Source: https://nottecriminale.news/2019/10/28/pietro-catalani-con-mafia-capitale-abbiamo-sbagliato-ma-abbiamo-aperto-una-nuova-strada-in-appello-si-al-patteggiamento-per-gli-imputati/
Timestamp: 2020-04-02 17:53:19+00:00
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“Io personalmente ho commesso degli errori, non c’è ombra di dubbio”. Parola di Pietro Maria Catalani, sostituto procuratore generale nell’Appello del maxi-processo “Mondo di Mezzo” (ex Mafia Capitale). Eppure per l’avvocato Giosué Bruno Naso, già difensore storico di Massimo Carminati, la colpa della “débacle” nel secondo grado di giudizio è da attribuire proprio a lui. A Catalani, il pg dai modi garbati, che “con quei suoi ripetuti inviti a moderare i toni in Aula, alla fine ci ha stecchiti”. Questo era stato, in sostanza, il j’accuse inedito rivelato a chi scrive dal legale del Nero. Oggi definitivamente prosciolto, insieme ad altri 17 imputati, dall’accusa di mafia grazie alla sentenza, senza rinvio, pronunciata il 22 ottobre scorso dalla Corte di Cassazione. Abbiamo intervistato il dottor Catalani per capire cosa non ha funzionato nel maxi-processo che doveva fare piazza pulita della corruzione a Roma e rivoluzionare l’interpretazione del reato di 416 bis.
Avvocato Giosuè Naso
Procuratore, lei si sente sconfitto da questa sentenza della Cassazione? E cosa resta di Mafia Capitale?
“Io personalmente ho commesso degli errori, non c’è ombra di dubbio. Certo non sono contento di aver sbagliato e me ne dispiaccio. Per quanto potrò, cercherò in futuro di adeguarmi sempre meglio a quello che pensavo fosse lo spirito legge. Tuttavia, senza questo processo non si sarebbe scoperchiato mai niente. Resta, di molto positivo, il grande lavoro svolto e, purtroppo, il livello di corruzione scoperto all’interno degli apparati romani. La facilità con cui ci si riusciva a inserire anche con dei bei precedenti penali. Questo è un dato di fatto ed è l’allarme per il presente e per il futuro”.
Gli avvocati esultano perché è caduto il famigerato 416 bis. Esiste la mafia a Roma secondo lei?
“Se quella di Buzzi e Carminati era mafia o non era mafia, al cittadino interessa fino a un certo punto. Da un punto di vista sociale è più amara questa soluzione, che non la prima. Perché davanti al delinquente mafioso è comprensibile che molti abbiano paura e scappino, vedi Ostia, mentre di fronte al semplice corruttore, perché mai c’era tutto questo silenzio? E perché c’è voluta questa sorta di indagini? Socialmente è più amaro questo responso”..
Ci può essere stato un vulnus dell’Appello: l’aver ribaltato l’impianto della sentenza di primo grado senza aver disposto il rinnovo del dibattimento in Aula?
“Assolutamente, su quello ci hanno dato ragione. La sentenza di Appello è dell’11 settembre 2018, oggi è il 23 ottobre 2019. Io le dico con certezza che, se non avessimo chiuso il dibattimento, chissà se oggi saremmo arrivati alla sentenza di Appello, perché tutti gli avvocati l’avrebbero tirata per le lunghe”.
Di cosa è fiero e cosa si rimprovera da quando ha varcato, oltre un anno fa, l’Aula bunker di Rebibbia?
“Sicuramente questo è stato il primo processo con cui si è aperta una via nuova nell’interpretazione del 416 bis anche per le mafie a bassa potenzialità intimidatrice. Alcune sentenze, in particolare per le cosiddette “mafie locali”, hanno visto riconosciuto definitivamente il 416 bis ma sono arrivate in Cassazione prima di noi, pur essendo dei processi partiti dopo. Mafia capitale inizia nel 2013 come indagini e nel dicembre 2014 con i primi atti, ovvero gli arresti. Altre mafie invece sono arrivate a sentenza dopo il 2014 ed è stata riconosciuta pienamente l’associazione mafiosa come per il clan dei Moldavi a Venezia. Noi abbiamo avuto invece questo andamento ondivago, che adesso ha trovato la conclusione, per cui quella di Buzzi e Carminati non era un’associazione di stampo mafioso”.
