Source: https://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=18182&id=18182
Timestamp: 2020-08-14 05:18:28+00:00
Document Index: 34665766

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 610', 'art. 611', 'art. 61', 'art. 593', 'art. 610', 'art. 605', 'sentenza ', 'art. 610', 'art. 605', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 521', 'art. 521', 'sentenza ', 'art. 605', 'art. 2043', 'art. 593', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 610', 'art. 610', 'art. 610', 'art. 610', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 18 giugno 2020, n.18522
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 14 AGOSTO AGGIORNATO ALLE 5:18
CP Art. 605
Discrimen tra violenza privata e sequestro di persona
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 18 giugno 2020, n.18522MASSIMA
La Corte d’Appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Gorizia, dichiarava non doversi procedere nei confronti di un datore di lavoro, in ordine ai reati di cui all’art. 610, anche nella forma tentata, art. 611 c.p., art. 61 c.p., n. 11 e art. 593 c.p., perché estinti per intervenuta prescrizione e confermato nel resto in punto di statuizioni civili. Pertanto, l’imputata ricorreva in Cassazione, denunciando, tra gli altri motivi, l’omessa motivazione in relazione all’elemento oggettivo e all’offensività della condotta contestata, atteso che ai fini dell’integrazione del delitto di violenza privata è necessario che la violenza o la minaccia costitutive della fattispecie incriminatrice comportino la perdita o, comunque, la significativa riduzione della libertà di movimento o della capacità di autodeterminazione del soggetto passivo, essendo, invece, penalmente irrilevanti, in virtù del principio di offensività, i comportamenti che, pur costituendo violazioni di regole deontologiche, etiche o sociali, si rivelino inidonei a limitare la libertà di movimento, o ad influenzarne significativamente il processo di formazione della volontà. Inoltre, si lamentava inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche di cui si deve tenere conto nell’applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 605 e 610 c.p. , atteso che l’atto di violenza contestato, non risultava preordinato a comprimere la libertà psichica di autodeterminazione del soggetto passivo (art. 610 c.p.), bensì quella di movimento, il che configurava pacificamente un fatto sussumibile sotto l’egida dell’art. 605 c.p.
Una dirigente scolastica durante una discussione con un’insegnante, finalizzata a convincere quest’ultima a firmare una dichiarazione contro due insegnanti sindacaliste, chiude la porta del suo ufficio: risponde di violenza privata? A questa domanda la Suprema corte dà risposta nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione si evidenzia che l’elemento della violenza nel reato di cui all’art. 610 c.p. si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza "impropria", che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui. Ciò posto, non pare revocabile in dubbio che la condotta di chiusura della porta a chiave si inserisca a pieno titolo nel novero degli atti prodromici e funzionali alla produzione dell’evento lesivo tipizzato dalla fattispecie incriminatrice. In secondo luogo, è il caso di rammentare che ai fini della configurabilità del tentativo di violenza privata non è necessario che la minaccia abbia effettivamente intimorito il soggetto passivo determinando una costrizione, ancorché improduttiva del risultato perseguito, ma è sufficiente che essa sia idonea ad incutere timore e sia diretta a costringere il destinatario a tenere, contro la propria volontà, la condotta pretesa dall’agente. Infine, non è corretto asserire che la condotta violenta e/o minacciosa ab origine contestata all’imputata fosse esclusivamente orientata a comprimere la sola libertà di movimento (che integrerebbe senza tema di smentite la diversa fattispecie del sequestro di persona ex art. 605 c.p.),. Infatti, la stessa limitazione della libertà di movimento ottenuta attraverso la chiusura a chiave della porta si configura come servente e strettamente necessaria a determinare il vero effetto costrittivo avuto di mira dall’agente, afferente la sottoscrizione di una dichiarazione. Infatti, il delitto di violenza privata, preordinato a reprimere fatti di coercizione non espressamente contemplati da specifiche disposizioni di legge, ha in comune con il delitto di sequestro di persona l’elemento materiale della costrizione, ma se ne differenzia perché in esso viene lesa la libertà psichica di autodeterminazione del soggetto passivo, mentre nel sequestro di persona viene lesa la libertà di movimento; ne consegue che, per il principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., non è configurabile il delitto di violenza privata qualora la violenza, fisica o morale, sia stata usata direttamente ed esclusivamente per privare la persona offesa della libertà di movimento; laddove nel caso di specie nella ricostruzione contenuta nelle pronunce di merito si coglie ben diversa strumentalità.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 18 giugno 2020, n.18522 - Pres. Pezzullo – est. Sessa
2. Con atto a firma dell’Avv. Stefano Rametta è proposto ricorso per Cassazione nell’interesse della R. , con motivi articolati in base ai vari capi di imputazione contestati.
