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Timestamp: 2019-11-13 10:40:33+00:00
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Art. 612 bis - Analisi critica (9) - STALKER SARAI TU
Art. 612 bis – Analisi critica (9)
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19 Maggio 201715 Ottobre 2018
Giungiamo oggi al nono e penultimo capitolo della nostra approfondita disamina dell’Art. 612 bis del Codice Penale, il cosiddetto “anti-stalking”. Qui prenderemo in esame, dopo avervi fatto cenno di tanto in tanto negli articoli precedenti, tutta la giurisprudenza in qualche modo significativa emanata fino ad oggi sulla materia, ovvero l’esito di istanze al terzo grado di giudizio presentate da persone a vario titolo coinvolte in processi per stalking. Per “giurisprudenza” si intendono sostanzialmente tutte le sentenze che la Corte di Cassazione ha emesso a fronte di diversi ricorsi presentati nel corso degli anni. Da noi tali sentenze, diversamente dai paesi anglosassoni, non fanno legge. Ma restano comunque un punto di riferimento interpretativo per giudici e avvocati, e come tali vanno tenute in considerazione.
Vi è un filo rosso che collega tutte le sentenze della Cassazione emesse fino ad oggi: tutte, dichiarandolo talvolta esplicitamente e talvolta no, tendono a sottolineare come ogni caso di stalking sia a sé, costituisca una vicenda da anlizzare nella sua singolarità. Una sorta di ammissione di impotenza da parte della Corte, che sarebbe chiamata invece a dare letture univoche e omogenee. Questa difficoltà nasce sia dalla natura molto vaga e multiforme del fenomeno stalking, ma anche dall’indeterminatezza, dalla poca chiarezza e dalla sostanziale contradditorietà della norma. A partire dunque da questo presupposto (“noi della Corte diciamo la nostra, ma ogni caso fa storia a sé”) vanno lette le interpretazioni giuridiche che seguono.
Va registrato che, mentre le sentenze più vicine all’emanazione della legge, intervenivano con qualche prudenza sulla materia, mano a mano che il tempo passa la giurisprudenza tende a incidere sempre di più, sebbene in modo piuttosto miope, a volte. Ne sono esempi alcune recenti deliberazioni della Corte di Cassazione che, interrogata sulla durata minima in termini di tempo della persecuzione perché si possa parlare di stalking, ha stabilito (31/03/2017) che basta un solo giorno di azioni persecutorie per poter essere perseguiti. Una posizione estrema, che confligge per altro con uno dei principi costitutivi dello stalking, ovvero la reiterazione nel tempo.
Ugualmente rivoluzionaria, e ugualmente inspiegabile, è la sentenza dell’agosto 2016, dove i giudici supremi praticamente annullano il valore di uno dei tre parametri fondamentali perché si possa parlare di stalking: il cambiamento di abitudini di vita. Che nella sentenza non è più ritenuto necessario. Abitudini di vita che possono venire influenzate anche da attività messe in atto sui social network (sentenza maggio 2016). Di questo tema abbiamo parlato già diffusamente, denunciando l’arretratezza sia della legge che dei giudici, che ignorano le efficacissime contromisure che tutti i sistemi di social networking e i dispositivi collegati possono mettere in atto per isolare completamente uno stalker telematico. Eppure su questo tema la Corte si sofferma in termini naturalmente restrittivi.
Nel novembre 2015, poi, la Corte ha confermato un indirizzo già espresso in passato, ovvero che non c’è alcuna necessità che il presunto stato d’ansia e paura della presunta vittima venga in qualche modo acclarato clinicamente. Poco prima, nell’ottobre dello stesso anno, la Cassazione ha sancito che lo stalking si configura anche nell’ambito di incontri casuali, così stabilendo che anche le responsabilità del destino debbano ricadere sulle spalle dell’accusato. Una sentenza che recupera una deliberazione della stessa Corte datata settembre 2013, secondo cui se il persecutore incontra la vittima per strada, dunque per caso, deve cambiare percorso. Una deliberazione tragicomica: e se ci si incontra in galleria in autostrada? O nella sala d’attesa di un medico? O al cinema dopo aver già pagato il biglietto? Quando la giurisprudenza sta sulla luna, o comunque anni luce dalla realtà e dalla ragionevolezza…
Ci siamo soffermati spesso sull’anomalia per cui l’accusato può finire sul banco degli imputati e venire condannato sulla base delle sole accuse, anche in assenza di prove, o in presenza di prove non certe. E’ il caso dei messaggi anonimi che, in quanto tali, non possono essere definitivamente ascritti all’accusato se non per “logica” deduzione, che viene rimessa al giudice. Una visione forzata se, come è sempre stato, le prove devono essere “schiaccianti”. Eppure la Cassazione (ottobre 2016) ha stabilito che anche i messaggi anonimi hanno valore di prova. Una forzatura davvero miope, che ignora la diffusione e l’esistenza di false accuse e dell’uso strumentale di questa legge.
