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Timestamp: 2018-06-18 04:05:00+00:00
Document Index: 3299221

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 5', 'in dubio', 'art. 57', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 57', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 6']

computer crimes | Dirittomoderno | Pagina 2
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Il tribunale di Firenze con sentenza del 982/2009 ha stabilito che un sito internet è un prodotto editoriale secondo la legge 62/2001, con la conseguenza che è possibile riconoscere la responsabilità del direttore responsabile in capo a colui che omette il controllo su articoli o notizie di natura diffamatoria ivi pubblicate.
Diversi profili della motivazione non convincono. Si può leggere: “In primo luogo va osservato che l’ultima legge sull’editoria n. 62/2001, di riforma della legge n. 47/1948, ha data una nuova definizione di prodotto editoriale, che estende anche alle pubblicazioni con il mezzo elettronico (internet) la disciplina sulla stampa”.
In vero la legge 62/2001 non ha affatto riformato la legge 47/1948. La legge 62, infatti, è rubricata “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416”.
Ebbene proprio il primo articolo di tale legge prevede: “1. Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.”
Visto che il legislatore si è preoccupato di precisare “ai fini della presente legge” dovrebbe l’interprete (quindi anche il giudice) chiedersi se sia possibile estrapolare il concetto di «prodotto editoriale» ed applicarlo a contesti non regolamentati dalla legge 62. Tale legge, infatti, si occupa di diversi aspetti (trasparenza, sovvenzioni, fondi speciali), ma non riforma in nessun modo la legge 47/1948, anzi l’unico rinvio esplicito è contenuto sempre nell’art. 1 al comma 3: “Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948”
L’art. 2 cui si rinvia prevede: “Ogni stampato deve indicare il luogo e l’anno della pubblicazione, nonché il nome e il domicilio dello stampatore e, se esiste, dell’editore.
I giornali, le pubblicazioni delle agenzie d’informazioni e i periodici di qualsiasi altro genere devono recare la indicazione: del luogo e della data della pubblicazione; del nome e del domicilio dello stampatore; del nome del proprietario e del direttore o vice direttore responsabile. All’identità delle indicazioni, obbligatorie e non obbligatorie, che contrassegnano gli stampati, deve corrispondere identità di contenuto in tutti gli esemplari”.
Tanto volendo concedere, come avevo già avuto modo di segnalare, si deve dotare di un direttore (anche non giornalista professionista, magari… ma questa è altra questione) solo il periodico che ha testata registrata: nessuno di questi due aspetti è stato minimamente considerato nella sentenza.
L’obbligo di registrazione di cui all’art. 5 della legge 47/48 richiamato non rileva in questo caso.
Nessuna norma, quindi, equipara espressamente internet alla stampa. Il problema è proprio qui; soprattutto nell’avverbio….
Trattandosi di materia penale, infatti, vigono alcuni principi:
il divieto di interpretazione estensiva delle norme (non si può allargare il campo semantico delle espressioni terminologiche usate dal legislatore);
il principio di tassatività (la previsione del reato deve essere precisamente individuata dal legislatore e non dal giudice);
il divieto di interpretazione analogica (non si possono applicare norme che regolano casi diversi, seppure simili come potrebbe avvenir nell’ambito del diritto civile);
il principio del favor rei o, in dubio pro reo (sia a livello sostanziale che processuale, non debbono sussistere ragionevoli dubbi sula colpevolezza e nel caso il quadro probatorio non sia sufficiente: meglio un colpevole a spasso che un innocente in galera);
Nessuno di questi principi sembra essere stato adeguatamente considerato.
Continua la sentenza: “Prodotto editoriale diventa, anche la pubblicazione on line che si avvale appunto del mezzo elettronico e può essere riprodotto facilmente su supporto informatico. Il silo internet, inteso come insieme di hardware e software attraverso cui si genera il prodotto telematico sotto forma di trasmissione di flussi di dati, in quanta prodotto editoriale, ai sensi della l. n. 62/2001, si deve ritenere sottoposto anche ai fini penali alla disciplina sulla stampa. “
Ammesso e non concesso che un commento lasciato in un forum possa essere considerato un “prodotto editoriale” (per dare valore ad un qualsiasi “documento informatico” ci sono voluti diversi anni e diverse leggi e qui, invece, in pochi secondi si risolve il problema…mmhhh) o che lo sia il sito che lo contiene (ancora più arduo considerato che si confonde il contenuto con il contenitore, il supporto, la memorizzazione e la pubblicazione in un unico melting pot informatico-concettuale..); in nessun caso questo legittima l’applicazione della disciplina penale della stampa ed in particola dell’art. 57 c.p. che testualmente prevede: “(Reati commessi col mezzo della stampa periodica) Salva la responsabilita’ dell’autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, il direttore o il vice-direttore responsabile, il quale omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo dalla pubblicazione siano commessi reati, e’ punito, a titolo di colpa, se un reato e’ commesso, con la pena stabilita per tale reato, diminuita in misura non eccedente un terzo”.
