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Timestamp: 2020-03-28 18:43:33+00:00
Document Index: 37633576

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Il Commercialista in Rete: Ritenute
Le domande di pronuncia pregiudiziale proposte al vaglio della Corte Ue vertono sull’interpretazione dell’articolo 63 TFUE. Tali domande son...
Omesso versamento di ritenute, basta la sola prova indiziaria.
Nel reato di omesso versamento di ritenute certificate (articolo 10-bis del Dlgs 74/2000), che punisce con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta, le ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 50mila euro per ciascun periodo d'imposta, la prova delle certificazioni attestanti le ritenute operate dal datore di lavoro, quale sostituto d'imposta sulle retribuzioni effettivamente corrisposte ai dipendenti/sostituiti, può essere fornita dal Pm anche mediante prove documentali, testimoniali o indiziarie.
In questi termini si è espressa la Cassazione penale, nella sentenza n. 20778 del 22 maggio, ribadendo, così, un principio della giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 19454/2014, 33187/2013 e 1443/2012).
Un soggetto condannato a sette mesi di reclusione, perché ritenuto colpevole del reato di cui all'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, impugna in Cassazione la sentenza di condanna emessa dalla Corte di appello territoriale, per violazione del richiamato articolo 10-bis, atteso che i giudici del gravame avrebbero errato nel ritenere integrato il reato de quo, avendo il controllo fiscale interessato il solo modello 770/2014 (modello che contiene i dati relativi alle certificazioni rilasciate ai soggetti cui sono stati corrisposti redditi di lavoro dipendente, equiparati e assimilati, nonchè i dati contributivi previdenziali e assicurativi e quelli relativi all'assistenza fiscale prestata nell'anno 2013).
Invero, il ricorrente ritiene che la fattispecie delittuosa si realizza con il rilascio, ai dipendenti/sostituiti, della certificazione prevista dall'articolo 4 del Dpr 322/1998 (Cud), la cui assenza, nel caso di specie, comporta, pertanto, l'esclusione della fattispecie contestata per mancata integrazione del requisito oggettivo del reato.
Per i giudici di piazza Cavour, il ricorso è infondato, nella considerazione che, sulla base dell'insegnamento delle sezioni unite della Corte suprema (sentenza 37425/2013), il rilascio della certificazione ai sostituiti da parte del sostituto d'imposta non è un elemento costitutivo del reato previsto dall'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, ma un mero presupposto.
Il meccanismo di riscossione dell'imposta mediante sostituzione - sistema attraverso cui l'Amministrazione finanziaria, in luogo della riscossione dell'imposta direttamente dal percettore del reddito (sostituito di imposta), incassa il tributo da un altro soggetto (sostituto d'imposta), che è quello che eroga gli emolumenti da tassare e che è tenuto al pagamento del tributo, in luogo del primo, da versare all'Erario - comporta l'adempimento di alcuni obblighi strumentali a carico del sostituto.
In particolare, quest'ultimo deve rilasciare ai propri dipendenti il Cud, previsto dall'articolo 4 del Dpr 322/1998, che certifica l'ammontare complessivo delle somme corrisposte e delle ritenute operate, in modo da permettere al soggetto passivo di documentare e di dimostrare il prelievo subìto, nonché presentare, annualmente, una dichiarazione unica di sostituto d'imposta, dalla quale risultano tutte le somme pagate e le ritenute operate nell'anno precedente (modello 770).
Ne consegue che, trattandosi di un reato omissivo proprio, istantaneo e di mera condotta, integrato dal mero mancato compimento di un'azione dovuta, la fattispecie penalmente rilevante è integrata con la sola condotta omissiva, che si realizza con il mancato versamento entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta delle ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a 50mila euro per ciascun periodo d'imposta.
Tuttavia, anche laddove si dovesse ritenere necessario il rilascio del Cud per l'integrazione del reato de quo, la Corte di appello ha ritenuto che, nel caso di specie, il rilascio della certificazione fosse provato dalla testimonianza resa dal funzionario che ha relazionato sul contenuto delle dichiarazioni annuali, ossia sul modello 770, attribuendone espressamente la paternità all'imputato.
Pertanto, con riferimento alle attestazioni contenute nel modello 770, "…provenienti dallo stesso sostituto d'imposta nelle quali sono puntualmente indicate le certificazioni rilasciate ai sostituiti e sono riportati i dati circa le ritenute operate…non si pone tanto una questione di mancato rilascio delle certificazioni, quanto di ripartizione degli oneri probatori, incombendo al pubblico ministero di provare i fatti costitutivi dell'addebito contestato, tra cui, per quanto qui interessa, il rilascio delle certificazioni (onere che può assolvere pervia documentale, testimoniale o indiziaria)".
Di contro, è onere dell'imputato di provare, qualora il Pm abbia assolto alle proprie incombenze, come nel caso di specie, "…i fatti (estintivi o modificativi) che paralizzino la 'pretesa punitiva', con la conseguenza che la pura e semplice affermazione di non avere rilasciato le certificazioni ai sostituiti o di non aver retribuito i dipendenti, e di conseguenza neppure operato le ritenute, non è idonea all'assolvimento dell'onere probatorio a suo carico e dunque non lo esonera dalle responsabilità, al cospetto di prove documentali provenienti dallo stesso imputato o testimoniali, che a queste si riferiscano, che comprovino l'esatto contrario".
Come è noto, a norma dell'articolo 23 del Dpr 600/1973, i sostituti d'imposta che corrispondono redditi di lavoro dipendente, di cui all'articolo 51 del Tuir, sono tenuti a operare, all'atto del pagamento, una ritenuta d'acconto dell'Irpef dovuta dai percipienti, con obbligo di rivalsa e, a tal fine, rilasciano - entro il 28 febbraio dell'anno successivo a quello in cui le somme sono state corrisposte - un'apposita certificazione unica (Cud) attestante l'ammontare complessivo di dette somme, delle ritenute operate, e degli altri elementi indicati nell'articolo 4 del Dpr 322/1998.
La circostanza che il datore di lavoro non rilasci il Cud, se da un lato, non esonera il contribuente dal dichiarare, in base ai dati in proprio possesso, i redditi di lavoro dipendente e, conseguentemente, dall'eseguire il versamento delle imposte (se dovute), dall'altro, non tiene indenne il datore dall'eventuale incriminazione penale per omesso versamento di ritenute certificate, disciplinata dall'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 (in vigore dal 1° gennaio 2005), laddove venga fornita la prova documentale, testimoniale o indiziaria, dell'avvenuto rilascio della certificazione in parola.
Per completezza, si ricorda che la Cassazione ha recentemente precisato come, nel reato di omesso versamento delle ritenute certificate, la situazione di difficoltà finanziaria dell'imprenditore non costituisca una causa di forza maggiore tale da escludere la responsabilità penale prevista dal citato articolo 10-bis (sentenza 37528/2013).
Nel reato di omesso versamento di ritenute certificate (articolo 10-bis del Dlgs 74/2000), che punisce con la reclusione da sei mesi a due a...
Etichette: Omesso versamento, Ritenute
alle giovedì, giugno 05, 2014
Flussi finanziari dall’estero, sospesa la ritenuta del 20%.
Sospesa l’operatività della ritenuta del 20% sui redditi derivanti da investimenti e attività estere di natura finanziaria, applicata automaticamente dagli intermediari (articolo 4, comma 2, Dl 167/1990). Gli eventuali importi già trattenuti saranno rimessi a disposizione degli interessati, dagli stessi intermediari. A stabilirlo un provvedimento del direttore dell'Agenzia del 19 febbraio, su richiesta del ministro dell’Economia e delle Finanze.
