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Timestamp: 2018-05-22 14:00:31+00:00
Document Index: 111013235

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

La Cassazione conferma le sue interpretazioni
Con sentenza n. 20030 del 22 settembre 2010 (ud. del 2 luglio 2010) la Corte di Cassazione conferma il proprio pensiero in materia di abuso del diritto.
La fattispecie trae origine da un ricorso proposto avverso l’avviso di accertamento con cui era stato rettificato il reddito IRPEG ILOR, sul presupposto che la società avesse simulato la conclusione di contratti di soccida con diversi allevatori per eludere le limitazioni imposte dalla normativa comunitaria in tema di “quote latte”.
Per la Corte, “in materia tributaria, integra gli estremi del comportamento abusivo quell’operazione economica che, tenuto conto sia della volontà delle parti implicate che del contesto fattuale e giuridico, ponga quale elemento predominante ed assorbente della transazione lo scopo di ottenere vantaggi fiscali, con la conseguenza che il divieto di comportamenti abusivi non vale più ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi di imposta. La prova sia del disegno elusivo sia delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e perseguiti solo per pervenire a quel risultato fiscale, incombe sull’Amministrazione finanziaria, mentre grava sul contribuente l’onere di allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti di reale spessore che giustifichino operazioni in quel modo strutturate (Cass. n. 1465/09; v. anche Cass. nn. 8772/2008, 10257/08)”.
Nel caso in esame, la parte erariale, ha opportunamente segnalato la deviazione dallo schema tradizionale dalla soccida, quale contratto associativo agrario (realizzata, nell’ipotesi, principalmente attraverso le pattuizioni attinenti la fase precedente e quella successiva, relative all’acquisto dal soccidario e poi alla rivendita allo stesso del bestiame, da parte del soccidante, alla scadenza del contratto), perchè il bestiame è solo formalmente apportato dal soccidante; mentre il contributo effettivo che questi conferisce nell’affare è la disponibilità della propria “quota” di produzione di latte.
Tuttavia, osserva la Corte, nulla viene specificamente dedotto nè documentato dall’Agenzia in ordine al vantaggio fiscale che sarebbe derivato alla società “accertata” dalla descritta manipolazione degli schemi contrattuali classici; mentre, per la Corte, è pacifico che il sistema sia stato adottato al fine economico/amministrativo di giustificare la diversa allocazione della produzione, onde evitare il prelievo comunitario (gravante sul produttore/soccidario, in caso di sforamento della sua “quota“). “La parte erariale ha esclusivamente dedotto la scarsa economicità dell’operazione per il soccidante e l’inadeguata prova dell’inerenza dei costi verso il soccidario oggetto di deduzione, ma si tratta di elementi che trovano fondamento nelle pattuizioni contrattuali, la cui abusività ai fini fiscali non è stata, come si è detto, specificamente dedotta nè asseverata in forza di altri elementi, nè corroborata dall’accertamento di vantaggi fiscali abusivi da parte degli allevatori/soccidari”.
Sinteticamente, dalla lettura di tale sentenza, emerge che:
la prova del disegno elusivo incombe sull’Amministrazione finanziaria;
grava sul contribuente l’onere di dimostrare la esistenza di ragioni economiche che giustifichino l’operazione.
