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Timestamp: 2019-12-14 05:58:25+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 32', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 32', 'art. 2']

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I principi della l. 38/2010 sulle cure palliative e la terapia del dolore
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Introduzione. – A margine dell’approvazione della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento[1] (Dat) è tornato attuale[2] un dibattito finora sopito riguardante uno dei temi cruciali della dinamica del c.d. fine vita, cioè quella branca del biodiritto che si preoccupa di normare la parabola conclusiva della vita umana, quanto all’individuazione dei diritti e doveri che devono essere riconosciuti e garantiti in capo al malato e ai soggetti che interagiscono con esso. In questo delicato ambito normativo, a differenza della legge sulle Dat[3], l’ordinamento italiano vanta una legge che disciplina l’accesso alle cure palliative e la terapia del dolore. In questi brevi appunti, senza avere la pretesa di esaurire un tema così vasto e multidisciplinare, si intende presentare i principi fondamentali della Legge del 15 marzo 2010, n. 38, recante “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”[4], evidenziando le implicazioni bioetiche in essa contenute.
Il quadro normativo sovranazionale. – La tematica delle cure palliative e della terapia del dolore trova una specifica posizione all’interno dei documenti internazionali. Tra i più pregnanti troviamo la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina[5] (4 aprile 1997), nella quale all’art. 1 viene ribadito l’impegno degli Stati firmatari di proteggere l’essere umano nella sua dignità e nella sua identità psico-fisica[6] riguardo le applicazioni della medicina, e il Rapporto del Consiglio d’Europa relativo alla “Protezione dei diritti umani e della dignità del malato terminale e del morente” (21 maggio 1999), nel quale viene proclamato il diritto del malato a non vedersi privato di adeguate cure palliative.
Il fine vita nella Costituzione italiana. – Nel testo della Costituzione italiana è possibile rinvenire alcuni elementi fondanti che hanno dato vita alla L. 38/2010 per come la conosciamo. Nell’art. 32, primo comma[7], viene riconosciuto e garantito il fondamentale diritto alla salute dell’individuo, una cui specificazione è il “diritto a non soffrire”[8], da intendersi come la pretesa a che l’ordinamento metta in campo un effettivo, efficace e adeguato trattamento di sollievo alla sofferenza del malato, sia nella dinamica algesica[9], quando in quella esistenziale e relazionale della malattia. A tal proposito, la sofferenza diviene uno di quegli ostacoli di ordine sociale che la Repubblica è chiamata a eliminare in forza dell’art. 3 Cost., in quanto compromettono lo sviluppo della persona umana, intesa sia come singolo (la malattia) sia nelle formazioni sociali ove la personalità del malato si sviluppa (famiglia e rapporti interpersonali)[10]. Infatti, la sofferenza e il dolore minano l’integrità psicofisica del paziente, maggiormente se in età pediatrica[11].
La L. 38/2010: i diritti del malato. – In ossequio i principi costituzionali appena accennati la legge 38/2010, secondo quanto disposto dall’art. 1, norma da intendersi come il faro che orienta tutto il testo seguente, consacra e garantisce il diritto del malato[12] ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore. Sotto questo aspetto la legislazione italiana detiene il primato europeo nel riconoscere tale diritto con una legislazione europea particolare[13]. Da una ricostruzione letterale del testo, in prima battuta, emerge che cure palliative e terapia del dolore non sono due alternative da garantire rispetto alla condizione di malattia, bensì un unico fascio di diritti da riconoscere al malato. Il fine ultimo della palliazione, quindi, è quello di assicurare il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona umana, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza, la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze del malato (art. 1, secondo comma). In tal senso, viene assicurato un programma di cura individuale, sia per il malato che per la sua famiglia, nell’ottica di garantire la tutela e la promozione della qualità della vita fino al suo termine naturale (art. 1, terzo comma, lett. b)..
Per non lasciare spazio a dubbi interpretativi, all’art. 2, il legislatore si è preoccupato di definire l’oggetto delle disposizioni. Per cure palliative, quindi, si intendono le cure costanti e globali, altamente specializzate e multidisciplinari per i pazienti afflitti da una malattia che non risponde più ai trattamenti specifici e di cui la morte è diretta conseguenza (art. 2, lett. a). Quanto alla terapia del dolore, invece, si intende l’insieme dei trattamenti diagnostici e terapeutici volti a individuare idonee e appropriate terapie per forme morbose e croniche al fine di sopprimere e controllare il dolore (art. 2, lett. b). Destinatari di questo fascio di diritti, resi concreti nel programma individuale ideato e portato avanti da una equipe specializzata, sono il malato adulto e pediatrico[14], con la sua famiglia. Il carattere non solo strettamente medico ma anche relazionale della palliazione, in definitiva, offre al malato anche una cura in relazione alle dinamiche psico-relazionali della malattia[15].