A fronte di un tale tenore letterale come può ritenersi il moderatore/gestore di un sito o di un forum anche “direttore responsabile” ? Chi l’ha nominato tale ? La pubblicazione è periodica? Aveva le qualifiche personali per esercitare la funzione?
Tutte domande che nella sentenza non sono state nemmeno considerate.
Infine: “Ragionando in questi termini, nel caso di diffamazione commessa con il mezzo di un giornale telematico, non possono non richiamarsi le norme del codice penale in materia di stampa, ossia l’art. 595 co. 3 c.p. e l’art. 57 c.p.”.
Viene quindi introdotto il concetto ed il termine “giornale telematico” sconosciuto al nostro ordinamento: già solo questo appare violato il principio di tassatività e di interpretazione estensiva, (che dovrebbero impedire al giudice di indossare la veste di creatore di diritto). Neppure viene citata la seppur limitata giurisprudenza in materia.
Una considerazione, infine, su un aspetto particolare che emerge nella sentenza: il fatto che per 6 mesi i post diffamatori siano rimasti on-line.
La circostanza è considerata dal giudice una sorta di aggravante (in senso atecnico, ovviamente): l’imputato avrebbe avuto tutto il tempo di cancellare i commenti illeciti, ma non l’ha fatto e questo andrebbe a suo sfavore.
A parte il fatto che prima di poter considerare il tempo per evadere l’obbligo, bisognerebbe dimostrare che l’obbligo esiste…, pare proprio che il fattore “tempo” sia l’unico da considerare, mentre non è affatto così.
Innanzitutto bisognerebbe considerare la quantità dei commenti/messaggi da verificare, come ad esempio ha assai correttamente tenuto in debita considerazione il Tribunale di Padova rilevando che “occorre tener conto che, quale webmaster responsabile di un forum, l’imputato riceveva un elevato numero di messaggi da pubblicare sul sito da lui gestito: il grado di attenzione esigibile da dedicare ad ognuno di essi non poteva andare al di là di un controllo prima facie della presenza di espressioni oggettivamente e immediatamente valutabili come diffamatorie” (al riguardo si segnala anche questo articolo).
Inoltre, si deve rilevare come il compito del diritto responsabile si esercita su un giornale che (come detto deve essere periodico) presuppone cioè una “chiusura” ad una certa ora di un certo giotno del singolo numero o del prodotto editoriale: nel caso del sito internet o del forum, l’edizione non viene mai chiusa, è sempre on-line, fluida, dinamica, i commenti possono essere inviati 24 ore su 24.
Infine, seguendo la sentenza fiorentina, il direttore sarebbe responsabile per le affermazioni/notizie che non sono fornite da dipendenti dell’impresa editoriale, dalla redazione o da collaboratori, ma da terzi del tutto estranei e per giunta pure sconosciuti e magari non identificabili: un onere che francamente pare spropositato e non esigibile. Che stipendio (se ce l’ha ovviamente..) dovrebbe pretendere un direttore responsabile del genere? In servizio H24 e parafulmine di una qualsiasi immondizia postata da chiunque! La legge ha una sua logica, un bilanciamento di valori, interessi, oneri ed onori: le norme sono figlie dei tempi e delle società in cui vivono ed operno gli uomini che le emanano.
Qui parliamo di norme che come tecnologia presupponevano e conoscevano solo la stampa a caratteri mobili. Viene allora da chiedersi: si può prendere un articolo del codice penale, creato (Regio Decreto 19 ottobre 1930, n.1938) quando non esistevano nemmeno i transistor (e le valvole termoioniche erano una scoperta relativamente recente…) e trapiantarlo nella società dell’informazione in cui, volenti o nolenti, si può dire quel che si vuole, rimanendo anonimi nella maggior parte dei casi (TOR docet…) mettendo nei guai uno dei pochi “intermediari” rintracciabili ed identificabili?
Non sto affatto giustificando o istigando alla diffamazione, ma quello appena riportato è un fatto: e non si possono violare i canoni interpretativi perchè questo fatto non ci sta bene; non possiamo crearci la regola che la legge non prevede perché “lo riteniamo giusto” o perché “la legge manca”. Siamo uno stato di diritto.
Concludo con una riflessione/provocazione: mi vien da pensare che l’editore di un “giornale telematico” sia – in realtà -la rete internet, poiché è questa che ha sostituito davvero la carta e l’organizzazione che solo l’editore di inizio ‘900 potevano avere a disposizione… perché, allora, non condannare ICANN, RIPE NIC.. ? Se loro non ci fossero, l’informazione diffamatoria non verrebbe stampata (ops..pubblicata.ma tanto sono la stessa cosa..) su internet..lo prevede pure l’art. 57 bis c.p.: “Nel caso di stampa non periodica, le disposizioni di cui al precedente articolo si applicano all’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, ovvero allo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile” (questa norma è assai più recente, è del 1958…c’era pure la televisione…).
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto digitale e taggato come web law, intermediari web, direttore responsabile, computer crimes il gennaio 12, 2010 da Andrea B.
