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Timestamp: 2018-12-15 19:44:49+00:00
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Esproprionline.it -CDS 7135 10/11/2003 - LA PRESCRIZIONE DEL DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO-Nella lineare sentenza n. 7135 del 10 novembre 2003 la quarta sezione del CDS, dopo (si noti) aver affermato di condividere l'orientamento della Cassazione in tema di occupazione acquisitiva, riafferma in materia di prescrizione i noti principi, in sostanziale allineamento con le tradizionali prese di posizione della Cassazione. Nella lineare sentenza n. 7135 del 10 novembre 2003 la quarta sezione del CDS, dopo (si noti) aver affermato di condividere l'orientamento della Cassazione in tema di occupazione acquisitiva, riafferma in materia di prescrizione i noti principi, in sostanziale allineamento con le tradizionali prese di posizione della Cassazione. " />
CDS 7135 10/11/2003 - LA PRESCRIZIONE DEL DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO
Nella lineare sentenza n. 7135 del 10 novembre 2003 la quarta sezione del CDS, dopo (si noti) aver affermato di condividere l'orientamento della Cassazione in tema di occupazione acquisitiva, riafferma in materia di prescrizione i noti principi, in sostanziale allineamento con le tradizionali prese di posizione della Cassazione.
Nella sentenza n. 7135 del 10 novembre 2003, apprezzabile per chiarezza e linearità espositiva, la quarta sezione del CDS, dopo (si noti) aver affermato di condividere l'orientamento della Cassazione in tema di occupazione acquisitiva, riafferma in materia di prescrizione i soliti noti principi, in allineamento con le tradizionali prese di posizione della Cassazione. << Il termine per l’esercizio di tale diritto è quello fissato dall’art. 2947 cod. civ., sulla base della qualificazione del comportamento della P.A. come illecito aquiliano (v. Cass., sez. un., 25 novembre 1992, n. 12546). Da tali illiceità scaturiscono, da un lato, la scelta dell’ordinamento di non equiparare, per sanatoria, la fattispecie della occupazione appropriativa a quella della espropriazione per pubblica utilità e, dall’altro, la configurazione del ristoro del privato come risarcimento del danno (e non come indennità), con conseguente prescrizione del relativo diritto in cinque anni. Per quanto concerne la decorrenza del termine prescrizionale dell’azione risarcitoria, la prescrizione decorre sempre dalla scadenza del periodo di occupazione legittima. Occorre, tuttavia, distinguere; nel caso in cui l’opera venga realizzata nel periodo di occupazione legittima, si deve attendere, per l’inizio della prescrizione, la scadenza del termine di occupazione d’urgenza, perché è solo in questo momento (laddove non sia stato nel frattempo emanato un decreto di espropriazione) che si consuma l’illecito, fonte del diritto al risarcimento del danno. In ipotesi, invece, di occupazione illegittima per totale mancanza di provvedimento autorizzativo o per decorso dei termini del precedente provvedimento, è la radicale trasformazione del fondo che, determinando la perdita della proprietà del bene da parte del privato, costituisce illecito istantaneo ad effetti permanenti; tale illecito abilita il privato stesso a richiedere, nel termine prescrizionale di cinque anni dalla data della trasformazione, il risarcimento del danno. >>
Nella fattipecie concreta tutti i problemi sono sorti perché la PA ha omesso la proroga dell'occupazione temporanea d'urgenza, nonostante fosse stata regolarmente prorogata la dichiarazione di p.u.. Quest'ultima non vale, infatti, come proroga implicita e automatica dell'occupazione. Quanto all'interruzione della prescrizione, il CDS ribadisce che << l’offerta, o il deposito, o la liquidazione, da parte dell’ente occupante, dell’indennità di espropriazione, implica il riconoscimento del debito risarcitorio e produce, quindi, rispetto a questo, l’effetto interruttivo di cui all’art. 2944 cod. civ. (v. Cass. Civ., sez. Un., 21 luglio 1999, n. 485), occorre sottolineare come il riconoscimento del credito risarcitòrio dei proprietarii dei terreni occupati postuli atti concretamente riferibili al diritto di quei proprietarii di ottenere un ristoro patrimoniale, sia pure sull’erronea premessa della sua natura