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Timestamp: 2018-10-20 03:06:31+00:00
Document Index: 61872597

Matched Legal Cases: ['art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 649', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 649', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 22', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 15', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 129', 'art. 316', 'art. 1']

﻿ MALVERSAZIONE 316 BIS AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RIMINI RAVENNA L'accertamento di responsabilità è stato circoscritto alla sottrazione dei beni strumentali acquistati con i finanziamenti ottenuti ed al correlativo mancato pagamento delle rate residue allo scioglimento della società, riguardanti il prestito agevolato concesso, condotta che si è ritenuto integrare la violazione dell'art. 316-bisc.p - Avvocato Penalista Bologna
MALVERSAZIONE 316 BIS AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RIMINI RAVENNA L’accertamento di responsabilità è stato circoscritto alla sottrazione dei beni strumentali acquistati con i finanziamenti ottenuti ed al correlativo mancato pagamento delle rate residue allo scioglimento della società, riguardanti il prestito agevolato concesso, condotta che si è ritenuto integrare la violazione dell’art. 316-bisc.p
da Armaroli | Mag 30, 2017 | AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE | 0 commenti
MALVERSAZIONE 316 BIS AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RIMINI RAVENNA
L’accertamento di responsabilità è stato circoscritto alla sottrazione dei beni strumentali acquistati con i finanziamenti ottenuti ed al correlativo mancato pagamento delle rate residue allo scioglimento della società, riguardanti il prestito agevolato concesso, condotta che si è ritenuto integrare la violazione dell’art. 316-bisc.p
. L’esame sulla fondatezza dell’una o dell’altra soluzione interpretativa deve prendere le mosse dalla considerazione dei principi vigenti sul concorso apparente di norme che ricorre ove, attraverso un confronto degli elementi strutturali, più fattispecie risultino applicabili al medesimo fatto, e che è regolamentato dall’art. 15 c.p., secondo cui: «Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito».
Sul rapporto di specialità si fonda anche la comparazione, e quindi l’applicazione delle componenti accessorie del reato, posto che le disposizioni di cui agli artt. 68 e 84 c.p. informano le correlazioni tra gli elementi eventuali del reato nei medesimi termini previsti dall’art. 15, i cui principi sono volti ad evitare l’addebito plurimo di un accadimento, ove unitariamente valutato dal punto di vista normativo: condizione che si porrebbe in contrasto col principio del ne bis in idem sostanziale.
3.1. È noto che sul punto sussiste un ampio e risalente dibattito in dottrina tendente ad ampliare il concorso apparente di norme alle figure dell’assorbimento, della consunzione e dell’ante-fatto o post-fatto non punibile: classificazioni ritenute tuttavia prive di sicure basi ricostruttive, poiché individuano elementi incerti quale dato di discrimine, come l’identità del bene giuridico tutelato dalle norme in comparazione e la sua astratta graduazione in termini di maggiore o minore intensità, di non univoca individuazione, e per questo suscettibili di opposte valutazioni da parte degli interpreti.
3.2. La giurisprudenza delle Sezioni Unite risulta invece saldamente fondata sul criterio di specialità, individuato quale unico principio legalmente previsto in tema di concorso apparente, con ampliamento della sua applicazione alle ipotesi di illeciti amministrativi secondo la previsione dell’art. 9 l. 24 novembre 1981, n. 689, che ha imposto la comparazione delle fattispecie astratte, prescindendo dalla qualificazione, penale o amministrativa, degli illeciti posti a raffronto.
