Source: http://www.studiolegalenigra.com/sentenza-in-materia-di-diritto-di-famiglia-1-2002-corte-costituzionale.htm
Timestamp: 2017-12-17 17:28:58+00:00
Document Index: 59346359

Matched Legal Cases: ['art. 739', 'art. 137', 'art. 136', 'art. 741', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 739', 'art. 136', 'art. 137', 'art. 137', 'art. 336', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 24', 'art. 30', 'art. 111', 'art. 18', 'art. 317', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 111', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 336', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 336', 'art. 336', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 9', 'art. 336', 'art. 317', 'art. 111', 'art. 336', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 137', 'art. 2', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 111', 'art. 137', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 24', 'art. 30', 'art. 111', 'art. 18', 'art. 336', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 37', 'art. 336', 'art. 336', 'art. 336', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 111', 'art. 336', 'art. 78', 'art. 336', 'art. 111', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 336', 'art. 336', 'art. 669', 'art. 669', 'art. 336', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 9', 'art. 336', 'art. 156', 'art. 111', 'art. 24']

Il sito dell'Avvocato Amedeo Nigra. Rassegna di giurisprudenza in materia di diritto di famiglia. Sentenza n. 1/2002 Corte Costituzionale di Roma.
2.- La Corte rimettente ritiene fra l’altro che la previsione del secondo comma dell’art. 739 cod. proc. civ. (secondo cui il provvedimento emesso in camera di consiglio è comunicato se dato in confronto di una sola parte, o notificato se dato in confronto di più parti) deve essere coordinata con il rilievo che i procedimenti relativi alla potestà genitoriale sono considerati dalla dottrina <<bilaterali o plurilaterali>>, onde il provvedimento che li conclude dovrebbe essere interamente notificato alle parti ed al P.M. ex art. 137 cod. proc. civ.. Tuttavia i tribunali per i minorenni ed anche quello di Torino <<comunicano non l’intero decreto ma solo il suo dispositivo, a mente dell’art. 136 cod. proc. civ., consegnando il biglietto di cancelleria al destinatario o disponendone la notifica da parte dell'ufficiale giudiziario, e dalla data di questa comunicazione del dispositivo fanno decorrere il termine perentorio di dieci giorni decorso il quale, in assenza di reclamo, il decreto acquista efficacia ex art. 741, comma 1, cod. proc. civ.>>.
a) con l’art. 3, primo comma, Cost.: a1) in quanto non rispetterebbe <<il principio di ragionevolezza>>, perché, mentre con riferimento alla sentenza la comunicazione del solo dispositivo avrebbe una sua ragione, in quanto servirebbe soltanto a mettere le parti nella condizione di poter notificare la sentenza al fine della decorrenza del termine breve di trenta giorni per l’impugnazione, nel caso dei provvedimenti in discorso la comunicazione farebbe decorrere essa stessa il termine di dieci giorni per il reclamo onde sarebbe necessario conoscere il provvedimento nella sua interezza; a2) in quanto realizzerebbe - arbitrariamente e senza una razionale giustificazione - un trattamento differenziato rispetto alla disciplina della notificazione d’ufficio integrale del decreto o della sentenza di adottabilità, ex artt. 15, terzo comma, 16, secondo comma, e 17, terzo comma, della legge n. 184 del 1983;
b) con l’art. 97, primo comma, Cost., perché risulterebbe leso il principio del buon andamento dell’amministrazione;
2.1.- Sulla base di tali motivazioni la rimettente solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 739, secondo comma, cod. proc. civ., <<in relazione all’art. 136 cod. proc. civ., nella parte in cui nel diritto vivente tali norme prevedono>> <<la comunicazione del decreto assunto dal tribunale per i minorenni nei procedimenti camerali ablativi o modificativi della potestà genitoriale con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché la notificazione mediante consegna al destinatario di copia per esteso conforme all’originale del decreto nelle forme dell’art. 137 del codice di procedura civile>>.
