Source: https://www.laleggepertutti.it/196944_fotografare-la-scheda-elettorale-e-reato
Timestamp: 2018-06-25 05:48:08+00:00
Document Index: 86274169

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 459', 'art. 1', 'art. 131', 'art. 1', 'art. 459', 'art. 135', 'art. 53', 'art. 459']

Lo sai che? Fotografare la scheda elettorale è reato
Reato fotografare la scheda elettorale votata anche senza l’avviso di non portare lo smartphone in cabina.
Ci troviamo in un contesto elettorale. Siamo tutti pronti per votare. La campagna dei candidati ha cessato gli squilli di tromba per consentire agli elettori – nel cosiddetto «periodo di silenzio» imposto dalla legge – di riflettere, meditare e digerire serenamente tutto ciò che è stato detto e promesso durante i mesi precedenti. Oggi come mai in passato, dimostrare la propria fede al partito e condividere con tutti il proprio credo politico è molto facile grazie agli smartphone: chiunque li può portare con sé dentro la cabina e fotografare la scheda elettorale dopo che si è apposta la fatidica X con la matita sul simbolo prescelto. Ma è lecito e cosa rischia chi contravviene al divieto – apposto spesso nei seggi – di portare con sé cellulari e altri dispositivi in grado di comunicare all’esterno il proprio voto? Neanche a farlo apposta, di tanto si è occupata oggi la Cassazione [1]: quasi un monito per le imminenti elezioni. Alla Corte è stato chiesto se fotografare la scheda elettorale è reato ed ecco cosa i giudici hanno risposto.
Fotografare il proprio voto è vietato anche se l’immagine non circola e rimane riservata, nella sola disponibilità dell’elettore. È altresì vietato laddove lo si fa per dimostrare ad altri qual è stata la preferenza data. Lo scopo della norma è facilmente intuibile: garantire a tutti la segretezza del voto che, altrimenti, potrebbe essere turbata se qualcuno, all’esterno, possa esigere di verificare come il cittadino ha barrato la scheda elettorale. Per la stessa ragione, non è illegale fotografare una scheda elettorale non ancora utilizzata.
Anche al fine di contrastare il fenomeno del voto di scambio (ad esempio l’acquisto dei voti tramite promesse e ricompense in denaro) viene di solito affisso sulle porte delle scuole e dei luoghi usati come seggi elettorali il divieto di portare in cabina lo smartphone.
In verità la legge, proprio per evitare tale rischio, vieta l’introduzione dei cellulari all’interno delle cabine. Quindi l’illecito si pone già in un momento anteriore allo scatto della fotografia e consiste nel portare con sé il dispositivo. Ecco cosa stabilisce la normativa in proposito [2]:
La norma , in caso di procedimento per decreto penale, consente al giudice di determinare la sanzione sostitutiva non più in termini generali (250 euro al giorno) ma in misura variabile: da un minimo di 75 euro al triplo della cifra, secondo le condizioni economiche e familiari dell’imputato.
Detto ciò è abbastanza facile comprendere cosa rischia tanto chi fotografa la scheda elettorale votata (anche se non la pubblica e non la fa circolare), tanto chi non lo fa e, comunque, porta all’interno del seggio lo smartphone: incorre in un reato, ossia in un procedimento penale. Risultato: viene condannato a pagare una pesante ammenda chi introduce nella cabina elettorale il cellulare e scatta una fotografia alla scheda fresca di voto. Il cittadino chiamato alle urne mettendo in piedi tale condotta non potrà aggrapparsi alla giustificazione di non aver ricevuto indicazioni dal presidente di seggio o di non aver trovato cartelli che contenessero l’avvertimento: la legge infatti non ammette ignoranza e ogni elettore è tenuto a sapere che esiste questo divieto. Del resto l’interpretazione della norma che abbiamo appena citato è chiara e non richiede cognizioni giuridiche elevate per essere compresa: è vietato introdurre all’interno delle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchi in grado di fotografare o registrare immagini.
Nel caso di specie l’imputato ha ammesso di aver scattato una foto alla scheda elettorale ma, attraverso il difensore, affermava che non si era consumato il reato contestato perché il presidente del seggio, secondo la lettera della norma, avrebbe dovuto invitarlo a lasciare fuori dalla cabina il dispositivo. Ma la legge non prevede affatto questo: l’interpretazione letterale della norma – spiega la Cassazione – non si presta a equivoci perché la condotta costituente reato è «esclusivamente» quella descritta al primo comma; i successivi dettando le condotte che deve osservare il presidente, la cui inosservanza è peraltro priva di conseguenze penali per lo stesso.
Condanna penale per violazione della legge sulla segretezza voto per chi entra in cabina con il telefono cellulare e scatta una foto alla scheda. In ogni caso è vietato entrare in cabina con il telefono
[1] Cass. sent. n. 9400/18.
[2] Legge n. 96/2008.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 dicembre 2017 – 1 marzo 2018, n. 9400
1 – Con sentenza del 18 maggio 2017, la Corte di appello di Firenze confermava la sentenza del locale Tribunale nella parte in cui aveva ritenuto Pi. Lu. Be. colpevole del reato previsto dall’art. 1 legge n. 96 del 2008, per avere introdotto, il 24 febbraio 2013, nella cabina elettorale il proprio telefono cellulare scattando una fotografia alla scheda elettorale che aveva appena compilato, solo convertendo la pena detentiva irrogatagli nella pena pecuniaria di Euro 15.000 di ammenda.
