Source: http://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_processuale_civile_e_delle_procedure_concorsuali/arbitrato_e_azione_di_classe.html
Timestamp: 2017-10-18 09:29:46+00:00
Document Index: 186198767

Matched Legal Cases: ['art. 140', 'art. 808', 'art. 140', 'art. 140', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 818', '§2', 'sentenza ', 'art. 1469', 'art. 33', 'art. 1469', 'art. 33', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 808', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', '§2', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 140']

Arbitrato e azione di classe | Treccani, il portale del sapere
di Marcello Gaboardi
Abstract: Il riconoscimento da parte della giurisprudenza federale statunitense della c.d. «class action in arbitration» induce ad interrogarsi sulle possibilità di una devoluzione agli arbitri delle controversie promosse nelle forme dell’art. 140-bis cod. cons. (c.d. «azione di classe») e sui margini di interpretazione della clausola compromissoria che risulti silente su tale possibilità di devoluzione. Un’analisi scrupolosa della giurisprudenza americana e una valorizzazione del ruolo assunto dalla tutela collettiva nel nostro ordinamento processuale, oltre che un’attenta considerazione dell’ambito di rilevanza della volontà contrattuale ex art. 808-quater c.p.c., sembrano giustificare una prudente apertura verso l’ammissibilità della devoluzione agli arbitri delle controversie di classe e il possibile superamento di taluni ostacoli procedurali: dalle modalità di nomina arbitrale alla previsione della partecipazione del p.m. alla fase di ammissibilità dell’azione.
Sommario: 1. La class action in arbitration nella recente esperienza giurisprudenziale americana. – 2. La representative litigation tra class action e azione di classe: esperienze a confronto. – 3. La devoluzione agli arbitri dell’azione di classe ex art. 140-bis cod. cons. Problemi e prospettive: (i) la posizione del class member sottoscrittore della clausola compromissoria (non azionata direttamente, ma) analoga a quella dell’attore. – 3.1 Segue: (ii) lo svolgimento del giudizio arbitrale collettivo (la nomina arbitrale e la dichiarazione di adesione alla domanda dell’attore; il vaglio di ammissibilità dell’azione di classe e la partecipazione del p.m.).
1. – Nell’ultimo decennio alcune importanti pronunce della Suprema Corte degli Stati Uniti hanno posto nuovamente all’attenzione degli interpreti (e non solo di quelli americani), la questione della procedibilità della class action nel giudizio arbitrale e, particolarmente, dei limiti all’attività interpretativa del patto compromissorio da parte dell’arbitro investito della decisione sulle domande aggregate.
Invero, è da lungo tempo che la giurisprudenza statunitense è chiamata a risolvere – sia a livello statale che federale – le problematiche connesse alla competenza arbitrale sulle controversie nascenti in forma collettiva, contribuendo alla formazione di una serie di orientamenti interpretativi che, malgrado talune inevitabili oscillazioni, si vanno ormai consolidando in principi fortemente radicati nell’ordinamento processuale americano [Keating v. Superior Court of Alameda County, 31 Cal. 3d 584, 645 (1982); Southland Corp. v. Keating, 104 S. Ct. 852 (1984)]. Tuttavia, a differenza di quanto accade in altri ordinamenti, i principali interrogativi non investono direttamente la questione della ammissibilità di una devoluzione agli arbitri della class action, quanto piuttosto, come si è detto, la questione della incidenza dell’attività ermeneutica dell’arbitro sulla definizione della portata precettiva del patto compromissorio e, in particolare, sulla individuazione delle controversie arbitrabili e degli strumenti di tutela azionabili in sede arbitrale. Vi è, allora, subito da evidenziare come il dibattito statunitense si sia concentrato soprattutto sulla individuazione di un giusto rapporto di equilibrio tra il contenuto formale del patto compromissorio, elaborato e voluto dalle parti, e l’opera di interpretazione del patto (rectius: del suo ambito di applicazione) da parte dell’arbitro che sia stato investito della controversia.
Di talché, volendo offrire una sommaria ricostruzione del percorso seguito dalla giurisprudenza federale (e costantemente arricchito dai numerosi interventi delle Corti statali), sembra corretto prendere avvio dal primo rilevante tentativo della Suprema Corte di risolvere la tensione tra i due estremi del problema in favore di una netta valorizzazione dell’autonomia dell’opera interpretativa dell’arbitro. Nella prospettiva della Corte, tuttavia, una tale valorizzazione non opera a discapito di una scrupolosa osservanza del dettato contrattuale e della volontà ivi espressa dalle parti, quanto piuttosto a discapito della giurisdizione statale e di una sua eventuale ingerenza nella soluzione di questioni che, riguardando direttamente l’interpretazione del contratto, sono state devolute dalle parti al giudizio esclusivo dell’arbitro. Ed è così che, nel suo primo importante arresto [Green Tree Financial Corp. v. Bazzle, 539 U.S. 444 (2003)], la giurisprudenza federale ha inteso chiarire che, in presenza di una clausola compromissoria oggettivamente e soggettivamente «ampia», il ruolo dell’arbitro deve necessariamente assumere l’onere esclusivo della interpretazione della volontà delle parti, in ordine non solo alla determinazione delle controversie da sottrarre alla giurisdizione statale, ma anche alla definizione della procedura da seguire per la soluzione di ciascuna controversia devoluta alla cognizione arbitrale [v. anche First Options of Chicago, Inc. v. Kaplan, 514 U.S. 938, 943 (1995); Volt Information Sciences, Inc. v. Board of Trustees of Leland Stanford Junior Univ., 489 U.S. 468, 474-476 (1989); Mitsubishi Motors Corp. v. Soler Chrysler-Plymouth, Inc., 473 U.S. 614, 626 (1985)]. E ciò – si noti – in luogo di un vaglio giudiziale che in questi casi deve restare circoscritto alla determinazione – per il tramite di un’analoga attività interpretativa – di talune limitate «gateway matters», sulle quali la volontà delle parti non abbia chiaramente rimesso all’arbitro l’individuazione di una specifica soluzione [AT&T Technologies, Inc. v. Communications Workers, 475 U.S. 643, 649 (1986); Howsam v. Dean Witter Reynolds, Inc., 537 U.S. 79, 83 (2002); John Wiles & Sons, Inc. v. Livingston, 376 U.S. 543, 546-547 (1964)].