Sospesa l’operatività della ritenuta del 20% sui redditi derivanti da investimenti e attività estere di natura finanziaria, applicata automa...
Liquidazione coatta amministrativa e risparmio gestito, il liquidatore applica la ritenuta.
L'Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 19/E del 13 febbraio, ha sottolineato che il liquidatore subentra in toto al sostituto d’imposta. Di conseguenza, se il liquidatore è chiamato ad amministrare il patrimonio che era gestito da una società di intermediazione mobiliare ed alcuni clienti di questa hanno optato per il regime del risparmio gestito, il commissario è tenuto ad applicare l’imposta sostitutiva del 20% sul risultato maturato. Già nella circolare 28/E/2006, era stato affermato che gli obblighi che gravano sul sostituto d’imposta, anteriormente alla liquidazione coatta amministrativa, si trasferiscono in capo al commissario liquidatore.
L'Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 19/E del 13 febbraio, ha sottolineato che il liquidatore subentra in toto al sostituto d’...
Ritenute certificate ma non versate: è reato con il solo dolo generico.
L’assenza di liquidità non libera da responsabilità penale il sostituto d’imposta che ometta di versare le ritenute certificate, ex articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, “richiedendosi la mera consapevolezza della condotta omissiva (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 25875 del 26/05/2010 ud. dep. 07/07/2010 Rv. 248151)”.
Queste le conclusioni della Corte suprema che, con la sentenza n. 3689 del 28 gennaio 2014, nel confermare la condanna del rappresentante legale di una società per il reato di omesso versamento di ritenute certificate, ha ribadito (cfr Cassazione penale, sentenza 35895/2011) che, per l’imputabilità del fatto tipico, rileva l’elemento soggettivo del dolo generico, ossia la coscienza e la volontà del soggetto obbligato di omettere i versamenti dovuti, a prescindere dalla criticità economica prospettata.
Sul punto la Corte di legittimità ha sempre assunto un atteggiamento di particolare rigore (cfr Cassazione ss.uu. 37424/2013; sezione penale, 35895 e 29616 del 2011). Cioè, l’assenza di liquidità non può escludere in toto la colpevolezza del soggetto obbligato o anche l’antigiuridicità del fatto tipico in funzione di causa scriminante (si pensi allo stato di necessità a cui fa riferimento parte della dottrina).
Diverso l’approccio dei tribunali di merito che, in più occasioni, hanno ritenuto che “la mancanza assoluta di mezzi economici” o comunque “la crisi acclarata di liquidità” escluderebbero la responsabilità penale per difetto dell’elemento psicologico tipico del reato (Tribunale Roma 7 maggio 2013 e 26 gennaio 2001).
L’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, introdotto dalla legge 311/2004, a decorrere dall’1 gennaio 2005 punisce con la reclusione da 6 mesi a 2 anni chiunque non versa, entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione dei sostituti d’imposta, ritenute certificate ai sostituiti, per un ammontare superiore a 50mila euro nel periodo d’imposta.
Il delitto de quo è reato proprio perché può essere commesso esclusivamente da colui che riveste la qualità di sostituto di imposta in base alle disposizioni contenute nel titolo III del Dpr 600/1973.
Sotto il profilo oggettivo, invece, il delitto si caratterizza per una condotta complessa costituita dal rilascio della certificazione ai sostituiti delle ritenute effettuate e dall’omesso versamento di queste da parte del sostituto entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale.
Su questo punto, la Corte di cassazione, con sentenza 28922/2011, ha affermato, che “in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali, ai fini della configurabilità del reato, è necessaria la prova del materiale esborso della retribuzione e che il relativo onere probatorio grava sulla pubblica accusa, che può però assolverlo sia mediante il ricorso a prove documentali che testimoniali ovvero attraverso il ricorso alla prova indiziaria”.
Costituisce d’altra parte principio comunemente accettato (cfr Cassazione 1855/2011 e sezioni unite 2764/2003) che il mancato pagamento della retribuzione al dipendente determina la non configurabilità del delitto di omesso versamento delle ritenute previdenziali posto che, in tale evenienza, verrebbe a mancare quella condotta di “appropriazione indebita” presupposto indefettibile per la contestazione della fattispecie criminosa.
Per quanto concerne l’elemento soggettivo, invece, come anticipato, vale il dolo generico.
Il reato, inoltre, come chiarito dai giudici nella sentenza in esame, “si consuma alla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione annuale e che solo con il maturare di tale termine si verifica l'evento dannoso per l'erario, previsto dalla fattispecie penale”.
Il rappresentante legale di una società veniva condannato dal Tribunale di Roma, sia in primo sia in secondo grado, per il reato di cui all’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, avendo omesso di versare all’erario le ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai lavoratori dipendenti.
Il condannato ricorreva in cassazione denunziando “la mancanza, contradittorietà e manifesta illogicità della motivazione per insussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato”.
Nel caso concreto, veniva dimostrata, a parere del ricorrente, la sola condotta omissiva (omesso versamento), ma non quella attiva (ritenute e successivo rilascio della certificazione).
Di fatto, osservava la Corte, la sentenza impugnata non motivava “sulla prova – spettante all’accusa – delle certificazioni attestanti le ritenute operate dal sostituto d’imposta”.
I giudici di legittimità annullavano con rinvio.
Il Collegio, pur accogliendo parzialmente i motivi di gravame, conferma il principio di diritto secondo cui il reato di omesso versamento di ritenute “è punibile a titolo di dolo generico, richiedendosi la mera consapevolezza della condotta omissiva”.
Opinare in questi termini significa ampliare l’ambito di responsabilità del sostituto, visto che, per integrare il fatto tipico, almeno sotto il profilo psicologico, basta la volontà di non versare.
La scelta del legislatore si spiega con l’intento di garantire al lavoratore il diritto a una regolare posizione previdenziale, punendo penalmente il datore omettente; tutela che viene garantita dalla Costituzione, ex articoli 4, 35, 36, 37, 38 e seguenti.
Ciò evidenzia l’indipendenza del concetto di “retribuzione” da quello di “previdenza” e la necessità di tutela costituzionale di quest’ultima.
Difatti, se il datore di lavoro omette di versare la retribuzione, compie un illecito civile; se, invece, omette di versare le trattenute, commette un illecito penale, ossia un reato.
Il diverso trattamento sanzionatorio, per alcuni, si giustifica sulla circostanza che il legislatore ha inteso reprimere non il fatto omissivo del mancato versamento dei contributi, ma il più grave fatto commissivo dell’appropriazione indebita da parte del datore di lavoro di somme prelevate dalla retribuzione dei lavoratori dipendenti.
Quanto esposto spiegherebbe, per altro, la scelta normativa di non imputare il fatto tipico a titolo di dolo specifico, contrariamente a quanto avviene per gli altri reati fiscali.
Di certo, un’imputazione a titolo di dolo specifico avrebbe reso più gravoso l’onere dell’accusa, tenuta a provare, tra gli elementi costitutivi del fatto tipico, anche “lo scopo specifico” di evadere.
L’assenza di liquidità non libera da responsabilità penale il sostituto d’imposta che ometta di versare le ritenute certificate, ex articolo...
alle lunedì, febbraio 10, 2014
Esonero ritenuta provvigioni, esteso a banche e intermediari.
