Source: https://www.professionegiustizia.it/documenti/guide/cassazione_penale_sezioni_unite_18_settembre_2014_n_38343/4
Timestamp: 2019-10-20 08:31:30+00:00
Document Index: 145336363

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 43', 'art. 43', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 437', 'art. 81', 'art. 437', 'art. 589', 'art. 437', 'art. 133', 'art. 185', 'art. 74', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 437', 'art. 437', 'art. 437', 'art. 589', 'art. 437', 'art. 81', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 589', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 2399', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 300', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 240', 'art. 321', 'art. 240', 'sentenza ', 'art. 322', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 240', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 437', 'art. 449', 'art. 437', 'art. 589', 'art. 61', 'art. 449', 'art. 423', 'art. 61', 'art. 624', 'sentenza ']

Cassazione Penale, Sezioni Unite, 18 settembre 2014 n. 38343 altre questioni responsabilità della società - confisca - imputazione oggettiva
52. Le sentenze di merito alla luce dei principi.
Alla luce di quanto esposto traspaiono gli errori logico-giuridici ed anche le incoerenze interne della prima sentenza, in parte poste in luce dalla sentenza d'appello. Essa muove dalla enfatizzazione della recente giurisprudenza di legittimità che con maggiore forza ha evidenziato la necessità di una ricostruzione del dolo che ne valorizzi la componente lato sensu volontaristica; ma ha poi letto i fatti alla luce della teoria dell'accettazione del rischio che, come si è esposto, soprattutto nelle sue forme più radicali, obliterando l'intreccio tra condotta, rappresentazione ed evento, costituisce il più insidioso ostacolo al riconoscimento della tipica colpevolezza dolosa che proprio su tale intreccio si fonda alla stregua dell'art. 43 cod. pen..
Sull'idea di accettazione del rischio insiste il ricorrente Procuratore Generale, ma si tratta di un punto di vista che deve essere recisamente respinto per le ragioni già più volte dette. Lo si ripete. Il legame previsto dall'art. 43 cod. pen. riguarda non una semplice condizione di rischio bensì un evento specifico, quello che presenta i tratti significanti dell'accidente concretamente verificatosi.
Pure incoerente è la distinzione che la prima sentenza prospetta tra l'atteggiamento psichico dei diversi imputati visto che essi, come si è ampiamente esposto, erano i protagonisti attivi del medesimo processo decisionale e vi contribuirono, ciascuno secondo il proprio ruolo e le proprie prerogative. E' quindi artificiosa, nella fattispecie, la distinzione tra speranza ragionevole ed irragionevole. D'altra parte, occorre pure rammentare ancora che il giudizio sul dolo eventuale non può basarsi su un isolato indicatore (la speranza, ragionevole o irragionevole che sia), ma deve tentare la coerente lettura di tutte le acquisizioni pertinenti.
La pronunzia reca, poi, due errori logici. Il primo attiene alla connessione tra la personalità dell'amministratore delegato e gli eventi infausti. Si descrive la figura di un professionista dotato di elevate qualità professionali e si ipotizza che un bieco calcolo di risparmio di risorse lo abbia consapevolmente condotto ad accettare la concreta possibilità di eventi catastrofici. Il Collegio intende qui ribadire l'importanza di considerare la personalità dell'imputato, soprattutto nelle situazioni di rischio lecito.
L'esigenza di una penetrante lettura della temperie interiore deve avere la meglio su preoccupazioni di maniera, spesso ripetute acriticamente, che paventano un diritto penale d'autore. E in effetti proprio la considerazione della personalità costituisce il più radicale ostacolo all'accoglimento della tesi accusatoria. Il fatto è che la holding aveva avviato una decisa campagna di lotta senza quartiere al fuoco. E. era un importante dirigente, cui era stato affidato un ruolo di grande rilievo: nulla induce a ritenere che egli abbia scientemente disatteso tale forte indicazione di politica aziendale accedendo alla prospettiva di generare eventi simili a quello disastroso del (OMISSIS) cui si è sopra fatto cenno.
La sentenza è pure intrinsecamente debole quando sottovaluta, svilisce la circostanza che prima delle sue visite a (OMISSIS), lo stabilimento veniva "tirato a lucido" ad iniziativa del direttore S.. Infatti non vi è dubbio che tale accorgimento inducesse l'amministratore ad una percezione inesatta della reale situazione.
Certo, E. disponeva anche di altre informazioni sullo stabilimento, ma non è logico trascurare l'impatto comunicativo che derivava dalla diretta osservazione dei luoghi. Tale dato serve a sorreggere l'apprezzamento della Corte d'appello che, come si è visto, ha basato la sua argomentazione proprio sul ritenuto, anche se gravemente erroneo, convincimento che le condizioni dell'impianto fossero tali che i piccoli ricorrenti focolai potessero essere governati, come al solito, dall'intervento degli operatori. A ciò è da aggiungere che la sentenza impugnata tratteggia in modo del tutto corretto gli elementi caratterizzanti il dolo eventuale. Esso, si afferma, implica non la semplice accettazione di una situazione rischiosa ma l'accettazione di un definito evento. Ed inoltre l'idea di accettazione dell'evento trova il suo presupposto in una valutazione che mette in conto, dopo appropriata ponderazione, l'evento medesimo come eventuale prezzo da pagare. Si tratta, come si vede, di un'enunciazione aderente ai principi sopra esposti; e che costituisce la corretta chiave di lettura per escludere recisamente il dolo eventuale e collocare la vicenda nella sede naturale: quella della colpa cosciente.
53. Il rapporto tra gli artt. 437 e 449 cod. pen. nel ricorso del P.G..
Il terzo motivo del ricorso del Procuratore Generale è obiettivamente fondato, sia pure per ragioni diverse da quelle prospettate: essendo caduta l'aggravante di cui al capoverso dell'art. 437 cod. pen. viene meno la possibilità di configurare l'assorbimento in tale fattispecie del reato di incendio colposo che, conseguentemente, riprende la propria autonomia, come si è già esposto sopra (11).
54. Il concorso formale tra gli artt. 437 e 589 cod. pen..
E' fondato il quarto motivo di ricorso del P.G. E' corretto affermare che il concorso formale tra più illeciti è configurabile ex art. 81 cod. pen. solo quando essi siano stati posti in essere con la medesima condotta. Orbene, come si è ampiamente esposto, mentre il reato di cui all'art. 437 cod. pen. è caratterizzato dalla dolosa omissione di una specifica cautela doverosa, quello di omicidio colposo plurimo discende da una fitta serie di condotte colpose. La motivazione sul punto del giudice di merito è elusiva e comunque contraria alla legge. Dunque, pure il reato di cui all'art. 589 cod. pen. riprende la propria autonomia, non essendo in concorso formale con quello di cui al ridetto art. 437. Dei rapporti tra incendio colposo ed omicidio colposo si dirà più avanti.
55. I criteri di determinazione delle pene proposti dall'accusa pubblica.
Il tema delle pene dovrà essere nuovamente affrontato dal giudice di merito per effetto dell'esclusione dell'aggravante e della diversa configurazione delle relazioni tra i diversi illeciti.
Qui va solo esaminata la doglianza dell'accusa pubblica che pone una questione di principio che deve essere risolta nella presente sede di legittimità. Si afferma, come si è visto, che la graduazione delle pene va fatta, nell'ambito del diritto penale del lavoro, alla stregua di un peculiare principio: la responsabilità è direttamente proporzionale ai poteri. Ai poteri decisionali e di spesa consegue l'obbligo di esercitarli conformemente alla legge e dalla violazione di tale obbligo discende la responsabilità. Dunque la responsabilità dei tre componenti del boaro è ontologicamente uguale; ed ontologicamente diversa e minore è quella dei collaboratori.
