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Timestamp: 2020-08-03 14:22:30+00:00
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Raccolta articoli e sentenze sul rapporto tra impiegati e responsabili – Parte 2 – BroomGulf
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Dire “ti distruggo” al proprio capo, vale il licenziamento
“Ci metto un minuto” o “Non è colpa mia”, le 11 frasi da non dire mai a lavoro
Il ricorso in Cassazione contro detta pronuncia, non ha sortito gli effetti sperati per la società ricorrente.
La Corte evidenzia infatti che non sono stati provati gli addebiti mossi al lavoratore e che il fatto di aver tentato di registrare una conversazione con i superiori non non può considerarsi una condotta illecita neppure sotto il profilo disciplinare. Al contrario, la registrazione della conversazione con il capo, se viene fatta allo scopo di utilizzarla in giudizio, è lecita e può costituire una prova utilizzabile nel processo civile.
La paura di perdere il lavoro aumenta il rischio di ammalarsi del 50% , un po’ meno di quanto non facciano ritmi troppo duri, che comportano il 35% di probabilità. Sono le conclusioni cui sono giunte la Business School di Harvard e l’Università di Stanford che hanno passato in rassegna circa 200 studi per calcolare gli effetti dello stress sui luoghi di lavoro. Stato di precarietà e richieste onerose, scrive il magazine Quartz, delineano i tratti del cattivo capo che incide sulla salute dei suoi dipendenti allo stesso modo del fumo passivo.
Stando a una ricerca dell’Associazione degli Psicologi americani, incorrere in un boss difficile da reggere non è poi così infrequente. Il 75% dei lavoratori statunitensi imputa la causa dello stress al proprio superiore, mentre il 60% ha dichiarato che cambierebbe volentieri il proprio capo per ottenere un aumento di stipendio. La cosa sorprendente, tuttavia, è che, tra coloro che si ritrovano in una situazione simile, solo il 27% cambia ufficio o azienda non appena ne ha occasione e l’11% preferisce preservare la propria salute andando via seppur in assenza di un impiego alternativo. Il 59%, invece, resta. Le ragioni possono essere le più svariate, dalla “sindrome di Stoccolma”, alla fedeltà all’azienda, alla “pigrizia” legata a doversi lanciare nella ricerca di un nuovo lavoro.
3. Aspettative irragionevoli. Alcuni dirigenti considerano i propri dipendenti come se non avessero una vita oltre al lavoro, per questo non esitano a pretendere da parte loro disponibilità a qualunque oro del giorni, ignorando l’importanza degli obblighi familiari, degli hobby, o di qualunque altra cosa non riguardi l’ufficio.
di Annamaria Villafrate – Con l’ordinanza n. 611/2019 (sotto allegata) la Corte di Cassazione non fa che ribadire il proprio pensiero su quella che dovrebbe essere la condotta del dipendente sul posto di lavoro. Respinge infatti il ricorso del lavoratore perché, come debitamente dimostrato in primo e secondo grado, avrebbe tenuto una condotta aggressiva nei confronti dei propri superiori gerarchici che, per tutta risposta, lo hanno licenziato. A poco è valso per il dipendente il tentativo di giustificare il proprio comportamento, sostenendo di aver semplicemente reagito a condotte mobbizzanti. Gli Ermellini infatti, non hanno ritenuto provata la versione del dipendente, il cui licenziamento quindi è stato dichiarato legittimo anche in questa sede.
Il giudice di secondo grado conferma quanto sancito dalla sentenza di primo, che ha ritenuto legittime le sanzioni disciplinari irrogate nei confronti di un dipendente conseguenti a comportamenti caratterizzati “dalla totale inosservanza delle regole di correttezza e reciproco rispetto nei rapporti con i colleghi e i superiori gerarchici e da insofferenza a legittime disposizioni aziendali.”