Banche, intermediari finanziari, società di intermediazione mobiliare (Sim) e Poste italiane spa, che svolgono attività di intermediazione assicurativa, con prestazioni “dirette” nei confornti delle imprese di assicurazione, possono fruire dell’esenzione dalla ritenuta d’acconto Irpef o Ires prevista sulle provvigioni degli agenti e mediatori di assicurazione (articolo 25-bis del Dpr 600/1973). I beneficiari, tuttavia, devono essere iscritti al “Registro unico degli intermediari assicurativi e riassicurativi” e devono agire nell’ambito di un contratto di agenzia o mediazione con le imprese di assicurazione.
È il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 7/E del 7 febbraio.
L’Agenzia, in primo luogo, ricorda che articolo 25-bis del Dpr 600/1973, al quinto comma ha previsto che gli agenti e i mediatori di assicurazione siano esentati dalla ritenuta d’acconto Irpef o Ires dovuta sulle provvigioni per l’attività di mediazione.
Fa, poi, un quadro dei presupposti soggettivi e oggettivi dell’esenzione prevista dalla stessa norma, anche alla luce dei chiarimenti forniti dal ministero delle Finanze con la circolare n. 24/1983.
Secondo il profilo soggettivo, l’esonero dalla ritenuta sulle provvigioni riguarda gli agenti che siano iscritti all’apposito albo, o i mediatori iscritti alle camere di Commercio.
Per quanto riguarda il presupposto oggettivo, l’esenzione è prevista per le provvigioni percepite a fronte di un rapporto diretto tra agenti o mediatori e imprese di assicurazione “in regime di reciproca esclusiva” (articolo 25-bis, comma 5, Dpr 600/1973)
Dopo questa premessa, il documento di prassi evidenzia che l’intero settore dei prodotti assicurativi negli anni si è evoluto sia dal punto di vista normativo sia amministrativo, ampliando la portata e il significato dell’attività.
Anche a livello comunitario, la direttiva 2002/92/Ce ha previsto che i prodotti assicurativi possano essere distribuiti da distinte categorie di soggetti e che “la parità di trattamento tra gli operatori e la tutela dei consumatori esigono che la presente direttiva si applichi a ciascuna di queste categorie”.
Il settore, infine, è stato riformato dal Codice delle assicurazioni private (Cap) e dal regolamento Isvap.
Ciò che rileva ai fini della risoluzione, chiarisce l’Agenzia, è la definizione di “intermediazione assicurativa” data dagli articoli 106 e 109 del Codice delle assicurazioni private, un’attività, cioè, “riservata agli iscritti nel registro unico di cui all’articolo 109” e che “non può essere esercitata da chi non è iscritto nel registro”.
Fondamentale, dunque, per l’esercizio di tale attività l’iscrizione al “Registro unico degli intermediari assicurativi e riassicurativi”.
Possono far parte del “Registro”, rileva poi l’Agenzia, sia agenti e mediatori, sia altri soggetti tra cui “le banche autorizzate ai sensi dell’articolo 14 del testo unico bancario, gli intermediari finanziari inseriti nell’elenco speciale del testo unico bancario, le società di intermediazione mobiliare (SIM) autorizzate ai sensi dell’articolo 19 del testo unico dell’intermediazione finanziaria, la società Poste Italiane- Divisione servizi di bancoposta, autorizzata ai sensi dell’articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 14 marzo 2001, n. 144” (articolo 109 del Cap).
Alla luce del quadro evidenziato, l’Agenzia conclude che l’intermediario assicurativo (nel caso in esame, banche, intermediari finanziari, società di intermediazione mobiliare e Poste italiane spa) se rende una prestazione “diretta” all’impresa di assicurazione ed è iscritto nell’apposito “registro unico”, può essere equiparato ad agenti e mediatori di assicurazione e, di conseguenza, è esentato dalle ritenute d’acconto Irpef o Ires previste sui compensi percepiti, al pari dei soggetti espressamente esonerati dall’articolo 25-bis, comma 5, Dpr 600/1973.
Banche, intermediari finanziari, società di intermediazione mobiliare (Sim) e Poste italiane spa, che svolgono attività di intermediazione ...
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alle venerdì, febbraio 08, 2013
Il liquidatore risponde del reato di omesse ritenute certificate.
Secondo la Corte di cassazione, il liquidatore della Srl che non versa le imposte risponde del reato di dichiarazione fraudolenta, quale reato proprio. Ciò anche se ha incaricato un commercialista delle incombenze fiscali.
È quanto emerge dall’ordinanza 175 del 7 gennaio.
La vicenda oggetto della sentenza è quella di un liquidatore di una Srl, che veniva condannato alla reclusione quale responsabile del reato di cui all’articolo 10-bis del Dlgs n. 74/2000, per non avere versato entro il termine previsto per la dichiarazione annuale dei sostituti di imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti per un ammontare superiore a 50mila euro.
La condanna veniva confermata dalla Corte d'appello, nei cui confronti l’imputato ricorre per cassazione, lamentando:
che la sentenza impugnata sarebbe viziata nella forma in quanto emessa a carico dell’imputato a titolo personale, invece che nella qualifica dallo stesso rivestita di “liquidatore” della società
che a carico del ricorrente non sussisterebbe alcuna responsabilità per il reato ascritto, per avere incaricato un professionista esterno alle incombenze fiscali.
Il reato di cui all’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 ha ad oggetto le ritenute complessivamente operate nell’anno d’imposta, cui si riferisce la soglia di punibilità fissata dalla norma, e prevede quale termine per l’adempimento quello stabilito per la presentazione della dichiarazione annuale dei sostitute d’imposta (31 luglio dell’anno successivo), con la conseguenza che, maturando tale scadenza, si verifica l’evento dannoso per l’Erario previsto dalla fattispecie penale (Cassazione 25875/2010).
Dunque, la condotta omissiva propria si protrae fino alla scadenza del citato termine, che coincide con la data di commissione del reato, mentre a nulla rileva il già verificatosi inadempimento agli effetti fiscali (punito con sanzione amministrativa prevista dagli articoli 13 e 14 del Dlgs 471/1997).
Sono tenuti a presentare la dichiarazione con il modello 770 i soggetti che nell’anno precedente hanno corrisposto somme o valori soggetti a ritenuta alla fonte su redditi di capitale, compensi per avviamento commerciale, contributi a enti pubblici e privati, riscatti da contratti di assicurazione sulla vita, premi, vincite e altri proventi finanziari, compresi quelli derivanti da partecipazioni a organismi d’investimento collettivo in valori mobiliari di diritto estero, utili e altre somme equiparate, derivanti da partecipazioni in società di capitali, titoli atipici, indennità di esproprio e redditi diversi (articoli 23 e seguenti, Dpr 600/1973).
Nel decidere la vertenza, la terza sezione penale ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che è soggetto alla condanna per dichiarazione fraudolenta il liquidatore di società che omette il versamento delle imposte derivanti dalla liquidazione.
Infatti, la tesi della difesa dell’imputato, che aveva sostenuto di aver incaricato un professionista esterno per le incombenze fiscali, non ha smontato l’impianto accusatorio, che è rimasto integro anche al vaglio del terzo giudizio.
Ciò perché, si legge in un passaggio della motivazione della sentenza, il reato di cui all’articolo 10-bis del Dlgs 74/2000, quale reato “proprio”, richiede che il liquidatore, in quanto sostituto d’imposta, effettui le ritenute e riversi all’Amministrazione finanziaria gli importi.
In tema di reati fallimentari, è stato, infatti, stabilito che i consulenti, commercialisti o esercenti la professione legale, concorrono nei fatti di bancarotta quando, consapevoli dei propositi distrattivi dell’imprenditore o degli amministratori della società, forniscano consigli o suggerimenti sui mezzi giuridici idonei a sottrarre i beni ai creditori o li assistano nella conclusione dei relativi negozi ovvero ancora svolgano attività dirette a garantire l’impunità o a favorire o rafforzare, con il proprio ausilio o con le proprie preventive assicurazioni, l’altrui proposito criminoso (Cassazione 569/2003, 10742/2008 e 39988/2012).
