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Timestamp: 2020-02-20 20:46:04+00:00
Document Index: 68102970

Matched Legal Cases: ['art. 30', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 30', 'art. 28', 'art. 30', 'art. 16', 'art. 121', 'art. 162', 'art. 624', 'art. 648', 'art. 712', 'art. 12', 'art. 162', 'art. 624', 'art. 648', 'art. 712', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 30', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16']

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Thursday, 12 June 2014 13:46
Tuesday, 21 January 2014 13:44
Oneri di urbanizzazione uguali per tutti, anche per la chiesa cattolica
L’Assemblea legislativa della regione Emilia - Romagna
- come noto, gli oneri di urbanizzazione sono i corrispettivi dovuti al comune territorialmente competente all’atto di rilascio del permesso di costruire, “in relazione agli interventi di ristrutturazione edilizia o agli interventi che comportano nuova edificazione o che determinano un incremento del carico urbanistico (…)” (art. 30, comma 1, L.R. 30 luglio 2013, n. 15, recante “Semplificazione della disciplina edilizia”);
- segnatamente, i contributi dovuti sub specie di oneri di urbanizzazione sono destinati alla partecipazione alle spese che i comuni stessi sostengono per gli interventi e le opere di urbanizzazione del territorio: ancora più in particolare - ex art. 16, commi 7, 7 bis e 8, del D.P.R. 06 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) - si distingue tra oneri di urbanizzazione primaria (per indicare i contributi destinati alla realizzazione di strade residenziali, spazi di sosta o di parcheggio, fognature, rete idrica, rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato, cavedi multiservizio e i cavidotti per il passaggio di reti di telecomunicazioni) e oneri di urbanizzazione secondaria (ossia i contributi per asili nido, scuole materne e dell’obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi, impianti sportivi di quartiere, aree verdi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturali e sanitarie);
- ai sensi del comma 4 del medesimo art. 16, l’ammontare (recte: l’incidenza) degli oneri di urbanizzazione è stabilito con delibera del consiglio comunale, sulla base delle tabelle parametriche definite dalla Regione;
- conformemente a quanto previsto dalla normativa nazionale, il Consiglio regionale - con delibera n. 849 del 04 marzo 1998 (Aggiornamento delle indicazioni procedurali per l’applicazione degli oneri di urbanizzazione di cui agli articoli 5 e 10 della legge 28 gennaio 1977, n. 10) – ha approvato le tabelle parametriche di definizione degli oneri di urbanizzazione;
- per quanto specificamente rileva in tal sede, tra le opere di urbanizzazione secondaria, il citato art. 16, comma 8, annovera “chiese e altri edifici religiosi”, a cui sono destinati gli oneri di urbanizzazione secondaria determinati dai singoli comuni sulla base delle parametriche definite dalla Regione;
- segnatamente, per “chiese e altri edifici per servizi religiosi”, la delibera consiliare n. 849 del 1998 prevede che l’incidenza degli oneri urbanizzazione secondaria (U2) è pari al 7 per cento, “salvo diverse percentuali stabilite con deliberazione del Consiglio comunale”;
- dalla citata delibera risulta expressis vebis che i Comuni - anche nell’esercizio dell’autonomia finanziaria loro riconosciuta ex artt. 3, comma 4, e 149, comma 2, del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali) – possono variare la percentuale di oneri di urbanizzazione secondaria da destinare all’edilizia di culto: peraltro, ai sensi dell’art. 16, comma 6, del D.P.R. n. 380 del 2001, “Ogni cinque anni i comuni provvedono ad aggiornare gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, in conformità alle relative disposizioni regionali, in relazione ai riscontri e prevedibili costi delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale”;
- tali assunti risultano corroborati dalla risposta trasmessa dalla Giunta all’interpellanza depositata a firma del Sottoscritto Consigliere lo scorso 25 settembre (ogg. ass. n. 4521) al fine di acquisire dati in ordine all’ammontare complessivo dei contributi destinati dai comuni emiliano – romagnoli sub specie di oneri di urbanizzazione secondaria per “chiese ed altri edifici religiosi”, a partire dall’entrata in vigore della normativa regionale fino ad oggi (anni 1998 – 2013): in particolare, la Giunta rileva che “Sono i Comuni, come indicato dalla citata deliberazione [n. 849 del 1998] e in coerenza con essa, a gestire autonomamente la destinazione di questa quota percentuale [il detto 7 per cento] delle urbanizzazioni secondarie (…)”
- con specifico riferimento all’ammontare dei contributi versati dai Comuni per chiese ed altri edifici di culto, nella risposta alla citata interpellanza si sottolinea che “(…) poiché i relativi dati contabili non sono comunicati alla Regione, così come non esiste l’obbligo per i Comuni di comunicare l’entità complessiva degli oneri di urbanizzazione secondaria, risulta impossibile quantificare con precisione a quanto ammontino complessivamente i contributi destinati dai Comuni, sub specie di oneri di urbanizzazione secondaria, per “chiese ed altri edifici religiosi” dal 1998 ad oggi”;
- nella citata risposta si precisa che il calcolo è reso ancora più complesso dal fatto che i Comuni, oltre a corrispondere contributi economici, destinano agli edifici religiosi e di culto “aree storicamente appartenenti al demanio comunale, aree sul cui valore economico spesso non esistono stime attualizzate o perizie precise”;
- proprio al fine di ovviare a tale mancanza di dati precisi in ordine al fenomeno in esame, la Giunta ha espressamente evidenziato che è “attualmente in fase di realizzazione” il Sistema Integrato per l’Edilizia Emilia – Romagna (SIEDER), “sistema di monitoraggio in tempo reale che potrà rendere conto della precisa articolazione delle entrate comunali da oneri di urbanizzazione e quindi stimare, in modo accurato e puntuale, il valore dei contributi che i Comuni devono corrispondere agli enti religiosi”;
evidenziato, altresì, che
- al fine di tracciare statisticamente l’incidenza degli oneri di urbanizzazione destinati all’edilizia di culto, risultano particolarmente rilevanti i dati forniti dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR); in particolare, al fine della predisposizione del presente atto d’indirizzo, sono state considerate ed elaborate le rilevazioni effettuate dalla citata associazione nel periodo 2001 – 2011, anche perché proprio con riferimento a tale lasso temporale sono disponibili i dati economici complessivi dei comuni appartenenti alla Regione, rendicontati nel documento “Conti consuntivi delle Amministrazioni Comunali della Regione Emilia-Romagna. Analisi delle principali tendenze riscontrate nel periodo 2001-2011” (a cura del Gabinetto del Presidente della Giunta, Direzione Generale Risorse finanziarie e patrimonio, Giugno 2013). Inoltre, al fine di ottenere una valutazione statistica più accurata, si è deciso di escludere gli anni 1999 – 2000, le cui rilevazioni avrebbero implicato, data la preparazione all’evento religioso del “Giubileo”, una sovrastima dei versamenti, distorcendo in parte qua l’analisi statistica;
- i dati rilevati dall’associazione UAAR riguardo agli oneri di urbanizzazione concessi dai comuni della Regione Emilia-Romagna sono parziali ma comunque significativi: infatti, ancorché nel periodo di rilevazione abbiano risposto 63 comuni sui 348 della Regione (il 18,1 per cento), la popolazione residente di questi comuni rispetto a quella dell’intera Regione va dal 50,75% del 2001 al 49,54% del 2011 (dati Regione Emilia-Romagna);
- ferme restando tali premesse metodologiche, l’elaborazione dei dati raccolti dall’UAAR permette, quindi, di compiere un’operazione di proiezione statistica quantitativa complessiva sull’intera Regione nel periodo indicato (2001 – 2011), sulla base delle serie storiche dei residenti ottenute dal Servizio statistico della Regione Emilia-Romagna: segnatamente, si stima che - nel detto periodo - ogni residente nella Regione abbia versato mediamente1,80 euro ogni anno per oneri di urbanizzazione destinati all’edilizia di culto. L’ammontare complessivo degli oneri destinati ad edilizia di culto stimato è pari - considerando la serie storica dei residenti – a oltre 83 milioni di euro (€ 83.251.103,65), per una media annua di circa 7 milioni e mezzo di euro (€ 7.568.282,15), pari allo 0,37% delle entrate tributarie dello stesso periodo (fonte: documento sui Conti consuntivi Giunta Reginonale Emilia-Romagna).
- a titolo esemplificativo, si consideri che, secondo i dati UAAR, dal 2000 al 2010 il Comune di Bologna ha destinato all’edilizia di culto sub specie di oneri di urbanizzazione 6.321.565 euro; il Comune di Imola, dal 1999 al 2010, 1.639.167 euro; il Comune di San Lazzaro, dal 1997 al 2010, 1.043.404 euro; il Comune di Faenza, dal 2002 al 2009, 1.046.570 euro; il Comune di Ravenna, dal 2004 al 2007, 1.136.988 euro; il Comune di Reggio Emilia, dal 1999 al 2008, 6.111.832 euro; il Comune di Rimini, dal 2003 al 2008 e nel 2010, 1.866.959 euro; e solo per citare i dati maggiormente significativi, per quanto asetticamente e aneddoticamente considerati;
- a fronte di tali stime, ancorché parziali, non v’è chi non veda come l’ammontare degli oneri di urbanizzazione destinato all’edilizia di culto risulti particolarmente elevato, risorse pubbliche che potrebbero essere destinate a finanziare, e quindi migliorare qualitativamente e quantitativamente, servizi pubblici e sociali lato sensu intesi; ciò, anche a fronte del fatto che l’edilizia di culto e le istituzioni ecclesiastiche godono di altri numerosi finanziamenti ed esenzioni di diversa natura (otto per mille, cinque per mille, esenzioni Imu e Iva, riduzione Ires e Irap, tariffe postali agevolate, riduzione del canone televisivo, oltre che godere di numerosi altri benefici e contributi anche statali);
- l’abrogato art. 28 della L.R. 25 novembre 2002, n. 31 (Disciplina generale dell’edilizia) prevedeva che “Ai fini della determinazione dell’incidenza degli oneri di urbanizzazione, il Consiglio regionale provvede a definire ed aggiornare almeno ogni cinque anni le tabelle parametriche” (comma 3), disponendo altresì che, nelle more della ridefinizione delle tabelle, avrebbe continuato a trovare applicazione la delibera consiliare n. 849 del 1998;
- l’art. 28 della L.R. n. 31 del 2002 è stato abrogato e sostituito ad opera della L.R. n. 15 del 2013, il cui art. 30 riscrive letteralmente la norma abrogata, prevedendo un aggiornamento delle tabelle parametriche almeno ogni cinque anni, con applicazione, nelle more, della citata delibera consiliare del 1998;
- nonostante l’abrogato art. 28 prevedesse – come obbligo e non come facoltà – l’aggiornamento delle tabelle parametriche almeno ogni cinque anni, tale prescrizione legislativa è andata totalmente inevasa; affinché il nuovo art. 30 della L.R. n. 15 del 2013 non sia parimenti disapplicato, è necessario provvedere tempestivamente all’aggiornamento delle tabelle parametriche, superando la datata delibera consiliare del 1998 e adempiendo ad un obbligo cristallizzato in una disposizione legislativa regionale;
- anche a fronte del mutato (e mutevole) contesto economico – sociale, ad assumere l’iniziativa per l’aggiornamento delle tabelle parametriche per l’applicazione degli oneri di urbanizzazione, al fine di trasmettere una proposta di delibera all’Assemblea legislativa quale organo competente per l’approvazione definitiva ai sensi della citata normativa statale e regionale;
- anche in continuità con la vigente delibera n. 849 del 1998, ad orientare l’aggiornamento delle tabelle ad un criterio di flessibilità, che consenta ai Comuni di adattare discrezionalmente l’incidenza degli oneri di urbanizzazione alle specificità locali;
- a realizzare e attivare tempestivamente il Sistema Integrato per l’Edilizia Emilia – Romagna (SIEDER), al fine di dotare la Regione di un efficiente sistema di monitoraggio che consenta, tra l’altro, di rendicontare puntualmente e in modo disaggregato le entrate comunali sub specie di oneri di urbanizzazione nonché di monitorare la loro destinazione e utilizzazione;
invita i Comuni dell’Emilia – Romagna
- in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 16, comma 6, del D.P.R. n. 380 del 2001, ad aggiornare, ogni cinque anni, l’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria sulla base delle tabelle parametriche regionali, dalle cui percentuali – per quanto in premessa - i Comuni possono discostarsi con deliberazione del Consiglio comunale in relazione, tra l’altro, alle singole specificità locali, alle esigenze e alle dinamiche urbanistico – edilizie, al variare dei cicli produttivi che interessano il territorio comunale, ai trends demografici nonché alla necessità di veicolare le risorse al finanziamento di interventi sociali o alla cura di interessi sensibili.
Franco Grillini (Gruppo misto – LibDem)
Thursday, 28 November 2013 15:10
Centro malattie sessualmente trasmissibili di Bologna: serve servizio di assistenza psicologica
Oggetto: 3883 - Interrogazione del consigliere Grillini, di attualità a risposta immediata in Aula, circa il Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili di Bologna, e le azioni da porre in essere per ovviare alle relative criticità organizzative e logistiche, prevedendo inoltre la costituzione del relativo servizio di assistenza psicologica e psicoterapica.
