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Timestamp: 2020-05-28 08:13:07+00:00
Document Index: 37732382

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 153', 'art. 9', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 9', 'art. 7', 'art. 6']

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Uso illegittimo dell’altrui marchio d’impresa nel web
By BaglieriMione | Uncategorized | No Comments
Questo brevissimo contributo trae spunto dalla prassi commerciale scorretta, purtroppo sempre più invalsa, di abusare del marchio altrui nelle comunicazioni commerciali e, in particolare, nei recapiti web (es. domain name e indirizzo mail) nonché nelle pagine (sovente sponsorizzate) create sui vari social network (facebook; linkedin etc.) anche al fine di approfittare del positivo avviamento commerciale di aziende concorrenti, sviandone la clientela.
Nello specifico, in un recente caso deciso in sede cautelare dal Tribunale delle Imprese di Catania (ordinanza inibitoria del 14.02.2019), un’impresa titolare di due marchi registrati adiva il Giudice al fine di ottenere l’inibitoria dell’utilizzo dei propri marchi sui vari recapiti web (domain name; indirizzi mail e pagine facebook) da parte di un’impresa dello stesso settore merceologico con cui in precedenza aveva intrattenuto rapporti commerciali (di fornitura), di seguito interrotti.
La convenuta si difendeva in giudizio sostenendo:
· che, prima della brusca interruzione dei rapporti tra le due imprese, era stata la stessa ricorrente ad approvare esplicitamente l’utilizzo dei marchi in questione;
· che, sebbene i prodotti venduti fossero i medesimi, il settore commerciale non fosse lo stesso poiché la ricorrente è operatore “all’ingrosso” mentre la convenuta “al dettaglio”;
· che il campo di applicazione della tutela accordabile all’impresa ricorrente sarebbe stato assai limitato perché il marchio avrebbe delle caratteristiche di c.d. “debolezza” e la possibilità di contraffazione sarebbe, di fatto, nulla.
Quest’ultima eccezione della società convenuta ci consente di specificare brevemente la distinzione tra marchio d’impresa forte e marchio d’impresa debole.
Un marchio d’impresa è debole quando risulta concettualmente legato al prodotto dal momento che (come rilevato dalla Cassazione n. 1267/16) la fantasia che lo ha concepito non è andata oltre il rilievo di un carattere, o di un elemento del prodotto, ovvero l’uso di comune diffusione che non sopportano di essere oggetto di un diritto esclusivo (per esempio nel caso di un rivenditore di prodotti per l’infanzia il marchio “Neonatal” sarebbe un marchio debole, perché appunto riconducibile all’aria concettuale della prima infanzia).
Viceversa, un marchio è forte quando non presenta alcun legame concettuale con il prodotto, essendo costituito da un segno grafico e da una dicitura di pura fantasia, estranea all’aria concettuale del prodotto o del servizio di pertinenza dell’impresa (così, nel nostro esempio di prima, un marchio forte sarebbe: “Dolly”).
Tornando ora al caso che ci occupa, l’impresa convenuta ha fatto appello in giudizio al principio astratto in base al quale: quando un’azienda si fregia di un marchio debole, anche lievissime modifiche da parte dei competitors escluderebbero la contraffazione e la conseguente tutela, sostenendo che le piccolissime modifiche fonetiche da essa apportante ai marchi della ricorrente nei vari recapiti web sarebbero comunque vale ad escludere ogni forma di tutela inibitoria e risarcitoria.
Ebbene il Giudice delle imprese di Catania, pur rilevando come in astratto valga il principio che i marchi deboli usufruiscono di una minore tutela, ha opportunamente ritenuto di compiere un’accurata analisi in concreto al fine di accertare se fosse comunque configurabile o meno una contraffazione nei singoli casi specifici (tale approccio sostanzialistico è stato di recente avallato dalla Giurisprudenza comunitaria, si veda Tribunale Unione Europea 10.09.14 T- 199/13).
In altre parole, anche se un marchio è da ritenersi “debole”, il giudice è tenuto a valutare tutte le peculiarità della fattispecie, non potendosi escludere a priori che anche lievi modifica fonetiche o
grafiche – in base alle peculiarità del singolo caso – possano integrare una fattispecie di usurpazione del marchio.
