Source: https://responsabilecivile.it/omicidio-colposo-di-una-paziente-per-la-cassazione-i-medici-vanno-assolti/
Timestamp: 2020-08-10 08:26:24+00:00
Document Index: 34419559

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 603', 'sentenza ', 'art. 530', 'sentenza ']

Home Il parere degli esperti Omicidio colposo di una paziente: per la Cassazione i medici vanno assolti
Assolti i due medici accusati del reato di omicidio colposo di una paziente: per riformare la sentenza assolutoria di primo grado, il giudice dell’appello deve procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale
Ad alcuni medici era stato contestato di aver sottoposto la paziente ad un intervento chirurgico di osteosintesi di frattura scomposta petrocanterica di femore sinistro, di non avere diagnosticato e trattato la complicanza infettiva post operatoria dell’area chirurgica, per non avere praticato una profilassi antibiotica pre e post operatoria idonea a prevenire l’insorgenza di complicanze infettive post-operatorie sostenute da stafilococchi aurei che avevano condotto al decesso della paziente. Condannati in primo grado per il reato di omicidio colposo, la Corte d’Appello di Roma dichiarava di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, ma li condannava al risarcimento dei danni in favore della parte civile da liquidarsi in un separato giudizio.
Secondo i giudici della corte territoriale, in presenza di una infezione nosocomiale intervenuta in coincidenza del trattamento chirurgico, i sanitari avrebbero dovuto procedere ad accertamenti mirati per praticare alla paziente la migliore terapia antibiotica, anziché dimetterla prematuramente, somministrandole “una terapia antibiotica ad ampio raggio, inadeguata a sostenere le complicanze post operatorie per pazienti anziani trattati chirurgicamente, atteso la maggiore incidenza dei batteri nosocomiali gram-positivi”; insomma per i giudici dell’appello, i medici del nosocomio avrebbero dovuto prevenire e debellare, anticipando l’esecuzione dell’antibiogramma, il focolaio di infezione e individuare l’antibiotico più indicato per vincere le resistenze dei batteri. Tale condotta omissiva aveva avuto una incidenza causale nel verificarsi dell’exitus infausto, pure nel concorso delle omissioni dei sanitari che ebbero in cura la paziente in epoca successiva, avendo innescato la serie causale efficiente laddove una tempestiva individuazione del batterio stafilococcus aureus avrebbe consentito di somministrare tempestivamente una terapia antibiotica in grado di arrestare l’infezione.
Contro la decisione della corte d’appello capitolina aveva proposto ricorso la difesa dei due imputati, lamentando, tra gli altri motivi, il vizio processuale laddove la Corte di Appello aveva proceduto ad una rinnovazione parziale del dibattimento omettendo di estenderla ai testi a discarico e ai consulenti tecnici di parte che pure erano risultati decisivi, nel giudizio di primo grado per la pronuncia assolutoria.
Ebbene, la Corte di Cassazione (Quarta Sezione Penale, sentenza n. 15080/2020) ha accolto il ricorso perché fondato.
Certamente ricorreva l’inosservanza denunciata dai ricorrenti. Ed invero, la Corte di Appello di Roma, nonostante avesse operato una reformatio in pejus non si era attenuta al c.d. obbligo di motivazione rafforzata.
Sul punto, sin dagli inizi degli anni 2000, la giurisprudenza di legittimità ha iniziato ad affermare il principio per il quale il giudice d’appello, che afferma la responsabilità dell’imputato prosciolto in primo grado, “ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare, specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato” (Sez. U., n. 33748 del 12/07/2005).
Il Supremo Collegio ha quindi affermato che “il giudice di appello non può riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilità penale dell’imputato senza aver proceduto, anche d’ufficio, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni su fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio di primo grado”, indicando come decisive quelle prove che “hanno determinato o anche soltanto contribuito a determinare un esito liberatorio, e che, pur in presenza di altre fonti probatorie di diversa natura, se espunte dal complesso del materiale probatorio, si rivelano potenzialmente idonee a incidere sull’esito del giudizio di appello, nell’alternativa proscioglimento-condanna” (Sez. U. n. 27620 del 28/04/2016).
