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Timestamp: 2020-04-02 17:08:43+00:00
Document Index: 45011252

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Sentenza Cassazione Civile n. 11910 del 12/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11910 del 12/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 12/05/2017, (ud. 21/02/2017, dep.12/05/2017), n. 11910
sul ricorso 28530/2010 proposto da:
U.M. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA FLAMINIA 195, presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUDIO LALLI,
avverso la sentenza n. 517/2009 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,
depositata il 23/11/2009 R.G.N. 493/2008.
che con sentenza in data 28.10.2009 la Corte di Appello di Cagliari ha confermato la sentenza del Tribunale di Oristano del 18.6.2008 che aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato da Poste italiane spa e U.M. nel periodo 4.10.2002 – 31.12.2002 con causale “per sostenere il livello di servizio di recapito durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tuttora in fase di completamento, di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio, 13 febbraio,17 aprile, 30 luglio e 18 settembre 2002, che prevedono, al riguardo, il riposizionamento su tutto il territorio degli organici della società”, condannando la società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dalla domanda giudiziaria al ripristino del rapporto con gli accessori dovuti per legge.
che avverso tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi, chiedendo, in subordine, l’applicazione dello jus superveniens con riferimento alla L. n. 183 del 2010, art. 32; ha resistito la U. con controricorso, depositando anche memoria.
Che i motivi di ricorso hanno riguardato: 1) la violazione e falsa applicazione del D.Lgs n. 368 del 2001, art. 1, comma 1 e art. 2, art. 12 preleggi, artt. 1362 c.c. e segg. e artt. 1325 c.c. e seg., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere ritenuto generica la causale giustificativa dell’apposizione del termine al contratto senza considerare lo specifico riferimento in seno al contratto degli accordi sindacali sulla mobilità dai quali era evincibile, per relationem, la ragione della delimitazione temporale del rapporto;
2) l’omessa e insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consistente nella legittima coesistenza di più ragioni giustificatrici dell’apposizione del termine e comunque nel riferimento agli accordi sindacali disciplinanti la futura mobilità del personale, senza che la sentenza spieghi perchè detto riferimento in seno al contratto non costituirebbe un’ idonea specificazione delle esigenze sottese all’assunzione; 3) la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4, comma 2, art. 2697 c.c., artt. 115, 116, 244, 253 c.p.c. e art. 421 c.p.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1. n. 3, per avere posto a carico del datore di lavoro l’onere di provare le ragioni che avevano indotto le parti a stipulare un contratto a termine mentre la società aveva rispettato il disposto del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, ossia l’esigenza a carattere temporaneo dell’assunzione documentata dagli accordi aziendali richiamati nella causale, essendo quindi onere del lavoratore dimostrarne la pretestuosità. Non era stata peraltro ammessa la prova richiesta dalla società con riferimento ai processi di mobilità ed ai relativi accordi; 4) l’omessa e insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la Corte omesso di valutare e di motivare sull’ammissibilità e rilevanza della prova chiesta per dimostrare i processi di riorganizzazione, anche facendo uso dell’ampio potere officioso ex art. 421 c.p.c., al fine di ampliare i capitoli già formulati in punto di prova dell’esigenza di assunzioni temporanee, laddove nulla aveva chiarito la corte territoriale sul perchè non erano stati esercitati i poteri d’ufficio; 5) infine la violazione ed erronea applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1218, 1219, 1223, 2094, 2099 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la corte ritenuto erroneamente che le retribuzioni dovessero spettare dal momento in cui era stata offerta la prestazione, quindi anche per gli intervalli di tempo in cui non era stata resa alcuna prestazione, essendo inoltre onere del lavoratore, quanto all’aliunde perceptum provare di svolto altra attività lavorativa e di non aver percepito somme a titolo retributivo.
