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Timestamp: 2020-01-27 03:25:30+00:00
Document Index: 72265122

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 413', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 8', 'art. 153', 'art. 53', 'art. 17', 'art. 6', 'art. 28', 'art. 34', 'art. 43', 'art. 37', 'art. 50', 'art. 9']

Famiglie | Edscuola
“preparare studenti e genitori al significato del nuovo insegnamento, anche in previsione delle opportune ridefinizioni dei patti di corresponsabilità che devono essere estesi alla scuola primaria e revisionati nella scuola secondaria di primo e secondo grado, come prevede l’art. 7 della legge n. 92 …”.
Prima di estendere il Patto occorrerebbe ripensarlo
Sì è parlato tanto dell’articolo 7 del testo unificato AC682 relativo all’insegnamento dell’educazione civica, approvato alla Camera il 2 maggio e trasmesso in Senato il giorno successivo (DDL S1264), rubricato (Scuola e famiglia), che recita: “1. Al fine di valorizzare l’insegnamento trasversale dell’educazione civica e di sensibilizzare gli studenti alla cittadinanza responsabile, la scuola rafforza la collaborazione con le famiglie, anche integrando il Patto educativo di corresponsabilità di cui all’articolo 5-bis del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 24 giugno 1998, n. 249, estendendolo alla scuola primaria. Gli articoli da 412 a 414 del regolamento di cui al regio decreto 26 aprile 1928, n. 1297, sono abrogati”.
Questa norma nella sua formulazione desta numerose perplessità.
Non fa chiarezza la documentazione depositata in cui si spiega che il Patto educativo di corresponsabilità, è attualmente previsto solo nella scuola secondaria e che “il 1° marzo 2018 il MIUR aveva comunicato che la proposta di revisione del patto di corresponsabilità educativa sottoscritta all’unanimità dal FONAGS, il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola – che sarebbe stata oggetto di confronto con tutti gli attori a vario titolo coinvolti e con il Forum delle studentesse e degli studenti – prevedeva, fra l’altro, l’estensione dello stesso anche alla scuola primaria”. Tale passaggio richiama un comunicato stampa emesso all’esito di un complesso lavoro, durato oltre un anno, di un gruppo composto da diverse componenti tra cui, oltre i genitori, studenti, docenti, dirigenti, esperti, che aveva operato in maniera fattiva e condivisa sulla revisione dell’intera struttura del DPR 249/98 come modificato dal DPR 235/07, analizzandone tutti i punti di debolezza, in particolare quelli relativi al Patto, ed il cui nuovo testo era stato ultimato e sottoposto all’attenzione dell’ufficio legislativo.
L’art. 5-bis del DPR 249/1998, aggiunto dall’art. 3 del DPR 235/2007, che ha introdotto il patto educativo di corresponsabilità, figlio del Contratto formativo della vecchia “Carta dei Servizi” (DPCM 7 giugno 1995), costituisce infatti solo una delle disposizioni dello “Statuto delle Studentesse e degli Studenti”, nelle intenzioni del gruppo esteso anche alla scuola primaria, ma sicuramente rappresenta la disposizione su cui in particolare si è concentrato il lavoro di revisione, essendo tra quelle che presentavano maggiori criticità. Approvata nel 2007, in un momento di particolare emergenza educativa, sì è rivelata infatti poi priva di sostanziale efficacia e per taluni aspetti superata. Basti pensare che con l’attuale sistema di iscrizione online la sottoscrizione è normalmente sostituita da spunta nell’area riservata alle istituzioni scolastiche.
La modifica del 2007 era finalizzata ad un inasprimento delle sanzioni (pure opinabile quanto ai risultati) ed a ricordare ai genitori che “in presenza di gravi episodi di violenza, di bullismo o di vandalismo, per eventuali danni causati dai figli a persone o cose durante il periodo di svolgimento delle attività didattiche, …, in sede di giudizio civile, potranno essere ritenuti direttamente responsabili dell’accaduto, anche a prescindere dalla sottoscrizione del Patto di corresponsabilità, ove venga dimostrato che non abbiano impartito ai figli un’educazione adeguata a prevenire comportamenti illeciti. Tale responsabilità, riconducibile ad una colpa in educando, potrà concorrere con le gravi responsabilità che possono configurarsi anche a carico del personale scolastico, per colpa in vigilando …” (dalla nota del 2008).
