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Timestamp: 2019-11-18 09:08:01+00:00
Document Index: 147087118

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 589', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 43', 'art. 2054', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2054', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 20', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 26', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 115', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 92', 'art. 589', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 71', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 71', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 92', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

ASPP | Geo Studio
29 maggio 2019 in Sicurezza sul lavoro
Categoria: Normativa Antincendio
27/05/2019: Un documento Inail si sofferma sulla resistenza al fuoco degli elementi strutturali con riferimento al Codice di prevenzione incendi. Focus sul comportamento al fuoco dei materiali strutturali: calcestruzzo, acciaio, legno, muratura e alluminio.
Roma, 27 Mag – La finalità della resistenza al fuoco, in materia di prevenzione incendi, è quella di garantire la capacità portante delle strutture in condizioni di incendio nonché la capacità di compartimentazione, per un tempo minimo necessario al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza di prevenzione incendi.
A ricordare le finalità della resistenza al fuoco è il “Codice di prevenzione Incendi” presente nel Decreto del Ministero dell’Interno del 3 agosto 2015 recante “Approvazione di norme tecniche di prevenzione incendi, ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139”.
In relazione all’importanza della consapevolezza della resistenza al fuoco degli elementi strutturali in una costruzione, ci soffermiamo oggi sul documento “ La resistenza al fuoco degli elementi strutturali. Focus sulla misura S.2 del Codice di prevenzione incendi – Resistenza al fuoco”, realizzato – in collaborazione con l’Università di Roma “Sapienza”, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e il Consiglio Nazionale degli Ingegneri – dal Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici (DITSIPIA) dell’Inail.
Un capitolo del documento è dedicato proprio al comportamento al fuoco dei materiali strutturali.
Questi gli argomenti trattati nell’articolo:
Il comportamento al fuoco del calcestruzzo e dell’acciaio
Il comportamento del legno durante gli incendi
Le pareti in muratura e l’alluminio
Nel documento si indica che i materiali comunemente utilizzati per scopi strutturali possiedono un “diverso comportamento al fuoco, del quale occorre tener conto ai fini della resistenza al fuoco e che, eventualmente, obbliga il progettista ad apportare gli adeguati accorgimenti ai fini della protezione antincendio”.
Si ricorda, ad esempio, che il calcestruzzo ordinario “è una miscela eterogenea incombustibile; in linea generale, pertanto, le strutture in C.A. si comportano bene nei confronti dell’incendio. Tuttavia gli effetti del fuoco sui componenti del cemento, e quindi sull’insieme strutturale, possono essere di non poco conto”. E, infatti, a causa di temperature elevate provocate da un incendio “si assiste alla vaporizzazione dell’acqua presente nella struttura porosa del cemento; tale fenomeno determina lo sviluppo di pressioni interne in grado di causare sovrapressioni interne al cemento, con conseguente disidratazione della pasta di cemento che conduce alla progressiva perdita della capacità legante. L’espulsione di piccole scaglie, la variazione dimensionale degli aggregati silicei e la decomposizione di quelli calcarei, determinano una sensibile riduzione della resistenza meccanica della struttura e una conseguente diminuzione della risposta a compressione che a circa 800 °C si riduce a livelli anche inferiori al 20% di quella iniziale”.
Il documento riporta l’immagine della mappa termica di una trave in C.A.:
Riguardo all’acciaio, anche in questo caso siamo davanti ad un materiale incombustibile, le cui proprietà meccaniche, “in caso di incendio, decrescono con la temperatura”.
In particolare si indica che una struttura in acciaio soggetta all’azione dell’incendio “riduce la propria capacità portante fino ad arrivare, dopo un certo tempo, al collasso”.
E questo fenomeno è “governato da parametri fondamentali quali la temperatura dell’elemento strutturale, il salto termico, il coefficiente di trasmissione termica e il fattore di sezione A/V (rapporto tra la superficie esposta al fuoco ed il proprio volume) e la classe di duttilità”.
Si segnala poi che le strutture in acciaio (“anche a causa dei gravosi vincoli previsti dalle normative antincendio tradizionali”) hanno sempre “registrato in Italia un impiego su scala ridotta”. E, a tal proposito, le opportunità fornite dal Codice di prevenzione incendi potrebbero “fornire un nuovo impulso verso l’utilizzo di tale materiale”.
Veniamo al comportamento del legno che, massello e lamellare, “presenta temperature di accensione molto ridotte che, in funzione della specie legnosa, variano tra 220 e 300 °C”.
Tuttavia se correttamente progettata, “la struttura in legno, massello e lamellare, è in grado di garantire una resistenza al fuoco pari a quella delle strutture in C.A. o in muratura. Ciò a causa delle peculiarità del materiale che richiede un tempo considerevole per bruciare oltre la superficie esterna (in maniera significativa) a causa del fenomeno della carbonatazione del legno”.
Infatti – continua il documento – il legno sottoposto alla fiamma diretta, “inizia a bruciare, ma raggiunti i 240 °C ha inizio un processo di carbonizzazione dello strato esterno che, in pratica, protegge la parte più interna, impedendo alla sezione resistente di ridursi, se non in tempi significativi. La velocità di penetrazione della carbonatazione è pari a 0,7 mm/min per l’essenza di abete (legno lamellare) e pari a 0,9 mm/min (legno massello). Pertanto il collasso delle strutture in legno a causa dell’ evento incendio rimane una probabilità remota, che può verificarsi solamente a causa della riduzione progressiva della sezione e non, come avviene per acciaio e calcestruzzo, a causa del decadimento delle proprietà meccaniche o per l’intervento di azioni indirette”.
Riguardo poi al comportamento al fuoco delle pareti in muratura, si indica che la verifica della resistenza al fuoco di elementi strutturali in muratura “viene eseguita mediante l’analisi del flusso di calore che attraversa il materiale”.
E tali calcoli “sono basati su dati empirici che considerano lo spessore, la densità, la conducibilità termica, la finitura, l’eventuale tipo di aggregato e il contenuto di umidità della muratura. A parità di tipologia di materiale e di spessore, la resistenza al fuoco delle strutture murarie è condizionata dall’altezza libera della parete, diminuendo all’aumentare della stessa, a causa dell’incurvamento termico della parete dal lato esposto ad alte temperature (thermal bowing, tipico di pareti non portanti) o da quello non esposto (reverse bowing, tipico di pareti portanti)”. Inoltre “l’inserimento di elementi in C.A. di adeguata rigidezza nel corpo della muratura, in grado di ridurre l’altezza libera delle pareti, produce, di conseguenza, un incremento della resistenza al fuoco della struttura muraria”.
Si segnala poi che le murature tradizionali, in pietra naturale “offrono una buona resistenza al fuoco; questa, peraltro, aumenta al crescere dello spessore e può essere ulteriormente migliorata dall’intonaco che, costituendo una sorta di scudo al calore, contribuisce affinché la temperatura salga progressivamente all’interno della muratura”.
E ruolo importante è “svolto dalle malte impiegate nella realizzazione della struttura muraria; è stato evidenziato che la resistenza al fuoco aumenta impiegando malte di calce idraulica o, meglio, di sabbia e cemento additivate”.
Infine, riportiamo qualche indicazione sull’alluminio.
Il documento Inail segnala che l’alluminio è un materiale incombustibile e che conduce il calore ancora più facilmente dell’acciaio. Inoltre “presenta una migliore resistenza alla corrosione ed offre molteplici possibilità di lavorazione per profilati”.
Tuttavia il grosso aspetto negativo “è dovuto al basso punto di fusione (intorno ai 600 °C) che fa dell’alluminio un materiale non sempre adatto, dal punto di vista della sicurezza antincendio, in quanto fonde (peraltro gocciolando) ad una temperatura che si raggiunge quando un incendio è pienamente sviluppato”.
Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale del documento che riporta altri dettagli sul comportamento al fuoco dei materiali strutturali e varie immagini esplicative.
Categoria: Rischio elettrico
27/05/2019: Un documento si sofferma sul monitoraggio biologico e sui valori di tolleranza biologica delle sostanze a cui si è esposti. Focus sulla capacità di assorbimento della pelle, sulle variazioni di esposizione e sui fattori extraprofessionali.
Lucerna, 27 Mag – Il monitoraggio biologico eseguito in un luogo di lavoro relativamente all’esposizione alle sostanze utilizzate nell’attività può essere molto importante per valutare il “carico tossico interno” o la conseguente reazione del lavoratore esposto a tali sostanze.
A ricordarlo e a fornire utili informazioni sul monitoraggio biologico è una pubblicazione dell’Istituto elvetico per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni ( Suva), un factsheet dal titolo “Monitoraggio biologico e valori di tolleranza biologica delle sostanze di lavoro” che, malgrado alcune differenze normative e di prassi (ad esempio riguardo ai valori limite di riferimento) tra Italia e Svizzera, è sicuramente utile per far luce su un importante strumento, il monitoraggio, per la prevenzione dei rischi.
La concentrazione e l’assorbimento delle sostanze
La capacità di assorbimento della pelle
Le sostanze e i fattori extraprofessionali
Nel factsheet, a cura di Michael Koller e Claudia Pletscher, si sottolinea che la relazione dose-effetto, cioè il “rapporto fra la concentrazione di una sostanza nell’aria ambiente e l’effetto sull’organo bersaglio, può essere influenzata da diverse variabili”.
Se a livello di vie respiratorie i fattori di variabilità possono essere l’entità del carico sull’organismo, la biodisponibilità e l’utilizzo di un DPI per le vie respiratorie, bisogna tenere conto anche dell’assorbimento supplementare della “sostanza nel tratto gastrointestinale e attraverso la pelle” e di altri fattori, come l’interazione con sostanze di lavoro, medicamenti o alcol.
Riguardo alla capacità di assorbimento della pelle, si sottolinea che “l’assorbimento percutaneo delle sostanze di lavoro riveste un’importanza particolare”.
E nel caso di sostanze facilmente “assorbite dalla pelle con una bassa pressione di vapore e dunque un assorbimento relativamente basso attraverso le vie respiratorie, il rischio legato all’assorbimento percutaneo è nettamente superiore rispetto a quello legato all’inalazione di tali sostanze”.
Se poi vi sono lesioni dello strato corneo (ad esempio in caso di eczema) “l’assorbimento percutaneo può essere decisamente più elevato e addirittura più significativo di quello polmonare. Per aumentare significativamente l’esposizione alle sostanze pericolose bastano anche lesioni cutanee di minima entità”.
Il factsheet segnala alcuni esempi di sostanze per le quali l’assorbimento transcutaneo “è fondamentale per l’insorgere di un’intossicazione”: “il fenolo, le ammine aromatiche, i nitroderivati, gli organofosfati alla base di molti prodotti fitosanitari, o la classe dei glicoleteri”, … Inoltre sostanze come i solventi organici, che di per sé non sono assorbiti facilmente dalla cute, “possono penetrare attraverso la pelle una volta combinati con altre sostanze quali DMSO, DMF o composti glicolici (effetto carrier)”.
Senza dimenticare che oltre alla penetrazione in seguito a contatto cutaneo diretto, “l’assorbimento può avvenire anche attraverso indumenti contaminati o la fase gassosa o vaporosa di un solvente”
Le sostanze e il metabolismo
Un altro fattore che può incidere poi sulla relazione tra carico esterno ed effetto sull’organo bersaglio è “costituito dalle interazioni, che vengono distinte in tossicocinetiche e tossicodinamiche”.
A questo proposito si indica che le interazioni tossicocinetiche “riguardano i processi di assorbimento, distribuzione, biotrasformazione ed escrezione” e le interazioni tossicodinamiche “possono manifestarsi a livello dei recettori per le sostanze di lavoro”.
Riguardo al metabolismo si indica che in caso “di inibizione della detossificazione, si riscontra da un lato una maggiore concentrazione sierica delle sostanze di lavoro e dall’altro una escrezione urinaria di metaboliti ritardata e associata a un picco inferiore”. Inoltre il metabolismo “può essere anche attivato, con conseguente riduzione del carico interno”.
In generale, “l’effetto di una sostanza tossica può essere ridotto (antagonismo) o aumentato (sinergismo di potenziamento) da altre sostanze”.
