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Timestamp: 2020-01-24 07:58:45+00:00
Document Index: 31812257

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2']

La Repubblica Italiana nacque nel 1946, a seguito dei risultati del referendum istituzionale del 2 giugno, indetto per determinare la forma di stato dopo il termine della seconda guerra mondiale.
La notte fra il 12 e 13 giugno 1946 il Consiglio dei ministri conferì al presidente Alcide De Gasperi le funzioni di Capo provvisorio dello Stato repubblicano. Umberto II lasciò il paese il 13 giugno 1946.
Alla sua prima seduta, il 28 giugno 1946, l’Assemblea Costituente elesse a Capo Provvisorio dello StatoEnrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio. Con l’entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, De Nicola assunse per primo le funzioni di Presidente della Repubblica Italiana il1º gennaio 1948.
Il 31 gennaio del 1945, con l’Italia divisa ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Consiglio dei ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbraio 1945). Venne così riconosciuto il suffragio universale, dopo i vani tentativi fatti nel lontano 1881 e nel 1907 dal movimento femminista ispirato da Maria Montessori, prima donna laureata in medicina in Italia.
Il decreto luogotenenziale nº 151 del 25 giugno 1944, emanato durante il governo Bonomi, tradusse in norma l’accordo che, al termine della guerra, fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello Stato ed eleggere un’Assemblea Costituente.
Il 16 marzo 1946 il principe Umberto decretò, come previsto dall’accordo del 1944,[15] che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l’Assemblea Costituente. Il decreto per l’indizione del referendum recitava, in una sua parte: «… qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci…»[16], frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la maggioranza degli elettori votanti. L’ambiguità di questa espressione, sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni postreferendarie, comunque ininfluenti per la proclamazione del risultato referendario, in quanto i voti favorevoli alla repubblica saranno numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchia[17].
La campagna elettorale fu contrassegnata da incidenti e polemiche, tanto che, allo scopo di garantire l’ordine pubblico venne creato, a cura del Ministero dell’Interno diretto dal socialista Giuseppe Romita, un corpo accessorio di polizia ausiliaria.
Un mese prima del referendum Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto, che venne proclamato re e assunse il nome di Umberto II. L’atto di abdicazione fu redatto in forma privata, con data del 9 maggio 1946, e la firma del re fu certificata dal notaio Nicola Angrisani di Napoli.
Gli esponenti dei partiti favorevoli alla Repubblica protestarono, ritenendo che l’assunzione dei poteri regali, da parte del luogotenente del Regno, contrastasse con l’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, che prevedeva: “Qualora la maggioranza degli elettori votanti (nel referendum istituzionale, n.d.r.) si pronunci in favore della Monarchia, continuerà l’attuale regime luogotenenziale fino all’entrata in vigore delle deliberazioni dell’Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato”.
L’abdicazione di Vittorio Emanuele III e la conseguente cessazione del regime luogotenenziale era stata richiesta dai monarchici nella speranza che la successione a pieno titolo del principe ereditario, figura meno compromessa del padre, prima della consultazione referendaria, potesse attrarre maggior favore popolare.
L’ex re partì immediatamente in esilio volontario ad Alessandria d’Egitto, ove due anni dopo morì e vi è tuttora sepolto.
Umberto II confermò la promessa fatta di rispettare il volere liberamente espresso dei cittadini, circa la scelta della forma istituzionale, anche se poi non lo accetterà mai.
Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. I voti validi in favore della soluzione repubblicana sarebbero stati circa due milioni più di quelli per la monarchia. I ricorsi della parte soccombente furono tutti respinti e le voci di presunti brogli non furono mai confermate.[18]
I votanti furono 24 947 187, pari all’89% degli aventi diritto al voto, che risultavano essere 28.005.449. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: repubblica voti 12 718 641[19], pari al 54,3%; monarchia voti 10 718 502[19], pari al 45,7%; voti nulli 1 498 136[20]. Analizzando i dati regione per regione si nota come l’Italia si fosse praticamente divisa in due: il nord, dove la repubblica aveva vinto con il 66,2%, ed il sud, dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%.
