Source: http://www.studiocasciotti.it/
Timestamp: 2018-01-17 09:12:51+00:00
Document Index: 145299433

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 164', 'art. 164', 'art. 1', 'art. 19', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 2932', 'art. 2341', 'art. 122', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 122', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 2341', 'art. 122', 'art. 123', 'art. 123', 'art. 122', 'art. 123', 'art. 2341', 'art. 2431', 'art. 2377', 'art. 2431', 'art. 2341', 'art. 122', 'art. 2341', 'art. 122', 'art. 122', 'art. 122', 'art. 1322', 'art. 7', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 47']

Studio Casciotti
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TAGLI ALLA DEDUCIBILITÀ DEI COSTI DEGLI AUTOVEICOLI
La Legge sulla Riforma del mercato del lavoro (L. 28 giugno 2012, n. 92) aveva ridotto dal 40% al 27,5% la misura di deducibilità del costo fiscale
degli autoveicoli, ma prima ancora della sua entrata in vigore (periodo d’imposta 2013) la recente Legge di Stabilità 2013 (L. 24 dicembre 2012, n.
228, art. 1, co. 501) ha ulteriormente ridotto tale percentuale fissandola al 20%.
Resta immutata, invece, la deduzione al 70% prevista, sempre dal 2013, dalla Legge Fornero, per le vetture assegnate in uso promiscuo ai
dipendenti e la franchigia di Euro 40 sulla deducibilità del contributo al servizio sanitario nazionale, obbligatorio sull’assicurazione relativa alla
responsabilità civile auto, con decorrenza dal periodo d’imposta 2012.
Deducibilità integrale e parziale
Il trattamento fiscale del costo degli autoveicoli, ai sensi dell’art. 164, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, si basa su un criterio di destinazione del
bene (cfr. tabella a pag. 5), prevedendo la deducibilità come di seguito specificata:
lintegrale (100%) di tutti i costi per le autovetture destinate a essere utilizzate esclusivamente come beni strumentali dell’attività propria
dell’impresa ovvero adibite ad uso pubblico;
lparziale nella misura del 20% e nel rispetto di taluni limiti indicati dalla norma per le autovetture cosiddette aziendali, cioè non strumentali e
non assegnate a dipendenti e per quelle utilizzate da soggetti esercenti arti e professioni in forma individuale;
lparziale nella misura del 70% per le autovetture date in uso promiscuo a dipendenti per la maggior parte del periodo di imposta.
lparziale nella misura dell’80% e nel rispetto di taluni limiti indicati dalla norma per le autovetture utilizzate da soggetti esercenti attività di
agenzia o di rappresentanza del commercio.
Quanto alle voci di costo che rientrano nell’ambito applicativo dell’art. 164 si segnala che il Legislatore si riferisce genericamente a spese e “altri
componenti negativi”, senza ulteriori definizioni. Come più volte chiarito dall’Amministrazione finanziaria tale disciplina riguarda in modo unitario,
e quindi indipendentemente dalla loro specifica natura, i costi di acquisto ma anche tutti i costi di impiego delle autovetture, intendendosi come tali
tutte quelle spese necessarie per l’utilizzo del bene.
Regole di deducibilità
Sono, pertanto, soggetti alle regole di deducibilità definite dalla norma in esame:
canoni di leasing finanziario, di locazione operativa o di noleggio;
tassa di proprietà;
AUTOVECOLI STRUMENTALI (INTERAMENTE DEDUCIBILI)
Le novità normative non hanno interessato gli oneri delle autovetture destinate ad essere utilizzate esclusivamente come beni strumentali per
l’attività d’impresa e quelle adibite ad uso pubblico; infatti, per le stesse resta la deducibilità al 100% di tutte le spese e gli altri componenti
negativi, senza alcuna limitazione di costo per l’acquisto o il leasing finanziario, né di canone per la locazione operativa o il noleggio. Si tratta, quindi,
di beni indispensabili all’espletamento della gestione aziendale, quali ad esempio le autovetture delle società di leasing o di noleggio, quelle la cui
produzione o scambio costituisce oggetto dell’attività di impresa, quelle utilizzate come taxi ovvero dalle scuola guida.
AUTOVETTURE NON STRUMENTALI (AUTOVETTURE AZIENDALI PARZIALMENTE DEDUCIBILI)
Si possono definire come autovetture aziendali quelle che non costituiscono beni strumentali né
sono adibite ad uso pubblico ovvero che non sono
date in uso promiscuo a dipendenti. Si tratta di autovetture a disposizione, quali ad esempio quelle utilizzate dall’amministratore o utilizzate dalla
AUTO ASSEGNATE AI DIPENDENTI IN USO PROMISCUO (PARZIALMENTE DEDUCIBILI)
La L. 92/2012 ha ridotto, a partire dal periodo d’imposta 2013, dal 90% al 70% la deducibilità delle spese sostenute per i veicoli concessi in uso
promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo d’imposta.
Il benefit deve essere evidenziato in busta paga oppure con l’emissione di una fattura nei confronti dello stesso dipendente.
ACCONTI E REGIME DEI MINIMI
Ai fini del calcolo dell’acconto Irpef/Ires 2013 occorre calcolare lo stesso come se le nuove norme fossero già operative dal 2012.
La C.M. 7/E/2008 (con riferimento al regime dei minimi ex art. 1 co. da 96 a 117, L. 244/2007) aveva precisato che le spese sostenute dai
contribuenti minimi relative a beni a deducibilità limitata (comprese gli autoveicoli aziendali) dovevano essere considerate deducibili in ragione del
50% del costo sostenuto, a prescindere da eventuali disposizioni del Tuir che prevedessero specifici limiti di deducibilità.
