Source: https://www.scribd.com/doc/172410814/Newsletter-T-P-N-72
Timestamp: 2017-02-28 01:31:30+00:00
Document Index: 166173175

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 20', 'art 8', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 6', 'art. 1355', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 633', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 383', 'art. 389', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2103', 'sentenza ', 'art. 702', 'art. 2495', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 489', 'art. 538', 'art. 2049', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 18']

BrowseInterestsBiography & MemoirBusiness & LeadershipFiction & LiteraturePolitics & EconomyHealth & WellnessSociety & CultureHappiness & Self-HelpMystery, Thriller & CrimeHistoryYoung AdultBrowse byBooksAudiobooksNews & MagazinesSheet MusicBrowse allUploadSign inJoinNewsletterL’incertezza del diritto
N° 72 Settembre 2013
L’ultimo caso di cronaca è emblematico. Dopo il disastro della Costa Concordia, il decreto Clini - Passera ha vietato alle navi da crociera con stazza superiore alle 40 mila tonnellate di transitare a distanza ravvicinata dalle coste protette, in aree vulnerabili o di rilevante pregio paesaggistico, a cominciare dalla laguna di Venezia. Anzi, avrebbe vietato. Perché, in base al decreto, è l’Autorità Marittima a dover individuare percorsi alternativi al passaggio delle Grandi Navi. E, ﬁnché non lo fa, le navi possono continuare ad attraccare davanti a piazza San Marco, alla faccia dei due mori. Non c’è provvedimento, legale o amministrativo, che non richieda decreti attuativi delegati ad altre Autorità, regolamenti ministeriali, circolari interpretative. Diritto del Lavoro Attualità 2 Le Nostre Sentenze 5 Cassazione 8 Diritto Civile, Commerciale, Assicurativo Le Nostre Sentenze 9 Assicurazioni 10 Il Punto su 12 Eventi 14 Rassegna Stampa 15 Contatti 16 C’è, poi, l’abitudine del legislatore di redigere le norme in modo sempre più criptico; leggi composte da un solo articolo con migliaia di commi; riforme salutate con titoli esotici che, inesorabilmente, non fanno che complicare il quadro previgente, con deroghe e deroghe della deroga. E, inﬁne, c’è la giurisprudenza, a cui spesso il legislatore demanda di colmare le lacune del sistema, attribuendole una discrezionalità di cui talvolta gli stessi Giudici farebbero volentieri a meno. Come nel caso del nuovo art. 18 St. Lav. dalle formule fumose, che sembrano voler rimettere all’equitas del giudicante la valutazione del caso concreto. In questo quadro di incertezza, noi avvocati, di fronte al cliente che ci chiede se una cosa si può fare, dobbiamo sempre rispondere: “dipende”. Il cliente è spaventato dall’idea di un sistema kafkiano in cui tutto potrebbe essere lecito o vietato, a seconda di come si interpreta una virgola. Una cosa è certa. Un sistema come questo fa scappare gli investitori; frena qualsiasi cambiamento; e dà l’idea che, nel nostro Paese, il diritto sia una cosa poco seria. Salvatore Triﬁrò e Tommaso Targa Comitato di Redazione: Francesco Autelitano, Stefano Beretta, Antonio Cazzella, Teresa Cofano, Luca D’Arco, Diego Meucci, Jacopo Moretti, Damiana Lesce, Luca Peron, Claudio Ponari, Vittorio Provera, Tommaso Targa, Marina Tona, Stefano Triﬁrò e Giovanna Vaglio Bianco
N°72 Settembre 2013 Diritto del Lavoro
I CONTRATTI A TERMINE. Le novità a seguito del DL n. 76 del 28 giugno 2013
Il D.L. 28 giugno 2013, n. 76, convertito, con modiﬁcazioni, in Legge n. 99 del 9 agosto scorso (Gazzetta Uﬃciale del 22/8/13), ha introdotto ulteriori modiﬁche alla disciplina relativa ai contratti a termine, eliminando anche alcune “storture” sia introdotte dalla L. 92/12, sia frutto delle aggiunte/ modiﬁche a quest'ultima legge tramite il c.d. Decreto Sviluppo, n. 83/2012, come poi convertito in L. 7 Agosto 2012, n. 134. Iniziamo dalle novità. Il contratto acausale, introdotto dalla L. n. 92/12, può ora essere stipulato in modo molto più semplice, ovvero: a) “nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a dodici mesi comprensiva di eventuale proroga, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel caso di prima missione di un lavoratore nell'ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell'articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276; b) in ogni altra ipotesi individuata dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. L'ampia formula della seconda ipotesi ed il fatto che la delega alla contrattazione collettiva sia prevista a sé, induce a ritenere che non valgano i limiti stabiliti, invece, per