Source: https://studiolegaleminuti.it/author/massimominuti/
Timestamp: 2018-12-16 04:36:20+00:00
Document Index: 40056247

Matched Legal Cases: ['art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 158', 'art. 605', 'art. 630', 'art. 289', 'art. 56', 'art. 50', 'art. 572', 'sentenza ', 'art. 1803', 'art. 1809', 'art. 1810', 'art. 1810', 'sentenza ', 'art.1810', 'art. 1809', 'art.1809', 'art. 892', 'art. 892', 'sentenza ', 'art. 892', 'art. 893', 'art. 892', 'art. 894', 'art. 892', 'art. 895', 'art. 896', 'art. 894', 'art.1218', 'art.2043', 'sentenza ', 'art. 317', 'art. 346', 'art. 318', 'art. 318', 'art. 319', 'art. 320', 'sentenza ', 'art. 318', 'sentenza ', 'art 318', 'sentenza ']

massimominuti, Autore presso Studio Legale Minuti
Autore: massimominuti
Posted on 13 dicembre 2018 | by massimominuti
Ai sensi dell’art. 600 ter c.p., comma 1: “È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:
recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto.”
Un sacerdote viene condannato per il reato di pornografia minorile continuata, perché, utilizzando minori di anni 18, aveva realizzato e prodotto materiale pornografico, o comunque aveva indotto minori di anni 18 a partecipare ad esibizioni pornografiche, con le aggravanti di aver commesso i fatti in danno di minori e con l’abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto.
Il ricorso per cassazione proposto dai difensori dell’imputato, lamenta la non corretta applicazione dell’art. 600-ter c.p: poiché le foto rinvenute sul computer dell’imputato non erano destinate alla pubblica fruizione, ma erano state conservate per il solo soddisfacimento dei propri istinti sessuali non può ritenersi integrato il reato punito dal citato articolo. Essendo necessaria la potenziale diffusione del materiale per la configurabilità del reato in questione, sarebbe stato necessario accertare se il comportamento dell’autore del reato fosse stato idoneo a creare un fenomeno diffusivo o fosse limitato a costituire il malsano hobby di un singolo individuo.
L’assunto difensivo si basa sulla costante interpretazione giurisprudenziale della norma di cui all’art. 600-ter, introdotta ad opera della legge 3 agosto 1998 n. 269, per la quale era necessario l’accertamento del pericolo della diffusione del materiale pedopornografico.
Caposaldo di tale orientamento è la sentenza della Cassazione, Sezioni unite, del 31 maggio 2000, n. 13, con la quale gli Ermellini avevano ritenuto che l’art. 600-ter c.p. integrasse un reato di pericolo concreto, e che dunque lo stesso fosse sussistente allorché la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto. In quella occasione la massima ufficiale recitava: “Poiché il delitto di pornografia minorile di cui al comma 1 dell’art. 600 ter c.p. – mediante il quale l’ordinamento appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore, reprimendo quei comportamenti prodromici che, anche se non necessariamente a fine di lucro, ne mettono a repentaglio il libero sviluppo personale con la mercificazione del suo corpo e l’immissione nel circuito perverso della pedofilia – ha natura di reato di pericolo concreto, la condotta di chi impieghi uno o più minori per produrre spettacoli o materiali pornografici è punibile, salvo l’ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto”.
E’ solo in tempi recentissimi che inizia a farsi strada l’idea che, non solo non sia richiesto il pericolo di diffusione, ma che i reati di pedopornografia, nel colpire comportamenti anche prodromici, siano ascrivibili alla categoria dei reati di danno e non di pericolo.
La sezione assegnataria del ricorso, ha ritenuto, con ordinanza del 30 novembre 2017, depositata il 25 febbraio 2018, che fosse indispensabile un intervento delle Sezioni Unite per vedere affrontata la questione: “Se, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter, comma 1, n. 1, c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, sia ancora necessario, stante la formulazione introdotta dalla Legge 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale, come richiesto dalla sentenza a Sezioni unite 31/5/2000 (dep. 5/7/2000), n. 13, confermata dalla giurisprudenza anche dopo la modifica normativa citata”
Le Sezioni Unite, dopo avere operato una ricostruzione dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale, hanno ritenuto che l’interpretazione proposta dall’orientamento largamente dominante, nel senso della necessità del requisito del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico, dovesse ritenersi superata dall’evoluzione normativa e tecnologica.
La sentenza del 2000 rispondeva all’esigenza di evitare di trattare con eccessivo rigore sanzionatorio situazioni oggettivamente diverse: quando la produzione del materiale pedopornografico era destinata ad una fruizione meramente privata, da parte dello stesso soggetto che aveva realizzato il materiale, erano ricondotti all’ambito di applicazione dell’art. 600 quater c.p. ,meno rigoroso sul piano sanzionatorio.
In conclusione : il requisito del pericolo concreto di diffusione del materiale era un criterio interpretativo nel 2000, ma oggi è anacronistico; pertanto la sentenza della Cassazione Penale, Sezioni Unite, 15 novembre 2018 n. 51815 nell’esaminare la definizione di “pornografia minorile” come fatto riferito ad ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali, osserva l’irrilevanza del pericolo di diffusione ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 600 ter c.p.
Tale chiave di lettura diviene così maggiormente coerente con il dato letterale e meglio si armonizza con il successivo art. 600 quater c.p. Entrambe le fattispecie si riferiscono , infatti, al materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto, ma la prima delle due incrimina la produzione di detto materiale equiparandola alla realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici (comma 1, n. 1), mentre la seconda incrimina il procurarsi o detenere il materiale in questione.
