Source: https://www.diritto.it/educarsi-e-educare-alla-responsabilita-mediante-la-responsabilita/
Timestamp: 2019-08-25 18:07:26+00:00
Document Index: 157268158

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 27', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 29', 'art. 5', 'art. 18', 'art. 147', 'art. 29', 'art. 315', 'art. 315', 'art. 27', 'art. 40', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 29', 'art. 2048']

Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla due volte della personalità del fanciullo e più volte della responsabilità, dapprima di tutta la famiglia (nel Preambolo), poi dei genitori e di altri adulti, infine del fanciullo (nell’art. 29). Per lo sviluppo della personalità dei bambini e dei ragazzi è fondamentale educarli alla responsabilità. Quello che riguarda o fa la persona è personale, nel bene e nel male, dal bene al male; non riconoscere la responsabilità di quello che si sceglie di fare significherebbe spersonalizzare in toto l’agire quotidiano (è anche questo il significato dell’inciso costituzionale dell’art. 27 comma 1 Cost., “La responsabilità penale è personale”, e non occorre arrivare alla commissione di un reato per rendersene conto). Responsabilità è anche saper attribuire a ciascuno il suo: conoscere i propri limiti, le proprie colpe, riconoscere le conquiste e i meriti altrui. La personalità di ogni persona è delineata dalla libertà e dalla responsabilità di tutto quello che fa. Sviluppo della personalità e assunzione della responsabilità corrispondono al binomio “svolgimento della personalità” e “adempimento dei doveri di solidarietà”, enunciato nell’art. 2 della Costituzione.
In questo percorso di educazione alla responsabilità è fondamentale la responsività dei genitori, in particolare della madre, intesa come capacità di dare una risposta adeguata ai bisogni e agli stati emotivi espressi dal bambino, condizione necessaria per favorire il processo di crescita ed individuazione come essere distinto dalla generalità. È necessario che il bambino si distacchi dai genitori e che si percepisca come “individuo”, che significa letteralmente “che non si può dividere, tutto ciò le cui parti non possono dividersi, senza che perda la sua effige, il suo carattere e, quindi, tutto ciò che ha una personalità, un’esistenza tutta sua speciale”. Distaccandosi sanamente dai genitori il bambino si percepisce e conosce come individuo con una propria individualità e così riconosce anche gli altri, senza aver bisogno di correre e ricorrere sempre dai genitori, soprattutto per farsi giustificare o spalleggiare dai genitori in caso di malefatte o altro. Con la responsività si mettono in pratica nei confronti del bambino il “riconoscere” e il “considerare” (entrambi i verbi evocano qualcosa da fare insieme), basilari nella vita relazionale, formulati teoricamente nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Perché “occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società, ed allevarlo nello spirito degli ideali […] e in particolare nello spirito […] di tolleranza” (dal Preambolo della Convenzione). “Avere una vita individuale” è il contrario dell’individualismo dilagante e “spirito di tolleranza” è la capacità di prendere su di sé qualcosa, quindi il contrario dell’essere scaricabarili, come avviene nella quotidianità.
Si educa e ci si educa alla responsabilità soprattutto nella vita quotidiana familiare; la genitorialità è connaturalmente responsabilità perché la parola “genitore”, colui che genera, finisce col suffisso “-tore”, proprio dei nomi indicanti l’agente, e chi agisce sa che, socialmente e giuridicamente, è responsabile di quello che fa, che ad ogni sua azione corrisponde una reazione. “Molto spesso la parola “responsabilità” evoca immagini plumbee: sacrifici, rinunce, limitazioni di libertà e via soffrendo. In realtà, molti padri e molte madri potranno confermare che la nascita di una figlia o di un figlio li arricchisce, aggiunge senso alla loro esistenza e consente di immaginare un futuro al di là dei limiti temporali della loro vita. A proposito di responsabilità, nessuno ragionevolmente può considerare responsabile di alcunché un neonato: la sua totale dipendenza dagli adulti gli preclude ogni possibilità di scelta. Quella medesima totale dipendenza fa sì che una totale responsabilità ricada sugli adulti dai quali dipende il suo sviluppo fisico e psicologico e, più in generale, su tutti quegli adulti che con lui stabiliscono relazioni. Nel corso dello sviluppo il bambino conquista nuove autonomie, riduce la dipendenza iniziale, altre dipendenze si creano, si riducono e scompaiono, sempre più sarà un individuo che sceglie, che è responsabile, che sul bisogno d’amore cercherà di innestare una scelta d’amore. La famiglia è dunque anche questo: un luogo in cui apprendere a convivere con il conflitto, con le differenze, dove imparare che la fertilità – quanto cioè di più vicino alla felicità l’essere umano possa conquistare in questo mondo – è possibile nella relazione tra diversi, che l’identità si conquista con il confronto e anche con l’opposizione, che non c’è nulla da temere nel riconoscersi differenti” (lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro).