Cruciale, in questo senso, è la sentenza del febbraio 2014, secondo cui lo stalking è configurabile anche quando le parti sono coniugi in fase di separazione. E abbiamo sottolineato molte volte quanto in quella fase sia diventato ormai normale per una delle parti (in genere la parte femminile) utilizzare l’Art. 612 bis per ricattare l’ex marito e ottenere quindi il massimo in fase di separazione. Anche in questo caso la Corte ha mostrato una cecità assoluta rispetto alla realtà dei fatti.
Sfiora la comica poi la sentenza del novembre 2013, secondo cui lo stalking sussiste anche se gli atti persecutori sono reciproci. Una coppia che si separa, litiga furiosamente, si fa dispetti reciproci, è uno scenario frequente e noto. Per lo meno era. Oggi invece si inserisce la fattispecie di stalking. Il primo dei due che denuncia l’altro, ha già vinto. Una follia…
La rassegna delle bizzarrie della Corte è infinita, e mostra in molti casi (come le molte sentenze riguardanti lo “stalking condominiale”) il totale distacco sia dalla realtà sia da una corretta idea di persecuzione, per come è stata definita negli anni da criminologi e psichiatri. Tutto è, o può essere, stalking, mentre in realtà lo stalking vero si verifica in media nel 2% dei casi denunciati. Ricorrendo a questo reato e alla ragione dell’ansia si affronta una molteplicità di questioni precedentemente regolate da altri ben più seri articoli del Codice Penale. Invece di riportare tutto alla normalità, la Corte di Cassazione sembra negli anni aver assecondato questo scivolamento nell’assurdo, con conseguenze spesso estreme: carcere, ospedale psichiatrico criminale e altro.
Sono solo ombre? Praticamente sì, dalle parti della Corte di Cassazione è buio pesto, c’è una conformazione pressoché assoluta alla narrazione mediatica di questo tipo di reato, e un’ignoranza tangibile delle teorizzazioni scientifiche più rilevanti sul tema. Qualche barlume di ragionevolezza però c’è, qua e là, sebbene datato, in sentenze dove si cerca di dare un peso reale all’ansia dichiarata dalla vittima, dove si calmierano con logica gli effetti dei contatti avvenuti tramite mezzi telematici. E’ soprattutto in questi casi di ragionevolezza che la Corte si spertica a specificare che “ogni caso è a sé”. Il timore di sbilanciarsi in un’interpretazione non conforme alla domanda generale dell’opinione pubblica e alla narrazione mediatica è palpabile. Troppe volte è capitato che la Corte finisse in prima pagina per sentenze sacrosante ma controcorrente. E’ evidente che non si voglia ripetere l’esperienza. Il tutto a discapito della verità e della giustizia.
Un discorso a parte va fatto per la giurisprudenza ormai consolidatasi relativa al reato di “molestie” (Art. 660 Codice Penale). E’ importante perché la norma anti-stalking è un po’ una sua filiazione, sebbene parziale. Va citato in questo senso l’indirizzo ormai prevalente della giurisprudenza, secondo cui a fronte di una denuncia per molestie, le autorità preposte, prima di procedere, devono verificare attentamente che il querelante non abbia interessi confliggenti con l’accusato. Ovvero che non sussistano margini perché egli possa fare un uso ricattatorio o vendicativo della denuncia, nella sussistenza di altri interessi correlati. Questo indirizzo relativo alle molestie, sacrosanto, è stato del tutto ignorato nella traslazione operata sull’art. 612 bis, dove invece troverebbe un’applicazione pressoché perfetta: basti pensare alle coppie in fase di divorzio. Eppure in questo la Corte smentisce se stessa. L’attenzione agli abusi da molto tempo ormai è attiva sul reato di molestie, ma viene disattivata sul reato di stalking, che ne è una filiazione. Il ripristino di una coerenza è uno dei passaggi fondamentali, come vedremo, per una correzione di una legge sbagliata, fatta male e, si può dire, interpretata anche peggio.