In tal senso, in maniera coerente, si sono pronunciate ripetutamente le Sezioni unite (Sez. un., n. 1963 del 28 ottobre 2010, dep. 2011, Di Lorenzo, Rv. 248722; Sez. un., n. 1235 del 28 ottobre 2010, dep. 2011, Giordano, Rv. 248865; Sez. un., n. 16568 del 19 aprile 2007, Carchivi, Rv. 235962; Sez. un., n. 47164 del 20 dicembre 2005, Marino, Rv. 232302; Sez. un., n. 23427 del 9 maggio 2001, Ndiaye, Rv. 218771; Sez. un., n. 22902 del 28 marzo 2001, Tiezzi, Rv. 218874), le quali, pur ribadendo l’applicabilità del solo criterio normativo, hanno chiarito che il raffronto deve estendersi anche alle previsioni amministrative, secondo un’evoluzione interpretativa che ha caratterizzato anche la giurisprudenza della Corte EDU, sulla base di una comparazione che si fonda sugli aspetti comportamentali, oggettivi e soggettivi, della fattispecie.
Più di recente è stata avvertita l’esigenza di porre in discussione tali consolidati principi sulla base della rinnovata attenzione, convenzionale e costituzionale, al divieto del bis in idemsostanziale, che trova riconoscimento, quale diritto fondamentale dell’individuo, nell’art. 4 Prot. 7 CEDU e nell’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, sulla base di quanto specificamente elaborato anche dalla Corte EDU con la sentenza 4 marzo 2014, Grande Stevens c. Italia ed in successive pronunce sul tema della medesima autorità (Corte EDU, Grande Camera, 15 novembre 2016, A e B contro Norvegia), fino a giungere alla sentenza della Corte cost. n. 200 del 2016.
4.1. Dall’attenta lettura dei provvedimenti richiamati si ricava la presenza di un costante riferimento alla necessità di una comparazione concreta e complessiva delle fattispecie con particolare distinzione – quanto alla verifica del presupposto processuale di cui all’art. 649 c.p.p. e del suo corrispondente convenzionale dell’art. 4 Prot. 7 CEDU – al fatto oggetto di contestazione e, quanto all’individuazione dell’unitarietà della fattispecie contestata, agli elementi costitutivi della stessa, caratterizzati come sempre dalla correlazione azione-evento-elemento psicologico, e dalla loro concreta attribuzione, attraverso il capo di imputazione, alla persona sottoposta a giudizio.
4.2. Né al fine di sostenere la necessità di un ampliamento del campo di azione del concorso apparente di norme, al di là della previsione legale, risulta potersi utilmente evocare la sentenza della Corte cost. n. 200 del 2016 che ha ridefinito l’applicazione dell’art. 649 c.p.p., prescrivendola anche nell’ipotesi in cui oggetto del giudizio concluso sia un reato in concorso formale con l’altro posto in comparazione.
Tale pronuncia ha precisato che, nel discrimine tra fatto giuridico e naturalistico, essenziale per stabilire i poli posti a raffronto, ad avere carattere giuridico è la sola indicazione dei segmenti dell’accadimento naturalistico che l’interprete è tenuto a prendere in considerazione per valutare l’identità del fatto ed ha espressamente chiarito che «la tutela convenzionale affronta il principio del ne bis in idem con un certo grado di relatività, nel senso che esso patisce condizionamenti tali da renderlo recessivo rispetto ad esigenze contrarie di carattere sostanziale. Questa circostanza non indirizza l’interprete, in assenza di una consolidata giurisprudenza europea che lo conforti, verso letture necessariamente orientate nella direzione della più favorevole soluzione per l’imputato, quando un’altra esegesi della disposizione sia collocabile nella cornice dell’idem factum».
Per contro, la più risalente pronuncia (Sez. 2, n. 39644 del 9 luglio 2004, Ambrosio, Rv. 230365) è pervenuta alle medesime conclusioni facendo leva sulla sussidiarietà dichiarata dall’ordinanza della Corte cost. n. 94 del 2004, che in realtà poneva a raffronto le diverse fattispecie di cui agli artt. 640-bis e 316-ter c.p. e coerentemente concludeva in tal senso in quanto tale rapporto tra le fattispecie era conclamato dalla clausola di riserva in essa contenuta «salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’art. 640-bis c.p.».