La precisazione, seppur riferita al vecchio regime dei minimi, dovrebbe mantenere validità per il nuovo regime fiscale di vantaggio per
l’imprenditoria giovanile ed i lavoratori in mobilità previsto dal D.L. 98/2011.
Misure di detraibilità
Restano immutate le regole per la detraibilità dell’Iva ai sensi dall’art. 19
bis 1, lett. c), D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 che non è stato modificato.
Si riportano di seguito le percentuali di detraibilità dell’Iva relativa all’acquisto, all’importazione, al noleggio e al leasing degli autoveicoli e dei
il 100% per i veicoli assegnati in uso promiscuo a dipendenti a titolo oneroso con addebito in fattura dell’Iva.
il 100% per i veicoli che formano oggetto dell’attività propria dell’impresa (es. concessionario di vendita), utilizzati esclusivamente
nell’esercizio dell’impresa, dell’arte o della professione (es. scuole guida), acquistati da agenti o rappresentanti di commercio.
il 40% per tutti i veicoli diversi da quelli indicati al punto precedente, cioè utilizzati sia per finalità imprenditoriali e professionali che per
finalità di carattere privato (uso promiscuo);
indetraibilità totale (oggettiva) dell’Iva relativa ai motocicli con motore di cilindrata superiore ai 350, c.c., salvo il caso che formino oggetto
dell’attività propria dell’impresa.
percentuale in funzione dell’effettivo utilizzo da parte di agenti di commercio per uso anche privato, secondo il principio di inerenza.
Per le spese di gestione, manutenzione, carburanti, pedaggio autostradale, l’iva è detraibile nei limiti di detrazione previsti per gli autoveicoli a cui
ineriscono.
FRANCHIGIA PER IL CONTRIBUTO AL S.S.N.
Infine l’art. 4, co. 76, L. 92/2012 ha previsto che a decorrere dall’anno 2012, una franchigia di Euro 40 in riferimento al contributo al servizio
sanitario nazionale applicato sui premi assicurativi per la responsabilità civile per i danni causati dalla circolazione dei veicoli a motore e dei
natanti, per il quale l’impresa di assicurazione abbia esercitato il diritto di rivalsa nei confronti del contraente. Pertanto, in sede di dichiarazione dei
redditi, sarà deducibile ai sensi dell’art. 10, co. 1, lett. e), D.P.R. 917/1986, solo la parte che eccede la somma di Euro 40.
La drastica riduzione della deducibilità dei costi delle auto aziendali renderà maggiormente conveniente per le imprese il ricorso al rimborso spese
a dipendenti ed amministratori per l’utilizzo dell’auto propria nelle trasferte, rispetto all’acquisto di nuove auto aziendali.
Soggetti legittimati all’accordo ed effetti negoziali. Sindacati di voto, sindacati di blocco e patti di concertazione.
Confronto con la disciplina dettata per le S.p.a. quotate.
Adempimenti pubblicitari. Applicabilità alle S.r.l.
Il decreto di riforma del diritto societario (1) ha introdotto nel Codice civile due nuovi articoli , il 2341- bis ed il 2341- ter , ai quali viene affidata la regolamentazione dei patti parasociali nelle società per azioni non quotate .
La disciplina -largamente ispirata a quella dettata dal Testo unico della Finanza in tema di società quotate (cfr. artt. 122-124, D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58) – segna un’importante novità sul piano legislativo: per la prima volta, infatti, nel Codice civile trovano cittadinanza specifiche disposizioni dedicate alle pattuizioni extra sociali.
Il diffuso senso di diffidenza verso forme pattizie e sotterranee di controllo della società, che nel passato ha lungamente fatto dubitare della legittimità degli accordi parasociali, viene così superato attraverso una normazione piuttosto sintetica, ma attenta a due aspetti fondamentali:
la piena pubblicità e trasparenza degli accordi parasociali ;
la previsione di una durata determinata dei patti o , in caso di durata indeterminata, la facoltà di recesso del socio.
DEFINIZIONE di PATTI PARASOCIALI
Il tentativo di fornire una definizione unitaria di patto parasociale è impresa ardua se si considera la molteplicità di contenuti negoziali e la pluralità di scopi che le pattuizioni “parallele” all’atto costitutivo possono perseguire. (2)
Focalizzando, però, l’attenzione sugli effetti di tali accordi, è possibile enucleare un tratto comune a tutti: i c.d. “patti” o “contratti parasociali”, intercorrenti tra tutti i sottoscrittori dell’atto costitutivo o tra gruppi di essi, hanno lo scopo di regolamentare il comportamento dei contraenti all’interno della costituita società.
Nulla esclude, evidentemente, che i contratti parasociali vengano a formarsi anche durante la vita dell’ente; in tal caso, ” l’essenza del contratto sta in ciò: soci dispongono per separato contratto dei diritti che derivano loro dall’atto costitutivo, impegnandosi reciprocamente ad esercitarli in modo predeterminato” . (3)
La nuova disciplina non fornisce alcuna indicazione circa i soggetti legittimati all’accordo parasociale, con ciò alimentando il dubbio se all’accordo possano partecipare anche soggetti estranei alla compagine sociale .
