Source: http://www.studiodirittielavoro.it/editoriale/dopo-il-bonus-bebe-anche-il-sia-esclude-gli-stranieri-non-lungosoggiornanti/
Timestamp: 2020-04-01 16:53:08+00:00
Document Index: 115012742

Matched Legal Cases: ['art. 60', 'art. 81', 'art. 9', 'art. 41', 'art. 29', 'art. 12', 'art. 3', 'art.12', 'art. 1', 'art. 3']

DOPO IL BONUS BEBÈ | Studio Diritti e Lavoro
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1.Prenderanno il via il 2 settembre 2016 le domande di accesso alla nuova prestazione di contrasto alla povertà denominata “sostegno all’inclusione attiva” (SIA), istituita con il Decreto interministeriale 26 maggio 2016 (pubblicato sulla GU solo il 18.7.2016).
Rinviando quindi per una descrizione dell’istituto alla pagina del sito del Ministero del Lavoro va solo sinteticamente ricordato che il SIA è, in concreto, la “Carta SIA”, ovvero una carta di credito che consente l’acquisto di beni di prima necessità e si configura come una estensione della “carta acquisti sperimentale” istituita con l’art. 60 DL 5/2012 conv. in L. 35/2012, che costituiva a sua volta un’evoluzione della carta acquisti ordinaria (sussidio limitato agli ultrasessantacinquenni e ai genitori di bimbi di età inferiore a tre anni) di cui all’art. 81, comma 32 dl 112/2008 convertito in L. 133/2008.
La nuova prestazione fa propria un’impostazione già ipotizzata per la carta acquisti sperimentale, che tuttavia ha avuto, a quanto risulta, scarsissima applicazione: la prestazione viene erogata solo a fronte della adesione del beneficiario a un “progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa” predisposto e gestito dai Comuni, cui spetta uno stretto controllo sul rispetto del progetto che potrebbe anche portare, in caso di inadempimento del beneficiario, alla revoca della prestazione.
Nel settembre 2013, nel momento in cui la legge europea 2013 aveva dovuto estendere alle categorie di stranieri (allora) protetti dal diritto UE alcune prestazioni sociali, il Governo – reso edotto anche dal vasto contenzioso giudiziario che si era sviluppato sul punto – aveva dovuto prendere atto che tali categorie sono (quantomeno) le seguenti: lungosoggiornanti, titolari di protezione internazionale, familiari stranieri di cittadini comunitari. A questi, si sono poi aggiunti, dal 25.12.2013 (termine ultimo per il recepimento della direttiva 2011/98) i titolari di permesso unico lavoro.
2. Sul piano delle politiche generali di contrasto alla povertà, molto ci sarà da riflettere sulla complessità dell’ipotizzato scambio tra prestazione e progetto di inserimento, che potrebbe avere la positiva funzione di incentivare il beneficiario verso un percorso di autonomia, ma che carica i Comuni di una funzione di controllo di grande complessità e delicatezza per la quale molti servizi sociali sembrano scarsamente preparati e dotati di risorse. Il rischio è quello di trasformare i servizi sociali più in “controllori” ai fini della erogazione che sostegno nel percorso di inserimento. Senza trascurare poi la significativa corrente di pensiero tra gli economisti dello sviluppo che dubita fortemente dell’utilità di queste forme di scambio e cerca di dimostrare, dati alla mano, che gli interventi di welfare più idonei ad attivare il beneficiario sono quelli che vengono erogati senza richiedere in cambio nulla.
Ovviamente tutti sanno che non è così: molti stranieri, alternando periodi di disoccupazione e periodi di lavoro precario a bassissimo salario (nella logistica, nelle pulizie, nel lavoro domestico etc.) rimangono legittimamente sul nostro territorio per decine di anni, senza mai poter accedere al permesso di lungo periodo; o per carenza di reddito (come noto per accedere al permesso è richiesto un reddito pari all’assegno sociale) o, più spesso, per l’impossibilità di accedere ad un alloggio idoneo (l’altra condizione richiesta dall’art. 9 TU immigrazione). Che senso può avere escludere costoro, che sono e restano legittimamente presenti sul nostro territorio, da una misura di contrasto alla povertà?