i Centri Malattie Sessualmente Trasmissibili (MST), istituiti nel 1991 per iniziativa dell’Istituto Superiore di Sanità, sono strutture sanitarie dedicate alla prevenzione, diagnosi, cura e sorveglianza epidemiologica delle malattie sessualmente trasmissibili;
i Centri MST sono distribuiti in modo pressoché omogeneo su tutto il territorio nazionale e sono strutturalmente localizzati presso i servizi di dermatologia (in alcuni casi presso i reparti di Malattie Infettive e Ginecologia) delle strutture ospedaliere, avendo sostanzialmente sostituito i “dispensari dermo - celtici”;
per quanto specificamente rileva in tal sede, il Centro MST di Bologna, attivo dal 1991, è strutturato presso la Dermatologia dell’Ospedale Sant’Orsola – Malpighi;
i servizi offerti dal Centro sono rivolti a tutti i cittadini italiani ed europei (con tessera europea) e a tutti i cittadini stranieri provvisti di tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente) o di tesserino ENI (Europeo Non Iscritto) rilasciati dagli uffici dedicati competenti presenti negli ospedali o comunque sul territorio;
l’accesso al Centro è gratuito e libero, nel senso che la fruizione delle relative prestazioni sanitarie non necessita di prenotazione né di impegnativa da parte del medico curante; gratuità e libertà di accesso che, unitamente alla rilevanza e all’eterogeneità delle prestazioni sanitarie offerte, sono certamente da annoverare tra i fattori in ragione dei quali l’afflusso di utenti risulta particolarmente elevato, come si dirà appresso;
i servizi e le prestazioni offerte dal Centro sono molteplici, anche al fine di una completa “presa in carico” del paziente in termini di prevenzione, diagnosi e cura. Segnatamente, tra le prestazioni offerte si segnalano: visite mediche finalizzate alla diagnosi, alla cura e al controllo delle MST (presenti o sospette) e delle patologie genitali non infettive, nonché connessi e strumentali esami di laboratorio; prelievi ematici di profilassi per diverse patologie (tra cui HIV, HBV, HCV, sifilide) e prelievi di urine per Chlamydia e gonorrea, da effettuarsi anche in sede di screening o comunque di prevenzione; terapie iniettive; piccoli interventi per asportare neoformazioni; biopsie; attività informativa in merito alle varie MST, con particolare riferimento ai rischi di contagio e alle modalità di prevenzione (attività informativa che si concreta, generalmente, in colloqui con personale medico e infermieristico e nella diffusione di materiale divulgativo); servizio di counseling; sorveglianza epidemiologica (con invio dei dati raccolti all’Istituto Superiore di Sanità);
il Centro MST di Bologna, oltre alle attività direttamente prestate ai propri pazienti, è inserito – dai punti di vista organizzativo e funzionale – in un sistema a rete di collaborazioni con altre strutture sanitarie a carattere ospedaliero e non ospedaliero (in particolare, il Centro: offre attività di consulenza per pazienti in cura presso il reparto di Malattie Infettive, la Clinica Ginecologica e la Neonatologia; collabora con il Centro per la Salute delle Donne Straniere e i loro bambini, con associazioni di volontariato medico per la cura e la prevenzione delle MST negli immigrati nonché con altre associazioni per le problematiche correlate alle MST e alla prevenzione dell’infezione da HIV);
proprio in ragione della molteplicità e dell’eterogeneità delle prestazioni e dei servizi sanitari offerti dal Centro, l’afflusso di utenze risulta particolarmente elevato: dai dati in possesso dell’odierno interrogante, risulta che le prestazioni complessive erogate ai pazienti siano pari a 13.577 per l’anno 2011 e a 13.647 per l’anno 2012;
con specifico riferimento ai dati epidemiologici relativi alla tipologia di patologie osservate, risulta che, nell’anno 2011 (dato più aggiornato disponibile), il Centro ha fatto diagnosi di 934 casi di MST (di cui 645 in soggetti maschi e 289 in donne; le patologie con maggiore incidenza sono i condilomi ano-genitali, la sifilide recente o latente, l’uretrite gonococcica, i molluschi contagiosi e l’herpes genitale);
solo nell’anno 2011, inoltre, sono stati eseguiti più di 2000 prelievi ematici (con 42 casi di risultati positivi per HIV);
con specifico riferimento ai casi di infezione da HIV, appare opportuno precisare che i pazienti che ricevono una diagnosi di sieropositività presso il Centro MST vengono poi inviati presso il reparto di Malattie Infettive per quanto riguarda il follow-upmedico e l’eventuale terapia, ma continuano a rivolgersi – e quindi ad essere in carico – anche al Centro MST per altre problematiche (follow-up di precedenti MST, disturbi cutanei legati alla sieropositività, counseling): ciò, peraltro, ad ulteriore dimostrazione dell’interazione sussistente tra prevenzione e contrasto delle MST e prevenzione e contrasto delle infezioni da HIV;
come già accennato in modo sommario, tra le attività di maggior rilevanza in termini di prevenzione svolte dal Centro MST vi è quella di counseling, definito come forma di trattamento volta a fornire all’utente la presa di coscienza della propria situazione per la maturazione di scelte autonome e responsabili;
segnatamente, nel counseling non si provvede solo ad informare ma anche a guidare il paziente verso una chiarificazione, una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità e di scelte che possa portare ad un comportamento positivo ed attuabile dal paziente stesso;
l’attività di counseling si declina e si articola variamente in sede di prevenzione primaria (preordinata a ridurre le probabilità di esposizione all’agente patogeno), di prevenzione secondaria (volta a ridurre la durata dell’infezione e la sua trasmissione) e di prevenzione terziaria (finalizzata ridurre il rischio di complicanze e sequele);
il counseling può essere svolto da personale sanitario “dedicato” (medici e infermieri del Centro) ovvero avere una connotazione più prettamente psicologica ed essere in tal caso proposto dal professionista psicologo/psicoterapeuta;
nonostante la rilevanza socio – sanitaria delle attività svolte dal Centro e la sua elevata appetibilità da parte degli utenti, comprovata dai dati relativi ai flussi, il Centro risente di alcune problematiche e criticità di ordine organizzativo, suscettive di comprometterne o comunque di ridurne la piena funzionalità;
a fronte dell’elevato numero di prestazioni richieste ed effettivamente erogate, il personale del Centro MST di Bologna è composto unicamente dal medico responsabile, da una infermiera professionale (che si occupa principalmente di prelievi e counseling), da un medico in formazione specialistica e da tre medici specialisti in dermatologia che offrono una collaborazione part-time;
oltre al deficit, specie di qualifica infermieristica, i locali in cui è localizzato il Centro risultano inidonei a fronte delle
molteplici attività gestite e realizzate, inidoneità che va a detrimento della funzionalità del Centro stesso e quindi della gestione e della cura dei pazienti: in particolare, gli ambienti deputati risultano particolarmente ristretti nonché scarsamente collegati tra loro e con gli altri reparti;
inoltre, la conformazione dei locali stessi, in cui tutti i pazienti confluiscono in un’unica area/sala di passaggio, risulta pregiudizievole della tutela della privacy, ciò anche in considerazione delle patologie “particolarmente sensibili” della cui cura si occupa il Centro: i pazienti – che, in molti casi, frequentano la struttura sanitaria in modo pressoché abituale e comunque per lunghi periodo di tempo – potrebbero infatti prendere cognizione liberamente dei soggetti che si rivolgono al Centro e finanche desumere, quantomeno indicativamente, le relative problematiche sanitarie;
presso il Centro presta servizio un solo medico strutturato: non v’è chi non veda come un solo soggetto non possa che incontrare oggettive difficoltà a gestire l’enorme afflusso di utenti e le attività consequenziali. Peraltro, l’assenza (per vari motivi) dell’unico medico strutturato impone una chiusura del Centro, a totale discapito dei pazienti;
data la rilevanza dell’attività di counseling, come sopra evidenziato, è necessario che il Centro MST possa costantemente avvalersi di un servizio di assistenza psicologica/psicoterapica professionale specificamente dedicato, anche ai fini di incrementare l’attenzione verso il singolo paziente e di migliorare la prevenzione contro la diffusione delle MST;
se sia in possesso di diversi o ulteriori dati o informazioni, rispetto a quelli citati nel presente atto di sindacato ispettivo, attinenti all’organizzazione e all’attività del Centro MST di Bologna, e nel caso quali essi siano;
in generale, se ed entro quali termini intenda adottare, anche in collaborazione con l’Ausl competente, le misure necessarie ad ovviare alle criticità organizzativo – logistiche sopra evidenziate, al fine, da un lato di valorizzare ed incrementare la funzionalità del Centro MST di Bologna a fronte del rilevante afflusso di pazienti e delle numerose prestazioni sanitarie richieste ed erogate, dall’altro di superare le problematiche relative alla tutela della privacy dei pazienti;
in particolare, se ed entro quali termini intenda attivarsi per incrementare il personale, specie infermieristico, dedicato al Centro, al fine di rendere più accurata la presa in carico dei pazienti e più celere l’iter dei pazienti che si rivolgono al Centro per effettuare alcune tipologie di esami che non richiedono la presenza di personale medico;
ancora più in particolare, se ed entro quali termini intenda attivarsi per promuovere la costituzione o comunque la valorizzazione di un servizio di assistenza psicologica/psicoterapica professionale specificamente dedicato e operativo presso l’ambulatorio MST dell’Unità Operativa di Dermatologia, a cui il Centro stesso possa costantemente rivolgersi al fine di completare la “presa in carico” del paziente mediante un’attività di ascolto, sostegno, orientamento e cambiamento.
RESOCONTO DELLA SEDUTA 23 - 4 - 2013
PRESIDENTE ( Costi ) : Diamo inizio ai nostri lavori con lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata in Aula. Chiamo il primo oggetto:
3883 - Interrogazione del consigliere Grillini, di attualità a risposta immediata in Aula, circa il Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili di Bologna, e le azioni da porre in essere per ovviare alle relative criticità organizzative e logistiche, prevedendo inoltre la costituzione del relativo servizio di assistenza psicologica e psicoterapica.
Risponde per la Giunta l'assessore Lusenti.
La parola al consigliere Grillini per illustrare la sua interrogazione.
GRILLINI : Grazie, presidente. Premesso che mi riservo di replicare dopo la risposta dell'assessore Lusenti, desidero fare una breve annotazione sul tema della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, tema sul quale abbiamo lungamente discusso in quest'Aula, un'annotazione sulla quale non siamo intervenuti in sede di quest’interrogazione: manca, sia a livello nazionale sia a livello locale, una grande campagna d’informazione su questi temi, in passato vi è stata, ma in questo momento è assente. L'informazione e la prevenzione di queste malattie, ovviamente, hanno un ruolo decisivo perché alcune di esse sono molto gravi e comportano dei costi, in termini umani e sociali, molto elevati, anche per il sistema sanitario.
Da questo punto di vista, quindi, occorre riprendere il filo di un intervento, di una riflessione e di un'azione che sia molto efficace. Sappiamo tutti che su questa materia insistono problematiche di carattere etico, religioso, esistono dei tabù e dei sensi di colpa radicati, ci sono problemi psicologici rilevanti. Si tratta, quindi, di un intervento complesso ma doveroso nell'interesse della collettività. Ma come dicevo, mi riservo di replicare alla risposta dell'assessore.
PRESIDENTE ( Costi ) : Grazie, consigliere Grillini.
La parola all'assessore Lusenti per la risposta.
LUSENTI , assessore : Grazie, presidente. Naturalmente, la risposta si riferisce alle questioni puntuali poste dal consigliere Grillini nell'interrogazione.
Partendo dai dati sull'attività del Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili dell'Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna, i dati riportati corrispondono agli effettivi volumi di attività clinico-assistenziale erogati negli anni 2011 e 2012 presso il Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili, cioè circa 13 mila prestazioni all'anno.
Il Centro è situato in un'area del Policlinico, il Padiglione 29, che è dedicata a pazienti che si rivolgono all'ospedale per problemi di salute relativi a patologie dermatologiche o a patologie sessualmente trasmissibili, patologie che trovano risposta assistenziale in ambito ambulatoriale o in regime di day hospital .
Per quanto riguarda le criticità logistiche e organizzative citate nell'interrogazione, l'Azienda Ospedaliero Universitaria ha segnalato che prima dell'estate inizieranno i lavori di ristrutturazione edilizia per i danni causati dall'evento sismico nel mese di maggio 2012 al Padiglione 29. Per permettere tali lavori, sarà necessario - appunto durante il periodo dei lavori - ricollocare in altra sede il Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili, come del resto le altre attività che si svolgono nel Padiglione 29. Dal momento che la funzione assicurata dal Centro si configura come un'assistenza extra-ospedaliera, realizzata come attività ambulatoriale o di day hospital , la sua prossima collocazione andrà definita nei prossimi giorni ed è attualmente oggetto di confronto tra l'Azienda Asl e l'Azienda Ospedaliero Universitaria.
Per quanto riguarda il personale medico dell'Unità Operativa di Dermatologia diretta dalla professoressa Patrizi sono a questa assegnati 11 dirigenti medici strutturati, ai quali si aggiungono tre medici titolari di contratti libero professionali. Per l'assistenza ai pazienti con problemi connessi a malattie sessualmente trasmissibili, sono dedicati un dirigente medico strutturato e un medico titolare di contratto libero professionale che, in caso di necessità, si possono avvalere della collaborazione degli altri dirigenti medici in servizio. L’Azienda ritiene che il personale medico sia adeguatamente dimensionato alle attività assistenziali erogate.
Per quanto riguarda, invece, il personale dell'Area Comparto è prevista una dotazione organica assegnata agli ambiti dell'Unità Operativa di Dermatologia composta da un coordinatore infermieristico, tredici infermieri e due operatori di supporto. Per l'assistenza ai pazienti con problemi connessi a malattie sessualmente trasmissibili, è prevista la presenza continua e dedicata di un infermiere in stretta collaborazione e integrazione con il personale medico dedicato. In caso di situazioni di maggiore afflusso di pazienti, l'infermiere può avvalersi della collaborazione del personale assegnato all'area dermatologica.
Infine, si precisa che il Centro Malattie Sessualmente Trasmissibili effettua già attività di counseling con il personale sanitario dedicato. Condividendo, peraltro, con l'interrogante la necessità comunque di potere disporre di consulenze mirate in casi selezionati, quest'assessorato richiederà all'Azienda Ospedaliero Universitaria di organizzare specifici percorsi, se necessario avvalendosi della collaborazione dell'Azienda USL per poter rispondere a tali esigenze e per poter garantire un'adeguata presa in carico di questi pazienti.
PRESIDENTE ( Costi ) : Grazie, assessore Lusenti.
La parola al consigliere Grillini per la replica. Consigliere, le restano 4 minuti. Prego.
GRILLINI : Grazie, presidente. Mi dichiaro soddisfatto della risposta dell'assessore perché, con riferimento al nodo dell'interrogazione e cioè all'assistenza psicologica che riteniamo particolarmente importante e rilevante in questo settore, è stato assunto un impegno che ritengo estremamente positivo. Chiederei all'assessore di fornirmi copia scritta della risposta.
Approfitto di questi minuti a mia disposizione per ribadire alcuni concetti che reputo rilevanti con riferimento al Centro e soprattutto all’ambulatorio. Chi conosce l’ambulatorio sa che la struttura presenta problemi rilevanti, che speriamo siano risolti dalla ristrutturazione testé annunciata dall’assessore. Uno dei problemi più rilevanti è quello della privacy . Chi conosce la struttura sa che decine e decine di persone ogni giorno frequentano quell'ambulatorio che, ai sensi della legge citata nella nostra interrogazione, si può frequentare in modo anonimo, senza prenotazione. Ebbene, l’astanteria è costituita da un corridoio, dal quale passano tutti, medici, infermieri, operatori, eccetera, eccetera, quindi la privacy non è molto garantita.
Con riferimento all'attività ambulatoriale, il problema è che per patologie di questo tipo sappiamo tutti quali sono le difficoltà di carattere psicologico. So di parlare ad una persona, l’assessore Lusenti, che ha grande competenza in questa materia, quindi sono consapevole di esprimere concetti che egli conosce perfettamente ed immagino condivida, ma non posso non sottolineare come molte persone, a fronte di malattie sessualmente trasmissibili, a volte non si rechino in ospedale per vergogna, per problemi di interpretazione e gestione della propria malattia. Ci sono persone che lasciano cronicizzare alcune patologie, a causa proprio della difficoltà di rivolgersi ad un medico o ad un servizio di diagnosi e cura.
L'altra questione - insisto - è quella relativa all'informazione e prevenzione. È ovvio che un Centro di questo tipo svolga un'attività assai rilevante in questo campo e assai delicata, quindi l'assistenza psicologica al paziente serve sia per convincere la persona a non avere comportamenti a rischio, perché in questo campo comportamenti corretti e una sessualità protetta dall’uso del profilattico consentono di evitare le malattie, e consentono anche di evitare - lo ribadisco - costi alti in termini umani ed economici, basti pensare che una persona malata di HIV arriva a costare al sistema sanitario anche 2000 euro al mese, in qualche caso persino di più perché vengono utilizzati dei medicinali piuttosto costosi. Da questo punto di vista, l'assistenza psicologica è particolarmente rilevante anche per spiegare alle persone - in un ambito della vita umana così delicato e così difficile da controllare, come tutti sappiamo, dove l'intervento si scontra con molti fattori negativi, un'assistenza di questo tipo non solo può consentire alla persona di elaborare meglio la propria patologia in rapporto anche ai propri familiari, alle proprie relazioni amicali e personali - come evitare il diffondersi ulteriore delle malattie sessualmente trasmissibili.
Io penso che su questa questione - e concludo ringraziando l'assessore per la sua disponibilità e per la sua risposta, della quale mi dichiaro soddisfatto - una forte attenzione da questo punto di vista sia un vantaggio per tutti, per la società, per le persone affette da questo tipo di patologie e per limitare i costi a carico del sistema sanitario.
Thursday, 18 April 2013 13:37
Progetto di proposta di legge alle Camere, ai sensi dell'art. 121, comma 2, della Costituzione, d'iniziativa dei consiglieri Grillini, Barbati e altri: "Integrazioni al decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettronich
Oggetto n. 4007
Presentato in data: 22/05/2013
"Integrazioni al decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche" (21 05 13).
Consiglieri Grillini, Barbati, Malaguti, Corradi, Casadei, Naldi, Donini, Sconciaforni, Defranceschi, Monari, Bonaccini, Alessandrini, Carini, Aimi, Bazzoni e Montanari.
Progetto di proposta di legge alle Camere, ai sensi dell’articolo 121, comma 2, della Costituzione, recante “Integrazioni al decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche)” ad iniziativa dei Consiglieri
Integrazioni all’articolo 4 del D.Lgs. n. 259 del 2003
1. All’articolo 4, comma 3, del D.Lgs. n. 259 del 2003, sono apportate le seguenti integrazioni:
dopo la lettera d), è aggiunta la seguente lettera: “d – bis) promuovere condizioni di gratuità nell’accesso ai sistemi di connettività Internet;”;
alla lettera e), dopo le parole “e la loro diffusione”, è inserita la seguente parola: “omogenea”;
dopo la lettera e), è aggiunta la seguente lettera: “e – bis) promuovere e migliorare l’alfabetizzazione, le competenze e l’inclusione nel mondo digitale nonché la diffusione dei sistemi di accesso a Internet;”.
Integrazioni all’articolo 5 del D.Lgs. n. 259 del 2003
1. All’articolo 5, comma 2, del D.Lgs. n. 259 del 2003, sono apportate le seguenti integrazioni:
dopo la lettera b), è aggiunta la seguente lettera: “b - bis) promozione di condizioni di gratuità nell’accesso ai sistemi di connettività Internet;”;
alla lettera d), dopo le parole “definizione di iniziative volte a fornire”, sono aggiunte le seguenti parole: “, anche al fine del progressivo superamento del divario digitale,”.
Integrazione all’articolo 25 del D.Lgs. n. 259 del 2003
1. All’articolo 25 del D.Lgs. n. 259 del 2003, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente comma: “1 bis. Le disposizioni di cui al presente Capo non si applicano all’attività di fornitura di reti e servizi R – LAN (Radio Local Area Network) e, comunque, di sistemi di connettività Internet.”.
1. Dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono abrogati:
l’articolo 6, comma 2 – bis, e l’articolo 7, commi 1, 2 e 3, del decreto legge 27 luglio 2005, n. 144 (Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155;
il decreto ministeriale 16 agosto 2005, del Ministero dell’Interno, recante “Misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili, ai sensi dell'articolo 7, comma 4, del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla L. 31 luglio 2005, n. 155”.
2. E’, altresì, abrogata ogni disposizione, legislativa o regolamentare, in contrasto o incompatibile con la presente legge.
Con il progetto di proposta di legge alle Camere in esame, recante “Integrazioni al decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259 (Codice delle comunicazioni elettroniche)”, s’intende modificare ed integrare la disciplina vigente in materia di accesso ad Internet, superando la rigida regolamentazione cristallizzata nella legislazione nazionale.
