Source: http://www.circolodegliscipioni.org/index.php/home/articoli?start=140
Timestamp: 2020-04-09 16:33:27+00:00
Document Index: 144845067

Matched Legal Cases: ['art. 39', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'sentenza ']

Il diritto dei derivati tra approccio sistematico e profili contingenti: gli abusi su strumenti derivati – Considerazioni generali: meri inconvenienti pratici o antinomie? Gli strumenti derivati sono una categoria di strumenti finanziari, i quali a loro volta sono forme di investimento di massa, tendenzialmente ma non necessariamente suscettibili di negoziazione diffusa, e costituiscono l’oggetto delle attività dei servizi di investimento (prima servizi di intermediazione mobiliare), riservate, ove svolte professionalmente nei confronti del pubblico, alle banche ed alle S.I.M. Gli strumenti derivati hanno ad oggetto beni od entità finanziarie o reali esterni al contratto: in altri termini, l’investimento finanziario avviene non mediante acquisto di tale bene od entità ma mediante raggiungimento di un risultato economico, positivo o negativo che sia, in dipendenza dell’esito dell’andamento dello stesso bene o entità, vale a dire del valore di questa alla data di esecuzione; tale bene od entità resta estraneo al contratto ed alla sfera di determinazione delle parti. Conseguentemente, gli stessi sono eseguiti, con il pagamento del differenziale della quotazione in capo al cliente o all’intermediario a seconda dell’esito negativo o positivo dell’andamento del bene od entità alla data di esecuzione: possono essere di copertura o speculativi a seconda che i beni di cui al contratto siano o no nel patrimonio dell’investitore; nel caso di derivati speculativi, il rischio di perdita può essere anche superiore e di molto, per l’effetto leva, al patrimonio conferito dal cliente all’intermediario.
La scheda elettorale bianca non può essere considerata nulla, al pari di quella “sporcata”. Nulla come se l’elettore fosse incapace di votare. E’ un voto vero che indica un atto democratico di rifiuto sia degli uni che degli altri. Deve essere considerato una scelta consapevole, non un’astensione. Finché le schede bianche non saranno considerate come voto espresso rimarranno inutili e non aumenteranno sensibilmente. Anche se vengono semplicemente conteggiate non intervengono in nessun modo sul risultato. L’elettore vuole “pesare” e una scheda bianca non contabilizzata non pesa nulla. Il computo della percentuale ottenuta dai candidati rimane sempre sul numero dei voti “validi”. In verità le schede bianche, così come l’astensione, rappresentano però una vera scelta elettorale e un vero malessere nell’ambito della democrazia. Soprattutto se la rappresentanza politica è percepita come semplice alternanza (espressione “sono tutti uguali”). E il prodotto offerto, in realtà, è sempre identico. In un libro straordinario Lucidità, José Saramago sottolineava il potenziale sovversivo della scheda bianca. In una capitale immaginaria le elezioni amministrative danno un risultato sconcertante: “ destra 8 %, centro 8%, sinistra 1%, astenuti 0, nulle 0, schede bianche 83%”. Annunciando il risultato, con il viso livido, il primo ministro ha capito che “queste bianche hanno dato un colpo brutale alla normalità democratica e che 83% degli elettori della città, con una mano poco patriottica, le hanno deposte nelle urne.” (per il seguito il libro vale la pena di essere letto, è lucidissimo e anche divertente). E’ vero che l’astensione attiva è una posizione politica più coerente, più chiara, con nessuna richiesta di essere considerata dalla politica, alla quale, d’altronde, sembra interessare poco, l’importante è governare con quelli che vogliono esserlo. In realtà l’astensione agisce evitando di partecipare a questa organizzazione politica fondata sull’annullamento totale della rappresentatività e del potere popolare e la presa di possesso delle istituzioni e degli strumenti di democrazia da parte delle oligarchie partitiche. Non voglio votare per qualcuno che mi viene imposto o essere preso costantemente in giro. E’il giusto argomento dell’astensionista, non c’è che dire. Né si può a cuor leggero citare in termini dispregiativi di “populismo” il 50% dei cittadini che non vogliono più votare, che se aggiunti al 25% di altri “populisti” (M5S) e al 3-4% di schede bianche e nulle, il resto democratico fa ridere, nei contenuti e nella rappresentanza. Possiamo dire che la “maggioranza” è una vera “minoranza”. Ma anche se gli astensionisti fossero solo il 30% (cifra endemica e quasi naturale nei paesi a democrazia occidentale) rimarrebbero comunque il “movimento” più rappresentativo dei cittadini. A livello europeo la paura montante delle destre, soffiata sia dal Partito Popolare che dal PSE in coalizione obbligatoria per sempre contro il “populismo” o il “popolo”, non dovrebbe spaventarci. Per quello che stanno facendo ai lavoratori, tedeschi compresi, più destra di così, nei fatti e nell’abbattimento del welfare, elemento di solidarietà e di dignità di vita del sociale, e nell’impoverimento di milioni di persone, si muore. Anzi, a mio avviso, avranno bisogno di queste destre per continuare il loro deleterio cammino, teatrino a recita dove si stenta a riconoscere le parti vere. I neonazisti ucraini stanno mostrando da che parte sono contro chi non vuole morire o farsi derubare dal, e nel, “migliore dei mondi possibili”, (a ragion veduta e esperienze esposte), sotto i diktat di gruppuscoli non eletti e lobbisti, come nella “normalità democratica” della