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Timestamp: 2020-04-02 17:49:34+00:00
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Facebook e censura: quale lezione dalla sentenza del Tribunale di Roma su Casapound | Agenda Digitale
Facebook e censura: quale lezione dalla sentenza del Tribunale di Roma su Casapound
Quanto permettiamo a un ambito virtuale di condizionare la nostra vita reale? La sentenza del tribunale civile di Roma che accoglie il ricorso di Casapound, letta anche alla luce della recente normativa sulla sicurezza del perimetro cibernetico nazionali, ci fornisce un importante spunto di riflessione. Ecco perché
Le politiche di censura di Facebook sono arrivate alla ribalta in seguito al rumore mediatico per le azioni che hanno visto protagonista CasaPound. Per come la vicenda si è sviluppata e conclusa (almeno per il momento), l’ambito politico a mio avviso costituisce un ruolo marginale: dovremmo piuttosto riflettere molto bene sull’accaduto e, soprattutto, sulle conseguenze che determinate azioni comportano nel mondo reale.
Un importante spunto di riflessione arriva, in particolare, dalla sentenza del Tribunale civile di Roma proprio sul caso della censura a CasaPound (della quale riportiamo lo stralcio di interesse in fondo all’articolo), da leggere anche alla luce della recente normativa sulla sicurezza dei confini cibernetici nazionali.
Prima di entrare nel merito di questa riflessione, riassumiamo i fatti.
Facebook e la censura (politica?): non solo Casapound
Facebook e la nostra percezione della realtà
I social e i nostri rapporti sociali
Facebook e il rispetto delle regole
In breve: il 9 settembre 2019 Facebook Ireland, senza fornire alcun preavviso e motivazione disattivava la pagina dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia e le pagine di rappresentanti e simpatizzanti. Qualche ora più tardi veniva comunicato che tale provvedimento era stato attuato per la violazione alle regole imposte dagli Standard della Comunità di Facebook. In pratica, secondo il social, CasaPound è un’organizzazione che incita all’odio.
Il “caso Casapound” non è l’unico in questo periodo e non si può non notare che una delle caratteristiche dell’applicazione della censura del social sembra abbracciare un principio politico prima ancora di quello enunciato nelle regole degli Standard della Community, che dovrebbe avere più nobili obiettivi e che viene giustificato come motivazione unica ed incontestabile. È vero, infatti, che anche altri soggetti sono stati censurati: sembra, infatti, che il Secolo d’Italia lamenti “l’oscuramento” di un articolo, come pure è nota la censura delle pagine pro-curdi.
Com’è anche vero che, al contrario, sulla piattaforma, ancora ci siano espressioni di odio che vengono tollerate e che sembrano appartenere ad una logica politica diversa da quella invece sottoposta a censura. In più, in qualche caso, sembra che si possa “aggirare” il problema della policy potendo inserire, ad esempio, messaggi NoVax semplicemente come inserzioni di marketing dove Facebook non dispone di regole che bloccano le pubblicità.
Insomma, una mente poco allenata potrebbe essere indotta a pensare che l’odio è tale e viola le regole solo se viene da una determinata corrente politica. Tali regole, tuttavia, non costituiscono il patrimonio legislativo del nostro Paese: come ci si deve comportare se ciò che viene “concesso” sul social viola le leggi nazionali?
Ecco perché le riflessioni sono doverose e fare chiarezza in un ambito che, per convenienza, sembra essere mantenuto torbido, comincia ad essere una priorità.
Probabilmente molti non si sono accorti che la conseguenza del blocco degli account di CasaPound, e quindi la loro scomparsa dal contesto del social, ha dato l’impressione che CasaPound non esistesse più. Ma in realtà ciò, ovviamente, non è successo.
La nostra percezione è falsata poiché, nel tempo, i nostri punti di riferimento della nostra vita sociale si sono spostati nel mondo virtuale. Ciò è il risultato anche di abili e costose operazioni di marketing che hanno visto la diffusione dei social in maniera sempre più capillare in tutti gli ambiti sociali, innescando un volano che oggi non si può fermare. Alcuni addirittura ipotizzano che se il network di Zuckerberg dovesse all’improvviso smettere di funzionare ci sarebbero episodi di panico sociale in tutto il mondo.
Ma rispetto a teorie più o meno realistiche, alcune valutazioni possono essere concretizzate con gli strumenti che abbiamo a disposizione.