E’ rimasto deluso dalle conclusioni degli ermellini? Ha mai avuto qualche sensazione negativa o dubbi sull’esito della sentenza definitiva?
“C’è poco da fare, di fronte alla Cassazione bisogna solo starci e capire come andare avanti per il futuro. La sentenza è soltanto un incentivo a procedere meglio, per noi della Procura, utilizzando i parametri che adesso la Cassazione ci indicherà. E’ pur vero che quando la Procura si mosse, all’inizio, quei parametri mancavano e il nostro lavoro è anche di sperimentare, strada facendo. E questo è vero dal più stupido furto agli omicidi più efferati. Purtroppo la delinquenza non si esaurisce con questo processo e quindi dobbiamo far tesoro delle cose che la Cassazione ci insegnerà. Ci dirà sicuramente che non è stata superata quella soglia che permette di dire che è provato il 416 bis, e ce lo dirà con parole più profonde di quelle che sin qui abbiamo utilizzato noi. Ormai questi imputati sono degli associati semplici, seppur con gravi corruzioni. Punto. La Cassazione ci sta apposta affinché non si abbiano più perplessità ma naturalmente non finisce il gioco. Bisognerà valutare le parole della Suprema Corte molto attentamente per il futuro, perché i problemi si ripresenteranno per altri casi e dovremo fare attenzione a come affrontare questioni così delicate”.
Da oggi si potrà ancora sostenere, secondo lei, l’assimilazione della corruzione all’associazione mafiosa pur in assenza di ricorso al “metodo” mafioso, come fattispecie di un nuovo modello di 416 bis?
“E’ quello che ho sostenuto io, mi diranno di no. Io sostenevo una sorta di equipollenza fra il sistema intimidatorio, che è la caratteristica principale di un’associazione mafiosa, e quando si perviene allo stesso effetto accaparrandosi l’intero mercato attraverso il ricorso alla corruzione, come è accaduto nel nostro caso. Questa forse è stata una forzatura da parte mia dell’interpretazione della legge, ma chi raggiunge lo stesso effetto, in questa maniera, è come se avesse la stessa natura di chi impone il suo dominio con l’intimidazione. Però la Cassazione ha bocciato questa equivalenza, magari perché necessitava di una forza intimidatrice maggiore. Non credo che negheranno in toto la presenza dell’intimidazione, però evidentemente è una questione di “soglia” per la Cassazione. La soglia per l’intimidazione, oppure il non potersi parlare di equivalenza della fattispecie, che senza una forte intimidazione non può essere definita “mafia”. Ma ragiono per supposizioni, bisognerà aspettare la sentenza”.
Buzzi / Carminati
L’avvocato di Buzzi, Alessandro Diddi, ha sempre ribaltato questo concetto, ammettendo le corruzioni ma asserendo che – in molti casi – fossero collegate a delle vere e proprie concussioni operate dal sistema politico sugli imprenditori della coop “29 Giugno”, che ne sarebbero le vittime. Bonifici alla mano…
“L’avvocato Diddi è stato abilissimo, ha stravinto. Come sono stati molto bravi gli avvocati Spigarelli e Intrieri nel sostenere, in particolare, l’impossibilità della dilatazione del 416 bis oltre determinati paletti. Riguardo a Buzzi, nella sua testa lui nasceva come concusso e nel 2011 si mosse come persona vittima di concussione e aveva addirittura fatto delle denunce in Procura in questo senso. Però oggi parlare di questo è prematuro. Di sicuro possiamo dire solo che è venuta a decadere l’associazione di stampo mafioso”.
Lei però già in Appello aveva provato ad avanzare una proposta favorevole ai patteggiamenti, come mai?
“E’ vero però non poteva essere accolta, ho sbagliato io, perché quando c’è anche solo l’accusa della mafiosità la legge impedisce di concordare. Prima si poteva fare, poi ci fu molto sospetto per alcuni patteggiamenti fatti al Sud, soprattutto in Calabria. Allora il legislatore, quando c’è tornato, ha tolto questa facoltà. A me era sfuggito e io, stando al fatto che il Tribunale di primo grado aveva escluso il 416 bis, avevo proposto: chiudiamo col patteggiamento tutto quello che possiamo. E invece mi hanno stoppato facendomi notare che non era possibile e infatti ho riconosciuto il mio errore”.