“Anche se difficile, genitori e nonni non possono sempre dire “sì”. Con apertura al dialogo, autorevolezza, chiarezza e coerenza si può ottenere molto dai figli” (Elisa Mazzola, psicologa e psicoterapeuta). Dire no (motivato) ai bambini e ragazzi significa dare orientamento e consigli (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), guidare (art. 14 Convenzione), preparare ad assumere le responsabilità della vita (art. 29 lettera d Convenzione). “È innegabile che dire di no, per i genitori o ancora di più per i nonni, è talvolta difficile. Ma basta fermarsi un momento a riflettere sul significato che può assumere un “no” detto nel modo giusto e nella situazione giusta per capire quanto possa diventare importante per la crescita del bambino. Nella vita di tutti i giorni dobbiamo rispettare delle regole e saper riconoscere dei limiti per mantenere relazioni positive con il mondo che ci circonda e questa capacità di capire ciò che si deve e non si deve fare si inizia ad apprendere fin dalla prima infanzia” (Elisa Mazzola). Dire no rientra nelle responsabilità, nei diritti e nei doveri dei genitori, e delle altre figure adulte significative, di impartire al fanciullo, in modo consono alle sue capacità evolutive, l’orientamento ed i consigli necessari all’esercizio dei diritti (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Perché ai diritti corrispondono doveri e i diritti non possono essere senza limiti, altrimenti diventano abusi e soprusi. “Un “no” che sia ragionevole, chiaro e che sia accompagnato da coerenza e lungimiranza educativa ripaga alla lunga di quei momenti in cui il pianto del ragazzo o le male parole che lo accompagnano feriscono e chiudono lo stomaco. […] I “no” detti in una particolare situazione devono essere gli stessi per ogni situazione simile, ossia è importante essere coerenti. È inoltre fondamentale che entrambi i genitori mantengano la stessa linea educativa e che siano d’accordo sulle regole e i comportamenti da rinforzare nel bambino in modo da non creargli confusione” (Elisa Mazzola). Dire, spiegare e mantenere la posizione del “no” è un aspetto della coralità e della coerenza tra i genitori, anche e soprattutto quando sono separati tra loro. “Comune” (dal latino “cum” e “munis”), “che compie il suo incarico insieme con altri”: comune è la genitorialità che deve essere basata su coralità educativa, coerenza, comunicazione tra i genitori e con i figli. “[…] i genitori hanno comuni responsabilità in ordine all’allevamento ed allo sviluppo del bambino” (art. 18 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Quello educativo è ormai un disagio vero e proprio, radicatosi nei nostri ragazzi a partire dall’assenza totale di regole, di valori, di consapevolezza circa l’esito delle loro azioni. […] L’assenza totale di un mondo adulto capace di veicolare contenuti di alcun tipo. Qui mancano, innanzitutto, i genitori. Che nel “lasciar fare” ormai dominante nel rapporto coi figli rinunciano alla severità necessaria al rapporto educativo: un rapporto che presuppone ed esige delle regole e, spesso, dei “no”. […] Ma ai ragazzi la sola punizione non basta, non serve. Quello che devono capire, e interiorizzare, è il senso della responsabilità di quello che fanno e il rispetto per l’altro. Insegnarlo loro comporta fatica, e richiede tempo, ma è l’impegno che ci è chiesto come educatori e non possiamo, non dobbiamo abdicarvi” (la pedagogista Chiara Palazzini). I genitori hanno l’obbligo di “assistenza morale” (nel novellato art. 147 cod. civ.), che richiede anche severità (da “ciò che ispira rispetto”) e che non può essere abdicato. Severità che significa pure rimproverare (secondo alcuni da “riprovare”), redarguire, richiamare, riprendere, tutti verbi che cominciano col prefisso ri- che esprime ripetizione, ritorno ad una fase anteriore, intensità: quanto si fa (o si dovrebbe fare) in ogni relazione soprattutto educativa.
