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Timestamp: 2017-10-20 05:08:59+00:00
Document Index: 126995856

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 72', 'art. 2', 'art. 615', 'art. 57', 'art. 2', 'art. 72', 'sentenza ', 'art. 77', 'art. 60', 'art. 1226', 'sentenza ']

Equitalia | Vittime di Equitalia
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Equitalia e solleciti da cestinare
di Ettore Guido Basiglio Ribaudo
E’ una valanga, quella che da mesi sta inondando le case degli italiani, sotto forma di spedizioni di Equitalia che contengono lettere di sollecito di pagamento.
A parte la considerazione che questo era il momento meno indicato, vista la grave crisi economica di gran parte dei consumatori, il problema vero è che la gran parte di questi solleciti è da cestinare.
Il primo motivo per cui queste lettere vanno messe da parte è che spesso non sono spedite per raccomandata, e pertanto non vi è alcuna prova dell’avvenuta ricezione. Ricordatevi che la regola aurea è una sola: se il creditore è sicuro dei fatti suoi, non invia mai una lettera normale, che sa di essere giuridicamente non valida ai fini dell’incasso.
Il secondo motivo, ancora più serio, è dato dal fatto che la gran parte di questi solleciti riguardano vecchie cartelle esattoriali cadute ormai in prescrizione. La cartella produce i suoi effetti per 10 anni e quindi, se prima non vi è stata una lettera raccomandata che interrotto il termine prescrizionale, la cartella non è più valida e il presunto credito va a farsi benedire!
Il problema vero è che gli italiani queste cose non le sanno, e dunque molti dei destinatari di questi indebiti solleciti sono stati colti dal panico.
Sta di fatto che Equitalia si “azzarda” ad inviare queste lettere indebitamente, provocando stati d’animo che possono sfociare anche in malanni seri e i Cittadini per difendersi devono proporre ricorso con spese (bolli, avvocato, a loro carico e, senza che queste le siano rimborsate, dato che quasi sempre la Commissione Tributaria, quando vince il Cittadino le compensa.
Equitalia sa perfettamente che i solleciti si riferiscono a tributi prescritti, ma spera sempre nella buona fede dei Cittadini che pagano senza fiatare.
In uno Stato moderno gli agenti del fisco non dovrebbero essere considerati dai Cittadini come un nemico da temere alla stregua di un nemico, anzi di una moderna Gestapo che impone la propria volontà a dispetto dell’evidenza, del buon senso, di argomentazioni fondate.
In uno Stato moderno il fisco dovrebbe sempre comportarsi come il Buon Padre di Famiglia.
In uno Stato moderno il fisco dovrebbe poter dialogare con i Cittadini ed essere così ben radicato nel territorio da non aver bisogno degli studi di settore per stimare se il reddito di un libero professionista è congruo, anche perché le differenze tra nord e sud, tra le regioni e persino da una città all’altra non sono omologabili.
In uno Stato moderno il fisco deve saper distinguere tra il Cittadino che evade e il Cittadino che ha difficoltà a pagare le tasse e quello che sta lottando per salvare il proprio business e adottare un atteggiamento differenziato, inflessibile con il primo, dialettico se non comprensivo con il secondo.
In uno Stato moderno la lotta alla criminalità organizzata, che di fatto controlla almeno alcune regioni Italiane, dovrebbe essere la priorità assoluta e gli imprenditori che qui generano lavoro e ricchezza dovrebbero essere trattati con riguardo in quanto fonte primaria del benessere collettivo.
In uno Stato moderno quando il fisco non si comporta correttamente il Governo dovrebbe prendere provvedimenti per tutelare tutti i Cittadini.
Tutto questo dovrebbe essere ovvio, ma l’Italia è uno Stato moderno?
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Un’istanza a Equitalia congela i debiti Inps
I contribuenti possono contare su una chance di tutela in più nell’ambito dei processi di riscossione e, tra gli altri, di quelli inerenti i debiti contributivi: l’Inps è infatti intervenuto – con il messaggio n. 1636 dello scorso 28 gennaio – a dettare gli indirizzi operativi per attivare la sospensione della riscossione, secondo le regole introdotte dalla legge di stabilità 2013. Ma vediamo nel dettaglio.
