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Timestamp: 2018-10-16 01:33:00+00:00
Document Index: 120257095

Matched Legal Cases: ['art. 111', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 375', 'art. 55', 'sentenza ', 'art. 54']

La Corte Costituzionale interviene sulla legge Pinto. - Il Commentario del Merito
HomeSentenzeLa Corte Costituzionale interviene sulla legge Pinto.
Nell’art. 111, comma 2, Cost. è previsto che la legge «assicura la ragionevole durata» del processo; di «termine ragionevole» discorre altresì l’art. 6 della Conv. europea dei diritti dell’uomo e s.m.i.
Il «diritto ad una equa riparazione» in caso di violazione del «termine ragionevole» è disciplinato attraverso una specifica normativa processuale, la «Legge Pinto», che attribuisce la competenza, in un unico grado, alla Corte d’appello.
È significativo che l’importo complessivo degli indennizzi che lo Stato è costretto ad erogare, ogni anno, a tale titolo sia in costante e vertiginoso aumento.
Con ordinanza del 10.12.2016 (reg. ord. n. 68 del 2017) la Corte di Cassazione, Sez. VI civile, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della «Legge Pinto».
Detta norma, nella versione censurata, prevede che «la domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva».
In sostanza, la Corte di Cassazione censura la norma nella parte in cui condiziona la procedibilità della domanda di equa riparazione alla previa definizione del procedimento presupposto.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’art. 375 del codice di procedura civile) – come sostituito dall’art. 55, comma 1, lettera d), del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134 – nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione, una volta maturato il ritardo, possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto.
Infatti, se i parametri evocati presidiano l’interesse a veder definite in un tempo ragionevole le proprie istanze di giustizia, rinviare alla conclusione del procedimento presupposto l’attivazione dello strumento volto a rimediare alla sua lesione, seppur a posteriori e per equivalente, significa inevitabilmente sovvertire la ratio per cui è concepito, connotando di irragionevolezza la relativa disciplina.
La conclusione trova conforto in quanto recentemente affermato dalla Corte EDU (sentenza 22.02.2016, Olivieri e altri c. Italia), pronunciando in ordine all’istanza di prelievo alla cui formulazione l’art. 54 del decreto-legge 25.06.2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, nella legge 6.08.2008, n. 133, subordinava la proponibilità della domanda di equa riparazione per l’irragionevole durata del processo amministrativo. Tale istanza, che costituisce l’archetipo di gran parte dei rimedi preventivi di nuova introduzione, è stata ritenuta dalla Corte EDU priva di effettività.
In definitiva, spetterà ai giudici trarre dalla presente decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione; e, dall’altro, al legislatore provvedere a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione.
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