il contratto acausale ex legge, di cui alla lett. a), si che potrebbe essere persino previsto che non si tratti del primo contratto tra le stesse parti e non valga il limite dei 12 mesi massimi di durata. Vedremo, poi, se la norma reggerà in sede di conversione ed al vaglio della magistratura. La delega c.d. “in bianco” alla contrattazione collettiva in tema di CTD non è tuttavia una novità (v. Art 23 L. n. 56/1987) ed è già stata avvallata dalla giurisprudenza. Altra novità del DL n. 76/13 è l'abolizione tout court del divieto di proroga a questo tipo di contratto. La legge di conversione ha, peraltro, poi chiarito che i dodici mesi massimi sono comprensivi anche dell'eventuale proroga. Il DL 76/13 ha modiﬁcato anche l'art. 5, in tema di scadenza del termine e successione dei contratti, introducendo anche un richiamo all’art. 1, co. 1bis, per cui ora anche per il contratto acausale è possibile “sforare” il termine, di 30 gg. o di 50 gg., a seconda che il contratto sia di durata inferiore o superiore a 6 mesi, senza che operi la conversione, ma pagando solo la maggiorazione della retribuzione (del 20% per i primi 10 gg. e poi del 40%). In relazione a ciò, si può ritenere che anche per il contratto acausale sia possibile superare il termine massimo di 12 mesi, senza che si attui la conversione. Da segnalare, inoltre, che il DL 76/13 ha anche abrogato, nel suddetto caso di breve superamento del termine - di 30 o 50 gg., l'obbligo di comunicazione preventiva al Centro per l'impiego, restituendo così alla norma, che prevede solo una sanzione economica, la sua originaria funzione di sopperire a disguidi, senza incorrere nella sanzione massima della conversione.
N°72 Settembre 2013
Sempre all'art. 5 va segnalato il ritorno ai vecchi termini di interruzione tra un rapporto e quello successivo, di 10 o 20 gg., a seconda che la durata del primo contratto sia inferiore o superiore a 6 mesi, con anche una complessiva semplificazione della disciplina, che, per le modifiche apportate prima della L 92/12 e poi della L. 134/12, non era davvero più comprensibile. Rimangono esenti dal rispetto dei suddetti giorni, tra un contratto e l'altro, le attività stagionali e le ipotesi individuate dalla contrattazione collettiva, a tutti i livelli, anche aziendale, purché sempre con le OO.SS.LL. più rappresentative a livello nazionale. La legge di conversione ha, inoltre, escluso le attività stagionali dalla previsione del comma 4, per cui per queste è persino possibile instaurare un contratto dopo l’altro senza soluzione di continuità. Modifica, questa, davvero significativa e che accentua le deroghe per l’attività stagionale, non solo quella individuata ex lege (con il DPR n. 1525/1963), ma anche così definita nei CCNL di settore (soprattutto vedi in quello alimentare). Resta, invece, invariata la disciplina sul limite massimo di durata di 36 mesi, con più CTD, tra le stesse parti e per mansioni equivalenti, limite per cui vale ai fini del computo anche il contratto acausale e il periodo di missione ai sensi dell'art. 1, co. 1 bis cit. e dell'art. 20 del D. Leg. 276/2003. Peccato che non si sia approfittato dell'intervento su questa disciplina per chiarire se si computa solo la missione con contratto acausale, come io ritengo, o, qualsiasi missione, come molti sostengono, pur contro la logica, visto che tale limite dei 36 mesi non è previsto per la somministrazione di lavoro. La possibilità per i CCNL di fissare limiti quantitativi del ricorso ai CTD é poi stata estesa anche ai contratti acausali. Infine è stato chiarito - ma vi era già giurisprudenza univoca di legittimità - che il contratto stipulato ai sensi dell'art 8, 2 co. della L 223/91, ovvero con coloro che sono in mobilità all'esito di una procedura di licenziamento collettivo, non si applica la disciplina generale del D. Leg. in esame, ferma però quella in tema di non discriminazione (art. 6) e ai fini del computo dei dipendenti (art. 8). In tema di computo è da segnalare anche la recentissima modifica apportata all’art. 8, con la L. n. 97 del 6 agosto 2013, che ora prevede che “I limiti prescritti dal primo e dal secondo comma dell'articolo 35 della legge 20 maggio 1970, n. 300, per il computo dei dipendenti si basano sul numero medio mensile di lavoratori a tempo determinato impiegati negli ultimi due anni, sulla base dell'effettiva durata dei loro rapporti di lavoro». Il biennio va valutato, in sede di prima applicazione, al 31 dicembre 2013. Complessivamente, quindi, un po’ più di ﬂessibilità, qualche chiarimento, ma ancora lacune, che lasciano dubbi interpretativi.
