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Timestamp: 2020-02-28 09:01:22+00:00
Document Index: 62800983

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 416', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 615', 'art. 54', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ']

Le fattispecie previste nell’art. 12, comma 3, d.lgs. n. 286 del 1998 configurano circostanze aggravanti del reato di pericolo di cui al comma 1 del medesimo articolo. - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezioni unite penali, Sentenza 24 settembre 2018, n.40982.
Sentenza 24 settembre 2018, n.40982
Alcune delle ipotesi elencate dal terzo comma non contemplano tale ingresso e anche quella di cui all’art. 12, comma 3, lett. a) T.U. imm. si riferisce ai ‘fatti’ descritti nella prima parte del comma e, quindi, anche al compimento di ‘atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato’.
Un primo orientamento considera l’art. 12, comma 3, T.U. imm. una aggravante ‘per aggiunta’ rispetto alla fattispecie del primo comma sulla base del criterio strutturale adottato da diverse pronunce delle Sezioni Unite: tra i due commi non mutano gli elementi strutturali essenziali della condotta, ma il fatto-base viene integrato nel terzo comma mediante inserimento di dati specializzanti.
‘- se in tema di disciplina dell’immigrazione, le fattispecie disciplinate dall’art. 12, comma 3, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 costituiscano circostanze aggravanti del delitto di cui all’art. 12, comma 1, del medesimo decreto legislativo ovvero figure autonome di reato; se, in quest’ultimo caso, tali figure integrino un reato di pericolo ovvero a consumazione anticipata, che si perfeziona per il solo fatto di compiere atti diretti a procurare l’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato, in violazione della disciplina di settore, non richiedendo l’effettivo ingresso illegale dell’immigrato in detto territorio’.
Tuttavia, la questione non può essere elusa dalla Corte nella presente decisione, sia perché si verte in punto di qualificazione giuridica della condotta, che il Giudice di legittimità deve sempre affrontare ex officio, sia perché le sentenze di legittimità che hanno dato luogo al contrasto risolvono – più o meno esplicitamente – anche tale tematica che, inevitabilmente, concorre ad individuare la soluzione adottata.
Il testo originario dell’art. 10 legge 6 marzo 1998, n. 40, trasfuso nell’art. 12 del d. Igs. 25 luglio 1998, n. 286, puniva al primo comma ‘chiunque compia attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni della presente legge’ e, al terzo comma, contemplava alcune ipotesi sanzionate più severamente e cioè il fine di lucro, il concorso di tre o più persone, l’ingresso di cinque o più persone, l’utilizzazione di servizi di trasporto internazionale o di documenti contraffatti, la finalità di reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione, l’ingresso di minori da impiegare in attività illecite al fine di favorirne lo sfruttamento.
La legge 30 luglio 2002, n. 189, aveva apportato modifiche sia al primo che al terzo comma dell’art. 12 T.U. imm.: la condotta del primo comma veniva descritta come ‘atti diretti a procurare l’ingresso (…)’, con la sostituzione del verbo ‘favorire’ con ‘procurare’.
Il terzo comma assumeva una struttura analoga a quella attualmente vigente, con la riserva iniziale (‘Salvo che il fatto costituisca più grave reato’) e la ripetizione della condotta descritta al primo comma; il comma disponeva un aumento di pena per più ipotesi descritte separatamente: per il caso di dolo specifico di profitto, anche indiretto e, nella seconda parte, per il concorso di tre o più persone, l’utilizzo di servizi internazionali di trasporto o di documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente detenuti.
In sostanza, alcune ipotesi aggravate venivano separate dalle altre e quella relativa alla finalità di ‘lucro’ veniva specificata ed ampliata.