indennitaria: atti che possono individuarsi non in qualsiasi atto del procedimento espropriativo (quali, nel caso all’esame, la riapprovazione del progetto in variante al P.R.G., l’approvazione della variante medesima da parte della Regione e, infine, il rinnovo della dichiarazione di pubblica utilità e di nuova fissazione dei términi di fine lavori) comunque proseguito, ma solo in quegli atti che rivelino nella P.A. (da cui promanano) la consapevolezza di essere obbligata a versare un corrispettivo a fronte della apprensione del bene e dunque a ristorare in qualche modo il privato per la perdita subita. Tale natura, a parere del Collegio, può riconoscersi, all’interno del procedimento espropriativo, solo all’offerta dell’indennità provvisoria, al deposito di quella definitiva, alla rinuncia ad eccepire la prescrizione del diritto alla indennità di espropriazione; e, fuori da quel procedimento, alle trattative per una soluzione transattiva della controversia inerente alla vicenda ablativa, ovvero ad una precedente richiesta di risarcimento del danno basata sulla carenza di potere della P.A. >>
CONS. STATO, sez. IV, 10 novembre 2003 n. 7135 (pres. Riccio, rel. Cacace)<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Le appellanti agiscono anzitutto per la declaratoria del diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla irreversibile trasformazione di fondi di loro proprietà, occupati sine titulo dal Comune di Bari ai fini della esecuzione di lavori di viabilità primaria Asse Nord Sud dal Porto alla Tangenziale.
Il T.A.R. ha dichiarato, con la sentenza di primo grado, l’intervenuta prescrizione del diritto al risarcimento del danno fatto valere.
Va anzitutto, valutata, l’incidenza di alcuni fatti successivi alla sentenza di primo grado sul diritto azionato, al fine, in particolare, della verifica della loro idoneità a provocare la cessazione della materia del contendere.
Orbene, l’intervenuta proposta, da parte del Comune di Bari, di una “cessione volontaria per accessione invertita” dei fondi anzidetti, con contestuale offerta di una “indennità di espropriazione, di occupazioni e interessi a titolo omnicomprensivo … per l’occupazione acquisitiva dei suoli”, nonché la successiva incondizionata accettazione, da parte delle appellanti, di tale corrispettivo, con contestuale rinunzia “ad ogni e qualsiasi ricorso o impugnativa avverso gli atti inerenti la procedura per accessione invertita rinveniente da occupazione acquisitiva circa la realizzazione dell’opera in oggetto”, non essendo state seguite dall’effettivo soddisfo delle odierne appellanti, mediante il pagamento di quanto offerto e accettato né dalla stipula di un atto transitivo e consacrante l’intervenuto accordo, non appaiono tali da soddisfare integralmente il diritto azionato; sì che deve ritenersi la persistenza dell’interesse alla decisione nel mérito della causa de qua.
Venendo appunto a tale mérito, con i primi tre profili dell’unico motivo di ricorso in appello, si contesta la valutazione compiuta dal T.A.R. circa l’intervenuta prescrizione.
E’ noto, pacifico e condivisibile l’orientamento giurisprudenziale, affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui la realizzazione di un’opera pubblica su un’area di proprietà privata, in mancanza di provvedimento autorizzativo della sua occupazione ovvero ad avvenuto decorso dei termini di occupazione legittima, determina l’acquisto originario della proprietà da parte della P.A.; e che la posizione del proprietario inciso viene in tal caso a qualificarsi come diritto al risarcimento del danno per la perdita del bene (il principio è stato enunciato da Cass., Sez. Un., 26 febbraio 1983, n. 1464).
Il termine per l’esercizio di tale diritto è quello fissato dall’art. 2947 cod. civ., sulla base della qualificazione del comportamento della P.A. come illecito aquiliano (v. Cass., sez. un., 25 novembre 1992, n. 12546).
Da tali illiceità scaturiscono, da un lato, la scelta dell’ordinamento di non equiparare, per sanatoria, la fattispecie della occupazione appropriativa a quella della espropriazione per pubblica utilità e, dall’altro, la configurazione del ristòro del privato come risarcimento del danno (e non come indennità), con conseguente prescrizione del relativo diritto in cinque anni.
