Source: https://canestrinilex.com/risorse/inutilizzabilita-dei-precedenti-di-polizia/
Timestamp: 2019-10-19 04:19:57+00:00
Document Index: 55134372

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art 21', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', '§ 33', '§ 104', '§ 101', '§ 49', '§ 88', '§ 60', '§ 82', '§ 102', '§ 78', '§ 103', '§ 62', '§ 35', '§ 119', '§ 68', '§ 122', '§ 36', '§ 22', '§ 42', '§ 45', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Le banche dati in uso alle forze di polizia sono un utile ausilio alle indagini, ma presentano importanti criticità.
Introduzione, storia e rischi delle banche dati di polizia
Nel 1981 fu istituito presso il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell'Interno un centro elaborazione dati (d'ora innanzi "C.E.D.") che raccoglie i vari archivi istituiti dalla varie forze di polizia (il legislatore nel 2017 ha contato almeno 64 le banche dati che trattano dati personali!).
La legge obbliga peraltro da tempo tutte le forze di polizia a far confluire nel Centro elaborazione dati del Dipartimento della pubblica sicurezza informazioni e dati destinati all'analisi e alla valutazione, nonché alla loro successiva disponibilità da parte delle medesime forze di polizia (art. 6, primo comma, lett. a), l. n. 121/1981).
In particolare, per disposizione degli artt. 6/ 1 lett. a) e 7/ 1 della l. 121/81, e per effetto dell'obbbblòigo introdotto nel nel 2001 per tutte le Forze di Polizia, di alimentare, con completezza e tempestività, il CED (art 21 L. 128/2001), oggi nel CED sono conservati i dati e le informazioni
da sentenze o provvedimenti dell'autorità giudiziaria.
Il senso è ovviamente quello di rendere immediatamente consultabili e utilizzabili anche da parte delle Forze di Polizia che non le hanno originate le informazioni confluite nel CED.
Non è questa la sede per qualche considerazione sulla creazione di banche dati di "sorveglianza globale" , contenenti oltretutto giudizi sulla stima e la reputazione degli interessati, notizie sulle relazioni familiari ed amichevoli, e notizie "atte a lumeggiare la figura dell'interessato", con proliferazione eccessiva e conservazione stabile dalla sola Arma dei Carabinieri di un numero enorme di pratiche permanenti (circa 95 milioni!, come rilevava un allarmato Garante per la protezione dei dati personali nel 2001).
Va però rimarcato come oltre ad un numero di fascicolo eccessivo (!), lo stesso Garante ha altresì rilevato una eccessiva ampiezza delle informazioni inserite e l’eccessivo numero dei soggetti abilitati alla consultazione: nel 2005 il sistema informativo del CED annoverava un numero elevato di soggetti legittimati alla sua consultazione, complessivamente superiore a 130.000 unità abilitate presso circa 12.000 uffici, con un volume giornaliero medio superiore a 650.000 accessi da parte di circa 8.000 soggetti abilitati, con 47 profili differenziati di autorizzazione che vanno dalla sola abilitazione alla consultazione fino ad un utilizzo particolarmente ampio dello S.d.i . (cfr,. Provvedimento del 17 novembre 2005 https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1213309, che auspicava interventi in materia di soggetti abilitati alla consultazione e all'inserimento dei dati; censimento delle postazioni informatiche; autenticazione informatica; modalità di accesso al sistema; cifratura dei dati sensibili e giudiziari (assente!); limitazioni e controlli sull´utilizzo dei dati; finalità dell´utilizzo dei dati consultati; auditing di sicurezza; rapporti statistici; sicurezza e integrità dei dati di log e di auditing; disponibilità dei dati e continuità di esercizio del sistema).
Nonostante il tempo passato (con mutamento del quadro normativo in materia di riservatezza dei dati, sia a livello sovranazionale con il Regolamento UE 2016 679 e la Direttiva (UE) 2016/680, che a livello nazionale col D.lgs. 196/2003, D.lgs. 51/2018 e al D. Lgs. 101/18), e nonostante i plurimi interventi anche del Garante, la tendenza di far confluire nel CED più informazioni e autorizzando sempre più soggetti alla consultazione è purtroppo proseguita.
