Source: https://chezdansimo.altervista.org/category/sapori-ditalia/lazio/page/3/
Timestamp: 2019-11-14 05:09:35+00:00
Document Index: 109091686

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1']

LAZIO Archives - Pagina 3 di 4 - CHEZ DAN & SIMO
Porchetta di Ariccia – I.G.P.
Disciplinare di produzione della “Porchetta di Ariccia” IGP
Articolo 1. – Denominazione
Articolo 2. – Caratteristiche del prodotto
– (acqua libera) Aw: < 0.98
– Umidità relativa: < 57%
– Grasso: < 33%
– Proteine: > 20%
Articolo 3. – Zona di Produzione
Articolo 4. – Prova dell’origine
Articolo 5. – Metodo di ottenimento
Articolo 6. – Legame con l’ambiente
Infatti, i produttori della “Porchetta di Ariccia” I.G.P. hanno mantenuto invariata negli anni la tradizione artigiana della preparazione della porchetta, tramandando di generazione in generazione l’arte di condire, aromatizzare, legare e predisporre la porchetta alla cottura al forno. Particolare importanza riveste la professionalità e l’esperienza dei “porchettari” ariccini che si adoperano quotidianamente a produrre la “Porchetta di Ariccia”. Molte sono le“storiche famiglie”, come i Leoni, gli Azzocchi, gli Argentati, i Leopardi ed i Cioli, che da anni lavorano con sistemi tradizionali la “Porchetta di Ariccia”. I figli o nipoti di questi”porchettari” mantengono viva la produzione nel paese di Ariccia e lo stesso termine viene ancora oggi usato per apostrofare gli appartenenti alle famiglie dei produttori di porchetta.
Carne fina e delicata, pe li signori proprio! Assaggiatela e proverete, v’oo dico io, sore spose: carne fina e saporita!……. Porchetta arrosto cor rosmarino! e co le patate de stagione………”.
Articolo 7. – Controlli
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura è l’Organismo di controllo Agroqualita’ – Piazza Marconi, 25, 000144 Roma – tel. 06- 54228675 fax 06-54228692 e-mail [email protected]
Articolo 8. – Etichettatura
– una forma ellittica avente sfondo di colore giallo di quadricromia C 0% M 0% Y 20% K 0%, delimitato esternamente da tre linee rispettivamente di colore rosso di quadricromia C 0% M 100% Y 100 K 0%, bianco di quadricromia C 0% M 0% Y 0% K 0%, e verde di quadricromia C 100% M 0% Y 100% K 0%.
La diagonale maggiore dell’ellisse è il doppio della minore e non può essere inferiore a 1 centimetro;
– all’interno dell’ellisse c’è un secondo contorno di quadricromia C 0% M 100% Y 100% K 70%;
– in alto, è riportata la scritta PORCHETTA DI ARICCIA avente carattere Times New Roman di quadricromia C 0% M 100% Y 100% K 70%;
– sotto la scritta Porchetta di Ariccia ed al centro dell’ellisse è riportata l’immagine classica della porchetta dopo la cottura al forno;
– a livello della testa e delle cosce sono raffigurati due rami con foglie di colore verde di quadricromia C 100% M 0% Y 100% K 100% – sotto l’immagine della porchetta è riportata la scritta I.G.P. avente carattere Times New Roman e di quadricromia C 0% M 100% Y 100% K 70%.
Porchetta di Ariccia I.G.P. – per la foto si ringrazia
Castagna di Vallerano – D.O.P.
Zona di produzione: territorio del comune di Vallerano in provincia di Viterbo. A Vallerano ci sono circa 635 ettari di castagneti. Le prime testimonianze scritte della coltivazione della Castagna di Vallerano risalgono al 1500, ma le grotte di tufo destinate alla conservazione delle castagne e i «radicci» (piccoli edifici destinati alla essiccazione delle castagne) sparsi nei boschi, fanno ritenere che l’economia e l’alimentazione legata a questo prodotto risalga molto più indietro nel tempo.
La Castagna di Vallerano DOP ha una pezzatura piccola (96-120 acheni/kg), media (71-95 acheni/kg) e grossa (50-70 acheni/kg). La forma è prevalentemente ellissoidale a volte globosa, con apice appuntito terminante con residui stilari (torcia) ed una cicatrice ilare di forma quadrangolare, generalmente piatta. Il pericarpo è sottile facilmente distaccabile, di colore bruno-rossiccio, con episperma color camoscio. Il seme, quasi privo di solcature in superficie, ha polpa bianca, croccante e di gradevole sapore dolce molto resistente alla cottura.
Disciplinare di produzione – Castagna di Vallerano DOP
La denominazione d’origine protetta «Castagna di Vallerano» è riservata ai frutti che rispondono alle condizioni ed ai requisiti di qualità stabiliti nel presente disciplinare di produzione.
