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Timestamp: 2019-01-24 08:41:16+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 4']

Deconflict » LE MISURE ALTERNATIVE ALLA #MEDIAZIONE NELLA LEGGE 162/2014
La legge 10 novembre 2014 n. 162 che ha convertito, con modificazioni, il decreto legge 12 settembre 2014 n. 132 (G.U. n. 261 del 10/11/2014- Supp. Ord. N. 84), prevede due misure alternative alla mediazione, e precisamente: l’arbitrato, come alternativa alla mediazione demandata dal giudice (ex art. 5 comma 2 del decreto legislativo 28/2010, così come modificato dalla legge 9 agosto 2013 n. 98) e la negoziazione assistita da uno o più avvocati, come alternativa alla mediazione su istanza di parte, in materie diverse da quelle previste dall’art. 5 comma 1 bis del già citato d. lgs. 28/2010, ossia non solo in tutte le materie c.d. non obbligatorie, ma anche in due nuove materie che introducono il vincolo di improcedibilità dell’azione giudiziale per tutte le controversie attinenti a casi di responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, così come pure per tutti i casi di domanda di pagamento di una somma di denaro, a qualunque titolo, fino ad un importo di euro cinquantamila.
La mediazione civile e commerciale resta dunque l’alternativa esclusiva alla giurisdizione nelle materie c.d. obbligatorie, di cui al già citato art. 5 comma 1- bis d. lgs. 28, mentre per i casi sopra elencati si può avere la scelta tra: mediazione delegata dal giudice o arbitrato, oppure tra mediazione volontaria e negoziazione assistita. Parimenti, quest’ultima diventa alternativa esclusiva alla giurisdizione nelle due materie sopracitate, ossia i danni da circolazione ed il recupero crediti, sia di natura contrattuale che extracontrattuale, con il limite massimo di euro 50.000,00.
Apparentemente, dunque, il sistema di “degiurisdizionalizzazione” ossia, in termini meno barbari e più facilmente pronunciabili, il sistema delle ADR, sembrerebbe aver fornito agli utenti di giustizia una serie più ampia, e quindi maggiormente fruibile, di sbocchi utili a risolvere le liti fuori dalle aule di giustizia.
Andando a fondo in questo esame, ci si accorge che il motivo vero che ha spinto il legislatore ad intervenire in questo settore, non è tanto quello della deflazione dei carichi processuali dei magistrati, quanto quello di rendere più contenti (o meno scontenti) gli avvocati, fornendo loro, in esclusiva, i due nuovi strumenti alternativi alla tanto vituperata mediazione. Infatti, mentre la mediazione può essere esperita anche da non avvocati, purchè debitamente abilitati, arbitrato e negoziazione assistita sono esperibili, non si capisce per qual motivo, solo ed esclusivamente da avvocati iscritti all’albo, e non anche, ad esempio, ad un notaio o ad un professionista di provata capacità ed esperienza.
Appare infatti assai incerto, nella realtà, che arbitrato e negoziazione assistita possano avere grande sviluppo. Quest’ultima, infatti, potrebbe avere un suo spazio soprattutto nelle due materie per le quali le è stata fornita l’esclusiva sotto il profilo della condizione di procedibilità dell’azione giudiziale (così come è avvenuto, almeno in parte, per la mediazione c.d. obbligatoria); per il resto, i due strumenti di per sé appaiono di difficile applicazione, per i motivi che vedremo qui appresso.
La richiesta di andare in arbitrato ovviamente deve essere congiunta; essa va espressa nel processo e quindi rivolta al giudice, con richiesta, ove accolta, di rimessione del fascicolo al presidente del consiglio dell’ordine competente, per la nomina del collegio arbitrale o dell’arbitro unico per cause di valore inferiore ai 100.000,00 euro. Il tutto appare non poco problematico. Il fascicolo della causa esce infatti dal palazzo di giustizia per andare all’ordine forense, poi al collegio arbitrale, poi potrebbe anche tornare al palazzo da dove è partito (ipotesi di cui all’art. 1, comma 4, davanti al giudice di appello). Tutti questi passaggi non sembrano esenti da rischi.
In ogni caso, ovviamente, le parti, e soprattutto i loro avvocati, devono essere convinti che sia meglio andare in arbitrato piuttosto che attendere il responso del giudice; chi teme di perdere la causa, potrebbe preferire la lungaggine della stessa, anche se con lo spettro di un maggior carico di interessi moratori, ma se ha poco o nulla da perdere non avrà convenienza a farsi condannare in breve tempo da un arbitro rituale; parimenti, chi ha la buona certezza di poter vincere la causa, specialmente se si trova già in grado di appello, non avrà convenienza ad andare in arbitrato, vanificando tutte le spese sino allora sostenute e dovendone affrontare altre nuove, specialmente se la causa sia affidata ad un collegio.
Ad ogni buon conto, come noto, è più difficile impugnare un lodo arbitrale piuttosto che una sentenza, pur con i nuovi paletti predisposti per l’appello o il ricorso per cassazione, il che rende sostanzialmente il lodo non modificabile. Il rischio di trovarsi con un lodo contrario e non poterlo impugnare non deve essere ignorato, e deve far riflettere molto prima di decidere di scegliere questa via.
La negoziazione assistita appare strutturata sulla falsariga della mediazione in assenza di mediatore.
