Source: https://www.armymag.it/2019/11/30/norimberga-processo-storia-gerarchi-nazisti-fascisti/
Timestamp: 2019-12-15 21:34:24+00:00
Document Index: 48044719

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 51']

Norimberga, il processo ai criminali nazisti | ArmyMAG
Norimberga, il processo ai criminali nazisti. E’ stato un rito. Il modo attraverso il quale gli alleati hanno squarciato il velo sugli orrori attuati dai gerarchi del Reich. Crimini di guerra e sterminio di massa degli ebrei con la soluzione finale sono entrati nella storia e nella conoscenza dell’opinione pubblica grazie al processo che si tenne nell’aula del palazzo di giustizia di Norimberga. Ironia della sorte, la capitale dei riti del regime Nazista, il luogo delle adunate oceaniche organizzate dal NSDAP, è diventato il simbolo della sconfitta; la città dove i gerarchi nazisti sono stati processati e condannati.
A Norimberga si tennero vari processi dal 20 novembre 1945 fino all’ottobre ’46. Il primo è quello ai principali criminali di guerra davanti al Tribunale militare internazionale (IMT), che giudicò ventiquattro dei più importanti capi nazisti catturati o ancora ritenuti in vita. Gli altri processi riguardarono soggetti minori dal punto di vista politico ma non meno responsabili sul piano materiale (come i medici protagonisti degli esperimenti sui prigionieri) in quanto esecutori materiali dei progetti di pulizia etnica e dei crimini di guerra del Reich.
Lo scenario politico che portò a Norimberga
La decisione di processare i leader di spicco dell’Asse, venne presa nel bel mezzo della guerra. Era il 1943 e durante una conferenza tripartita (Usa, Regno Unito e Russia) si arrivò alla conclusione che i responsabili della guerra sarebbero dovuti finire alla sbarra. In un documento, i tre capi della coalizione, Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Stalin, si impegnavano far sì che i criminali nazisti venissero processati. Un proposito che venne mantenuto fino al termine del conflitto. Alla fine anche la Francia riuscì a sedere nell’assise come parte giudicante. Alla sbarra furono più di 200 i tedeschi imputati di crimini; altri 1 600 attraverso i tradizionali canali della giustizia militare.
Non mancarono le prime prove tecniche di guerra fredda. L’Unione Sovietica voleva che il processo si facesse a Berlino, minacciò a più riprese di voler ‘fare da sola’. Alla fine il collegio giudicante fu unitario e venne scelta Norimberga, perché era situata nel settore statunitense (a quell’epoca, la Germania era divisa in quattro settori controllati dalle nazioni vincitrici), ma anche perché il palazzo di Giustizia era intatto e aveva una prigione all’interno del complesso. Ognuna delle quattro nazioni giudicanti fornì un giudice, un sostituto e i procuratori. Il processo di Norimberga su l’ultimo atto ‘corale’ delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. La guerra fredda bloccò ogni atto successivo.
Furono sollevate diverse critiche sulle modalità del processo o sulla composizione della giuria. Oltre a giuristi di varie nazionalità, alcune perplessità arrivarono anche dal rappresentante statunitense della Pubblica Accusa, Robert Houghwout Jackson, chein una lettera dell’ottobre 1945 al presidente Harry Truman, ebbe a criticare le condotte degli alleati definendole affini a quelle della Germania del Reich: «Hanno fatto o stanno facendo alcune delle cose per cui stiamo condannando i Tedeschi. I Francesi stanno decisamente violando la Convenzione di Ginevra nel trattamento dei prigionieri di guerra, tanto che il nostro comando sta riprendendosi i prigionieri inviati a loro. Stiamo condannando il saccheggio e i nostri Alleati lo stanno praticando. Diciamo che la guerra aggressiva è un crimine e uno dei nostri alleati proclama la sovranità sui Paesi Baltici basandosi su nessun diritto eccetto quello di conquista». Ma la necessità di presentare i gerarchi nazisti alla sbarra fu più forte di tutto. Si passo anche sopra al fatto che il principale giudice sovietico, Iola Nikitchenko, aveva preso parte anni prima ai processi sommari delle Grandi purghe.
La prima udienza ai criminali nazisti
I gerarchi nazisti alla sbarra (National Archives)
La prima udienza al Tribunale Militare Internazionale fu il 18 ottobre 1945 negli edifici della Corte Suprema di Berlino. Presidente di sessione, il giudice sovietico, Nikitchenko. Furono presentati gli atti d’accusa contro i ventiquattro principali criminali di guerra e contro sei «organizzazioni criminali» – la leadership del partito nazista, le Schutzstaffel (SS), il Sicherheitsdienst (SD), la Gestapo, le Sturmabteilung (SA) e l’alto comando dell’esercito. Le imputazioni erano per: cospirazione per commettere crimini contro la pace; aver pianificato, iniziato e intrapreso delle guerre d’aggressione; aver commesso crimini di guerra; aver commesso crimini contro l’umanità.