Insomma, almeno testualmente più che di corresponsabilità sembra parlarsi di richiamo alle reciproche responsabilità e piuttosto che esortare all’alleanza si evoca il conflitto.
Al di là dei frequenti idealistici ed appassionati richiami, il “patto” è scritto su un foglio elettronico ma non nelle coscienze delle parti…e le testimonianze sono giornaliere. Perché non è sufficiente a sancire un’alleanza una firma o una spunta sotto un formulario già predisposto in maniera non condivisa, non frutto di reali e consapevoli accordi tra le parti, che non nasce da un reale procedimento di elaborazione e revisione condivisa. Tale procedura dovrebbe essere disciplinata da ogni istituzione nel proprio regolamento interno, il quale (art. 1 DPR 235/07 che ha modificato l’art. 4 del DPR 249/98) individua altresì i comportamenti che configurano mancanze disciplinari, le relative sanzioni, gli organi competenti ad irrogarle e il relativo procedimento.
Con una nota del 31 luglio 2008 dell’allora Ministro Gelmini è stato già chiarito che per gli alunni della scuola elementare risulta ancora vigente il Regio Decreto 26 aprile 1928, n. 1927, salvo per le disposizioni da ritenersi abrogate per incompatibilità con la disciplina successiva ed “attualizzazione” di quelle sopravvissute tramite applicazione delle regole generali sull’azione amministrativa derivanti dalla L. n 241/1990,
Gli articoli che l’art. 7 summenzionato ora formalmente abroga, riguardano la tipologia delle sanzioni disciplinari, le modalità di irrogazione e l’impugnativa, da intendersi sostanzialmente già abrogate per incompatibilità con la disciplina successiva (basti solo pensare alle storiche figure professionali dell’art. 413 ed alla mancanza delle tutele previste dalla L 241/90).
Nella consapevolezza di tanto e per estendere garanzie ai più piccoli nell’affermazione del valore educativo e non meramente afflittivo della sanzione, il gruppo di lavoro aveva previsto, per quanto compatibile, l’estensione di tutto il decreto alla primaria, rimettendo le sanzioni al regolamento che, com’è noto, deve essere deliberato dal consiglio di istituto.
Pertanto appare quanto mai opportuna una rielaborazione di questo articolo.
Invero per rafforzare la collaborazione con le famiglie va in primo luogo modificato il patto educativo superandone le molteplici criticità lungamente evidenziate e non può ritenersi bastevole estenderlo così com’è alla primaria. Peraltro il Patto, in quanto richiama ai diritti e doveri dello statuto, è sottoscritto anche dallo studente nella secondaria. Quindi occorre prevedere opportune distinzioni dello “Statuto” nei vari gradi e ordini di scuola, realizzando il maggiore coinvolgimento possibile di genitori e studenti nella elaborazione del regolamento interno e del Patto se si vuole davvero sensibilizzare alla cittadinanza responsabile.
Magari ci si potrebbe ricordare di un lavoro già fatto senza dover riscrivere ciò che è stato già scritto e dimenticato.
giovedì 7 Marzo 2019 Edscuola
Nota sul “consenso informato”… Coinvolgimento delle famiglie e “nuova” proposta Aprea: “Keep calm and PTOF”
La nota del 20 novembre sul PTOF
La nota congiunta prot. n.19534 del 20 novembre dalla Direzione Generale Ordinamenti e dalla Direzione Generale per lo studente è intervenuta, come dichiarato, per rispondere ai quesiti in merito alla tempistica con cui il Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) deve essere approvato e comunicato alle famiglie ed alle modalità con le quali queste “devono esprimere il consenso, ove occorra”, alla partecipazione alle attività extracurricolari.
Essa giunge a breve distanza da quella della Direzione Generale Ordinamenti (ivi richiamata) del 16 ottobre Prot. n. 17832 del 16.10.2018, che ha individuato una più adeguata tempistica per la predisposizione del PTOF (rispetto alla prevista scadenza del 31 ottobre), coincidente con la data di apertura delle iscrizioni, ribadendone l’importanza quale documento di progettualità scolastica e strumento di comunicazione tra la scuola e la famiglia reso disponibile attraverso il proprio sito e pubblicato su “Scuola in Chiaro”.
