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Timestamp: 2020-04-08 05:12:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 31', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 49', 'art. 53', 'art. 57', 'art. 101', 'sentenza ']

Giurisprudenza C.g.e. | Weblog di informazione giuridica
Category Archives: Giurisprudenza C.G.E.
Anche il T.A.R. Lazio torna ad occuparsi della possibilità per gli studenti, iscritti ad anni successivi al primo della facoltà di Medicina e con argomenti di robusta ed ampia portata sconfessa l’orientamento restrittivo del Consiglio di Stato e sposa, invece, quello più recente del T.A.R. Cagliari, del T.A.R. Marche e del T.A.R. L’Aquila con il quale è stato consentito a moltissimi studenti di ottenere il trasferimento in Italia.
Negli anni passati l’Ateneo aquilano aveva consentito a studenti provenienti dall’estero di rientrare in Italia senza alcun obbligo di sostenere il test. Il MIUR, però, aveva ordinato all’Ateneo di annullare la procedura giacchè secondo il nostro Ministero non sarebbe consentito ad uno straniero proveniente da un’Università comunitaria di ottenere il trasferimento in Italia giacchè dovrebbe prima superare il test di ammissione.
Di diverso avviso è il T.A.R. Lazio.
Secondo il T.A.R. “va accolta la prospettazione con la quale i ricorrenti fanno valere la violazione delle norme della Convenzione di Lisbona sul riconoscimento dei titoli di studio superiore e quella secondo cui, partendo dall’osservazione che l’art. 31 del d.lgs. n. 206 del 2007 prevede l’automatico riconoscimento in Italia del titolo di Laurea in odontoiatria ed in medicina e chirurgia conseguito in università europee e che la distribuzione sul territorio europeo dei professionisti segue i normali principi di regolazione del mercato”. “Sebbene l’indirizzo rigoroso prescelto dal Ministero trovi certamente una giustificazione di opportunità nell’esigenza di evitare da parte di taluni studenti i veri e propri aggiramenti dell’obbligo preselettivo, mediante l’iscrizione al primo anno e il superamento di pochi e a volte più semplici esami in altre università straniere, è lo stesso ordinamento interno a non prevedere, almeno allo stato attuale, disposizioni tali da precludere agli studenti comunitari il trasferimento ad anni successivi al primo presso Atenei italiani, seppur a “numero chiuso” senza necessità di espletare un test preselettivo, neppur quando nelle università di provenienza sia previsto un test iniziale di accesso”.
Il T.A.R. Lazio mostra espressamente di condividere le idee del T.A.R. Cagliari che dal maggio al dicembre del 2012 ha bocciato con vigore le tesi del Consiglio di Stato.
T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 12 gennaio 2013, est. Biancofiore, Pres. Speranza.
TAR LAZIO: No alla filiazione delle Università straniere in Italia
L’accesso ai corsi di area sanitaria è sempre più difficile. Il numero programmato è diventato numero chiuso. I test sono spesso insormontabili anche per un medico dalla carriera ventennale. Che si fa, allora, per coronare il sogno di indossare il camice bianco?
Sono sempre più gli studenti che si rivolgono alla via estera e scelgono di vivere in Spagna, Belgio, Romania e Albania.
Tasse, vitto, alloggio e vita da studenti all’estero, tuttavia, non sono certo alla portata di tutte le famiglie Italiane.
Ecco allora che con sempre più frequenza si assiste ad offerte di istruzione da parte di Università estere ma che consentono di svolgere parte dei corsi in Italia.
E’ l’ipotesi della c.d. filiazione in Italia di cui alla L. 14 gennaio 1999, n. 14.
Secondo il T.A.R. Lazio, tuttavia, per potersi parlare di “filiazione” è necessario che in Italia si svolgano solo alcune materie che fanno parte di programmi didattici e non l’intero complesso degli insegnamenti specifici del corso in quanto, così facendo, si snatura il senso della filiazione tentando di dar vita ad “un vero e proprio trasferimento di interi corsi di laurea in Italia”.
