Source: http://www.medialaws.eu/la-ritrasmissione-online-dei-programmi-televisivi-finche-i-giudici-inglesi-dialogano-con-la-corte-di-giustizia/
Timestamp: 2018-11-16 14:32:28+00:00
Document Index: 9602283

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By Vittoria Bocchetti on	 June 28, 2017 Analyses
TAGS: broadcasting, diritto d'autore, trasmissione
SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. I fatti all’origine della vicenda e la prima sentenza della Corte di giustizia. – 3. La causa: Le conclusioni dell’avvocato generale e la decisione della Corte. – 4. Considerazioni e possibili sviluppi futuri.
1. – Con sentenza del 1° marzo 2017 (causa C-275/15) la Corte di giustizia dell’Unione europea (d’ora in avanti la Corte di giustizia o, più semplicemente, la Corte) si è pronunciata in relazione a un rinvio pregiudiziale sottoposto alla sua attenzione dalla Court of Appeal inglese[1] nell’ambito di un giudizio che, a più riprese, ha visto come parti la ITV Broadcasting e la TVCatch-up.
Per gli appassionati della materia la sentenza in esame si pone come una delle (presumibilmente) ultime puntate di un’avvincente serie tv. Com’è noto, infatti, la causa all’origine del rinvio si inserisce nel quadro di un contenzioso più ampio, che peraltro ha già portato a una precedente pronuncia della Corte di giustizia[2], e che si caratterizza per vedere da anni contrapporsi dinanzi alle giurisdizioni inglesi l’emittente televisiva ITV Broadcasting, insieme anche ad altre emittenti televisive commerciali, al fornitore via internet di servizi di diffusione di programmi televisivi TVCatch-up. In una delle prime puntate, e precisamente con una sentenza pregiudiziale del 2013, la Corte di giustizia ha stabilito che le emittenti televisive possono vietare la ritrasmissione via internet dei loro programmi da parte di un’altra società laddove, per le sue caratteristiche, tale ritrasmissione costituisca una “comunicazione al pubblico” delle opere; in simili ipotesi è necessaria l’autorizzazione alla ritrasmissione da parte del loro autore.
La sentenza in esame, peraltro, non si presenta come indipendente rispetto alla decisione del 2013, il cui fulcro era l’interpretazione della nozione di comunicazione al pubblico, trovando invece la sua origine proprio nella decisione con la quale il giudice del rinvio, la High Court inglese[3], ha fatto applicazione della sentenza pregiudiziale.
Questo “intreccio” di giudizi si caratterizza per vedere sempre contrapposte nelle controversie principali, da un lato, talune emittenti televisive commerciali titolari – in base al diritto nazionale – dei diritti d’autore su programmi, film e altri contenuti televisivi presenti nel proprio palinsesto[4] e, dall’altro lato, la TVCatchup, una società che fornisce su internet servizi di diffusione gratuita e in tempo reale (cioè in streaming) di programmi televisivi, tra cui quelli offerti dalle ricorrenti sui propri canali[5], senza autorizzazione. La posizione delle ricorrenti si fonda sul fatto che la ritrasmissione, da parte della TVCatchup, di opere incluse in una radiodiffusione televisiva terrestre possa avvenire solo in virtù di autorizzazione (e di pagamento di un compenso per l’utilizzo delle opere) da parte di loro stesse, essendo esse titolari dei diritti d’autore sui contenuti televisivi trasmessi.
2. – La prima controversia che ha visto contrapporsi alcune televisioni commerciali britanniche alla TVCatchup in merito alla diffusione realizzata da quest’ultima dei propri programmi, come accennato, aveva ad oggetto la presunta violazione dei diritti d’autore delle prime, e ciò segnatamente in relazione all’istituto della comunicazione al pubblico, della cui nozione (ai sensi dell’art. 3 della direttiva 2001/29/CE[6]) si chiedeva al giudice dell’Unione la corretta interpretazione.
La Corte di giustizia, nella citata sentenza del 2013, ha interpretato tale norma ritenendo che la relativa nozione ricomprenda la ritrasmissione delle opere incluse in una radiodiffusione televisiva terrestre, laddove sia effettuata da un organismo diverso dall’emittente originale, attraverso un flusso Internet messo a disposizione degli abbonati di tale organismo, i quali possono ricevere detta ritrasmissione connettendosi al server di quest’ultimo sebbene si trovino nell’area di ricezione della radiodiffusione televisiva terrestre e la possano ricevere legalmente su un apparecchio televisivo[7]. Sicché, al fine di potere lecitamente effettuare tale comunicazione al pubblico, essa deve essere specificamente autorizzata dagli autori delle opere[8].
Tale interpretazione ha portato il giudice nazionale a ritenere che l’attività della TVCatchup fosse illegittima, in quanto violava i diritti d’autore delle emittenti televisive. Tuttavia, in relazione all’attività di tre dei canali della TVCatchup[9], i giudici inglesi hanno ritenuto che non si configurasse alcuna violazione e, pertanto, che la ritrasmissione fosse lecita, in virtù dell’art. 73, par. 2, lett. b) e par. 3 del Copyrights, Designs and Patent Act (CDPA)[10], come modificato per recepire la direttiva 2001/29.
3. – La questione sulla quale, questa volta, sono stati chiamati ad esprimersi i giudici di Lussemburgo verte, in sostanza, sull’interpretazione dell’art. 9 della direttiva 2001/29[11], alla luce del quale vanno lette le disposizioni di diritto nazionale di cui all’art. 73 del CDPA.
