Source: http://www.luigiligotti.it/2012/10/
Timestamp: 2018-11-18 10:19:04+00:00
Document Index: 102118390

Matched Legal Cases: ['art.595', 'art.13', 'art.8', 'art.10', 'art.1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.21', 'art.595', 'art.21', 'art.13', 'art.2635', 'art.2635']

Archivio 2012 ottobre
La premiata sartoria Gabanelli
ottobre 31, 2012 in Appunti
Report ha mandato in onda la scorsa domenica, un preteso servizio giornalistico d’inchiesta, con il fine evidente demolitorio dell’IDV e di Antonio Di Pietro.
La tecnica dell’inchiesta è consistita nel privilegiare volti e parole degli avvelenati accusatori di Di Pietro (pluricondannati per le loro false accuse) in controcanto con il taglio e cuci riservato ad Antonio Di Pietro.
Basta vedere la massa di documenti messi a disposizione sul sito di Di Pietro, per rendersi conto della pervicace disinformazione della premiata sartoria Gabanelli.
Moltissime menzogne costruite sulle omissioni e false affermazioni. Eppure la documentazione che tutti possiamo consultare e farci un’idea, era a disposizione della Gabanelli.
Ma non contano le carte e le sentenze della magistratura, non contano le condanne dei velenosi nemici di Di Pietro, non contano le certificazioni.
Allora, essendo la verità un fatto oggettivo che tutti possono verificare (ripeto andate sul sito di Di Pietro), rimane una domanda alla quale, il tempo darà risposta: chi è il mandante dell’operazione? Quale potere è stato toccato dalle battaglie dell’IDV? Chi ha avuto l’interesse alla disinformazione demolitrice?
Diffamazione: parliamone con cognizione. Serve non abbassare la guardia per gli agguati possibili alla libertà.
ottobre 27, 2012 in Appunti
DOMANI, RIPRENDE ESAME IN AULA. DALLE 17. PREVISIONI? NESSUNA.
Ci si divide molto sulla modifica della diffamazione. Accade, anche, che si dicano inesattezze. Vediamo, da vicino, di cosa si tratti.
Per parlare con compiutezza del disegno di legge sulla diffamazione, serve ricordare cosa sia la diffamazione.
L’art.595 del codice penale dice:
<< Chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito>>.
La reputazione costituisce quell’opinione o stima di cui l’individuo goda in seno alla società.
L’attuale legge sulla stampa (art.13 Legge n.47 del 1948), detta:
<<Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000>>.
Sempre la legge 47 del 1948, all’art.8, prescrive:
<<Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a far inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità>>.
Le direttrici di modifica dell’attuale normativa, sono due:
1. Eliminazione della pena della reclusione sostituendola con la pena pecuniaria, in aderenza ai principi affermati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (peraltro l’art.10 della nostra Costituzione, impone che <<L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute>>). L’entità della sanzione pecuniaria, deve poter salvaguardare l’effetto detterrente connesso alla pena, senza però che, una pena non equilibrata, possa tradursi in uno strumento per eliminare la stampa locale, costretta a chiudere per la pesantezza della sanzione. Su questo punto, c’è forte contrasto e i lavori dell’aula si sono impantanati. C’è chi continua a volere la pena del carcere e chi vuole pene pesantissime (sino a 100 mila euro), ossia la morte della piccola stampa. L’Europa richiama, invero, la necessità dell’equilibrio, censurandosi l’eccessivo peso economico della sanzione sulla persona accusata d’aver diffamato (in tal senso le recenti sentenze della Corte europea nel caso Saaristo c. Finlandia del 12 ottobre 2010 e nel caso Publico c. Portogallo del 7 dicembre 2010).
2. Rafforzamento del sistema della rettifica, considerata la prima e principale forma risarcitoria e ripristinatoria della reputazione offesa di una persona. La modifica più significativa consiste nel divieto di commentare la rettifica pubblicata. Invero, con molta frequenza, accade che in calce alla rettifica, si aggiunga il commento finalizzato a vanificare la rettifica pubblicata, anzi approfittandone per rincarare la portata offensiva di ciò che si rettifica e, così, offendendo la reputazione due volte. Ovviamente, ciò non significa che il giornalista non possa, con altro articolo, ribadire le sue affermazioni ma, farlo commentando, in calce, la rettifica, significa annullare la finalità della stessa.
