Source: https://grillidolo.wordpress.com/2018/08/09/la-famiglia-renzi-la-riforma-orlando-la-nuova-prescrizione-e-le-altre-modifiche-al-codice-penale/
Timestamp: 2019-11-14 21:38:43+00:00
Document Index: 158433783

Matched Legal Cases: ['art. 157', 'art. 318', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 544', 'art. 159', 'sentenza ', 'art. 161', 'art. 604', 'art. 159', 'art. 160', 'sentenza ', 'art. 159', 'sentenza ', 'art. 159', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 604', 'art. 161', 'art. 159', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 161']

LA FAMIGLIA RENZI, LA RIFORMA ORLANDO: LA “NUOVA” PRESCRIZIONE E LE ALTRE MODIFICHE AL CODICE PENALE | Cittadini Parlanti Consapevoli
LA FAMIGLIA RENZI, LA RIFORMA ORLANDO: LA “NUOVA” PRESCRIZIONE E LE ALTRE MODIFICHE AL CODICE PENALE
Firenze, “i milioni per l’Africa sui conti del cognato di Renzi e dei fratelli”. L’inchiesta, resa nota nel 2016 da La Nazione, è nata da movimenti bancari anomali segnalati dalla Banca d’Italia e dai dubbi di Monika Jephcott quando era direttrice di Play Therapy ltd Londra, la casa madre. La donna manifestò ai pm dubbi su come impiegasse i soldi Play Therapy Africa. La società aveva intanto ricevuto circa 10 milioni di dollari di donazioni: secondo la procura ne avrebbe distratti oltre 6. Per questo il cognato di Renzi, Andrea Conticini, sposato con sua sorella Matilde, e i fratelli Alessandro e Luca sono indagati da due anni con l’accusa di riciclaggio e – solo Alessandro e Luca – anche di appropriazione indebita aggravata. I pm Luca Turco e Giuseppina Mione, in base alle rogatorie internazionali, hanno ricostruito l’entità e i giri delle somme dirottati prima sui conti personali e poi impiegate, sostengono, per investimenti immobiliari in Portogallo e in altri Paesi esteri.
Ora però ai pm serve una querela delle parti offese per continuare a indagare. Ma per la riforma Orlando indagine rischia lo stop perché la nuova legge prevede che il reato di appropriazione indebita sia procedibile solo per querela delle parti offese. Così, nelle scorse settimane, la procura ha dovuto fare una rogatoria verso Unicef, Fondazione Pulitzer e le altri parte offese spiegando la situazione e che, senza una loro denuncia, il procedimento non potrà andare avanti.
1. Il 14 giugno 2017 la Camera dei deputati ha definitivamente approvato con voto di fiducia la proposta di legge C. 4368 (nota anche come DDL Orlando), che modifica l’ordinamento penale, sia sostanziale sia processuale, nonché l’ordinamento penitenziario. La legge si compone di un articolo unico suddiviso in 95 commi. Ai sensi dell’ultimo comma l’entrata in vigore della riforma è fissata, salvo diverse previsioni ad hoc, al trentesimo giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
2. La riforma della prescrizione del reato è dettata dai commi da 10 a 15 dell’articolo unico, che riscrivono parzialmente gli articoli dal 158 al 161 c.p. Vengono dunque interessate dalla riforma tutte le norme sulla prescrizione contenute nel codice penale, ad esclusione di quelle relative al “termine base” di cui art. 157 c.p. A questo proposito va ricordato che il Senato ha emendato il testo precedentemente licenziato dalla Camera, nel quale si prevedeva, tra l’altro, l’aumento della metà dei termini estintivi per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318 c.p.), corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.) e corruzione in atti giudiziari (art. 319-ter c.p.).
All’esito del giudizio di primo grado, in caso di condanna dell’imputato la prescrizione si interrompe e ricomincia a decorrere daccapo esattamente come accadeva prima della riforma; la novità sta nel fatto che, a partire dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni (dunque al massimo 90 giorni dopo il dispositivo, salvo le ipotesi di cui all’art. 544 co. 3 bis), inizia il periodo di sospensione di cui al novellato art. 159 comma 2, sospensione che si protrae fino alla lettura del dispositivo della sentenza d’appello (o comunque fino ad un massimo di 18 mesi dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni di primo grado). La prescrizione ricomincia quindi a decorrere, fermi restando i termini massimi di cui all’art. 161 comma 2 c.p. (sui quali pure la riforma è intervenuta, rispetto ad alcune categorie di reati contro la PA: v. infra sub par. 2.4.). Nulla cambia, invece, in caso di proscioglimento dell’imputato: la prescrizione continua a decorrere nell’eventuale giudizio di appello, senza interruzione né sospensione.
All’esito del giudizio d’appello la riforma dispiega i propri effetti nelle seguenti ipotesi: a) in caso di proscioglimento, o dichiarazione di nullità con rinvio al giudice di primo grado (ex art. 604, co. 1, 4 e 5-bis c.p.p.), non solo non scatta alcuna nuova sospensione della prescrizione, ma, ai sensi dell’art. 159 comma 3, viene meno ex tunc anche l’eventuale sospensione precedentemente maturata: il che significa che il tempo trascorso tra il termine per il deposito delle motivazioni di primo grado e il dispositivo d’appello (o comunque un tempo pari a 18 mesi) torna ad essere rilevante per la maturazione della causa estintiva; b) in caso di condanna, invece, fermo restando che l’eventuale precedente parentesi sospensiva è salva, la prescrizione ricomincia nuovamente a decorrere ex art. 160 c.p. ed il suo decorso resta poi sospeso a partire dalla scadenza del termine fissato per il deposito delle motivazioni d’appello fino al dispositivo della sentenza di Cassazione (o finché siano trascorsi 18 mesi).