Così, nel caso a cui facciamo riferimento in questo articolo, il giudice ha opportunamente rilevato come fosse pacifico che l’impresa convenuta commercializzasse gli stessi prodotti della ricorrente, giudicando peraltro irrilevante che quest’ultima vendesse all’ingrosso mentre la prima al dettaglio (su questo punto è stato rilevato: “il fatto che si frapponga un intermediario, fino al consumatore finale, non muta il fatto che la clientela sia pur sempre quella del medesimo ciclo produttivo”).
Anzi proprio il diverso target di riferimento delle due imprese in contenzioso ha condotto il Giudice – proprio sulla scorta di una opportuna analisi in concreto e non soffermandosi al dato astratto della debolezza del marchio – a rilevare come: “il pericolo che si ingenera nel mercato è, allora , non che si acquistino prodotti credendo siano altri, ma che il consumatore (o l’intermediario fa poca differenza) creda di acquistare direttamente dal produttore ciò che sta comprando, in realtà, da un rivenditore”.
Inoltre il Giudicante ha ritenuto che, se anche l’utilizzo dei marchi della ricorrente fosse stato inizialmente consentito quando vi erano relazioni commerciali tra le due imprese ciò non esclude che, interrotti i rapporti, l’impresa titolare dei marchi (per averli registrati) avesse il diritto di impedire l’abuso degli stessi da parte della sua concorrente.
Così è stato inibito l’utilizzo dei marchi e l’assegnazione dei nomi a dominio alla ricorrente, che si è pertanto appropriata degli indirizzi web illegittimamente creati dalla sua concorrente (nonché dei relativi indirizzi mail) inoltre è stato parimenti inibito l’uso dei marchi anche nelle pagine social (nello specifico, nel portale facebook).
· è fondamentale procedere sempre alla registrazione dei marchi d’impresa (in modo da avere una tutela piena di questi ultimi);
· il consenso prestato per l’utilizzo di un proprio marchio registrato può essere sempre revocato da parte della titolare. Cionondimeno, è importante regolare attentamente i termini del predetto utilizzo con atti che ne definiscano dettagliatamente termini (soprattutto temporali) e condizioni;
· è consigliabile optare per “marchi forti”, in modo da accedere alla massima tutela contro i possibili abusi e contraffazioni;
· anche nel caso di “marchi deboli” registrati, nell’ipotesi di violazioni, si ha diritto a rivendicarne l’uso esclusivo, diffidando (e se necessario agendo in giudizio contro) i competitor commerciali che abusino del segno distintivo per sviare la clientela, anche – ed in particolare – sul web.
Avv. Francesco Baglieri
Reddito Di Cittadinanza: cenni storici e comparatistici, caratteristiche e requisiti.
La lotta alla povertà e alla conseguente esclusione sociale, prima relegata alla filantropia dei privati o alle iniziative caritatevoli delle istituzioni religiose, cominciò a rientrare nelle finalità delle istituzioni pubbliche già a partire dal XVI sec.-.
Risalgono infatti agli ultimi decenni del 1500 le prime iniziative legislative[1], sperimentate dalle municipalità europee (in primis nel Regno Unito[2]), volte ad istituire le prime forme di assistenza in natura agli indigenti, condizionate già allora all’obbligo, per chi ne fosse capace, di impegnarsi in un lavoro.
Proprio quest’ultimo aspetto della contropartita (appunto la disponibilità all’impiego) al beneficio dell’assistenza, ci consente di operare una prima precisazione semantica: che cos’è il “reddito di cittadinanza”? Ebbene, lo chiariremo nel confronto con un concetto limitrofo.
Come chiarito in un recente articolo del Prof. Martone[3], bisogna tenere ben distinti due nozioni: “reddito minimo garantito” e “reddito di cittadinanza”, sovente nella prassi e nella dialettica pubblica sovrapposti.
Con reddito di cittadinanza s’intende propriamente un reddito attribuito al cittadino (o meglio, ad ogni cittadino):
senza alcuna previa verifica delle condizioni economiche del soggetto;
su base individuale e non su base familiare;
prescindendo da qualsivoglia disponibilità ad intraprendere un futuro lavoro.
Queste le caratteristiche del reddito di cittadinanza – così come enunciate[4] solennemente nello statuto del B.I.E.N.[5]– che nella sua universalità lo rendono di difficile applicazione pratica[6].
