Source: http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=529212
Timestamp: 2014-04-19 07:10:24+00:00
Document Index: 105018884

Matched Legal Cases: ['art. 316', 'art. 163', 'art. 318', 'art. 318', 'art. 320', 'art. 320', 'art. 321', 'art. 311', 'art. 3', 'art. 418', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 409', 'art. 40', 'art. 409', 'art. 420', 'art. 421', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 23', 'Cass. Sez. ', 'art. 181', 'art. 309', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ']

Rito ordinario e riti speciali: base del successo della magistratura onoraria
Vincenzo Crasto*
Uno dei principali motivi del successo che unanimemente gli operatori del diritto riconoscono al Giudice di Pace è dovuto al rito che si applica dinanzi a tale magistrato. Esso realizza in concreto i principi di oralità, concentrazione e speditezza del processo che hanno reso efficiente la giustizia di pace: in media la durata dei processi si mantiene in tempi inferiori all'anno, per la precisione 340 giorni a fronte degli 887 giorni per i giudizi di primo grado dinanzi ai tribunali (come riportato nella relazione del Presidente presso la Corte di Cassazione Gaetano Nicastro in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario). Inoltre a pochi anni dalla istituzione, il giudice di pace ha effettuato il cd. "sorpasso" nei confronti del tribunale: dinanzi al magistrato di pace pende più del 50% del contenzioso in materia civile. Il procedimento cd. ordinario è disciplinato dalle norme di cui al libro II, Titolo II del codice di procedura civile (artt. 311 e ss. c.p.c.). La domanda si propone mediante citazione a comparire a udienza fissa. Il principio della oralità è sancito sin dalla forma della domanda, che può proporsi anche verbalmente (art. 316, comma secondo c.p.c.). La domanda deve contenere, oltre l'indicazione del giudice e delle parti, l'esposizione dei fatti e l'indicazione dell'oggetto. Rispetto all'art. 163 c.p.c. che disciplina la citazione dinanzi al tribunale, la formulazione dell'art. 318 c.p.c. si presenta alquanto sintetica, ma si ritiene pacificamente che non sussista una differenza di natura sostanziale tra le due norme, ma semplicemente formale. La previsione della riduzione alla metà dei termini a comparire rispetto a quelli previsti per i giudizi innanzi al tribunale realizza le esigenze di semplificazione e speditezza del processo (art. 318, comma secondo c.p.c.). La prima udienza di comparizione dinanzi al Giudice di Pace si conforma al principio della concentrazione: se la conciliazione tentata dal giudice non riesce, si prevede la contestuale trattazione della causa e le parti sono tenute a precisare definitivamente i fatti che ciascuna pone a fondamento delle rispettive domande, difese ed eccezioni, a produrre i documenti e a richiedere i mezzi istruttori. Il rinvio ad una udienza successiva deve ritenersi meramente eventuale ed è prevista per la sola produzione di documenti ovvero per la richiesta di prove ed è consentito solo ove ciò sia reso "necessario" a seguito della attività difensiva svolta dalle parti nella prima udienza (art. 320, comma quarto c.p.c.). A rigore quindi la precisazione della domanda, difese ed eccezioni dove in ogni caso avvenire nella prima udienza, a prescindere dal rinvio della causa ai sensi dell'art. 320. In buona sostanza, il processo innanzi al Giudice di Pace nei casi ordinari è molto agile, si articola in tre, quattro udienze, salva in ogni caso la facoltà del giudice di accorciare ancora i tempi del giudizio, ove ritenga la causa matura per la decisione, invitando le parti, in qualunque stato del procedimento, a precisare le conclusioni e a discutere la causa (art. 321, comma primo c.p.c.). L'art. 311 c.p.c. pone una norma di chiusura, stabilendo che per tutto ciò che non è regolato dal titolo II o da altre espresse disposizioni si applicano le norme relative al procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica, in quanto applicabili. Pertanto tale norma completa la disciplina relativa alla procedura applicabile al giudice di pace, evidenziandone la natura di giudice tecnico.Recentemente, l'esigenza di rendere maggiormente celeri i giudizi ha indotto il legislatore a prevedere l'applicazione della disciplina del rito del lavoro per le cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni conseguenti a sinistri stradali (art. 3 della legge 21 febbraio 2006 n. 102). La novella non raggiunge lo scopo che intendeva perseguire, ovvero la maggiore rapidità del giudizio, quanto meno con