Si ripropongono le questioni relative al “consenso informato” relativamente in particolare ai cosiddetti “progetti gender”, in merito a cui era già intervenuta la nota Prot. n. 1972 del 15/09/2015 del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione a chiarimento dell’art. 1 comma 16 L 107/2015, il quale promuove principi di pari opportunità all’interno del PTOF rinviando a quanto già disposto dall’articolo 5, comma 2, DL n.93/2013, convertito dalla L. 119/2013 contenente misure contro la violenza di genere (con particolare riguardo al femminicidio) e le discriminazioni.
Ebbene, la nota del 20 novembre non introduce una nuova disposizione sul consenso informato.
Ciò in primo luogo per l’evidenza giuridica che nulla di innovativo può essere introdotto con una nota che, come hanno ribadito tanto il Consiglio di Stato con la sentenza n. 567/17 quanto la Cassazione con la sentenza n. 6185 del 10.3.2017, non costituisce fonte del diritto ma semplice atto ad uso interno, prevalentemente a scopo interpretativo o informativo.
Perciò il quadro normativo non cambia.
L’autonomia è estranea all’idea di scuola “a la carte”, in cui ognuno ordina a volontà scegliendo solo il secondo perché il primo appesantisce, e l’istruzione non dovrebbe essere assimilata ad un trattamento sanitario di cui essere informati in considerazione dei rischi e dei possibili effetti collaterali.
La comunità scolastica non è quel luogo in cui è in atto uno scontro titanico tra forze predefinite del male e del bene. Le famiglie hanno sensibilità ed esigenze diverse che la scuola che integra nella sua autonomia è chiamata a mediare.
E laddove si richiama la libertà di scelta educativa occorre ricordare quanto espresso con autorevole chiarezza dalle Sezioni Unite della Cassazione con l’Ordinanza 5 febbraio 2008, n. 2656. Riconoscendo la competenza del tribunale amministrativo nel regolamento di giurisdizione proposto dal genitore di un alunno di scuola primaria di un comprensivo della provincia di Laives (Bolzano), che aveva convenuto la scuola davanti al tribunale ordinario affinché dichiarasse che l’istituto non aveva “diritto di svolgere lezioni di educazione sessuale in classe senza il consenso dei genitori …. e che quindi si vietasse lo svolgimento di tali lezioni durante l’orario dell’obbligo, con condanna al risarcimento del danno nel caso di avvenuta effettuazione”, la Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la sua granitica decisione, ha sostanzialmente riconosciuto la legittimità dell’operato scolastico. Quanto alla tesi difensiva, che invocava i principi costituzionali degli articoli 29 e 30 Cost, ha ritenuto che essa “non considera che il diritto fondamentale dei genitori di provvedere alla educazione ed alla formazione dei figli trova il necessario componimento con il principio di libertà dell’insegnamento dettato dall’art. 33 Cost. e con quello di obbligatorietà dell’istruzione inferiore affermato dall’art. 34 Cost. Il quadro costituzionale di riferimento pone con chiarezza, in relazione al processo formativo degli alunni della scuola pubblica, una esigenza di bilanciamento e coordinamento tra i diritti e doveri della famiglia e quelli della scuola, i quali peraltro trovano esplicazione nell’ambito dell’autonomia delle istituzioni scolastiche”.
Per l’effetto è “certamente ravvisabile un potere della amministrazione scolastica di svolgere la propria funzione istituzionale con scelte di programmi e di metodi didattici potenzialmente idonei ad interferire ed anche eventualmente a contrastare con gli indirizzi educativi adottati dalla famiglia e con le impostazioni culturali e le visioni politiche esistenti nel suo ambito non solo nell’approccio alla materia sessuale, ma anche nell’insegnamento di specifiche discipline, come la storia, la filosofia, l’educazione civica, le scienze, e quindi ben può verificarsi che sia legittimamente impartita nella scuola una istruzione non pienamente corrispondente alla mentalità ed alle convinzioni dei genitori, senza che alle opzioni didattiche così assunte sia opponibile un diritto di veto dei singoli genitori”.