La medesima questione viene prospettata anche con riferimento <<al combinato disposto degli artt. 739, comma 2, e 741 cod. proc. civ., nella parte in cui dispongono che nei procedimenti camerali del tribunale per i minorenni ablativi e modificativi della potestà genitoriale il termine di dieci giorni per proporre reclamo e il termine di efficacia del decreto decorrano dalla comunicazione del decreto con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché della notificazione mediante consegna al destinatario di copia per esteso conforme all'originale del decreto nelle forme dell’art. 137 cod. proc. civ.>>.
La prima questione investe l’art. 336, secondo comma, nella parte in cui non prevederebbe che nei procedimenti camerali ablativi o modificativi della potestà genitoriale sia sentito anche il genitore contro cui il provvedimento non è richiesto. Ad avviso della rimettente, questa mancata previsione aveva un significato anteriormente alla riforma del diritto di famiglia del 1975, quando un solo genitore (di norma il padre) era titolare della potestà, ma non si giustificherebbe più in un regime di potestà congiunta e paritaria, in cui alla decadenza o alla limitazione della potestà di un genitore corrisponde una maggiore pienezza della potestà dell'altro genitore.
La limitazione dell’audizione ad un solo genitore, violerebbe: a) l’art. 3, primo comma, Cost., per lesione del principio di eguaglianza fra i genitori, e per irragionevolezza della diversità rispetto alla disciplina di cui all’art. 10, quinto comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, che, per i procedimenti limitativi o sospensivi della potestà nel corso del procedimento di adottabilità, impone l’audizione preventiva di entrambi i genitori e, se c’è, del tutore; b) l’art. 24, secondo comma, Cost., per lesione del <<diritto di autodifesa, con facoltà di farsi assistere da un difensore, del genitore non sentito e, quindi, neppure informato della procedura>>; c) l’art. 30, primo comma, Cost., per l’esclusione di un genitore dalla possibilità di intervenire in un procedimento relativo ai doveri e diritti dell’altro genitore di mantenere, istruire ed educare i figli; d) l’art. 111, primo e secondo comma, Cost., per l’esclusione di <<un contraddittorio tra le parti, i due genitori in proprio e quali legali rappresentanti del figlio, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale>>; e) l’art. 18, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo stipulata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989), che impegna lo Stato al riconoscimento nella propria legislazione del principio per cui entrambi i genitori hanno una comune responsabilità per l'educazione del fanciullo e per provvedere al suo sviluppo, e comporta che entrambi debbano essere sentiti nel procedimento limitativo della potestà di uno di essi.
La questione così prospettata sarebbe rilevante, in quanto la madre non sarebbe stata informata e convocata, né in proprio né quale legale rappresentante del figlio, esercente la potestà ex art. 317-bis cod. civ., pur avendo richiesto di essere sentita, ed altresì in quanto il suo reclamo contro il provvedimento nella sua interezza comprenderebbe la disposizione di decadenza dell’altro coniuge dalla potestà, che, dunque, apparterrebbe al thema decidendum.
Tale mancata previsione violerebbe: a) <<il principio di protezione della gioventù contenuto negli artt. 2 e 31>> secondo comma, Cost., di cui sarebbe espressione l’ascolto del minore previsto dall’art. 12, comma 2, della già citata Convenzione sui diritti del fanciullo, che dispone appunto l’ascolto del minore in ogni procedura giudiziaria e amministrativa; b) <<il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3, commi 1 e 2, Cost.>>, per la disparità di trattamento rispetto alla procedura di adottabilità, per la quale l’art. 10, secondo e quarto comma, della legge n. 184 del 1983 prevede che ogni provvedimento temporaneo nell’interesse del minore, salvo il caso di urgente necessità, debba essere preceduto dall’audizione, da parte del tribunale per i minorenni, del minore che ha compiuto dodici anni e, se ritenuto opportuno, del minore di età inferiore. La disparità di trattamento emergerebbe perché per l’adozione di provvedimenti con lo stesso contenuto (prescrizioni, allontanamento, rimozione dalla potestà) non sarebbe prevista l’audizione del minore in ogni caso; c) l’art. 111, primo e secondo comma, Cost., <<non essendovi un giusto processo>> laddove il minore non venga sentito, direttamente se abbia un’età appropriata, come quella di dodici anni stabilita dall’art. 10, quarto comma, cit. della legge n. 184 del 1983, ed altrimenti tramite un rappresentante, in modo da attuare un contraddittorio sostanziale, e ciò indipendentemente dal fatto che egli non possa essere ritenuto <<parte formale>>.
