Source: http://www.ptpl.altervista.org/dossier/dossier_pergolato_gazebo_berceau.htm
Timestamp: 2019-09-22 23:16:41+00:00
Document Index: 132348846

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 22', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario', 'e contrario', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 16', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1117', 'art. 22', 'art. 37', 'art. 3', 'art. 37', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 36', 'art. 8', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 167', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 13', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 149', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 36', 'art. 22', 'art. 37', 'art. 36', 'art. 37', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

dossier pergolato e/o gazebo e/o berceau e/o dehors e/o pompeiana e/o pergotenda
dossier PERGOLATO e/o GAZEBO e/o BERCEAU e/o DEHORS e/o POMPEIANA e/o PERGOTENDA e/o TETTOIA
EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un porticato non può considerarsi attività attratta alla natura pertinenziale dell’opera, di talché necessita di un apposito permesso di costruire per la sua costruzione.
Invero, “una tettoia pertinenziale ad un'unità immobiliare, costituita da un porticato in muratura sormontato da una tettoia di rilevanti dimensioni, ancorata a terra, e da un muro perimetrale, non può essere considerata una struttura equiparabile ad un gazebo o pergolato e, pertanto, non è riconducibile nell'ambito dell'edilizia libera”.
10. - In ragione di quanto sopra appare essere documentalmente comprovato che i fabbricati di proprietà della odierna appellante presentano gli interventi edilizi abusivi per come contestati dal comune appellato e plasticamente riprodotti con puntualità nei provvedimenti impugnati in primo grado ed in particolare nella determinazione n. 8 del 02.05.2011.
Le opere realizzate anche in difformità avrebbero dovuto esserlo solo dopo avere ottenuto un permesso di costruire e non successivamente alla presentazione di una denuncia di inizio attività edilizia, peraltro realizzati in area paesaggisticamente vincolata.
Ed infatti la realizzazione di un porticato non può considerarsi attività attratta alla natura pertinenziale dell’opera, di talché necessita di un apposito permesso di costruire per la sua costruzione (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 26.09.2018 n. 5541, nella quale osserva che “una tettoia pertinenziale ad un'unità immobiliare, costituita da un porticato in muratura sormontato da una tettoia di rilevanti dimensioni, ancorata a terra, e da un muro perimetrale, non può essere considerata una struttura equiparabile ad un gazebo o pergolato e, pertanto, non è riconducibile nell'ambito dell'edilizia libera”) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 14.05.2019 n. 3133 - link a www.giustizia-amministrartiva.it).
EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un box-container, stabilmente appoggiato al terreno, pur nella precarietà dei materiali e nella funzione pertinenziale alla quale il soggetto che lo installa intende impiegarlo in modo stabile nel tempo, costituisce permanente alterazione del terreno ai fini urbanistico-edilizi e richiede, pertanto, il rilascio del previo titolo edilizio.
Vale un analogo discorso per la tettoia (“realizzata con vecchi pali di cemento e copertura in eternit”), che per dimensioni e caratteristiche non può certo considerarsi indifferente rispetto all’assetto del territorio nel quale si colloca.
La giurisprudenza ha già avuto modo di affermare che la realizzazione di una tettoia necessita di permesso di costruire quale “nuova costruzione”, comportando una trasformazione del territorio e dell’assetto edilizio anteriore; essa arreca, infatti, un proprio impatto volumetrico e, se e in quanto priva di connotati di precarietà, è destinata a soddisfare esigenze non già temporanee e contingenti, ma durevoli nel tempo, con conseguente incremento del godimento dell’immobile cui inerisce e del relativo carico urbanistico.
7 – Con un’ulteriore censura si deduce la violazione dell’art. 7 della l. 47/1985 in relazione all’art. 1 l. 28.01.1977 n. 10 e all’art. 7 d.l. 663 del 1981.
Secondo la prospettazione dell’appellante, la realizzazione della tettoia e del box-container non necessitavano della concessione edilizia, bensì della autorizzazione ex art. 10 della legge 47/1985.
7.1 - La censura è infondata.
In primo luogo, deve evidenziarsi l’inconferenza della giurisprudenza citata nell’atto di appello riferibile alla differente sanzione dell’acquisizione gratuita, trattandosi, come già innanzi spiegato, di una sanzione differente ed autonoma rispetto alla demolizione.
Da un altro punto di vista, l’appellante non introduce alcun elemento concreto dal quale desumere che le opere in questione –tettoia e box– non debbano essere soggette a licenzia edilizia.
7.2 - In particolare, per quanto riguarda il box, valgono le considerazioni già espresse dal TAR, che ha sottolineato come la realizzazione di un box-container, stabilmente appoggiato al terreno (nel verbale di accertamento si specifica che il box poggia su pavimentazione di cemento), pur nella precarietà dei materiali e nella funzione pertinenziale alla quale il soggetto che lo installa intende impiegarlo in modo stabile nel tempo, costituisce permanente alterazione del terreno ai fini urbanistico-edilizi e richiede, pertanto, il rilascio del previo titolo edilizio (cfr. Cons. Stato, sez V, 24.02.2003, n. 986).
7.3 - Vale un analogo discorso per la tettoia (“realizzata con vecchi pali di cemento e copertura in eternit”), che per dimensioni e caratteristiche non può certo considerarsi indifferente rispetto all’assetto del territorio nel quale si colloca.
La giurisprudenza ha già avuto modo di affermare che la realizzazione di una tettoia necessita di permesso di costruire quale “nuova costruzione”, comportando una trasformazione del territorio e dell’assetto edilizio anteriore; essa arreca, infatti, un proprio impatto volumetrico e, se e in quanto priva di connotati di precarietà, è destinata a soddisfare esigenze non già temporanee e contingenti, ma durevoli nel tempo, con conseguente incremento del godimento dell’immobile cui inerisce e del relativo carico urbanistico (cfr. Cons. St., sez. VI, n. 2715/2018 C.d.S. sez. IV 08.01.2018 n. 12 e sez. VI 16.02.2017 n. 694).
7.4 - Infine, ad ulteriore conferma dell’infondatezza del motivo di appello in esame, deve evidenziarsi la circostanza che l’area sulla quale sono stati realizzate senza titolo le opere in discorso è soggetta anche a vincolo ambientale, con quanto ne consegue in termini di disciplina autorizzatoria e di repressione degli abusi (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.12.2018 n. 7210 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: In termini generali costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia quegli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possano portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
In tale prospettiva, la ristrutturazione ‒nelle forme dell’intervento “conservativo” o “ricostruttivo”‒ si pone in continuità con tutti gli altri interventi edilizi cosiddetti minori (manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo), che hanno per finalità il recupero del patrimonio edilizio esistente.
Ai sensi dell’art. 10, comma 1, lettera c), del TUE, le opere di ristrutturazione edilizia necessitano di permesso di costruire se consistenti in interventi che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino, modifiche del volume, dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d’uso (ristrutturazione edilizia).
L’art. 22, comma 3, del TUE prevede tre diverse tipologie di interventi edificatori ‒di cui la prima è costituita proprio da quelli di ristrutturazione, come individuati dal precedente art. 10, comma 1, lettera c)‒ sottoposti al regime del permesso di costruire, per i quali, per ragioni di carattere acceleratorio, si consente all’interessato di optare per la presentazione della DIA (c.d. “super DIA”). Tale facoltà di opzione esaurisce i propri effetti sul piano prettamente procedimentale, atteso che su quello sostanziale (dei presupposti), penale e contributivo resta ferma l’applicazione della disciplina dettata per il permesso di costruire.
Il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di una tettoia è necessario solo quando, per le sue caratteristiche costruttive, essa sia idonea ad alterare la sagoma dell’edificio.
L’installazione della tettoia è invece sottratta al regime del permesso di costruire ove la sua conformazione e le ridotte dimensioni ne rendano evidente e riconoscibile la finalità di mero arredo e di riparo e protezione dell’immobile cui accedono.
1.– Il presente giudizio di appello riguarda il provvedimento del Comune di Roma prot. n. 16018, notificato il 26.04.2006, recante demolizione d’ufficio di una tettoia di 64 mq e di un bagno di 4 mq, collocati su un plateatico in calcestruzzo, realizzati su terreno di proprietà degli odierni appellanti, ubicato in Roma, via ... n. 32, gravato da vincolo paesaggistico.
2.– Secondo il Collegio, la sentenza appellata ha correttamente rilevato che per la realizzazione delle opere in contestazione sarebbe stato necessario il previo rilascio del permesso di costruire.
2.1.– In termini generali costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia quegli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possano portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
2.2.– Il rilascio del permesso di costruire per la realizzazione di una tettoia è necessario solo quando, per le sue caratteristiche costruttive, essa sia idonea ad alterare la sagoma dell’edificio (Consiglio di Stato, sez. VI, 16.02.2017, n. 694). L’installazione della tettoia è invece sottratta al regime del permesso di costruire ove la sua conformazione e le ridotte dimensioni ne rendano evidente e riconoscibile la finalità di mero arredo e di riparo e protezione dell’immobile cui accedono (Consiglio di Stato, sez. V, 13.03.2014 n. 1272).
2.3.– Nel caso in esame, la realizzazione di una tettoia di rilevanti dimensioni e di un nuovo volume (il bagno), avendo innovato il preesistente fabbricato, sia dal punto di vista morfologico che funzionale, era soggetta al regime autorizzatorio. Peraltro, l’esecuzione delle opere in discorso è avvenuta all’interno del Parco di Veio, istituito per l’elevato valore paesaggistico dell’area (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 19.10.2018 n. 5983 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Sulla base del quadro normativo vigente emerge che non è possibile affermare in assoluto che la tettoia richieda, o non richieda, il titolo edilizio maggiore e assoggettarla, o non assoggettarla, alla relativa sanzione senza considerare nello specifico come essa è realizzata.
In proposito, quindi, l’amministrazione ha l’onere di motivare in modo esaustivo, attraverso una corretta e completa istruttoria che rilevi esattamente le opere compiute e spieghi per quale ragione esse superano i limiti entro i quali si può trattare di una copertura realizzabile in regime di edilizia libera.
La disciplina delle tettoie non è definita in modo univoco né nella normativa né in giurisprudenza.
Dal punto di vista normativo, va considerato l’art. 6 del T.U. 06.06.2001 n. 380, che contiene l’elenco delle opere di cd edilizia libera, le quali non necessitano di alcun titolo abilitativo; a prescindere dalla natura esemplificativa o tassativa che si voglia riconoscere a tale elenco, va poi osservato che esso comprende voci di per sé abbastanza generiche, tali da poter ricomprendere anche opere non espressamente nominate.
Con riferimento alle tettoie, rileva in particolare la voce di cui alla lettera e)-quinquies, che considera opere di edilizia libera gli “elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici”, concetto nel quale può sicuramente rientrare una tettoia genericamente intesa, come copertura comunque realizzata di un’area pertinenziale, come il terrazzo.
La norma è stata introdotta dall’art. 3 del d.lgs. 25.11.2016 n. 222, ma si deve considerare applicabile anche alle costruzioni precedenti, come quella per cui è causa, per due ragioni. In primo luogo, nel diritto delle sanzioni è principio generale quello per cui non si possano subire conseguenze sfavorevoli per un comportamento in ipotesi illecito nel momento in cui è stato realizzato, che più non lo sia quando si tratti di applicare le sanzioni stesse. In secondo luogo, la giurisprudenza di cui subito si dirà, anche in epoca anteriore alla modifica legislativa di cui s’è detto, distingueva all’interno della categoria in esame costruzione da costruzione assoggettandola a regime diverso a seconda delle sue caratteristiche.
In materia, è poi intervenuto di recente un chiarimento da parte del legislatore, ovvero il recente D.M. 02.03.2018, di “Approvazione del glossario contenente l'elenco non esaustivo delle principali opere edilizie realizzabili in regime di attività edilizia libera”, ai sensi dell'articolo 1, comma 2 del citato d.lgs. 222/2016. Tale decreto comprende, al n. 50 del glossario delle opere realizzabili senza titolo edilizio alcuno, in particolare le cd pergotende, ovvero, per comune esperienza, strutture di copertura di terrazzi e lastrici solari, di superficie anche non modesta, formate da montanti ed elementi orizzontali di raccordo e sormontate da una copertura fissa o ripiegabile formata da tessuto o altro materiale impermeabile, che ripara dal sole, ma anche dalla pioggia, aumentando la fruibilità della struttura. Si tratta quindi di un manufatto molto simile alla tettoia, che se ne distingue secondo logica solo per presentare una struttura più leggera.
Al polo opposto, v’è l’art. 10, comma 1, lettera a), del T.U. 380/2001, che assoggetta invece al titolo edilizio maggiore, ovvero al permesso di costruire, “gli interventi di nuova costruzione”.
La giurisprudenza si fonda su tale ultima disposizione per richiedere appunto il permesso di costruire nel caso di tettoie di particolari dimensioni e caratteristiche. Si afferma infatti in via generale che tale struttura costituisce intervento di nuova costruzione e richiede il permesso di costruire nel momento in cui difetta dei requisiti richiesti per le pertinenze e gli interventi precari, ovvero quando modifica la sagoma dell’edificio.
Sulla base di tale quadro normativo emerge chiara una conseguenza: non è possibile affermare in assoluto che la tettoia richieda, o non richieda, il titolo edilizio maggiore e assoggettarla, o non assoggettarla, alla relativa sanzione senza considerare nello specifico come essa è realizzata. In proposito, quindi, l’amministrazione ha l’onere di motivare in modo esaustivo, attraverso una corretta e completa istruttoria che rilevi esattamente le opere compiute e spieghi per quale ragione esse superano i limiti entro i quali si può trattare di una copertura realizzabile in regime di edilizia libera.