La denominazione d’origine protetta «Castagna di Vallerano» è riservata ai frutti provenienti dall’ecotipo locale di «Castanea Sativa Miller», normalmente conosciuto con toponimi locali, coltivati nell’area di cui all’art. 3 e deve rispondere alle seguenti caratteristiche: Ecotipo locale – Castanea Sativa Miller:
– pezzatura grossa (50-70 acheni/kg di prodotto fresco);
– pezzatura media (71-95 acheni/kg di prodotto fresco);
– pezzatura piccola (96-120 acheni/kg di prodotto fresco);
– forma prevalentemente elissoidale a volte globosa, con apice appuntito terminante con residui stilari (torcia); cicatrice ilare di forma quadrangolare, generalmente piatta, di ampiezza tale da non interessare le facce laterali del frutto;
– pericarpo sottile, facilmente distaccabile, di colore bruno-rossiccio, con striature in senso meridiano, rilevate e più scure, in numero variabile da 25 a 30;
– episperma color camoscio generalmente non inserito nei solchi principali del seme;
– bassa percentuale di settato;
– seme quasi privo di solcature in superficie, con polpa bianca, croccante, gradevole sapore dolce e resistente alla cottura.
– parte edibile 84-88%;
– bucce 12-16%.
– Composizione per 100 g di parte edibile:
– acqua 51-60%;
– proteine 2.5-3.2%;
– lipidi 1.40-1.60%;
– carboidrati totali 38.0-44.0%;
– potassio mg 400-440%.
La zona di produzione della «Castagna di Vallerano» è rappresentata esclusivamente dal territorio del comune di Valleranno in provincia di Viterbo.
Le attività prevalenti della popolazione di Vallerano sono: il commercio al minuto e l’agricoltura (soprattutto la coricoltura e la castanicoltura da frutto).
Se ne deduce che una delle risorse principali del Paese è dovuta alle castagne.
Detti castagneti sono condotti in economia diretta dai proprietari; solo poche aziende più grandi si avvalgono di manodopera avventizia.
Sin dall’inizio del secolo scorso a Vallerano operavano delle ditte commerciali che esportavano le castagne.
A Vallerano per la presenza di un ambiente idoneo all’ottenimento di un prodotto di qualità, si è concentrato uno dei principali poli di produzione e commercializzazione italiana. I castagneti, ubicati in terreni di origine vulcanica (Monti Cimini), prevalentemente vicino al centro abitato e quindi ad una quota di 400-500 m s.l.m., producono castagne di ottima qualità sia per la notevole pezzatura, che per l’elevato peso specifico del frutto di norma superiore di circa il 10% rispetto a castagne di altra provenienza. Queste caratteristiche permettono alla castagna di Valleranno di spuntare prezzi di mercato più alti e di godere di una grande notorietà.
I principali fattori che hanno concorso a questo risultato sono stati l’insieme di condizioni pedoclimatiche, sociali e strutturali, che definiscono la vocazionalità per la coltura; la selezione nel tempo di ecotipi adattati alle condizioni locali; l’applicazione di tecniche colturali in larga parte adeguate alle esigenze della specie.
Il primo censimento al quale si può fare riferimento è quello effettuato nello Stato Ecclesiastico nel 1656. Nel volume «Vallerano e le confraternite» scritto da Mons.
Manfredo Manfredi e pubblicato nel 1996 è indicato che il maggiore sostentamento delle locali confraternite era rappresentato dalla vendita delle castagne. Nella rivista Geografica Italiana 87 (1980) è indicato che la coltura del castagno esisteva già nell’anno 1500. Nel 1584 il Principe Farnese autorizzò l’esportazione delle castagne ai paesi vicini solo verso quelli che potevano fornire in contropartita cereali.
Negli atti del Convegno internazionale tenuto a Spoleto nel 1993 viene indicata la piazza di Vallerano quale centro più importante del Viterbese sia per la produzione che per la commercializzazione di questo prodotto.
Il legame tra Vallerano e la castagna è altresì riscontrabile dalle grotte tufacee con vasche per la cura a freddo delle castagne ai fini conservativi del prodotto.
La tracciabilità del prodotto è garantita mediante iscrizione delle fustaie di castagno da frutto in apposito elenco tenuto ed aggiornato dall’organismo di controllo di cui al successivo art. 7, in modo da creare un sistema efficace di tracciabilità del processo produttivo.
Entro il 30 di aprile di ogni anno devono essere presentate le domande intese ad apportare eventuali modifiche all’iscrizione stessa. L’organismo di controllo terrà anche l’elenco dei confezionatori.
Descrizione del metodo di ottenimento
Le condizioni ambientali delle fustaie di castagno destinate alla produzione della«Castagna di Vallerano» devono essere quelle tradizionali della zona.
Sono, pertanto, da considerarsi idonee le fustaie di castagno da frutto site nella zona fitoclimatica alle falde dei Monti Cimini in terreni in lieve pendio ed a una quota tra i 400 ed i 750 metri s.l.m. I sesti di impianto, le forme di allevamento, i sistemi di potatura periodica e pluriennale, seguiranno le pratiche tradizionali della zona, pur dovendo garantire una densità di piante ed è compresa tra un minimo di 50 ad un massimo di
100. E’ ammessa l’irrigazione. La raccolta sarà effettuata a mano o con macchine raccoglitrici aspiratrici trainate e raccattatrici semoventi idonee a salvaguardare l’integrità del prodotto.
Le operazioni di produzione, cernita, calibratura, trattamento, conservazione dei frutti debbono essere effettuate nell’ambito del territorio di produzione, per quanto riguarda le operazioni di confezionamento, esse potranno essere effettuate anche al di fuori della zona indicata all’art. 3.