Non poterono votare coloro che, prima della chiusura delle liste elettorali (aprile 1945), si trovavano ancora al di fuori del territorio nazionale, nei campi di prigionia o di internamento all’estero, o comunque non in Italia. Di queste centinaia di migliaia di persone non furono ammesse al voto neppure quelle rientrate fra la data di chiusura delle liste e le votazioni. Furono inoltre escluse dal voto la provincia di Bolzano con Bolzano, la Venezia Giulia con Gorizia, Trieste, Pola e Fiume, la città di Zara, in quanto non sotto il governo italiano ma sotto il governo militare alleato o jugoslavo (Zara, Pola e Fiume non torneranno mai all’Italia). Tali province, tuttavia, erano tutte localizzate nel nord del paese, cioè nell’area dove il voto repubblicano aveva conseguito di gran lunga la maggioranza dei consensi. Alcuni storici sostengono una ricostruzione che vede Togliatti intervenire per ritardare il rientro in Italia dei reduci dai campi di prigionia russi, in quanto ne avrebbe temuto le testimonianze ai fini del voto[21]. È discutibile peraltro l’ipotesi che costoro, deportati a seguito delle vicende della Seconda guerra mondiale, avrebbero votato monarchia.
Da tutta Italia le schede elettorali e i verbali delle 31 circoscrizioni sono trasferite a Roma, nella Sala della Lupa di Montecitorio. Il conteggio avviene in presenza dellaCorte di Cassazione, seduti ad un tavolo a ferro di cavallo, degli ufficiali angloamericani della Commissione alleata e dei giornalisti. Due addetti assommano i dati dei verbali su due macchine calcolatrici, una per la monarchia e una per la repubblica, tenendo una seconda conta a mano.[22]
La Stampa di mercoledì 5 giugno, sotto il titolo «Affermazione della Democrazia cristiana», ne riporta un altro più piccolo: «La repubblica in vantaggio di 1.200.000 voti» (alla fine il margine sarà più ampio).[22]
I dati sono suddivisi per circoscrizioni[23]:
Milano 1 152 832 542 141
Bologna 880 463 213 861
Venezia Giulia-Trieste 1 300 000
Bolzano[24] 300 000
I risultati per l’Assemblea costituente
Sociologia del voto
Il divario fra le preferenze espresse per la repubblica e quelle per la monarchia fu una sorpresa, in quanto lo si prevedeva di un’entità anche superiore a quello di circa due milioni, poi risultato dallo scrutinio ufficiale[18].
Sono state proposte diverse interpretazioni sociologiche e statistiche del voto che avrebbero intravisto influenze della condizione economica del momento, dell’ingresso dell’elettorato femminile, o da molti altri fattori. Una tesi sostenuta da alcuni è che la causa delle preferenze fra monarchia e repubblica fosse da ricercarsi in unadifferenziazione sociale: i ceti più istruiti sarebbero stati repubblicani mentre quelli dove l’analfabetismo era maggiore avrebbero avuto una preferenza per il campo monarchico. Questa tesi, che cercava di far leva sulla contrapposizione fra città-proletariato industriale (di norma dotato comunque di una istruzione maggiore) e campagna-proletariato contadino, non trova ormai sostenitori.[senza fonte]
Alcuni analisti, del campo repubblicano e di quello monarchico, affermarono anche che la repubblica avrebbe potuto ricevere un minimo vantaggio dal voto femminile, fortemente voluto dalla sinistra, perché nelle aspettative di quella parte le donne sarebbero state più sensibili all’equazione, enfatizzata in propaganda, «monarchia=guerra, repubblica=pace».[senza fonte]
Il dato del Trentino, ove la repubblica aveva ottenuto una vittoria schiacciante (85%), fu interpretato con l’avversione delle popolazioni locali per la politica autoritaria del fascismo, da loro identificato con la monarchia. [senza fonte]Anche il mancato rientro di parte dei soldati inquadrati nei reparti di alpini venne invocato come concausa della sconfitta monarchica. La possibilità che, per le condizioni dell’istruzione, vi sia stata confusione nei termini (la RSI era una «repubblica») è stata avanzata, ma senza incontrare gran seguito.
Tra le regioni del nord stupì il voto del Piemonte, regione storicamente legata a Casa Savoia, dove la repubblica aveva vinto con il 56,9%. La regione dove si ebbe la maggior percentuale di voti nulli fu la Valle d’Aosta, altro territorio storicamente legato alla Casa sabauda.