Tra una figlia adolescente e un padre rintracciato dopo anni di allontanamento: “Papà, hai mai pensato a me? – Hai bisogno di qualche aiuto? – Cosa? – Hai bisogno di soldi? – Io voglio solo parlare con te” (dal film “La mia adorabile nemica”). Nella legislazione si parla di “genitorialità responsabile” e di “responsabilità genitoriale”. Responsabile è colui che risponde. Un genitore responsabile, ed in particolare un padre responsabile, è colui che risponde e deve saper rispondere alle esigenze di amore del figlio, di ogni figlio (che può richiedere più o meno severità).
Nel nucleo familiare tra fratelli e sorelle ci si corresponsabilizza, in modo particolare i primogeniti sono referenti per i secondogeniti che “[…] Hanno un partner che sa fare un po’ meglio quello che sanno fare loro, ma non è distante come l’adulto. Da lui imparano tutto ciò che serve. Non sempre è vero che i secondogeniti sono i più bravi, ma lo sono di più quando la relazione fraterna ha una qualità positiva, quando esistono cooperazione e scambio. Tanto più due fratelli vanno d’accordo tanto più avranno la possibilità di scambiarsi conoscenze. Sono importanti sia l’ordine di genitura che la qualità del rapporto. Il vantaggio per i secondogeniti vale soprattutto quando sono meno abili a livello verbale. Se un bambino è meno preparato dal punto di vista linguistico, ha più difficoltà a interagire con l’adulto. Avere un fratello funziona, allora, come cuscinetto di protezione. Sono i bambini che ne hanno più bisogno a trarne maggiore beneficio” (Serena Lecce, docente di psicologia evolutiva). La relazione tra fratelli ha una grande valenza pedagogica perché consente anche di “preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia” (come enucleato tra gli obiettivi dell’educazione nell’art. 29 lettera d della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Una prima cosa si può dunque insegnare ai ragazzi: che essere umili non significa disprezzare se stessi o fare i falsi modesti, come qualcuno potrebbe essere tentato di pensare. Significa invece riconoscere e vivere la dignità e la responsabilità della propria figliolanza […]. E quindi significa anche non avere atteggiamenti superbi, non sentirsi autosufficienti, non autocompiacersi e vantarsi per le doti che si hanno o per le opere buone che si compiono, non essere pieni di orgoglio” (la giornalista e scrittrice Cristina Uguccioni). Imparare ad essere figli è imparare il senso del rispetto e della reciprocità, alla base di ogni relazione. Anche per questo si è passati dall’art. 315 del codice civile “Doveri del figlio verso i genitori” alla nuova formulazione dell’art. 315 bis “Diritti e doveri del figlio” (introdotto dalla L. 219/2012).
“Il mondo degli adulti è alle prese con il fatto che i ragazzi di oggi non riconoscono il valore del limite, non hanno paura degli adulti, non si sentono toccati da castighi o sensi di colpa. E così invoca le regole nel tentativo di ritornare al rispetto dell’adulto come detentore di un valore simbolico. E questo è ormai impossibile. Io sono tra quelli che reputano che sia una conquista che i bambini non abbiano più paura del papà o della maestra. Sarà retorico, ma credo che il fondamento dell’educazione oggi sia l’esempio, la testimonianza. Il padre trasmette ciò che è da come tratta la mamma, la casa, il denaro, il potere, il codice stradale. Il bambino lo segue non per obbedire a una regola ma per stima e per affetto” (lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet). “I genitori o le altre figure aventi cura del fanciullo hanno primariamente la responsabilità di assicurare, nei limiti delle loro possibilità e delle loro disponibilità finanziarie, le condizioni di vita necessarie allo sviluppo del fanciullo” (art. 27 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). La relazione genitoriale, ed ogni relazione significativa, dovrebbe essere basata su responsabilità (capacità di dare risposte, soprattutto delle proprie scelte) e sviluppo (togliere dal viluppo), consentire ai bambini di svolgere la vita senza condizionamenti, pregiudizi, dipendenze affettive o di altra natura.
