Source: https://www.portalecompliance.it/dlgs-n-23120011.html
Timestamp: 2019-03-22 20:10:08+00:00
Document Index: 57210423

Matched Legal Cases: ['art. 346', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 187', 'art. 4', 'art. 187', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 346', 'art. 2635', 'art. 2635', 'art. 318', 'art. 346', 'art. 346', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 416', 'art. 270', 'art. 601', 'art. 25', 'art. 61', 'art. 7', 'art. 260', 'art. 25', 'art. 452', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 604', 'art. 8', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 30', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 590', 'art. 131', 'art. 8', 'art. 131', 'art. 2635', 'art. 25', 'art. 2635', 'art. 2635', 'art. 25', 'art. 2635', 'art. 2635', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 2635', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 648', 'art. 12', 'art. 19', 'art. 31', 'art. 6', 'art. 25', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 19', 'art 2635', 'art. 25', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 2621', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 648', 'sentenza ', 'art. 2621', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2621', 'art. 648', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 648', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2119', 'art. 648', 'art. 25', 'art. 6', 'art. 416', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 24', 'art. 416', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 353', 'art. 513', 'art. 355', 'art. 356', 'art. 12', 'art. 25', 'art. 452', 'art. 452', 'art. 25', 'art. 32', 'art. 25', 'art. 452', 'art. 9', 'art. 452', 'art. 9', 'art. 452', 'art. 452', 'art. 452', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 6', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 416', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 609', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 609', 'art. 4', 'art. 256', 'art. 256', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art 41', 'sentenza\n', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 24', 'art. 416', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 9', 'art. 24', 'art. 640', 'art. 55', 'art. 167', 'art. 168', 'art. 170', 'art. 12', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 2635', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 22', 'artt 25', 'art. 2', 'art 25', 'art. 25']

D.Lgs. n. 231/2001 - PortaleCOMPLIANCE
> NEWS > D.LGS. N. 231/2001
Oggi è stata pubblicata, sulla Gazzetta ufficiale n. 13, la Legge 09.01.2019, n. 3 - "Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici" - recante disposizioni in tema di: (i) lotta alla corruzione della Pubblica amministrazione; (ii) riforma della prescrizione in materia penale; (iii) trasparenza di partiti e movimenti politici e relativi finanziamenti.
Il provvedimento - in vigore dal 31.01.2019 -, oltre a modificare molte delle norme penali rilevanti ai fini del D.Lgs. n. 231/2001 (v. oltre), interviene direttamente su alcune disposizioni dello stesso Decreto (tra l'altro, inserendo la fattispecie criminosa del "Traffico di influenze illecite" nel catalogo dei reati presupposto: art. 346-bis, codice penale, nel testo sostituito dalla stessa Legge n. 3/2019).
In materia di prescrizione è stata, tra l'altro, prevista (con disciplina che entrerà in vigore il 1° gennaio 2020), la sospensione del corso della prescrizione dalla data di pronuncia della sentenza di primo grado (sia essa di condanna o di assoluzione) o dal decreto di condanna sino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o alla data di irrevocabilità del decreto penale.
Entro la fine del 2021 sarà adottato un nuovo standard - ISO 37002 "Whistleblowing management systems" -, che fornirà linee guida per la gestione dei sistemi di segnalazione degli illeciti; l’Organizzazione internazionale per la normazione ha assegnato il progetto al gruppo di lavoro ISO 3/TC 309 (WG3).​​
Il 29 settembre 2018 è entrato in vigore il D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 107, recante <<Norme di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento UE n. 596/2014, relativo agli abusi di mercato e che abroga la direttiva 2003/6/CE e le direttive 2003/124/UE, 2003/125/CE e 2004/72/CE>>, che ha apportato importanti modifiche alla normativa sul market abuse (rilevante anche ai fini del D.Lgs. n. 231/2001).
In particolare, l'art. 4, comma 9, del Decreto ha riscritto l'art. 187-bis del T.U.F. (D.Lgs. 24.02.1998, n. 58), abrogando i commi da 2 a 4 e riscrivendo i commi 1 e 5 come segue:
<<1. Salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da ventimila euro a cinque milioni di euro chiunque viola il divieto di abuso di informazioni privilegiate e di comunicazione illecita di informazioni privilegiate di cui all'articolo 14 del regolamento (UE) n. 596/2014.
5. Le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente articolo sono aumentate fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il profitto conseguito ovvero le perdite evitate per effetto dell'illecito quando, tenuto conto dei criteri elencati all'articolo 194-bis e della entità del prodotto o del profitto dell'illecito, esse appaiono inadeguate anche se applicate nel massimo.>>
Inoltre, il successivo comma 10 del medesimo art. 4, ha modificato l'art. 187-ter, T.U.F., come segue:
<<1. Salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da ventimila euro a cinque milioni di euro chiunque viola il divieto di manipolazione del mercato di cui all'articolo 15 del regolamento (UE) n. 596/2014. 2. Si applica la disposizione dell'articolo 187-bis, comma 5.
7. COMMA ABROGATO>>.
Si rammenta che le sanzioni amministrative di cui all'art. D.Lgs. n. 231/2001 (ai sensi dell'art. del Decreto) si applicano alle fattispecie penali di cui agli articoli 184 e 185, T.U.F. (anch'essi modificati dal ripetuto D.Lgs. n. 107/2018).
Il 27 settembre 2018 è stato assegnato alla 2^ Commissione (Giustizia) del Senato, in sede redigente, il disegno di legge (DDL) n. S.726, recante disposizioni di "Modifica al decreto legislativo 8 giugno 2011, n. 231, in materia di responsabilità amministrativa delle società di capitali, cooperative e consortili".
Il provvedimento prevede la modifica dell'art. 1 del D.Lgs. n. 231/2001, con una disposizione che che sancisce l'obbligo delle società di capitali (S.r.l., S.p.a., società in accomandita per azioni), società cooperative, società consortili e/o tutte le loro controllanti - con un attivo patrimoniale non inferiore a euro 4.400.000 euro o ricavi non inferiori a euro 8.800.000 euro - di depositare presso la Camera di commercio di appartenenza la delibera di approvazione del Modello di organizzazione, gestione e controllo di cui all'art. 6 dello stesso Decreto e di nomina dell’Organismo di vigilanza. In caso di inadempimento, a decorrere dalla data di entrata in vigore della suddetta modifica normativa, gli enti saranno condannati al pagamento di una sanzione amministrativa di euro 200.000 euro, applicata <<alla società per ciascun anno solare in cui permane l’inosservanza degli obblighi>>.
E' stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 214 del 14.09.2018 la delibera CONSOB n. 20570, di "Adozione del Regolamento recante disposizioni di attuazione del Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231 e successive modifiche ed integrazioni per i revisori legali e le società di revisione con incarichi di revisione su enti di interesse pubblico o su enti sottoposti a regime intermedio"; il Regolamento (che sostituisce quello adottato con la delibera n. 20465 del 31 maggio 2018) prevede specifici adempimenti anche a carico dell'Organismo di vigilanza nominato ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.
In particolare, l'art. 9 del Regolamento ("Organismo di vigilanza di cui al Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231") prevede quanto segue:
<<1. I modelli di organizzazione e di gestione eventualmente adottati dalle società di revisione, ai sensi e per gli effetti di cui al Decreto Legislativo 8 giugno 2001 n. 231, contengono specifiche previsioni in merito alla prevenzione dei reati di riciclaggio e finanziamento del terrorismo.2. L’organismo di vigilanza, nominato ai sensi dell’articolo 6 del Decreto Legislativo 8 giugno 2001 n. 231, vigila sul funzionamento e sull’osservanza dei modelli di organizzazione e di gestione e, in coordinamento con gli organi sociali e le funzioni di controllo, verifica l’efficacia dei presidi e l’osservanza delle procedure relative alla mitigazione e gestione dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, promuovendo l’adozione delle misure correttive più idonee al superamento di eventuali carenze.
4. Le attività svolte dall’organismo sono documentate e i relativi atti, ove richiesti, sono prontamente forniti alle Autorità di vigilanza di settore e alla UIF.>>
Il 12 settembre 2018 il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria, ha approvato gli emendamenti alla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul diritto d'autore nel mercato unico digitale (COM(2016)0593 – C8-0383/2016 – 2016/0280(COD)), con 438 voti favorevoli, 226 contrari e 39 astenuti.
​L'iter di adozione di tale provvedimento (clicca qui per scaricare il documento in lingua italiana), bocciato lo scorso luglio e recante una serie di emendamenti al testo normativo originario, prevede un passaggio tra Parlamento, Commissione e Consiglio dei ministri, deve ultimarsi entro il maggio 2019. Le due disposizioni sulle quali si sono maggiormente accentrate le discussioni e i contrasti sono l'art. 11 - riguardante la cosiddetta "link tax" (anche se, in effetti, i collegamenti ipertestuali non possono essere tassati, nemmeno se accompagnati da "parole individuali" di descrizione) - e l'art. 13 - contenente la misura definiti "upload filter" - in base al quale le piattaforme online devono <<siglare contratti di licenza con i proprietari dei diritti, a meno che questi non abbiano intenzione di garantire una licenza o non sia possibile stipularne>> (in assenza di un accordo, i fornitori di servizi online devono predisporre <<misure appropriate e proporzionate che portino alla non disponibilità di lavori o altri argomenti che infrangano il diritto d'autore o diritti correlati>>).
l’introduzione del cosiddetto “Daspo per i corrotti”, ossia il divieto, per i condannati per reati di corruzione, di contrattare con la pubblica amministrazione: sanzione da 5 a 7 anni di interdizione dai pubblici uffici per i corruttori; divieto di partecipare agli appalti della pubblica amministrazione per chi ha ricevuto condanne fino a 2 anni. Per le pene superiori a 2 anni è prevista una interdizione perpetua alla contrattazione con la pubblica amministrazione e dai pubblici uffici. L’estinzione dell’interdizione è possibile solo dopo 12 anni dal giorno in cui è stata eseguita la pena principale e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta;
la modifica del reato di traffico di influenze illecite (art. 346-bis, c.p.), non distinguendo tra mediazione veritiera e mendace e punendo indistintamente il pubblico ufficiale e il faccendiere, anche in assenza di un fatto specifico;
nuove norme in materia di trasparenza e controllo dei partiti e movimenti politici, volte a rendere in ogni caso palese al pubblico e sempre tracciabile la provenienza di tutti i finanziamenti ai partiti politici e altresì alle associazioni e fondazioni politiche nonché ad analoghi comitati e organismi pluripersonali privati di qualsiasi natura e qualificazione;
sconti di pena e una speciale clausola di non punibilità per chi denuncia, volontariamente, i fatti e fornisce, in modo concreto e tempestivo, indicazioni utili per assicurare la prova del reato e individuare gli altri responsabili. Tale causa di non punibilità si applica solo in caso di segnalazione precedente all’iscrizione dell’interessato tra gli indagati e, comunque, non oltre i 6 mesi dalla commissione del delitto. Il pubblico ufficiale deve mettere a disposizione almeno utilità o denaro percepiti e dare elementi utili a individuarne il beneficiario;
La prima parte del provvedimento apporta modifiche alle norme che disciplinano la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231; l'intento è quello di potenziare l’attività di prevenzione, accertamento e repressione dei reati contro la pubblica amministrazione (di cui agli artt. 24 e 25, D.Lgs. n. 231/2001).
In particolare, il disegno di legge prevede, tra l’altro:
una modifica della durata minima delle misure interdittive previste dal Decreto 231 nel caso di commissione dei delitti di corruzione, concussione e induzione indebita (vale a dire: interdizione dall’esercizio dell’attività, divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, sospensione e revoca di autorizzazioni e licenze), che sarà aumentata sino a 5 anni. È stato, poi, introdotto un tetto massimo di durata, fino a 10 anni;
che tutti i reati interessati dalla proposta (vale a dire: le varie fattispecie di corruzione, inclusa l’istigazione, l’induzione indebita, la malversazione aggravata, l’abuso d’ufficio, il peculato e la concussione), sono considerati “reato presupposto” della responsabilità amministrativa degli enti che dallo stesso illecito abbiano tratto interesse o vantaggio;
la procedibilità d’ufficio per la corruzione tra privati (art. 2635, c.c.) e per l’istigazione alla corruzione tra privati (art. 2635-bis, c.c.), per i quali le norme ora in vigore prevedono che si proceda a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi;
la riduzione dei limiti alla procedibilità in Italia, rappresentati dalla richiesta del Ministro della Giustizia, con riguardo ai reati contro la pubblica amministrazione commessi anche all’estero;
l’aumento delle pene per i reati di corruzione per l’esercizio della funzione (art. 318, c.p.), con il minimo della pena che passa da uno a tre anni e il massimo da sei a otto anni di reclusione;
l’assorbimento della ipotesi di “millantato credito” (art. 346, c.p.) nella fattispecie del “traffico di influenze illecite” (previsto dall'art. 346-bis, c.p., introdotto con la Legge n. 190/2012 e attualmente non inserito nel catalogo dei reati presupposto ai fini della responsabilità amministrativa degli enti disciplinata dal D.Lgs. n. 231/2001).
Sulla Gazzetta ufficiale n. 68 del 22.03.2018 è stato pubblicato il D.Lgs. 01.03.2018, n. 21 - Disposizioni di attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia penale a norma dell'articolo 1, comma 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103 – in vigore dal 6 aprile 2018. Tale provvedimento, tra l'altro, reca modifica a norme rilevanti ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.
In particolare, l’art. 1 di tale provvedimento ha introdotto nel codice penale l’art. 3-bis (Principio della riserva di codice), il quale stabilisce che: “Nuove disposizioni che prevedono reati possono essere introdotte nell'ordinamento solo se modificano il codice penale ovvero sono inserite in leggi che disciplinano in modo organico la materia.”
Il decreto ha apportato modifiche a numerose norme in materia penale; tra l’altro – con specifico riferimento ai reati presupposto ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001:
ha inserito l’art. 416-bis.1 (Circostanze aggravanti e attenuanti per reati connessi ad attività mafiose);
ha inserito l’art. 270-bis.1 (Circostanze aggravanti e attenuanti), relativo ai reati con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico;
ha modificato l’art. 601, c.p., relativo al reato di “Tratta di persone”, inserito nell’art. 25-quinquies, D.Lgs. n. 231/2001);
ha inserito nel codice penale l’art. 61-bis, riferito a “Circostanza aggravante del reato transnazionale”;
ha abrogato, con l’art. 7, l’art. 260, D.Lgs. n. 152/2006, inserito nell’art. 25-undecies, D.Lgs. n. 231/2001 (reati ambientali), sostituendolo con l’art. 452-quaterdecies, c.p.;
ha abrogato, con il citato art. 7, l'art. 3, L. n. 654/1975, inserito nell'art. 25-terdecies, D.Lgs. n. 231/2001 (razzismo e xenofobia), sostituendolo con l'art. 604-bis, c.p..