È innegabile che per molti il primo pensiero del mattino è sfogliare le pagine di Facebook: molti ritengono che il social sia il riflesso di ciò che avviene nel mondo e di conseguenza prende per vero tutto ciò (o quasi) che viene propinato e definito, molte volte, come “informazione”. In più, a soddisfazione del proprio ego, il social ha fornito la possibilità a molti di esprimere sé stessi catalizzando nel “like” la considerazione di un livello sociale più o meno prestigioso. Perché più like significa “più” in molti sensi: più belli, più intelligenti, più considerati, più seguiti, più pagati, più autorevoli. Insomma, un sistema nel quale si è indotti ad auto referenziarsi in base a quanto seguito si ha, fino a ritenersi incontestabili ed autorevoli poiché “io ho più like di te”. In più, la possibilità di costruire un sistema remunerativo che si basa sul marketing che ognuno di noi può costruire in autonomia, fornisce uno stimolo in più per l’assidua frequentazione del social. E più lo si frequenta, più lo si usa, più si è assoggettati alle regole del sistema (le cosiddette “norme”). Più si è condizionati da meccanismi che vogliono il dilatarsi della nostra permanenza sulla piattaforma poiché tutti questi meccanismi mettono in atto delle risposte non solo cognitive, ma anche emotive e fisiche.
Perché? Beh, è una questione di soldi. “Noi siamo i nostri Big Data” scrissi qualche tempo fa, siamo noi a fornire ai Data Broker la materia prima sulla quale fare business e i social non sono da meno. Quindi più tempo rimaniamo connessi, più dati forniamo, più precisa sarà la profilazione e meglio sapranno condizionare la nostra percezione sociale (fino ad ora per propositi commerciali) quindi le nostre preferenze, le nostre reazioni o, peggio, le nostre pulsioni. E se per un momento ci estraniamo da questo contesto non possiamo non notare che l’influenza del social ha di fatto modificato i nostri rapporti sociali. È impensabile ritenere che ci viene data la possibilità di frequentare un social a titolo gratuito per il buon cuore dei suoi creatori quindi, lo status attuale che la piattaforma di Zuckerberg riveste nella nostra società è voluto.
Per molti utenti è avvenuto un processo di assimilazione mentale in cui le regole del mondo civile sono state soppiantate da quelle che governano il comportamento etico sui social. Ma sono due ambiti ben diversi e spesso si è portati a non considerare tale differenza e, in più, a ritenere che i comportamenti non puniti nell’ambito social sono non puniti anche nel mondo reale. Basti solo considerare quante denunce attendono giudizio nei tribunali e che riguardano reati che si consumano nei social.
Dato che di fatto “viviamo” una realtà sociale che ci è stata forzatamente trasferita in un contesto di cyberspazio, siamo portati a pensare che questo ambito impalpabile possa conferirci una sorta di “intoccabilità”. In sostanza ciò che io non vedo sul social non esiste o, opportunamente, posso decidere di farlo scomparire. Ma non è così.
Ciò dovrebbe bastare per confutare la comoda asserzione di molti secondo la quale “Facebook è un ambito privato dove le regole sono quelle del padrone di casa”. Esprimendo un’opinione personale dico “ma anche no”.
Per prima cosa se la piattaforma intende sottoporre una regola, questa dev’essere fatta rispettare da tutti, anche a discapito del fatturato. Se ciò non avviene, si dev’essere chiari e prendere una posizione ben precisa assumendosi le proprie responsabilità ed accettando le conseguenze.
In più, il fatto di aver voluto raggiungere un livello di diffusione ed influenza così capillare e trasversale nei vari strati sociali impone il dovere di trascendere dalle proprie regole e l’adeguarsi alle norme cogenti di quel determinato ambito sociale. Perché? Perché è segno di civiltà!
A casa mia, cioè all’interno delle mie mura domestiche, un reato rimane tale perché nel Paese nel quale vivo ci sono le norme civili e penali che devono essere rispettate. Facebook, dal canto suo, interagisce con gli utenti italiani nel cyberspazio italiano che, al pari di uno spazio terrestre o aereo, è sottoposto all’ordinamento giuridico italiano. Non si può avere la pretesa di imporre le proprie regole e la sentenza del Tribunale di Roma nel caso della censura a CasaPound, fornisce uno spunto di riflessione di notevole importanza anche, e soprattutto, alla luce della recente normativa sulla sicurezza dei confini cibernetici nazionali. Si cita dalla sentenza allegata il presente articolo.
“La “resistente” (CasaPound) evidenzia altresì che il servizio Facebook è utilizzato da oltre 2,8 miliardi di utenti in tutto il mondo ed è accessibile tramite diversi canali, tra i quali il sito web www.facebook.com e le applicazioni per dispositivi mobili e tablet: nessun dubbio pertanto può sussistere sul ruolo centrale e di primaria importanza ricoperto dal servizio di Facebook nell’ambito dei social network e sulla speciale posizione ricoperta dal gestore del servizio che, in Europa, è la resistente Facebook Ireland.
Ne deriva che il rapporto tra Facebook e l’utente che intenda registrarsi al servizio (o con l’utente già abilitato al servizio come nel caso in esame) non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto Facebook , ricopre una speciale posizione: tale speciale posizione comporta che Facebook, nella contrattazione con gli utenti, debba strettamente attenersi al rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali finché non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente.
Il rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali costituisce per il soggetto Facebook ad un tempo condizione e limite nel rapporto con gli utenti che chiedano l’accesso al proprio servizio.”