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Timestamp: 2018-06-18 13:20:31+00:00
Document Index: 150862803

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2105', 'art. 360', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art.360', 'sentenza ', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 18 luglio 2017, n. 17735 - Licenziamento disciplinare per comportamento diffamatorio nei confronti del datore di lavoro - Illegittimità - Ricorso a procedure di CIGS improprie - Truffa a danno dello Stato - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 18 luglio 2017, n. 17735 – Licenziamento disciplinare per comportamento diffamatorio nei confronti del datore di lavoro – Illegittimità – Ricorso a procedure di CIGS improprie – Truffa a danno dello Stato
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 18 luglio 2017, n. 17735
Licenziamento disciplinare – Comportamento diffamatorio nei confronti del datore di lavoro – Illegittimità – Ricorso a procedure di CIGS improprie – Truffa a danno dello Stato
C. L. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Velletri la s.p.a. C. F. chiedendo dichiararsi l’illegittimità del licenziamento disciplinare irrogato in data 22/10/2008 con gli effetti reintegratori e risarcitori sanciti dall’art. 18 l. 300/70. Deduceva al riguardo, di esser stato licenziato a seguito di lettera di contestazione con cui era stato accusato di aver serbato un comportamento diffamatorio nei confronti della parte datoriale. L’atto di incolpazione concerneva l’avvenuta sottoscrizione in data 8/11/07 di un esposto indirizzato alla Procura della Repubblica di Velletri e al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con cui aveva criticato la società F. perché, malgrado fosse in continua crescita economica, aveva fatto ricorso impropriamente a procedure di CIGS e di mobilità realizzando gli estremi di una truffa a danno dello stato.
Detta pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte distrettuale che con sentenza resa pubblica il 13/10/2014, rigettava l’appello incidentale spiegato dalla F. s.p.a. ed, in accoglimento del ricorso proposto dal lavoratore, condannava la società al pagamento delle retribuzioni globali di fatto maturate dal giorno del recesso fino a quello dell’effettiva reintegra, oltre al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali.
Quanto al profilo risarcitorio, la Corte territoriale rilevava l’erroneità della riduzione disposta dal giudice di prima istanza per la violazione da parte del L., dell’obbligo di adoperarsi per limitare il danno, non avendo la società dimostrato la negligenza del lavoratore nella ricerca di una nuova occupazione o lo svolgimento di attività lavorativa in favore di terzi, e considerato che le indennità previdenziali, quale quella medio tempore percepita dal lavoratore, non erano detraibili dagli importi che il datore è tenuto a corrispondere ai sensi dell’art. 18 L. 300/70.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la società C. F., prospettando sei motivi.
Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c.
1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2104 e 2105 c.c. in relazione all’art. 360 comma primo n. 3 c.p.c.
2. Con la seconda censura, la società denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. ex art. 360 comma primo n. 3 c.p.c.
3. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 115-116 c.p.c. in relazione all’art. 360 comma primo n. 3 c.p.c.
Si lamenta che il giudice dell’impugnazione, erroneamente valutando il compendio probatorio acquisito, abbia del tutto tralasciato di considerare che le ispezioni provocate dall’esposto sottoscritto dal lavoratore, avevano
tutte sortito esiti negativi e che il procedimento penale era stato oggetto di archiviazione da parte della Procura di Velletri.
4. Con la quarta censura è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 115-116 c.p.c. in relazione all’art. 360 comma primo n. 3 c.p.c. Si lamenta che la Corte di merito, non abbia rettamente valutato la documentazione attinente al pubblico dibattito intervenuto mediante articoli di stampa, comunicati sindacali o interrogazioni parlamentari, pervenendo alla erronea conclusione che l’esposto sottoscritto dal dipendente riportasse elementi di fatto già portati a conoscenza dell’opinione pubblica da anni. Diversamente, la denuncia del lavoratore era stata arricchita da ben altre circostanze, esposte con toni e modi non espressione di una civile manifestazione del pensiero.
Occorre premettere, per un corretto inquadramento della fattispecie qui scrutinata, che questa Corte ha più volte affermato il principio alla cui stregua l’obbligo di fedeltà, la cui violazione può rilevare come giusta causa di licenziamento, si sostanzia nell’obbligo di un leale comportamento del lavoratore nei confronti del datore di lavoro e va collegato con le regole di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. Il lavoratore, pertanto, deve astenersi non solo dai comportamenti espressamente vietati dall’art. 2105 c.c., ma anche da tutti quelli che, per la loro natura e le loro conseguenze, appaiono in contrasto con i doveri connessi all’inserimento del lavoratore nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa o creano situazioni di conflitto con le finalità e gli interessi dell’impresa stessa o sono idonei, comunque, a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del rapporto stesso (ex plurimis, Cass. 8/7/2009 n. 16000, Cass. 10/12/2008 n. 29008, Cass. 3/11/1995 n. 11437).
