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Timestamp: 2020-08-08 06:24:15+00:00
Document Index: 25733180

Matched Legal Cases: ['art. 56', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 39', 'art. 18', 'art. 14', 'art. 17']

Libertà – La Legge per tutti
8 Novembre 2015 | Autore: Edizioni Simone
Libertà nella storia del diritto (t. gen.)
Nella polis greca e nella società romana per Libertà si intendeva il potere nelle mani della collettività a cui l’individuo si assoggettava; in età contemporanea più che di Libertà al singolare si parla delle Libertà con le quali si riconosce e garantisce una sfera di autonomia dei cittadini nei confronti dei pubblici poteri.
Strettamente connesso al concetto di Libertà è, infatti, quello di autonomia, in quanto in entrambi si riscontra un’idea di relazione: si è liberi (o autonomi) nei confronti di (o rispetto a) qualcosa. Dunque tanto si è liberi ed autonomi in quanto si possa, al riparo da interferenze esterne, esprimere ed esercitare i propri interessi.
Su tale concetto si innestano le Libertà negative, intese appunto come Libertà dallo Stato, come garanzie di assenza di divieti o impedimenti. Le Libertà negative sono state le prime ad essere solennemente riconosciute nei documenti costituzionali o, almeno, nei loro preamboli.
Con l’estendersi delle basi sociali del consenso alle istituzioni politiche, alle Libertà negative sono venute ad affiancarsi quelle positive, in primo luogo le Libertà nello Stato, attraverso le quali si realizza la partecipazione alla vita politica anche delle classi subalterne: diritto di voto [vedi Voto (Diritto al)], diritto di associarsi in partiti [vedi Partiti politici] etc.
Le Libertà politiche si caratterizzano per la loro natura strumentale, per essere cioè situazioni giuridiche soggettive azionabili da individui e gruppi al fine di garantire la presenza e l’integrazione dei governati nell’area di governo. Si insinua, così, a livello giuridico l’idea che il riconoscimento delle Libertà fondamentali non è sufficiente se non se ne assicura l’effettivo esercizio. Tale convinzione è il frutto delle lotte della classe operaia e dei ceti contadini, diretta ad ottenere dallo Stato una serie di interventi di riequilibrio delle posizioni dei singoli all’interno della società. Nascono così i diritti sociali (libertà positive) che, intesi in termini oggettivi, si identificheranno con le norme attraverso le quali lo Stato interviene in situazioni di disparità sociale, svolgendo una funzione di riequilibrio, mentre intesi in senso soggettivo si identificheranno con il diritto di ogni cittadino a partecipare ai benefici della vita associata e con la richiesta di determinate prestazioni, dirette o indirette, dei pubblici poteri.
Libertà controllata (d. pen.)
È la misura sostitutiva delle pene detentive fino a un anno (introdotta dall’art. 56 L. 689/1981). Tale misura non è priva di contenuto sanzionatorio: infatti comporta una serie di divieti e obblighi, sanciti anche per la semidetenzione [vedi], il divieto di allontanarsi dal comune di residenza, salvo autorizzazione concessa di volta in volta ed esclusivamente per motivi di lavoro, di studio, di famiglia o di salute; l’obbligo di presentarsi almeno una volta al giorno, nelle ore fissate compatibilmente con gli impegni di lavoro o di studio del condannato, presso il locale ufficio di pubblica sicurezza o, in mancanza, presso il comando dell’Arma dei carabinieri territorialmente competente; il divieto di detenere armi etc.; la sospensione della patente; il ritiro del passaporto e l’obbligo di conservare ed esibire l’ordinanza.
La Libertà può essere revocata se sopravviene condanna per un fatto commesso in precedenza che fa venir meno le condizioni soggettive richieste, ovvero se interviene condanna per un delitto non colposo commesso durante il corso dell’esecuzione.
Libertà dei mari (d. int.)
Principio materiale generalmente riconosciuto ed accettato nel diritto internazionale.
È un principio affermatosi nel corso dei secoli XVII e XVIII ad opera soprattutto del giurista olandese Grozio dietro la spinta di Paesi dalle solide tradizioni marittime e mercantili quali l’Olanda, l’Inghilterra, la Spagna, il Portogallo, in virtù del quale nessuno Stato può impedire la circolazione marittima e l’uso del mare alle altre nazioni, con l’unico limite del reciproco rispetto delle Libertà altrui.
In precedenza vigeva l’opposto principio del dominio dei mari, che attribuiva ai Paesi più potenti la facoltà di controllare in modo pieno ed esclusivo i mari, esercitando un vero e proprio jus excludendi omnes alios.
Durante tutto il corso del secolo scorso il diritto del mare è stato regolato dal principio della Libertà che si estendeva anche al mare adiacente le coste.
In seguito esso si è andato progressivamente erodendo di fronte alle pretese degli Stati costieri di estendere la propria sovranità sul mare adiacente le coste ad esercitare determinati diritti in zone di mare sempre più ampie.