troika internazionale e dei governi imposti e servi. Né per questi vale l’autodeterminazione dei popoli né i loro referendum “bulgari” che vengono dichiarati “illegali”. Ma da chi? Quando non conviene (di nuovo a chi?) il voto diventa illegale. Sembra esserci una democrazia giusta e una no. Esiste il diritto a resistere a un colpo di stato? Dire che Putin fa il furbo per addossargli la colpa della loro sottovalutazione geopolitica significa che Obama e l’Europa satellite sono proprio degli stupidi. Con il colpo di stato “pacifici” (anzi parecchi) gli occidentali hanno messo in crisi il concetto di democrazia anche a casa loro. Mentre la scheda bianca significa comunque partecipazione e quindi legittimare queste istituzioni e rimanere nel quadro costituito. Astenersi invece è come superare la linea della disubbidienza del “dovere” del voto in vista di una massa critica, di una grande e vera folla di individui, che intravvede solo idee “sovversive” di cambiamento. Anche se le motivazioni vengono rappresentate più come disinteresse e come disgusto della politica in atto. In una democrazia, è normale che l'opposizione non si trovi d'accordo con la maggioranza, è normale che non si facciano accordi con chi non condivide il tuo pensiero o azione politica e possa esprimerlo. Il succo della democrazia sta tutto qua. Senza vera opposizione si può tranquillamente dire di essere in “dittatura dolce”. Chi non vota non ha necessariamente torto; rifiuta democraticamente ciò che gli viene offerto. Ne ha “diritto”? O votare è un “dovere” verso chi ormai ha piegato tutte le istituzioni al proprio comando e resa una scelta possibile una farsa? Tra il popolo e l’elezione dei suoi rappresentanti nelle sedi legislative c’è un passaggio costituzionale. I partiti, tramite i loro segretari, hanno scelto prima loro, e imposto in questo modo due passaggi obbligando il cittadino a un voto subordinato. Diciamo in modo “non ti preoccupare, ci penso prima io a sceglierti i tuoi rappresentanti, tu basta che ci voti”. Allora non sparate sulle schede bianche e sull’astensione. Come movimento sono la maggioranza vera in tutti i paesi a democrazia occidentale. Pensare di esportarla non vi sembra presunzione?
Note sull’economia: La circolarità del sistema L’attuale fase del capitalismo è dominata, come tutti sappiamo, da un eccesso degli strumenti finanziari speculativi, la cui continua utilizzazione ha alterato i meccanismo già imperfetti e classisti del capitalismo industriale. Qui non si vuole ripercorrere la storia del capitalismo, ma solo “ricordare” che esso ha attraversato fasi varie e che le banche e gli istituti finanziari in genere, da strumento utile per permettere investimenti e liquidità alle aziende, sono di fatto diventate istituti autonomi che perseguono interessi loro e dei loro proprietari sino al punto di essere quasi del tutto disinteressate all’economia reale ed ai meccanismi che la governano. Si è perso così di vista che il sistema capitalistico è un sistema circolare Cosa vuol dire “sistema circolare”? Vuol dire che il suo corretto funzionamento prevede un investimento di capitali (il denaro, di seguito D), una produzione (la merce, di seguito M) ed un ritorno in D a seguito delle vendite. Il ciclo corretto è, dunque: D-M-D. Dunque un sistema circolare nella sua funzionalità, che è caratterizzato da altri elementi, tra cui: 1. successione continua dei cicli economici. Forse si fa fatica a coglierla perché il concetto di ciclo richiede un’astrazione concettuale mentre nella realtà c’è un continuo intreccio dei cicli stessi. Si è già detto che il ciclo è un processo concluso, le cui fasi teoriche sono: raccolta dei capitali necessari (propri o di terzi come si vede in ciascun bilancio), investimenti per la realizzazione di beni o di servizi, distribuzione e vendita oppure erogazione e vendita, incasso. Se l’investimento è stato positivo si avranno degli realizzo utili o, se è stato negativo, delle perdite (rientra nel rischio di investimento). Nel primo caso il capitale investito viene remunerato; nel secondo no. Negli investimenti rientrano sia il pagamento dei dipendenti sia quello dei fornitori, necessari entrambi, per realizzare il ciclo svolgere. L’insieme del reddito prodotto alimenterà il ciclo successivo; 2. tutti i fattori che concorrono alla realizzazione del ciclo sono connessi tra loro sia sotto l’aspetto temporale sia sotto l’aspetto funzionale. Vale a dire che deve esserci l’offerta di beni e servizi ma anche la domanda pagante per acquistarli. Il sistema funziona, appunto, se c’è equilibrio tra domanda ed offerta perché produzione e distribuzione della ricchezza non sono entità separate o separabili. Da qui bisogna partire; da qui dovrebbero nascere le politiche correttive degli stati contro lo strapotere dei grandi detentori di ricchezza mobiliare, dei trust produttivi e dei cartelli di fatto tra imprese, che alterano il gioco del mercato. Se si vuole rimanere in un sistema capitalistico, tutte le varianti che compongono il funzionamento del sistema devono essere tenute in equilibrio. Se si favorisce eccessivamente una parte, poniamo quella relativa alla remunerazione del capitale, il sistema va in sofferenza. La domanda è un elemento indispensabile del ciclo Nel sistema capitalistico la Domanda ha un ruolo essenziale sia quando è manifesta sia quando è potenziale. In ogni caso l’imprenditore investe perché ritiene che ci sia “realmente” una platea di consumatori che si potranno permettere di pagare i beni o i servizi che egli