Tale approccio deve essere recisamente confutato, giacchè vulnera le basi stesse dei fondanti principi dell'ordinamento penale. Non è ben chiaro cosa il ricorrente intenda per "responsabilità" quale base per la determinazione della pena. Essa sembra in buona sostanza identificarsi con la posizione di garanzia. Se così è, si tratta di una visione da censurare. Si è diffusamente parlato sopra della posizione di garanzia, e si è pure tentato di esplicitarne la necessaria connessione con il ruolo esercitato nella gestione del rischio. Ma il discorso, che qui s'intende richiamato per evitare inutili ripetizioni, afferisce all'imputazione oggettiva, all'attribuzione della paternità del fatto. Tutt'altra cosa sono da un lato le composite direttive di cui all'art. 133 cod. pen. in tema di determinazione della pena; e dall'altro il principio di colpevolezza quale paradigma per il rimprovero soggettivo, basilare elemento di giudizio per la determinazione della sanzione e limite all'esercizio del discrezionale potere del giudice.
In breve, semplificando, la posizione di garanzia non può essere confusa o identificata con la colpa. Nè può essere affermata alcuna automatica relazione tra tali figure. Della posizione di garanzia, della sua individuazione, della sua relazione con la gestione del rischio, della necessità di evitare indiscriminate estensioni dell'imputazione oggettiva si è detto ampiamente.
La colpa (e la sua graduazione) è tutt'altra cosa: riguarda la violazione della regola cautelare, costituisce quindi un passaggio successivo rispetto a quello della garanzia; ed è il frutto di un sofisticato apprezzamento che mette in conto solitamente diverse e non catalogabili variabili. La Corte di cassazione ha recentemente tentato una opera di ricognizione dei tratti di tale scenario (Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105) a proposito della distinzione tra colpa lieve e colpa grave e qui è sufficiente farvi rinvio. Certamente la prossimità al rischio, il ruolo rispetto ad esso, costituiscono elementi da valutare, ma nel contesto di una complessiva considerazione di ciascuna peculiare posizione processuale.
Dunque, conclusivamente, nessun automatismo nella determinazione della pena. L'infondatezza della tesi accusatoria risalta del resto plasticamente a causa dell'audace tentativo di porre sullo stesso piano, alla stregua di una astratta equiparazione categoriale, le posizioni dei tre componenti del board, mentre l'intera pronunzia di merito è intessuta attorno ai ben diversificati ruoli dei tre imputati ed al diverso grado di coinvolgimento nei fatti.
56. La legittimazione della parte civile Medicina democratica.
L'associazione Medicina democratica, Movimento per la salute, Onlus, è un'associazione non riconosciuta che si è costituita parte civile assumendo di aver subito un danno proprio ai sensi dell'art. 185 cod. pen. e art. 74 cod. proc. pen., derivante dalla lesione dell'interesse alla tutela della salute dei lavoratori in fabbrica, che è posto statutariamente a base degli scopi perseguiti.
Rispondendo alle obiezioni difensive a proposito della legittimazione processuale di tale organismo, la sentenza d'appello condivide la valutazione del primo giudice, rammenta il dibattito giurisprudenziale in ordine al concetto di danno dapprima riferito alla lesione di un diritto soggettivo, poi anche alla sua lesione mediata ed infine alla lesione di un interesse legittimo; sino ad approdare alla nozione di risarcibilità ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., riferita ad un danno infetto non iure e lesivo di situazione soggettiva protetta a cui l'ordinamento attribuisce rilevanza indipendentemente dal riconoscimento di un diritto soggettivo. Si aggiunge che anche alla luce della più recente giurisprudenza di legittimità, le disposizioni degli artt. 91 e ss. cod. proc. pen. non esauriscono le possibilità di tutela che l'ordinamento riconosce agli enti esponenziali e non precludono la costituzione di parte civile. Del resto, Medicina Democratica ha ottenuto pronunzie definitive che hanno messo in luce l'offesa all'interesse perseguito dall'organismo in riferimento ad una situazione storicamente circostanziata, assunto dallo statuto a ragione stessa della propria esistenza e azione, con l'effetto che ogni attentato a tale interesse si configura come lesione della personalità o identità del sodalizio. La sicurezza sui luoghi di lavoro rientra statutariamente negli obiettivi perseguiti dall'organismo, come è stato del resto documentato. In conseguenza, tale approccio della giurisprudenza di questa Suprema Corte viene condiviso. In parziale accoglimento delle censure difensive tuttavia l'entità della provvisionale è stata ridimensionata in considerazione dell'ampio spettro di interessi dell'istituzione in questione che promuove la salute e la sua difesa in tutti gli ambiti della vita sociale e non solo in quello strettamente collegato al lavoro dipendente. Ciò, si ritiene, ha determinato in misura significativamente minore l'appannamento d'immagine dell'ente.
Le enunciazioni di principio proposte al riguardo dalla difesa del responsabile civile sono puntuali, chiare, in larga misura condivisibili. Non vi è dubbio che debba essere preservata la fondamentale e ben spiegata distinzione tra offesa e danno; e non è neppure dubbio che tale danno debba costituire concreta, diretta conseguenza del reato e debba essere provato.
D'altra parte, non si può obliare il significativo sviluppo della giurisprudenza sul tema. Al riguardo la sentenza d'appello fa proprie analisi che si rinvengono nella giurisprudenza di legittimità (per una nitida sintesi al riguardo, Sez. 4, n. 22558 del 18/01/2010, (OMISSIS), Rv. 247814). La giurisprudenza più risalente in materia è restrittiva. Le Sezioni Unite (Sez. U., del 21/05/1998, lori, Rv.
181123) in una ormai risalente pronunzia ha connesso la legittimazione di cui si discute alla violazione di un diritto soggettivo. La pronunzia esamina l'ambito degli interessi collettivi, riferibili ad una pluralità indeterminata di soggetti, assume che essi possano essere direttamente tutelati ma solo a condizione che essi siano individuati da una specifica norma di protezione ed assurgano, quindi, a diritti la cui lesione è risarcibile.
Tuttavia, nel prosieguo la giurisprudenza di legittimità si è andata progressivamente aprendo verso soluzioni estensive, come correttamente riferito dalla Corte di merito ed esposto nella richiamata pronunzia (OMISSIS).
Si è enunciato che gli enti e le associazioni sono legittimati all'azione risarcitoria, anche in sede penale mediante costituzione di parte civile, ove dal reato abbiano ricevuto un danno ad un interesse proprio, semprechè tale l'interesse coincida con un diritto reale o comunque con un diritto soggettivo del sodalizio, e quindi anche se offeso sia l'interesse perseguito in riferimento a una situazione storicamente circostanziata, da esso sodalizio preso a cuore e assunto nello statuto a ragione stessa della propria esistenza e azione, come tale oggetto di un diritto assoluto ed essenziale dell'ente. Ciò sia a causa dell'immedesimazione fra l'ente stesso e l'interesse perseguito, sia a causa dell'incorporazione fra i soci ed il sodalizio medesimo, sicchè questo, per l'affectio societatis verso l'interesse prescelto e per il pregiudizio a questo arrecato, patisce un'offesa e perciò anche un danno non patrimoniale dal reato (Sez. 6, n. 59 del 01/06/1989, Monticelli, Rv. 182947). Il principio è stato ripetutamente ribadito (ad es. Sez. 4, n. 38991 del 10/06/2010, Quaglierini, Rv. 248848; Sez. 3, n. 38290 del 03/10/2007, Abdoulaye, Rv. 238103).
Si è in breve affermato che esistono organismi che hanno fatto di un determinato interesse l'oggetto principale della propria esistenza, sicchè esso è diventato elemento interno e costitutivo del sodalizio e come tale ha assunto una consistenza di diritto di soggettivo. Lo sviluppo della giurisprudenza ha ritenuto la tutelabilità degli interessi collettivi senza che sia necessaria l'esistenza di una norma di protezione, essendo sufficiente la diretta assunzione da parte dell'ente dell'interesse in questione, che ne ha fatto oggetto della propria attività, diventando lo scopo specifico dell'associazione.