Così si sono affermati nel diritto internazionale generale la figura del mare territoriale, l’istituto della piattaforma continentale e della zona economica esclusiva. Allo stato attuale pertanto il principio della Libertà trova applicazione esclusivamente nell’alto mare.
Libertà personale (d. cost.)
La Libertà costituisce il presupposto logico e giuridico di tutte le Libertà riconosciute all’individuo dalla Costituzione.
Storicamente la Libertà si configura come Libertà dagli arresti, tutelando il cittadino dall’esercizio arbitrario del potere di coercizione fisica della pubblica autorità. Come tale essa è presa in considerazione anche dalla nostra Costituzione, sebbene l’affermazione iniziale della sua inviolabilità si rivolga sia ai poteri pubblici che a quelli privati.
La Libertà garantisce, però, anche da quegli obblighi che, pur non comportando una immediata coercizione, causano una vera e propria degradazione della dignità umana.
Il fondamento costituzionale della Libertà deve ravvisarsi nell’art. 13 Cost. il quale stabilisce, nel co.1, che la Libertà personale è inviolabile, e prosegue: «Non è ammessa alcuna forma di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della Libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge».
In tale disposizione si possono individuare tre garanzie fondamentali:
— la riserva di legge [vedi] che consiste nell’attribuzione in via esclusiva al potere legislativo della competenza a disciplinare la materia relativa ai casi ed alle modalità in cui si può legittimamente limitare la Libertà di un individuo. Il conferimento esclusivo al legislatore della competenza normativa è finalizzato a vietare qualsiasi intervento, in materia di misure restrittive della Libertà, della potestà normativa secondaria (riservata al potere esecutivo), garantendo al cittadino che solo il Parlamento [vedi], che è l’organo rappresentativo del popolo, potrà, con legge, regolare la materia. Si tratta di una riserva rinforzata, in quanto una legge che regoli le restrizioni della Libertà deve attenersi scrupolosamente ai principi stabiliti dall’art. 13 Cost.;
— la riserva all’autorità giudiziaria della competenza all’emanazione dei provvedimenti restrittivi della Libertà. È la cd. garanzia dell’habeas corpus [vedi], cioè il divieto generalizzato dagli arresti arbitrari. Solo il giudice, infatti, investito di autorità super partes, è in grado di offrire garanzie d’imparzialità;
— l’obbligo della motivazione che deve necessariamente accompagnare ogni provvedimento giurisdizionale che limita la Libertà per consentire di conoscere in che modo il giudice abbia applicato la legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria [vedi], possono, per finalità di pubblica sicurezza, adottare provvedimenti provvisori [vedi Arresto] da assoggettare a convalida dell’autorità giudiziaria entro il termine perentorio di 96 ore, scandito in un segmento di 48 ore assegnato alla polizia giudiziaria per l’informativa all’autorità giudiziaria, e in un altro di 48 ore per ottenere il provvedimento giudiziario di convalida. La stessa norma costituzionale fissa l’esigenza che la legge ordinaria stabilisca i termini massimi della carcerazione preventiva.
Libertà religiosa (d. eccl.)
Nella Costituzione repubblicana la Libertà viene sancita in tutta la sua completezza, sia sotto il profilo individuale che collettivo:
a) all’ 19 che afferma: «tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».
Differentemente da altre previsioni costituzionali sulle Libertà, l’art. 19 usa la parola «tutti» per indicare i destinatari e, quindi, chiunque si trova nel territorio italiano, anche i non cittadini (stranieri, apolidi, rifugiati etc.). In tal senso, tale norma si deve considerare intimamente connessa sia all’art. 2, che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo» sia all’art. 3, che sancisce «l’eguaglianza dei cittadini davanti la legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»;
b) all’ 20 che prevede: «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto di una associazione o istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività». Attraverso tale disposizione viene garantita la facoltà dei singoli e di tutte le confessioni religiose di creare associazioni o istituzioni aventi carattere ecclesiastico o finalità religiosa senza che la legge possa introdurre trattamenti sfavorevoli o discriminatori a carico degli enti religiosi rispetto ad altre associazioni che perseguano scopi diversi, né utilizzare lo strumento fiscale per rendere più difficoltosi la costituzione ed il funzionamento degli stessi.
In base a quanto previsto dalla Costituzione si può, dunque, sostenere che la Libertà religiosa costituisce un diritto personalissimo, inalienabile, indisponibile, inviolabile ed intangibile riconosciuto a ciascun individuo e a tutte le comunità religiose.
Tale Libertà include diversi aspetti:
1) Libertà di fede, ossia Libertà di professare qualunque fede, di mutare convincimento, di non professare alcuna fede, di manifestare nei confronti del fenomeno religioso un atteggiamento di indifferenza e di scetticismo, senza che ciò comporti alcuna conseguenza o discriminazione.
Anche la Libertà religiosa negativa (libertà di ateismo) va ricompresa nella Libertà religiosa e godere della stessa tutela riconosciuta a quest’ultima dall’art. 19 Cost.