Sono riportati alcuni esempi di interazioni significative di sostanze di lavoro con conseguente inibizione del metabolismo della seconda sostanza per alcune coppie di sostanze (toluene e esano, tetracloroetene e tricloroetano, metiletilchetone e esano e metanolo e diclorometano).
Si presentano nel documento anche esempi, in coppie di sostanze, di situazioni di inibizione reciproca del metabolismo o di accelerazione del metabolismo.
Il factsheet si sofferma poi sugli eventuali fattori extraprofessionali che “possono a loro volta incidere sulla relazione tra carico esterno ed effetto sull’organo bersaglio e dunque influenzare i parametri del monitoraggio biologico”.
Si indica, ad esempio, che il metabolismo di xilene, stirene, tricloroetano, metiletilchetone e toluene “può essere inibito da un effetto acuto dell’alcol, che si traduce in un aumento delle concentrazioni di tali sostanze nel sangue e in una diminuzione delle concentrazioni dei loro metaboliti nelle urine. A causa dell’influsso dell’alcol è stata osservata anche una ritardata escrezione di N-metilformammide nelle urine, che costituisce il parametro di esposizione alla dimetilformammide (DMF)”.
Il factsheet si sofferma anche su come cambia l’esposizione alle sostanze nei fumatori.
Si indica, ad esempio, che è stata evidenziata “un’esposizione supplementare a sostanze come il monossido di carbonio, il cadmio, il nichel e gli idrocarburi policiclici”: i fumatori “presentano dunque concentrazioni superiori di tali sostanze nel sangue e nelle urine rispetto ai non fumatori”.
Inoltre carichi interni superiori nei fumatori “possono derivare anche dalla contaminazione delle sigarette, ad esempio se si fuma nei posti di lavoro con esposizione al piombo”.
Riguardo al tema delle interazioni, il documento elvetico si sofferma anche sulle interazioni tra medicamenti e sostanze di lavoro.
Si segnala che queste interazioni “rilevabili attraverso il monitoraggio biologico o in grado di modificarne i risultati, non sono state finora oggetto di esami sistematici”.
È noto, ad esempio, che “medicamenti a base di nitriti, nitroglicerina o sulfonamide possono indurre una metaemoglobinemia e rendere difficoltoso il monitoraggio biologico di sostanze che inducono la formazione di metaemoglobina”.
Il documento riporta, in conclusione, anche alcuni riferimenti alla variabilità genetica.
Infatti la concentrazione di una sostanza di lavoro nell’organo bersaglio “dipende anche dalla variabilità genetica degli enzimi metabolici”, ed esempi noti sono “i polimorfismi degli isoenzimi CYP450, della glutatione-S-transferasi o della N-acetiltransferasi”.
Rimandiamo, infine, alla lettura integrale del factsheet di Suva che riporta ulteriori informazioni riguardo al tema dell’esposizione (esposizioni extraprofessionali, fattori fisici individuali, …) e che si sofferma ampiamente sui valori di tolleranza biologica delle sostanze di lavoro e sui programmi di monitoraggio biologico.
N.B.: Se i riferimenti legislativi e alcune indicazioni contenute nei documenti di Suva riguardano la realtà elvetica, le informazioni riportate sono comunque utili per migliorare la prevenzione dei rischi in tutti i luoghi di lavoro.
27/05/2019: Non risponde il datore di lavoro per il decesso di un dipendente infortunatosi per il ribaltamento di un trattore dell’azienda, privo delle regolari protezioni, che stava utilizzando per proprio conto senza autorizzazione e fuori dell’orario di lavoro.
Nessuna responsabilità è stata individuata dalla Corte di Cassazione in questo caso a carico di un datore di lavoro per l’infortunio occorso a un suo lavoratore dipendente nel mentre utilizzava un trattore di proprietà dell’azienda, risultato privo della regolare protezione del posto di guida, e che stava utilizzando per proprio conto e a favore di terzi, fuori dell’orario e dei luoghi di lavoro, senza l’autorizzazione del datore di lavoro e a sua insaputa. Condannato il datore di lavoro dal Tribunale che lo aveva ritenuto investito della posizione di garanzia per avere messo a disposizione del lavoratore il trattore privo delle regolari protezioni, per avere concesso allo stesso di utilizzarlo e per non avere tenuto comportamenti idonei ad impedire l’uso del mezzo al di fuori dell’azienda e dell’orario di lavoro, lo stesso è stato assolto dalla Corte di Appello la quale ha evidenziato che all’imputato non era stata contestata alcuna violazione delle norme di prevenzione degli infortuni e che era risultato che lo stesso non avesse autorizzato l’uso del mezzo in favore tra l’altro di una terza persona che gli aveva commesso uno specifico lavoro.
A seguito del ricorso alla Corte di Cassazione presentato dal Procuratore della Corte di Appello secondo il quale la posizione di garanzia del datore di lavoro prescinde dall’esistenza del rapporto di lavoro e determina l’insorgere dell’obbligo precauzionale anche allorquando l’utilizzo del mezzo avvenga al di fuori del rapporto di lavoro e in maniera autonoma da parte del dipendente, la suprema Corte, dichiarando inammissibile il ricorso stesso, ha fatto presente che era risultato che l’imputato non avesse autorizzato la vittima ad usare il trattore fuori dall’orario di lavoro e per ragioni estranee al rapporto di lavoro e che la Corte di Appello nella sua sentenza non aveva fatto alcun riferimento alla tolleranza, da parte del datore di lavoro, dell’uso del mezzo agricolo da parte del proprio dipendente per l’esecuzione di lavori in proprio e a favore di terzi.
Il fatto e le pronunce dei primi gradi di giudizio
Le decisioni in legittimità della Corte di Cassazione
La Corte di Appello, in riforma della sentenza di condanna di primo grado alla pena sospesa di 8 mesi di reclusione, ha assolto perché il fatto non sussiste, il datore di lavoro di una azienda dal reato di cui all’art. 589 del codice penale. poiché, in qualità di proprietario di un trattore cingolato, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza dei doveri cautelari imposti dall’art. 2054 del codice civile, consentendo a un lavoratore dipendente di utilizzare tale mezzo, privo dei requisiti di sicurezza ed in particolare delle cinture di sicurezza, al di fuori dell’attività lavorativa da lui svolta come suo dipendente, ne aveva cagionata la morte per schiacciamento all’esito del ribaltamento del veicolo.
Il giudice dell’impugnazione era pervenuto a tale conclusione ritenendo inapplicabile la norma civilistica di cui all’art. 2054 del codice civile in assenza della contestazione della violazione delle disposizioni volte a prevenire gli infortuni sul lavoro sottolineando, altresì, che la vittima aveva utilizzato il veicolo “in favore di un terzo e all’insaputa del proprietario”. Più precisamente aveva osservato che, dall’esame del capo di imputazione, nessuna violazione specifica né di formazione o informazione né tanto meno di custodia, derivante dal D. Lgs. n. 81 del 2008, era risultata contestata al datore di lavoro per cui era solo la colpa ex art. 43 quella che poteva essere a lui addebitata. Di tale colpa, però, non si era rinvenuta alcuna motivazione atteso che il primo giudice l’aveva fatta discendere dall’ultimo comma dell’art. 2054 c.c.; la semplice presenza delle cinture di sicurezza, altresì, non avrebbe evitato la morte del lavoratore essendo all’uopo necessaria la presenza di un’adeguata cabina di contenimento.
Il giudice di primo grado aveva, invece, condannato l’imputato ritenendolo investito della posizione di garanzia, in quanto l’infortunio si era verificato, anche se al di fuori dall’esplicazione del rapporto lavorativo e dei luoghi di lavoro, mentre la vittima stava utilizzando un trattore di proprietà dell’imputato, privo dei dispositivi di sicurezza, a cui aveva avuto accesso grazie al rapporto di lavoro, con la tolleranza del datore di lavoro, che non aveva mai posto in essere comportamenti idonei ad impedirne l’uso fuori dall’azienda. Nella sentenza di primo grado era stato scritto, relativamente al profilo della colpa, che il dovere di diligenza dell’imputato, segnatamente sotto il profilo della cautela e della prudenza, gli imponeva di predisporre nel mezzo agricolo la cintura di sicurezza, quale titolare dell’azienda e proprietario del mezzo, e, dunque, di affidare al proprio dipendente un mezzo non pericoloso per la sua incolumità e, relativamente al nesso causale che la condotta del lavoratore, che manovrava, sebbene per finalità proprie, un trattore da lavoro, di cui aveva la disponibilità, non era stata né esorbitante né imprevedibile e che la disattivazione del dispositivo di sicurezza presente e cioè del rollbar, da parte della vittima, non aveva eliminata la rilevanza dell’assenza della cintura di sicurezza, in quanto l’operatore, se ci fosse stata la cintura, avrebbe potuto deliberare di attivare il rollbar nella consapevolezza, trattandosi di persona che peraltro risultava esperta del settore, che solo il doppio sistema di protezione avrebbe garantito la sua incolumità.
Avverso la sentenza della Corte territoriale ha tempestivamente proposto ricorso per cassazione la Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello rilevando che, come correttamente ritenuto dal giudice di primo grado, il trattore era suscettibile di ribaltamento, evento che si è verificato tragicamente, onde il titolare della azienda nonché proprietario della macchina operatrice aveva l’obbligo specifico di installare un sistema di ritenzione, essendo risultata dall’istruttoria la sua tolleranza dell’uso del mezzo, da parte del dipendente, per l’esecuzione di lavori in proprio ed essendo state dettate le norme per la tutela dei lavoratori anche per la tutela dei terzi. La Procura Generale ricorrente ha sostenuto, più precisamente, che la posizione di garanzia dell’imputato prescinde dall’esistenza del rapporto di lavoro e determina l’insorgere dell’obbligo precauzionale anche allorquando l’utilizzo del mezzo avvenga al di fuori del rapporto di lavoro e in maniera autonoma da parte del dipendente.
L’imputato, da parte sua, a mezzo del suo difensore, ha depositata una memoria difensiva nella quale ha sostenuto l’inapplicabilità degli artt.17 e 70 del D. Lgs. n. 81 del 2008, atteso che, all’esito dell’udienza preliminare, vi era stato il suo rinvio a giudizio non in qualità di datore di lavoro, ma di proprietario del mezzo, in quanto la vittima stava svolgendo, a sua insaputa, il lavoro di pulitura del fondo di un altro soggetto su incarico di quest’ultimo e ha messo in evidenza, altresì, che il lavoratore aveva disattivato il rollbar che costituiva l’apposita misura di sicurezza del mezzo. Ha sottolineata, inoltre, l’inesistenza del nesso causale tra il proprio comportamento e l’evento, visto che le cinture di sicurezza non avrebbero impedito l’evento in considerazione della disattivazione del rollbar e della condotta imprudente della vittima, che aveva condotto il mezzo a velocità inadeguata in terreno scosceso e in pendenza e evidenziata l’inapplicabilità dell’art. 2054 del codice civile in sede penale in quanto non si era trattato di un infortunio verificatosi nell’ambito della circolazione stradale ed il mezzo, inoltre, non doveva essere dotato di cinture di sicurezza poiché, cingolato, non poteva circolare su strada.
Il ricorso è stato considerato inammissibile da parte della Corte di Cassazione. La stessa ha sottolineato che all’imputato non era stata contestata una violazione delle disposizioni volte a prevenire gli infortuni sul lavoro e che non era risultato che lo stesso avesse autorizzato l’uso del trattore, da parte del lavoratore, in favore di una terza persona che gli aveva commissionato uno specifico lavoro. Il ricorso per cassazione della Procura generale presso la Corte di Appello, ha aggiunto la Sez. IV, non aveva tenuto conto della ricostruzione dei fatti effettuata dal giudice di secondo grado, richiamando integralmente quella del giudice di primo grado, il quale aveva ritenuto che la vittima avesse utilizzato il trattore, fuori dall’orario di lavoro e a favore di un terzo, con l’autorizzazione o comunque la tolleranza del datore di lavoro. Comunemente, infatti, il lavoratore essendo sprovvisto di attrezzature proprie, si serviva di quelle del suo datore di lavoro per eseguire dei lavoretti condotti in modo autonomo. La Corte di Appello inoltre, ha così concluso la suprema Corte, non aveva fatto alcun riferimento nella sua sentenza alla tolleranza, da parte del datore di lavoro, dell’uso del mezzo agricolo, da parte del proprio dipendente, per l’esecuzione di lavori in proprio. Quindi, in conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso alla stessa presentato.