A sostegno di questo assunto la Cassazione richiama tre precedenti:
la sentenza n. 1465 del 21 gennaio 2009 (ud. del 17 dicembre 2008), secondo cui l’abuso costituisce una modalità di “aggiramento” della legge tributaria utilizzata per scopi non propri con forme e modelli ammessi dall’ordinamento giuridico per cui vi è stretta correlazione tra condotta ipoteticamente elusiva e “portata” dell’inerenza che sottende l’applicabilità di meccanismi di detrazione e compensazione nella formazione del reddito di impresa, tanto implicando che i due fenomeni non possano essere vagliati l’uno indipendentemente dall’altro. La Suprema Corte, su questo percorso, richiama la pronunzia delle Sezioni Unite (Cass. SS.UU 23.12.2008 n. 30057) che ha puntualizzato – anche in ottica costituzionale – come il divieto di trarre indebiti vantaggi fiscali dall’utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, rappresenti un principio generale non scritto vigente dell’ordinamento italiano siccome fondato sull’art. 53 Cost.. Conclude così la sentenza n.1465/2009: “questa Corte ha già avuto modo di precisare che l’onere della prova della ricorrenza dei presupposti di una pratica elusiva – avvalendosi anche dei meccanismi presuntivi di cui la legislazione tributaria fa largo uso – grava sull’Amministrazione che intenda procedere alle conseguenti rettifiche (ex multis Cass. 25.3.2003 n. 4317) così come è compito del giudice nazionale verificare se gli elementi che gli vengono presentati configurino una operazione elusiva… E questa indagine va svolta con tanta più cautela al cospetto di disegni e costruzioni finanziarie – ancorchè non usuali per il tortuoso percorso seguito rispetto ad uno più diretto e lineare –che implichino il parallelo conseguimento di obbiettivi economici ispirati a diverse considerazioni rispetto a quelle di ottenere un mero risparmio di imposta”. La sentenza precisa ancora che il sindacato antielusivo di fronte a tali strategie non può poi non tener conto dell’evoluzione degli strumenti giuridici necessariamente collegata alle rapide mutazioni della realtà economica nella quale possono trovare spazio forme nuove non necessariamente collegate a normali logiche di profitto della singola impresa. “In questo prospettiva spettava dunque all’Amministrazione allegare – non solo – che il ruolo di P&D nell’economia del sistema non era altrimenti spiegabile se non per conseguire un centro fittizio di inerenza essenzialmente rivolto a “pianificare” vantaggi fiscali per il gruppo ma anche esplicitare tale conclusione mettendo a confronto l’asserito comportamento abusato con il comportamento fisiologico aggirato onde far emergere quella anomala differenza incompatibile con una normale logica economica se non per pervenire a quel risultato elusivo. Per converso incombeva alla società contribuente opporre la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti di carattere non meramente marginale o teorico che giustificassero quel genere di operazioni (Cass. 29.9.2006 n. 21221). È onere dell’Amministrazione finanziaria – non solo – prospettare il disegno elusivo a sostegno delle operate rettifiche ma – anche – le supposte modalità di manipolazione o di alterazione di schemi classici rinvenute come irragionevoli in una normale logica di mercato se non per pervenire a quel risultato di vantaggio fiscale così come incombe al contribuente allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti di reale spessore che giustifichino operazioni così strutturate”;
la sentenza n. 8772 del 4 aprile 2008 (ud. del 16 gennaio 2008) della Corte Cassazione, secondo cui costituiscono “abuso di diritto” le operazioni compiute essenzialmente per il conseguimento di un vantaggio fiscale; ed incombe sul contribuente fornire la prova della esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti di carattere non meramente marginale o teorico, specie quando l’abuso di diritto dia luogo ad un elemento negativo del reddito o dell’imposta. “La nozione di abuso del diritto prescinde, pertanto, da qualsiasi riferimento alla natura fittizia o fraudolenta di un’operazione, nel senso di una prefigurazione di comportamenti diretti a trarre in errore o a rendere difficile all’ufficio di cogliere la vera natura dell’operazione. Nè comporta l’accertamento della simulazione degli atti posti in essere in violazione del divieto di abuso”;
la sentenza n. 10257 del 21 aprile 2008 (ud. del 16 gennaio 2008), sostanzialmente confermativa del pronunciamento n. 8772/2008.
Occorre ancora ricordare che, con sentenza n. 15029 del 26 giugno 2009 (ud. del 29 aprile 2009) la Corte di Cassazione, a SS.UU., aveva già affermato che l’utilizzo di strumenti giuridici all’unico scopo del risparmio di imposte (anche qui per necessità di eludere le cd. quote latte), costituisce abuso del diritto, laddove non sussistano ragioni economicamente apprezzabili. A conclusione di un percorso evolutivo che trae spunto proprio dalla giurisprudenza comunitaria (v. Cass. 203 98/2 005, 22932/2005, 21221/2006) le SS.UU. richiamano un proprio precedente, dove è stato affermato che “in materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici: tale principio trova fondamento, in tema di tributi non armonizzati (nella specie, imposte sui redditi), nei principi costituzionali di capacità contributiva e di progressività dell’imposizione, e non contrasta con il principio della riserva di legge, non traducendosi nell’imposizione di obblighi patrimoniali non derivanti dalla legge, bensì nel disconoscimento degli effetti abusivi di negozi posti in essere al solo scopo di eludere l’applicazione di norme fiscali. Esso comporta l’inopponibilità del negozio all’Amministrazione finanziaria, per ogni profilo di indebito vantaggio tributario che il contribuente pretenda di far discendere dall’operazione elusiva, anche diverso da quelli tipici eventualmente presi in considerazione da specifiche norme antielusive entrate in vigore in epoca successiva al compimento dell’operazione (Cass. 30055/2008).