Source: https://www.laleggepertutti.it/182898_madre-casalinga-congedo-parentale-al-padre
Timestamp: 2018-01-20 11:22:35+00:00
Document Index: 56930383

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 31', 'art. 12', 'art. 1465', 'art. 1493', 'art. 52', 'art. 32', 'art. 39', 'art. 40', 'sentenza ']

Donna e famiglia Madre casalinga: congedo parentale al padre?
Donna e famiglia Pubblicato il 12 novembre 2017
> Donna e famiglia Pubblicato il 12 novembre 2017
Il diritto di assentarsi dal lavoro nel primo anno di vita del figlio spetta, per il padre, solo a condizione che la madre non possa o non voglia usufruire dei congedi.
Se un bambino piccolo sta male, i genitori devono essere pronti a portarlo immediatamente dal pediatra o alla guardia medica. Devono inoltre poter comprare le medicine e, quindi, alternarsi a casa. Per questa finalità sono stati previsti gli appositi permessi per la malattia del bambino (leggi Malattia del figlio e Posso assentarmi dal lavoro se mio figlio sta male?).
Ma non è solo la malattia a tenere impegnati i genitori. Durante il primo anno di vita del neonato, è noto che madre e padre sono più impegnati, a volte non dormono la notte e c’è sempre bisogno di un’assistenza continua nei confronti del piccolo che non può essere lasciato da solo. Per queste esigenze la legge ha previsto i cosiddetti congedi parentali, ossia dei permessi speciali sul lavoro che vanno retribuiti. Il diritto però spetta in modo diverso al padre e alla madre stante il fatto che la madre ha un ruolo centrale nello sviluppo e nel benessere del minore, dovuto a peculiarità della maternità ed al forte legame che si sviluppa tra i due, sin dalla gestazione e nel primo anno di vita.
Uno dei problemi che più di frequente si pone è quando la madre è casalinga: al padre spetta il congedo parentale? Di tanto si è occupata una recente sentenza del Consiglio di Stato [1]. Vediamo cosa hanno detto i giudici amministrativi.
1 Riposi giornalieri della madre
3 Spettano i riposi al padre se la madre è casalinga?
4 Polizia e militari
La legge [2] stabilisce che il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri, durante il primo anno di vita del bambino, due periodi di riposo, anche cumulabili durante la giornata. Il riposo è uno solo quando l’orario giornaliero di lavoro è inferiore a sei ore.
Tali periodi di riposo hanno la durata di un’ora ciascuno e sono considerati ore lavorative agli effetti della durata e della retribuzione del lavoro. Essi comportano il diritto della donna ad uscire dall’azienda.
I periodi di riposo per il primo anno di vita del bambino di cui abbiamo appena parlato sono riconosciuti al padre lavoratore:
Le ipotesi per la concessione di detti aiuti al padre sono tassative e conseguenti a situazioni in cui la madre non ha la possibilità di fruirne in prima persona per ragioni giuridiche (prima ipotesi), per volontà (seconda ipotesi), per impossibilità professionale (terza ipotesi) o materiale (quarta ipotesi).
Spettano i riposi al padre se la madre è casalinga?
Si pone spesso il problema del diritto al congedo parentale per il papà quando la madre è una professionista o una casalinga. Sul punto si scontrano due tesi diverse. Una prima è favorevole al padre; l’attività domestica della casalinga va considerata come un lavoro non retribuito svolto a favore di terzi (la propria famiglia) che la distolgono dalla cura della prole. Pertanto, quando la madre non ha diritto al congedo di maternità (per non essere una lavoratrice dipendente perché casalinga o autonoma), questo può essere fruito dal padre. Negarglielo solo perché la madre non è una dipendente sarebbe discriminatorio [3].
Esistono però sentenze che affermano il contrario: la casalinga non può essere parificata ad una lavoratrice e può sempre ritagliarsi, avendo una gestione autonoma del proprio tempo, due ore per assistere i figli. Il padre che voglia usufruire dei congedi deve dimostrare che la moglie, benché casalinga, non è in grado di accudire i figli. In pratica, la legge non riconosce al padre un diritto automatico ai riposi giornalieri autonomi, indipendente e parallelo a quello della madre, ma questi potranno essere concessi se esistono «concreti impedimenti che si frappongano alla possibilità per la moglie casalinga (e dunque lavoratrice non dipendente, come si ritiene debba essere qualificata) di assicurare le necessarie cure al bambino». Ostacoli che vanno provati e documentati concretamente.
