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Timestamp: 2018-12-14 01:57:51+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza\n', 'art. 48', 'art. 142', 'sentenza ', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 12', 'art. 142', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 12']

Esdebitazione dopo il fallimento: cos'è e quando viene concessa
Esdebitazione dopo il fallimento: cos’è e quando viene concessa
> Business Pubblicato il 3 Set 2015
L’esdebitazione al fallito non tocca di diritto: spetta sempre al giudice valutare la significatività dei versamenti effettuati.
Esdebitazione: nient’altro che la liberazione, del soggetto fallito, dai debiti rimasti non pagati dopo la chiusura del fallimento. Non si tratta, però, di un diritto. Ma va concessa dal giudice sulla base di una valutazione, di volta in volta, circa la significatività dei versamenti effettuati ai creditori. Insomma, non ci si lava le mani del passato solo con una insignificante percentuale di pagamenti effettuata dal curatore fallimentare. A dirlo è la Cassazione con una sentenza depositata l’altro ieri [1]. La Corte, in particolare, ha ricordato che non esiste alcun automatismo nella concessione dell’esdebitazione: spetta sempre al giudice la valutazione circa la concessione del beneficio ed è comunque subordinata un pagamento almeno significativo dei creditori.
1 Come funziona l’esdebitazione?
2 Chi può essere ammesso all’esdebitazione?
4 La sentenza
Come funziona l’esdebitazione?
L’esdebitazione è un beneficio previsto dalla Legge fallimentare che consente all’imprenditore fallito – purché si tratti di persona fisica – di liberarsi dai debiti che residuano verso i creditori non soddisfatti dopo la chiusura del fallimento. Difatti la regola vorrebbe che, chiuso il fallimento, l’imprenditore resti obbligato per i residui debiti che il curatore non è riuscito a pagare con la liquidazione del patrimonio attivo dell’impresa. L’esdebitazione evita proprio questo: che l’imprenditore, dopo il “calvario” del fallimento, si trovi di nuovo “punto e a capo” e debba tornare a combattere contro i creditori.
L’esdebitazione, dunque, punta a “favorire il fallito onesto ma sfortunato, indipendentemente da qualsiasi accertamento sull’entità dei pagamenti ottenuti dai creditori concorsuali”.
Chi può essere ammesso all’esdebitazione?
Possono beneficiare dell’esdebitazione gli imprenditori individuali, ma anche i soci illimitatamente responsabili di una società dichiarata fallita (nel caso di società di persone: snc, sas, società semplice).
3) non abbia violato le disposizioni di cui all’art. 48, l. fall. (Corrispondenza diretta al fallito);
Sono esclusi dall’esdebitazione:
Il tribunale, con il decreto di chiusura del fallimento o su ricorso del debitore presentato entro l’anno successivo, verificate le condizioni di cui all’art. 142 e tenuto altresì conto dei comportamenti collaborativi del medesimo, sentito il curatore ed il comitato dei creditori, dichiara inesigibili nei confronti del debitore già dichiarato fallito i debiti concorsuali non soddisfatti integralmente.
Il ricorso e il decreto del tribunale sono comunicati dal curatore ai creditori a mezzo posta elettronica certificata.
A seguito di una procedura fallimentare il totale dei pagamenti effettuati dal curatore, attraverso la liquidazione dell’attivo, arrivava complessivamente a circa 57mila euro, mentre il totale dei crediti ammessi al passivo sfiorava i 4 milioni. A restare del tutto a bocca asciutta erano stati soprattutto i creditori chirografari.
Secondo la Cassazione, la legge fallimentare esclude la concessione del beneficio dell’esdebitazione se i creditori non sono stati soddisfatti neppure in parte. La norma attribuisce evidentemente all’autorità giudiziaria un margine di discrezionalità sulla portata di effettiva soddisfazione delle ripartizioni per i creditori. La parzialità infatti, osserva la sentenza, può essere riferita non solo al numero dei creditori soddisfatti, sulla totalità di quelli ammessi, ma anche alla percentuale di pagamento dei singoli crediti.
Già in passato, la Cassazione a Sezioni unite [2] aveva fatto riferimento al “prudente apprezzamento del giudice” nel confrontare quanto complessivamente dovuto con le ripartizioni effettuate.
