Source: https://www.dinamopress.it/news/genealogia-fascista-di-casarenzi/
Timestamp: 2019-09-23 16:03:53+00:00
Document Index: 45278597

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5']

Genealogia fascista di CasaRenzi - DINAMOpress
Genealogia fascista di CasaRenzi
L’art. 5 del decreto-casa nega servizi e residenza agli occupanti abusivi. Un provvedimento autoritario come insegna la storia
Contro una comoda opinione diffusa, razzismo e lavoro nero non sono, rispettivamente, difetti congeniti dell’animo umano e distorsioni spontanee endogene del mercato del lavoro, ma costruzioni statali dall’alto, che trovano un facile riscontro, soprattutto in situazioni di crisi economica, nella “pancia” dell’opinione pubblica e nelle tendenze del mercato.
Vediamo come in Italia si è venuto costruendo un doppio mercato del lavoro distorcendo la categoria anagrafica di residenza.
Il fascismo sviluppò un’ideologia ruralista, anti-urbana e anti-moderna per mascherare e compensare una politica modernizzatrice, che intendeva conciliare forme di keynesismo autoritario con il mantenimento dei privilegi degli agrari e una retorica nazionalista. Servivano coloni per popolare le conquiste africane e otto milioni di braccia per impugnare altrettante baionette: la demografia rurale supportava il bellicismo a tinte futuriste, strapaese e stracittà si davano una mano. Ma al di sotto di una mitologia natalista e arcaicizzante, i provvedimenti culminati con la legge contro l’urbanesimo 1939/1092, mirante in apparenza a evitare l’afflusso dei lavoratori nelle grandi città, portarono di fatto alla formazione di grandi masse di popolazione dimoranti abitualmente in esse, solo che avevano la residenza altrove e per questa esclusione dai registri non potevano essere inseriti nelle liste di collocamento al lavoro e ottenere un regolare contratto.
Un double bind paradossale: per trasferirsi nelle grandi città occorreva dimostrare di possedere «adeguati mezzi di sussistenza», ma per avere un lavoro che li fornisse (art. 2) –tranne eccezionale autorizzazione del datore di lavoro e dell’autorità– bisognava avere la residenza , senza la quale non si aveva neppure il diritto (art. 5, ops!) a un affitto regolare e contratti di fornitura acqua, gas, luce.
Il governo Dc ereditò questa situazione nel dopoguerra gestendone esclusivamente i vantaggi economici per avere manodopera senza diritti e a basso prezzo che affluiva dalle campagne alle città in ricostruzione dopo i bombardamenti. Il popolo delle borgate e delle baraccopoli (i “borghetti”). La condizione di semi-clandestinità consentiva inoltre l’uso del foglio di via per intimorire i potenziali sovversivi. Il Pci di allora si mobilitò in grandi battaglie per cancellare quest’area di supersfruttamento e ricatto salariale e politico, inizialmente presente sopratutto a Roma (l’Istat vi calcolò circa 400.000 “clandestini” nel 1950) e nell’edilizia, ma poi con il boom economico e la grandi migrazioni interne diventata decisiva nei grandi poli industriali di Torino e Milano. Si riuscì infine a dismettere tutta quella legislazione con la legge 1961/5. Questa, peraltro, introduceva una nuova distinzione prevedendo all’art. 3 che «i lavoratori stranieri che chiedono di iscriversi nelle liste di collocamento devono essere muniti di permesso di soggiorno per motivi di lavoro o di documento equipollente». La cancellazione del trascorso dualismo del mercato del lavoro programmava la sua riproduzione futura…
Alcuni effetti tuttavia rimasero, così che la spesso citata circolare del Ministero dell’Interno n. 8 del 29 maggio 1995 bollava, in riferimento ai princìpi costituzionali, art. 3 e 16) e al Regolamento anagrafico della popolazione residente (Dpr 233/1989), le residue pratiche illegali e discriminatorie consistenti nell’ostacolare lo svolgimento di un’attività lavorativa sul territorio comunale, ovvero la disponibilità di un’abitazione mediante limitazioni alla registrazione dei trasferimenti di residenza. Riaffermando che la richiesta di iscrizione anagrafica costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non vincolato ad alcuna condizione, essa condanna quelle amministrazioni locali che esigono una documentazione comprovante lo svolgimento di un’attività lavorativa ovvero la disponibilità di un’abitazione nel territorio comunale, ovvero addirittura «procedono all’accertamento dell’eventuale esistenza di precedenti penali a carico del richiedente», come se mai fosse stata abrogata la legislazione fascista sull’urbanesimo. Tanto meno può «essere di ostacolo alla iscrizione anagrafica la natura dell’alloggio, quale ad esempio un fabbricato privo di licenza di abitabilità ovvero non conforme a prescrizioni urbanistiche, grotte, alloggi in roulottes»: ciò può essere oggetto di preoccupazione e di provvedimenti di altra natura, ma non un criterio guida della legislazione anagrafica, che deve essere circoscritta alla rilevazione delle situazioni di fatto.