E’ stato altresì evidenziato come il diritto di critica debba rispettare il principio della continenza sostanziale (secondo cui i fatti narrati devono corrispondere a verità) e quello della continenza formale (secondo cui l’esposizione dei fatti deve avvenire misuratamente), precisandosi al riguardo che, nella valutazione del legittimo esercizio del diritto di critica, il requisito della continenza c.d. formale, comportante anche l’osservanza della correttezza e civiltà delle espressioni utilizzate, è attenuato dalla necessità, ad esso connaturata, di esprimere le proprie opinioni e la propria personale interpretazione dei fatti, anche con espressioni astrattamente offensive e soggettivamente sgradite alla persona cui sono riferite (cfr. in tali sensi Cass. 22/1/1996 n. 465 nonché Cass. 2/6/1997 n. 5947).
Sulla scia degli esposti principi, è stato altresì rimarcato che l’esercizio del diritto di critica del lavoratore nei confronti del datore di lavoro è legittimo se limitato a difendere la propria posizione soggettiva, nel rispetto della verità oggettiva, e con modalità e termini inidonei a ledere il decoro del datore di lavoro o del superiore gerarchico e a determinare un pregiudizio per l’impresa, costituendo il relativo accertamento giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità, se correttamente e congruamente motivato (vedi Cass. 10/12/2008, n. 29008, Cass. 8/7/2009, n. 16000, cui adde Cass. 26/10/2016 n. 21649 che ha ritenuto correttamente inquadrato nel legittimo diritto di critica l’invio al datore di lavoro di una lettera di denuncia del lavoratore di comportamenti scorretti ed offensivi posti in essere dal superiore gerarchico in proprio danno).
Può, quindi, conclusivamente affermarsi che – anche al di là di ogni pur rilevante questione inerente al difetto di autosufficienza che connota il ricorso, con riferimento in particolare alla terza e quarta critica, non recanti la riproduzione della documentazione che si assume trascurata dai giudici dell’impugnazione (verbali del servizio di Ispezione Lavoro e provvedimento di archiviazione della Procura della repubblica di Velletri…) – le doglianze devono essere disattese giacché gli approdi ai quali è pervenuta la Corte distrettuale, conformi ai principi testé enunciati, sono sorretti da motivazione assolutamente congrua e conforme a diritto per quanto sinora detto.
7. Con il quinto mezzo di impugnazione si denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti ex art. 360 comma primo n. 5 c.p.c.
Si lamenta che il giudice dell’impugnazione non si sia pronunciato sulla violazione dell’art. 1227 c.c. in ordine alla riduzione del risarcimento danni per effetto del comportamento colposo del ricorrente ravvisato nell’eccessivo ritardo con cui aveva adito l’autorità giudiziaria.
8. Con il sesto motivo è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c. con particolare riferimento al mancato accoglimento della eccezione relativa all’aliunde perceptum ed alla mancata ammissione delle istanze istruttorie oltre al mancato esame di conversione del licenziamento per giusta causa in licenziamento per giustificato motivo soggettivo.
Con riferimento alla questione della omessa motivazione in ordine alla eccezione di aliunde perceptum, va rimarcato che il giudice dell’impugnazione non è incorso nel vizio denunciato, avendo specificamente argomentato in ordine alla mancanza di adeguata dimostrazione da parte della società, di una negligenza del lavoratore nella ricerca di altra proficua occupazione, ovvero di un effettivo reperimento di essa, con motivazione che non risponde ai requisiti della assoluta omissione, della mera apparenza ovvero della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità manifesta, sanciti dall’art.360 comma primo n.5 c.p.c. nella versione di testo applicabile ratione temporis, che avrebbero potuto giustificare l’esercizio del sindacato di legittimità (cfr. Cass. S.U. 7/4/2014 n. 8053) ed è conforme a diritto perché coerente con le linee interpretative dettate da questa Corte di legittimità secondo cui, ai fini considerati, occorre che il datore di lavoro dimostri quantomeno la negligenza del lavoratore nella ricerca di altra proficua occupazione, o che comunque risulti, da qualsiasi parte venga la prova, che il lavoratore ha trovato una nuova occupazione e quanto egli ne abbia percepito, tale essendo il fatto idoneo a ridurre l’entità del danno risarcibile (vedi Cass. 1/9/2015 n. 17368, Cass. 10/4/2012 n. 5676).
Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo con distrazione in favore degli avv.ti P. L. P. e C. Z.
Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in euro 100,00 per esborsi ed euro 4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge da distrarsi in favore degli avv.ti P. L. P. e C. Z.
Corte di Appello di Bari sentenza n. 614 depositat
Tribunale di Alessandria sez. 1 sentenza depositat