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Timestamp: 2020-03-30 17:35:27+00:00
Document Index: 159052884

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Discussione del disegno di legge: S. 953 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 settembre 2006, n. 258, recante disposizioni urgenti di adeguamento alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee in data 14 settembre 2006 nella causa C-228/05, in materia di detraibilità dell'IVA (Approvato dal Senato) (A.C. 1808) (ore 10,05).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 15 settembre 2006, n. 258, recante disposizioni urgenti di adeguamento alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee in data 14 settembre 2006 nella causa C-228/05, in materia di detraibilità dell'IVA.
(Discussione sulle linee generali - A.C. 1808)
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari di Forza Italia e de L'UlivoPag. 2ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.
Il relatore, deputato Fogliardi, ha facoltà di svolgere la relazione.
GIAMPAOLO FOGLIARDI, Relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge 15 settembre 2006, n. 258, reca disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento nazionale alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee emessa in data 14 settembre 2006 nella causa C-228/05, in materia di detraibilità dell'imposta sul valore aggiunto (IVA).
Tale sentenza ha sostanzialmente affermato l'incompatibilità con il diritto comunitario delle disposizioni contenute nell'articolo 19-bis1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, le quali stabiliscono l'indetraibilità dell'IVA relativa all'acquisto o all'importazione di ciclomotori, di motocicli e di autovetture e autoveicoli non adibiti ad uso pubblico o che non formino oggetto dell'attività propria di impresa, ovvero all'acquisto e all'importazione dei componenti e dei ricambi dei menzionati ciclomotori, motocicli, autovetture e autoveicoli.
Sul concetto di attività d'impresa la giurisprudenza è stata nel tempo molto varia; il legislatore è intervenuto molto spesso, ma tale concetto, come sappiamo, si presta ad interpretazioni notevolmente estensive.
La Corte di giustizia ha rilevato che le anzidette misure risultano incompatibili con l'articolo 17, paragrafo 7, della direttiva del Consiglio 77/388/CEE (VI direttiva del Consiglio in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra d'affari), in quanto per le proroghe del regime di indetraibilità intervenute successivamente al 2000 non risulta essere stata osservata la procedura di consultazione del Comitato consultivo IVA prevista dall'articolo 29 della suddetta direttiva. Inoltre, è stato rilevato che la medesima disposizione della direttiva non consente ad uno Stato membro di adottare provvedimenti che escludano alcuni beni dal regime delle detrazioni di tale imposta senza limitazione temporale, ovvero nel contesto di un insieme di provvedimenti di adattamento strutturale miranti a ridurre il disavanzo di bilancio ed a consentire il rimborso del debito pubblico.
La sentenza riconosce pertanto il diritto di ottenere il rimborso dell'IVA, versata e non detratta, per gli anni successivi al 2000. La Corte ha inoltre escluso la possibilità di differire o limitare nel tempo gli effetti della sentenza. In proposito, l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge prevede che, ai fini del rimborso, i soggetti passivi che fino alla data della 13 settembre 2006 hanno effettuato nell'esercizio dell'impresa, arte o professione acquisti ed importazioni di ciclomotori, motocicli, autovetture ed autoveicoli, ovvero sostenuto spese per componenti e ricambi degli stessi (vale a dire i beni e servizi indicati nell'articolo 19-bis1, comma 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972) devono presentare istanza di rimborso entro il 15 aprile 2007. Questo termine è stato modificato nel corso dell'esame al Senato, in quanto originariamente esso era previsto per il 15 dicembre 2006.
L'istanza di rimborso deve essere presentata su apposito modello, da approvarsi con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate. In proposito, sono state configurate alcune ipotesi per inserire tale istanza nel modello di dichiarazione annuale IVA; tuttavia, si potrebbe andare incontro ad alcune difficoltà perché, da un lato, si snellirebbe la procedura ma, dall'altro, si arriverebbe ad interpretazioni non possibili in merito ad una sorta di compensazione.
A seguito di modifiche introdotte nel corso dell'esame al Senato, si prevede altresì che con il medesimo provvedimento possono essere stabilite differenti percentuali di detrazione dell'imposta, per distinti settori di attività, in relazione alle quali è ammesso il rimborso in misuraPag. 3forfetaria. Resta comunque salva la possibilità di rimborsi in misura superiore a quella forfetaria. In questo caso essi possono essere richiesti dai contribuenti che, pur avendo presentato istanza di rimborso prevista dal primo periodo, non aderiscono al regime forfetario, stabilito a norma del quarto periodo, nonché da quelli che non presentano istanza di rimborso entro il termine del 15 aprile 2007. Costoro dovranno presentare istanza agli effetti della presentazione dei ricorsi presso le commissioni tributarie provinciali.
Sappiamo che il contenzioso tributario, anche per le altre imposte, segue nella prassi la procedura secondo la quale il contribuente che intende richiedere un rimborso presenta istanza alla competente Agenzia delle entrate; decorsi 90 giorni, in caso di silenzio assenso, lo stesso contribuente può esperire l'opportuna procedura innanzi alle commissioni tributarie. Si tratta di una procedura che in passato ha visto moltissime applicazioni, ad esempio nei rimborsi ILOR (ma anche per altre imposte) per agenti, rappresentanti e lavoratori autonomi. Tale procedura, eventualmente alternativa all'accettazione del rimborso forfetario, può essere esperita dal contribuente per ottenere il rimborso.
La domanda di restituzione dei tributi deve essere presentata, in mancanza di disposizioni specifiche, entro due anni dal pagamento, ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione. Quindi, anche in questo caso si segue analoga procedura come per altre istanze simili.
Il comma 2 prevede che i rimborsi siano esclusi dalle procedure di detrazione e di compensazione tra debiti e crediti di imposta previste dal decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 e dal decreto legislativo n. 241 del 1997. Come accennavo poc'anzi - avremo modo di valutare tale questione in fase di esame degli emendamenti - se, da un lato, potrebbe esser accettata l'ipotesi di uno snellimento della procedura per l'inserimento nel modello relativo alla dichiarazione annuale IVA di un apposito rigo che preveda questa sorta di rimborso, ciò, dall'altro lato, potrebbe trarre in inganno o presupporre una sorta di compensazione tra debiti e crediti di imposta, che in questo caso non è possibile.
Il comma 2-bis, aggiunto nel corso dell'esame presso il Senato, mira a ridefinire la disciplina complessiva della materia, novellando l'articolo 19-bis, comma 1, lettera c), del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 relativo alla indetraibilità dell'IVA sui veicoli aziendali, oggetto di censura da parte della Corte di giustizia europea. Relativamente a tali veicoli si prevede, pertanto, che l'IVA sia indetraibile nei limiti previsti dall'autorizzazione che sarà rilasciata dagli organi comunitari.
ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
MARIA IDA GERMONTANI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, esaminiamo oggi un disegno di legge di conversione che il Governo italiano ha presentato al Parlamento per recepire la sentenza della Corte di giustizia europea in materia di IVA.
In particolare, la Corte di giustizia europea è intervenuta nella controversia tra la società Strade e asfalti srl e l'Agenzia delle entrate riguardo alle pretese di rimborso di somme che la stessa società aveva indebitamente già versato dal 2000 al 2004 per l'acquisto, l'uso e la manutenzione di veicoli non rientranti nell'oggetto della propria attività.
La sentenza della Corte è stata favorevole alla società e il Governo ha dovuto così emanare il decreto-legge 15 settembre 2006, n. 258. La Corte ha inteso evitare che un'imposta come l'IVA finisse perPag. 4alterare, nei diversi paesi che fanno parte dell'Unione, le condizioni di parità tra gli operatori economici.
È chiaro che una disposizione volta a prevedere una correzione legislativa nel senso dell'armonizzazione della normativa italiana alle direttive europee va approvata sollecitamente e con lo strumento del decreto-legge. Tuttavia, è altresì chiaro che il Governo ha predisposto un provvedimento che, a nostro giudizio, è confuso e burocratico e che forse finirà per creare nuova confusione.
Infatti, da un lato, il decreto-legge oggi al nostro esame sembra prevedere o, meglio, ripristinare i criteri giuridici della detraibilità dell'IVA, ma, dall'altro lato, vanifica gli effetti positivi per gli operatori economici, riducendo in maniera consistente ed arbitraria le detrazioni.
Ciò ci consente fin d'ora di pronosticare in futuro un nuovo intervento della Corte di giustizia europea. Infatti, è vero che il provvedimento del Governo all'ordine del giorno riguarda la detraibilità dell'IVA, ma anche e più direttamente riguarda il percorso, davvero complicato, di una normativa preesistente, sulla quale è intervenuta la sentenza della Corte di giustizia.
Il Governo avrebbe dovuto emanare disposizioni normative chiare, prendendo atto della sentenza, e provvedere all'adeguamento della disciplina IVA alla sentenza stessa. Evidentemente, però, il Governo ha incontrato non poche difficoltà nel quantificare esattamente l'entità del mancato introito tributario derivante dal complessivo ammontare dei rimborsi, peraltro facilmente prevedibili.
