Source: https://issuu.com/perind/docs/opificium_06_12
Timestamp: 2017-02-19 21:34:16+00:00
Document Index: 89330401

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'arte 20', 'art. 81', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 81', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 71', 'art. 13', 'art.\n13']

Opificium_06_12 by marco raffo - issuu
rofessione & previdenza
nella vita dei Collegi
e cosa ci cambierà
Il privato è sempre
A Trento si discute
e s'immagina il futuro
Anno 3, n˚ 6 /N ovembre-Dicembre 201 2 - la rivis ta dei periti indus triali
Il provvedimento sulle società tra professionisti sembra
essersi perduto dietro qualche scaffale del Ministero di Giustizia.
Il nostro appello al Guardasigilli per sbloccare lo stallo
4	Il blocco sulle Stp
Caro ministro, ti scrivo...
14	Cosa sta cambiando con il Dpr 137/2012
17 Bisognava garantire maggiore «terzietà»
8 1ª Puntata «P rogetto porte aperte
Eppi »
10	Alm, il punto nave per gli investimenti
54	Il Catasto che vorremmo
Il linguaggio del mattone
25	dossier: Quale domani per la previdenza privata
La rotta che abbiamo
da squadra
52	Opificium risponde
Quello che si può fare...
... e quello che
58	Radicali liberi
Per una comunicazione solidale
26	Fare rete
30	Casse tecniche in sinergia
34	Supercassa o federazione
21	Sanità in controluce
Spesa per la salute, come usarla meglio?
38	Il ricorso alla sanità privata
Quando la salute significa qualità
60	In arrivo l'archivio unico
Identikit previdenza
42	Gli Ordini si incontrano a Trento
44	46	47	49	Quelli che le professioni...
Le regole del gioco non sono un gioco
La ricetta trentina
I giovani a scuola di grinta, gusto e genio
La redazione di «Opificium»
augura ai suoi lettori Buon Natale
e un 2013 ricco di soddisfazioni
CNPI, Consiglio Nazionale
Giuseppe Jogna (presidente), Stefano Esposito
(vice presidente), Antonio Perra (consigliere
segretario), Claudia Bertaggia, Berardino
Cantalini, Renato D'Agostin, Angelo Dell'Osso,
Sergio Molinari, Giulio Pellegrini, Paolo Radi,
Claudio Zambonin (consiglieri)
Cnpi, Commissione Stampa
Stefano Esposito (coordinatore), Riccardo
Barogi, Carlo Castaldo, Giuseppe Guerriero, Ugo
Merlo, Costantino Parlani, Maurizio Tarantino
EPPI, Consiglio d’Amministrazione
Florio Bendinelli (presidente), Gianpaolo Allegro
(vice presidente), Umberto Maglione, Michele
Merola, Andrea Santo Nurra (consiglieri)
Eppi, Commissione Stampa
Michele Merola (coordinatore), Umberto
Maglione (vice coordinatore), Gianpaolo Allegro
Chiuso in redazione il 30 novembre 2012
Professione & previdenza
Stefano Esposito (coordinatore)
Gianni Scozzai (vice coordinatore)
Andrea Breschi, Carlo Castaldo,
Roberto Contessi, Ugo Merlo,
Michele Merola, Benedetta
Pacelli, Paolo Radi, Massimo
Consiglio Nazionale dei Periti
Industriali e dei Periti Industriali
Laureati – Via di San Basilio, 72
Ente di Previdenza dei Periti
Laureati – Piazza della Croce
Rossa, 3 – 00161 Roma
Raffaella Trogu
tel. 06.42.00.84.14
fax 06.42.00.84.44
e-mail stampa.opificium@cnpi.it
Imagoeconomica, Fotolia,
R. Magrone. Archivio Ufficio
Stampa Provincia autonoma di
Anno 3, n. 6
di Roma n. 60/2010
Per il mondo sono stati cinque anni
che hanno spazzato le certezze accumulate
in cinquant’anni.
Per noi è stata la ricerca di una strada comune
e condivisa. Che stiamo percorrendo
La rotta che
uesto Consiglio nazionale è giunto quasi al termine
del suo mandato. A gennaio del prossimo anno si
terranno le elezioni per il suo rinnovo. Ci sembra
quindi giusto ricordare, seppure a grandi linee,
come eravamo e come siamo. Ci insediammo a
inizio del 2008, l’anno in cui tutto nel mondo cominciò ad
avvitarsi e fu l’inizio di turbolenze, vuoti d’aria e picchiate che
hanno reso il nostro viaggio assai più difficile di quel che immaginavamo. Abbiamo tutti compiuto qualche sgradevole atterraggio
d’emergenza, mentre quelle certezze sociali ed economiche che
avevamo costruito con grandi sacrifici nel mezzo secolo passato
sono più o meno venute tutte a mancare: il lavoro è diventato
sempre meno sicuro e l’ombrello pubblico del welfare si sta
pericolosamente restringendo.
Di questa generale confusione, di una comune sensazione che
al comando dell’aereo non ci fosse più nessun pilota, ne abbiamo risentito anche nel mondo delle libere professioni. Siamo
stati oggetto di esperimenti da cavie di laboratorio, dove pseudo
esperti ci raccontavano che l’economia sarebbe ripartita nel momento in cui si fosse staccata la spina al sistema ordinistico.
Le riforme erano per tutti meno che per noi. Ma se il clima
era insopportabile fuori, non si respirava aria migliore all’interno
delle professioni. Si sa: davanti a un mondo che sembra crollare
in maniera irreparabile, c’è un solo grido che accomuna i suoi
abitanti: «Si salvi chi può». Ricordiamo, come se fosse ieri,
l’ostracismo di qualche ordine, l’indifferenza di altri e un vuoto
della politica sconcertante.
Che fare? Abbiamo una bella vista dalla nostra sede: guarda
su piazza Barberini, in primo piano c’è la fontana del Bernini,
sullo sfondo Palazzo Chigi, mentre si indovina qualcosa di Montecitorio. Potevamo sederci e aspettare. Purtroppo, abbiamo un
cattivo carattere: fermi non sappiamo stare e ci piace provare ad
aggiustare le cose, a immaginare una rotta alternativa, a segnalare
un’altra possibilità per chi ha voglia di mettersi in cammino.
Così siamo voluti ripartire, stringendo una comune alleanza con
geometri e periti agrari. E le celebrazioni per l’80° anniversario
delle nostre professioni nel 2009 sono state una straordinaria
occasione per promuovere una realtà condivisa da circa 200.000
professionisti. Abbiamo poi posto con forza la questione delle
professioni tecniche di primo livello, coinvolgendo i laureati triennali, e abbiamo creduto che di fronte a un Cup non in grado
di rappresentare gli interessi di tutti fosse giunto il momento di
aprire un tavolo ad uso delle professioni tecniche. Il Pat oggi
è operativo, ha le sue regole e si muove intorno a un progetto
comune, mentre migliora anche lo stile dei rapporti con i nostri
«fratelli maggiori», gli ingegneri. Nello stesso tempo abbiamo
riannodato i rapporti con la politica che ha finalmente dato un
segnale accogliendo nel pacchetto di riforma delle professioni il
nostro emendamento, quello che consente «riduzioni e accorpamenti tra professioni che svolgono attività similari».
Ci siamo dunque rimessi in viaggio, tracciando una nuova
rotta e finalmente bucando quel muro compatto di nuvole che
ci accolse quasi cinque anni fa (i numeri di «Opificium» sono
comunque lì a raccontare in ogni dettaglio, come un classico
diario di bordo, il cammino che, insieme a tutti voi, abbiamo
percorso). E ora non ci resta che augurare al Consiglio nazionale
che verrà di continuare su questa buona strada per il bene dei
nostri iscritti e del Paese. ◘
e la responsabilità significa non gestire solo l’ordinario ma anche avere la forza di disegnare un progetto,
l’impegno dell’Ente di previdenza è stato quello di
contribuire a creare la sinergia giusta con il Consiglio nazionale. Le politiche di comunicazione sono state forse l’esempio
più lampante di questo sentire comune, con la fondazione di
una rivista unitaria – quella che state leggendo – di un Coordinamento nazionale e di una serie di eventi sul territorio
dove temi professionali e previdenziali sono stati intessuti
Ora, si aprono nuove occasioni che non dobbiamo lasciarci
sfuggire, tra cui quella della formazione. Se infatti quella continua diventasse obbligatoria, un programma di aggiornamento
professionale potrebbe essere affiancato ad un programma di
alfabetizzazione previdenziale mirato, essenzialmente, a «fidelizzare» gli iscritti sia all’ordine professionale che alla Cassa di
previdenza. Lo stesso tirocinio, cambiato d’abito con le nuove
regole, potrebbe diventare un’occasione per avvicinare i giovani
ai temi del welfare, magari attraverso una carta fedeltà che
potrebbe essere un bel traino per il ritorno della categoria alla
Ecco, il gruppo dirigente del Consiglio nazionale uscente
potrebbe passare il testimone con sopra inciso un bell’invito a
non perdere d’occhio le occasioni per fare squadra, in fondo
a tutti i livelli. ◘
ell’ampio servizio dedicato al Festival delle professioni di Trento ospitiamo (perché siamo gentili e
rispettosi anche delle idee che non ci piacciono) una
provocazione, secca e bruciante, del sociologo Aldo Bonomi.
In Italia i professionisti sarebbero il doppio dei 2 milioni
e mezzo rappresentati dal sistema ordinistico. Insomma, per
ogni nome iscritto in un albo ce ne sarebbe un altro che forse
si trova solo sull’elenco del telefono.
Appellarsi ai numeri (ammesso e non concesso che siano
corretti) fa sempre un certo effetto. Ed uno già s’immagina
oceaniche adunate che nemmeno i sindacati... Ma le cose non
stanno proprio così: né per quello che riguarda la quantità,
né soprattutto per quel che riguarda la qualità. Il sistema ordinistico non è qualcosa che è stato inventato dalla sera alla
mattina, ma è il frutto di un processo di sintesi tra tradizione
e innovazione, è il modo in cui ordine e libertà trovano il
loro equilibrio promuovendo il progresso di una comunità e
definendo le sue priorità.
Ma ogni tanto succede sempre la stessa cosa: ci si imbatte
in chi ha capito tutto di un processo storico che riguarda gli
stessi fondamenti della nostra civiltà e pensa che dalla sera alla
mattina si possa fare una bella rivoluzione, promuovendo, come
nel nostro caso, l’indifferenziato mondo delle professioni. Da
attuare o sciogliendo il sistema ordinistico o producendo una
moltiplicazione miracolistica degli ordini professionali. Sono
ipotesi utili solo per qualche tirata demagogica. ◘
Il blocco sulle STP
Abbiamo bisogno della sua firma per consentire alle società
tra professionisti di diventare finalmente una realtà di questo
Paese permettendo alle professioni tecniche di sfidare
ad armi pari la concorrenza internazionale
Paola Severino (già pubblicata su «Italia
Oggi» del 16 novembre scorso)
B enedetta P acelli
i sono scandali inventati: «Lacrimogeni dalle finestre
del Ministero» hanno gridato i giornali e i loro siti
web mandando le immagini di qualche striscia di
fumo di incerta provenienza durante una manifestazione studentesca. La notizia si è rivelata una
bufala, utile solo a confermare il triste livello di un quarto potere
che, per la smania di dare addosso ai poteri che lo precedono,
non si preoccupa di controllare le notizie, ma anzi rincorre ogni
spiffero e calunnia in nome di una libertà di stampa ormai ridotta
alla libertà di dire il falso.
Ma poi ci sono scandali che non hanno nulla di inventato,
ma forse proprio per questo non riescono ad abbattere il muro
dell’omertà della stampa nazionale. La location è sempre la stessa:
il Ministero di giustizia. Lì, per quelle stanze gravide di giustizia e di bilance in grado di soppesare con precisione
estrema torto e ragione si aggira, come un fantasma silente e inosservato, un Regolamento che
da tempo dovrebbe essere in vigore per dare
finalmente il via alle società tra professionisti (Stp). Così com’è previsto dalla legge
n. 183/2011. Eppure un anno è passato e
ancora nulla accade.
Nonostante che sia già circolata, poco
meno di sei mesi fa, una bozza (santificata anche da un parere favorevole
del Consiglio di Stato) per disciplinare
le modalità di conferimento e di esecuzione dell’incarico da parte dei soci ►
le preoccupazioni sono tante e quando,
come ora, l’intero Paese sembra esserne
preda, aggiungerne un’altra può non essere
una notizia. Ma in questo caso la notizia è che
sarebbe assai semplice liberarcene. Riguarda il ritardo
accumulato dal Ministero da Lei presieduto nell’emanazione del Regolamento sulle società tra professionisti (Stp).
Non conosciamo dopo mesi di attesa i motivi dello stop, ma sappiamo che si sta privando la riforma delle professioni di uno dei
capitoli più significativi. Con l’introduzione delle Stp, infatti, era
stato finalmente sgretolato quel muro che impediva alle professioni intellettuali di competere sul mercato secondo regole ormai
accettate da decenni nel resto del mondo. Ma ora la modernizzazione del sistema sembra essere finita su un binario morto, visto
che senza Regolamento è impossibile procedere per stabilire il
ruolo dei soci professionisti, l’incompatibilità di partecipazione
ad altre società tra professionisti e, soprattutto, le modalità di
assoggettamento dei soci professionisti e delle stesse società al
regime disciplinare di ordini e collegi.
Siamo dunque a un passo dal disporre di un’arma per contrastare lo strapotere dei nostri colleghi europei, ma non sembra
che nel Suo Ministero si sia disposti a rimuoverne la «sicura».
Peccato, perché a perderci non saremo solo noi professionisti,
ma quella stessa idea, propugnata con forza dal Governo di cui
Lei fa parte, che la rinascita del nostro sistema economico passi
anche attraverso la cancellazione di antichi recinti e il libero
accesso alla competizione globale.
E allora, anche se il tempo è una variabile indipendente per
la nostra burocrazia, forse è il caso di suonare la campana
dell’ultimo giro e di decidere che un Regolamento non può più
restare chiuso in un cassetto, soprattutto se la sua emanazione
può toglierci il peso di una preoccupazione. E dare finalmente
Presidente del Cnpi
Politica: Il blocco sulle Stp
■■ L’interrogazione
«Chiedo al ministro Severino se sia a conoscenza dello
stato attuale di elaborazione del testo del regolamento che
ha introdotto la società tra professionisti e quali iniziative intenda assumere nell'immediato al fine di garantire
l'emanazione dello stesso in tempi certi e rapidi». Così
esordisce il senatore Piergiorgio Stiffoni, appartenente
al gruppo misto di Palazzo Madama, nell'interrogazione
del 25 settembre scorso, ribadendo che la costituzione di
società tra professionisti «sia di fondamentale utilità nello
svolgimento futuro degli stessi servizi professionali e favorevole al superamento del periodo di crisi economici». È
ancora in attesa di una risposta.. ◘
► professionisti, l’incompatibilità di partecipazione ad altre società
tra professionisti e, soprattutto, le modalità di assoggettamento
dei soci professionisti e delle stesse società al regime disciplinare
degli ordini e collegi, a tutt’oggi nessuno è in grado di fare una
previsione certa sui tempi per la sua approvazione.
□□La versione ufficiale sul ritardo
Insomma, un fantasma continua ad aggirarsi per il Ministero
e nessuno ne sa niente. Solo dichiarazioni di prammatica, dietro le quali ormai mal si nasconde l’imbarazzo di un sistema
burocratico-amministrativo che ha gravi difficoltà nel mettere in
pratica ogni accenno di riforma. La versione ufficiale che arriva
da via Arenula ci informa che il regolamento sulle società tra
professionisti si farà. Prima o poi. Resta da capire quando. Per
ora il ministro ha fatto sapere che questo ritardo è dovuto alla
necessità di trovare il modo più opportuno «per contemperare
le esigenze dell’avvocatura e di altre rappresentanze professionali
ed elaborare, quindi, un testo che abbia un appoggio pressoché
unanime». In prima linea contro il socio di puro capitale, ci sono
infatti avvocati e notai che chiedono un esonero dall’applicazione
della norma giustificato dal ruolo di pubblici ufficiali. Un ritardo,
fanno sapere sempre dalle stanze del guardasigilli, «dovuto anche agli impegni dello stesso ministro sul fronte giustizia e sul
disegno di legge per la riforma forense. Impegni che hanno solo
posticipato l'approvazione definitiva del decreto attuativo che si
farà, giacché la delega affidata al governo dalla legge 183/11 sta
molto a cuore alla Severino».
□□Le altre reazioni
«Sembra davvero incomprensibile il ritardo accumulato in
questi mesi nel dare avvio al provvedimento che istituisce le
Queste, infatti, per gli architetti italiani, rappresentano senz'altro un'opportunità per riorganizzare gli studi in organismi interprofessionali capaci di rispondere alle esigenze del mercato,
fornendo prestazioni professionali sempre più complesse e inte-
La posizione dell'Adepp
No al monopolio dell'Inps
Sono libero professionista e avrò una pensione Inps.
Questo sembra essere il paradosso del testo ancora fermo nelle stanze del Ministero di giustizia.
La norma in via di approvazione non disciplina infatti i
profili previdenziali dei soci professionisti in quanto non
viene specificato che il reddito viene prodotto interamente dall’esercizio dell’attività professionale. Invece, parliamoci chiaro: le Stp dovrebbero essere appositamente censite e i soci dovrebbero sottostare, come i singoli
professionisti, alla normativa disciplinata. In particolare,
ogni socio professionista dovrebbe versare presso il suo
ente di previdenza professionale una percentuale del
suo reddito a fini previdenziali («contributo soggettivo»)
in relazione alla quota societaria di appartenenza. Lo
grate». Così Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale degli architetti, commenta i tempi del provvedimento sulle
società tra professionisti. «Ribadisco», continua Freyrie, «che
occorre superare alcune incongruenze: l'obbligo di iscrizione
per le società multidisciplinari a un solo ordine professionale
(quello relativo all'attività prevalente della società) finirà per
creare un pasticcio, in primis sul fronte dell’individuazione della
stessa attività prevalente e, di conseguenza, sull’allocazione dei
versamenti contributivi». Quasi l’86% degli ingegneri ritiene
che entro il 2020 la scelta prevalente sarà di organizzarsi in
forma societaria, anche multidisciplinare, con un mutamento
radicale nelle modalità di svolgimento della professione. Solo
il restante 14% pensa invece che nel futuro ci possa essere
ancora spazio per l’attività di libero professionista individuale.
È questo uno dei tanti risultati dell’indagine svolta dal Centro
studi del Consiglio nazionale degli ingegneri e non è un caso
che lo stesso presidente del Cni Armando Zambrano in una
lettera inviata al ministro Severino esprima «la più viva preoccupazione per la mancata adozione del regolamento, che priva
la riforma delle professioni del suo più significativo pilastro,
considerando che la legge apre per la prima volta, in senso
estensivo, la possibilità di esercitare l'attività professionale regolamentata, utilizzando i modelli societari previsti dal codice
Intanto, mentre il provvedimento non si sblocca, Confprofessioni rilancia: ha chiesto che le agevolazioni sulle start up
previste dal Dl Sviluppo-bis siano estese alle Stp. In effetti, gli
studi professionali sono tra le realtà più disposte ad investire
in innovazione e in personale altamente qualificato. Sarebbe
dunque buona politica prevedere che i provvedimenti per le
start up (deroghe al diritto societario e alla disciplina in materia
di contratti da lavoro subordinato, ma anche riduzione degli
oneri per l'avvio dell'attività e la detrazione Irpef del 19% per
gli investimenti) riguardino anche le società tra professionisti.
Ma la buona politica abita ancora le stanze del Ministero o è
andata in fumo (come testimoniano alcuni video girati venerdì
16 novembre 2012 in via Arenula a Roma)? ◘
stesso principio dovrebbe valere per il contributo integrativo, cioè per quella quota di «rivalsa» attribuita dal
cliente in fattura.
Inoltre, va notata un’altra cosa. Logicamente, il contributo integrativo dovrà essere ripartito tra i soci professionisti, escluso il socio di capitale, poiché la destinazione di
quel contributo è a diretto beneficio delle casse dell’ente
o degli enti di previdenza di categoria.
La proposta in discussione compie, invece, un vero passo
indietro rispetto al recente passato, al disegno di legge
801/2006 presentato dal senatore Calvi, o al disegno
di legge 503/2008 presentato dall’onorevole Siliquini.
Il vuoto nel testo attuale potrebbe provocare ambiguità,
contenziosi a non finire ed interpretazioni fuorvianti. ◘
■■ Piccola
ma istruttiva
Certe volte si fa molta
fatica in questo Paese a
distinguere chi è al potere. Al dunque, i politici
di centrodestra, quelli
di centrosinistra e pure
quelli di centro – senza
dimenticare ovviamente i
tecnici – si comportano
Rinviando.
Ci deve essere, qui a
Roma, un virus, il virus
del rinvio, che fa strage
di decisionisti nei palazzi
della politica e trasforma anche i più impavidi
e audaci in instancabili
negoziatori desiderosi solo di ottenere l’unanimità: la sola
idea che anche un insignificante 0,1% abbia alzato un
sopracciglio o fatto spallucce non li fa dormire la notte e
così, nell’attesa di convertire anche l’ultimo capriccioso
ribelle, che cosa si può fare se non rinviare? È quello che
sta accadendo con il Regolamento delle cosiddette società
tra professionisti. Un provvedimento, più volte promesso dal ministro Paola Severino e molto atteso dai liberi
professionisti (in particolare, da quelli dell’area tecnica),
ma soprattutto un provvedimento che dopo la legge n.
