Source: https://www.laleggepertutti.it/273071_cantare-di-notte-per-strada-e-reato
Timestamp: 2019-04-20 21:20:49+00:00
Document Index: 25757587

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 659', 'art. 651', 'art. 651', 'sentenza ', 'art. 337', 'art. 393', 'sentenza ', 'art. 539', 'art. 606', 'art. 659', 'art. 659', 'art. 651', 'art. 45', 'art. 192', 'sentenza ', 'art. 393', 'sentenza ', 'art. 606']

Cantare di notte per strada è reato
Per far scattare il reato di disturbo della quiete pubblica è necessario molestare un numero indefinito di persone, anche se nessuno si è lamentato o ha sporto denuncia.
Diciamoci la verità e facciamolo fuori dai denti, senza tante ipocrisie: ci sono numerosi comportamenti che, a voler essere fiscali, sono vietati dalla legge ma che il più delle volte non vengono puniti e, perciò, vengono serenamente commessi. Ciò avviene, il più delle volte, perché non ci sono agenti sul punto, pronti a constatare l’illecito, o perché le eventuali vittime preferiscono chiudere un occhio piuttosto che passare una mattinata in questura. Alzi la mano chi non è mai passato, almeno una volta, davanti a un semaforo rosso o chi non ha spiato lì dove non poteva farlo. Si faccia avanti chi non ha mai cercato di ottenere un favore da un dipendente della pubblica amministrazione, fosse anche per saltare la fila. E non si nasconda dietro un dito chi, in occasione di una festa, non ha alzato un po’ il gomito e poi si è messo a gridare a squarciagola dalla felicità in mezzo alla piazza. Ecco, prendiamo proprio quest’ultimo esempio: lo sai che cantare di notte per strada è reato? Sì, almeno se la tua voce la sentono tutti quelli che abitano lì vicino o anche quelli dei primi piani. Questo perché disturbare il riposo delle persone è ancora, per la nostra legge, un illecito penale e non una semplice violazione di tipo amministrativo. Significa che vieni processato davanti a un tribunale e, dal giorno dopo la condanna, la tua fedina penale non è più immacolata come il bicarbonato.
Chiaramente c’è sempre una soglia di sopportazione sotto la quale nessuno ti dirà nulla. Ma ciò che devi sapere – e che è più importante – è che il reato di disturbo al riposo delle persone è procedibile d’ufficio: significa che puoi essere processato anche se a lamentarsi è una sola persona (magari un vicino dispettoso o un vecchietto che non riesce a dormire). E addirittura il processo penale va avanti anche se non c’è stata alcuna denuncia nei tuoi confronti, ma hai avuto la sfortuna che un poliziotto, accidentalmente trovatosi nelle vicinanze, abbia ascoltato il tuo felice canto.
Ma da quando cantare di notte per strada è reato? E soprattutto qual è la soglia di decibel che le tue corde vocali possono raggiungere senza perciò rischiare il carcere.
Premesso che in galera non ci andrai certo perché hai svegliato qualcuno – non almeno in Italia – qualche chiarimento in più ce lo fornisce una sentenza della Cassazione di due giorni fa [1]. La Corte ha giudicato il caso di un uomo che, oltre a fare baldoria, aveva tenuto alto il volume della radio della macchina. A inchiodarlo il resoconto fatto dai due carabinieri intervenuti sul posto a seguito della segnalazione fatta da un cittadino.
Ma procediamo con ordine e vediamo cosa e quando si rischia.
1 Disturbo della quiete pubblica: è reato?
2 Disturbo della quiete pubblica: quando è reato?
3 Disturbo della quiete pubblica: chi può denunciare?
Disturbo della quiete pubblica: è reato?
Domanda scontata per un avvocato, forse un po’ meno per chi non è un tecnico del diritto: molestare le persone che dormono o che lavorano è reato. La gente comune lo chiama «disturbo della quiete pubblica» ma il nome tecnico è «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone». A prevedere tale illecito è, da sempre, il codice penale in base al quale «chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309».