Per tale via – si osserva – l’arbitro deve concorrere in via esclusiva a definire l’effettiva portata precettiva della clausola anche nei casi in cui l’«arbitration clause» sia «silent on class arbitration», non potendosi affatto ricavare una sorta di preclusione automatica della compromettibilità dell’azione collettiva (rectius: della cognizione delle controversie devolute agli arbitri nelle forme di un giudizio collettivo) dall’assenza nel patto compromissorio di ogni riferimento esplicito alla possibile celebrazione del giudizio arbitrale in forma collettiva. In particolare, l’opinion di maggioranza della Corte, in aperto contrasto con la dissenting opinion di minoranza (redatta dall’allora Chief Justice della Corte), ha sostenuto, con una spiccata coerenza logica ed argomentativa, che l’assenza di un chiaro indicatore formale della volontà delle parti non può condurre ad un’affermazione certa sulla conoscibilità della lite nelle forme della class action arbitration. Il semplice silenzio della clausola, infatti, non può precludere ex se la legittimità del ricorso a quel tipo di arbitrato che le parti non abbiano espressamente escluso dall’ambito applicativo del patto compromissorio, così come, d’altra parte, non può neppure legittimare ex se un automatico ricorso a quel tipo di arbitrato che le parti stesse non abbiano puntualmente menzionato nel patto. Ciò che la Corte stigmatizza è, quindi, una conclusione che sia incline ad impedire la formazione del giudizio collettivo sul presupposto che la clausola compromissoria, accedendo al singolo contratto concluso dal professionista con il singolo consumatore, non potrebbe mai esplicare i propri effetti oltre le parti che l’hanno sottoscritta. La decisione della Suprema Corte evidenzia, piuttosto, come il meccanismo di nomina dell’arbitro, pur restando formalmente radicato nel rapporto tra i sottoscrittori del contratto cui accede la clausola compromissoria (spettando, come nel caso esaminato dalla Corte, al professionista «with consent of [the] named customer»), non debba tuttavia ostacolare lo svolgimento del processo arbitrale in forma collettiva «insofar as the other class members agree to proceed in class arbitration [and] they consent as well». Spetta, dunque, al prudente apprezzamento dell’arbitro la valutazione dell’esatta portata della clausola compromissoria e, in particolare, della sua effettiva estensione oggettiva con riferimento sia al novero delle controversie arbitrabili («whether they [: the parties] agreed to arbitrate a matter») sia alla procedura che le parti abbiano inteso seguire per la definizione delle controversie devolute alla cognizione arbitrale («what kind of arbitration proceeding the parties agreed to»).
Ma un’attenta considerazione di questo primo approdo giurisprudenziale sembra suggerire, a mio parere, un altro dato ricostruttivo, che tende ad assumere un rilievo particolarmente significativo nel contesto dei rapporti c.d. «consumeristici», nei quali principalmente si esplica lo strumento processuale della class action; e che tende, anzi, ad assumere un’importanza considerevole – come si dirà – anche per la soluzione delle questioni problematiche in tema di devoluzione agli arbitri dell’azione di classe ex art. 140-bis cod. cons. Dalla sentenza resa sul caso Bazzle traspare, infatti, che l’opera interpretativa dell’arbitro, imponendo una sorta di adeguamento della portata precettiva del patto compromissorio alle peculiarità del caso concreto, potrebbe opportunamente contribuire a far prevalere un’esigenza di tutela della parte contraente «debole» – la quale frequentemente rinviene nella class action (arbitration) un’adeguata (talvolta, anzi, l’unica) forma di tutela della propria posizione soggettiva – senza trascurare, tuttavia, una scrupolosa osservanza del contenuto formale della clausola e, quindi, in definitiva, della volontà ivi manifestata dalle parti. Il tenore letterale del patto compromissorio non deve sottrarre alle parti – così pare di poter leggere nelle «pieghe» della sentenza – quelle forme di tutela arbitrale che, senza essere state espressamente escluse nel patto o, per altro verso, dalla legge (si pensi, ad esempio, al divieto dell’art. 818 c.p.c. in materia di provvedimenti cautelari), possono rientrare nel novero di quelle modalità di soluzione delle controversie che l’ordinamento mette a disposizione dei singoli – e, quindi, anche delle parti del patto compromissorio – per la tutela dei diritti soggettivi in sede arbitrale. Insomma: se un dato strumento processuale è previsto dalla legge come rimedio generale per la tutela di determinate posizioni soggettive e se, d’altra parte, né la legge né il patto compromissorio escludono formalmente la sua applicabilità in sede arbitrale, sembrano difettare ragioni sostanziali per escluderne l’applicazione sulla scorta di una lettura rigorosa e formalistica della convenzione arbitrale. Tanto più, poi, se lo strumento processuale rappresenta una forma di tutela che assume spiccata importanza – per certi versi finanche un’assoluta centralità – nel contesto di una determinata tipologia di rapporti, così come accade proprio per la class action nel contesto dei rapporti che sorgono in relazione a contratti (per lo più «standardizzati») tra il professionista e il consumatore.
Ciò che allora va appurato in questi casi è che, da un lato, il patto compromissorio non escluda espressamente la possibilità per le parti di ricorrere ad un dato strumento processuale e, dall’altro lato, che l’esercizio di tale strumento sia compatibile con le regole di funzionamento del processo arbitrale e, prim’ancora, coi limiti all’efficacia soggettiva della convenzione arbitrale e con le regole di nomina dell’arbitro (o del collegio arbitrale); ma non pare coerente – secondo il rigoroso percorso argomentativo svolto dalla Corte – escludere la ricorribilità ad un dato strumento processuale per il sol fatto che il tenore letterale del patto compromissorio non consenta espressamente l’attivazione in sede arbitrale di tale strumento, ovverosia di una determinata forma di tutela del diritto soggettivo di una delle parti.
