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Timestamp: 2020-07-07 07:42:25+00:00
Document Index: 134111946

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 56', 'art. 65', 'art. 65', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 9558 del 18/04/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9558 del 18/04/2018
Cassazione civile, sez. un., 18/04/2018, (ud. 13/03/2018, dep.18/04/2018), n. 9558
Il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Venezia applicò all’avv. F.L. la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per nove mesi, per violazione degli artt. 40, 41 e 44 del codice deontologico.
La violazione contestata consisteva nel fatto che l’avvocato aveva omesso d’informare il proprio cliente dell’esito di un’azione di recupero di un credito derivante da una controversia di lavoro e aveva trattenuto, senza autorizzazione, parte delle relative somme di danaro corrispostegli direttamente dalla controparte, al fine di compensare crediti che egli vantava nei confronti del cliente in relazione a parcelle concernenti precedenti attività, che assumeva fossero rimasti inadempiuti.
In esito a ricorso dell’avvocato dinanzi al Consiglio nazionale forense la sanzione è stata ridotta a sei mesi.
Contro questa sentenza l’avv. F. propone ricorso per ottenerne la cassazione, che affida a tre motivi; col medesimo ricorso il ricorrente ha sollecitato la sospensione della esecutorietà della sentenza impugnata, ritenendo sussistenti sia il fumus boni iuris, sia il periculum in mora.
La trattazione dell’istanza di sospensione è stata fissata per l’adunanza camerale del 4 luglio 2017, ai sensi dell’art. 380-ter c.p.c., come sostituito dal D.L. n. 97 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 168 del 2016, e quindi in camera di consiglio non partecipata ed è stata rinviata a nuovo ruolo perchè il ricorrente ha fatto valere l’inosservanza del termine intercorrente tra la comunicazione dell’avviso di fissazione e l’adunanza. In vista di quell’adunanza il sostituto procuratore generale aveva concluso per il rigetto dell’istanza.
Si è quindi proceduto a fissare la pubblica udienza.
1.- Va dichiarato inammissibile il ricorso proposto nei confronti del Consiglio nazionale forense, che, in quanto soggetto terzo rispetto alla controversia e autore della impugnata decisione, è privo di legittimazione nel presente giudizio, le parti del quale vanno individuate nel soggetto destinatario del provvedimento impugnato, cioè nel COA locale che, in sede amministrativa, ha deciso in primo grado e nel pubblico ministero presso la Corte di Cassazione (tra varie, si vedano Cass., sez. un., 6 giugno 2003, n. 9075; 7 dicembre 2006, n. 26182; 13 giugno 2008, n. 19513 del 2008; 24 gennaio 2013, n. 1716; 24 febbraio 2015, n. 3670; 27 dicembre 2016, n. 26996).
2.- Col primo motivo di ricorso l’avv. F. invoca l’intervenuta prescrizione dell’azione disciplinare, in applicazione del ius superveniens costituito dall’art. 56 della nuova legge professionale (L. n. 247 del 2012), entrata in vigore il 2 febbraio 2013, il 3 comma del quale ha fissato in sette anni e mezzo il termine massimo di prescrizione dell’azione disciplinare (nella fattispecie ampiamente decorso) e ha stabilito che da ogni interruzione decorre un nuovo termine della durata di cinque anni, anch’esso trascorso.
In particolare, secondo il ricorrente la disciplina della prescrizione, più favorevole rispetto a quella vigente al tempo in cui la condotta ritenuta illecita è stata commessa, si applicherebbe al caso in esame in virtù dell’art. 65 della medesima legge, secondo il quale le norme contenute nel (nuovo) codice deontologico si applicano anche ai procedimenti disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato.
3. – La tesi del ricorrente non è condivisibile.
Il 5 comma dell’art. 65 della nuova legge professionale recita, testualmente, nella sua ultima parte: “… L’entrata in vigore del codice deontologico determina la cessazione di efficacia delle norme previgenti anche se non specificamente abrogate. Le norme contenute nel codice deontologico si applicano anche ai procedimenti disciplinari in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l’incolpato”.