Di fatto, specialmente nella presente contingenza economica caratterizzata dalla c.d. “crisi del debito sovrano europeo”, il reddito di cittadinanza tout court permane più nell’ambito dell’utopia[7], che nella concreta prospettiva politica.
Se si guarda alla legislazione incidente sullo stato sociale (c.d. welfare state) nei diversi paesi europei e da ultimo-come vedremo- in Italia, ci si trova al cospetto, più propriamente, di forme di “reddito minimo garantito”, ovvero un reddito non più spettante incondizionatamente e individualmente a tutti i cittadini, ma subordinato e condizionato al verificarsi di determinate condizioni soggettive (reddituali, patrimoniali, familiari) del beneficiario[8].
Un rapido vaglio di altre esperienze ci consentirà di comprendere meglio come i diversi ordinamenti nazionali subordinino, di volta in volta, la percezione di un’integrazione pubblica reddituale al verificarsi di diverse condizioni soggettive.
In Francia esiste attualmente il Revenue de solidarietéactive (R.S.A. – loi n. 2007-1223 del 21.08.07) corrisposto sia a coloro che sono in cerca di un primo impiego sia a coloro che si trovano al di sotto di una certa soglia di reddito.
L’RSA si compone di un duplice sussidio:
RSA sociale: riconosciuto a tutti coloro che rientrino nei parametri legali;
Prime activité:concessa solo se uno dei membri del nucleo familiare percepisca un reddito da lavoro[9];
e può essere richiesto dai cittadini francesi o da chi abbia un permesso di soggiorno per lavoro non inferiore a 5 anni e risieda in Francia da almeno 3 mesi[10].
In Germania esiste l’Arbeistslosengeld, un’indennità di disoccupazione involontaria della durata massima di 24 mesi istituita a vantaggio di coloro che abbiano lavorato almeno un anno nell’ultimo biennio. L’importo ammonta al 60% dell’ultimo stipendio (67% in caso di minori a carico). Il benefico è subordinato a requisiti reddituali e patrimoniali del nucleo familiare e può essere richiesta dai cittadini residenti (dai 15 ai 64 anni) non studenti[11].
In Danimarcail reddito minimo garantito spetta a tutti i cittadini in forma duplice:
come avviamento alla vita autonoma (Starthjaelp): a partire dai 18 anni
come mera integrazione reddituale (Kontanthiaelp).
La prestazione è subordinata alla ricerca di un’occupazione e può essere revocata nel caso di rifiuto ingiustificato a partecipare a politiche attive del lavoro organizzate dai centri per l’impiego[12].
Volgendo ora un rapidissimo sguardo all’ordinamento comunitario, è da rilevare come – sebbene la vulgata connessa con la polemica inerente lecc.dd. politiche di austerity induca a percepire le istituzioni comunitarie come tendenzialmente ostili a una tale misura di welfare – già in seno alla Carta Fondamentale dei Diritti sociali fondamentali dei lavoratori (1989) veniva disposto “le persone escluse dal mercato del lavoro o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti e adeguate alla loro situazione personale”, ed infatti pochi anni dopo – nel 1992 – la Commissione Europea tentò di approvare una direttiva che disponesse l’introduzione del reddito minimo garantito in tutti gli stati membri[13]. Ma allora fu l’opposizione degli stati a bloccare l’iniziativa che ebbe come sbocco – a dir poco simbolico – l’emanazione di una mera raccomandazione comunitaria[14].
Quest’ultima è stata successivamente, di fatto, trasposta in seno all’art. 34, c. 3 della Carta di Nizza che sancisce “il diritto all’assistenza sociale e all’assistenza abitativa volte a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti”. Tale nobile principio, come opportunamente rilevato dal Martone, è stato però, di fatto, inibito poiché l’art. 153 T.F.U.E. ha sottratto la lotta contro l’esclusione sociale dalle materie in cui l’Unione può legiferare con regolamenti e direttive, rimettendo la prefata materia al meno incisivo metodo aperto di coordinamento (MAC).
Con il Decreto Legge del 28/01/2019 (N. 4 Gazzetta Uff. 28/01/2019 n. 23) è stato istituito (a decorrere dal mese di Aprile 2019) in Italia il c.d. “reddito di cittadinanza”[15] (di seguito Rdc).