Adolf Hitler, Benito Mussolini, Joseph Goebbels e Heinrich Himmler erano morti prima dell’inizio del processo (tutti suicidi tranne Mussolini fucilato dai partigiani), Reinhard Heydrich era stato mortalmente ferito dalla resistenza cecoslovacca nel 1942; Adolf Eichmann e Josef Mengele erano riusciti a fuggire in America meridionale (Eichmann fu catturato dal Mossad, portato a Gerusalemme e condannato a morte al termine del processo; Mengele riuscì a evitare l’arresto fino alla morte). Davanti al giudice finirono in 24, 9 furono condannati a morte. Hermann Göring, riuscì a sfuggire al boia John C. Woods, suicidandosi in cella con una dose di cianuro. Tutti gli imputati condannati a morte vennero impiccati il 16 ottobre 1946 (tranne Hermann Göring, che riuscì a suicidarsi il giorno prima dell’esecuzione con del cianuro di potassio), nel seguente ordine: von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Frank, Frick, Streicher, Sauckel, Jodl, Seyß-Inquart. I cadaveri dei gerarchi vennero poi cremati nei forni del lager di Dachau e le loro ceneri gettate nel Wenzbach. Tra i non condannati a morte, ergastolo per Rudoph Hess, recluso dal ’41 nel Regno Unito ed Erich Raeder, comandante della Kriegsmarine fino al 1943. Reclusione di 20 anni per Baldur Von Shirach, il capo della gioventù hitleriana e Albert Speer, ministro degli armamenti del Reich. Dueci anni invece fu la condanna per Karl Doenitz, che dopo aver guidato la marina da guerra del Reich, ne divenne presidente e trattò la resa con gli alleati.
Gli altri processi di Norimberga
Dopo questo primo processo fu la volta del giudizio per i medici, i giudici, e tutti i funzionari di partito coinvolti in qualche modo nei crimini di guerra e nella soluzione finale. L’1 ottobre 1946, i giudici del tribunale del processo di Norimberga condannarono le SS, dichiarandole un’organizzazione criminale. I giudici sottolinearono questa sentenza dichiarando che: le SS vennero usate per scopi che erano criminali, che comprendevano: la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra. La sentenza continuava dichiarando che il sospetto di crimini di guerra avrebbe coinvolto tutte le persone che erano state ufficialmente accettate come membri delle SS che divennero o rimasero membri dell’organizzazione sapendo che veniva usata per commettere atti dichiarati criminali.
La Norimberga giapponese: il processo di Tokyo
Tokyo, il processo ai politici e militari imperiali giapponesi
Anche per il Giappone il tribunale militare internazionale venne riunito per giudicare le più importanti personalità dell’Impero giapponese accusate di aver commesso, prima e durante la Seconda guerra mondiale, tre tipologie di crimini: crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La prima accusa riguarda le cospirazioni politiche messe in atto dal Giappone nel periodo pre-bellico allo scopo di causare la Seconda guerra sino-giapponese e la guerra del Pacifico. Le ultime due sono riferite in maniera specifica ai crimini e alle atrocità perpetrate durante la guerra.
La prima udienza si tenne il 3 maggio 1946; la sentenza fu il 12 novembre 1948. Venticinque tra militari e politici giapponesi furono accusati di aver commesso crimini contro la pace; più di 5.700 cittadini giapponesi furono accusati crimini di guerra e contro l’umanità, per lo più per abuso di prigionieri di guerra.
Ci furono alcune incongruenze. L’Imperatore Hirohito del Giappone e tutti i membri della famiglia imperiale non furono processati per nessuna delle tre categorie di crimini. Molti come Nobusuke Kishi, che in seguito divenne Primo ministro, e Yoshisuke Aikawa, presidente dello zaibatsu Nissan, furono accusati ma rilasciati senza mai essere chiamati a deporre. Nessuna condanna neanche per gli scienziati dell’Unità 731 agli ordini del generale Shirō Ishii, che avevano condotto esperimenti su cavie umane per tutta la durata della guerra.
Le basi legali del processo furono fissate in un documento dal comandante supremo delle forze alleate, il generale Douglas MacArthur. L’atto indica le leggi e stabilisce le procedure attraverso le quali il processo dovrà essere condotto, incluse le tipologie di crimine. Sempre Mac Arthur scelse gli undici giudici chiamati a presiedere la corte. Furono presi da un elenco di nomi presentato da ognuno dei paesi firmatari dell’atto di capitolazione del Giappone, cioè Australia, Canada, Repubblica di Cina, Francia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Regno Unito, Unione sovietica e Stati Uniti. L’India britannica e le Filippine furono sollecitate a fornire dei giudici. La pubblica accusa rispettava lo stesso criterio di composizione.