Argomento di dibattito è se questa disciplina si applichi al web.
Ci sono stati tentativi in questa direzione.
Ho fatto, personalmente, una forte azione di contrasto a questi tentativi, ottenendo il risultato di far specificare esattamente a cosa e a chi, si applichi la normativa. Ed allora, continuando a dirsi inesattezze, preciso la platea dei destinatari della normativa.
1. Il regime si applica alle edizioni cartacee dei prodotti ricadenti nell’ambito della legge sulla stampa (così è attualmente), “comprese le relative edizioni telematiche” (questa è la modifica). Invero, molti giornali o periodici, hanno le edizioni online. Anche per queste edizioni, si applica la normativa.
2. Il regime è anche “Per i prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata”. Si tratta delle pubblicazioni non collegate alle edizioni cartacee. L’indicazione è quella contenuta nella Legge n.62 del 2001 che, all’art.1, dice:
<<1. Per “prodotto editoriale”, ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.
3. Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n.47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n.47 del 1948>>.
Stiamo, insomma, parlando di vere e proprie testate giornalistiche, sottoposte alla normativa della legge sulla stampa (n.47 del 1948), con editore, proprietà, stampatore, direttore o vicedirettore responsabile.
Non c’entra nulla il web e non c’entrano nulla i commenti che, nel sistema interattivo della stampa online, possono essere inseriti nelle pagine, ma che non rientrano nella definizione di “prodotto editoriale”.
Ovviamente, anche sul web, si può offendere la reputazione di una persona. In questi casi, però, non si applica la legge sulla stampa, bensì la legge ordinaria prevista dal codice penale, come è sempre accaduto per questi reati e sempre che, sia individuabile l’offensore. Nulla cambia, insomma, rispetto a ciò che c’è sempre stato.
Diffamazione: il mio intervento in discussione generale su modifica diffamazione. Oggi 24 ottobre 2012
ottobre 24, 2012 in Appunti
LI GOTTI (IdV). Signora Presidente, onorevoli colleghi, è ovvio che l’intervento legislativo che ci apprestiamo ad approvare nasce sull’onda di una contingenza particolarmente significativa, attesa l’entità della pena, cioè il caso di Alessandro Sallusti. È altresì vero, come ricordavano i relatori, che questo tema, afferente l’apparato sanzionatorio per le diffamazioni, è antico. Già tre legislature orsono furono presentati disegni di legge che intervenivano sulla materia, quindi si tratta di un tema che impegna la politica e la dottrina da molti anni. La vicenda ultima ripropone in termini di attualità l’esigenza di intervenire portando a compimento un processo di riforma molto datato.
Che la diffamazione preveda, tra le sanzioni, il carcere, indipendentemente dalle sentenze della Corte europea per i diritti dell’uomo, è un fatto oggettivo. Sappiamo che in Francia, per alcune ipotesi, è prevista la detenzione, così come in Spagna, e anche in Germania è prevista una pena non superiore a cinque anni in alcuni casi di diffamazione particolarmente intenzionale. Quindi esiste in Europa uno scenario che contempla anche le pene detentive, così com’è in Italia dove il legislatore del 1948 inserì una particolare forma di diffamazione, quella a mezzo stampa, con l’attribuzione del fatto specifico e con la previsione della reclusione da uno a sei anni.
Su un punto ci siamo trovati tutti d’accordo: non riteniamo che per questo tipo di reati contro la persona possa prevedersi la sanzione del carcere. Questa è una scelta di fondo. Diversamente da altri Paesi riteniamo che la sanzione detentiva, in linea anche con le sentenze della Corte europea dei Diritti dell’uomo, sia eccessiva per questo tipo di reati: diffamazione, diffamazione a mezzo stampa, ingiuria.
Abbiamo ritenuto di muoverci su tre direttrici fondamentali: eliminazione della sanzione detentiva; inasprimento delle sanzioni pecuniarie; irrigidimento, con una fase cogente, dell’istituto della rettifica, già previsto nel nostro ordinamento ma di fatto non applicato, dal momento che non è disciplinata la fase cogente, come ora invece si propone attraverso la possibilità di un ricorso d’urgenza al giudice, ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile, che ha la possibilità di verificare se, come e quando si renda necessaria la pubblicazione della rettifica. Su queste tre linee siamo in perfetta sintonia, salvo avere forti perplessità sull’entità della pena pecuniaria prevista, nell’asticella alta, in 100.000 euro. Nel caso di reiterazione del reato nei due anni si prevede il raddoppio della pena, ossia l’asticella alta è pari a 200.000 euro.