Ciò a maggior ragione nel caso di specie, a fronte della limitata estensione e consistenza del manufatto, sia in relazione alla necessità di esplicare le ragioni sottese alla reputata contrarietà al vincolo esistente in loco ed alla sussistenza della rilevata alterazione dell'aspetto esteriore dei luoghi. A quest’ultimo riguardo infatti, solo una corretta ricostruzione e qualificazione del manufatto costituisce la necessaria base su cui svolgere la doverosa valutazione di carattere paesaggistico.
Va quindi ribadito che non ogni opera che interessi la superficie esterna dell’edificio determina una automatica alterazione dei luoghi soggetti a tutela, ma esclusivamente quella che ne immuti le caratteristiche essenziali in maniera rilevante; spetta alla p.a. l’onere di esplicare, una volta verificata la consistenza del manufatto, la rilevata alterazione.
... per la riforma della sentenza breve del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania (Sezione Sesta) n. 5499/2011, resa tra le parti, concernente demolizione opere abusive
Con l’appello in esame l’odierna parte appellante impugnava la sentenza n. 5499 del 2011 con cui il Tar Campania ha respinto l’originario gravame.
Quest’ultimo era stato proposto dalla medesima parte, in qualità di proprietaria del compendio immobiliare coinvolto sito in comune di Procida, al fine di ottenere l’annullamento degli atti concernenti l’ordine di demolizione di una tettoia in legno con copertura in tegole di cotto di circa sei metri quadrati, con altezza variabile tra mt. 3,00 e 2,50.
2.2 In linea di diritto, va richiamato quanto ancora di recente evidenziato dalla sezione (cfr. decisione n. 07.05.2018 n. 2715) nel senso che la disciplina delle tettoie non è definita in modo univoco né nella normativa né in giurisprudenza.
In materia, è poi intervenuto di recente un chiarimento da parte del legislatore, ovvero il recente D.M. 02.03.2018, di “Approvazione del glossario contenente l'elenco non esaustivo delle principali opere edilizie realizzabili in regime di attività edilizia libera”, ai sensi dell'articolo 1, comma 2, del citato d.lgs. 222/2016.
Tale decreto comprende, al n. 50 del glossario delle opere realizzabili senza titolo edilizio alcuno, in particolare le cd pergotende, ovvero, per comune esperienza, strutture di copertura di terrazzi e lastrici solari, di superficie anche non modesta, formate da montanti ed elementi orizzontali di raccordo e sormontate da una copertura fissa o ripiegabile formata da tessuto o altro materiale impermeabile, che ripara dal sole, ma anche dalla pioggia, aumentando la fruibilità della struttura. Si tratta quindi di un manufatto molto simile alla tettoia, che se ne distingue secondo logica solo per presentare una struttura più leggera.
La giurisprudenza si fonda su tale ultima disposizione per richiedere appunto il permesso di costruire nel caso di tettoie di particolari dimensioni e caratteristiche. Si afferma infatti in via generale che tale struttura costituisce intervento di nuova costruzione e richiede il permesso di costruire nel momento in cui difetta dei requisiti richiesti per le pertinenze e gli interventi precari, ovvero quando modifica la sagoma dell’edificio: fra le molte, C.d.S. sez. IV 08.01.2018 n. 12 e sez. VI 16.02.2017 n. 694.
4. Alla luce delle considerazioni che precedono l’appello va accolto in ordine ai profili indicati; per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, va accolto il ricorso di primo grado (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 09.10.2018 n. 5781 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La indiscussa natura di “intervento libero” che deve essere riconosciuta alla struttura progettata dal ricorrente (ndr: installazione di una tettoia con copertura retrattile -cd. “pergotenda”- della superficie di 16 mq) impedisce solo che questa debba essere assoggettata a provvedimenti abilitativi di matrice comunale, tendenti a valutare la fattibilità urbanistica ed edilizia del manufatto.
Ma, nel caso di specie, la realizzazione di una struttura da collocare sulla terrazza sommitale di un edificio risulta potenzialmente idonea ad incidere su valori (diversi da quelli urbanistici) di carattere paesaggistico, in ragione del fatto che l’intera area comunale è sottoposta a vincolo di notevole interesse pubblico istituito nel lontano 1978.
Pertanto, è di intuitiva evidenza che il medesimo intervento -non assoggettato ad alcun limite o atto di assenso sul piano edilizio- richieda il preventivo parere dell’organo tutorio se inserito all’interno di un comune soggetto a vincolo paesaggistico, mentre potrebbe essere liberamente eseguito nell’ambito di un territorio comunale che non fosse assoggettato a tali vincoli.
Sicché, risulta irrilevante sia il fatto che l’intervento sia qualificabile come “neutro” (o libero) dal punto di vista edilizio, sia l’asserito errore di fatto commesso dalla Soprintendenza nel qualificare il manufatto come “tettoia” piuttosto che “tenda”.
Sia che si trattasse di una “tettoia”, che in ipotesi mera “tenda”, la Soprintendenza non avrebbe potuto sottrarsi all’obbligo di valutare (peraltro, su richiesta dello stesso soggetto interessato) l’incidenza dell’intervento progettato rispetto ai valori paesaggistici ed ambientali affidati per legge alla sua cura.
In una vicenda per certi versi analoga, infatti, la giurisprudenza ha affermato che “Una serra mobile, sebbene ricada nell'attività edilizia libera, richiede l'autorizzazione paesaggistica, poiché anche tale tipologia di manufatto può recare pregiudizio ai valori paesistici e ambientali protetti ed esige, quindi, un esame preventivo da parte dell'autorità competente”.
La Soprintendenza di Messina ha respinto l’istanza presentata dal ricorrente D’Al., con la quale si richiedeva il parere di compatibilità paesaggistica ai fini dell’installazione di una tettoia con copertura retrattile (cd. “pergotenda”), della superficie di 16 mq, da collocare su una terrazza posta all’ultimo piano di un edificio sito nel Comune di Castelmola.
Il provvedimento, in particolare, rilevava l’esistenza di un vincolo di notevole interesse pubblico apposto su tutto il territorio del Comune di Castelmola con DPRS 2976/1978, e del Piano Paesaggistico Ambito 9 approvato con D.A. 6682/2016; aggiungeva inoltre la circostanza che l’intervento proposto ricade in area soggetta al livello di tutela 1 del citato P.P.A.
In applicazione di tali strumenti di tutela del territorio, la Soprintendenza ha ritenuto di dover esprimere –con l’atto ora impugnato– parere contrario al progetto, trattandosi di intervento che “comporterebbe un notevole impatto negativo al paesaggio tutelato” essendo “ricadente in zona di notevole intervisibilità panoramica ai margini del tessuto urbano di Castelmola”.
Il ricorrente ha allora impugnato in questa sede il parere negativo espresso dalla Soprintendenza, assumendo che sia affetto dai seguenti vizi: ...
La indiscussa natura di “intervento libero” che deve essere riconosciuta alla struttura progettata dal ricorrente impedisce solo che questa debba essere assoggettata a provvedimenti abilitativi di matrice comunale, tendenti a valutare la fattibilità urbanistica ed edilizia del manufatto.
Ma, nel caso di specie, la realizzazione di una struttura da collocare sulla terrazza sommitale di un edificio risulta potenzialmente idonea ad incidere su valori (diversi da quelli urbanistici) di carattere paesaggistico, in ragione del fatto che l’intera area comunale di Castelmola è sottoposta a vincolo di notevole interesse pubblico istituito nel lontano 1978, nonché inquadrata nel Piano Paesaggistico Ambito 9, più di recente varato dalla Regione Sicilia con riferimento alla provincia di Messina.
A ben vedere, tale distinguo risulta ben conosciuto dal ricorrente, che non a caso ha inviato richiesta di nulla osta alla Soprintendenza di Messina prima di avviare alcun tipo di attività, salvo poi dolersi del parere contrario espresso dall’amministrazione.
Alla luce di quanto esposto risulta irrilevante sia il fatto che l’intervento sia qualificabile come “neutro” (o libero) dal punto di vista edilizio, sia l’asserito errore di fatto commesso dalla Soprintendenza nel qualificare il manufatto come “tettoia” piuttosto che “tenda”. Sia che si trattasse di una “tettoia”, che in ipotesi mera “tenda”, la Soprintendenza non avrebbe potuto sottrarsi all’obbligo di valutare (peraltro, su richiesta dello stesso soggetto interessato) l’incidenza dell’intervento progettato rispetto ai valori paesaggistici ed ambientali affidati per legge alla sua cura.
In una vicenda per certi versi analoga, infatti, la giurisprudenza ha affermato che “Una serra mobile, sebbene ricada nell'attività edilizia libera, richiede l'autorizzazione paesaggistica, poiché anche tale tipologia di manufatto può recare pregiudizio ai valori paesistici e ambientali protetti ed esige, quindi, un esame preventivo da parte dell'autorità competente” (Tar Veneto 1007/2017) (TAR Sicilia-Catania, Sez. IV, sentenza 30.07.2018 n. 1635 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Circa la costruzione di un manufatto costituito da una struttura lignea di sostegno a un pergolato realizzata su pianta di m. 4,93 x 2,53, non ancorata al suolo, e dotata di una copertura in lastre e cannette anche queste amovibili poiché solo appoggiate.
Il manufatto oggetto di contestazione è un pergolato adibito all’arredo di uno spazio esterno completamente aperto sui lati e dotato di una copertura amovibile pertanto, sotto un primo profilo, rientra nelle illustrate tipologie di interventi liberalizzati ai sensi dell’art. 6 del d.P.R. n. 380/2001.
La posizione espressa trova conferma nella più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato che ha ritenuto la legittimità di simili manufatti aventi struttura in legno ad uso pergolato aperta su più lati ed avente una copertura amovibile poiché inidonee a costituire volume urbanistico.
A seguito di sopralluogo eseguito in data 03.08.2010, personale del Comune di Lugagnano Val d’Arda (di seguito Comune) rilevava nell’area di pertinenza dell’abitazione del ricorrente la presenza di “una struttura lignea fissata al suolo in maniera non permanente con caratteristiche di elemento di sostegno per un pergolato, ma dotata di copertura di lastre e cannette”.
Con ordinanza n. 41 del 09.08.2010 l’Amministrazione ordinava l’immediata sospensione dei lavori “al fine di poter adottare i provvedimenti definitivi” e, ritenendo che la descritta copertura, ancorché “di materiale totalmente amovibile”, facesse “perdere le caratteristiche di elemento di arredo alla struttura, assimilandola a una struttura edilizia soggetta al rispetto delle distanze dai confini di proprietà e agli altri parametri urbanistici e edilizi”, con successivo provvedimento dirigenziale n. 5 del 22.02.2012, irrogava al ricorrente proprietario la sanzione pecuniaria ex art. 16 della L.R. n. 23/2004 nella misura di € 9.152,00.
L’odierna controversia verte sulla qualificazione di un manufatto costituito da una struttura lignea di sostegno a un pergolato realizzata su pianta di m. 4,93 x 2,53, non ancorata al suolo, e dotata di una copertura in lastre e cannette anche queste amovibili poiché solo appoggiate che l’Amministrazione, in ragione della sola presenza di una copertura ancorché amovibile, riteneva dovesse essere assentita previa acquisizione di titolo edilizio.
Con il primo motivo di ricorso il ricorrente deduce “eccesso di potere per difetto di istruttoria, illogicità, irragionevolezza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione, travisamento dei fatti”.
Espone il ricorrente che la struttura in questione (un pergolato), in quanto leggera, amovibile e di modeste dimensioni e avente natura ornamentale, non necessiterebbe di titolo abilitativo né tale necessità potrebbe derivare dalla sola circostanza che presenta una copertura.
In ricorso si evidenzia in particolare che sebbene la Commissione provinciale VAM si fosse espressa nel senso di considerare soggetto a titolo edilizio qualsiasi manufatto che presenti una copertura, di qualunque natura essa sia, tale posizione contrasterebbe con la circolare dell’Assessorato Regionale Programmazione Territoriale Urbanistica, recante “Indicazioni applicative in merito all’art. 6 del D.P.R: n. 380 del 2001 relativo all’attività edilizia libera” del 02.08.2010 che al paragrafo 6.1.4 farebbe rientrare in questa tipologia di interventi gli elementi di arredo delle aree pertinenziali con l’esclusione delle sole opere che comportino superfici computabili come utili o accessorie ricomprendendo fra le attività libere anche “le coperture avvolgibili o retrattili di telo impermeabile” e ritenendo ulteriormente che “possano essere equiparati a tali elementi di arredo anche i gazebo ma solo se completamente aperti sui lati e coperti con teli amovibili” (pag. 6 del ricorso).
Ne deriverebbe che non sarebbe la copertura a determinare di per sé la necessità di un titolo abilitativo ma rileverebbe a tal fine la tipologia di copertura utilizzata.
