Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=16181
Timestamp: 2019-04-23 05:57:05+00:00
Document Index: 133090091

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 76', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 483', 'art. 483', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 76', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 483', 'art. 483', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 12', 'art. 61', 'art. 483', 'art. 606', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 483', 'art. 606', 'art. 1', 'art. 606', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 30', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 76', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 483', 'art. 483', 'art. 76', 'art. 483', 'art. 47', 'art. 483', 'art. 76', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 76', 'art. 483', 'art. 76', 'art. 483', 'art. 483', 'art. 483', 'art. 33', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 161', 'art. 161', 'art. 1', 'art. 483', 'art. 133', 'art. 483', 'art. 616']

CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE FERIALE - SENTENZA 3 ottobre 2018, n.43792
CP Art. 483
Anche la mera presentazione di una falsa dichiarazione dei redditi integra falsità ideologica
CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE FERIALE - SENTENZA 3 ottobre 2018, n.43792MASSIMA
In tema di emersione di lavoro irregolare l'art. 1-ter, comma 15, legge 3 agosto 2009, n.102, richiamando la previsione dell'art. 76 d.P.R. 28 dicembre 2000, n.445, equipara la mera presentazione di false dichiarazioni o attestazioni alle dichiarazioni sostitutive rese in sede di autocertificazione. Ne consegue che integra il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la presentazione di una falsa dichiarazione dei redditi, non sottoscritta, né dichiarate conformi all’originale, nell'ambito della procedura volta alla regolarizzazione del lavoro irregolare.
La Corte di appello di Caltanissetta con sentenza del 21/12/2017, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Enna del 3/3/2015, confermava la condanna di due soggetti per il reato di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico ex art. 483 cod. pen., per aver formato e fatto uso, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, di false dichiarazioni dei redditi, presentate a corredo delle domande di regolarizzazione del lavoro di tre stranieri extracomunitari allo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura di Enna. Pertanto, gli imputati ricorrevano in Cassazione, denunciando violazione di legge, atteso che essi si erano limitati a depositare le copie alterate delle dichiarazioni dei redditi, non sottoscritte, né dichiarate conformi all'originale, mentre l'art. 483 cod. pen. esige che il privato attesti il falso in atto pubblico e che l'atto sia destinato a provare la verità dei fatti falsamente attestati.
Ai fini dell’emersione di lavoro irregolare la presentazione di false dichiarazione dei redditi, non sottoscritte, né dichiarate conformi all’originale, integra il reato di falso ideologico? A questa domanda la Suprema Corte nella sentenza in epigrafe dà risposta positiva. Tale conclusione si fonda sulla considerazione che l'art. 1 ter, comma 15, d.l. 78/2009, convertito con l. 102/2009, sanziona penalmente, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque abbia presentato false dichiarazioni o attestazioni, ovvero abbia concorso al fatto, nell'ambito della procedura di emersione prevista dall'articolo, ai sensi del Testo unico di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, art. 76. Il D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76 sanziona penalmente chi rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal Testo unico ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia e precisa che le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli artt. 46 e 47 sono considerate come fatte a pubblico ufficiale. Quindi, è evidente che l'attestazione è immanente ex lege nel fatto stesso della stessa presentazione, nell'ambito del procedimento amministrativo finalizzato all'emersione del rapporto di lavoro irregolare, da parte del datore di lavoro autore della domanda, della propria dichiarazione dei redditi, ai sensi e per gli effetti del D.L. n. 78 del 2009, art. 1 ter, lett. d). In altri termini, il citato comma 15, attraverso il richiamo del D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76 e delle sanzioni penali ivi previste per le false dichiarazioni sostitutive rese in sede di autocertificazione, schiude la porta all'applicazione delle sanzioni previste dal codice penale per i delitti di falso e, in particolare, dell'art. 483 cod. pen. in tema di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Non ha, pertanto, alcun rilievo il fatto che le dichiarazioni dei redditi falsificate non siano state presentate telematicamente, ma depositate, per integrare la domanda, in sede di colloquio con il funzionario amministrativo dello Sportello Unico e neppure che le stesse non siano state sottoscritte o accompagnate da una espressa dichiarazione di attestazione, implicata dalla funzione della presentazione dalla disciplina legale del procedimento. Ancor meno rileva l'asserita inammissibilità delle domande presentate dagli imputati sotto il profilo amministrativo per la carenza dell'uno o dell'altro requisito richiesto dalla legge ai fini dell'ammissibilità. La sanzione penale è prevista per la condotta di presentazione di false dichiarazioni o attestazioni nell'ambito della procedura di emersione prevista dall'articolo ed è considerata aggravata allorché il fatto è stato commesso attraverso la contraffazione o l'alterazione di documenti. E' quindi del tutto irrilevante che la condotta falsificatrice sia stata posta in essere a corredo di una domanda (asseritamente) inammissibile sotto il profilo amministrativo. In definitiva, nella fattispecie concreta, per le ragioni in precedenza esposte, ricorrono tutti gli elementi del reato di cui all'art. 483 cod. pen.
CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE FERIALE - SENTENZA 3 ottobre 2018, n.43792 - Pres. Piccialli – erst. Scotti
1. La Corte di appello di Caltanissetta con sentenza del 21/12/2017, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Enna del 3/3/2015, appellata dagli imputati, ha assolto V.G. e S.M. dal reato ex art. 81 cod. pen. e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 12, comma 1, loro contestato in rubrica sub A), perchè il fatto non sussiste, e, previamente esclusa la contestata recidiva e la contestata aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 2, ha conseguentemente ridotto la pena loro inflitta per il residuo reato di cui al capo B) della rubrica, di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico ex art. 483 cod. pen., a mesi quattro di reclusione ciascuno.
Più specificamente, il capo B) riguardava l'accusa di aver formato e fatto uso, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, di false dichiarazioni dei redditi per il 2010, presentate a corredo delle domande di regolarizzazione del lavoro di tre stranieri extracomunitari allo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura di Enna.
2. Ha proposto ricorso l'avv. Collodoro Mario, difensore di fiducia degli imputati, svolgendo quattro motivi.
2.1. Con il primo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) (rectius e)), e b), i ricorrenti lamentano violazione di legge e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla presenza nella domanda di 'emersione' del lavoro irregolare della 'attestazione' ai sensi del D.L. n. 78 del 2009, art. 1 ter, comma 4, lett. d), convertito in L. n. 102 del 2009.
Le predette domande di emersione non contenevano alcuna attestazione ed erano comunque, sulla base di una valutazione ex ante, inammissibili, perchè prive dei requisiti di cui al predetto art. 1 ter, comma 4, lett. d), g) e h) precitato (ossia, rispettivamente: indicazione del possesso di un reddito imponibile; proposta del contratto di soggiorno; indicazione degli estremi del versamento di un contributo forfettario di Euro 500).
I ricorrenti sostengono di essersi limitati a depositare le copie alterate delle dichiarazioni dei redditi, non sottoscritte, nè dichiarate conformi all'originale e osservano inoltre che l'art. 483 cod. pen. esige che il privato attesti il falso in atto pubblico e che l'atto sia destinato a provare la verità dei fatti falsamente attestati.
Anche ammesso, come ritenuto dalla Corte territoriale, che l'atto pubblico che veniva in considerazione fosse l'atto finale della procedura amministrativa (nulla osta, contratto o permesso di soggiorno), a questo era estranea l'attestazione non veritiera del privato, che non ne costituiva l'oggetto precipuo e che semmai avrebbe dovuto essere verificata dal pubblico ufficiale procedente; il falso ideologico del privato era infatti configurabile solo allorchè il pubblico ufficiale debba limitarsi a riportare in atto la dichiarazione del privato.
Nè la conclusione sarebbe mutata individuando l'atto pubblico oggetto del falso nella dichiarazione dei redditi, di per sè, visto che tale documento non possiede questa natura, se non quando sia stata presentata all'Ufficio e controllata e liquidata dai funzionari a ciò preposti.
2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) (rectius e)), i ricorrenti lamentano mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla dedotta insussistenza del reato per difetto di tipicità o idoneità dell'azione, trattandosi di falsi grossolani e palesemente innocui, inutili e irrilevanti.
Contrariamente a quanto assunto dalla Corte di appello, il V. aveva presentato una sola dichiarazione, sicchè l'interpolazione vergata a penna sull'unica dichiarazione da lui presentata, non poteva essere ritenuta ininfluente per la presenza di altra dichiarazione.