È vero, il collega Maritati ha ricordato che poi i giudici, con buon senso, mai applicherebbero una pena del genere, però questa è scritta. Quindi, dire che mai la ragionevolezza del giudice porterà ad applicare una sanzione di 200.000 euro nel caso della speciale recidiva è un auspicio, però, come legislatori, proponiamo comunque una sanzione che arriva a 100.000 euro.
Non siamo allora d’accordo sull’entità della pena, perché applicare una sanzione, essendo possibile, così elevata significa (dimenticando la grande stampa, pensiamo al reticolo dell’informazione dei giornali sul territorio nazionale) determinare la chiusura dei giornali. Non è più una sanzione ma un modo per chiudere una stampa fastidiosa. Perché escludere la possibilità che in una piccola comunità un giornale che fa le pulci al potere, attraverso una sentenza pesante ma consentita, possa essere costretto alla chiusura? Questo non possiamo consentirlo e quindi dobbiamo contenere tale norma, anche con ragionevolezza. Quella ragionevolezza che si ritiene che dovrebbe avere il giudice nell’emettere le sentenze applichiamola noi nel momento in cui stabiliamo le sanzioni pecuniarie, che devono avere il fine della deterrenza ma non debbono diventare il possibile strumento di limitazione della comunicazione, con l’effetto indiretto della soppressione di organi di informazione.
Non siamo neanche d’accordo sull’istituto, abbastanza problematico nella modifica, della recidiva speciale, che è previsto da questo testo affidato all’Aula. Obiettivamente, avendo abbastanza riflettuto, prevediamo una recidiva secca con il raddoppio delle pene al di fuori dell’istituto generale della recidiva. Non riteniamo che si possa introdurre una modifica in materia di recidiva limitata ad un reato, perché questo si tratterebbe di fare. Quando prevediamo il raddoppio automatico qualora il reato venga commesso nei due anni prevediamo un’ipotesi straordinaria di recidiva non discrezionale espressamente quantificata, ossia il doppio della sanzione, che è al di fuori dal sistema.
Riteniamo che dobbiamo rimanere all’interno del sistema e che quindi anche l’istituto della recidiva va applicato secondo le regole generali previste dal nostro codice. Diversamente introdurremmo una parte speciale in questa materia che potrà valere anche in altri casi: per quel reato stabiliamo una recidiva disancorata dall’istituto e la prevediamo esclusivamente per quello. Quando ci si allontana dai sistemi generali si crea un problema.
Così come riteniamo molto pericoloso l’ampliamento previsto per i temi delle testate on line. Signori relatori, non sono convinto che la legge n. 62 del 2001 dia tranquillità nell’individuazione di cosa siano le testate on line, i giornali telematici sottoposti alla disciplina. Non penso che nella legge del 2001 si trovi una definizione esatta, ciò anche alla luce della recentissima sentenza della Corte di cassazione depositata il 12 maggio di questo anno che ha escluso l’applicazione della legge sulla stampa ad una testata on line in quanto si è ritenuto che la legge del 2001 valesse solo ai fini di ottenere i contributi per l’editoria. Al di fuori di questa ipotesi la Corte di cassazione ha ritenuto che non si può ritenere la testate on line rientrante nell’alveo della legge n. 47 del 1948 (legge sulla stampa). Penso che possiamo intervenire sul tema, ma non così.
Noi dovremmo rivedere interamente una materia particolarmente delicata considerando, signor Presidente, la natura dei siti informatici che spesso sono interattivi, nel senso che la pubblicazione non viene filtrata ab initio dal responsabile del sito, ma si interloquisce con milioni di persone che potrebbero inserire in quel sito espressioni diffamatorie.
Procedendo nel senso indicato creeremmo un obbligo di rettifica di cose scritte da altri con una comunicazione fatta di milioni di messaggi. È un settore particolarmente delicato da affrontare. Dovremmo affrontarlo, ma non possiamo farlo in questo provvedimento.
