Source: https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-ii/capo-v/sezione-i/art1372.html
Timestamp: 2020-06-06 00:14:18+00:00
Document Index: 45245676

Matched Legal Cases: ['art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1322', 'art. 1372', 'art. 1322', 'art. 1322', 'art. 1372', 'art. 1322', 'art. 1322', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1322', 'art. 1343', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 1381', 'art. 1123', 'art. 1372', 'art. 1173', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 2739', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1372', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2556', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1372', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1372', 'sentenza ', 'art. 1458', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1372', 'art. 1292', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 177', 'art. 1372', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1372', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 36', 'art. 1341', 'art. 1341']

Art. 1372 codice civile - Efficacia del contratto - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Codice civile > LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni > Titolo II - Dei contratti in generale > Capo V - Degli effetti del contratto > Sezione I - Disposizioni generali > Articolo 1372
Dispositivo dell'art. 1372 Codice civile
Il contratto ha forza di legge tra le parti(1). Non può essere sciolto che per mutuo consenso(2) o per cause ammesse dalla legge [1399 comma 3, 1453, 1896; 72](3).
Il contratto non produce effetto rispetto ai terzi(4) che nei casi previsti dalla legge [1411, 1415](5).
(1) Il momento a partire dal quale il contratto vincola le parti è quello della sua conclusione: prima rimangono libere di scegliere se stipulare o meno e anche l'eventuale responsabilità precontrattuale (v. 1337, 1338 c.c.) non può mai pregiudicare tale libertà. Il concetto di "forza di legge" si riferisce solo a quanto dispone il contratto stesso (v. 1374 c.c.) ed indica il fatto che le parti sono tenute ad osservarlo.
(2) La dottrina usa l'espressione "mutuo dissenso" per indicare il venir meno del consenso. È discussa l'operatività del mutuo dissenso nei contratti ad effetti reali (v. 1376 c.c.): mentre secondo alcuni è necessario un atto contrario, che, cioè, produca l'effetto inverso a quello prodottosi, secondo altri è sufficiente anche per essi il mutuo dissenso.
(3) La legge ammette non solo lo scioglimento concorde ma anche quello unilaterale (v. 1373, 1453, 1671, 2227 c.c.) il quale, proprio perchè è eccezione alla regola generale, non può essere rimesso alla volontà di una parte.
(4) Terzi possono essere definiti tutti coloro che non sono parte del contratto.
(5) La norma stabilisce che verso i terzi il contratto non può produrre effetti diretti e ciò rappresenta, da un lato, corollario del principio di relatività del contratto e, dall'altro, espressione della regola per cui la sfera patrimoniale dei singoli non può essere pregiudicata dall'attività altrui. Il contratto può, però, produrre effetti riflessi verso i terzi, nel senso che questi possono in qualche modo esserne coinvolti: ad esempio, chi subisce un danno a causa di un veicolo può agire per il risarcimento del danno (2043 c.c.) anche contro il proprietario del veicolo (v. 2054 3, c.c.) ed, in tal caso, il diritto di proprietà conseguito, si supponga, mediante compravendita (v 1470 c.c.) è la base su cui agire.
La norma esprime innanzitutto il principio di relatività, nel primo periodo del primo comma e nel secondo comma. In base ad esso il contratto produce effetti solo tra le parti e non verso i i terzi i quali, erstanei alla stipula, non possono di regola esserne coinvolti.
La norma sancisce, però, anche il diritto delle parti di sciogliersi dall'accordo purché, come principio generale, con un atto che sia espressione della volontà di entrambe.
“ Alterius contractu nemo obligatur ”
Nessuno è obbligato da un contratto fra terzi
“ Contractus ab initio voluntatis est, post facto necessitatis ”
Il contratto in principio è volontario, ma poi diviene obbligatorio
“ Contrarius consensus (dissensus) ”
“ Conventio legem dat contractus ”
L'accordo fra le parti conferisce valore di legge al contratto
“ Mutare consilium quis non potest in alterius detrimentum ”
Nessuno può, a danno di altri, recedere da una decisione assunta in un contratto
“ Mutuus consensus ”
“ Pacta legem dant contractus ”
“ Quod ab initio erat voluntatis postea fit necessitatis ”
Quello che all'inizio era volontà, in seguito diviene necessità
“ Res inter alios acta, tertio neque nocet neque prodest ”
Ciò che è stato negoziato tra alcuni non nuoce e non giova ad altri
Spiegazione dell'art. 1372 Codice civile
L'autonomia contrattuale e gli effetti del contratto
Il primo comma dell'art. 1372 che riproduce, sostanzialrnente, l'art. #1123# del codice del 1865, intende affermare il carattere giuridico del rapporto convenzionale, nei limiti posti all'autonomia delle parti, dall'art. 1322.
Lo stretto collegamento tra l'art. 1372 e l'art. 1322 è espressarnente avvertito nella ricordata Relazione. Per il codice del 1942, nel suo originario orientamento, il contratto è bensì ammesso a costituire norme giuridiche convenzionali, ma purché non esca dai limiti della privata autonomia, quale è posta all'art. 1322, onde nulla si può pattuire con efficacia che non sia conforme alla legge, all’ordine pubblico, e, per i contratti innominati, ad interessi meritevoli di tutela, secondo l’ordinamento giuridico. E la ricordata Relazione, commenta la norma, negando tutela al mero capriccio individuale, come ai patti per i quali taluno coasenta, dietro compenso, ad una astensione da un'attività produttiva, ad una gestione antieconomica, ad una esplicazione sterile della propria attività, senza plausibile ragione.
Simili restrizioni poste all'art. 1372, per effetto dell'art. 1322 siffattamente inteso, non sono del tutto estranee a criteri peculiari al passato regime, per i quali l’attività privata non sembrava legittima, se non fosse conforme al pubblico bene, come era da quel regime concepito e patrocinato. Di qui il delicato problema relativo ad una eventuale mutazione di significato dell'art. 1322, nel regime odierno, e, di riflesso, dei limiti posti all'art. 1372.
A nostro avviso, nulla è mutato nella funzione limitatrice dell'articolo 1322, quanto al campo di applicazione dell'art. 1372. L’impero della legge sulla privata volontà, limite che il legislatore pone all'autonomia contrattuale e di riflesso all'efficacia della norma convenzionaile, non è questione di regime politico, ma di giuridico coordinamento fra la legge ed i1 contratto. Invece è mutata senza dubbio la portata dell'art. 1322. Anzitutto ha perduto rilevanza i1 richiamo all'ordine corpo-rativo. Ma in secondo luogo, e soprattutto, la limitazione ai patti innominati ha mutato carattere. Parlando di interessi meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico, legislatore alludeva a finalità reputate coriformi alla coscienza civile e politica, all’economia nazionale, al buon costume e all'ordine pubblico. Ora si noti che, quanto all'ordine pubblico ed al buon costume provvede l'art. 1343. Quanto alla coscienza civile e politica ed all'economia nazionale, simili espressioni sono riflesso di una influenza pubblica sulla vita privata, superiore a quanto consente, a nostro avviso, l’orientamento politico odierno. Riteniamo pertanto che le restrizioni che ne derivano debbano ritenersi implici tamente abrogate. Oggi non sembra lecito che il giudice tolga ad un contratto l'efficacia prevista all'art. 1372, solo perché il fine che esso persegue gli sembri in contrasto con l'economia della nazione. Il giudizio, su questo punto, si è nuovamente trasferito dal potere giudiziario a quello legislativo.