La rimettente afferma, in primo luogo, che il provvedimento reclamato è stato adottato con implicita valutazione di sussistenza di un caso di urgente necessità (peraltro inesistente, in quanto il procedimento sarebbe durato vari mesi e vi sarebbe stato ritardo nella deliberazione e nel deposito del provvedimento), senza che fossero sentiti i genitori, senza che ne fosse stabilita la durata (essendosi riservato ad un seguito non precisato la valutazione della durata dell’affidamento familiare) e fissandosi la convocazione della sola madre a distanza di quasi cinque mesi.
In secondo luogo, rileva che non può dubitarsi dell’ammissibilità di provvedimenti cautelari temporanei a tutela del minore, <<purché prevedano e non procrastinino nel tempo la successiva possibilità di contraddittorio e di difesa>>.
Secondo la rimettente tale norma violerebbe: a) l’art. 3, primo comma, Cost., per disparità di trattamento - lesiva del principio di uguaglianza - rispetto all’ipotesi, prevista dal terzo comma dell’art. 10 della legge n. 184 del 1983, di assunzione di provvedimenti temporanei di limitazione o sospensione della potestà in caso di urgente necessità nel corso del procedimento di adottabilità, in relazione alla quale la temporaneità sarebbe implicitamente stabilita attraverso la previsione che entro un mese debba intervenire il decreto di conferma, modifica o revoca. La disparità emergerebbe per il fatto che si trattano diversamente provvedimenti urgenti assunti in situazioni simili per il sol fatto dell’assunzione in procedure diverse ed il modello di cui alla procedura di adottabilità potrebbe costituire <<un riferimento>> per conchiudere la temporaneità del provvedimento ex art. 336, terzo comma, cod. civ., in un periodo non superiore ad un mese, così specificandosi il petitum inerente la questione in discorso; b) l’art. 24, secondo comma, Cost., nonché l’art. 111, primo e secondo comma, Cost., in quanto un provvedimento di urgenza con temporaneità illimitata o di lunga durata finirebbe per vanificare il diritto di difesa ed il contraddittorio nella successiva fase processuale <<perché - tenuto conto che la gestione dei tempi in un processo profondamente inquisitorio come quello di volontaria giurisdizione appartiene all'esclusiva disponibilità del giudice - procrastina la necessità di un altro provvedimento di conferma, modifica o revoca, determinando un consolidamento nel tempo della situazione>>.
6.2.- La seconda questione è prospettata con riferimento alla mancata previsione da parte dell’art. 336, terzo comma, che il tribunale dei minorenni, dopo avere adottato il provvedimento in caso di urgente necessità, senza audizione dei genitori e del minore che abbia compiuto gli anni dodici, debba a pena di decadenza entro trenta giorni, sentiti il pubblico ministero, i genitori, il tutore, il rappresentante dell’istituto di ricovero del minore e lo stesso minore ultradodicenne, confermare, modificare o revocare il provvedimento temporaneo assunto. La mancata previsione della promozione di un procedimento camerale in contraddittorio in funzione dell’adozione di <<un provvedimento definitivo di conferma, modifica o revoca>> avrebbe determinato una prassi diffusa per cui i provvedimenti urgenti di breve durata perderebbero efficacia automaticamente alla scadenza <<senza che intervenga una conferma (o con dichiarazione di non luogo a provvedere perché la situazione si è esaurita)>>, mentre quelli di lunga durata verrebbero frattanto sostituiti da altri in relazione all’evoluzione del caso, senza che <<si realizzi il diritto delle parti ad essere ascoltate e a partecipare attivamente al procedimento con riferimento alla conferma o modifica del provvedimento di urgenza>>.