Più in particolare, il presente atto d’iniziativa legislativa è preordinato al perseguimento di tre obiettivi: in primis, l’affermazione del principio della libera fornitura di sistemi di connettività Internet, superando l’attuale regime autorizzatorio e - conseguentemente - eliminando obblighi di registrazione e identificazione degli utenti; in secondo luogo, la promozione della gratuità dell’accesso alla rete; infine, il progressivo superamento del cd. divario digitale, cioè l’inaccessibilità per ragioni geografiche, economiche, sociali o sanitarie di parte della popolazione alle infrastrutture che permettano l’accesso a Internet.
Come noto, a fronte delle esigenze di ordine pubblico e sicurezza nonché dell’allarme sociale ingenerato dal climax terroristico, il legislatore nazionale ha adottato una “normativa d’urgenza” interessante, trasversalmente, diverse materie e settori eterogenei.
Segnatamente, e per quanto rileva in tal sede, il D.L. 27 luglio 2005, n. 144, recante “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale” (c.d. “decreto Pisanu”), ha introdotto, a carico di titolari o gestori di esercizi pubblici o circoli privati in cui siano posti a disposizione “apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni anche telematiche” (articolo 7, comma 1), oltre a un regime autorizzatorio particolarmente restrittivo (necessità di acquisire la licenza da parte del questore), due ordini di obblighi: da un lato, quello di monitorare le operazioni dell’utente e di archiviare i relativi dati (articolo 7, comma 4); dall’altro, quello di acquisire preventivamente i “dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili” (articolo 7, comma 5). Il successivo decreto ministeriale 16 agosto 2005, attuativo delle citate disposizioni, prevede l’obbligo di “identificare chi accede ai servizi telefonici e telematici offerti, prima dell'accesso stesso o dell'offerta di credenziali di accesso, acquisendo i dati anagrafici riportati su un documento di identità, nonché il tipo, il numero e la riproduzione del documento presentato dall'utente ” (articolo 1, comma 1, lett. b) nonché di adottare “tutte le misure necessarie a memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed ora della comunicazione e alla tipologia del servizio utilizzato, abbinabili univocamente al terminale utilizzato dall'utente, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni” (articolo 2, comma 1).
In altri e più semplici termini, la disciplina del 2005, in modo singolare rispetto agli altri Paesi europei occidentali e agli Stati Uniti, ha imposto, da un lato la necessità di ottenere la licenza da parte del questore, dall’altro l’identificazione personale di chiunque acceda alla rete mediante la visura di un documento d’identità nonché la tracciabilità dei dati e della navigazione, investendo interamente di questa responsabilità i fornitori del servizio di accesso a Internet.
Tale disciplina, determinando un aggravamento burocratico - formale nonché un aumento di costi e responsabilità (anche di ordine penale), ha squalificato lo stesso sviluppo di Internet e delle relative nuove tecnologie di comunicazione e socializzazione, disincentivando coloro che, presso i propri esercizi o locali, intendono offrire punti di accesso alla rete. Di fatto ciò si è tradotto in un forte ostacolo alla diffusione delle nuove tecnologie comunicative che ha contribuito all’arretratezza tecnologica di questo Paese.
Proprio al fine di superare tali rigidità, i commi 4 e 5 dell’articolo 7 del “decreto Pisanu” sono stati espressamente abrogati ad opera del D.L. 29 dicembre 2010, n. 255, recante “ Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie” (c.d. “decreto Milleproroghe”), abrogazione che - secondo un’interpretazione - ha determinato, tra l’altro, il venir meno dell’obbligo di chiedere agli utenti il documento cartaceo di identità. I commi 1, 2 e 3 del medesimo articolo 7, invece, sono divenuti inefficaci, per mancata proroga, a partire dall’1 gennaio 2012.
Tuttavia, deve essere precisato che il citato “decreto Milleproroghe” ha abrogato parzialmente il solo articolo 7 del D.L. 144/2005 e non anche il relativo decreto ministeriale attuativo: quest’ultimo, posta la sua natura di atto amministrativo, può ritenersi privo di copertura legislativa a seguito della sopravvenuta abrogazione della norma di cui costituisce attuazione e, quindi, affetto da illegittimità derivata.
La cd. “normativa Pisanu” in materia di comunicazioni elettroniche, quindi, è stata solo parzialmente abrogata: in particolare, è ancora vigente l’articolo 6 del D.L. 144/2005, che - sommariamente – prevede a carico dei provider obblighi di registrazione e tenuta deilog di accesso e di navigazione; è ad oggi in vigore il decreto ministeriale attutivo; a ciò si aggiunga la normativa penale (con i relativi problemi applicativi ed interpretativi), la disciplina di cui al D.Lgs. 196/2003 (cd. “Codice della privacy”), il D.Lgs. 259/2003 (cd. “Codice delle comunicazioni elettroniche”) nonché le determine e gli atti d’indirizzo dell’AGCOM.
Alla luce di tali rilievi, il quadro regolamentare appare di difficile cognizione dai punti di vista interpretativo, applicativo ed operativo, con conseguente disagio degli esercenti pubblici e dei titolari di circoli privati, ai quali l’incertezza normativa può consigliare un atteggiamento di prudenza: a detrimento, s’intende, della diffusione dei servizi telematici e dell’affermazione di una più ampia accessibilità a Internet, in particolare con la tecnologia senza fili che consente di raggiungere, con costi relativamente bassi, un’ampia platea di potenziali utenti (il cd. “Wi-Fi libero”).
Oltre alle criticità determinate dalla stratificazione e dalla fumosità della normativa nazionale, un’ulteriore problematica di ordine tecnologico - sociale è rappresentata dal cd. digital divide .
Già all’inizio del Duemila, quando si iniziò ad affrontare tale tema, si è rilevato che circa il 12 per cento della popolazione nazionale subiva il divario digitale, una percentuale che è rimasta sostanzialmente invariata, con flessioni di modesta rilevanza.
L’arretratezza connaturata al digital divide arreca un imponderabile nocumento, non solo allo sviluppo tecnologico, ma anche alla crescita economica: da diversi studi curati da Confindustria, che peraltro denuncia come le criticità sia ancora particolarmente pesanti nel settore imprenditoriale, risulta che ogni 10 gigabyte di banda larga in più aggiungiamo un punto percentuale di prodotto interno lordo.
Oltre a tali corollari, il divario digitale impedisce il pieno sviluppo individuale e sociale di ciascun individuo.
Dall’esigenza di superare le criticità normative ed operative sommariamente sottolineate prende le mosse il presente atto d’iniziativa legislativa, progetto di proposta di legge alle Camere che si compone di 4 articoli.
L’articolo 1 del progetto di legge integra l’articolo 4 del D.Lgs. n. 259 del 2003, inserendo, tra gli obiettivi generali ai quali è preordinata la disciplina in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica, da un lato la promozione di condizioni di gratuità nell’accesso ai sistemi di connettività Internet, dall’altro l’alfabetizzazione, le competenze e l’inclusione nel mondo digitale nonché la diffusione dei sistemi di accesso a Internet.
Specularmente, l’articolo 2 del progetto di legge inserisce, tra le materie in cui regioni ed enti locali sono delegati ad adottare disposizioni normative ai sensi dell’articolo 5 del D.Lgs. n. 259 del 2003, la promozione della gratuità nell’accesso ai sistemi di connettività Internet.
Con la medesima disposizione, si cristallizza espressamente nel corpus dello stesso articolo 5 l’obiettivo di progressivo superamento del divario digitale, obiettivo a cui devono teleologicamente tendere le iniziative di regioni ed enti locali a sostegno delle persone anziane, dei disabili, dei consumatori di cui siano accertati un reddito modesto o particolari esigenze sociali e comunque dei soggetti che vivono in zone rurali o geograficamente isolate.
L’articolo 3 del progetto di legge, integrando l’articolo 25 del D.Lgs. 259 del 2003, prevede che il regime autorizzatorio previsto dal Capo II del Titolo II non si applichi all’attività di fornitura di reti e servizi R - LAN (Radio Local Area Network) e, comunque, più generalmente di sistemi di connettività Internet.
Superando quanto previsto dai commi 1 e seguenti del citato “decreto Pisanu”, la disposizione in esame “liberalizza” la fornitura di sistemi di connettività Internet, lato sensu intesi: in altri e più semplici termini, si chiarisce espressamente che un gestore di pubblico esercizio o comunque un titolare di circolo privato che intenda mettere a disposizione un accesso Internet liberamente consultabile dagli utenti, non ha più necessità di svolgere previi adempimenti burocratici e ottenere una licenza di pubblica sicurezza.
L’obiettivo che si intende perseguire appare evidente: oltre alla semplificazione normativa, la previsione in esame si colloca nel senso della massima diffusione della rete nell’ottica di una gestione e di una accesso free.
Da precisare che, con specifico riferimento alla fornitura di reti e servizi R - LAN, la raccomandazione della Commissione europea n. 2003/203/CE del 20 marzo 2003 prevede che “gli Stati membri devono autorizzare l’offerta di accesso R - LAN del pubblico alle reti e ai servizi pubblici di comunicazione elettronica (…) possibilmente senza imporre condizioni specifiche per il settore e in ogni caso soltanto mediante un’autorizzazione generale ”: proprio tale previsione - nella parte in cui liberalizza l’offerta di accesso R - LAN, che non deve essere assoggettata a condizioni specifiche se non, al più, ad un’autorizzazione generale - costituisce il substrato giuridico che consente di inserire nella normativa nazionale una previsione come quella di specie, che vada nel senso della liberalizzazione del settore da rigidi vincoli autorizzatori.
Proprio con specifico riferimento alla libertà di accesso ad Internet, l’articolo 4 abroga espressamente i commi 1, 2 e 3 dell’articolo 7 del “decreto Pisanu” nonché - e soprattutto -il decreto ministeriale attuativo 16 agosto 2005, la cui abrogazione espressa determina il venir meno degli obblighi di registrazione e identificazione degli utenti da parte dei titolari di esercizi o di circoli privati: anche in tal caso l’obiettivo perseguito è evidente, ossia affermare un sistema che possa qualificarsi free, fruibile cioè senza limiti arbitrariamente imposti.
IL PDL E' ALLA DISCUSSIONE DELLA COMMISSIONE
Wednesday, 22 May 2013 13:30
Published in progetti di legge
Disfuzione erettile, qual è la grandezza del fenomeno?
come noto, la disfunzione erettile (DE) consiste nell’incapacità di ottenere o mantenere un’erezione soddisfacente per la durata del rapporto sessuale;
se la DE si presenta in episodi isolati non è sintomo di disfunzione sessuale ma può riflettere un disturbo fisico momentaneo o essere collegata ad altri problemi transitori come la tensione, la mancanza di privacy o la scarsa familiarità con un/a nuovo/a partner. Se, invece, il problema è frequente, la DE potrebbe rappresentare, non solo una vera e propria patologia a cui sono consequenziali problematiche di ordine fisico, psicologico e relazionale, ma anche un sintomo della presenza di ulteriori gravi malattie soprattutto di carattere cardiovascolare (ipertensione, infarto, angina e ictus) o metabolico (diabete ed eccesso di grassi nel sangue): di qui, la rilevanza della problematica in esame e la necessità di valorizzare gli interventi di informazione, prevenzione e cura della patologia;
le cause della DE possono essere di natura relazionale, psicologica (ad es., stress, depressione, ansia) od organica (ad es., malattie vascolari, neurologiche e psichiatriche, obesità), anche se in molti casi i vari fattori possono combinarsi;
la DE, che può manifestarsi a tutte le età, risulta interessare una parte consistente della popolazione italiana: secondo i dati diffusi dalla Società Italiana Andrologia (S.I.A.), gli italiani affetti da disfunzione erettile sono circa 3 milioni, ma solamente in 600 mila ricorrono alle cure e circa il 50 per cento di questi ultimi interrompe le terapie per motivi di imbarazzo e disagio. Tali dati confermano, da un lato che la DE rappresenta un problema di capillare diffusione e di allarme socio - sanitario, dall’altro le conseguenze che ne possono derivare sotto il profilo del decremento della procreazione a seguito di naturale rapporto sessuale;
il trattamento della DE prevede diverse soluzioni, che dipendono dalle cause del disturbo: in particolare, al fine di orientare l’intervento terapeutico, è necessario distinguere tra cause “modificabili”, generalmente legati a fattori comportamentali, e cause “non modificabili”, determinati da situazioni patologiche;
in caso di DE su base psicologica e/o comportamentale e/o relazionale, è necessario intervenire soprattutto attraverso unaterapia psico – sessuologica, da intraprendere eventualmente in coppia;
l’approccio psico – sessuologica spesso costituisce il necessario completamento della terapia farmacologica, consistente nella somministrazione orale di farmaci (tra i più noti, Viagra, Cialis, Levitra) che, tramite i propri principi attivi, amplificano la naturalerisposta erettile ai naturali stimoli erogeni; terapia farmacologica che risulta essere la più diffusa per la cura del deficit erettile;
nei casi di maggior gravità, specie quando la DE sia determinata da cause cd. “non modificabili”, è possibile anche la terapia chirurgica di rimozione o superamento delle cause che determinano la DE;
recentemente l'agenzia nazionale del farmaco ha riconosciuto inoltre che a basse dosi il farmaco stesso ha una funzione terapeutica in ordine alle principale patologia prostatiche come l'infiammazione cronica e l'ipertrofia;
la terapia farmacologica rappresenta l’intervento terapeutico maggiormente diffuso per la cura del deficit erettile patologico (si pensi che in circa dieci anni, solo in Italia, sono state vendute circa 60 milioni di pillole di Viagra);
come noto, viste anche le numerose agenzie di stampa sul tema, è scaduto il brevetto della Pfizer sul citrato di Sildenafil, nome del principio attivo del Viagra: alla scadenza, qualsiasi casa farmaceutica può utilizzare il citato principio attivo per produrre presidi generici di costo inferiore rispetto al noto Viagra (normalmente quando un farmaco perde il brevetto la riduzione del prezzo di mercato è intorno al 40%: ciò significa che dall’attuale costo di circa 50 euro a confezione, il farmaco generico potrà costare circa 30 euro o anche meno soprattutto se si eviterà il cartello tra i produttori volto a tenere alto il prezzo anche del generico);
il Prontuario terapeutico regionale (ultima stesura approvata con determina del Responsabile del Servizio Politica del Farmaco n. 7242 del 19 giugno 2013), tra i “Farmaci usati nella disfunzione dell’erezione” e concedibili dal Servizio sanitario annovera proprio ilSildenafil;
se e di quali dati sia in possesso in ordine alla diffusione della disfunzione erettile nel territorio regionale, anche in relazione alle fasce di età interessate;
se a fronte delle problematiche di diverso ordine consequenziali alla disfunzione erettile patologica, dell’allarme sociale e sanitario derivante dai dati epidemiologici di diffusione della DE, dell’utilità della terapia farmacologica, dei costi ormai piuttosto bassi dei farmaci in esame – intenda promuovere una campagna informativa in ordine alla prescrivibilità, da parte del Servizio sanitario regionale, dei presidi sanitari a base di Sildenafil nonché degli altri farmaci funzionali alla cura della disfunzione erettile;
se, parallelamente, intenda promuovere una campagna di sensibilizzazione all’uso dei citati presidi, anche al fine di incentivare l’accesso alla cura senza forme di disagio sociale e culturale.
RESOCONTO AULA DEL 3 - 7 - 2013
La parola al consigliere Grillini per illustrare la sua interrogazione. Prego.
GRILLINI : Grazie, presidente.
Com’è noto, giovedì scorso è scaduto il brevetto di un medicinale che si chiama Viagra, prodotto dalla Pfizer, che ha avuto sulla popolazione di tutto il mondo un enorme impatto di carattere sia commerciale sia sanitario e psicologico. Si tratta di un medicinale che riguarda la disfunzione erettile. Nel corso degli anni e delle ricerche, però, si è scoperto che incide positivamente anche su una serie di patologie riguardanti l'apparato urogenitale.
Molti colleghi sorrideranno di questa interrogazione, qualcuno l'ha già fatto anche in campo giornalistico. Tuttavia, si tratta di un discorso estremamente serio, perché sotto il profilo psicologico, come tutti sanno, la qualità della vita sessuale delle persone è assai rilevante nella relazione tra le persone stesse. Si pensi che, per esempio, l’ impotentia coeundi è una delle cause di separazione riconosciute dalla Sacra Rota. D’altra parte, l'impossibilità per milioni di persone, ché di questo si tratta, non di qualche caso, di avere una normale vita sessuale crea molta infelicità.
Da questo punto di vista, penso che, soprattutto nel momento in cui scade il brevetto e nel momento in cui i costi dovrebbero scendere radicalmente, perché i prezzi di una confezione da quattro pastiglie di 100 milligrammi di Viagra si aggirano intorno ai 60 euro, sono prezzi assai elevati soprattutto in questo momento di crisi e non alla portata di tutti, la Regione dovrebbe svolgere, innanzitutto, una funzione di calmiere, soprattutto per quanto riguarda il farmaco generico - io ho chiesto informazioni circa i prezzi che ci saranno (il medicinale non è ancora arrivato in farmacia) e quattro compresse da 100 milligrammi costeranno 38 euro, ed è il prezzo più basso praticato da un'azienda che si chiama Doc -, che bisogna evitare politiche di cartello e che la Regione dovrebbe spingere e fare in modo che il prezzo sia molto più basso.
