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Timestamp: 2019-07-22 03:14:37+00:00
Document Index: 51188625

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 84', 'art. 1', 'art. 84', 'art. 32', 'art. 35', 'art. 1', 'art. 84', 'art. 1722', 'art. 114', 'art. 1226', 'art. 115', 'art. 1226', 'art. 2056', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 114']

liquidazione | Responsabile Civile
Assegni circolari: la Banca può rifiutare l’immediato pagamento?
Nel 2009 l’attore aveva citato dinanzi al Giudice di Pace di Roma, un istituto di credito, assumendo di essere portatore di quattro assegni circolari da essa emessi per i quali era stata rifiutata la liquidazione
Chiedeva pertanto la condanna della convenuta al pagamento della somma ad essi corrispondente, pari ad euro 1.263,98, oltre ai danni e alle spese.
Respinta in primo grado, l’istanza veniva riproposta in appello, ma anche in questo caso, il Tribunale di Roma respingeva la domanda, ritenendo che, ai sensi dell’art. 32 legge assegni, la Banca avesse correttamente declinato il pagamento, in attesa di ricevere l’autorizzazione allo stesso, avendo l’appellante portato i titoli all’incasso a quasi un anno di distanza dalla loro emissione; invero, ad avviso del giudice dell’appello – sebbene la legge prescriva un termine per i soli assegni bancari, la stessa previsione è da ritenersi applicabile anche per gli assegni circolari, secondo un criterio di ragionevolezza e proporzionalità.
Si discute in materia di applicazione della legge sugli assegni in relazione al presunto obbligo di immediato pagamento dell’assegno circolare (artt. 83 e 84 comma 2 R.D. 1736/1933).
Ed invero, il ricorso è stato accolto per le ragioni che seguono.
Il ragionamento effettuato dal giudice dell’appello era errato. Ed infatti, contrariamente a quanto affermato in sentenza, nel caso in cui un assegno circolare non sia stato effettivamente riscosso dal beneficiario, il diritto al rimborso della provvista da parte del richiedente l’emissione del titolo si prescrive nell’ordinario termine decennale, che decorre dal momento in cui esso può essere fatto valere, cioè dalla scadenza del termine di tre anni previsto dall’art. 84 del R.D. n. 1736/1933, entro cui si prescrive l’azione del beneficiario dell’assegno contro l’istituto bancario emittente, come, peraltro, è confermato dall’art. 1, comma 345 ter della l. n. 266 del 2005, che prevede il versamento degli assegni circolari non riscossi al Fondo per indennizzare i risparmiatori rimasti vittima di frodi finanziarie, soltanto dopo che sia scaduto il detto termine triennale.
La disciplina dell’assegno contenuta nell’art. 84 del R.D. citato, chiarisce che, riguardo agli assegni circolari, l’azione contro l’emittente istituto bancario si prescrive nel termine di tre anni dall’emissione. Mentre con riferimento all’assegno bancario, l’art. 32 prevede un termine assai stretto (otto giorni) per la presentazione dell’assegno stesso all’incasso (se pagabile nel medesimo comune in cui è stato emesso); trascorso tale termine l’intestatario dell’assegno può ordinare di non pagare la somma.
In mancanza invece, di tale ordine, l’assegno può comunque essere pagato anche successivamente (art. 35). Per struttura e caratteri l’assegno bancario si distingue nettamente da quello circolare che costituisce un titolo di credito all’ordine, emesso da una banca autorizzata dall’autorità competente, per un importo che sia disponibile presso di esso al momento della emissione, e pagabile a vista presso tutti i recapiti indicati dall’emittente (Cass. n. 5889/2018).
Deve dunque, escludersi una applicazione analogica degli artt. 32 e 35 all’assegno circolare.
Assai significativo è poi l’art. 1 commi 343-345 L. n. 266 del 2005 costituenti un Fondo per indennizzare le vittime di frodi finanziarie, alimentato tra l’altro dall’importo di conti correnti e rapporti bancari “dormienti”. Ebbene, esso precisa che gli importi degli assegni circolari non riscossi entro il termine di prescrizione del relativo diritto di cui all’art. 84, secondo comma, R.D. n. 1736/1933, sono versati al Fondo entro il 31 maggio dell’anno successivo a quello in cui scade il termine di prescrizione. Ma aggiunge che resta impregiudicato il diritto del richiedente l’emissione dell’assegno circolare non riscosso alla restituzione del relativo importo.
Le caratteristiche suindicate dell’assegno circolare configurano il rapporto tra il titolare dell’assegno stesso e l’istituto bancario, come mandato. E’ indubbio che il mandato sia sempre revocabile (art. 1722 cc.) e se revoca del mandato vi fosse, è da ritenere che il diritto alla restituzione potrebbe essere fatto valere, pur prendendo il termine triennale per l’azione cartolare del beneficio (e dalla revoca decorrerebbe a prescrizione decennale).
Ma aggiungono gli Ermellini, «non vi è prova alcuna che sia stata disposta tale revoca, nel caso di specie».
Una volta trascorso il termine triennale, il beneficiario non può più ottenere il pagamento dell’assegno, e a quel punto il richiedente l’assegno stesso potrà ripetere la provvista (senza necessità di revocare il mandato che è oggettivamente venuto meno). Dallo spirare del triennio decorre quindi la prescrizione del diritto.
