Source: https://www.ilcalcioillustrato.it/attivit%C2%88commerciali-e-associazioni-sportive-dilettantistiche-2/
Timestamp: 2019-11-22 13:53:14+00:00
Document Index: 121342467

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 73', 'art. 87', 'art. 90', 'sentenza ', 'art. 149', 'art. 16', 'art. 66', 'art. 2555', 'art. 26', 'art. 22', 'art.148']

Attività commerciali e Associazioni Sportive Dilettantistiche – Il Calcio Illustrato
Attività commerciali e Associazioni Sportive Dilettantistiche
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L’argomento che ci si accinge ad affrontare ha dato luogo nel tempo al formarsi di rilievi critici, connaturati ai contrasti e alle perplessità che si sono palesate, durante i lavori preparatori del codice civile del 1942, nella predisposizione delle norme in materia di associazioni, in particolar modo con riguardo alle regole in tema di associazioni non riconosciute, la cui formulazione scontava difficoltà ed incognite di diverso ordine e grado. (nota 1)
Poiché dal codice civile le associazioni ci sono state consegnate quali enti chiaramente non lucrativi, l’aspetto essenziale della questione, per quanto qui in esame, risiede nella commistione tra il perseguimento di obiettivi socialmente utili, alla comunità in cui esse operano, e l’eventuale destinazione degli utili conseguiti dallo svolgimento di attività lucrative e, quindi, se tali Enti possono essere parte nel rapporto di imposta quale soggetto passivo antitetico a quello attivo, cioè a quel soggetto cui la legge attribuisce la potestà finanziaria nella considerazione che esso la esercita nei confronti di tutti coloro che vi si trovino in una determinata relazione, in dipendenza:
– sia della propria cittadinanza e/o domiciliazione;
– sia per un fatto economico, vale a dire il possesso di beni patrimoniali e/o lo svolgimento di attività che producono ricchezza da sottoporre a tassazione.
Tuttavia, è da tener presente che possono essere soggetti del rapporto d’imposta solo coloro che il diritto tributario riconosce come giuridicamente capaci che, a differenza del diritto privato, attribuisce la capacità di essere soggetti passivi di imposta anche ad unioni di persone o a compendi di beni sforniti, secondo il diritto privato, di capacità giuridica.
Infatti, già l’abrogato art. 9 R.D. 17.9.1931, n. 1068, nell’indicare le persone e gli enti obbligati a presentare la dichiarazione dei redditi, menzionava anche le associazioni, società o ditte anche se esistenti solo di fatto.
Tale riconoscimento viene successivamente ribadito con l’entrata in vigore del T.U. 5.7.1951, n. 573, dalle cui disposizioni si desume che l’estensione della capacità giuridica, agli “enti di fatto”, trova la sua ragione d’essere e la sua giustificazione nello scopo di allargare l’ambito di applicazione del tributo. Tant’è all’art. 8 si afferma che “sono inoltre soggetti passivi le altre organizzazioni di persone o di beni prive di personalità giuridica e non appartenenti a soggetti tassabili in base a bilancio, nei confronti dei quali il presupposto dell’imposta si verifica in modo unitario ed autonomo”. (nota 2)
Completa il quadro l’art. 3 della Legge Delega per la riforma tributaria n. 825 del 9.10.1971 il quale prevedeva che la disciplina dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche doveva contemplare l’assimilazione a quest’ultime delle associazioni non riconosciute e delle altre organizzazioni di persone o di beni prive di personalità giuridica, escluse le società di persone (art. 3, punto 8).
Tutto ciò, puntualmente, recepito prima dal D.P.R. 29.9.1973 n. 598 e, poi, dal vigente Testo Unico delle imposte dirette di cui al D.P.R. 22.12.1986 n. 917, e sue successive modificazioni ed integrazioni, che all’art. 73, tra i soggetti passivi della novella imposta sul reddito delle società (I.RE.S.), annovera alla lettera c) gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello stato che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali.
Le disposizioni contenute nel richiamato articolo sono, in sostanza, invariate rispetto a quanto previsto al precedente art. 87 del Testo Unico ante riforma (D. Lgs.12.12.2003 n. 344 con effetto dall’1.1.2004) che disciplinava l’abrogata imposta sulle persone giuridiche (I.R.PE.G.), in quanto ribadisce che i soggetti passivi d’imposta sono gli stessi, ivi compresi gli Enti residenti con oggetto esclusivo o principale non consistente nell’esercizio di attività commerciali.
Da qui la qualifica, ai fini tributari, di enti non commerciali, ai quali viene interamente dedicato il capo III del titolo II del vigente Testo Unico delle imposte dirette, così come ante riforma del 2004.
In simbiosi con detti Enti la nuova figura giuridica di società di capitali senza fini di lucro, che assume cittadinanza nel diritto positivo con l’emanazione dell’art. 90 L. 289/2002, alla quale vanno estesi gli stessi benefici fiscali già previsti per le associazioni. Si intende nel rispetto di ben specifiche condizioni previste dallo stesso legislatore.
A complemento di quanto fin qui illustrato appaiono i recenti interventi, con ben tre proprie risoluzioni, del Ministero dello Sviluppo Economico in materia di svolgimento di attività commerciali, loro inizio e cessazione, da parte degli Enti non commerciali, che qui a fianco vengono commentate per il più ampio significato che i loro contenuti possono esprimere, in particolar modo da valere per le associazioni sportive dilettantistiche.
Nella risoluzione n. 22710 del 18.2.2015, il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) esprime il proprio parere ai quesiti posti da un Comune, relativamente ad una ASD che svolge attività istituzionale nei confronti dei propri associati e precisamente:
1° se detta associazione debba presentare la segnalazione certificata di inizio attività (SCIA) tramite lo sportello unico attività produttive (il SUAP) per l’esercizio di vicinato nel caso in cui volesse svolgere l’attività di cessione di materiale sportivo;
2° se detta attività debba essere prevista nell’atto costitutivo dell’associazione medesima.
