Source: https://www.dirittiregionali.it/2011/10/10/cons-st-sez-v-n-51852011-palazzo-spada-ribadisce-per-la-retta-delle-rsa-e-essenziale-considerare-solo-il-reddito-della-persona-non-autosufficiente/
Timestamp: 2018-06-25 07:39:46+00:00
Document Index: 165587274

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3']

[Cons. St., sez. V, n. 5185/2011] Palazzo Spada ribadisce: per la retta delle RSA, è essenziale considerare solo il reddito della persona non autosufficiente - Diritti Regionali
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[Cons. St., sez. V, n. 5185/2011] Palazzo Spada ribadisce: per la retta delle RSA, è essenziale considerare solo il reddito della persona non autosufficiente
Dopo la decisione del 16 marzo 2011, n. 1607 (commentata su Diritti regionali da M. Massa), qualche giorno fa i giudici di Palazzo Spada si sono nuovamente occupati del tema relativo al costo delle prestazioni socio-sanitarie erogate in favore di soggetti disabili e anziani non autosufficienti nelle c.d. Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA).
La questione giuridica, che chi scrive ha affrontato sotto profili diversi in una precedente occasione, è se sia o meno legittimo che le Regioni e i Comuni basino la compartecipazione al pagamento delle rette per il ricovero in RSA non solo sulla situazione economica dell’assistito, ma anche – e soprattutto – sul reddito dell’intero nucleo familiare: in altri termini, ci si chiede se operi o meno il divieto di coinvolgimento di parenti ritenuti obbligati per legge al pagamento delle suddette rette.
Giova sin da subito osservare che l’art. 3, comma 2-ter del D.lgs. 31 marzo 1998, n. 109 statuisce che “le disposizioni del presente decreto si applicano nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri […]”. Dopodiché, si stabilisce che quest’ultimo deve essere adottato con l’espresso fine di “favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle modalità di contribuzione al costo della prestazione”.
Il d.p.c.m. previsto dalla predetta norma non è mai stata adottato. Ciononostante, la giurisprudenza amministrativa maggioritaria ha considerato l’art. 3, co. 2-ter cit. norma tassativa e immediatamente precettiva, sì da escludere che i redditi dei familiari del degente possano essere ricompresi nel calcolo della sua situazione economica.
Con sentenza n. 5185 del 2011, il Consiglio di Stato ha affrontato ancora una volta il problema in oggetto: nel caso di specie, il genitore di un soggetto con grave disabilità, ricoverato in una struttura sanitaria, ricorreva al Tar Lombardia invocando: a) l’illegittimità del provvedimento con cui il Comune di Pavia gli aveva imposto di compartecipare al costo per il ricovero del proprio figlio; b) l’annullamento del connesso regolamento comunale, disciplinante appunto la questione della compensazione. In particolare, il ricorrente deduceva di costituire, insieme alla moglie e al figlio, un unico nucleo familiare, la cui situazione economica equivalente, secondo la dichiarazione ISEE familiare, ammontava a €. 6.527,30. I giudici amministrativi lombardi accoglievano il ricorso, avverso il quale il Comune di Pavia agiva dinanzi al Consiglio di Stato.
Secondo l’appellante, l’art. 3, co. 2-ter avrebbe dovuto essere considerato quale norma di mero indirizzo, facendo sì riferimento al principio che valorizza la situazione economica del solo assistito, ma da leggere però solo in combinato disposto con la necessità di favorire la permanenza del degente presso il proprio nucleo familiare di origine.
Tale assunto non è stato condiviso dai giudici di Palazzo Spada, al punto che gli stessi hanno deciso di ribaltare un proprio precedente orientamento, così argomentando: “la tesi che esclude l’immediata applicabilità della norma, in virtù dell’attuazione demandata ad un apposito d.p.c.m., benché sostenuta da questo Consiglio di Stato in sede consultiva […] non appare convincente ed è già stata disattesa dalla Sezione in alcuni precedenti cautelari […], che hanno trovato conferma nelle più recenti sentenze […] della Sezione stessa, che il collegio pienamente condivide” (Cons. Stato, sent. n. 5185/2011 cit.).
Detto ragionamento costituisce la premessa della successiva affermazione, secondo cui il citato art. 3, comma 2-ter, nonostante demandi in parte la sua attuazione a un successivo (e non ancora adottato) decreto, “abbia introdotto un principio, immediatamente applicabile, costituito dalla evidenziazione della situazione economica del solo assistito, rispetto alle persone con handicap permanente grave e ai soggetti ultra sessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali” (ibid.).
Ciò sta pertanto a significare che è illegittima la prassi di molti Comuni ed RSA che, al momento dell’ammissione del disabile in una delle strutture in questione, fanno sottoscrivere ai suoi parenti un atto di impegno al pagamento della retta di degenza; allo stesso modo, sono illegittime le leggi regionali e i regolamenti (regionali e comunali) che dettano una disciplina contrastante con l’art. 3, co. 2-ter più volte citato.
Difatti, “sia il legislatore regionale sia i regolamenti comunali devono attenersi a tale principio, idoneo a costituire uno dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, mirando proprio a una facilitazione dell’accesso ai servizi sociali per le persone più bisognose” (ibid.).
Corretta si rivela pertanto l’interpretazione fornita dai giudici di prime cure, tanto alla luce del quadro costituzionale, quanto sulla base del D.lgs. n. 109 del 1998, nonché tenendo conto della L. 3 marzo 2009, n. 18, che ha ratificato la Convezione di New York del 13 dicembre 2006, avente ad oggetto i diritti dei disabili (in particolare, il riferimento è all’art. 3 della Convenzione, che impone agli Stati aderenti un dovere di solidarietà nei confronti dei disabili, in ossequio ai principio di uguaglianza e di tutela della dignità della persona umana).
Tanto premesso, condividendo totalmente la pronuncia del Consiglio di Stato, chi scrive (come già sostenuto in altra sede) reputa oramai non più procrastinabile un intervento statale rivolto a sciogliere una volta per tutte l’ingarbugliata matassa della compartecipazione al costo delle prestazioni socio-sanitarie, muovendo dal presupposto che garantire a tutti il diritto alla tutela della salute rappresenta, prima ancora che un principio giuridico, una regola di civiltà.
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