La giurisprudenza consente di cogliere diverse interessanti prese di posizioni. Si è così affermata la legittimazione degli enti pubblici territoriali quali organismi esponenziali di una comunità gravemente turbata dallo sterminio di gran parte della popolazione del Comune di (OMISSIS): una ferita collettiva ritenuta produttiva di danno non patrimoniale risarcibile (Sez. 6, n. 21677, del 05/12/2003, Agate, Rv. 229393).
Si è altresì ritenuta la legittimazione alla costituzione di parte civile dell'ordine professionale nel procedimento a carico di soggetto imputato di esercizio abusivo della professione (Sez. 4, n. 22144 del 06/02/2008, Dodi, Rv. 240017). Analoga presa di posizione è stata ripetutamente espressa quanto alla legittimazione delle associazioni ecologiste (Ad es. Sez. 3, n. 22539 del 05/04/2002, Kis, Rv. 221881; Sez. 3, n. 46746 del 21/10/2004, Morrà, Rv. 231306; Sez. 3, n. 35393 del 21/05/2008, Pregnolato, Rv. 240788); del sindacato unitario dei lavoratori di polizia in relazione alla appartenenza a tale organismo della vittima di violenza sessuale subita sul luogo di lavoro (Sez. 3, n. 12738 del 07/02/2008, Pinzone, Rv. 239409).
In tutte le sentenze la legittimazione alla costituzione di parte civile è stata ritenuta sulla base della considerazione che l'ente, per il proprio sviluppo storico, per l'attività concretamente svolta e la posizione assunta avesse fatto proprio, in un determinato contesto storico, quale fine primario quello della tutela di interessi coincidenti con quello leso dallo specifico reato considerato, derivando da tale immedesimazione una posizione di diritto soggettivo che lo legittima a chiedere il risarcimento dei danni ad esso derivati.
Di particolare interesse una pronunzia (Sez. 4, n. 22558 del 18/01/2010, Ferrara, cit.) con la quale è stata ritenuta ammissibile, indipendentemente dall'iscrizione del lavoratore al sindacato, la costituzione di parte civile delle associazioni sindacali nei procedimenti per reati di omicidio o lesioni colpose, commessi con violazione della normativa antinfortunistica.
Si rammenta che la richiamata pronunzia delle Sezioni Unite ed altra sentenza non recente (Sez. 4, n. 10048 del 16/07/1993, (OMISSIS) Rv. 195696) avevano riconosciuto, in generale, alle rappresentanze dei lavoratori di cui all'art. 19 dello Statuto dei lavoratori la qualità di soggetto legittimato a far valere in giudizio, anche mediante la costituzione di parte civile, quei diritti di controllo e prevenzione previsti dallo Statuto medesimo; ma ne avevano negata la sussistenza nei casi esaminati per mancanza di prova di un comportamento direttamente lesivo di tali diritti. La sentenza (OMISSIS) in particolare ha riconosciuto la legittimazione dei sindacati a costituirsi parte civile, ma a condizione che la vittima fosse iscritta al sindacato che si costituiva in giudizio.
La pronunzia in esame (Sez. 4, (OMISSIS) cit.) invece, evocando il mutato quadro di riferimento, ha ritenuto ammissibile, senza il limite dell'iscrizione, la costituzione di parte civile dei sindacati nei procedimenti per reati di omicidio o lesioni colpose commesse con violazione della normativa antinfortunistica, dovendosi ritenere che l'inosservanza di tale normativa nell'ambito dell'ambiente di lavoro possa cagionare un autonomo e diretto danno patrimoniale (ove ne ricorrano gli estremi) o non patrimoniale, ai sindacati per la perdita di credibilità dell'azione dagli stessi svolta. E' pacifico che il sindacato annovera tra le proprie finalità la tutela delle condizioni di lavoro intese non soltanto nei profili collegati alla stabilità del rapporto e agli aspetti economici dello stesso, oggetto principale e specifico della contrattazione collettiva, ma anche per quanto attiene alla tutela delle libertà individuali e dei diritti primari del lavoratore tra i quali quello, costituzionalmente riconosciuto, della salute. Sotto tale profilo, l'art. 9 dello Statuto dei lavoratori ha costituito il primo riconoscimento della presenza organizzata dei lavoratori a tali fini, e l'indirizzo è stato poi rafforzato dal D.Lgs. n. 626 del 1994 e dal T.U. 9 aprile 2008, n. 81. In conclusione, non vi è dubbio che questa attribuzione di compiti e responsabilità significhi, per il sindacato che degli stessi abbia fatto uso, il riconoscimento di una posizione tutelabile attraverso la costituzione di parte civile.
Tale meditata presa di posizione aiuta a comprendere il cuore del problema e ad individuare un principio regolatore che, ferme le linee di fondo dello sviluppo della giurisprudenza, eviti esiti inappropriati, come l'indiscriminata estensione della legittimazione tutte quante volte un qualunque organismo rivendichi di essere custode dell'interesse leso dal reato. Giova a tale riguardo l'evocazione e la valorizzazione, ricorrente in giurisprudenza, della necessità di far riferimento ad una situazione storica determinata;
e rileva altresì il ruolo concretamente svolto dall'organismo che si costituisce nel giudizio. Così, per restare alla situazione di cui alla sentenza (OMISSIS) sopra esaminata, alla stregua della normativa quivi richiamata e del ruolo svolto in azienda, non è dubbia la legittimazione del sindacato operante nel luogo di lavoro ove si è verificato l'evento.
L'applicazione di tali principi al caso in esame mostra la legittimazione dell'associazione di cui si discute, che ha rappresentato nell'atto di costituzione di aver concretamente operato all'interno dell'azienda a tutela delle condizioni di sicurezza e salubrità dell'attività lavorativa: affermazione mai da alcuno contestata. In conseguenza l'evento frustra senza dubbio l'attività svolta e scredita il ruolo assunto, l'immagine dell'organismo;
sicchè è consentita la costituzione in giudizio per ottenere il risarcimento di tale danno.
Legittima è, dunque, la costituzione di parte civile. In conseguenza, gli imputati ed il responsabile civile vanno condannati in solido alla rifusione delle spese sostenute per questo giudizio di legittimità dalla parte in questione, che appare congruo liquidare in complessivi 7.000,00 Euro, oltre accessori come per legge.
57. Gli altri motivi.
Le considerazioni sin qui svolte hanno esaminato le questioni prospettate che, per violazione di legge o vizio motivazionale, erano in grado di vulnerare le statuizioni espresse dalla sentenza.
Le impugnazioni, peraltro, caratterizzate per lo più da copiosa minuziosità, prospettano anche questioni sulle quali la Corte di merito ha espresso ponderazioni che non vengono sottoposte ad adeguata confutazione.
In alcuni casi, inoltre, i temi trattati non sono in grado di incidere sulla sorte delle valutazioni e delle conseguenti decisioni, perchè colgono aspetti marginali dei fatti o delle considerazioni espresse in sentenza; o perchè si focalizzano su contingenze poste, per così dire, a valle rispetto alle condotte primigenie, alle scelte gestionali che hanno innescato lo sviluppo degli accadimenti ed hanno fondato le responsabilità.
Si vuol dire che è difficile comprendere come l'erronea indicazione della qualifica dirigenziale attribuita a M. possa inficiare la delega nei suoi confronti. Nè si coglie come un eventuale vizio dell'atto potrebbe incidere sull'affermazione di responsabilità che, come si è visto, è basata sulla ricostruzione del suo rilevante ruolo nelle primarie scelte aziendali.
Ancora, la Corte di merito confuta diffusamente la tesi che gli 800.000 Euro di cui si è sopra discusso fossero destinati ad interventi diversi dalla realizzazione dell'impianto di spegnimento e finalizzati, invece alla sostituzione di materiali plastici. I ricorrenti non tengono conto adeguatamente di tali argomentazioni, insistendo nel proporre temi già adeguatamente criticati.
