Source: https://www.studiolegalefiscalebari.it/category/studio-legale/
Timestamp: 2020-08-12 00:46:44+00:00
Document Index: 159355394

Matched Legal Cases: ['art. 143', 'art 143', 'art 156', 'art 156', 'art. 156', 'art. 8', 'art. 570', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 710', 'art. 337']

Studio Legale Bari - IUS A&C
Molto spesso si sente parlare di “separazione con addebito”, ma esistono una serie di dubbi in merito al significato di tale espressione.
In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su cosa sia e su quali siano presupposti e conseguenze di una separazione addebitata ad uno dei due coniugi.
Premesso che la condizione necessaria e sufficiente perché si possa ottenere una pronuncia giudiziale di separazione è l’intollerabilità della prosecuzione del rapporto coniugale, è possibile che uno dei due coniugi chieda al giudice di accertare che la separazione sia stata determinata da un comportamento del partner contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, ossia che la crisi coniugale sia stata causata dal comportamento dell’altro.
Dunque, l’addebito non viene dichiarato d’ufficio dal giudice della separazione, ma deve essere richiesto dal coniuge interessato a far valere la responsabilità dell’altro coniuge per la fine del matrimonio.
Va da sé, quindi, che l’addebito non possa essere chiesto né dichiarato in un accordo di separazione consensuale, neppure nell’ambito della separazione mediante negoziazione assistita (questo perché una responsabilità può essere accertata da un giudice, non stabilita di comune accordo tra marito e moglie separandi).
In particolare, affinché si possa ottenere una pronuncia di separazione con addebito ad uno dei coniugi, è necessario che l’autorità giudiziaria, dietro specifica richiesta di parte, appuri che la rottura dell’unione coniugale sia stata determinata dalla violazione, da parte di una sola delle parti, dei doveri reciproci dei coniugi disciplinati dall’art. 143 del codice civile (che prevede i doveri di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione).
Giurisprudenza ormai consolidata, tuttavia, ritiene che per l’addebitabilità della separazione in capo ad un solo coniuge sia necessario che la suddetta violazione dei doveri matrimoniali sia antecedente alla proposizione della domanda di separazione e, soprattutto, che sussista un rapporto di causa-effetto tra la violazione stessa e la sopravvenuta intollerabilità della convivenza, ossia che il mancato rispetto di uno di quei doveri sia la causa diretta della crisi familiare.
La prova dell’esistenza di tale collegamento diretto è senza dubbio particolarmente difficile da produrre, ed anche per il caso più diffuso in cui il coniuge agisce per ottenere l’addebito della separazione all’altro, ossia quello del tradimento subito dal partner, la Corte di Cassazione si è pronunciata sottolineando che pure in tal caso è necessario dar prova che l’infedeltà sia stata la causa esclusiva della crisi coniugale, e non il suo effetto, dimostrazione tutt’altro che semplice da fornire.
Quanto, invece, alle conseguenze dell’addebito della separazione, esse sono prevalentemente di carattere patrimoniale. In particolare, qualora si riesca ad ottenere una pronuncia di separazione con addebito all’altro coniuge, le conseguenze che ne deriveranno saranno le seguenti:
-Perdita del diritto all’assegno di mantenimento: il coniuge cui è stata addebitata la separazione perderà il diritto a percepire un eventuale assegno di mantenimento in suo favore ed a carico dell’altro, finalizzato a garantire all’ex coniuge un tenore di vita simile a quello tenuto in costanza di matrimonio (conserverà solo il diritto agli alimenti, qualora vi siano i presupposti per ottenerlo, ossia nel caso in cui il coniuge colpevole della separazione versi in uno stato di bisogno).
-Perdita dei diritti successori: il coniuge separato con addebito, perderà tutti i diritti successori inerenti allo stato coniugale, conservando solo l’eventuale diritto a un assegno alimentare a carico dell’eredità, sempre che, all’apertura della successione, godesse già dell’assegno alimentare.