Gli effetti del contratto fra le parti – Il contratto e la legge
L'equiparazione del contratto e della legge, quanto alla efficienza della obbligazione che ne consegue, ha un'antica tradizione.
Contractus enim legem ex conventions accipiunt. I moderni scrittori dicono che si tratta di una formula pittoresca, ma metaforica. Alcuni autori parlano di autonomia i cui effetti sono recepiti dalla legge, altri parlano di autonomia precettiva, in contrasto con quella normativa, che nel passato regime sarebbe spettata ai contratti collettivi.
A nostro avviso si tratta, più generalmente parlando, del riconoscimento esplicito da parte del legislatore che i contratti hanno giuridica efficacia e determinano obbligazioni altrettanto vincolative quanto quelle che scaturiscono dalla legge. Di qui la conseguenza che il contratto ha efficacia autonoma incondizionata, indipendente da atti o formalità ulteriori, ciò che esclude ogni ingerenza di organi pubblici o di private autorizzazioni per l'efficacia del vincolo, quante volte una legge particolare non disponga il contrario.
Il rilievo contenuto nel primo alinea dell'art. 1372, concernente l'efficacia del contratto fra le parti, si ricollega alla disposizione del 2° comma, che vedremo fra poco.
Le cause di scioglimento del contratto
Il secondo alinea del 1° comma dell'art. 1372 nel testo del 1942, ha riprodotto quasi letteralmente il testo dell'art. #1123# del 1865; ma, mentre l'art. #1123# diceva che i contratti non possono essere revocati che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge, il nuovo testo dice che il contratto, soltanto per tali cause può essere sciolto. Sotto il codice del 1865, dunque, l’espressione usata dal legislatore faceva ostacolo a chi voleva giustamente distinguere il contrarius consensus dalla revoca, osservando che la revoca è un atto unilaterale, mentre il contrarius consensus è bilaterale. L'ostacolo si superava osservando che l’espressione revoca non era usata in senso. tecmco. Ora, col nuovo testo, l’ostacolo scompare, e la distinzione accennata emerge evidente. Si è disputato se il contrarius consensus abbia effetto retroattivo. Riteniamo fondata l'opinione che nega la retroattivita, tanto più nel testo del 1942, e non solo la retroattività reale, cio che è evidente, ma anche quella obbligatoria. Tuttavia, a nostro avviso, nulla vieta alle parti di pattuire il ripristino di quanto fra loro sussisteva prima del contratto, senza pregiudizio die terzi, integrando il contrarius consensus con un accordo speciale a tale effetto.
Giustamente è stato osservato che il contrarius consensus integra un nuovo contratto estintivo, che dovrà avere la forma richiesta per il contratto da da sciogliere, e che, se il contratto è stato eseguito immediatamente, non si avrà più un contratto estintivo, ma un nuovo contratto di per sè stante.
Il richiamo alle cause di scioglimento ammesse dalla legge, (articolo 1372, I° comma, 2a alin.) non è che una norma di rinvio.
II 2° comma dell'art. 1372 limita il vincolo contrattuale alle parti stipulatrici. Ciò costituisce un principio già adombrato, come si è visto, al 1° comma dello stesso articolo, principio al quale possono bensì portarsi varie eccezioni, ma soltanto dal legislatore, cosicché in difetto di deroga legislativa, esso impera su tutti i rapporti contrattuali. Pertanto il gestore d'affari, il socio di fatto, il mandatario senza rappresentanza e tutti coloro i quali trattano in nome proprio e per conto altrui, vincolano soltanto se medesimi.
Ma il principio riceve numerose deroghe. Alcune si trovano nel codice civile, per es. al cap. IX di questo titolo II del Libro IV, ove si tratta del contratto a favore di terzi. Altre sono segnalate in dottrina a proposito dei negozi unilaterali, per i quali giustamente s'insegna che essi hanno inevitahilmente effetto nei confronti di persone estranee alla costituzione dell'atto. Invece, l'art. 1381 che concerne la promessa dell'obbligazione o del fatto del terzo, non solo non costituisce una deroga, ma al contrario costituisce un'applicazione manifesta del principio in esame.
Si insegna che è terzo, agli effetti del rapporto contrattuale, chi non è parte nel contratto, né avente causa dalla parte. Tuttavia giustamente si è rilevato che l'avente causa fra vivi talora è parificato, e talora non è parificato alla parte. Indubbiamente non è terzo né chi contrae, né il suo erede. Per l'avente causa a titolo particolare, bisogna rimettersi alla natura del titolo ed agli effetti di questo, sulla partecipazione agli effetti contrattuali, partecipazione che può essere ammessa od esclusa, od ammessa con maggiori o minori limitazioni.
Il terzo è estraneo alle obbligazioni contrattuali, ma d'altra parte, com'è noto, il contratto come fatto giuridico, esiste di fronte a tutti. Di qui il problema se sia da riconoscersi ai terzi la facoltà di insorgere contro negozi stipulati a loro danno, come fatti lesivi dei loro diritti. La questione è sorta a proposito dei patti di vietata concorrenza, dei patti di boicottaggio, e in altro campo, a proposito dei patti di simulazione in frode dei terzi. Noi pensiamo che tutti codesti casi siano estranei all'argomento. Quando si dice che il contratto non produce effetto rispetto ai terzi, si afferma che non crea vincoli giuridici a beneficio od a carico loro, salve le debite eccezioni; non si dice già che come fatto non debba influire sui loro interessi. Chi compra una casa al cui acquisto aspirava un terzo, o chi aliena ilsuo patrimonio nonostante abbia contratto dei debiti col terzo, certamente nuoce agli ineressi di costui. Ma il legislatore, quando vuol provvedere a favore di tali interessi, non considera ilcontratto come fonte di obblighi o di diritti per il terzo, ma lo considera come un fatto qualsiasi da reprimere, per i pregiudizi riflessi che ne derivano. Ora, per esempio nel caso di boicottaggio, pue forse invocarsi l'uso ovvero la morale come giuridicamente rilevante, per considerare illecito il complotto di alcune persone ai danni di talune altre, ma ciò concerne la loro cooperazione pregiudizievole a certi interessi meritevoli di tutela, prescindendo dal rapporto giuridico contrattuale nella sua portata normativa.