Per quanto concerne la decorrenza del termine prescrizionale dell’azione risarcitòria, la prescrizione decorre sempre dalla scadenza del periodo di occupazione legittima.
Occorre, tuttavia, distinguere; nel caso in cui l’opera venga realizzata nel periodo di occupazione legittima, si deve attendere, per l’inizio della prescrizione, la scadenza del termine di occupazione d’urgenza, perché è solo in questo momento (laddove non sia stato nel frattempo emanato un decreto di espropriazione) che si consuma l’illecito, fonte del diritto al risarcimento del danno.
In ipotesi, invece, di occupazione illegittima per totale mancanza di provvedimento autorizzativo o per decorso dei termini del precedente provvedimento, è la radicale trasformazione del fondo che, determinando la perdita della proprietà del bene da parte del privato, costituisce illecito istantaneo ad effetti permanenti; tale illecito abilita il privato stesso a richiedere, nel termine prescrizionale di cinque anni dalla data della trasformazione, il risarcimento del danno.
Da ultimo, occorre ricordare che, in questa pacifica ricostruzione del fenomeno della occupazione acquisitiva, l’eventuale provvedimento di espropriazione, intervenuto successivamente alla estinzione del diritto di proprietà per irreversibile trasformazione del fondo, deve considerarsi privo di ogni rilevanza, sia ai fini dell’assetto proprietario, sia ai fini della responsabilità da illecito (cfr. Cass.: sez. I, 8 giugno 1979, n. 3243; sez. un., 16 febbraio 1983, n. 1464).
Dunque, a proposito del momento consumativo dell’illecito:
1. durante il periodo di occupazione legittima, l’illecito si consuma allo scadere del provvedimento di occupazione d’urgenza (cfr. Cass., sez. I: 29 novembre 1993, n. 11796; 22 febbraio 1994, n. 1725; 22 luglio 1994, n. 6825; 18 ottobre 1994, 8495; 20 ottobre 1994, n. 8567);
2. dopo la scadenza del periodo di occupazione legittima, l’illecito si consuma nel momento in cui si realizza la radicale trasformazione del fondo occupato (cfr. Cass., sez. I, 12 aprile 1994, n. 3403);
3. in caso di occupazione illegittima ab initio, l’illecito si consuma nel momento della irreversibile trasformazione del fondo (cfr. Cass., sez. I, 29 aprile 1994, n. 4174).
Orbene, nel caso in esame si verte nell’ipotesi sub b).
Se, invero, condizione della realizzazione della cosiddetta “occupazione acquisitiva” è il fatto che sia stata posta in essere la radicale trasformazione del terreno con l’irreversibile sua destinazione alla realizzazione dell’opera pubblica, tale condizione, che determina la impossibilità di restituzione del terreno, con la conseguente perdita della proprietà dello stesso da parte del privato e la ulteriore conseguente acquisizione della relativa proprietà da parte dell’Amministrazione, deve dirsi realizzata, nella fattispecie che ne occupa, nel luglio 1993, con la scomparsa definitiva dei caratteri originarii del terreno (che ha reso questo un quid novi, insuscettibile di utilizzazione quale terreno da parte delle proprietarie), individuata in primo grado dal C.T.U. appunto in tale data.
Detta trasformazione non viene, d’altra parte, ricondotta dalle ricorrenti, in sede di appello, ad un preciso periodo successivo; anzi le stesse, in sede di ricorso originario, avevano sottolineato che “subito dopo l’occupazione, avvenuta in data 21.06.1990, l’immobile è stato sottoposto ad irreversibile trasformazione, con asportazione del terreno vegetale e con realizzazione di una massicciata stradale …”.
Anche alla luce di tale dichiarazione, la data di materiale trasformazione del terreno, come individuata dal C.T.U. e correttamente presa a riferimento dal Giudice di primo grado, in quanto non seriamente contraddetta in sede di appello, pare doversi acquisire come punto fermo del giudizio.
Tale momento di radicale trasformazione del bene costituisce, nel caso di specie, con l’estinzione del loro diritto di proprietà conseguente a tale illecito istantaneo (seppure ad effetti permanenti), il dies a quo della prescrizione del diritto al risarcimento del danno subito dai privati interessati; esso, infatti, si colloca fuori del periodo di occupazione legittima del bene, scaduto il 31 luglio 1992 (data di protrazione ultima dell’occupazione stessa in forza del decreto n. 44/90 del Sindaco di Bari).