Inoltre le dichiarazioni dei redditi non erano state presentate in via telematica, non erano nè originali, nè copie conformi all'originale, erano prive di qualsiasi numero o timbro di protocollo, mancavano di tutti i dati relativi al soggetto incaricato della presentazione, non recavano nemmeno la sottoscrizione del dichiarante, si riferivano all'anno sbagliato (il 2009 e non già al 2008),ed infine era previsto il loro controllo-verifica nell'ambito della procedura amministrativa.
Occorreva poi considerare il complessivo contesto in cui le due dichiarazioni erano state fornite, ossia in sede di convocazione, nel 2010, in uno con lo stato di famiglia, da parte di due coniugi componenti lo stesso nucleo familiare, che non avrebbero quindi potuto regolarizzare più di un solo lavoratore extracomunitario, sicchè due delle tre domande sarebbero state comunque irricevibili.
Le domande di emersione del lavoro irregolare erano comunque inammissibili perchè prive dei necessari requisiti D.L. n. 79 del 2009, ex art. 1 ter, comma 4, (lett. d, g e h); secondo i ricorrenti, il reato di falso ideologico postula che l'attestazione o il documento, contenente l'immutatio veri, sia perfetto nel suo tenore letterale, giuridico e nella sua funzione probatoria.
Il reato era stato erroneamente collocato al 3/12/2010 con riferimento ai timbri apposti dall'ufficio sulle dichiarazioni dei redditi e gli altri allegati, come riferito dal teste T., mentre le due dichiarazioni erano state presentate il 6/7/2010 in sede di convocazione da parte dell'Ufficio in relazione alle domande proposte in data 30/9/2009.
2.4. Con il quarto motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d) (rectius e)), i ricorrenti lamentano mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla entità della pena inflitta, assai superiore al minimo edittale, e alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, pur richieste in misura massima.
1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione di legge e vizi logici della motivazione, circa la sussistenza nelle domande di 'emersione' del lavoro irregolare da loro presentate della 'attestazione' di cui al D.L. n. 78 del 2009, art. 1 ter, comma 4, lett. d), convertito in L. n. 102 del 2009.
1.1. I ricorrenti sostengono che le domande di emersione non contenevano alcuna attestazione e dovevano considerarsi comunque ex ante inammissibili, perchè prive dei requisiti di cui alle lettere d), g) e h) del predetto art. 1 ter, comma 4 precitato (ossia, rispettivamente: indicazione del possesso di un reddito imponibile; proposta del contratto di soggiorno; indicazione degli estremi del versamento di un contributo forfettario di Euro 500). Gli imputati si erano limitati a depositare le copie alterate delle dichiarazioni dei redditi, non sottoscritte, nè dichiarate conformi all'originale, in sede di convocazione da parte dell'Ufficio.
1.2. Il D.L. 1 luglio 2009, art. 1 ter, convertito con modificazioni in legge dall'art. 1 della L. 3 luglio 2009, n. 102, inserito in sede di conversione, è dettato in tema di 'Dichiarazione di attività di assistenza e di sostegno alle famiglie' e si applica ai datori di lavoro italiani o cittadini di uno Stato membro dell'Unione europea, ovvero extracomunitari in possesso di valido titolo di soggiorno, che alla data del 30/6/2009 occupavano irregolarmente alle proprie dipendenze, da almeno tre mesi, lavoratori italiani o cittadini di uno Stato membro dell'Unione europea, ovvero lavoratori extracomunitari, comunque presenti nel territorio nazionale, e continuavano ad occuparli alla data di presentazione della dichiarazione di cui al comma 2, adibendoli: (a) ad attività di assistenza per se stesso o per componenti della propria famiglia, ancorchè non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l'autosufficienza o (b) al lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Tali datori di lavoro potevano dichiarare, dal 1 al 30/9/2009, la sussistenza del rapporto di lavoro all'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) per il lavoratore italiano o per il cittadino di uno Stato membro dell'Unione europea, mediante apposito modulo ovvero allo Sportello Unico per l'immigrazione, per il lavoratore extracomunitario, mediante apposita dichiarazione.