Ai sensi dell’art. 8 del richiamato D.Lgs. n. 21/2018, “Dalla data di entrata in vigore del … decreto (ndr: 6 aprile 2018), i richiami alle disposizioni abrogate dall’art. 7, ovunque presenti, si intendono riferiti alle corrispondenti disposizioni del codice penale come indicato dalla tabella A allegata al … decreto”.
Whistleblowing - Prima sentenza della Corte di Cassazione - n. 9047 del 27.02.2018 - dopo l'entrata in vigore della nuova normativa in materia di whistleblowing, recata dalla Legge n. 179/2017. Con tale pronuncia la Suprema Corte ha stabilito quanto segue:
la segnalazione non costituisce mero spunto investigativo, ma vero e proprio atto di accusa, con conseguente necessità di garantire il diritto di difesa dell’accusato e di apprestare le tutele a tal fine predisposte dall’ordinamento, sia in sede di procedimento che, ancor più, in sede di accertamento della penale responsabilità;
la tutela della riservatezza dell’identità del segnalante non è assoluta in quanto, nell’ambito di un procedimento penale, trovano applicazione le norme previste dal codice di rito in tema di segreto.
Trattandosi di una segnalazione presentata in ambito pubblico, la norma di riferimento è l'art. 54-bis del D.Lgs. n. 165/2001; nella formulazione vigente all’epoca dei fatti, tale norma stabiliva che l’anonimato del denunciante, salvo ovviamente il consenso dell’interessato alla divulgazione, operava unicamente in ambito disciplinare, essendo peraltro subordinato al fatto che la contestazione fosse fondata su “accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione”, dovendosi giungere alla rivelazione dell’identità del segnalante ove la sua conoscenza fosse assolutamente indispensabile per la difesa dell’accusato.
Al riguardo la medesima disposizione, come novellata dalla citata Legge n. 179/2017, reca disposizioni in materia al comma 3, che qui di seguito si riporta:
<<3. L'identità del segnalante non può essere rivelata. Nell'ambito del procedimento penale, l'identità del segnalante è coperta dal segreto nei modi e nei limiti previsti dall'articolo 329 del codice di procedura penale. Nell'ambito del procedimento dinanzi alla Corte dei conti, l'identità del segnalante non può essere rivelata fino alla chiusura della fase istruttoria. Nell'ambito del procedimento disciplinare l'identità del segnalante non può essere rivelata, ove la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione, anche se conseguenti alla stessa. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione e la conoscenza dell'identità del segnalante sia indispensabile per la difesa dell'incolpato, la segnalazione sarà utilizzabile ai fini del procedimento disciplinare solo in presenza di consenso del segnalante alla rivelazione della sua identità.>>
Le disposizioni in materia di whistleblowing applicabili al settore privato inserite nel D.Lgs. n. 231/2001 sono recate dall'art. 6, comma di tale Decreto, il quale, al comma 2-bis, prevede che l'ente adotti <<almeno un canale alternativo di segnalazione idoneo a garantire, con modalità informatiche, la riservatezza dell'identità del segnalante>>, precisando che occorre inserire <<nel sistema disciplinare adottato ai sensi del comma 2, lettera e), sanzioni nei confronti di chi viola le misure di tutela del segnalante, nonche' di chi effettua con dolo o colpa grave segnalazioni che si rivelano infondate.>>
Sulla Gazzetta ufficiale n. 291 del 14.12.2017 è stata pubblicata la L. 30.11.2017, n. 179 - Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarita' di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato, che ha introdotto nel D.Lgs. n. 231/2001 norme in materia di whistleblowing.
In particolare, l'art. 2 di tale provvedimento ha inserito nell'art. 6 del citato Decreto i commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, recanti la disciplina delle segnalazioni circostanziate di condotte illecite.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 277 del 27.11.2017 è stata pubblicata la Legge 20.11.2017, n. 167 (Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea - Legge europea 2017). Tale provvedimento ha introdotto nel D.Lgs. n. 231/2001 l'art. 25-terdecies (Razzismo e xenofobia), che inserisce nell'elenco dei reati presupposto i delitti di cui all'art. 3, comma 3-bis della L. 13.10.1975, n. 654 (così come modificato dalla stessa Legge europea 2017).
Di seguito si riporta il testo di quest'ultima norma:
<<...(omissis)...
3-bis. Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale, ratificato ai sensi della legge 12 luglio 1999, n. 232.>>
All'ente si applica all'ente la sanzione pecuniaria da duecento a ottocento quote; nei casi di condanna per i suddetti delitti, all'ente si applicano anche le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, D.Lgs. n. 231/2001 per una durata non inferiore a un anno. Se l'ente o una sua unità organizzativa è stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei medesimi delitti, si applica la sanzione dell'interdizione definitiva dall'esercizio dell'attivita' ai sensi dell'articolo 16, comma 3, D.Lgs. n. 231/2001.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 258 del 04.11.2017 è stata pubblicata la Legge 17.10.2017, n. 161. Tale provvedimento ha, tra l'altro, modificato l'art. 25-duodecies del D.Lgs. n. 231/2001. In particolare, l'art. 30, comma 4, della citata Legge ha introdotto in quest'ultima disposizione i commi 1-bis, 1-ter e 1-quater, inserendo così nel catalogo dei reati-presupposto i seguenti illeciti:
delitti di cui all'articolo 12, commi 3, 3-bis e 3-ter, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, ossia il reato di procurato ingresso illecito (puniti con sanzione pecuniaria da quattrocento a mille quote e con le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a un anno);
delitti di cui all'articolo 12, comma 5, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, ossia il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (puniti con sanzione pecuniaria da cento a duecento quote e con le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a un anno).
La Legge n. 161/2017 ha modificato, oltre al D.Lgs. n. 231/2001, varie normative in materia di: misure di prevenzione personali e patrimoniali; amministrazione, gestione e destinazione di beni sequestrati e confiscati; tutela dei terzi e rapporti con le procedure concorsuali).
L’art. 11 (Controllo giudiziario delle aziende) di tale provvedimento introduce nel D.Lgs. n. 159/2011 un nuovo articolo, 34-bis, il quale dispone che con il provvedimento che nomina l’amministratore giudiziale, il Tribunale può stabilire “ i compiti dell’amministratore giudiziario finalizzati alle attività di controllo e può imporre l’obbligo: … di adottare ed efficacemente attuare misure organizzative, anche ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni".
Con la sentenza n. 22375, depositata il 26.09.2017, la Corte di Cassazione è intervenuta su un caso di licenziamento del dipendente che aveva presentato denuncia-querela nei confronti del legale rappresentante della società datrice di lavoro. Nel caso esaminato, in appello questo comportamento era stato ritenuto corretto. La Corte Suprema ha invece ritenuto che la denuncia di fatti di potenziale rilievo penale avvenuti nell’azienda non integra le fattispecie della "giusta causa" o del "giustificato motivo" che possono motivare il licenziamento, salvo che non emerga il carattere calunnioso della denuncia (vale a dire la consapevolezza, da parte del lavoratore, della non veridicità di quanto denunciato e, dunque, la volontà di accusare il datore di lavoro di fatti mai accaduti o dallo stesso non commessi).
Intervenendo sul tema dei controlli della posta elettronica dei propri dipendenti da parte del datore di lavoro, con una sentenza depositata il 5 settembre 2017 (C. 61496/08) , la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo ha ribaltato il giudizio della Camera di Strasburgo e ha condannato la Romania per il mancato rispetto di un giusto equilibrio fra l’interesse del lavoratore al rispetto della propria privacy e quello del lavoro di lavoro a controllare l’uso dei dispositivi aziendali.
E' stato così affermato il principio per cui il datore di lavoro può controllare l’uso dei dispositivi aziendali da parte dei dipendenti solo informando preventivamente il lavoratore sulla possibilità e sulle modalità di accesso. Il lavoratore deve essere edotto della possibilità che l’azienda controlli la sua corrispondenza.
Sul piano nazionale, al riguardo, con la Newsletter del 15.09.2016, pubblicata sul sito istituzionale, il Garante privacy aveva stabilito che<<Verifiche indiscriminate sulla posta elettronica e sulla navigazione web del personale sono in contrasto con il Codice della privacy e con lo Statuto dei lavoratori.>> (v. News del 16.09.2016).
Sulla Gazzetta ufficiale n. 149 del 28 giugno 2017, è stato pubblicato un avviso di rettifica relativo al recente D.Lgs. n. 90/2017, attuativo della IV direttiva antiriciclaggio (v. oltre); l'avviso corregge, tra l'altro, alcuni errori materiali interessanti il reato di autoriciclaggio e l'art. 25-octies, D.Lgs. n. 231/2001 .
L'art. 5, comma 3, reintroduce il riferimento al delitto di autoriciclaggio nell'art. 25-octies, D.Lgs. n. 231/2001.
L'art. 5, comma 4, consente di continuare ad applicare la confisca obbligatoria anche per nei casi di commissione del medesimo delitto (autoriciclaggio).
Si riporta qui di seguito il testo dell'avviso:
<<Nel decreto legislativo citato in epigrafe, pubblicato nel sopraindicato Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale, sono apportate le seguenti correzioni:
alla pag. 34, seconda colonna, all'art. 5, comma 2, nella parte riferita all'articolo 65, comma 1, lett. b), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, al terzo rigo, dove è scritto: «... imputabile ai revisori legali e delle società di revisione legale ...» leggasi: «... imputabile ai revisori legali e alle società di revisione legale ...»;
alla pag. 37, seconda colonna, all'art. 5, comma 3, nella parte riferita all'articolo 72 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, nella rubrica dell'art. 25-octies: dove è scritto «Art. 25-octies (Ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita)» leggasi: «Art. 25-octies (Ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, nonché autoriciclaggio)»; ed ancora, nella parte riferita all'articolo 72 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, al comma 1 dell'art. 25-octies, dove è scritto: «1. In relazione ai reati di cui agli articoli 648, 648-bis e 648-ter ...» leggasi «1. In relazione ai reati di cui agli articoli 648, 648-bis, 648-ter e 648-ter.1 ...»;
alla pag. 37, seconda colonna, all'art. 5, comma 4, nella parte riferita all'articolo 648-quater del codice penale, nell'alinea: dove è scritto «4. Dopo l'articolo 648-ter ...» leggasi «4. Dopo l'articolo 648-ter.1»; ed ancora, nella parte riferita all'articolo 648-quater del codice penale, primo comma, al quarto rigo, dove è scritto: «... per uno dei delitti previsti dagli articoli 648-bis e 648-ter ...» leggasi «... per uno dei delitti previsti dagli articoli 648-bis, 648-ter e 648-ter.1 ...»; ed infine, sempre nella parte riferita all'articolo 648-quater del codice penale, terzo comma, dove è scritto: «In relazione ai reati di cui agli articoli 648-bis e 648-ter» leggasi: «In relazione ai reati di cui agli articoli 648-bis, 648-ter e 648-ter.1»;
alla pag. 46, prima colonna, all'art. 7, comma 1, lett. a), ultimo rigo, dove è scritto: «... dalle seguenti: "definite dall'articolo 1, comma 1, lettera c)";» leggasi: «... dalle seguenti: "definite dall'articolo 1, comma 1, lettera d)"».
Con la ​​sentenza 5 aprile 2017, n. 17163 (ud. 24 gennaio 2017) la quarta Sezione della Corte di Cassazione ha riconosciuto la compatibilità della esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis, c.p., introdotto dal D.Lgs. 16.03.2015, n. 28) con il reato di lesioni gravi colpose da violazione della normativa sull'igiene e sicurezza sul lavoro (art. 590, c.p.).
In particolare, la Corte Suprema ha precisato che non <<possono di per sé ritenersi fattori impeditivi al riconoscimento della causa di non punibilità l'ambito lavoristico in cui si è realizzato l'infortunio, con inosservanza di specifiche regole cautelari o il fatto che il legislatore abbia inteso definire "gravi" il tipo di lesioni derivate all'infortunato C.R. (per un periodo superiore a 40 giorni) in conseguenza dell'infortunio>>.
Riguardo alle conseguenze dell'applicabilità dell'istituto disciplinato dal citato art. 131-bis, c.p. in tema di responsabilità da reato degli enti ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001, si osserva che la specifica circolare esplicativa/applicativa della Procura della Repubblica di Palermo ha chiarito che, dal momento che per la declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto non è stata inserita una disposizione analoga a quella contenuta nell'art. 8 del Decreto 231 - in virtù del quale la responsabilità dell'ente sussiste anche quando il reato si estingue per causa diversa dall'amnistia - l'archiviazione per la causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis si estende anche alla persona giuridica.
Il 14 aprile 2017 entrerà in vigore il D.Lgs. 15.03.2017, n. 38 (pubblicato sulla G.U. n. 75 del 30.03.2017), recante disposizioni relative alla lotta contro la corruzione nel settore privato che: (i) hanno integrato l'elenco dei reati presupposto di cui al D.Lgs. n. 231/2001 e (ii) modificato la disciplina penale in materia (per scaricare il Decreto clicca qui).
In primo luogo, il provvedimento - di attuazione della decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003 - ha modificato il testo dell'art. 2635 del codice civile (già inserito nell'art. 25-ter del D.Lgs. n. 231/2001, con riferimento al terzo comma dello stesso art. 2635), che ora recita quanto segue (le modifiche sono evidenziate con caratteri sottolineati):
<<1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, di società o enti privati che, anche per interposta persona, sollecitano o ricevono, per se' o per altri, denaro o altra utilità non dovuti, o ne accettano la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni. Si applica la stessa pena se il fatto e' commesso da chi nell'ambito organizzativo della società o dell'ente privato esercita funzioni direttive diverse da quelle proprie dei soggetti di cui al precedente periodo.
2. Si applica la pensa della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati al primo comma.
3. Chi, anche per interposta persona, offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovuti alle persone indicate nel primo e nel secondo comma, e' punito con le pene ivi previste.