Del resto, la fermezza delle conclusioni raggiunte dalla Corte in Bazzle non ha mancato di suscitare reazioni critiche da parte della dottrina statunitense, la quale – come si accennerà anche in seguito – ha dissentito più o meno apertamente dai criteri accolti e applicati dalla giurisprudenza federale. Si è così lamentato, di volta in volta, un eccessivo ampliamento dei poteri arbitrali in tema di devoluzione della class action, una marginalizzazione dell’accesso alla tutela dei diritti soggettivi per il tramite del procedimento arbitrale e, addirittura, una sorta di snaturamento delle funzioni stesse dell’arbitrato in rapporto alla tutela collettiva dei consumatori. Ma tali rilievi non paiono veramente decisivi se si considera che la Corte è giunta ad affermare l’ammissibilità della class action arbitration (nonostante il silenzio della clausola in parte qua) sulla scorta di un’attenta valorizzazione del patto compromissorio e della formula impiegata dalle parti; tanto più che il favor giurisprudenziale verso l’accesso alla tutela collettiva in forma arbitrale si è formato in un contesto dogmatico e politico-legislativo che, pur risultando oggi parzialmente recessivo, resta dominato dalla convinzione che la class action – sia essa esperita dinanzi all’autorità giurisdizionale ovvero ad un collegio arbitrale – rappresenti lo strumento adeguato per la salvaguardia di quelle posizioni soggettive (contrattuali e non contrattuali) che, in assenza di una tutela in forma collettiva, rimarrebbero sostanzialmente sguarnite di qualsiasi protezione efficace (id est: non meramente nominalistica) da parte dell’ordinamento. Laddove, infatti, assumono rilevanza conflitti tra professionisti e consumatori in ordine alla produzione di beni di largo consumo o all’esecuzione di servizi seriali sulla base di contratti standard o per adesione – ove cioè limitatissimi (se non addirittura nulli) sono i poteri del contraente debole di concorrere a definire il contenuto del regolamento contrattuale e modesta è l’entità dei pregiudizi che questi può poi lamentare nei confronti del professionista in caso di inadempimento – la tutela risarcitoria collettiva supplisce efficacemente all’eccessiva onerosità (ed anzi, può ben dirsi, all’assoluta impraticabilità) di una tutela individuale i cui costi iniziali esorbitano certamente le potenzialità del singolo consumatore.
Tuttavia, successivamente alla pronuncia sul caso Bazzle, la valorizzazione dell’opera ermeneutica dell’arbitro ha subito un marcato ridimensionamento ad opera della stessa Corte federale. In particolare, ciò che ha determinato il profondo revirement giurisprudenziale è stato individuato nell’apprezzamento – attraverso due importanti arresti del 2010 e del 2011 – di altrettanti dati ricostruttivi della tutela arbitrale collettiva che erano stati in precedenza nettamente sottovalutati. Da un lato, la Corte ha ritenuto indispensabile riaffermare i caratteri dell’arbitrato bilaterale e prevenirne così una sorta di snaturamento per effetto dell’opera interpretativa dell’arbitro sull’arbitration clause silent on class arbitration [Stolt-Nielsen S.A. v. AnimalFeeds Int’l Corp., 559 U.S. 662 (2010)]. Dall’altro lato, la Corte si è impegnata ad arginare quelle interpretazioni – invalse soprattutto nella giurisprudenza di alcune Corti statali – che tendono a valorizzare l’accesso del consumatore alla class action (anche in forma arbitrale) alla stregua di una garanzia minima insopprimibile; una garanzia tale da far presumere addirittura la vessatorietà della previsione contrattuale che ne escluda l’attivazione in sede arbitrale [AT&T Mobility LLC v. Concepcion, 563 U.S. ___ (2011)].
Sono state così circoscritte – come si è opportunamente segnalato – le conseguenze più radicali del precedente arresto della Corte e, specialmente, l’affermazione di una prassi che risultava a dir poco contraddittoria dopo l’intervento sul caso Bazzle. Se, infatti, da un lato, si è assistito ad un significativo incremento del ricorso (rectius: della ammissione) alla class action arbitration, dall’altro lato, è stato possibile constatare una tendenza diffusa alla radicale revisione delle condizioni contrattuali imposte ai consumatori, al fine di orientarle alla formulazione di clausole compromissorie escludenti la devoluzione agli arbitri della class action (c.d. class action waivers). Nondimeno, gli arresti della Corte, se sono parsi indubbiamente ispirati da una netta valorizzazione della «matter of consent» (in ossequio, del resto, alle regole contenute nel Federal Arbitration Act: 43 Stat. 883; 61 Stat. 669; 9 U.S.C. §2), hanno eccessivamente marginalizzato, io credo, l’opera interpretativa dell’arbitro e, in tal modo, le potenzialità sottese alla manifestazione di volontà espressa dalle parti nel patto compromissorio.
Laddove, infatti, nella pronuncia sul caso Stolt-Nielsen, la Corte evidenzia le profonde disparità esistenti tra arbitrato bilaterale e class action arbitration (Stolt-Nielsen, 559 U.S., at 675), è certamente possibile cogliere un elemento di criticità, che rende alquanto problematica la possibilità di devolvere all’arbitro una class action – così come sostenuto dalla Corte in Bazzle – sul mero presupposto di un’opera di interpretazione della convenzione arbitrale. Eppure, malgrado le differenze illustrate dalla Corte tra le due tipologie di arbitrato, non sembra inesatto osservare che, poiché l’opera di interpretazione della volontà delle parti costituisce una delle fondamentali prerogative dell’arbitro investito della decisione della controversia, non si può allora non riconoscere all’arbitro uno spazio di operatività in rapporto all’esatta definizione delle controversie e delle forme di tutela che sono devolute alla sua decisione; e ciò, chiaramente, soltanto a condizione che un tale potere sia esercitato entro quei limiti – imposti principalmente dalla legislazione sostanziale in tema di interpretazione del contratto – che impediscono una estensione (o una riduzione) dell’ambito di applicazione del patto compromissorio che sia in contrasto con la volontà espressa dalle parti. Ebbene, in forza di una tale conclusione, non mi sembra allora che si finisca per violare i limiti oggettivi del patto compromissorio – quanto meno di un patto compromissorio avente ad oggetto, come accade nella maggior parte dei casi, la devoluzione della totalità delle controversie derivanti da un contratto – se si ammette che la controversia devoluta agli arbitri sia intrapresa da un class representantive e, poi, decisa – unitamente alle istanze di tutela promosse dai class members aderenti – secondo le forme della class action. Vale a dire: secondo una forma di tutela di cui non solo l’ordinamento (ora anche quello italiano) non preclude espressamente una attivazione in sede arbitrale, ma di cui – a mio parere – va altresì riconosciuto che non muta l’ambito della tutela che le parti hanno voluto devolvere alla cognizione arbitrale.