In conclusione, le Sezioni Unite modificando l’orientamento espresso nel 2000, si esprimono oggi con il seguente principio di diritto: “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter, comma 1, n. 1), c.p., con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, …omissis…, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.
Alla luce di quanto vergato dalle Sezioni Unite, appare evidente la stringente necessità di tutelarsi in caso di ricevimento “involontario” di materiale pedopornografico; il consiglio è quello di segnalare il fatto alla Hotline “Stop-It” di Save the Children come indicato dalle Linee di Orientamento per la prevenzione e il contrasto del Cyberbullismo del Miur; tali segnalazioni sono poi trasmesse al Centro Nazionale per il Contrasto alla pedopornografia su Internet, istituito presso la Polizia Postale e delle Comunicazioni.
Quindi nel caso in cui si ricevano messaggi di posta elettronica contenenti immagini pedo-pornografiche o allusioni all’adescamento di minori è importante non cancellare l’e-mail, contattare con urgenza gli uffici della Polizia Postale e delle Comunicazioni della propria provincia, preferibilmente per telefono in modo da consentire agli operatori di svolgere accertamenti in tempo reale, solo dopo il benestare della Polizia Postale cancellare l’e-mail ; se per altri motivi bisogna necessariamente cancellare l’e-mail, prima di procedere alla sua rimozione è bene salvare il testo, l’eventuale allegato e l’header (intestazione) del messaggio di posta elettronica su un supporto esterno.
Posted on 16 novembre 2018 | by massimominuti
A tutti può capitare d’imbattersi in un parcheggio “incivile” che blocca il transito della nostra autovettura, ostruendone il passaggio. Altre volte , per contro, anche ad una persona educata può capitare una situazione d’emergenza. Un conto se la cosa è di estrema transitorietà, con le scuse del caso, ben altra cosa se il comportamento è persistente, intrinsecamente provocatorio!
Il c.d. “parcheggio pirata” infatti non solo è contrario alle buone regole di convivenza sociale, ma può costituire reato.
L’ordinamento giuridico punisce il fatto tramite il reato di “violenza privata“, disciplinato dall’articolo 610 c.p. che sanziona colui il quale, mediante violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Secondo costante Giurisprudenza, infatti, il parcheggio selvaggio può integrare il reato in questione, in quanto idoneo ad impedire l’altrui libertà morale o di autodeterminazione, costringendo le vittime a tollerare parcheggi mal eseguiti.
La Corte di Cassazione ha enucleato alcune condotte tipiche, accomunate dall’esercitare una coazione sulla persona offesa, la quale per effetto di tale incisione della sua libertà di autodeterminazione, è posta nelle condizioni di subire una situazione non corrispondente al proprio volere.
Sentenza 16571/2006 della Suprema Corte: integra la violenza privata il parcheggio irregolare in area condominiale. La Corte ha infatti sanzionato la condotta intenzionale “dell’imputato di mantenere il proprio veicolo – già parcheggiato irregolarmente in un’area condominiale alla quale non aveva diritto di accedere (“condominio a lui estraneo”) – in modo tale da impedire alla persona offesa ( un condomino) di transitare con il proprio veicolo rifiutando reiteratamente di liberare l’accesso, pretendendo “con evidente protervia ed arroganza” che la persona offesa attendesse le altrui necessità”.
Sentenza 8425/2013 della Cassazione: ha statuito che “integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa”
Sentenza n. 48346/2015 Cassazione V sezione penale: ha stabilito che commette il reato di violenza privata chi blocca un’altra auto con la propria, parcheggiando l’auto in modo tale da ostruire l’unica possibilità di passaggio ad altra autovettura , che deve entrare od uscire da casa o dal parcheggio di sua proprietà.
A) anche il parcheggio troppo vicino a un’altra auto può configurare il reato di violenza privata. La Corte di Cassazione, infatti , con sentenza n. 53978/2017 Sez. V, ha ritenuto colpevole il conducente che : “posizionandosi con la propria autovettura a pochi centimetri dello sportello lato autista dell’autovettura della persona offesa ( che per la presenza di autovetture parcheggiate avanti e dietro, non aveva alcuna possibilità di manovra ) ha costretto la stessa a scendere dal proprio mezzo dalla porta del passeggero, per affrontarlo in una discussione (allo scopo di ottenere lo spostamento del mezzo) ; quindi con tale condotta il ricorrente ha pesantemente condizionato la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa.”
B) il parcheggio nello spazio riservato ai disabili, non solo è incivile e costituisce violazione dell’art. 158, comma 2, Codice della strada, ma fa scattare il reato di violenza privata qualora il detto spazio sia espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute. La Suprema Corte infatti con Sentenza n.17794/ 2017 sez. V ha così stabilito : “l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà ma aveva parcheggiato l’autovettura la mattina lasciandovela fino alla notte e quindi impedendo al disabile, a cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare il veicolo anche al suo ritorno
Posted on 29 agosto 2018 | by massimominuti
Ai sensi del primo comma dell’art. 605 c.p.: “Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.”
Si tratta di reato permanente posto a tutela della libertà di movimento e di spostamento.
Un consolidato orientamento della Suprema Corte (Sez. V 12 maggio 1980 , n. 5907 e Sez. I, 4 maggio 2009, n. 18186) individua l’elemento oggettivo del reato nella privazione della libertà personale che si traduce nella libertà di locomozione. Non è necessario che la privazione sia totale, ma è sufficiente che la persona offesa venga privata della libertà personale per un tempo apprezzabile e che non sia in grado di recuperare la piena libertà con immediatezza, agevolmente e senza rischi, a prescindere dalla durata del sequestro: ex articolo 605 c.p., infatti, non è previsto alcun aspetto temporale della condotta penalmente rilevante (si noti che Cassazione 19548/2013, ha individuato la fattispecie anche in quei pochi attimi durante i quali il reo costringe la vittima a salire a bordo dell’auto sotto la minaccia di un’arma.)
