Source: http://www.uilcaubibanca.it/default.asp?sec=138
Timestamp: 2017-06-25 12:03:43+00:00
Document Index: 129887320

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 4', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 40', 'art. 39', 'art. 18', 'art. 12', 'art. 40', 'art. 28', 'art. 41', 'art. 46', 'art. 3']

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Il lavoro è il pilastro fondamentale su cui si basano le nazioni e le società. In Italia la Carta fondamentale, la Costituzione Italiana, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 298 del 27 dicembre 1947, basa proprio sul lavoro il patto fondativo della Repubblica, tutelando una serie di diritti dei lavoratori. Molti sono gli articoli contenuti nella Costituzione Italiana che, direttamente o indirettamente, sanciscono il diritto dei cittadini al lavoro. Innanzi tutto l’art. 1 statuisce che «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Assunto a valore base dell’ordinamento repubblicano il lavoro inteso in senso ampio, ricomprensivo di ogni attività socialmente rilevante, racchiude lo spirito, gli ideali, tutte le speranze e le aspettative di un popolo che attraverso e per mezzo del lavoro assicurano a sé stessi e agli altri una condizione dell’esistenza umana. L’art. 4, inoltre, stabilisce che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Quindi il lavoro è alla base stessa dello sviluppo democratico della nostra società e si configura come diritto e dovere di ogni cittadino.
L’art. 35 aggiunge che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e le sue applicazioni»; mentre l’art. 36 (1° comma) precisa che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa»; il 2° e 3° comma consacrano il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, rinviando alla legge per la fissazione della durata massima della giornata lavorativa. In tema di parità di diritti l’art. 37 recita che «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». In più per essa è previsto che «Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione».
Restando sull’argomento, l’art. 38 detta i princìpi interni di assistenza e previdenza «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». Con questa ultima disposizione il nostro Stato mostra la sua volontà di intervento sociale affermando che si deve assicurare a tutti i cittadini, anziani, inabili o comunque sprovvisti di mezzi sufficiente, il necessario per vivere: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale». Tutti questi diritti, però, avrebbero potuto risolversi in semplici affermazioni astratte, cioè non trovare applicazione pratica, se non fosse stato previsto un principio fondamentale: la libertà sindacale. Ed è a tal proposito che i padri costituenti hanno scolpito nella Carta Costituzionale i tratti essenziali del nuovo sistema sindacale, pensato come antitetico a quello corporativo, in quanto basato sulla affermazione di quello che prima veniva negato: la libertà – e, dunque, il pluralismo – sindacale (art. 39, 1° comma) e il diritto di sciopero (art. 40). La Costituzione, pertanto, ha previsto, come mezzo di tutela dei lavoratori, la libera organizzazione di sindacati (art. 39). L’enunciato di questo principio è contenuto in una disposizione secca, quasi lapidaria, di appena cinque parole, comprensive di un soggetto e un predicato: «L’organizzazione sindacale è libera». La libertà garantita a livello costituzionale alla organizzazione sindacale va oltre quella sancita in linea generale per il fenomeno associativo (art. 18). La specificità del riconoscimento della libertà di organizzarsi sindacalmente rispetto all’altro (e diverso) principio della libertà di associazione, trova riscontro nella dizione utilizzata della norma che espressamente parla di «organizzazione» e non «associazione» sindacale, con ciò ampliando il ventaglio delle situazioni oggetto della tutela al di là del fenomeno associativo. Questo intendimento ribadisce il concetto del legislatore costituente di specificare la tutela della libertà sindacale. Tale nozione trova espressione, con formule equivalenti, anche in altre Costituzioni, in fonti internazionali (cfr. le Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro: n. 87 concernente la libertà sindacale e la protezione dei fenomeni sindacali in genere, che vengono affermate con riguardo alla loro tutela nei confronti dello Stato; e n. 98 riguardante il principio del diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva nei rapporti interprivati e, quindi, nei confronti dei datori di lavoro), nonché nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, adottata a Nizza il 20 dicembre 2000 e solennemente proclamata a Strasburgo (dai Presidenti della Commissione europea, del Parlamento e del Consiglio) il 12 dicembre 2007. Per completezza argomentativa non si può non menzionare che il punto 8 del Trattato di Lisbona, inserendo un nuovo articolo (il n. 6) nel Trattato sull’Unione Europea, attribuisce ufficialmente alla c.d. Carta di Nizza – e quindi anche alla libertà di associazione sindacale (art. 12) – «lo stesso valore giuridico dei trattati». L’attribuzione di una tale efficacia normativa ai dispositivi contenuti nella Carta significa, sul piano formale, considerarla parte integrante del diritto primario dell’Unione e, sul piano sostanziale, riconoscere i diritti fondamentali in essa sanciti come patrimonio costituzionale europeo. I sindacati rappresentano quindi quelle associazioni di lavoratori o di datori di lavoro, dirette alla tutela dei rispettivi interessi professionali di categoria, primo fra tutti regolare i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro. I sindacati, ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica, hanno pertanto il potere di stipulare contratti collettivi validi ed obbligatori per tutti i lavoratori (c.d. erga omnes) delle varie categorie.
Il sindacato agisce nelle relazioni contrattuali con le controparti dotato di una risorsa impareggiabile. Questa è istituita attraverso lo strumento dello sciopero. Pertanto, l’art. 40 ha previsto e garantito il diritto allo sciopero «nell’ambito delle leggi che lo regolano». Il riconoscimento dello sciopero come un diritto, in particolare, come diritto pubblico di libertà, è una conquista giuridica delle moderne costituzioni degli Stati democratici e pluralisti che, pur essendo tradizionalmente estraneo all’ambito di intervento del diritto comunitario, è stato recentemente inserito nella Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. del 2000 (art. 28).
Con questo strumento di azione il sindacato moderno è nato e si è trasformato. Lo sciopero resta tuttora il propulsore dell’azione sindacale nelle relazioni contrattuali, ma la sua istituzione ne consiglia un uso parsimonioso. D’altra parte, e la storia del movimento degli scioperi bene lo dimostra, per regolare i conflitti nelle esperienze industriali moderne è preponderante l’efficacia di un sistema basato sulle relazioni industriali. L’assenza di quest’ultimo o l’inadeguatezza pone le basi per l’esasperarsi della conflittualità. A tal proposito, un famoso economista, John Hicks, ha ricordato che l’effettuazione dello sciopero è sempre conseguenza di «negoziazioni sbagliate».
L’art. 41 è un crocevia nel quale si incontrano le esigenze del capitale e la sicurezza nel lavoro: «L’iniziativa economica privata è libera», ma essa non può «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». L’iniziativa economica è contemplata anche nell’art. 46 il qualeprevede, «ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro», «il diritto dei lavoratori a collaborare […] alla gestione delle aziende», secondo quanto stabilito dalle leggi. Abbiamo deciso di aprire questa sezione del sito evidenziando gli articoli della Costituzione Italiana perché sui diritti fondamentali e sui rapporti sociali ed economici essa rappresenta un pilastro fondamentale assolutamente attuale. Così come lo è l’art. 3 della stessa che esplica chiaramente come: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È quindi palese come il rapporto di lavoro sia regolato da una normativa molto complessa, composta da leggi (che abbiamo inserito all’interno del capitolo Leggi sul lavoro) e da accordi sindacali di vario tipo: contrattazioni nazionali di primo livello (CCNL), regionali e di secondo livello (aziendali e/o di gruppo). Per questo motivo abbiamo ritenuto di offrire questo supporto che può risultare molto utile per districarsi nel mondo del diritto e delle normative che regolamentano il lavoro e i suoi diritti.