Decreto Lavoro. Le novità sui contratti a termine. Videointervista a Anna Maria Corna JOB24 - Il Sole 24 Ore
LICENZIAMENTO DISCIPLINARE E LIMITI DEL CONSENSO AL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI DEL LAVORATORE
Con la recente sentenza dell’11 luglio 2013, n. 17204, la Corte di Cassazione si è nuovamente pronunciata sui limiti del consenso del lavoratore al trattamento dei dati personali. Nel caso di specie, il lavoratore - dipendente di un istituto di credito - aveva adito il Garante per contestare la liceità dell’uso di dati personali, acquisiti dal servizio ispettorato durante un’indagine interna e riportati nella lettera di contestazione disciplinare, che aveva poi condotto al licenziamento per giusta causa del lavoratore medesimo; in particolare, tali dati riguardavano la movimentazione di due conti correnti (di cui uno intestato alla moglie) e di un dossier titoli intestato al lavoratore. Il Garante ha rigettato il ricorso, rilevando che il trattamento dei suddetti dati risultava pertinente e non eccedente rispetto alle ﬁnalità per le quali erano stati raccolti ed il lavoratore ha impugnato tale decisione innanzi al Tribunale, che ha rigettato il gravame. La Corte di Cassazione, a seguito dell’impugnazione del lavoratore, ha evidenziato che il trattamento dei dati era avvenuto prima dell’entrata in vigore della legge n. 675/1996 mentre la comunicazione di tali dati era avvenuta successivamente a tale momento. In ogni caso, la Corte di Cassazione ha affermato che il consenso dell’interessato al trattamento dei dati - anche in relazione alle previsioni degli artt. 12 e 20 della legge n. 675/1996 e dell’art. 24 del d.lgs. n. 196/2003, che ha recepito la precedente disciplina - non è richiesto nei casi indicati dal citato art. 24, tra i quali rientra l’ipotesi di utilizzazione dei dati per far valere un diritto in sede giudiziaria, sempre che tali dati siano trattati esclusivamente per tale ﬁnalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento, in base al principio di non eccedenza. La sentenza in esame, dunque, conferma l’orientamento già espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 3033 del 8 febbraio 2011, nella quale è stato affermato che, in tema di trattamento dei dati personali, i dati oggetto del trattamento, ai sensi degli artt. 4 e 11 del d.lgs. 30 giugno 2003, vanno gestiti rispettando i canoni della correttezza, pertinenza e non eccedenza, rispetto alle ﬁnalità del nuovo loro utilizzo, ma non è necessario, ai sensi dell’art. 24 del citato decreto legislativo, il consenso dell’interessato ove i dati stessi siano utilizzati per esigenze di difesa in giudizio e negli stretti limiti in cui ciò sia necessario. Peraltro, anche in precedenza, la Suprema Corte aveva evidenziato che, nei limiti ed alle condizioni stabilite dal decreto legislativo n. 196/2003, l’esercizio del diritto di difesa prevale rispetto a quello della riservatezza, “sicché, in deﬁnitiva, è nel bilanciamento tra il contenuto del dato utilizzato, cui va correlato il grado di riservatezza tutelabile, e le esigenze di difesa che va rinvenuto il criterio per apprezzare la legittimità della produzione in giudizio di un documento contenente informazioni relative ad una persona ﬁsica o giuridica, identiﬁcata o identiﬁcabile” (Cass. 11 febbraio 2009, n. 3358).
IL NUOVO ART. 18 ST. LAV. NON SI APPLICA AI DIRIGENTI, ANCHE SE NON APICALI, SALVO IL CASO DI LICENZIAMENTO DISCRIMINATORIO (Tribunale di Bergamo, 29 agosto 2013) Il direttore commerciale di un’importante azienda, con sedi in tutto il mondo, impugnava il licenziamento per giusta causa da questa intimatogli, chiedendo l’applicazione dell’art. 18 St. Lav. come novellato dall’art. 1, co. 42, L. n. 92/2012, sull’assunto che, a dispetto della qualiﬁca dirigenziale formalmente attribuitagli, doveva ritenersi uno pseudo-dirigente, in quanto era privo del potere di assumere e licenziare altri dipendenti, non aveva deleghe di ﬁrma e rispondeva del suo operato al direttore generale. Il Tribunale di Bergamo, accogliendo le difese della società, assistita dal nostro Studio, con l’ordinanza in commento ha rigettato il ricorso (ex “rito Fornero”) del lavoratore, rilevando che hanno diritto alle tutele del nuovo art. 18 St. Lav. solo i dirigenti licenziati per motivi discriminatori oppure gli pseudo-dirigenti, vale a dire quei lavoratori che, seppure hanno di fatto la qualiﬁca e il trattamento dei dirigenti, per non rivestire nell’organizzazione aziendale un ruolo di incisività e rilevanza analogo a quello dei c.d. dirigenti convenzionali (apicali, medi o minori), non sono classiﬁcabili come tali dalla contrattazione collettiva e tanto meno da un contratto individuale. Nel caso di specie, il lavoratore in questione era al vertice della direzione commerciale centrale della capogruppo, cui facevano capo le divisioni commerciali delle consociate, e in tale veste dava ordini e disposizioni precise di lavoro ai suoi sottoposti, nonché partecipava attivamente alla deﬁnizione delle strategie commerciali e alle riunioni di vertice. La qualiﬁca di dirigente, pertanto, era stata correttamente attribuita al lavoratore, non rilevando in senso contrario l’assenza del potere di assumere e licenziare dipendenti, la mancanza di deleghe di ﬁrma e il fatto di riportare al direttore generale, posto che nelle organizzazioni delle moderne imprese, specie di quelle di più grandi dimensioni, è frequente che vi siano più livelli dirigenziali. Causa seguita da Giacinto Favalli, Angelo di Gioia e Jacopo Moretti
