Source: https://www.laleggepertutti.it/169480_animali-reato-luccisione-inutile
Timestamp: 2018-07-19 21:31:33+00:00
Document Index: 146769582

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616']

Animali: reato l'uccisione inutile
Lo sai che? Animali: reato l’uccisione inutile
Uccidere un animale è reato solo quando è inutile (cioè non sia autorizzata da una norma speciale) o avviene con modalità crudeli.
Un tempo l’uccisione di un animale era un atto quasi normale, non avvertito dalla coscienza sociale come un sopruso dell’uomo ai danni di una creatura più debole. Oggi invece costituisce un vero e proprio reato, ma solo quando l’uccisione è inutile, ossia non motivata da specifiche ragioni che possono essere, ad esempio, la difesa o lo scopo alimentare. Così ammazzare un cinghiale in mezzo alla strada per il gusto di vederlo morire è reato; ucciderlo per poterlo mangiare è invece lecito. Sparare contro un cane è vietato; tirargli pietre fino a determinarne la morte per potersi difendere dai morsi, se giudicati pericolosi, non è reato. Per maggiori informazioni leggi Che rischia chi uccide un animale?
Il problema dell’uccisione inutile di un animale è, di recente, approdata in Cassazione che, con tre sentenze, ha stabilito i confini tra il lecito e l’illecito.
Perché scatti il reato contano anche le modalità con cui si è ucciso l’animale
Ma prima di stabilire cosa rischia chi uccide inutilmente un animale, vediamo cosa dice la legge. A prevedere il reato di uccisione di animale è il codice penale [1] che sanziona due condotte:
quella di chi uccide un animale per crudeltà
quella di chi uccide un animale senza necessità
La pena è la reclusione da tre mesi a diciotto mesi.
Quindi si commette il reato sia quando la morte dell’animale è inutile, sia quando viene determinata con condotte che denotano crudeltà e implicano inutili sofferenze per la vittima.
Se, a seguito della condotta dell’uomo, l’animale non muore ma viene semplicemente ferito, al posto del reato di uccisione di animale scatta quello di maltrattamento di animali. Questo secondo delitto si consuma nel momento in cui l’animale subisce la lesione o in quello in cui hanno inizio le sevizie, il trattamento nocivo o la somministrazione di sostanze stupefacenti.
In una primo caso [1] la Suprema Corte si è pronunciata sull’uccisione di un animale con modalità crudeli condannando un cacciatore per la morte di un cinghiale. Decisive le modalità con cui ha agito l’uomo: prima ha abbagliato l’animale e poi lo ha colpito col veicolo, prima di finirlo con un coltello. Evidente la crudeltà nella sua condotta. In questi casi il reato scatta per avere offeso «il sentimento per gli animali», eseguendo un’uccisione con «modalità crudeli».
La seconda sentenza della Cassazione [3] si riferisce invece al caso in cui venga tolta la vita a un animale senza motivazione e finalità valide. Oggetto del processo penale, in questo caso, è stato un uomo accusato di aver ucciso, senza un motivo apparentemente logico, un povero animale. Si pensi al caso di una persona che uccida un animale mentre questi si trova in un fondo recintato, il che consente di escludere la finalità venatoria.
Ma quando si può dire che un animale viene ucciso inutilmente? In verità, l’uccisione di un animale è sempre inutile salvo che la modalità di attuazione della stessa sia consentita da una norma speciale che, appunto, valuta tale condotta come «necessaria»; diversamente la morte si considera gratuita e, quindi, costituisce un reato.
L’ultima sentenza è di questa mattina [4]: secondo la Corte non si può uccidere un cane di piccola taglia giustificando l’accaduto con un’aggressione da parte dell’animale. In questi casi è infatti inutile invocare la legittima difesa, prospettazione poco credibile laddove si consideri che gli animali uccisi sono di piccola taglia e scarsamente aggressivi.
[1] Art. 544bis cod. pen.
[2] Cass. sent. n. 35536/17 del 19.07.2017.
[3] Cass. sent. n. 31929/2017.
[4] Cass. sent. n. 37426/17 del 27.07.2017.
La accusa formulata a carico del Ma. aveva ad oggetto un episodio nel corso del quale l’imputato avrebbe, nell’esercizio della attività venatoria, in luogo ove la stessa era, peraltro, vietata in quanto ricadente nell’ambito del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, cagionato la morte di un cinghiale con modalità crudeli ed insidiose, consistenti nell’avvenuto abbagliamento in tempo di notte della bestia, nel suo investimento con un autoveicolo e nella successiva sua uccisione con numerose coltellate.
Con la stessa sentenza la Corte di appello di Bari ha dato atto dell’intervenuto proscioglimento del prevenuto in relazione alle restanti contravvenzioni a lui contestate, aventi ad oggetto i reati propriamente venatori, in quanto le stesse erano oramai prescritte.
In particolare il ricorrente ha lamentato il fatto che i giudici del merito siano in sostanza partiti da una ricostruzione accusatoria preconcetta, interpretando, pertanto, le risultanze processuali come compatibili con tale ricostruzione presupposta e non valutando la possibile diversa valenza probatoria di tali emergenze e, comunque, trascurando di esaminare la eventuale valenza dimostrativa di altri elementi, anche logici, ove in contrasto con la ricostruzione prescelta a priori.
In via subordinata la parte ricorrente ha censurato la sentenza impugnata, nella parte in cui in essa si esclude che l’operato dell’imputato, il quale pacificamente presentava dei segni di morsicatura riferibili a lesioni a lui inferte dalla bestia poi uccisa, possa essere considerato scriminato in quanto compiuto in condizioni di stato di necessità, anche solo putativa.
Non miglior sorte spetta al secondo motivo di impugnazione col quale è dedotto il vizio di motivazioni in ordine alla prospettata sussistenza della scriminante dello stato di necessità.
Al riguardo basti dire che, coerentemente con la propria ricostruzione del fatto, la Corte di Bari ha escluso che il Ma. potesse beneficiare della scriminante dello stato di necessità in quanto la stessa postula che il soggetto agente non abbia, con il proprio comportamento dato volontariamente causa alla situazione di imminente pericolo di danno grave alla persona propria o di altri (per tutte, da ultimo: Corte di cassazione, Sezione II penale, 13 maggio 2015, n. 19714).
Premesso che non è chiaro in che modo avrebbe potuto operare la scriminate putativa dello stato di necessità, non potendosi certamente dubitare del fatto che, per quanto ricostruito dalla Corte di appello, il Ma. fosse ben consapevole di avere volontariamente cagionato la situazione di potenziale pericolo, di tal che parlarsi di scriminante putativa è cosa del tutto arbitraria, rileva la Corte come sia inammissibile il ricorso per cassazione, con il quale sia dedotto quale causa di annullamento della sentenza impugnata il mancato esame da parte del giudice del gravame di un motivo di appello che risulti manifestamente infondato (Corte di cassazione, Sezione V penale, 20 giugno 2013, n. 27202).
Alla complessiva dichiarazione di inammissibilità del ricorso proposto dal Ma. segue, oltre alla sua condanna ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. al pagamento delle spese processuale e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, la condanna, altresì, alla rifusione delle spese di costituzione e difesa della costituita parte civile Parco nazionale dell’Alta Murgia nel presente grado di giudizio, liquidate come da dispositivo.