183 del 2011 rappresenta solo un atto obbligato. Eppure
continua a giacere in qualche cassetto del Ministero della
giustizia. Perché? Già: il perché appare ancora una volta
sommerso da un gran polverone e si fa fatica a valutare
correttamente quali siano le forze contrarie che si stanno
spendendo per bloccare l’entrata in vigore delle società
tra professionisti. Ma non deve essere uno schieramento
tanto dissimile da quello che ha affossato la mediazione
obbligatoria. A parole siamo tutti contro i monopoli e le
riserve di caccia, ma poi nella pratica guai a chi tocca il nostro orticello. Insomma, la competizione è una
bella cosa se applicata agli altri, ma diventa un ignobile
affronto se riguarda le nostre prerogative, che sono sacre
e inviolabili. Così, accanto ai politici indecisi a tutto, mai
c’è da dimenticare quest’altro incomparabile e condiviso
tratto del modo in cui le forze sociali, i gruppi di potere
più o meno riconosciuti, ogni associazione (anche la più
benemerita) vivono la necessaria stagione di cambiamento
che stiamo attraversando: noi stiamo bene così come siamo, sono gli altri che devono cambiare. Se abbiamo forse
spiegato perché in Italia è molto facile parlare di riforme
e molto difficile farle, vorremmo però esserci sbagliati
sulla storia delle società tra professionisti. Ci auguriamo
ancora che il ministro abbia la chiave di quel cassetto e
anche una penna per firmare il provvedimento. È quasi
Natale e ci piace coltivare la speranza. ◘
Porte aperte Eppi®
Il progetto Porte aperte ha come fine quello di diffondere i rudimenti di base
per capire i meccanismi di gestione dei risparmi che i nostri iscritti affidano all’Eppi.
Non è un’operazione semplice, perché gli strumenti della finanza sono spesso
sofisticati, ma vale la pena di provarci.
Partiamo dallo strumento Alm, sigla di Asset Liability Management, vale a
dire il mezzo che governa il patrimonio dell’Eppi per arrivare al traguardo prefissato
stabilizzando la rotta. Come funziona questo mezzo e quali sono costi e benefici da
affrontare. La risposta nelle pagine seguenti.
ALM, IL PUNTO NAVE
Pensa che il tuo ente di previdenza sia come una nave, che
nel porto di partenza carica i tuoi risparmi e nel porto di arrivo te li restituisce sotto forma di pensione, aggiornandoli al
costo della vita. Immagina che esista un Gps che stabilisca la
rotta migliore e un barometro per prevedere lo stato del mare
e dei venti, così da fornire al comandante tutte le informazioni necessarie per scegliere la rotta più sicura. Bene, così
funziona l’Alm.
apire come funziona il ciclo che garantisce una
rendita equilibrata ai risparmi degli iscritti passa
per avere chiaro il ruolo dell’Eppi nel mercato
degli investimenti. Ed è presto detto. L’ente
di previdenza partecipa chiaramente non per
un fine speculativo, ma per un fine sociale: deve gestire e
rivalutare i risparmi accantonati (o contributi versati) dagli
iscritti – che vanno a costituire la voce «patrimonio dell’Eppi» – per restituirli al momento della pensione aggiornati
almeno al valore del costo della vita. L’ente dunque non
deve né scommettere né comportarsi come un broker, poiché
non è un’organizzazione a fini di lucro, ma deve soprattutto
disegnare strategie di lungo periodo per garantire un assegno
pensionistico, debitamente rivalutato, a tutti gli iscritti.
Per questo scopo, il ciclo degli investimenti dell’ente di
previdenza deve aprirsi con una chiara definizione degli
obiettivi di rendimento da raggiungere anno per anno con il
supporto della consulenza di uno strumento specifico: questo
è l’Alm. Asset and liability management esprime dunque
un processo gestionale di allocazione delle risorse finanziarie disponibili all’Eppi, nelle asset class più qualificate dal
punto di vista del rendimento e del rischio. A che scopo?
Evidentemente per restituire un rendimento adeguato ai contributi versati dagli iscritti all’ente previdenziale assumendosi
il rischio più ragionevole.
apiamo meglio. Le asset class sono delle classi di
investimento, come titoli obbligazionari in genere,
piuttosto che titoli obbligazionari governativi od obbligazioni emesse da aziende, piuttosto che semplici azioni.
Cos’è il processo Alm? È un processo sul medio-lungo termine: un ente previdenziale accumula denaro per far fronte
a prestazioni di lungo periodo – le pensioni – e dunque
l’orizzonte dell’investimento è anch’esso di medio-lungo termine. In secondo luogo, è un processo attivo/passivo: la scelta
degli attivi, cioè del tipo di investimento che crea rendita,
deve essere in relazione al vincolo sul fronte del passivo, vale
a dire agli impegni che l’ente ha assunto nei confronti dei
suoi iscritti. L’ente di previdenza dunque deve attrezzarsi per
Per far rendere in modo equilibrato i risparmi che gli iscritti
accumulano all’Eppi – e che costituiscono il patrimonio dell’ente
di previdenza – bisogna progettare bene gli investimenti e l’Alm
è lo strumento giusto per stabilizzare la rotta da intraprendere
"La sogliola" dell'Alm: Il rapporto a specchio tra rendite e impegno pensionistico
Sviluppo dell’investimento
garantire prestazioni ai suoi iscritti, onorando il suo impegno
con i liberi professionisti che contribuiscono, all’interno – si
badi bene – della migliore combinazione tra rendimento e
rischio. Come funziona in concreto? L’Alm usa strumenti
informatici adeguati e un bel po’ di modelli, sostanzialmente
matematici, per fare delle valutazioni, in pratica creando scenari il più possibile adeguati di come potrebbero andare le
cose non solo oggi, ma domani o dopodomani.
Sul lato del passivo si proiettano tempo per tempo i
momenti in cui la popolazione iscritta andrà in pensione,
lavorando sulla distribuzione per età che rimane piuttosto stabile nel tempo, e sul lato dell’attivo si decide di
avere un portafoglio di investimenti che abbia le migliori
caratteristiche per soddisfare gli obiettivi previdenziali. Il
risultato è un po’ l’effetto a sogliola che viene fornito
dal grafico in alto: la zona delle scelte degli investimenti (azzurra) deve replicare l’andamento della popolazione
(rossa), in modo che l’una compensi perfettamente l’altra.
l suo effetto fondamentale è quello di stabilizzare la
strategia di gestione del patrimonio. Gli investimenti,
una volta selezionati, a meno di forti shock del mercato finanziario, si mantengono all’interno del portafoglio
«attivi». ►
Andamento della Riserva Straordinaria e dei risultati d'esercizio (valori in unità di euro)
A partire dal 2009, dopo l’adozione del modello
di gestione di tipo Asset & Liability Management,
i risultati economici, anche in presenza di crisi di
mercato, sono stati positivi e crescenti.
► Il suo effetto sull’andamento dei valori Eppi, ad
esempio, si tocca con mano: la stabilizzazione dei flussi
finanziari emerge nei due grafici a pagina 13. Il primo dei
due è il Funding Ratio, quindi il grado di copertura della
promessa pensionistica dell’Eppi verso gli iscritti, che nel
periodo successivo al 2008 ha registrato una bassa oscillazione. Allo stesso modo, è rimasta stabile la redditività
del portafoglio finanziario, anche in presenza di importanti
crisi dei mercati finanziari.
Di conseguenza a partire dal 2009, i risultati economici,
pur in un mercato sempre nervoso, sono stati positivi e
crescenti come si evince dalla tabella in alto.
L’avanzo di esercizio segnalato dalla colonnina blu arriva, nella gestione 2011, a 18 milioni di euro, dove per
«avanzo» si intende la quota che rimane dopo che dal
patrimonio complessivo sono stati impegnati i denari per
garantire i costi di gestione, le pensioni e la loro rivalutazione.
Accanto alla blu, la colonnina celeste arriva a sfiorare i
100 milioni e indica quella che i tecnici chiamano «riserva
straordinaria», il tesoretto dell’Ente di previdenza costituito
Riserva al 1º gennaio
da tutti i denari che sono stati risparmiati dal 1998 ad
oggi. Dunque, se dovessimo semplificare l’effetto dell’Alm,
diremmo che il suo controllo del ciclo dell’investimento ha
portato un equilibrio ragionevole dei risultati, in linea con
il profilo non aggressivo della strategia Eppi.
Alm, come sua ultima conseguenza, fornisce un report che poi orienterà la scelta dei prodotti concreti
sul mercato per raggiungere un certo obiettivo entro
un certo margine di rischio. Questo è un meccanismo che
deve essere sottolineato, perché, come abbiamo chiarito
in precedenza, l’Eppi non partecipa al tavolo degli investitori per fini speculativi, e il tipo di investimento deve
garantire la rendita e contenere al minimo la percentuale
di rischio. Una volta che l’Eppi incarica un gestore di
curare una parte del patrimonio, il mandato si impernia sul
fissare un rendimento target ed una esposizione al rischio
ben definita. Laddove queste condizioni non venissero
rispettate il mandato viene ritirato: esporsi ad un rischio
troppo grande è buona ragione per sospendere il rapporto
con un gestore. ◘
■■P aolo D e Angelis , consulente attuario dell’E ppi
Andamento del limite di copertura passività
Media mobile triennale
Andamento del rendimento
Il Funding Ratio, quindi il grado di copertura delle passività,
nel periodo successivo al 2008 ha registrato una bassa
volatilità, così come la redditività del portafoglio finanziario,
anche in presenza di importanti crisi dei mercati finanziari.
D. Come giudica l’Alm?
R. L’approccio Alm è secondo me quello più indicato per
un amministratore di patrimoni che voglia, in qualche
maniera, progettare i suoi
investimenti controllando la
coppia rendimento e rischio.
D. Tutti gli Alm sono uguali?
R. Questo approccio richiede
la definizione di motori di
calcolo, o meglio di modelli,
e sul mercato ce ne sono tantissimi: diventa così cosa
fondamentale scegliere il modello che ritieni più adeguato al tuo impegno, alla tua «struttura di passivo»,
cioè alla esigenza che devi soddisfare investendo le tue
D. Dov’è la difficoltà?
R. Una volta che hai scelto il modello, hai scelto anche
un impianto logico, nel senso che l’Alm si declina in
una strategia di investimento, quelle che tecnicamente si
chiamano liability driven, piuttosto che strategia benchmark, piuttosto che strategia «passiva», o altro.
D. Facciamo un paio di esempi.
R. La strategia passiva sul benchmark, cioè sul traguardo che ci si è posti, non fa altro che replicare la composizione del benchmark attraverso il proprio portafoglio
di investimento. Questo significa che le variazioni di valore che registri sull’obiettivo, tempo per tempo, diventano meccanicamente anche variazioni del tuo portafoglio
R. In una strategia «dinamica» invece un soggetto professionale, secondo criteri stabiliti a priori, si sovraespone o si sottoespone rispetto al traguardo che vuole
raggiungere per andare a catturare una migliore rendita
oppure una riduzione del premio. In questo secondo
caso, mi assumo rischi maggiori o minori e piloto il mio
investimento in modo, diciamo, più spregiudicato.
D. L’Alm funziona sempre?
R. Io ne sono un grande assertore ma, al di là delle mie
convinzioni personali, consideriamo che tutti i cambiamenti normativi che stanno avvenendo nel settore della
intermediazione finanziaria o assicurativa sono tutti
basati su processi di Alm. Quindi, chi sta riscrivendo le
norme generali a livello mondiale lo sta facendo pensando su queste basi, perché sono efficaci e le più sicure.
Noto che soprattutto in Italia le ultime disposizione per
gli investitori istituzionali suggeriscono sostanzialmente
questo strumento. Ad oggi è il più indicato. ◘
Politica: Cosa sta cambiando con il Dpr 137/2012
La macchina si è messa in moto: approvato dal Ministero
il Regolamento del Cnpi sui requisiti e i criteri di eleggibilità
dei futuri giudici, il nuovo sistema disciplinare entra nella fase
operativa, prevedendo una serie di adempimenti anche da parte
dei Collegi. E la possibilità per gli iscritti all’Albo di entrare a far
parte degli organismi giudicanti. Ecco come
Proprio del nuovo Regolamento in materia disciplinare
si è discusso a Siena lo scorso 14 e 15 novembre in occasione del convegno Professioni tecniche del XXI secolo.
Il futuro a regola d’arte del perito industriale organizzato
per i festeggiamenti dei 60 anni dalla nascita del Collegio
della città toscana. Un appuntamento che ha rappresentato lo spunto per analizzare la nuova normativa in materia disciplinare istituita con la riforma delle professioni.
In particolare, con la partecipazione al convegno di Vito
Tenore, magistrato della Corte dei conti e da anni studioso della materia, è stato possibile analizzare non solo
i passaggi cruciali del nuovo Regolamento, ma anche i
compiti che il Consiglio nazionale dovrà assolvere in materia: la rivisitazione dei procedimenti disciplinari e le
modifiche al Codice deontologico. Nell’occasione è stato
consegnato al Comune di Siena il Fascicolo del fabbricato
elaborato dalla Commissione esperti del Collegio e relativo agli interventi di edilizia residenziale sperimentale,
servizi ed opere di urbanizzazione inseriti nell’ambito dei
programmi di recupero urbano denominati «contratti di
quartiere» a San Miniato in provincia di Siena. Inoltre,
sono stati donati riconoscimenti ai periti industriali che
hanno raggiunto i 50 anni di iscrizione.
l Ministero della giustizia guidato da Paola Severino ha dato il via libera lo scorso 14 novembre al
provvedimento predisposto dal Cnpi che contiene i
criteri e le modalità di designazione dei futuri consiglieri di disciplina, secondo quanto previsto dalla
riforma delle professioni (Dpr n. 137/12 pubblicato sulla
«Gazzetta Ufficiale» n. 189 del 14 agosto 2012).
A breve, quindi, tutti gli iscritti agli albi che vorranno inviare il proprio nominativo per entrare a far parte
dei nuovi consigli di disciplina potranno farlo. A patto,
però, di rispettare determinati requisiti. Ma prima che
l’impianto complessivo entri pienamente a regime ci sarà
da aspettare ancora un po’. Innanzitutto l’iter burocratico
richiederà un ulteriore passaggio, giacché dopo il sigillo
ministeriale serviranno altri 20 giorni per la pubblicazione
del Regolamento varato dal Cnpi sul Bollettino ufficiale
del Ministero. Da quel momento, in sede di prima applicazione della norma, saranno necessari altri 120 giorni (è
la stessa legge delega a prevederlo) per nominare l'elenco
dei componenti del consiglio di disciplina che dovrà essere composto da un numero di nominativi pari al doppio
del numero dei consiglieri che il presidente del tribunale
è chiamato a designare.
Ma non finisce qui, perché nel frattempo il Consiglio
nazionale (come tutti gli altri ordini) è chiamato ad una
rivisitazione del regolamento già esistente sulle modalità
del procedimento disciplinare, non contemplato nel Regolamento in questione. A comporre l'articolato mosaico
dell’intera azione disciplinare servirà un’ulteriore tessera:
l'aggiornamento delle norme in materia di deontologia,
il Codice deontologico cioè, che dovrà essere rivisitato
alla luce delle liberalizzazioni tariffarie e della pubbliNovembre - Dicembre
cità professionale, delle nuove società tra professionisti
(se e quando il Regolamento sarà approvato) e dei nuovi
obblighi imposti dalla legge in materia, per esempio, di
assicurazione o di formazione obbligatoria. Infine, per
completare il tutto, il Consiglio nazionale ha stabilito (non
vi era alcun obbligo di legge) un momento di formazione
e di istruzione per chi andrà a comporre i consigli di
disciplina territoriale.
□□I principi della norma
Il decreto di riforma delle professioni ha profondamente
innovato il regime disciplinare nelle libere professioni,
creando un nuovo organo disciplinare: il Consiglio di
disciplina territoriale, doppiato dal Consiglio di disciplina
nazionale (per gli Ordini che non abbiano già un Consiglio nazionale/giudice speciale). Dunque, viene stabilita
la nascita di specifici organismi di disciplina, distinti e
diversi dagli attuali consigli territoriali e nazionali, con
lo scopo di introdurre un elemento di maggiore terzietà
nell’esercizio del potere disciplinare. I consigli di disciplina svolgono compiti di valutazione preliminare, istruzione
e di decisione delle questioni disciplinari riguardanti ►
► gli iscritti all’albo e sono composti da un numero di consiglieri pari a quello dei consiglieri dei corrispondenti collegi
territoriali dell’ordine. Le funzioni di presidente del consiglio
di disciplina territoriale sono svolte dal componente con maggiore anzianità d'iscrizione all’albo e, quando sono presenti
componenti non iscritti all’albo, dal componente con maggiore
Ciascun consiglio di disciplina territoriale si articola al suo
interno in collegi di disciplina, composti ciascuno da tre consiglieri. L’assegnazione dei consiglieri ai singoli collegi di disciplina è stabilita per ordine alfabetico, facendo salve le condizioni di incompatibilità che derivano da rapporti di parentela
entro il terzo grado e di lavoro subordinato o legame societario
tra i membri dello stesso collegio. I componenti dei consigli
di disciplina territoriali sono nominati dal presidente del tribunale nel cui circondario ha sede il corrispondente collegio
territoriale dell’ordine. Questi professionisti sono individuati tra
una rosa di soggetti indicati in un elenco di nominativi redatto
dallo stesso consiglio del collegio territoriale.
Il convegno per il LX del Collegio di Siena
si è tenuto nella Certosa di Pontignano,
situata a pochi chilometri dalla città del Palio
□□Come diventare giudice dei propri colleghi
Chi vuole partecipare alla selezione per la nomina a componente del consiglio di disciplina territoriale dovrà presentare
la candidatura entro e non oltre i 30 giorni successivi all’insediamento del nuovo consiglio territoriale dell’ordine di appartenenza. La candidatura va presentata secondo modalità stabilite
dal consiglio nazionale dell’ordine e resa nota agli iscritti mediante pubblicazione sulla pagina principale del sito internet del
collegio territoriale di appartenenza e del consiglio nazionale
dell’ordine. Gli iscritti hanno l’obbligo di allegare alla propria
candidatura un breve curriculum vitae, compilato secondo il
modello predisposto dal consiglio nazionale dell’ordine e messo a disposizione sul sito internet del collegio territoriale di
appartenenza e del consiglio nazionale dell’ordine. Il mancato
invio del curriculum vitae determina l’immediata esclusione del
candidato dalla partecipazione alla procedura di selezione. ◘
■■E cco i requisiti per candidarsi
All’atto della candidatura, gli iscritti dovranno dichiarare,
pena l’inammissibilità:
■■ di essere iscritti all’albo da almeno 5 anni,
■■ di non avere legami di parentela o affinità entro il 3°
grado o di coniugio con altro professionista eletto nel
rispettivo consiglio del collegio territoriale dell’ordine,
■■ di non avere rapporto di lavoro subordinato o legame
societario con altro professionista che abbia presentato la propria candidatura per essere nominato nello
stesso consiglio territoriale dell’ordine,
■■ di non aver riportato condanne con sentenza irrevocabile, salvi gli effetti della riabilitazione,
■■ di non essere o essere stati sottoposti a misure di prevenzione personali disposte dall'autorità giudiziaria
(ai sensi del decreto legislativo 6 settembre 2011, n.
159, salvi gli effetti della riabilitazione),
■■ di non aver subito sanzioni disciplinari nei 5 anni
precedenti ancorché impugnate e infine di non essere
stato già componente di consigli di disciplina territoriali per due volte consecutive.
Per i componenti dei consigli territoriali di disciplina non
iscritti all’ordine la scelta dei soggetti da inserire nell’elenco
avviene da parte del singolo consiglio del collegio territoriale dell’ordine, d’intesa con l’interessato o tramite richiesta
al rispettivo organismo di categoria. Tali componenti esterni
possono essere prescelti, in numero non inferiore a due, previa
valutazione del curriculum professionale e tra gli iscritti da
almeno 5 anni agli albi delle professioni regolamentate giuridiche e tecniche, e nelle fila di magistrati ordinari, amministrativi, contabili. ◘
Bisognava garantire maggiore
«terzietà» nel giudizio
È questa la valutazione del magistrato Vito Tenore sul nuovo sistema disciplinare.
Ma si poteva fare di più e di meglio se si fosse provveduto a disegnare
l’articolazione degli organismi giudicanti su base regionale, anziché provinciale
omanda. Cos’è l’azione disciplinare?
Risposta. L’azione disciplinare è una
reazione interna di tipo punitivo che
esiste in molti microordinamenti del nostro Paese. Si applica ai liberi professionisti, ma anche
a chi è impiegato nel settore pubblico o in
quello privato. Consiste in sanzioni che l’ordine
di appartenenza impartisce al proprio iscritto
quando viola le regole fissate a livello legislativo, oppure quando infrange i principi contenuti
nel codice deontologico o in quello disciplinare.
Per i liberi professionisti sono contemplati diversi tipi di sanzioni: si parte da quelle di tipo
pecuniario, di avvertimento, di sospensione, fino
alla sanzione più grave che è quella espulsiva,
cioè la radiazione dall’albo.
D. Perché secondo lei il Governo ha ritenuto
opportuno rimettere mano alla materia?
R. Il problema che sussisteva è che in molti
ordinamenti professionali la colleganza, e se così
possiamo dire, la vicinanza fisica tra il professionista inadempiente e l’ordine nel quale era
iscritto portava ad un esercizio più annacquato
delle azioni disciplinari, con episodi talvolta che
davano luogo ad esiti fin troppo sconcertanti.
Ecco quindi che si è deciso di porre mano
alla materia, introducendo il principio della terzietà, seppure non in maniera obbligatoria, che
dovrebbe evitare il ripetersi di questi episodi.
C’è però anche da aggiungere che nel nostro
caso stiamo parlando di una forma più blanda
di «terzietà», raffigurabile nella presenza all’interno del collegio giudicante di una figura non
proveniente dallo stesso albo dell’imputato. Più
che di terzietà, secondo me, si può parlare di
un onesto tentativo di creare le condizioni per
un esercizio reale dell’azione disciplinare e di
accrescere la serenità di giudizio.
D. E ciò vale anche per i periti industriali?
R. Nel regolamento predisposto con la Commissione istituita dal Cnpi abbiamo stabilito che
il soggetto terzo possa essere un professore
universitario, un avvocato oppure un magistrato.
Tutti soggetti estranei alla professione, proprio
per garantire quella terzietà che in alcuni casi
era mancata. Ma l’azione degli ordini non finisce qui, giacché il secondo aspetto che la norma
è andata a toccare è quello dei precetti deontologici. Formalmente non c’è stato un intervento
diretto del Governo in questo senso, perché
essendo atti interni non poteva esserci una tale
interferenza. Sostanzialmente però questi codici
vanno novellati, vanno cioè riscritti alla luce
di una serie di importanti modifiche normative
primarie e comunitarie.