-Perdita del diritto alla pensione di reversibilità: in caso di separazione con addebito, infine, il coniuge cui è stata attribuita la “colpa” della separazione perderà il diritto alla pensione di reversibilità e alle altre indennità e prestazioni previdenziali riconosciute al coniuge defunto.
Chiarito quale sia il significato di una separazione con addebito (con risvolti unicamente di carattere economico), ma considerando che gran parte delle conseguenze derivanti da una pronuncia di separazione addebitata ad una parte si producono comunque con la cessazione degli effetti civili/lo scioglimento del matrimonio (vedi, a tal proposito l’articolo presente in questo blog inerente le differenze tra separazione e divorzio), e valutando le conseguenze negative di una separazione giudiziale, che comporta una maggiore durata della procedura, maggiori costi, incertezze circa gli esiti del giudizio ed uno stress emotivo per tutti i soggetti che vi siano coinvolti, è sempre meglio tentare di addivenire ad una separazione consensuale, cercando di superare, con l’assistenza di professionisti del settore, elementi di contesa o rivalsa personale.
by Avv. Mariano Alterio
Concorso ASL Bari Ostetricia. Il Presidente del Consiglio di Stato con Decreto cautelare
monocratico accoglie la richiesta di ammissione con riserva alla prova pratica.
Con il Decreto monocratico n. 373/2020 del 28 gennaio 2020 il Presidente del Consiglio di Stato ha
accolto la richiesta cautelare di ammissione con riserva alla prova pratica, avanzata da alcune
candidate escluse dopo la prova scritta.
Le appellanti, con il patrocinio dell’Avv. Mariano Alterio del foro di Bari, hanno contestato la
correttezza di tre quesiti a risposta multipla, inseriti nella prova scritta del concorso barese,
evidenziando che in due di essi è presente più di una risposta corretta, e non una soltanto, ed in un
altro addirittura tre risposte errate.
Il Presidente del massimo consesso amministrativo ha rilevato che nelle prove concorsuali con la
formula del quesito a risposta multipla, quando su un argomento vi siano differenti orientamenti
scientifici, risulta impossibile per il candidato dare conto di tali divergenze.
Si legge, infatti, nel provvedimento «la “sintesi delle diverse posizioni scientifiche” per la
“elaborazione della tesi prevalente”, concetti sottolineati dalla ordinanza appellata, costituisce
esercizio certo possibile in un elaborato tematico, ma assai più complesso – se non impossibile –
allorché la risposta è a un quiz con soluzioni predeterminate a scelta»
Avvocati, studio legale3 Febbraio 20200 comments
“Quali conseguenze rischio se abbandono il tetto coniugale?”
Si tratta di una domanda frequentemente posta all’avvocato da parte del marito e/o della moglie in piena crisi coniugale ed intenzionato/a a non dividere più la casa con il partner.
Innanzitutto, si deve sottolineare che l’abbandono del tetto coniugale si concretizza qualora uno dei coniugi scelga arbitrariamente di interrompere la coabitazione.
Tale condotta, è bene dirlo subito, è effettivamente giuridicamente rilevante, e ciò in quanto con essa si disattende uno degli obblighi scaturenti dal vincolo matrimoniale, di cui all’art 143 c.c., tra i quali il nostro ordinamento annovera quello della coabitazione.
È facile, conseguentemente, intuire che, in linea di massima, il coniuge che si allontani di casa possa essere “sanzionato giuridicamente”.
Nello specifico, colui il quale abbia abbandonato il tetto coniugale senza giusta causa, si espone al rischio di vedersi addebitare la separazione, con le relative conseguenze che ne derivano.
Tuttavia, in presenza di una causa di giustificazione, la condotta di chi si sia allontanato dalla casa coniugale è “discolpata”: una giusta causa si configura, ad esempio, in caso di condotte violente subite dal partner e che mettano a repentaglio la propria incolumità fisica e psichica, o nell’ipotesi di un tradimento subito o in corso, oppure, ancora, di un comportamento eccessivamente autoritario del coniuge.
Sarà, naturalmente, compito di chi ha deciso di abbandonare la casa familiare dimostrare che i motivi che hanno motivato tale scelta siano validi, e che rientrino nella casistica stabilita dalla legge.
