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Timestamp: 2017-12-13 11:05:37+00:00
Document Index: 131240560

Matched Legal Cases: ['art 4', 'art 5', 'art 6', 'art 9', 'art 10', 'art 11']

Introduzione ai principi fondamentali della Carta Costituzionale della Repubblica Italiana
di Don Marco Natali
Dobbiamo rendere viva la profezia che i Padri costituenti hanno posto in questo capolavoro che è la Carta Costituzionale della Repubblica Italiana. La dobbiamo rendere viva e operante oggi nel desiderio che finisca questo inverno e torni a fiorire la primavera.
Noi dobbiamo chiederci cosa ci aspettiamo da questo anno 2010; un tempo di paura o un tempo di rinascita? Vogliamo un tempo di rassegnazione o un tempo di pienezza?
Continueremo a lottare contro i nemici veri o presunti oppure vogliamo sognare il tempo in cui Caino abbraccia Abele? E’ tempo di costruire la nostra esistenza e quella dei nostri figli non sul pacchetto sicurezza ma di fare nostre, cioè rivolte a noi le parole del profeta Isaia :” Infine, in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza. ( Isaia 32, 15 – 17)
La terra non come campo di battaglia ma come giardino da custodire.
Ci sia dato di avere in noi una struggente nostalgia di tempi migliori, ci sia in noi un insaziabile desiderio di essere cittadini attivi e responsabili,mai più sudditi del monarca o clienti del mercato.
La Repubblica italiana ha poco più di sessant’anni. E’ perciò molto giovane se la paragoniamo ad altre nazioni europee. Dal 1860 al 1945 il nostro Paese è stato una monarchia. Alla fine della seconda guerra mondiale viene proposto ai cittadini un referendum: Monarchia o Repubblica, viene scelta la Repubblica, è il 2 giugno 1946.
La Costituzione repubblicana non nasce, come dimostrano le vicende relative alla scelta costituente, da decisioni affrettate o da colpi di mano operati da forze politiche occasionalmente maggioritarie. Nasce da una profonda meditazione, da una consultazione popolare, da una dialettica tra forze politiche diverse e insieme unite dalla comune esigenza di rinnovare le strutture organizzative dello Stato e di restituire, potenziati, quei diritti civili violentemente soppressi dal fascismo.
Travagliata è la decisione costituente, non minore è il travaglio e la fatica nella redazione del testo costituzionale. I lavori dell’Assemblea si protraggono oltre il prevedibile e si concludono dopo circa diciotto mesi di dibattiti il 22 dicembre del 1947, quando il testo definitivo è approvato dalla stragrande maggioranza dei deputati con 453 voti favorevoli e 62 contrari, non tutti gli eletti sono presenti, e non tutti votano a favore, ovviamente.
Non tutti i 556 eletti partecipano al lavoro di redazione del testo costituzionale anche per evidenti difficoltà. Vengono nominati 75 membri in rappresentanza e in proporzione a tutte le forze presenti all’Assemblea, con il compito specifico di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre all’Assemblea.
Il lavoro espletato dalle sottocommissioni viene sottoposto al giudizio della Commissione che lo deve proporre all’Assemblea per l’approvazione definitiva.
Il 31 gennaio 1947 il progetto di Costituzione viene presentato all’Assemblea costituente accompagnato da una relazione di sintesi dei lavori preliminari.
La discussione in Assemblea si apre il 4 marzo e si sviluppa attraverso 170 sedute, la presentazione di 1663 emendamenti, lo svolgimento di 1090 interventi, la votazione su alcune questioni controverse e su alcuni ordini del giorno.
La votazione finale non conclude i lavori, è necessario un ulteriore esame da parte di un comitato di revisione, appositamente costituito per perfezionare forma e stile del testo.
La questione dei principi fondamentali
La presenza di un gruppo limitato di norme inserite in una sorta di introduzione generale è verificabile nel progetto come nel testo definitivo. Denominate disposizioni generali nel progetto approvato dall’Assemblea e racchiuse in soli sette articoli, queste norme si trasformano in “principi fondamentali” e si accrescono di ulteriori cinque disposizioni in sede di revisione finale.
