Source: https://www.avvocatogratis.com/2019/04/gratuito-patrocinio-associazioni-no-profit/
Timestamp: 2019-04-21 18:11:45+00:00
Document Index: 52046451

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 76', 'art. 24', 'art. 119', 'art. 5', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 47', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 119', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 124', 'art. 14', 'art. 126', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 2']

Home /Avvocato gratuito / QUANDO MANCA IL GRATUITO PATROCINIO PER LE ASSOCIAZIONI NO PROFIT
Una situazione, questa, assai diversa da quella che caratterizza il regime che disciplina il beneficio in favore delle persone fisiche, per le quali l’attività economica si traduce in un reddito che, sotto soglie che spetta al legislatore determinare (vedasi sentenza n. 219 del 2017), giustifica l’intervento dello Stato a tutela e garanzia dell’effettivo esercizio del diritto di azione e di difesa.
Corte cost., Sent., (ud. 09-01-2019) 06-03-2019, n. 35
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 119, ultima parte, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)”, promosso dal Tribunale amministrativo regionale per le Marche, nel procedimento vertente tra la Pubblica Assistenza AVIS Onlus di Montemarciano e l’Azienda S.U., con ordinanza del 6 aprile 2017, iscritta al n. 134 del registro ordinanze 2017 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 40, prima serie speciale, dell’anno 2017.
1.- Il Tribunale amministrativo regionale per le Marche ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 119 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)”, “nella parte in cui non consente l’accesso al gratuito patrocinio ad un ente di volontariato – che svolga un’attività di sicuro rilievo sociale – solo in quanto soggetto esercente un’attività economica”.
1.1.- Riferisce il giudice a quo di essere chiamato a decidere sul “reclamo” proposto dalla Pubblica Assistenza Avis Onlus di Montemarciano contro il provvedimento di diniego di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, adottato dalla competente commissione con Provv. n. 40 del 14 aprile 2016, motivato sul presupposto che l’associazione richiedente rientra nel novero dei soggetti che perseguono il cosiddetto lucro oggettivo, esclusi dal beneficio in parola dall’art. 119 del D.P.R. n. 115 del 2002.
1.2.- Il giudice marchigiano richiama l’ordinanza n. 128 del 2016 di questa Corte, con la quale sono state decise nel senso della manifesta inammissibilità, per difetto di motivazione sulla rilevanza, analoghe questioni di legittimità costituzionale dell’art. 119 del D.P.R. n. 115 del 2002, sollevate dal Tribunale amministrativo regionale per la Calabria, sezione distaccata di Reggio Calabria: il giudice rimettente, infatti, non aveva allora verificato il rispetto dei limiti reddituali e la non manifesta infondatezza della “questione” (recte: pretesa).
Il TAR Marche premette che, nel caso al suo esame, sussiste il presupposto reddituale per l’ammissione al richiesto beneficio, giacché, alla luce del bilancio presentato dall’associazione ricorrente, risultano rispettati, “salve eventuali successive verifiche”, i requisiti di cui all’art. 76 del D.P.R. n. 115 del 2002. Risulta soddisfatto anche il requisito della non manifesta infondatezza della pretesa fatta valere in giudizio, alla luce dei motivi di ricorso allegati all’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
1.3.- Dopo aver sottolineato come l’istituto del patrocinio a spese dello Stato costituisca “diretta attuazione” del diritto di azione e difesa in giudizio di cui all’art. 24 Cost., il rimettente rileva come, agli effetti dell’ammissione di un ente “al c.d. gratuito patrocinio”, non sia sufficiente l’assenza dello scopo di lucro, ma è anche necessario che l’ente non profit non eserciti un’attività economica.
La distinzione tra i due concetti – puntualizza il giudice a quo – è pacifica: lo scopo di lucro “ricorre quando le modalità di gestione tendono alla realizzazione di ricavi eccedenti i costi; il metodo economico ricorre quando le ridette modalità di gestione tendono alla copertura dei costi con i ricavi”. Un’attività che si svolge strutturalmente e necessariamente in perdita non può qualificarsi come attività economica, mentre svolge attività con metodo economico “il soggetto che eroga servizi di utilità sociale, anche se ispirato da un fine ideale ed anche se le condizioni di mercato non gli consentono poi di remunerare, in fatto, i fattori produttivi”.