La dichiarazione allo Sportello Unico per l'immigrazione doveva essere presentata, con modalità informatiche, nel termine di cui al medesimo comma e doveva contenere a pena di inammissibilità:
b) l'indicazione delle generalità e della nazionalità del lavoratore extracomunitario occupato al quale si riferiva la dichiarazione e l'indicazione degli estremi del passaporto o di un altro documento equipollente valido per l'ingresso nel territorio dello Stato;
d) l'attestazione, per la richiesta di assunzione di un lavoratore addetto al lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare, del possesso di un reddito imponibile, risultante dalla dichiarazione dei redditi, non inferiore a 20.000 Euro annui in caso di nucleo familiare composto da un solo soggetto percettore di reddito, ovvero di un reddito complessivo non inferiore a 25.000 Euro annui in caso di nucleo familiare composto da più soggetti conviventi percettori di reddito;
f) la dichiarazione che la retribuzione convenuta non era inferiore a quella prevista dal vigente contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento e che, in caso di lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare, l'orario lavorativo non era inferiore a quello stabilito dal regolamento di cui al D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, art. 30-bis, comma 3, lett. c);
g) la proposta di contratto di soggiorno previsto dal testo unico di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5-bis;
Il comma 6 dell'articolo circoscriveva la dichiarazione, per ciascun nucleo familiare, ad una sola unità per il lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare e a due unità per le attività di assistenza a soggetti affetti da patologie o handicaps che ne limitavano l'autosufficienza; la legge prevedeva inoltre che lo Sportello Unico per l'immigrazione, verificata l'ammissibilità della dichiarazione e acquisito il parere della Questura sull'insussistenza di motivi ostativi al rilascio del permesso di soggiorno, convocasse le parti per la stipulazione del contratto di soggiorno e per la presentazione della richiesta del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, previa esibizione dell'avvenuto pagamento del contributo.
L'art. 1 ter, comma 15 in questione sanziona penalmente, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque abbia presentato false dichiarazioni o attestazioni, ovvero abbia concorso al fatto, nell'ambito della procedura di emersione prevista dall'articolo, ai sensi del Testo unico di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, art. 76. Se il fatto è stato commesso attraverso la contraffazione o l'alterazione di documenti oppure con l'utilizzazione di uno di tali documenti, si applica la pena della reclusione da uno a sei anni. La pena è poi aumentata se il fatto è stato commesso da un pubblico ufficiale.
Il D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76 sanziona penalmente chi rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal Testo unico ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia e precisa che le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli artt. 46 e 47 sono considerate come fatte a pubblico ufficiale.
1.3. In primo luogo, è evidente che l'attestazione è immanente ex lege nel fatto stesso della stessa presentazione, nell'ambito del procedimento amministrativo finalizzato all'emersione del rapporto di lavoro irregolare, da parte del datore di lavoro autore della domanda, della propria dichiarazione dei redditi, ai sensi e per gli effetti del D.L. n. 78 del 2009, art. 1 ter, lett. d): la norma stessa indica infatti la modalità della prevista attestazione, che 'risulta' dalla dichiarazione dei redditi prodotta.
In ogni caso, il citato comma 15, attraverso il richiamo del D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76 e delle sanzioni penali ivi previste per le false dichiarazioni sostitutive rese in sede di autocertificazione, schiude la porta all'applicazione delle sanzioni previste dal codice penale per i delitti di falso e, in particolare, dell'art. 483 cod. pen. in tema di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.
1.4. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il delitto di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.) è configurabile solo nei casi in cui una specifica norma giuridica attribuisca all'atto la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, così collegando l'efficacia probatoria dell'atto medesimo al dovere del dichiarante di affermare il vero. (Sez. U, n. 28 del 15/12/1999, Gabrielli, Rv. 215413); tale principio è stato ripreso e confermato da numerose pronunzie conformi (Sez. 5, n. 39215 del 04/06/2015, Cremonese e altro, Rv. 264841; Sez. 5, n. 18279 del 02/04/2014, Scalici, Rv. 259883; Sez. 5, n. 5365 del 04/12/2007 - dep. 2008, Bonventre, Rv. 239110; Sez. 5, n. 17363 del 12/02/2003, Ferrante, Rv. 224750).
Talune di queste si sono riferite alla fattispecie D.P.R. n. 445 del 2000, ex art. 76 in relazione all'art. 483 cod. pen. (Sez. 5, n. 16275 del 16/03/2010, Zagari, Rv. 247260), secondo la quale integra il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la condotta di colui che, in sede di dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, art. 47, allegata ad istanza preordinata ad ottenere il passaporto, attesti falsamente di non avere mai riportato condanne penali.