La questione sarebbe rilevante perché alla data dell’ordinanza di rimessione il Tribunale per i minorenni non avrebbe confermato, modificato o revocato il provvedimento reclamato.
6.3.- La terza questione relativa all’art. 336, terzo comma, è prospettata con riferimento alla mancata previsione che il provvedimento temporaneo emanato in mancanza dell’effettiva ricorrenza del caso di urgente necessità sia affetto da nullità rilevabile d’ufficio. Tale mancata previsione, in quanto consentirebbe che il tribunale per i minorenni adotti il provvedimento temporaneo senza sentire i genitori ed il minorenne ultradodicenne, anche in difetto di urgente necessità, sarebbe lesiva: a) dell’art. 24, secondo comma, Cost., in quanto consentirebbe il sacrificio del diritto di difesa dei soggetti che dovevano essere sentiti; b) dell’art. 111, primo e secondo comma, Cost., in quanto sacrificherebbe il loro diritto al giusto processo; c) del diritto di ascolto del minore, garantito dall’art. 9, comma 2, della già citata Convenzione sui diritti del fanciullo.
Circa l’oggetto del giudizio a quo, la rimettente riferisce che, avendo il tribunale fondato la sua decisione sulla relazione del servizio sociale, nella quale si precisava che, a differenza di quanto aveva affermato la madre, il minore si trovava bene con il padre, era ben inserito a scuola ed era curato e pulito, la reclamante, oltre a sostenere l’infondatezza del provvedimento, nel chiederne la riforma ha eccepito l’incostituzionalità degli artt. da 333 a 336 cod. civ., adducendo che la relazione non era stata portata a conoscenza delle parti, <<nell’ambito di una procedura che tollera la presenza del difensore, ma non la reputa necessaria>>. Nel procedimento di reclamo, il padre, nonostante la regolarità della notifica, non si sarebbe costituito. All’udienza, sulle conclusioni della reclamante e del Procuratore generale della Repubblica, la Corte d’appello si è riservata ed a scioglimento della riserva ha pronunciato l’ordinanza di rimessione.
7.1.- La rimettente, dopo avere rilevato che la procedura applicabile nel caso di specie è quella di cui all’art. 336 cod. civ. e che il riferimento in esso contenuto richiama e rende applicabili le norme degli artt. 737 e ss. cod. proc. civ., e dopo avere descritto le modalità della procedura ivi disciplinata, nonché rammentato che lo stesso tipo di procedimento è applicabile anche nel caso in cui si debba provvedere ai sensi dell’art. 317-bis cod. civ., osserva preliminarmente che la previsione dell’art. 111 Cost. deve considerarsi applicabile anche al procedimento ex art. 336 cod. civ. (in relazione agli artt. 330 e 333).
7.2.- Nel giudizio a quo verrebbe d’altro canto in considerazione una contesa fra soggetti che discutono fra loro sull’affidamento del figlio, nel presupposto di vantare ciascuno una maggiore idoneità, non diversamente da quanto accade per i genitori uniti in matrimonio in caso di separazione o di divorzio, in caso di contrasto sull’affidamento dei figli. Onde, ancora più palese sarebbe l’esigenza che il giudice appaia terzo ed imparziale. Viceversa, il giudice minorile si sarebbe trasformato in procuratore e difensore dei diritti del minore, riducendo drasticamente le garanzie, assumendo un ruolo di governo di interessi sottratti all’autonomia privata. Di fronte alla latitudine della norma sostanziale che individua come regola di giudizio l’apprezzamento dell’interesse del minore e della sua lesione, <<il principio di legalità [evidentemente inteso come regolamentazione per legge del procedimento] deve essere reso particolarmente intenso, se si vuole mantenere il carattere giurisdizionale del procedimento, attraverso la garanzia del rito>>. La rimettente richiama al riguardo la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo del 15 luglio 2000 (Scozzari e Giunta/Italia) rimarcando che essa, nell’affermare che il diritto dei genitori a mantenere, istruire ed educare i figli è un diritto fondamentale ed ha natura di diritto soggettivo pieno, destinato, tuttavia, a cedere sul piano sostanziale, di fronte all’incapacità dei genitori, ha sottolineato l’esigenza che l’affievolimento avvenga in un procedimento giudiziale che veda regolati i poteri processuali delle parti e del giudice e consenta alle parti un controllo pieno sulla legalità degli atti del procedimento.