Insomma, ha errato per la Cassazione, il giudice di merito che aveva applicato all’assegno circolare le stesse regole dell’assegno bancario.
REVERSIBILITA’ PER L’EX CONIUGE E ASSEGNO DI DIVORZIO: CHIARIMENTI
Se il danno non è determinato, alla liquidazione ci pensa il giudice
Nei casi in cui il giudice ritenga che il danno non possa essere determinato nel suo preciso ammontare, può procedere ad una liquidazione equitativa dei danni, anche indipendentemente da una specifica richiesta delle parti
In questi termini si è pronunciata la Corte di Cassazione nell’ordinanza n. 25590, depositata il 3 dicembre 2014.
Un condomino agisce nei confronti del condominio in cui vive, chiedendo la condanna al risarcimento dei danni subiti a un immobile di sua proprietà per infiltrazioni d’acqua provenienti da lavori eseguiti all’interno del condominio stesso.
La domanda viene rigettata in primo grado e, in grado d’appello, la Corte, in riforma della sentenza, condanna il condominio al risarcimento danni, nella misura equitativamente determinata in €. 2.000,00=, invece dei 25.000,00= euro richiesti dall’attore.
Il condominio ricorre in Cassazione, sostenendo che i giudici di merito hanno deciso la controversia secondo equità, ai sensi dell’art. 114 c.p.c., pur in mancanza di richieste delle parti in tal senso.
Si deve sottolineare che il ricorso all’equità quale criterio decisionale del giudizio non è sempre consentito.
Ed infatti, il nostro ordinamento giuridico sovente sacrifica la “giustizia del caso singolo“, sottoposta al potere discrezionale del giudice, al principio di certezza del diritto.
Esistono dei casi, poi, in cui applicare freddamente e pedissequamente la norma di legge rischierebbe di condurre ad un’ingiustizia di fatto: ed è proprio in tal frangente che deve intervenire la capacità di discernimento del giudice, che sopperisce alla mancanza di una disposizione specifica o alla non perfetta congruenza di questa al caso concreto, decidendo secondo equità.
La “valutazione equitativa del danno” di cui all’art. 1226 c.c., differentemente rispetto alla equità decisoria va piuttosto ricondotta nell’alveo dell’art. 115 c.p.c., che in materia di “disponibilità delle prove” dispone che il giudice possa “senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza“.
In questo caso possiamo parlare di “equità integrativa” che ricorre nel caso in cui la legge prevede espressamente che il giudice sia chiamato a integrare secondo equità, gli elementi di una fattispecie, subordinandola da un lato alla condizione che il pregiudizio sia già stato dimostrato nella sua entità e dall’altro che sia obiettivamente impossibile o estremamente difficoltoso determinarne con precisione l’ammontare.
Non ci troviamo, quindi, di fronte ad un giudizio di equità, ma ad un apprezzamento finalizzato a colmare lacune, altrimenti insuperabili, nell’iter della determinazione dell’equivalente pecuniario del danno.
Ciò che differenzia l’equità integrativa da quella decisoria risiede soprattutto nel ruolo suppletivo e sussidiario che la prima gioca nel giudizio rispetto alla seconda, intervenendo solo in fase di determinazione del quantum del ristoro dovuto da una parte all’altra, e che presuppone che l’esistenza del danno sia già stata accertata.
Presupposto, infatti, per la valutazione equitativa del danno è la certezza della sussistenza dello stesso (an), riverberandosi l’incertezza unicamente sull’entità del pregiudizio (quantum) che può implicare per il danneggiato una assoluta impossibilità o una difficoltà oggettiva di provarne l’esatto ammontare.
In questo caso la legge permette al giudice di servirsi dello strumento dell’equità che diventa, pertanto, un criterio di liquidazione residuale, applicabile non alla totalità dei casi, ma solo al verificarsi di determinati presupposti.
Nel caso de quo, la Suprema Corte, ritenendo il motivo d’appello manifestamente infondato, ribadisce che la Corte d’appello non ha deciso la causa secondo equità, ma ha semplicemente proceduto alla liquidazione equitativa dei danni, ex art. 1226 c.c. (valutazione equitativa del danno), richiamato dall’art. 2056, comma 1, c.c. (valutazione dei danni), per i casi in cui il giudice ritenga che il danno non possa essere determinato nel suo preciso ammontare, anche indipendentemente da una specifica richiesta delle parti.
Alla luce di tanto, secondo gli Ermellini, quella della Corte d’appello è stata una decisione secondo diritto, essendo conforme ad un’apposita disposizione di legge in tema di valutazione dei danni.
Da ciò discende, secondo la Corte di Cassazione, che tale situazione è ben diversa rispetto a quella della sentenza emessa secondo equità ex art. 114 c.p.c..
I Supremi giudici, pertanto, confermano la possibilità che il Giudice, nel caso in cui si trovi di fronte ad una fattispecie in cui il danno non possa essere determinato nel suo preciso ammontare possa quantificare la misura del danno risarcibile in via equitativa, in quanto ciò è espressamente previsto.
In questa ipotesi, infatti, è unicamente la liquidazione del danno ad essere fatta in via equitativa e non si è di fronte ad una pronuncia secondo equità, che, ex art. 114 c.p.c., è possibile solo nel momento in cui siano le parti a richiederlo.
Per questi motivi, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, compensando le spese di giudizio.