Il Reddito di cittadinanza è riconosciuto ai NUCLEI FAMILIARIin possesso cumulativamente, al momento della presentazione della domandaeper tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:
Requisiti legati alla cittadinanza: il richiedente deve essere:
in possesso della cittadinanza italiana;
in possesso della cittadinanza di Paesi facenti parte dell’Unione europea;
ovvero suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente;
ovvero cittadino di Paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
Requisiti legati alla residenza: il richiedente deve essere:
un ISEE inferiore a 9.360 euro;
un valore del patrimonio immobiliare (calcolato a fini ISEE)diverso dalla casa di abitazione, non superiore ad una soglia di euro 30.000;
un valore del patrimonio mobiliare(sempre calcolato a fini ISEE)non superiore a una soglia di euro 6.000, accresciuta di euro 2.000 per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di euro 10.000, incrementato di ulteriori euro 1.000 per ogni figlio successivo al secondo; i predetti massimali sono ulteriormente incrementati di euro 5.000 per ogni componente con disabilità[16];
In ogni caso non hanno diritto al Reddito di cittadinanza i nuclei familiari che hanno tra i componenti soggetti disoccupati a seguito di dimissioni volontarie, nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni (con eccezione delle dimissioni per giusta causa).
Si deve fare riferimento all’art. del D.P.C.M. n. 159/2013, che lo definisce come costituito dai soggetti componenti la famiglia anagrafica (anche coniugi con diversa residenza) alla data di presentazione della domanda.
Nel caso di separazione o divorzio?
I coniugi permangono nel medesimo nucleo anche a seguito di separazione o divorzio, ma devono continuare a risiedere nella stessa abitazione.
I figli maggiorenni non conviventi fanno parte del nucleo familiare?
Si, se:
di età inferiore a 26 anni;
èa carico dei genitori a fini IRPEF;
non è coniugato e non ha figli.
Il Reddito di cittadinanza è compatibile con altri benefici assistenziali?
Si, infatti ai sensi dell’articolo 4, comma 2, DPR n. 159 del 2013, il reddito familiare viene determinato al netto dei trattamenti assistenziali eventualmente inclusi nell’ISEE, ed inclusivo del valore annuo dei trattamenti assistenziali in corso di godimento da parte dei componenti il nucleo familiare[17], fatta eccezione per le prestazioni non sottoposte alla prova dei mezzi[18].
Il Reddito di cittadinanza è compatibile con la NASPI?
Si, il Reddito di cittadinanza è compatibile con il godimento della NASPI[19], e di altro strumento di sostegno al reddito per la disoccupazione involontaria. Ma attenzione! Ai fini del diritto al beneficio e della definizione dell’ammontare del medesimo, gli emolumenti percepiti rilevano secondo quanto previsto dalla disciplina dell’ISEE. Pertanto chi ha perso il lavoro, potrà siusufruire contestualmente del sussidio di disoccupazione e del Reddito di cittadinanza, mal’importo di quest’ultimo sarà rimodulato di conseguenza.
Beneficio economico:qualche numero.
Questo si compone di due elementi:
una componente, ad integrazione del reddito familiarefino alla soglia di euro 6.000,00 annui (500,00 euro al mese) moltiplicata per la c.d. scala di equivalenza[20];
una componente, ad integrazione del reddito dei nuclei familiari residenti in abitazione in locazione, pari all’ammontare del canone annuo previsto nel contratto in locazione, come dichiarato a fini ISEE, fino ad un massimo di euro 3.360 annui;
invece, nel caso di mutuo, la suddetta integrazione è concessa nella misura della rata mensile del mutuo e fino ad un massimo di 1.800 euro annui ai nuclei familiari residenti in abitazione di proprietà per il cui acquisto o per la cui costruzione sia stato contratto un mutuo da parte di componenti il medesimo nucleo familiare.
Si pagano tasse sul Reddito di cittadinanza?
il Reddito di cittadinanza è esente dal pagamento dell’IRPEF.
Quanto dura il beneficio?
Il Reddito di cittadinanza è riconosciuto per il periodo durante il quale il beneficiario rientri negli esposti requisiti e, comunque, per un periodo continuativo non superiore a diciotto mesi.
Il Reddito di cittadinanza può essere rinnovato?
Si, previa sospensione dell’erogazione del medesimo per un periodo di un mese prima di ciascun rinnovo.
Cosa succede in caso di variazione della condizione occupazionale?
