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Timestamp: 2017-12-13 12:59:44+00:00
Document Index: 31283473

Matched Legal Cases: ['art 2', 'art. 167', 'art. 674', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 137', 'sentenza ', 'art. 137', 'art. 137', 'sentenza ', 'art.16', 'art. 9', 'art. 15', 'art. 16']

Studio legale e tributario ambiente - Part 2
by admin - marzo 31st, 2017
Requisiti per l’estrazione di prodotto marmoreo
Con l’ordinanza n. 94 del 16 febbraio 2017, la Sezione II del Tribunale Amministrativo della Regione Toscana è intervenuta sulla regolamentazione dell’attività estrattiva di marmo sulle Alpi Apuane.
Il Giudice amministrativo ha rimarcato come, trattandosi di ramo produttivo molto remunerativo, ma allo stesso tempo di profondo impatto ambientale, il rispetto delle autorizzazioni deve essere rigoroso.
Nel caso di specie, il ricorrente si era visto negare il rilascio di autorizzazione paesaggistica in sanatoria, a causa del parere negativo della Soprintendenza di riferimento (sulla base dell’art. 167, comma 4, del D.lgs n. 42/2004).
Il rilascio dello stesso è infatti concesso solo in “casi eccezionali”, nei quali non può essere ricompresa una attività estrattiva non autorizzata.
E’ stata concessa la sospensione cautelare sulla sola base della motivazione succinta del diniego, che infatti verrà approfondita per l’udienza di discussione nel merito di giugno 2017.
Risulta comunque indubbia una certa carenza della normativa regionale, soprattutto se si pensa ad un territorio come quello toscano, che evidenzia una compresenza di aree naturali protette e di aree ad interesse estrattivo.
Le Alpi Apuane per esempio si trovano all’interno di un parco naturale, presieduto da un ente che tuttavia non dispone di altri poteri al di fuori della facoltà di ordinare la sospensione dei lavori, senza avere possibilità di procedere -ed esempio- a revoche delle autorizzazioni necessarie per l’attività produttiva.
Ispra discariche
by admin - marzo 29th, 2017
L’ ISPRA DETTA “LEGGE” IN MATERIA DI DISCARICHE
In data 30 luglio 2016, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha pubblicato i criteri, per stabilire quando il trattamento dei rifiuti non sia necessario, al fine dello smaltimento degli stessi in discarica.
La legge n. 221 del 2015 aveva dato mandato e relativa potestà compilatoria all’ISPRA, il che eleva i suddetti criteri da norma tecnica a norma giuridica , in forza di delega ricevuta da una fonte primaria di diritto.
La presenza di una concessione di potestà di questo tipo è particolarmente importante, perché individua un potere legislativo che si limita ad avere una funzione di indirizzo e controllo, mediante una disciplina generale di principio; questa si limita pertanto a tracciare linee guida, entro cui soggetti terzi espressamente individuati, potranno poi esercitare un potere normativo che è sì attenuato, ma effettivo nondimeno.
L’Istituto non è un soggetto capace di emanare atti generali, astratti e vincolanti, può farlo solo se legittimata dall’organo legislativo.
I Criteri Ispra in materia di discariche sono pertanto connotati da questa caratteristica: nati come strumenti di diritto non ortodossi, appartenenti a un sistema che si può definire di “diritto attenuato” o soft law, divengono atti vincolanti per tutti i destinatari pubblici e privati della disciplina sulle discariche , poiché frutto di apposito potere concesso ad Ispra ex L. 221/2015.
Dalla data della loro pubblicazione, integrano i criteri ex D.M. del 27.09.10, ma non operano retroattivamente sui rifiuti già trattati prima di tale data.
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by admin - marzo 24th, 2017
La Suprema Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi in materia di molestie olfattive da attività produttive, comunque autorizzate.
Non esistendo una normativa statale che preveda disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, la legittimità di questo tipo di emissioni va valutata unicamente sulla base del criterio della “stretta tollerabilità”.
