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Timestamp: 2019-03-24 13:04:05+00:00
Document Index: 62331539

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 418', 'art. 116', 'art. 115', 'art. 2697', 'art. 112', 'art. 1372', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 2113', 'art. 1372']

Risoluzione contratto lavoro per mutuo consenso: domanda o eccezione riconvenzionale?
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Risoluzione del contratto di lavoro per mutuo consenso: domanda o eccezione riconvenzionale?
in Giuricivile, 2018, 5 (ISSN 2532-201X), nota a Cass. Civ, sez. Lavoro, sent. n. 5078/2018
La sentenza in commento offre, anzitutto, l’opportunità di approfondire la natura giuridica dell’eccezione di parte datoriale di risoluzione del contratto di lavoro per mutuo consenso.
La questione è di particolare interesse, posto che la qualificazione in termini di eccezione riconvenzionale ovvero di domanda riconvenzionale di un’istanza del convenuto con funzione di contrasto alla domanda attorea, comporta effetti processuali di non poco momento: invero, solo la domanda riconvenzionale è soggetta alle prescrizioni poste dal primo comma dell’art. 418 c.p.c. e alle conseguenti decadenze.
Peraltro, gli stessi giudici di legittimità, ritenendo irrilevante ai fini decisori la riconduzione dell’eccezione in parola fra le eccezioni in senso stretto o, per contro, quelle in senso lato, si limitano, sul punto, a dare atto dell’esistenza di due contrapposti orientamenti giurisprudenziali.
La posizione processuale del convenuto
Il convenuto può, anzitutto, scegliere di rimanere inerte di fronte alla pretesa avversaria; a tale proposito, basti ricordare come tale circostanza non impedisca lo svolgimento del processo, ma, soprattutto, non conduca all’automatico accoglimento della domanda dell’attore, essendo il giudice libero nella formazione del suo convincimento, ai sensi dell’art. 116 del codice di procedura civile.
Il resistente può determinarsi a partecipare attivamente alla causa, all’interno dei confini della domanda e dell’oggetto del processo determinato dall’attore, limitandosi ad esercitare un’azione di mero accertamento negativo, richiedendo al giudice il rigetto della pretesa altrui.
Le eccezioni processuali
Al convenuto è concesso, però, anche di allegare e offrire di provare ex art. 115 c.p.p., altri fatti rispetto a quelli che già appartengono alla sfera cognitiva del giudice, in quanto dedotti da colui che ha proposto la domanda.
Il sicuro riconoscimento di una tale possibilità in capo al convenuto discende dall’art. 2697 c.c., il quale, ponendo l’onere della prova a carico di colui che allega i fatti, contrappone, alla deduzione dei fatti che costituiscono il fondamento della domanda, l’eccezione dei fatti che hanno estinto o modificato il diritto oppure reso inefficaci i fatti costitutivi.
Soccorre all’uopo l’art. 112 c.p.c., che, vietando al giudice di pronunciarsi su eccezioni che possono essere proposte soltanto dalle parti, afferma implicitamente, a contrario, l’esistenza di altre eccezioni sulle quali il giudice può pronunciarsi d’ufficio.
Corollario di tale impostazione è che, al di fuori delle succitate ipotesi, i fatti ritualmente acquisiti alla causa possono essere utilizzati dal giudice anche in assenza di formali difese che li assumono a fondamento, dando luogo alle eccezioni in senso ampio ( Cass. Civile, Sez. Lavoro, 21 agosto 2004, n. 16501).
Da questa angolazione, le eccezioni in senso lato, ovvero rilevabili anche d’ufficio, se sono relative ad un diritto di carattere sostanziale il cui esercizio in campo processuale non incide in alcun modo su interessi pubblici ( come, invece, le eccezioni di giudicato), hanno una rilevabilità condizionata al rispetto del principio dispositivo e del contraddittorio. Ne consegue che ( fatti salvi casi particolari) è vietato al giudice porre alla base della propria decisione fatti che non rispondano ad una tempestiva allegazione delle parti, o, per dirla diversamente, il giudice non può basare la propria decisione su un fatto, ritenuto estintivo, impeditivo o modificativo, che non sia mai stato dedotto o allegato dalla parte o comunque non risulti dagli atti di causa ( Cass. Civile, Sez. III, 22 giugno 2007, n. 14581).
La deduzione della risoluzione del contratto di lavoro per mutuo consenso: domanda o eccezione riconvenzionale?
