioni contrastanti ma di certo siamo di fronte ad un “prodotto ingegneristico” d’avanguardia per l’epoca, non solo per essere una costruzione totalmente in cemento armato ma soprattutto per l’impostazione di base che ancora oggi la rende idonea ad una pluralità di fini pubblici.
Invece anche per questi due complessi la possibilità di un utilizzo pubblico sembra allontanarsi sempre di più, come è avvenuto per il Presidio di Viale Redi a Firenze!
Già la lettura integrale del paragr. 4.4.4. del Piano Sanitario Regionale sopraccitato risulta piuttosto inquietante, con il costante riferimento a “strumenti di finanza innovativa” che dovrebbero facilitare la vendita (o svendita?) del patrimonio disponibile, oppure ad “interventi innovativi di soggetti pubblici e privati estranei al sistema” per realizzare investimenti specifici, senza che venga mai chiarito o accennato cosa identifichi questo elemento innovativo.
Il Regolamento Urbanistico del Comune di Firenze (delib. C.C. n.8/2004) prevede l’“area Banti” come area per attrezzature di interesse comunale e/o sovracomunale e per impianti pubblici o di pubblico interesse (art. 38 Nor. Att.), inquadrata nella Zona Omogenea F destinata ad “attrezzature di carattere generale di interesse provinciale e regionale” (art. 28 Nor. Att.). Contiene però anche una scheda specifica (v. Perizia Banti, pag. 30) in cui si prevede la possibilità di una destinazione sempre pubblica ma di tipo ricettivo-culturale o ricreativo-educativo!
Il quadro è ancora più grave per l’“area Luzzi”, forse per la sua collocazione appartata o per la tipologia delle strutture. Il P.R.G. per la zone collinari del Comune di Sesto Fiorentino prevede nella sezione “Zone Speciali: zone comprendenti attrezzature private di interesse collettivo” (non dimentichiamo che l’ex Ospedale è ormai un bene patrimoniale disponibile!) al comma 4 che “nell’area posta in Via dell’Uccellatolo il Piano di recupero dovrà prevedere la possibilità di destinare ad uso recettivo l’area e gli edifici dell’ex Ospedale Luzzi”. Sulla base di tale previsione urbanistica si legittima la concreta possibilità di variazioni d’uso degli immobili, anche con un eventuale frazionamento del complesso, e non sorprende più di tanto il fatto che la Perizia di stima descriva il Fabbricato di servizio come una “deliziosa villetta […] usufruibile per adattamenti qualsivoglia per usi civili (es., ristorazione)”!
Sembra prospettarsi di nuovo, forse con maggiore rischio, la situazione tragica già vissuta dalla Villa Demidoff di Pratolino, lasciata decadere in progressiva rovina fino a quando, nel 1962, la Società SOGENE propose uno splendido piano di lottizzazione privata che solo l’intervento della Provincia di Firenze, sollecitata da studi e ricerche che evidenziavano l’enorme valore storico-ambientale del complesso, riuscì a scongiurare nel 1981, assicurando il bene restaurato (anche se non ancora completamente) al godimento dell’intera città.
Sarebbe questo l’esito auspicabile anche nei due casi in esame, sia pure in forme diverse, ma le prospettive sembrano differenti e molto preoccupanti.
L’unico dei tre lotti venduto al primo incanto, quello di Viale Redi 19 a Firenze, è stato acquistato da privati che già ne hanno dichiarato il futuro utilizzo alberghiero. Ora, se consideriamo l’attuale situazione finanziaria, la mancanza di proposte di rilevazione da parte di Soggetti Pubblici o del Volontariato, l’assenza di acquirenti alla prima asta malgrado un prezzo di vendita a mq. francamente irrisorio, il fatto che non risultino ancora fissate nuove date par il secondo incanto, si può avanzare qualche ipotesi:
1. che il ricavato dalla vendita del primo lotto sia stato sufficiente a coprire, almeno per il momento, il fabbisogno finanziario della A.S.L. 10 per i nuovi investimenti sanitari, oppure
2. che l’interesse immediato fosse proprio quello di cedere il lotto fiorentino, che si colloca a ridosso del più grande intervento infrastrutturale e urbanistico degli ultimi decenni, l’Alta Velocità, con la super-stazione sotterranea programmata nell’area Macelli-Circondaria, con effetti che si estendono all’area di Novoli da quella di Viale Belfiiore (da dove nel frattempo gli alloggi destinati al canone di locazione calmierato sono “emigrati” in Via Baracca, nell’area ex SIME, lasciando dunque l’intera volumetria disponibile per legittimi utilizzi di maggior reddito, ma con lo scopo dichiarato di non fare attendere troppo alla città un bene così necessario come case ragionevolmente locabili).