Le cause di sospensione
I commi da 537 a 543 della legge 228/2012 hanno previsto, con decorrenza dal 1° gennaio 2013, la possibilità per i contribuenti di attivarsi nei confronti dei concessionari della riscossione per chiedere la sospensione della stessa e il successivo discarico delle relative cartelle di pagamento. Si tratta peraltro di una procedura che, in determinate fattispecie, può anche condurre all’annullamento automatico degli atti.
L’Inps ha quindi recepito le novità previste dalla legge di stabilità, illustrando i passaggi che il contribuente deve percorrere per attivare la sospensione dei titoli: in particolare, nel caso dei crediti di natura previdenziale vantati dall’istituto, il messaggio 1636 ha precisato che l’ambito applicativo si riferisce sia alle somme iscritte a ruolo per le quali l’agente della riscossione ha provveduto alla notifica delle cartelle di pagamento sia alle somme richieste con avviso di addebito, ex articolo 30 del Dl 78/2010.
In particolare, sono sei le fattispecie individuate dalla norma e recepite dall’Inps, in virtù delle quali è consentito all’interessato l’esperimento della procedura di sospensione. Si tratta nel dettaglio:
edella prescrizione o decadenza del diritto di credito sotteso al provvedimento oggetto della riscossione, intervenuta in data antecedente a quella in cui il ruolo è reso esecutivo;
rdella sussistenza di un provvedimento di sgravio emesso dall’ente creditore;
tdella sospensione amministrativa concessa dall’ente creditore;
udella sospensione giudiziale, oppure che discende da una sentenza che abbia annullato in tutto o in parte la pretesa dell’ente creditore;
idel pagamento effettuato, riconducibile al ruolo in oggetto, in data antecedente alla formazione del ruolo stesso, in favore dell’ente creditore;
odi qualsiasi altra causa di non esigibilità del credito sotteso.
L’istanza del contribuente
Se dunque il contribuente, a cui sia stata notificata una cartella di pagamento o un avviso di addebito, dovesse trovarsi in una delle sei situazioni descritte in precedenza, entro 90 giorni dalla notifica del primo atto di riscossione o di un atto della procedura cautelare o esecutiva può presentare un’istanza, redatta con la modulistica rilasciata da Equitalia con la circolare n. 2/2013.
È questo lo step che innesca le fasi successive, che coinvolgono sia l’agente della riscossione sia – nel caso descritto – l’Inps: infatti, la dichiarazione del contribuente ha l’effetto di sospendere immediatamente l’esecuzione del titolo.
L’istanza potrà essere presentata anche attraverso modalità telematiche (ad esempio tramite la posta elettronica certificata). Oltre alle generalità del contribuente/azienda e dell’atto in oggetto, l’istanza dovrà contenere la documentazione a sostegno dell’annullamento dell’atto nonché i documenti di riconoscimento utili all’autocertificazione (la dichiarazione può anche essere presentata da un soggetto delegato): è importante osservare queste indicazioni con attenzione poiché sono oggetto di una prima verifica da parte del concessionario che le riceve. Nel caso l’istanza fosse incompleta sarà quest’ultimo a contattare il debitore per invitarlo alla relativa integrazione.
L’agente della riscossione, ricevuta la dichiarazione dà vita alla seconda fase: qui entra in gioco l’Inps, al quale il concessionario inoltra con apposita modulistica la dichiarazione ricevuta (entro 10 giorni). Effettuati gli opportuni controlli, l’Inps, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno o Pec, entro i successivi 60 giorni, comunica al contribuente l’esito positivo dell’istanza o l’inidoneità della documentazione prodotta.
Nel primo caso è l’Inps stesso che trasmette al concessionario della riscossione il provvedimento di sospensione/sgravio della partita debitoria, mentre nel secondo ripartirà l’attività di recupero.
In caso invece di inerzia dell’Inps e di mancata risposta nel termine di 220 giorni dalla presentazione della dichiarazione del contribuente, si ha l’annullamento di diritto delle somme iscritte a ruolo.
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PIGNORAMENTO DI EQUITALIA SUI C/C BANCARI: QUALE DIFESA?
