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Timestamp: 2018-06-19 18:25:09+00:00
Document Index: 137845582

Matched Legal Cases: ['art. 1892', 'art. 1440', 'art. 1440', 'art. 1439', 'art. 1439', 'art. 482', 'art. 526', 'art. 761', 'art. 1221']

Professionisti Il dolo come causa di impugnazione del matrimonio
Professionisti Pubblicato il 24 dicembre 2016
> Professionisti Pubblicato il 24 dicembre 2016
Vizi della volontà nel matrimonio, articoli 1439 e 1440 codice civile; dolo commissivo e omissivo, dolus bonus e malus, dolo determinante e incidente.
2 Dolo commissivo e dolo omissivo
3 «Dolus bonus» e «dolus malus»
4 Dolo determinante e dolo incidente
5 Rilevanza del dolo e suoi effetti sul negozio
Il dolo è ogni artificio o raggiro con cui un soggetto (deceptor) induce un altro soggetto (deceptus) in errore, determinandolo a porre in essere un negozio che, altrimenti, non sarebbe stato concluso, o lo sarebbe stato a differenti condizioni. Il dolo, quindi, vizia la volontà agendo sull’intelligenza mediante l’inganno, con l’indurre in errore l’autore del negozio (SANTORO-PASSARELLI): un tale errore, proprio perché dipende dall’altrui inganno, è sempre rilevante, indipendentemente dal fatto che sia essenziale o meno, riconoscibile o meno, di fatto, di diritto o ricadente sui motivi.
Con il dolo si lede la libertà negoziale della vittima: costituendo il comportamento doloso un illecito, l’ingannato può limitarsi a chiedere il risarcimento del danno senza agire per l’annullamento del contratto.
Il dolo esaminato in questa sede è il dolo-vizio della volontà: esso si differenzia dalla figura generale di dolo, che si incontra non solo nell’ambito del diritto penale ma anche in quello del diritto privato cui rileva in particolare come elemento psicologico del fatto illecito o dell’inadempimento di un’obbligazione. Infatti:
— il dolo come figura di carattere generale costituisce un elemento di carattere psicologico (intenzione di realizzare un certo risultato) e si concreta nella corrispondenza tra un programma e l’azione posta in essere;
— il dolo, invece, quale vizio della volontà, si concreta in una particolare azione, l’azione di chi inganna o raggira.
— l’animus decipiendi, estrinsecantesi in raggiri, e cioè in un complesso di manovre e artifici; non è richiesta, invece, la consapevolezza di arrecare danno (animus nocendi);
la caduta del deceptus in errore; si è fuori da questa ipotesi, e non è ammissibile pertanto l’annullamento del contratto eventualmente stipulato, se il deceptus, nonostante gli artifici usati dalla controparte, non è caduto in errore ma si è reso conto dell’effettiva portata dell’affare;
un nesso di causalità tra i due citati elementi.
Si ricordi, inoltre, che il raggiro è ogni avvolgimento subdolo della psiche altrui tale da indurre in errore; l’artificio è una finzione idonea a dare ad altri una falsa percezione della realtà.
Dolo commissivo e dolo omissivo
Il dolo commissivo ricorre quando l’induzione in errore è conseguente a un comportamento attivo della controparte o del terzo (artificio o raggiro). Per l’ammissibilità della rilevanza del dolo commissivo, nulla quaestio.
È discusso, invece, se abbia rilevanza anche il cd. dolo omissivo, il quale comprende:
la menzogna, cioè l’induzione in errore attraverso l’affermazione di cosa non vera;
la reticenza, ossia l’omessa comunicazione di cosa vera.
Secondo autorevole dottrina «il dolo omissivo può dare luogo a effetti analoghi al dolo commissivo soltanto di fronte a un obbligo, espressamente previsto, di dichiarare il vero stato delle cose, come ad es. nell’ipotesi di cui all’art. 1892 c.c.» (TRABUCCHI). Per la giurisprudenza (Cass. 363/1979) la reticenza o il silenzio, al pari del mendacio, non bastano da sole a costituire il dolo se non in rapporto alle circostanze che, se note, avrebbero fatto desistere l’altra parte dal concludere il contratto, e in rapporto, altresì, alle qualità e condizioni soggettive dall’altro contraente, e al complesso del comportamento che determina l’errore, occorrendo che alla reticenza e al mendacio si accompagni tutta una condotta in cui si concretino le malizie volte a realizzare l’inganno che l’animus persegue.