28 maggio 2019 in Sicurezza sul lavoro
Categoria: Prevenzione incendi
24/05/2019: Un piano predisposto allo scopo di controllare e circoscrivere gli incidenti che potrebbero verificarsi mettendo in atto le misure necessarie per proteggere la salute umana e l’ambiente
In data 04.12.2018 è entrata in vigore la L. n. 132 del 01.12.2018(G.U. n. 281 del 03.12.2018) di conversione del decreto legge n. 113 del 04.10.2018. Tale disposto normativo, all’articolo 26-bis, introduce per gli impianti di stoccaggio e lavorazione dei rifiuti, sia esistenti che di nuova realizzazione, l’obbligo di redigere un piano di emergenza interno (PEI). Il piano è predisposto allo scopo di controllare e circoscrivere gli incidenti che potrebbero verificarsi, mettendo in atto le misure necessarie per proteggere la salute umana e l’ambiente, informando i lavoratori, i servizi di emergenza e le autorità locali competenti, nonché per provvedere al ripristino e al disinquinamento successivo al verificarsi di un incidente.
Il piano di emergenza interno dovrà essere riesaminato e ove necessario aggiornato periodicamente, previa consultazione del personale che lavora nell’impianto, con intervalli non superiori a tre anni.
La L. 132/2018 demanda ad apposito decreto, predisposto d’intesa con il Ministero dell’Interno per gli aspetti di prevenzione incendi, la pubblicazione di linee guida per la redazione del piano di emergenza interno.
In base al co. 5 dell’art. 26-bis inoltre, sulla scorta di apposite informazioni ricevute dal titolare dell’impianto, la prefettura competente deve predisporre un piano di emergenza esterno (PEE) che tenga conto delle conseguenze di un incidente, eventualmente verificatosi nello stabilimento, sul territorio circostante.
In merito al disposto della L. 132 la Direzione Centrale Prevenzione del Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Ministero dell’Interno, d’intesa con il Ministero dell’Ambiente, ha recentemente specificato con nota in data 13 febbraio u.s. che l’art. 26-bis della L. 132/2018 non si applica agli impianti ricadenti nel campo di applicazione del D. Lgs. n. 105/2015 inerente “Controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose”.
La suddetta nota specifica infatti opportunamente che “Le previsioni contenute nel citato art. 26-bis … sono volte a disciplinare ipotesi di rischio genericamente individuate, al fine di minimizzare il più possibile i pericoli per la salute umana e per l’ambiente che possono prodursi per effetto delle attività che si svolgono nei diversi impianti di gestione dei rifiuti. Le norme del D. Lgs. n. 105/2015 riguardano invece ipotesi di rischio specificamente individuate essenzialmente con riferimento a parametri quantitativi di sostanze pericolose, al fine di regolare con una disciplina specifica e di particolare rigore i casi in cui i potenziali incidenti sono in grado di arrecare i danni più intensi ed estesi. Da ciò deriva che, laddove gli impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti ricadano nell’ambito del D. Lgs. n. 105/2015, i relativi gestori dovranno attenersi alle disposizioni del medesimo decreto sia nel predisporre il PEI (per gli stabilimenti di soglia inferiore si richiama il comma 6 dell’art. 20 del medesimo decreto legislativo), sia nel fornire ai prefetti competenti le necessarie informazioni per la stesura del PEE, non dovendo viceversa dare seguito anche alle disposizioni di cui all’art. 26-bis in parola, trattandosi di adempimenti ridondanti rispetto a quanto già previsto dalle specifiche norme di settore, con riferimento al pericolo di incidenti rilevanti connessi con l’utilizzo di sostanze pericolose.”
Pertanto viene confermato che in base al disposto dell’art. 26-bis della L. 132/2018 i gestori di impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti non ricompresi dal D. Lgs. n. 105/2015, esistenti o di nuova costruzione, dovranno predisporre il piano di emergenza interno entro 90 giorni, in conformità all’art. 26-bis e a quanto già previsto dal D. Lgs. 81 del 09.04.2008, fornendo al prefetto competente le necessarie informazioni per la predisposizione eventuale del piano di emergenza esterno.
I titolari degli impianti devono fornire ai prefetti, per la predisposizione del piano di emergenza esterno, la descrizione dell’attività svolta, il numero degli addetti, l’elenco delle autorizzazioni, idonee planimetrie dell’attività e dell’area circostante, nonché relazione contenente quantità e tipologia dei rifiuti gestiti, la descrizione degli impianti tecnici, delle misure di sicurezza e protezione adottate, degli eventuali effetti e conseguenze in caso di evento incidentale.
In particolare sarà necessario produrre le seguenti informazioni:
Ragione sociale e indirizzo dell’impianto;
Nominativo e recapiti del gestore dell’impianto e del responsabile per la sicurezza;
Descrizione dell’attività svolta e dei relativi processi con indicazione del numero degli addetti;
Elenco delle autorizzazioni/certificazioni nel campo ambientale e della sicurezza in possesso della società;
Planimetria generale dalla quale risultino l’ubicazione dell’attività, il contesto territoriale circostante, le condizioni di accessibilità all’area e di viabilità;
Piante in scala adeguata degli edifici e delle aree all’aperto utilizzate per le attività recanti l’indicazione di elementi caratteristici quali: layout dell’impianto, con identificazione delle aree di accettazione in ingresso, delle aree di stoccaggio e trattamento e degli impianti tecnici, degli uffici e delle misure di sicurezza e protezione riportate nella relazione tecnica;
Relazione tecnica contenente quantità e tipologia dei rifiuti gestiti e indicazione della massima capacità di stoccaggio istantanea consentita (nel caso l’impianto gestisca rifiuti pericolosi, occorrerà indicare le caratteristiche di pericolo e specificare le modalità di gestione adottate), descrizione degli impianti tecnici, descrizione delle misure di sicurezza e protezione adottate, anche in relazione alla gestione dell’impianto.
Descrizione dei possibili effetti sulla salute umana e sull’ambiente che possono essere causati da un eventuale incendio, esplosione o rilascio/spandimento di sostanze pericolose;
Descrizione delle misure adottate nel sito per prevenire gli incidenti e per limitarne le conseguenze per la salute umana, per l’ambiente e per i beni;
Descrizione delle misure previste per provvedere al ripristino e al disinquinamento dell’ambiente dopo un incidente;
Descrizione delle disposizioni utili ad avvisare tempestivamente le autorità competenti per gli interventi in caso di emergenza (Vigili del fuoco, Prefettura, ARPA, ecc.).
Le prefetture, ricevuta la suddetta documentazione, potranno comunque richiedere, caso per caso, ulteriori informazioni che dovessero rendersi necessarie ai fini della elaborazione del piano di emergenza esterno.
In base alle informazioni assunte dal gestore, il prefetto, effettuate le opportune valutazioni, può decidere di non predisporre il piano di emergenza esterno di cui all’art. 26-bis.
Diversamente, per gli impianti di stoccaggio e trattamento di rifiuti effettivamente ricompresi dal D. Lgs. n. 105/2015, i gestori dovranno attenersi, come già in precedenza previsto, alle disposizioni dello stesso decreto, fra cui la predisposizione del piano di emergenza interno ai sensi dell’art. 20 del D. Lgs. 105 e fornire ai prefetti competenti le necessarie informazioni per la stesura del piano di emergenza esterno previsto dall’art. 21; in tale circostanza non si applica il disposto di cui all’art. 26-bis della L. 132/2018, trattandosi di adempimenti già previsti dal citato D. Lgs. 105.
Categoria: Linee guida e buone prassi
24/05/2019: Una linea guida fornisce indicazioni sulla definizione del piano di manutenzione per la sicurezza e funzionalità degli impianti elettrici. Focus sul controllo del dispersore di terra, sulle prove di continuità e sulle condutture elettriche.
Roma, 24 Mag – Per la sicurezza degli impianti elettrici è importante definire un piano di manutenzione che contenga la frequenza delle verifiche e degli interventi di manutenzione necessari a garantire le funzionalità e sicurezze iniziali e stabilite a progetto.
A sottolinearlo è una linea guida dal titolo “ Verifica e controllo impianti elettrici. Dlgs 81/08”, un documento che la Commissione Sicurezza del Consiglio Nazionale Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati ( CNPI) ha elaborato per fornire utili indicazioni per le attività di manutenzione, controllo e verifica degli impianti elettrici.
Gli argomenti affrontati nell’articolo:
Il personale e i livelli di manutenzione
Dispersore di terra e prove di continuità
Riguardo al piano di manutenzione la linea guida si sofferma su molti aspetti e su molte attività per definire il piano. E per ogni attività ricorda anche quali figure (personale addestrato, personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate, personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate, personale tecnico specializzato con attrezzatura) possono eseguire le attività presentate in funzione della complessità dell’impianto.
A questo proposito si indica che nella norma UNI EN 13306 sono definiti 5 diversi livelli di manutenzione in funzione della complessità dell’attività da svolgere:
Livello 1, “caratterizzato da azioni semplici eseguite con un minimo di addestramento;
Livello 2, caratterizzato da azioni di base che dovrebbero essere eseguite da personale qualificato utilizzando procedure dettagliate;
Livello 3, caratterizzato da azioni complesse eseguite da personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate;
Livello 4, caratterizzato da azioni che implicano competenza in una tecnica o in una tecnologia e che sono eseguite da personale tecnico specializzato;
Livello 5, caratterizzato da azioni che implicano il possesso di una conoscenza da parte di fabbricante o di una azienda specializzata con attrezzature di supporto logistico industriale”.
Ci soffermiamo su quanto indicato dal documento in merito al controllo del dispersore di terra e alle prove di continuità.
Il controllo del dispersore di terra serve “per verificare se il dispersore o sistema di dispersione a terra è ancora efficiente o inizia a degradarsi”. E in funzione delle risultanze di tale controllo è possibile definire nel piano di manutenzione – come indicato a inizio articolo – “la frequenza delle verifiche e degli interventi di manutenzionenecessari”.
Si ricorda che questo tipo di verifica nei luoghi di lavoro, dovrebbe essere eseguita indipendentemente dalle verifiche previste dal DPR 22 ottobre 2001, n. 462, e “se necessario eseguita con maggior frequenza rispetto a quanto stabilito dalle norme e leggi vigenti” (si indica che per le modalità di prova si può fare riferimento alle norme CEI specifiche).
L’attività può essere svolta, in funzione della complessità dell’impianto, da “una delle seguenti figure:
personale addestrato (livello 1);
personale tecnico qualificato utilizzando procedure dettagliate (livello 2/3);
personale tecnico specializzato utilizzando procedure dettagliate (livello 4);
personale tecnico specializzato con attrezzatura” (livello 5).
Riguardo alle prove di continuità, si segnala che questa prova “assume una importanza fondamentale per la sicurezza e la funzionalità degli impianti” e “le modalità di verifica e frequenza devono essere coerenti con quanto previsto dalle leggi e norme in vigore”.
Tuttavia – continua il documento – “se dalla valutazione dei rischi risulta necessario eseguire tali prove con maggior frequenza, una diversa pianificazione è auspicata a favore della sicurezza, come accade, per esempio per gli impianti dotati di generazione locale da fonti rinnovabili (utenti attivi con generatori statici)”.
Anche in questo caso le linee guida specificano quali figure possono occuparsi di questa attività:
“personale addestrato (livello 1);
personale tecnico specializzato con attrezzatura (livello 5)”.
Concludiamo questa presentazione di alcune attività importanti per il piano di manutenzione degli impianti elettrici soffermandoci sulle condutture elettriche.
Si indica che le condutture elettriche “sono soggette a un deterioramento che dipende da un insieme di fattori funzionali ed ambientali”.
E “le modalità di verifica e frequenza delle verifiche, caso per caso, devono tenere conto:
della vita utile presunta;
delle condizioni di utilizzo (percentuale di carico, esposizione dei materiali dielettrici ala distorsione armonica e alle sovratensioni, sovracorrenti transitorie, eventi con elevate correnti di guasto, riscaldamento indotto, ecc.);
delle condizioni ambientali (basse ed elevate temperature, umidità elevata e presenza di acqua o sostanze corrosive, grado di pulizia delle condutture, animali, ecc.)”.