Certamente vengono previsti dei mezzi di tutela. La L.R. n. 40/2005 fissa procedure particolari per trasferimenti ed alienazioni dei beni delle A.S.L., rigorosamente seguite nel nostro caso fornisce tutta una serie di garanzie. I vincoli già individuati nelle Perizie e la classificazione degli immobili come “opere di pregio” limitano le possibilità di ristrutturazione e di adeguamento per usi troppo diversi da quelli originari. La realizzazione degli eventuali interventi viene sottoposta ad una specifica riserva in quanto dovrà essere attuata dal Comune o dal Soggetto Pubblico competente, tanto che qualora la richiesta dell’intervento stesso provenga da un Privato dovrà essere stipulata preventivamente una convenzione tra il richiedente ed il Comune per regolarne i rapporti.
In un caso e nell’altro, comunque, il rischio del ricorso alla trattativa privata rimane dietro l’angolo, perché anche per i due lotti in esame è comunque attivata una procedura di alienazione!
La trattativa privata (art. 115 L.R. n. 40/2005) prevede la possibilità di cessione dei beni rimasti invenduti, anche ad un prezzo inferiore a quello di stima, qualora la A.S.L. non riceva offerte di acquisto coerenti con il pubblico incanto o abbia urgenza di liquidità per le proprie spese o intenda destinarli, al valore di stima, ad un altro Ente Pubblico o ad Organizzazioni di volontariato che operino nel campo socio-sanitario e risultino iscritte al Registro Regionale previsto dalla L. n. 266/1991 e dalla L.R. n. 28/1993, se la destinazione a fini pubblici dei beni viene prevista negli Atti di Programmazione Regionale o in specifiche iniziative di programmazione negoziata.
E allora ci si preoccupa di certi silenzi e di certe dimenticanze: un bene come l’Acquedotto Mediceo meriterebbe a nostro avviso di essere tutelato nella sua specificità dallo Stato, non solo dalla Regione. E non si dovrebbe dimenticare che, a prescindere dall’Acquedotto, le sorgenti di Monte Senario e di Bivigliano sono state donate dalla Principessa Demidoff per la realizzazione di una struttura sanitaria, con una serie di vincoli legati ad un uso pubblico delle stesse da parte della collettività, e che quel fine costituisce il “motivo unici ed essenziale” della donazione. Quale effetto giuridico potrebbe determinarsi se tale presupposto essenziale venisse meno? E se ciò avvenisse, quali potrebbero essere le ripercussioni su quelle Sorgenti che, ricordiamolo, non riforniscono solo Villa Demidoff e il Parco di Pratolino, beni già pubblici, ma servono anche le due ex strutture sanitarie ed il nuovo Acquedotto della zona?
Sono ipotesi, ovviamente, ma non domande retoriche: si tratta piuttosto di leciti dubbi giuridici che vanno ad incidere su di un “oggetto” (il contenuto di “quella” Donazione) che per quanto stimato con parametri esigui ha comunque un valore enorme, e non solo economico.
