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Timestamp: 2017-06-29 00:13:58+00:00
Document Index: 113365997

Matched Legal Cases: ['art.\n257', 'art. 257', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 337', 'art.\n337', 'art. 18', 'art. 337', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 337', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1141', 'art. 1141', 'sentenza ', 'art. 155', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 155', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n1809', 'sentenza ', 'art. 1809', 'sentenza ', 'art. 158', 'sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 594', 'art. 594', 'sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'art. 337', 'art. 2697', 'art. 115', 'art. 151', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 91', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 612', 'art. 660', 'sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 612', 'art. 660', 'sentenza ']

GIURISPRUDENZA - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
separazione| 17 Gennaio 2017
Marito violento, moglie fedifraga: separazione non addebitabile a nessuno dei due
Respinte le richieste avanzate da entrambi i componenti della coppia. Anche grazie alle dichiarazioni di alcuni parenti è emerso che il rapporto coniugale era in crisi da tempo.
Lui aggressivo, lei traditrice. Marito e moglie hanno entrambi errori da riconoscere. Così, alla fine, per i giudici è un ‘pari e patta’ in merito all’addebito della separazione (Cassazione,
ordinanza n. 894/2017, Sezione Sesta Civile, depositata oggi).
Crisi. Rottura definitiva tra i coniugi. A certificarne l’ufficialità è il Tribunale. Tra uomo e donna, però, rimane aperto lo scontro relativo all’«addebito della
separazione». Lui sottolinea il «tradimento» realizzato dalla moglie, e lei richiama i «comportamenti aggressivi e prevaricatori» tenuti dal marito.
Per i giudici, però, non ci sono elementi per considerare un elemento decisivo per la crisi della coppia. A questo proposito sono state considerate anche le «dichiarazioni di due testimoni», cioè
«la madre e la sorella» della donna, da cui è emerso che «il matrimonio era in crisi» già da tempo.
E questo ragionamento vale, in sostanza, anche per quanto concerne i «comportamenti aggressivi» dell’uomo posti in evidenza dalla donna e considerati da lei come la causa principale della
«rottura dell’affectio coniugalis».
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE DEI FAMILIARISTI ITALIANI
collocamento minori | 02 Gennaio 2017
Affidamento dei figli e scelta del collocatario: sì al gender neutral, no alla maternal preference
L’unico criterio guida per effettuare la scelta del genitore collocatario, ove c’è conflitto tra i coniugi, è il supremo interesse del minore, sancito anche dalla costante prassi della CEDU in
materia. Si deve abbandonare il c.d. principio della maternal preference in child custody decisions, per altro diventato obsoleto per i principi di bigenitorialità e di par condicio dei genitori,
a favore del c.d. gender neutral child custody laws: sono normative basate sulla neutralità di genere del genitore affidatario che potrà essere, a seconda dell’interesse del minore, il padre o la
madre. È quanto deciso dal decreto del Tribunale di Milano depositato il 19 ottobre 2016.
Il caso. Il Tribunale dei minori aveva scelto di affidare la famiglia ai servizi sociali collocando la minore «in modo prevalente, presso il padre, regolando i rapporti
con la madre e prescrivendo una serie di sostegni e supporti psicologici per il nucleo familiare. Successivamente alla definizione della procedura, i genitori sono sostanzialmente pervenuti alla
possibile conclusione di modificare il collocamento» della bimba, favorendo il suo riavvicinamento con la madre: la donna lo voleva da subito (ed aveva perciò azionato la presente causa), il
padre alla fine dell’anno scolastico. I servizi hanno sentito la minore, giudicando rischioso l’audizione in Tribunale per la sua età e per le sue condizioni, che ha dimostrato attaccamento nei
confronti di entrambi ed è emersa la sua fragilità, tanto che è stato necessario spiegarle «che non sarebbero state le sue dichiarazioni a fondare la decisione definitiva del giudice». Dall’esame
della dettagliata relazione dei servizi è emerso che è preferibile lasciare la figlia presso il padre, perché, per una pluralità di motivi, si è dimostrato una figura più matura e responsabile
della madre (accusata asseritamente di essere stata ostile ed offensiva verso i servizi, poco collaborativa, di avere un nuovo nucleo familiare disgregato, in quanto madre single di un altro
bambino etc.). Il ricorso della madre per divenire la nuova collocataria della figlia è stato respinto così come è stata rigettata la riconvenzionale del padre per ottenere un assegno di
mantenimento: questa è una revisione perciò avrebbe dovuto «allegare le sopravvenienze giustificanti la modifica» dei precedenti accordi.
Le prove si formano in giudizio. Sono state ritenute inutilizzabili: le prove si formano in giudizio e non si possono ammettere testimonianze scritte al di fuori dei casi previsti dall’art.
257-bis c.p.c., tanto più che l’art. 257-ter, che disciplinava questa ipotesi, è stato abrogato.
Dalla maternal preference al genitore neutro. Questo principio é stato di recente trattato dalla Cassazione con la sentenza n. 18087/16: la decisione era stata
basata su altri elementi puntualmente descritti nella motivazione e non su questo che, non essendo stato tempestivamente contestato, era passato in giudicato. Tende a preferire il collocamento
presso la madre, ma in realtà ciò viola la Costituzione, gli artt. 337-ter ss. c.c. e la ratio stessa della l. n. 54/2006 (affidamento condiviso).
Come emerge, infatti, da studi anche internazionali «il principio di piena bigenitorialità e quello di parità genitoriale hanno condotto all’abbandono del criterio della “maternal
preference” a mezzo di “gender neutral child custody laws”, ossia normative incentrate sul criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere sia il padre,
sia la madre, in base al solo preminente interesse del minore, il genitore di prevalente collocamento non potendo essere il solo genere a determinare una preferenza per l’uno o l’altro ramo
genitoriale». Rientrano in quest’ultima categoria oltre alla l. n. 54/2006, le recenti l. n. 219/2012 e d.lgs. n. 154/2013 sull’equiparazione dei figli naturali e legittimi.
Pur non affrontata in sentenza si ricordi che la stessa CEDU, nel ribadire la priorità del supremo interesse del minore, ha affrontato un’analoga fattispecie nel caso Niccolò Santilli c. Italia
in cui per la prima volta si è schierata dalla parte dei padri separati/divorziati ed ha talvolta ripreso i nostri servizi sociali per aver favorito la madre, anche nei casi in cui il conflitto
genitoriale era esacerbato da presunte accuse di PAS e da palesi conflitti d’interessi (caso bondavalli c/Italia).
Il benessere del minore prima di tutto. È questo l’unico principio che deve ispirare nella scelta del collocatario recepito anche dalla nostra prassi: in casi di dubbio
sull’idoneità del cambiamento a tutelare l’interesse del minore è preferibile mantenere lo status quo (nel nostro caso la collocazione presso il padre) in base al c.d. principio di precauzione.
Inoltre «allorché sussista conflitto genitoriale e il giudice sia chiamato a stabilire il luogo in cui i minori debbano fissare la propria residenza, deve in particolare tenersi conto del tempo
trascorso dall’eventuale avvenuto trasferimento, dell’acquisito delle nuove abitudini di vita, di cui è sconsigliabile il repentino mutamento, a maggior ragione se questo debba comportare un
distacco dall’uno dei genitori con cui sia pregressa la convivenza stabile» (Cass. civ. n. 13619/10; CDA Catania- sez. famiglia, persona e minori- decreto 16/8/13).
AVV. CARLO IOPPOLI - CASSAZIONISTA DEL FORO DI ROMA E PRESIDENTE DEGLI AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
Per la revisione delle condizioni di affidamento la competenza segue la residenza dei minori
La controversia relativa alla modifica delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, ai sensi dell’art. 337-quinquies c.c., appartiene all’esclusiva competenza del tribunale
ordinario, territorialmente individuato in base alla residenza dei figli minori.
Così la Cassazione con l’ordinanza n. 25636/16 del 14 dicembre.
Il caso. La madre di due minori propone regolamento di competenza avverso l’ordinanza del Tribunale di Isernia, sulla modifica del decreto di affidamento delle figlie,
con cui ha dichiarato la propria incompetenza in favore del Tribunale di Castrovillari, luogo di residenza del convenuto e di residenza abituale della minore convivente con il padre, secondo la
previsione che si intende modificare con cui si era previsto che le due minori fossero collocate prevalentemente presso la residenza del padre.
Art. 337-quinquies c.c.. Il procedimento in esame attiene alla facoltà dei genitori «di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento
dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della responsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo» (art.
337-quinquies c.c.).
La madre delle minori ha chiesto la riforma del decreto della Corte d’appello che disponeva l’affido condiviso delle bambine ad entrambi i genitori ma con loro collocamento presso la residenza
del padre, salvo il diritto di visita della genitrice con il suo obbligo di corrispondere una somma a titolo di mantenimento della prole in favore del padre collocatario.
La decisione sulla domanda di revisione di tali condizioni, proposta dalla madre, spetta, secondo il Tribunale a quo, a quello del luogo di residenza (e, dunque, al Tribunale i
Castrovillari). Tale ragionamento è corretto: anche qualora non si voglia utilizzare il principio generale di cui all’art. 18 c.p.c. e si intenda dar prevalenza al criterio della residenza della
prole, nel caso in esame il figlio a cui la ricorrente vuol far cambiare di collocamento, impone che di tale situazione si occupi il giudice viciniore, ossia il Tribunale di Castrovillari.
Principio di diritto. Il ricorso è rigettato con l’enunciazione del seguente principio di diritto: «In tema di regolamento necessario di competenza, la controversia
relativa alla modifica delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, ai sensi dell’art. 337-quinquies c.c., appartiene all’esclusiva competenza del tribunale ordinario,
territorialmente individuato in base alla residenza dei figli minori, così come determinata dal provvedimento giudiziale di cui si chiede la modifica».
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE DEGLI AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
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affidamento condiviso |
Così si è espresso il Tribunale di Roma con la sentenza n. 5322 del 15 marzo 2016.
Il caso. Con atto di citazione, parte attrice ha convenuto in giudizio l’ex-convivente chiedendo al Tribunale di Roma la restituzione in suo favore del cane della
coppia, a suo dire, illegittimamente detenuto dall’uomo, nonché il risarcimento dei danni subiti a causa della sua sottrazione.
L’attrice, durante la convivenza, aveva adottato l’animale e lo aveva registrato a suo nome, con regolare microchip, all’anagrafe canina. Al termine della relazione, il convenuto, però, lo aveva
trattenuto presso di sé, impedendo alla donna di vederlo regolarmente.
Vuoto normativo. Il Giudice, tenendo conto dell’assenza nell’ordinamento italiano di una norma che disciplini l’affidamento degli animali d’affezione in caso di
separazione di coniugi o conviventi, aderisce a due precedenti giurisprudenziali in materia che, volendo tutelare «l’interesse materiale- spirituale- affettivo dell’animale», avevano
applicato per analogia, in due casi di separazione, la disciplina dell’affidamento condiviso prevista per i figli minori (Trib. Foggia; Trib. Cremona 11 giugno 2008). Tale orientamento, secondo
il Tribunale, appare in linea con la proposta di legge, presentata in Parlamento, con cui si vorrebbe introdurre nel codice civile l’istituto dell’affidamento degli animali familiari in caso di
Affidamento condiviso. Nel caso di specie, il GOT ritiene che il regime giuridico in grado di tutelare l’interesse del cane e quello affettivo di entrambe le parti, sia
l’affidamento condiviso che può essere disposto a prescindere dallo status delle parti dal momento che la proposta di legge citata estende la competenza del Tribunale a decidere
sull’affido dell’animale anche alla cessazione della convivenza more uxorio e considerata la tendenza della giurisprudenza ad equiparare la famiglia di fatto a quella fondata sul
Per questi motivi il Tribunale di Roma, respingendo la richiesta risarcitoria dell’attrice, dispone l’affidamento condiviso del cane, che starà sei mesi all’anno con una parte e sei mesi con
l’altra. Entrambi dovranno provvedere, inoltre, nella misura del 50% ciascuno, alle spese per il suo mantenimento.
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assegno di mantenimento | 20 Settembre 2016
Musicista precario chiede la riduzione dell’assegno di mantenimento del figlio. La Corte non condivide
Le censure che il ricorrente pone nel caso di specie si rivelano inammissibili «per non pertinenza al decisum, giacché, sul punto, i giudici del reclamo non hanno adottato alcuna
innovativa statuizione di merito ma si sono limitati a valorizzare la preclusione in rito alla riconsiderazione della misura dell’assegno mensile per il figlio minore».
Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18300/16, depositata il 19 settembre.
Il caso. Il Tribunale di Rimini disponeva l’affidamento esclusivo alla madre del figlio minorenne, nato dall’unione con il convenuto contumace, cittadino statunitense.
Nel frattempo, confermava il contributo paterno di mantenimento fissato in 800,00€ mensili. La Corte d’appello di Bologna rigettava il reclamo proposto dal cittadino statunitense, che condannava
a rifondere alla compagna le spese di lite. Il convenuto aveva chiesto l’azzeramento del proprio contributi in favore del figlio, tenuto conto del fatto che, essendo lui un musicista, aveva
lavorato in maniera sporadica e usufruito, in sostanza, solo dei suoi risparmi. La compagna aveva resistito al reclamo eccependone l’inammissibilità. La Procura Generale presso la Corte d’appello
era intervenuta in giudizio affermando che il padre si era dichiarato disponibile a versare la somma citata ogni mese per il figlio, giudicando evidentemente l’importo congruo in relazione alle
proprie sostanze dell’epoca. Ricorre allora per cassazione avverso tale decisione il cittadino statunitense.
Riduzione dell’entità dell’assegno di mantenimento. Il ricorrente chiede «la cassazione dell’impugnato decreto onde pervenire alla riduzione dell’entità dell’assegno
impostogli per il mantenimento del figlio e ciò considerando le sue allegazioni ovvero con esercizio dei poteri d’ufficio, anche avvalendosi dei fatti di comune esperienza, senza valutare
negativamente la sua condotta contumaciale ed applicando correttamente i principi che concorrono a realizzare il requisito di proporzionalità della somministrazione, disciplinati dall’art. 337
–ter c.c.».
Censure inammissibili. Il Supremo Collegio ritiene, però, di non poter accogliere la richiesta. A detta della Corte, infatti, «il decreto impugnato si rivela oltre che
aderente al quadro normativo di riferimento, anche innovato e puntualmente motivato. Quanto, poi, al mantenimento del minore, le censure che il ricorrente pone si riconducono, in parte, alla
quantificazione in euro 800,00 mensili che ne è stata attuata col precedente decreto del settembre 2012 ed in parte, al periodo successivo. Le plurime doglianze si rivelano inammissibili per non
pertinenza al decisum giacché sul punto i giudici del reclamo non hanno adottato alcuna innovativa statuizione di merito ma si sono limitati a valorizzare la preclusione in rito alla
riconsiderazione della misura dell’apporto per il periodo decorso dalla nascita del figlio al precedente decreto del 2012, inferita dal fatto che questo provvedimento non era stato opposto dal
ricorrente». Vanno rigettate anche le doglianze relative al mancato esercizio dei poteri officiosi, anche d’indole istruttoria, da parte dei giudici di merito, e ciò al fine della pretesa
riduzione della misura dell’assegno paterno di mantenimento ed in funzione del preminente interesse del minore, certo non ravvisabile nel «contenimento d’ufficio dello statuito apporto, frutto di
insindacabile pregressa valutazione delle esigenze fondamentali del bambino». Per tali ragioni la Corte rigetta il ricorso.
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI
separazione | 24 Agosto 2016
Ricostruita la pessima condotta tenuta dall’uomo. A inchiodarlo anche i racconti fatti dalle sorelle della moglie. Nessun dubbio sul fatto che egli abbia tradito la consorte,
intrattenendo una relazione con una dipendente. Tale episodio ha spinto la donna a chiedere la separazione.
Corte di Cassazione, sez. VI civile - 1, ordinanza n. 17317/16; depositata il 24 agosto
Relazione extraconiugale fatale. Lui tradisce la moglie con una propria dipendente, e il tradimento, ormai di pubblico dominio, lo rende responsabile per la crisi coniugale culminata nella
separazione. (Cassazione, ordinanza numero 17317, sezione Sesta Civile, depositata il 24 agosto 2016)
Relazione. Nessun tentennamento da parte dei giudici, sia in Tribunale che in Corte d’appello: la «separazione» tra i coniugi è frutto della condotta tenuta dal marito.
Egli ha tradito la moglie, come certificato dal legame – sentimentale e fisico – con una «dipendente».
A inchiodare l’uomo sono le dichiarazioni rilasciate dalle sorelle della moglie: una ha spiegato che «la relazione extraconiugale era di dominio pubblico» e ha aggiunto di «avere visto abbracci
confidenziali» tra il cognato e la donna indicata come sua amante; un’altra ha aggiunto di avere visto il marito della sorella «entrare nell’abitazione» della propria «dipendente» per «rimanervi
dalle ore 23.30 fino all’una di notte».
Rottura. E l’«addebito della separazione» al marito viene confermato dai magistrati della Cassazione. Anche a loro avviso, difatti, non vi sono dubbi sul nesso tra
«relazione extraconiugale» del marito e «intollerabilità della convivenza» per la moglie.
A confermarlo anche le tappe della vicenda: «a maggio 2015» la donne «scopre l’infedeltà del coniuge» e «telefona agitatissima ai genitori»; subito dopo scatta la fase di verifica per ottenere
«riscontri» concreti alla ipotesi del «tradimento»; a settembre viene presentato il «ricorso» per la «separazione consensuale» e successivamente quello per la «separazione giudiziale».
Solo col comportamento del marito si può spiegare la rottura della coppia. Ecco perché la «separazione», concludono i magistrati, va addebitata all’uomo, che dovrà anche provvedere all’«assegno
di mantenimento» a favore della moglie.
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
minori | 04 Agosto 2016
Affidamento del minore ai servizi sociali e valutazioni del CTU
Nella valutazione sull’affidamento del minore ai servizi sociali, il confronto tra le valutazioni espresse nella consulenza tecnica in primo grado e quella esperita nel giudizio di
appello deve essere fatto in modo approfondito, così da consentire di chiarire qual è stato il ragionamento che ha portato alle scelte indicate, per verificare se esse siano confacenti o
meno all’interesse del minore.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile - 1, sentenza n. 16271/16 del 3 agosto
In questo senso si è espressa la Suprema Corte, nella sentenza n. 16271 del 2016, decisa nella camera di consiglio dell’8 aprile e depositata il successivo 3 agosto.