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un sud monarchico e un nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto Regno del Sud, che, grazie agli aiuti stranieri e all’allontanamento del fronte, aveva riguadagnato una certa tranquillità e un certo benessere.[senza fonte] Per contro, il nord dovette vivere quasi due anni di occupazione tedesca e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (partito comunista, partito socialista, movimento di Giustizia e Libertà).
Una delle cause che contribuì alla sconfitta della monarchia fu probabilmente una valutazione negativa della figura di Vittorio Emanuele III, giudicato da una parte corresponsabile degli orrori del fascismo, dall’altra abbandonato dopo il 25 luglio per dare vita alla repubblica sociale. In ogni caso fascisti e antifascisti, per ragioni storiche e ideologiche diverse, sostenevano entrambi a maggioranza la repubblica,[senza fonte] perlomeno (tra i fascisti) coloro che avevano sostenuto il regime repubblicano di Mussolini, dal 1943 al 1945, e consideravano il re e la famiglia reale come dei traditori.
Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono di certo le simpatie verso la monarchia anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante. La moglie di Umberto, la principessa Maria José, cercò nel 1943, attraverso contatti con le forze alleate, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della diplomazia ufficiale. Queste manovre, anche se apprezzate da una parte del fronte antifascista, furono viste in campo monarchico come un tradimento ed all’esterno, insieme alle prese di distanza ufficiali del Quirinale, come sintomi di profondi contrasti in seno a Casa Savoia, della quale evidenziavano l’irresolutezza[25].
Anche la decisione di Vittorio Emanuele III di abbandonare Roma, e con essa l’esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell’armistizio di Cassibile, atto che fu visto come una vera e propria fuga, non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia.
Conseguenze del referendum [modifica]
La lettura dei risultati e i fatti di Napoli [modifica]
Il 10 giugno, alle ore 18:00, nella Sala della Lupa a Montecitorio a Roma la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati del referendum così come gli erano stati inviati dalle prefetture (e cioè, in via provvisoria: 12 718 019 voti per la repubblica, e 10 709 423 favorevoli alla monarchia, rimandando al 18 giugno il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami. Contemporaneamente si svolsero in molte città manifestazioni repubblicane.
Il Corriere della sera di martedì 11 giugno titolava: «È nata la Repubblica italiana», riportando i risultati: repubblica 12.718.019, monarchia 10.709.423. La Stampa, quotidiano torinese, riportava più sobriamente: «Il Governo sanziona la vittoria repubblicana», riportando nel pezzo il dubitativo «c’è da chiedersi se la repubblica sia stata o no proclamata».[22]
Tuttavia, a Napoli, città con un’elevata percentuale di popolazione di preferenza monarchica, la contestazione sui risultati del referendum accese gli animi e si trasformò in una battaglia per le strade, che causò i morti di via Medina. L’11 giugno un corteo monarchico cercò di assaltare la sede del PCI in via Medina per togliere una bandiera tricolore esposta priva dello stemma sabaudo, ma raffiche di mitragliatrice, sparate da un’autoblindo della polizia che cercava di mantenere l’ordine pubblico, uccisero nove manifestanti monarchici[32], mentre altri 150 rimasero feriti[33].
La notte del 12 giugno il governo si riunì su convocazione di De Gasperi. Il Presidente del Consiglio aveva ricevuto in giornata una comunicazione scritta dal Quirinale nella quale il re si dichiarava intenzionato a rispettare il responso degli elettori votanti, secondo quanto stabilito dal decreto di indizione del referendum[16], aggiungendo che avrebbe atteso il giudizio definitivo dellaCorte di Cassazione per adeguarsi a tale responso. Tuttavia la lettera, e le proteste dei monarchici, come quelle represse sanguinosamente il giorno prima a Napoli, e una nuova manifestazione monarchica dispersa lo stesso 12 giugno[34], suscitarono le preoccupazioni dei ministri intenzionati quanto prima alla proclamazione della repubblica (secondo la celebre frase dell’esponente del partito socialista Giuseppe Romita: «o la repubblica o il caos!»)