Oggi infatti la Regione Toscana ha la possibilità, destinata certo a non ripetersi, di ricostituire l’unità ambientale di questi splendidi luoghi collinari pertinenti l’area protetta di Monte Morello e, al tempo stesso, di rispondere ad una serie di esigenze di pubblico interesse che comunque nella Programmazione Regionale devono trovare una risposta e che in parte sono richiamate anche dal Piano Sanitario vigente: Riabilitazione, Servizi di supporto per la popolazione anziana, Ricerca, Università, Scuole di specializzazione, Centri di formazione per la tutela dell’ambiente…. Le condizioni che la L.R. n. 40/2005 pone come pregiudiziali per l’applicazione dell’art. 115 comma 10, sopra ricordato, sussistono tutte nel caso in esame. Infatti:
a) la destinazione a fini di pubblico interesse è prevista da atti di programmazione pubblica, anche se non si conosce ancora la Variante del Comune di Vaglia che comunque non potrà prescindere dal quadro normativo regionale;
b) l’.A.S.L. 10 di Firenze ha deliberato nel 1996 e successivamente sottoscritto un “Protocollo d’intesa” con Associazioni di volontariato ed Organismi di tutela che collaborano alla salvaguardia del cittadino-utente ed all’analisi partecipata della qualità dei servizi e dell’attività svolta a livello aziendale.
Basta scorrere l’elenco delle competenze socio-sanitarie ripartite fra Stato ed Amministrazione Periferica, oppure quello dei Soggetti privati che hanno sottoscritto per adesione il Protocollo di cui al precedente punto b), per individuare esigenze e/o soggetti che troverebbero sistemazione adeguata, magari anche solo parziale, nelle strutture di riferimento, compatibile con le loro caratteristiche e vincoli, ammortizzando un “costo di bilancio” cui si deve comunque fare fronte. E a questo punto viene da chiedersi quale differenza ci sia tra cedere un bene per incassare danaro destinato a coprire costi di servizi ed investimenti ed utilizzare direttamente, per quagli stessi scopi, strutture oggi in disarmo ma in un recente passato già destinate a scopi analoghi e pertanto, almeno in buona parte, adeguabili ai nuovi standard, con l’indiscutibile vantaggio di conservarle nel patrimonio pubblico per il loro intrinseco valore di pregio!
Certamente anche la ristrutturazione e l’adeguamento hanno dei costi ma nel caso di intervento di un Ente Amministrativo l’operazione viene sostanzialmente a consistere in una partita di giro, trattandosi di fondi riconducibili comunque al “bilancio pubblico” in senso lato. Del resto non è proprio il Piano Sanitario vigente nella Regione Toscana a promuovere il ricorso ai famosi “strumenti di finanza innovativa” di cui quello esposto potrebbe essere un esempio tra i meno pericolosi e più utilmente praticabili?
E’ chiaro però che in ogni caso occorre una reale volontà di salvaguardare questo “patrimonio pubblico di pregio”. Per questa ragione è parsa rassicurante la posizione espressa dal Sindaco del Comune di Vaglia in un incontro avvenuto nel mese di settembre 2005, per la verità molto cordiale ed aperto, con i rappresentanti di Associazioni che seguono la vicenda dell’ex Sanatorio “Banti”. L’Amministrazione ha espressamente ribadito la propria volontà di opporsi a qualsiasi tentativo di trasformazione del complesso ad uso residenziale, per evitare rischi di lottizzazione, e non si tratta di affermazione da poco!
Durante lo stesso incontro il Sindaco ha peraltro ventilato l’idea di una eventuale “compensazione” tra una Variante ad uso “recettivo-alberghiero” (analogamente a quanto già previsto per il “Luzzi” dal Comune di Sesto Fiorentino) e la realizzazione di una struttura destinata ad un pubblico servizio da porre a carico dell’Aggiudicatario o dell’Acquirente in caso di ricorso alla trattativa privata. Il “servizio” indicato nello specifico è stato quello scolastico.
