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Timestamp: 2019-06-17 18:41:09+00:00
Document Index: 135451456

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2087', 'art. 1460', 'sentenza ', 'art. 1175', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione.
Il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione
Rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione: quando può considerarsi legittimo e quali sono le conseguenze per azienda e lavoratore.
Segnaliamo la recentissima sentenza n. 836 del 19/01/2016 con cui la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione è tornata ad affrontare il tema dell’obbligo, o meno, del lavoratore di prestare servizio in presenza in condizioni di pericolo o comunque di scarsa sicurezza imputabili a responsabilità datoriale.
La vicenda esaminata dagli ermellini riguardava quattordici lavoratori della Fiat addetti all’assemblaggio che, al verificarsi dell’ennesima caduta di una portiera, si erano rifiutati di proseguire la propria attività finché la squadra di manutenzione non ebbe effettuato un intervento urgente di riparazione dei ganci di sicurezza.
Sebbene l’astensione si fosse protratta solo per il tempo strettamente necessario all’effettuazione dell’intervento (dopodiché gli operai avevano ripreso servizio), l’azienda aveva deciso di detrarre dalla retribuzione dei lavoratori l’importo relativo all’ora e 45 minuti in cui essi non avevano lavorato, dando così origine ad un contenzioso proseguito per ben tre gradi di giudizio.
Sia il Tribunale di Torino che la Corte d’Appello del capoluogo piemontese avevano accolto le pretese dei lavoratori, condannando la Fiat a retribuire il periodo di astensione. Dello stesso avviso la Suprema Corte, cui l’azienda aveva fatto ricorso invocando l’insussistenza dell’obbligo retributivo in assenza di una prestazione lavorativa.
Il datore di lavoro – ha sottolineato il Collegio – è tenuto ai sensi dell’art. 2087 Cod. Civ. ad assicurare condizioni di lavoro idonee a garantire la sicurezza delle lavorazioni e ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori (beni dotati di rilievo costituzionale).
Ove il datore non ottemperi a tale obbligo, questi ultimi hanno pertanto il diritto (non solo di assumere ogni iniziativa volta a costringerlo ad adempiere, ma anche) di rifiutarsi di eseguire la prestazione.
Ciò in ragione di quanto previsto dall’art. 1460 Cod. Civ., a mente del quale nei contratti con prestazioni corrispettive ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione se l’altro non adempie o non offre di adempiere la propria, principio espresso dal noto brocardo latino inadimplenti non est adimplendum.
La sentenza in esame, così come numerosi precedenti giurisprudenziali sia di merito che di legittimità, precisa tuttavia che non ogni inadempimento datoriale può giustificare il rifiuto della prestazione da parte del lavoratore.
Perché il comportamento del lavoratore sia legittimo è infatti necessario:
che l’inadempimento del datore, cronologicamente anteriore, sia tanto “grave” da giustificare, in termini di proporzionalità, la reazione del lavoratore tenuto conto dei diversi obblighi incombenti su ciascuna della parti e di tutte le circostanze del caso;
che il rifiuto della prestazione non sia meramente pretestuoso ma dettato da motivi coerenti con il generale dovere delle parti di comportarsi secondo un canone di reciproca correttezza (art. 1175 c.c.).
Così, nel caso in esame la Corte d’Appello di Torino aveva desunto la gravità dell’inadempimento datoriale dall’entità dei danni che la caduta di una portiera avrebbe potuto provocare all’addetto che ne fosse stato investito, dal verificarsi, in precedenza, di altri casi di sganciamento totale o parziale delle portiere e dal fatto che di tali circostanze l’azienda era già stata resa edotta. Inoltre, l’astensione dal lavoro era proporzionata in quanto protrattosi solamente per il tempo strettamente necessario all’esecuzione dell’intervento dei manutentori.
Quanto invece alla necessità che il rifiuto della prestazione risponda al generale obbligo di correttezza, con sentenza n. 10553/2013 la Suprema Corte ha ritenuto non legittimo il comportamento dei lavoratori che si erano astenuti dall’osservare le misure di sicurezza apprestate dal datore di lavoro perché ritenute eccessivamente “macchinose” e di ostacolo alla prestazione, senza tuttavia mai informare il datore di lavoro della loro inidoneità o della necessità di adottarne di diverse.
Riflessi pratici della legittimità e dell’illegittimità del rifiuto della prestazione
La legittimità o l’illegittimità del rifiuto della prestazione hanno evidenti quanto rilevanti conseguenze sul rapporto lavorativo.
Laddove, infatti, la reazione del lavoratore sia proporzionata all’inadempimento datoriale e conforme a buona fede, questi non può andare incontro ad alcuna conseguenza pregiudizievole. Per tale ragione, la sentenza in commento ha stabilito che i dipendenti della Fiat, giustamente rifiutatisi di esporsi ai rischi collegati all’esecuzione della prestazione, avevano il diritto alla retribuzione per il periodo di astensione dal lavoro (cfr. anche Cass. 1/4/2015 n. 6631).
Viceversa, l’illegittimo rifiuto di svolgere la prestazione ovvero di adempiere agli obblighi nascenti dal rapporto lavorativo può esporre il prestatore a conseguenze disciplinari anche gravi, sino al licenziamento.
In tal senso, si confronti la citata sentenza n. 10553/2013, con cui la Suprema Corte ha ritenuto pienamente legittimo il licenziamento in tronco dei dipendenti che si erano astenuti dall’osservare le misure di sicurezza predisposte dall’azienda esponendo così sé stessi e l’impresa a un grave rischio.
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