627 Nel sistema di limiti alla autonomia della volontà sul quale, come si è detto (n. 603), è costruito il nuovo codice, la regola dell'art. 1123, primo comma, del codice precedente, secondo cui il contratto è legge tra le parti, non può avere perduto il significato di affermare la giuridicità del rapporto convenzionale; per tale sua funzione, e solo per questa, essa è stata riprodotta nell'art. 1372 del c.c.primo comma, in pieno collegamento con l'art. 1173 del c.c., di cui applica il principio secondo cui la volontà privata non può creare in modo indipendente effetti giuridici (cfr anche articoli 1987 e 2004). Questo principio afferma l'immanente e perenne soggezione della volontà individuale al comando della legge. E se ne intende la necessità, in base alla considerazione che il riconoscimento della giuridicità si fonda sulla valutazione dell'utilità generale degli effetti che ne derivano; il compito di fare questa valutazione non può attribuirsi al singolo senza porre in pericolo l'uniformità a cui essa deve ispirarsi, senza cioè far luogo ad una relatività di giudizi che scompone disordinatamente gli scopi della pluralità organizzata.
E' escluso ogni arbitrio individuale anche nella determinazione dell'estensione soggettiva dei contratti. L'effetto di questi è limitato in via di massima alla sfera di coloro che contraggono (art. 1372, secondo comma), perchè l'autonomia non può legittimare invasioni nell'orbita del diritti del terzo.
Massime relative all'art. 1372 Codice civile
Cass. civ. n. 30446/2018
La risoluzione consensuale di un contratto preliminare riguardante il trasferimento, la costituzione o l'estinzione di diritti reali immobiliari è soggetta al requisito della forma scritta "ad substantiam" e, pertanto, non può essere provata mediante deferimento di giuramento decisorio, inammissibile ai sensi dell'art. 2739 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 30446 del 23 novembre 2018)
Cass. civ. n. 23586/2018
La risoluzione consensuale del contratto non costituisce oggetto di eccezione in senso stretto, essendo lo scioglimento per mutuo consenso un fatto oggettivamente estintivo dei diritti nascenti dal negozio bilaterale, desumibile dalla volontà in tal senso manifestata, anche tacitamente, dalle parti, che può essere accertato d'ufficio dal giudice anche in sede di legittimità, ove non vi sia necessità di effettuare indagini di fatto.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 23586 del 28 settembre 2018)
Cass. civ. n. 27321/2017
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 27321 del 17 novembre 2017)
Cass. civ. n. 8604/2017
In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il TFR, ovvero cercato o reperito un'altra occupazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto irrilevante lo svolgimento di altra attività lavorativa, per soli quindici giorni, circa quattro anni dopo il licenziamento intimato in forma orale).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8604 del 3 aprile 2017)
Cass. civ. n. 3471/2017
Lo statuto di una società “in house”, che ha natura negoziale, non produce effetto rispetto ai terzi, se non nei casi previsti dalla legge, ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabile, al direttore generale di una siffatta società, la clausola di decadenza automatica alla cessazione dalla carica dell’amministratore unico, prevista dallo statuto, pur in carenza di un suo richiamo nel contratto individuale).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3471 del 9 febbraio 2017)
Cass. civ. n. 22489/2016
In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non è sufficiente il mero decorso del tempo fra il licenziamento e la relativa impugnazione giudiziale, essendo necessario il concorso di ulteriori e significative circostanze, della cui allegazione e prova è gravato il datore di lavoro; non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il tfr, ovvero cercato o reperito un'altra occupazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 22489 del 4 novembre 2016)
Cass. civ. n. 6900/2016
Il comportamento del titolare di una situazione creditoria che per lungo tempo trascuri di esercitarla, e generi un affidamento della controparte nell'abbandono della relativa pretesa, è idoneo a determinare la perdita della stessa, sicché l'inerzia del lavoratore può ingenerare nel datore di lavoro un ragionevole affidamento in ordine ad una sua volontà di recedere dal rapporto. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva dedotto la volontà di non dare seguito al rapporto dall'inerzia del lavoratore che, sottoposto ad un intervento chirurgico, era rientrato al lavoro dopo un mese senza inviare alcuna certificazione medica attestante il suo stato di salute, né comunicare anche oralmente alcuna notizia al riguardo).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6900 del 8 aprile 2016)
Cass. civ. n. 2732/2016
Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell'illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, il decorso di un significativo lasso temporale tra la cessazione dell'ultimo contratto e la messa in mora del datore da parte del lavoratore, in uno al reperimento, nelle more, di altra occupazione a tempo indeterminato, costituiscono indici sufficienti della volontà delle parti di porre definitivamente fine a ogni rapporto lavorativo e da configurare la risoluzione del rapporto per mutuo consenso. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte d'appello che aveva accertato la risoluzione consensuale del rapporto atteso il decorso di cinque anni tra la cessazione dell'ultimo contratto e la contestazione stragiudiziale della legittimità del termine, nonché l'avvenuta assunzione della ricorrente a tempo indeterminato da parte di altro datore prima dell'instaurazione del giudizio).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 2732 del 11 febbraio 2016)
Cass. civ. n. 21764/2015
In materia contrattuale, la semplice modifica della clausole di un contratto per il quale la forma scritta è richiesta solo "ad probationem" e non "ad substantiam" (nella specie, contratto di affitto di azienda stipulato in forma pubblica ex art. 2556 c.c.), così come la risoluzione consensuale, non deve essere pattuita necessariamente con un accordo esplicito dei contraenti, potendo risultare anche da un comportamento tacito concludente.