Il caso. Il Tribunale di Monza, dopo aver dichiarato, con sentenza non definitiva, la separazione dei coniugi G. e P., ed aver respinto le domande di addebito di
entrambe le parti, pronunciava sentenza definitiva (nel lontano 2011) con cui affidava il figlio minore, che all’epoca aveva otto anni, ai servizi sociali del Comune. Inoltre disponeva
che il bambino venisse collocato in una comunità terapeutica individuata dagli stessi Servizi, ponendo a carico del padre un assegno di 500 euro mensili a titolo di mantenimento del
I genitori presentavano appello presso la Corte d’appello territorialmente competente, la quale disponeva nuova CTU e poi con sentenza respingeva il gravame, confermava la decisione del
Tribunale, statuendo che il minore rimanesse presso la comunità che lo ospitava sino al termine dell’anno scolastico 2013/2014 e che l’ente affidatario riferisse all’autorità giudiziaria
almeno tre mesi prima della fine della stagione scolastica, al fine di adottare i provvedimenti necessari alla tutela del minore, anche in ordine al suo successivo affido e comunque,
immediatamente, in caso di pregiudizio per il bambino, che nel frattempo era divenuto adolescente.
Contro tale sentenza, proponeva ricorso per la sua cassazione solamente la madre, affidandosi a due motivi, quali, il primo l’omessa e insufficiente motivazione a proposito della scelta
della Corte d’appello di recepire le risultanze della CTU di secondo grado al posto di quelle del Tribunale, con riferimento a un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360,
comma 1, n. 5, c.p.c.; il secondo, l’omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la Corte aderito pedissequamente e acriticamente
alle risultanze della perizia espletata nel corso del procedimento di secondo grado, e omesso ogni motivazione in ordine alla mancata considerazione circa le critiche mosse a tale perizia
dall’appellante e dal suo consulente di parte.
Più perizie? Le risultanze devono essere esaminate approfonditamente. Se vi sono state più perizie, le loro risultanze devono essere esaminate approfonditamente,
e in caso di adesione alla tesi di una delle due, tale decisione deve essere adeguatamente supportata e motivata.
La Suprema Corte ha stabilito, prima di tutto, che i due motivi potessero essere esaminati congiuntamente, data la loro evidente connessione fattuale (entrambi i motivi criticavano la
scelta della corte d’appello di aderire acriticamente alla CTU di secondo grado), ma anche giuridica.
La Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendolo fondato in quanto la motivazione della Corte d’appello non ha analizzato dettagliatamente le valutazioni compiute nel corso del giudizio
di primo grado le valutazioni compiute dal CTU, rendendo in questo modo arduo il confronto con quelle compiute dal CTU in appello.
Secondo la Suprema Corte, in una materia così delicata, la motivazione non sembra offrire una completa rappresentazione delle osservazioni effettuate, nel corso del giudizio, sul minore e
sui genitori, non consentendo di rendere chiaramente comprensibili e di confrontare le scelte, in modo tale che risultino facilmente come le più adatte all’interesse del minore,
effettuate dagli ausiliari nel corso dei due gradi del giudizio.
La Suprema Corte ha quindi disposto il rinvio alla Corte d’appello, in diversa composizione, ritenendo che possano essere acquisiti ulteriori elementi in merito, e che la Corte potrà
adottare una decisione corrispondente all’interesse del minore in merito al suo affidamento, verificando anche la possibilità di un rientro del minore presso uno dei genitori, oppure
confermando l’affidamento ai servizi sociali e la collocazione in comunità.
matrimonio e tecnologia| 26 Luglio 2016
Sposo presente, sposa assente ma collegata via web: nozze riconosciute in Italia
Lui pakistano, lei italiana: il rito viene ufficializzato in Pakistan. La particolarità, però, è data dal fatto che la sposa è presente solo virtualmente, grazie a un computer e a una connessione
internet. Nonostante le resistenze del Comune e del Ministero dell’Interno, il matrimonio può essere ritenuto valido anche in Italia.
Matrimonio 2.0: celebrazione in Pakistan, tra un pakistano e un’italiana, grazie a un computer e a internet.
Follia o evoluzione dei tempi? Per i Magistrati, tutto assolutamente regolare. Di conseguenza, è legittima la trascrizione in Italia dell’atto di matrimonio ufficializzato in Pakistan. Censurato
perciò l’ufficiale di stato civile che aveva respinto la richiesta presentata dalla donna (Cassazione, sentenza n. 15343/16, sezione Prima Civile, depositata il 25 luglio).
Nozze. A metà settembre la celebrazione, due settimane dopo la registrazione. Ufficiale, quindi, il matrimonio tra un pakistano e un’italiana.
Passo successivo è la domanda, presentata dalla donna, per ottenere «la trascrizione» in Italia dell’«atto» relativo al matrimonio celebrato in Pakistan. Risposta negativa, però, da parte
dell’«ufficiale di stato civile del Comune»: a suo dire «la modalità di celebrazione» delle nozze, avvenuta «in via telematica», è «contraria all’ordine pubblico», poiché «nell’ordinamento
italiano è fondamentale la contestuale presenza dei nubendi dinanzi a colui che officia il matrimonio, anche per assicurare la loro libertà nell’esprimere la volontà di sposarsi».
A smentire sia il Comune che il Ministero dell’Interno sono i giudici: difatti, in Tribunale prima e in appello poi, viene ritenuta doverosa la «trascrizione» del matrimonio celebrato in
Pakistan. Ciò per una semplicissima ragione: le nozze sono «valide secondo la legge pakistana e, quindi, anche per l’ordinamento italiano». Peraltro, va tenuto presente, sempre secondo i giudici,
che la cittadina italiana «aveva prestato il proprio consenso al matrimonio per via telematica, alla presenza di due testimoni» e «lo sposo era presente alle celebrazione, officiata dall’autorità
pakistana» ed era affiancato dai «suoi testimoni».
Decisiva, per i giudici, «l’espressione del consenso libero e consapevole da parte dei nubendi». Irrilevante, invece, il fatto che essa si sia concretizzata in maniera poco ortodossa, cioè «a
distanza» e per «via telematica».
Consenso. E inutili si rivelano ora le nuove obiezioni mosse dal Ministero dell’Interno. Anche nel contesto della Cassazione, difatti, viene ritenuta legittima la
«trascrizione» del matrimonio celebrato utilizzando un computer e una connessione internet.
Secondo i rappresentanti del Ministero, «la presenza dello sposo» e l’assenza della «sposa» – che ha partecipato al rito nuziale per «via telematica» – non può «garantire la genuinità del
consenso», rendendo così «l’atto non riconoscibile» in Italia «come matrimonio».
Questa osservazione è priva di senso, ribattono i Magistrati. Ciò perché, innanzitutto, «se l’atto matrimoniale è valido per l’ordinamento straniero, in quanto considerato idoneo a rappresentare
il consenso dei nubendi in modo consapevole, esso non può ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perché celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano».
Peraltro, la «forma» utilizzata in questa vicenda per formalizzare le nozze non è da considerare fuori legge, osservano i Giudici, pur essendo assai poco ortodossa. Anche «il legislatore
italiano», difatti, «ammette la celebrazione inter absentes», quindi senza la contemporanea presenza dei due sposi, e ciò non fa venire meno «i requisiti minimi per la giuridica
configurabilità del matrimonio», cioè «la manifestazione della volontà di due persone, di sesso diverso, in presenza di un ufficiale celebrante».
Di conseguenza, si può tranquillamente affermare che anche il matrimonio celebrato telematicamente deve essere riconosciuto dallo Stato italiano.
PRESIDENTE DEGLI AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
separazione | 20 Luglio 2016
Lui diventa testimone di Geova: il cambio di fede non ha provocato la crisi coniugale
Respinta la richiesta della moglie che chiedeva fosse addossata al marito la responsabilità per la separazione. Legittima la scelta dell’uomo di abbandonare la fede cattolica,
originariamente condivisa con la consorte e certificata anche dal matrimonio celebrato in chiesa. Vanno però adottate alcune precauzioni nel rapporto tra l’uomo e i figli ancora piccoli.
Felicemente sposati in chiesa. Poi, all’improvviso, il marito cambia ‘casacca’ religiosa: non più cristiano cattolico, ma testimone di Geova.
Svolta epocale per lui, con ripercussioni sui rapporti con la moglie. Nonostante tutto, però, l’adesione alla nuova fede, pur distante da quella cattolica, non può essere valutata come causa
principale della rottura definitiva della coppia.
Tuttavia, bisogna evitare che le mutate credenze del padre possano stravolgere gli equilibri dei figli, ancora piccoli (Cassazione, ordinanza n. 14728, sezione Sesta Civile, depositata il 19
luglio 2016).
Crisi. Nessun dubbio per i giudici, sia in Tribunale che in appello: il fatto che il marito sia diventato «testimone di Geova», abbandonando la fede cattolica condivisa
con la moglie, non è catalogabile come fattore decisivo per la crisi coniugale. Di conseguenza, una volta pronunciata la «separazione» della coppia – lui, come detto, diventato «testimone di
Geova» e lei «cristiana cattolica» sin dalla nascita –, viene escluso che si possa attribuire all’uomo la rottura.
Secondo la donna, però, i giudici hanno commesso un errore, ignorando il peso della «conversione del marito al credo religioso dei testimoni di Geova». Ella sostiene che la scelta compiuta
dall’uomo ha comportato «il disconoscimento dei lavori da lui fino ad allora accettati e trasmessi ai figli» e «l’adesione a valori inconciliabili con quelli propri del cattolicesimo, accettati
con il matrimonio concordatario» celebrato anni prima.
Fede. Le osservazioni proposte dalla donna non vengono però condivise dai Magistrati della Cassazione. Anche a loro avviso, difatti, «il mutamento di fede religiosa da
parte di uno dei coniugi e la conseguente partecipazione alle pratiche collettive del nuovo culto», pur avendo «incidenza sull’armonia della coppia», non può automaticamente «giustificare la
pronuncia di addebito della separazione». A meno che «l’adesione al nuovo credo religioso», osservano i Giudici, «non si traduca in comportamenti incompatibili con i doveri di coniuge e di
genitore».
In questa vicenda è emerso semplicemente, invece, che «le affermazioni di principio contenute nei testi ufficiali dei testimoni di Geova» sono «espressione di una concezione della vita e della
famiglia diverse da quella cattolica». E secondario è il fatto che la scelta compiuta dall’uomo abbia comportato «l’inadempimento dell’impegno, concordemente assunto dai coniugi con la
celebrazione del matrimonio religioso, a conformare l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli ai dettami della religione cattolica».
Resta aperto proprio il capitolo relativo alla prole... E anche su questo fronte vengono respinte le obiezioni mosse dalla donna e finalizzate ad ottenere «l’affidamento dei figli minori».
Secondo i Giudici, difatti, si può escludere che «la scelta spirituale compiuta dall’uomo possa costituire di per sé una ragione sufficiente» ad escludere «l’affidamento condiviso». Anche perché
è emerso che, «nonostante le diverse convinzioni religiose», entrambi i coniugi «paiono effettivamente legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità».
Allo stesso tempo, però, vengono confermate alcune «precauzioni» finalizzate a far sì che l’uomo «assicuri la continuità nelle abitudini e negli impegni dei figli, provvedendovi direttamente o,
qualora a ciò ostino le sue convinzioni religiose, facendo ricorso alla collaborazione della madre o dei nonni». Obiettivo è, chiariscono i Magistrati, «evitare che l’armonio sviluppo della
personalità dei minori (di 13 e 10 anni) possa essere pregiudicato dall’effetto traumatico di un improvviso contatto con le nuove convinzioni religiose del padre, così diverse da quelle finora
professate nell’ambito familiare».
ASSEGNO DIVORZILE| 12 Luglio 2016
Poco propensa ad affrontare il mondo del lavoro. E, per giunta, affiancata da un nuovo partner, pronto potenzialmente ad aiutarla economicamente.
Elementi sufficienti per negare alla donna l’assegno divorzile (Cassazione, ordinanza n. 14244/16, sezione Sesta Civile, depositata il 12 luglio).
Divorzio. Rottura insanabile tra i coniugi. Il divorzio è logico. E inevitabili sono gli strascichi economici tra moglie e marito.
Su quest’ultimo fronte i Giudici del Tribunale riconoscono alla donna «il diritto a un assegno divorzile di 250 euro mensili». Decisione, questa, smentita però in appello, dove viene analizzata
con attenzione «la situazione economica» dei due ex coniugi, e dove, soprattutto, viene presa in esame la posizione assunta dalla donna. Ella, come sostenuto dall’uomo, si è rifiutata di
«utilizzare sul mercato del lavoro le proprie capacità professionali».
Per completare il quadro, poi, i Giudici pongono in rilievo anche «la convivenza stabile» della donna «con un nuovo partner».
Assegno. Ora la visione tracciata in appello viene condivisa dai magistrati della Cassazione. Non vi sono, in sostanza, «le condizioni» per riconoscere alla donna «il
diritto all’assegno divorzile».
Detto in maniera ancora più chiara, mancano elementi sufficienti per desumere «una situazione di non autonomia reddituale» della donna. Ella non pare avere a disposizione «mezzi economici» così
esigui da «impedirle di procurarsi da sola un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello goduto nel corso del matrimonio». E in questa ottica le obiezioni mosse dall’ex marito si
sono rivelate decisive.
PER CONTATTI: c.ioppoli@alice.it
mantenimento | 05 Luglio 2016
Il giovane, di appena 23 anni, ha investito su se stesso, pagandosi le spese del corso di pilotaggio che gli ha consentito di inserirsi proficuamente nel mondo del lavoro. Nella prima fase del
suo percorso, però, è comunque necessario il contributo del genitore, soprattutto considerando le difficoltà incontrate dal ragazzo.
Ciò rende ancora più importante, nella prima fase di autonomia del ragazzo, il contributo economico dei genitori (Cassazione, ordinanza n. 13609/2016, Sezione Sesta Civile, depositata il 4
Aiuto. Ufficializzata la rottura tra i due coniugi, i giudici caricano sull’uomo anche il «mantenimento del figlio». Il padre, però, prova a riavere indietro, con tanto
di «decreto ingiuntivo», le somme versate nel periodo «luglio 2002 – agosto 2003», richiamando «la dichiarazione giudiziale» relativa alla «cessazione dell’obbligo contributivo per la raggiunta
autonomia economica del figlio maggiorenne».
Richiesta, quella avanzata dall’uomo, teoricamente plausibile, proprio alla luce degli obiettivi raggiunti dal ragazzo, ormai 23enne. Tuttavia, secondo i giudici non possono essere trascurate le
difficoltà incontrate dal figlio all’inizio del percorso per il raggiungimento di una piena autonomia. Più precisamente, vengono poste in evidenza: primo, la «iniziale» posizione di «lavoratore
in prova»; secondo, la connessa e limitata «retribuzione percepita»; terzo, le «spese» sostenute «per il corso di pilotaggio, intrapreso proprio per rendersi autonomo, anche economicamente»;
quarto, l’«oneroso mutuo» sulle sue spalle, seppur «garantito dalla fideiussione dei genitori».
A fronte di questo quadro, cioè alla luce delle «ragioni economico-familiari» del «ragazzo, desideroso di trovare un’autonomia professionale ed abitativa», appare doveroso l’aiuto fornito dal
padre con il «mantenimento» previsto in origine dal giudice.
PER CONTATTI : associazionefamiliaristi@gmail.com
mantenimento | 23 Giugno 2016
Niente mantenimento ai figli ultratrentenni!
di Carlo Ioppoli - Avvocato Familiarista - Presidente ANFI - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI -
La cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un
livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione ed, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta dal raggiungimento della
maggiore età da parte dell’avente diritto. Questo il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 12952 depositata il 22 giugno 2016 in tema di mantenimento dei figli maggiorenni.
I fatti. Il caso in esame prende le mosse dalla richiesta di un padre di revocare il contributo al mantenimento dei due figli, ultratrentenni, posto a suo carico dai
giudici di merito. In particolare, la primogenita, trentatreenne, dopo aver conseguito la laurea in medicina e l’abilitazione alla professione di odontoiatra, aveva successivamente frequentato
una serie di corsi professionali. Il secondogenito, trentenne, dopo essersi iscritto a due differenti corsi di laurea senza conseguire alcun diploma si era iscritto ad un corso professionale poi
L’onere della prova. La Corte di Cassazione, adita dal padre, conferma che il genitore che agisca nei confronti dell’altro per il riconoscimento del diritto al
mantenimento in favore dei figli maggiorenni deve allegare il fatto costitutivo della mancanza di indipendenza economica. Conseguentemente, il genitore interessato alla declaratoria di cessazione
dell’obbligo di mantenimento è tenuto a provare che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica ovvero che il mancato svolgimento di un’attività produttiva di reddito o il mancato compimento
del corso di studi dipende da un atteggiamento di inerzia o di rifiuto ingiustificato dello stesso. La prova di tali fatti può esser fornita mediante presunzioni.
La rilevanza dell’età dell’avente diritto. Secondo i giudici di legittimità l’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli maggiorenni non può esser protratto oltre
ragionevoli limiti di tempo e di misura al di là dei quali sussisterebbe una forma di “parassitisimo” di ex giovani ai danni dei loro genitori. Infatti, secondo la Suprema Corte i figli
ultratrentenni sono adulti e con il raggiungimento di un’età nella quale il percorso formativo e di studi, nella normalità dei casi, è ampiamento concluso e la persona è da tempo inserita nella
società, la condizione di persistente mancanza di autosufficienza economica, in mancanza di specifiche ragioni, costituisce un indicatore di inerzia colpevole.
Il principio di autoresponsabilità. La situazione soggettiva del figlio che, rifiutando ingiustificatamente in età avanzata di acquisire l’autonomia economica tramite l’impegno lavorativo e negli
studi, comporti il prolungamento del diritto al mantenimento da parte dei genitori non è tutelabile dal nostro ordinamento. Ciò, infatti, è in contrasto con il principio di autoresponsabilità che
è correlato alla libertà delle scelte esistenziali della persona.
