Source: http://www.unicost.eu/relazione-introduttiva-di-roberto-carrelli-palombi.aspx
Timestamp: 2019-02-18 07:55:24+00:00
Document Index: 23034882

Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 104', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 3', 'art. 23', 'art.107', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 2']

Da Orvieto a Viterbo: il percorso di Unità per la Costituzione. Il modello di magistrato.
Il Congresso nazionale rappresenta un momento fondamentale della vita del nostro gruppo nell'ambito del quale siamo chiamati a confrontarci sul cammino fino ad oggi seguito e sugli obiettivi che intendiamo proporci per il futuro. Si tratta di un'occasione in cui proviamo a riflettere, sulla base di una traccia che al Segretario Generale compete indicare, su temi che consideriamo fondamentali in relazione ai nostri scopi statutari ed al dibattito all'interno dell'A.N.M. In questo modo proviamo a fornire il nostro contributo alla crescita culturale del Paese sui temi della giustizia.
Il Congresso di Orvieto, tenutosi oltre due anni fa, ha rappresentato il lancio di un metodo di lavoro attraverso il quale, in linea di continuità con i nostri valori tradizionali della terzietà costituzionale e del non collateralismo, abbiamo, insieme con gli amici della Segreteria Nazionale, provato a costruire una proposta associativa destinata a rivolgersi a tutta la Magistratura ed in particolare a quei giovani colleghi che, negli ultimi anni, hanno vinto il concorso e non hanno avuto fino ad oggi l'occasione di apprezzare i valori dell'associazionismo giudiziario. Il lavoro impostato si è basato sul coinvolgimento di tutti i colleghi che si riconoscono nella nostra area culturale ed in particolare di quelli che hanno offerto la loro disponibilità, con spirito di servizio, a ricoprire un incarico associativo a livello nazionale o anche a livello locale; il tutto con la prospettiva di creare una cinghia di trasmissione fra la dirigenza del gruppo e la generalità dei colleghi e riuscire a diffondere e sviluppare la nostra elaborazione in tutti gli uffici giudiziari. Perché l'associazionismo giudiziario, per come noi proponiamo di intenderlo, vuole essere un luogo dove vengono elaborate idee e valori su tutti i temi che attengono alla vita professionale del magistrato ed al funzionamento della Giustizia nel nostro Paese; un luogo aperto al confronto ed al dialogo con tutti nella direzione di privilegiare, nel rapporto con le altre componenti, organizzate e non, gli elementi che ci uniscono, piuttosto che quelli che ci dividono.
Abbiamo individuato un modello di magistrato da proporre alle nuove generazioni, seguendo le parole del Capo dello Stato "ne protagonista, ne' burocrate, solo magistrato"; un magistrato che, nella convinta adesione al valore della terzietà costituzionale, sappia interpretare in un'ottica di servizio, prima che di legittima ambizione personale, le opportunità previste nella normativa ordinamentale. Un magistrato che, forte per la credibilità ed autorevolezza delle sue decisioni, sappia, nei circuiti istituzionali ed in quelli associativi, parlare alla politica, pur rimanendo distante dai centri di potere della politica stessa: un vero interprete della terzietà costituzionale che, consapevole della natura diffusa del potere giurisdizionale, sappia fuggire da ogni forma di omologazione, che tende oggi ad affermarsi anche attraverso il conformismo giurisprudenziale; un magistrato pienamente inserito nelle dinamiche interne del proprio ufficio e coinvolto in tutte quelle scelte culturali, ordinamentali ed anche sindacali che attengono alla nostra funzione. Un magistrato che partecipa al dibattito politico culturale del Paese con la consapevolezza dei limiti imposti dall'importanza della funzione che è chiamato a svolgere dinanzi alla collettività; un magistrato che, in adesione ai valori costituzionali, sappia, non soltanto essere, ma anche apparire imparziale; un magistrato ispirato da una cultura diself restraintche sappia, con maturità, resistere alle lusinghe della popolarità, consapevole che tutto il proprio protagonismo debba rimanere circoscritto all'esercizio delle proprie funzioni.
A questo modello di magistrato consegue un'idea di giurisdizione intesa come servizio e non come un potere ed in questa direzione abbiano ritenuto che debbano essere ripensate tutte le nostre funzioni, da quelle strettamente professionali, a quelle associative ed in particolare a quelle istituzionali, che sono il frutto di una riconosciuta rappresentatività fra i colleghi.
Unita per la Costituzione all'interno dell'A.N.M.
Il mio impegno, dopo Orvieto, in piena sinergia con il Presidente dell'A.N.M. Rodolfo Sabelli, si è rivolto verso una maggiore caratterizzazione della nostra azione politica con particolare riferimento all'individuazione ed alla proposizione di contenuti che ci potessero distinguere rispetto agli altri gruppi. In questa direzione, unici nel panorama associativo, ci siamo presentati al Congresso Nazionale dell'A.N.M. di Bari (ottobre 2015), con un documento che rappresentava la sintesi della nostra elaborazione sui temi più rilevanti nella vita dell'associazione e nel dibattito sulla Giustizia allora in atto nel Paese; ciò nella prospettiva che allora, sul piano normativo, sembrava potersi avviare una stagione di riforme attinenti sia allo status del magistrato che al sistema di autogoverno.
Venivano affrontate in quella sede tematiche ordinamentali, rappresentandosi quali, a nostro avviso, potessero essere le linee guida di un intervento riformatore idoneo a superare le maggiori criticità scaturite dall'attuazione della riforma del 2006. Si è parlato dei problemi attinenti ai rapporti fra giustizia e territorio con riguardo all'allocazione delle risorse, del sistema di accesso in magistratura, del disciplinare, del funzionamento del C.S.M. e della concreta gestione da parte dello stesso della funzione di amministrazione della giurisdizione, temi tutti sui quali mi soffermerò più diffusamente nel corso di questa relazione.
Il dibattito associativo in quel momento era caratterizzato da un acceso confronto basato in via prevalente sulla continua proclamazione di slogan propagandistici sulla materia dei carichi esigibili, tema sul quale pure tornerò; in linea con l'elaborazione già maturata ad Orvieto abbiamo lavorato per la costruzione di una proposta che potesse rappresentare un equilibrato contemperamento fra qualità e quantità degli affari trattati in una cornice di dati di esigibilità nazionale delle prestazioni lavorative connesse alle diverse funzioni esercitate dai magistrati. Si è avuto cosi occasione di apprezzare il lavoro svolto dal C.S.M. per rivitalizzare l'istituto dei programmi di gestione ex art. 37 legge n. 111 del 2011 nella direzione di contemperare la produttività di ogni ufficio giudiziario con i due elementi rappresentati dalla qualità della risposta giudiziaria e dalla esigibilità dei carichi di lavoro gravanti sui magistrati. Si è parlato anche della necessita di pervenire, da parte del C.S.M., in linea con quanto richiesto ripetutamente dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in sede disciplinare, alla fissazione di parametri medi nazionali di ruolo e di produttività, al fine di potere disporre di nuovi strumenti e criteri di misurazione del lavoro dei magistrati.
2.1. Le elezioni per il rinnovo del Comitato Direttivo Centrale dell'A.N.M.
In vista delle imminenti elezioni per il rinnovo del C.D.C. dell'A.N.M., abbiamo provato a costruire di contenuti concreti la nostra proposta, creando occasioni per diffonderla, anche con formule nuove, in tutti i territori ed a tutti i magistrati, in special modo a quelli più giovani, spesso fuorviati dagli effetti negativi dei fenomeni di correntismo.
La dirigenza, in collaborazione con il gruppo consiliare e le nostre articolazioni territoriali, ha ritenuto di dovere fondare la proposta di Unità per la Costituzione, in vista dell'importante appuntamento elettorale, sull'autorevolezza dei candidati da inserire nella lista, individuandoli fra magistrati che si erano distinti, in primo luogo, per il loro impegno professionale. La scommessa lanciata da Unita per la Costituzione era quella di conquistare, sulla base di nuovi contenuti vicini alle quotidianità del lavoro giudiziario, la stima e la fiducia dei colleghi, testimoniando professionalità e spirito di servizio unito ad una particolare capacita di dialogo e di ascolto delle altrui opinioni. Sotto questi auspici è nata la nostra lista per le elezioni per il C.D.C. ed è importante ricordare che siamo riusciti ad individuare almeno un candidato per ogni distretto: al di la dei risultati raggiunti, tutti i trentasei candidati di Unita per la Costituzione hanno accettato di mettersi in gioco, ponendosi a disposizione, con la loro persona e la loro professionalità, di un progetto culturale che proponeva di porre al centro dell'azione associativa la dignità professionale del magistrato e l'importanza delle funzioni che è chiamato ad esercitare.
Le elezioni tenutesi nel marzo 2016 hanno visto un'affermazioni indiscutibile di Unità per la Costituzione, con l'assegnazione di 13 seggi su 36, divenuti poi 14, quindi inizialmente uno in più rispetto alle elezioni del 2012, nonostante vi fosse la partecipazione di una nuova lista. Ho l'orgoglio di ritenere che in quell'occasione ci siamo affermati come l'unica vera realtà culturale esistente nella Magistratura associata: in un quadro generale completamente diverso rispetto al passato, caratterizzato dalla presenza di una nuova lista molto agguerrita e che si presentava con contenuti decisamente accattivanti e con uno spiccato leaderismo, abbiamo anche aumentato il numero dei consensi raccolti, essendo, altresì, risultati il primo gruppo in ben quattordici distretti, pur avendo registrato delle aree di crisi verso le quali ho cercato, nel periodo successivo, di concentrare le mie attenzioni. In proposito ho avuto occasione di rappresentare come la nostra rappresentanza al C.D.C. non sia adeguatamente ripartita in tutto il territorio nazionale. Ciononostante ho rilevato come, a differenza rispetto al passato, in occasione della competizione elettorale, fossimo riusciti a superare, all'interno del gruppo ed in un'ottica di unità nazionale, quelle forti contrapposizioni fra i candidati, che in passato erano divisi per vere e proprie cordate; ho registrato, invece, una sana competizione anche interna con alleanze fra candidati e gruppi territoriali in un clima elettorale decisamente positivo, volto a privilegiare, al di la di egoismi territoriali, l'affermazione del gruppo.
2.2. I referendum proposti dai cosiddetti "indipendenti" ed il superamento delle giunte di maggioranza.
Nell'imminenza delle elezioni del C.D.C. vi erano stati dei referendum consultivi indetti da magistrati che non si riconoscevano in alcuna delle componenti organizzate dell'A.N.M. e che rischiavano di essere trasformati in una sorta di sondaggio pro o contro l'A.N.M. rappresentata, in quel momento, da una giunta di maggioranza (Unità per la Costituzione ed Area). Abbiamo opportunamente reagito a questo tentativo di strumentalizzazione, riconoscendo che ogni iniziativa, da chiunque provenga, ove sia volta ad incentivare la partecipazione dei magistrati alla vita associativa, dovesse trovare riconoscimento ed apprezzamento; abbiamo, quindi, sollecitato l'adesione all'iniziativa, al di la di qualsiasi indicazione, proveniente dalle rappresentanze dei gruppi associativi, sia sulla partecipazione all'iniziativa, sia sull'eventuale risposta ai singoli quesiti proposti. Il tutto senza mancare di esprimere quale fosse il pensiero del gruppo, offrendo, a tal fine, ai magistrati delle schede riepilogative, una per ogni quesito, contenente una riflessione sintetica e generale sui singoli argomenti.
Già allora si ebbe modo di verificare che lo schema politico di gestione dell'A.N.M. secondo i moduli della politica tradizionale di maggioranza ed opposizione si rivelasse sempre più inadeguato a rappresentare, in linea con i valori fondanti dell'associazionismo giudiziario, la totalità dei magistrati italiani. Era emersa con forza l'esigenza di fare tornare unitaria la rappresentanza dell'A.N.M., chiamando tutti i gruppi a condividere le difficili responsabilità derivanti dal dovere rappresentare la Magistratura in una stagione politica inedita rispetto al passato.