[1] Cass. sent. n. 17386/15 dell’1.09.2015.
[2] Cass. S.U. sent. n. n. 24214/2011.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 13 maggio – 1 settembre 2015, n. 17386
Presidente Ceccherini – Relatore Nappi
Con il decreto impugnato la Corte d’appello di Roma ha confermato il rigetto della richiesta di esdebitazione presentata il 28 gennaio 2010 da P. D.B. dopo la chiusura per definitiva ripartizione dell’attivo del suo fallimento in data 6 giugno 2009.
Hanno ritenuto i giudici del merito che, benché sussistano i requisiti soggettivi dell’esdebitazione, la domanda di P. D.B. non possa essere accolta, -per «la (oltremodo esigua) percentuale dei crediti soddisfatti», risultando il totale dei pagamenti effettuati «complessivamente pari €. 56.878,00, a fronte di un totale dei crediti ammessi al passivo di €. 3.884.494,92», vantati per lo più «dal ceto chirografario e rimasti totalmente insoddisfatti». Sicché non si può «ritenere verificato un adeguato bilanciamento di interessi tra le ragioni del reclamante e quelle del ceto creditorio». Contro il decreto ha proposto ricorso per cassazione P. D.B. sulla base di tre motivi d’impugnazione, illustrati anche da memoria, cui resiste con controricorso l’U. C. M. B. s.p.a.
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione ed erronea applicazione dell’art. 142 legge fall., lamentando che i giudici del merito abbiano negato l’esdebitazione sulla base di valutazioni estranee al dettato normativo dell’art. 142 legge fall., destinato in realtà a favorire il fallito onesto ma sfortunato, indipendentemente da qualsiasi accertamento sull’entità dei pagamenti ottenuti dai creditori concorsuali.
Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 12 delle preleggi nella interpretazione dell’art. 142 legge fall.
Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 1, comma 6, n. 13 legge n. 80 del 2005, in relazione all’art. 12 delle preleggi, lamentando che l’interpretazione dell’art. 142 legge fall. proposta dai giudici del merito sia in contrasto con gli specifici criteri della legge delega per la riforma della disciplina del fallimento, cui era rimasta estranea qualsiasi esigenza di bilanciamento tra le ragioni del fallito e le ragioni del ceto creditorio.
L’art. 142 legge fall. prevede al secondo comma che «l’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali».
Il riferimento alla “soddisfazione”, almeno parziale, dei creditori- concorsuali attribuisce evidentemente al giudice un ambito di valutazione discrezionale quanto alla portata effettivamente satisfattiva, almeno parziale, delle ripartizioni. E infatti la parzialità può essere riferita non solo al numero dei creditori soddisfatti, sul totale di quelli ammessi, ma anche alla percentuale di pagamento dei singoli crediti; con la conseguenza che si sconta una inevitabile valutazione appunto discrezionale sulla idoneità della percentuale ottenuta dai creditori.
Sicché, chiamate a chiarire il significato di questa norma, le Sezioni unite hanno riconosciuto «sufficiente che, con i riparti almeno per una parte dei debiti esistenti, oggettivamente intesi, sia consentita al giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, una valutazione comparativa di tale consistenza rispetto a quanto complessivamente dovuto» (Cass., sez. un., 18 novembre 2011, n. 24214, m.619470)
Non v’è dunque nell’interpretazione recepita dai giudici del merito alcuna violazione dei criteri dettati dall’art. 12 preleggi.
Quanto ai criteri della legge delega, essi indicano le condizioni minime per la disciplina della esdebitazione, non precludendo al legislatore di porre condizioni ulteriori nell’esercizio della delega per la disciplina del procedimento e dei presupposti del beneficio. Sicché non è ipotizzabile né un eccesso di delega, peraltro neppure dedotto dal ricorrente, né una preclusione al riconoscimento di poteri discrezionali del giudice ai fini dell’ammissione.
Si deve pertanto concludere con il rigetto del ricorso.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore del resistente, liquidandole in complessivi €. 7.200, di cui €. 7.000 per onorari, oltre spese generali e accessori come per legge.