6. Fermo quanto previsto dall’articolo 2641, la misura della confisca per valore equivalente non può essere inferiore al valore delle utilità date, promesse o offerte. >>
Pertanto, con specifico riferimento alle modifiche rilevanti ai fini del D.Lgs. n. 231/2001, la novità di maggiore rilievo è rappresentata dal riferimento all’interposta persona, tramite la quale si <<offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovuti alle persone indicate nel primo e nel secondo comma>> del ripetuto art. 2635, c.c..
Altra novità rilevante ai fini del Decreto 231, è la modifica della lettera s-bis) dell'art. 25-ter del provvedimento legislativo: all'art. 2635, c.c. si è aggiunto il nuovo art. 2635-bis, c.c. - <<Istigazione alla corruzione tra privati>>; tale disposizione incriminatrice, inserita dall'art. 4 del D.Lgs. n. 38/2017, recita quanto segue:
<<1. Chiunque offre o promette denaro o altra utilità non dovuti agli amministratori, ai direttori generali, ai dirigenti preposti allaredazione dei documenti contabili societari, ai sindaci e ai liquidatori, di società o enti privati, nonché a chi svolge in essi un'attivita' lavorativa con l'esercizio di funzioni direttive, affinché compia od ometta un atto in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio o degli obblighi di fedeltà, soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell'articolo 2635, ridotta di un terzo.
2. La pena di cui al primo comma si applica agli amministratori, ai direttori generali, ai dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, ai sindaci e ai liquidatori, di società o enti privati, nonché a chi svolge in essi attività lavorativa con l'esercizio di funzioni direttive, che sollecitano per se' o per altri, anche per interposta persona, una promessa o dazione di denaro o di altra utilità, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, qualora la sollecitazione non sia accettata.
3. Si procede a querela della persona offesa.>>
Per questo reato, a carico dell'ente responsabile in via amministrativa ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 è prevista la sanzione pecuniaria da duecento a quattrocento quote e l'applicazione delle sanzioni interdittive di cui all'art. 9, comma 2, dello stesso Decreto.
Infine, il provvedimento in esame ha inserito l'art. 2635-ter - <<Pene accessorie>>, che prevede quanto segue:
<<La condanna per il reato di cui all'articolo 2635, primo comma, importa in ogni caso l'interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese di cui all'articolo 32-bis del codice penale nei confronti di chi sia già stato condannato per il medesimo reato o per quello di cui all'articolo 2635-bis, secondo comma.>>
Con la sentenza 27.01.2017 (ud. 12.01.2017), n. 3935 la Corte di Cassazione, Sez. II pen., ha riconosciuto il concorso tra il reato di autoriciclaggio (art. 648-ter1, c.p.) e il reato di trasferimento fraudolento di valori (art. 12 quinquies d.l. 306/1992, conv. dalla l. 7 agosto 1992 n. 356).
Ciò in quanto la condotta di autoriciclaggio non presuppone e non implica che il suo autore ponga in essere anche un trasferimento fittizio a un terzo dei cespiti rivenienti dal reato presupposto; questo trasferimento è, infatti, un elemento ulteriore, che l’ordinamento punisce ai sensi dell’art. 12 quinquies della Legge n. 356 del 1992. Tale elemento coinvolge un terzo soggetto, che deve aver funto da prestanome del dante causa autore del reato presupposto; esso non può ricomprendersi tra quelle “altre operazioni” idonee a ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni, indicate nell’art. 648 ter1, c.p., in quanto esse sono riferibili al solo soggetto agente. Inoltre, sempre secondo la Corte Suprema, è evidente che le due violazioni della legge penale in discussione intervengono in momenti cronologicamente distinti, a ulteriore dimostrazione della loro diversità: l’autore del reato presupposto, dapprima, compie l’operazione di interposizione fittizia per poi, successivamente, determinarsi in favore dell’autoriciclaggio, senza il quale la condotta sarebbe punibile solo per il reato di cui all’art. 12 quinquies, L. n. 356/1992.
o5.01.2017
Ai sensi della delibera della Giunta della Regione Lombaria n. IX/2412 del 26.10.2011 - PROCEDURE E REQUISITI PER L'ACCREDITAMENTO DEGLI OPERATORI PUBBLICI E PRIVATI PER EROGAZIONE DEI SERVIZI DI ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE NONCHE' DEI SERVIZI PER IL LAVORO, allegato 1, punto 2, nel mese di gennaio (dal 2 al 31) è fatto obbligo, agli enti accreditati iscritti negli appositi Albi (formazione e lavoro) di confermare il mantenimento del possesso dei requisiti di accreditamento.
Gli adempimenti (tra cui la trasmissione di una dichiarazione firmata dal legale rappresentante) sono assolti telematicamente, attraverso accesso al "Cruscotto lavoro" istituito dalla Regione Lombardia (clicca qui).
Nella riunione del 14 dicembre 2016, il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via preliminare, lo schema di disegno di legge con il quale si dà attuazione alla delega legislativa, contenuta nell’art. 19, L. 12 agosto 2016, n. 170 (c.d. Legge di delegazione europea 2015).
​Il testo è stato trasmesso alle Camere, affinché le commissioni competenti (Giustizia e Politiche dell’Unione europee) rilascino i pareri richiesti ex art. 31 l.234/2012, entro il termine del 25 gennaio 2017.
Con riferimento alla corruzione internazionale, Assonime ha evidenziato i rischi emersi e ha formulato le soluzioni organizzative ritenute più adeguate per prevenire i rischi: (i) la creazione di diversi comitati a livello di capogruppo, (ii) la creazione della funzione di Internal Audit di gruppo, (iii) il rafforzamento della funzione Compliance, (iv) l’istituzione dell’unità organizzativa di Risk Management con lo scopo di migliorare la governance di gruppo nell’area della gestione dei rischi operativi e finanziari, (v) l’emanazione di direttive a livello di gruppo in materia di anti-corruzione (con particolare attenzione alle procedure di selezione delle controparti commerciali attraverso specifiche attività di due diligence), nonché di direttive sull’adozione, e implementazione del modello organizzativo ex d.lgs 231/2001 e sulla composizione degli Organismi di Vigilanza, (vi) l'adozione del Codice anti-corruzione di gruppo.
Riguardo ai reati di autoriciclaggio e di false comunicazioni sociali, <<in mancanza di un intervento chiarificatore della giurisprudenza, che non si è ancora mai pronunciata su un caso di autoriciclaggio che coinvolga società multinazionali>>, è stata formulata <<un’ ipotesi di scuola per segnalare alcune possibili criticità che possono derivare dalla nuova norma>>. Infine, relativamente ai reati fiscali "presupposto" del nuovo reato di autoriciclaggio, Assonime ha condotto un’analisi dei seguenti due distinti profili:
<<a) da un lato, vi è il fondato timore che il reato di autoriciclaggio venga a configurarsi come conseguenza pressoché automatica di qualsiasi reato tributario, tenuto conto che l’onere impositivo non correttamente assolto implica ex se una maggiore disponibilità di “cassa” nel compendio aziendale utilizzabile nell’ambito dell’attività di gestione ordinaria dell’impresa;
b) dall’altro, poiché il reato di autoriciclaggio è compreso nell’ambito applicativo del D.Lgs. n. 231 del 2001, i reati fiscali di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000 possono, come accennato, essere indirettamente attratti nel coacervo dei reati fonte della responsabilità amministrativa dell’ente previsti dal D.Lgs. n. 231, sebbene tuttora ne siano formalmente esclusi.>>
In merito al primo, nello studio si osserva che <<dal tenore testuale del dettato normativo, emerge chiaramente come l’autoriciclaggio si configuri soltanto laddove il profitto del reato – che nel caso di reato fiscale è dato sic et simpliciter dal risparmio di imposta – venga “reimpiegato” in attività economiche attraverso forme di sostituzione/occultamento idonee ad “ostacolare concretamente” l’identificazione della provenienza delittuosa del provento.>>
Rispetto al secondo profilo esaminato, Assonime sottolinea quanto segue:
<<l’introduzione del reato di autoriciclaggio travolge – in parte qua – il tradizionale sdoppiamento, tipico dei reati tributari, tra la persona fisica autore del reato e la persona giuridica che ne beneficia. Infatti, mentre il reato tributario (presupposto dell’autoriciclaggio) resterebbe imputabile alla persona fisica, il conseguente delitto di autoriciclaggio (di stretta derivazione tributaria) potrebbe essere ricondotto in capo all’ente, con effetti tanto più dirompenti quanto più ampia fosse la sua configurabilità anche in ipotesi di mero godimento del profitto nella ordinaria attività d’impresa: effetti, questi, che potrebbero giungere fino a far ritenere che i beni della società possano essere sequestrati/confiscati come profitto del reato di autoriciclaggio dell’ente. Si è, quindi, aperto un ampio dibattito in merito alla possibilità che anche i reati fiscali, sia pure indirettamente – e, cioè, come reati presupposto dell’autoriciclaggio – siano idonei a dar luogo alla responsabilità amministrativa degli enti.
Questa incertezza riverbera conseguenze negative per le società non solo sotto il profilo della tipologia di modelli organizzativi da approntare in futuro per adempiere ai dettami imposti dal D.Lgs. n. 231, ma anche per le plurime possibilità di confisca del profitto illecito.>>
Sulla G.U. n. 262 del 09.11.2016 è stato pubblicato il D.Lgs. 29 ottobre 2016, n. 202 (Attuazione della direttiva 2014/42/UE relativa al congelamento e alla confisca dei beni strumentali e dei proventi da reato nell'Unione europea), che dispone l’obbligatorietà della confisca, anche per equivalente, dei profitti, dei prezzi e dei prodotti connessi con alcuni gravi reati, tra cui quelli di criminalità informatica, di falso monetario e di corruzione tra privati.
Il Decreto reca alcune modifiche al contenuto del Codice penale e del Codice civile, nonché alle leggi di modifica del Codice di procedura penale e alla disciplina relativa all’antiriciclaggio.
estende l’ambito della confisca obbligatoria anche ai beni che costituiscono il profitto o il prodotto del reato, ovvero alle somme di denaro, beni o altre utilità di cui il colpevole ha la disponibilità per un valore corrispondente al profitto o al prodotto, qualora non sia possibile la confisca del prodotto o del profitto diretti;
amplia l'applicabilità della c.d. "confisca estesa", cioè della confisca che si applica in caso di condanna per taluni gravi reati, a prescindere dalla prova del collegamento diretto tra ricchezza sproporzionata e commissione del singolo reato;
in relazione ai reati relativi a falsità-alterazione di monete, carte di pubblico credito, corruzione tra privati, produzione, traffico, detenzione illeciti di sostanze stupefacenti e riciclaggio, prevede l’obbligo di confisca delle cose che sono servite per la commissione del reato, ovvero che ne costituiscono il prezzo, il prodotto o il profitto, a meno che siano di appartenenza di una persona estranea al reato in questione.
Se la confisca sui predetti beni non è possibile, si procede con la confisca per un valore corrispondente al profitto, al prodotto o al prezzo del reato.
L’art. 6, comma 1, della Legge 29 ottobre 2016, n. 199 (pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 257 del 3 novembre 2016) ha disposto la modifica dell’art. 25-quinquies (“Delitti contro la personalità individuale”), comma 1, lettera a), D.Lgs. n. 231/2001, inserendo nel catalogo dei reati-presupposto la fattispecie criminosa prevista dall’art. 603-bis del codice penale, come modificato dalla stessa Legge.
Qui di seguito si riporta il testo del nuovo art. 603-bis, c.p.:
«Art. 603-bis. (Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro)
3) l'aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro.»
Il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro era stato introdotto con il D.L. 13.08.2011, n. 138, convertito con modificazioni dalla Legge 14.09.2011, n. 148, al fine di colpire il fenomeno del "caporalato", presente soprattutto in alcune aree dell’Italia meridionale e nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia.
La disposizione originaria era la seguente:
3) l'aver commesso il fatto esponendo i lavoratori intermediati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro.»
In estrema sintesi, le novità introdotte rispetto all'originaria formulazione della norma criminosa sono le seguenti:
è stata riscritta la condotta illecita del "caporale", vale a dire di chi recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno (nel nuovo testo è stato soppresso il riferimento allo stato di "necessità" del lavoratore);
la fattispecie-base del reato (comma 1) prescinde da comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori;
è stato eliminato il richiamo allo svolgimento di un'attività organizzata di intermediazione e il riferimento all'organizzazione dell'attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento;
è stata introdotta la condotta illecita del il datore di lavoro che utilizza, assume o impiega manodopera reclutata anche mediante l'attività di intermediazione sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno.
con riferimento alle condizioni ritenute indice di sfruttamento dei lavoratori (comma 3), e in particolare alla condizione della violazione delle norme sulla sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, è stato soppresso il riferimento alla necessità che la violazione esponga il lavoratore a pericolo per la salute, la sicurezza o l'incolumità personale.
E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 204 del 1° settembre 2016, ed è in vigore dal 16 settembre 2016, la Legge 12 agosto 2016, n. 170 (Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea – Legge di delegazione europea 2015). L’art. 19 delega il Governo ad apportare – entro tre mesi dall’entrata in vigore – modifiche al reato di corruzione tra privati previsto dall’art 2635 c.c. e alle sanzioni previste a carico dell’ente dall’art. 25-ter, D. Lgs. 231/2001.
Si riporta qui di seguito il testo della disposizione:
<<Art. 19 - Delega al Governo per l'attuazione della decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato
1. Il Governo e' delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'economia e delle finanze, un decreto legislativo recante le norme occorrenti per dare attuazione alla decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato, nel rispetto delle procedure e dei principi e criteri direttivi generali rispettivamente stabiliti dall'articolo 31, commi 2, 3, 5 e 9, e dall'articolo 32, comma 1, lettere a), e), f) e g), della legge 24 dicembre 2012, n. 234, nonché delle disposizioni previste dalla decisione quadro medesima, nelle parti in cui non richiedono uno specifico adattamento dell'ordinamento italiano, e sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi, realizzando il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti:
a) prevedere, tenendo conto delle disposizioni incriminatrici già vigenti, che sia punito chiunque promette, offre o da', per se' o per altri, anche per interposta persona, denaro o altra utilità non dovuti a un soggetto che svolge funzioni dirigenziali o di controllo o che comunque presta attività lavorativa con l'esercizio di funzioni direttive presso società o enti privati, affinché esso compia od ometta un atto in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio;
2. Sullo schema del decreto legislativo di recepimento della decisione quadro di cui al comma 1 e' acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica secondo le modalità e i termini di cui all'articolo 31, comma 3, della legge 24 dicembre 2012, n. 234.