In dottrina, con riguardo ai sindacati di voto (di cui si dirà più diffusamente in prosieguo), la soluzione positiva è stata fondata sul rilievo che, una volta ammessa la liceità di accordi pattizi extra -societari sul presupposto che il socio è libero di valutare autonomamente le proprie scelte in tema di voto, non si vedono le ragioni per le quali escludere che tali accordi possano validamente essere stipulati dal socio anche con terzi: ” ne potrebbero -è vero- emergere più spiccati profili di conflitto di interessi tra socio e società; ma non è certo escluso che tali profili sussistano anche in caso di convenzioni di voto ristrette solo ad alcuni soci ed, in ogni modo, non si tratta di un argomento idoneo a confutare la validità di simili patti in termini generali, bensì di un problema eventuale che -quando si manifesti- andrà risolto mediante l’applicazione delle specifiche norme dettate dal legislatore appunto in tema di conflitto di interessi “. (4)
EFFETTI NEGOZIALI
I patti parasociali hanno -secondo il tradizionale insegnamento- efficacia vincolante solo tra le parti che li hanno sottoscritti , (5) con esclusione dei successivi acquirenti delle azioni (o di eventuali sottoscrittori di azioni di nuova emissione) (6) ovvero degli eredi. (7) In tale ottica, si ritiene che gli accordi parasociali siano privi di efficacia anche nei confronti dei terzi o nei confronti della società .
La natura degli effetti negoziali, come è facile intuire, non è questione meramente accademica.
Affermandone l’ obbligatorietà , la circostanza che un socio abbia ad esempio votato in maniera difforme da quella concordata all’interno di un sindacato non potrà legittimare l’ impugnazione della relativa delibera assembleare. (8) Come osservato dalla Suprema Corte di Cassazione, il vincolo che discende dai patti opera su di un terreno esterno a quello dell’organizzazione sociale, “sicché non è legittimamente predicabile (…) né la circostanza che al socio stipulante sia impedito di determinarsi autonomamente all’esercizio del voto in assemblea, né quella che il patto stesso ponga in discussione il corretto funzionamento dell’organo assembleare (operando il vincolo obbligatorio così assunto non dissimilmente da qualsiasi altro possibile motivo soggettivo che spinga un socio a determinarsi al voto assembleare in un certo modo), poiché al socio non è in alcun modo impedito di optare per il non rispetto del patto di sindacato ogni qualvolta l’interesse ad un certo esito della votazione assembleare prevalga sul rischio di dover rispondere dell’inadempimento del patto”. (9)
Nel caso ipotizzato, dunque, l’unica sanzione giuridica sarà l’obbligazione di risarcimento del danno o la perdita della penale , sempre che nel contratto parasociale sia stata inserita una clausola penale.
Quanto alla tutela giudiziaria in caso di violazione di patti parasociali , le poche pronunce in materia tendono ad escludere la tutela cautelare (10) mentre, in dottrina, è stata sostenuta la possibilità di tutela in forma specifica di cui all’art. 2932 c.c. (11)
PATTI “RILEVANTI” ai FINI della DISCIPLINA CODICISTICA
Sebbene la prassi commerciale conosca un’infinita varietà di patti parasociali, (12) non tutti sono assoggettati alla nuova disciplina introdotta dalla riforma societaria: i patti presi in considerazione dal nuovo art. 2341- bis , c.c., sono infatti solo quelli destinati a stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società .
Più in particolare, sono rilevanti i patti che, in qualunque forma siano stipulati, hanno ad oggetto :
la governabilità della società , ovvero l’ esercizio del diritto di voto nelle società per azioni o in quelle che su di esse esercitano attività di direzione e coordinamento;
la stabilizzazione degli assetti proprietari , attraverso pattuizioni che limitano il trasferimento delle relative azioni o delle partecipazioni in società controllanti;
la concertazione , ovvero l’ esercizio anche congiunto di un’ influenza dominante su tali società.
Nella prima categoria di accordi, attesa l’ampia formulazione utilizzata dal Legislatore, possono sicuramente ricomprendersi quelli generalmente noti come sindacati o convenzioni di voto , (13) attinenti non solo all’ esercizio , ma anche alla titolarità del voto . (14)
Qualche dubbio invece sussiste per i c.d. ” patti di consultazione “, vale a dire per gli accordi che hanno l’effetto di imporre agli aderenti obblighi di preventiva consultazione sulla direzione dell’esercizio del diritto di voto: a differenza dei sindacati di voto -nei quali l’intendimento collettivo è vincolante per l’espressione individuale del voto- essi hanno come finalità il semplice scambio di informazioni prima che il convincimento del singolo aderente sia formato in maniera definitiva. L’incertezza sulla possibilità di ricondurre nell’alveo della nuova disciplina anche i patti in questione nasce dall’analisi comparata dell’art. 122, Tuf e dell’art. 2341- bis, c.c.: mentre il primo annovera espressamente i patti di consultazione tra quelli assoggettati alla specifica disciplina, così non accade nell’art. 2341- bis , che pure è largamente modellato sulla norma speciale.
Ci si chiede, quindi, se l’ assenza di una espressa previsione dei patti di consultazione nell’articolo del Codice civile sia frutto di una esclusione voluta o, invece, la tipologia degli accordi sia comunque riconducibile, in via interpretativa, alla disciplina civilistica. (15)
A favore di quest’ultima lettura milita l’ampia formulazione dell’art. 2341- bis , comma 1, lett. a), che fa espresso riferimento ai patti che ” hanno per oggetto l’esercizio del diritto di voto ” (formulazione, sotto questo specifico profilo, di portata più estesa di quella utilizzata per l’analogo art. 122, Tuf) : si tratta, comunque, di una delle tante zone “grigie” della disciplina, necessariamente destinata ad essere meglio chiarita in sede giurisprudenziale.