Fatte salve le richieste che sono state fatte nell’interrogazione - adesso sentirò la risposta dell'assessore -, a mio avviso, la Regione dovrebbe essere disponibile ad inserire il medicinale in fascia A anche per altre patologie che non siano quelle già previste, quelle di cui soffrono i traumatizzanti del midollo spinale e ipertensione arteriosa polmonare, perché il medicinale viene usato anche per altre patologie, ovviamente non solo per quelle erettili. Io penso che soprattutto non nei casi più gravi di persone prostatectomizzate, ma anche in casi gravi di carattere psicologico o psichiatrico, il medicinale debba essere prescrivibile in fascia A, proprio perché, essendo diventato generico, i costi si sono abbassati e quindi non sarebbe un grande aggravio per la Regione, mentre significherebbe un grande beneficio per le persone. Grazie.
LUSENTI , assessore : Grazie, presidente.
Si conferma la recente scadenza del brevetto del principio attivo Sildenafil Citrato , il capostipite di una nuova classe di farmaci inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 , che vengono utilizzati per il trattamento sintomatico dell'ipertensione arteriosa polmonare e della disfunzione erettile.
Nel mese di giugno del 2013 sono stati introdotti in commercio i primi farmaci generici a base di Sildenafil Citrato. Va ricordato che esistono, sempre in questa famiglia di farmaci, cioè gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, altre due molecole, il vardenafil e il tadalafil, che non hanno ancora completato la vigenza del brevetto, per i quali corrispettivi non esiste ancora il farmaco generico equivalente.
La Giunta della Regione Emilia-Romagna, con delibera n. 2259 del 2005, scelse di porre a carico del Servizio sanitario regionale i farmaci inibitori dellafosfodiesterasi di tipo 5, in questo caso tutte le molecole, per il trattamento della disfunzione erettile nei soggetti con lesioni del midollo residenti nel territorio regionale, perché questi pazienti molto spesso sono di giovane età e perché, per questo tipo di lesioni, esiste un'evidenza scientifica consolidata nella letteratura internazionale dell’efficacia di questi farmaci.
Il Sildenafil Citrato è attualmente inserito nel prontuario terapeutico regionale per il trattamento dell'ipertensione arteriosa polmonare, che è un'indicazione inclusa nei livelli essenziali di assistenza a livello nazionale, e per il trattamento della disfunzione erettile negli assistiti medullolesi , sulla base della succitata delibera.
Per quanto riguarda la diffusione della disfunzione erettile nella nostra Regione e nel territorio nazionale più in generale, che è una delle questioni poste nell’interrogazione dal consigliere Grillini, va ricordato che non esistono dati ufficiali attendibili non essendoci registi di patologia ed essendo i dati disponibili nella letteratura più che altro riferibili non alla popolazione generale, ma a coorti di popolazioni definite per età o per altre patologie concorrenti.
È certo che in letteratura sono presenti evidenze non solidissime che in alcuni casi, soprattutto in casi di pazienti operati per interventi del bacino e delle pelvi (prostata, vescica e retto), esistono evidenze che questi farmaci producono beneficio sintomatico nel deficit erettile prodotto dalla chirurgia.
Pertanto, in presenza di evidenze scientifiche più solide, che si potrebbero anche ricercare con studi ad hoc promossi a livello regionale, non è escluso che si possa anche affidare questi pazienti ad una terapia di supporto, sempre sintomatica e non causale, del deficit erettile secondario a questo tipo di patologie e a questo tipo di interventi.
Infine, in linea più generale, è in corso di predisposizione, quindi non solo per queste categorie di farmaci generici, da parte della Regione una campagna informativa su tutti i farmaci generici, al fine di favorire il ricorso a tali farmaci per l'indicazione registrati e concedibili con onere a carico del Servizio sanitario regionale, equivalenti a quelli di marca in termini di sicurezza ed efficacia, ma naturalmente più economici e meno costosi per il Servizio sanitario regionale.Grazie.
PRESIDENTE (Costi): Grazie, assessore Lusenti.
La parola al consigliere Grillini per la replica. Ha due minuti, consigliere.
Mi posso dichiarare soddisfatto. Ovviamente, insisterò perché siano estese in modo preciso alcune situazioni per le quali il farmaco viene inserito in fascia A e quindi gratuitamente.
Voglio ricordare, al di là di quanto si conosce oggi, che il farmaco è stato inserito come strumento di prevenzione, perché si è visto che ha un effetto positivo sull'insieme dell'apparato urogenitale e che, a dosi basse, potrebbe essere molto utile per evitare l'insorgenza di malattie invalidanti. A tal proposito, ricordo ai colleghi che il tumore alla prostata è la seconda causa di morte per la popolazione maschile. Siamo di fronte, quindi, alla necessità - da questo punto di vista, ritengo molto positiva la risposta dell'assessore Lusenti - di una campagna di informazione e prevenzione, che in parte si sta già svolgendo, sulle malattie che riguardano la prostata.
Si tratterà, come diceva l'assessore, di approfondire i temi della ricerca, per fare in modo che le persone, per esempio, non si vergognino di queste patologie. Sappiamo, infatti, che molte persone che hanno questo problema non si rivolgono ai medici e agli specialisti per pudore o per vergogna, e anche da questo punto di vista, le campagne di sensibilizzazione e informazione possono essere di grande utilità. Grazie.
Valorizzare la bicicletta come mezzo per recarsi al lavoro
RISOLUZIONE ogg. 4251
L'Assemblea legislativa della Regione Emilia – Romagna
come noto, la bicicletta rappresenta un mezzo di trasposto economico, ecologico e – soprattutto nei grandi centri - più rapido per i propri spostamenti, a partire da quelli per recarsi al posto di lavoro;
la rinnovata sensibilità dei cittadini e delle amministrazioni a favore di tale mezzo di locomozione si pone come conseguenza speculare rispetto ad alcune criticità che interessano il sistema della mobilità urbana;
in particolare, in una significativa ricerca di Legambiente (“L’a-bici – Numeri, idee, proposte sulla realtà ciclabile” - 2010) si rileva che, a causa di un forte congestionamento del traffico, “nelle grandi città si passano (o meglio si buttano) due settimane all’anno in automobile a una velocità mediache non supera mai i 25 chilometri orari”; ciò, in uno con la scarsa attrattività dei mezzi del trasporto pubblico (secondo la ricerca “gli abitanti dei capoluoghi, in media, fanno solo un viaggio e mezzo a settimana su autobus, tram e metropolitane”), rappresenta uno degli elementi che certamente ha comportato una (ri)valorizzazione della bicicletta come mezzo di trasporto principale per gli spostamenti ordinari;
i dati pubblicati nello studio Bici in città (03 marzo 2012) - realizzato da Legambiente in collaborazione con FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta onlus) e Città in Bici - comprovano che l’utilizzo della bicicletta da parte dei cittadini ha assunto percentuali molto rilevanti: utilizzando come criterio quello della “ripartizione modale degli spostamenti” (cd. modal split) in relazione al mezzo utilizzato, si è rilevato che la cd. “quota bicicletta” si attesta al 33 per cento a Piacenza, al 27 per cento a Ferrara, al 21 per cento a Rimini, al 19 per cento a Parma e al 15 per cento a Reggio Emilia; tali valori percentuali assumono maggior rilevanza se si considera che, secondo le citate Associazioni, una città può definirsi ad “ecosistema urbano ottimale” quando la domanda di mobilità è coperta dall’uso della bicicletta per una quota pari almeno al 15 per cento;
proprio a fronte della progressiva diffusione dell’utilizzo della bicicletta, la città di Bologna ha investito in modo rilevante sulla ciclabilità: dalla citata ricerca “L’a – bici” emerge che, con 120 km ca. di piste ciclabili, il capoluogo regionale si colloca tra le città italiane che, sotto il profilo della rete infrastrutturale viaria, hanno investito maggiormente sulla diffusione della bicicletta. Di tali investimenti in piani della mobilità ciclistica, peraltro, appare auspicabile – anche a fronte del contesto urbano come sommariamente delineato - l’implementazione, anche in attuazione dell’art. 162, comma 2, lett. f) della legge regionale n. 3 del 1999, secondo cui la Regione deve provvedere “alla redazione dei piani regionali di riparto dei finanziamenti per la mobilità ciclistica e per la realizzazione di reti di percorsi ciclabili integrati”;
la diffusione della bicicletta pone, però, particolari problematiche con riferimento alla sicurezza dei ciclisti: circa tale profilo sia consentito rinviare al “pacchetto” di risoluzioni – proposte da diverse forze politiche - approvate nella seduta del 02 ottobre 2012 (ogg. ass. nn. 2296, 2369, 2452, 2579, 2829, 3085), atti d’indirizzo politico che hanno considerato il tema sotto diversi profili, comprovando la sensibilità dell’Assemblea legislativa rispetto al tema della sicurezza dei ciclisti;
alla diffusione della bicicletta, virtuoso per tutti i profili accennati, è speculare un grave problema di legalità, ossia il costante incremento dei furti di biciclette: ancorché tale fenomeno rappresenti nella coscienza sociale, appiattita dalla “romantica tolleranza”, quasi un fatto di costume, appare inutile rilevare che il furto di bicicletta integra la fattispecie penale del reato di furto (art. 624 c.p.), peraltro spesso aggravato (ex artt. 624 bis e 625 c.p.) dall’essere il fatto commesso con violenza sulle cose (la recisione del lucchetto) oppure presso un’abitazione privata ovvero su cose esposte alla pubblica fede(si al pensi al furto di bicicletta parcheggiata sulla pubblica via);
peraltro, al reato di furto, è spesso consequenziale il delitto di ricettazione configurabile in capo al soggetto che, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, usa, occulta o rivendeuna bicicletta rubata (art. 648 c.p.); oppure, alternativamente, il reato contravvenzionale di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 c.p.) imputabile a chi, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o ricevea qualsiasi titolo una bicicletta, che, per la sua qualità o per la condizione di chi la vende o per l’entità del prezzo, abbia motivo di sospettare che provenga da reato;
in molte località, il furto di bicilette rappresenta da tempo una sorta di emergenza endemicae, di fatto, costituisce un deterrente all’utilizzo del mezzo: dall’indagine “Reati, vittime e percezione della sicurezza – Anni 2008 e 2009”, pubblicata dall’Istat il 22 novembre 2010, risulta che il furto di biciclette, non solo è tra i reati più diffusi a livello nazionale (il 3,8 per cento delle famiglie italiane ha subito un furto di bicicletta), ma è anche l’unico reato in aumento sia rispetto al dato del 2002 (2,5 per cento) sia a quello del 1997 - 1998 (3,1 per cento); ciononostante, il furto di bicicletta è tra i reati meno denunciati, a testimonianza della sfiducia e della rassegnazione delle vittime (circa il 46 per cento delle vittime) o della convinzione che si tratti di un reato poco grave (circa il 54 per cento delle vittime);
segnatamente, l’Emilia – Romagna registra una percentuale particolarmente elevata dei furti di biciclette: circa il 6,5 per cento dei ciclisti ha subito un furto, contro l’1,9 per cento dei cittadini laziali (dati diffusi dall’Associazione L’Altra Babele, nell’ambito del progetto “Scatenati contro il mercato di bici rubate” – anno 2011);
ancora più in particolare, nell’ambito del progetto citato nella precedente alinea, si riportano i dati di un’indagine statistica svoltaa Bologna tra marzo e aprile 2011: su un totale di 1238 soggetti (per l’80 per cento circa si tratta di studenti), il 29 per cento ha dichiarato di aver subito un solo furto, il 10 per cento 2/3 furti, il 2 per cento più di tre. Nonostante i numerosi progetti attivati in città anche in collaborazione con il Comune (tra cui quello della punzonatura delle biciclette, oltre al “Servizio 3R” promosso dall’Associazione L’Altra Babele di recupero – riparazione - rivendita delle biciclette anche funzionale a contrastare l’acquisto di bici rubate), la medesima indagine riporta - inoltre – che, in una scala da uno a dieci, la paura dei cittadini di subire un furto è di 6,7 punti;
a fronte della diffusione endemica dei furti di biciclette e del consequenziale effetto disincentivante nell’utilizzo del mezzo, appare necessario predisporre misure di prevenzione e contrasto, quali la realizzazione di parcheggi/rastrelliere controllati, la diffusione di suggerimenti sulle soluzioni antifurto, la promozione da parte delle amministrazioni locali di una “anagrafe delle biciclette” per consentire la tracciabilità del mezzo e aumentarne le probabilità di ritrovamento a seguito di furto;
proprio con riferimento a quest’ultimo profilo, si segnala l’utilità e i risultati conseguiti con l’operatività del Registro Italiano Bici (2007), un’anagrafe pubblica nazionale contenente i dati descrittivi delle biciclette registrate e i riferimenti dei loro proprietari, consultato anche dalle Forze dell’Ordine e a cui hanno aderito numerosi comuni e province (circa 40), anche emiliano – romagnoli (si tratta dei Comuni di Parma, Reggio Emilia, Ferrara, Modena, Forlì, Ravenna, Imola, Correggio, Carpi, Massa lombarda, Soliera). L’utilità di tale “sistematizzazione anagrafica” è comprovata da uno studio condotto dall’Osservatorio nazionale sui furti di bici nel periodo 2007 – 2012, in cui si evidenzia che la percentuale di furti su bici anonime (11 - 19 per cento) è molto più elevata rispetto alla percentuale di furti su bici targate (0,6 – 2,8 per cento);
come accennato, l’utilizzo della bicicletta per recarsi al posto di lavoro rappresenta una pratica socialmente utile e meritevole, anche perché contribuisce a decongestionare il traffico e migliorare l’ambiente: in particolare, come affermato nella delibera di Giunta 02 luglio 2012, n. 909, “l’uso della bicicletta negli spostamenti urbani, specie in quelli sistematici (casa - lavoro)rappresenta una modalità di trasporto ad emissioni zero, veloce nel traffico cittadino e competitiva rispetto agli altri mezzi di trasporto”;
come noto, nel corso degli anni, si sono registrati un numero elevato di furti di biciclette a danno dei soggetti che a vario titolo prestano la loro attività presso le strutture della Regione e che hanno scelto la bicicletta come mezzo di locomozione prediletto per raggiungere – si ripete, in maniera veloce ed ecologica – il luogo di lavoro;
tali episodi trovano causa, tra l’altro, nell’inadeguatezza delle rastrelliere, presenti nelle adiacenze delle strutture regionali in numero non sufficiente e comunque non sorvegliate adeguatamente;
con delibera n. 1485 del 28 luglio 2003, la Giunta ha approvato il Piano della mobilità aziendale, con cuila Regione ha previsto azioni finalizzate a ridurre l’uso dell’auto privata e ad incentivare l’utilizzo di modalità di trasporto meno inquinanti (trasporto pubblico, bicicletta) negli spostamenti casa - lavoro dei propri collaboratori;
nel Piano si rileva, significativamente, che “l’8% dei collaboratori regionali usa la bicicletta come mezzo ordinario di locomozione e che il 19,5% dei dipendenti, che oggi usano normalmente l’auto per i loro spostamenti, si sono dichiarati disponibili, a certe condizioni, a passare stabilmente all’uso della bicicletta”;
ancor più in particolare e per quanto specificamente rileva in tal sede, tra gli “interventi significativi” il Piano annovera la “verifica dell’assetto dei posti bici e studio dei costi/benefici di sistemi di videosorveglianza” oltre ad “altre iniziative possibili ed auspicabili, che andranno ulteriormente studiate ed approfondite”;
in generale, a promuovere – anche d’intesa con le amministrazioni locali e le associazioni di categoria interessate – progetti ed interventi finalizzati, da un lato a favorire la diffusione dell’utilizzo della bicicletta come mezzo di locomozione principale per gli spostamenti ordinari, dall’altro a prevenire e contrastare - nei limiti delle proprie competenze - il fenomeno dei furti (e, quindi, dei reati consequenziali), anche sollecitando e sensibilizzando le amministrazioni locali a realizzare un sistema di anagrafe delle biciclette suscettibile di essere sistematizzato con il Registro Italiano Bici;
a sviluppare – anche in attuazione Piano della mobilità aziendale - progetti di sensibilizzazione dei collaboratori regionali in ordine alle opportunità e ai vantaggi derivanti dall’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto alternativo per recarsi al posto di lavoro;
tramite i Servizi competenti, anche d’intesa con l’Amministrazione condominiale, a progettare e realizzare nelle aree antistanti alle strutture regionali un parcheggio (o più parcheggi) di biciclette adeguato nel numero di stalli e dotato di un efficiente sistema di sorveglianza, anche al fine di incentivare l’utilizzo del mezzo da parte dei collaboratori regionali.
RESOCONTO DELL'AULA DEL 24-09-2013
OGGETTO 4251
Risoluzione proposta dai consiglieri Grillini, Mumolo e Barbati per impegnare la Giunta a porre in essere azioni volte a favorire la diffusione dell'utilizzo delle biciclette come mezzo di locomozione principale per gli spostamenti ordinari, prevenire e contrastare i furti delle stesse, sensibilizzare i collaboratori regionali circa l'uso di tali mezzi di trasporto per recarsi al posto di lavoro, realizzando inoltre nelle aree antistanti alle strutture regionali stalli dotati di sistemi di sorveglianza.
(Discussione approvazione)
OGGETTO 4487
Risoluzione proposta dai consiglieri Manfredini, Bernardini, Corradi e Cavalli per invitare la Giunta a porre in essere azioni volte a riconoscere ai ciclisti, attraverso la definizione di appositi criteri e modalità, condizioni di copertura assicurativa per gli infortuni in itinere nel percorso casa-lavoro, con particolare riferimento anche alla zona di Bologna denominata Fiera District.
