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Timestamp: 2019-02-21 21:56:31+00:00
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Illegittimo il divieto di regolarizzazione extracomunitario condannato - Lavoro e Diritti
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Consulta: illegittimo il divieto di regolarizzazione dell'extracomunitario condannato
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimo il divieto di regolarizzazione dell'extracomunitario condannato per reati di poco allarme sociale
La Corte Costituzionale, con sentenza nr. 172 dello scorso 6 luglio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che fa derivare automaticamente il rigetto dell’istanza di regolarizzazione del lavoratore extracomunitario dalla pronuncia nei suoi confronti di una sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’art. 381 del codice di procedura penale, senza prevedere che la pubblica amministrazione provveda ad accertare che il medesimo rappresenti una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato.
La norma incriminata è l’art. 1-ter, comma 13, lettera c), del d.l. nr. 78/2009 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), introdotto dalla legge di conversione 3 agosto 2009, n. 102 che, disciplina la regolarizzazione della posizione lavorativa dei lavoratori extracomunitari (definita «emersione») i quali, alla data del 30 giugno 2009, svolgevano attività di assistenza in favore del datore di lavoro o di componenti della famiglia del predetto, ancorché non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitano l’autosufficienza, ovvero espletavano attività di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Tale norma prevede che: “Non possono essere ammessi alla procedura di emersione prevista dal presente articolo i lavoratori extracomunitari che risultino condannati, anche con sentenza non definitiva, per uno dei reati previsti dagli articoli 380 e 381 del medesimo codice (arresto obbligatorio e facoltativo in flagranza)”.
La questione di legittimità costituzionale della norma che è stata sollevata dai TAR delle Marche e della Calabria, in riferimento agli articoli 3, 27 e 117 della Costituzione ed in relazione agli articoli 6 ed 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
La Consulta ritiene fondata la questione di legittimità con riferimento all’art. 3 Cost. La Corte ribadisce intanto che la regolamentazione dell’ingresso e del soggiorno dello straniero nel territorio nazionale, secondo costante giurisprudenza costituzionale, è collegata al bilanciamento di molteplici interessi pubblici, che spetta in via primaria al legislatore ordinario, il quale possiede in materia un’ampia discrezionalità (sentenze n. 206 del 2006 e n. 62 del 1994). Tuttavia, l’esercizio di tale discrezionalità, come pure è stato più volte ribadito, incontra, i limiti segnati dai precetti costituzionali e, per essere in armonia con l’art. 3 Cost., occorre che sia conforme a criteri di intrinseca ragionevolezza (sentenze n. 206 del 2006 e n. 62 del 1994).
A conforto della manifesta irragionevolezza della norma censurata, afferma la corte “assume anzitutto rilievo la considerazione che il diniego della regolarizzazione consegue automaticamente alla pronuncia di una sentenza di condanna anche per uno dei reati di cui all’art. 381 cod. proc. pen., nonostante che gli stessi non siano necessariamente sintomatici della pericolosità di colui che li ha commessi”. In tal senso è, infatti, significativo che, essendo possibile procedere per detti reati «all’arresto in flagranza soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto» (art. 381, comma 4, cod. proc. pen.), è già l’applicabilità di detta misura ad essere subordinata ad una specifica valutazione di elementi ulteriori rispetto a quelli consistenti nella mera prova della commissione del fatto.
Un tale automatismo, si legge nella sentenza, “rischia di pregiudicare irragionevolmente gli interessi delle persone a cui gli stranieri extracomunitari prestano assistenza ossia di soggetti affetti da patologie o disabilità che ne limitano l’autosufficienza, ovvero attività di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare. È, invero, notorio che, soprattutto quando tale attività sia stata svolta per un tempo apprezzabile, può instaurarsi un legame peculiare e forte con chi ha bisogno di assistenza costante e che, quindi, può essere leso da un diniego disposto in difetto di ogni valutazione in ordine alla effettiva imprescindibilità e proporzionalità dello stesso rispetto all’esigenza di garantire l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, nonostante che sia agevole ipotizzare, ed accertare, l’esistenza di situazioni contrarie alla generalizzazione posta a base della presunzione assoluta che fonda l’automatismo”.
Per tali motivi conclude la Consulta, “deve essere pertanto dichiarata, in riferimento all’art. 3 Cost., l’illegittimità costituzionale del citato art. 1-ter, comma 13, lettera c), nella parte in cui fa derivare automaticamente il rigetto dell’istanza di regolarizzazione del lavoratore extracomunitario dalla pronuncia nei suoi confronti di una sentenza di condanna per uno dei reati per i quali l’art. 381 cod. proc. pen. permette l’arresto facoltativo in flagranza, senza prevedere che la pubblica amministrazione provveda ad accertare che il medesimo rappresenti una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato”.