Il reato è a condotta libera: può realizzarsi sia mediante azione (violenza, minaccia, inganno, ecc…) che mediante omissione (configurabile quando il soggetto passivo si trovi rinchiuso per cause estranee al soggetto attivo e questi, ometta un obbligo giuridico di intervento).
Il titolare del bene giuridico offeso può essere qualsiasi soggetto, ma si prevede l’applicazione di circostanze aggravanti specifiche qualora esso sia un ascendente, un discendente o il coniuge, o qualora il soggetto agente sia un pubblico ufficiale, se il fatto è commesso con abuso dei poteri. Qualora il reato sia perpetrato ai danni di un minore “si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni. Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena dell’ergastolo” .
Per quanto riguarda l’elemento soggettivo la norma richiede il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di privare il soggetto passivo della libertà personale.
Non hanno rilievo i fini, salvo che siano quelli di terrorismo o eversione, perché in questi casi sussistono specifici reati. Il sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.) e quello a scopo di terrorismo o di eversione (art. 289-bis c.p.) presentano infatti lo stesso elemento oggettivo del sequestro di persona semplice (la privazione della libertà personale), ma si differenziano per l’elemento soggettivo costituito dal dolo specifico, ovvero rispettivamente il fine estorsivo e il fine di terrorismo o di eversione.
Il sequestro di persona integra un tipico esempio di reato permanente che si perfeziona nel momento e nel luogo in cui la vittima è privata della libertà personale e che viene meno allorquando la vittima riacquisti la libertà per volontà del reo o per il sopravvenire di cause esterne. E’ configurabile il tentativo (art. 56 c.p.) quando la privazione della libertà personale altrui sia stata impedita, dopo il compimento di atti diretti in modo non equivoco a tal fine, per cause non dipendenti dalla volontà dell’agente.
La disposizione prevede una circostanza attenuante specifica, da riconoscersi nei casi in cui vi sia ravvedimento operoso da parte dell’autore del delitto. In questo caso è prevista una diminuzione della pena sino alla metà, ma e’ necessario un aiuto concreto nei confronti dell’autorità per contrastare il delitto, per evitare la commissione di ulteriori fatti di sequestro, nonché per la raccolta di elementi probatori decisivi per l’individuazione e la cattura dei concorrenti: l’imputato deve adoperarsi concretamente per evitare che l’attività penalmente rilevante sia portata a conseguenze ulteriori. Si tratta di una particolare forma di recesso attivo che necessita di un coefficiente di volontarietà nell’atto, che dunque non deve essere conseguenza di fatti esterni, come ad esempio la fuga del sequestrato.
Al reato è possibile inoltre applicare la scriminante del consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.). L’opportunità si ravvisa in particolare con riguardo alle ipotesi di ricovero di tossicodipendenti in comunità con il consenso degli stessi e di rinuncia alla libertà personale in nome di convinzioni religiose.
Il consenso deve ritenersi invalido allorché si verifichi la totale soppressione della libertà, ovvero una menomazione così grave da diminuire notevolmente la funzione sociale dell’individuo, come pure nei casi in cui gli atti di consenso siano, comunque, contrari alla legge, al buon costume o all’ordine pubblico.
Altra ipotesi di sequestro di persona scriminato può intravedersi nel caso in cui la limitazione alla libertà personale altrui avvenga nell’esercizio della potestà educativa e disciplinare. Essa si può configurare sia a favore dei genitori sia, nei limiti previsti dalla legge, a favore di maestri e precettori. La giurisprudenza ha precisato come un eventuale abuso di tali poteri non realizza il sequestro di persona bensì, sempre che ne sussistano i presupposti di legge, il diverso reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) (Cass. Pen., sez. V, sentenza 6 febbraio 1987, n. 1342)
Esposte le linee essenziali dell’istituto, si osserva come non sia certo un fatto usuale discutere di sequestro di persona; per contro, “oggi” TUTTI disquisiscono sulla vicenda: “Migranti sequestrati sulla nave Diciotti”.
Il P.M. di Agrigento (con una dose di oggettivo protagonismo, dal momento che lo stesso è salito a bordo della nave con ripresa TV) ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di “arresto illegale” e di “sequestro di persona”, ma l’ipotesi è oltremodo fantasiosa; infatti:
1) per sussistere l’arresto illegale, serve un arresto e, nel caso di specie, nessuno è stato arrestato;
2) il sequestro di persona esige una privazione della libertà illegittima; si arriverebbe altrimenti all’assurdo, ovvero a poter pensare che un Giudice, mandando in carcere un soggetto, possa essere accusato di sequestro di persona!
In altri termini, la decisione del ministro Salvini, unico legittimato a decidere se lo “sbarco” fosse caldeggiabile oppure in contrasto con le ragioni di ordine pubblico e d’igiene, era ed è una decisione discrezionale e, come tale, una scelta politica, discutibile forse, ma pur sempre discrezionale e pertanto non certo illegittima.
Siamo dunque tutti coinvolti in una generale disinformazione dove, evidentemente, vi è interesse a mischiare i ruoli tra politica e magistratura quando, invece, la distinzione dei poteri dovrebbe essere rigorosa; senza dimenticare che l’indagato Salvini, come tale, dovrebbe ricevere un’informazione di garanzia personale e privata, non certo divulgata…ma oramai le indagini ed i processi si fanno in TV.
