Source: https://www.buattinimoromonti.it/news
Timestamp: 2018-10-23 10:43:28+00:00
Document Index: 27415577

Matched Legal Cases: ['art. 50', 'art. 50', 'art. 38', 'art. 50', 'art. 50', 'art.3', 'art. 1', 'sentenza ', 'art.2423', 'art. 2426', 'art.15', 'art.19', 'art.15']

News - Buattini Moro Monti & Partners
Utilizzo dei deposito Iva per differire il versamento IVA
Il deposito IVA è un luogo fisico, situato all’interno del territorio italiano, nel quale la merce è introdotta, sosta ed esce e può beneficiare di determinate “agevolazioni” dal punto di vista IVA. L’articolo di riferimento è l’art. 50-bis del D.L. 331/93 che disciplina le modalità di utilizzo ed i requisiti necessari per poterlo mettere in atto.
Il deposito IVA ha come obiettivo di differire il pagamento dell’IVA in quanto l’assolvimento della stessa si ha non nel momento in cui i beni sono introdotti nel deposito ma nel momento in cui vengono estratti (e non sempre).
Nel deposito IVA possono essere introdotti beni nazionali e comunitari. Di conseguenza, i beni extracomunitari potranno essere inseriti all’interno di un deposito IVA soltanto dopo essere stati immessi in libera pratica e pagato i dazi doganali.
Il maggior vantaggio e più percepibile per un’azienda che utilizza tale strumento, è il fatto che finanziariamente parlando si ottiene un differimento nel momento in cui l’imposta deve essere assolta; di conseguenza, ciò consente alle imprese di ridurre il ricorso al mercato del credito (qualora necessario), riducendo a sua volta gli oneri finanziari che possono pesare sulla stessa.
Cessioni di beni con introduzione nel deposito
Si tratta di operazioni di vendita di beni che non lasciano il territorio italiano, ma che sono eseguite nei confronti di clienti comunitari. Normalmente, poiché i beni non lasciano il territorio italiano, si tratterebbe di operazioni da assoggettare ad Iva in Italia. E’ dunque evidente il vantaggio di utilizzare i depositi Iva per tali tipi di operazioni, le quali non richiedono nemmeno la compilazione del modello Intra 1-bis.
Il soggetto acquirente comunitario non deve identificarsi ai fini Iva in Italia (nominando un rappresentante fiscale ovvero direttamente). Nell’ambito di tali operazioni, rientrano anche quelle contemplate nella lett. d) del co. 4 dell’art. 50-bis, effettuate tra due soggetti nazionali, ovvero tra un soggetto nazionale ed uno extraue, di beni normalmente trattati nelle borse merci ed introdotti nel deposito Iva.
Tale fattispecie comprende le seguenti operazioni:
• acquisti a titolo oneroso di beni eseguiti da un soggetto passivo italiano di beni provenienti da altro paese comunitario;
• introduzione di beni in Italia da parte di un soggetto passivo comunitario (tale operazione è infatti considerata un acquisto intracomunitario ai sensi dell’art. 38, co. 3, del D.L. n. 331/93, con obbligo di nomina di un rappresentante fiscale “leggero”).
La prima ipotesi fa riferimento ad operazioni di introduzione di beni comunitari posta in essere da un operatore italiano. In questo caso, egli integra la fattura di acquisto senza applicare l’imposta, facendo riferimento all’art. 50-bis. Tale fattura viene quindi annotata nel registro acquisti come “operazione non soggetta ex art. 50-bis D.L. 331/93”. La merce, proveniente da un altro paese comunitario, a questo punto, viene introdotta nel deposito Iva, corredata della fattura di vendita o da idonea documentazione recante i dati per l’annotazione sul registro di carico da parte del depositario. Nel secondo caso, valgono le stesse regole appena descritte, fatte le seguenti precisazioni: l’operatore comunitario deve innanzitutto nominare un rappresentante fiscale nel nostro paese (ovvero il depositario stesso, quale rappresentante fiscale “leggero”).
