Source: http://www.pfm-consulting.it/notizie.html
Timestamp: 2019-04-20 04:36:54+00:00
Document Index: 76521696

Matched Legal Cases: ['art. 1458', 'art. 1526', 'art. 1526', 'art. 1526', 'art 72', 'art. 1526', 'art. 72', 'art. 1526', 'art. 72', 'art. 1526', 'art. 72', 'art. 1526', 'art. 220', 'art. 61', 'art. 62', 'art. 201', 'sentenza ', 'art.1283', 'art.25', 'art 17', 'art 20', 'art. 3', 'art.28']

LA VALUTAZIONE DEL LEASING TRASLATIVO
Dott. Francesco Frascerra
Il leasing traslativo si configura quale forma particolare della più ampia fattispecie del contratto di leasing in cui le parti, in sede di determina delle clausole contrattuali, considerata la natura del bene oggetto del contratto, la sua fungibiltà e la durata stessa della locazione, prevedano che il bene sia destinato a conservare, alla scadenza contrattuale, una vita, ovvero un valore residuo rilevante per l’utilizzatore maggiore rispetto al prezzo dell’opzione previsto nel medesimo contratto.
Quindi in relazione a quanto espresso l’esercizio dell’opzione, il cui valore nel più tipico leasing di godimento è definito quale valore residuale del bene determinabile in base alla normale senescenza subita durante il periodo di locazione, risulta essere un elemento chiave nella definizione del contratto di leasing traslativo, essendo conseguente che il suo mancato esercizio da parte dell’utilizzatore comporterebbe per lo stesso un evidente perdita economica, in relazione al reale valore di mercato stimabile all’epilogo del rapporto contrattuale.
Per tali motivi la fattispecie del leasing traslativo non risulta assimilabile alla fattispecie legale del leasing tradizionale, quale contratto ad esecuzione continuata o periodica a cui, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, non si applica la retroattività dell’effetto risolutivo disposta in via generale dall’art. 1458, comma 1 c.c.. La citata retroattività è quindi riferibile al diritto delle parti ad ottenere la restituzione di quanto prestato e con l’applicabilità, in via analogica, delle regole dettate dall’art. 1526 cod. civ. in materia di risoluzione della vendita con riserva di proprietà.
L’art. 1526 c.c., in tema di risoluzione di contratti di vendita con riserva della proprietà, prevede che "se la risoluzione del contratto ha luogo per l'inadempimento del compratore, il venditore deve restituire le rate riscosse, salvo il diritto a un equo compenso per l'uso della cosa, oltre il risarcimento del danno. Qualora sia convenuto che le rate restino acquisite al venditore a titolo di indennità, il giudice, secondo le circostanze, può ridurre l'indennità convenuta."
Alla luce quindi delle preventive verifiche da attuare nella valutazione, ovvero al fine di inquadrare il contratto di leasing nella fattispecie riconducibile all’art. 1526 c.c., devono essere rilevati i profili tipici tali da poterlo definire traslativo (in cui cioè la corresponsione delle rate remunera non soltanto il godimento del bene da parte dell'utilizzatore, ma anche l'acquisto della proprietà del bene, circostanza evidenziata normalmente nel differenziale tra il valore del prezzo del riscatto del bene previsto nel contratto di locazione finanziaria ed il valore di mercato effettivo del bene alla naturale scadenza contrattuale).
Contestualmente, considerato che la necessità di una valutazione interviene normalmente nei casi di risoluzione anticipata del contratto di leasing, anche il Codice Fallimentare prevede in tema di locazioni finanziarie all’art 72 l.f. che “Al contratto di locazione finanziaria si applica, in caso di fallimento dell'utilizzatore, l'articolo 72. Se è disposto l'esercizio provvisorio dell'impresa il contratto continua ad avere esecuzione salvo che il curatore dichiari di volersi sciogliere dal contratto. In caso di scioglimento del contratto, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare alla curatela l'eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene stesso avvenute a valori di mercato rispetto al credito residuo in linea capitale; per le somme già riscosse si applica l'articolo 67, terzo comma, lettera a). Il concedente ha diritto ad insinuarsi nello stato passivo per la differenza fra il credito vantato alla data del fallimento e quanto ricavato dalla nuova allocazione del bene. In caso di fallimento delle società autorizzate alla concessione di finanziamenti sotto forma di locazione finanziaria, il contratto prosegue; l'utilizzatore conserva la facoltà di acquistare, alla scadenza del contratto, la proprietà del bene, previo pagamento dei canoni e del prezzo pattuito”.