Con riferimento alla seconda tipologia, in essa vanno ricomprese le convenzioni note come patti o sindacati di blocco, generalmente dirette ad assicurare compattezza alla compagine societaria attraverso una limitazione del potere di trasferire azioni o partecipazioni (esempio tipico è l’accordo con cui viene vietata la circolazione di tali strumenti con l’obbligo, in caso di violazione, di offrirli in prelazione agli altri soci aderenti al patto). (16)
Analogamente ai sindacati di voto, anche per questa ipotesi viene tra l’altro preso in considerazione il patto stipulato nella controllante, che può non essere una S.p.a. stante il generico riferimento alle “partecipazioni” in società controllanti.
Patti di concertazione
La terza categoria di patti (quelli di concertazione, aventi ad oggetto l’ esercizio anche congiunto di un’ influenza dominante sulla società) trova la sua fattispecie più ricorrente nelle c.d. ” cordate “, in cui più soggetti concordano l’acquisto di una partecipazione in una medesima società, in modo tale da non consentire a nessuno di essi di esercitare il controllo, neppure di fatto, sulla società medesima: essendo tuttavia l’acquisto preordinato al comune scopo di esercitare, sommando i voti, un’influenza dominante sulla società partecipata, i sottoscrittori in genere si impegnano a votare come deciderà uno di essi ovvero la maggioranza oppure a dare procura per il voto al c.d. “direttore” del sindacato.
Ricorre, invece, il patto che ha come effetto l’esercizio di un’influenza dominante quando l’acquisto di partecipazione in una stessa società è effettuato da una controllante ed una controllata oppure da due società sottoposte a comune controllo. Qui si presume che il voto nella partecipata sarà concertato dalle società partecipanti, componendo questa un medesimo gruppo e, dunque, un medesimo centro decisionale.
Patti parasociali “rilevanti”: discipline a confronto
S.p.a. non quotate S.p.a. quotate
Sono assoggettati alle regole del Codice civile (artt. 2341 bis e 2341 ter) ” i patti, in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società :
a) hanno per oggetto l’ esercizio del diritto di voto nelle società per azioni o nelle società che le controllano;
c) hanno per oggetto o per effetto l’esercizio anche congiunto di un’influenza dominante su tali società”. Le disposizioni di cui all’art. 2341 bis, c.c. ” non si applicano ai patti strumentali ad accordi di collaborazione nella produzione o nello scambio di beni o servizi e relativi a società interamente possedute dai partecipanti all’accordo” . Sono assoggetti alla disciplina del T.U. Finanza (artt. 122 e 123) i “patti, in qualunque forma stipulati:
a) che istituiscono obblighi di preventiva consultazione per l’ esercizio del diritto di voto nelle società con azioni quotate e nelle società che le controllano;
c) che prevedono l’ acquisto delle azioni o degli strumenti finanziari previsti dalla lett. b);
d) aventi per oggetto o per effetto l’ esercizio anche congiunto di un’ influenza dominante su tali società “.
Come si è visto, i sindacati che rientrano nelle tre categorie elencate dall’art. 2341- bis, c.c., devono perseguire una finalità precisa e, cioè, quella di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società . Tutti i patti che non perseguono le finalità appena indicate o che non riguardano gli oggetti sopra elencati, pur essendo validi, sono sottratti alla disciplina in esame.
Sul piano operativo, non è tuttavia sempre agevole individuare i criteri che consentano di individuare gli obiettivi dell’accordo e, quindi, verificare la rilevanza del sindacato ai fini della nuova normativa codicistica.
Ad avviso di qualche Autore, si può pensare che il ” Legislatore abbia voluto scrivere una norma in bianco, lasciando poi il compito alla dottrina e alla giurisprudenza il compito di riempirla secondo il contemperamento di interessi ritenuto caso per caso più opportuno “. (17)
In qualche caso, però, è la stessa disciplina a fissare precisi paletti.
In base al disposto dell’art. 2341- bis , ultimo comma, c.c., le regole fissate dal citato articolo non si applicano alle clausole accessorie di accordi di collaborazione nella produzione di beni o servizi e relative a società interamente possedute dai partecipanti all’accordo.
La ratio di quest’ultima previsione è probabilmente da ricercarsi nella constatazione che i contratti di joint venture si accompagnano, nella generalità dei casi, ad accordi parasociali sulla governance della società.
Più precisamente, la scelta legislativa pare trovare giustificazione in un duplice ordine di considerazioni: da un lato, la circostanza che, nella fattispecie, il patto non è uno strumento volto ad influire sulla vita interna di un’impresa ma, piuttosto, è un mezzo per coordinare ed organizzare l’attività di soggetti di diritto distinti; dall’altro, il rilievo che la coincidenza assoluta tra aderenti al patto e componenti della società attenui enormemente il rischio che quanto stabilito nell’accordo possa incidere sugli interessi dei soci, sacrificandoli. (18)
LIMITI alla DURATA DETERMINATA del PATTO
In forza del più volte menzionato art. 2341- bis, comma 1, c.c., i patti parasociali , se stipulati a tempo determinato , non possono avere durata superiore a cinque anni e si intendono stipulati per questa durata anche se le parti hanno pattuito un termine maggiore. (19)
E’ tuttavia, prevista anche la possibilità che i patti vengano stipulati a tempo indeterminato : (20) in questo caso, ciascun contraente ha diritto di recedere con preavviso di centottanta giorni . Si ritiene che la disposizione sul potere di recesso abbia natura imperativa e sia, pertanto, nullo qualunque accordo che impedisca o renda più gravoso l’esercizio del diritto, ferma la possibilità di ipotesi convenzionali di recesso o obblighi di preavviso più contenuti sotto l’aspetto temporale. (21)
Inoltre, per espressa previsione normativa, è riconosciuta riconosciuta la rinnovabilità degli accordi parasociali : il Legislatore della riforma ripropone, sotto questo specifico profilo, la disciplina dettata per le società quotate, in relazione alla quale parte consistente della dottrina ha affermato che il rapporto parasociale deve necessariamente estinguersi allo spirare del termine legale e che le parti per continuarlo devono nuovamente esprimere una manifestazione di volontà in tal senso: di qui l’ illiceità di clausole di rinnovo tacito automatico , a maggior ragione se legate alla presenza di penali in capo al contraente uscente. (22)
Patti parasociali a tempo determinato e indeterminato
Durata Recesso
S.p.a. non quotate I patti indicati all’art. 2341 bis, c.c. “non possono avere durata superiore a cinque anni e si intendono stipulati per questa durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore; i patti sono rinnovabili alla scadenza” (art. 2341 bis,, c.c.) “Qualora il patto non preveda un termine di durata, ciascun contraente ha diritto di recedere con un preavviso di centottanta giorni” (art. 2341 bis,, c.c.)