Oggi qualcuno si domanda se siano o non siano 15 miliardi di euro, in detrazione dalle entrate. Il Governo è ricorso ad una formulazione ambigua, insistendo, tra l'altro, sull'utilizzazione delle procedure telematiche che presentano limiti concreti e comportano difficoltà burocratiche già condannate a più riprese dalla Corte di giustizia. Più volte, la stessa Corte si è espressa in senso contrario all'introduzione di limiti nella applicazione delle sue sentenze ed ha censurato qualsiasi atto, fatto o procedura che possa inficiare il principio di effettività. Ciononostante, anche in questa occasione avete insistito sull'utilizzazione delle procedure telematiche, denotando una preoccupante propensione a concezioni dirigistiche anche nelle questioni maggiormente operative. In altre parole, pretendete ancora di dire come e in quale misura si debbano muovere i cittadini contribuenti per potere affermare o riaffermare un loro diritto.
Le difficoltà escogitate dal Governo sono tali e tante che le singole imprese probabilmente saranno penalizzate. I benefici che si attendono, infatti, non ci saranno o saranno ridotti al minimo e dilazionati nel tempo. Evidentemente il Governo, emanando un decreto-legge sostanzialmente ambiguo, ritiene di attutire il colpo cercando in tutti i modi di evitare che il totale ammontare dei rimborsi IVA finisca per appesantire le casse dello Stato.
La verità, dunque, è che il decreto-legge all'esame di questa Assemblea non rispetta la citata sentenza del 14 settembre 2006 della Corte di giustizia ma ripropone, con effetto retroattivo, la detraibilità a valere dal 1o gennaio 2006. A questo punto, il quesito è semplice: il Governo può permettersi di ignorare le sentenze internazionali? Perché a questo mira, in realtà, il decreto-legge in esame.
In definitiva, si tratta di un comportamento che mette in discussione la nostra stessa reputazione quale Stato membro dell'Unione europea. È evidente che il Governo non ha voluto abrogare la norma condannata con sentenza dalla Corte di giustizia, ma si è limitato ad emanare un decreto-legge che, certamente, penalizzerà le imprese e la serietà dei singoli bilanci. La Corte di giustizia europea ha affermato l'incompatibilità della vigente normativa italiana con il diritto comunitario. In Italia, l'IVA relativa all'acquisto di autovetture, autoveicoli, ciclomotori e motocicli che siano riferibili ad attività proprie dell'impresa non è detraibile. In Europa è vero il contrario e la sentenza della Corte è inequivocabile. Tuttavia, la stessa Corte ha escluso anche la possibilità di differire o limitare nel tempo gli effetti della sentenza;Pag. 5invito, questo, che il Governo sembra ignorare se è vero, com'è vero, che con questo decreto-legge cerca di creare tali e tanti ostacoli in modo che risultino ridotte al minimo le istanze dei rimborsi IVA.
Esaminiamo, dunque, gli ostacoli frapposti dal nostro Governo. In primo luogo, i soggetti passivi possono presentare per via telematica, come abbiamo ricordato, entro il 15 aprile 2007, una apposita istanza di rimborso di quanto già pagato a titolo IVA e non più dovuto a seguito della sentenza della Corte di giustizia, sentenza che, come detto, ripristina la possibilità della detrazione. Questo è il primo ostacolo burocratico. Infatti, l'istanza di rimborso potrà essere presentata quando il direttore dell'Agenzia delle entrate avrà predisposto un apposito modello da compilare entro 45 giorni dall'entrata in vigore di questo decreto-legge. Qualcuno obietterà che si sta discutendo la conversione in legge di un decreto-legge che, come tale, ha piena validità di legge da subito. Evidentemente, il Governo prende tempo perché è stato colto impreparato dalla sentenza della Corte di giustizia. Inoltre, si stabilisce che il tipo di documentazione da allegare all'istanza di rimborso dell'IVA sarà decisa chissà quando.
Non sono neppure chiariti i criteri per eventuali rimborsi superiori a misure forfettarie: ditemi voi in che modo le singole imprese ed i dottori commercialisti potranno lavorare!
La cultura fiscale persecutoria del Governo si palesa in tutta la sua evidenza quando si vuole evitare un ingiustificato arricchimento dei contribuenti che possono richiedere un rimborso maggiore dell'IVA indebitamente pagata. Infatti, è una palese iniquità prevedere che il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate potrà disciplinare i rimborsi in misura forfettaria individuando specifiche percentuali di detrazione in relazione a differenti settori di attività. Non siamo di fronte a criteri di detraibilità chiari e precisi, ma a facoltà, se non addirittura ad un arbitrio stabilito a livello non più legislativo. Evidentemente, il Governo rinuncia a stabilire criteri di detraibilità e si affida alle decisioni del direttore dell'Agenzia delle entrate.
Non si tratta soltanto di incongruenze, ma è di tutta evidenza la volontà di bypassare la sentenza stessa della Corte di giustizia europea. È corretto stabilire il termine del 15 aprile 2007 per la presentazione dell'istanza di rimborso. Non è corretto, però, escludere l'applicabilità delle procedure generali di detrazione dell'IVA disciplinate dall'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972.
Si vuole, poi, escludere l'esercizio del diritto alla detrazione in sede di dichiarazione annuale dell'IVA per il 2005. La Corte di giustizia è stata chiara, specie riguardo alla detraibilità dell'IVA sui veicoli aziendali, ma il Governo Prodi vuole negare la possibilità delle detrazioni ai contribuenti italiani. Questo decreto-legge non è altro che una «nebbia» che piomba sulle imprese, che crea confusione ed incertezze, invece che chiarezza. È mancato ogni serio intervento che prevedesse la compensazione fiscale; è mancata la possibilità di consentire la domanda in via ordinaria; è mancata, soprattutto, la fissazione di una data certa entro la quale erogare i rimborsi.
La contraddittorietà del provvedimento sta nelle confuse modalità applicative e dimostra la reale volontà del Governo di non dare corso alla sentenza europea, peraltro confermata dalla mancata abrogazione della norma oggetto della censura comunitaria. L'impossibilità, inoltre, di portare a compensazione o detrazione il rimborso spettante, ovvero l'incertezza sui tempi del rimborso stesso negano i principi sanciti dallo statuto del contribuente. Il decreto-legge viola il patto di lealtà tra Stato e contribuente e vengono disattesi i principi reali e fondamentali della democrazia. Il fatto di non poter portare a compensazione o detrazione il rimborso spettante e l'incertezza sui tempi, quindi, negano i principi dello statuto del contribuente, negano la democrazia, negano la capacità competitiva delle nostre imprese, delle partite IVA, di tutti coloro che stannoPag. 6andando avanti con grandi sacrifici e che verranno penalizzati ulteriormente e profondamente dalla vostra finanziaria.
In conclusione, l'abbattimento della detraibilità potrebbe risultare una manna dal cielo per il Governo perché eviterebbe la perdita di un gettito fiscale IVA stimato in 5,2 miliardi di euro per il 2007, ma suonerebbe un insulto allo spirito europeo tante volte sbandierato dal Presidente del Consiglio Prodi se, come cittadini italiani, ci dovesse essere negato quello che come cittadini europei la sentenza della Corte di giustizia ci ha riconosciuto.
MAURIZIO FUGATTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, è al nostro esame un provvedimento che inizialmente il gruppo della Lega Nord Padania considerava con favore in merito alla sostanza. Noi proveniamo da una parte del paese dove molto spesso, se non sempre, la presenza dello Stato, della burocrazia, è vista in maniera invasiva nei riguardi delle imprese e delle categorie produttive, come un ostacolo alla volontà di fare intrapresa. Molto spesso la volontà di operare, di lavorare, di creare un valore aggiunto è limitata dalla presenza di leggi, di regolamenti e di norme che altro non fanno che affievolire tale volontà nella nostra parte del paese (mi riferisco, ovviamente, alla Padania), oltretutto all'interno di un sistema produttivo e di infrastrutture che non agevola affatto la volontà di creare impresa.
Il provvedimento oggi in discussione sembrava andare in controtendenza, in quanto aveva dato l'impressione che lo Stato, il Governo, la macchina amministrativa, a seguito di una sentenza della Corte di giustizia europea, facessero marcia indietro rispetto a decisioni assunte in tempi passati con riguardo alla possibilità di rimborsare l'imposta a chi non aveva detratto l'IVA sugli autoveicoli.
In un primo momento, quindi, il nostro gruppo ha considerato che, finalmente, lo Stato, l'ente pubblico avesse riconosciuto di avere sbagliato, essendovi una sentenza europea, e restituisse quanto indebitamente incamerato a chi non aveva potuto a suo tempo usufruire della detrazione dell'IVA sugli autoveicoli; nella sostanza, abbiamo considerato positivamente il provvedimento, riconoscendovi anche un messaggio che voleva essere inviato a quella parte produttiva del paese che ho prima citato.
Sembrava che lo Stato riconoscesse davanti a contribuenti, piccole e medie imprese, professionisti, di essersi sbagliato, rimborsando ciò che ingiustamente era stato pagato. Vi è una sentenza della Corte di giustizia europea che lo sostiene e lo Stato era pronto ad ammettere il proprio errore e fare marcia indietro rispetto ai provvedimenti assunti in precedenza. Adeguarsi ad una sentenza della Corte di giustizia europea è un atto dovuto e lo Stato italiano lo deve compiere, essendo noi nella Comunità europea. Quindi, si riconosceva un errore commesso e si dava seguito ad un atto dovuto: due aspetti che avevano visto un atteggiamento positivo da parte della Lega Nord Padania rispetto alla norma.