Poiché a seguito della novellazione dell’art. 111 Cost. il <<giusto processo>> non può che essere quello <<regolato dalla legge>>, dovrebbe dubitarsi della legittimità costituzionale di un modello processuale, nel quale la decisione sui diritti, in un settore fondamentale dell’ordinamento, è emessa a seguito di un processo le cui cadenze sono affidate esclusivamente al giudice <<tenuto bensì a garantire i fondamentali diritti delle parti, ma secondo modalità non predeterminate, e rimesse al suo apprezzamento>>: la previsione di una riserva di legge <<in un contesto tanto delicato e rilevante>> implicherebbe <<la necessità che sia il legislatore a disciplinare le regole del procedimento>>.
Soggiunge, quindi, la rimettente: <<Certo in questo grado, le parti, e in particolare la reclamante hanno potuto esaminare ogni documento in atti, ma in tutta la fase precedente non hanno potuto svolgere la loro difesa. E tuttavia non si potrebbe superare il vizio di una prima fase in cui non si è compiutamente realizzato il principio del contraddittorio (anche perché questa Corte non potrebbe per questo annullare la decisione e rimettere le parti stesse davanti al primo giudice) e comunque l’ampia discrezionalità caratterizza pure questo grado>>.
3. - Al primo gruppo appartiene anzitutto la questione concernente il combinato disposto degli artt. 739, secondo comma, e 136 del codice di procedura civile, nella parte in cui - secondo un asserito diritto vivente risultante dall’interpretazione accolta dal Tribunale che ha deciso in primo grado - prevederebbe la comunicazione del decreto del tribunale con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché la notificazione mediante consegna al destinatario di copia conforme all’originale nelle forme dell’art. 137 cod. proc. civ..
Secondo il giudice rimettente, tale normativa viola l’art. 2 della Costituzione (il parametro è indicato solo in dispositivo, senza alcuna motivazione), l’art. 3, primo comma, Cost. (per irragionevolezza, in quanto dalla comunicazione del solo dispositivo decorre il termine di dieci giorni per proporre reclamo, in vista del quale il provvedimento dovrebbe essere conosciuto nella sua interezza; e per ingiustificata disparità di trattamento rispetto a situazioni sostanzialmente simili, come la notificazione integrale del decreto o della sentenza di adottabilità ex artt. 15, terzo comma, 16, secondo comma, e 17, terzo comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184 (Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori), l’art. 97, primo comma, Cost. (per lesione del principio del buon andamento dell’amministrazione), l’art. 24, secondo comma, Cost. (essendo il termine di dieci giorni per il reclamo tanto breve da ledere il diritto di difesa), l’art. 111, secondo comma, Cost. (per violazione del principio della parità delle parti, in quanto al P.M., a differenza che alla parte privata, il provvedimento è comunicato integralmente), l’art. 111, sesto comma, Cost. (in quanto la conoscenza del solo dispositivo, e non anche della motivazione, si spiega unicamente ove sia prevista, come per le sentenze, una successiva notifica a cura della parte più diligente).
Anche la seconda questione del primo gruppo è prospettata - in riferimento agli stessi parametri - nei confronti del combinato disposto degli artt. 739, secondo comma, e 741 cod. proc. civ., considerato nella parte in cui prevede che nei procedimenti camerali in esame il termine di dieci giorni per proporre reclamo decorra dalla comunicazione del decreto con la forma abbreviata del biglietto di cancelleria, anziché dalla notificazione nelle forme dell’art. 137 cod. proc. civ..