E' stato, inoltre, osservato che l'atto disciplinato dalle norme di cui agli artt. 46 e 47 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa è per sua natura 'destinato a provare la verità' dei fatti in esso affermati, che concernono fatti, stati e qualità personali (Sez. 5, n. 38748 del 09/07/2008, Nicotera, Rv. 242324).
Questa Corte ha così colto la natura pubblica dell'atto di cui all'art. 483 cod. pen. nei casi in cui una specifica norma attribuisca all'atto stesso la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, collegandone l'efficacia probatoria al dovere del dichiarante di affermare il vero; riguardo alle dichiarazioni sostitutive di atto notorio e di certificazioni rilasciate ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 46 e 47, la natura pubblica è stata desunta anche dalla sua naturale destinazione dell'atto a provare la verità dei fatti in esso affermati, a sua volta ricavabile dalla funzione di comprovare stati, qualità personali e fatti, che le due disposizioni in parola assegnano alle dichiarazioni sostitutive di atti notori e di certificazioni.
Secondo il D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76, le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli artt. 46 e 47 sono considerate come fatte a pubblico ufficiale, il che è più che sufficiente a sancirne la destinazione ad essere trasfuse in atto pubblico; per converso, la necessità, affermata dal filone giurisprudenziale che fa capo alla sentenza delle Sezioni Unite 'Gabrielli', dell'individuazione di una specifica norma giuridica che attribuisca all'atto la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, così collegando l'efficacia probatoria dell'atto medesimo al dovere del dichiarante di affermare il vero, è puntualmente soddisfatta dalle norme di cui al D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 46 e 47 e dalla specifica funzione probatoria di tali che hanno l'efficacia di dimostrare stati, qualità personali o fatti che siano a diretta conoscenza dell'interessato dichiarante.
Nella fattispecie, la necessità dell'individuazione di una specifica norma giuridica che attribuisca all'atto la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, è ulteriormente soddisfatta dalla previsione contenuta nell'art. 1 ter del decreto legge in questione del disposto di cui alla lett. d) del comma 4 e dallo specifico richiamo sanzionatorio del comma 15.
La presentazione di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con contenuto ideologicamente falso, in forza dell'obbligo di dichiarare il vero sancito dal D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76, integra il reato di cui all'art. 483 cod. pen..
Il D.P.R. n. 445 del 2000, art. 76, comma 1, che dispone in effetti che chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal testo unico sulla semplificazione amministrativa è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, non contiene quindi un mero rinvio ai fini della determinazione della sanzione (ossia quoad poenam) ma funge da ponte verso la disciplina codicistica dei falsi.
Ricorrono effettivamente nella fattispecie concreta tutti gli elementi del reato di cui all'art. 483 cod. pen. per le ragioni in precedenza esposte.
1.6. Ancor meno rileva l'asserita inammissibilità delle domande presentate dagli imputati sotto il profilo amministrativo per la carenza dell'uno o dell'altro requisito richiesto dalla legge ai fini dell'ammissibilità.
La sanzione penale è prevista per la condotta di presentazione di false dichiarazioni o attestazioni nell'ambito della procedura di emersione prevista dall'articolo ed è considerata aggravata allorchè il fatto è stato commesso attraverso la contraffazione o l'alterazione di documenti.
E' quindi del tutto irrilevante che la condotta falsificatrice sia stata posta in essere a corredo di una domanda (asseritamente) inammissibile sotto il profilo amministrativo.
1.7. I ricorrenti ricordano che l'art. 483 cod. pen. esige che il privato attesti il falso in atto pubblico e che l'atto sia destinato a provare la verità dei fatti falsamente attestati; seguendo l'impostazione della Corte territoriale, i ricorrenti ipotizzano che l'atto pubblico che veniva in considerazione fosse l'atto finale della procedura amministrativa (nulla osta, contratto o permesso di soggiorno), e osservano che a questo era estranea l'attestazione non veritiera del privato, che non ne costituiva l'oggetto precipuo e che semmai avrebbe dovuto essere verificata dall'Ufficiale Pubblico procedente, poichè il falso ideologico del privato era configurabile solo allorchè il pubblico ufficiale debba limitarsi a riportare in atto la dichiarazione del privato.