A favore della tesi fatta propria dall’Amministrazione non potrebbe inoltre essere invocato l’Atto di coordinamento sulle definizioni tecniche uniformi per l’urbanistica e l’edilizia e sulla documentazione necessaria per i titoli abilitativi edilizi approvato con delibera assembleare n. 279 del 04.02.2010 che al punto 59 dell’allegato A definisce il pergolato come una “struttura autoportante, composta di elementi verticali e di sovrastanti elementi orizzontali, atta a consentire il sostegno del verde rampicante e utilizzata in spazi aperti a fini di ombreggiamento” precisando che “sul pergolato non sono ammesse coperture impermeabili” poiché, sotto un primo profilo, tale fonte non viene richiamata nel provvedimento impugnato e, sotto un secondo profilo, perché la copertura rilevata, in quanto composta da elementi appoggiati e privi di fissaggio e di saldatura o ancoraggio (fra loro e rispetto alla struttura portante), non sarebbe impermeabile.
L’art. 6, comma 2, del d.P.R. n. 380/2001 prevede che “nel rispetto dei medesimi presupposti di cui al comma 1, previa comunicazione, anche per via telematica, dell'inizio dei lavori da parte dell'interessato all'amministrazione comunale, possono essere eseguiti senza alcun titolo abilitativo i seguenti interventi: … e) le aree ludiche senza fini di lucro e gli elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici”.
La citata circolare regionale del 02.08.2010, esplicativa dei criteri applicativi della norma sopra riportata, comprende tra gli interventi liberalizzati “ai sensi del comma 2 del nuovo art. 6” gli spazi adibiti ad arredo pertinenziale costituiti da “elementi di arredo di spazi esterni (giardini, cortili, corti interne, ecc.)” menzionando espressamente fra questi “i pergolati; le pensiline; le tettoie con profondità inferiore a 1,50 m; ed inoltre i barbecue e i forni in muratura, il manufatto esterno del pozzo, le coperture avvolgibili o retrattili di telo impermeabile, le piccole fontane e gli altri manufatti con analoghe caratteristiche. Si ritiene che possano essere equiparati a tali elementi di arredo anche i gazebo, ma solo se completamente aperti sui lati e coperti con teli amovibili”.
Ciò premesso deve rilevarsi che il manufatto oggetto di contestazione è un pergolato adibito all’arredo di uno spazio esterno completamente aperto sui lati e dotato di una copertura amovibile pertanto, sotto un primo profilo, rientra nelle illustrate tipologie di interventi liberalizzati ai sensi dell’art. 6 del d.P.R. n. 380/2001 (come peraltro riconosciuto dalla stessa Amministrazione a pag. 3, ultimo cpv. della memoria di costituzione); sotto altro profilo, non rientra nella fattispecie ostativa di cui al citato Atto di coordinamento regionale poiché la copertura, in quanto composta da “lastre [di policarbonato] e cannette”, come già evidenziato appoggiate prive di ancoraggio o elementi di vincolo o saldatura tanto con la struttura portante quanto fra le stesse, non può essere considerata impermeabile poiché inidonea, in ragione delle descritte caratteristiche strutturali a proteggere da agenti atmosferici.
La posizione espressa trova conferma nella più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato che ha ritenuto la legittimità di simili manufatti aventi struttura in legno ad uso pergolato aperta su più lati ed avente una copertura amovibile poiché inidonee a costituire volume urbanistico (Cons. Stato, Sez. VI, 15.11.2016 n. 4711).
La fondatezza del primo motivo di ricorso, e la conseguente illegittimità, della misura applicata, assorbe le doglianze oggetto del secondo mezzo di impugnazione teso a contestare la quantificazione della sanzione.
Per quanto precede il ricorso deve essere accolto (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 14.08.2017 n. 275 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La recente giurisprudenza amministrativa, evidenziando che le cc.dd. “pergotende” non possono essere considerate “opere precarie” ex art. 3, comma 1, lett. e), del T.U. dell’Edilizia, perché non si connotano per una temporaneità della loro utilizzazione, ma piuttosto per costituire un elemento di migliore fruizione dello spazio, comunque duraturo, ha approfondito la questione della necessità o meno del previo rilascio del titolo abilitativo per la loro realizzazione, osservando come una struttura in alluminio anodizzato destinata ad ospitare una tenda retrattile in tessuto come quella in questione, non integri, in primo luogo, gli effetti di “trasformazione edilizia e urbanistica del territorio” propri degli “interventi di nuova costruzione” ex artt. 3 e 10 DPR n. 380/2001.
Va, invero, considerato che l’opera principale non è la struttura in sé, ma la tenda, quale elemento di protezione dal sole e dagli agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dello spazio esterno del locale; considerata in tale contesto, la struttura in alluminio anodizzato si qualifica in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda.
Quest’ultima, poi, integrata alla struttura portante, non vale a configurare una “nuova costruzione”, attese la sua realizzazione in tessuto e la sua natura retrattile, che, escludendo elementi di fissità e stabilità nella copertura, priva di qualsiasi tamponatura laterale, fanno sì che non possa parlarsi di uno spazio chiuso e della creazione di nuova superficie o nuovo volume.
Con il ricorso in epigrafe la Br. s.r.l., società esercente attività di somministrazione di alimenti e bevande nel locale commerciale di via ... 2/4, ha dedotto di aver chiesto ed ottenuto da Roma Capitale, con determinazione dirigenziale prot CI/235212/2014, per l’area pertinenziale esterna al suo locale, la concessione per l’occupazione di suolo pubblico con tenda autoportante, tavoli, sedie e fioriere, secondo i progetti depositati a supporto dell’istanza, ma di aver successivamente ricevuto, proprio in relazione alla suddetta struttura (realizzata in alluminio, poggiante su 6 pali alloggiati in 6 vasi, sostenuta da un sistema di assemblaggio laterale di staffe inox e fusioni in alluminio e non fissata sul muro perimetrale del fabbricato), avviso di apertura del procedimento amministrativo per realizzazione di opere abusive e l’ordinanza n. 1057/2016 di rimozione dell’installazione.
In merito a tale ultimo provvedimento, la Br. s.r.l. ha, quindi, lamentato l’errata rappresentazione da parte dell’Amministrazione, del manufatto in questione, che non era stato considerato negli elementi decisivi ai fini del suo corretto inquadramento, costituiti, appunto, dalla copertura retrattile e dalla funzione di semplice sostegno della tenda svolta dalla struttura in alluminio leggero, la cui apposizione doveva considerarsi assolutamente irrilevante dal punto di vista urbanistico - edilizio, ferma restando la necessità per l’occupazione del suolo pubblico della specifica concessione.
Tali censure sono fondate e meritevoli di accoglimento.
La recente giurisprudenza amministrativa, (cfr. Cons. St., Sez. VI, 17.04.2016 n. 1619), evidenziando che le cc.dd. “pergotende” non possono essere considerate “opere precarie” ex art. 3, comma 1, lett. e), del T.U. dell’Edilizia, perché non si connotano per una temporaneità della loro utilizzazione, ma piuttosto per costituire un elemento di migliore fruizione dello spazio, comunque duraturo, ha approfondito la questione della necessità o meno del previo rilascio del titolo abilitativo per la loro realizzazione, osservando come una struttura in alluminio anodizzato destinata ad ospitare una tenda retrattile in tessuto come quella in questione, non integri, in primo luogo, gli effetti di “trasformazione edilizia e urbanistica del territorio” propri degli “interventi di nuova costruzione” ex artt. 3 e 10 DPR n. 380/2001.
Allo stesso modo, deve ritenersi che non sia integrata la fattispecie della ristrutturazione edilizia, richiamata, invece, erroneamente nella determinazione impugnata.
Invero, ai sensi dell’articolo 3, lettera d), del dpr n. 380/2001, tale tipologia di intervento edilizio fa riferimento ad “interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere”, i quali “comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti”.
Tali caratteristiche risultano all’evidenza non sussistenti nella fattispecie della struttura in alluminio anodizzato atta ad ospitare una tenda retrattile, avuto riguardo alla consistenza di tale intervento ed alla circostanza che l’immobile accanto al quale essa è collocata è un fabbricato in muratura, sulla cui originaria identità e conformazione l’opera nuova non può certamente incidere.
Sulla base delle considerazioni sopra svolte deve, pertanto, ritenersi che la struttura realizzata dalla ricorrente non necessitasse del previo rilascio del permesso di costruire, giacché la tenda retrattile che essa è unicamente destinata a servire si risolve, in ultima analisi, in un mero elemento di arredo dello spazio pertinenziale su cui insiste, legittimamente occupato dalla ricorrente in virtù di concessione di occupazione di suolo pubblico.
Tale interpretazione delle strutture in parola appare, in verità, essere stata già condivisa dall’Amministrazione di Roma Capitale nella circolare del 09.03.2012, nella quale, alla lettera i) del punto 3.2 si specifica che, tra le attività di edilizia libera (A.E.L.), sono ricomprese “tende autoportanti, tende in aggetto, ombrelloni, pedane e fioriere al servizio degli esercizi commerciali e di ristorazione ubicate su suolo pubblico, ferma restando l’acquisizione della specifica autorizzazione amministrativa secondo quanto previsto dalle deliberazioni di Roma Capitale in materia di occupazione suolo pubblico e naturalmente esclusa la loro chiusura sui lati perimetrali”.
In conclusione, il ricorso deve essere, dunque, accolto, con annullamento dell’atto impugnato ed assorbimento di ogni altra doglianza (TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 22.05.2017 n. 6054 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Sulla pergotenda.
La struttura costituita da due pali poggiati sul pavimento di un terrazzo a livello e da quattro traverse con binario di scorrimento a telo in pvc, ancorata al sovrastante balcone e munita di copertura rigida a riparo del telo retraibile (c.d. pergotenda) non configura né un aumento del volume e della superficie coperta, né la creazione o la modificazione di un organismo edilizio, né l'alterazione del prospetto o della sagoma dell'edificio cui è connessa, in ragione della sua inidoneità a modificare la destinazione d'uso degli spazi interni interessati, della sua facile e completa rimovibilità, dell'assenza di tamponature verticali e della facile rimovibilità della copertura orizzontale: la stessa va pertanto qualificata come arredo esterno, di riparo e protezione, funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all'appartamento cui accede ed è riconducibile agli interventi manutentivi liberi, ossia non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell'art. 6, comma 1, d.P.R. 06.06.2001 n. 380.
Il primo gruppo di censure è infondato.
È noto e condivisibile il consolidato orientamento della giurisprudenza sulle cosiddette pergotende (cfr. ex multis Consiglio di Stato, sez. VI, 11.04.2014, n. 1777).
Per la giurisprudenza richiamata, la struttura costituita da due pali poggiati sul pavimento di un terrazzo a livello e da quattro traverse con binario di scorrimento a telo in pvc, ancorata al sovrastante balcone e munita di copertura rigida a riparo del telo retraibile (c.d. pergotenda) non configura né un aumento del volume e della superficie coperta, né la creazione o la modificazione di un organismo edilizio, né l'alterazione del prospetto o della sagoma dell'edificio cui è connessa, in ragione della sua inidoneità a modificare la destinazione d'uso degli spazi interni interessati, della sua facile e completa rimovibilità, dell'assenza di tamponature verticali e della facile rimovibilità della copertura orizzontale: la stessa va pertanto qualificata come arredo esterno, di riparo e protezione, funzionale alla migliore fruizione temporanea dello spazio esterno all'appartamento cui accede ed è riconducibile agli interventi manutentivi liberi, ossia non subordinati ad alcun titolo abilitativo ai sensi dell'art. 6, comma 1, d.P.R. 06.06.2001 n. 380.
Diversamente, peraltro, deve essere valutato l’intervento realizzato dalla ricorrente, essendo stato accertato che, oltre alla pergotenda, identificabile nella struttura di sostegno della copertura ritraibile e nella copertura stessa, si è verificata la tamponatura dei tre lati originariamente aperti con policarbonato trasparente, oltre alla realizzazione di porte di accesso laterali.
Dall’esame complessivo dell’opera risulta insussistente il presupposto ravvisato dalla giurisprudenza amministrativa, oltre che dalla richiamata circolare di Roma Capitale, per la qualificazione della stessa come edilizia libera, perché le chiusure verticali e la presenza di porte di accesso, seppure in materiale leggero e facilmente amovibile, impediscono di considerare la stessa come un arredo esterno, funzionale alla fruizione temporanea del terrazzo, essendo, al contrario, riconoscibile una vera e propria opera di ristrutturazione edilizia, in quanto rivolta a modificare l’appartamento mediante la trasformazione del terrazzo in un ambiente tendenzialmente chiuso.
Ne derivano l’infondatezza delle censure e, nei limiti del dedotto, la legittimità dell’ordine di ripristino (TAR Lazio-Roma, Sez. II-bis, sentenza 11.04.2017 n. 4448 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Riguardo ai caratteri del gazebo in questione, esteso circa 110 mq, il Collegio ritiene di richiamare l’orientamento secondo cui i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il manufatto non precario (es.: gazebo o chiosco) non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo destinato ad essere reiterato nel tempo in quanto stagionale.
Infatti, la precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene e non la sua stagionalità, la quale non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo.
Sotto tale aspetto, per le sue caratteristiche tipologiche e funzionali, nonché in considerazione del regime temporale della relativa utilizzazione il manufatto per cui è causa è riconducibile alle previsioni di cui alla lettera e.5) del comma 1 dell’articolo 3 d.P.R. n. 380 del 2001, a tenore del quale sono comunque da considerarsi nuove costruzioni le installazioni di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere che siano usati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, “e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Al riguardo, non possono comunque essere considerati manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati a un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante.
