Source: http://linsicuro.com/progetti-belli/ombre-migranti/ombre-migranti-mare-chiuso/
Timestamp: 2018-09-25 05:08:46+00:00
Document Index: 9617192

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 13', 'CGUE ']

OMBRE MIGRANTI: MARE CHIUSO
Accordi Libia-Italia, Andrea Segre, Corte di giustizia europea, Corte europea dei diritti dell'uomo, Mare chiuso, sentenza Hirsi, Stefano Liberti
In un precedente articolo vi abbiamo raccontato il documentario Come un uomo sulla terra (2008) di Andrea Segre il quale tramite testimonianze dirette descrive i maltrattamenti subiti da alcuni migranti africani giunti in Libia e intenzionati a partire per l’Italia. Se da una parte può non sorprendere che l’allora dittatura di Mu’ammar Gheddafi riservasse un trattamento tanto duro ad esseri umani disperati, lo stesso non si può dire di un Paese democratico come l’Italia. In Mare chiuso (2012) Andrea Segre e Stefano Liberti fanno luce sul rimpatrio forzato di quei migranti intercettati al largo delle coste italiane in ottemperanza agli accordi stipulati con il governo libico tra il 2007 ed il 2008.
Campo profughi di SHOUSHA al confine tra Tunisia e Libia – 2011. Nel deserto del Sahara somali, libici ed eritrei hanno trovato rifugio da guerre e fame. Gli sgargianti panni stesi ad asciugare contrastano con il monotono color beige di quelle tende all’apparenza tutte uguali. I loro abitanti hanno una storia da raccontare e ad accomunarli è proprio la tragicità del viaggio, del rimpatrio e della prigionia.
Italia, Mar Mediterraneo – 2009/2010. Un lungo viaggio alla volta dell’Italia porta circa 2.000 migranti ad un passo dalla salvezza. Una volta soccorsi dalla Guardia Costiera italiana uomini, donne e bambini vengono consegnati nella mani della polizia libica ed indiscriminatamente rispediti al mittente secondo gli accordi italo-libici. Durante il viaggio di rimpatrio i migranti vengono privati di cibo ed acqua oltre che ammanettati e picchiati fino ad essere rinchiusi nella Prigione di Zliten, dalle quale riusciranno a fuggire a seguito dello scoppio della guerra civile nel 2011.
Strasburgo – 23 febbraio 2012. I giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo leggono la sentenza sul caso Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia. Il processo aveva avuto inizio il 26 maggio 2009 quando 13 eritrei e 11 somali si rivolsero alla Corte di Strasburgo per chiedere un risarcimento all’Italia a seguito dell’ingiusto trattamento subito nel marzo dello stesso anno con il rimpatrio in Libia. I 24 migranti con altre 176 persone erano stati infatti rintracciati dalla Guardia Costiera italiana al largo di Lampedusa su due imbarcazioni di fortuna. I migranti vennero quindi riportati a Tripoli senza però alcun riconoscimento, senza cioè accertarsi se tra loro vi fossero possibili richiedenti asilo ai quali la Convenzione di Ginevra assicura accoglienza.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha il compito di vigilare sul rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) redatta dal Consiglio d’Europa nel 1950 (entrata in vigore nel 1953) e sottoscritta dagli attuali 47 Stati membri dello stesso. Qualsiasi individuo può chiedere la tutela dei diritti racchiusi nella CEDU per mezzo della Corte.
La sentenza sul caso Hirsi è stata inequivocabile: l’Italia risulta colpevole della violazione dell’art. 3, dell’art. 4 Protocollo n° 4 e dell’art. 13 della CEDU. Nonostante si sia appellata agli accordi stipulati con la Libia per il rimpatrio dei migranti l’Italia è stata costretta al pagamento di 15.000 euro per ciascun incorrente e i respingimento vennero dichiarati illegali in quanto violano la Convenzione.
Nel dettaglio l’Italia è stata condannata per la violazione dei seguenti articoli della CEDU:
Articolo 3 per aver messo i migranti a rischio tortura e trattamenti inumani in Libia tramite il rimpatrio.
Articolo 4 Protocollo n°4 per aver praticato espulsioni collettive di stranieri in maniera indiscriminata, senza cioè aver valutato i singoli casi.
Articolo 13 in combinazione con le precedenti in quanto “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”. L’Italia non ha infatti garantito ai migranti la possibilità di fare ricorso a fonte della violazione in corso durante il rimpatrio.
Un’altra importante decisione arriva questa volta dalla Corte di giustizia europea (CGUE) di Lussemburgo in merito al caso di un rifugiato dal Ghana, Selina Affum che si era introdotto illegalmente in Europa. Lo scorso 7 giugno la Corte ha infatti stabilito che “gli Stati membri non possono permettere ai cittadini di paesi terzi, nei confronti dei quali la procedura di rimpatrio stabilita dalla direttiva 2008/115 non è stata ancora completata, di essere imprigionati solo a causa dell’ingresso illegale, con conseguente soggiorno illegale”. Ai cittadini extra comunitari arrivati illegalmente dovrà quindi essere data la possibilità di lasciare il Continente entro 30 giorni ma non di essere imprigionati.
Da sempre le sentenze CEDU e CGUE arrivano laddove troppo spesso la giurisdizione nazionale fatica ad arrivare vigilando sull’operato degli Stati membri e garantendo il rispetto dei diritti di tutti i cittadini, non solo quelli europei.
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