Source: http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=2299
Timestamp: 2013-05-20 00:17:26+00:00
Document Index: 174861449

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2103', 'art. 428', 'art. 32', 'art. 360', 'art. 366', 'art. 366', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

MOBBING ED ONERE DELLA PROVA
luned� 17 dicembre 2012
IMPONIBILE FISCALE E CONTRIBUTIVO: FRA ARMONIZZAZIONE E DIFFERENZIAZIONE
PremessaLa presente relazione, lungi dall�essere un trattato esaustivo della vasta materia concernente l�imponibile contributivo, intende operarne una disamina comparata con la regolamentazione dell�imponibile fiscale, rispetto alla quale a fronte di indubbi profili di armonizzazione, introdotti d...
luned� 10 dicembre 2012
LA NUOVA RIFORMA PENSIONISTICA
PremessaL�ordinamento pensionistico italiano si � caratterizzato, soprattutto negli ultimi tempi, da una certa ricchezza ed accelerazione di interventi legislativi, che hanno reso il panorama normativo, in materia, alquanto fluido e talora di difficile ricostruzione sistematica. Il presente studio...
gioved� 29 novembre 2012
Licenziamento illegittimo e contribuzione previdenziale nella riforma del mercato del lavoro del 2012
Approfondimento di Pietro Capurso - Avvocato Inps Genova1. Premessa. � 2. Lo stato dell�arte su licenziamento e contribuzione previdenziale prima della legge 28 giugno 2012, n. 92. - 3. Profili contributivi del nuovo art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. � 4. Inadempimento contributivo e sanzion...
Ritorno al passato per i pubblici dipendenti: di nuovo il TFS e trattenuta del 2,5% legittima
La trattenuta del 2,5% sugli stipendi dei lavoratori delle amministrazioni pubbliche, sanzionata dalla Corte Costituzionale, adesso � legittima. ...
PUBBLICI IMPIEGATI: RESTITUZIONE SOMME PER ILLEGITTIMA TRATTENUTA DEL 2,5% SULL�80% DELLA RETRIBUZIONE
Dal 1� gennaio 2011 l�Amministrazione trattiene illegittimamente ogni mese sull�80% della retribuzione il 2,5% a titolo di accantonamento per l�indennit� di buonuscita.	Lo Studio Legale dell�Avv. Marco Dibitonto aveva gi� comunicato che l�Amministrazione illegittimamente tratteneva ogni mese detta...
Dal 1� gennaio 2011 l�Amministrazione trattiene illegittimamente ogni mese sull�80% della retribuzione il 2,5% a titolo di accantonamento per l�indennit� di buonuscita.	Questo studio aveva gi� comunicato ai suoi clienti, dipendenti pubblici, che l�Amministrazione illegittimamente tratteneva ogni m...
luned� 3 settembre 2012
RIFORMA FORNERO: ECCO LE NOVITA� PER I CO.CO.PRO.
Pubblichiamo l�interessantissimo contributo dottrinale del dr. Luca Busico e del dr. Rolando Vivaldi....
luned� 30 gennaio 2012
Il termine mobbing consiste in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui � inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all�obiettivo primario di escludere tale soggetto dal gruppo.