Fra tutti i 28 accusati solo l’ex primo ministro Hideki Tojo si assunse la piena responsabilità dei suoi ordini e dei suoi atti. Tutti gli altri dichiararono di aver eseguito degli ordini e di non avere, per questo, nulla da rimproverarsi. Tutti i venticinque imputati si dichiararono “non colpevoli”. Le condanne a morte furono eseguite mediante impiccagione nella prigione di Sugamo a Ikebukuro il 23 dicembre 1948.
L’Italia processa i suoi criminali di guerra
la fucilazione di Pietro Koch
Lo status di Paese cobelligerante, la morte di Mussolini e diversi dei suoi gerarchi per mano dei partigiani al termine della guerra, fece sì che l’Italia non ebbe mai a processare in maniera strutturata i gerarchi del regime fascista e i comprimari che si resero protagonisti di crimini di guerra e contro l’umanità.
Di particolare importanza furono i processi a Rodolfo Graziani e Pietro Koch
Graziani, fu accusato di aver autorizzato crimini di guerra e contro l’umanità nella campagna d’Etiopia, successivamente in Libia e dopo l’8 settembre di collaborazionismo in qualità di ministro della Guerra della Repubblica di Salò. Nel marzo 1948 l’Etiopia presentò la propria documentazione alle Nazioni Unite in cui si accusava l’Italia di sistematico terrorismo in Etiopia e della intenzione ammessa da Graziani di uccidere tutte le autorità Amhara. Venne citato, per esempio, un telegramma al generale Nasi in cui Graziani esprimeva chiaramente questo proposito. La commissione delle Nazioni Unite convenne che vi erano le basi per un processo preliminare a otto Italiani, incluso Graziani. Ma gli sforzi etiopici di portare Graziani a processo furono vanificati sia dall’Italia che dall’Inghilterra e furono di seguito abbandonati sotto la pressione del Ministero degli Affari Esteri, il cui supporto era considerato essenziale dal governo etiopico per le proprie pretese nei confronti dell’Eritrea. Graziani venne invece processato relativamente al ruolo da lui svolto nella Repubblica Sociale Italiana. Il processo ebbe inizio l’11 ottobre 1948 presso la Corte d’assise straordinaria di Roma, ma venne sospeso nel febbraio successivo, quando la Corte si dichiarò incompetente a decidere su reati prevalentemente militari. Dopo un supplemento d’istruttoria, il processo si riaprì davanti a un tribunale militare composto di cinque generali e un ammiraglio, che con sentenza del 3 maggio 1950 condannò Graziani a 19 anni di reclusione per collaborazionismo, 13 anni e 8 mesi dei quali condonati. Si valutò inoltre che l’imputato non fosse in grado di incidere sulle decisioni del governo della RSI, anche se Graziani durante la RSI fu ministro delle Forze Armate e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani. Scontati quattro mesi di pena residua, Graziani tornò in libertà.
Pietro Koch invece fu condannato a morte e fucilato al termine di un processo nel 1945. Negli ultimi anni della guerra, Koch fu a capo di un reparto speciale di polizia della Repubblica Sociale Italiana, noto anche come Banda Koch, che operò principalmente a Roma e in seguito, brevemente, anche a Firenze Milano, macchiandosi di numerosi crimini contro nemici catturati e oppositori politici, come torture e omicidi. Dopo il 25 aprile 45 evase da Milano e si presentò successivamente alla questura di Firenze per consegnarsi. Subito tradotto a Roma, fu processato dopo una rapida istruttoria di due giorni, con procedura d’urgenza. Il processo si tenne nell’aula magna della Sapienza. Condannato alla pena capitale, fu giustiziato presso il Forte Bravetta il 5 giugno 1945: «In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, principe di Piemonte, luogotenente generale del Regno, l’Alta Corte di Giustizia, nel procedimento a carico di Pietro Koch di Rinaldo, dichiara Pietro Koch colpevole del reato di cui all’art. 5 del D.L. 27 luglio 1944, n°159 in relazione all’art. 51 del Codice Penale Militare di guerra. In conseguenza, visti gli articoli suddetti, condanna Pietro Koch alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena».
Vista la fama del personaggio, le autorità ritennero opportuno documentare l’esecuzione con una ripresa filmata. Regista d’eccezione volle essere Luchino Visconti, che a sua volta da Koch era stato arrestato e torturato. Alcuni componenti della banda furono giustiziati nei giorni successivi al 25 aprile.