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Timestamp: 2020-05-26 17:29:57+00:00
Document Index: 28316627

Matched Legal Cases: ['art. 135', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 68', 'art. 360', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 49', 'art. 69', 'art. 65', 'art. 68', 'art. 15', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 22524 del 27/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22524 del 27/09/2017
Cassazione civile, sez. trib., 27/09/2017, (ud. 11/07/2017, dep.27/09/2017), n. 22524
sul ricorso 14061-2013 proposto da:
COMUNE DI PALERMO, domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la
dall’Avvocato ANGELA PROVENZANI (avviso postale ex art. 135);
F. PONTE SPA, elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA DEL FANTE 2,
presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PALMERI, che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato ANGELO CUVA;
avverso la sentenza n. 49/2012 della COMM.TRIB.REG. di PALERMO,
depositata il 03/04/2012;
11/07/2017 dal Consigliere Dott. ORONZO DE MASI.
che il Comune di Palermo propone ricorso, affidato a due motivi, per la cassazione della sentenza n. 49/29/12, depositata il 12/4/2012, della Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, che ha accolto, compensando le spese del processo, l’appello proposto dalla F. Ponte s.p.a., avverso la decisione di primo grado, avente ad oggetto l’impugnazione della cartella di pagamento per tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu), anno 2007, emessa dal Comune di Palermo;
che il Giudice di appello, in particolare, dopo aver rilevato che la sentenza n. 1550/2009, con la quale il TAR Sicilia aveva annullato la Delib. Giunta Comunale n. 165 del 2006 (Tarsu anno 2006), contemplante la tariffazione confermata dalle delibere emesse per le annualità successive, rientrando la modifica delle Tariffe nere competenze esclusive del Consiglio Comunale, in quanto attiene al profilo quantitativo della imposizione oggetto di causa, ha ritenuto illegittima, ai sensi del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 68, comma 2, l’applicazione di tariffe differenziate agli immobili adibiti ad alberghi, rispetto a quelli adibiti a civile abitazione, in assenza di motivazione idonea a giustificare l’applicazione di maggiori tariffe alla categoria degli esercizi alberghieri;
che l’intimata società resiste con controricorso e memoria.
che ricorrente Comune deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 68, giacchè la CTR ha ritenuto che le disposizioni contemplino in un’unica categoria locali ed aree ad uso abitativo per nuclei familiari, collettività e convivenze, esercizi alberghieri, laddove il Regolamento del Comune di Palermo, approvato con Delib. Consiglio Comunale 26 febbraio 1997, n. 37, sulla base del quale è stato predisposto il ruolo Tarsu per cui è causa, del tutto legittimamente ha determinato la tassa dovuta da ciascuna classe di contribuenza, tenendo conto della maggiore capacità di produrre rifiuti che hanno gli alberghi rispetto alle civili abitazioni, inserendo i primi in una categoria distinta e tassabile con una diversa misura tariffaria;
che il suesposto motivo è fondato e merita accoglimento;
che la doglianza investe il D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 68, comma 2, in relazione alla contestata applicazione, da parte del Comune di Palermo, agli immobili adibiti ad alberghi rispetto a quelli adibiti a civile abitazione, di differenti tariffe, ed alla idoneità – contestata dalla contribuente – di una motivazione basata sul dato di comune esperienza della maggiore capacità produttiva di un esercizio alberghiero rispetto alle civili abitazione;
che, invero, va osservato che il D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, comma 8, sancisce che la tariffa è determinata dagli enti locali e, secondo un ormai consolidato orientamento di questa Corte, ” In tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), è legittima la delibera comunale di approvazione del regolamento e delle relative tariffe, in cui la categoria degli esercizi alberghieri venga distinta da quella delle civili abitazioni, ed assoggettata ad una tariffa notevolmente superiore a quella applicabile a queste ultime: la maggiore capacità produttiva di un esercizio alberghiero rispetto ad una civile abitazione costituisce, infatti, un dato di comune esperienza, emergente da un esame comparato dei regolamenti comunali in materia, ed assunto quale criterio di classificazione e valutazione quantitativa della tariffa anche dal D.Lgs. n. 22 del 1997, senza che assuma alcun rilievo il carattere stagionale dell’attività, il quale può eventualmente dar luogo all’applicazione di speciali riduzioni d’imposta, rimesse alla discrezionalità dell’ente impositore; i rapporti tra le tariffe, indicati dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 69, comma 2, tra gli elementi di riscontro della legittimità della delibera, non vanno d’altronde riferiti alla differenza tra e tariffe applicate a ciascuna categoria classificata, ma alla relazione tra le tariffe ed i costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica.” (cfr. anche Cass. n. 16175/2016; n. 12859/2012; n. 302/2010; n. 13957/2008; n. 5777/2007);