Posted on 8 giugno 2018 | by massimominuti
Il comodato è disciplinato dall’art. 1803 del codice civile. E’ un contratto in base al quale una parte (comodante) consegna all’altra (comodatario) una cosa mobile o immobile affinché se ne serva per un uso o per un tempo determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta. E’ un contratto reale (ovvero si perfeziona con la consegna della res), ad effetti obbligatori, gratuito (se non fosse gratuito si entrerebbe nella sfera del contratto di locazione) ed unilaterale (l’unica prestazione che nasce dal contratto è la restituzione della cosa).
ha il diritto di godere della cosa, se ne può servire per l’uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa stessa;
non può concedere ad un terzo il godimento della cosa senza il consenso del comodante;
deve custodire e conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia;
è tenuto a restituire la cosa alla scadenza del termine convenuto dal contratto.
In ordine al termine ed all’obbligo di restituzione devono essere fatte delle sottolineature, infatti:
se è fissato un termine, la restituzione della cosa può avvenire solo e soltanto se il comodatario dimostri un urgente ed imprevedibile bisogno (ex art. 1809);
se invece il contratto di comodato è senza determinazione di durata (c.d. comodato precario), la restituzione deve avvenire a pronta richiesta (ex art. 1810).
Al fine di riflettere e capire la differenza tra il comodato “classico” disciplinato agli artt. 1803 e 1809 c.c. ed il c.d. comodato precario ex art. 1810 c.c., è interessante analizzare la sentenza n. 3553/2017 della Suprema Corte di Cassazione.
La comodante, che aveva concesso in comodato al figlio ed alla sua convivente un immobile, cita in giudizio la compagna del figlio per ottenere il rilascio del detto immobile. La comodataria si costituisce in giudizio sostenendo la non applicabilità, al caso di specie, della disciplina del comodato precario previsto dall’art.1810 c.c. in quanto l’immobile era destinato ad esigenze di tipo familiare. Sia il Tribunale adito in primo grado e poi la Corte dell’Appello rigettavano le domande della comodante.
Si giunge così al ricorso in Cassazione ove la Suprema Corte, rigettate le argomentazioni della proprietaria dell’immobile, e confermate così le decisioni emanate in primo e secondo grado, coglie l’occasione per analizzare la disciplina del codice civile, ovvero dei due tipi di comodato.
nel comodato precario è consentito al comodante chiedere il rilascio della cosa al comodatario ad nutum, ovvero a pronta richiesta senza eccezione alcuna;
nel caso invece dell’art. 1809 c.c. ciò che rileva è la consegna di una cosa per un tempo determinato o per un uso che consente comunque di stabilire la scadenza contrattuale.
Quindi la Suprema Corte, nel caso di specie, ha ritenuto applicabile l’art.1809 c.c. ed ha stabilito il seguente principio di diritto: ”se l’immobile concesso in comodato è destinato ad abitazione familiare, il comodante può esigerne la restituzione immediata, solo se sopravviene un improvviso o urgente bisogno”.
Immaginiamo al fine attuare alcune riflessioni la seguente ipotesi: un signore ha due immobili, uno dove abita e l’altro libero. In quello libero vanno ad abitarci il figlio del citato proprietario con la coniuge e nel contempo nasce un bambino; dopo 1 anno la coppia “scoppia” e la Signora chiede la separazione e l’affidamento della casa.
La casa gli viene affidata?
La risposta di molti Tribunali sul punto è positiva e conseguentemente la situazione del proprietario diventa perdente e diabolica! Sia ben chiaro, la presenza del bambino può generare molteplici considerazioni, ma l’argomento qui in analisi è l’istituto del comodato e le maglie normative sul punto sono molto larghe!
Quale genitore non darebbe ad un figlio la disponibilità della casa? Nel momento in cui quello stesso figlio avrà degli sviluppi sentimentali tormentati e si ritroverà soccombente nella lotta con la coniuge, Vi sembra giusto che il padre “proprietario” non sia libero di difendere il Suo bene?
In conclusione, nel seguire la Sentenza citata:
se è stato stipulato un contratto di comodato con una scadenza precisa, alla fissata scadenza il bene rientrerà nella disponibilità del proprietario;
qualora esista un termine ben stabilito ed il proprietario desiderasse rientrarne in possesso prima della scadenza dello stesso, oseremo dire che la possibilità di dimostrare un improvviso ed urgente bisogno non avrà alcun valore rispetto al prevalente concetto di tutela del nucleo familiare, specie nel caso in cui vi sia prole;
qualora invece si parta dall’idea che la disponibilità del bene era stata data a titolo precario, ovvero senza un contratto di comodato con precisa scadenza, il proprietario per riavere la disponibilità del bene risulterà destinato a soffrire le pene dell’inferno in quanto in presenza di prevalenti valori della famiglia non è ravvisabile il concetto di precarietà. Tanto per intenderci, riagganciandoci all’esempio fatto, il figlio, magari, tornerà a vivere a casa del padre, mentre la coniuge, con il bambino, starà tranquillamente nella casa concessa in “comodato”.
E pertanto, senza voler essere prevenuti ( è una realtà ): se un genitore ha un figlio maschio ed ipotizzasse concedere un immobile in comodato allo stesso figlio ed alla coniuge, può sembrare freddo e malizioso, ma è bene che il contratto abbia una scadenza chiara e che sia registrato.