Coinvolgimento delle famiglie e “nuova” proposta di legge Aprea
La nota ribadisce che per la elaborazione del PTOF la scuola deve altresì prendere “in considerazione le proposte e i pareri formulati dagli organismi e dalle associazioni dei genitori e, per le scuole secondarie di secondo grado, degli studenti”, come previsto dall’art. 3 del DPR 275/99 modificato dalla L 107/2015 e che al fine di garantire una scelta consapevole il “PTOF deve, necessariamente, essere predisposto antecedentemente alle iscrizioni”.
Per l’effetto la libertà di scelta educativa si esplica al momento dell’iscrizione. Successivamente si apre un rapporto dialogico con la scuola, propositivo e non impositivo, aperto a tutte le sensibilità, appartenendo ormai alla storia la secessione dell’Aventino.
I conflitti, si sa, non procurano cose buone.
Occorre aggiungere che proprio riguardo alle modalità, anche tempistiche, di coinvolgimento delle famiglie, al fine e garanzia del coinvolgimento nella elaborazione e della conoscenza del piano (oltre che del patto di corresponsabilità educativa) aveva lavorato, in una composizione allargata e di ampio coinvolgimento, in sinergia tra tutte le componenti, coordinato dalla Direzione dello studente, il gruppo di lavoro istituito nella precedente legislatura, per la riforma della rappresentanza, che aveva presentato un testo di modifica del Dpr 249/98 come già modificato ed integrato dal Dpr 235/07 (Statuto delle studentesse e degli studenti). Purtroppo né il gruppo è stato più riunito né si è dato seguito a quanto già definito.
È stato reso noto invece il testo della proposta di legge n. 697 “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti” presentata dall’On.le Aprea ed assegnata alla VII Commissione Cultura in sede Referente il 7 novembre 2018, che in pratica ripropone la famosa PDL 953 di riforma degli organi collegiali, con tutti i suoi contenuti: trasformazione delle istituzioni scolastiche in fondazioni; consiglio di amministrazione in luogo del consiglio di istituto; scomparsa dei consigli di classe.
Ai genitori è garantito il diritto di riunione e di associazione ed il regolamento di istituto PUÒ stabilire altre forme di partecipazione dei genitori (a cui sono estese le opportunità dello Statuto) e degli studenti.
Chissà se ne coglieranno le implicazioni.
Il curricolo nelle indicazioni nazionali
La nota afferma poi che dovranno essere portate a conoscenza di genitori e studenti, in particolare, quelle attività didattiche “che prevedano l’acquisizione di obiettivi di apprendimento ulteriori rispetto a quelli di cui alle indicazioni nazionali di riferimento”.
In merito occorre esprimere qualche perplessità.
Infatti nelle premesse alle indicazioni nazionali (2012) per il curricolo nel primo ciclo, ad esempio, si legge che “Le discipline e le vaste aree di cerniera tra le discipline sono tutte accessibili ed esplorate in mille forme attraverso risorse in continua evoluzione.”
Ed ancora: “Le trasmissioni standardizzate e normative delle conoscenze, che comunicano contenuti invarianti pensati per individui medi, non sono più adeguate”. Insomma gli obiettivi di apprendimento appaiono estremamente vasti, così come quelli che la scuola è chiamata a realizzare, tanto che è difficile identificare gli “ulteriori”.
Prosegue poi la nota: “La partecipazione a tutte le attività che non rientrano nel curricolo obbligatorio, ivi inclusi gli ampliamenti dell’offerta formativa di cui all’articolo 9 del D.P.R. n. 275 del 1999, è, per sua natura, facoltativa e prevede la richiesta del consenso dei genitori per gli studenti minorenni, o degli stessi se maggiorenni. In caso di non accettazione, gli studenti possono astenersi dalla frequenza. Al fine del consenso, è necessario che l’informazione alle famiglie sia esaustiva e tempestiva”.
Ebbene, il DPR 275/99 disciplina all’art. 8 il curricolo obbligatorio costituito dalla quota nazionale e dalla quota riservata alle scuole che comprende le discipline e le attività da esse (cioè dalle istituzioni scolastiche) liberamente scelte.
“Il curricolo di istituto è espressione della libertà d’insegnamento e dell’autonomia scolastica e, al tempo stesso, esplicita le scelte della comunità scolastica e l’identità dell’istituto” e definisce tra l’altro, oltre agli obiettivi di apprendimento, “le discipline e le attività costituenti la quota nazionale dei curricoli e il relativo monte ore annuale” e “l’orario obbligatorio annuale complessivo dei curricoli comprensivo della quota nazionale obbligatoria e della quota obbligatoria riservata alle istituzioni scolastiche”.
