Source: https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1987&numero=135
Timestamp: 2019-01-19 15:20:29+00:00
Document Index: 149651894

Matched Legal Cases: ['art. 152', 'art. 9', 'art. 125', 'art. 152', 'art. 14', 'art. 152', 'art. 3', 'art. 125', 'art. 23', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 53', 'art. 152', 'art. 53', 'art. 14', 'art. 140', 'art. 125', 'art. 140', 'art. 125', 'art. 23', 'art. 53', 'art. 24', 'art. 10', 'art. 152', 'art. 57']

Sentenza 135/1987 (ECLI:IT:COST:1987:135)
Udienza Pubblica del 13/01/1987; Decisione del 10/04/1987
Deposito del 16/04/1987; Pubblicazione in G. U. 29/04/1987 n. 18
Massime: 4208 4209
SENTENZA 10-16 APRILE 1987
composta dai signori: Presidente: prof. Antonio LA PERGOLA; Giudici: prof. Virgilio ANDRIOLI, prof. Giuseppe FERRARI, prof. Giovanni CONSO, prof. Ettore GALLO, dottor Aldo CORASANITI, prof. Giuseppe BORZELLINO, dott. Francesco GRECO, prof. Renato DELL'ANDRO, prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Francesco Paolo CASAVOLA, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO;
nei giudizi di legittimità costituzionale dell'art. 152 disp. att. cod. proc. civ. (nel testo novellato dall'art. 9 della legge 11 agosto 1973, n. 533) promossi con sei ordinanze emesse dal Pretore di Roma rispettivamente: il 10 marzo 1981, il 2 gennaio 1982, il 29 dicembre 1981, il 28 dicembre 1981, due il 2 gennaio 1982, e con ordinanza emessa dal Pretore di Benevento il 16 giugno 1986 ed iscritte al n. 304 del registro ordinanze 1981 e ai nn. 71, 72, 83, 200, 363 del registro ordinanze 1982 e n. 560 del registro ordinanze 1986 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 255 dell'anno 1981 e nn. 157, 171, 255 e 324 dell'anno 1982 e n. 50, prima serie speciale, dell'anno 1986;
1) invero, per quanto concerne il primo aspetto, va rilevato che l'art. 125 del r.d. n. 1422/1924 doveva ritenersi abrogato già anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 533/1973, in quanto apparteneva ad un sistema processuale (quello delle Commissioni arbitrali, istituito col r.d. 30 dicembre 1923 n. 3184) venuto meno con la promulgazione del nuovo codice di procedura civile del 1942, contenente norme sulle controversie in materia di previdenza ed assistenza obbligatoria. Ne consegue che, non facendo l'art. 152 disp att. cod. proc. civ. - nel testo novellato dalla legge n. 533/1973 - alcuna specifica menzione delle spese di consulenza tecnica fra quelle indicate come non ripetibili nei confronti del lavoratore soccombente (le quali devono ridursi alle sole spese erogate dallo ente vittorioso per soddisfare il suo specifico interesse a contraddire), per esse dovrebbe trovare applicazione il generale principio della soccombenza, temperato, ricorrendone le condizioni, dal sistema di ammissibilità del lavoratore stesso al patrocinio statale (art. 14 1. n. 533/1973). Solo in tal guisa, infatti, resterebbe assicurato giuridico rilievo alla impossibilità di ontologica assimilazione delle spese di consulenza tecnica a quelle per le quali vige l'eccezionale principio dell'esonero posto dall'art. 152 cit.;
2) per contro, il criticato orientamento ermeneutico, trascurando tali considerazioni, finisce irrimediabilmente col violare l'art. 3 Cost. in quanto scardina il tendenziale principio della par condicio processuale favorendo una parte a scapito dell'altra, dilatando una previsione di evidente contenuto eccezionale e perciò di stretta interpretazione. Inoltre, argomentandosi la non ripetibilità delle spese di consulenza tecnica dal presupposto che l'onere di anticipazione delle stesse gravi sull'ente erogatore delle prestazioni ex art. 125 r.d. n. 1422/1924, si fa carico a questo di un'imposizione patrimoniale in forza di una mera norma regolamentare (quale è quest'ultima rispetto al r.d. n. 3184/1923) abrogata, in contrasto con l'art. 23 Cost. secondo cui siffatte imposizioni possono trovare fondamento soltanto nella legge.
B) Identica questione è stata ancora sollevata dallo stesso Pretore di Roma, ancorché in riferimento al solo art. 3 Cost., con altre cinque ordinanze emesse in data 28 dicembre 1981 (R.O. n. 83/1982), 2 dicembre 1981 (R.O. n. 72/1982) e 2 gennaio 1982 (R.O. nn. 71, 200 e 363/1982).