La conservazione del prodotto dovrà essere effettuata mediante cure in acqua fredda («cura a freddo») senza aggiunta di alcun additivo, o mediante sterilizzazione con bagno in acqua calda e successivo bagno in acqua fredda («cura a caldo»), sempre senza aggiunta di nessun additivo.
La «cura a freddo», consiste nell’immersione in grotte tufacee secolari (cantine) o in appositi contenitori situati in idonei ambienti per alcuni giorni (non più di sette) in acqua a temperatura ambiente.
Le castagne curate, ancora umide, vengono ammucchiate e dopo un breve periodo vengono distese al suolo e selezionate per eliminare i frutti ammuffiti. Quindi vengono stese per l’asciugatura in strati non superiore a 20 cm di spessore. Nei primi giorni si operano frequenti palleggiamenti (trapalature) manualmente o con pale di legno per una rapida asciugatura o, in alternativa, sempre ai fini di una rapida asciugatura, le castagne
possono essere poste in appositi contenitori che consentano un travaso giornaliero.
Questa tecnica permette, in condizioni idonee, una buona conservazione sanitaria dei frutti per almeno tre-quattro mesi.
La «cura a caldo» ha lo scopo di prevenire la nascita di insetti distruggendone le uova, nonché di uccidere tutti i parassiti presenti nei frutti allo stato larvale (balanino e carpocapsa).
Il prodotto viene scaricato in una tramoggia e caricato, attraverso un nastro elevatore, in una vasca. All’interno della vasca i frutti, in continuo movimento, vengono a contatto con acqua calda (temperatura controllata 47°-55°C) per un tempo di 35-40 minuti; dopo il lavaggio le castagne cadono in una vasca di raffreddamento in cui stazionano per circa 15-30 minuti, subendo contemporaneamente un’azione di schiumatura automatica per eliminare i frutti difettosi che vengono a galla e sono separati da un’apposita attrezzatura.
Un nastro trasportatore raccoglie le castagne rimaste e le convoglia immediatamente alla fase di sgocciolatura ed asciugatura per ventilazione forzata.
Seguono, poi, la fase di spazzolatura, cernita, calibratura e confezionamento.
La zona di produzione rappresentata dall’intero comune di Vallerano, corrisponde ad un’area particolarmente vocata per le caratteristiche dei terreni, che denotano la presenza, anche di strati tufacei di origine vulcanica ricchi di sostanza organica, profondi, ben drenati, freschi, dotati di buona fertilità, che favoriscono l’apporto di potassio al frutto, oltre che di lipidi e carboidrati; quest’area si contraddistingue anche per i caratteri del clima particolarmente favorevole alla produzione.
In tale area il clima è particolarmente omogeneo, di tipo continentale con estati calde ed inverni rigidi ed umidi.
L’escursione termica annua e’ abbastanza elevata, mentre la piovosità risulta contenuta anche se ben distribuita durante l’anno.
Questi elementi peculiari ambientali e climatici, unitamente alla secolare e tradizionale opera dell’uomo che vi abita, grazie alle sue capacità colturali, alla continua ricerca ed alla messa in atto di tradizionali e specifiche tecniche, con particolare riguardo ad una costante opera di miglioramento, hanno contribuito a creare una vera cultura della castagna con tutti gli annessi risvolti in termini economici, agronomici e gastronomici, evidenziati dalla letteratura agricola e scientifica.
Il controllo per l’applicazione del presente disciplinare di produzione è svolto da una struttura di controllo conforme a quanto stabilito dall’art. 10 del regolamento CE 2081/92.
L’immissione al consumo della «Castagna di Vallerano» avverrà in idonei sacchi in confezioni da kg 1; 3; 5; 10; 20; 30.
I sacchi dovranno essere sigillati in modo tale da impedire l’estrazione del contenuto senza la rottura del sigillo.
Il sigillo è costituito da una etichetta inamovibile che deve riportare le seguenti indicazioni:
a) «Castagna di Vallerano» con sopra l’acronimo D.O.P., conformemente al logo di cui al successivo art. 9;
b) caratteri relativi alle altre notizie in etichetta, ridotti del 50% rispetto alla scritta«Castagna di Vallerano»;
c) nome o ragione sociale del produttore;
d) quantità di prodotto contenuta all’origine nei contenitori, espressa in conformità delle norme merceologiche vigenti.
Alla denominazione d’origine protetta, «Castagna di Vallerano» è vietata l’aggiunta di qualsiasi menzione o qualificazione aggiuntiva, ivi compresi gli aggettivi «extra», «fine»,«selezionata», «superiore» e «similari». E’ consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali o marchi privati, purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente.
Il logo della denominazione, avente forma ovale, è rappresentato dal profilo di Vallerano in colori marrone scuro, bianco e blu, inserito in un contorno di castagna con sovrastante profilo dei Monti Cimini di colore castano medio.
Castagna di Vallerano D.O.P. – per la foto si ringrazia
Gennaio 18th, 2015 | Author: chezdansimo
Detto anche gota stagionata, si ricava dalla guancia (gota, in toscano) e dalla gola del maiale. Viene salato e conciato come la pancetta, quindi viene stagionato per due mesi.
A seconda delle regioni, cambia il tipo di concia utilizzato: nel Lazio si preferiscono aromi come aglio, salvia e rosmarino, mentre in Emilia Romagna si tende ad impiegare unicamente sale. Risulta di aspetto simile alla pancetta stesa, anche se fornito di minore materia grassa.
