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Timestamp: 2019-02-22 14:19:41+00:00
Document Index: 113911246

Matched Legal Cases: ['art. 81', 'art. 595', 'art. 21', 'art. 51', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 595', 'art. 594', 'art. 595', 'art. 594', 'sentenza ']

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Offesa via internet: giornalista condannato per diffamazione
L’offesa alla reputazione altrui propagata tramite web, essendo quest’ultimo uno strumento percepibile da un ampio pubblico di utenti, integra una delle ipotesi aggravate del reato di diffamazione
Il mezzo di trasmissione – comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso. D’altronde, anche per altri media si verifica la medesima situazione.
La Corte d’appello di Milano, in parziale riforma della decisione di primo grado, ha ritenuto colpevole del reato di diffamazione (art. 81 c.p., art. 595 c.p., commi 1 e 3) ascritta ad un giornalista, per avere offeso la reputazione di un collega della RAI attraverso la pubblicazione, sul sito web di due articoli.
Quindi il ricorso per Cassazione. Il ricorrente già condannato nel merito, deduceva la violazione o erronea applicazione della legge penale, ribadendo la tesi secondo la quale, per effetto dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il reato di diffamazione sarebbe stato abrogato, dal momento: a) che la libertà di pensiero riconosciuta dall’art. 21 della Carta fondamentale soffre l’unico limite della contrarietà al buon costume, non ricorrente nella specie; b) che il diritto all’onore e alla reputazione non sono stati richiamati dalla Costituzione, ma da successive e sottordinate fonti internazionali.
Il reato di diffamazione via web
Non sono d’accordo i giudici della Cassazione, i quali hanno affermato che sin da epoca risalente, la Corte costituzionale ha riconosciuto che l’esimente, prevista dall’art. 51 c.p. esclude la punibilità in quanto il fatto imputato costituisce esercizio di un diritto, aggiungendo che “non appar dubbio che tale sia il caso del giornalista che, nell’esplicazione del compito di informazione ad esso garantito dall’art. 21 Cost., divulghi col mezzo della stampa notizie, fatti o circostanze che siano ritenute lesive dell’onore o della reputazione altrui, sempreché la divulgazione rimanga contenuta nel rispetto dei limiti che circoscrivono l’esplicazione dell’attività informativa derivabili dalla tutela di altri interessi costituzionali protetti” (Corte cost. 14/07/1971, n. 175). Solo qualche anno più tardi la medesima Corte ha puntualizzato che l’art. 10 cod. civ., L. 22 aprile 1941, n. 633 e gli artt. 96 e 97 non contrastano con le norme costituzionali ed anzi mirano a tutelare e a realizzare i fini dell’art. 2, affermati anche nell’art. 3 Cost., comma 2, e art. 13 Cost., comma 1, che riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali rientra quello del proprio decoro, del proprio onore, della propria rispettabilità, riservatezza, intimità e reputazione, sanciti espressamente negli artt. 8 e 10 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo (Corte cost. 12/04/1973, n. 38).
Quanto al reato in sé considerato, già in un precedente arresto della Quinta sezione penale (n. 4741 del 17/11/2000) della Cassazione, si ebbe distinguere la comunicazione via e-mail da quella attraverso internet, osservando che, in quest’ultimo caso, “se invece della comunicazione diretta, l’agente immette il messaggio in rete, l’azione è, ovviamente, altrettanto idonea a ledere il bene giuridico dell’onore. Per quanto specificamente riguarda il reato di diffamazione, è infatti noto che esso si consuma anche se la comunicazione con più persone e/o la percezione da parte di costoro del messaggio non siano contemporanee (alla trasmissione) e contestuali (tra di loro), ben potendo i destinatari trovarsi persino a grande distanza gli uni dagli altri, ovvero dall’agente. Ma, mentre, nel caso, di diffamazione commesso, ad esempio, a mezzo posta, telegramma o, appunto, e-mail, è necessario che l’agente compili e spedisca una serie di messaggi a più destinatari, nel caso in cui egli crei e utilizzi uno spazio web, la comunicazione deve intendersi effettuata potenzialmente erga omnes (sia pure nel ristretto – ma non troppo – ambito di tutti coloro che abbiano gli strumenti, la capacità tecnica e, nel caso di siti a pagamento, la legittimazione, a connettersi”).