ANCHE IL LICENZIAMENTO PER SUPERAMENTO DEL COMPORTO DEVE ESSERE IMPUGNATO, A PENA DI DECADENZA, CON ATTO SOTTOSCRITTO DAL LAVORATORE (Ordinanza Tribunale di Milano, 6 giugno 2013) Nel caso qui presentato, avente ad oggetto l’impugnazione di un licenziamento intimato per superamento del comporto, il Tribunale di Milano ha ribadito che il dibattito giurisprudenziale in ordine all’applicabilità della disciplina sulla decadenza di cui all’art. 6 Legge 604/1966 alle ipotesi di licenziamento per superamento del periodo di comporto deve ritenersi deﬁnitivamente superato dall’entrata in vigore della Legge 183/2010 (cd. “Collegato Lavoro”), che ha esteso l’onere di impugnazione ad ogni tipo di licenziamento. Il Tribunale ha, altresì, affermato che ove l’impugnativa del licenziamento sia sottoscritta unicamente dal legale del lavoratore, senza il rilascio da parte di quest’ultimo di una procura scritta, avente data certa anteriore alla scadenza del termine per impugnare, il lavoratore deve considerarsi decaduto dal diritto di impugnare il licenziamento medesimo.
Inﬁne, il Tribunale ha precisato che la lettera di licenziamento, inviata per raccomandata all’indirizzo di residenza del lavoratore, produce effetto anche se il lavoratore non ritira il plico, dal momento che il lavoratore che voglia sostenere di non essere stato a conoscenza del licenziamento ha l’onere di provare di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di avere notizia di tale comunicazione se vuol vincere la presunzione di conoscenza del licenziamento posta a suo carico a norma dell’art. 1355 c.c.. Causa seguita da Luca Peron È LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO DEL LAVORATORE CHE NON RIENTRA IN SERVIZIO PRIMA DELLA SCADENZA DEL COMPORTO E DELL’ASPETTATIVA (Cassazione, 20 maggio 2013, n. 12233) Un lavoratore era rimasto assente per malattia per tutta la durata del periodo di comporto e, successivamente, per un ulteriore periodo di aspettativa; rientrato in servizio dopo la scadenza dell’aspettativa, era stato licenziato dall’azienda. Il licenziamento era stato adottato sulla base di una norma del contratto collettivo in base alla quale, alla scadenza del periodo di comporto, il lavoratore può, previa richiesta, usufruire di un periodo di aspettativa e, trascorsi l’uno e l’altro periodo, il datore di lavoro può procedere alla risoluzione del rapporto. Il lavoratore aveva impugnato il recesso ed il Tribunale ne aveva accertata l’illegittimità. La Corte d’Appello, davanti a cui la società aveva proposto ricorso, aveva confermato la decisione di primo grado. Entrambi i giudici di merito - sulla base di un’interpretazione estensiva e non letterale della succitata norma - avevano ritenuto che non fosse sufﬁciente il mero decorso del comporto e dell’aspettativa per legittimare il recesso, ma che occorresse dimostrare, da parte del datore, la persistenza della malattia del dipendente anche al termine dell’aspettativa. La Corte di Cassazione, contrariamente alle pronunce di merito ed in riforma della sentenza di appello, ha, invece, ritenuto legittimo il licenziamento, rilevando che la norma del contratto collettivo in esame deve essere interpretata applicando il solo criterio letterale - prevalente sugli altri criteri ermeneutici - poiché il tenore della disposizione rivela con chiarezza ed univocità la volontà delle parti contraenti, consentendo di desumere che il mancato rientro del lavoratore prima della scadenza del periodo di comporto e di aspettativa giustiﬁca il recesso datoriale. In deﬁnitiva, il licenziamento è legittimo per il solo veriﬁcarsi del superamento del dato temporale, che segna il limite di tollerabilità dell’assenza, preventivamente valutato dalle parti collettive. Causa seguita da Marina Olgiati e Andrea Beretta L’AZIENDA CHE HA VINTO IN CASSAZIONE PUÒ AGIRE IN VIA MONITORIA PER LA RESTITUZIONE DI QUANTO PAGATO IN ESECUZIONE DELLA SENTENZA D’APPELLO (Corte di Appello di L’AQUILA, 4 luglio 2013, n. 1059) Un azienda aveva ottenuto la riforma in Cassazione di una sentenza sfavorevole pronunziata in grado di appello; la stessa aveva, quindi, richiesto al lavoratore la restituzione delle somme versate in esecuzione della sentenza di secondo grado, ottenendo un riﬁuto. Al ﬁne di ottenere la restituzione delle somme, l’azienda ha proposto ricorso monitorio ai sensi dell’art. 633 c.p.c., innanzi alla Corte di Appello la cui sentenza era stata riformata in cassazione. La Corte di Appello aveva concesso il provvedimento monitorio avverso il quale il lavoratore aveva resistito, proponendo opposizione e assumendo che il giudizio non si era ancora concluso poiché egli aveva riassunto la controversia innanzi al Giudice del rinvio.