Posted on 28 maggio 2018 | by massimominuti
Il Libro Terzo, Capo II, Sezione VI del Codice civile si occupa “delle distanze nelle costruzioni, piantagioni e scavi, e dei muri, fossi e siepi interposti tra i fondi” ; per quanto riguarda gli alberi , il codice, all’art. 892 e ss., detta un’articolata regolamentazione finalizzata alla tutela del vicino dalla diffusione sul proprio fondo di radici,nonché dal danneggiamento che potrebbe scaturire dalla diminuzione di aria e luce.
La disciplina codicistica in tema di alberi, nello specifico, si occupa di:
recisione di rami e radici
La disposizione riguarda gli alberi che vengono piantati sul suolo per la prima volta. La norma è suppletiva, ovvero qualora manchino distanze diverse stabilite da usi locali o specifici regolamenti, l’art. 892 c.c., impone di osservare le seguenti distanze dal confine:
Qualora le siepi siano di ontano, di castagno o di altre piante simili che si recidono periodicamente vicino al ceppo, la distanza deve essere però di un metro, e di due metri per le siepi di robinie. Si noti altresì che per calcolare dette distanze occorre misurare la distanza dalla linea del confine alla base esterna del tronco dell’albero nel tempo della piantagione, o dalla linea stessa al luogo dove fu fatta la semina.
Come si è visto, dunque, al fine della individuazione della distanza minima dal confine il c.c. opera una sorta di summa divisio tra alberi ad alto fusto e non: i primi sono quelli il cui fusto, semplice o diviso in rami, sorge ad altezza notevole, mentre sono alberi di non alto fusto quelli il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri, si diffonde in rami. Anche la giurisprudenza è intervenuta sul tema: la Corte di Cassazione, seconda sezione civile, ha precisato nella sentenza n. 2865/2003 che gli alberi ad alto fusto da piantare a non meno di tre metri dal confine “vanno identificati con riguardo alla specie della pianta classificata in botanica come di alto fusto” ovvero, se la pianta non è classificata come tale, va guardato lo “sviluppo da essa assunto in concreto, quando il tronco si ramifichi ad un’altezza superiore a tre metri”. Coerente con l’orientamento dello sviluppo in concreto assunto dalla pianta anche altra recente pronuncia della Corte secondo la quale: “Gli alberi di alto o medio fusto possono costituire siepe, ai sensi dell’art. 892 secondo comma, c.c., anche se non appartengano – come i cipressi – a specie contemplate espressamente dalla norma purché siano tagliati periodicamente vicino al ceppo così da impedirne la crescita in altezza e favorirne quella in larghezza; in tal caso sussiste l’obbligo di rispettare la distanza di un metro dal confine” (Così Cass. n. 1682/2015).
Ai sensi dell’art. 893 c.c. “Per gli alberi che nascono o si piantano nei boschi, sul confine con terreni non boschivi, o lungo le strade o le sponde dei canali, si osservano, trattandosi di boschi, canali e strade di proprietà privata, i regolamenti e, in mancanza, gli usi locali. Se gli uni e gli altri non dispongono, si osservano le distanze prescritte dall’articolo precedente.
Le distanze previste ai sensi dell’art. 892 vanno osservate solo se sul confine non esiste un muro divisorio, proprio o comune e, nel caso in cui invece tale muro sussista, purché le piante siano tenute alla stessa altezza del muro stesso. Pertanto, soltanto se il confine è costituito da un muro divisorio, proprio o comune, è consentito di mantenere una siepe di alberi di alto fuso a meno di tre metri da esso, perchè in tal caso il vicino non la vede e non subisce la diminuzione di aria, luce, soleggiamento e panoramicità (Cass., sent. 12956/2000).
In presenza di alberi piantati a distanza non legale, l’art. 894 c.c. stabilisce il diritto del vicino all’estirpazione degli alberi e delle siepi piantati o nati a distanza inferiore. Si tratta di una sorta di condizione oggettiva: il vicino, infatti, a prescindere dall’esistenza di un danno effettivo, può chiedere l’estirpazione degli alberi posti a distanza inferiore rispetto a quella di legge. La ratio sottesa alle norme, infatti, è quella di salvaguardare il fondo in sé, indipendentemente dalle sue particolari caratteristiche o esigenze.
Va specificato però che le distanze previste dall’art. 892 c.c., essendo stabilite nell’interesse privato, possono essere derogate dalla volontà dei soggetti coinvolti (costituzione di una servitù, convenzione, destinazione del padre di famiglia,usucapione del diritto a tenere alberi a distanza illegale). Tuttavia, ai sensi dell’art. 895 c.c. (Divieto di ripiantare alberi a distanza non legale), anche nel caso in cui si sia acquisito titolo per derogare alle distanze legali, la morte, la recisione o l’abbattimento dell’albero comporta l’impossibilità di sostituirlo, se non , questa volta, osservando la distanza legale.
Il diritto del vicino di esigere l’estirpazione della piantagione che si trovi a distanza illegale può venire tuttavia limitato in seguito alla imposizione del vincolo di bellezza panoramica ai sensi della legge 11 maggio 1922, n. 778. Qualora intervenga da parte dell’autorità competente la dichiarazione di notevole interesse artistico della piantagione, il vicino non può pretenderne la rimozione e l’osservanza delle distanze legali, nè il risarcimento del danno quale surrogato della mancata rimozione, ed ha solo diritto al risarcimento del danno arrecato dalla piantagione sino al momento in cui il vincolo fu imposto.
