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Timestamp: 2019-04-26 07:42:22+00:00
Document Index: 173953047

Matched Legal Cases: ['art. 1218', 'art. 2059', 'art. 2043', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1223', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 32', 'art. 32', 'sentenza ']

Il danno non patrimoniale anche alla luce della ordinanza della Cassazione n. 9057/2018 in materia di responsabilità medica - Mariagrazia Caruso
Danni - Danni non patrimoniali, disciplina - Redazione P&D - 11/02/2019
Come è noto il nostro ordinamento prevede il risarcimento sia in caso di responsabilità contrattuale sia in caso di responsabilità extra contrattuale.
Il risarcimento danno contrattuale è disciplinato dall’art. 1218 c.c. ed è conseguente all’inadempimento di una obbligazione assunta.
Le ipotesi di risarcimento scaturenti da responsabilità extra contrattuale sono previste dagli articoli 2043 e seguenti del codice civile; in particolare, mentre l’articolo 2043 c.c. disciplina il risarcimento del danno patrimoniale scaturente da fatto illecito, l'articolo 2059 c.c. regolamenta il risarcimento del danno non patrimoniale.
Ed infatti accade sovente che da uno stesso fatto derivino sia danni patrimoniali sia danni non patrimoniali, come viene reso evidente dalla casistica dei sinistri stradali con lesioni a persone e cose.
Notevole è la differenza fra le due ipotesi risarcitorie: mentre, infatti, il risarcimento del danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c. prevede il risarcimento nei soli casi previsti dalla legge, l'articolo 2043 relativo al risarcimento di natura patrimoniale, stabilisce che esso è dovuto per "qualunque fatto" che abbia cagionato un danno ingiusto.
Suole, quindi, dirsi che il danno patrimoniale ex articolo 2043 c.c. è atipico, perché per il suo risarcimento è necessario e sufficiente che si sia cagionato un danno ingiusto, cioè una lesione ad un diritto o a un interesse protetto, mentre il danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c. è tipico, perché può essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge.
L'identificazione del danno non patrimoniale è stata oggetto di diverse sentenze e di diversi interventi della dottrina.
La Suprema Corte di Cassazione con le sentenze dell’11 novembre 2008 nn. 26972, 26973, 26974 e 26975, pronunciandosi a sezioni unite ha ricostruito l’ter giurisprudenziale, identificando e delimitando il campo dell'illecito extra contrattuale relativo ai danni non patrimoniali.
Per la sua chiarezza e precisione il ragionamento seguito dalla Suprema Corte con le anzi ricordate sentenze costituisce certamente una pietra miliare nel nostro ordinamento per gli addetti ai lavori e non, per cui risulta ancora oggi certamente utile riportarne i punti salienti.
L'art. 2059 c.c., non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali, nei casi determinati dalla legge, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell'illecito civile, che si ricavano dall'art. 2043 c.c. (e da altre norme, quali quelle che prevedono ipotesi di responsabilità oggettiva), elementi che consistono nella condotta, nel nesso causale tra condotta ed evento di danno, connotato quest'ultimo dall'ingiustizia, determinata dalla lesione, non giustificata, di interessi meritevoli di tutela, e nel danno che ne consegue (danno-conseguenza, secondo opinione ormai consolidata: Corte cost. n. 372/1994; S.U. n. 576, 581, 582, 584/2008).
E' solo a fini descrittivi che, in dette ipotesi, come avviene, ad esempio, nel caso di lesione del diritto alla salute (art. 32 Cost.), si impiega un nome, parlando di danno biologico.
Le considerazioni della Cassazione a Sezioni Unite davano, in estrema sintesi, una risposta negativa ai quesiti formulati nell’ordinanza di remissione, in quanto tutti postulanti l’esistenza del danno esistenziali: il danno non patrimoniale complessivamente inteso assorbe le sottocategorie di elaborazione giurisprudenziale, private per questa via di autonomia ontologica.
Come era prevedibile, tuttavia, i quattro arresti nomofilattici di cui alle sopra menzionate sentenze della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite non hanno di certo posto fine ai dibattiti dottrinali in materia di pregiudizi c.d. esistenziali che anzi sono stati ancor più rinvigoriti.