(Cassazione civile, Sez. VI-5, sentenza n. 21764 del 26 ottobre 2015)
Cass. civ. n. 20704/2015
Nel giudizio instaurato per la dichiarazione di nullità del termine apposto ad un contratto di lavoro a tempo determinato, affinché possa configurarsi la risoluzione del rapporto per mutuo consenso, che costituisce pur sempre una manifestazione di volontà negoziale, anche se tacita, è necessaria una chiara e certa volontà consensuale di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo, mentre non è sufficiente un atteggiamento meramente remissivo del lavoratore, che non può essere inteso come acquiescenza se finalizzato a favorire una nuova chiamata o addirittura una possibile stabilizzazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 20704 del 14 ottobre 2015)
Cass. civ. n. 13290/2015
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13290 del 26 giugno 2015)
Cass. civ. n. 2906/2015
Nel giudizio instaurato per la dichiarazione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro a tempo determinato, affinché possa ritenersi risolto il rapporto per mutuo consenso, rileva la mancata offerta della prestazione lavorativa per un periodo la cui valutazione è rimessa al giudice di merito, trattandosi di comportamento socialmente valutabile in modo tipico e oggettivo avente valore di dichiarazione negoziale risolutiva. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto la risoluzione per mutuo consenso sulla base della totale assenza di un'offerta di prestazione da parte del lavoratore, protrattasi per oltre cinque anni, ossia per un periodo eccedente il termine prescrizionale).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 2906 del 13 febbraio 2015)
Cass. civ. n. 6125/2014
La risoluzione del contratto per mutuo consenso può essere rilevata anche d'ufficio (nella specie, da un collegio di arbitri irrituali).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6125 del 17 marzo 2014)
Cass. civ. n. 14209/2013
Il contratto di lavoro può essere dichiarato risolto per mutuo consenso anche in presenza non di dichiarazioni, ma di comportamenti significativi tenuti dalle parti, spettando al giudice del merito la valutazione sulla loro efficacia solutoria, in base ad un apprezzamento che, se congruamente motivato sul piano logico-giuridico, si sottrae a censure in sede di legittimità. In particolare, è suscettibile di essere sussunto nella fattispecie legale di cui all'art. 1372, primo comma, c.c., il comportamento delle parti che determini la cessazione della funzionalità di fatto del rapporto lavorativo, in base a modalità tali da evidenziare il loro disinteresse alla sua attuazione, trovando siffatta operazione ermeneutica supporto nella crescente valorizzazione, che attualmente si registra nel quadro della teoria e della disciplina dei contratti, del piano "oggettivo" del contratto, a discapito del ruolo e della rilevanza della volontà dei contraenti, intesa come momento psicologico dell'iniziativa contrattuale, con conseguente attribuzione del valore di dichiarazioni negoziali a comportamenti sociali valutati in modo tipico, là dove, nella materia lavoristica, operano, proprio nell'anzidetta prospettiva, principi di settore che non consentono di considerare esistente un rapporto di lavoro senza esecuzione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto risolto tacitamente un rapporto di lavoro, in ragione dell'inerzia del lavoratore per ben sei anni dopo il collocamento a riposo e dell'avvenuta percezione del trattamento pensionistico per il quale aveva raggiunto il massimo dell'anzianità contributiva).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 14209 del 5 giugno 2013)
Cass. civ. n. 10201/2012
La risoluzione consensuale del contratto non costituisce oggetto di eccezione in senso proprio, essendo lo scioglimento per mutuo consenso un fatto oggettivamente estintivo dei diritti nascenti dal negozio bilaterale, desumibile dalla volontà in tal senso manifestata, anche tacitamente, dalle parti, che può essere accertato d'ufficio dal giudice pure in sede di legittimità, ove non vi sia necessità di effettuare indagini di fatto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10201 del 20 giugno 2012)
Cass. civ. n. 3245/2012
La risoluzione consensuale di un contratto, per il quale la legge non prescriva alcuna forma particolare, può avvenire anche con una manifestazione tacita di volontà.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3245 del 2 marzo 2012)
Cass. civ. n. 2363/2012
La clausola di un contratto di appalto, nella quale si preveda che tutti i danni che i terzi dovessero subire dall'esecuzione delle opere siano a totale ed esclusivo carico dell'appaltatore, rimanendone indenne il committente, non può essere da quest'ultimo invocata quale ragione di esenzione dalla propria responsabilità risarcitoria nei confronti del terzo danneggiato per effetto di quei lavori, atteso che tale clausola, operando esclusivamente nei rapporti fra i contraenti, alla stregua dei principi generali sull'efficacia del contratto fissati dall'art. 1372 c.c., non può vincolare il terzo a dirigere verso l'una, anziché verso l'altra parte, la pretesa nascente dal fatto illecito occasionato dall'esecuzione del contratto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2363 del 17 febbraio 2012)
Cass. civ. n. 20445/2011
Il mutuo dissenso costituisce un atto di risoluzione convenzionale (o un accordo risolutorio), espressione dell'autonomia negoziale dei privati, i quali sono liberi di regolare gli effetti prodotti da un precedente negozio, anche indipendentemente dall'esistenza di eventuali fatti o circostanze sopravvenute, impeditivi o modificativi dell'attuazione dell'originario regolamento di interessi, dando luogo ad un effetto ripristinatorio con carattere retroattivo, anche per i contratti aventi ad oggetto il trasferimento di diritti reali; tale effetto, infatti, essendo espressamente previsto "ex lege" dall'art. 1458 c.c. con riguardo alla risoluzione per inadempimento, anche di contratti ad effetto reale, non può dirsi precluso agli accordi risolutori, risultando soltanto obbligatorio il rispetto dell'onere della forma scritta "ad substantiam".
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 20445 del 6 ottobre 2011)
Cass. civ. n. 16287/2011
Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato sul presupposto dell'illegittima apposizione di un termine a numerosi contratti intervallati da periodi di inattività, é necessario, affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo dissenso, che sia accertata - sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell'ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative - una chiara e comune volontà delle parti di porre fine ad ogni rapporto lavorativo, con la precisazione che, a tal fine, non è sufficiente la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto, né l'accettazione del trattamento di fine rapporto e la mancata offerta della prestazione, né la mera ricerca di occupazione a seguito della perdita del lavoro per causa diversa dalle dimissioni; la valutazione del significato e della portata del complesso degli elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità, se non sussistono vizi logici o errori di diritto. (Principio affermato ai sensi dell'art. 360 bis, comma 1, c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 16287 del 26 luglio 2011)
Cass. civ. n. 8504/2011
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8504 del 14 aprile 2011)
Cass. civ. n. 8124/2010
In tema di appalti pubblici, qualora un consorzio di cooperative di produzione e lavoro (costituito ai sensi del r.d. 25 giugno 1909, n. 422), aggiudicatario di un appalto, abbia assegnato ad una cooperativa consorziata l'esecuzione dei lavori appaltati e quest'ultima ne abbia subappaltato una parte ad altra impresa estranea al consorzio, in caso di inadempimento dell'impresa consorziata subappaltante nei confronti dell'impresa fornitrice, il consorzio non ne è responsabile in solido con l'impresa assegnataria consorziata, atteso che - in assenza di disposizioni di legge speciali contrarie e non potendo trovare applicazione l'art. 13 della legge 11 febbraio 1994, n. 109, rilevante "ratione temporis", che si riferisce alla partecipazione alle procedure di affidamento di imprese e consorzi in "associazione temporanea" - valgono la regola generale di cui all'art. 1372, secondo comma, c.c., a norma del quale il contratto non produce effetti rispetto ai terzi se non nei casi previsti dalla legge, e quella di cui all'art. 1292 c.c., per il quale la solidarietà passiva nel rapporto obbligatorio presuppone una specifica previsione della legge o del titolo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8124 del 2 aprile 2010)
Cass. civ. n. 24133/2009
L'erede è vincolato dal contratto, anche se non trascritto, concluso dal "de cuius" e dalle obbligazioni dallo stesso nascenti, atteso che soltanto l'avente causa a titolo particolare "mortis causa" o per atto fra vivi è terzo e, come tale, non è tenuto, senza il suo consenso, a subire il debito del suo dante causa.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24133 del 13 novembre 2009)
Gli effetti del contratto debbono essere individuati avendo riguardo anche alla sua funzione sociale, e tenendo conto che la Costituzione antepone, anche in materia contrattuale, gli interessi della persona a quelli patrimoniali. Ne consegue che il contratto stipulato tra una gestante, una struttura sanitaria ed un medico, avente ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, riverbera per sua natura effetti protettivi a vantaggio anche del concepito e del di lui padre, i quali in caso di inadempimento, sono perciò legittimati ad agire per il risarcimento del danno.
