Source: https://www.laleggepertutti.it/141990_coltivazione-marijuana-quando-la-piantina-diventa-reato
Timestamp: 2018-11-18 17:31:33+00:00
Document Index: 59129583

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 624']

Coltivazione marijuana: quando la piantina diventa reato?
La coltivazione domestica di piantine di droga resta reato, ma a partire da quale momento la marijuana diventa illegale?
Piantare un seme di marijuana non crea certo pericolo per la salute pubblica, così un germoglio non si può certo dire che possa “sballare”; la piantina sì, forse. Quando si tratta di piante di marijuana, coltivate sul terrazzo o sul giardino di casa, c’è ancora tanta incertezza: quando scatta il reato di coltivazione di droghe? I giudici si sono dimostrati, sino ad oggi, divisi e, su tali perplessità, tenta oggi la Cassazione di porre rimedio [1], sanando un contrasto che va avanti da anni.
Quando la piantina diventa droga?
Il punto è stabilire in che momento la piantina di marijuana può considerarsi ormai droga a tutti gli effetti e, quindi, illegale. La questione è stata interpretata, sino ad oggi, in due modi diversi:
secondo alcuni, la coltivazione di droga è sempre pericolosa per il solo fatto che la pianta corrisponda al tipo botanico previsto dalla legge; essa, cioè, si presume coltivata per produrre la droga e, quindi, deve ritenersi sempre illegale, sin dal primo germoglio;
secondo altri invece è necessario che la pianta sia cresciuta a un livello tale che possa considerarsi capace di produrre sostanza psicotropa; questo però richiede una valutazione caso per caso, non potendosi dire in astratto dopo quanti giorni o mesi dalla coltivazione la pianta di marijuana è illegale.
Con quest’ultima sentenza la Cassazione si conforma al primo e più rigoroso orientamento, ritenendo che sia reato qualsiasi attività volta alla coltivazione di piante da cui sono – anche solo potenzialmente (e non “in atto”) – estraibili sostanze psicotrope, anche quando finalizzata al consumo personale del coltivatore.
L’unica eccezione a quanto appena detto va considerata solo nell’ipotesi (invero residuale) in cui «la sostanza ricavata o ricavabile risulti priva della capacità ad esercitare, anche in misura minima, effetto psicotropo.
I giudici hanno peraltro ritenuto che non sia incostituzionale e discriminatorio non punire penalmente il consumatore di droga che venga trovato con sostanza sufficiente solo all’uso personale e, invece, dall’altro lato, prevedere il reato per il coltivatore della medesima droga che curi una piantina sufficiente solo all’uso personale e non allo spaccio.
[1] Cass. sent. n. 51416/16 del 2.12.2016.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 15 dicembre 2015 – 2 dicembre 2016, n. 51416
Presidente Franco – Relatore Grillo
1.2 Avverso la detta sentenza propone ricorso a mezzo del proprio difensore di fiducia l’imputato deducendo due motivi. Con il prima lamenta erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione per carenza e manifesta illogicità per avere la Corte omesso di verificare l’offensività della condotta ed in particolare l’efficacia drogante della marijuana coltivata, in controtendenza rispetto all’orientamento giurisprudenziale più recente di questa Corte Suprema che fa obbligo al giudice di merito di accertare nella ipotesi della cd. “coltivazione domestica” di marijuana la portata offensiva della droga. Con il secondo motivo lamenta vizio di motivazione per avere la Corte di merito omesso di argomentare in ordine alla richiesta di sostituzione della pena detentiva nella corrispondente sanzione pecuniaria ex art. 53 della L. 689/81 formulata con l’atto di appello.
l-Il ricorso è parzialmente fondato e per motivi in parte diversi da quelli prospettati dalla difesa del ricorrente.
2-Con riferimento al dedotto motivo della inosservanza della legge penale e contestuale vizio di motivazione, rileva il Collegio che le censure – peraltro formulate in modo approssimativo nell’atto di appello in realtà incentrato sul tema della differenza tra coltivazione cd. “tecnico-agraria” e coltivazione che tale non è – sono in ogni caso infondate.
2.1 Di recente questa Corte ha avuto modo di precisare a proposito della coltivazione di marijuana e della offensività della condotta che, ai fini della sua punibilità laddove la coltivazione di piante preveda l’estraibilità di sostanze stupefacenti, l’offensività della condotta “consiste nella sua idoneità a produrre la sostanza per il consumo, sicché non rileva la quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, ma la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente” (v. Sez. 4^ 27.10.2015 n. 44136, Cinus, Rv. 264910; conforme sez. 6^ 15.3.2013 n. 22459, Cangemi, Rv. 255732 nella quale si è affermato che non assume rilevanza la quantità di principio attivo ricavabile nella immediatezza, ma la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente; v. anche più di recente ed in senso conforme Sez. 3^ 23.2.2016 n. 23881, Damioli, Rv. 267382 depositata nelle more della stesura della presente motivazione, nella quale, muovendo dalle premesse ora citate, si è pervenuti alla conclusione che l’offensività può essere esclusa soltanto nella residuale ipotesi in cui la sostanza ricavata o ricavabile risulti priva della capacità ad esercitare, anche in misura minima, effetto psicotropo).
2.3 Deve così essere ribadito il principio di diritto secondo il quale “Costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività non autorizzata di coltivazione di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, anche quando sia realizzata per la destinazione del prodotto ad uso personale” (v. Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia, Rv. 239920 e successive conformi).
3-La decisione in esame va tuttavia annullata in punto di trattamento sanzionatorio. Vero è che la Corte di Salerno si è pronunciata dopo la sentenza n. 32/2014 e dopo l’approvazione della L. 10/2014 che ha modificato la struttura dell’art. 73/5 del D.P.R. 309/90, trasformando in fattispecie autonoma di reato la circostanza attenuante speciale del fatto di lieve entità a suo tempo riconosciuta dal primo giudice e ribadita dalla Corte di Appello. Ma la sentenza impugnata risulta emessa prima dell’entrata in vigore della L. n. 79 del 2014, che ha implementato il mite trattamento sanzionatorio già previsto dalla L. 10/14, modificando in senso ancor più favorevole all’imputato le pene edittali. In ossequio, quindi, al principio generale di obbligatoria applicazione della lex mitior ai sensi dell’art. 2, quarto comma, cod. pen., è necessario che il giudice di appello in sede di rinvio proceda a nuova determinazione della pena da infliggere al M..
4-Ma con riguardo al trattamento sanzionatorio è fondato anche il motivo specifico – che, in relazione a quanto dianzi osservato, assume una ancor più pregnante rilevanza – relativo alla omessa motivazione da parte della Corte territoriale in ordine alla richiesta di sostituzione della pena detentiva ai sensi dell’art. 53 della L. 689/81 formulata con l’atto di appello ed alla quale la Corte distrettuale non ha fornito alcuna risposta: omissione ancor più censurabile proprio in relazione al ridimensionamento della pena che avrebbe potuto giustificare in via astratta l’applicazione della norma invocata dalla difesa.
5-Pertanto il Giudice di rinvio, nel rimodulare, ove ne ricorrano le condizioni, il trattamento sanzionatorio, dovrà anche verificare l’applicabilità in concreto della sostituzione della pena detentiva con altra misura corrispondente, rientrando anche tale profilo nell’ambito del trattamento sanzionatorio complessivo.
6-Nel resto il ricorso va rigettato, riconfermandosi l’irrevocabilità della sentenza in punto di conferma della penale responsabilità ai sensi dell’art. 624 cod. proc. pen.