Secondo l’Amministrazione la “frantumazione” dei presìdi scolastici fra Vaglia, Pratolino e Caselline costituirebbe fonte di grave disagio per la collettività sociale e di un rapporto negativo fra costi di gestione e qualità del servizio, problemi superabili concentrando in un unico complesso le varie fasce e classi con i relativi servizi, come la mensa. Si è appreso, successivamente all’incontro e per altre vie, che il Comune aveva già assunto tutta una serie di iniziative in proposito. Infatti:
1. aveva già varato una serie di interventi importanti sui complessi scolastici esistenti (Del. GM n. 51 del 26/06/01 per l’ampliamento della scuola elementare e media di Pratolino Loc. Barellai – Del. GM n. 20 del 28/02/2005 per la riorganizzazione spazi didattici ed area esterna della scuola materna di Caselline, integrata dalla successiva Del. GC n. 75 dell’11/07/2005) compresi nel Programma Triennale di Opere Pubbliche 2005-2007 approvato con Del. CC n. 3 del 01/03/2005;
2. aveva già bandito in data 24/08/2005 un “Concorso di progettazione per la ristrutturazione ed ampliamento del complesso scolastico Barellai al fine di adeguare la struttura esistente alle vigenti normative e riunire in un unico polo scolastico i tre livelli della scuola presenti nel territorio (Infanzia-Elementari-Media)”. La prospettiva scelta era quella di mettere a norma l’edificio già esistente a Pratolino, costruito su un terreno donato dalla Famiglia Demidoff (cfr. Decreto di autorizzazione della Prefettura di Firenze n. 4807 in data 04/12/1905 conservato all’Arch. St. Prefettura di Firenze, affari ordinari, 1919, n. 66) e successivamente di costruire un nuovo edificio nel parco della scuola per completare il Polo unitario, “il tutto ovviamente integrato e raccordato con le residue aree del Parco, con l’attrezzatura sportiva presente, viabilità, parcheggi, servizi ed utenze esistenti e di progetto” (art. 3). Quanto ai costi previsti, lo stesso art. 3 fissa per il 1° lotto il valore presuntivo di 1 mln di Euro mentre il successivo art. 20 dichiara espressamente “indeterminato” quello relativo al 2° lotto. Sempre l’art. 20 precisa che “l’opera sarà finanziata con i proventi derivanti dalla vendita di beni comunali”, senza nessuna indicazione sulla tipologia e natura dei beni stessi. La premiazione dei primi tre classificati, sulla base della graduatoria approvata con Deter. N. 7 del 16/01/2006, è avvenuta il 10/02/2006 presso la Sala del Consiglio Comunale;
3. aveva già autorizzato con Del. CC n. 12 sempre in data 01/03/2005 l’alienazione di un terreno edificabile di proprietà comunale posto in Località Pratolino – strada vicinale del Vico - bandendo la relativa Asta pubblica per il 21/12/2005. L’immobile in vendita è riportato al Catasto Terreni al Foglio 44 ma “la” o “le” particelle specifiche di riferimento non sono citate in quanto dovranno derivare “dal frazionamento in corso di esecuzione sui mappali 44/227 di proprietà comunale”. La classificazione urbanistica è quella di “ZONA C” di nuova edificazione (Scheda “C8”) con una superficie catastale presunta di 2800 mq. ed ”una potenzialità edificatoria pari ad una superficie utile lorda complessiva di 1200 mq per costruire due edifici di civile abitazione di altezza massima di 7,50 ml”. L’Aggiudicatario dovrà provvedere alla progettazione e realizzazione delle opere pubbliche (parcheggi, aree a verde…) ed a quelle di urbanizzazione primaria. Il prezzo-base, al netto degli oneri fiscali, viene fissato in Euro 972.000,00.
Tali iniziative rispondono senza dubbio a criteri di buona amministrazione e rassicurano anche per il futuro sotto altri profili. Il fatto che il Comune proceda a lavori di ampliamento, sistemazione, ristrutturazione dei complessi scolastici esistenti, utilizzando fondi che provengono dalla vendita di beni già individuati, induce infatti a considerare superato il dubbio di una possibile concretizzazione della soluzione “compensativa” prospettata dal Sindaco, preoccupante già a livello di ipotesi considerando i risultati di analoghi e recentissimi “esperimenti” avvenuti in Mugello durante i lavori per l’Alta Velocità, ma davvero allarmante qualora l’Amministrazione avesse avuto già disponibili eventuali progetti operativi!