La scelta personale di proseguire gli studi. Revocato, pertanto, il contributo al mantenimento della primogenita. La scelta esclusivamente personale della figlia
ultratrentenne di proseguire gli studi oltre l’ordinaria esigenza di specializzazione, seppur lodevole, non è coerente con l’impegno prevalente verso un’occupazione lavorativa adeguata.
L’inerzia colpevole. Anche con riferimento al secondo figlio viene revocato il diritto del medesimo a ricevere dal padre un contributo al mantenimento accertata la di
lui condotta inerziale nel percorso di studi e di perseguimento di un obiettivo professionale o tecnico.
separazione | 13 Giugno 2016
Anche se dissenziente, il padre deve pagare al figlio gli studi universitari fuori sede
Il principio di bi-genitorialità non può comportare la effettuabilità e la rimborsabilità delle sole spese straordinarie che abbiano incontrato il consenso di entrambi i genitori
escludendo così anche quelle spese che si dimostrino non voluttuarie e corrispondenti all’interesse del figlio beneficiario del diritto al mantenimento (quali quelle conseguenti alla
scelta dell’università più adatta agli studi universitari del figlio) sempre che le stesse non siano compatibili con le condizioni economiche dei genitori.
Lo ha affermato la Corte di Cassazione con ordinanza n. 12013/16, depositata il 10 giugno.
Il caso. Un uomo, separato dalla moglie e padre di famiglia, proponeva opposizione a decreto ingiuntivo ottenuto dall’ex moglie per il pagamento di una somma di
denaro (oltre 3600 euro) corrispondente al 50% delle spese straordinarie – universitarie e mediche - sostenute per i figli. Le ragioni dell’ opposizione vertevano sul fatto che lui aveva sempre
manifestato, anche per iscritto, il proprio dissenso a che la figlia, nello specifico, frequentasse l’università a Milano, piuttosto che a Bari. Il giudice di pace, con sentenza, respingeva
l’opposizione dell’uomo, il quale, quindi, proponeva appello al Tribunale che, tuttavia, confermava la sentenza appellata. Ad avviso di questo giudicante era rilevante che la contestazione
dell’uomo all’iscrizione della figlia presso l’ateneo milanese fosse consistita, sulla base della documentazione agli atti, in un sostanziale disinteresse e che non vi fosse stata alcuna
contestazione sull’ammontare della somma e la prova della spesa effettuata e richiesta in rimborso. L’uomo, inoltre non aveva fornito alcuna prova circa l’insostenibilità della spesa in relazione
alle condizioni economiche.
Il padre proponeva ricorso per cassazione sostenendo, in definitiva, che la decisione relativa alla figlia, essendo di fondamentale importanza, doveva essere presa di comune accordo dai genitori,
vigendo il regime di affidamento condiviso. In difetto del suddetto accordo, a parere dell’uomo, il presunto credito vantato dall’ex moglie non poteva essere azionato, per di più dinanzi
a un giudice di pace, ritenuto incompetente per materia, essendo reputato competente, invece, il giudice della separazione. La signora si difende in giudizio proponendo un controricorso.
Decisioni di maggiore interesse per il figlio. Richiamandosi ad un principio giurisprudenziale sancito dai Giudici della legittimità, viene affermato che non è
configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l’altro in merito alla determinazione delle spese straordinarie, poiché trattasi di
decisioni di maggiore interesse per il figlio e sussistendo, quindi, a carico del coniuge non affidatario un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto motivi validi di
dissenso. Pertanto, in caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto a provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, spetta al giudice
verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità e alla sostenibilità della spesa stessa
rapportata alle condizioni economiche dei genitori.
Competenza. Nella fattispecie in esame la Corte di legittimità, con l’ordinanza n. 12013 del 10 giugno ribadisce la competenza del giudice di pace adito in primo grado
avendo la presente controversia ad oggetto l’adempimento delle obbligazioni assunte dal coniuge in sede di separazione consensuale circa il pagamento delle spese straordinarie relative ai figli.
Infatti, la competenza va determinata in ragione del valore della causa, secondo i criteri ordinari, trattandosi di controversia diversa da quella concernente l’esecuzione o la modifica delle
condizioni della separazione che rientrano, invece, nella competenza funzionale del Tribunale.
Conclusioni. Trattata la questione in camera di consiglio, la Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di
Cassazione e dà atto dell’esistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
PER CONSULENZA: associazionefamiliaristi@gmail.com
separazione | 25 Maggio 2016
Primo round alla moglie: separazione addebitata al coniuge. Secondo round in Appello: centrale sarà ancora il peso attribuito dai giudici alla vita virtuale dell’uomo. Il legale della donna,
Panetti: «Sui social network quasi un delirio di onnipotenza»
«È stato l’elemento centrale, quello decisivo», riconosce il difensore. E non avrebbe potuto essere altrimenti... un uomo che declama pubblicamente, su Facebook, il proprio amore per una donna –
che non è la moglie! – è la prova più comoda da utilizzare in un caso di separazione.
Difatti, nella vicenda presa in esame dai giudici del Tribunale capitolino, proprio le esternazioni del marito sul social network – con foto annesse – sono state valutate come inequivocabili:
logico, per i magistrati, attribuire all’uomo ogni responsabilità per la rottura della coppia.
Evidente il fatto che il rapporto è «entrato in crisi» a causa del «tradimento» da parte del marito, «reso pubblico sul social network». E a colpire negativamente i giudici sono state anche «le
modalità con cui è stata coltivata la relazione extraconiugale», modalità che «hanno leso la dignità e l’onore» della moglie.
Confessione online. Tanti, e tutti rilevanti, gli elementi a disposizione di Panetti, legale della donna. Elementi che, come detto, hanno convinto i giudici: «È stata
accolta la nostra versione, centrata sulla confessione del tradimento da parte dell’uomo».
In questa ottica, però, è stato importante, riconosce l’avvocato, il peso dato ai messaggi e alle foto disponibili su Facebook, ritenuti espressivi di «un atteggiamento denigratorio e offensivo
nei confronti della moglie». E su questo fronte un ruolo di rilievo lo hanno avuto alcune amiche della donna, che le hanno segnalato le ‘stranezze’ del marito sul web.
Difficile, per il marito, riuscire ad uscire indenne dalla vicenda. Anche se, va aggiunto, quello in Tribunale è stato solo il primo round... Tra qualche mese, difatti, ci sarà un nuovo confronto
giudiziario in Appello.
Con quali prospettive? La moglie punta a vedere confermato l’addebito della separazione al marito. Quest’ultimo, invece, tenterà di dimostrare che, in realtà, messaggi e foto su Facebook erano
solo la testimonianza di una amicizia, di un rapporto profondo ma privo di connotazioni fisiche e sessuali.
Nessun tradimento, quindi, sosterrà l’uomo in Appello. Ma dovrà fare i conti con le prove fornite dal mondo virtuale di Facebook...
Virtuale e reale. E proprio questo elemento, ossia la vita che ognuno di noi ha sui social network, sembra destinato ad avere sempre maggiori ripercussioni nel mondo
reale, nei rapporti tra le persone, e finanche nelle aule dei Tribunali.
Esemplare, come detto, il peso avuto da foto e messaggi on line su una coppia solida – almeno in apparenza –, con vent’anni di matrimonio alle spalle e impegnata come tante coppie a fronteggiare
i problemi della vita quotidiana e a conservare il proprio equilibrio.
“Per me è stata la prima volta”. Così l’avvocato Panetti spiega di aver dovuto confrontarsi con una situazione professionale mai affrontata: il web come ufficializzazione della crisi nella
L’impressione, però, è che casi simili siano destinati a proporsi sempre più numerosi negli anni a venire. E in questa ottica colpisce “l’uso eccessivo, smodato, disinvolto dei social network,
che a volte si trasforma quasi in un delirio di onnipotenza”, sostiene Panetti.
AVV. CARLO IOPPOLI - AVV. FAMILIARISTA E CASSAZIONISTA, PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
mail:associazionefamiliaristi@gmail.com
A inchiodare l’uomo sono le dichiarazioni dei redditi e la relazione catastale prodotta dalla consorte. Evidente, documenti alla mano, lo squilibrio di forza economica tra i due oramai ex
coniugi. Confermato, quindi, l’assegno mensile a favore della donna.
Lavori precari per lei, nessuna occupazione, invece, per lui. Nonostante tutto, però, possedimenti e dichiarazioni dei redditi inchiodano l’uomo: dovrà versare l’assegno divorzile all’ex moglie
(Cassazione, ordinanza numero 10099/2016, Sezione Sesta Civile, depositata il 17 maggio).
Nonostante tutto, però, tale decisione viene contestata in Cassazione. L’uomo, tramite il proprio difensore, spiega di avere «cessato ogni attività lavorativa». Ciò avrebbe modificato «le sue
condizioni economiche in senso peggiorativo», ovviamente.
Ma tale dato, ribattono i magistrati, non sminuisce la forza economica del marito, nettamente superiore rispetto a quella della moglie.
I «possedimenti» evidenziati nelle «dichiarazioni dei redditi» dell’uomo e nella «relazione catastale» prodotta dalla donna hanno bisogno, è evidente, di «capacità di reddito, anche ai soli fini
del loro mantenimento». E secondo i giudici è lecito presumere che «alcuni di quei possedimenti» forniscano all’uomo «rendite locatizie» tali da consentirgli «un adeguato sostentamento».
Tutto ciò conduce a ritenere netto il «divario economico» tra gli ex coniugi. Ciò soprattutto alla luce della notevole «capacità di reddito del marito», fondata sia «sulla notevole competenza del
suo lavoro di ‘mastro muratore’, che è riuscito, nel corso degli anni, ad investire i propri guadagni in unità abitative e in terreni», sia sulle «sue precedenti dichiarazioni dei redditi».
I figli si trasferiscono dal padre, scatta la modifica delle condizioni di mantenimento?
Sarà nuovamente il giudice di merito a valutare se il trasferimento dei figli dall’uno all’altro coniuge richiede una rinnovata valutazione delle condizioni economiche e, quindi,
se la madre è tenuta a corrispondere lo stesso importo di cui era stato onerato il marito fino ad allora. In materia di modifica alle condizioni di divorzio, a seguito del cambio di domicilio dei due figli minori dalla casa della madre a quella del padre, fermo restando l’affidamento condiviso degli
stessi, la Cassazione - con la sentenza con sentenza numero 8151/16 depositata in cancelleria il 22 aprile – ha rinviato al giudice di merito la decisione sull’importo che la donna dovrà
corrispondere per il mantenimento degli stessi.
Il caso. Avverso il provvedimento della Corte di appello di Messina, che, tenuto conto dell’affidamento condiviso dei due figli minori, confermava quanto già stabilito
dal Tribunale, veniva proposto ricorso principale dall’uomo e incidentale dalla ex moglie. Secondo i giudici di merito, infatti, a seguito del cambio di domiciliazione prevalente dei figli dalla
madre al padre, la donna avrebbe dovuto corrispondere il medesimo importo di cui era stato onerato il marito fino ad allora, a titolo di assegno mensile.
Il marito lamentava la mancata valutazione dei redditi della moglie in ordine all’importo dell’assegno per i figli e altresì il fatto notorio della crescita degli stessi e il conseguente aumento
delle loro esigenze. La madre, d’altro canto, con controricorso, lamentava, invece, che i giudici di merito non avessero tenuto conto del sopraggiungere di un cambiamento peggiorativo delle sue
condizioni economiche, che avrebbe di fatto giustificato l’esclusione di ogni contributo per i figli.
Assegno di mantenimento da “rivedere”. Tenuto conto di un effettivo errore di diritto e di una carenza di istruttoria del giudice a quo in merito alle attuali
condizioni economiche di entrambi i coniugi, la Suprema Corte di Cassazione accoglie il ricorso cassando il provvedimento impugnato con rinvio al giudice a quo che dovrà pronunciarsi
dunque sull’ammontare dell’assegno e sulle spese del presente giudizio di legittimità
mail:c.ioppoli@alice.it
SEPARAZIONE | 05 Aprile 2016
Determinazione assegno: parametro indispensabile è il tenore di vita durante il matrimonio
Nelle controversie concernenti l’attribuzione o la quantificazione dell’assegno di mantenimento l’apprezzamento della documentazione fiscale prodotta dalla parte non ha efficacia vincolante per
il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il proprio convincimento su altre risultanze probatorie. Parametro di riferimento indispensabile ai fini della valutazione
di congruità dell’assegno resta il tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 6427/16, depositata il 4 aprile.
Il caso. Due coniugi si separano dinanzi al Tribunale di Ragusa. Al marito viene imposto l’obbligo di corrispondere in favore della moglie, a titolo di contributo di
mantenimento, un assegno mensile pari a duemila euro, nonché un ulteriore assegno mensile, di importo pari a mille euro, per il mantenimento del figlio maggiorenne, non economicamente
autosufficiente, convivente con la madre.
Avverso la sentenza di primo grado il marito propone ricorso alla Corte di appello di Catania, la quale, tuttavia, lo rigetta. Il marito, dunque, propone ricorso per cassazione contro la
pronuncia della Corte di appello per due ordini di motivi. Sostanzialmente il marito lamenta che il giudice, nello stabilire l’entità dell’importo degli assegni mensili abbia fatto generico
riferimento al tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio e ai redditi derivanti dall’esercizio della sua attività professionale, senza però dare rilievo alla documentazione
prodotta, ritenuta inaffidabile, e senza andare nel concreto a verificare un’ulteriore serie di elementi, quali appunto l’assegnazione della casa coniugale data in godimento alla moglie, gli
oneri connessi al mantenimento di un’altra figlia da lui procreata, la considerazione che la moglie, laureata e abilitata all’esercizio della relativa professione, non abbia mai lavorato.
La signora resiste in giudizio con un controricorso.
Assegno di mantenimento. L’assegno di mantenimento, costituito da un prestazione pecuniaria periodica, è espressione della solidarietà coniugale e ha funzione
essenzialmente assistenziale. Pertanto, il coniuge obbligato al pagamento dell’assegno risulta essere quello che versa nelle condizioni economiche migliori, sia esso responsabile o meno della
crisi dell’unione familiare.
Principio costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità è quello secondo il quale parametro di riferimento indispensabile per valutare la congruità dell’assegno è rappresentato dal
tenore di vita goduto nel corso del matrimonio da parte dei coniugi .
Tenore di vita. Il giudice del merito, al fine di quantificare l’assegno di mantenimento, deve accertare il tenore di vita goduto dai coniugi durante la vita
matrimoniale, accertando le disponibilità patrimoniali dell’onerato. A tal fine, il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma
dovrà considerare anche altre variabili di carattere economico (o apprezzabili in termini economici), suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti come, nel caso in esame, il possedere
un cospicuo patrimonio immobiliare, nonché di beni mobili registrati (autovetture, motoveicoli, natanti), condurre uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.
Le dichiarazioni dei redditi. In giurisprudenza si è affermato che le dichiarazioni dei redditi dell’obbligato hanno una funzione tipicamente fiscale, pertanto nelle
controversie relative ai rapporti estranei al sistema tributario, come quelle in esame, concernenti l’attribuzione o la quantificazione dell’assegno di mantenimento, non hanno efficacia
vincolante per il giudice, il quale, quindi, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il proprio convincimento su altre risultanze probatorie.
Capacità di lavoro del coniuge. Certamente l’attitudine al lavoro del coniuge, considerata come potenziale capacità di guadagno, costituisce un elemento importante, da
prendere in considerazione ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del giudice. Tuttavia, tale attitudine assume rilievo soltanto qualora venga riscontrata
in termini di effettiva possibilità di svolgimento di una attività lavorativa retribuita e non di mere valutazioni astratte ed ipotetiche.
Soluzione della Suprema Corte. Ad avviso dei Supremi Giudici, il ricorrente, attraverso l’apparente deduzione dei vizi di violazione di legge e difetto di motivazione,
dimostra di voler sollecitare una rivisitazione del giudizio di merito, non consentita, però, alla Suprema Corte di Cassazione alla quale non spetta il compito di riesaminare la vicenda
processuale bensì quello di controllare la correttezza giuridica e la coerenza logica delle argomentazioni svolte dal giudice del merito.
La Corte di Cassazione nel rigettare il ricorso e condannare il marito al pagamento delle spese processuali dà atto dell’esistenza dei presupposti per il versamento da parte di questi di un
ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Stato di adottabilità | 01 Aprile 2016
Il percorso di ripristino dei rapporti familiari deve essere continuo e non saltuario
L’abbandono dei minori si configura come grave e irreversibile violazione degli obblighi dei genitori di educazione, mantenimento e istruzione dei figli e l’eventuale percorso di
recupero deve essere breve e non interrotto da fasi di sostanziale disinteresse dei genitori.
Il caso. La Corte d’appello di Brescia aveva respinto il ricorso dei signori S.Z. e D.G., intervenuti nel ricorso principale proposto in sede di gravame dagli zii dei
minori, contro la sentenza del Tribunale dei minorenni della stessa città, che aveva dichiarato lo stato di adottabilità dei loro figli. Nel caso in esame, i ricorrenti avevano chiesto la nullità
della sentenza di primo grado, affermando l’insussistenza dell’abbandono, e chiedendo l’affidamento agli zii, che insistevano anche per la revoca dello stato di adottabilità. Si costituiva anche
il curatore speciale dei minori, che chiedeva che l’appello fosse rigettato.
La Corte territoriale rigettò entrambi gli appelli poiché infondati, e confermò la dichiarazione dello stato di adottabilità dei minori, di cui uno affetto da autismo.
Contro tale decisione, hanno presentato ricorso gli zii materni dei minori, con atto affidato a sei motivi, mentre non hanno presentato ricorso i genitori. Ha resistito con controricorso il
tutore dei minori.
Dei sei motivi, alcuni si riferivano al vizio di motivazione per non avere la Corte d’appello esaminato attentamente le relazioni dei servizi sociali, per la violazione della Convenzione di New
York sui diritti dell’uomo, e per non avere ascoltato la minore.
Pur se la situazione riguardante i rapporti con i figli, anche grazie all’aiuto dei servizi sociali, appare migliorata, il percorso di ripristino dei rapporti familiari deve essere continuo e non
saltuario, e i genitori devono dimostrare di avere arricchito pienamente le loro competenze genitoriali.
La Cassazione ha respinto tutti i motivi di ricorso, valutando sussistere pienamente lo stato di abbandono.