Infatti, il legislatore è intervenuto da ultimo con la L. 1 dicembre 2018, n. 132 in G.U. 03/12/2018, n. 281 ampialando sia la tipologia di dati da inserire (estendendolo ai nominativi dei conducenti di autonoleggio) che la platea dei soggetti legittimati alla consultazione (corpo e servizi di polizia municipale in comuni superiori a 100.000 abitanti), laddove inizialmente l'art. 9 della stessa legge consentiva l'accesso ai dati e la loro utilizzazione agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti alle forze di polizia, agli ufficiali di pubblica sicurezza, ai funzionari dei servizi di sicurezza e all'autorità giudiziaria per gli accertamenti necessari per i procedimenti in corso e nei limiti stabiliti dalle vigenti leggi processuali, specificando che è vietato l'uso dei dati per finalità diverse da quelle inerenti alla tutela dell'ordine, della sicurezza pubblica e della prevenzione e repressione della criminalità).
Quale utilizzazione processuale dei dati tratti dalla banca dati?
Quanto invece alle obiezioni di merito, si rileva che l’inserimento nel CED – con successiva consultazione ed utilizzo investigativo e processuale – delle denunce o querele subite non appare del tutto in linea con quanto autorevolmente statuito dalla Corte costituzionale, che a più riprese ha affermato come la denuncia «è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce», per cui non è possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l'obbligo degli organi competenti «a verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l'inizio di un procedimento penale» (Corte Costituzionale, sentenza 466/2005 che richiama anche le sentenze 78/2005 e 173/97).
Ancora, la permanenza nell’archivio CED di dette informazioni di polizia anche dopo l’archiviazione / assoluzione potrebbe essere in contrasto con quanto affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha sancito che "lo Stato convenuto sia andato oltre il margine di apprezzamento di cui dispone in materia, in quanto il regime di conservazione, nello schedario in questione, delle impronte digitali di persone sospettate di avere commesso dei reati ma non condannate" per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU; MK vs. Francia, 2013, cfr. infra).
Ci si vuole però soffermare sulla utilizzabilità procedimentale e processuale dei riscontri tratti dal C.E.D.
Si pensi d'altro canto all'utilizzo di tali archivi nei procedimenti amministrativi, ad esempio relativi al rilascio di autorizzazioni di polizia (porto d'armi, ecc.), o relativi alle cd. misure di prevenzione di cui al D.lgs. 159/2011 )“Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”).
Peraltro, secondo i pressoché unanimi principi enunciati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, la cancellazione del dato dall'archivio informatico non è consentita neppure quando il procedimento penale si sia esaurito con una sentenza di assoluzione (Cass., Sez. II, 11 febbraio 1994, Moretti), dato che, in questo caso, è possibile soltanto ordinare l'integrazione del dato mediante l'annotazione della intervenuta decisione di proscioglimento (Cass., Sez. IV, 13 aprile 1992, Calia)
L’indirizzo è purtroppo pacifico in giurisprudenza ed è stato riaffermato – in attesa che qualcuno sollevi una questione di legittimità costituzionale o faccia ricorso a Strasburgo – anche nel 2018 (cfr. Corte Suprema di Cassazione, 29 agosto 2018, n. 21362).
fare istanza di acceso al C.E.D. (qui un fac-simile da compilare, firmare e spedire con RAR e documentazione rilevante a 'Direzione centrale della Polizia criminale/Ufficio Tecnico Giuridico e Contenzioso - via Torre di Mezzavia, n. 9 /121 – 00173 Roma; indirizzo PEC è dipps.dcpcufficiocontenzioso@pecps.interno.it);
per la cancellazione è necessario mettere in conto un iter complesso, ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'Uomo compreso.