“[…] il giovane è spinto a trasgredire, a superare i limiti: fa parte della sua natura di curioso della vita, ma non c’è nulla di peggio del non poter capire dov’è questo limite e dunque dove inizia la trasgressione, perché mancano adulti capaci di prendersi le proprie responsabilità. Da un lato, questo porta a trasgressioni sempre più clamorose per far sì che qualcuno si accorga dell’esistenza del ragazzo altrimenti invisibile. Dall’altro, la nostra cultura ha elaborato un’assoluta novità nella storia della specie: la trasgressione senza punizione, una specie di assicurazione contri i rischi della trasgressione” (Fulvio Scaparro). Nell’art. 40 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, in cui si dettano i principi della giustizia penale minorile, si parla, a proposito del minorenne reo, di “esigenza di facilitare il suo reinserimento nella società e di fargli assumere un ruolo costruttivo in seno a quest’ultima”. Anziché occuparsi del reinserimento dei giovani devianti nella società, urge pre-occuparsi dell’inserimento dei giovani nella società: questa è l’emergenza quotidiana educativa e così si costruisce la vera giustizia sociale. Occorre investire di più nelle aule scolastiche e non in quelle giudiziarie.
Lo psicanalista francese Tony Anatrella[1] fa notare come gli scambi sessuali vissuti come pura ricerca di sé non aiutano certo ad accettare l’altro, così come la sessualità vissuta unicamente come piacere, come attività impulsiva, non si lascia facilmente integrare in un progetto di amore (vita) e di fedeltà (lealtà) inscritto nella durata. La sessualità – etimologicamente da “tessere” o da “separare”, quindi componente essenziale dell’identità – non deve essere intesa come oggetto di una specifica disciplina sotto il nome di “educazione sessuale” sin dalla scuola dell’infanzia ma come percorso di vita, come trama di quello sviluppo di cui si parla nell’art. 27 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Uno sviluppo che comincia da quello fisico per farsi mentale, spirituale, morale sino all’apertura sociale per divenire matura vita relazionale ed intima. In ciò conta molto l’esempio di vita degli adulti, “cresciuti negli anni e nella persona, quanto basta per avere intelletto e discernimento”. Quant’enucleato nell’art. 27 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si riferisce anche alla crescita sessuale, che non è solo anatomia e spiegazione del ciclo mestruale o degli spermatozoi. “È necessario riconoscere le differenze che contraddistinguono ogni età della vita, c’è un tempo per entrare nel mondo e uno in cui guidare gli altri nello stesso percorso. Ricostruire un linguaggio comune che impedisca all’indispensabile asimmetria tra generazioni di trasformarsi in incomunicabilità” (Duccio Demetrio, filosofo dell’educazione). I genitori devono essere tali e non amici dei propri figli, devono avere la capacità e la responsabilità di guidarli verso la loro vita, come si ricava dagli articoli 14 e 18 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. I genitori devono assumersi le responsabilità già dal concepimento e dalla scelta della fecondazione. “La fecondazione eterologa viene giustificata, inoltre, anche dall’idea che non conti tanto la genitorialità biologica, quanto quella «sociale», di chi, cioè, desidera il figlio e quindi svolge volontariamente il ruolo di genitore. Ma allora perché non adottare un bambino? Anche in questo modo la genitorialità è sociale, ma nel caso dell’adozione si rimedia a un male già avvenuto, a un disastro affettivo che si può riparare. La fecondazione eterologa, invece, il male lo crea, perché i figli, prima o poi, vorranno sapere come sono nati, e rimarranno turbati, vorranno sapere chi è il loro vero genitore, e magari lo andranno a cercare, se possibile, per conoscerlo” (Lucetta Scaraffia, storica e giornalista). La vera genitorialità sociale o diffusa è data dal fare veramente comunità (termine che compare tre volte nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), da “comune”, dal latino “cum”, con, e “munis”, incarico, pertanto significa “unito ad altri con l’obbligo per ciascuno di qualche prestazione” e conseguentemente col diritto di ricevere qualche beneficio. Fare comunità nei confronti dei bambini è avere altresì comune responsabilità, anche delle conseguenze della fecondazione eterologa o di altre scelte che possono rivelarsi egoistiche, come maternità surrogata, utero in affitto, “stepchild adoption” (letteralmente “adozione del figliastro”, adozione del figlio “biologico” dell’altro partner in un coppia dello stesso sesso) o altre ancora.