Al di là di quanto manifestato in conformità ai quesiti posti, il Mise pone l’accento su aspetti molto importanti, affermando che:
• gli enti non commerciali possono svolgere anche attività commerciale, a condizione che quest’ultima non sia prevalente rispetto all’attività istituzionale;
• l’esercizio di attività commerciale, in quanto non prevalente e strumentale all’attività istituzionale, non comporta modifiche dell’atto costitutivo: il che sta a significare che è sufficiente una previsione generica nello Statuto Sociale di svolgimento di attività non istituzionale anche a carattere lucrativo purchè strumentali allo scopo associativo;
• qualora l’esercizio di attività commerciali dovesse risultare prevalente per un intero periodo di imposta, l’associazione perderebbe la qualifica di ente non commerciale, richiamando la sentenza della Corte di Cassazione n. 11456/2010, Sez. Tributaria, e i commi 1 e 2 dell’art. 149 T.U.I.R. 917/86, trascurando palesemente quanto previsto dal successivo comma 4 che testualmente così recita: “Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano agli enti ecclesiastici riconosciuti come persone giuridiche agli effetti civili ed alle associazioni sportive dilettantistiche” ;
• l’avvio di attività commerciale è assoggettabile alla Scia di cui all’art. 16 D. Lgs 31.3.1998 n. 114, così come modificato dall’art. 66 D. Lgs 26.3.2010 n. 59 e s.m.i.;
• gli enti non commerciali che esercitano attività economiche, anche solo in via accessoria e sussidiaria, devono iscriversi al Repertorio Economico Amministrativo (R.E.A.) nell’ambito della provincia nella quale esercita
Posto che gli Enti non commerciali possono svolgere attività commerciali, risulta di particolare interesse la risoluzione n. 27.471 del 27.2.2015 in materia di commercio su aree pubbliche con riferimento alla possibilità della cessione di ramo d’azienda da parte dei titolari della relativa autorizzazione e concessione e, nello specifico, nell’ambito del mercato settimanale.
Come si è detto, agli Enti non commerciali non è preclusa la possibilità di esercitare attività commerciali e, quindi, non è da escludersi che una associazione sportiva dilettantistica possa essere titolare di posteggi presso i vari mercati rionali qualora particolari disposizioni non lo vietino.
Il Mise, nel ricordare che l’azienda è il complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa (art. 2555 codice civile) sostiene che l’utilizzo di strutture removibili non incide su tale concetto e, poiché l’attività di commercio su aree pubbliche può essere esercitata previa concessione di più posteggi al medesimo imprenditore, la cessione della attività riferibile ad un singolo posteggio può essere intesa quale cessione di ramo d’azienda, da effettuarsi a mezzo di formale atto notarile.
L’ultima delle tre risoluzioni prese in esame (n.28904 del 3.3.2015) riguarda gli adempimenti che il titolare di una attività commerciale deve soddisfare nei confronti del Comune in cui viene esercitata.
Il parere del Mise assume particolare rilevanza, anche per le ASD, in quanto nei casi di cessazione di una attività, principalmente, ci si preoccupa delle comunicazioni all’Agenzia delle Entrate ed alla Camera di Commercio tralasciando, spesso, quelle rivolte ad altri Enti, quali il Comune, concedenti autorizzazioni di vario genere.
Nell’esprimere il suo parere, innanzitutto il Mise richiama il D.Lgs 114/1998, in particolare il comma 5 dell’art. 26 (obbligo della sola comunicazione) ed il comma 3 dell’art. 22 (irrogazione sanzione), ricordando poi la precedente risoluzione in materia (n. 72.134 del 29.4.14) che, contrariamente a quanto sostenuto con la nota n. 178.981 del 30.11.2010, prevede il solo utilizzo dell’istituto della comunicazione da parte di colui che intenda cessare l’attività in quanto non più tenuto a darne comunicazione preventiva.
Inoltre, nella risoluzione oggetto del presente commento, il Mise precisa che la comunicazione al Comune deve essere inoltrata entro 30 giorni dalla data di cessazione dell’attività, cioè entro lo stesso termine previsto per il Registro delle Imprese e per il R.E.A., competenti per il territorio, e qui si ricorda anche all’Agenzia delle Entrate.
(1) A. Fusaro “L’Associazione non riconosciuta” – Cedam
(2) A.D. Giannini “Istituzioni di diritto tributario” – Giuffrè Editore
Focus Su > GLI OBBLIGHI FORMALI
Per quanto concerne gli obblighi formali viene in nostro soccorso l’art.148 del TUIR il quale prevede che negli atti costitutivi o statuti, redatti in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata o registrata, siano presenti le seguenti clausole obbligatorie:
• divieto di distribuzione, anche in modo indiretto, di utili o avanzi di gestione;
• obbligo di devolvere il patrimonio dell’ente, in caso di scioglimento, ad altre associazioni con finalità analoghe;
• uniformità del rapporto associativo con pari garanzie a tutti i soci, escludendo espressamente la temporaneità della partecipazione alla vita associativa, prevedendo a tutti i soci maggiorenni il diritto di voto nelle assemblee per l’approvazione e modifiche dello Statuto e dei regolamenti e la nomina degli organi direttivi;
• l’obbligo di predisporre e approvare annualmente un rendiconto economico e finanziario annuale;
• eleggibilità libera degli organi amministrativi, con principio del voto singolo, sovranità dell’assemblea dei soci, i criteri della loro ammissione ed esclusione e idonee forme di pubblicità per la convocazione delle assemblee;
• intrasmissibilità della quota associativa.