Essa comincia con la convenzione di negoziazione assistita, che ricalca in qualche modo la domanda di mediazione, ovviamente rivolta alla parte (o alle parti) con cui si vorrebbe “cooperare in buona fede e con lealtà per risolvere in via amichevole la controversia” (art. 2 comma 1). La legge stabilisce che la convenzione è un accordo tra le parti per “andare in negoziazione con l’assistenza degli avvocati”, e può essere fatto o per iniziativa congiunta, ovvero, nelle due materie sottoposte a condizione di procedibilità (art. 3), ossia in tema di risarcimento danni da circolazione o di domanda di pagamento di una somma di danaro a qualsiasi titolo, fino ad un massimo di 50.000 euro, tramite domanda rivolta dal proprio avvocato all’altra parte, con invito a stipulare la convenzione di negoziazione.
Questa fase ricalca dunque, mutatis mutandis, l’invito a comparire davanti ad un organismo di mediazione, solo che qui l’organismo (ed il mediatore) non esistono, e quindi la futura eventuale negoziazione avviene laddove le parti decidano che avvenga (la legge nulla dice al riguardo), ma è intuitivo che sia in uno studio legale, anche per evitare ulteriori spese, oltre quelle attinenti al compenso degli avvocati. La scelta dello studio può comunque rappresentare un problema, quanto meno sotto il profilo psicologico, volendo intuitivamente ogni parte preferire che il negoziato avvenga laddove essa (ed il suo avvocato) si senta a proprio agio.
Si nota qui immediatamente la mancanza di un luogo “neutrale”, come è invece l’organismo di mediazione, ove poter negoziare al meglio e con il massimo della tranquillità.
La convenzione è disciplinata abbastanza superficialmente dalla legge, in quanto, oltre a prescrivere la forma scritta a pena di nullità, e l’intuitivo limite della disponibilità dei diritti controversi (con l’esplicita esclusione della materia lavoristica), essa si limita a stabilire la durata minima e massima della negoziazione (non meno di un mese, non più di tre mesi prorogabili su accordo delle parti di ulteriori trenta giorni). Anche qui si nota una notevole somiglianza con la mediazione.
Va appena notato che nel decreto legge improvvidamente non era stabilito un limite massimo al negoziato, il che in tema di condizione di procedibilità dell’azione giudiziale avrebbe fatto scattare un sicuro vizio di incostituzionalità.
Quanto all’oggetto della convenzione che, per lo meno nelle due materie rese obbligatorie, dovrebbe necessariamente riguardare tutta la controversia da trasferire in caso di insuccesso davanti al giudice, e non solo una parte di essa, la legge (art. 4) prescrive la necessità di avvertire la parte invitata che la mancata risposta nei termini o il rifiuto ad aderire potrà essere valutato negativamente dal giudice ai fini della condanna alle spese del giudizio o anche per gli effetti di cui agli artt. 96 e 642, 1 comma, c.p.c. Il riferimento a queste due norme appare di difficile comprensione.
Con riferimento alla corrispondente verifica della condizione di procedibilità in caso di mediazione, la legge (art. 3 comma 2) prevede che questa si considera accertata se l’invito a stipulare la convenzione non è seguito da adesione, ovvero viene rifiutato esplicitamente entro il termine di trenta giorni dalla sua ricezione, ovvero infine se è decorso inutilmente il termine di tre mesi dedicato alla negoziazione. Come si vede, anche qui c’è un limite minimo e un limite massimo, entro il quale la negoziazione, così come la mediazione, deve trovare collocazione, pena il suo fallimento sotto il profilo del rapporto con il processo.
E’ evidente dunque che la negoziazione assistita, che non derivi da una convenzione su iniziativa congiunta, ha poche probabilità di riuscita, e che anche quella su istanza di parte per le due materie obbligatorie, che sicuramente vedrà un numero molto maggiore di tentativi (il numero degli inviti dovrebbe essere enorme, in relazione alle fattispecie previste dalla legge), non necessariamente potrà trovare una soluzione positiva, se la parte invitata non troverà conveniente negoziare piuttosto che andare in giudizio (fermo restando il discorso sugli interessi moratori in caso di condanna).
Infatti l’avvertimento alla parte invitata di cui all’art. 4 in merito alle conseguenze negative del rifiuto o della mancata adesione nei termini potrebbero trovare maggior fondamento negli artt. 91 e 92 c.p.c., piuttosto che nelle due norme citate, che con tale comportamento ben poco hanno a che vedere.
In buona sostanza, la negoziazione assistita funzionerà se le parti, e soprattutto i loro avvocati, sapranno negoziare.
Negoziare in questo caso non vuol dire transigere, ma qualcosa di diverso, poiché lo scopo della norma è quello di giungere ad una soluzione amichevole della controversia, soluzione che non è quella transattiva. Il negoziato quindi dovrebbe essere improntato ad un modo di relazionarsi cooperativo e non avversariale, tipico della transazione, ma a questo le parti ed i loro avvocati non sempre sono preparati. Non vi è dubbio che anche un accordo puramente transattivo possa costituire validamente oggetto e risultato del negoziato, con effetto impeditivo della lite giudiziaria. Tuttavia il suo risultato non sarà paragonabile a quello di un accordo amichevole, volto a ricostituire il rapporto controverso.
Pertanto si può concludere che la mediazione continuerà ad avere un posto importante nel quadro delle soluzioni alternative alla lite, sempre che il legislatore non voglia considerare chiuso l’esperimento al termine dei quattro anni concessi dalla legge 98/2013.