propone. Per mantenere in equilibrio questo sistema è necessario che la Domanda per ogni nuovo ciclo sia pari a quella che si era manifestata nel ciclo precedente. Nel caso di presenza di risparmi (si ha se il profitto dell’investitore è stato più elevato o se i percettori di reddito hanno risparmiato per incertezza sul futuro), essi dovrebbero essere totalmente investiti. Per espandere il sistema è necessario che la Domanda cresca rispetto al ciclo precedente. Come può accadere? Soltanto se è stata resa disponibile moneta aggiuntiva a quella circolante sino ad allora o se c’è una domanda esterna aggiuntiva. Di questo si parlerà meglio in seguito Per ridurre il sistema bisogna, invece, che la Domanda sia minore di quella del ciclo precedente. È quello che è accaduto da noi, e non solo da noi, in questi anni allorché si è voluto drenare liquidità dai consumatori con le politiche che conosciamo. Questi concetti sono formalizzati indicando con Y il Reddito monetario che viene ricavato dalla vendita sul mercato di tutti i beni e servizi prodotti, sia che si tratti di beni di Consumo (C) sia che si tratti di beni strumentali (I). Y è la somma dei Redditi individuali della popolazione, che possono essere Salari (che si indicano con “W”), Profitti (che si indicano con P-greco, Π, o con P) o Rendite, per le quali manca una specifica identificazione alfabetica. Spesso si usa la lettera “i”, che però, più propriamente, indica il saggio di interesse del denaro. Y nel ciclo successivo verrà o Consumata (C) o Risparmiata (il Risparmio si indica con S), per cui si avranno due possibili formule matematiche, che corrispondono a due scenari economici: la prima è Y=C+I. Essa significa che il Reddito monetario complessivo è stato interamente utilizzato per acquistare beni di Consumo (C) o per operare investimenti in beni strumentali (I). Entrambi i beni costituiscono il mercato; la seconda è Y=C+S. Essa significa che il Reddito monetario complessivo è stato in parte utilizzato per acquistare beni di Consumo (C), ma ne rimane una parte che viene risparmiata (S). Cosa si deduce da tutto quello che prima è stato espresso? Che il sistema capitalistico se funziona egregiamente come nel primo caso, assenza di risparmio, si può riprodurre nei cicli successivi. Come mai accade allora che esso abbia potuto espandersi nel passato o possa ancora farlo nel futuro? Accade perché intervengono fattori esterni al suo funzionamento basico, con buona pace dei sostenitori dell’equilibrio perfetto del mercato, che, per loro, è l’unico vero regolatore dell’economia.
La rivalutazione del capitale sociale della Banca d’Italia determina la perdita definitiva della sovranità monetaria e avvantaggia le banche azioniste a spese dei cittadini! Ad oggi, il capitale della Banca d’Italia risulta pari a 156 mila euro, suddiviso in quote sottoscritte a loro tempo da numerose banche e assicurazioni private per il 95% del suo valore. Il 5% è dello Stato (INPS e INAIL). Alla fine dell’articolo, l’elenco delle banche private azioniste, le assicurazioni e gli enti pubblici con a fianco di ognuna di esse la quota di partecipazione azionaria e il numero dei voti. Il capitale sociale della Banca d’Italia, che nel 1979 si è sganciata dal Tesoro, è fermo al 1936. La rivalutazione del capitale sociale andava fatta, essendo un così importante istituto (oggi, falsamente definito “di diritto pubblico”), con un capitale sociale pari al valore di un piccolo appartamento di periferia. Con la rivalutazione, Bankitalia (per il 95% in mano a privati) dovrebbe apportare allo Stato un introito fiscale per circa di 900 milioni, sempre ammesso che Visco non ne riduca l’aliquota. E fin qui nulla da dire, se non fosse che a beneficiarne siano le banche azioniste. Infatti, le banche si troveranno ad avere un maggiore capitale a bilancio, sulla cui rivalutazione, già per esse avvenuta in anni precedenti, dovranno pagare un’aliquota del 12%, sui beni ammortizzabili sarebbe stata del 16%. Un bel regalo alle banche, insomma. I banchieri, nel 2006, hanno inserito un comma all'articolo 40 dello Statuto di Bankitalia, secondo cui oltre ai risibili dividendi figurativi, spettano agli azionisti privati altri dividendi aggiuntivi pari ai profitti degli investimenti del valore massimo del 4% delle riserve detenute nell'anno precedente. Attualmente le banche azioniste di Bankitalia hanno diritto a un dividendo nella misura massima del 10% del capitale (15.600 euro), che si somma al 4% massimo delle riserve. Considerando che alla fine del 2012, le riserve ammontavano a quasi 14,9 miliardi, fino ad oggi gli istituti hanno potuto riscuotere utili fino a un massimo complessivo di quasi 595 milioni all’anno. Una regalia stimata in 27 miliardi di Euro. Per le banche, gli utili rappresentano una mera plusvalenza a fronte di ZERO investimenti. Inoltre, esse potrebbero riportare a bilancio una voce attiva importantissima, che consente loro di superare gli stess-test della BCE, aggirando così la normativa europea sugli aiuti di Stato. Il Governo avrebbe incaricato tre soggetti esperti per rivalutare il capitale di Bankitalia, oltre ad Andrea Sironi, Rettore della Bocconi, e Franco Gallo, Presidente della Corte Costituzionale ed esperto giurista tributario, figura l’ex premier greco Lucas Papademos, direttore della banca centrale greca, ex banchiere centrale BCE, che ha collaborato con la Goldman Sachs quando si è trattato di aggiustare il debito greco. I risultati raggiunti dalla Grecia sono sotto gli occhi di tutti. Le banche non ne usciranno