La Corte, pronunziandosi sull’opposizione con sentenza del 4 luglio 2013, ha rigettato l’opposizione evidenziando che, nel caso di cassazione con rinvio, nel codice di rito non si rinviene alcun divieto o impedimento a promuovere separatamente, avanti al giudice designato dalla Cassazione ai sensi dell’art. 383 c.p.c., il giudizio di rinvio e quello per la restituzione o la riduzione in pristino, essendo anzi tale possibilità desumibile dall’espressa previsione dell’art. 389 c.p.c. di un giudizio autonomo per la restituzione o la riduzione in pristino. Nel caso in cui la domanda di restituzione venga proposta separatamente dal giudizio di rinvio, poiché il diritto alla restituzione delle somme pagate in esecuzione della sentenza poi cassata sorge per il solo fatto della cassazione, nulla impedisce che la richiesta venga svolta anche con procedimento monitorio. Causa seguita da Giorgio Molteni e Claudio Ponari
Con sentenza n. 20228 del 4 settembre 2013 la Corte di Cassazione ha evidenziato che lo storno di dipendenti può conﬁgurare l’ipotesi di concorrenza sleale se posto in essere con modalità tali da dimostrare l’intento e/o la consapevolezza di arrecare un danno; nel caso di specie, la Corte ha confermato la condanna di un’azienda al risarcimento dei danni per concorrenza sleale, in quanto tale azienda, in prossimità della scadenza di un contratto con il suo distributore, aveva acquisito gli agenti più bravi di quest’ultimo. In particolare, la Corte ha rilevato che l’acquisizione di quattro agenti rispetto ai trenta gestiti dall’ex partner commerciale costituisce una percentuale considerevole della forza lavoro, anche in considerazione dell’esperienza e della conoscenza del territorio maturata negli anni da tali agenti; peraltro, dalle email inviate agli agenti, è risultato che l’azienda aveva la piena consapevolezza, oltre che l’intenzione, di procurare un danno.
INQUADRAMENTO CONVENZIONALE NELLA QUALIFICA DIRIGENZIALE
Con sentenza n. 20600 del 9 settembre 2013 la Corte di Cassazione ha confermato che il coordinamento di un gruppo di impiegati addetti ad un ufﬁcio non è sufﬁciente ad integrare la funzione dirigenziale, né lo svolgimento di compiti comportanti poteri di iniziativa circoscritti ad un singolo ufﬁcio o reparto. Nel caso di specie, la Corte ha confermato la sentenza di secondo grado che aveva rigettato la domanda svolta dalla dipendente, inquadrata come dirigente, che aveva chiesto l’accertamento della qualiﬁca dirigenziale anche con riferimento al periodo pregresso alla sua promozione, sul presupposto di aver svolto le medesime mansioni. La Corte di Cassazione ha precisato che il datore di lavoro ben può riconoscere l’inquadramento superiore a titolo convenzionale al ﬁne di un più favorevole trattamento economico e normativo, in quanto il principio stabilito dall’art. 2103 cod. civ. può essere derogato in senso più favorevole al dipendente, posto che tale deroga costituisce una legittima espressione di autonomia negoziale se risponde ad un apprezzabile interesse delle parti e non ha ﬁnalità elusive di norme imperative.
LICENZIAMENTO DISCIPLINARE PER UTILIZZO IMPROPRIO DELLA MAILING LIST AZIENDALE
Con sentenza n. 20715 del 10 settembre 2013 la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un lavoratore-sindacalista, che si era appropriato della mailing list aziendale - nella quale erano indicati gli indirizzi di tutti i dipendenti e collaboratori - al ﬁne di diffondere volantini della sigla di cui egli era dirigente, contenenti, peraltro, comunicati decisamente “pesanti” nei confronti dei vertici aziendali. La Corte ha evidenziato che non è sufﬁciente ad escludere la legittimità del licenziamento l’assoluzione in sede penale in merito alla sussistenza di reati informatici (peraltro, per mancanza di prove adeguate), in quanto la mailing list - pur non contenendo indirizzi di posta elettronica di clienti o di soggetti estranei al gruppo imprenditoriale - costituisce comunque un bene della banca dati aziendale e non può essere utilizzato per ﬁni estranei alle attività del datore di lavoro.
