Source: http://www.nardone-legale.it/sito/sentenza-corte-europea/
Timestamp: 2019-05-26 13:48:22+00:00
Document Index: 100268574

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Sentenza Corte Europea – Studio Legale – Avv. Antonio Nardone
CASO: ERNESTINA ZULLO contro l’ITALIA
(Richiesta n.64897/01)
Nel caso giudiziario di Ernestina Zullo contro l’Italia,
La Corte Europea per i Diritti Umani, riunitasi nella Grande Camera composta da:
– L. WILDHABER, presidente,
– C.L. ROZAKIS,
– J.-P. COSTA,
– Nicolas BRATZA,
– B.M. ZUPANÈIÈ,
– L. CAFLISCH,
– C. BÎRSAN,
– K. JUNGWIERT,
– M. PELLONPÄÄ,
– M. TSATSA-NIKOLOVSKA,
– R. MARUSTE,
– S. PAVLOVSCHI,
– L. GARLICKI,
– A. GYULUMYAN,
– E. MYJER,
– S.E. JEBENS, i giudici,
– L. FERRARI BRAVO, giudice ad hoc
– T.L. EARLY, Cancelliere aggiunto Grande Camera,
dopo aver deliberato in camera di consiglio il 1 luglio 2005 e il 18 gennaio 2006, rende la seguente sentenza a valere dall’ultima data citata:
1. All’origine del caso, vi è un ricorso (n. 64897/01) diretto contro la Repubblica Italiana depositato, presso la Commissione Europea dei Diritti Umani (“la Commissione”) in base al vecchio articolo 25 della Convenzione per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali (“la Convenzione”), da un cittadino italiano, la Sig.ra Ernestina Zullo (“la ricorrente”), il 4 settembre 1998.
2. Il 25 marzo 1999 la cancelleria è stata informata del decesso della ricorrente, avvenuto il 6 marzo 1999 e che suo figlio ed erede, il Sig. Mario Casciano, intendeva continuare il procedimento davanti alla Corte rappresentato dagli stessi legali. Per ragioni pratiche la Sig.ra Ernestina Zullo continuerà a essere chiamata “la ricorrente” in questo giudizio, benché il Sig. Casciano ora debba essere considerato come tale (vedasi Dalban contro Romania [GC], n. 28114/95, paragrafo 1, CEDU 1999 VI).
3. La ricorrente è stata rappresentata dagli avvocati di Benevento, T.Verrilli ed A. Nardone, nel procedimento davanti alla Camera e successivamente dagli avvocati di Benevento S. de Nigris de Maria, T. Verrilli, C. Marcellino, A. Nardone e V. Collarile. Successivamente il Governo Italiano (“il Governo”) è stato rappresentato dai suoi agenti, U. Leanza e I.M. Braguglia e co-agenti, V. Esposito e F. Crisafulli ed il co-agente aggiunto N. Lettieri.
4. La ricorrente ha addotto la violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione in merito alla lunghezza dei procedimenti civili di cui lei era parte in causa. Successivamente, la ricorrente indicava che non stava contestando il modo in cui la Corte d’appello aveva valutato i ritardi ma dell’ammontare irrisorio del risarcimento accordatole.
5. Il ricorso è stato trasmesso alla Corte il 1° novembre 1998, data d’entrata in vigore del Protocollo n.11 della Convenzione (articolo 5 paragrafo 2 del protocollo n.11 ).
6. Il ricorso è stato assegnato ad una sezione della Corte (articolo 52 paragrafo 1 del Regolamento della Corte). A seguito del ritiro di V. Zagrebelsky, giudice titolare per l’Italia (articolo 28), il Governo ha designato come giudice ad hoc in sua sostituzione, L. Ferrari Bravo (Articolo 27 paragrafo 2 della Convenzione e 29 paragrafo 1 del Regolamento).
7. Il 22 gennaio 2004 il ricorso è stato dichiarato ricevibile da una Camera della Prima Sezione, composta dai giudici C.L. Rozakis, F. Tulkens, N. Vajiæ, E. Levits, S. Botoucharova, A. Kovler, dal giudice ad hoc M. L. Ferrari Bravo e da S. Nielsen, cancelliere di Sezione.
8. Il 10 novembre 2004 una Camera della stessa Sezione, composta dai giudici C.L. Rozakis, G. Bonello, F. Tulkens, N. Vajiæ, A. Kovler, E. Steiner, dal giudice ad hoc L. Ferrari Bravo e dal Cancelliere di Sezione S. Nielsen, stabiliva con sentenza unanime che c’era stata una violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione.
8. Il 27 gennaio 2005 il Governo Italiano richiedeva, in conformità con l’articolo 43 della Convenzione e dell’articolo 73 del Regolamento, che il caso fosse sottoposto alla Camera Grande. Il 30 marzo 2005 un comitato della Camera Grande ne ha accettato la richiesta.
10. La composizione della Camera Grande è stata decisa in conformità con le disposizioni dell’articolo 27 paragrafi 2 e 3 della Convenzione e articolo 24 del Regolamento. Il Presidente della Corte stabiliva che, nell’interesse della corretta amministrazione della giustizia, il caso doveva essere assegnato alla stessa Camera Grande, analogamente ai casi di Riccardi Pizzati c. Italia, Musci c. Italia, Giuseppe Mostacciuolo c. Italia (n.1), Cocchiarella c. Italia, Apicella c. Italia, Giuseppina e Orestina Procaccini c. Italia e Giuseppe Mostacciuolo c. Italia (n.2) (ricorsi n°62361/00, 64699/01, 64705/01, 64890/01, 64897/01, 65075/01 e 65102/01) (articoli 24, 42 paragrafi 2 e 71 del Regolamento). A questo scopo il Presidente ha ordinato alle parti di costituire un collegio di difesa (vedasi il paragrafo 3 sopra menzionato).
11. Sia la ricorrente che il Governo hanno depositato una memoria per parte. Inoltre, sono giunte delle osservazioni da parte di terze parti esattamente dal Governo Polacco, dal Ceco e dallo Slovacco, che sono stati autorizzati dal Presidente ad intervenire nella procedura scritta (Articolo 36 paragrafo 2 della Convenzione ed Articolo 44 paragrafo 2 del Regolamento). La ricorrente ha replicato a queste osservazioni (articolo 44 paragrafo 5 del Regolamento).
12. Una pubblica udienza ha avuto luogo presso il Palazzo dei Diritti Umani a Strasburgo, il 29 giugno 2005 (articolo 59 paragrafo 3 del Regolamento).
Sono presenti davanti alla Corte:
Per il governo convenuto:
– N. LETTIERI, co-agente aggiunto;
-S. DE NIGRIS DE MARIA, del Foro di Benevento,
-T. VERRILLI, del Foro di Benevento,
-C. MARCELLINO, del Foro di Benevento,
-A. NARDONE, del Foro di Benevento,
-V. COLLARILE, del Foro di Benevento,
– I. VERRILLI,
La Corte ha ascoltato le dichiarazioni di S. de Nigris de Maria, T. Verrilli e N. Lettieri, e di quest’ultimo anche le risposte date alle domande dei giudici.
13. La ricorrente è nata nel 1933 e ha vissuto in Paduli (Benevento).
A. I procedimenti principali
14. Il 10 novembre 1994 la ricorrente ha depositato un ricorso al giudice d’istanza di Benevento (nel caso a titolo di giudice del lavoro), per ottenere il riconoscimento del suo diritto ad una pensione di inabilità e ad un’indennità di accompagnamento.
15. Il 21 novembre 1994 il giudice d’istanza fissava la prima udienza per il 19 febbraio 1996. In questa data il giudice designava un esperto ed aggiornava il procedimento fissando la successiva udienza all’8 luglio 1997. Questa udienza veniva rimandata d’ufficio al 28 gennaio 1999. In quella data la Corte fissava il dibattimento al 15 giugno 1999. Nel frattempo, a seguito della morte della madre, il Sig. Casciano si costituiva parte in causa in sua vece.
16. L’udienza seguente veniva aggiornata d’ufficio al 14 febbraio 2000. Tuttavia, l’udienza non ebbe luogo in quest’ultima data, a causa di uno sciopero degli avvocati. Le tre udienze fissate tra il 28 marzo 2000 e il 7 novembre 2000 riguardavano una nuova perizia.
17. In una decisione del 30 gennaio 2001, il cui testo è stato depositato alla cancelleria il 6 febbraio 2001, il Tribunale di Benevento, nelle vesti di tribunale del lavoro, respingeva la domanda della ricorrente.
18. Il 15 febbraio 2001 il Sig. Casciano ricorreva in appello presso la Corte d’Appello di Napoli. Il 2 gennaio 2002 il presidente nominava un giudice relatore. La prima udienza si teneva il 7 ottobre 2002. Due udienze dopo, il 19 maggio 2003, la sentenza veniva deliberata. In un ordinanza della stessa data, il cui testo veniva depositato in cancelleria il 6 novembre 2003, la Corte d’appello rigettava il ricorso.
B. La procedura “Pinto”
19. In una data imprecisata, dopo il 16 ottobre 2001, il figlio della ricorrente si rivolgeva alla Corte d’appello di Roma conformemente alla legge n. 89 del 24 marzo 2001, nota come “Legge Pinto”, allo scopo di presentare lamentela per l’eccessiva durata dei procedimenti qui sopra descritti. Il figlio della ricorrente richiedeva alla Corte di comprendere che c’era stata la violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione e di condannare il Governo Italiano al risarcimento dei danni morali subiti e al pagamento delle spese processuali, comprese quelle sostenute di fronte alla Corte. Il Sig. Casciano ha richiesto 20.000.000 di lire italiane (10.329,14 EURO) per i danni morali. Egli ha richiesto il rimborso delle spese legali senza specificarlo né dettagliarlo, compreso quello corrispondente all’istanza davanti alla Corte.
20. In una decisione del 5 aprile 2002, il cui testo è stato depositato alla Cancelleria il 6 giugno 2002, la Corte d’Appello constatava che la durata del processo era stata eccessiva per i seguenti motivi:
“(…) Così come è noto dalle circostanze descritte dal ricorrente e confermate dalla documentazione prodotta, la durata eccessiva di questo processo (più di 7 anni) era giustificata solo in parte da motivi procedurali, mentre certi rinvii sono attribuibili solo all’inefficienza delle autorità stesse o dei loro ausiliari.
Si tratti di ritardi non giustificabili da ragioni specifiche relative alla particolarità del caso, nè sono attribuibili alla condotta della parte ricorrente. Tali ritardi implicano, indipendentemente dalla costatazione delle colpe o della negligenza delle persone implicate, la responsabilità dello Stato per la violazione del diritto a un processo in un tempo ragionevole.
Il caso riguarda quindi una procedura relativa alla previdenza sociale. Tenendo presente la complessità del processo e delle perizie necessarie, il processo non sarebbe dovuto durare più di quattro anni a partire dalla prima richiesta d’istanza. Di conseguenza, la richiesta di risarcimento della parte ricorrente per il danno morale riconoscibile nel dispiacere e nel dolore probabilmente subito a seguito della lunga e ingiustificata attesa di giudizio, ha piene fondamenta sulla sua durata eccessiva.
Dopo avere impiegato i criteri di valutazione dell’articolo 2056 del Codice Civile, ripreso nella legge 89/01 [legge Pinto] e essendo noto tra le altre cose, il periodo eccedente la durata ragionevole di un processso, come determinato qui sopra, e la modesta richiesta degli interessi economici in gioco, la Corte giudica di accordare in modo imparziale all’interessato la somma totale di 1.200 EURO più gli interessi legali da conteggiarsi dal momento della domanda”
La Corte d’Appello accordava al Sig. Casciano 1.200,00 EURO per il risarcimento dei danni morali, 500,00 EURO per i costi e per le spese processuali sostenute di fronte alla Corte (dei quali 300,00 EURO a titolo degli onorari, per la procedura Pinto ). La decisione è stata notificata dalle autorità il 13 novembre 2002 ed è stata resa esecutiva il 13 gennaio 2003. Alle autorità è stato intimato il risarcimento il 20 marzo 2003 e in aprile 2003 il Sig. Casciano presentava un’istanza davanti al giudice di Roma. Il pagamento della somma è stato eseguito il 5 maggio 2004.
21. In una lettera del 29 novembre 2002 il Sig. Casciano informava la Corte del risultato del processo nazionale e la invitava a riprendere in esame la sua richiesta.
22. Nella stessa lettera il figlio della ricorrente informava inoltre la Corte che egli non aveva l’intenzione di ricorrere in Cassazione poichè un appello di tal genere poteva solo concernere questioni di diritto.
II. IL DIRITTO E LA PRATICA, INTERNE E PERTINENTI
A. Legge n.89 del 24 marzo 2001, nota come “Legge Pinto”
23. Concessione di una equa soddisfazione in caso di violazione della durata ragionevole modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile
II CAPITOLO – Equa soddisfazione
Articolo 2 – Diritto a una equa soddisfazione
“1. Chi ha subíto un danno patrimoniale o non patrimoniale a seguito di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto della durata ragionevole” di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa soddisfazione.
2 Nell’accertare la violazione il giudice considera la complessità del caso e, in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonchè quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o a comunque contribuire alla sua definizione.
3.Il giudice determina la riparazione a norma dell’articolo 2056 del codice civile, osservando le seguenti disposizioni:
a) rileva che solamente il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole di cui al comma 1 può esser preso in considerazione;
b) il danno non patrimoniale è riparato, oltre che dal pagamento di una somma di denaro, anche attraverso dalla pubblicazione della constatazione della violazione secondo i modi più appropriati”
Art. 3 – Procedimento
“1. La domanda di equa soddisfazione è depositata presso la Corte d’appello dove ha sede il giudice competente, il quale, ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, è competente nei casi concernenti i magistrati di cui la procedura a titolo della quale si constata la violazione – si è conclusa o è stata estinta a merito, o è ancora pendente.
2. La domanda è introdotta da un ricorso depositato nella cancelleria della Corte di appello, da un legale munito di mandato specifico contenente tutti gli elementi enunciati dall’articolo 125 del codice di procedura civile.
3. Il ricorso è diretto contro il Ministro della Giustizia se si tratta di procedimenti di fronte al giudice ordinario; contro il Ministro della Difesa quando si tratta di procedimenti di fronte al giudice militare; o contro il Ministro delle Finanze quando si tratta di procedimenti di fronte alla commissione tributaria. In tutti gli altri casi è diretto contro il Presidente del Consiglio dei ministri.
4. La Corte d’appello delibera ai sensi all’articolo 737 e seguenti del codice di procedura civile. Il ricorso, unitamente alla decisione di stabilire i dibattimenti di fronte alla camera competente è notificato a cura del richiedente, all’amministrazione convenuta, presso l’Avvocatura dello Stato. Tra la data della notifica e quella della camera di consiglio deve intercorrere un termine non inferiore a quindici giorni.
5. Le parti hanno facoltà di richiedere che la Corte ordini l’acquisizione in tutto o in parte degli atti e dei documenti del procedimento in cui si pensa essersi verificata la violazione di cui all’articolo 2; inoltre le parti hanno diritto, unitamente ai loro legali, di essere ascoltate in camera di consiglio qualora si presentino. Sono ammessi: il deposito di memorie e la produzione di documenti sino a cinque giorni prima della data in cui è fissata la discussione di fronte alla camera, o fino alla scadenza del termine assegnato dalla Corte su richiesta delle parti.
6. La Corte pronuncia, entro quattro mesi dal deposito del ricorso, un decreto che può essere impugnato dalla cassazione. Il decreto è immediatamente esecutivo.