È del tutto pacifico che gli artifici e raggiri non costituiscono l’unica modalità attraverso la quale possa ottenersi la percezione dei finanziamenti e delle altre forme di provvidenze previste dall’art. 316-bis c.p., così come, per contro, la percezione illegittima non necessariamente sfocia nello storno delle somme erogate dalla loro finalità che individua l’elemento caratterizzante della disposizione di cui all’art. 640-bis c.p. (Sez. un., n. 7537 del 16 dicembre 2010, dep. 2011, Pizzuto, Rv. 249105).
Si tratta di norme contenute in disposizioni di legge autonome, ma entrate in vigore a brevissima distanza l’una dall’altra, pari a poco più di un mese, e la mancata previsione di clausole di riserva (le sole che, al di là del principio di specialità, autorizzino un rapporto di valore tra le diverse disposizioni incriminatrici) depone di per sé nel senso di una meditata definizione di autonomia delle fattispecie.
Tale chiave di lettura si ricava anche dalle valutazioni sulla complessiva finalità della disposizione che ha introdotto l’art. 640-bis c.p., contenuta nell’art. 22 l. 19 marzo 1990, n. 55, che reca come titolo “Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione di pericolosità sociale”.
Del resto, in linea di ricostruzione astratta, l’acquisizione di fondi pubblici – a fondo perduto o a tassi agevolati – non consente al percettore di realizzare un utile esclusivamente attraverso lo storno delle somme dalle loro finalità, circostanza che imporrebbe di ritenere la condotta caratterizzante la fattispecie di cui all’art. 316-bisc.p. quale inevitabile prosecuzione della prima; ma ben può identificarsi anche nella convenienza economica del credito, tale da permettere all’impresa che ne usufruisce un margine di utile decisamente maggiore di quello ritraibile a seguito del ricorso al credito a prezzi di mercato, e quindi da consentire a coloro che vi accedono di recuperare quote di mercato maggiori, quale effetto dell’abbattimento dei costi.
La considerazione di tali profili pone in evidenza l’autonomia esistente tra le fattispecie
Presidente: Canzio – Estensore: Petruzzellis
La Corte di appello di Genova, con sentenza del 18 febbraio 2016, ha confermato la pronuncia del Tribunale di Genova che ha condannato Paola S. e Franca B. quali responsabili del reato di cui all’art. 316-bisc.p., realizzato con la malversazione dei beni strumentali di proprietà della CED & Multiservice s.a.s., società di cui la prima risultava, all’atto della costituzione, socia accomandataria, e dal dicembre 2006 amministratrice, e la seconda socia di fatto: beni acquistati con l’impiego di finanziamenti pubblici, di cui non risultavano restituite ventuno delle ventotto rate che la società era tenuta a rimborsare. La pronuncia di primo grado ha determinato la sanzione a carico della S. in mesi otto di reclusione ed a carico della B. in anni uno di reclusione, con concessione ad entrambe della sospensione della pena, subordinata al pagamento della provvisionale in favore della parte civile. Il primo giudice ha inoltre applicato le pene accessorie e condannato le predette in solido al risarcimento del danno in favore della parte civile, a cui favore ha liquidato una provvisionale.
La pronuncia di primo grado ha contestualmente dichiarato non doversi procedere nei confronti della S. e della B. in relazione all’imputazione di cui all’art. 640-bis c.p. e ad ulteriori episodi riconducibili al reato di cui all’art. 316-bis c.p. per intervenuta prescrizione ed ha assolto le predette da una ulteriore imputazione di cui all’art. 316-bis c.p., per insussistenza del fatto.
L’accertamento di responsabilità è stato circoscritto alla sottrazione dei beni strumentali acquistati con i finanziamenti ottenuti ed al correlativo mancato pagamento delle rate residue allo scioglimento della società, riguardanti il prestito agevolato concesso, condotta che si è ritenuto integrare la violazione dell’art. 316-bisc.p.
