Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-12367-del-17-05-2017
Timestamp: 2020-03-31 13:43:30+00:00
Document Index: 90697686

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 36', 'art. 2099', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 65', 'art. 74', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2117', 'art. 2117', 'art. 38', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 38', 'art. 141', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 12367 del 17/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12367 del 17/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 17/05/2017, (ud. 08/02/2017, dep.17/05/2017), n. 12367
sul ricorso 18661-2011 proposto da:
SCOGNAMIGLIO e CLAUDIO SCOGNAMIGLIO, che la rappresentano e
L.A. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA COLA DI RIENZO 271, presso lo studio dell’avvocato COSTANTINO
TESSAROLO, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;
T.L., R.E.;
avverso la sentenza n. 4428/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 03/07/2010 r.g.n. 1082/2008;
udito l’Avvocato FRANCESCA LATINO per delega CLAUDIO SCOGNAMIGLIO;
udito l’Avvocato COSTANTINO TESSAROLO.
Avverso tale sentenza la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione, prospettando due motivi sulla base dei quali ha chiesto la cassazione del provvedimento impugnato. Resistono con controricorso gli ex dipendenti. Le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo di ricorso l’istituto di credito denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 36 Cost. e art. 2099 cod. civ., L. n. 153 del 1969, art. 12, comma 1 e del D.L. n. 103 del 1991, art. 9 bis; carenza e contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia. In particolare, deduce che, la nozione legale di retribuzione, fissata dalla L. n. 159 del 1969, art. 12, comma 1 deve comprendere esclusivamente elementi di natura retribuiva, aventi cioè causa o fonte nel rapporto di lavoro, con esclusione quindi di tutto ciò che il datore corrisponde “sui presupposto” di un rapporto di lavoro, come appunto i contributi versati al sistema della previdenza sociale, che hanno invece “causa” nel rapporto di previdenza complementare.
2. Con il secondo motivo la ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione violazione degli artt. 1362 e ss. cod. civ. nonchè dell’art. 65 e art. 74, comma 4 del c.c.n.l. 12.2.2005 ex art. 360 c.p.c., n. 3; contraddittorietà e carenza della motivazione su un punto decisivo della controversia. Lamenta, in sostanza, la ricorrente la errata interpretazione delle norme dei contratti e accordi collettivi applicabili alla fattispecie. Ha contestato, in particolare, l’affermazione della sentenza impugnata secondo cui la definizione legale di retribuzione era pacificamente inderogabile dall’autonomia privata individuale e collettiva.
3. La questione oggetto del primo e del secondo motivo di ricorso è stata sottoposta più volte all’esame di questa Corte di Cassazione, anche dinanzi alle Sezioni Unite, che con sentenza n. 6347/2015 l’ha affrontata partendo dalla formulazione del quesito se, per il periodo precedente la riforma introdotta da D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, le somme accantonate dal datore di lavoro per la previdenza complementare – chiunque sia il soggetto tenuto alla erogazione dei trattamenti integrativi e quindi destinatario degli accantonamenti – abbiano natura e funzione retributiva oppure previdenziale e, quindi, si computino, o meno, nell’indennità di anzianità (maturata fino al 31 maggio 1982) e nel trattamento di fine rapporto (maturato successivamente).
5. Le Sezioni Unite, hanno ricostruito il quadro normativo che governa gli istituti della previdenza obbligatoria e della previdenza complementare sin dalla fase antecedente alla riforma pensionistica realizzata negli anni 1992 e 1993 con l’emanazione di una legge delega (L. n. 421 del 1992) e di una pluralità di decreti legislativi fra i quali il D.Lgs. n. 124 del 1993 che disciplinò la previdenza complementare.
Quest’ultima aveva la propria fonte nell’art. 2117 cod. civ. che prevedeva la costituzione di fondi speciali per l’assistenza e la previdenza, alimentati dalla contribuzione sia del datore di lavoro che dei lavoratori.
6.Il contrasto di giurisprudenza sul quale è intervenuta la Corte a Sezioni Unite ha riguardato la natura dei versamenti effettuati dal datore di lavoro alla previdenza complementare (e, quindi, la loro computabilità ai fini dei trattamento di fine rapporto e della indennità di anzianità), con esclusivo riferimento al periodo precedente la riforma della previdenza integrativa, operata con il citato D.Lgs. n. 124 del 1993.