3. Sul piano giuridico, cioè su quello della legittimità/illegittimità delle esclusioni, poco aiuto ci può arrivare dal diritto nazionale: la scelta che il legislatore aveva fatto nel 1998, con l’art. 41 del TU immigrazione (tuttora vigente) era quella di parificare integralmente – nella fruizione delle prestazioni assistenziali – lo straniero regolarmente soggiornante all’italiano alla sola condizione di un titolo di soggiorno di durata non inferiore all’anno.
Nessun dubbio circa l’assoluta illegittimità della esclusione dei titolari di protezione internazionale. L’art. 29 della direttiva 2011/95 prevede per i titolari di protezione internazionale il diritto di accedere alle prestazioni sociali “alla stregua dei cittadini” dello Stato ospitante (e dunque con vincolo di assoluta parità), con la facoltà dello Stato membro di limitare l’assistenza alle sole prestazioni essenziali per i titolari di protezione sussidiaria (e non per i titolari dello status di rifugiato). A prescindere dalla qualifica del SIA come essenziale o meno, lo Stato italiano, in sede di recepimento della direttiva, non si è comunque avvalso della facoltà di limitazione, sicché rifugiati e titolari di protezione sussidiaria sono oggi parificati ai fini in questione.
Ma prima ancora che miope, la scelta è del tutto illegittima ed esporrà l’INPS all’ennesimo inevitabile contenzioso volto a ottenere il rispetto del diritto comunitario.
4. Quanto invece alla esclusione dei titolari di permesso unico lavoro il discorso è più delicato.
Ai sensi degli artt. 3 e 12 direttiva 2011/98, godono del diritto alla parità tutti i cittadini di paesi terzi titolari di un permesso che consente di lavorare (cioè in pratica di un permesso per lavoro, o per attesa occupazione, o per famiglia) ma tale diritto trova applicazione solo per quanto riguarda i “settori di sicurezza sociale di cui al Regolamento UE 883/04” (così l’art. 12).
Tuttavia tra i settori indicati nell’art. 3 non sono comprese le misure di contrasto alla povertà. Si potrebbe quindi sostenere che il SIA non rientri tra le prestazioni incluse nel Regolamento 883 e conseguentemente tra le prestazioni “coperte” dal vincolo di parità di cui all’art.12 della direttiva 2011/98.
Se è così, è agevole concludere che il SIA rappresenta – nel caso sub a) e forse anche in quello sub b) – una “prestazione familiare”, per tale dovendosi intendere “tutte le prestazioni in natura o in denaro destinate a compensare i carichi familiari..” (così l’art. 1 lettera z del Regolamento 883) e nel caso sub c) una “prestazione di maternità”.
5. A prescindere da tali considerazioni in punto di diritto europeo – alle quali l’INPS già in altre occasioni ha mostrato di essere poco sensibile e che dunque difficilmente potranno trovare spazio se non nelle aule giudiziarie – c’è piuttosto da rimarcare un profilo di assoluta irragionevolezza della esclusione, sul quale convergono considerazioni di ordine sia politico che giuridico, dal momento che una esclusione irrazionale è per sua natura in contrasto con il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost.
Il DM fissa il limite ISEE per l’accesso al SIA in euro 3.000. Il limite di reddito per accedere al permesso di lungo periodo è pari all’assegno sociale e dunque oggi è pari a euro 5.824,91, aumentato in caso di familiari.
Scelta poi ancora più illogica se si considera che non potrebbe neppure essere giustificata con l’abusato argomento del “radicamento territoriale”, che vorrebbe selezionare i beneficiari di prestazioni solo tra coloro che manifestano una seria intenzione di restare sul nostro territorio o che magari già si sono guadagnati, con periodi adeguati di lavoro, il diritto alla prestazione. Nel caso del SIA, il secondo argomento non ha ragione di essere perché introdurre un profilo di “corrispettività” nel contrasto alla povertà sarebbe una contraddizione in termini (il povero assoluto normalmente è tale proprio perché non ha potuto lavorare con continuità). Quanto al primo argomento, il SIA già introduce un requisito di due anni di pregressa residenza sul territorio che, ai fini del radicamento, costituisce già un requisito ben più ampio di quello scelto dal legislatore nel 1998.