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Timestamp: 2017-08-22 07:12:54+00:00
Document Index: 159219068

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 31', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 24', 'art. 27', 'art. 10', 'art. 53']

N. 208 REG. SENT.
n. 1731 Reg. Ric.
- I^ SEZIONE -
nelle persone dei sigg.ri:
Dott. Gaetano CICCIO’ - Presidente
Dott. Saverio ROMANO - Consigliere
Dott. Eleonora DI SANTO - Consigliere
sul ricorso n. 1731/2006 proposto da CONDOMINIO LA VELA, CONDOMINIO IL MAESTRALE, PADOVANO CRISTINA, PADOVANO MAURIZIO, BIANCHI BEATRICE, TADDEI PAOLA, PAPINI MAURO, rappresentati e difesi dall’avv. prof. Duccio M. Traina con domicilio eletto presso lo studio del medesimo in Firenze, via La Marmora n. 14;
COMUNE DI SAN VINCENZO, in persona del sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Renzo Grassi, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Luca Capecchi in Firenze, via Cavour n. 64;
GEINGROS S.A.S., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Federico De Meo ed Enrico Longhi ed elettivamente domiciliata presso il proprio studio in Firenze, via dell’Oriuolo n. 20;
della deliberazione del consiglio comunale di San Vincenzo in data 25.7.2006 n. 67, di approvazione della “variante gestionale 2005” al regolamento urbanistico comunale;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del comune e della società controinteressata;
Designato relatore, alla pubblica udienza del 9 gennaio 2008, il Consigliere dott. Saverio Romano;
Uditi, altresì, per le parti l’avv. D.M.Traina, l’avv. R.Grassi e l’avv. U.Franceschetti delegato da F.De Meo;
Con atto notificato il 7-9 novembre 2006, i condomini ricorrenti, premesso di essere entrambi ubicati nel comune di San Vincenzo, Corso Italia n. 46/A e n. 48, posti in prossimità del complesso immobiliare denominato “Villa Piani” sull’angolo tra lo stesso Corso Italia e via A. Costa di proprietà della società Geingros, hanno impugnato la deliberazione consiliare recante l’approvazione della variante gestionale 2005 al regolamento urbanistico comunale.
Essendo stato ammesso, con la variante in questione, un intervento di edificazione di completamento o di ampliamento degli edifici esistenti, contrariamente a quanto previsto dal piano strutturale, i ricorrenti hanno dedotto il seguente motivo: violazione dell’art. 10 l.r.t. n. 1/2005 e degli artt. 5 e 19 delle norme del piano strutturale comunale, in quanto la scheda normativa S.S.I.5.b.20 relativa al completamento di “Villa Piani” introduce una potenzialità edificatoria autonoma in un ambito che il piano strutturale non prevede come suscettibile di nuova edificazione.
Costituitesi in giudizio, l’amministrazione comunale resistente e la società controinteressata hanno preliminarmente eccepito l’inammissibilità del ricorso per carenza di legittimazione attiva; nel merito, hanno sostenuto la legittimità degli atti impugnati, chiedendo la reiezione del ricorso siccome infondato.
1 – I ricorrenti, in parte condomìni in parte singoli abitanti dei medesimi, ritenendo di essere lesi dall’intervento edificatorio consentito dalla variante gestionale 2005 al regolamento urbanistico comunale, hanno impugnato la deliberazione consiliare recante l’approvazione della variante, chiedendone l’annullamento.
Comune e società controinteressata hanno eccepito l’inammissibilità del gravame, per carenza di legittimazione e di interesse dei ricorrenti, che non avrebbero provato né la lesione derivante dall’intervento né l’interesse, essendosi limitati ad affermare di essere proprietari di aree confinanti con quella oggetto dell’intervento stesso.
I ricorrenti hanno replicato che, dalla documentazione prodotta in giudizio (certificato di attribuzione del numero di codice fiscale ai due condomìni, atti di acquisto di proprietà dei singoli soggetti privati), risulta accertata la loro legittimazione a proporre il ricorso in esame.
