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Timestamp: 2019-12-07 17:19:41+00:00
Document Index: 19289546

Matched Legal Cases: ['art. 696', 'art. 696', 'art 10', 'art. 696', 'art. 10', 'art.10', 'art. 8', 'art 12', 'art. 696', 'sentenza ', 'art. 2727', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 1218', 'art. 1218', 'art. 139', 'art. 138', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Locatelli - Newsletter - 04.2018
L’estromissione degli Assicuratori dal procedimento ex art. 696 bis c.p.c.
Tribunale di Milano, Sezione Prima, Ordinanza del 20 marzo 2018
L’ordinanza in esame tocca il delicato e problematico aspetto connesso agli artt. 8 e 12 della legge 8 marzo 2017 n. 24 (c.d. Legge Gelli), introduttivi, l’uno, dell’obbligo di partecipazione al procedimento ex art. 696 bis c.p.c. anche per le imprese di Assicurazione di cui all’art 10 della medesima legge, e l’altro dell’azione diretta del danneggiato verso l’Assicuratore della Struttura sanitaria.
L’ordinanza in esame affronta le problematiche connesse al regime transitorio delle norme introdotte dalla novella legislativa, sopra citate.
Più nello specifico, il caso affrontato dal Tribunale riguardava un ricorso promosso dai ricorrenti ex art. 696 bis c.p.c. sia nei confronti della Struttura sanitaria sia del suo Assicuratore, che, in via preliminare, aveva eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, sostenendo che i ricorrenti avrebbero citato in giudizio in via diretta la Compagnia di Assicurazioni del nosocomio in un ambito operativo ove, ad oggi e nonostante le novità introdotte dalla legge Gelli, non è assolutamente consentito ai terzi di agire in via diretta verso l’assicurazione dell’asserito responsabile civile.
Seguendo l’impostazione difensiva della Compagnia, il Tribunale di Milano, con l’ordinanza in commento, dopo aver specificato che le imprese vengono individuate sulla base dell’espresso richiamo all’art. 10, e che tale norma prevede l’obbligo per le strutture sanitarie di dotarsi di copertura assicurativa e di rendere pubblica la denominazione dell’impresa che presta la copertura assicurativa, indicando per esteso i contratti e le clausole che determinano la copertura assicurativa, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso con riferimento alla posizione dell’Assicuratore e condannato i ricorrenti alla rifusione delle spese di lite in favore di questi rilevando che non è stato però ancora emanato, come invece previsto dal medesimo art.10, il decreto ministeriale che deve stabilire quali siano i requisiti minimi delle polizze, con conseguente inoperatività – allo stato – della previsione di cui al comma 1 e, conseguentemente di quella ad essa collegata di cui all’art. 8.
La coerenza di questo ragionamento si rinviene, secondo il Tribunale, anche in considerazione di quanto disposto dall’art 12, comma VI, legge Gelli, che prevede che l’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’istituto assicurativo sarà possibile solo a decorrere dall’emanazione del decreto ministeriale.
Su queste basi, il Tribunale ha stabilito che viene meno il principio del litisconsorzio necessario dell’istituto assicurativo, e che, non essendo diversamente prevista l’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’istituto assicurativo della struttura sanitaria, il ricorso nei confronti dello stesso è inammissibile.
Nonostante l’orientamento giurisprudenziale non possa considerarsi unanime, l’ordinanza del Tribunale milanese rappresenta un utile spunto per risolvere la problematica questione del coinvolgimento dell’Assicuratore della struttura sanitaria da parte del danneggiato in un procedimento ex art. 696 bis c.p.c., nell’attesa che venga emanato il decreto attuativo richiesto dalla legge.
La prova del rapporto parentale in relazione al risarcimento del danno non patrimoniale in favore dei prossimi congiunti
Corte di Cassazione n. 3767/2018
La pronuncia in esame affronta il problematico aspetto della prova dell’esistenza di un vincolo affettivo nell’ambito del risarcimento del danno da perdita di un congiunto.
La questione trae origine dal ricorso in Cassazione proposto dai congiunti della vittima di un sinistro stradale, i quali lamentavano che il Giudice di secondo grado avesse rigettato la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale formulata dalla madre e dai fratelli della vittima per mancata prova dell’esistenza del vincolo affettivo tra loro e la vittima.
La Corte di Cassazione accoglie il predetto ricorso specificando che sebbene spetti alla vittima d'un fatto illecito dimostrare i fatti costitutivi della sua pretesa, e di conseguenza l'esistenza del danno, tale prova tuttavia possa essere fornita anche attraverso presunzioni semplici, ovvero invocando massime di esperienza e l'id quod plerumque accidit.
Nel caso di morte di un prossimo congiunto - continua la S.C -, l'esistenza stessa del rapporto di parentela deve far presumere, secondo l'id quod plerumque accidit, la sofferenza del familiare superstite, giacché tale conseguenza è per comune esperienza, di norma, connaturale all'essere umano. Naturalmente si tratterà pur sempre d'una praesumptio hominis, con la conseguente possibilità per il convenuto di dedurre e provare l'esistenza di circostanze concrete dimostrative dell'assenza di un legame affettivo tra la vittima ed il superstite.
I Giudici della Corte di Cassazione proseguono chiarendo, altresì, come la semplice lontananza non sia una circostanza di per sé idonea a far presumere l'indifferenza d'una madre alla morte del figlio e cassano la sentenza di secondo grado affermando che L'uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del quantum debeatur). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra loro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo.
Applicazione dell’art. 7 della Legge Bianco- Gelli a fatti verificatisi prima della sua entrata in vigore
Tribunale di Milano, sentenza 16 febbraio 2018, n. 1654
La sentenza interviene a seguito della richiesta di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno da responsabilità professionale di un odontoiatra, responsabilità già accertata in sede di un procedimento per accertamento tecnico preventivo.
