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Timestamp: 2017-02-28 00:55:38+00:00
Document Index: 160633279

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 494', 'art. 415', 'artt 81', 'art. 167', 'art. 167', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 494', 'art. 530']

Iscrivere una persona a siti hard di nascosto è reato
Lo sai che? Pubblicato il 18 luglio 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Iscrivere una persona a siti hard di nascosto è reato L’AUTORE: Redazione
Siti internet porno o per incontri costituisce illecito trattamento dei dati personali della vittima, ma per la punizione è necessario dimostrare il danno.
Iscrivere un’altra persona, a sua insaputa, a un sito di incontri erotici o a una piattaforma di video porno, solo per procurare a questa un danno all’immagine e alla reputazione, costituisce reato di trattamento illecito dei dati personali altrui [1]. Tuttavia, perché scatti l’illecito penale è necessario che la vittima dimostri di aver subito un effettivo e concreto danno: senza tale prova – che un tempo era necessaria solo per far scattare l’aggravante, ma che oggi, a seguito di recenti modifiche legislative [2], è condizione stessa per la sussistenza del reato – non si può punire il colpevole, nonostante la prova della sua azione. È quanto chiarito dal Tribunale di Firenze con una recente sentenza [3].
Uno scherzo o una vendetta personale che può costare un procedimento penale per chi si diverte a riportare il nome di un altro nel modulo di iscrizione a un sito erotico. Chi si accorge di essere stato iscritto, da un utente anonimo e contro la sua volontà, ad un sito di appuntamenti hard o altro servizio internet che possa procurargli un danno, può sporgere la querela davanti alla polizia postale o altra autorità autorizzata a raccoglierla come i carabinieri o la polizia.
Nel corso delle indagini, le autorità cercheranno di risalire al colpevole tramite l’indirizzo IP che è una sorta di “targa” assegnata a ciascun utente per ogni connessione a internet.
L’indirizzo IP deve consentire di stabilire, senza alcun ragionevole dubbio, che abbia utilizzato gli altrui dati per effettuare l’iscrizione non richiesta al sito internet incriminato.
Ma la prova della colpevolezza non basta. Perché scatti l’illecito penale è necessario che la vittima provi, oltre alla condotta dell’agente, di aver subito un danno economico o all’immagine. Il requisito della produzione del danno è diventato, da una semplice circostanza aggravante, a condizione di punibilità, con la conseguenza che è da ritenersi che la condotta in parola non sia penalmente perseguibile nell’ipotesi in cui il trattamento di dati personali, pur avvenuto senza il consenso dell’interessato, non abbia prodotto alcun danno a carico dello stesso.
Il danno deve essere inteso come relativo sia alla persona del soggetto cui i dati personali si riferiscono, sia al suo patrimonio, in termini di perdita patrimoniale o di mancato guadagno, derivante dall’utilizzazione non consentita dei dati personali.
[1] Artt. 81 e 167 D.lgs 30.06.2003 n. 196
[2] Art. 167 del decreto legislativo n. 196/2003.
[3] Trib. Firenze sent. n. 3307/15 del 23.06.2015.
Sentenza sent. n. 3307
In persona del giudice dott.ssa Daniela Rondoni ha pronunciato la seguente
– L.A. nato (…) Libero Assente Difeso di fiducia dall’avv. S.F. del Foro di Firenze
in ordine al reato p.p.:
a) reato di cui agli artt. 81 cpv. c.p. 4 e 167 D.Lgs. 30.6.2003 n. 196 per avere, al fine di recare un danno alla persona offesa, abusiva mente estratto la copia della carta d’identità di C.R. dalla memoria del server della B. e quindi utilizzato i dati identificativi del medesimo effettuando a suo nome registrazioni su siti internet (…) portali finalizzati ad incontri personali.
b) reato di cui, all’art. 494 c.p. per essersi, mediante l’attività descritta al capo a), attribuito le false generalità di C.R.
nel quale risulta parte offesa:
1) C.R., nato (…), residente a Campi Bisenzio (FI) via (…);
Visti gli artt. 550 e segg. c.p.p. ed espletati gli incombenti di cui all’art. 415/bis.
Il Pubblico ministero, con decreto di citazione diretta a giudizio, ha disposto la comparizione dell’imputato L.A. dinanzi al Tribunale di Firenze, in composizione monocratica, per rispondere del reato di cui agli artt 81 e 167 D.lgs 30.06.2003 n. 196, come ascritto in rubrica.