Si sono così anticipate alcune osservazioni che si svolgeranno nelle prossime pagine, allorché si prenderà in esame la situazione dell’ordinamento italiano, ma si tratta – a ben vedere – di osservazioni che assumono una certa rilevanza anche nel contesto del dibattito statunitense. È, infatti, nell’individuazione di un discrimine tra un’interpretazione letterale del contenuto formale del patto compromissorio e un intervento ermeneutico che, pur osservando la dichiarazione di volontà contenuta nel patto, ne massimizzi la portata a tutela degli interessi delle parti che si rinviene la possibile soluzione al problema delle arbitration clauses silent on class arbitration. Un discrimine, quest’ultimo, che non può certo rinvenirsi – come è dato desumere dalla sentenza resa dalla Corte sul caso Conception – in una sorta di illegittimità delle clausole compromissorie che escludono espressamente la ricorribilità alle forme della class action arbitration (c.d. class arbitration waivers). La presunzione di vessatorietà e la conseguente disapplicazione di tali clausole – suggerite a più riprese dalla giurisprudenza della Corte Suprema della California nei casi di contratto per adesione [c.d. Discover Bank rule: Discover Bank v. Superior Court, 36 Cal. 4th 148, 113 P. 3d 1100 (2005); Armendariz v. Foundation Health Pyschcare Servs., Inc., 24 Cal. 4th 83, 114, 6 P. 3d 669, 690 (2000); v. anche, con specifico riguardo ai patti compromissori, Cohen v. DirecTV, Inc., 142 Cal. App. 4th 1442, 1451-1453, 48 Cal. Rptr. 3d 813, 819-821 (2006); Klussman v. Cross Country Bank, 134 Cal. App. 4th 1283, 1297, 36 Cal. Rptr. 3d 728, 738-739 (2005); Aral v. EarthLink, Inc., 134 Cal. App. 4th 544, 556-557, 36 Cal. Rptr. 3d 229, 237-239 (2005)] – costituiscono, infatti, una illegittima coercizione della volontà delle parti, le quali, per il solo fatto di avere escluso la devoluzione all’arbitro della class action, non possono ritenersi artefici di un consenso viziato e, dunque, di una convenzione arbitrale (anche solo parzialmente) invalida. Ma, d’altra parte, va ribadito che, se è vero che in questi casi l’ammissione di una class action arbitration finirebbe per porsi in contrasto – come osserva sempre la Suprema Corte – con le regole federali in materia arbitrale, è pur vero che la legittimità di un class action waiver (ovverosia di un’esclusione pattizia della class action arbitration) non sembra neppure giustificabile – come pare, invece, suggerire la stessa Corte – alla stregua soltanto delle differenze strutturali che intercorrono tra la class action in arbitration e l’arbitrato bilaterale. E questo perché (i) ammettere una class action in arbitrato nonostante la pattuizione di un’arbitration clause silent on class arbitration ovvero (ii) disapplicare un patto compromissorio nella parte in cui esprime un class action waiver non significa necessariamente, io credo, compiere una valutazione basata – come afferma, invece, la Corte – «on policy judgments rather than the arbitration agreement itself or some background principle of contract law that would affect its interpretation» [AT&T Mobility LLC, 563 U.S., at ___]. Ma può esprimere, piuttosto, la scelta di assicurare alle parti la possibilità di accedere ad una forma di tutela che si colloca nel contesto di quelle iniziative cognitorie di cui le parti sono pienamente libere di avvalersi anche in sede arbitrale, ove ne ricorrano i presupposti di legge. Una forma di tutela che appare sottesa – come si dirà – alla scelta delle parti di devolvere agli arbitri le controversie derivanti dal contratto e che non sembra, quindi, necessitare di una formale esplicitazione nel patto compromissorio, esigendosi piuttosto l’assenza di un’espressa esclusione pattizia al fine di assicurarne una legittima attivazione [American Express Co. v. Italian Colors Restaurant, 570 U.S. ___ (2013)].
2. – Ma oltre che per il dibattito sviluppatosi negli Stati Uniti, la questione della class action arbitration sembra rivestire un interesse peculiare, io credo, anche per l’interprete europeo, solo che si consideri come lo strumento dell’azione di classe si sia ormai pienamente affermato anche in quegli ordinamenti che erano (e restano) strutturati secondo regole processuali difformi rispetto ai classici meccanismi di funzionamento della class action statunitense. E una tale considerazione vale indubbiamente anche per l’ordinamento italiano, nel quale la recente emersione iure positivo dell’istituto ha imposto sin da subito penetranti interrogativi sul suo ambito di applicazione, pur lasciando soltanto sullo sfondo la questione peculiare della sua arbitrabilità.
Ed infatti, la dottrina italiana che più si è avvicinata al tema è quella che si è soffermata – anche alla luce di analoghe esperienze straniere – sui limiti di efficacia della tutela arbitrale nei confronti del consumatore, sviluppando la riflessione soprattutto nel contesto della disciplina delle clausole vessatorie nella contrattazione c.d. per adesione. È qui, infatti, che per il tramite, dapprima, di una presunzione di inefficacia (art. 1469-bis, comma 3, numero 18, c.c.) e, successivamente, di nullità relativa delle «clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di (…) sancire a carico del consumatore (…) deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria» (art. 33, comma 2, lettera t, cod. cons.), l’ordinamento italiano si è adeguato – nel solco tracciato dalla disciplina sulle «condizioni generali di contratto» (artt. 1341-1342 c.c.) – alle restrizioni imposte dalla legislazione europea sulla devoluzione all’arbitro delle controversie tra professionisti e consumatori (Dir. n. 93/13/CEE del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori); restrizioni che hanno riguardato soprattutto la creazione di meccanismi volti ad assicurare che il coinvolgimento del consumatore nel procedimento arbitrale si realizzi non solo in forma consapevole, ma anche necessariamente rispettosa della garanzie processuali minime offerte dall’ordinamento. In questo senso, la legislazione europea non solo ha previsto una vessatorietà automatica delle clausole compromissorie per arbitrato ad hoc, ma ha acconsentito altresì ad una presunzione (iuris tantum) del carattere vessatorio di quelle clausole arbitrali che, malgrado l’espresso rinvio alle forme di legge per la determinazione della disciplina procedimentale del giudizio, manifestano uno squilibrio contrattuale in danno del contraente debole. Di qui, la laconica previsione contenuta nell’art. 1469-bis cit. – e testualmente ripresa nell’art. 33 cit. – per prevenire (anche) la pattuizione di clausole compromissorie a danno del consumatore e assicurare che l’accesso al giudizio arbitrale non solo costituisca per il contraente debole un’evenienza supportata da garanzie processuali adeguate, ma rifletta altresì un’equilibrata formazione del regolamento contrattuale (Trib. Roma, 28 ottobre 2000, in Contr., 2001, 441 ss.; Trib. Roma, 8 maggio 1998, in Giust. civ., 1999, I, 265 ss.).
