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Timestamp: 2018-12-15 23:20:33+00:00
Document Index: 59311323

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art.6', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 5', 'art.6', 'art. 5', 'art. 5']

Deconflict » SULLA CONDIZIONE DI PROCEDIBILITA’ DELLA DOMANDA GIUDIZIALE IN CASO DI #MEDIAZIONE EX LEGE OVVERO EX OFFICIO IUDICIS
La “nuova mediazione” introdotta con la legge 98/2013 prevede, come noto, l’innovazione del “primo incontro”, al quale possono eventualmente seguirne altri, definiti dalla norma “incontri successivi” fino al termine della procedura (rectius: procedimento), cui le parti devono sempre partecipare con l’assistenza dell’avvocato.
Quando la materia controversa portata in mediazione rientra nella previsione dell’art. 5, comma 1-bis, “l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale”. Tale condizione, pertanto, è chiaramente “preprocessuale”, e si presenta come “filtro all’azione”.
Inoltre, a mente del successivo comma 2, sempre dell’ art. 5, il giudice, anche in grado di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, “può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione. Pure in tal caso, l’ “esperimento” è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, anche in sede di appello”.
Ovviamente, in questa ipotesi, la condizione di procedibilità della domanda (rectius: di proseguibilità dell’ azione nel processo) non ha fisionomia “preprocessuale” e pertanto, non configurandosi come “filtro all’azione”, assume una connotazione eventualmente deflattiva ex post, ossia come tentativo di chiusura anticipata stragiudiziale del processo già in atto.
Il comma 2-bis dell’art. 5 prescrive che “quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”.
Tale disposizione vale quindi tanto per la mediazione su istanza di parte o delle parti, nelle materie di cui al precedente comma 1-bis dello stesso articolo (la c.d. “mediazione obbligatoria ratione materiae”) quanto per tutte le mediazioni demandate dal giudice. senza limitazione alcuna di materia, sia in primo che in secondo grado, purchè non dopo la conclusione della fase istruttoria, a mente del comma 2 dello stesso articolo.
L’ infelice formulazione normativa, in punto di avveramento della condizione di procedibilità, ha dato luogo a due interpretazioni opposte, per cui una di esse è necessariamente errata. Scopo di questa nota è quello di domandarci quale delle due sia quella giusta, alla luce dei canoni ermeneutici dettati per l’interpretazione delle leggi.
I suddetti canoni sono: l’interpretazione letterale, quella logica e quella sistemica. Innanzitutto si deve leggere l’italiano per quello che significano le parole nel loro contesto etimologico e grammaticale, in secondo luogo occorre che l’interpretazione data sia coerente con i principi della logica, ossia che non contrastino con la ragione (e anche con la ragionevolezza), ed infine che essa appaia coerente con tutto l’impianto normativo nel suo complesso, oltre che con l’intenzione del legislatore. In fondo, i canoni dell’interpretazione delle leggi sono gli stessi, mutatis mutandis, dei canoni dettati per l’interpretazione dei contratti.
Condizione di procedibilità della domanda è, come si è detto, “l’esperimento del procedimento di mediazione”. “Esperimento” nel vocabolario della lingua italiana Devoto – Oli, I vol., pag. 957, per quel che ci riguarda, ha il significato di “tentativo, prova, messa in opera” e porta come esempio “l’esperimento delle vie legali”.
Quanto alla durata dell’esperimento/procedimento, la legge prescrive che questa non può eccedere i tre mesi (art.6 d. lgs.28/10) che decorrono dalla data di deposito della domanda, ovvero dalla scadenza di quello disposto dal giudice per il deposito della domanda stessa. In ogni caso, l’esperimento del procedimento, a rigor di logica, deve avere una sua “durata”, che può andare da un minimo spazio temporale (il primo incontro), fino ad un massimo (appunto i tre mesi come sopra calcolati), ma sempre una “durata” deve avere, per poter essere considerato “esperimento”. Non è possibile dunque che la durata dell’esperimento sia “nulla”.
Il primo incontro, sempre secondo la legge, è chiaramente composto di due parti: la prima, preliminare al procedimento di mediazione vero e proprio, è meramente informativa, mentre la seconda, eventuale, dà inizio al procedimento di mediazione, che dunque deve partire nello stesso primo incontro, e non al di fuori e dopo di esso.
La fase prodromica è svolta unicamente dal mediatore, senza alcun intervento delle parti, ed in essa costui “chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione”, in modo che le stesse possano esprimere, per iscritto, il consenso informato.
La legge è chiara su questo punto: il mediatore chiarisce alle parti, e non ai loro avvocati, cosa sono venute a fare recandosi davanti al mediatore. Pertanto se le parti non fossero presenti, ma solo rappresentate, questa fase a ben vedere non potrebbe aver luogo.