Cass. civ. n. 15603/2007
Il principio secondo cui il contratto non può avere effetto che tra le parti, salvo che nei casi previsti dalla legge, esclude che possano ritenersi legittimati ad agire per la nullità di una clausola arbitrale i garanti di una delle parti contrattuali, coobbligati in virtù di altro contratto, non potendo i medesimi essere convenuti innanzi all'arbitro né farsi promotori di un giudizio arbitrale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15603 del 12 luglio 2007)
Cass. civ. n. 17503/2005
In tema di risoluzione consensuale del contratto, il mutuo dissenso, realizzando per concorde volontà delle parti la ritrattazione bilaterale del negozio, dà vita a un nuovo contratto, di natura solutoria e liberatoria, con contenuto eguale e contrario a quello del contratto originario; pertanto, dopo lo scioglimento, le parti non possono invocare cause di risoluzione per inadempimento relative al contratto risolto giacché ogni pretesa od eccezione può essere fondata esclusivamente sul contratto solutorio e non su quello estinto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 17503 del 30 agosto 2005)
Cass. civ. n. 3122/2003
La transazione intervenuta tra lavoratore e datore di lavoro è estranea al rapporto tra quest'ultimo e l'Inps, avente ad oggetto il credito contributivo derivante dalla legge in relazione all'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, giacché alla base del credito dell'ente previdenziale deve essere posta la retribuzione dovuta e non quella corrisposta, in quanto l'obbligo contributivo del datore di lavoro sussiste indipendentemente dal fatto che siano stati in tutto o in parte soddisfatti gli obblighi retributivi nei confronti del prestatore d'opera, ovvero che questi abbia rinunziato ai suoi diritti. Pertanto, attesa l'autonomia tra i due rapporti, la transazione suddetta non spiega effetti riflessi nel giudizio con cui l'Inps fa valere il credito contributivo.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3122 del 3 marzo 2003)
Cass. civ. n. 12476/1998
L'efficacia del negozio di risoluzione per mutuo dissenso non può decorrere da un momento successivo alla sua stipulazione, attribuendo così efficacia ultrattiva al precedente contratto, in quanto ciò contraddirebbe l'essenza del negozio solutorio e la natura degli interessi che, in riferimento alla sua causa, esso è destinato a soddisfare.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 12476 del 11 dicembre 1998)
Cass. civ. n. 7270/1997
Il negozio risolutorio ha, per sua natura, efficacia ex nunc, nel senso che da esso deriva la caducazione delle obbligazioni scaturenti dal contratto originario relative alla prosecuzione del rapporto, onde non può configurarsi responsabilità in relazione al mancato adempimento delle ulteriori prestazioni previste; nessun effetto liberatorio, invece, esplica la risoluzione consensuale in ordine ad eventuali aspetti di responsabilità per un corretto adempimento relativo a prestazioni già eseguite, ovvero per danni cagionati da comportamenti accessori in cui una delle parti possa incorrere nell'esecuzione dello stesso accordo risolutorio, ferma restando, ovviamente, la possibilità per le parti di prevedere, nell'esercizio della loro autonomia contrattuale, l'estensione dell'effetto liberatorio dell'accordo risolutorio ad altri titoli di responsabilità, al di là dei limiti propri di detto accordo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7270 del 6 agosto 1997)
Cass. civ. n. 2713/1996
Con riguardo alla risoluzione del contratto per mutuo dissenso, l'obbligo di restituzione della somma ricevuta a titolo di anticipo del corrispettivo costituisce debito di valuta insensibile, come tale, al fenomeno della svalutazione monetaria, salvo che il creditore non dimostri di avere risentito a causa della indisponibilità della somma anticipata eventuali ulteriori danni e perciò anche quello sofferto in conseguenza della svalutazione monetaria.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2713 del 27 marzo 1996)
Cass. civ. n. 8341/1995
Qualora l'acquirente di un immobile urbano adibito ad uso diverso da quello di abitazione si trovi in regime di comunione legale dei beni con il coniuge, il giudizio di riscatto iniziato dall'avente diritto alla prelazione ai sensi dell'art. 39 della L. 27 luglio 1978 n. 392 deve essere promosso nei confronti di entrambi, ancorché il coniuge sia rimasto estraneo al contratto stipulato dall'acquirente, posto che il coniuge, in forza dell'art. 177 c.c. ed in conformità della previsione contenuta nell'art. 1372 secondo comma c.c., assume ope legis le vesti di destinatario diretto dello stesso effetto traslativo verificatosi in favore del contraente, di modo che le situazioni giuridiche soggettive di entrambi i coniugi nell'ambito del rapporto giuridico originato dal contratto rivestono carattere di inscindibilità, essendo l'un coniuge divenuto, in forza dello stesso contratto, comproprietario del bene acquistato dall'altro.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8341 del 29 luglio 1995)
Cass. civ. n. 6656/1993
L'accordo risolutorio di un contratto per il quale sia richiesta la forma scritta ad substantiam è soggetto alla stessa forma stabilita per la conclusione di esso. L'anzidetto requisito formale può ritenersi sussistente solo in presenza di un documento che contenga in modo diretto la dichiarazione della volontà negoziale e che venga redatto al fine specifico di manifestare tale volontà.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6656 del 15 giugno 1993)
Cass. civ. n. 4600/1983
La volontà negoziale diretta allo scioglimento di un contratto per mutuo consenso non può essere desunta dal comportamento di chi, pur senza chiedere in via riconvenzionale l'adempimento del contratto o la sua risoluzione per colpa dell'attore, si opponga alla domanda di risoluzione per inadempimento proposta nei suoi confronti, e neppure di chi non si costituisca in giudizio per contrastare attivamente la domanda avversaria, poiché anche in quest'ultimo caso il giudice dovrà verificare se sussistano in concreto le condizioni dell'azione fatta valere dall'attore, e se queste manchino, dovrà limitarsi a respingere la domanda di risoluzione del contratto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4600 del 8 luglio 1983)
Cass. civ. n. 329/1983
Il giudice, adito con contrapposte domande di risoluzione per inadempimento del medesimo contratto, può accogliere l'una e rigettare l'altra, ma non anche respingere entrambe e dichiarare l'intervenuta risoluzione consensuale del rapporto, implicando ciò una violazione del principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, mediante una regolamentazione del rapporto stesso difforme da quella perseguita dalle parti.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 329 del 15 gennaio 1983)
Cass. civ. n. 1939/1982