Inoltre, dalla ulteriore documentazione prodotta (piantina indicante l’ubicazione dei due condomìni), risulta altresì accertato l’interesse dei ricorrenti all’annullamento dell’atto impugnato che comporta un intervento di edificazione pari a 500 metri quadrati per un’altezza di circa 7,5 metri su di un’area contigua, che precluderebbe ai medesimi ricorrenti parte della vista a mare, diminuendo significativamente il valore degli immobili di proprietà.
Nella fattispecie, risultano invero provate sia la titolarità di una posizione differenziata rispetto alla generalità dei cittadini (derivante dal titolo di proprietà e dalla qualità di residenti dei singoli ricorrenti) sia la sussistenza di un interesse concreto derivante dal pregiudizio, sia sotto il profilo del godimento personale che sotto quello della diminuzione di valore economico dell’immobile, costituito da un intervento di nuova edificazione sull’area contigua tale da ridurre significativamente il pregio dei due condomìni (e delle singole abitazioni dei ricorrenti) e, pertanto, idoneo a configurare quell’alterazione pregiudizievole del preesistente assetto edilizio ed urbanistico che i ricorrenti invece intendono conservare (Cons. St., Sez. V, 28 giugno 2004 n. 4790).
Il Collegio non ignora che in tema di impugnativa di concessioni edilizie da parte di terzi, per quanto riguarda la legittimazione, la giurisprudenza non esprime un orientamento univoco.
Infatti, un indirizzo prevalente riconosce la sussistenza della legittimazione, indipendentemente dalla dimostrazione che i lavori assentiti dall'atto impugnato comportino un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l'impugnazione (Consiglio Stato , sez. IV, 14 dicembre 2004 , n. 8072).
Secondo tale orientamento, l'art. 31 l. 17 agosto 1942 n. 1150, modificato dalla l. 6 agosto 1967 n. 765, che consente a chiunque di impugnare le concessioni edilizie ritenute illegittime, deve essere inteso nel senso che va riconosciuta una posizione di interesse legittimo in capo al proprietario di un immobile sito nella zona interessata alla costruzione o a chi si trovi in una situazione di stabile collegamento con la zona stessa, senza che, peraltro, debba essere data dimostrazione della sussistenza di un interesse qualificato alla tutela giurisdizionale. Ne consegue che ha interesse a ricorrere il soggetto che faccia valere un interesse giuridicamente protetto di natura urbanistica, quale è quello all'osservanza delle prescrizioni regolatrici dell'edificazione, senza che occorra procedere in concreto ad alcuna ulteriore indagine al fine di accertare se i lavori assentiti dall'atto impugnato comportino un effettivo pregiudizio per il soggetto che propone l'impugnazione (Cons. St. , V, 18 settembre 1998 n. 1289 ; Idem, V, 13 luglio 2000 n. 3904).
Un secondo indirizzo, minoritario, afferma invece che la legittimazione deve essere per lo meno specificata nell'impugnativa, con riferimento alla situazione concreta e fattuale, indicando la ragione, il come e la misura con cui il provvedimento impugnato si rifletta sulla propria posizione sostanziale determinandone una lesione concreta, immediata e attuale (Cons. St., sez. V, 7 luglio 2005 n. 3757).
Se infatti è del tutto pacifico, con riferimento all’impugnativa del permesso di costruire, che la legittimazione a ricorrere debba necessariamente ricollegarsi quantomeno ad una situazione di stabile collegamento con la zona interessata dalla costruzione e ancorché non occorra “alcuna ulteriore indagine al fine di accertare se i lavori assentiti dall’atto impugnato comportino un effettivo pregiudizio”, in tema di impugnazione dei piani urbanistici, generali e/o attuativi, è pur sempre essenziale che le previsioni e prescrizioni censurate introducano una specifica lesione di posizioni giuridiche soggettive differenziate non identificabili ex se nella generica posizione del “cives” (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 12 marzo 2001, n. 1382, che esclude la legittimazione ad impugnare atti urbanistici da parte di meri cittadini residenti in un centro storico “giacché tale legittimazione va riconosciuta soltanto a coloro che si trovino in una particolare situazione di fatto in quanto possessori di beni nella stessa via o quartiere, e, comunque, residenti in una zona localizzata in modo tale da risentire direttamente del danno eventualmente determinato dal nuovo insediamento edilizio”; Tar Puglia, Bari, Sez. III, 7 maggio 2007 n. 1254).