Alla fine dell’informativa, il mediatore invita le parti ed i loro avvocati (che quindi adesso possono prendere la parola) ad esprimersi circa la possibilità “di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento”.
Vedremo meglio, più avanti, che l’ipotesi “nel caso positivo” ha una valenza limitata alle sole mediazioni non obbligatorie. Preliminarmente, occorre stabilire chiaramente il significato e la valenza della presunzione contenuta nella disciplina di cui al già citato comma 2-bis dell’art. 5: “la condizione si considera avverata se il primo incontro davanti al mediatore si conclude senza l’accordo”.
Parlando qui di “primo incontro”, non si può intendere quella parte di esso relativa alla fase informativa, bensì quella dedicata all’esperimento di mediazione. Infatti, come abbiamo visto, nella fase informativa le parti non prendono la parola, e quindi non ha senso parlare di “accordo”. Cosa vuol dire dunque “senza l’accordo”?
Gli interpreti si dividono specularmente tra coloro che ritengono avverata la condizione semplicemente con l’espressione della volontà di non voler proseguire con la mediazione (espressione che normalmente è posta in essere dalla parte chiamata, ma potrebbe anche essere provenire dall’altra o da entrambe, poco importa), e coloro per i quali, visto che la condizione preprocessuale è “l’esperimento” (ossia, come dice il vocabolario della lingua italiana, il tentativo, la prova effettiva), la locuzione “senza l’accordo” non può che riferirsi al mancato accordo di conciliare la controversia, e non semplicemente al mancato accordo di iniziare l’esperimento.
Poiché la legge parla di esperimento come condizione, non può dire che la condizione si verifica anche quando l’esperimento non sia nemmeno iniziato, per la contraddizione che non lo consente.
Prevenire l’eventuale giudizio, e quindi cercare di deflazionare il carico giudiziario ex ante, ovvero uscire dal giudizio già incardinato, e quindi cercare di deflazionare il carico giudiziario ex post, implica chiaramente la possibilità concreta per le parti di dialogare tra loro in merito alla materia controversa, al fine di poter sottrarre la soluzione della stessa al magistrato e trovarla per conto proprio in virtù di un accordo conciliativo.
L’elemento chiave per la soluzione del problema ermeneutico che ci occupa è quindi la valenza che si deve dare alla locuzione “senza l’accordo”. Se si tratti di accordo per andare in mediazione, come vorrebbero i tanti che premono per semplificare al massimo le cose, ed andare il prima possibile dal giudice, o di accordo non riuscito, e quindi di chiusura negativa dell’esperimento, come vogliono i pochi (tra cui però molti magistrati) che ritengono l’esperimento di mediazione una cosa seria, è argomento di dibattito, ma non può restare tale a lungo, e deve essere risolto il prima possibile, al fine di rendere effettivo e non puramente dilatorio il procedimento di mediazione.
A tal fine, occorre soffermarsi sul reale significato della disposizione che inserisce il verificarsi della presunzione di accertamento della condizione di procedibilità all’esito del “primo incontro” e non, per esempio, ad un momento successivo, in un secondo o terzo incontro, nel quale l’accordo conciliativo non venga raggiunto. Coloro che interpretano la norma in questione validando la verifica della condizione con la semplice mancata volontà di iniziare l’esperimento di mediazione, si appoggiano evidentemente anche sulla lettera della legge, che inserisce temporalmente il mancato accordo nel contesto del primo incontro, e non oltre, finendo per sostenere pertanto l’insostenibile, ossia che l’esperimento si considera tentato anche quando non sia nemmeno cominciato.
Va pertanto ricercata una spiegazione logica (e coerente con il sistema) della frase “se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”. Occorre domandarsi perché il legislatore abbia voluto “fermare il cronometro” sul primo incontro, e non abbia invece detto che la condizione è accertata se le parti non si accordino durante l’esperimento, e quindi anche dopo il primo incontro.
Non può che esserci una spiegazione logica, e coerente con il sistema, visto che la condizione non riguarda solamente una fase preprocessuale, ma anche quella endoprocessuale, nel caso di mediazione demandata dal giudice.
L’unica spiegazione logica possibile appare dunque essere quella che ha spinto il legislatore a considerare verificata la condizione se, all’esito del primo incontro, protratto nella sua seconda fase, e quindi entrato nel vivo dell’esperimento di mediazione, le parti non raggiungano l’accordo, nel senso che dichiarino al mediatore di non voler proseguire con l’esperimento, avendo maturato la convinzione che non vi sia possibilità di concludere positivamente il negoziato.
In questo senso “senza l’accordo all’esito del primo incontro” ha una valenza sicuramente coerente con il sistema, in quanto non solo l’esperimento di mediazione ha comunque avuto inizio, come è logico che sia, ma le parti non considerano utile proseguirlo, avendo verificato in concreto, soppesando il pro ed il contro, non esservi le condizioni per negoziare con speranza di successo.