La risoluzione consensuale di un contratto, che l'attore pone a fondamento di una sua pretesa, costituendo fatto successivo al contratto stesso ed estintivo delle obbligazioni da esso derivanti, non è rilevabile ex officio, ma deve formare oggetto di una eccezione «propria», con il conseguente onere probatorio a carico del convenuto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1939 del 29 marzo 1982)
Cass. civ. n. 3885/1977
L'accordo per lo scioglimento di un contratto per mutuo consenso richiede la forma scritta, solo quando la stessa forma sia richiesta ad substantiam per il contratto che si vuole sciogliere.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3885 del 5 settembre 1977)
La risoluzione per mutuo consenso di un contratto per il quale non sia richiesta la forma scritta ad substantiam può risultare - oltre che da un esplicito accordo dei contraenti diretto a sciogliere il rapporto - anche dalla lor comune tacita volontà di non dare ulteriore corso al contratto, liberandosi delle rispettive obbligazioni.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1496 del 22 aprile 1977)
Cass. civ. n. 1109/1977
I contratti di compravendita di autoveicoli possono essere conclusi anche con il solo scambio orale del consenso, del quale può darsi dimostrazione con ogni mezzo di prova ammesso dalla legge, comprese le presunzioni semplici, costituendo la trascrizione dell'atto nel pubblico registro soltanto un mezzo di pubblicità inteso a dirimere gli eventuali conflitti fra più aventi causa dal medesimo venditore. Ne consegue che la forma scritta non è necessaria, né ad substantiam né ad probationem, neanche per l'accordo con il quale le parti sciolgono per mutuo consenso un precedente contratto di vendita di un autoveicolo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1109 del 21 marzo 1977)
Cass. civ. n. 3772/1976
Se in astratto il negozio risolutivo per mutuo consenso ha efficacia ex nunc, spetta però al giudice, con indagine di fatto, accertare se le parti, nel concludere il negozio risolutivo di un contratto, abbiano inteso attribuire ad esso anche carattere liberatorio rispetto agli effetti del primo negozio, ed eventualmente rispetto alle conseguenze di una pretesa inadempienza della parte, e se perciò intesero o meno far sopravvivere l'azione di danni.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3772 del 22 ottobre 1976)
Cass. civ. n. 1142/1976
L'erede, subentrando nella posizione giuridica del de cuius soltanto a partire dalla morte di questi, non può essere considerato parte dei contratti conclusi dal defunto per il periodo anteriore al suddetto evento, ma, al contrario, conserva la sua posizione di terzo rispetto a tutti gli effetti non aventi carattere di durata che siano ricollegabili al momento della conclusione dei detti contratti; ne consegue che, ai fini dell'opponbilità al nudo proprietario delle locazioni poste in essere dall'usufruttuario, anche nel caso in cui il nudo proprietario sia succeduto mortis causa a quest'ultimo dopo la rinunzia all'usufrutto, il contratto di locazione resta opponibile al nudo proprietario soltanto se e dal momento in cui abbia acquistato, per effetto della registrazione, data certa.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1142 del 30 marzo 1976)
Cass. civ. n. 1666/1975
A norma dell'art. 1372 c.c., il contratto produce effetti soltanto nei confronti delle parti e dei loro eredi e non anche nei confronti dei successori a titolo particolare mortis causa o per atto fra vivi; pertanto le obbligazioni assunte dal proprietario di un immobile nei confronti di un terzo non si trasferiscono - tranne che siano configurabili come obbligazioni propter rem, costituenti numerus clausus all'acquirente dello stesso immobile, se non attraverso uno degli strumenti negoziali tipici all'uopo predisposti dall'ordinamento (delegazione, espromissione, accollo e cessione del contratto).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1666 del 29 aprile 1975)
Cass. civ. n. 2274/1971
Il contratto preliminare, come qualsiasi altro contratto, non può essere sciolto, se non per volontà concorde delle parti o per cause ammesse dalla legge.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2274 del 13 luglio 1971)
relative all'articolo 1372 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1372 Codice civile - Efficacia del contratto | Quesito Q201615788
lunedì 28/03/2016 - Veneto
“All'inizio di ottobre 2010 mia figlia stipulava un contratto di affitto con canone agevolato
per un piccolo appartamento sito ad Udine.
Il contratto era del tipo 3+2 “agevolato”e prevedeva il versamento alla proprietaria di un canone mensile anticipato di 410 Euro e il versamento di un importo forfettattario mensile di 110 Euro al
Condominio per le spese. L'appartamento è stato usato solo per alcuni giorni alla settimana per seguire le lezioni universitarie, rimaneva comunque vuoto durante le vacanze e durante l'estate.
In marzo dello scorso anno mia figlia si è laureata e dovendo cambiare sede ha chiesto la risoluzione anticipata del contratto che sarebbe scaduto naturalmente il 15/10/2015.
La proprietaria ha accettato la richiesta chiedendo comunque il versamento dall'affitto per
i successivi 6 mesi e rendendosi disponibile ad accettare il subentro di un nuovo inquilino se nel frattempo l'agenzia immobiliare delegata fosse riuscita a stipulare un nuovo contratto. A fine marzo mia figlia ha quindi consegnato tutte le chiavi dell'appartamento all'agenzia immobiliare che curava gli interessi della proprietaria. L'agenzia non è riuscita a trovare alcun affittuario e il contratto è scaduto per disdetta anticipata il 17/09/2015.
All'atto della consegna delle chiavi ho che ho fatto personalmente ( era presente anche mia figlia)
ho segnalato alla persona di fiducia dall'agenzia il fatto di non aver ricevuto nei vari anni alcuna dococumentazione delle spese condominiali come previsto da contratto e che era mia ferma intezione ottenere i documenti a breve. Ho fatto in seguito numerosi solleciti alla proprietaria a anche all'agenzia per ottenere i consuntivi ma senza successo. La risposta (anche scritta) era che l'amministratore non li forniva....
Ho deciso a quel punto quindi di sospendere i pagamenti forfettari delle spese e dell'affitto che fino a quel momento erano stati puntualmente effettuati e di inviare una dellega alla proprietaria affinchè utilizzasse il deposito cauzionale per compensare gli affitti mancanti (3 mesi e 17 giorni)
ovviamente rivendicando il diritto a ricevere i consuntivi spese di tutti periodi.
Alla fine i consuntivi delle spese gli ho ottenuti dopo la scadenza del contratto di affitto
ma non direttamente dalla proprietaria bensì dall'amministratore condominiale il quale
non aveva risposto ad una mia precedente richiesta (circa un anno prima).
Ovviamente c'era la sorpresa e guarda caso i consumi di acqua calda e fredda erano stati calcolati
con metodo previsionale imputando consumi di gran lunga superiori a quelli effettivi.
