Source: https://www.laleggepertutti.it/129299_se-un-pedone-attraversa-col-rosso-e-lo-investo-chi-ha-colpa
Timestamp: 2018-08-14 15:48:17+00:00
Document Index: 66673339

Matched Legal Cases: ['art. 2048', 'sentenza ', 'art. 2048', 'sentenza ', 'art. 2048', 'sentenza ', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 326', 'art. 2048', 'art. 2054', 'art. 2048', 'art. 2054', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2054', 'art. 360', 'art. 2054', 'art. 102', 'art. 140', 'art. 141', 'art. 145', 'art. 2048', 'art. 2048', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2048', 'art. 147', 'art. 2048', 'art. 360', 'art. 2048', 'sentenza ', 'art. 2048']

Codice della strada: investimento del pedone per comportamento colposo di questi a seguito di attraversamento dell’incrocio nonostante il rosso del semaforo.
Anche se il pedone attraversa l’incrocio con il rosso, l’assicurazione dell’auto che eventualmente lo investe deve ugualmente riconoscergli il risarcimento del danno. È quanto si legge in nella giurisprudenza più recente della Cassazione [1].
È vero: come tutti gli utenti della strada, anche il pedone deve rispettare il codice e, quindi, non attraversare la strada con il rosso; tuttavia l’automobilista deve essere in grado di prevedere l’eventuale comportamento colposo di quest’ultimo ed evitare di causare un incidente. In buona sostanza, il conducente, poiché utilizza un oggetto di maggior pericolo (l’automobile), deve prestare maggiore attenzione rispetto al pedone e preservare l’incolumità di chiunque si trovi a passare sulla strada, anche se violando le norme di legge.
Questo significa che, se il comportamento del pedone è prevedibile e, quindi, l’investimento può essere evitato non solo rispettando i limiti di velocità, ma anche utilizzando la dovuta prudenza che alla guida è sempre richiesta, la colpa dell’investimento è tutta dell’automobilista.
In sintesi, se il pedone attraversa con il rosso la strada o l’incrocio e l’automobilista rispetta i limiti, ad avere ugualmente colpa è quest’ultimo. Ma sempre nella misura in cui l’attraversamento è prevedibile e il danno evitabile. Se invece il pedone attraversa velocemente e tutto d’un tratto, sicché l’investimento non può essere evitato anche con la massima prudenza e prevenzione, allora nessuna colpa può essere attribuita al conducente.
Ne deriva il seguente principio giuridico: in caso di investimento pedonale, la circostanza che il pedone abbia repentinamente attraversato un incrocio regolato da semaforo per lui rosso non esclude la responsabilità dell’automobilista se tale condotta anomala del pedone sia – per le circostanze di tempo e di luogo, che avrebbero consigliato una maggiore prudenza e in particolare una minore velocità – ragionevolmente prevedibile.
Nella vicenda di specie, il conducente si trovava in pieno centro città, in una zona di attraversamento pedonale e in una giornata piovosa.
[1] Cass. sent. n. 3964/2014; Cass. sent. n. 524/2011; Cass. sent. n. 24472/2014.
Cassazione civile, sez. III, 19/02/2014, n. 3964
La presente controversia ha per oggetto un incidente verificatosi in (OMISSIS), allorchè D.M.E., all’epoca di anni sedici, attraversava il passaggio pedonale posto su piazzale (OMISSIS), con il semaforo rosso per i pedoni, mentre sopravveniva, con direzione (OMISSIS), la moto condotta da B.S., di proprietà della s.a.s. La Vinicola Olearia di Stefano Bonomi (di seguito, brevemente, “La Vinicola Olearia”).
Proposta domanda di risarcimento danni da parte di B.S. e della società La Vinicola Olearia nei confronti di D.M.E. e dei suoi genitori D.M.G. e D.G. (questi ultimi evocati in giudizio anche in proprio ex art. 2048 cod. civ.), nell’assunto che era stato il pedone a investire la moto e proposta, altresì, domanda riconvenzionale da parte di D.M. E. per i danni da essa subiti nell’incidente, domanda estesa nei confronti della Società Cattolica di Assicurazioni coop. a r.l., chiamata in causa da parte convenuta, quale assicuratore della moto, l’adito Tribunale di Roma, in esito all’istruttoria, con sentenza n. 23685/2005, dichiarava l’esclusiva responsabilità di D.M. E. nell’incidente occorso il 30.10.2003; condannava, dunque, la stessa D.M.E., in solido con i genitori ritenuti responsabili ex art. 2048 cod. civ., al pagamento dei danni subiti da B.S. e dalla società La Vinicola Olearia, liquidandoli, rispettivamente, nelle somme di Euro 19.912,28 ed Euro 683,40, nonchè al pagamento delle spese processuali.