L’art. 896 trova applicazione quando l’albero sia disposto a distanza regolare, altrimenti il proprietario avrebbe diritto all’integrale estirpazione (art. 894 c.c.). Se rami e radici di alberi piantati alla distanza legale si protendano al di là del confine, invadendo il fondo del vicino, è possibile intimare il proprietario a tagliare detti rami, e procedere autonomamente a tagliare le radici che si addentrano nel suo fondo. La differenza di disciplina dettata per rami e radici è collegata in primo luogo al maggior pregiudizio che il taglio dei rami fatto non a regola d’arte può arrecare, ed in secondo luogo alla difficoltà probatoria circa la volontarietà del taglio delle radici. Al diritto del proprietario di tagliare le radici e di far tagliare i rami che si protendono sul suo fondo si fa eccezione quando viene diversamente disposto dai regolamenti e dagli usi locali.
Posted on 22 maggio 2018 | by massimominuti
La responsabilità contrattuale è disciplinata dall’art.1218 c.c., il quale sancisce che: “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da causa a lui non imputabile”.
Quindi la responsabilità contrattuale ha come presupposto l’inadempimento o l’inesatto adempimento di un’obbligazione già esistente tra le parti. L’obbligazione può essere sia di fonte contrattuale ma anche di fonte diversa come ad esempio l’obbligazione restitutoria da indebito. L’inadempimento è la mancata o inesatta esecuzione della prestazione dovuta. L’inadempimento può essere di due tipi: inadempimento definitivo ( la prestazione non può più essere eseguita) oppure la prestazione è stata eseguita ma in ritardo.
La responsabilità extracontrattuale è disciplinata all’art.2043 c.c., il quale sancisce che: “qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che lo ha commesso a risarcire il danno”.
Nella disamina degli elementi che costituiscono l’illecito civile sono necessarie alcune osservazioni di carattere generale:
1) non tutte le attività illecite sono generatrici di responsabilità civile. L’elemento costitutivo è non solo l’agire illecitamente (contra ius), ma l’agire cagionando un danno ad altri ed è per questo che il nostro ordinamento si preoccupa che tale danno sia risarcito;
2) L’illecito civile e l’illecito penale sono due cose distinte. La legislazione civile tutela gli interessi dei privati ad essere tutelati e reintegrati nei propri diritti lesi mentre la legislazione penale tutela un interesse pubblico. Un fatto può generare illecito sia civile che penale, per contro taluni reati ( per es. delitti contro la personalità dello Stato) non implicano l’esistenza di un illecito civile;
3) Non è soltanto un certo comportamento ad essere fonte di responsabilità civile, vi sono infatti una serie di casi di responsabilità oggettiva in una base alla quale la responsabilità viene attribuita ad un soggetto indipendentemente dalla colpa. (danno cagionato da incapace, responsabilità dei genitori, tutori, precettori e maestri, danno da cose in custodia).
Quali sono gli elementi oggettivi dell’illecito civile?
A) IL FATTO. Il primo elemento oggettivo costitutivo dell’illecito civile è il fatto che causa il danno ingiusto e deve essere attribuibile ad un soggetto (l’autore). Il fatto può consistere sia in una azione umana ma anche in una vicenda della natura ( ad esempio inondazione, aggressione di un cane, terremoto). Il fatto può consistere sia in comportamenti attivi sia omissivi. Ciò che importa è che il fatto sia attribuibile ad un soggetto che l’ha provocato o che comunque aveva il dovere di impedirlo.
B) IL DANNO INGIUSTO. Il danno ingiusto è la lesione di un interesse giuridicamente tutelato nella vita di relazione. La nozione di ingiustizia del danno è ancora molto dibattuta in Giurisprudenza. La Giurisprudenza considerava come danno ingiusto solo la violazione di un diritto soggettivo assoluto (proprietà, salute, ecc), oggi invece nella nozione di danno ingiusto si comprende anche la lesione di un interesse giuridicamente tutelato nella vita di relazione. Sono interessi giuridicamente protetti nella vita di relazione i diritti della personalità e gli interessi economici tutelati dai diritti reali ed anche i diritti di credito.
C) IL NESSO DI CAUSALITA’. Il nesso di causalità è il nesso indissolubile che deve sussistere tra il fatto ed il danno. La regola causale del danno è disciplinata in materia di responsabilità contrattuale e sancisce la risarcibilità del danno emergente e del lucro cessante che siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento. Il richiamo alla norma sulle responsabilità contrattuale non deve intendersi in senso limitativo ma conferma che il nesso di causalità è governato dal medesimo regime a prescindere dalla natura contrattuale o extracontrattuale della responsabilità. Il danneggiato deve provare che il danno è stato cagionato dal danneggiante o che comunque è derivato da un fatto imputabile alla sua sfera giuridica.
Quali sono gli elementi soggettivi?
A) IL DOLO. Il dolo ovvero l’intenzionalità del fatto illecito. I requisiti specifici del dolo sono: a) la volontarietà del fatto, b) la consapevolezza della conseguenza dannosa derivante dal fatto, c) la consapevolezza dell’ingiustizia del danno.