Da quanto sopra, quindi, si ottiene un triplice effetto:
• l’istituto della libera pratica consente di porre nello status di libera circolazione nell’area comunitaria (merci comunitarie) le merci estere, con pagamento dei soli dazi doganali e di ogni altra tassa ad effetto equivalente;
• l’immissione dei beni in un deposito Iva viene effettuata senza pagamento dell’imposta, purché l’intenzione sia manifestata all’atto della presentazione delle merci alla dogana di entrata;
• spostamento del momento in cui l’operazione assumerà rilevanza ai fini Iva all’atto dell’estrazione dei beni medesimi dal deposito Iva, ai fini della loro commercializzazione o del loro utilizzo in Italia.
La procedura consente quindi all’operatore comunitario di introdurre merci nella Comunità, evitando il pagamento immediato dell’Iva in dogana, con ciò risultando particolarmente vantaggiosa soprattutto per i soggetti che non possono vantare la qualifica di esportatore abituale, i quali possono utilizzare il plafond nei limiti dell’ammontare disponibile.
Nel caso di immissione in libera pratica di beni in dogana, l’introduzione presso i depositi fiscali segue il seguente iter procedurale: la merce, accompagnata da un documento di transito viene sdoganata. Nella relativa documentazione, deve essere specificato che la merce ha come destinazione l’introduzione in un deposito Iva. Quando il depositario accetta la merce e la prende in carico, sull’apposito registro appone l’attestato di presa in carico e il numero attribuito sulla bolletta. Copia di tale bolletta viene rimessa alla dogana che ha sdoganato la merce. La successiva estrazione rappresenterà un’operazione diversa a seconda della destinazione, dei beni: in questo senso potrà configurarsi un’operazione interna, comunitaria, ovvero un’esportazione.
Lo Studio BMM&Partners rimane a disposizione per maggiori approfondimenti.
Un emendamento del Dl 50/2017 prevede un’agevolazione sotto forma di credito d’imposta per coloro (imprese e professionisti) che investiranno dal 2018 in pubblicità (campagne su quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche e digitali).
Tale credito di imposta sarà calcolato sul valore incrementale della spesa in pubblicità.
Il contributo sarà concesso sotto forma di credito d’imposta, pari al 75% del valore incrementale degli investimenti effettuati (elevato al 90% nel caso di Pmi e start-up innovative) nel limite massimo complessivo di spesa che sarà successivamente stabilito con apposito decreto.
Lo Studio Buattini Moro Monti & Partners rimane a disposizione per ogni ulteriore chiarimento.
La detassazione dei premi di risultato viene confermata anche per il 2017.
La Legge di bilancio 2017 introduce però alcune novità: la prima novità consiste nel limite massimo agevolabile che viene elevato da 2.000,00 euro a 3.000,00 euro. Tale limite è ulteriormente incrementato a 4.000,00 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro.
Altra novità è il limite massimo di reddito di lavoro dipendente prodotto nell’anno precedente a quello nel quale il premio è erogato, per poter accedere al regime fiscale agevolato. Il tetto sale a 80.000,00 euro contro i 50.000,00 previsti nel 2016.
La Legge di bilancio 2017 promuove il Welfare Aziendale estendendo anche ai fringe benefit la possibilità di essere fruiti in alternativa al premio di risultato. Ovviamente tale previsione deve essere presente nella contrattazione di secondo livello regolarmente depositata presso la Direzione Territoriale del Lavoro.
Al comma 162 della Legge di bilancio, infine, si stabilisce che “Le disposizioni di cui all’articolo 51, comma 2, lettera f), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, come da ultimo modificate dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, si interpretano nel senso che le stesse si applicano anche alle opere e servizi riconosciuti dal datore di lavoro, del settore privato o pubblico, in conformità a disposizioni di contratto collettivo nazionale di lavoro, di accordo interconfederale o di contratto collettivo territoriale.”
La predisposizione del set documentale TP evita le sanzioni penali
Uno dei maggiori problemi delle imprese ad ampio respiro internazionale, riguarda la corretta determinazione dei prezzi di trasferimento infragruppo.