La decisione, gravata da impugnazione in via principale da parte di D.M.G., D.G. ed D.M.E. e in via incidentale da parte di B.S. e della società La Vinicola Olearia, era riformata dalla Corte di appello di Roma, la quale con sentenza in data 22.03.2011, accogliendo, per quanto ritenuto di ragione, l’appello principale e quello incidentale di B.S., così provvedeva: rigettava la domanda proposta da B.S. e dalla società La Vinicola Olearia nei confronti di D.M.G. e di D.G. a titolo di responsabilità ex art. 2048 cod. civ. e, ritenuta la colpa concorrente del motociclista e del pedone, condannava D.M. E. al pagamento, a titolo risarcimento danni, in favore di B.S. e della società La Vinicola Olearia, delle somme, rispettivamente, di Euro 13.774,305 e di Euro 341,70; condannava B.S., La Vinicola Olearia, nonchè la soc. Cattolica Assicurazioni coop. a r.l., in solido tra loro, al pagamento, a titolo risarcimento danni, in favore di D.M.E. dell’importo di Euro 3.813,03; compensava le spese del doppio grado tra le parti.
Avverso detta sentenza hanno proposto ricorso per cassazione B. S., nonchè La Vinicola Olearia, svolgendo quattro motivi.
Hanno resistito D.M.G., D.G. ed D. M.E., depositando controricorso.
Nessuna attività difensiva è stata svolta dalla soc. Cattolica Assicurazioni coop. a r.l..
Preliminarmente deve esaminarsi l’eccezione di inammissibilità del ricorso, formulata dai resistenti nella memoria ex art. 378 cod. proc. civ., sul presupposto che le istanze di correzione di errore materiale della sentenza di appello, depositate da entrambe le parti, abbiano comportato la decorrenza del termine breve di impugnazione avverso la stessa sentenza, ancorchè la stessa – come è pacifico – non sia stata notificata.
L’eccezione è manifestamente infondata, alla luce del principio acquisito nella giurisprudenza di questa Corte, in forza del quale ai fini della decorrenza del termine breve per la proposizione del ricorso per cassazione, la notificazione della sentenza, cui fa riferimento l’art. 326 cod. proc. civ., non può essere sostituita da forme di conoscenza legale equipollenti quali la proposizione dell’istanza di correzione di errore materiale, trattandosi di un’attività compiuta per un fine specifico, incompatibile con l’impugnazione (Cass. 9 agosto 2011, n. 17122; Cass. 23 giugno 2000, n. 8596; Cass. 28 maggio 1996, n.4945 e, sia pure indirettamente, anche Cass. 11 settembre 2009, n.19668).
I motivi di ricorso si incentrano su due punti della decisione di appello e, segnatamente, sull’accertamento della colpa concorrente delle parti interessate nell’incidente e sulla statuizione di rigetto della domanda di responsabilità per fatto proprio, ex art. 2048 cod. civ. nei confronti dei genitori di D.M.E., minorenne all’epoca del fatto.
Relativamente all’accertamento della responsabilità del sinistro la Corte territoriale ha osservato che la circostanza che la minorenne avesse intrapreso l’attraversamento delle strisce pedonali con il semaforo rosso per i pedoni non esauriva la prova liberatoria ex art. 2054 c.c., comma 1 e che neppure era sufficiente, a tal fine, il fatto che l’attraversamento della strada fosse stato repentino, occorrendo anche valutare il comportamento del conducente; ha, quindi, evidenziato che dagli accertamenti effettuati nell’immediatezza dell’incidente dalla Polizia municipale emergevano alcune significative circostanze – la posizione statica del veicolo, la distanza dal corpo della ragazza, la violenta reazione del mezzo finito, dopo una rotazione di 180 gradi, al di sopra dello spartitraffico rialzato, posto al centro della strada, a 18 metri di distanza dalla fine dell’attraversamento pedonale – dalle quali si desumeva agevolmente che la velocità del motoveicolo non era adeguata alle condizioni della strada, in pieno centro, in una zona di attraversamento pedonale, particolarmente in una giornata piovosa.
Sotto l’altro profilo, tuttora controverso, della responsabilità dei genitori, la Corte territoriale ha dichiarato di non condividere il rilievo del primo Giudice, secondo cui – non essendo stato fornito dai genitori alcun elemento in ordine all’idoneità dell’educazione impartita alla minore, per essersi gli stessi limitati a depositare unicamente il certificato di iscrizione scolastica della figlia – andava affermata la colpa presunta ai sensi dell’art. 2048 cod. civ..
