Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-17311-del-27-06-2019
Timestamp: 2020-06-02 11:12:22+00:00
Document Index: 88791765

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Sentenza Cassazione Civile n. 17311 del 27/06/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17311 del 27/06/2019
Cassazione civile sez. I, 27/06/2019, (ud. 13/03/2019, dep. 27/06/2019), n.17311
sul ricorso 21787/2018 proposto da:
J.E., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la
dall’avvocato Minacapilli Lorenzo, giusta procura in calce al
avverso la sentenza n. 959/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,
La Corte d’Appello di Catania, con sentenza depositata il 26 aprile 2018, ha rigettato la domanda di J.E., cittadino del Gambia, volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.
E’ stato, in primo luogo, ritenuto che difettassero i presupposti per il riconoscimento in capo al ricorrente dello status di rifugiato, evincendosi dallo stesso racconto del medesimo l’insussistenza di un rischio di persecuzione (costui aveva riferito di aver ferito il proprio fratello dopo uno scatto d’ira e di essere fuggito avendo saputo che la polizia lo stava cercando).
Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, il Tribunale di Bologna ha evidenziato l’insussistenza del rischio del ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di ritorno nel paese d’origine, non essendovi pericolo per la sicurezza della popolazione civile.
Ha proposto ricorso per cassazione J.E. affidandolo a tre motivi. Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio.
1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5.
Lamenta il ricorrente che i giudici di merito non hanno preso in considerazione la realtà degli scontri e degli attacchi terroristici nella regione di provenienza del ricorrente nonostante questi siano stati ben documentati nei fascicoli di parte relativi ai primi due gradi del giudizio.
Non è stato spiegato il motivo per cui il racconto del ricorrente non debba considerarsi idoneo al riconoscimento dello status di rifugiato.
Il ricorrente non ha colto la ratio decidendi della Corte d’Appello, che ha evidenziato che, a prescindere dalla credibilità o meno del racconto narrato dal ricorrente, il rischio di persecuzione è del tutto estraneo alla fattispecie concreta dallo stesso rappresentata.
In proposito, il riconoscimento dello status di rifugiato presuppone che il richiedente sia stato oggetto di atti di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a particolare gruppo sociale o opinioni politiche.
Il ricorrente è, invece, fuggito dal Gambia per una vicenda meramente privata, che non ha prodotto alcuna conseguenza al fratello, e, come ben evidenziato dalla sentenza impugnata, alla specifica domanda rivoltagli in ordine ai suoi timori legati ad un suo rientro in Gambia, lo stesso ha così risposto:” Nessuno mi ha detto che mi stanno cercando e mio fratello mi ha detto che mi ha perdonato”.
Non vi è quindi alcuna prova nemmeno dell’avvio di un procedimento penale per i fatti descritti dal ricorrente dai quali, peraltro, non sarebbe conseguita neppure l’applicazione della pena di morte o della tortura.
Infine, è evidente che il riferimento da parte del ricorrente alla situazione di pericolosità che caratterizzerebbe il suo paese d’origine è del tutto inconferente.
3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 112 c.p.c. e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).
Lamenta il ricorrente che, dato il livello di violenza diffusa esistente in Gambia, tale da concretare un elevato rischio per l’incolumità personale, non può non riconoscersi il “danno grave” a norma dell’art. 14 Legge cit..
Va osservato che è orientamento consolidato di questa Corte che, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, va rappresentata dal ricorrente come minaccia grave e individuale alla sua vita, sia pure in rapporto alla situazione generale del paese di origine, ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass., 12/12/2018, n. 32064).
Nel caso di specie, il Tribunale ha accertato – mediante il ricorso a diverse fonti internazionali aggiornate – la insussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nello Stato di provenienza del ricorrente (Gambia), ed il mezzo di impugnazione si limita a fornire una diversa lettura dei fatti, traducendosi sostanzialmente in una inammissibile rivisitazione del merito (Cass. 8758/2017).
5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 112 c.p.c., D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 32.
Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello non ha considerato la situazione d’instabilità del Gambia quantomeno per il riconoscimento della protezione umanitaria, atteso che, in caso di rientro in Gambia, lo stesso correrebbe il rischio di veder violati i diritti fondamentali ex art. 2 nostra Cost., tra cui il diritto alla salute e all’alimentazione, e comunque il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire il salute e benessere della propria famiglia.
Orbene, il ricorrente non ha allegato alcuna specifica condizione di vulnerabilità tale da giustificare la concessione del permesso per motivi umanitari, salvo – e solo in sede di legittimità, non risultando la questione dalla sentenza di merito – un generico, non contestualizzato e non personalizzato, riferimento al diritto alla salute ed alla alimentazione. Non rileva di per sè, a tal fine, come correttamente affermato dalla Corte d’appello – in assenza di elementi che possano far ritenere che in Patria lo straniero possa essere sottoposto ad una privazione dei fondamentali diritti umani – il mero inserimento sociale e l’avere il medesimo intrapreso un percorso lavorativo (Cass. 4455/2018).
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in Euro 2.100,00, oltre S.P.A.D., oltre accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del dello stesso art. 13, comma 1 bis.