Nell'ambito quindi della prassi aziendalistica, in ragione delle discipline legali applicabili, anche in relazione all’orizzonte temporale in cui risulta intervenuta la risoluzione contrattuale rispetto all’eventuale accesso alle diverse forme di procedure previste dal testo fallimentare e del quale nel presente articolo non si forniscono ulteriori precisazioni, si sono affermate 2 distinte modalità di calcolo nella valutazione economica di tale specifico contratto:
(i) la prima basata sull'art. 1526 c.c. (norma che, secondo l'opinione giurisprudenziale maggioritaria, deve applicarsi analogicamente all'ipotesi di risoluzione anticipata di un contratto di leasing), e sulla giurisprudenza di legittimità che non consente che le società concedenti possano pretendere, in aggiunta alla restituzione del bene, importi identici, a titolo di penale, a quelli che otterrebbero in caso di esecuzione del contratto;
(ii) la seconda basata sull'art. 72-quater della legge fallimentare, norma che una parte della giurisprudenza di merito considera applicabile anche al di fuori del fallimento.
In relazione al primo metodo, lo stesso prevede un’applicazione letterale dell’art. 1526 c.c., pertanto in ragione dello stesso articolo la società di leasing ha diritto alla restituzione del bene, all’equo compenso ed al risarcimento del danno, dovendo restituire all'utilizzatrice tutti gli importi percepiti sino alla data della risoluzione.
Devono essere quindi considerati, a credito della società di leasing, gli interessi maturati sul capitale investito per l’acquisto del bene fino alla data della risoluzione, calcolati sulla base del tasso leasing di riferimento (in ossequio a quanto previsto dal contratto) ed il valore del deprezzamento del bene (quale differenza tra il valore di mercato rilevato alla data di risoluzione ed il costo storico del bene sostenuto dalla società di leasing) e, a credito dell’utilizzatore, l'ammontare dei canoni pagati (valorizzato al medesimo tasso di interesse previsto dal contratto di leasing e calcolato dalla data di pagamento di ciascuna rata sino alla data di risoluzione del contratto).
Il secondo metodo, fondato sull'art. 72-quater della legge fallimentare, più semplice da calcolare, definisce il quantum del dare e avere, attraverso l’equiparazione del contratto di leasing ad un contratto di mutuo, quale differenza tra il debito residuo dell'utilizzatore, considerato limitatamente alla sola quota capitale residua, ed il valore attuale del bene determinato.
Alla luce di quanto sovra esposto di seguito si rimettono i dati di riferimento necessari per la valutazione di un contratto di leasing traslativo nelle 2 modalità di calcolo ed i relativi risultati; considerando ulteriormente che, ad esclusione del valore attuale del bene, tutte le informazioni necessarie per il calcolo risulteranno estrapolabili dal contratto di leasing oggetto di valutazione.
Costo storico del bene € 2.000.000
Maxi canone iniziale	€ 290.000
Rate	n.° 143
Importo rata mensile	€ 13.694
Riscatto € 200.000
Data di sottoscrizione 23/12/2003
Data di risoluzione anticipata	28/02/2013
Tasso di rif. Leasing	3,70%
Indicizzazione rata	Euribor 3 mesi
Valore di mercato del bene € 1.965.000
Valore delle rate a scadere (sorte capitale)	€ 732.807
1° Metodo (art. 1526 c.c.)
A credito del concedente:
- Perdita di valore del bene => Costo storico del bene meno Valore di mercato del bene => 2.000.000 – 1.965.000 => 35.000
- Interessi sull’investimento dalla data di conclusione del contratto fino alla data della risoluzione => 701.664
A credito dell'utilizzatrice:
Ammontare dei canoni pagati e dei relativi interessi => Interessi maturati sui canoni più Canoni pagati => 341.631 + 1.719.950 => 2.061.581
Valore contratto di leasing => Ammontare dei canoni pagati e dei relativi interessi meno Perdita di valore del bene meno Interessi sull’investimento dalla data di conclusione del contratto fino alla data della risoluzione => 2.061.581 - 35.000 - 701.664 => 1.324.917
2° Metodo (art. 72 quater, L.F.)