Tuttavia, abbiamo esaminato il provvedimento nel dettaglio ed abbiamo verificato che la sostanza del decreto-legge in esame, cioè il rimborso dell'IVA incamerata in maniera non dovuta dallo Stato, non viene realizzata o appena lo è in maniera poco chiara, non certa in termini di tempo e modalità.
Viene in pratica sancito un diritto nei riguardi delle imprese e dei professionisti senza tuttavia stabilire il modo in cui questo diritto può essere riconosciuto. In particolare, nel decreto-legge in esame, che si compone di pochi articoli, non vengono per nulla specificati i termini entro cui saranno rimborsate le imposte indebitamente versate, inducendo pertanto a ritenere che si tratterà di tempi molto lunghi. Non viene prevista la possibilità, tra l'altro, di utilizzare nel breve termine, con altre modalità diverse dal rimborso, queste somme.
In pratica, viene prevista una serie di norme che non danno nulla di certo: diPag. 7certo vi è soltanto un nucleo centrale volto a stabilire che il contribuente ha diritto ad un rimborso - per effetto della sentenza ripresa dal decreto-legge - ma, analizzando nello specifico, si scopre che di questo rimborso non si conoscono i tempi. Inoltre, le modalità con cui esso viene riconosciuto sono farraginose e tendono a limitare l'esercizio di questo diritto. In sostanza, il diritto viene sì riconosciuto, ma vengono messi dei «paletti tra le ruote» per fare in modo che il titolare del diritto stesso alla fine sia scoraggiato anche dal formulare la semplice richiesta di rimborso.
Il provvedimento di urgenza si compone di tre semplici articoli. In sostanza, si stabilisce che, ai fini dell'attuazione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, in sede di prima applicazione, i soggetti passivi che fino alla data del 13 settembre 2006 hanno effettuato nell'esercizio dell'impresa, arte o professione acquisti ed importazioni di beni e servizi, presentano in via telematica entro il 15 aprile 2007 - nella versione originale la data era molto più ravvicinata: il nuovo termine è frutto della discussione al Senato - apposita istanza di rimborso, utilizzando uno specifico modello, da approvarsi entro 45 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate. Con tale decreto possono essere inoltre stabilite le differenti percentuali di detrazione dell'imposta per distinti settori di attività in relazione alle quali è ammesso il rimborso in misura forfetaria. In pratica, lo Stato stabilisce il rimborso in misura forfetaria, previa richiesta da effettuare entro la data del 15 aprile prossimo, diversa per specifici settori di attività. Ci attendiamo quindi delle differenze significative a seconda dei settori interessati. Infatti, può essere richiesto anche un rimborso complessivo, se il contribuente lo ritiene opportuno, con un'altra modalità.
Già da questa sommaria lettura dei singoli articoli si evince che da parte dello Stato nel breve periodo non vi è la volontà di rimborsare quanto dovuto entro una data certa. Si stabilisce invece che occorre presentare una apposita richiesta di rimborso entro il 15 aprile 2007; dopodiché, qualora il rimborso sia dovuto, si potrà ottenere la restituzione delle somme a cui si ha diritto senza però che vengano stabiliti i termini precisi entro i quali l'erogazione dovrà avvenire. Non vi è, quindi, per il contribuente certezza del tempo entro cui avrà a disposizione queste somme. A nostro avviso, tale previsione scoraggia gli aventi diritto a presentare la richiesta di rimborso.
Anche in sede di discussione al Senato il nostro gruppo aveva avanzato delle proposte: sebbene non vi fosse certezza sui tempi del rimborso, almeno si sarebbe potuto pensare di concedere ai richiedenti la possibilità di detrarre o compensare il credito IVA (perché, al punto in cui siamo, si tratta proprio di questo). In altri termini, si sarebbe potuta concedere, in sede di dichiarazione annuale o di versamento trimestrale, la compensazione dell'IVA a credito, detraendola o compensandola con altri tributi nel momento in cui gli stessi devono essere pagati. Peraltro, se la sentenza è definitiva, si ritiene che, nel breve termine, si potrebbe richiedere una compensazione o una detrazione sull'IVA del rimborso previsto.
In sede di discussione al Senato ciò non è stato concesso da parte del Governo ed in questa sede, con specifici emendamenti, abbiamo riproposto tale questione: ciò affinché il contribuente possa avere la certezza che l'IVA ingiustamente pagata (e ciò lo stabilisce la sentenza) possa essere detratta a breve termine o compensata con altri tributi, poiché si tratta di un suo diritto. Con il provvedimento in discussione tale possibilità non viene concessa.
A nostro modo di vedere, ciò rientra nell'impostazione generale di questo Governo. Nella nota di aggiornamento al DPEF si afferma che questa sentenza comporterà maggiori oneri e costi per lo Stato. In particolare, si dice che ci sarà un minor gettito tributario (stimato in 3 miliardi e 700 milioni di euro) per il 2006. Nello specifico, in termini di indebitamento netto, la sentenza determina maggiori oneri stimati in 13 miliardi e 400 milioniPag. 8con il pagamento degli arretrati relativi agli anni 2003, 2004, 2005. Allora, in ragione di tale sentenza, secondo quanto si afferma nella nota del DPEF, nel 2007 si avrà un minor gettito tributario per circa 3 miliardi e 700 milioni.
Alla luce di questo dato, il Governo ha ritenuto di reperire risorse da un'altra parte: con il provvedimento collegato alla manovra finanziaria (il decreto-legge sul quale nelle scorse settimane è stata posta la questione di fiducia alla Camera e che ora è in discussione al Senato) ha ridotto la possibilità per determinati soggetti di dedurre i costi per le autovetture (ad esempio, si è passati dal 50 al 25 per cento per quanto riguarda i professionisti). E la possibilità di dedurre minori costi implicherà il pagamento di maggiori imposte. Lo Stato ha utilizzato questa modalità, che praticamente richiama alla mente il solito discorso della coperta troppo corta, che viene tirata da una parte ma lascia scoperta l'altra. Lo Stato fa questo ragionamento: si avrà un minor gettito per 3 miliardi e 700 milioni perché una sentenza della Corte di giustizia europea lo impone. Ma non è che questi soldi siano dovuti agli interessati: riconosciamo loro i rimborsi di tali somme, ma nel contempo sottraiamo risorse da un'altra parte.
Praticamente, è una partita di giro: alla fine, non è concesso alcun vantaggio per i soggetti che avrebbero dovuto vedere riconosciuti i propri diritti sulla base di una sentenza della Corte di giustizia europea.
In più, vi è un reale problema: da una parte, si impone da subito, in maniera retroattiva, di diminuire l'incidenza dei costi deducibili per gli autoveicoli (quelli di ammortamento, di manutenzione e via dicendo), e il contribuente si accorgerà subito che dovrà pagare maggiori imposte; dall'altra parte, non vi è alcuna certezza sui tempi di rimborso delle imposte indebitamente pagate che spetterebbe al contribuente in base alla sentenza. Quindi, da una parte si dice che i soldi vengono incassati subito; dall'altra, che i soldi saranno dati, ma non si sa quando. Si tratta di un'impostazione tipica di questo Governo - che, molte volte, abbiamo criticato e criticheremo -, che costituisce il leit motiv dell'Esecutivo dal momento del suo insediamento. In questo caso, si sarebbe potuto dare un segnale di apprezzamento nei confronti di queste categorie produttive, ma ciò non è accaduto.
Inoltre, si prevede che la richiesta di rimborso avvenga tramite una procedura telematica; si tratta di una modalità che abbiamo contestato già al Senato ed in ordine alla quale qui alla Camera abbiamo presentato uno specifico emendamento. Infatti, riteniamo che per determinati contribuenti possa risultare più semplice e meno oneroso procedere alla richiesta cartacea. Tra l'altro, si tratta di una richiesta una tantum e la modalità telematica potrebbe scoraggiare, in quanto molte volte non viene capita dallo stesso contribuente. Ad esempio, per quanto riguarda l'F-24 on line si utilizza la modalità telematica, anche se poi vi è stata una sostanziale retromarcia. In ogni caso, il fatto che in questo provvedimento sia previsto che per una singola richiesta si debba procedere in via telematica a nostro avviso non fa altro che rendere farraginosa la modalità di richiesta del rimborso.
Contestiamo pertanto questa norma che, a nostro modo di vedere, appare troppo burocratica e limitativa per i contribuenti; probabilmente, in tal modo si intende dissuadere i contribuenti dal presentare la richiesta di rimborso. Ripeto: con il provvedimento al nostro esame non vi è alcuna certezza per il contribuente il quale, anziché essere agevolato, appare maggiormente limitato.