La rilevanza attribuita alla condotta connotata dal dolo specifico di profitto era ulteriormente accentuata dalla nuova riforma operata dal decreto legge 14 settembre 2004, n. 241, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 novembre 2004, n. 271, che aveva soppresso il secondo periodo del terzo comma, ‘trasferendo’ le fattispecie ivi previste (concorso di tre o più persone, utilizzo di servizi internazionali di trasporto o di documenti contraffatti o alterati o comunque illegalmente detenuti) in una separata lettera c-bis) del comma 3-bis: in definitiva, delimitando il contenuto del comma 3 alla sola ipotesi suddetta.
In particolare, si sottolineava la tecnica usata dal legislatore che, anziché rinviare per la descrizione del precetto al primo comma, aveva riformulato completamente la disposizione (indicando sia il precetto che la sanzione), così da confezionare, anche graficamente, una ipotesi di reato del tutto autonoma; ancora, si rimarcava la circostanza che i successivi commi 3-bis e 3-ter facevano distintamente riferimento alle ipotesi di reato rispettivamente previste dai commi 1 e 3 (il riferimento è al testo del comma 3-bis ulteriormente modificato dal d.l. n. 241 del 2004: ‘Le pene di cui ai commi 1 e 3 sono aumentate se (…)’, mentre il comma 3-ter si applicava ai ‘fatti di cui al comma 3’); si individuava, inoltre, la chiara ratio legis del legislatore della novella, che aveva voluto colpire in modo più severo i casi contrassegnati dal fine di lucro, connotati da maggiore gravità e pericolosità sociale, ed anche altamente riprovevoli alla coscienza collettiva, imponendo un livello sanzionatorio non riducibile per effetto delle attenuanti; ancora, si riteneva coerente con la natura di reato autonomo il divieto di bilanciamento di circostanze stabilito dal comma 3-quater solo per le aggravanti di cui ai commi 3-bis e 3-ter.
Il comma 3 contempla, ora, cinque diverse ipotesi (alcune delle quali già previste nelle precedenti versioni della norma) punite con la reclusione da cinque a quindici anni e con la multa di 15.000 Euro per ogni persona. Le condotte punite sono descritte unitariamente mediante la riproduzione letterale di quella contemplata dal primo comma e il loro elenco è introdotto con la locuzione ‘nel caso in cui: a) (…)’. È presente anche la riserva iniziale ‘Salvo che il fatto costituisca più grave reato (…)’.
Il comma 3-bis disegna un’aggravante ‘se i fatti di cui al comma 3 sono commessi ricorrendo due o più ipotesi di cui alle lettere a), b), c), d) ed e) del medesimo comma’, soggetta al divieto di bilanciamento stabilito dal comma 3-quater.
La Corte ritiene ‘infelice’ la tecnica normativa di riproporre la descrizione di una condotta ‘di base’ analoga a quella del primo comma, ma sostiene che la qualificazione come fattispecie autonoma e l’attribuzione al delitto della natura di reato di evento ‘consente il recupero di ragionevolezza sistematica (…) anche in chiave di interpretazione costituzionalmente orientata’.
La natura di fattispecie autonoma di reato della previsione dell’art. 12, comma 3, T.U. imm. è affermata anche da Sez. 1, n. 45734 del 31/03/2017, Bouslim, Rv. 271127, secondo cui, tuttavia, si tratta di un reato di pericolo o ‘a consumazione anticipata’, che si perfeziona per il solo fatto di compiere atti diretti a procurare l’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato in violazione della disciplina di settore, non richiedendo l’effettivo ingresso illegale dell’immigrato in detto territorio.
La riforma operata dalla legge n. 94 del 2009 non avrebbe radicalmente mutato la natura autonoma del reato che ‘anziché come in precedenza differenziarsi per il fine di profitto, adesso si caratterizza per la previsione di specifiche condotte’; la locuzione ‘nel caso in cui (…)’ avrebbe la funzione di prevedere ‘una gamma di situazioni che in precedenza configuravano circostanze aggravanti’. Non vi sarebbe, quindi, ‘una diversità di struttura tra l’ipotesi di immigrazione clandestina prevista dal primo comma della norma e quella introdotta nel terzo comma con la modifica attuata da ultimo con la legge 94 del 2009’.