La linea guida segnala poi che “se si dispone di un sistema di monitoraggio che ha registrato lo storico degli eventi, è possibile stimare il degrado subito dalle condutture conseguente al tipo di sollecitazione registrato e pianificare le eventuali misure di manutenzione preventiva necessarie”.
Riguardo alle condutture elettriche la linea guida indica, infine, che questa attività, “può essere eseguita, in funzione della complessità dell’impianto, da una delle seguenti figure:
Concludiamo rimandando alla lettura integrale della linea guida che si sofferma su molti altri aspetti relativi al piano di manutenzione:
Pos. 1 Esame a vista
Pos. 2 Prove di funzionamento
Pos. 3 Prove di funzionamento del dispositivo differenziale con tasto
Pos. 4 Prove di funzionamento del dispositivo differenziale con strumento
Pos. 8 Manutenzione quadri elettrici
Pos. 9 Serraggio dei morsetti
Pos. 10 Attività di pulizia
Pos. 11 Componenti.
24/05/2019: Cosa si intende per responsabilità sociale d’impresa? Cosa indica la norma UNI ISO 26000? Si parla anche di tutela della salute e sicurezza? Questi sono i temi della prima parte dell’intervista a Lucina Mercadante, Contarp Inail.
Brescia, 24 Mag – Un tema rilevante che è ancora poco conosciuto e che, come si racconterà nell’articolo, probabilmente risulta “troppo avanti per le dinamiche del momento”, è quello della responsabilità sociale d’impresa (RSI).
Essere un’ impresa socialmente responsabile, come abbiamo ricordato in passato, vuol dire essere consapevoli dell’impatto delle proprie decisioni e attività sulla società e sull’ambiente, significa tener conto non solo degli aspetti economici della gestione aziendale, ma anche dell’ambiente e del contesto sociale in cui l’azienda, l’impresa è inserita, con riferimento alle condizioni di lavoro e, dunque, in relazione anche alle tutele in materia di salute e sicurezza.
L’intervista a Lucina Mercadante
La responsabilità sociale e la norma UNI ISO 26000
La responsabilità sociale e la salute e sicurezza sul lavoro
Per parlare di responsabilità sociale d’impresa, con riferimento alla norma UNI ISO 26000 “Guida alla responsabilità sociale”, intervistiamo Lucina Mercadante (Consulenza Accertamento Rischi e Prevenzione dell’ INAIL) che di questo tema si è occupata lungamente e che ci aveva già fornito alcune informazioni sulla RSI in un’intervista di circa sei anni fa sul tema degli incentivi per le aziende (“ Incentivi INAIL: dal SGSL alla responsabilità sociale di impresa”).
Cosa è cambiato in questi sei anni? È aumentata l’attenzione della società e delle aziende verso la responsabilità sociale delle imprese? Cosa propone la norma UNI ISO 26000? E cosa si indica in materia di salute e sicurezza?
La lunga intervista, che testimonia la passione dell’intervistata su questo tema e che abbiamo diviso in due parti, si sofferma poi (sarà il tema della seconda parte) su due recenti prassi di riferimento UNI relative alla responsabilità sociale nel settore delle costruzioni e alla responsabilità sociale nelle piccole imprese e nelle imprese artigiane.
Veniamo alle risposte di Lucina Mercadante.
Prima di arrivare ad affrontare le novità in materia di Responsabilità Sociale d’Impresa vediamo di ricordare brevemente ai lettori non solo cosa sia la responsabilità sociale nel mondo del lavoro, ma anche l’importanza e le finalità della norma UNI ISO 26000…
Lucina Mercadante: Inizio stimolante. Cosa è la responsabilità sociale d’impresa, mi domanda…
Potremmo dire “La responsabilità di ciascuno di noi, che ciascuno di noi ha nei confronti della società”. Se però dovessimo attenerci ad una definizione tecnica e tecnicamente corretta, attingendo all’unica norma internazionale che ad oggi tratti il tema della responsabilità sociale – delle organizzazioni, allora dovremmo intendere la “Responsabilità da parte di un’organizzazione per gli impatti delle sue decisioni e delle sue attività sulla società e sull’ambiente, attraverso un comportamento etico e trasparente che:
contribuisce allo sviluppo sostenibile, inclusi la salute e il benessere della società;
tiene conto delle aspettative degli stakeholder
è in conformità con la legge applicabile e coerente con le norme internazionali di comportamento);
è integrata in tutta l’organizzazione e messa in pratica nelle sue relazioni”.
Definizione, questa, certamente complessa ed articolata, che estende la tematica alle organizzazioni, intese come “Entità, o raggruppamento di persone e strutture, con un assetto di responsabilità, autorità e relazioni e con obiettivi identificabili”.
In sostanza è la “Responsabilità che le organizzazioni hanno nel gestire le loro occupazioni e/o preoccupazioni di carattere economico tenendo conto degli altri, laddove gli altri sono gli stakeholder – tutti – avendo in considerazione anche gli impatti e le conseguenze (soprattutto quelle negative) che le loro attività esercitano, anche nei confronti della società e dell’ambiente, oltre che dell’economia, a seguito ed in conseguenza delle decisioni assunte e delle attività intraprese da un’organizzazione, siano queste passate o presenti”.
Tale approccio, e tale visione, trovano sistemazione, organicità, sistematicità, appunto nella UNI ISO 26000, pubblicata nel lontano 2010 e che ad oggi non ha avuto, a mio avviso, il dovuto risalto e, soprattutto, la giusta diffusione.
Quali le ragioni di ciò?
Svariate:
la prima, seguendo un ragionamento prosaico e materiale – la norma non è certificabile, è una linea guida infatti, dunque poco appeal per il mercato e il mondo delle certificazioni;
la seconda – troppo avanti rispetto al momento culturale in cui è stata pubblicata – anno 2010. Il mondo commerciale non era allineato con il quadro culturale, economico, produttivo che la norma sin da allora ha tracciato. Parlare di etica, di due diligence, di catena del valore, di corrette prassi gestionali, dieci anni fa, ha rappresentato un approccio ed una narrazione antesignani del modo di fare impresa.
Lo stesso concetto di sviluppo sostenibile, di sostenibilità – oggi totalmente inflazionato, alterato, sovrausato, che rappresenta la finalità ultima, l’obiettivo verso una visione responsabile che ciascuno di noi, impresa, organizzazione, soggetto privato, deve avere ed assumere – è apparso come fumoso, inutile, se non addirittura privo di consistenza.
Eppure se si studia e interpreta il quadro sinottico della UNI ISO 26000 si comprende immediatamente come ogni possibile costruzione o itinerario si segua per mettere in piedi un modello di RS, la RS stessa appare come un modo di vivere, un tempo di vita, o meglio un tempo, kaiρos direi, nel senso etimologico più stretto.
Riportiamo una descrizione schematica della ISO 26000:
Tempo che si sviluppa e realizza basandosi su sette principi fondamentali, che costituiscono l’ossatura dell’agire, e che sono la responsabilità di rendere conto, la trasparenza, il comportamento etico, il rispetto degli interessi degli stakeholder, il rispetto del principio di legalità, il rispetto delle norme internazionali di comportamento, il rispetto dei diritti umani, come riportato al punto 4 del quadro su rappresentato.
Dove tale agire deve essere applicato è invece raffigurato nel punto 6, che riporta gli ambiti di applicazione, definiti temi fondamentali, o core subjects.
Ciascun tema fondamentale si connota poi per aspetti specifici, detti core issues, che rappresentano le aree, proprie di quel determinato tema fondamentale, ove possono realizzarsi le correlate azioni ed attività socialmente responsabili.
Volendo esemplificare, preso in considerazione il tema fondamentale “rapporti e condizioni di lavoro” troveremo come aspetti specifici in cui andare a mettere in piedi azioni ed attività socialmente responsabili:
Occupazione e rapporti di lavoro
Condizioni di lavoro e protezione sociale
Sviluppo delle risorse umane e formazione sul luogo di lavoro
Ed all’interno di ciascuno dei 5 aspetti specifici citati l’organizzazione secondo coerenza, finalità, affinità, può scegliere il proprio agire che si estrinsecherà, preso ancor ad esempio l’aspetto specifico 4 – Salute e sicurezza sul lavoro – attraverso le correlate azioni ed aspettative che una l’organizzazione stessa potrà realizzare.
La UNI ISO 26000 propone:
“Un’organizzazione dovrebbe:
sviluppare, attuare e mantenere una politica della salute e della sicurezza sul lavoro basata sul principio che norme severe sulla sicurezza e la salute e le prestazioni dell’organizzazione si sostengono e si rafforzano reciprocamente;
comprendere e applicare i principi di gestione della salute e della sicurezza, compresa la gerarchia dei controlli: eliminazione, sostituzione, controlli tecnici, controlli amministrativi, procedure di lavoro e dispositivi di protezione individuale;
analizzare e controllare i rischi per la salute e la sicurezza generati dalle sue attività;
formulare la richiesta che i lavoratori dovrebbero seguire tutte le pratiche sicure in ogni momento e assicurarsi che i lavoratori seguano le procedure corrette;
fornire l’attrezzatura di sicurezza necessaria, compresi i dispositivi di protezione individuale, per la prevenzione di lesioni, malattie e incidenti di lavoro e per la gestione delle emergenze;
registrare e investigare tutti gli incidenti e i problemi relativi alla salute e alla sicurezza per ridurli al minimo o eliminarli;
trattare i modi specifici in cui i rischi per la sicurezza e la salute sul lavoro (OHS) influiscono diversamente sulle donne (per esempio le donne in gravidanza, che hanno appena partorito o che stanno allattando) e sugli uomini o sui lavoratori in circostanze particolari quali, per esempio, persone con disabilità o lavoratori inesperti o più giovani;
fornire uguale protezione in materia di salute e sicurezza ai lavoratori part-time e temporanei, e ai lavoratori dei subappaltatori;
cercare in tutti i modi di eliminare i pericoli psicosociali nel luogo di lavoro, che contribuiscono o conducono a stress e malattia;
fornire formazione adeguata a tutto il personale su tutti gli argomenti pertinenti;
rispettare il principio che le misure di salute e di sicurezza sul luogo di lavoro non dovrebbero comportare alcun esborso economico da parte dei lavoratori;
basare i propri sistemi per la salute, la sicurezza e l’ambiente sulla partecipazione dei lavoratori coinvolti e riconoscere e rispettare i diritti dei lavoratori di:
ottenere informazioni tempestive, complete ed accurate sui rischi per la salute e la sicurezza e sulle migliori prassi utilizzate per affrontare tali rischi,
informarsi liberamente ed essere consultati su tutti gli aspetti della loro salute e sicurezza correlati al loro lavoro,
rifiutare un lavoro che possa ragionevolmente comportare un pericolo imminente o serio per la loro vita o salute o per la vita e la salute di altri,
chiedere consiglio ad organizzazioni esterne dei lavoratori e dei datori di lavoro e ad altri che hanno esperienza,
relazionare su questioni legate alla salute e alla sicurezza alle autorità competenti,
partecipare a decisioni e attività sulla salute e la sicurezza, compresa l’investigazione di incidenti e infortuni,
essere liberi da minacce di ritorsioni per aver agito in uno di questi modi”.
Beh, anche solo attraverso un unico esempio, questo, si può di certo affermare che la UNI ISO 26000 offre veramente una visione a tutto tondo; e questo sin dal 2010.
A questo punto mi permetto io di aggiungere un quesito e di proporre anche la risposta.
Come mai una norma di così ampia portata non è stata valorizzata come avrebbe dovuto? E non ha trovato diffusione ed applicazione come sarebbe naturale, considerato quanto offre?
Semplice: troppo avanti per le dinamiche del momento; troppo prematura per un contesto-mondiale non pronto. Adesso però, e da anni ormai, si parla continuamente di sostenibilità: ecco la sostenibilità è la parte di RSO (responsabilità sociale delle organizzazioni) che le organizzazioni perpetrano nel condurre le loro attività tenendo conto dell’impatto sulle generazioni future cui va garantito stesso benessere, dunque almeno stessa diponibilità di risorse offerte a noi se non migliori, anche in virtù delle nuove soluzioni che via via vengono rese disponibili.