In via subordinata Poste spa ha chiesto l’applicazione della L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5 e 6, in applicazione dello jus superveniens, con risarcimento del danno contenuto nei limiti minimi previsti da tale norma.
che i primi quattro motivi di ricorso vanno rigettati perchè infondati e che, assorbiti gli altri motivi espressi nel quinto, debba essere accolta la domanda di applicazione dello jus superveniens;
che la ricorrente ha fatto riferimento ad una causale in parte diversa da quella esaminata dalla corte territoriale, che era limitata soltanto ad un’ unica causale riferita al riposizionamento sul territorio degli organici della società, attuata mediante processi di mobilità secondo gli accordi sindacali prima indicati, senza neanche lamentare che la sentenza avesse errato su tale punto. Che comunque la Corte territoriale, contrariamente a quanto asserito dalla ricorrente, ha motivato adeguatamente ritenendo che la clausola di apposizione del termine contenuta nel contratto non rispettasse il dettato di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, in quanto dalla causale in esso indicata non emergeva alcuna connessione con le mansioni per il cui espletamento la lavoratrice era stata assunta. Che peraltro gli accordi sindacali richiamati non erano di per sè idonei a giustificare la mancata specificazione dei motivi con inerenza alla singola assunzione e che, in ogni caso, era mancata la prova sul punto di una specifica causale negoziale.(cfr. Cass. 19/03/2016 n. 5451).
Che comunque la Corte non ha soltanto ritenuto la genericità di tale causale, dovendosi ricordare che le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, legittimanti l’apposizione di un termine ai contratti di lavoro, consentita dall’art. 1 del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, che devono risultare specificate, a pena di inefficacia, in apposito atto scritto, possono risultare anche per relationem (Cfr da ultimo Cass. 208/15, Cass. n. 2680/15), ma ha altresì motivato adeguatamente laddove ha rilevato che la società avrebbe dovuto allegare e provare in stretta connessione e coerenza con la causale indicata in contratto, che nell’area operativa di (OMISSIS) era in corso un procedimento di mobilità che rendeva necessaria l’assunzione della U.; che invece l’espletata prova testimoniale aveva fatto emergere che la lavoratrice era stata impiegata nella sostituzione di personale assente per malattia e per ferie, dunque per una causale affatto diversa da quella indicata in contratto.
Che la sentenza ha pertanto correttamente motivato anche circa il mancato assolvimenp dell’onere probatorio a carico della società datrice di lavoro, la quale non aveva nemmeno indicato in modo puntuale le circostanze che contraddistinguono una particolare attività tale da rendere evidente la specifica connessione tra le ragioni produttive ed organizzative da realizzare e la utilizzazione del lavoratore assunto per tale specifica ragione.
Che invece va accolto il quinto motivo, ma solo con riferimento all’applicazione dello jus superveniens, costituito dalla normativa di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, come richiesto da parte ricorrente, trattandosi di giudizio “pendente” ai sensi del citato art. 32, comma 7. Sul punto si richiama la recente sentenza di questa Corte a SSUU n. 21691/2016, secondo cui la violazione di norme di diritto di cui all’art. 360, comma 1, n. 3, può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano norme applicabili perchè dotate di efficacia retroattiva, posto che la proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale della sentenza impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima. Nel caso in esame la società ricorrente, ha impugnato con ricorso di cassazione la sentenza di appello nella parte in cui aveva disposto la condanna al risarcimento del danno, denunciando l’errata applicazione degli artt. 1206 c.c. e segg., in punto di esatta determinazione dell’obbligo retributivo con riguardo alla messa in mora. La ricorrente ha quindi proposto ricorso contro la parte principale della decisione, dalla quale dipende, in quanto legata da un nesso di causalità inscindibile, la parte legata alla quantificazione del risarcimento del danno.
Che la sentenza va quindi cassata in relazione al motivo accolto con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Cagliari in diversa composizione, che dovrà limitarsi a quantificare l’indennità spettante all’odierna parte contro ricorrente per il periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia con cui è stata disposta la riammissione in servizio (cfr., per tutte Cass. n. 14461/2015), con interessi e rivalutazione da calcolarsi a far tempo dalla sentenza dichiarativa della nullità del termine (cfr., Cass. n. 3062/2016).
La Corte, accoglie il quinto motivo di ricorso nei termini di cui in motivazione, rigettati gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Cagliari in diversa composizione.