“Occorre ricordare che il destino non è fissato, ma è legato alle azioni della persona e, solo in minima parte, al caso che non è influenzabile. Nemmeno il passato si può modificare, quindi è necessario imparare ad accettare i propri errori e le perdite subite in modo da continuare a vivere una vita piena. Non dobbiamo accontentarci di sopravvivere” (Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, esperto in patologie legate alle dipendenze): traducibile giuridicamente in “[…] preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera” (art. 29 lettera d Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “Responsabilità” è saper fare i conti col passato, rispondere delle proprie azioni e raddrizzare il proprio percorso per incontrarsi con quello altrui. La “società libera” è quella libera da e di condizionamenti, dipendenze, pregiudizi e preclusioni.
“Ma i campi di guerra della nostra sconfitta generazionale sono tanti. In famiglia, con le donne, con i figli. Una generazione di indecisi, di uomini incapaci di sostenere. E questo, se vogliamo non sarebbe stato neanche un disvalore. Avrei amato una classe che rompeva lo schema familiare. Basta chiesa, basta casa, basta famiglia. Ma noi l’abbiamo fatto per paura, per tedio, non per progetto. Dunque non vale. Una rivoluzione involontaria, che si traduce solo in cambiamento dei costumi, è peggio del peggiore conformismo. Abbiamo rotto il modello sociale tradizionale solo in apparenza, solo per incapacità, e per sostituirlo con quale altro modello. Quando si dice «no» a qualcosa, dopo si sta meglio, dopo si fa quello che si desiderava: ciò per cui il no era stato partorito. E cosa abbiamo fatto noi dopo i figli illegittimi, dopo le separazioni, dopo gli adulteri, dopo le lotte per gli alimenti, dopo i no sul sagrato della chiesa, all’ultimo momento, dopo il lavoro flessibile?” (lo scrittore Simone Perotti). Gli adulti di oggi mancano di responsabilità e progettualità sottraendo presente e futuro alle nuove generazioni.
“I figli non sono album da colorare come piace a noi” (Khaled Hosseini, medico e scrittore)[2]. “Non c’è nessuno che riesca a fuggire del tutto dall’incantesimo dell’infanzia” (la scrittrice giapponese Banana Yoshimoto)[3]. La vita rivela il meglio di sé nell’infanzia ed è responsabilità degli adulti che sia così e che i bambini siano solo bambini. “Ogni bambino ci dice nella sua maniera la bellezza e le ferite della vita e ci richiama così alla nostra responsabilità” (dalla Charte du Bureau International Catholique de l’Enfance di giugno 2007). “Voglio dire agli studenti di non essere impazienti. Il vostro è un momento magico, importante per tutta la vita. Non siate impazienti di passare. È un momento magico. Bisogna sempre prepararsi” (Vittorio Storaro, direttore della fotografia). Tra i possibili significati etimologici di “magia”, vi sono “purificare, ingrandire, onorare, festeggiare”: tutti gli adulti hanno la responsabilità di trasmettere alle nuove generazioni quest’atteggiamento verso la vita. “Dalla buona o cattiva educazione dei giovani, dipende il futuro della società” (don Giovanni Bosco). Tutto questo rappresenta la responsabilità degli adulti, da quella civilistica “in educando” (art. 2048 cod. civ.) a quella genitoriale che, discutibilmente, ha sostituito la potestà genitoriale in seguito al decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154 “Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219”.
“Essere al mondo, per quello che ho potuto capire, è quando ti è affidata una persona e tu ne sei responsabile e allo stesso tempo tu sei affidato a quella persona ed essa è responsabile per te” (lo scrittore Erri De Luca)[4]. Responsabilità: «abilità» di vita, «sponsalità» con l’altro, contro l’«esilità» della quotidianità (quella che il sociologo Zygmunt Bauman chiama “liquidità”).
[1] Tony Anatrella, “Interminables adolescences. Les 12-30 ans”, Editions du Cerf, Paris 1988
[2] Khaled Hosseini, “Il cacciatore di aquiloni”, Piemme, 2004
[3] Banana Yoshimoto (pseudonimo di Mahoko Yoshimoto), “Presagio triste”, Feltrinelli, 2003
[4] Erri De Luca, “Non ora, non qui”, Feltrinelli, 1992