Il ragionamento non è condivisibile.
L'attestazione non veritiera del privato richiedente riguarda uno dei presupposti fattuali che devono sussistere per l'emissione dell'atto finale della procedura amministrativa finalizzata alla regolarizzazione del rapporto di lavoro irregolare, ossia la capacità economica del datore di lavoro di sostenere i costi retributivi e contributivi del rapporto di lavoro in emersione, al fine di omologare al circuito economico solo rapporti di lavoro reali, effettivi e sostenibili, e di prevenire la presentazione di domande fittizie dirette soltanto a consentire la regolarizzazione della posizione del lavoratore extracomunitario sul territorio nazionale.
La giurisprudenza di questa Corte ha ravvisato il delitto di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.) in numerosi casi analoghi di dichiarazioni del privato volti ad attestare un fatto specifico rilevante nell'ambito di un procedimento amministrativo: ad esempio, la condotta di colui che attesti, in sede di dichiarazione sostitutiva, presentata alla Motorizzazione Civile, di non avere conseguito la licenza media al fine di accedere a modalità di esame facilitate per il conseguimento della patente di guida (Sez. 5, n. 12133 del 01/12/2011 - dep. 2012, Sanfilippo, Rv. 252163); la condotta di colui che attesta falsamente il diritto al riconoscimento dei permessi L. 5 febbraio 1992, n. 104, ex art. 33, per accudire un familiare portatore di handicap, in realtà deceduto (Sez. 2, n. 2072 del 08/11/2011 - dep. 2012, Canesi, Rv. 251767); la condotta di chi, nella domanda preordinata ad ottenere l'arruolamento nell'esercito italiano, renda false dichiarazioni in ordine alla votazione conseguita in sede di diploma di scuola media secondaria (Sez. 5, n. 3681 del 14/12/2010 - dep. 2011, Pg in proc. Ormella, Rv. 249709); la falsa denuncia di smarrimento della patente di guida presentata ai Carabinieri ai fini del rilascio del duplicato della patente. (Sez. 5, n. 7022 del 02/12/2010 - dep. 2011, Oliva, Rv. 249832); la condotta di colui che attesti falsamente il possesso dei requisiti necessari per partecipare ad una gara di appalto ed in particolare di non avere riportato condanne penali consistite in sentenze di applicazione della pena (Sez. 5, n. 37237 del 09/07/2010, Reina, Rv. 248646).
Non rileva quindi l'alternativa individuazione dell'atto pubblico oggetto del falso nella dichiarazione dei redditi, che è solo il documento falsificato dal privato con l'inveritiera attestazione nell'ambito della procedura finalizzata all'emanazione di un atto pubblico da parte dell'Amministrazione degli Interni.
2. Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla dedotta insussistenza del reato per difetto di tipicità o idoneità dell'azione, trattandosi di falsi grossolani e palesemente innocui, inutili e irrilevanti.
2.1. Contrariamente a quanto assunto dalla Corte di appello, il V. avrebbe presentato una sola dichiarazione, sicchè l'interpolazione vergata a penna sull'unica dichiarazione da lui presentata, non poteva essere ritenuta ininfluente per la presenza di altra dichiarazione.
Il fatto è del tutto irrilevante e comunque meramente allegato e non dimostrato con il necessario carattere dell'autosufficienza: i ricorrenti non provano affatto, indicando le specifiche fonti di prova verificabili da questa Corte, che il Giudice del merito sia incorso in travisamento, supponendo l'esistenza di una pluralità di documenti relativi alla dichiarazione dei redditi del V..
L'esistenza di interpolazioni vergate a penna (in uno dei documenti) è poi del tutto irrilevante, perchè ciò che conta è il contenuto dichiarativo del documento, comunque incontestabilmente e pacificamente falso.
2.2. I ricorrenti obiettano che le domande non erano state presentate in via telematica, non erano nè originali, nè copie conformi all'originale, erano prive di qualsiasi numero o timbro di protocollo, erano prive di tutti i dati relativi al soggetto incaricato della presentazione, non recavano nemmeno la sottoscrizione del dichiarante, si riferivano all'anno sbagliato (il 2009 e non già al 2008), e infine era previsto il loro controllo o la loro verifica nell'ambito della procedura amministrativa.