perdenti. Infatti, da questa operazione una tantum incasseranno maggiori utili che saranno distribuiti ad ogni esercizio annuo. Mentre lo Stato incasserebbe al massimo 1,5 mld. Ma il vero regalo alle banche non verrebbe dai maggiori utili distribuiti, ma da una norma approvata al Consiglio dei Ministri, che fissa al 5% la quota massima per ciascun istituto, in quanto, la percentuale eccedente deve essere ceduta alla Banca d’Italia, che l’acquista temporaneamente, per poi rivenderla ad altri soggetti investitori nazionali o stranieri. In pratica, si verrebbe a creare un vero e proprio mercato internazionale delle quote di Banca d'Italia. E chi sarebbero gli investitori privilegiati? Grossi istituti finanziari esteri tipo Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank, etc., mentre lo Stato e i cittadini non ne trarranno alcun beneficio. Cioè, in pochi anni la Banca centrale italiana passerebbe in mani straniere. Questo può succedere perché solo la Banca d’Italia è quasi interamente in mano ai privati, mentre la banca centrale tedesca e quella francese sono interamente pubbliche. Nessun altro Paese ha la propria banca centrale così privatizzata e aperta ai mercati internazionali. A questo punto, se lo Stato volesse riacquistare quella che un tempo fu la sua banca centrale, dovrebbe sborsare oltre 7 miliardi di euro agli azionisti. Vediamo, invece cosa succederebbe con questa operazione. Oltre a migliorare la situazione disastrosa degli istituti bancari, questi banchieri avrebbero annualmente maggiori dividendi complessivi, che finirebbero alle banche private azioniste italiane e straniere, la cui principale azione di investimento è stata la speculazione finanziata con il fiscal compact e coi risparmi dei cittadini. Il governo, invece, incasserebbe una tassa una tantum sulle plusvalenze della rivalutazione (circa 1,5 miliardi, per il mancato incasso dell’IMU) e si priverebbe però di un sicuro introito derivante dalle tasse e dalla redistribuzione degli utili per tutti gli anni futuri. Si sposterebbe così il tesoretto degli italiani nelle casse delle banche private. E non finisce qui! Il governo Letta ha presentato un emendamento che renderebbe la rivalutazione del capitale retroattiva al 2013, così da garantire agli azionisti più importanti (Intesa e Unicredit) un ulteriore guadagno compreso fra 2,7 e 4 miliardi di euro! La rivalutazione del capitale, inoltre, scongiurerebbe il declino dell’euro. Essendo la banca centrale italiana completamente in mano ai privati, lo Stato non potrebbe più, quindi, riacquistare la sovranità monetaria. Quale altro Paese sarebbe disposto a svendere le azioni di un così importante istituto per incassare solo 1,5 mld? Troverebbe sicuramente una soluzione diversa. Ecco le banche azioniste di Bankitalia, con a fianco le quote possedute e il numero di voti ad esse spettanti: Intesa Sanpaolo S.p.A. 91.035 (50) UniCredit S.p.A. 66.342 (50) Assicurazioni Generali S.p.A. 19.000 (42) Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. 18.602 (41) INPS 15.000 (34) Banca Carige S.p.A. - Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 11.869 27 Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. 8.500 (21) Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. 7.500 (19) Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. 6.300 (16) Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. 6.094 (16) Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. 5.656 (15) Fondiaria - SAI S.p.A. 4.000 (12) Allianz Società per Azioni 4.000 (12) Banco Popolare s.c. 3.668 (11) Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A., 3.610 (11) Cassa di Risparmio di Asti S.p.A. 2.800 (9) Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A. 2.626 (9) Banca delle Marche S.p.A. 2.459 (8) INAIL 2.000 (8) Milano Assicurazioni 2.000 (8) Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.) 1.869 (7) Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia S.p.A. 1.126 (6) Cassa di Risparmio dell’Umbria S.p.A. 1.106 (6) Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A. 949 (5) Banca Popolare di Milano S.c.a r.l. 873 (5) Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A. 769 (5) Banca Regionale Europea S.p.A. 759 (5) Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A. 750 (5) Banca Popolare di Vicenza S.c.p.A. 687 (5) Cassa di Risparmio di Cesena S.p.A. 675 (5) Banca dell’Adriatico S.p.A. 653 (5) Cassa di Risparmio di S. Miniato S.p.A. 652 (5) Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A. 605 (5) Banca Carime S.p.A. 500 (5) Società Reale Mutua Assicurazioni 500 (5) Veneto Banca S.c.p.a. 480 (4) Banca Popolare dell’Emilia Romagna S.c. 430 (4) Banca CARIM - Cassa di Risparmio di Rimini S.p.A. 393 (3) Cassa di Risparmio di Bolzano S.p.A. 377 (3) Cassa di Risparmio di Bra S.p.A. 329 (3) Cassa di Risparmio di Cento S.p.A. 311 (3) Cassa di Risparmio della Spezia S.p.A. 266 (2) Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo S.p.A. 251 (2) Cassa di Risparmio di Orvieto S.p.A. 237 (2) Banca Cassa di Risparmio di Savigliano S.p.A. 200 (2) Cassa di Risparmio di Volterra S.p.A. 194 (1) Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti S.p.A. 151 (1) Cassa di Risparmio di Fermo S.p.A. 130 (1) Cassa di Risparmio di Savona S.p.A. 123 (1) TERCAS - Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo S.p.A. 115 (1) Cassa di Risparmio di Civitavecchia S.p.A. 111 (1) Credito Valtellinese S.c. 101 (1) Cassa di Risparmio di Carrara S.p.A. 101 (1) CARILO - Cassa di Risparmio di Loreto S.p.A. 100 (1) Cassa di Risparmio della Repubblica di S. Marino S.p.A. 36 – Banca CARIPE S.p.A. 8 – Banca Monte Parma S.p.A. 8 – Cassa di Risparmio di Rieti S.p.A. 8 – Cassa di Risparmio di Saluzzo S.p.A. 4 – Banca del Monte di Lucca S.p.A. 2 – TOTALI 300.000quote, 535voti