Stato di abbandono. Per la Suprema Corte, infatti, se è vero che secondo le relazioni dei servizi sociali – che ha ritenuto essere state abbondantemente ed adeguatamente
esaminate – la madre aveva mostrato un qualche segno di avvicinamento ai figli, è altrettanto vero che il suo percorso non si può definire completo, sia per il fatto che, proprio durante detta
via, fatta di incontri con i figli, ella si allontanava per un lunghissimo soggiorno nel suo paese di origine, sia perché non ha mai dimostrato di avere acquisito un comportamento confacente ai
suoi doveri di genitore; tanto più nei confronti del figlio, come detto affetto da autismo e già per questo necessitante di una particolare attenzione, che né la madre né il padre gli hanno mai
garantito. Quanto a quest’ultima figura genitoriale, infatti, mentre la madre si trovava all’estero, addirittura si era rifiutato di accogliere i figli presso la sua abitazione, dimostrando la
sua scarsissima (se non inesistente) disponibilità a prendersene cura, e a comprendere i gravi problemi del figlio affetto da autismo.
In quanto agli zii materni, che pure avevano chiesto l’affidamento dei minori, la Cassazione ha ritenuto che la loro domanda di affido non fosse suffragata da un progetto specifico e coerente, e
accompagnata da un rapporto significativo e preesistente con i minori. Ricorda la Suprema Corte, infatti, seguendo le varie relazioni depositate in atti, che esse avevano evidenziato una
richiesta di affido fragile e non sufficientemente ragionata e motivata, tanto da essere ondivaga e contradditoria, e addirittura arrivando a richiedere l’affidamento del bambino autistico ad
altra famiglia.
E’ evidente quindi, per la Cassazione, l’inammissibilità di tale richiesta, anche perché durante gli incontri i minori non avevano mai fatto riferimento agli zii, e che questi avevano comunque
mostrato un rapporto con i nipoti caratterizzato da incertezza, fatica e timore.
Ascolto del minore. In quanto al mancato ascolto della minore, la Suprema Corte ha ritenuto non essere un elemento determinante, poiché comunque la stessa era stata
sentita ripetutamente dalla consulente e dai servizi sociali, non dimostrando però una adatta capacità di discernimento né, peraltro, un particolare attaccamento ai genitori o agli zii.
Pertanto, ha ritenuto la decisione di secondo grado correttamente formata, e ha confermato, nell’interesse dei minori, il loro stato di adottabilità.
usucapione | 18 Marzo 2016
Interversione del possesso solo in presenza di una manifestazione esteriore
L’interversione del possesso non può avere luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia consentito desumere
che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui e abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio, con correlata sostituzione al precedente
animus detinendi dell’animus rem sibi habendi.
Domanda di usucapione e ricorrenza dell’interversione del possesso. Con la pronuncia n. 5333/2016 depositata lo scorso 17 marzo, la Corte di Cassazione interviene
ribadendo importanti principi in tema di acquisto per usucapione del bene e requisiti dell’interversione del possesso. La fattispecie sottesa alla sentenza in rassegna riguarda la domanda di
usucapione di un immobile abitato dall’attore e originariamente concesso in locazione al defunto padre di quest’ultimo che lo occupava in permanenza. Nei precedenti gradi di merito, tanto il
Tribunale quanto la Corte di Appello, rigettavano la domanda di usucapione, ritenendo che non fosse stata data la propria che la detenzione discendente dal rapporto locativo fosse stata mutua in
possesso da parte dell’attore. Contro la pronuncia della Corte territoriale, l’attore propone quindi ricorso per Cassazione, censurando la decisione per violazione dell’art. 1141 c.c. in tema di
interversione del possesso.
I requisiti dell’interversione del possesso. La Corte rigetta il ricorso ritenendo che nel caso di specie la Corte di merito abbia fatto corretta applicazione dei
principi in tema di interversione del possesso, il quale, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, non può avere luogo mediante un semplice atto di volizione
interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia consentito desumere che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui e
abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio, con correlata sostituzione al precedente animus detinendi dell’animus rem sibi habendi. Aggiunge ancora la
pronuncia in commento, che tale manifestazione di volontà deve essere rivolta specificatamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell’avvenuto
mutamento, e quindi tradursi in atti ai quali possa riconoscersi il carattere di una concreta opposizione all’esercizio del possesso da parte sua. A tale ultimo fine sono inidonei gli atti che si
traducono nella inottemperanza alla pattuizioni in forza delle quali la detenzione era stata costituita, verificandosi in questo caso una ordinaria ipotesi di inadempimento contrattuale, ovvero
si traducano in meri atti di esercizio del possesso, verificandosi in tal caso una ipotesi di abuso della situazione di vantaggio determinata dalla materiale disponibilità del bene (cfr. sul
punto Cass. n. 2392/2009). L’art. 1141 c.c., non consente quindi al detentore di trasformarsi in possessore mediante una sua interna determinazione di volontà, ma richiede, per il mutamento del
titolo, o l’intervento di “una causa proveniente da un terzo”, per tale dovendosi intendere qualsiasi atto di trasferimento del diritto idoneo a legittimare il possesso, indipendentemente dalla
perfezione, validità, efficacia dell’atto medesimo (compresa l’ipotesi di acquisto da parte del titolare solo apparente), oppure l’opposizione del detentore contro il possessore, opposizione che
può aver luogo sia giudizialmente che extragiudizialmente e che consiste nel rendere noto al possessore, in termini inequivoci e contestando il di lui diritto, l’intenzione di tenere la cosa come
propria. La pronuncia in rassegna ha altresì avuto modo di precisare che lo stabile se, in conseguenza di un atto negoziale, ancorché invalido, al detentore di un immobile sia stato da un terzo
trasferito il possesso del bene, costituisce una indagine di fatto, riservata al giudice di merito, i cui apprezzamenti e valutazioni sono sindacabili in sede di legittimità solo per illogicità o
inadeguatezza della motivazione (Cass., n. 5419/2011).
revocazione | 17 Marzo 2016
Respinta la richiesta della donna di rimettere in discussione la decisione con cui la Cassazione ha chiuso la vicenda diversi anni fa. Inutili le obiezioni mosse al pronunciamento che aveva
sancito l’esecutività della decisione del Tribunale ecclesiastico.
‘Tempi supplementari’ in Cassazione. Obiettivo della richiesta presentata da una donna è rimettere in discussione l’efficacia della pronuncia del Tribunale ecclesiastico con cui è stata sancita
la nullità del matrimonio a causa dell’impotenza dell’uomo.
Tutto inutile, però. Impossibile ottenere la revocazione della decisione ufficializzata dai Giudici del ‘Palazzaccio’ (Cassazione, ordinanza n. 5364/2016, Sezione Sesta Civile, depositata oggi).
impotenza. Secondo il legale della donna, sono evidenti gli errori commessi dai Magistrati della Cassazione, errori che hanno condotto alla conferma della decisione
emessa in Corte d’appello, cioè «la dichiarazione di efficacia ed esecutività nell’ordinamento italiano della pronuncia del Tribunale ecclesiastico» con cui è stato dichiarato «nullo il
matrimonio concordatario» per l’«impotentia coeundi» dell’uomo.
Diverse le presunte lacune poste in evidenza. Complessivamente, in Cassazione, sostiene il legale, ci si sarebbe limitati ad una «acritica adesione alla motivazione fornita dal giudice di
merito», motivazione che «non considerava prove acquisite agli atti e risultanze processuali», come, ad esempio, «gli esiti della consulenza medica espletata in sede ecclesiastica».
Ma le contestazioni mosse dalla donna – che, peraltro, ha anche presentato «atto di rinuncia» – sono generiche, fragili, non certo idonee a mettere in discussione la legittimità della decisione
emessa nel 2014 nel contesto del ‘Palazzaccio’.
Non più discutibile, quindi, la «nullità» del rapporto matrimoniale a causa dell’«impotenza» dell’uomo, impotenza facilmente conoscibile dalla donna. Su questo fronte, in particolare, si era
fatto riferimento alle «occasioni di intimità» per la coppia durante il «lungo fidanzamento».
associazionefamiliaristi@gmail.com separazione | 10 Marzo 2016
“Lui l’ha tradita”, si mormora in paese: escluso l’addebito della separazione all’uomo
Inutile il richiamo della donna al fatto che tutta la comunità fosse a conoscenza del presunto tradimento perpetrato dal marito. Elemento troppo fragile, e non sufficiente, di certo, per ritenere
l’uomo colpevole per la intollerabilità della convivenza e per la successiva separazione della coppia.
‘Vox populi, vox dei’. La saggezza degli antichi vale soprattutto in piccoli contesti, come può essere quello di un paesino... Ma le voci dei compaesani non sono comunque sufficienti per
considerare ‘certificato’ il tradimento (presunto) ad opera del marito. Respinta, di conseguenza, la richiesta della moglie di addebitare all’uomo la separazione (Cassazione, ordinanza n.
4565/16, sezione Sesta Civile, depositata il 9 marzo).
Pettegolezzi. Chiara la posizione sostenuta dalla donna: a provocare «l’intollerabilità della convivenza» è stato, a suo dire, «il comportamento del marito».
Per dare sostegno a questa tesi vengono richiamati il presunto «tradimento» perpetrato dall’uomo e i presunti «maltrattamenti» subiti dalla donna.
Tutto inutile, però. Per i giudici di merito, difatti, una volta pronunciata la «separazione» della coppia, è impensabile addebitare la rottura al marito.
Su questo fronte, in particolare, viene evidenziato che «il procedimento penale a carico» dell’uomo, su «denuncia» della moglie, si è concluso con un «provvedimento di archiviazione». In
sostanza, le «accuse» si sono rivelate «totalmente prive di riscontri oggettivi e frutto di un atteggiamento di frustrazione della denunciante, determinata da una grave forma di depressione,
associata a disturbi alimentari ed all’abuso di bevande alcoliche».
Resta sul tavolo, però, il tema dell’ipotetica relazione extraconiugale dell’uomo.
Ma su questo punto gli elementi probatori utilizzati dalla donna sono fragili. Così, anche per i Giudici della Cassazione il tradimento è solo ed esclusivamente ipotetico.
Irrilevante il fatto che l’uomo non abbia mai «smentito» di aver tradito la moglie. Inutile il richiamo della donna al fatto che «tutto il paese ne era a conoscenza». Anche perché, va aggiunto,
sul presunto adulterio «la madre della donna» ha riferito di «aver saputo» del tradimento da «una amica, la quale, a sua volta, le aveva riportato ciò che le era stato riferito da un’altra
persona, rimasta sconosciuta».
Tutto ciò conduce a confermare la decisione assunta in Appello: nessuna possibilità di attribuire all’uomo la colpa per la separazione della coppia.
assegno divorzile| 11 Marzo 2016
Respinte le obiezioni mosse dall’uomo. Egli dovrà versare 150 euro mensili alla ex coniuge. Irrilevante la breve durata del vincolo matrimoniale. Decisiva, invece, la precaria condizione
economica della donna.
Matrimonio breve. Il legame tra la coppia ha retto solo ventiquattro mesi. Tale dato, però, nonostante l’opinione dell’uomo, non è sufficiente per negare alla ex moglie l’assegno
divorzile. Soprattutto quando, come in questo caso, sono evidenti le precarie condizioni, fisiche ed economiche, della donna (Cassazione, ordinanza numero 4797, sezione sesta civile, depositata
Assegno. Rottura definitiva tra moglie e marito. A certificarla sono i giudici del Tribunale, ufficializzando la «cessazione degli effetti civili del matrimonio».
Resta da affrontare, però, il nodo economico. E su questo fronte viene ritenuta legittima la richiesta della donna: a lei l’ex marito dovrà versare l’«assegno divorzile», seppur a cifre
contenute. In primo grado si parla di «200 euro mensili», poi ridotti a «150 euro mensili» in secondo grado. Taglio giustificato dai giudici d’Appello con due considerazioni: primo, la «breve
durata del matrimonio», cioè due anni; secondo, i «maggiori oneri» cui l’uomo deve fare fronte per il «mantenimento della nuova famiglia di fatto che ha costituito con un’altra donna».
Rapporti di forza. Obiettivo dell’uomo, però, col ricorso in Cassazione, è mettere in discussione il «diritto» riconosciuto all’ex moglie. Riflettori puntati,
in particolare, sulle condizioni economiche e sulla durata temporale del vincolo matrimoniale.
Ogni obiezione, però, si rivela inutile.
Per i Giudici del ‘Palazzaccio’, innanzitutto, così come valutato in Appello, è illogico sostenere, come fatto dall’uomo, che «la breve durata del matrimonio» possa costituire «ragione
sufficiente per escludere la debenza dell’assegno divorzile».
Per quanto concerne invece i rapporti di forza a livello economico tra i coniugi, emerge, in maniera chiara, la posizione di debolezza della donna. Ella ha visto peggiorare il proprio «tenore di
vita» rispetto a quello «goduto in costanza di matrimonio»: inequivocabile la «modestia della pensione di invalidità da lei percepita», e pari ad «appena 275 euro mensili», a fronte dello
«stipendio» dell’ex marito, stipendio che, peraltro, aveva rappresentato «l’unica fonte di sostentamento della famiglia durante la vita matrimoniale».
mantenimento dei figli | 03 Marzo 2016
Figlio iscritto in una scuola privata: è spesa straordinaria, l’ex marito deve rimborsarla?
Non esiste un obbligo di concertazione preventiva tra i coniugi per porre in essere delle spese straordinarie che corrispondano al “maggior interesse” dei figli.
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4182/16, depositata il 2 marzo.
Il caso. Il ricorrente adisce al Cassazione avverso la sentenza del Tribunale d’appello di Rieti, che respingeva l’opposizione al decreto ingiuntivo per il rimborso, in
favore dell’ex moglie, del 50% delle spese scolastiche del figlio. Il giudice di merito respingeva l’opposizione e rilevava che l’ordinanza presidenziale, emessa nel giudizio di separazione, con
cui si prevede che l’ex marito dovesse contribuire al rimborso delle spese straordinarie scolastiche nella misura del 50%, non ha efficacia di titolo esecutivo, poiché il contributo per
ogni spesa è variabile, quindi risulta ammissibile il ricorso monitorio presentato dall’ex moglie al giudice di pace, finalizzato a quantificare e documentare l’effettivo esborso.
Inoltre, il Tribunale rileva che non risulta prescritto nell’ordinanza presidenziale che le spese scolastiche siano concordate fra i genitori, dunque, nell’opposizione al decreto ingiuntivo si
potrà solo contestare la necessità di tali spese e non il rimborso di queste. Infatti, secondo i giudici del merito, l’obbligo del rimborso si fonda automaticamente sulla semplice anticipazione
della spesa scolastica. Il ricorrente, nel motivo principale del ricorso, lamenta che seguendo la lettera della legge (art. 155 c.c.) è previsto che le decisioni di maggiore interesse per i figli
riguardanti l’istruzione, devono essere assunte di comune accordo tra i genitori, altrimenti la decisione deve essere rimessa al giudice. Inoltre, il ricorrente contesta il fatto che l’ex moglie
abbia adito il giudice di pace, e non il giudice della separazione, per ottenere la condanna al rimborso delle spese effettuate, che invece non sarebbe competente in quanto l’ordinanza
presidenziale del giudizio di separazione ha natura di titolo esecutivo solo per le obbligazioni già definite. Ulteriormente, il ricorrente afferma che, nel caso concreto, il credito non era né
liquido né esigibile e per questo il giudice avrebbe dovuto rigettare la richiesta d’ingiunzione.
Ordinanza presidenziale non costituisce titolo esecutivo. Secondo la Cassazione il ricorso appare inammissibile, poiché né il Tribunale né la controricorrente hanno
ritenuto che l’ordinanza presidenziale costituisse titolo esecutivo per ottenere il rimborso della quota della spesa straordinaria. Infatti, è proprio in questa prospettiva che l’ex moglie ha
adito il giudice di pace, per ottenere, previa presentazione della documentazione relativa alla spesa, il decreto ingiuntivo che, se non opposto, avrebbe accertato il diritto al rimborso e
costituito titolo esecutivo se non fosse stato ottenuto il rimborso stesso.
Spese straordinarie ed interesse del minore. La stessa Corte Suprema, rifacendosi alla propria giurisprudenza, ribadisce che «non esiste un obbligo di concertazione
preventiva tra i coniugi al fine di poter effettuare le spese straordinarie che corrispondano al “maggior interesse” dei figli» e nei casi di mancato accordo tra i due e di rifiuto a provvedere
al rimborso della quota spettante al coniuge che non le ha effettuate, «il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante una valutazione sulla
commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità che ne deriva ai minori e sulla sostenibilità della spesa stessa se rapportata alle condizioni economiche dei genitori». Quindi, il
genitore convenuto in giudizio deve specificare i motivi di dissenso, affinché il giudice possa valutare se vi sia o meno un collegamento tra la spesa e l’interesse del minore o se sia una spesa
sostenibile per le condizioni economiche dei genitori e all’utilità dei figli.
Titolo esecutivo se… Inoltre, i Giudici di legittimità affermano che non può darsi rilievo alla contestazione del ricorrente sull’impossibilità di accogliere la
richiesta di emissione del decreto ingiuntivo, in quanto il credito vantato non sarebbe liquido ed esigibile. Infatti, l’ordinanza presidenziale, emessa nel giudizio di separazione, che
stabilisce la quota da pagare per il genitore non affidatario per le spese mediche e scolastiche dei figli, costituisce titolo esecutivo e non richiede altri interventi del giudice, se il
genitore creditore alleghi e documenti gli esborsi indicati nel titolo e la loro entità, salvo pur sempre i diritto dell’ex coniuge non affidatario di contestare l’esistenza del credito. Questo
assunto determina l’ammissibilità dell’azione monitoria, posta in essere dall’ex moglie, e la legittimità dell’emanazione del decreto ingiuntivo.
Competenza del giudice di pace. La Cassazione afferma, infine, che la competenza nelle controversie riguardanti l’adempimento delle obbligazioni del coniuge, separato
consensualmente, relative al pagamento delle spese straordinarie per i figli, sostenute dal coniuge affidatario, va determinata in ragione al valore della causa e secondo i criteri ordinari.
Infatti rientrano nella competenza funzionale del tribunale solo le controversie riguardanti la modifica delle condizioni della separazione.