2.3. La formazione della Giunta unitaria.
Unità per la Costituzione, forte della sua affermazione elettorale, si dichiarava pronta a guidare questo percorso di ricostruzione dell'unità associativa sulla base di contenuti e valori condivisi e prescindendo dalle persone che concretamente sarebbero state chiamate a ricoprire le cariche associative più rappresentative. Sulla base di questa premessa si è arrivati a sottoscrivere con le altre componenti presenti in C.D.C. una sorta di "patto di legislatura", nel senso che, con lo schema della rotazione annuale, già nel passato in diverse occasioni sperimentato, si sono programmati gli avvicendamenti delle rappresentanze dei gruppi alla guida dell'associazione in ragione dei rispettivi pesi elettorali. Il risultato allora conseguito fu quello di chiamare tutti a condividere un patto di lealtà verso lo schema della giunta unitaria, prescindendosi, si ribadisce, dai soggetti che, di volta in volta, sarebbero stati chiamati a farne parte. E' bene chiarire che, in mancanza di tale patto, certo non ci sarebbe stata la giunta unitaria presieduta da Piercamillo Davigo.
Al di la di quello che è stato l'esito successivo, che, in conseguenza della scelta del gruppo di Autonomia e Indipendenza, ha richiesto una nuova modulazione dell'intesa iniziale fra i gruppi, quel che mi preme sottolineare che allora Unità per la Costituzione ha proposto un nuovo modo di fare politica fondato sulla necessità di privilegiare gli interessi generali della categoria e della nostra unica associazione rispetto alle pur legittime differenze esistenti fra i diversi gruppi che la compongono. Si è rappresentato come il nostro fare politica dovesse ispirarsi a modelli diversi da quelli che imperano nell'attuale società e dovesse muoversi, al di la delle diverse appartenenze, in coerenza, con il nostro ruolo di magistrati interpreti della terzietà costituzionale, chiamati, attraverso le regole del processo, ad affermare il principio di legalità ed a comporre i conflitti esistenti nella società. Con tali modalità si è provato a reagire alla crescente fuga dall'impegno associativo ed istituzionale, motivato non solo dai carichi di lavoro sempre più pesanti, ma anche dalla disillusione maturata rispetto a tante esperienze associative che, negli anni passati, avevano favorito l'impegno e la partecipazione di tanti.
Lo schema della rotazione, insieme ad altri tentativi avviati dai nostri eletti (dalla partecipazione all'ufficio sindacale all'apertura delle commissioni a tutti coloro avessero manifestato la disponibilità a farne parte) rappresentano delle forme nuove di coinvolgimento e di partecipazione volti a superare gli schemi del passato, a volte ispirati all'individualismo ed in alcuni casi al narcisismo di singoli protagonisti che, per troppo tempo, hanno occupato la scena in modo del tutto distaccato dal comune sentire della maggioranza dei magistrati.
La formula allora prescelta rappresentava l'unica soluzione praticabile per tenere insieme tutta l'A.N.M., neutralizzando, da un lato, spinte che miravano a disintegrare il patrimonio storico dell'associazionismo giudiziario e, da un altro lato, impedendo che crescesse nella Magistratura un fenomeno fondato su demagogia e populismo, idoneo a danneggiare gravemente la credibilità della rappresentanza della categoria. Devo a questo riguardo rivendicare che, in un contesto estremamente difficile, caratterizzato da frequentissime ricerche di visibilità di questo o quel gruppo associativo ed in quadro generale di forte crisi dei valori tradizionali dell'associazionismo giudiziario, il peso politico di Unità per la Costituzione, attraverso i diversi rappresentanti che fino ad oggi si sono succeduti nella partecipazione alla Giunta e con il contributo di tutti i nostri eletti al C.D.C., è stato fortissimo. In un clima di non sempre facile coabitazione con gli altri gruppi abbiamo dettato, con non poche difficoltà, una linea politica di responsabilità, proponendo, in ogni occasione, una risposta istituzionale alle fughe in avanti, spesso palesemente strumentali, che, di volta in volta, gli altri gruppi hanno cercato di imporre.
2.4. Unità per la Costituzione ed il referendum costituzionale.
Seguendo la nostra impostazione l'A.N.M., a differenza della scelta fatta da una delle sue componenti, non si è lasciata coinvolgere nel dibattito sul referendum costituzionale risultato caratterizzato da una forte contrapposizione con connotati squisitamente politici di apprezzamento o di opposizione rispetto alla politica del Governo allora in carica. Dal canto nostro Unità per la Costituzione si è fatta promotrice, attraverso le sue diverse articolazioni territoriali, di iniziative culturali di ampio respiro sulle ragioni tecnico giuridiche sottese alla scelta referendaria con la finalità di consentire un'informazione adeguata all'importanza, per il futuro nel nostro Paese, dei temi in discussione. In quasi tutte le più importanti sedi giudiziarie del Paese si sono, appunto, svolti gli incontri di Unità per la Costituzione sul referendum costituzionale supportati dal titolo evocativo della posizione assunta, su nostra iniziativa, dall'A.N.M, "Informarsi e non schierarsi".
Al di la dell'esito del referendum, la cui valutazione è rimessa alla sensibilità dei singoli, Unità per la Costituzione, attraverso le ora indicate iniziative, ha contribuito ad elevare la qualità del dibattito, riportandolo sugli aspetti tecnico giuridici che erano a base della riforma costituzionale approvata dai due rami del Parlamento e poi sottoposta a referendum confermativo. Ciò, per iniziativa delle articolazioni territoriali del nostro gruppo, ha riguardato non solo la Magistratura, ma l'intero ed articolato mondo del diritto: gli innumerevoli dibattiti organizzati in diverse sedi giudiziarie dalle sezioni locali del nostro gruppo hanno coinvolto l'Avvocatura, le Università, la Stampa ed i cittadini. In quell'importante occasione Unità per la Costituzione ha saputo svolgere il ruolo politico che le compete, quale componente di maggioranza dell'associazionismo giudiziario, impegnando l'intera "classe dei giuristi", composta di cittadini particolarmente qualificati, e mettendoli in condizione di potere partecipare in modo consapevole al percorso di riforma costituzionale proposto da una forza politica.
2.5. La rottura dell'unità associativa.
Dopo poco più di un anno dall'inizio del sopra descritto cammino comune e pochi mesi dopo la formazione della giunta presieduta da Eugenio Albamonte che vedeva la presenza di ben due rappresentanti del gruppo di Autonomia ed Indipendenza, questo gruppo decideva di uscire dalla Giunta unitaria. Al di là di ripetitivi proclami propagandistici privi di reale contenuto, non sono stati resi noti i motivi che hanno determinato questa scelta, che considero davvero irresponsabile ed irriguardosa nei confronti delle altre componenti.
Il tema sul quale si era concentrato il confronto era quello, sul quale avrò modo di tornare diffusamente, del rapporto fra l'A.N.M. ed il C.S.M.; su di esso vi era stata, fra tutti i gruppi, un'ampia convergenza di proposte e di azioni concrete finalizzate a migliorare la qualità del nostro autogoverno: in questa direzione si erano proposti interventi di normazione primaria e secondaria idonei a migliorare le procedure di selezione dei dirigenti mediante l'introduzione, oltreché di una completa trasparenza delle pratiche, di criteri oggettivi idonei a vincolare la discrezionalità del C.S.M.; a tal fine era stata appositamente potenziata l'attività di un apposito gruppo di lavoro che era stato costituito per formulare proposte nella direzione appena indicata ed era stata disposta la prosecuzione della, già proficuamente avviata, interlocuzione con il C.S.M. sui medesimi temi.
Mai i rappresentanti del gruppo di Autonomia ed Indipendenza hanno fatto comprendere che cosa di diverso chiedevano all'A.N.M. ed il cui rifiuto fosse stato talmente grave da giustificare la rottura dell'unita' associativa, cosi faticosamente ricostruita proprio accettando "il ricatto" della presidenza Davigo.
Solo successivamente tre dei quattro eletti nelle liste di Autonomia ed Indipendenza, fra i quali anche colui che aveva ricoperto l'incarico di Presidente dell'A.N.M., hanno presentato le loro dimissioni dal C.D.C. per candidarsi al C.S.M. A ciò si è aggiunta anche la candidatura di due eletti nelle liste di Magistratura Indipendente, che pure hanno recentemente rivestito incarichi di vertice nell'associazione.
2.6. Il congresso di Siena.
La Giunta allora in carica, nonostante le sopra descritte difficolta nei rapporti fra i gruppi associativi, è riuscita ad organizzare, con l'apporto significativo dei nostri rappresentanti, il congresso nazionale che, grazie all'impegno di Salvatore Vitello e mio personale, si è tenuto in quella mirabile cornice ambientale che è Siena, città nella quale da qualche tempo mi trovo ad esercitare le funzioni. Al di la degli aspetti organizzativi, la Giunta è riuscita ad articolare il dibattito in una serie di momenti aventi ad oggetto tematiche attualissime ed interessanti che coinvolgono quotidianamente l'esercizio della giurisdizione; ed inoltre, aderendo ad una nostra espressa richiesta, la giunta ha voluto riservare uno specifico spazio alle rappresentanze culturali che compongono la nostra associazione e della quali la stessa Giunta nazionale è espressione.
Si è trattato di un'importante occasione per riflettere sul rapporto sul rapporto fra A.N.M. e correnti ed anche sul rapporto che deve instaurarsi fra l'A.N.M., le sue componenti ed il C.S.M., essendo in quella sede emerse le persistenti differenti sensibilità culturali che giustificano tuttora l'esistenza dei gruppi associativi.
Ho già avuto modo di esplicitare il mio apprezzamento, a nome del gruppo, per il lavoro fatto da Antonio Sangermano, Tommasina Cotroneo e Rossana Giannaccari che hanno fatto parte della Giunta Esecutiva Centrale dell'A.N.M. presieduta da Eugenio Albamonte; hanno saputo dimostrare in ogni occasione un autentico spirito di servizio unito a competenza e professionalità. In loro ci siamo potuti riconoscere per l'impronta che, con fermezza ed equilibrio, hanno saputo dare all'azione associativa nell'anno appena trascorso.
2.7. La rotazione delle cariche e la presidenza di Unità per la Costituzione.
In occasione della riunione del C.D.C. del 24 marzo si è insediata la nuova giunta presieduta da Francesco Minisci e con la partecipazione di Rossella Marro, Antonio Saraco ed Alessia Sinatra. L'intervento di Francesco, interpreta nel modo migliore, in continuità con la Giunta passata, il senso che Unità per la Costituzione ascrive a questa fase della vita associativa: il ruolo che l'Associazione Nazionale Magistrati, quale unico interlocutore che rappresenta l'intera Magistratura, intende svolgere nell'attuale situazione politica con uno spirito di dialogo, senza pregiudizi, con tutti i soggetti istituzionali; l'impegno per un'azione associativa propositiva volta a sollecitare tutti quegli interventi necessari per superare le criticità che da anni affliggono il sistema giudiziario; la problematica della sicurezza negli uffici giudiziari che deve essere assicurata per operatori ed utenti del servizio giustizia; l'auspicio che siano evitate, da parte di tutti, interferenze fra l'attività associativa ed il confronto fra i gruppi in vista delle elezioni per il rinnovo del C.S.M.; l'impegno ad affrontare tutte quelle tematiche di carattere ordinamentale, che al di là delle specifiche scelte effettuate dal C.S.M., attengono a questioni di carattere generale di cui l'A.N.M. deve necessariamente farsi carico; l'attenzione alle nuove generazioni di Magistrati, le cui istanze, esigenze e bisogni devono poter trovare ascolto in sede associativa; la necessità di rimeditare, nell'ambito di un confronto ampio, le modalità di accesso alla Magistratura; ed ancora il rapporto con la Stampa con l'obiettivo di pervenire ad un equilibrato contemperamento fra il diritto all'informazione ed il rispetto della dignità delle persone coinvolte.