In mancanza di ragioni giustificative, dunque, essendo esposti al rischio dell’addebito, sarebbe sempre bene avviare la procedura separativa ed attendere la prima udienza davanti al Presidente del Tribunale, il quale con i provvedimenti provvisori ed urgenti, emanati all’esito della stessa, autorizza i coniugi a vivere separati.
In questa sede è bene evidenziare, inoltre, che la condotta del coniuge che abbandoni il tetto coniugale, oltre a poter essere fatta valere in sede civilistica, assume al contempo profili di rilevanza penale: l’abbandono del tetto coniugale, infatti, non espone solamente al rischio dell’addebito della separazione, configurando in astratto una ipotesi di reato, se il coniuge, abbandonando il domicilio domestico, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge.
Sul punto, tuttavia, occorrono delle precisazioni.
La Suprema Corte è infatti intervenuta in materia, specificando che affinché possa configurarsi il reato suddetto, l’allontanamento dalla casa coniugale debba essere “ingiustificato e connotato da un effettivo disvalore etico e sociale” (Cass. n. 12310/2012)
Pe cui, qualora il coniuge non faccia venir meno i mezzi di sussistenza ai figli e vi sia una giusta causa, l’abbandono del tetto coniugale non sarà penalmente rilevante.
Bisogna infine, per completezza, sottolineare che la rilevanza giuridica della condotta del coniuge si ha soltanto nelle ipotesi in cui l’allontanamento dalla casa coniugale si concretizzi e diventi, in qualche modo, definitivo.
Non potrà, infatti, darsi rilievo giuridico al comportamento di quel soggetto che, ad esempio, si limiti a minacciare di abbandonare il tetto coniugale o, ancora, si allontani da casa momentaneamente, ad esempio a causa di un litigio o di una incomprensione, per poi farvi rientro.
Tuttavia, alla luce di quanto riportato, tenendo presenti le conseguenze, tanto in sede civile quanto in sede penale, cui si rischia di andare incontro abbandonando arbitrariamente il tetto coniugale e considerato anche che ciascuna situazione presenta le proprie peculiarità, sarebbe sempre meglio agire con cautela, e comunque facendosi consigliare da un avvocato matrimonialista.
Avvocati, studio legale24 Settembre 20190 comments
Mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento/divorzile: quali conseguenze?
“Cosa accade se l’assegno di mantenimento/divorzile che spetta ai miei figli e a me non viene corrisposto regolarmente o, addirittura, non viene corrisposto affatto?”.Trattasi di un interrogativo ripetutamente posto all’attenzione dell’avvocato, in quanto i casi di mancato pagamento dell’assegno di mantenimento/divorzile disposto in sede di separazione/divorzio, sia nei confronti del coniuge che dei figli, sono piuttosto frequenti.
In merito, è necessario subito far presente che, in tale situazione, i beneficiari di detta prestazione si devono mobilitare per recuperare le relative somme di loro spettanza.
A tal fine, il nostro ordinamento prospetta una serie di rimedi, approntati sia in sede civile che penale, volti a garantire agli aventi diritto la disponibilità quanto più possibile tempestiva delle somme disposte a loro favore in sede separativa/divorzile.
Partiamo dalle conseguenze dell’inadempimento dell’obbligazione di cui trattasi in sede civile.
Il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, infatti, costituisce, in primis, un illecito civile, a fronte del quale è possibile procedere con:
– Ordine di pagamento diretto (art 156, comma 6): è ammissibile un’istanza al giudice affinché questi ordini a terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro all’obbligato, ad esempio il datore di lavoro o l’Inps, che una parte di tali somme venga distratta agli aventi diritto.
– Sequestro (art 156,comma 8): A fronte dell’inadempienza, altro rimedio a favore dei beneficiari dell’assegno in parola è il sequestro di parte dei beni dell’obbligato, previsto tanto dall’art. 156 c.c. quanto dall’art. 8, ultimo comma, della legge sul divorzio (n. 898/1970). Trattasi di un provvedimento di natura non cautelare che, a differenza del sequestro conservativo, presuppone l’esistenza di un credito già dichiarato, anche in via provvisoria, e per il quale non è richiesto il periculum in mora;
– Diffida, precetto e pignoramento: posto che le condanne al pagamento di importi relativi agli obblighi di mantenimento, ancorché stabilite in via provvisoria, sono caratterizzate dall’immediata esecutorietà, gli aventi diritto possono agire per la riscossione delle somme spettanti.