La lavorazione del guanciale prevede quattro fasi:
– salagione, cioè si cospargono le carni con una miscela di sale e spezie, secondo la ricetta tradizionale;
– riposo a freddo, per consentire al sale e agli aromi di distribuirsi in modo uniforme nella carne;
– dopo la massaggiatura, il prodotto è messo ad asciugare in appositi locali, per un periodo che va dai 3 ai 5 giorni;
– al termine dell’asciugatura, inizia il periodo di stagionatura, che durerà non meno di 2 mesi.
Guanciale – per la foto si ringrazia
Posted in Carni e salumi, Carni e salumi, Carni e salumi, Carni e salumi, Carni e salumi | Comments Closed
Casanese del Piglio – D.O.C.G.
Gennaio 16th, 2015 | Author: chezdansimo
Zona di produzione: provincia di Frosinone (tutto il territorio comunale di Piglio e Serrone e parte del territorio di Acuto, Anagni e Paliano). Riconoscimento nel 2008.
Il Cesanese è un vitigno laziale di antichissima tradizione, come testimoniano i reperti storici rinvenuti sul territorio, molto apprezzato già ai tempi dei Romani.
Composizione ampelografica: Cesanese di Affile e/o Cesanese comune 90% minimo, vitigni complementari, “idonei alla coltivazione” per la regione Lazio a bacca rossa per non più del 10%.
– “Cesanese del Piglio” o “Piglio”;
– “Cesanese del Piglio” o “Piglio” “Superiore”.
Tipologia: “Cesanese del Piglio” o “Piglio”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,00% vol;.
Tipologia: “Cesanese del Piglio” o “Piglio” “Superiore”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo 13,00% vol;
– estratto non riduttore minimo: 24 g/l.
La tipologia “Cesanese del Piglio” o “Piglio” “Superiore” sottoposto ad un periodo di invecchiamento non inferiore a 20 mesi, di cui 6 mesi di affinamento in bottiglia e con un titolo alcolometrico volumico totale minimo di 14,00% vol, può fregiarsi della menzione aggiuntiva «Riserva».
– colore: rosso rubino con riflessi violacei;
– odore: caratteristico del vitigno di base;
– sapore: morbido, leggermente amarognolo, secco.
– odore: intenso, ampio, con note floreali e fruttate;
– sapore: secco, armonico, di buona struttura, con retrogusto gradevolmente amarognolo.
Si abbina a secondi piatti, carni rosse, formaggi di media stagionatura e selvaggina; deve essere servito a una temperatura di 18°C; si consiglia di stappare due ore prima circa.
CANTINA SOCIALE CASANESE DEL PIGLIO
Via Prenestina, Km. 42
03010 – PIGLIO – FR
Tel. +39 0775 502356
Fax +39 0775 502499
Casanese del PIglio D.O.C.G. – per la foto si ringrazia
Carciofo Romanesco del Lazio – I.G.P.
Gennaio 12th, 2015 | Author: chezdansimo
La zona di produzione e’ limitata ad alcune aree delle provincie di Viterbo, Roma e Latina, e comprende i comuni di Montalto di Castro, Canino, Tarquinia, Allumiere, Tolfa, Civitavecchia, Santa Marinella, Campagnano, Cerveteri, Ladispoli, Fiumicino, Roma, Lariano, Sezze, Priverno, Sermoneta, Pontinia.
Viene chiamato anche “cimarolo” o “mammola”, ha forma sferica, compatta e non ha spine. Si raccoglie da febbraio a maggio, ed è largamente impiegato nella preparazione di piatti tipici (carciofi alla Giudia, alla romana, alla matticella…).
Disciplinare di produzione – Carciofo Romanesco del Lazio IGP
L’indicazione geografica protetta (I.G.P.) “Carciofo Romanesco del Lazio” e’ riservata al carciofo (Cynara scolymus L.) di tipo romanesco che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.
Le cultivar di “Carciofo Romanesco del Lazio” da inserire nella piattaforma varietale vengono di seguito descritte:
– pianta: taglia media o grande, altezza inserzione capolino principale intorno ai cm 30, portamento espanso, attitudine pollonifera media;
– foglia: colore verde scuro, inerme, dimensioni grandi, eterofillia media;
– capolino principale: sferico, compatto, con caratteristico foro all’apice, dimensioni grandi, brattee esterne di colore verde con sfumature violette, ad apice arrotondato, inciso, inermi.
– peduncolo medio o lungo di grosso spessore.
– capolini per pianta: produzione media circa 6 – 8 capolini per consumo fresco, 5 – 8 capolini per utilizzazione conserviera;
– epoca di produzione: precoce con inizio gennaio.
– pianta: taglia grande, altezza inserzione capolino principale intorno ai 50 cm, portamento molto espanso, attitudine pollonifera scarsa;
– foglia: colore verde cinerino, inerme, dimensioni grandi, eterofillia media;
– capolino principale: sferico, compatto con caratteristico foro all’apice, dimensioni molto grandi, brattee esterne con sfumature violette, ad apice arrotondato, inciso, inermi.
– peduncolo medio o lungo, di grosso spessore.
– capolini per piante: produzione media circa 8 – 10 capolini per pianta per consumo fresco e 4 – 5 per utilizzazione conserviera;
– epoca di produzione: tardiva, con inizio marzo – aprile.