che, inoltre, questa Corte, in ordine al profilo dell’obbligo di motivazione della delibera comunale che prevede una differenziazione tra civile abitazione ed esercizio alberghiero, ha affermato che “In tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, non è configurabile alcun obbligo di motivazione della delibera comunale di determinazione della tariffa di cui al D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 65 poichè la stessa, al pari di qualsiasi atto amministrativo a contenuto generale o collettivo, si rivolge ad una pluralità indistinta, anche se determinabile “ex post”, di destinatari, occupanti o detentori, attuali o futuri, di locali ed aree tassabili”.”; Cass. n. 22804/2006; n. 26132/2011; n. 7044/2014; n. 11966/2016);
che la contribuente deduce, in via subordinata, la illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 68, rispetto agli artt. 3 e 53 Cost., ove si ammettesse, nel caso della Tarsu, la possibilità di applicazione di tariffe differenziate senza che tale diversificazione venga ancorata a coefficienti di produttività di rifiuti, si introdurrebbe un inammissibile principio di capacità contributiva presunta del contribuente e si violerebbe nei contempo il principio di eguaglianza espresso dall’identità, riconosciuta dalla citata norma, di capacità produttiva di rifiuti tra abitazioni ed alberghi;
che l’eccezione è manifestamente infondata “poichè la norma di legge, come interpretata, non autorizza l’ente impositore a ignorare l’indice di produttività dei rifiuti, semmai gli consente di esercitare una potestà regolamentare differenziata per categorie e sottocategorie di attività, in base a verificabili dati di comune esperienza. ” (Cass. n. 15050/2017);
che nella memoria difensiva la contribuente propone istanza di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia per l’interpretazione dell’art. 15 direttiva 2006/12/CE e dell’art. 14 direttiva 2008/98/CE, con riferimento al D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 65,68 e 69;
che questa Corte ha già avuto modo di osservare che “I presupposti del rinvio non sussistono, in quanto la norma comunitaria rappresenta atte clair, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia formatasi proprio in tema di esercizi alberghieri; il principio comunitario “chi inquina paga”, espresso dall’art. 15 direttiva 2006/12/CE e dall’art. 14 direttiva 2008/98/CE, pone il costo di smaltimento dei rifiuti a carico del produttore o detentore, ma non impedisce al diritto nazionale di differenziare il calcolo della tassa di smaltimento per categorie di utenti, spettando al giudice interno accertare che alle singole categorie non siano imposti “costi manifestamente non commisurati” (Corte giust. 16 luglio 2009, C-254/08, Futura Immobiliare), spettando cioè al giudice interno verificare la concreta osservanza del principio di proporzionalità (Corte giust. 18 dicembre 2014, C-551/13, Setar); il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia presuppone il dubbio interpretativo, essendo il rinvio inutile quando – come nella specie – l’interpretazione della norma comunitaria sia autoevidente o il senso della stessa sia stato già chiarito da precedenti pronunce della Corte di giustizia (Cass. sez. un., 24 maggio 2007, n. 12067, Rv. 597142); non rileva quindi il profilo applicativo “di fatto”, che resta affidato al giudice nazionale, laddove – come nella specie – non involga un’interpretazione generale ed astratta (Cass. 24 marzo 2014, n. 6862, Rv 630701). ” (Cass. n. 15050/2017 citata);
che, conclusivamente, la sentenza impugnata va cassata e, in applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa va decisa ne merito con il rigetto del ricorso originario della contribuente;
che l’evolversi della vicenda processuale giustifica la compensazione delle spese processuali del giudizio di merito mentre quelle del giudizio di legittimità, secondo soccombenza, sono poste a carico della intimata società e liquidate come in dispositivo.
La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nei merito, rigetta il ricorso originario della contribuente. Compensa integralmente le spese del giudizio di merito e condanna la intimata società al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 5.600,00 per compensi, oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed accessori di legge.
Ai sensi del testo unico approvato con D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), dà atto della non sussistenza dei presupposti per il pagamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 luglio 2017.