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Timestamp: 2020-02-26 06:54:51+00:00
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TRIBUNALE DI PISA sentenza 617 del 2003 sez. lavoro - testo integrale Sentenza
TRIBUNALE DI PISA sentenza 617 del 2003 sez. lavoro
MASSIMA ALLA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI PISA- SEZIONE LAVORO- N° 617/2003. ( a cura del dott. Marco Dibitonto)/r/n/r/n/r/nLa sentenza del Tribunale di Pisa – Sezione Monocratica del Lavoro - n° 617/2003, che limita l’applicazione della norma contenuta nell’art. 42, 11° comma, d.l. 269/2003 convertito nella legge 326/2003 ai soli procedimenti introdotti dall’01.10.2003, è condivisibile./r/nDetta norma prevede la condanna al pagamento delle spese, competenze ed onorari della parte soccombente quando, nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali, salvo comunque quanto previsto dall’art.96, 1° comma, del c.p.c., essa non risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito ai sensi degli articoli 76, commi da 1 a 3, e 77 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 Maggio 2002, n. 115./r/nInfatti, l’applicazione della norma ai procedimenti in corso alla data dell’01.10.2003 violerebbe gli articoli 11 e 12 delle preleggi – irretroattività e interpretazione letterale della legge -, e quindi il principio della certezza dei rapporti giuridici, atteso che per il periodo precedente l’ 01.10.2003 il rischio di sostenere l’onere delle spese processuali non sussisteva, e il principio ermeneutico dell’interpretazione sistematica, atteso che la connessione delle parole e l’intenzione del legislatore indicano senza ombra di dubbio a riconoscere l’efficacia della norma ai procedimenti iniziati a partire dalla sua entrata in vigore./r/n	Pertanto, si ritiene che i procedimenti iniziati prima del 01.10.2003 e non ancora definiti, compresi i gradi successivi – appello e cassazione - non rientrino nel campo di applicazione dell’art. 42, 11° comma, d.l. 269/2003 convertito nella legge 326/2003./r/n /r/n/r/n/r/n/r/n
Sent. n. 617 Cron. n. 4241 TRIBUNALE DI PISA
VERBALE EX ART. 281-SEX. CPC.
UDIENZA dell’12. 11. 2003, davanti al Giudice dr. Gaetano Schiavone assistito dal Cancelliere -3 A. Agonigi nella causa iscritta al n. 61/03-R.G.C. e promossa da:
BERTAGNA Elisa
(Avv. Cerrai – Bartalena)
(Avv. Perani)
Per parte ricorrente: l’Avv. P. Bartalena che insiste per il rinnovo della CTU.
Per l’INPS. L’Avv. Perani, la quale si oppone e chiede che il Giudice voglia applicare l’art. 42, com. 11, D. l. n. 269/03.
Replica del ricorrente: Il DL. n. 269/03 è inapplicabile ratione temporis
I procuratori costituiti chiedono che la causa sia decisa.
Il Giudice d. L. del Tribunale di Pisa, visto l’art. 281-sex. cpc., udite dalle parti le rispettive conclusioni sottotrascritte, nonchè i motivi a sostegno, pronuncia la seguente sentenza, pubblicamente letta,
PARTE RICORRENTE: Per l’accoglimento del ricorso, previa rinnovo della CTU, con vittoria di spese.
PARTE RESISTENTE INPS: Per il rigetto, vinte le spese, sussistendone i presupposti di legge.
Petitum del ricorso è la costituzione dell’assegno di invalidità civile.
Nessuna eccezione è stata sollevata in punto di rito.
Costituitosi in lite l’INPS insiste nelle determinazioni amministrative e, quindi, chiede il rigetto del ricorso.
La domanda nel merito va respinta.
Il C.T.U. dr. Calcinai, al termine delle proprie indagini e valutazioni e con motivazione che, per essere immune da vizi logico/giuridici, questo giudice integralmente recepisce, ponendola a base tecnica della propria decisione (Cass. n. 4817/1987), ha concluso affermando che “la ricorrente deve essere riconosciuta a far luogo dalla domanda e a tutt’oggi, non invalida, non inabile secondo la normativa INPS”
La richiesta di rinnovo della CTU (Cass. n. 1191/1987) è inaccoglibile, stante la sua immotivazione a fronte della piena coerenza e logicità della CTU, che la rendono recepibile, così esaurendo l’obbligo motivazionale (Cass. n. 7379/1987) sul punto.
Parte resistente chiede l’applicazione dell’art. 42, com. 11, del recente DL. n. 269 datato 30 settembre 2003, volendo significare in sostanza, che il Giudice è tenuto ad assumere la propria pronuncia in base alla nuova formulazione dell’art. 152 disp. att. cpc.-
Parte ricorrente si oppone ratione temporis.
La domanda è inammissibile.
In verità, con il citato art. 42, com. 11, DL. n. 269/03, è stato sostituito il contenuto dell’art. 152 disp. att. cpc, il quale nella formulazione originaria, così recitava: “Il lavoratore soccombente nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali non è assoggettato al pagamento di spese, competenze ed onorari a favore di istituti di assistenza e previdenza, a meno che la pretesa non sia manifestamente infondata e temeraria”.
La Corte Costituzionale è stata più volte investita della legittimità, sicchè con sent. n. 85/79 ne ha esteso la portata ai procedimenti aventi ad oggetto prestazioni assistenziali e con sent. n. 134/94 ha dichiarato incostituzionale l’art. 4, com. 2 del DL. n. 384/92 nella parte in cui nell’abrogare l’art. 152 cit., non ha fatto salva la situazione dei lavoratori soccombenti.