Inoltre, si disquisisce sull'entità del budget attribuito a M. e S., come se questo dettaglio potesse interferire con le ponderazioni di fondo che, come si è visto, sono ben altrimenti orientate.
D'altra parte, è davvero difficile dubitare che lo stabilimento di (OMISSIS) costituisse un'unità produttiva e richiedesse, quindi, la presenza del servizio di prevenzione e protezione.
In breve, i motivi in questione sono infondati o aspecifici.
Quanto ai motivi afferenti alle iniziative del P.M. per contrastare condotte atte a turbare l'acquisizione delle prove è sufficiente considerare, nella presente sede di legittimità, che nulla nel sistema processuale osta a prese di posizione di tale genere. D'altra parte, in ogni caso, si tratta di questione di certo inidonea ad incidere sui temi afferenti alla responsabilità, articolati attorno ad una poderosa base probatoria.
Le questioni afferenti ad eventuali iniziative "inquinatorie" di S. e C. possono assumere qualche rilievo solo nell'ambito delle valutazioni inerenti alla concessione ed al bilanciamento delle circostanze, nonchè alla determinazione delle pene: tutti temi sui quali il giudice del rinvio è chiamato a pronunziarsi nuovamente.
58. La sintesi della sentenza ed il compito del giudice del rinvio.
L'accoglimento e la reiezione dei ricorsi nei termini di cui si è sopra dato conto determina la definitività della statuizioni afferenti all'affermazione di responsabilità di tutti gli imputati in ordine ai reati di cui all'art. 437 c.p., comma 1 e artt. 589 e 449 cod. pen..
In conseguenza, dalla data della presente sentenza, il decorso del tempo è irrilevante ai fini della prescrizione.
Per effetto dell'esclusione dell'aggravante di cui al capoverso, le pene in ordine al reato doloso di cui all'art. 437 cod. pen., comma 1 dovranno essere nuovamente determinate. Tale illecito ha ora piena autonomia rispetto agli altri, anche sotto il profilo sanzionatorio.
Dall'esclusione dell'aggravante stessa discende altresì che il reato di incendio colposo, che in tale aggravante era stato ritenuto assorbito, riacquista la propria autonomia e pure per esso dovranno essere nuovamente determinate le pene.
Il concorso formale ritenuto dalla Corte di merito tra il reato di cui all'art. 437, comma 2, e quello di cui all'art. 589 non era ab origine configurabile, per le ragioni sopra esposte (p. 54). Esso è a maggior ragione impossibile per effetto dell'esclusione dell'aggravante di cui al già richiamato capoverso dell'art. 437.
Dunque, pure per il reati di omicidio colposo plurimo le pene dovranno essere nuovamente determinate.
A ciò è da aggiungere che i reati di incendio colposo ed omicidio colposo sono certamente tra loro in concorso formale. Infatti i due eventi sono espressione dei medesimi fatti, della medesima catena causale. L'evento morte è immediatamente successivo all'anello incendio; e discende in tutto e per tutto dai medesimi accadimenti e dalla medesime condotte. In conseguenza, le pene per i due illeciti dovranno essere determinate ai sensi dell'art. 81 c.p., comma 1.
Per ciò che attiene alla nuova determinazione delle sanzioni, come si è visto, le direttive di principio, categoriali, prospettate nell'impugnazione del Procuratore Generale sono infondate. Il giudice di merito dovrà rimodulare le pene tenendo conto da un lato dell'esclusione della già menzionata aggravante; e dall'altro del riassetto delle relazioni tra gli illeciti, alla stregua di quanto sopra esposto. Considerate l'esclusione della ridetta aggravante e la reiezione del motivo di ricorso del Procuratore generale afferente alle pene, le sanzioni già inflitte non potranno essere aumentate.
L'ampiezza del novum da delibare implica la necessità di nuovamente ponderare pure le connesse questioni afferenti alle invocate attenuanti ed al bilanciamento delle circostanze. In tale quadro saranno pure valutate le questioni di fatto prospettate dagli imputati C. e S., afferenti a condotte ritenute censurabili, poste in essere in epoca successiva agli eventi.
59. La responsabilità da reato dell'ente. La sentenza d'appello.
Il primo giudice ha affermato la responsabilità dell'ente TKAST e lo ha condannato alla sanzione pecuniaria di 1.000.000 di Euro;
all'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi pubblici per sei mesi ed ha imposto il divieto di pubblicizzare beni o servizi per la stessa durata. Ha altresì disposto la confisca del profitto per equivalente nella misura di 800.000 Euro nonchè la pubblicazione della sentenza su tre quotidiani e nell'albo del Comune di (OMISSIS).
Si è tenuto conto dell'alto numero delle vittime e della funzione di efficace dissuasione della sanzione; è stata applicata la diminuente di cui all'art. 25-septies, lett. a), comma 2, nella misura di un terzo, in considerazione dell'avvenuto risarcimento del danno. Non è stata invece applicata l'ulteriore riduzione di cui all'art. 12, comma 3, connessa all'adozione, prima dell'apertura del dibattimento, di un modello organizzativo operativo, posto che esso non era fondato sull'autonomia del controllo, in quanto l'ing. c. era al contempo componente dell'organismo di vigilanza e responsabile dell'area ecologica, ambiente e sicurezza.
La sentenza d'appello, condividendo le valutazioni del primo giudice, considera che la responsabilità dell'ente si configura senz'altro, posto che gli amministratori apicali sono stati ritenuti responsabili di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro nell'interesse o a vantaggio dell'ente. D'altra parte, non è emerso che gli amministratori abbiano agito nell'esclusivo interesse proprio o di terzi, nè che fosse stato adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, un modello di organizzazione e gestione idoneo a prevenire reati come quello verificatosi; nè era stato attribuito il compito di vigilare sul funzionamento e l'osservanza di tale modello ad un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo. Infatti, solo il 21 dicembre 2007 il C.d.A. approvò le modifiche al precedente modello organizzativo, aggiungendovi proprio l'ipotesi di reato di cui all'art. 589 cod. pen..
Si considera che le argomentazioni difensive che ruotano intorno al concetto di inesigibilità della condotta con riferimento alla ristrettezza dei tempi appaiono forzate giacchè, sebbene l'ente avesse iniziato l'analisi del modello finalizzato alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, il complesso delle risultanze istruttorie indica che si trattava di un adempimento solo burocratico e non seriamente operativo. Infatti nella relazione al bilancio del (OMISSIS) si afferma che, pur aderendosi ai progetti antincendio straordinari, nulla è stato investito su questo fronte nello stabilimento di (OMISSIS) perchè destinato alla chiusura. Come a dire che il modello è in fase di preparazione ma si intende renderlo veramente operativo solo dopo il trasferimento degli impianti in (OMISSIS).
Le condotte erano finalizzate a favorire economicamente la società che amministravano, che infatti non sopportò gli oneri relativi ai costi di installazione del sistema antincendio e raccolse pure gli utili derivanti dalla prosecuzione della produzione.
La pronunzia, in questo dissentendo parzialmente dalla prima sentenza che aveva ritenuto di natura amministrativa la responsabilità in questione, assume che tale responsabilità ha in realtà natura ibrida, a metà strada fra quella amministrativa e quella penale, come ritenuto sia in dottrina che in giurisprudenza. Viene evocata la giurisprudenza di legittimità per condividerne le argomentazioni a proposito della complessiva architettura della normativa, che ha introdotto uno specifico ed innovativo sistema di responsabilità degli enti collettivi, dotato di regole apposite quanto alla struttura dell'illecito, all'apparato sanzionatorio, alla responsabilità patrimoniale, alle vicende modificative dell'ente, al procedimento di cognizione ed esecuzione; il tutto finalizzato ad integrare un efficace strumento di controllo sociale. Il sistema sanzionatorio in questione fuoriesce dagli schemi tradizionali del diritto penale "nucleare" ed è rapportato alle nuove costanti criminologiche delineate dalla normativa.