In una recente pronuncia, il giudice amministrativo ha avuto occasione di precisare che “la sentenza, invero, lungi dall’aver escluso la ricorrenza della cosiddetta “vicinitas”, ha ritenuto, invece, che nella specie tale condizione dell’azione sussiste alla stregua di un giudizio che tenga conto della natura e dimensioni dell'opera realizzata, della sua destinazione, delle sue implicazioni urbanistiche ed anche delle conseguenze prodotte dal nuovo insediamento sulla "qualità della vita" di coloro che per residenza, attività lavorativa e simili, sono in durevole rapporto con la zona in cui sorge la nuova opera. Convincimento, questo, che va condiviso. Infatti, lo stabile collegamento territoriale tra il ricorrente e la zona interessata dall'attività edilizia assentita - che, secondo consolidato ed univoco orientamento, legittima "chiunque" a ricorrere contro le concessioni edilizie illegittime, in forza della disposizione dell'art. 31, nono comma, L. 17 agosto 1942 n. 1150, come novellata dalla L. 6 agosto 1967 n. 765 - deve essere tale che possa configurarsi, in concreto, la lesione attuale di uno specifico interesse di natura urbanistico-edilizia nella sfera dell'istante, quale diretta conseguenza della realizzazione dell'intervento contestato. Il che postula, inoltre, che, per effetto della realizzazione della costruzione di cui si tratta, la situazione, anche urbanistica, dei luoghi assuma caratteristiche tali da configurare una rilevante e pregiudizievole alterazione del preesistente assetto edilizio ed urbanistico, che il ricorrente intende invece conservare (Cons. St, V, 28 giugno 2004 n. 4790).
Invero la nozione di “stabile collegamento” è tale da comprendere chiunque sia legato da un rapporto non effimero con l’area edificanda, dipendente dalla circostanza che il soggetto vive ed opera nelle immediate vicinanze della stessa ed è perciò direttamente e personalmente interessato – secondo ciò che il senso comune suggerisce – alla conservazione o alla salvaguardia, in conformità dell’ordinamento, delle caratteristiche costruttive e insediative dell’ambiente in cui la sua vita o la sua attività si svolge (da ultimo, Tar Campania, Salerno, sez. II, 29 giugno 2007 n. 775; Cons. St., Sez. V, 5 ottobre 1987 n. 598).
Ancora il giudice di secondo grado, in una più recente pronuncia, ha confermato che l’espressione “chiunque” sembra configurare un’atipica azione popolare urbanistica, diretta a tutelare efficacemente l’interesse generale ad un corretto utilizzo del territorio, la cui trasformazione e modificazione deve avvenire nel rispetto degli strumenti pianificatori predisposti dagli organi competenti, pur precisando che detta azione richiede comunque la presenza di una posizione qualificata costituita dalla vicinitas.
Peraltro, tale presupposto, che ha consentito di delimitare l’azione popolare, rispetto alle prime pronunce tendenti a circoscrivere la legittimazione ad agire ai soli proprietari frontisti, va inteso in senso più ampio in modo da estendere la platea dei soggetti abilitati al ricorso riconoscendo un più ampio interesse di zona (Cons. St., sez. IV, 12 settembre 2007 n. 4821).
Pertanto l’espressione “chiunque” indica il proprietario di un immobile sito nella zona interessata alla costruzione, o chi si trovi in una situazione di stabile collegamento con la zona stessa, “senza che sia necessario dimostrare ulteriormente la sussistenza di un interesse qualificato alla tutela giurisdizionale” (cfr. sentenza citata).