Il punto è stabilire quando scatta il reato perché la norma non sembra dare riferimenti tecnici in ordine all’entità o al volume dei rumori. E difatti non ci sono decibel oltre i quali scatta il reato, ma tutto dipende dalle circostanze concrete. L’importante – è questo che rileva – è verificare se il rumore prodotto è astrattamente avvertibile da un numero indefinito di persone. In pratica, ci devono essere potenzialmente più vittime, al di là del fatto che a lamentarsi sia una sola di queste. Ad esempio, se ti metti a cantare la strenna natalizia sotto il balcone del tuo vicino di casa solo per fargli un dispetto, ma nei dintorni non ci sono altre case, non commetti reato: ad essere molestata è infatti una sola persona. Ma se ti metti a cantare con una chitarra elettrica in mezzo a una piazza e tutti gli abitanti attorno ti sentono, a prescindere che sia giorno o notte, rischi una denuncia.
Dunque, il reato scatta quando i rumori possono arrivare all’orecchio di più persone e, pertanto, vanno considerati intollerabili.
In tutto ciò influiscono le condizioni di tempo e di spazio: «di tempo» perché cantare con la stessa potenza in pieno giorno potrebbe non dare fastidio alla gente a causa dei rumori di fondo del traffico che ti coprono; «di spazio» perché cantare in piena campagna dove sono situate solo un paio di abitazioni non è reato (visto che non parliamo di una moltitudine di persone molestate) mentre lo è in un centro cittadino.
Insomma affinché scatti il reato di disturbo alla quiete pubblica è necessaria l’idoneità delle emissioni sonore ad arrecare pregiudizio ad un numero indeterminato di persone.
Disturbo della quiete pubblica: chi può denunciare?
Abbiamo esordito dicendo che il reato in commento è procedibile d’ufficio. Cosa significa in pratica? Che non c’è bisogno che qualcuno ti denunci per finire sotto processo. Basta che un poliziotto passi di lì e ritenga che il rumore che produci possa dare fastidio alle persone. Non importa neanche se sei nel pieno dell’estate o in un sabato sera quando tutti sono fuori a divertirsi: è la potenzialità della lesione che rileva.
Altrettanto dicasi se è una sola persona a denunciarti perché svegliata nel cuore della notte: se la zona è abitata e quindi altre persone potevano essere disturbate, vieni ugualmente condannato.
[1] Cass. sent. n. 4462/19 del 29.01.2019.
All’imputato era stato contestato di aver il 25 aprile 2012, prima disturbato di notte il riposo delle persone, cantando a squarciagola e tenendo alto il volume della radio della sua autovettura parcheggiata sulla pubblica via; nonché di aver rifiutato di declinare le proprie generalità e di esibire i documenti ai carabinieri, intervenuti in seguito ad una segnalazione per i suddetti fatti, spintonandoli e ingaggiando con loro una colluttazione, mentre cercavano di contenerlo, e cagionando ai carabinieri intervenuti lesioni personali.
2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod. proc. pen.
2.1. In relazione al capo di imputazione A), violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità del ricorrente per il reato cui all’art. 659 cod. pen.
La Corte di appello avrebbe superato i rilievi difensivi (i finestrini dell’auto del ricorrente erano chiusi e difettava la prova del turbamento di un numero indeterminato di persone) con argomentazioni illogiche e giuridicamente irrilevanti.
Il livello del rumore all’interno dell’auto per essere udito all’esterno doveva essere tale da risultare insopportabile per lo stesso ricorrente e il fatto che sia stato udito dagli agenti non integra di per sé il reato (in termini di pregiudizio per la pubblica tranquillità).
2.2. In relazione al capo di imputazione B) (art. 651 cod. pen.), violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità del ricorrente per il reato cui all’art. 651 cod. pen.