De Gasperi nominato Capo provvisorio dello Stato repubblicano
Il 13 giugno, il Consiglio dei ministri – riunito dalla notte precedente – stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, in base all’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale nº 98 del 16 marzo 1946[16], le funzioni di Capo provvisorio dello Statodovevano essere assunte dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, nonostante che il decreto imponesse di attendere la proclamazione ufficiale da parte della Corte di Cassazione e non la comunicazione dei dati provvisori. Secondo il parere della maggioranza dei ministri, infatti, sarebbe stato assurdo non rivestire di alcuna rilevanza l’annuncio, seppur provvisorio, dato il 10 giugno 1946, che altrimenti la Cassazione avrebbe potuto non dare.
Il ministro del tesoro Epicarmo Corbino dichiarò: “In definitiva la questione riguarda soprattutto la persona di De Gasperi: vorrei sapere se si rende conto della responsabilità che si assume con questo ordine del giorno”[35]. Di fronte alla risposta positiva del Presidente del Consiglio si procedette alla votazione che ottenne la totalità dei voti favorevoli dei membri del governo, con l’unica eccezione del ministro liberale Leone Cattani.
Secondo i repubblicani, il motivo per cui il governo non volle attendere la seduta della Corte di Cassazione fissata per il 18 giugno verté essenzialmente sul rischio di colpi di mano monarchici, con evidenti pericoli di guerra civile[senza fonte].
Secondo i monarchici, invece, il governo non volle attendere la seduta della Corte di Cassazione fissata per il 18 giugno perché, con questa proroga di tempo, sarebbe stato possibile un ricontrollo delle schede elettorali, ricontrollo che avrebbe portato alla luce eventuali brogli[36] che, peraltro, non furono mai accertati.
Proclama e partenza di Umberto II
Umberto II nell’atto di lasciare l’Italia
Dopo che il consiglio dei ministri, nella notte fra il 12 ed il 13 giugno, aveva trasferito le funzioni di Capo dello Stato ad Alcide De Gasperi senza attendere il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione, Umberto II diramò un proclama nel quale denunciò la presunta illegalità commessa dal governo, ed il giorno stesso partì in aeroplano da Ciampino alla volta del Portogallo.
L’irregolarità segnalata da Umberto II sarebbe consistita nell’anticipare di cinque giorni (il 13, anziché il 18 giugno 1946) l’avvento della repubblica, comunque ineluttabile, dato il risultato referendario già comunicato in via provvisoria dalla stessa Corte suprema. Secondo il proclama luogotenenziale, invece, si sarebbe trattato di un colpo di stato: «Questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».
Benché da più parti gli pervenissero inviti a resistere in quanto si sospettavano brogli elettorali, Umberto II preferì prendere atto del fatto compiuto, poiché l’alternativa poteva essere l’innesco di una guerra civile fra monarchici e repubblicani, soprattutto a seguito dei fatti di Napoli. Informato dal generale Maurice Stanley Lush che gli angloamericani non sarebbero intervenuti a difesa del sovrano e della sua incolumità neanche in caso di palese spregio delle leggi, ed in particolare nel caso di un possibile assalto al Quirinale sostenuto dai seguaci dei ministri repubblicani[senza fonte], Umberto II decise di allontanarsi almeno temporaneamente dall’Italia[37][38],pro bono pacis.[39] [40]Nel proclama diffuso prima di partire affidò la patria agli italiani e li sciolse (ciò riguardava principalmente i militari) dal giuramento di fedeltà al re.
Umberto II non riconobbe la validità del referendum e rifiutò i risultati, nonostante gli impegni presi prima del referendum. Non abdicò mai, ma tale evenienza non era prevista nel decreto legislativo luogotenenziale nº 98 del 16 marzo 1946[16] in caso di vittoria repubblicana.
In base al decreto di indizione del referendum[16], la forma istituzionale vincitrice avrebbe dovuto aggiudicarsi la maggioranza degli elettori votanti. Secondo talune interpretazioni, tale espressione doveva intendersi come “la maggioranza dei consensi nella somma dei voti a monarchia, repubblica, schede bianche e schede nulle”. Quest’ultima interpretazione, peraltro, avrebbe consentito il mantenimento della forma istituzionale monarchica anche in caso di sconfitta, qualora la repubblica, pur maggioritaria, non avesse raggiunto la metà più uno dei voti, conteggiando per valide anche le schede bianche o nulle; ma anche il mantenimento del regime monarchico (a rigore: “il regime luogotenenziale”), in base all’art. 2 del decreto, era subordinato al conseguimento della maggioranza degli elettori votanti da parte della monarchia[16] e, pertanto, tale interpretazione non sembra coerente con il contesto normativo.