D. Quali per esempio?
R. Per esempio i minimi tariffari: non si
possono più comminare sanzioni per chi non li
osserva, visto che sono stati eliminati. Oppure
la pubblicità informativa: il codice deontologico
non potrà più punire il professionista che fa
pubblicità perché è ormai consentita dalla
legge. Oppure sull’altro piatto della bilancia, bisognerà prevedere di punire la
mancata formazione: se fino ad oggi
non si sanzionava chi non seguiva
i corsi di aggiornamento, ora il
mancato assolvimento costituisce
illecito disciplinare. Ecco, queste
novità contenute nella legge dovranno essere accolte nei codici
D. Lei ha elaborato con il Pat
(Professioni aree tecniche) e in
particolare con i periti industriali il
regolamento sul disciplinare. Come
avete proceduto e quali sono state le
maggiori difficoltà?
R. Abbiamo fatto numerosi incontri con
le professioni di area tecnica, decise ad
elaborare un testo unitario. C’è stata
una forte condivisione dei principi importanti. La scelta ineccepibile dei candidati è stato
il presupposto principale.
Quindi, sarà necessario un
minimo di anzianità, precisi
requisiti di onorabilità, ►
Vito Tenore, magistrato
della Corte dei conti e
professore stabile presso
la Scuola superiore della
pubblica amministrazione, è
uno tra i massimi esperti in
diritto disciplinare. Autore di
numerosi articoli e volumi,
ha di recente pubblicato per
l’editore Giuffrè I procedimenti
disciplinari nel pubblico
impiego dopo la riforma
Brunetta (2010) e Le cinque
responsabilità del pubblico
dipendente (2012).
► cioè non aver condanne ostative alla partecipazione alla lista,
e poi una certa attitudine a questa funzione. Il che vuol dire per
esempio che sarà preferito un soggetto che si è già interessato
di materia disciplinare o di deontologia. Poi ovviamente la scelta
sarà del presidente del tribunale, proprio per evitare che si creino
D. In caso di procedimento penale l'azione disciplinare si arresta o prosegue autonomamente?
R. Al dovere del collegio di provvedere ad istruire il procedimento a seguito della segnalazione di una condotta illecita, si
antepone l'autonomia di valutazione del collegio stesso che può
andare avanti nell'azione disciplinare indipendentemente dal giudizio penale. Azione disciplinare che ovviamente prosegue solo
se si rilevano illeciti rispetto al codice deontologico.
D. La norma ha trovato pareri contrari rispetto alle procedure di nomina dei candidati e al fatto che questo creerà
un aggravio di costi non indifferente specie in un momento
in cui non si parla altro che di spending review. Lei che ne
R. Il Governo ha imposto la norma in questo modo con
l’obiettivo di offrire al presidente del tribunale un ventaglio
di idonei cui attingere. Senz’altro non è stata coraggiosa la
scelta di individuare questi organi disciplinari a livello provinciale, cioè dove hanno sede gli ordini territoriali. Meglio
sarebbe stato creare un organo disciplinare a livello regionale con evidenti vantaggi: invece di tanti consigli locali se ne
sarebbe costituito uno solo, e questo avrebbe portato a sicuri
risparmi e a una maggiore garanzia di terzietà. ◘
■■A utore: V ito Tenore
■■E ditore: Giuffrè Ed.
■■Foliazione: XVIII-290 pp .
■■P rezzo: 35,00 euro
Per una giusta reazione alla crisi
etica del nostro tempo
Nella prefazione di Ernesto Lupo, primo presidente della
Corte di Cassazione, al volume di Vito Tenore si evidenzia il
significato più profondo della riforma del procedimento disciplinare
Presento con estremo piacere lo studio monografico Deontologia e nuovo procedimento disciplinare nelle libere
professioni del collega Vito Tenore, apprezzato magistrato
e docente stabile della Scuola superiore della pubblica
amministrazione, ma, soprattutto, tra i massimi esperti
nazionali in tema di procedimenti disciplinari.
Non casualmente, forse anche per la crisi etica del nostro
Paese e per le parallele difficoltà operative delle restanti reazioni ordinamentali a fronte della commissione di
illeciti (reazione civile, penale, amministrativo-contabile),
la tematica della responsabilità disciplinare è divenuta di
grande attualità negli ultimi anni, non solo per le libere
professioni, ma anche nelle carriere magistratuali, nel
pubblico impiego, nelle Forze armate, originando modifiche normative o proposte di rilevanti modifiche, tese a
migliorare e snellire i molteplici regimi disciplinari interni,
rendendoli anche più terzi ed efficienti, a garanzia e tutela
dei principi deontologici portanti dei molteplici microordinamenti di appartenenza dei professionisti, dei magistrati, dei pubblici dipendenti, dei militari.
In un momento storico caratterizzato da notevoli mutamenti normativi per le libere professioni, tesi alla «liberalizzazione» di molti aspetti della loro attività (da ultimo
si veda, in materia disciplinare, l’art. 3, comma 5, legge
14 settembre 2011 n. 148, di conversione del decreto legge
13 agosto 2011 n. 138, che occasiona la monografia in
esame), questo studio rappresenta un solido punto di riferimento per orientarsi tra i numerosi profili del novellato
sistema disciplinare, in quanto offre, con una encomiabile
chiarezza espositiva, un quadro lineare, aggiornato (al Dpr
7 agosto 2012 n. 137) e completo di tutti i profili sostanziali e procedurali, del complesso procedimento punitivo
La complessità tecnica della materia è altresì comprovata
dai frequenti interventi della Corte di cassazione, anche a
Sezioni unite, su punti nevralgici del procedimento disciplinare, la cui attivazione, a fronte di condotte «deontologicamente scorrette», occasiona sistematici e crescenti
ricorsi in tutti gli ordinamenti professionali (soprattutto
quello degli avvocati), sempre più spesso portati al vaglio
del giudice di legittimità, divenuto vero e proprio «faro di
orientamento» su questo non semplice iter punitivo interno.
E di questa vastissima produzione giurisprudenziale lo
studio di Tenore dà ampia contezza: nelle ricche note che
caratterizzano il testo, si rinvengono ampi richiami, oltre
che alla più attenta dottrina, a tutta la più autorevole
giurisprudenza di legittimità e di merito, che rappresenta
per il lettore – magistrato, avvocato, professionista – un
essenziale referente per indirizzare le proprie scelte in
sede contenziosa o in sede gestionale. (...)
Il testo, in conclusione, per la ricchezza dei dati normativi,
giurisprudenziali e dottrinali, rappresenta non solo un utile strumento di lavoro per gli ordini professionali e per i
singoli professionisti, ma un importante referente scientifico per magistrati, avvocati e studiosi della materia. In tale
ottica, il volume è destinato ad un meritato successo per la
completezza dello studio e la sua gradevole leggibilità, di
cui dobbiamo essere grati all’autore. ◘
welfare: Sanità in controluce
SPESA PER LA salute,
COME USARLA MEGLIO?
Opinione comune è che la spesa per
la sanità sia fuori controllo, mentre
Federico Spandonaro (Università di
Roma 2) ci racconta una storia diversa:
l’Italia è in linea con l’Europa, ma la
crisi economica rischia di pregiudicare
anche il raggiungimento dei livelli
minimi essenziali di sanità
hi si illude che la crisi economica mondiale non sia strutturale sta sbagliando
indirizzo, dato che siamo davanti ad
un rovesciamento degli equilibri economici mondiali – sostanzialmente con
l’ascesa di Cina, India e sud-est asiatico a scapito di Europa
e Stati Uniti – il che comporta un riassetto di tutti i Paesi
e una sofferenza delle circostanze più a rischio. Il sistema
salute in Italia non può che essere strozzato da una politica di contenimento della spesa pubblica». Così Federico
Spandonaro, docente di Economia sanitaria all’Università
Tor Vergata di Roma, traccia il quadro che permette di
capire dove stia andando la sanità in Italia, sottolineando ►
► un aspetto: reggeranno meglio la crisi i Paesi che hanno
già avviato politiche di razionalizzazione in tempi non sospetti. L’Italia, invece, da marzo ad oggi ha effettuato già
tre mini-riforme, «e ciò è paradossale – commenta Spandonaro – perché un sistema di welfare dovrebbe funzionare in
tempi di crisi, mentre se subisce cambiamenti quando arriva
l’emergenza, significa che ha fallito proprio quando dovrebbe
iniziare a svolgere la sua funzione».
Inoltre bisogna tener conto che le riforme figlie dell’impellenza
sono certamente scomode, perché devono individuare un nuovo
assetto sociale e redistribuire le poche risorse a disposizione. In
soldoni, senza un minimo di consenso sociale, il tessuto del Paese
tende a strapparsi perché i cittadini percepiscono di perdere servizi e sicurezze prima concessi. Ecco, ma questo è proprio vero?
□□Tre pregiudizi duri a morire
Federico Spandonaro insegna Economia sanitaria presso la
Facoltà di economia dell'Università di Roma Tor Vergata ed è
supplente dell'insegnamento di Management sanitario del corso
di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche della
Facoltà di medicina e chirurgia. È coordinatore scientifico del
Rapporto annuale sulla sanità del Ceis, Università di Tor Vergata,
che ha presentato nel convegno Nuovi orizzonti del welfare,
tenutosi in ottobre a Roma.
A guardare i numeri che Spandonaro ci presenta sembra
che la sanità sia vittima di un «si dice» comune dato per
scontato, senza il supporto dei dati numerici. È ad esempio
opinione comune che il nostro sistema sanitario pubblico sia
molto costoso, mentre il confronto tra i Prodotti interni lordi
fino al 2009 attesta che l’Italia spende un 15-20% in meno
rispetto all’Europa a 6 oppure a 12, dunque rispetto a Francia,
Germania, Inghilterra e i Paesi più ricchi. Dunque, spediamo
meno del resto dell'Europa più agiato, anche se, magari, forse
lo spendiamo male.
Del resto, non è neanche vero che la spesa sanitaria sia
«fuori controllo», cioè cresca in modo esponenziale senza alcun criterio, perché se confrontiamo lo sviluppo della spesa
pubblica dal 1990 ad oggi, dunque per un arco di circa un
ventennio, rispetto ad altri Paesi l’Italia coabita con Svezia,
Finlandia, Giappone e Turchia che sono i Paesi che hanno
comunque contenuto la crescita della spesa sanitaria rispetto a
realtà invece molto più spendaccione, come l’Olanda, la Norvegia, il Lussemburgo e gli stessi Stati uniti.
Tra l’altro, i Paesi virtuosi, che hanno contenuto la spesa
pubblica, lo hanno fatto in presenza di uno sviluppo del Pil,
mentre l’Italia ha perso perlomeno dal 2000 cinque punti percentuali ed è dunque più povera. Contenere la spesa in una
fase di stagnazione significa diminuire la possibilità di tutela
Dai due dati emerge una prima conclusione su cui ritorneremo, e cioè che la perdita progressiva di produttività rende più
complicata la definizione di un qualsiasi sistema di welfare,
perché se lo Stato si impoverisce gradualmente ha sempre
meno risorse per proteggere i cittadini, i quali, a loro volta,
diventano sempre più poveri. Se non c’è sviluppo economico,
è difficile immaginare un sistema di tutele efficiente.
Passando al terzo pregiudizio, sembra anche falso il ruolo
che comunemente viene assegnato all’invecchiamento. È vero
che la speranza di vita è aumentata e che la fase in cui un
cittadino ha bisogno di cure è diventata più ampia, però va
anche considerato che sta aumentando anche la permanenza
media nell’attività lavorativa. Dunque chi ha bisogno di cure è
certamente più longevo, ma lavora anche più a lungo, aumentando con il versamento fiscale la quota di risorse disponibili
per finanziare l’aumento delle sue esigenze proprio davanti ad
una maggiore longevità.
In termini assicurativi, anzi, la fase «tassazione/premio» si
allunga e la fase «prestazione sanitaria» sembra addirittura
comprimersi. È vero, però, che il mercato del lavoro non si
è riadattato a questo standard differente e dunque la fase di
accumulo delle risorse non è più continuativa durante il periodo di attività professionale: una occupazione professionale
intermittente può far andare tutto il sistema a pallino. Tornando
all’invecchiamento, osserva Spandonaro, «può essere un problema solo se lo stile di vita medio conduce ad una terza età
costosa: l’Italia sta guadagnando il triste primato di vantare la
popolazione infantile più obesa d’Europa, e obesità e diabete
sono mine che possono far saltare qualsiasi sistema sanitario».
Gli Stati uniti l’hanno capito – sotto la spinta di una potente
lobby assicurativa privata – e hanno lanciato una campagna
senza quartiere verso gli stili di vita malsani.
□□Tagliare forse, ma in realtà diversificare
Da questa fotografia, Spandonaro deriva alcune conclusioni.
Non v’è dubbio che le risorse della sanità italiana vengano
redistribuite in modo non efficiente, come emerge chiaramente
dai dati sulla suddivisione degli importi sanitari per regione: il
Lazio e il Molise sono casi esemplari di una spesa alta e una
assenza effettiva di alcuni servizi fondamentali, pur garantiti
sulla carta. Dunque la percezione media di inefficienza elaborata dal cittadino è, in molte circostanze, corretta.
D’altro canto, in assoluto la spesa complessiva nazionale non
è maggiore di altri Paesi in area Ue, anche se un sistema Italia
che deve sopportare gli interessi per un «mutuo» importante
com’è il nostro debito pubblico – battuto in Eurolandia solo
dalla Grecia – non ha tutte le risorse disponibili per attivare
una completa politica di tutela sociale. Dunque, bisogna fare
qualche scelta.
Una politica dei tagli, continua Spandonaro, «è sempre più
difficile, perché è vero che ci sono molti sprechi ma è anche
vero che sono stati compiuti molti razionamenti», come ad
esempio le assistenze domiciliari assegnate con il contagocce o
il taglio degli screening di massa. La nuova rotta da tracciare è
allora «ricordarsi che la quota di sanità pubblica ha la funzione
fondamentale di garantire un certo livello di equità»: forse non
bisogna assicurare tutti i servizi ma garantire la quota minima
che determini una equità sociale.
Qui l’operazione diventa o molto semplice oppure estremamente complicata: la posizione di Spandonaro è quella di
rompere il velo tra sanità e condizione sociale e spingere il
sistema salute a garantire «livelli minimi di cittadinanza».
Soluzioni? Spendere meglio a livello Paese e diversificare la
spesa individuale, aprendosi a forme di garanzia e protezione
integrative. La sanità pubblica deve essere integrata con sistemi «sussidiari» cui il singolo si deve rivolgere per un livello
adeguato di protezione. In caso contrario, un sistema nazionale troppo generoso rischia di erodere la qualità del servizio
nell’impossibilità di offrirlo a tutti.
«Bisogna andare verso un universalismo selettivo e non
più assoluto» conclude Spandonaro e la partita è proprio nel
ridefinire, nella dimensione attuale, il ruolo di quello che il
cittadino può avere in modo migliore da una assicurazione o
da una mutua, partendo da esigenze che non possono essere
identiche per tutti.
Paradossalmente, se per sanità pubblica si intende una offerta
di base, legata al livello del reddito, per sanità integrativa deve
intendersi la risposta ad una domanda individuale con capacità
di adattamento caso per caso. ◘
La perdita progressiva di produttività in
Italia rende più complicata la definizione
di un sistema di welfare, perché se lo
Stato si impoverisce gradualmente ha
sempre meno risorse per proteggere i
cittadini, i quali, a loro volta, diventano
I falsi pregiudizi sul sistema
La spesa sanitaria italiana è troppo alta?
-15/20% la spesa sanitaria nazionale rispetto alla media europea
La spesa sanitaria italiana è fuori controllo?
L’Italia contiene la sua spesa sanitaria
nel periodo 1990-2009, anzi in fase
di recessione del Pil
L’invecchiamento manderà a pallino la sanità?
Si vive di più, ma in media si lavora più a lungo
dossier: Quale domani per la previdenza privata
O FUSIONE?
Le Casse di previdenza stanno cambiando pelle. Sono certamente più stabili,
perché tutte hanno aderito alla grande riforma verso una sostenibilità di
lungo periodo, ma forse hanno anche capito che devono fare e stare più in
rete. Tutto sta a vedere in quale modo
Casse tecniche in sinergia
Supercassa o federazione
Da pag. 30
Da pag. 34
A cura di Roberto Contessi
«Può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?» (Edward Lorenz, 1972). Secondo
l'«effetto farfalla», il sistema meteorologico è così complesso che anche una piccola perturbazione come il battito delle ali di una farfalla in Asia può portare alla nascita di un ciclone in America centrale.
In altre parole con l'effetto farfalla si è dimostrato scientificamente come piccoli cambiamenti possano portare
a conseguenze straordinarie ed imprevedibili e come piccole forze possano essere amplificate in altre di grande
dati più o meno sono sotto gli occhi di tutti: il
settore della previdenza privata riunisce circa due
milioni di liberi professionisti, divisi in 20 casse di
previdenza, tutte nate a tutela di una specifica categoria professionale e dunque ognuna con una storia
ben definita. Viene da chiedersi se sia opportuno che rimangano 20 realtà distinte oppure se vi siano modalità
di dialogo e avvicinamento per costruire una sorta di
tetto comune.
Va detto che il tema è stato considerato un argomento
tabù per molto tempo, perché gli enti previdenza privati
lo ritenevano – e alcuni lo ritengono tutt’oggi – l’anticamera per una strada che si vuole radicalmente evitare,
cioè l’accorpamento al sistema previdenziale nazionale:
dunque all’Inps. Il ragionamento era grosso modo questo: chi vuole unificare le diverse realtà previdenziali
private vuole preparare una supercassa, per controllarla
meglio, e indirizzare i patrimoni a copertura dell’eventuale buco della previdenza pubblica. Insomma, al solo
parlare di forme di aggregazione o collaborazione la previdenza privata si chiudeva a riccio, perché temeva una
sorta di esproprio dei patrimoni frutto del risparmio dei
liberi professionisti a tal punto che qualcuno potesse
utilizzare quel gruzzolo nel sistema Inps a discapito di
chi li aveva accumulati.
ggi qualcosa è cambiato. Intanto la supposta «autonomia» e specificità della previdenza privata è
stata di gran lunga contenuta dalle azioni dei governi, e,
almeno nei fatti, perlomeno compressa. Lo strumento
amministrativo usato è stato nell’inserimento delle casse
private all’interno dell’elenco delle amministrazioni pubbliche, redatto dall’Istat e allegato alle Leggi di stabilità
annuali, con la conseguenza di applicare al welfare privato moltissimi provvedimenti che valgono per ministeri,
comuni, asl e uffici pubblici. E certo con questa coperta
corta bisogna pur farci i conti, perché oggettivamente
il margine di autonomia si è ristretto, seppur gli enti di
previdenza privati non siano per niente d’accordo. Ma è
anche evidente, nella percezione degli stessi amministratori delle casse, che mettere a fattor comune le esperienze migliori potrebbe significare risparmi e rendere
più efficienti le singole gestioni.
Si tratta di risparmiare non tanto perché te lo impone il ►
L’idea è nata con il mondo di Internet ma si sposa bene con le
esigenze di diverse realtà che vogliono essere connesse restando
comunque di per sé autonome. Quanto autonome? Diciamo che le
maglie si stringono sempre di più se da una prima sinergia passiamo
ad una federazione fino ad una vera e propria fusione
Le 20 Casse di previdenza
pensionistica dei professionisti
orfani dei sanitari
e ai colleghi in difficoltà. E quale potere contrattuale è
dato che metti a fattor comune le consulenze legali e no- più efficace di quello di una corrazzata da 2 milioni di
tarili, quelle amministrative, quelle tecniche, i compensi teste in grado di contrattare le polizze e i prestiti più
delle società di revisione, le cariche direttive e tanti altri vantaggiosi con assicurazioni e istituti bancari?
costi. Insomma, fare rete sembra possedere l’appeal dell’organismo che svolge
vero che ad oggi nel supermercato
il suo compito in modo funzionante e
delle professioni non è disponibile
una formula tale da accontentare tutti,
cioè non esiste una modalità per fare
stretta parentela
rete che possa coniugare le aspettative
n’altra considerazione, che riprenInsomma, tutte le Casse di
di 20 realtà con una storia e delle spede l’«effetto farfalla» nella provoprevidenza sono di fatto già
cificità peculiari. Ciò non toglie che la
cazione di questa pagina, è quella di renin rete, perché perseguono
questione sia sul tavolo. Grosso modo
dersi conto che nello scenario odierno
interessi comuni, con mezzi
tre sono le strade possibili: il modello
comunque i soggetti legati al risparmio
simili per valorizzare i risparmi
delle sinergie, della federazione e il mosono connessi in una rete virtuale, ma
che gli iscritti versano a fini
dello della fusione. Il primo è quello su
solida, di relazioni. Insomma, tutte le caspensionistici
cui stanno lavorando le quattro casse
se di previdenza sono di fatto già in rete,
tecniche dei geometri, degli ingegneri
perché perseguono interessi comuni,
e architetti, dei periti industriali e delcon mezzi simili per valorizzare i risparla pluricategoriale, con in particolare il
mi che gli iscritti versano a fini pensionistici. Se questo è vero, iniziare ad ascoltarsi permette- coinvolgimento dei professionisti geologi. Si tratta di
rebbe di ammortizzare gli eventuali scossoni di questo concentrarsi su un paio di direzioni. In una, intervenire
grande sistema di rapporti. Dall’altra parte, mettersi in sui settori in cui è più conveniente costruire un soggetto
rete significherebbe aumentare le opportunità, cioè per- unico che offra opportunità di lavoro concrete per gli
mettere che nascano più professionisti innovatori e che iscritti alle categorie tecniche coinvolte. Nell’altra, ini loro brevetti possano avere conseguenze positive e be- dividuare i settori strategici ma comuni ad ogni singola
nefiche in diversi settori. Magari qualcuno obietterà che realtà, perché di vitale importanza, al fine di contenere
i brevetti sono tutt’altra cosa della previdenza, e invece le spese e migliorare l’efficienza.
sbaglierebbe, perché un sistema di welfare moderno si L’altro modello è quello della federazione, vale a dire la
occupa non solo di provvedere alla pensione di fine at- creazione di un soggetto che riunisca sotto di sé divertività ma anche di sostenere l’attività professionale, in se realtà a gestioni patrimoniali separate, in modo che
particolar modo garantendo tutele e garanzie ai giovani possano coesistere sotto lo stesso tetto normativo le
► governo ma perché migliori il sistema in cui operi,
realtà che proprio per la specificità ed individualità delle
categorie professionali che rappresentano non possono
fondersi o comunque non prima di aver percorso il cammino necessario della armonizzazione dei sistemi previdenziali. In questo senso, non v’è dubbio che le casse di
nuova generazione, quelle nate tutte insieme nel 1997,
possiedono le stesse regole di calcolo della pensione e
dunque sarebbero le prime a poter sperimentare un sistema federativo.