La rimettente, pertanto, non propone una questione di legittimità costituzionale, ma un mero dubbio interpretativo; e per di più rinunzia a ricercare la possibilità di interpretare la norma impugnata nel senso utile ad evitare quello che, secondo la sua prospettazione, è il contrasto con la Costituzione, pur mostrando di conoscere le argomentazioni letterali e sistematiche che tale interpretazione potrebbero sorreggere.
La norma è anzitutto impugnata nella parte in cui - disponendo che <<nei casi in cui il provvedimento è chiesto contro il genitore, questi deve essere sentito>> - non prevede che sia sentito anche l’altro genitore, così violando l’art. 3, primo comma, Cost. (per lesione del principio di eguaglianza fra i genitori e per irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina dell’art. 10, quinto comma, della legge n. 184 del 1983, che, per i procedimenti limitativi o sospensivi della potestà nel corso del procedimento di adottabilità, prevede l’audizione di entrambi i genitori e del tutore), l’art. 24, secondo comma, Cost. (per lesione del diritto di difesa del genitore non sentito, e quindi <<neppure informato della procedura>>), l’art. 30, primo comma, Cost. (in quanto ad un genitore è preclusa la possibilità di intervenire nel procedimento relativo ai doveri e ai diritti dell’altro in tema di mantenimento, istruzione ed educazione dei figli), l’art. 111, primo e secondo comma, Cost. (perché è escluso il contraddittorio tra genitori in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale), l’art. 18, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo stipulata a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989), che impegna lo Stato a sancire la comune responsabilità dei genitori per l’educazione e lo sviluppo del fanciullo, onde entrambi devono essere sentiti nel procedimento limitativo della potestà di uno di essi.
6. - La questione non è fondata, in quanto muove da un presupposto interpretativo erroneo.
Il mancato rispetto del contraddittorio nei confronti del genitore diverso da quello contro cui il provvedimento è richiesto viene denunciato essenzialmente in relazione al suo diritto a partecipare al procedimento già instaurato, ma - come emerge dall’accenno al genitore <<non informato>> - non manca un riferimento alla fase dell’instaurazione.
Del resto l’impugnato art. 336, secondo comma - secondo cui il tribunale provvede in camera di consiglio - va letto alla luce del principio generale per cui anche il procedimento camerale è ispirato al rispetto del contraddittorio (sentenza n. 103 del 1985), nei sensi indicati.
Per quanto poi specificamente concerne il contraddittorio come diritto di partecipare allo svolgersi del procedimento, ed in particolare a quella specifica attività istruttoria che è l’audizione ad opera del giudice, il rimettente - pur richiamandosi alla Convenzione sui diritti del fanciullo resa esecutiva con legge n. 176 del 1991, e quindi dotata di efficacia imperativa nell’ordinamento interno - non considera che l’art. 9, comma 2, di essa (ai sensi del quale tutte le parti interessate devono avere la possibilità di partecipare alle deliberazioni e far conoscere le proprie opinioni) pone una disciplina complementare rispetto alla previsione della norma impugnata (che prevede solo l’audizione del genitore contro cui il provvedimento è richiesto), onde dal coordinamento fra le due norme deriva, allo stato dell’evoluzione legislativa, che nel procedimento in esame devono essere sentiti entrambi i genitori.
Della fondatezza di queste conclusioni fornisce recente conferma l’art. 37, comma 3, della legge 26 aprile 2001, n. 149 (Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante "Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori, nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile"), sopravvenuta all’ordinanza di rimessione, anche se non ancora efficace. La norma ha aggiunto nell’art. 336 cod. civ. un quarto comma, ai sensi del quale <<Per i provvedimenti di cui ai commi precedenti, i genitori e il minore sono assistiti da un difensore, anche a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge>>: ed è evidente come essa presupponga che entrambi i genitori (ed il minore) siano "parti" del procedimento di cui all’art. 336 cod. civ., e in quanto "parti" abbiano diritto di avere notizia del procedimento e di parteciparvi.
