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Timestamp: 2020-07-08 01:59:08+00:00
Document Index: 69281962

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'art. 112', 'art. 36', 'art. 35', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 25 giugno 2020, n. 12597 - Il giudice ravvisata l'infondatezza parziale della pretesa dell'amministrazione, non deve né può limitarsi ad annullare l'atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal "petitum" delle parti - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 25 giugno 2020, n. 12597 – Il giudice ravvisata l’infondatezza parziale della pretesa dell’amministrazione, non deve né può limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal “petitum” delle parti
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 25 giugno 2020, n. 12597
Tributi – Imposta di registro – Decreto ingiuntivo – Recupero di somme concesse a titolo di finanziamento reso da soggetto IVA – Misura
1. In controversia avente ad oggetto l’impugnazione di un avviso di liquidazione emesso nei confronti della S. s.p.a. per l’imposta di registro dovuta dalla predetta società contribuente per la registrazione di un decreto ingiuntivo emesso dal Giudice di pace di Caserta, con la sentenza impugnata la CTR, accogliendo la tesi della contribuente secondo cui nel caso di specie, trattandosi di recupero di somme concesse a titolo di finanziamento reso da soggetto IVA, la tassazione doveva essere effettuata in misura fissa e non proporzionale, come invece preteso dall’Agenzia delle entrate, ha rigettato l’appello dell’amministrazione finanziaria confermando l’annullamento dell’atto impositivo già disposto dal giudice di primo grado.
2. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis cod. proc. civ. risulta regolarmente costituito il contraddittorio.
Con il primo motivo la difesa erariale deduce la violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. sostenendo che la CTR aveva annullato integralmente l’atto impositivo impugnato nonostante la stessa società contribuente avesse esplicitamente ammesso di essere tenuta al versamento dell’imposta di registro in misura fissa.
Con il secondo motivo deduce la violazione dell’art. 36, secondo comma, n. 4, d.lgs. n. 546 del 1992, sostenendo che la CTR aveva annullato integralmente l’avviso di liquidazione impugnato senza alcuna motivazione.
I motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto strettamente connessi tra loro, sono fondati e vanno accolti.
Invero, è principio consolidato di questa Corte e condiviso dal Collegio, quello secondo cui «Il processo tributario è annoverabile tra quelli di “impugnazione-merito”, in quanto diretto ad una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell’accertamento dell’Ufficio, sicché il giudice, ove ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte, restando, peraltro, esclusa dall’art. 35, comma 3, ultimo periodo, del d.lgs. n. 546 del 1992, la pronuncia di una sentenza parziale solo sull’ “an” o di una condanna generica» (Cass. n. 13294 del 28/06/2016, Rv. 640171; in termini, tra le tante, Cass. n. 24611 del 2014, n. 26157 del 2013, n. 13034 del 2012 nonché Cass., Sez. U., n. 13916 del 2006). Principio, questo, che muove sulla scia di quello, analogamente condivisibile, secondo cui «Il processo tributario è a cognizione piena e tende all’accertamento sostanziale del rapporto controverso, con la conseguenza che solo quando l’atto di accertamento sia affetto da vizi formali a tal punto gravi da impedire l’identificazione dei presupposti impositivi e precludere l’esame del merito del rapporto tributario – come nel caso in cui vi sia difetto assoluto o totale carenza di motivazione – il giudizio deve concludersi con una pronuncia di semplice invalidazione, ostandovi altrimenti il principio di economia dei mezzi processuali, che consente al giudice di avvalersi dei propri poteri valutativi ed estimativi ai fini della decisione e, in forza dei poteri istruttori attribuiti dall’art. 7 del d.lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, di acquisire “aliunde” i relativi elementi, prescindendo dagli accertamenti dell’Ufficio e sostituendo la propria valutazione a quella operata dallo stesso» (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 11935 del 13/07/2012, Rv. 623322).
Pertanto, quando «il giudice […] ravvista] l’infondatezza parziale della pretesa dell’amministrazione, non deve né può limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal “petitum” delle parti» (Cass. n. 17072 del 2010), dando «alla pretesa dell’amministrazione un contenuto quantitativo diverso da quello sostenuto dalle parti contendenti, avvalendosi degli ordinari poteri di indagine e di valutazione dei fatti e delle prove consentiti dagli artt. 115 e 116 c.p.c., […] in tal modo determinando il reddito effettivo del contribuente, e senza che ciò costituisca attività amministrativa di nuovo accertamento, rappresentando invece soltanto l’esercizio dei poteri di controllo, di valutazione e di determinazione del quantum della pretesa tributaria» (Cass. n. 1852 del 2008), oppure costituisca violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, essendo chiaramente consentito al giudice tributario, in un giudizio che non è solo “sull’atto”, da annullare, ma anche e principalmente sul rapporto sostanziale tra amministrazione finanziaria e contribuente, la riduzione della pretesa avanzata dalla prima con l’atto impositivo.
Peraltro, nella specie, i giudici di appello si sono uniformati alla statuizione dei giudici di primo grado, che avevano annullato l’atto impositivo impugnato in assenza di qualsiasi motivazione, pur avendo in premessa affermato che «la ricorrente riteneva che […] la tassazione dell’imposta doveva essere effettuata in misura fissa e non proporzionale».
5. Conclusivamente, quindi, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla competente CTR che provvederà anche a regolamentare le spese del presente giudizio di legittimità.
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