Ma è certo che l’avvio di un’azione di classe nelle forme dell’arbitrato costituisce un’eventualità tutt’affatto diversa ed estremamente più problematica. E ciò non solo perché il nostro ordinamento trascura completamente questo fenomeno, omettendo così di risolvere le numerose questioni applicative che esso quasi inevitabilmente comporta (e comprimendo al contempo le possibilità di affermazione di un efficace strumento di soluzione delle contese consumeristiche), ma anche perché il rapporto tra arbitrato e azione di classe coinvolge molte delle fragilità che contraddistinguono la novellata disciplina codicistica (nonché le vexatae questiones) in tema di incidenza del patto compromissorio e del giudizio arbitrale sui «terzi»; fragilità che appaiono, invero, ancora più evidenti laddove le forme dell’arbitrato debbono provare ad adattarsi alle peculiarità del giudizio di classe, contraddistinto da categorie processuali innovative che, pur essendo state ormai codificate dal legislatore, difettano ancora di una tradizione consolidata e di una prassi applicativa coesa e coerente.
Invero, i risultati raggiunti dall’azione di classe nella recente esperienza italiana appaiono piuttosto modesti, solo che li si raffronti alla precisione della disciplina positiva, all’ampiezza della casistica giurisprudenziale e all’intensità della riflessione scientifica che caratterizzano gli ordinamenti giuridici che da più lungo tempo conoscono e sperimentano un simile strumento processuale.
È indubbio che la marginalità dell’esperienza italiana nel panorama internazionale dipenda principalmente dal fatto che la prima affermazione della legittimazione ad un’«azione collettiva risarcitoria» sia merito di un’opera legislativa che è stata avviata – non senza frustrazioni e ripensamenti – soltanto pochi anni orsono e che sembra aver posto le premesse per una prima stabilizzazione soltanto dopo l’ultima novellazione del 2012 (art. 6, comma 1, D.L. 24 gennaio 2012, n. 1). Del pari, è indubbio che l’ingresso nell’ordinamento di un istituto processuale così innovativo come l’«azione di classe» abbia richiesto di essere studiato e recepito dagli interpreti e dagli operatori, oltre che adeguato alle peculiari esigenze di tutela degli interessi sovraindividuali. Ciò verosimilmente imporrà – come, in effetti, sta già imponendo – un’affermazione soltanto graduale dell’istituto, destinata a scontare il tempo necessario al suo affinamento interpretativo e alla formazione di prassi consolidate che chiariscano gli aspetti più problematici e rilevanti di un procedimento complesso, aumentando così il suo grado di praticabilità ed efficienza.
Eppure non si può fare a meno di considerare che la nuova disciplina presenta una serie di caratteri che paiono creare, se non proprio un disincentivo, per lo meno un certo grado di resistenza all’emersione e alla diffusione dell’«azione di classe» nel nostro ordinamento. Non è certo questa la sede per esaminare aspetti di tale complessità, ma si può sottolineare come le potenzialità dell’«azione di classe» italiana siano state (e continuino ad essere) fortemente limitate dalla previsione di un ambito di applicabilità marcatamente settoriale e dalla configurazione di un meccanismo di adesione (c.d. «opt-in») che è piuttosto refrattario alla formazione della «classe» o, per lo meno, alla estensione degli effetti della sentenza al maggior numero possibile di titolari di diritti «omogenei».
Un effetto ancor più disincentivante, d’altra parte, è quello prodotto dall’assenza di una regolamentazione di dettaglio che disciplini quegli aspetti – in special modo quelli processuali – che non sono stati adeguatamente esplicitati nella lex generalis. La disciplina consumeristica, infatti, se allinea il catalogo degli strumenti posti a tutela di interessi sovraindividuali a quello comune alla maggior parte degli ordinamenti stranieri, trascura invece quelle regole di raccordo che sono assolutamente indispensabili per creare – al di là della previsione di singoli strumenti – un vero e proprio «sistema» di tutela giurisdizionale. Ne è un esempio evidentissimo, a me pare, la lacunosa regolamentazione dei rapporti tra l’«azione di classe» e l’azione cautelare di cui al «contiguo» art. 140 cod. cons., nonché tra tali giudizi e la pendenza di procedimenti amministrativi dinanzi alle autorità di vigilanza. Emergono, infatti, frequenti discrasie e carenze di coordinamento, accanto a lacune normative, soprattutto sul piano della idoneità delle decisioni cautelari – per lo più di ordine inibitorio o ripristinatorio – ad estendere la loro efficacia al(l’eventuale) giudizio collettivo vertente sulle medesime situazioni soggettive.
In definitiva, costituisce un dato ricostruttivo fondamentale in parte qua quello secondo cui l’introduzione nell’ordinamento di un’«azione di classe» non sia sufficiente, di per sé, a creare un sistema di tutela giurisdizionale collettiva, la cui affermazione esige, accanto al progredire della riflessione dottrinale e al diffondersi di prassi giurisprudenziali, l’affinarsi di una disciplina positiva più matura ed esaustiva, fatta non solo di principi generali ma anche di norme di coordinamento e attuazione. È pur vero che un minor grado di analiticità della normativa assicura, in genere, spazi di adattamento alle specificità del caso singolo e alla formazione di orientamenti giurisprudenziali più rispondenti alle esigenze di tutela dei privati, tuttavia un maggiore livello di precisione è auspicabile ogni qualvolta possa dirsi utile ad assicurare l’efficace e coerente applicazione di una normativa che esorbita naturaliter dalle categorie tradizionali della scienza processualistica italiana (ed europea continentale).
Ed è forse questa «immaturità» della nostra disciplina che ha contribuito anche alla ritrosia diffusa verso un modello processuale particolarmente innovativo, lontano dai principi e dalle logiche di una tradizione giuridica fortemente radicata, che ha interpretato l’«azione di classe» come l’inserimento di uno strumento processuale certamente utile – fors’anche indispensabile – in un ordinamento moderno, ma inevitabilmente avulso dai caratteri tradizionali del nostro processo civile.
Rebus sic stantibus non sorprende che il numero delle pronunce emesse ogni anno dalle corti italiane in tema di «azione di classe» sia abbastanza limitato, né sorprende che sia lenta e difficoltosa la formazione (e il consolidamento) di una prassi nella gestione delle fasi di trattazione e istruzione del giudizio da parte dei tribunali (c.d. «case management»); un profilo, quest’ultimo, tutt’altro che secondario in una prospettiva strettamente processuale, tanto più laddove i poteri giudiziali di direzione del procedimento devono essere resi funzionali – come accade, per l’appunto, nell’«azione di classe» – alle esigenze di un contraddittorio a struttura plurilaterale.