7. - L’art. 336, secondo comma, cod. civ., è poi impugnato per la mancata previsione che, nei procedimenti camerali in esame, siano sentiti il minore ultradodicenne e, se opportuno, anche quello di età inferiore, o altrimenti i suoi genitori o il tutore.
Ne risulterebbero violati gli artt. 2 e 31, secondo comma, Cost. (di cui è espressione l’art. 12, comma 2, della citata Convenzione, sull’ascolto del minore in ogni procedura giudiziaria e amministrativa), gli artt. 3, primo e secondo comma, Cost. (sotto il profilo sia dell’irragionevolezza, sia della disparità di trattamento rispetto alla procedura di adottabilità, per la quale l’art. 10, secondo e quarto comma, della legge n. 184 del 1983 dispone che il tribunale per i minorenni, prima di assumere provvedimenti temporanei nell’interesse del minore, deve, salvo il caso di urgente necessità, sentire il minore dodicenne e, se opportuno, quello di età inferiore), e l’art. 111, primo e secondo comma, Cost. (<<non essendovi un giusto processo>> se il minore non venga sentito, direttamente o tramite un rappresentante).
8. - La questione non è fondata, in quanto muove ancora una volta da una premessa interpretativa erronea.
Tale prescrizione, ormai entrata nell’ordinamento, è idonea ad integrare - ove necessario - la disciplina dell’art. 336, secondo comma, cod. civ., nel senso di configurare il minore come <<parte>> del procedimento, con la necessità del contraddittorio nei suoi confronti, se del caso previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell’art. 78 cod. proc. civ. (cfr. ordinanza n. 528 del 2000).
Ed è ancora una volta rilevante il richiamo alla recente legge n. 149 del 2001, dalla quale - come già notato al n. 7 - chiaramente si evince l’attribuzione al minore (nonché ai genitori) della qualità di parte, con tutte le conseguenti implicazioni.
9. - Infine l’art. 336, secondo comma, cod. civ. è impugnato in quanto non prevede <<a pena di nullità rilevabile d’ufficio che i genitori e il minore che abbia compiuto gli anni dodici siano sentiti>>.
Tale mancata previsione violerebbe gli artt. 2, 3, secondo comma, 24, secondo comma, 30, primo comma e 111, primo e secondo comma, Cost., poichè il principio del contraddittorio ex art. 111 Cost. vale anche per i procedimenti camerali ablativi o limitativi della potestà e la sua inosservanza impone la previsione di nullità.
11. - La norma è anzitutto impugnata per la parte in cui non prevede che il provvedimento temporaneo assunto in caso di urgente necessità nell’interesse del minore (senza l’audizione dei genitori e del minore che abbia compiuto dodici anni) abbia, a pena di nullità, una durata massima, individuabile in trenta giorni.
Secondo il giudice rimettente, questa mancata previsione viola l’art. 3, primo comma, Cost. (per ingiustificata disparità di trattamento rispetto ai provvedimenti urgenti di limitazione o sospensione della potestà nel corso del procedimento di adottabilità, che l’art. 10, terzo comma, della legge n. 184 del 1983 considera implicitamente temporanei, prevedendo l’intervento entro un mese del decreto di conferma, modifica o revoca), e gli artt. 24, secondo comma, e 111, primo e secondo comma, Cost. (perché un provvedimento urgente di durata illimitata vanifica il diritto di difesa ed il contraddittorio nella fase processuale successiva).
In secondo luogo, la norma è impugnata in quanto non prevede che il tribunale per i minorenni, dopo avere provveduto in via di urgenza senza sentire genitori e minore ultradodicenne, debba entro trenta giorni, a pena di decadenza, provvedere in contraddittorio per confermare, modificare o revocare il provvedimento.