A parere dei giudici di appello occorreva considerare che, nella specie, l’età della minore (di anni 16 all’epoca del fatto) presupponeva una consapevolezza più che adeguata di circolare da sola, mentre il comportamento tenuto nell’occasione, consistito nella violazione della norma che vieta di attraversare con il rosso, rientrava in quelle violazioni delle regole del vivere civile che non possono assumere di per sè un indice di pericolosità o comunque di inadeguatezza tale da poter imputare ai genitori manchevolezze oggettive nel processo educativo della figlia. In particolare, considerato che il comportamento della ragazza poteva essere stato determinato da un momento di difficoltà occasionale (come la pioggia, il ritardo a scuola o altro, che non era riuscita a controllare), la Corte di appello ha ritenuto che il fatto non dimostrasse una educazione inadeguata; che altrimenti si sarebbe chiesta ai genitori una probatio diabolica.
Sul punto dell’accertamento della responsabilità nella produzione dell’incidente si incentrano il primo e il terzo motivo, che si esaminano congiuntamente per la stretta connessione logica, fattuale e giuridica.
3.1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2054 cod. civ., nonchè degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. e art. 2697 cod. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Al riguardo parte ricorrente lamenta che la Corte territoriale abbia affermato la colpa concorrente delle parti interessate, senza ravvisare l’effettiva natura dell’incidente, atteso che si tratterebbe, non già di un “investimento pedonale”, ma dell’esatto contrario. In particolare la Corte di appello sarebbe incorsa in un duplice errore: innanzitutto avrebbe compiuto un’erronea ricognizione della fattispecie contemplata dall’art. 2054 cod. civ., richiedendo a carico del conducente una probatio diabolica; quindi, avrebbe commesso un’ulteriore violazione e/o falsa applicazione delle norme in materia di apprezzamento della prova e del relativo onere, affidando l’affermazione di corresponsabilità ad “esili elementi”.
3.2. Con il terzo motivo di ricorso parte ricorrente denuncia l’insufficiente e, comunque, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in tema di attribuzione della responsabilità anche in relazione agli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. (art. 360 c.p.c., n. 5), segnatamente lamentando che i giudici di appello siano pervenuti, con modalità del tutto atecniche, a ritenere che il conducente viaggiasse a velocità non adeguata.
3.3. In via di principio costituisce ius receptum (ex plurimis cfr:
Cass. 3 maggio 2011, n. 9683; Cass. 29 settembre 2006, n. 21249 Cass. 16 giugno 2003, n. 9620) che, in caso di investimento di pedone, la responsabilità del conducente prevista dall’art. 2054 cod. civ. è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento; tale situazione ricorre allorchè il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile e anormale, sicchè l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro. Pertanto, anche nel caso in cui il conducente impegni un incrocio regolato da semaforo con “luce verde” in suo favore, permane a suo carico un obbligo di diligenza nella condotta di guida che, pur non potendo essere richiesta nel massimo, stante la situazione di affidamento generata dal semaforo, deve tuttavia tradursi nella necessaria cautela richiesta dalla comune prudenza e dalle concrete condizioni esistenti nell’incrocio. Ciò non è altro che l’applicazione particolare del più generale principio, secondo cui il solo fatto che un conducente goda del diritto di precedenza non lo esonera dall’obbligo previsto dall’art. 102 cod. strada abrogato (ed, attualmente, dal nuovo C.d.S. D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 140, art. 141, comma 3, art. 145, comma 1), consistente nell’usare la dovuta attenzione nell’attraversamento di un incrocio, anche in relazione a pericoli derivanti da eventuali comportamenti illeciti o imprudenti di altri utenti della strada, che non si attengano al segnale di arresto o di precedenza (Cass. 27 giugno 2000, n. 8744).
Il secondo e il quarto motivo si incentrano sull’accertamento negativo della responsabilità dei genitori ex art. 2048 cod. civ.;
anche detti motivi possono, dunque, essere esaminati congiuntamente per le evidenti ragioni di connessione.
4.1. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 2048 cod. civ., nonchè violazione degli artt. 115, 116 cod. proc. civ. e art. 2697 cod. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) per avere la Corte territoriale di fatto esonerato i genitori della minore dall’onere della prova di cui all’art. 2048 cod. civ., sul presupposto che la prova su essi incombente fosse altrimenti “diabolica”, trattandosi al contrario dell’ordinaria dimostrazione dell’assolvimento del compito di cui all’art. 147 cod. civ..