C) È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri per il tramite dell'Avvocatura Generale dello Stato che ha concluso per la declaratoria di infondatezza della questione.
La realizzazione di una sostanziale posizione di parità fra le parti delle controversie in questione si effettua in giudizi nei quali è di norma necessario il ricorso ad indagini tecniche il cui onere economico potrebbe avere la capacità di distogliere l'assicurato dalla tutela giurisdizionale delle sue legittime aspettative e che è simile ad altri costi ugualmente necessari per i perseguimento della detta tutela i quali si configurano come una componente del complessivo costo del processo. Inoltre, detti oneri costituiscono ulteriore costo dei servizi complessivamente considerati, senza ripercussioni, peraltro, sul piano della difesa giudiziale degli enti stessi, la quale può esercitarsi in perfetta parità con l'altra parte.
Diversamente opinando ne risulta necessariamente intaccato il principio di parità di trattamento introducendosi un'anomala forma di soccombenza della parte vittoriosa, tenuta a sopportare anche gli oneri della difesa della controparte.
Nel caso di specie, peraltro, la rimessione degli atti a questa Corte non è stata preceduta dalla pronunzia della sentenza dichiarativa della infondatezza della domanda.
Nel merito, il giudice a quo ha ravvisato il contrasto della norma censurata con gli artt. 3 e 24, primo comma, Cost., nel fatto che in un ordinammento come il nostro, in cui il processo non è gratuito, i riconoscimento costituzionale del diritto di stare in giudizio, per l tutela di un interesse giuridicamente protetto non può non estendersi fino a comprendere il recupero delle spese relative e non può, in tale parte, essere pieno per alcuni soggetti e meno pieno per altri.
Ed inoltre, sussiste contrasto con gli artt. 3 e 24, secondo comma, Cost. perché la norma censurata, mentre pone l'assicurato nella condizione di iniziare il processo e di coltivarlo con "disinvoltura" insistendo nelle sue pretese anche se fondate oltre ogni traguardo, purché entro il limite della temerarietà, impone agli enti erogatore delle prestazioni un uso più prudente dei mezzi processuali di difesa, essendo i legali degli enti stessi indotti ad evitare eccessivi aggravi del costo processuale, eventuali responsabilità disciplinari nascenti da resistenze opinabili e lesioni del proprio prestigio professionale.
Sussisterebbe anche altra violazione dell'art. 24, terzo comma, Cost. perché la disposizione impugnata favorisce anche gli abbienti, opera con riferimento al più ristretto presupoposto della soccombenza e fonda il beneficio accordato su un meccanismo di traslazione degli oneri processuali di competenza della parte favorita sul patrimonio della controparte.
1) la norma impugnata non può trovare fondamento nel favor operaru cui sono improntati vari precetti costituzionali: la tutela differenziata, anche sul piano processuale, della parte economicamente più debole, mentre ha un senso nei casi in cui si tratti di porre al riparo la notoria minore resistenza del lavoratore nel rapporto sistematicamente conflittuale con la controparte datoriale, non si giustifica ove, come nella materia previdenziale, destinatario delle pretese del lavoratore sia un ente pubblico la cui azione è assistita da una presunzione di legittimità ed il cui disinteressato compito istituzionale è appunto quello di erogare le prestazioni dovute conformemente a legge. La peculiare natura di questa controparte rende molto più remota l'eventualità che una pretesa fondata sia respinta e molto più sfumato il rischio processuale come fonte di dissuasione della via giudiziaria.
Infine, il giudice a quo ravvisa anche un contrasto della norma impugnata anche con l'art. 53 Cost. in base al risultato del seguente sillogismo: tutti devono concorrere alle spese pubbliche secondo le proprie capacità; la giurisdizione è un servizio pubblico ed, in materia previdenziale, l'ente erogatore non può esimersene, ove l'utente del servizio voglia appunto avvalersi di questo; ma tale utilizzazione implica il concorso ai relativi oneri, di cui una forma peculiare è proprio il pagamento delle spese processuali in caso di soccombenza.
