Source: http://www.paoloalfano.it/2012/04/03/errore-giudiziario-e-danno-risarcibile/
Timestamp: 2017-09-21 17:33:14+00:00
Document Index: 167056502

Matched Legal Cases: ['art. 643', 'art. 643', 'art. 643', 'art. 24', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 343']

Errore giudiziario e danno risarcibile | Avv. Paolo Alfano
da Paolo Alfano | Apr 3, 2012 | Giurisprudenza penale | 0 commenti
1. – Con ordinanza della Corte d’Appello di Brescia, in data 22/4/2010, é stata liquidata a S.R. la somma di € 473.000,00 (€ 443.000,00 per la riparazione, ed € 30.000.00 per il debito contratto con il difensore per prestazioni professionali) a titolo di riparazione per l’errore giudiziario per il quale aveva scontato giorni 1130 di carcere per il delitto di violenza sessuale in danno della figlia L., all’epoca dell’età di cinque anni, ottenendo poi proscioglimento pieno, per insussistenza del fatto, in sede di revisione.
– 28.000 per perdita di retribuzione durante la detenzione;
– 10.000 per differenze retributive durante il primo periodo dopo la
scarcerazione;
– 15.000 per minore entità contributi previdenziali;
– 65.000 per danno biologico;
– 200,00 per danno esistenziale, consistente nel deterioramento dei già difficili rapporti familiari, specie con la figlia;
– 125.000 per danno morale;
– 30.000 per spese di difesa per il primo giudizio, limitate all’onorario di uno solo dei due difensori;
– 30.000 per debito contratto con il difensore per prestazioni professionali.
La Corte, accogliendo l’istanza del Ministero dell’Economia, convenuto, liquidava non l’intera somma, ma una rendita vitalizia, fissata in € 1845,84 mensili, pari ad € 22.150,00 annuali.
2. – Contro la decisione hanno presentato ricorso sia il convenuto Ministero dell’Economia e Finanze, sia l’interessato S., per una pluralità di motivi.
2.1. – Il MINISTERO convenuto ha basato il ricorso su tre motivi, per violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare eccependo che:
1. La somma di € 30.000 per spese del giudizio di condanna non poteva essere liquidata, non potendosi le spese suddette ritenersi derivanti dalla condanna, essendo ad essa precedenti;
2. La somma liquidata per il deterioramento dei rapporti con la figlia doveva essere rivista, in quanto i rapporti erano deteriorati già prima della condanna ed anche successivamente non erano migliorati, avendo la ragazza, divenuta maggiorenne, rifiutato di rivedere il padre;
3. Per il danno esistenziale non poteva essere liquidata alcuna somma, essendo lo stesso soltanto un ordinario danno non patrimoniale, chiamato con altro nome.
2.2. – Lo S. con plurimi motivi denuncia violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare:
3. La scelta di attribuire una rendita vitalizia in luogo del pagamento di tutta la somma dovuta non era correttamente motivata, non potendosi ritenere tale il riferimento ad eventuali rischi, da parte dell’interessato, di cadere preda di “atteggiamenti predatori di terzi” a causa del suo “costante stato di prostrazione e depressione” e della sua carenza di specifiche competenze per amministrare la somma liquidata;
4. La limitazione all’importo relativo ad un solo difensore delle liquidabili spese di difesa dei processo conclusosi con la condanna non aveva una giustificazione valida;
5. Non si era provveduto a liquidare alcunché per i danni consistenti nell’addebito nella causa di separazione, nella privazione dei diritto di voto per anni e nella perdita di immagine;
7. Mentre era stato liquidato il danno da differenze retributive, nulla era stato liquidato per la perdita di possibilità di progressione reddituale, perché non dimostrata, e immotivatamente nulla per minore importo del trattamento pensionistico;
2.3. – Il Procuratore Generale, nella persona del dott. Vito D’Ambrosio, con richiesta scritta, ha concluso per l’accoglimento parziale di entrambi i ricorsi così come indicato in epigrafe.