7. L’erogazione degli indennizzi agli aventi diritto avviene, nei limiti delle risorse disponibili, a decorrere dal 1º gennaio 2002. “
Art. 4 – Termine e condizioni concernenti la presentazione di un ricorso
“ La domanda di riparazione può essere proposta durante la pendenza del procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata, ovvero, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione, che conclude il medesimo procedimento, è divenuta definitiva.”
“Il decreto di accoglimento della domanda è comunicato a cura della cancelleria, oltre che alle parti, al procuratore generale della Corte dei conti, ai fini dell’eventuale avvio del procedimento di responsabilità, nonchè ai titolari dell’azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati dal procedimento.”
“1. Nel termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, coloro i quali abbiano già tempestivamente presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955, n. 848, possono presentare la domanda di cui all’articolo 3 della presente legge qualora non sia intervenuta una decisione sulla ricevibilità da parte della predetta Corte europea. In tal caso, il ricorso alla Corte d’appello deve contenere l’indicazione della data di presentazione del ricorso alla predetta Corte europea.
2. La cancelleria del giudice adìto informa senza ritardo il Ministero degli affari esteri di tutte le domande presentate ai sensi dell’articolo 3 nel termine di cui al paragrafo 1 del presente articolo.”
“1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge, valutato in lire italiane 12.705.000 a decorrere dall’anno 2002, si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2001-2003, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno 2001, allo scopo, parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo del medesimo Ministero.
2. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.”
B. Estratti dalla giurisprudenza italiana
1. Il revirement giurisprudenziale del 2004 [1]
La Corte di Cassazione delle Sezioni Unite ha presentato ricorso contro le sentenze emesse dalle Corti d’appello nel quadro del processo “Pinto” e il 27 novembre 2003 ha emesso quattro giudizi ( n. 1338, n.1339, n.1340 e n.1341 i cui testi sono stati depositati in Cancelleria) nei quali veniva affermato che “la giurisprudenza della Corte di Strasburgo fosse obbligatoria ai giudici italiani per ciò che concerne l’applicazione della legge n. 89/2001”. La Corte nella sentenza n. 1340 ha affermato il principio secondo il quale:
“la liquidazione del danno non patrimoniale effettuata dalla Corte d’appello a norma dell’art. 2 della legge n. 89/2001, pur conservando la sua natura equitativa, è tenuta a muoversi entro un ambito che è definito dal diritto, perché deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo, da cui è consentito discostarsi purché in misura ragionevole.”
Gli estratti della sentenza n.1339 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione depositati alla Cancelleria il 26 gennaio 2004:
“(…) 2. Il presente ricorso pone la questione di massima di quale effetto giuridico debba attribuirsi – nell’applicazione della legge 24 marzo 2001 n. 89, ed in particolare nella identificazione del danno non patrimoniale derivante da violazione del termine ragionevole del processo – alle pronunzie della Corte europea dei diritti dell’uomo, sia considerate in linea generale come orientamenti interpretativi che tale Corte ha elaborato in ordite alle conseguenze di detta violazione, sia con riferimento all’ipotesi specifica in cui la Corte europea abbia avuto già modo di pronunziarsi sul ritardo verificatosi nella decisione di un determinato processo(…)
Come chiaramente si desume dall’art. 2, comma 1, della detta legge, il fatto giuridico che fa sorgere il diritto all’equa riparazione da essa prevista è costituito dalla “violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955 n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione”. La legge n. 89/2001, cioè, identifica il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo per relationem, riferendosi ad una specifica norma della CEDU. Questa Convenzione ha istituito un giudice (Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo) per il rispetto delle disposizioni in essa contenute (art. 19), onde non può che riconoscersi a detto giudice il potere di individuare il significato di dette disposizioni e perciò di interpretarle.
Non è necessario, allora, porsi il problema generale dei rapporti tra la CEDU e l’ordinamento interno, su cui si è ampiamente soffermato il Procuratore Generale in udienza. Qualunque sia l’opinione che si abbia su tale controverso problema, e quindi sulla collocazione della CEDU nell’ambito delle fonti del diritto interno, è certo che l’applicazione diretta nell’ordinamento italiano di una norma della CEDU, sancita dalla legge n. 89/2001 (e cioè dall’art. 6, paragrafo 1, nella parte relativa al ”termine ragionevole”), non può discostarsi dall’interpretazione che della stessa norma dà il giudice europeo.
L’opposta tesi, diretta a consentire una sostanziale diversità tra l’applicazione che la legge n. 89/2001 riceve nell’ordinamento nazionale e l’interpretazione data dalla Corte di Strasburgo al diritto alla ragionevole durata del processo, renderebbe priva di giustificazione la detta legge n. 89/2001 e comporterebbe per lo Stato italiano la violazione dell’art. 1 della CEDU, secondo cui “le Parti Contraenti riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà definiti al titolo primo della presente Convenzione” (in cui è compreso il citato art. 6, che prevede il diritto alla definizione del processo entro un termine ragionevole).
Le ragioni che hanno determinato l’approvazione della legge n. 89/2001 si individuano nella necessità dì prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le violazioni relative alla durata dei processi, in modo da realizzare la sussidiarietà dell’intervento della Corte di Strasburgo, sancita espressamente dalla CEDU (art. 35: ” la Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne”). Sul detto principio di sussidiarietà si fonda il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo. Da esso deriva il dovere degli Stati che hanno ratificato la CEDU di garantire agli individui la protezione dei diritti riconosciuti dalla CEDU innanzitutto nel proprio ordinamento interno e di fronte agli organi della giustizia nazionale. E tale protezione deve essere “effettiva” (art. l3 della CEDU), e cioè tale da porre rimedio alla doglianza, senza necessità che si adisca la Corte di Strasburgo.
Il rimedio interno introdotto dalla legge n. 89/2001, in precedenza, non esisteva nell’ordinamento italiano, con la conseguenza che i ricorsi contro l’Italia per la violazione dell’art. 6 della CEDU avevano “intasato” (è il termine usato dal relatore Follieri nella seduta del Senato del 28 settembre 2000) il giudice europeo. Rilevava la Corte di Strasburgo, prima della legge n. 89/2001, che le dette inadempienze dell’Italia riflettono una situazione che perdura, alla quale non si è ancora rimediato e per la quale i soggetti a giudizio non dispongono di alcuna via di ricorso interna. Tale accumulo di inadempienze è, pertanto, costitutivo di una prassi incompatibile con la Convenzione” (quattro sentenze della Corte in data 28 luglio 1999, su ricorsi di Bottazzi, Di Mauro, Ferrari e A.P.).
La legge n. 89/2001 costituisce la via di ricorso interno che la “vittima della violazione” (così definita dall’art. 34 della CEDU) dell’art. 6 (sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole) deve adire prima di potersi rivolgere alla Corte europea per chiedere la “equa soddisfazione” prevista dall’art. 41 della CEDU, la quale, quando sussista la violazione, viene accordata dalla Corte soltanto “se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione”. La legge n. 89/2001 ha, pertanto, consentito alla Corte europea di dichiarare irricevibili i ricorsi ad essa presentati (anche prima dell’approvazione della stessa legge) e diretti ad ottenere l’equa soddisfazione prevista dall’art. 41 CEDU per 1a lunghezza del processo (sentenza del 6 settembre 2001, Brusco c. Italia).
Tale meccanismo di attuazione della CEDU e di rispetto del principio di sussidiarietà dell’intervento della Corte europea di Strasburgo, però, non opera nel caso in cui essa ritenga che le conseguenze della accertata violazione della CEDU non siano state riparate dal diritto interno o lo siano state “in modo incompleto”, perché, in siffatte ipotesi, il citato art. 41 prevede l’intervento della Corte europea a tutela della “vittima della violazione”. In tal caso il ricorso individuale alla Corte di Strasburgo ex-art 34 della CEDU è ricevibile (sentenza del 27 marzo 2003, Scordino e altri c. Italia) e la Corte provvede a tutelare direttamente il diritto della vittima che essa ha ritenuto non completamente tutelato dal diritto interno.
Il giudice della completezza o meno della tutela che la vittima ha ottenuto secondo il diritto interno è, ovviamente, la Corte europea, alla quale spetta di fare applicare l’art. 41 della CEDU per accertare se, in presenza della violazione della norma della CEDU, il diritto interno abbia permesso di riparare in modo completo le conseguenze della violazione stessa.
La tesi secondo cui, nell’applicare la legge n. 89/2001, il giudice italiano può seguire un’interpretazione non conforme a quella che la Corte europea ha dato della norma dell’art. 6 della CEDU (la cui violazione costituisce il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo attribuito dalla detta legge nazionale), comporta che la vittima della violazione, qualora riceva in sede nazionale una riparazione ritenuta incompleta dalla Corte europea, ottenga da quest’ultimo Giudice l’equa soddisfazione prevista dall’art. 41 della CEDU. Il che renderebbe inutile il rimedio predisposto dal legislatore italiano con la legge n. 89/2001 e comporterebbe una violazione del principio di sussidiarietà dell’intervento della Corte di Strasburgo.
(…) I lavori preparatori della legge n. 89/2001 sono ancora più espliciti. Nella relazione al disegno di legge del sen. Pinto (atto del Senato n. 3813 del 16 febbraio 1999) si afferma che il meccanismo riparatorio proposto con l’iniziativa legislativa (e poi recepito dalla legge citata) assicura al ricorrente “una tutela analoga a quella che egli riceverebbe nel quadro della istanza internazionale”, poiché il riferimento diretto all’art. 6 della CEDU consente di trasferire sul piano interno “i limiti di applicabilità della medesima disposizione esistenti sul piano internazionale, limiti che dipendono essenzialmente dallo stato e dalla evoluzione della giurisprudenza degli organi di Strasburgo, specie della Corte europea dei diritti dell’uomo, le cui sentenze dovranno quindi guidare (…) il giudice interno nella definizione di tali limiti”.
(…) 6. Le considerazioni qui esposte nei paragrafo 3-5 si riferiscono in generale alla rilevanza degli orientamenti interpretativi della Corte europea sulla applicazione della legge n. 89/2001 per quanto attiene alla riparazione del danno non patrimoniale.
Nella presente fattispecie, però, ogni possibilità per il giudice nazionale di escludere il danno non patrimoniale (pure avendo accertalo la violazione dell’art. 6 della CEDU) deve ritenersi inesistente perché preclusa dalla precedente decisione della Corte europea che, con riferimento allo stesso processo presupposto, ha già accertato che il ritardo ingiustificato nella sua decisione ha prodotto conseguenze non patrimoniali in danno del ricorrente, che la Corte stessa ha soddisfatto per un periodo limitato. Da tale pronunzia della Corte europea consegue che, una volta accertato dal giudice nazionale il protrarsi della violazione nel periodo successivo a quello considerato dalla detta pronunzia, il ricorrente ha continuato a subire un danno non patrimoniale, da indennizzare in applicazione della legge n. 89/2001.
Non si può, quindi, affermare – come ha fatto la Corte di appello di Roma – che l’indennizzo non è dovuto per l’esiguità della posta in gioco nel processo presupposto. Tale ragione, oltre ad essere resa non rilevante dal fatto che la Corte europea ha già ritenuto sussistente il danno non patrimoniale per il ritardo nello stesso processo, non è comunque corretta, perché l’entità dell’ammontare nel processo ove si è verificato il mancato rispetto del termine ragionevole non può mai avere effetto esclusivo del danno non patrimoniale, dato che l’ansia ed il patema d’animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano normalmente anche nei giudizi in cui sia esigua l’entità dell’ammontare, onde tale aspetto potrà avere un effetto riduttivo dell’entità del risarcimento, ma non totalmente esclusivo dello stesso.
7. In conclusione, la decisione impugnata deve essere interrotta e la causa rinviata alla Corte di appello di Roma, che, in diversa composizione, liquiderà al ricorrente il risarcimento per il danno morale conseguente alla violazione del termine di durata per il solo periodo successivo al 16 aprile 1996, prendendo come punto di riferimento la liquidazione dello stesso tipo di danno effettuata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, rispetto alla quale peraltro essa potrà differenziarsi, pure se in misura ragionevole (Corte Europea, 27 marzo 2003, Scordino c. Italia).
2. Giurisprudenza in materia di successione nel diritto alla riparazione
a) Sentenza n. 17650/02 della Corte di cassazione depositata in
cancelleria il 15 ottobre 2002
26. La Corte di cassazione si è così espressa:
“la morte di una vittima per durata eccessiva di un processo, se intervenuta prima dell’entrata in vigore della legge n. 89 del 2001 (nota come “Legge Pinto”), rappresenta un ostacolo alla nascita del diritto (a una soddisfazione equa) e alla sua trasmissione agli eredi), in base alla regola generale secondo cui un soggetto non più esistente non può diventare titolare di posizioni contemplate da norma posteriore alla sua morte (…)”
b) Sentenza n.5264/03 della Corte di cassazione depositata in
cancelleria il 4 aprile 2003
27. Nella sua sentenza, la Corte di cassazione rileva che il diritto ad ottenere un indennizzo per la violazione del diritto ad un processo in un tempo ragionevole trova la sua fonte nella legge Pinto. Il meccanismo previsto dalla norma europea non costituisce un diritto che possa essere rivendicato davanti al giudice nazionale. Pertanto, il diritto a una “equa soddisfazione” non può essere né acquisito né trasmesso attraverso una persona già deceduta al momento dell’entrata in vigore della legge Pinto. Il fatto che il defunto, a suo tempo, abbia presentato un ricorso davanti alla Corte di Strasburgo non è determinante. Contrariamente a quello che
pretendono i ricorrenti, la disposizione dell’articolo 6 della legge Pinto non costituisce una norma procedurale operante un trasferimento di competenze dalla Corte Europea al giudice nazionale.
c) Ordinanza n. 11950/04 della Corte di cassazione depositata in
cancelleria il 26 giugno 2004
28. In questo caso che trattava della possibilità di trasmettere o meno agli eredi il diritto ad un indennizzo derivante dalla violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 per la durata del processo, la Prima Sezione della Corte di Cassazione ha rinviato la causa alle Sezioni Unite, ritenendo che vi era un conflitto di giurisprudenza tra l’atteggiamento restrittivo adottato dalla alta giurisdizione nelle precedenti sentenze in materia di successione riguardo alla legge Pinto e le quattro sentenze emanate dall’Assemblea Plenaria il 26 gennaio 2004 nella misura in cui l’interpretazione meno restrittiva permetteva di considerare che questo diritto all’indennizzo esisteva dalla ratifica della Convenzione europea da parte dell’Italia, avvenuta il 4 agosto 1955.
d) Estratti della sentenza n. 28507/05 delle Sezioni Unite della Corte
di cassazione depositata in cancelleria il 23 dicembre 2005
29. Nella causa che ha dato luogo all’ordinanza di rinvio sopra richiamata (vedere paragrafo precedente), le Sezioni Unite hanno in particolare proclamato i seguenti principi, mettendo così fine a delle divergenze giurisprudenziali:
– La legge n. 848 del 5 agosto 1955, che ha ratificato e reso esecutiva la Convenzione, ha introdotto nell’ordinamento interno i diritti fondamentali, che appartengono alla categoria dei diritti soggettivi pubblici, previsti dal titolo primo della Convenzione e che coincidono in gran parte con quelli indicati nell’articolo 2 della Costituzione; a questo riguardo l’enunciazione della Convenzione ha valore di conferma e illustrazione (…).
– Bisogna reiterare il principio secondo il quale il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo definito dalla legge nazionale coincide con la violazione della norma contenuta nell’articolo 6 della Convenzione, che è applicabile immediatamente nel diritto interno.
