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Timestamp: 2019-12-16 10:55:53+00:00
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Alfredo Montalto, presidente della Corte d’Assise (clicca per ingrandire)
La Corte d’Assise condanna Dell’Utri, Mori, De Donno, Subranni e i boss. Assolti Mancino e Brusca. Ciancimino condannato per la calunnia.
Bagarella, Cinà, Mori, De Donno, Subranni, Dell’Utri. Colpevoli. È questa la decisione della Corte d’Assise di Palermo (formata dal presidente Alfredo Montalto dal giudice a latere Stefania Brambille e dai giudici popolari) che ha emesso sentenza di condanna per gli imputati al processo trattativa Stato-mafia.
Aspettando di leggere le motivazioni della sentenza che spiegheranno in che termini quella trattativa si è consumata, si può ribadire con forza che “trattativa ci fu”. Anzi viene sancito che gli imputati mafiosi, Bagarella e Cinà, alcuni ufficiali dei Carabinieri (Mori, De Donno e Subranni), e l’ex Senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri sono colpevoli di minaccia o attentato a Corpo politico dello Stato. A dimostrazione che, a differenza di quanto venne detto a più riprese anche da professori universitari, storici e benpensanti giustificazionisti, il reato contestato dai pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia era quello corretto.
Nello specifico gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni così come l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. A 28 anni sempre per minaccia a corpo politico dello Stato, è stato condannato il capo mafia Leoluca Bagarella. E per lo stesso reato dovrà scontare 12 anni il bosso Antonino Cinà. L’ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni, ha avuto 8 anni. Massimo Ciancimino, il teste-imputato che con le sue dichiarazioni ha contribuito a far tornare la memoria a tanti smemorati di Stato, ed ha svelato alcuni retroscena su quanto avvenne nella stagione delle stragi, è stato condannato a 8 anni. Le dichiarazioni del figlio di don Vito, considerate dai pm almeno in parte “riscontrate dalle parole di altri soggetti, collaboratori di giustizia e non”, costituiscono indubbiamente un contributo per l’odierna sentenza. Ciancimino era accusato in concorso in associazione mafiosa e calunnia dell’ex capo della polizia De Gennaro ma i giudici lo hanno assolto dal primo capo di imputazione “perché il fatto non sussiste”. Stessa formula per l’ex ministro Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza.
La corte ha anche dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca (anche lui imputato per l’art.338) per intervenuta prescrizione visto il riconoscimento delle attenuanti specifiche per i pentiti. E sempre “non doversi procedere” nei confronti del Capo dei Capi, Totò Riina, per “morte del reo”.
Si è concluso così, dopo oltre 220 udienze, quello che definimmo come il nostro processo di Norimberga. Tanto è passato dal 27 maggio 2013. Quattro anni ed otto mesi di dibattimento dove sono state riportate alla luce le oscure vicende che si sono consumate negli anni delle stragi. Quel dialogo che pezzi dello Stato, attraverso i Carabinieri, hanno avviato con Cosa nostra mentre l’Italia piangeva le morti dei giudici Falcone e Borsellino, proseguito poi fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio politico. Un dialogo fatto di concessioni carcerarie e impunità in cambio della fine della stagione delle bombe che avevano messo in ginocchio il Paese.
Da sinistra: i pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia © ACFB (clicca per ingrandire)
Una verità taciuta per oltre vent’anni che ora viene offerta agli italiani. Una rivincita per quei magistrati che, nonostante le numerose polemiche, non hanno mai smesso di cercarla.
Una verità che non è stata intralciata neanche dall’inquietante sequela di testimonianze, eccellenti o meno, contornate di “non ricordo” e “non sapevo” (il pentito Giuseppe Monticciolo, il maresciallo Giovanbattista Migliore, l’ex presidente del consiglio Giuliano Amato, l’ex direttore degli Affari Penali Liliana Ferraro, l’ex consigliere del Csm ed ex sottosegretario generale di Palazzo Chigi Fernanda Contri ed altre autorità istituzionali) di silenzi tombali (l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti, il capitano Ultimo, l’ex avvocato condannato in appello per mafia Rosario Pio Cattafi e il tributista Gianni Lapis o il boss Giuseppe Graviano) o testimonianze difficili (i fondamentali e considerevoli contributi del teste-imputato Massimo Ciancimino accompagnati, però, da altrettanti “scivoloni”). Certo è che durante il processo sono emersi documenti importanti come le agende dell’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, oggi deceduto, che svelano la linea “morbida” adottata per il 41bis per la quale particolarmente coinvolto era l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Fino a dimostrare che Scalfaro, sentito dai magistrati il 15 dicembre 2010, non ha detto il vero quando ha assicurato di non saper nulla sull’avvicendamento ai vertici del Dap. Poi ci sono state le dichiarazioni dell’ex ministro della giustizia Claudio Martelli che ha apertamente parlato di una “dialettica bombe-concessioni” che aveva portato ad un “cedimento unilaterale da parte dello Stato”. E come non ricordare le parole dell’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ascoltato in un’udienza straordinaria al Quirinale, il 28 ottobre 2014, aveva detto che le bombe del ’92 e ’93 furono un “aut-aut” allo Stato, un “ricatto a scopo destabilizzante di tutto il sistema”. Quello stesso Napolitano che aveva contribuito ad alzare i toni delle polemiche attorno al processo avviando un conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo per la nota vicenda delle intercettazioni tra lui e l’imputato Nicola Mancino. Telefonate che i pm hanno sempre definito irrilevanti e che sono state poi distrutte dopo la decisione della Consulta.
Ma le polemiche si sono riaccese quando lo scorso 19 ottobre vi fu uno scontro tra il consulente della difesa di Marcello Dell’Utri e i consulenti della procura e della Corte sulle intercettazioni delle conversazioni tra il boss Giuseppe Graviano e il detenuto Umberto Adinolfi ascoltate dalle microspie in carcere, sempre nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Secondo i periti della Corte d’assise e quelli dell’accusa Graviano parlerebbe di Silvio Berlusconi mentre per l’esperto dei legali di Dell’Utri la parola “Berlusca” non verrebbe mai pronunciata dal boss di Brancaccio.
Elementi che hanno portato la Procura di Firenze a riaprire il fascicolo sulle stragi nei confronti dell’ex premier e dello stesso Dell’Utri, già in carcere per scontare la condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Elementi che si aggiungono a quelle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza in cui chiama in causa proprio Berlusconi e Dell’Utri (“Graviano mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”, ndr). Vicende connesse su cui l’autorità giudiziaria sta ancora compiendo ulteriori accertamenti. La sentenza di oggi restituisce la speranza di verità innanzitutto ai familiari delle vittime delle più ignobili stragi di Stato, ma anche ai comuni cittadini che in questi anni hanno sostenuto il prezioso lavoro del pool di Palermo. Nei confronti del quale questo Paese è profondamente in debito: per l’impegno profuso in questa indagine spinosa nonostante la spada di Damocle di una condanna a morte di Cosa Nostra, e nonostante il silenzio dei vertici delle istituzioni che più volte si è trasformato in vero e proprio ostruzionismo. Lo spirito di servizio che ha animato il grande lavoro dei pm di questo processo rimarrà come pietra miliare per continuare a cercare tanti altri pezzi di verità della nostra storia recente. Una storia che in pochissimi volevano far emergere dal cuore nero di uno Stato. Che è colpevole di aver trattato con la mafia sul sangue di tanti innocenti. Le cui ferite – mai rimarginate – possono finalmente cominciare ad essere sanate da questa sentenza.