3. – Ed è proprio alla luce di questa peculiare struttura plurilaterale dell’azione di classe che conviene, io credo, intraprendere la nostra analisi in merito alla possibilità che la convenzione arbitrale – in primis: la clausola compromissoria – consenta la devoluzione all’arbitro di una tale forma di tutela; di qui, poi, ci si potrà soffermare sulle implicazioni nel nostro ordinamento di una mancata esplicitazione nella convenzione arbitrale della opportunità di instaurare (e svolgere) l’azione di classe dinanzi agli arbitri. Solo in conclusione si valuteranno, invece, le problematiche sollevate dalla celebrazione dell’azione di classe nell’alveo di un giudizio arbitrale, con riferimento, in particolare, al coinvolgimento di soggetti formalmente estranei al patto compromissorio, ma sottoscrittori di clausole identiche a quelle azionate dal class representative per la tutela di un interesse omogeneo a quello dei componenti della classe.
Orbene, il primo aspetto caratterizzante la struttura soggettivamente complessa dell’azione di classe a cui giova fare riferimento in questa sede è quello concernente la legittimazione ad agire. In proposito, va rilevato che l’ampliamento della legittimazione ad agire in forma collettiva, operato dalla riforma del 2009, ha espressamente consentito anche al singolo consumatore di intraprendere l’azione ex art. 140-bis in qualità di class representative, senza più imporre – come accadeva in passato – l’assistenza di una associazione rappresentativa degli interessi della classe. Un tale ampliamento, che rappresenta soprattutto l’adeguamento dell’originaria normativa sull’azione di classe ad uno degli aspetti di maggiore efficienza della class action americana, ha sensibilmente mutato la fisionomia di tale strumento processuale. E ciò, non solo nel senso che si sono incrementate le potenzialità dell’azione di classe, emancipata ora da un procedimento – talvolta lungo e problematico – di assegnazione dell’incarico e del potere rappresentativo all’associazione (v. Trib. Torino, ord. 4 giugno 2010, in Foro it., 2010, I, 2523 ss.; App. Torino, ord. 27 ottobre 2010, in Foro it., 2010, I, 3530 ss.; Trib. Milano, ord. 20 dicembre 2010, in Resp. civ. prev., 2011, 1096 ss.; Trib. Milano, ord. 8 novembre 2011), ma anche (e, per quanto qui interessa, soprattutto) nel senso che si è rafforzato il carattere disponibile della controversia fatta valere dal class representative. È chiaro, infatti, che laddove il singolo consumatore (o utente) poteva farsi promotore di un’azione di classe soltanto per il tramite di un’associazione rappresentativa, finiva per assumere una maggiore valorizzazione l’aspetto della tutela di un interesse collettivo e, pertanto, di un’azione, per dir così, «spersonalizzata», in quanto promossa e gestita ex latere actoris da una organizzazione rappresentativa di un interesse collettivo. Per contro, l’introduzione di una legittimazione (anche) del singolo consumatore o di più consumatori in litisconsorzio facoltativo – quand’anche coadiuvati, come spesso accadrebbe a causa degli ingenti costi del giudizio collettivo, da un’associazione o da un comitato – sembra esaltare la portata dispositiva del diritto fatto valere dal class representative e renderne, in tal modo, pienamente ammissibile la compromettibilità. Ben inteso, quand’anche sia l’associazione (o il comitato) rappresentativo dell’interesse collettivo a promuovere l’iniziativa ex art. 140-bis l’oggetto della controversia si manifesta nella sua piena disponibilità, posto che tale carattere – in assenza di una sua espressa esclusione di legge – contraddistingue il diritto fatto valere a prescindere dalla titolarità del potere di dedurlo in giudizio ovvero dalle modalità attraverso le quali il diritto è concretamente azionato in giudizio. Eppure, sembra innegabile che la riappropriazione dell’iniziativa giurisdizionale da parte del singolo finisca per rafforzare la conclusione secondo cui è legittima una previsione contrattuale nella quale il consumatore si accordi per la devoluzione all’arbitro di quella iniziativa che può autonomamente azionare in sede giurisdizionale. E non sembra ostacolare una tale conclusione neppure la previsione in parte qua di una competenza funzionale ratione materiae del giudice ordinario (ed, anzi, delle sezioni specializzate di tribunale ex d.lgs. 26 giugno 2003, n. 168: art. 140-bis, comma 4, cod. cons.), atteso che una tale situazione, ben lungi dal costituire una causa di esclusione della compromettibilità della controversia, definisce un aspetto della ripartizione della «competenza» (non tra giudice ordinario ed arbitro, ma) tra gli uffici dell’autorità giudiziaria ordinaria (Cass., 23 febbraio 2006, n. 3989, in Dir. maritt., 2006, 1203 ss.).
Ma una volta appurato che la clausola compromissoria può avere efficacia anche con riguardo all’azione di classe ex art. 140-bis, conviene subito interrogarsi sulle implicazioni – invero più interessanti in quanto più frequenti nella prassi – di una mancata previsione della devoluzione all’arbitro di tale tipologia di arbitrato. Una tale situazione appare, invero, di difficile soluzione – come è ben dimostrato anche dal dibattito statunitense – in assenza di un’espressa determinazione da parte del legislatore. Ma pare che una tale assenza possa essere colmata – nel nostro come in altri ordinamenti – soltanto attraverso un’attenta considerazione dei parametri legislativi che concorrono a definire i poteri di interpretazione della clausola compromissoria da parte dell’arbitro. E a me sembra convincente richiamarsi in parte qua alla previsione del novellato art. 808-quater c.p.c., laddove emerge il riferimento alla presunzione che le parti abbiano inteso devolvere, nonostante l’incertezza del dato formale, l’interezza delle controversie nascenti dal contratto cui accede la clausola compromissoria (ovvero, più in generale, dal rapporto a cui la convenzione di arbitrato si riferisce).
Ed infatti, se si combina il precetto normativo ora menzionato con la considerazione – già anticipata in occasione della illustrazione del dibattito americano – che l’azione di classe costituisce una forma di tutela non solo autonoma ed alternativa a quella ordinaria, ma anche espressiva di una esigenza di tutela basilare ed ineludibile in relazione a determinati rapporti (vale a dire: quelli consumeristici), sembra di potersi riconoscere all’arbitro un potere di valorizzazione della portata precettiva della clausola; un potere in forza del quale sia riconosciuta la legittimità del ricorso all’azione di classe in arbitrato nonostante il silenzio del patto compromissorio sul punto.