La Cassazione ha confermato l’orientamento maggioritario che riconduce la materia al “getto pericoloso di cose”, reato previsto dall’art. 674 del codice penale.
Con la sentenza n. 2240 del 18 gennaio 2017, che va a confermare un indirizzo giurisprudenziale già stabilito in precedenza dalla Corte con la sentenza n. 2745 del 2008.
La pronuncia dispone inoltre che, che al fine di provare l’attitudine concreta delle suddette emissioni a molestare le singole persone, il Giudice può trarre elementi per ritenere sussistente il reato, anche mediante il semplice apprezzamento diretto delle conseguenze degli odori, rispetto ad un numero ridotto di persone; ciò anche laddove le altre non le abbiano realmente percepite e senza che sia necessario un accertamento tecnico.
Viene pertanto valutata la semplice potenzialità/idoneità molesta delle emissioni odorigine.
by admin - marzo 21st, 2017
REFLUI INDUSTRIALI: SVERSAMENTO DI OLI
L’art. 137, primo comma, del Testo Unico ambientale (D.Lgs n. 152 del 2006) prevede una sanzione penale alternativa dell’arresto o dell’ammenda per scarichi non autorizzati di acque reflue industriali.
La terza sezione della Suprema Corte ha avuto modo di estendere l’applicazione della norma con la sentenza n. 45634 del 17 novembre 2015.
Il fatto riguardava un procedimento iniziato di fronte al Tribunale di Trento dove una società era stata dichiarata colpevole di una serie di reati tra cui l’aver permesso o effettuato scarichi di acque reflue industriali, vedendosi inflitta un’ammenda di €8.000 e otto mesi di arresto.
Dopo essere stato confermato in sede di appello (nella cui sede anzi si era decisio di aumentare la pena inflitta sia per l’arresto, arrivando a un anno e due mesi, che per l’ammenda, giungendo a €9.000), l’imputato ha proposto ricorso quindi in Cassazione dove è stato ritenuto inammissibile in essenzialmente ogni sua doglianza. La ragione è da ricercarsi nel tentativo del ricorrente di giungere ad una diversa valutazione dei fatti invece che individuare vizi specifici nella motivazione della pronuncia d’appello.
In particolare, era stato contestato alla società ricorrente il deposito di oli industriali in locale interrato, dove erano fuoriusciti reflui industriali che confluivano in una griglia a pavimento, scorrendo quindi verso l’esterno in assenza di autorizzazione.
Il ricorrente ha dedotto di fronte ai magistrati la mancanza di motivazione circa la sussistenza del reato, prospettando il travisamento della deposizione dell’unico teste.
Su questo punto in primo grado si era già ben individuata la non necessarietà, ai fini dell’integrazione del reato ex art. 137 del Testo Unico, dello sversamento effettivo di olii industriali, in quanto risulta sufficiente la canalizzazione delle acque reflue industriali verso l’esterno.
La Corte è così giunta a meglio specificare l’ambito di applicazione dell’art. 137, comma 1, configurando l’ipotesi di reato in ogni indebita immissione di acque reflue nel suolo e nel sottosuolo: lo sversamento verrà quindi a punito sia che avvenga in una rete fognaria, sia che venga effettuato in un pozzo perdente (ribandendo un principio già fatto proprio dalla Sezione III, con la sentenza n. 13967 in data 11 febbraio 2004).
by admin - marzo 10th, 2017
L’ APPARATO SANZIONATORIO DELLA COSIDDETTA RESPONSABILITA’ 231
Continua la serie di interventi sulla responsabilità degli enti, per reati commessi da soggetti appartenenti alla loro struttura organizzativa.
Si è già avuto modo di indicare quelle che sono le sanzioni amministrative previste dal D.Lgs 231/2001, e ora verranno analizzate più da vicino.