Adottando come canone interpretativo il criterio strutturale, emerge la natura circostanziale della fattispecie del terzo comma rispetto a quella del primo comma: ‘Il profilo descrittivo della condotta, invero, replica esattamente l’ipotesi base, con una tecnica di normazione abbastanza insolita’; infatti, gli elementi strutturali, essenziali della condotta enucleata nel comma 1, non mutano ed il fatto-base ‘risulta integrato ‘per aggiunta’ esclusivamente attraverso l’inserimento dei dati specializzanti, elencati avvalendosi della tecnica di enumerazione letterale progressiva’.
Rispetto alla fattispecie base, quella del terzo comma, quindi, si pone ‘in rapporto di specialità per aggiunta con riferimento ai nuclei fattuali indicati che accentuano la lesività della condotta base, con conseguente previsione di un trattamento sanzionatorio di maggiore asprezza’: una ‘tecnica di incriminazione tipicamente selettiva degli elementi circostanziali (che) delimitando connotazioni accessorie del fatto (circum-stant) ne incrementano il disvalore o lo attenuano, a seconda della diversa natura (aggravante o attenuante)’.
Le ulteriori aggravanti di cui ai commi 3-bis e 3-ter non ostacolano l’interpretazione adottata, corrispondendo ad una tecnica già utilizzata, ad esempio, per l’art. 416-bis cod. pen.; i riferimenti ai ‘fatti di cui ai commi 1 e 3’ e ai ‘reati di cui al comma 3’ contenuti nella norma non sono considerati decisivi, avendo carattere meramente formale. Il divieto di bilanciamento tra le circostanze limitato alle sole circostanze di cui ai commi 3-bis e 3-ter non dimostra la natura autonoma della fattispecie del comma 3, ma corrisponde alla scelta del legislatore di attuare un trattamento di maggior rigore nei soli casi in concorrano congiuntamente più circostanze di tale comma o le ipotesi più previste dal comma 3-ter.
Si deve premettere che, come risulta con evidenza dagli artt. 61, 62 e 84 cod. pen., non esiste alcuna differenza ontologica tra elementi costitutivi, o essenziali, ed elementi circostanziali del reato: il legislatore, infatti, può rendere elementi costitutivi del reato ipotesi che, altrimenti, sarebbero considerate circostanze comuni ovvero considerare ‘fatti che costituirebbero, per se stessi, reato’ come ‘circostanze aggravanti di un solo reato’.
Ciò premesso, in mancanza di una manifestazione espressa della volontà del legislatore di introdurre, con l’art. 12, comma 3 T.U. imm., circostanze aggravanti o fattispecie autonome di reato (manifestazione che, invece, si rinviene per le ipotesi descritte nell’art. 12, commi 3-bis e 3-ter T.U. imm., che il successivo comma 3-quater qualifica esplicitamente come ‘aggravanti’), occorre ricavare tale volontà da indici significativi, elaborati da giurisprudenza e dottrina in mancanza di indicazioni normative sui criteri di distinzione.
Nel valutare la struttura della fattispecie penale di cui all’art. 640-bis cod. pen. con riferimento a quella di cui all’art. 640 cod. pen., Sez. U, n. 26351 del 26/06/2002, Fedi, Rv. 221663 rilevava che ‘nel caso dell’art. 640-bis la fattispecie è descritta attraverso il rinvio al fatto-reato previsto nell’art. 640, seppure con l’integrazione di un oggetto materiale specifico della condotta truffaldina e della disposizione patrimoniale (le erogazioni da parte dello Stato, delle Comunità Europee o di altri enti pubblici). Una siffatta struttura della norma incriminatrice indica la volontà di configurare soltanto una circostanza aggravante del delitto di truffa’ In effetti, ‘la descrizione della fattispecie (…) non immuta gli elementi essenziali del delitto di truffa, né quelli materiali né quelli psicologici, ma introduce soltanto un oggetto materiale specifico tradizionalmente qualificato come accidentale e cioè circostanziale – laddove prevede che la condotta truffaldina dell’agente e la disposizione patrimoniale dell’ente pubblico riguardino contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo. Tra reato-base e reato circostanziato intercorre quindi un rapporto di specialità unilaterale, per specificazione o per aggiunta, nel senso che il secondo include tutti gli elementi essenziali del primo con la specificazione o l’aggiunta di elementi circostanziali’.