Nella fattispecie, diversamente da quanto osservato dalle parti resistenti, nell’atto introduttivo del giudizio, i ricorrenti non si sono limitati ad affermare di essere proprietari di aree confinanti con quella oggetto dell’intervento stesso, avendo anche evidenziato (ancorché in modo eccessivamente sintetico) il proprio interesse ad impedire la realizzazione di nuove volumetrie, “a pochi metri di distanza dal mare e dai Condomìni ricorrenti”, come proprietari di unità immobiliari poste all’interno dei medesimi.
Peraltro, dal complessivo contenuto del ricorso si evince che essi risiedono in prossimità di un’area detta “Villa Piani” sulla quale, secondo la tesi sostenuta, il piano strutturale prevede interventi fino alla ristrutturazione, senza aumento di superficie, mentre il provvedimento impugnato consentirebbe un intervento di nuova edificazione, pari a circa 500 metri quadrati.
La circostanza non è negata dal comune, il quale sostiene che l’intervento di nuova edificazione sarebbe compreso nel concetto di completamento (diverso da quello di ampliamento) previsto dalla disciplina urbanistica.
Nel contesto delineato, anche tenuto conto dei diversi orientamenti giurisprudenziali formatisi, non è possibile negare la sussistenza sia della legittimazione sia dell’interesse dei ricorrenti.
Dal raffronto tra l’ubicazione degli stabili condominiali e dell’area oggetto dell’intervento di edificazione emerge, ictu oculi, la prossimità delle aree interessate e, dunque, non solo il nesso di collegamento richiesto dalla giurisprudenza, ma il presumibile pregiudizio che deriverebbe ai ricorrenti dall’edificazione dell’area di che trattasi, in termini sia di ridotto godimento degli immobili di proprietà ma anche di diminuzione di valore dei medesimi.
2 – Nel merito, il ricorso è fondato.
Con la “variante gestionale 2005” il complesso “Villa Piani” è stato inserito tra “gli interventi previsti nelle aree all’interno del perimetro del centro abitato ove è prevista l’edificazione di completamento o di ampliamento degli edifici esistenti”, con la sigla S.S.I.5.b.20 e si prevede la “nuova edificazione sino ad un massimo di mq. 500 di LSP” (superficie lorda di pavimento).
L’osservazione presentata dai condomini ricorrenti - secondo cui l’intervento costituisce un incremento delle quantità insediabili previste dal piano strutturale, un’alterazione non compatibile con il tessuto urbano circostante di sicuro pregio formale ed architettonico, nonché un’alterazione del profilo urbano e del fronte mare non compatibile con la necessità di tutela urbanistica dell’area urbana – è stata respinta dall’amministrazione sul rilievo che si tratterebbe di un interevento di completamento del tessuto edificato esistente.
L’art. 19 del piano strutturale, premesso che il sottosistema comprende aree edificate del nucleo centrale di San Vincenzo, che l’insieme dell’insediamento ha valore urbanistico e paesistico e che gli edifici in genere rivestono interesse testimoniale, al punto 2, tra gli obietti del piano, evidenzia, tra gli altri, il completamento e la riqualificazione del porto turistico, il completamento ed il riordino della viabilità di accesso al porto, la riqualificazione ed il completamento pedonale urbano, il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Già dalla disposizione relativa agli obiettivi, risalta la scelta di escludere interventi di completamento dell’edificato in genere, essendo esso limitato al porto turistico, alla viabilità di accesso al porto ed al lungomare pedonale. Per il patrimonio edilizio esistente sono, invece, previsti solo interventi di recupero (cfr. anche punto 3).
Il punto 5 del medesimo art. 19, quanto ai parametri urbanistici, stabilisce che l’area, e cioè il “sottosistema insediativo centrale I.5”, all’interno del quale si trova il complesso immobiliare Villa Piani, “è considerata consolidata, l’intervento urbanistico più rilevante è la realizzazione del porto. Gli interventi sono prevalentemente finalizzati al recupero del patrimonio edilizio esistente mediante i vari tipi di intervento. La caratteristica edificazione a cortina su filo strada è elemento e luogo da mantenere e ricercare negli interventi futuri di ristrutturazione, ampliamento e sostituzione edilizia”.