Si è già detto che le modalità di consegna, peraltro avvenuta in sede di interlocuzione amministrativa con il funzionario incaricato, erano del tutto irrilevanti, al pari della mancanza di sottoscrizione o attestazione espressa di veridicità, non richieste dalla norma.
Del pari irrilevante era infine la possibilità di controllo, sempre possibile, da parte della Pubblica Amministrazione e nel caso evidentemente effettuata con esito sfavorevole.
2.3. Secondo i ricorrenti, occorreva poi considerare il complessivo contesto in cui le due dichiarazioni erano state fornite, ossia in sede di convocazione, nel 2010, in uno con lo stato di famiglia, da parte di due coniugi componenti lo stesso nucleo familiare che non avrebbero quindi potuto regolarizzare più di un solo lavoratore extracomunitario, sicchè due delle tre domande sarebbero state comunque irricevibili; aggiungono, ancora, che le domande di emersione del lavoro irregolare erano comunque inammissibili perchè prive dei necessari requisiti D.L. n. 79 del 2009, ex art. 1 ter, comma 4 (lettere d, g e h).
Si è già osservato al proposito che l'eventuale inammissibilità della domanda non aveva alcuna incidenza sulla configurabilità del reato di falso ideologico in questione, che presuppone solamente la condotta, cosciente e volontaria, della falsa attestazione, compiuta mediante contraffazione della dichiarazione dei redditi e vulnera la fede pubblica che assiste la veridicità delle dichiarazioni rese dai privati nelle dichiarazioni previste dalla legge come dotate di capacità certificativa nell'ambito del sistema di semplificazione amministrativa.
I ricorrenti aggiungono che il reato di falso ideologico postulerebbe che l'attestazione o il documento, contenente l'immutatio veri, sia perfetto nel suo tenore letterale, giuridico e nella sua funzione probatoria, mentre nella specie risulta sufficiente ad integrare il reato la presentazione di inveritiera attestazione compiuta mediante produzione a corredo della domanda di un documento (dichiarazione dei redditi) falsificato; i ricorrenti poi non tengono conto che la falsa attestazione era di per sè idonea, se non verificata e controllata aliunde, ad ingannare l'Amministrazione statale circa il possesso del requisito reddituale previsto dalla norma per accedere alla procedura di emersione.
I ricorrenti assumono che il reato era stato erroneamente collocato alla data del 3/12/2010 con riferimento ai timbri apposti dall'Ufficio sulle dichiarazioni dei redditi e gli altri allegati, come riferito dal teste T. all'udienza del 21/11/2013; invece le due dichiarazioni erano state presentate già il 6/7/2010 in sede di convocazione degli imputati presso Lo Sportello Unico a latere delle domande presentate in data 30/9/2009.
Secondo i ricorrenti il momento di commissione del reato dovrebbe essere individuato nel 30/9/2009 o, tuttalpiù, nel 6/7/2010.
3.1. La pretesa dei ricorrenti di considerare come dies a quo la data del 30/9/2009 è obiettivamente inconsistente e auto-contraddittoria perchè i ricorrenti non deducono, neppur loro, di aver depositato le dichiarazioni dei redditi false in data 30/9/2009, già al momento della presentazione delle istanze di regolarizzazione.
3.2. La richiesta dei ricorrenti di considerare commesso il reato al 6/7/2010, e non già al 3/12/2010, si fonda su di un motivo inammissibile, poichè rivolto a dedurre un travisamento della prova da parte della Corte territoriale, non accompagnato dalla debita allegazione della prova asseritamente travisata, meramente richiamata in modo generico e non prodotta.
Il vizio di travisamento della prova può essere dedotto con il ricorso per cassazione, nel caso di cosiddetta 'doppia conforme' (nel caso sussistente, quanto all'accertamento della responsabilità penale per il reato sub B)) sia nell'ipotesi in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice, sia quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti (da ultimo, Sez. 2, n. 5336 del 09/01/2018, L e altro, Rv. 272018).