Da qualche anno è diventata più pressante la problematica relativa all’eventuale opposizione ai pignoramenti presso terzi effettuati dal concessionario della riscossione.
Tali atti seguono una via privilegiata rispetto a quella esercitata da un normale creditore, in quanto viene data la possibilità a Equitalia di ordinare al terzo (ossia ad un debitore del contribuente, ad es. l’istituto di credito, il datore di lavoro, etc…) il pagamento di una somma di denaro in suo favore al fine di soddisfare il debito tributario del contribuente; tutto ciò senza alcun controllo da parte di un organo giudiziario (in pratica, diversamente da quanto stabilito dagli artt. 543 e segg. cpc, il concessionario, ai sensi dell’art. 72bis del DPR n.602/73, può ordinare al terzo il pagamento di una somma di denaro senza citarlo in giudizio per rendere davanti ad un giudice dichiarazioni relative all’esistenza di debiti nei confronti del contribuente).
Lasciando stare ora la problematica relativa all’estrema velocità di questa tipologia di pignoramento rispetto a quella ordinaria – e quindi anche alle tempistiche di difesa del contribuente che risultano fortemente ridotte – ciò che preme rilevare sono le ridotte possibilità di difesa del contribuente.
Si pensi ad esempio ad un contribuente che riceva un pignoramento sui propri conti bancari per una cartella esattoriale relativa a tributi che non conosce poiché notificata male (tipico è caso della cartella notificata al vecchio domicilio), come potrà opporsi? Quali tutele?
Esaminando le norme in materia ci si può rendere conto di come la situazione sia particolarmente difficile, in quanto se si legge l’art. 2 del Dlgs n.546/92 viene stabilito che restano escluse dalla giurisdizione tributaria le controversie relative agli atti dell’esecuzione successivi alla notifica della cartella di pagamento. Risulta lampante, quindi, l’impossibilità di poter impugnare il pignoramento – in quanto atto dell’esecuzione – dinanzi al giudice designato in materia di tributi, ossia la Commissione tributaria.
Contemporaneamente, però, in campo tributario permane l’esclusione delle ordinarie opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi ex art. 615 e 617 cpc (si veda l’art. 57 del DPR n.602/73).
Ci si può rendere conto, dunque, di come la situazione sia grave e rischi di privare il contribuente di una pur minima difesa.
Ebbene, l’unica possibilità potrebbe essere quella di impugnare dinanzi alla Commissione tributaria la cartella esattoriale sottostante il pignoramento, facendo presente al giudice tributario che si è venuti a conoscenza della stessa solo in quel momento e chiedendone l’annullamento per difetto di notifica. A questo punto il pignoramento privo di un valido titolo esecutivo dovrebbe venire meno.
Altra soluzione, invece, è stata adottata dalla Commissione Tributaria Provinciale di Treviso che ha ritenuto il pignoramento atto impugnabile.
Secondo la stessa, infatti, “Il pignoramento presso terzi … rimane comunque un atto … diretto alla riscossione di tributi le cui controversie non si sottraggono alla giurisdizione del Giudice Tributario” (sent. n.23/07/09 della Comm. Trib. Prov. di Treviso.
Secondo tali giudici, infatti, seppur l’art. 2 del Dlgs n. 546/92 escluda la competenza del Giudice Tributario per le “… controversie riguardanti gli atti dell’esecuzione forzata tributaria” occorre considerare la natura dell’istituto del pignoramento presso terzi (ossia se qualificabile come atto amministrativo volto alla riscossione oppure quale atto dell’esecuzione) ed analizzare l’evoluzione normativa che lo ha coinvolto in questi anni.
Alla luce di ciò, la Commissione dichiara che “Bisogna a questo punto chiederci se l’ordine di pagamento di cui all’art. 72bis … possa ancora essere considerato un atto dell’esecuzione tributaria”.
D’altronde, continuano i giudici “… il riferimento che poteva essere considerato all’epoca dell’introduzione del Dlgs n.546/92 era solo ad una procedura che si svolgeva sotto il controllo del Giudice ordinario, mentre ora essa è stata sostituita con un atto promanante direttamente dall’agente della riscossione il quale, in virtù dei poteri conferitogli dalla norma, ordina al terzo di pagare direttamente a egli medesimo”.