2.8. Unita per la Costituzione oggi.
In occasione della programmata rotazione delle cariche ho sentito il dovere di manifestare pubblicamente l'orgoglio di rappresentare un grande gruppo che, nella fedeltà ai valori della terzietà costituzionale e nella difesa dell'autonomia ed indipendenza della Magistratura, riesce ad offrire all'associazionismo giudiziario il proprio contributo di donne ed uomini, tutti fortemente impegnati e motivati, al di là di ogni appartenenza, nell'esclusivo interesse delle Istituzioni. Ed al riguardo merita di essere ricordato il significativo contributo che hanno saputo offrire, con grande intelligenza politica, Giuliano Caputo e Daniela Monaco, insieme a Francesco Minisci, nella fase di avvio del C.D.C. ed in un momento particolarmente delicato dell'attività associativa.
Tantissimi sono gli eventi che le nostre rappresentanze territoriali hanno organizzato in questi anni che ci vorrebbe troppo tempo per elencarli tutti; questo dinamismo culturale, del quale vi è sempre traccia nel nostro sito ed attraverso i social, sta segnando il nuovo corso di Unità per la Costituzione, che vuole fare della cultura e dell'informazione sui temi che attengono alla giustizia ed al funzionamento delle istituzioni un metodo di azione politica. Ringrazio tutti i colleghi che, con sacrificio personale, si sono e si stanno impegnando nella presentazione della nostra proposta culturale attraverso l'organizzazione di tantissimi eventi che vedono la partecipazione dei nostri candidati al C.S.M. Attraverso l'organizzazione di questi momenti Unità per la Costituzione cresce, riesce a fare politica sui temi connessi alla giurisdizione e si impone come un'area culturale attenta alle nuove realtà, ai giovani magistrati ed ai tanti cambiamenti in atto nel sistema giustizia.
2.9. Lo Statuto di Unità per la Costituzione.
All'ultima assemblea generale, tenutasi nello scorso mese di settembre, è stata, unanimemente, avvertita la necessita di aggiornare il nostro statuto e pervenire ad una riscrittura del documento programmatico. Pur nella contingenza degli impegni elettorali e nella necessità di assicurare la priorità all'affermazione dei nostri candidati, occorre mantenere alta la tensione di tutti sull'importanza del percorso avviato a Castellaneta e sulla necessità di proseguire nella rivisitazione delle forme del nostro stare insieme e riconoscerci come gruppo associativo all'interno dell'A.N.M.
In questa direzione, ribadendo quanto ho avuto modo di dire all'assemblea generale di Castellaneta, occorre trovare le forme per riconoscere una maggiore rappresentatività, nei diversi momenti di vita associativa ed istituzionale, a tutti i territori, riconoscendo anche la possibilità di forme di alternanza nell'individuazione di candidature in competizioni elettorali a livello nazionale, anche e principalmente nell'individuazione dei candidati al C.S.M. ai quali la Corrente delibera di assicurare il proprio sostegno; ciò implica la necessità di individuare delle macro aree all'interno delle quali potranno nascere le candidature ed essere stabilite le forme di possibile alternanza. Si tratta senz'altro di un'esigenza meritevole di attenta considerazione e che, non a caso, si è manifestata proprio nel percorso che ci ha portato ad individuare i nostri candidati alle elezioni per il prossimo C.S.M.
Occorre, poi, rafforzare le previsioni in tema di rappresentanza di genere. Al riguardo si tratta di intervenire, in termini rafforzativi e vincolanti, sulla previsione già contenuta nello Statuto vigente laddove impegna il Comitato di Coordinamento a promuovere la presenza di candidature di entrambi i generi al C.S.M. In questa direzione si pone la proposta presentata da Milena Falaschi alla quale andrà il mio convinto sostegno.
Devono essere certamente riviste alcune previsioni in materia di ineleggibilità e incompatibilità, riflettendo sulla necessità di distinguere l'attività di rappresentanza associativa da quella di rappresentanza istituzionale. In seguito all'abrogazione dell'art. 13 recante "Obblighi dei componenti del Comitato Direttivo Centrale", devono essere rivisti i rapporti fra la dirigenza politica del gruppo e la sua rappresentanza in A.N.M.; sia pure in assenza di qualsiasi vincolo di mandato appare necessario assicurare a livello statutario una forma di collegamento fra gli eletti ed il Segretario Generale.
Excursus storico sulla composizione ed sul funzionamento del C.S.M.
In occasione dei sessanta anni dall'entrata in vigore della legge istitutiva del C.S.M. ed in vista delle imminenti elezioni per il rinnovo della sua composizione, ci è parso opportuno dedicare la nostra riflessione congressuale all'organismo di governo autonomo della Magistratura, riflessione che, necessariamente, deve prendere le mosse dall'iter storico normativo dal quale è conseguita l'attuale configurazione.
La prima conformazione di Consiglio Superiore della Magistratura risale al 1907, allorquando con la legge n. 511 fu istituito presso il Ministero della Giustizia un organismo con funzioni esclusivamente consultive nel quale era rappresentata solo la magistratura delle Corti Superiori, le Cassazioni regionali. Successivamente ad opera del ministro Rodino', con il r.d. n. 1978 del 1921, fu attuato un primo tentativo di rafforzare, anche attraverso il C.S.M., l'autonomia della Magistratura; segnatamente il C.S.M., pur mantenendo funzioni solo consultive, assumeva una composizione mista di laici, scelti dal Ministro della Giustizia fra professori universitari in materie giuridiche e togati, scelti fra i magistrati di Cassazione e fra quelli che svolgevano funzioni equiparate a quelle di Cassazione.
Il processo di progressivo allontanamento dell'ordine giudiziario dagli altri poteri dello Stato e di conseguente riconoscimento dell'autonomia e dell'indipendenza della Magistratura veniva bruscamente interrotto con l'avvento del fascismo; con l'ordinamento Oviglio veniva abolita l'elettività dei membri del C.S.M., prevedendosi che alla nomina degli stessi dovesse provvedere il governo. Il C.S.M. veniva allora configurato, appunto, come un organo ausiliario del governo e ad esso ero precluso qualsiasi tipo di intervento, sia pure di natura consultiva, sui provvedimenti di nomina, promozione o tramutamento dei magistrati, che erano riservati solo al Ministro. Questa configurazione del C.S.M. veniva confermata ed in alcuni aspetti anche rafforzata dall'ordinamento Grandi: il C.S.M., prima dell'avvento della Repubblica, era un organo con limitatissime funzioni consultive istituito presso il Ministero della Giustizia e del quale facevano parte solo magistrati di Cassazione designati dal Ministro.
Con la caduta del fascismo, su proposta del ministro Togliatti, si ritenne necessario intervenire con una disciplina transitoria volta ad eliminare quelle previsioni introdotte durante il ventennio che avevano fortemente leso l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura. Ciò avvenne con la cosi rubricata legge sulle guarentigie della Magistratura (R.D. 31 maggio 1946 n. 511), con la quale, tra l'altro, venivano ampliate le competenze consultive del C.S.M., prevedendosi la formulazione di una proposta da parte del Consiglio in materia di nomine dei direttivi; veniva introdotto il principio di elettività dei membri togati e previsti i due componenti di diritto; la legge ora citata rimase famosa per l'introduzione della previsione della garanzia dell'inamovibilità del magistrato e della sua relativa eccezione costituita dal trasferimento per incompatibilità ambientale. Veniva poi prevista una prima previsione di indipendenza per il magistrato del Pubblico Ministero, non considerato più come un rappresentante del potere esecutivo dinanzi all'Autorità Giudiziaria, ma definito per la prima volta come organo indipendente, titolare dell'azione penale e preposto all'esatta osservanza della legge ed al controllo sull'amministrazione della giustizia.
3.1. La configurazione del C.S.M. voluta dalla Costituzione.
Il dibattito all'interno dell'Assemblea Costituente intorno alla natura che avrebbe dovuto assumere il C.S.M. fu particolarmente ampio e vivace. Condivisa era la necessita di introdurre un sistema di autogoverno idoneo ad assicurare, non solo l'indipendenza esterna della Magistratura, ma anche quella interna, ritenuta allora collegata agli aspetti organizzativi dell'ordine giudiziario.
Particolarmente significativo appare un passaggio della relazione preliminare sulla posizione costituzionale del potere giudiziario, redatta da Piero Calamandrei, laddove si afferma: " Il principio della indipendenza del potere giudiziario deve essere praticamente attuato mediante l'autonomia amministrativa della magistratura. Ormai è comunemente riconosciuto che l'indipendenza della magistratura dal potere esecutivo rimane un voto puramente platonico, fino a che il potere esecutivo anche se tecnicamente sprovvisto di ogni diretta ingerenza sulla funzione giurisdizionale, conserva però un ingerenza anche diretta sulla carriera dei magistrati. Cioè sulle loro nomine, promozioni, trasferimenti, assegnazioni di incarichi e di uffici direttivi. Se il potere giudiziario deve essere veramente indipendente, com'è il potere legislativo, bisogna che i componenti dei suoi organi, al pari di quelli che compongono gli organi legislativi, non dipendano come impiegati del potere esecutivo."
Il risultato di quel dibattito lo si può leggere chiaramente nel testo degli articoli contenuti nel titolo quarto della Costituzione dedicato alla Magistratura. L'ordinamento giurisdizionale viene costruito sulla base di una serie principi fondamentali fra loro strettamente collegati: la statualita' ed unicità della giurisdizione che consegue al principio di uguaglianza fissato nell'art. 3, nel senso che un'unica giurisdizione statale garantisce l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge; l'indipendenza del giudice che si fonda sulla soggezione dello stesso alla sola legge e sulla previsione che i giudici si distinguono fra loro per diversità di funzioni esercitate, principio questo che rese incompatibile con la Costituzione l'ordinamento gerarchico della Magistratura allora esistente. A questi principi si aggiunge la garanzia dell'inamovibilità pure prevista in Costituzione.
Al centro del sistema costituzionale viene posto il C.S.M., costruito come organo di rilievo costituzionale di composizione mista con la presidenza affidata al Capo dello Stato e la vice presidenza ad un membro designato dal Parlamento; al C.S.M. vengono attribuite tutte le competenze inerenti lo status dei magistrati. Con tale modello, nato dalla proposta di Giovanni Leone, si voleva sganciare il potere giurisdizionale dagli altri poteri dello Stato evitando, nello stesso tempo, che la Magistratura diventasse una casta chiusa poco permeabile alle problematiche in atto nel Paese.
Nel dibattito avvenuto all'Assemblea Costituente, che oggi può leggersi sul sito del C.S.M., emerge l'intenzione di saldare insieme l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura con l'imparzialità della funzione giudiziaria. Il C.S.M. rappresenta l'organismo deputato a realizzare questo complesso equilibrio fra la giurisdizione e gli altri poteri dello Stato. Con l'istituzione del C.S.M., appunto, viene resa effettiva l'autonomia della Magistratura: l'art. 104 della Costituzione, al primo comma, stabilisce, infatti, che la Magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere dello Stato; nei commi successivi viene disciplinata la configurazione del C.S.M. finalizzata a rendere effettivo il principio stabilito al primo comma ed in particolare a consentire che i giudici possano essere soggetti solo alla legge, senza che nessun altro potere possa in qualsiasi modo influenzarne l'imparzialità.
3.2. La lenta attuazione dei principi fissati nella Costituzione.
Pur essendo chiarissima la configurazione dell'organismo prevista dai padri costituenti, l'effettiva istituzione del Consiglio si rivelò assai difficile e lunga, permanendo ancora l'idea, nonostante il tenore delle disposizioni costituzionali, che la Magistratura non potesse essere effettivamente un potere autonomo ed indipendente; nel dibattito in atto nel Paese un ruolo importante venne ricoperto dall'A.N.M. che, attraverso il Centro Nazionale di Azione per la riforma giudiziaria, predispose uno schema di disegno di legge sul C.S.M., prevedendo, tra l'altro, che nella categoria dei togati fossero rappresentate le tre categorie di magistrati: quelli di primo grado, quelli di appello e quelli di Cassazione.