Ai fini della configurabilità del vizio di travisamento della prova dichiarativa, è comunque necessario che la relativa deduzione abbia un oggetto definito e inopinabile, tale da evidenziare la palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della dichiarazione e quello tratto dal giudice, con conseguente esclusione della rilevanza di presunti errori da questi commessi nella valutazione del significato probatorio della dichiarazione medesima (Sez. 5, n. 8188 del 04/12/2017 - dep. 2018, Grancini, Rv. 272406; Sez. 4, n. 1219 del 14/09/2017 - dep. 2018, Colomberotto, Rv. 271702; Sez. 5, n. 9338 del 12/12/2012 - dep. 2013, Maggio, Rv. 255087; si tratta dell'errore cosiddetto 'revocatorio' che, cadendo sul significante e non sul significato della prova, si traduce nell'utilizzo di una prova inesistente per effetto di una errata percezione di quanto riportato dall'atto istruttorio (Sez. 5, n. 18542 del 21/01/2011, Carone, Rv. 250168).
3.3. E' solo il caso di osservare che, anche collocando in data 6/7/2010 e non in data 3/12/2010 il momento di commissione del reato, come sostengono i ricorrenti, la prescrizione non era tuttavia decorsa al momento della pronuncia della sentenza di secondo grado (21/12/2017).
Infatti il termine (7 anni e 6 mesi) di cui all'art. 161 cod. pen. scadeva il 6/1/2018 ed era ulteriormente prorogato di giorni 109 per effetto della sospensione intercorsa dal 8/1/2013 al 28/5/2013 (60 giorni, rinvio per impedimento) e dal 13/1/2015 al 3/3/2015 (49 giorni, rinvio su richiesta): il che prorogava la scadenza al 25/4/2018.
3.4. Con riferimento alla data del 3/12/2010 il periodo prescrizionale non è decorso neppure alla data della presente sentenza, perchè per le ragioni appena indicate il periodo ex art. 161 cod. pen., aumentato dei 109 giorni di sospensione viene a scadere solo il 20/9/2018.
4. Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine all'entità della pena inflitta, assai superiore al minimo edittale, e alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, pur richieste in misura massima.
4.1. Non essendo stata contestata la specifica aggravante di cui al D.L. n. 78 del 2009, art. 1 ter, comma 15, seconda parte, la pena prevista per il delitto di cui all'art. 483 cod. pen. andava da 15 giorni a due anni di reclusione.
La pena inflitta è quindi molto inferiore alla media edittale.
Il motivo è inammissibile, in quanto mira ad ottenere dalla Corte di Cassazione una nuova valutazione sulla congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e sia sorretta da sufficiente motivazione. La gradazione della pena, infatti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, ai sensi degli artt. 132 e 133 cod. pen. (ex multis Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, Ferrario, Rv. 259142). Inoltre, sempre secondo giurisprudenza consolidata in tema di determinazione della pena, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media edittale, come nel caso di specie, non è necessaria una specifica e dettagliata motivazione da parte del giudice, essendo sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all'art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283).
Il Giudice di appello, tra l'altro investito da un motivo di appello degli attuali ricorrenti che rivendicavano la prevalenza delle attenuanti generiche, ha escluso sia l'aggravante residua del nesso teleologico (avendo eliminato la condanna per il reato sub a), sia la recidiva (per vero senza alcuna spiegazione), e non ha fatto espressa menzione delle circostanze attenuanti generiche, peraltro già richieste e comunque concesse, seppur in regime di equivalenza, e della loro incidenza sul trattamento sanzionatorio.
Tuttavia la Corte territoriale, se non ha dato esplicitamente conto dell'incidenza delle attenuanti generiche sul trattamento sanzionatorio irrogato (quattro mesi di reclusione), non ha affatto revocato la concessione delle attenuanti generiche, diversamente dalle altre statuizioni relative ad elementi circostanziali del reato (recidiva, aggravante del nesso teleologico) sulle quali, invece, si è espressamente pronunciata.
Non vi è motivo, pertanto, di escludere che la pena irrogata dalla Corte territoriale tenga conto, seppur implicitamente, della riduzione per effetto delle attenuanti generiche, liberate dalla neutralizzazione conseguente al giudizio di bilanciamento in equivalenza deliberato in primo grado,tanto più che tale opzione è perfettamente compatibile con la pena prevista per il reato di cui all'art. 483 cod. pen..
5. I ricorsi vanno quindi rigettati. Ne consegue la condanna dei ricorrenti ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen. al pagamento delle spese del procedimento.