3. Dall'attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono alla sua attuazione con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.>>
La Fondazione Nazionale dei Commercialisti analizza i rapporti di collaborazione tra gli organi di controllo aziendale in un documento del 15 settembre 2016.
Gli organi di controllo che operano in un’azienda o ente e che in alcuni casi essi svolgono delle attività di ispezione e verifica, considerati dal documento, sono i seguenti: (i) Revisore Legale; (ii) Collegio Sindacale; (iii) Organismo di Vigilanza; (iv) Audit interno aziendale.
Tali attività spesso si sovrappongono; il contributo della FNC <<tende ad evidenziare il possibile sistema integrato di controlli che tali organi possono definire>>.
Il Garante privacy ha affermato che il controllo indiscriminato di e-mail e traffico Internet dei dipendenti da parte del datore di lavoro viola il principio di liceità alla base del trattamento dei dati personali e la normativa sui controlli a distanza dei lavoratori prevista dallo Statuto dei lavoratori (art. 4, Legge n. 300/1970, anche dopo le modifiche apportate dal Jobs Act).
La decisione [doc. web n. 5408460] ha vietato a un'università il monitoraggio massivo delle attività in Internet dei propri dipendenti. Il caso era sorto proprio per la denuncia del personale tecnico-amministrativo e docente, che lamentava la violazione della propria privacy e il controllo a distanza posto in essere dall'Ateneo.
Qui di seguito si riporta il testo della Newsletter 15.09.2016 pubblicata sul sito del Garante:
<<Verifiche indiscriminate sulla posta elettronica e sulla navigazione web del personale sono in contrasto con il Codice della privacy e con lo Statuto dei lavoratori. (...omissis...)
L'infrastruttura adottata dall'Ateneo, diversamente da quanto affermato, consentiva poi la verifica costante e indiscriminata degli accessi degli utenti alla rete e all'e-mail, utilizzando sistemi e software che non possono essere considerati, in base alla normativa, "strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa". Tali software, infatti, non erano necessari per lo svolgimento della predetta attività ed operavano, peraltro, in background, con modalità non percepibili dall'utente. E' stato così violato lo Statuto dei lavoratori - anche nella nuova versione modificata dal cosiddetto "Jobs Act" – che in caso di controllo a distanza prevede l'adozione di specifiche garanzie per il lavoratore.Nel provvedimento il Garante ha rimarcato che l'Università avrebbe dovuto privilegiare misure graduali che rendessero assolutamente residuali i controlli più invasivi, legittimati solo in caso di individuazione di
specifiche anomalie, come la rilevata presenza di virus. In ogni caso, si sarebbero dovute prima adottare misure meno limitative per i diritti dei lavoratori.L'Autorità ha infine riscontrato che l'Università non aveva fornito agli utilizzatori della rete un'idonea informativa privacy, tale non potendosi ritenere la mera comunicazione al personale del Regolamento relativo al corretto utilizzo degli strumenti elettronici, violando così il principio di liceità alla base del trattamento dei dati personali. L'Autorità ha quindi dichiarato illecito il trattamento dei dati personali così raccolti e ne ha vietato l'ulteriore uso, imponendo comunque la loro conservazione per consentirne l'eventuale acquisizione da parte della magistratura.>>
La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. I, 29.03.2016, n. 6037, ha confermato il giudizio di responsabilità degli opponenti (sindaci di una società quotata, nei cui confronti la Consob aveva contestato sanzioni amministrative per violazione dei doveri di vigilanza nei confronti degli organi amministrativi e gestionali della predetta società) e la riduzione delle sanzioni concessa dalla Corte d'appello di Milano, con sentenza 23 aprile 2013, a seguito dell'esclusione dell'addebito relativo all'omesso controllo sull'attività dell'Organismo di vigilanza, in quanto organo dotato di autonomi poteri ispettivi rispetto al quale non si giustificava l'ulteriore vigilanza da parte del collegio sindacale.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione - investite con ordinanza della Corte di Cassazione n. 9186, depositata in data 4 marzo 2016 - si sono pronunciate sulla delicata questione della rilevanza penale del falso valutativo nel (nuovo) delitto di falso in bilancio, come riformulato con Legge n. 69/2015 (Cass., SS.UU., sent.n. 22474 del 27.05.2016 (ud. 31.03.2016).
Recentemente, infatti, era sorto un contrasto giurisprudenziale nell'ambito della quinta Sezione della Corte Suprema (v. sentenze
n. 890/2016, depositata il 12 gennaio 2016, e n. 33774/2015, depositata il 30 luglio 2015 - cfr. News del 19.01.2016).
In particolare, le SS.UU. hanno fornito risposta negativa al quesito <<se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica con cui l’art. 9 della legge 27 maggio 2015, n. 69 ha eliminato nell’art. 2621 c.c. l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, abbia determinato o meno un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie>>.
Pertanto, il reato di falso in bilancio continua ad essere applicabile anche con riferimento alle poste di natura valutativa.
Si resta in attesa delle motivazioni della decisione.
Con la sentenza n. 3691/2016, depositata il 27 gennaio 2016, la seconda Sezione penale della Corte di Cassazione, ha fornito indicazioni in merito alla rilevanza del reato di autoriciclaggio in relazione a delitti-presupposto commessi prima dell’entrata in vigore dell’art. 648-ter1 del codice penale (nella specie: frode fiscale ex D.Lgs. n. 74/2000).
Al riguardo si riporta uno stralcio della sentenza:
<<4.3 Manifestamente infondato è infine anche l’ultimo motivo del ricorso, concernente l’ipotesi di reato di cui all’art. 648 ter 1 cod. pen. Introdotto dalla legge 14 dicembre 2014, n. 186, attesa l’irrilevanza della realizzazione, in epoca antecedente l’entrata in vigore di tale normativa, delle condotte di cui all’art. 4 D. Lgs. 74/2000 assunte ad ipotesi di reato presupposto: va premesso che impropriamente viene invocato il principio di irretroattività della legge penale di cui all’art. 2 cod. pen. In relazione ad un reato, quale quello di autoriciclaggio, nel quale soltanto il reato presupposto si assume commesso in epoca antecedente l’entrata in vigore della l. 15/12/2014 n. 186, ma quando comunque lo stesso reato era già previsto come tale dalla legge, mentre l’elemento materiale del reato di cui all’art. 648 ter risulta posto in essere in data 7 luglio 2015, ben successivamente all’introduzione della predetta normativa, e soprattutto non può ritenersi significativo che il Tribunale del riesame non abbia esplicitamente argomentato sul punto, dovendosi ritenere assorbente il rilievo che il Tribunale abbia comunque ritenuto configurabile “un’ipotesi accusatoria relativamente ad una condotta di riciclaggio” – di per sé sufficiente a giustificare il sequestro – pur riconoscendo che in questa fase delle indagini “l’incolpazione è necessariamente fluida”, tanto da ritenere non preclusa nemmeno l’ipotesi dell’autoriciclaggio, quantomeno nella fattispecie tentata.>>
Intervenendo in materia di rilevanza delle valutazioni ai fini del (nuovo) reato di falso in bilancio, con la sentenza n. 890/2016, depositata il 12 gennaio 2016, la quinta Sezione penale della Corte di Cassazione, ha affermato che <<nell’art. 2621 c.c. il riferimento ai ‘fatti materiali’ quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale. Infatti, quando intervengono in contesti che implicano l’accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere una funzione informativa e possono dirsi veri o falsi>>.
In precedenza, con la "sentenza Crespi" (sentenza n. 33774/2015, depositata il 30 luglio 2015), la stessa Sezione della Corte di Cassazione aveva sostenuto l'opinione contraria, ritenendo che l’espunzione dal testo dell’art. 2621, c.c. delle parole “ancorché oggetto di valutazioni” costituisse, di fatto, un'abrogazione del falso valutativo in bilancio, il quale doveva pertanto considerarsi penalmente irrilevante.
Tale difformi pronunciamenti aprono la strada a un intervento delle Sezioni Unite.
Al riguardo si rinvia anche alla Relazione della Corte Suprema di Cassazione, Ufficio del Massimario e del Ruolo, Servizio penale, prot. Rel. V/003/15, avente a oggetto "58006 Persona giuridica - Reati societari - False comunicazioni sociali - Nozione - Interpretazione", che si pronuncia sulle modifiche in tema di falso in bilancio apportate dalla Legge 27 maggio 2015, n. 69.
Per scaricare i testi delle menzionate sentenze nn. 890/2016 e 33774/2015 e della citata Relazione, vai all'Area riservata del portale www.italianlaw231.com.
Con la circolare n. 6 del 1° dicembre 2015, l'A.B.I. ha fornito le proprie indicazioni in merito alla rilevanza del reato di autoriciclaggio ai fini della responsabilità amministrativa degli enti ex D.Lgs. n. 231/2001.
Il sommario della circolare è il seguente:
<<SOMMARIO – Premessa. - 1. L'introduzione del delitto di autoriciclaggio e la previsione delle responsabilità dell'ente ex D.Lgs. 231 del 2001. - 2. Il delitto di autoriciclaggio: l'area di incriminazione e i rapporti con i delitti di riciclaggio e reimpiego. - 3. La struttura oggettiva della fattispecie. - 4. L'elemento soggettivo. - 5. La clausola di non punibilità di cui al quarto comma dell'art. 648 ter 1 c.p. - 6. La responsabilità degli enti: l'inserimento del delitto di autoriciclaggio nell'art. 25 octies del D.Lgs. 231 del 2001. - 7. Indicazioni circa l’aggiornamento del Modello Organizzativo>>
Il paragrafo 6 di tale provvedimento precisa quanto segue:
<<È dubbio peraltro che l’art. 25 octies possa essere interpretato nel senso di escludere la rilevanza, ai fini della configurabilità dell’illecito amministrativo dell’ente, di condotte che abbiano a oggetto proventi di reati non previsti nell’elenco dei reati presupposto. È comunque essenziale la funzione selettiva, sia ai fini della responsabilità penale del soggetto agente, che della responsabilità amministrativa dell’ente, svolta dal requisito del concreto ostacolo alla provenienza delittuosa: esso dovrà essere puntualmente riscontrato, per evitare il rischio di punire per autoriciclaggio anche operazioni di reimpiego delle utilità illecite prive di quell’ulteriore disvalore penale che fonda la punibilità del reato di cui all’art. 648 ter1 c.p. In altri termini, sarà necessario accertare la sussistenza di condotte dissimulatorie ovvero anomale rispetto all’ordinaria attività mentre semplici operazioni “tracciabili”, non avendo tali caratteristiche, non dovrebbero assumere rilevanza penale; diversamente si priverebbe di significato la precisa scelta del legislatore di esigere una idoneità ‘qualificata’ dell’operazione a impedire la ricostruzione della provenienza delittuosa del denaro, dei beni e della utilità che sono oggetto.>>
Di particolare rilievo, poi, è il paragrafo 7 della menzionata circolare, recante indicazioni circa l'aggiornamento del Modello Organizzativo; qui di seguito si riporta il testo del paragrafo:
<<Alla luce di quanto sopra osservato, ai fini della decisione circa l’aggiornamento dei Modelli organizzativi, sembra utile tenere presente l’”origine” del provento: se esterna alla banca o se, invece, si sia in presenza di un utilizzo di proventi (eventualmente) illeciti formatisi all’interno della banca stessa. Nel primo caso, non può che evidenziarsi la possibilità di attingere utilmente, da parte delle banche, all’esperienza maturata in tema di obblighi antiriciclaggio ex D.Lgs. 231 del 2001 ove, seppur solo ai fini di detto decreto, all’art. 2 si dà una definizione di riciclaggio tale da coprire anche l'ipotesi di autoriciclaggio, nonché ai principi, alle regole ed alle procedure, già in essere in ambito aziendale, per prevenire il rischio di incorrere nella «responsabilità amministrativa» per la commissione dei reati ex artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p..
Ove i proventi eventualmente illeciti si siano formati all’interno della stessa banca, le procedure e i princìpi di comportamento, già adottati per prevenire il rischio di commissione degli altri reati inseriti nell’elenco di quelli presupposto della responsabilità degli enti, possono risultare efficaci anche per la prevenzione “a monte” dell’autoriciclaggio dei relativi proventi illeciti. Ciascuna banca potrà pertanto far riferimento, nella parte del modello organizzativo dedicata al reato di autoriciclaggio, ai principi di comportamento e ai presidi già implementati per la prevenzione delle suddette fattispecie criminose. Se, invece, la provenienza del denaro è riconducibile a reati non rientranti nel catalogo di cui agli artt. 24 ss. D.Lgs. n. 231 del 2001 – in primo luogo vengono in considerazione i reati fiscali, la realizzazione di alcune tipologie dei quali determina non tanto la creazione di nuove disponibilità illecite, ma la permanenza nel patrimonio della banca, quale profitto dell’illecito, della somma corrispondente all’importo delle imposte evase - i presìdi devono strutturarsi focalizzando il contenuto del Modello organizzativo non tanto sul controllo circa la provenienza del denaro, quanto sulle modalità di utilizzo dello stesso, in modo da far emergere eventuali anomalie o elementi non ordinari e impedendo il ricorso a tecniche idonee ad ostacolare in concreto l’individuazione della provenienza illecita dei beni. In tale ambito, andrà valutata, in particolare, la segmentazione dei flussi decisionali interni alla banca (con più step di approvazione e verifica, in ragione della particolarità dell’operazione). E’ comunque utile ricordare che vigono principi, regole e procedure, anche non direttamente collegati ai presìdi ex D.Lgs. 231/2001, volti a garantire il rispetto delle pervasive disposizioni di legge e regolamentari applicabili all’attività bancaria e finanziaria, nonché la correttezza della gestione. Ne discende che l’implementazione di sistemi di controllo interno, normative e procedure aziendali conformi alla normativa di settore non può non essere considerata, già di per sé, un’efficace contromisura a fronte dei rischi di commissione nell’ambito aziendale di reati, fonte di proventi illeciti e del loro reimpiego.>>
In merito ai riflessi dell'introduzione del reato di autoriciclaggio nell'elenco dei reati-presupposto ex D.Lgs. n. 231/2001 deve altresì essere richiamato l'intervento di Confindustria con la propria circolare n. 19867 del 12 giugno 2015 (v. News del 12.06.2015).