Hanno proposto ricorso per cassazione i difensori della B. e della S., che deducono i seguenti identici motivi, ad eccezione del motivo relativo al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche (sub2.4), proposto solo nell’interesse della B., alla quale sono state negate.
2.1. Violazione della legge penale e vizio della motivazione, in relazione all’applicazione dell’art. 640-bis c.p.
2.2. Mancanza, contraddittorietà e illogicità della motivazione, quanto alla verifica di sussistenza del reato di cui all’art. 316-bis c.p. connesso alla distrazione dei beni strumentali, accertato nel presupposto della natura fittizia dell’attività della CED & Multiservizi s.a.s., conclusione che si contesta.
2.3. Violazione di legge penale e vizio della motivazione, in relazione al mancato riconoscimento della natura sussidiaria del reato di cui all’art. 316-bis c.p. rispetto a quello di cui all’art. 640-bis c.p., essendo i due comportamenti contestati espressione di identica offesa al bene giuridico tutelato.
La difesa della parte civile Invitalia s.p.a. deduce la inammissibilità di tutti i motivi di ricorso.
La difesa di parte civile ed il Procuratore generale hanno depositato memorie con le quali si contrasta la tesi del preteso assorbimento del reato di cui all’art. 316-bisc.p. nell’imputazione di cui all’art. 640-bisc.p. e si ribadisce l’autonomia delle fattispecie contestate.
La questione di diritto che ha generato la rimessione dei ricorsi alle Sezioni Unite è la seguente:
“Se il reato di malversazione in danno dello Stato (art. 316-bis c.p.) concorra con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bisc.p.)”.
Il quesito trova la sua origine nella presenza di due contrapposte interpretazioni delle disposizioni richiamate.
Per la prima, si esclude un rapporto di specialità tra [i] due reati e si ritiene il concorso delle fattispecie (Sez. 2, n. 29512 del 16 giugno 2015, Sicilfert s.r.l., Rv. 264232; Sez. 2, n. 43349 del 27 ottobre 2011, Bonaldi, Rv. 250994; Sez. 6, n. 4313 del 2 dicembre 2003, dep. 2004, Gramegna, Rv. 228655; Sez. 1, n. 4663 del 7 novembre 1998, Saccani, Rv. 211494; Sez. 6, n. 3362 del 15 dicembre 1992, Scotti, Rv. 193155), in ragione della mancanza di identità degli interessi protetti. L’eventuale concomitanza dei due comportamenti, l’uno preso in considerazione dalla truffa, antecedente al conseguimento dei fondi pubblici e riguardante la fase percettiva della provvidenza economica, in cui la previsione del reato è funzionale alla tutela del patrimonio pubblico, l’altro, punito dall’art. 316-bis c.p., successivo a tale momento, riguardante la fase esecutiva del progetto finanziato, limitata a tutelare l’interesse pubblico che l’erogazione intende perseguire, non vale a caratterizzare la prima o la seconda delle due ipotesi delittuose come speciale rispetto all’altra.
Secondo l’opposta interpretazione (Sez. 2, n. 42934 del 18 settembre 2014, Messina, non mass. sul punto; Sez. 6, n. 23063 del 12 maggio 2009, Bilotti, Rv. 244180; Sez. 2, n. 39644 del 9 luglio 2004, Ambrosio, Rv. 230365), non si ritiene dirimente, al fine di individuare gli spazi applicativi delle disposizioni, la considerazione che i diversi momenti di consumazione tra i due reati possano non coincidere, posto che il problema sorgerebbe proprio quando la diversa destinazione dei beni viene impressa allorché l’erogazione venga conseguita con artifizi e raggiri, prospettandosi in tal caso un’ipotesi di concorso apparente di norme.