Il Tribunale di Milano, verificata la responsabilità dell’odontoiatra anche a seguito dell’espletamento di una nuova CTU, ha dichiarato risolto il contratto intercorso tra le parti per grave inadempimento del medico e ha condannato quest’ultimo a risarcire i danni biologici e patrimoniali subiti dalla signora a causa dell’intervento imperito.
La decisione è di rilievo in quanto con la stessa il Tribunale meneghino ha dato applicazione in più parti alla nuova Legge di riforma della responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie.
Anzitutto - richiamando l’art. 7 della novella legislativa che, come noto, prevede in linea di principio, la responsabilità extracontrattuale del medico ritenendola, invece, contemplata ai sensi dell’art. 1218 c.c. nel caso in cui il sanitario agisca nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente - il Tribunale ha stabilito che nel caso di specie fosse effettivamente intercorso un contratto tra le parti, con conseguente applicazione della disciplina di cui all’art. 1218 c.c., anche in relazione alla ripartizione dell’onere della prova.
Il Tribunale di Milano ha, poi, ritenuto di dare applicazione alla nuova Legge Gelli-Bianco anche relativamente alla quantificazione dei danni subiti dall’attrice, stabilendo che il danno biologico e non patrimoniale per gli eventi di malpractice medica debba essere risarcito applicando la tabella ministeriale prevista dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private per le lesioni c.d. micropermanenti, riservando la disciplina dell’art. 138 sempre del Codice delle Assicurazioni Private alle lesioni macropermanenti.
Sulla base di tale presupposto, il Tribunale ha ritenuto operativo il richiamo svolto dall’art. 7 agli artt. 138 e 139 Codice delle Assicurazioni per la liquidazione delle micropermanenti sino al 9% anche relativamente a fatti avvenuti in epoca antecedente all’entrata in vigore della Legge Gelli – Bianco.
La pronuncia, in altri termini, ha il pregio di chiarire che la novella legislativa relativa alla quantificazione dei danni non riguarda il fatto generatore del diritto alla prestazione - nel qual caso sarebbe stata inapplicabile, vista l’irretroattività della Gelli-Bianco - bensì soltanto le modalità di liquidazione del danno, pertanto la sua applicazione non determina una retroattività della disposizione.
L’onere della prova nelle cause di risarcimento per responsabilità professionale sanitaria
Corte di Cassazione n. 18392/2017
La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della tematica del riparto dell’onere probatorio in relazione al nesso di causalità tra l’aggravamento o l’insorgenza di una patologia e la condotta dei sanitari.
La questione sorge dal ricorso proposto dalla vedova di un paziente deceduto per arresto cardiaco, in seguito ad un intervento chirurgico di asportazione della prostata, avverso la sentenza di merito che aveva rigettato la domanda risarcitoria.
In tale occasione la Suprema Corte ha dichiarato che incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l'onere di provare il nesso di causalità tra l'aggravamento della patologia (o l'insorgenza di una nuova malattia) e l'azione o l'omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l'impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l'inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l'ordinaria diligenza.
I Giudici della Corte chiariscono, tuttavia, di non volersi porre in conflitto con i precedenti giurisprudenziali (tra cui si ricorda la storica sentenza delle Sezioni Unite n. 577/2008), che addossavano a carico del sanitario la dimostrazione che l’inadempimento non si fosse verificato, ovvero che esso non fosse stato eziologicamente rilevante. Il contrasto, infatti, a detta della Corte, è meramente apparente dovendosi valutare la causa che viene in rilievo e dovendo distinguersi, dunque, tra quella della fattispecie costitutiva della responsabilità risarcitoria che deve essere dedotta dal danneggiato e quella della fattispecie estintiva dell’obbligazione della quale è onerato il danneggiante.
Per giungere a questa conclusone, la Corte propone una ripartizione tra il concetto di causalità relativa all’evento (causalità materiale) e quello di causalità relativa al danno consequenziale (causalità giuridica), e quella concernente l’impossibilità della prestazione.
La prima (causalità relativa all’evento e al danno consequenziale) è ritenuta comune ad ogni fattispecie di responsabilità e caratterizza negli stessi termini gli oneri di allegazione e di prova del danneggiato: il danno costituisce un elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l’eziologia immanente alla nozione di danno, anch’essa è parte del fatto costitutivo che l’attore deve provare. Le cause di estinzione dell’obbligazione, invece, sono tema di prova di parte debitrice, pertanto spetta al danneggiante dimostrare la causa imprevedibile ed inevitabile che ha reso impossibile la prestazione.
In altri termini, è onere del danneggiato provare il fatto costitutivo dell’obbligazione ovvero il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e l’azione o l’omissione del sanitario, mentre è onere della parte debitrice dimostrare il fatto estintivo del diritto ovvero che una causa imprevedibile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione.
La sentenza chiarisce altresì che se, all’esito dell’istruttoria, tali cause dovessero rimanere incerte, il Giudice dovrà decidere in base a questa regola dell’onere della prova, da applicarsi con criterio sequenziale, nel senso che se il danneggiato non ha provato il primo nesso, non vi sarà luogo alla disamina della condotta diligente o negligente del sanitario.
L’orientamento ha trovato, oltretutto, una piena conferma anche in un altro successivo arresto giurisprudenziale a mente del quale nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica è onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento (onere che va assolto dimostrando, con qualsiasi mezzo di prova, che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno), con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, per essere la causa del danno rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata (così, Cass. civ., n. 29315/2017).