Peraltro, prosegue la Corte, anche ammessa tale natura ibrida, le questioni di costituzionalità avanzate sono infondate come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, che ha configurato un sistema di responsabilità colpevole basato sulla colpa d'organizzazione della persona giuridica. Inoltre l'ente non è chiamato a rispondere di fatto altrui, bensì di fatto proprio, atteso che il reato è stato commesso nell'interesse ed a vantaggio dell'ente, da soggetti inseriti nella compagine della persona giuridica e quindi in virtù del rapporto di immedesimazione organica che lega gli amministratori e l'ente medesimo.
La sentenza esclude pure che la fattispecie configuri un obbligo indeterminato. Esso è in realtà sufficientemente orientato dalla legge che segna le linee dettagliate che indirizzano l'ente circa il contenuto del modello da approntare e le caratteristiche che esso e l'organismo di valutazione devono possedere perchè il sistema prevenzionale possa dirsi efficacemente adottato. Si tratta di linee che appaiono assimilabili a quelle dettate dal D.Lgs. n. 626 del 1994 rispetto all'obbligo di autonormazione imposto al datore di lavoro circa la formulazione del documento di valutazione dei rischi e l'adozione delle misure conseguenti.
La sentenza esclude pure che il sistema configuri un'inversione dell'onere della prova, tanto più nella fattispecie in esame, posto che la dimostrazione dell'inesistenza di un valido modello organizzativo e di un congruo organismo di valutazione non deriva da deficit dell'esercizio dell'onere probatorio che la legge affida all'ente, quanto piuttosto dall'attività istruttoria condotta dal pubblico ministero.
Conclusivamente, la società è da ritenersi responsabile e tale responsabilità appare particolarmente grave in quanto accompagnata da una serie di Delib. dirette a dissimulare la persistenza del comitato esecutivo nel cui ambito vennero adottate le decisioni pertinenti anche alla protezione antinfortunistica. La voluta opacità di tali decisioni, permessa al massimo livello direttivo dell'ente, andava nella direzione contraria a quella auspicata dalla legislazione, che prevede procedure trasparenti nella prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Si aggiunge che, proprio in considerazione della gravità dell'addebito e della efficacia e dissuasività che devono possedere le sanzioni e le misure introdotte con la nuova legislazione, in rapporto alle capacità economiche dell'ente, le statuizioni adottate dal primo giudice sono congrue. Tale argomentazione giustifica altresì la fissazione del valore della quota. Va pure ritenuta giustificata l'adozione delle sanzioni interdittive e della pubblicazione della sentenza con un grado di diffusione giustificato dalla gravità dell'addebito proprio dell'ente.
Quanto alla diversa definizione di profitto proposta dalla difesa, la pronunzia considera che, come posto in luce dalla giurisprudenza di legittimità, l'esplicito riferimento alla natura compensativa delle condotte riparatorie, accredita al di là di ogni ambiguità una funzione della confisca del profitto come strumento di riequilibrio dello status quo economico antecedente alla consumazione del reato, che contrasta con la tesi del profitto quale utile netto. Tale concetto, insomma, va inteso non in senso aziendalistico.
La pronunzia confuta pure la tesi difensiva secondo cui nell'ambito di reato colposo non possa parlarsi di profitto. A tale argomento si ribatte che il profitto è ricollegato alla condotta, che ben può essere intenzionalmente orientata ad un vantaggio anche nei reati colposi. D'altra parte, la condotta stessa è quella propria del reato di omicidio colposo; e l'interesse non è all'evidenza connesso alla verificazione dell'evento mortale, ma costituisce il motivo che sta alla base della condotta di reato.
La composizione dell'organismo di vigilanza è essenziale perchè il modello possa ritenersi efficacemente attuato. Esso deve essere dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo. Ciò significa che deve sempre essere garantita l'autonomia dell'iniziativa di controllo da ogni forma di interferenza o di condizionamento, come previsto dall'art. 6, lett. B. Nella fattispecie tale autonomia difettava ed ha continuato a difettare, atteso che l'ing. c., componente dell'organismo in questione, era succeduto a C. quale responsabile dell'area ecologica, ambiente e sicurezza, che si occupava di manutenzione degli impianti e di organizzazione del servizio di emergenza (due settori sui quali l'organismo di vigilanza era ed è chiamato a svolgere le sue funzioni). Pertanto, le verifiche avrebbero riguardato l'operato di un dirigente chiamato ad essere il giudice di se stesso e dotato di poteri disciplinari.
L'accettazione di tale conflitto di interessi di cui si rese conto lo stesso ing. c. denota la propensione verso la configurazione del modello dell'organo di controllo in termini burocratici e di facciata e non di effettiva prevenzione dei reati.
La circostanza che, nelle società di capitali, oggi, per effetto di sopravvenuta modifica normativa, anche il collegio sindacale, il consiglio di sorveglianza e il comitato per il controllo della gestione possano svolgere la funzione di organismo di valutazione non comprime affatto il requisito dell'autonomia dell'organo, trattandosi di apparati dotati di centralità ed autonomia, come emerge dall'art. 2399 c.c., lett. c). Per tale ragione non è stata applicata la diminuente di cui all'art. 12, comma 3.
60. La natura della responsabilità dell'ente.
Tale articolato apprezzamento si sottrae alle indicate censure.
L'introduzione della responsabilità dell'ente con la L. n. 231 ha costituito una grande innovazione nella sfera del diritto punitivo ed ha alimentato una letteratura ormai vastissima. Non meno rilevante e significativo appare lo sforzo giurisprudenziale volto a concretizzare l'applicazione della nuova normativa. Di tale copiosa produzione non è possibile offrire qui una sintesi completa. Si tratteranno, brevemente, solo le questioni implicate dai motivi di ricorso.
Il primo e più lungamente dibattuto tema riguarda la natura del nuovo sistema sanzionatorio. Al riguardo non vi è accordo in dottrina. Secondo alcuni si sarebbe di fronte ad una responsabilità di tipo amministrativo, in aderenza, del resto, all'intestazione della normativa. Secondo altri, invece, la responsabilità in questione sarebbe sostanzialmente di tipo penale. Un ultimo indirizzo reputa che si sia in presenza di un tertium genus.
La tesi della natura amministrativa della responsabilità argomenta dalla qualificazione normativa in tal senso; dalla disciplina della prescrizione e delle vicende modificative dell'ente; dall'assenza di una disposizione afferente alla sospensione dell'esecuzione della sanzione.
La tesi penalistica trae argomento fondante dalla commissione di un reato quale presupposto della responsabilità dell'ente. Si parla, così, di fattispecie plurisoggettiva eventuale, o a concorso necessario, ovvero di fattispecie complessa e necessariamente plurisoggettiva. Ma gli argomenti sono molteplici: l'autonomia della responsabilità dell'ente rispetto a quella dell'autore del reato; la giurisdizione penale; l'impronta penalistica delle severe sanzioni;
la rilevanza del tentativo; la possibilità di rinunziare all'amnistia.
Il terzo indirizzo, pur rimarcando i tratti penalistici della normativa, preferisce valorizzare l'autonomia del sottosistema di cui si parla, entro il più ampio quadro del sistema punitivo che comprende sia l'illecito penale che quello amministrativo. Si riprendono le considerazioni esposte nella Relazione al D.Lgs. n. 231 per sottolineare che si è in presenza di una articolato sistema di responsabilità da reato che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo. Si tratterebbe, peraltro, di un sottosistema distinto ma strettamente connesso al diritto penale: una sorta di terzo binario del diritto criminale.
