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Timestamp: 2017-06-23 23:58:21+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 2087']

Palermo. Spetta a ciascun familiare il risarcimento ...
Palermo. Spetta a ciascun familiare il risarcimento del danno per la perdita del congiunto
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 gennaio – 13 giugno 2017, n. 14655
Con sentenza n. 519/2013, depositata il 26 giugno 2013, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza di primo grado, che aveva respinto le domande di risarcimento danni proposte iure hereditatis e iure proprio, nei confronti di Fincantieri - Cantieri Navali S.p.A., da Z.G. e da I.A. , P. e S. , rispettivamente moglie e figlie di I.M. , in relazione al decesso del loro congiunto e dante causa, avvenuto il (omissis) per mesotelioma pleurico.
Con il terzo motivo, deducendo, ai sensi dell’art. 360 n. 4, la violazione degli artt. 132 c.p.c., 111 Cost. e 6 CEDU nonché, ai sensi dell’art. 360 n. 3, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2059, 2056, 2697, 2727, 2728, 2729 c.c., degli artt. 2 e 29 Cost. e degli artt. 112, 113, 114, 115 e 116 c.p.c., le ricorrenti censurano la sentenza impugnata nella parte in cui, esaminando la domanda di risarcimento danni avanzata iure proprio, ha ritenuto la carenza sostanziale di allegazioni riguardo alle concrete ripercussioni, in punto di intensità delle relazioni familiari-affettive perdute, prodotte dal decesso del congiunto nella loro vita di relazione: e ciò nuovamente in contrasto, da un lato, con il contenuto del ricorso introduttivo di primo grado e, dall’altro, senza tener conto - a fronte di certificato di famiglia storico che attestava l’appartenenza delle ricorrenti alla "famiglia nucleare" - della possibilità di provare il pregiudizio dedotto anche mediante presunzioni e nozioni di comune esperienza.
È, infatti, consolidato il principio di diritto, per il quale "in materia di procedimento civile, nel ricorso per cassazione il vizio della violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360 n. 3 c.p.c., giusta il disposto di cui all’art. 366, primo comma, n. 4, c.p.c., deve essere, a pena d’inammissibilità, dedotto non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione": Cass. n. 16038/2013 (ord.).
Con riferimento, poi, alla censura, secondo la quale la Corte territoriale avrebbe errato nell’interpretazione e nell’esatta individuazione del contenuto della domanda (censura presente, in termini sostanziali, nel primo motivo e, nel secondo, anche formalmente, mediante il richiamo, contenuto nella rubrica, all’art. 112 c.p.c.), si osserva che tale opera di interpretazione e identificazione - come da costante giurisprudenza (cfr., fra le molte, Cass. n. 7932/2012 e 21874/2015) - integra un tipico accertamento di fatto, che, come tale, è rimesso esclusivamente al giudice di merito e che non è censurabile in sede di legittimità ove congruamente motivato.
Premesso che l’art. 2087 c.c. non definisce un regime particolare di responsabilità, diversamente da quanto sembra avere ritenuto il giudice di appello, in quanto si propone di integrare, con l’affermazione di un principio di carattere generale, la legislazione in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, costituendo in definitiva una mera, quanto essenziale, norma di chiusura del sistema e risultando indifferente di per sé rispetto alla natura del titolo di responsabilità azionato; si osserva che la Corte territoriale non si è attenuta, nel prendere cognizione della domanda relativa al risarcimento dei danni subiti dalle ricorrenti iure proprio, al principio di diritto, per il quale "in caso di perdita definitiva del rapporto matrimoniale e parentale, ciascuno dei familiari superstiti ha diritto ad una liquidazione comprensiva di tutto il danno non patrimoniale subito, in proporzione alla durata e intensità del vissuto, nonché alla composizione del restante nucleo familiare in grado di prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo all’età della vittima e a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma e ad ogni altra circostanza del caso concreto, da allegare e provare (anche presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza) da parte di chi agisce in giudizio, spettando alla controparte la prova contraria di situazioni che compromettono l’unità, la continuità e l’intensità del rapporto familiare" (Cass. n. 9231/2013).