Non si può negare che, nell’ambito del vento di sinistra che nel secondo dopoguerra fino agli anni ’70 compresi ha portato in Europa a grandi conquiste a favore del lavoro e dei lavoratori dipendenti, l’Italia si è caratterizzata per un’accentuazione delle tutele, che ha caratterizzato le stesse tutele in senso non solo quantitativo, ma anche qualitativo. Il diritto del lavoro è nato, in Inghilterra e in Germania a cavallo tra i due ultimi secoli , ed ha ricevuto avuto base teoria molto raffinata in Germania ai tempi della Repubblica di Weimar: base teorica che ha portato ad un’elaborazione di grande livello. L’inattualità del presupposto che la muoveva, l’ipotesi di una transizione democratica a sistema economico superiore, non rende altrettanto inattuale l’elaborazione stessa. La sua essenza è quella di distaccarsi in termini accentuati dal diritto civile cui appartiene; in particolare, il contratto di lavoro registra una profonda autonomia rispetto al contratto in genere; il contratto di lavoro è contraddistinto dalla subordinazione del lavoratore, che è sottomesso, per la totalità della sua attività lavorativa e quindi per soddisfare le esigenze fondamentali per una vita dignitosa propria e della propria famiglia, ai poteri gerarchici dell’imprenditore ed è vincolato alle sue scelte organizzative e gestionali, scelte meramente unilaterali. La subordinazione è l’elemento essenziale del contratto di lavoro: certamente, vi è alla sua base una concezione sociale di tutela dell’esigenza di soddisfare le esigenze fondamentali per una vita dignitosa del proprio nucleo famigliare. Ma sarebbe riduttivo risolvere il tutto in esigenze sociali e quindi in una determinata visione politica: si trascurerebbe così la portata scientifica del diritto del lavoro. La subordinazione è l’elemento essenziale del diritto del lavoro in quanto la tutela della linea di soddisfare le esigenze fondamentali del proprio nucleo famigliare è un aspetto oggettivo che qualifica gli assetti sociali, senza la quale manca “in limine” la possibilità di equilibrio sociale e si crea una situazione di instabilità, vale a dire un conflitto non fisiologico ma patologico e tale da minare le basi della convivenza civile. Ma non solo: la tutela della linea di soddisfare le esigenze fondamentali del nucleo famigliare del lavoratore quindi non mette in discussione la subordinazione e il ruolo dell’impresa e del profitto, ma addirittura li tutela da antagonismi e da rivolgimenti sociali, ponendo i lavoratori interessati oggettivamente al buon andamento dell’impresa, in quanto atta a soddisfarne le principali esigenze. Alla luce della subordinazione vi è la necessità di apportare limiti strumenti all’autonomia delle parti, e di tutelare in modo incisivo il lavoratore. Di qui la tutela dell’autonomia sindacale, arrivando di fatto se non diritto, per mancata applicazione dell’art. 39 Costituzione, a un contratto collettivo di categoria a livello nazionale, inderogabile “in pejus” , alla piena tutela del diritto di sciopero, anche nelle forme più dure e più conflittuali, e poi lo statuto dei lavori, con il divieto di discriminazione , il divieto di “demansionamento”, il divieto di licenziamenti ingiustificati per il personale non dirigenziale di imprese con dipendenti di numero superiore a 15 (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e il sostegno giudiziario all’attività sindacale. Nella stessa ottica, la distinzione tra contratto di lavoro subordinato e contratto di lavoro autonomo ha solo natura oggettiva e basata sulle caratteristiche della prestazione, al fine di accertare, esclusivamente, la sussistenza o no della subordinazione: la volontà delle parti è secondaria e marginale se non addirittura irrilevante. Negli anni ’90 ha avuto avvio un faticoso lavorio di decomposizione e demolizione che ha dato i propri frutti nel nuovo millennio: ciò anche sulla base delle suggestioni derivanti da alcune tendenze giurisprudenziali decisamente sbilanciate, con eccessi ed esagerazioni, a favore del lavoratore. Senza poter dar conto di tutti passaggi, nella seconda metà anni ’90 e nel primo decennio del secondo millennio si è operata la piena tutela della flessibilità, prevedendo, con misure legislative definite con la c.d. legge Biagi del 2003, la salvaguarda del lavoro autonomo e una serie di nuove figure e nuovi istituti di lavoro autonomo. In tal modo si sono poste le basi per accettare l’impostazione di Pietro Ichino -giurista di area di sinistra riformista, nei fatti liberista con leggera edulcorazione , purtroppo destinatario di minacce non isolate delle “nuove Brigate Rosse”, il che, anche alla luce delle morti, per mano terrorista, dei “giuslavoristi” D’Antona e Biagi, introduce nel dibattito una variante agghiacciante-, secondo cui la distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato è di natura volontaristica, con l’autonomia contrattuale che è piena e che non incontra limiti oggettivi: Ichino, certamente, evidenzia che la volontà deve essere vera e reale e non simulata; ma si tratta di precisazione di grande momento teorico ma di fatto irrilevante; una volta che ci si incentra sulla volontà della parti di avere un rapporto autonomo, anche in presenza di subordinazione, vale a dire di lavoratore che di fatto dipenda da un