2.4. – Il MINISTERO dell’Economia e delle Finanze, con memoria scritta, depositata in termini, espone che nel ricorso si è posto in evidenza, contrariamente a quanto statuito dalla Corte di Appello nella ordinanza impugnata, che ai fini della valutazione del diritto vantato in giudizio dallo S., quale causa ostativa alla riparazione, che questi aveva un rapporto assolutamente burrascoso anche con la figlia, che anzi ebbe appunto ad accusarlo, come si evinceva dagli atti di causa.
1.1. – Incominciando con l’esaminare il ricorso del MINISTERO dell’Economia e delle Finanze, non va, decisamente, presa in considerazione l’argomentazione posta in premessa della memoria difensiva, atteso che con essa si contesta il diritto alla indennità per ingiusta detenzione mai eccepita né in sede di costituzione innanzi alla Corte d’Appello, né con il ricorso odierno e, per altro, la somma di cui trattasi è stata liquidata allo S. ai sensi dell’art. 643 c.p.p..
1.2. – Relativamente al primo motivo si concorda, sul punto, con quanto evidenziato dal Procuratore Generale con il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte: i costi del giudizio di revisione vanno esclusi, ai sensi di quanto chiaramente disposto dall’art. 643 c.p.p., dal novero dei danni riparabili, non rientrando nelle conseguenze personali della condanna (Sez. 4, Sentenza n. 4166 del 07/11/2007 Cc; Rv. 238669) “La riparazione dell’errore giudiziario va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivate dalla condanna: nella liquidazione non possono invece essere compresi i costi sostenuti per il giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali”; ad uguale conclusione occorre giungere anche per le spese della difesa nel giudizio conclusosi con la condanna, non potendo considerare le stesse “derivanti dalla condanna”, come richiesto testualmente dall’art. 643 c.p.p.
1.3. – La censura posta a base del secondo motivo non intacca la tenuta logica della motivazione sul punto della impugnata ordinanza non ravvisandosi vizi, apparendo corretta dal punto di vista logico-giuridico, anche sotto il profilo propriamente quantitativo, e non essendo in alcun punto il percorso motivazionale contrastante con considerazioni di buon senso, in materia così delicata. La Corte d’Appello ha ben evidenziato che il rapporto del padre con la figlia si sia deteriorato, notevolmente, in seguito alla condanna del primo per violenza sessuale ai danni della figlia, all’età di cinque anni; che è un fatto innegabile che la liquidazione della cifra di € 200.000,00 sia derivata non solo dall’incidenza della condanna sul legarne padre-figlia, ma anche dalla “particolare intensità della sensazione di ingiustizia subita”.
1.4. – Si concorda con il procuratore Generale nel rilevare la infondatezza del terzo motivo perché la Corte della riparazione non opera una distinzione tra danno esistenziale e danno morale, ma considera il primo come un aspetto del secondo, ed infatti, nel liquidare quest’ultimo, precisa che è stato “depurato dalle precedenti voci specifiche, e riguarda solo sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Nel caso in esame, non si ha una duplicazione di liquidazione, ma una diversificazione delle voci costituenti un unico danno, che viene quindi liquidato con una somma costituita da due diverse e distinte operazioni di valutazione; in sostanza la somma complessiva (€ 200000 – a titolo di danno esistenziale – + € 125.000 a titolo di danno morale) anche se non esplicitamente unificata, deriva da due addendi, entrambi giustificati come denominazione e come liquidazione.
Il criterio seguito dalla legge e diretto ad escludere una tutela obbligata di tipo risarcitorio risponde ad una precisa finalità: se il legislatore avesse costruito la riparazione dell’errore giudiziario, o dell’ingiusta detenzione, come risarcimento dei danni avrebbe dovuto richiedere, per coerenza sistematica, che il danneggiato fornisse non solo la dimostrazione dell’esistenza dell’elemento soggettivo, fondante la responsabilità per colpa o per dolo, nelle persone che hanno agito ma anche la prova dell’entità dei danni subiti. Ciò si sarebbe peraltro posto in un quadro di conflitto con l’esigenza (fondata non solo su una precisa disposizione della nostra Costituzione – art. 24 comma ,4 – ma anche sull’art. 5 comma 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e sull’art. 9 n. 5 del Patto internazionale dei diritti civili e politici) di garantire un adeguato ristoro a chi sia stato comunque ingiustamente condannato o privato della libertà personale senza costringerlo a defatiganti controversie sull’esistenza dell’elemento soggettivo di chi aveva agito e sulla determinazione dei danni.
