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Timestamp: 2019-09-16 06:08:15+00:00
Document Index: 19715839

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Fatto illecito del minore: genitori responsabili se non danno prova contraria Cassazione civile , sez. III, sentenza 25.09.2012 n° 16265 (Consumatori e risarcimenti) - GuideLegali.it
Cassazione civile , sez. III, sentenza 25.09.2012 n° 16265
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I genitori rispondono del fatto illecito del figlio minore se non danno la prova liberatoria della loro responsabilità prevista dall’ultimo comma dell’art. 2048 c.c. (Nel caso di specie, il Tribunale di Marsala accertava la responsabilità esclusiva del motociclista tredicenne che investiva parte lesa, procurandogli lesioni, e condannava il genitore a risarcire i danni, liquidati in lire 27.430.000, oltre interessi e rivalutazione, quale genitore esercente la patria potestà sul giovane. Questi eccepiva che il minore stesso aveva ammesso di aver sottratto il motorino senza chiedere il consenso al genitore, ma senza dare alcuna prova liberatoria di non aver potuto impedire il fatto; dunque la Corte lo condannava e ribadiva che l'apprensione furtiva del veicolo già di per sé non esonera dalla propria responsabilità nemmeno il proprietario del veicolo.)
Sentenza 28 giugno – 25 settembre 2012, n. 16265
(Presidente Trifone – Relatore Petti)
4. Con sentenza del 4 dicembre 2008 la Corte di appello di Palermo ha dichiarato inammissibile l'appello del P. compensando le spese del grado tra le parti e ponendo le spese della nuova CTU in parti eguali a carico delle parti in lite.
Nel PRIMO MOTIVO si deduce nullità della sentenza o del procedimento, come error in procedendo e in iudicando, in relazione agli artt. 100, 102, 112, 331 e 339 c.p.c. nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto che l'appello era stato proposto da P.G., carente della legittimazione attiva. Si deduce, nel corpo del motivo, che il P. era stato condannato in proprio ai sensi dello art. 2048 c.c. quale genitore di un minore responsabile dello incidente. Quesito in termini a ff.17.
Nel SECONDO MOTIVO si deduce ancora la nullità della sentenza o del procedimento, come error in procedendo e in iudicando, in relazione agli artt. 112, 161, 329 c.p.c. nella parte in cui la Corte si è pronunciata su un asserito vizio della sentenza - ultrapetizione in relazione alla domanda di cui allo art. 2048 c.c. - che non aveva costituito oggetto di gravame delle parti. Quesito in termini a pag 18.
Nel TERZO MOTIVO si deduce il vizio della motivazione, omessa, insufficiente e contraddittoria su fatto controverso e decisivo, sostenendosi che la sentenza di appello si fonda sull'erroneo presupposto che il P. aveva proposto la impugnazione nella qualità di genitore e non in proprio, come invece si deduce dalla condanna in primo grado.
Nel SETTIMO MOTIVO si deduce error in procedendo e in iudicando, in relazione agli artt. 100, 102, 112, 331 e 339 c.p.c. nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto inammissibile l'appello proposto contro i genitori di P., M.F. e R.M. La tesi, svolta nel quesito a ff 32 e 33, è che l'appello era invece ammissibile in quanto i genitori sono soggetti beneficiari in proprio della condanna del convenuto al risarcimento dei danni.
Nell'OTTAVO MOTIVO si deduce error in procedendo e in iudicando in relazione agli artt. 112, 161, 329 c.p.c. nella parte in cui la Corte di appello ha interpretato la domanda di primo grado in senso differente da quella attribuitole dal tribunale, e cioè della inesistenza di una domanda in favore dei genitori M. Quesito in termini a ff 34.
Nell'UNDICESIMO MOTIVO si deduce error in procedendo e in iudicando in relazione allo art. 164 c.p.c. nel testo ante riforma del 1990, nella parte in cui la Corte di appello ha rilevato di ufficio una asserita nullità della citazione di appello, nonostante la costituzione in giudizio degli appellati. Quesito in termini a ff. 39.
Nel DODICESIMO MOTIVO si deduce error in procedendo e in iudicando, sempre in relazione dell'art. 164 c.p.c. ante riforma, nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto causa di nullità della citazione in appello la errata indicazione dei genitori quali rappresentanti legali, anche se tale indicazione non aveva causato incertezza nella individuazione della parte. Quesito in termini a ff. 40.
Nel TREDICESIMO MOTIVO si deduce error in procedendo e in iudicando in relazione agli artt. 182 e 350 c.p.c. nella parte in cui prevedono che laddove il giudice rilevi un vizio di rappresentanza o nella costituzione dell'appellante o dello appellato, debba assegnare un termine per la integrazione della costituzione. QUESITO in termini a ff 41.