Pertanto, pur essendo ammessi, oltre all’ampliamento degli edifici esistenti, anche interventi di ristrutturazione e di sostituzione, è esclusa la nuova edificazione.
Il punto 7 dello stesso art. 19, quanto ai tipi di intervento per gli edifici esistenti, stabilisce che essi sono: manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia, sostituzione edilizia, ampliamento.
Ancora una volta, per gli edifici esistenti, è escluso il completamento (espressamente ammesso, invece, per il porto e le altre strutture accessorie).
La disciplina introdotta dalla variante gestionale 2005 al regolamento urbanistico, nella parte in cui consente un intervento di nuova edificazione, pur ricompreso (secondo la tesi sostenuta dalla difesa dell’amministrazione) nella nozione di completamento, si pone in contrasto con la specifica disciplina dettata dal piano strutturale che tale tipo di intervento ha espressamente escluso.
Come già evidenziato (e come emerge dal corpo della deliberazione consiliare impugnata), gli unici interventi di completamento, ammessi dal piano strutturale, sono quelli relativi ad opere pubbliche (il porto, la viabilità di accesso ed il lungomare pedonale), mentre per gli edifici esistenti (e dunque anche per l’area di “Villa Piani”) sono previsti vari tipi di interventi (fino all’ampliamento).
Né varrebbe richiamare l’art. 2 del piano strutturale che prevede il completamento urbanistico. Si tratta di un indirizzo generale che trova la sua specifica normazione nell’art. 19, dedicato al sottosistema insediativo 5, nel quale la nozione di completamento è riferita (come già sottolineato) solo alle previste opere pubbliche.
Stante il contrasto tra i due strumenti urbanistici, deve solo richiamarsi l’indirizzo consolidato di questo Tribunale secondo cui “ai sensi della legge regionale n. 5 del 1995 i due strumenti urbanistici hanno propri e diversificati contenuti nel rispetto della gerarchia degli stessi, nel senso che il secondo (regolamento) non può derogare alle previsioni del primo ma deve dettare una disciplina più puntuale delle diverse zone” (Tar Toscana, sez. I, 15 marzo 2006 n. 940).
In particolare, l’art. 24, comma 3, lett. c) della legge regionale toscana 16 gennaio 1995 n. 5 (nella vigenza della quale è stato approvato il piano strutturale comunale del 1997) dispone che lo strumento urbanistico pianificatorio deve non solo definire le linee di assetto fondamentali, ma anche individuare le quantità edilizie da realizzare.
Il regolamento urbanistico, dunque, le cui disposizioni hanno natura precettiva ed operativa in materia di uso dei suoli, non può derogare alle previsioni di piano strutturale.
Il principio generale di sovraordinazione tra i due strumenti urbanistici (già sancito dall’art. 27 della l.r.t. n. 5/1995) è oggi ribadito dall’art. 10, comma 3, della l.r.t. 3 gennaio 2005 n. 1.
Analoghe prescrizioni in ordine al contenuto del piano strutturale sono contenute nella stessa legge regionale n. 1/2005 (cfr. art. 53, comma 2, lett. c ed e, comma 4 lett. a ).
3 - Conclusivamente, per le ragioni sopra esposte, il ricorso è fondato e va accolto, con conseguente annullamento, in parte qua, del provvedimento impugnato.
Spese ed onorari di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidati, a favore dei ricorrenti ed a carico delle parti resistenti in solido tra loro, nella misura di cui in dispositivo.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, Sezione I^, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo accoglie e, per l’effetto annulla il provvedimento impugnato nei sensi e nei limiti di cui in motivazione; condanna le parti soccombenti, in solido, al pagamento delle spese e degli onorari di giudizio, a favore dei ricorrenti, che liquida in Euro 3.000,00 (tremila/00).
Così deciso nella Camera di Consiglio del 9 gennaio 2008.
F.to Gaetano Cicciò - Presidente
F.to Saverio Romano - Consigliere, rel.est.
F.to Mario Uffreduzzi - Direttore della Segreteria
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 28 Febbraio 2008
Firenze, lì 28 Febbraio 2008
Ric. n. 1731/06