Infatti l’Amministrazione finanziaria, nell’ambito dei suoi ordinari poteri, può sindacare la congruità dei valori praticati nello scambio di beni e servizi tra imprese appartenenti allo stesso gruppo multinazionale, in linea con le disposizioni fiscali contenute nell’articolo 110, comma 7, del TUIR e con le raccomandazioni OCSE contenute nelle “Transfer Pricing Guidelines”.
In tale delicato ambito interpretativo, che vede contrapposte le esigenze imprenditoriali con quelle di gettito erariale, occorre analizzare attentamente l’eventuale rilevanza penale delle rettifiche fiscali proposte dall’ufficio, anche alla luce delle novità introdotte – con decorrenza 22 ottobre 2015 – da parte del D.lgs. 158/2015 che ha modificato, ai fini penali – tributari, l’articolo 4 del D.Lgs. 74/2000, rubricato “dichiarazione infedele”.
In particolare, per effetto della novella normativa, le c.d. “valutazioni estimative” tipicamente riconducibili al transfer price, non assumono più rilevanza penale, a condizione che il contribuente abbia posto in essere chiare procedure che evidenzino le politiche di determinazione dei prezzi di trasferimento infragruppo.
Sul punto, occorre ricordare che l’articolo 26 del D.L. 78/2010, rubricato “adeguamento alle direttive OCSE in materia di documentazione dei prezzi di trasferimento”, ha introdotto la possibilità per il contribuente di redigere uno specifico set documentale che illustri le politiche adottate sul tema dei prezzi di trasferimento.
La predisposizione della documentazione TP consente di ottenere indubbi vantaggi sia per l’impresa che per il Fisco.
Infatti, una volta che l’Amministrazione finanziaria avrà valutato l’idoneità del documento, il contribuente potrà accedere al regime agevolato previsto dall’articolo 1, comma 2-ter, del D.Lgs. 471/1997 evitando, in caso di proposte di recupero a tassazione di una maggiore base imponibile IRES, l’applicazione delle sanzioni per dichiarazione dei redditi infedele.
In buona sostanza, ai fini tributari, in ipotesi di rettifiche reddituali sarà richiesta solo l’imposta dovuta e gli eventuali interessi legali calcolati dall’ufficio.
Inoltre, il set TP predisposto dal contribuente permette all’Amministrazione finanziaria di disporre, in sede di controllo, di un valido supporto documentale al fine di verificare l’esatta corrispondenza dei prezzi praticati nelle operazioni infragruppo dalle imprese associate, rispetto a quelli adottati in regime di libera concorrenza.
Sotto il profilo penale tributario, il nuovo articolo 4 del D.Lgs. 74/2000 prevede l’applicazione di una specifica sanzione nei confronti dei soggetti attivi del reato i quali, “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto indicano, in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi inesistenti, quando, congiuntamente: l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte ad euro centocinquantamila; l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi inesistenti, è superiore al dieci per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione o, comunque, è superiore ad euro tre milioni”.
Tuttavia, il legislatore ha previsto una particolare esimente che consente la disapplicazione della disposizione in rassegna, nei casi in cui il contribuente abbia indicato in bilancio, ossia in altra documentazione rilevante ai fini fiscali, i criteri che sono alla base delle politiche relative ai prezzi di trasferimento infragruppo.
Infatti, per espressa disposizione normativa (cfr. articolo 4, comma 1-bis, del D.Lgs. 74/2000), “ai fini dell’applicazione della disposizione del comma 1, non si tiene conto della non corretta classificazione, della valutazione di elementi attivi o passivi oggettivamente esistenti, rispetto ai quali i criteri concretamente applicati sono stati comunque indicati nel bilancio ovvero in altra documentazione rilevante ai fini fiscali, della violazione dei criteri di determinazione dell’esercizio di competenza, della non inerenza, della non deducibilità di elementi passivi reali .. omissis …”.
Di conseguenza, tenuto conto che la dichiarazione infedele richiede – ai fini penali – l’elemento soggettivo ossia il “dolo specifico di evasione”, la corretta predisposizione del set documentale ai fini TP consentirà al contribuente di evitare sanzioni ai fini penali – tributari, nelle ipotesi di rilievi mossi in sede di verifica fiscale.