Il regolamento condominiale prevedeva la lettura semestrale dei contatori e nei consuntivi
le caselle delle letture erano “vuote”.In seguito al mio reclamo essendo l'appartamento ancora non occupato l'addetta dell'agenzia accompagnata dalla proprietaria ha fotografato i contatori
e mi ha inviato le foto. Riassumendo nei 5 anni erano stati imputati consumi per circa 200 mq
di acqua calda e 200mq di acqua fredda invece dei 20 e 15 misurati rispettivamente dai contatori.
Ho richiesto quindi il conguaglio e dopo vari scambi epistolari (e-mai), la proprietaria mi ha inviato il documento per tutto il periodo di detenzione dell'appartamento.
Nel prospetto fornito dall'amministratore sotto riportato non vengono considerate le spese imputate in eccesso per i consumi di acqua fredda. che ammontano a 320 Euro( secondo miei calcoli). Per l'acqua calda sono stati imputati 10 mq/anno anche se il consumo effettivo è stato inferiore ( probabilamente è previsto dal regolamento del condominio che non possiedo). Ho per questo contestato il conguaglio (vedi sotto) sia per la mancata detrazione delle spese acqua fredda in eccesso che per il calcolo delle spese generali del primo periodo e ultimo periodo di occupazione in quanto non sono proporzionali ai giorni di godimento 197 e 139 rispettivamente .
La proprietaria non ha risposto alle mie contestazioni (neanche l'amministratore) e pretende
di considerare il conguaglio fornito dall'amministratore come non discutibile.
In conclusione il conguaglio spese attuale fornito dell'amministratore riporta attualmente un credito nei confronti di mia figlia di Euro 1025,11 .
La proprietaria sostiene di non essere riuscita a prelevare il deposito cauzionale e che sono in debito nei suoi confronti di 3 mensilità ma allo stesso tempo non restituisce il libretto al portatore
consegnato all'atto della stipula.
A questo punto avrei bisogno di una risposta alle seguenti domande e eventualmente un Vostro consiglio su come muovermi per chiudere la vicenda.
- Il credito nei confronti del condominio può essere riscosso da mia figlia e se sì in che modo?
- La proprietaria può impedire all'amministratore di restituire a mia figlia il credito vantato ?
- Il mancato invio dei consuntivi annuali e la mancata risposta alla contestazione (inviata con e-
mail semplice) per le spese imputate in eccesso da parte della proprietaria la pone in una posizione di illegalità ?
-La mia intenzione di chiedere la revisione del conguaglio all'amministratore e comunque la restituzione diretta del credito risultante e, in seguito, regolare i conti con la proprietaria.
è legalmente ammissibile ?
Non esistate a chiedermi eventuali chiarimenti .
Consulenza legale i 05/04/2016
In primo luogo, al fine della quantificazione delle spese che, nel caso di specie, avrebbero dovuto essere a carico del conduttore o locatario, occorrerebbe visionare quanto prevedeva il contratto di locazione.
In generale, al fine di potere sostenere che le spese non spettassero al conduttore nei periodi di assenza (vacanze Pasquali, natalizie, estive, etc.) dovrebbe risultare un accordo in tal senso; tuttavia, trattandosi di un contratto 3+2, si dubita che possa esservi una tale esplicita previsione; in sostanza, anche se la studentessa effettivamente non usufruiva dell'abitazione in determinati giorni e/o periodi dell'anno, non per questo si può sostenere che non le spettasse il pagamento delle spese, alla luce del fatto che il contratto, dalla ricostruzione prospettata, continuava, anche in questi periodi, ad essere pienamente vigente. Infatti, il locatore, in ogni caso, in tali periodi di assenza del conduttore, non era comunque nella disponibilità dell'immobile, che continuava ad essere occupato dalla studentessa o comunque nella sua piena disponibilità
Tale premessa ci è utile per evidenziare che una parte del credito vantato dal conduttore potrebbe essere contestato dal locatore alla luce del fatto che, anche nei periodi di assenza della studentessa dall'appartamento, quest'ultima in ogni caso doveva contribuire alle spese.
In secondo luogo, occorre altresì verificare se il contratto di locazione prevedeva che il versamento di euro 110,00 mensili a titolo di spese condominiali fosse effettivamente "forfettario" (come risulterebbe dalla narrazione) e pertanto fosse dovuto a prescindere dai consumi effettivi, oppure, al contrario, se fosse previsto espressamente che il conduttore avrebbe potuto (o comunque potrebbe ora) richiedere il conguaglio (come si vorrebbe sostenere).
Ammesso che dal contratto di locazione risultasse tale seconda ipotesi, ovvero la possibilità di ottenere un conguaglio tra le somme versate "in misura fissa" a titolo di spese condominiali e le somme che effettivamente risultano dalla rendicontazione inviata dall'amministratore, si procedede ora a rispondere in maniera necessariamente sintetica ai singoli quesiti formulati.
1. Il credito nei confronti del condominio può essere riscosso da mia figlia e se sì in che modo?
In generale, come già evidenziato, il credito vantato dal conduttore non è un credito certo; bisognerebbe accertare, alla luce di quanto previsto dal contratto di locazione, in capo a chi gravino le spese nei periodi di vacanza e se è effettivamente previsto un conguaglio a fronte dell'importo forfettario versato.
In ogni caso, ciò che più rileva, è che l'unico interlocutore per il condominio, e quindi per l'amministratore, è il proprietario dell'immobile, non il conduttore.
Per comodità, come spesso accade nella quotidianità, si può pattuire - formalmente o informalmente - che il versamento delle spese condominiali ordinarie venga effettuato concretamente dal conduttore.
Tuttavia, laddove vi fosse una morosità del conduttore nel pagamento delle spese condominiali, l'amministratore non potrebbe intimare al conduttore il pagamento degli arretrati, dovendone rispondere solamente il proprietario dell'immobile, come confermato da pacifica giurisprudenza (cfr. a titolo meramente esemplificativo, Cassazione Civile, sez. II, 9 dicembre 2009, n. 25781: "In tema di spese condominiali non pagate, il debitore è sempre il condomino locatore che, tuttavia, può rivalersi sul conduttore. L'amministratore del condominio, infatti, è legittimato solo nei confronti del proprietario, che è il soggetto tenuto a corrispondere i contributi concernenti i beni e i servizi comuni. Mentre il proprietario può pretendere il versamento dall'inquilino che non vi abbia provveduto direttamente, secondo gli accordi convenuti con il contratto di locazione").
A contrario, ma in applicazione dello stesso principio, laddove il conduttore abbia versato più del dovuto a titolo di spese condominiali, potrebbe richiedere la liquidazione delle differenze solamente al proprietario. Tali versamenti, si ribadisce, per il condominio risulta come se fossero stati effettuati dal proprietario dell'immobile e la quietanza di pagamento viene rilasciata a a favore del proprietario.