Noi riteniamo, signor Presidente, che sarebbe opportuno tornare all’origine scheletrica dei disegni di legge che lei, presidente Chiti, insieme al senatore Gasparri ed io insieme ad altri colleghi avevamo presentato. Torniamo a quei testi scheletrici, non avventuriamoci in campi che meritano più approfondita attenzione essendo estremamente delicata la materia.
Lo stesso vale per il testo consegnatoci per l’Aula relativo all’articolo 3 che impone la rettifica ai motori di ricerca di una notizia che è stata già smentita e su cui è già intervenuta la rettifica e che prevede l’applicazione di una pena sino a 100.000 euro qualora il motore di ricerca riproduca la notizia già rettificata. Ma in un caso del genere si incorre nel reato di diffamazione. È già previsto il rimedio; non si può prevedere che una sanzione prevista per un’altra fattispecie sia trasferita ai motori di ricerca quando esiste già la norma. Esiste il reato di diffamazione a mezzo stampa, che avvenga a mezzo stampa o con qualunque altro mezzo di pubblicità.
Se un motore di ricerca ritrasmette, ridiffonde una notizia diffamatoria si faccia la querela. C’è il rimedio ordinario, senza bisogno di questi rimedi eccezionali.
Ecco, con questi limiti e con queste novità positive introdotte ci apprestiamo ad esaminare il testo con i nostri emendamenti. (Applausi dei Gruppi IdV e PD).
ottobre 21, 2012 in Appunti
Il caso Sallusti passerà da una brutta legge? Probabile.
Mettiamo qualche punto fermo.
L’art.21 della Costituzione, detta il principio:
<<Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione>>.
Soccorre l’art.595 del codice penale (“Diffamazione”), ossia, per la giurisprudenza:
<< La libertà di pensiero, garantita dall’art.21 Costituzione, ha i suoi limiti naturali che sono costituiti dal rispetto altrui. Per quanto riguarda il rispetto del diritto altrui la facoltà di manifestazione del pensiero trova un preciso limite nel diritto di ogni cittadino all’integrità dell’onore, del decoro e della reputazione. La libertà di pensiero trova un limite nella legge penale, essendo la diffamazione un atto illecito e non una manifestazione della libertà del pensiero >>.
Il giornalista Sallusti ha diffamato ma, è così convintamente convinto che il suo sia un diritto che, non ha neanche mai chiesto scusa alle persone offese.
Secondo l’art.13 della legge n.47 del 1948:
<< Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa non inferiore a € 258 >>.
Sallusti è stato condannato definitivamente ad un anno e 4 mesi di reclusione.
Il caso, ha fatto riaffiorare una antica questione: se sia adeguata la pena della reclusione per il reato di diffamazione.
L’IDV -ed io personalmente- ritiene che si tratti di pene sproporzionate, essendo più accettabile spostare la difesa del cittadino diffamato, al piano riparatorio, con le adeguate rettifiche, e risarcitorio. Limitando la sanzione per il delitto di diffamazione, alla multa.
Trovare il punto di giusto equilibrio tra diritti violati e mezzi di tutela, sanzionatori e risarcitori, non è facile.
L’Europa tendenzialmente esclude la giustezza della pena detentiva.
Ora, nelle commissioni parlamentari, si lavora per trovare una soluzione.
Purtroppo, il lavoro parlamentare (con il confronto tra le diverse soluzioni proposte) è condizionato dal caso Sallusti. Sicchè il prossimo martedì, accada quel che accada, si andrà in aula, al Senato, con un testo da votare.
Non penso che sarà il migliore. Ma così vogliono le alte cariche.
Anticorruzione 2: il genio italico sforna leggi per stupire il mondo.
ottobre 20, 2012 in Appunti
Dopo l’analisi di ieri, della nuova concussione, di cui vanno orgogliosi Monti e Severino (in verità capisco Monti che, non essendo un tecnico, si fida di ciò che gli dicono, capisco molto meno la professoressa Severino, che è un qualificato tecnico).
In aula il ministro Severino, rispose alle mie critiche, sul ritorno al codice Rocco sul punto della concussione, affermando: “Mi fa piacere che sia stato ricordato un ritorno al codice Rocco, perchè, vedete, esso rappresenta ancora oggi un faro di civiltà giuridica. E’ considerato in altri paesi europei ed extraeuropei un codice tecnicamente perfetto”.
