Source: http://www.icsm.it/articoli/documenti/k25101960.html
Timestamp: 2019-04-21 08:44:47+00:00
Document Index: 132265310

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 61', 'art.8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art.8', 'art. 387', 'art.1', 'art.387', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sent. n° 527
in data 25 ottobre 1960
KAPPLER Herbert, nato a Stoccarda ( Germania ) il 23 settembre 1907, già tenente colonnello delle S.S. tedesche ; avverso l'ordinanza in data 16 febbraio 1960 del Tribunale Militare Territoriale di Roma,
Letta la richiesta del Procuratore Generale Militare della Repubblica, che è del seguente tenore :
" Vista l'ordinanza 16 febbraio 1960 del Tribunale Militare Territoriale di Roma, con la quale è stata rigettata l'istanza di applicazione di amnistia presentata il 27 dicembre 1959 dal difensore del condannato KAPPLER Herbert, nato il 23 settembre 1907 a Stoccarda ( Germania ), attualmente detenuto in espiazione di pena presso il reclusorio militare di Gaeta;
con sentenza del 20 luglio 1948 il Tribunale Militare Territoriale di Roma dichiarava il nominato in epigrafe colpevole dei reati di :
a) violenza contro cittadini italiani nemici, consistente in omicidio continuato aggravato (articolo 13, 185 primo e secondo comma, codice penale militare guerra, 47 n. 2 e 58 codice penale militare pace ; 81, 575, 577 n. 3 e 4 codice penale, in relazione all'art. 61, n. 4 e 5, stesso codice), perché, profittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e privata difesa, verificatesi in Roma in dipendenza dello stato di guerra fra l' Italia e la Germania, agendo con crudeltà contro le persone, con successive azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, senza necessità e senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e precisamente a seguito di un attentato commesso a Roma in via Rasella il 23 marzo 1944, in concorso con circa cinquanta militari delle SS tedesche, tutti di grado inferiore al suo, cagionava il 24 marzo 1944 in Roma, località Cave Ardeatine, la morte di trecentotrentacinque persone, in grandissima maggioranza cittadini italiani militari e civili, che non prendevano parte alle operazioni militari, mediante colpi di arma da fuoco esplosi con premeditazione, a cinque per volta, alla nuca di ogni vittima ;
Premesso che i reati contro le leggi e gli usi della guerra sono esclusi dall'ambito dei delitti oggettivamente politici, perché concretano ipotesi di lesa umanità e non offese agli interessi politici dello Stato o ai diritti politici del cittadino; chiarita la portata dell'antica distinzione fra delitti comuni e delitti politici, nel senso che il termine "comune", contenuto nell'ultima parte dell'art.8 codice penale, si riferisce a qualunque reato, anche se preveduto da leggi speciali, il Tribunale svolgeva l'indagine diretta a specificare i motivi determinanti delle azioni criminose di KAPPLER , assumendo e valutando i dati fissati con la sentenza di condanna. Venivano all'uopo richiamati i punti di questa, nei quali il giudice della cognizione aveva, in base alle modalità dei fatti ed alle emergenze di causa, affermato che KAPPLER , "permeato fino all' esasperazione di nazismo" animato dal desiderio di "porre in rilievo qualità di energia e di spregiudicatezza", gradite a "superiori ed ed educati a principi di nazismo", e dal desiderio di essere considerato un "operatore di primo piano, non un semplice esecutore di ordini ", era stato indotto al delitto di requisizione arbitraria dalla "ambizione di attuare un proprio piano, che sperava fosse approvato dalle autorità di Berlino", ed al delitto di violenza contro cittadini italiani dalla "speranza che le più alte gerarchie avrebbero visto in lui l'uomo di pronta iniziativa, superiore ad ogni pregiudizio di ordine giuridico o morale, capace di colpire e di reprimere col massimo rigore".
Veniva quindi posto in rilievo il convincimento espresso dal giudice di prima istanza, che aveva ravvisato nella " sfrenata ed aberrante ambizione dell'uomo la causale dell'uno e dell'altro delitto". Valutate le esposte risultanze della sentenza il Tribunale concludeva l'indagine escludendo la sussistenza di un movente politico con l'affermare che "l'ambizione personale di apparire più severo degli altri agli occhi dei superiori fu il vero e il solo motivo determinante" della condotta criminosa del condannato.