Da quanto ci ha raccontato sembra che tra i temi rilevanti correlati alla responsabilità sociale delle imprese, si tenga dunque effettivamente conto anche delle condizioni di lavoro e la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori…
L.M.: Imprescindibilmente direi. Al punto tale che, oltre ad essere un aspetto specifico espressamente previsto all’interno di uno dei temi fondamentali – rapporti e condizioni di lavoro – di cui si compone il percorso di RS che ogni organizzazione deve intraprendere se vuole seguire un percorso secondo la UNI ISO 26000, l’ambito della salute e sicurezza sul lavoro rappresenta, come abbiamo già visto, un’area trasversale a tutti i temi fondamentali, cui vengono riconosciute una significatività ed una strategicità pari a quelle attribuite alla catena del valore ed agli aspetti economici.
Senza dover poi necessariamente richiamare standard di adozione volontaria, mi piace riportare il ragionamento nel contesto nazionale e nel panorama legislativo italiano.
Il legislatore ne prevede l’espressa articolazione nell’ambito del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i., il nostro Testo unico, che ne inserisce la definizione (Articolo 2) come “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle aziende e organizzazioni nelle loro attività commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate” e poi richiama le figure cardine, datore di lavoro, medico competente, lavoratori a seguire, nella estrinsecazione del ruolo, a mettere in atto comportamenti responsabili, ispirati ai criteri della RS.
Proprio come rappresentato in seno al D. Lgs. 81/2008 e s.m.i., ove la connessione profonda fra la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e la responsabilità sociale acquista valore e carattere quasi vincolanti, ed addirittura nell’orientare i comportamenti secondo i principi della responsabilità sociale, si ravvisano le peculiarità atte a migliorare i livelli di tutela definiti legislativamente.
Addirittura, nello stesso Testo si invita a (Articolo 6) “valorizzare sia gli accordi sindacali sia i codici di condotta ed etici, adottati su base volontaria, che (…omissis) orientino i comportamenti dei datori di lavoro, anche secondo i principi della responsabilità sociale, dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati, ai fini del miglioramento dei livelli di tutela definiti legislativamente”, e a rafforzare la connessione profonda fra la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e la responsabilità sociale che qui, assume ed acquista valore e carattere quasi vincolanti, se si ravvisano peculiarità atte a migliorare i livelli di tutela definiti legislativamente.
Rischio chimico: come usare in sicurezza gli agenti chimici pericolosi?
Categoria: Rischio chimico
28/05/2019: Un intervento si sofferma sul concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni e presenta vari strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose.
Un intervento si sofferma sul concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni e presenta vari strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose.
Bologna, 28 Mag – PuntoSicuro ha già dedicato una intervista al concetto di uso sicuro dei prodotti chimici in agricoltura. Tuttavia in considerazione della grande varietà di sostanze chimiche utilizzate in vari comparti – ad esempio in metalmeccanica (vernici, oli e fluidi lubro-refrigeranti, solventi, acidi, sostanze per il trattamento superficiale dei metalli, …) – torniamo a parlare del concetto di uso sicuro con riferimento al Regolamento REACH( Regolamento 1907/2006).
Affrontiamo questo tema attraverso un intervento al convegno “REACH Metalmeccanica. L’applicazione dei Regolamenti REACH e CLP nel comparto metalmeccanico” (14 settembre 2017, Ambiente Lavoro, Modena) raccolto nella pubblicazione “REACH 2017. L’applicazione dei Regolamenti REACH e CLP nei luoghi di vita e di lavoro” curata da C.Govoni, G.Gargaro e R.Ricci.
Ci soffermiamo, in particolare, su:
I regolamenti europei sulle sostanze chimiche
Il rischio e il concetto di uso sicuro
La gestione del rischio più idonea
L’intervento “Il concetto di uso sicuro nell’impiego degli agenti chimici pericolosi, cancerogeni e mutageni”, a cura di Augusto Di Bastiano (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche – ECHA), ricorda che l’Unione Europea, a partire dal 2006, ha “rinnovato la legislazione in materia di gestione delle sostanze chimiche con l’adozione del Regolamento (CE) N. 1907/2006 – Regolamento REACH – concernente la registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche ed il Regolamento (CE) N.1272/2008 (Regolamento CLP) relativo alla classificazione, etichettatura ed imballaggio delle sostanze chimiche”.
I due regolamenti, “emendando e abrogando alcune parti della legislazione preesistente, si pongono l’obiettivo di garantire un alto livello di protezione della salute umana e dell’ambiente, rafforzando al contempo la competitività e l’innovazione dell’industria chimica europea, con particolare attenzione alla sostituzione delle sostanze più preoccupanti e all’utilizzo di metodi alternativi alla sperimentazione animale”.
Si segnala poi che il Regolamento REACH definisce un “sistema di valutazione e di controllo del rischio per la salute umana e per l’ambiente derivante dall’esposizione alle sostanze chimiche”. E il regolamento “attribuisce all’industria ‘l’onere’ di dimostrare che l’uso delle sostanze chimiche prodotte e/o importate in Europa è sicuro”.
L’intervento si sofferma in particolare su vari “strumenti regolatori definiti dal Regolamento REACH per garantire l’uso sicuro delle sostanze pericolose”.
Come abbiamo visto il Regolamento REACH si basa sul principio secondo il quale – continua il relatore – “i produttori e gli importatori di sostanze chimiche in Europa devono poter dimostrare che tali sostanze possono essere prodotte e utilizzate senza che siano arrecati danni alla salute umana ed all’ambiente. In altre parole, l’uso della sostanza deve essere sicuro durante tutto il suo ciclo di vita”.
A questo proposito il Regolamento REACH predispone “vari strumenti per il controllo del rischio da esposizione alle sostanze chimiche durante l’uso”, come “la valutazione della sicurezza chimica, la preparazione degli scenari di esposizione e la comunicazione nella catena di approvvigionamento, gli obblighi di notifica e comunicazione per le sostanze pericolose contenute negli articoli, l’autorizzazione per le sostanze altamente preoccupanti (SVHC) e la restrizione”.
Si ricorda poi che le misure previste dal Regolamento REACH per le sostanze particolarmente pericolose per la salute umana e per l’ambiente quali le sostanze CMR (sostanze classificate come Cancerogene, Mutagene e Tossiche per la Riproduzione), le sostanze PBT (sostanze Persistenti, Bioaccumulabili e Tossiche) e vPvB (sostanze molto persistenti e molto bioaccumulabili) “sono particolarmente restrittive e mirano, sostanzialmente, alla eliminazione di tali sostanze dal mercato”. E misure di limitazione dell’uso e obblighi di comunicazione “sono previsti per le sostanze definite ‘estremamente preoccupanti’” (SVHC – Substances of Very High Concern).
L’intervento indica, dunque, che i vari processi e i meccanismi stabiliti dal Regolamento REACH per la gestione del rischio “sono funzionali all’obiettivo principale del Regolamento che è quello di tutelare la salute umana e l’ambiente in un’ottica di competitività dell’industria in Europa. Le proprietà intrinseche delle sostanze e le quantità utilizzate in Europa sono alla base del processo decisionale sulle opzioni di gestione del rischio per garantire l’uso sicuro”.
A questo proposito si indica che per le sostanze classificate pericolose e registrate in quantità superiore a 10 tonnellate l’anno, “sussiste per il dichiarante l’obbligo della valutazione del rischio da esposizione e della definizione di ‘condizioni d’uso sicuro’ che devono essere comunicate agli utilizzatori a valle attraverso gli scenari di esposizione allegati alle schede di sicurezza. La quantità utilizzata, tuttavia, non è più considerata un parametro discriminante secondo REACH nei processi di autorizzazione e restrizione. Tali obblighi, infatti, si applicano a sostanze ad elevata pericolosità incluse nella lista delle sostanze candidate all’autorizzazione (SVHC) oppure ai casi oppure ai casi in cui il rischio è considerato inaccettabile (restrizione). In tali frangenti, il legislatore ha ritenuto opportuno includere degli obblighi più stringenti e delle procedure di risk management che prevedono il controllo diretto delle dell’uso da parte delle Autorità, al fine di garantire l’uso sicuro”.
L’intervento, che vi invitiamo a leggere integralmente, si sofferma poi su vari altri aspetti.
Ad esempio si indica che i processi regolatori relativi alle SVHC prevedono il coinvolgimento di vari attori (ECHA, Commissione Europea, Stati Membri) e “richiedono competenze specifiche nell’ambito scientifico, amministrativo, normativo ed economico sia nella fase iniziale di identificazione e valutazione delle SVHC, sia nelle fasi successive di autorizzazione e restrizione”. E la procedura di identificazione e valutazione delle SVHC “rappresenta la fase iniziale del processo di risk management regolamentare e consiste nell’identificare le sostanze che soddisfano ai requisiti previsti in REACH per poter essere considerate SVHC”.
In particolare in ambito europeo, “il gruppo Risk Management Experts (RiME) ha l’obiettivo di coordinare le attività degli Stati membri sia per le attività di screening delle SVHC, sia per l’individuazione dell’azione regolamentare di gestione del rischio più idonea (RMOA = Risk Management Options Analysis)”. La RMOA nasce, infatti, con lo “scopo di supportare le Autorità Competenti REACH nel valutare le azioni necessarie e più opportune a livello normativo per gestire il rischio derivante dall’uso di una determinata sostanza in Europa”.
Dall’intervento riprendiamo un grafico relativo alla correlazione tra le attività di verifica (screening) ed i processi REACH e CLP:
In definitiva l’uso sicuro di una sostanza è garantito, a livello regolamentare, “dall’applicazione delle norme di gestione del rischio più idonee in relazione alla sostanza stessa ed al tipo di usi che se ne fanno in Europa”.
E la procedura di analisi delle opzioni di gestione del rischio (RMOA) “permette di stabilire, da un punto di vista molto ampio, la migliore azione regolamentare a livello Europeo che sia in grado di garantire che l’uso della sostanza non comporti effetti avversi per la salute umana e per l’ambiente. Tale analisi, consente, inoltre di evidenziare gli elementi di contatto e/o di complementarietà tra i regolamenti REACH e CLP con le altre normative legate alla gestione del rischio, quali ad esempio le legislazioni di settore e la normativa sociale”.
Inoltre questa analisi “richiede e favorisce la collaborazione delle autorità europee e nazionali operanti nel settore delle sostanze chimiche e garantisce il rispetto dei criteri di trasparenza e la piena comprensione da parte di tutti i soggetti coinvolti, dei diversi aspetti e delle relative implicazioni”. Infine, conclude l’intervento, “l’individuazione dell’opzione di gestione del rischio più corretta, effettuata in maniera preventiva rispetto all’avvio dei processi regolatori previsti dai regolamenti europei in materia di ‘sostanze’, permette di raggiungere, mediante strumenti snelli e tecnicamente maggiormente adeguati alle diverse necessità di tutela e sviluppo connesse alla tematica, gli obiettivi del REACH di tutela della salute umana e dell’ambiente, rafforzando la competitività delle imprese”.
Concludiamo rimandando alla lettura integrale dell’intervento che, in relazione al concetto dell’uso sicuro delle sostanze pericolose, si sofferma nel dettaglio su vari argomenti:
opzioni regolatorie di gestione del rischio per le sostanze SVHC (identificazione come SVHC e autorizzazione; restrizione; classificazione ed etichettatura armonizzate; altra normativa)
connessioni con altre normative;
l’autorizzazione e la restrizione in Reach;
la direttiva 2004/37/CE (direttiva CMD).
I lavori in quota, il quadro normativo e il campo di applicazione
Categoria: Rischio cadute e lavori in quota
28/05/2019: Un intervento si sofferma sul quadro normativo e giurisprudenziale relativo alle attività di lavoro in quota e sulle coperture. La disciplina nazionale, il campo di applicazione e le indicazioni della Corte di Cassazione.
Imola, 28 Mag – Per affrontare la prevenzione delle cadute dall’alto nei lavori in quota è utile conoscere sia quanto indicato dalla normativa nazionale e regionale vigente, con particolare riferimento al Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008), sia le funzioni e le responsabilità di chi deve contribuire a tutelare l’incolumità dei lavoratori.