Nel caso dell’avvio di un’attività di lavoro dipendente da parte di uno o più componenti il nucleo familiare nel corso dell’erogazione del Reddito di cittadinanza, il maggior reddito da lavoro concorre alla determinazione del beneficio economico nella misura dell’80 per cento, a decorrere dal mese successivo a quello della variazione e fino a quando il maggior reddito non è ordinariamente recepito nell’ISEE per l’intera annualita’.
Vi è un onere di comunicazione?
Si, l’avvio dell’attività di lavoro dipendente è comunicato dal lavoratore all’INPS per il tramite della Piattaforma digitale per il Patto per il lavoro, a pena di decadenza dal beneficio, entro trenta giorni dall’inizio dell’attività, ovvero di persona presso i centri per l’impiego.
E nel caso di avvio di un’attività d’impresa (sia in forma individuale che di partecipazione)?
In tal caso la variazione dell’attività è comunicata all’INPS entro trenta giorni dall’inizio della stessa a pena di decadenza dal beneficio, per il tramite della Piattaforma digitale per il Patto per il lavoro, ovvero di persona presso i centri per l’impiego. Il reddito è individuato secondo il principio di cassa come differenza tra i ricavi e i compensi percepiti e le spese sostenute nell’esercizio dell’attività ed è comunicato entro il quindicesimo giorno successivo al termine di ciascun trimestre dell’anno.
Con il presente articolo ci si è soffermati solo su alcuni degli aspetti connessi con la nuova disciplina del Reddito di cittadinanza, rinviando a successivi e più specifici approfondimenti in merito ad aspetti connessi con una normativa che, a ben vedere e sulla scorta di ciò che si è brevemente compendiato, disegna più propriamente i contorni di un reddito minimo garantito, piuttosto che di un reddito di cittadinanza tout court.
[1] Ma già il pensiero filosofico-politico, perlomeno a partire dall’Utopia di Thomas Moore, aveva avuto modo di anticipare esigenze e progetti (più o meno utopistici) di “reddito di cittadinanza”: cfr. P. VAN PARIJS; YANNICK VANDERBORGHT, Il reddito minimo universale, Sec. ed., Milano, pp. 1 e ss.
[2] Le prime cc.dd. “Leggi sui poveri” (PoorLaws) sono state promulgate in Scozia nel 1579 e, successivamente, in Inghilterra nel 1601.
[3]M. MARTONE, Il reddito di cittadinanza. Una grande utopia, in Rivista Italiana di diritto del lavoro, fasc. 3, 1 Sett. 2017, pp. 409 e ss.
[4] «An income unconditionally granted to all on an individual basis, whitout means-test o work requirement»: cfr. M. MARTONE, Op. cit., nota 13.
[5] Il B.I.E.N. (Basic IncomeEuropean Network) è un’organizzazione europea nata nel 1984 che ha come scopo principale la creazione un network internazionale tra tutti coloro (accademici, studenti, professionisti) che mirano a diffondere i principi del reddito di cittadinanza e a favorire, anche attraverso l’interlocuzione con le istituzioni pubbliche, l’adozione di forme di reddito universamente ed indistintamente riconosciuto ai cittadini europei.
[6] Se si escludono singoli e peculiari esperimenti. Tra i più rilevanti quello sperimentato in Alaska, ove – applicando l’art. 9, comma 15 della Costituzione – è stato istituito un fondo permanente sussidiato dalle rendite del petrolio che finanzia un reddito universalmente riconosciuto a tutti i cittadini residenti da almeno sei mesi: cfr. M. MARTONE, Op. cit., pp. 409 e ss.
[7] Dobbiamo alla filosofia (da Thomas Paine a Anne Alstott, passando per Thomas Spencer, John Stuart Mill, Charles Fourier, James Meade: cfr. M. MARTONE, Op.cit., ove bibl.) politica diverse elaborazioni del concetto e delle possibili modalità attuative del reddito di cittadinanza. Ma già nella prima vera elaborazione ad opera di Paine, sono tutti presenti le suelencate caratteristiche, per egli “è un fatto incontrovertibile che la terra allo stato naturale e incolto era, e avrebbe dovuto continuare a essere, proprietà comune della razza umana […] è solo il valore delle migliorie apportate, e non la terra in sé, che appartiene al privato. Ogni proprietario di terre coltivate è dunque debitore verso la comunità di una rendita fondiaria (e non conosco un modo migliore per esprime l’idea) per la terra che tiene per sé: ed è da questa rendita che si ricava il fondo proposto in questo progetto”: T. PAINE, La giustizia agraria (1797), in T. PAINE, I diritti dell’uomo e altri scritti politici, Roma, Editori Riuniti, 1978.