Dopo essersi rivolti al proprio legale di fiducia, quest’ultimo, per prima cosa, procede con una diffida per il mancato pagamento dell’assegno mantenimento, ossia invia una lettera di “avvertimento” nei confronti del coniuge inadempiente, invitandolo a pagare entro un determinato termine.
Decorso inutilmente il lasso temporale indicato nella missiva concesso al debitore, si può procedere con la notifica di un atto di precetto nei confronti di quest’ultimo, cui segue, qualora resti fermo l’inadempimento, il pignoramento (mobiliare o immobiliare) dei beni dell’obbligato per le somme maturate o il pignoramento nei confronti di terzi creditori dell’obbligato (pignoramento presso terzi).
Sono queste le conseguenze di matrice civilistica in cui incorre il coniuge che si sottragga al pagamento dell’assegno disposto a suo carico da un provvedimento del giudice o all’interno di un accordo di separazione/divorzio raggiunto dalle parti.
Passando, poi, al profilo penalistico, l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento costituisce, altresì, reato penale, ex art. 570 c.p., così come modificato dal D. Lgs. n. 154/2013.
Tale disposizione sanziona con la pena della reclusione fino a un anno o con la multa da € 103,00 ad € 1.032,00, chiunque si sottragga agli obblighi di assistenza inerenti la responsabilità genitoriale o la qualità di coniuge, stabilendo l’applicabilità congiunta di dette pene a chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge che non sia legalmente separato per sua colpa.
Si tratta, comunque, di un reato che si configura non già in presenza di una qualsiasi omissione di pagamento dell’assegno di mantenimento/divorzile stabilito dal giudice, bensì nel momento in cui tale omissione privi il coniuge o i figli dei mezzi di sussistenza, così da determinare una situazione seriamente pregiudizievole per gli aventi diritto in ordine alle primarie esigenze della vita di questi ultimi.
Per concludere, la corresponsione dell’assegno di mantenimento/divorzile è un obbligo che, al momento della separazione e/o del divorzio, deriva direttamente dalla legge, con la conseguenza che il suo inadempimento è tutelato con gli strumenti specifici elencati, che sono volti a garantire al creditore la soddisfazione del suo diritto quando quest’ultimo non venga spontaneamente attuato.
Avvocati, studio legale16 Settembre 20190 comments
Concorsi pubblici. Il giudizio “non idoneo” di una prova scritta non è sufficiente.
Il TAR Lazio, Sez. I quater, con la sentenza 8 agosto 2019, n. 10420 ha accolto il ricorso del
concorrente di un concorso in magistratura che è stato escluso dopo le prove scritte, in quanto
solo una di tali prove scritte è stata giudicata “non idonea”.
Hanno chiarito i giudici romani che resta fermo il principio riconosciuto anche dalla Corte di
Cassazione e dalla Corte Costituzionale, per cui il giudizio sulle prove scritte nei concorsi pubblici
non necessità di una motivazione ampia e dettagliata, ma è sufficiente un semplice giudizio di
idoneità o non idoneità.
Il caso deciso nella sentenza in questione secondo il TAR Lazio si differenzia dagli altri in quanto è
risultato contraddittorio ed incoerente il giudizio “non idoneo”, attribuito dalla Commissione di
concorso ad una prova scritta del candidato, rispetto a quello ampiamente positivo delle altre due
Si legge, infatti, che “ritiene il Collegio la sussistenza di un evidente contraddittorietà nei giudizi
resi nei confronti delle prove scritte redatte dal ricorrente, essendo state valutate con voti
ampiamente sufficienti le prove di diritto penale e di diritto amministrativo (avendo riportato,
rispettivamente, 13/20 e 14/20) ed essendo stato, invece, ritenuto, insufficiente quella di diritto
Il TAR ha, quindi, ordinato alla Commissione di ripetere la valutazione dell’elaborato.