Intervenendo sul tema dell'utilizzo improprio dell'e-mail e del personal computer aziendali (ossia non in conformità alle prescrizioni interne), con la sentenza n. 22353 del 02.11.2015 la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha precisato che è legittima la sanzione conservativa, mentre non è applicabile la sanzione espulsiva.
Sulla base di questo orientamento della Suprema Corte, ove il codice disciplinare o la contrattazione collettiva prevedano la sanzione conservativa per l’uso improprio della e-mail e delle dotazioni informatiche aziendali, l’elusione, da parte del lavoratore, delle specifiche informative e dei molteplici avvisi effettuati dal datore al fine di prevenire abusi, non è sufficiente a configurare il livello di gravità richiesto dall’art. 2119 del codice civile.
Nella fattispecie, era stata rilevata la presenza di file di natura multimediale non legati all'attività lavorativa e l'istallazione di alcuni programmi coperti da copyright, di cui non era stata, però, accertata l'utilizzazione oltre il periodo concesso come dimostrativo; la perizia tecnica aveva poi stabilito che il lavoratore aveva utilizzato a fini personali la posta elettronica e aveva navigato in Internet sempre per motivi personali, ma non era possibile farne una esatta quantificazione temporale.
La stessa Corte ha precisato che il concetto di giusta causa di licenziamento, così come il giustificato motivo, costituiscono una nozione che la legge configura con disposizioni di limitato contenuto, che vanno specificati in sede interpretativa mediante la valorizzazione sia di fattori esterni, relativi alla coscienza generale, sia di principi che la stessa disposizione tacitamente richiama.
Con la Circolare n. 18967 del 12 giugno 2015, Confindustria ha affrontato il tema dell'inserimento del reato di autoriciclaggio, ex art. 648-ter.1, c.p., nell'elenco dei reati presupposto ai sensi dell'art. 25-octies del D.Lgs. n. 231/2001.
La modifica di quest'ultima disposizione è stata operata - con effetto dal 1° gennaio 2015 - dalla Legge 15.12.2014, n. 186 (v. sotto News del 17.12.2014).
Con riferimento all'aggiornamento del Modello organizzativo ex art. 6, D.Lgs. n. 231/2001, e quindi alla individuazione delle modalità attuative del reato in discorso (in altri termini: all'individuazione delle c.d. "attività sensibili"), nella Circolare si precisa, tra l'altro, quanto segue:
<<Pertanto non è chiaro se l’eventuale responsabilità dell’ente è limitata ai casi in cui il reato base rientra tra i reati presupposto di cui al decreto 231, ovvero se essa possa configurarsi anche in presenza di fattispecie diverse.>>;
<<in relazione all'esempio del reato tributario come base dell'autoriciclaggio, si cumulerebbero le seguenti sanzioni: i) amministrativa; ii) penale per il reato-base; iii) penale per l´autoriciclaggio; iv) amministrativa ai sensi del Decreto 231, a carico dell´impresa».
Sul primo punto, merita sottolineare come il tema sia emerso anche in relazione all'introduzione - nell'elenco dei reati-presupposto - del delitto di associazione per delinquere ex art. 416, c.p. (v. art. 24-ter, D.Lgs. n. 231/2001, aggiunto dall'art. 2, comma 29, Legge 15.07.2009, n. 94).
la Circolare della Guardia di finanza n. 83607/2012, Volume III, Capitolo 4, para. 2.b., ha affermato che:
<<L’inserimento dei delitti contro la criminalità organizzata tra i reati presupposto previsti dal D.Lgs. n. 231/2001 non rappresenta una novità assoluta. Infatti, come già anticipato al precedente Capitolo 2., paragrafo 3.a., l’art. 10 della L. n. 146/2006 aveva già previsto alcuni delitti associativi tra i reati presupposto nel caso in cui tali reati avessero carattere transnazionale. (omissis) L’introduzione del reato di associazione per delinquere ex art. 416 c.p. quale reato presupposto della responsabilità amministrativa degli enti, svincolato dal carattere della transnazionalità, ha ed avrà conseguenze nella prevenzione e nel contrasto non solo della criminalità organizzata, ma anche dei cc.dd. white collar crimes. Infatti, con tale estensione normativa è ora possibile, non solo in via astratta, applicare la disciplina del D.Lgs. n. 231/2001 con riguardo a quei reati che, pur non rientrando nella categoria dei reati presupposto (es. reati tributari, usura, abusiva attività di intermediazione finanziaria, turbata libertà degli incanti, ...), potrebbero costituire i delitti-fine di un’associazione per delinquere. Pertanto, pur nella consapevolezza che tale novità già oggi rappresenta un valido ed efficace strumento contro la criminalità d’impresa, potendo trovare applicazione in situazioni distorsive della concorrenza e nei casi delle più gravi frodi fiscali, al fine di evitare “forzature” nella contestazione di tali fattispecie incriminatrici al solo fine di applicare la disciplina in commento per reati che oggi non ne costituiscono reati-presupposto, nelle more di eventuali future disposizioni di maggiore dettaglio sul punto che tengano conto anche dei primi pronunciamenti in sede giurisprudenziale, si ritiene necessario che la polizia giudiziaria operante acquisisca, prima di procedere alla successiva attività investigativa, specifiche direttive dall’A.G. competente in ordine alla configurabilità, nelle ipotesi sopra rassegnate, della responsabilità amministrativa ex D.Lgs. n. 231/2001 nei confronti dell’ente.>>;
la Corte di Cassazione, con la sentenza 6 giugno 2013, n. 24841, è intervenuta sul tema dell’associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, affermando quanto segue:
<<Occorre anzitutto premettere che la società (omissis) è stata oggetto sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente in quanto indagata, ai sensi del D.Lgs. n. 231 del 2005, art. 24 ter, per l'illecito di cui all'art. 416 c.p., finalizzato ai reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2 e 8. Correttamente il tribunale ha ritenuto quindi che il sequestro disposto possa trovare legittimazione direttamente nella citata disposizione prescindendo dai reati fine.>>;
con la sentenza n. 3635/13 emessa il 20 dicembre 2013, la Sesta sezione penale della Corte di cassazione, ha annullato senza rinvio l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Taranto aveva confermato il sequestro preventivo di beni funzionale alla confisca ex art. 19 d.lgs. 231 del 2001, per un valore di oltre otto miliardi di euro, equivalente al profitto derivante dal delitto di associazione per delinquere e dai reati-scopo ambientali contestati a due società, affermando che il profitto non può corrispondere al risparmio di spesa conseguente al mancato adeguamento degli impianti dello stabilimento siderurgico, dovendosi ritenere necessario l’accertamento della diretta correlazione causale con i reati presupposto e del conseguimento di un risultato economico positivo. Con questa pronuncia la Corte Suprema interviene sul controverso tema della rilevanza - ai fini dell'art. 24-ter del D.Lgs. n. 231/2001 - del reato di associazione per delinquere, ex art. 416, c.p., nel caso di reati-fine non inclusi nella lista dei reati-presupposto soggetti alla disciplina in tema di responsabilità amministrativa degli enti di cui a quest'ultimo Decreto. Al riguardo si afferma che il provvedimento impugnato si basa su un "vizio di fondo"; in caso contrario, l'art. 416, c.p. (reato-presupposto ai fini del D.Lgs.) <<si trasformerebbe ... in una disposizione "aperta", dal contenuto elastico, ... con il pericolo di una ingiustificata dilatazione dell'area di potenziale responsabilità dell'ente collettivo ...>>. La pronuncia in esame appare in contrasto con quanto affermato dalla terza Sezione penale della stessa Corte di Cassazione con riferimento al reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale (v. citata sentenza n. 24841 del 27.03.201, dep. 06.06.2013).
Più recentemente, le nuove "Linee guida 231" di Confindustria (aggiornamento a marzo 2014) hanno precisato quanto segue:
<<la configurazione dei reati associativi come reati-mezzo ha l’effetto di estendere la responsabilità dell’ente ex decreto 231 a una serie indefinita di fattispecie criminose commesse in attuazione del pactum sceleris e non necessariamente incluse nell’elenco dei reati presupposto. Si pensi, ad esempio, alla turbata libertà degli incanti (art. 353 c.p.), all’illecita concorrenza con violenza o minaccia (art. 513-bis, c.p.), all’inadempimento di contratti di pubbliche forniture (art. 355 c.p.) e alla frode nelle pubbliche forniture (art. 356 c.p.).>>
Il tema qui affrontato è stato oggetto, lo scorso aprile, di un convegno organizzato dalla AODV231 - Associazione dei Componenti degli Organismi di Vigilanza ex D.Lgs. n. 231/2001.
In questa occasione (clicca qui per andare alla pagina informativa pubblicata sul sito dell'Associazione), il Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano dott. Eugenio Fusco ha osservato quanto segue:
<<«L´articolo 648-ter 1 del Codice penale è forse la via attraverso cui i reati tributari fanno il loro ingresso in ambito "231” anche senza un ampliamento del relativo catalogo. È come se alcuni reati esclusi dal perimetro "231”, pensiamo alla falsa fatturazione, rientrassero in un certo senso dall´ingresso secondario. Se consideriamo i ricavi in nero, questi possono automaticamente dare origine all´autoriciclaggio perché per definizione si sottraggono a qualsiasi forma di tracciabilità (chi evade cerca poi di occultare il reimpiego del denaro oggetto dell'evasione). L´attenzione della società deve concentrarsi sulle operazioni straordinarie, come gli aumenti di capitale, che si prestano a favorire il reimpiego (anche) di questi ricavi. ...
... Il modello deve consentire la tracciabilità di tutti i profili legati alla materia fiscale. Così – se tutto è tracciabile – i capitali che eventualmente provengono da reato fiscale non potranno essere facilmente riutilizzati in modo da occultarne la provenienza. Altrimenti può accadere che ad esempio l´amministratore commetta autoriciclaggio, creando un fondo nero interno alla società, e così agendo faccia sorgere anche una responsabilità della società ex "231”: a quel punto è difficile dimostrare che il modello fosse idoneo>>.
Il 30 maggio 2015 è stata pubblicata sulla G.U. n. 124 la Legge 27.05.2015, n. 69, recante "Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio". Il provvedimento entra in vigore il 14.06.2015 (per leggere il provvedimento clicca qui).
Il relativo disegno di legge era stato approvato in via definitiva dalla Camera dei deputati il 21.05.2015 (v. sotto).
In estrema sintesi, il provvedimento normativo in via di pubblicazione, prevede (fonte: www.ilquotidianodellapa.it):
la reintroduzione del reato di falso in bilancio come reato di pericolo, procedibile d’ufficio, salvo nell’ipotesi di società non soggetta al fallimento;
l’inasprimento delle pene per le fattispecie di peculato (da 4 anni a 10 anni e 6 mesi), di corruzione propria (da 6 a 10 anni), di corruzione impropria (da 1 a 6 anni), di induzione indebita (da 6 anni a 10 anni e 6 mesi) e di corruzione in atti giudiziari (da 6 a 12 anni, con la possibilità di arrivare fino a 20 nei casi più gravi);
l’attenuante del «ravvedimento operoso» per chi si adoperi efficacemente per evitare conseguenze ulteriori del delitto, assicurare le prove ed individuare i colpevoli, o per il sequestro delle somme trasferite;
il condizionamento della possibilità di accedere ai riti alternativi alla circostanza della previa effettiva ed integrale del prezzo o del profitto del commesso reato contro la pubblica amministrazione;
la licenziabilità del dipendente pubblico corrotto condannato ad una pena di almeno 2 anni di reclusione.
L'art. 12 della Legge n. 69/2015 ha apportato modifiche all'art. 25-ter, D.Lgs. n. 231/2001; qui di seguito il testo della disposizione:
<<Art. 12. Modifiche alle disposizioni sulla responsabilità amministrativa degli enti in relazione ai reati societari
e) la lettera c) è abrogata.>>
Il 28 maggio 2015 è stata pubblicata sulla G.U. n. 122 la Legge 22.05.2015, n. 68, recante "Disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente". Il provvedimento entra in vigore il 29 maggio 2015 (per leggere il provvedimento clicca qui).
Il relativo disegno di legge - 1345-B - era stato approvato in via definitiva dal Senato il 19.05.2015 (v. sotto).
Al riguardo, si riporta qui di seguito un articolo pubblicato sul portale www.ilquotidianodellapa.it.
<<La Gazzetta Ufficiale n. 112/2015 ha pubblicato la legge 22 maggio 2015, n. 68, che contiene “Disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente”, i c.d. “Ecoreati”. La nuova norma introduce nel codice penale, dopo il Titolo VI, il Titolo VI-bis, intitolato "Dei delitti contro l'ambiente". La legge è composta da tre articoli ed è in vigore dal 29 maggio 2015.
Da segnalare che, se l'inquinamento e' prodotto in un'area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena e' aumentata.
Si può arrivare anche ad un massimo di 20 anni di reclusione, nel caso di morte di piu' persone, di lesioni di piu' persone, ovvero di morte di una o piu' persone e lesioni di una o piu' persone.
E' stato introdotto anche l’art. 452-quater (Disastro ambientale), punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Nel caso specifico, costituiscono disastro ambientale alternativamente:
L’art. 452-sexies c.p. prevede il reato di “Traffico e abbandono di materiale ad alta Radioattivita”, punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000, pena aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento. Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l'incolumita' delle persone, la pena e' aumentata fino alla meta'.
Inoltre, le pene sono aumentate da un terzo alla meta' se dell'associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale.
Da ultimo si prevede una “Disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale”, le cui disposizioni si applicano alle ipotesi contravvenzionali in materia ambientale che non hanno cagionato danno o pericolo concreto e attuale di danno alle risorse ambientali, urbanistiche o paesaggistiche protette, con delle specifiche prescrizioni asseverate tecnicamente dall'ente specializzato competente nella materia trattata, fissando per la regolarizzazione un termine non superiore al periodo di tempo tecnicamente necessario.>>
Il 21 maggio 2015 la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la proposta di legge recante "Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio", approvata, in un testo unificato, dal Senato (clicca qui per scaricare il provvedimento).
Il 19 maggio 2015 il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge 1345-B, contenente disposizioni in materia di delitti contro l'ambiente (clicca qui per scaricare il provvedimento).