“Avuto riguardo alla lettera della norma di cui all’art. 2, comma 1 della legge 14 gennaio1999, n. 4 che pone condizioni alla filiazione di università straniere in Italia: “1. Alle filiazioni in Italia di università o istituti superiori di insegnamento a livello universitario aventi sedi nel territorio di Stati esteri ed ivi riconosciuti giuridicamente quali enti senza scopo di lucro si applicano le disposizioni del presente articolo a condizione che:
b) gli insegnamenti siano impartiti solo a studenti che siano iscritti alle rispettive università o istituti superiori;”;
Rilevato che, invece, per come risulta dalla produzione documentale della stessa ricorrente (allegato 10) per il Corso di laurea in Fisioterapia la maggior parte degli insegnamenti tipici del ridetto corso di laurea sono trasferiti in Italia, mentre in Lisbona restano l’insegnamento della lingua inglese (secondo semestre), della psicologia applicata (terzo semestre), della organizzazione politica portoghese (quinto semestre), ed analogamente accade per il Corso di Laurea in odontoiatria, mentre la lettera della norma principe consente il trasferimento di “materie che fanno parte di programmi didattici”e non dell’intero complesso degli insegnamenti specifici del corso di laurea, atteso che altri sono gli strumenti offerti dall’ordinamento per la istituzione di corsi di laurea o per l’insediamento di università straniere in Italia;
Rilevato che neppure la direttiva di cui al D.M. 23 maggio 2000 autorizza una applicazione della norma come è quella operata dalla Università ricorrente, che pare operare più che una filiazione un vero e proprio trasferimento di interi corsi di laurea in Italia;
Considerato che pertanto non pare condivisibile la censura di violazione dell’art. 2 della legge n. 4 del 1999 per prima proposta”.
T.A.R. Lazio, Sez. III bis, ord. 4 maggio 2012, n. 1579
4 maggio 2012 avvsantidelia Leave a comment
Trasferimento da Università straniere: si al ritentro dalla Romania
Uno studente, iscritto al sesto anno dell’Università dell’Ovest “Vasile Goldis” della Romania, facoltà di Medicina Farmacia e Medicina Dentaria, dopo aver sostenuto (presso la predetta Università) le materie relative ai primi cinque anni di corso, chiedeva ad una prestigiosa Università italiana il nulla osta per il trasferimento presso la facoltà di Medicina e Chirurgia – corso di laurea in Odontoiatria, propedeutico per l’iscrizione al sesto anno del corso in odontoiatria per l’anno accademico 2011/2012.
Di diverso avviso il T.A.R. Firenze che ha ammesso il ricorrente a studiare presso l’Ateneo Italiano.
T.A.R. Firenze, Sez. I, 21 dicembre 2011, n. 1251
24 dicembre 2011 avvsantidelia Leave a comment
IL CASO. Come ogni anno, da ormai un decennio, nessun cinese sbarca in uno degli Atenei isolani per studiare Medicina. I non pochi ed ambitissimi posti rimangono liberi e diversi soggetti comunitari chiedono al T.A.R. Catania che gli vengano attribuiti. Quest’anno poi, con l’introduzione del punteggio minimo di 20 punti per entrare in graduatoria, sono, allo stato, ben 23 su 25 i posti rimasti liberi pari ad oltre il 10% dell’intero contingente bandito.
Sarà possibile attribuire tali posti vacanti ai cittadini comunitari che abbiano utilmente partecipato al concorso?
Appena un mese fa (24 agosto 2011), la I Sezione del T.A.R. Catania aveva detto si alla redistribuzione di tali posti rimasti vacanti. Oggi la conferma con ulteriori e più approfonditi spunti di riflessioni e una decisa presa di posizione sulla giurisprudenza contraria a tale possibilità.