Avvocati, studio legale11 Settembre 20190 comments
Realizzazione del muro di cinta. Basta la d.i.a./s.c.i.a. o è necessario il permesso di costruire?
La VI Sezione del Consiglio di Stato con sentenza n. 5911/2019 del 27 agosto 2019 si pronuncia su
un’ordinanza di demolizione di un muro di cinta, realizzato dal un privato senza richiedere il
permesso di costruire, ma solo una d.i.a.
I giudici di Palazzo Spada hanno chiarito che, al di là di come venga descritto l’intervento edilizio
da realizzare, nel caso del muro di cinta va verificato se esso abbia un reale impatto urbanistico
sull’area interessata.
Si legge, infatti, nella sentenza che “più che all’astratto genus o tipologia di intervento edilizio
(sussumibile nella categoria delle opere funzionali a chiudere i confini sui fondi finitimi) occorre
far riferimento all’impatto effettivo che le opere a ciò strumentali generano sul territorio. Con la
conseguenza che si deve qualificare l’intervento edilizio quale nuova costruzione quante volte
abbia l&#39;effettiva idoneità di determinare significative trasformazioni urbanistiche e edilizie”.
Sulla base di questo principio, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del privato, rilevando che
“la recinzione non richiede un previo titolo edilizio quando è realizzata con materiale di scarso
impatto visivo e per le dimensioni dell’intervento non comporti un’apprezzabile alterazione
Il tradimento subito da parte del partner, che spesso determina la fine della vita coniugale, può essere determinante ai fini dell’assegnazione della casa coniugale in sede di separazione?
L’adulterio subito da parte del proprio coniuge, seppur sia piuttosto complicato da dimostrare in giudizio, può comportare l’addebito della separazione in capo alla parte che si è resa responsabile dell’adulterio (vedi Cosa mi spetta in sede di separazione se lui/lei mi tradisce?).
Tuttavia, gli unici effetti dell’addebito sono i seguenti:
Perdita da parte del soggetto cui è addebitata la separazione del diritto all’assegno di mantenimento cui avrebbe diritto eventualmente (tuttavia l’eventuale declaratoria di addebito in capo al coniuge trasgressore non impedirà a quest’ultimo di godere del diritto agli “alimenti” nei confronti dell’altro coniuge qualora ne ricorrano i presupposti di legge);
il coniuge separato con addebito perde i diritti successori inerenti allo stato coniugale, conservando soltanto il diritto ad un assegno vitalizio qualora all’apertura della successione dell’altro coniuge egli già godeva dell’assegno alimentare a carico di quest’ultimo.
il coniuge separato “con addebito” conserverà il diritto a percepire la pensione di reversibilità ed altre indennità previste dalla legge soltanto sul presupposto dell’effettivo godimento, in vita dell’altro coniuge, dell’assegno alimentare.
Come si nota, non è annoverata come conseguenza del tradimento di un coniuge nei confronti dell’altro e del conseguente addebito della separazione al primo l’eventuale perdita della casa coniugale, l’assegnazione della quale segue altre regole.
L’assegnazione della casa familiare (o coniugale), ossia dell’immobile in cui abitualmente e stabilmente si svolgeva la vita coniugale e che rappresentava il centro di aggregazione della famiglia prima della separazione tra i coniugi, è infatti un provvedimento adottato dal giudice (o una decisione assunta dalle parti comunemente ed inserita nell’accordo di separazione consensuale o di negoziazione assistita) con il quale si stabilisce chi, successivamente alla separazione o al divorzio, continuerà a vivere nella casa familiare.
Tale istituto ha la finalità di proteggere i soggetti deboli della famiglia, ossia mira ad assicurare ai figli minori la conservazione del medesimo ambiente di vita in cui si trovavano prima della separazione tra i genitori, sì da evitare che gli stessi subiscano un trauma ulteriore rispetto a quello della perdita dell’unione familiare, ossia l’abbandono del proprio habitat.