Pertanto, la tesi di un’inconsapevolezza del proprio comportamento distrattivo quale mero liquidatore della società, è contraddetta dalla compiuta e logica motivazione espressa sul punto dalla Corte territoriale con particolare riferimento proprio a una carica, quella di liquidatore, che non può essere rivestita da un quivis de populo, del tutto digiuno delle necessarie competenze per portare a compimento l’opera di estinzione della società, trattandosi invece di soggetto deputato a compiere le operazioni e quindi a risponderne in caso di inadempimento (Cassazione 12083/1992).
Secondo la Corte di cassazione, il liquidatore della Srl che non versa le imposte risponde del reato di dichiarazione fraudolenta, quale re...
alle giovedì, gennaio 17, 2013
Fondi pensione: ritenuta del 12,5% sui rendimenti finanziari ante 2001.
La prestazione di previdenza complementare erogata, in forma di capitale, ai “vecchi iscritti” e corrispondente ai rendimenti finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, è tassata con la ritenuta a titolo di imposta del 12,5 per cento, anziché con l’aliquota del Tfr.
Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 102/E del 26 novembre, in linea con l’orientamento espresso dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 13642 del 22 giugno 2011.
La Corte suprema, per dirimere i contrastanti orientamenti giurisprudenziali sul tema, in quell’occasione ha specificato che, qualora un fondo pensione corrisponda una prestazione in forma di capitale a un “vecchio iscritto”, il trattamento fiscale prescinde dalla tipologia di gestione adottata dal fondo (assicurativa o finanziaria) e le somme erogate sono comunque soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, di cui all’articolo 6 della legge 482/1985, per la quota relativa al rendimento finanziario, e all’aliquota del Tfr per quella corrispondente ai contributi versati.
La decisione della Corte fornisce un’interpretazione alquanto inedita delle norme riguardanti la tassazione delle prestazioni integrative erogate ai “vecchi iscritti” e comporta un brusco dietro-front dell’Amministrazione Finanziaria rispetto al precedente e consolidato orientamento di prassi.
La materia della previdenza complementare ha subito molteplici interventi normativi, a seguito dei quali il trattamento fiscale risulta differenziato in ragione del periodo di maturazione della prestazione. Alla stessa prestazione, quindi, si rendono applicabili differenti regole di tassazione a seconda del periodo di maturazione dei relativi montanti (fino al 31 dicembre 2000; dal 1° gennaio 2001 fino al 31 dicembre 2006 e, infine, dal 1° gennaio 2007).
Con particolare riferimento al montante maturato fino al 31 dicembre 2000, prima dell’entrata in vigore del Dlgs 124/1993, il regime di tassazione delle prestazioni erogate sotto forma di capitale in favore dei “vecchi iscritti” (iscritti a forme di previdenza complementare alla data del 28 aprile 1993) era differenziato in base al modello di gestione degli investimenti adottato dai fondi.
Le erogazioni di tipo finanziario erano soggette per intero a tassazione separata con l’aliquota del Tfr, mentre quelle di tipo assicurativo erano sottoposte alla predetta aliquota solo per la parte corrispondente ai contributi (premi), mentre per la quota di rendimento (calcolato come differenza tra “l’ammontare del capitale corrisposto all’assicurato e l’ammontare dei premi pagati”), le stesse erogazioni erano soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, ai sensi dell’articolo 6 della legge 482/1985, in quanto ritenute produttive di reddito di capitale (cfr circolare del ministero delle Finanze n. 14/1987, cosiddetta circolare “Guarino”).
L’articolo 13, comma 9, del Dlgs 124/1993, introdotto dall’articolo 11, comma 1, della legge 335/1995, ha allineato la disciplina delle gestioni assicurative a quella delle gestioni finanziarie e generalizzato l’integrale tassazione separata delle prestazioni con l’aliquota del Tfr.
Inoltre, l’articolo 11, comma 3, della citata legge, ha stabilito che la disposizione prevista dal Tuir (articolo 42, comma 4) – che determinava i redditi di capitale da contratti assicurativi come differenza tra l’ammontare del capitale corrisposto e quello dei premi, analogamente a quanto previsto dall’articolo 6 della legge 482/1985 – non si applicava “in ogni caso” alle prestazioni erogate in forma di capitale ai sensi del decreto 124/1993, quale che fosse il modello gestionale adottato dal fondo pensione.
La disciplina introdotta dalla legge 335/1995 ha modificato, quindi, in modo sostanziale il previgente regime fiscale dei capitali percepiti in dipendenza di contratti di assicurazione o di capitalizzazione, per i quali l’articolo 6 della legge 482/1995, prevedeva l’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, secondo le modalità illustrate nella richiamata circolare n. 14 del 17 giugno 1987.
Le predette somme sono state, infatti, definitivamente assoggettate al trattamento previsto dal richiamato articolo 13, comma 9 (tassazione separata con aliquota del Tfr), considerato che la nuova disciplina aveva, in sostanza, stabilito che la componente di rendimento finanziario, ricompresa nella prestazione erogata, assumeva in ogni caso natura di reddito di lavoro dipendente (e non di reddito di capitale) analogamente alla parte imponibile costituita dai contributi versati dal datore di lavoro e dal lavoratore al fondo pensione (cfr circolare n. 235/1998, paragrafo 6.2.2.).
In tale contesto, l’articolo 1 del Dl 669/1996, con norma interpretativa, ha previsto che “la disposizione contenuta nel D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 13, comma 9, e quella contenuta nell’art. 42, comma 4, ultimo periodo, Tuir, introdotta dalla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 11, comma 3, devono intendersi riferite esclusivamente ai destinatari iscritti alle forme pensionistiche complementari successivamente alla data di entrata in vigore del citato D.Lgs. n. 124 del 1993”.
In buona sostanza, si limitava l’applicabilità agli iscritti alle forme pensionistiche complementari successivamente al 28 aprile 1993 (cosiddetti “nuovi iscritti”).
Di conseguenza, in base a quanto riportato, ai “vecchi iscritti” avrebbe dovuto continuare ad applicarsi il previgente regime fiscale delle prestazioni erogate in forma di capitale, differenziato in base al modello di gestione degli investimenti adottato dai fondi e precisato nella circolare n. 235/ 1998, paragrafo 6.2.3.
I giudici di legittimità, invece, ritenendo che per i “vecchi iscritti” non vi sia una norma che individui espressamente il trattamento fiscale applicabile alle prestazioni in esame, analoga a quella contenuta, per i “nuovi iscritti”, nell’articolo 13, comma 9, del Dlgs 124/1993, che opera una scelta netta per una tassazione tout court collegata ai redditi di lavoro, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di fondi previdenziali integrativi, le prestazioni erogate in forma di capitale ad un soggetto che risulti iscritto, in epoca antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, ad un fondo di previdenza complementare aziendale a capitalizzazione di versamenti e a causa previdenziale prevalente, sono soggette al seguente trattamento tributario: a) per gli importi maturati fino al 31 dicembre 2000, la prestazione è assoggettata al regime di tassazione separata di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 16, comma 1, lett. a) e art. 17, solo per quanto riguarda la “sorte capitale”, corrispondente all’attribuzione patrimoniale conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro, mentre alle somme provenienti dalla liquidazione del cd. rendimento si applica la ritenuta del 12,50%, prevista dalla L. 26 settembre 1985, n. 482, art. 6; ..”.