Riguardo alla normativa è bene ricordare che nella definizione di lavori in quota – contenuta nell’art. 107 del D.Lgs. 81/2008 (attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto ad un piano stabile) – “il criterio di calcolo non è la quota di esecuzione del lavoro ma la quota di esposizione al rischio di caduta per il lavoratore”. Ad esempio, se si ha “un ponteggio sul piano di un’ampia terrazza, la quota va calcolata rispetto al piano stabile; stessa cosa se si opera sulla struttura di un impianto industriale, anche ad alta quota”.
A ricordarlo e a fornire molte informazioni sia sulla normativa sia sugli orientamenti giurisprudenziali in materia responsabilità nei lavori in quota, è un intervento al convegno “Sicurezza delle coperture e di impianti e postazioni di lavoro sopraelevate: a che punto siamo?”, realizzato il 14 novembre 2018 a Imola nell’ambito delle Settimane della Sicurezza 2018 organizzate dall’ Associazione Tavolo 81 Imola.
Il campo di applicazione della normativa
La disciplina nazionale
La giurisprudenza e la scelta dei sistemi di protezione contro la caduta
Nell’intervento “ L’accesso e la protezione delle coperture: quadro normativo e giurisprudenziale”, a cura dell’avvocato Francesco Piccaglia De Eccher (Studio Piccaglia), si presentano alcuni dati forniti dall’Inail in materia infortunistica e ci si sofferma sul campo di applicazione del D.Lgs. 81/2008.
A questo proposito si fa riferimento al Capo II «Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni e nei lavori in quota» del Titolo IV del Testo Unico.
Riprendiamo integralmente gli articoli 105 e 106:
Articolo 105 – Attività soggette
1. Le norme del presente capo si applicano alle attività che, da chiunque esercitate e alle quali siano addetti lavoratori subordinati o autonomi, concernono la esecuzione dei lavori di costruzione, manutenzione, riparazione, demolizione, conservazione, risanamento, ristrutturazione o equipaggiamento, la trasformazione, il rinnovamento o lo smantellamento di opere fisse, permanenti o temporanee, in muratura, in cemento armato, in metallo, in legno o in altri materiali, comprese le linee e gli impianti elettrici, le opere stradali, ferroviarie, idrauliche, marittime, idroelettriche, di bonifica, sistemazione forestale e di sterro. Costituiscono, inoltre, lavori di costruzione edile o di ingegneria civile gli scavi, ed il montaggio e lo smontaggio di elementi prefabbricati utilizzati per la realizzazione di lavori edili o di ingegneria civile. Le norme del presente capo si applicano ai lavori in quota di cui al presente capo e ad ogni altra attività lavorativa.
Articolo 106 – Attività escluse
1. Le disposizioni del presente capo, ad esclusione delle sole disposizioni relative ai lavori in quota, non si applicano:
a) ai lavori di prospezione, ricerca e coltivazione delle sostanze minerali;
b) alle attività di prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi liquidi e gassosi nel territorio nazionale, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale e nelle altre aree sottomarine comunque soggette ai poteri dello Stato;
c) ai lavori svolti in mare.
La relazione indica che le norme si applicano, dunque, “anche a realtà diverse da quelle di cantiere e cioè a lavori in quota che siano svolti in un settore diverso da quello delle costruzioni” (‘le norme del presente capo si applicano ai lavori in quota di cui al presente capo e ad ogni altra attività lavorativa’).
Si ricorda anche la sentenza della Cassazione Penale n. 21268/2013: «la normativa in materia di lavori in quota trova applicazione anche rispetto alle operazioni di scaricamento e di sbracaggio di un motore industriale di notevoli dimensioni, atteso che essa non è limitata al settore delle costruzioni edilizie ma riguarda tutte le attività in quota che possano determinare cadute dall’alto dei lavoratori».
Sempre in merito alla disciplina nazionale il relatore si sofferma su altri due articoli del Capo II Titolo IV del D.Lgs. 81/2008.
L’articolo 111 segnala l’obbligo per il datore di lavoro di scegliere le attrezzature di lavoro più idonee a garantire mantenere in condizioni di lavoro sicure, dando priorità alle misure di protezione collettiva rispetto a quelle individuali:
Articolo 111 – Obblighi del datore di lavoro nell’uso di attrezzature per lavori in quota
1. Il datore di lavoro, nei casi in cui i lavori temporanei in quota non possono essere eseguiti in condizioni di sicurezza e in condizioni ergonomiche adeguate a partire da un luogo adatto allo scopo, sceglie le attrezzature di lavoro più idonee a garantire e mantenere condizioni di lavoro sicure, in conformità ai seguenti criteri:
a) priorità alle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale;
Mentre l’articolo 115 fa riferimento ai sistemi di protezione:
Articolo 115 – Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto
1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettiva come previsto all’articolo 111, comma 1, lettera a), è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione idonei per l’uso specifico composti da diversi elementi, non necessariamente presenti contemporaneamente, conformi alle norme tecniche, quali i seguenti:
a) assorbitori di energia;
b) connettori;
c) dispositivo di ancoraggio;
d) cordini;
e) dispositivi retrattili;
f) guide o linee vita flessibili;
g) guide o linee vita rigide;
h) imbracature.
3. Il sistema di protezione deve essere assicurato, direttamente o mediante connettore lungo una guida o linea vita, a parti stabili delle opere fisse o provvisionali.
4. Nei lavori su pali il lavoratore deve essere munito di ramponi o mezzi equivalenti e di idoneo dispositivo anticaduta.
Infine ci soffermiamo su quanto indicato dalla relazione riguardo alle indicazioni giurisprudenziali rispetto alla scelta dei sistemi di protezione contro la caduta.
Sono presentate due diverse sentenze:
Cass. Pen. N. 5477/2018 sez IV: «L’art. 111 D.Lgs. 81/08 non impone per il lavori temporanei in quota, che non possono essere eseguiti in condizioni di sicurezza e in condizioni ergonomiche adeguate a partire da un luogo adatto allo scopo, l’adozione di misure di protezione collettiva sancendo solo il carattere prioritario e preferenziale delle prime rispetto a quelle individuali…le protezioni collettive devono essere necessariamente previste ed adottate laddove quelle individuali, in considerazione delle loro caratteristiche o in relazione alla tipologia dei lavori risultino inadeguate, dovendo però tale presupposto essere oggetto di valutazione da parte dell’organo giudicante”;
Cass Pen. N. 44111/2013: si indica che “l’elencazione dei diversi sistemi di protezione contro le cadute dall’alto” fatta nell’art. 115 D.Lgs. 81/2008 «è si rappresentativa di sistemi la cui adozione non è obbligatoriamente contestuale (la norma precisa che essi devono essere non necessariamente presenti contemporaneamente) ma anche chiaramente indicativa del fatto che la scelta dell’adozione di uno o più di uno di essi dipende dalla necessità del caso concreto. Pertanto la constatazione dell’adozione di uno o più sistemi non esaurisce il tema della verifica della ottemperanza al disposto di cui al menzionato articolo 115».
Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale delle slide relative all’intervento dell’avvocato Piccaglia. L’intervento si sofferma anche sulla disciplina in materia di linee vita, sulla normativa regionale e sulla giurisprudenza in tema di responsabilità, con particolare riferimento al coordinatore in materia di sicurezza e salute durante la esecuzione dell’opera (CSE).
27 maggio 2019 in Sicurezza sul lavoro
L’aggiornamento del Piano di Sicurezza e Coordinamento
Categoria: POS, PSC, PSS
23/05/2019: La Cassazione Penale Sez. IV, con la sentenza n. 57974/2017 ha chiarito che la riunione periodica di coordinamento ha funzione integrativa del PSC in relazione all’evoluzione dei lavori.
Il Coordinatore della Sicurezza per L’Esecuzione dei lavori (CSE) è soggetto gravato dagli obblighi dell’art. 92 del D. Lgs. n° 81/2008. Il comma 1 lett. b) di questo articolo richiede al CSE, oltre a verificare l’idoneità del Piano Operativo di Sicurezza (POS), di adeguare il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute, valutando le proposte delle imprese esecutrici dirette a migliorare la sicurezza in cantiere e verificare che le imprese esecutrici adeguino, se necessario, i rispettivi POS.
Come tale adeguamento debba avvenire, il legislatore nulla dice.
Pertanto, ogni CSE ha adottato una propria metodologia per adeguare il PSC ogni qual volta, lo sviluppo dei lavori lo ha reso necessario.
C’è chi ha rielaborato integralmente il PSC introducendo i cambiamenti resisi necessari.
C’è chi ha allegato al PSC degli stralci integrativi.
C’è chi ha formalizzato le decisioni di adeguamento prese per il PSC all’interno delle riunioni di coordinamento.
Su quest’ultimo metodo, gli enti di vigilanza, a macchia di leopardo, hanno avuto spesso da ridire, contestando che al PSC non era stata apportata formalmente alcuna modifica visto che, al momento del loro sopralluogo in cantiere, ad esempio, era in atto una lavorazione che interferiva con le altre ma non era presente nel citato documento programmatico per la gestione della sicurezza in cantiere.
Inutili risultavano le rimostranze dei CSE che evidenziavano che, nelle riunioni di coordinamento periodiche, la nuova lavorazione era stata presa in considerazione, era stata analizzata ed erano state definite le misure conseguenti per garantire la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro con il tutto messo nero su biancoall’interno delle citate riunioni con, ad esempio, ben evidenziato:
<< Le decisioni relative al PSC, formalizzate all’interno del presente verbale in funzione delle modifiche intervenute, costituiscono adeguamento dello stesso e impegnano tutti gli attori alla puntuale applicazione di quanto congiuntamente concordato>>.
Nonostante ciò, basandosi sulla formale assenza di previsione della lavorazione XYZ all’interno del PSC, gli enti di vigilanza sanzionavano il CSE per la violazione dell’art. 92 comma 1, lett. b) o, in caso, di reato d’evento, ex art. 589 e 590 cp, lo coinvolgevano nel procedimento giudiziario in seguito ad infortunio sul lavoro.
Ora, se dovessimo commentare, da ambientalisti, questo tipo di approccio degli enti di vigilanza, dovremmo dire che si tratta di un approccio che concorre all’incremento delle attività di deforestazione dell’Amazzonia, vista la necessità di dover periodicamente ristampare un documento ogni qual volta si manifestasse la necessità di una modifica alle lavorazioni, cosa che, in un cantiere edile, anche di bassa complessità, può essere molto frequente.
Eppure, basterebbe non avere i paraocchi e un po’ di pragmatismo per comprendere che una riunione di coordinamento, i cui contenuti sono quelli sopra descritti, soddisfa ampiamente quanto richiesto dal legislatore riguardo l’adeguamento dei documenti programmatici di cantiere per la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
Su questo argomento, con i tempi di risposta tipici di un call center intasato, c’è arrivata anche la Cassazione Penale, Sez. IV con la sentenza del 29 dicembre 2017, n. 57974.
Non è certo una novità che, anche su questioni la cui ovvietà è palese, la nostra Cassazione Penale, ci arrivi sempre con difficoltà e tempi biblici.
Basta ricordare che le prime pronunce in cui il ruolo di coordinatore passava da quello di costante vigilante di cantiere dotato del potere della pluriubiquità (in modo da poter essere contemporaneamente in più luoghi del cantiere o in più cantieri), a quello di regista della sicurezza, ci sono voluti tredici anni dall’entrata in vigore del D. Lgs. 494/1996 con le prime sentenze del 2010 dove era stato ribadito che le funzioni del CSE erano e sono di alta vigilanza e non vanno confuse con la vigilanza operativa che è demandata al datore di lavoro ed alle figure che da lui dipendono come, ad esempio, il preposto.
Sempre secondo le sentenze dei giudici della Suprema Corte, evidentemente abbagliati e convertiti sulla via del Palazzaccio ad inizio 2010, il CSE doveva e deve esercitare <<un ruolo di vigilanza che riguarda la generale configurazione delle lavorazioni e non la puntuale stringente vigilanza, momento per momento, demandata alle figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto)>>.
Comunque, come dicevamo prima, anche la Cassazione Penale ha compreso che l’aggiornamento del PSC possa essere effettuato tramite le riunioni di coordinamento, riconoscendone la piena validità come metodo per governare le attività di cantiere (Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974).
Ovviamente, questa pronuncia, così come le tante altre che avevano ridefinito il perimetro delle responsabilità del CSE, è passata in silenzio senza che nessuno dei soliti commentatori gli dedicasse attenzione.
