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Timestamp: 2019-06-17 00:54:03+00:00
Document Index: 185879699

Matched Legal Cases: ['art.9', 'art. 25', 'art.5', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 25']

1.	Il d.lgs. 231/2001 e i reati di omicidio e lesioni personali colpose per la violazione delle norme in materia di salute e sicurezza del lavoro
A distanza di quasi dieci anni dall'introduzione, con l'art.9 della legge delega 3.8.2007 n.123, dell'art. 25 septies nell'ambito del d.lgs. 231/2001, con la considerazione anche dei reati di omicidio e lesioni personali colpose per la violazione delle norme in materia di salute e sicurezza del lavoro quali presupposti per la responsabilità dell'ente, cominciano a vedere la luce numerose sentenze in argomento anche nell'ambito della Suprema Corte, per cui le problematiche che sino ad oggi si erano delineate a livello teorico circa la concreta adattabilità alle predette fattispecie colpose della disciplina di cui al d.lgs. 231/2001 assumono rilievo anche a livello giurisprudenziale e comunque iniziano ad avere una risposta anche in seno alla giurisprudenza di legittimità.
In questa sede non ci si propone di affrontare funditus gli aspetti teorici del tema, bensì di fornire alcuni criteri orientativi circa i parametri effettivi alla cui stregua valutare la sussistenza o meno del requisito dell'interesse o del vantaggio dell'ente, allo scopo, da un lato, di evitare che con riferimento alle ipotesi delittuose in parola tale requisito venga di fatto a considerarsi in re ipsa, e, dall'altro, di cercare di comprendere in quali situazioni il requisito stesso si dimostri concretamente apprezzabile e consenta di cogliere, in buona sostanza, l'effettivo disvalore dell'intera fattispecie.
2.	L'interesse e il vantaggio dell'ente
E dunque, anche con riferimento ai reati di omicidio e lesioni personali colpose per la violazione delle norme in materia di salute e sicurezza del lavoro presupposto indefettibile per l'integrazione dell'illecito dell'ente è, conformemente al regime generale delineato dal d.lgs. 231/2001 (art.5) la sussistenza di un interesse o vantaggio dell'ente, ricollegabile al reato commesso da soggetto organicamente o funzionalmente collegato all'ente stesso.
Come detto, non è questa la sede per soffermarsi a discettare circa il rapporto tra i due concetti di interesse e vantaggio, rapporto che ha visto in dottrina delinearsi teorie diverse, ed in particolare quella che propende per una lettura unitaria dei due concetti, facendola ruotare attorno alla nozione di "interesse", e quella, cd. dualistica, che attribuisce invece valenza autonoma e distinta ai due concetti .
Mette invece conto osservare come, secondo l'opinione ormai prevalente, almeno nella giurisprudenza, i due termini non debbano considerarsi alla stregua di una endiadi, dovendo l' "interesse" dell'ente essere qualificato come l'obiettivo cui è finalizzata, alla stregua di una valutazione ex ante, la condotta del soggetto che agisce, e dovendosi invece apprezzare il "vantaggio" non quale obiettivo che indirizza l'azione criminosa, ma quale risultato, palesatosi ex post, che oggettivamente deriva dall'azione stessa, sia nei casi in cui essa fosse finalizzata a soddisfare l'interesse dell'ente, sia nei casi in cui, pur difettando questa finalizzazione iniziale, l'ente abbia comunque di fatto tratto un beneficio giuridicamente apprezzabile dalla consumazione del reato.
Al riguardo può dirsi che, almeno allo stato, un punto fermo sia stato messo dalla nota sentenza delle Sezioni Unite del 24 aprile 2014 (dep.18 settembre 2014) n.38343, Espenhahn ed altri, sulla triste vicenda del rogo alla Thyssenkrupp , che ha statuito che "in tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 del d.lgs. 231/ 2001 all'interesse o al vantaggio, sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell'interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile "ex ante", cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile "ex post", sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito".
Preme, peraltro, evidenziare fin da subito che la differenzazione tra i due concetti, oltre che giustificata dalla lettura della norma e da un'esegesi logica dei termini, sembra rispondere adeguatamente proprio all'esigenza di rinvenire una giustificazione logica e giuridica plausibile alla sanzionabilità dell'ente per l'illecito che si ricollega ai reati di omicidio e lesioni personali colpose per la violazione delle norme in materia di salute e sicurezza del lavoro; infatti, come meglio si vedrà in seguito, la possibilità di fondare un "rimprovero" nei confronti dell'ente, che ne giustifichi la sanzione, meglio si coglie se, a seconda della peculiarità del caso specifico, si ha riguardo o alla finalità che improntava l'agire del soggetto organicamente o funzionalmente collegato all'ente, ovvero, rispettivamente, al risultato che si è obiettivato in esito all'agire medesimo, pur in assenza di qualsivoglia impronta finalistica di un'azione motivata esclusivamente da connotazioni colpose, sotto il profilo dei tradizionali parametri della colpa generica (negligenza, imprudenza o imperizia) ovvero sotto il profilo dell'ignoranza delle pertinenti disposizioni normative.
3. Il d.lgs. n.231/2001 ed i reati colposi
Ed invero, un tema specifico che da subito è venuto in rilievo a seguito dell'introduzione della responsabilità dell'ente a proposito dei due delitti di cui si sta discutendo è proprio quello, di carattere teorico, dell'astratta compatibilità dell'intero regime normativo del d.lgs 231/2001 con le fattispecie di natura colposa, nelle quali, come è noto, l'evento del reato non è certamente voluto. Tale ultimo dato sembrerebbe infatti cozzare irrimediabilmente con la possibilità di conciliare con il dato stesso i concetti di interesse e vantaggio, per cui gli interpreti si sono da subito fatti carico di individuare soluzioni ermeneutiche che consentissero di pervenire, in concreto, a configurare possibilità e termini di coesistenza di istituti così apparentemente configgenti, ben consapevoli che, in caso contrario, si sarebbe dovuta porre sostanzialmente nel vuoto l'innovazione legata all'introduzione dell'art. 25 septies. Non v'è dubbio, in effetti, che, al di là della incompatibilità per così dire strutturale, più in generale l'intero sistema del d.lgs 231/2001 è concepito essenzialmente per contrastare la criminalità dolosa d'impresa (cd. criminalità del profitto) per cui si attaglia perfettamente a condotte (ed eventi causalmente ricollegati alle stesse) intenzionali, consapevolmente orientate verso l'obiettivo del soddisfacimento di un interesse o del conseguimento di un vantaggio per l'ente .
Ed allora è stata da più parti evidenziata la necessità di un'interpretazione volta a prevenire un'assurda abrogazione implicita della norma e si è conseguentemente e diffusamente pervenuti ad una lettura del sistema normativo focalizzata sull'accertamento della compatibilità dei concetti di interesse e vantaggio non già con l'evento dei delitti colposi (nessuno si sognerebbe di affermare che la morte o le lesioni di un dipendente o di un terzo, causate colposamente dalla violazione di norme prevenzionali, possano rispondere all'interesse dell'ente o produrre un vantaggio allo stesso) bensì con la condotta costituita dalla violazione delle norme di prevenzione. Non v'è dubbio che a tale ricostruzione possa essere mossa (e lo è stato da diversi commentatori) l'obiezione per cui la stessa potrebbe tradursi nella violazione del principio di legalità di cui all'art. 25 Cost., qualora si ponga mente al fatto che per fondare la responsabilità dell'ente è necessario, secondo il dato normativo, che l'intero reato (e non solo la condotta) sia stato .....