di esaminare le prove sottoposte al suo esame e trascurato l’inattendibilità dei testimoni;
di pronunciarsi sulla sproporzione della sanzione irrogata, a causa della mancata valutazione dell’atteggiamento del dipendente, da considerare come una reazione a comportamenti mobbizzanti subiti in azienda;
La Suprema Corte, con la sentenza n 611/2019, sezione lavoro rigetta il ricorso ritenendolo inammissibile, motivando nel dettaglio le ragioni per le quale è giunta a tale conclusione, precisando, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente che “La sentenza impugnata ha ampiamente esaminato i fatti controversi ed accertato che l’istruttoria espletata in primo grado aveva confermato integralmente i fatti contestati e che il lavoratore non aveva contestato la verificazione di tali fatti nella loro dimensione oggettiva essendosi limitato – in alcuni casi a ridimensionare la portata considerandoli espressione della normale dialettica in ambiente di lavoro e in altri casi a ricondurre i propri comportamenti a reazioni consequenziali ad atteggiamenti aggressivi e provocatori di OS e OW (superiori gerarchici) – vessazioni che non avevano trovato conferma nella prova testimoniale.”
Per la Cassazione la valutazione di proporzionalità deve basarsi sugli “standard”, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale
di Valeria Zeppilli – Offendere l’amministratore della società presso la quale si lavora non è di certo un comportamento consigliabile: anche se, talvolta, l’istinto di sfogarsi rischia di prendere il sopravvento, è sempre meglio mantenere la calma.
L’uomo, più precisamente, durante una discussione con l’amministratore della società aveva pronunciato frasi del tenore di “io ti distruggo” e “io ti spacco il fondoschiena”.
La vicenda, di grado in grado, giunge fino in Cassazione…ma per l’irascibile lavoratore non c’è nulla da fare.
I giudici di legittimità, con la sentenza numero 1595/2016, depositata il 28 gennaio scorso (qui sotto allegata), hanno infatti confermato la decisione con la quale la Corte di Appello (sovvertendo l’orientamento del Tribunale) aveva considerato legittimo il licenziamento del lavoratore.
Così, la sindacabilità in Cassazione dell’accertamento della ricorrenza degli elementi che integrano la giusta causa di licenziamento è subordinata al fatto che la contestazione del ricorrente non si limiti a una censura generica. È piuttosto necessaria una specifica “denuncia di incoerenza rispetto agli “standards”, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale”.
Dato che invece, nel caso di specie, la censura non evidenziava tale aspetto ma si limitava a chiedere un’infondata rivalutazione delle risultanze istruttorie, il ricorso non può essere accolto.
Oltretutto, a parere della Corte, il giudice dell’appello aveva anche fatto una corretta applicazione dei principi ai quali deve ispirarsi la valutazione della legittimità di un licenziamento disciplinare.
Nulla da fare per il lavoratore. L’unica consolazione resta la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.
Lezione numero uno: le donne, a lavoro, devono smettere di utilizzare la parola “solo” rivolgendosi agli altri, come se chiedessero il permesso per fare qualcosa. Parola di Ellen Leanse, ex dirigente di Google: “Così facendo attribuiscono all’interlocutore un ruolo genitoriale, e lo mettono in posizione di esercitare autorità e controllo”. Ma questo non è l’unico atteggiamento cui prestare attenzione. Secondo Travis Bradberry, cofondatore di Talent Smart, ci sono anche altre osservazioni e parole “incriminate” che possono rovinare una carriera, indipendentemente da talento e bravura.
Ecco le 11 frasi che, secondo l’Independent, dovreste evitare a tutti i costi in ufficio se volete che la vostra carriera proceda a vele spiegate.
“Lo sanno tutti che la vita è ingiusta. Così dicendo si fa capire all’interlocutore che si pecca di idealismo, che si è lontani dalla realtà, insomma è molto probabile che passiate per ingenui e immaturi. E’ preferibile invece attenersi ai fatti e ragionare in un’ottica costruttiva, lasciando fuori la propria interpretazione personale” consiglia Bradberry.
La tecnologia cresce così rapidamente che anche un processo di sei mesi potrebbe essere obsoleto. Una frase del genere non solo è segno di pigrizia e avversione al cambiamento, ma potrebbe indurre il vostro capo a chiedervi perché non avete provato a migliorare le cose in autonomia. Se stai facendo le cose nel modo in cui sono sempre state fatte, sicuramente esiste un modo migliore per svolgerle.