La legge istitutiva del C.S.M. ( l. 24 marzo 1958 n. 195) ed ancora di più le disposizioni di attuazione e coordinamento (d.p.r. 16 dicembre 1958 n. 196) disattesero completamente la gran parte delle aspettative che la Magistratura giovane e progressista poneva su quell'intervento del legislatore, riconoscendo al Ministro della Giustizia un ruolo invasivo delle prerogative costituzionali del Consiglio; ciò al punto tale che fu concessa al Ministro Guardasigilli, in base all'art. 11 comma 1 della legge istitutiva, la competenza di proporre le delibere che poi l'assemblea plenaria doveva adottare. Questa norma fu successivamente dichiarata incostituzionale con la sentenza della Corte Costituzionale n. 168 del 1963. La legge istitutiva prevedeva che i componenti togati dovessero scelti nel numero di 6 fra i magistrati di Cassazione, 2 dei quali con incarico direttivo, 4 fra i magistrati di Corte d'Appello e quattro fra i magistrati di Tribunale, con la previsione che ogni magistrato votava soltanto per la propria categoria. Erano previsti quattro collegi territoriali, in ognuno dei quali veniva eletto un magistrato di Tribunale ed uno di Corte d'Appello ed un unico Collegio per la Corte di Cassazione per l'elezione di sei membri.
Si trattava chiaramente di un sistema che non teneva in considerazione la previsione contenuta nell'art. 107 comma 3 della Costituzione e che manteneva una rigida gerarchia all'interno dell'ordine giudiziario, privilegiando, all'interno del C.S.M., la rappresentanza della Corte di Cassazione: ed inoltre con l'elezione per categorie si faceva del C.S.M. un organo destinato a tutelare interessi particolari della specifica categoria dalla quale il componente proveniva, tradendo le funzioni attribuite all'organismo dalla Costituzione, volte a tutelare gli interessi superiori dell'intero sistema giudiziario.
In sostanza il potere politico, dopo avere impiegato oltre dieci anni per dare attuazione alle previsioni costituzionali relative al C.S.M., con la legge istitutiva del 1958 tentava di paralizzarne il funzionamento nel senso che ne limitava fortemente le potenzialità, riducendone i poteri rispetto a quanto previsto nella Costituzione e reinserendo il Ministro nella gran parte delle questioni attinenti al governo della Magistratura. Non a caso la legge istitutiva del C.S.M. fu definita da un autorevole costituzionalista come un riprovevole esempio di "flagrante violazione della Costituzione", che ha snaturato il Consiglio come organo costituzionale (Balladore Pallieri - Diritto Costituzionale 1965).
Ci vollero altri nove anni per superare il sistema del voto separato per categorie e ridurre il peso della Corte di Cassazione; con la legge 18 dicembre 1967 n. 1198 si introduceva un sistema di voto a doppio turno: in una prima tornata le elezioni si svolgevano in un unico collegio nazionale per la Cassazione nel quale venivano eletti dodici magistrati di Cassazione di cui quattro titolari di ufficio direttivo ed in quattro collegi territoriali per i magistrati di Corte di appello e per quelli di tribunale, nei quali venivano eletti due magistrati di appello e due magistrati di tribunale facenti parte dei rispettivi collegi territoriali. All'esito di queste elezioni, nell'ambito delle quali ogni elettore poteva votare solo per i componenti della propria categoria, si formava una lista composta da 28 magistrati, corrispondente al numero doppio dei seggi da assegnare. Quindi il secondo turno di votazioni avveniva in un unico collegio nazionale all'interno del quale ogni magistrato poteva votare per un numero massimo di sei magistrati di cassazione, di cui due con ufficio direttivo e per quattro magistrati di appello e di tribunale, scelti rispettivamente uno per ogni collegio territoriale.
Anche questa riforma veniva considerata del tutto insoddisfacente dalla Magistratura associata che in quel periodo spingeva per un'effettiva attuazione dei principi stabiliti nella Costituzione; fortissima era in quegli anni la spinta per l'adozione di un sistema elettorale proporzionale, considerato che la legge del 1967 aveva solo in minima parte attenuato i difetti della legge istitutiva.
Il dibattito sul sistema elettorale prosegue con il confronto fra i fautori del sistema proporzionale per liste contrapposte e coloro che temevano che un tale sistema avrebbe favorito la politicizzazione della Magistratura; fra questi ultimi vi era anche l'estrema destra che, con un disegno di legge presentato dall'on. Almirante, nell'ambito di una violenta campagna politica volta ad accentuare il carattere corporativo dell'organo contestandone la natura politica, proponeva di introdurre la nomina dei componenti del C.S.M. all'esito di un sorteggio fra le diverse categorie (Camera n. 3568 V Legislatura).
3.3. L'introduzione del sistema proporzionale.
Si era però fatta strada nel Paese l'idea che l'unità della Magistratura dovesse trovare attuazione attraverso una dialettica di idee e di valori e con il riconoscimento del pluralismo esistente all'interno dell'A.N.M., rappresentato dalle sue correnti. Viene cosi approvata la legge 22 dicembre 1975 n. 695 con la quale i membri elettivi del Consiglio passano da 21 a 30 e quelli togati da 14 a 20, di cui 8 di cassazione, 4 di appello e 8 di tribunale e viene introdotto il collegio unico nazionale con sistema proporzionale per liste contrapposte; con soglia di sbarramento fissata al 6%; alle elezioni partecipavano tutti i magistrati senza alcuna distinzione di categoria.
Con la legge del 1975 le correnti venivano legittimate a partecipare alla competizione elettorale, quali espressioni di libere associazioni di magistrati delle quali era composta l'A.N.M.; veniva cosi data attuazione al pluralismo istituzionale prevedendosi la presenza all'interno del Consiglio dei rappresentanti di tutte le componenti. In questo modo il legislatore riconosceva come un valore di ricchezza l'esistenza di diversi orientamenti culturali all'interno della Magistratura, scaturiti dalle divergenze culturali che negli anni si erano manifestate nel lento percorso di attuazione della Costituzione ed in particolare nell'interpretazione delle norme in essa contenute nonché nel diverso modo di concepire il ruolo del giudice nella società.
Storicamente il passaggio al sistema proporzionale segnò, in un momento storicamente difficile per il Paese segnato dall'attacco del terrorismo, un salto di qualità dell'attività del C.S.M. in funzione di autorevolezza delle sue decisioni e tutela effettiva dei principi di autonomia e di indipendenza della Magistratura.
Difatti in quegli anniil dibattito in seno all'organo di autogoverno si allargava verso orizzonti più ampi, passando dalle questioni di carattere prevalentemente organizzativo ed economico, che avevano caratterizzato il confronto nell'ambito delle prime consiliature, a tematiche di grande respiro comprendenti il ruolo della Magistratura nella società ed anche la dimensione politica della giustizia.
Negli anni successivi il sistema elettorale per la scelta dei componenti togati del C.S.M. rimane al centro del dibattito politico, alimentato dalle preoccupazioni per l'eccessiva politicizzazione del C.S.M. in conseguenza del ruolo assunto, all'interno di esso, dalle correnti della Magistratura associata.
Si doveva poi dare attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale n. 87 del 1982 che aveva dichiarato l'illegittimità dell'art. 23 comma 2 della legge n. 195 del 1958 cosi come sostituito dall'art. 3 comma 2 della legge n. 695 del 1975, nella parte in cui si prevedeva che ai posti riservati ai magistrati di cassazione potessero essere eletti anche magistrati avevano conseguito la nomina a magistrati di cassazione, pur non esercitando le relative funzioni. Cosi fu stabilito che fra i magistrati da eleggere due dovessero esercitare le funzioni di legittimità; in particolare con la legge 22 novembre 1985 n. 655 furono nuovamente modificati i primi due commi dell'art. 23 della legge n. 195 del 1958, stabilendosi che i membri togati del C.S.M. dovessero essere eletti nel numero di due fra i magistrati di cassazione con esercizio effettivo delle funzioni di legittimità, nel numero di otto fra i magistrati che esercitano funzioni di merito e nel numero di dieci indipendentemente dalla categoria di appartenenza e dalle funzioni esercitate.
Il sistema viene modificato ancora nel 1990 con l'intenzione, sempre ricorrente, di limitare il peso delle correnti nella scelta dei candidati. In questa ottica veniva mantenuto il sistema proporzionale, articolandolo su base territoriale, con la finalità di avvicinare gli elettori agli eletti; specificamente venivano introdotti quattro collegi territoriali per la elezioni di 18 magistrati che svolgono funzioni di merito ed un unico collegio nazionale per i magistrati che esercitano funzioni di legittimità; la clausola di sbarramento fu elevata dal 6% al 9% e fu introdotta la preferenza unica con la finalità di evitare le cordate elettorale e consentire al magistrato di votare solo per il candidato prescelto.
3.4. I giorni nostri.
Siamo, quindi, giunti ai giorni nostri con il sistema attualmente vigente introdotto dalla legge 28 marzo 2002 n. 44 che, oggettivamente rappresenta un deciso arretramento rispetto al sistema precedente ed un abbandono del percorso che il legislatore aveva seguito per rendere il C.S.M. conforme ai precetti stabiliti nella Costituzione: come noto il numero dei componenti elettivi passa da 30 a 24, fra i quali i togati scendono da 20 a 16 ed i laici da 10 ad 8; vengono reintrodotte le categorie di eleggibili, pur mantenendosi il principio della partecipazione di tutti i magistrati al voto delle diverse categorie; si prevede che le elezioni abbiano luogo in tre collegi unici nazionali, ognuno per una categoria: il primo per l'elezione di 2 magistrati di cassazione con esercizio effettivo delle funzioni di legittimità, il secondo per l'elezione di 4 magistrati che esercitano funzioni di pubblico ministero che esercita funzioni di merito ed il terzo per l'elezione di 10 magistrati che esercitano funzioni di giudici di merito.
Il nuovo sistema di tipo maggioritario comporta, quindi, l'abolizione del voto di lista e dei collegi territoriali unita all'espressione del voto attraverso una preferenza unica in ciascun collegio nazionale.
Lo scopo dichiarato dal legislatore che lo ha portato ad introdurre il sistema appena descritto è stato, come emerge dai lavori preparatori, quello di intervenire sulla politicizzazione del Consiglio riducendo il peso delle correnti, unito ad un'intenzione, questa meno palesata, di indebolire l'autorevolezza dell'organismo, intervenendo nuovamente sul numero dei suoi componenti, nonostante che in quegli anni fossero aumentate le competenze del Consiglio e cresciuto notevolmente il numero degli "amministrati".
Le criticità del sistema elettorale vigente sono evidenti ed appare non più procrastinabile la necessita di intervenire nuovamente sulle modalità di elezione dei componenti togati del C.S.M.; esse attengono principalmente al ruolo che, all'interno di tale sistema, si sono dovuti costruire i gruppi associativi con la evidente finalità di preservare, al di la del sistema di voto prescelto dal legislatore, l'esistenza della rappresentanza culturale delle diverse aree della Magistratura. Inoltre occorre tener conto della scelta di campo già effettuata dal legislatore, nell'ambito di un disegno riformatore globale del 2006 che ha toccato gli aspetti più rilevanti dell'ordinamento giudiziario, essendo stato introdotto per le elezioni dei componenti dei Consigli Giudiziari un sistema proporzionale per liste contrapposte.
Il sistema elettorale vigente ha perseguito l'effetto, solo in parte riuscito ed al quale Unità per la Costituzione si è da sempre opposta, di disarticolare la rappresentanza culturale della Magistratura, recando danno al prestigio dell'Istituzione ed all'autorevolezza degli eletti; sono stati, di fatto, favoriti accordi personali fra i candidati, non sempre trasparenti e per nulla fondati su scelte di valori, consentendosi la degenerazione di quelle che vorrebbero essere delle aggregazioni ideali fra i magistrati in cordate di potere. Tutto ciò ha influito sul funzionamento dell'organismo, sul prestigio e sulla qualità delle scelte dallo stesso operate.