La terza formula, quella più radicale, prevede proprio il
passo della fusione, il che ovviamente garantisce le migliori performance in termini di unità di intenti, ma ad
oggi sembra quella con più ostacoli da dover spianare.
La sensazione è che l’idea della fusione comunque va
considerata l’ultima tappa di un cammino di conoscenza
e condivisione degli obiettivi, che parta dalla sinergia,
che sperimenti la convivenza in federazioni e poi crei le
condizioni per una assimilazione finale. ◘
L’Adepp, sigla di Associazione degli enti previdenziali
privati, nasce nel giugno del 1996. L’idea è quella di creare
un’associazione che rappresenti gli interessi comuni, tuteli
l’autonomia delle casse associate, ottenendo uniformità di
trattamento giuridico ed economico per i dipendenti degli
enti stessi. Oggi ne fanno parte 20 casse e oltre 2 milioni di
professionisti. Una realtà complessa, emanazione di professioni anche molto diverse fra loro ma che si configurano
unitariamente come un modello innovativo, che coniuga
l’autonomia privata degli enti stessi con la funzione pubblica
Pluricategoriale
CASSE TECNICHE
«Liquido» è il tipo di vita che si tende a vivere nella società moderna. Una società può essere definita «liquidomoderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a
consolidarsi in abitudini e procedure.
Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita nelle società
liquido-moderne non è in grado di conservare a lungo né la propria forma né la propria rotta. (Z. Bauman, Vita
liquida, Introduzione, 2005).
idea della sinergia nel mondo delle professioni
è nata partendo dalle esigenze di chi opera sul
territorio, immaginando di rovesciare la logica comune che parte dal vertice e non dalla
base. In questo caso, intorno al tavolo si sono trovati quattro presidenti di altrettante casse di previdenza private, con
l’idea di ascoltare anzitutto le richieste dei loro iscritti. Di
fatto i colleghi liberi professionisti, che si occupavano e si
occupano di attività per molti aspetti similari, premevano
perché si studiassero misure contrastive alla stasi dell’economia italiana. Si tratta di quelle categorie professionali di
riferimento che hanno a che fare con la progettazione, la
costruzione e la sicurezza, seppur ognuna per le sue specifiche competenze, che ad oggi stanno vivendo l’aspetto del
drastico calo della domanda pubblica e privata. Come fare
per riaccendere il giro di affari e come riattivare il meccanismo della «produttività», per utilizzare la parolina magica
che tanto piace agli economisti del rilancio economico?
quattro presidenti coinvolti rispondono ai nomi di Fausto Amadasi per la Cassa geometri, di Florio Bendinelli per quella dei periti industriali, di Paola Muratorio
per la Cassa ingegneri ed architetti e Arcangelo Pirrello
per l’ente di previdenza pluricategoriale che tutela, fra le altre, la previdenza dei geologi. Bene, come sostenere, allora,
la produttività del settore tecnico-ingegneristico?
La caratteristica peculiare di un settore professionale è quella di rappresentare spesso il fronte più avanzato in termini
di avanguardia e modernità nella qualità della prestazione.
Partendo da questo assunto, l’impegno delle casse è quello
di utilizzare una quota delle risorse previdenziali disponibili
per innescare nuovi investimenti. A novembre 2011 è stato
lanciato un Fondo «Green» infrastrutture per la progettazione, il finanziamento e la conduzione di opere pubbliche e
private. L’obiettivo è quello di individuare edifici dismessi o
aree da riqualificare, lanciare una potente operazione di riprogettazione cui siano coinvolte le categorie professionali
relative alle casse di previdenza finanziatrici. Il circolo virtuoso è in grado di incoraggiare i giovani all’attività professionale, concorrere allo sviluppo della produttività, incentivare
network tra professionisti sulla falsariga delle reti di impresa – dato le diverse competenze nell’intervento dell’opera – realizzare o riutilizzare impianti abbandonati a beneficio della collettività con il conseguente aumento delle ►
Progettare strategie insieme si può fare.
La previdenza degli ingegneri ed architetti, dei geometri, dei periti
industriali e dei professionisti legati alla Cassa pluricategoriale
sta disegnando progetti comuni: ecco le direttive ed ecco che cosa
sta già andando in porto
I numeri delle quattro Casse
155.208 Inarcassa
95.490 Cassa Geometri
24.471 Epap
14.594 Eppi
48.853 PENSIONATI
16.369 Inarcassa
29.328 Cassa Geometri
1.673 Eppi
1.213 Epap
mln/€ PATRIMONIO COMPLESSIVO
5.003 mln/€ Inarcassa
1.630 mln/€ Cassa Geometri
628 mln/€ Eppi
592 mln/€ Epap
1.212 mln/€ IL «RISPARMIO»
IN CONTRIBUZIONE
680 mln/€ Inarcassa
427 mln/€ Cassa Geometri
55 mln/€ Eppi
50 mln/€ Epap
Le voci stanziate
milioni di euro per il FONDO
GREEN INFRASTRUTTURE
Cassa periti industriali
Cassa pluricategoriale
► garanzie in termini di sicurezza e salute, dato
che la bonifica di impianti dismessi andrebbe sicuramente a tutela della qualità del territorio
dove tutti abitiamo e lavoriamo.
a il fondo «Green» non è la sola esperienza
di sinergia. A giugno 2012 le quattro casse
tecniche hanno stretto un accordo a sostegno
dell’intervento di liberi professionisti nelle zone
colpite dal terremoto dell’Emilia-Romagna e Toscana. L’idea è stata quella di sottoscrivere una
copertura assicurativa di tipo infortunistico ad
hoc per favorire l’opera dei professionisti chiamati ad effettuare perizie su opere in muratura
e capannoni. Dunque, la sinergia ha garantito una
tutela a titolo gratuito per i professionisti tecnici
impegnati nel monitoraggio del territorio, affinché la loro opera si svolgesse in piena sicurezza
i tutt’altro sapore, ma non meno importante, è il terzo fronte sinergico che, almeno
ad oggi, si è aperto a tre e non a quattro soggetti, vale a dire senza per ora la partecipazione
esplicita della Cassa pluricategoriale. Si tratta del
protocollo d’intesa, firmato ad aprile 2012, che
impegna i tre istituti nel condividere conoscenze,
strumenti e best practice sfruttando le economie
di scala: dunque mettere a fattor comune i servizi
nelle modalità che fino ad oggi sono sembrate
più efficaci, con l’obiettivo di estendere una esperienza positiva, eliminare quelle invece negative,
e massimizzare i risultati in termini di qualità ed
economicità in primo luogo a vantaggio dei professionisti iscritti.
«Non si tratta di una fusione tra casse – specifica con chiarezza Paola Muratorio di Inarcassa
–. Ognuno manterrà un percorso autonomo, ad
esempio sulla scelta degli strumenti per garantire
una sostenibilità di lungo periodo. Tuttavia, credo
sia importante, in questa fase delicata per il Paese
e per il mondo del lavoro, metterci in gioco e conn fondo, l’aspetto delle sinergie
dividere dati e strategie comuni, magari aprendo
cerca di concentrare gli sforzi
un percorso che possa essere di esempio anche
una situazione di estrema «liuna nuova
per altre realtà previdenziali».
quidità sociale» ben descritta da
Da una prima analisi di fattibilità confrontando i
Zygmunt Baumann.
di allocazione
numeri della gestione Inarcassa, Cassa geometri e
Davanti ad una situazione dove
Cassa periti industriali è emerso che dalla sinergia
un ente di previdenza medioL’impegno delle Casse è
è possibile migliorare l’efficienza sui costi di gepiccolo non riuscirebbe a svolgequello di utilizzare una quota
stione per qualificare la spesa e snellire il collo di
re il suo ruolo in modo incisivo,
delle risorse previdenziali
bottiglia degli aggravi burocratici, pur sapendo che
la creazione di una federazione
disponibili per promuovere
nuovi investimenti in grado di
ad oggi le gestioni hanno comunque lavorato in didi intenti aumenta la capacità di
accrescere la redditività
screta economia: i costi complessivi rappresentano
persuasione sui propri iscritti –
soltanto il 10% delle prestazioni e di tali costi la
diffondendo una più solida culmetà è rappresentata da voci rigide, vale a dire tastura previdenziale del risparmio
se e spese vive necessarie.
– dimostrando la concreta incli«L’appuntamento di un protocollo d’intesa è una tappa nazione di una cassa a lavorare per aumentare le opporimportante perché rappresenta l’opportunità concreta – tunità di lavoro così da permettere ai propri iscritti di
sottolinea Fausto Amadasi, Cassa geometri – attraverso contribuire in modo maggiore e ritrovarsi una pensione
la condivisione delle informazioni, di offrire servizi anco- più congrua al momento opportuno. Fare rete può esra più ampi agli iscritti e un supporto nel miglioramento sere il mezzo per permettere ai propri iscritti di avere
delle loro possibilità di incidere sul mercato».
abitudini più responsabili ed essere a fine carriera più
Questo è l’aspetto che costituisce uno dei cuori del soddisfatti del loro assegno pensionistico. ◘
protocollo: «condividere le pratiche
migliori – nota Florio Bendinelli, Cassa
periti industriali – va
nella direzione di una
Da una prima analisi di
della Cassa periti industriali
fattibilità è emerso che
in grado di operare
dalla sinergia è possibile
L’Eppi ha scelto di affidare alcuni servizi all’esterno in modo
nell’interesse dei liconsapevole. Questa opzione ha alcune conseguenze impormigliorare l’efficienza sui costi
tanti: anzitutto l’Eppi si avvale di una struttura molto leggera,
professionisti. di gestione per qualificare
che equivale a 21 dipendenti di cui 16 sono giovani, tra i 31 e
E se questo significa
la spesa e snellire il collo
i 40 anni, e 2 giovanissimi under 30. In secondo luogo, l’Eppi
di bottiglia degli aggravi
ha imparato a governare e controllare quanto avviene presso i
fornitori cui è affidato l’outsourcing e, nel contempo, è in grado
disponibili per creare
di confrontarsi con i consulenti esterni.
condizioni e opporQuesto significa la logica conseguenza di investire sul persotunità di lavoro minale sia per le competenze al momento dell’ingresso (circa il
gliori, l’aumento del
50% è laureato) sia, successivamente, investendo sulla formazione, vuoi quella più generalista (comunicazione, utilizzo
reddito personale garantisce la possibilità di contribuire
dei normali strumenti operativi Microsoft, analisi dei processi
in modo più sostenuto e dunque aumentare la propria
ecc.) e vuoi quella più specialistica (finanza, sicurezza inforpensione».
matica ecc.). ◘
O FEDERAZIONE
Il consumo è un «concetto feticcio» o generico, utilizzato come testa di turco per polemiche improduttive o
per operazioni mercantili di cui noi stessi quotidianamente ci nutriamo; uno strumento che ha la particolarità
di bloccare il discorso, irrigidendo il colloquio in un atto di reazione emotiva. (U. Eco, Apocalittici o integrati,
Introduzione, 1964).
e possiamo provocare il lettore, l’idea di federazione
o di supercassa ha avuto nel tempo il suo ruolo di
«concetto feticcio», vale a dire di idea utilizzata un
po’ per sospendere qualsiasi discorso sulla possibilità
di considerare l’eventualità di governance comune tra le 20 realtà che compongono la previdenza privata italiana. Dunque, il
confronto si è radicalizzato.
A ben vedere la posizione in campo più netta a favore di una
fusione, pur tra gestioni separate, è quella sostenuta da chi preconizza un futuro piuttosto grigio se le cose non cambiassero.
« Il mio punto di vista è che sin da adesso sarebbero necessari
processi di accorpamento fra le casse – dice Giuliano Cazzola, deputato del Pdl e vice presidente della Commissione lavoro
– per raggiungere il traguardo di una maggiore efficienza gestionale attraverso economie di scala e di scopo con accordi di tipo
cooperativo che prevedano l'utilizzo congiunto di strutture e
di attività di servizio». Qual è il rischio, altrimenti? Le casse di
previdenza non prevedono forme di solidarietà oltre i confini
di ciascun ordine o albo professionale. L’istituzione di una Supercassa delle professioni consentirebbe, invece, di compiere
quell'operazione che è a base e a garanzia del sistema e dei modelli di previdenza obbligatoria: il bilancio unitario. «Con questo
strumento di pianificazione – continua Cazzola – potremo, a
seconda delle condizioni determinatesi nei diversi mercati del
lavoro, trasferire le risorse eccedenti in una particolare gestione
ad altre in difficoltà, in un contesto tendenzialmente di regole
comuni». In buona sostanza, dato che il sistema professionale è
estremamente fluttuante nel rapporto tra ingressi ed uscite, e
dato che l’evoluzione tecnologica è implacabile, un sistema casse potrebbe scongiurare il rischio crack di alcune gestioni magari improvvisamente colpite da un calo irreversibile di iscritti.
L’idea è esportare anche per il mondo della previdenza privata
il modello solidaristico della Gestione separata Inps: «quello che
tiene insieme, pur nella diversità, artigiani, commercianti, lavoratori dipendenti, dirigenti e collaboratori, non si vede perché non
possa valere anche per gli avvocati, gli ingegneri e i medici». Magari iniziando – come abbiamo osservato in precedenza – dalle
casse di nuova generazione, istituite nel 1997, per le quali sono
disposte le medesime regole di calcolo pensionistico.
ll’approccio di Cazzola, corrispondono, con un continuo
crescendo, una serie di risposte ed atteggiamenti da parte
dei diversi soggetti che partecipano al tavolo della previdenza
privata. In buona sintonia con il parlamentare Pdl la posizione
I catastrofisti non vedono un futuro roseo se le Casse dovessero
rimanere autonome le une dalle altre. Diventerebbero meno
efficienti e soprattutto non esisterebbero forme di solidarietà tra le
gestioni private: dunque qualcuna rischierebbe di andare a gambe
all’aria. I positivi, invece, vedono difficile innestare differenti realtà
una nell’altra, a rischio di squilibrare sistemi virtuosi che possiedono
un asse solido ma molto sensibile. Ma forse esiste una terza via
dell’attuale ministro del Welfare Elsa Fornero, che in audizione alla Commissione bicamerale lo scorso ottobre ha rinnovato «l’auspicio alla fusione fra le casse previdenziali, innanzitutto
quelle dei ragionieri e dei dottori commercialisti, che condividono il medesimo ordine professionale». Il ministro sembra qui
disegnare un percorso graduale di avvicinamento, che parta da
coloro che hanno similarità più spiccate per poi coinvolgere le
altre realtà previdenziali.
Levata di scudi, invece, da parte del presidente dell’Associazione che raccoglie le casse di previdenza private (Adepp), Andrea Camporese, il quale in modo netto sostiene con forza
il principio della specificità. «Credo giusto che l’autonomia di
tutte le casse dei professionisti venga rispettata e non erosa
continuamente: vogliamo essere davvero privati nel rispetto
della stabilità dei conti. Offriamo trasparenza e sostenibilità di
lungo periodo, come attestano i bilanci tecnici che sono stati
consegnati lo scorso 30 settembre, ma chiediamo rispetto del
nostro profilo di privatizzazione». Il punto su cui la posizione di
Camporese insiste è quello di sottolineare la capacità di autogoverno del singolo ente nel definire quel sistema di regole che
siano aderenti alla realtà di ogni professione. In qualche modo,
la specificità della storia e delle caratteristiche di ogni ambito
renderebbe difficile, e forse improduttivo, adottare un sistema
unico, perché significherebbe scardinare quanto di buono esiste
per imporre un super sistema che forse funzionerebbe male
nelle singole realtà.
dimostrazione di ciò, moltissimi enti di previdenza hanno
attuato un processo di riforma, trasformando i sistemi di
partenza «a retributivo» in sistemi misti, personalizzandoli ►
■■Rete per i servizi , ma la Cassa deve essere autonoma
A colloquio con Renzo Guffanti, presidente Cassa commercialisti
D. Sinergie, federazione o fusione?
R. Il gap insormontabile di una fusione
a posteriori tra casse professionali
richiama le specificità delle singole
gestioni previdenziali. È certamente problematico immaginare di accorpare tra
loro enti nati in momenti storici diversi
e con un personale vissuto previdenziale
alle spalle. Dobbiamo, più che altro,
cercare di trovare una linea comune
che ci permetta di fare massa critica allontanando però l’ipotesi di
fusioni soprattutto per evitare confusioni tra patrimoni che, non senza
difficoltà, sono stati accumulati dalle singole categorie.
D. Presidente, lei ritiene utile immaginare forme di sinergia tra le
casse dei professionisti?
R. Ribadisco, se per sinergie intendiamo forme di collaborazione in
grado di portare vantaggi all’intera platea delle professioni, allora
ben vengano. Anche creando un «tesoretto» a favore degli associati,
che resti tale e non finisca per salvaguardare invece le casse dello
D. Lei ritiene che magari solo alcune di esse possano federarsi, ad
esempio gli enti di previdenza privati del settore tecnico piuttosto che
del settore giuridico?
R. Al di là della natura delle singole casse, oggi è più facile immaginare una unificazione tra gestioni con sistemi previdenziali omogenei e una struttura demografica e patrimoniale molto simile, come
possono essere le casse originate con il decreto legislativo 103/96.
Le maggiori specificità delle casse storiche, invece, acuirebbero
sicuramente i conflitti tra le gestioni, alimentando rischi patrimoniali
in caso di shock demografici individuali.
D. Lei ritiene che alcuni aspetti del sistema previdenziale della sua
Cassa possano rappresentare un elemento di coesione per altre realtà, pubbliche o private?
R. Ci sono elementi del nostro disegno previdenziale che in un certo
senso hanno preceduto le modifiche normative del legislatore su scala nazionale: le proiezioni attuariali a 50 anni sono state sviluppate
in passato da modelli interni, i nuovi coefficienti di trasformazione
sono stati approvati già nel 2008.
D. Lei ritiene, infine, che l’autonomia di cui godono le casse di previdenza debba essere in qualche misura ripensata?
R. Le casse oggi si vedono riconosciuta un’autonomia «nominale».
Più che ripensata, alla luce delle ricorrenti ingerenze politiche,
l’autonomia gestionale, organizzativa e contabile andrebbe disegnata
all’interno di un frame definito per agire in un progetto dagli obiettivi
condivisibili e raggiungibili. Dietro la realizzazione di un’autonomia
forte non vi sarà mai, per il nostro profondo senso di responsabilità,
l’idea di privatizzare i rischi e di socializzare le eventuali perdite,
come inopinatamente paventato da qualcuno. ◘
► nelle loro singole realtà. Così la riforma per i medici ha
puntato sull’aumento dell’età lavorativa, innalzando il limite
per andare in pensione, quella per architetti e ingegneri ha
cercato di favorire decisamente le generazioni più giovani,
quella per gli avvocati ha dovuto mediare il conflitto quasi
generazionale che si era aperto all’interno della categoria,
ad esempio stabilendo un «contributo di solidarietà» a carico dei pensionati che proseguano l’attività professionale
di ben il 7% a favore dei giovani professionisti. Insomma
non c’è dubbio che il mondo previdenziale privato ha
scacciato con i fatti l’eventualità di una supercassa come
soluzione ad un possibile commissariamento delle singole
gestioni, proprio perché queste stesse hanno saputo proporre bilanci tecnici sostenibili a 50 anni adattandoli alle
loro singole realtà. «Cosa che forse non sarebbe successa
– chiude Camporese – se ci fosse stato imposto un modello unico dall’alto».
possibile, però, che la contrapposizione muscolare di
vedute, ad esempio tra Cazzola e Camporese, lasci
però una zona per immaginare qualcosa di diverso. Molti
presidenti si dichiarano aperti alle sinergie, ad esempio anche lo stesso Guffanti, neo presidente della previdenza dedicata ai commercialisti, anche se poi Guffanti stesso chiude sulla possibilità di ulteriori sviluppi. Florio Bendinelli,
presidente Cassa periti industriali, invece è favorevole a
ragionare a forme di federazione, «sistemi dove le gestioni
rimangano separate, certamente perlomeno in un primo
momento, ma si parli una lingua comune, se possibile anche a livello di gestioni previdenziali», anche perché forse
bisogna ragionare su sistemi di welfare dove pubblico e
privato incomincino a guardarsi.
Se l’unica modalità di relazione tra Inps e casse di previdenza rimane quella dell’attrazione delle une nel sistema
pubblico il confronto resta sterile, mentre potrebbe essere un passo avanti guardare ad una previdenza dove le
realtà si potrebbero integrare. «Mi piace pensare al modello svedese, dove esiste un piedistallo pensione di base
uguale per tutti, che viene rinforzato dalla capacità privata
e personale di risparmio del singolo. Forse quel piedistallo
potrebbe essere pubblico, perché no?». ◘
welfare: Il ricorso alla sanità privata
QUANDO LA SALUTE
Quasi il 40% degli italiani dichiara
di aver fatto ricorso alla sanità
privata e sempre per le stesse
ragioni: no alle file interminabili
e sì a maggiore affidabilità della
prestazione, il che viene sentito come
esigenza maggiore dalla popolazione
più anziana. Insomma, serve una
Il 25 ottobre si è tenuto a Roma l’incontro Nuovi orizzonti del welfare, organizzato dall’Emapi (Ente di mutua
assistenza dei professionisti italiani), con al centro del
dibattito una modalità di un sistema welfare maggiormente efficace, dove accanto all’intervento pensionistico ci sia l’attenzione verso forme di sanità agevolata.