6.3.- A conclusioni analoghe è già giunta la giurisprudenza di questa Corte, con riguardo alle sanzioni disciplinari irrogate ai notai (Cass. 3 febbraio 2017, n. 2927, ripresa, a proposito di quelle inflitte ai lavoratori pubblici con rapporto contrattuale, da Cass. 26 ottobre 2017, n. 25485), nonchè, in ambito penale, in riferimento alla sanzione disciplinare della sospensione dalla professione per un periodo determinato di un medico in relazione a una falsità in un’autocertificazione (Cass. 26 aprile-26 agosto 2016, n. 35554, Labate).
L’inapplicabilità della disciplina più favorevole determina per conseguenza il rigetto del motivo.
7.- Il ricorrente, col primo profilo del secondo motivo di ricorso, denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del diritto di difesa presidiato anche da norme sovranazionali, perchè il Consiglio nazionale forense, nel considerare ingiustificata l’assenza dell’incolpato alla prima ed unica udienza del 24 novembre 2016, e nel valutare, con eccesso di potere, l’inattendibilità della presentata certificazione medica sul suo impedimento a comparire o senza valutare adeguatamente il referto, ha omesso di rinviare la trattazione del procedimento.
7.1.- Non possono essere qui presi in considerazione altri aspetti (pur adombrati nel motivo) attinenti a vizi della motivazione della sentenza nella parte in cui ha richiamato l’ordinanza con la quale si è rigettata l’istanza di rinvio per l’affermata carenza del relativo presupposto: tali vizi della motivazione, infatti, non potrebbero essere esaminati sotto il profilo (l’unico prospettato) della violazione di legge.
7.2.- Questo profilo del motivo, come sopra interpretato, non è fondato.
Infatti, come chiarito nella sentenza, il procedimento non è stato rinviato perchè non è stato ravvisato l’impedimento a tal fine necessario.
Tale valutazione è sufficiente a giustificare il mancato rinvio, la mancata audizione e a escludere la dedotta violazione di legge (tra le altre, Cass., sez. un., 24 gennaio 2013, n. 1715 e sez.un., 6 aprile 2017, n. 10226).
7.3.- Estraneo al perimetro della violazione di legge è, poi, il secondo profilo del secondo motivo, col quale si contesta il rigetto delle istanze istruttorie, in tal modo coinvolgendo l’apprezzamento del giudice di merito.
8.- Col terzo e col quarto motivo si denunciano infine vizi di motivazione, riguardanti, il primo, la valutazione dei documenti in atti e, il secondo, la quantificazione della sanzione.
Entrambe le deduzioni di tali vizi sono inammissibili, al cospetto del regime previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, al quale l’impugnazione della sentenza è ratione temporis soggetta, essendo consentita soltanto per l'”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.
Disposizione, questa, che deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità. Sicchè l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (sul punto, tra varie, Cass., sez. un., 20 ottobre 2015, n. 21216 e 28 ottobre 2015, n. 21948).
8.1.- Orbene, i motivi in esame all’evidenza non denunciano un vizio riconducibile alla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che il Consiglio nazionale forense ha esaminato i documenti, dei quali il ricorrente auspica una diversa lettura ed ha ragguagliato la sanzione alle circostanze specifiche della fattispecie.
9.- Il ricorso va in conseguenza respinto.
9.1.- Va affermata la sussistenza dei presupposti per l’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, diversamente da quanto può apparire dalla lettura di Cass., sez. un., 25 novembre 2013, n. 26280 (sulla sussistenza di tali presupposti, tra le più recenti, Cass., sez. un., 23 novembre 2017, n. 27897; 18 luglio 2017, n. 17720; 11 luglio 2017, nn. 17109 e 17108).
dichiara inammissibile il ricorso, là dove è proposto nei confronti del Consiglio nazionale forense, e lo rigetta nel resto.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.