Come emerge chiaramente da quanto fin qui detto, attorno al Consiglio si avvitano le ripetute tensioni fra Politica e Magistratura che si sono succedute nel corso della storia del nostro Paese. Intervenendo sul C.S.M. si mira a colpire l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura, perché' manipolando la composizione dell'organismo si prova ad indebolire l'Istituzione rendendola più sensibile alle esigenze di una o di un'altra parte politica. In questa direzione si sono mossi gli interventi sulla legge elettorale del C.S.M., in particolare l'ultimo che mira ad eliminare la rappresentatività all'interno del Consiglio degli orientamenti culturali dei magistrati. Viceversa va ribadita la necessità che il Consiglio rappresenti in modo quanto più genuino possibile l'intera Magistratura, evitandosi alchimie elettorali che ne snaturino le funzioni.
Per porre rimedio agli effetti negativi di questo perverso meccanismo elettorale che mortifica il diritto dei magistrati ad associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico alla composizione del proprio organo di autogoverno, le componenti della Magistratura hanno posto in essere, a seconda delle diverse sensibilità, diverse contromisure, fino ad introdurre in occasione della scorsa competizione elettorale delle vere e proprie elezioni primarie per la scelta dei candidati che dovevano essere proposti da parte dei gruppi al corpo elettorale.
La selezione dei candidati al C.S.M. ed il modello di consigliere eletto con il sostegno di Unità per la Costituzione.
Mentre le elezioni degli organi rappresentativi dell'A.N.M. rappresentano il momento in cui si misura il peso effettivo delle diverse aree culturali presenti in Magistratura, le elezioni per il rinnovo del C.S.M. costituiscono la sfida più importante per la sopravvivenza del pensiero libero in Magistratura, che deve avere modo di trovare le sue espressioni, non solo nel dibattito associativo, ma, principalmente, nell'ambito del circuito dell'autogoverno e nelle scelte concrete che i componenti del C.S.M. sono chiamati quotidianamente ad effettuare: scelte che, necessariamente, non possono non tener conto delle diverse impostazioni culturali dei gruppi dai quali i consiglieri provengono.
Oggi che si torna a parlare di sorteggio dei componenti del C.S.M., occorre ribadire che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini, ivi compresi i magistrati, il diritto di associarsi liberamente per perseguire scopi non vietati dalla legge, diritto al quale consegue la possibilità di concorrere, con metodi democratici, alla scelta dei propri rappresentanti in seno all'Istituzione consiliare. In questa direzione depongono anche fonti sovranazionali: in particolare la Raccomandazione del Consiglio d'Europa del 17/11/2010 stabilisce che: I giudici devono essere liberi di formare ed aderire ad organizzazioni professionali i cui obiettivi siano di garantire la loro indipendenza, tutelare i loro interessi e promuovere lo Stato di diritto….; prevedendo poi che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto nel rispetto del pluralismo esistente all'interno del sistema giudiziario.
Per questo abbiamo intrapreso una riflessione volta all'individuazione di un modello astratto di candidato al C.S.M., aprendo un confronto sul ruolo del sistema di autogoverno della Magistratura, sul rapporto dello stesso con le altre istituzioni del Paese e sulle interrelazioni che, comunque, devono continuare ad intercorrere fra circuito associativo e circuito istituzionale; la nostra riflessione si è spinta fino al tentativo di individuare le caratteristiche, umane e professionali, che tutti vorremmo riconoscere nel componente del C.S.M. eletto con il sostegno di Unità per la Costituzione.
Ciò in quanto, come sopra detto, abbiamo articolato il nostro dibattito interno sulla proposta di un modello di magistrato, al quale, riteniamo, debba conseguire un modello astratto di Consigliere del C.S.M. al quale i nostri candidati potranno rifarsi. Si tratta di un consigliere, fortemente calato nella realtà giudiziaria e professionalmente impegnato nel servizio giustizia, cresciuto nella dimensione associativa, che si nutre di cultura dell'autogoverno ed esercizio e tutela del potere diffuso; un consigliere che sappia essere intransigente sui contenuti, ma moderato nei toni e rispettoso verso tutti gli interlocutori che potrà incontrare nel suo altissimo mandato istituzionale; un consigliere che, come il giudice, sappia accettare e rispettare il primato della legge, anche se non gradita, interpretandola ed attuandola sempre, attraverso la normazione secondaria, secondo le direttrici segnate nella Costituzione; un consigliere che in ogni occasione sappia rifiutare qualsiasi forma di collateralismo proponendo, con autorevolezza, attraverso l'esercizio della funzione di amministrazione della giurisdizione, l'attuazione del modello costituzionale di giustizia; un consigliere che sappia, in forza dell'esperienza giudiziaria maturata, essere idealmente e fisicamente vicino ai problemi quotidiani dei magistrati, nella consapevolezza che ogni pratica attiene ad una parte importante della vita di un collega; un consigliere che sappia interpretare, con la propria testimonianza concreta, l'etica costituzionale del magistrato, che è etica del dover essere e del dovere operare con il metodo della Costituzione in una società in rapida e perenne trasformazione: ciò richiede apertura al dubbio sui propri convincimenti e disponibilità a confrontarsi con tutte le argomentazioni che vengono proposte nelle infinite fattispecie portate a conoscenza dell'organo di autogoverno, unita alla capacità di accettare le critiche che vengono rivolte al quotidiano esercizio della discrezionalità tecnica che presiede alle scelte operate; un consigliere, infine, che sappia ispirarsi ai valori della terzietà costituzionale, testimoniando, anche in sede di autogoverno, la necessaria separatezza dalla politica, che è connaturale alla funzione istituzionale della Magistratura e non può certo mancare in chi si trova ad esercitare, sia pure temporaneamente e per mandato elettivo, la funzione di vertice organizzativo del sistema giudiziario.
In una prima fase di questo percorso, sono state le articolazioni territoriali del nostro gruppo che hanno individuato le possibili candidature nelle diverse categorie; si è quindi, pervenuti, con il sacrificio di legittime aspirazioni personali e di esigenze di rappresentatività di importanti aree territoriali, sulla base di un percorso trasparente, ad una sintesi delle diverse designazioni. Nello specifico si è provato a coniugare un principio di rappresentatività territoriale per macro aree con i necessari limiti numerici di candidati da sostenere derivanti dalle storture del sistema elettorale vigente.
Personalmente, con i limiti personali e professionali derivanti dall'incarico direttivo che ricopro e del quale ho denunciato l'incompatibilità con il ruolo di segretario generale, quale responsabile politico del gruppo, prendendo atto della diversa volontà del Comitato di Coordinamento, sto infondendo, insieme a tanti altri, il massimo impegno di cui sono capace per affrontare questa sfida fondamentale che dovrà portare il gruppo all'elezione di sei componenti al C.S.M.
In questa direzione abbiamo pensato, insieme con gli amici della Segreteria nazionale ed i nostri candidati, di organizzare questo congresso attorno alle attuali dinamiche ed alle future prospettive del nostro organo di autogoverno. Così, accanto a momenti di libero dibattito sulle tematiche congressuali, la giornata di domani sarà articolata in tre forum nell'ambito dei quali proviamo ad aprire un confronto fra componenti in carica, candidati al C.S.M. e giovani magistrati sul sistema di governo autonomo della Magistratura, sulla professionalità e sulla responsabilità del magistrato.
L'autogoverno.
Il nostro sistema di autogoverno costituisce un esempio in tutta Europa ed un modello da esportare nei Paesi di nuova costituzione. Nella sua storia e nelle sue diverse composizioni, il C.S.M., esprimendo al suo interno oltre, alla componente laica di estrazione parlamentare, la rappresentanza delle diverse aree culturali esistenti in Magistratura, ha difeso il singolo giudice contro il predominio del governo e della politica; ha consentito ai magistrati di potere svolgere liberamente il proprio lavoro senza vincoli o pressioni, interne o esterne, all'Istituzione. Nel famoso contributo di Giuseppe Maranini "Magistrati o funzionari", con riguardo al C.S.M., tra l'altro, si diceva: " Se vogliamo una giustizia valida, occorre che nei Tribunali siedano uomini liberi, consapevoli delle loro libertà: uomini affrancati dalla speranza e dal timore". Al centro del sistema deve esserci sempre il magistrato, il quale, in conformità ai principi del potere diffuso, da soggetto passivo che agisce per lo più in conformità con gli orientamenti tradizionali seguiti dalla gerarchia, si trasforma in soggetto attivo direttamente coinvolto nelle dinamiche dell'autogoverno.
La Costituzione ha previsto una forte garanzia dell'indipendenza esterna della Magistratura dagli altri poteri dello Stato: un modello non burocratico di giudice, che è del tutto svincolato dal potere esecutivo e che, per tutto quanto concerne la sua carriera, si relaziona con il suo organo di autogoverno. Viceversa la Costituzione non ha regolamentato l'indipendenza interna del magistrato, disponendo che di essa fosse garante lo stesso C.S.M. Sia pure in presenza della previsione costituzionale dell'art.107 comma 3, secondo la quale i magistrati si distinguono solo per la diversità delle funzioni esercitate, permanevano in magistratura forti vincoli al conseguimento da parte di ogni magistrato di un'effettiva indipendenza interna, sia con riguardo rapporto gerarchico che è continuato ad esistere per molti anni in Magistratura dopo l'entrata in vigore della Costituzione ed al conseguente condizionamento della carriera da parte dei superiori, sia con riferimento all'attività interpretativa delle norme di legge, cioè all'essenza del lavoro del giudice, che pure subiva condizionamenti da parte delle giurisdizioni superiori. Il C.S.M. nel corso degli anni si è fortemente impegnato per il superamento di tali vincoli, rendendo concreto il modello di giudice disegnato nella Costituzione.
Oggi è profondamente cambiato, rispetto al passato, il ruolo che deve ricoprire il governo autonomo della Magistratura: l'attenzione deve essere centrata molto più sull'indipendenza interna del magistrato, oltreché sull'indipendenza esterna dello stesso. Se nel corso degli anni l'attenzione delle varie consiliature, specie le prime e poi ancora di più quelle succedutesi negli anni caratterizzati dall'attacco allo stato democratico da parte del terrorismo e della criminalità organizzata, l'attività del C.S.M. era, in prevalenza, volta a tutelare l'autonomia e l'indipendenza del magistrato da attacchi, influenze o anche solo interferenze provenienti dal mondo esterno alla Magistratura, oggi, l'attenzione deve essere sempre più rivolta verso tutte quelle forme di condizionamento che possono provenire dall'interno del sistema giudiziario.
Occorre, a mio avviso, riflettere con attenzione e verificare concretamente nella quotidiana attività consiliare se i nuovi sistemi introdotti di valutazione della professionalità del magistrato, di selezione della classe dirigente, di repressione delle condotte funzionali ed extra funzionali poste in essere in violazione del codice disciplinare, di formazione iniziale e permanente, e l'elenco potrebbe continuare, siano effettivamente rispettosi dell'autonomia e dell'indipendenza del singolo magistrato; occorre interrogarsi se tali sistemi siano in grado di evitare, con le lusinghe della reintrodotta carriera, il rischio di omologazione della giurisprudenza verso modelli di azione e di comportamento imposti dai vertici del sistema giudiziario o, peggio ancora, da poteri esterni alla Magistratura. Appaiono oggi quanto mai attuali le parole di Piero Calamandrei in ordine ai pericoli della carriera che rischia di trasformarsi in un verovulnusall'autonomia ed all'indipendenza del singolo magistrato: <<La carriera rischia di diventare [...] l'assillo sempre presente nel subcosciente del magistrato: assillo che diventa ossessione in quei periodi critici della sua vita in cui egli è prossimo a raggiungere l'anzianità necessaria per aspirare alla promozione [...]; e poiché la promozione cui aspira dipende dal giudizio demandato a una commissione di magistrati di grado superiore che dovranno valutare i 'titoli' dell'aspirante (consistenti per lo più nelle sentenze da lui redatte)», ecco che, «quando si avvicina il periodo dello scrutinio», il magistrato, «più che di fare oscuramente il dover suo negli uffici meno appariscenti ma più essenziali per il buon funzionamento della giustizia (come sarebbe l'ufficio di giudice istruttore nei processi penali), è tratto a preferire le mansioni che più gli daranno occasione di fabbricarsi "titoli" idonei a metterlo in bella luce presso i suoi futuri esaminatori. Questa è la ragione per la quale accade che i giudici prossimi alla promozione abbiano la tendenza a redigere la motivazione delle loro sentenze in forma di dissertazioni scientifiche, miranti a mettere in mostra la loro dottrina: sanno infatti che per la promozione quello che conta sono le sentenze dotte, non le sentenze giuste» (P. Calamandrei, Processo e democrazia, Padova 1954).