Sulla base di tale ultima ricostruzione, esclusa la rilevanza, quale discrimine utilizzabile per l’applicazione del principio di specialità, dell’identità di materia o di interesse protetto, si ritiene non corretto sottoporre a sanzione due comportamenti offensivi dello stesso bene, giacché il diverso impiego del finanziamento non sarebbe che una conseguenza naturale del conseguimento dell’erogazione a seguito di artifici o raggiri.
L’esame sulla fondatezza dell’una o dell’altra soluzione interpretativa deve prendere le mosse dalla considerazione dei principi vigenti sul concorso apparente di norme che ricorre ove, attraverso un confronto degli elementi strutturali, più fattispecie risultino applicabili al medesimo fatto, e che è regolamentato dall’art. 15 c.p., secondo cui: «Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito».
7.1. Quanto al primo profilo le Sezioni Unite (sent. n. 26351 del 26 giugno 2002, Fedi, Rv. 221663) hanno posto in evidenza come il danno considerato dall’art. 640-bis c.p. non possa essere circoscritto a quello patrimoniale strettamente inteso, poiché nel caso di erogazioni stanziate è economicamente indifferente l’attribuzione ad uno o ad altro operatore; sicché l’attività truffaldina deve intendersi come volta a tutelare il patrimonio valutato in senso dinamico, comprendente la funzione sociale dell’intervento ed i principi di buona amministrazione.
Analogamente, il richiamo all’intera disposizione di cui all’art. 640 c.p., utilizzato dalla parte descrittiva della nuova disposizione per definirne i contorni caratterizzanti, impone di escludere che questo si riferisca solo alla circostanza aggravante del danno apportato all’ente pubblico di cui al secondo comma, n. 1, dovendosi intendere riferito anche alla fattispecie di cui al primo comma. Ciò rende rilevante, ai fini della consumazione del reato, anche la verificazione di un danno economico nei confronti dell’operatore concorrente, escluso illegittimamente dall’accesso ai fondi, per effetto della falsa rappresentazione della realtà esposta dall’autore del reato.
7.3. Né a diverse conclusioni permette di giungere l’analisi del testo della disposizione di cui all’art. 316-bis c.p., stante l’assoluta indifferenza della fase genetica del credito rispetto alla descrizione normativa. Si vuole in particolare sottolineare che nessun richiamo testuale consente di limitare l’applicazione della disposizione ai soli contributi acquisiti lecitamente, poiché la norma rimanda all’acquisizione del finanziamento, nelle sue varie forme, come fatto storico, prescindendo dalla focalizzazione degli aspetti inerenti alle modalità di ingresso nel patrimonio del destinatario di tali importi, cosicché l’elemento genetico risulta indifferente al fine della configurazione della fattispecie.
7.5. Né possono considerarsi rilevanti, ai fini dell’assorbimento della fattispecie minore in quella più grave, i casi in cui nel concreto il reato si atteggi come naturale prosecuzione della condotta truffaldina, ritenendo possibile l’effetto di assorbimento. Una tale chiave interpretativa trascura l’elemento essenziale dell’istituto del concorso di norme che si fonda sulla comparazione della struttura astratta delle fattispecie, per apprezzare la valutazione implicita di correlazione tra norme ritenuta dal legislatore, non dal loro atteggiarsi concreto, condizione che riguarda il diverso istituto del concorso tra i reati e la valutazione dell’elemento soggettivo al fine di accertare nel concreto la natura autonoma o unica dell’attività ideativa.
7.6. Va da ultimo rimarcato che i due reati si consumano fisiologicamente in tempi diversi – momento percettivo ed attività esecutiva, di natura omissiva istantanea – della condotta finanziata, e che nel caso di specie la condotta qualificata ai sensi dell’art. 316-bis c.p. si è distanziata di parecchi anni rispetto alla percezione delle provvidenze. Tale condizione di fatto, come già valutato da precedenti delle Sezioni Unite (sent. n. 23427 del 9 maggio 2001, Ndiaye, Rv. 218770) è un rilevante indicatore dell’autonomia delle fattispecie, preclusivo di un rapporto di identità tra norme suscettibile di qualificare un concorso apparente.