L’ordinamento, infatti, attribuisce pari tutela anche al rifiuto di ogni credo religioso così come confermato anche dalla sentenza n. 117/79 della Corte costituzionale, che ha modificato la formula del giuramento dei testimoni, nei processi, nella parte in cui imponeva di assumere la responsabilità delle proprie dichiarazioni «davanti a Dio»;
2) Libertà di propaganda, ossia Libertà riconosciuta a tutti di fare proseliti sia all’interno dei luoghi di culto che al di fuori, mediante la parola, gli scritti, i libri e gli altri mezzi di esternazione del pensiero. Anche con l’esaltazione della propria fede o attraverso la contestazione o la negazione del fondamento dogmatico degli altri culti sia con argomentazioni motivate che perfino con asserzioni immotivate;
3) Libertà di culto, ossia la libertà di compiere atti di culto sia in privato che in luogo pubblico. La previsione dell’art. 19 va coordinata con quanto prevede l’art. 17 Cost., che impone il preavviso per le riunioni in luogo pubblico alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica.
L’unico limite che espressamente l’art. 19 Cost. pone all’esercizio della Libertà religiosa è rappresentato dal divieto di riti contrari al buon costume.
Questa espressione è stata intesa dalla dottrina in materia restrittiva, come esclusione della legittimità dei riti che offendono il pudore sessuale, la Libertà sessuale ed il sentimento morale dei giovani.
Libertà sindacale (d. cost.) (d. lav.)
L’art. 39 Cost. sancisce la Libertà dell’organizzazione sindacale quale autonoma e specifica manifestazione del più generale principio di Libertà di associazione di cui all’art. 18 della Cost.
La Carta costituzionale ha così voluto affermare che alla base dell’organizzazione, della funzione e della stessa azione sindacale vi è la Libertà intesa come diritto soggettivo assoluto.
Così concepita, la Libertà , che è un principio normativo autonomo e di immediata applicazione, ha una molteplicità di esplicazioni, sia nei confronti dello Stato che delle stesse organizzazioni sindacali e dei singoli lavoratori e datori di lavoro.
Tali esplicazioni vanno dal diritto di costituire una pluralità di associazioni sindacali anche per la medesima categoria di lavoratori (Cass. 8-2-1975, n. 495), a quello di parteciparvi ed iscriversi (così come a quello di non iscriversi), alla Libertà di svolgere ogni forma di attività sindacale, alla tutela dei rappresentanti sindacali. Né d’altronde sarebbe legittima costituzionalmente una legge con cui lo Stato pretendesse di determinare i fini o le strutture organizzative dei sindacati.
La fonte normativa più importante in materia, dopo la Costituzione, è la L. 300/1970, meglio nota come Statuto dei lavoratori [vedi], che dedica il titolo II alla Libertà intesa in senso stretto e specifico. In particolare, l’art. 14 prevede il diritto di svolgere liberamente attività e propaganda sindacale nei luoghi di lavoro; gli artt. 15 e 16 vietano rispettivamente i fatti, gli atti e i trattamenti economici discriminatori in ragione dell’attività sindacale; ancora l’art. 17 impone al datore di astenersi dal costituire o sostenere i cd. sindacati di comodo.
Tale legge ha recepito dunque i principi fondamentali fissati dalla Costituzione stessa tendendo non a disciplinare la Libertà, poiché costituirebbe un’illegittima interferenza del legislatore, bensì a garantire l’esercizio della medesima e a renderlo più effettivo e determinante all’interno delle unità produttive, predisponendo, al riguardo, anche un efficiente apparato sanzionatorio.
Libertà vigilata (d. pen.)
Rientra fra le misure di sicurezza personali non detentive [vedi Misure di sicurezza] (artt. 228-232 c.p.)
Consiste in una limitazione della Libertà personale [vedi] destinata a evitare le occasioni di nuovi reati. In caso di inosservanza delle prescrizioni imposte, il giudice può aggiungere la cauzione [vedi] di buona condotta. Se l’inosservanza si ripete o la cauzione non è prestata, il giudice può sostituire la Libertà con l’assegnazione ad una colonia agricola o ad una casa di lavoro [vedi Colonia agricola e casa di lavoro] e se si tratta di un minore con il ricovero in un riformatorio giudiziario [vedi].
La sorveglianza della persona in stato di Libertà vigilata è affidata all’autorità di pubblica sicurezza. La sottoposizione alla Libertà vigilata è obbligatoria:
— se è inflitta la pena della reclusione non inferiore a 10 anni;
— quando il condannato è ammesso alla liberazione condizionale [vedi];
— se il contravventore abituale o professionale, non essendo più sottoposto a misure di sicurezza, commette un nuovo reato;
— negli altri casi determinati dalla legge.
La durata minima della Libertà vigilata è di un anno; essa, però, non può essere inferiore a tre anni se è inflitta la pena della reclusione per non meno di dieci anni e qualora, a seguito di indulto o di grazia, non debba essere eseguito l’ergastolo.