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Timestamp: 2020-08-15 14:18:31+00:00
Document Index: 170212280

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', '§ 1', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 2', '§ 2', 'art.1915']

Assicurazione contro i danni, perdita diritto indennità | Sentenze
Assicurazione contro i danni, perdita diritto indennità
Scritto il Settembre 19, 2014 da sentenze
Ai fini della perdita del diritto all’indennità, ai sensi dell’articolo 1915 primo comma cod. civ., non occorre lo specifico e fraudolento intento di creare danno all’assicuratore, ma è sufficiente la consapevolezza dell’obbligo previsto dalla suddetta norma e la cosciente volontà di non osservarlo.
Cassazione civile sentenza 17088 28 luglio 2014
Nel luglio 2003 la omissis spa (poi Omissis spa) conveniva in giudizio la compagnia assicuratrice omissis AG, chiedendone la condanna al pagamento della somma complessiva di euro 205.733,49 a titolo di indennizzo dovutole, in forza del contratto di assicurazione di crediti stipulato tra le parti il 4 gennaio 2001, sul mancato incasso di crediti da essa attrice vantati, rispettivamente, nei confronti di omissis spa e di omissis spa.
Nella costituzione in giudizio della società convenuta, interveniva la sentenza n. 6511/01 con la quale l’adito tribunale di Milano respingeva la domanda. Interposto appello da parte della Omissis spa, veniva emessa la sentenza n. 2210 del 22 luglio 2010 con la quale la corte di appello di Milano rigettava il gravame.
Avverso tale sentenza viene da Omissis spa proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi, ai quali resiste con controricorso e memoria ex art. 378 cpc la Omissis AG
§ 1.1 Con il primo ed articolato motivo di ricorso (posizione omissis), la Omissis spa lamenta insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, ex articolo 360, l° co. n.5) cod. proc. civ.; dal momento che la corte di appello aveva escluso il suo diritto di ottenere l’indennizzo per il mancato pagamento del credito assicurato, sull’erroneo presupposto che essa ricorrente non avesse adempiuto gli oneri di comunicazione previsti dal contratto e dalle relative appendici in ordine all’ottenimento dell’indennizzo per la situazione di c.d. “insolvenza di fatto o presunta” (contrattualmente individuata nel mancato pagamento del credito decorsi 180 giorni dalla scadenza prevista). In particolare, il giudice di merito non aveva adeguatamente valutato tutta una serie di risultanze probatorie di primo grado (interrogatorio formale e deposizioni testimoniali; produzioni documentali) dalle quali risultava che Omissis era stata informata – dapprima in sede di trattative e di stipulazione del contratto di assicurazione e, poi, nel corso del rapporto – del fatto che Omissis spa non rientrava tra i clienti più sicuri; era solita pagare con ritardo; si trovava in difficoltà finanziarie.
Tanto che la stessa Omissis, dopo aver ricevuto una completa relazione sulla sua posizione, aveva autorizzato essa Omissis a proporre alla debitrice un piano di rientro a determinate condizioni e, quindi, ad agire autonomamente in via giudiziale per il recupero del credito. Ciò dimostrava, nei fatti, come l’impresa assicuratrice fosse stata tempestivamente posta a conoscenza del sinistro in oggetto.
Sulla posizione omissis spa, la corte di appello ha congruamente motivato sulle ragioni dell’insussistenza del diritto di omissis all’indennizzo assicurativo, posto che (sent.pag.4-5):
– le appendici del contratto di assicurazione 4 gennaio 2001 prevedevano in effetti che la copertura assicurativa dovesse essere erogata non soltanto nell’ipotesi di insolvenza dichiarata dal tribunale (c.d. ‘di diritto’), ma anche in quella di ‘insolvenza di fatto o presunta’, insita nel mancato pagamento del credito decorsi 180 giorni dalla scadenza prevista; – ai sensi di contratto (CGA 5.2), l’inutile decorso di tale termine non era però sufficiente, essendo prescritto (pena la liberazione dell’assicuratore da ogni obbligo) che l’assicurato segnalasse immediatamente all’assicuratore, via fax, il verificarsi dell’insolvenza del cliente; ed inoltrasse inoltre a OMISSIS, nel termine indicato in contratto, richiesta di intervento e di recupero del credito; – nel caso di specie, non solo non risultava che OMISSIS avesse adempiuto questi oneri informativi, ma emergeva come la stessa avesse riconosciuto pacificamente tale mancato adempimento, inviando a omissis la lettera 22 novembre 2001 nella quale così si esprimeva: “… Ci rendiamo conto che non comunicandovi entro i termini contrattuali lo scaduto, abbiamo perso il diritto di fatto al rimborso prima del fallimento”; – la conoscenza aliunde nell’assicuratrice delle difficoltà finanziarie di omissis (quand’anche fosse stata dimostrata) non sarebbe stata comunque idonea a supplire al mancato adempimento dell’obbligo di puntuale informativa e richiesta di intervento di cui al contratto.
A fronte di tale ragionamento, il motivo di ricorso per cassazione non confuta la corretta interpretazione delle clausole contrattuali da parte della corte di appello, ma assume una insufficiente valutazione del compendio probatorio dal quale dovrebbe evincersi la correttezza dell’operato di omissis, nonché la conoscenza in omissis dell’insolvenza omissis.