Con specifico riguardo alla risoluzione consensuale del contratto di lavoro per mutuo consenso, ex art. 1372 c.c., esistono in giurisprudenza, come anticipato più sopra, due opposti orientamenti, anche se quello che qualifica tale fatto alla stregua di un’eccezione in senso ampio appare particolarmente apprezzabile: in tale prospettiva, invero, il mutuo consenso rappresenta un fatto oggettivamente estintivo dei diritti nascenti dal negozio bilaterale che può essere accertato d’ufficio dal giudice.
Il convenuto può, infine, non limitarsi a chiedere il rigetto della domanda attorea, ma può giungere a formulare una propria autonoma domanda, la cd. domanda riconvenzionale, purché essa soddisfi, alternativamente, uno dei due requisiti sanciti dall’art. 36 del codice di procedura civile: la riconvenzionale deve dipendere dal titolo già dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione.
La differenza tra domanda ed eccezione riconvenzionale
In prima battuta, potrebbe asserirsi che se la domanda riconvenzionale si sostanzia nell’istanza con la quale viene chiesto, oltre al rigetto dell’altrui pretesa, l’ulteriore declaratoria di tutte le conseguenze giuridiche connesse all’invocato mutamento della situazione precedente, nell’eccezione riconvenzionale, per contro, il fatto dedotto dal convenuto è diretto a provocare il mero rigetto della domanda avversaria ( in questo senso, Cass. Civile, Sez. III, 13 giugno 2013, n. 14852).
In altre parole, si ha eccezione riconvenzionale quando, pur deducendo fatti modificativi, estintivi o impeditivi, che potrebbero costituire oggetto di un’autonoma domanda in un giudizio separato, il convenuto si limita a chiedere la reiezione della pretesa avversaria (in termini non dissimili, Cass. Civile, Sez. III, 16 marzo 2012, n. 4233).
Come è stato lucidamente affermato dalla Suprema Corte, la distinzione tra domanda riconvenzionale ed eccezione non dipende dal titolo posto a base della difesa del convenuto, e cioè dal fatto o dal rapporto giuridico invocato a suo fondamento, ma dal relativo oggetto, e cioè dal risultato processuale che il convenuto intende con essa ottenere, che è limitato, nell’eccezione, al rigetto della domanda proposta dall’attore; di conseguenza non sussistono limiti al possibile ampliamento del tema della controversia da parte del convenuto a mezzo di eccezioni, purché vengano allegati a loro fondamento fatti o rapporti giuridici prospettati come idonei a determinare l’estinzione o la modificazione dei diritti fatti valere dall’attore, e in base ai quali si chieda la refezione delle domande da questo proposte e non una pronunzia di accoglimento di ulteriori e diverse domande ( Cass. Civile, Sez. III sentenza 25/10/2016, n. 21472).
L’eccezione di risoluzione per mutuo consenso è eccezione riconvenzionale
Nella fattispecie posta all’attenzione della Corte, inoltre, l’eccezione in parola era stata, dalla società resistente, tempestivamente dedotta già nel primo grado di giudizio, circostanza questa che sottrae i giudici della Sezione Lavoro dall’obbligo di prendere posizione in ordine alla sua qualificazione in termini di eccezione in senso stretto o in senso lato.
Da un lato, infatti, si pone l’esigenza di stabilire se la risoluzione del contratto per mutuo consenso possa costituire tacita rinuncia al diritto alla conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ai sensi dell’art. 2113 c.c.; su altro versante, occorre comprendere se il decorso del tempo possa palesare la volontà della lavoratrice nel senso della definitiva cessazione del rapporto di lavoro.
Sotto il primo profilo, vale la pena ricordare il disposto dell’art. 1372 c.c., secondo il quale il contratto può essere sciolto per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge.
Secondo la giurisprudenza prevalente, la risoluzione consensuale di un contratto può avvenire anche con una manifestazione tacita della volontà, attraverso comportamenti significativi tenuti dalle parti, a patto che la legge non prescriva una forma particolare ( ex plurimis, Cass. Civile, Sez. III, 2 marzo 2012, n. 3245).
Incidentalmente, può osservarsi come non possa essere inferta dallo svolgimento di altra occupazione la volontà di cessare definitivamente il rapporto lavorativo, posto che il reperimento di altra attività risponde ad esigenze di sostentamento quotidiano (in questi termini, Cass. Civile, Sezione Lavoro, 9 ottobre 2014, n. 21310).
eccezione riconvenzionale
Abilitata all'esercizio della professione forense e della professione di consulente del lavoro. Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Udine.