Sono state discusse diverse esperienze a confronto, ma
soprattutto il focus è andato sulle forme di Ltc, cioè di
assistenza a protezione della non autosufficienza.
on tutti gli italiani si fidano del loro sistema
sanitario pubblico. I dati del Rapporto Censis del 2012 mostrano che quasi il 40% dei
cittadini del Belpaese dichiara di avere fatto
ricorso alla sanità privata per almeno una
prestazione e i più inclini a tale scelta sono soprattutto le
donne (quasi il 42%) e comprensibilmente le persone in
età decisamente adulta o anziana: gli adulti di età 45-64
anni (42,5%) e gli anziani (40%).
Il fenomeno ha ancora le caratteristiche di un comportamento dagli aspetti elitari e questo avrà una sua importanza per quello che diremo più avanti. Infatti sono le
fasce che vivono nelle zone più ricche e più istruite che
compiono la scelta del privato, come dimostra il fatto che
sono residenti al Nord-ovest (41,6%), cioè nella locomotiva economica dell’Italia, nei comuni medio piccoli tra
10mila e 30mila abitanti (il 42%) dove appunto la percezione della qualità della vita è sentita come un valore e
sono per il 42% laureati.
Questi dati devono essere incrociati con la percezione,
sempre più comune, di un abbassamento del livello di
protezione della pensione al momento di fine carriera. Il
problema, meno sentito dalle nuove generazioni, inizia
però ad affacciarsi in media dai 40 anni in su, per quella
fascia di popolazione che appunto si mostra già sensibile
al raggiungimento dei livelli minimi di protezione in caso
di malattia. Anche questa è una novità, perché prima
questo grado di consapevolezza di una possibile fragilità
di salute sorgeva più avanti negli anni, ma fino a qualche anno fa l’assegno pensionistico era decisamente più
pesante. D’altronde, non dobbiamo stupirci: gli over 40
saranno coloro che sentiranno per primi le conseguenze
di pensioni più leggere, per lo meno la metà rispetto alla
media odierna, facendo aprire una questione di come potersi garantire una assistenza sanitaria efficace, tanto più
davanti ad un innalzamento della aspettativa di vita.
Quindi, da questa prima panoramica emergono tre certezze: la sanità privata è disponibile solo per una fascia
con delle caratteristiche molto marcate, la prospettiva di
pensioni meno congrue renderà difficile uno standard di
cura accettabile quando sarà più necessario e la prospettiva di allungamento della vita media porta quasi alla
nascita di una «quarta età» sicuramente più bisognosa di
attenzione sanitaria. Ma gli aspetti da valutare non sono
finiti qua.
□□Perché la sanità privata?
Riguardo alla tipologia di prestazioni, sempre dal Rapporto Censis emerge che il 71% di coloro che hanno
utilizzato la sanità privata lo ha fatto per una visita medica, il 23,2% per analisi e radiografie e il 4,6% per un
intervento chirurgico. Questo è comprensibile – la percentuale di ricorso a grandi interventi chirurgici è più bassa
di semplici analisi o indagini diagnostiche – e rende il
ricorso all’intervento privato molto più normale di quanto
forse ci aspetteremmo: chi se lo può permettere non ricorre a strutture private solo nell’emergenza dell’intervento,
ma anche per un controllo magari di qualità. Questo ci fa
spostare sull’aspetto delle ragioni: perché mai rivolgersi a
strutture che non appartengono alla sanità pubblica?
Il 61,6% degli intervistati che ha fatto ricorso alla
sanità privata ha richiamato come ragione della propria
scelta la lunghezza delle liste di attesa per l’accesso nel
settore pubblico; il 29,6% invece dichiara di essersi rivolto a strutture o operatori che gli erano stati segnalati da
persone di fiducia; quasi il 21% dichiara che nel privato
ha potuto scegliere il medico per farsi curare ed il 20,6%
invece è convinto che «pagando si è trattati meglio». ►
■■ tc dal
Dal 1¯ novembre 2012 è attiva la copertura sanitaria
Ltc (Assistenza di lunga degenza) interamente a carico
dell’Eppi e gratuita per gli iscritti: la tutela assicura una
rendita mensile di 612 euro in aggiunta alla pensione a
coloro che sono colpiti da patologie fortemente invalidanti (come ad esempio il Parkinson o l’Alzheimer) che
riducono in modo importante la qualità della vita.
Rispetto ad analoghe proposte offerte da altre compagnie, l’assicurazione garantita dalle Generali con Emapi
richiede parametri decisamente più favorevoli per definire la condizione di non autosufficienza. I criteri per i
pazienti si riferiscono alla perdita di sole 3 Adl (Activities of Daily Living) su 6, rispetto alle 4 su 6 ordinariamente considerate, dove Adl sta per capacità di lavarsi,
vestirsi e svestirsi, nutrirsi, spostarsi, andare al bagno e
■■ heck up per la oscana
La Federazione toscana dei collegi dei periti industriali
(Firt) ha stipulato con l’Istituto ricerche cliniche Manfredo Fanfani di Firenze una convenzione per un checkup diagnostico di laboratorio, a favore di tutti gli iscritti
ai collegi Firt. La convenzione prevede quattro percorsi
differenziati per età e per genere del soggetto che accede
al controllo e comprende prelievi di campioni biologici
con relativi esami, due esami
di diagnostica vascolare, due
esami eco-radiografici e cinque visite specialistiche.
Il percorso sarà guidato da
un medico specialista coordinatore e il tutto si concluderà nell’arco della mattinata
ad un costo di poche decine
di euro in più rispetto al costo del contributo a carico
dell’assistito per gli stessi accertamenti fatti in convenzione con il Servizio sanitario nazionale.
► Le ragioni del ricorso al privato sono quindi sostanzialmente quelle tradizionali, caratterizzando un vero e
proprio punto critico per il sistema sanitario nazionale:
lunghezza delle liste di attesa come ragione primaria e
affidabilità fiduciaria ad una equipe privata poiché percepiamo la dimensione dell’importanza dell’intervento.
È interessante anche la capacità che ha la sanità privata
di aderire alla qualità della vita di chi deve sottoporsi
a visite oppure a semplici analisi cliniche: ad esempio
alcuni propendono per il privato perché hanno potuto scegliere il medico, mentre in altri casi gli intervistati sono
convinti che il privato garantisce maggiore flessibilità di
Il giudizio sulle prestazioni erogate dalla sanità privata
è positivo, poiché, in una scala da 1 (minimo voto) a 10
(massimo voto), il voto medio risulta pari a 8,2; peraltro
il voto positivo risulta sostanzialmente diffuso in tutte le
aree considerate.
È piuttosto sull’aspetto economico che, invece, i cittadini risultano meno contenti del privato: infatti, oltre il 55%
degli intervistati considera il prezzo pagato per la prestazione come troppo alto, anche se il 43,6% lo valuta come
giusto e solo l’1% lo considera basso. La percezione di
prezzi troppo alti è condivisa trasversalmente nel corpo
sociale e nei territori: in alcune aree raggiunge anche il
58%, mentre in altre si ferma al 52,4%.
□□Perché l’assistenza sanitaria integrativa?
Dunque, abbiamo capito chi spende in sanità privata,
sappiamo per quale ragione compie la scelta, sappiamo
che si dichiara soddisfatto della qualità mentre meno del
prezzo, anche perché il carico è sulle spalle del singolo
cittadino. La spesa privata sulla sanità in Italia, infatti,
corrisponde a circa un quarto (22,12%) dell’intera spesa
sanitaria (dato 2009), ma per quasi il 90% proviene dalle
tasche di chi se ne avvale: 88,9% è out of pocket.
Questa tendenza è tutta italiana: lo strumento mutualistico e assicurativo ovviamente potrebbe costituire la risposta, in quanto apre la strada al versamento di una somma
annuale che fornisca la possibilità di essere sostenuti nella
spesa sanitaria. Questa opzione, appena al 10% in Italia,
si attesta ben al 60% in Francia e al 40% in Germania,
cioè anche in paesi dove lo stato sociale è più solido,
perché vige un principio di spesa sanitaria diversificata.
O meglio, si tratta di razionalizzare la spesa sia a livello
del singolo utente (la struttura pubblica non è sempre la
risposta migliore) sia a livello di pianificazione nazionale,
proprio perché la finanza pubblica non è in grado di coprire per qualità tutti gli interventi possibili.
Emapi, ad esempio, è l’associazione costituita da otto
enti di previdenza privati con la finalità di studiare e
fornire forme di assistenza, anche sanitaria, a favore degli
iscritti degli enti associati.
Costituita 10 anni fa, oggi fornisce prestazioni a circa
170.000 professionisti e dal 2007 si occupa, nello specifico, di prestazioni di assistenza sanitaria integrativa.
Poter contare su una massa critica importante permette
ad Emapi di garantire una copertura, a costi molto contenuti (46 euro), nel caso in cui un iscritto si trovi a soNovembre - Dicembre
stenere le spese sanitarie di grandi interventi chirurgici e
gravi eventi morbosi. Questa formula permette che l’Ente
di previdenza periti industriali la fornisca gratuitamente
a tutti i suoi iscritti professionisti attivi, assumendosi la
spesa complessiva della polizza.
Dunque, l’utilità della mutua permette di garantire un
sostegno davanti a quella che normalmente si chiama una
«spesa catastrofica» sanitaria, cioè il dover affrontare un
evento legato alla salute che può mettere a repentaglio la
stessa vita di una persona. Davanti a questa eventualità
– che in Italia tocca circa il 3% delle famiglie – Emapi
garantisce una tutela completa, inserita nell’iscrizione ad
Ovviamente Emapi offre anche la possibilità di ampliare
la copertura al professionista e anche ai suoi familiari,
con formule questa volta a carico del singolo utente consultabili al sito www.emapi.it. Ma al nostro ragionamento
manca ancora un tassello.
□□La tutela della non autosufficienza
Emapi ha attivato per i suoi iscritti dal 1 novembre
2012 una copertura che si pone l’obiettivo di integrare
le prestazioni previdenziali a favore di quei professionisti
che si trovino in condizioni di non autosufficienza e dunque di particolare difficoltà. La non autosufficienza rappresenta, infatti, una condizione di gravissimo disagio che
purtroppo si va sempre più diffondendo ed aggravando in
relazione sia ai mutamenti sociali in atto che alla riduzione degli interventi pubblici nel settore assistenziale.
La polizza Ltc (assistenza di lunga degenza) interviene
quando la persona è impossibilitata a compiere alcune
funzioni fondamentali della vita quotidiana e garantisce
una rendita mensile di 612 euro. Questa rappresenta una
soluzione innovativa che si pone l’obiettivo di alleviare le
difficoltà del professionista e della sua famiglia: il perito
industriale non autosufficiente disporrà così delle risorse per un intervento infermieristico professionale a casa
propria o nel luogo di ricovero, oppure delle risorse per
dotarsi di strumenti di cura e di intervento terapeutico.
D’altronde le previsioni tendenziali dell’Unione Europea
non prefigurano nulla di buono e indicano un costante
incremento del fenomeno della non autosufficienza che
nel periodo 2008–2040 dovrebbe registrare un aumento
nell’area europea del 162%, con un incremento di spesa
che passerebbe dallo 0,4 allo 0,8% del Prodotto interno
lordo. Insomma una bomba ad orologeria.
La copertura Ltc, tramite Emapi, è interamente a carico dell'Eppi e dunque fa parte del pacchetto di benefici
aggiuntivi che l'ente di previdenza mette a disposizione.
Emapi, infatti, ha «acquistato» da Generali la copertura
a costi molto competitivi (tra i 20 e i 30 euro all’anno),
permettendo all’Eppi di garantirla gratuitamente a tutta la
platea di periti industriali liberi professionisti.
Sia la polizza Ltc, sia l’assicurazione contro grandi
interventi chirurgici e gravi eventi morbosi, sono casi
concreti di come avvalersi della sanità privata in modo
razionalizzato e senza gravare sul proprio portafoglio,
attraverso delle convenzioni che agevolino il peso della
prestazione. ◘
Emapi è l’associazione costituita da otto enti di previdenza
privati con la finalità di studiare e fornire forme di assistenza a favore degli iscritti degli enti associati. Dal 2007 eroga
prestazioni di assistenza sanitaria integrativa e dal 2010 è
iscritta all’anagrafe dei Fondi sanitari del Ministero della
salute, rientrando nei parametri previsti.
Gli enti privati di previdenza aderenti ad Emapi sono la
Cassa a favore dei biologi (Enpab), dei consulenti del lavoro
(Enpacl), la Cassa italiana geometri (Cipag), degli infermieri (Enpapi), la Cassa del Notariato, dei periti industriali
(Eppi), la pluricategoriale (Epap) e quella a favore degli
psicologi (Enpap).
Identikit dei principali
utilizzatori della sanità privata
42,5% 45-64
42,5% Laureati
42% Residenti in Comuni con
10-30mila abitanti
41,8% Donne
41,6% Residenti
Totale sul campione 38,1%
Territorio: Gli Ordini si incontrano a Trento
Nei tre giorni di Festival abbiamo
raccolto le voci di protagonisti ed
esperti su quello che va e non va
nel mondo dei liberi professionisti.
Il malcontento è diffuso, ma – per
fortuna – anche la voglia di rilanciarsi
e di cambiare. Si avverte una nuova
consapevolezza: nessuno chiede
aiuti dal cielo e tutti sono certi che è
possibile uscire dalla crisi puntando
sulle proprie forze
Angelo Conte e Ugo Merlo
ono quasi un sesto del Pil e vogliono contare
di più: i professionisti iscritti negli albi e negli
ordini sono un vero e proprio esercito, spesso,
troppo spesso, ignorato dal dibattito politico legato
alla ripresa. Eppure, proprio da loro può arrivare
un segnale decisivo per coniugare merito e competenze, due
elementi chiave per dare all’Italia una marcia in più in quella
corsa a ostacoli che va portata fino in fondo se vogliamo
tornare nel campo delle nazioni che hanno un’economia in
crescita. Il messaggio è arrivato forte e chiaro dal primo
Festival nazionale delle professioni che si è tenuto tra il
18 e il 20 ottobre a Trento. Un festival voluto con forza
dal GiPro, il tavolo dei giovani professionisti del Trentino,
coinvolgendo personaggi come la giornalista trentina della
Rai Maria Concetta Mattei o Marina Calderone, presidente
nazionale del Comitato unitario permanente degli ordini e
Molti gli spunti e le parole chiave del festival, da meritocrazia a unità, da ricostruzione a rinnovamento, perché, come
hanno spiegato i promotori, i professionisti vogliono essere
utili al Paese, proponendosi come interlocutori della politiNovembre - Dicembre
professioni ...
ca per fare le riforme e non contro di esse. Il Festival ha
quindi evidenziato come le professioni ordinistiche nel nostro
Paese siano una delle forze vitali e di sostegno dell’economia, rappresentando il 15% del Pil con 2 milioni 122 mila
professionisti iscritti ad ordini ed albi. Ma ad essi manca
il giusto riconoscimento da parte del mondo della politica.
Aspetto che si è evidenziato proprio in chiusura di Festival.
Era atteso il viceministro Michel Martone che, all’ultimo
momento, ha disdetto l’impegno. Una defezione che, seppur
lenita dal messaggio di saluto inviato, ha prodotto amarezza
nei giovani organizzatori.
Tra i punti di forza delle libere professioni, in un’epoca
dove va di moda la parola rottamazione, brutta soprattutto
quando è rivolta alle persone, c’è, appunto, la pattuglia di
giovani del GiPro, i Giovani professionisti trentini che hanno organizzato un evento – primo e unico in Italia – con
una serie di incontri, dibattiti e mostre sui temi riguardanti
l’attività e le prospettive future delle professioni ordinistiche.
Professioni il cui raccordo non è facile essendo suddivise in
tre grandi aree: giuridiche, sanitarie e tecniche. Se la politica
nazionale non si è presentata, il mondo della politica trentina,
con l’assessore provinciale al Commercio, industria e artigianato Alessandro Olivi ha dato il suo importante contributo e
chiarito che il Trentino può rappresentare, grazie all’autonomia
di cui gode costituzionalmente, un terreno di sperimentazione
particolarmente adatto a progetti pilota anche nel settore delle
libere professioni. E forse non è un caso che nella città dove
da alcuni anni si svolge un importante Festival dell’economia
sia nato anche quello delle professioni.
Tema della tre giorni trentina è stato il ruolo delle professioni e dei professionisti all’interno del sistema sociale,
politico ed economico nazionale, introdotto da una domanda
– provocatoria – con la quale si sottintendeva la necessità di
confrontarsi e di elaborare ipotesi per soluzioni e riforme condivise: «Professioni: sono utili al Paese?». In questo modo,
seppur dalla periferia italiana, è giunto il segnale che ordini
e collegi sono aperti al confronto ed hanno cercato, attraverso il Festival, di farsi conoscere, dimostrando di non essere
delle corporazioni, mettendosi in gioco e come ha affermato
Alessia Buratti, la presidente del comitato organizzatore: ►
► «Per crescere ancora di più e migliorare, ma anche far
comprendere tutte le competenze, i servizi e i contributi – anche in termini di valori e di tutela – che i veri professionisti
sono in grado di dare alla società».
A dimostrazione della ricerca di sguardi diversi sul proprio
mondo, il Festival si è aperto a contributi come quello del
sociologo Aldo Bonomi, che ha focalizzato l'attenzione sulle
donne, vere e proprie acrobate della vita, capaci di coniugare
lavoro e famiglia, e sui milioni di professionisti non riconosciuti da albi o ordini. Non si è trattato quindi di un evento autoreferenziale, ma di un significativo approfondimento
rivolto alla società civile, che ha bisogno di questo esercito
«giovane». L’età media dei professionisti è di 45 anni, dovuta all’incremento di giovani iscritti degli ultimi 10 anni,
mentre, l’età media della classe dirigente italiana impegnata
nella politica, nell'economia e nella pubblica amministrazione
è di 59 anni.
Dal Festival, dunque, è arrivato un impegno per dare un
futuro ad un Paese e ad una Europa in cerca di soluzioni.
Non solo, dunque, per uscire dall’attuale fase congiunturale,
ma per essere protagonisti sugli scenari mondiali, pur nel
quadro della crisi delle economie dell’Occidente. ◘
Abbiamo perduto troppo tempo sotto l’insegna della deregulation, prima causa
del crack finanziario e della depressione che ancora ci soffoca.
C’è ora bisogno di ripensare all’economia accompagnandola con robuste dosi di etica
omanda. Nel suo appassionato intervento all’apertura del Festival
delle professioni lei ha fatto un
forte richiamo all’etica professionale.
Risposta. L’etica professionale è ciò che
distingue le professioni dall’attività di impresa. Quest’ultima legittimamente persegue e deve perseguire il profitto per i
propri investitori senza preoccuparsi di altri
aspetti. Il professionista invece deve fornire un servizio di qualità che tenga conto
delle esigenze del cittadino e lo aiuti ad
effettuare la scelta migliore per sé, non per
Più volte emerge il tentativo di equiparare il professionista all’impresa. Ma se non
è in discussione il fatto che anche i professionisti facciano parte del mondo economico e quindi siano ad essi applicabili
alcune delle norme che regolano il mercato, per altro verso si deve tenere conto
che i professionisti svolgono una funzione
di mediazione essenziale tra il cittadino, il
mercato e le regole, che altro non sono se
non ciò che lo Stato, la comunità, ritengono essenziali per una convivenza civile
D. Nella società italiana si dice ci siano troppe regole e c’è chi spinge anche in
nome delle liberalizzazioni per cancellarne
qualcuna. Corriamo il rischio di una deregulation?
R. È vero che in molti campi ci sono
regole troppo dettagliate ed a volte farraginose e non c’è dubbio che sia necessaria
una razionalizzazione delle regole e delle
leggi. Quello che stupisce però è che si
parla di liberalizzazioni quasi esclusivamente in tema di professioni; e questo come
se fossero le professioni che intralciano il
mercato, la crescita del Pil, l’ingresso dei
giovani nel mondo del lavoro; quando tutte
le ricerche sul campo dimostrano che le
professioni italiane sono le più aperte e le
più numerose d’Europa e forse del mondo
in proporzione al numero degli abitanti. Il
tema non mi pare sia quello delle lenzuolate e delle liberalizzazioni, che oggettivamente favoriscono i poteri forti, banche e
assicurazioni, che sono in grado di imporre
la loro forza economica, quanto piuttosto
quello del ruolo degli ordini, dei loro poteri, del loro effettivo controllo sulla qualità
del servizio prestato dai loro iscritti. Ecco,
forse in passato gli ordini sono stati poco
attenti alla necessità di fare pulizia in casa
loro, in questo non sempre aiutati dalla
magistratura nel confermare le sanzioni ai
colleghi che vengono meno ai loro obblighi deontologici.
D. Una sua forte affermazione è stata «se
ci fosse stata in America la regolamentazione che abbiamo in Italia, non ci sarebbe
stata la crisi». Ce la può spiegare?
R. In realtà, la crisi ha cause molto
più complesse, perché riguarda la aggressività predatoria della finanza che gioca
sulle differenze di valore anche minime,
spostando risorse immense e creando ricchezza fittizia, di natura ben diversa da
quella generata dall’attività produttiva. In
questo modo si accaparrano risorse in una
parte del mondo spostandole repentinamente in un’altra: globalizzazione e tecnologia
consentono così di concentrare in mano a
pochi le decisioni vanificando pertanto tutte le teorie classiche circa la capacità del
mercato di autoregolarsi: siamo in presenza
di ristrette oligarchie finanziarie.
Quello che non ho detto io, ma che ha
scritto in un suo libro un candidato al
Nobel dell’Economia come il professor Robert J. Shiller è che se nei mutui subprime
anche negli Stati Uniti il cittadino fosse
stato assistito e garantito da un soggetto
imparziale come il notaio di diritto latino,
le banche non avrebbero potuto imporre
condizioni che quasi in partenza si sapeva
avrebbero determinato la perdita della casa
per i mutuatari.
D. Lei ha detto che l’Italia non è tra i
Paesi con il maggior numero di regole, potrebbe fornirci qualche dato?
