Source: https://www.partitoliberale.it/7274/comunicati/un-plauso-alla-consulta.html
Timestamp: 2017-09-25 02:39:37+00:00
Document Index: 2399066

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 271', 'sentenza ', 'art. 90', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 271', 'sentenza ', 'art. 90']

Un plauso alla Consulta | Partito Liberale Italiano
Un plauso alla Consulta
La Direzione Nazionale del PLI ha valutato positivamente la sentenza della Corte Costituzionale con la quale, con una limpida decisione, ha chiuso una pagina molto oscura e grave di conflitto di attribuzioni tra Poteri dello Stato.
La Procura della Repubblica di Palermo non solo ha esondato dal suo ruolo allorché ha coinvolto il Capo dello Stato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, ma, in persona del Procuratore aggiunto Ingroia, momentaneamente impegnato in Guatemala, ha recato offesa anche alla stessa Corte con una frase non degna di un magistrato “se fossi stato in Italia me ne sarei andato”.
Riteniamo che la gravità di queste parole imponga al Ministro Severino e al CSM di avviare un procedimento disciplinare e sanzionare in modo esemplare un comportamento inaccettabile.
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enzo palumbo 17 dicembre 2012 at 16:18
La mia opinione in materia l’ho già espressa sin dal 15 settembre scorso in un articolo scritto alla vigilia della preliminare decisione sull’ammissibiltià del conflitto e pubblicato su Rivoluzione Liberale, che qui di seguito riporto.
Il comunicato stampa della Corte, pur nella sua genericità e forse con qualche imprecisione, mi fa pensare che la Consulta abbia ritenuto che, adottanto una lettura della normativa in termini costituzionalmente orientati, era possibile procedere alla distruzione delle intercettazioni, ricorrendo analogicamente alla procedura di cui all’art. 271.3 c.p.p., prevista per le intercettazioni eseguite fuori dai casi consentiti dalla legge, o su utenze di alcune categorie di persone (confessori, avvocati, medici, etc) per fatti relativi all’esercizio del rispettivo mandato.
E presumo che la Corte abbia ritenuto che ciò che è prescritto per certe categorie di professionisti non può non applicarsi, a fortiori, al Presidente della Repubblica.
Ovviamente, quando potremo leggere la motivazione della sentenza potremo anche commentarla con migliore cognizione di causa, ed i commenti, in sede scientifica e non, certamente non mancheranno.
“QUIRINALE E PROCURA: UN CONFLITTO OPPORTUNO! di Enzo Palumbo.
Cercherò di farne in questa sede una valutazione di ordine giornalistico, tanto per seguire l’andazzo in corso, e tuttavia con qualche profilo di “scientificità” che, in una materia così tecnica, è inevitabile.
E’ ovvio che ogni discussione in proposito va fatta alla luce della Costituzione; e questa, all’art. 90, chiaramente stabilisce che “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento e per attentato alla Costituzione”.
Anche in attuazione di tale norma costituzionale, l’art. 7, comma 3, della L. 19-1989 ha stabilito che ” Nei confronti del Presidente della Repubblica non possono essere adottati i provvedimenti indicati nel comma 2 (p. e. intercettazioni, etc., n. d. a.) se non dopo che la Corte costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica”.
Per la verità, a me sembra che già oggi una lettura della normativa “costituzionalmente orientata” avrebbe potuto fare propendere per l’ immediata sospensione dell’ascolto e/o per l’immediata distruzione delle intercettazioni.
Proprio questa è stata l’impostazione seguita nella risposta data dal Ministro della Giustizia Flick il 7 marzo 1997 (che rappresenta l’unico precedente in termini) in risposta all’interpellanza proposta dall’ex presidente Cossiga con riferimento all’intercettazione di una conversazione “indiretta” tra il Presidente Scalfaro e l’a. d. della Banca Popolare di Novara.
Mario Rampichini 6 dicembre 2012 at 11:25
Ma come ha potuto la Direzione valutare positivamente una sentenza di cui non si conoscono ancora le motivazioni e neanche il dispositivo? Per ora bisogna basarsi solo sul comunicato della Corte:
Questa decisione non è affatto “limpida”.
Il richiamo dell’art. 271 è incomprensibile, perché esso fa riferimento alle “persone indicate nell’articolo 200 comma 1” e cioè tenute al segreto professionale (sacerdoti, avvocati, medici ecc.) o a intercettazioni eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge. Non potendo supporre che la Corte consideri il P.d.R. come un sacerdote o un medico, si deve supporre che pretenda che la legge proibisca qualunque intercettazione che lo coinvolga anche indirettamente, accettando così la tesi sostenuta dall’avvocatura dello Stato a richiesta della Presidenza della Repubblica. Ma così non è: per convincersene basta leggere le norme addotte dall’Avvocatura dello Stato nel suo ricorso a favore del P.d.R..
Art. 90 Cost.: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.”
L. 5 giugno 1989, n. 219: l’Art. 7, come tutto il Capo II, riguarda solo I reati previsti dall’articolo 90 della Costituzione
E’ chiaro quindi, per chi sappia (e voglia!) leggere la legge, che al di fuori dei reati suddetti il P.d.R. va trattato come tutti gli altri cittadini.
Del resto, già la stessa Corte costituzionale aveva smentito le ardite tesi di immunità totale del presidente per qualunque reato, funzionale o extrafunzionale, e dell’estensione indefinita degli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” al di fuori di quelli indicati dalla Costituzione. Nella sentenza n. 154 del 2004, estensore Valerio Onida, presidente Gustavo Zagrebelsky, afferma: “Spetta all’Autorità giudiziaria, investita di controversie sulla responsabilità del Presidente della Repubblica in relazione a dichiarazioni da lui rese durante il mandato, accertare se le dichiarazioni medesime costituiscano esercizio delle funzioni o siano strumentali ed accessorie ad una funzione presidenziale. E solo in caso di accertamento positivo ritenerle coperte dall’immunità del Presidente della Repubblica, di cui all’art. 90 della Costituzione”.
Perciò il PLI, anziché elogiare la sentenza, dovrebbe bollarla come un pericoloso e anacronistico tentativo di rendere la persona del P.d.R. sacra e inviolabile, quasi fosse un monarca assoluto.