Source: http://www.iurisprudentia-corsi.it/apertura-iscrizioni-al-corso-di-preparazione-in-magistratura-2020-2021/
Timestamp: 2020-08-10 18:02:59+00:00
Document Index: 144760381

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 27', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 3', 'art 25', 'art. 341', 'art. 341', 'art. 594', 'art. 341', 'art. 23', 'art. 342', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 3', 'art. 341', 'art. 594', 'art. 342', 'art. 357', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 341', 'art. 393', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 133', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 135', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 337', 'art. 341', 'art. 337', 'art. 341', 'art. 341', 'art. 341']

APERTURA ISCRIZIONI AL CORSO DI PREPARAZIONE IN MAGISTRATURA 2020/2021 - Iurisprudentia
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APERTURA ISCRIZIONI AL CORSO DI PREPARAZIONE IN MAGISTRATURA 2020/2021
Si comunica che da settembre il corso riprenderà in modalità live in ottemperanza ai recenti provvedimenti emanati dalle competenti Autorità che consentono, allo stato e salvo ogni diversa ulteriore determinazione, lo svolgimento del corso in modalità live solo con numero limitato di partecipanti.
Al fine, quindi, di contenere il numero dei partecipanti al corso live e per esigenze organizzative verrà seguito esclusivamente un criterio cronologico e saranno, pertanto, ammessi al corso live solo coloro che per primi completeranno l'iscrizione fino ad esaurimento dei posti disponibili.
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ISCRIZIONI CORSO 2020-2021
Violazione del consenso informato e responsabilità medica. Si soffermi il candidato sul risarcimento del danno, iure proprio e iure hereditatis, azionabile dai danneggiati, senza tralasciare il risarcimento del danno da perdita di chance. Specifichi, altresì, il candidato il riparto dell’onere probatorio, anche in relazione alle cause ignote.
Premessi cenni sui fondamenti costituzionali e convenzionali del principio di proporzionalità del trattamento sanzionatorio, analizzi il candidato, alla luce di tale principio, il rapporto tra le fattispecie di cui agli artt. 341 bis (oltraggio a pubblico ufficiale) e 342 c.p. (oltraggio a un corpo politico, amministrativo o giudiziario).
Il principio di proporzionalità e adeguatezza del trattamento sanzionatorio al caso concreto non trova un’espressa definizione normativa né all’interno della Costituzione né in leggi ordinarie. Tuttavia, non si è mai dubitato della sua rilevanza nell’ordinamento quale criterio immanente a qualsivoglia Stato di diritto.
Invero, un primo fondamento positivo può rinvenirsi negli artt. 49 e 52 della Carta di Nizza. L’art. 49 par. 3 sancisce a chiare lettere che le pene inflitte non devono essere sproporzionate rispetto al reato; la seconda disposizione, invece, afferma che le limitazioni alle libertà e ai diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta stessa vadano vagliate alla luce del principio di proporzionalità, per cui sono ammissibili solo laddove siano necessarie e rispondano a finalità di interesse generale o di protezione di interessi altrui, parimenti rilevanti.
Formulata in questi termini l’imprescindibile simmetria tra il trattamento sanzionatorio e la gravità della condotta del reo, non può non cogliersi la stretta correlazione con i principi di offensività e sussidiarietà. Non solo il ricorso alla pena deve costituire l’extrema ratio, da evitare qualora vi siano possibilità alternative, ma è altresì indispensabile che vi sia un’effettiva lesione o messa in pericolo di un bene giuridico meritevole di protezione. Ciò costituisce oggetto di uno specifico vincolo per il legislatore, non solo in ordine all’an dell’incriminazione e alla scelta delle modalità e degli elementi oggettivi della condotta tipica, ma anche e soprattutto in ordine al quantumsanzionatorio.