S.p.a. quotate I patti indicati all’art. 122, Tuf, ” se a tempo determinato, non possono avere durata superiore a tre anni e si intendono stipulati per tale durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore; i patti sono rinnovabili alla scadenza” (art. 123, comma1, Tuf) “I patti possono essere stipulati anche a tempo indeterminato ; in tal caso ciascun contraente ha diritto di recedere con un preavviso di sei mesi “ (art. 123, comma 2, Tuf). ” Gli azionisti che intendano aderire a un’offerta pubblica di acquisto o di scambio promossa ai sensi degli artt. 106 o 107 possono recedere senza preavviso dai patti indicati nell’art. 122. La dichiarazione di recesso non produce effetto se non si è perfezionato il trasferimento delle azioni ” (art. 123, comma 3, Tuf)
I patti parasociali diretti a stabilizzare gli assetti proprietari del capitale azionario o il governo della società -se relativi a società per azioni che fanno ricorso al mercato dei capitali di rischio o ad una società che la controlla- ” devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea ” (art. 2341- ter , c.c.). La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale assembleare e questo deve essere depositato presso il Registro imprese.
Il Legislatore della riforma, in tal modo, ha inteso garantire la “conoscibilità” dei patti, soprattutto quelli tesi a influenzare la formazione della volontà assembleare e condizionare la circolazione delle partecipazioni, ponendo così gli altri soci non aderenti, attuali e futuri, in condizione di valutare la convenienza del mantenimento ovvero dell’acquisto dello status sociale .
Se questo è lo scopo, alquanto macchinoso appare il mezzo scelto per perseguirlo: la dichiarazione dell’esistenza del patto (con specifica indicazione del contenuto e dei contraenti) (23) va resa in apertura di ogni assemblea, anche ordinaria, e l’obbligo di deposito del relativo verbale si configura anche nell’ipotesi in cui, in base alle regole generali, non sarebbe previsto.
Resta da sottolineare però un dato positivo: le regole definite dall’art. 2431- ter , in termini di adempimenti pubblicitari, disegnano una serie di obblighi meno costosi rispetto a quelli previsti per i patti parasociali delle società quotate (vedi tabella infra ).
In caso di inosservanza dell’ obbligo di comunicazione non è prevista alcuna sanzione ; ciò, in considerazione del fatto che la dichiarazione in assemblea pare costituire di per sè un mezzo idoneo per tutelare le esigenze di informazione della società e dei soci.
Al contrario, la mancata dichiarazione in assemblea è espressamente sanzionata col divieto di esercizio del diritto di voto per le azioni cui si riferisce il patto parasociale: l’inosservanza di questo divieto è, nel caso in cui il voto venga ugualmente esercitato e sia determinante nella costituzione della maggioranza, l’ annullabilità della deliberazione a sensi dell’art. 2377 c.c.
La descritta disciplina si differenzia, sotto questo specifico profilo, da quella dettata per le società azionarie quotate: per le società non quotate, infatti, il Legislatore non commina con la nullità dei patti parasociali l’eventuale inadempienza degli obblighi pubblicitari. (24)
Adempimenti “Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio i patti parasociali” di cui all’art. 2431 bis “devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di ogni assemblea . La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale e questo deve essere depositato presso l’ufficio del Registro delle imprese” (art. 2341 ter,, c.c.). “I patti, in qualunque forma stipulati, aventi per oggetto l’esercizio del diritto di voto nelle società con azioni quotate e nelle società che le controllano sono:
c) depositati presso il Registro delle imprese del luogo ove la società ha la sede legale entro quindici giorni dalla stipulazione. La Consob stabilisce con regolamento le modalità e i contenuti della comunicazione, dell’estratto e della pubblicazione” (art. 122, commi 1 e 2, Tuf).
Violazioni “In caso di mancanza della dichiarazione ” in assemblea “i possessori delle azioni cui si riferisce il patto parasociale non possono esercitare il diritto di voto e le deliberazioni assembleari adottate con il loro voto determinante sono impugnabili a norma dell’articolo 2377″ (art. 2341 ter, comma 2, c.c.). “In caso di inosservanza degli obblighi” pubblicitari “i patti sono nulli “ (art. 122, comma 3, Tuf). Inoltre, ” il diritto di voto inerente alle azioni quotate per le quali non sono stati adempiuti gli obblighi” pubblicitari “non può essere esercitato. In caso di inosservanza ” del divieto, la deliberazione adottata con il voto determinante è impugnabile secondo le previsioni del Codice civile. ” L’impugnazione può essere proposta anche dalla Consob ” (art. 122, comma 4, Tuf).
PATTI PARASOCIALI nelle S.R.L.
A differenza di quanto previsto in tema di società per azioni, per le S.r.l. non viene dettata alcuna disposizione avente ad oggetto i patti parasociali.
