Source: http://www.medialaws.eu/genitori-social-e-tutela-dellimmagine-dei-minori/
Timestamp: 2019-11-21 13:18:22+00:00
Document Index: 42617989

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 10', 'art. 2043', 'art. 96', 'art. 97', 'art.5', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 23', 'art. 167', 'art. 2', 'art. 2043', 'art. 336', 'art. 114', 'Cass. Sez. ']

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By Micaela Jerusalmi on	 November 25, 2016 Analyses
TAGS: minori, social network
Per provare a rispondere, le questioni da analizzare sono principalmente due: la prima riguarda la tutela giuridica dell’immagine e il conseguente possibile diritto di utilizzo di questa da parte di terzi; la seconda, più nello specifico, è il grado maggiore di tutela di cui godono i soggetti minori nel nostro ordinamento. Per minore s’intende il minore di 18 anni che nel nostro ordinamento è incapace legale, in quanto non possiede la capacità di agire. Il motivo alla base di questo assetto è che il legislatore ha ritenuto che il minore di anni diciotto non sia in grado di disporre dei propri interessi in maniera tale da non essere di danno per se stesso, vista la giovane età. Si tratta di un soggetto che, pur disponendo della capacità giuridica, quindi titolare di interessi, è un soggetto debole che necessità di una tutela maggiore. Allora il legislatore ha preferito, nella più parte dei casi, affidare ai genitori il potere di disporre degli interessi dei figli, ritenendoli essere coloro che, più di chiunque, sono spinti a perseguire l’interesse dei figli. Norme specifiche di tutela si rinvengono anche nel Codice di procedura penale, potenziate, in tema di diritto alla riservatezza con la L. Gasparri[1]. L’attenzione verso il minore nel nostro ordinamento è dimostrata anche dal fatto che la sua tutela è talmente estesa che, addirittura, il suo diritto alla riservatezza prevale sul diritto di cronaca. Si legge nell’art. 7 del “Codice di deontologia sulla privacy dei giornalisti” il quale ha forza di legge nel nostro ordinamento: “[…] il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, né fornisce particolari in grado di condurre alla loro identificazione. […] Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora, tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell’interesse oggettivo del minore, secondo i principi e i limiti stabiliti dalla “Carta di Treviso”.
Il nostro ordinamento tutela l’immagine all’art. 10 del Codice Civile, il quale prevede che possa essere chiesta al giudice l’inibitoria nel caso in cui l’altrui immagine venga diffusa fuori dai casi consentiti dalla legge e, salvo il risarcimento del danno (ex art. 2043 e 2059 c.c.). La Legge sul diritto d’autore[2] è chiara all’art. 96 quando individua, quale presupposto necessario per la diffusione dell’altrui immagine, il previo consenso della persona interessata (fuori dai casi dell’art. 97). Anche il Codice Privacy[3] è rigido nel ritenere applicabili le proprie disposizioni alla diffusione di dati personali, anche qualora questa sia effettuata da persone fisiche e per scopi esclusivamente personali (art.5). Nel caso in cui la violazione delle regole sul trattamento dei dati provochi danni, all’art. 15 ne è previsto il risarcimento ex art. 2050 c.c.. All’art. 23, poi, si richiede il consenso dell’interessato per il trattamento dei suoi dati. In assenza vi è il rischio di condanna alla reclusione fino a due anni, secondo quanto previsto all’art. 167 dello stesso Codice. Il nuovo Regolamento UE[4], a cui gli Stati membri si dovranno allineare entro il maggio 2018, benché non si applichi, per espressa previsione, al trattamento di dati effettuato da persone fisiche sui social network, esprime nel Considerando n.4[5] l’essenza del diritto alla privacy nella società di oggi. Inoltre, impone un assetto giuridico in cui il diritto all’oblio va ad assumere un ruolo sempre più prominente e in cui l’attenzione verso la protezione della riservatezza del minore deve crescere.