Il successivo art. 9 contempla l’ampliamento dell’offerta formativa, consistente “in ogni iniziativa coerente con le” finalità dell’istituzione scolastica. Tali “discipline e attività facoltative” (in primo luogo per la scuola, nel senso che la scuola può scegliere di realizzarle) sono destinate ad arricchire il curricolo e dunque ne costituiscono anche parte ove previste.
Coordinando il tutto, quindi, in sintesi si può affermare che per curricolo obbligatorio si intende, ad esempio, 990 ore nella scuola secondaria di primo grado, corrispondente al “tempo normale”.
L’ampliamento dell’offerta è anche ampliamento di quel curricolo.
Per l’effetto il consenso da acquisire riguarda in particolare la frequenza ad attività che si svolgono al di fuori del curricolo obbligatorio, cioè fuori dal tempo scuola. Cosa che di fatto avviene. Extracurricolare significa fuori dal curricolo, cioè dall’orario obbligatorio.
Il PTOF rappresenta l’offerta – curricolare ed extracurricolare – della scuola in base alla quale le famiglie operano le proprie scelte educative al momento dell’iscrizione. Se si realizzano successivamente attività diverse e ulteriori, sia in orario curricolare che extracurricolare, le famiglie sono informate. È prevista l’adesione tra l’altro, anche in orario curricolare, ad uscite didattiche ed a quelle attività che “richiedano un contributo economico da parte delle famiglie”, che la nota congiunta invita a limitare ovvero ad organizzare adottando correttivi o misure dispensative.
È ovvio che tra queste non possono intendersi ricomprese quelle laboratoriali negli istituti tecnici e professionali che costituiscono parte essenziale del curricolo obbligatorio di cui all’art. 8 DPR 275/99, anche in considerazione della circostanza che gli art. 153, commi 1 e 2, del R.D. 969/1924 n. e l’art. 53 del R.D.L. 749/1924 non risultano abrogati.
In conclusione il vero entusiasmo per la vittoria riserviamolo ad una scuola libera ed accessibile senza discrimine, che non punisca ma educhi all’autodeterminazione, ispirandosi a valori autentici di cittadinanza nel rispetto della pluralità e della diversità.
E poiché siamo ormai prossimi al termine di scadenza: “keep calm & PTOF”
Si sta concludendo nelle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado il definito “rito stanco” delle elezioni per il rinnovo dei consigli di istituto giunti a scadenza ovvero delle suppletive.
All’indifferenza che accompagna il procedimento in ormai numerosissime scuole, con insignificante e poco interessata presenza, si contrappongono casi virtuosi come quello di un istituto comprensivo di Boscoreale dove hanno votato circa 400 genitori o altri in cui i candidati, a prescindere dall’affluenza e lamentando vere o presunte irregolarità, auspicano l’annullamento dell’intera procedura per modificare per questa via il risultato.
Ebbene l’ordinanza ministeriale non appare prevedere tale ipotesi e neanche quella di un eventuale rinnovo straordinario delle elezioni.
Un caso tuttavia può ricorrere ad esempio laddove non risultino presentate liste di candidati oppure allorquando si rendono inutili le elezioni come per l’art. 17 comma 4 (per i convitti ed educandati) per cui ove gli insegnanti in servizio siano non superiori a sei per cui tutti fanno parte di diritto del consiglio, ovvero per l’art. 6 (parte II relativa al consiglio di classe, interclasse, intersezione sebbene il testo appaia avere carattere generale) “8. Nei casi in cui il numero degli elettori di un qualsiasi organo collegiale sia inferiore o pari al numero dei posti da coprire, tutti gli elettori fanno parte di diritto dell’organo collegiale di cui trattasi, ed i posti eventualmente non attribuiti rimangono scoperti”.
Il ministero con la sua circolare annuale fissa il termine delle operazioni e gli uffici regionali individuano le date, anche delle suppletive. I dirigenti formalmente le indicono avviando le procedure. Il procedimento è spiegato nell’ordinanza 215/91 e tutti possono conoscerlo verificando la regolarità delle singole fasi. Dunque il difetto di informazione non appare di rilevanza invalidante.