[8] In questi termini M. MARTONE, Op. cit., pp. 413 e ss.
[9] M. MARTONE, Op. cit., pp. 413.
[13]Ibidem, p. 410
[14] La n. 92/441/CEE
[15] Mentre per i nuclei familiari composti esclusivamente da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni, il Rdc assume la denominazione di Pensione di cittadinanza quale misura di contrasto alla povertà delle persone anziane.
[16] Si rileva come nessun componente il nucleo familiare deve essere intestatario di autoveicoli immatricolati la prima volta nei sei mesi antecedenti la richiesta, ovvero di autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei due anni antecedenti (con esclusione degli autoveicoli e dei motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità).
[17] Il reddito viene calcolato sommando le seguenti componenti:
reddito complessivo ai fini IRPEF;
redditi soggetti a imposta sostitutiva o a ritenuta a titolo di imposta;
altre componenti reddituali esenti da imposta;
redditi da lavoro dipendente prestato all’estero tassati esclusivamente nello stato estero in base alle vigenti convenzioni contro le doppie imposizioni;
proventi derivanti da attività agricole per le quali sussiste l’obbligo alla presentazione della dichiarazione IVA;
assegni per il mantenimento di figli effettivamente percepiti;
trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, incluse carte di debito, percepiti da amministrazioni pubbliche, se non sono già inclusi nel reddito complessivo ai fini IRPEF;
redditi fondiari relativi ai beni non locati soggetti alla disciplina dell’IMU, non indicati nel reddito complessivo ai fini IRPEF;
reddito figurativo delle attività finanziarie;
reddito lordo dichiarato ai fini fiscali nel Paese di residenza da parte degli appartenenti al nucleo iscritti nelle anagrafi dei cittadini italiani residenti all’estero (AIRE), convertito in euro.
[18]Nel welfare pubblico sono prestazioni sottoposte alla prova dei mezzi quegli interventi che sono dipendenti dalla valutazione della condizioneeconomica del beneficiario.
[19] La NASPI è una indennità mensile di disoccupazione (istituita dall’articolo 1, decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, che sostituisce le precedenti prestazioni di disoccupazione ASpI e MiniASpI) in relazione agli eventi di disoccupazione involontaria che si sono verificati a decorrere dal 1° maggio 2015. La NASPI viene erogata, su domanda dell’interessato, ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che hanno perduto involontariamente l’occupazione, compresi: – apprendisti; – soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato con le medesime cooperative; – personale artistico con rapporto di lavoro subordinato; – dipendenti a tempo determinato delle pubbliche amministrazioni.
[20]Parametro che permette di confrontare situazioni familiari differenti, tenendo conto delle economie di scala che derivano dalla convivenza e di alcune particolari condizioni del nucleo familiare che comportano maggiori spese o disagi (presenza di persone con disabilità, nuclei monogenitore, entrambi i genitori lavoratori).
Autorizzazione a procedere: cos’è e come funziona.
By BaglieriMione | News&approfondimenti, Uncategorized | No Comments
È attualmente all’ordine del giorno la tematica dell’ autorizzazione a procedere, con specifico riferimento alle vicende politiche del Governo italiano.
Non sempre è agile comprendere le regole della nostra Costituzione e la ratio che sta alla loro base. Con questo articolo, quindi, cercheremo di spiegare con semplicità e in estrema sintesi cosa si intende per autorizzazione a procedere e qual è la procedura sottesa.
Sul punto, in considerazione della odierna questione governativa che impegna tutte le testate giornalistiche italiane e non solo, si tratterà specificamente dell’autorizzazione a procedere con riferimento all’ipotesi in cui soggetto dell’indagine condizionata ad un’autorizzazione positiva sia un Ministro, giudicato appunto per un reato ministeriale.
Prima che fosse varata la legge costituzionale n. 1 del 1989, la Costituzione prevedeva che il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri potessero essere messi in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune in relazione ai reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni (cfr. l’art. 96, Cost. nella sua vecchia formulazione). Il giudizio sull’accusa e l’irrogazione delle sanzioni spettava alla Corte costituzionale nella sua composizione allargata (artt. 134 e 135 Cost.), secondo un modello sovrapponibile a quello previsto per il perseguimento dei reati del Capo dello Stato.