La distinzione tra il diritto a un processo di durata ragionevole, introdotto dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo (o comunque preesistente in quanto valore protetto dalla Costituzione), e il diritto ad un equo indennizzo, che sarebbe stato introdotto solamente dalla legge Pinto, non potrebbe essere ammesso, laddove la protezione fornita dal giudice nazionale non si scosta da quella precedentemente offerta dalla Corte di Strasburgo, essendo il giudice nazionale tenuto a conformarsi alla giurisprudenza della Corte europea (…).
– Ne deriva che il riferimento al diritto ad un equo indennizzo del pregiudizio derivante dalla durata eccessiva di un processo che si è svolto prima della data di entrata in vigore della legge n. 89 del 2001 deve essere riconosciuto dal giudice nazionale anche in favore degli eredi della parte che ha introdotto il contenzioso prima di questa data, con il solo limite che la domanda non sia già stata presentata alla Corte di Strasburgo e che la stessa non sia pronunciata sulla sua ricevibilità (…)
3. Sentenza n.18239/04 della Corte di cassazione, depositata in cancelleria il 10 settembre 2004, concernente l’indennizzo degli enti morali
30. Questa sentenza della Corte di cassazione concerne un ricorso del ministro della Giustizia che contestava la concessione da parte di una Corte d’appello di una somma a titolo di danno morale ad un ente morale. La Corte di cassazione ha ripreso la giurisprudenza Comingersoll c. Portogallo (GC, n.35382/97, CEDU 2000-IV) e, dopo aver fatto riferimento alle quattro sentenze delle Sezioni Unite del 26 gennaio 2004, ha constatato che la propria giurisprudenza non era conforme a quella della Corte europea. Essa ha ritenuto che la concessione di una soddisfazione equa per le persone “giuridiche” secondo i criteri della Corte di Strasburgo non trovava alcun ostacolo normativo interno. Di conseguenza, essendo la decisione della Corte d’appello corretta, ha rigettato l’appello.
4. Sentenza n. 8568/05 della Corte di cassazione, depositata in cancelleria il 23 aprile 2005, concernente la presunzione dell’esistenza di un danno morale
31. L’alta giurisdizione ha formulato le seguenti osservazioni:
“(…) [Considerando] che il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di modo che va ritenuto sussistente, senza bisogno di specifica prova (diretta o presuntiva), in ragione dell’obiettivo riscontro di detta violazione, sempre che non ricorrano circostanze particolari che ne evidenzino l’assenza nel caso concreto (Cass. s.u. 26 gennaio 2004 n. 1338 e n. 1339);
– che la valutazione equitativa dell’indennizzo per danno non patrimoniale è soggetta, per lo specifico rinvio dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001 n. 89 all’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955 n. 848), al rispetto della Convenzione medesima, nell’interpretazione giurisprudenziale resa dalla Corte di Strasburgo (la cui inosservanza configura violazione di legge), e, dunque, per quanto possibile, deve conformarsi alle liquidazioni effettuate in casi similari dal Giudice europeo, sia pure in senso sostanziale, non meramente formalistico, con la facoltà di apportare le deroghe che siano suggerite dalla singola vicenda, purché motivate, non eccessive e non irragionevoli (Cass. s.u. 26 gennaio 2004 n. 1340); (…)
– che questa diversità del criterio di calcolo [fra la giurisprudenza della Corte e l’art. 2 della Legge Pinto] non tocca la complessiva attitudine della legge n. 89 del 2001 ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (attitudine riconosciuta dalla Corte europea, fra l’altro, con decisione del 27 marzo 2003 resa sul ricorso n. 36813/97 Scordino c. Italia), e, dunque, non autorizza dubbi sulla compatibilità di detta norma interna con gli impegni internazionali assunti dalla Repubblica Italiana mediante la ratifica della Convenzione europea ed il pieno recepimento anche al livello costituzionale del canone di cui all’art. 6 paragrafo 1 della Convenzione medesima (…)”
III. ALTRE DISPOSIZIONI PERTINENTI
A. Terzo rapporto annuale sulla durata eccessiva dei processi giudiziari in Italia per l’anno 2003 (giustizia amministrativa, civile e penale)
32. In questo rapporto CM/Inf/DH(2004)23, revisionato il 24 settembre 2004, i delegati del Ministro hanno indicato, per ciò che concerne la valutazione del ricorso Pinto, quanto segue:
“(…) 11. Esaminando il ricorso interno introdotto nel 2001 dalla “legge Pinto”, restano un certo numero di mancanze da rimediare, segnatamente legate all’efficacia di questo ricorso e alla sua applicazione in conformità con la Convenzione: in particolare, questa legge non permette sempre di accelerare i processi pendenti. (…)
109. Nel quadro del suo esame del 1° rapporto annuale, il Comitato dei Ministri ha espresso la sua perplessità sul fatto che questa legge non permetteva d’ottenere l’accelerazione dei processi contestati e che la sua applicazione comportava il rischio di aggravare il grosso carico di lavoro delle corti d’appello. (…)
112. Si ricorda che, nel quadro del suo esame del 2° rapporto annuale, il Comitato dei Ministri aveva preso nota con preoccupazione di questa assenza di effetto diretto (della Convenzione e della sua giurisprudenza in Italia) e aveva di conseguenza invitato le autorità italiane a intensificare i loro sforzi a livello nazionale nonchè i loro contatti con i differenti organi del Consiglio d’Europa competenti in materia (…)”
B. Risoluzione Interinale RisDH(2005)114 concernente le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e le decisioni del Comitato dei Ministri in 2.183 cause contro l’Italia relative alla durata eccessiva dei processi giudiziari.
33. In questa risoluzione interinale, i delegati dei Ministri hanno indicato
“Il Comitato dei Ministri (…)
Notando (…)
(…) l’introduzione di una via di ricorso interna che concede un indennizzo nei casi di durata eccessiva dei processi, adottata nel 2001 (legge “Pinto”), e gli sviluppi recenti della giurisprudenza della Corte di cassazione, che consente di accrescere l’effetto diretto della giurisprudenza della Corte Europea nel diritto interno, pur rilevando che questa via di ricorso non permette sempre l’accelerazione dei processi in modo da rimediare effettivamente alla situazione delle vittime;
Sottolineando che l’instaurazione di vie di ricorso interne non dispensa gli Stati dal loro obbligo generale di risolvere i problemi strutturali alla base delle violazioni;
Constatando che nonostante gli sforzi intrapresi, numerosi elementi indicano sempre che la soluzione a questo problema non sarà trovata a breve termine (così come dimostrato particolarmente dai dati statistici, dai nuovi casi pendenti davanti le giurisdizioni nazionali e la Corte Europea , dalle informazioni contenute nei rapporti annuali sottoposti dai Governi al Comitato e nei rapporti del procuratore generale alla Corte di cassazione); (…)
Sottolineando l’importanza che la Convenzione attribuisce al diritto ad un’amministrazione equa della giustizia in una società democratica e ricordando che il problema della durata eccessiva dei processi giudiziari, per la sua consistenza e per la sua ampiezza, costituisce un reale pericolo per il rispetto dello Stato di diritto in Italia; (…)
PREGA ALL’ISTANTE le autorità italiane di rafforzare il loro impegno politico e di dare al rispetto delle obbligazioni dell’Italia in virtù della Convenzione e delle sentenze della Corte una priorità effettiva, al fine di garantire il diritto a un processo equo in una durata ragionevole a tutti coloro che rientrano nella giurisdizione italiana; (…)”
B. La Commissione europea per l’efficacia della giustizia (CEPEG)
34. La Commissione Europea per l’efficacia della giustizia è stata stabilita in seno al Consiglio d’Europa dalla Risoluzione Ris (2002)12, con l’obiettivo da una parte di migliorare l’efficacia e il funzionamento del sistema giudiziario degli Stati membri al fine di assicurare che chiunque rientra nella loro giurisdizione possa far valere i propri diritti in maniera effettiva, in modo da rinforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia, e d’altra parte di permettere di mettere meglio in opera gli strumenti giuridici internazionali del Consiglio d’Europa relativi all’efficacia e all’equità della giustizia.
35. Nel suo programma quadro (CEPEG (2004) 19 Rev 2 paragrafo 7) la
CEPEG ha rilevato che “i dispositivi limitati ad un indennizzo hanno un effetto sollecitatorio molto debole sugli Stati per indurli a modificare il loro funzionamento ed apportano soltanto una riparazione a posteriori nei casi di violazione già verificatasi, anzichè trovare una soluzione al problema della durata”.
1. SULLA QUALITA’ DEL FIGLIO DELLA RICORRENTE A CONTINUARE IL PROCESSO
36. La ricorrente è morta il 6 marzo 1999. In una lettera del 25 marzo 1999 del sig. Mario Casciano, il figlio ed erede della ricorrente, ha espresso la sua intenzione di continuare il processo.
37. La Corte considera che il figlio della ricorrente ha un interesse legittimo nel far constatare l’esistenza di una lesione al diritto garantito dall’Art. 6 paragrafo 1 della Convenzione per far sì che il suo caso sia ascoltato nei limiti di un tempo ragionevole (vedasi Dalban v. Romania [GC], n. 28114/95, i paragrafi 1 e 39, CEDU 1999-VI). Di conseguenza, la Corte riconosce che il sig. Casciano è in condizione di poter continuare gli atti processuali.
II. CIRCA LE OBIEZIONI PRELIMINARI DEL GOVERNO
A. Il non-esaurimento delle vie di ricorso interne
1.Il Governo convenuto
38. Il governo ha chiesto alla Corte di dichiarare l’istanza non recevibile per il non-esaurimento delle vie di ricorso interne e di conseguenza di riconsiderare la decisione della camera secondo la quale un appello alla Corte di Cassazione non è una via di ricorso obbligatoria. Secondo il Governo, è a torto che la Corte nella sentenza Scordino c. Italia (dicembre, n.36813/97, CEDU2003-IV) ha dichiarato che il ricorso in cassazione non era una via di ricorso interna da esaurire poichè nelle sue sentenze la Corte di Cassazione ha sempre considerato le obiezioni relative alla misura dell’indennità come rilevanti per la valutazione dei fatti, riservati alla competenza del giudice di competenza. E’ vero che la Corte di Cassazione, come giudice di diritto, non potrebbe sovrapporre la relativa propria valutazione delle domande o la valutazione dei fatti e delle prove a quelle del giudice in merito. Tuttavia, la Corte ha il potere di constatare che la decisione del giudice in merito è incompatibile con la corretta interpretazione della legge o è motivata in modo illogico o contradittorio. In tal caso la Corte potrebbe formulare il principio legale applicabile o tracciare una linea di ragionamento corretto e rimettere il caso al giudice in merito affinché proceda verso una nuova valutazione dei fatti sulla base di queste indicazioni. Questa tesi, d’altronde è stata confermata dalle quattro sentenze emesse dall’Assemblea Plenaria della Corte di cassazione il 26 gennaio 2004 (n. 1338, 1339, 1340 e 1341 vedasi i paragrafi 24 e 25 qui sopra).
2. La ricorrente
39. La ricorrente ritiene che il Governo sia precluso dal porre questa questione poiché il Governo stesso non si era mai pronunciato veramente di fronte alla Camera. In ogni caso il governo ha solo sostenuto delle tesi che erano già state rifiutate dalla camera per quanto concerne la decisione di ammissibilità della sentenza sui meriti del caso. La ricorrente ha osservato che sino al revirement della giurisprudenza della Corte di Cassazione che non è intervenuta che dopo la sentenza “Scordino” (precitata) , i giudici italiani non hanno fatto riferimento alla giurisprudenza della Corte che era citata dagli avvocati nei ricorsi e che questa non era a conoscenza di nessuna sentenza della Corte di cassazione antecedente al revirement giurisprudenzilae dove la Corte di Cassazione ha accettato una somma riguardante solo per il fatto che l’ammontare accordato non era in rapporto con quello deciso dalla Corte Europea. In aggiunta la ricorrente rileva che per quanto concerne la decisione della Corte d’appello, questa era divenuta definitiva ben prima del revirement della giurisprudenza della Corte di Cassazione e chiede dunque alla Corte di respingere l’obiezione del Governo e di confermare la sentenza del 10 novembre 2004 (vedasi i paragrafi 15-17 della sentenza della Camera).
40. Secondo l’articolo 1, che dice che: “le alte parti contrænti assicureranno a tutti all’interno della loro giurisdizione i diritti e le libertà definite al titolo I della presente Convenzione”, la messa in atto e la sanzione dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione sono di competenza delle autorità nazionali. La lamentela di fronte alla Corte riveste dunque un carattere di sussidarietà in rapporto ai sistemi nazionali di salvaguardia dei diritti dell’uomo. Questa sussidarietà è espressa nell’articolo 13 e 35 paragrafo 1 della Convenzione.
41. La finalità del paragrafo 1 dell’articolo 35, che enuncia la regola dell’esaurimento delle vie di ricorso interne e di trasferire agli Stati contraenti l’occasione di impedire o di ripristinare l’assetto alle violazioni dichiarate contro gli stessi prima che venga presentata alla Corte (si veda anche Selmouni c. Francia [GC], n. 25803/94, il paragrafo 74, CEDU 1999-V). La regola nel paragrafo 1 dell’articolo 35 è basata sull’ipotesi, riproposta nell’articolo 13 (quest’ultimo ha molto in comune con la stessa ipotesi), che l’ordine nazionale offre un ricorso effettivo quanto alla violazione dichiarata (si veda Kudla c. Polonia [GC], n. 30210/96, paragrafo 152, CEDU 2000-XI).
42. Tuttavia, le disposizioni dell’articolo 35 della Convenzione non prescrivono che il solo esaurimento dei ricorsi, relativi alle violazioni incriminate, disponibili ed adeguati. L’esistenza di tali ricorsi deve essere sufficientemente certa non solo in teoria ma anche in pratica, se così non fosse mancherebbe a questa la relativa accessibilità e efficacia necessaria (si veda, le sentenza Vernillo c. Francia sentenza del 20 febbraio 1991, serie A n. 198, pp. 11-12, paragrafo 27; Dalia c. Francia, sentenza del 19 febbraio 1998, Raccolta delle sentenze e dei giudizi finali 1998-I, pp. 87-88, paragrafo 38; e Mifsud c. Francia (dicembre) [GC], n. 57220/00, CEDU 2002-VIII).
43. Adottando la legge Pinto , l’Italia ha introdotto un ricorso puramente compensativo in caso di violazione del principio del termine ragionevole (si veda il paragrafo 23 precitato). La Corte ha già considerato che il ricorso davanti alle Corti d’Appello, introdotta dalla Legge Pinto, fosse accessibile e che non vi era motivo di mettere in discussione la sua relativa efficacia (si veda Brusco c. Italia (dicembre), n. 69789/01, CEDU 2001-IX). Inoltre, ponendo attenzione alla natura della Legge Pinto e del contesto in cui è intervenuta, la Corte ha dichiarato che fosse giustificato fare un’eccezione al principio generale secondo il quale la condizione di esaurimento delle vie interne deve essere valutata al momento della presentazione dell’istanza. Tutto questo vale non solo per le istanze presentate dopo la data di entrata in vigore della legge, ma anche per le istanze che alla data erano già iscritte al ruolo della Corte. La ricorrente dunque aveva giustamente preso in considerazione la disposizione transitoria prevista dall’articolo 6 della Legge Pinto (si veda il paragrafo 23 qui sopra), che offriva ai soggetti italiani una reale possibilità d’ottenere una risanamento alle loro rimostranze a livello nazionale per tutte le richieste pendenti di fronte alla Corte che ancora non erano state dichiarate ricevibili (si veda Brusco, ibidem).