Il giudice a quo - pur dubitando che la disciplina del procedimento urgente in materia di potestà genitoriale, di cui al terzo comma dell’art. 336 cod. civ., sia conforme ai parametri evocati - non ha valutato la possibilità di dare della norma impugnata un’interpretazione idonea a porla al riparo dai dubbi di legittimità costituzionale sottoposti al giudizio di questa Corte. In particolare, non ha verificato se - come pure si è sostenuto in giurisprudenza e in dottrina - il procedimento in esame, attesa la sua natura <<cautelare>> rispetto a quello <<ordinario>> di cui al secondo comma del medesimo art. 336 cod. civ., non possa ritenersi assoggettato alla disciplina del procedimento cautelare uniforme dettata dagli artt. 669-bis e ss. cod. proc. civ. (applicabile, in quanto compatibile, a tutti i provvedimenti cautelari previsti dal codice civile: art. 669-quaterdecies), con la conseguenza che anche il provvedimento urgente previsto dalla norma impugnata dovrebbe ritenersi regolato dal secondo e dal terzo comma dell’art. 669-sexies.
13. - Sotto un terzo profilo l’art. 336, terzo comma, cod. civ. è impugnato in quanto - non prevedendo la nullità rilevabile d’ufficio del provvedimento temporaneo emanato in difetto del presupposto dell’urgente necessità - consentirebbe al tribunale per i minorenni di adottare provvedimenti temporanei senza sentire i genitori ed il minorenne ultradodicenne, così violando l’art. 24, secondo comma, Cost. (per il sacrificio del diritto di difesa dei soggetti che dovevano essere sentiti), l’art. 111, primo e secondo comma, Cost. (per la lesione del diritto di questi soggetti al giusto processo), e infine il diritto di ascolto del minore, garantito dall’art. 9, comma 2, della citata Convenzione sui diritti del fanciullo.
14. - La questione - indipendentemente dalle implicazioni desumibili dai rilievi di cui al n. 12 - è inammissibile, non ponendo un problema di legittimità costituzionale, ma di mera interpretazione.
Infatti - poiché l’art. 336, terzo comma, cod. civ. prevede la possibilità di adottare provvedimenti temporanei solo in caso di <<urgente necessità>> - la questione se il difetto di tale requisito comporti o meno nullità attiene all’interpretazione della norma impugnata, alla luce dell’art. 156 cod. proc. civ., che spetta al giudice a quo.
Il giudice rimettente - premesso che tali procedimenti mirano alla risoluzione di conflitti fra genitori esercenti la potestà e quindi incidono sulle loro posizioni soggettive, aventi rango di veri e propri diritti, meritevoli di tutela al pari di quelli del minore - ritiene che l’applicabilità del rito camerale violi l’art. 111 Cost., in relazione al principio per cui il <<giusto processo>> deve essere regolato dalla legge, per l’assenza in quel rito di una precisa e puntuale disciplina dei poteri del giudice e delle parti, cui non potrebbe ovviare un’interpretazione adeguatrice ex art. 24 Cost., che lascerebbe aperta la via a prassi applicative difformi per ogni ufficio giudiziario, onde il giudice del reclamo non potrebbe né sanzionare con la rimessione al primo giudice la violazione in primo grado <<di regole di garanzia per la difesa>>, né <<stabilire con certezza gli effetti della nullità di singoli atti>>.
16.- La questione è inammissibile.
Il giudice rimettente - il quale afferma esplicitamente che la normativa impugnata non è suscettibile di essere interpretata in senso conforme a Costituzione - non motiva adeguatamente le ragioni di tale suo convincimento.
D’altro canto, la tesi dell’impossibilità, per il giudice del reclamo, di sanzionare con la rimessione del procedimento al primo giudice la violazione di regole poste a garanzia del diritto di difesa verificatesi in primo grado, non considera che, nell’ordinamento processuale civile, la rimessione al primo giudice è fenomeno limitato ai casi previsti dagli artt. 353 e 354 cod. proc. civ., onde corrisponde ai principi che il giudice del reclamo, constatata una violazione in prima istanza delle regole del contraddittorio o del diritto di difesa non riconducibile ai casi di rimessione espressamente previsti, adotti una nuova decisione rispettosa di quelle regole.