La motivazione della sentenza impugnata avrebbe sorvolato su un dato dirimente, ovvero che il ricorrente non si era rifiutato sic et simpliciter di esibire i propri documenti, ma aveva chiesto sin dall’inizio ai militari di qualificarsi (il ricorrente, avvocato, si sarebbe spaventato ed intimorito temendo di essersi imbattuto in dei malintenzionati).
La versione dell’imputato (ovvero di non essersi reso conto dell’auto di servizio) non era pretestuosa, come ritenuto dalla Corte di appello, ma era stata riscontrata dalla circostanza riferita dagli stessi operanti, che non avevano trovato indosso all’imputato le chiavi di casa (quindi, quando aveva spintonato gli agenti, non intendeva andare a casa, come dichiarato dai militari).
In modo illogico, la Corte di appello poi avrebbe accertato che l’imputato si era reso conto della qualità degli interlocutori, a fronte dell’ostinato rifiuto dei militari ad esibire il loro distintivo (così violando il codice etico Europeo di polizia) e della circostanza che l’auto di servizio, considerato anche il fatto che pioveva, non era visibile al ricorrente (non essendo dirimente la testimonianza dell’agente Ci., non presente ai fatti) e che i militari non vestivano la divisa ordinaria dei Carabinieri.
Difetterebbero gli elementi della fattispecie di cui all’art. 337 cod. pen., in quanto l’imputato, impaurito per gli agenti che lo avevano accerchiato non qualificandosi, si era limitato ad allontanarli; quindi aveva agito non al fine di opporsi ad un atto del loro ufficio.
La resistenza in ogni caso non era proseguita anche dopo l’arrivo della seconda pattuglia (come confermato dall’agente Cianchi).
2.4. Violazione di legge in relazione agli artt. 393-bis e 59 cod. pen. Erroneamente sarebbe stata esclusa l’applicazione dell’art. 393-bis cod. pen.
Non vi sarebbe un logico fondamento in ordine a quanto affermato dalla Corte di appello in ordine alla causa della caduta degli agenti, dovuta, come si legge nella sentenza impugnata, ad una “violenta e scomposta reazione” del ricorrente.
Gli stessi agenti avrebbero sconfessato all’assunto, risultando che le lesioni dagli stessi riportate erano state accidentali o al più colpose (in tal senso deponevano la dichiarazione dell’agente Acca in ordine alla dinamica della caduta, le condizioni scivolose della strada e quanto dichiarato dall’agente Giustino, in ordine al fatto che l’imputato non voleva far del male ma solo farsi spazio per andare a casa). Entrambi gli agenti avevano in ogni caso dichiarato che il ricorrente si sarebbe soltanto “irrigidito”, al momento dell’ammanettamento, tenendo una posizione immobile.
Quanto alla lesione al dito subita dall’agente Acca, la stessa risulterebbe giustificata in un primo tempo dalla persona offesa con una azione accidentale, offrendo poi versioni plurime diverse e confuse, di cui l’ultima prediletta dalla Corte di appello.
In ogni caso, le circostanze di gran confusione nell’azione e la presenza di più persone dovevano far protendere per una condotta non perfettamente controllata anche da parte degli stessi agenti e perciò imprudente ed imperita anche di questi ultimi.
2.6. In relazione agli effetti civili, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 539 cod. proc. pen.
La Corte di appello, non motivando, avrebbe ricondotto l’importo, liquidato in primo grado a titolo di risarcimento del danno unicamente al turbamento psichico provato dal ricorrente, senza che tuttavia fosse stata raggiunta la prova dello stesso e ricorrendo ad una quantificazione “pura” ovvero non fondata su criteri obiettivi.
2. Va premesso, onde evitare inutili ripetizioni in relazione alle singole articolazioni del ricorso, che, secondo l’incontrastata giurisprudenza di legittimità, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per i ricorrenti più adeguata e convincente, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone; Sez. U, n. 6903 del 27/05/2016, dep. 2017).