Avv. Carlo Ioppoli - Presidente Nazionale degli Avvocati Familiaristi Italiani
divorzio| 03 Marzo 2016
Nuova relazione, però non stabile, per la donna: confermato l’assegno a carico dell’ex marito
Precaria la situazione lavorativa ed economica della donna, che non può neanche appoggiarsi sul nuovo compagno. Di conseguenza, l’ex marito deve farsi carico di versarle 250 euro mensili come
Lavoro ‘in nero’ e assolutamente saltuario. Disponibilità economica minima per la donna, che non può neanche appoggiarsi sul nuovo compagno, con cui la relazione non è stabile né solida.
Tutto ciò rende necessario un contributo, seppur minimo, dall’ex marito, nonostante egli non abbia un reddito monstre (Cassazione, ordinanza n. 4175/2016, Sezione Sesta Civile, depositata il 2
Assegno. Conclusa l’esperienza matrimoniale. Addio definitivo tra i coniugi. E, alla luce delle valutazioni dei giudici del Tribunale, senza strascichi a livello
Respinta, difatti, la richiesta della donna di ottenere l’«assegno divorzile».
Di avviso opposto, invece, i giudici d’Appello, che, difatti, riconoscono il diritto della donna a un «assegno di 250 euro mensili». Decisiva la constatazione che ella «non ha redditi adeguati,
dato che svolge attività lavorativa saltuaria e ‘in nero’ come donna delle pulizie» e che la «relazione col nuovo compagno» non è caratterizzato «dalla stabilità della convivenza e dalla
condivisione delle spese». Senza trascurare, poi, che «l’assegnazione» alla donna della «casa familiare» è stata revocata, poiché «il figlio, trentacinquenne, è del tutto autonomo economicamente
e non più convivente» con lei.
Tutti questi elementi sono ritenuti significativi anche dai giudici della Cassazione, che confermano, di conseguenza, il diritto dell’ex moglie all’assegno mensile.
Irrilevanti, peraltro, anche i problemi di salute dell’uomo: egli, difatti, non ha dedotto di avere subito «ripercussioni negative sul reddito, derivante dall’attività di dipendente (operatore
ecologico)» di un Comune.
Studenti universitari con poco profitto: niente mantenimento dal genitore
Vittoria per la madre. Ella non dovrà più garantire il proprio contributo mensile ai due figli, conviventi con l’ex marito. Fratello e sorella sono maggiorenni e non hanno sfruttato affatto
l’opportunità loro offerta di frequentare l’Università.
Troppi anni trascorsi nelle aule universitarie, pochi risultati portati a casa. Così fratello e sorella si ritrovano ora senza alcun sostegno economico dalla madre. La donna ha divorziato dal
marito e non dovrà più aprire i cordoni della borsa per i due figli, maggiorenni, che convivono col padre (Cassazione, sentenza n. 1858, sezione prima civile, depositata oggi).
Contributo. Peso notevole, quello sopportato dalla donna. Secondo i giudici di primo grado, ella, come messo ‘nero su bianco’ col «divorzio» dal marito, dovrà versare
«un contributo mensile di 800mila lire per il mantenimento dei figli, conviventi con il padre».
Ad azzerare questo onere economico provvedono, però, i giudici d’Appello: soddisfazione piena, quindi, per la donna. E proteste da parte dell’ex marito...
Ateneo. Ma nonostante le obiezioni dell’uomo, la decisione di «revocare il contributo» originariamente previsto viene confermata in Cassazione.
Per i Giudici del ‘Palazzaccio’ bisogna ricordare che «il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa quando il genitore» dimostri che «il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire
ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di un attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita». E tale
visione rende legittima la richiesta della donna, finalizzata a liberarla da ogni obbligo nei confronti dei due figli. Ciò perché fratello e sorella hanno avuto, proprio grazie ai genitori,
«l’opportunità di frequentare l’Università», ma «non hanno saputo trarne profitto»: il ragazzo è «iscritto al terzo anno del corso di laurea» e «ha superato soltanto quattro esami»; la ragazza è
«fuori corso per la quarta volta» e ha superato «meno della metà degli esami complessivi».
A completare il quadro, poi, «le note dell’Agenzia delle Entrate», da cui emergono «redditi da lavoro dei due studenti».
info@associazionefamiliaristi.org
separazione | 08 Febbraio 2016
Coabitare non vuol dire ricostruire il vincolo matrimoniale tra due coniugi separati
La mera coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione tra i coniugi separati, essendo necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti che costituisce il
fondamento del vincolo coniugale.
Lo ha affermato la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2360/16, depositata il 5 febbraio.
Il caso. La ricorrente adisce la Cassazione contro la sentenza della Corte d’appello di Torino, che aveva respinto l’impugnazione in merito allo scioglimento del legame
matrimoniale intercorrente tra l’attrice e il marito. Motivo del ricorso è la violazione di legge, in quanto la coabitazione tra i due coniugi separati avrebbe inficiato il requisito della
separazione triennale per predisporre il divorzio.
La coabitazione non riconcilia. Il Giudice di legittimità afferma fin da subito l’infondatezza del ricorso, poiché non tiene conto dell’univoco orientamento
giurisprudenziale in materia. Infatti, come sostenuto con la Cass. 19535/14 «la mera coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione tra i coniugi separati essendo necessario il
ripristino della comunione di vita e d’intenti, materiale e spirituale, che costituisce il fondamento del vincolo coniugale». Secondo la Corte, i motivi della coabitazione non sono decisivi ai
fini della sentenza di divorzio, ma possono essere utili ai fini dell’accertamento del comportamento tenuto delle parti nel periodo di separazione. Quindi, la semplice coabitazione di tipo
“inerziale”, dovuta a fattori economici o logistici, non è idonea a ricostruire il consorzio familiare, che invece si avrebbe se vi fosse una ripresa delle relazioni reciproche che
permettano di superare le condizioni d’intollerabilità, che impedivano la prosecuzione della convivenza.
Per questi motivi la Cassazione ha dichiarato infondato il ricorso.
In materia di divorzio, la durata del rapporto coniugale rileva ai fini della determinazione della misura dell’assegno divorzile, previsto dall’art. 5 della l. n. 898/1970, ma non influisce sul
riconoscimento dello stesso, dal momento che la finalità dell’assegno divorzile è quella di tutelare il coniuge economicamente più debole.
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2343/2016, depositata il 5 febbraio scorso.
Il caso. All’esito di un procedimento di divorzio, il Tribunale di Modena rigettava la richiesta di assegno divorzile della moglie a carico del coniuge, in
considerazione della breve durata (tre mesi) del matrimonio.
La donna proponeva appello, rilevando come il rapporto coniugale si fosse interrotto a causa del comportamento dell’ex coniuge e come, in seguito all’intervenuta separazione consensuale,
fosse stata prevista, a suo favore, la corresponsione di un assegno mensile indicizzato di mantenimento.
La Corte territoriale, però, confermava la statuizione del giudice di prime cure, dando rilievo alla brevità della convivenza tra le parti.
L’ex moglie ricorreva per cassazione, lamentando violazione dell’art. 5, comma 6, della l. n. 898/1970 (assegno divorzile).
L’assegno divorzile ha lo scopo di tutelare il coniuge economicamente svantaggiato. La Suprema Corte ha ribadito il costante orientamento giurisprudenziale per cui, in
relazione al diritto all’assegno divorzile, l’accertamento deve essere posto in essere in due distinte fasi; in un primo momento, infatti, il giudice deve verificare l’esistenza del diritto in
astratto, valutando l’eventuale inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente rispetto al mantenimento di un tenore di vita analogo a quello sperimentato in costanza di matrimonio.
Successivamente, hanno precisato gli Ermellini, è compito del magistrato determinare, in concreto, l’ammontare dell’assegno, tenendo conto delle condizioni economiche delle parti e dell’apporto
personale ed economico che ciascun coniuge ha conferito alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio comune.
Il Collegio ha chiarito che, in materia di divorzio, la durata del rapporto coniugale rileva ai fini della determinazione della misura dell’assegno divorzile, previsto dall’art. 5 della l. n.
898/1970, ma non influisce sul riconoscimento dello stesso, dal momento che la finalità dell’assegno divorzile è quella di tutelare il coniuge economicamente più debole.
Per le ragioni sopra esposte, la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza impugnata.
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI - www.associazionefamiliaristi.org
MANTENIMENTO| 24 Febbraio 2016
Confermato l’assegno di 2mila euro mensili a carico dell’uomo. Decisiva la inattendibilità della sua dichiarazione dei redditi, che fa a pugni con tenore di vita, disponibilità patrimoniali e
finanziarie, e attività imprenditoriale svolta.
Il ragazzo ha diritto a mantenere un tenore di vita congruo alla forza economica dei genitori. E su questo fronte le disponibilità del padre sono sicuramente più ampie rispetto a quanto emerge
dalla sua dichiarazione dei redditi (Cass., ordinanza n. 3684/2016, Sezione Sesta Civile, depositata oggi).
Assegno. Unica, piccola vittoria in Appello per l’uomo: lì viene ridotto a «2mila euro mensili» l’«assegno di mantenimento» in favore del figlio. Cifra dimezzata
rispetto a quanto deciso in Tribunale, dove era stato previsto addirittura un versamento di «4mila euro mensili».
Rilevante, innanzitutto, la inattendibilità della «dichiarazione dei redditi» del padre, inattendibilità poggiata su «tenore di vita, consistenze patrimoniali e finanziarie» e «attività
imprenditoriale» svolta. Di conseguenza, poiché è necessario «parametrare il contributo al mantenimento del figlio alle capacità economiche» reali del genitore, vanno riconfermati i 2mila euro al
mese decisi in Appello. Cifra, questa, che consente di «garantire al ragazzo un tenore di vita congruo alle potenzialità economiche dei genitori».
Vicenda giudiziaria andata avanti a colpi di cifre. In ballo la quantificazione dell’assegno, le pretese della donna e le richieste dell’uomo di vedere alleggerito il proprio onere
economico. Elemento decisivo, però, è la famiglia di fatto creata dalla donna.
Cassazione , sez. VI civile - 1, ordinanza n. 2466/16; depositata l'8 febbraio
Balletto di cifre sul fronte dell’assegno divorzile a favore della ex moglie: da 1.500 euro a 750 euro. Ma lo scontro a colpi di numeri può essere indirizzato dalla nuova convivenza
della donna. Elemento, questo, che può liberare l’uomo da ogni obbligo (Cassazione, ordinanza numero 2466, sezione sesta civile, depositata oggi).
Euro. Il primo ‘taglio’ drastico all’«assegno divorzile» arriva dal Tribunale: si passa dagli originari «1.500 euro» ai più contenuti «500 euro». Soddisfazione per
l’uomo, che aveva puntato tutto su «miglioramento delle condizioni economiche dell’ex moglie, assunta stabilmente come dipendente di un esercizio commerciale; peggioramento delle proprie
condizioni lavorative, a causa dell’età e delle condizioni di salute» e «instaurazione» da parte della donna «di una stabile convivenza more uxorio».
Pronta la replica da parte dell’ex moglie, che ottiene una vittoria, seppur parziale, in appello: «assegno divorzile» portato a «750 euro».
Convivenza. Ma ora la vicenda dovrà essere letta – nuovamente in appello – soprattutto tenendo presente la «convivenza more uxorio» della donna.
Su questo punto si soffermano, difatti, i Giudici della Cassazione, evidenziando l’errore compiuto in appello, dove si è elevata «la misura dell’assegno» ma «senza disconoscere la sussistenza
della convivenza» intrapresa dall’ex moglie. E tale elemento, invece, non può essere trascurato, sottolineano i Giudici, ribadendo che «l’instaurazione, da parte del coniuge divorziato,
di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno ogni
presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge».
Per fare ulteriore chiarezza, poi, i Giudici spiegano che «la formazione di una famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per
l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge» che, legittimamente, «può confidare nell’esonero
definitivo da ogni obbligo».
Minore collocato dalla madre perché maggiormente in grado di garantire il diritto alla bigenitorialità
A fronte delle buone competenze genitoriali di entrambi, il minore viene collocato dal genitore che meglio garantisce il rispetto dell’altro genitore ed il mantenimento dei
rapporti con quest’ultimo e di conseguenza il più equilibrato sviluppo psico-fisco del minore.
(Corte di Cassazione,
sez. I Civile, sentenza n. 3331/16; depositata il 19 febbraio)
Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 3331/16, depositata il 19 febbraio. Assegnazione della casa familiare. Anche in merito alla questione dell’assegnazione della casa familiare alla madre in quanto genitore
collocataria del minore, i Giudici di legittimità confermano il ragionamento seguito dai giudici di merito e dichiarano inammissibile le doglianze paterne. Nel caso di
specie, il ricorrente in Cassazione lamentava il fatto che, successivamente alla nascita del figlio, entrambi i genitori si fossero allontanati dalla casa familiare: il
padre, ricorrente, con il minore presso la nonna paterna e la madre via per motivi di lavoro.
L’interesse dei figli. Tuttavia, secondo la Corte d’appello, l’allontanamento di entrambi i genitori e del minore dall’immobile familiare aveva
natura temporanea ed era una conseguenza delle prime incomprensioni della coppia. I Giudici di legittimità affermano che l’assegnazione della casa familiare viene
attribuita tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli. Ed è questo interesse che deve guidare il giudice nelle decisioni.
La destinazione dell’immobile. Ciò che rileva ai fini dell’assegnazione è che i genitori abbiano non solo destinato di comune accordo un immobile
ad abitazione familiare ma vi abbiano anche convissuto stabilmente prima del loro conflitto. La casa familiare, continuano i Giudici supremi, preesisteva alla nascita del
figlio ed il temporaneo allontanamento del nucleo familiare non ha mutato tale preesistente destinazione.
La destinazione in concreto. Quella casa costituiva l’habitat domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini
in cui si esprime e si articola la vita familiare. La destinazione a casa familiare deve ritenersi univocamente impressa all’immobile dalle parti non solo in astratto, con
l’acquisto in comune dell’immobile, ma anche in concreto per mezzo della loro convivenza. AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI www.associazionefamiliaristi.org
SE RICONOSCI TUO FIGLIO DOPO LA NASCITA DEVI RIMBORSARE AL PARTNER LA META' DELLE SPESE SOSTENUTE
Se il genitore riconosce il figlio dopo la nascita dovrà rimborsare al partner metà delle spese sostenute per il bambino negli anni precedenti all'accertamento giudiziale di
paternità o maternità naturale.
Lo ha disposto la Corte di Cassazione, prima sezione civile, nella sentenza n. 3332/2016, su ricorso di un padre che ha riconosciuto il figlio solo alcuni anni dopo la sua
Per il giudice di merito l'uomo deve, pertanto, corrispondere un contributo per il mantenimento del minore in favore della madre oltre al pagamento di quanto non versato fino
alla nascita: trattasi di 800 euro mensili e 10.000 euro a titolo di arretrati relativi alle spese sostenute dalla madre prima della formazione del titolo giudiziale
di paternità naturale.
Circa la somma, contestata nel quantum in sede di gravame, i giudici hanno chiarito che la determinazione è stata effettuata valutando le esigenze del minore da ritenersi crescenti
con il passare del tempo, in correlazione con i redditi e la condizione economico patrimoniale delle parti.
In sede di Cassazione, il padre contesta nuovamente la determinazione mensile poiché i giudici non avrebbero tenuto conto della documentazione attestante la modestia dei redditi da lavoro e i
pesi che gravano sugli immobili di sua proprietà, nonché il fatto che il minore sarebbe rimasto con il padre per il periodo estivo e che quest'ultimo deve provvedere anche al mantenimento di
un altro figlio minore, mentre la signora convive con un compagno benestante.
Tuttavia, secondo gli Ermellini la valutazione della Corte d'Appello non è affatto arbitraria come obiettato dal ricorrente: il giudice di merito ha determinato il contributo al
mantenimento del minore sulla base di tutti i criteri indicati dalla legge ossia valutando le esigenze del piccolo e comparando la situazione economico patrimoniale delle parti.
Per giungere a tale conclusione, la Corte d'Appello non era tenuta all'esame analitico della documentazione prodotta, ben potendo selezionare le risultanze probatorie ritenute utili.
La Corte ha pertanto svolto una valutazione equitativa fondata su circostanze esaurientemente evidenziate, consistenti nel carico esclusivo per i primi due anni di vita del minore,
sopportato dalla madre, accompagnato da una valutazione probabilistica delle spese necessarie sulla base dell'eta del minore e della condizione economico patrimoniale di provenienza.
In particolare, evidenzia la Corte, "l'obbligo di mantenere i figli minori sorge ex lege con la nascita, è a carico di entrambi i genitori in funzione della loro capacita
contributiva, quando il figlio minore sia stato riconosciuto contestualmente da entrambi".
Nell'ipotesi in cui il rapporto di filiazione sia stato solo successivamente accertato giudizialmente, per la fase anteriore al riconoscimento, la misura del rimborso delle spese
sostenute dal solo genitore che se ne è fatto carico si fonda sulla natura solidale dell'obbligo di entrambi i genitori e sul corrispondente diritto di regresso per la
corrispondente quota, come appare dalle norme ratione temporis applicabili al caso in esame.
La determinazione ben può essere equitativa e fondarsi sugli esborsi sostenuti o verosimilmente sostenibili dall'unico genitore nel periodo considerato: la parte creditrice, attesa la
natura del credito e il suo fondamento costituzionale e convenzionale, non è tenuta a fornire il riscontro minuto delle spese sostenute, al pari di qualsiasi altra altra obbligazione
di carattere meramente patrimoniale.
La Corte respinge il ricorso, condannando il ricorrente alle spese.
I MINORI DEVONO ESSERE COLLOCATI PRESSO IL MINORE MENO LITIGIOSO
Il minore deve essere collocato presso il genitore meno "litigioso", che meglio garantisce il rispetto dell'ex e il mantenimento dei rapporti con quest'ultimo.
Lo ha ricordato la Corte di Cassazione, prima sezione civile, nella sentenza n. 3331/2016 pronunciandosi sul ricorso di un padre contro la decisione della Corte
d'Appello che aveva collocato il figlio presso la madre, assegnandogli la casa familiare e disponendo un contributo a suo carico per il mantenimento del bambino. Inammissibile la doglianza dell'uomo circa l'affidamento alla madre, sull'assunto che il bambino avrebbe trascorso i primi anni di vita con lui dalla nonna in assenza della donna e
considerando le sue migliori qualità genitoriali riconosciute dal consulente tecnico d'ufficio.