Accanto al principio democratico, con la duplice precisazione che la sovranità appartiene al popolo e che la Repubblica è fondata sul lavoro, all’affermazione di reciproca indipendenza tra Stato e Chiesa, alla tutela della persona umana e alla eguaglianza dei cittadini, ai rapporti tra lo Stato e la Comunità internazionale, si pongono i principi del diritto al lavoro ( art 4), del rispetto delle autonomie locali e del decentramento amministrativo ( art 5), della tutela delle minoranze linguistiche e religiose ( art 6 e 8), della promozione della cultura e della ricerca ( art 9), del diritto di asilo e della condizione giuridica dello straniero ( art 10), del ripudio della guerra ( art 11 ).
Sono principi, punti di riferimento importantissimi studiati e voluti dai Padri Costituenti e rappresentano una sintesi straordinaria delle culture, delle sensibilità, ideologie e credi religiosi, ma anche di chi un credo religioso non lo aveva.
Rappresentano il migliore punto di incontro possibile al termine di un lungo e travagliato percorso accidentato da guerre di conquista, velleità imperiali, una dittatura con leggi razziali, sospensione dei diritti umani e, tanto per finire, una sanguinosa guerra civile.
Tempo di forti contrasti e di scontri anche violenti tra diverse fazioni e parti politiche ma voluti da un principio superiore a vantaggio di tutti; pace, giustizia, libertà, diritti umani riconosciuti e tutelati.
Un aspetto molto importante da sottolineare sempre, ma soprattutto di questi tempi, è il ruolo della Corte Costituzionale, ruolo di garanzia e di controllo che, guardate, non sono banali ma essenziali.
Un esempio per capirci. All’inizio del mese di febbraio abbiamo assistito all’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, con tutte le cerimonie del caso. Il ministro Alfano ha ripetuto insistentemente una affermazione che sembra molto logica e condivisibile.
Sembra ma forse non lo è fino in fondo.
Il ministro ha detto in tutte le sedi che il parlamento fa le leggi, ai giudici spetta il compito di applicarle; vero! Ma, c’è un ma di non poco conto.
Intanto la legge non significa necessariamente e sempre giustizia. Le leggi infatti possono essere giuste o sbagliate e questa valutazione non la fa solamente il parlamento, neanche il migliore dei parlamenti possibili, ma la Corte Costituzionale.
La corte deve valutare se le leggi sono rispondenti il più possibile al dettato costituzionale. Le leggi non devono essere ingiuste, non devono essere parziali, non devono essere vessatorie, non devono essere discriminati, non devono essere liberticide, non devono essere razziali, ecc.
Dire, come si sta dicendo, che una legge va applicata solo perché il parlamento, cioè la maggioranza, l’ha approvata è una assurdità.
Dietro la ribellione dei giudici, il loro presentarsi con la Costituzione in mano, non c’è la protervia di una casta di fannulloni, può darsi che qualcuno lo sia, c’è soprattutto la volontà di giustizia.
I giudici infatti non sono dei grigi applicatori della legge ma amministratori della giustizia,la più giusta e imparziale possibile, uguale per tutti e soprattutto a difesa dei più deboli.
Questo non va mai dimenticato. I Padri costituenti non erano degli sprovveduti, avevano subìto lo sfregio della dittatura, della soppressione dei diritti, delle leggi razziali.
Manca nella nostra Carta un esplicito riferimento a Dio presente in altre costituzioni,non è, a mio modo di vedere un male. Come non è un male, è una mia personalissima e discutibilissima opinione, che Dio e le religioni non facciano parte della Carta Europea.
Intanto perché i riferimenti religiosi sono presenti abbondantemente in tutta la prima parte anche se non dichiaratamente, ma nello spirito informano e formano tutta la struttura valoriale.
In fondo le virtù civili proposte e richiamate sono inscindibilmente di natura evangelica e poi, perché, profondamente credenti ancorchè squisitamente laici, sono stati in gran parte i suoi pensatori ed estensori più significativi.
Questo si evidenzia fin dal primo articolo “ l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Sembra semplicemente laico in realtà, per il credente, rappresenta un condensato sulla teologia dell’ Incarnazione.
Ritengo che sia un bene il mancato riferimento a Dio in maniera esplicita per un altro motivo che vorrei spiegare attraverso un lungo ragionamento che penso possa dare una chiave di lettura di un po’ tutti i primi dodici articoli.