Il Giudice, svolta l’istruttoria con esame dei testi indicati in lista ed assunta la documentazione pertinente il capo d’imputazione, raccolte le conclusioni del P.M. e del difensore, trascritte in epigrafe, ha pronunziato sentenza, dando immediata e pubblica lettura del dispositivo e riservando a novanta giorni il termine per il deposito delle motivazioni
I fatti contestati all’imputato possono essere riassunti come riportato nel decreto di citazione a giudizio.
Dall’esame del teste C. è emerso che tra lo stesso e l’imputato sussisteva una collaborazione lavorativa interrottasi nell’anno 2009 per dissapori tra i soci. Successivamente a tale evento il C. riceveva sul proprio indirizzo mail delle richieste di conferma dell’iscrizione ad alcuni siti, come meglio descritti in imputazione. Ricostruendo i fatti e presentando relativa querela, indicava quale possibile autore o comunque soggetto che avrebbe avuto interesse ad una sorta di vendetta l’odierno imputato.
In realtà, dall’esame del teste Br., è emerso come le ragioni sottostanti all’allontanamento del L. dalla B., erano state determinate dalle difficoltà di “convivenza” professionale tra il L. stesso ed il C., che il B. riscontrò anche in una frase riferitagli dallo stesso C. che per l’animosità del tenore ed il contenuto, faceva intendere una sorta di rancore dell’ex socio nei confronti dell’odierno imputato.
E che le cose non andassero in maniera così “soft” come il C. ha inteso riferire nel corso della sua deposizione, trova riscontro nelle parole dell’altro socio della B., S.M., che sentito all’udienza del 27 gennaio 2015, circa i toni con cui le parti sciolsero la società dichiara” ..Consensuale…consensuale sinceramente no, perché …allora ..c’era un po’ di.. era qualche mesetto che c’era un po’ di diverbio tra L.A. e C. R. ..” “.. perché c’erano delle questioni perché avevamo detto che ..diciamo l’amministratore delegato ha delle responsabilità all’interno della azienda, siccome eravamo quattro soci, andavamo a rotazione, va bene? Per avere responsabilità e avere.. suddividere il peso delle responsabilità a queste quattro persone”
IN particolare, era il C. ad avanzare richieste economiche ed il L. da par suo, essendo esperto prevalentemente nel settore commerciale non aveva le medesime competenze del C.. La discussione culminò in un diverbio finale a seguito del quale il L. lasciò l’azienda e non vi fece più rientro.
Dopo qualche mese, il C., rappresentò allo S. che gi arrivavano delle mail relative alle iscrizioni ad alcuni siti, di cui il querelante nulla sapeva. Su una di queste iscrizioni rinvennero una foto, che pareva tratta dalla carta d’identità del C., documento che per espressa ammissione del teste era a disposizione di chiunque “.. l’unica carta ..allora, la mia carta d’identità, anche se ero socio, all’interno del server non c’era, c’era del sig. C. perché essendo l’amministratore delegato della azienda, comunemente veniva utilizzata dall’ufficio, dalle segretarie per inserire negli atti, nei documenti, nelle richieste di preventivo e di nominativo che le aziende ed Enti statali ci richiedevano” “..Su una cartella sul server” “No la nostra azienda è una azienda di 4-5 dipendenti, cioè è una cosa a conduzione familiare, sicché non c’erano delle grosse restrizioni per blocchi di sicurezza, meno che dall’esterno, ma dall’esterno, io sapevo che A. aveva fatto questa macchina firewall che chiaramente “”..Era un filtro dall’esterno per gli accessi e per gli attacchi, sicché diciamo uso interno eravamo noi”.
Si tratta quindi di verificare se i sospetti del C. su chi potesse aver creato i suddetti profili ed eseguito le iscrizioni, trovano effettivamente riscontro nelle indagini svolte dalla Polizia Postale: in tale senso sono dirimenti le parole dell’Ispettore V., che eseguì i controllo sull’account di posta elettronica (…) e sui siti indicati in querela (…) e (…)”. …… La., tuttavia gli accertamenti fatti da noi sugli IP forniti dal querelante che era IP (…) davano un esito negativo perché riconducevano ad un server olandese quindi era stato utilizzato probabilmente un programma per coprire l’IP” Durante le indagini emergeva la registrazione al sito M., con l’IP sopra indicato ed in data 22 marzo 2009 con gestore T., e successive modifiche da un diverso IP (…) del gestore T.
Circa il sito verso il nuovo partito il gestore confermava una registrazione effettuata in data 23 marzo 2009 e confermata il 24 marzo 2009 con l’IP 7813.91.102 del gestore fiscali, mentre nessuna registrazione risultava sul sito P.!!
Gli accessi risultavano riconducibili ad una utenza intestata al L. e all’indirizzo della B.