B) LA COLPA. La colpa è l’inosservanza rispetto alla diligenza dovuta. La figura generale dell’illecito è identificata nel fatto colposo, cioè un fatto valutato negativamente alla stregua dei parametri della diligenza. Anche la colpa extracontrattuale analogamente alla colpa contrattuale si delinea negli aspetti della negligenza, imprudenza e imperizia. La negligenza consiste nel difetto di attenzione volta alla salvaguardia altrui (ad esempio l’autista che si fa sorprendere da un colpo di sonno e la vettura va fuori strada, la madre che non presta attenzione e lascia cadere il neonato dalla culla). L’imprudenza consiste nel non aver adottato misure di cautela idonee a prevenire il danno, vi può essere inosservanza di regole comuni di cautela( accendere un fiammifero in prossimità di un distributore di benzina) oppure inosservanza di regole specifiche, adeguate ad una particolare attività (non adottare norma di cautela specifiche affinché lo sbandamento di una vettura in gara ferisca gli spettatori). L’imperizia consiste invece nell’inosservanza di regole tecniche proprie di una determinata attività. (medico che cagiona la morte del paziente)
DIFFERENZE TRA ILLECITO EXTRACONTRATTUALE E ILLECITO CONTRATTUALE
Si parla di illecito extracontrattuale se si viola un diritto tutelato in modo assoluto, cioè tutelato nei confronti di tutti i consociati. Si parla invece di illecito contrattuale, o da inadempimento, se si viola un diritto relativo. In merito all’onere della prova, nell’illecito contrattuale esiste una presunzione di colpa del debitore il quale dovrà dimostrare, per essere esente da responsabilità, che l’inadempimento o il ritardo non sono a lui imputabili, viceversa, per l’illecito aquiliano, è chi pretende il risarcimento che deve dimostrare: il fatto materiale, il danno subito, il nesso di causalità tra condotta e danno, il dolo o la colpa del danneggiante. Per quanto riguarda il termine di prescrizione; nell’azione di responsabilità per illecito extracontrattuale è di cinque anni mentre per l’illecito contrattuale è di dieci anni.
Un discorso particolarmente specifico ed autonomo deve essere fatto per la responsabilità medico – sanitaria ove assumono particolare rilievo le linee guida che sono una sorta di “Vangelo” per gli operatori del settore. Il taglio del presente articolo induce a non allargare il tema, ma l’importante è avere la consapevolezza che nella tematica della responsabilità sanitaria il quadro giurisprudenziale è sempre stato alquanto movimentato anche per la successione di leggi sul punto, in particolare da ultimo la legge Gelli-Bianco.
UN CASO SPECIFICO in tema di RESPONSABILITA’ SCOLASTICA
I genitori di un’alunna, nella qualità di esercenti la responsabilità genitoriale, convenivano in giudizio il MIUR chiedendo il risarcimento dei danni, in seguito ad infortunio verificatesi alla fine dell’ora di educazione fisica presso la palestra della scuola media. La ragazz,a mentre si trovava negli spogliatoi della palestra, scivolava a causa del pavimento bagnato e riportava una lesione alla bocca, in particolare agli incisivi superiori. Il Ministero si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto della domanda di parte attrice sostenendo che: l’infortunio si verificò mentre la ragazza era all’interno dei servizi igienici e quindi non vi era stata una violazione dei doveri di sorveglianza; che il pavimento bagnato configurava una responsabilità per cose in custodia, non imputabile alla scuola ma al Comune, proprietario dell’edificio; che il pavimento era scivoloso non per incuria dell’ente proprietario dei locali ma perché la minore lo aveva reso scivoloso dopo essersi lavata.
A questo punto il Lettore dovrebbe domandarsi: nel caso di specie, di fronte a quale tipo di responsabilità ci troviamo? contrattuale o extracontrattuale?
Il Tribunale in primo grado respingeva la domanda degli attori in quanto non rileva il nesso di causalità tra l’evento e la condotta del personale scolastico, che non ha potuto evitare la caduta della studentessa e che la caduta si è verificata per causa accidentale fortuita. La decisione veniva confermata dalla Corte d’Appello di Trieste; instaurato il giudizio in Cassazione, la Suprema Corte cassava la sentenza della Corte d’Appello, rinviava la causa alla stessa Corte d’Appello in altra composizione, affermando i seguenti principi di diritto:
in caso di danno cagionato dall’alunno a se stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante è di natura contrattuale, perché con l’accoglimento della domanda di iscrizione si instaura un rapporto contrattuale tra la scuola e l’alunno, dal quale sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo quando egli usufruisce delle attività scolastiche qualunque esse siano; invece tra insegnante ed allievo si instaura per contatto sociale un rapporto giuridico, nel quale l’insegnante assume uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, affinché lo studente non si procuri da solo un danno alla persona.
L’ istituto scolastico ha l’obbligo di vigilare sull’idoneità dei luoghi, predisponendo tutti gli accorgimenti necessari ad evitare qualsiasi infortunio per gli studenti, il danneggiato ha l’onere di provare che il danno è stato cagionato durante il tempo in cui egli era sottoposto alla vigilanza del personale scolastico, spetta invece all’istituto scolastico dimostrare di aver ottemperato alla sorveglianza sugli allievi con la dovuta diligenza alla scopo di impedire il fatto dannoso.
Posted on 2 maggio 2018 | by massimominuti
Il delitto (disciplinato agli artt. 318-322 c.p.), punisce l’accordo, tra funzionario pubblico o incaricato di pubblico servizio e soggetto privato, mediante il quale il primo riceve dal secondo, denaro od altra utilità non dovutagli in relazione ad un atto relativo alle proprie attribuzioni. Si tratta di una fattispecie plurisoggettiva, ovvero a concorso necessario (delitti la cui consumazione richiede la necessaria presenza dei due soggetti), appartenente alla categoria dei c.d. reati propri funzionali, il cui bene giuridico tutelato è da individuarsi nell’interesse della Pubblica Amministrazione all’imparzialità, correttezza e probità dei funzionari pubblici.