G) L'ordinanza, ritualmente notificata e comunicata, è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 50/1986. Nel susseguente giudizio davanti a questa Corte si sono costituiti l'I.N.P.S. e la parte privata ed è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri. La difesa dell'autorità intervenuta ha concluso nel senso dell'infondatezza della questione, fondamentalmente osservando che i rilievi mossi dal giudice a quo non sono idonei ad infirmare le considerazioni desumibili dalle sentenze n. 23/1973 e n. 85/1979 per affermare la legittimità della norma denunciata. In particolare, ha contestato che il limite della temerarietà o della manifesta infondatezza non sia tale da scoraggiare un uso troppo "disinvolto" dello strumento processuale da parte del lavoratore, ed ha rilevato che, se il trattamento di favore a questo riservato può determinare un incremento dell'attività difensiva degli enti, ciò costituisce un mero pregiudizio di fatto ovviabile con opportuno dimensionamento dei competenti uffici pubblici. Ha, inoltre, osservato che è erroneo l'assunto dell'estraneità dell'art. 152 cit. alla materia previdenziale, posto che scopo della norma non è quello di indurre a giudizio chi non è titolare di diritti di tale natura, bensì quello di impedire che l'effettiva tutela di questi possa risultare impedita dal timore di un eccessivo costo del processo. L'avere, poi, dettato la menzionata norma di favore nei rapporti non con la controparte datoriale, ma con un ente pubblico il cui comportamento deve ritenersi improntato a tendenziale legittimità, attiene al novero delle scelte discrezionali del legislatore, rispetto alle quali, nella specie, il suddetto scopo della norma costituisce ragionevole giustificazione.
Del tutto inconferente è, poi, il richiamo all'art. 53 Cost., concernente l'obbligo di contribuire alla spesa pubblica, mentre la norma impugnata attiene al diverso problema della rimozione degli ostacoli al libero esercizio dei diritti.
La parte privata costituita ha svolto nel merito considerazioni non dissimili da quelle testé esposte per sottolineare l'infondatezza della questione, della quale, peraltro, ha preliminarmente eccepito l'inammissibilità per difetto di rilevanza. Ha all'uopo osservato che tale questione è stata sollevata, come emerge dalla stessa ordinanza di rimessione, in relazione ad una norma che, riguardando le spese di lite, poteva trovare applicazione solo dopo la pronunzia di rigetto della domanda e non nella mera eventualità di tale futuro rigetto: ciò tanto più in considerazione del fatto che ai sensi dell'art. 14 disp. att. cod. proc. civ., in ogni momento, fino alla conclusione del processo, l'orientamento del giudice in tema di invalidità pensionabile può essere modificato per un aggravamento dello stato fisico del lavoratore. Difetterebbe, dunque, il necessario nesso di pregiudizialità della questione rispetto al giudizio a quo.
L'I.N.P.S. ha, invece, concluso nel senso della fondatezza della questione facendo proprie le argomentazioni svolte dal giudice a quo ed, in particolare, sottolineando che l'inesistenza di una distinzione, quanto alla concessione del beneficio de quo, fra cittadini abbienti e non abbienti, irrazionalmente accomuna in un identico trattamento situazioni differenti ed implica un abnorme aggravio degli oneri difensivi degli enti previdenziali, in violazione degli artt. 3 e 24 Cost.
Secondo il costante indirizzo giurisprudenziale dei giudici di merito e della Corte di Cassazione, sussiste tuttora l'onere dell'istituto previdenziale di anticipare le spese di consulenza tecnica di ufficio perché, per effetto dell'art. 140 del r.d.l n. 1827 del 1935, è tuttora in vigore l'art. 125 del r.d. n. 1422 del 1924 che lo prevedeva espressamente nella procedura arbitrale allora applicabile nelle controversie di natura previdenziale.
Invero, l'art. 140 cit. ha fatto salve le norme regolamentari fino allora vigenti, non espressamente abrogate e non incompatibili con la nuova procedura; e tra esse il richiamato art. 125. La norma non è stata ritenuta incompatibile né con la disciplina del processo del lavoro dettata dal codice di procedura civile del 1942 né con la riforma operata nel 1973 (legge n. 533 del 1973) avendo il legislatore ritenuto il lavoratore parte più debole del processo non solo nei confronti del datore di lavoro ma anche dell'istituto previdenziale ed avendo voluto realizzare la certezza che il processo possa in ogni caso giungere alla sua conclusione senza essere arrestato dalle difficoltà economiche, facilmente prevedibili, del lavoratore.
Pertanto, non può minimamente dubitarsi che le spese di consulenza tecnica di ufficio si debbano comprendere nelle spese processuali delle quali è previsto testualmente l'esonero dal pagamento a favore del lavoratore soccombente, tranne le eccezioni operate dallo stesso legislatore (lite temeraria e non manifestamente infondata).