Il diritto alla tutela della vita privata è da ritenersi, come sostiene la maggior parte della dottrina, rientrante nel novero nei diritti della personalità tutelati all’art. 2 Cost.. Quale giustificazione si può trovare al fatto che siano i genitori a disporre di questo diritto al posto dei figli? Non parrebbe esserci alcun altro interesse in gioco, se non quello del padre o della madre a “vantarsi” un po’, di certo non meritevole di tutela in tale contesto. Si tratterebbe di esercizio della “responsabilità genitoriale”. Vi sono situazioni, come l’accettazione di un trattamento sanitario, in cui è coerente permettere al genitore di disporre dei diritti dei figli in funzione di tutelarne altri, spesso più importanti, potendo non avere il figlio sufficiente cognizione di causa; qui, però, sembrerebbe mancare questa necessità ulteriore di tutela. La Suprema Corte di Cassazione si è espressa in tema di “danno ingiusto” dei genitori nei confronti dei figli risarcibile ex art. 2043 c.c. ne ha riconosciuto la sussistenza nell’ipotesi in cui la condotta di un genitore, in violazione dei doveri che i genitori hanno nei confronti della prole, abbia leso interessi costituzionalmente rilevanti dei figli incidendo negativamente sul corretto sviluppo della loro personalità.[6]
Se il figlio ha un’età per cui è in grado di esprimersi sul punto (si può ipotizzare dagli 8/10 anni in su) il genitore dovrebbe chiedere il suo consenso prima di procedere con la pubblicazione. Questo perché il bambino di 8/10 anni che va a scuola ormai da un po’, si confronta quotidianamente con gli altri, ha già una percezione di ciò che vuole che gli altri conoscano di lui e cosa no; è perfettamente in grado di disporre del proprio diritto alla privacy, soprattutto per quanto concerne i casi in cui non voglia che determinati dati vengano divulgati. Teniamo presente che il minore di quattordici anni deve dare il proprio consenso per l’adozione e deve essere sentito a riguardo quando abbia dodici anni[7]. Inoltre vige nel codice civile, all’art. 336-bis, il diritto di audizione del minore[8]. Si rinviene in questi esempi il tentativo del legislatore, anche in ossequio alla Convenzione di New York[9], di attribuire al minore la capacità di disporre in prima persona dei propri diritti non appena lo si ritenga in grado di farlo senza nuocere a se stesso. Lo stesso Codice di Procedura Penale attribuisce rilevanza al consenso del minore quando, all’art. 114, prevede [..] Il tribunale per i minorenni, nell’interesse esclusivo del minorenne, o il minorenne che ha compiuto i sedici anni, può consentire la pubblicazione”.
[1] L. 112/2004
[2] Legge 22 aprile 1941 n. 633
[3] Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
[4] Regolamento (UE) 2016/679
[5] 4) Il Trattamento dei dati personali dovrebbe essere al servizio dell’uomo. Il diritto alla protezione dei dati di carattere personale non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ottemperanza al principio di proporzionalità. Il presente regolamento rispetta tutti i diritti fondamentali e osserva i principi riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sanciti dai trattati, in particolare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e delle comunicazioni, il diritto alla protezione dei dati personali, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà di espressione e d’informazione, la libertà d’impresa, il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, così come la diversità culturale, religiosa e linguistica e sulle sicurezze intrinseche necessarie e su principali principi di ispirazione del trattamento dei dati personali.
[6] Cass. Sez. Unite 22 luglio 1999 n. 500
[7] (artt. 7, 25, L. 4.5.1983, n. 184)
[8] Il minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento è ascoltato dal presidente del tribunale o dal giudice delegato nell’ambito dei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano. Se l’ascolto è in contrasto con l’interesse del minore, o manifestamente superfluo, il giudice non procede all’adempimento dandone atto con provvedimento motivato.
[9] Convenzione di New York, 20.11.1989, ratificata con L. 27.5.1991, n. 176