Proprio con riferimento a quest’ultimo aspetto assume pregnanza e recupera spazio il principio di proporzionalità che, collegandosi all’offensività, postula che quanto più è rilevante il bene giuridico protetto, tanto più appare giustificato il ricorso alla sanzione penale anche per offese lievi, e viceversa; e, soprattutto, richiede un trattamento sanzionatorio che sia sempre in linea con il disvalore dell’illecito perpetrato dal reo, tanto sotto il profilo oggettivo della gravità della condotta, quanto dal punto di vista soggettivo della pericolosità manifestata dall’agente. In quest’ultimo senso, la pena dev’essere individualizzata in conformità al principio di colpevolezza, come postulato dall’art. 27 co. 1 Cost.
A ben vedere, poi, l’idea che la pena debba essere adeguata al fatto commesso risponde ai più generali criteri di uguaglianza e ragionevolezza che trovano fondamento positivo nell’art. 3 della Costituzione. Pertanto, pur essendo rimessa alla discrezionalità legislativa la decisione attinente al piano sanzionatorio, sarebbe sindacabile qualsiasi asimmetria punitiva, non giustificata, tra fattispecie sostanzialmente assimilabili.
Inoltre, il principio di proporzionalità si inserisce pienamente nel solco della valorizzazione della funzione di risocializzazione e rieducazione della pena, così come postulata dall’art. 27 co. 3 Cost. Tale assunto si coglie facilmente se calato in un sistema afflittivo concepito in termini retributivi, in cui la sanzione ha lo specifico compito di ripristinare la legalità violata e di ripagare al male arrecato, ma, in realtà, è presente in tutte le altre teorie sul punto. Infatti, pur concludendo nel senso della funzione preventiva, generale o speciale, della pena, è indubbio che un trattamento sanzionatorio non proporzionato al fatto commesso non sarebbe avvertito come “giusto”, innanzitutto, dal soggetto agente, impedendo così la sua neutralizzazione che non può prescindere da un’accettazione psicologica dell’afflizione comminata. Il medesimo effetto di insofferenza, probabilmente, sorgerebbe altresì negli altri consociati, poiché l’obiettivo di indirizzo e orientamento delle loro condotte implica necessariamente l’instaurarsi del rapporto di fiducia tra cittadini e Stato. Non pare, peraltro, potersi far leva sulla funzione di deterrenza della pena, capace di incutere timore nella collettività: oltre alla discutibile veridicità di questa affermazione, non sarebbe comunque ipotizzabile la cd. pena esemplare, che postula una compressione dei diritti fondamentali dell’agente come mezzo per raggiungere un fine ulteriore.
Tuttavia, l’affermazione secondo cui la pena deve risultare adeguata anche rispetto alla funzione che assolve, comporta inevitabilmente che si operi una distinzione tra sanzioni punitive e non punitive. Infatti, se è vero che con riguardo alle prime, in cui vanno ricomprese anche quelle formalmente amministrative ma – in base ai criteri Engel – sostanzialmente penali, la proporzionalità trova il suo referente normativo negli articoli 3 e 27 co. 1 e 3 Cost., discorso diverso va fatto per le sanzioni non punitive. Queste, ancorché collegate alla commissione di un reato, assolvono a una funzione risarcitoria o ripristinatoria del bene leso dal fatto illecito; pertanto, la loro adeguatezza non può essere ancorata a quei principi di risocializzazione e individualizzazione che trovano una giustificazione nella logica repressiva della pena in senso stretto, ma va intesa come ragionevole equilibrio tra sacrificio dei diritti fondamentali e finalità perseguita dalla sanzione amministrativa. Alla luce di ciò, il principio di proporzionalità è da rinvenirsi, in questo caso, nel combinato disposto dell’art. 3 Cost. e delle altre disposizioni, parimenti di rango costituzionale, che tutelano quello specifico diritto inciso dalla misura inflitta.