Nemmeno si può ritenere che la sola stagionalità dell’installazione del manufatto per cui è causa (destinato ad occupare circa 110 mq.) conferisca al manufatto nel suo complesso il carattere di “temporaneità”, atteso il carattere ontologicamente “non temporaneo” di una struttura destinata all’esercizio di un’attività commerciale e di somministrazione.
1. Con istanza del 05.05.2013 la signora An.Ma.Ma. ha chiesto al Sindaco di Mangone di essere autorizzata all’installazione stagionale di un gazebo rimovibile con telo plastificato.
Con nota del 12.06.2003 il Responsabile del Servizio presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Mangone ha comunicato alla ricorrente il “diniego della domanda di autorizzazione edilizia”, ritenuta in contrasto con l’art. 8, lett. d), del Piano di fabbricazione del Comune di Magone, in quanto non rispettosa delle distanze dai confini e dalle strade.
Nonostante tale diniego, l’odierna ricorrente ha ugualmente effettuato il montaggio del gazebo nella proprietà privata del suocero Cr.Ma..
2. In data 03.07.2003 è stata notificata al Cr. ordinanza di ingiunzione-demolizione della tendostruttura, in quanto realizzata abusivamente, in assenza della prescritta autorizzazione edilizia.
Con il ricorso in epigrafe i ricorrenti hanno l’annullamento del provvedimenti, per i vizi di violazione di legge, con riferimento all’art. 8, lett. d), del Piano di fabbricazione del Comune di Mangone e all’art. 10 della L. 47/1985, nonché per eccesso di potere per presupposto erroneo, travisamento del fatto e illogicità.
Il gazebo in questione non sarebbe una costruzione, trattandosi di struttura precaria e facilmente smontabile. Non sarebbe stato, pertanto, necessario un provvedimento autorizzativo, che, tuttavia, è stato negato.
7. Il ricorso principale è infondato e deve essere rigettato.
Riguardo ai caratteri del gazebo in questione, esteso circa 110 mq, il Collegio ritiene di richiamare l’orientamento –da quale non si rinvengono elementi per discostarsi– secondo cui i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il manufatto non precario (es.: gazebo o chiosco) non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo destinato ad essere reiterato nel tempo in quanto stagionale.
Si è condivisibilmente osservato al riguardo che la precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico e temporalmente limitato del bene e non la sua stagionalità, la quale non esclude la destinazione del manufatto al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo (in tal senso: Cons. Stato, VI, 03.06.2014, n. 2842; Cons. Stato, IV, 22.12.2007, n. 6615).
Sotto tale aspetto, il Collegio ritiene che per le sue caratteristiche tipologiche e funzionali, nonché in considerazione del regime temporale della relativa utilizzazione il manufatto per cui è causa sia riconducibile alle previsioni di cui alla lettera e.5) del comma 1 dell’articolo 3 d.P.R. n. 380 del 2001, a tenore del quale sono comunque da considerarsi nuove costruzioni le installazioni di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere che siano usati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, “e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Al riguardo, giova qui richiamare il condiviso orientamento secondo cui non possono comunque essere considerati manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati a un’utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Cons. Stato, VI, 03.06.2014, n. 2842; id., VI, 12.02.2011, n. 986; id., V, 12.12.2009, n. 7789; id., V, 24.02.2003, n. 986; id., V, 24.02.1996, n. 226).
Nemmeno si può ritenere che la sola stagionalità dell’installazione del manufatto per cui è causa (destinato ad occupare circa 110 mq.) conferisca al manufatto nel suo complesso il carattere di “temporaneità”, atteso il carattere ontologicamente “non temporaneo” di una struttura destinata all’esercizio di un’attività commerciale e di somministrazione (in tal senso: Cons. Stato, VI, 03.06.2014, n. 2842; Cons. Stato, IV, 23.07.2009, n. 4673).
Tanto premesso, deve ritenersi legittimo l’operato dell’Amministrazione intimata che ha correttamente configurato come costruzione il manufatto in oggetto e ha, pertanto, negato il titolo abilitativo in quanto l’opera non era conforme al Programma di fabbricazione del Comune per il mancato rispetto delle distanze dei confini e delle strade.
Alla legittimità del diniego dell’autorizzazione consegue la legittimità dell’ordinanza di demolizione impugnata in quanto l’opera è stata eseguita in assenza della prescritta concessione edilizia (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 13.03.2017 n. 409 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Niente permesso per le tende «a casetta». Consiglio di Stato. L’utilizzo è temporaneo e la struttura in alluminio è un accessorio.
Più elasticità per le strutture che non generano veri e propri volumi, comprese le tende rigide “a casetta”: lo sottolinea il Consiglio di Stato nella sentenza 27.04.2016 n. 1619, che riguarda il Comune di Roma.
Il principio generale (articolo 3, comma 1, lettera e.5, del Dpr 380/2001, Testo unico edilizia) è che le opere precarie non hanno necessità di alcun titolo e ad esse sono assimilati gli interventi di arredo (articolo 6, lettera e, del Dpr).
Per qualificare un’opera come precaria non basta verificare le caratteristiche dei materiali (spessore, resistenza) né le modalità di collegamento al suolo (perni, viti e bulloni, sistemi di ancoraggio). Occorre invece far riferimento alle esigenze (di natura stabile o temporanea) che l’opera sia diretta a soddisfare; in altri termini, occorre tener presente il carattere dell’utilizzo dell’opera, nel senso che se esso non è continuativo si può dedurre una precarietà e quindi la collocabilità senza titolo abilitativo.
Il caso esaminato riguardava due strutture di alluminio anodizzato atte a ospitare una tenda retrattile in materiale plastico comandata elettricamente, su un terrazzo; era quindi dubbia la temporaneità della loro utilizzazione, mentre non era in discussione la circostanza che la struttura garantisse una migliore fruizione dello spazio.
Su questi presupposti, il Consiglio ha precisato che la struttura non realizzava una «trasformazione edilizia e urbanistica del territorio» che rendesse necessario, per il Dpr, uno specifico provvedimento. Infatti, l’opera principale non è la struttura in sé, di plastica o metallo, con parti mobili o fisse, bensì la tenda, quale elemento di protezione da sole e agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dell’esterno dell’unità abitativa. In un contesto già edificato, quindi, la struttura in alluminio anodizzato è un mero elemento accessorio, necessario al sostegno ed all’estensione della tenda.
I giudici hanno anche escluso che si fosse in presenza di una ristrutturazione edilizia, che (articolo 3, lettera d, del Dpr), richiede «interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere», che «comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti».
Per aversi ristrutturazione, sarebbe stato necessario che le opere avessero consistenza e rilevanza edilizia, fossero cioè tali da poter «trasformare l’organismo edilizio», condividendo pertanto natura e consistenza degli elementi costitutivi di esso.
In sintesi, non occorre il previo rilascio del permesso di costruire nel caso di una tenda retrattile, perché questa si risolve in un mero elemento di arredo del terrazzo su cui insiste. Solo nel caso in cui la struttura sia tamponata sui due lati liberi da lastre di vetro mobili “a pacchetto”, munite di supporti che manualmente scorrano in appositi binari, con un vetro fisso superiore (timpano), il tutto inserito nelle strutture di alluminio anodizzato, si configurerebbe un vero nuovo volume (articolo Il Sole 24 Ore del 04.05.2016).
EDILIZIA PRIVATA: Sulla natura e consistenza delle realizzate n. 2 “pergotende”.
La struttura in alluminio anodizzato destinata ad ospitare tende retrattili in materiale plastico non integra le caratteristiche di “trasformazione edilizia e urbanistica del territorio” (artt. 3 e 10 d.P.R. n. 380/2001). Va, invero, considerato che l’opera principale non è la struttura in sé, ma la tenda, quale elemento di protezione dal sole e dagli agenti atmosferici, finalizzata ad una migliore fruizione dello spazio esterno dell’unità abitativa.
Considerata in tale contesto, la struttura in alluminio anodizzato si qualifica in termini di mero elemento accessorio, necessario al sostegno e all’estensione della tenda. Quest’ultima, poi, integrata alla struttura portante, non vale a configurare una “nuova costruzione”, atteso che essa è in materiale plastico e retrattile, onde non presenta caratteristiche tali da costituire un organismo edilizio rilevante, comportante trasformazione del territorio.
Tanto è escluso in primo luogo dalla circostanza che la copertura e la chiusura perimetrale che essa realizza non presentano elementi di fissità, stabilità e permanenza, in ragione del carattere retrattile della tenda; onde, in ragione della inesistenza di uno spazio chiuso stabilmente configurato, non può parlarsi di organismo edilizio connotantesi per la creazione di nuovo volume o superficie.
Allo stesso modo, deve ritenersi che non sia integrata la fattispecie della ristrutturazione edilizia. Invero, ai sensi dell’articolo 3, lettera d), del dpr n. 380/2001, tale tipologia di intervento edilizio richiede che trattasi di “interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere”, i quali “comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti”: la disposizione, così come declinata dal legislatore, richiede che le opere realizzate abbiano consistenza e rilevanza edilizia, siano cioè tali da poter “trasformare l’organismo edilizio”, condividendo pertanto natura e consistenza degli elementi costitutivi di esso (massima tratta da https://renatodisa.com).
Con unico ed articolato motivo il signor Ag. lamenta: Violazione dell’articolo 6, comma 1, del DPR n. 380/2001; violazione della circolare n. 19137 del 09.03.2012; errata applicazione dell’articolo 16 della legge regionale Lazio n. 15/2008; eccesso di potere per travisamento dei fatti, erroneità dei presupposti, illogicità manifesta e carenza di istruttoria.
Aggiunge ancora che il giudice di prime cure non avrebbe considerato che lo stesso Comune, con la Circolare n. 19137 del 09.03.2012, nel disciplinare le ipotesi di attività edilizia libera, vi aveva ricompreso le cd. “strutture semplici, quali gazebo, pergotende con telo retrattile, pergolati, se elementi di arredo annessi ad unità immobiliari e/o edilizie aventi esclusivamente destinazione abitativa”.
La disamina dell’appello –a giudizio della Sezione– non può prescindere dalla considerazione della natura e della consistenza delle opere realizzate.
Trattasi di n. 2 “pergotende”, le quali vengono analiticamente descritte sia nei provvedimenti impugnati, sia nella comunicazione ex art. 27, comma 4, del dpr n. 380/2001, prot. VB/2014/23430 del 02.04.2014.
Si osserva, infatti, che dall’articolo 3, comma 1, lett. e.5, del Testo Unico dell’Edilizia è possibile trarre una nozione di “opera precaria”, la quale è fondata non sulle caratteristiche dei materiali utilizzati né sulle modalità di ancoraggio delle stesse al suolo quanto piuttosto sulle esigenze (di natura stabile o temporanea) che esse siano dirette a soddisfare.
Invero, la norma qualifica come “interventi di nuova costruzione” (come tali assoggettati al previo rilascio del titolo abilitativo), “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni che siano utilizzati come abitazioni , ambienti di lavoro oppure depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee…”.
Tanto è escluso in primo luogo dalla circostanza che la copertura e la chiusura perimetrale che essa realizza non presentano elementi di fissità, stabilità e permanenza, in ragione del carattere retrattile della tenda (in proposito, cfr. anche la cit. circolare del Comune di Roma, 09.03.2012, n. 19137); onde, in ragione della inesistenza di uno spazio chiuso stabilmente configurato, non può parlarsi di organismo edilizio connotantesi per la creazione di nuovo volume o superficie.
Conclusivamente, ritiene la Sezione che l’appello sia fondato in parte e debba essere accolto nei sensi e nei limiti sopra precisati; che, per l’effetto, la sentenza del Tribunale debba essere riformata parzialmente e che dunque, in parziale accoglimento del ricorso di primo grado, i provvedimenti impugnati debbano essere integralmente annullati, relativamente alla struttura di cui sub n. 1 (in quanto unicamente destinata al sostegno d’un elemento di arredo consistente in una tenda retrattile); mentre, quanto alla struttura di cui sub n. 2, vanno annullati solo in parte, ossia restando eccettuata dalla caducazione la relativa parte in cui si dispone, per tale secondo manufatto, la rimozione delle tamponature laterali in vetro e dei binari (inferiore e superiore) di scorrimento di esse.
Limitatamente a tali componenti dell’opera, invero, l’appello deve essere respinto e la sentenza di rigetto di primo grado confermata, unitamente (in parte qua) all’ordine demolitorio impugnato in prime cure (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.04.2016 n. 1619 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La valutazione degli abusi edilizi presuppone una visione complessiva e non atomistica degli interventi posti in essere, in quanto il pregiudizio arrecato all’assetto urbanistico deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio.
Nel caso all’esame la copertura della pompeiana e l’aggiunta delle strutture metalliche coperte, hanno creato un autonomo organismo edilizio di rilevanti dimensioni stabilmente destinato a sala da pranzo del locale che deve pertanto essere qualificata come nuova opera per consistenza e funzione di ampliamento del locale dal punto di vista della volumetria e della superficie utile commerciale.