Si affermava che ‘circostanze del reato sono quegli elementi che, non richiesti per l’esistenza del reato stesso, laddove sussistono incidono sulla sua maggiore o minore gravità, così comportando modifiche quantitative o qualitative all’entità della pena: trattasi di elementi che si pongono in rapporto di species a genus (e non come fatti giuridici modificativi) con i corrispondenti elementi della fattispecie semplice in modo da costituirne, come evidenziato da autorevole dottrina, una specificazione, un particolare modo d’essere, una variante di intensità di corrispondenti elementi generali’; richiamando S.U., Fedi, si rilevava che ‘nei casi previsti dall’art. 615-ter, comma secondo, n. 1, cod. pen. non vi è immutazione degli elementi essenziali delle condotte illecite descritte dal primo comma, in quanto il riferimento è pur sempre a quei fatti-reato, i quali vengono soltanto integrati da qualità peculiari dei soggetti attivi delle condotte, con specificazioni meramente dipendenti dalle fattispecie di base’.
Il riferimento distinto ai ‘fatti di cui ai commi 1 e 3’ contenuto nel comma 3-ter non dimostra la natura di fattispecie autonoma dei due commi, ben potendo applicarsi ai fatti di cui al primo comma così come aggravati ai sensi del terzo comma.
Non vi è dubbio che – come si è anticipato – a sostegno della natura di fattispecie autonoma della previsione erano stati addotti argomenti ancora utilizzabili rispetto alla norma attualmente vigente: la tecnica legislativa, con la riformulazione completa della disposizione del primo comma, i riferimenti distinti ai due commi presenti in quelli successivi, il divieto di bilanciamento delle circostanze previsto solo per le aggravanti di cui ai commi successivi; tuttavia l’interpretazione allora adottata faceva leva soprattutto sulla chiara volontà del legislatore di colpire più severamente le condotte connotate dal fine di profitto in conseguenza di un ‘salto di qualità’ rispetto alle ipotesi di favoreggiamento disinteressato dell’immigrazione clandestina.
In sostanza, venivano individuati due fenomeni differenti, privi di punti di contatto, tanto che non appariva casuale la collocazione, subito dopo il primo comma, della previsione (ancora vigente) secondo cui ‘Fermo restando quanto previsto dall’art. 54 del codice penale, non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato’: norma che come sembra evidente – non coinvolge in alcun modo le condotte di favoreggiamento professionale o comunque per profitto dell’immigrazione clandestina.
Si deve premettere che l’interpretazione del delitto di cui all’art. 12, comma 1 T.U. imm. come reato di pericolo è pacifica ed è stata affermata costantemente dalla giurisprudenza di legittimità sia prima che dopo la riforma operata dalla legge n. 94 del 2009: già Sez. 1, n. 4586 del 23/06/2000, Habibi, Rv. 217165, osservava che, poiché il reato consiste nel porre in essere una qualsivoglia ‘attività diretta a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato’ in violazione delle disposizioni contenute nel Testo Unico, per il suo perfezionamento non è richiesto che l’ingresso illegale sia effettivamente avvenuto, trattandosi di reato a condotta libera ed a consumazione anticipata, posizione ribadita ripetutamente (ex plurimis, Sez. 1, n. 28819 del 22/05/2014, Pancini, Rv. 259915).
