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Timestamp: 2020-01-21 07:43:52+00:00
Document Index: 158273029

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 362', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 111', 'art. 362', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 16831 del 07/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16831 del 07/07/2017
Cassazione civile, sez. un., 07/07/2017, (ud. 20/06/2017, dep.07/07/2017), n. 16831
sul ricorso 24486/2016 proposto da:
IRIS SUD S.R.L. A SOCIO UNICO, in persona del legale rappresentante
pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE CARSO 57,
presso lo studio dell’avvocato LUCA FIASCONARO, rappresentato e
difeso dagli avvocati IGNAZIO TRANQUILLI e MATTIA PLINIO GIORGIO
ODESCALCHI;
avverso la sentenza n. 2436/2016 del CONSIGLIO DI STATO, depositata
il 07/06/2016.
udito l’Avvocato Mattia Plinio Giorgio Odescalchi.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – pronunciando sul ricorso promosso da IRIS Sud S.r.l. per l’annullamento “dei provvedimenti in ragione dei quali” erano stati revocati gli incentivi economici previsti a favore delle PMI nell’ambito del Programma Operativo della Regione Puglia 2000 2006 – dichiarava il proprio difetto di giurisdizione a favore del giudice ordinario.
Il Consiglio di Stato con l’impugnata sentenza depositata il 7 giugno 2016 confermava la giurisdizione amministrativa con solo riferimento all’accertamento della sussistenza o meno delle condizioni ex lege stabilite per l’accesso al beneficio – condizioni consistenti nella cosiddetta “bancabilità dei progetti presentati” – mentre in parziale riforma della prima decisione sulla scorta del dedotto “petitum sostanziale” dichiarava spettare al giudice ordinario l’accertamento dell’inadempimento agli obblighi a cui sarebbe stata tenuta la ricorrente in relazione al diritto soggettivo all’erogazione del contributo maturato successivamente all’ammissione al beneficio. Un inadempimento – come ad es. era quello della mancanza dei necessari beni strumentali – che faceva altresì ritenere che il Consorzio che aveva ricevuto il contributo a cui la IRIS Sud S.r.l. aveva aderito fosse un’impresa pressochè fittizia soltanto servita allo sviamento di fondi a vantaggio della Filanto S.p.A. alla quale non essendo una PMI non potevano in effetti essere concessi. Infine il C.d.St. – in assenza di espresse disposizioni che prevedessero deroghe all’ordinario riparto di giurisdizione in caso di connessione tra controversie attribuite a differenti giudici amministrativo e ordinario – respingeva la domanda della ricorrente IRIS Sud S.r.l. intesa ad ottenere il riconoscimento dell’integrale giurisdizione amministrativa sotto il profilo della prevalenza della questione della esistenza o meno della condizione per l’accesso all’incentivo costituita dalla “bancabilità dei progetti presentati” e che in thesi della medesima ricorrente avrebbe dovuto ritenersi attrattiva di quella minore dell’accertamento dell’inadempimento agli obblighi seguenti il diritto soggettivo all’erogazione dell’incentivo.
Contro questa sentenza IRIS Sud S.r.l. proponeva ricorso per cassazione affidato a due motivi, mentre l’intimata Regione Puglia non depositava difese.
1. Con il primo motivo formulato in relazione all’art. 362 c.p.c., la ricorrente denunciava in rubrica il “mancato accertamento dell’integrale sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo”, deducendo a riguardo che il C.d.St. avrebbe dovuto evitare la “frammentazione della giurisdizione” con uno “scatto ermeneutico”, nella sostanza consistente nel ritenere prevalente la controversia amministrativa circa la “bancabilità dei progetti presentati”, con attrazione al giudice amministrativo della minore questione dell’inadempimento agli obblighi derivanti dall’erogazione del contributo ch’era stata invece attribuita al giudice ordinario.