Per ciò che riguarda la sanzione pecuniaria, essa è prevista per ogni illecito amministrativo dipendente da reato, sulla base del meccanismo delle quote.
In prima istanza il giudice fissa il numero delle quote (una cifra compresa tra i 100 e i 1000) sulla base della gravità del fatto, del grado di responsabilità dell’ente e delle condotte tenute anche dopo la commissione del reato.
In secondo luogo viene determinato dal magistrato il valore monetario della singola quota, tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali della persona giuridica (in un intervallo compreso tra i 258 e i 1549 €).
La sanzione pecuniaria finale a questo punto sarà determinata dal prodotto della singola quota per il numero totale delle quote: il risultato sarà una cifra a partire da un minimo di 25.800€ ad un massimo di 1.549.000€.
Risulta opportuno sottolineare come la sanzione minima possa essere sottoposta a riduzioni nei casi previsti dal legislatore: in ogni caso questa non può essere inferiore a 10.329€.
La limitazione temporanea dell’esercizio di una facoltà o di un diritto è il risultato inibitorio delle sanzioni interdittive.
Esse hanno generalmente una durata limitata (ad eccezione delle ipotesi stabilite dall’art.16, in cui vengono applicate in via definitiva) e sono elencate dall’art. 9.2 del decreto: spaziano dall’interdizione dall’esercizio dell’attività, al divieto di contrattare con la P.A., dall’esclusione da agevolazioni e finanziamenti, financo alla sospensione o revoca delle autorizzazioni necessarie per operare.
Queste sanzioni si applicano sulla base dei reati commessi, dell’eventuale profitto tratto dalla persona giuridica e dal grado interno detenuto dall’autore dell’illecito.
I criteri di scelta invece coincidono con i principi di proporzionalità, idoneità e gradualità.
Il primo criterio presuppone un bilanciamento operato tra gravità del fatto, grado di responsabilità dell’ente e condotte tenute dallo stesso in seguito alla commissione del reato, similmente a come succede per le sanzioni pecuniarie.
Il secondo ha delle accezioni preventive, ovvero applicare la sanzione adatta ad evitare che la medesima condotta illecita venga ripetuta, adottando nel caso anche l’applicazione di sanzioni accessorie.
L’ultimo infine, la gradualità, prevede l’applicazione della più gravosa delle misure punitive (l’interdizione dall’esercizio di attività), solo quando tutte le altre risultino inadeguate.
Pur essendo adottata per un periodo pari alla sanzione interdittiva, la figura del commissario giudiziale rappresenta un’alternativa ad essa: prevista dall’art. 15 del D.Lgs. 231/2001, si applica nel caso in cui o l’ente svolga un pubblico servizio oppure un servizio di pubblica necessità, la cui interruzione determinerebbe un grave pregiudizio alla collettività, oppure laddove l’interruzione dell’attività provocasse ripercussioni sull’occupazione.
L’applicazione della misura è disposta dal giudice con sentenza, la quale prevede la continuazione dell’attività dell’ente, nonché l’elencazione di compiti e poteri del commissario, il quale -tra l’altro- si occuperò della gestione dei modelli organizzativi sulla base del principio dell’idoneità.
Data la connotazione del commissario come alternativa alla sanzione interdittiva, il profitto derivante dalla prosecuzione dell’attività viene confiscato.
Infine, vale la pena sottolineare che, nei casi di sanzione interdittiva in via definitiva ex art. 16 del decreto, la soluzione del commissario giudiziale non è percorribile.
Com’è facile intuire, le ripercussioni delle sanzioni ex 231 possono avere un impatto strutturale totale sulla attività aziendale, financo a determinarne la chiusura per impossibilità di perseguire l’oggetto sociale; risulta ancora una volta pertanto fondamentale, sottolineare l’importanza di realizzare un valido ed efficace MODELLO 231, il quale fungerà da vero e proprio SALVAVITA per le aziende, in particolare quelle interessate dalla normativa ambientale.