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Timestamp: 2017-02-24 14:47:16+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 11', 'sentenza ', 'art. 45', 'art. 15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 185', 'art. 74']

Dieci anni fa il Decreto 231/01 sulla responsabilità degli enti. La giurisprudenza recente in materia. (Penale societario) - GuideLegali.it
(3 doc.) Dieci anni fa il Decreto 231/01 sulla responsabilità degli enti. La giurisprudenza recente in materia.
Introduzione generale sul Decreto 231 e analisi di casi tratti dalla recente giurisprudenza in tema di azione sociale di responsabilità nei confronti degli amministratori, idoneità di un modello organizzativo ad escludere la responsabilità dell'ente, la nomina di un commissario giudiziale, le società a capitale misto pubblico e privato, la costituzione di parte civile nel processo ex Decreto 231. Pubblicato da
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di Luigi De Valeri, avvocato in Roma.
Con il decreto legislativo 231 del 2001 il legislatore ha disciplinato la responsabilità delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche non fornite di personalità giuridica secondo quanto previsto dall’art. 11 della legge delega n. 300 del 2000.
Il decreto 231, che quest’anno compie dieci anni dall’entrata in vigore, ha introdotto il principio della responsabilità penale delle società già applicato in altri stati europei, tra cui Francia, Regno Unito e Svezia, recependo la convenzione O.C.S.E del 17 settembre 1997 sottoscritta anche dall’Italia sulla lotta alla corruzione nelle operazioni economiche internazionali.
Pertanto dal 2001 possiamo sostenere che “societas puniri potest “ e che si configura a seguito della commissione di un reato-presupposto una responsabilità di natura colposa per la società derivante dalla mancata adozione o attuazione di un valido modello di organizzazione e gestione finalizzato ad evitare la commissione di reati da parte di persone fisiche a favore dell’ente.
Si verifica dunque una convergenza tra la responsabilità della persona fisica e quella della persona giuridica realizzata con un’unica condotta e la recente giurisprudenza sia di merito che di legittimità ha reputato cumulative le due responsabilità sostenendo la presenza di un nesso “pur non potendosi parlare di concorso in senso tecnico, in quanto da una sola azione criminosa scaturiscono un pluralità di responsabilità “ (Cassazione, VI sezione penale, n. 19764 del 6 febbraio 2009).
Passando alla più recente giurisprudenza in materia vi sono tre sentenze della II e VI sezione penale della Cassazione pubblicate nel 2010 e l’ultima a gennaio di quest’anno che reputo di evidente interesse in materia di procedimenti ex decreto 231.
1) Cassazione, VI sezione penale, sentenza 31 maggio 2010 n. 20560.
(Artt. 15 e 45, comma 3, D.Lgs. 231/01, il commissario giudiziale, misura sostitutiva della sanzione cautelare interdittiva).
E’ relativa ad un procedimento avviato presso il tribunale di Potenza nei confronti di una società in nome collettivo derivante da un accusa di corruzione, reato per cui era imputato l’amministratore unico in relazione all’aggiudicazione di un appalto indetto da un pubblico concessionario.
Nel caso di specie oltre alle gravi condotte poste in essere dall’amministratore unico della società vi era il totale depotenziamento degli altri organi societari incapaci di esercitare qualsiasi forma di vigilanza sull’amministratore che era l’unico dominus delle scelte strategiche della società.
I giudici hanno rilevato che l’accentramento dei poteri nell’A.U. costituisce il rischio concreto di reiterazione dei reati in considerazione delle iniziative imprenditoriali di costui che aveva in una sorta di libro paga politici e pubblici ufficiali che gli consentivano di avere accesso ad informazioni riservate e ricevere favori e ciò gli permetteva di ottenere l’aggiudicazione illecita di appalti e commesse pubbliche.
La società aveva poi provveduto a nominare un institore al posto dell’A.U. allo scopo di far cessare le esigenze cautelari e la difesa contestava l’ordinanza impugnata anche su questo assunto.
I giudici hanno però rilevato che l’esclusione del periculum richiesto dall’art. 45 con l’estromissione o la sostituzione degli amministratori coinvolti la cd. disqualification deve evidenziare il sintomo che l’ente inizi a muoversi verso un diverso tipo di organizzazione con l’obiettivo di evitare il rischio del reato.
I giudici della VI sezione hanno esaminato ed accolto due motivi di ricorso della società relativi alla nomina del commissario che avrebbe dovuto essere limitata al solo settore interessato dagli illeciti e la contestata violazione dell’art. 15 del decreto 231 per la mancata indicazione dei poteri del commissario.
2 – Cassazione, sez. II penale, sentenza n. 28699 del 21.7.2010.
La seconda decisione è relativa ad un procedimento che ha visto coinvolta una struttura ospedaliera specializzata che operava in forma di società per azioni partecipata al 49% da capitale privato e al 51% da capitale pubblico.
La sezione riesame del Tribunale di Belluno aveva annullato la misura cautelare sul presupposto dell’inapplicabilità del decreto 231 all’istituto in quanto ente pubblico ed il P.M. aveva presentato ricorso in Cassazione contro questa ordinanza.
Nel caso in questione vi era l’attività economica svolta dall’istituto che riveste forma di società per azioni costituita quindi al fine di dividerne gli utili a prescindere dalla sua destinazione o realizzazione.
3 – Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 5 ottobre 2010-22 gennaio 2011 n. 2251. In materia di costituzione di parte civile la giurisprudenza si è era inizialmente pronunciata nella maggior parte dei casi per l’inammissibilità ma a partire dal 2008 si sono succedute alcune decisioni favorevoli dei G.I.P di Milano e di Napoli, ora una recente sentenza della Cassazione ha fatto chiarezza in materia nel senso dell’inammissibilità.
E’ una recentissima decisione della VI sezione pubblicata a gennaio nell’ambito di un procedimento in cui risultavano imputate varie persone e società per reati di associazione a delinquere, corruzione, appropriazione indebita,oltre che per illeciti amministrativi ex decreto 231 dove il GUP di Milano aveva applicato una sentenza di patteggiamento condannando tra l’altro una società oltre alla pena pecuniaria, divieto di pubblicizzare beni e servizi per un anno e confisca di somme di denaro anche al pagamento delle spese ed onorari in favore delle parti civili costituite, in questo caso alcune S.p.A. tra cui l’E.N.I.
L’ampliamento della competenza del giudice penale ad occuparsi anche dell’azione civile avrebbe richiesto una esplicita previsione di legge e a questo proposito i giudici rilevano come l’art. 111 della Costituzione pretende il rispetto del principio di stretta legalità quale criterio direttivo di tutta la disciplina del processo penale e dunque non sarebbe possibile ricorrere ad un interpretazione analogica dell’art. 185 C.P. e dell’art. 74 C.P.P.
La scelta del legislatore di non prevedere la costituzione di parte civile nel processo a carico degli enti secondo i giudici trova una ragionevole spiegazione anche sotto il profilo sostanziale non essendo individuabile un danno derivante dall’illecito amministrativo diverso da quello prodotto dal reato.
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