Se così è, perchè il ministro Severino ha sdoppiato la concussione, prevedendo la condanna della vittima della concussione per induzione? Com’è che il codice Rocco, illumina a corrente alterna?
Ieri Monti, dopo le sperticate autoglorificazioni, ha detto che sulla corruzione, avrebbero potuto fare di più ma che non sarebbe stato possibile. Ebbene, perchè Monti e Severino, non dicono agli italiani chi ha messo ostacoli, quali poteri son scesi in campo, per bloccare la riforma promessa e sperata?
Due altri “capolavori giuridici”, segnano la pessima legge anticorruzione: i due nuovi reati di traffico di interferenze illecite e la corruzione tra privati (entrambi indicati dalla convenzione di Strasburgo).
Ecco cosa è stato fatto.
1. Corruzione tra privati. E’ stato modificato l’art.2635 del codice civile, già cambiato con decreto legislativo n.39 del 27 gennaio 2010, che punisce l’infedeltà degli amministratori, dei direttori generali, dei dirigenti ecc., che sono infedeli e procurano un danno alla società di cui sono dipendenti.
Ora l’art.2635, senza cambiare numerazione, invece di titolarsi “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità”, si titola: “Corruzione tra privati”.
Ma non c’entra proprio nulla con la corruzione privata così come delineata nella Convenzione di Strasburgo, proiettata nell’ottica della difesa del cittadino, spesso costretto a pagare sottobanco un servizio o un bene che una società privata, spesso in regime di monopolio, è tenuta a fornirgli (es. telefonia, gas, ecc.). Quante volte è capitato che il cittadino, debba pagare un di più per avere un bene fornito da privati monopolistici? Questo doveva farsi: tutela del cittadino e del mercato, dalla vessazione dei monopolisti che operano peggio dei pubblici amministratori corrotti. La Severino ha, invece, cambiato la titolazione di un articolo del codice civile esistente. Una chiara vendita di fumo, per dire che è stata applicata la convenzione di Strasburgo.
2. Traffico di influenze illecite. E’ la cosidetta norma anticricca, ossia l’attività del mediatore che sfrutta le relazioni con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, per ottenere, da questi, un atto contrario ai doveri d’ufficio. La convenzione di Strasburgo dice che la remunerazione del mediatore, per il suo illecito traffico, può essere “qualsiasi vantaggio indebito”. Nella norma voluta dal Governo, invece, il prezzo o remunerazione per la mediazione illecita, deve essere “denaro o altro vantaggio patrimoniale”. Sicchè, se il mediatore riceva un “qualsiasi vantaggio indebito”, che non sia denaro o vantaggio patrimoniale (ad esempio la promessa di una candidatura o una campagna di stampa benevola), non c’è il reato, pur se c’è il risultato di ottenere, dal pubblico ufficiale, il compimento di un atto contrario ai doveri d’ufficio. La pena è poi, ridicola: reclusione da 1 a 3 anni.
Questa è la “grande, grande, grande” legge fatta per contrastare la corruzione, di cui il Governo si inorgoglisce.
Con il no alle nostre proposte di introduzione del reato di autoriciclaggio, della modifica del voto di scambio politico-mafioso, della ripenalizzazione seria del falso in bilancio, della revisione (dopo i guasti dell’ex Cirielli, voluta da Berlusconi) dei tempi della prescrizione. Il Governo ha detto che son tutte cose da farsi, ma non ora. Perchè? Silenzio totale. Anzi una parolina, Monti e Severino, l’hanno detta: non volevamo appesantire troppo la nostra “grande” riforma.
Ma fateci il piacere! Avete solo indebolito l’esistente.
Anticorruzione: la falsa legge bocciata dal Csm e venduta per prodotto di italico genio, invidiato dal mondo.
ottobre 19, 2012 in Appunti
Per una corretta informazione, intendo spiegare le ragioni che hanno determinato il voto contrario dell’IDV al disegno di legge anticorruzione che anche il Csm critica aspramente. Lo farò in due momenti (oggi e domani). Voi potrete giudicare.
1. Concussione. Attualmente (prima della riforma) il reato può essere commesso dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio, con abuso della propria qualità o dei poteri, costringendo o inducendo una persona a dare o a promettere denaro o altra utilità. La pena è della reclusione da 4 a 12 anni. La massima prescrizione del reato è di 15 anni (ossia la pena massima più un 1/4 , cioè 3 anni).