L’imputazione non descrive l’elemento oggettivo del reato tentato contestato (minaccia) al capo d) limitandosi ad individuarne l’effetto (c.d. pati) che ne sarebbe scaturito, ovvero la costrizione di L.P. e Z.S. a sottoscrivere un determinato documento. Tale vulnus è stato colmato ex abrupto dalla Corte d’Appello di Trieste, che afferma essersi trattato di 'implicite rappresentazioni di contestazioni di addebiti ' (così a pagina 14); in particolare secondo la Corte territoriale l’espressione utilizzata dall’imputata 'sarebbe meglio se tu scrivessi, perché non si sa mai un domani' implica che la parte civile si possa essere prefigurata quale evento negativo nei suoi confronti l’elevazione di una contestazione di addebito disciplinare. La sentenza impugnata si palesa perciò ingiusta in quanto basata su una ratio decidendi irrazionale e contraddittoria: la Corte territoriale ha motivato la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato (la minaccia) attribuendo ad una espressione, seppur allusiva, un significato distonico rispetto al senso comune nel contesto di riferimento, non legato da alcun criterio di inferenza e per il quale non è stato indicato alcun elemento dal quale il medesimo, in ipotesi, avrebbe potuto essere tratto.
Il potere di riqualificazione del fatto, tuttavia, incontra dei limiti, da un lato, nell’art. 521 c.p.p., il quale richiede che il reato non ecceda la competenza del giudice e non risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica; dall’altro, nell’art. 521 bis c.p.p., il quale prevede che, se a seguito di una diversa qualificazione giuridica il reato risulta tra quelli attribuiti alla cognizione del tribunale per cui è prevista l’udienza preliminare e questa non si è tenuta, il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al Pubblico MInistero. Il ricorrente ritiene i suddetti limiti operanti nel caso di specie e censura il passaggio motivazionale della sentenza gravata che ammette il concorso tra sequestro di persona e violenza privata, atteso che il precedente ivi richiamato non afferma affatto tale generica possibilità, ma postula soltanto un rapporto di genere a specie tra l’art. 605 c.p. e il 610 c.p., o tutt’al più un’ipotesi di concorso solo allorché l’autore persegua 'un fine ulteriore, rispetto alla mera privazione della libertà personale, volto a costringere taluno a fare, tollerare od omettere qualche cosa'.
3. Con atto a firma dell’Avv. Stefano Rametta è proposto ricorso per Cassazione nell’interesse della B. , articolato in tre motivi.
Ai fini dell’accertamento dei fatti costitutivi dell’illecito civile ex art. 2043 c.c., la Corte d’Appello ha del tutto omesso di tenere nella dovuta considerazione che la denuncia presentata dal D. è rimasta priva di riscontri documentali e testimoniali in quanto: la lettera contenente le asserite espressioni offensive verso la M. non è stata prodotta e di tale documento non v’è traccia; non è stata fornita dal denunciante alcuna prova nè alcun dettaglio circa le asserite 'minacce' se non avesse sottoscritto quella fantomatica lettera; non è stata fornita alcuna prova relativa alla violazione, da parte della P. , dell’art. 593 c.p. non essendo emerso affatto un suo disinteresse per le condizioni di salute della M. .