2.1. – Infondati sono tutti gli altri motivi posti a base del ricorso dello S. Quanto al secondo motivo valgono le stesse considerazioni svolte nell’analisi del secondo motivo del ricorso del MINISTERO evidenziandosi che la Corte, nel liquidare la voce di cui ai punto 2 della premessa, ha affermato che la condanna “ha costituito una cesura di tale rapporto, in quanto le convinzioni della figlia hanno trovato una conferma nel provvedimento giudiziario”, e, dunque, il rapporto padre-figlia non è stato considerato come semplice “deterioramento”.
2.2. – Non si conviene con il Procuratore Generale nel ritenere che la scelta di liquidare una rendita e non l’intera somma sia “al di fuori dell’ordinario”, essendo tale modalità specificamente prevista dall’art. 343 n. 2 c.p.p. in alternativa al pagamento in un’unica soluzione. Mentre è vero che il giudice, una volta optato per la rendita, deve tener conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno.
2.3. – Per quanto riguarda il quarto motivo appare corretta la determinazione della Corte di liquidare gli onorari di un solo difensore, atteso che, la prova dell’esistenza del debito per spese di onorari per € 30.000,00 si riferisce ad un solo professionista. Si osserva che neanche è applicabile il criterio equitativo in quanto questo, come già evidenziato, assume carattere residuale ma esclusivamente per quei danni di cui sia certa l’esistenza ma che non possono essere provati nel loro preciso ammontare, il che, evidentemente, non si verifica nel caso in esame nel quale i compensi pagati ben possono essere documentati con regolari fatture o, quanto meno, con dichiarazioni di coloro che hanno effettuato le prestazioni o con altri mezzi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento o l’esistenza certa del debito.
2.4. – La trattazione delle censure poste a base del quinto e sesto motivo può essere contestuale.
2.5. – In ordine al sesto motivo si osserva che la Corte della riparazione ha liquidato il danno biologico specificando che lo stesso è stato determinato da “una seria sindrome depressiva e da un’autostima che, non alta prima, sembra essere stata particolarmente compromessa” in sintonia con i principi affermati in materia da questa Corte, secondo cui il danno biologico, frutto di elaborazione giurisprudenziale (ma ha trovato significative conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2001) e della L. n. 57 del 2001) è costituito dalla compromissione, di natura areddituale, dell’integrità psicofisica della persona. Generalmente è ritenuto necessario che a questa compromissione si accompagni una perdita o riduzione di funzioni vitali, anche non definitiva. La lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di natura patrimoniale ed è anzi svincolata da tale pregiudizio. Se questo è il concetto e la portata del danno biologico correttamente la Corte distrettuale non ha liquidato i danni da invalidità temporanea come richiesta in ragione del fatto che tale accezione rientra, per la sua natura temporanea di una minore capacità fisica e psicologica del soggetto, nel liquidato danno biologico.
2.5. – La Corte bresciana ha liquidato la somma di € 15.000,00 per minore entità dei contributi previdenziali per il periodo di inattività, e, dunque, ha indennizzato lo S. tenendo conto del trattamento pensionistico. Per quanto riguarda l’eccepita mancata liquidazione per la perdita di possibilità di progressione reddituale, ci si riporta a quanto argomentato al punto 2.4. Dunque, il settimo motivo è infondato.
2.6. – Da ultimo (ottavo motivo) relativamente all’eccepito vizio di motivazione riguardante la compensazione, in ragione della metà, delle spese di lite, si osserva che la Corte della riparazione, nella sua valutazione discrezionale di liquidazione delle spese del giudizio riparatorio, ha evidenziato le ragioni della sua determinazione ritenendo, alla luce del principio della soccombenza del diritto civile, che la domanda dello S., anche in considerazione della resistenza del convenuto MINISTERO, è stata in larga parte respinta.
Annulla, inoltre, senza rinvio l’ordinanza medesima, in parziale accoglimento del ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanza, limitatamente alla liquidazione di e 30.000,00 per spese di difesa; liquidazione che elimina.