In ogni caso, la proporzionalità, non solo della pena ma dell’intero regime sanzionatorio, costituisce ormai principio generale anche in ambito convenzionale il cui fondamento positivo è da rinvenirsi, seppur non esplicitamente, negli artt. 3 e 7 CEDU come interpretati dalla Corte Europea, in un’ottica di garanzia e di controllo dei diritti fondamentali. La misura afflittiva non solo non deve consistere in un trattamento inumano e degradante – da intendersi anche quale punizione eccessivamente lunga –, ma non deve neanche esorbitare dall’area di effettiva offensività dell’illecito commesso.
L’equilibrio sanzionatorio opera, però, non solo sul piano astratto ma anche dal punto di vista concreto, quale parametro di cui deve tener conto il giudice nell’effettiva applicazione della pena e della sua conseguente motivazione. In questo senso vanno letti i criteri elencati negli artt. 133 e 133 bis c.p., secondo cui, nella comminazione della sanzione, l’autorità giudicante non può esimersi dal valutare la gravità del reato e la capacità a delinquere del colpevole, desunta da una serie di indici oggettivi e soggettivi. È evidente, però, che tale valutazione dipende in gran parte dalla scelta operata dal legislatore che, prevendendo pene già in astratto sproporzionate, renderebbe difficoltoso – se non impossibile – il loro successivo adattamento al caso concreto.
Una volta riconosciutane la rilevanza costituzionale e convenzionale, il vero punctum dolens è stato sempre quello di trovare il giusto bilanciamento tra il principio in esame e l’esigenza di non compromettere del tutto lo spazio di discrezionalità attribuito al legislatore in materia dall’art 25 co. 2 Cost. Ben si comprende, allora, lo sforzo della Corte Costituzionale di giungere alla censura delle disposizioni viziate solo qualora il trattamento sanzionatorio sia frutto di mero arbitrio, poiché manifestamente irragionevole rispetto a un’altra fattispecie, cd. tertium comparationis, che disciplini in maniera meno grave un caso simile o che preveda un’identica pena a fronte, però, di un illecito dotato di ben maggiore carica offensiva.
Ciononostante, le pronunce di questo tipo sono tutt’altro che infrequenti. Emblematica, in tal senso, è la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 341 c.p. (oltraggio a pubblico ufficiale) che prevedeva, prima della sua abrogazione e della successiva introduzione della fattispecie di nuovo conio ex art. 341 bis, una sanzione minima di sei mesi ritenuta non giustificata per la punizione di fatti spesso privi di un’elevata carica di disvalore, tenuto conto della cornice sanzionatoria prevista dall’art. 594 c.p. che, antecedentemente alla depenalizzazione, puniva il reato di ingiuria. In quell’occasione il giudice delle leggi rilevò un’incongruenza nella comparazione tra i due minimi edittali.
Tale pronuncia portò all’illegittimità dell’art. 341 c.p. e alla successiva eliminazione del riferimento ai sei mesi per i fatti di lieve entità che, da quel momento, furono ricondotti all’art. 23 c.p. che postula, in via residuale, per la reclusione, la pena minima di 15 giorni.
Stando così le cose, costituiva, allora, fattispecie più grave l’art. 342 c.p. ossia il caso di oltraggio all’onore o prestigio di un corpo politico, amministrativo o giudiziario.
Il quadro così delineato è, però, stato completamente ribaltato da vari interventi normativi in materia. In primo luogo, la legge 85/2006 ha comportato una sostituzione da detentiva in pecuniaria della pena prevista per l’art. 342 c.p.; inoltre, dopo l’introduzione nel 2009 dell’art. 341 bis c.p., destinato a sostituire la precedente fattispecie di oltraggio a pubblico ufficiale, un ulteriore mutamento si è avuto con il d.l. 53/2019, che ne ha innalzato il limite minimo a sei mesi di reclusioni, lasciando invariato il massimo di tre anni.