La conclusione raggiunta sulle fattispecie risulta ulteriormente evidenziata dalla circostanza che il reato di cui all’art. 316-ter c.p., omologo a quello di cui all’art. 640-bis c.p., pur procurando l’identico evento d’indebita percezione dei fondi, è punito in modo più mite di quest’ultima incriminazione, cosicché rispetto a questo la fattispecie di cui all’art. 316-bis c.p., che si realizzerebbe ove gli importi riscossi vengano sottratti alle finalità a cui erano destinati per essi stabilite, non potrebbe ridursi ad un irrilevante post factum non punibile, pena l’irriducibile contraddizione della ricostruzione sistematica.
La violazione del principio di legalità non può essere sostenuta dall’esigenza di evitare l’interpretazione in malam partem, posto che la finalità evocata è superata dall’individuazione dell’autonomia degli interessi tutelati e dalla conseguente necessità che questi trovino riconoscimento. Tale esigenza risulta ancora più cogente dalla considerazione in entrambe le fattispecie della possibile provenienza comunitaria dei fondi: circostanza, questa, che impone di non ignorare il costante richiamo della Corte di giustizia U.E. all’effettività di tutela che l’ordinamento degli Stati nazionali deve garantire agli interessi comunitari.
Il quesito sottoposto all’attenzione delle Sezioni Unite deve quindi essere risolto nel senso seguente:
“Il reato di malversazione in danno dello Stato (art. 316-bis c.p.) concorre con quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640-bis c.p.)”.
Passando all’analisi degli ulteriori motivi di ricorso proposti si deve escludere l’ammissibilità della deduzione inerente alla mancanza di elementi caratterizzanti l’ipotesi di truffa, poiché la declaratoria di prescrizione del reato impone una modifica della pronuncia sul punto solo nell’ipotesi dell’emergere di risultanze che dimostrino la presenza di condizioni che impongono il proscioglimento, secondo quanto espressamente previsto dall’art. 129, comma 2, c.p.p.: ipotesi, questa, esclusa con argomentazioni adeguate e logiche, perciò incensurabili, dalle pronunce di merito.
Anche per la contestazione riguardante la sussistenza del reato di cui all’art. 316-bisc.p. connesso alla distrazione dei beni strumentali, risulta dirimente rilevare che tutte le deduzioni contenute nell’atto di impugnazione non si rapportano con le risultanze specificamente evidenziate dai giudici di merito, ma sottolineano aspetti di fatto che, anche ove dimostrati, risulterebbero inidonei a porre nel nulla le circostanze poste a logico fondamento dell’accertamento di responsabilità. Né l’esame della norma sulla base della quale è stato erogato il finanziamento evidenzia la non imperatività del carattere della novità dell’attività beneficiata, in quanto tale presupposto costituisce, sulla base del testo del d.lgs. 21 aprile 2000, n. 185, la condizione legittimante l’erogazione espressa dall’art. 1 ove prevede: «Le disposizioni del presente titolo sono dirette a favorire l’ampliamento della base produttiva e occupazionale nonché lo sviluppo di una nuova imprenditorialità»: novumche non è dato riscontrare nell’ipotesi di costituzione di una società paravento, quale quella accertata nella specie.
Estranee all’ambito valutativo rimesso al giudizio di legittimità risultano le censure formulate con riferimento al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche in favore della B., nonché alla sottoposizione alla condizione del pagamento della provvisionale in favore della parte civile della sospensione concessa, e al mancato riconoscimento della non menzione della condanna, riguardanti entrambe le ricorrenti.
Al rigetto dei ricorsi consegue la condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese di rappresentanza della parte civile Invitalia s.p.a. in questo grado, liquidate nella misura indicata in dispositivo.