NOVITA’ IN MATERIA DI CREDITO PER ATTIVITA’ DI RICERCA E SVILUPPO
La legge di bilancio per il 2017 (Legge 232/2016) ha apportato alcune modifiche in materia di credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo, che entrano in vigore dal 2017.
Il credito è concesso a tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, per gli investimenti sostenuti a partire dal periodo d’imposta 2015 in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015.
In primo luogo, l’agevolazione è stata prorogata di un anno, fino al 31 dicembre 2020.
L’importo massimo del credito annuale per ciascun beneficiario passa da 5 milioni a 20 milioni, sempre a condizione che siano sostenute spese per attività di ricerca e sviluppo almeno pari ad euro 30.000.
La percentuale di spesa incrementale che costituisce credito d’imposta passa dal 25% al 50% per:
– le quote di ammortamento degli strumenti acquisiti per scopi di ricerca e sviluppo (in relazione alla misura e al periodo di utilizzo per l’attività di ricerca e sviluppo e comunque con un costo unitario non inferiore a 2.000 euro al netto dell’imposta sul valore aggiunto)
– competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne
La misura del credito era già al 50%, infatti, per le restanti due tipologie di spesa (spese per personale altamente qualificato e contratti di ricerca cd “extra-muros”).
Rilevante novità riguarda la tipologia di spesa agevolabile di cui all’art.3 comma 4 lettera a) del DL 145/2013 che individuava le spese per personale altamente qualificato (in possesso di una laurea tra quelle specificate nell’apposito allegato del decreto) impiegato in attività di ricerca e sviluppo: dal 2017 sono agevolabili tutte le spese per personale impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo, indipendentemente dal titolo di studio acquisito.
Il credito calcolato deve essere inserito in dichiarazione dei redditi e può essere utilizzato esclusivamente in compensazione a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in cui le spese per le attività di ricerca e sviluppo sono state sostenute.
L’agevolazione dal 2017, infine, spetta anche alle imprese residenti o alle stabili organizzazioni nel territorio italiano di soggetti non residenti che eseguono le attività di ricerca e sviluppo nel caso di contratti stipulati con imprese residenti o localizzate in altri Stati membri dell’Unione europea, negli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico europeo ovvero in Stati compresi nell’elenco di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 settembre 1996, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 220 del 19 settembre 1996. Si attendono provvedimenti che forniscano maggiori dettagli in merito.
Split payment – ambito soggettivo di applicazione
Il D.M. 13.7.2017, pubblicato in G.U. 24.7.2017, n. 171, ha apportato delle modifiche al D.M. 23.1.2015 e succ. modif. (artt. 5-bis e 5-ter, co. 2) in tema di scissione dei pagamenti Iva (cd. split payment).
In particolare, viene disposto che la disciplina dello split payment si applica alle pubbliche Amministrazioni destinatarie delle norme in materia di fatturazione elettronica obbligatoria ex art. 1, co. 209-2014, L. 244/2007. La disposizione si applica alle fatture la cui esigibilità Iva si verifica dal 25.7.2017, fatti salvi i comportamenti dei soggetti che hanno applicato la disciplina dello split payment alle fatture la cui esigibilità Iva si è verificata dall’1.7 al 24.7.2017.
Versamenti Iva: differimenti, rateazioni e compensazioni
Con la R.M. 20.6.2017, n. 73 l’Agenzia delle Entrate ha fornito risposte ad una serie di quesiti degli operatori in merito ai soggetti che hanno la possibilità di far slittare il pagamento del saldo Iva al 30 giugno, alla rateazione del debito Iva in caso di versamento differito e alla compensazione con i crediti delle imposte dirette.