Il motivo è infondato dovendosi osservare – anche con riferimento alle emergenze della discussione avvenuta in pubblica udienza – che la assenza di disposizioni che deroghino all’ordinario riparto di giurisdizione in ipotesi di connessione di controversie attribuite a giudici diversi non deve essere necessariamente colmata con l’analogia legis o iuris atteso che questa situazione non impedisce la loro decisione. Come noto difatti l’art. 12 preleggi, comma 2, si spiega storicamente soltanto nel senso di evitare – in ragione del principio di completezza dell’ordinamento giuridico – che il giudice possa pronunciare un non liquet causa la mancanza di norme che disciplinino la fattispecie. Una lacuna che all’evidenza qui non esiste, anche al di là della difficoltà stessa di concepirla in ambito processuale. In realtà il pericolo – inverso – è in questo caso piuttosto quello di violare attraverso l’analogia il principio di legalità di cui all’art. 12 preleggi, comma 1. Del resto la rigida separazione giurisdizionale appare funzionalmente ragionevole laddove allo stato impedisce ai giudici appartenenti alle diverse giurisdizioni di pronunciare su fattispecie che non spetterebbero – ma attratte alla loro giurisdizione per connessione – con conseguenze nomofilattiche potenzialmente dissonanti che in alcun modo potrebbero essere assorbite dall’ordinamento attraverso un’unitaria interpretazione. E questo particolarmente per il divieto – stabilito dall’art. 111 Cost., comma 8 – di ricorrere per cassazione contro le decisioni dei giudici amministrativi o contabili per motivi diversi da quelli inerenti la giurisdizione. Deve essere pertanto ribadito il consolidato principio secondo cui: “Salvo deroghe normative espresse, vige nell’ordinamento processuale il principio generale dell’inderogabilità della giurisdizione per motivi di connessione, potendosi risolvere i problemi di coordinamento posti dalla concomitante operatività della giurisdizione ordinaria e di quella amministrativa su rapporti diversi, ma interdipendenti, secondo le regole della sospensione del procedimento pregiudicato” (Cass. sez. un. n. 7303 del 2017; Cass. sez. un. n. 9534 del 2013).
2. Con il secondo motivo ancora formulato in relazione all’art. 362 c.p.c., la ricorrente sosteneva che l’accertamento dell’inadempimento agli obblighi derivanti dall’erogazione del contributo fosse in realtà questione collegata alla iniziale mancanza delle condizioni ex lege previste per accedere al beneficio – e ciò a causa della ritenuta “artificiosa creazione” del Consorzio questione che in thesi della ricorrente riguardava la “fase procedimentale antecedente l’attribuzione del beneficio” – con la derivata illazione per cui il C.d.St. avrebbe dichiarato la giurisdizione del giudice ordinario sulla scorta di un’errata individuazione del “petitum sostanziale”.
Il motivo è infondato giacchè la controversia è sorta in relazione all’accertamento dell’inadempimento agli obblighi discendenti dalla ammissione al beneficio – obblighi che riguardando la fase esecutiva del rapporto concernevano pertanto il diritto soggettivo all’erogazione dell’incentivo – e non essendo invece sorta in relazione alla sussistenza o meno delle condizioni per l’accesso al contributo. In questo senso il “petitum sostanziale” è stato perciò correttamente giudicato dal C.d.St. che nella sostanza ha ravvisato nella costituzione del Consorzio soltanto il presupposto del successivo inadempimento della IRIS Sud S.r.l. – inadempimento conseguente per es. alla mancanza di beni strumentali necessari alla produzione ovvero all’aver proceduto a fittizie assunzioni di lavoratori ecc. – non facendosi in effetti questione di sindacato circa la legittimità del procedimento di ammissione al beneficio. E ciò in coerenza con il principio – più volte affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo cui: “Qualora la controversia sorga in relazione alla fase di erogazione del contributo o di ritiro della sovvenzione, sulla scorta di un addotto inadempimento del destinatario, la giurisdizione spetta al giudice ordinario, anche se si faccia questione di atti denominati come revoca, decadenza o risoluzione, purchè essi si fondino sull’asserito inadempimento, da parte del beneficiario, quanto alle obbligazioni assunte di fronte alla concessione del contributo” (Cass. sez. un. n. 25211 del 2015; Cass. sez. un. n. 1776 del 2013).
3. In mancanza di avversarie difese, non deve farsi luogo ad alcun regolamento di spese processuali.
La Corte rigetta il ricorso; dandosi altresì atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.