Secondo la III Sezione del T.A.R. la redistribuzione dei posti vacanti, “premessi i principi di cui all’art. 33, comma 1, della Costituzione – “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” ed all’art. 34 comma 1, Cost. – “La scuola è aperta a tutti”) merita di essere condivisa alla stregua della prevalente giurisprudenza in materia (cfr. Consiglio Stato, sez. VI, 10 settembre 2009, n. 5434), secondo cui in presenza di un rapporto di congruità fra le strutture dell’Università e il numero complessivo programmato per le iscrizioni al corso di laurea in medicina e chirurgia, la garanzia del diritto allo studio, sancita dall’art. 34 comma 1, cost. – che si qualifica come diritto della persona e non soffre limitazioni in relazione al grado di istruzione – porta a privilegiare la tesi volta ad assicurare lo scorrimento degli studenti comunitari, utilmente collocati in graduatoria, nei posti assegnati agli studenti extracomunitari restati non utilizzati (vedi anche, ex multis, T.A.R. Sicilia Palermo sentenza 141/2008)“.
La giurisprudenza di segno opposto. “Il diverso orientamento giurisprudenziale (cfr. C.g.a. n. 21 del 14 gennaio 2009), secondo cui i posti riservati agli extracomunitari costituiscono una quota non occupabile dagli studenti comunitari, si basa sulla circostanza che lo scorrimento sarebbe stato previsto a suo tempo in via eccezionale (solo per l’anno accademico 1999/2000) sulla base di una espressa e tassativa previsione di legge (art. 1, comma 2, della legge 27 marzo 2001, n. 133), ma che tale argomento non considera che, stante i ricordati principi costituzionali sul diritto allo studio ed al sapere, le uniche norme che debbono essere stabilite espressamente sono quelle che in qualche modo limitano il diritto prefigurato dalla Carta fondamentale della Repubblica e non certo le norme che, nel rispetto della Costituzione, consentono il libero accesso agli studi da parte di tutti i cittadini;
– che non appare convincente nemmeno la decisione n. 4556 del 15 luglio 2010 della VI Sezione del Consiglio di Stato, secondo cui la graduatoria riservata agli extracomunitari non residenti in Italia è finalizzata alla formazione di personale che dopo il conseguimento del titolo di studio è destinato a rientrare nel proprio Paese di origine, senza alcuna incidenza sulla situazione occupazionale italiana, in quanto il profilo occupazionale (pur enunciato dall’art. 3, comma 1, lett. a) della L. 264/1999] è da ritenersi recessivo rispetto al dato concernente la concreta potenzialità formativa dell’Università, posto che tale potenzialità (come a suo tempo precisato dalla Corte Costituzionale con sent. 383/1998 che ha generato la riforma di cui alla L. 264/1999) costituisce parametro di salvezza costituzionale del c.d. numero programmato degli accessi universitari;
I principi costituzionali e comunitari. “Che, pertanto, dell’art. 3, comma 1 lett.a), della legge n. 264/1999, va data una interpretazione costituzionalmente orientata, nel senso che il riferimento al “fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo”, non può mai prevalere sulla disponibilità strutturale delle università ad assicurate il diritto allo studio;
RITENUTO che, anche a volere considerare la lettera della norma in parola, questa va, in parte qua, disapplicata siccome in contrasto con i principi comunitari in tema di concorrenza e di libero mercato di cui al vigente Trattato di Funz. Un. Europea e precisamente con: l’artt. 3, comma 1 lett. b; l’art. 49, comma 2; l’art. 53; l’art. 57; nonché l’ art. 101 comma 1, secondo cui “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno …”);