riferimento al giudice di pace. Come detto innanzi a tale magistrato i tempi di definizione dei giudizi sono molto contenuti ed anzi la forma del ricorso per certi versi li dilata in luogo di contenerli. La nuova normativa va ad incidere su uffici giudiziari che spesso lamentano notevoli carenze di organico tra il personale amministrativo e che si trovano a far fronte a nuove problematiche organizzative in primis in relazione allo smistamento del contenzioso. E' facile prevedere che il maggior coinvolgimento del personale amministrativo determini un rallentamento del giudizio, si pensi solo per fare un esempio alla notifica del decreto di fissazione di nuova udienza che il giudice emette in caso di domanda riconvenzionale, che l'art. 418 comma terzo c.p.c. stabilisce debba essere notificato all'attore a cura dell'ufficio. Occorre rilevare che il legislatore non ha previsto alcuna disciplina transitoria.La giurisprudenza di merito appare orientata, in virtù del principio tempus regit processum, ad applicare la nuova disciplina esclusivamente ai procedimenti instaurati dal 1° aprile 2006, operando la conversione del rito (da ordinario a speciale) solo per i processi instaurati con atto di citazione notificato dopo il 1° aprile 2006. Si tratta di interpretazione teleologica che si fonda sull'art. 5 c.p.c. da cui si evince il principio della insensibilità del processo allo ius superveniens. L'articolo 3 della citaat legge non attribuisce una nuova competenza al tribunale in funzione di giudice del lavoro. La norma in esame incide sul procedimento e non sulla competenza: ove il legislatore avesse inteso operare una modifica in tema di competenza avrebbe specificamente modificato l'art. 7 comma 2 c.p.c. Pertanto valgono gli ordinari criteri di competenza per materia e per valore: per le cause di risarcimento del danno per lesioni di valore non superiore a _ 15.493,71 (trenta milioni di lire) resta fissata la competenza del giudice di pace; al tribunale spetta la competenza per le cause aventi valore superiore.Non trovano applicazione tutte le norme che fanno espressamente riferimento ovvero presuppongono l'esistenza di un rapporto di lavoro o altro rapporto ad esso assimilato dall'art. 409 c.p.c. In specie il rinvio non opera per gli articoli da 410 a 412 quater c.p.c. (relativi al tentativo obbligatorio di conciliazione innanzi al direttore dell'ufficio provinciale del lavoro ed in materia di arbitrato irrituale). Il tentativo di conciliazione innanzi all'ufficio provinciale del lavoro va escluso, atteso che in tema di risarcimento derivante da sinistri stradali è già prevista la condizione di procedibilità dell'invio della lettera raccomandata.Un ulteriore inconveniente prodotto dalla novella è rappresentato dall'applicabilità di due riti differenti ad un analogo fatto: le cause di risarcimento derivanti da sinistro stradale con danni materiali seguiranno il rito ordinario, mentre le cause per le quali venga richiesto il risarcimento per lesioni seguiranno il rito del lavoro. Nel caso di incidente stradale che abbia cagionato danni a cose, oltre che lesioni, al fine di evitare contrasti di giudicati appare quantomai opportuna la trattazione congiunta delle domande cumulativamente proposte o successivamente riunite. Si pone il problema se in tal caso debba prevalere il rito ordinario ovvero quello speciale. Secondo la giurisprudenza maggioritaria, trova applicazione il rito ordinario e non l'art. 40 comma III c.p.c. nella parte in cui sancisce la prevalenza del rito speciale su quello ordinario "quando una di tali cause rientri fra quelle indicate negli artt. 409 e 442", in base all'argomento letterale secondo cui non è stato modificato il testo dell'art. 409 c.p.c., ma ad esso si è fatto un mero rinvio di natura formale, per cui prevale il rito del lavoro esclusivamente per le controversie che hanno ad oggetto la materia del lavoro. La fase riguardante l'introduzione del giudizio è disciplinata dagli artt. 414 e ss. c.p.c. in relazione alla forma della domanda, all'instaurazione del contraddittorio, alla costituzione delle parti, alla possibile proposizione di domanda riconvenzionale, alla eventuale chiamata in causa di terzi, all'intervento volontario. L'udienza di discussione della causa è regolata dall'art. 420 c.p.c. Nella udienza di discussione il giudice interroga liberamente le parti ed ammette i mezzi di prova. In ordine ai mezzi istruttori il giudice dispone di più ampi poteri rispetto al rito ordinario, infatti, ha facoltà di ammettere ogni mezzo di prova, anche fuori dei limiti