La legge, infatti, stabilisce che la casa debba essere assegnata al genitore collocatario della prole minore, ossia quello con cui i figli minorenni andranno a vivere: questo significa che, il più delle volte, la casa viene assegnata alla moglie, presso cui più frequentemente viene collocata la prole minore.
La circostanza che la finalità principale dell’assegnazione della casa coniugale sia quella di tutelare i figli, ha come conseguenza che in caso di separazione/divorzio di una coppia senza figli, si possono verificare tre ipotesi:
coppia in regime di separazione dei beni: la casa resta a colui che ne è titolare, anche se nei suoi confronti sia stato dichiarato l’addebito della separazione (e, quindi, anche se ha tradito l’altro coniuge e la separazione è stata la conseguenza del suo comportamento colpevole);
coppia in regime di comunione dei beni e casa acquistata dai coniugi o da uno soltanto dopo il matrimonio🡪 divisione dell’immobile, se possibile, tra i due, oppure vendita dell’immobile ed equa divisione del ricavato tra le parti;
coppia in regime di comunione dei beni e casa di proprietà di uno dei due coniugi prima del matrimonio o pervenuta ad uno dei coniugi in donazione o eredità anche dopo il matrimonio🡪 l’immobile resta di proprietà del titolare, anche se nei suoi confronti sia stato dichiarato l’addebito della separazione (e, quindi, anche se questi si è reso responsabile della separazione, essendo stato infedele).
Il provvedimento di assegnazione della casa coniugale, che può essere anche trascritto nei registri immobiliari della Conservatoria affinché l’assegnatario si ponga al riparo da eventuali pretese del terzo cui il coniuge proprietario dell’immobile abbia eventualmente alienato lo stesso o che comunque vanti diritti sulla casa, non è irrevocabile, e può venir meno su decisione del giudice nelle seguenti ipotesi :
– quando vengono meno i presupposti che hanno giustificato l’assegnazione, quindi, ad esempio, quando i figli divengono maggiorenni ed economicamente autosufficienti;
– quando è avviata una nuova convivenza more uxorio da parte dell’assegnatario o quest’ultimo celebri nuovo matrimonio o cessi di abitare stabilmente nella casa coniugale.
Tirando le fila del discorso e tornando alla domanda di partenza, poiché tradimento, e più precisamente l’addebito della separazione, e assegnazione della casa coniugale si fondano su presupposti completamente diversi, è ben è possibile che, se la coppia ha figli minori e la separazione sia stata addebitata, ad esempio, alla moglie, il marito a causa del tradimento di quest’ultima, il marito veda comunque sottrarsi la casa coniugale, nella quale permarrà la moglie, seppur adulterina, in quanto collocataria della prole. Così come potrebbe verificarsi la stessa situazione a parti invertite, seppur sia molto meno frequente.
Ciò in quanto, si ribadisce, la ratio dell’assegnazione della casa coniugale è la tutela dei figli, non la condanna del soggetto colpevole della separazione in caso di sua infedeltà.
Avvocati, studio legale10 Maggio 20190 comments
Molto spesso il genitore obbligato al mantenimento del figlio e/o del coniuge a seguito di separazione personale, si interroga sulla modificabilità del contributo a suo carico così come disposto in sede separativa.
Posto che l’assegno di mantenimento non rimane statico nel tempo una volta quantificato perché rivalutato annualmente secondo gli indici ISTAT, è comunque possibile che nella situazione patrimoniale dei coniugi intervengano circostanze e fatti sopravvenuti giustificativi di una modifica di tale contributo.
Tuttavia, la revisione dell’assegno non è automatica, ma può essere disposta dal giudice con apposito provvedimento emesso a seguito di ricorso delle parti ex art. 710 c.p.c., con cui è possibile chiedere la modifica dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione.
Il giudice, sentite le parti, provvede all’eventuale ammissione di mezzi istruttori e dispone l’aumento o la diminuzione del quantum dell’assegno dovuto. Per la modifica delle condizioni di separazione, però, anziché rivolgersi al Tribunale gli ex-coniugi possono ora trovare un accordo anche mediante la procedura di negoziazione assistita da avvocati, una delle maggiori novità previste dal DL 132/2014, così come modificato dalla relativa legge di conversione n. 162/2014.