Innanzitutto, tale provvedimento introduce nel codice penale il Titolo VI-bis - "Dei delitti contro l'ambiente", che comprende i seguenti reati (alcuni dei quali sono ora inseriti nell'art. 25-undecies del D.Lgs. n. 231/2001 - v. oltre):
Art. 452-bis. – (Inquinamento ambientale);
Art. 452-ter. – (Morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale);
Art. 452-quater. – (Disastro ambientale);
Art. 452-quinquies. – (Delitti colposi contro l’ambiente);
Art. 452-sexies. - (Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività);
Art. 452-septies. - (Impedimento del controllo);
Art. 452-octies. – (Circostanze aggravanti);
Art. 452-novies. – (Aggravante ambientale);
Art. 452-decies. – (Ravvedimento operoso);
Art. 452-undecies. - (Confisca);
Art. 452-duodecies. – (Ripristino dello stato dei luoghi);
Art. 452-terdecies. – (Omessa bonifica).
Inoltre si apportano modifiche:
agli artt. 257 e 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 ;
all’articolo 12-sexies, comma 1, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, e successive modificazioni;
agli art. 32-quater e157, sesto comma, del codice penale;
all’articolo 118-bis, comma 1, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
Viene altresì modificato l'art. 25-undecies del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, inserendo nell'elenco dei reati-presupposto in materia penale i seguenti delitti:
art. 452-bis. – (Inquinamento ambientale): sanzione pecuniaria da duecentocin- quanta a seicento quote e sanzioni interdittive ex art. 9, Decreto 231, per un periodo non superiore a un anno;
art. 452-quater. – (Disastro ambientale): sanzione pecuniaria da quattro-cento a ottocento quote e sanzioni interdittive ex art. 9, Decreto 231;
art. 452-quinquies. – (Delitti colposi contro l’ambiente): sanzione pecuniaria da duecento a cinquecento quote;
delitti associativi aggravati ai sensi dell'art. 452-octies. – (Circostanze aggravanti): sanzione pecuniaria da trecento a mille quote;
art. 452-sexies. - (Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività): sanzione pecuniaria da duecentocinquanta a seicento quote.​
dopo la parte VI del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, è aggiunta la Parte VI-bis - "Disciplina sanzionatoria degli illeciti amministrativi e penali in materia di tutela ambientale";
sono apportate modificazioni agli articoli 1, 2, 5, comma 6, 6, 8-bis e 8-ter della legge 7 febbraio 1992, n. 150.
Primo via libera, alla Camera dei Deputati, alla proposta di legge (A.C. 2247-A e 2248) riguardante la volutary disclosure, la quale inserisce nel codice penale il reato di autoriciclaggio (rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001). La proposta è ora all'esame del Senato (disegno di legge AS 1642).
In particolare, <<L'articolo 3, inserito nel corso dell'esame in sede referente, introduce, attraverso l’aggiunta del nuovo articolo 648-ter.1 al codice penale, il reato di autoriciclaggio,attribuendo rilevanza penale alla condotta di chi, avendo commesso un delitto non colposo, sostituisca o trasferisca o comunque impieghi denaro, beni o altre utilità in attività economiche o finanziarie, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa>> (fonte: Camera dei Deputati).
Tale disposizione è stata introdotta per incentivare l'emersione dei capitali con la c.d. voluntary disclosure.
Il reato di autoricicalaggio, infatti, non colpirà coloro che si sono autodenunciati al Fisco per far emergere il frutto dell'evasione (sia esso presente all'estero che in Italia). La norma incriminatrice prevede due soglie di punibilità: (i) reclusione da 2 a 8 anni e multa da 5.000 a 25.000 euro per chi, <<avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, sostituisce, trasferisce o impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente>> la provenienza illecita; (ii) reclusione da 1 a 4 anni e multa da 2.500 a 12.500 euro se il reato presupposto ha pena inferiore nel massimo a cinque anni.
Sono previsti aumenti di pena se il reato è collegato ad attività bancaria, finanziaria o professionale e riduzioni di pena se l'autore del reato si adopera per evitare <<che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l'individuazione dei beni>>.
Non è poi punibile chi destina il sommerso a <<utilizzazione e godimento personale>>, qualora non ci sia stato anche occultamento.
Nella sentenza della Corte di Cassazione, SS.UU 24.04.2014, n. 38343 (dep. 18.09.2014) sul caso Thyssenkrupp vi sono indicazioni sulla composizione degli Organismi di vigilanza ex D.Lgs. n. 231/2001.
A parere delle Sezioni Unite della Suprema Corte, pronunciatasi con riferimento alla fattispecie dei reati ambientali, la composizione dell'OdV è stata ritenuta “essenziale perché il modello possa ritenersi efficacemente attuato”. Nel caso di specie, la Corte Suprema ha ritenuto che all’Organismo di vigilanza facesse difetto il requisito dell’autonomia, essendo uno dei suoi componenti il responsabile dell’area ecologica, ambiente e sicurezza dell’ente (EAS) che, in tale qualità, si occupava di manutenzione degli impianti e di organizzazione del servizio di emergenza, settori sui quali l’organismo era chiamato a svolgere le proprie funzioni di vigilanza. Come argomentato nella sentenza, le verifiche avrebbero riguardato l’operato di un dirigente “chiamato ad essere il giudice di se stesso e dotato di poteri disciplinari” e che l’accettazione di un così evidente conflitto di interessi denota la propensione dell’ente a configurare il modello non già in chiave di effettiva prevenzione dei reati, bensì in meri termini “burocratici e di facciata”.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il cd. "Pacchetto giustizia"; il disegno di legge interviene in materia di reato di falso in bilancio e introduce il cd. reato di autoriciclaggio. Lo stesso DDL interviene poi, tra l'altro, sul fenomeno della corruzione: (i) allargando agli "incaricati di pubblico servizio e non soltanto ai "pubblici ufficiali" il reato di concussione; (ii) prevedendo l'introduzione di una mappatura nazionale per i "corruttori seriali"; (iii) prevedendo l'obbligo di comunicazione all'Autorità Nazionale Anticorruzione, da parte dei Pubblici ministeri, dell'inizio di indagini in materia di corruzione.
Al riguardo, illustrando le norme di contrasto alla criminalità economica, il Ministro Orlando ha dichiarato: ''In una fase di crisi economica aumentano i rischi di infiltrazioni di capitali illeciti e di opacità dei bilanci, per questo abbiamo ritenuto di intervenire introducendo il reato di autoriciclaggio e il falso in bilancio, che era stato depotenziato''.
Al riguardo si rinvia alla News (su questa pagina) del 17 ottobre 2014.
Entra in vigore la Legge 11 agosto 2014, n. 114, di conversione del D.L. 24.06.2014, n. 90 (cd. "Decreto Pubblica Amministrazione" o "Decreto Madia"), a seguito della pubblicazione sulla G.U. n. 190 del 18.08.2014.
Tra i vari temi trattati si indicano i seguenti:
- Autorità Nazionale Anti-Corruzione (A.N.A.C)
Più poteri al presidente dell’Autorità Anticorruzione (Raffaele Cantone). La sua vigilanza sui contratti d’appalto a rischio coinvolgerà pure le concessionarie e potrà proporre commissariamenti anche nei casi in cui il procedimento penale non sia stato ancora aperto.
Viene soppressa dell’Autorità per la vigilanza dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (A.V.C.P.) con il trasferimento dei compiti e delle funzioni all’Autorità nazionale anticorruzione (A.N.A.C.).
- Consulenze e incarichi dirigenziali a personale in quiescenza
Le pubbliche amministrazioni, nonché gli enti inseriti nel conto economico consolidato della Pa così come individuati dall'Istat, le autorità indipendenti e la Consob non potranno attribuire incarichi di studio e di consulenza a soggetti già lavoratori privati o pubblici collocati in quiescenza. Agli stessi soggetti non potranno essere conferiti incarichi dirigenziali o direttivi o cariche in organi di governo delle amministrazioni in parola e degli enti e società da esse controllati. Salvi i componenti delle giunte degli enti territoriali e i componenti o titolari degli organi elettivi di ordini e collegi professionali, nonché di enti aventi natura associativa. Gli incarichi e le collaborazioni sono tuttavia consentiti a titolo gratuito e per la durata massima di un anno. Non sono previste né proroghe, né rinnovi e i rimborsi spese eventualmente corrisposti dovranno essere rendicontati. Tali disposizioni troveranno comunque applicazione agli incarichi conferiti dopo la data di entrata in vigore del decreto (25 giugno 2014). Tale divieto si applica anche agli enti e alle società a partecipazione pubblica (clicca qui).
- Commissariamento di società coinvolte in fatti di corruzione.
A questo proposito si riporta qui di seguito il testo dell’art. 32 del D.L. n. 90/2014 (<<Misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio di imprese nell'ambito della prevenzione della corruzione>>), come modificato in sede di conversione in legge:
<<1. Nell'ipotesi in cui l'autorità giudiziaria proceda per i delitti di cui agli articoli 317 c.p., 318 c.p., 319 c.p., 319-bis c.p., 319-ter c.p., 319-quater c.p., 320 c.p., 322, c.p., 322-bis, c.p. 346-bis, c.p., 353 c.p. e 353-bis c.p., ovvero, in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili ad un'impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture ovvero ad un concessionario di lavori pubblici o ad un contraente generale, il Presidente dell'ANAC ne informa il procuratore della Repubblica e, in presenza di fatti gravi e accertati anche ai sensi dell'articolo 19, comma 5, lett. a) del presente decreto, propone al Prefetto competente in relazione al luogo in cui ha sede la stazione appaltante, alternativamente: a) di ordinare la rinnovazione degli organi sociali mediante la sostituzione del soggetto coinvolto e, ove l'impresa non si adegui nei termini stabiliti, di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto d'appalto o della concessione; b) di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto o della concessione.
2. Il Prefetto, previo accertamento dei presupposti indicati al comma 1 e valutata la particolare gravità dei fatti oggetto dell'indagine, intima all'impresa di provvedere al rinnovo degli organi sociali sostituendo il soggetto coinvolto e ove l'impresa non si adegui nel termine di trenta giorni ovvero nei casi più gravi, provvede nei dieci giorni successivi con decreto alla nomina di uno o più amministratori, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui al regolamento adottato ai sensi dell'articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270. Il predetto decreto stabilisce la durata della misura in ragione delle esigenze funzionali alla realizzazione dell'opera pubblica, al servizio o alla fornitura oggetto del contratto e comunque non oltre il collaudo.
3. Per la durata della straordinaria e temporanea gestione dell'impresa, sono attribuiti agli amministratori tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell'impresa ed è sospeso l'esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell'impresa. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell'assemblea sono sospesi per l'intera durata della misura. 4. L'attività di temporanea e straordinaria gestione dell'impresa è considerata di pubblica utilità ad ogni effetto e gli amministratori rispondono delle eventuali diseconomie dei risultati solo nei casi di dolo o colpa grave.
5. Le misure di cui al comma 2 sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di provvedimento che dispone la confisca, il sequestro o l'amministrazione giudiziaria dell'impresa nell'ambito di procedimenti penali o per l'applicazione di misure di prevenzione ovvero dispone l'archiviazione del procedimento. L'autorità giudiziaria conferma, ove possibile, gli amministratori nominati dal Prefetto.
6. Agli amministratori di cui al comma 2 spetta un compenso quantificato con il decreto di nomina sulla base delle tabelle allegate al decreto di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 4 febbraio 2010 n. 14. Gli oneri relativi al pagamento di tale compenso sono a carico dell'impresa.
7. Nel periodo di applicazione della misura di straordinaria e temporanea gestione di cui al comma 2, i pagamenti all'impresa sono corrisposti al netto del compenso riconosciuto agli amministratori di cui al comma 2 e l'utile d'impresa derivante dalla conclusione dei contratti d'appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, è accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito ne' essere soggetto a pignoramento, sino all'esito dei giudizi in sede penale ovvero, nei casi di cui al comma 10, dei giudizi di impugnazione o cautelari riguardanti l'informazione antimafia interdittiva.
8. Nel caso in cui le indagini di cui al comma 1 riguardino componenti di organi societari diversi da quelli di cui al medesimo comma è disposta la misura di sostegno e monitoraggio dell'impresa. Il Prefetto provvede, con decreto, adottato secondo le modalità di cui al comma 2, alla nomina di uno o più esperti, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui di cui al regolamento adottato ai sensi dell'articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, con il compito di svolgere funzioni di sostegno e monitoraggio dell'impresa. A tal fine, gli esperti forniscono all'impresa prescrizioni operative, elaborate secondo riconosciuti indicatori e modelli di trasparenza, riferite agli ambiti organizzativi, al sistema di controllo interno e agli organi amministrativi e di controllo.
9. Agli esperti di cui al comma 8 spetta un compenso, quantificato con il decreto di nomina, non superiore al cinquanta per cento di quello liquidabile sulla base delle tabelle allegate al decreto di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 4 febbraio 2010 n. 14. Gli oneri relativi al pagamento di tale compenso sono a carico dell'impresa.
10. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche nei casi in cui sia stata emessa dal Prefetto un'informazione antimafia interdittiva e sussista l'urgente necessità di assicurare il completamento dell'esecuzione del contratto, ovvero la sua prosecuzione al fine di garantire la continuità di funzioni e servizi indifferibili per la tutela di diritti fondamentali, nonché per la salvaguardia dei livelli occupazionali o dell'integrità dei bilanci pubblici, ancorché ricorrano i presupposti di cui all'articolo 94, comma 3, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. In tal caso, le misure sono disposte di propria iniziativa dal Prefetto che ne informa il Presidente dell'ANAC. Le stesse misure sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di passaggio in giudicato di sentenza di annullamento dell'informazione antimafia interdittiva, di ordinanza che dispone, in via definitiva, l'accoglimento dell'istanza cautelare eventualmente proposta ovvero di aggiornamento dell'esito della predetta informazione ai sensi dell'articolo 91, comma 5, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, e successive modificazioni, anche a seguito dell'adeguamento dell'impresa alle indicazioni degli esperti.>>
24.07.2014 (con aggiornamento al 15.09.2014)
Il 24 luglio 2014 il Ministero della Giustizia ha emanato la circolare che introduce ulteriori modifiche al casellario giudiziale, in ottemperanza al D.Lgs. 4 marzo 2014 n. 39 (attuazione della direttiva 2011/93/UE relativa alla lotta contro l'abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, che sostituisce la decisione quadro 2004/68/GAI).