44. Nella causa Scordino (su citato) la Corte ha giudicato che, dove un ricorrente si lamenti solo dell’ammontare dell’indennizzo e della discrepanza esistente tra quell’importo e l’importo che gli avrebbero dovuto accordare a titolo del’articolo 41 della Convenzione per equa soddisfazione, l’interessato non è tenuto ai fini dell’esaurimento delle vie di ricorsi interni ad appellarsi alla cassazione contro la decisione stabilita dalla Corte d’Appello. La Corte ha basato questa conclusione su uno studio di un centinaio di sentenze emesse dalla Corte di cassazione. In nessuna di quelle sentenze la Corte di Cassazione ha ricevuto un rigetto per il fatto che l’importo della cifra accordata fosse insufficiente rispetto a quello presentato dal ricorrente o inadeguato alla luce della giurisprudenza de Strasburgo.
45. La Corte rileva che il 26 gennaio 2004 la Corte della cassazione in seduta plenaria, ha annullato quattro sentenze nei casi in cui l’esistenza o l’entità di danni morali venivano contestate. In questo modo, ha stabilito il principio che “la determinazione del danno morale effettuato dalla Corte d’appello in conformità all’articolo 2 della legge il n.89/2001, benchè sia basato su giusti principi, debba intervenire nelle circostanze stabilite dal diritto in quanto si deve far riferimento all’ammontare stabilito, nei casi simili, dalla Corte di Strasburgo. Una certa divergenza è ammissibile da quest’ultima ma solo in modo ragionevole. “(si veda il paragrafo 24 su citato).
46. La Corte prende nota del revirement della giurisprudenza e accoglie gli sforzi consentiti dalla Corte di cassazione per conformarsi alla giurisprudenza europea. La Corte ricorda in oltre di aver giudicato tenendo in considerazione il revirement della giurisprudenza e in particolare la sentenza n. 1340 della Corte di Cassazione, la quale non può più essere ignorata pubblicamente a partire dal 26 luglio 2004. Quindi ha sostenuto che, a partire da questa data in avanti, i ricorrenti dovrebbero essere tenuti a servirsi di quel ricorso ai fini dell’articolo 35 paragrafo 1 de la Convenzione (si veda Di Sante c. Italia (dicembre),n. 56079/00, del 24 giugno 2004 e, mutatis mutandis, Broca e Texier-Micault c. Francia, n.27928/02 e 31694/02, paragrafo del 20-21 ottobre 2003).
47. Nella fattispecie la Camera Grande , seguendo l’esempio della camera, constata che il tempo limite per appellarsi alla Corte di Cassazione era scaduto prima del 26 luglio 2004 e considera che, in queste circostanze, la ricorrente era dispensata dall’obbligo di esaurire le vie di ricorso interne. Di conseguenza, senza giudicare avventatamente il fatto di sapere se il Governo Italiano possa essere considerato escluso, la Corte considera che questa obiezione deve essere respinta.
B. Valutazione della qualità di “vittima”
1. La decisione della camera
48. Nella sua decisione di ammissibilità del 22 gennaio 2004 la camera ha seguito la decisione del caso Scordino (citato sopra) secondo la quale un ricorrente poteva sostenere di essere una “vittima” ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione quando la somma accordata dalla Corte d’appello non fosse considerata dalla camera come sufficiente per riparare la perdita e la violazione addotte. Nel presente caso, dato che la somma accordata alla ricorrente non era sufficiente a costituire un risarcimento adeguato, la camera ha ritenuto che lei potesse considerarsi vittima.
2. Le tesi delle parti presenti
49. Secondo il governo convenuto, la ricorrente non è più “vittima” della violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 poiché ha ottenuto dalla Corte d’appello una constatazione di violazione ed una somma che deve essere considerata adeguata di fatto al comportamento dell’interessata. Infatti, la ricorrente doveva essere consapevole della mancanza di basi della sua domanda, che è stata respinta dalle giurisdizioni interne, ed ha voluto approfittare dello stato di ingorgo delle giurisdizioni nazionali per ottenere a livello europeo un’indennità con importo superiore all’oggetto della controversia.
50. Il governo ne approfitta per chiedere alla Corte di chiarire i vari elementi del ragionamento che la conducono alle sue decisioni, tanto nelle parti che riguardano la violazione che per quanto riguarda la soddisfazione equa. Il governo ritiene che su modello delle giurisdizioni nazionali, la Corte dovrebbe indicare, in ogni modo, il numero di anni necessari ad essere considerato come “normale” per grado di procedura, la durata che può essere accettabile in funzione della complessità del caso, la misura dei ritardi imputabili in ogni loro parte, il peso dell’oggetto della procedura, la conclusione di questa ed il modo di calcolo della soddisfazione equa che deriva da quest’elementi. Il Governo rimprovera alla camera non di avere esaminato in dettaglio il ragionamento del giudice nazionale nella sua decisione del 10 novembre 2004. La camera si è limitata ad affermare che la somma liquidata era insufficiente senza precisare le similitudini o le differenze tra i precedenti citati a titolo di raffronto e la procedura controversa.
51. Secondo il Governo, la Corte deve fornire un corretto equilibrio tra l’esigenza di chiarezza ed il rispetto dei principi come allo stesso modo il margine di valutazione degli Stati ed il principio di sussidiarietà. La ricerca di quest’equilibrio dovrebbe essere indicata dalla norma generale secondo la quale qualsiasi elemento di valutazione il cui enunciato resta flessibile o vago nella giurisprudenza di Strasburgo deve corrispondere il più grande rispetto per il margine di valutazione corrispondente di cui ogni Stato ha il diritto di beneficiare, senza timore di essere perseguito dalla Corte a causa di una percezione diversa di un fatto o della sua importanza. Il governo ritiene che il riconoscimento dell’esistenza e della determinazione del danno facciano parte della valutazione delle prove che è di competenza del giudice nazionale ed è normalmente rinviata a quella del giudice sovrannazionale. Se la Corte ha certamente il potere di controllare che la decisione presentata a suo esame sia motivata in un modo che non è né ovviamente irragionevole né arbitrario e che sia conforme alla logica ed ai ricorsi dell’esperienza realmente verificatisi nel contesto sociale, la Corte non può imporre in rivalsa dei suoi propri criteri e sostituire la sua convinzione a quella del giudice nazionale cosicché la valutazione degli elementi di prova.
52. Il governo tiene a spiegare i criteri utilizzati nel diritto italiano e sottolinea che la constatazione di violazione è indipendente dall’esistenza di un danno morale. La Corte di cassazione ha tuttavia affermato che il danno morale era una conseguenza ordinaria della constatazione della violazione del termine ragionevole che la ricorrente non aveva d’ora in avanti necessità di dimostrare. Secondo l’alta giurisdizione, spetta allo Stato dimostrare il contrario, cioè di fornire la prova, se necessario, che il termine di durata eccessiva di una decisione giudiziaria non ha causato ansia e disagio, ma che, al contrario, sia stato vantaggioso per la ricorrente, o che la ricorrente era cosciente di avere avviato una procedura dove ha dato prove di resistenza solo per il fatto che sapeva che si basava su degli elementi errati (Corte di cassazione 29.3.-11.5.2004 n. 8896), poiché, ad esempio,lei sapeva bene dall’inizio che non aveva alcuna possibilità di successo. Inoltre, ai sensi dell’articolo 41 la Corte accorda una soddisfazione equa quando ciò è opportuno, dunque la constatazione di violazione può bastare. Così, la Corte non deve essere la sola a potere modificare gli importi che dà fino a non accordare nessuna cifra. Si ricordi che secondo il diritto italiano solo gli anni che superano la durata ragionevole devono essere presi in considerazione per la valutazione del danno.
53.All’udienza, il governo ha segnalato che per quanto concerneva le spese processuali, la ricorrente aveva ottenuto il loro rimborso da parte del giudice. Quanto al ritardo nel pagamento dell’indennità, il governo osserva che il presente caso è stato comunicato soltanto per quanto riguarda la durata della procedura civile e non per una questione di ricevibilità al tribunale a causa del ritardo nel pagamento della somma accordata dalla Corte d’appello. Infine, riferendosi anche alle informazioni fornite in occasione dell’udienza nella causa Scordino (n. 36813/97) lo stesso giorno, il governo ha spiegato che l’importo della spesa di bilancio attribuito alla legge Pinto essendo risultato insufficiente nel 2002 e nel 2003, l’importo era stato aumentata nel 2004 e nel 2005. Per tutti questi motivi, il governo considera che la ricorrente non deve più essere considerata “vittima” della violazione a nota dell’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione.
b) La ricorrente
54. Il figlio della ricorrente, da parte sua, ritiene che questa sia da considerarsi sempre “vittima” della violazione nella misura in cui la somma che gli è stata concessa dalla Corte d’appello non soltanto è irrisoria ma le è stata versata chiaramente in ritardo. In risposta al governo che sostiene che la signora Zullo doveva essere consapevole della mancanza di basi della sua domanda, la parte ricorrente fa osservare che la procedura non doveva essere abusiva poiché i giudici nazionali non l’ hanno condannata a rimborsare le spese di procedura, ciò che avrebbero potuto fare in caso di procedura abusiva, e che il perito in appello ha dovuto accontentarsi di una cartella medica non suffragata da un relativo esame clinico, in quanto la signora Zullo era deceduta. Rileva inoltre che il ricorso Pinto è soltanto indennitario e non ha affatto accelerato la procedura, che era ancora pendente.
55. La parte ricorrente coglie quest’occasione per evidenziare le altre lacune della legge Pinto che essa stessa ha dovuto affrontare:
– innanzitutto la Corte d’appello competente è lontano dal luogo di residenza dei richiedenti; per ogni atto occorre fare 300 km allorchè con la Corte il tutto può essere inviato tramite posta o tramite fax;
– occorreva versare tasse per i bolli e le spese d’iscrizione al ruolo (decisione che è stata presa dal ministero della giustizia, dunque il convenuto, tramite una tergiversa circolare inviata alla Cancelleria), e ciò fino ad un decreto del 7 marzo 2002;
– la procedura Pinto è sempre sottoposta (che si concluda con una vittoria o una sconfitta) al pagamento di altre spese ed in particolare alla tassa costosa di registrazione della sentenza;
– il ricorso, fino al revirement di giurisprudenza del 26 gennaio 2004, comportava soltanto un’istanza, senza possibilità di appellarsi in cassazione nel caso d’errore di valutazione;
– l’impiego della procedura in camera di consiglio invece di una procedura ordinaria impedisce l’ammissione di mezzi di prova oltre che il deposito di documenti, ed il giudice può – ma senza sentirsi obbligato – chiedere più prove (la scelta di questo tipo di procedura da parte del legislatore aveva lo scopo di limitare il più possibile la richiesta di un importo di risarcimenti dei danni che costringono la camera competente a pronunciarsi per lo stato del dossier);
– i criteri interni di risarcimento dei danni differiscono completamente da quelli della Corte;
– si osserva una disuguaglianza di trattamento relativamente al pagamento delle spese e dei costi poiché, quando il richiedente vince, le somme accordate dalle corti d’appello sono minime, mentre, quando perde, le somme che devono essere versate allo Stato sono sempre troppo più elevate. Inoltre, la legge Pinto prevede che il pagamento sia realizzato nel limite delle risorse disponibili. La copertura finanziaria (circa 6.500.000 euro) nel 2002 era ridicola, riguardo alle migliaia di ricorsi che erano all’epoca pendenti dinanzi alla Corte. A tutt’oggi, gli importi fissati sono inadeguati, oltre che i ritardi nel pagamento. Una volta ottenuta la sentenza della Corte d’appello, lo Stato non esegue l’ordinanza spontaneamente ma obbliga i richiedenti a notificare la sentenza ed ad attendere i 120 giorni obbligatori previsti dalla legge e poi a dar inizio alla procedura d’intimazione ed eventualmente alla procedura di pignoramento che non è sempre proficua in mancanza di fondi disponibili. Ne consegue che tra il presentare la sentenza ed il pagamento effettivo passano in media due anni, e ciò in modo perfettamente legittimo poiché la legge Pinto stessa prevede che “il pagamento sia realizzato nel limite delle risorse disponibili”, cioè nel limite delle somme evidentemente esigue assegnate annualmente dallo Stato.
56. Secondo la parte ricorrente, un’analisi della legge Pinto e della metodologia di applicazione dei giudici italiani dimostra che le misure adottate dallo Stato non hanno come obiettivo quello di eliminare i ritardi ma dar vita a un ricorso tale come un ostacolo che scoraggierà i richiedenti di intentare o continuare ricorso stesso. Il ricorrente non è dunque soltanto vittima del ritardo cronico della procedura ma anche di frustrazioni ulteriori che derivano dagli ostacoli istituiti dal ricorso Pinto. Inoltre, la legge Pinto ha incrementato il carico di lavoro dei ricorsi d’appello senza che questo si accompagni ad un aumento significativo della forza di lavoro dei magistrati, cosa che può soltanto avere conseguenze negative sul lavoro degli stessi.
57. In risposta alle critiche formulate dai vari governi quanto ai criteri enunciati dalla camera, la parte ricorrente nota che la durata della procedura è così parte integrante del sistema giudiziario italiano che il governo dimentica di chiedere alla Corte cosa dovrebbe in realtà modificare in questo sistema per eliminare i ritardi. Invece di fare questo, il governo invita la Corte a codificare i parametri del danno o ad avere l’autorizzazione per i giudici a continuare ad utilizzare parametri completamente diversi da quelli della Corte per potere gestire il sistema italiano in tal senso senza portare alcuna modifica atta ad accelerare i processi. Secondo la parte ricorrente, il governo commette un errore di valutazione poiché non è alla Corte europea dei diritti dell’uomo di evitare di mettersi in contraddizione con la legge interna ma spetta al contrario alla legge nazionale (fra cui la legge Pinto ) non contraddire la convenzione. Il ragionamento del governo secondo il quale in alcuni casi la durata della procedura va a vantaggio del ricorrente quando continua a insistere su metodi infondati o quando l’oggetto della controversia è inferiore alla soddisfazione equa accordata sarebbe sbagliato. Infatti, il diritto ad un processo entro un termine ragionevole astrae il valore della controversia e l’articolo 6 non suppone, per un diritto al risarcimento, che la ricorrente vinca la causa. Inoltre , il ragionamento del governo suppone un’analisi posteriore alla fine del processo; ma, quando si comincia una procedura, non si può sapere in anticipo quale ne sarà la fine. Anche quando si è perso dopo venti anni di processo, il danno morale è superiore poiché, se la avesse saputo prima, l’individuo avrebbe probabilmente orientato differentemente alcuni aspetti della sua vita.
58. Quanto alla sufficienza di una constatazione di violazione, questa dichiarazione potrebbe essere valida per uno Stato che commette poche violazioni dovute a condizioni particolari in un sistema sano d’altra parte, ma non è così per l’Italia che non fa nulla per eliminare le violazioni. Ma non si può certamente ricompensare la condotta di tale Stato eliminando la soddisfazione equa. Al contrario, per forzare lo Stato ad adottare misure che permettono di evitare le violazioni, occorrerebbe aumentare l’importo delle condanne fino all’eliminazione dei motivi che causano la durata eccessiva delle procedure.
59. Per quanto riguarda le osservazioni relative al principio di sussidiarietà, per la ricorrente l’articolo 13 della convenzione non può essere interpretato come è del resto permesso ad uno Stato di appellarsi ad un ricorso interno che determinerà la soddisfazione equa per violazioni di diritti fondamentali riconosciuti dalla Corte in modo e secondo criteri completamente diversi da quelli che soltanto la Corte impiega. Questa deve dunque agire su tali decisioni nazionali per permettere un risarcimento completo delle conseguenze delle violazioni dei diritti e libertà previsti dalla convenzione. L’intervento della Corte è sempre attuabile quando il giudice nazionale ha preso una decisione che mette in pericolo il carattere effettivo di questo ricorso interno. Accogliere completamente la tesi della “complementarietà” ritornerebbe a privare la Corte della sua funzione, che consiste nel vegliare all’applicazione da parte degli stati contraenti della convenzione e dei suoi protocolli.