Fatte tali doverose brevi premesse procedurali, passiamo alle cause che possono determinare la revisione dell’assegno di mantenimento.
Senza dubbio una circostanza che potrebbe comportare la riduzione o l’aumento dell’assegno di mantenimento è un considerevole miglioramento o peggioramento della situazione economica dei coniugi.
Così, se il coniuge obbligato prova che il coniuge beneficiario abbia iniziato a svolgere un’attività lavorativa percependo reddito, è probabile che venga accolta la richiesta di riduzione proporzionale dell’importo dell’assegno di mantenimento; al contrario, legittima sarà la richiesta di aumento dell’assegno di mantenimento a favore dell’avente diritto che abbia perduto, non per sua colpa, la propria occupazione lavorativa.
Allo stesso modo, qualora il coniuge obbligato subisca un peggioramento della propria capacità economica o, ad esempio, versi in condizioni di salute tali da comportare importanti spese a suo carico per le relative cure, sarà legittima la richiesta di riduzione dell’assegno.
La Cassazione, tuttavia, ha specificato che non legittima la riduzione dell’assegno, l’eventuale prepensionamento dell’avente diritto, in caso di persistenza di una significativa differenza economica tra le rispettive condizioni patrimoniali (Cass. n. 4178/2013).
Anche la costituzione di una nuova famiglia da parte del coniuge obbligato al pagamento in favore dell’altro coniuge e/o dei figli, ovvero la nascita di un ulteriore figlio, generato con un nuovo partner, rappresenta una causa giustificativa la revisione dell’assegno.
Posto che, senza dubbio, la costituzione del nuovo nucleo familiare non implica l’estinzione dei doveri di solidarietà e assistenza materiale stabiliti in sede di separazione, tale circostanza può determinare una revisione dell’importo dell’assegno di mantenimento nelle ipotesi in cui dalla nuova relazione derivi un miglioramento o un peggioramento delle condizioni patrimoniali del coniuge debitore.
In sede di modifica delle condizioni di separazione, poi, nel valutare le rispettive condizioni economiche dei coniugi il giudice dovrà tenere conto anche della eventuale convivenza more uxorio dell’avente diritto con altro partner, poiché tale convivenza può incidere sulla sua reale situazione patrimoniale.
Come sottolineato dalla giurisprudenza di legittimità, il formarsi di una relazione familiare affidabile e stabile del coniuge creditore potrà legittimare la richiesta di riduzione dell’assegno di mantenimento da parte del debitore se ciò incide positivamente sulla concreta situazione economica dello stesso, sempre che si tratti di un’unione stabile, continua e regolare (Cass. n. 17195/2011).
Con specifico riferimento al contributo al mantenimento della prole, infine, è bene evidenziare che tra i criteri fondamentali per la quantificazione di tale contributo la legge attribuisce preminenza alle “attuali esigenze del figlio” (art. 337-ter c.c.), in rapporto al concreto contesto sociale e patrimoniale dei genitori ed in ragione di un autonomo e compiuto sviluppo psicofisico del figlio.
Secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, l’aumento delle esigenze del figlio, notoriamente legato alla crescita e allo sviluppo della sua personalità, non ha bisogno di specifica dimostrazione e legittima di per sé la revisione dell’assegno di mantenimento, anche in mancanza di miglioramenti reddituali e patrimoniali del coniuge tenuto alla contribuzione, purché l’incremento del contributo di mantenimento sia adeguato alle disponibilità patrimoniali dell’onerato (Cass. n. 2191/2009; Cass. n. 17055/2007; Cass. n. 400/2010).
È bene specificare che si è qui parlato di revisione delle condizioni di separazione, ma è possibile agire anche per la modifica delle condizioni di divorzio, parimenti attraverso procedimento dinnanzi al Tribunale o mediante la procedura di negoziazione assistita, qualora siano mutate in concreto le condizioni esistenti al momento dello scioglimento del vincolo matrimoniale.