Come si è già evidenziato, infatti, il silenzio della clausola compromissoria sull’azione di classe non sembra costituire un impedimento assoluto alla concessione dello strumento in sede arbitrale, solo che si consideri:
– da un lato, la essenzialità della tutela collettiva nell’assicurare una salvaguardia efficiente alle situazioni soggettive vantate dal consumatore di prodotti (o dell’utente di servizi) standardizzati ed offerti secondo meccanismi contrattuali per adesione,
– dall’altro lato, la rilevanza esclusiva di una devoluzione all’arbitro delle sole controversie insorte nel settore consumeristico e, quindi, in un ambito di rapporti che può essere ben definito ed identificato dall’interprete.
Vero è, tuttavia, che l’ammissione dell’azione di classe deve conseguire, in questi casi, ad un’interpretazione rigorosa della clausola compromissoria, tenuto conto che il silenzio serbato dalla clausola in merito alla azionabilità del diritto (risarcitorio o restitutorio) nelle forme del giudizio arbitrale collettivo impone all’arbitro di valorizzazione ogni elemento della volontà delle parti – emergente dal dettato contrattuale ovvero dal comportamento successivo delle parti – che consenta di comprendere nell’area di operatività della clausola anche l’azione di classe ovvero di escluderne definitivamente l’applicazione in sede arbitrale. Non basta cioè prendere atto che l’azione di classe viene ormai a costituire – anche nel nostro ordinamento – una forma di tutela essenziale per la salvaguardia delle posizioni del contraente debole, così come non basta affermare – come pure sembra ineludibile – che l’azione di classe rientra, per tale ragione, nel novero delle garanzie giudiziarie minime del consumatore, garanzie che l’ordinamento mette a sua disposizione – senza sottrarle all’attivazione in sede arbitrale – fino a quando lo stesso consumatore non scelga di rinunciarvi coscientemente (e legittimamente) in favore di una tutela giurisdizionale individuale. È necessario anche tenere in debita considerazione la peculiarità dell’azione di classe come strumento processuale funzionale ad instaurare un giudizio soggettivamente complesso, strutturato secondo una logica procedimentale sensibilmente diversa – anche per le implicazioni sul piano dei costi e della durata – rispetto a quella che governa non solo il processo bilaterale, ma anche il processo litisconsortile secondo le forme ordinarie.
Il punctum dolens è, in buona sostanza, quello di valutare se, in assenza di una specifica manifestazione di volontà delle parti, la scelta generica di devolvere all’arbitro la decisione di una controversia (determinata o anche soltanto determinabile) possa legittimare sic et simpliciter la possibilità di ricorrere, in sede arbitrale, a qualsiasi forma di tutela ammessa (e non espressamente sottratta alla giurisdizione arbitrale) dalla legge processuale. Inutile dire che la questione si pone in termini almeno parzialmente diversi per le parti e per l’arbitro poiché, quand’anche le parti abbiano acconsentito – malgrado il silenzio del patto compromissorio – alla attivazione di una determinata forma di tutela, l’arbitro ben potrebbe escludere la procedibilità del giudizio proprio in considerazione del silenzio serbato dalla convenzione arbitrale sulla adozione di tale forma di cognizione della controversia. Ma, al fondo, la questione resta quella di valutare se la volontà espressa dalle parti nella clausola compromissoria – anche con riguardo alla tipologia di procedimento da seguire per la soluzione delle controversie devolute alla competenza arbitrale – sia salvaguardata:
(i) esclusivamente da una scrupolosa osservanza del dettato letterale della clausola, senza indugiare sulla opportunità di tutelare interessi omogenei a quello fatto valere dal class representative in un unico contesto processuale,
(ii) ovvero da uno sforzo interpretativo che, nell’alveo del dictum formale voluto dalle parti e degli strumenti processuali previsti dalla legge, ne massimizzi l’effettiva portata precettiva in ragione di un rafforzamento delle esigenze di tutela delle parti stesse e, in specie, della parte contraente «debole».
A me pare che questa seconda alternativa sia quella che, malgrado l’assenza di un’espressa previsione di legge, possa rappresentare la soluzione preferibile per un problema che non può essere esaminato e risolto sulla scorta del solo dato formale contenuto nella previsione pattizia (id est: la convenzione arbitrale). E questo perché una tale conclusione finirebbe per trascurare una serie di aspetti che sono invece peculiari e qualificanti della tutela ex art. 140-bis cod. cons.: dalla rilevanza di situazioni soggettive omogenee alla adesione di tutti i class members ad un contratto standard, alla previsione di clausole arbitrali identiche in ciascun contratto.
3.1 – Se poi si prova a considerare lo sviluppo di un’azione di classe nel contesto del giudizio arbitrale, emergono subito una serie di interrogativi che esulano dalle tradizionali questioni in tema di arbitrato con pluralità di parti ed impongono piuttosto di valutare, volta per volta, la praticabilità di un adattamento dei principi processuali in materia di arbitrato alla peculiare struttura dell’azione di classe.
Un primo aspetto sul quale occorre soffermarsi concerne l’adattabilità del procedimento di nomina dell’arbitro (o del collegio arbitrale) alla specifica modalità di formazione del giudizio collettivo. È indubbio che la determinazione del rapporto arbitrale consegua alla proposizione di una domanda di arbitrato da parte di quel consumatore che si proponga come class representative, instaurando in tal modo anche il procedimento di nomina dell’arbitro (o del collegio arbitrale) che sarà chiamato a conoscere della tutela collettiva. La proposizione della domanda arbitrale e la conseguente devoluzione all’arbitro della controversia tra il singolo consumatore-attore e il professionista-convenuto rinviene, dunque, il proprio fondamento nella clausola compromissoria accedente al singolo contratto dedotto in giudizio dal class representative. A seconda del procedimento di selezione dell’arbitro (o del collegio arbitrale) che sia previsto nel patto compromissorio, si viene poi a definire il momento della condivisione della nomina ad opera della controparte, con il conseguente consolidamento di una volontà conforme sull’unico arbitro nominato dall’attore ovvero con la partecipazione alla nomina di due arbitri distinti (ai quali, poi, compete, in genere, la nomina del terzo arbitro).
