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Timestamp: 2020-03-29 00:12:12+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.1', 'art.1', 'art.19', 'art. 1269', 'art.1']

Le cambiali finanziarie: disciplina attuale e proposte di riforma | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
13 Novembre 2000 In Diritto bancario
Con riferimento alla natura delle cambiali finanziarie, il primo profilo che emerge dalla lettera dell’art. 1, legge 13 gennaio 1994 n. 43, è che le stesse vengono qualificate titoli di credito all’ordine emessi in serie.
Stante, infatti, l’accostamento delle cambiali finanziarie alle obbligazioni – enunciato nella stessa Relazione al progetto di legge – ci si chiede se il richiamo all’emissione in serie non voglia anche significare la sussunzione dei nuovi strumenti di finanziamento nella categoria dei cd. titoli di massa.
In proposito, va osservato che parte della dottrina ritiene inconciliabile la circolazione dei titoli cambiari con la loro natura individuale e la possibilità dell’azione di regresso con la fungibilità propria dei titoli in serie (cfr., STAGNO D’ALCONTRES, Tipicità ed atipicità nei titoli di credito, Milano, 1992, pag. 270).
La dottrina predominante, invero, ritiene che la cambiale finanziaria sia da identificare come una cambiale, anche se volta ad un’ulteriore funzione specifica e da configurare come una species nel più vasto genus del vaglia cambiario, con la conseguente applicazione, conforme al dettato legislativo, di tutta la disciplina cambiaria, mentre la rilevanza dell’emissione in serie e della sottoposizione al regime dei valori mobiliari si coglie in una diversa logica, quella dell’operazione di finanziamento e della tutela del risparmio e del mercato finanziario (cfr., per tutti, MASI, Primo approccio alle cambiali finanziarie, in Banca, borsa e titoli di credito 1994, I, 586; SCHIAVON, Le nuove cambiali finanziarie: analogie e differenze rispetto ad altri strumenti creditizi, in Impresa c.i., 1994, 3154).
A tale proposito, si ricorda, brevemente, che nella Relazione accompagnatoria alla legge in commento, è affermato che le cambiali finanziarie “nella loro qualità di titoli di indebitamento a breve termine, sono destinate ad affiancarsi, nella gestione corrente delle strutture societarie nazionali, alle obbligazioni, ordinario strumento di indebitamento a medio termine”.
L’accostamento della cambiale finanziaria ai titoli obbligazionari è, comunque, sostenibile, da un punto di vista descrittivo, solo in via di immediata approssimazione.
Infatti, l’opinione assolutamente prevalente è nel senso di ritenere che ciò che differenzia le accettazioni bancarie, ed anche le cambiali finanziarie, dalle obbligazioni, è che le prime – seppure emesse in serie – in quanto titoli cambiari, conservano una loro individualità, nonostante si prestino, di fatto, ad un uso di massa: esse, pur presentando molteplici analogie con i titoli obbligazionari – riconducibilità dell’emissione ad un’operazione unitaria di finanziamento, assenza di un nesso coordinativo con un sottostante rapporto di natura commerciale, preventiva determinazione dell’ammontare complessivo dell’operazione, possibilità di serie programmate, caratteristiche omogenee per ciascuna serie – hanno strutturalmente i connotati tipici della tratta, configurandosi come titoli individuali contenenti un’obbligazione letterale ed astratta (cfr., FERRI, Le promesse unilaterali, I titoli di credito, Milano, 1972, pag. 69; PELLIZZI, Banca, borsa, titoli di credito, 1978, I, 142-143; SPINELLI-GENTILE, Diritto bancario, Padova, 1991, pag. 500; COZZI, Rassegna di diritto civile, 1985, pag. 394).
Per le cambiali finanziarie, se ci si attiene alla lettera della legge, non c’è dubbio che l’esplicita equiparazione “per ogni effetto di legge” alle cambiali ordinarie, di cui all’art.1, secondo comma, legge n. 43/1994, e la stessa denominazione di “cambiale”, inducono a ricondurre tale fattispecie nella categoria dei titoli individuali emessi in serie, e non anche in quella dei titoli di massa.
Pertanto, tenute presenti le distinzioni tra titoli individuali e titoli di massa, può affermarsi l’applicazione delle regole cambiarie sulla sottoscrizione – del resto ricompresa tra i requisiti richiamati dall’art.1 legge 43/1994 – e di quelle sulla circolazione, sul pagamento e sulla qualità di titolo esecutivo.
Per effetto della assunzione della forma giuridica del vaglia cambiario, le cambiali finanziarie devono, pertanto, qualificarsi come promesse incondizionate di pagare la somma emessa sul titolo, interamente assoggettate alla disciplina cartolare dei titoli cambiari e quindi dotate delle caratteristiche dell’incorporazione, della letteralità e dell’astrattezza di questo tipo di titoli.