In particolare, nelle conclusioni alla sentenza è stato messo in evidenza come l’art. 9 vada interpretato alla luce del considerando 60[12] onde verificarne l’esatto significato. All’esito di un tale percorso ermeneutico emerge che la norma non si riferisce alle disposizioni della direttiva stessa bensì a quelle di altri settori. In altri termini, ha precisato l’avvocato generale, “L’obiettivo perseguito con l’articolo 9 è invece quello di mantenere l’efficacia delle disposizioni applicabili in taluni settori diversi da quello armonizzato da detta direttiva. Tale lettura trova conferma nell’elenco dei settori di cui al citato articolo 9 che contempla, fra gli altri, i marchi, i disegni o modelli, la protezione dei beni appartenenti al patrimonio nazionale, le norme sulle pratiche restrittive e sulla concorrenza sleale, la tutela dei dati, il rispetto della vita privata e il diritto contrattuale”[13]. Partendo da tale analisi, l’avvocato generale ha altresì evidenziato che tale impostazione non può essere messa in discussione dal fatto che la ritrasmissione avvenga via cavo (invece che mediante flusso internet), in quanto la comunicazione al pubblico – disciplinata dall’art. 3 – è protetta indipendentemente dal mezzo tecnico utilizzato. La conseguenza di tale ragionamento è che ogni trasmissione o ritrasmissione di un’opera che utilizzi uno specifico mezzo tecnico dev’essere autorizzata individualmente dall’autore dell’opera di cui trattasi.
Più precisamente, la Corte ha stabilito che non può farsi rientrare nella nozione di “accesso ai servizi di diffusione via cavo” un’attività – come quella condotta dalla TVCatchup – che consiste nella “ritrasmissione immediata via cavo, eventualmente anche mediante Internet, nella zona di trasmissione iniziale, di opere diffuse su canali televisivi”, la quale costituisce pertanto una violazione del diritto d’autore che non può essere autorizzata in virtù dell’art. 9[14].
A sostegno di tale interpretazione ricorre anche un’altra norma della medesima direttiva, cioè l’art. 5, il quale nel disciplinare le cosiddette “libere utilizzazioni” fornisce un elenco esaustivo delle eccezioni e limitazioni alle regole previste dalla direttiva e, in particolare, al diritto di riproduzione e al diritto di comunicazione al pubblico[15]. Nell’ambito di tale elencazione di ipotesi per cui non è richiesto il consenso dei titolari dei diritti non figura la ritrasmissione né via cavo né via internet di canali televisivi, mentre il considerando ad essa collegato, il 32, sancisce espressamente il carattere esaustivo di detto elenco di eccezioni. A ragionare diversamente invece, evidenziano i giudici della Corte, si “pregiudicherebbe la realizzazione dell’obiettivo principale di tale direttiva di stabilire un livello elevato di protezione in favore degli autori”[16].
Un argomento di particolare interesse, inoltre, è legato alla circostanza, evidenziata nelle proprie memorie dalla TVCatchup e dal Regno Unito (oltre che dalla Virgin Media), che i canali per i quali era stata consentita la ritrasmissione senza autorizzazione fossero soggetti a determinati obblighi di servizio pubblico. Né l’avvocato generale né la Corte hanno ritenuto che la natura di servizio pubblico dei canali potesse incidere sulla soluzione del giudizio[17]. Più precisamente, è stato osservato che non vi è alcun fondamento nella direttiva (e nemmeno nei suoi lavori preparatori) che legittimi un affievolimento della tutela del diritto d’autore, in quanto per potersi consentire una deroga alla disciplina di armonizzazione (come detto sopra) è necessaria una specifica previsione, neanche in questo caso contemplata dall’art. 5. In altri termini, anche laddove si ritenesse che la deroga potrebbe giustificarsi in ragione di eventuali obblighi per i canali che svolgono attività di servizio pubblico di consentire la diffusione della programmazione su tutte le piattaforme distributive (cosiddetto must offer), sarebbe necessaria una espressa previsione in tal senso nella direttiva. Per di più, in assenza di una specifica clausola di armonizzazione minima (al contrario, la direttiva 2001/29 persegue obiettivi di armonizzazione totale del diritto d’autore), non potrebbe ritenersi compatibile con il diritto dell’Unione neanche una disposizione nazionale che disciplini espressamente l’ipotesi della libera trasmissione di canali di servizio pubblico in assenza di autorizzazione dei titolari del diritto d’autore. Una siffatta diposizione, in ogni caso, non è presente nel CDPA e, quand’anche dallo stesso prevista, non sarebbe legittima per le ragioni sinora evidenziate.
4. – La sentenza analizzata si pone in un filone di giurisprudenza consolidata della Corte in cui le disposizioni della direttiva 2001/29 vengono interpretate alla luce dell’obiettivo, perseguito dalla stessa, di garantire il più elevato livello possibile di tutela del diritto d’autore. In particolare, in riferimento all’istituto della comunicazione al pubblico, i giudici di Lussemburgo hanno sempre messo in evidenza gli aspetti legati alla tutela degli autori, fornendo parametri interpretativi che consentono di adattare la nozione di comunicazione al pubblico – e la protezione delle opere che ne fanno oggetto – ai nuovi scenari della società moderna, partendo dalla diffusione di opere musicali negli hotel e negli studi medici sino allo sfruttamento di contenuti televisivi su internet o di fotografie offerte tramite linking[18]. Questo approccio della Corte è emerso anche nel caso in esame, sebbene apparisse piuttosto evidente che, al contrario, la possibilità di far rientrare la ritrasmissione online senza autorizzazione nel novero delle eccezioni rappresentasse una forzatura alle previsioni degli art. 5 e 9 della direttiva, nonché dei suoi considerando, come ha evidenziato anche l’avvocato generale.