Il Prof. Paolo Cendon con un articolo su Persona & Danno reso celebre dal titolo “Ha da passà a nuttata” per un verso evidenziava gli aspetti positivi delle sentenze così scrivendo: "Due le cose buone della recente sentenza Sez.U. 26972/2008 sul danno esistenziale/non patrimoniale: (a) aver ricordato a tutti quali sono i pilastri del risarcimento in tema di danno non patrimoniale, e cioè il principio del “risarcimento integrale”, e la necessità dunque (ad es. in tema di famiglia, di lavoro, un po’ ovunque) di tener conto degli “aspetti relazionali” della persona; (b) aver rimarcato che, ai fini della condanna risarcitoria, occorrerà sia stato colpito a monte un bene della persona di rango costituzionale, con un deciso no quindi ai danni c.d. bagatellari (contro i quali, va detto, quando davvero bagatellari, gli esistenzialisti si sono sempre battuti; per quel che mi concerne, nel saggio “Esistere e non esistere”, del 2000, esemplificavo a un certo punto: “ .. nessuna protezione .. per attività quali l’invio sistematico di lettere anonime, la frequentazione giornaliera della sala-corse, il voyeurismo rispetto alla casa di fronte, le ubriacature del sabato sera, le scorribande da hooligan, la collezione di trofei amorosi, i bagni d’inverno nel mare ghiacciato, l’attaccare bottoni con tutti, il canticchiare sottovoce ai concerti sinfonici, l’appostamento a qualche Vip, le richieste di elemosina per strada, i travestimenti fuori carnevale, le ostentazioni aristocratiche, la coltivazione di società segrete”).
Per altro verso, quale sostenitore delle teorie c.d. esistenzialistiche del danno, il prof. Paolo Cendon non poteva non evidenziare gli aspetti negativi della sentenza sottolineando: “…ci sono poi, in quel testo delle Sez.U., scompostezze varie, crociate da streghe di Salem (povero danno esistenziale, quando mai, nel pensiero di chi l’ha concepito, ha preteso di essere risarcito sempre e comunque, oltre i confini dell’antigiuridicità!), contraddizioni, indulgenze eccessive per una locuzione che, fondata com’è su un “non” puro e semplice, più di tanto non può dire all’interprete, antianimalismi estremi, semplificazioni, confusioni continue fra piano del danno e piano del contra ius, ossessività da litania - dovute verosimilmente alla pressione di qualche assicuratore, a un po’ di arroganza da ermellini, soprattutto al fastidio per l’idea che, in tempi in cui più di una famiglia non arriva alla quarta settimana, qualche anima blandula possa ottenere il risarcimento per futilità e capricci vari - ma questo non deve farci perdere di vista il buono che c’è in quella pronuncia."
Di contrario avviso il Prof. Francesco Gazzoni : “Nel complesso […] la sentenza pone utili paletti, smantella taluni pregiudizi, semplifica il panorama giurisprudenziale e dottrinario, per cui, sotto questo aspetto, l’ho personalmente apprezzata, anche perché, giunto alla p.34 ho provato una sorta di orgasmo narcisistico leggendo quanto segue: «Non vale, per dirli risarcibili, invocare diritti del tutto immaginari, come il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità: in definitiva il diritto ad essere felici».
Prosegue, tuttavia, il prof. Gazzoni: “Quale è allora il vero punto debole della sentenza? Quello di avere ritenuto di poter estirpare la gramigna risarcitoria esistenzialista ormai allargatasi a dismisura, mantenendo bensì in vita il pregiudizio (o danno) esistenziale, collegato però al filtro dei diritti inviolabili, un filtro che, può ben dirsi, fa acqua da tutte le parti. C’è da giurare, dunque, che anche l’apprezzabile diktat lanciato ai giudici di pace resterà inascoltato, onde la proliferazione della litigiosità tipicamente italiana non sarà certamente stroncata” (Scritti giuridici minori di F. Gazzoni).
L’acceso dibattito dottrinario e le pressioni provenienti dalla giurisprudenza di merito, come era prevedibile, hanno sgretolando progressivamente la posizione della Cassazione che via via ha aperto le porte al danno esistenziale, rivedendo la originaria posizione “negazionista”
Già Cassazione civile , sez. III, 28 novembre 2008, n. 284076 statuiva che il danno morale gode di propria autonomia ontologica rispetto al danno biologico: “L'autonomia ontologia del danno morale rispetto al danno biologico, in relazione alla diversità del bene protetto, appartiene ad una consolidata, giurisprudenza di questa Corte, che esclude il ricorso semplificativo a quote del danno biologico, esigendo la considerazione delle condizioni soggettive della vittima e della gravità del fatto e pervenendo ad una valutazione equitativa autonoma e personalizzata. (Cfr. Cass. 27 giugno 2007 n. 14846; Cass. 23 maggio 2003 n. 8169; Cass. 12 dicembre 2003 n. 19057; tra S.U. 11 novembre 2008, punto 2.10), seguita poi da Cassazione civile, sez. III, 12 dicembre 2008, n. 29191.