– che sul principio di disapplicazione del diritto interno il Collegio può limitarsi a richiamare autorevoli e noti precedenti giurisprudenziali: a) Corte giustizia CE, sez. III, 19 novembre 2009, n. 314 (il conflitto tra una disposizione normativa nazionale e una disposizione del Trattato direttamente applicabile impone al giudice nazionale di applicare il diritto comunitario e, se necessario, disapplicare la disposizione interna confliggente; spetta agli Stati membri individuare gli organi competenti a dichiarare definitivamente la nullità della disposizione nazionale contraria al diritto comunitario); b) Cons.giust.amm. Sicilia, sez. giurisd., 25 maggio 2009, n. 470 (i principi del Trattato istitutivo della Ce applicati nelle pronunce della Corte di giustizia delle Comunità Europee hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno degli Stati membri e vincolano il giudice nazionale. Le pronunce della Corte di giustizia delle Comunità europee hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno degli Stati membri, al pari dei regolamenti e delle direttive e delle decisioni della commissione, vincolando il giudice nazionale alla disapplicazione delle norme interne con esse configgenti); (cfr. anche, in tema di disapplicazione del diritto interno, Consiglio Stato Ad. Plen., 3 marzo 2008 , n. 1; T.A.R. Sicilia Palermo, sez. III, 17 maggio 2010 , n. 6878; Cassazione civile, sez. lav., 21 dicembre 2009, n. 26897);
CONSIDERATO altresì che già in passato l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con determina del 21.4.2009 (pubbl. nel sito www.agcom.it il 4.5.2009), emessa in relazione al contingente dei posti previsti per le iscrizioni al corso di laurea di Odontoiatria, ma palesemente applicabile, nei principi ivi enunciati, anche ai corsi di accesso alla Facoltà di Medicina, ha severamente censurato tutte le restrizioni di accesso agli studi che (come quelle collegate al mero “fabbisogno di professionalità”) non siano collegabili alla effettiva ricettività delle strutture universitari”.
T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, sentenza breve 23 settembre 2011, n. 2301
25 settembre 2011 avvsantidelia Leave a comment
Termini per ricorrere innanzi al G.A. in ipotesi di bando espulsivo: l’intervento che non ti aspetti della C.G.E.
Ci sentiamo ripetere da qualche tempo che, in ipotesi di clausole del bando immediatamente lesive che non consentono neanche la partecipazione alla gara o al concorso, è onere dell’aspirante procedere all’immediata impugnativa pena la decadenza.
La C.G.E. non è completamente daccordo sul principio. Ecco perchè.
Il caso. “Tra il 1989 e il 2005, il sig. Rosado Santana ha lavorato in qualità di dipendente pubblico temporaneo2 presso la Junta de Andalucía (Comunità autonoma d’Andalusia, Spagna). Egli è divenuto dipendente pubblico di ruolo3 di detta amministrazione regionale nel 2005.
Il bando precisava i requisiti che i candidati alle prove dovevano possedere. In particolare, i candidati dovevano detenere o essere in grado di ottenere il titolo di «Bachiller Superior» ovvero, in mancanza di tale titolo, comprovare un’anzianità di servizio di dieci anni in qualità di funzionario di ruolo di un certo grado. Al riguardo, il bando di concorso precisava che non sarebbero stati presi in considerazione né i servizi anteriori prestati in qualità di personale a tempo determinato o contrattuale presso qualsiasi amministrazione pubblica, né altri servizi anteriori dello stesso genere.
Il sig. Rosado Santana ha proposto ricorso contro tale decisione, ritenendo che essa violi il principio di non discriminazione enunciato nell’accordo quadro. Dal suo punto di vista, infatti, i periodi di servizio che egli ha prestato in quanto dipendente temporaneo (dal 1989 al 2005) dovrebbero essere presi in considerazione al fine di calcolare l’anzianità di dieci anni richiesta per la partecipazione alle prove di promozione”.
L’azione è instaurata dinanzi al Tribunale amministrativo di Siviglia nei 60 giorni dalla comunicazione di esclusione e non nei 60 giorni dalla pubblicazione del bando.