61. La giurisprudenza in proposito.
Anche in giurisprudenza si riscontrano indirizzi diversi. In alcune pronunzie, sia pure solo incidentalmente, queste Sezioni unite hanno affermata la natura amministrativa della responsabilità da reato (Sez. U, n. 34476 del 23/01/2011, Deloitte & Touche, Rv. 250347; Sez. U, n. 10561 del 30/01/2014, Gubert, Rv.258647. Nello stesso senso Sez. 6, n. 21192 del 25/01/2013, Barla, Rv. 255369; Sez. 4, n. 42503 del 25/06/2013, Ciacci, Rv. 257126).
E' nel complesso orientata in senso penalistico altra, complessa pronunzia delle Sezioni unite (Sez. U., n. 26654 del 27/03/2008, Fisia Italimpianti, Rv. 239922-923-924-925-926-927) che rimarca l'architettura normativa complessa del nuovo istituto che evidenzia una fisionomia ben definita, e segna l'introduzione nel nostro ordinamento di uno specifico ed innovativo sistema punitivo per gli enti collettivi, dotato di apposite regole quanto alla struttura dell'illecito, all'apparato sanzionatorio, alla responsabilità patrimoniale, alle vicende modificative dell'ente, al procedimento di cognizione e a quello di esecuzione, il tutto finalizzato ad integrare un efficace strumento di controllo sociale. Il sistema sanzionatorio proposto dal D.Lgs. n. 231 fuoriesce dagli schemi tradizionali del diritto penale - per così dire - "nucleare". La responsabilità della persona giuridica è aggiuntiva e non sostitutiva di quella delle persone fisiche, che resta regolata dal diritto penale comune. Il criterio d'imputazione del fatto all'ente è la commissione del reato "a vantaggio" o "nell'interesse" del medesimo ente da parte di determinate categorie di soggetti. V'è, quindi, una convergenza di responsabilità, nel senso che il fatto della persona fisica, cui è riconnessa la responsabilità anche della persona giuridica, deve essere considerato "fatto" di entrambe, per entrambe antigiuridico e colpevole, con l'effetto che l'assoggettamento a sanzione sia della persona fisica che di quella giuridica s'inquadra nel paradigma penalistico della responsabilità concorsuale. Pur se la responsabilità dell'ente ha una sua autonomia, è imprescindibile il suo collegamento alla oggettiva realizzazione del reato, integro in tutti gli elementi strutturali che ne fondano lo specifico disvalore, da parte di un soggetto fisico qualificato (Nello stesso senso Sez. 2, n. 3615 del 20/12/2005, D'Azzo, Rv. 232957).
Altro filone della giurisprudenza (Sez. 6, n. 27735 del 18/02/2010, Scarafia, Rv. 247665-666; Sez. 6, n. 36083 del 09/07/2009, Mussoni, Rv. 244256) ritiene, invece, che il D.Lgs. n. 231 abbia introdotto un tertium genus di responsabilità rispetto ai sistemi tradizionali di responsabilità penale e di responsabilità amministrativa, prevedendo un'autonoma responsabilità dell'ente in caso di commissione, nel suo interesse o a suo vantaggio, di uno dei reati espressamente elencati da parte un soggetto che riveste una posizione apicale, sul presupposto che il fatto-reato "è fatto della società, di cui essa deve rispondere".
62. Le questioni di legittimità costituzionale.
Le dispute definitorie e classificatorie di cui si è doverosamente dato conto possono essere senz'altro collocate nell'ambito delle disquisizioni d'impronta prevalentemente teoretica.
Il Collegio considera che, senza dubbio, il sistema di cui si discute costituisce un corpus normativo di peculiare impronta, un tertium genus, se si vuole. Colgono nel segno, del resto le considerazioni della Relazione che accompagna la normativa in esame quando descrivono un sistema che coniuga i tratti dell'ordinamento penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell'efficienza preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia.
Parimenti non è dubbio che il complesso normativo in esame sia parte del più ampio e variegato sistema punitivo; e che abbia evidenti ragioni di contiguità con l'ordinamento penale per via, soprattutto, della connessione con la commissione di un reato, che ne costituisce il primo presupposto, della severità dell'apparato sanzionatorio, delle modalità processuali del suo accertamento. Sicchè, quale che sia l'etichetta che si voglia imporre su tale assetto normativo, è dunque doveroso interrogarsi sulla compatibilità della disciplina legale con i principi costituzionali dell'ordinamento penale, seguendo le sollecitazioni difensive.
Al riguardo la Corte di cassazione si è ripetutamente interrogata pervenendo a ben meditate conclusioni, che devono essere qui ribadite, circa l'inesistenza di alcun vulnus costituzionale.
E' senz'altro da escludere che sia violato il principio della responsabilità per fatto proprio. Il reato commesso dal soggetto inserito nella compagine dell'ente, in vista del perseguimento dell'interesse o del vantaggio di questo, è sicuramente qualificabile come "proprio" anche della persona giuridica, e ciò in forza del rapporto di immedesimazione organica che lega il primo alla seconda: la persona fisica che opera nell'ambito delle sue competenze societarie, nell'interesse dell'ente, agisce come organo e non come soggetto da questo distinto; nè la degenerazione di tale attività funzionale in illecito penale è di ostacolo all'immedesimazione (in tal senso, particolarmente, Sez. 6, Scarafia, cit.).
Parimenti è da escludere che il sistema violi il principio di colpevolezza. Di certo, però, tale principio deve essere considerato alla stregua delle peculiarità della fattispecie, affatto diversa da quella che si configura quando oggetto dell'indagine sulla riprovevolezza è direttamente una condotta umana. Qui il rimprovero riguarda l'ente e non il soggetto che per esso ha agito: sarebbe dunque vano e fuorviante andare alla ricerca del coefficiente psicologico della condotta invocato dal ricorrente; ciò tanto più quando l'illecito presupposto sia colposo giacchè, come si è già avuto occasione di rimarcare, la colpa presenta essa stessa connotati squisitamente normativi che ne segnano il disvalore.
Occorre allora ricostruire in guisa diversa quella che solitamente viene denominata colpa d'organizzazione, considerandone il connotato squisitamente normativo. Si deve considerare che il legislatore, orientato dalla consapevolezza delle connotazioni criminologiche degli illeciti ispirati da organizzazioni complesse, ha inteso imporre a tali organismi l'obbligo di adottare le cautele necessarie a prevenire la commissione di alcuni reati, adottando iniziative di carattere organizzativo e gestionale. Tali accorgimenti vanno consacrati in un documento, un modello che individua i rischi e delinea la misure atte a contrastarli. Non aver ottemperato a tale obbligo fonda il rimprovero, la colpa d'organizzazione. Al riguardo, peraltro, non si configura un'inversione dell'onere della prova. Come la Corte di cassazione ha già avuto modo di porre in luce (Sez. 6, Scarafia cit.), la responsabilità dell'ente si fonda sulla indicata colpa di organizzazione. Il riscontro di tale deficit organizzativo consente la piana ed agevole imputazione all'ente dell'illecito penale. Grava sull'accusa l'onere di dimostrare l'esistenza dell'illecito penale in capo alla persona fisica inserita nella compagine organizzativa della societas e che abbia agito nell'interesse di questa; tale accertata responsabilità si estende "per rimbalzo" dall'individuo all'ente collettivo, nel senso che vanno individuati precisi canali che colleghino teleologicamente l'azione dell'uno all'interesse dell'altro e, quindi, gli elementi indicativi della colpa di organizzazione dell'ente, che rendono autonoma la responsabilità del medesimo ente. La condivisa pronunzia considera altresì che militano a favore dell'ente, con effetti liberatori, le previsioni probatorie di segno contrario di cui al D.Lgs. n. 231, art. 6, afferenti alla dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Nessuna inversione dell'onere della prova è, pertanto, ravvisabile nella disciplina che regola la responsabilità da reato dell'ente, gravando comunque sull'accusa la dimostrazione della commissione del reato da parte di persona che rivesta una delle qualità di cui al D.Lgs. n. 231, art. 5, e la carente regolamentazione interna dell'ente, che ha ampia facoltà di offrire prova liberatoria.