Con la riforma, la concussione si spezza in due.
a) Rimane la concussione con costrizione che può essere commessa solo dal pubblico ufficiale e non più anche dall’incaricato di un pubblico servizio.
b) Viene introdotto il reato di “Induzione indebita” (al posto della concussione con induzione). Il reato può essere commesso da un pubblico ufficiale o anche da un incaricato di un pubblico servizio. La pena massima è di 8 anni (anzichè 12). La prescrizione massima è di 10 anni (ossia la pena massima più 1/4, cioè 2 anni). La vittima della induzione è colpevole e la pena prevista è sino a 3 anni di carcere.
Per comprendere bene, il pasticcio, serve richiamare il significato che la giurisprudenza, dà della costrizione e della induzione.
Costrizione: è la minaccia esplicita o implicita di danno ingiusto, idonea a turbare la libertà psichica del soggetto passivo, che potrà evitarsi solo dietro un indebito compenso in denaro o altra utilità.
Induzione: è qualsiasi condotta capace di creare nel privato uno stato di soggezione psicologica che lo porti ad agire nel senso voluto dall’agente, ossia idonea ad esercitare una pressione psicologica sulla vittima, in forza della quale quest’ultima si convinca della necessità di dare o promettere denaro od altra utilità per evitare conseguenze dannose.
Ora, con la riforma voluta, nel primo caso il reato lo può commettere solo il pubblico ufficiale, la pena è sino a 12 anni, il privato è vittima, la prescrizione è di 15 anni.
Nel secondo caso, il reato lo possono commettere il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, la pena è sino a 8 anni, la vittima subisce la condanna sino a 3 anni, la prescrizione è di 10 anni.
All’evidenza, nessuna vittima di concussione per induzione, ammetterà mai di essere stata indotta a pagare, perchè subirebbe la condanna sino a 3 anni di carcere.
Viene rafforzata o diminuita la difesa dalle condotte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio? Se si diminuisce la pena e il tempo della prescrizione e, per contraltare, si punisce la vittima con il carcere, le norme sono più dure o si crea un ibrido? Invogliano l’investitore straniero -che non solo sarà indotto a pagare ma si prenderebbe anche una condanna- ad investire nel nostro paese? Rispondete voi.
Sino ad ora, la vittima del reato è sempre stata trattata da vittima. Ora, non più.
La riforma Severino crea la vittima, colpevole d’essere vittima e, quindi, punita in quanto vittima dell’induzione, ossia della coartazione (nella giurisprudenza, <<quando il privato sia determinato a tenere un comportamento, che liberamente non avrebbe assunto, dal timore di subire un danno ove non si pieghi alla richiesta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio>>).
Ieri il presidente Monti, ha detto che su questo provvedimento, lui ci ha messo la faccia e che gli investitori stranieri, ora saranno più invogliati a venire in Italia. Insomma lui e il ministro Severino sono orgogliosi del capolavoro. Anche voi, vi sentite orgogliosi?
Oggi, vi ho detto della concussione. Domani vi dirò del traffico di influenze illecite e della corruzione privata (i due nuovi reati introdotti).
ottobre 17, 2012 in Appunti
Giustizia: sciocca “polemica” del responsabile PD che critica i progetti dell’IDV per la Giustizia, senza conoscerli o capirli.
Leggo ora un’intervista del responsabile giustizia del PD, on. Andrea Orlando e scopro un giudizio negativo sulla politica della Giustizia dell’IDV, definita “forcaiola”.
Io non so che cosa abbia letto del nostro programma, l’on.Orlando. So quello che, pazientemente, gli ho spiegato (lui non è un tecnico della materia), quando cercai di impostare la linea politica sui punti salienti della Giustizia, che diligentemente condivise.
Devo dare atto ad Andrea Orlando del grande rispetto mostrato per il programma per la Giustizia dell’IDV, articolato in 25 disegni di legge, contenenti le proposte di riforma struttuale (Ufficio per il Processo, informatizzazione, assunzione di personale amministrativo, progressione di carriera per i 40 mila dipendenti che attendono da circa 15 anni) e di riforma di sistema (codice penale, codice di procedura penale, processo civile, processo del lavoro, diritto societario), ampiamente condiviso e spesso ripreso nei disegni di legge del PD.
