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Timestamp: 2020-08-09 17:41:11+00:00
Document Index: 179861102

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 434', 'art. 111', 'art. 2087', 'art. 112', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 434', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 395', 'art. 360', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 18808 del 12/07/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18808 del 12/07/2019
Cassazione civile sez. lav., 12/07/2019, (ud. 30/01/2019, dep. 12/07/2019), n.18808
sul ricorso 24526/2017 proposto da:
COMUNE DI (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DEI
COLLI PORTUENSI 536, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA LUISA
REVELLI, rappresentato e difeso dall’avvocato GINO AMBROSINI;
F.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UGO
BARTOLOMEI 23, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO CARUSO,
rappresentata e difesa dagli avvocati SONJA SIRACUSA, GIUSEPPE
ricorrente incidentale avverso la sentenza n. 809/2017 della CORTE
D’APPELLO di MILANO, depositata il 24/07/2017 R.G.N. 1227/2014;
30/01/2019 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’;
MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per accoglimento del quinto
motivo, rigetto del resto, rigetto del ricorso incidentale;
udito l’Avvocato GINO AMBROSINI.
1. La Corte di Appello di Milano, riformando parzialmente la pronuncia del Tribunale di Sondrio, ha accolto, oltre all’impugnativa di licenziamento e quanto ad essa consequenziale, la ulteriore domanda di risarcimento a titolo di danno cagionato da comportamenti persecutori sul luogo di lavoro (mobbing) proposta da F.I. nei confronti del Comune di (OMISSIS).
2. Avverso la sentenza il Comune di (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione con sei motivi, resistiti da controricorso, contenente anche ricorso incidentale, della F..
1. I primi quattro motivi di ricorso addotti dal Comune di (OMISSIS) contengono censure di vario tenore rispetto al mancato accoglimento dell’eccezione di inammissibilità dell’appello formulata dall’ente in secondo grado, assumendosi la violazione da parte della Corte territoriale (art. 360 c.p.c., n. 3) dell’art. 434 c.p.c., comma 1, nn. 1 e 2, per inosservanza dei criteri di proposizione del gravame (primo motivo) e dell’art. 111 Cost. (giusto processo), per contrasto dell’atto di appello con i principi di sinteticità e chiarezza imposti dalla norma costituzionale (secondo motivo), nonchè ancora con gli artt. 342 e 434 c.p.c., per assenza di censure formulate rispetto alla mancata affermazione di responsabilità ex art. 2087 c.c. (quarto motivo) ed infine sostenendosi (terzo motivo) la violazione dell’art. 112 c.p.c., per essersi la Corte distrettuale pronunciata sulla questione di ammissibilità solo in relazione al primo motivo di appello e non rispetto ai restanti motivi da due a nove.
1.3 E’ poi palese (secondo motivo di ricorso), dal tenore della sentenza impugnata, ma anche da quanto esposto con il ricorso per cassazione, che la Corte territoriale in sostanza ha accolto il quarto ed ottavo motivo di appello (come si desume dal fatto che essa ha svolto un riesame, in senso favorevole all’appellante, delle prove orali e documentali di cui in essi si tratta), del quinto e sesto motivo (in cui si lamentava anche dal punto di vista giuridico – il mancato riconoscimento del mobbing) e del primo motivo (in cui si richiamavano le valutazioni del c.t.u., poi utilizzate dalla Corte d’Appello per motivare sul nesso causale e sulla quantificazione del danno). Mentre d’altra parte, a fronte di quanto appena riepilogato, è irrilevante il fatto che l’appellante potesse avere richiamato o meno l’art. 2087 c.c., in quanto la doglianza sul mancato riconoscimento del mobbing c’era ed il richiamo delle norme in ipotesi violate non è necessario, in quanto l’art. 434 c.p.c., n. 2, fa riferimento all’indicazione “delle circostanze da cui deriva la violazione della legge”, ma non in senso stretto delle norme, notoriamente rientranti nell’ambito della diretta valutazione giudiziale (iura novit curia).
2.2 La Corte milanese, pur muovendo dal presupposto giuridico per cui a configurare un danno ex art. 2087 c.c., derivante dai comportamenti tenuti dal datore in ambito lavorativo non sarebbe necessario il dolo, pone poi a fondamento dell’accoglimento in parte qua della domanda l’individuazione di una “serie di condotte vessatorie” che essa desume dall’istruttoria documentale e orale acquisita in causa. L’affermazione sul dolo non è necessariamente errata, essendo pacifico che, seppure ciò non integri la fattispecie tipicamente intenzionale del mobbing, anche inadempimenti colposi ad obblighi datoriali che influiscano dannosamente sull’ambito psichico dei lavoratori possano integrare la responsabilità ex art. 2087 c.c. (Cass. 20 giugno 2018, n. 16256; Cass. 20 aprile 2018, n. 9901). Tuttavia, nel caso di specie, quell’affermazione è in realtà ininfluente, atteso che il riconoscimento di comportamenti qualificati come “vessatori” ha il significato di comportamenti destinati ad opprimere deliberatamente l’altrui persona, il che integra di per sè l’individuazione di un palese coefficiente intenzionale.
3.2 La Corte d’Appello ha ritenuto, richiamando la c.t.u., che il danno totale abbia avuto la durata di 44 mesi (1320 giorni) che poi corrispondono al periodo dall’agosto 2009 al marzo 2013, sicchè è del tutto logico, con soli dati matematici e di calendario, che essa abbia poi ritenuto, muovendo ancora dal richiamo ai risultati della c.t.u., di dover detrarre i 345 giorni di invalidità assoluta da quei 1320, residuando così 975 giorni di parziale.
Pertanto la censura mossa ai sensi degli artt. 115 e 116 c.p.c., non coglie nel segno ed è mal posta, in quanto delle due l’una: o si assume che la Corte abbia erroneamente percepito il dato di durata dell’invalidità complessiva quale risultante dalla c.t.u. e da essa espressamente richiamato ed allora si tratterebbe di errore nell’acquisizione di un dato processuale incontroverso tra le parti, da far valere con azione revocatoria ex art. 395 c.p.c., n. 4, e non con ricorso per cassazione; oppure si ritiene che sussista un vizio motivazionale nell’apprezzamento della durata dell’invalidità, la cui deduzione potrebbe essere ammessa – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – solo sub specie di omessa considerazione di un fatto decisivo, controverso tra le parti e oggetto di dibattito, ma tale certamente non è il risultato peritale, visto che non solo la ricorrente, ma anche la Corte pone a base del proprio ragionamento il predetto dato, che quindi è da aversi per esaminato nella sentenza impugnata, sicchè non è in questo senso (l’unico possibile rispetto a meri errori di valutazione motivazionale) che può efficacemente intendersi la censura dispiegata.
L’evidente minor impegno defensionale e la minore incidenza sotto il profilo del valore che caratterizzano il ricorso incidentale impongono di valutare più gravemente la soccombenza del Comune, che dunque va condannato alla rifusione delle spese in favore della controparte, salva la compensazione, nella misura di quarto, in ragione della reiezione del motivo addotto dalla F..