In una notevole percentuale di casi, le parti rinunciano ad iniziare l’esperimento di mediazione, in quanto il decidere di farlo comporta necessariamente l’esborso dell’indennità di mediazione, che viene da molti percepita come una spesa aggiuntiva inutile, se poi il tentativo non riesce e quindi comunque bisogna ricorrere al giudice. Tale ragionamento, ovviamente errato sotto il profilo della convenienza a mediare, raggiungendo un risultato utile non solo ad evitare il processo ordinario di cognizione, con tutte le spese e soprattutto le diseconomie ad esso connesso, ma anche e soprattutto a raggiungere un migliore rapporto tra le parti, porterebbe ad un sostanziale fallimento dell’istituto della mediazione.
Peraltro il legislatore, avendo inteso introdurre nell’ordinamento la mediazione come strumento utile per la risoluzione amichevole delle controversie, oltre che come strumento deflattivo del carico processuale, sulla scorta di quanto stabilito dalla normativa europea, non può aver voluto questo.
Stabilendo la necessità di pagare l’indennità di mediazione ove le parti intendano iniziare l’esperimento, ed al tempo stesso disponendo che la condizione di procedibilità dell’azione si considera verificata anche senza che l’esperimento venga iniziato, si otterrebbero due risultati negativi: 1) si vanificherebbe l’istituto della mediazione, rendendolo un passaggio meramente formale e quindi inutile, visto che le parti comunque debbono partecipare al primo incontro informativo, ma poi non sono tenute a tentare l’esperimento, riducendo la spesa di questa formalità ai soli diritti di segreteria; 2) si renderebbe difficile la sopravvivenza degli organismi di mediazione e dei mediatori, i quali verrebbero privati di quel minimo di emolumento, rappresentato dalle indennità di mediazione.
Non può essere questo lo scopo di una legge che, come si è detto, è nata per aderire allo spirito delle norme comunitarie in tema di mediazione civile e commerciale, ma anche in tema di tutela dei consumatori attraverso l’impiego della mediazione ed infine per garantire il rispetto dei termini di pagamento, non ricorrendo a strumenti inutilmente dilatori quali, tra gli altri, il ricorso abusivo e meramente dilatorio alla giustizia, ma anzi adottando, ove possibile, le soluzioni alternative alla lite, tra cui la mediazione.
Di ciò se ne sono accorti non pochi magistrati, proprio in funzione dello strumento deflattivo ex post, che è appunto -come si è detto- la mediazione delegata dal giudice.
Esaminiamo in particolare cosa abbia recentemente statuito in merito il Tribunale di Palermo, rifacendosi espressamente ad una presa di posizione piuttosto ferma assunta in proposito da parte del Tribunale di Firenze.
Il giudice palermitano dott. Michele Ruvolo, della prima sezione civile di quella curia, in una sua ordinanza del luglio 2014, ha consegnato alle parti una proposta di conciliazione, determinando ora per allora che, ove le parti non dovessero accogliere la proposta stessa, egli disporrà la mediazione ex officio iudicis quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, che si riterrà formata soltanto se nel primo incontro il tentativo di mediazione sia stato effettuato dalle parti in modo effettivo. Nel licenziare il provvedimento, egli ha svolto un lungo ed articolato ragionamento per giustificare la sua interpretazione circa l’accertamento della condizione, appunto identificata nell’effettività dell’esperimento.
Tutto il suo ragionamento ricalca quello di un’ordinanza del Tribunale di Firenze del 19.03.2014, secondo cui la condizione di procedibilità della domanda giudiziale necessita di una duplice verifica: 1) la presenza delle parti al primo incontro; 2) che le stesse parti nello stesso primo incontro effettuino un tentativo di mediazione vero e proprio.
E’ d’uopo infatti ribadire che la mancata presenza delle parti al primo incontro renderebbe vano l’esperimento, essendo queste le sole titolari degli interessi sottesi alla controversia, interessi che non possono essere delegati ai difensori, come invece avviene, a ragione, per la difesa tecnica dei diritti nell’ambito processuale. Sono quindi solo le parti, all’esito di una compiuta informazione (prima ricevuta dal proprio avvocato, e poi perfezionata dal mediatore in sede di fase preliminare del primo incontro), a poter stabilire con cognizione di causa se sia più conveniente per loro proseguire con l’esperimento oppure fermarsi e nemmeno tentarlo.
Qualora la materia controversa non sia ricompresa tra quelle indicate nell’art. 5 comma 1 bis, e quindi la mediazione su impulso di parte non sia condizione di procedibilità della domanda giudiziale, ben possono le parti, dopo l’informativa preliminare, rinunciare all’esperimento, in quanto ciò non è posto come un obbligo di legge ai fini della procedibilità della domanda.