Non è certo una sorpresa, visto che i soliti commentatori si distinguono sempre per commentare solo pronunce della Cassazione Penale dove la condotta del CSE viene giustamente censurata, visti le palesi omissioni commesse.
Del resto, la spiegazione del perché i commenti riguardino solo queste sentenze è ovvia.
Infatti, chi tende a commentare solo queste sentenze lo fa perché così si alimenta il livello di preoccupazione se non di ansia o di paura tra gli addetti ai lavori, visto che queste preoccupazioni sono i principali driver che orientano la scelta di acquisto di consulenze professionali, di libri, di iscrizioni a convegni e seminari dove i commentatori sono relatori, ecc..
Per quanto legittimo tale approccio (anche se non condivisibile), va però detto che, così operando, non si fa una informazione corretta e completa.
Comunque, tornando sull’argomento, l’oggetto del presente contributo è la disamina della sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974.
Cosa era successo nel caso esaminato dalla Cassazione Penale?
Nel corso di lavori presso un cantiere edile, presso il quale lavoravano più imprese, un lavoratore dell’impresa X stava eseguendo, all’interno di un cavedio, il lavaggio di una persiana smontata utilizzando una idropulitrice. Contestualmente si stavano svolgendo operazioni che comportavano l’uso di un montacarichi posizionato sulla sommità di un ponteggio metallico eretto all’interno del cavedio ove l’operatore citato stava eseguendo la suddetta operazione. Dal montacarichi, durante la fase di salita, si era staccato ed era caduto un trapano miscelatore, non adeguatamente assicurato al montacarichi stesso da parte di un dipendente dell’impresa Y; l’attrezzo aveva colpito al capo l’operatore dell’impresa X procurandogli le lesioni gravi.
Ai datori di lavoro dell’impresa X e dell’impresa Y fu contestato il reato ex 590 cp, in cooperazione colposa fra loro, per non avere adottato le misure necessarie a prevenire i rischi a carico dei lavoratori in sosta o in attività sotto carichi sospesi; a loro si aggiunse anche il CSE a cui fu contestato di non avere compiuto alcuna delle attività prescritte dall’art. 92 del D.Lgs. n° 81/2008, in relazione alle interferenze fra lavoratori delle diverse imprese, in particolare con riguardo alle modalità di accesso e di sosta nel cavedio, non aggiornando, così, il PSC.
La Corte di merito ritenne X, Y e CSE corresponsabili dell’accaduto.
Al CSE fu contestato di aver predisposto un piano di sicurezza e coordinamento che non poteva dirsi aggiornato dal verbale di coordinamento, in quanto quest’ultimo non conteneva riferimenti al rischio specifico concretizzatosi in occasione del lavaggio delle persiane e ai relativi provvedimenti da adottare.
Al datore di lavoro dell’impresa X, fu contestato sia la mancata fornitura dei DPI (pur presenti in cantiere) ai dipendenti, e tra questi all’operatore infortunato che la mancata vigilanza circa il loro effettivo utilizzo (in particolare, il casco protettivo).
Al datore di lavoro dell’impresa Y, dal quale dipendeva l’operatore che agganciò malamente l’attrezzo caduto sul capo dell’operatore infortunato, la Corte di merito, escludendo l’abnormità del comportamento del proprio operatore, rilevò la violazione, da parte sua, dell’art. 71 D.Lgs. n° 81/2008, laddove tale disposizione prescriveva l’adozione di misure per impedire che i lavoratori si trattenessero sotto i carichi sospesi e vietava che i carichi venissero fatti passare sopra i luoghi di lavoro non protetti, abitualmente occupati dai lavoratori.
Riguardo la sentenza di condanna ricorsero tutti e tre i soggetti.
Il ricorso della difesa del datore di lavoro X era basato su tre motivazioni.
Con il primo motivo denunciava violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata assoluzione, in quanto aveva predisposto un articolato POS, ove si attribuiva ad un proprio preposto, il compito di verificare costantemente osservanza delle previsioni in tema di prevenzione infortuni da parte dei dipendenti dell’impresa X. Il datore di lavoro dell’impresa X, inoltre, sosteneva di aver effettuato la formazione ai propri dipendenti ed aver distribuito i DPI con le informazioni sul loro uso. La Corte di merito aveva però ritenuto degno di fede il solo operatore infortunato che negava di aver ricevuto in dotazione i DPI; pertanto, il convincimento di colpevolezza da parte della Corte territoriale era frutto di una valutazione della prova errata e non osservante dei principi generali in materia.
Il secondo motivo di ricorso riguardava la violazione di legge in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche e all’eccessività della pena inflitta, a fronte dell’immediata denuncia dell’infortunio, da parte del datore di lavoro dell’impresa X, alla propria compagnia assicuratrice, senza attendere che la persona offesa sollecitasse il risarcimento.
Infine, con il terzo motivo il datore di lavoro dell’impresa X, denunciava violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento alla decisione di subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale, senza valutare la capacità economica dell’imputato.
Il datore di lavoro dell’impresa Y, tramite il proprio difensore, lamentava violazione di legge (e di fatto anche vizio di motivazione) con riguardo all’interpretazione delle norme del D.Lgs. n° 81/2008 (in specie, degli artt. 17 lett. a) in relazione all’art. 28, e dell’art. 71 comma 6 del decreto) e alla posizione di garanzia per vigilanza genericamente a lui attribuita come datore di lavoro anche nei riguardi dell’infortunato, oltreché del proprio operatore in quanto, sul punto, la Corte di merito si era limitata a un rinvio alle considerazioni svolte dal Tribunale nella sentenza di primo grado. Per contro, l’infortunato dipendeva dall’impresa X mentre l’operatore a cui era caduto il trapano miscelatore era, in realtà, un lavoratore autonomo con propria partita IVA che operava per conto dell’impresa Y. Inoltre, la difesa del datore di lavoro dell’impresa Y, come secondo motivo di ricorso, lamentava violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento al comportamento del lavoratore autonomo e dell’operatore dell’impresa X che andava qualificato come abnorme e avente valore interruttivo del nesso di causalità. Pertanto, attribuire al datore di lavoro dell’impresa Y, la responsabilità dell’accaduto, a fronte di siffatto comportamento dei due lavoratori, equivaleva a riconoscere in capo al ricorrente una forma di responsabilità oggettiva.
Il ricorso del CSE, invece, era articolato in due motivi di lagnanza.
Con il primo motivo, si lamentava violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata in rapporto alla posizione di coordinatore per l’esecuzione lavori a lui attribuita: posizione che, osservava il ricorrente, comportava obblighi di alta vigilanza e di verifica dell’applicazione delle disposizioni contenute nel PSC da parte delle imprese esecutrici, nonché dell’idoneità del POS e dell’eventuale necessità di procedere a un aggiornamento del piano stesso.
Secondo la difesa del CSE, il verbale della riunione di coordinamento costituiva una vera e propria integrazione del piano di sicurezza, che all’allegato 1 – diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di merito – faceva espresso richiamo del precetto contenuto nell’art. 92 comma 1, lett. b) del D.Lgs. n° 81/2008 e prendeva espressamente in esame anche le lavorazioni da eseguirsi all’interno del cavedio dove era avvenuto l’infortunio.
Infatti, il CSE, con riguardo a tali luoghi, aveva introdotto nel documento il divieto di sovrapposizione di lavorazioni, con la sola eccezione del calaggio a basso delle persiane, da mantenersi sui ponteggi a cura della impresa X e da calarsi a cura della impresa Y; durante questa operazione, per espressa previsione del verbale della riunione di coordinamento, tutte le lavorazioni dovevano essere sospese.
Inoltre, riguardo la censura inerente il fatto che il verbale della riunione non fosse stato reso noto alle maestranze, come sostenuto in sentenza, la difesa del CSE aveva replicato ribadendo che il verbale era stato sottoscritto dai rappresentanti delle imprese operanti nel cantiere, visto che l’opera di alta vigilanza del coordinatore per l’esecuzione lavori è rivolta non già ai lavoratori, ma ai datori di lavoro delle imprese esecutrici.
Nel secondo motivo di ricorso, il CSE deduceva che la condizione cui era subordinata la sospensione della pena (ossia il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva dell’importo complessivo di 60 mila euro) era maturata, come comprovano le ricevute di versamento allegate all’atto: rileva anzi il deducente che i versamenti erano stati effettuati tutti dal CSE, anche in relazione alle altrui posizioni.
La IV sezione della Cassazione Penale, nell’udienza del 24 novembre 2017, rigettava i ricorsi dei due datori di lavoro delle imprese X ed Y [1] e riteneva fondate le motivazioni del ricorso del CSE.
Le motivazioni per cui la Cassazione Penale aveva accettato il ricorso del CSE erano state le seguenti.
Secondo la Cassazione Penale, bisognava partire dalla considerazione che, per pacifica giurisprudenza in tema di infortuni sul lavoro, la funzione di alta vigilanza che grava sul coordinatore per l’esecuzione dei lavori ha ad oggetto esclusivamente il rischio cosiddetto generico e cioè relativo alle fonti di pericolo riconducibili all’ambiente di lavoro, al modo in cui sono organizzate le attività, alle procedure lavorative ed alla convergenza in esso di più imprese.
Pertanto, il CSE non risponde degli eventi riconducibili al cosiddetto rischio specifico, proprio dell’attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore autonomo. Per giurisprudenza consolidata si è, altresì, recentemente precisato che la funzione di alta vigilanza che grava sul CSE <<ha ad oggetto esclusivamente il rischio per l’ipotesi in cui i lavori contemplino l’opera, anche non in concomitanza, di più imprese o lavoratori autonomi le cui attività siano suscettibili di sovrapposizione od interferenza, e non il sovrintendere, momento per momento, alla corretta applicazione delle prescrizioni e delle metodiche risultanti dal piano operativo di sicurezza>>.
Pertanto, secondo la Suprema Corte, doveva riconoscersi che il ricorrente aveva correttamente prospettato, nei termini chiariti dalla giurisprudenza della Corte, i termini del suo ambito di responsabilità nella qualità di CSE in quanto <<ha documentato in modo puntuale ed esaustivo che, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, il verbale di coordinamento, oltre ad avere effettivamente funzione integrativa del piano di sicurezza, escludeva la sovrapposizione di attività lavorative anche con riguardo allo svolgimento di operazioni nella parte di ponteggio dentro il cavedio ove era avvenuto l’incidente, salvo che per le operazioni di calo a basso delle persiane, durante le quali le altre operazioni di lavoro dovevano rimanere sospese>>.
Inoltre, per la Cassazione Penale, è anche mal posta, nella sentenza impugnata, la questione della mancata diffusione del verbale della riunione periodica di coordinamento, visto che i compiti di alta vigilanza affidati al CSE, implicavano che egli interagisse non già con le maestranze, ma con i titolari delle imprese esecutrici nel vigilare e coordinare l’osservanza, da parte di costoro, delle misure di sicurezza.
Pertanto, secondo la Suprema Corte, la sentenza impugnata <<va annullata senza rinvio, per non avere il suddetto ricorrente commesso il fatto; conseguentemente vanno annullate, altresì, le statuizioni civili emesse nei suoi confronti>>.
La sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV del 29 dicembre 2017, n. 57974, è emblematica per almeno un paio di motivi.
Innanzi tutto, riconosce la riunione periodica di coordinamento quale momento topico per rianalizzare le attività di cantiere, verificare preventivamente l’impatto dei cambiamenti resesi necessari per proseguire l’esecuzione dei lavori e, soprattutto, stabilire regole condivise per garantire la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori coinvolti costituendo così una concreta e pratica metodologia di adeguamento, in corso d’opera, del PSC nonché dei POS delle imprese esecutrici.
L’altro motivo è che la sentenza ribadisce che il CSE non deve interagire direttamente con le maestranze, visti i compiti di alta vigilanza, ma con i datori di lavoro delle imprese esecutrici e i loro ausiliari (dirigenti e preposti).
In conclusione, si reputano doverose alcune riflessioni.
Innanzi tutto, in merito allo specifico caso, emerge la superficialità ed approssimazione con cui è stata effettuata l’indagine che ha portato al coinvolgimento del CSE tanto da far pensare ad una forma di responsabilità oggettiva a prescindere per questi.