– che, ove si accedesse alla tesi secondo cui ogni onere economico posto a carico del datore di lavoro avesse natura retributiva, si arriverebbe al risultato che la previdenza complementare sarebbe a carico esclusivo dei lavoratori, risultato non solo paradossale, ma contra legem, atteso che la natura solidaristica della previdenza complementare è prevista non solo da norme primarie (cfr., in particolare, l’art. 2117 cod. civ.), ma anche dall’art. 38 Cost.;
– il D.L. n. 103 del 1991, art. 9 bis, aggiunto dalla legge di conversione n. 166 del 1991, con norma dichiaratamente di interpretazione autentica aveva stabilito che la L. n. 153 del 1969, art. 12 (che fissava la nozione di retribuzione imponibile ai fini previdenziali) doveva essere interpretato nel senso che dovevano essere escluse dalla base imponibile dei contributi di previdenza e assistenza sociale le contribuzioni e le somme versate o accantonate per il finanziamento di trattamenti integrativi previdenziali o assistenziali; la norma prevedeva altresì che restavano salvi i contributi effettuati anteriormente all’entrata in vigore della legge; infine, con riferimento al primo periodo di paga successivo all’entrata in vigore della nuova normativa, era previsto che, per le contribuzioni o le somme destinate al finanziamento dei trattamenti integrativi, era dovuto, ad esclusivo carico dei datori di lavoro, un contributo di solidarietà del 10% in favore delle gestioni pensionistiche di legge alle quali sono iscritti i lavoratori. La Corte costituzionale (C. cost. n. 421 del 1995), chiamata a intervenire sulla suddetta normativa nella parte in cui esclude il diritto alla ripetizione dei versamenti contributivi effettuati in epoca anteriore alla data di entrata in vigore della legge (16 giugno 1991) sulle somme versate o accantonate dai datori di lavoro a favore di gestioni eroganti prestazioni previdenziali e assistenziali integrative, ha affermato che la norma non era di interpretazione autentica bensì innovativa con efficacia retroattiva ed ha rilevato che non era la retroattività a determinare l’illegittimità della norma quanto piuttosto l’avere essa stabilito per gli inadempienti l’esonero totale dal versamento dei contributi senza alcuna contropartita, in contrasto con il principio di razionalità-equità fissato dall’art. 3 Cost. coordinato con il principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. che a sua volta costituisce parametro per l’interpretazione dell’art. 38 Cost., comma 2.
– da ultimo deve rilevarsi che, se è vero che in alcune decisioni la Corte di Giustizia ha affermato che le prestazioni erogate dai regimi di previdenza complementare privata rientrano nella nozione di retribuzione dettata dall’art. 141 del Trattato UE, costituendo anche esse “vantaggi pagati direttamente o indirettamente… dal datore di lavoro al lavoratore” in ragione del rapporto di lavoro (cfr. sent. 17 aprile 1997, causa 147/95; sent. 28 settembre 1994, causa 128/93) è anche vero che, a tutto voler concedere, ciò non implica, per le ragioni di carattere sistematico in precedenza evidenziate, l’inserimento delle quote corrisposte dal datore di lavoro ai fondi di previdenza complementare prima dell’entrata entrata in vigore del D.Lgs. n. 124 del 1993 nella base di calcolo dell’indennità di anzianità e del TFR;
7. Con riferimento al caso di specie è pacifico che i ricorrenti in primo grado avevano aderito al fondo aziendale di previdenza integrativa, alimentato, in particolare, mediante il versamento periodico di contributi, sia da parte di ciascun lavoratore sia da parte della Banca. Dall’applicazione del principio di diritto sopra enunciato, che non viene incrinato dalle considerazioni svolte dai contro ricorrenti nella memoria ex art. 378 c.p.c. in quanto meramente riproduttive della tesi confutata, deriva l’accoglimento del ricorso con conseguente cassazione della sentenza impugnata. Poichè non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto ricorrono i presupposti per decidere la causa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, e rigettare quindi integralmente la domanda dei ricorrenti in primo grado.
8. Considerato il contrasto di giurisprudenza verificatosi sulla materia del contendere si reputa conforme a giustizia compensare fra le parti le spese dell’intero giudizio.
Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta le domande; dichiara compensate le spese dell’intero giudizio.