Né a validamente prorogare il termine originariamente fissato può ritenersi utile la successiva deliberazione della Giunta Municipale n. 1570 in data 18 aprile 1992: e ciò non perché, come ha erroneamente ritenuto il Giudice di primo grado, trattasi di atto di cui le ricorrenti hanno contestato la legittimità, peraltro in via subordinata, in questo stesso giudizio (giacché, come rilevano esattamente le istanti, finché tale provvedimento non sia stato annullato dal Giudice amministrativo, permane piena la sua efficacia nell’ordinamento); bensì perché, con detta deliberazione, sono stati prorogati al 31 dicembre 1994 i soli termini di ultimazione dei lavori e delle espropriazioni e non quelli relativi all’occupazione d’urgenza (che costituisce sub-procedimento del tutto autonomo), sì che la proroga dei soli termini per i procedimenti espropriativi non può dirsi riguardare anche le occupazioni d’urgenza finalizzate all’esproprio.
La circostanza, dunque, che, al luglio 1993, i termini per il compimento delle procedure espropriative non fossero ancora scaduti (perché prorogati con la citata deliberazione n. 1570/92) non impedisce di configurare l’occupazione de qua come illegittima a tale data, essendo scaduto il termine per essa previsto (31 luglio 1992) senza che fossero intervenute tempestive proroghe della stessa (cfr. Cass. Civ., sez. I, 27 novembre 1999, n. 13260).
Essendo, in conclusione sul punto, nel mese di luglio 1993 già da tempo spirato il termine di occupazione legittima, è da tale data (alla quale, come s’è visto, si può ricondurre la irreversibile trasformazione del fondo) che i privati interessati potevano esperire l’azione volta ad ottenere il pagamento di una somma di denaro corrispondente al valore del fondo perduto a séguito di occupazione illegittima e di irreversibile trasformazione di esso in opera pubblica, sì che il termine quinquennale di prescrizione previsto dall’art. 2947, comma 1, cod. civ., è scaduto nel luglio 1998 e dunque fondata si appalesa l’eccezione di prescrizione sollevata in giudizio dai resistenti ed accolta in primo grado dal T.A.R.
Né tale prescrizione può ritenersi interrotta, come sostengono le appellanti, per il fatto che “dalla data in cui il diritto delle ricorrenti si sarebbe prescritto … sono stati posti in essere la maggior parte degli atti della procedura espropriativi impugnati col presente ricorso, o quanto meno quelli a partire dalla delibera di C.C. n. 252 del 21/12/1994” (pag. 21 app.).
La controeccezione è infondata.
Infatti, anche a voler seguire l’orientamento, richiamato dalle appellanti, secondo cui l’offerta, o il deposito, o la liquidazione, da parte dell’ente occupante, dell’indennità di espropriazione, implica il riconoscimento del debito risarcitorio e produce, quindi, rispetto a questo, l’effetto interruttivo di cui all’art. 2944 cod. civ. (v. Cass. Civ., sez. Un., 21 luglio 1999, n. 485), occorre sottolineare come il riconoscimento del credito risarcitorio dei proprietarii dei terreni occupati postuli atti concretamente riferibili al diritto di quei proprietarii di ottenere un ristoro patrimoniale, sia pure sull’erronea premessa della sua natura indennitaria: atti che possono individuarsi non in qualsiasi atto del procedimento espropriativo (quali, nel caso all’esame, la riapprovazione del progetto in variante al P.R.G., l’approvazione della variante medesima da parte della Regione e, infine, il rinnovo della dichiarazione di pubblica utilità e di nuova fissazione dei termini di fine lavori) comunque proseguito, ma solo in quegli atti che rivelino nella P.A. (da cui promanano) la consapevolezza di essere obbligata a versare un corrispettivo a fronte della apprensione del bene e dunque a ristorare in qualche modo il privato per la perdita subita.