CED e S.D.I. sono la stessa cosa?
No. La "catalogazione delle informazioni" che pervengono al C.E.D. avviene mediante un «Sistema Di Indagine» (S.D.I.) che non prevede schedari ma si fonda sulla memorizzazione dell’evento che ha dato origine all’inserimento e dal quale derivano, automaticamente e logicamente, i collegamenti con i soggetti in esso coinvolti, con gli oggetti che lo riguardano (armi, auto, documenti o altri beni), con le denunce e i provvedimenti (misure pre-cautelari, cautelari o di sicurezza) che ne sono discesi nonché, infine, con qualsiasi altra segnalazione utile per individuare le caratteristiche dei soggetti interessati (pericolosità, soprannomi, alloggi e passaporti utilizzati, controlli cui sono stati sottoposti, ..).
Sono enumerati dal decreto 24 maggio 2017, "Individuazione dei trattamenti di dati personali effettuati dal Centro elaborazione dati del Dipartimento della pubblica sicurezza o da Forze di polizia sui dati destinati a confluirvi, ovvero da organi di pubblica sicurezza o altri soggetti pubblici nell'esercizio delle attribuzioni conferite da disposizioni di legge o di regolamento, effettuati con strumenti elettronici e i relativi titolari, in attuazione dell'articolo 53, comma 3, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. (17A04275) (GU Serie Generale n.145 del 24-06-2017 - Suppl. Ordinario n. 33): http://www.gazzettaufficiale.it/do/atto/serie_generale/caricaPdf?cdimg=17A0427500100010110001&dgu=2017-06-24&art.dataPubblicazioneGazzetta=2017-06-24&art.codiceRedazionale=17A04275&art.num=1&art.tiposerie=SG
Sistema di riconoscimento faciale SARI: secondo il capitolato di appalto, l’algoritmo pagato 678.000 uro oltre IVA alla società Parsec 3.26, deve essere in grado di generare degli alertquando nel video appaiono individui presenti nella watch-list“a supporto di operazioni di controllo del territorio in occasione di eventi e/o manifestazioni.” Ma: con quale scopo trattare dati di persone che partecipano alle manifestazioni pubbliche (concerti, ma anche cortei, manifestazioni politiche..) senza che sia stato commesso un crimine? https://medium.com/@ORARiccardo/anche-litalia-si-%C3%A8-munita-di-un-sistema-di-riconoscimento-facciale-4a6f4c4e4f3f
Il nulla osta del Garante del luglio 2018 recita "Il sistema SARI Enterprise non effettuerà elaborazioni aggiuntive rispetto al AFIS-SSA, ma si limiterà ad automatizzare alcune operazioni che prima richiedevano l'inserimento manuale di connotati identificativi". Il nulla osta del Garante della Privacy sull'utilizzo del SARI in modalità enterprise, ma che non considera la modalità Real-Time, dove il sistema in una area ristretta deve “analizzare in tempo reale i volti dei soggetti ripresi dalle telecamere ivi installate confrontandoli con una watch-list la cui grandezza è dell’ordine delle centinaia di migliaia di soggetti.” https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9040256(link consultati il del 26 settembre 2018)
Mantenere i dati per così lungo tempo viola i diritti fondamentali?
La Corte EDU nella sentenza del 18 settembre 2014 BRUNET c Francia (ricorso n. 21010/10) ha rilevato la violazione dell'art. 8 la conservazione nei registi di polizia di informazioni circa una denuncia e la pendenza di un procedimento penale (poi conclusosi con una mediazione) nell'ordinamento francese perché non proporzionato:
Il lui reste donc à examiner la nécessité de l'ingérence au regard des exigences de la Convention, qui commandent qu'elle réponde à un « besoin social impérieux » et, en particulier, qu'elle soit proportionnée au but légitime poursuivi et que les motifs invoqués par les autorités nationales pour la justifier apparaissent « pertinents et suffisants » (voir, notamment, M.K. c. France, no 19522/09, § 33, 18 avril 2013).