CARTE DI CREDITO: NO AL RISARCIMENTO DEL DANNO SE IL TITOLARE NON PROVA DI AVERLE CUSTODITE DILIGENTEMENTE (Tribunale di Rovereto, 29 agosto 2013) In data 20 dicembre 2012 Tizio, in proprio ed in qualità di legale rappresentante di una Società, conveniva in giudizio, con ricorso ex art. 702 bis cod.proc.civ., tre esercizi commerciali per sentir accertare e dichiarare la responsabilità dei predetti in merito al danno extracontrattuale subito. Il particolare, il ricorrente asseriva di essere titolare di due carte di credito a proprio nome e di altre due carte emesse per conto della Società di cui era il legale rappresentante. Nel corso del mese di settembre 2008, il predetto, sosteneva di aver subito il furto delle quattro carte di credito e che le stesse erano state indebitamente utilizzate presso alcuni esercizi commerciali in Italia ed all’estero. Di conseguenza, formulava richieste risarcitorie nei confronti di tre esercizi commerciali presso cui erano stati effettuati i pagamenti illeciti. Preliminarmente, il Giudice dichiarava l’inammissibilità della domanda del ricorrente svolta in nome e per conto della Società, in quanto rilevava che la predetta era stata cancellata dal registro delle Imprese (con conseguente estinzione ex art. 2495 cod. civ.) prima del deposito del ricorso introduttivo. Con riferimento alle domande risarcitorie formulate in proprio, il Giudice ha ritenuto che, sebbene gli esercizi commerciali resistenti avessero accettato una carta esibita da persona diversa dal titolare, (violando così un obbligo di natura contrattuale assunto nei confronti dell’emittente della carta di credito a protezione del titolare della medesima), il danno sarebbe stato evitato se il ricorrente si fosse attenuto alle regole di diligenza, con cui egli, secondo i principi generali del codice civile, avrebbe dovuto eseguire il contratto sottoscritto con la società emittente le carte. A tal proposito, il giudice censurava il fatto che il ricorrente avesse (incautamente) riposto ben quattro carte di credito, con elevato potere di spesa, tutte all’interno di un medesimo portafoglio e non avesse attivato il servizio gratuito di sicurezza via SMS (avviso movimenti) che gli avrebbe consentito di essere avvisato, via messaggio di testo telefonico, circa i pagamenti effettuati, con possibilità di denunciare tempestivamente, al servizio clienti dell’emittente delle carte, eventuali utilizzi illeciti o indebiti delle medesime. Peraltro, il ricorrente non aveva nemmeno dato immediata comunicazione dello smarrimento/sottrazione delle carte all’emittente, denunciando la presunta sottrazione solo 17 giorni dopo la data dell’asserito furto: un tempo incompatibile con l’obbligo di immediata denuncia dello smarrimento che incombe al titolare della carta. In conclusione, il Tribunale ha rigettato le domande risarcitorie formulate dal ricorrente, individuando nel difetto di diligenza l’esclusiva causa del danno. Causa seguita da Vittorio Provera
L’accoglimento della domanda di risarcimento del danno da lucro cessante o da perdita di chance esige la prova, anche presuntiva, dell’esistenza di elementi oggettivi e certi dai quali desumere, in termini di certezza o di elevata probabilità e non di mera potenzialità, l’esistenza di un pregiudizio economicamente valutabile. (Cassazione, 14 maggio 2013, n. 11548) In tema di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell'art. 2051 c.c., al ﬁne di provare il rapporto causale tra la cosa in custodia ed il danno, l'attore deve allegare un elemento estrinseco o intrinseco come fatto costitutivo idoneo a radicare il nesso eziologico, senza però poter modiﬁcare nel corso del giudizio la allegazione iniziale; per contro, il custode, per liberarsi della presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalla cosa, deve provare il caso fortuito tale da prevenire l’evento dannoso o da ridurne le conseguenze. (Cassazione, 2 settembre 2013, n. 20055)
DANNO EX ART. 2051
ASSICURAZIONE DA
In tema di assicurazione per i danni conseguenti alla circolazione stradale, l'obbligazione risarcitoria dell'assicuratore è contenuta nei limiti delle somme per le quali è stata stipulata l'assicurazione, e la solidarietà fra assicurato ed assicuratore ha natura atipica, atteso che il debito aquiliano del primo discende "ex delicto" ed è illimitato, mentre quello del secondo di natura indennitaria deriva "ex lege" e trova limite nella capienza del massimale, senza che nessuna inﬂuenza possa attribuirsi, per derogare a quest'ultimo limite, al fatto che in sede penale, con sentenza passata in giudicato, l'assicuratore sia stato condannato quale responsabile civile, in solido con l'imputato assicurato, al risarcimento del danno in via generica nei confronti del danneggiato, giacché la solidarietà, disposta in via generale ed astratta dall'art. 489 cod. proc. pen. (ora abrogato e sostituito dall'art. 538 cod. proc. pen.), non preclude ed, anzi, impone, l'accertamento, nei singoli casi concreti, del titolo in forza del quale ciascuno dei coobbligati è tenuto alla prestazione e se l'unicità di quest'ultima soffre o meno limitazioni per effetto di particolari disposizioni convenzionali o legali. (Cassazione, 10 giugno 2013, n.14537)
(Corte d’Appello di Milano, 3 luglio 2013)