Secondo questo orientamento – cui aderisce la sentenza in commento – poiché la casalinga svolge attività domestiche che le consentono di prendersi cura del figlio, non spetta alcun permesso e congedo parentale al padre salvo che la madre non vi possa attendere per specifiche, oggettive, concrete, attuali e ben documentate ragioni.
Il Consiglio di Stato riconosce che la disciplina sui congedi parentali si applica anche agli appartenenti alle Forze armate e di Polizia (civile e militare) con i limiti ed i vincoli rivenienti dalle specificità ordinamentali, operative ed organizzative di tali Corpi (benché in un primo momento si ritenne di non concedere loro queste misure di ausilio alla genitorialità previste dal d.lgs. citato per il «particolare status rivestito e per gli speciali compiti istituzionali svolti da tali organizzazioni»).
[1] Consiglio di Stato, sent. n. 4993/17 del 30.10.2017.
[2] Art. 40, lett. c), d.lgs. n. 151/01.
[3] Cons. Stato n. 4293/08.
1. Il sig. –omissis-, sovrintendente della Polizia di Stato, ha proposto ricorso di fronte al T.a.r., competente ai sensi dell’art. 13, comma 2, c.p.a., avverso il provvedimento del Questore di Gorizia prot. n. 871 del 26 giugno 2012, con cui è stata rigettata la sua istanza di fruizione dei periodi di riposo previsti dall’art. 40, lett. c), del d.lgs. n. 151 del 2001 (ai sensi del quale“I periodi di riposo di cui all’articolo 39 sono riconosciuti al padre lavoratore … c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente”).
1.1. Il sig. – omissis – ha chiesto, sul presupposto della spettanza del diritto alla fruizione dei periodi in parola, l’annullamento del provvedimento e la conseguente condanna dell’Amministrazione al risarcimento del danno patrimoniale subito, di importo “pari al numero dei permessi negati”.
2.1. Il Tribunale ha in particolare sostenuto, con riferimento alla disposizione di cui all’art. 40, lett. c), del d.lgs. n. 151, che, “trattandosi di una norma rivolta a dare sostegno alla famiglia ed alla maternità in attuazione delle finalità generali di tipo promozionale scolpite dall’art. 31 della Costituzione, non può che valorizzarsi, nella sua interpretazione, la ratio della stessa, volta a beneficiare il padre di permessi per la cura del figlio allorquando la madre non ne abbia diritto in quanto lavoratrice non dipendente e pur tuttavia impegnata in attività (nella fattispecie, quella di “casalinga” ), che la distolgano dalla cura del neonato”.
– l’articolo 625, che stabilisce espressamente il principio, di generale valenza (anche ermeneutica, ai sensi dell’art. 12, primo comma, delle preleggi), della specificità ed autosufficienza dell’ordinamento del personale militare;
– l’art. 1465, secondo cui, premesso che “ai militari spettano i diritti che la Costituzione della Repubblica riconosce ai cittadini”, “per garantire l’assolvimento dei compiti propri delle Forze armate sono imposte ai militari limitazioni nell’esercizio di alcuni di tali diritti, nonché l’osservanza di particolari doveri nell’ambito dei principi costituzionali”;
– l’art. 1493, di rilevante interesse nella presente vicenda, che subordina l’applicazione della normativa vigente per il personale delle Pubbliche Amministrazioni in materia di maternità e paternità alle condizioni proprie del “particolare stato rivestito” dal militare.
8.2. La disciplina dettata dal codice dell’ordinamento militare – coerentemente con la propria natura codicistica ed in applicazione della Costituzione, che all’art. 52, si riferisce espressamente ad un vero e proprio “ordinamento” delle Forze Armate – è, ove apprezzata con un approccio ermeneutico di ampio respiro, con ogni evidenza atta a connotare l’impiego militare di un carattere certamente separato dalle altre forme di impiego alle dipendenze delle Pubbliche Amministrazioni e connotato da forti elementi di specialità (in questo senso, ex plurimis e da ultimo, Corte cost., n. 268 del 2016; Cons. stato, sez. IV, ord. 4 maggio 2017, n. 2043).