La ratio di tale esigenza risiede nell’esigenza di valorizzare il canone dell'”oltre ogni ragionevole dubbio” e pertanto, in mancanza di elementi sopravvenuti, l’eventuale rivisitazione in senso peggiorativo compiuta in appello deve essere sorretta da argomenti dirimenti e tali da evidenziare oggettive carenze o insufficienze della decisione assolutoria che deve, quindi, rivelarsi, a fronte di quella riformatrice, non più sostenibile, e neppure lasciare aperto lo spazio a un residuo dubbio sull’affermazione di colpevolezza. Ciò significa, come evidenziato nella sentenza Dasgupta, che per riformare un’assoluzione non basta una diversa valutazione di pari plausibilità rispetto alla lettura del primo giudice, occorrendo invece “una forza persuasiva superiore”, capace, appunto, di far cadere ogni ragionevole dubbio, perchè, mentre la condanna presuppone la certezza della colpevolezza, l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, bensì la mera non certezza della colpevolezza (Cass. S.U., n. 18620 del 19/01/2017).
Questa evoluzione giurisprudenziale ha trovato trasposizione normativa con l’introduzione, per effetto della L. 23 giugno, n. 103, art. 1, comma 58 (c.d. Legge Orlando), dell’art. 603 c.p.p., comma 3bis a norma del quale “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”.
In seno a tale orientamento giurisprudenziale si è sostenuto che si tratta di un principio volto ad impedire che il giudice che operi la reformatio in pejus introduca una diversa lettura delle conclusioni del perito e/o del consulente di parte, in assenza di un nuovo momento processuale di confronto ed analisi, momento che si ritiene indispensabile nel rovesciamento dell’esito assolutorio “anche al fine di assicurare che il superamento del ragionevole dubbio, trovi una sua concreta giustificazione nell’imprescindibile principio dell’immediatezza del contraddittorio” (Sez. IV, 27.4.2018).
Di tali principi non aveva fatto corretta applicazione la corte d’appello capitolina che si era limitata ad una rinnovazione parziale della istruttoria dibattimentale, avendo esaminato solo la parte civile e la sua moglie, ed i periti nominati dal Tribunale, pretermettendo del tutto l’esame del personale infermieristico e pervenendo all’overturning sulla base delle precisazioni rese dai testi e dai periti di ufficio in assenza di alcun reale contraddittorio tecnico e senza l’assunzione in rinnovazione delle prove a difesa.
L’assunzione di queste ultime aveva rivestito carattere di decisività nella pronuncia di assoluzione dal reato di omicidio colposo di primo grado, dato che il personale infermieristico, contrariamente a quanto sostenuto dai congiunti della paziente, aveva affermato che, durante il periodo di ricovero presso l’Ospedale- e quindi anche dopo le formali dimissioni – alla donna fossero state garantite le regolari terapie farmacologiche, le visite giornaliere e la ordinaria assistenza infermieristica.
Dunque, sulla scorta anche delle dichiarazioni rese dal personale infermieristico esaminato, il giudice di primo grado era giunto ad escludere la penale responsabilità del personale sanitario, accusato di omicidio colposo della paziente, ai sensi dell’art. 530 cpv c.p.p., ritenendo che non vi fosse alcuna certezza circa la possibilità per il personale medico di individuare, e quindi trattare, l’infezione da stafilococco aureo con adeguata terapia antibiotica e che la paziente versasse nel periodo di ricovero in una condizione di carenza assistenziale.
In definitiva la sentenza impugnata è stata annullata senza rinvio agli effetti civili.
corte di cassazione n. 15080/2020
omicidio colposo paziente
Articolo precedenteApp Immuni, da Garante Privacy via libera a Sistema di allerta Covid19
Articolo successivoSinistro stradale: danneggiato risarcito anche se non va subito in ospedale