stabiliti dal codice civile ad eccezione del giuramento decisorio (art. 421 co. 2 e 4). Particolare rilievo assume la norma che dispone l'immediata assunzione delle prove (art. 420 co. 5 c.p.c.) che pertanto potrà avvenire nella prima udienza. Se la natura della controversia lo richiede il giudice può nominare in qualsiasi momento consulenti tecnici. Deve ritenersi applicabile il divieto di udienze di mero rinvio. In udienza, il giudice, esaurita la discussione orale e udite le conclusioni delle parti, pronuncia sentenza con cui definisce il giudizio, dando lettura del dispositivo. Su richiesta delle parti, il giudice può concedere alle stesse termine non superiore a dieci giorni per il deposito di note difensive, rinviando la causa all'udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine suddetto, per la discussione e la pronuncia della sentenza.Profondamente diversa è la disciplina in tema di opposizione alle ordinanze-ingiunzioni di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689. L'opposizione si propone anche in questo caso con ricorso, ma la legge stabilisce che se alla prima udienza il ricorrente non compare il giudice deve convalidare con ordinanza l'atto impugnato.La Corte costituzionale è intervenuta, dichiarando l'illegittimità dell'art. 23, comma quinto, della predetta legge, nella parte in cui prevede che il giudice convalidi il provvedimento opposto in caso di assenza ingiustificata dell'opponente (o del suo procuratore) alla prima udienza \"anche quando l'illegittimità del provvedimento risulti dalla documentazione allegata dall'opponente\" (Co. Cost. sent. n. 534 del 1990), nonchè \"quando l'amministrazione irrogante abbia omesso il deposito dei documenti di cui al secondo comma dello stesso art. 23\" (Co. Cost. sent. n. 507 del 1993). L'emanazione dell'ordinanza di convalida è subordinata alla duplice condizione della mancata comparizione dell'opponente e della non fondatezza dell'opposizione, da valutarsi peraltro in relazione ai motivi del ricorso dai quali è delimitato l'oggetto del giudizio di opposizione. Ne consegue l'obbligo del giudice di motivare in ordine ad entrambi gli indicati presupposti, restando in particolare escluso che, con riferimento al giudizio di non fondatezza dell'opposizione, valga a soddisfare siffatto obbligo un generico richiamo alla \"non evidente illegittimità\" del provvedimento opposto (Cass. Sez. I, sent. n. 5715 del 2005). La Suprema Corte nega che il giudicante possa fondare la propria decisione sul principio della legittimità degli atti amministrativi. In definitiva, se l'opponente non compare alla prima udienza il giudice convalida con ordinanza il provvedimento opposto se la PA. ha depositato gli atti e la illegittimità del provvedimento non emerge dal ricorso e dalla documentazione allegata dal ricorrente; viceversa se la P.A. non ha inviato gli atti o se la legittimità dell'ordinanza non emerge ex actis, allora il giudice deve operare un rinvio ai sensi dell'art. 181 c.p.c., applicando la ordinaria disciplina del processo civile. La giurisprudenza ha affermato che l'opposizione avverso l'ordinanza-ingiunzione di pagamento di una somma a titolo di sanzione amministrativa, di cui agli artt. 22 e 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689, introduce un giudizio che - per quanto non espressamente previsto da tali norme - è disciplinato dalle regole proprie del processo civile di cognizione. Ne consegue che, in caso di mancata comparizione della parti ad un'udienza successiva alla prima, il giudice non può convalidare l'ordinanza-ingiunzione e, più in generale, deve astenersi dal pronunciare nel merito, essendo tenuto ad applicare la norma dettata dall'art. 309 c.p.c. (Cass. Sez. I, sent. n. 5290 del 2005). Terminata l'eventuale istruttoria il giudice invita le parti a precisare le conclusioni e pronuncia subito dopo sentenza con cui definisce il giudizio, dando lettura del dispositivo. Pertanto anche con riferimento nell'opposizione ad ingiunzione di pagamento di sanzione pecuniaria amministrativa disciplinata dagli artt. 22 e 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 il giudice è tenuto a pronunciarsi immediatamente dopo l'istruttoria, mediante lettura del dispositivo in udienza. Tuttavia, anche qui, in caso di necessità, il giudice può concedere un termine non superiore a dieci giorni per il deposito di note difensive, ma deve obbligatoriamente rinviare la causa all'udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine, nella quale pronuncerà la sentenza. *giudice di pace num. 037 - pag. 5