Il comma 1 dell'articolo 1 del provvedimento in esame prevede dunque la presentazione in via telematica entro il 15 aprile 2007 dell'apposita istanza di rimborso, utilizzando uno specifico modello, da approvarsi entro 45 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate. Contestiamo il fatto che ciò debba avvenire attraverso un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate e, pertanto, abbiamo presentato uno specifico emendamento in base al quale tale compito è rimesso ad un decreto ministeriale.Pag. 9Ci sembra, infatti, che derogare e, comunque, affidare eccessivi compiti e poteri al direttore dell'Agenzia delle entrate conduca ad una valutazione molto spesso semplicemente burocratica ed amministrativa degli adempimenti dovuti. Dal Governo abbiamo avuto diversi esempi di decreti-legge - che, a nostro modo di vedere, non sono nemmeno stati letti dalla maggioranza di Governo, a volte nemmeno dagli stessi sottosegretari e, forse, sono stati letti dal ministro prima dell'entrata in vigore - al cui interno abbiamo visto delle chiare «pazzie» per quanto disposto in ordine a certe tematiche. Molte volte in determinati provvedimenti - specie nei decreti-legge, rispetto ai quali i parlamentari non hanno potuto intervenire con emendamenti, con la discussione in aula o in Commissione prima dell'entrata in vigore - è chiaramente emersa una visione eccessivamente burocratica ed amministrativa, che probabilmente arrivava da determinati uffici del Ministero, se non dell'Agenzia delle entrate.
Gli esempi sono stati chiari. Prima abbiamo evidenziato il caso dell'F-24 on line, con riferimento al quale la stessa maggioranza in Commissione ha criticato aspramente i termini ridotti ai quali i contribuenti si sarebbero dovuti adeguare per inviare tale modello, ha criticato l'eccessiva burocratizzazione del provvedimento ed ha fatto capire che, probabilmente, loro stessi non erano stati informati di quando fosse stato emanato. Forse anche qualche sottosegretario non lo sapeva, perché quel provvedimento arrivava da qualche ufficio di qualche direttore che aveva una visione semplicemente burocratica ed amministrativa, semplificando gli adempimenti per lo Stato, per la burocrazia, per l'amministrazione pubblica e non per i contribuenti.
Critichiamo fortemente che con queste norme si preveda un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate e, quindi, non della parte governativa e politica, che molto spesso conosce con maggior precisione le problematiche relative alle varie categorie produttive del paese. Anche su tale aspetto abbiamo presentato uno specifico emendamento diretto a derogare da quanto previsto, proprio perché non vorremmo correre il rischio evidenziatosi in altri casi, quando rispetto a determinati decreti-legge, entrati subito in vigore, la stessa maggioranza non era per nulla d'accordo su certe misure. Ad esempio, nel caso dello scontrino fiscale la stessa maggioranza ha dovuto, almeno in parte, fare retromarcia perché si era accorta che si trattava di una pazzia pensata in un ufficio di qualche apparato pubblico.
Il fatto che non ci sia una certezza sui tempi di rimborso ci porta ad avanzare una critica, che si ricava dalla semplicissima scheda di sintesi del Servizio studi distribuita ai deputati - quindi, non la inventiamo noi - sui rischi di questa decisione, cioè che la Corte di giustizia europea possa addirittura contestare che il rimborso non venga previsto in termini di tempo relativamente brevi. Basta leggere tale scheda nella parte in cui si parla dell'esame del provvedimento in relazione alla normativa comunitaria.
Relativamente all'articolo 1, comma 2, si legge: «(...) il quale esclude l'applicabilità delle procedure ordinarie di detrazione e di compensazione per il recupero dell'imposta indebitamente versata. Si rileva l'opportunità di un approfondimento in rapporto alla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, relativamente alle modalità di restituzione di un tributo dichiarato incompatibile con il diritto comunitario (...)». In questo caso si fa riferimento, ad esempio, alla sentenza sulla causa n. 197 del 2003, che pare andare in controtendenza con quanto specificato nel provvedimento, non essendo chiaro sui tempi e sui termini di rimborso dell'imposta che lo Stato deve ai soggetti interessati.
Esiste quindi il rischio che le modalità di adeguamento a questa sentenza siano contestate dall'Europa stessa. Tale rischio, che vogliamo manifestare in questa sede per la sua rilevanza, è determinato dall'assenza di tempi certi di rimborso.
Inizialmente abbiamo guardato con favore ed interesse al provvedimento in oggetto. Avremmo voluto essere d'accordoPag. 10con le disposizioni in esso contenute ed adottare conseguentemente un atteggiamento bipartisan, adeguandoci ad una sentenza della Corte di giustizia europea. Si trattava, quindi, di un atto dovuto, oltretutto rispetto ad un argomento molto caro a chi proviene dal territorio della Padania, dove si attende la possibilità di ricevere il rimborso dell'IVA indebitamente pagata allo Stato.
Successivamente abbiamo constatato che lo Stato italiano, ancora una volta, ha perso l'occasione di dimostrarsi accondiscendente, favorevole, disponibile nei confronti delle categorie produttive e fa di tutto pur di non riconoscere il diritto sancito dalla Corte di giustizia europea.
Questo Governo ha adottato una serie di provvedimenti. Si è partiti con il «decreto Bersani», che avrebbe dovuto essere il provvedimento sulle liberalizzazioni e sulla libertà economica in Italia. In realtà, esso riguardava le aspirine, i tassisti, i panettieri (ed è stato molto contestato dalle categorie interessate): si trattava del decreto fiscale del viceministro Visco, il decreto di «invadenza fiscale» nelle categorie produttive, nel mondo della piccola e media impresa, degli artigiani, dei commercianti e dei professionisti. Quindi, già in quel caso era stato lanciato un messaggio negativo al mondo delle partite IVA.
Si è poi arrivati al disegno di legge finanziaria, ormai contestato da tutti, tranne che dai sindacati, pagati con l'accordo sul pubblico impiego, e da Pallaro, perché gli sono stati dati 14 milioni a forfait. Si capisce l'invasività, il carattere vessatorio di questo provvedimento nei confronti delle categorie produttive e del mondo delle partite IVA in generale.
Dunque, i tre, quattro miliardi, anziché darli ai dipendenti pubblici per far star zitti i sindacati e per impedire loro di fare scioperi, potevamo concederli in termini di tempo relativamente brevi, necessari per capire chi veramente avesse diritto a questo rimborso, a chi aveva pagato indebitamente l'IVA! Invece, anche questa volta il Governo e la maggioranza hanno preferito prendere tempo, «dare legnate» (come piace dire a noi) sulla schiena del mondo delle partite IVA e limitarsi a sostenere che esiste il diritto al rimborso di ciò che è stato indebitamente pagato.
In questo caso non si tratta di evasori, ma di gente che ha pagato. Tuttavia, ancora li tartassate! Dovremmo soffermarci su questo aspetto: sappiamo che tartassate gli evasori - non siamo favorevoli all'evasione fiscale e siamo d'accordo che tutti debbano pagare le tasse -, ma non volete rimborsare chi le ha pagate!
Si tratta di un atteggiamento, ancora una volta, vessatorio. Questo semplice provvedimento composto di tre articoli poteva rappresentare un segnale, un piccolo riconoscimento dato a chi, da mesi e mesi di Governo, state vessando. Invece, nulla!
La Lega Nord Padania inizialmente poteva essere favorevole ad assumere uno spirito bipartisan sul provvedimento in oggetto, a favore di chi indebitamente ha pagato l'IVA allo Stato italiano (poteva esprimere favorevolmente il proprio voto, trovando un accordo con tutti). Tuttavia, verificando che questa volontà manca - esiste invece la volontà di dilatare i tempi e di andare a reperire ancora soldi con il decreto-legge collegato, diminuendo la possibilità di dedurre i costi - ci troviamo costretti a criticare fortemente il provvedimento - e ci dispiace di non potere essere costruttivi -, perché la maggioranza sembra chiusa nella volontà di approvarlo così come è stato trasmesso dal Senato. Dunque, la nostra contrarietà è manifesta e lo testimoniamo ancora una volta.
DANTE D'ELPIDIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il decreto-legge che ci accingiamo ad approvare reca disposizioni per l'adeguamento della normativa nazionale alla sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea che il 14 settembre scorso ha affermato l'inapplicabilità della disciplina italiana relativa all'indetraibilità IVA.
Il diritto alla detrazione dell'IVA consente ai soggetti passivi, imprese e professionisti,Pag. 11di recuperare l'imposta che viene loro addebitata in via di rivalsa al momento dell'acquisto di beni o servizi. Nel caso specifico, la sentenza ha sancito l'incompatibilità con il diritto comunitario delle disposizioni contenute nell'articolo 19-bis, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972. Esse stabiliscono l'indetraibilità dell'IVA relativa all'acquisto di veicoli non adibiti ad uso pubblico o che non formino oggetto dell'attività propria dell'impresa.
Con questo decreto-legge il Governo si appresta a regolamentare il contenzioso che si è così venuto ad instaurare tra un gran numero di contribuenti e l'erario. Attraverso questo provvedimento, i contribuenti che fino al 15 settembre scorso hanno effettuato acquisti di beni e servizi indicati nel suddetto articolo 19-bis, comma 1, potranno presentare istanza di rimborso, a pena di decadenza, entro il 15 aprile 2007.