PRESIDENTE (Mandini): Ha chiesto di intervenire il consigliere Grillini. Ne ha facoltà.
GRILLINI: Grazie, presidente. La risoluzione che abbiamo presentato, sottoscritta anche dai consiglieri Mumolo e Barbati, fa riferimento all’uso della bicicletta come oggetto di locomozione, con particolare riferimento alla questione aziendale del nostro ente regionale, citato come esempio, nel senso che si vorrebbe che la Regione Emilia-Romagna sia in grado di dare l’esempio. Come sappiamo, la bicicletta storicamente è un mezzo di locomozione molto amato dai cittadini, largamente utilizzato e anche chi la usa poco è difficile che non abbia una bicicletta in garage e si sa che l’uso della bicicletta ha impatto zero dal punto di vista ambientale e qualora opportunamente incentivato contribuisce non poco al decongestionamento del traffico cittadino. Sappiamo bene che cosa vuol dire il traffico cittadino, ci sono alcuni dati che noi citiamo in questa proposta di risoluzione, mediamente le persone passano in una città due settimane all’anno in auto con una velocità che difficilmente supera i 25 chilometri orari, quindi possiamo immaginare che cosa significa in termini di spreco di tempo, di stress e di inquinamento perché ovviamente minore è la velocità e maggiore è l’inquinamento perché è maggiore lo stazionamento del mezzo che utilizza idrocarburi, cioè combustibili fossili.
Nella risoluzione noi citiamo uno studio di Lega per l’Ambiente dove si dice che per un ecosistema urbano ottimale la domanda di mobilità deve essere coperta dall’uso della bicicletta pari al 15 per cento. Ci sono città della nostra regione che sono ben sopra questa quota, per esempio il 33 per cento a Piacenza, il 27 per cento a Ferrara, il 21 per cento a Rimini, il 19 per cento a Parma e il 15 per cento a Reggio Emilia. Da questo punto di vista ovviamente la questione delle piste ciclabili è una questione non indifferente perché più piste ciclabili ci sono e più aree riservate ai ciclisti ci sono e più sarà incentivato l’uso della bicicletta e da questo punto di vista non c’è dubbio che l’uso della bicicletta è tanto più rilevante quanto più il fondo stradale è a posto perché ci sono alcune strade anche della nostra città che sono più simili a Camel Trophy per uno che va in bicicletta che non a un percorso normale.
Tra l’altro il rischio per l’utilizzo della bicicletta ahinoi statisticamente si sa che è più elevato di altri mezzi di locomozione. Quindi da un lato occorre garantire la sicurezza del ciclista, anche attraverso una manutenzione delle strade che ahinoi si fa sempre di meno anche per i noti tagli dei trasferimenti finanziari agli enti locali, dall’altro lato noi vogliamo sollevare con questa risoluzione un problema assai rilevante, che è quello della legalità, nel senso che i furti di biciclette hanno ormai raggiunto un livello insopportabile ed è un reato che in tutte le statistiche è in aumento.
Si pensi che il 3,8 per cento delle famiglie italiane ha denunciato un furto di bicicletta. Naturalmente sono moltissime le persone che non lo denunciano più perché da un lato c’è una sorta di idea romantica per cui il furto della bicicletta sarebbe più tollerabile come reato di altri reati e dall’altro lato c’è una sorta di fatalismo in chi ha subito il furto della bicicletta per cui è inutile andarlo a denunciare perché tanto non c’è niente da fare, e invece le cose non stanno affatto così. Intanto noi dobbiamo combattere l’idea che ci siano reati sopportabili perché se noi militiamo, come credo che sia giusto, nell’area del rispetto della legalità, qualsiasi reato non può essere sopportabile, quindi non ci deve essere area di tolleranza rispetto alla questione furto di bicicletta né ci può essere anche corrività perché questo ha delle conseguenze piuttosto pesanti. Per esempio ci sono delle persone che rinunciano all’uso della bicicletta pensando che tanto la ruberebbero e ci sono persone che rinunciano all’acquisto, ci sono persone che lasciano la bicicletta in garage e ci sono persone che per evitare che gli rubino la bicicletta addirittura la parcheggiano nel salotto di casa, che non è che sia un gran bel vedere, a meno che non sia un’opera d’arte.
È veramente incredibile che uno sia costretto a manovre assurde per difendersi da solo da questi furti di bicicletta perché ahinoi c’è un atteggiamento omissivo da parte dello Stato. Sappiamo bene quali sono le condizioni delle forze di polizia che fanno fatica a perseguire reati ritenuti più gravi, tuttavia questa insopportabile tolleranza verso il furto delle biciclette non c’è dubbio che poi crea un sostrato nel quale essendo praticamente quasi lecito commettere un reato ovviamente si crea un’idea di legalità piuttosto bislacca dentro la quale poi maturano ovviamente altri comportamenti, magari anche maggiormente criminosi. I furti della bicicletta sono furti di massa e non episodici e infatti penso che chiunque di noi magari può raccontare del furto della propria bicicletta e penso che tutti i colleghi possano intervenire per farlo, quindi si tratta di un’esperienza comune che a mio parere può e deve essere stroncata.
I sistemi sono tanti: il Comune di Bologna utilizza il sistema della punzonatura, esiste un Registro italiano della bicicletta, che è un registro privato che fa un’opera meritoria a cui hanno aderito parecchi Comuni e consiste nel mettere un codice sulla bicicletta, che non è più possibile togliere, e si costruisce l’anagrafe della bicicletta in modo tale che sia possibile, qualora ci sia un furto, risalire, qualora la bicicletta venga ritrovata, al proprietario perché si realizza questo fatto bizzarro che le aziende non punzonano all’origine le biciclette, e non si capisce perché visto che l’operazione è a costi molto bassi, se non quasi irrilevanti durante il sistema produttivo, per cui credo che le istituzioni debbano rivolgersi anche ai produttori perché altrimenti uno maliziosamente può pensare che più biciclette si rubano e più se ne vendono. Voglio pensare viceversa che sia vero il contrario, perché più si rubano le biciclette e meno le persone poi le ricomprano e quindi questa mia interpretazione maliziosa si può leggere anche al contrario, e quindi per le aziende produttrici i furti di bicicletta sono un problema visto che poi molte persone a cui la bicicletta è stata rubata non la ricomprano e non la riusano.
Quindi il furto determina una serie di fenomeni particolarmente negativi, anche sotto il profilo economico, e quindi è evidente che per incentivare l’uso bisogna risolvere una volta per tutte e cercare di mettere un freno a questa questione dei furti. L’anagrafe ha ridotto sensibilmente il furto delle biciclette ed è stato dimostrato che si rubano molto meno le biciclette che sono o punzonate o hanno il codice inserito perché il ladro lo vede e quindi preferisce rubare una bicicletta anonima. In realtà già questa iniziativa, che è stata di carattere prevalentemente privato, ha ridotto drasticamente il fenomeno del furto. Proprio per questo la Regione dovrebbe dare il buon esempio, buon esempio tra l’altro previsto da una delibera regionale sull’incentivazione dell’uso aziendale della bicicletta che è il piano della mobilità aziendale approvato con delibera n. 1485 del 28 luglio 2002 che prevede tutta una serie di misure tra cui anche l’incentivazione e l’approntamento di luoghi sorvegliati.
La mia idea è che la Regione deve dare l’esempio e deve costruire finalmente per i propri dipendenti, incentivando questa mobilità prevista dalla delibera appena citata, un luogo sorvegliato in modo tale che il dipendente arriva in Regione e può posare il proprio mezzo di locomozione contribuendo a decongestionare il traffico cittadino. Concludo dicendo che sulle biciclette ormai ci sono molti prodotti nuovi, per esempio la bicicletta con la pedalata assistita, che consente di fare anche tragitti molto lunghi anche grazie all’uso di un motore elettrico, quindi da questo punto di vista il luogo di stazionamento sorvegliato che bisognerebbe costruire qui in Regione dovrebbe contenere anche le colonnine per l’alimentazione delle batterie.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Grillini.
Ha chiesto di intervenire il consigliere Manfredini. Ne ha facoltà.
MANFREDINI: Grazie, presidente. Volevo dire al collega Grillini che a Modena da cinque anni è stato messo il registro per la bicicletta ma non è affatto vero che i furti siano diminuiti, anzi sono aumentati e spesse volte le hanno trovate in mano a persone che poi avrebbero mandato queste biciclette verso l’est.
Gli spostamenti in bicicletta sono statisticamente connessi a un maggior rischio di incidente e di infortunio rispetto all’automobile o altro mezzo. In base al sondaggio condotto dalla Regione Emilia-Romagna nel 2012 dal titolo "Vieni al lavoro con la bici?" finalizzato a comprendere le modalità di spostamento casa-lavoro dei propri dipendenti e le relative motivazioni, è risultato che tra le varie criticità riscontrate dall’uso della bicicletta circa la metà degli intervistati ha lamentato questioni legate alla copertura assicurativa. Visto le risoluzioni assembleari, la n. 2296 e 2829 del 2012, approvate dalla seduta del 2 ottobre, in base alla premessa, ho proposto questa risoluzione perché desidero su questo argomento sottoporre a tutti voi alcune considerazioni.
Si è appena conclusa la settimana europea della mobilità sostenibile promossa dalla Commissione europea e la Regione Emilia-Romagna ha fatto proprie alcune iniziative quali "Vengo al lavoro in bici". L’Assemblea aveva già approvato due risoluzioni esattamente un anno fa, il 2 ottobre, per impegnare la Giunta a sostenere la petizione promossa dalla FIAB per estendere la copertura assicurativa anche a coloro i quali si recano al lavoro con bicicletta. I dipendenti regionali si sono scatenati su internet pubblicando commenti e osservazioni su questa disparità di trattamento e su alcune carenze riguardanti piste ciclabili e rastrelliere per le biciclette, condizioni che assolutamente disincentivano questo tipo di mobilità. A questi tre punti aggiungo inoltre i risultati di un sondaggio, sempre condotto dalla Regione Emilia-Romagna nel 2012, dal titolo "Viene al lavoro con la bici?" da cui è emerso che tra le varie criticità riscontrate dall’uso della bicicletta circa la metà degli intervistati ha lamentato questioni legate alla copertura assicurativa.
Sulla base di tutto ciò riteniamo quindi che sia giunto il momento di passare dalle parole ai fatti. Invitiamo perciò la Giunta a riconoscere, con progetti estesi eventualmente anche agli altri soggetti datori di lavoro, così come si sta facendo con il progetto della gestione della mobilità nella zona fieristica dove ci troviamo, la condizione di copertura assicurativa per gli infortuni in itinere dal percorso casa-lavoro e la necessità di provvedere a rastrelliere portabiciclette, piste ciclabili, viabilità, prendendo in considerazione tutte le osservazioni e le proposte avanzate dai lavoratori che usano la bicicletta o che la userebbero in diverse condizioni e tutela.
In conclusione mi appello a tutti voi, colleghi, affinché anche su questa iniziativa a favore della sicurezza delle persone della mobilità sostenibile esprimiate un voto favorevole per poter realizzare tutto quanto è richiesto dalla risoluzione. Ricordo a tutti che le richieste nascono dalla voce dei nostri lavoratori interessati e potete andarle a verificare proprio sul sito della Regione in modo da poter capire qual è il loro desiderio e quali sono i loro problemi. Leggo solo un intervento per farvi capire: "Mentre attraversavo via Stalingrado sulla ciclabile con il semaforo verde... e così ho scoperto che l’INAIL non riconosce l’infortunio se si va al lavoro con la bici o altro mezzo". Se l’INAIL non lo riconosce, quantomeno credo che sia giusto e importante anche per un fatto di sicurezza e di tranquillità avviare questo incentivo per i nostri dipendenti e tantissimi altri che lavorano in questa zona affinché possano venire più tranquillamente in modo da utilizzare la bicicletta.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Manfredini.
Ha chiesto di intervenire la consigliera Barbati. Ne ha facoltà.
BARBATI: Grazie, presidente. Volevo ricordare, venendo dalla provincia di Reggio Emilia, che a Reggio siamo avanti anche con l’utilizzo delle piste ciclabili e con l’investimento che ha fatto il Comune su questa cosa importante che è l’uso della bicicletta. Abbiamo anche esperienze molto interessanti: si parla tanto del car sharing, cioè della possibilità di usare meno la macchina e di usarla insieme, e noi abbiamo fatto anche esperienze, che tra l’altro funzionano, di BiciBus. Lo chiamiamo così perché un genitore a turno raccoglie i bambini in bicicletta e li accompagna a scuola e quindi si vede questo gruppo di ragazzini in bicicletta delle elementari con davanti e dietro un genitore che tra l’altro aiutano le famiglie a non andare tutti con la macchina la mattina davanti alle scuole ma a usare anche forme alternative di portare i bambini a scuola. L’altra cosa che credo sia importante e che si ricollega anche alla risoluzione che abbiamo presentato insieme ai colleghi Mumolo e Grillini è quella di poter arrivare sul luogo di lavoro senza usare la macchina.
A Reggio per esempio nei parcheggi appena fuori del centro storico la possibilità di un affitto di una bicicletta, uno arriva e parcheggia la macchina, affitta la bicicletta e va in centro per un costo che può essere quello del tram. Quindi anche questa Regione si potrebbe dotare di qualche strumento un po’ più moderno per i dipendenti che hanno la fortuna di vivere o a Bologna o nella prima periferia, perché ricordiamoci che questa è una Regione e arrivano anche Consiglieri che usano il treno o la macchina e sono impossibilitati a venire con un altro mezzo, perciò sono molte le cose che si possono fare ma credo che intanto la nostra iniziativa focalizza l’importanza dell’uso della bicicletta e di alcuni strumenti che possono agevolare il proprietario delle bici.
La moda che va adesso a Reggio sulla bicicletta è averne una molto vecchia. Si è passati dal piacere di avere la bicicletta nuova perché tanto quella viene rubata nel giro di una settimana e si è passati al fatto che tutti cercano biciclette usate vecchie in modo da risolvere il problema e anzi più sono vecchie e più si è tranquilli di poterla ritrovare quando si esce dal negozio o dall’ufficio. Cerchiamo di evitare di ridurci in questo perché andare in bicicletta è comunque un piacere ed è salutare e cerchiamo di aiutare i nostri dipendenti e anche gli stessi Consiglieri a poter utilizzare questo mezzo perché è un mezzo importante anche per la salute e per l’ambiente.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliera Barbati.
POLLASTRI: Grazie, presidente. Ho letto con attenzione le due risoluzioni, sia quella dei colleghi Grillini, Mumolo e Barbati, sia quella del gruppo della Lega Nord. Queste risoluzioni hanno una bontà di fondo, cioè insistono e portano all’attenzione dell’Aula il tema della mobilità a due ruote puntando, e mi sembra questo il tratto che le contraddistingue, a impegnare la Regione a promuovere azioni che implementino l’utilizzo della bicicletta con più rastrelliere e più sicurezza facendo particolare riferimento ai collaboratori della Regione. Vengono anche messi in gioco i problemi connessi all’utilizzo, quindi dai furti ai pericoli della strada.
La prima mozione ha una finalità molto focalizzata e precisa ed essendo un tema generale sul quale si registra tanta sensibilità ricordo il caso di Piacenza. Piacenza, dati alla mano, ha una percentuale alta nell’utilizzo della bicicletta ma in questo è agevolata naturalmente dalle dimensioni limitate del centro urbano che permettono di raggiungerla in tutte le zone di interesse in poco tempo. È però indubbio, come lo sforzo delle risoluzioni, la difficile convivenza tra biciclette e auto che è un problema di difficile soluzione.
Nel nostro Comune si è inteso dar vita a delle corsie apposite per le biciclette che però in tanti casi servono a essere conteggiate di più come piste ciclabili quando si svolge una campagna elettorale che servire proprio come un passaggio per le due ruote in sicurezza, quindi sul punto bisogna poi vedere queste buone intenzioni come vengono calate nella realtà. Allo stesso modo, sempre a Piacenza, si era deciso di permettere in centro storico tramite un’ordinanza contestatissima la marcia delle biciclette in contromano, quindi un altro problema assolutamente da evidenziare e per ultimo non si è aumentato il numero delle rastrelliere ma in certi casi sono diminuite.
Io ho fatto il caso di Piacenza ma se si vuole sensibilizzare qui in zona Fiera, dove peraltro da una ricerca vi sono mezzi e risorse un po’ scarse, e anche nelle altre zone, bisogna pensare in primis a una viabilità sicura, agevole e con parcheggi garantiti. Mi sembra che vi sia, ma non vorrei sbagliarmi perché non sono di Bologna, una società apposita della Ferrovie dello Stato, Centostazioni, e quindi suggerirei anche ai colleghi, soprattutto firmatari dell’oggetto che si focalizza nel dispositivo più in generale sulla tematica delle biciclette vicino alla Regione, che è importante anche eventualmente un accordo con le Ferrovie in modo che chi arriva in treno può utilizzare la bicicletta per venire in Regione. Per quanto riguarda la punzonatura, anche Piacenza ha iniziato questo servizio da poche settimane, siamo probabilmente in una fase sperimentale dove viene marchiato questo codice sulla bicicletta - il collega Grillini giustamente faceva riferimento ai numerosi furti - e sarebbe interessante vedere se funziona da deterrente, signor Presidente, questa nuova iniziativa di punzonatura delle biciclette. Sarebbe poi interessante sapere, magari da un esponente della Giunta, la giusta realizzazione da parte della Giunta del progetto Bike sharing "Mi muovo in bici" quanti costi abbia avuto rispetto alla realizzazione concreta e i benefici concreti.
