Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-1368-codice-civile-pratiche-generali-interpretative
Timestamp: 2019-07-21 06:03:27+00:00
Document Index: 56421779

Matched Legal Cases: ['art. 1340', 'art. 1368', 'art. 1368', 'art. 1362', 'art. 1362', 'art. 1366']

Art. 1368 codice civile: Pratiche generali interpretative | La Legge per tutti
Art. 1368 codice civile: Pratiche generali interpretative
Le clausole ambigue s’interpretano secondo ciò che si pratica generalmente nel luogo (1) in cui il contratto è stato concluso.
Nei contratti in cui una delle parti è un imprenditore, le clausole ambigue s’interpretano secondo ciò che si pratica generalmente nel luogo in cui è la sede dell’impresa (2).
Clausola: [v. 1363]; Contratto: [v. Libro IV, Titolo II]; Imprenditore: [v. 2082].
(1) Si tratta dei cd. usi interpretativi, cioè quei comportamenti dai quali è possibile ricavare il significato che individui di un certo luogo danno nella pratica a clausole di per sé ambigue. Sugli usi negoziali, v. art. 1340.
(2) Nel caso di conflitto tra sede registrata e sede effettiva [v. 46] prevale quest’ultima. Se il contratto è concluso tra due imprese torna a prevalere la regola che richiama gli usi del luogo di formazione del contratto.
In tema di interpretazione del contratto, gli "usi interpretativi", di cui all'art. 1368 c.c., costituiscono un criterio ermeneutico di carattere oggettivo e, sussidiario, il quale presuppone, secondo l'espresso tenore letterale della stessa disposizione (che riferisce l'applicabilità di tale criterio alle "clausole ambigue"), una persistente incertezza in ordine all'identificazione dell'effettiva volontà delle parti, rimanendo, pertanto, escluso allorché questa risulti determinata o determinabile, senza margini di dubbio, attraverso l'adozione di prioritari criteri legali di ermeneutica, come quelli (art. da 1362 a 1365 c.c.) che regolano l'interpretazione soggettiva (o storica) del contratto. Avendo, inoltre, dette pratiche interpretative carattere negoziale e non normativo, è onere della parte dedurre l'esistenza, il contenuto e la non corretta applicazione di determinati usi, che siano stati oggetto di specifica allegazione nel giudizio di merito.
Cassazione civile sez. II 30 aprile 2012 n. 6601
Gli usi interpretativi costituiscono un criterio ermeneutico di carattere oggettivo e, quindi sussidiario, che presuppone - secondo l'espresso tenore letterale dell'art. 1368 c.c. (che riferisce l'applicabilità di tale criterio alla clausole ambigue) - una persistente incertezza in ordine alle identificazioni della effettiva volontà delle parti ed è - pertanto - escluso allorché questa risulti determinata o determinabile, senza margini di dubbio, attraverso l'adozione di prioritari criteri legali di ermeneutica come quelli che regolano la interpretazione soggettiva (o storica) del contratto.
Le regole interpretative, elencate negli articoli da 1362 a 1371 del codice civile, sono ordinate secondo un criterio gerarchico: l'attività ermeneutica si incentra nella ricerca della comune intenzione delle parti contraenti ed ove il significato letterale delle parole e delle espressioni del contratto risulti sufficientemente preciso, vale a dire certo ed immediato, all'interprete è preclusa l'applicazione di ulteriori criteri ermeneutici sussidiari.
Tribunale Milano 15 dicembre 2009
Le regole legali di ermeneutica contrattuale sono elencate negli art. 1362-1371 c.c. secondo un ordine gerarchico. Le norme degli art. 1362-1365, quindi, precedono quelle integrative recate dagli art. 1366-1371 escludendone l'applicabilità quando le prime rendano palese la comune volontà dei contraenti. Pertanto, qualora il senso letterale delle espressioni impiegate riveli con chiarezza e univocità la volontà comune e non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l'intento effettivo avuto di mira, il giudice del merito deve arrestarsi al significato letterale delle parole e non può fare ricorso agli ulteriori criteri di ermeneutica, se non (fuori dalla ipotesi di ambiguità della clausola) previa rigorosa dimostrazione della insufficienza del mero dato letterale a evidenziare in modo soddisfacente la volontà contrattuale. (Nella specie il promittente acquirente era stato immesso nel godimento dell'immobile oggetto del contratto con il divieto di eseguire opere che non potessero essere rimosse senza arrecare danni all'immobile e con la facoltà, per l'altra parte, di ritenere a titolo gratuito ogni opera eventualmente eseguita in caso di restituzione alla promittente venditrice del bene promesso in vendita per qualsiasi causa. Avendo la Corte di appello affermato che la espressione per qualsiasi causa dovesse interpretarsi come idonea a fondare la facoltà della promittente venditrice di ritenere le opere solo nel caso in cui l'acquirente fosse stato tenuto a restituire il bene per fatto a sé imputabile, da escludersi nella specie; in applicazione del principio di cui sopra la Suprema Corte ha cassato la pronunzia del giudice "a quo").
Cassazione civile sez. II 30 ottobre 2009 n. 23066