In particolare, è stato precisato quanto segue: anche i soggetti “non solari” possono avvalersi del differimento del versamento Iva al 30 giugno; in presenza di crediti compensabili a decorrere dal 1° gennaio, la scelta di rinviare l’esposizione del Mod. F24 della compensazione del debito Iva con tali crediti è solo formale e non può produrre interessi corrispettivi; i contribuenti che si avvalgono del differimento del versamento Iva al 30 giugno possono iniziare la rateazione da tale termine; data la possibilità di compensare il debito Iva con i crediti delle imposte dirette che risultano dalle dichiarazioni annuali, l’eventuale rateazione e la maggiorazione dello 0,40% si applicano solo alla parte di debito non compensata; il versamento del saldo Iva può essere differito: al 30 giugno, maggiorando l’importo da versare (al netto delle compensazioni) degli interessi nella misura dello 0,40% per ogni mese o frazione successivo al 16 marzo, a l 30 luglio, applicando all’importo da versare al 30 giugno (al netto delle compensazioni) gli ulteriori interessi dello 0,40%.
Secondo la nuova formulazione (comma 35 dell’articolo 1, L. 190/2014) l’agevolazione è riconosciuta per i periodi d’imposta successivi al 2014, e fino al periodo in corso al 31 dicembre 2019, alle imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo senza distinzione in merito alla forma giuridica o al regime contabile adottato. Quanto all’ammontare del credito esso è pari al 25% delle spese incrementali sostenute rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi di imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015, tale misura sale al 50% per le spese relative:
all’assunzione di personale qualificato;
a contratti di ricerca conclusi con enti di ricerca ed università;
ai compensi corrisposti all’amministratore non dipendente dell’impresa.
La misura del credito di imposta massima è pari a 5 milioni di euro per ciascun beneficiario, a condizione che siano sostenute spese per attività di ricerca e sviluppo per almeno 30.000 euro.
Sono beneficiari del bonus tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico in cui operano nonché dal loro fatturato e regime contabile adottato.
I costi ammessi se direttamente connessi con l’attività di ricerca e sviluppo, sono i seguenti:
spese per il personale dipendente altamente qualificato con esclusione del personale addetto a mansioni amministrative, contabili e commerciali;
spese per i collaboratori altamente qualificati a condizione che l’attività venga svolta presso i locali dell’impresa stessa;
quote di ammortamento relative agli strumenti e alle attrezzature acquistate, determinate secondo i coefficienti fiscali di cui al D.M. 31 dicembre 1988 e, comunque, in rapporto all’effettivo impiego nelle attività di ricerca e sviluppo. Se il bene è acquistato mediante leasing finanziario le quote capitali dei canoni sono determinate nella misura corrispondente all’importo deducibile ai sensi dell’articolo 102, comma 7, Tuir;
spese relative alla ricerca commissionata a università, enti di ricerca e organismi equiparati nonché a altri soggetti comprese le start up innovative;
spese per competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà di vegetali.
Sempre nella prassi n. 5/2016 l’Amministrazione ha chiarito che il credito per ricerca e sviluppo come sopra delineato sarà cumulabile con altre agevolazioni, in particolare esso sarà cumulabile con:
il bonus relativo agli investimenti in beni strumentali nuovi previsto dall’articolo 18, D.L. 91/2014,
il patent box (i costi ammessi ai fini del credito R&S rileveranno per intero anche ai fini della determinazione del reddito agevolabile per il patent box).
La ratio della cumulabilità con altre agevolazioni è conseguenza del fatto che tale credito non è considerato aiuto di Stato e non è elargito dalla Comunità Europea.
La principale novità contenuta nel documento di Confindustria attiene ai rapporti tra il bonus R&S e il super-ammortamento. Secondo Confindustria, non può escludersi che, tra i beni ammessi a fruire di tale beneficio, ci siano anche cespiti impiegati in attività di ricerca e sviluppo.
La documentazione richiesta ai fini della fruizione del bonus è semplicemente la documentazione contabile che riepiloghi i costi sostenuti. La documentazione deve essere certificata dal soggetto incaricato della revisione legale o dal collegio sindacale, oppure da un professionista iscritto nel registro dei revisori legali.
“Patent box”, approvato il modello per l’opzione
Il Provv. Agenzia Entrate 10.11.2015 ha approvato il modello “Opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di beni immateriali” (cd. Patent box), da utilizzare per l’esercizio dell’opzione per i primi due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31.12.2014 (2015 e 2016 in caso di esercizi solari).