In particolare, il provvedimento disciplina il rilascio del certificato del Casellario giudiziale a richiesta del datore di lavoro, secondo l'art. 25-bis, D.P.R. n. 313/2002, introdotto dal D.Lgs. n. 39/2014 (clicca qui per scaricare la circolare).
Con il rilascio in esercizio del nuovo certificato viene meno il consenso dell'interessato. Riguardo a tale adempimento, con risposta all'interpello proposto da Federalberghi n. 25 del 15/09/14, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha ritenuto indispensabile la richiesta del certificato penale del casellario giudiziale solo per quei lavoratori che abbiano contatto diretto esclusivamente con i minori. L'interpello riguardava il caso degli addetti al cd. miniclub o al babysitting svolto nell'ambito delle attività alberghiere; in questa ipotesi non occorre richiedere il certificato in quanto la platea dei destinatari non è costituita soltanto da minori né tantomeno risulta determinabile.
Il 21 luglio 2014 il Ministero della Giustizia ha approvato definitivamente le nuove Linee Guida di Confindustria per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001 (aggiornamento al marzo 2014).
Qui di seguito si riporta il comunicato di Confindustria (www.confindustria.it):
<<All'esito di un ampio e approfondito lavoro di riesame, Confindustria ha completato i lavori di aggiornamento delle Linee Guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D. Lgs. n. 231/2001.
Come previsto dallo stesso D. Lgs. n. 231/2001 (art. 6, co. 3), il documento è stato sottoposto al vaglio del Ministero della Giustizia che lo scorso 21 luglio ne ha comunicato l’approvazione definitiva.>>
Per scaricare la Parte generale e la Parte speciale delle Linee guida 231 di Confindustria (versione marzo 2014) clicca qui.
Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 144 del 24 giugno 2014 il provvedimento "per la semplificazione e la trasparenza amministrativa", che include misure anti-corruzione, ossia il D.L. 24 giugno 2014, n. 90.
In particolare, all'A.N.A.C. - Autorità Nazionale Anticorruzione - vengono attribuiti i poteri dell'Autorità di vigilanza sui servizi pubblici. Pertanto, se ci sono notizie di reato o arresti, l'A.N.A.C. "propone al Prefetto competente" o di "ordinare la rinnovazione degli organi sociali e ove l'impresa non si adegui di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione dell'appalto oggetto del procedimento penale" oppure "di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto oggetto del procedimento penale". L'impresa avrà 30 giorni, ridotti a dieci nei casi più gravi, per adeguarsi al rinnovo degli organi sociali.
Qui di seguito si riporta il testo dell'art. 32 del D.L. n. 90/2014 (Misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio di imprese nell'ambito della prevenzione della corruzione), in vigore dal 25 giugno 2014:
<<1. Nell'ipotesi in cui l'autorità giudiziaria proceda per i delitti di cui agli articoli 317 c.p., 318 c.p., 319 c.p., 319-bis c.p., 319-ter c.p., 319-quater c.p., 320 c.p., 322, c.p., 322-bis, c.p. 346-bis, c.p., 353 c.p. e 353-bis c.p., ovvero, in presenza di rilevate situazioni anomale e comunque sintomatiche di condotte illecite o eventi criminali attribuibili ad un'impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture, il Presidente dell'ANAC, in presenza di fatti gravi e accertati anche ai sensi dell'articolo 19, comma 3, lett. a) del presente decreto, propone al Prefetto competente, alternativamente:
a) di ordinare la rinnovazione degli organi sociali mediante la sostituzione del soggetto coinvolto e, ove l'impresa non si adegui nei termini stabiliti, di provvedere alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto d'appalto oggetto del procedimento penale;
b) di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell'impresa appaltatrice limitatamente alla completa esecuzione del contratto di appalto oggetto del procedimento penale.
2. Il Prefetto, previo accertamento dei presupposti indicati al comma 1 e valutata la particolare gravita' dei fatti oggetto dell'indagine, intima all'impresa di provvedere al rinnovo degli organi sociali sostituendo il soggetto coinvolto e ove l'impresa non si adegui nel termine di trenta giorni ovvero nei casi più gravi, provvede nei dieci giorni successivi con decreto alla nomina di uno o più amministratori, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui al regolamento adottato ai sensi dell'articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270. Il predetto decreto stabilisce la durata della misura in ragione delle esigenze funzionali alla realizzazione dell'opera pubblica oggetto del contratto.
3. Per la durata della straordinaria e temporanea gestione dell'impresa, sono attribuiti agli amministratori tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell'impresa ed è sospeso l'esercizio dei poteri di disposizione e gestione dei titolari dell'impresa. Nel caso di impresa costituita in forma societaria, i poteri dell'assemblea sono sospesi. per l'intera durata della misura.
4. L'attività di temporanea e straordinaria gestione dell'impresa e' considerata di pubblica utilità ad ogni effetto egli amministratori rispondono delle eventuali diseconomie dei risultati solo nei casi di dolo o colpa grave.
5. Le misure di cui al comma 2 sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di provvedimento che dispone la confisca, il sequestro o l'amministrazione giudiziaria dell'impresa nell'ambito di procedimenti penali o per l'applicazione di misure di prevenzione.
7. Nel periodo di applicazione della misura di straordinaria e temporanea gestione di cui al comma 2, i pagamenti all'impresa sono corrisposti al netto del compenso riconosciuto agli amministratori di cui al comma 2 e l'utile d'impresa derivante dalla conclusione dei contratti d'appalto di cui al comma 1, determinato anche in via presuntiva dagli amministratori, e' accantonato in apposito fondo e non può essere distribuito ne' essere soggetto a pignoramento, sino all'esito dei giudizi in sede penale.
8. Nel caso in cui le indagini di cui al comma 1 riguardino componenti di organi societari diversi da quelli di cui al medesimo comma e' disposta la misura di sostegno e monitoraggio dell'impresa. Il Prefetto provvede, con decreto, adottato secondo le modalità di cui al comma 2, alla nomina di uno o più esperti, in numero comunque non superiore a tre, in possesso dei requisiti di professionalità e onorabilità di cui di cui al regolamento adottato ai sensi dell'articolo 39, comma 1, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, con il compito di svolgere funzioni di' sostegno e monitoraggio dell'impresa. A tal fine, gli esperti forniscono all'impresa prescrizioni operative, elaborate secondo riconosciuti indicatori e modelli di trasparenza, riferite agli ambiti organizzativi, al sistema di controllo interno e agli organi amministrativi e di controllo.
10. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche nei casi in cui sia stata emessa dal Prefetto un'informazione antimafia interdittiva e sussista l'urgente necessità di assicurare il completamento dell'esecuzione del contratto, ovvero la sua prosecuzione al fine di garantire la continuità di funzioni e servizi indifferibili per la tutela di diritti fondamentali, nonché per la salvaguardia dei livelli occupazionali o dell'integrità dei bilanci pubblici, ancorché ricorrano i presupposti di cui all'articolo 94, comma 3, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. In tal caso, le misure sono disposte di propria iniziativa dal Prefetto che ne informa il Presidente dell'ANAC. Le
stesse misure sono revocate e cessano comunque di produrre effetti in caso di passaggio in giudicato di sentenza di annullamento dell'informazione antimafia interdittiva, di ordinanza che dispone, in via definitiva, l'accoglimento dell'istanza cautelare eventualmente proposta ovvero di aggiornamento dell'esito della predetta informazione ai sensi dell'articolo 91, comma 5, del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, e successive modificazioni, anche a seguito dell'adeguamento dell'impresa alle indicazioni degli esperti.>>
Il DDL n. C.2165 (Modifiche al codice civile e al codice penale e altre disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione e nei rapporti tra privati), in discussione alla Camera, contiene ulteriori misure anti-corruzione e l'inserimento dei reati tributari tra le fattispecie rilevanti ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.
La proposta di legge è stata assegnata alla 2^ Commissione permanente (Giustizia), in sede referente, il 28 aprile 2014.
Tra le principali misure incluse nel provvedimento:
una serie di misure a rafforzamento dei presidi anti-corruzione previsti dalla Legge n. 190/2012;
una maggiore efficacia delle pene accessorie;
l'inasprimento del massimo della pena per la corruzione propria (319 c.p.), per la induzione indebita a dare o promettere utilità (319-quater c.p.), per il traffico di influenze illecite (346- bis c.p.) e l’abuso di ufficio (323 c.p.);
la previsione di una diminuente della pena per chi si adopera fattivamente collaborando con l’Autorità giudiziaria (323-bis, c.p.);
la reintroduzione della figura dell’incaricato di un pubblico servizio tra i soggetti attivi del delitto di concussione (317, c.p.);
l'inserimento dell'art. 25-terdecies - Reati tributari - nel D.Lgs. n. 231/2001:
«Art. 25 - terdecies. – (Reati tributari) –
1. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 2, 3, 4, 5, 8, 10, 10-bis e 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, e successive modificazioni, si applica la sanzione pecuniaria fino a trecento quote.
2. Nei casi di condanna per i delitti di cui al comma 1 si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore a un anno».
Il 18 aprile 2014 è entrata in vigore la Legge 17 aprile 2014, n. 62, pubblicata sulla G.U. n. 90 del 17 aprile 2014. Tale disposizione ha sostituito il testo dell'art. 416-ter, c.p. ("Scambio elettorale politico-mafioso"), richiamato dall'art. 24-ter del D.Lgs. n. 231/2001.
Le principali modifiche sono costituite: dall'abbassamento delle pene; dall'allargamento della condotta punita a tutte le ipotesi di erogazioni di "utilità" (il testo precedente si riferiva al solo "denaro".
Qui di seguito il testo della vigente norma incriminatrice:
<<[I]. Chiunque accetta la promessa di procurare voti mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.
[II]. La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma.>>
Il 6 aprile 2014 è entrato in vigore il D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39, che ha modificato l'art. 25-quinquies del D.Lgs. n. 231/2001, aggiungendo alla lista dei reati-presupposto il delitto di adescamento di minorenni (art. 609-undecies, c.p.).
In particolare, l'art. 3 del Decreto (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 68 del 22 marzo 2014) ha modificato il comma 1, lettera c), dell'art. 25-quinquies del Decreto 231 (relativo ai cd. "reati contro la personalità individuale") inserendo dopo le parole "600-quater.1" le seguenti: "nonché per il delitto di cui all'art. 609-undecies".
Quest'ultima disposizione, che qui di seguito si riporta (introdotta dall'art. 4 della Legge n. 172/2012) si riferisce al reato di "adescamento di minorenni":
<<[I]. Chiunque, allo scopo di commettere i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter e 600-quater, anche se relativi al materiale pornografico di cui all'articolo 600-quater.1, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, adesca un minore di anni sedici, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione da uno a tre anni. Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l'utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione.>>
Si segnala, inoltre, che ai sensi del D.Lgs. n. 39/2014, a far data dal 6 aprile 2014 i datori di lavoro che intendano impiegare una persona per lo svolgimento di attività professionali o attività volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori, dovranno acquisire, previo consenso del lavoratore interessato, il certificato penale del casellario giudiziale, al fine di verificare l'esistenza di condanne ovvero l'irrogazione di sanzioni interdittive all'esercizio di attività che comportino contatti diretti e regolari con minori, per taluno dei reati:
- pornografia virtuale ed adescamento minorenni sul web (600-quinquies e 600-undieces del codice penale).
Al riguardo, sul sito del Ministero della Giustizia è visibile la Circolare 3 aprile 2014, la quale fornisce chiarimenti in merito alla richiesta, da parte del datore di lavoro, del certificato penale del casellario giudiziale e alla quale è allegato il modulo di richiesta.
Qui di seguito uno stralcio delle parti ritenute più interessanti:
<<... L’obbligo di tale adempimento sorge soltanto ove il soggetto che intenda avvalersi dell’opera di terzi – soggetto che può anche essere individuato in un ente o in un’associazione che svolga attività di volontariato, seppure in forma organizzata e non occasionale e sporadica – si appresti alla stipula di un contratto di lavoro; l’obbligo non sorge, invece, ove si avvalga di forme di collaborazione che non si strutturino all’interno di un definito rapporto di lavoro.
Di ciò si ha sicura conferma dalla lettura del comma 2 dell’articolo 25-bis di nuovo conio, nella parte in cui riserva la sanzione amministrativa pecuniaria, per il caso di mancato adempimento dell’obbligo di richiedere il certificato del casellario giudiziale, al “datore di lavoro”, espressione questa che non lascia margini di dubbio nell’individuazione dell’ambito di operatività delle nuove disposizioni.
Esse – si ribadisce – valgono soltanto per l’ipotesi in cui si abbia l’instaurazione di un rapporto di lavoro, perché al di fuori di questo ambito non può dirsi che il soggetto, che si avvale dell’opera di terzi, assuma la qualità di “datore di lavoro”.
Non è allora rispondente al contenuto precettivo di tali nuove disposizioni l’affermazione per la quale l’obbligo di richiedere il certificato del casellario giudiziale gravi su enti e associazioni di volontariato pur quando intendano avvalersi dell’opera di volontari; costoro, infatti esplicano un’attività che, all’evidenza, resta estranea ai confini del rapporto di lavoro.
Da ultimo non sembra superfluo dare atto che, da informazioni assunte presso la direzione del Casellario giudiziale, si è appreso che i certificati sono rilasciati entro qualche giorno dalla richiesta.>>
Il testo approvato dalla Camera dei Deputati conferma le contravvenzioni previste dal Codice dell'ambiente, che non vengono novellate, ma aggiunge a tutela dell'ambiente nuove fattispecie delittuose, incentrate sulla produzione di un danno all'ambiente. I nuovi delitti vengono inseriti in un apposito nuovo titolo del codice penale.
Le modifiche riguardano anche le imprese. Infatti, viene allungata la lista dei reati-presupposto previsti dal D.Lgs. n. 231/2001, con la previsione di sanzioni pecuniarie per l'inquinamento ambientale (da 250 a 600 quote), per il disastro ambientale (da 400 a 800 quote) e per l'associazione a delinquere (comune e mafiosa) aggravata (da 300 a 1.000 quote). In caso di delitto di inquinamento ambientale e di disastro ambientale, si prevede anche l'applicazione di sanzioni interdittive (interdizione dall'esercizio dell'attività; sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze o concessioni; divieto di contrattare con la pubblica anmministrazione; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi ed eventuale revoca di quelli già concessi; divieto di pubblicizzare beni o servizi).