Alle ore 18:00 del 18 giugno, nell’Aula della Lupa di Montecitorio a Roma, la Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, stabilì che per maggioranza degli elettori votanti, prevista dalla legge istitutiva del referendum (art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale nº 98 del 16 marzo 1946[16]), si dovesse intendere la maggioranza dei voti validi, cioè la maggioranza dei consensi senza contare il numero delle schede bianche e delle nulle, che furono considerati voti non validi. La Suprema Corte, quindi, respinse il ricorso dei monarchici e procedé alla proclamazione della Repubblica, ufficializzando i risultati definitivi della consultazione referendaria: 12 718 641 voti favorevoli alla repubblica; 10 718 502 voti favorevoli alla monarchia e 1 498 136 voti nulli. Anche tenendo conto delle schede bianche o nulle, pertanto, la Repubblica aveva conseguito la maggioranza assoluta dei votanti, rendendo ininfluente ogni discussione sotto il profilo giuridico interpretativo.[42]
Nel 1960 Giuseppe Pagano, presidente della Corte di Cassazione il 18 giugno 1946, ma facente parte della fazione risultata minoritaria nella votazione, in un’intervista a Il Tempo di Roma affermò che la legge istitutiva del referendum era di applicazione impossibile, in quanto non dava il tempo alla Corte di svolgere i suoi lavori di accertamento, e ciò fu reso ancor più evidente dal fatto che numerose corti di appello non riuscirono a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista. Infine, «l’angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al colpo di Stato prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi»[43]
Enrico De Nicola eletto Capo provvisorio dello Stato dall’Assemblea Costituente [modifica]
Il 2 e 3 giugno, contemporaneamente al referendum istituzionale, si tennero le elezioni per l’Assemblea Costituente, che dettero una maggioranza di gran lunga superiore ai partiti favorevoli alla repubblica, in quanto, tra i componenti il Comitato di liberazione nazionale, il solo Partito Liberale Italiano si era pronunciato in favore della monarchia.
In base al più volte citato art. 2, D.L.Lgt. n. 98/1946[16], l’Assemblea, nella sua prima riunione del 28 giugno 1946, elesse a Capo Provvisorio dello Stato, l’on. Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio. Con l’entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, De Nicola assumerà per primo le funzioni diPresidente della Repubblica Italiana (1 gennaio 1948).
Sempre ai sensi dell’art. 2, D.L.Lgt. n. 98/1946[16], il Governo presentò le proprie dimissioni nelle mani del nuovo Capo Provvisorio dello Stato che, successivamente conferì a De Gasperi l’incarico di formare il primo Governo della Repubblica Italiana.
Il 15 luglio 1946 il presidente dell’Assemblea Costituente, Giuseppe Saragat, leggeva il primo messaggio del Capo dello Stato Enrico de Nicola.
Messaggio del Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, all’Assemblea Costituente, 15 luglio 1946
Conseguenze del referendum per i membri di Casa Savoia
La nuova costituzione repubblicana, elaborata dall’assemblea eletta in contemporanea al referendum, venne all’ultimo integrata con alcune disposizioni transitorie, fra cui la XIII, che prescriveva il divieto di entrare in Italia per Umberto e per i suoi discendenti maschi.
L’efficacia di questa disposizione venne fatta cessare nell’ottobre 2002, dopo un dibattito in parlamento e nel Paese durato molti anni, e Vittorio Emanuele di Savoia, figlio di Umberto, poté entrare in Italia con la sua famiglia già nel dicembre successivo per una breve visita.[44]
Cronologia del referendum (1946)
1º marzo – Il governo, presieduto da Alcide De Gasperi, avvia le procedure per la realizzazione del referendum istituzionale perfezionando il relativo disegno di legge, nel quale si stabilisce il quesito da sottoporre al voto, direttamente e chiaramente “monarchia o repubblica”.
12 marzo – Il referendum viene indetto per i giorni 2 e 3 giugno dello stesso anno e vengono convocati i comizi (decreto luogotenenziale n° 98).