Si tratta di un ordine di idee che si rinviene pure nella sentenza impugnata, che rimarca l'iniziativa dell'accusa pubblica nella dimostrazione delle gravi carenze organizzative. Dunque, non hanno fondamento le censure difensive volte ad enfatizzare meccanismi presuntivi.
Neppure si può pensare ad un'indeterminatezza della fattispecie. Le considerazioni svolte al riguardo dalla sentenza d'appello sono condivisibili: l'obbligo organizzativo e gestionale imposto all'ente è ben delineato dalla normativa.
Le censure difensive, dunque, sono infondate.
63. Il criterio d'imputazione oggettiva.
Il D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5 detta la regola d'imputazione oggettiva dei reati all'ente: si richiede che essi siano commessi nel suo interesse o vantaggio. La L. 3 agosto 2007, n. 123, art. 9, ha introdotto nella normativa l'art. 25-septies che ha esteso l'ambito applicativo della disciplina ai reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro. L'art. in questione è stato successivamente riscritto dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 300 senza differenze rilevanti nella presente sede.
Secondo l'impostazione prevalente, ispirata anche dalla Relazione governativa al D.Lgs., i due criteri d'imputazione dell'interesse e del vantaggio si pongono in rapporto di alternatività, come confermato dalla congiunzione disgiuntiva "o" presente nel testo della disposizione. Si ritiene che il criterio dell'interesse esprima una valutazione teleologia del reato, apprezzabile ex ante, al momento della commissione del fatto, e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo; e che il criterio del vantaggio abbia una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ex post, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito.
Non è mancata, tuttavia, qualche voce dissenziente che ha ritenuto che i due criteri abbiano natura unitaria. Il criterio d'imputazione sarebbe costituito dall'interesse, mentre il vantaggio potrebbe al più rivestire un ruolo strumentale, probatorio, volto alla dimostrazione dell'esistenza dell'interesse.
La tesi dualistica trova accoglimento anche in giurisprudenza (Sez. 2, n. 3615 del 20/12/2005, D'Azzo, Rv. 232957; Sez. 5, n. 10265 del 28/11/2013, dep. 2014, Banca Italease s.p.a., Rv. 258577; Sez. 6, n. 24559 del 22/05/2013, House Building s.p.a., Rv. 255442).
Il tema, peraltro, non presenta significativo interesse nel giudizio in esame, sia perchè la questione non è stata oggetto di specifica deduzione, sia perchè le pronunzie di merito argomentano ampiamente sia sull'interesse che sul vantaggio pertinenti alla vicenda in esame.
Di ben maggiore interesse è invece il fatto che l'art. 25-septies ha segnato l'ingresso dei delitti colposi nel catalogo dei reati costituenti presupposto della responsabilità degli enti, senza tuttavia modificare il criterio d'imputazione oggettiva di cui si è detto, per adattarlo alla diversa struttura di tale categoria di illeciti. E' allora insorto il problema della compatibilità logica tra la non volontà dell'evento che caratterizza gli illeciti colposi ed il finalismo che è sotteso all'idea di interesse. D'altra parte, nei reati colposi di evento sembra ben difficilmente ipotizzabile un caso in cui l'evento lesivo corrisponda ad un interesse o vantaggio dell'ente. Tale singolare situazione ha indotto qualcuno a ritenere che, in mancanza di un esplicito adeguamento normativo, la nuova, estensiva disciplina sia inapplicabile. E' la tesi sostenuta dal ricorrente.
Tali dubbi e le estreme conseguenze che se ne desumono sono infondati. Essi condurrebbero alla radicale caducazione di un'innovazione normativa di grande rilievo, successivamente confermata dal D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, col quale è stato introdotto nella disciplina legale l'art. 25-undecies che ha esteso la responsabilità dell'ente a diversi reati ambientali.
Il problema prospettato deve essere allora risolto nella sede propria, che è quella interpretativa. I risultati assurdi, incompatibili con la volontà di un legislatore razionale, cui condurrebbe l'interpretazione letterale della norma accredita senza difficoltà l'unica alternativa, possibile lettura: i concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d'evento, vanno di necessità riferiti alla condotta e non all'esito antigiuridico. Tale soluzione non determina alcuna difficoltà di carattere logico: è ben possibile che una condotta caratterizzata dalla violazione della disciplina cautelare e quindi colposa sia posta in essere nell'interesse dell'ente o determini comunque il conseguimento di un vantaggio. Il processo in esame ne costituisce una conferma. D'altra parte, tale soluzione interpretativa, oltre a essere logicamente obbligata e priva di risvolti intollerabili dal sistema, non ha nulla di realmente creativo, ma si limita ad adattare l'originario criterio d'imputazione al mutato quadro di riferimento, senza che i criteri d'ascrizione ne siano alterati. L'adeguamento riguarda solo l'oggetto della valutazione che, coglie non più l'evento bensì solo la condotta, in conformità alla diversa conformazione dell'illecito; e senza, quindi, alcun vulnus ai principi costituzionali dell'ordinamento penale. Tale soluzione non presenta incongruenze: è ben possibile che l'agente violi consapevolmente la cautela, o addirittura preveda l'evento che ne può derivare, pur senza volerlo, per corrispondere ad istanze funzionali a strategie dell'ente. A maggior ragione vi è perfetta compatibilità tra inosservanza della prescrizione cautelare ed esito vantaggioso per l'ente.
Dunque, neppure sotto tale riguardo, le censure difensive hanno pregio.
64. La confisca del profitto.
Altra questione di principio posta dal ricorrente attiene alla configurabilita di un profitto confiscabile nel reato colposo.
Anche a tale riguardo vi è necessità di rammentare brevemente le movenze della giurisprudenza di legittimità.
E' risalente e tradizionale l'insegnamento che, in relazione all'art. 240 cod. pen., il "profitto" va tenuto distinto dal "prodotto" e dal "prezzo" del reato, e va individuato in qualsiasi "vantaggio economico" che costituisca un "beneficio aggiunto di tipo patrimoniale" che abbia una "diretta derivazione causale" dalla commissione dell'illecito (Sez. U, n. 9149 del 03/07/1996, Chabni, Rv. 205707).
Il principio è stato ripetutamente ribadito (Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, Rv. 228166; Sez. U, n. 29952 del 24/05/2004, Romagnoli, Rv. 228117) in tema di sequestro preventivo, ex art. 321 c.p.p., comma 2, di cose confiscabili ai sensi dell'art. 240 cod. pen..
Nel definire il profitto come "vantaggio di natura economica" o "beneficio aggiunto di tipo patrimoniale", si è sottolineata la necessità della stretta derivazione causale del profitto dal reato;
e si è precisato che all'espressione non va, comunque, attribuito il significato di "utile netto" o di "reddito", indicando essa, invece, un beneficio aggiunto di natura economica.
Una successiva sentenza delle Sezioni Unite (Sez. U, n. 41936 del 25/10/2005, Muci, Rv. 232164) in materia di sequestro preventivo preordinato alla confisca di cui all'art. 322-ter cod. pen., ha ulteriormente ribadito l'orientamento in questione, confermando il principio secondo cui il profitto corrisponde all'"utile ottenuto in seguito alla commissione del reato", e il prodotto al "risultato, cioè al frutto che il colpevole ottiene direttamente dalla sua attività illecita".
La portata del profitto confiscabile è stata ampliata da altra rilevante pronunzia (Sez. U, n. 10208 del 25/10/2007, Miragliotta, Rv. 238700). Si è affermato che nel concetto di profitto o provento di reato devono essere compresi non soltanto i beni che l'autore del reato "apprende" alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell'illecito, ma anche ogni altra utilità che questi realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa; qualsiasi trasformazione che il danaro illecitamente conseguito subisca per effetto del suo investimento deve essere considerata, secondo la Corte, profitto del reato nel caso in cui tale trasformazione sia collegabile causalmente al reato stesso e al profitto immediato e sia soggettivamente attribuibile all'autore. In breve, rientra nell'idea di profitto ogni altra utilità che il reo realizzi anche come effetto mediato ed indiretto della sua attività criminosa.