3. Le parti convenute
a) il governo ceco
60. Secondo il governo ceco, la Corte dovrebbe limitarsi a verificare la conformità alla convenzione delle conseguenze che derivano dalle scelte di politica giurisprudenziale operate dalle giurisdizioni interne; la verifica dovrebbe essere più o meno rigorosa in funzione al margine di valutazione che la Corte accorda alle autorità nazionali. Dovrebbe soltanto assicurarsi che le autorità interne, ai sensi dell’articolo 13 della convenzione, rispettino i principi provenienti dalla propria giurisprudenza o applichino le disposizioni nazionali in modo da permettere agli interessati di beneficiare di uno stato di protezione – dei loro diritti e libertà garantiti dalla convenzione – superiore o equivalente a quello di cui beneficerebbero se le autorità interne applicassero direttamente le disposizioni della convenzione. La Corte dovrebbe superare questo limite soltanto nei casi in cui i risultati ai quali le autorità interne siano considerata a prima vista arbitrari.
61. Il governo ceco ammette che il carattere adeguato dell’importo accordato a livello interno è uno dei criteri dell’efficacia di un ricorso di natura di risarcimento ai sensi dell’articolo 13 tuttavia, in base all’ampio margine di valutazione di cui dovrebbero beneficiare le parti contraenti nella messa in opera dell’articolo 13, lo stesso governo ritiene che la Corte dovrebbe successivamente esercitare soltanto un “controllo ristretto”, dunque limitato alla verifica che le autorità nazionali non hanno falsato un “errore manifesto di valutazione” la loro valutazione del danno morale causato dalla durata eccessiva di una procedura giudiziaria.
62. D’altra parte, il governo ceco, che vuole dotare il suo paese di un mezzo di ricorso di risarcimento oltre al ricorso di natura preventiva già esistente, chiede alla Corte di fornire un massimo di direttive a tale riguardo affinché sia realizzato un ricorso non che si presti a contestazione ma bensì alla sua efficacia.
b) Il governo polacco
63. Per il governo polacco, la valutazione delle circostanze del fatto per sapere se c’è stato il superamento del “termine ragionevole” fa parte dell’esame degli elementi di prova condotto dalle giurisdizioni nazionali. Ci si può dunque chiedere in quale misura un organo sovrannazionale può intervenire in questo processo. In compenso generalmente si ammette che, nella maggior parte dei casi, i fatti sono stabiliti dalle giurisdizioni nazionali e che il compito della Corte si limita all’esame della conformità dei fatti in rapporto alla convenzione. Sembra che nella sua giurisprudenza la Corte si sia limitata a verificare se la giurisdizione nazionale che delibera nell’ambito della procedura interna precedentemente approvata dalla Corte avesse correttamente applicato le norme generali al caso concreto. Ma, in mancanza di indicazioni precise che permettono di apprezzare le circostanze e calcolare l’importo del risarcimento, non c’è nessuna ragione di contestare le decisioni delle giurisdizioni nazionali. Occorre a tale riguardo non dimenticare la libertà di cui usufruisce il giudice nazionale nella valutazione dei fatti e degli elementi di prova.
64. Inoltre, in circostanze particolari incorse in alcune cause, la sola constatazione di una violazione basta a rispondere all’esigenza di ricorso effettivo e costituisce un risarcimento sufficiente. Questa norma è stata chiaramente stabilita nella giurisprudenza della Corte che riguarda altri articoli della convenzione. Inoltre, in alcuni casi, la durata eccessiva della procedura può essere favorevole alle parti ed un’eventuale compensazione a questo titolo sarebbe dunque estremamente discutibile.
c) Il governo slovacco
65. Per il governo slovacco, la Corte dovrebbe adottare lo stesso approccio quando valuta il carattere equo di una procedura, una questione secondo la quale ritiene che non gli spetti conoscere gli errori di fatto o di diritto a seguito di informazioni ricevute da una giurisdizione interna, eccetto se e nella misura in cui potessero avere pregiudicato i diritti e libertà salvaguardati dalla convenzione. D’altra parte, se la convenzione garantisce nell’articolo 6 il diritto ad un processo equo, non regolamenta d’altro canto l’ammissibilità delle prove o la loro valutazione, materia che dipende di conseguenza e in sommo grado dal diritto nazionale e dalle giurisdizioni nazionali. Così, quando esamina le decisioni delle giurisdizioni nazionali relative agli importi assegnati per danno morale derivante dalla lentezza di una procedura, la Corte dovrebbe lasciare sufficientemente posto al potere discrezionale dei tribunali a tale riguardo poiché questi si pronunciano sui ritardi di procedura secondo gli stessi criteri della Corte stessa – ovvero analizzando le cause e le conseguenze e dunque determinare il danno morale in equità.
66. Il governo slovacco osserva che le sentenze della Corte costituzionale slovacca riguardanti i ritardi di procedura sono molto più dettagliate delle sentenze della Corte. Quando la Corte esamina le decisioni delle giurisdizioni nazionali riguardanti gli importi assegnati per danno morale, dovrebbe chiedersi soltanto se queste decisioni sono ovviamente arbitrarie ed ingiuste, e non se gli importi accordati da essa in circostanze simili sono chiaramente superiori. D’altra parte, il governo slovacco trova logico che le somme assegnate dalle giurisdizioni nazionali per lentezza di procedura siano inferiori agli importi assegnati dalla Corte, tenuto conto del fatto che le persone danneggiate possono ottenere una risarcimento effettivo e rapido nel loro paese senza dovere investire del ruolo quest’autorità internazionale.
a) Richiamo al particolare contesto relativo ai casi di durata dei processi
67. In prima analisi, la Corte considera che deve rispondere alle osservazioni dei vari governi così quanto alla mancanza di precisione delle sue sentenze tanto per quanto riguarda le ragioni che conducono alla constatazione di violazione che in materia di concessione del danno morale. La Corte tiene a precisare che, se è stata portata a pronunciarsi su altrettante cause che riguardano la durata dei processi, è perché alcune parti contraenti hanno fallito, durante gli anni, a volersi conformare all’esigenza del “termine ragionevole” posta dall’articolo 6 paragrafo 1, e non hanno previsto mezzi di ricorso interno per questo tipo d’obiezione.
68. La situazione è peggiorata a causa del grande numero di casi che provengono da alcuni paesi, fra cui l’Italia. La Corte ha già avuto occasione di sottolineare le gravi difficoltà che gli causava l’incapacità dello Stato italiano di risolvere la situazione. Si è espressa a tale riguardo nel modo seguente:
“la Corte evidenzia qui di seguito di aver già emanato la sentenza alla data del 25 giugno 1987, Capuano c. Italia (serie A n. 119),altre 65 sentenze constatando violazioni dell’articolo 6 paragrafo 1 in procedure per il protrarsi oltre “il termine ragionevole” dinanzi alle giurisdizioni civili delle diverse regioni italiane.” Allo stesso modo, a norma dei vecchi articoli 31 e 32 della convenzione, più di 1.400 relazioni della Commissione sono arrivate a delle constatazioni, da parte del Comitato dei ministri, di violazione dell’articolo 6 da parte dell’Italia per la stessa ragione.
La ripetizione delle violazioni constatate mostra che c’è l’accumulo di inadempimenti di natura analoga, abbastanza numerosi per non essere considerati come dei casi isolati. Questi inadempimenti riflettono una situazione che dura, alla quale non è stato ancora portato rimedio e per la quale i giudicabili non dispongono di alcun mezzo di ricorso interno.
Quest’accumulo di inadempimenti è, di conseguenza, costitutivo di una pratica incompatibile con la convenzione”
(Bottazzi c. Italia (GC), n. 34884/97, paragrafo 22, CEDU 1999 V, Ferrari c. Italia (GC), n. 33440/96, paragrafo il 21 -28 luglio 1999, A .P. c. Italia (GC), n. 35265/97, paragrafo il 18 – 28 luglio 1999, Di Mauro c. Italia (GC), n. 34256/96, paragrafo 23, CEDU 1999 V).”
69. Quindi la Corte, sul modello della Commissione, dopo avere valutato per degli anni le cause dei ritardi imputabili alle parti nel quadro delle norme italiane di procedura, per risolverre la situazione ha dovuto procedere alla standardizzazione della redazione delle sue decisioni e sentenze, cosa che gli ha permesso di adottare dal 1999 più di 1.000 sentenze contro l’Italia in materia di durata di procedure civili. Ma, tale approccio ha reso necessaria, quanto alla concessione per danno morale nell’ambito dell’applicazione dell’articolo 41, la messa in atto di tabelle fondate sull’equità, per raggiungere risultati equivalenti in casi simili. Tutto ciò ha portato la Corte a livelli di compensazione che sono più elevati di quelli praticati dagli organi della convenzione prima del 1999 e che possono differire da quelli applicati in caso di constatazione di altre violazioni. Quest’aumento, lungi dal rivestire un carattere punitivo, aveva un doppio obiettivo: da un lato, mirava ad indurre lo Stato a trovare una soluzione propria ed accessibile a tutti e, dall’altro, essa permetteva ai ricorrenti di non essere penalizzati a causa dell’assenza di ricorsi interni.
70. La Corte vuole inoltre sottolineare che, contrariamente a ciò che sostiene il governo convenuto, non si è distaccata in nulla nella sentenza della camera con la sua pratica costante né in ciò che riguarda le valutazioni dei ritardi né in materia di soddisfazione equa. Quanto alla questione del superamento del termine ragionevole, ricorda che occorre tenere in considerazione le circostanze della causa ed i criteri indicati dalla sua giurisprudenza, in particolare la complessità del caso, il comportamento del ricorrente e quello delle autorità competenti come pure l’oggetto della controversia per l’interessato (si veda anche la sentenza Comingersoll c. Portogallo su citato, paragrafo 19). Inoltre, un’analisi più attenta delle varie sentenze posteriori alla sentenza Bottazzi permetterà al governo di osservare la logica interna derivante dalle decisioni della Corte relative alle indennità assegnate nelle sue sentenze e gli importi varieranno soltanto in funzione delle circostanze particolari di ogni caso.
b) Principi che derivano dalla giurisprudenza della Corte
71. Quanto alle osservazioni riguardanti il principio di sussidiarietà, comprese anche quelle formulate dalle terze parti, la Corte evidenzia che secondo l’articolo 34 della Convenzione, lei stessa “può essere investita di un ricorso fatto pervenire da ogni persona fisica, da ogni organizzazione non governativa o da un gruppo di privati che pretenda d’essere vittima di una violazione a fronte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli. Le Alte Parti Contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’effettivo esercizio di tale diritto.”
72. La Corte ricorda che spetta in primo luogo alle autorità nazionali emendare una violazione addotta dalla convenzione. A tale riguardo, la questione interessata ad accertare se un ricorrente può considerarsi vittima dell’inadempimento addotto è posta in tutte le fasi della procedura nei confronti della convenzione (Bourdov c. Russia, n. 59498/00, paragrafo 30, CEDU 2002 III). 73. La Corte ribadisce inoltre che una decisione o misura favorevole al ricorrente è normalmente sufficiente a ritirare l’appellativo di “vittima” se le autorità nazionali hanno riconosciuto, esplicitamente o in sostanza, quindi riparato alla violazione della convenzione (vedere, ad esempio, Eckle c. Germania, decisione del 15 luglio 1982, serie A n. 51, p. 32, paragrafo 69 e seguente., Amuur c. Francia, 25 giugno 1996, raccolta 1996-III, p. 846, paragrafo 36, e Dalban c. Romania (GC), n. 28114/95, paragrafo 44, CEDU 1999-VI e Jensen c. Danimarca (dic.), n. 48470/99, CEDU 2001 74. La questione intesa ad accertare se una persona può ancora considerarsi vittima di una violazione addotta della convenzione implica principalmente per la Corte di sottoporsi ad un esame ex post facto della situazione della persona interessata. Come lo ha già detto in altri casi di durata del processo, il fatto di sapere se la persona interessata ha ottenuto per il danno che gli è stato causato un risarcimento – comparabile alla soddisfazione equa di cui parla l’articolo 41 della convenzione – ha una sua relativa importanza. Risulta dalla giurisprudenza consolidata della Corte che quando le autorità nazionali hanno constatato una violazione e che la loro decisione costituisce una correzione adeguata e sufficiente della violazione stessa, la parte interessata non può più considerarsi vittima ai sensi dell’articolo 34 della convenzione (Holzinger c. Austria (n. 1), n. 23459/94, paragrafo 21, CEDU 2001 I).
75. Al momento che le parti sembrino voler mettere assieme la questione dello status di vittima alla questione più generale dell’efficacia del ricorso e che le parti stesse si augurano di avere direttive per creare vie di ricorso interno più efficaci possibili, la Corte si propone di affrontare questo punto in una prospettiva più ampia, impartendo delle indicazioni circa le caratteristiche che dovrebbe presentare tale ricorso interno, sempre che, in questo tipo di cause, la possibilità per il ricorrente di considerarsi come vittima dipenda dalla correzione che il ricorso interno gli avrà fornito.
76. Occorre constatare che il migliore rimedio in ‘assoluto’ è, come in numerosi settori, la prevenzione. La Corte ricorda che ha affermato più volte che l’articolo 6 paragrafo 1 impone agli stati contraenti il dovere ad organizzare il loro sistema giudiziario di modo che le loro giurisdizioni possano far fronte alle varie esigenze, così come per l’obbligo di affrontare le udienze in un tempo ragionevole (vedere, fra le altre, Süssmann c. Germania, sentenza del 16 settembre 1996, Raccolta 1996 IV, p. 1174, paragrafo 55 e Bottazzi, sentenza summenzionata, paragrafo 22). Quando il sistema giudiziario risulta difettoso a tale riguardo, un ricorso che permette di fare accelerare la procedura allo scopo di impedire il verificarsi di una durata eccessiva costituisce la soluzione più efficace. Tale ricorso presenta un vantaggio innegabile rispetto ad un ricorso soltanto d’indennizzo poiché evita anche di dovere constatare violazioni successive per la stessa procedura e non si limita ad agire soltanto a posteriori come per quanto concerne un ricorso per indennizzo, come ad esempio quello previsto dalla legge italiana.
77. La Corte ha numerose volte riconosciuto a questo tipo di ricorso un carattere “effettivo” nella misura in cui permette di accelerare la decisione della giurisdizione interessata (vedere, fra altre, Bacchini c. Svizzera (dic.), n. 62915/00, 21 giugno 2005; Kunz c. Svizzera (dic.), n. 623/02, 21 giugno 2005; Fehr e Lauterburg c. Svizzera (dic.), n. 708/02 et1095/02, 21 giugno 2005; Holzinger (n. 1) (paragrafo summenzionato 22), Gonzalez Marin c. Spagna (dic.), n. 39521/98, CEDU 1999 VII e Tomé Mota c. Portogallo (dic.), n. 32082/96, CEDU 1999-IX)
78. È così ovvio come, per i paesi dove esistono già violazioni legate alla durata del processo, un ricorso tendente solo ad accelerare la procedura, sebbene auspicabile per il futuro, può non essere sufficiente a risanare una situazione dove è manifesto che la procedura si è già estesa su un periodo eccessivo.