Sarebbe indubbio che l’AVIS di Montemarciano non persegua finalità di lucro, ma la stessa associazione non avrebbe dimostrato di non svolgere attività economica: da ciò, dovrebbe conseguire il rigetto della istanza oggetto di scrutinio da parte del giudice a quo. In particolare, non sarebbe provato che l’associazione ricorrente non intenda prestare i servizi erogati tendendo al pareggio del bilancio fra costi e ricavi, a nulla rilevando la natura dei servizi resi (in specie, di trasporto sanitario); ricavi – si sottolinea – “che ben possono essere conseguiti non necessariamente a titolo di corrispettivo delle prestazioni rese …, bensì in ragione di tutte le entrate dell’associazione”.
1.4.- Di qui, i dubbi di costituzionalità sull’art. 119 del D.P.R. n. 115 del 2002, “nella parte in cui non consente l’accesso al gratuito patrocinio ad un ente di volontariato – che svolga un’attività di sicuro rilievo sociale – solo in quanto soggetto esercente un’attività economica”, per violazione degli artt. 2, 3 e 24 Cost., in base ad argomenti analoghi a quelli di cui alla richiamata ordinanza di rimessione del TAR Calabria.
La violazione del principio di uguaglianza si apprezzerebbe anche in ragione della non giustificata disparità di trattamento tra organismi di volontariato che esercitano attività economica e quelli che non la esercitano, dal momento che è lo stesso legislatore a ritenere che, qualora si tratti di attività commerciali e produttive marginali (art. 5, comma 1, lettera g, della L. 11 agosto 1991, n. 266, recante “Legge-quadro sul volontariato”), esse non incidono in alcun modo sulla disciplina giuridica degli organismi stessi.
2.- Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni di legittimità costituzionale siano dichiarate inammissibili o, comunque sia, infondate.
2.1.- Le questioni sarebbero, innanzitutto, inammissibili in quanto il giudice a quo, mentre ha dedotto la non manifesta infondatezza della pretesa che si intende far valere e alla quale si riferisce la richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ha respinto – con ordinanza depositata in cancelleria il 4 giugno 2016, dunque anteriormente all’adozione dell’ordinanza di rimessione delle odierne questioni di legittimità costituzionale, recante la data del 6 aprile 2017 – la domanda cautelare avanzata dalla stessa associazione ricorrente per l’assenza sia del fumus boni iuris sia del periculum in mora.
2.2.- Le questioni in riferimento all’art. 3 Cost. sarebbero, poi, infondate.
Il tutto – si osserva ancora – in linea con quanto affermato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea (sentenza 22 dicembre 2010, in causa C-279/09, D.D.E. mbH), secondo la quale la compatibilità di una normativa nazionale in materia di gratuito patrocinio con l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adottata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, dipende dalla valutazione, affidata al giudice nazionale, di una serie di circostanze che, quando si tratti di persone giuridiche, prendano in considerazione anche la forma e lo scopo – di lucro o non – di tale persona giuridica, “nonché la capacità finanziaria dei suoi soci o azionisti e la possibilità, per questi ultimi, di procurarsi le somme necessarie ad agire in giudizio”.
La censura avanzata dal giudice a quo, di carattere generale, senza alcun riferimento alle circostanze concrete che renderebbero necessario il ricorso al beneficio al fine di rendere effettivo il diritto di cui all’art. 24 Cost., finirebbe, dunque, per incidere su una sfera riservata alla discrezionalità legislativa, non limitabile da un “intervento costituzionalmente vincolato” da parte della Corte costituzionale.
Sarebbe inammissibile, invece, la censura per violazione dell’art. 3 Cost. sotto il diverso profilo dell’impossibilità di sindacare la rilevanza o la marginalità dell’attività economica svolta dall’associazione, con conseguente equiparazione normativa di casi diversi. Il TAR Marche – a fronte dell’impugnazione di un provvedimento amministrativo concernente lo “scopo sociale” dell’associazione – non svolge argomenti volti ad attestare il carattere marginale dell’attività economica svolta dall’istante, sicché difetterebbe il presupposto di fatto da cui il giudice rimettente muove.
Secondo il giudice a quo, la norma censurata violerebbe, innanzitutto, l’art. 2 Cost., perché alle formazioni sociali ove si svolge la personalità dell’uomo devono riconoscersi gli stessi diritti garantiti agli individui. L’art. 119 del D.P.R. n. 115 del 2002 si porrebbe, altresì, in contrasto con l’art. 3 Cost. sotto plurimi profili: perché determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento nel consentire l’accesso al patrocinio a spese dello Stato alla persona fisica che eserciti un’attività economica e non anche all’ente che eserciti la medesima attività, con ulteriore violazione dell’art. 24 Cost.; perché determinerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento tra organismi di volontariato che esercitano attività economica e organismi che non la esercitano; perché, infine, non consente, irragionevolmente, “alcun sindacato sulla rilevanza o sulla marginalità dell’attività economica prestata”.