8.6. In linea, del resto, con l’opinione di un’applicazione non automatica degli istituti del d.lgs. n. 151 all’impiego militare e di polizia (sia civile sia militare) è il vigente disposto dell’art. 32 del d.lgs. n. 151, novellato nel 2015: infatti, a tenore del comma 1-bis del menzionato articolo: “Per il personale del comparto sicurezza e difesa di quello dei vigili del fuoco e soccorso pubblico, la disciplina collettiva prevede, altresì, al fine di tenere conto delle peculiari esigenze di funzionalità connesse all’espletamento dei relativi servizi istituzionali, specifiche e diverse modalità di fruizione e di differimento del congedo” parentale.
– il d.p.r. n. 164 del 2002, recante il “Recepimento dell’accordo sindacale per le Forze di polizia ad ordinamento civile e dello schema di concertazione per le Forze di polizia ad ordinamento militare relativi al quadriennio normativo 2002-2005 ed al biennio economico 2002-2003”, ha stabilito che per le Forze di Polizia ad ordinamento civile si applica “quanto previsto dal testo unico a tutela della maternità” e che, per le Forze di Polizia ad ordinamento militare, “I riposi giornalieri di cui agli articoli 39 e seguenti del testo unico a tutela della maternità non incidono sul periodo di licenza ordinaria e sulla tredicesima mensilità” (articoli 17, comma 1 e 58, comma 8);
– il d.p.r. n. 170 del 2007, recante il “Recepimento dell’accordo sindacale e del provvedimento di concertazione per il personale non dirigente delle Forze di polizia ad ordinamento civile e militare per il quadriennio normativo 2006-2009 ed il biennio economico 2006-2007” ha previsto, con riferimento a tutte le Forze di Polizia che “I riposi giornalieri di cui agli articoli 39 e seguenti del decreto legislativo 16 marzo 2001, n. 151, non incidono sul periodo di congedo ordinario e sulla tredicesima mensilità” (articoli 15, comma 8 e 33, comma 8);
– il d.p.r. n. 51 del 2009, recante il “Recepimento dell’accordo sindacale per le Forze di polizia ad ordinamento civile e del provvedimento di concertazione per le Forze di polizia ad ordinamento militare, integrativo del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 170, relativo al quadriennio normativo 2006-2009 e al biennio economico 2006-2007”, ha statuito, con riferimento a tutte le Forze di Polizia, ad ordinamento tanto civile quanto militare, che si applica “quanto previsto dal testo unico a tutela della maternità” (articoli 18 e 41).
9.2.1. In particolare, l’art. 39 dispone che “1. Il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri, durante il primo anno di vita del bambino, due periodi di riposo, anche cumulabili durante la giornata. Il riposo è uno solo quando l’orario giornaliero di lavoro è inferiore a sei ore.
9.2.2. L’art. 40, similmente, prevede che “1. I periodi di riposo di cui all’articolo 39 sono riconosciuti al padre lavoratore: a) nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre; b) in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga; c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente; d) in caso di morte o di grave infermità della madre”.
10.3.2. Sul crinale sistematico-teleologico, poi, si è affermato che “Anche dal punto di vista della ratio, tale orientamento appare più rispettoso del principio della paritetica partecipazione di entrambi i coniugi alla cura ed all’educazione della prole, che affonda le sue radici nei precetti costituzionali contenuti negli artt. 3, 29, 30 e 31”.
11.13. A fortiori, abnorme sarebbe la differenza di trattamento rispetto ai nuclei familiari composti da lavoratori autonomi o liberi professionisti, che possono fruire della sola misura indennitaria prevista rispettivamente dagli articoli 66 – 69 e 70 – 73 del d.lgs. n. 151.
12. In conclusione, l’appello merita accoglimento, con conseguente integrale rigetto del ricorso svolto in prime cure dal sig. – omissis -.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata rigetta il ricorso proposto in primo grado dal sig. –omissis-.