79. Vari tipi di ricorso possono correggere la violazione in modo adeguato. La Corte lo ha già affermato in materia penale giudicando soddisfacente la presa in considerazione della durata della procedura per assegnare una riduzione della pena in modo chiaro e misurabile (Beck c. Norvegia, n. 26390/95, paragrafo il 27 il,.26 giugno 2001). D’altra parte, alcuni stati, come l’Austria, la Croazia, la Spagna, la Polonia e la Repubblica Slovacca , lo hanno compreso perfettamente scegliendo di combinare due tipi di ricorso, uno tendente ad accelerare la procedura e l’altro di natura indennitaria (vedere, ad esempio, Holzinger (n. 1) (paragrafo summenzionato 22); Slavicek c. Croazia (dic.), n. 20862/02, CEDU 2002 VII; Fernandez-Molina Gonzalez ed altri c. Spagna (dic.), n. 64359/01, CEDU 2002 IX; Michalak c. Polonia (dic.), n. 24549/03, 1 marzo 2005; Andráik ed altri c. Slovacchia (dic.)
80. Tuttavia, gli stati possono anche scegliere di dar vita soltanto ad ricorso per indennizzo, come lo ha fatto l’Italia, senza che questo ricorso possa essere considerato come mancante d’efficacia (Mifsud, decisione summenzionata).
81. La Corte ha già avuto occasione di ricordare nella sentenza Kudla (summenzionato, paragrafi 154-155) che, nel rispetto delle esigenze della convenzione, gli stati contraenti usufruiscono di un certo margine di valutazione quanto al modo di garantire agli individui il ricorso imposto dall’articolo 13 e di conformarsi all’obbligo dettato dalla disposizione della convenzione stessa. La Corte ha anche insistito sul principio di sussidiarietà affinché gli imputati non siano più sistematicamente costretti a presentare istanze che sarebbero potute essere istruite inizialmente e, secondo la Corte, in modo più adeguato, nell’ambito degli ordinamenti giuridici interni.
82. Così, quando i legislatori o le giurisdizioni nazionali avranno accettato di svolgere il loro vero ruolo introducendo un mezzo di ricorso interno, è ovvio che la Corte dovrà trarne alcune conseguenze. Quando uno Stato ha fatto un passo significativo introducendo un ricorso per indennizzo, la Corte deve lasciargli un più grande margine di valutazione perché possa organizzare questo ricorso interno in modo coerente con il suo sistema giuridico e le sue tradizioni e in conformità con il tenore di vita del paese. Il giudice nazionale potrà in particolare riferirsi più facilmente agli importi accordati a livello nazionale per altri tipi di danni – come ad esempio quelli corporali tali come il decesso di un parente o quelli in materia di diffamazione – e basarsi sulla sua intima convinzione, anche se vengano accordati risarcimenti di somme inferiori a quelle fissate dalla Corte in casi simili.
83. Conformemente alla sua giurisprudenza relativa all’interpretazione e l’applicazione del diritto nazionale, se, ai sensi dell’articolo 19 della convenzione, la Corte ha per compito di garantire il rispetto degli impegni risultanti dalla convenzione per gli stati contraenti, non gli spetta conoscere errori di fatto o di diritto commessi preventivamente da una giurisdizione, eccetto se e nella misura in cui avessero potuto pregiudicare i diritti e le libertà salvaguardati dalla convenzione. Inoltre, spetta in sommo grado alle autorità nazionali, e singolarmente alle corti e tribunali, di interpretare ed applicare il diritto nazionale (Jahn ed altri c. Germania (GC), No. 46720/99, 72203/01 e 72552/01, paragrafo 86, a sembrare in CEDU 2005).
84. La Corte è dunque destinata a verificare se il modo in cui il diritto nazionale è interpretato ed applicato, produce effetti conformi ai principi della convenzione cosi come sono interpretati nella sua giurisprudenza. Come lo ha giustamente rilevato la Corte di cassazione italiana (paragrafo 25 sopra), ciò vale tanto più quando il diritto nazionale si riferisce esplicitamente alle disposizioni della convenzione. Questo compito di verifica dovrebbe esserle facilitato quando si tratta di stati che hanno effettivamente integrato la convenzione nel loro ordinamento giuridico e che ne considerano le norme come direttamente applicabili poiché le giurisdizioni supreme di questi stati si incaricheranno normalmente di fare rispettare i principi fissati dalla Corte. Perciò, un errore manifesto di valutazione da parte del giudice nazionale può anche derivare da una cattiva applicazione o interpretazione della giurisprudenza della Corte.
85. Il principio di sussidiarietà non significa che occorre rinunciare a qualsiasi controllo sul risultato ottenuto a causa dell’utilizzo della via di ricorso interna, sotto pena di vanificare i diritti garantiti dall’articolo 6 paragrafo 1. A tale riguardo, occorre ricordare che la convenzione ha lo scopo di proteggere diritti non teorici o illusori, ma concreti ed effettivi (principe Hans-Adam II di Liechtenstein c. Germania (GC), n. 42527/98, paragrafo 45, CEDU 2001-VIII). L’osservazione vale in particolare per le garanzie previste dall’articolo 6, dato il posto eminente che il diritto, in una società democratica ha in un processo, con tutte le garanzie previste da questa disposizione, (vedere, mutatis mutandis, il principe Hans-Adam II di Liechtenstein, sentenza summenzionata, paragrafo 45).
c) Applicazione dei principi
86. Deriva da ciò sinora detto che spetta alla Corte verificare, da un lato, se c’è stato riconoscimento da parte delle autorità, almeno in sostanza, di una violazione di un diritto protetto dalla convenzione e, d’altro lato, se la correzione può essere considerata adatta e sufficiente (vedere, in particolare, Normann c. Danimarca (dic.), n. 44704/98, 14 giugno 2001, Jensen e Rasmussen c. Danimarca (dic.), n. 52620/99, 20 marzo 2003, e Nardone c. Italia (dic.), n. 34368/02, 25 novembre 2004).
i .La constatazione di violazione
87. La prima condizione, cioè la constatazione di violazione da parte delle autorità nazionali, non presta a discussione poiché, nell’ipotesi in cui una Corte d’appello assegnasse un’indennità senza avere prima di tutto constatato espressamente una violazione, occorrerebbe considerare che questa constatazione esiste solo sostanza, dato che, secondo la legge Pinto , la Corte d’appello può accordare una somma soltanto quando c’è stato il superamento della durata ragionevole (Capogrossi c. Italia (dic.), n. 62253/00, 21 ottobre 2004).
ii. Le caratteristiche della correzione
88. Quanto alla seconda condizione, cioè una correzione adeguata e sufficiente, la Corte ha già segnalato che, anche se un ricorso è “effettivo” dal momento che permette sia di fare intervenire prima la decisione delle giurisdizioni osservate, sia di fornire all’imputato un risarcimento adeguato per i ritardi già accusati, questa conclusione è valida soltanto se l’azione di indennizzo rimane un ricorso efficace, adeguato ed accessibile che permette di sancire la durata eccessiva di una procedura giudiziaria (decisione Mifsud summenzionata). Non si può infatti escludere che la lentezza eccessiva del ricorso d’indennizzo non ne influisca sullo stesso sebbene il rimedio ne sia adeguato (Paulino Tomas c. Portogallo (dic.), n. 58698/00, CEDU 2003 VIII, Belinger c. Slovenia, (dic.), n. 42320/98, 2 ottobre 2001 e, mutatis mutandis, Öneryildiz c. Turchia (GC), n. 48939/99, paragrafo 156, CEDU 2004 XII).
89. A tale riguardo, la Corte ricorda la sua giurisprudenza secondo la quale il diritto d’accesso ad un tribunale garantito dall’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione sarebbe illusorio se l’ordinamento giuridico interno di uno Stato contraente permettesse che una decisione giudiziaria definitiva ed obbligatoria restasse inefficace a discapito di una parte. La pronuncia di una sentenza, di qualunque giurisdizione, deve essere considerata come facente parte integrante del “processo” ai sensi dell’articolo 6 (vedere, in particolare, Hornsby c. Grecia, sentenza del 19 marzo 1997, Raccolta 1997-II, pp 510-511, paragrafo 40 e seguente., Metaxas c. Grecia, n. 8415/02, paragrafo 25 del 27 maggio 2004).
90. La Corte ha sottolineato, in casi relativi alla durata di procedure civili, che l’esecuzione è la seconda fase della procedura e che il diritto rivendicato trova la sua realizzazione effettiva soltanto al momento della sentenza (vedere, tra l’altro, le sentenze Di Pede c. Italia e Zappia c. Italia, del 26 settembre 1996, Raccolta 1996 IV, rispettivamente p. 1384, paragrafi 22-24 e 26, e pp. 1411-1412, paragrafi 18-20-22; e, mutatis mutandis, Silva Pontes c. Portogallo, 23 marzo 1994, serie A n. 286-A, p. 14, paragrafo 33).
91. La Corte ha affermato inoltre che è inadeguato chiedere ad un individuo che ha ottenuto un credito nei riguardi dello Stato al termine di una procedura giudiziaria di avviare successivamente una procedura d’esecuzione forzata per ottenere soddisfazione. Ne consegue che il pagamento tardivo delle somme dovute al ricorrente tramite la procedura d’esecuzione forzata non può rimediare al rifiuto prolungato delle autorità nazionali di conformarsi alla sentenza, e che non operi una riparazione adeguata (Metaxas, sentenza summenzionata, paragrafo 19, e Karahalios c. Grecia, n. 62503/00, paragrafo il 23 del 11 dicembre 2003). Del resto alcuni stati, come la Slovacchia e la Croazia, hanno anche previsto un termine di pagamento, cioè due e tre mesi rispettivamente (Andráik ed altri c. Slovacchia e Slavicek c. Croazia, decisioni summenzionate). La Corte può ammettere che un’amministrazione possa avere bisogno di un certo lasso di tempo per procedere ad un pagamento; tuttavia, trattandosi di un ricorso per indennizzo che mira a rettificare le conseguenze della durata eccessiva di procedure, questo lasso di tempo non dovrebbe generalmente superare sei mesi a partire dal momento in cui la sentenza di indennizzo diventa esecutoria.
92. Come la Corte ha già ribadito altre volte, un’autorità dello Stato non può pretendere che con il pretesto di una mancanza di risorse non possa onorare un debito fondato su una sentenza di giustizia (vedere, fra numerosi altri precedenti, Bourdov, sentenza summenzionata, paragrafo 35).
93. Quanto al carattere più o meno sommario della procedura in riparazione, va notato che, per disporre di un ricorso d’indennizzo che risponda all’esigenza di un termine ragionevole, è possibile che le norme di procedura applicabili non siano le stesse di quelle che valgono per le azioni ordinarie in riparazione. Spetta ad ogni Stato determinare, in funzione delle norme applicabili nel suo sistema giudiziario, quale procedura sarà più in grado di rispettare il carattere “effettivo” che deve rivestire il ricorso, sempre che questa procedura osservi i principi d’equità garantiti dall’articolo 6 della convenzione.
94. Infine, la Corte trova ragionevole che in questo tipo di procedura in cui lo Stato, a causa della cattiva organizzazione del suo sistema giudiziario, costringa in un certo qual modo gli imputati ad intentare un ricorso per indennizzo, che le norme in materia di spese processuali possano essere diverse e permettere così all’imputato di non di sostenere carichi eccessivi quando l‘azione ha una sua validità. Potrebbe sembrare paradossale che lo Stato, attraverso varie tasse – prima della presentazione del ricorso o posteriori alla sentenza -, riprenda da una mano ciò che ha accordato con l’altra per riparare una violazione della convenzione. Non deve succedere neppure che queste spese siano eccessive e costituiscono una limitazione irragionevole al diritto di introdurre tale azione in riparazione e, perciò, un danno al diritto d’accesso ad un tribunale. Su questo punto, la Corte nota che in Polonia le spese di procedura dovute da un ricorrente per presentare un’azione per riparazione gli vengano rimborsate se il suo ricorso risulta fondato (Charzyski c. Polonia (dic.), n. 15212/03, CEDU 2005).
95. Riguardo alla violazione per la richiesta di tempo ragionevole, una delle ragioni di sufficiente correzione che può cancellare lo status di “vittima” all’imputato riguarda l’ammontare che gli è stato assegnato al termine del ricorso interno. La Corte ha già avuto occasione di indicare che lo status di “vittima” del ricorrente può anche dipendere dall’importo del risarcimento che gli è stato assegnato a livello nazionale sulla base dei fatti esposti alla Corte durante il processo (Normann c. Danimarca (dic.), n. 44704/98, 14 giugno 2001, Jensen e Rasmussen c. Danimarca, sentenza summenzionata).
96. In materia di danno materiale, la giurisdizione interna è sicuramente più in grado di determinare la sua esistenza e la sua entità. Del resto però questo punto non è stato contestato dalle parti né dagli intervenuti.
97. Quanto al danno morale, la Corte – come la Corte di cassazione italiana (vedere la sentenza n. 8568/05, paragrafo 31 qui sopra) – ammette come punto di partenza imprescindibile che la durata eccessiva di una procedura causa un danno morale. La Corte ammette anche che, in alcuni casi, la durata della procedura comporta un danno morale minimo, o non un danno morale che si basa sulla totalità dello stesso (Nardone c. Italia, decisione summenzionata). Il giudice nazionale dovrà allora giustificare la sua sentenza motivandola sufficientemente.
98. Inoltre, secondo la Corte, il livello del rimborso dipende dalle caratteristiche e dall’efficacia del ricorso interno.
99. La Corte può d’altra parte perfettamente accettare che uno Stato che accoglie i vari ricorsi, di cui da una parte quelli che tendono ad accelerare la procedura e dall’altra quelli di natura per risarcimento dei danni, e le cui sentenze, conformi alla tradizione giuridica ed al livello di vita del paese, sono rapide, motivate, ed effettuate con celerità, accordano somme che, pur essendo inferiori a quelle fissate dalla Corte, non sono irragionevoli (Dubjakova c. Slovacchia (dic.), n. 67299/01, 10 ottobre 2004). Tuttavia, quando le esigenze qui sopra enunciate non vengono tutte rispettate dal ricorso interno, il ricorrente può dunque ancora dichiararsi vittima e richiedere un indennizzo più alto.
100. È anche possibile concepire che la giurisdizione che fissa l’importo dell’indennizzo tenga conto del suo ritardo e che di conseguenza, per non penalizzare ulteriormente il ricorrente, accorda una riparazione particolarmente elevata per risarcire questo ritardo supplementare.
iii. Applicazione al presente caso
101. Il termine di quattro mesi previsto dalla legge Pinto rispetta l’esigenza di celerità richiesta per un ricorso effettivo. L’unico ostacolo a ciò concerne gli appelli alla Corte di cassazione per i quali nessuna durata massima è mai stata fissata. Nella fattispecie, la fase giudiziaria è durata da fine ottobre 2001 al 6 giugno 2002, cioè circa sette mesi, cosa che, anche se ciò supera la durata fissata dalla legge, è ancora da considerarsi ragionevole.
102. Invece, la Corte trova inammissibile che il ricorrente abbia dovuto attendere ventitre mesi dopo il deposito della sentenza per ricevere il suo risarcimento e che sia stato obbligato ad intentare un processo esecutivo che gli ha causato spese supplementari.
103. La Corte insiste sul fatto che, per essere efficace, un ricorso per risarcimento debba essere accompagnato da disposizioni di bilancio adeguate affinché possa essere dato seguito, entro i sei mesi che seguono la data del deposito, alle sentenze per risarcimento dei corsi d’appello, sentenze che secondo la legge Pinto , sono di immediata esecuzione (articolo 3 paragrafo 6 della legge Pinto – paragrafo 23 sopra).
104. Allo stesso modo, per quanto riguarda le spese di procedura, alcune spese fisse (come quelle relative alla registrazione della sentenza giudiziaria) possono ridurre fortemente gli sforzi fatti dai ricorrenti in attesa di ottenere un risarcimeno. La Corte richiama l’attenzione del governo su questi vari aspetti per sradicare all’origine problemi che possono dare luogo a ricorsi ulteriori.