Ora, appare giustissimo il provvedimento del Governo: non si poteva fare altrimenti e noi lo appoggeremo con forza. È altresì un provvedimento urgente e pertanto è da giustificarsi il ricorso da parte del Governo allo strumento del decreto-legge. Infatti, appare necessario individuare nel più breve tempo possibile le modalità con cui i contribuenti potranno accedere al rimborso. Saranno così determinati i tempi e i modi del rimborso, che potrà essere quantificato solamente dopo la presentazione delle domande e l'individuazione del numero di esse, nonché di un successivo controllo della documentazione che il contribuente è tenuto a presentare per dimostrare il credito IVA richiesto a rimborso.
Non sarà inoltre consentito al contribuente applicare l'ordinaria procedura di detrazione o la possibilità di compensare i debiti d'imposta con il credito IVA maturato. Ciò è stato deciso perché non è immediatamente quantificabile il credito esigibile, in quanto l'importo dovuto dovrà essere ridotto dal vantaggio d'imposta già fruito in materia di imposte dirette, dato l'utilizzo dell'IVA indetraibile come spesa indeducibile.
Su questo tema del rimborso ho sentito qualche critica e qualche appunto. Infatti, è stato sostenuto che si vorrebbe continuare a vessare il «popolo delle partite IVA». Io mi chiedo se chi ci tiene tanto a proteggere questo «popolo» e questa categoria - cui l'attuale Governo peraltro ha dimostrato di rivolgere il massimo dell'attenzione - non avrebbe dovuto dimostrare questa stessa sensibilità e questa particolare inclinazione a favorire tali categorie produttive del nostro paese, non tanto restituendo oggi, ma non prelevando all'epoca!
Vorrei ricordare che questa sentenza comporta un enorme impatto per le finanze dello Stato, in quanto la maggiore spesa può essere quantificata in circa 13,4 miliardi di euro, vale a dire circa un punto di PIL per il pagamento degli arretrati relativi agli anni 2003-2005 e di 3,7 miliardi di euro per il solo 2006. In sostanza, si tratta di circa 4 miliardi di euro l'anno, dal 2003 al 2005, e di 3,7 miliardi di euro per il 2006.
Questa è una delle sentenze che producono effetti finanziari maggiori nella storia della Corte di giustizia, ma oltre al danno vorrei ricordare la beffa. Infatti, la sentenza della suddetta Corte di giustizia ha escluso, in questo contesto, la buona fede dello Stato italiano nella costituzione dei rapporti giuridici. Inoltre, si afferma che il Governo italiano non è riuscito a dimostrare l'affidabilità del calcolo in base al quale ha sostenuto, dinanzi alla Corte, che la sentenza rischierebbe, qualora i suoi effetti non fossero limitati nel tempo, di comportare conseguenze finanziarie rilevanti; pertanto, si è deciso di non porre un limite temporale agli effetti della succitata sentenza. Quindi la Corte, qualora accertasse che una propria decisione reca gravi effetti finanziari nei confronti di uno Stato membro, si riserverebbe di limitare l'applicazione della sentenza stessa solamente al futuro e non al passato. In buona sostanza, come accade per qualsivoglia controversia, la Corte di giustizia ha chiesto e dato termine per presentare una memoria difensiva che, attraverso un calcolo, deve dimostrare l'effetto, l'impattoPag. 12negativo che l'applicazione della sentenza può avere nei confronti delle già disastrate casse dello Stato.
Questa sentenza assorbe circa un punto percentuale del PIL; tale aspetto doveva essere spiegato, motivato, documentato nel momento in cui eravamo nella condizione migliore per stabilire che la sua applicazione avrebbe prodotto all'epoca - come d'altronde a tutt'oggi - effetti disastrosi sulla nostra finanza.
Adesso siamo costretti ad esporre le già fragili casse dello Stato ad un enorme esborso per l'insipienza del Governo che ci ha preceduto, il quale non è stato in grado di documentare correttamente il fabbisogno necessario. Quindi la Corte di giustizia, per la prima volta, ha deciso di estendere anche al pregresso il diritto al rimborso, nonostante ciò comporterà grave pregiudizio alle finanze degli Stati membri.
Ricordiamo infine che nel 2000 il Governo di centrosinistra si impegnò, in sede comunitaria, a rivedere dal 2001 il regime di indetraibilità, troppe volte prorogato; esso, infatti, ha generato la sentenza ed il provvedimento che si è ora reso necessario. Il compito sarebbe dovuto spettare nel 2001 al Governo Berlusconi che, nel frattempo, era subentrato alla guida del paese. In ogni caso, anche in quell'occasione nulla fu fatto ed ora chiediamo conto all'attuale opposizione del grave danno che l'Italia ha subito e di cui ci apprestiamo a pagare le conseguenze.
L'ho ribadito e mi preme sottolinearlo: già nel 2001 eravamo in presenza di una serie di proroghe che, bene o male, erano state accettate, tollerate, giustificate; quindi, la Corte nulla aveva rilevato in merito a questo problema.
Nel 2001 ci si è trovati di fronte alla scadenza di una serie interminabile di proroghe ed il Governo avrebbe dovuto adottare una decisione al riguardo: in sostanza, o motivare fortemente la necessità di prorogare il regime di indetraibilità dell'IVA sull'acquisto di determinati beni oppure porre fine alla sua temporaneità, transitorietà e validità fino ad una certa data. Ho effettuato, però, una quantificazione prima, parlando di cifre. I 4 miliardi di euro che affluivano nelle casse dello Stato e che oggi bisogna giustamente restituire e rimborsare a chi li ha versati indebitamente, facevano comodo, perché, come tutti ricorderanno, quello era il periodo in cui, tra condoni, gabelle e tasse di ogni genere, dissimulate in maniera molto creativa, si è raschiato il fondo del barile e si è andati anche oltre, cercando di reperire tutte le risorse possibili ed immaginabili (anche quelle, come in questo caso, non dovute), per motivare un rilancio e giustificare un'azione che poi il Governo precedente ha dimostrato di non poter assicurare e garantire.
Dico questo non per esprimere un giudizio politico ma perché, nell'esaminare un problema, non c'è miglior cosa che attenersi ai numeri. La storia del Governo che ci ha preceduto, in base ai numeri, emette la condanna ferma ed irrevocabile, analoga a quella della Corte di giustizia, che quello sviluppo che si doveva garantire ed assicurare, reperendo risorse in ogni modo, non c'è stato; al contrario, tutte quelle risorse sono state divorate da quella macchina vorace che è la spesa pubblica, aumentata progressivamente negli anni, raggiungendo livelli insostenibili.
Avendo, come membro della Commissione bilancio, partecipato ai lavori su questo decreto ed analizzato le problematiche relative alla legge finanziaria, che ci apprestiamo ad affrontare prossimamente in aula, ho riflettuto su alcuni atteggiamenti. Abbiamo ascoltato maestri e campioni di risparmio, di equità, di corretta amministrazione. Ciò che alcuni autorevoli esponenti dell'attuale opposizione, che fino a qualche tempo fa governava questa nazione, non hanno capito in cinque anni, lo hanno capito in tre mesi, perché ci hanno suggerito un elenco di ricette, di necessità, di opportunità, di rigore, di equità, di eguaglianza e di salvaguardia di tutte le categorie. Questo ci fa piacere, anche perché ogni vocazione, seppur tardiva, va presa in seria considerazione.
Ci risulta difficile, però, accettare insegnamenti da chi, quando era chiamato ad agire, ha sbagliato oltre i limiti di ciòPag. 13che si poteva sbagliare, non correggendo la curva di quel deficit e di quella spesa che crescevano inesorabilmente ogni anno, pur mitigati dagli effetti di quei 4 miliardi di euro che, ogni anno, entravano indebitamente. Eppure, nemmeno queste ulteriori risorse sono servite a mettere qualche pezza, qui e là, per evitare che si arrivasse ai livelli di oggi. Ecco, se già nel 2001 quel Governo si fosse posto il problema, dicendo: basta, non ci spettano più...
MASSIMO MARIA BERRUTI. Ma ti sei trovato diecimila miliardi in più!
ALBERTO FLUVI. Dici una fesseria dietro l'altra!
DANTE D'ELPIDIO. Quando avrete la possibilità di intervenire, porterete le vostre ragioni. Io mi sto attenendo ai numeri...
MASSIMO MARIA BERRUTI. Dice falsità!
PRESIDENTE. La prego, onorevole! La prego, lasci concludere l'intervento.
ALBERTO FLUVI. Parla di cose serie!
MASSIMO MARIA BERRUTI. Non ci penso neanche! Sono falsità!
PRESIDENTE. Onorevole Berruti, la prego...
DANTE D'ELPIDIO. Io non sono interessato ad un dibattito politico, né tantomeno a scambiare un parere con lei, onorevole Berruti, che avrà modo, quando potrà svolgere il suo intervento, di contestare le mie affermazioni, di portare le sue ragioni e di spiegare agli italiani come mai quando c'era la possibilità di intervenire su questo versante non è stato fatto. Non mi spaventa ciò, perché se solo questa inadempienza fosse da addebitare al precedente Governo saremmo quasi sulla strada giusta, mentre invece ci dovremmo lamentare di molti altri aspetti, perché questa è quell'«eredità» di cui si parlava. Quando si parla dell'«eredità pesante», della «tassa di successione» del precedente Governo, allora io ci metto anche queste somme che bisogna restituire ai contribuenti, giustamente. Io ci metto anche le altre somme che nel disegno di legge finanziaria sono state reperite - e ci siamo dovuti sforzare di reperire - per rientrare nei parametri che l'Europa ci impone.