Infatti, come è stato osservato proprio con riguardo all’abusiva copertura di strutture del tipo di quella in esame:
- dal punto di vista tecnico-giuridico la pompeiana, a prescindere dai materiali usati e dalle concrete categorie definitorie (porticato, pergolato, gazebo, berceau, dehor), è caratterizzata dal dover essere una struttura costruttiva leggera e aperta, la cui copertura (teli, rampicanti, assi distanziate) deve consentire di fare filtrare l’aria e la luce, assolvendo a finalità di ombreggiamento e di protezione nel passaggio o nella sosta delle persone, in soluzione di continuità con lo spazio circostante e senza creare interruzione dimensionale dell’ambiente in cui è installata;
- l’aspetto tipico di essa risiede nella mancanza di pareti e di una copertura integrale assimilabile ad un tetto o solaio, che si viene invece a concretizzare con una copertura che la faccia configurare come volume edilizio;
- la stabile destinazione funzionale a sala da pranzo comporta lo snaturamento dei caratteri propri della pompeiana;
- è da escludersi la possibilità di riscontrare precarietà dell'opera, ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire, quando la medesima sia destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione.
Da quanto esposto emerge che l’intervento edilizio è qualificabile come nuova opera assoggettata al previo rilascio di un permesso di costruire, che la medesima era incompatibile con la destinazione agricola dell’area prevista dallo strumento urbanistico allora vigente, che era necessario il previo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in quanto si tratta di opera che altera l’aspetto esteriore dell’edificio cui accede e che pertanto correttamente il Comune ha sanzionato l’abuso con un’ordinanza di rimozione e ripristino allo stato originario ed autorizzato dei luoghi.
... per l'annullamento del provvedimento del Comune di Abano Terme, a firma del Dirigente del V Settore 17.06.1999 prot. n. 16032, con cui si ordina alla Società ricorrente, relativamente al fabbricato ad uso commerciale-residenziale in Abano Terme, via ... n. 46, di demolire le opere pretestamente abusive entro il termine di 90 giorni.
Le censure proposte, che possono essere valutate unitariamente, si fondano sull’erroneo presupposto che l’abuso edilizio dovrebbe essere considerato come consistente nella mera apposizione di un telo di nylon, come tale qualificabile come opera amovibile, non soggetta al previo rilascio di un titolo edilizio, o tutt’al più qualificabile come intervento di manutenzione straordinaria non sanzionabile con un’ordinanza di demolizione, irrilevante da un punto di vista urbanistico ed inoltre non soggetta al previo rilascio di un’autorizzazione paesaggistica perché costituente un intervento edilizio minore.
Tale ordine di idee non può essere condiviso.
Come è noto la valutazione degli abusi edilizi presuppone una visione complessiva e non atomistica degli interventi posti in essere, in quanto il pregiudizio arrecato all’assetto urbanistico deriva non dal singolo intervento ma dall'insieme delle opere realizzate nel loro contestuale impatto edilizio (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 06.06.2012 n. 3330; Consiglio di Stato, Sez. VI, 12.06.2014, n. 2985).
Nel caso all’esame la copertura della pompeiana e l’aggiunta delle strutture metalliche coperte, hanno creato un autonomo organismo edilizio di rilevanti dimensioni stabilmente destinato a sala da pranzo del locale che deve pertanto essere qualificata come nuova opera per consistenza e funzione di ampliamento del locale dal punto di vista della volumetria e della superficie utile commerciale (cfr. Consiglio di Stato, Sez. I, 06.05.2013, n. 1193).
Infatti, come è stato osservato proprio con riguardo all’abusiva copertura di strutture del tipo di quella in esame (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 31.10.2013, n. 5265):
- è da escludersi la possibilità di riscontrare precarietà dell'opera, ai fini dell'esenzione dal permesso di costruire, quando la medesima sia destinata a soddisfare bisogni non provvisori attraverso la permanenza nel tempo della sua funzione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 22.12.2007, n. 6615).
Il ricorso in definitiva deve essere respinto (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 22.03.2016 n. 297 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Niente dehors per il bar senza sì del condominio.
Addio dehors per il bar se il titolare non ha fatto i conti con il condominio prima di rivolgersi al comune per il permesso. Stop all'autorizzazione unica concessa all'esercizio pubblico dallo sportello attività produttive dell'ente locale: la struttura a padiglione, infatti, va considerata aderente alla facciata dello stabile e dunque non può essere installata su una parete dell'edificio senza prima ottenere il nulla osta di tutti coloro che risultano proprietari del muro perimetrale.
È quanto emerge dalla sentenza 04.03.2016 n. 379, pubblicata dalla II Sez. del TAR Toscana.
È proprio il regolamento comunale a imporre il previo nulla osta dei proprietari o dell'amministratore dell'edificio quando si verifica il «contatto-aderenza» con la superficie esterna di un fabbricato: sbaglia dunque l'amministrazione laddove interpreta le norme ritenendo necessaria l'autorizzazione preventiva solo se i tiranti della struttura a padiglione devono essere agganciati alla parete.
Al comune non resta che pagare le spese di giudizio (articolo ItaliaOggi Sette del 09.05.2016).
CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: Per il dehors serve il sì del condominio. Poteri di veto. I proprietari devono dare il consenso alla realizzazione del manufatto in aderenza alla facciata.
Il conduttore di un immobile destinato ad uso birreria che intende realizzare nell’area antistante il locale un dehors che verrà montato solo in aderenza alla facciata non può essere autorizzato dal comune a realizzare l’opera se non dimostra di aver ottenuto il consenso della collettività condominiale.
È questo il principio affermato dal TAR Toscana -Sez. II- nella sentenza 04.03.2016 n. 379.
La vicenda prendeva l’avvio quando il titolare di un locale birreria, facente parte di un caseggiato, decideva di realizzare, nello spazio antistante il locale condotto in locazione, un dehors temporaneo con possibilità di chiusura stagionale in cui installare tavoli, sedie.
Il progetto definitivo prevedeva che la struttura portante del dehors non fosse ancorata alla parete condominiale, ma fosse realizzata soltanto in aderenza del muro perimetrale con montanti verticali in acciaio indipendenti.
L’opera, quindi, veniva autorizzata, ma una condòmina richiedeva al comune l’annullamento in via di autotutela del provvedimento autorizzatorio, per la mancanza di nulla osta da parte del condominio. La richiesta veniva respinta, anche perché tutti gli altri condomini (compreso il proprietario del locale-birreria) con apposita comunicazione, avevano confermato l’autorizzazione ad occupare l’area privata antistante il pubblico esercizio.
La questione, poi, è stata sottoposta all’attenzione del Tar che ha dato torto al titolare della birreria, rilevando che la domanda volta ad ottenere la concessione e/o l’autorizzazione per la costruzione di spazi di ristoro all’aperto annessi a locali di pubblico esercizio, con occupazione di tutta l’area esterna condominiale, richiede il consenso degli altri condòmini (inclusa la ricorrente che non ha mai prestato il suo assenso), anche nel caso in cui la struttura venga posta solo a contatto dell’edificio.
A diversa conclusione si potrebbe arrivare, però, se il dehors fosse realizzato con le stesse modalità ma con occupazione parziale del cortile: in tal caso, infatti, se si considera che i rapporti condominiali richiedono il continuo rispetto del principio di solidarietà, il quale richiede un costante equilibrio fra le esigenze e gli interessi di tutti i partecipanti alla comunione, qualora sia prevedibile (come nel caso in questione) che gli altri partecipanti alla comunione non possano fare un pari uso della cosa comune, la modifica apportata alla stessa dal condomino potrebbe ritenersi legittima (articolo Il Sole 24 Ore del 19.04.2016).
- del provvedimento Autorizzativo Unico n. 152 del 29.07.2013 con cui il Dirigente del Settore Urbanistica e Suap ha autorizzato il Sig. Er.Si., nella sua qualità di legale rappresentante dell’impresa “Pi. Bar di Er.Si. & C. <<ad occupare l’area privata antistante il pubblico esercizio denominato “Bar Lume” posto in via Rinchiosa, angolo Via Garibaldi al fine di poter installare tavoli, sedie e strutture a padiglione con temporanea possibilità di chiusura stagionale […]>>, nonché degli atti connessi, presupposti e conseguenti nonché per il risarcimento:
- dei danni subiti e subendi dalla ricorrente per effetto degli illegittimi provvedimenti impugnati;
2. Il primo motivo del ricorso introduttivo del presente giudizio è fondato.
La circostanza, infatti, che “la struttura portante del dehors da installare non verrà agganciata alla parete condominiale, ma sostenuta da montanti verticali in acciaio indipendenti”, come si legge nel provvedimento autorizzativo impugnato, non esonerava dalla necessità di ottenere il previo consenso da parte dei proprietari della facciata medesima.
A riguardo va rilevato come sia incontestato che il progetto per la realizzazione del dehors di cui si discute sia quello graficamente rappresentato nel documento prodotto dalla ricorrente come all. 18, consegnato al Comune nell’aprile del 2013, nel quale si trova espressamente scritto “Dehors distaccato 1 cm dalla facciata con struttura indipendente”.
Ora, l’Allegato L del Regolamento edilizio comunale al punto 2.8 prevede, con riferimento alle “strutture a padiglione temporanee con possibilità di chiusura stagionale”, il generale divieto di ogni infissione al suolo e alla parete dell’edificio di pertinenza.
Tuttavia, il quarto comma del citato punto 2.8 stabilisce che “nel caso di presenza di marciapiede sopraelevato di larghezza tale da consentire la coesistenza del manufatto e del percorso pedonale, il manufatto stesso può essere collocato in aderenza alla facciata a condizione che venga comunque garantita una striscia libera di almeno 2 metri di larghezza a partire dal filo esterno del marciapiede”.
Ed è questa la fattispecie in cui rientra, secondo il progetto di cui si è detto, la struttura per cui è causa, per la quale, dunque, viene consentita la collocazione in aderenza alla facciata, mentre rimane vietata ogni infissione alla stessa.
Inoltre, il citato Allegato L del Regolamento edilizio comunale al punto 1.2 lett. c richiede in via generale, per tutte le domande volte ad ottenere la concessione e/o l’autorizzazione per la costruzione di spazi di ristoro all’aperto annessi a locali di pubblico esercizio di somministrazione, il “nulla-osta del proprietario o dell’amministratore dell’immobile qualora la struttura venga posta a contatto dell’edificio”; ciò in piena coerenza con la disciplina del condominio negli edifici (artt. 1117 e ss. cod. civ.).
Ne discende che, oltre al divieto di infissione-aggancio alla parete condominiale, viene stabilito altresì che il contatto-aderenza –essendo i due termini sinonimi– dell’edificio richiede il previo nulla-osta dei proprietari o dell’amministratore dell’immobile.
Ciò significa che l’amministrazione non avrebbe dovuto ridurre la questione di cui si controverte all’esistenza o meno dell’”aggancio” alla parete, ma avrebbe dovuto prendere in considerazione la specifica disciplina regolamentare del “contatto-aderenza” con l’edificio per dedurne la necessità del suddetto nulla-osta dei proprietari.
E’ evidente, infatti, che la progettata struttura, proprio in quanto distaccata di un solo centimetro dalla facciata, non può non essere considerata come aderente alla facciata stessa, con la conseguenza che la sua collocazione richiedeva il previo nulla-osta di tutti i proprietari della medesima, in quanto muro perimetrale condominiale ai sensi dell’art. 1117 cod. cic., ivi incluso quello della ricorrente che non risulta, invece, aver mai prestato il suo assenso a tal fine.
EDILIZIA PRIVATA: Di regola, tettoie e gazebo sono opere che non rappresentano costruzioni vere e proprie, ma hanno caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale destinate a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, esenti dunque dall’assoggettamento a permesso di costruire.
Non di meno, però, quando esse non sono precarie, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerate come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con incremento del carico urbanistico, costituendo la consistenza e la stabilità della struttura i criteri per la relativa valutazione.
L’opera in questione risulta della superficie di 7,20 mq, di altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30, composta da quattro pilastri verticali fissati al pavimento mediante staffe in ferro, coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi (quest’ultime contestate da parte ricorrente, secondo cui la struttura sarebbe leggera e ricoperta con fogli sottili e bitumitosi che darebbero soltanto l’effetto estetico del tegolato canadese) ed altresì aperta su tutti i lati.
Orbene, ritiene il Collegio che tale manufatto, che non appare ricadere in area vincolata, per le caratteristiche su menzionate, per le sue modeste dimensioni e per il suo carattere non impattante, essendo privo di autonomia funzionale, appare esente dall’assoggettamento al permesso di costruire, potendo essere considerato alla stregua di un intervento assentibile tramite l’odierna s.c.i.a., ai sensi dell’art. 22 del d.p.r. 06.06.2001 n. 380.
Per gli interventi realizzati in violazione del regime di segnalazione di attività, ai sensi dell’art. 37, comma 1, d.p.r. 380/2001, l’amministrazione può comminare unicamente una sanzione pecuniaria e non anche la demolizione delle opere.
Che il gazebo non necessitasse di permesso di costruire discende anche dalla circostanza che lo stesso si pone quale elemento pertinenziale con una volumetria inferiore al 20%, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett.e. 6), del d.p.r. n. 380/2001.
Peraltro, le pertinenze di piccole dimensioni, secondo giurisprudenza condivisibile, non sono tenute a rispettare la disciplina in materia di distanze, né sono soggette a permesso di costruire.
... per l'annullamento dell'ordinanza comunale n. 34 del 22/07/2014 di demolizione delle seguenti opere edilizie abusive “struttura in legno lamellare composta da quattro pilastri verticali fissati al suolo mediante apposite staffe in ferro e da una struttura di copertura a due falde sempre con l’utilizzo di travi in legno.