Svolgimento del processoLa Corte d�appello di L�Aquila ha confermato la sentenza di prime cure che aveva rigettato la domanda proposta da B.G. nei confronti della s.p.a. Banca (�), sua ex datrice di lavoro, avente ad oggetto la reintegrazione nel posto di lavoro, previo annullamento delle dimissioni del lavoratore rassegnate in data 31 marzo 2000, il risarcimento del danno per il mobbing che il lavoratore assumeva di aver patito ed il risarcimento del danno per l�allegata dequalificazione subita.La Corte territoriale escludeva in primo luogo che le dimissioni rassegnate dal lavoratore fossero viziate da incapacit�. Osservava in proposito che il B., sul quale incombeva il relativo onere probatorio, non aveva fornito la relativa prova. Riteneva inoltre non provata la tesi della sussistenza degli estremi del mobbing nei confronti del lavoratore. Per quanto riguarda l�allegato demansionamento, osservava che non era stata fornita la prova del danno, che peraltro non era stato nemmeno quantificato.Per la cassazione della sentenza propone ricorso il B. affidato a cinque motivi. La s.p.a. Banca (�) resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.Motivi della decisioneCol primo motivo il ricorrente denuncia vizio di omessa e contraddittoria motivazione relativamente alla statuizione della sentenza impugnata concernente il mobbing. Deduce che la Corte di merito non avrebbe adeguatamente valutato una serie di vicende inerenti il rapporto di lavoro le quali dimostravano la sussistenza degli estremi del mobbing. In particolare: a) il B., che nel corso del rapporto aveva conseguito numerosi avanzamenti di carriera, fino a raggiungere l�inquadramento come quadro direttivo, ed al quale era stata affidata, nei primi mesi del 1997, la direzione esecutiva dell�agenzia di (�), dopo l�infarto miocardico, subito nell�agosto dello stesso anno, era stato trasferito ad altra agenzia, non adatta alle sue condizioni di salute per l�eccessivo carico di lavoro; durante questo periodo era rimasto vittima di una rapina; il diverso atteggiamento datoriale nei suoi confronti era dimostrato dal fatto che nel 1999 gli era stata irrogata una sanzione disciplinare (biasimo scritto); b) nel 1999 era stato trasferito ad altra agenzia ma gli erano state assegnate non pi� le mansioni di coordinatore o preposto di filiale bens� quelle di operatore di sportello, con evidente demansionamento rispetto all�inquadramento sopra indicato, dimostrato anche dal fatto che era stato posto in posizione sotto ordinata rispetto ad altro dipendente in possesso di un livello di inquadramento inferiore; l�assunto della banca secondo cui nel suddetto periodo al ricorrente erano state affidate anche le mansioni di �consulente clienti privati� era rimasta non provata in giudizio; c) il mancato conferimento del premio di fedelt� spettante ai dipendenti che avevano raggiunto il venticinquesimo anno di anzianit� di servizio.Col secondo motivo il ricorrente denuncia vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione relativamente alla statuizione della sentenza impugnata secondo cui i fatti denunciati non erano tali da far desumere intenti persecutori e da giustificare, pertanto, l�addebito di mobbing. Deduce che nel comportamento datoriale tenuto nei suoi confronti erano presenti tutti gli elementi necessari per integrare un�ipotesi di mobbing, e cio�: la durata del comportamento, il carattere discriminatorio dello stesso e la volont� di estromettere il dipendente dal contesto lavorativo. In relazione a tali comportamenti al ricorrente era stata diagnosticata una sindrome ansioso-depressiva che aveva determinato la necessit� di assentarsi dal lavoro.Col terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell�art. 2103 c.c., nonch� vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale la Corte territoriale ha negato l�esistenza di una dequalificazione professionale patita dal ricorrente in occasione del suo trasferimento ad altra agenzia nel 1999. Sottolinea la circostanza che in quell�occasione il ricorrente fu posto in posizione gerarchicamente subordinata rispetto ad altro dipendente in possesso di un inquadramento inferiore. Deduce inoltre l�evidente demansionamento derivante dal fatto di essere stato adibito a mansioni di cassiere pur essendo inquadrato come quadro direttivo.Col quarto motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell�art. 428 c.c., nonch� vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale la Corte di merito ha ritenuto infondata la tesi secondo cui le dimissioni sarebbero state viziate da incapacit�. Evidenzia, in particolare, la gravit� della patologia (sindrome ansioso depressiva) da cui era affetto e deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere il complesso degli elementi di valutazione alla stessa sottoposti inidoneo a provare lo stato di incapacit� al momento del recesso.Col quinto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2087 e 2103 c.c., e dell�art. 32 Cost., nonch� vizio di motivazione in relazione alla statuizione con la quale � stata rigettata la richiesta di risarcimento del danno. Ribadisce che la sua assegnazione allo sportello con mansioni di