La decisione. La Corte, pur precisando che “il diritto dell’Unione non osta, in linea di principio, ad una normativa nazionale che prevede che il ricorso proposto da un dipendente di ruolo contro una decisione che respinge la sua candidatura ad un concorso, e basato su una violazione dell’accordo quadro, debba essere presentato nel termine di decadenza di due mesi a partire dalla data di pubblicazione del bando di concorso.
Tuttavia, qualora, come nella fattispecie, il dipendente sia stato ammesso alle prove e il suo nome sia comparso nell’elenco definitivo dei vincitori di detto concorso, il fatto di far decorrere il termine di due mesi previsto dal diritto spagnolo dalla pubblicazione del bando di concorso potrebbe rendere impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti attribuiti dall’accordo quadro. Qualora ciò avvenisse nella fattispecie, cosa che spetta al giudice nazionale verificare, il termine di due mesi potrebbe decorrere soltanto a partire dalla data di notifica della decisione che annulla la sua promozione“.
C.G.E., 8 settembre 2011, C 177/10
15 settembre 2011 avvsantidelia Leave a comment
La C.G.E. riconosce il valore del precariato: il servizio a tempo determinato va computato ai fini dell’anzianità
Il principio è rivoluzionario. In tempo di precariato diffuso rappresenta addirittura una pietra miliare. Può cambiare la storia di tanti precari e tra questi, ci vengono in particolare in mente, i migliaia di supplenti bistrattati qua e la per decenni prima di ottenere “il ruolo”.
Secondo la C.G.E. “Qualora per la promozione interna dei dipendenti pubblici di ruolo sia richiesta una certa anzianità, gli Stati membri possono essere tenuti a riconoscere i periodi lavorati in qualità di dipendente pubblico temporaneo”, sempre che “ai fini del riconoscimento di tali periodi, le funzioni svolte in qualità di dipendente temporaneo siano paragonabili a quelle svolte da un dipendente di ruolo”.
La fonte di tale scelta? La direttiva 1999/701, con la quale si è data attuazione all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso tra le organizzazioni intercategoriali di carattere generale (CES, UNICE, CEEP) al fine di migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato. Esso contempla un principio di non discriminazione che vieta di trattare i lavoratori a tempo determinato in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato, a meno che il trattamento differenziato non sia giustificato da ragioni oggettive.
Dal comunicato stampa C.G.E.
La decisione. Secondo la C.G.E. “il solo fatto che il sig. Rosado Santana sia divenuto dipendente di ruolo – e abbia quindi cessato di lavorare a tempo determinato – non osta all’applicabilità dell’accordo quadro. Al riguardo, la Corte considera che, poiché la discriminazione di cui il sig. Rosado Santana sostiene di essere vittima riguarda i periodi di servizio da esso compiuti in qualità di dipendente temporaneo, è privo di rilievo il fatto che egli sia nel frattempo divenuto di ruolo.
Al riguardo, la Corte ricorda che la nozione di «ragioni oggettive» richiede che la disparità di trattamento constatata sia giustificata dall’esistenza di elementi precisi e concreti che caratterizzano la condizione d’impiego in parola, allo scopo di verificare se tale disparità risponda ad una reale necessità, sia idonea a raggiungere l’obiettivo perseguito e sia necessaria a tale scopo. Tali elementi possono risultare, segnatamente, dalla particolare natura delle mansioni per l’espletamento delle quali i detti contratti a tempo determinato sono stati conclusi e dalle caratteristiche ad esse inerenti o, eventualmente, dal perseguimento di una legittima finalità di politica sociale di uno Stato membro. In ogni caso, il semplice riferimento alla natura temporanea del lavoro del personale dell’amministrazione pubblica non soddisfa tali esigenze e tale natura non è quindi di per sé idonea a costituire una ragione oggettiva ai sensi dell’accordo quadro”.
15 settembre 2011 avvsantidelia 1 Comment