E la Corte regolatrice ha rilevato che, anche dopo la novella del 2006 dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., resta immutata la natura del sindacato che la Corte di cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (per tutte, tra le tante, Sez. 3, n. 18521 del 11/01/2018, Ferri, Rv. 273217).
La previsione del vizio di travisamento della prova, invero, lungi dal consentire di denunciare in sede di legittimità il “travisamento del fatto” da parte del giudice di merito, ha la funzione di rimediare ad errori commessi da parte di quest’ultimo nel considerare una prova in realtà inesistente o nell’omettere una prova presente nel compendio processuale, purché l’errore sia in grado di disarticolare il costrutto argomentativo del provvedimento impugnato per l’intrinseca incompatibilità degli enunciati e abbia comunque un oggetto definito e non opinabile (ex multis, Sez. 5, n. 8188 del 04/12/2017, dep. 2018, Granoni, Rv. 272406; Sez. 1, n. 54281 del 05/07/2017, Tallarico, Rv. 272492).
Pertanto, in sede di legittimità, non sono consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito ovvero nella selezione delle prove (o viepiù di articolazioni di singole prove) effettuata da parte del giudice di merito (nessuna prova, in realtà, ha un significato isolato, slegato dal contesto in cui è inserita). A tale approdo, si perviene considerando che, nel momento del controllo di legittimità, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, dovendo limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con “i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento”, secondo una formula giurisprudenziale ricorrente.
3. Alla luce di quanto ora rappresentato, deve osservarsi come il primo motivo, relativo alla ritenuta responsabilità del ricorrente per il reato cui all’art. 659 cod. pen., articoli censure, che oltre a rivelarsi manifestamente infondate, non risultano consentite in questa sede.
Ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all’art. 659 cod. pen., va rammentato che, secondo un pacifico principio di diritto, non sono necessarie né la vastità dell’area interessata dalle emissioni sonore, né il disturbo di un numero rilevante di persone, essendo sufficiente che i rumori siano idonei ad arrecare disturbo ad un gruppo indeterminato di persone, anche se raccolte in un ambito ristretto, come un condominio (Sez. 3, n. 18521 del 11/01/2018, Ferri, Rv. 273216; Sez. 1, n. 45616 del 14/10/2013, Virgillito, Rv. 257345).
Orbene, l’effettiva idoneità delle emissioni sonore ad arrecare pregiudizio ad un numero indeterminato di persone costituisce un accertamento di fatto rimesso all’apprezzamento del giudice di merito, il quale non è tenuto a basarsi esclusivamente sull’espletamento di specifiche indagini tecniche, ben potendo fondare il proprio convincimento su altri elementi probatori in grado di dimostrare la sussistenza di un fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo della pubblica quiete (ex multis, Sez. 3, n. 11031 del 05/02/2015, Montali, Rv. 263433).
Nella specie, oltre alla persona che aveva segnalato il disturbo, erano stati gli stessi agenti intervenuti sul posto ad aver constatato l’idoneità delle emissioni sonore ad arrecare pregiudizio ad un numero indeterminato di persone.
Quel che è sufficiente rilevare, sulla base del controllo di legittimità, è che l’accertamento svolto al riguardo dalla Corte di appello è sostenuto da motivazione non manifestamente illogica o giuridicamente viziata, tenuto conto anche delle circostanze di luogo (zona ad alta densità abitativa) e di tempo (l’ora notturna e il silenzio della notte) evidenziate dalla Corte di appello.
3. Il secondo motivo, relativo alla ritenuta responsabilità del ricorrente per il reato cui all’art. 651 cod. pen., articola censure affette dalla medesima inammissibilità.