cassiere costitu� una vera e propria dequalificazione professionale atteso che allo stesso era gi� stata riconosciuta la qualifica di quadro e che da tale dequalificazione deriv� un danno professionale conseguente all�impoverimento delle capacit� professionali possedute. Deduce altres� che la Corte di merito aveva disatteso la domanda di liquidazione equitativa del danno suddetto.I primi due motivi devono essere esaminati contestualmente in quanto intrinsecamente connessi.Secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimit� (cfr., in particolare, Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785) per �mobbing� si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell�ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui pu� conseguire la mortificazione morale e l�emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalit�. Ai fini della configurabilit� della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicit� di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l�evento lesivo della salute o della personalit� del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all�integrit� psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell�elemento soggettivo, cio� dell�intento persecutorio. � stato altres� precisato (Cass. 6 marzo 2006 n. 4774) che la sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata - sulla base di una valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi - considerando l�idoneit� offensiva della condotta del datore di lavoro, che pu� essere dimostrata, per la sistematicit� e durata dell�azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato. L�apprezzamento circa la sussistenza, in concreto, degli estremi del mobbing, secondo i parametri sopra delineati, costituisce una valutazione di merito che, ove basata su motivazione adeguata e priva di vizi logici, sfugge al sindacato di legittimit� (Cass. 29 settembre 2005 n. 19053, in motivazione).Nel caso di specie, nel quale peraltro non viene contestata alcuna violazione di legge, la Corte territoriale ha motivato in modo sintetico ma sostanzialmente completo sulle ragioni per le quali ha escluso la sussistenza degli estremi del mobbing e tale motivazione appare coerente con i principi sopra enunciati. Ha osservato in particolare che la vicenda lavorativa del B. si era sviluppata nei limiti della normalit� atteso che il rapporto di lavoro si era svolto secondo modalit� congrue rispetto alla natura delle prestazioni, alle obbligazioni reciproche ed agli interessi delle parti contrattuali. Ha sottolineato inoltre, da un lato, che non poteva ravvisarsi, nel caso di specie, un nesso causale fra la patologia psichica da cui era risultato affetto il lavoratore ed il disagio derivante dall�ambiente lavorativo, e, dall�altro, che non era nemmeno possibile individuare i soggetti responsabili dell�allegato mobbing con riferimento a comportamenti specifici e rilevanti.Le contrarie argomentazioni svolte dal ricorrente si basano, in buona sostanza, sulla richiesta di nuova valutazione delle circostanze sottoposte alla valutazione del giudice di merito (in particolare, trasferimento in una agenzia caratterizzata da un notevole carico di lavoro, presso la quale il ricorrente era stato vittima di una rapina; irrogazione di una sanzione disciplinare; dequalificazione professionale negli ultimi mesi del rapporto; mancato riconoscimento del premio di fedelt�) e di riesame delle risultanze istruttorie, richiesta inammissibile in questa sede di legittimit�. Deve ricordarsi in proposito che, secondo il costante orientamento di questa corte (cfr., ad esempio, Cass. 25 ottobre 2003 n. 16063), per la configurabilit� dei vizio di motivazione, denunciabile con ricorso per Cassazione ai sensi dell�art. 360, n. 5, cod. proc. civ., non rileva la mera divergenza tra valore e significato, attribuiti dallo stesso giudice di merito agli elementi dallo stesso vagliati, ed il valore e significato diversi che, agli stessi elementi, siano attribuiti dal ricorrente ed in genere dalle parti.Anche il terzo e quinto motivo devono essere considerati insieme per comodit� di trattazione in quanto entrambi attinenti al profilo del risarcimento del danno da demansionamento.Quanto al terzo motivo lo stesso deve ritenersi inammissibile in quanto inconferente rispetto al contenuto della decisione. Ed infatti, come si evince chiaramente dalla motivazione della sentenza, la Corte territoriale non ha preso posizione sulla sussistenza, o meno, degli estremi del demansionamento, essendosi limitata ad osservare che non era stata fornita la prova del danno e che lo stesso non era stato quantificato.Tale affermazione � stata solo in parte censurata col quinto motivo col quale il ricorrente deduce che dal subito demansionamento era derivato un danno in relazione all�impoverimento delle capacit� professionali possedute, alla mancata acquisizione di una maggiore capacit� e ai pregiudizio subito per perdita di chance. Sotto altro profilo il ricorrente fa presente di aver chiesto una valutazione equitativa del suddetto danno. Il quinto motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: se l�accertata dequalificazione professionale di un lavoratore subordinato da diritto al risarcimento del danno e, in caso di risposta affermativa, dica se la liquidazione del danno patito operata in via equitativa pu� essere determinata in misura pari ad una frazione della retribuzione relativa al periodo in cui si � verificata la dequalificazione. Il suddetto quesito (previsto dall�art. 366 bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame) deve ritenersi erroneamente formulato con la conseguenza che anche il quinto motivo di ricorso deve considerarsi inammissibile.Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno affermato che il quesito deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte; ci� vale a dire che la Corte di legittimit� deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico - giuridica della questione, l�errore di diritto asseritamente compiuto dal Giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare: in conclusione, l�ammissibilit� del motivo � condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisca necessariamente il segno della decisione (cfr. Cass., S.U. U, 25 novembre 2998 n. 28054; Cass. S.U. 30 ottobre 2008 n. 26020). Ed infatti la peculiarit� del disposto di cui all�art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dall�art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, consiste proprio nell�imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione denunciata, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimit� (cfr. Cass. 24 luglio 2008 n. 20409). Coerentemente con tale principio � stato precisato (Cass. 7 aprile 2009 n. 8463) che la funzione propria del quesito di diritto � di far comprendere alla Corte di legittimit�, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l�errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare.� evidente che il quesito di diritto sopra integralmente riportato non corrisponde allo schema prima delineato. Esso risulta infatti del tutto generico e non pertinente rispetto alla fattispecie, in quanto si risolve nella enunciazione in astratto delle regole vigenti nella materia (conseguenze risarcitorie da demansionamento e liquidazione equitativa del danno - profilo, quest�ultimo, del quale non � fatta alcuna menzione nella sentenza impugnata -) senza enucleare il momento di conflitto rispetto ad esse del concreto accertamento operato dai giudici di merito (cfr. Cass. 4 gennaio 2011 n. 80; Cass. 29 aprile 2011 n. 9583); ci� in contrasto con i principi enunciati da questa Corte di legittimit� (cfr., in particolare, Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36) secondo cui il principio di diritto, richiesto a pena di inammissibilit� del relativo motivo, deve essere formulato in maniera specifica e deve essere chiaramente riferibile alla fattispecie dedotta in giudizio, dovendosi ritenere inesistente un quesito generico e non pertinente.Il quarto motivo deve ritenersi del tutto infondato.Questa Corte di legittimit� ha recentemente precisato (Cass. 1 settembre 2011 n. 17977) che, se � vero che, ai fini della sussistenza della incapacit� di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio di dimissioni, non occorre la totale privazione delle facolt� intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, � anche vero che la suddetta menomazione deve essere comunque tate da impedire la formazione di una volont� cosciente, facendo cos� venire meno la capacit� di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all�atto che sta per compiere. La stessa sentenza ha altres� precisato che la valutazione in ordine alla gravit� della diminuzione di tali capacit� � riservata al giudice di merito e non � censurabile in cassazione se adeguatamente motivata, dovendo l�eventuale vizio della motivazione emergere, in ogni caso, direttamente dalla sentenza e non dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimit�.La sentenza impugnata ha fatto corretto uso dei suddetti principi avendo stabilito, sulla base di una motivazione adeguata e priva di vizi logici, che non risultava provato l�assunto del lavoratore secondo cui la �sindrome ansioso depressiva� da cui lo stesso era affetto aveva determinato una situazione anche temporanea i incapacit� di intendere e di volere. In particolare la Corte di merito ha attribuito decisivo rilievo, da un lato, al fatto che non era stata certificata, e neppure dedotta, una particolare gravit� della suddetta affezione; dall�altro, al fatto che il comportamento complessivo del dimissionario dimostrava una sua capacit� di determinarsi; ed infatti il B. aveva contrattato ed ottenuto una somma consistente (80 milioni di lire) a titolo di indennizzo a fronte delle dimissioni ed aveva ricoperto (come risulta ammesso anche nel motivo di ricorso in esame), subito dope le dimissioni, l�incarico di legale rappresentante di una societ� a responsabilit� limitata operante nel settore dell�elettronica.Il ricorso deve essere in definitiva rigettato.In applicazione del criterio della soccombenza il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo.P.Q.M.La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in Euro 70,00 oltre Euro 4000 (quattromila) per onorari e oltre spese generali, IVA e CPA.