Questo è chiaro per tutti gli esperti di mediazione in tutti i paesi del mondo, laddove la mediazione non sia obbligatoria ai fini processuali. La direttiva europea del 2008 chiaramente stabilisce che, in linea generale le parti, così come sono libere di andare in mediazione, altrettanto devono essere libere di poterne uscire senza conseguenza alcuna, e comunque senza danni sotto il profilo della prescrizione o della decadenza.
Laddove invece la mediazione (l’esperimento di mediazione) sia condizione di procedibilità della domanda, è evidente che non si può applicare alle parti la stessa libertà incondizionata fino al punto estremo di non tentare nemmeno l’esperimento, sotto pena di rendere un obbligo processuale (come tale attinente al diritto pubblico e pertanto non negoziabile) una mera facoltà, contraddicendo quindi il dettato normativo.
Inoltre, il consentire ad una parte di impedire all’altra di accedere all’esperimento, laddove appunto questo accesso sia obbligatorio, costituirebbe il volerle riconoscere un diritto potestativo non solo impeditivo dell’altrui libertà di tentare la mediazione, ma anche addirittura di impedirle di applicare la legge in un ambito in cui essa, attenendo al processo, è sicuramente non negoziabile.
Allora è chiarissimo che la frase “se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo” non può che voler dire senza l’accordo conciliativo.
Non deve però affatto sorprendere che il verificarsi della condizione sia fissato nell’ambito negoziale del primo incontro, e non in un incontro successivo: tale previsione è infatti chiaramente un minimo temporale. Se le parti già al primo incontro, si ripete nella fase negoziale dell’esperimento, si rendono conto che non vi siano ragioni tali da prospettare la possibilità di conciliarsi, ben possono arrestare il cronometro della mediazione ed uscirne, avendo ottemperato all’obbligo di legge.
In questo senso, il legislatore giustamente non prescrive una sorta di “accanimento mediativo”, obbligando le parti ad utilizzare pienamente i tre mesi di tempo concessi dalla legge, e quindi a riunirsi più volte inutilmente, se non ne ravvisino un motivo valido per farlo.
Vero si è peraltro che la condizione preprocessuale è perfettamente verificata anche se il mancato accordo avvenga in uno degli incontri successivi, ossia dopo aver esplorato tutte le ipotesi possibili di mediazione. Sarebbe infatti il colmo se, per poter andare in giudizio a difendere i propri diritti, non si potesse usufruire liberamente e coscienziosamente del tempo concesso dalla norma per poter conciliare una controversia in mediazione, fino al termine massimo dei tre mesi.
Ciò è talmente chiaro, e non può essere contestato, visto che nel lungo comma 1-bis dell’art. 5 del d. lgs. 28 si legge testualmente “Il giudice, ove rilevi che la mediazione è già iniziata, ma non si è conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art. 6”. Quindi la condizione preprocessuale continua a restare sospesa finchè non scada inutilmente detto termine, ovvero se il mancato accordo venga certificato in un verbale anche prima della scadenza de qua, ma certamente dopo il primo incontro.
Parimenti, nel successivo comma 2 dello stesso art. 5, ossia per il caso di mediazione delegata dal giudice, e quindi sotto condizione di procedibilità (meglio: proseguibilità) della domanda, il giudice nel mandare con ordinanza le parti in mediazione fissa una successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’art.6, proprio per conferire alle parti il massimo delle opportunità di riuscire a conciliarsi, massimo previsto appunto dalle legge nell’arco temporale dei tre mesi dal deposito della domanda o del termine a quo concesso dal giudice per adire l’organismo di mediazione.
Per concludere, il sistema appare coerente, solo ove si accolga l’interpretazione logica offerta dal tribunale di Firenze e fatta propria da quella di Palermo mentre, ad esempio, il Tribunale di Milano appare propenso a ritenere come sufficiente la manifestazione della volontà di non mediare espressa all’esito della fase informativa del primo incontro.
Invero, mentre la prima interpretazione conferisce la massima tutela possibile tanto all’interesse pubblico che a quello privato, nel senso che vadano in giudizio solo quelle controversie che le parti non siano riuscite a mediare, pur essendo soggette ad un tentativo obbligatorio es lege (art. 5 comma 1.bis) ovvero es officio iudicis (art. 5 comma 2), tale tutela non viene affatto riconosciuta adottando la seconda interpretazione la quale, in ultima analisi, vanificando l’istituto della mediazione conciliativa, contrasta con il diritto comunitario, che predilige l’impiego effettivo delle ADR, e della mediazione delle controversie, al fine di rendere più facile l’accesso alla giustizia per il miglior funzionamento del mercato unico, e si colloca pertanto inevitabilmente contra legem.
Avv. Ferdinando CARBONE – Socio Fondatore Deconflict