Tale circostanza pone la questione se la disciplina sia relegata entro gli stretti confini azionari o, invece, possa essere “importata” anche nell’ambito delle S.r.l.
Secondo parte della dottrina , ferma restando la possibilità di accordi parasociali anche tra i soci di S.r.l., i patti di sindacato di voto di una S.r.l. saranno ” atipici ” rispetto a quelli tipizzati dalla disciplina codicistica, con la precisazione che ” il giudizio di meritevolezza, al cui esito positivo è subordinata la loro validità, non potrà non tener conto, tuttavia, dei principi ricavabili dalla disciplina delle società per azioni. Così non varrà il limite quinquennale imposto con riferimento alle società per azioni e, quindi, i patti di voto potranno avere anche una durata superiore , ma non ” eccessiva “. Nei patti a tempo indeterminato le parti potranno recedere , ma sarà necessario un periodo di preavviso che, per altro, non dovrà essere necessariamente di sei mesi come per i patti relativi alle società per azioni “. (25)
Altra parte della dottrina , (26) invece, ritiene che non sussistano ostacoli ad un’ applicazione analogica della disciplina dettata per le società azionarie. A supporto di tale opinione, viene richiamata la previsione che tra i patti assoggettati alla disciplina in esame vi sono anche i sindacati di blocco stipulati nella controllante, che può non essere una S.p.a.
(1) D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6.
(2) In dottrina, sull’argomento, Cottino, Le convenzioni di voto nelle società commerciali, Milano, 1958; Farenga, I contratti parasociali, Milano, 1987; Galgano, “Le società per azioni”, in Trattato di diritto commerciale e diritto pubblico dell’economia, Padova, 1988, pag. 95; Di Sabato, Manuale delle società, Torino, 1995, pagg. 458 e segg.; Bonelli-Jaeger, Sindacati di voto e sindacati di blocco, Milano, 1993; Rescio, “I sindacati di voto”, in Trattato delle società per azioni, Torino, 1994. Meno copiosa, invece, la produzione giurisprudenziale che, limitatamente ai patti concernenti il funzionamento dell’assemblea, ha per lungo tempo ritenuto validi ed efficaci i patti secondo i quali il voto in assemblea, spettante ai singoli contraenti, poteva esprimersi unitariamente solo con il consenso unanime di tutti ed invece invalidi quelli che consideravano sufficiente anche solo la maggioranza dei consensi (cfr., tra le altre, Cass. 27 luglio 1994, n. 7030 in Giur. comm., 1997, II, pag. 99; Trib. Milano 28 marzo 1990, ivi, 1990, II, pag. 786).
(3) Così, F. Galgano, “Diritto commerciale”, in Le Società, Bologna, 2003, pag. 185.
(4) In termini, R. Rordorf, “I sindacati di voto”, in Le Società, 2003, 1, pag. 19. Sulla questione, si veda anche Semino, “I patti parasociali nella riforma delle società di capitali: prime considerazioni”, in Le Società, n. 2 bis/2003, pag. 346.
(5) In giurisprudenza, si veda per tutte Cass. civ., sez. I, 23 novembre 2001, n. 14865, Giust. civ. Mass. 2001, 2004, secondo cui “i patti parasociali (e, in particolare, i cosiddetti sindacati di voto) sono, nella loro composita tipologia (che non consente, pertanto, la riconduzione ad uno schema tipico unitario), accordi atipici, volti a disciplinare, in via meramente obbligatoria tra i soci contraenti (…), il modo in cui dovrà atteggiarsi, su vari oggetti (nella specie, circa la nomina di amministratori societari), il loro diritto di voto in assemblea”. Non mancano tuttavia voci contrarie: cfr., al riguardo, Tribunale di Genova, ordinanza 8 luglio 2004, in Le Società, n. 10/2004, pag. 1265 e segg. con commento di G. Semino, “I patti parasociali hanno assunto efficacia reale?”.
(6) Nulla toglie che il nuovo azionista partecipi ad una nuova negoziazione del patto tra tutti gli interessati o che il patto sin dall’origine sia a “struttura aperta”, così da consentire l’adesione di altri soci (o di aventi causa dai soci già sindacati) con la sola manifestazione di volontà del subentrante e senza ulteriori negoziazioni plurilaterali.
(7) Cfr., M.C. Malaguti, “I limiti soggettivi di efficacia dei patti parasociali”, in Contratto e impr., 1990, pagg. 535 e segg. Posizione dubitativa assume, invece, R. Rordorf, “I sindacati di voto” in Le Società, 2003.
(8) Cfr., Cassazione 20 settembre 1975, n. 9975, in Giust. Civ. 1996, I, pagg. 73 e segg.; App. Milano 7 febbraio 1989, in Riv. Dir. comm., 1989, II, pag. 259. Evidentemente, la possibilità per gli altri soci aderenti al patto di chiedere il risarcimento del danno al socio inadempiente non costituisce un rimedio sufficiente se la delibera che si intendeva impedire è stata definitivamente assunta ed eseguita.
(9) Testualmente, Cassazione civ., sez. I, 23 novembre 2001, n. 14865, Giust. civ. Mass. 2001, 2004.
(10) Si vedano, Trib. Roma 20 dicembre 1996, in Giur. comm., 1997, II, pag. 119; Trib. Napoli 18 febbraio 1997, in Le Società, 1997, n. 8, pag. 935. Contra, Trib. Genova 8 luglio 2004, cit.
(11) In senso critico, V. Salafia, “I patti parasociali nelle società non quotate”, in Le Società, n. 8/2005, pag. 948.