Le argomentazioni a sostegno di una diversa natura di reato di evento della previsione del terzo comma appaiono fragili: da una parte si ammette una ‘identità espressiva tra comma 1 e comma 3 circa le condotte principali’ e, quindi, si prende atto che anche il terzo comma dell’art. 12 cit. contempla, tra le varie condotte, gli ‘atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato’, locuzione utilizzata dal legislatore per istituire reati a consumazione anticipata; dall’altra si sostiene che l’ingresso nel territorio dello Stato sia necessario richiamando la descrizione degli elementi specializzanti che evocherebbero tale ingresso, rimarcando il notevole incremento sanzionatorio previsto dal legislatore e, infine, sottolineando ‘la differente natura delle ulteriori circostanze aggravanti ad effetto speciale oggi descritte al comma 3-ter della medesima norma (nel cui ambito è invece rilevante la semplice direzione univoca dell’azione, come risulta dall’utilizzo dell’espressione al fine di e dall’espresso richiamo alle condotte di cui ai commi e commi 3’.
In realtà, come rileva Sez. 1, n. 45734 del 31/03/2017, Bouslim, Rv. 271127, si deve escludere che la descrizione delle ipotesi specializzanti contenute nel comma 3 risulti ‘incentrata su fatti evocativi di una effettiva violazione della disciplina di controllo dell’immigrazione’, in quanto le ipotesi contemplate dalle lettere da b) ad e) riguardano condotte compatibili anche con attività che non hanno determinato un effettivo ingresso, mentre il riferimento all’ingresso e alla permanenza illegale nel territorio dello Stato di cinque o più persone contenuto nella lett. a) deve essere rapportato alla descrizione generale della condotta contenuta nella prima parte del comma: vengono infatti puniti più severamente ‘gli atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato (…) di cinque o più persone (straniere)’, prescindendo dal raggiungimento del risultato perseguito.
La sentenza Scarano sottolinea, tuttavia, che le previsioni delle lett. b) e c) della norma oggi vigente (pericolo per la vita e l’incolumità; trattamento inumano e degradante) riproducono due aggravanti in precedenza contenute nel comma 3-bis, ma con la significativa aggiunta dell’aggettivo ‘trasportata’, prima assente: ciò dimostrerebbe che ‘il legislatore ultimo oggettivizza la condotta in questione e la ancora all’avvenuto trasporto’.
In verità, la correzione apportata alla norma sembra piuttosto avere la portata limitata di una descrizione più corretta dell’ipotesi: in effetti, anche nella formulazione precedente la ‘persona’ esposta a pericolo per la vita o l’incolumità o sottoposta a trattamento inumano o degradante era una ‘persona trasportata’, non comprendendosi in quale altro modo tali trattamenti le sarebbero stati inferti per procurarne l’ingresso nel territorio dello Stato.
Il ‘massiccio incremento sanzionatorio’, invece, è frutto della valutazione discrezionale del legislatore e in nessun modo può univocamente orientare l’interpretazione della norma in senso contrario alla lettera della norma, escludendo dal perimetro della sua applicazione condotte espressamente considerate.
10. Deve pertanto essere enunciato il seguente principio di diritto: ‘Le fattispecie previste nell’art. 12, comma 3, d.lgs. n. 286 del 1998 configurano circostanze aggravanti del reato di pericolo di cui al comma 1 del medesimo articolo’.
In sostanza, la ricorrenza dell’aggravante di cui al comma 3-bis sottrae al bilanciamento tra le circostanze anche quella del comma 3: benché per il divieto di bilanciamento dettato dal comma 3-quater siano menzionate soltanto ‘le aggravanti di cui ai commi 3-bis e 3-ter’, e non quella di cui al comma 3, la norma stabilisce un preciso ordine per l’applicazione delle circostanze: ‘le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alle predette aggravanti’. Se si ritenesse che, in presenza delle aggravanti di cui ai commi 3 e 3-bis, il giudice possa prima operare il bilanciamento tra l’aggravante di cui al comma 3 ed eventuali attenuanti e dopo operare l’aumento previsto dall’aggravante di cui al comma 3-bis, questo ordine dettato dal legislatore verrebbe sempre disapplicato: un’interpretazione abrogatrice della previsione normativa, come tale inammissibile.
Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia per nuovo giudizio