solo datore (esclusiva) e che non abbia una particolare qualificazione professionale (lavoratore autonomo, professionista) o dei clienti a lui strettamente legati (agente), la volontà delle parti è artificiosa e fittizia. Gli elementi posti da Ichino a prova dell’effettività della domanda, quale il luogo di lavoro ed il tempo di lavoro se rigidi o autonomi, sono infatti secondari, in quanto prescindono se non in via solo presuntiva dalla subordinazione che invece è collegata esclusivamente alla dipendenza effettiva e non derogabile del lavoratore nella pressoché esclusività delle propria energie dall’imprenditore, e conseguentemente non incidono sulla sostanza della prestazione. In tale opera svolge un ruolo essenziale un attacco serrato e continuato all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori con il suo divieto di licenziamento ingiustificato per le imprese con dipendenti dal numero superiore a 15: nell’art. 18 vi è la tutela reale del posto di lavoro, senza che sia sufficiente un risarcimento od un’indennità; si vuole quindi, con tale attacco, fino al Governo Monti rimasto senza esito, arrivare alla piena libertà di licenziamento da parte dell’impresa. Recentemente, Pietro Ichino ha perfezionato –con il consenso di Veltroni e l’appoggio forte ed incisivo di Monti e Giavazzi - la sua proposta di abolizione dell’art. 18, sostituendo la tutela reale del posto del lavoro con una di natura indennitaria, con l’entità dell’indennità in aumento in funzione dell’anzianità di servizio, e con maggior rigore in caso di licenziamenti discriminatori : il tutto con ammortizzatori sociali a favore dei disoccupati e con un sistema, gestito da sindacati e imprenditori, atto a ricollocare i disoccupati. Ichino, per sottolineare che la sua posizione è l’unica realista di tutela dei lavoratori, ha posto in risalto tre distinti aspetti: in primo luogo, l’eccesso di tutela del posto del lavoro e di rigidità nei licenziamenti costringerebbe l’impresa a far diminuire il costo del lavoro per compensare gli oneri di licenziamento; trattasi di argomento manifestamente infondato, in quanto l’affievolimento dei fattori di rigidità si è accompagnato ad un sempre maggiore deterioramento della situazione economica dei lavoratori, il cui potere di acquisto è sempre andato diminuendo. In effetti, l’indebolimento della tutela normativa del lavoratore altera definitivamente i rapporti di forza tra le due parti e lo pone in condizioni di dipendenza assoluta rispetto all’imprenditore, con particolare riferimento alle richieste di questi di “demansionamento” del lavoratore e di diminuzione del salario. In secondo luogo, Ichino evidenzia che l’imprenditore non ha alcun interesse a licenziare il lavoratore se non necessario: si trascura così che il problema si pone a livello individuale, con l’imprenditore oggettivamente interessato a licenziare i dipendenti meno giovani, dalla produttività minore; si creerebbe una profonda disgregazione sociale, in contrasto con l’esigenza, da tutti condivisa, di alzare l’età pensionabile. In terzo luogo, Ichino evidenzia che una tutela più rigorosa è necessaria per i licenziamenti discriminatori, vale a dire dettati da esigenze politiche, sindacali, razziali: si tratta di argomento del tutto privo di realismo, in quanto licenziamenti discriminatori sarebbero assistiti da motivazioni, anche prive di effettività, che a tutto farebbero riferimento tranne che a discriminazione; una volta eliminata la necessità della giusta causa e del giustificato motivato, la libertà di motivazione sarebbe certamente illimitata. I licenziamenti discriminatori non erano un’ipotesi di scuola già prima di Marchionne: qualche estate fa le Ferrovie dello Stato hanno licenziato un dipendente, tra l’altro anche rappresentante sindacale, “reo” di aver segnalato con foga presunte carenze in materia di sicurezza dei macchinari ed anche del materiale dei vagoni, imputando alle stesse alcuni incidenti verificatisi. Senza prendere posizione sul caso di specie, spetta al lavoratore il pieno diritto di critica nei confronti dell’azienda e del suo vertice -e ciò in termini ancora più accentuati in capo ai rappresentanti sindacali- , con l’unico limite costituito dal divieto di diffusione di notizie false e di comportamenti diffamatori, limite che certamente non ricorre in presenza di opinioni. La legge Fornero ha concluso, “rectius” ha posto le basi per concludere quest’opera ed ha liberalizzato i licenziamenti, sia pure in modo timido e non lineare, consentendo il licenziamento anche non giustificato con pagamento di indennità con il divieto di licenziamenti discriminatori: il tentativo è timido e quindi l’unica sentenza finora emanata in applicazione ha disposto la reintegra. La legge Fornero è importante in quanto rompe il tabù e quindi per ragioni di principio: una volta infranto il tabù sarà agevole intervenire più incisivamente: la legge ha tentato di porre un freno alla proliferazione di contratti di lavoro autonomo con una severa disciplina; di fronte alle lamentele delle imprese, questa sarà ridimensionata. Che il divieto di discriminazione ribadito dalla legge Fornero e mantenuto fermo anche da Ichino sia una vera e propria foglia di fico è del tutto pacifico: di fronte alle sentenze che hanno sanzionato ipotesi di discriminazioni della Fiat a danno della Fiom, unica organizzazione sindacale recalcitrante nei confronti dei modelli organizzativi e contrattuali imposti dalla Fiat, questa ha reagito ponendo in mobilità, evidentemente con l’intento di