Per quanto infine riguarda l’esito del giudizio di cassazione, va detto anzitutto che ad esso non sono ricollegati ulteriori periodi di sospensione ai sensi del nuovo art. 159 comma 2, nemmeno nell’ipotesi di annullamento con rinvio della sentenza di proscioglimento. È però previsto, ai sensi dell’art. 159 comma 3 c.p. che, analogamente a quanto accade nel giudizio d’appello, in caso di sentenza favorevole all’imputato (sub specie di annullamento della sentenza di condanna o dichiarazione di nullità della stessa ex art. 604, co. 1, 4 e 5-bis c.p.p.) venga meno ex tunc l’effetto sospensivo precedentemente maturato. Ancorché la norma non chiarisca in modo esplicito se ad essere travolto sia soltanto il periodo sospensivo intercorso tra il giudizio d’appello e quello di cassazione oppure anche quello precedente tra giudizio di primo grado e appello (sempre che vi sia stato), a favore di questa seconda soluzione depongono la formulazione testuale del terzo comma (che richiama “i periodi di sospensione di cui al secondo comma”), nonché la ratio dell’istituto (il già ricordato sopravvenuto venire meno delle ragioni che giustificavano la sospensione).
2.5. Ancora, viene in rilievo la modifica apportata all’art. 161 c.p.: mentre la versione precedente estendeva gli effetti della sospensione e dell’interruzione a tutti i concorrenti nel reato, in base alla nuova versione, fermi restando gli effetti erga omnes dell’interruzione, “la sospensione della prescrizione ha effetto limitatamente agli imputati nei cui confronti si sta procedendo” (comma 13 dell’articolo unico). Si tratta a prima vista dell’unica novità in bonam partem della riforma, giacché per i concorrenti nel reato non imputati nel procedimento dove si verifica una delle cause sospensive di cui all’art. 159 c.p. (tanto quelle nuove, quanto quelle già vigenti in precedenza), il termine di prescrizione continua a normalmente a decorrere.
2.6. L’ultima disposizione della riforma relativa alla prescrizione è il comma 15 dell’articolo unico, che ne disciplina gli effetti di diritto intertemporale: “Le disposizioni di cui ai commi da 10 a 14 [cioè tutte le modifiche alla disciplina della prescrizione] si applicano ai fatti commessi dopo la data di entrata in vigore della presente legge”. Considerata la natura sostanziale che la Corte Costituzionale assegna alla prescrizione (cfr. da ultimo la nota ordinanza n. 24 del 2017 relativa al “caso Taricco”), tale disposizione risulta superflua per quanto riguarda le novità sfavorevoli all’imputato (in primis le nuove cause di sospensione a seguito di condanna non definitiva), già inapplicabili ai fatti pregressi in forza del principio di irretroattività in malam partem; mentre al contrario svolge la funzione di impedire che le novità favorevoli possano retroagire ai fatti pregressi, in deroga all’art. 2 co. 4 c.p. Si tratta di una previsione che desta alcune perplessità. Come è noto, per consolidata giurisprudenza costituzionale, il valore tutelato dal principio della lex mitior «può essere sacrificato da una legge ordinaria solo in favore di interessi di analogo rilievo (quali – a titolo esemplificativo – quelli dell’efficienza del processo, della salvaguardia dei diritti dei soggetti che, in vario modo, sono destinatari della funzione giurisdizionale, e quelli che coinvolgono interessi o esigenze dell’intera collettività nazionale connessi a valori costituzionali di primario rilievo». Con la conseguenza che «lo scrutinio di costituzionalità ex art. 3 Cost., sulla scelta di derogare alla retroattività di una norma penale più favorevole al reo, deve superare un vaglio positivo di ragionevolezza, non essendo a tal fine sufficiente che la norma derogatoria non sia manifestamente irragionevole» (C. Cost. n. 393/2006, n. 6.3 del considerato in diritto; C. Cost. n. 72/2008, n. 12; C. Cost. n. 236/2011, nn. 10, 11). Sulla base di tale principio, come è parimenti noto, la Consulta ha dichiarato incostituzionale la disciplina sugli effetti intertemporali della legge ex-Cirielli nella parte in cui escludeva dai nuovi e più brevi termini di prescrizione i processi pendenti in primo grado per i quali vi fosse stata dichiarazione di apertura del dibattimento (sent. 393/2006); mentre ha successivamente respinto analoghe censure rivolte alla medesima disciplina transitoria nella parte in cui escludeva i processi per i quali il giudizio pendeva in grado d’appello (sent. 72/2008 e 236/2011). Ebbene, alla luce di questi precedenti, la norma qui in esame desta perplessità nella misura in cui esclude in radice che gli effetti favorevoli della riforma Orlando possano applicarsi ai fatti commessi prima della sua entrata in vigore, senza alcuna distinzione in base alla fase in cui si trova il relativo procedimento (sempre che ve ne sia uno in corso), e dunque senza ancorare la deroga all’art. 2 comma 4 c.p. alla necessità di tutelare alcun confliggente interesse tra quelli menzionati dalla Consulta nelle ricordate pronunce. Va detto, peraltro, che la rilevanza pratica di questo problema potrebbe essere abbastanza ridotta, se non addirittura nulla: salvo errore, infatti, l’unica modifica favorevole introdotta dalla riforma in esame è quella già segnalata di cui all’art. 161 c.p., nella parte in cui sottrae agli effetti della sospensione i concorrenti che non risultino imputati nello stesso procedimento (v. supra par. n. 2.5.).