Source: http://www.ristretti.it/convegni/torino/pepino.htm
Timestamp: 2017-12-14 18:48:50+00:00
Document Index: 30943768

Matched Legal Cases: ['art. 36', 'art. 4', 'art. 38', 'art. 34', 'art. 32', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 18']

Che fare, dunque, per rendere in concreto esigibili anche i diritti sociali in genere? È questo - io credo - l’impegno che ci attende e che richiede un grande sforzo di inventiva e la collaborazione di una pluralità di saperi. Occorre muovere da una consapevolezza culturale: i diritti sociali (lo Stato sociale) non sono, nel nostro sistema costituzionale, un’opzione politica variabile a seconda della maggioranza parlamentare, ma sono un principio giuridico vincolante. I principi di giustizia distributiva sono diventati diritti e le politiche per realizzarli atti dovuti, sottratti una volta per tutte alla negoziazione politica. Alle maggioranze politiche è rimesso il modo di realizzarli, non il se realizzarli.
In questo solco si colloca la Costituzione italiana che dedica ai diritti sociali disposizioni in equivoche. In particolare: a) l’art. 36, ricollegandosi all’art. 4 (che riconosce in via generale il "diritto al lavoro"), prevede che "il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa"; b) l’art. 38 introduce un vero e proprio "diritto all’assistenza", prevedendo che "ogni cittadino inabile al lavoro e sprov-visto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale" e aggiungendo che "ai compiti previsti in questo articolo provVedono organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato"; c) l’art. 34, dopo aver affermato che "la scuola è aperta a tutti" e che "l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita", prevede "per i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi", il "diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi" (assicurato mediante borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze); d) in forza dell’art. 32, poi, "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".
Questo il quadro costituzionale, che subisce - non da oggi, ma oggi più di prima - incrinature e ferite non solo sul piano culturale, ma anche su quello normativo. Alcuni esempi possono essere utili. Il primo riguarda la stessa Costituzione e le modifiche ad essa apportate con la legge costituzionale n. 3/2001 (approvata con il referendum popolare del successivo 7 ottobre), che ha modificato l’art. 117 della Carta fondamentale, dando al sistema una curvatura federalista. Orbene, la norma citata - attribuendo allo Stato il potere di stabilire "i livelli essenziali" delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale - riconosce la legittimità, fatti salvi standard minimi, di diritti sociali diseguali sul territorio. Non che oggi l’assistenza sanitaria o quella sociale siano uguali a Caltanisetta e a Bolzano: ma attribuire legittimità giuridica a una situazione di fatto diseguale (che, secondo l’art. 3 sopra citato sarebbe piuttosto da rimuovere) significa operare un salto di qualità (negativo) di entità tale che solo una diffusa superficialità ha consentito di non cogliere in maniera diffusa.
Altri esempi si trovano in recenti modifiche (o proposte di modifica) della legislazione ordinaria: a) la legge 28 marzo 2001 n° 149 in tema di adozione e affidamento, dopo aver precisato che le condizioni di indigenza non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore di crescere ed essere educato nella propria famiglia e avere previsto l’attuazione di misure di aiuto economico alle famiglie a rischio, precisa che lo Stato e gli enti locali interverranno a tal fine "nei limiti delle loro risorse finanziarie" (sic!).
Come stupirsi se l’impostazione si trasferisce ai piani sanitari regionali? Inutile aggiungere che un diritto "subordinato alle risorse" è semplicemente un non diritto (perché le risorse possono incidere sulle modalità di attuazione di un diritto, ma non sulla sua esistenza); b) la legge Bossi-Fini sull’immigrazione ha introdotto nel nostro sistema una "cittadinanza diseguale", attribuendo ad una quota di persone che vivono sul territorio nazionale diritti sociali condizionati alla esistenza di un rapporto di lavoro, in situazione di permanente provvisorietà e precarietà. Ciò nega l’universalità dei diritti sociali e riporta a situazioni premoderne (come quelle dei meteci dell’antica Grecia o dei peregrini della antica Roma); c) la proposta di modifica dell’art. 18 dello statuto lavoratori, poi, è un attacco al cuore del diritto sociale oggi più tutelato, e cioè il diritto al lavoro. L’abrogazione, almeno per alcune categorie di lavoratori, di tale norma significa ridurre il lavoro da diritto a situazione di fatto priva di tutela. N on altrimenti può essere definito il fatto che l’accertamento della mancanza di giusta causa o giustificato motivo per il licenziamento comporti non già la reintegrazione del diritto violato (e dunque il ripristino del rapporto di lavoro ingiustamente interrotto), ma semplicemente un risarcimento in denaro.
Caratteristica immancabile di ogni diritto è la sua esigibilità, cioè la possibilità di ottenerne una tutela anche coattiva in caso di inadempimento da parte di chi deve realizzarlo. Ciò è, almeno teoricamente, agevole per i diritti classici: il creditore può procedere a esecuzione forzata nei confronti del debitore che non onora il debito; il proprietario può ottenere lo sfratto dell’inquilino moroso; il genitore non affidatario può ottenere dal giudice di incontrare i propri figli anche se l’altro genitore è dissenziente etc.
Secondo. Il vincolo delle risorse è un fatto reale ma richiamato a sproposito. Non esistono diritti "che non costano": la tutela dei diritti più classici (dalla proprietà, alle libertà individuali) ha determinato nei secoli, senza obiezioni di carattere economico, la predisposizione di apparati costosissimi (i più costosi, comparativamente, di ogni Stato), che vanno dalla polizia, alla magistratura, alle prigioni e via seguitando. La questione non è, dunque, l’esistenza delle risorse ma la loro dislocazione, che, per la soglia minima di ogni servizio costituzionalmente previsto, è vincolata (mentre è sul di più - e sul come - che si esercita la discrezionalità politica).
Terzo. Che una politica miope e compromissoria abbia indebolito la Costituzione è certamente vero, ma la Carta del 1948 resta tuttora la nostra legge fondamentale e, soprattutto, le sue scelte in tema di diritti sociali sono oggi recepite e confermate in una molteplicità di testi internazionali dotati di rilevanza giuridica anche interna (dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea).
Ciò posto, occorre aggiungere subito che il primo garante dei diritti sociali non può che essere il potere politico (legislativo e amministrativo), cui spetta il compito di approntare un sistema sanitario. un sistema assistenziale. un sistema scolastico adeguati.
In questa prospettiva indico due linee di approfondimento e di impegno multidisciplinare: a) la redazione di uno "statuto dei diritti degli esclusi", da usare come base per una pluralità di interventi: dalla contrattazione con la politica e l’amministrazione alla sollecitazione dell’opinione pubblica sino alla proposta di interventi normativi. Non è una strada nuova (carte dei diritti sono state realizzate o sono in via di realizzazione, per esempio, per gli immigrati o per i detenuti), ma è forse tempo di percorrerla in maniera sistematica: b) la proposizione di azioni giudiziarie pilota su questioni di particolare rilievo, promosse da associazioni rifacendosi all’esperienza di associazioni dei consumatori e a un modello usato con esiti significativi negli Stati Uniti.