In altri termini, il trattamento fiscale delle prestazioni integrative erogate in forma di capitale ai “vecchi iscritti” prescinde dalla tipologia di gestione adottata dal fondo (assicurativa o finanziaria) e le somme erogate, riferibili ai montanti maturati fino al 31 dicembre 2000, sono comunque soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, per la quota relativa al rendimento finanziario, e all’aliquota del Tfr per quella corrispondente ai contributi versati.
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione in esame, in considerazione del finale pronunciamento delle sezioni unite della Cassazione, ha modificato il proprio orientamento (peraltro, in linea con la normativa riportata e soprattutto con il disposto dell’articolo 42, comma 4, del Tuir, nel testo vigente ratione temporis), affermando che alle prestazioni integrative relative ai montanti maturati fino al 31 dicembre 2000 erogate, in forma di capitale, da fondi di previdenza complementare ai “vecchi iscritti” (iscritti, cioè, a forme pensionistiche complementari già alla data del 28 aprile 1993), può essere riconosciuta l’applicazione della ritenuta nella misura del 12,5% limitatamente alla quota che, sulla base di specifica certificazione rilasciata dal fondo, risulti essere costituita dal “rendimento netto”, inteso non come quota meramente residuale rispetto a quella costituita dai contributi, ma come somma “imputabile alla gestione del capitale accantonato sui mercati finanziari da parte del Fondo” (cfr sentenza citata).
Quindi, la ritenuta nella misura del 12,5% trova applicazione sugli importi corrisposti dal fondo a capitalizzazione individuale che derivino effettivamente dall’investimento sul mercato finanziario, da parte dello stesso fondo, del capitale accantonato e ne costituiscono il rendimento, in quanto solo tali somme sono assimilabili, anche sotto il profilo fiscale, ai redditi di capitale.
Per il versamento della ritenuta deve essere utilizzato il codice tributo n 1680.
Per le liquidazioni già effettuate, i “vecchi iscritti” possono presentare istanza di rimborso (articolo 38 del Dpr 602/1973) presso un ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate, allegando la documentazione rilasciata dal fondo che certifichi l’ammontare dei rendimenti imputabili alla gestione del capitale accantonato sui mercati finanziari da parte del fondo nei termini precedentemente indicati. Tale disposizione prevede infatti che l’istanza di rimborso relativa a versamenti diretti “può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata”.
Per gli iscritti al fondo previdenziale che hanno eventualmente trasferito la propria posizione in regime di neutralità fiscale da altri fondi pensione a capitalizzazione individuale, la predetta ritenuta potrà essere applicata ai rendimenti derivanti dalla gestione del capitale sui mercati finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, certificati dal fondo di provenienza e imputabili all’iscritto.
Infine, in caso di trasferimento della posizione previdenziale degli iscritti presso altra forma di previdenza complementare, la predetta certificazione potrà essere rilasciata dal vecchio al nuovo fondo previdenziale al fine di consentire la corretta tassazione dei rendimenti finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, in sede di erogazione della prestazione finale.
La prestazione di previdenza complementare erogata, in forma di capitale, ai “vecchi iscritti” e corrispondente ai rendimenti finanziari ma...
alle martedì, novembre 27, 2012
Quesito: richiesta informazioni per ritenuta d'acconto.
intraprendere (spero con successo), l'attività di wedding planner; per
ora non ho clienti, le mie energie sono per ora nel farmi pubblicità,
la mia domanda è se posso non aprirmi per il momento la partita iva ed
eventualmente se mi dovesse arrivare qualche cliente lavorare con
sto per intraprendere (spero con successo), l'attività di wedding planner; per ora non ho clienti, le mie energie sono per ora nel fa...
A dicembre 2011 un contribuente minimo emetta fattura, senza IVA e con r.a., come previsto dall'allora vigente norma. La fattura non viene pagata entro il 31.12.2011; il contribuente ha tutti i requisiti per accedere al nuovo regime dei minimi, pertanto dal 01.01.2012 non deve più subire ra sulle fatture. E' corretto che subisca la ritenuta sulla/e fattura/e emesse ante 01.01.2012?
A parere dello scrivente, qualora il contribuente dovesse subire la r.a. dal sostituto sono percorribili due strade:
1. fornire una dichiarazione al sostituto che attesta il possesso dei requisiti per accedere al nuovo regime dei minimi (tassazione al 5%), e per questo motivo, chiedergli direttamente il rimborso dell'importo della ritenuta subita. Infatti, anche le fatture emesse nel 2011, ma incassate nel 2012, vengono tassate con la nuova imposta sostitutiva (5%), pertanto, come previsto dal provvedimento dell'Agenzia delle Entrate n. 185820/2011 del 22.12.2011 non bisogna assoggettare tali compensi a ritenuta d'acconto.
2. Qualora il sostituto non volesse provvedere al rimborso della RA effettuata, la stessa, a fronte della certificazione del sostituto (art. 4 comma 6-TER, D.P.R. n. 322/98), potrà essere dichiarata e scomputata nell'Unico generando eventualmente un credito di imposta.
Domanda A dicembre 2011 un contribuente minimo emetta fattura, senza IVA e con r.a., come previsto dall'allora vigente norma. La fattu...
Etichette: Contribuenti minimi, Ritenute
alle mercoledì, maggio 16, 2012
Quesito: agente in attività finanziaria e ritenuta d'acconto.
deve iniziare a collaborare con un'agenzia in attività finanziaria, può farsi pagare con prestazioni occasionali? Dato che inizia ora non crede che avrà un guadagno superiore ai €.5000 per quest'anno, per cui vorrebbe evitare per adesso l'apertura della partita iva.
Inoltre: può distribuire bigliettini da visita con logo dell'azienda, suo 'nome e cognome' area commerciale, con i suoi recapiti e info del numero iscrizione albo agenti attività finanziaria?
In alternativa, avendo 32 anni potrebbe aprire partita iva con regimi minimi, anche se fino all'anno scorso era dipendente di un'altra società finanziaria e si occupava sempre di finanziamenti? Quali sarebbero i costi da sostenere?
deve iniziare a collaborare con un'agenzia in attività finanziaria, può farsi pagare con prestazioni occasionali? Dato che inizia ora n...
alle lunedì, maggio 14, 2012
Quesito: applicazione ritenuta acconto per committente comunitario.
Un professionista svolge attività di consulenza aziendale a favore di una società olandese. L'attività consiste in ricerche di mercato svolte sul territorio italiano, quindi le prestazioni verranno svolte unicamente in Italia.Mi chiedo se nelle fatture che emetterà dovrà applicare la ritenuta oppure no.
Per quanto riguarda l'iva credo troverà applicazione l'art.7 ter, quindi la non imponibilità.
Un professionista svolge attività di consulenza aziendale a favore di una società olandese. L'attività consiste in ricerche di mercato s...
alle martedì, gennaio 31, 2012
Omesse ritenute su redditi in nero. A spuntarla è la “solidarietà”.
La mancata dichiarazione dei pagamenti corrisposti alla lavoratrice e l’omesso versamento della ritenuta si configurano come inadempimenti sia per la società datrice di lavoro sia per la stessa lavoratrice, con la conseguenza che il soggetto obbligato al pagamento del tributo è comunque anche il dipendente contribuente. E ciò a prescindere dall’esistenza di un accordo tra datore di lavoro e lavoratore per occultare al fisco le retribuzioni.
Lo ha affermato la Corte di cassazione con sentenza 9867 del 5 maggio.
L’ufficio dell’Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione, ai fini Irpef, i redditi percepiti da una lavoratrice nel 1996 e non dichiarati, irrogando altresì le relative sanzioni.