A seguito della revisione costituzionale operata con la prefata novella (“Legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1. – Modifiche degli articoli 96, 134 e 135 della Costituzione e della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, e norme in materia di procedimenti per i reati di cui all’art. 96 della Costituzione), anche sulla scorta del plebiscitario esito della consultazione referendaria del 1987 (abrogativo della l. cost. 170 del 1978)[1], sono state abrogate le norme che attribuivano alle cc.dd. commissioni inquirenti (commissioni bicamerali deputate alla messa in “stato d’accusa” del Ministro coinvolto in un’inchiesta) deipoteri che, di fatto, riservavano ad un organo giudicante eminentemente politico i reati ministeriali, con molteplici punti d’attrito con i principi cardine di legalità ed eguaglianza della nostra Costituzione.
Il novellato art. 96 Cost. recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale“. Il funzionamento e l’applicazione pratica di questa regola sono invece disciplinati dagli artt. 343 e 344 del codice di procedura penale.
Solo una superficiale lettura della suddetta norma potrebbesuggerire la sensazione di una sorta di “corsia privilegiata” per i soggetti che svolgono funzioni politiche. Sul punto, si rileva come l’autorizzazione a procederepone la sua ratio in un duplice, fondamentale, esigenza:
In primis, il nesso funzionale tra il presunto reato e la carica e le funzioni incarnate dal ministro, circoscrive l’ambito di operatività dell’autorizzazione a procedere,la quale si rende necessariaal fine di consentire ai singoli ministri di perseguire in maniera proficua ed efficiente il pubblico interesse. Principio quest’ultimo cristallizzato nella prima parte dell’art. 9, comma 3 della l. cost. 1/1989: “L’assemblea si riunisce entro sessanta giorni dalla data in cui gli atti sono pervenuti al Presidente della Camera competente e può, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, negare l’autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”.
La seconda esigenza tutelata dall’autorizzazione a procedere è strettamente connessa alle finalità ministeriali, agli obiettivi del Governo ed ovviamente alla linea politica adottata dall’organo governativo in carica (cfr. “… interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”).
Come si sa i Ministri dettano l’orientamento e decidono le direzioni da percorrere relativamente all’indirizzo politico del proprio dicastero, essi hanno lo specifico compito di assumere delle decisioniche, se poste a tutela di uno specifico pubblico interesse, prevalgono, pur se in contrasto con molteplici norme giuridiche, anche penali.
In altre parole, la Camera di volta in volta competente a decidere se concedere o meno l’autorizzazione a procede sarà chiamata ad effettuare un complesso giudizio circa la sussistenza delle due suddette scriminanti.
La domanda che ci si pone, quindi, è se le azioni di un Ministrosiano finalizzate o meno al raggiungimento di finalità di pubblico interesse ed a rilevanza costituzionale.
Si pensi, ad esempio, ad una decisione adottata da un Ministro in una situazione di estrema urgenza e difficoltà e che, di fatto,ledaalcuni diritti soggettivi. Può ritenersi il Ministro responsabile per aver arrecato indirettamente danni o,invece, la sua decisione si è resa necessaria ed ha altresì avuto l’effetto di tutelare diritti primari?
Proprio nelle risposte a questi interrogativi sta la motivazione della autorizzazione a procedere.
Nel concreto, dunque, l’Autorizzazione a procedere è una condizione di procedibilità, o meglio, una condizione di “promuovibilità” di una determinata azione penale.
Nella sostanza, il Procuratore della Repubblica (presso il distretto della Corte d’Appello) competente per territorio, dovrà, omessa ogni indagine, entro 15 giorni dal ricevimento della notizia di reato trasmette al Collegio di cui all’art. 7 della L. 1 del 1989[2] gli atti (comunemente indicato come “Tribunale dei Ministri”), conle proprie richieste.
Il soggetto indagato deve essere prontamente notiziato, in modo tale di consentirgli di approntare un’opportuna difesa.
Il Procuratore della Repubblica nel formulare le sue “richieste” al Collegio ha il “potere-dovere di formulare un preventivo inquadramento giuridico della fattispecie”[3], diretto ad una preliminare valutazione sulla ministerialità del reato: come dimostra il suo ruolo consultivo in ordine all’archiviazione, nonché la facoltà concessagli di richiedere ulteriori indagini al Collegio[4].