«Dolus bonus» e «dolus malus»
Dolus malus è quello che vizia il negozio e di cui si è già data la definizione. Dolus bonus corrisponde, invece, alla normale esaltazione pubblicitaria che in genere, nel campo del commercio, si fa della propria merce o delle proprie prestazioni; ora poiché tutti possono valutare opportunamente tale pubblicità e tenerla nel giusto conto, il dolus bonus non è vero dolo e pertanto non rileva ai fini dell’annullamento del negozio.
Nel valutare la liceità della pubblicità commerciale, però — anche al fine di un auspicato controllo amministrativo — sarebbe opportuno non applicare il concetto di dolus bonus (TRIMARCHI), tenuto conto che pure una vanteria apparentemente innocua può diventare un inganno efficace se «subdolamente insinuata» nelle menti dei consumatori, i quali non sono in grado di esercitare un controllo appropriato.
Dolo determinante e dolo incidente
Questa distinzione è relativa all’incidenza del dolo sulla determinazione causale:
dolo determinante (o causam dans) è quello senza del quale il negozio non sarebbe stato concluso: esso determina l’annullabilità del negozio, cui si aggiunge la responsabilità dell’autore del dolo, tenuto a risarcire il danno. Se l’inganno proviene da un terzo, alla responsabilità (extracontrattuale) di questi si affianca la responsabilità (precontrattuale) del contraente che, conoscendolo, ne ha tratto vantaggio (TRIMARCHI);
dolo incidente (o dolus incidens) è quello senza del quale il negozio sarebbe stato ugualmente concluso ma a condizioni meno gravose: in tal caso il negozio resta valido, ma il contraente in mala fede è tenuto a risarcire i danni all’altro (art. 1440).
In particolare, ai fini dell’applicabilità dell’art. 1440 è necessario accertare:
l’esistenza di raggiri maliziosi adoperati in mala fede da un contraente in danno dell’altro;
l’idoneità dei raggiri a trarre in inganno la controparte;
la circostanza che il contratto sarebbe stato concluso a condizioni diverse qualora fossero mancati i raggiri. Ma una recente giurisprudenza (Cass. 8318/1990) ha ritenuto che la mera sussistenza del raggiro fonda una presunzione iuris tantum che il negozio sarebbe stato stipulato a condizioni più favorevoli.
Rilevanza del dolo e suoi effetti sul negozio
Il dolo, per poter essere rilevante ai fini dell’annullamento del contratto:
deve essere determinante, cioè tale che senza di esso l’altra parte non avrebbe contrattato (art. 1439, co. 1°);
— deve provenire da uno dei contraenti ovvero, qualora provenga da un terzo, deve essere noto alla parte che ne ha tratto vantaggio (art. 1439, co. 2).
Nei negozi unilaterali, mancando la controparte, il dolo invalida in ogni caso il negozio, da chiunque esercitato, anche se resta del tutto ignoto agli interessati. La regola è stata costantemente applicata ai negozi mortis causa in relazione ai quali il dolo assume comunemente il nome di captazione.
Dalla disciplina del dolo è possibile individuare la differenza tra errore e dolo.
La tutela contro il dolo è più intensa rispetto a quella contro l’errore: il dolo rende invalido il contratto a titolo oneroso oneroso anche se ha provocato un errore non essenziale (purché, però, esso sia determinante), e rende invalido il negozio a titolo gratuito anche se ha provocato errore su un motivo non risultante dall’atto.
Tale maggiore tutela nei confronti del dolo si manifesta anche nel fatto che alcuni negozi sono annullabili solo allorché l’errore sia provocato da dolo. Essi sono: l’accettazione dell’eredità (art. 482); la rinuncia all’eredità (art. 526); la divisione della comunione ereditaria (art. 761).
Vi sono poi alcuni atti per i quali il codice fa riferimento esclusivo all’errore di fatto o alla veridicità di quanto si dichiara, ammettendo, per il resto l’impugnativa solo nel caso di violenza. Essi sono la confessione e il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio.
Si ricordi infine che il legislatore, a proposito del matrimonio, non ha preso in considerazione il dolo come causa di invalidità dell’atto (arg. ex art. 1221).
È utile rilevare la differenza tra violenza e dolo: il dolo, per avere rilevanza deve provenire dall’altro contraente o, quanto meno, essergli noto; la violenza produce l’annullabilità del negozio anche se esercitata da un terzo e ciò anche se l’altra parte sia ignara della violenza.
Tale differenza si giustifica per il fatto che la violenza presenta un maggior grado di antigiuridicità rispetto al dolo.