Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-12033-del-10-06-2016
Timestamp: 2020-08-05 11:33:22+00:00
Document Index: 147160240

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 1367', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 1367', 'art. 18']

Sentenza Cassazione Civile n. 12033 del 10/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12033 del 10/06/2016
Cassazione civile sez. VI, 10/06/2016, (ud. 24/05/2016, dep. 10/06/2016), n.12033
sul ricorso 286-2015 proposto da:
A.S.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA VALADIER 36, presso lo studio
dell’avvocato IOLANDA PICCININI, che lo rappresenta e difende
avverso la sentenza n. 1164/2014 della CORTE D’APPELLO di REGGIO
CALABRIA del 13/6/2014, depositata il 01/07/2014;
udito l’Avvocato IOLANDA PICCININI, difensore del ricorrente, che
si riporta agli scritti e chiede la trattazione in Pubblica Udienza.
” A.S.A., segretario comunale sino al giugno 13.8.1998, si avvalse della procedura di mobilità prevista dal dpr 4 dicembre 1997, n. 465 e, per questa via, passò alle dipendenze del Ministero della Giustizia, con decorrenza 14.8.1998.
Entrata in vigore la L. n. 311 del 2004, chiese di essere inquadrato nel ruolo unico della dirigenza. L’amministrazione datrice di lavoro rispose negativamente.
Il dipendente convenne l’amministrazione in giudizio dinanzi al Tribunale di Reggio Calabria, che accolse il ricorso riconoscendo il diritto all’inquadramento nel ruolo dirigenziale con le relative conseguenze economiche a far data dal 1.1.2005, rigettando le pretese risarcitorie.
Il Ministero propose appello, che fu accolto dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, con sentenza pubblicata il 1.7.2014, con la quale venne invece rigettato il ricorso incidentale. La sentenza della Corte d’appello ha ritenuto che non rilevasse ai fini del riconoscimento del diritto all’inquadramento nel ruolo di dirigente la circostanza che il ricorrente era stato segretario comunale per più di tre anni e che si era avvalso della facoltà prevista dal D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18.
L’ A. ha proposto ricorso per cassazione, evidenziando con il primo motivo l’ammissibilità del ricorso ex art. 360 bis, per la sussistenza di elementi nuovi idonei a mutare l’orientamento giurisprudenziale, atteso che con nota del 31.1.2014 del Ministero dell’Interno – Albo nazionale dei Segretari Comunali e Provinciali (allegato B delle note di deposito contenute nel fascicolo di parte di secondo grado) – non menzionata nella sentenza della Corte calabrese – era stato attestato che alla data di entrata in vigore della L. n. 311 del 2004 non vi erano in corso istanze di mobilità D.P.R. n. 465 del 1997, ex art. 18 e che le procedure inerenti la norma in esame sono state concluse anteriormente alla data di entrata in vigore della legge citata. Sostiene il ricorrente che l’affermazione del giudice del gravame secondo cui alla data di entrata in vigore del comma 49 potevano esservi procedure di mobilità ancora in corso per i segretari in servizio presso altre amministrazioni diverse da quelle di provenienza era stata smentita e che ciò contrastava con il principio di conservazione sancito dall’art. 1367 c.c., la cui ratio è quella di evitare che un atto sia improduttivo di effetti giuridici.
Con il secondo motivo, viene denunziata violazione ed erronea applicazione della L. n. 311 del 2004, art. 1, commi 48 e 49.
I motivi vanno trattati congiuntamente per la connessione delle questioni che ne costituiscono l’oggetto.
Il problema specifico consiste nello stabilire se tale disposizione riguardi solo i processi di mobilità in corso o successivi alla data di entrata in vigore della legge oppure riguardi anche i processi di mobilità già avvenuti, come ritenuto dal Tribunale.
E’ stato evidenziato che, mentre nel sistema delineato dal ccnl 1998/2001 il personale di fascia A e di fascia B più elevata, in caso di mobilità, accedeva alla dirigenza presso le amministrazioni di destinazione, nel nuovo contesto normativo, più restrittivo, anche per queste qualifiche più elevate si rese possibile la mobilità senza acquisizione della qualifica di dirigente.
Questa lettura della norma – cfr. quanto argomentato da Cass. S. U. cit. – è stata confermata dall’interpretazione autentica fornita dalla L. 246 del 2005, art. 16, comma 4, che così si esprime: “la L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 48 si interpreta nel senso che i segretari comunali e provinciali appartenenti alle fasce professionali A e B possono essere collocati in posizioni professionali equivalenti alla ex 9^ qualifica funzionale del comparto Ministeri, previa espressa manifestazione di volontà in tale senso, con spettanza del trattamento economico corrispondente”.
Le condizioni sono che i soggetti si siano avvalsi della mobilità ai sensi del D.Lgs. n. 65 del 1997, art. 18 e che abbiano prestato servizio di ruolo per almeno tre anni. Il limite è costituito dal contingentamento di cui al medesimo art. 1, comma 96. Con sentenze di questa Corte 8 gennaio 2014, n. 165, 20 gennaio 2014, n. 1047 e 22 gennaio 2014, n. 1324, era stata seguita la tesi dell’inapplicabilità della normativa ai processi di mobilità già conclusi.