Il L., nel corso del suo esame dichiara di aver lasciato l’azienda nel novembre 2008 e di non avervi più fatto rientro, in tal senso viene acquisito il verbale di riconsegna dei beni aziendali e delle chiavi datato 28 novembre 2008. Dichiarazioni tesa ad evidenziare come gli accessi del marzo 2009 avvenuti dall’azienda, non potessero essere ricondotti all’imputato.
Il consulente tecnico dell’imputato, sentito in ondine alle modalità di iscrizione ai siti indicati in imputazione dichiara che in particolare, il sito M., interrogato sulla registrazione a nome C., e sugli accessi per la modifica dei dati, chiarisce che la modifica può essere effettuata solo fornendo le credenziali d’accesso, cosa che nel caso di specie sarebbe avvenuto dall’azienda ed in epoca successiva all’allontanamento del L.
Sul materiale sequestrato presso l’abitazione del L., non vi è traccia di cronologia di accesso a M., come confermato dal teste L. in servizio all’epoca dei fatti presso la Polizia Postale ed incaricato di esaminare quanto rinvenuto nel corso della perquisizione domiciliare presso l’abitazione del L. Il restante materiale era incompleto e di difficile ricostruzione.
Non appare pertanto raggiunta in maniera incontrovertibile la prova della penale responsabilità del L. in ordine ai reati a lui contestati, atteso che alcuni accessi avvennero successivamente all’allontanamento del prevenuto dall’azienda, altri non sono stati in alcun modo provati o documentati ed in ogni caso la norma incriminata ex art. 167 d.lgs. 196/2003 è carente dei requisiti per la sua sussistenza. La fattispecie criminosa appena descritta è attualmente regolamentata dall’art. 167 del decreto legislativo n. 196/2003. La norma citata, in particolare, sanziona, “se dal fatto deriva nocumento”, e salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto. A seguito della modifica legislativa, il delitto di trattamento illecito di dati personali è stato trasformato da reato di pericolo presunto (aggravato nell’ipotesi di produzione di un nocumento) a reato di pericolo concreto, con una maggiore tipizzazione del danno e del profitto.
In altri termini, l’elemento della produzione del nocumento è diventato, da mera circostanza aggravante, a condizione di punibilità, con la conseguenza che è da ritenersi che la condotta in parola non sia penalmente perseguibile nell’ipotesi in cui il trattamento di dati personali, pur avvenuto senza il consenso dell’interessato, non abbia prodotto alcun danno a carico dello stesso.
A tali fini, secondo l’elaborazione dottrinale della materia sviluppatasi sotto il vigore della legge n. 675/1996, il nocumento deve essere inteso come relativo sia alla persona del soggetto cui i dati personali si riferiscono, sia al suo patrimonio, in termini di perdita patrimoniale o di mancato guadagno, derivante dall’utilizzazione non consentita dei dati personali. Il requisito del nocumento deve essere qualificato, più che come elemento costitutivo del reato, come condizione obiettiva di punibilità. In tale ipotesi, pertanto, trova applicazione l’art. 44 c.p., secondo cui “quando, per la punibilità del reato, la legge richiede il verificarsi di una condizione, il colpevole risponde del reato, anche se l’evento, da cui dipende il verificarsi della condizione, non è da lui voluto”.
In considerazione dei chiarimenti forniti con la sentenza esaminata, il trattamento illecito dei dati personali, per essere penalmente perseguibile, deve, essere caratterizzato dal dolo specifico (ossia dal fine, perseguito dall’agente, di trarre per sé o per altri profitto, ovvero di recare ad altri pregiudizio), e comportare la produzione del nocumento (che, come scritto, è stato giuridicamente qualificato quale condizione obiettiva di punibilità).
Né appare raggiunta la prova del diverso reato ex art. 494 c.p., non essendo emersi elementi di prova o prove tali da ritenere dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’iscrizione ai siti in imputazione sia stata effettuata dal L. per spirito di vendetta verso il C., avendo al contrario l’istruttoria dibattimentale evidenziato la presenza di animosità reciproca e spirito di rivalsa e/o do vendetta da parte dello stesso C. nei confronti del L.
Ne segue l’emissione di pronuncia favorevole al L. sebbene con la formula di cui all’art. 530/2 c.p.p.
Novanta giorni per il deposito delle motivazioni.
Il Giudice dott.ssa Daniela Rondoni,
– Visti gli artt. 530/2 c.p.p. Assolve l’imputato L.A. dal reato a lui ascritto perchè il fatto non sussiste.
– Novanta giorni per il deposito della motivazione.
Così deciso in Firenze il 23 giugno 2015.
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