105. Per valutare l’importo del risarcimento assegnato dalla Corte d’appello, la Corte esamina, sulla base degli elementi di cui dispone, ciò che avrebbe accordato nella stessa situazione per il periodo preso in considerazione dalla giurisdizione interna.
106. Secondo i documenti forniti dal governo per l’udienza, non c’è sproporzione in Italia tra le somme versate a titolo di danno morale agli eredi in caso di decesso di un parente, o quelle assegnate per danni corporali o anche in materia di diffamazione, e gli importi assegnati generalmente dalla Corte ai sensi dell’articolo 41 negli affari di durata di procedure. Così il livello della compensazione accordata in generale dalle corti d’appello nel quadro dei ricorsi Pinto non può essere giustificato da questo tipo di considerazioni.
107. Anche se il metodo di calcolo previsto in diritto nazionale non corrisponde esattamente ai criteri enunciati da parte della Corte, un’analisi della giurisprudenza di questa dovrebbe permettere la concessione attraverso le corti d’appello di somme che non sono irragionevoli rispetto a quelle assegnate dalla Corte in casi simili.
108. Nella fattispecie, la Corte rileva che la procedura non era eccessivamente complessa. La Corte d’appello ha segnalato esplicitamente che la condotta delle parti non era in causa e che gli intervalli di tempo tra le udienze sono dovuti solo a ragioni strutturali. La decisione della Corte d’appello, parzialmente motivata, enuncia che uno degli elementi che giustifica la diminuzione del risarcimento è la minima importanza della controversia. Sembrerebbe che, se si attribuiscono 1.200 EURO per tre anni di ritardo, la tariffa all’anno sarebbe di 400 EURO. La Corte osserva che l’importo accordato rappresenta circa il 15% di ciò che assegna generalmente in casi italiani simili. Quest’elemento da solo arriva ad un risultato ovviamente irragionevole rispetto alla giurisprudenza della Corte per una procedura dinanzi al giudice del lavoro, e ciò anche se la causa non fosse stata considerata come molto importante. La Corte ricorda a questo riguardo che questo tipo di procedure, come quelle in materia di stato e di capacità delle persone, deve essere particolarmente rapido. Si propone di ritornare sulla questione nel quadro dell’articolo 41 (paragrafo 148 sotto). 109. In conclusione, e considerando il fatto che varie esigenze non sono state soddisfatte, la Corte considera che il risarcimento si è rivelato insufficiente. Non essendovi la seconda condizione, cioè un risarcimento adeguato e sufficiente, non soddisfatta la Corte ritiene che, la ricorrente possa nella specie sempre considerarsi “vittima” della violazione per il non rispetto del “termine ragionevole”. Perciò, anche quest’obiezione del governo deve essere respinta.
III. SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL’ARTICOLO 6 PARAGRAFO 1 DELLA CONVENZIONE
110. La ricorrente lamenta di una violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione, così formulato:
“Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale (…) che deciderà (…) delle contestazioni sui suoi diritti e obblighi di carattere civile (…)”
111. Il 29 novembre 2002 la ricorrente ha segnalato che non si lamentava del modo in cui la Corte d’appello aveva valutato i ritardi ma dell’importo irrisorio dei danni accordati. Il 7 febbraio 2004, ha precisato che le somme non erano ancora state pagate.
112. Nella sua sentenza, la camera ha trovato che c’era stata una violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 perché la durata della procedura non soddisfaceva la “durata ragionevole” richiesta e che questo era un altro esempio della pratica che si riferiva a quella affrontata nella sentenza Bottazzi (paragrafi 22-23 della sentenza della camera).
113. Secondo la ricorrente, la legge Pinto è stata approvata frettolosamente per arrestare il flusso dei ricorsi contro l’Italia e le numerose sentenze di condanna che avevano comportato la constatazione di una pratica in Italia incompatibile con la convenzione. Collocando una parte dei magistrati assegnati alle cause d’appello a far trattare dei ricorsi Pinto, invece di assumerne dei nuovi, il governo non ha fatto che aumentare il lavoro delle Corti d’appello stesse. La ricorrente non vede come tutto ciò possa prevenire future violazioni.
114. Il governo contesta la formulazione adottata nella sentenza Bottazzi (summenzionata, paragrafo 22) quanto all’esistenza di una “pratica” incompatibile con la convenzione, poiché nel presente caso non ci sarebbe stata alcuna tolleranza da parte dello Stato, che aveva adottato numerose misure, fra cui la legge Pinto , per prevenire la ripetizione delle violazioni.
A. Periodo da considerare
115. La Corte ricorda che nella giurisprudenza relativa all’intervento dei terzi in procedure civili si fa la seguente distinzione: quando il ricorrente è intervenuto nella procedura nazionale soltanto in suo nome proprio, il periodo da prendere in considerazione inizia a partire da questa data, mentre, quando il ricorrente si costituisce parte alla controversia come erede, può lamentarsi di tutta la durata della procedura (vedere, infine, M. Ö. c. Turchia, n. 26136/95, paragrafo il 25 il,.19 maggio 2005).
116. Il periodo da prendere in considerazione è dunque cominciato il 10 novembre 1994, con il deposito alla cancelleria di un ricorso dinanzi al giudice d’istanza di Benevento, a titolo di giudice del lavoro, per completarsi il 6 novembre 2003, data del deposito alla cancelleria della sospensione della Corte d’appello. È dunque la durata per le due istanze equivale a oltre otto anni ed undici mesi.
117. La Corte rileva che la Corte d’appello ha valutato la durata della procedura alla data della sua sentenza, cioè il 5 aprile 2002 perciò, un periodo di diciannove mesi non è potuto essere preso in considerazione dalla Corte d’appello.
118. La Corte nota che il governo non ha negato la durata esaminata dalla camera, che il ricorrente non ha in ogni modo più la possibilità di tornare dinanzi ad una Corte d’appello per fare applicare la nuova giurisprudenza della Corte di cassazione del 26 gennaio 2004 (vedere la sentenza n. 1339) e che la durata restante di diciannove mesi era in sé sufficiente per costituire una seconda violazione della stessa procedura (Rotondi c. Italia, n. 38113/97, paragrafi 14-16, 27 aprile 2000 e S.A.GE.MA S.N.C. c. Italia, n. 40184/98, paragrafi 12-14, 27 aprile 2000). Perciò, la Corte ritiene che poiché la ricorrente può considerarsi “vittima” della durata della procedura, può prendere in considerazione tutta la procedura nazionale e non soltanto quella già esaminata dalla Corte d’appello (vedere Gattuso c. Italia (dic.), n. 24715/04, 18 novembre 2004).
B. Carattere ragionevole della durata della procedura
119. La Corte ha già ricordato le ragioni che l’hanno portata a concludere, nelle quattro sentenze contro l’Italia del 28 luglio 1999 (Bottazzi, paragrafo 22, Ferrari, paragrafo 21, A .P., paragrafo 18, Di Mauro, paragrafo 23), all’esistenza di una pratica in Italia (paragrafo 68 sopra).
120. Constata che, come sottolinea il governo, una via di ricorso interno è stata da allora realizzata. Tuttavia, ciò non ha cambiato il problema di fondo, cioè il fatto che la durata delle procedure in Italia continua ad essere eccessiva. Le relazioni annuali del Comitato dei ministri sulla durata eccessiva delle procedure giudiziarie in Italia (vedere, tra l’altro, il documento CM/Inf/DH(2004)23 rivisto e la bozza provvisoria ResDH (2005)114) non sembra affatto indicare evoluzioni importanti in materia. Come la ricorrente, la Corte non vede come la creazione di una via di ricorso interna Pinto permetta di eliminare i problemi di durata di procedure. Tutto ciò ha certamente evitato alla Corte di constatare queste violazioni ma questo compito è stato semplicemente trasferito alle corti d’appello già sovraccaricate. Inoltre, a causa dell’esistenza di divergenze specifiche tra la giurisprudenza della Corte di cassazione (paragrafi 24-31) e quella della Corte, quest’ultima è nuovamente destinata a pronunciarsi sull’esistenza di tali violazioni.
121. La Corte ricorda ancora una volta che l’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione obbliga gli stati contraenti ad organizzare le loro giurisdizioni in modo da permettere ai propri tribunali di rispondere alle esigenze delle molteplici richieste. Tiene a ribadire l’importanza che la giustizia non sia diretta con ritardi atti a compromettere la sua efficacia e la sua credibilità (Bottazzi, summenzionato, paragrafo 22). La situazione dell’Italia a questo riguardo non è sufficientemente cambiata tanto da rimettere in discussione la valutazione secondo la quale l’accumulo di inadempimenti costituisce una pratica incompatibile con la convenzione.
122. La Corte nota che nella fattispecie la Corte d’appello aveva anche constatato un superamento del termine ragionevole per un periodo inferiore a quello preso in considerazione dalla Corte stessa. Tuttavia, il fatto che la procedura “Pinto” esaminata nel suo insieme, ed in particolare nella sua fase d’esecuzione, non ha fatto perdere alla ricorrente la sua qualità di “vittima” costituisce una circostanza aggravante in un contesto di violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 per superamento del termine ragionevole. La Corte sarà dunque portata a ritornare sulla questione dal punto di vista dell’articolo 41.
123. Dopo avere esaminato i fatti alla luce delle informazioni fornite dalle parti e della pratica summenzionata, e tenuto conto della sua giurisprudenza in materia, la Corte ritiene che nel presente caso la durata della procedura controversa sia stata eccessiva e non abbia risposto all’esigenza del “termine ragionevole”. Perciò, c’è stata violazione dell’articolo 6 paragrafo 1.
IV. SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DEGLI ARTICOLI 13, 17 E 34 DELLA CONVENZIONE
124. Negli scritti presentati dinanzi alla Corte nel 2005, la ricorrente sembra considerare che gli articoli 13 e 17 sono stati violati e richiede alla Corte di concludere che il ricorso Pinto non è un ricorso effettivo a causa degli ostacoli che ha creato e dell’applicazione che ne è stata fatta. La ricorrente invita la corte anche a pronunciarsi su una violazione possibile dell’articolo 34 della convenzione poiché, riguardo alla serie di ostacoli costituiti dalla legge Pinto e che devono essere superati prima di potere rivolgersi alla Corte, si potrebbe considerare che vi è stato un ostacolo al diritto di ricorso individuale. Questi articoli sono così formulati:
“Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella (…) Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali. “
“Nessuna disposizione della (…) Convenzione può essere interpretata come implicante il diritto per uno Stato, un gruppo o un individuo di esercitare un’attività o compiere un atto che miri alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella (…) Convenzione o porre a questi diritti e a queste libertà limitazioni più ampie di quelle previste in detta Convenzione.”
“ La Corte può essere investita di un ricorso fatto pervenire da ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppo di privati che pretenda d’essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli. Le Alte Parti Contraenti si impegnano a non ostacolare con alcuna misura l’effettivo esercizio efficace di tale diritto.”
125. A supporre che le argomentazioni sviluppate possano essere considerate come nuove obiezioni tratte degli articoli 13, 17 e 34 e che non si tratti soltanto di mezzi che vengono a sostegno degli sviluppi dal punto di vista dell’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione, la Corte nota che sono stati sollevati per la prima volta davanti ad essa nelle presenti memorie alla grande camera nel 2005. Di conseguenza, non sono convalidati dalla decisione d’ammissibilità del 20 novembre 2003 che delimita la situazione all’interno della quale deve trovare collocazione la Corte (vedere, mutatis mutandis, Assanidzé c. Georgie (GC), n. 71503/01 Ne consegue che quest’obiezioni escono dal quadro del caso così come è stata rinviata alla grande camera.
V. SULL’APPLICAZIONE DEGLI ARTICOLI 46 E 41 DELLA CONVENZIONE
126. Dai termini di questa disposizione:
“1. Le alte Parti Contraenti s’impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti in causa”
“2.La sentenza definitiva della Corte è trasmessa al Comitato dei Ministri che ne controlla l’esecuzione”
127. La Corte ricorda che, nel quadro dell’esecuzione di una sentenza a norma dell’articolo 46 della convenzione, una sentenza che constata una violazione comporta per lo Stato convenuto l’obbligo giuridico, nei confronti di questa disposizione, di mettere un termine alla violazione e cancellare le conseguenze in modo da ristabilire il più possibile la situazione precedente a questa. Se in compenso il diritto nazionale non permette o permette soltanto imperfettamente di cancellare le conseguenze della violazione, l’articolo 41 autorizza la Corte ad accordare alla parte danneggiata, eventualmente, la soddisfazione che gli sembra adeguata. Ne deriva in particolare che lo Stato convenuto riconosciuto responsabile di una violazione della convenzione o dei suoi protocolli è destinato non soltanto a versare agli interessati le somme assegnate a titolo di soddisfazione equa, ma anche scegliere, sotto il controllo del Comitato dei ministri, le misure generali e/o, se necessario, individuali da adottare nel suo ordinamento interno giuridico per mettere un termine alla violazione constatata dalla Corte e cancellare per quanto possibile le conseguenze in modo da ristabilire il più possibile la situazione precedente a questa (Assanidzé c. Georgie, summenzionato, paragrafo 198; Ilascu ed altri c. Moldavia e Russia (GC), n.48787/99 paragrafo 487, CEDU 2004-VII)
128. Inoltre, risulta dalla convenzione, ed in particolare dal suo articolo 1, che ratificando la convenzione, gli stati contraenti si impegnano a far si che il loro diritto nazionale sia compatibile con la convenzione stessa (Maestri c. Italia (GC), n. 39748/98, paragrafo 47, CEDU 2004-I).
129. Di fronte alla Corte sono attualmente pendenti centinaia di casi che riguardano le indennità accordate dalle Corti d’appello nell’ambito di procedure “Pinto” prima dell’inversione di giurisprudenza della Corte di cassazione e/o il ritardo nel pagamento delle somme in questione. Pur prendendo atto con soddisfazione dell’evoluzione favorevole della giurisprudenza in Italia, e particolarmente della recente sentenza dell’assemblea plenaria (paragrafo 29 sopra), la Corte nota con rammarico che, se un errore, dunque una violazione, è stata corretta, ne appare subito un altro: il ritardo nell’applicazione delle decisioni. La Corte non insisterà mai abbastanza sul fatto che soltanto gli stati devono dotarsi dei mezzi necessari e sufficienti perché tutti gli aspetti che permettono l’efficacia della giustizia siano garantiti.
130. Nella sua raccomandazione del 12 maggio 2004 (Rec. (2004)6) il Comitato dei ministri si è rallegrato del fatto che la convenzione era parte integrante dell’ordinamento giuridico interno dell’insieme degli stati membri, pur raccomandando agli Stati membri di garantirsi dell’esistenza di ricorsi interni e della loro efficacia. A tale riguardo, la Corte tiene a sottolineare che se l’esistenza di un ricorso è necessaria non è di per se sufficiente. Ancora occorre che le giurisdizioni nazionali abbiano la possibilità in diritto nazionale di applicare direttamente la giurisprudenza europea e che la loro conoscenza di questa giurisprudenza sia facilitata dallo Stato in questione. La Corte ricorda su questo punto il contenuto delle raccomandazioni del Comitato dei ministri sulla pubblicazione e la diffusione negli Stati membri del testo della convenzione europea dei diritti dell’uomo e della giurisprudenza della Corte (Rec. (2002)13) del 18 dicembre 2002) e sulla convenzione europea dei diritti dell’uomo nella formazione universitaria e la formazione professionale (Rec (2004)4) del 12 maggio 2004), senza dimenticare la risoluzione del Comitato dei ministri (Res (2002)12) che stabiliscono la CEPEG (paragrafi 34-35 sopra) ed il fatto che al vertice di Varsavia nel maggio 2005 i capi di Stato e di governo di del CEPEG hanno deciso di sviluppare le funzioni di valutazione e di assistenza della CEPEG.