R. Da un recente studio della Direzione
generale del mercato interno e dei servizi
della Commissione europea, pubblicato in
gennaio 2012, con il titolo Study to provide
an inventory of Reserve of Activities linked to
professional qualifications required in 13 EU
Member States ad assessoring their economic
impact, agevolmente reperibile in internet,
risulta che l’Italia non è tra i Paesi che
hanno maggiori vincoli regolatori e in taluni settori è addirittura con meno vincoli
dell’Inghilterra, Paese notoriamente liberista. Se poi andiamo a vedere la situazione
delle professioni, troveremo che il numero
dei professionisti nel nostro Paese è di
gran lunga superiore a quello di molti altri
Paesi europei. Infine, per quanto riguarda
gli ordini e le riserve di competenze, non
posso non rilevare che nell’Unione europea
esistono 800 professioni regolamentate e
che in un Paese certamente non conservatore come il Canada vi sono 52 professioni
regolamentate con 25 riserve di competenze. Se poi andiamo a vedere le regole
deontologiche di alcune delle associazioni
professionali del mondo angloamericano,
dove gli ordini non esistono, vedremo che
gli obblighi relativi al comportamento, al
decoro della professione, ai propri doveri
di rispetto del cliente e degli altri professionisti sono estremamente rigorosi. Si
pensi che le norme di ammissione della
Bar Association americana, la potentissima
associazione degli avvocati, prevedono anche un esame di attitudine morale.
D. Nel panorama socioeconomico italiano le professioni ordinistiche, pur rappresentando oltre 2 milioni di persone e contribuendo per il 15% del Pil, non hanno
voce in capitolo sulla politica economica.
Si siedono al tavolo di discussione con il
Governo solo Confindustria e sindacati.
Forse una quarta gamba sarebbe utile al
tavolo e al Paese?
R. Il tema di una rappresentanza unitaria delle professioni è un punto dolente
che incide sulla capacità delle professioni
stesse di farsi ascoltare dal mondo politico
e parlamentare che ha in mano, legislativamente, le sorti delle professioni stesse.
È vero che ci sono molti professionisti in
Parlamento, ma è altrettanto vero che le
professioni non sono mai riuscite ad esprimere una rappresentanza sufficientemente
coesa ed unitaria. ◘
Riparte il Coordinamento Nazionale della Stampa dei Periti Industriali
Ad un anno e mezzo dall'ultimo incontro tenutosi presso la Reggia di Caserta, riparte
il progetto di comunicazione dei periti industriali. Riuniti presso la sede dell’Eppi,
promotore dell’iniziativa con il pieno appoggio del Cnpi, oltre trenta presidenti,
accompagnati dai loro referenti per la comunicazione, hanno animato il dibattito
introdotto dagli interventi di Gianni Scozzai del Cig di Eppi e del presidente del Cnpi
Giuseppe Jogna.
Dal dibattito conseguente è scaturito il progetto editoriale che coinvolgerà un gruppo di
referenti territoriali, il Coordinamento della stampa e comunicazione. Si costituirà così
una rete in grado di comunicare coi media locali ed agire da ponte dinamico tra base
e vertici della categoria, diffondendo nella società civile la figura del perito industriale
quale eccellenza tecnica e professionale su cui contare per una ricostruzione
economica del Paese e facendo crescere tra gli iscritti la cultura previdenziale.
Primo obiettivo: il corso di scrittura giornalistica e comunicazione, per migliorare le
competenze specifiche dei soggetti coinvolti.
Paolo Piccoli è notaio
in Trento dal 1984 ed ha
avuto una posizione di
rilievo nella vita del suo
ordine ricoprendo il ruolo
di consigliere nazionale
del notariato dal 1995 al
1998 con delega agli affari
europei e all’informatica. Ha
promosso la costituzione di
Notartel Spa e della Rete
unitaria del notariato. È stato
vice presidente dal 1998 al
2001 e quindi presidente
del Consiglio nazionale del
notariato dal maggio 2004
fino al 7 giugno 2010. Come
italiana per il Notariato ne ha
ottenuto il riconoscimento
nel 2005 e ha poi ricoperto
nello stesso anno la carica di
notariati dell’Unione europea.
Durante i suoi mandati
sono stati attivati la
formazione continua, la
struttura di comunicazione,
i tavoli di confronto con i
consumatori, gli sportelli
di consulenza gratuita ai
cittadini sul territorio. In
sede legislativa sono state
ottenute le norme sul «prezzovalore», sull’assicurazione
obbligatoria e la riforma del
sistema disciplinare ed è
stato seguito l’iter normativo
relativo all’introduzione della
La provocazione del sociologo Aldo Bonomi non va sottaciuta: il mondo
delle professioni è come una mela spaccata a metà tra chi è dentro il sistema
ordinistico e chi invece ha solo un numero di partita Iva.
Che fare per pensarli come un unico insieme?
Fondatore e animatore del
Consorzio Aaster (Agenti di
sviluppo del territorio), Aldo
Bonomi è attualmente
editorialista de «Il Sole
24 Ore». Si è occupato di
e dei distretti industriali,
di forme della convivenza
nella società complessa e
del nuovo modello socioeconomico del «capitalismo
molecolare». Tra i suoi libri
recenti: Milano ai tempi delle
moltitudini (Milano 2008);
Il rancore. Alle radici del
malessere del Nord (Milano
2008); Milano nell’Expo.
La città tra rendita e
trasformazioni sociali (Milano
2009); La città che sente
e che pensa. Creatività e
piattaforme produttive nella
città infinita (Milano 2010);
Sotto la pelle dello Stato.
Rancore, cura, operosità
(Milano 2010).
omanda. Al Festival delle professioni ha descritto il mondo delle
professioni ordinistiche come la
metà di una mela: una mezza mela che dovrebbe guardare oltre il proprio castello
e tentare un ricongiungimento con l’altra
metà della mela, quella che rappresenta le
Risposta. Perché, parlando delle professioni, uso il concetto della mela spaccata?
In Italia ci sono oltre 2 milioni di professionisti iscritti negli albi e altri 2 milioni
e mezzo, che si aggirano per il Paese,
nomadi e solitari, senza il riconoscimento
formale di ordini o di associazioni.
Questo produce una mela spaccata, che
non è frutto di cattiveria, ma il semplice effetto del cambiamento globale. Non
c’è dubbio che le professioni liberali, e
soprattutto quelle tecniche, nel secolo passato abbiano costruito la loro identità e la
loro forza in un rapporto biunivoco con
l’industria manifatturiera. Il XXI secolo ha
però fatto esplodere una serie di nuove
professioni variamente intese: alcune possono far arricciare il naso, altre invece
non solo sono di grande dignità, ma stanno allargando a dismisura il campo delle
possibilità e delle opportunità per le nuove
D. A quali professioni pensa in particolare?
R. È sufficiente pensare a tutto il settore
del web, da quello dell’information technology a tutti quei giovani che lavorano
comunicando senza essere iscritti all’ordine
dei giornalisti, per capire la portata del
fenomeno. E di cui l’effetto più visibile,
per capire cosa sta succedendo, è la polemica che c’è attualmente tra la rete e
la televisione. Quindi, partendo da questo
discorso della mela spaccata, a Trento ho
invitato le professioni ordinistiche a non
assediarsi dentro le mura del castello, ma
ovviamente a tener conto anche di chi è
fuori dalle mura.
D. Una bella provocazione?
R. Ho solo voluto dare un consiglio.
Non c’è bisogno di abbattere le mura, né
di fare tragedie, ma bisogna incominciare
ad abbassare il ponte levatoio, incominciare a capire quali nuove connessioni si
presentano in questa terziarizzazione della
Questo perché, da come risulta dalle mie
ricerche, gli uni e gli altri (professionisti
regolamentati e non) hanno spesso gli stessi problemi. Se noi togliamo un segmento
alto e iperqualificato che va per la sua
strada senza troppe difficoltà, oggi come
oggi tutto il mondo delle professioni è
pervaso da una carenza di status, da una
dimensione del lavoro molto precaria e
dall’inesistenza di ammortizzatori sociali in
grado di soccorrere chi si trova temporaneamente senza lavoro. Sono questioni che
non possono più essere affrontate in termini di corporazione, un modo ormai destinato a perdere di fronte all’inarrestabile
avanzata delle liberalizzazioni. È giocoforza avere il coraggio di avviare un percorso
di cambiamento».
D. In questo percorso di cambiamento
c’è un’altra grande questione ancora irrisolta: quella della non facile presenza femminile nelle libere professioni.
R. Questa è una delle vere differenze
tra il XX e il XXI secolo: la femminilizzazione del mercato del lavoro e delle
professioni. Sempre più donne sono dentro
il terziario, dentro gli ordini, le associazioni, dentro le professioni non riconosciute
e qui salta agli occhi un problema in più.
Quello che io ho definito, nell’ambito di
ricerche fatte, le «donne acrobate», cioè
quelle che cercano di tenere assieme il
lavoro autonomo, la consulenza, il lavoro
professionale, i figli e la famiglia, ovviamente con uno stress maggiore.
Ma ciò rimanda al problema che citavo
prima del welfare, di un nuovo impianto
dei diritti da immaginare e da attuare. Le
cose cambiano e noi dobbiamo guidare il
cambiamento, cercando, come si sta facendo qui al Festival delle professioni, di proporre riflessioni e ragionamenti nuovi. ◘
Autonomi sì, ma pensando al Paese. Per l’assessore Alessandro Olivi
la provincia si sta attrezzando per diventare un laboratorio dove
sperimentare un mondo che cambia (come le professioni) e ha bisogno
di nuove risposte da parte della politica
omanda. Cominciamo dallo slogan
del Festival: le professioni sono
utili al Paese?
Risposta. Le professioni sono fondamentali per l’economia italiana, perché non è
solo una questione di contributo al Pil,
anche se quel 15% già da solo basterebbe
a chiudere la bocca ad ogni obiezione.
Le professioni migliorano infatti il livello
qualitativo dell’intero sistema economico,
costruendo intorno ad ogni prodotto delle
imprese una rete di conoscenze e di innovazioni che costituisce un formidabile valore aggiunto e un irrinunciabile vantaggio
competitivo. Sarebbe assai miope da parte
della politica non tenerne conto. In questo
senso le professioni sono lo specchio del
livello di sapere e del grado di specializzazione di un Paese, nel momento in cui
deve fare della qualità il proprio punto di
E allora, avendo come obiettivo tendenziale quello di ricostruire un tessuto economico e di relazioni sociali, è molto importante l’apporto delle libere professioni.
Inoltre socialmente non dimentichiamoci
che le libere professioni sono un settore
al quale guardano ancora con attenzione
numerosi giovani, provenienti dalle nostre
scuole e dalle nostre università.
C’è quindi un impatto anche sull’occupazione e sulle opportunità di lavoro significativo perché il lavoro autonomo deve
essere qualificato e riconsiderato come uno
degli elementi cardine di un Paese anche
coeso oltre che economicamente forte.
D. Come mai le professioni non riescono
ad accedere al tavolo tradizionale con governo, imprese e sindacati?
R. Sono convinto che il fatto che il
mondo delle professioni non sia considerato un interlocutore utile anche per capire
taluni problemi che si possono cogliere
dalla dinamica economica della comunità
sia una lacuna nell’ottica della rappresentatività degli interessi diffusi di un Paese.
Dipende, per altro, da un ritardo di tipo
culturale che ci porta a pensare che le
parti sociali siano ancora quelle tradizionalmente intese, cioè quelle del lavoro.
Da parte del mondo delle professioni però
c’è bisogno di un maggiore protagonismo.
Esse non sono mai state in grado di elevarsi a interlocutore per un elemento che
è un rischio inevitabile in quel mondo e
cioè l’individualismo molto forte. Il libero
professionista è di per sé il portatore di
un interesse personale. Sono, anzi siamo
perché lo sono anch’io, in molti, ma è un
«molti» che non fa massa critica, è un
«molti» che non si traduce nella capacità
di individuare una piattaforma.
C’è da fare sicuramente un’analisi critica
rispetto all’assenza di percezione del valore di questo mondo, però anche questo
mondo deve capire che bisogna superare,
nei confronti dell’opinione pubblica, nei
confronti della politica e delle istituzioni,
l’idea di essere una somma indistinta di
individui e di lavoratori. Bisogna che le
professioni si diano meccanismi di rappresentanza meno frammentata tra le varie
categorie e provino a darsi anche delle
proposte comuni.
D. Il Trentino può essere considerato, anche grazie alla sua autonomia, un luogo di
sperimentazione per promuovere nuovi indirizzi di politica utili anche a quella nazionale? Il Festival delle professioni può dunque diventare uno di questi laboratori?
R. Il Festival è stato un evento molto
importante indipendentemente dai numeri
di questa sua prima edizione.
È stata molto importante l’idea di mettere
le professioni al centro di alcune giornate
di riflessione, di scambio di opinioni e di
confronto con le istituzioni. Voglio pensare
che questo di Trento non sia un episodio,
ma l’inizio di un percorso che deve consolidarsi, perché potrebbe essere, come lo
è stato per il Festival dell’economia, il
luogo da dove le libere professioni partono
con un segno più forte di consapevolezza
del proprio ruolo all’interno dell’organizzazione dello Stato e anche dell’intelaiatura
dell’economia complessiva. ►
Alla tre giorni delle
professioni significativa è
stata la partecipazione della
Provincia di Trento, che ha
già dimostrato di credere – il
Festival dell’economia e il
suo successo mediatico sono
lì a testimoniarlo – in eventi
in grado di tradurre idee e
innovazione in nuove forme di
consapevolezza dell’opinione
pubblica. È così intervenuto
Alessandro Olivi, assessore
al Commercio, industria e
artigianato. Una figura chiave
nelle politiche della provincia
autonoma trentina che conta
oltre 500 mila abitanti e sta
affrontando, proprio grazie
all’autonomia, con l’audacia
dei solitari, l’attuale fase
congiunturale. Olivi è un
politico giovane, approdato al
governo provinciale dopo una
lunga gavetta (è stato prima
consigliere comunale, poi
assessore e quindi sindaco
di Folgaria, un paese di
montagna del Trentino) ed è
dato, per le sue capacità, tra i
possibili successori all’attuale
Lorenzo Dellai, desideroso
di provare le sue capacità su
scala nazionale candidandosi
2013. Nell’ascoltare Olivi
che ci parla delle libere
professioni, non dobbiamo
dimenticare che ce ne parla
nella duplice veste di politico
e di libero professionista (è
avvocato).
► Il Trentino sicuramente deve ed ha
la responsabilità, mai come in questo momento, di far sì che la nostra autonomia
venga utilizzata come stimolo ad essere
luogo di elaborazione di modelli nuovi.
Quello che abbiamo iniziato a fare qui
in Trentino è stato di implementare le
misure sulla formazione e le politiche di
collaborazione, mettendo la categoria dei
liberi professionisti al centro di una nostra
idea di coesione e di valorizzazione delle
diverse istanze.
La nostra autonomia si misura anche
nella capacità di innovazione e nell’azione inclusiva. Innovazione vuol dire raccogliere, da parte di tutti quelli che ce
le possono offrire, idee per migliorare e
inclusione vuol dire, da parte della politica, far partecipare a questa sfida tutti i
Credo che con le professioni si può e si
deve fare di più perché quando parliamo
di crisi del lavoro, di disoccupazione ci
riferiamo alle categorie tradizionali, mentre dai dati in nostro possesso, sappiamo
che anche i liberi professionisti sentono la
crisi e molti hanno chiuso la loro attività
e stanno cercando altri sbocchi.
Questa è una perdita di pluralismo nel
Ed è anche un problema sociale che
colpisce soprattutto le nuove generazioni.
Se questo capita ad una persona che ha
60 anni, la sua storia l’ha fatta, magari
un po’ di crisi gli fa calare il conto in
Ma se capita a chi ha 30 o 40 anni in
un momento in cui dovrebbe consolidare
la sua attività e invece finisce ai margini
del sistema, di un sistema che nel suo
caso non prevede ammortizzatori sociali,
La politica deve attivarsi e farsi carico
di questo problema. ◘
■■Le società di capitali: qualche dubbio,
Sarebbe poi il cliente a designare la persona
del professionista incaricato di svolgere la
Le nuove leggi ammettono l'esercizio delle
prestazione professionale o, in mancanza di
professioni anche attraverso la costituzione
designazione da parte del cliente, sarebbe la
di società di capitali, nelle quali potrebbestessa società a individuarlo, dandone coro essere soci, oltre che i
municazione al cliente prima
professionisti probabilmente
dell'inizio dell'attività profesiscritti in albi diversi, anche i
sionale. Certo è che le società
non professionisti e cioè soci
di capitali in un momento di
con i soldi. Queste società
dovrebbero essere iscritte in
come quello attuale, possono
un ordine o collegio professioessere una grande attrattiva
nale, quindi sottostare, come
per i giovani e non solo.
i singoli professionisti, alla
Ma potrebbero costituire
normativa disciplinata dagli
anche un grosso rischio per
stessi. Per quanto riguarvia della troppa ingerenza
da i soci di solo capitale, il
sull’attività del professionista
Ministero della giustizia e il
da parte del socio detentore
Ministero dello sviluppo ecodel capitale. Però su queste
nomico dovrebbero indicare
società non si sa bene se e
quali sono quelli incompatibiquali controlli siano previli. In ogni caso essi dovrebbesti. Insomma si è aperta una
ro esser soci di minoranza o
nuova strada, ma non si è
«soci per prestazioni tecniancora detto in quale senso la
che», un concetto non chiaro
si debba percorrere.
e già oggetto di forti critiche.
Quindi prima di poter dare
Presidente Eppi
Inoltre dovrebbero restare
vita alle società di capitali
estranei agli organi amministrativi della
coinvolgendo i professionisti sarebbe bene
società. Ovviamente l'esercizio dell’attività
fossero ben chiare le regole. Risulta diversa
professionale all’interno della società sarebbe la posizione delle professioni giuridiche ed
mantenuto dal professionista, che potrebbe
economiche rispetto a quelle tecniche.
essere italiano o di un altro stato dell’Unione
Nelle professioni giuridiche ed economiche
europea, iscritto ad un ordine o collegio.
si rilevano gli aspetti più critici, mentre
ma la voglia di rischiare c'è
I giovani a scuola di grinta,
gusto e genio
Dialogo a distanza ma in perfetta sintonia di obiettivi tra Lorenzo Bendinelli,
presidente del Collegio di Trento e Paolo Dalvit, preside dell’Itt «Michelangelo
Buonarroti»: si esce dalla crisi formando le nuove generazioni
timolare i giovani all’esercizio delle libere professioni, puntando sulle
tre G: grinta, gusto e genio». Per
di Trento, Lorenzo Bendinelli, la mission deliberata nell’ambito del Festival delle professioni
è un impegno forte e stimolante che coinvolge
trasversalmente tutte le professioni. E infatti
in quelle tecniche queste società possono
contribuire a migliorarne l’organizzazione. In tutte debbono sempre e comunque
prevalere le finalità che vedono il diritto del
cliente salvaguardato. Su questi concetti si è
soffermata Eliana Morandi, notaio, componente della Commissione di diritto societario
del notariato del Triveneto, il cui intervento
ha aperto il convegno, tenutosi nell’ambito
del Festival delle professioni sul tema Libera
professione e società di capitali. Particolarmente interessante il paragone con la società
liberista per eccellenza, quella americana.
«Negli Usa – ha detto la Morandi – i
professionisti sono considerati il vero motore
dell’economia, ma nonostante questo le
società di capitali sono severamente normate.
E all’estero, nel merito di queste società in
generale ci sono norme e regole maggiori
rispetto all’Italia».
Una norma farraginosa, quella che dà il via
libera a questa società, per Florio Bendinelli, presidente dell’Ente di previdenza dei
periti industriali e relatore al convegno, che
ha posto l’accento anche sulla domanda: «In
quale fondo pensionistico il professionista
aderente a queste società dovrà versare il
suo contributo per la pensione: al suo ente
oppure all’Inps? Non è ancora chiaro, come
non è ancora chiaro di chi sarà la governance di queste società». Inoltre Bendinelli ha
ricordato come ci siano due aspetti particolarmente preoccupanti: «Le criticità legate
nel corso dell’evento si sono susseguiti gli
incontri dei rappresentanti di ordini e collegi
con gli studenti. «Noi, Collegio di Trento, gli
studenti dell’Istituto tecnico industriale “Michelangelo Buonarroti”, scuola di riferimento
della provincia, li incontriamo in diverse occasioni cercando di trasmettergli un messaggio
destinato “ai forti e agli audaci”: dopo la ►
all’ingresso legittimato del socio non professionista e le ripercussioni che la presenza
di un soggetto che mira solo al profitto,
potrebbero avere rispetto ai principi cardini
della deontologia».
Ma non tutto è da buttare, ha sostenuto
Gianni Massa, vice presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, che ha
definito positiva la possibilità di dare vita
a gruppi di progettazione multidisciplinari,
che rappresentano una nuova frontiera per
il mondo delle professioni tecniche, che già
operano di fatto in questo senso, ma con
la formula degli studi associati. Per Massa
«queste società sono da incentivare. Va
però mantenuta la cultura dell’etica, nella
quale deve sempre prevalere l’interesse e
la piena soddisfazione del cliente». Anche
Angelo Valsecchi, consigliere del consiglio
nazionale degli ingegneri, ha mostrato
apertura verso le società di capitali, evidenziando alcuni aspetti positivi. «La qualità organizzativa di queste società, grazie
alla partecipazione dei soci di capitale e
all’esperienza dei liberi professionisti, può
solo migliorare. Proviamo a salvare quel
che c’è di buono. L’etica è certamente il
punto cardine, come dovrebbe esserlo il
fatto di pensare a essere capitalisti di noi
stessi. Ma in un momento in cui la redditività dei nostri studi professionali sta
cadendo a picco, queste società potrebbero
risolvere molti problemi». ◘
► scuola c’è anche la libera professione». Ed
anche Paolo Dalvit, dirigente del «Buonarroti»,
ha ricordato in un’intervista ad una televisione
locale come al primo posto tra le possibilità di
lavoro per coloro che oggi si diplomano vi sia
la libera professione. (Ci sarebbe da aggiungere che questo primato, più che per merito di
chi capeggia la classifica, dipende dalla drammatica crisi nella quale stanno affondando gli
altri rapporti di lavoro, a partire da quello a
tempo indeterminato che ormai sembra appartenere a un passato incredibilmente fortunato,
ma irrimediabilmente perduto). Il «Michelangelo Buonarroti», che rappresenta le radici di
molti degli oltre 1200 periti industriali iscritti
al Collegio di Trento, è in costante crescita
in termini qualitativi, con l’utilizzo delle moderne tecnologie informatiche (i tablet stanno
sostituendo i libri). Complessivamente nell’anno scolastico in corso sono 1230 gli studenti
iscritti, di cui 315 nelle prime classi. Due anni
fa gli iscritti nelle prime classi erano 180, lo
scorso anno 240, un incremento quindi in due
anni del 75%. L’Itt di Trento ha cinque specializzazioni: meccanica, elettrotecnica, informatica, chimica ed edilizia, che sta concludendo
il suo ciclo. Ogni indirizzo propone al suo
intervento diversi percorsi di specializzazione,
offrendo agli allievi una gamma di indirizzi
formativi molto ampia.