Il carciofo nelle campagne laziali e’ conosciuto sin da epoca romana, probabilmente gia’ gli etruschi raccoglievano questo prodotto. Nei tempi moderni la coltivazione e’ praticata in tutte le zone di cui all’art. 3 da oltre 30 a oltre 50 anni in talune zone.
Si registrano inoltre sagre dedicate a questo prodotto in varie zone. A Ladispoli da oltre 50 anni viene festeggiato il carciofo romanesco, altre sagre del carciofo romanesco si tengono a Campagnano e Sezze, per citare solo le piu’ importanti.
Il carciofo romanesco si e’ adattato splendidamente alle condizioni pedoclimatiche laziali aiutato anche dalle caratteristiche ottimali dei terreni dove viene coltivato. Il prodotto si e’ radicato fortemente nella cultura gastronomica della regione con tantissime ricette e utilizzi culinari e ha assunto negli anni una rilevante importanza economica.
Lavorazione principale: ad una profondita’ di 50 – 60 cm con aratura o rippatura seguita da una lavorazione superficiale; tale operazione deve essere preceduta dalla distribuzione dei concimi fosfo-potassici ed eventualmente del fertilizzante organico.
Distanza di impianto minima e massima da adottare: m 1 – 1,60 tra le file, m. 0,80 – 1,20 sulla fila.
La dicioccatura puo’ essere manuale o meccanica.
Al fine di reintegrare la sostanza organica nel terreno e’ obbligatorio lasciare i residui colturali sul terreno previo sminuzzamento e interramento.
Per il “Carciofo Romanesco del Lazio” viene allevato un solo carduccio per pianta. Sono vietati i trattamenti con fitoregolatori.
Modalita’ di raccolta e resa produttiva.
La raccolta si effettua a mano, scalarmente e con modalita’ diversa in relazione al tipo di presentazione al mercato (art. 6).
L’epoca di raccolta inizia in gennaio e potra’ protrarsi fino a maggio.
La permanenza della carciofaia in campo non deve superare i quattro anni, si dovra’ inoltre effettuare un avvicendamento triennale.
Il “Carciofo Romanesco del Lazio” ad indicazione geografica protetta, all’atto dell’immissione al consumo fresco deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
– diametro dei cimaroli non inferiore a centimetri dieci;
– diametro dei capolini di primo e secondo ordine non inferiore a centimetri sette;
– colore da verde a violetto;
– forma di tipo sferico.
Le altre caratteristiche qualitative del prodotto devono rispondere alle “Norme di qualità” previste dal regolamento CEE n. 58/62 e successive modificazioni ed integrazioni, con l’esclusione della categoria “2” prevista dalle stesse norme di qualita’.
Per il consumo locale tradizionale e’ consentita, esclusivamente all’interno della regione Lazio, la vendita dei cimaroli del “Carciofo Romanesco del Lazio” in mazzi da dieci, provvisti di foglie e con gambo anche superiore ai 10 cm di lunghezza (regolamento CEE n. 448/97 e successive modifiche ed integrazioni), oppure in mazzi di numero non definito a forma di pigna e senza foglie.
La verifica della provenienza del prodotto e del legame con l’ambiente di produzione verra’ effettuata dall’organismo di controllo di cui all’art. 7, che gestira’ un apposito elenco di produttori dell’I.G.P. “Carciofo Romanesco del Lazio”.
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità ed i relativi controlli di cui all’art. 10 del regolamento CEE n. 2081/92 sara’ effettuato attraverso “Agroqualita’” organismo certificatore con sede in Roma – via Montebello n. 8, in conformità alle vigenti norme in materia.
Oltre alla denominazione di cui all’art. 1 e’ consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali, marchi d’impresa non aventi significato laudativo e tali da non trarre in inganno l’acquirente.
E’ consentito altresi’ l’uso di indicazioni geografiche e toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni, are,fattorie, zone e località comprese nei comuni di cui all’art. 3 e dai quali effettivamente proviene il carciofo con la indicazione geografica protetta.
Il marchio dovrà essere riprodotto cosi’ come depositato con una scritta concentrica esterna verde in campo giallo riportante la seguente dicitura: “Carciofo Romanesco del Lazio”; e in basso in nero “I.G.P.”. Al centro la figura di un capolino di carciofo in campo rosa tendente all’arancio.
Il marchio verrà apposto lateralmente nella confezione. Nel caso di vendita in mazzi verrà inserito in una fascia che avvolge gli stessi.
CONSORZIO DI TUTELA DEL CARCIOFO ROMANESCO DEL LAZIO I.G.P.
Via del Cavaliere, 1
00052 – CERVETERI – RM
Tel. +39 06 9941478
Carciofo Romanesco del Lazio I.G.P. – per la foto si ringrazia
Cannellino di Frascati – D.O.C.G.
Gennaio 7th, 2015 | Author: chezdansimo
Deve essere ottenuto dalle uve dei vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione varietale:
– Malvasia bianca di Candia e/o Malvasia del Lazio (Malvasia puntinata) minimo 70%;
– Bellone, Bombino bianco, Greco bianco, Trebbiano toscano, Trebbiano giallo da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 30%.
All’atto dell’immissione al consumo dovranno rispondere alle seguenti caratteristiche:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol.