Nella stessa raccomandazione del 12 maggio 2004 (Rec. (2004)6) il Comitato dei ministri ha anche ricordato che gli stati hanno l’obbligo generale di rimediare ai problemi soggiacenti alle violazioni constatate.
131. La Corte ricorda che lo Stato convenuto è libero, sotto il controllo del Comitato dei ministri, di scegliere i mezzi per liberarsi dal suo obbligo giuridico alla luce dell’articolo 46 della convenzione, sempre che questi mezzi siano compatibili con le conclusioni contenute nella sentenza della Corte (Broniowski c. Polonia (GC), n. 31443/96, paragrafo 192, CEDU 2004 V).
132. Senza volere definire quali possono essere le misure da adottare da parte dello Stato convenuto perché si liberi dai suoi obblighi nei confronti dell’articolo 46 della convenzione, la Corte pone ‘attenzione sulle condizioni indicate sopra (paragrafi 71-109) quanto alla possibilità per una persona di potere ancora considerarsi “vittima” in questo tipo di casi e lo invita ad adottare tutte le misure necessarie per fare in modo che le decisioni nazionali siano non soltanto conformi alla giurisprudenza della Corte ma ancora effettuate entro i sei mesi che seguono il loro deposito alla Cancelleria.
133. Ai sensi dell’articolo 41 della convenzione,
” Se la Corte dichiara che vi è stata violazione della Convenzione o dei suoi protocolli e se il diritto interno dell’Alta Parte contraente non permette che in modo incompleto di riparare le conseguenze di tale violazione, la Corte accorda, quando è il caso, un’equa soddisfazione alla parte lesa.”
134. Nella sua sentenza, la camera ha dato indicazioni sul metodo di calcolo utilizzato dalla Corte quanto alla valutazione in equità del danno morale subito in ragione della durata di una procedura civile e sulla possibilità di diminuire questa somma a causa dell’esistenza di un mezzo di ricorso interno (paragrafo 26 della sentenza).
a) il governo convenuto
135. Il governo ritiene che la decisione del 10 novembre 2004 abbia segnato una rottura con la giurisprudenza consolidata della Corte e chiede di ritornare alla sua pratica precedente, conforme alle norme convenzionali. Nota che i criteri enunciati mancano di precisione, in particolare nella possibilità di ridurre le somme inizialmente ottenute. Egli sostiene che è soltanto in riferimento ai ritardi imputabili allo Stato che l’importo della soddisfazione equa dovrà essere calcolato.
136. La ricorrente sottolinea la differenza importante di tenore di vita tra gli stati terzi intervenuti e l’Italia e ne deduce che il livello di indennizzo non può essere lo stesso. Nota che la riparazione funge da strumento di costrizione nei confronti degli stati difettosi che sono tenuti come da loro impegno ai sensi dell’articolo 1 della convenzione a rispettare i diritti e le libertà fondamentali riconosciuti dalla convenzione. Le sembra normale che uno Stato più ricco sia condannato a somme più importanti di quelle imposte da paesi che lo sono meno per indurlo a correggere il suo sistema giudiziario, e ciò tanto più quando lo Stato in causa è condannato per lo stesso tipo di violazioni da decine di anni e in migliaia di casi. Osserva che i criteri enunciati nella sentenza contestata non hanno fatto che rivelare i criteri applicati da lungo tempo dalla Corte e che sono perfettamente compatibili con il tenore di vita dei cittadini italiani. Afferma che gli avvocati italiani, che accedono alle sentenze in francese o inglesi, in mancanza di diffusione in italiano, erano già riusciti a dedurre dalle sentenze della Corte tutti i criteri contestati ora dal governo. Sostiene inoltre che non se ne possa chiedere alla Corte di fare un elenco esaustivo di tutte le possibilità di riduzione o d’aumento. Ritiene infine che il giudice nazionale venga incaricato di nuovo di verificare la giurisprudenza della Corte per trovare la risposta della Corte ad una tale situazione.
3. I convenuti terzi
137. Poiche’ il governo ceco ha deciso, oltre all’introduzione di un ricorso di natura preventiva, di adottare una legge che preveda un ricorso per indennizzo, si sente tenuto a proporre un testo legislativo che sarebbe sufficientemente prevedibile. Tiene conto delle difficoltà, poiché, secondo lui, né la convenzione né la giurisprudenza della Corte portano sufficienti precisazioni. Chiede più informazioni sui criteri utilizzati dalla Corte, circa i casi che possono essere considerati come “simili” e sull’inizio della relazione “ragionevole”.
138. Per il governo polacco, sarebbe auspicabile che la Corte indichi in cosa consiste la soddisfazione equa. In mancanza di indicazioni precise, la giurisprudenza nazionale rischia di presentare a volte incoerenze rispetto a quella della Corte. Sarebbe molto difficile per i ricorrenti come per i governi individuare nella giurisprudenza della Corte norme generali in materia di soddisfazione equa. Ne risulta che le giurisdizioni nazionali non sono in grado di appoggiarsi alla giurisprudenza della Corte per prendere decisioni compatibili con questa.
139. Il governo slovacco apprezza il tentativo fatto dalla Corte di precisare i criteri per determinare gli importi a titolo del danno morale. Tuttavia, aggiunge che le considerazioni sulle quali la Corte si basa per procedere a questa determinazione dovrebbero costituire una parte delle ragioni della sua decisione. È soltanto in questo modo che le sentenze della Corte diventerebbero istruzioni chiare per le giurisdizioni nazionali, che decidono gli importi versati a titolo del danno morale causato dai ritardi nelle procedure. Il governo slovacco giudica impossibile tradurre in cifre tutti quest’aspetti o prevedere tutte le situazioni che possono presentarsi. Non si aspetta che la Corte elabori una formula precisa che permetta di calcolare l’importo da assegnare per il danno morale che deriva dalla lentezza di una procedura, né che essa fissi degli importi precisi. Ritiene più importante che la Corte giustichi sufficientemente nelle sue decisioni, il modo in cui i criteri utilizzati per valutare il carattere ragionevole della durata della procedura siano in seguito presi in considerazione per fissare l’importo da assegnare per danno morale che derivi da un ritardo di procedura. Da ciò deriva il fatto che i ricorrenti dovrebbero ottenere la stessa somma in casi comparabili.
4. I criteri della Corte
140. Per rispondere ai governi, la Corte segnala soprattutto che per “casi simili” intende due procedure che sono durate lo stesso numero di anni, per un numero di istanze identico, con oggetto d’importanza equivalente, un medesimo comportamento da parte dei ricorrenti e nello stesso paese. D’altra parte, condivide l’opinione del governo slovacco secondo la quale è impossibile ed irrealizzabile tentare di fornire un elenco di spiegazioni dettagliate per tutti i casi di questa fattispecie, e considera che tutti gli elementi necessari si trovano in dei precedenti disponibili nella base di dati relativa alla sua giurisprudenza.
141.La corte evidenzia inoltre che l’importo che accorderà a titolo del danno morale potrà essere inferiore a quello che si può deliberare dalla propria giurisprudenza quando il ricorrente ha già ottenuto a livello nazionale una constatazione di violazione ed un’indennità nel quadro di un mezzo di ricorso interno. Oltre al fatto che l’esistenza di un mezzo di ricorso sul piano interno si accorda perfettamente con il principio di sussidiarietà proprio della convenzione, questa via è più vicina ed accessibile che il ricorso dinanzi alla Corte, è più rapida e si svolge nella lingua del ricorrente; presenta dunque dei vantaggi che occorre prendere in considerazione (paragrafo 26 della sentenza della camera).
142. La Corte considera tuttavia che quando un ricorrente può ancora considerarsi “vittima” dopo avere esaurito questo mezzo di ricorso interno, deve vedersi accordare la differenza tra la somma che ha ottenuto da parte della Corte d’appello ed una somma che non sarebbe stata considerata come ovviamente irragionevole rispetto a quella assegnata dalla Corte se fosse stata accordata dalla Corte d’appello e versata in tempi brevi.
143. Occorre anche assegnare all’interessato una somma per le fasi della procedura che la giurisdizione nazionale non avrebbe necessariamente considerato nel periodo di riferimento, quando il ricorrente non ha più la possibilità di tornare dinanzi ad una Corte d’appello per fare applicare la nuova giurisprudenza della Corte di cassazione del 26 gennaio 2004 (vedere la sua sentenza n. 1339, paragrafo 25 qui sopra) o quando la durata restante non era in sé sufficientemente lunga per potere essere considerata come costitutiva di una seconda violazione nell’ambito della stessa procedura.
144. Infine, il fatto che il ricorrente, che, per conformarsi alla giurisprudenza adottata nella causa Brusco (summenzionata), aveva cercato di esaurire il nuovo mezzo di ricorso interno rivolgendosi alla Corte d’appello dopo avere presentato la sua richiesta dinanzi alla Commissione, si è trovato nell’obbligo di sopportare un ritardo supplementare in attesa del pagamento della somma dovuta dallo Stato conduca la Corte a condannare il governo a versare anche una somma all’interessato a titolo di questi mesi di frustrazione.
5. L ‘applicazione di questi criteri al presente caso
a) Il danno
145. Il figlio della ricorrente richiede 15.493,71 EURO per danni biologici, 6.197,48 EURO per danni materiali e 5.164,57 EURO per danni morali.
146. Il governo contesta queste richieste. Considera che la constatazione di violazione costituirebbe in sé, se necessario, una soddisfazione equa sufficiente.
147. La Corte non vede legami di causalità tra la violazione constatata ed i danni materiali e biologici addotti e respinge queste domande.
148. In compenso, per quanto riguarda il danno morale, la Corte ritiene che, considerando gli elementi della presente causa (paragrafi 108, 115-118 sopra), avrebbe accordato, in mancanza di mezzi di ricorso interno, la somma di 7.000 EURO. Nota che il figlio della ricorrente si è visto accordare 1.200 EURO da parte della Corte d’appello, cosa che rappresenta approssimativamente il 15% dell’importo che essa stessa avrebbe assegnato al ricorrente. Per la Corte, questo fatto giunge ad un risultato ovviamente irragionevole nei confronti dei criteri individuati nella sua giurisprudenza. Considerando le caratteristiche del mezzo di ricorso scelto dall’Italia ed al fatto che, nonostante questo ricorso interno, ha raggiunto una constatazione di violazione, la Corte, che delibera in equità, ritiene che il figlio della ricorrente dovrebbe vedersi assegnare 2.400 EURO. Inoltre, la Corte accorda 1.000 EURO per la ulteriore durata subita dal figlio della ricorrente dopo una prima constatazione di violazione e 1.600 EURO a titolo della frustrazione supplementare che deriva dal ritardo nel pagamento della somma dovuta dallo Stato, che è stata versata soltanto il 5 maggio 2004.
149. Perciò, il figlio della ricorrente ha diritto a titolo del risarcimento del danno morale a 5.000 EURO, più l’importo dovuto a titolo d’imposta sulla presente somma.
b) Spese e costi
150. Il figlio della ricorrente chiede anche una somma non quantificata per le spese e i costi sostenuti nell’ambito della procedura Pinto e dinanzi alla Corte. Sottolinea che i costi sostenuti per la procedura dinanzi alla Corte d’appello sono di 300,14 EURO, di cui 129,11 EURO di tasse di registrazione. Richiede inoltre 15.969,98 EURO per la procedura scritta ed orale dinanzi alla grande camera, una parte di quest’ultima somma, deve, secondo lui, essergli versata da parte dei governi terzi. Inoltre, poiche’ gli avvocati hanno rappresentato il ricorrente dinanzi alla camera, chiedendone la sentenza (Scozzari e Giunta c. Italia (GC), No. 39221/98 e 41963/98, paragrafi 255-258, CEDU 2000 VIII), chiedono che gli onorari gli siano loro versati direttamente.
151. Il governo non ha preso posizione per quanto concerne le spese chieste dinanzi alla camera. Invece sottolinea che la domanda relativa alla procedura dinanzi alla grande camera è esagerata.
152. Quanto alla domanda nei confronti dei governi terzi intervenuti, la Corte ricorda che il presente caso è diretto soltanto contro l’Italia e che è soltanto in relazione a questo paese che è stata constatata una violazione della convenzione. Perciò, ogni domanda che tende alla condanna di un altro paese alle spese e costi deve essere respinta.
153. D’altra parte, secondo la giurisprudenza della Corte, un ricorrente non può ottenere il rimborso delle sue spese e costi che nella misura in cui si trovano stabiliti dalla propria realtà, dalla loro necessità ed dal carattere ragionevole delle tasse. Inoltre, le spese di giustizia sono ricuperabili soltanto nella misura in cui si riferiscono alla violazione constatata (vedere, Belvedere Alberghiera S.r.l. c. Italia “soddisfazione equa”), n. 31524/96, paragrafo 45 del 30 ottobre 2003). Quanto alla domanda di rimborso delle spese della procedura nazionale, ed in particolare dei 129,11 EURO di tassa di registrazione, la Corte considera che occorre rimborsare l’importo di questa tassa, giunta dopo la decisione della Corte d’appello. Per quanto riguarda le altre spese, la Corte nota che la Corte d’appello ha pronunciato il rimborso parziale delle spese e costi al figlio della ricorrente e che il tenore della decisione non gli permette di dedurre che sono stati già rimborsati. Nella fattispecie, tenuto conto degli elementi in suo possesso, dei criteri suddetti, della durata e della complessità di questa procedura dinanzi alla Corte, giudica eccessiva la somma richiesta dagli avvocati che hanno rappresentato il ricorrente dinanzi alla camera in base al lavoro fornito. Inoltre, essendo noto che un collegio di difesa è stato costituito per le diverse cause esaminate parallelamente (paragrafo 10 sopra), la Corte ritiene che la causa si distingua dalla causa Scozzari (summenzionata) e che dunque non occorre accogliere la domanda degli avvocati. Considera che occorre confermare la somma accordata dalla camera per tutte le spese effettuate, cioè 1.500 EURO, ed accordare al figlio della ricorrente per il lavoro effettuato dinanzi alla grande camera 3.000 EURO, in totale 4.500 EURO, più l’importo che può dovuto a titolo d’imposta su questa somma.
c) Interessi moratori
154. La Corte giudica adeguato basare la tassa degli interessi moratori sul tasso d’interesse dell’operazione di rifinanziamento marginale della banca centrale europea aumentato di tre punti di percentuale.
1. respinge l’obiezione preliminare del governo relativa al non esaurimento dei mezzi di ricorso interno;
2. stabilisce che il figlio della ricorrente è in qualità di proseguire la presente procedura nei suoi luoghi e posto;
3. stabilisce che la ricorrente può considerarsi “vittima” ai fini dell’articolo 34 della convenzione; 4. Dice che c’è stata violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 della convenzione;
5. stabilisce che le altre obiezioni tratte degli articoli 13,.17 e 34 della convenzione escono dal campo del suo esame;
a) che lo Stato convenuto deve versare al figlio della ricorrente, entro tre mesi, le somme seguenti:
i. 5.000 EURO (cinquemila euro) per danno morale;
ii. 4.500 EURO (quattromilecinquecento euro) per spese e costi;
iii. tutto che ammonta a titolo d’imposta sulle suddette somme;
b) che a partire dalla scadenza del suddetto termine e fino al pagamento, quest’importi saranno aumentati di un interesse semplice ad un tasso uguale a quello dell’operazione di prestito marginale della banca centrale europea applicabile per questo periodo, aumentato di tre punti di percentuale;
7. stabilisce la domanda di soddisfazione equa per l’eccedenza. Fatto in francese ed in inglese, quindi pronunciato in udienza pubblica al palazzo dei diritti dell’uomo, a Strasburgo, il 29 marzo 2006.
Segretario di Cancelleria
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