«Sta accadendo – ci avvisa Bendinelli – ciò
che ha auspicato ed auspica spesso Giuseppe
De Rita del Censis: il ritorno alle scuole tecniche. E non potrebbe essere altrimenti perché
il sistema Paese ha bisogno di tecnici. Quei
tecnici il cui merito è di aver ricostruito l’Italia negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, con
il loro lavoro, le loro competenze e la loro
passione messi al servizio della nazione. Ora,
credo che il mondo del lavoro in Italia abbia
bisogno, per ripartire, di una nuova generazione di tecnici, preparati con grinta, gusto e
genio, per affrontare le sfide future ed essere
in grado di competere con il resto del mondo.
E allora ai nostri giovani, che dobbiamo guardare con meno paternalismo e non considerarli
lavoratori di serie B, non dobbiamo nascondere le difficoltà di un mondo che è ancora più
duro e spietato di quello che abbiamo trovato
noi, ma al tempo stesso dobbiamo ricordargli
che là fuori c’è una nuova frontiera da conquistare: la libera professione». ◘
La presenza attenta e costante degli studenti al Festival delle professioni
A cura dell' avv. Guerino Ferri (ufficio legale Cnpi)
e dell'avv. Umberto Taglieri (settore previdenza)
Il mio diploma di perito industriale è sufficiente per concorrere alla posizione di tecnico della prevenzione negli ambienti e
La risposta è affermativa, non senza, tuttavia, svolgere alcune
riflessioni. C’è la necessità di analizzare, innanzitutto, i requisiti
di accesso alla professione in oggetto, per poi passare a valutare
eventuali equipollenze con la figura del perito industriale rispetto ai titoli abilitanti alle professioni sanitarie legate all’area
La riforma sanitaria (Dlgs n. 502/92 e successive integrazioni) ha modificato e ampliato i profili dei
sanitari non laureati, anche istituendo
figure del tutto nuove, come quella del «tecnico della prevenzione
nell’ambiente e nei luoghi di lavoro»,
disciplinata sia dal Dm 17.1.1997,
n. 58, che da quello successivo del
29.3.2001. Detta riforma ha prodotto
rilevanti modifiche anche sul versante della formazione professionale
passando da un sistema formativo a
titolarità regionale ad uno a titolarità
universitaria. La legge di riforma
delle professioni sanitarie, n. 42
del 26.2.1999, ha poi modificato la
disciplina concorsuale, introducendo
solo generiche disposizioni di equipollenza con i titoli previsti dalla normativa
pregressa. È con il Dm 27 luglio 2000 che l’equipollenza è direttamente riferita alla qualifica di «operatore di vigilanza e ispezione» e non già ad uno dei diplomi di cui al Dm del 1982, tra
i quali era previsto il possesso del diploma di perito industriale.
Infatti, ai sensi dell’art. 81, lett. b), punto 3, Dm 30 gennaio 1982,
il diploma di perito industriale era requisito specifico di ammissione al concorso di operatore professionale di prima categoria
(personale di vigilanza e ispezione). Invero, a tal proposito, il
Tar Sicilia, Catania, Sez. I n. 8664 del 18.7.2010 ha confermato
il recente e costante orientamento giurisprudenziale, riconoscendo l’equipollenza del diploma di perito industriale con i diplomi
universitari indicati dal Dm Sanità e Miur del 27.7.2000 per
l’accesso ai concorsi pubblici e per il conseguimento dei titoli
accademici che richiedano il possesso del diploma universitario
di tecnico della prevenzione o dei cosiddetti titoli equipollenti.
Questo orientamento deriva dalla sentenza Tar della Campania,
Sezione V, 22 novembre 2007, n. 16408, che ha ritenuto che il
diploma di perito industriale sia titolo di studio
idoneo per l’ammissione al posto di operatore
professionale sanitario, area vigilanza ed ispezione, tecnico della prevenzione nell’ambiente
e nei luoghi di lavoro. Infatti, la Sezione V del
Tribunale amministrativo regionale della Campania di Napoli, con la sentenza richiamata,
ha accolto il ricorso di un perito industriale capotecnico, con specializzazione in elettrotecnica, il quale aveva
partecipato al bando di concorso,
che prescriveva, quale requisito
specifico di ammissione, il possesso
del diploma universitario conseguito
ai sensi dell’art. 6, comma 3, Dlgs.
502/1992 e ss.mm.ii. ovvero dei diplomi e attestati conseguiti in base al
precedente ordinamento, riconosciuti
equipollenti ai fini dell’esercizio
dell’attività professionale e dell’accesso ai pubblici concorsi. Infatti,
come si è detto, l’art. 81 del Dm della
Sanità 30 gennaio 1982, per la figura
di «operatore di vigilanza ed ispezione»,
prevedeva il possesso di una serie di diplomi
di maturità tecnica, tra i quali quello di perito industriale.
Il diploma di perito industriale – rientrando tra quelli che, ex
art. 4, comma 1, legge 42/99, in base alla precedente normativa, permettevano l’iscrizione ai relativi albi professionali o
l’esercizio dell’attività professionale (sia autonoma che di lavoro
dipendente) od erano previsti dalla normativa concorsuale del
personale del Ssn o di altri comparti del settore pubblico – deve
ritenersi equipollente, dunque, al diploma universitario di tecnico
della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, anche ai
fini dell’accesso alla formazione successiva, nonché alla selezione
pubblica di affidamento di incarichi che presuppongono il diploma universitario, quale condizione di ammissione. ◘
Le vostre domande vanno inviate via fax al numero
06.42.00.84.44
oppure via posta elettronica all’indirizzo
stampa.opificium@cnpi.it
Sono un dipendente pubblico dell’Arpa, addetto al controllo nel settore «Acque e depurazioni», ove ho maturato
un’importante esperienza. Con diploma di perito chimico
e diploma di laurea come tecnico ambientale, posso effettuare la verifica degli apparecchi
di sollevamento (gru, autogru,
ponti sviluppabili ecc.) e contemporaneamente controllare
il lavoro svolto dai tecnici di
organismi privati?
La risposta non può che essere negativa. Il procedimento
di verifica delle attrezzature
di lavoro comporta che il
datore di lavoro, a carico
del quale tali verifiche sono
poste, può prima servirsi
dell’Ispesl, che vi provvede
nel termine di sessanta giorni
dalla richiesta: ma, decorso
inutilmente tale termine, egli può
avvalersi delle Asl o di soggetti pubblici o privati abilitati secondo le norme
stabilite dal Ministero del lavoro con
il Dm 11 aprile 2011. Il legislatore non
stabilisce altri limiti alla potestà normativa secondaria dell’amministrazione,
che, quindi, con l’Allegato 1 al decreto
ministeriale, ha individuato i criteri per il conseguimento
dell’abilitazione dei soggetti, ai quali il datore di lavoro si
può rivolgere, per così dire in seconda battuta, quando i
soggetti istituzionali preposti alla tutela della sicurezza sui
luoghi di lavoro non rispondono alla sua prima richiesta.
E tali soggetti istituzionali incaricati per primi sono l’Inail,
che è succeduto nelle competenze all’Ispesl, come è indicato
all’articolo 2, comma 1 del decreto richiamato e le Asl o
l’Arpa (art. 2, comma 3), della quale fa parte chi ci scrive.
Il quesito non ha fondamento, in quanto l’interessato fa parte di un soggetto istituzionale al quale
il datore di lavoro si deve prioritariamente rivolgere per effettuare le
verifiche di che trattasi (in termini,
Tar Lazio, Sez, III ter, 5 aprile
2012, n. 5517). Sicché è l’ufficio,
in quanto tale, che si assume la responsabilità della verifica e non il
funzionario in ragione dei titoli di
studio posseduti. Quando è il soggetto esterno a svolgere le attività
di verifica, sarà il titolo di studio
e l’esperienza professionale del
soggetto esterno ovvero l’accreditamento dell’organismo notificato ed
essere valutato ai fini della responsabilità professionale dei singoli
incaricati della verifica.
In tal senso, qualora il funzionario
intendesse svolgere tale attività al di fuori delle proprie
mansioni inerenti all’ufficio ed essere, quindi, ricompreso
tra i «soggetti esterni», ammesso che ciò fosse consentito
dall’amministrazione di appartenenza del dipendente, dovrebbe necessariamente dimostrare il possesso dei requisiti
previsti dall’Allegato I Dm 11 aprile 2011, con il quale il
Ministero del lavoro e delle politiche sociali di concerto
con il Ministero della salute e con il Ministero dello sviluppo economico ha dettato la «Disciplina delle modalità
di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII
del Dlgs 9 aprile 2008, n. 81 nonché criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’art. 71, comma 13 del medesimo
decreto legislativo». ◘
Economia: Il Catasto che vorremmo
vice presidente del Collegio di Firenze
Lo scorso 29 ottobre si è tenuto a Firenze, nella sala di
Luca Giordano in Palazzo Medici Riccardi, un convegno
organizzato e coordinato dai Collegi dei geometri, periti agrari e periti industriali della provincia di Firenze
(effetto collaterale, ma non secondario, dei quasi 5 anni
dall’istituzione del Cogepapi, che, tra alti e bassi, è stato attivo e propositivo nella nostra realtà). L’incontro,
dal titolo Verso il catasto dei fabbricati, ha riguardato
le procedure di aggiornamento catastale dei fabbricati
rurali e i relativi adempimenti, ma per motivi di attualità ha anche toccato le questioni legate all’introduzione
dell’Imu e alle improvvise variazioni d’indirizzo sui fabbricati d’interesse storico. In quest’ambito è stato anche
esposto il progetto per una globale modifica dell’accertamento del patrimonio immobiliare, e si è anche parlato, con toni preoccupati, del previsto assorbimento da
parte dell’Agenzia delle entrate dell’Agenzia del territorio: grave errore che prelude a una svalutazione degli
aspetti tecnici a vantaggio di quelli fiscali. Pubblichiamo
un’analisi e una riflessione del collega Marco Pasquini
sui temi dibattuti nel corso del convegno.
fabbricati rurali sono stati negli ultimi dieci anni argomento di accalorate discussioni tra i vari organismi di categoria
interessati: da un lato il mondo agricolo che, anche mal
consigliato dalle proprie rappresentanze, ha procrastinato
fino alle ultime ore l’aggiornamento catastale delle proprietà; dall’altro il mondo professionale che, esplicitando le istanze
contenute nelle norme di riferimento, non è del tutto riuscito a
far comprendere come la sussistenza del fondo e la sua redditività
ormai non comprendevano più la fiscalità degli edifici connessi e
pertinenti. Per questi, con l’entrata in vigore della legge 214/2011,
ultima di una serie di norme succedutesi in un quindicennio, è
stata modificata la disciplina riguardante le procedure di accatastamento e censimento dei fabbricati rurali. Pertanto, decaduta la
classificazione come «fabbricato rurale» privo di estimi catastali,
viene ora considerato «fabbricato unitario» o suddiviso in unità
immobiliari, secondo i canoni e i parametri del Catasto fabbricati
(già denominato Nuovo catasto edilizio urbano): ciascuna di queste unità immobiliari diventa quindi assoggettabile a tassazione
specifica. In particolare, sono state abrogate le precedenti norme
per le quali, ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, questi dovevano necessariamente essere censiti nella categoria
A/6 per le porzioni abitative e D/10 per gli immobili strumentali,
indipendentemente dai loro requisiti oggettivi.
Con il decreto emanato il 26 luglio scorso sono state poi fornite le necessarie indicazioni per la presentazione delle domande
finalizzate all’inserimento negli atti catastali della sussistenza del
requisito di ruralità, sia nel caso di immobili già censiti al Catasto
fabbricati, sia nel caso di quelli ancora in carico al Catasto terreni, sia – ovviamente – nel caso di quelli di nuova costruzione. Il
decreto recita che «ai fabbricati rurali destinati ad abitazione e ai
fabbricati strumentali all’esercizio dell’attività agricola è attribuito
il classamento, in base alle regole ordinarie, in una delle categorie
catastali previste dal quadro generale di qualificazione». Inoltre
«...ai fini dell’iscrizione negli atti del catasto della sussistenza
del requisito di ruralità in capo ai fabbricati rurali(...), diversi
da quelli censibili nella categoria D/10 (fabbricati per funzioni
produttive connesse alle attività agricole), è apposta una specifica
annotazione».
Sulla scorta di queste semplici e chiare indicazioni il lavoro del
professionista potrà essere svolto con diligenza. Ma ci sono anche
buone possibilità di fallire, perché nel tempo in molte Agenzie
Riportare su carta case, palazzi o anche
un semplice annesso agricolo non è solo
un problema di esattezza. Ci sono
da definire i criteri più corretti
per una valutazione equa dei valori
immobiliari, questione quanto mai attuale
dopo l’introduzione dell’Imu.
Se ne è parlato a Firenze anche grazie
a una proposta presentata dai periti
industriali all’Agenzia del territorio
del territorio si è cristallizzato un modus operandi effetto di una
progressiva stratificazione di incongrue procedure locali, dissimili
dalle specifiche norme cogenti e tali da rendere la medesima
procedura catastale diversa anche tra province confinanti. Il tavolo
tecnico presso la direzione dell’Agenzia del territorio a Roma ci
vede operare con il mondo professionale e i dirigenti dell’Agenzia
per ovviare, così come è stato fatto per la procedura PreGeo,
alle storture esistenti. Allo scopo di dare una corretta attuazione
delle procedura operative è stato descritto e poi consegnato un
quadro sinottico per lo svolgimento dell’incarico ricevuto (cfr.
tabella pag. 56-57).
□□Cosa bisogna fare per gli edifici
d’interesse culturale
La recente emanazione da parte dell’Agenzia del territorio della
circolare 5/2012, relativa al classamento catastale degli edifici
d’interesse culturale, ha innescato una serie di problemi procedurali che ricadono, inopportunamente, sulle spalle dei proprietari
e di riflesso sul professionista incaricato. Nella circolare si parla
della domanda da presentare per l’ottenimento di un’esenzione
fiscale in relazione alle complesse opere edilizie ed impiantistiche
cui si è sottoposto o si deve sottoporre per la sua conservazione
l’edificio che ha un rilevante interesse culturale. L’aspetto che
crea più preoccupazione è rappresentato dall’obbligo di inserire
il decreto di vincolo, trascritto presso gli Uffici di pubblicità
immobiliare, cui sono sottoposti gli immobili di interesse storico,
architettonico e, in minor misura, paesaggistico. L’obbligo della
trascrizione, peraltro in capo alla pubblica amministrazione, discende dalla legge 1089 del 1° giugno 1939, come modificata dal
decreto Urbani 42/2004.
Ebbene, in Italia esistevano due precedenti decreti emessi per la ►
► salvaguardia degli immobili storici, il primo risalente al 1909
e il secondo al 1913. Per essi non vi era obbligo della trascrizione nei pubblici registri immobiliari, e restavano identificati con i
dati caratteristici dei singoli catasti vigenti (comunque descrittivi
e non particellari e geometrici). Ma l’entrata in vigore della
prima legge organica, tra l’altro in coincidenza con l’attivazione
del Nuovo catasto italiano, ha portato a una modifica sostanziale
nella catalogazione dei beni immobili d’interesse culturale e, allo
stesso tempo, a una duplice forma di disallineamento dovuta la
prima ai dati catastali, la seconda al fatto che gli immobili vincolati in precedenza s’intendevano reiterati nella validità, salvo i
casi in cui i proprietari non ne avessero fatta esplicita richiesta
Il risultato che ne è nato è stato, in assenza di una sollecitazione all’aggiornamento dei dati, di confermare la validità di
quanto decretato in precedenza, quindi trascrivibile e trascritto dal
ministero competente. Così, nelle città d’arte ma, possiamo dire,
su tutto il territorio nazionale, comunque caratterizzato da elementi architettonici di pregio, si trova un numero impressionante
di immobili vincolati con decreti ante legem 1089/39, di cui, in
molti casi, gli attuali proprietari non sono a conoscenza. Quindi,
la regolarizzazione amministrativa, per giungere alla trascrizione
dei decreti pregressi, prevede l’espletamento di un’apposita pratica
presso le competenti soprintendenze. Tra l’altro possono essere irrogate sanzioni amministrative, previste nell’articolato per omessa
denuncia nei passaggi di proprietà o per mortis causa. Ed è un
costo che ricade sul contribuente, coinvolgendo il professionista
incaricato con ricerche estenuanti e molto difficili, sia per la
carenza di documentazione, sia per la difficoltà di reperimento di
documenti ormai storici.
A tutto ciò si deve aggiungere un aspetto squisitamente tecnico.
I catasti storici erano descrittivi e non geometrici: pertanto, non
vi sono rappresentazioni grafiche delle unità immobiliari oggetto
di vincolo, salvo rari casi: per interi immobili o per specifiche
unità immobiliari di altissima valenza storico-architettonica. Il risultato è in vari casi la mancata corretta identificazione dell’unità
immobiliare soggetta a vincolo specifico, anche per l’evoluzione
che essa può avere avuto nel corso di circa un secolo. Pertanto,
questa norma, che rimediava a una situazione non chiara per il
frequente contenzioso insorto negli ultimi anni tra i contribuenti e
l’amministrazione fiscale, troverà la sua completa attuazione non
in tempi brevissimi, con grave disagio per il contribuente e con
eventuali spese anche per la trascrizione del vincolo, nel caso in
cui l’amministrazione non dichiari la gratuità della stessa.
□□IMU: Valori catastali da rivedere
L’ultimo aspetto trattato, come sintesi della giornata di confronto tra i professionisti che maggiormente operano nell’ambito
catastale è stata l’analisi dell’Imu, non tanto sulla determinazione
dell’imposta (al momento del convegno non calcolabile con precisione per mancata emissione da parte di molti Comuni delle
aliquote di riferimento), quanto sulla ratio del provvedimento che
in un Paese civile come il nostro deve rispondere a trasparenti
criteri di equità fiscale.
La nuova imposta, frutto di un momento economico particolare, può essere accettata come contributo dei cittadini alla
risoluzione della congiuntura sfavorevole, non certo come tassa
di scopo, identica a tante altre: da quella per l’alluvione di Firenze ai terremoti e alle altre catastrofi, che a decenni dalla loro
emanazione sono ancora attive. L’indiscriminato aumento delle
rendite catastali collide con l’anacronistica classificazione del
territorio comunale, che prevede la creazione di zone censuarie
concentriche e centripete dai nuclei storici verso l’edificato più
recente della periferia urbana.
Questa analisi del tessuto edificato è coeva all’attivazione nel
1939 del Catasto ancora in vigore. Ma diversa e assai variegata
è la qualità del patrimonio edilizio esistente e in particolare di
quello di recentissima, nuova e prossima realizzazione, in particolare per le sempre maggiori richieste di efficienza e sostenibilità
edilizia nel rispetto dell’ambiente e della qualità dell’abitare. Ne
consegue che dovrebbe essere automatico il superamento delle
Fabbricati rurali: istruzioni per l'uso
TIPOLOGIA ADEMPIMENTI
Fabbricati Rurali già censiti al CEU Domanda + Dichiarazione/i
(allegati A + B e/o C - DM 26/7/2012)
Entro 30 settembre 2012
Fabbricati Rurali di nuova costruzione
DOCFA – tipologia documento: «Dichiarazione resa ai
sensi del DM 26/7/2012» + Dichiarazione/i
(all. B e/o C al DM 26/7/2012)
Entro 30 giorni dall'evento
Fabbricati Rurali censiti al CEU oggetto
di interventi edilizi
sensi del DM 26/7/2012» + Dichiarazione/i (all. B e/o C
al DM 26/7/2012)
Terreni (qualità FR)
DOCFA – tipologia documento: «Dichiarazione resa ai sensi
dell’art. 13 c. 14 ter del DL 201/2011» + Dichiarazione/i
(all. B e/o C – DM 26/7/2012)
Entro 30 novembre 2012
Fabbricati censiti al CEU che
acquisiscono i requisiti di ruralità
Richiesta di iscrizione del requisito di ruralità
(all. 1 a circ. 2/2012) + Dichiarazione/i
acquisiscono i requisiti di ruralità con
zone censuarie da sostituire con l’attivazione delle microzone,
che meglio evidenzierebbero le peculiarità edilizie di servizi e
d’infrastrutture di ogni determinata e circoscritta porzione di territorio comunale.
Ma questo non può essere esaustivo, perché le categorie catastali, determinate per comparazione con una serie di unità tipo
di riferimento, anch’esse figlie del proprio tempo, oramai lontano
settant’anni, non possono essere mantenute così come non può
essere determinata la rendita con il conteggio dei vani principali
e degli accessori diretti e indiretti.
Nelle tabelle originarie i vani medi per categoria catastale
potevano avere dei margini in termini di superficie tra 8 e 24
metri. Un vano aveva questa connotazione quando l’altezza era
di 1,90 metri, aveva una finestra e la sua superficie era compresa nell’intervallo previsto per la categoria di appartenenza. Ma
il criterio di allora non può essere più quello di oggi a causa
del generale miglioramento delle caratteristiche intrinseche delle
unità immobiliari, sia per la dotazione d’impianti, sia per quella
Quindi è obbligatorio passare a valori oggettivi, quali il metro
quadrato (utile, lordo commerciale, qualunque esso sia), modificato con un adeguato algoritmo di calcolo, che tenga conto di
qualità proprie e di contorno, secondo i canoni della moderna
pratica estimativa per valori comparabili. Da qui ne discende
che dovranno essere definite più unità tipo di riferimento, che
rappresentino la genesi evolutiva del patrimonio edilizio, anche
alla luce dei decreti legislativi sul risparmio energetico, premiando anche dal punto di vista fiscale tali interventi. Soltanto dopo
avere definito l’algoritmo di calcolo, che ritengo sia già stato
oggetto di approfonditi studi da parte dei professionisti dipendenti
dell’Agenzia del territorio, sarà possibile individuare il valore
economico unitario da applicare.