S'il appartient tout d'abord aux autorités nationales de juger si toutes ces conditions se trouvent remplies, c?est à la Cour qu?il revient de trancher en définitive la question de la nécessité de l?ingérence au regard des exigences de la Convention (Coster c. Royaume-Uni [GC], no 24876/94, § 104, 18 janvier 2001, et S. et Marper c. Royaume-Uni [GC], nos 30562/04et 30566/04, § 101, CEDH 2008). Une certaine marge d?appréciation, dont l?ampleur varie et dépend d'un certain nombre d?éléments, notamment de la nature des activités en jeu et des buts des restrictions, est donc laissée en principe aux États dans ce cadre (voir, notamment, Klass et autres c. Allemagne, 6 septembre 1978, § 49, série A no 28, Smith et Grady c. Royaume-Uni, nos 33985/96 et 33986/96, § 88, CEDH 1999-VI, Gardel c. France, no 16428/05, B.B. c. France, no 5335/06, et M.B. c. France, no 22115/06, 17 décembre 2009, respectivement §§ 60, 59 et 51). Cette marge est d?autant plus restreinte que le droit en cause est important pour garantir à l'individu la jouissance effective des droits fondamentaux ou d'ordre « intime » qui lui sont reconnus (Connors c. Royaume-Uni, no 66746/01, § 82, 27 mai 2004, et S. et Marper, précité, § 102). En revanche, lorsqu?il n'y a pas de consensus au sein des États membres du Conseil de l'Europe, que ce soit sur l'importance relative de l?intérêt en jeu ou sur les meilleurs moyens de le protéger, la marge d'appréciation est plus large (Dickson c. Royaume-Uni [GC], no 44362/04, § 78, CEDH 2007-XIII).
La protection des données à caractère personnel joue un rôle fondamental pour l'exercice du droit au respect de la vie privée et familiale consacré par l'article 8 de la Convention. La législation interne doit donc ménager des garanties appropriées pour empêcher toute utilisation de données à caractère personnel qui ne serait pas conforme aux garanties prévues dans cet article. Cette nécessité se fait d'autant plus sentir lorsqu'il s'agit de protéger les données à caractère personnel soumises à un traitement automatique, en particulier lorsque ces données sont utilisées à des fins policières. Le droit interne doit notamment s'assurer que ces données sont pertinentes et non excessives par rapport aux finalités pour lesquelles elles sont enregistrées, et qu?elles sont conservées sous une forme permettant l?identification des personnes concernées pendant une durée n?excédant pas celle nécessaire aux finalités pour lesquelles elles sont enregistrées. Le droit interne doit aussi contenir des garanties de nature à protéger efficacement les données à caractère personnel enregistrées contre les usages impropres et abusifs (S. et Marper c. Royaume-Uni, précité, § 103, Gardel c. France, précité, § 62, CEDH 2009, et M.K. c. France, précité, § 35).
Pour apprécier le caractère proportionné de la durée de conservation des informations au regard du but poursuivi par leur mémorisation, la Cour tient compte de l?existence ou non d?un contrôle indépendant de la justification de leur maintien dans le système de traitement, exercé sur la base de critères précis tels que la gravité de l'infraction, les arrestations antérieures, la force des soupçons pesant sur la personne ou toute autre circonstance particulière (S. et Marper c. Royaume-Uni, précité, § 119, et B.B. c. France, précité, § 68).
Enfin, il appartient à la Cour d'être particulièrement attentive au risque de stigmatisation de personnes qui, à l'instar du requérant, n'ont été reconnues coupables d'aucune infraction et sont en droit de bénéficier de la présomption d'innocence. Si, de ce point de vue, la conservation de données privées n'équivaut pas à l'expression de soupçons, encore faut-il que les conditions de cette conservation ne leur donne pas l'impression de ne pas être considérés comme innocents (S. et Marper, précité, § 122, et M.K., précité, § 36).