Per gli Ermellini il giudice del gravame ha ampiamente posto in luce le difficoltà e i disagi psichici che la donna ha affrontato in gravidanza e nella prima fase di vita del minore, ma ha
correttamente ritenuto prevalente un elemento dirimente quale la maggior capacità di costei a garantire il rispetto dell'altro genitore e a favorire il mantenimento dei rapporti con
quest'ultimo e, di conseguenza, il più equilibrato sviluppo psico-fisico del minore mediante il contenimento del conflitto tra i genitori.
La consulenza tecnica, infatti, ha mostrato che la donna ha superato i problemi psicofisici sofferti in gravidanza e nel post partum, come confermato anche dalle certificazioni psico
diagnostiche prodotte.
Il ricorrente lamenta anche l'assegnazione alla donna della casa familiare acquistata da entrambi in comproprietà al 50% ciascuno, sulla quale grava un mutuo ipotecario pagato pro quota, e
nella quale i due si sono trasferiti iniziando la convivenza nella prospettiva di farne il luogo ove avrebbero vissuto con il figlio minore.
Per i giudici d'appello, nonostante i due si fossero allontanati dalla casa dopo la nascita del figlio, il concetto di casa familiare si fonda sulla preventiva convivenza e sulla destinazione
impressa uniformemente dalle parti all'immobile.
Questione analizzata e sviluppata con attenzione dai giudici di legittimità, che hanno precisato che l'assegnazione della casa familiare prevista dall'art. 155 quater c.c., ratione
temporis applicabile, viene effettuata tenendo conto prioritariamente dell'interesse dei figli.
Nella specie, il fatto che i genitori del minore abbiano non solo destinato di comune accordo e con impegno economico comune un immobile a loro abitazione familiare, ma vi abbiano anche
convissuto stabilmente prima del conflitto, deflagrato con la nascita del figlio, mostra che la casa familiare preesiste alla nascita del bambino e il temporaneo allontanamento dovuto
al conflitto genitoriale non ha mutato tale preesistente destinazione.
L'abitazione nella quale la coppia ha convissuto per cinque anni costituisce l'habitat domestico, ossia il "centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si
esprime e si articola la vita familiare".
Nella specie, l'immobile assegnato al genitore collocatario ha costituito, per la fase della stabile convivenza delle parti, il centro di aggregazione della famiglia.
Ne consegue che la destinazione a casa familiare deve ritenersi univocamente impressa all'immobile dalle parti, non solo in astratto con l'acquisto in comunione, ma anche in concreto
per mezzo della loro convivenza.
Per queste ragioni la fruizione dell'abitazione da parte del minore con il genitore collocatario è stata fondatamente ritenuta la scelta più coerente con il suo prioritario interesse dettato
Pertanto, l'inammissibilità e l'infondatezza delle censure determinano il rigetto del ricorso.
AVV. CARLO IOPPOLI - AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI - www.associazionefamiliaristi.org
NON DIALOGHI CON LA TUA EX? PERDI I FIGLI
Il Tribunale di Roma ha escluso l'affido condiviso dinanzi ad atteggiamenti rabbiosi e all'incapacità di valutare la realtà con equilibrio
Con la sentenza numero 18197 del 2015, il Tribunale di Roma è tornato per l'ennesima volta a pronunciarsi in materia di affido dei figli in caso di
separazione dei genitori, prevedendo un'ulteriore ipotesi in cui non va disposto l'avviso condiviso: quella in cui uno dei due coniugi non si metta mai in discussione e
non riesca a instaurare con l'altro nessuna forma di dialogo, neanche nell'interesse del figlio.
Nel caso di specie, il tribunale capitolino, riscontrando simili atteggiamenti, affidava in via esclusiva il minore alla madre.
Il padre, infatti, afflitto da notevoli patologie, non era risultato in grado di percepire correttamente la realtà, poneva in essere manifestazioni paranoidee e
si sentiva perseguitato. Tutto ciò, sulla base delle risultanze della c.t.u. espletata nel corso del giudizio, gli impediva di condividere la responsabilità genitoriale.
Ai fini della decisione circa l'affidamento, per il Tribunale non rileva neanche il significativo progresso riscontrato a seguito dell'avvio di una nuova relazione sentimentale
da parte dell'uomo, anch'esso emerso dalla consulenza tecnica d'ufficio.
Egli, infatti, continuava a manifestare un atteggiamento rabbioso nei confronti della ex moglie e un'incapacità di valutare la realtà con equilibrio.
Egli non sarebbe riuscito quindi a dialogare proficuamente con la madre del bambino nell'interesse di quest'ultimo.
Il minore, pertanto, non può essergli affidato. Neanche in maniera condivisa.
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ANFI - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
RESTA IL REATO DI ATTI OSCENI DI FRONTE AI MINORI
La vasta opera di depenalizzazione recentemente posta in essere dal Governo, come noto, ha cancellato numerosissimi reati.
Tra di essi rientra anche quello di atti osceni in luogo pubblico, di cui all'articolo 527 del codice penale.
Se quindi, in generale, a porre in essere i comportamenti che fino a poco tempo fa rientravano in tale fattispecie penale contraria alla morale pubblica e al buon costume oggi si rischia "solo"
la multa da 5mila a 30mila euro, non mancano tuttavia ipotesi in cui la rilevanza penale del fatto non viene meno.
Se, infatti, l'atto osceno è posto in essere in luoghi abitualmente frequentati da minori o nelle loro immediate vicinanze si resta anche oggi nell'area del penalmente rilevante. E si
continua a rischiare di essere condannati alla reclusione.
Si pensi ai casi in cui il comportamento illecito sia posto in essere nei pressi di una scuola o di un parco giochi.
La tutela particolare accordata dal nostro ordinamento alla persona e allo sviluppo dei bambini, già prima idonea a giustificare la configurazione di un'ipotesi aggravata di reato, oggi
viene quindi (fortunatamente!) preservata e non è in alcun modo intaccata dalla cancellazione ad amplissimo raggio effettuata dal decreto legislativo numero 8 del 2016.
Se tuo figlio si separa, la casa in comodato resta alla moglie e non torna a te che sei il
La destinazione a casa coniugale, assegnata al coniuge, prevale finchè la prole non raggiunge l'indipendenza economica
L'appartamento concesso in comodato al figlio, non torna ai genitori dopo la domanda di separazione dalla moglie, poiché, essendo destinato a casa
coniugale, rimane al coniuge assegnatario fino alla raggiunta indipendenza economica dei figli. Lo ha disposto la Corte d'Appello di Napoli, seconda sezione civile, nella sentenza n. 3526/2015 del 26 agosto. L'attrice è un'anziana che aveva concesso in uso, ovvero in comodato precario, l'abitazione di sua esclusiva proprietà al figlio e alla sua sposa.
Iniziata la separazione giudiziale, il figlio faceva ritorno presso la piccola abitazione (di sua esclusiva proprietà) in cui
vivevano i suoi anziani genitori, mentre la moglie continuava a detenere la casa vivendo con i bambini.
La madre, quindi, manifestava formalmente alla nuora la volontà di far cessare con effetto immediato il predetto
comodato chiedendo l'immediata restituzione e rilascio dell'abitazione, ritenendo che "dopo la fine del matrimonio l'occupazione diventa senza
titolo e scatta la restituzione dell'immobile alla suocera o suocero". Essenzialmente, la difesa sostiene che dopo la separazione la casa in comodato debba tornare in
possesso del comodante.
La nuora, contestando la domanda attorea, evidenzia che, in sede di udienza presidenziale di separazione dal coniuge, il tribunale le aveva assegnato
la casa coniugale.
Per il giudice di prime cure appare incontestato che l'immobile sia destinato a casa coniugale della nuora e dei figli ancora minorenni, sicché "è
innegabile il vincolo di destinazione e del comodato di scopo attribuito all'appartamento. La sua ragione va invero rinvenuta nel consentire al nucleo familiare di
trovare conforto in un cespite idoneo ad allevare la prole fintanto che essa non avesse raggiunto l'indipendenza economica". Non essendo ancora indipendenti i figli della convenuta, non può dirsi ancora venuta del tutto meno quella condizione che aveva consigliato
l'attribuzione della casa coniugale alla donna.
I giudici del gravame condividono tale impostazione e ritengono l'appello infondato, stante i principi in materia dettati dalla sentenza n.
20448/2014 delle Sezioni Unite.
Il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 cod. civ., "sorge per un uso determinato ed ha - in assenza di una espressa
indicazione della scadenza - una durata determinabile 'per relationem', con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque,
dall'insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari (nella specie, relative a figli minori)
che avevano legittimato l'assegnazione dell'immobile".
Inoltre, la ricorrente afferma, per la prima volta in appello, che è sopravvenuto un urgente bisogno dell'appartamento ai sensi dell'art.
1809, 2° comma, c.c., in quanto dovrà lasciare la casa attualmente occupata, come da richiesta del figlio (lettera raccomandata intervenuta addirittura dopo la sentenza appellata).
Per i giudici, questa nuova "causa petendi" è tuttavia infondata anche nel merito: ai fini dell'operatività dell'art. 1809, 2° comma, c.c., le sezioni unite
hanno specificato che non è sufficiente la necessità di abitare l'immobile, dovendosi dare conto, altresì, della contemporanea sussistenza di necessità
Per i giudici di Cassazione, infatti, il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene "non deve essere grave ma imprevisto (e,
dunque, sopravvenuto rispetto al momento della stipula del contratto di comodato) ed urgente, senza che rilevino bisogni non attuali, né concreti o solo astrattamente ipotizzabili. Ne
consegue che non solo la necessità di un uso diretto ma anche il sopravvenire d'un imprevisto deterioramento della condizione economica del comodante - che giustifichi la restituzione
del bene ai fini della sua vendita o di una redditizia locazione - consente di porre fine al comodato, ancorché la sua destinazione sia quella di casa familiare, ferma, in tal caso, la necessità
che il giudice eserciti con massima attenzione il controllo di proporzionalità e adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela della prole e il contrapposto bisogno del
comodante".
L'appello è rigettato.
SEI MALATO, NON PUOI LAVORARE E NON VERSI IL MANTENIMENTO? E' COMUNQUE VALIDO IL DECRETO INGIUNTIVO PROPOSTO DALLA TUA EX
È valido il decreto ingiuntivo emesso a carico del coniuge che non adempie agli obblighi di mantenimento, anche se le sue condizioni di salute non gli
permettono di lavorare e per di più si trova all'estero. Per evitare l'esecuzione, l'uomo avrebbe dovuto chiedere la revisione dell'assegno mentre non valgono le
scritture private tra i due ex non in linea con gli accordi omologati.
È quanto ha disposto il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 17293/2015, respingendo l'opposizione a decreto ingiuntivo di un uomo che non aveva versato il
mantenimento all'ex moglie in quanto residente in Russia e ammalato, e perciò impossibilitato a lavorare.
Il giudice capitolino però ha bocciato il ricorso dell'uomo ritenendo irrilevanti le motivazioni fornite in quanto lo stesso avrebbe dovuto agire chiedendo la
revisione delle condizioni di separazione al fine di accertare le circostanze dedotte.
Né possono valere ai fini dell'accoglimento delle tesi dell'ex marito, le pattuizioni in tal senso intervenute tra i due coniugi ma non trasfuse nell'accordo omologato.
Sotto tale profilo ha ricordato, infatti, il tribunale romano, i patti tra coniugi antecedenti o contemporanei al decreto di omologazione e non trasfusi nell'accordo omologato
operano rispetto a quest'ultimo in posizione di non interferenza - laddove concernano una mera specificazione o un aspetto non disciplinato nell'accordo formale e
compatibile con lo stesso, in quanto non modificativo dei suoi equilibri o della sua sostanza - ovvero di maggiore o uguale rispondenza all'interesse tutelato
mediante il controllo ex art. 158 del c.c..
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE ANFI - AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
DENUNCI FALSAMENTE TUO MARITO DI NON PAGARTI GLI ALIMENTI? NON E' CALUNNIA
È escluso il dolo di calunnia se i dubbi sulla colpevolezza del denunciato si pongono su di un piano di ragionevolezza e quindi risultano fondati su elementi
di fatto non solo veritieri, ma connotati da un riconoscibile margine di serietà.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. VI Penale, nella sentenza n. 1399/2015 (qui sotto allegata), pronunciandosi sul ricorso di una donna ritenuta
colpevole del reato di calunnia ai danni del marito, per aver sporto querela ai Carabinieri accusando il primo, che la prevenuta sapeva innocente, del reato di cui all'art. 570 cod. pen..
In realtà, non sempre la "controdenuncia" per calunnia, opposta per reagire alla querela, trova terreno fertile. Infatti, nel caso di specie gli Ermellini hanno puntualmente valutato gli effetti che l'archiviazione del procedimento già avviato nei confronti del marito ha sull'esito del
procedimento penale aperto a danno della denunciante. Per il giudice di prime cure, la donna avrebbe falsamente dichiarato che il coniuge non aveva versato le somme dovute a lei e ai figli provocando una loro situazione di indigenza.
Ciò sarebbe apparso erroneo agli occhi del Tribunale, che accertava, di contro a quanto dichiarato in denuncia, come l'ex marito aveva inviato mensilmente somme, a mezzo
vaglia, per il mantenimento di moglie e figli, in favore dei quali lo stesso aveva provveduto anche al pagamento di altre spese.
Anche in sede di gravame era apparse idonee prove che, nell'epoca in cui non era ancora intervenuto alcun provvedimento del Giudice civile diretto a disciplinare il rapporto tra i coniugi,
l'uomo aveva cercato di fare il possibile per venire incontro alle esigenze di figli e moglie.
In realtà, rappresenta la difesa della donna, mancherebbe il dolo per integrare il reato di calunnia.
Infatti, la ricorrente si sarebbe limitata a segnalare in denuncia la situazione di indigenza che avrebbe connotato la vita familiare propria e dei tre figli; il disinteresse
del marito rispetto agli obblighi di assistenza materiale e morale nei confronti del nucleo familiare; la circostanza che il coniuge percepisse un netto in busta paga oscillante tra i
milleduecento ed i millequattrocento Euro; il fatto che nel periodo in contestazione l'uomo avesse versato alla famiglia solo 920,00 Euro.
Addirittura, in un secondo momento l'imputata avrebbe anche integrato l'atto di querela indicando in modo analitico la percezione di ulteriori acconti ricevuti in epoca
successiva al deposito della prima querela, chiaro sintomo della mancanza in capo all'imputata dell'elemento soggettivo della contestata fattispecie.
Il motivo appare fondato. Il tema su cui si pronunciano i giudici appartiene al carattere che devono rivestire i sospetti, le congetture o le supposizioni di illiceità del fatto denunciato perché
possa poi escludersi in capo al denunciante, che attribuisca ad altri un reato, la consapevolezza dell'innocenza dell'incolpato.
Quindi, essenzialmente, se possa incolparsi il denunciante di calunnia nel caso vi sia stato un errore nel denunciare un determinato fatto. Per la Corte non si tratta di un automatismo: infatti, il dolo di calunnia resta escluso se sia ragionevole presumere la colpevolezza del denunciato, basandosi la denuncia su
elementi di fatto apparentemente veritieri e connotati da un riconoscibile margine di serietà.
Deve sostanzialmente "trattarsi di dubbi tali da poter essere condivisi da un cittadino comune che si trovi nella medesima situazione di conoscenza".
Nell'apprezzamento condotto sui contenuti dell'errore del denunciante sulla colpevolezza del denunciato, la giurisprudenza di legittimità ha nel tempo puntualizzato che ove l'errore
"riguardi fatti storici concreti, suscettibili di verifica o, comunque, si esprima per una non corretta rappresentazione dei fatti in denuncia, alla omissione
della verifica o rappresentazione consegua la dolosità dell'accusa espressa in termini perentori".
Se, invece, l'erroneo convincimento riguarda profili essenzialmente valutativi della condotta oggetto di accusa - ipotesi in cui l'attribuzione dell'illiceità è guidata da
una pregnante inferenza soggettiva - ove la prima non risulti fraudolenta o consapevolmente forzata, quel convincimento è inidoneo ad integrare il dolo
tipico della calunnia. La circostanza che l'imputata avesse aggiornato, con atto di impulso integrativo e successivo al primo, la situazione di debito dell'ex marito, è espressiva di una volontà di
puntualizzare reciproche ragioni di debito-credito; la seconda iniziativa, inoltre, ha sortito l'effetto di alleggerire la posizione del coniuge dando contezza dei suoi
successivi versamenti.
Risulta del tutto estraneo quell'intento proprio del dolo di calunnia, ossia attribuire ad altri la commissione di un reato consapevoli dell'innocenza del soggetto accusato,
mentre l'articolata iniziativa dell'imputata esprime la diversa volontà di dare chiarezza ad un composito quadro di obbligazioni che ben poteva prestarsi, nella sua obiettiva
consistenza, ai dubbi espressi dalla prevenuta nella querela circa il mancato integrale adempimento del coniuge agli obblighi penalmente sanzionati. La sentenza dunque va annullata senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.
IL LEGALE E I GENITORI DEL MINORE NON POSSONO ESSERE PRESENTI ALL'AUDIZIONE SE NON LO STABILISCE IL GIUDICE
Con una recente ordinanza, la nona sezione civile del Tribunale di Milano ha offerto un'importante precisazione in materia di contenziosi aventi ad oggetto
Il giudice meneghino, infatti, ha chiarito che quando vi è un minore conteso tra i genitori e il giudice incarica il C.T.U. di ascoltare il piccolo, mamma, papà e
avvocati possono presenziare all'audizione solo se il magistrato stesso li abbia autorizzati. Viceversa, essi devono lasciare che il bimbo si esprima senza i condizionamenti che
potrebbero derivare dalla loro presenza.
A impedire in tali ipotesi l'applicazione del secondo comma dell'articolo 194 c.p.c., infatti, è il nuovo articolo 336 bis del codice civile, introdotto dal
decreto legislativo numero 154 del 2013.
Del resto, è chiaro che non è possibile paragonare l'ascolto di un minore conteso dai genitori da parte dello psicologo o dello psichiatra a qualsiasi altra
operazione compiuta da un consulente tecnico d'ufficio.