Detta struttura di forma rettangolare ha una superficie di mq. 7,20 circa ed ha altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 7,20 circa ed ha altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30 coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi, e posta a distanza di mt. 0,80 dal confine di proprietà con altra ditta a distanza nulla, nonché ad una distanza al proprio fabbricato di circa mt. 4,50”;
2.2. Comunque, come dedotto da parte ricorrente, nel caso, non era necessario il permesso di costruire.
Il Collegio osserva che, di regola, tettoie e gazebo sono opere che non rappresentano costruzioni vere e proprie, ma hanno caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale destinate a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo, esenti dunque dall’assoggettamento a permesso di costruire (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 19.09.2006, n. 5469; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 28.11.2014 n. 2014; TAR Molise, sez. I, 31.01.2014, n. 66; TAR Calabria, Catanzaro, sez. II, 03.10.2012, n.976); non di meno, però, quando esse non sono precarie, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerate come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con incremento del carico urbanistico (Consiglio di Stato, sez. V, 01.12.2003, n. 7822; sez. IV, 04.09.2013, n. 4438), costituendo la consistenza e la stabilità della struttura i criteri per la relativa valutazione (Consiglio di Stato, sez. VI, 12.12.2012, n.6382).
2.3. Tanto premesso, l’opera in questione risulta della superficie di 7,20 mq, di altezza al colmo di mt. 2,80 e alla gronda di mt. 2,30, composta da quattro pilastri verticali fissati al pavimento mediante staffe in ferro, coperta con tavolaccio e soprastante strato di tegole canadesi (quest’ultime contestate da parte ricorrente, secondo cui la struttura sarebbe leggera e ricoperta con fogli sottili e bitumitosi che darebbero soltanto l’effetto estetico del tegolato canadese) ed altresì aperta su tutti i lati.
Da quanto sopra consegue l’illegittimità dell’impugnato provvedimento, in quanto il gazebo in questione, per le esigue caratteristiche strutturali e dimensionali, non è tale da avere un rilevante impatto urbanistico.
Ne consegue, altresì, che, potendo per gli interventi realizzati in violazione del regime di segnalazione di attività, ai sensi dell’art. 37, comma 1, del citato d.p.r., l’amministrazione comminare unicamente una sanzione pecuniaria e non anche la demolizione delle opere, salvo i casi previsti, le censure al riguardo di parte ricorrente, nel complesso, sono condivisibili.
2.4. Inoltre, come osservato dalle ricorrenti (motivo III), che il gazebo non necessitasse di permesso di costruire discende anche dalla circostanza che lo stesso si pone quale elemento pertinenziale con una volumetria inferiore al 20% (circostanza che non è stata contestata), ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett.e. 6), del d.p.r. n. 380/2001.
Peraltro, le pertinenze di piccole dimensioni, secondo giurisprudenza condivisibile, non sono tenute a rispettare la disciplina in materia di distanze (cfr. TAR Abruzzo–Pescara, sez. I, 11.08.2015), né sono soggette a permesso di costruire (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. II, sentenza 11.01.2016 n. 7 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La giurisprudenza prevalente ritiene che i gazebo non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il gazebo non precario non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo per soddisfare esigenze durature nel tempo e rafforzate dal carattere permanente e non stagionale dell’attività svolta.
Nell’ambito dell’edilizia, per potersi parlare di pertinenza in senso proprio è indispensabile che il manufatto destinato ad un uso pertinenziale durevole sia di dimensioni ridotte e modeste, con la conseguenza che soggiace a permesso di costruire la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree e volumi diversi rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o di ornamento nei riguardi di essa.
2. - I primi due motivi di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente, in quanto tra loro complementari, si incentrano sull’inesistenza di un’opera edilizia, la cui realizzazione avrebbe richiesto un titolo abilitativo, allegandosi che peraltro, ai sensi dell’art. 3, lett. e), n. 6, della l.r. n. 1 del 2004, le opere pertinenziali richiedono il permesso di costruire ove comportanti una nuova volumetria urbanistica od una superficie utile coperta, circostanza non ricorrente nel caso di specie, ove manca qualsivoglia copertura, tale non potendosi ritenere il telo di copertura.
I motivi non appaiono meritevoli di positiva valutazione, e devono pertanto essere disattesi.
A prescindere dall’esatta collocazione temporale del manufatto, e dunque anche ad ammettere che risalga al 2000, od anche, per ipotesi estrema, al 1985, sul piano obiettivo si verte al cospetto di un gazebo che richiedeva il permesso di costruire avendo una dimensione di ml. 7,25x3,80, con altezza variabile da ml. 2,25 a ml. 2,80, e posto sul confine di proprietà, a distanza non regolamentare dalla viabilità pubblica (circa quattro metri), destinato a posto auto coperto.
La giurisprudenza prevalente ritiene che i gazebo non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con sicuro incremento del carico urbanistico, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie, posto che il gazebo non precario non è deputato ad un suo uso per fini contingenti, ma è destinato ad un utilizzo per soddisfare esigenze durature nel tempo e rafforzate dal carattere permanente e non stagionale dell’attività svolta (in termini Cons. Stato, Sez. IV, 04.04.2013, n. 4438; Sez. VI, 03.06.2014, n. 2842).
In tale prospettiva, anche sul piano normativo l’art. 3, lett. e), n. 6, della l.r. n. 1 del 2004 qualifica come “interventi di nuova costruzione” le opere pertinenziali agli edifici che comportino nuova volumetria urbanistica o superficie utile coperta; l’art. 21 del regolamento regionale 03.11.2008, n. 9 specifica che necessitano di permesso di costruire le opere pertinenziali, quali pergole e gazebo che abbiano una superficie utile coperta non superiore a mq. 20,00 e di altezza non superiore a ml. 2,40, desumendosi dunque in materia edilizia un’accezione diversa da quella civilistica di pertinenza.
In particolare, nell’ambito dell’edilizia, per potersi parlare di pertinenza in senso proprio è indispensabile che il manufatto destinato ad un uso pertinenziale durevole sia di dimensioni ridotte e modeste, con la conseguenza che soggiace a permesso di costruire la realizzazione di un’opera di rilevanti dimensioni, che modifica l’assetto del territorio e che occupa aree e volumi diversi rispetto alla res principalis, indipendentemente dal vincolo di servizio o di ornamento nei riguardi di essa (Cons. Stato, Sez. V, 28.04.2014, n. 2196) (TAR Umbria, sentenza 16.02.2015 n. 81 - link a www.giustizia-amminitrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: A. Cernelli, MANUFATTI LEGGERI E NECESSITÀ DEL TITOLO ABILITATIVO: IL CASO DEI C.D. GAZEBO DESTINATI ALLA RISTORAZIONE (Gazzetta Amministrativa n. 4/2012).
EDILIZIA PRIVATA: Il Cds sulle strutture dei ristoranti non più asportabili. Il gazebo abusivo. È illegale se difficile da smontare.
È abusivo il gazebo installato in un ristorante se non è più amovibile e facilmente smontabile e asportabile. Infatti, se un gazebo perde le sue caratteristiche di precarietà per la sostituzione delle strutture portanti (dirette a soddisfare esigenze permanenti), si determina un'alterazione dello stato dei luoghi e un sicuro incremento del carico urbanistico.
Questo è il costrutto normativo tracciato dal Consiglio di Stato (Sez. VI) con la sentenza del 12.12.2012 n. 6382.
Il fatto, in sintesi: il proprietario di un ristorante nel comune di Malcesine, nel febbraio 2001 veniva autorizzato in area paesisticamente vincolata, alla posa di quattro gazebo in legno sulla terrazza di pertinenza del ristorante, caratterizzati da una struttura precaria, facilmente smontabile e asportabile.
Nel febbraio 2009, previa segnalazione, i tecnici della polizia municipale eseguivano un sopralluogo, riscontrando che erano in corso interventi sulla copertura, con la sostituzione del telo plastificato bianco con una struttura in grosse travi di legno e non, come invece previsto, con materiali in perline di legno e lamiera aggraffata, nonché con la ripavimentazione e la dotazione di un impianto elettrico, di climatizzazione e sonoro.
In seguito ai rilievi effettuati dalla polizia municipale, il comune aveva quindi adottato un'ordinanza di demolizione, alla quale il proprietario del ristorante aveva risposto con la presentazione di una domanda di sanatoria per le opere abusive realizzate. Domanda rigettata perché la volumetria realizzata, era incompatibile con il rispetto della disciplina urbanistico-edilizia e con le norme tutelanti il vigente vincolo paesaggistico.
Il proprietario del ristorante, vedendosi negata la sanatoria dei lavori apportati ai gazebo, proponeva ricorso. I giudici amministrativi concludevano che il gazebo aveva perso i connotati di precarietà e amovibilità che ne avevano legittimato l'installazione (articolo ItaliaOggi del 15.01.2013).
EDILIZIA PRIVATA: I gazebo non proprio precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico.
Ancora, i gazebo non proprio precari, ma funzionali a soddisfare esigenze permanenti, vanno considerati come manufatti alteranti lo stato dei luoghi, con un sicuro incremento del carico urbanistico (cfr. Cons. Stato, V, 01.12.2003, n. 7822) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 12.12.2012 n. 6382 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Il pergolato, avente natura ornamentale, deve essere necessariamente realizzato in una struttura leggera, facilmente amovibile perché priva di fondamenta, e deve realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Il secondo motivo è dedicato alla parte dell’ordine di ripristino relativa ad alcune strutture in legno, delle quali il ricorrente rivendica la legittimità, trattandosi, a suo dire, di un “gazebo” oppure di un “pergolato”, di una casetta da gioco per bambini e di alcuni depositi di legna che non eccedono le sue ordinarie esigenze di vita.
Queste argomentazioni sono fondate solo per quanto riguarda la casetta da gioco per bambini e la quantità del legname presente.
La casetta da gioco, infatti, come ha rilevato il verificatore, è l’unica presente nel lotto e, avendo un tetto a due falde; dimensione in pianta non superiore a 4 mq. (precisamente m. 1,90 x 1.40); altezza al colmo pari a 2.20 m.; struttura in legno; assenza di collegamenti per le forniture di servizi, rientra nelle attrezzature ed arredi consentiti nelle aree pertinenziali degli edifici in base al combinato disposto dell’art. 97, comma 1, lett. a-quater), della l.p. 04.03.2008, n. 1, e dell’art. 22, comma 2, lett. a), del D.P.P. 13.07.2010, n. 18-50/Leg.
Quanto alla più ampia struttura in legno adibita a tettoia, si deve innanzitutto osservare che essa, all’opposto di quanto asserisce il ricorrente, non può essere assimilata ad un “gazebo” il quale, ai sensi dell’art. 22, comma 2, lett. c), del citato D.P.P. n. 18-50/Leg. del 2010, deve presentare una superficie coperta non maggiore di 20 mq., mentre la tettoia realizzata dal ricorrente ha una superficie coperta pari a 26,98 mq.
La struttura di causa, infatti, provvista di una tettoia costituita da lastre ondulate trasparenti e dotata di gronde di copertura sui quattro lati, deve essere misurata con il metodo di misurazione per gli elementi geometrici e per le costruzioni indicato con l’allegato 1 della deliberazione della Giunta provinciale 03.09.2010, n. 2023, adottata in attuazione dell’art. 36, comma 2, della l.p. n. 1 del 2008. In particolare, tale metodo prescrive che la superficie coperta corrisponda al sedime comprensivo di tutti gli aggetti rilevanti ai fini delle distanze. Ne consegue che la tettoia di causa, pur avendo dimensioni in pianta pari a m. 2,85 x 6,10, presenta lo sporto della gronda sul fronte nord lungo m. 1,60, quindi maggiore della misura limite per il calcolo delle distanze pari a 1,50 m. (prescritta dall’art. 8, primo comma, lett. c), delle n.t.a. del p.r.g. di Pelugo). In definitiva, pertanto, dovendosi conteggiare anche tale elemento, la struttura in esame presenta una superficie totale coperta di 26,98 mq.
La struttura di causa non può nemmeno definirsi un “pergolato” che, ai sensi dell’art. 22, comma 2, lett. d), del già citato D.P.P. n. 18-50/Leg. del 2010, è una “struttura composta da elementi verticali e sovrastanti elementi orizzontali in legno o altro materiale, tali da costituire una composizione a rete, per il sostegno di piante rampicanti”.
A ciò si deve aggiungere che la giurisprudenza amministrativa ha precisato che tale manufatto, avente natura ornamentale, deve essere necessariamente realizzato in una struttura leggera, facilmente amovibile perché priva di fondamenta, e che deve realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni (cfr., da ultimo, C.d.S., sez. IV, 29.09.2011, n. 5409).
Nel caso di specie è stata invece realizzata una struttura dotata di copertura, costituita da pilastri ancorati al suolo e da travi in legno di importanti dimensioni: tutto ciò la rende solida e robusta e non facilmente amovibile, cosicché essa non può essere ritenuta un pergolato e, quindi, un’opera non rilevante sotto il profilo edilizio (TRGA Trentino Alto Adige-Trento, sentenza 21.11.2012 n. 342 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Il pergolato, rilevante ai fini edilizi, deve essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, a mezzo delle quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni; di conseguenza non è riconducibile alla nozione di pergolato una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di pergolato.
Non rientra nella nozione di pergolato -e pertanto non è soggetta a d.i.a., bensì al rilascio di un permesso di costruire- un'opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta. In tal caso, infatti, le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (nella specie a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell'essere preordinata, l'opera, ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio.
Sul punto va ricordato l’esistenza di una pronuncia del Consiglio di Stato (sez. IV del 29.09.2011 n. 5409) che ha affermato come …”il pergolato, rilevante ai fini edilizi, deve essere inteso come un manufatto avente natura ornamentale, realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, a mezzo delle quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni; di conseguenza non è riconducibile alla nozione di pergolato una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di pergolato".