Quando qualcuno vi chiede di fare qualcosa o vi ringrazia per averla fatta, e rispondete “Nessun problema”, state indirettamente insinuando che tale richiesta, in realtà, poteva costituire un problema per voi. Quel che dovete dimostrare, invece, è che siete felici di fare il vostro lavoro. Dire “E’ stato un piacere” o “Sarò felice di occuparmene” è una differenza sottile, ma di forte impatto
4. Io penso … / Ma forse è un’ idea stupida … / Sto per fare una domanda stupida
Questo tipo di frasi minano la vostra credibilità. Anche se in realtà state per proporre una grande idea, suggeriscono che non avete grande stima di voi e, di conseguenza, anche i vostri interlocutori sono portati a non nutrirne nei vostri confronti. Non siate il vostro peggior nemico. Se non siete sicuri voi di quel che state per dire, non lo saranno nemmeno gli altri. E se vi manca qualche tassello basta rispondere: “Al momento manca quest’informazione, la recupero e vi aggiorno”
Dire che per fare qualcosa vi serve solo un minuto darà l’impressione che fate le cose di fretta e in maniera superficiale. A meno che non portiate a termine l’attività in 60 secondi, sentitevi liberi di dire che non ci vorrà molto.
Proprio come quando si usa la parola “credo che”, “ci provo” denota una mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Se vi viene chiesto di fare qualcosa, impegnatevi a farla o offrite un’alternativa, ma non dite che ci proverete perché date l’impressione che non vi impegnerete a sufficienza.
7. E ‘pigro / è un incompetente / è uno stupido
Non vi gioverà mai fare un commento denigratorio a proposito di un collega. Se la vostra osservazione è esatta, tutti sono già a conoscenza della situazione, quindi rimarcarlo non servirà a nulla. Se invece il commento è inopportuno, farete voi la figura degli stupidi. Ci saranno sempre colleghi scortesi o incompetenti a lavoro, ma se non potete aiutarli a migliorare, non avete nulla da guadagnare sottolineando la loro inettitudine. Denunciare l’incompetenza del vostro collega sembrerà un goffo tentativo di farvi apparire migliori di lui.
Questa frase spesso sarcastica fa suonare come se foste solo disposti a fare il minimo indispensabile per garantirvi lo stipendio, ma se aspirate a mantenere il vostro posto di lavoro vi si ritorcerà contro. Se il capo vi chiede di fare qualcosa non consona alla vostra posizione (o moralmente inappropriata), la mossa migliore è quella di svolgere l’attività con entusiasmo. In un momento successivo, fissate un appuntamento con lui per ridiscutere il vostro ruolo nella società e valutare se le vostre mansioni richiedano un aggiornamento. In questo modo eviterete occhiatacce e il vostro capo avrà modo di riflettere sulle conseguenze che alcune richieste possono avere a lungo termine.
Non è mai una buona idea scaricarsi di ogni responsabilità. Siate invece responsabili. Se hai avuto un ruolo, anche minoritario, in qualcosa, assumetevi la vostra parte di colpa. Se invece non c’entrate nulla date a capo e colleghi una spiegazione spassionata di quel che è accaduto. Attenetevi ai fatti, e lasciate che siano gli altri a trarre le proprie conclusioni su chi è il responsabile.
“Non posso” va a braccetto con “non è colpa mia”. In genere questa frase suona sgradevole perché dà l’idea che non vogliate impegnarvi. Se proprio non potete farlo perché vi mancano le competenze necessarie, proponete una soluzione alternativa. Invece di “Non posso restare fino a tardi stasera”, dite “posso venire prima domattina presto”, oppure se non sapete fare qualcosa chiedete a qualcuno di aiutarvi.
L’ultima cosa che chiunque vuole sentire sul posto di lavoro è una persona che si lamenta del proprio mestiere. In questo modo è facile benire etichettati come persone negative che nuocciono al morale del gruppo. I capi sanno sempre che dietro l’angolo c’è qualcuno che è pronto a prendere il vostro posto e a lavorare con più entusiasmo.
Di Bron ElGram|2020-02-16T11:13:53+01:0016 Febbraio 2020|Categorie: WORK & MONEY|Tag: capo, carriera, controllo, dipendenti, diritto, diritto del lavoro, gerarchia, impiegato, lavoro, monitoraggio, privacy, responsabile, ufficio|0 Commenti
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