2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sotto più profili.
2.1.- L’interveniente ha rilevato, innanzitutto, che il TAR Marche ha respinto, anteriormente alla rimessione delle odierne questioni di legittimità costituzionale, la domanda cautelare avanzata dall’associazione istante, perché ha ritenuto non sussistere, oltre al periculum in mora, neppure il fumus boni iuris: il che si porrebbe in insanabile contraddizione con l’affermazione circa la sussistenza, ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, del requisito della non manifesta infondatezza della pretesa che si intende far valere in giudizio.
Il D.P.R. n. 115 del 2002, infatti, delinea per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato un apposito procedimento giurisdizionale (ordinanze n. 128 del 2016 e n. 144 del 1999), del tutto autonomo rispetto al procedimento volto a esaminare il merito della pretesa fatta valere dinanzi al giudice. Questi, difatti, decide con decreto sull’ammissione al patrocinio a spese dello Stato soltanto nel caso in cui la relativa istanza -rigettata o dichiarata inammissibile dal consiglio dell’ordine degli avvocati competente (art. 124 del D.P.R. n. 115 del 2002) o dalla speciale commissione istituita presso ogni TAR, a norma dell’art. 14 dell’Allegato 2 (Norme di attuazione) al D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell’articolo 44 della L. 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo) – gli venga riproposta (art. 126, comma 3, del D.P.R. n. 115 del 2002).
2.2.- Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito, poi, l’inammissibilità delle questioni sollevate in riferimento agli artt. 2 e 24 Cost., perché il giudice a quo non avrebbe svolto considerazioni atte a spiegare le ragioni per le quali gli indicati parametri risulterebbero nella specie violati.
2.3.- L’interveniente ha prospettato, infine, l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost., sotto il profilo, evocato dal rimettente, dell’impossibilità di sindacare la rilevanza o la marginalità dell’attività economica svolta dall’associazione. Il Presidente del Consiglio dei ministri osserva che, per come ricostruita dal TAR Marche l’attività economica svolta dalla Pubblica Assistenza Avis Onlus di Montemarciano, il ricorso presentato in sede amministrativa “riguarda lo scopo sociale” dell’associazione, sicché, in difetto di motivazione da parte del giudice a quo, non si potrebbe ritenere “afferente ad un’attività marginale della stessa”.
Il TAR Marche, infatti, riferisce che l’associazione istante svolge per statuto molteplici attività, tra le quali “la promozione della raccolta di sangue, l’organizzazione del soccorso mediante ambulanze, servizi di guardia medica e ambulatoriale, la promozione di iniziative di informazione e formazione sanitaria e di prevenzione”. Tali attività, tuttavia, non sono affatto le sole esercitate dall’associazione, di modo che, contrariamente a quanto affermato dall’Avvocatura generale dello Stato, non può dirsi che esauriscano lo “scopo sociale” dell’associazione e, di conseguenza, non si può escludere che esse possano essere considerate marginali: se, poi, lo siano o non è quanto il giudice a quo vorrebbe poter valutare a valle della eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale in parte qua.
3.- Nel merito, le questioni di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. non sono fondate.
3.1.- Questa Corte ha in più occasioni sottolineato come la disciplina legislativa del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti “risulta assoggettata, sin dal suo esordio, ad un regime differenziato a seconda del tipo di controversie cui il beneficio sia applicabile”, in virtù dell’intrinseca diversità dei modelli del processo civile, penale e amministrativo (sentenza n. 237 del 2015). E ciò anche in ragione della considerazione, da ultimo ribadita, che, “in tema di patrocinio a spese dello Stato, è cruciale l’individuazione di un punto di equilibrio tra garanzia del diritto di difesa per i non abbienti e necessità di contenimento della spesa pubblica in materia di giustizia” (sentenza n. 16 del 2018).
3.2.- L’area attinta dal dubbio di costituzionalità ammette, dunque, un ampio spazio di riempimento da parte della discrezionalità del legislatore, il quale – e non potrebbe essere diversamente – non può non parametrare le diverse opzioni sulla falsariga delle risorse finanziarie limitate, anche per l’esigenza di contenere le spese giudiziali (sentenza n. 178 del 2017).
1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 119, ultima parte, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (Testo A)”, sollevata, in riferimento all’art. 2 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per le Marche con l’ordinanza indicata in epigrafe;