Così posto, esso è inaccoglibile perché: – mira a suscitare una diversa valutazione probatoria in sede di legittimità; – deduce, a tal fine, emergenze istruttorie non relative al problema essenziale di causa (così come evidenziato dal giudice di merito), che non è quello della generica sopravvenuta conoscenza in capo a omissis delle difficoltà solutorie di omissis, bensì la puntuale e tempestiva osservanza degli oneri informativi e di richiesta previsti, in maniera dirimente, nelle condizioni generali di contratto; – non contrasta l’affermazione della corte di appello secondo la quale il mancato adempimento degli oneri contrattuali (con la conseguente decadenza dal diritto all’indennizzo) era stato nella specie riconosciuto de plano dalla stessa omissis nella comunicazione 22 novembre 2001 (da essa prodotta in giudizio).
In presenza di congrua motivazione sul punto fondamentale costituito dall’adempimento delle prescrizioni contrattuali sulle modalità ed i tempi di denuncia del sinistro – individuabile non già nelle mere difficoltà finanziarie della debitrice, ma nella sua incapacità ‘di fatto’ a far fronte al debito – la censura non fa dunque che sollecitare una nuova ricostruzione dei risvolti fattuali della vicenda; per giunta lungo una direttrice diversa da quella imposta dal tenore di clausole contrattuali del tutto pacifiche tra le parti.
E’ principio consolidato che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo controllo, bensì la sola facoltà di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, le argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge); ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame dei punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione ( muitis, Cass. n. 8718 del 27/04/2005). Si è inoltre stabilito (Sez. U., n. 24148 del 25/10/2013) che la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati; risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo, tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione.
§ 2.1 Con il secondo motivo di ricorso (posizione omissis), la Omissis spa lamenta, ex articolo 360, l° co.n.3) cod.proc.civ., violazione o falsa applicazione dell’articolo 1915 cod.civ., poiché il giudice di merito aveva escluso il suo diritto all’indennizzo assicurativo sull’erroneo convincimento che essa non avesse provveduto – per dolo, e non per colpa – a tempestivamente informare la omissis del mancato pagamento da parte di omissis. Come doveva evincersi dal compendio istruttorio, il suo ritardo nell’informare l’impresa assicuratrice del peggioramento della situazione finanziaria di quest’ultima no era invece avvenuto con dolo, bensì per colpa (mancata conoscenza o, quantomeno, dimenticanza di uno specifico obbligo contrattuale in tal senso). Affermata la natura meramente colposa dell’omissione informativa, l’indennizzo in questione non poteva essere del tutto escluso, ma soltanto ridotto, conformemente a quanto stabilito nel secondo comma dell’articolo 1915 cit. .
§ 2.2 Anche con riguardo a questa censura ricorrono le appena svolte considerazioni sulla non deducibilità in sede di legittimità di una diversa valutazione fattuale, come tale affidata all’argomentato e logico convincimento discrezionale del giudice di merito.
In questo caso, la valutazione oggetto di sindacato concerne la natura dolosa ovvero colposa della ritardata informativa dell’insolvenza omissis.
Sul punto specifico, la corte di appello ha congruamente motivato (sent.pag.5) sostenendo che il dolo ex articolo 1915 1° co. cod.civ. non si riscontra soltanto quando vi sia l’intento di arrecare un danno alla controparte, ma anche quando vi sia, nella parte, la consapevolezza dell’obbligo di comunicazione e la cosciente volontà di non osservarlo. Su tale premessa di principio, la corte territoriale ha poi positivamente affermato, nella specie, la coscienza e volontà della mancata tempestiva informazione sull’insolvenza Omissis; dal momento che la società attrice non aveva nemmeno allegato che la sua omissione (asseritamente colposa) fosse derivata da un fatto estraneo alla sua volontà e che, soprattutto, tale omissione consentiva ad Omissis di pattuire con Omissis (uno dei maggiori clienti) delle nuove condizioni di rientro e, al tempo stesso, “di non vedersi revocato il fido, cioè l’annullamento del contratto in questione” da parte della stessa Omissis.
Il giudice di merito si è dunque convinto, sulla scorta di elementi logici e convergenti, della sussistenza nella specie di una ‘volontà’ di non tempestiva comunicazione dell’insolvenza; di per sé idonea ad integrare la nozione di dolo ex articolo 1915 primo comma cod.civ.. Tale valutazione non potrebbe essere di per sé scalfita – con margine di certa e non soltanto probabile decisività – dalla considerazione di quelle deposizioni testimoniali (dep. P.) che vorrebbero imputare l’omesso avviso ad una mera dimenticanza: non logicamente sostenibile sulla base della natura del contratto, della veste professionale dei contraenti e della rilevanza economica della questione.
Quanto all’applicazione dell’art.1915 cc – oggetto specifico della censura – la soluzione adottata dal giudice di merito è corretta, dal momento che
ai fini della perdita del diritto all’indennità, ai sensi dell’articolo 1915 l° co. cod. civ., non occorre lo specifico e fraudolento intento di creare danno all’assicuratore, ma è sufficiente la consapevolezza dell’obbligo previsto dalla suddetta norma e la cosciente volontà di non osservarlo
(Cass. n. 3044 del 08/04/1997; Cass. n. 5435 del 11/03/2005; Cass. n. 14579 del 22/06/2007).
Ne segue dunque il rigetto del ricorso, con condanna di parte ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione che si liquidano, come in dispositivo, ai sensi del DM 10 marzo 2014 n.55.
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