Nè crea valida perplessità il fatto che la trasferibilità è ammessa solo con la clausola “senza garanzia”, poichè, come emerge dall’art.19 R.D. 14 dicembre 1933 n.1669, la funzione di garanzia è un elemento naturale, ma non essenziale della girata cambiaria.
Al riguardo, la dottrina, con espresso riferimento alle accettazioni cambiarie, ha sempre ritenuto che l’apposizione di detta clausola non facesse venir meno la natura cambiaria del titolo (cfr., per tutti, LIBONATI, Accettazioni cambiarie, in Enc. Giur. Treccani, Roma, 1988, 2).
A partire dagli anni ottanta, i mercati hanno, infatti, dimostrato una spiccata e crescente propensione all’uso di strumenti titolarizzati (cd. securitisation): l’incorporazione del credito in un titolo ed il suo collocamento sul mercato, direttamente o per il tramite di intermediari finanziari bancari e non bancari, mentre consente alle imprese di approviggionarsi di capitali a costi mediamente più vantaggiosi di quelli offerti dal sistema creditizio, rende al tempo stesso l’operazione di finanziamento più appetibile al mercato, in quanto più facilmente liquidabile (cfr., CHIARANDA, R. dott. comm., 1991, 571; QUAGLIATA, Tributi 91, fasc. 12, 141; IMI, Il mercato unico degli enti creditizi, I, Roma, 1989, pag. 9).
Le cambiali finanziarie, sul piano strutturale, sono titoli all’ordine soggette alla disciplina formale della cambiali ordinarie, ma che da esse si distinguono sul piano funzionale, in quanto vengono emesse dalle imprese commerciali allo scopo di ricevere finanziamenti, a titolo di mutuo collettivo, direttamente dal pubblico dei risparmiatori che possono acquistarle a scopo di investimento.
Ne discende, in primo luogo, che la circolazione delle cambiali finanziarie, in conformità alla loro natura di titoli all’ordine e, precisamente, di vaglia cambiario, deve aver luogo tramite girata.
Come noto, per girata si intende l’ordine che un prenditore o un portatore successivo rinnova al debitore di pagare ad altro possessore accompagnato dalla consegna materiale del titolo di credito, appunto detto all’ordine.
Si tratta di ordine al debitore emittente di eseguire la prestazione a favore del giratario, per cui viene ripetuto lo schema della delegazione di pagamento previsto dall’art. 1269, secondo comma, codice civile, con la differenza che mentre l’analoga dichiarazione del delegante viene intesa quale semplice autorizzazione, cui il debitore può ottemperare o meno, quella del girante ha effetto vincolante, data la presenza di una previa accettazione del debitore il quale, assumendo un impegno cartolare nella forma di un titolo all’ordine, contestualmente si dichiara pronto ad effettuare la prestazione a favore di qualsiasi soggetto al quale il titolo si trasferisca mediante girata (cfr., MARTORANO, Girata in nome altrui, continuità della serie, acquisto a non domino: nuove riflessioni, in Banca Borsa e Titoli di Credito, 1970, I, 122).
La girata attesta, dunque, il trasferimento del credito ed è necessaria per la legittimazione all’esercizio del diritto cartolare e per la qualificazione del possesso ai fini dell’acquisto a non domino.
Ne discende che, qualità essenziale della girata è l’effetto di legittimazione, poichè il giratario è il solo che possa far valere l’azione cartolare. La girata è, quindi, la forma necessaria e sufficiente di legittimazione del creditore cartolare, privando il girante della legittimazione che viene così attribuita al giratario (cd. effetto traslativo della girata) (cfr., TEDESCHI, Titoli all’ordine, in Digesto delle discipline privatistiche, vol. XV, Torino, 1998, pag. 456 e ss.).
In secondo luogo, come sopra ricordato, l’art.1, secondo comma, legge n. 43/1994 prescrive che, nelle cambiali finanziarie, la girata deve contenere la clausola “senza garanzia” o altra equivalente.
La clausola “senza garanzia”, pur escludendo la responsabilità cambiaria del girante che l’ha apposta, non fa perdere al titolo nè la sua natura ed efficacia cambiaria, nè l’idoneità a valere come titolo esecutivo contro tutti gli obbligati cambiari.
In altre parole, essa fa sì che il girante garantisca solo la sussistenza e non anche l’esigibilità del credito cambiario (cfr., PARTESOTTI, Il trasferimento della cambiale, Padova, 1977, pag. 184; AA.VV. Diritto Commerciale, Bologna 1993, pag. 890).