Pagata questa «tassa di successione», saldata questa pesante «eredità», noi preferiamo non continuare sulla strada delle polemiche e non ci procura meriti e vantaggi specifici e personali scaricare responsabilità. Come ogni eredità, in questo caso siamo stati costretti ad accettarla senza nemmeno il beneficio dell'inventario, ma ogni giorno, quando andiamo a fare l'inventario, quando andiamo ad ampliare la conoscenza dei numeri che erano stati abilmente scritti, ci rendiamo conto che la situazione è molto più grave di quella che ci aspettavamo.
Ed allora, mi chiedo a cosa abbia portato questa politica. Infatti, le politiche si giudicano dopo, osservando il risultato. Purtroppo, oggi non posso che constatare numericamente un risultato che porta ad un aumento della spesa pubblica considerevolissimo negli ultimi cinque anni, ad un aumento del deficit che non ha eguali e, quindi, in base a questi numeri, esprimo un giudizio negativo.
Ora vi è un'azione intrapresa con serietà, con responsabilità, ed è un'azione di rigore, di equità e di sviluppo. Non mi aspetto che questa manovra e questa azione, che l'attuale Governo, con responsabilità, vuole portare avanti, producano i propri effetti domani mattina. Così come ho capito le ragioni di chi, cinque anni fa, diceva che aveva bisogno di cinque anni per governare e per dimostrare ai cittadini la bontà della propria azione di governo. Quel tempo è stato concesso, quel tempo è stato utilizzato e, considerati i risultati, forse sarebbe stato più giusto darne di meno, così da limitare i danni prodotti.
Oggi la nostra azione e le nostre proposte spiegheranno effetti, produrranno una ripresa che noi ci auguriamo e vogliamo fortemente e ridaranno impulso adPag. 14un paese che era arrivato quasi al capolinea. Noi su questi effetti e su queste azioni siamo pazienti, lavoriamo quotidianamente, anche tra le incomprensioni, anche tra le proteste, ma sappiamo bene che quando si propongono misure impopolari nessuno è contento, nessuno accetta passivamente. Tutti siamo convinti che vi sia bisogno di rigore e di sviluppo e di fare sacrifici. Tuttavia, se il sacrificio lo fa il nostro vicino è meglio, se il sacrificio lo fa qualcun altro al posto nostro è cosa buona e giusta. Noi, invece, siamo convinti che siamo chiamati tutti a dare il nostro contributo e lo vogliamo dare. Questo sacrificio viene richiesto agli italiani, ma almeno lo si quantifica, affinché gli italiani sappiano quanto costa tale sacrificio. Infatti, se noi volessimo fare demagogia potremmo diminuire le tasse, potremmo concedere agevolazioni, potremo acquisire il consenso delle varie categorie, distribuendo bonus a destra e a manca, senza alcun criterio. Ma, se poi tutta quest'azione produce un aumento del deficit pubblico, io mi chiedo: quel deficit chi lo paga?
Lo pagheranno, come sempre, gli italiani. Difatti, quando con manovre economiche siamo costretti a reperire fondi, per rientrare nei parametri che l'Unione europea ci impone, tali risorse dobbiamo chiederle agli italiani. Noi, comunque, abbiamo dovuto e voluto dare l'esempio operando un contenimento dei costi della politica, adottando misure che hanno suscitato le proteste di molti. Faccio riferimento, in particolare, al taglio di risorse operato sui ministeri contenuto nell'articolo 53 del disegno di legge finanziaria. In tale provvedimento sono previste soluzioni che, alla fine, come detto, hanno scontentato un po' tutti. Ciò avviene perché non siamo abituati alla mentalità del sacrificio e della compartecipazione; in particolare, non siamo abituati a rinunciare a qualcosa affinché poi tutti possano ottenere qualche cosa in più.
In conclusione, l'azione seria, corretta ed equilibrata intrapresa dal Governo per dare slancio e sviluppo al paese è iniziata. Noi siamo pazienti e attenderemo che i risultati arrivino. Siamo certi che quella appena iniziata non possa essere considerata una ripresa economica stabile e, proprio per questo motivo, essa ha bisogno di essere sostenuta, incoraggiata e monitorata giornalmente in modo da rafforzarsi e fortificarsi così da produrre gli effetti che la classe politica chiamata a governare vuole ottenere per dimostrare di aver meritato il mandato ricevuto dagli elettori. Tale monitoraggio sarà quotidiano, inflessibile, pacato ed obiettivo.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIORGIA MELONI (ore 11,20).
DANTE D'ELPIDIO. Noi non abbiamo bisogno di attribuirci medaglie e di fare facile illusionismo, così come non abbiamo bisogno di raccontare frottole agli italiani. Noi siamo convinti che gli elettori, così com'è avvenuto in passato, constatino sulla propria pelle gli effetti, positivi o negativi, delle scelte operate dal Governo che amministra il paese. Noi vogliamo ridare fiducia agli italiani, all'elettorato che ci ha premiato e che si attende da noi, pur nelle incomprensioni iniziali di una manovra che inizia ora a dispiegare i primi effetti, un cambio di rotta deciso e radicale. A questo fine, noi del gruppo dei Popolari-Udeur daremo il nostro contributo e non faremo mai mancare al Governo la bontà delle nostre idee e delle nostre proposte. La nostra coalizione, a differenza di quanto avvenuto in passato, non crea alcun prodotto preconfezionato ma elabora manovre sulle quali si può discutere. Le discussioni di questi giorni, forse, derivano proprio dal fatto che noi siamo aperti ad ogni tipo di confronto e di dibattito. Ognuno di noi può arricchire il lavoro con suggerimenti ed idee, dando così il proprio apporto.
Noi non riteniamo di possedere verità assolute, ma vogliamo semplicemente ridare agli italiani la speranza di un futuro migliore che essi senz'altro meritano.
GIOACCHINO ALFANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, proprio perché la verità non è assoluta, è importante chiarire come stanno veramente le cose.
Il provvedimento in esame è da noi condiviso per l'obiettivo finale che tende a raggiungere, ma non per la sua impostazione. A nostro avviso, non deve essere trascurato il dato storico, vale a dire che facciamo riferimento ad una questione iniziata nel 1979. La direttiva comunitaria cui si fa riferimento nel provvedimento - e il relatore lo ha spiegato bene - risale infatti al 1977.
Quindi, bisogna dire agli italiani che l'Europa, nell'ambito delle misure di regolamentazione dell'IVA nel 1977, ha stabilito un principio chiarissimo.
Tornando alla verità cui si faceva riferimento, nel 1979 l'Italia dichiarò la non detraibilità dell'IVA per le autovetture. Faccio presente che, pur parlando di autovetture, si fa riferimento anche ad altri mezzi di locomozione. Dal momento che si trattava di una dichiarazione permanente ed ordinaria, già allora la Comunità europea aveva fatto alcune eccezioni. Nel 1980 si stabilì che in Italia l'IVA era indetraibile, ma anche che tale circostanza era limitata soltanto a quell'anno. Tuttavia, di anno in anno, si è arrivati a prorogare tale indetraibilità sino al 2006.
Per le ragioni richiamate, in questa sede non è opportuno confrontarsi e dibattere su questo principio perché in base ad esso, nel corso degli anni, è stata perpetrata un'ingiustizia. L'altra circostanza che deve essere considerata dalla maggioranza riguarda il fatto che si è arrivati al decreto-legge in materia di detraibilità su ricorso di parte. Quindi, esso non è stato dovuto all'azione di un dato Governo in un certo periodo storico, ma a quella di un'impresa che ha avviato un'attività di contrasto a tale indetraibilità, riuscendo ad arrivare ad una sentenza. In questo contesto, non è forse opportuno dedicare la giornata odierna a modificare il decreto e recuperare un diritto leso? Bisogna ricordare che già dal 1980, quindi oltre 20 anni fa, è stato arrecato un vulnus ai diritti delle imprese e dei professionisti ed oggi, in base ad una sentenza della Corte, si vuole ripristinare tale diritto. Con queste premesse interveniamo nel corso del dibattito proprio per recuperare un diritto che è stato leso.
Qualcuno si è divertito ad affermare che la colpa di tale lesione ricade sul precedente Governo, passando dal 1980 al 2001 e stabilendo anche l'incapacità del passato Esecutivo. Allora, con il mio intervento in sede di discussione sulle linee generali, vorrei fornire alcuni elementi che possono convincere l'attuale Governo a modificare il decreto-legge con riferimenti storici utili al suo miglioramento. È stato detto che si tratta di un'infrazione che si doveva risolvere già in precedenza. Tuttavia, occorre chiedersi: quante sono le infrazioni tuttora in corso? Se il Governo di centrodestra non è riuscito ad intervenire tempestivamente su questa infrazione, quante sono quelle che ancora pendono sull'Italia? Quanti sono i richiami ancora in corso dai quali possono scaturire danni per lo Stato italiano, non solo economici ma anche organizzativi? Ebbene, essi sono numerosissimi, e bisogna sapere che soltanto nel settore economico esistono oltre 50 infrazioni in corso, di cui addirittura una risalente al 1985. Quindi, suggerisco di confrontarci in proposito senza affermare che negli ultimi anni l'Italia è stata distratta, con riferimento all'infrazione del provvedimento in oggetto. Infatti, tutti siamo a conoscenza del numero delle infrazioni che l'Europa ha in corso, non solo nei confronti dell'Italia, ma anche degli altri paesi membri. Quindi, se nel 1980 si è pensato di intervenire sulla delicata questione dell'indetraibilità, ma di anno in anno si è proceduto a forza di proroghe, il primo problema è quello di migliorare il recupero. Inoltre, se - come mi auguro - vogliamo essere onesti con noi stessi, occorre valutare l'intero ammontare delle infrazioni in corso a nostro carico. Infatti, mi auguro che il Governo in carica si riveli più efficiente e tempestivo del nostro, anche se in proposito nutro alcuni dubbi. Tali dubbi nascono dallaPag. 16storica difficoltà degli Stati membri di rispondere alle norme che regolano la Comunità.