4. - È altresì certo il concorso della medesima ratio, cioè il fine di evitare che il lavoratore possa essere distolto dalla necessità di far valere in giudizio le sue pretese previdenziali od assistenziali per il rischio di subire le conseguenze economiche della soccombenza.
Quello attuato dalla norma censurata è proprio il meccanismo che neutralizza la notoria minore resistenza del lavoratore.
È anche da escludersi che si possano verificare ripercussioni dannose per l'istituto previdenziale sul piano della difesa, assicurata dai servizi legali dell'istituto, se il processo si svolge su un piano di perfetta parità tra le due parti.
Invero, questa Corte ha più volte ritenuto, e non ha motivo di modificare il proprio orientamento, che l'oggetto dell'art. 23 Cost., secondo cui nessuna prestazione patrimoniale o personale può essere imposta se non in base alla legge, è quello di determinare a quali condizioni una prestazione può essere stabilita come obbligatoria a carico di una persona senza che la volontà di questa vi abbia concorso. Per ritenere applicabile il detto articolo è decisivo che si tratti di una prestazione obbligatoria in quanto istituita con atto di autorità senza il concorso della volontà della parte (sentt. nn. 4/1957; 30/1957; 122/1957).
Ora, nel caso in esame, la instaurazione dei relativi oneri economici si ricollega sempre, direttamente o indirettamente, alla volontà della parte e non è mai imposta autoritativamente. E ciò anche per l'istituto previdenziale rispetto al quale l'azione o la resistenza in giudizio costituisce pur sempre il risultato di una libera scelta e frutto di una determinazione volitiva.
a) degli artt. 3 e 24 Cost. perché introdurrebbe una arbitraria discriminazione tra le parti processuali, assicurando il diritto di difesa più al lavoratore e meno all'istituto previdenziale. Secondo il giudice a quo, in un ordinamento in cui il processo non è gratuito per tutti, il riconoscimento costituzionale del diritto di stare in giudizio non può estendersi fino al punto di ricomprendere il recupero delle spese giudiziali e non può, per tale aspetto, essere pieno per una parte e meno pieno per l'altra. La norma censurata porrebbe una parte nella condizione di iniziare il processo e coltivarlo con "disinvoltura", e l'altra nella condizione di prudenza anche eccessiva, per evitare aggravi di spese, eventuali responsabilità disciplinari e lesioni del proprio prestigio professionale. Inoltre, la disposizione impugnata, nel favorire gli abbienti, restringe l'applicazione del principio della soccombenza e trasferisce gli oneri processuali dal patrimonio della parte favorita a quello della controparte;
b) l'art. 53 Cost. perché l'esonero concesso al lavoratore non farebbe attuare l'obbligo che egli ha come parte processuale di concorrere, in proporzione della propria capacità, al costo di un pubblico servizio quale è quello giudiziario.
8. - Si osserva poi che la invocata norma costituzionale (art. 24 Cost.) prende in considerazione la diversità delle situazioni in cui vengono a trovarsi gli abbienti ed i non abbienti, per i quali è previsto il rimedio del gratuito patrocinio, muovendo però dal presupposto della legittimità dell'imposizione di oneri patrimoniali a carico di coloro nei cui riguardi si esplica l'attività giurisdizionale. In altri termini gli indigenti non sono liberati in modo assoluto dai suddetti oneri non escludendosi il rimborso da parte loro delle spese che lo Stato ha anticipato quando il processo si risolve a loro favore e specie nel caso in cui le azioni e le difese proposte sono risultate prive di fondamento.
Al momento, però, solo nei confronti dei lavoratori, per indubbie ragioni di politica sociale, è stato previsto un trattamento particolarmente favorevole.
Nelle controversie individuali di lavoro, esso è regolato, sia pure sempre come anticipazione delle spese (art. 10 e segg. legge 11 agosto 1973 n. 533), con maggiore ampiezza e semplicità rispetto al gratuito patrocinio ordinario.
Inoltre nelle cause previdenziali ed assistenziali è concesso al lavoratore l'esonero dal pagamento delle spese, competenze ed onorari di giudizio, a meno che la lite non risulti manifestamente infondata e temeraria (art. 152 disp. att. cod. proc. civ. che è ripetizione dell'art. 57 della legge n. 153 del 1969).
Proprio le possibili elevate condizioni economiche dei "lavoratori" (il termine è comprensivo di varie categorie anche molto differenziate tra loro) che hanno a volte raggiunto retribuzioni di entità notevole e pensioni anche elevate, fondano l'opportunità di una revisione della norma censurata e una sua più restrittiva previsione.