Occupandosi della clausola “senza garanzia” apposta sulle cambiali ordinarie, la dottrina ha da tempo sottolineato come essa sia generalmente guardata con sfavore nella prassi commerciale, essendo interpretata come un segnale di sfiducia del girante nel pagamento del titolo; nelle cambiali finanziarie la prospettiva è, invece, esattamente rovesciata, nel senso che l’apposizione della clausola, ora resa obbligatoria per legge, nel momento in cui solleva da responsabilità il girante, tende ad agevolare la circolazione del titolo, rendendolo più facilmente negoziabile (cfr., ANELLO-RIZZINI BISINELLI, Commercial paper e cambiali finanziarie dopo la legge n. 43/1994, in Le società, 1994, 3, 319-321).
Il legislatore, in sostanza, vuole che i risparmiatori accettino di far credito dietro rilascio delle cambiali finanziarie solo in ragione delle garanzie offerte dal soggetto emittente, che può essere facilmente identificato e sottoposto a vincoli e non invece per la fiducia verso coloro che, volta a volta, intervengono a girare le cambiali presumibilmente a fine di smobilizzo (cfr., GRAZIANI – MINERVINI – BELVISO, Manuale di diritto commerciale, Napoli, 1994, 622-623).
· garanzie (certificazione, rating/scoring): come noto, le piccole e medie imprese incontrano diversi problemi per l’accesso al mercato finanziario. Una delle ragioni è da ascrivere alla difficoltà, da parte del sistema bancario, di ottenere informazioni economico-finanziarie certe e sistematiche, nonché alla valutazione della capacità di credito delle piccole e delle medie imprese, che richiede analisi condotte non solo su dati di tipo finanziario. Ne discende che, interventi che aumentino la certezza delle informazioni economico-finanziarie delle imprese e aiutino a valutare il rischio sul puntuale pagamento dei debiti, potrebbero agevolare l’accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese. Questi interventi sono costituiti dalla certificazione dei bilanci, dal rating e dallo scoring. L’attività nota con il nome di rating consiste nella valutazione, da parte di un soggetto esterno e indipendente (l’Agenzia di rating), della capacità di un emittente di fare fronte puntualmente al pagamento del capitale e degli interessi relativi ad una specifica emissione di titoli di debito o della valutazione della solvibilità generale di un debitore; tali valutazioni sono destinate ed accessibili agli investitori presenti su tutto il mercato finanziario (questa novità è stata introdotta in quanto, successivamente all’entrata in vigore della legge n. 43 del 1994, hanno iniziato ad operare più diffusamente anche in Italia apposite società specializzate nel rilascio del rating – tra queste, si ricorda, tra le altre, la ITALRATING DCR S.p.A., prima agenzia di rating italiana costituita da Mediocredito, Nomisma e Databank ed operativa dal 1995). Il giudizio, fondato sia su dati e informazioni pubbliche che su informazioni riservate fornite dall’emittente, è relativo al rischio creditizio sottostante all’emissione, elemento fondamentale nella valutazione di opportunità alternative di investimento. Lo scoring è una valutazione sulla solvibilità in generale di una impresa, effettuata sempre da un soggetto esterno specializzato, destinata principalmente agli enti finanziatori dell’impresa stessa e, pertanto, ne agevola la valutazione del merito del credito. Lo scoring, di norma, non viene pubblicato. Tra i vantaggi di una diffusione della certificazione, del rating e dello scoring si ricordano, in particolare: 1) miglioramento del rapporto con gli enti creditizi, come conseguenza della maggiore trasparenza e certezza dei dati contenuti nei bilanci e classificazione della classe di rischiosità; 2) migliore accesso alle fonti di finanziamento non solo nazionali; 3) diminuzione del costo dell’indebitamento; 4) possibilità di interloquire con partner esteri per accordi sia commerciali sia di partecipazione; 5) maggiore visibilità sul mercato finanziario, utile, ad esempio, per una eventuale quotazione nei mercati regolamentati; 6) il giudizio sulla solvibilità dei titoli di debito emessi costituisce, inoltre, un periodico monitoraggio sull’andamento dell’azienda. In particolare, verso l’obiettivo del rating si muovono entrambe le proposte di legge. Al riguardo, va ricordato che la legge n. 130 del 1999 sulla cartolarizzazione ha stabilito i criteri per l’individuazione dei soggetti abilitati al rilascio del rating sui titoli offerti al pubblico dalle società di cartolarizzazione e la CONSOB ha emanato il relativo decreto attuativo; esiste già, dunque, una regolamentazione di questi istituti, che potrebbe essere agevolmente estesa anche al caso di rating di cambiali finanziarie;
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