Con altra circolare del 15 gennaio 1997 n. 2, il Ministero torna sull’argomento difendendo non solo il diritto di residenza di rom e pregiudicati ma anche l’«inammissibile rifiuto di esaminare pratiche di iscrizione anagrafica a cittadini non abbienti». Stavolta Ministro dell’Interno è Napolitano, che tuttavia l’anno successivo istituisce con la Turco-Napolitano i Cpt per migranti –vecchia solfa del progressismo a due livelli, come l’art. 3 della 1961/5.
In quegli anni, ancora segnati dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, si cercò di smantellare l’impalcatura giuridica che favoriva il dualismo del mercato del lavoro, che caso mai avanzava potentemente nella società con la scissione fra garantiti e non. Il terzo millennio, precorso dal pacchetto Treu del 1997, vede invece un significativo intervento dall’alto per assecondare e forzare il mercato verso la precarietà, fino a ricalcare, con l’art. 5 del DL Renzi-Lupi ora in conversione alle Camere, la logica della legislazione fascista e della sua continuazione democristiana: la cancellazione dei diritti anagrafici e di conseguenza civili di una sezione dei cittadini, stavolta in consonanza sensibile con la condizione irregolare o regolare ma sempre ricattabile dei migranti. La precarizzazione per clandestinità bolla il povero non registrato quale elemento pericoloso, sanzionabile amministrativamente. Non è fortuito neppure il ritorno al divieto di residenza in città come misura prefettizia alternativa all’incarcerazione, che dovrebbe essere disposta e contestata nell’ambito di una procedura giudiziaria. Alla faccia del principio di legalità evocato contro il presunto “abuso” dell’occupazione.
Il punto cruciale del famigerato art. 5 del DL Lupi, che riprende l’art. 5 della fascistissima 1939/1092, non è il distacco delle utenze (che non è stato mai un problema riallacciare) quanto la trasformazione dell’occupante in fantasma anagrafico, privato del diritto di abitare e lavorare, dunque costretto ad abitare e lavorare in nero, per volontà dello Stato e non per avidità del mercato. Una pubblica consegna di carne fresca al caporalato. Non avere la residenza vuol dire per un cittadino italiano non votare, non iscrivere i figli a scuola, non avere un medico di base. Significa essere escluso da qualsiasi servizio, beneficio e concorso pubblico. Per un extra-comunitario, oltre questo, perdere il permesso di soggiorno scendendo in un girone più atroce. Spettri urbani di prima e seconda categoria.
In tal modo la frammentazione del mercato del lavoro, in parallelo a quanto avviene con il DL Poletti e il Jobs Act, viene gestita dallo Stato su più piani: la normazione contrattuale per far scomparire il segmento già oggi minoritario del lavoro a tempo indeterminato e accrescere il peso delle agenzie di somministrazione (ex-interinali), la produzione costante di lavoro nero autoctono e migrante ricattabile e clandestino (rispetto alla città o al territorio nazionale). La crisi fa il resto sul piano salariale e della rinuncia ai diritti: salute e far figli, in primo luogo.
Va così in tutto il mondo? No, solo in Renzieland.
In Cina, dove il sistema dello houkou, il documento di residenza che impedisce al lavoratore emigrato in città di godere dei diritti spettanti nel suo villaggio di origine, sta entrando in crisi per la pressione concomitante delle lotte operaie e della necessità di allargare il Welfare per riequilibrare lo sviluppo del mercato interno. A New York, dove Bill de Blasio ha cominciato a distribuire decine di migliaia di documenti municipali di residenza ad abitanti che non sono in possesso della green card. Si tratta però di paesi dove il Pil sale e 80 € non sono Babbo Natale. Noi #stiamosereni. E apolidi.