Attualmente, dunque, le due fattispecie presentano non solo cornici edittali differenti, ma finanche pene di specie diversa. Tale soluzione, alla luce di quanto affermato, può considerarsi costituzionalmente legittima, con riguardo all’art. 3 Cost., solo qualora sia giustificata da una maggiore gravità della condotta di oltraggio a pubblico ufficiale, come descritta dall’art. 341 bis c.p., rispetto a quella prevista dal 342 c.p., che funge così da tertium comparationis.
Le due norme, a ben vedere, sono collocate all’interno del capo II del titolo II del c.p., dedicato ai delitti perpetrati da privati contro la pubblica amministrazione; tutelano, cioè, il medesimo bene giuridico del buon andamento dell’esercizio dei pubblici poteri.
Inoltre, sembrano porsi in un rapporto di specialità bilaterale poiché la condotta punibile, in entrambi casi, è quella di oltraggio, che altro non è che una specificazione dell’ormai depenalizzata fattispecie di ingiuria, prima prevista ex art. 594 c.p., volta a incriminare l’offesa all’onore di persona presente – e in ciò passa il discrimen con la diffamazione – nel momento e nel luogo in cui viene perpetrata. Peraltro, è stato chiarito, anche con riferimento all’oltraggio, che non è necessario un contatto fisico o visivo tra il reo e la vittima, risultando bastevole una distanza tale per cui quest’ultima possa percepire l’offesa immediatamente. L’art. 342 co. 2 c.p. prende altresì in considerazione, incriminandola con la medesima sanzione, la commissione del fatto mediante comunicazione telegrafica, o con scritti o disegni diretti al Corpo, alla rappresentanza o al collegio.
Per entrambi i reati comuni, in quanto suscettibili di essere perpetrati da “chiunque”, è richiesto il dolo generico, ossia la coscienza e la volontà di commettere il fatto.
Le due fattispecie, tuttavia, differiscono sotto molteplici aspetti, tanto da far dubitare si possa effettivamente parlare di casi analoghi.
Una prima distinzione concerne il soggetto passivo che, in un caso, è una persona fisica, ossia il pubblico ufficiale – come definito nell’art. 357 c.p. –, nell’altro un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o, comunque, un’Autorità costituita in collegio, o una sua rappresentanza.
Le differenze maggiori, però, si colgono in punto di modalità dell’azione e, in un certo senso, di bene giuridico tutelato. Mentre l’art. 342 c.p. richiede solo che l’oltraggio all’onore o al prestigio venga commesso “al cospetto” del Corpo, o degli altri soggetti assimilati, l’art. 341 bis c.p. descrive minuziosamente la fattispecie, allontanandola non solo dal tertium comparationis preso in considerazione, ma altresì dalla precedente formulazione di cui all’art. 341 c.p.
Innanzitutto, si richiede che l’offesa venga perpetrata in presenza di più persone e in un luogo pubblico, accessibile a chiunque senza limitazioni, o aperto al pubblico, ossia soggetto a determinate condizioni ma parimenti agibile a ciascun consociato.
Inoltre, è necessario che il fatto sia commesso mentre il pubblico ufficiale compia un atto del suo ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, purché legittime, stante, in caso contrario, l’applicazione dell’art. 393 bis c.p.; il legislatore, cioè, demanda un rapporto causale, anche cronologico, tra l’offesa e l’agire pubblicistico.
Proprio da questi elementi e, in particolare, dalla contestualità, spaziale e temporale, dell’oltraggio e atto d’ufficio, può desumersi la maggiore lesività del fatto così come descritto dall’art. 341 bis c.p. In tali casi, infatti, è molto più pregnante il rischio di alterazione del corretto esercizio della funzione, perché l’agente perpetra la condotta nel momento in cui il pubblico ufficiale sta compiendo lo specifico atto. Non è così, invece, nell’ipotesi di cui all’art. 342 c.p., in cui, richiedendosi semplicemente che l’offesa avvenga “al cospetto”, o addirittura a distanza, del Corpo, l’intralcio alle mansioni ad esso attribuite è molto più blando.