2. La proprietaria può impedire all'amministratore di restituire a mia figlia il credito vantato?
Alla luce di quanto illustrato, in astratto, la proprietaria potrebbe impedire all'amministratore si restituire al conduttore il credito vantato; peraltro, si ritiene che in ogni caso l'amministratore non procederà alla restituzione di quanto versato, alla luce del fatto che non sarebbe legittimato a tal fine; inoltre, solamente con riferimento alla differenza tra le spese presunte indicate nella rendicontazione inviata dall'amministratore e le letture effettuate dopo cinque anni, l'amministratore potrebbe derivare un credito a titolo di spese condominiali in capo alla proprietaria dell'immobile. Infatti, risulta ultroneo ribadire, anche in questa sede, che l'amministratore neppure conosce che tipo di accordi vi erano tra il locatore ed il conduttore con riferimento alla spettanza delle spese nei periodi di assenza temporanea del conduttore. Si ribadisce che il rapporto tra locatore-conduttore è estraneo al rapporto con il condominio.
3. Il mancato invio dei consuntivi annuali e la mancata risposta alla contestazione (inviata con e-mail semplice) per le spese imputate in eccesso da parte della proprietaria la pone in una posizione di illegalità?
Con riferimento al rapporto locatore-conduttore, bisognerebbe verificare se il contratto di locazione prevedeva, tra gli obblighi in capo al locatore, la trasmissione dei consuntivi annuali, al fine di potere calcolare il conguaglio.
Inoltre, come già illustrato, al fine di poter pretendere il conguaglio da parte del locatore, nel contratto dovrebbe essere stato previsto un "meccanismo" che consentisse al conduttore di derogare alla regola del versamento "forfettario" pari ad euro 110 mensili; infatti, laddove tale meccanismo non fosse stato previsto, si ritiene che il conduttore, nella vigenza del contratto di locazione, comunque doveva provvedere al pagamento di tale quota fissa (oltre che, ovviamente, del canone di locazione).
4. La mia intenzione di chiedere la revisione del conguaglio all'amministratore e comunque la restituzione diretta del credito risultante e, in seguito, regolare i conti con la proprietaria è legalmente ammissibile?
E' stato ampiamente motivato che il conduttore non può rivalersi direttamente nei confronti del condominio (tramite l'amministratore), pertanto tale richiesta diretta non risulterebbe ammissibile. O, se si preferisce, potrebbe validamente essere respinta dall'amministratore.
Per concludere, con riserva di approfondire ulteriormente la questione, il credito che potrebbe essere vantato da parte del conduttore uscente sembrerebbe essere pari "solamente" alla differenza tra le spese versate e i consumi effettivi risultanti dalle letture, tralasciando lo scomputo dei periodi in cui la studentessa si assentava temporaneamente dall'immobile, che non ci sembrano possano avere rilievo.
Dal punto di vista pratico, sulla base del contratto di locazione, della rendicontazione fornita dall'amministratore, delle letture effettuate, potrebbe calcolarsi a quanto ammonta l'importo preciso del credito vantato dal conduttore per i maggiori versamenti effettuati a titolo di spese condominiali; dovrebbe quindi verificarsi se tale credito vantato dal conduttore possa essere compensato con le tre mensilità che, stando al contratto, sembrano tuttora dovute al locatore.
Quindi, si suggerisce, all'esito della verifica dei passaggi illustrati sopra, l'invio al locatore di una raccomandata A/R, meglio se sottoscritta da un legale, nella quale si chiarisca definitivamente la questione (eventualmente intimando il pagamento dell'importo dovuto, nel caso in cui all'esito della compensazione, il conduttore vantasse ancora un credito).
Norma di riferimento: Articolo 1372 Codice civile - Efficacia del contratto | Quesito Q201410512
gino claudio g. chiede
sabato 07/06/2014 - Veneto
“Buongiorno, l'anno scorso a maggio ho firmato un contratto con un portale web per della pubblicità del mio negozio. Il costo è stato piuttosto oneroso (2500 euro circa) ma dopo alcuni mesi ho capito che il portale era inefficace ed oltretutto per tenere attiva la pubblicità era molto laborioso per me che non ho molto tempo a disposizione per queste cose. Messomi il cuore in pace non ho più usufruito del servizio ed ho anche tolto il modem wi-fi datomi in dotazione per sfruttare al meglio secondo il portale l'efficacia della pubblicità nel mio negozio. Ora è passato un anno e ricevo sempre dallo stesso operatore un'altra fattura da pagare per il rinnovo annuo avvenuto con il tacito consenso che io nemmeno immaginavo. Ho cercato di comunicare tramite mail con loro e di spiegare le mie ragioni in quanto non usufruisco e tanto meno desidero i loro servizi ma senza successo. Come posso salvarmi da questa situazione? Anticipatamente vi ringrazio per la vostra attenzione e cortesia, distinti saluti”
Nella vicenda proposta è stato sottoscritto un contratto per la fornitura di un servizio web.
Il contratto è stato firmato su carta e una copia dello stesso dovrebbe essere stata consegnata al cliente.
E' prassi che contratti di fornitura di servizi di tal genere prevedano il rinnovo automatico annuale del servizio, o meglio: nel contratto che viene fatto sottoscrivere al cliente, esiste una clausola che prevede che, salvo disdetta del cliente da dare entro un certo termine (precedente alla scadenza annuale del contratto), il contratto è rinnovato per un altro anno. Di regola, il rinnovo ha un costo inferiore al compenso pagato il primo anno.
Dobbiamo distinguere due ipotesi.
A. Il cliente ha ricevuto la copia del contratto
Se il contratto è stato validamente sottoscritto dal cliente, purtroppo, esso è vincolante a tutti gli effetti.
Il rinnovo potrebbe essere contestato in un unico caso: se la clausola che prevede l'obbligo di disdetta stabilisce un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza naturale del contratto (supponiamo, 6 mesi prima della scadenza annuale), tale clausola potrebbe considerarsi vessatoria (art. 33, comma 2, lett. i), Codice del Consumo: "Si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di: stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita proroga o rinnovazione").
Pertanto, la clausola vessatoria, ai sensi dell'art. 36 del Codice del Consumo è nulla, mentre il contratto rimane valido per il resto.
B. Il cliente non ha ricevuto la copia del contratto
In questo caso, il cliente ha la possibilità di dimostrare di non essere stato a conoscenza delle condizioni generali di contratto le quali, quindi, non avranno efficacia nei suoi confronti.
Dice infatti l'art. 1341 del c.c.: "Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell'altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l'ordinaria diligenza".
Se il cliente non ha mai posseduto copia del contratto, egli non poteva conoscere le condizioni generali del contratto. Quindi, in questa ipotesi, il rinnovo non può dirsi avvenuto e il cliente potrà recedere dal contratto comunicando disdetta alla controparte (consigliabile farlo a mezzo raccomandata a.r., specificando che le clausole del contratto non gli sono opponibili per le ragioni sopra specificate e menzionando che risulta violato l'art. 1341 c.c.).