Source: http://www.nuovodirittodellesocieta.it/Article/Archive/index_html?idi=-1&idu=-1&idn=129&ida=665&id_article=665
Timestamp: 2020-08-04 09:05:01+00:00
Document Index: 36979069

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 19', 'art. 100', 'art. 19', 'art. 46', 'sentenza ', 'art. 46', 'art. 73']

Giovanni Consolo e Carlotta Sgattoni
Le dichiarazioni raccolte in sede di accesso non autorizzato sono utilizzabili – La Corte di Cassazione con l’ordinanza del 15 gennaio 2020, n. 612, ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento emesso essenzialmente sulla base di dichiarazioni rese dal contribuente in sede di accesso ad un locale promiscuo in mancanza dell’autorizzazione del PM. In particolare, la Corte, dopo aver chiarito che sono da considerarsi c.d. “locali promiscui” non solo gli ambienti utilizzati contestualmente sia per l’attività professionale che per quella familiare, ma anche quelli caratterizzati da una facilità di comunicazione interna tale da consentire il trasferimento di documentazione propria dell’attività commerciale nei locali abitativi, ha ricordato che – ex artt. 33 d.P.R. n. 600/1973 e 52 d.P.R. n. 633/1972 – affinché l’accesso a tali luoghi possa considerarsi legittimo non è sufficiente la semplice autorizzazione del capo ufficio, ma è altresì necessaria l’ulteriore autorizzazione del PM. Tuttavia, nonostante il principio di inutilizzabilità della prova illegittimamente acquisita sia da considerarsi vigente anche in campo tributario, i giudici hanno specificato che detto principio è applicabile solo nel caso in cui l’accesso abbia costituito una condizione necessaria, mentre non possono dirsi inutilizzabili quegli elementi per i quali lo stesso abbia rappresentato una mera occasione. La Corte ha, dunque, concluso che le dichiarazioni sono collegate al­l’accesso da un nesso di mera occasionalità, dato che potrebbero essere raccolte allo stesso modo in qualunque altro luogo, e perciò sono da considerarsi utilizzabili.
La risposta negativa ad istanza di interpello disapplicativo è sempre impugnabile – La Corte di Cassazione con l’ordinanza del 14 gennaio 2020, n. 425, ha affermato l’impugnabilità del diniego di interpello disapplicativo, nonostante questo non rientri negli atti autonomamente impugnabili espressamente previsti dall’art. 19, comma 1, d.lgs. n. 546/1992. Infatti, è ormai consolidata la possibilità di interpretare estensivamente il catalogo previsto dall’art. 19, anche alla luce della altrettanto riconosciuta facoltà di ricorrere al giudice tributario avverso tutti gli atti che portino a conoscenza del contribuente una ben precisa pretesa impositiva, motivata dalle ragioni di fatto e di diritto che la sostengono, senza necessità di attendere che la stessa sia inclusa in un atto esplicitamente impugnabile. Inoltre, il diniego di interpello disapplicativo ha degli effetti immediati lesivi degli interessi del destinatario, determinando l’applicazione di una norma sfavorevole prevista al fine di evitare comportamenti elusivi, e, quindi, fa già sorgere in capo a questo l’interesse ex art. 100 c.p.c. ad invocare la tutela giurisdizionale. Infine, la Corte ha confermato che l’impugnabilità della risposta negativa costituisce una mera facoltà, e, quindi, la sua mancanza non preclude ex art. 19, comma 3, la successiva impugnabilità dell’avviso di accertamento, non configurando ciò un doppio grado di tutela di merito, ma la semplice possibilità – anche in un’ottica di economia processuale – di impugnare due atti riferibili a due fasi differenti.
Superamento della presunzione legale riguardante i finanziamenti infragruppo ex art. 46 d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 – La Corte di Cassazione con la sentenza del 23 gennaio 2020, n. 1475, ha ribadito che, ai fini del superamento della presunzione legale disposta dall’art. 46 d.P.R. n. 917/1986, ai sensi del quale “le somme versate alle società commerciali e agli enti di cui all’art. 73, comma 1, lettera b), dai loro soci o partecipanti si considerano date a mutuo se dai bilanci o dai rendiconti di tali soggetti non risulta che il versamento è stato fatto ad altro titolo”, il diverso titolo a cui sono concessi i finanziamenti deve necessariamente risultare dal bilancio o dal rendiconto della società. Ne consegue che, in assenza di annotazioni a riguardo contenute nel bilancio o nel rendiconto, la presunzione non può dirsi superata, in considerazione del fatto che ogni altro elemento di prova – inclusi i contratti e la corrispondenza intercorsa tra le parti – dal quale emerga comunque che non si tratti di versamenti a titolo di mutuo deve essere considerato inidoneo a tal fine.
È considerata stabile ..