Tale natura, a parere del Collegio, può riconoscersi, all’interno del procedimento espropriativo, solo all’offerta dell’indennità provvisoria, al deposito di quella definitiva, alla rinuncia ad eccepire la prescrizione del diritto alla indennità di espropriazione; e, fuori da quel procedimento, alle trattative per una soluzione transattiva della controversia inerente alla vicenda ablativa, ovvero ad una precedente richiesta di risarcimento del danno basata sulla carenza di potere della P.A.
Su nessuno di tali atti o dichiarazioni fondandosi la controeccezione di interruzione della prescrizione del loro credito, fatta valere in secondo grado dalle appellanti, la stessa deve respingersi.
Così come deve respingersi l’ulteriore controeccezione, che configura come atto interruttivo della prescrizione (ex art. 2944 cod. civ.) il riconoscimento del diritto risarcitorio effettuato in corso di causa dal Comune di Bari con la delibera di G.M. 13 dicembre 2000, n. 1623, sfociata poi nella successiva proposta, da parte del Comune stesso, di una “cessione volontaria per accessione invertita” dei fondi anzidetti, con contestuale offerta di una “indennità di espropriazione, di occupazioni e interessi”, di cui s’è detto sopra.
Orbene, si può prescindere dall’accertamento della effettiva sussistenza, in detti atti, della natura di riconoscimento (atto in cui, com’è noto, debbono essere, per definizione ed in funzione degli effetti che ad esso la norma riconnette, i requisiti della volontarietà, della consapevolezza, della inequivocità e della esternazione o recettizietà: v. Cass. Civ., sez. I, 16 giugno 2000, n. 8248), da parte del Comune, del diritto delle odierne appellanti; e ciò perché l’interruzione della prescrizione, cui tale riconoscimento dovrebbe essere utile secondo le prospettazioni delle eccipienti, presuppone che la prescrizione non sia ancora compiuta, mentre, come s’è visto, già alla data del primo di tali atti (dicembre 2000) il termine di prescrizione era ampiamente decorso (luglio 1998), né efficacia interruttiva può attribuirsi peraltro agli atti del procedimento conclusosi con l’adozione, da parte dell’Amministrazione, delle citate determinazioni portate a conoscenza delle stesse, non potendo la ricognizione interruttiva essere ricollegata ad atti interni, che, seppur in grado di assumere la specificità necessaria ad integrare la manifestazione di consapevolezza idonea alla ricognizione del singolo debito, sono comunque privi della esteriorizzazione implicante la manifestazione di consapevolezza (v. Cass. Civ., n. 8248/2000, cit.).
Né, infine, questo Giudice può spingersi a valutare d’ufficio se i citati atti possano configurarsi come atti di rinuncia tacita alla prescrizione maturata (ex art. 2937, comma 3, cod. civ.), giacché, in mancanza di deduzione e prova in tal senso ad opera della parte che può far valere le conseguenze giuridiche a sé favorevoli di tale “fatto”, vale il principio generale secondo cui il Giudice non può ricercare d’ufficio i fatti costitutivi di un’eccezione riservata alle parti, né può assumere d’ufficio tali fatti nella decisione, se non vi sia una specifica deduzione in tal senso (v. Cass., 23 febbraio 2000, n. 2063).
In conclusione deve confermarsi, con la parzialmente diversa motivazione di cui sopra, la gravata sentenza del T.A.R., di reiezione della domanda di risarcimento danni per intervenuta prescrizione.
Va pure confermata la statuizione di improcedibilità per carenza di interesse, contenuta nella sentenza de qua quanto alla subordinata azione impugnatoria.
Le stesse istanti, invero, limitano esplicitamente il relativo loro interesse alla proposizione di un’azione risarcitoria, cui sarebbe, nota il Collegio, d’ostacolo, con tutta evidenza, la preclusione processuale (basata sul principio del ne bis in idem) derivante dalla già avvenuta proposizione (e reiezione) della stessa azione nella presente sede giudiziaria.
Tale palese carenza di interesse alla decisione sul punto consente, altresì, di prescindere dalla questione della tardività o meno delle proposte impugnazioni.
L’appello va, in definitiva, respinto, dovendosi confermare l’impugnata sentenza T.A.R., seppure con la diversa, veduta, motivazione.
Quid Romae faciam? Mentiri nescio (Decimo Giunio Giovenale)