4.2. Con il quarto motivo di ricorso si denuncia l’insufficiente e, comunque, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in tema di responsabilità dei genitori ex art. 2048 cod. civ. anche in relazione agli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. (art. 360 c.p.c., n. 5). In particolare parte ricorrente rileva che, trattandosi come si legge in sentenza, di una “violazione delle regole del vivere civile”, la Corte di appello ha motivato in maniera incongrua allorchè ha escluso la responsabilità dei genitori, cui spetta, per l’appunto, insegnare dette regole.
I criteri in base ai quali va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai figli minori consistono, dunque, sia nel potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, in relazione al quale potere-dovere assume rilievo determinante il perdurare della coabitazione; sia anche e soprattutto nell1obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l’educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extrafamiliari. In quest’ultimo ambito rientrano i danni provocati dalle manifestazioni di indisciplina, negligenza o irresponsabilità, nello svolgimento di attività suscettibili di arrecare danno a terzi, fra cui in particolare l’inosservanza delle norme della circolazione stradale (Cass. 14 marzo 2008, n. 7050).
D’altra parte se è vero che oggi è sempre più anticipato il momento in cui i minori si allontanano dalla sorveglianza diretta dei genitori, vanno a scuola da soli e se (come rileva parte resistente) un quattordicenne può anche girare in motorino, è pur vero che l’obbligo di vigilanza dei genitori non è stato certo annullato, ma assume, piuttosto, contornì diversi; mentre il compito di impartire insegnamenti adeguati e sufficienti ad affrontare correttamente la vita di relazione deve essere assolto, se del caso, anche con maggiore rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori. In altri termini, se l’ordinamento autorizza i minori (previo ottenimento di un “patentino”) a circolare in motorino o anche in un’auto elettrica, non per questo lo stesso ordinamento ha esonerato gli esercenti la potestà dalla responsabilità per i danni derivanti dall’inosservanza dalle regole di circolazione da parte dei figli minori, nè tantomeno presume – ma, anzi, esige che i genitori abbiano impartito al figlio quegli insegnamenti necessari e sufficienti alla piena consapevolezza dei pericoli che derivano dalla circolazione e all’osservanza delle regole della strada.
Valga considerare che l’art. 2048 cod. civ. si riferisce al figlio comunque minorenne, postulando la necessità di una costante opera educativa onde realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria e altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito. E se l’illecito comportamento del figlio è riconducibile, non già all’omissione della contingente e quotidiana sorveglianza sul comportamento di lui (non esigibile, in genere, nei confronti di un sedicenne), bensì alle carenze educative, ha poco senso discettare sull’età del minore, per desumerne tout court che tali carenze devono presumersi inesistenti. D’altra parte l’assenza di culpa in vigilando non giova ai genitori convenuti con l’azione di risarcimento se vi è stata culpa in educando (e viceversa).
Inoltre la norma postula un fatto illecito, prescindendo dalla sua gravità, nella considerazione che la contravvenzione alle regole del vivere sociale da parte del minore sia ascrivibile, salvo prova contraria, all’inosservanza dei compiti educativi e/o di sorveglianza gravanti sui genitori. E se è vero che l’inadeguatezza del grado di educazione del figlio minore ben può desumersi dalle stesse modalità del fatto illecito, nel senso che è dato ravvisare culpa in educando non solo quando i genitori non dimostrino di aver impartito al minore l’educazione e l’istruzione consone alle proprie condizioni sociali e familiari, ma anche quando dalle stesse modalità del fatto si evinca una educazione di per sè carente (Cass. 20 marzo 2012, n. 4395), non è vero il contrario, nel senso, cioè, che non è dato escludere la colpa dei genitori sulla base della mera considerazione delle modalità del fatto, in sè non particolarmente grave, perchè un’opzione di tal genere condizionerebbe la sussistenza dell’onere della prova liberatoria alla gravità del fatto; il che è estraneo alla lettera e alla ratio legis.
In definitiva vanno rigettati il primo e il terzo motivo; vanno, invece, accolti il secondo e il quarto; ciò comporta la cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e il rinvio alla Corte di appello di Roma in diversa composizione, perchè, attenendosi ai principi sopra esposti, verifichi se nello specifico è stata assolta da D.M.G. e da D.G. la prova liberatoria, su di essi incombente ex art. 2048 cod. civ. in relazione al fatto ascritto alla colpa (concorrente) della figlia minore.