I più, nella detta norma individuano un’attuazione dell’art. 38 Cost. poiché un proporzionalmente insopportabile onere nell’affrontare le spese di giudizio, finirebbe con rendere inattuabile la protezione garantita dalla Costituzione, le volte in cui le singole prestazioni che ne costituiscono l’intimo contenuto fossero illegittimamente rifiutate.
Il legislatore del 2003, forse non molto attento all’insegnamento della Corte ha inteso nuovamente ghigliottinare l’art. 152 cit., così riscrivendolo: “Nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali la parte soccombente, salvo comunque quanto previsto dall’art. 96, primo comma cpc., non può essere condannata al pagamento delle spese competenze ed onorari quando risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito ai sensi degli articoli 76, commi da 1 a 3, e 77 D. Lgs. n. 113/02 (ndg.: Sul gratuito patrocinio). L’interessato che, con riferimento all’anno precedente a quello di instaurazione del giudizio, si trova nelle condizioni indicate nel presente articolo formula apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione nelle conclusioni dell’atto introduttivo e si impegna a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito verificatesi nell’anno precedente. Si applicano i commi 2 e 3 dell’articolo 79 e l’art. 88 del cit. D. Lgs. n. 113/02”.
Da una prima lettura della norma risulta, innanzitutto, la sostituzione della più diretta ed immediata definizione del destinatario della norma di attenzione come lavoratore soccombente, con la pretesamente anodina ed equidistante locuzione di parte soccombente, quasi che si provasse un senso di fastidio ad assegnare l’esatta definizione sociologica dei destinatari delle norme dettate per questo tipo di controversie, salvo, però, dover implicitamente ammettere che la nuova disciplina si riferisce proprio al lavoratore (in attività o pensione), posto che non ha senso parlare di reddito IRPEF per l’altra parte del rapporto processuale, obbligatoriamente un Istituto previdenziale, ovvero il Servizio Sanitario Nazionale.
Inoltre emerge che, per essere condannati alle spese, non è più richiesta la coesistenza fra manifesta infondatezza e temerarietà, essendo sufficiente la seconda delle due condizioni condanna ma emerge pure che, quand’anche mancasse la temerarietà descritta al primo comma dell’art. 96 cpc., la parte soccombente può essere condannato alle spese semplicemente se ha un reddito superiore a certi limiti stabiliti con riferimento alla normativa sul gratuito patrocinio.
Ciò detto, e venendo più da vicino al quesito che occupa, si tratta di vedere, sostanzialmente, se questo complesso articolato sia applicabile ai giudizi in corso.
Com’è noto, in base alle regole generali (art. 11 preleggi) “la legge non dispone che per l’avvenire”, sicchè, essendo il processo una serie concatenata di atti, la nuova legge verrà a disciplinare gli atti ancora da compiersi, restando, ovviamente, salva la validità di quelli compiuti sotto l’egida della precedente. In base a questo principio, esclusa l’ipotesi della lite temeraria, effettivamente si dovrebbe procedere all’acquisizione dei visti dati reddituali e, quindi, disciplinare l’onere delle spese secondo la regola della soccombenza, per l’ipotesi in cui quel limite fosse superato.
Questo sempre che la legge, come nella presente ipotesi, non disponga diversamente.
Nel caso in esame, infatti, applicando le regole ermeneutiche, secondo le quali le leggi si interpretano “secondo la connessione delle parole e l’intenzione del legislatore” (art. 12 preleggi, c.d. interpretazione sistematica), lo scopo che si prefigge il legislatore è di tutt’altro avviso rispetto a quello indicato dall’INPS.
In verità il legislatore ha voluto riferirsi agli atti introduttivi depositati successivamente all’entrata in vigore del decreto legge e ciò si ricava da una serie di elementi.
Innanzitutto dal fatto che quella dichiarazione reddituale, dice la legge che deve essere contenuta nelle conclusioni dell’atto introduttivo e, poiché nel rito del lavoro, salvo casi eccezionali (art. 420, com. 1, ult parte), le conclusioni devono essere assunte nel ricorso (art. 414, nn. 3 e 4 cpc.), ne consegue che quell’adempimento è richiedibile solo per le conclusioni da assumere e non per quelle assunte.
Nella specie le conclusioni furono assunte col ricorso depositato il 28. 01. 2003, ben nove mesi prima dell’entrata in vigore del DL. n. 269/03.
Inoltre, se fosse vera l’interpretazione patrocinata dall’INPS si assisterebbe ad un’altra violazione di diritto, in quanto si graverebbe il ricorrente di un rischio processuale (l’eventuale soccombenza) che era escluso al momento in cui decise di affrontare il processo promovendolo ovvero resistendovi. Ciò senza dire della difficoltà pratica di richiedere l’adempimento anche per gli anni, a volte numerosi, trascorsi rispetto al momento dell’incipit, posto che il decreto legge fa carico di quell’onere per tutti gli anni di durata del processo fino a quello della pronuncia (evidentemente anche di secondo grado e di legittimità, posto che la soccombenza sulle spese non è esclusa per i gradi successivi al primo).
Non ricorrono, dunque, i presupposti per non procedere alla compensazione integrale delle spese di lite fra le parti.
P.	Q.	M.
Il Giudice del Lavoro, definitivamente pronunciando, RIGETTA il ricorso, compensa integralmente le spese di lite fra le parti.
IL CANCELLIERE B-3	IL GIUDICE d. L.
A. Agonigi G. Schiavone
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