Source: http://noviolenzadonne.blogspot.com/2011/01/un-assistente-sociale-impiega-7-mesi.html
Timestamp: 2017-09-21 17:28:57+00:00
Document Index: 109002613

Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 14']

Stop Violence against Men and Women: Un assistente sociale impiega 7 mesi per una relazione. La pena? 6 giorni di sospensione
Un assistente sociale impiega 7 mesi per una relazione. La pena? 6 giorni di sospensione
E' questa la "sconcertante" sanzione che l'Ordine degli assistenti sociali - Consiglio Regionale del Lazio - ha applicato ad una operatrice, rea, tra le altre cose, di aver fatto attendere una sua attesissima relazione per ben sette mesi. "Si comunica che in data 5 Ottobre 2010 questo Consiglio regionale, analizzando le risultanze dell'istruttoria compiuta dalla Commissione Deontologica Disciplinare, ha deciso di comminare alla professionista di cui all'oggetto la sanzione della sospensione dall'Albo per n. 6 giorni lavorativi...". Praticamente, una pacca sulla spalla e una vacanza-premio.
Ma vediamo un pò di cosa era stata accusata la dott.ssa R, riportando i brani salienti dell'esposto che FF, papà di tre figli, aveva presentato con dovizia di particolari.
"In data 18 gennaio 2010 l’Assistente Sociale, dott.ssa R, inoltrava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Roma una relazione avente ad oggetto la situazione dei minori Y, D e G, figli del sottoscritto e della sig.ra MS; la suddetta relazione era stata richiesta dal Tribunale per i Minori, nell’ambito delle indagini sul nucleo familiare. Stante l’importanza della relazione in oggetto ai fini della decisione dei Giudici (è stato richiesto l’affidamento esclusivo dei figli al sottoscritto) si richiama l’attenzione dell’intestato Ordine sugli errori dei dati riportati, sulle imprecisioni, omissioni e violazioni delle norme del Codice Deontologico degli Assistenti Sociali.
la dott.ssa R, infatti, riporta nella propria relazione delle affermazioni che il sottoscritto, a suo dire, avrebbe fatto durante i colloqui con la stessa: ad esempio in ordine al disturbo di iperattività di cui soffre uno dei propri figli, a detta della dott.ssa R, il sottoscritto avrebbe affermato che la suddetta malattia sarebbe riconducibile alla situazione ambientale in cui vive insieme alla propria madre. Ciò non corrisponde a realtà, in quanto il sottoscritto è ben informato sull’eziologia del disturbo da iperattività e non avrebbe mai dichiarato una sua riconducibilità alla “situazione ambientale”;
la dott.ssa R afferma “ad un certo punto il sig. F decide di separarsi”. Questa affermazione è chiaramente un’interpretazione soggettiva di una situazione familiare che nel corso degli anni è andata via via deteriorandosi, tanto da portare alla separazione dei coniugi, separazione che è stata introdotta con il ricorso presentato dal sig. F, ma non riconducibile semplicemente ad una mera decisione del sottoscritto. La relazione della dott.ssa R, poi, riporta ampi stralci della CTU disposta nel corso del procedimento introdotto con il ricorso per la modifica delle condizioni della separazione dei coniugi presentato dal sottoscritto al fine di ottenere l’affidamento esclusivo dei propri figli.
Secondo il Codice Deontologico degli Assistenti Sociali, una relazione di un Assistente Sociale dovrebbe avere i caratteri dell’autonomia ed essere fondata su uno studio ed un’osservazione propria dello scrivente, non riportare quanto già affermato da altri professionisti. Fermo restando che la dott.ssa R, riportando quanto affermato da un'altra professionista, se ne assume le responsabilità, se il Tribunale richiedente la relazione avesse voluto fondare le proprie considerazioni su una perizia già redatta, ben avrebbe potuto farlo, evitando così di aspettare ben oltre sette mesi la relazione della dott.ssa !