È l’ordinanza che in diversi momenti del procedimento contempla la possibilità di ricorrere per la risoluzione di eventuali irregolarità.
L’art. 28 disciplina i ricorsi alla commissione elettorale contro l’erronea compilazione degli elenchi degli elettori, entro il termine perentorio di 5 giorni dalla data di affissione all’albo dell’avviso di avvenuto deposito degli elenchi stessi. La commissione decide entro i successivi 5 giorni, sulla base della documentazione prodotta e di quella acquisita d’ufficio. Quindi gli elenchi definitivi, previa informativa all’albo, sono rimessi ai seggi elettorali allorquando si insediano e dati in visione a chiunque ne faccia richiesta.
In sintesi si propone il ricorso, la commissione lo verifica, provvede alle correzioni e rimette gli elenchi al seggio dandone informazione.
L’art. 34 contempla la regolarità delle liste. La commissione elettorale provvede a ridurre le liste che contengano un numero di candidati superiore al massimo consentito nonché a cancellare i nominativi dei candidati eventualmente inclusi in più liste e non tiene conto delle firme dei presentatori che abbiano sottoscritto altre liste presentate in precedenza. Qualora all’esito i presentatori risultino in numero inferiore a quello richiesto e nell’eventualità di ogni altra irregolarità riscontrata nelle liste, è affisso avviso all’albo con invito alla regolarizzazione entro tre giorni e comunque non oltre il terzo giorno successivo al termine ultimo di presentazione. La decisione è pubblicata entro 5 giorni dalla scadenza di detto termine e può essere impugnata entro due giorni dall’affissione con ricorso al “Provveditore agli Studi” (da intendersi ormai al direttore generale dell’ufficio regionale) che è deciso nei successivi due giorni. Le liste definitive sono affisse all’albo e quindi inviate ai seggi elettorali all’atto del loro insediamento.
A questo punto la fase preelettorale si è cristallizzata.
Dolo le votazioni si può ricorrere alla commissione (Art. 46) avverso i risultati delle elezioni entro 5 giorni dall’affissione degli eletti proclamati. La commissione elettorale decide entro 5 giorni dalla scadenza del termine sopra indicato, all’esito evidentemente provvedendo a correggere il risultato.
L’intero procedimento appare governato da un principio generale del nostro ordinamento che è quello di conservazione e della salvezza di atti e procedure.
Per questo ad esempio nell’esecuzione delle operazioni di scrutinio (art. 43) si deve cercare di interpretare la volontà dell’elettore, … in modo da procedere all’annullamento delle schede soltanto in casi estremi e quando sia veramente impossibile determinare la volontà dell’elettore (es: voto contestuale per più liste, espressione contestuale di preferenze per candidati di liste diverse) o quando la scheda sia contrassegnata in modo tale da rendere riconoscibile l’elettore stesso”. Dunque l’annullamento rappresenta l’extrema ratio.
Ma come può accadere che non si possa salvare il voto di una scheda, così sia impossibile determinare il risultato elettorale (ad esempio perché risultano un numero sensibile di schede superiore a quello dei votanti tale da influire in maniera determinante sul risultato elettorale).
In assenza di chiare ed espresse indicazioni dell’ordinanza, deducendo dal sistema così delineato, la commissione elettorale dovrebbe limitarsi ad accertare i fatti ed a concludere per l’impossibilità di proclamare il risultato elettorale.
Le decisioni conseguenti dovrebbero essere adottate dal dirigente o dall’USR secondo competenza.
Occorre ricordare a questo punto che se l’annullamento dovesse riguardare una o più componenti per l’art. 37 del Dlgs 297/94 (analogamente è previsto anche dall’ordinanza ministeriale): 1. L’organo collegiale è validamente costituito anche nel caso in cui non tutte le componenti abbiano espresso la propria rappresentanza quanto meno fino alle suppletive dell’anno successivo e per l’art. 50 dell’OM 215/91 comma 2: “I consigli di circolo o di istituto possono funzionare anche se privi di alcuni membri cessati per perdita dei requisiti, purché quelli in carica non siano inferiori a tre, in attesa dell’insediamento dei nuovi eletti” ed è sempre possibile nelle more procedere alla nomina di un commissario straordinario ai sensi dell’art. 9 CM 177/1975.
domenica 22 Luglio 2018 Edscuola