Infatti, nonostante le evidenze oggettive che il CSE aveva prodotto agli atti, il rinvio a giudizio e le condanne conseguenti nei primi due gradi di giudizio, denotavano quanto meno una scarsa conoscenza, da parte di chi ha indagato e di chi ha giudicato, di quale fosse la condotta penalmente esigibile da parte di questo soggetto.
In altre parole, un’analisi condotta in modo approfondito in fase di indagine, avrebbe già dovuto far emergere, a fronte di quanto deciso nella riunione periodica di coordinamento, la totale estraneità del CSE.
Evidentemente, chi ha indagato era ancora bloccato nel tipico approccio che lo portava a vedere il CSE come il garante in toto della sicurezza in cantiere con la conseguenza di aver svolto un’indagine volta più alla ricerca di qualcosa che supportasse le proprie convinzioni che all’accertamento dei fatti.
Se da una parte è vero che l’indagine riguardava un infortunio sul lavoro avvenuto appena sei mesi dopo l’entrata in vigore del D. Lgs. n° 81/2008, è altrettanto vero che, ancora oggi, le indagini e le consulenze tecniche per la magistratura inquirente vengono svolte da soggetti che, nonostante, i consolidati orientamenti giurisprudenziali che negli ultimi dieci anni hanno definito con chiarezza quale sia il perimetro delle responsabilità del CSE, continuano a non aggiornarsi ed a guardare a questo soggetto come lo sceriffo di cantiere a cui nulla deve sfuggire, che deve rapportarsi direttamente con i lavoratori (basta guardare le domande fatte nelle SIT in cui l’ente di vigilanza ancora oggi chiede ai lavoratori se conoscono il CSE), che deve sopperire alle mancanze dei datori di lavoro delle imprese e che, se l’evento grave si è verificato, allora non può che esserci anche la sua co-responsabilità.
Questo, indubbiamente, lascia chiaramente intravedere, ancora oggi, ampi margini di miglioramento per il nostro sistema giudiziario nell’affrontare e comprendere quale sia la condotta penalmente esigibile da parte del CSE.
Ingegnere Consulente di Direzione
[1] Per le motivazioni del rigetto dei due ricorsi si rimanda alla sentenza della Cassazione Penale sez. IV, 29 dicembre 2017, n. 57974
Le azioni per ridurre il rischio di esposizione all’amianto
22/05/2019: Un documento della Regione Toscana riporta indicazioni per la rimozione e lo smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto derivanti da utenze domestiche. Le istruzioni operative e i dispositivi di protezione.
Firenze, 22 Mag – Tra le azioni per contenere e ridurre il rischio di esposizione all’amianto contenute nel documento regionale “ LINEE GUIDA SULL’AMIANTO. Criteri e priorità per l’esercizio delle azioni della Regione Toscana”, previsto in Toscana dalla legge regionale n. 55 del 5 ottobre 2017, sono presenti specifiche indicazioni per la rimozione e lo smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto (MCA) derivanti da utenze domestiche.
Rimozione e smaltimento di modeste quantità di materiali contenenti amianto
Operazioni preliminari e dispositivi di protezione
Le fasi della rimozione dei materiali contenenti amianto
Le indicazioni presenti nel documento si ripropongono le seguenti finalità:
“evitare l’abbandono di amianto sul territorio e la conseguente esposizione al rischio della popolazione e contaminazione delle matrici ambientali;
fornire indicazioni adeguate per la corretta gestione del MCA attraverso l’individuazione dei requisiti minimi e delle condizioni che devono essere presenti ai fini della rimozione di modeste quantità di MCA;
contenere i costi della rimozione e successivo smaltimento;
assicurare che vi sia un omogeneo recepimento e si determini una omogenea applicazione delle regole per la rimozione e lo smaltimento di MCA nel territorio regionale”.
In particolare si indica che gli elementi che “favoriscono la dismissione corretta e scoraggiano l’abbandono di MCA sono costituiti, essenzialmente, da facili modalità di accesso al servizio, da adeguate informazioni per attuare in sicurezza la rimozione e confezionamento in proprio, da un supporto tecnico per eventuali problematiche che il cittadino si trova ad affrontare e infine da costi calmierati”. E a questo proposito le linee guida “vogliono mettere in condizione i privati cittadini di provvedere direttamente alla rimozione di modeste quantità di MCA da utenze domestiche”, come indicate nel documento. Senza dimenticare che se le operazioni presentano rischi per l’incolumità delle persone o non vi siano condizioni di sicurezza, o comunque non si possono rispettare i requisiti presentati nel documento regionale, “è necessario provvedere alla rimozione attraverso ditte specializzate”.
Ci soffermiamo oggi sulle istruzioni operative, sulle attrezzature e sui dispositivi di protezione individuale indicati nelle linee guida.
Nelle linee guida si indica che “deve essere utilizzato un kit contenente i dispositivi di protezione individuale (DPI) e i materiali idonei per l’imballaggio del manufatto rimosso, con le istruzioni per l’uso, fornito dal gestore pubblico, dietro rimborso dei costi”.
In particolare il kit, fornito dal gestore al cittadino che ha ricevuto il consenso per la rimozione diretta, contiene:
“1 mascherina FFP3 conchiglia con valvola;
1 tuta monouso con cappuccio tipo 5-6 Cat. III;
2 paia guanti da lavoro in pelle da smaltire a fine intervento con il resto dei DPI;
2 paia di sovrascarpe;
1 flacone con 750 grammi di incapsulante tipo D (in alternativa 750 grammi di colla vinilica e 1 tubetto di colorante rosso o blu);
fogli in nylon-polietilene bianco di spessore minimo 0.20 mm in base alla tipologia del manufatto o in alternativa sacchi idoneamente etichettati per confezionare i materiali rimossi;
10 etichette adesive con scritta “R” e “pericolo amianto”;
nastro da pacchi adesivo in plastica possibilmente con scritta “Attenzione Amianto”.
Il cittadino si deve premunire di idoneo spruzzatore/nebulizzatore a bassa pressione dove inserire l’incapsulate per il trattamento, uno o più pallet se necessario per appoggiare il materiale rimosso, le eventuali attrezzature manuali, scale e trabattelli da utilizzare”.
Inoltre prima di procedere alla rimozione o raccolta dei manufatti “devono essere eseguite le sottoelencate operazioni preliminari:
se la zona di intervento è soggetta al passaggio di terzi, deve essere impedito l’accesso delimitando l’area con nastro bicolore o appositi cartelli;
indossare scarpe idonee, la tuta, la maschera FFP3, il cappuccio della tuta, le sovrascarpe e per ultimo i guanti da lavoro (come previsto nella successiva Fase 1);
preparare la soluzione incapsulante di tipo D fornita da spruzzare sulla copertura o sui manufatti da rimuovere. In alternativa il cittadino deve miscelare la colla vinilica con acqua e con il colorante ottenendo una soluzione colorata al 30% di colla in acqua. Generalmente un litro di preparato è sufficiente per spruzzare circa 10 m2 di superficie;
tutte le operazioni devono essere eseguite riducendo al massimo la produzione di polvere, evitando di rompere o tagliare i manufatti, di lasciarli cadere, di trascinarli;
predisporre sul pavimento due teli di polietilene incrociati, aprendoli completamente;
raccogliere, previa bagnatura con il prodotto incapsulante, gli eventuali materiali contenenti amianto caduti a terra”.
Nel documento sono presentate nel dettaglio le varie fasi della rimozione:
Fase 1– Vestizione con indumenti protettivi
Fase 2 – Trattamento dei manufatti in cemento-amianto
Fase 3 – Rimozione dei manufatti
Fase 4 – Svestizione
Ad esempio riguardo alla vestizione con indumenti protettivi sono fornite le seguenti indicazioni:
“Indossare prioritariamente la tuta monouso avendo l’accortezza di non lacerare il tessuto con altri indumenti sottostanti quali borchie di cinture, cerniere e relativi zip od altre protuberanze laceranti. Si consiglia di aprire totalmente la tuta protettiva abbassando quasi completamente la cerniera di chiusura, e, partendo dall’inserimento dei piedi nelle apposite uscite inferiori, cominciare a sollevare la tuta fino al raggiungimento del cavallo dei pantaloni, quindi, inserire le braccia una per volta nelle relative maniche, infine, piegandosi leggermente sulle ginocchia, facilitare l’aderenza del resto della tuta alla propria schiena. In piedi, chiudere quindi la cerniera fino all’altezza del collo. Non indossare assolutamente in questa fase il cappuccio della tuta.
Indossare la maschera FFP3 ed aggiustare la linguetta di alluminio che sovrasta il naso per adattarla alla propria conformazione facciale. Se la maschera è dotata di regolazione degli elastici, procedere al loro adattamento. Si ricordi che la maschera è senza dubbio il pezzo del Kit più importante per la salvaguardia delle vie respiratorie dalle polveri di amianto, e quindi, è opportuno adattarla perfettamente alla propria faccia nel modo più aderente possibile senza tuttavia deformarla con un eccessivo schiacciamento al volto. Per una migliore indossabilità e funzionalità si raccomanda una perfetta rasatura del volto.
Dopo avere indossato la maschera, indossare il cappuccio della tuta facendola aderire fino alle guance (gli elastici traenti dovranno essere sempre e comunque essere coperti dal cappuccio della tuta).
Indossare le sovrascarpe e i guanti forniti facendoli aderire perfettamente alle dita in modo da ottenere la massima prensilità (gli elastici alle maniche della tuta dovranno quindi essere posizionati a copertura dei guanti che se ben indossati dovranno raggiungere i polsi)”.
Dopo aver accennato al trattamento dei manufatti in cemento-amianto, con particolare riferimento al prodotto incapsulante, sono riportate le indicazioni per la rimozione dei manufatti con riferimento a:
Rimozione lastre di copertura in cemento-amianto in quota (max 3 m di altezza dal piano campagna, superficie massima 30 m2)
Lavori di rimozione/raccolta di materiali in amianto a terra (quantità massima 300 Kg)
Lavori di rimozione di canne fumarie e tubazioni in MCA (quantità massima 300 Kg e altezza di lavoro max 3 m)
Lavori di rimozione di cassoni o serbatoi per acqua in MCA (capacità massima 500 litri)
Lavori di rimozione di pavimenti in piastrelle in PVC in amianto (superficie max 30 mq)
Ad esempio riguardo alla rimozione delle lastre di copertura in cemento-amianto in quota (max 3 m di altezza dal piano campagna, superficie massima 30 m2) si indica che “l’area sottostante la copertura da rimuovere deve essere sgombrata da mobili e suppellettili eventualmente presenti, così come intorno al perimetro del fabbricato (si consiglia di tagliare anche l’eventuale vegetazione per evidenziare meglio i frammenti che possono cadere a terra)”. E le attrezzature ingombranti che non possono essere spostate “devono essere completamente ricoperte con fogli di polietilene e sigillate con nastro adesivo. Sigillare inoltre condizionatori, canne fumarie e altre aperture nelle pareti”.
Nelle linee guida sono poi riportate indicazioni operative per il carico del materiale, per l’uso del prodotto incapsulante, per lo smontaggio e disposizione delle lastre e per la pulizia.
Riprendiamo anche alcune avvertenze finali:
“non si deve mai salire sulle lastre di cemento-amianto che sono molto fragili e si rompono con facilità. Non usare assolutamente attrezzi di fortuna per operare in altezza, quali, a puro titolo di esempio, sedie o sgabelli;
ai fini antinfortunistici, la rimozione di lastre in opera deve essere effettuata dal basso, con l’uso di un piano di calpestio a norma (es. trabattello);
se le dimensioni e l’ubicazione del manufatto da rimuovere sono tali da rendere difficile e insicura l’esecuzione delle operazioni descritte, si ritiene opportuno fare intervenire una ditta specializzata;
non usare trapani o altri strumenti/attrezzature ad alta velocità per il taglio degli ancoraggi del MCA”.
Concludiamo rimandando alla lettura integrale delle linee guida della Regione Toscana che riportano, oltre a molte informazioni sul lavoro di rimozione, anche dettagliate indicazioni su:
requisiti per la rimozione diretta di MCA da utenze domestiche da parte dei cittadini
carico e trasporto del materiale
procedura amministrativa per l’attivazione del servizio di ritiro e smaltimento
competenze dei gestori e degli enti coinvolti.