Bene avere chiara la differenza tra la corruzione e la concussione, (art. 317 c.p.): se nella corruzione esiste un accordo tra il soggetto privato e il pubblico ufficiale circa la dazione o la promessa di un’utilità affinché quest’ultimo compia un atto del suo ufficio o un atto contrario ai doveri d’ufficio, nella concussione il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, abusa della sua qualità, e costringe il privato a dare o promettere una qualche utilità.
Il concetto di corruzione può essere ricondotto a diverse fattispecie criminose, tutte caratterizzate dal c.d. pactum sceleris, ovvero l’accordo tra p.u. e privato:
318 c.p. – Corruzione per l’esercizio della funzione
319 c.p. – Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio
319 ter c.p. – Corruzione in atti giudiziari
La Legge 6 novembre 2012, n. 190 recante “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” ha profondamente modificato l’impianto codicistico, rafforzando l’efficacia e l’effettività delle misure di contrasto al fenomeno della corruzione. Tra le novità introdotte dalla novella del 2012 merita essere segnalata l’introduzione, all’art. 346-bis c.p., del reato di “traffico di influenze illecite”, nonché la previsione per ogni amministrazione dell’obbligo di adottare ed aggiornare annualmente precisi “piani anticorruzione”.
L’art. 318, così come modificato dalla novella del 2012, disciplina la nuova fattispecie di corruzione per l’esercizio della funzione, ovvero la c.d. corruzione impropria: “Il pubblico ufficiale che, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
La norma punisce la ricezione indebita di denaro o altra utilità da parte del pubblico ufficiale per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri. Le condotte stigmatizzate ai sensi dell’art. 318 c.p. sono due e consistono rispettivamente nell’accettazione di denaro o altra utilità da parte del pubblico ufficiale e nella promessa o dazione dei medesimi da parte del privato. Rispetto alla previgente formulazione, queste le novità: al fine di dare generale rilevanza penale alla condotta del pubblico ufficiale pagato in vista di una sua generica disponibilità, è stato eliminato il collegamento ad uno specifico atto dell’ufficio; è stata superata la preesistente distinzione tra corruzione antecedente e susseguente; è stato eliminato il riferimento alla prestazione del privato quale “retribuzione”, sostituito con la più generica locuzione “denaro o altra utilità”. Per quanto riguarda l’elemento soggettivo, il reato di corruzione per l’esercizio della funzione è punibile a titolo di dolo specifico, consistente nella coscienza e volontà del privato di dare o promettere il compenso e del funzionario di accettarlo, per le finalità indicate, con la consapevolezza che tale compenso non è dovuto. Secondo parte della dottrina, l’elemento soggettivo del corrotto e quello del corruttore andrebbero poi valutati in modo autonomo, con la conseguenza che, in caso di errore del privato circa la necessari età della dazione (e quando invece il funzionario sia consapevole del carattere indebito della medesima) il primo non sarà punibile.
L’articolo 319 c.p. disciplina la fattispecie di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero la c.d. corruzione propria: “Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei a dieci anni.”
L’art. 319 ter, disciplina infine la fattispecie di corruzione in atti giudiziari: “Se i fatti indicati negli artt. 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo , si applica la pena della reclusione da sei a dodici anni. Se dal fatto deriva l’ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione da sei a quattordici anni; se deriva l’ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della reclusione da otto a venti anni”. La fattispecie costituisce reato autonomo e non circostanza aggravante dei reati di corruzione impropria e propria. Rispetto alle ipotesi di corruzione semplice diversa è la finalità per cui la corruzione viene posta in essere, ovvero la volontà di favorire o danneggiare una parte in un processo penale, civile o amministrativo.Appare problematica la definizione del concetto di atto giudiziario: secondo una prima impostazione, infatti, tale termine indicherebbe solo gli atti costituenti diretto esercizio dell’attività giudiziaria, ovvero esclusivamente quelli provenienti da magistrati o da loro collaboratori, mentre, secondo altro orientamento, si ritiene possa rientrare nella nozione qualsiasi atto influente sul processo, compiuto da soggetto qualificato.
Infine, si noti ai sensi dell’art. 320 c.p.,la punibilità è estesa a tutti i soggetti incaricati di pubblico servizio, ovvero, a coloro che svolgono un’attività caratterizzata dall’esercizio della pubblica funzione, ma priva dei poteri tipici di essa, con esclusione di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera semplicemente materiale.
Si offrono a completamento di quanto esposto due recenti pronunce della Suprema Corte:
la Corte – Cass., VI Sez. Penale, sentenza 24 luglio 2017 n. 36769 – ha ritenuto configurabile il reato ex art. 318 c.p. anche solo in presenza di un accordo sul mercimonio della funzione pubblica, a prescindere quindi dal momento esecutivo. La sentenza chiarisce che, ai sensi dell’art 318 c.p., non è richiesto alcun sindacato, in termini di contrarietà ai doveri d’ufficio, su quanto compiuto. La fattispecie, dunque, si distingue da quella disciplinata dall’articolo 319 c.p., in base al quale è necessario effettuare una valutazione sul contenuto degli atti concretamente posti in essere dal pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio).
la Corte – Cass., – VI Sez. Penale, sentenza 20 luglio 2017 n. 35940/2017 – , ha poi ulteriormente specificato che la fattispecie ex articolo 319 c.p. è connotata dalla «vendita della discrezionalità accordata dalla legge» e dalla rinuncia, da parte del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, ad un’imparziale comparazione degli interessi in gioco, al fine di raggiungere un obbiettivo predeterminato. Per “atti contrari ai doveri d’ufficio non si devono quindi intendere solo quelli illeciti o illegittimi, ma anche quelli che, vengono meno ai doveri istituzionali del soggetto, anche qualora si tratti di atti di natura discrezionale o consultiva.”