Collochiamoci nel contesto storico culturale del secolo scorso, facciamo sintesi delle vicende del secolo che lo ha preceduto, magari rifacendosi alla prodigiosa sintesi storica che don Milani fa delle vicende belliche del tempo nella lettera scritta ai giudici e allora forse tutto ci diventa più chiaro.
In fondo Dio chi è? Cosa rappresenta, meglio, cosa ha rappresentato nella storia e nella cultura di quel tempo e anche del nostro, quale idea e proposta abbiamo avuto di Lui attraverso le Chiese Cristiane e non solo, nella stessa Chiesa Cattolica prima del Concilio Ecumenico Vaticano secondo?
Io penso che la questione di Dio si decide nella relazione che si stabilisce tra Dio e la felicità degli esseri umani. Il che equivale a dire che la questione di Dio si decide nella relazione che stabiliamo tra Dio e la sofferenza umana.
Allora vediamo che a questo punto della storia, noi più che i nostri padri, ci rendiamo conto che hanno fallito coloro che hanno voluto rimediare alla sofferenza del mondo prescindendo da Dio come Referente ultimo, Trascendente tutto il meramente umano, in definitiva, coloro che hanno fatto a meno di Dio.
Poiché coloro che hanno proceduto così, in realtà, invece di porre rimedio alla sofferenza, troppo spesso l’anno aumentata.
La storia dei movimenti comunisti, nella seconda metà del XIX secolo e soprattutto nel XX, è eloquente in tale senso. E’ la storia delle rivoluzioni violente, delle guerre, dei genocidi degli ultimi 150 anni che, in nome della sofferenza del popolo, hanno lasciato dietro di sé una storia in cui risulta impossibile calcolare il numero dei morti, dei torturati, degli esiliati e anche di popoli interi distrutti fino al limite dello sterminio.
Ma se è vero quanto ho appena detto, è altrettanto vero che hanno fallito anche coloro che si sono afferrati a Dio e alla religione in modo tale, però, che della sofferenza umana non gli è importato un bel niente.
Sono persone e anche interi gruppi che, naturalmente, non osano dire quello che ho appena detto. Ma il fatto è che molta gente, che si professa credente, così si è comportata e così continua a comportarsi, e così va avanti.
E, il che è peggio, si tratta molte volte di gente che ha utilizzato e continua ad utilizzare il santissimo nome di Dio e la sua autorità divina per causare più sofferenza, dicendo alla povera gente che i mali che soffre sono castighi di Dio per i peccati commessi da coloro che non si sottomettono al Dio che essi predicano e che non piacciono a questo Dio come essi pensano che bisogna piacergli.
Per non dire di coloro che si servono del ricorso a Dio per disinteressarsi della sofferenza umana. Poiché dicono che la loro missione in questo mondo è specificamente religiosa, divina, ecc.
Per non parlare degli individui, istituzioni e partiti politici che, professandosi credenti e dediti alla Chiesa, sono stati, o sono, protagonisti di dittature oppressive di quasi tutti i diritti umani o gestori efficaci del capitalismo duro e puro, con le terrificanti conseguenze di fame, distruzione dell’equilibrio ecologico e altre cose che tutti sappiamo.
Senz’alcun dubbio, l’essere umano senza Dio, senza un Referente ultimo che possa trascendere i desideri umani d’onnipotenza che tutti ci portiamo dentro, ha la costante tentazione di disumanizzarsi e, spesso, si disumanizza.
Ma è altrettanto vero che l’essere umano con solo Dio si intontisce o assume il cinismo più sfacciato come modo di vivere.
Ecco allora i Principi della Carta Costituzionale richiamano per tutti, uomini e donne, il grande valore della responsabilità civile. Non tutti sono tenuti ad avere un credo religioso ma tutti sono tenuti ad avere responsabilità civili, diritti e doveri da osservare e rispettare, senso della responsabilità che non esclude nessuna fede, anzi la può perfino presumere ma non la impone.
E allora rileggiamoceli questi principi, facciamoceli nostri, quasi una professione di fede nell’umanità migliore non solo del passato ma anche del presente e questo tacca a noi, a ciascuno di noi.
Per noi che siamo credenti, le motivazioni di fedeltà a Dio e al bene dell’umanità, nel dovere di fare tesoro di questi principi, perché di questo, sicuramente Dio ci chiederà conto: Isaia 32, 15 – 17 / 42, 1 – 9.
Tanto mi sembrava di dovervi dare.