Tizio agiva in giudizio nei confronti della Compagnia Alfa per sentirla condannare, ex art. 2049 c.c., al risarcimento dei danni subiti a causa dei furti commessi nell’appartamento da lui condotto in locazione ad opera di Caio, custode dello stabile di proprietà della Compagnia Alfa. Quest’ultima si costituiva in giudizio contestando l’esistenza del nesso di occasionalità necessaria tra i furti perpetrati da Caio ed il rapporto di lavoro che lo legava alla Compagnia. Chiedeva, pertanto, il rigetto della domanda e, in subordine, che fosse riconosciuto il concorso di colpa di Tizio, il quale aveva incautamente afﬁdato al custode le chiavi dell’appartamento. Il Giudice di primo grado accoglieva la domanda di Tizio. La decisione veniva appellata dalla Compagnia che deduceva l’erroneità della sentenza in ordine alla ritenuta sussistenza del nesso di occasionalità necessaria ed all’interpretazione degli elementi di fatto rilevanti ai ﬁni dell’art. 1227 c.c.. La Corte d’Appello di Milano, in accoglimento delle censure sollevate da Alfa, ha riformato integralmente la sentenza di primo grado, rilevando che non può farsi carico al committente delle conseguenze di un fatto (illecito) posto in essere dal preposto non durante l’espletamento delle incombenze demandategli e non al ﬁne di adempiere alle stesse incombenze, bensì al di fuori di queste e per soddisfare un bisogno ad esse del tutto estraneo, in quanto, in tale circostanza, viene palesemente a interrompersi il vincolo di occasionalità tra le incombenze ed il fatto generatore del danno. Nel caso di specie, era stato, inoltre, proprio Tizio ad afﬁdare al custode le chiavi dell’appartamento perché questi potesse svolgere, nel suo interesse ed in sua assenza, alcuni compiti, e a lasciarle nella disponibilità di Caio anche dopo la commissione dl primo furto. L’illecito, dunque, era privo di qualsivoglia collegamento con le funzioni del custode e le mansioni connaturate al rapporto tra committente e Caio. Causa seguita da Bonaventura Minutolo e Teresa Cofano
NUOVE PROCEDURE E FUNZIONI PER IL DOCUMENTO UNICO DI REGOLARITÀ CONTRIBUTIVA (DURC)
Come noto, il DURC è un certiﬁcato unico che attesta la regolarità di un’impresa nei pagamenti e negli adempimenti previdenziali, assistenziali e assicurativi, nonché in tutti gli altri obblighi previsti dalla normativa vigente nei confronti di INPS, INAIL, ecc. In sostanza le imprese effettuano un’unica richiesta di rilascio della regolarità contributiva ad uno degli enti citati. Il documento di regolarità contributiva è necessario - fra gli altri - per la partecipazione ad appalti pubblici, nonché per ottenere contratti di fornitura servizi ed anche per la gestione di servizi ed attività pubbliche in convenzione o concessione, ecc.. Il ruolo fondamentale del DURC è stato ulteriormente ampliato dalla recente entrata in vigore della Legge n. 64 del 2013 (che ha convertito con modiﬁcazioni il Decreto Legge 8 aprile 2013 n. 35) riguardante le disposizioni urgenti per il pagamento dei debiti scaduti da Pubbliche Amministrazioni. Si tratta, in sostanza, della normativa che ha avviato ﬁnalmente il sollecito pagamento degli ingenti debiti maturati - dall’amministrazione dello stato, regioni, province autonome, enti del Servizio Sanitario Nazionale ed altri Enti - nei confronti di imprese private che hanno effettuato servizi, forniture e appalti e quant’altro e che vantano crediti ormai scaduti da anni. Ebbene, l’articolo 6 comma 9 del predetto decreto ha disposto che entro il 30 giugno 2013 le Pubbliche Amministrazioni dovessero comunicare ai creditori l’importo e la data entro cui si provvede al pagamento dei debiti maturati al 31 dicembre 2012; il successivo 5 luglio 2013 doveva avvenire la pubblicazione su sito internet dell’elenco completo dei debiti per ordine cronologico di emissione della fattura o della richiesta equivalente di pagamento. Il medesimo articolo 6, al comma 11 ter, ha stabilito che, per l’effettuazione del pagamento, è necessario l’accertamento della regolarità contributiva dell’impresa o comunque dell’operatore economico, regolarità che deve essere accertata con riferimento alla data di emissione della fattura o dell’equivalente richiesta di pagamento. Nel caso l’accertamento evidenzi una inadempienza contributiva, sempre con riferimento alla data di emissione della predetta fattura, allora si applicheranno le disposizioni di cui all’articolo 4 del Regolamento di cui al D.P.R. 5 ottobre 2010 n. 207, che impongono l’intervento sostitutivo dell’Ente (o Amministrazione che ha ordinato la fornitura o l’appalto), il quale è legittimato a trattenere dai pagamenti gli importi corrispondenti alle inadempienze rilevate. Dunque, per poter ﬁnalmente ottenere la soddisfazione del proprio credito, le imprese interessate devono ottenere ed inviare il DURC relativo al periodo di rilascio fattura. In tale ambito l’INAIL, con propria comunicazione del 31 luglio 2013, ha informato di aver introdotto modiﬁche al sistema applicativo www.sportellounicoprevidenziale.it ed alla modulistica, proprio per consentire di poter far fronte alle nuove richieste imposte dalla predetta normativa, dando apposite istruzioni. In aggiunta a quanto sopra, si segnala che a partire dal 2 settembre u.s., il sistema informatico dell’INAIL non consentirà più l’inoltro della richiesta di DURC se non viene indicato nel modulo telematico l’indirizzo PEC della stazione appaltante / amministrazione procedente e delle imprese.