Eubiosia: per una qualità della morte. – In bioetica la tematica delle cure palliative trova una sua rilevante posizione, specialmente con l’avanzare delle pretese eutanasiche dell’ultimo secolo. In quest’ottica, infatti, una delle finalità principali delle cure palliative è quella di evitare che il malato e il contesto ad esso legato trovi normale fuggire dalla sofferenza e dal dolore con la richiesta di morte[16]. Come è stato giustamente osservato, i pazienti con sofferenze non controllate possono vedere la morte come l’unica soluzione alla loro condizione. Di conseguenza si è andata a profilare la richiesta di vedersi garantito il diritto a non soffrire e a «morire con dignità». Tuttavia, a scanso di equivoci, ai fini del presente elaborato, rigettando con fermezza ogni interpretazione eutanasica, non si intende con la locuzione di cui sopra il diritto a scegliere quando morire, piuttosto il diritto a essere assistiti correttamente nell’imminenza di morte[17]. In questo senso, si parla di eubiosia, cioè di qualità della vita nella fase terminale, per la quale sono comunque esclusi comportamenti volti ad anticipare o posporre la morte[18]. La palliazione, dunque, si preoccupa di colmare il vuoto tra l’abbandono terapeutico e condotte eutanasiche volte ad accelerare l’evento morte per eliminare la sofferenza[19]. Questa assoluta equidistanza dall’eutanasia e dall’accanimento terapeutico[20] si dimostra come l’unica vera alternativa alla sofferenza e al dolore nel rispetto della dignità umana.
[1] Si fa riferimento alla Legge 22 dicembre 2017, n. 219: “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, in GU n.12 del 16-1-2018, in vigore dal 31-01-2018.
[2] Si veda il caso di Marina Ripa di Meana (v. L. Bellaspiga, Adottare le cure palliative cambia lo sguardo sui malati, in Avvenire, 27 gennaio 2018, p. 4) sulla sedazione profonda emerso sulla stampa nazionale nei giorni successivi all’approvazione della legge sulle Dat. La sedazione profonda è una pratica inserita nel contesto generale delle cure palliative (Così Comitato Nazionale di Bioetica, Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte, 29 gennaio, 2016, p. 6, consultabile in www.bioetica.governo.it)
[3] Per un giudizio critico circa la legge sul biotestamento si consenta un rinvio a quanto già esposto in M. Magliocchetti, Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 27 – 28.
[4] Legge 15 marzo 2010, n. 38: “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, in GU n. 65 del 19-3-2010.
[5] Ratificata in Italia con legge 28 marzo 2001, n. 145: “Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina, fatta a Oviedo il 4 aprile 1997, nonché del Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998, n. 168, sul divieto di clonazione di esseri umani”, in GU n. 95 del 24-4-2001.
[6] All’interno della Convenzione non viene fatta menzione dell’identità psico-fisica, mentre viene indicato il concetto in modo generico. Tuttavia si crede di non sbagliare specificando quanto appena detto, poiché la norma va armonizzata con l’indicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, nel preambolo della Convenzione istitutiva dell’OMS (22 luglio 1946) definisce la salute come «uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un’assenza di malattia o d’infermità».
[7] Costituzione italiana, art. 32, primo comma: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».
[8] Il diritto a non soffrire non si può tradurre in un diritto alla morte. Sul punto vedi C. Casini, M. Casini, M. L. Di Pietro, Testamento biologico. Quale autodeterminazione?, Società Editrice Fiorentina, 2007, pp. 91 -94; M. Cozzoli, perché non esiste un diritto a morire, in Avvenire, 18 giugno 2017, p. 3.
[9] Algesia, dal greco algesis, è la sensibilità al dolore.
[10] Cfr. M. A. Silvestri, Cure palliative e terapia del dolore, in Revista de la Facultad de Ciecias Juridicas, n. 14/15 del 2009/2010, p. 297, secondo cui la dimensione personale e sociale del diritto a non soffrire si desume dagli art. 2, 29, 32 della Costituzione italiana.
[11] Cfr. Ministero della Salute, Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge n. 38 del 15 marzo 2010, “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, Anno 2015, p. 78.
[12] La legge 38/2010 parla di «cittadino», tuttavia è bene ricordare l’autorevole parere secondo cui «in tema di salute non può esservi distinzione tra cittadini e stranieri», così G. M. Flick, Dovere di vivere, diritto di morire oppure …?, in www.federalismi.it, 2/2011, p. 7, consultabile online.
[13] Cfr. Ministero della Salute, Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge n. 38 del 15 marzo 2010, “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, Anno 2015, p. 78.
[14] Cfr. Ministero della Salute, Rapporto al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge n. 38 del 15 marzo 2010, “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, Anno 2015, p. 9 e 78.
[15] Con il termine cura si intendono i presidi assistenziali destinati alla cura della persona. Cfr. S. Leone, Nuovo manuale di bioetica, Città Nuova, 2007, pp. 198 – 199; S. Leone, Lineamenti di bioetica, 2° ed., Medical Book, 1990, p. 240.
[16] In questo senso i delineano i diritti del malato, tra cui quello di «morire con dignità» (v. nota 16), come enucleati da M. Cuyas, L’eutanasia dal punto di vista deontologico, in Nuovi saggi di Medicina e Scienze, Milano, 1985, pp. 444 – 447.
[17] Cfr. M. Aramini, Manuale di bioetica per tutti, ed. Paoline, 2008, p. 278.
[18] Cfr. F. Bellino, Eubiosia: la bioetica della “buona vita”, Città Nuova, Collana Società e Socialità, 2005, p. 63;
M. P. Faggioni, La vita nelle nostre mani, 4° ed., EDB, 2016, p. 361.
[19] Cfr. A. Turriziani, Malattia e buona morte, in I Quaderni di Scienza & Vita, Né accanimento né eutanasia, n. 1 – Dicembre 2006, p. 67.
[20] In questi termini v. S. Leone, Nuovo manuale di bioetica, Città Nuova, 2007, pp. 185 – 186.
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