È chiaro ed evidente che ogni città, avendo le proprie peculiarità, i propri centri storici e i propri punti di maggior afflusso diversificati, fa un po’ esempio a sé. Recentemente è stato attivato un posizionamento di rastrelliere in zone centrali (a Piacenza) senza quindi essere troppo comode per quel progetto regionale su cui, ripeto, non ho contezza di costi ma comunque che era uno sforzo per incentivare l’uso della bicicletta. Inoltre spesso questi punti sono esposti, Presidente, alle intemperie del tempo e quindi c’è anche il tema delle adeguate coperture, che non è da sottovalutare, al fine di evitare un ammaloramento delle biciclette stesse quando sono, anche tramite questi sistemi, di proprietà dell’ente pubblico e utilizzate dai cittadini, ma mi riferisco anche a Parma, dove c’è anche un ufficio apposito a differenza di Piacenza.
Detto questo, pertanto ci sono dei temi importanti sollevati da questi due atti di indirizzo, temi importanti sui quali ho una certa condivisione, sui quali ho voluto inserire il caso specifico della mia città e sui quali direi che un’ultima osservazione va fatta, ossia che la risoluzione della Lega contiene secondo me un punto molto importante che non è contenuto invece nella precedente mozione: mi riferisco, colleghi, alle condizioni di copertura assicurativa.
Lo dico perché in effetti non a caso è stato citato durante il dibattito generale nel precedente intervento dal collega Manfredini il tema del cosiddetto infortunio in itinere, che sta a significare il tragitto da casa alla postazione di lavoro, che dice che non è riconosciuto dall’INAIL ma su questo vi è una giurisprudenza mi sembra piuttosto copiosa sul punto dell’infortunio in itinere, quindi del riconoscimento che sia all’andata sia al ritorno uno debba e possa utilizzare un mezzo pubblico. Questo tema della copertura assicurativa è importante, naturalmente è sempre questione di risorse e comunque le due risoluzioni sono importanti per parlare di questo tema dell’uso della bicicletta. Grazie.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Pollastri.
MUMOLO: Grazie, presidente. Mi fa molto piacere discutere oggi questa risoluzione che è stata presentata lo scorso luglio perché si è da poco conclusa la settimana europea della mobilità sostenibile che è stata promossa dalla Commissione europea e che dal 16 al 22 settembre ha visto nella nostra regione moltissime iniziative dedicate alla promozione dell’uso della bicicletta e dei mezzi di trasporto alternativi all’auto privata. Oggi con l’approvazione di questa risoluzione possiamo dare un segnale importante: le iniziative dedicate alla bici non si sono concluse con la settimana della mobilità ma devono essere portate avanti tutto l’anno con progettualità di grande respiro che possano incidere effettivamente ed efficacemente sulle abitudini dei cittadini.
Come abbiamo scritto nella risoluzione, l’utilizzo della bicicletta per recarsi al posto di lavoro rappresenta una pratica socialmente utile e meritevole anche perché contribuisce a decongestionare il traffico e a migliorare l’ambiente e ha effetti positivi sulla salute delle persone che utilizzandola possono anche fare esercizio fisico. I dati ci dicono che sempre più persone in Italia in questi anni hanno deciso di utilizzare la bicicletta e forse anche a causa della crisi economica e dell’aumento dei prezzi della benzina sappiamo che quest’anno le vendite di biciclette hanno sorpassato le vendite di auto. Una cosa del genere non succedeva in Italia dal 1953, cioè dal periodo precedente al boom economico del dopoguerra.
Io credo che si debba approfittare di questo felice trend e cercare di mettere in campo politiche che possano convincere le persone ad abbandonare l’auto e a utilizzare di più la bici. La Regione in questi anni ha positivamente messo in campo molte iniziative per promuovere l’utilizzo dei mezzi alternativi alle auto anche per convincere quella percentuale di dipendenti che usano normalmente l’auto per i loro spostamenti ma che si sono dichiarati disponibili a determinate condizioni a passare stabilmente all’uso della bicicletta. È dunque necessario andare incontro a queste persone promuovendo campagne di sensibilizzazione ma anche cercando di risolvere i principali ostacoli dei potenziali ciclisti: le poche piste ciclabili, i furti, la sicurezza in strada.
Per raggiungere questi scopi è indispensabile collaborare con le amministrazioni locali perché tutte adottino un sistema di anagrafe della bicicletta suscettibile di essere sistematizzato con il Registro Italiano Bici e favoriscano, come sta facendo il Comune di Bologna, lo sviluppo di nuove piste ciclabili. Infine quando si chiede qualcosa a qualcuno, ai produttori di biciclette e agli altri enti locali, è opportuno dare il buon esempio e iniziare da se stessi e quindi penso davvero che la Regione lo possa dare intanto aumentando gli stalli qui in Regione e i sistemi di sorveglianza degli stessi e mi aspetto che la Regione faccia questo in temi brevi.
Per quanto riguarda la risoluzione presentata dal collega Manfredini, sono assolutamente d’accordo su quei contenuti, tra l’altro una risoluzione molto simile a quella che avevo presentato un anno fa. La risoluzione che avevo presentato si occupava anche della questione degli infortuni in itinere e anche il dispositivo della risoluzione presentata dal collega Manfredini lo fa, ma c’è soltanto un elemento del quale abbiamo già parlato col consigliere Manfredini qualche minuto fa che suscita qualche perplessità perché nella risoluzione del collega Manfredini al primo punto si chiede che sia la Regione Emilia-Romagna a occuparsi della copertura assicurativa relativa agli infortuni in itinere.
C’è qualche dubbio da questo punto di vista che la Regione possa farlo direttamente perché si tratta di una normativa nazionale. In particolare, l’art. 12 del decreto legislativo del 2000, n. 38, ha normato il cosiddetto infortunio in itinere e cioè l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro che riguarda il percorso casa-lavoro dei lavoratori. Questa disposizione prevede specificatamente che sia tutelato l’infortunio subito dal lavoratore, ovviamente assicurato, nel percorso dalla dimora al lavoro e ritorno sia che si rechi al lavoro a piedi sia che si rechi al lavoro con mezzi pubblici mentre per i mezzi privati è necessario, affinché intervenga la copertura assicurativa, che non ci sia alcun mezzo pubblico che arrivi nel luogo di lavoro e quindi l’uso del mezzo privato sia necessitato. Oggi solamente se l’uso del mezzo privato è necessitato allora viene riconosciuto l’infortunio in itinere.
È una normativa che deve essere sicuramente emendata e modificata, il collega Manfredini è assolutamente d’accordo su questo e lo spirito della sua risoluzione è proprio che questa normativa venga modificata affinché si riconosca a tutti i lavoratori la possibilità di recarsi al lavoro in bicicletta indipendentemente dal fatto che sul luogo di lavoro arrivi o non arrivi un mezzo pubblico.
Il collega mi diceva di aver preparato un piccolo emendamento alla sua risoluzione, emendamento che il collega mi ha fatto vedere, che è assolutamente condiviso e sulla base di quell’emendamento esprimo voto favorevole del gruppo del Partito Democratico anche per la risoluzione proposta dal collega Manfredini che condividiamo in tutti i suoi punti. Grazie.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Mumolo.
NALDI: Grazie, presidente. Dico subito che sostengo le risoluzioni convintamente anche se la risoluzione che ha come primo firmatario Grillini contiene una parte sui furti sulla quale credo che la Regione possa incidere in maniera abbastanza marginale. In realtà c’è una certa complicità – parlo per Bologna – diffusa sul tema dei furti delle biciclette e basta pensare che una – due volte all’anno le Ferrovie dello Stato fanno un’asta di biciclette che sono quelle rubate che rimangono vicino alla stazione.
Penso che la materia della mobilità ciclabile sia una materia molto attuale per ragioni di salute, di economia, per un altro modo di intendere la vita, un altro stile di vita – ne abbiamo parlato anche prima – e credo che sarebbe utile una legge regionale per favorire la mobilità ciclabile che prevedesse un’organicità di interventi perché l’Emilia-Romagna, forse più la Romagna, ha una grossa tradizione positiva di utilizzo della bici ma non è che siano state fatte altrettante opere per favorire la mobilità ciclabile e ci sono dei problemi sia di struttura sia di cultura.
I problemi di strutture li avete quasi tutti richiamati; oggi non è stato richiamato un punto però che voglio di nuovo ricordare. Oltre a quello delle piste ciclabili, delle rastrelliere, del bike sharing, c’è il tema che le nostre piste ciclabili sono quelle che sono. Per esempio una strada che sarebbe bellissima da un certo punto in su come la Porrettana è praticamente una strada da suicidio per i ciclisti. C’era fino a poco tempo fa il treno che caricava le biciclette e hanno eliminato le carrozze che le trasportano e questo è un grosso problema perché tutto quel percorso è proibitivo in questo momento.
Dopodiché guardate che c’è un problema di strutture ma anche di cultura. In questo caso parlo da persona che utilizza molto la bicicletta da molti punti di vista. Io in bicicletta ho visitato quasi tutte le città europee, ho il mio camper, monto la bicicletta e le giro così, ma c’è una differenza enorme tra andare in bicicletta a Berlino, anche a Parigi, o a Vienna e andarci a Bologna perché a Berlino un automobilista quando ti vede da lontano rallenta e si ferma ma a Bologna tendenzialmente no e soltanto nelle strade utilizzate molto dai ciclisti gli automobilisti imparano a rispettarli. Io farò sessanta – settanta volte l’anno la Val di Zena, quella è la tipica strada dei ciclisti di Bologna e lì gli automobilisti stanno attenti e ti rispettano ma se si va nelle altre strade anche lì vicino non è assolutamente così e tanto per essere chiari, da ciclista, è chiaro che guardo con estrema attenzione e preoccupazione per esempio quello che è scritto sulla prima pagina di Repubblica di Bologna di oggi: la strage di pedoni e ciclisti, il 50 per cento falciato sulle strisce.
Questo riporta un tema di cultura, di come si convive sulla strada e lo dico da ciclista: guardate che a me dell’assicurazione mi frega fino a un certo punto perché se quando vado per strada corro il rischio in continuazione di essere massacrato direi che l’assicurazione è il mio ultimo problema. A me interessa aumentare la sicurezza e quindi fare tutti gli interventi di carattere strutturale e culturale che servono per aumentare la sicurezza. Sicuramente richiamare questo tema come fa la risoluzione è un fatto utile ma a mio parere – insisto su questo – servirebbe, come già hanno fatto altre regioni, una legislazione che dia effettivamente una vera organicità agli interventi che la Regione e gli enti locali devono mettere in campo per favorire la mobilità ciclabile. Grazie.
Prima di dare la parola al consigliere Monari comunico all’Aula che è stato presentato un emendamento alla risoluzione 4487 a firma dei consiglieri Manfredini, Bernardini, Corradi e Cavalli che è stato già distribuito, perciò nel dibattito inseriamo anche questo emendamento.
Ha chiesto di intervenire il consigliere Monari. Ne ha facoltà.
MONARI: Grazie, presidente. Un po’ tra il serio e il faceto intanto per sottolineare il fatto che condivido completamente gli interventi che sono stati fatti, in particolare l’ultimo, quello del consigliere Naldi. Ovviamente il collega Naldi ha fatto un intervento straordinario ma, più adatto per il Consiglio comunale di Bologna che per l’Assemblea legislativa perché ha girato tutte le città d’Europa, e ha ragione sul fatto che c’è una cultura completamente diversa da quella di Bologna, però suggerisco di spostarsi un pomeriggio a Ferrara, a Forlì o a Cesena e si noterà che già l’atteggiamento nei confronti dei ciclisti è diverso dall’atteggiamento dei bolognesi. Lo dico da bolognese per dare ragione a Naldi e da neofita del velocipede per prendermi una quota di responsabilità soggettiva.
L’unica cosa che vorrei aggiungere ma non credo che si possa mettere nella risoluzione perché dubito che sia una questione di ambito regionale, è che se si dovesse discutere di redigere una legge quadro regionale per tutelare e mettere a sistema una normativa di perimetro rispetto alle biciclette consiglierei anche di introdurre – farà piacere al collega Sconciaforni – un’iniziativa che in Cina è attiva dal 1928, ovvero la punzonatura della bicicletta che sostanzialmente è la targa. Invece di averla dietro come i motorini ce l’hanno sul manubrio, attesta la proprietà, nel senso che è un punzone che applica il meccanico quando si va a comprare la bicicletta e a quel punto diventa anche difficile per i professionisti del furto della bicicletta ma anche per i professionisti della bicicletta rubata, come il collega Naldi sottolineava, continuare questo esercizio.
È evidente che la compravendita delle biciclette rubate è un’altra delle iniziative tipiche per aumentare il prodotto interno lordo, segnatamente a Bologna ma anche in altre città della regione, pur tuttavia, siccome è un esercizio imbarazzante perché in alcune occasioni mi è capitato di assistere a incontri del proprietario della bicicletta con l’acquirente della stessa bicicletta, evidentemente rubata, sono scene spiacevoli e dal punto di vista del reato sono in ogni caso furti. L’altro giorno mi è capitato di leggere sui giornali che hanno fatto la multa a un bambino di dieci anni perché andava in bicicletta contromano, capisco che il fenomeno è in crescita, è una crescita positiva, però anche la deterrenza e la pedagogia a un comportamento di rispetto nei confronti di chi utilizza questo mezzo secondo me è fondamentale. Non so se una legge regionale possa essere il provvedimento, ma sicuramente ci sono persone molto più competenti di me che possono immaginare e mettersi a lavorare a un testo che io volentieri da neofita e da amatore della bicicletta sottoscriverò volentieri. Grazie.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Monari.
Non ci sono altre richieste di intervento, per cui apro le dichiarazioni di voto, che ricordo essere congiunte sugli oggetti 4251 e 4487 compreso l’emendamento presentato alla risoluzione dai consiglieri Manfredini, Bernardini, Corradi e Cavalli.
BARBATI: Grazie, presidente. Dichiarazione come gruppo dell’Italia dei Valori che è in linea con quella del consigliere Mumolo, nel senso che voterò la risoluzione della Lega Nord con l’emendamento, quindi oltre alla nostra risoluzione voterò anche quella della Lega Nord.
GRILLINI: Grazie, presidente. Intanto per esprimere la soddisfazione per questo dibattito che ha appassionato anche i colleghi e spero che arrivi qualcosa anche all’opinione pubblica e che riusciamo a essere efficaci e per dire che ovviamente voterò la nostra risoluzione e quella del collega Manfredini opportunamente emendata. Volevo ricordare che la nostra Regione aveva aderito al progetto Mobility, che è un progetto che ha anche avuto un costo non indifferente, ma le biciclette rosse che noi vediamo nella rastrelliera versano in condizioni pietose, quindi almeno sia garantita la manutenzione di queste biciclette e che sia chiaro per i dipendenti e i colleghi che si possono utilizzare. A me è capitato di utilizzare una volta una bici perché avevamo deciso di andare a pranzo in settembre alla festa dell’Unità e quindi è stata utile così abbiamo fatto un po’ di movimento e anche favorito la digestione. Almeno quelle biciclette che ci sono della Regione in Regione nelle rastrelliere del progetto Mobility che abbiano la manutenzione perché sono arrugginite e con le ruote sgonfie. Grazie.
Ha chiesto di intervenire il consigliere Lombardi. Ne ha facoltà.
LOMBARDI: Grazie, presidente. Per esprimere il voto favorevole del nostro gruppo per entrambe le risoluzioni proposte.
PRESIDENTE (Mandini): Grazie, consigliere Lombardi.
Se nessun altro consigliere chiede di parlare metto in votazione, per alzata di mano, la risoluzione oggetto 4251 a firma dei consiglieri Grillini, Mumolo e Barbati.
PRESIDENTE (Mandini): La risoluzione è approvata.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 1 a firma dei consiglieri Manfredini, Bernardini, Corradi e Cavalli, alla risoluzione 4487.
PRESIDENTE (Mandini): L’emendamento è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare metto in votazione, per alzata di mano, la risoluzione oggetto 4487 a firma dei consiglieri Manfredini, Bernardini, Corradi e Cavalli.
ATTO DI INDIRIZZO COSI' COME PUPPLUCATO NEL B.U.