La Corte territoriale aveva, invece, confermato la condanna del Be. affermando che la norma punitiva non prevedeva affatto, come elemento costitutivo del reato contestato, il previo invito del presidente del seggio a non introdurre nella cabina elettorale strumenti atti a fotografare il voto espresso.
La Corte riteneva, infine, l’inapplicabilità del disposto dell’art. 131 bis cod. pen., in considerazione della gravità del fatto consumato, posto che, alla vietata introduzione nella cabina elettorale del mezzo di riproduzione, già di per sé condotta costituente reato, si era aggiunta anche la effettiva fotografia della scheda elettorale appena compilata.
2 – 1 – Con il primo deduce la violazione di legge ed il vizio della motivazione in quanto, se è vero che il primo comma della norma citata prevede la punizione di chi porta all’interno della cabina degli strumenti atti a fotografare il voto, è altrettanto vero che i commi successivi dettano gli adempimenti che il presidente del seggio deve attuare per rendere concreto tale divieto, consistenti nell’invitare l’elettore a depositare le apparecchiature prima di entrare in cabina.
2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge in relazione alla mancata applicazione del disposto dell’art. 131 bis cod. pen..
Il comportamento era del tutto occasionale e l’omissione dell’invito da parte del presidente aveva certamente diminuito il coefficiente psicologico del fatto e, quindi, la sua gravità.
Il precedente penale non era impeditivo.
2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge in riferimento al calcolo della pena pecuniaria sostitutiva, non essendo possibile limitare il ragguaglio previsto dall’art. 459 comma 1 bis introdotto dalla legge 23 giugno 2017 n. 203 al solo caso delle pene pecuniarie irrogate con il decreto penale.
1 – Il testo dell’art. 1 D.L. 1 aprile 2008 n. 49, conv. in legge 30 maggio 2008 n. 96 è il seguente:
4. Chiunque contravviene al divieto di cui al comma 1 è punito con l’arresto da tre a sei mesi e con l’ammenda da 300 a 1000 Euro. “.
2 – L’interpretazione letterale di tale norma non si presta ad equivoci, nel senso che la condotta costituente reato è esclusivamente quella descritta nel comma primo della stessa – l’introduzione nella cabina elettorale di strumenti atti a fotografare l’espressione del voto – a cui, difatti, fa esclusivo riferimento il comma quarto nel prevedere la sanzione penale in caso di sua inosservanza.
I commi secondo e terzo della norma in oggetto dettano solo le condotte di cui il presidente del seggio è onerato, la cui inosservanza peraltro è priva di conseguenze penali per il medesimo. Dal che si deduce come tali ulteriori condotte, ed in particolare l’invito del presidente all’elettore a depositare le apparecchiature di registrazione, previsto dal comma secondo, non costituiscono alcuna condizione di procedibilità o di punibilità della condotta descritta al primo comma.
3 – Se ne deduce pertanto la correttezza della decisione impugnata sul punto, posto che, in fatto, era emerso che il ricorrente aveva, comunque, violato il divieto posto dalla norma penale, introducendo il proprio telefono cellulare nella cabina elettorale. Peraltro anche attuando il pericolo che il precetto intende scongiurare, fotografando la sua espressione di vito.
Così da giustificare, sul piano logico, la conclusione a cui erano pervenuti i giudici del merito sulla particolare gravità della condotta posta in essere dal Be., al fine di negare la speciale formula di proscioglimento prevista dall’art. 131 bis cod. pen..
Sono, conclusivamente, infondati il primo ed il secondo motivo di ricorso.
4 – Non merita accoglimento neppure il terzo motivo di ricorso.
L’art. 1, comma 53, legge 23 giugno 2017 n. 103 ha, infatti, introdotto, nell’art. 459 cod. proc. pen. (in tema di procedimento per decreto penale), il comma 1 bis, che consente al giudice di determinare la misura della sanzione penale, sostitutiva della pena detentiva, non più nei termini generali stabiliti dall’art. 135 cod. pen. (Euro 250 per ogni giorno di pena detentiva), ma in misura variabile (tenendo conto della condizione economica dell’imputato e del suo nucleo familiare) da un minino di Euro 75 ad un massimo pari al triplo di tale somma, per ogni giorno di pena detentiva.
Il ricorrente assume che tale trattamento di maggior favore debba applicarsi non al solo caso del procedimento per decreto, ma a tutti i casi in cui la pena detentiva può essere trasformata in pena pecuniaria e, quindi, anche nel caso di specie, ove, ad esito del prescelto rito abbreviato, la sanzione detentiva è stata sostituita in quella pecuniaria ai sensi dell’art. 53 legge 24 novembre 1981 n. 689.
Tale pretesa è però priva di fondamento.
E’ infatti evidente che il legislatore, nell’introdurre, con la legge n. 103/2017, nell’art. 459 cod. proc. pen. il comma 1 bis, ha inteso favorire la definizione contratta del processo penale, ad evidenti fini deflattivi, consentendo, nel solo caso del rito alternativo del decreto penale, il più semplificato fra quelli previsti dall’ordinamento, un’ulteriore contrazione della risposta sanzionatoria (laddove poi la pena può essere già diminuita in misura maggiore rispetto agli altri riti semplificati, della metà piuttosto che di un terzo come nel caso dell’applicazione concordata della pena e del giudizio abbreviato).
Si tratta pertanto di una disposizione di favore giustificata dal risparmio di attività processuali e che, per tale ragione, non può essere considerata, come vorrebbe il ricorrente, una norma di applicazione generale, se non ponendo in dubbio l’intero impianto premiale del codice di rito.
4 – Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.