Ancora la sentenza Cassazione civile, del 13 gennaio 2009, rema in direzione alquanto contraria alle sentenze di San Martino, statuendo che merita accoglimento il motivo di ricorso, in cui si deduce la violazione di legge (art. 2059) per la mancata liquidazione del danno morale contestuale alle lesioni gravi.
Nello specifico viene, poi, riconosciuto il danno subito da partner per il tradimento nel rapporto di coppia (Cass. 18853/2011), il danno subito dal figlio e dal coniuge per la violazione degli obblighi assistenziali (Cass. 5652/2012) il danno da protesto illegittimo (Cass. 17288/2014), il danno subito dai genitori per la nascita di un figlio malforme a causa di un errore diagnostico (c.d. danno da nascita indesiderata Cass. 15386/2011),
Ed ancora più recentemente e in maniera più decisa si afferma: “Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile "esistenziale", e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l'illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, giacchè quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti” (Cass. n. 10414/2016).
Sul punto, merita certamente apposita segnalazione la sentenza n. 9380 del 2017 con la quale la Suprema Corte pur respingendo, per mancanza di prova, una richiesta di risarcimento danni da dequalificazione, mobbing e retribuzione per il lavoro straordinario svolto in merito al danno esistenziale ha chiarito: "Quanto, poi, alla dequalificazione va soprattutto ricordato l'insegnamento delle Sezioni unite di questa Corte (sentenza n. 6572 del 24/03/2006), secondo cui in tema di demansionamento, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva - non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale - non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psicofisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni."
Da ultimo con ordinanza n. 9057 dep. in cancelleria il 12.4.2018, annullando una sentenza della Corte di Appello di Catania in materia di risarcimento da errore medico, la Suprema Corte III Sez. Civ. ha chiarito ricordando ancora
“- che, in tema di risarcimento dei danni, sul piano del diritto positivo l’ordinamento riconosca e disciplini (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative in pejus della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, in sede di compiuta ed esaustiva istruttoria, ad un accertamento concreto e non astratto, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni;
- che, nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito, alla luce dell’insegnamento della Corte Costituzionale (sentenza n. 235/2014, punto 10.1. e ss.) e del recente intervento del legislatore (artt. 138 e 139 del c.d. delle assicurazioni private, come modificati dalla legge annuale per il Mercato e la Concorrenza del 2 agosto 2017), deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la reale fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (il c.d. danno morale), quanto quello dinamico-relazionale (danno alla vita di relazione, o danno esistenziale);
- che, nella valutazione del danno alla salute (non diversamente che da quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un interesse costituzionalmente protetto), il giudice, al di là della terminologia definitoria da tempo adottata dal legislatore (danno c.d. biologico), dovrà valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con se stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce altro da sé);
- che, pertanto, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico (inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico-relazionali), e del danno c.d. esistenziale, appartenendo tali “categorie” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (l’art. 32 Cost.), mentre una differente e autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute;
- che, in assenza di lesioni della salute, ogni vulnus arrecato a un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato andrà specularmente valutato e accertato, all’esito di compiuta istruttoria, e in assenza di qualsiasi autonomatismo (volta che, nelle singole fattispecie concrete, non è impredicabile, pur se non frequente, l’ipotesi dell’accertamento della sola sofferenza morale e della provazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (in tal senso, già Cass. SS.UU. n. 6572/2006);
- che la liquidazione unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito, tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una ipotetica quanto inconsapevole simmetria legislativa, il danno emergente, in guisa di vulnus “interno” al patrimonio interno al patrimonio del creditore), quanto sotto il profilo dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione, in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al c.d. lucro cessante quale protezione “esterna” del patrimonio del soggetto)”.