Nel SEDICESIMO MOTIVO si deduce in vizio della motivazione su punto decisivo nella parte in cui la Corte non ha precisato se l'errore del P. fosse da considerare incolpevole.
Il Procuratore generale ha concluso chiedendo lo accoglimento del ricorso per quanto di ragione in ordine al primo ed al secondo motivo sull'esatto rilievo che il P. nel processo di appello era intervenuto sia nella qualità di genitore esercente la patria potestà sul minore Sergio ormai maggiorenne, sia in relazione alla condanna in proprio per la responsabilità ai sensi dell'art. 2048 del codice civile, come emerge dalla statuizione della sentenza di primo grado. Essendo denunciato un error in procedendo è doveroso lo accesso agli atti e dall'esame del dispositivo emerge che P.G., genitore del minore S., è condannato a pagare agli attori, a titolo di risarcimento danni, la somma di etc. Nella parte motiva della sentenza, a ff 7, il tribunale considera la irrilevanza della ammissione resa dal minore S. circa la sottrazione del motorino senza chiedere il consenso al genitore, rilevando invece la mancanza della prova liberatoria da parte del genitore, ribadendosi che la apprensione furtiva del veicolo non esonera di per sé dalla propria responsabilità nemmeno il proprietario.
La Corte di appello doveva invece considerare che, nella veste di parte lesa in appello, S.P. doveva costituirsi in proprio, e che il padre G., costituendosi in proprio non rappresentava il minore ma tutelava la sua posizione in relazione alla statuizione di condanna del tribunale, che lo colpiva direttamente. PER QUESTA PARTE il primo motivo del ricorso appare fondato, ma non risulta esaustivo rispetto alla posizione assunta dal P.G. nei confronti dei genitori di M.P., pur sapendo che costui al tempo della proposizione dello appello era divenuto maggiorenne, come era possibile constatare dagli atti di causa. Il P. ha infatti proposto l'appello, nello interesse proprio e non del figlio S. ma nei confronti di un soggetto passivo erroneamente identificato, i genitori di M.P. e non nei confronti del medesimo ormai maggiorenne. Per questa seconda parte l'atto di appello è nullo per la errata identificazione del soggetto passivo della vocativo in ius ai sensi dello art. 164 primo comma c.p.c. nel testo previgente alla novellazione del 1990, posto che la citazione è del 9 settembre 1989. Peraltro gli appellati si sono a loro volta costituiti, in giudizio pur essendo ormai privi del potere di rappresentanza del figlio P.
Ritiene la Corte che possa essere corretta la motivazione data dalla Corte di appello alla luce dei principi indicati dalle SU 28 luglio 1995, che ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata, ritenendo, per i giudizi introdotti anteriormente al 30 aprile 1995, che il processo non potesse essere proseguito nei confronti di una delle parti, divenuta maggiorenne nel corso del giudizio di primo grado, senza che tale evento fosse stato dichiarato o notificato dal procuratore costituito, essendo stato lo atto di appello notificato ai suoi genitori nella qualità di esercenti la potestà. La correzione è nel senso che la inammissibilità dell'appello deriva dalla seconda causa di invalidità della vocativo in ius nei confronti di un soggetto diverso da quello effettivamente legittimato, essendo l'evento della maggiore età conoscibile secondo i criteri di normale diligenza. In conclusione e con riferimento al primo ed al secondo motivo del ricorso proposto congiuntamente dal P.G. e P.S., nato il (OMISSIS), si osserva che gli stessi risultano infondati proprio in relazione alla discrasia tra il primo quesito proposto nel primo motivo dal P.G., che nella statuizione del primo grado era stato condannato in relazione allo illecito posto in essere dal minore che rappresentava e per non aver dato prova della esimente della responsabilità ai sensi dell'art. 2048, e dunque avrebbe dovuto avere come contraddittore il proprio figlio ormai maggiorenne, una volta dedotto il concorso di colpa nel fatto dannoso; discrasia ancora maggiore nel secondo quesito del secondo motivo, posto che nessuna ultrapetizione ha compiuto la Corte di appello nel verificare di ufficio la regolarità della costituzione delle parti.
Avv. Barbara Tassinari
Studio Legale Avv. Barbara Tassinari - Santarcangelo di Romagna, RN
L'Avv. Barbara Tassinari, laureatasi con 110/110 Lode nel 1989 presso l'Università degli Studi di Bologna, si occupa prevalentemente di diritto civile. Tratta controversie giudiziali e stragiudiziali...
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