– zuccheri riduttori residui minimo 35,00 gr/l.
– estratto non riduttore minimo: 19,00 g/l.
– colore: giallo paglierino intenso;
– profumo: caratteristico, fine, delicato;
– sapore: fruttato, caratteristico.
00044 – FRASCATI – RM
Tel. +39 06 94015212
Fax +39 06 94010076
Cannellino di Frascati D.O.C.G. – per la foto si ringrazia
Olio extravergine d’oliva Colline Pontine – D.O.P.
Dicembre 28th, 2014 | Author: chezdansimo
Fruttato di oliva 4 – 7
Amaro 3 – 5
Piccante 3 – 5
Pomodoro 3 – 6
Quindi seguendo sempre il limite amministrativo della provincia di Latina coincide per breve tratto con il confine settentrionale del comune di Maenza per continuare lungo questo limite che scende a sud-ovest, poi prosegue lungo il confine orientale di Prossedi sino ad incontrare il limite comunale di Roccasecca dei Volsci che scende in direzione sud – sud-ovest sino ad incontrare il limite nordovest del comune di Sonnino, quindi sempre seguendo il limite amministrativo della provincia diLatina con quella di Frosinone, raggiunge il confine settentrionale del comune di Monte San Biagio, sino a continuare con il limite sempre settentrionale del comune di Fondi. Quindi coincidendo sempre con il confine amministrativo tra la provincia di Latina e quella di Frosinone, incontra il confine del comune di Lenola, questo sale verso nord per piegare verso sud-ovest sempre lungo il confine del comune di Lenola, quindi incontra il limite settentrionale del comune di Campodimele che segue anche quando scende in direzione sud-est e piegando verso sud-ovest incontra il confine nord del comune di Itri che segue in direzione sud-est sino al confine del comune di Formia che forma un’ansa rivolta a nord. Quindi incontra il confine del comune di Spigno Saturnia che sale verso nord-est per poi scendere verso sud-est, prosegue con il limite del comune di Minturno che scende a sud-est sino ad incontrare il limite del comune di Santi Cosma e Damiano che sale in direzione nord-est, quindi, coincidendo sempre con il limite amministrativo tra le province di Latina e Frosinone, sale a nord con il confine del comune di Castelforte. Quindi tale confine della zona di produzione, scende verso sud-est seguendo il confine comunale di Castelforte per risalire leggermente formando un’ansa verso nord sino alla confluenza tra i limiti amministrativi provinciali di Latina, Frosinone e Caserta costituendo a sud una prominenza verso ovest, per seguire con una tortuosa rientranza rivolta prima ad est e quindi a sud e successivamente a sud-ovest, che nel limite meridionale, si ricollega al confine del comune di Santi Cosma e Damiano, che proseguendo verso ovest – sud-ovest incontra il limite del comune di Minturno che scende per breve tratto in direzione sud – sud-ovest sino ad incontrare la ferrovia Roma – Napoli. A questo punto il limite della zona di produzione abbandona il confine amministrativo della provincia di Latina per proseguire, per breve tratto, in direzione ovest con il percorso della linea ferroviaria che collega Napoli a Roma e con essa prosegue sempre in direzione ovest – nord-ovest, sino a tagliare i limiti meridionali dei confini amministrativi dei comuni di Minturno e Formia, dove la ferrovia incontra il limite comunale di Itri, ne segue, lasciando la linea ferroviaria, il confine amministrativo in tutto il limite meridionale verso sud-ovest e quindi lo risale verso nord-ovest e successivamente, verso nord-est, sino ad incontrare nuovamente la linea ferroviaria Roma – Napoli che coincide con il limite meridionale del comune di Fondi e giunta all’incrocio con la strada stradale n° 7 “Via Appia” segue tale strada tagliando il limite amministrativo meridionale del comune di Monte San Biagio con un arco volto a nord e quindi in direzione sud-ovest sino al confine amministrativo del comune di Terracina, prosegue sempre lungo la strada statale n° 7 “via Appia” in direzione ovest quindi risale al nord seguendo il percorso della citata strada sino ad incontrare il fiume Amaseno, quindi costeggia il lato ovest del comune di Sonnino sino ad incontrare la linea ferroviaria Roma – Napoli e la segue verso nord-ovest sino a traversare il limite meridionale del comune di Priverno da qui, sale verso nord-ovest seguendo il tracciato della nuova linea ferroviaria Roma – Napoli che con la direzione nord-ovest taglia il territorio di Sezze a sud della cittadina, quindi costeggiando per breve tratto il limite comunale di Bassiano e attraversa quello del comune di Sermoneta fino al limite tra detto comune e quello di Latina quindi attraversa il territorio comunale di Cisterna di Latina lambendo la cittadina a sud per proseguire sempre in direzione ovest – sud-ovest seguendo, anziché la linea ferroviaria, la via Apriliana fino al ponte della “Crocetta”, qui segue il fosso della “Crocetta” in direzione sud fino al fosso “Spaccasassi”, quindi segue tale fosso in direzione nordovest sino al casale “Torre del Padiglione” da qui in direzione ovest prosegue lungo le strade comunali di Aprilia Via Genio Civile e via La Cogna fino al limite amministrativo che coincide con quello che delimita la provincia di Latina con quella di Roma, tale limite risale verso nord – nordovest per poi piegare verso nord-est, quindi forma una piccola ansa rivolta a nord-est e risale lungo il limite amministrativo tra le province di Latina e Roma verso nord-ovest prosegue verso nord-est sempre lungo il limite tra le province di Roma e Latina sino ad incontrare la strada statale n° 207 “Anziate”, incrociata la Via Anziate, chiude il limite della zona di produzione dell’olio DOP “Colline Pontine” poiché si ricollega al punto da cui è iniziata la descrizione.