A credito della concedente:
Debito residuo dell'utilizzatrice (sola sorte capitale) => 732.807
Valore di mercato del bene => 1.965.000
Valore contratto di leasing => Valore di mercato del bene meno Debito residuo dell'utilizzatrice => 1.965.000 - 732.807 => 1.232.193
Così come verificabile nel riepilogo dei conteggi realizzati, gli importi risultanti dall'applicazione delle due metodologie di calcolo evidenziano valori quasi coincidenti, evidenziando una differenza pari ad € 92.724; pur considerando comunque il valore desumibile dalla prima metodologia utilizzata da definirsi di maggior precisione anche in considerazione del fatto che l'indirizzo giurisprudenziale che considera applicabile analogicamente l'art. 1526 c.c. è tuttora maggioritario.
Opportuno quindi sottolineare che la storicità del contratto determina in maniera predominate l’esito della valutazione stessa, in quanto i contratti di leasing più giovani normalmente determineranno un saldo attivo, di natura indennitaria, a vantaggio della società di leasing, mentre, così come nell’esempio presentato, i contratti risolti in prossimità della scadenza naturale del contratto, evidenzieranno un saldo attivo a vantaggio dell’utilizzatore.
IL RUOLO DI CONSULENTE TECNICO IN MATERIA DI ANATOCISMO
Il termine “perizia” viene adoperato in ambito civile come sinonimo di “consulenza tecnica”, assumendo una funzione strumentale ed opzionale in specifico ambito giudiziario, in quanto il giudice può decretare se usufruire o meno del parere dell’esperto per la formulazione del giudizio; nello specifico le attività che competono al consulente tecnico possono quindi essere definite un confronto interdisciplinare fra diritto e scienze, un’integrazione al compito del giudice, che agisce come peritus peritorum, ovvero, decisore ultimo.
Il consulente tecnico d’ufficio, in acronimo c.t.u., svolge quindi il ruolo di ausiliario del giudice in un rapporto fiduciario, qualora si renda necessaria una particolare conoscenza tecnica, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo. L’attività del consulente tecnico è disciplinata dagli artt. 61 a 68 del codice di procedura civile (allo stesso modo dall’art. 220 fino a 233 nel codice di procedura penale), dove sono contenute le competenze che l’ausiliario designato dal giudice deve espletare dal conferimento dell’incarico fino all’elaborato peritale. “La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice” (art. 61 c.p.c.), ma il giudice qualora lo ritenga opportuno ha la facoltà di nominare un esperto non incluso nell'Albo del Tribunale, motivandone il ricorso. Il compito ultimo del consulente è quindi rispondere in maniera chiara e pertinente ai quesiti enunciati dal giudice, dando risposta ad ulteriori possibili chiarimenti richiesti dal giudice stesso (art. 62 c.p.c.). Il quesito enunciato dal giudice al momento del mandato e del giuramento consiste in una o più domande espresse solitamente in modo analitico o generico. Dovere del c.t.u. è quindi attenersi scrupolosamente ai quesiti, senza esprimere pareri non richiesti o non necessari.
Il consulente della parte (c.t.p.), oltre ad assistere a norma dell'articolo 194 alle operazioni del consulente del giudice, partecipa all'udienza e alla camera di consiglio ogni volta che vi interviene il consulente del giudice, per chiarire e svolgere con l'autorizzazione del presidente, le sue osservazioni sui risultati delle “indagini tecniche” (art. 201 c.p.c.).
Molteplici sono quindi i requisiti indispensabili perché un professionista possa espletare compiutamente l’incarico peritale affidatogli, considerando preventivamente la profonda distinzione nell’autonomia d’interpretazione dell’incarico rilevabile tra la c.t.p. e la c.t.u.. I requisiti quindi ritenuti fondamentali dalla prassi consolidata rilevabile in materia per il corretto espletamento di un mandato peritale possono così essere elencati:
- una pratica professionale provata ed incontestabile oltre ad una necessaria conoscenza della procedura giudiziaria al fine di rispettare fedelmente la forma ed in particolare per vigilare sullo stretto rispetto del diritto alla difesa;
-	una buona capacità di analisi e di sintesi, uno spiccato senso della comunicazione, completato dal saper ascoltare, e da sensibilità alle relazioni umane, il tutto nel rispetto del mandato ricevuto;
-	una buona capacità di linguaggio che possa favorire la comunicazione fra le parti, cercando quindi di privilegiare un lessico non eccessivamente specialistico che consenta ai soggetti coinvolti un accesso facilitato alla lettura, ovvero offrendo ampia delucidazione agli indispensabili termini tecnici, anche in funzione del fatto che nel procedimento civile, a differenza del penale, la relazione scritta è l’unico mezzo di comunicazione del perito.