licenziarli, i dipendenti non iscritti Fiom per fare posto a questi, in modo da porre i dipendenti Fiom contro gli altri, e creare una pressione sui lavoratori in generale e sull’opinione pubblica e determinare un’ostilità nei confronti della stessa Fiom, le proteste sono flebili e Ichino, in modo salomonico, ha invitato entrambe la parti a fare un passo indietro, la Fiat ad accogliere senza ritorsioni gli iscritti Fiom e quest’ultima ad accettare il contratto integrativo Fiat, come se fosse ammissibile la discriminazione a carico di chi non accetta le proposte aziendali. L’accordo per la produttività tra parti sociali e Governo ha previsto la possibilità di deroghe al divieto di “demansionamento”, finora giustamente inderogabili, ed è facile che vi sarà una norma a suggello, il che discenda pacificamente dalla liberalizzazione dei licenziamenti, grazie a cui i lavoratori sono costretti ad accettare tutto pur di non perdere il posto di lavoro. Le banche stanno per attuare una trasformazione in massa dei contratti di lavoro dipendenti degli addetti al rapporto alla clientela in contratti di agenzia per lo svolgimento dell’attività di promotore finanziario: la figura del promotore finanziario è di sicuro caratterizzata da dinamismo. Ma che ne sarà dei diritti di migliaia di persone , molti non più giovanissimi? La direzione di marcia è chiara: si intende abolire l’anomalia (felice) del diritto del lavoro, trascurando così che il diritto del lavoro è strettamente legato al diritto dell’impresa e che la fine del primo porta a minare anche le basi del secondo, quale disciplina di un’entità distinta ed autonoma rispetto all’imprenditore: il deterioramento delle condizioni normative e economiche dei lavoratori crea una disaffezione dei lavoratori nei confronti dell’impresa, che così si risolve nel mero arbitrio dell’imprenditore. Senza la tutela dei diritti die lavoratori viene meno l’impresa con la stessa produzione di ricchezza, e l’imprenditore finisce con il restringere il suo ruolo a quello di speculatore pronto a cogliere le migliori occasioni di lucro dove sorgono mediante un’attività che è finanziaria e commerciale più che imprenditoriale. La mobilità dei lavoratori e la flessibilità dell’impresa sono valori fondamentali, soprattutto in un’economia globalizzata, ma non devono comportare la compressione dei diritti dei lavatori: l’istituto previsto da Ichino di gestione, a cura dei sindacati e delle imprese, della sorte dei disoccupati è meritevole di attenzione, ma solo quale condizione per il licenziamento e non da attivare solo dopo il licenziamento stesso. La salvaguardia del posto di lavoro e del potere d’acquisto dei lavoratori deve essere irrinunciabile,e conseguentemente il diritto del lavoro non deve essere “normalizzato”. Bisogna quindi tornare alla subordinazione ed alla sua centralità: non è un caso che in Italia la subordinazione fosse stata posta al centro dell’ordinamento dalle riflessioni di uno dei padri del diritto del lavoro italiano, Renato Scognamiglio, certamente non marxista e certamente non simpatizzante per qualsivoglia forma di radicalismo politico. Certamente, negli anni ’70 la teoria della subordinazione era stata presa a propria base anche da parte della teoria marxista e della sinistra radicale, la quale non si avvedeva che l’eliminazione della del lavoro subordinato in una società socialista correva il rischio di essere fittizia e nominale e di fatto di comportare l’eliminazione delle tutele del diritto del lavoro in quanto rese superflue da tale supposta eliminazione, il che si è puntualmente verificato nelle società del socialismo reale. Anche a seguire le tesi libertarie del socialismo non statizzato ma basato sull’autogestione e sui consigli operaio, alla fine se si ritiene che la presenza dell’identificazione del datore di lavoro con la stessa comunità di lavoratori sia sufficiente a configurare la socializzazione, da un lato si trascura che in ogni caso il comando è necessario, e quindi la natura fittizia è dietro l’angolo e in ogni caso che così giustifica il venir meno dell’esigenza di tutela, non essendo necessario tutelarsi da sé stessi. D’altro canto, la tesi sostenuta da uno dei più grandi giuristi di Weimar (Franz L.Neumann), sostenitore già allora di uno sbocco radicale di transizione al socialismo, si rendeva conto di tali insufficienze e, pur ribadendo la necessità di una tutela ferma e incondizionata, in qualsiasi contesto, del lavoratore, concludeva in modo pessimistico sulle evoluzioni del diritto del lavoro, anche alla luce del suo collegamento con la Scuola di Francoforte, connesso all’alienazione del lavoratore, alienazione insuperabile in qualsiasi contesto sociale. L’alienazione è al centro dell’analisi marxista, ed è assolutamente discutibile, come mostrato da Lucio Colletti a suo tempo: con questa il marxismo contesta il capitalismo in modo millenarista ed escatologico e quindi meramente utopista, rinnegando la sua critica dell’utopismo e la sua natura di socialismo scientifico basato sul materialismo storico, rimpiangendo l’eliminazione della distinzione tra prestazione lavorativa e appropriazione del frutto lavorativo, distinzione necessaria in qualsiasi situazione di complessità industriale e di grandi conglomerati produttivi; in questi i lavoratori si devono spogliare in ogni caso di parte degli utili, destinati al rafforzamento dell’azienda, come deciso da chi detiene il comando; anche in presenza di autogestione, vi sarà sempre un gruppo che esercita il comando, in quanto complessi