L’opzione va esercitata, per i primi due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31.12.2014, entro il periodo d’imposta in cui ha inizio il regime di tassazione e riguarda tale periodo d’imposta e i quattro successivi.
Il modello deve essere trasmesso in via telematica (utilizzando il software denominato “PATENT_BOX” disponibile entro novembre 2015 sul sito www.agenziaentrate.it) direttamente dai soggetti interessati dall’opzione o tramite i soggetti abilitati.
La Corte di Cassazione con sentenza n.20678 del 14 ottobre 2015 ha affermato che le aliquote di ammortamento modificate sono indeducibili se non adeguatamente motivate in nota integrativa. La società in questione è passata dall’ammortamento al 50% dei beni strumentali all’ammortamento al 100% degli stessi, da un esercizio a quello successivo, senza giustificarne le cause in nota integrativa, adottando così un comportamento contrario in primo luogo ai principi di chiarezza e veridicità del bilancio di cui all’art.2423, c.c.. In secondo luogo la società è venuta meno all’obbligo di ammortizzare le immobilizzazioni in modo uniforme e sistematico in relazione alla residua vita utile del bene, ai sensi dell’art. 2426, c.c.. Sulla base di tale presupposto la Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente. Le quote di ammortamento non possono essere discrezionalmente scelte dal contribuente nè variare da un anno all’altro, senza adeguata giustificazione. Conseguentemente, ai fini fiscali tali costi diverranno indeducibili: l’ingiustificata adozione di piano di ammortamento diverso da quello prescritto comporta, infatti, l’alterazione della base imponibile.
Decreto semplificazione riscossione: riammissione nella rateazione per somme iscritte a ruolo decadute dal beneficio
Il comma 7, art.15, Dlgs n.159/2015, ha disposto la facoltà per i contribuenti decaduti nei 24 mesi precedenti all’entrata in vigore del presente decreto dalle rate per somme iscritte a ruolo ancora non versate, di poterle ripartire fino a un massimo di 72 rate mensili. Se il contribuente, richiedendo tale nuova pianificazione, non dovesse successivamente pagare 2 rate anche non consecutive, decadrebbe automaticamente dal beneficio di rateazione, ferme però restando alcune clausole (art.19 commi 1-quater, 3 lett.b) e c) e 4, DPR n.602/1973) quali: l’agente della riscossione può iscrivere ipoteca o fermo amministrativo, solo in caso di mancato accoglimento della richiesta del piano di rateazione suddetto, ma sono comunque salvi le ipoteche e i fermi già iscritti alla data in cui la rateazione viene concessa. Se la stessa è concessa, inoltre, non è possibile avviare nuove azioni esecutive fino a quando, eventualmente, venga rigettata la dilazione di pagamento. Il pagamento della prima rata, comunque, determina l’impossibilità di mantenere procedure di recupero coattivo già avviate in precedenza, a condizione che non si sia ancora tenuto l’incanto con esito positivo o non sia stata presentata istanza di assegnazione, o, ancora, il terzo non abbia reso dichiarazione positiva o non sia stato già emesso provvedimento di assegnazione dei crediti pignorati. Tutto ciò rimane valido qualora però sia compatibile, nei singoli casi, con la nuova suddetta disposizione del comma 7, art.15; in caso di mancato pagamento, a piano di rateazione concesso, di 5 rate anche non consecutive, l’importo iscritto a ruolo ancora non versato diviene immediatamente ed automaticamente riscuotibile in un’unica soluzione, ma lo stesso può essere nuovamente rateizzato qualora all’atto della richiesta vengano saldate integralmente tutte le rate già scadute; restando fermo quanto previsto al punto precedente, l’importo rimanente ancora da versare al netto delle rate scadute può essere ripartito fino al massimo delle rate concedibili (72); le rate mensili scadono nel giorno di ogni mese in cui è stata accolta l’istanza di dilazione del pagamento e quest’ultimo può essere effettuato anche mediante domiciliazione su conto corrente del contribuente debitore.
Il beneficio si può richiedere entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto (21 novembre 2015).