Le sedute, nel corso delle quali la dott.ssa R avrebbe dovuto, cosa che certamente non ha fatto, raccogliere delle informazioni in ordine alla situazione familiare, sono soltanto menzionate. In particolare, nella seduta del 14 dicembre 2009, il sig. F esponeva un quadro della situazione familiare che includeva fatti, certamente non trascurabili, che, seppur provati da registrazioni e fotografie non sono stati neppure accennati nella relazione, quali lesioni subite dalla piccola G in varie occasioni (un morso sul volto inferto dalla madre, una vasta escoriazione inferta sul volto dalla nonna materna il 28 novembre 2009; escoriazioni da graffio sull’addome e sul polpaccio di G, inferte dalla nonna materna, testimoniate da fotografie non menzionate nella relazione; un trauma facciale con parziale avulsione di un incisivo superiore in seguito a colpi inferti dalla madre sul capo di G). Pertanto, le dichiarazioni rese dal sottoscritto nel corso delle sedute non sono state prese in considerazione, anche se denunciavano una situazione familiare ed un contesto nel quale vivono tre bambini di rispettivamente 6, 8 e 10 anni, a dir poco inadeguato. Il sottoscritto aveva anche fatto delle registrazioni audio – video che testimoniavano chiaramente lo stato di degrado e di violenza in cui vivono i bambini con la loro madre e la loro nonna, registrazioni che la dott.ssa R si è rifiutata di acquisire. Inoltre, la visita domiciliare presso la casa della madre è stata fatta il 31 dicembre 2009, ben sei mesi dopo la richiesta del Tribunale per i Minori, tempo nel quale chiaramente la madre ha avuto tempo e modo di organizzarsi per rendere l’ambiente “vivibile”, anche se, la stessa dott.ssa R afferma: “ancora molto si potrà fare per migliorare la vivibilità della casa, soprattutto dal punto di vista igienico”. Nella descrizione dell’ambiente nel quale vivono i bambini si rinvengono frasi incongruenti come “ambiente caotico ma organizzato” e si rileva una tendenza accondiscendente alla drammatica situazione nella quale hanno sempre vissuto i figli del sottoscritto e nella quale continuano a vivere.
Appare quindi quanto mai evidente, una violazione dell’art. 47, in quanto la relazione è stata trasmessa ben oltre 8 mesi dopo la richiesta del Tribunale per i Minori - ed era inerente ad un’istanza richiedente un intervento urgente -, ma anche dell’art. 10, in quanto si fonda su stralci di altre perizie di altri professionisti e non “sull’indipendenza di giudizio, sulle conoscenze proprie della professione e sulla coscienza personale dell’assistente sociale”, nonché dei principi generali di deontologia professionale.
La dott.ssa R, a fronte di una dovuta “attenta osservazione” che dovrebbe in generale caratterizzare l’esame di un nucleo familiare ai fini della redazione di una perizia, ha incontrato il papà, insieme ai propri figli, alcuni anni orsono, per soli 10 minuti, durante la visita domiciliare presso la residenza paterna.
Nonostante la superficialità della suddetta osservazione, la dott.ssa R, emette un quadro relazionale complesso ed articolato, la cui stesura avrebbe meritato ben più sedute di osservazione, violando in tal modo gli artt. 5, 6 ed 8 del proprio codice deontologico ed incorrendo, con la propria condotta, a parere dello scrivente, in violazioni tali da configurare una fattispecie penalmente rilevante, avendo agito con negligenza, imprudenza ed imperizia ed inosservanza di leggi, codici e regolamenti.
Inoltre la dott.ssa R, nelle proprie conclusioni, “propone”, mentre, a parere del sottoscritto e da quanto si evince dal Codice Deontologico degli Assistenti Sociali, gli Assistenti Sociali devono soltanto e nell’ambito delle loro acquisite conoscenze, relazionare, non rientrando tra i loro compiti quello di “proporre”.
In particolare, la R avalla un affido esclusivo, in difetto di elementi probatori, violando l’art. 5 (dignità delle persone), l’art. 6 (servizio persone e famiglie) e l’art. 8 (discriminazione) del proprio Codice Deontologico, e “suggerisce” precisi orari di visita dei minori, essendo ben consapevole che il sig. F svolge lavoro turnante e non dispone di orari e giorni fissi liberi, violando l’art. 14.
Da ultimo, ma certamente non per importanza, a pag. 16 la dott.ssa riporta una considerazione che non corrisponde alla realtà: “alla luce di quanto sopra esposto, derivante da una conoscenza diretta del nucleo della durata di sei anni....”. Ciò è impossibile, essendo stata la dott.ssa R assente all’incirca quattro anni dal Comune di residenza del nucleo in questione.
Tutto ciò esposto, il sottoscritto sig. F chiede l’urgente intervento dell’intestato Ordine affinché provveda a prendere gli opportuni provvedimenti nei confronti della dott.ssa R, nonché a relazionare il Tribunale per i Minori ed il Tribunale Civile di Tivoli sulla validità, professionalità e fondatezza della suddetta perizia”.
La conclusione la conoscete. La massima che se ne ricava è che, lentamente ma inesorabilmente, gli assistenti sociali stanno diventando come i magistrati civili, impuniti e corporativi.
Pubblicato da NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE a 16:51