Source: http://www.penalecontemporaneo.it/d/4724-unioni-civili-tra-persone-dello-stesso-sesso-e-convivenze-di-fatto-i-profili-penalistici-della-legg
Timestamp: 2017-04-27 05:12:45+00:00
Document Index: 39840129

Matched Legal Cases: ['art. 384', 'art. 384', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 572', 'art. 384', 'art. 649', 'art. 570', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 572', 'art. 577', 'art. 1', 'art. 577', 'art. 605', 'art. 630', 'art. 605', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 609', 'art. 612', 'art. 602', 'art. 323', 'art. 323', 'art. 307', 'art. 1', 'art. 323', 'art. 144', 'art. 119', 'art. 1', 'art. 96', 'art. 1', 'art. 1']

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11 maggio 2016 | Gian Luigi Gatta, Unioni civili tra persone dello stesso sesso e convivenze di fatto: i profili penalistici della Legge Cirinnà A proposito del d.d.l. C 3634
2. La Legge Cirinnà produrrà svariati effetti anche sul versante penalistico dell'ordinamento. E si tratterà in buona misura di effetti per così dire indiretti e non ponderati. Chiariamo subito: il disegno di legge già approvato dal Senato, e ora in discussione alla Camera, è privo di una componente penalistica, limitandosi soltanto, nell'art. 1, co. 38, a prevedere che "i conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall'ordinamento penitenziario". Senonché, come si dirà, nel disciplinare le unioni civili tra persone dello stesso sesso, cercando di realizzare un'equiparazione ad ampio raggio con le persone legate dal matrimonio, quanto a tutela di diritti e rafforzamento di obblighi nascenti dal vincolo, la Legge Cirinnà (art. 1, co. 20) finisce forse inconsapevolmente per dettare una disciplina che ha immediati riflessi sul diritto e sul processo penale. L'impressione, come cercheremo di mostrare, è che quella disciplina, non concepita nella prospettiva dell'impatto sul sistema penale, sia inadeguata a realizzare il necessario coordinamento e non comporti, quanto meno appieno, un ammodernamento del sistema a questo punto ineludibile, una volta che la Legge Cirinnà sarà approvata. Eppure, è arcinoto, il nostro codice penale risale al 1930, e solo in anni recenti sono state episodicamente introdotte alcune disposizioni che danno rilievo alla convivenza more uxorio. Emblematico è il caso del classico delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), trasformato nel 2012 in 'maltrattamenti contro familiari e conviventi'. Ed è altresì noto come, in assenza di interventi del legislatore, il giudice penale non possa adeguare la norma alla mutata realtà sociale dei rapporti di coppia, trovando un ostacolo insuperabile ora nel divieto di analogia (quando l'interpretazione evolutiva produrrebbe effetti in malam partem), ora nel carattere eccezionale delle disposizioni via via considerate (nel caso, invece, di effetti in bonam partem). Il pensiero corre, a tale ultimo proposito, ad annose questioni: l'estensione ai conviventi di fatto della scusante di cui all'art. 384 c.p., in tema di delitti contro l'amministrazione della giustizia, ovvero della causa di non punibilità ex art. 649 c.p., in materia di delitti contro il patrimonio.
Violazione degli obblighi di assistenza famigliare (art. 570 c.p.). Analogo discorso ci sembra debba essere fatto in relazione al reato in esame, che sanziona chi si sottrae agli "obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge" abbandonando il domicilio domestico "o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie". Orbene, gli obblighi in questione, compreso quello di coabitazione, sono stabiliti in relazione alle unioni civili dall'art. 1, co. 11 del d.d.l. Cirinnà. Sembra allora che l'incriminazione in esame - presidiando l'adempimento degli obblighi derivanti dal matrimonio - dovrà estendersi, in forza dell'art. 1, co. 20 del d.dl., alle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso. Dubbi potrebbero peraltro residuare, in assenza di un abbandono del domicilio domestico, in relazione alla condotta "contraria all'ordine o alla morale delle famiglie": è questo un concetto impreciso, che promette di esserlo ancor più dopo la Legge Cirinnà. Maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.). E' pacifico che la disposizione, che già oggi si applica in relazione al maltrattamento dei familiari e delle persone "comunque conviventi", sarà applicabile in relazione alle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso.
Omicidio aggravato (art. 577 c.p.). E' l'ipotesi considerata dal Comitato per la legislazione, nel sopra citato parere. La disposizione prevede che l'omicidio doloso sia aggravato - e punito con la reclusione da 24 a 30 anni (anziché con la reclusione da 21 a 24 anni) - se il fatto è commesso contro il coniuge. L'aggravante sarà configurabile, un domani, in caso di omicidio della persona dello stesso sesso legata all'agente da un'unione civile? La risposta ci sembra debba essere negativa: non può dirsi, infatti, a mente dell'art. 1, co. 20 del d.d.l., che la norma che incrimina l'omicidio sia posta a tutela dei diritti o a rafforzamento degli obblighi derivanti dall'unione civile stessa (a meno di non voler sostenere che l'obbligo di assistenza materiale e morale comprenda o presupponga quello di non uccidere il partner!). Senonché, a ben vedere, ben si potrebbe intervenire direttamente sull'art. 577 c.p. per parificare, quanto a conseguenze sanzionatorie, l'omicidio del coniuge a quello della parte dell'unione civile. Sequestro di persona (art. 605 c.p.) e sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.). L'art. 605, co. 2 c.p. prevede un'aggravante se il fatto è commesso contro il coniuge. Anche in questo caso ci sembra che, contro l'estensione dell'aggravante alle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso, valgano considerazioni analoghe a quelle esposte in relazione all'omicidio. Quanto poi al sequestro di persona a scopo di estorsione, ci si potrebbe domandare se il sequestro dei beni utilizzabili per pagare il riscatto, che deve essere disposto nei confronti del coniuge, lo debba essere anche nei confronti delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso. La riposta sembra anche in questo caso negativa, atteso che la misura, prevista dall'art. 1, co. 1 del d.l. 15 gennaio 1991, n. 8, non è finalizzata alla tutela dei diritti o all'adempimento degli obblighi nascenti dall'unione stessa, come richiede l'art. 1, co. 20 del d.d.l.
Induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione (artt. 3, 4 l. n. 75/1958). L'art. 4, co. 1, n. 3 della Legge Merlin prevede un aggravante qualora i delitti in esame siano commessi dal "marito". L'art. 1, co. 20 del d.d.l. Cirinnà sembrerebbe comportare l'estensione dell'aggravante al partner dell'unione civile tra persone dello stesso sesso ('marito', infatti, è agli effetti della disciplina in esame termine equivalente a 'coniuge'). A sostegno di questa soluzione, senza forse sconfinare nel divieto di analogia a sfavore del reo, potrebbe (?) valorizzarsi il profilo degli obblighi di assistenza materiale e morale, con il cui "pieno adempimento" mal si conciliano, verosimilmente, condotte di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Violenza sessuale aggravata (art. 609 ter c.p.) e stalking (art. 612 bis c.p.). Gli artt. 609 ter, co. 5 quater e 612 bis, co. 2 prevedono come aggravante, rispettivamente della violenza sessuale e degli atti persecutori, la realizzazione del fatto contro il coniuge (anche separato o divorziato). In questo caso, tuttavia, il problema dell'estensione delle aggravanti all'ipotesi del fatto commesso contro il partner di un'unione civile tra persone dello stesso sesso non si pone atteso che le citate disposizioni già contemplano quale possibile vittima del reato aggravato, accanto al coniuge, la persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. (Un'analoga disposizione - che configura come aggravante la realizzazione del fatto da parte del "coniuge o convivente" - è prevista dall'art. 602 ter, co. 6 c.p. in relazione ai delitti di prostituzione minorile e pornografia minorile nonché, se realizzati nei confronti di minorenni, in relazione ai delitti riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, tratta di persone, acquisto e alienazione di schiavi).
Abuso d'ufficio (art. 323 c.p.). Il delitto può essere commesso, ai sensi dell'art. 323 c.p., dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio che omettendo di astenersi in presenza di un interesse di un "prossimo congiunto" intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto. La definizione legale di "prossimo congiunto", agli effetti della legge penale, è contenuta nell'art. 307, co. 4 c.p., che vi ricomprende il coniuge. Approvata la Legge Cirinnà sarà configurabile un abuso d'ufficio per omessa astensione in presenza di un interesse del partner dell'unione civile tra persone dello stesso sesso? La risposta sembra anche in questo caso negativa, non essendo la disposizione finalizzata a tutelare diritti e a rafforzare obblighi nascenti dall'unione stessa, come richiede l'art. 1, co. 20 del d.d.l. Ciò non toglie che il legislatore ben potrebbe e potrà intervenire sull'art. 323 c.p. estendendo l'ambito applicativo della norma nel senso anzidetto e, in modo corrispondente, la tutela degli interessi della pubblica amministrazione. B) Possibili effetti in bonam partem
Incompatibilità dell'interprete (art. 144 c.p.p.). Nel caso di partecipazione del sordomuto o del sordo ad atti del procedimento (art. 119 c.p.p.), la qualità di interprete può essere assunta da un prossimo congiunto (normalmente incompatibile con la funzione di interprete). Per effetto dell'art. 1, co. 20 del d.d.l. Cirinnà la disposizione a nostro avviso riguarderà anche le parti di un'unione civile tra persone dello stesso sesso: l'esercizio della funzione di interprete, infatti, costituisce manifestazione della doverosa assistenza materiale e morale al quale le parti sono tenute. Nomina del difensore di fiducia della persona fermata, arrestata o in custodia cautelare (art. 96, co. 3 c.p.p.). Finché non vi provvede la persona stessa, la nomina può essere fatta da un prossimo congiunto: dal coniuge, oggi, e, domani, per effetto dell'art. 1, co. 20 del d.d.l. Cirinnà, dal partner dell'unione civile tra persone dello stesso sesso. A noi pare, infatti, che provvedendo alla nomina del difensore la parte dell'unione eserciti la propria assistenza materiale e morale nei confronti dell'altra parte, in stato di privazione della libertà personale.
La conclusione ci sembra allora obbligata: il Governo potrà utilizzare la delega contenuta nell'art. 1, co. 28, lett. c) del d.d.l. per coordinare le disposizioni del diritto penale, sostanziale e processuale, con la novità rappresentata dalle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Sarà qualcosa ma non abbastanza: manca infatti, come si è detto, un'analoga delega in relazione alle convivenze di fatto, così come, d'altra parte, sarebbe opportuno un intervento ad ampio raggio, che fornisca l'occasione per rimeditare alcune classiche scelte del diritto penale di fronte alla famiglia; meglio, alle famiglie. Please enable JavaScript to view the comments powered by Disqus.