Domini e reati
Una piccola modifica ad una vecchia norma potrebbe scombussolare il mondo dei marchi, segni distintivi e domini allargando le ipotesi di responsabilità penale?
Si affaccia una specie di “contraffazione colposa” o gli effetti sono più limitati?
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto digitale e taggato come computer crimes, reati informatici, domini il luglio 24, 2009 da Andrea B.
Pirateria, software, 231: paga l’azienda?
Si ignora volutamente qualsiasi ortodossia terminologia e rigore tecnico-girudico, al fine di far capire (si spera…) a tutti i non-giuristi di che si sta parlando..
Premessa. Con una legge del 2001 (d. lgs. 231/2001) è stata istituita la cd. “responsabilità penale” dell’impresa; vero è che la persona giuridica l’ente, l’azienda o la società non potrà finire in carcere, ma può sempre pagare, subire confische, inibitorie o altri tipi di sanzioni, .. quindi perchè – si sarà chiesto il legislatore- non la rendiamo concretamente e direttamente responsabile, in qualche modo, per quel che succede al suo interno? Detto, fatto: in pratica l’ente è divenuto responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio “da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso”, oppure da “persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a)”.
I reati per i quali scattava questa responsabilità erano (originariamente): truffa ai danni dello Stato, corruzione e concussione, falsità, e, per effetto di altre leggi, reati societari, terrorismo, abusi di mercato, violazione norma antinfortunistiche (lesioni e omicidio colposo).
Ultimamente sono state apportate modifiche (ed altre sono in arrivo) che pongono diversi problemi
Prima modifica: i reati informatici previsti nel codice penale. Per effetto della ratifica in Italia della Convenzione di Budapest avvenuta con legge 48/2008 la legge 231/2001 in questione ha allargato il suo campo d’azione: oltre ai reati originariamente previsti, oggi (cioè dall’entrata in vigore della legge 48) la società o ente risponde, secondo gli stessi schemi (quindi in concreto nella persona degli amministratori, dei dirigenti etc.. ), anche per i seguenti reati commessi dai sui “dipendenti” nel suo interesse: accesso abusivo a sistema informatico, detenzione abusiva codici d’accesso, diffusione “virus”, diverse ipotesi di danneggiamento di informazioni, programmi, dati e sistemi informatici o telematici.
Seconda modifica: pirateria informatica. L’altra e più recente modifica (attualmente in “lavorazione” al Parlamento) riguarda, invece, la responsabilità dell’impresa per le violazioni alla legge sul diritto d’autore commessa dal “dipendente”.
In particola l’ente potrebbe rispondere per i reati di duplicazione abusiva di software (o del contenuto di banche dati), o di sua distribuzione o vendita; per la duplicazione di file musicali o video (multimediali in genere); per la mancata comunicazione dei dati necessari alla univoca identificazione dei supporti non soggetti a contrassegno; per l’utilizzo ad uso pubblico e privato di apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato effettuate via etere, via satellite, via cavo, in forma sia analogica sia digitale.
Esempio: se un dipendente “pirata” un file musicale e lo piazza sul sito web della società, risponde l’impresa? Per come è la norma sembra attualmente congegnata, ebbene sì: sia nel caso in cui il tizio in questione diriga direttamente una unità organizzativa finanziariamente e funzionalmente autonoma o di fatto abbia il controllo dell’ente…sia nell’ipotesi in cui il tizio sia un “sottoposto” alla direzione o vigilanza del primo.
C’è poi da considerare che la legge prevede un obbligo di organizzare e gestire una governance “strutturata”, per evitare questi problemi.
Modelli organizzativi. Semplificando si può infatti notare che, affinché l’ente possa andare esente da responsabilità, debbono verificarsi le seguenti condizioni (citando quasi letteralmente la normativa in vigore) :
1. l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;
2. il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento è stato affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;
3. le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
4. non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo preposto al controllo
Tornando al nostro esempio, quindi, che cosa avrebbe si sarebbe dovuto attuare fare l’ente per evitare responsabilità?
Avrebbe dovuto pensare ed attuare un modello di organizzazione idoneo ad evitare che il dipendente andasse a “fregarsi” o “procurarsi” file non legalmente consentiti in giro per la rete…
L’art. 6 del d. lgs. 231/2001 dovrebbe aiutare: la norma prevede, infatti che il modello organizzativo e di “governance” deve rispondere alle seguenti esigenze:
4. prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli;
Se sia sufficiente mettere un avviso nella bacheca aziendale (fisica o virtuale non cambia) del tipo “vietato fare i jingle per il sito aziendale scaricando illegalmente file da internet” è (oltre che un consiglio..) un altro paio di maniche.
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto digitale e taggato come computer crimes, reati informatici, 231 il luglio 15, 2009 da Andrea B.
Navigatore incallito: peculato e risorse informatiche
L’utilizzo del computer, della rete telematica interna e di internet, oltre ad un masterizzatore DVD, da parte di un dipendente pubblico può comportare responsabilità penale a titolo di peculato.
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto digitale e taggato come computer crimes, reati informatici il novembre 18, 2008 da Andrea B.