Al Collegio citato, è demandato l’accertamento del fumus in ordine alla notizia del reato; esso procede alle indagini con i medesimi poteri spettanti al P.M. durante le indagini preliminari[5]. Può, inoltre, disporre d’ufficio e provvedere direttamente all’incidente probatorio, nonché compiere d’ufficio tutti gli altri atti di indagine di competenza del g.i.p., osservando, in quanto compatibili e ove non diversamente previsto, le disposizioni del codice di procedura penale vigenti al momento dello svolgimento delle indagini[6].
Il Tribunale dei Ministri entro 90 giorni(ove non ritenga didisporre l’archiviazione) dà avvio alla fase parlamentare (e più intrinsecamente “politica”), inviando gli atti al Procuratore della Repubblica, al quale spetta rimetterli al Presidente della Camera competente[7] alla delibera autorizzatoria.
Nel caso opposto, il Tribunale dei Ministri dispone l’archiviazione con decreto nonimpugnabile. Il Procuratore della Repubblica, peraltro, può richiedere che il Collegio proceda a ulteriori indagini.
Entro 60 giorni dalla consegna degli atti al Presidente della Camera competente, l’assemblea deve riunirsi per decidere se concedere o meno l’autorizzazione a procedere e, nello specifico,per stabilire se il Ministro inquisito, nell’esercizio della propria funzione, abbia agito per il perseguimento di un obiettivo governativo e/o di un interesse pubblico costituzionalmente rilevante o meno.
Il quorum deliberativo necessario per la concessione dell’autorizzazione è la maggioranza assoluta.
Se, dunque, l’assemblea riterrà di concedere l’autorizzazione a procedere, la Procura competente potrà iniziare o proseguire l’indagine ed il procedimento.
È opportuno specificare che, ovviamente,la concessione dell’autorizzazione non comporta la colpevolezza del ministro che subirà quindi la celebrazione del processo dal quale potrà essere ritenuto colpevole o meno.
Le inevitabili dinamiche politiche, intrinseche nel suddetto procedimento, importano un inestricabile dipendenza dell’autorizzazione rispetto agli equilibri politici instaurati in Parlamento, ritenendosi plausibile che i parlamentari dello stesso schieramento politico del Ministro inquisito seguano le indicazioni partitiche su come votare.
Si rammenta inoltre come, attualmente, tale guarentigia costituzionale vige solo con riferimentoaiMinistri e al Presidente del Consiglio. Per quanto concerne i reati commessi dai membri del Parlamento, infatti, l’autorizzazione a procedere è stata abolita e ad oggi le autorizzazioni necessarie per attività giudiziarie a carico dei parlamentari riguardano solo alcune attività investigative quali perquisizioni, intercettazioni, sequestri o esecuzioni di misure cautelari.
[1]M. Pati, PROFILI SOSTANZIALI E PROCEDURALI DELLA DISCIPLINA DEI REATI MINISTERIALI, in Nomos. Le attualità del diritto, 3 – 2014, pp. 1 e ss.
[2] Art. 7: “Presso il tribunale del capoluogo del distretto di corte d’appello competente per territorio è istituito un collegio composto di tre membri effettivi e tre supplenti, estratti a sorte tra tutti i magistrati in servizio nei tribunali del distretto che abbiano da almeno cinque anni la qualifica di magistrato di tribunale o abbiano qualifica superiore. Il collegio è presieduto dal magistrato con funzioni più elevate, o, in caso di parità di funzioni, da quello più anziano d’età”.
[3]A. Toschi, Commento all’art. 6 della l. cost. 16 gennaio 1989 n. 1, in Leg. Pen., 1989, p. 492; cfr. M. Pati, Op. cit., p. 17.
[4]M. Pati, Op. cit., p. 17.
[5] M. Pati, Op. cit., p. 18.
[6]M. Pati, Op. cit., p. 18.
[7] La Camera competente è individuata sulla base del criterio dell’appartenenza ad una delle Assemblee delle persone contro cui si procede: se queste appartengano a Camere diverse, oppure tra gli inquisiti figurino anche soggetti “laici”, la competenza è attribuita al Senato della Repubblica: cfr. M. Pati, Op. cit., p. 20.
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