La raccolta delle olive deve essere effettuata manualmente o meccanicamente a condizione che durante l’operazione sia evitata la permanenza delle drupe sul terreno. In ogni caso devono essere utilizzate le reti, mentre è vietata la raccolta delle olive cadute naturalmente e quella sulle reti permanenti. La raccolta viene effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura e si conclude entro il 31 gennaio. È vietato l’uso di prodotti chimici che provochino o agevolino l’abscissione dei frutti. Per il trasporto delle olive devono essere utilizzati contenitori traforati e lavabili. E’ consentita l’utilizzazione di contenitori di acciaio inossidabile o di altri materiali lavabili e per uso alimentare, purché la lavorazione delle olive in essi contenute sia eseguita nello stesso giorno. In ogni caso le olive raccolte debbono essere molite entro 48 ore dalla raccolta.
Legame: L’olio extravergine di oliva “Colline Pontine” a denominazione di origine protetta possiede peculiarità e proprietà tipiche, che derivano dal territorio e, soprattutto dalla cultivar “Itrana”, che non ha altrove una così intensa diffusione e che coltivata nell’area di cui all’articolo 3 assume caratteristiche qualitative particolari.
La denominazione d’origine protetta “Colline Pontine” deve figurare in caratteri maiuscoli indelebili, con colorimetria di ampio contrasto rispetto a quella dell’etichetta e tale da essere nettamente distinta dal complesso delle indicazioni che compaiono nell’etichetta stessa. L’etichetta deve riportare la dizione “Colline Pontine” con caratteri maggiori a tutti gli altri usati in etichetta e controetichetta. La dicitura “D.O.P. denominazione d’origine protetta”, deve essere riportata immediatamente al di sotto del nome geografico “Colline Pontine” con la stessa grandezza di caratteri del nome suddetto. E’ consentito l’uso veritiero di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno i consumatori. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie e loro localizzazione territoriale nonché il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa olivicola situata nell’area di produzione è consentita solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda. I recipienti in cui è confezionato l’olio extra vergine di oliva a denominazione di origine protetta “Colline Pontine” ai fini della immissione al consumo debbono essere in vetro scuro, ceramica o in lamina metallica inossidabile con i costituenti a norma di legge e con l’etichetta di seguito descritta, di capacità non superiore a 5 litri. Sono ammesse confezioni in bustine monodose di laminato metallico di alluminio ed idonei materiali sintetici consentiti dalla legge, della capacità di 10 ml., recanti le disposizioni previste dalla normativa vigente più una numerazione progressiva attribuita dall’organismo di controllo. Tutti i recipienti devono essere dotati di un sistema di chiusura che perda la sua integrità dopo la prima utilizzazione. E’ obbligatorio indicare nel fronte dell’etichetta l’annata di produzione delle olive. E’ consentito in etichetta il riferimento all’olio ottenuto con metodo biologico. Il logo della denominazione “Colline Pontine”, come di seguito descritto con disegno a colori in quadricromia, è costituito dalla prospettiva di tre colonne di stile Dorico in giallo ed un rametto sovrastante di olive con colorazione grigio-verde più grande del colonnato, sullo sfondo delle colline racchiuse in un contorno circolare con la denominazione “COLLINE PONTINE”. La simbologia si riferisce alle Civiltà pre-romane ed alla sequenza dei tre sistemi montuosi Lepini, Ausoni ed Aurunci. Il logo può essere separato dall’etichetta purché sullo stesso verso dell’etichetta.
Per saperne di più: COLLINE PONTINE D.O.P.
Olio extravergine d’oliva Colline Pontine D.O.P. – per la foto si ringrazia
Olio extravergine d’oliva Canino – D.O.P.
Disciplinare di produzione – Canino DOP
La denominazione di origine Protetta “Canino” è riservata all’olio extravergine di oliva rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.
La denominazione di origine Protetta “Canino” deve essere ottenuta dalle seguenti varietà di olivo:
Caninese e cloni derivati, Leccino, Pendolino, Maurino e Frantoio presenti da sole o congiuntamente negli oliveti fino al 100%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 5%.