Si consideri ancora come la Giurisprudenza prevalente (per tutti si veda TAR Napoli Campania sez. VII 10.06.2011 n. 3099) ha sancito che ….”non rientra nella nozione di pergolato -e pertanto non è soggetta a d.i.a., bensì al rilascio di un permesso di costruire- un'opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta. In tal caso, infatti, le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (nella specie a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell'essere preordinata, l'opera, ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio” (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 25.10.2012 n. 1290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Ai fini edilizi si intende per pergolato un manufatto avente natura ornamentale realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni.
Mentre il pergolato costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta l’abitabilità dell’immobile.
Circa la nozione di pergolato, va rilevato che (cfr. Cons. St. Sez. IV 29.09.2011 n. 5409) “ai fini edilizi si intende per pergolato un manufatto avente natura ornamentale realizzato in struttura leggera di legno o altro materiale di minimo peso, facilmente amovibile in quanto privo di fondamenta, che funge da sostegno per piante rampicanti, attraverso le quali realizzare riparo e/o ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni”.
Al riguardo è stato altresì osservato (cfr. Cass. pen Sez. III 19.05.2008 n. 19973) che mentre il pergolato costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta l’abitabilità dell’immobile (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 29.08.2012 n. 1481 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Gazebo in legno necessita permesso a costruire.
L’art. 3, lett. e.5), del d.P.R. n. 380/2001, ha lo scopo di frenare il fenomeno dei c.d. abusi progressivi, infatti, riconduce alla nozione di intervento di nuova costruzione, anche le istallazioni di strutture non murarie, per le quali è sempre necessario il permesso di costruire.
Una struttura in legno costituita da un unico manufatto, non può essere qualificata come semplice gazebo, in quanto assume la consistenza di un vero e proprio piano in elevazione che deve essere oggetto di concessione edilizia e di eventuale autorizzazione paesaggistica. I caratteri della rimovibilità della struttura e dell’assenza di opere murarie non rilevano per nulla, quando l’installazione attua una consistente trasformazione del tessuto edilizio, in conseguenza della sua conformazione e della sua destinazione all’attività imprenditoriale.
Inoltre, il carattere pertinenziale dell'intervento non muta il suo regime giuridico (d.i.a. in luogo di quello concessorio), in quanto la nozione di pertinenza urbanistica ha peculiarità proprie che la distinguono da quella civilistica, dal momento che il manufatto, preordinato ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, deve soprattutto avere un volume modesto, rispetto all'edificio principale in modo da escludere ogni ulteriore carico urbanistico.
In primo luogo, tale norma regolamentare risulta implicitamente abrogata dall’art. 3, lett. e.5), del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, tra l’altro, riconduce alla nozione di “intervento di nuova costruzione" proprio “l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere… che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”.
Parimenti è inconferente l’assunto circa la pretesa necessità di impugnativa della nota della Soprintendenza del 1998 sia perché per i “gazebo” occorre comunque il permesso di costruire è conseguentemente e sia perché la stessa risultava, comunque, del tutto superata della cogente valenza dell'art. 167, comma 4°, lett. c) del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, per cui, in zona vincolata, anche in caso di “manutenzione straordinaria" di cui all'articolo 3 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 –come nel Comune di Forio- devono essere comunque preceduti dalla previa verifica di compatibilità paesaggistica dell'opera, con conseguente irrilevanza dell'eventuale preventivo esercizio positivo del controllo urbanistico/edilizio.
Per la giurisprudenza peraltro tale disciplina in caso di realizzazione di “gazebo” deve sempre essere di rigorosa applicazione (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 28.02.2005 n. 714) (massima tratta www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 30.07.2012 n. 4318 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
Quanto, infine, alla risalenza nel tempo delle opere, neppure comprovata in fatto, è costante giurisprudenza di questo Tribunale che si tratti di profilo irrilevante, poiché il solo affidamento che l’ordinamento protegge è quello legittimo, e non certo quello derivante da condotte lesive della legge (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 13.06.2012 n. 5386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione mediante opere edilizie di un pergolato caratterizzato da una solida struttura –addirittura in cemento- di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia.
Per costante giurisprudenza –anche della Sezione- la realizzazione mediante opere edilizie di un pergolato caratterizzato da una solida struttura – addirittura in cemento - di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia (Cons. di St., IV, 02.10.2008, n. 4793; TAR Liguria, I, 27.01.2012, n. 195; TAR Campania-Napoli, IV, 25.03.2011, n. 1746; TAR Emilia Romagna, II, 19.01.2011, n. 36) (TAR Liguria. Sez. I, sentenza 23.03.2012 n. 423 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: I gazebo che non abbiano carattere di assoluta precarietà ma che siano funzionali a soddisfare esigenze di carattere permanente devono essere apprezzati quale manufatti che determinano una trasformazione del territorio ed un’alterazione dello stato dei luoghi, dando luogo, peraltro, ad un incremento del carico urbanistico.
Come affermato dalla consolidata giurisprudenza anche del giudice d’appello, i gazebo che non abbiano carattere di assoluta precarietà ma che siano funzionali a soddisfare esigenze di carattere permanente devono essere apprezzati quale manufatti che determinano una trasformazione del territorio ed un’alterazione dello stato dei luoghi, dando luogo, peraltro, ad un incremento del carico urbanistico (cfr. ex multis, Cons. St., sez. V, 01.12.2003, n. 7822; TAR Trentino Alto Adige, Bolzano, 06.05.2005, n. 172).
Nella fattispecie oggetto di giudizio, l’intervento si è sostanziato nella sostituzione dell’intera struttura portante con travi in legno fisse e di grandi dimensioni e tale sostituzione, unitamente alle altre circostanze emerse nel corso dell’istruttoria (pavimentazione, dotazione di impianto elettrico, di climatizzazione e sonoro), è stata correttamente valutata dall’amministrazione che, considerando l’opera nel sul complesso, ha legittimamente adottato il provvedimento gravato.
L’intervento de quo è stato infatti realizzato, come sopra esposto, in area sottoposta a vincolo paesaggistico; come evidenziato dalla consolidata giurisprudenza per le opere comportanti un aumento di volumetria o cubatura l'autorizzazione paesaggistica non può essere rilasciata ex post, non rientrando tale ipotesi tra le fattispecie marginali -i c.d. abusi minori- che eccezionalmente ammettono la sanatoria ambientale in deroga al divieto generale di nulla-osta postumo.
Né è possibile ritenere, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa del ricorrente con il secondo motivo di ricorso, che l’intervento in esame sia da qualificare in termini di manutenzione ordinaria o straordinaria.
Dalle considerazione sopra svolte in ordine alla valutazione ed alla qualificazione dell’opera, emerge, infatti, che l’intervento ha determinato una sostanziale e radicale modificazione strutturale del manufatto, rilevante sotto il profilo volumetrico ed incidente sul contesto circostante tutelato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 29.02.2012 n. 264 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di un pergolato mediante una solida struttura in legno di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia.
Per costante giurisprudenza, la realizzazione di un pergolato mediante una solida struttura in legno di dimensioni non trascurabili, che fa desumere una permanenza prolungata nel tempo del manufatto stesso e delle utilità che esso è destinato ad arrecare, comportando una trasformazione edilizia del territorio, dev’essere qualificata come intervento di nuova costruzione, che necessita di concessione edilizia (Cons. di St., IV, 02.10.2008, n. 4793; TAR Campania-Napoli, IV, 25.03.2011, n. 1746; TAR Emilia Romagna, II, 19.01.2011, n. 36).
Né può ritenersi che l’opera in questione fosse soggetta al regime autorizzatorio di cui all’art. 7, comma 2, lett. a), del D.L. 23.01.1982, n. 9 (conv. in L. 25.03.1982, n. 94), vuoi perché non conforme alle prescrizioni dello strumento urbanistico allora vigente (che classifica l’area come verde di salvaguardia inedificabile, cfr. art. 25 allegato alla domanda di sanatoria), vuoi perché ricadente in area sottoposta a vincolo dalla legge 29.06.1939, n. 1497 (cfr. l’autorizzazione regionale di cui al doc. 4 delle produzioni 14.11.1996), vuoi, infine, perché il rapporto di pertinenzialità è predicabile soltanto rispetto ad un edificio, non già –secondo la tesi esposta in ricorso- rispetto ad un fondo rustico (cfr. TAR Liguria, I, 23.05.2011, n. 812).
Ed è appena il caso di osservare che la mancata sussumibilità dell’intervento nell’ambito delle opere pertinenziali soggette ad autorizzazione gratuita lo fa ricadere automaticamente nell’ambito di quelle soggette a concessione edilizia.
Ne consegue l’infondatezza delle censure dedotte avverso il diniego di sanatoria ex art. 13 L. n. 47/1985, legittimamente emesso nei confronti di un intervento non conforme alla vigente normativa di zona del P.R.G..
Ne consegue altresì l’infondatezza delle censure mosse avverso l’ordine di demolizione ex art. 7 L. n. 47/1985, legittimamente emesso per sanzionare l’esecuzione di opere in assenza di concessione edilizia (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 27.01.2012 n. 195 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: L’assenza di una definizione normativa di “pergolato” non esclude la valutazione dell’amministrazione in ordine alla riconducibilità di un manufatto a tale tipologia, né il successivo sindacato del giudice sulla legittimità della stessa, sotto il profilo del vizio di eccesso di potere per illogicità, irragionevolezza, insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione.
Questo Consiglio di Stato, proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura.
L’appellante ritiene che, nel caso di specie, trattandosi di un “pergolato” -così definito dall’amministrazione con valutazione riportabile, in difetto di definizione normativa, al merito amministrativo (pag. 11 app.), ovvero alla discrezionalità tecnica, (pag. 12), e comunque non sindacabile in sede di legittimità-, lo stesso è perfettamente assentibile e realizzabile, in quanto, avendo un ingombro inferiore a 25 mq., rientra nelle “opere non rilevanti sotto il profillo edilizio”.
Questo Consiglio di Stato (sez. IV, 02.10.2008 n. 4793), proprio sulla base degli elementi ora riportati, ha avuto modo di escludere che una struttura costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, tali da rendere la struttura solida e robusta e da farne presumere una permanenza prolungata nel tempo, possa essere ricondotta alla nozione di “pergolato”.
Al contrario, è stata ritenuta (Cons. Stato, sez. V, 07.11.2005 n. 6193) rientrare nella nozione di “pergolato” una struttura precaria, facilmente rimovibile, costituita da una intelaiatura in legno non infissa al pavimento né alla parete dell’immobile (cui è solo addossata), non chiusa in alcun lato, compreso quello di copertura (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 29.09.2011 n. 5409 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: “Berceau” - Permesso di costruire - Necessità - Esclusione.
Per la costruzione di manufatti di tipo “berceau”, formati da intelaiatura metallica scoperta, non appare necessario un titolo edilizio costituito dal permesso di costruire (o dalla denuncia di inizio attività alternativa a quest’ultimo): si tratta, infatti, di strutture precarie e semplicemente poggiate al suolo, facilmente amovibili, non idonee a creare nuovi volumi e quindi a determinare la <<trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio>>, che ai sensi dell’art. 10 del DPR 380/2001 impone il permesso di costruire.
La giurisprudenza ha del resto qualificato il c.d. “berceau” come un’opera edilizia leggera, tipo pergolato, costituita soltanto da una intelaiatura metallica o di legno, priva di pareti e copertura, con eventuali piante rampicanti che hanno però funzione meramente ornamentale (cfr. TAR Lombardia, Brescia, sez. I, 17.11.2010, n. 4638) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2011 n. 1995 - link a www.ambientediritto.it).
EDILIZIA PRIVATA: La struttura in questione [struttura costituita da travi di legno di abete posti sia verticalmente (con spessore di cm. 20 x 15 e fissati al suolo con barre filettate e bulloni in ferro), che orizzontalmente (con spessore di cm. 10 x 15, ancorati con barre filettate e bulloni in ferro ai travi lamellari posizionati in modo verticale), nonché da travicelli sempre di legno di abete piallati e squadrati, aventi spessore di cm. 5 x 5. Con posizionamento delle travi e dei travicelli, la presenza di un ordito a doppia falda in legno nella parte superiore della struttura, e un ingombro complessivo per una superficie coperta di mq. 30 (mt. 6 x 5). La base del manufatto è costituita da una platea di cemento armato, e lo stesso è dotato di una copertura precaria (forse pagliarelle) posta sull’ordito a doppia falda] non può essere ricondotta alla tipologia del “pergolato” e deve qualificarsi quale "nuova costruzione" che, in zona vincolata, presuppone il preventivo rilascio dell'autorizzazione paesaggistica.