Insomma l’unitarietà ed onnicomprensività del danno non patrimoniale comporta, comunque, inevitabilmente l’obbligo del giudice di merito di tenere conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze derivanti al danneggiato dall’evento di danno e specificamente in primis le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale in secundis le conseguenze incidenti sul piano dinamico relazionale della vita del danneggiato evitando duplicazioni risarcitorie mediante l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici, effettuando un accertamento concreto e non astratto con l’utilizzo di tutti i mezzi di prova, compresi il fatto notorio, le massime di esperienza e le presunzioni.
Queste due categorie di danno, infatti, appartengono “alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.)” ed anche in assenza di lesioni alla salute andrà comunque specularmente valutato ed accertato ogni vulnus arrecato a un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato.
La Corte di Appello di Catania, nello specifico, ha errato avendo del tutto omesso di procedere a una specifica valutazione del pregiudizio di natura non patrimoniale (diverso dal solo danno biologico) eventualmente subito dalla paziente per effetto del comportamento del sanitario, e dovrà, in diversa composizione, in sede di rinvio, provvedere all’esame di tale aspetto, non limitandosi alla sola considerazione del danno biologico (in sé e per considerato) senza tener conto delle proiezioni dannose dell’illecito del sanitario sulla sfera morale della pazienta o di quelle incidenti sul terreno dinamico-relazione della sua vita in misure e forme eventualmente non coincidenti con le ordinarie valutazioni tabellari.
In linea, da ultimo con la sentenza n. 2788 del 31.1.2019 la III sez. civile della Cassazione ha ancora una volta ribadito che “…nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), la liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno dovrà attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell'alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione… con la possibilità di personalizzare in aumento il risarcimento ottenuto, in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari che abbiano inciso sulla componente dinamico-relazionale del soggetto leso".
La Suprema Corte richiama sul punto le molteplici pronunce della Corte Costituzionale (sent. 184/86; 372/94; 293/96; 233/2003; 235/2014), della Cassazione (sent. 8827/2003; 6276/2006) e della Corte di Giustizia (23/01/2014, C-371/2012) che costantemente hanno ribadito la differenza tra danno morale e danno biologico (i.e., il danno dinamico- relazionale), chiarendo che ogni dubbio in ordine all’impossibilità di assorbire il danno morale in quello biologico è oggi venuto meno con la riforma, avvenuta nel 2017, degli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni.
L’intervento normativo esclude, secondo la Suprema Corte, la necessità di rimettere la questione alle Sezioni Unite, avallando la distinzione ontologica e strutturale tra danno morale e danno dinamico relazionale, laddove si stabilisce che "al fine di considerare la componente del danno morale da lesione dell'integrità fisica, la quota corrispondente al danno biologico è incrementata in via percentuale e progressiva per punto" (art. 138 comma 2 lett. e) e "quando la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali documentati ed obbiettivamente accertati, l'ammontare del risarcimento, calcolato secondo quanto previsto dalla tabella unica nazionale, può essere aumentato dal giudice, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, fino al 30%" (art. 138 comma 3).
Da ciò consegue che innanzitutto, nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), la liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno dovrà attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell'alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione: il giudice dovrà necessariamente considerare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con sé stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell'ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna). Ciò non implica una duplicazione risarcitoria – che si avrebbe se si volessero considerare, come due poste differenti di danno, il danno biologico (da intendersi come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali) e il danno esistenziale, appartenenti invece alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.) – perché la sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute gode di differente ed autonoma valutazione. Dovrà, poi, procedersi alla personalizzare del risarcimento in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari che abbiano inciso sulla componente dinamico-relazionale del soggetto leso.
La personalizzazione del danno comporta che i meccanismi tabellari potranno essere utilizzati per la riparazione delle conseguenze "ordinarie" inerenti ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente patirebbe, ben potendo il giudice individuare e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione, le specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze "ordinarie" già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata assicurata dalle previsioni tabellari.
La sentenza impugnata, quindi, è stata cassata per non aver compiuto la necessaria personalizzazione del danno, omettendo di considerare l'eccezionalità delle conseguenze relazionali del danno biologico, consistenti nella preclusione di tutte quelle attività, lavorative e non, che impongono continue sollecitazioni meccaniche della colonna cervicale rilevandosi come il danno morale deve autonomamente apprezzato e liquidato: erroneamente, infatti, la Corte di Appello ha negato il risarcimento del danno morale, compiendo un'erronea sovrapposizione tra «personalizzazione» della liquidazione del pregiudizio non patrimoniale e danno «morale».
Insomma, a dirla con il prof. Cendon la nottata, forse, è passata e l’attesa, forse, non è stata vana!
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