Questi pericoli devono essere sempre ben presenti nella mente di coloro che aspirano al prestigioso ruolo di componenti del C.S.M.; difatti oggi governo autonomo della Magistratura, in un'epoca di globalizzazione e massificazione, deve significare, in primo luogo, tutela del potere diffuso, del potere giudiziario che viene esercitato in maniera diffusa, nel senso che di esso sono titolari, allo stesso modo, il primo presidente della Corte di Cassazione e l'ultimo M.O.T. che ha appena assunto le funzioni giurisdizionali, ivi compresi i magistrati che svolgono funzioni requirenti.
Il sistema di governo autonomo della Magistratura è conseguenziale al principio del potere diffuso, alla legittimazione diffusa del potere giudiziario, in forza della quale i singoli organi giudiziari esercitano le loro funzioni in una situazione di indipendenza costituzionalmente garantita. Per questo Unità per la Costituzione è impegnata, attraverso i suoi candidati, nel fare crescere nella Magistratura una cultura di autogoverno diffuso: tutti i magistrati devono potere partecipare in modo consapevole al circuito dell'autogoverno attraverso la discussione ed il confronto con i nostri rappresentanti ed in tale direzione fondamentali sono le sinergie che si riescono a costruire fra Associazione ed Istituzione. Ed ancora il C.S.M. dovrà, in ogni occasione privilegiare un'interpretazione della normativa ordinamentale facendo sempre riferimento a quel modello, al quale sopra ho fatto riferimento, di ispirazione costituzionale, rifuggendo da qualsiasi logica burocratico aziendalista. Anche nell'esercizio delle funzioni di componenti del C.S.M. i nostri rappresentanti sapranno essere fedeli ai pilastri fondanti del nostro patto sociale che, per quanto riguarda la giurisdizione, vanno individuati nel potere diffuso e nella distinzione dei giudici soltanto per diversità di funzioni esercitate.
E' necessario instaurare una corretta dialettica fra la dirigenza del gruppo ed i nostri rappresentanti al C.S.M., al fine di coniugare il rispetto delle prerogative del governo autonomo della Magistratura con la necessita di assicurare una linea politica, interpretata dalla Segreteria Nazionale, idonea a testimoniare la coerenza fra i valori predicati e le scelte concrete effettuate di volta in volta nelle dinamiche istituzionali. Ritengo a questo fine necessario, non solo uno scambio reciproco in occasione dei vari momenti di vita associativa, ma anche una costante attività di informazione da parte dei colleghi che vivono all'interno dell'Istituzione, coinvolgendo anche i magistrati segretari e quelli dell'ufficio studi, in ordine a tutte quelle tematiche, in particolare quelle di carattere ordinamentale, che possono avere una ricaduta politica sulle scelte della corrente.
Attraverso queste opportune sinergie culturali fra la componente istituzionale e la dimensione associativa si ritiene debba contribuirsi a costruire, con l'autorevole contributo fornito da chi nell'istituzione vive, la linea politica del gruppo sulle tematiche dell'autogoverno. E' questo il modo per recuperare la centralità del dibattito associativo sul ruolo del giudice e sul funzionamento del sistema dell'autogoverno consentendo a chi ha responsabilità istituzionali di indicare delle linee guida sulle quali deve crescere quel laboratorio di idee che negli anni è stata Unità per la Costituzione. Questo vuole essere il nostro modo di fare corrente, che significa fare politica anche nelle Istituzioni, cosa ben diversa dal correntismo di cui tanto si parla.
La professionalità dei magistrati.
Al C.S.M. compete assicurare un'adeguata professionalità dei magistrati a tutti i livelli della giurisdizione. Difatti la professionalità rappresenta una condizione della legittimazione democratica dell'attività giurisdizionale e pertanto essa deve sussistere a livello diffuso: ciò in quanto il cittadino non ha la possibilità di scegliersi il giudice, anzi ciò è espressamente vietato in base al principio di precostituzione del giudice. Per questo il cittadino ha diritto a che lo Stato gli assicuri la professionalità del giudice e questa è una delle funzioni istituzionali più importanti assegnate dalla Costituzione al C.S.M. La professionalità rappresenta infatti il vero presidio posto a tutela dell'autonomia e dell'indipendenza del giudice e di essa è e deve restare garante il C.S.M.
Occorre evitare che le valutazioni di professionalità si trasformino in procedure burocratiche che non consentono affatto di favorire la crescita professionale dei magistrati.
Professionalità significa in primo luogo consapevolezza della fondamentale funzione che, a qualsiasi livello, si è chiamati ad esercitare: l'esercizio della giurisdizione costituisce, appunto, la concreta esplicazione dell'attività del potere giudiziario, destinata a svolgersi in modo diffuso. Ma a ciò deve accompagnarsi in ogni magistrato, in particolare in quelli che svolgono funzioni requirenti, un altrettanto fondamentale consapevolezza dei limiti individuali nell'ambito dei quali deve svolgersi la propria funzione, limiti fissati, non soltanto dal rigoroso rispetto delle regole, ma anche da canoni non scritti di serenità, riservatezza ed equilibrio, che portano necessariamente a rifuggire da qualsiasi forma di protagonismo personale o dall'assunzione di missioni improprie.
Da più parti viene segnalata la necessita di uniformare le regole di funzionamento dei consigli giudiziari, con particolare riguardo all'espressione da parte degli stessi di tutti quei pareri destinati ad incidere sulla progressione in carriera del magistrato; a questo fine appare quanto mai auspicabile che il prossimo consiglio avvii uno studio comparativo delle diverse esperienze al fine di pervenire all'adozione di una normativa uniforme a livello nazionale.
Deve poi anche in questa sede ribadirsi come un qualsiasi parere procedimentalizzato degli organismi di rappresentanza territoriale dell'Avvocatura sulle valutazioni di professionalità dei magistrati potrebbe produrre un effetto distorsivo delle corrette dinamiche processuali, oltre che un'evidente lesione al principio di autonomia e di indipendenza della Magistratura. Del resto ogni fatto rilevante ai fini della valutazione della professionalità del magistrato che sia noto all'Avvocatura può essere tranquillamente portato a conoscenza degli organi del circuito dell'autogoverno locale e nazionale attraverso il potere di segnalazione già previsto proprio in tema di valutazioni di professionalità e conferma dei dirigenti negli incarichi direttivi e semidirettivi dall'art. 11 comma 4 lett. f d. lgs. N. 160 del 2006. La suddetta norma prevede, infatti, il potere specifico dei Consigli dell'Ordine degli Avvocati di fare pervenire al Consiglio giudiziario segnalazioni relative al magistrato sottoposto a valutazione di professionalità in ordine a fatti specifici incidenti sulla professionalità con particolare riguardo a situazioni eventuali concrete ed oggettive di esercizio non indipendente della funzione ed ai comportamenti che denotino evidente mancanza di equilibrio o di preparazione giuridica. Questa previsione rappresenta un giusto punto di equilibrio raggiunto fra opposte esigenze: da un lato ampliare le fonti di conoscenza per pervenire a valutazioni di professionalità effettive prevedendosi la partecipazione, in forma appropriata, attraverso i relativi organismi di rappresentanza territoriale, di quei professionisti del mondo della giustizia che con noi quotidianamente interloquiscono; da un altro lato quella di tutelare, in momento delicato della carriera, l'indipendenza interna del magistrato sottoposto a valutazione e l'indipendenza esterna della Magistratura nel suo complesso destinata a trovare attuazione attraverso il circuito del governo autonomo.
Una procedimentalizzazione dell'intervento in questa materia dell'Avvocatura con l'attribuzione alla stessa di poteri consultivi nel procedimento di valutazione della professionalità del magistrato rappresenterebbe un vulnus gravissimo all'autonomia ed all'indipendenza della Magistratura. Incidentalmente si osserva che il sistema giustamente non prevede nessuna forma di reciprocità, non intervenendo in alcun modo la Magistratura nei sistemi di selezione, valutazione e formazione della classe forense. Ed anche sul cosiddetto diritto di tribuna, prassi attualmente praticata in diverse realtà giudiziaria, ritengo del tutto inappropriata una sua regolamentazione normativa, essendo preferibile lasciare liberi i Consigli Giudiziari di determinarsi autonomamente in ordine alla partecipazione a tutte le sedute da parte degli avvocati. Una regolamentazione troppo rigida di tale facoltà potrebbe scontrarsi con la variegata realtà dei nostri distretti giudiziari nell'ambito dei quali ancora molto diversificati sono i rapporti fra Magistratura ed Avvocatura.
Un'analoga contrarietà deve esprimersi con riguardo al tema ancora più insidioso perché interno alla Magistratura delle valutazioni incrociate e come si usa oggi dire dell'ufficio "dirimpettaio". Al riguardo non posso omettere di rimarcare come la pessima idea sia nata all'interno di noi stessi ed in particolare in seguito ad un quesito posto al C.S.M. da parte di un Procuratore in ordine ad una prassi dallo stesso avviata di chiedere ai giudici per le indagini preliminari ed ai giudici del dibattimento notizie inerenti la professionalità di un magistrato del suo ufficio. È questo un tipico caso di inquinamento della normale dialettica processuale che deve intercorrere sulla base delle sole norme di legge fra il giudice ed il P.M., essendo del tutto fuori dal sistema la possibilità di rilasciare da parte del giudice pagelle sulle modalità di sostenere l'accusa da parte del magistrato del P.M., come anche la reciproca possibilità per il P.M. di esprimere valutazioni sulla professionalità del suo giudice. Gli spazi di interazione fra giudice e magistrato del P.M. sono quelli della motivazione dei provvedimenti giudiziari per il primo e della facoltà di impugnazione per il secondo; crearne di nuovi significherebbe alterare i difficili equilibri del processo penale venendosi ad incidere anche sul rapporto di parità processuale che deve sussistere fra la parte pubblica e quelle private.
Strettamente legato al tema della professionalità è quello, caro al mondo associativo, della rivendicazione da parte dei magistrati di condizioni di lavoro adeguate alla dignità ed all'importanza delle funzioni che siamo chiamati ad esercitare. Il C.S.M. deve farsi carico di delle riflessioni maturate in ambito associativo, impegnandosi affinché ai magistrati italiani sia assicurato il diritto dovere di riflettere. Ciò in quanto le decisioni sui diritti e le liberta dei cittadini o quelle che influiscono sul sistema economico e sulla vita delle imprese richiedono tempi incomprimibili dettati dal dovere di riflessione ed approfondimento giuridico posti a garanzia della qualità e dell'efficacia della risposta giudiziaria. Pur essendo la cultura dell'organizzazione da anni un valore praticato quotidianamente, occorre sempre ricordare che gli uffici giudiziari non sono aziende; le logiche gestionali devono consentire di realizzare una risposta giurisdizionale equilibrata fra quantità e qualità, cosi da scongiurare il rischio di scadere in una produttività senza qualità, che finirebbe per danneggiare il cittadino, destinatario del servizio giustizia.
La qualità della giurisdizione deve essere una rivendicazione della Magistratura associata, di Unita per la Costituzione; deve diventare un terreno comune sul quale confrontarsi con l'Avvocatura. Ho parlato in diverse occasioni del diritto/dovere dei magistrati di potere offrire, grazie al loro impegno, ma non solo, un servizio giustizia di qualità; ciò deve essere reso possibile, non solo dall'azione del Legislatore e del Ministro guardasigilli, ma anche dal nuovo ruolo che, nel corso degli anni, ha assunto il C.S.M., quale organo di governo autonomo della Magistratura deputato all'esercizio, in posizione di vertice, della funzione di Amministrazione della giurisdizione.