L'application des principes susmentionnés au cas d'espèce
La Cour observe d'emblée que le requérant se plaint d?une atteinte susceptible d'être portée à sa vie privée et familiale du fait de son inscription au fichier, dans le cadre d'une éventuelle procédure devant le juge aux affaires familiales relative au droit de garde de son enfant. Or, elle constate que ce magistrat ne figure pas parmi les personnes ayant accès au fichier concerné. La situation dénoncée par le requérant n'est donc pas susceptible de se produire.
En revanche, s'agissant du caractère outrageant invoqué, la Cour note que si les informations répertoriées au STIC ne comportent ni les empreintes digitales (à la différence du fichier automatisé des empreintes digitales - voir M.K., précité) ni le profil ADN des personnes, elles présentent néanmoins un caractère intrusif non négligeable, en ce qu'elles font apparaître des éléments détaillés d'identité et de personnalité en lien avec des infractions constatées, dans un fichier destiné à la recherche des infractions.
En outre, la Cour relève que le requérant a bénéficié, à la suite de la médiation pénale, d'un classement sans suite justifiant qu'il reçoive un traitement différent de celui réservé à une personne condamnée, afin d'éviter tout risque de stigmatisation (S. et Marper, précité, § 22, et M.K., précité, § 42). À ce titre, elle observe que depuis la loi du 14 mars 2011, l?article 230-8 du code de procédure pénale dispose que, dans une telle hypothèse, le classement sans suite doit faire l'objet d'une mention sur la fiche enregistrée au STIC et les données relatives à la personne concernée ne peuvent alors plus être consultées dans le cadre de certaines enquêtes administratives. En l'espèce, la Cour ignore si la décision du ministère public a été effectivement inscrite parmi les informations concernant le requérant. Néanmoins, elle constate qu'en tout état de cause cette mesure n'a pas d'effet sur la durée de conservation de la fiche, qui est de vingt ans. Or, elle considère que cette durée est importante, compte tenu de l'absence de déclaration judiciaire de culpabilité et du classement sans suite de la procédure après le succès de la médiation pénale. Il lui appartient donc de s'interroger sur le caractère proportionné d'un tel délai, en tenant compte de la possibilité pour l?intéressé de demander l'effacement anticipé des données (voir mutatis mutandis, M.K., précité, § 45).
À cet égard, la Cour relève que la loi, dans sa version applicable à l'époque des faits comme dans celle en vigueur, ne donne au procureur le pouvoir d?ordonner l?effacement d?une fiche que dans l'hypothèse d'un non-lieu ou d'un classement sans suite motivé par une insuffisance des charges, outre les cas de relaxe ou d'acquittement pour lesquels l'effacement est de principe mais où il peut prescrire le maintien des données au STIC. En l'espèce, pour rejeter la demande présentée à cette fin par le requérant, le procureur de la République d'Evry a appliqué strictement ces dispositions et s'est borné à constater que la procédure concernée avait fait l'objet d'une décision de classement sans suite fondée sur une autre cause que lìabsence d'infraction ou son caractère insuffisamment caractérisé. Il n'avait donc pas compétence pour vérifier la pertinence du maintien des informations concernées dans le STIC au regard de la finalité de ce fichier, ainsi que des éléments de fait et de personnalité. La Cour estime qu?un tel contrôle ne saurait passer pour effectif, l'autorité chargée de l'exercer n'ayant pas de marge d'appréciation pour évaluer l'opportunité de conserver les données.