Fatta questa premessa, che in realtà costituisce più che altro un invito, vorrei puntualizzare un'ulteriore questione prima di passare all'esame del decreto; mi riferisco all'incombenza della legge finanziaria, e non solo. Infatti, l'esame del provvedimento in oggetto avviene nell'imminente manifestarsi di due problemi. Il primo è costituito dalla sua scadenza, prevista per il 14 novembre (per questo motivo immaginiamo che si tenterà di approvarlo nel corso della giornata di oggi). Il secondo problema è invece costituito dall'imminenza dell'esame della legge finanziaria e pertanto già domani saremo chiamati ad esaminare una questione molto più complessa. Anzi, faccio notare che dedichiamo la giornata di oggi a norme che sono sicuramente importanti, ma non più di quelle, numerosissime, contenute nell'ambito della legge finanziaria. Anche la finanziaria, quindi, ci distrae da tali questioni e ci impone di concludere in fretta.
Il gruppo di Forza Italia ha un atteggiamento costruttivo, ma ribadisce la necessità di modificare il testo. Infatti, abbiamo presentato complessivamente circa 40 emendamenti, di cui, tolti i duplicati, ve ne sono circa 34 rilevanti. Spero che, di questi, almeno quelli più importanti vengano presi in considerazione ed approvati.
Pensando alla questione di merito, l'intervento dell'onorevole D'Elpidio, esponente della maggioranza, oltre alle varie questioni che ho già chiarito, fa riferimento alle modifiche richieste dalla minoranza che sono maturate in soli tre mesi. A questo proposito, ho studiato l'iter del provvedimento al Senato, che è stato assegnato il 21 settembre. Se esaminate i pareri espressi sul provvedimento dalle Commissioni affari costituzionali e bilancio, vi renderete conto che il provvedimento non è automatico, perché in quei pareri è stata espressa una critica non solo da parte della minoranza. Addirittura, il decreto giunge all'esame dell'Assemblea del Senato con un parere contrario rispetto al mandato del relatore. Infatti, la relazione in aula è stata svolta dal presidente della Commissione finanze e non dal relatore che doveva essere incaricato, perché la maggioranza non ha espresso un voto favorevole. Inoltre, è stato espresso un parere contrario dalla I Commissione del Senato.
Pertanto, se chiediamo una modifica nel merito del provvedimento, perché riteniamo che debbano essere introdotti dei cambiamenti per recuperare quel diritto leso, lo facciamo non solo perché siamo all'opposizione, ma perché ci sono dei problemi che sono stati messi in evidenza anche dalla maggioranza. Per esempio, sull'armonizzazione della normativa alla sentenza della Corte si creano dei problemi applicativi. Alcuni ritengono, addirittura, che su questo decreto e sulla sua applicazione si potrà aprire un'altra procedura di infrazione da parte della Comunità europea. Su questo aspetto tornerò successivamente.
Quando il provvedimento è stato trasmesso alla Camera ed assegnato alle Commissioni competenti, sono state sollevate delle eccezioni dalla I e dalla V Commissione. Questo è il paradosso più interessante, che ci conforta nelle nostre richieste: addirittura il Governo, nel rispondere in Commissione bilancio sui problemi di copertura, ha rinviato i chiarimenti in Assemblea. Per essere più precisi, rispetto alle eccezioni sollevate dalla Commissione bilancio, e formulate anche dai parlamentari di maggioranza, il Governo ha risposto rimandando la soluzione della maggior parte dei problemi al dibattito in Assemblea.
Le mie riflessioni, quindi, sono volte a far capire che è indispensabile un tempo più lungo rispetto a quello programmato, perché vi sono questioni aperte, riguardanti addirittura la copertura finanziaria della norma, che possono preoccupare i contribuenti che dovrebbero beneficiare di questo rimborso ed anche lo Stato, proprio per le questioni che richiamavo prima, ossia perché l'impatto della norma è abbastanza rilevante.Pag. 17
In Commissione finanze, abbiamo presentato una serie di richieste per modificare la norma. Mi sono appuntato alcune questioni che sono già state rilevate dalla Commissione. Per esempio, il decreto prevede il rimborso dell'IVA sulle autovetture su richiesta della parte interessata. A questo proposito, era stato stabilito il termine del dicembre 2006, che è stato prorogato ad aprile 2007. Non si riesce a capire con quale criterio sia stata stabilita quella data. Poiché abbiamo anticipato le dichiarazioni annuali IVA al marzo 2007, per quale motivo non è possibile far coincidere quella scadenza, ossia la dichiarazione annuale IVA, con quella relativa alla richiesta di rimborso? È veramente incomprensibile!
Perciò, il modello di rimborso dovrà essere predisposto e presentato nel mese di aprile 2007 mentre la dichiarazione annuale IVA dovrà essere effettuata in data precedente. Andate a verificare gli emendamenti da noi già presentati nei giorni scorsi, quando ancora non era stata formulata questa idea del rinvio. Avevamo rilevato come la scadenza fosse breve, ma noi stessi pensavamo che la procedura dovesse concludersi entro il 2006. Il Governo, invece, ha prorogato il termine per il rimborso al 2007. La nostra è una richiesta di minoranza che, però, tende ad abbreviare un termine.
Per quale motivo non è possibile riportare la scadenza al marzo 2007, in modo che il contribuente possa rivolgersi una sola volta ai consulenti e alle strutture competenti per le dichiarazioni, per risolvere una questione di suo interesse? Noi dobbiamo metterci nei panni del contribuente che si trova ad affrontare le numerose difficoltà che sono state create con le ultime norme che avete approvato. Si tratta di imprenditori o liberi professionisti i quali devono dedicarsi alle loro attività ed impiegare il minor tempo possibile per questioni che non sono ad esse direttamente connesse. Essi potrebbero rivolgersi alle strutture dedicate agli adempimenti fiscali sia per redigere la dichiarazione IVA, sia per presentare il modello di rimborso relativo ad un diritto leso, cioè il pagamento, non dovuto, dell'IVA sull'acquisto di autovetture. Invece, con questo provvedimento noi stabiliamo un'altra scadenza, in un altro periodo. Se ci fate caso, noi stiamo complicando la vita dei contribuenti i quali, seppure onesti, hanno una oggettiva difficoltà a seguire le scadenze degli adempimenti. Tale questione sicuramente non può essere interpretata come strumentale perché, addirittura, noi chiediamo di anticipare il termine del rimborso. Strumentalmente, quale opposizione noi dovremmo chiedere di posticiparlo, per dare il maggior tempo possibile al contribuente per usufruire di un credito vantato negli anni trascorsi.
Un'altra questione riguarda la presentazione del modello che è stata prevista debba avvenire per via telematica. Dal momento che ci riferiamo ad un periodo piuttosto lungo, dal 2003 al 2006, ritenevamo importante prevedere anche un modello di rimborso cartaceo. Anche a questo proposito, il parere espresso dal Governo in sede di Commissione è stato contrario. Speriamo che ci ripensi ma, da quanto abbiamo ascoltato, sembra che il suo orientamento rimanga contrario.
C'è poi la questione della compensazione. Avrei potuto iniziare il mio intervento affermando che noi chiediamo la compensazione del credito. In realtà, noi continuiamo a sostenere questa tesi. Com'è possibile giustificare un simile comportamento del Governo, che riconosce un diritto, un credito relativo ad anni passati, e al contempo afferma che non è possibile riscuotere subito tale credito, ma si può ottenere un rimborso? Sarebbe stato possibile compensarlo attraverso il modello F24. Non è solo questione di diritto, ma anche di spesa. Infatti, una cosa è compensarlo con una dichiarazione già possibile adesso, altra cosa è inventare una nuova procedura che comporterà una serie di spese e di impegni da parte dell'amministrazione finanziaria. Si tratta di questioni che, a mio modo di vedere, nascono non da una posizione strumentale o di principio, ma da uno spirito di collaborazione che abbiamo dimostrato ePag. 18stiamo dimostrando in tutte le Commissioni, rinviando in Assemblea il dibattito più prettamente politico.