Pertanto appare circostanza indiscussa che il “giusto giudizio” necessiti di un buon lavoro peritale, poiché è diritto del cittadino ottenere una sentenza giusta che non discende solo dal dovere del magistrato a somministrarla, ma anche dal suo diritto ad una consulenza tecnicamente corretta. E’ quindi necessario sottolineare che anche il consulente di parte è tenuto ad esercitare con “indipendenza” l'esercizio del suo mandato. Non deve quindi limitarsi a fare da portavoce del cliente per rappresentare le sue problematiche, ma è tenuto a selezionare e a interpretare le notizie ricevute, esprimendosi al massimo della obiettività reale con una interpretazione il più possibile tecnico-scientifica dei fatti, quindi alla stregua dell’incarico di c.t.u..
La consulenza tecnica in materia bancaria assume quindi dei profili specifici in ragione della sua particolare tecnicità e dell’evoluzione della giurisprudenza in materia, che a partire dall’anno 1999, attraverso una serie di sentenze della Cassazione, ha decretato la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale, per inottemperanza a quanto disposto per legge con la norma imperativa ex art.1283 del c.c., quindi controvertendo una serie di diritti consolidati dalla prassi bancari in evidente danno dei propri clienti.
La giurisprudenza ha portato quindi a negare la natura di usi normativi alle clausole contenute nei contratti bancari, costringendo quindi il Governo ad intervenire in materia dal punto di vista normativo con il D.Lgs. 342/1999, il quale prevede che …Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori; le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento, le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente.
L’anatocismo indica quindi l’uso da parte delle banche di applicare il metodo della capitalizzazione composta con periodicità trimestrale degli interessi e delle altre competenze liquidate sul conto corrente, conducendo in tale maniera ad un aggravio reale del costo sostenuto e pattuito inizialmente e indicato nel contratto.
Successivamente a seguito delle ulteriori sentenze intervenute in materia le cause più frequenti dell’insorgenza del contenzioso nei rapporti di conto corrente bancario riguardano:
- l’anatocismo, inteso come verifica, della capitalizzazione trimestrale e la successiva applicazione di altra forma di capitalizzazione degli interessi: annuale o semplice a seconda dell’interpretazione giurisprudenziale prescelta;
- la verifica delle pattuizioni contrattuali e la conseguente eliminazione degli interessi ultralegali a debito del correntista;
-	la verifica della conformità dei tassi rispetto a quelli “soglia” rilevati trimestralmente al fine di valutare l’usurarietà delle condizioni applicate al conto;
-	l’accertamento degli importi di dare/avere tra le parti.
DECADENZA E PRESCRIZIONE NELLA FASE DI ACCERTAMENTO E RISCOSSIONE
Avv. Nicola Poliseno
La conoscenza dei concetti di prescrizione e decadenza è indispensabile al fine di garantire la piena tutela dei contribuenti nel caso di richieste di pagamento che provengono dalle amministrazioni pubbliche e dai concessionari per la riscossione e che, spesso, possono essere tardive poichè inoltrate oltre i termini di prescrizione previsti dalla legge. I due termini, che apparentemente possono sembrare molto simili, in realtà, esplicano effetti radicalmente diversi. La decadenza può essere definita come la perdita della facoltà di far valere un diritto (di credito) quando il titolare del medesimo (ad es. Comune, Agenzia delle Entrate, Inps) non lo esercita entro il termine perentorio previsto dalla legge.
La prescrizione, invece, può essere definita come una causa di estinzione dei diritti provocata dall’inerzia del titolare che ha omesso di esercitarli per un determinato periodo di tempo stabilito dalla legge.
Quindi, la decadenza si riferisce al decorso infruttuoso del tempo necessario per far valere un diritto, mentre la prescrizione si riferisce al decorso infruttuoso del tempo necessario ad esercitare tale diritto.
Pertanto, può dirsi che la decadenza sorge prima della prescrizione.
Tuttavia, mentre le azioni esercitate dalle amministrazioni statali sono solitamente soggette a decadenza, gli atti della riscossione (cartelle ed intimazioni) sono soggette a prescrizione.