De même, elle note qu'à l'époque des faits la décision du procureur de la République n'était susceptible d'aucun recours. Certes, d?une part, le droit interne permet désormais à l'intéressé d?adresser une nouvelle demande au magistrat référent visé à l'article 230-9 du code de procédure pénale, comme le soutient le Gouvernement. La Cour observe néanmoins que le texte précise que ce magistrat « dispose des mêmes pouvoirs d'effacement, de rectification ou de maintien des données personnelles (...) que le procureur de la République». Aux yeux de la Cour, un tel recours ne présente donc pas le caractère d'effectivité nécessaire, l?autorité décisionnaire ne disposant d?aucune marge d?appréciation quant à la pertinence du maintien des informations au fichier, notamment lorsque la procédure a été classée sans suite après une médiation pénale, comme en l'espèce. D?autre part, la jurisprudence récente du Conseil d?État reconnaît la possibilité d'exercer un recours pour excès de pouvoir contre les décisions du procureur en matière d'effacement ou de rectification, qui ont pour objet la tenue à jour du STIC et sont détachables d?une procédure judiciaire (paragraphe 19 ci-dessus). Cependant, la Cour constate que cette faculté n'était pas reconnue à l'époque des faits, le requérant s'étant vu expressément notifier l'absence de toute voie de contestation ouverte contre la décision du procureur du 1er décembre 2009.
Ainsi, bien que la conservation des informations insérées dans le STIC soit limitée dans le temps, il en découle que le requérant n?a pas disposé d'une possibilité réelle de demander l?effacement des données le concernant et que, dans une hypothèse telle que celle de l?espèce, la durée de vingt ans prévue est en pratique assimilable, sinon à une conservation indéfinie, du moins à une norme plutôt qu'à un maximum (M.K., précité).
En conclusion, la Cour estime que l'État défendeur a outrepassé sa marge d'appréciation en la matière, le régime de conservation des fiches dans le STIC, tel qu'il a été appliqué au requérant, ne traduisant pas un juste équilibre entre les intérêts publics et privés concurrents en jeu. Dès lors, la conservation litigieuse s?analyse en une atteinte disproportionnée au droit du requérant au respect de sa vie privée et ne peut passer pour nécessaire dans une société démocratique.
Il y a donc eu violation de l?article 8 de la Convention.
Nel corso di un procedimento penale a carico di un cittadino macedone imputato del reato di cui all?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (TU delle disposizioni concernenti la disciplina dell?immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall?articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), il Tribunale di Gorizia, con ordinanza del 4 agosto 2003, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del predetto articolo 13, comma 13 bis, in riferimento agli articoli 2, 3 e 27 della Costituzione.
È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall?Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata. Osserva l?Avvocatura che le fattispecie criminose di cui agli articoli 13 e 13 bis del D.Lgs 286/98 non sono fra loro paragonabili, in quanto nell?un caso si è in presenza di rientro dopo la prima espulsione e nell?altro di rientro dopo la seconda espulsione. Quanto alla dedotta violazione dell?articolo 27 Costituzione, l?Avvocatura rileva che l?elemento della denuncia riveste un ruolo secondario nella configurazione dell?ipotesi di reato contestata dal remittente, perché ciò che assume peso decisivo è il fatto del reingresso dopo la seconda espulsione, rispetto al quale la denuncia è soltanto un «antecedente logico prima ancora che giuridico».
Il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica solleva, in riferimento agli articoli 2, 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell?immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall?articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo). Nell?ordinanza di rimessione si premette che l?articolo 13 del d.lgs 286/98 prevede la pena dell?arresto e l?espulsione con accompagnamento alla frontiera per lo straniero che, essendo stato espulso dal territorio dello Stato, vi rientri senza una speciale autorizzazione del ministro dell?Interno. Ciò posto, il remittente sostiene che la norma censurata ? la quale commina la reclusione da uno a quattro anni allo straniero che, essendo stato denunciato ed espulso per il reato di cui all?articolo 13, comma 13, faccia reingresso nel territorio nazionale ? violi i suindicati parametri costituzionali, in quanto irragionevolmente attribuisce alla mera circostanza dell?avvenuta denunzia per il reato di reingresso l?efficacia di trasformare in grave delitto un comportamento altrimenti costituente reato contravvenzionale.