(12) Si pensi alle pattuizioni con cui i soci si impegnano a sottoscrivere, a scadenze prefissate, aumenti di capitale con ammontare predeterminato, a ripartire gli utili in misura non proporzionale alla quota sottoscritta ovvero a riconfermare un amministratore alla scadenza del triennio di carica.
(13) Cfr., amplius, Cottino, Le convenzioni di voto nelle società commerciali, Milano, 1958; Rescio, “I sindacati di voto”, in Trattato delle società per azioni, diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, Vol. 3°, Torino, 1994, pagg. 485 e segg.
(14) Ad esempio, possono rientrare nell’ambito del novellato gli accordi che assegnano al proprietario, anziché all’usufruttuario o al creditore pignoratizio, il diritto di voto sulle azioni date in usufrutto o in pegno.
(15) In senso positivo, Galgano, “Diritto commerciale”, in Le Società, Bologna 2003, pag. 186. Dubbi, invece, sono espressi da Semino, op. loc. ult. cit., pag. 346.
(16) Ulteriori esempi possono trarsi dai sindacati derivati dalle classiche clausole di gradimento. Cfr., amplius, a cura di Bonelli – Jaeger, Sindacati di voto e sindacati di blocco, AA.VV., Milano 1993.
(17) Si veda, Semino, “I patti parasociali nella riforma delle società di capitali: prime considerazioni”, in Le Società, n. 2 bis/2003, pag. 348.
(18) Come è stato osservato, “questi patti, pur avendo efficacia parasociale, nel senso che la loro efficacia incrocia il funzionamento delle società cui si riferiscono, tuttavia non hanno, anzitutto, rilevanza relativamente alla formazione della volontà assembleare, perché le assemblee sono costituite con la partecipazione di tutti i contraenti il patto, che non si oppongono ad altri soci o gruppi di soci. La loro funzione, inoltre, è quella di organizzare l’intervento dei contraenti per agevolare l’attività produttiva della società, fornendole, ad esempio, capitali o servizi dei quali i soci dispongono, o assicurandole lo smercio della produzione per il tramite della loro opera e delle loro imprese” (V. Salafia, “I patti parasociali nelle società quotate”, in Le Società, n. 8/2005, pag. 946).
(19) Sotto questo particolare profilo, la disciplina civilistica si differenzia da quella dettata dal Testo Unico della Finanza che, per le S.p.a. quotate, prevede una durata massima triennale dei patti parasociali. Ciò ha sollevato qualche problema di coordinamento normativo risolto, però, con l’espressa esclusione – introdotta dal D.Lgs. 6 febbraio 2004, n. 37 – dell’applicazione degli artt. 2341 bis e 2341 ter, c.c. ai patti disciplinati dall’art. 122 D.Lgs. 58/1998.
(20) Anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 6/2003 la validità dei patti di voto a tempo indeterminato (sussistendo, in tal caso, il diritto di recesso “ad nutum” da parte dei soci sindacati) è stata riconosciuta in giurisprudenza dal Tribunale Lodi, 12 giugno 2002, in Giur. it. 2002, 1888. In senso conforme, Corte Appello Milano, 24 luglio 1998, in Foro pad. 1999, I, 34, con nota di Melandri, ad avviso della quale “i patti parasociali in generale ed i sindacati di voto in particolare rientrano tra i contratti atipici meritevoli di tutela ex art. 1322 c.c. e poiché nessuna norma positiva ne commina la nullità ove comportino l’assunzione di obblighi a tempo indeterminato non si può ritenere la nullità di patti parasociali senza prefissione del termine finale”.
(21) Per le società quotate, vedi Picciau, “Commento agli artt. 122-127 e 207″, in AA.VV., “La disciplina delle società quotate nel testo unico della finanza”, D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 in Commentario a cura di Marchetti e Bianchi, Milano, 1999, I, 905, segg.
(22) In tal senso, Costi, “I patti parasociali”, in AA.VV., La riforma delle società quotate, a cura di Bonelli, Buonocore, Corsi, Costi, Ferro-Luzzi, Jaeger, Patroni Griffi, Milano 1998, pagg. 113 e segg.; Rescio, “La disciplina dei patti parasociali dopo la legge delega per la riforma del diritto societario”, in Riv. Soc., 2002, pag. 840 e ss. Contra, Chiappetta, “I patti parasociali nelle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria”, in Riv. Soc., 1998, pagg. 989, 1005; Pinnarò, “I patti parasociali”, in AA.VV., Intermediari finanziari, mercati e società quotate, a cura di Patroni Griffi, Sandulli, Santoro, Torino, 1999, pag. 831.
(23) Come osservato, è sufficiente che la specifica indicazione dell’oggetto e dei soggetti che partecipano all’accordo sia resa nella prima assemblea, potendosi effettuare, nelle successive, un semplice rinvio: V. Salafia, “I patti parasociali nelle società non quotate”, cit., pag. 946.
(24) Invero, in dottrina si è spesso dubitato se il vizio della “nullità”, previsto testualmente dalla legge, non vada invece configurato in termini di semplice inefficacia: in presenza di un patto parasociale nullo -si osserva- “la legge non avrebbe dovuto emanare alcuna norma diretta contrastarne gli effetti per la semplice ragione che quei patti non ne possono produrre. Se invece essa ha stimato necessario emanare la norma in questione, è segno che la stipulazione del patto è stata considerata idonea a produrre l’effetto di vincolare i soci e, proprio in considerazione di questo vincolo, è stata prevista la suddetta sterilizzazione dei voti inerenti alle azioni sindacate” (in termini, V. Salafia, “I patti parasociali nella disciplina contenuta nel D.Lgs. 58 del 1998″, in Le società, 1999, 3, 261). Con riferimento alle società quotate, sulla sanabilità dei patti parasociali viziati da nullità per mancato tempestivo adempimento degli obblighi pubblicitari, si veda: Trib. Como, decr. 31 gennaio 2000, in Le Società, n. 7/2000, pag. 858, con nota di A. Tucci.