Ed è a questo punto che il procedimento si apre alle adesioni degli altri class member nel termine (non superiore a centoventi giorni) decorrente dalla scadenza di quello fissato per l’esecuzione degli oneri pubblicitari (art. 140-bis, comma 9, lettera b, cod. cons.). Con l’atto di adesione – sulla cui natura giuridica si è ampiamente dibattuto – il componente della classe non solo non promuove un’autonoma istanza di tutela giurisdizionale, ma neppure dà luogo ad alcun intervento stricto sensu nel processo (evenienza espressamente esclusa, del resto, dall’art. 140-bis, comma 10, cod. cons.); l’aderente manifesta soltanto la volontà di appartenere alla «classe» (e, quindi, di essere portatore di un interesse omogeneo a quello fatto valere dal class representative) e, per tale ragione, di avvalersi delle prerogative attribuite dalla legge a colui che risulta componente legittimo della «classe». Ecco allora che l’adesione all’azione di classe ben può tradursi anche in una adesione alla nomina arbitrale effettuata dal class representative: quando, infatti, l’azione di classe sia stata intrapresa con una domanda arbitrale, il class member, manifestando la titolarità di un diritto omogeneo a quello fatto valere dall’attore, non solo esprime la volontà di aderire all’iniziativa processuale intrapresa dall’attore, ma ben può manifestare anche la volontà di condividere – e, quindi, di fare propria – la nomina arbitrale da quest’ultimo effettuata. Insomma, con l’atto di adesione il class member partecipa (oltre che alla domanda, anche) alla nomina arbitrale effettuata dal class repreentative, senza che venga in alcun modo pregiudicata la volontà espressa nella nomina arbitrale dal medesimo class representative. D’altra parte, l’adesione all’azione di classe non sembra creare neppure uno squilibrio sul piano dell’estensione soggettiva della clausola compromissoria, atteso che l’ambito applicativo del giudizio di classe è limitato – come detto – a quelle situazioni soggettive che traggono origine da un diritto al risarcimento del danno (o alle restituzioni) in conseguenza della lesione di un contratto standardizzato. Ed in un simile contesto, è ragionevole presumere che siano identiche – anche nel modo di nomina dell’arbitro – le clausole che provvedono a devolvere agli arbitri le controversie derivanti dal contratto (o dal rapporto afferente al regolamento contrattuale).
La circostanza contemplata nel comma 5 dell’art. 140-bis e relativa alla notificazione della citazione all’«ufficio del pubblico ministero presso il tribunale adito», unitamente alla possibilità per il pubblico ministero di intervenire nel giudizio di ammissibilità dell’azione di classe, costituisce un indubbio elemento di criticità all’ammissione di una compromettibilità in arbitri della tutela collettiva. Ciò che, infatti, non sembra essere impedito dal silenzio della clausola compromissoria e neppure dalla struttura soggettivamente complessa del giudizio, sembra essere precluso da una previsione che risulta ispirata (non tanto da esigenze di carattere pubblicistico, quanto piuttosto) dall’esigenza di assicurare al pubblico ministero la possibilità di acquisire tempestive informazioni su rilievi penali eventualmente sottesi agli addebiti mossi al professionista in sede civile. Certo è che, sebbene il coinvolgimento dell’ufficio del pubblico ministero – nei limiti del solo vaglio di ammissibilità dell’azione – costituisca una mera evenienza e non certamente un obbligo, non si può non rammentare come da lungo tempo la dottrina individui proprio nella previsione di una partecipazione al giudizio del pubblico ministero una delle ragioni per sottrarre la materia oggetto della controversia all’area della «disponibilità» e, quindi, della compromettibilità. Ma, se ciò vero, va ricordato nondimeno che si tende a circoscrivere l’area della «non compromettibilità» a quei soli casi in cui l’intervento del pubblico ministero è previsto dalla legge come obbligatorio e a pena di nullità del procedimento instaurato; vale a dire: a quei soli casi in cui la legge, valorizzando esigenze di diritto pubblico (che trascendono, quindi, i diritti in contesa), rende necessario l’intervento del pubblico ministero in quanto l’oggetto della lite finisce per assumere il carattere della «non disponibilità». Ogni qualvolta, invece, l’intervento del pubblico ministero non è posto dalla legge come un intervento necessario a pena di nullità, bensì come un intervento puramente eventuale, si manifesta nella legge un intenzione tutt’affatto diversa e peculiare per ciascuna delle situazioni positivizzate; vale a dire: l’intenzione di ammettere una partecipazione del pubblico ministero che sia funzionale ad assicurare una sorta di «presidio pubblico» in quelle situazioni nelle quali si manifesta con maggiore probabilità l’evenienza di una fattispecie penalmente rilevante.
Se, dunque, si ritiene superabile – come credo – un simile ostacolo, vale la pena di indugiare ancora un istante sulla circoscritta rilevanza di una partecipazione del pubblico ministero all’azione di classe (una partecipazione che è limitata, come detto, alla sola fase preliminare del procedimento), così come vale la pena di indugiare sulla finalità tutt’affatto peculiare – e, per dir così, avulsa dal merito della cognizione – che persegue una tale partecipazione (destinata, come detto, alla acquisizione di notitiae criminis). Tali elementi evidenziano, infatti, da un lato, la possibilità di ammettere la cognizione dell’arbitro anche nella fase di ammissibilità dell’azione di classe per lo meno tutte le volte in cui la notifica della citazione all’ufficio del pubblico ministero non dia luogo ad un conseguente intervento nel giudizio collettivo, e dall’altro lato, la necessità (residuale, ma ineludibile) di rimettere al giudice ordinario il compimento del vaglio di ammissibilità nei casi in cui l’ufficio del pubblico ministero si sia attivato per intervenire nel giudizio pendente.
Diversamente opinando, si dovrebbe sostenere che il vaglio di ammissibilità dell’azione di classe – alla stregua della cognizione su un’istanza cautelare – debba essere sempre rimesso alla competenza esclusiva del giudice ordinario. Ma appare eccessivo – per lo meno a chi scrive – che si debba sottrarre alla cognizione arbitrale la valutazione sulla ammissibilità dell’iniziativa processuale di classe per poter assicurare una partecipazione del pubblico ministero che è funzionale, nella sostanza, all’emersione di eventuali ipotesi penalmente rilevanti; tanto più che una tale riduzione del potere decisorio dell’arbitro – dipendendo da una mera evenienza, e cioè dal fatto che il pubblico ministero si risolva concretamente ad intervenire nel processo (rectius: nella fase di ammissione dell’azione di classe) – finirebbe per realizzarsi anche in assenza del presupposto che le renderebbe obbligatoria.
Si veda anche il contributo Recenti sviluppi della giurisprudenza sull'azione di classe a tutela dei consumatori
Federal Arbitration Act del 1925 (43 Stat. 883; 61 Stat. 669; 9 U.S.C. §2); Dir. n. 93/13/CEE del 5 aprile 1993; Artt. 1341, 1342 c.c.; Art. 808-quater c.p.c.; Artt. 33, 140, 140-bis, 141, D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206;
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