Il recupero trae origine dalle ricevute autografe della signora attestanti i pagamenti effettuati “in nero” dalla società datrice di lavoro, rinvenute e acquisite nel corso di una verifica fiscale a carico della stessa società.
La Commissione tributaria regionale, confermando la decisione di primo grado, ha annullato l’avviso di accertamento dell’ufficio, rilevando l’inesistenza sia di un accordo tra datore di lavoro e lavoratore per non dichiarare gli emolumenti in questione, sia di un obbligo di controllo delle scritture contabili del datore di lavoro da parte della lavoratrice. A parere dei giudici di merito, la signora non poteva sapere se era stato operato il versamento delle ritenute e, inoltre, la sua buona fede poteva giustificare l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi derivanti dal suo unico rapporto di lavoro.
Non dello stesso avviso l’Agenzia delle Entrate, che ha proposto ricorso per cassazione denunciando violazione e falsa applicazione degli articoli 41 e 64 del Dpr 600/1973, dell’articolo 51 (ex articolo 48) del Dpr 917/1986 e dell’articolo 10 della legge 212/2000, unitamente al vizio di insufficiente motivazione della sentenza di secondo grado.
La Corte suprema, con la sentenza 9867/2011, ha statuito che “in presenza dell’obbligo di effettuare ‘la ritenuta di acconto (diretta, in sé, ad agevolare non solo la riscossione ma anche l’accertamento degli obblighi del percettore del reddito), l’intervento del ‘sostituto’ lascia inalterata la posizione del ‘sostituito’, il quale è specificamente gravato dell’obbligo di dichiarare i redditi assoggettati a ritenuta, poiché essi concorrono a formare la base imponibile sulla quale, secondo il criterio di progressività, sarà calcolata l’imposta dovuta, detraendosi da essa la ritenuta subita come anticipazione del prelievo. Da ciò consegue che, quando la ritenuta non sia stata operata su emolumenti che pur costituiscono componente di reddito, alla omissione il percettore dovrà ovviare, dichiarando i relativi proventi e calcolando l’imposta sull’imponibile alla cui formazione quei proventi hanno concorso’ (Cass. 2212/2000; conf. 16092/2000, 10057/2000, 1081/2003)…”.
Due i limiti di merito superati dal giudice di legittimità. L’interpretazione delle istruzioni ministeriali con riferimento ai casi di esenzione dalla compilazione della dichiarazione annuale dei redditi, assieme ad altre circostanze di fatto, e la buona fede, sia come principio generale previsto dall’articolo 10, della legge 212/2000, sia come presunzione, da parte della contribuente, della correttezza fiscale del datore di lavoro.
La dipendente ha interpretato tali istruzioni ministeriali, impartite ai contribuenti per la denuncia annuale dei redditi, nel senso che per i soggetti dipendenti da un unico datore di lavoro, tenuti al versamento delle ritenute d’acconto sui redditi percepiti e non obbligati alla compilazione della dichiarazione, la disposizione di esenzione non distingue affatto tra percezione dei redditi in nero e in modo regolare. A questo riguardo, la contribuente ha precisato che il lavoratore non è tenuto ad accertare né se il proprio datore di lavoro tenga o meno regolarmente la contabilità né se ha versato le ritenute d’acconto.
Tale circostanza, di fatto, è stata considerata irrilevante, poiché l’ufficio, anche nei gradi di merito, ha precisato che la disposizione esonerativa concerneva soltanto il caso di retribuzioni regolarmente corrisposte con il versamento delle ritenute da parte del datore di lavoro sostituto di imposta e non invece l’acquisizione di compensi, a seguito di gestione della società senza la regolare tenuta dei libri contabili e senza la corresponsione delle ritenute erariali.
Non ha avuto sorte migliore, per la Corte suprema, l’affermazione che la violazione delle disposizioni concernenti la consegna, alla dipendente, della busta paga e del modello da cui risulta il pagamento delle ritenute, è sanzionata soltanto a carico del datore di lavoro e non del prestatore di lavoro, a meno che non si dimostri l’esistenza di un accordo di frodare la legge, occultando al fisco le retribuzioni.
Del resto, anche “l’eventuale dissenso del lavoratore sostituito sull’assoggettabilità ad imposta di un qualche emolumento corrisposto dal datore di lavoro non elide l’obbligo del sostituto di imposta di operare la ritenuta che egli reputa dovuta e di denunziarla (oltre che di versarla) come tale all’Erario per il quale, quindi, il dissenso del sostituito è del tutto indifferente…” (Cassazione, sentenza 4314/2007).
Il datore di lavoro, infatti, è tenuto a operare la ritenuta a titolo di acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche negli specifici casi, previsti dal Tuir e indicati nell’articolo 23, comma 1, del Dpr 600/1973, assumendo in tal modo una duplice veste. Oltre che sostituire il contribuente nell’adempimento dell’obbligo tributario di versamento dell’imposta (obbligo che resta in tal modo agevolato), svolge anche un’attività di “accertamento” dell’obbligo del percettore del reddito, operando tale ritenuta dopo aver verificato la sussistenza dei presupposti di legge per effettuarla.
Ma tale obbligo non è esclusivo per il datore di lavoro, con esonero del lavoratore.
Come affermato nella sentenza in esame, infatti, è errata in diritto la conclusione che la contribuente/lavoratrice sia esonerata da ogni obbligo fiscale, per il solo fatto che vi è l’obbligo primario del sostituto.
Pacifico, in punto di fatto, che la signora abbia percepito dalla società datrice di lavoro compensi non dichiarati, in punto di diritto, la Corte ha ribadito il principio secondo cui “in caso di mancato versamento della ritenuta d’acconto da parte del datore di lavoro, il soggetto obbligato al pagamento del tributo è comunque anche il lavoratore contribuente” (Cassazione, sentenze 8504/2009 e 5020/2003).
E ciò anche se la contribuente ha affermato di aver agito in buona fede. Non può essere sanata, infatti, l’omissione delle ritenute erariali dalla circostanza che la signora non sapeva che le stesse non erano state corrisposte, anche perché aveva confidato nel comportamento della società amministrata da un libero professionista iscritto in un albo.
Sulla base del principio dell’affidamento e della buona fede (ex articolo 10, comma 1, legge 212/2000), la lavoratrice avrebbe dovuto adempiere tempestivamente e correttamente a tutti gli obblighi tributari.
In tema di sostituzione cosiddetta “impropria” (articolo 64, Dpr 600/1973), “in forza di disposizioni di legge”, un soggetto è tenuto “in luogo di altri” (cui si riferiscono i fatti generatori d’imposta) al pagamento dell’imposta a titolo di acconto, con obbligo di rivalsa, attraverso la ritenuta. Tuttavia, “a differenza di quanto avviene nell’ipotesi di ritenuta d’imposta - vera e propria imposta sostitutiva, rispetto alla quale la posizione del ‘sostituito’ ben può dirsi residuale e diviene operante se sia stata accertata l’omissione del ‘sostituto’ in ordine sia a ritenuta che a versamento - nella ritenuta di acconto,…, l’intervento del ‘sostituto’ lascia inalterata la posizione del ‘sostituito’…” (Cassazione, sentenze 2611/2000 e 6292/2000), poiché, tra l’altro, le obbligazioni tributarie dei due soggetti sorgono in momenti diversi: quella del sostituto, avente ad oggetto il versamento, a titolo di acconto, dell’imposta alla fonte, nasce nel momento in cui matura il cespite reddituale del sostituito, mentre per il percettore del reddito, l’obbligazione di versamento potrà determinarsi, successivamente, in sede di dichiarazione dei redditi e, comunque, a consuntivo delle operazioni di liquidazione dei pagamenti ricevuti.