Ritiene il Collegio che la struttura in questione [struttura costituita da travi di legno di abete posti sia verticalmente (con spessore di cm. 20 x 15 e fissati al suolo con barre filettate e bulloni in ferro), che orizzontalmente (con spessore di cm. 10 x 15, ancorati con barre filettate e bulloni in ferro ai travi lamellari posizionati in modo verticale), nonché da travicelli sempre di legno di abete piallati e squadrati, aventi spessore di cm. 5 x 5. Con posizionamento delle travi e dei travicelli, la presenza di un ordito a doppia falda in legno nella parte superiore della struttura, e un ingombro complessivo per una superficie coperta di mq. 30 (mt. 6 x 5). La base del manufatto è costituita da una platea di cemento armato, e lo stesso è dotato di una copertura precaria (forse pagliarelle) posta sull’ordito a doppia falda] non possa essere ricondotta alla tipologia del “pergolato”, definibile come manufatto realizzato in struttura leggera di legno che funge da sostegno per piante rampicanti o per teli, il quale realizza in tal modo una ombreggiatura di superfici di modeste dimensioni durante la bella stagione, destinato ad un uso del tutto provvisorio e costituente altresì un elemento ornamentale, e perciò assentibile con d.i.a. (cfr. TAR Emilia Romagna–Bologna n° 36 del 19.01.2011; TAR Puglia–Bari n° 222 del 06.02.2009).
Al contrario, dev'essere qualificato intervento di nuova costruzione, ai sensi dell'art. 3 D.P.R. n. 380/2001, la realizzazione di un’opera costituita da pilastri e travi in legno di importanti dimensioni, atti a rendere la struttura solida e robusta e a far desumere una sua permanenza prolungata nel tempo (cfr. Cons. di Stato sez. IV, n° 4793 del 02.10.2008; TAR Campania–Napoli n° 1438 del 12.03.2010): proprio in quest’ultima ipotesi è inquadrabile invero la fattispecie in discussione, posto che le rilevanti dimensioni e consistenza delle travi utilizzate, il loro stabile collegamento (a mezzo di bulloni e perni metallici) con una platea cementizia appositamente realizzata, la notevole estensione superficiaria ricoperta e la presenza di una copertura (ancorché precaria) risultano chiaro indice dell’essere preordinata l’opera ad un utilizzo prolungato nel tempo e non certo provvisorio
Peraltro, appunto l’imponenza della costruzione (da valutare comunque nella sua totalità e complessità –cfr. TAR Lazio–Latina n° 259 del 10.05.2004)- conferisce alla stessa caratteristiche di rilevanza edilizia, ambientale, estetica e funzionale, pur in assenza di opere in muratura e di chiusure perimetrali, con conseguente necessità di una sua abilitazione a mezzo di permesso di costruire, in ogni caso previo assenso dell’Autorità preposta alla tutela del vincolo paesistico gravante in zona (non potendo farsi rientrare l’opera in alcuna delle ipotesi in cui l’art. 149 Decr. Leg.vo 42/2004 esclude la necessità dell’autorizzazione paesaggistica) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 10.06.2011 n. 3099 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Gazebo - Natura di costruzione - Volume edilizio - Esclusione.
Un gazebo, costituito da quattro colonne con sovrastante copertura, non configura un volume edilizio, essendo aperta su tutti i lati, e dunque non è soggetta a concessione edilizia (TAR Piemonte, sez. I, 19.11.2010, n. 4158): esso può senza dubbio essere qualificato come arredo per spazi esterni e non già come costruzione, tale da richiedere una concessione edilizia (Tribunale di Napoli, 18.12.2004) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 07.04.2011 n. 526 - link a www.ambientediritto.it).
EDILIZIA PRIVATA: Berceau - Nozione - Sostituzione della copertura - Intervento di manutenzione straordinaria - Copertura assimilabile ad un solaio - Locale coperto - Qualifica di berceau - Esclusione.
Il berceau è definibile come un’opera edilizia consistente in un pergolato (solitamente in legno) coperto da piante rampicanti.
L’aspetto caratteristico risiede nella mancanza di pareti e di una copertura impermeabile, in quanto si tratta di una struttura leggera nella quale deve essere garantito un rapporto di continuità con lo spazio esterno. Il filtro rispetto agli agenti atmosferici è costituito dalle foglie e dalle travi che forniscono appoggio ai rampicanti.
È evidente che la maggiore o minore concentrazione di travi di sostegno e la maggiore o minore distanza tra le stesse sono fattori decisivi per stabilire se l’opera appartiene alla tipologia del berceau o ad altre categorie edilizie, come ad esempio i portici.
La sostituzione della copertura del berceau costituisce un intervento di manutenzione straordinaria (art. 3, comma 1, del DPR 380/2001). Naturalmente la condizione per rimanere nella categoria della manutenzione straordinaria è che la nuova copertura non snaturi le caratteristiche del berceau.
Se invece la nuova copertura risultasse assimilabile a un vero e proprio solaio e i rampicanti avessero una funzione puramente ornamentale saremmo di fronte a un’opera del tutto diversa, ossia a un nuovo locale coperto, come tale non più qualificabile né come berceau né come semplice pertinenza dell’edificio (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 17.11.2010 n. 4638 - link a www.ambientediritto.it).
EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una tettoia, configurandosi quale opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze, è subordinata al rilascio del permesso di costruire, diversamente dal pergolato, che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore; la tettoia, invece, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile.
La nozione di pergolato si caratterizza per l’assenza di tamponature laterali e di copertura. La trasformazione del pergolato in tettoia (realizzata, come nel caso di specie, in cemento e con copertura in tegole) determina la creazione di un nuovo volume.
Sul punto la giurisprudenza ha affermato che la realizzazione di una tettoia, configurandosi quale opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze, è subordinata al rilascio del permesso di costruire, diversamente dal pergolato, che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore; la tettoia, invece, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile (Cass. Pen., sez. III, 25.02.2009, n. 10534) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 17.03.2010 n. 1168 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Un pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura, è da classificare quale struttura precaria.
La giurisprudenza è costante nel ritenere che non sia necessaria alcuna concessione edilizia allorché l’opera consista in una struttura precaria, facilmente rimovibile, non costituente trasformazione urbanistica del territorio, come avviene nell’ipotesi di pergolato costituito da struttura in legno non infissa né al pavimento, né alla parete, né chiusa su alcun lato, nemmeno sulla copertura.
Deve, pertanto, ritenersi che tale intelaiatura può qualificarsi come mero arredo di uno spazio esterno, che non comporta realizzazione di superfici utili o volume (Consiglio di Stato, Sez. V - sentenza 07.11.2005 n. 6193; in senso analogo Tar Lazio-Roma, Sez. II - sentenza 28.03.2007 n. 2716).
Con riferimento all’ipotesi di specie si deve rilevare che, come risulta dagli atti, il Comune ha sanzionato la realizzazione di una <<struttura in legno dalle dimensioni di mt. 6,00x3,20x3,20>>. Tale struttura è stata qualificata quale gazebo nel verbale redatto dagli agenti dell’U.O.S.A.E.
In realtà, come è dato evincere dalla perizia giurata di parte e dalle foto allegate, non oggetto di contestazione da parte del Comune, tale struttura è priva di copertura ed è destinata al sostegno di pianti rampicanti. La stessa risulta agganciata alla parete con delle staffe che hanno la funzione di evitarne l’oscillazione e non di rendere la struttura solidale all’edificio: quindi ai sensi dell’art. 2 del Regolamento del Comune Edilizio di Napoli, deve essere qualificata quale grillage e non quale gazebo.
Per la sua tipologia e per l’uso di materiali dal non rilevante impatto visivo, come emerge anche dalle foto depositate, può ritenersi, come sostenuto dal ricorrente, un arredo dello spazio esterno con la conseguenza che la stessa può farsi rientrare, fra le opere di manutenzione straordinaria, ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento Edilizio del Comune di Napoli (cfr. in senso analogo Tar Campania-Napoli Sez. IV - sentenza 02.12.2008, n. 20791) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 14.08.2009 n. 4804 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: La chiusura di un “pergolato” con degli infissi, per quanto asseritamente amovibili, è tale da consolidare la struttura in questione rendendola, di fatto, un locale chiuso fruibile autonomamente, il che si sostanzia, evidentemente, in un aumento di volumetria.
In merito all’avvenuta presentazione di istanza di sanatoria, va detto che, diversamente da quanto asserito in ricorso, è stata presentata un’istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 37 D.P.R. d.lgs. 380/2001 (“interventi eseguiti in assenza o in difformità dalla denuncia di inizio attività e accertamento di conformità”) anziché ex art. 36 del medesimo testo legislativo (relativo all’accertamento di conformità delle opere eseguite in assenza di permesso di costruire o, anche di D.I.A. ma nei casi particolari di cui all’art. 22, co. 3, pacificamente non ricorrenti nel caso di specie).
Tanto basterebbe a ritenere la censura infondata in fatto, per l’evidente rilevanza del diverso riferimento normativo in base a cui è stata effettivamente richiesta la sanatoria.
Può dirsi, però, nel merito, che non appare applicabile l’art. 37 D.P.R. 380/2001 in quanto l’intervento edilizio già menzionato, per quanto relativo a un’area ove già insisteva un pergolato di legno, non è assentibile in base alla presentazione di una mera denuncia di inizio attività.
In primo luogo, infatti, lo stesso pergolato, costituito da legno e muratura, non sembra essere stato giammai assentito da parte delle competenti autorità, né è dimostrata l’inapplicabilità del regime autorizzatorio alla struttura per l’eventuale risalenza della stessa ad epoca anteriore al 1967; è evidente che la preesistenza di un’immobile già abusivo non può servire a lucrare un regime autorizzatorio più favorevole per gli ulteriori interventi posti in essere sul medesimo.
D’altro canto la chiusura del medesimo “pergolato” con degli infissi, per quanto asseritamente amovibili, è tale da consolidare la struttura in questione rendendola, di fatto, un locale chiuso fruibile autonomamente, il che si sostanzia, evidentemente, in un aumento di volumetria.
Quanto precede dimostra la necessità del permesso di costruire e dell’attivazione della procedura di sanatoria ex art. 36 D.P.R. 380/2001 in luogo di quella di cui all’art. 37 del medesimo Testo Unico (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.07.2009 n. 4477 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra tettoia e pergolato - Trasformazione urbanistica del territorio - Permesso di costruire, DIA e normativa antisismica.
La realizzazione di una tettoia in quanto opera di trasformazione urbanistica del territorio non rientrante nella categoria delle pertinenze è subordinata al rilascio della concessione edilizia ed attualmente del permesso di costruire (Cass. pen. sez. 3 - n. 22126 del 03.06.2008). A differenza del pergolato che è una struttura aperta sia lateralmente che nella parte superiore, la tettoia, invero, può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l’abitabilità dell'immobile (Cass. sez. 3 - n. 19973 del 19.05.2008). Non c'è dubbio, comunque, che il rilascio di una DIA o anche del permesso di costruire non escluda gli adempimenti richiesti dalla normativa antisismica.
Tettoie - Permesso di costruire - Equiparazione di una tettoia ad un pergolato - Esclusione.
E' pacifico che il titolo abilitativo richiesto per le tettoie è il permesso di costruire (a differenza del pergolato essa può essere utilizzata anche come riparo). E' illegittima pertanto l'equiparazione della tettoia ad un pergolato e conseguentemente la ritenuta validità della DIA rilasciata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 10.03.2009 n. 10534 - link a www.ambientediritto.it).
EDILIZIA PRIVATA: Differenza tra pergolato e tettoia.
Mentre il pergolato, costituisce una struttura aperta sia nei lati esterni che nella parte superiore ed è destinato a creare ombra, la tettoia può essere utilizzata anche come riparo ed aumenta quindi l'abitabilità dell'immobile. Per la realizzazione di una tettoia di non modeste dimensioni, secondo l'orientamento della corte, occorre il permesso di costruire (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.05.2008 n. 19973 - link a www.lexambiente.it).
EDILIZIA PRIVATA: La sostituzione della copertura del gazebo da un telo di stoffa con un struttura in legno non può che alterarne l’identità, assumendo i connotati di una tettoia e mutandone in toto la funzione, oramai non più meramente pertinenziale ed ornamentale.
Una tettoia è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, una vera e propria costruzione assoggettata al requisito della concessione, poiché difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire esigenze temporanee e contingenti, con la sua successiva rimozione ma durevole nel tempo ampliando così il godimento dell’immobile.
E’ necessaria la concessione di costruzione per la realizzazione di tettoie, giacché l’opera è idonea ad escludere la natura pertinenziale e determinante la stessa una consistente e durevole trasformazione urbanistica.
La sostituzione della copertura del gazebo da un telo di stoffa con un struttura in legno non può che alterarne l’identità, assumendo i connotati di una tettoia e mutandone in toto la funzione, oramai non più meramente pertinenziale ed ornamentale.
Secondo la giurisprudenza: <<Una tettoia (…..) è da considerarsi, in senso tecnico-giuridico, una vera e propria costruzione assoggettata al requisito della concessione, poiché difetta normalmente del carattere di precarietà, trattandosi di opera destinata non a sopperire esigenze temporanee e contingenti, con la sua successiva rimozione ma durevole nel tempo ampliando così il godimento dell’immobile>> (Cass. 06.04.1988).
<<La tettoia non ha una propria autonomia individuale e funzionale, ma si unisce ad una preesistente edificio ed entra a far parte di esso costituendone opera accessoria abbisognevole di concessione edilizia (……) dall’Autorità preposta alla tutela del vincolo cui la zona è assoggettabile>> (Cass. Pen., 13.03.2001, 9924).
<<E’ necessaria la concessione di costruzione per la realizzazione di tettoie, giacché l’opera è idonea ad escludere la natura pertinenziale (TAR Piemonte, 21.12.2000, n. 1393) e determinante la stessa una consistente e durevole trasformazione urbanistica>> (TAR, Campania, Napoli, 31.05.2001, n. 2469) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 09.10.2007 n. 9134 - link a www.giustizia-amministrativa.it).