Nel nuovo Appello ci saranno quindi le condizioni per riproporre il patteggiamento?
“Adesso sarà possibile perché con la sentenza della Suprema Corte non si può più parlare di mafia. Facessero le proposte, si può arrivare anche al concordato perché così si salta la Cassazione e gli imputati accettano la pena, che almeno sarà certa. Quella dei patteggiamenti è sempre una grande soluzione perché è vero che si perde qualche anno di galera, ma ormai se gli imputati hanno capito di avere sbagliato, come sostengono, se anziché otto anni ne scontano cinque, ma cosa cambia? Se è vero che non sono mafiosi, come è stato stabilito, cambiare stile di vita dovrebbe avvenire con molta più facilità. Poi dipende anche da che stella avrà questo processo. Fino adesso ha avuto una notevole fortuna, adesso vediamo il resto. Non dimentichiamo che cinque anni di detenzione, anche in regime duro per alcuni, sono stati già scontati”.
Quando potrebbe aprirsi il nuovo processo d’Appello per rideterminare alcune delle pene?
“Dipende dal presidente e dipende da un fatto concreto: se gli imputati restano detenuti. In questo caso, bisogna dare la precedenza. Se invece escono tutti, questa precedenza sfuma perché ci sono altri arrestati e questi vanno giudicati prima dei liberi. Prendiamo il caso di Venafro (ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio), che era libero, ed è stato definito velocemente in Appello e così pure potrebbe accadere a questi imputati, anche qualora fossero tutti liberi, per via dell’importanza politica del processo. Adesso inoltre la definizione è facilissima perché non è che l’istruttoria si riapre. La Cassazione ci ha detto: ridefinite solo le pene”.
E’ possibile che Carminati esca molto presto dal carcere dato che ha già scontato quasi la metà della pena (14 anni inflitti in Appello, ndr) e grazie all’applicazione prevista da oggi degli istituti premiali?
“E’ facile, adesso lui lo chiederà e andrà tutto rivalutato. Soprattutto i termini, perché questi sono reati che comportano termini di carcerazioni inferiori. Adesso spetta al presidente della Corte di Appello che dovrà fissare immediatamente e noi arrivare a un definitivo. Solo che anche verso la sentenza della Corte di Appello gli avvocati faranno di nuovo ricorso per Cassazione, quindi è facile che siano già scaduti o stiano per scadere i termini di carcerazione preventiva. Carminati ormai è in prigione da cinque anni e se il termine è sei c’è un altro anno, ma se la pena è inferiore, deve uscire. Ormai può beneficiare di tutto e dal 41 bis esce immediatamente, noi lo abbiamo già comunicato al Dap perché per legge va fatta un’immediata comunicazione. Escono tutti i tre imputati reclusi al 41 bis: Carminati, Brugia e Calvio”.
Un paradosso della sentenza è che mentre i condannati in Appello al 416 bis restano a piede libero o potranno presto chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali, a finire dritti in carcere, per effetto della “Spazzacorrotti”, sono stati soprattutto politici e colletti bianchi.
“Sì, il paradosso è che i politici stavolta sono tutti finiti in carcere. L’altra novità è che non si è prescritto niente. In genere le turbative d’asta sono un tipo di reato per cui non viene quasi mai condannato nessuno, invece, ad esempio per Venafro, siamo arrivati alla condanna, non ancora definitiva, ma entro i sette e anni e mezzo la Cassazione si pronuncerà. Adesso per questi altri imputati alcuni reati minori salteranno, però le imputazioni più gravi rimarranno invariate.”
All’indomani della sentenza d’Appello, l’avvocato Naso ci confidò che era colpa sua, del suo “pacifismo” e delle sue esortazioni a “smussare” i toni, se il risultato era stato per loro così deludente..
“(Ride) Ho stima dell’avvocato Naso ma lui sa bene che non sono un “pacifista”. Certo in primo grado c’erano state situazioni di forte scontro tra difesa e procura, forse in questo caso lui si è dovuto frenare per il fatto che magari ha stima di me, c’è stima reciproca, e poi ci siamo già incontrati in passato perché io avevo a Perugia il processo del furto al Caveau dove Carminati fu condannato a tre anni e mezzo.”…
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