Con riferimento a simili casi, infatti, la particolare delicatezza degli interessi in gioco, unita alle linee guida del Consiglio d'Europa per una giustizia a misura di
bambino, hanno orientato le recenti riforme del diritto di famiglia verso una tutela particolare e più serrata.
Il Tribunale di Milano, tuttavia, non dimentica che, almeno gli avvocati, hanno interesse a conoscere le modalità con cui l'audizione viene condotta. Infatti, a tal
proposito, gli stessi avrebbero potuto chiedere di partecipare all'incontro dietro un vetro specchio, avvalendosi dell'impianto di amplificazione.
Visto che però, nel caso di specie, nessuno aveva espresso la volontà che l'audizione venisse condotta nella sala d'ascolto presente in tribunale, l'incontro tra C.T.U. e bambino è
inevitabilmente restato riservato.
DAI DELLA STUPIDA ALLA TUA EX? NON E' REATO
Dare della stupida all'ex moglie, in un contesto di conflittualità tra coniugi, peraltro al telefono con una terza persona, non integra il reato di ingiuria. Lo ha affermato la sesta sezione
penale della Cassazione (con la sentenza n. 535/2016, depositata l'8 gennaio scorso), accogliendo il ricorso di un uomo, condannato in appello, oltre al reato di violazione
degli obblighi familiari per aver versato il mantenimento ai figli minori in modo periodico e parziale, anche alla pena pecuniaria di euro 500 di multa per il reato di ingiuria ex
L'avvocato dell'uomo censura di fronte al palazzaccio la violazione di legge e il vizio di motivazione della decisione della corte d'appello, per aver ritenuto integrato il reato,
nonostante l'imputato avesse chiamato l'ex moglie "stupida", nel corso di una conversazione telefonica con la nuova moglie, mentre la stessa era chiusa in bagno a fare la
doccia, non potendo così percepire l'offesa.
Per gli Ermellini l'uomo ha ragione.
Richiamando i principi consolidati in materia (cfr. Cass. n. 50969/2014), hanno affermato infatti che "al fine dell'accertamento dell'idoneità dell'espressione utilizzata a ledere il bene
protetto dalla fattispecie incriminatrice di cui all'art. 594 c.p., occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alle personalità dell'offeso e dell'offensore
nonché al contesto nel quale detta espressione sia pronunciata; nel contempo è necessario considerare che l'uso di un linguaggio meno corretto, più aggressivo e disinvolto di quello in uso in
precedenza è accettato o sopportato dalla maggioranza dei cittadini determinando un mutamento della sensibilità e della coscienza sociale".
Per cui, nella vicenda, l'espressione rivolta alla donna, in un contesto di conflittualità tra coniugi, non può determinare automaticamente la lesione del bene tutelato dall'art. 594
c.p., "non concretandosi necessariamente in un giudizio di disvalore sulle qualità personali del destinatario", in quanto il termine stupida è ormai "frequentemente
utilizzato nel linguaggio comune, anche dei minori" e potrebbe assumere valenza offensiva soltanto se fosse inserito in un contesto tale da esprimere, senza possibilità di equivoci,
disprezzo e disistima verso la vittima. E ciò non è avvenuto nel caso di specie, tanto più che l'ex marito aveva bollato con l'epiteto in esame la moglie, durante una conversazione
telefonica, mentre la stessa si trovava chiusa nella stanza da bagno a fare la doccia, non potendo, quindi, verosimilmente, cogliere il senso complessivo del discorso e apprezzarne
la valenza offensiva.
SE FAI REGALI AI TUOI FIGLI NON SEI ESENTATO DAL MANTENIMENTO
Qualunque genitore farebbe il possibile per vedere felici i propri figli ma quando è in atto una separazione, si cerca in ogni modo di "rimediare" alle ricadute negative sui figli cercando di
far sentire il proprio "affetto" anche attraverso i regali.
La Suprema Corte ha avuto occasione di affrontare l'argomento nella sentenza n. 23017 del 2014, su ricorso presentato da un padre separato resosi colpevole del reato previsto
dall'art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare) per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie e non aver versato l'assegno di mantenimento a favore della
figlia minore.
Inutile per l'uomo eccepire l'insussistenza dello stato di bisogno della donna e della bambina alla quale nulla sarebbe stato fatto mancare, comprese regalie varie nonostante la
precarietà dell'attività lavorativa da lui svolta.
Per gli Ermellini sussiste lo stato di bisogno della bambina in quanto l'adempimento dell'obbligo di assicurare i mezzi di sussistenza si concretizza "con la messa a disposizione -
continuativa, regolare e certa, che non lasci pause o inadeguatezze - dei mezzi economici in favore del genitore affidatario,
responsabile immediato di una 'gestione' ordinata delle quotidiane esigenze di 'sussistenza' del minore; o, quantomeno, con la contribuzione autonoma ma in accordo, nei suoi contenuti,
con il genitore affidatario".
Contributi economici materiali e spese voluttuarie e comunque superflue o non indispensabili, nonostante siano a favore del minore, non sono idonee
al coordinamento delle esigenze primarie del bambino o ad adempiere l'obbligo di mantenimento.
Pertanto ogni regalia occasionale da parte del genitore obbligato che si ponga, come nella fattispecie ricostruita dai Giudici del merito, in alternativa alla regolare
contribuzione per concorrere, per la propria parte, a sollevare il minore dalle naturali permanenti esigenze sostentamento, è assolutamente irrilevante.
DAI UNO SCHIAFFO A TUA MOGLIE? NESSUN ADDEBITO
Non si può dar luogo ad alcun addebito della separazione al marito per lo schiaffo dato alla moglie se non c'è la prova che il suo comportamento, certamente riprovevole,
abbia determinato l'intollerabilità della convivenza. Lo ha sancito la sesta sezione civile della Cassazione, con l'ordinanza n. 24473/2015, depositata ieri, rigettando i
ricorsi di entrambi i coniugi, avverso la sentenza della Corte d'Appello di Venezia che, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, revocava le dichiarazioni di addebito e disponeva
un assegno per la moglie, oltre all'assegnazione della casa coniugale (poiché affidataria dei figli e con essi convivente) e al contributo al mantenimento della prole.
Quanto all'addebito alla moglie, richiesto dal marito, per il Palazzaccio, non si può neanche prendere in considerazione, non avendo lo stesso fornito alcuna indicazione sul nesso di
causalità che avrebbe comportato l'intollerabilità della convivenza.
Analogamente, quanto all'addebito al marito, richiesto dalla ricorrente incidentale, pur se è pacifica l'esistenza dello schiaffo alla moglie, "si tratta sicuramente di un
comportamento riprovevole che costituisce violazione degli obblighi matrimoniali", hanno affermato gli Ermellini, ma anche in tal caso non si danno indicazioni specifiche sul
rapporto tra tale comportamento e l'intollerabilità della convivenza.
Né possono trovare accoglimento le lamentele della donna sulla mancata ammissione, da parte del giudice di merito, di prove che avrebbero indicato il comportamento del marito, "variamente
ripetuto, offensivo e riprovevole nei suoi confronti". La stessa ricorrente, infatti, non riporta nel giudizio, ai sensi dell'art. 369 c.p.c., né il contenuto dei capi di prova, né
allega al ricorso l'atto processuale nel cui ambito i capi di prova erano stati dedotti, facendo solo riferimento ad "ulteriori circostanze e documentazione" che evidentemente la Cassazione
non può prendere in considerazione.
Per cui nessun addebito può avere luogo nei confronti del marito. E confermate anche le altre statuizioni di merito, in ordine all'assegnazione della casa coniugale, al
mantenimento della prole e all'assegno alla donna, la cui attribuzione ha chiarito la S.C. "va comunque correlata alla possibilità e al dovere da parte sua di integrarlo con
lavori quali quello di guida turistica". E se tale lavoro, "in futuro non si limitasse ad essere saltuario", il marito, ha concluso la Corte, potrà chiedere una modifica
dell'importo o eventualmente l'esonero.
PER STABILIRE L'AMMONTARE DELL'ASSEGNO IL GIUDICE VALUTERA' TUTTO IL TUO REDDITO
La determinazione dell'ammontare dell'assegno di separazione in favore dell'ex coniuge e dei figli non può prescindere da una corretta valutazione del
redditto che, chi è tenuto a pagare, ha effettivamente prodotto.
In tal senso si è espresso il Tribunale di Roma, con sentenza del 13 marzo 2015.
In corso di causa, in realtà, il C.T.U. aveva accertato che i redditi dichiarati al Fisco dal coniuge tenuto all'assegno erano apparentemente congruenti con l'attivo delle sue società e con
le entrate dei propri conti correnti bancari.
Tuttavia, nella determinazione dell'elargizione economica in favore dell'ex moglie e dei figli, il giudice ha ritenuto di non poter omettere di considerare altre, fondamentali,
Le somme risultanti dalle dichiarazioni dei redditi, infatti, erano del tutto insufficienti a giustificare il tenore di vita che la famiglia conduceva prima
Oltre a dover sostenere un oneroso mutuo, infatti, l'uomo, unico a produrre redditi, aveva ulteriori rilevanti costi fissi in uscita.
Si pensi, oltre al vitto, alle utenze e alle normali spese quotidiane, alle rette per la scuola privata delle figlie, all'affitto di una residenza per le vacanze estive e agli esborsi per
ulteriori vacanze in montagna, alla gestione economica di due autovetture e una moto, alle rilevanti spese per estetista, parrucchiere e vestiario della moglie.
A tutto ciò si aggiungevano ulteriori spese incongrue rispetto ai redditi dichiarati, quali l'acquisto di un costoso SUV e i lavori di ristrutturazione e
arredo della casa coniugale.
Di tali circostanze, insomma, il Tribunale di Roma ha ritenuto di non poter non tenere conto nella determinazione dell'ammontare dell'assegno di separazione.
E paradossali sono stati considerati i tentativi dell'uomo di giustificare tale elevato tenore di vita sulla base di presunte regalie materne o di altri
Anzi, essi non hanno fatto altro che contribuire, insieme a quelli di occultazione dei reali redditi, alla condanna del coniuge anche alle spese del giudizio.
NON VERSI IL MANTENIMENTO E TI DIMETTI
DA DUE LAVORI? SARAI CONDANNATO
Non solo ha fatto mancare il mantenimento alla figlia, ma cosa ancor più grave si è dimesso per ben due volte dal lavoro, macchiandosi di una
condotta inevitabilmente sanzionabile ex art. 570 c.p. A stabilirlo è la Cassazione, con la sentenza n. 44683/2015 depositata poche ore fa, rigettando il ricorso
di un uomo che ricorreva avverso la decisione della corte d’appello di Palermo di conferma della condanna per il reato di violazione degli obblighi
familiari, rideterminando la pena e condannandolo anche al risarcimento del danno nei confronti della moglie.
A nulla rileva la difesa dell’uomo che sosteneva che la moglie e la sua famiglia d’origine avessero i mezzi per provvedere “autonomamente all’intero sostentamento in
supplenza dell’obbligo violato” dallo stesso. Né le saltuari regalie da parte dell’imputato, in quanto “l'adempimento dell'obbligo si concretizza, infatti, solo nel mettere a disposizione
del genitore in concreto affidatario il proprio contributo indispensabile per fronteggiare le quotidiane permanenti essenziali esigenze di vita del minore”. Ancora, ha affermato la S.C.,
diversamente da quanto dedotto dal padre e per consolidata giurisprudenza di legittimità, “lo stato di bisogno dei minore è presunto, salvo i casi in cui egli abbia personali autonome risorse
economiche o finanziarie sufficienti in grado di permettere a chi ne ha il contingente affidamento l'utilizzazione finalizzata all'autonomo sostentamento”.
Quanto alla particolare tenuità del fatto, è impensabile per il Palazzaccio poterne richiedere l’applicazione sulla base del modesto “peso” economico dell’obbligo previsto a
carico del padre.
Non solo costui ha deliberatamente ignorato il proprio dovere, disinteressandosi completamente della figlia e ponendo in essere “una condotta consapevolmente colposa e protrattasi per
lungo tempo e con sottrazione totale all'obbligo pur dal contenuto modesto”, per di più si è dimesso volontariamente da due attività lavorative. Tutto ciò
è all’evidenza ostativo, ha concluso la S.C., alla configurabilità della fattispecie di speciale tenuità. Per cui, ricorso rigettato e padre condannato anche al pagamento delle spese processuali.
SE VI E' CONFLITTUALITA' TRA I GENITORI IL TRIBUNALE PUO' RIMETTERE A UN TERZO IL COMPITO DI PRENDERE LE DECISIONI PIU'IMPORTANTI
Tribunale Reggio Emilia 11 giugno 2015 - - Pres., est. Annamaria Casadonte.
Separazione – Affidamento condiviso – Conflittualità tra i genitori – Designazione di un terzo in favore del minore per le
decisioni più importanti – Ammissibilità – Sussiste
Nel caso in cui sussista un insanabile conflitto tra i genitori tale da escludere la capacità in capo a padre e madre di assumere le
decisioni di maggiore importanza per il figlio – in specie, affetto da autismo – il Tribunale, pur disponendo l’affidamento condiviso, può designare, ai sensi dell’art. 337-ter c.c., in
favore della prole, una figura alternativa cui rimettere le decisioni di maggior rilievo in ordine al fanciullo sino al conseguimento della maggiore età (nel caso di specie, il Tribunale ha
rimesso al servizio pubblico specialistico locale di assumere le decisioni sulla salute del minore).
Grande soddisfazione, individuale e collettiva, per il brillante risultato ottenuto dall’avvocato Carlo Ioppoli e, di riflesso, dalla struttura che presiede.
Un decreto che per certi versi farà storia, alza l’asticella del sapere forense nell’ambito del Diritto di Famiglia; ma soprattutto ha il grande merito di disinnescare l’utilizzo strumentale
delle false accuse ed i preconcetti gender oriented.
Roma, 2001 – Daniela[1] e Roberto convivono, nel 2006 dall’unione nasce Lucia
Nel 2012 Maria interrompe la convivenza, ne inizia un’altra e si trasferisce a Torino con la figlia, a casa del nuovo compagno; il tutto senza consultare Roberto, che è messo di fronte al
fatto compiuto e viene informato da un telegramma: Daniela lo ha lasciato (e questo deve essere accettato, anche se obtorto collo) e Lucia è a Torino con la madre, che impedisce ogni
contatto padre-figlia (questo invece è inaccettabile).
Il contesto abituale della bambina è ovviamente a Roma, ove è nata ed ha sempre vissuto, ma Daniela sembra anteporre all’interesse della figlia le esigenze logistiche della nuova relazione
Ritiene che la fine del precedente legame debba coincidere con la fine di ogni rapporto padre-figlia, e si comporta di conseguenza.
Poi arriva l’imprevisto: dopo 20 gg. ha un incidente d’auto, non può gestire la figlia, convoca Roberto in ospedale e chiede che sia lui ad occuparsi di Lucia, riportandola a Roma.
È quindi consapevole della piena competenza di Roberto, che riconosce come ottimo padre.
Quando a Daniela serve che lo sia.
Infatti l’anno successivo ci ripensa, vuole di nuovo la figlia presso di se e presenta istanza per iscriverla ad una scuola di Torino.
Il Tribunale non autorizza il trasferimento della minore ma la madre non attende il pronunciamento, nelle more del giudizio sottrae di nuovo Lucia con la forza e la porta via da Roma.
Subentra però l’instabilità affettiva di Daniela, che interrompe anche la convivenza a Torino e
Roberto non ostacola gli incontri madre-figlia, quindi Lucia vive a Roma frequentando liberamente entrambi i genitori.
Però Daniela non è soddisfatta: il Tribunale deve ancora stabilire affidamento e modalità di frequentazione ma è lecito credere che possa confermare una condizione di fatto già esistente: la
collocazione presso il padre.
Non può accettarlo, deve fare di tutto per toglierla al padre e farsi affidare Lucia, anche perché vorrebbe come “effetto collaterale” un assegno di 1000 euro al mese.
L’aspetto economico è cinico e gretto, ma sarebbe miope non considerarlo perché è la molla – non sempre esplicita - dalla quale prendono l’abbrivio gran parte delle contese sui figli. Daniela cambia avvocato e cambia strategia, quindi irrompe sulla scena lo spettro di un abuso sessuale sulla bambina.
Il sospetto costruito a tavolino, ANFI ha duramente preso posizione contro il fenomeno emergente delle false accuse che trova terreno fertile nell’ambito di separazioni, divorzi e cessazioni
Con le false accuse di solito il risultato minimo è garantito, il tribunale in via preventiva interrompe gli incontri tra il minore presunto abusato ed il soggetto presunto abusante; per
ripristinarli, eventualmente, in caso di infondatezza delle accuse e sempre sotto la supervisione dei Servizi..
Ma stavolta il giudice non abbocca.
La Dr.ssa Glori non si lascia coinvolgere nell’inganno, studia a fondo gli atti e contesta le incongruenze a Daniela, che non è in grado di spiegare perché il presunto abuso venga utilizzato
per chiedere l’affido esclusivo, ma non sia mai stato denunciato alla Procura della Repubblica.
Un reato penale gravissimo, che però non avvia un iter penale. .
La vicenda è più complessa, il corposo fascicolo parla di altri figli, altri compagni, altri spostamenti, altri parenti coinvolti, e poi relazioni dei Servizi Territoriali, audizioni della
minore e avvicendamenti di diversi avvocati (anche dei centri antiviolenza) che sarebbe troppo lungo - e noioso - riassumere in un articolo
Resta il fatto del decreto conclusivo, quello che mette la parola fine a sottrazioni e presunti abusi costruiti sul nulla.
Quindi una rottura degli schemi precostituiti, quelli che per anni hanno condizionato il Diritto di Famiglia.
Anche grazie alla Dr.ssa Glori, che ha dimostrato essere un giudice attento e ricettivo.
Sappiamo che, purtroppo, non tutti dimostrano uguale attenzione nello studio degli atti.
Invito caldamente l’avvocato Ioppoli a pubblicare gli atti, in un apposito spazio del sito che possa fungere da database dei provvedimenti virtuosi ottenuti dagli affiliati ANFI.
Magari in parallelo con un altro spazio in cui archiviare i provvedimenti che virtuosi non sono.