Il 19 settembre 2005 Idra e il Comitato per la difesa dell’uso pubblico e sanitario dell’ex sanatorio Banti, proprio a seguito di quanto emerso nell’incontro con il Sindaco di Vaglia, hanno inviato una nota alla Regione Toscana (più precisamente all’Assessore al Diritto alla salute Enrico Rossi, all’Assessore al Territorio e alla infrastrutture Riccardo Conti, all’Assessore all’ Ambiente Marino Artusa) chiedendo “un incontro - se possibile congiunto affinché tutte le sinergie legate alle diverse competenze possano essere armonicamente attivate - al quale possa essere invitato anche il Sindaco del Comune di Vaglia, che ci legge per conoscenza e che si è reso a ciò volentieri disponibile”.
Il 6 febbraio 2006, a fronte di un totale silenzio da parte della Regione Toscana che tuttora perdura, Idra ha scritto al Sindaco di Vaglia chiedendo un aggiornamento sulla situazione, sia per quanto riguarda l’ipotesi di incontro cui abbiamo appena accennato sia per tutte le altre problematiche pertinenti il “Banti”, con particolare riferimento alla paventata attivazione di Varianti urbanistiche, all’eventuale indizione di una nuova asta, alla verifica della consistenza dei vincoli cui si era accennato nell’incontro del 6 settembre 2005. Nell’occasione sono state chieste inoltre informazioni sul concorso relativo al complesso scolastico “Barellai”, anche al fine di trovare una conferma ufficiale delle ipotesi interpretative precedentemente formulate.
Con la consueta cortesia il Sindaco ha risposto lo stesso giorno, benché con una nota poco confortante. Gli unici elementi certi nel riscontro inviato dal Sindaco sembrano essere l’estraneità dell’intervento “Barellai” rispetto alla vicenda “Banti” (e non è cosa da poco!) e la conferma che nessun nuovo incontro avrebbe avuto luogo con la Regione Toscana circa le sorti del complesso ex sanitario. Per quanto riguarda invece le altre questioni sollevate da Idra la risposta non è apparsa altrettanto esplicita: quanto all’asta pubblica, il sindaco ha comunicato di non essere l’ente autorizzato a fornire eventuali informazioni rientrando il bene nell’esclusiva proprietà della ASL 10, alla quale dunque occorre rivolgersi. Indirettamente, però, ha fornito una parziale indicazione circa il problema della Variante urbanistica, specificando che il Comune provvederà all’accertamento dei vincoli di propria competenza “solo nel caso di una eventuale richiesta di intervento urbanistico”. Un intervento che evidentemente, allo stato attuale, non dovrebbe essere stato attivato!
A fronte di questa situazione e del notevole lasso di tempo trascorso dall’avvio della procedura di alienazione sarebbe opportuno fare chiarezza sulle reali intenzioni delle varie Amministrazioni, perché non va dimenticato che i due ex complessi sanitari (“Banti“ e “Luzzi“) con le rispettive proprietà (A.S.L. 10 e Comune di Vaglia) insistono su di un territorio il cui pregio storico-ambientale è fuori discussione! Il silenzio e l’attesa degli eventi, ormai, non appaiono essere più compatibili con la tanto pubblicizzata politica della “partecipazione” che richiede impegno, informazione, attenzione ai cittadini chiamati ad affiancare l’azione amministrativa con indirizzi chiari e costanti e a non limitarsi a lamentarsene solo ad esercizio avvenuto. Ma almeno altrettanto esercizio di responsabilità richiede – è evidente - alle varie Amministrazioni.
Sollecitiamo nuovamente, pertanto, l’apertura di un tavolo di confronto che coinvolga tutti i soggetti, pubblici e privati, interessati alla sorte ed alla gestione di questo patrimonio storico-ambientale irripetibile che potrebbe andare definitivamente disperso!