6.1. La formazione.
Per realizzare e rendere concreti questi principi è assolutamente necessario costruire, nell'ambito delle rispettive competenze e nel rispetto delle prerogative costituzionali dell'organo di autogoverno, un nuovo rapporto con la Scuola Superiore della Magistratura, spesso sentita, specie nel passato, in una posizione meramente referenziale e competitiva rispetto alle attribuzioni del C.S.M.
Meritano oggi di essere maggiormente valorizzate le forme di collegamento fra C.S.M. e S.S.M. con particolare riferimento sia alla formazione iniziale che a quella permanente. Il collegamento fra scuola ed autogoverno deve andare al di la dell'elaborazione da parte del C.S.M. delle linee guida sulla formazione; nel rispetto assoluto dell'autonomia scientifica della Scuola, il C.S.M. deve essere posto nelle condizioni di potere, quotidianamente, verificare se i moduli formativi prescelti siano funzionali al modello di magistrato voluto dalla Costituzione, di cui è e deve rimanere custode solo l'organismo di autogoverno della Magistratura. Questo perché al C.S.M. compete, per dettato costituzionale, di individuare il modello di magistrato da formare, che comporta fornire allo stesso la cultura generale necessaria per capire il senso della giurisdizione; alla Scuola spetta, invece, rendere concreto tale modello attraverso specifiche attività di formazione rivolte a fornire ai magistrati la cultura tecnico specialistica che serve per decidere il singolo caso concreto.
Ed inoltre la formazione non è solo aggiornamento, ma momento idoneo a fare maturare nei magistrati la consapevolezza del ruolo e del valore costituzionale della funzione esercitata. In tale direzione la partecipazione alle attività della Scuola costituisce certamente un momento di crescita culturale dei magistrati e perciò risulta essenziale il raccordo fra le attività formative e le funzioni di autogoverno della Magistratura, onde evitare il rischio della creazione di forme di omologazione e subalternità rispetto a modelli interpretativi ed a prassi operative che sono stati proposti in sede di formazione in modo del tutto avulso dal circuito dell'autogoverno; mi riferisco in particolare al corso abilitante alla dirigenza che, alla luce delle prassi ormai consolidatesi all'interno della S.S.M., rischia di potere determinare dei condizionamenti esterni sulle scelte che competono al C.S.M.; questo corso, che si ripete ormai diverse volte all'anno, essendo obbligatoria la partecipazione allo stesso per potere presentare una domanda di conferimento di incarichi direttivi, è stato finora appaltato a soggetti estranei alla giurisdizione e per nulla coinvolti nelle effettive dinamiche della direzione di un ufficio giudiziario.
6.2. La nomina dei dirigenti.
Il C.S.M. in carica si è molto impegnato sulla tematica del conferimento degli incarichi direttivi, non solo per le numerose nomine effettuate, ma in particolare per l'adozione di un nuovo testo unico sulla dirigenza degli uffici giudiziari. Sono stati fissati dei criteri di carattere oggettivo, individuati coniugando le esigenze di formazione generale e quelle di specializzazione, il tutto con la finalità di riempire di contenuto chiaro ed immediatamente percepibile la discrezionalità amministrativa che deve guidare la scelta. Il risultato raggiunto rappresenta un buon compromesso fra le esigenze di predeterminazione dei criteri selettivi ed il margine di discrezionalità che deve sempre rimanere in capo al C.S.M. nella scelta delle persone da destinare ai vertici degli uffici giudiziari.
Con tutti i limiti derivanti da scelte discrezionali più o meno condivisibili, fin dall'entrata in vigore delle riforma del 2006 i Consigli che si sono succeduti hanno provato ad individuare per ogni incarico, non il più bravo in assoluto, ma il più adatto a rispondere alla specifica capacità organizzativa necessaria per gestire l'ufficio in questione. Il tutto anche nella consapevolezza che lo status di dirigente non costituisce più un livello professionale che, una volta acquisito, non può essere dismesso. Al contrario vige da tempo ormai il principio della temporaneità assoluta nel senso che l'incarico dura normalmente quattro anni; se il titolare ha bene operato potrà essere confermato fino ad otto anni, ma al decorso di tale termine dovrà necessariamente dismettere l'incarico e, se non avrà ottenuto una nuova nomina, rimarrà in servizio nello stesso ufficio, perdendo l'esercizio delle funzioni direttive o semidirettive.
Tutto ciò non deve essere interpretato come un declassamento o una retrocessione in conseguenza della perdita dell'incarico direttivo o semidirettvo, quanto, invece come una prima effettiva valorizzazione della configurazione costituzionale della Magistratura, quale ordine non strutturato gerarchicamente ed all'interno del quale i magistrati si distinguono soltanto per funzione.
Del resto ciò consente di considerare l'incarico direttivo come unmunus cioè un incarico di servizio che il magistrato, giudicato idoneo dal C.S.M., deve offrire alla giurisdizione: il magistrato dirigente dovrà farsi carico di quegli oneri amministrativi, propri del circuito dell'autogoverno, prendendo parte alla cosiddetta funzione di amministrazione della giurisdizione, di cui, appunto, è titolare il C.S.M.
Occorre poi ricordare che la scelta del legislatore in favore della temporaneità degli incarichi direttivi rappresenta un momento fondamentale per dare effettiva attuazione ai principi di autonomia e indipendenza interna, cioè quella che garantisce il singolo magistrato all'interno dell'ufficio in cui è chiamato ad operare nella prospettiva di evitare incrostazioni di potere e personalismi. In tal senso, da un lato la temporaneità persegue lo scopo di responsabilizzare i magistrati titolari di incarichi direttivi o semidirettivi sottoponendoli ad una valutazione per accertare, sulla base del servizio prestato e dei risultati conseguiti, l'idoneità degli stessi a continuare a svolgere la relativa funzione; da un altro lato con essa si vuole limitare nel tempo la possibilità di svolgimento della relativa funzione nel medesimo ufficio, al fine proprio di prevenire il formarsi di possibili incrostazioni.
Il lavoro iniziato da questo Consiglio deve ancora proseguire nella direzione di costruire degli astratti percorsi di carriera che possano guidare i magistrati nelle loro scelte professionali e che forniscano dei dati di valutazione di carattere oggettivo utilizzabili poi nelle comparazioni fra più aspiranti per il medesimo posto. Ciò detto occorre ribadire che la scelta del dirigente da nominare non dovrà mai risolversi in una sommatoria di indicatori, in quanto il C.S.M., se non vuole abdicare alle proprie prerogative costituzionali, dovrà continuare a fare le sue scelte sulla base di un'interpretazione complessiva ed integrata dei criteri di selezione.
Si tratta sicuramente di un percorso difficile, da poco iniziato nell'ambito del quale occorre ancora intervenire con adattamenti e messe a punto in una direzione che non consente inversioni di rotta. In questo percorso tutti dobbiamo sentirci coinvolti per conseguire l'obiettivo di migliorare la qualità del nostro autogoverno, senza mai dimenticare che chi chiede di fare parte del C.S.M. non può non avere a cuore le sorti ed il prestigio della Magistratura, entrambi strettamente legate al buon andamento dell'amministrazione della giustizia. Basta questa affermazione per chiedere a tutti i consiglieri di votare ogni delibera sulla base di criteri oggettivi, prescindendo da vincoli di appartenenza perseguendo sempre e solo l'interesse collettivo ed il bene comune.
6.3. L'accesso in Magistratura.
I tempi sono sicuramente maturi per rivedere la disciplina dell'accesso in Magistratura. Da un lato, sotto un profilo tecnico, in conseguenza dell'abbassamento del limite dell'età pensionabile e del lungo percorso che i giovani laureati devono seguire prima di potere partecipare al concorso, i nuovi magistrati rischiano, con le regole vigenti, di non potere raggiungere l'anzianità minima per potere conseguire il trattamento pensionistico. Da un altro lato poi occorre rendere nuovamente appetibile per i migliori laureati la carriera magistratuale, evitando che gli stessi possano indirizzarsi verso altri percorsi professionali meglio retribuiti ed accessibili in tempi più rapidi.
Ma in proposito non ritengo condivisibile la proposta avanzata dalla Commissione Vietti che ipotizza solo per i laureati con il massimo dei voti un accesso anticipato al concorso in Magistratura rispetto alla generalità dei concorrenti; ciò verrebbe a determinare un'inammissibile disparita di trattamento fra gli aspiranti magistrati conseguente alle spesso molto divergenti metodiche valutative attuate nelle diverse università italiane.
Ancora occorre riflettere sugli effetti prodotti nella categoria magistratuale dall'innalzamento dell'età di accesso in carriera che varia dai 5 ai sette anni in più rispetto ai tempi in cui per accedere al concorso in Magistratura era sufficiente la laurea in giurisprudenza.
L'esercizio del potere disciplinare persegue lo scopo di garantire una forma di controllo pubblico sulla deontologia dei magistrati; esso, infatti, ha ad oggetto non solo l'attività funzionale, ma anche quella posta in essere dal magistrato fuori dall'esercizio delle proprie funzioni, quando si risolva in condotte incompatibili con lo status di magistrato o che comunque comportino una strumentalizzazione delle funzioni giudiziarie per fini ad esse estranei. Ciò in quanto costituisce un'esigenza fondamentale dello Stato assicurare che le funzioni giurisdizionali, o per meglio dire giudiziarie, dovendosi includere in esse tutte le funzioni svolte dagli appartenenti all'ordine giudiziario, che tanto possono incidere sui diritti dei cittadini, siano esercitate da soggetti che assicurino il rispetto dei doveri fissati per la prima volta dal legislatore nel catalogo contenuto nell'art. 1 d. lgs. 109/1990.
Difatti, al di là degli strumenti processuali previsti dai codici di rito, che mirano ad assicurare l'imparzialità del giudice, il sistema disciplinare dei magistrati è posto a presidio della correttezza, del prestigio, dell'autorevolezza della funzione giurisdizionale, bene oggi quanto mai fondamentale nell'organizzazione dello stato democratico anche in considerazione del ruolo crescente assunto dal giudice nelle moderne società, caratterizzate sempre più da un perenne processo di creazione di un ordinamento giuridico costituito da una pluralità di fonti normative, nell'ambito delle quali si rivela sempre più fondamentale l'attività d'interpretazione.
In tal senso deve ritenersi che la materia disciplinare non appartiene esclusivamente al corpo professionale della magistratura, in quanto il prestigio dell'ordine giudiziario ed il corretto svolgimento delle funzioni giudiziarie sono patrimonio della generalità dei cittadini, come avviene per l'indipendenza della magistratura.
La tematica degli illeciti disciplinari, per come è stata regolamentata dal legislatore nel 2006 e per come quelle norme sono state applicate dalla sezione disciplinare, deve formare oggetto di costante attenzione e studio sia in ambito istituzionale che in ambito associativo. Nel passato si sono registrate interpretazioni troppo rigide di alcune regole del codice disciplinare, in particolare quelle relative al ritardo nel deposito dei provvedimenti giudiziari; ciò ha incentivato comportamenti puramente difensivi da parte dei magistrati, che, alla fine, hanno sicuramente nuociuto alla resa di giustizia.
Se, in seguito ad alcune illuminate decisioni delle sezioni unite civili della Corte di Cassazione, può dirsi che l'emergenza delle condanne da parte della sezione disciplinare in materia di ritardi sia ad oggi superata, da semplice operatore ed osservatore della giurisprudenza disciplinare registro che è sorta una nuova emergenza nel senso che, laddove vengono contestati illeciti disciplinari comunque connessi alla protrazione della privazione, anche solamente virtuale, della liberta personale, la condanna può dirsi pressoché scontata, essendo lasciato poco spazio all'esame dell'aspetto soggettivo nell'ambito del quale è maturata la condotta ritenuta di rilievo disciplinare.