Ora, l’on.Orlando, ci definisce “forcaioli”, al punto da assumere incompatibili i programmi per la Giustizia, dell’IDV e del PD.
Io non penso che l’on.Orlando sappia esattamente cosa abbia inteso dire.
Mettiamolo alla prova: mi faccia un esempio, l’on.Orlando, di programma “forcaiolo”, rinvenibile nei disegni di legge dell’IDV. Anche un solo esempio. Lo faccia per serietà e per rispetto, anche di se stesso.
Qualora, come credo, l’on.Orlando dovesse sottrarsi a questa minima interlocuzione, la mia conclusione, ovviamente, non sarà nel segno del giudizio di inadeguatezza del PD (conoscendo e lavorando, con buona intesa, con diversi parlamentari PD, in materia di giustizia), bensì dell’approssimazione e impreparazione del collega Orlando, comprensibilmente a disagio in materia che non conosce e di cui, miracolo della natura, è responsabile nazionale.
Andrea Orlando è un bravo ragazzo ma, scendesse dal seggiolone. La giustizia, non è cosa per lui.
Quando non è tempo di aspirina ma di chirurgia. Schiacciare la testa del serpente.
ottobre 16, 2012 in Appunti
Noi vogliamo vivere sani e dobbiamo schiacciare la testa del serpente.
E non siamo tutti uguali. Sono i corrotti e gli amici dei corrotti che vorrebbero tutto uguale e indistinto. No, per nulla. Ci sono gli onesti, i leali, le persone perbene. Sono tantissimi. Non diamogliela vinta ai corrotti e ai disonesti. Loro, con noi, non c’entrano. Hanno sbagliato strada. Da noi, non si passa. Non si deve passare.
<<L’aere e la terra e tutte lor misure venire a corruzione, e durar poco>>.
Ci rammenta Dante Alighieri.
La corruzione è l’equivalente del disfacimento, della degenerazione, della decomposizione.
E’ come un organismo attaccato dalle metastasi tumorali che, all’apparenza, sembrano espressione di nuova vita, di segmenti aggiuntivi, di proliferazione. Poi, invece, è noto che quell’apparenza divora la vita, la decompone e muore con essa.
La metastasi è l’inizio della fine di un sistema organico.
La corruzione attacca il sistema, lo azzanna, ne succhia il sangue, essendo un parassita dell’organismo. Appare, all’inizio, vivace, quasi un qualcosa che si aggiunge. E’, invece, mortale, perchè alla fine distrugge ciò di cui si alimenta, senza riuscire ad essere una nuova linfa del sistema, non potendolo sostituire ma corrodendolo.
Ecco perchè la corruzione è un nemico della società e dei sistemi organici, rappresentandone la malattia che, se non aggredita chirurgicamente, ha una evoluzione mortale.
Ancora più pesante è la corruzione morale, presupposto generalmente della corruzione materiale.
Il corrotto morale è un apparente sano che, con ingordigia, agogna alla corruzione materiale.
La corruzione è una delle peggiori malattie dell’uomo. Malattia insidiosissima e, all’inizio, silente. Quando si manifesta, ha già prodotto il danno. Bisogna, allora, evitare che il danno diventi mortale. Serve aggredirlo e distruggerlo, prima che il danno diventi esso distruzione.
Anche l’Italia dei Valori, operando in un sistema di malattie, ha subito qualche infezione.
Pareva che bastassero gli anticorpi del patrimonio genetico della onestà, della lealtà, della legalità, della giustizia.
Noi dell’IDV, ci siamo trovati insieme, perche convinti di avere lo stesso comune patrimonio genetico che, senza dover creare diversità, è sicuramente un indice di sensibilità avversa alla disonestà, alla slealtà, alla illegalità, all’ingiustizia.
Scopriamo che tra di noi, c’è il virus della malattia e che gli anticorpi, in alcune realtà, hanno ceduto.
Dobbiamo ricostruire il muro, riparare le falle, espellere la malattia. Senza indugio, indulgenza, pietismo per i nemici. Perchè i corrotti sono nostri nemici. Sono la malattia da curare chirurgicamente, sono metastasi che aggrediscono pericolosamente. Non c’è tempo per scrutare il decorso della malattia. Mano al bisturi.