Occorre premettere che, successivamente all?ordinanza di rimessione, il quadro normativo è stato modificato dall?articolo 1, comma 2ter, del Dl 241/04 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, nella legge 271/04. Per quanto specificamente interessa la questione in esame, la sanzione prevista per il reato oggetto del giudizio a quo è stata aggravata nel massimo (da quattro a cinque anni di reclusione) ed il reato previsto dall?articolo 13, comma 13, anche in riferimento al quale il Tribunale di Gorizia ha motivato le sue censure, è stato trasformato da contravvenzione in delitto, con la previsione della pena della reclusione da uno a quattro anni. Tali modifiche, tuttavia, non impongono la restituzione degli atti al giudice remittente in quanto, comportando un aggravamento della posizione dell?imputato ? in via immediata per effetto dell?aggravamento della pena ed in via mediata, ma pur sempre rilevante, in conseguenza delle modifiche del quadro normativo di riferimento ? esse non sono applicabili al processo a quo, ai sensi dell?articolo 2, comma, 3 del Cp.
La questione riguarda, pertanto, la disposizione nel testo vigente al momento della commissione del fatto contestato e quale viveva nel quadro normativo allora esistente; così individuata nel suo oggetto, essa è fondata con riferimento all?articolo 3 della Costituzione. Questa Corte ha recentemente ribadito che la denuncia «è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce» (v. sentenza 78/2005, ma cfr. anche la sentenza 173/97). Di conseguenza, si è ritenuto che non sia possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l?obbligo degli organi competenti «a verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l?inizio di un procedimento penale». Il legislatore del 2002 formulò la disposizione in scrutinio, con riguardo al sistema normativo all?epoca vigente, trasformando in delitto una fattispecie contravvenzionale per il solo fatto che lo straniero rientrato in Italia fosse stato denunciato per la contravvenzione di reingresso nel territorio nazionale senza autorizzazione ministeriale. Né alcun rilievo può avere la circostanza che alla denuncia era collegata anche l?espulsione perché, nel regime antecedente la sentenza di questa Corte 222/04, l?espulsione con accompagnamento alla frontiera era eseguita anche prima dell?eventuale convalida, sicché neppure sotto tale profilo la denuncia era soggetta ad alcuna delibazione.
La Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale dell?articolo 13, comma 13 bis, secondo periodo, del D.Lgs 286/98 (Tu delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), risultante dalle modifiche introdotte nel testo dall'articolo 12 della legge 189/02 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo).
74 del 23 febbraio 2017
L'individuazione dei trattamenti ai sensi dell'articolo 53, comma 2, del Codice assume particolare importanza nel quadro dell'attuazione della disciplina in materia di protezione dei dati personali a trattamenti effettuati per finalità di particolare interesse pubblico.
In questo quadro il Garante, fermo restando che spetta alle amministrazioni interessate l'individuazione dei trattamenti e della predetta specifica base normativa, rileva che riguardo a taluni trattamenti inseriti nello schema non consta l'esistenza di una disposizione di legge o di regolamento nel senso descritto ovvero non è sufficientemente dimostrato il nesso di correlazione diretta tra il trattamento di dati e la finalità di polizia.
prospettare attività di cooperazione tra gli attori istituzionali e, in particolare, tra le Forze di polizia;
rendicontare l'attività di polizia giudiziaria e di vigilanza economico-finanziaria svolta dalla Guardia di Finanza nello specifico settore per le successive finalità di analisi."
Ai fini dell'analisi che precede si rappresenta che alcuni dei trattamenti su cui in precedenza erano stati espressi dubbi circa la congruità della base normativa non sono più oggetto di specifica osservazione essendo disciplinati nello schema di regolamento generale ed in quello settoriale che regolamenta le attività del C.E.D. interforze, predisposti dal Ministero dell'Interno per dare attuazione all'articolo 57 del Codice sui quali pure il Garante si accinge a rendere parere. Ci si riferisce in particolare ai trattamenti individuati nelle schede n. 15 (Sistemi di videosorveglianza), n. 18 (Sistema di documentazione video-fotografica dei servizi di ordine pubblico e di polizia giudiziaria), nn. 20 e 21 (Bodycam 1 e 2).