A fronte di ciò, i DURC - richiesti a partire dalla stessa data - saranno recapitati esclusivamente tramite PEC agli indirizzi indicati dagli utenti. Anche in questo caso, le modalità di compilazione sono pubblicate allo Sportello Unico. In conclusione, il documento di regolarità contributiva acquista maggiore importanza nell’ambito della normale operatività aziendale ma, nello speciﬁco, costituisce un ennesimo adempimento (e talvolta ostacolo) a tale operatività, essendo uno dei tanti esempi della eccessiva burocratizzazione che caratterizza e frena il mondo produttivo e dei servizi. Ci si augura, quanto meno, che le procedure informatiche siano gestite in modo efﬁciente e competente, consentendo l’evasione pressoché immediata e comunque sollecita delle richieste, limitando così gli ostacoli per l’incasso di crediti già da tempo scaduti e che sono fondamentali per le imprese, tanto più in una realtà assai avara di altre forme di ﬁnanziamento delle attività.
INAUGURATA LA NUOVA SEDE TRIFIRÒ & PARTNERS A PARMA
Triﬁrò & Partners Avvocati ha inaugurato la nuova sede di Parma, dove già da tempo presta assistenza a primarie aziende. La sede T&P di Parma, situata in centro in Strada Petrarca 18, si afﬁanca alla sede centrale di Milano e alle sedi di Roma, Torino e Trento.
Milano, 4 Ottobre 2013 Carlton Hotel Baglioni I controlli sui dipendenti da parte del datore di lavoro Utilizzo del telefono e di altri apparecchi in dotazione: casistica Uso e abuso del telefono aziendale e di altri apparecchi in dotazione (laptop, telepass, etc.): legittimità e limiti del controllo Le pronunce giurisprudenziali sull’efﬁcacia probatoria delle registrazioni dei colloqui telefonici Le conseguenze dei controlli difensivi leciti: giurisprudenza e casistica Le conseguenze dei controlli illeciti: giurisprudenza e casistica Relatore: Avv. Claudio Ponari PROGRAMMA Bergamo, 18 - 19 Ottobre 2013 AGI: Convegno Nazionale. 40 Anni di Processo del Lavoro. Eﬃcienza Versus Tutela. 18 Ottobre: Workshop n. 2 I riti sommari, cautelari e speciali Il procedimento ex art. 28 Statuto dei lavoratori Relatore: Avv. Giacinto Favalli PROGRAMMA
Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 16/09/2013 Il dirigente che rivendica il bonus deve provare il raggiungimento degli obiettivi di Tommaso Targa Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 12/09/2013 Il nuovo art. 18 St. Lav. non si applica ai dirigenti, salvo per il licenziamento discriminatorio di Giacinto Favalli, Angelo di Gioia e Jacopo Moretti Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 06/09/2013 Decadenze processuali nell’ambito del “Rito Fornero” di Antonio Cazzella Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 02/09/2013 Il tentativo di conciliazione non interrompe la prescrizione dell’azione di impugnazione del licenziamento di Marina Olgiati e Francesco Torniamenti Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 02/09/2013 Occhio agli occhiali, quando il 2x1 è ingannevole di Vittorio Provera JOB24 – Il Sole 24 Ore: 29/08/2013 Il contratto a progetto non é valido? Dipende da una “e”… Diritto24 – Il Sole 24 Ore: 29/08/2013 Anche il dirigente deve impugnare il licenziamento entro 60 giorni di Giampaolo Tagliagambe e Tommaso Targa JOB24 – Il Sole 24 Ore: 28/08/2013 VIDEO: Decreto Lavoro. Le novità sui contratti a termine Intervista a Anna Maria Corna Contratti a termine: che cosa cambia con il Decreto lavoro di Anna Maria Corna JOB24 – Il Sole 24 Ore: 08/08/2013 VIDEO: Decreto Lavoro. Licenziamento per giustiﬁcato motivo: la procedura di conciliazione preventiva Intervista a Tommaso Targa
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