La casistica è un capitale preziosissimo, è sempre utile avere un archivio da condividere e consultare, e la capillarità della struttura ANFI è una risorsa da utilizzare la meglio.
Nel mio database personale sono indeciso se archiviare questo provvedimento come ANFI o made by Ioppoli, credo che le due cose siano strettamente legate.
Conosco Carlo da diversi anni, ben prima che decidesse di avventurarsi nella fondazione dell’ANFI.
Li ho visti maturare insieme, alla grande crescita professionale del singolo corrispondeva, un mese dopo l’altro, la crescita della struttura.
Non mi riferisco al numero delle adesioni individuali o delle sedi in Italia, per crescita intendo il capitale delle strategie e del know-how che ANFI è in grado di sviluppare.
Che fosse un progetto vincente lo si intuiva da subito, col tempo arrivano i risultati concreti.
Bravi tutti, l’ammiraglio Ioppoli e la corazzata ANFI.
[1] I nomi dei soggetti coinvolti e dei luoghi interessati sono di fantasia.
TI SEPARI? ATTENTO ALLE FOTO SUL TUO CELLULARE
La Cassazione con l’ordinanza che di seguito si riporta, ha affermato che la causa della separazione può essere addebitata al marito nel caso in cui si scopra un interesse per una diversa
tipologia di vita sessuale da parte di quest’ultimo, tale da causare la perdita di interesse nei confronti della moglie sottraendosi ai doveri nascenti dal matrimonio.
In appello veniva lamentata da parte dell’uomo la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ e dell’art. 115 cod. proc. civ. in relazione all’art. 151 cod. civ., ax art. 360
n. 3 cod. proc. civ., per avere la Corte territoriale posto a fondamento della sua `decisione dei fatti che non risultavano provati e non potevano altresì considerarsi alla stregua di
fatti notori.
Inoltre, il marito lamentava anche la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione all’art. 2697 cod. civ., ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ. e
connesso omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ., per avere la Corte omesso di considerare ai fini della
decisione la pluralità di deduzioni del marito, qualificandole come generiche e non provate, allo stesso tempo non ammettendo, senza motivare sul punto, le istanze istruttorie reiterate .
dall’odierno ricorrente; nonchè la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ., ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ., per la compensazione delle spese giudiziali basata sul
principio della soccombenza reciproca, ritenuta non sussistente nel caso di specie;
La Corte ha ribadito che “la valutazione dell’opportunità di compensare le spese processuali rientra fra le facoltà discrezionale del giudice di merito essendo circoscritto il potere
della Corte ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa.”
Per quanto riguarda le altre doglianze, i supremi giudici rilevano che “sussistono elementi univoci e concordanti, già individuati dal giudice di primo cure, sui quali fondare la
convinzione che il marito utilizzasse il telefono di (omissis) nel quale erano state rinvenute foto di scene erotiche che la coinvolgevano insieme a varie persone”.
Pertanto, secondo i giudici, è indubbio che da parte del marito vi era “lo sviluppo di un interesse per una diversa tipologia di vita sessuale, che aveva contribuito a causare la
suddetta perdita di interesse sessuale nei confronti della moglie“.
I GENITORI HANNO REDDITI EQUIVALENTI? NO ALL'ASSEGNO DI MANTENIMENTO
Quando le disponibilità economiche dei genitori si equivalgono, non c’è assegno perequativo in favore dei figli, collocati da uno dei genitori. E’ questa la conclusione a cui è giunto il
Tribunale di Roma con decreto del 4 agosto 2014: la Prima sezione ha affrontato il tema, “pesando” in modo puntuale le diverse redditualità alla luce dell’articolo 337 ter del Codice civile.
Il Giudice, nel regolare la cura dei figli minori di una coppia di fatto – ma lo stesso vale anche nel caso di coppia coniugata – ha innanzi tutto disposto l’assegnazione provvisoria della
casa familiare alla madre, collocando presso la medesima i figli. Ha poi stabilito la facoltà del padre di frequentarli secondo le regole dell’alternanza bigenitoriale normalmente applicate
dal tribunale romano: frequenza minima del genitore non convivente per almeno due pomeriggi a settimana, a fine settimana alternati dal venerdì pomeriggio e due settimane – di frequentazione
esclusiva – durante le vacanze estive. In seguito ha definito le regole economiche analizzando puntualmente le poste di rilievo del caso concreto, osservando quanto segue: «la signora
attualmente percepisce un reddito, superiore a quello del compagno, pari a circa 2.050 euro medi mensili (per 12 ratei) da lavoro, al netto dell’imposizione statale e locale, oltre a 1.109
euro lordi dalla locazione di una sua proprietà (…) – anche se sostiene, per detta proprietà, il rimborso di un mutuo con ratei mensili di 550 euro; il signore percepisce un reddito medio da
lavoro pari a circa 2.400 euro mensili, sempre per 12 mensilità, al netto della imposizione, ed è gravato anch’esso dal rimborso di un mutuo con rate mensili di 640 euro – dovrà però
sostenere nuovi oneri alloggiativi, che si valutano sommariamente in 800 euro mensili per canoni di locazione e di conseguenza, considerato che fornisce ai figli anche il godimento della casa
familiare, di sua proprietà esclusiva, e tenuto conto delle presumibili esigenze di due bambini, di circa 9 anni, reputa il Collegio che non debba corrispondere alla compagna alcun assegno
perequativo e debba partecipare, con lei, in ragione del 50% alle sole spese straordinarie per i figli».
Il percorso seguito dal giudice ha sostanzialmente seguito il principio-cardine dell’articolo 337 ter: «ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al
proprio reddito» mentre l’ipotesi dell’assegno “periodico” (perequativo) è indicata solo ove il giudice lo ritenga «necessario ed al fine di realizzare il principio di proporzionalità». Viene
affermato il principio del mantenimento in forma diretta, posto che il Tribunale ha così statuito: «dispone che i minori siano mantenuti in via ordinaria dalla madre, salvo che nel tempo in
cui saranno con il padre, e che i genitori sostengano al 50% ciascuno le spese straordinarie per i figli, tra loro previamente concordate (se non obbligatoria conseguenza di scelte già
condivise, come libri scolastici del corso concordato)».
Avv. Carlo Ioppoli - Presidente Ass. Avvocati Familiaristi Italiani
SE L'ASSEGNO DI MANTENIMENTO E' DOVUTO DALLA MOGLIE AL MARITO SONO GUAI...
La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza che di seguito si riporta, ha esaminato un caso di separazione tra coniugi in cui, in base all’alto tenore di vita goduto durante il
matrimonio, veniva assegnata a carico della moglie una cifra importante (2000 euro) per il mantenimento del marito.
Il Tribunale di Teramo aveva originariamente posto a carico della donna l’obbligo di corrispondere al marito un assegno di mantenimento di 500 euro mensili annualmente rivalutabili ma la
corte territoriale ha ritenuto inadeguata la misura dell’importo sulla base del fatto che da un lato vi era l’elevato tenore di vita che la coppia conduceva prima della separazione,
assicurato principalmente dai cospicui redditi di cui godeva la moglie, coniuge economicamente più forte, e dall’altro vi era il fatto che il marito era stato licenziato dall’azienda della
quale era dipendente ed era stato posto in mobilità.
La corte quindi disponeva un aumento dell’assegno di mantenimento dovuto dalla donna al marito, determinandolo in Euro 800 mensili dalla data della domanda al febbraio del 2007, ed in Euro
2000 mensili dal marzo successivo alla data in cui, a seguito dell’introduzione del giudizio di divorzio, i rapporti patrimoniali fra i coniugi risultavano regolati dall’ordinanza
presidenziale di fissazione provvisoria dell’assegno divorzile.
Veniva proposto ricorso per Cassazione sulla base di diversi motivi lamentati dalla ex moglie ma, i giudici di Piazza Cavour, con la sentenza in commento, lo hanno dichiarato inammissibile
condannando la ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.
Si legge in sentenza “nessuno dei motivi in esame prospetta ragioni di doglianza riconducibili al vizio di legittimità delineato dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così
come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b) convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, il quale esige che il ricorrente indichi il “fatto
storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” lo stesso sia stato oggetto di discussione processuale tra
le parti e la sua “decisività” (Cass. SS.UU, n. 8053/2014).”
MANDI TANTE MAIL ED SMS PER INCONTRARE TUO FIGLIO? NON E' REATO DI STALKING
Il fatto non costituisce reato. Così ha deciso la Cassazione nella sentenza n. 22152/2015 pubblicata qualche ora fa (qui sotto allegata), pronunciandosi
sulla vicenda di un padre che aveva tempestato di sms e e-mail l’ex compagna al solo fine di vedere il figlio minore nato dalla relazione sentimentale
ormai conclusa, prima che il tribunale ne regolamentasse il diritto di visita.
La prima sezione penale ha escluso non solo l’ipotesi di reato di cui all’art. 612-bis ma anche quella di cui all’art. 660 c.p., alla quale il Tribunale di Milano, con rito abbreviato, aveva ricondotto il fatto originariamente contestato condannando l’uomo all’ammenda di 300 euro.
Per la S.C., mancano sia la connotazione della “petulanza” nel comportamento del soggetto, ovvero quel modo di agire “pressante, insistente,
indiscreto e impertinente che finisce per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà della persona”,
che il presupposto del “biasimevole motivo” che la norma aggiunge alla petulanza come motivazione da considerare “riprovevole per se stessa o in relazione alla persona
molestata”.
In sostanza, la condotta dell’imputato manca dell’elemento soggettivo, in quanto lo stesso voleva soltanto avere notizie del figlio minore, allo scopo
di poterlo incontrare, esercitando in tal modo i propri diritti di genitore e non era certo finalizzata a creare disagi o molestie all’ex convivente.
Valutazione cui la corte giunge, contro le conclusioni del sostituto procuratore generale, anche grazie alla circostanza che i fatti contestati si erano verificati
prima che il tribunale dei minorenni intervenisse per regolamentare i rapporti tra i due ex conviventi, funzionali all’educazione del figlio minore.
E sono proprio gli stessi elementi probatori prodotti dalla ex compagna a salvare l’imputato, in quanto i riscontri telefonici e telematici (sms e mail) dimostravano come la donna assumesse atteggiamenti ostruzionistici rendendo più difficili i rapporti tra il padre e il figlio, già difficoltosi per i problemi
logistici del primo. In conclusione, senza elemento soggettivo non c’è reato e la sentenza è annullata senza rinvio.
NON VERSI IL MANTENIMENTO E TI DIMETTI DA DUE LAVORI? SARAI CONDANNATO
Non solo ha fatto mancare il mantenimento alla figlia, ma cosa ancor più grave si è dimesso per ben due volte dal lavoro, macchiandosi di una condotta inevitabilmente sanzionabile ex
art. 570 c.p. A stabilirlo è la Cassazione, con la sentenza n. 44683/2015 depositata poche ore fa, rigettando il ricorso di un uomo che ricorreva avverso la
decisione della corte d’appello di Palermo di conferma della condanna per il reato di violazione degli obblighi familiari, rideterminando la pena e condannandolo anche
al risarcimento del danno nei confronti della moglie.
Grande soddisfazione, individuale e collettiva, per il brillante risultato ottenuto dall’avvocato Carlo Ioppoli e, di
riflesso, dalla struttura che presiede.
Un decreto che per certi versi farà storia, alza l’asticella del sapere forense nell’ambito del Diritto di Famiglia; ma
soprattutto ha il grande merito di disinnescare l’utilizzo strumentale delle false accuse ed i preconcetti gender oriented.
Nel 2012 Maria interrompe la convivenza, ne inizia un’altra e si trasferisce a Torino con la figlia, a casa del nuovo
compagno; il tutto senza consultare Roberto, che è messo di fronte al fatto compiuto e viene informato da un telegramma: Daniela lo ha lasciato (e questo deve essere accettato, anche se
obtorto collo) e Lucia è a Torino con la madre, che impedisce ogni contatto padre-figlia (questo invece è inaccettabile).
Il contesto abituale della bambina è ovviamente a Roma, ove è nata ed ha sempre vissuto, ma Daniela sembra anteporre
all’interesse della figlia le esigenze logistiche della nuova relazione sentimentale.
Ritiene che la fine del precedente legame debba coincidere con la fine di ogni rapporto padre-figlia, e si comporta di
Poi arriva l’imprevisto: dopo 20 gg. ha un incidente d’auto, non può gestire la figlia, convoca Roberto in ospedale e chiede
che sia lui ad occuparsi di Lucia, riportandola a Roma.
Infatti l’anno successivo ci ripensa, vuole di nuovo la figlia presso di se e presenta istanza per iscriverla ad una scuola
Il Tribunale non autorizza il trasferimento della minore ma la madre non attende il pronunciamento, nelle more del giudizio
sottrae di nuovo Lucia con la forza e la porta via da Roma.
Però Daniela non è soddisfatta: il Tribunale deve ancora stabilire affidamento e modalità di frequentazione ma è lecito
credere che possa confermare una condizione di fatto già esistente: la collocazione presso il padre.
Non può accettarlo, deve fare di tutto per toglierla al padre e farsi affidare Lucia, anche perché vorrebbe come “effetto
collaterale” un assegno di 1000 euro al mese.
L’aspetto economico è cinico e gretto, ma sarebbe miope non considerarlo perché è la molla – non sempre esplicita - dalla
quale prendono l’abbrivio gran parte delle contese sui figli. Daniela cambia avvocato e cambia strategia, quindi irrompe sulla scena lo spettro di un abuso sessuale sulla bambina.
Il sospetto costruito a tavolino, ANFI ha duramente preso posizione contro il fenomeno emergente delle false accuse che trova
terreno fertile nell’ambito di separazioni, divorzi e cessazioni di convivenza.
Con le false accuse di solito il risultato minimo è garantito, il tribunale in via preventiva interrompe gli incontri tra il
minore presunto abusato ed il soggetto presunto abusante; per ripristinarli, eventualmente, in caso di infondatezza delle accuse e sempre sotto la supervisione dei Servizi..
La Dr.ssa Glori non si lascia coinvolgere nell’inganno, studia a fondo gli atti e contesta le incongruenze a Daniela, che non
è in grado di spiegare perché il presunto abuso venga utilizzato per chiedere l’affido esclusivo, ma non sia mai stato denunciato alla Procura della Repubblica.
La vicenda è più complessa, il corposo fascicolo parla di altri figli, altri compagni, altri spostamenti, altri parenti
coinvolti, e poi relazioni dei Servizi Territoriali, audizioni della minore e avvicendamenti di diversi avvocati (anche dei centri antiviolenza) che sarebbe troppo lungo - e noioso - riassumere
Resta il fatto del decreto conclusivo, quello che mette la parola fine a sottrazioni e presunti abusi costruiti
sul nulla. Quindi una rottura degli schemi precostituiti, quelli che per anni hanno condizionato il Diritto di Famiglia.
Invito caldamente l’avvocato Ioppoli a pubblicare gli atti, in un apposito spazio del sito che possa fungere da database dei
provvedimenti virtuosi ottenuti dagli affiliati ANFI.
La casistica è un capitale preziosissimo, è sempre utile avere un archivio da condividere e consultare, e la capillarità
della struttura ANFI è una risorsa da utilizzare la meglio. Nel mio database personale sono indeciso se archiviare questo provvedimento come ANFI o made by Ioppoli, credo che le due
cose siano strettamente legate.
Li ho visti maturare insieme, alla grande crescita professionale del singolo corrispondeva, un mese dopo l’altro, la crescita
Non mi riferisco al numero delle adesioni individuali o delle sedi in Italia, per crescita intendo il capitale delle
strategie e del know-how che ANFI è in grado di sviluppare.
Bravi tutti, l’ammiraglio Ioppoli e la corazzata ANFI. FN
Il fatto non costituisce reato. Così ha deciso la Cassazione nella sentenza n. 22152/2015 pubblicata qualche ora fa (qui
sotto allegata), pronunciandosi sulla vicenda di un padre che aveva tempestato di sms e e-mail l’ex compagna al solo
fine di vedere il figlio minore nato dalla relazione sentimentale ormai conclusa, prima che il tribunale ne regolamentasse il diritto di visita.
La prima sezione penale ha escluso non solo l’ipotesi di reato di cui all’art. 612-bis ma anche quella di cui all’art. 660
c.p., alla quale il Tribunale di Milano, con rito abbreviato, aveva ricondotto il fatto originariamente contestato condannando l’uomo all’ammenda di 300 euro.
Per la S.C., mancano sia la connotazione della “petulanza” nel comportamento del soggetto, ovvero quel modo di agire
“pressante, insistente, indiscreto e impertinente che finisce per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e
della libertà della persona”, che il presupposto del “biasimevole motivo” che la norma aggiunge alla petulanza come motivazione da considerare “riprovevole
per se stessa o in relazione alla persona molestata”.
In sostanza, la condotta dell’imputato manca dell’elemento soggettivo, in quanto lo stesso voleva soltanto avere
notizie del figlio minore, allo scopo di poterlo incontrare, esercitando in tal modo i propri diritti di genitore e non
era certo finalizzata a creare disagi o molestie all’ex convivente. Valutazione cui la corte giunge, contro le conclusioni del sostituto procuratore generale, anche grazie alla circostanza che i fatti contestati si erano verificati
prima che il tribunale dei minorenni intervenisse per regolamentare i
rapporti tra i due ex conviventi, funzionali all’educazione del figlio minore.
E sono proprio gli stessi elementi probatori prodotti dalla ex compagna a salvare l’imputato, in quanto i riscontri
telefonici e telematici (sms e mail) dimostravano come la donna assumesse atteggiamenti ostruzionistici rendendo più difficili i rapporti tra il padre e il figlio,
già difficoltosi per i problemi logistici del primo. In conclusione, senza elemento soggettivo non c’è reato e
la sentenza è annullata senza rinvio.
Cassazione: figlio si licenzia, padre
deve mantenerlo Roma
Quando un figlio ci ripensa e decide di licenziarsi per seguire studi o corsi di formazione che lo aiutino ad esercitare il mestiere che davvero vuole fare
Possesso: l’allontanamento dalla casa non giustifica lo spoglio
Il temporaneo allontanamento dalla casa coniugale non può importare automaticamente per lui la perdita di possesso.
Recepimento degli accordi sui figli naturali.
Recepimento degli accordi sui figli naturalicorte di appello di roma - decretoMotivi della decisione