A seguito di tale percorso logico, dunque, i giudici arrivano alla conclusione che il pignoramento, nella sua forma attuale, lungi dal costituire un atto dell’esecuzione tributaria rappresenta piuttosto “… una nuova e più snella forma di riscossione amministrativa del credito tributario legislativamente prevista e che, come tale, si tratti di atto amministrativo … impugnabile avanti al Giudice Tributario”.
Tale pronuncia apre senza dubbio nuovi spiragli di difesa per il contribuente anche se risulta indispensabile un intervento deciso del Legislatore sul tema poiché se da un lato è importante permettere al concessionario la celere riscossione dei tributi, dall’altro non si può privare il contribuente di adeguati mezzi di difesa.
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Ipoteca illegittima: Equitalia deve risarcire i danni al contribuente
Ipoteche e cartelle “pazze”: se l’azione del concessionario della riscossione è illegittima il contribuente ha diritto al risarcimento dei danni.
Ciò è quanto emerge da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Bari (sent. CTP di Bari n.36/08/10, liberamente visibile su http://www.studiolegalesances.it – Sez. Documenti), la quale ha condannato Equitalia al pagamento di euro 15.000,00 a titolo di risarcimento danni causati ad un contribuente pugliese.
La vicenda riguarda un’iscrizione ipotecaria effettuata dal concessionario della riscossione su immobili del contribuente a seguito di cartelle di pagamento non correttamente notificate.
In merito, è bene chiarire che se da una parte la legge permette al concessionario della riscossione di iscrivere ipoteche sui beni dei contribuenti, dall’altra ciò può avvenire solo a condizione che questi siano venuti realmente a conoscenza dei debiti tributari, attraverso la precedente notifica delle cartelle di pagamento.
Al riguardo, infatti, l’art. 77 del DPR n.602/73 prevede che “Decorso inutilmente il termine di cui all’articolo 50, comma 1 (ossia 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento), il ruolo costituisce titolo per iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore e dei coobbligati per un importo pari al doppio dell’importo complessivo del credito per cui si procede”.
Proprio a seguito del mancato rispetto di tale articolo, i giudici di Bari chiariscono che a Equitalia va attribuita la responsabilità dei danni subiti dal contribuente poiché “ha proceduto all’iscrizione di ipoteca pur avendo consapevolmente provveduto alle notifiche in violazione della lett. C) del comma 1 dell’art. 60 del DPR n.600/73 (il quale prevede che la notifica debba essere effettuata necessariamente presso il domicilio fiscale del contribuente), in quanto era noto il domicilio fiscale cui andavano effettuate le notifiche per essere stati ritualmente notificati, come risulta dalla documentazione acquisita al processo e non contestata, atti inerenti ad altre precedenti vicende tributarie.
Il concessionario, dunque, aveva provveduto alla notifica delle cartelle presso un indirizzo diverso rispetto a quello di residenza del contribuente e pertanto in modo illegittimo.
I giudici pugliesi, infatti, chiariscono che “Tale comportamento di natura dilatoria e defatigante per il contribuente rivela, negli enti impositori, una mancanza assoluta di avvedutezza e di una sia pur minima consapevolezza della legittimità o meno del proprio agire e delle conseguenze che i propri atti andavano a determinare…”.
Per quanto riguarda, infine, il risarcimento dei danni, i giudici chiariscono che pur condividendo la posizione della Commissione Tributaria Provinciale (ossia i giudici di primo grado), la quale sostiene che manca la specifica quantificazione dei danni subiti dal contribuente, ribadiscono che “ciò non osta per l’ammissione della domanda riguardo al danno morale conseguente all’accertata inesistenza del diritto degli enti impositori a chiedere l’iscrizione ipotecaria sul patrimonio del contribuente e ai conseguenti disagi psicologici che tale condotta ha provocato”.
Secondo i giudici, quindi, la quantificazione dei danni può avvenire tranquillamente in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 del Codice civile.
Ci si augura, dunque, che anche questa sentenza possa contribuire a creare un fisco più equo.
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