Le olive destinate alla produzione dell’olio di oliva extravergine della denominazione di origine Protetta “Canino” devono essere prodotte nel territorio della provincia di Viterbo idoneo alla produzione di olio con le caratteristiche e livello quantitativo previsti dal presente disciplinare di produzione. Tale zona comprende, in provincia di Viterbo, tutto o in parte il territorio amministrativo dei seguenti Comuni: Canino, Arlena, Cellere, Ischia di Castro, Farnese, Tessenano, Tuscania (parte), Montalto di Castro (parte). La zona di produzione della denominazione di origine Protetta “Canino” è sovrastata dal monte “Canino” ed è così delimitata in cartografia 1:25.000; da una linea che, partendo sul limite nord della zona delimitata dal punto di incontro del confine che separa i comuni di Farnese e Valentano con il confine che divide i predetti comuni da quello di Pitigliano, percorre in direzione nord il confine che divide il comune di Valentano da quelli di Farnese, Ischia di Castro e Cellere; segue verso nord-est i confini che dividono il comune di Piansano da quelli di Celleree di Arlena; prosegue in direzione est lungo il confine che divide il comune di Tuscania da quello di Arlena fino al Fosso Arroncino di Pian di Vico, e continua lungo il percorso del predetto Fosso fino al torrente Arrone, prosegue, poi, lungo lo stesso Torrente fino al Guado dell’Olmo; continua in direzione sud dal Guado dell’Olmo percorrendo la strada provinciale Dogana, che collega Tuscania a Montalto di Castro, fino al bivio con la strada Statale n. 312 Castrense; prosegue verso sud-ovest, ripartendo dal suddetto bivio, e percorre la strada statale Castrense fino al fosso del Sasso che attraversa gli Archi di Pontecchio; percorre detto Fosso fino al fiume Fiora e prosegue verso monte, verso l’alveo del fiume stesso, fino al punto di incontro dei confini dei comuni di “Canino” e Ischia di Castro e Manciano, poi quello tra Ischia di Castro e Pitigliano; infine, quello tra Farnese e Pitigliano fino a ricongiungersi al punto da dove la delimitazione ha avuto inizio.
Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche qualitative. Sono pertanto da ritenere idonei unicamente gli oliveti i cui terreni, di origine vulcanica, con presenza, lungo le valli del fiume Fiora, di terreni calcarei-silicei derivanti da rocce quaternarie e terreni alluvionali, siano posti entro un limite altimetrico di 450 metri s.l.m.. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli tradizionalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. In particolare, oltre alle forme tradizionali di allevamento, che presentano oliveti promiscui con una densità di impianto fino a 60 piante per ettaro, sono consentite altre forme di allevamento per oliveti specializzati con una densità di impianto fino a 330 piante per ettaro.
La difesa fitosanitaria degli oliveti deve essere effettuata secondo le modalità di lotta guidata. La produzione massima di olive/Ha non può superare kg 9.000 negli oliveti specializzati. Per la coltura consociata o promiscua gli Organi tecnici della Regione Lazio accertano la produzione massima di olive/Ha in rapporto alla effettiva superficie olivetata. La raccolta delle olive viene effettuata nel periodo compreso tra il 20 ottobre e il 15 gennaio. La denuncia delle olive deve essere effettuata secondo le procedure previste dal decreto ministeriale del 4 novembre 1993, n. 573, relativo alle norme di attuazione della legge 5 febbraio 1992, n. 169.
Alla presentazione della denuncia di produzione delle olive e della richiesta di certificazione di idoneità del prodotto, il richiedente deve allegare la certificazione rilasciata dalle Associazioni dei produttori olivicoli ai sensi dell’art. 5, punto 2, lettera a) della legge 5 febbraio 1992, n. 169, comprovante che la produzione e la trasformazione delle olive sono avvenute nella zona delimitata dal disciplinare di produzione.
La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine di cui all’art. 1 deve avvenire direttamente dalla pianta. Per l’estrazione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art. 1 sono ammessi soltanto i processi meccanici e fisici atti a garantire l’ottenimento di oli senza alcuna alterazione delle caratteristiche qualitative contenute nel frutto. Le operazioni di raccolta devono avvenire entro due giorni dalla raccolta delle olive.
All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine Protetta “Canino” deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
odore: di fruttato che ricorda il frutto sano, fresco, raccolto al punto ottimale di maturazione;
sapore: deciso con retrogusto amaro e piccante;
Altri parametri non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E. In ogni campagna olearia il Consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio a denominazione di origine Protetta “Canino” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico. È in facoltà del Ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali di inserire, su richiesta degli interessati, ulteriori parametrazioni di carattere fisico-chimico o organolettico atte a maggiormente caratterizzare l’identità della denominazione. La designazione degli oli alla fase di confezionamento deve essere effettuata solo a seguito dell’espletamento della procedura prevista dal decreto ministeriale 4 novembre 1993, n. 573, in ordine agli esami chimico-fisici ed organolettici.
Alla denominazione di origine Protetta di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: “fine”, “scelto”, “selezionato”, “superiore”, “genuino”. Il logo della denominazione, come da allegato documento, è costituito da “cane rampante bianco ed un rametto con olive su sfondo celeste sfumante al chiaro, il tutto racchiuso in un contorno di colore grigio a forma di anfora in cui, nella parte superiore, sono disegnati tre gigli.
È tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno l’acquirente su nomi geografici di zone di produzione di oli a denominazione di origine Protetta.
L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie e loro localizzazione territoriale, nonché il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa olivicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima.
Il nome della denominazione di origine Protetta “Canino” deve figurare in etichetta con caratteri chiari ed indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. I recipienti in cui è confezionato l’olio di oliva extravergine “Canino” ai fini dell’immissione al consumo devono essere in vetro o in lamina metallica stagnata di capacità non superiore a litri 5. È obbligatorio indicare in etichetta l’annata di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.
Via di Montalto, km. 18
01011 – CANINO – VT
Tel +39 0761.438095
Fax +39 0761.433042
Olio extravergine d’oliva Canino D.O.P. – per la foto si ringrazia
You are currently browsing the archives for the LAZIO category.