Ancora una volta, quindi, sui cespiti non dichiarati dal lavoratore sostituito, rispetto ai quali il sostituto non abbia operato la dovuta ritenuta, l’ufficio ha correttamente esercitato i normali poteri di controllo e accertamento, liquidando la maggiore imposta conseguente (Cassazione, 1161/2003).
La mancata dichiarazione dei pagamenti corrisposti alla lavoratrice e l’omesso versamento della ritenuta si configurano come inadempimenti s...
Etichette: Lavoro nero, Ritenute
La certificazione delle ritenute operate nel 2010: l’invio entro il 28 febbraio .
Il sostituto d’imposta che corrisponde compensi assoggettati a ritenuta d’acconto per prestazioni di lavoro autonomo è tenuto a rilasciare ai soggetti percettori un’apposita certificazione che attesti l’ammontare delle ritenute effettuate nel corso del periodo d’imposta. Per le ritenute operate nel corso del periodo d’imposta 2010, la certificazione deve essere rilasciata, a mezzo posta o mediante invio elettronico, entro il 28 febbraio 2011. La certificazione deve contenere i dati anagrafici e identificativi sia di chi eroga i compensi sia del percettore, la causale del pagamento, l’ammontare lordo delle somme corrisposte e l’importo delle ritenute operate.
Il sostituto d’imposta che corrisponde compensi assoggettati a ritenuta d’acconto per prestazioni di lavoro autonomo è tenuto a rilasciare a...
alle mercoledì, febbraio 16, 2011
Ritenuta del 10% sui bonifici per spese di recupero edilizio.
L'Agenzia delle Entrate risponde ad un quesito in materia di applicazione della ritenuta del 10 per cento che le banche e le Poste Spa devono effettuare sui bonifici effettuati per le spese di recupero edilizio e riqualificazione energetica.(Risoluzione Agenzia delle Entrate 04/01/2011, n. 2/E)
L'Agenzia delle Entrate risponde ad un quesito in materia di applicazione della ritenuta del 10 per cento che le banche e le Poste Spa d...
Etichette: Ristrutturazione, Ritenute
alle mercoledì, gennaio 05, 2011
Il calcolo della ritenuta del 10% sui bonifici del 36 e 55%.
Con la circolare n. 40/E del 28 luglio 2010, l’Agenzia delle Entrate ha fornito istruzioni per l’uso della ritenuta del 10% sui bonifici per le detrazioni del 36% e 55%. In particolare, viene chiarito che per fruire delle detrazioni sulle ristrutturazioni edili o sul risparmio energetico, i committenti non devono più pagare le fatture dei professionisti o delle imprese al netto dell’eventuale ritenuta del 20% o del 4%, in quanto la normativa speciale relativa alla nuova ritenuta del 10%, operata dalla banca, prevale su quella generale. Tale normativa speciale stabilisce che la ritenuta d’acconto del 10% va calcolata sull’importo del pagamento al netto dell’Iva considerata forfettariamente del 20%.
Con la circolare n. 40/E del 28 luglio 2010, l’Agenzia delle Entrate ha fornito istruzioni per l’uso della ritenuta del 10% sui bonifici per...
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alle martedì, agosto 03, 2010
Chiarimenti in arrivo per banche e Poste italiane Spa sulle regole per effettuare la ritenuta del 10% sui bonifici relativi al pagamento di lavori di ristrutturazione e di risparmio energetico. A fornirli è la circolare n. 40/E del 28 luglio nella quale i tecnici dell'Agenzia delle Entrate spiegano che il calcolo va effettuato sul totale del bonifico da cui deve essere scorporata l'Iva.
La "storia" della ritenuta
Il Dl 78/2010 ha introdotto, a partire dal 1° luglio di quest'anno, una ritenuta del 10% sui bonifici disposti da contribuenti, che ordinano lavori di ristrutturazione o interventi di riqualificazione energetica per poi usufruire dei relativi bonus, in favore delle imprese esecutrici.
Le banche o le Poste italiane, nel momento dell'accreditamento dei pagamenti, effettuano la ritenuta d'acconto, con obbligo di rivalsa, dell'imposta sul reddito dovuta dal beneficiario e provvedono al relativo versamento tramite F24, indicando il codice tributo "1039". Contestualmente rilasciano al destinatario del bonifico la certificazione delle ritenute eseguite e delle somme erogate; nel modello 770 riportano i dati riguardanti i pagamenti effettuati.
In primo luogo va evidenziato che i pagamenti eseguiti mediante bonifico da parte di chi ha disposto i lavori sono, ovviamente, comprensivi dell'Iva e che l'aliquota applicata varia a seconda del tipo di spesa che si va a pagare. Ad esempio l'aliquota è del 10% per i lavori di ristrutturazione su immobili abitativi, così come su "beni significativi" forniti dall'impresa, quali infissi, sanitari, ascensore, eccetera, mentre l'aliquota Iva passa al 20% nel caso di interventi di riqualificazione energetica su edifici diversi da quelli abitativi.
È, però, evidente che la base di calcolo su cui operare la ritenuta non deve comprendere l'Iva, proprio in virtù del principio di neutralità dell'imposta.
Dal momento che chi effettua la ritenuta del 10% non può sapere né quale è l'ammontare dell'Iva compresa nell'importo del bonifico, né quale è l'aliquota applicata di volta in volta, per esigenze di semplificazione e di economicità e per evitare possibili errori la circolare 40/E stabilisce che dall'importo del bonifico va scorporata l'Iva del 20% e su questa base va operata la prevista ritenuta del 10%.
No alla "doppia" ritenuta
Tra i diversi ordinanti dei bonifici sono ricompresi anche soggetti che già applicano la ritenuta di acconto sulle somme erogate. È questo il caso, ad esempio, dei condomini che, in qualità di sostituti d'imposta, operano la ritenuta del 4% sui compensi per le prestazioni relative all'appalto di opere o servizi.
Per evitare che l'impresa che effettua i lavori di ristrutturazione o di riqualificazione energetica subisca due volte il prelievo alla fonte sul medesimo importo, la circolare odierna chiarisce che va effettuata la sola ritenuta del 10% sul bonifico prevista dal Dl 78/2010.
Chiarimenti in arrivo per banche e Poste italiane Spa sulle regole per effettuare la ritenuta del 10% sui bonifici relativi al pagamento di ...
Il reato di omesso versamento delle ritenute d'acconto operate sugli stipendi dei dipendenti si consuma con la scadenza della presentazione della dichiarazione del sostituto d'imposta, a nulla rileva che la normativa tributaria preveda altri termini, cui sono invece collegate solo le sanzioni fiscali. A chiarirlo è la sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 25875 del 7 luglio 2010.
Un contribuente, rappresentante legale di una società a responsabilità limitata, aveva omesso di versare per l'anno 2004, entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta, le ritenute operate sugli stipendi dei dipendenti. Era incorso, così, nella violazione che prevede la reclusione da sei mesi a due anni per chiunque non versa le ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo d'imposta (articolo 10-bis del Dlgs 74/2000).
Su questa base veniva riconosciuta la colpevolezza dell'imputato sia in primo grado sia in appello.
Nel corso del procedimento penale le difese dell'imputato evidenziavano che la normativa fiscale prevede l'obbligo di versare le ritenute d'acconto entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui sono state operate, ai sensi dell'articolo 8 del Dpr n. 602/1973. Ne conseguiva, secondo tale impostazione, che la maggior parte delle omissioni erano state commesse nell'anno 2004, fatta eccezione per i versamenti relativi alle ritenute del mese di dicembre di quello stesso anno. Poiché il reato era entrato in vigore dal primo gennaio 2005, ai fini della responsabilità penale occorreva far riferimento esclusivamente alle somme del mese di dicembre 2004, il cui ammontare complessivo non raggiungeva però la soglia prevista dalla legge per la punibilità.