16 marzo – Umberto II firma il decreto luogotenenziale n° 98 che indice il referendum. Nello stesso giorno vengono rese pubbliche alcune dichiarazioni di Vittorio Emanuele III, che annuncia di voler abdicare.
25 aprile – Al congresso della Democrazia Cristiana Attilio Piccioni rivela che, dopo un’inchiesta interna, l’opinione degli iscritti al partito risulta così ripartita: 60% a favore della repubblica, 17% a favore della monarchia, 23% indecisi.
9 maggio – Vittorio Emanuele III abdica e lascia l’Italia partendo da Napoli, in nave. La partenza segue un lungo incontro con Umberto.
10 maggio – Di prima mattina Umberto annuncia l’avvenuta abdicazione del padre e la propria elevazione a re d’Italia. Il governo modifica la formula istituzionale con la quale il nuovo re avrebbe siglato i suoi atti: da “Umberto II, per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d’Italia” a “Umberto II, Re d’Italia“.
2 giugno – Primo giorno di votazioni per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente.
3 giugno – Secondo giorno di votazioni.
4 giugno – A metà dello spoglio, la monarchia sembra in vantaggio[45]. Fonti vicine ai carabinieri anticipano al papa Pio XIIuna previsione di vittoria della monarchia[46].
5 giugno – In mattinata De Gasperi annuncia ad Umberto II la vittoria della monarchia. Successivamente, in base ai rapporti dell’Arma dei Carabinieri provenienti direttamente dai seggi elettorali, De Gasperi telefona al ministro della real casaFalcone Lucifero per comunicargli la vittoria della monarchia.[28] Tuttavia, in serata, il ministero dell’interno, presieduto dal socialista Giuseppe Romita, annuncia ufficiosamente la vittoria della repubblica sulla base dei dati in suo possesso. I monarchici sollevano presso la Corte di Cassazione una serie di ricorsi.
10 giugno – La Corte di Cassazione legge i risultati provvisori così come le erano arrivati dalle prefetture, riservandosi di rendere pubblici i risultati definitivi ed il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami per il successivo 18 giugno. Tuttavia la maggior parte degli organi d’informazione dà notizia della vittoria della Repubblica e comincia a richiedere, in modo insistente e crescente nei giorni seguenti, la partenza di Umberto II[47]. In questi giorni manifestazioni monarchiche, specialmente nelle grandi città del sud (Napoli, Roma, Taranto), vengono represse violentemente, anche con morti, senza che la stampa nazionale dia loro risalto[33].
12 giugno – Il comunista Togliatti, in seguito alle migliaia di denunce di brogli che continuano a piovere presso l’Unione Monarchica Italiana, informa che le schede «non sono qui e forse sono distrutte»[45]. In effetti, «sacchi e pacchi di verbali saranno poi rinvenuti nei luoghi più disparati».[48]
13 giugno – In base al primo pronunciamento della Corte del 10 giugno, che rendeva noti i voti provvisori ma non l’esito, causa i ricorsi pendenti, il governo decide, senza attendere la seduta della Cassazione fissata per il successivo 18 giugno, di trasferire i poteri al primo ministro Alcide de Gasperi, che assume le funzioni di Capo provvisorio dello Stato. Umberto di Savoia, dopo aver rivolto un proclama agli italiani in cui contesta la sua deposizione da parte del governo, la presunta violazione della legge ed il comportamento dei suoi ministri, che non hanno atteso il responso definitivo della Cassazione, dichiarando di voler evitare una guerra civile parte in aereo per Lisbona.
17 giugno – Dal Portogallo, Umberto di Savoia scrive al ministro della real casa Falcone Lucifero alludendo ad un presunto tranello nel quale sarebbe caduto («Ripenso alle ultime ore a Roma, a quando mi fu detto che allontanandomi per poco dalla città tutto sarebbe stato più semplice e invece: quel “trucco” che non voglio qui definire in termini “appropriati”!»)[49].
18 giugno – La Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, tra i quali il voto contrario del presidente Giuseppe Pagano, conferma la vittoria repubblicana con 12 718 641 voti favorevoli contro 10 718 502 voti favorevoli alla monarchia e 1 498 136 voti nulli, e proclama ufficialmente la Repubblica. Anche tenendo conto delle schede bianche o nulle, pertanto, la Repubblica aveva conseguito la maggioranza assoluta dei votanti.
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