L’addebito di mancanza di motivazione della sentenza si estende anche al capo relativo alla parte civilistica. Si parla in sentenza di un 'pretium doloris' e di una 'condotta che (...) ha esorbitato dai reciproci compiti istituzionali', senza specificare in cosa sia consistita e quali conseguenze abbia avuto la pretesa 'costrizione psichica' e quali 'contestazioni disciplinari' avrebbe potuto mettere in atto la P. .
1.2. Con riferimento alle censure relative al capo d) dell’imputazione (riguardanti la sola R. ) è senz’altro utile richiamare la granitica giurisprudenza di legittimità a mente della quale l’elemento oggettivo del delitto di violenza privata è costituito da una violenza o da una minaccia che abbiano l’effetto di costringere taluno a fare, tollerare od omettere una condotta determinata, poiché in assenza di tale determinatezza, possono integrarsi i singoli reati di minaccia, molestia, ingiuria, percosse, ma non quello di violenza privata; ne deriva che il delitto di cui all’art. 610 c.p. non è configurabile qualora gli atti di violenza e di natura intimidatoria integrino, essi stessi, l’evento naturalistico del reato, vale a dire il 'pati' cui la persona offesa sia costretta (cfr. Sez. 5, n. 47575 del 07/10/2016, P.M. in proc. Altoè e altri, Rv. 26840501, in senso conforme, cfr. Cass. n. 1215/2014; Cass., n. 10132/2018). Nel caso di specie, l’atteggiamento minaccioso della dirigente scolastica non si risolve certamente nell’evento naturalistico del reato, ma acquisisce un significato ben preciso e circostanziato, consistente nelle 'implicite rappresentazioni di contestazioni di addebiti', teleologicamente orientate a determinare l’effetto costrittivo genericamente previsto dall’art. 610 c.p., da ravvisarsi nell’invito a sottoscrivere una dichiarazione sfavorevole nei confronti di altre due insegnanti sindacaliste.
Ad ulteriore riprova di tale considerazione, si segnala che questa Corte ha contribuito a delineare la fisionomia della minaccia penalmente rilevante ai sensi dell’art. 610 c.p. con la pronuncia n. 29261/2017 secondo cui ai fini del delitto di violenza privata, non è richiesta una minaccia verbale o esplicita, essendo sufficiente un qualsiasi comportamento od atteggiamento, sia verso il soggetto passivo, sia verso altri, idoneo ad incutere timore ed a suscitare la preoccupazione di subire un danno ingiusto, finalizzato ad ottenere che, mediante tale intimidazione, il soggetto passivo sia indotto a fare, tollerare od omettere qualcosa (così, Sez. 5, n. 29261 del 24/02/2017 - dep. 13/06/2017, P.C. in proc. S, Rv. 27086901, cfr. anche Sez. 5, n. 4284 del 29/09/2015, dep. 02/02/2016, Rv. 266020 - 01, che ha affermato che l’elemento della violenza nel reato di cui all’art. 610 c.p. si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza 'impropria', che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione ed in applicazione del principio, ha stabilito che integra il reato di violenza privata la condotta di chi - il marito nei confronti della moglie, nella specie - impedisce l’esercizio dell’altrui diritto di accedere ad un locale o ad una delle stanze di un’abitazione, chiudendone a chiave la serratura).
In tal senso, la prospettazione del reato tentato non risulta preclusa nel caso di specie, avendo la Corte di Appello ravvisato l’inequivoca direzione lesiva della condotta complessiva nella esplicitazione del motivo della convocazione da parte della diretta interessata e nelle singolari cautele che la stessa dirigente aveva approntato per rafforzare la forza persuasiva (pronunciando frasi del tipo “...sarebbe meglio che tu scrivessi perché non si sa mai un domani...').
L’intento complessivo avuto di mira dal soggetto agente, nelle ripetute azioni 'dissuasive', è teso infatti ad alimentare la contrapposizione coi referenti sindacali dell’istituto scolastico, nel cui ambito si collocano le singole vicende di violenza privata contestate; questi aspetti sono tutti puntualmente sviscerati nella parte motiva della sentenza gravata (che - si rammenta - è confermativa di quella di primo grado) rispetto alla quale i rilievi mossi si connotano di evidente aspecificità oltre che per inconferenza sotto il profilo giuridico.