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Timestamp: 2018-07-16 18:34:43+00:00
Document Index: 27607358

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La cavalcata dei danni punitivi. I punit...
18 gennaio 2018 Giuseppina Leoncavallo Articoli, Diritto civile, Diritto internazionale e comunitario, Diritto processuale
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile, con la sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017, hanno affrontato il complesso tema della delibazione di sentenza straniera di condanna al pagamento di danni punitivi.
I giudici di legittimità hanno riconosciuto un’ulteriore finalità deterrente e sanzionatoria della responsabilità civile, le quali fungono da corollario della più ampia funzione restauratrice dell’ingiusto danno subìto da un soggetto di diritto.
Alla luce di quanto affermato dalle Sezioni Unite, la delibazione di una sentenza straniera di condanna ai danni punitivi non è più categoricamente inammissibile nel nostro ordinamento: a determinate condizioni, individuate nella pronuncia , la condanna al pagamento dei cd. punitive damages può essere riconosciuta nell’ordinamento interno.
Gli Ermellini, allo scopo di porre fine ai contrasti sorti in precedenza tra le pronunce della diverse sezioni stessa Corte[1], hanno applicato alla responsabilità civile la nozione di ordine pubblico che, , oltre a ricomprendere i princìpi fondamentali della Costituzione, deve estendersi anche alle forme di tutela di livello sovraordinato rispetto alla legislazione ordinaria.
La funzione dell’ordine pubblico è, dunque, quella di preservare il diritto interno, rafforzando le interpretazioni conformi ai princìpi fondamentali della Carta Costituzionale, da valutarsi in armonia con quelli della comunità internazionale.
Le Sezioni Unite richiedono al giudice della delibazione di verificare in concreto che la norma straniera alla base della condanna ai punitive damages sia compatibile non con la legge italiana (poiché questo sarebbe impossibile, non avendo la responsabilità civile finalità punitiva), ma con i valori della Costituzione e dei princìpi comunitari e internazionali.
Oltre ad una verifica di compatibilità con l’ordine pubblico, occorre che non esista, nell’ordinamento interno, una disciplina antitetica e conflittuale con la norma straniera fonte di condanna.
Il riconoscimento della sentenza straniera, inoltre, implica un ulteriore verifica da parte del Giudice italiano: la sentenza deve essere stata emanata dal Giudice straniero nel rispetto della legge straniera a cui il Giudice è vincolato. In altre parole, occorre che i requisiti della tipicità e della prevedibilità delle ipotesi di condanna, siano rispettate in ogni tempo e in ogni luogo. La delibazione, in tal senso, avrà ad oggetto unicamente gli effetti della sentenza straniera con il limite della compatibilità con l’ordine pubblico interno.
Le Sezioni Unite, nella sentenza in esame, hanno ampliato la nozione della responsabilità civile, facendo riferimento alla polifunzionalità dell’istituto. Il risarcimento del danno, infatti, non ha solo la funzione di riparare il pregiudizio sofferto dal danneggiato, poiché nel valutare la condanna al pagamento della somma di denaro, oltre alla funzione eminentemente riparatoria, il giudice deve valutare anche la condotta del danneggiante.
Alla luce di quanto affermato dai Giudici di legittimità, il risarcimento del danno si può connotare di una funzione deterrente e sanzionatoria (polifunzionale, per l’appunto).
La polifunzionalità evidenziata dalla Suprema Corte necessita tuttavia di un temperamentolegislativo, poiché il Giudice non potrebbe in nessun caso “imprimere accentuazioni soggettive ai risarcimenti che vengono liquidati“, essendo comunque vincolato alle previsioni normative in tema di risarcimento e quantificazione del danno.
Come evidenziato dalla Corte di Cassazione, infatti, il riconoscimento di una sentenza di condanna straniera di danni punitivi, non equivale ad introdurre una nuova figura punitiva in tema di risarcimento del danno.
[1] Cfr., su tutte, Cass. Civ., Sez. III, 19 gennaio 2007, n. 1183 e Cass. Civ. Sez. I, 8 febbraio 2012, n. 1781. I giudici si pronunciarono infatti contrari alla tesi della riconoscibilità dei danni punitivi nell’ordinamento italiano affermando che il diritto al risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo non è riconosciuto con caratteristiche e finalità punitive.