Ed a questo riguardo si impone una rimeditazione del tema dell'elemento psicologico nell'illecito amministrativo, quale è appunto l'illecito disciplinare alla luce della constatazione che il legislatore non ha ritenuto di definire in alcun modo il coefficiente psicologico della responsabilità disciplinare del magistrato; ciò comporta che generalmente in termini pratici si ritiene che l'illecito possa essere integrato, da un punto di vista soggettivo, indifferentemente dal dolo o dalla colpa, ma mai a titolo di responsabilità oggettiva; in realtà il tenore letterale di alcune delle fattispecie disciplinari tipiche, facendo riferimento ora ad una condotta diretta a …, ora all'intenzionalità o alla consapevolezza della condotta, ora a grave ed inescusabile negligenza, fornisce chiare indicazioni sulla connotazione dell'elemento psicologico dell'illecito. In alcuni casi è richiesta la colpa grave, come nei casi di ignoranza o negligenza inescusabile, in altri casi occorre il dolo come nel caso della consapevole inosservanza dell'obbligo di astensione. Appare, al riguardo, auspicabile una maggiore attenzione da parte dell'interprete al coefficiente psicologico che deve comunque supportare l'elemento oggettivo dell'illecito disciplinare, essendo, in molte situazioni, il magistrato chiamato a rispondere di situazioni che trascendono completamente da qualsiasi possibilità di controllo.
Sotto un altro angolo visuale, poi sono rimaste al di fuori del controllo disciplinare tutta una serie di condotte senz'altro più pregiudizievoli per l'ordine giudiziario rispetto a molte di quelle fino ad oggi perseguite.
Pur essendo stata recentemente ritoccata sul punto la normativa secondaria, è tuttora necessaria una maggiore specificazione dei confini dell'accertamento della responsabilità disciplinare con riguardo all'incidenza della stessa sulle valutazioni di professionalità e in genere sulla "carriera" del magistrato; ciò nell'ottica di evitare qualsiasi automatismo fra giudizio disciplinare e valutazioni di professionalità.
Collegato al tema del disciplinare è quello dell'allargamento, per via legislativa o attraverso la normazione secondaria, delle ipotesi di trasferimento di ufficio ex art. 2 legge delle guarentigie. Come noto oggi il trasferimento d'ufficio è possibile solo se l'incompatibilità non sia stata determinata da un comportamento colpevole del magistrato. Si propone, appunto, di escludere la clausola di non applicabilità della norma ai casi determinati da colpa. Sono indubbi gli aspetti positivi che un tale intervento normativo potrebbe determinare: l'introduzione della possibilità di rimuovere tempestivamente dal suo ufficio un magistrato anche quando la situazione di incompatibilità sia stata determinata da un comportamento colpevole dello stesso. Ma appare ragionevole sollevare anche dei seri dubbi in ordine all'opportunità di un tale intervento normativo: difatti sono previsti altri istituti che consentono, in presenza dell'accertamento rigoroso della sussistenza di determinati presupposti, la rimozione del magistrato dalla propria sede e/o dalle proprie funzioni. Ciò ha giustificato il ridimensionamento dell'istituto del trasferimento per incompatibilità ambientale.
Occorre, infine, essere consapevoli che il tema della responsabilità del magistrato, per via degli interventi delle Corti europee, ha assunto una dimensione sovra nazionale. Cosi da un lato la giurisprudenza della sezione disciplinare e delle sezioni unite della Corte di Cassazione sui ritardi nel deposito dei provvedimenti giudiziari, cui sopra ho fatto cenno, è figlia della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'irragionevole durata dei processi. Da un altro lato il recente intervento normativo in tema di responsabilità civile è scaturito, sia pure in un'ottica politica altamente strumentalizzata, dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea sulla responsabilità dello Stato da "atto interpretativo".
7.1. Il rapporto fra C.S.M. ed A.N.M.
Il C.S.M. in carica è da tempo impegnato in un percorso di autoriforma finalizzato a migliorare la qualità del nostro autogoverno ed in particolare ad offrire una leggibilità e trasparenza delle decisioni che al suo interno vengono assunte, cosi contribuendo a superare quel tormentato rapporto, a volte strumentalmente stimolato, fra la dimensione associativa e quella istituzionale.
Certo le decisioni del C.S.M. possono e debbono essere criticate; ma occorre sempre muoversi evitando di delegittimare l'Istituzione e con essa l'intero sistema di autogoverno, che, se non deve subire pressioni dall'esterno, a maggior ragione deve essere immune da influenze provenienti dal suo interno, sia che si tratti dell'A.N.M. e delle sue correnti o che si tratti di istanze provenienti da singoli magistrati. Rientrano nella fisiologia dell'Istituzione anche accese polemiche che possono nascere in ordine alle tematiche affrontate dal Consiglio; esse, ove non travalichino i limiti della correttezza democratica, rappresentano un sintomo di vitalità politico culturale dell'Istituzione.
Se in relazione ad una determinata pratica si prospettano più opzioni interpretative, il C.S.M. è tenuto, in scienza e coscienza a sceglierne una; i magistrati e le loro associazioni potranno certo criticare la scelta effettuata, ma richiedere, da parte dell'A.N.M., l'annullamento in autotutela della delibera assunta è soltanto pura demagogia: trattasi, infatti, di una richiesta che non potrà mai trovare accoglimento perché destituita di qualsiasi fondamento giuridico, non essendo assolutamente ipotizzabile l'illegittimità del provvedimento adottato che, unita all'interesse pubblico per procedere all'annullamento dell'atto, costituiscono i requisiti essenziali per l'esercizio del potere di autotutela.
Per queste ragioni ritengo che l'A.N.M. non debba entrare, attraverso qualsiasi organismo od osservatorio di sorta, nelle polemiche spicciole che, fisiologicamente, discendono dalle singole nomine, ma debba, invece, essere quotidianamente impegnata a costruire un corretto rapporto fra dimensione associativa e circuito istituzionale dell'autogoverno. Al di là del merito delle scelte effettuate, che è rimesso alla valutazione dei singoli, i quali ove si ritengano lesi dalle scelte effettuate, possono rivolgersi al giudice amministrativo anziché scrivere sulle mailing list, l'azione associativa deve tutelare l'autonomia decisionale del C.S.M.; essa rappresenta l'espressione della volontà di un organo collegiale che può essere chiamato a decidere secondo logiche di maggioranza e di opposizione; occorre disincentivare fenomeni di ribellione dal basso rispetto alle scelte effettuate, perché in questo modo l'unico effetto è quello della delegittimazione dell'Istituzione con danno al prestigio dell'intera magistratura e non solo del singolo magistrato beneficiato o danneggiato dalle scelte consiliari. Su queste linee ritengo debba provarsi a ricostruire il dibattito in sede associativa sui temi consiliari.
Occorre poi ribadire la necessità di una netta separazione fra l'attività associativa e quella istituzionale. Se l'associazionismo rappresenta tuttora una palestra all'interno della quale esercitare la cultura dell'autogoverno e quindi fare maturare le migliori professionalità che intendono proporsi ai colleghi per un servizio nelle Istituzioni, chi è eletto al C.S.M. rappresenta l'istituzione intera e non il gruppo che lo ha espresso. Ed i gruppi associativi devono imparare a rispettare, com'era nel passato, l'autonomia decisionale, voluta dal costituente, del C.S.M. evitando critiche che trasmodano in vere e proprie delegittimazioni delle scelte operate.
Inoltre dobbiamo avere il coraggio di rivendicare la nostra diversità rispetto a quei gruppi che interpretano l'impegno associativo esclusivamente come un trampolino di lancio per candidature al C.S.M.; in questa direzione è necessario assicurare una netta separazione fra l'attività associativa e l'impegno nel circuito dell'autogoverno, evitando travasi diretti, senza soluzione di continuità, dall'organo di rappresentanza associativa dei magistrati all'istituzione consiliare. Ciò al fine di assicurare la credibilità dell'impegno associativo che deve essere svolto con spirito gratuito e volontario nell'esclusivo interesse dei colleghi, evitandosi qualsiasi strumentalizzazione in vista di, pur legittime, aspirazioni personali o di gruppo.
Eravamo e siamo tuttora contrari, quindi, all'introduzione di specifiche ipotesi di incandidabilità per i rappresentanti dell'A.N.M., che peraltro non potrebbero che avere un valore di impegno morale e tuttavia abbiamo da tempo seguito un percorso che ci ha portato ad escludere la possibilità di selezionare i candidati al C.S.M. tra nostri rappresentanti in A.N.M.
Il nostro impegno per il prossimo C.S.M.
In occasione delle prossime elezioni, Unita per la Costituzione ha ritenuto di dovere seguire un percorso, al quale ho fatto già cenno, fondato sulla responsabilità delle scelte: ha selezionato i suoi candidati, partendo dal basso e coinvolgendo nelle decisioni tutti i territori e gli uffici giudiziari e prendendo come base di riflessione il modello di giudice strettamente collegato al modello di consigliere del C.S.M. I nostri candidati, durante questo congresso, avranno modo di esprimere le proprie idee, illustrare il nostro programma che si propongono di attuare quando faranno parte, se otterranno la fiducia dei colleghi, dell'Istituzione consiliare. In quella sede, nel rispetto della loro autonomia decisionale, saranno chiamati a tradurre in scelte operative i valori elaborati in sede associativa.
I nostri candidati, selezionati nell'ambito di un comune progetto culturale e sulla base di un patto di politica nazionale, saranno in grado, una volta eletti, di raggiungere, in occasione di ogni scelta, una sintesi condivisa, rinunciando anche alle proprie prerogative in un'ottica di conseguimento di risultati in vista di interessi superiori. È vero che si è chiamati ad essere "Istituzione"uti singuli, ma si deve anche pensare che nell'Istituzione, si fa politica della giurisdizione e ciò comporta il rispetto dello spirito di gruppo che deve necessariamente portare alla condivisione delle scelte. E su questo terreno vi è ancora tanta strada da fare per superare i nostri egoismi personali ed intendere veramente il mandato consiliare come un servizio ai magistrati, alle Istituzioni, al Paese.
Unità per la Costituzione è impegnata nel proseguire il percorso di autoriforma del C.S.M. già avviato nella consiliatura in atto con importanti interventi nell'ambito della normativa secondaria, ai quali ho parzialmente fatto cenno ed ai quali deve aggiungersi l'approvazione di un nuovo regolamento interno che, riaffermando la centralità dell'assemblea plenaria, ha apportato significati miglioramenti nello svolgimento quotidiano dell'attività consiliare. In tale direzione Unità per la Costituzione è consapevole e supporta la profonda trasformazione in atto nel ruolo del sistema di governo autonomo della Magistratura, sempre più impegnato in attività di impulso e sostegno dell'efficienza degli uffici giudiziari, attraverso la diffusione dellebest practicese nella valorizzazione delle capacita organizzative.
Unità per la Costituzione segue con attenzione i lavori che si svolgono nell'ambito dell'Osservatorio nazionale permanente sull'esercizio della giurisdizione costituito dal C.N.F. in attuazione di quanto previsto nella legge di riforma dell'ordinamento forense con compiti di analisi e di proposta, organismo al quale partecipa il C.S.M., ritenendo quanto mai opportuno, come osservato dal Vice Presidente del C.S.M., avere creato una sede istituzionale nella quale fare convergere tutti gli attori della giurisdizione. Si tratta di organismo nel quale riflettere, in una prospettiva europea, sul futuro della giurisdizione e sulla necessita di articolare in modo più razionale la tutela dei diritti dei cittadini, tenendo sempre nella massima considerazione i problemi di impatto economico e sui conflitti sociali che vengono frequentemente generati dal difficile rapporto fra giustizia ed economia.
Unita per la Costituzione evidenzia, infine, che le prerogative di autonomia e di indipendenza della Magistratura nel suo complesso e del singolo magistrato, prerogative di cui è garante il C.S.M., non possono mai essere soltanto fini a se stesse e volte ad assicurare unostatusparticolare agli appartenenti all'ordine giudiziario; viceversa deve riconoscersi l'esistenza di uno strettissimo collegamento fra l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura e l'efficacia del sistema giustizia con riferimento alla risposta di qualità che i magistrati riescono a dare in tempi ragionevoli alla crescente domanda di giustizia.
In questa direzione la Magna Carta dei giudici, nell'ambito dei principi fondamentali, afferma che "l'indipendenza interna ed esterna non va considerata come una prerogativa o un privilegio accordato nell'interesse personale dei giudici, bensì come una garanzia di liberta, di rispetto dei diritti dell'uomo e dell'applicazione imparziale del diritto".