conglomerati produttivi richiedono immediatezza e unitarietà di decisioni. Con il solo contestare la sufficienza della pubblicizzazione dell’economia e dell’economia di piano non si raggiunge il socialismo. Il nodo del comando e dell’autorità non è eludibile. Pertanto, occorre partire dalla tesi della subordinazione, quale magistralmente resa da Renato Scognamiglio in Italia. La stessa si rivela insufficiente, e quindi non a caso è stata superata dalla tesi, meramente giustificazionista del potere dell’imprenditore privato e della mancanza di limiti a tale potere, di modo che non è possibile distinguere tra potere e arbitrio, di Ichino. Le insufficienza della tesi di R. Scognamiglio dipendono dalla sua mancata messa in discussione del potere dell’impresa, potere dell’impresa che se assoluto alla fine non tollera limiti, di modo che l’accoglimento della tesi di Ichino diventa, non scientificamente ma politicamente s’intende, inevitabile. Perimenti insufficiente si rivela il tentativo di un allievo (di sinistra) di Scognamiglio, Pietro Barcellona, sempre negli anni ’60-’70, di collocare la teoria della subordinazione in un’ottica più ampia del contratto in generale, basata sulla contrapposizione sociale tra le due parti contrattuali, contrapposizione sociale in essere non solo tra imprenditori e lavoratori, ma tra imprenditori e tutte le controparti. La generalizzazione del conflitto sociale è assolutamente condivisibile, ma la teoria mostra in pieno i suoi limiti. La contrapposizione sociale comporta la necessità di tutela delle controparti dell’imprenditore, ma non si elude poi l’esito: si mette o no in discussione il ruolo dell’impresa e come, in vista di quale sbocco sociale? Non è un caso che la tutela dei consumatori, posta radicalmente al centro della teoria di Barcellona, che non era e non è un giuslavorista, ma era ed è un civilista (come R. Scognamiglio del resto, ma senza la specializzazione giuslavorista di questi), sia rimasta avvolta in un “consumerism” all’americana, privo di incisione sui rapporti di forza e con in più una deriva spesso assistenzialista, di tutela generica e generale e spesso assoluta, come in materia di risparmio e di utenti di servizi finanziari, dove spesso la tutela si è concretizzata nel traslare il rischio degli investimenti finanziari, dal cliente che ne è il destinatario naturale visto che beneficia dei relativi utili, all’intermediario, anche a prescindere dall’effettività della natura sostanziale e determinante sulle perdite subite dal cliente delle violazioni dell’intermediario stesso In un momento in cui la fine del capitalismo e la transizione ad altro sistema non appartengono all’attualità ed alla concretezza storica e politica, e quindi la prospettiva è, per un periodo non breve e allo stato privo di prospettive di termine finale, esclusivamente riformista, vi sono tutti i presupposti per collocare la teoria della subordinazione in un’ottica di approccio anche scientifico al ruolo dell’impresa. Il lavoro è l’elemento essenziale dell’economia, in quanto è l’unico elemento in grado di fornire obiettività e consistenza all’iniziativa dell’imprenditore: è più importante del capitale, in quanto questi può essere investito secondo criteri di mutevolezza e di dinamismo così accentuati da prescindere da un’attività organizzata in vista della creazione di valore aggiunto, in modo da finire di rispondere a criteri propri di speculazione. Senza il lavoro l’impulso del capitale diventa un fattore di ricchezza non produttivo. Con questo non si vuol tornare alla teoria del valore-lavoro, inutilizzabile in un sistema in cui la produzione non guida la distribuzione e la finanza, né si vuole impostare il discorso sul piano della socializzazione: semplicemente, si vuole evidenziare che la subordinazione del lavoratore all’imprenditore, elemento necessario in un sistema capitalistico, deve essere inserita in un sistema di sostegno del lavoro e di legame del lavoro all’impresa. Da ciò derivano precise ed univoche conseguenze. In primo luogo, la distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato deve essere ricondotta all’effettività della subordinazione, senza alcun rilievo alla volontà delle parti. I contratti di lavoro autonomo non professionale e non promozionale devono essere ammessi per periodi di tempo estremamente circoscritti ed altri termini in casi marginali ed eccezionali. In secondo luogo, il contratto collettivo nazionale deve essere inderogabile in “pejus”. In terzo luogo, il divieto di licenziamento ingiustificato e di “demansionamento” devono essere mantenuti, con riduzione del numero dei dipendenti dell’impresa perché scatti il divieto (dai sedici attuali a 6). Deroghe su tutti i tre i punti possono essere ammesse per imprese piccole e per processi di ristrutturazioni approvati a livello sindacale generale, con garanzie per i lavoratori e con strumenti di controllo (organismi di vigilanza, commissario giudiziale in caso di inadempimenti) . Un progetto globale di governo dell’economia deve essere in grado di inserire tali misure in un sistema organico di programmazione pubblica e di cogestione, che sia in grado di disciplinare capillarmente le relazioni industriali, in modo da ammettere l’elasticità solo se nell’interesse di entrambe le parti. Il rapporto di lavoro mantiene le caratteristiche di gerarchia e di subordinazione ma esclusivamente se rientranti in un’attività di impresa che sia funzione razionale e produttiva e quindi sociale, intesa in senso di equilibrio e di coordinamento.