Il principio è stato ripreso affermando che il profitto costituisce un vantaggio economico che si ritrae, sia pure in forma indiretta e mediata, come conseguenza della attività criminosa alla stessa riferibile (Sez. 2, n. 45389 del 06/11/2008, Perino, Rv. 241973).
L'indirizzo in questione è stato da ultimo richiamato ed ulteriormente corroborato dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 10561 del 30/01/2014, Gubert, Rv. 258647), ammettendo la confisca diretta del profitto corrispondente alla mancata corresponsione della somma di denaro dovuta a titolo di imposta. E' stata delineata una nozione di profitto funzionale alla confisca, capace di accogliere al suo interno non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell'illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell'attività criminosa. La trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è quindi di ostacolo al sequestro preventivo, il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito. In conclusione, il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l'autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell'illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa.
Entro tale cornice si colloca l'elaborazione espressa da altra sentenza delle Sezioni Unite (Fisia Italimpianti cit.) con riguardo alla sanzione della confisca, anche per equivalente, del profitto del reato prevista dal D.Lgs. n. 231. Le linee dell'argomentazione vanno qui brevemente evocate e rapportate alla nuova contingenza in esame, afferente ad un illecito colposo.
La pronunzia parte dalla considerazione che sulla base dell'evoluzione normativa, appare assai arduo, oggi, catalogare l'istituto della confisca nel rigido schema della misura di sicurezza, essendo agevole per esempio riconoscere, in quella di valore, i tratti distintivi di una vera e propria sanzione e, in quella "speciale", una natura ambigua, sospesa tra funzione specialpreventiva e vero e proprio intento punitivo. Con il termine "confisca", in sostanza, al di là del mero aspetto nominalistico, si identificano misure ablative di natura diversa, a seconda del contesto normativo in cui lo stesso termine viene utilizzato.
In particolare il D.Lgs. n. 231, art. 9, comma 1, lett. c) prevede la confisca come sanzione, il cui contenuto e i cui presupposti applicativi sono precisati nell'art. 19, comma 1: "Nei confronti dell'ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato". Il comma 2 autorizza la confisca anche nella forma per equivalente, replicando lo schema normativo di disposizioni già presenti nel codice penale o in leggi penali speciali. Non si dubita, condivisibilmente, che la confisca sia configurata come sanzione principale, obbligatoria e autonoma rispetto alle altre pure previste nella normativa in esame. Essa è concepita come misura afflittiva che assolve anche una funzione di deterrenza, risponde sicuramente ad esigenze di giustizia e, al contempo, di prevenzione generale e speciale, generalmente condivise.
Quanto al profitto, oggetto della misura ablativa, osservano le citate Sezioni Unite che non è rinvenibile in alcuna disposizione legislativa una definizione della relativa nozione, nè tanto meno una specificazione del tipo di "profitto lordo" o "profitto netto", ma il termine è utilizzato, nelle varie fattispecie in cui è inserito, in maniera meramente enunciativa, assumendo quindi un'ampia latitudine semantica da colmare in via interpretativa. Il termine "profitto" è menzionato in diverse disposizioni del D.Lgs. n. 231, che disciplinano situazioni eterogenee. E pur in assenza, anche nel sistema delineato di una definizione della nozione di profitto, è indubbio che questa assume significati diversi in relazione ai differenti contesti normativi in cui è inserita.
Per ciò che attiene al profitto oggetto dell'ablazione sanzionatoria, la pronunzia segue l'andamento estensivo della giurisprudenza in tema di profitto, di cui si è sopra dato conto, e giunge a ritenere, condivisibilmente, che tale orientamento sia applicabile nell'ambito di cui si discute: nel linguaggio penalistico, si afferma, il termine ha assunto sempre un significato oggettivamente più ampio rispetto a quello economico o aziendalistico, non è stato cioè mai inteso come espressione di una grandezza residuale o come reddito di esercizio, determinato attraverso il confronto tra componenti positive e negative del reddito. In particolare, il profitto del reato a cui fa riferimento l'art. 240 cod. pen., comma 1 va identificato col vantaggio economico ricavato in via immediata e diretta dal reato e si contrappone al "prodotto" e al "prezzo" del reato. L'andamento estensivo della giurisprudenza è d'altra parte in linea con la strategia internazionale, che in maniera sempre più esponenziale, affida alla confisca dei "proventi del reato", intesi in senso sempre più ampio e onnicomprensivo, il ruolo di contrasto alla criminalità economica e a quella organizzata e, a tal fine, elabora strumenti funzionali alla promozione dell'armonizzazione delle legislazioni nazionali in materia.
Tale generale ordine di idee deve essere ripreso ed ampliato. E' da rimarcare che l'idea di profitto non può non essere conformata in guisa che sia coerente con le caratteristiche della fattispecie cui si riferisce. Si è visto che, per ciò che riguarda i reati colposi di evento, l'imputazione oggettiva dell'illecito all'ente si fonda sull'interesse o vantaggio riferito alla condotta e non all'evento.
Orbene, con riguardo ad una condotta che reca la violazione di una disciplina prevenzionistica, posta in essere per corrispondere ad istanze aziendali, l'idea di profitto si collega con naturalezza ad una situazione in cui l'ente trae da tale violazione un vantaggio che si concreta, tipicamente, nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto. Qui si concreta il vantaggio che costituisce il nucleo essenziale dell'idea normativa di profitto.
Dunque non erra per nulla la Corte di merito quando individua il profitto, come minimo, nel risparmio di spesa inerente all'impianto di spegnimento; oltre che nella prosecuzione dell'attività funzionale alla strategia aziendale ma non conforme ai canoni di sicurezza. Pertanto, pure la censura di cui si discute è priva di pregio.
65. Le altre questioni.
Le altre questioni prospettate dall'ente sono palesemente prive di pregio.
Come si è visto, la sentenza spiega diffusamente che il modello organizzativo non è stato mai efficacemente adottato, per via dell'inidoneità dell'ing. c. a svolgere il ruolo critico previsto dalla legge. Pure persuasivamente si confuta la tesi che evoca le innovazioni normative in ordine alla composizione del'ODV, posto che esse non mettono in crisi la primaria istanza di indipendenza dell'organo. Si tratta di argomentazioni che non mostrano vizi logici o giuridici di sorta.
D'altra parte, per ciò che attiene al trattamento sanzionatorio, la pronunzia è appropriata ed immune da censure. Infatti, contrariamente a quanto dedotto, si fa leva non solo e non tanto sulla drammaticità degli eventi, ma anche sulla gravità della colpa, sulla consolidata avversione a costruire procedure decisionali e gestionali trasparenti. Tale apprezzamento giustifica la modulazione delle sanzioni in tutte le sue articolazioni.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla ritenuta esistenza della circostanza aggravante di cui al capoverso dell'art. 437 cod. pen. ed al conseguente assorbimento del reato di cui all'art. 449 cod. pen..
Dispone trasmettersi gli atti ad altra sezione della Corte d'assise d'appello di Torino per la rideterminazione delle pene in ordine ai reati di cui all'art. 437, comma 1, art. 589, commi 1, 2 e 3, art. 61, n. 3 e art. 449 in relazione all'art. 423 c.p. e art. 61 c.p., n. 3.
Rigetta il ricorso della persona giuridica Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni s.p.a. che condanna al pagamento delle spese processuali.
Condanna in solido gli imputati ed il responsabile civile Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni s.p.a. alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile Medicina Democratica che liquida in complessivi 7.000,00 Euro oltre accessori come per legge.
Visto l'art. 624 c.p.p., comma 2 dichiara irrevocabili le parti della sentenza relative alla responsabilità degli imputati in ordine ai reati loro ascritti.
Così deciso in Roma, il 24 aprile 2014.