Infine, è stato rimarcato come tutta I’ evoluzione della disciplina sia nel senso dell’impossibilità di estrarre il comma 49 dal contesto sistemico in cui è inserito, elidendo il preciso collegamento operato con il suo “incipit”. Sul piano teleologico, si è, poi osservato che la Corte costituzionale ha reiteratamente ribadito che il principio costituzionale dell’accesso alla pubblica amministrazione per concorso pubblico vale anche per l’accesso alla dirigenza (Corte cost. nn. 108 e 7 del 2011, nn. 30, 212 e 217 del 2012) e che, in particolare, nella sentenza n. 217 del 2012 si è così espressa: “Più volte questa Corte (tra le tante si vedano le più recenti sentenze n. 90, 62, 51, 30 del 2012 e 299 del 2011) ha posto in rilievo la facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del pubblico concorso di cui all’art. 97 Cost., deve essere delimitata in modo rigoroso, potendo tali deroghe essere considerate legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell’amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle”, e che l’affermazione vale anche, ed a maggior ragione, per l’acquisizione delle qualifiche dirigenziali.
Tanto premesso, deve rilevarsi come la prospettazione del ricorrente, fondata sul rilevato contrasto dell’interpretazione che esclude dall’ambito di applicabilità della norma le procedura di mobilità già concluse con il principio di conservazione di cui all’art. 1367 c.c., sia stata anchèessa esaminata dalle S. U. e ritenuta non condivisibile per una pluralità di ragioni.
E’ stato evidenziato in primo luogo come il canone ermeneutico invocato riguarda la conservazione del contratto e non può essere meccanicamente esteso all’interpretazione di un atto legislativo, per il quale valgono criteri ermeneutici diversi.
E’ stato poi osservato che, in ogni caso, anche all’interno dell’ermeneutica contrattuale, si tratta di un canone sussidiario, cui è possibile fare ricorso solo laddove i criteri dettati dagli artt. 1362-1366 non risolvano i problemi interpretativi e permanga il dubbio laddove, nel caso in esame, i criteri della interpretazione letterale ed ancor più della interpretazione sistematica, portano all’esclusione dell’incertezza interpretativa (cfr. S. U. 784/2016 cit.).
E’ stato anche negato l’assunto in fatto che all’epoca della L. n. 311 del 2004 non vi fossero mobilità volontarie in corso, come era dato evincere dal caso considerato, sebbene ad altri fini, da Cass. 20856 del 2015, concernente una segretaria comunale in disponibilità che aveva presentato domanda di mobilità volontaria ex art. 18, a seguito della quale era anche stato autorizzato il suo trasferimento presso altra amministrazione, sebbene tale procedura non si fosse conclusa al momento della entrata in vigore della L. n. 186 del 2004, nè in seguito, il che aveva costretto la lavoratrice ad intentare una controversia per il completamento della mobilità volontaria conformemente alla sua domanda (v. s. u. cit. in motivazione, sullo specifico aspetto).
In forza di tale principio, tenuto conto della peculiarità della fattispecie esaminata, riferita a procedura di mobilità già concluso alla data di entrata in vigore della legge oggetto di interpretazione, si propone, pertanto, il rigetto del ricorso dell’ A..
Il recente intervento delle Sezioni unite giustifica, poi, la compensazione delle spese del presente giudizio”.
Il Collegio ritiene di condividere integralmente il contenuto e le conclusioni della riportata relazione e concorda, pertanto, sul rigetto dello stesso, osservando, quanto ai rilievi formulati nella memoria del ricorrente, che gli stessi non valgano a scalfire l’iter argomentativo svolto in conformità a quanto esaustivamente considerato dalle S. U. nelle pronunce richiamate. Queste hanno invero avuto riguardo anche alla questione della asserita inesistenza di procedure di mobilità volontaria in corso all’epoca di entrata in vigore della L. n. 311 del 2004, all’ulteriore aspetto – sopra riportato nei termini in cui è stato affrontato dalle s.u. –
dell’incidenza e della portata del principio di conservazione degli atti giuridici quale canone interpretativo diversamente rilevante in materia di contratti e di atti legislativi, non potendo assumere rilievo nella complessiva disamina della questione il richiamato intervento del legislatore ancora in itinere (delega al Governo da parte della L. n. 124 del 2015 all’istituzione di tre ruoli unici di dirigenti pubblici con specifica previsione anche della figura dei segretari comunali e provinciali) rispetto alla ricostruzione sistematica richiamata. Le evidenziate ragioni poste a fondamento della interpretazione adottata consentono, infine, di escludere fondatamente che la stessa presenti gli aspetti di incostituzionalità indicati dal ricorrente, posto che, secondo il Giudice delle leggi (Corte Costituzionale n. 374 del 2002, n. 311 del 1995 e n. 6 del 1994), la diversità di trattamento non lede il principio uguaglianza quando si pone come mero fatto collegato al fluire del tempo.
Il recente intervento delle Sezioni unite giustifica, poi, la compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.