(25) In termini, R. Costi, op. loc. ult. cit., pag. 320.
(26) V. Salafia, op. cit., pag. 947.
DISTRUZIONE DEI BENI IN AZIENDA
Niente presunzione di cessione per distruggere i beni inferiori a 10.000 euro
Il DL Sviluppo ha innalzato il costo dei beni distrutti o trasformati, per cui basta redigere una dichiarazione sostitutiva di atto notorio
Dal 14 maggio 2011, per effetto dell’art. 7, comma 2, lettera z) del DL n. 70/2011, noto come Decreto Sviluppo (conv. L. n. 106/2011, la soglia del costo dei beni da distruggere per i quali è sufficiente la dichiarazione sostitutiva di atto notorio è elevata a 10.000 euro. A questa modifica normativa non si è data la giusta attenzione che merita, vista l’importanza che ha con riguardo agli aspetti fiscali e contabili di un’azienda. In tema di controlli fiscali, per esempio, l’attestazione che la merce non sia giacente in magazzino perché distrutta, comporta che i verbalizzanti non possono presumere che la merce stessa sia stata venduta in “nero”. Giova, pertanto, puntualizzare, in estrema sintesi, alcuni aspetti.
La disciplina della distruzione dei beni è contenuta nel DDP n. 441/1997, dove, all’art. 1, è disposto che si presumono ceduti ai fini fiscali, in particolare per l’IVA, i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti. Da questa regola emergono due elementi significativi: la norma rientra nel campo delle presunzioni; le presunzioni di cessione o di acquisto si intendono ai beni merce, ma anche ai beni strumentali per l’esercizio dell’attività.
Quanto al primo aspetto, l’Amministrazione finanziaria, con la circolare n. 193/1998, ha chiarito che si tratta di una presunzione legale “iuris tantum”, con la quale la legge dà per avvenuto un fatto fino alla dimostrazione contraria da fornirsi da parte del contribuente. Questo indirizzo è stato avallato anche dalla Suprema Corte che, con sentenza n. 16849/2008, ha dettato il principio secondo il quale le presunzioni in parola sono “legali relative”, e perciò consentono la dimostrazione contraria da parte del contribuente entro i limiti di oggetto e di prova tassativamente individuati nel DPR n. 441/1997. Circa il secondo aspetto, è fuori dubbio che, come del resto ha precisato la citata circolare, la presunzione di cessione si applica nei confronti di tutti i soggetti d’imposta e riguarda sia i beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa sia i beni strumentali. Il secondo punto, in modo particolare con riguardo alla distruzione dei beni strumentali, è di grande interesse per i riflessi contabili che “affiorano” dall’operazione.
Nel contesto di questa disciplina, si innesta l’art. 2 del decreto nominato, con il quale si supera la menzionata presunzione di cessione di beni. In altri termini, è previsto che la presunzione non opera, nel caso di distruzione o trasformazione in beni di altro tipo e di più modesto valore economico, purché il contribuente esegua determinati adempimenti da porre in essere per provare il verificarsi della distruzione/trasformazione. La prova che giustifica le operazioni di distruzione o di trasformazione, quindi, è fornita dal verbale redatto da pubblici funzionari, da ufficiali della Guardia di Finanza o da notai che hanno presenziato alla distruzione o alla trasformazione dei beni.
La modifica del DL Sviluppo innalza, invece, l’ammontare del costo dei beni per i quali non bisogna redigere il citato verbale. Infatti, nel caso in cui l’ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati non è superiore a 10.000 euro (prima era 5.164,57 euro), occorre redigere una dichiarazione sostitutiva di atto notorio di cui all’art. 47 del DPR 445/2000. Va precisato, in ogni caso, che dal verbale e dalla dichiarazione devono risultare data, ora e luogo in cui avvengono le operazioni, nonché natura, qualità, quantità e ammontare del costo dei beni distrutti o trasformati. I documenti comprovanti l’avvenuta distruzione o trasformazione di beni devono essere conservati, poiché, in sede di controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria o della Guardia di Finanza, per esempio, un’eventuale differenza inventariale di rimanenze tra quanto dichiarato e quanto risultante in magazzino, provoca l’applicazione della presunzione di cessione. Questa, appunto, può essere superata solo con la presentazione del verbale o della dichiarazione sostitutiva di atto notorio.
Sotto il profilo contabile, la distruzione della merce o del bene strumentale influenza il Conto economico in modo diverso. La distruzione della merce rileva come minore valutazione delle rimanenze finali in sede di chiusura del bilancio d’esercizio, ma non è necessario redigere scritture contabili per rilevare la distruzione stessa. Diverso è il caso della distruzione di un bene strumentale, poiché occorre effettuare lo storno del costo storico e del relativo fondo ammortamento, redigendo le normali scritture contabili. Dall’operazione emerge non una minusvalenza patrimoniale, conto “peculiare” attinente alle operazioni di cessione di beni strumentali, ma rileva una sopravvenienza passiva da allocare nell’area straordinaria del conto economico. Ne consegue che, al fine di poter dedurre fiscalmente l’operazione di distruzione dei beni in argomento, è opportuno:
- far transitare la distruzione dei beni dal Conto economico;
- redigere il verbale o, per i beni di costo inferiore a 10.000 euro, la dichiarazione sostitutiva di atto notorio.
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