□□Una proposta di estimi a «geometria variabile»
Allo stato attuale delle cose si deve ritenere che l’Osserva-
torio del mercato immobiliare (Omi) stia divenendo abbastanza
attendibile, sia in termini di valore commerciale a seguito di
transazioni immobiliari, sia in termini di reddito percepito.
A mio parere il primo, legato alle unità di riferimento, è
da applicare alle unità immobiliari di tipo ordinario, abitazioni
e loro pertinenze; il secondo, ritengo, possa essere il metodo
più attendibile per gli esercizi commerciali. Comunque, ambedue devono essere legati con parametri di modellazione e
adeguamento all’andamento recessivo o evolutivo del mercato,
facendo, se del caso, variare la tassazione immobiliare in
funzione dell’andamento del mercato. L’aspetto più difficile
resta comunque quello delle unità immobiliari a destinazione
speciale: gli opifici, in genere. Per essi deve restare valido il
metodo a stima diretta, pure con tutte le difficoltà di reperimento di dati significativi per la determinazione del valore.
Su questo aspetto deve essere forte il contatto tra il mondo
professionale e l’Agenzia del territorio con la creazione di un
tavolo tecnico sul quale far confluire le informazioni così da
determinare valori certi, evitando l’insorgere in molti casi del
Da una corretta e moderna valutazione e classificazione, ai
fini fiscali, del patrimonio edilizio dovrà derivare una altrettanto puntuale e veritiera tassazione. Quindi, le aliquote impositive
dovranno essere determinate tenendo conto che i valori di
riferimento sono assai prossimi a quelli di mercato e quindi le
percentuali attuali sono del tutto inapplicabili.
La trasformazione moderna del Catasto fabbricati è auspicabile, in tempi brevi, ma intanto per eliminare le storture dell’attuale tassazione con l’Imu e per ridurre i tempi di attuazione
riteniamo che i tavoli tecnici in essere presso la direzione
dell’Agenzia del territorio siano da aprire oltre che al mondo
professionale anche alle altre componenti del settore edilizio
ed immobiliare. Così facendo, sarà molto agevole giungere alla
definizione di regole e applicazioni condivise, tali da creare
un ulteriore atto di civiltà amministrativa, come già messo in
campo dall’Agenzia del territorio. ◘
Fabbricati Rurali censiti al CEU che
perdono i requisiti di ruralità senza
Richiesta di cancellazione dell’annotazione
(all. 2 a circ. 2/2012)
perdono i requisiti di ruralità con
DOCFA – tipologia documento: «Dichiarazione ordinaria»
Fabbricati Rurali da censire al CEU che
perdono in parte i requisiti di ruralità
ed in parte li mantengono con/senza
N° 2 DOCFA – 1)Nuova Costruzione - tipologia
documento «Dichiarazione resa ai sensi del DM
26/7/2012»/«Dichiarazione resa ai sensi dell’art.
13 c. 14 ter del DL 201/2011»: 2) Unità afferente
- «Dichiarazione ordinaria»
acquisiscono in parte i requisiti
di ruralità
DOCFA – Denuncia di variazione - Tipologia documento
«Dichiarazione ordinaria» + Richiesta di iscrizione
del requisito di ruralità (all. 1 a circ. 2/2012) +
Dichiarazione/i (all. B e/o C al DM 26/7/2012) per le Uiu
in possesso dei requisiti
Registriamo e volentieri pubblichiamo gli interventi
di due membri del Parlamento in favore
del Fascicolo del fabbricato.
Qualcosa si muove e sono più di uno i disegni
presidente gruppo Udc Senato
Italia purtroppo vive una fase problematica.
Ma sono convinto che i nostri concittadini abbiano capacità e talenti per superare
le attuali difficoltà. È in situazioni come
quella che stiamo attraversando, infatti, che
la politica deve dimostrare la sua effettiva insostituibilità,
promuovendo, attraverso un confronto più ampio possibile,
la ricerca di quel consenso necessario per stabilire priorità,
urgenze e ritorno in benefici per i cittadini.
Così tra le questioni alle quali la politica non può rimanere indifferente, perché indifferenti non sono i cittadini,
c'è quella di individuare gli strumenti più utili per proteggere e valorizzare la casa.
La sorte del nostro patrimonio immobiliare è anche – se
ci pensiamo bene – la sorte che vogliamo per noi e le nostre famiglie. Prendersi cura della casa è anche prendersi
cura della famiglia, e proteggere la prima può trasformarsi
nella migliore forma di protezione per la seconda.
Sono considerazioni solo di buon senso che, però, non
sembra così facile tradurre in atti pratici. Ne sono drammatica testimonianza le notizie che ci parlano di crolli
improvvisi, di esplosioni letali, di case trasformate in
trappole. Ma non è solo la cronaca ad imporci un cambio
di marcia: conosciamo il degrado in cui versano molte
periferie, la scarsa manutenzione dei tracciati urbani, la
mancata valorizzazione del nostro patrimonio artistico.
C’è quindi bisogno di immaginare interventi strutturali
che, agendo anche sul medio-lungo periodo, producano
un'auspicabile inversione di rotta nelle politiche delle
amministrazioni locali così come nei comportamenti dei
cittadini. In tal senso sono profondamente convinto che il
disegno di legge che propone l’istituzione del «Fascicolo
del fabbricato» possa contribuire a modificare un contesto
che fino ad oggi non si è rivelato il più favorevole per
promuovere un’edilizia sostenibile e di livello europeo.
Penso anche che, nell’ottica di promuovere la diffusione
del Fascicolo, sarebbe opportuno prevedere forme di agevolazione per alleggerire l’onere a carico dei proprietari.
In proposito si potrebbe valutare l’ipotesi di una convenzione nazionale con gli ordini professionali per la definizione agevolata dei compensi, nonché un accordo tra le
organizzazioni delle società di assicurazione e quelle della
proprietà edilizia per definire premi assicurativi agevolati
per i fabbricati dotati del Fascicolo stesso.
Ma al di là degli orientamenti più avveduti che potranno
emergere nell’esame del disegno di legge da parte dei miei
colleghi, resta il fatto che l’operazione «Fascicolo del fabbricato» può diventare la pietra angolare della sicurezza e
della qualità del patrimonio edilizio italiano. Vale la pena
di provarci. ◘
di legge che ne chiedono l’introduzione come
strumento indispensabile per una corretta gestione
del patrimonio edilizio e per accrescere il livello
di sicurezza delle abitazioni
deputato iscritto al gruppo parlamentare Popolo e territorio
n questi ultimi anni si è parlato molto della sicurezza
degli immobili, soprattutto a seguito di numerosi, tragici
eventi che hanno comportato la perdita di vite umane. In
particolare, poca importanza si è data alla gestione ed alla
conservazione degli immobili dal punto di vista della sicurezza. Il degrado è sotto gli occhi di tutti: patrimonio pubblico
e patrimonio privato non brillano per manutenzione e per qualità
degli eventuali restauri. Ciò colpisce ancora di più se si tiene
conto del grado di «affettività» che ogni nostro concittadino nutre
nei confronti della propria casa (il 74% delle famiglie è proprietaria dell’abitazione dove risiede) e dell’incredibile ricchezza di
beni storico-architettonici che siamo chiamati a custodire per noi
e per le future generazioni.
Ci è quindi sembrato di estrema urgenza porre la questione
all’attenzione del Parlamento. A tal proposito, per sensibilizzare
ancor di più le istituzioni e l’opinione pubblica su di un tema
che necessita obbligatoriamente di una regolamentazione, in accordo con il Consiglio nazionale dei periti industriali e dei periti
industriali laureati, nonché con gli onorevoli deputati Saverio
Romano, Pippo Gianni e Giuseppe Ruvolo, abbiamo presentato
una proposta di legge per l’istituzione del cosiddetto «Fascicolo
del fabbricato». Una definitiva e precisa regolamentazione degli
immobili appare ormai un compito non più differibile e può
rappresentare lo strumento ideale per intervenire con programmi
efficaci sui mille problemi irrisolti del nostro territorio (rischio
idrogeologico, pericolo sismico, incuria del patrimonio edilizio).
Si tratta di uno strumento di controllo che non solo tutelerà
gli interessi del singolo proprietario, ma realizzerà un’esigenza
pubblica in caso di evento sismico e/o calamità naturali. Si tratta,
infatti, di una vera e propria carta d’identità dell’immobile che
darà la possibilità di analizzare lo stato di conservazione strutturale, impiantistico, di sicurezza e di rifinitura.
Quindi, l’obiettivo e la finalità del Fascicolo del fabbricato
sono quelle di fornire sia alla Pubblica amministrazione, sia al
cittadino, una serie di informazioni riguardanti lo stato dell’immobile. Inoltre, per quanto riguarda gli edifici destinati ad altre
attività produttive, lo strumento sarà anche in grado di fornire
elementi utili alle valutazioni igienico-sanitarie. Il Fascicolo del
fabbricato è predisposto su di un modello approvato dal comune
di appartenenza, secondo determinati parametri forniti dai tecnici
abilitati e sarà conservato dal comune stesso per essere aggiornato
a seguito di eventuali successivi interventi, con la specifica degli
operatori che, a diverso titolo, hanno partecipato al processo edilizio. È previsto inoltre che ogni comune abbia un suo apposito
In conclusione, l’implementazione del Fascicolo del fabbricato –
attraverso un generale miglioramento delle norme di sicurezza che
salvaguardino gli immobili in cui viviamo ed in cui svolgiamo
le nostre attività quotidiane – si tradurrà in una maggiore tutela
della vita dei cittadini. ◘
welfare: In arrivo l'archivio unico
Il 31 dicembre parte la seconda fase della sperimentazione dell’estratto conto integrato. Tutti coloro che risparmiano, a beneficio della loro pensione, avranno un estratto conto unico che elenca tutte le quote accantonate nella
loro carriera, a portata di internet, quando sarà pronto.
I lavoratori coinvolti nella seconda fase
della sperimentazione sull’estratto conto
I liberi professionisti iscritti all’Eppi
che vi parteciperanno
Il giorno di partenza della sperimentazione
sui 2.000
La consegna dei dati di ogni ente di
previdenza per aggiornare gli archivi
Legge 234/2004
La legge che ha istituito l’anagrafe
di tutti i lavoratori contribuenti
alle forme di previdenza
embra assurdo ma nel nostro Paese le stime su
quanti siano gli individui attivi e i pensionati si
compiono fondamentalmente con il metodo del
censimento Istat e attraverso l’Agenzia delle entrate: ma a ben vedere non esiste un numero condiviso. Certo, esistono i dati sulla disoccupazione, ma ogni fonte
di informazione parla sempre di stime: perché mai? In effetti,
l’unico sistema per capire quanti sono gli occupati dovrebbe
essere fornito da quanti risparmiano per la loro pensione,
dato che ad ogni forma di reddito da lavoro corrisponde una
quota da accantonare per la terza età.
Ad oggi, però, l’archivio dei risparmiatori per la previdenza – sostanzialmente dei lavoratori attivi – è in fase
di studio e rodaggio, ancora in attesa di capire quando
potrà essere effettivamente operativo. Il progetto è partito
nel 2004 ed ha dovuto affrontare non poche difficoltà: i
diversi enti di previdenza coinvolti in questa operazione
avevano codificato i loro dati in modo differente gli uni
dagli altri, così da far risultare veramente complicato
poter integrare le diverse fonti. Dunque nella prima fase
del progetto, i dati sono stati comunicati e codificati in
modo tale da poter essere letti da un solo sistema e, nella
seconda fase, è stato invece rodato un sistema di informazione mensile, poiché la banca dati deve essere aggiornata
con regolarità in tempo reale per non scattare fotografie
vecchie della popolazione di riferimento.
Il progetto ha avuto la sua prima fase di test nel 2011
e ora, a fine 2012, entra nella prova generale, con un
milione di lavoratori coinvolti cui sarà spedito un «estratto
conto integrato», cioè una lista aggiornata di tutti i risparmi previdenziali di ognuno. In questo milione, 2.000 è il
drappello di periti industriali.
□□Uno strumento di programmazione
Un archivio dei «contribuenti attivi» ai vari enti di previdenza è uno strumento molto flessibile. A livello generale
è una cartina al tornasole efficace per politiche di programmazione su base nazionale, nel settore lavoro, previdenza ma
anche assistenza. A livello personale, è soprattutto uno ►
In fase di sperimentazione un estratto conto integrato di tutti i risparmi
versati per la futura pensione: uno strumento per programmare le politiche
del lavoro ma anche perchĂŠ ogni lavoratore si renda conto del suo monte
contributi. E anche i liberi professionisti
► strumento di monitoraggio della propria situazione:
valutare il monte di risorse versato permette di progettare
la rata pensionistica futura sulla base di sistemi molto
Un «pensionometro», ad esempio, è a disposizione
nell’Area iscritti online del sito www.eppi.it per tutti i
liberi professionisti Eppi e, attraverso un sistema di scelte
molto semplificato, permette di simulare con una buona
dose di approssimazione la rata pensionistica finale. A
pensarci bene, l’assenza di un estratto conto integrato è il
sintomo di una mentalità ancora resistente: una banca dati
dei propri risparmi previdenziali sembra non essere una
esigenza, mentre invece lo è un sistema per monitorare il
proprio conto in banca; perché siamo attenti al secondo
strumento e non piuttosto al primo? I 2.000 liberi professionisti periti industriali che si vedranno recapitare l’Eci
possono rappresentare uno stimolo per un diverso approccio verso la loro previdenza: cosa dovranno fare? Verificare i contributi versati, ma soprattutto elaborare delle stime
per la propria pensione e programmare il proprio futuro
previdenziale. Per la prima volta, infatti, le informazioni
contributive riguardanti i periodi di iscrizione presso tutti
gli enti previdenziali sono consultabili mediante la visualizzazione di un unico documento, tutto disponibile online.
Ciascun ente di previdenza coinvolto nel progetto, infine,
è responsabile esclusivamente dei propri dati contributivi.
Pertanto le eventuali richieste di chiarimenti in merito alle
informazioni esposte nell’estratto conto integrato, da effettuare attraverso una procedura informatica che verrà indicata, saranno automaticamente gestite da ogni cassa compe-
Come leggere il Quadro A
La maschera del Quadro A indica anno per anno l’ente per
cui ho contribuito (Eppi oppure Inps), la tipologia di rapporto
– se dipendente o libero professionale – e l’entità del reddito
elencando tutti i periodi contributivi. La somma di tutti questi
periodi compone l’«anzianità contributiva», che coincide con
il numero di periodi (mesi o anni) in cui ho contribuito, rispar62
miando oggi per la mia pensione domani.
La particolarità dell’estratto conto integrato è che tutti i
miei contributi vanno a formare un unico «montante contributivo», cioè vanno a costituire un unico salvadanaio o conto
corrente previdenziale da cui sarà possibile calcolare la mia
tente: nel caso dei periti industriali, dall’Eppi stesso.
□□Personalizzare il risparmio previdenziale?
L’estratto conto integrato può essere da stimolo per diverse
forme di risparmio oppure per aumentare la percentuale di
contribuzione a favore della propria pensione obbligatoria.
Cosa vuol dire? Già adesso, i periti industriali liberi professionisti possono scegliere una percentuale di reddito maggiore
di quella obbligatoria (fino al 24%) per irrobustire la propria
pensione finale.
Va detto con la possibilità di detrarre l’intera somma dalla
tassazione e dunque godere di un bello sconto fiscale. Certo, i
liberi professionisti sensibili a questa sirena non sono tanti. In
casa Eppi ancora solo un 6,5% sceglie di aumentare il proprio
contributo previdenziale, ma anche il mercato della previdenza
integrativa si conferma in fase di stallo. I prodotti assicurativi
che vanno per la maggiore sono Piani individuali di pensione, (Pip) che raccolgono il maggior numero di adesioni, con
158mila nuovi iscritti nei primi sei mesi del 2012.
Dal 2007 a giugno 2012 gli iscritti ai Pip sono cresciuti
del 22% all’anno, ma contro solo il 3% dei fondi pensione
aperti. Più in generale, i numeri della previdenza integrativa
nel suo complesso non sono entusiasmanti: di fatto vi ha
aderito sinora un lavoratore su quattro e gli stessi Piani individuali non sono immuni da alcune delle problematiche che
si osservano anche negli altri fondi pensione. Ad esempio, il
24% degli iscritti versa a singhiozzo e la contribuzione media
appare decisamente bassa. Forse un estratto conto integrato
può aiutare tutta la popolazione occupata ad essere più consapevole ed informata. ◘
Casellario centrale degli attivi
Davanti a questo nome la prima immagine è quella
dell’amministratore alle prese con faldoni polverosi, ma in
realtà si tratta di costituire una banca dati. Di cosa? Dei
tracciati previdenziali di ogni lavoratore, cioè un archivio di tutti i denari versati e risparmiati per la pensione,
pubblicandoli sotto un documento individuale, chiamato
«estratto conto contributivo integrato»: Eci. Dunque, il Casellario centrale contiene l’anagrafe generale delle posizioni
assicurative degli iscritti alle forme di previdenza obbligatoria, la quale a sua volta raccoglie per ciascun lavoratore
i periodi contributivi, obbligatori, facoltativi e/o volontari.
La legge che istituisce il Casellario è del 2004 ed il progetto
oggi è a buon punto, certo non proprio rispettando tempi
fulminei di realizzazione.
Come leggere il Quadro B
La maschera del Quadro B indica anno per anno gli importi
che ho versato. Il contributo «soggettivo» indica la percentuale del reddito personale che ho accantonato, mentre il contributo «integrativo» è l’importo che chiedo al mio cliente e che
giro al mio ente di previdenza. Il terzo tipo di contributo in
Eppi è quello di maternità.
Ogni contributo ha un «dovuto», cioè l’importo che devo versare, e un «versato», cioè quanto ho effettivamente pagato. È
possibile che io sia a debito con l’Ente, avendo versato meno,
e dunque è bene mi regolarizzi, oppure sia a credito, e dunque l’Eppi compenserà un pagamento sottraendo quanto mi
Si è aperto con un incontro all’Eppi un nuovo
cantiere dedicato al miglioramento dei processi
Più coinvolgimento della base, più tecnologia,
più interazione per far viaggiare le notizie
da delegato dei Collegi dell’Emilia-Romagna ho partecipato all’incontro dell’8 novembre scorso presso la sede
dell’Eppi sul tema della comunicazione. In proposito avrei
alcune riflessioni da sottoporti ed un invito da farti.
Il momento storico che stiamo vivendo, come cittadini e
come categoria, è di emergenza totale: la crisi economica
mondiale si accompagna ad una crisi etica, di valori e di
fiducia, che, con un sincronismo sinistro, coincide con la
nascita della riforma del nostro ordine professionale e la
modifica delle aliquote previdenziali. C’è necessità di saper cogliere le opportunità di queste riforme, che queste
vengano comprese ed evidenziate agli iscritti, in modo che
possano essere sfruttate come occasioni di sviluppo e strumenti per il rilancio della propria professione. Per questo
credo sia necessario che venga fatta una buona comunicazione su questi temi.
Come rappresentante locale di categoria, posso affermare
che c’è ancora troppa distanza tra iscritti e collegi territoriali e tra territorio e istituzioni centrali. Questa distanza
è purtroppo ben maggiore della distanza fisica che separa
ciascuno di noi. La maggior parte dei nostri iscritti vede
le istituzioni di categoria come entità imposte dall’alto e
non per ciò che sono effettivamente, ovvero organismi che
rappresentano noi tutti e che sono formati da colleghi, organismi tanto più nostri quanto maggiore è la nostra volontà di partecipazione. Anche su questo bisogna lavorare
con tanta buona comunicazione.
Sono consapevole che molto è stato fatto da Eppi e Cnpi
per avere una buona comunicazione, così come anche nel
lavoro di tanti collegi, ma i risultati ci dicono che bisogna
alzare l’asticella, perché ancora questo non basta per andare oltre l’ostacolo e raggiungere l’obiettivo. Credo che
oggi la buona comunicazione per gli iscritti nasca da un
sistema strutturato di fonti e mezzi complementari che
preveda l’assoluta bidirezionalità del flusso informativo:
dagli iscritti non debbono provenire solo i feedback, ma
anche e soprattutto le fonti primarie dell’informazione:
gli eventi, le esperienze e le idee. Questa comunicazione
«solidale» riduce le distanze tra le parti e crea un circolo
virtuoso dove ciascuno non è più a margine, ma al centro.
Anche questo serve a fare categoria.
Credendo fermamente in tutto questo, ho visto con grande
favore la ricostituzione del Coordinamento nazionale per
la stampa e la comunicazione e vi ho aderito immediatamente. Il mio invito a te e all’istituzione che rappresenti è quello di credere ed investire nel lavoro di questo
Coordinamento che può rappresentare l’anello da sempre
mancante del nostro processo di comunicazione. Per usare
parole tue, anche questa è una grande opportunità.
Andrea Prampolini, Collegio di Modena
non basta fare, serve fare di più. Questo dev’essere il nostro
motto e mi fa piacere che ci siano giovani che pretendono dagli altri, come da se stessi, l’insoddisfazione per quello che si
è fatto e lo sguardo concentrato sul prossimo progetto. Ed è
strategicamente decisivo per l’intera categoria il progetto che
curerà il Coordinamento nazionale per la stampa e la comunicazione. A te e agli altri che ne faranno parte un forte augurio di buon lavoro. E di buona, ottima comunicazione. ◘
I testi (non più di 400 battute inclusi gli spazi) vanno
inviati via fax al numero 06.42.00.84.44 oppure via
posta elettronica all’indirizzo stampa.opificium@cnpi.it
Opificium_06_12
http://www.eppi.it/files/Opificium_06_12.pdf