In sostanza, secondo la difesa del contribuente, il termine per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto di imposta, previsto dalla normativa fiscale, individua solo una condizione di punibilità della condotta omissiva, che invece si perfeziona con l'omesso versamento delle ritenute entro il termine stabilito dalla normativa tributaria (il giorno 16 del mese successivo a quello in cui vengono operate).
L'imputato propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte territoriale. Denuncia violazione di legge e vizi di motivazione e insiste nel riproporre la tesi secondo la quale la condotta omissiva si è verificata anteriormente alla efficacia della norma incriminatrice, con la conseguente inapplicabilità delle sanzioni penal-tributarie entrate in vigore successivamente. Il contribuente conclude affermando che una diversa interpretazione contrasterebbe con il principio della irretroattività delle norme penali sancito dagli articoli 2 del Codice penale e 25 della Costituzione.
Per comprendere appieno la trama argomentativa delle motivazioni della sentenza n. 25875/2010, occorre osservare che il nuovo testo delle norme penali in materia di imposte dirette e Iva ha abrogato la precedente legge 516/1982 e, con essa, le disposizioni che qualificavano come reato le condotte omissive dei sostituti di imposta.
Punto incontroverso della vicenda è che non vi alcuna continuità normativa tra l'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 e le norme incriminatrici previgenti. Infatti, la fattispecie di cui all'articolo 2 della legge 516/1982 (di conversione del Dl 429/1982), che sanzionava penalmente l'omesso versamento delle ritenute d'acconto operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, non è stata più ripetuta come illecito. Il Dlgs 74/2000, in sostanza, ha diversamente disciplinato la materia dei reati tributari non figurando fattispecie di reato in continuità normativa rispetto a quella abrogata (cfr Cassazione, sentenze nn. 3603/2000, 3714/2000 e 12918/2000).
Tanto premesso, la Corte passa ad analizzare la specifica figura delittuosa in esame, osservando che gli elementi che la caratterizzano sono precipuamente:
1.la condotta, che può essere commissiva o omissiva
2.l'elemento psicologico e l'evento, salvo che si tratti di reati di pura condotta (si ricorda che questi ultimi si perfezionano con il compimento di una data azione o omissione).
La fattispecie in esame è strutturata secondo lo schema dei reati di pura omissione: la condotta si concreta, infatti, nel mancato versamento all'erario delle ritenute operate e certificate entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta.
Tale reato è punibile esclusivamente a titolo di dolo: nessun rilievo può assumere, di conseguenza, il mancato versamento delle ritenute riconducibile a una dimenticanza o a mera negligenza (considerata la natura di reato omissivo proprio, non sembra configurabile il tentativo). L'elemento soggettivo è strutturato nella forma del dolo "generico", consistendo nella semplice coscienza e volontà di omettere il versamento delle ritenute certificate nel periodo d'imposta: ai fini della configurazione del reato è dunque necessario che il sostituto sia consapevole di aver rilasciato la certificazione e, volutamente ometta il versamento delle somme trattenute per un ammontare superiore alla soglia prescritta dal legislatore.
A differenza delle altre figure criminose disciplinate dal Dlgs 74/2000, la nuova norma incriminatrice non richiede, quale presupposto per affermare la responsabilità del soggetto agente, il dolo specifico di evasione.
Alla luce delle espresse considerazioni di ordine normativo, la Suprema corte afferma che tra la fattispecie penale prevista dall'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 e quella dell'inadempimento dell'obbligo di versamento delle ritenute operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti prevista dalla normativa tributaria (articolo 8, Dpr 602/1973, alla quale sono connesse sanzioni di natura esclusivamente amministrativa: articoli 13 e 14 del Dlgs 471/1997) corre assoluta autonomia, e non sono affatto coincidenti tra loro, in quanto diversa è la condotta omissiva e diverso è il termine per l'adempimento. Infatti:
•la norma tributaria si riferisce alle ritenute operate mensilmente e fissa quale termine per il versamento delle stesse all'erario il giorno sedici del mese successivo
•la norma penale ex art. 10-bis ha a oggetto le ritenute complessivamente operate nell'anno d'imposta, cui si riferisce la soglia di punibilità fissata dalla norma (cinquantamila euro), e prevede quale termine per l'adempimento quello stabilito per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta (30 settembre dell'anno successivo).
Di conseguenza, in quest'ultimo caso, con il maturare di tale scadenza, si verifica l'eventus damni per l'erario previsto dalla fattispecie penale.
In tale contesto a nulla rileva l'inadempimento già verificatosi agli effetti fiscali, mentre della condotta omissiva propria del reato - cioè, il manato versamento delle ritenute afferenti all'intero anno di imposta - si protrae fino alla scadenza del termine del 30 settembre (secondo la normativa vigente ratione temporis), che coincide con la data di commissione del reato.
Nella prima parte della disposizione si legge, infatti, che è punito con la reclusione chiunque non versa "entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta".
Naturalmente, tra le due fattispecie, pur autonome nella loro struttura, sussiste comunque un nesso di reciproco compendio, nel senso che la scadenza del termine per il versamento delle ritenute fiscali non fa venir meno l'obbligazione tributaria, in quanto è la permanenza di quest'ultima, considerata nel suo complessivo ammontare in riferimento all'anno d'imposta, a essere configurata come reato in relazione all'ulteriore scadenza fissata per il pagamento.
L'impostazione interpretativa che si presenta sincronica con l'impianto generale ispiratore della riforma dei reati tributari. Considera, infatti, penalmente rilevanti non tanto le omissioni commesse durante il periodo di imposta, quanto il mancato versamento in occasione della dichiarazione annuale.
In ultima analisi, il caso trattato non concerne l'inosservanza della normativa fiscale, autonomamente sanzionata ai fini amministrativi (articoli 13 e 14 del Dlgs 471/1997). L'evento dannoso del comportamento omissivo penalmente perseguito si verifica, di conseguenza, con la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto di imposta (coincidente, per l'anno in contestazione, con il 30 settembre 2005).
Ne consegue che detto termine deve considerarsi di consumazione del reato e non di condizione di punibilità. Pertanto, anche gli omessi versamenti del 2004 sono rilevanti, in quanto il reato viene a intendersi commesso, in realtà, il 30 settembre 2005, con la presentazione del modello 770.
Non di poco conto è, infatti, la circostanza che il legislatore abbia fissato - con coerenza logica e sistemica - il momento consumativo del delitto su base annua, avuto riguardo al "termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta".
Coerentemente con la filosofia del decreto legislativo 74/2000, non viene penalmente colpito il comportamento prodromico, fosse pure quantitativamente sufficiente a superare la soglia minima di punibilità. Ne deriva anche che omessi versamenti di ritenute certificate di volta in volta nel corso del "periodo d'imposta", anche se complessivamente superiori a cinquantamila euro, non integrano il delitto di cui all'articolo 10-bis fino a che non sia decorso inutilmente il termine di presentazione della dichiarazione annuale.
In conclusione, tali ragioni - di segno contrario a quelle manifestate dall'imputato - escludono che nel caso trattato possa concretizzarsi la paventata violazione del principio della irretroattività della norma penale.
Il reato di omesso versamento delle ritenute d'acconto operate sugli stipendi dei dipendenti si consuma con la scadenza della presentazi...
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alle mercoledì, luglio 21, 2010