1) IMPOSTE SUL REDDITO, IVA E IRAP - se il contribuente ha presentato la dichiarazione, l’Agenzia delle Entrate deve notificare l’avviso di accertamento entro il 31/12 del quarto anno successivo a detta presentazione. Esempio: anno d’imposta 2009 – anno presentazione dichiarazione 2010 – termine notifica accertamento 2014. - in caso di omessa dichiarazione, entro il 31/12 del quinto anno successivo a quello in cui la presentazione avrebbe dovuto essere presentata. Esempio: anno d’imposta 2009 – anno presentazione dichiarazione 2010 – termine notifica accertamento in caso di omessa presentazione 2015. In caso di denuncia per un reato tributario, i termini ordinari innanzi indicati sono raddoppiati.
In caso di controllo automatizzato l’Agenzia delle Entrate si affida direttamente all’agente della riscossione che dovrà notificare una cartella entro: - il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione in caso di liquidazione automatica. - il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione per i controlli formali.
Per le somme dovute in base agli accertamenti dell’Ufficio, che in caso di mancata contestazioni siano divenuti definitivi, l’agente della riscossione deve provvedere alla notifica della relativa cartella entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.
2) IMPOSTA DI REGISTRO, IPOTECARIA E CATASTALE
- Accertamento per omessa richiesta di registrazione: 5 anni dal giorno in cui avrebbe dovuta essere richiesta la registrazione; - in caso di atto registrato: 3 anni dalla richiesta di registrazione o 5 anni a seguito di registrazione operata d’ufficio; Incertezza sussiste in merito ai termini di notifica della cartella nel caso in cui l’avviso sia divenuto definitivo. Parte della giurisprudenza sostiene che si applichi il termine di prescrizione decennale da quando l’atto è divenuto definitivo. Altra giurisprudenza, invece, sostiene che si applichi il termine di decadenza biennale previsto dall’art.25 c.1 let.c del DPR 602/73 in materia di imposte dirette ed Iva. L’invio normativo operato dall’art 17 del D.lgs. 347/90 prevede che i predetti termini previsti per l’imposta di registro si applichino anche alle imposte ipotecarie e catastali.
3) IMPOSTE SULLE SUCCESSIONI E DONAZIONI
- Dichiarazione presentata: avviso di liquidazione da notificare entro 3 anni dalla dichiarazione: - Dichiarazione omessa: avviso da notificare entro 5 anni dal termine entro cui la dichiarazione andava presentata La dichiarazione di successione va presentata entro 12 mesi dall’apertura della successione.
4) TRIBUTI LOCALI: IMU – TARSU – IMPOSTA PUBBLICITA’
Per l’omesso versamento dei tributi locali, il Comune deve notificare l’avviso di accertamento, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del 5° anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere eseguiti. Se l’accertamento diviene definitivo, poiché non impugnato entro 60 giorni dalla sua notifica, il Comune può procedere alla riscossione coattiva mediante la notifica di una ingiunzione fiscale da notificarsi entro il 31 dicembre del 3° anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.
5) BOLLO AUTO, TASSE AUTOMOBILISTICHE
L’avviso di accertamento in caso di omesso pagamento del bollo, dev’essere notificato entro il 3° anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento. In caso di accertamento non impugnato, la relativa cartella di pagamento deve essere notificata entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo.
6) SANZIONI TRIBUTARIE
Le sanzione tributarie si prescrivono, ai sensi dell’art 20 D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, nel termine di cinque anni. La sanzione è assolutamente personale pertanto non è trasmissibile agli eredi.
7) CONTRIBUTI PREVIDENZIALI
A partire dal 1° gennaio 1996, l’azione di recupero dei contributi previdenziali non versati si prescrive nel termine di 5 anni così come previsto dall'art. 3, co. 9, L.335/1995, che ha ridotto il precedente termine decennale.
8) SANZIONI AMMINISTRATIVE – CONTRAVVENZIONI AL CODICE DELLA STRADA
Il termine stabilito dalla legge per la notifica dei verbali per le sanzioni amministrative è di cinque anni e decorre dalla data dell’accertamento dell’infrazione (art.28 della Legge n. 689/81).
La successiva cartella di pagamento deve essere notificata entro il termine di 2 anni dalla consegna del ruolo. (L. Finanziaria 2008) Dubbi sorgono in merito all'ambito di applicazione del termine biennale in quanto la norma parla solo di sanzioni di spettanza comunale. Parrebbe, pertanto, che la suddetta previsione non trovi applicazione per le contravvenzioni elevate da altri organi diversi da quelli comunali quali, ad esempio, la Polizia Stradale.