1. inosservanza della lettera a ) dell'art. 1 del citato decreto indulgenziale dell'ultima parte dell'art.8 del codice penale, in relazione all'art. 387 n.1 del codice penale militare pace, per la mancata applicazione dell'amnistia concessa con detta disposizione:
2. inosservanza dell'art.1, ultima parte, del decreto indulgenziale, in relazione all'art.387 n.1 codice penale militare pace, per avere limitato l'esame alla sola sentenza di condanna, omettendo di estenderlo agli atti del procedimento, e di disporre gli opportuni accertamenti;
3. mancanza di motivazione (artt. 475 n,4 codice procedura penale e 387 n.3 codice penale militare pace):
La distinzione fra motivi intimi e motivi determinanti al delitto è indiscutibile. Come esattamente osservato dalla difesa, il diritto à norma di condotta, che prende in considerazione l'operare umano nelle sue manifestazioni esteriori, e non i segreti impulsi psichici, gli occulti sentimenti che agiscono nella interiorità della psiche. L'oscuro caleidoscopio di rappresentazioni psicologiche che agita le coscienze è fuori del dominio delle norme penali, ed a queste inaccessibile, sicché motivo giuridicamente rilevante è solo quello che si rileva all'esterno, improntando di sé l'azione (Cass. 26 aprile 1948, Sordello, in Giust.pen. 1948, II, 794; Cass.8 giugno 1955, Zanchetta, in Giust.pen. 1956, II, 380; Cass. 6 settembre 1957, Koranakis, in Giust.pen. 1958, II, 1 ).
La compatibilità del movente politico con l'ambizione, l'onore, il desiderio di vantaggi personali, esattamente affermata dalla giurisprudenza (Cass.22 gennaio 1955, Pezzino, in Giust.pen. 1955, II, 855; Cass.8 giugno 1955, Zanchetta, in Giust.pen. 1956, II, 380;
Cass. n.9 aprile 1956 Vivona, in Giust.pen. 1956, II, 679), è anche essa fuori discussione, in quanto la legge si riferisce espressamente al delitto determinato, "in tutto o in parte", da motivi politici.
Pur volendo dunque prescindere dal fatto che la decisione impugnata non contrasta con gli elementari principi che discendono dalla distinzione e dalla compatibilità suddette, il richiamo della difesa a tali principi appare nella fattispecie del tutto inconferente, in quanto il Tribunale Militare Territoriale di Roma con l'ordinanza in esame ha escluso il concorso e, comunque, la sussistenza di moventi politici, dimostrando, in base alle risultanze sopra esposte, che " vero è solo motivo determinante" delle azioni criminose, da queste rivelato, era stata l'ambizione personale del condannato.
Questo apprezzamento di fatto, motivato adeguatamente, in perfetta armonia con il giudizio di merito espresso dalla sentenza di condanna, non è sindacabile in sede di giudizio di legittimità (Cass.22 gennaio 1955, Pezzino, cit.; T.S.M. 21 febbraio 1956, Reder, in Riv.pen. 1957, II, 712; Cass.9 aprile 1956, Vivona cit. ).
Queste osservazioni denotano da sole l'inconsistenza della tesi difensiva, secondo la quale, essendosi la lotta politica dilatata sul piano storico fino a coinvolgere blocchi di Stati, il movente politico dovrebbe essere operante anche ad un livello supernazionale. Se si può ragionevolmente ammettere che deve ritenrsi determinato da movente politico il delitto tendente al raggiungimento degli scopi della vita associata anche di aggregati minori dello Stato, essendo delitto soggettivamente politico quello compiuto nell'interesse dello Stato in genere sia sul piano nazionale, sia entro un ambito territoriale più ristretto (Cass. 22 gennaio 1955, Pezzino , in Giust.pen.1956, II, 679), si deve escludere il contrario, cioà la rilevanza degli interessi politici estranei alla Nazione ed allo Stato italiani.
Roma, li 20 agosto 1960 - IL PROCURATORE GENERALE MILITARE DELLA REPUBBLICA f.to Enrico SANTACROCE" .