La decisione di merito
Partendo da tale – ovvia premessa, si giunge agevolmente alla conclusione che, anzi, l’utilizzo di internet integra una delle ipotesi aggravate di cui dell’art. 595 c.p. (comma 3: offesa recata… con qualsiasi altro mezzo di pubblicità). Anche in questo caso, infatti, la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale. Nè la eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive può indurre a ritenere che, in realtà, venga, in tale maniera, integrato il delitto di ingiuria (magari aggravata ai sensi dell’art. 594 c.p., comma 4), piuttosto che quello di diffamazione. Infatti il mezzo di trasmissione – comunicazione adoperato (appunto internet), certamente consente, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, ma il messaggio è diretto ad una cerchia talmente vasta di fruitori, che l’addebito lesivo si colloca in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso. D’altronde, anche per altri media si verifica la medesima situazione. Un’offesa propagata dai giornali o dalla radio-televisione è sicuramente percepibile anche dal diretto interessato, ma la fattispecie criminosa che, in tal modo, si realizza è, pacificamente, quella ex art. 595 c.p. e non quella ex art. 594″.
Tale conclusione non è mai stata posta in dubbio nella giurisprudenza di questa Corte (e, infatti, v., sullo stesso presupposto, di recente, Sez. 5, n. 38099 del 29/05/2015).
Per tali ragioni, il ricorso del giornalista imputato è stato respinto con condanna di quest’ultimo alla pena prevista per legge.
E-MAIL OFFENSIVE: NON SEMPRE E’ REATO DI DIFFAMAZIONE
Scrive per due testate concorrenti, legittimo il licenziamento del giornalista
Il lavoratore, secondo la Corte di Cassazione, non può porre in essere condotte che possano andar contro agli interessi del datore o che possano rovinare il rapporto di fiducia che sussiste tra di essi
Un giornalista era stato licenziato da una Cooperativa perché aveva prestato attività giornalistica per un’altra testata, in concorrenza con quella della società stessa, ‘in violazione degli articoli 2014 e 2015 del codice civile – rispettivamente in materia di ‘diligenza del prestatore del lavoro’ e ‘obbligo di fedeltà’ – nonché in contrasto con gli interessi morali e materiali del datore di lavoro.
La vicenda era approdata nelle aule giudiziarie e, in primo grado, il Tribunale di Campobasso aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare condannando la Cooperativa a riassumere il dipendente o, in alternativa, a pagargli una somma pari a 4 mensilità dell’ultima retribuzione. Tale decisione, tuttavia, era stata ribaltata in Appello; il Giudice di secondo grado aveva infatti ritenuto legittimo il licenziamento intimato al lavoratore.
Di qui il ricorso per Cassazione da parte del lavoratore che aveva evidenziato come la Corte di merito avesse sbagliato a ritenere che la sua attività fosse stata svolta in favore di un quotidiano concorrente, dal momento i due giornali in questione non venivano distribuiti nelle stesse aree geografiche. Inoltre, non sarebbe stato arrecato alcun danno alla Cooperativa, che, infatti, per due anni non aveva sollevato alcuna contestazione.
La Corte di Cassazione, tuttavia, con sentenza n. 8131/2017 ha ritenuto di accogliere il ricorso presentato, in quanto infondato. Secondo i Giudici del Palazzaccio, infatti, la Corte d’Appello aveva correttamente ‘considerato valido il licenziamento’ in quanto il ricorrente aveva prestato ‘senza autorizzazione della società’, attività giornalistica per un’altra testata assumendo, per conto di tale testata, considerata concorrente, ‘incarichi in contrasto con gli interessi morali e materiali dell’azienda di appartenenza’.
La Suprema Corte ha chiarito che l’obbligo di fedeltà previsto dall’articolo 2105 del codice civile deve intendersi come “divieto di abuso di posizione attuato attraverso azioni concorrenziali e/o violazioni di segreti produttivi o come divieto di condotte che siano in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del dipendente nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa o che creino situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi della medesima o che siano, comunque, idonee a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto”.
Il lavoratore, quindi, non può porre in essere condotte che possano andar contro agli interessi del datore o che possano rovinare il rapporto di fiducia che sussiste tra le due parti. E’ quanto avvenuto, invece, nel caso in esame. Secondo gli Ermellini, peraltro, era stato accertato nel corso del procedimento che i due giornali venivano diffusi in aree geografiche vicine e che il bacino d’utenza era sostanzialmente lo stesso.
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