Inoltre, abbiamo sottolineato un'altra questione al relatore, in sede di Commissione finanze, quella del diritto a detrazione per il contribuente che ha registrato la fattura. Il Governo, giustamente, ha affermato di riconoscere il diritto a un rimborso forfetario al contribuente che potrebbe avere difficoltà a dimostrare con un documento il suo diritto al rimborso. Perciò, gli si concede la possibilità di avere uno sconto semplificando la procedura. Per noi va bene. Tuttavia, se andiamo incontro ai contribuenti nel ridurre gli adempimenti, dobbiamo comunque conservare un elemento, cioè la certezza dell'acquisto e della registrazione della fattura. Anche a questo riguardo, le modifiche che proponiamo non possono creare problemi di copertura o nel rapporto fra maggioranza e opposizione. Sono modifiche sui provvedimenti che nascono dal lavoro svolto dai vari parlamentari in sede di Commissione per cercare di rendere quanto più efficace una disposizione. Si potrebbe affermare che il Governo ha redatto le norme a seguito di uno studio. Al riguardo, un altro elemento deve essere tenuto presente e, cioè, che la sentenza è stata depositata il 14 settembre 2006 e il Governo ha emanato il decreto-legge il 15 settembre 2006. Capisco che c'è stata una attenzione particolare per quella sentenza: il fatto che il Governo, già il giorno seguente, abbia emanato un decreto-legge dimostra certamente una volontà e, anzi, voglio fare i miei complimenti per essere stato pronto e rapido. Del resto, il decreto-legge permette tale rapidità. Tuttavia, il lavoro dovrebbe essere migliorato quando i provvedimenti del Governo passano al vaglio delle Assemblee parlamentari.
Un'altra questione è legata ai poteri che il decreto-legge attribuisce al direttore dell'Agenzia delle entrate. Entro 45 giorni il direttore deve predisporre i modelli per il rimborso. Ritengo che, poiché un modello può riportare degli elementi che possono causare delle difficoltà ai soggetti interessati al rimborso, dovrebbero essere definite prima le modalità concernenti l'operazione. Ripeto, diamo ad un soggetto terzo, rispetto al Governo ed al Parlamento, la facoltà di stabilire la procedura di rimborso. O si doveva stabilire che il rimborso venisse gestito dal direttore direttamente con un atto interno, visto che vi è una sentenza al riguardo, oppure si doveva decidere, nel momento in cui lo si faceva proprio, di entrare nel merito anche della tecnica del rimborso.
Questa mia riflessione, che potrebbe essere troppo tecnica, non deve distrarre l'attenzione, perché non è che il Governo ha corretto una norma errata secondo la sentenza della Corte di giustizia. Chiariamoci bene: vi era un principio di indetraibilità dell'IVA sulle autovetture e dopo che la Corte ha dichiarato l'inefficacia di quella norma non è che il Governo ha subito provveduto a modificarla. Il Governo ha predisposto una norma che tende a rimborsare un diritto leso, ma dal 1979, anno in cui si è stabilita l'indetraibilità, trasformata nel 1980 in divieto temporaneo, ad oggi, vi sono stati anche soggetti che non subivano il limite dell'indetraibilità. Penso, ad esempio, agli agenti di commercio che avevano diritto alla detrazione. La norma dal 1980 in poi ha subito delle modifiche, pertanto la sentenza dichiara un principio che dovrebbe essere riportato nella norma ordinaria sull'IVA; il Governo, invece, si è preoccupato giustamente di intervenire per cercare di coprire un buco di bilancio e ha pensato di agire velocemente, stabilendo un termine ed un principio e delegando il direttore dell'Agenzia delle entrate per tutto il resto (modello, allegati). Al riguardo, mi domando se la scadenza riguardi la presentazione del modello o anche quella dei documenti allegati per dimostrare il diritto al rimborso.
Abbiamo una finanziaria che contiene tante norme molto più importanti di queste che non permettono un lungo dibattito sul decreto-legge. Noi abbiamo voluto distinguere le questioni stabilendo un comportamento costruttivo. In Commissione, ho sostenuto che il comportamento costruttivo deve tendere a dare al contribuentePag. 19la sensazione che lo Stato - la maggioranza si dichiara spesso contro i condoni, ma solo sul piano teorico - vuole rendere chiara la posizione del contribuente onesto, perché io sono convinto che noi abbiamo un'idea confusa dell'evasore e del contribuente onesto. Noi siamo convinti che vi sia un popolo di evasori e un popolo di contribuenti onesti, quando invece sappiamo bene che l'evasione si ramifica all'interno del comportamento dei contribuenti italiani dove più e dove meno. Vi sono molti contribuenti onesti che si ritrovano evasori solo perché risultano nei loro confronti degli accertamenti. Possiamo stabilire il principio che un contribuente è evasore solo per il fatto che ha subito un accertamento?
Nella mia attività politica e professionale ricevo una serie di contribuenti che, purtroppo, vedono recapitarsi accertamenti che nascono da questioni che essi stessi vorrebbero evitare. Vi assicuro che anche questo decreto-legge, che tende a recuperare una posizione del contribuente, potrebbe portare non solo ad un contenzioso, ma anche ad una difficoltà di applicazione. Vi è un comportamento che tende all'evasione che nasce dalla scelta del contribuente e deve essere combattuto con tutte le nostre forze, maggioranza ed opposizione, ma vi è anche un comportamento che spinge all'evasione incosciente chi ha l'impossibilità di essere un contribuente onesto. Noi abbiamo una sentenza che stabilisce l'esistenza di un diritto leso da ben 26 anni; che senso ha dire al contribuente che lo dobbiamo risolvere in due mesi? La sentenza stabilisce questo? Se la sentenza impone allo Stato italiano un intervento veloce, bisognava spiegare ai contribuenti che il direttore dell'Agenzia delle entrate veniva intanto incaricato di stabilire le modalità di rimborso e che successivamente il legislatore sarebbe intervenuto per cercare di chiarire una posizione storica.
Si sta dicendo da alcuni giorni che avremmo potuto farlo noi cinque anni fa; in ogni caso si tratta di una storia che continua da 26 anni. Il contribuente che recepisce tale sentenza in pochi mesi deve organizzarsi e forse, come ho detto altre volte, deve portare l'autovettura all'ufficio delle entrate per farla vedere materialmente. Alla fine, un contribuente a cui è stato riconosciuto un diritto si vede catapultato addosso un provvedimento difficile e complicato, che non chiarisce la sua posizione. Mi sono permesso di dare merito al Governo per la tempestività ed al relatore per quello che sta facendo. Però non potete non ammettere che in questa fase, rispetto a provvedimenti che hanno un valore diverso, stiamo spostando l'interesse su questa norma perché riteniamo possibile fornire quelle risposte minime dirette a far diventare il suddetto diritto un diritto definitivo.
Ritengo che sia utile affrontare alcune questioni. Mi preoccupa, in particolare, l'applicazione futura di tale diritto. Quando il provvedimento fu esaminato in Commissione finanze avanzai una richiesta che provocò qualche preoccupazione: chiesi se potevamo stabilire un principio legato al vero utilizzo dell'autovettura. Se nel 1980 in Parlamento - cerchiamo di metterci nei panni dei nostri predecessori - si è cercato di stabilire che l'autovettura non era detraibile, vi era un motivo.
Dunque, attualizziamo la questione: sono convinto che l'autovettura come bene strumentale abbia un limite. Se il legislatore è intervenuto su quel bene, è perché già allora aveva capito che tale bene per molti imprenditori non è indispensabile o, seppure importante, non è fondamentale. Ad esempio, l'autovettura che si utilizza nell'impresa spesso la si adopera anche per l'attività privata. Addirittura, dissi che bisognava stabilire un criterio di controllo più efficace. Il contribuente che vuole avere l'autovettura e la vuole scaricare per essere tranquillo, desidera anche sapere quale sia la percentuale di detraibilità. Il Governo ha posto un quesito alla Commissione europea chiedendo, poiché vi sono condizioni diverse, cioè soggetti che hanno tale bene non fondamentale, se si possano stabilire percentuali di detraibilità. A mio avviso, sarebbe stato più importante riportare tale dubbio nel decreto-legge in esame, in modo da far sapere alPag. 20contribuente se il bene di cui stiamo parlando possa essere scaricato e, quindi, acquistato nell'esercizio dell'impresa o dell'attività professionale.
Anche quella testé trattata è una questione che ci ha portato ad avanzare alcune richieste. Come ho detto prima, abbiamo posto 34 questioni con la presentazione dei nostri emendamenti. Abbiamo anche predisposto alcuni ordini del giorno, ma speriamo che non debbano essere utilizzati perché si tratta di una richiesta residuale rispetto a quella di modificare nel merito la norma.
GIOACCHINO ALFANO. Non voglio andare oltre perché credo di avere utilizzato ampiamente il tempo assegnatomi in questa fase per chiarire la nostra volontà di migliorare il testo. Stamattina mi è stato chiesto se siamo contrari al rimborso dell'IVA per le autovetture. Non siamo contrari a tale rimborso, ma proprio perché siamo favorevoli riteniamo che il decreto-legge in esame debba essere modificato nel senso di dare un maggiore riconoscimento a chi si è visto ledere un proprio diritto (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).
PRESIDENTE. Considerato che alle 12 è previsto lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata e, dunque, non vi è il tempo per un ulteriore intervento in sede di discussione sulle linee generali, sospendo la seduta, che riprenderà alle 12.