Source: https://www.laleggepertutti.it/126356_licenziamento-valido-solo-se-il-lavoratore-non-e-piu-utile
Timestamp: 2018-12-15 08:05:44+00:00
Document Index: 132313575

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 369', 'art. 360', 'art. 13']

Con ricorso alla Corte d’appello di Napoli, l’ing. P.B.R. impugnava la sentenza n. 5896/12 emessa dal Tribunale di Torre Annunziata, con la quale era stata rigettata l’impugnativa del licenziamento intimatogli il 3.5.2010 dalla s.p.a. Apreamare per giustificato motivo oggettivo e ritenuta assorbita l’impugnativa di un secondo licenziamento intimatogli per motivi disciplinari il 27.5.2010, lamentando non solo che l’attività di logistica e programmazione, della quale era responsabile, non era stata soppressa, ma erano stati assunti poco dopo, con contratto a tempo indeterminato, 11 lavoratori, a seguito della conversione dei loro contratti a tempo determinato. Ribadiva, poi, l’illegittimità anche del licenziamento disciplinare successivamente intimatogli in data 27.5.2010 – non esaminato dal primo giudice, che aveva ritenuto la legittimità del primo licenziamento – sia per la inesistenza degli addebiti che per la loro assoluta lievità (con relativa sproporzione della sanzione espulsiva). Concludeva pertanto per la riforma della impugnata sentenza, con accoglimento dell’impugnative di licenziamento e reintegrazione nel proprio posto di lavoro, con condanna al risarcimento dei danni subiti, quantificati nelle retribuzioni medio tempore maturate.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la Apreamare, affidato a tre motivi.
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne illegittimo il licenziamento 3.5.10 esclusivamente sulla base della circostanza che l’azienda aveva provveduto, dopo circa due mesi dal recesso, a convertire in rapporti di lavoro a tempo indeterminato 11 contratti a termine già in essere (e secondo la ricorrente invalidi), assegnando a due di tali lavoratori parte dei compiti precedentemente svolti dal P. . Evidenzia che trattavasi di lavoratori già occupati (e dunque non realizzanti alcun incremento occupazionale e comprovanti l’impossibilità di adibire il P. alle mansioni da essi svolte) prima del licenziamento del P. , con contratti a termine invalidi (ex art. 1 d.lgs n. 368 /01) che necessitavano di essere convertiti. Lamenta che la corte di merito non valutò minimamente tali decisive circostanze, non spiegando in particolare perché le conversioni di contratti a termine in tesi nulli, dovevano ritenersi nuove assunzioni, tanto più che è ben consentito all’impresa (in tesi in crisi e) che intenda ridurre i costi del lavoro, “sopprimere una posizione lavorativa, distribuendo le relative mansioni tra il personale occupato”. Lamenta ancora che il licenziamento del P. era diretto a sopprimere la sua posizione di quadro preposto al settore Logistica e Programmazione e non anche quelle inferiori presenti in azienda cui potevano essere affidate parte delle mansioni del primo (P. ). Si duole ancora che la sentenza impugnata non avesse adeguatamente valutato la crisi produttiva dell’azienda, escludendola nonostante la prova per testi, ed i bilanci 2007-2010 prodotti, da cui risultava una riduzione della produzione di oltre il 30%.
Deve infatti considerarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), sicché quest’ultimo, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata (ipotesi non ricorrente nella fattispecie); al contrario, il sindacato ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 5 c.p.c. (oggetto della recente riformulazione interpretata quale riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione: Cass. sez. un. 7 aprile 2014, n. 8053), coinvolge un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti (ipotesi ricorrente nel caso in esame). Ne consegue che mentre la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione si sostanzia in un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, limitato al generale controllo motivazionale (quanto alle sentenze impugnate depositate prima dell’11.9.12) e successivamente all’omesso esame di un fatto storico decisivo, in base al novellato art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c..
Deve allora rimarcarsi che “..Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 cod. proc. civ. introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la decisività del fatto stesso” (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881).
Nella specie, come risulta dalle stesse deduzioni della società ricorrente essa provvide a licenziare il P. , senza provare l’effettivo venir meno delle mansioni da esso svolte, provvedendo anzi ad affidare parte delle stesse a lavoratori assunti dopo qualche mese (ancorché già occupati con contratti a termine), per un verso così confermando la necessità di mantenere la posizione lavorativa svolta dal P. , per altro verso ammettendo che non si trattò di effettiva riorganizzazione aziendale, bensì della volontà dell’azienda di assumere con contratti a tempo indeterminato lavoratori già occupati con contratti a termine, in quanto ritenuti illegittimi. Tale circostanza, peraltro priva di adeguate allegazioni, nulla prova in ordine alla effettiva soppressione delle mansioni affidate al P. , dimostrando, al contrario, la persistente utilità delle mansioni svolte dal lavoratore, e la mera opportunità per l’azienda di affidare le stesse a dipendenti che avrebbero potuto impugnare i contratti a tempo determinato con essa instaurati.
Lamenta che la corte di merito ritenne erroneamente, ed in violazione delle norme indicate, insussistente il fatto addebitato e segnatamente l’avere il P. reiteratamente (ed anche scorrettamente, fornendo erronee indicazioni circa il suo domicilio) ostacolato l’attività aziendale di consegna ed invio di provvedimenti (il suo licenziamento e controlli di malattia) inerenti il suo rapporto di lavoro.
Il motivo è inammissibile per le ragioni sopra dette: solo la sussunzione del fatto incontroverso nell’ipotesi normativa è soggetta al controllo di legittimità, mentre l’accertamento del fatto controverso e la sua valutazione inerisce ad un vizio motivo, pur qualificata la censura come violazione di norme di diritto, limitato all’omesso esame di uno o più fatti storici decisivi, in base al novellato art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c.. Nella specie la corte di merito ha ampiamente esaminato i fatti in questione, di cui la società ricorrente richiede inammissibilmente in questa sede una diversa ricostruzione.
La società risulta infatti aver tempestivamente allegato e documentato in sede di merito la sussistenza di altra attività lavorativa svolta dal P. in seguito ed a causa del licenziamento in questione (lo svolgimento di attività lavorativa presso la società TECNAV dal luglio 2010, circostanza in verità neppure esplicitamente contestata dal lavoratore), e dunque la detraibilità di tale aliunde perceptum da parte del lavoratore a causa della perdita del posto di lavoro.
L’accoglimento sia pur parziale del ricorso esclude l’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115/02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228 in materia di raddoppio del contributo unificato.