D’altronde, ciò è dimostrato dall’utilizzo, nell’art. 341 bis c.p., della congiunzione “e”, in luogo della disgiuntiva, per correlare i due beni protetti, ossia l’onore e il prestigio (oltre al buon andamento della PA). L’oltraggio a pubblico ufficiale, in quanto individuale, deve avere una carica offensiva non solo dell’autorevolezza dell’amministrazione nel suo complesso ma anche dell’onore del soggetto passivo in sé, in virtù della qualifica rivestita che, ovviamente, dev’essere conosciuta dall’agente. Viceversa, l’art. 342 c.p. mira a difendere l’organo pubblico in quanto tale, nel suo complesso.
Alla luce di tali considerazioni, non sembra allora irragionevole la previsione, da parte dell’art. 341 bis c.p., di un trattamento sanzionatorio più gravoso. Tuttavia, se ciò può dirsi con riguardo al massimo edittale di tre anni, maggiori perplessità sorgono con l’introduzione del limite minimo di sei mesi di reclusione che, tra l’altro, impedisce al giudice di utilizzare i poteri di cui all’art. 133 c.p. per commisurare una pena finale sì inferiore, ma adeguata al disvalore del fatto concretamente commesso, in ossequio ai principi, costituzionali e convenzionali, di offensività e proporzionalità.
La maggiore carica offensiva assunta dall’art. 341 bis c.p. non può giustificare, in assoluto, una differenza così netta rispetto a quanto previsto dall’art. 342 c.p. che, secondo il ragguaglio tra pene pecuniarie e detentive di cui all’art. 135 c.p., prevede un minimo edittale pari a quattro giorni di reclusione. Infatti, non solo ben potrebbero individuarsi delle ipotesi di oltraggio a pubblico ufficiale caratterizzate da minor disvalore e tali da richiedere una pena più mite, ma altresì nulla esclude che la condotta offensiva ex art. 342 c.p. si risolva, in concreto, in un ostacolo all’esercizio della pubblica funzione. In tali casi, emerge con tutta evidenza l’irragionevolezza tra le due previsioni.
La questione può, inoltre, essere riproposta e avvalorata prendendo, quale tertium comparationis, altre disposizioni, facenti parte del medesimo capo, che condividono con l’art. 341 bis c.p. pressoché il medesimo trattamento sanzionatorio, almeno dal punto di vista del minimo edittale, ma incriminano condotte nettamente più pregnanti, sotto il profilo dell’offensività. Il riferimento è, in particolare, all’art. 337 c.p. che sembra essere, a tutti gli effetti, uno sviluppo, in termini di progressione criminosa, dell’art. 341 bis c.p. Infatti, se è richiesta parimenti la stretta contestualità tra la condotta offensiva e il compimento di uno specifico atto di ufficio o di servizio, la resistenza a pubblico ufficiale è destinata a operare ogniqualvolta vi sia l’elemento aggiuntivo della violenza o minaccia perpetrata dall’agente per opporsi all’esercente la pubblica funzione. Eppure, nonostante sia connotato da un più intenso disvalore, il reato di cui all’art. 337 c.p. prevede lo stesso tetto minimo edittale di sei mesi di reclusione comminato dall’art. 341 bis c.p.
Non è illogico, allora, dubitare della proporzionalità della misura afflittiva prevista per l’oltraggio al pubblico ufficiale, sulla base delle stesse considerazioni che avevano portato all’abrogazione della precedente formulazione di cui all’art. 341 c.p. Difatti, pur non potendosi porre a raffronto i due casi, stante la profonda revisione cui è stato oggetto l’art. 341 bis c.p., ben può mettersi in discussione la ragionevolezza di un trattamento sanzionatorio così rigoroso che finisce addirittura col sovrapporsi alla pena comminata, nel minimo, alla fattispecie indubbiamente più grave della violenza o minaccia al pubblico ufficiale.