RISOLUZIONE - Oggetto n. 4251 - Risoluzione proposta dai consiglieri Grillini, Mumolo e Barbati per impegnare la Giunta a porre in essere azioni volte a favorire la diffusione dell'utilizzo delle biciclette come mezzo di locomozione principale per gli spostamenti ordinari, prevenire e contrastare i furti delle stesse, sensibilizzare i collaboratori regionali circa l'uso di tali mezzi di trasporto per recarsi al posto di lavoro, realizzando inoltre nelle aree antistanti alle strutture regionali stalli dotati di sistemi di sorveglianza
come noto, la bicicletta rappresenta un mezzo di trasposto economico, ecologico e - soprattutto nei grandi centri - più rapido per i propri spostamenti, a partire da quelli per recarsi al posto di lavoro;
in particolare, in una significativa ricerca di Legambiente (“L’a-bici - Numeri, idee, proposte sulla realtà ciclabile” - 2010) si rileva che, a causa di un forte congestionamento del traffico, “nelle grandi città si passano (o meglio si buttano) due settimane all’anno in automobile a una velocità media che non supera mai i 25 chilometri orari”; ciò, in uno con la scarsa attrattività dei mezzi del trasporto pubblico (secondo la ricerca “gli abitanti dei capoluoghi, in media, fanno solo un viaggio e mezzo a settimana su autobus, tram e metropolitane”), rappresenta uno degli elementi che certamente ha comportato una (ri)valorizzazione della bicicletta come mezzo di trasporto principale per gli spostamenti ordinari;
i dati pubblicati nello studio Bici in città (3 marzo 2012) - realizzato da Legambiente in collaborazione con FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta onlus) e Città in Bici - comprovano che l’utilizzo della bicicletta da parte dei cittadini ha assunto percentuali molto rilevanti: utilizzando come criterio quello della “ripartizione modale degli spostamenti” (cd. modal split) in relazione al mezzo utilizzato, si è rilevato che la cd. “quota bicicletta” si attesta al 33 per cento a Piacenza, al 27 per cento a Ferrara, al 21 per cento a Rimini, al 19 per cento a Parma e al 15 per cento a Reggio Emilia; tali valori percentuali assumono maggior rilevanza se si considera che, secondo le citate Associazioni, una città può definirsi ad “ecosistema urbano ottimale” quando la domanda di mobilità è coperta dall’uso della bicicletta per una quota pari almeno al 15 per cento;
proprio a fronte della progressiva diffusione dell’utilizzo della bicicletta, la città di Bologna ha investito in modo rilevante sulla ciclabilità: dalla citata ricerca “L’a-bici” emerge che, con 120 km ca. di piste ciclabili, il capoluogo regionale si colloca tra le città italiane che, sotto il profilo della rete infrastrutturale viaria, hanno investito maggiormente sulla diffusione della bicicletta. Di tali investimenti in piani della mobilità ciclistica, peraltro, appare auspicabile - anche a fronte del contesto urbano come sommariamente delineato - l’implementazione, anche in attuazione dell’art. 162, comma 2, lett. f) della legge regionale n. 3 del 1999, secondo cui la Regione deve provvedere “alla redazione dei piani regionali di riparto dei finanziamenti per la mobilità ciclistica e per la realizzazione di reti di percorsi ciclabili integrati”;
la diffusione della bicicletta pone, però, particolari problematiche con riferimento alla sicurezza dei ciclisti: circa tale profilo sia consentito rinviare al “pacchetto” di risoluzioni - proposte da diverse forze politiche - approvate nella seduta del 2 ottobre 2012 (ogg. ass. nn. 2296, 2369, 2452, 2579, 2829, 3085), atti d’indirizzo politico che hanno considerato il tema sotto diversi profili, comprovando la sensibilità dell’Assemblea legislativa rispetto al tema della sicurezza dei ciclisti.
alla diffusione della bicicletta, virtuosA per tutti i profili accennati, è speculare un grave problema di legalità, ossia il costante incremento dei furti di biciclette: ancorché tale fenomeno rappresenti nella coscienza sociale, appiattita dalla “romantica tolleranza”, quasi un fatto di costume, appare inutile rilevare che il furto di bicicletta integra la fattispecie penale del reato di furto (art. 624 c.p.), peraltro spesso aggravato (ex artt. 624 bis e 625 c.p.) dall’essere il fatto commesso con violenza sulle cose (la recisione del lucchetto) oppure presso un’abitazione privata ovvero su cose esposte alla pubblica fede (si pensi al furto di bicicletta parcheggiata sulla pubblica via);
peraltro, al reato di furto, è spesso consequenziale il delitto di ricettazione configurabile in capo al soggetto che, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, usa, occulta o rivende una bicicletta rubata (art. 648 c.p.); oppure, alternativamente, il reato contravvenzionale di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 c.p.) imputabile a chi, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo una bicicletta, che, per la sua qualità o per la condizione di chi la vende o per l’entità del prezzo, abbia motivo di sospettare che provenga da reato;
in molte località, il furto di biciclette rappresenta da tempo una sorta di emergenza endemica e, di fatto, costituisce un deterrente all’utilizzo del mezzo: dall’indagine “Reati, vittime e percezione della sicurezza - Anni 2008 e 2009”, pubblicata dall’Istat il 22 novembre 2010, risulta che il furto di biciclette, non solo è tra i reati più diffusi a livello nazionale (il 3,8 per cento delle famiglie italiane ha subito un furto di bicicletta), ma è anche l’unico reato in aumento sia rispetto al dato del 2002 (2,5 per cento) sia a quello del 1997 - 1998 (3,1 per cento); ciononostante, il furto di bicicletta è tra i reati meno denunciati, a testimonianza della sfiducia e della rassegnazione delle vittime (circa il 46 per cento delle vittime) o della convinzione che si tratti di un reato poco grave (circa il 54 per cento delle vittime);
segnatamente, l’Emilia-Romagna registra una percentuale particolarmente elevata dei furti di biciclette: circa il 6,5 per cento dei ciclisti ha subito un furto, contro l’1,9 per cento dei cittadini laziali (dati diffusi dall’Associazione L’Altra Babele, nell’ambito del progetto “Scatenati contro il mercato di bici rubate” - anno 2011);
ancora più in particolare, nell’ambito del progetto citato nel precedente alinea, si riportano i dati di un’indagine statistica svolta a Bologna tra marzo e aprile 2011: su un totale di 1238 soggetti (per l’80 per cento circa si tratta di studenti), il 29 per cento ha dichiarato di aver subito un solo furto, il 10 per cento 2/3 furti, il 2 per cento più di tre. Nonostante i numerosi progetti attivati in città anche in collaborazione con il Comune (tra cui quello della punzonatura delle biciclette, oltre al “Servizio 3R” promosso dall’Associazione L’Altra Babele di recupero - riparazione - rivendita delle biciclette anche funzionale a contrastare l’acquisto di bici rubate), la medesima indagine riporta - inoltre - che, in una scala da uno a dieci, la paura dei cittadini di subire un furto è di 6,7 punti;
proprio con riferimento a quest’ultimo profilo, si segnala l’utilità e i risultati conseguiti con l’operatività del Registro Italiano Bici (2007), un’anagrafe pubblica nazionale contenente i dati descrittivi delle biciclette registrate e i riferimenti dei loro proprietari, consultato anche dalle Forze dell’Ordine e a cui hanno aderito numerosi comuni e province (circa 40), anche emiliano-romagnoli (si tratta dei Comuni di Parma, Reggio Emilia, Ferrara, Modena, Forlì, Ravenna, Imola, Correggio, Carpi, Massa Lombarda, Soliera). L’utilità di tale “sistematizzazione anagrafica” è comprovata da uno studio condotto dall’Osservatorio nazionale sui furti di bici nel periodo 2007-2012, in cui si evidenzia che la percentuale di furti su bici anonime (11-19 per cento) è molto più elevata rispetto alla percentuale di furti su bici targate (0,6-2,8 per cento).
come accennato, l’utilizzo della bicicletta per recarsi al posto di lavoro rappresenta una pratica socialmente utile e meritevole, anche perché contribuisce a decongestionare il traffico e migliorare l’ambiente: in particolare, come affermato nella delibera di Giunta 2 luglio 2012, n. 909, “l’uso della bicicletta negli spostamenti urbani, specie in quelli sistematici (casa - lavoro) rappresenta una modalità di trasporto ad emissioni zero, veloce nel traffico cittadino e competitiva rispetto agli altri mezzi di trasporto”;
come noto, nel corso degli anni, si sono registrati un numero elevato di furti di biciclette a danno dei soggetti che a vario titolo prestano la loro attività presso le strutture della Regione e che hanno scelto la bicicletta come mezzo di locomozione prediletto per raggiungere - si ripete, in maniera veloce ed ecologica - il luogo di lavoro;
con delibera n. 1485 del 28 luglio 2003, la Giunta ha approvato il Piano della mobilità aziendale, con cui la Regione ha previsto azioni finalizzate a ridurre l’uso dell’auto privata e ad incentivare l’utilizzo di modalità di trasporto meno inquinanti (trasporto pubblico, bicicletta) negli spostamenti casa - lavoro dei propri collaboratori;
ancor più in particolare e per quanto specificamente rileva in tal sede, tra gli “interventi significativi” il Piano annovera la “verifica dell’assetto dei posti bici e studio dei costi/benefici di sistemi di videosorveglianza” oltre ad “altre iniziative possibili ed auspicabili, che andranno ulteriormente studiate ed approfondite”.
- in generale, a promuovere - anche d’intesa con le amministrazioni locali e le associazioni di categoria interessate - progetti ed interventi finalizzati, da un lato a favorire la diffusione dell’utilizzo della bicicletta come mezzo di locomozione principale per gli spostamenti ordinari, dall’altro a prevenire e contrastare - nei limiti delle proprie competenze - il fenomeno dei furti (e, quindi, dei reati consequenziali), anche sollecitando e sensibilizzando le amministrazioni locali a realizzare un sistema di anagrafe delle biciclette suscettibile di essere sistematizzato con il Registro Italiano Bici;
- a sviluppare - anche in attuazione del Piano della mobilità aziendale - progetti di sensibilizzazione dei collaboratori regionali in ordine alle opportunità e ai vantaggi derivanti dall’utilizzo della bicicletta come mezzo di trasporto alternativo per recarsi al posto di lavoro;
- tramite i Servizi competenti, anche d’intesa con l’Amministrazione condominiale, a progettare e realizzare nelle aree antistanti alle strutture regionali un parcheggio (o più parcheggi) di biciclette adeguato nel numero di stalli e dotato di un efficiente sistema di sorveglianza, anche al fine di incentivare l’utilizzo del mezzo da parte dei collaboratori regionali.
Approvata all’unanimità dei presenti nella seduta antimeridiana del 24 settembre 2013
Wednesday, 10 July 2013 11:12
Quali nuove tecnologie all'orizzonte per migliorare il trasporto pubblico locale?
come preannunciato dai vertici aziendali di Tper (Trasporto Passeggeri Emilia – Romagna) e come riportato da numerose testate giornalistiche anche (Repubblica.it – Bologna del 06 giugno 2013, Bolognatoday del 19 luglio 2013, Il Resto del Carlino – Ferrara del 20 luglio scorso), risulta in programma un aumento tariffario del trasporto pubblico locale “su gomma”;
in particolare, a partire dal prossimo 01 agosto, nel bacino di Bologna, il prospettato rincaro dei biglietti e degli abbonamenti degli autobus cittadini dovrebbe tradursi in un aumento di 10 centesimi del ticket di corsa semplice (da 1,20 a 1,30 euro), l’abbonamento mensile dovrebbe passare da 36 a 38 euro (si consideri che, nel 2010, l’abbonamento costava 24 euro) e ilCitypass (pacchetto da 10 corse) dovrebbe passare da 11 a 12 euro (fonte: Bolognatoday del 19 luglio scorso); unico biglietto che non dovrebbe subire alcuna variazione dovrebbe essere quello che si acquista direttamente in vettura, che dovrebbe continuare a costare 1,50 euro;
l’aumento del costo di biglietti e abbonamenti riguarda anche il bacino di Ferrara, ancorché, ad oggi, non sia stata ancora ufficializzata da parte di Tper, Comune e Provincia la data di applicazione delle nuove tariffe maggiorate (risulta in programma per lunedì 22 luglio una riunione operativa tra l’Azienda e gli Enti locali competenti nella cui sede potrebbe essere deciso il dies a quodel nuovo sistema tariffario);
congiuntamente a queste misure, risulta che sarebbe intenzione di Tper di incrementare il controllo dei passeggeri in possesso di abbonamento (il 60% degli utenti) con validazione dell’abbonamento ad ogni corsa;
l’aumento tariffario, in uno con la congiuntura economica, si traduce in un ulteriore detrimento per i bilanci personali o familiari degli utenti, che - anche per questo motivo, oltre a quello che si dirà appresso – potrebbero essere disincentivati ad utilizzare il servizio pubblico;
peraltro, all’aumento dei costi non appare corrispondere un miglioramento dei servizi: al contrario, come riportato dai citati contributi giornalistici, gli utenti lamentano la scarsa pulizia dei mezzi, il sovraffollamento nelle aree di punta, la mancanza di aria condizionata e i finestrini bloccati, il taglio alle corse, la mancanza di controlli adeguati per contrastare i comportamenti dei contravventori e la scarsa efficacia generalpreventiva del sistema sanzionatorio;
proprio con riferimento alla qualità dei mezzi e alla loro modernizzazione, la Presidente di Tper ha annunciato “un piano finanziamenti da 123 milioni” da destinarsi, tra l’altro, a “rinnovare il parco mezzi” (fonte: Repubblica.it – Bologna del 06 giugno 2013);
oltre all’annunciato rinnovo dei mezzi - che dovrebbe orientarsi alla modernizzazione e all’acquisto dei nuovi modelli di autobus ad alimentazione elettrica di ultima generazione, sostituendo in modo completo quelli attuali (con conseguenti impatti positivi dl punto di vista ecologico, oltre che estetico) - appare auspicabile, se non indispensabile, anche un incremento dell’uso delle tecnologie nelle modalità di pagamento di biglietti e abbonamenti nonché nelle modalità di convalida, che dovrebbe poter avvenire in modo del tutto digitalizzato (senza la necessità di scomodi biglietti o abbonamenti cartacei da dover obliterare ad ogni corsa, ciò che risulta – peraltro – particolarmente difficoltoso negli orari di punta in cui può essere addirittura impossibile raggiungere l’obliteratrice e senza la necessità di validare addirittura gli abbonamenti ad ogni corsa);
in tal senso, appare condivisibile – alla stregua di punto di partenza verso la tecnologizzazione del servizio – il progetto (analogo a quello già attivato da Trentino Trasporti e a quello predisposto dalla Regione Piemonte) condiviso in seno all’accordo tra Tper, Azienda Napoletana Mobilità, Start Romagna (società di trasporto pubblico dell’area romagnola), Telecom e il Gruppo SIA (società che opera nel settore dell’ICT anche per i sistemi di pagamento): il progetto è finalizzato a consentire agli utenti di acquistare, tramite un’applicazione dedicata da scaricare sullo smartphone, il contrassegno di viaggio e, semplicemente avvicinando il telefono al validatore, sarà poi possibile “convalidare” il titolo in modo digitalizzato. La sperimentazione dovrebbe partire a settembre 2013 mediante la distribuzione, tra un campione selezionato di viaggiatori, di sim con le quali testare il meccanismo, per una successiva ed eventuale messa a regime a partire dalla seconda metà del 2014;
peraltro, ciò che rileva specificamente in tal sede, l’articolo 8 del decreto – legge 18 ottobre 2012, n. 179 (conv. con mod. ad opera della legge 17 dicembre 2012, n. 221), recante “Ulteriori misure per la crescita del Paese” (cd. “decreto sviluppo bis”), prevede che “Al fine di incentivare l’uso degli strumenti elettronici per migliorare i servizi ai cittadini nel settore del trasporto pubblico locale, riducendone i costi connessi, le aziende di trasporto pubblico locale promuovono l’adozione di sistemi di bigliettazione elettronica interoperabili a livello nazionale” (comma 1) e che le aziende di trasporto pubblico e le amministrazioni interessate “consentono l’utilizzo della bigliettazione elettronica attraverso strumenti di pagamento in mobilità, ancheattraverso l’addebito diretto su credito telefonico e nel rispetto del limite di spesa per ciascun biglietto acquistato, (…)tramite qualsiasi dispositivo di telecomunicazione. Il titolo digitale del biglietto è consegnato sul dispositivo di comunicazione.” (comma 3);
anche nella sua qualità di azionista pubblico di maggioranza di Tper, se e quali progetti di applicazione delle nuove tecnologie ai sistemi di pagamento e “convalida” di biglietti e abbonamenti del trasporto pubblico locale intenda promuovere.
(Gruppo Misto, LibDem)
Monday, 22 July 2013 10:19
Sant'Orsola e Budrio, quale riorganizzazione per i reparti di chirurgia?