Risulta invero che la Corte di appello ha plausibilmente escluso sia che l’imputato non fosse lucido, a causa dello stato di ebbrezza, visto che aveva rivolto agli operanti la richiesta di qualificarsi, secondo le regole esistenti negli Stati Uniti; sia che lo stesso non avesse potuto rendersi conto della qualità degli operanti, posto che l’auto di servizio dei carabinieri – con lampeggianti blu ben accesi – era rimasta sempre affiancata in zona illuminata a quella dell’imputato e che gli stessi operanti indossavano la divisa con i chiari segni dell’Arma (giacca a vento con i gradi rossi, bandoliera bianca, pantalone con banda rossa).
Né ha alcun fondamento il richiamo effettuato dal ricorrente all’art. 45 del codice etico di polizia (“Il personale di polizia, nel corso di un intervento, deve, di norma, essere in condizione di fornire le prove del proprio status e della propria identità professionale”), in quanto, come prevede anche l’art. 192 cod. strada in ordine ai controlli su “strada” da parte del personale di polizia, è sufficiente, ai fini della “riconoscibilità” degli agenti, che gli stessi siano in “uniforme” o, in caso contrario, muniti dell’apposito segnale distintivo.
La sentenza impugnata, a conferma della infondatezza della tesi difensiva (ovvero che il ricorrente avesse temuto di essersi imbattuto in soggetti malintenzionati), ha evidenziato che il ricorrente, nonostante l’arrivo di una seconda pattuglia di carabinieri, aveva proseguito nella sua condotta oppositiva, tanto da rendere difficile il suo amanettamento.
5. Non ha fondamento alcuno il quarto motivo, relativa alla causa di giustificazione dell’art. 393-bis cod. pen.
Va rammentato che l’allegazione da parte dell’imputato dell’erronea supposizione della sussistenza di una causa di giustificazione deve basarsi non già su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d’animo dell’agente, bensì su dati di fatto concreti, tali da giustificare l’erroneo convincimento in capo all’imputato (tra tante, Sez. 6, n. 4114 del 14/12/2016, dep. 2017, G, Rv. 269724).
Quel che è sufficiente rilevare è che la motivazione della sentenza impugnata sul capo attinto dal presente motivo non presenta vizi logico-giuridici denunciabili ai sensi dell’art. 606 cod. proc. pen., avendo la Corte di appello spiegato in modo coerente e non censurabile perché le lesioni riportate dai due agenti fossero addebitali al ricorrente come dolose.
Nella specie, la Corte di appello ha ritenuto provato il danno morale in relazione alle lesioni refertate, rapportando l’importo liquidato all’intensità del turbamento psichico derivato dalla veemenza e dalla durata della violenza, cessata solo grazie all’intervento di un terzo li presente e di un’altra pattuglia.
In tal modo, la Corte territoriale ha soddisfatto l’esigenza di ragionevole correlazione tra la gravità effettiva del danno e l’ammontare dell’indennizzo, correlazione motivata attraverso i concreti elementi che hanno concorso al processo di formazione del libero convincimento (Sez. 5, n. 38948 del 27/10/2006, Avenati, Rv. 235024).
Rocco Il Cantante ha detto:
31/01/2019 @ 13:05
Una volta mi è capitato di cantare di notte per le strade di Roma, ero vicino al Colosseo. Un signore in lontananza mi ha urlato contro. All’inizio non ho ben capito cosa stesse dicendo. Poi, mi sono avvicinato e si è messo a cantare insieme a me “Roma nun fa la stupida stasera”. Ed io che pensavo mi volesse denunciare!
Ho voluto condividere con voi la mia storia.
In ogni caso, ho trovato molto utile l’articolo. Quella volta mi è andata bene, ma magari la prossima volta eviterò conoscendo ora le possibili conseguenze.
01/02/2019 @ 11:50
Grazie Rocco per aver condiviso con noi la tua vicenda! Non dimenticare che disturbare il riposo delle persone è per la nostra legge un illecito penale e non una semplice violazione di tipo amministrativo; ciò significa che vieni processato davanti a un tribunale e, dal giorno dopo la condanna, la tua fedina penale non è più immacolata come il bicarbonato.