Autonomo profilo di responsabilità ex D.Lgs. n. 231/2001 n relazione al reato di combustione di rifiuti (art. 256-bis, D.Lgs. n. 152/2006)
In particolare, la Legge di conversione ha modificato il comma 3 dell'art. 256-bis del D.Lgs. n. 152/2006,- concernente il reato di "combustione di rifiuti", prevedendo un autonomo profilo di responsabilità - con applicazione delle sanzioni interdittive di cui all'art. 9, comma 2, del D.Lgs. n. 231/2001 a carico del titolare dell'impresa o del responsabile dell'attività comunque organizzata - nel caso di omessa vigilanza sull'operato degli autori materiali del delitto comunque riconducibili all'impresa o all'attività stessa.
La Cassazione interviene sul concetto di "condotta fraudolenta" e su altri temi riguardanti la responsabilità amministrativa degli enti ex D.Lgs. n. 231/2001
Qui di seguito un estratto della sentenza n. 4677/14 della Corte di Cassazione, 5^ Sez. pen., del 18.12.2013 (dep. 30.01.2014), che ha affrontato il tema del concetto di "condotta fraudolenta" ai fini della valutazione dell'adeguatezza del Modello di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001:
<<…(omissis)… Il D.Lsvo 231/2001 parte dal presupposto che un efficace modello organizzativo e gestionale può essere violato (e dunque il reato che si vuole scongiurare può essere commesso) solo se le persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di direzione dell'ente (art. 5 comma primo lett. a) abbiano operato eludendo fraudolentemente il modello stesso. Dunque la natura fraudolenta della condotta del soggetto apicale (persona fisica) costituisce, per così dire, un indice rivelatore della validità del modello, nel senso che solo una condotta fraudolenta appare atta a forzarne le "misure di sicurezza".
6.1 Occorre dunque chiarire che cosa sia una condotta fraudolenta … (omissis) …>>
Più in generale, i numerosi temi affrontati da questa sentenza sono qui di seguito riassunti:
a) l'inganno sotteso all’elusione fraudolenta del modello organizzativo e gestionale è diretto verso la struttura aziendale nel cui interesse il modello è stato predisposto;
b) la responsabilità dell'ente non trova fondamento nel non aver impedito la commissione del reato;
c) il fatto solo che il reato sia stato commesso non significa che il modello organizzativo fosse inadeguato;
d) la responsabilità dell’ente non deriva da un atteggiamento psicologico improntato a colpa in ordinando o componendo, sottospecie della colpa in vigilando, ma da una valutazione di adeguatezza del modello organizzativo;
e) la responsabilità dell’ente non ha natura oggettiva atteso che l'oggetto del giudizio (l'articolato normativo che esplicita un protocollo comportamentale) è comunque conseguenza di un'attività volontaria e consapevole di chi lo ha elaborato, approvato e reso esecutivo e dunque si tratta di un giudizio strettamente normativo;
f) i modelli organizzativi e gestionali possono (non devono) essere adottati sulla scorta dei codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative ma non opera alcuna delega disciplinare a tali associazioni e alcun rinvio per relationem a tali codici che possono certamente essere assunti come paradigma del modello in concreto da adottare il quale tuttavia deve poi essere 'calato' nella realtà aziendale nella quale è destinato a trovare attuazione; anche il fatto che i codici di comportamento siano comunicati al Ministero di Giustizia, che può formulare osservazioni, non vale a conferire a tali modelli il crisma della incensurabilità, quasi che il giudice fosse vincolato a una sorta di ipse dixit aziendale e/o ministeriale, in una prospettiva di privatizzazione della normativa da predisporre per impedire la commissione di reati;
g) nel valutare i modelli il giudice non potrà avere come parametri suoi personali convincimenti o sue soggettive opinioni, ma dovrà far riferimento alle linee direttrici generali dell'ordinamento (e in primis a quelle costituzionali: art 41 comma terzo), ai principi della logica e ai portati della consolidata esperienza;
h) inidoneità di un modello finalizzato a prevenire il reato di aggiotaggio il quale preveda che la comunicazione sia elaborata da un organo interno ma diffusa da organi apicali (presidente e amministratore delegato) sottoposti ai controllo di un organo alle dirette dipendenze proprio del presidente;
i) necessità che la funzione di vigilanza sul funzionamento e sull'osservanza del modello sia attribuita a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo e dunque non subordinato all’organo controllante;
j) se all'organo di controllo non è nemmeno concesso di esprimere una dissenting opinion sulla comunicazione (rendendo così almeno manifesta la propria contrarietà modo da mettere in allarme i destinatari), il modello organizzativo non può ritenersi atto a impedire la consumazione di un tipico reato di comunicazione quale è l'aggiotaggio;
k) l'elusione fraudolenta ad opera del soggetto apicale costituisce un indice rivelatore della validità del modello nel senso che solo una condotta fraudolenta appare atta a forzarne le misure di sicurezza - la condotta di elusione fraudolenta non può consistere nella mera violazione delle prescrizioni contenute nel modello ma, pur non dovendo necessariamente coincidere con gli artifizi e i raggiri del reato di truffa, non può non consistere in una condotta ingannevole, falsificatrice, obliqua, subdola;
l) l’elusione fraudolenta deve consistere in una condotta di aggiramento di una norma imperativa non di semplice e frontale violazione della stessa, altrimenti ci si trova in presenza di un abuso (cioè dell'uso distorto di un potere) ma non di un inganno e quindi di una condotta fraudolenta).
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La Cassazione interviene sull'applicabilità del reato di associazione per delinquere (art. 416, c.p.) in relazione a delitti-scopo non rientranti tra i "reati-presupposto"
Con la sentenza n. 3635/13 emessa il 20 dicembre 2013, la Sesta sezione penale della Corte di cassazione, ha annullato senza rinvio l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Taranto aveva confermato il sequestro preventivo di beni funzionale alla confisca ex art. 19 d.lgs. 231 del 2001, per un valore di oltre otto miliardi di euro, equivalente al profitto derivante dal delitto di associazione per delinquere e dai reati-scopo ambientali contestati a due società, affermando che il profitto non può corrispondere al risparmio di spesa conseguente al mancato adeguamento degli impianti dello stabilimento siderurgico, dovendosi ritenere necessario l’accertamento della diretta correlazione causale con i reati presupposto e del conseguimento di un risultato economico positivo. Con questa pronuncia la Corte Suprema interviene sul controverso tema della rilevanza - ai fini dell'art. 24-ter del D.Lgs. n. 231/2001 - del reato di associazione per delinquere, ex art. 416, c.p., nel caso di reati-fine non inclusi nella lista dei reati-presupposto soggetti alla disciplina in tema di responsabilità amministrativa degli enti di cui a quest'ultimo Decreto. Al riguardo si afferma che il provvedimento impugnato si basa su un "vizio di fondo"; in caso contrario, l'art. 416, c.p. (reato-presupposto ai fini del D.Lgs.) "si trasformerebbe ... in una disposizione "aperta", dal contenuto elastico, ... con il pericolo di una ingiustificata dilatazione dell'area di potenziale responsabilità dell'ente collettivo ...". La pronuncia in esame appare in contrasto con quanto recentemente affermato dalla terza Sezione penale della stessa Corte di Cassazione con riferimento al reato di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale (sentenza n. 24841 del 27.03.201, dep. 06.06.2013).
Approfondisci il tema affrontato nel Blog
Abrogate le modifiche all'art. 24-bis, D.Lgs. n. 231/2001 (reati informatici e trattamento illecito di dati) previste dal D.L. n. 93/2013
In sede di conversione del Decreto legge 14 agosto 2013, n. 93, la L. 15 ottobre 2013, n. 119 ha abrogato l’art. 9, comma 2, del Decreto, che aveva integrato l’art. 24-bis, D.Lgs. n. 231/2001 (Delitti informatici e trattamento illecito di dati) aggiungendo alla lista dei reati-presupposto i seguenti cinque reati: 1) frode informatica aggravata dalla sostituzione dell’identità digitale (art. 640-ter, comma 3, c.p.); 2) indebito utilizzo, falsificazione, alterazione e ricettazione di carte di credito o di pagamento di cui all’art. 55 comma 9 del d. lgs. n. 231/2007; 3) trattamento illecito dei dati (art. 167, D.Lgs. n. 196/2003); 4) falsità nelle dichiarazioni e notificazioni al Garante (art. 168, D.Lgs. n. 196/2003); 5) inosservanza dei provvedimenti del Garante (art. 170, D.Lgs. n. 196/2003).
Approvato il Piano Nazionale Anti-corruzione previsto dalla Legge n. 190/2012
Con la delibera n. 72/2013 dell'11 settembre 2013 la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (Autorità Nazionale Anti-corruzione - A.N.A.C.) ha approvato il "Piano Nazionale Anticorruzione" (P.N.A.) predisposto dal Dipartimento della Funzione pubblica. Tale Piano si applica anche alle società a partecipazione pubblica, per le quali si ribadisce (seppur indirettamente), l'applicabilità del regime sanzionatorio ex D.Lgs. n. 231/2001.
Approfondisci: Blog - Post del 02.03.2014 (categoria: D.Lgs. n. 231/01)
Sulla G.U. n. 26 del 31 gennaio 2013 è stata pubblicata la Legge 14 gennaio 2013, n. 9 – Norme sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini.
L’art. 12 di questo provvedimento ha previsto quanto segue:
<<1. Gli enti che operano nell'ambito della filiera degli oli vergini di oliva sono responsabili, in conformità al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per i reati di cui agli articoli 440, 442, 444, 473, 474, 515, 516, 517 e 517-quater del codice penale, commessi nel loro interesse o a loro vantaggio da persone: a) che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, ovvero che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a). 2. La responsabilità dell'ente sussiste anche quando l'autore del reato non è stato identificato o non è imputabile.>>
Entrata in vigore la Legge n. 190/2012 (cd. "Legge anti-corruzione")
Il 28 novembre 2012 è entrata in vigore la Legge 6 novembre 2012, n. 190 (relativa al cd. “DDL anti-corruzione”), che ha modificato alcuni articoli del codice penale rilevanti ai sensi dell’art. 25, D.Lgs. n. 231/2001 e ha inserito, tra i “reati societari” di cui all’art. 25-ter, D.Lgs. n. 231/2001, il delitto di “corruzione tra privati” nelle ipotesi di cui all’art. 2635, comma 3, codice civile.
Introdotto l'art. 25-duodecies nel D.Lgs. n. 231/2001
Il D.Lgs. 16 luglio 2012, n. 109 (in vigore dal 9 agosto 2012) ha introdotto nel D.Lgs. n. 231/2001 l’art. 25-duodecies, inserendo così nell’elenco dei cd. “reati presupposto” la fattispecie criminosa dell’impiego di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (se ricorre l’ipotesi di cui all’art. 22, comma 12-bis, D.Lgs. 22 luglio 1998, n. 286).
L'IRDCEC - Istituto di ricerca dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha emanato la circolare n. 26 del 10.11.2011 - "L'adozione dei Modelli di organizzazione e gestione ex D.Lgs. n. 231/2001 tra obbligo e opportunità" (clicca qui per scaricare il documento).
Il Sole 24 Ore - lunedì 28 novembre 2011 - pagina 6
L'adozione dei modelli organizzativi per prevenire la responsabilità da reato delle persone giuridiche è il tema – già molto dibattuto – affrontato dalla circolare n. 26 del 18 novembre 2011 dell'Istituto di ricerca dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Irdcec).
In particolare, muovendo dal l'individuazione dei requisiti previsti dal Dlgs 231/2001 per superare il vaglio di idoneità da parte dell'autorità giudiziaria e dalla disamina delle conseguenze connesse alla sua omessa adozione, l'istituto di ricerca mira a chiarire in via interpretativa se l'adozione dei modelli organizzativi soddisfi esclusivamente una necessità di controllo volontario del rischio, ovvero possa configurarsi – se non un vero e proprio obbligo giuridico – quanto meno un dovere.
Il progressivo ampliamento del catalogo dei reati presupposto, l'intervenuta obbligatorietà dei modelli seppur in specifici ambiti, nonché il profilarsi di un preciso orientamento giurisprudenziale inducono a ritenere che, anche se non c'è un vero e proprio obbligo normativo rispetto all'adozione del modello, la sua elaborazione e adeguata implementazione possono costituire in molti casi un dovere proprio degli amministratori in ragione della carica assunta.
In quest'ottica l'adozione dei modelli organizzativi costituisce una precisa scelta di governance: la decisione di identificare il rischio-reato e gestirlo, al fine di ridurre la possibilità che il relativo evento si verifichi, rientra in una politica che deve necessariamente essere definita dai vertici amministrativi dell'ente nel rispetto delle norme che impongono la cura e la vigilanza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile (articoli 2381, quinto comma, e 2403 Codice civile; e, con riferimento alle società quotate, articolo 149 Tuf).
Queste norme incidono evidentemente anche sulla responsabilità dell'ente ex Dlgs n. 231/2001, imponendo agli organi gestori e di controllo quanto meno il dovere di verificare l'esposizione al rischio-reato della società amministrata. Non a caso un crescente orientamento giurisprudenziale tende ad affermare la responsabilità civile degli amministratori per omessa adozione dei cosiddetti modelli 231, ravvisandone i presupposti nella loro inerzia a fronte di uno specifico dovere di attivazione dei medesimi.
Sul punto la circolare Cndcec evidenzia la necessità di distinguere l'obbligo di adozione dei modelli da quello di verifica del l'esposizione al "rischio 231" della società amministrata.
Quest'ultimo, infatti, non sembra riconducibile a una attività meramente discrezionale; al contrario, gli amministratori hanno un vero e proprio obbligo nell'ambito del più ampio dovere di agire con la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico e dalle loro specifiche competenze (articolo 2392, primo comma, Codice civile). La verifica si traduce in un'attività di risk assessment, a seguito della quale gli amministratori potranno deliberare l'adozione del modello organizzativo, ove i rischi rilevati risultino tali da renderlo necessario, ovvero limitarsi a monitorare periodicamente i rischi, nel caso in cui gli stessi siano risultati accettabili.
Introdotti gli artt 25-decies e 25-undecies nel D.Lgs. n. 231/2001
Sono entrate in vigore le modifiche al D.Lgs. n. 231/2001 recate dall'art. 2 del D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, il quale ha inserito nel Decreto:
l'art 25-decies (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria);
l'art. 25-undecies (Reati ambientali).