INTERPELLANZA (ex artt. 115 e ss. Reg. int.)
come noto, sulla situazione economico – finanziaria del sistema sanitario regionale incidono in modo particolarmente negativo i tagli “lineari” (così detti in quanto preordinati a ridurre le voci di costo e spesa indipendentemente dai possibili detrimenti cagionati alla qualità dei servizi) operati dai recenti interventi governativi di riduzione, tra l’altro, della spesa sanitaria (in particolare, con il D.L. 06 luglio 2012, n. 95, cd. “decreto spending review”): segnatamente, già nella seduta della Commissione assembleare IV (Politiche per la salute e Politiche sociali) dello scorso 11 dicembre 2012, l’Assessore alle Politiche per la salute anticipava che, a fronte delle citate manovre nazionali, “Allo stato attuale, senza tenere conto di tutte le possibili variabili che potrebbero determinare un ulteriore cambiamento, per il 2013 ci dovrebbe essere una riduzione delle risorse spettanti alla Regione Emilia-Romagna di 260 milioni di Euro” (verbale n. 27/2012);
l’art. 15, comma 13, lett. c), del “decreto spending review” prevede “una riduzione dello standard dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del servizio sanitario regionale”: specificamente, il limite massimo imposto dalla normativa nazionale di 3,7 posti letto ogni mille abitanti comporta, per l’Emilia - Romagna che al momento vanta un rapporto di 4,6 posti per mille cittadini, una riduzione totale di circa 3.500 posti letto; proprio al fine di rimodulare la propria dotazione in ottemperanza alla citata normativa, la Regione ha già approvato – con delibera 21 maggio 2013, n. 624 – una programmazione regionale di riordino, rinviando a successivo regolamento (la cui adozione è prevista dal citato art. 15) la definizione degli “standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera”;
nell’ambito del quadro di razionalizzazione sommariamente descritto, e per quanto più specificamente rileva in tal sede, si colloca la prospetta – e, risulta, già programmata – riorganizzazione della struttura ospedaliera di Budrio (Bo), anche in collaborazione o comunque d’intesa con il Policlinico S. Orsola - Malpighi;
segnatamente, la rimodulazione della struttura di Budrio dovrebbe prevedere il taglio dei posti letto (approssimativamente, si passerebbe da 99 a 68 unità), una riorganizzazione gestionale e funzionale del reparto di Pronto soccorso e la realizzazione di una “Casa della Salute” per coadiuvare la struttura ospedaliera nell’erogazione dei servizi;
inoltre, e ancora più in particolare, nell’ambito della programmata riorganizzazione sarebbe previsto la chiusura del reparto di Chirurgia generale con trasferimento del relativo personale all’Ospedale di Bentivoglio (Bo);
specularmente alla chiusura del reparto di Chirurgia generale, risulta che sia programmato l’utilizzo delle relative sale operatorie per delocalizzare presso la struttura di Budrio l’effettuazione degli interventi chirurgici di bassa/media complessità e la Day Surgeryattualmente in carico al Policlinico: ciò, per onor del vero, anche al fine di deflazionare il carico di interventi chirurgici gravanti sul Policlinico stesso, le cui liste di attesa contano oltre 1200 richieste per la chirurgia di media complessità e oltre 500 per la Day Surgery;
tuttavia, tale complessa ristrutturazione ed in particolare lo spostamento delle attività chirurgiche “minori” dal Policlinico alla struttura di Budrio potrebbe apparire singolare ove si considerasse che il Sant’Orsola sarebbe dotato delle strutture operatorie sufficienti a gestire anche gli interventi in esame: risulta, infatti, che le sale operatorie dei Reparti di Urologia e Oculistica localizzate presso il Padiglione Palagi dell’Area Malpighi, ancorché ristrutturate di recente (circa due anni fa), sarebbero inutilizzate e ben potrebbero ospitare le operazioni di chirurgia di bassa/media complessità e la Day Surgery, senza necessità di una delocalizzazione presso la struttura di Budrio;
peraltro, risulta che il Padiglione Palagi, la cui utilizzazione potrebbe essere valorizzata nei termini anzidetti, sarebbe oggetto di una prossima ristrutturazione finalizzata alla realizzazione di un Casa della Salute e di una RSA, con ulteriore dispendio di risorse pubbliche;
in altri e più semplici termini, nonostante la disponibilità di locali attrezzati presso il Policlinico, risulta programmata una delocalizzazione presso la struttura di Budrio degli interventi chirurgici di bassa/media complessità e della Day Surgery: delocalizzazione che, da un lato reca grave disagio agli utenti (e alle loro famiglie) che hanno scelto il Policlinico come struttura di fiducia, dall’altro pone particolari problematiche di sicurezza dei pazienti non essendo presenti a Budrio le strutture necessarie per gestire adeguatamente complicanze intraoperatorie che – come noto – possono insorgere anche durante interventi di bassa complessità;
se quanto riportato nel presente atto di sindacato ispettivo risponda al vero; in ogni caso, quali siano gli aspetti di ristrutturazione organizzativa e funzionale che interessano la struttura di Budrio e – specularmente – il Policlinico S. Orsola – Malpighi anche in ordine all’attività di chirurgia, nonché le ragioni ad essi sottese specificando se condivise dall’Assessorato competente.
RESOCONTO DELL'AULA del 24/09/2013
4310 - Interpellanza del consigliere Grillini circa gli aspetti di ristrutturazione organizzativa e funzionale riguardanti la struttura ospedaliera di Budrio e del Policlinico S. Orsola-Malpighi, con particolare riferimento alla attività di chirurgia.
Risponderà l'assessore Lusenti.
Prego, consigliere Grillini, per illustrare l'interpellanza.
GRILLINI: L'oggetto dell'interpellanza è molto chiaro e molto semplice. Siamo di fronte a tre ospedali interessati: la chirurgia di Budrio che verrebbe spostata nei fatti all'ospedale di Bentivoglio e le chirurgie di bassa e media intensità dell'ospedale S. Orsola-Malpigli che verrebbero spostate a Budrio. Non so se, ahinoi, è un gioco delle tre carte, ma prendendo atto della necessità di ridurre i posti letto secondo le nuove normative vigenti, l'oggetto dell'interpellanza è se questo spostamento risulta congruo anche ai fini della qualità della vita o anche delle scelte dei pazienti, che, abituati ad avere a che fare con il S. Orsola-Malpighi, devono trasferirsi a Budrio, ovviamente con tutti i disagi del caso perché è a diverse decine di chilometri da Bologna.
Soprattutto le sale operatorie di Budrio riattrezzate per gli interventi, ahimè, a bassa e media intensità non sarebbero poi organizzate per le eventuali complicanze che purtroppo a volte accadono anche negli interventi di chirurgica di bassa e media intensità.
Lo scopo di questa interpellanza è sapere come si intende affrontare questo tema e se per caso non sarebbe meglio utilizzare sale operatorie non utilizzate già presenti al S. Orsola-Malpighi e utilizzare in altro modo la struttura di Budrio.
PRESIDENTE (Aimi): Grazie, consigliere Grillini.
La parola all’assessore Lusenti per la risposta.
LUSENTI, assessore: Grazie, Presidente. L'azienda ASL di Bologna è impegna nella rivalutazione costante dell'offerta di cura e di assistenza dei propri presidi ospedalieri con una particolare attenzione per il riconoscimento della loro vocazione e delle funzioni svolte all'interno della rete ospedaliera, in maniera da concentrare la casistica a più elevata complessità garantendo maggiore qualità, sicurezza ed efficienza per prestazioni sempre più complesse, oltre che per l'integrazione con i servizi territoriali dell'area metropolitana di Bologna.
In questo contesto si colloca anche la riconfigurazione dell'ospedale di Budrio, in cui l'azienda intende riorganizzare la degenza ordinaria dell'intero ospedale per intensità clinica e complessità assistenziale, attivare la degenza breve, la day surgery ambulatoriale e la casa della salute.
In particolare, la riorganizzazione della degenza ordinaria per intensità di cura e complessità assistenziale si sostituirà all'articolazione per unità operative al fine di concentrare le degenze collocando i pazienti sulla base di bisogni assistenziali omogenei, della gravità clinica della patologia, dei processi e dell'impegno clinico assistenziale necessario, oltre che delle procedure e delle tecnologie richieste per garantire una risposta appropriata e tempestiva sui posti letto ordinari disponibili.
La riorganizzazione della degenza ordinaria ha dimostrato, nei presidi nei quali è già stata realizzata, di concorrere al miglioramento dell'appropriatezza organizzativo-gestionale, di garantire un utilizzo più flessibile dei posti letto, di contribuire ad una maggiore valorizzazione dei professionisti, di consentire il trattamento di un più ampio case mix e la differenziazione della risposta con individuazione del settingassistenziale più adeguato fin dal pronto soccorso e, infine, di favorire la rimodulazione delle risorse in relazione alle necessità assistenziali espresse dal paziente.
I letti di degenza breve attivi dal primo giugno sono destinati ai pazienti con iter diagnostico e assistenziale più complesso, per i quali è disponibile la concentrazione in un breve arco temporale di risorse strumentali e cliniche utili per il loro inquadramento e la loro stabilizzazione senza caratteristiche di intensività clinica e assistenziale. La loro introduzione dovrebbe favorire la riduzione del numero dei ricoveri inappropriati e il passaggio dei pazienti alle cure primarie con migliori indicazioni di follow-up.
Le attività riabilitative saranno rimodulate con mantenimento di tutte le funzioni ambulatoriali e di presa in carico dei pazienti degenti presso la medicina e la lungo degenza in funzione della concentrazione delle attività di degenza riabilitativa presso l'ospedale di S. Giovanni in Persiceto.
Per la lunga degenza è previsto l'ampliamento di quattro posti letto e la programmazione dei ricoveri tramite la centrale metropolitana per le post-acuzie. Questi interventi hanno l'obiettivo di garantire maggiore prossimità della degenza per i pazienti in fase post-acuta.
Per l'oculistica, la ginecologia e l'ortopedia si manterranno le attività di day surgery ambulatoriali; per la cardiologia, la nefrologia, l'urologia, la neurologia e la dermatologia le attività ambulatoriali; per l'ORL si proseguirà l'attività di degenza ordinaria in regime di one day,day surgery ambulatoriale, con rimodulazione del mix di pazienti ricoverati in funzione della complementarità delle attività chirurgiche otorinolaringoiatriche svolte presso l'ospedale Bellaria, a cui verranno indirizzati i pazienti oncologici e ad elevata complessità.
Per quanto riguarda la chirurgia generale e ortopedica è allo studio un piano per lo sviluppo di attività integrate, oltre che con l'istituto ortopedico "Rizzoli", anche con l'azienda ospedaliera universitaria di Bologna. La rimodulazione della complessità dei casi trattati si realizzerà in funzione degli specifici accordi che saranno presi con l'azienda ospedaliera universitaria.
Per quanto riguarda quest'ultima, i blocchi operatori urologico e oculistico del policlinico S. Orsola-Malpighi sono già impegnati tutte le mattine e tutti i pomeriggi. Inoltre presso il blocco urologico del S. Orsola una sola sala è già dedicata alla attività in day surgery di chirurgia ambulatoriale di varie unità operative dell'azienda ospedaliera universitaria.
Il piano prevede che presso l'ospedale di Budrio sia svolta l'attività chirurgica di media complessità di diverse unità operative di chirurgia generale e, in futuro, anche specialistica, andando così ad ampliare l'offerta per i residenti in quel territorio. Le unità operative opereranno, oltre che i pazienti del territorio di riferimento, i pazienti della propria lista, secondo le modalità in uso presso il policlinico. Pertanto non si altererà il rapporto di fiducia né fra pazienti e professionisti, né fra pazienti e struttura. I pazienti operati a Budrio, selezionati in base alla bassa complessità, avranno tempi di attesa decisamente minori rispetto a quelli attuali. La gestione delle eventuali complicanze sarà assicurata dal policlinico S. Orsola.
Si tratta, quindi, di un complesso progetto di riorganizzazione che vede impegnate l'azienda ASL e l'azienda ospedaliera universitaria di Bologna in una meritevole opera di integrazione che ha il fine di garantire ai cittadini un'adeguata assistenza sanitaria in una logica di gradualità delle cure e di prossimità, utilizzando al meglio le risorse disponibili. E, mi permetta, in modo del tutto amichevole, consigliere Grillini, non facendo il gioco delle tre carte, che non facciamo mai quando ci occupiamo di questi problemi.
PRESIDENTE (Aimi): Grazie, assessore Lusenti.
Consigliere Grillini, ha sei minuti per la sua replica. Prego.
GRILLINI: Assessore, era una battuta – diciamo – amichevole.
Prendo atto delle informazioni assolutamente dettagliate dell'assessore. Lo scopo di questa interpellanza, infatti, era avere informazioni più chiare su questo progetto, che nel momento in cui prende atto della riduzione delle risorse, della necessità di riorganizzare il sistema, di ridurre i posti letto eccetera, mi pare di capire che tenda – almeno la volontà sarebbe questa – a mantenere la qualità dei servizi senza la riduzione dei servizi stessi.
Tuttavia siamo di fronte ad una delocalizzazione, cioè gli interventi a bassa e media intensità vengono trasferiti a Budrio, questo è il punto nel momento in cui Budrio non serve solo la popolazione locale, ma serve anche una popolazione più generale, che, come lei giustamente ha detto, assessore, avrebbe minore tempo di attesa.
I punti, a questo punto, sono tre: primo, una parte di coloro che utilizzavano il S. Orsola-Malpighi devono andare a Budrio con tutto quello che significa anche in termini di disagio; secondo, lei ha citato la valorizzazione professionale dei medici, ma una parte dei medici del S. Orsola verrebbero trasferiti a Budrio da quello che ho capito, quindi sono medici che andrebbero ad operare essenzialmente in situazioni di bassa e media intensità e non in situazioni, diciamo così, come ha detto lei, di valorizzazione; infine c'è la questione delle complicanze, rispetto alle quali, proprio per il trasferimento della chirurgia da Budrio a Bentivoglio, in situazioni anche di complicanze gravi che richiedono un intervento urgente, non ci sarebbe più la struttura adeguata.
Spero che questi dubbi siano chiariti in corso d'opera. Al momento qualche dubbio rimane. Prendiamo atto intanto della chiarezza dell'esposizione del piano e della volontà di mantenere il servizio, soprattutto nell'interesse degli utenti.
Passiamo all’oggetto seguente:
Monday, 22 July 2013 10:33
Oneri di urbanizzazione secondaria per chiese, troppi i soldi dati dai comuni
come noto, gli sono i corrispettivi dovuti al comune territorialmente competente all’atto di rilascio del permesso di costruire, “in relazione agli interventi di ristrutturazione edilizia o agli interventi che comportano nuova edificazione o che determinano un incremento del carico urbanistico (…)” (art. 30, comma 1, L.R. 30 luglio 2013, n. 15, recante “Semplificazione della disciplina edilizia”);
segnatamente, i contributi dovuti sub specie di oneri di urbanizzazione sono destinati alla partecipazione alle spese che i comuni stessi sostengono per gli interventi e le opere di urbanizzazione del territorio: ancora più in particolare - ex art. 16, commi 7, 7 bise 8, del D.P.R. 06 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia) - si distingue tra oneri di urbanizzazione primaria (per indicare i contributi destinati alla realizzazione di strade residenziali, spazi di sosta o di parcheggio, fognature, rete idrica, rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato, cavedi multiservizio e i cavidotti per il passaggio di reti di telecomunicazioni) e oneri di urbanizzazione secondaria(ossia i contributi per asili nido, scuole materne e dell’obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi,impianti sportivi di quartiere, aree verdi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturali e sanitarie);
ai sensi del comma 4 del medesimo art. 16, l’ammontare (recte: l’incidenza) degli oneri di urbanizzazione è stabilito con delibera del consiglio comunale, sulla base delle tabelle parametriche definite dalla Regione (con delibera di Giunta);
conformemente a quanto previsto dalla citata normativa, la Giunta - con delibera n. 849 del 04 marzo 1998 (Aggiornamento delle indicazioni procedurali per l’applicazione degli oneri di urbanizzazione di cui agli articoli 5 e 10 della legge 28 gennaio 1977, n. 10) – ha approvato le tabelle parametriche di definizione degli oneri di urbanizzazione;
tra le opere di urbanizzazione secondaria, il citato art. 16, comma 8, annovera “chiese e altri edifici religiosi”, a cui sono destinati gli oneri di urbanizzazione secondaria determinati dai singoli comuni – anche in ragione della loro autonomia finanziaria ex artt. 3, comma 4, e 149, comma 2, del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali) – sulla base delle parametriche definite dalla Regione;
più in particolare, per “chiese e altri edifici per servizi religiosi”, la delibera di Giunta n. 849 del 1998 prevede che “L’incidenza degli oneri urbanizzazione secondaria (U2), salvo diverse percentuali stabilite con deliberazione del Consiglio comunale,” è pari al 7 per cento;
diverse associazioni e circoli hanno curato campagne statistico – informative al fine di quantificare, quantomeno in via approssimativa, l’ammontare dei contributi conferiti a “chiese ed altri edifici religiosi” nella forma di oneri di urbanizzazione;
a titolo esemplificativo, sono noti i risultati pubblicati dall’Associazione nazionale UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), secondo cui, a livello nazionale, sarebbero destinati all’edilizia di culto circa 94,1 milioni di euro annui sub specie di oneri di urbanizzazione secondaria;
per vero, non v’è chi non veda come possa trattarsi di un ammontare particolarmente elevato, fondi pubblici che potrebbero essere destinati a finanziare, e quindi migliorare qualitativamente e quantitativamente, servizi pubblici e sociali lato sensu intesi; ciò, anche a fronte del fatto che l’edilizia di culto e l’istituzione Chiesa godono di altri numerosi finanziamenti ed esenzioni (otto per mille, cinque per mille, esenzioni Imu e Iva, riduzioneIres e Irap, tariffe postali agevolate, riduzione del canone televisivo, oltre che godere di numerosi altri benefici e contributi anche statali);
a quanto complessivamente ammontino i contributi destinati dai comuni emiliano – romagnoli sub specie di oneri di urbanizzazione secondaria per “chiese ed altri edifici religiosi”, a partire dall’entrata in vigore della citata normativa regionale fino ad oggi (anni 1998 – 2013).
Gruppo Misto – LibDem