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Timestamp: 2019-04-20 12:27:59+00:00
Document Index: 21728528

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2033', 'art. 2033', 'art. 2033', 'art. 3', 'art. 2033']

Il recupero del credito erariale per retribuzioni erroneamente corrisposte da parte del Datore di Lavoro Pubblico | Studio Carlone
La difesa del Pubblico dipendente
Avv. Riccardo Carlone (www.studiocarlone.it)
Gli avvocati giuslavoristi che si occupano della difesa dei pubblici dipendenti spesso si trovano alle prese con propri assistiti destinatari di una richiesta di ripetizione loro recapitata dal proprio datore di lavoro (sia esso un Ministero, una ASL etc.) volta a richiedere la restituzione di importi che la Pubblica Amministrazione ritiene – a torto o a ragione – erroneamente versati a titolo di retribuzione o di indennità collegate.
In ambedue i casi, però, la situazione si presenta alquanto delicata in considerazione del fatto che spesso, e comprensibilmente, il lavoratore ha incassato detti importi nella convinzione gli fossero stati legittimamente corrisposti, utilizzandoli per i bisogni familiari ed, al momento della richiesta restituzione, non essendo nella possibilità di ripeterli all’Amministrazione.
Nell’atto, poi, dovranno essere affrontati i singoli motivi di illegittimità della richiesta restituzione i quali, fermi restando altre singole specifiche fattispecie, sono in genere riassumibili nei seguenti:
Illegittimità del provvedimento di intimazione di pagamento per carenza motivazionale ed istruttoria, violazione dei principi di buona fede e di affidamento.
Recita, infatti, il comma primo del richiamato art. 3 L. n. 241/90 come: “Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l’organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione, in relazione alle risultanze dell’istruttoria.”
Il Consiglio di Stato, sin dall’entrata in vigore della normativa sulla trasparenza degli atti amministrativi ha al riguardo assunto un contegno particolarmente sanzionatorio nei confronti delle omissioni procedurali concernenti detto precetto.
L'atto di recupero da parte della P.A. di somme indebitamente corrisposte, presupponendo un atto di annullamento in via di autotutela del pregresso provvedimento recante la determinazione della retribuzione in misura maggiore di quella che sarebbe risultata dovuta deve, infatti, essere necessariamente motivato, oggi anche in applicazione della previsione di cui all’art. 3 L. 7 agosto 1990 n. 241.
In applicazione dei tradizionali principi in materia di autotutela, l'Amministrazione deve poi comunque comparare, nel procedere al recupero degli emolumenti indebitamente corrisposti, gli effetti già prodotti dall'atto di determinazione della retribuzione (ed in particolare l'affidamento, derivante dal decorso del tempo o da altre circostanze, ingenerato nel percipiente circa la legittimità dell'erogazione) con l'interesse pubblico al recupero della somma indebitamente erogata (sul tema, oltre agli interventi dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato già annotati, anche TAR Lazio Roma Sez. III sentenza 04.06.2007 n. 5618; TAR Marche Ancona sentenza 09.06.2001 n. 740).
Pertanto l’atto sarà illegittimo nei casi in cui il provvedimento di recupero, oltre a non essere stato preceduto dalla dovuta comunicazione di inizio procedimento, non appare essere assistito dalla necessaria motivazione in ordine alle ragioni giustificatrici del recupero ed all'affidamento ingenerato nel percipiente, in considerazione peraltro anche del rilevante periodo di tempo spesso intercorrente tra la percezione delle somme e l'emanazione del provvedimento stesso.
Si noti come tali censure non siano solo formali ma investano lo stesso contenuto sostanziale dell’atto.
In definitiva, così argomentando, dovrà in fattispecie del genere contestarsi la stessa legittimità della richiesta conseguendone come sulla P.A. resistente vigerà, in corso di giudizio, oltre all’onere probatorio sopra specificato, anche quello generale di provare la reale sussistenza del diritto preteso.
Illegittimità del provvedimento di intimazione di pagamento stante l’inapplicabilità dell’art. 2033 c.c.
Altro motivo di illegittimità del provvedimento potrà risiedere nell’inapplicabilità dell’art. 2033 c.c.
Un recentissimo orientamento del Consiglio di Stato ha escluso, infatti, l’applicabilità indiscriminata dell’orientamento Giurisprudenziale formatosi negli ultimi anni in materia di recupero di somme indebitamente erogate dalla Pubblica Amministrazione ai propri dipendenti, secondo cui detto recupero avrebbe carattere di doverosità ai sensi dell’art. 2033 c.c. (Consiglio di Stato Sez. VI^ del 27.10.2014).
Infatti, sempre secondo tale Superiore Consesso, i riportati principi giurisprudenziali non possono essere applicati in via automatica, generalizzata e indifferenziata a qualsiasi caso concreto di erogazione, da parte della P.A., di somme ai propri dipendenti, dovendosi aver riguardo: i) delle connotazioni, giuridiche e fattuali, delle singole fattispecie dedotte in giudizio; ii) della natura degli importi di volta in volta richiesti in restituzione; iii) delle cause dell’errore che aveva portato alla corresponsione delle somme in contestazione; iv) del lasso di tempo trascorso tra la data di corresponsione e quella di emanazione del provvedimento di recupero; v) dell’entità delle somme corrisposte in riferimento alle correlative finalità, etc. (sulla rilevanza del “lasso di tempo” intercorso fra la dazione e la richiesta restituzione vedasi anche T.A.R. Lazio Roma Sez. III, 30-06-2003, n. 5687).
Illegittimità del provvedimento di intimazione di pagamento per violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990 per carenza motivazionale ed istruttoria stante l’irripetibilità delle somme corrisposte.
In ultima analisi vale la pena di considerare come sia stata sancita l’irripetibilità delle somme corrisposte ai lavoratori subordinati pubblici dipendenti sulla base dei consolidati principi affermati dalla Corte di Giustizia Comunitaria, ripresi dalla Suprema Corte di Cassazione, di affidamento, buona fede e del decorso del tempo, nonché del “principio di settore” individuato dalla Corte Costituzionale, secondo i quali, in luogo della generale regola codicistica di incondizionata ripetibilità dell’indebito ex art. 2033 c.c., trova applicazione la diversa regola che esclude, viceversa, la ripetizione in presenza di una situazione di fatto variamente articolata, ma, comunque, avente come minimo comun denominatore la non addebitabilità al percipiente dell’erogazione non dovuta (sentenze n. 431 del 14 dicembre 1993; n. 240 del 10 giugno 1994; n. 166 del 24 maggio 1996; Corte Cost. 14 dicembre 1993, n. 431; Corte Cost. 13 gennaio 2006, n. 1; Corte Cost. 28 aprile 2006, n. 178).
Ciò a tutela della buona fede del dipendente che ha fatto affidamento su una situazione consolidata di “apparentia iuris” e che tale situazione, stante l’orientamento oramai consolidato della Corte di Giustizia Europea, della Corte Costituzionale e della Suprema Corte di Cassazione, debba essere tutelata.
A conferma del rilievo che il principio ha ormai assunto nel nostro ordinamento, va ricordato che anche la S.C. ha avuto modo di affermare, recentemente, la sussistenza del principio nemo venire contra factum proprium che determina, appunto, anche nell’ambito dell’ordinamento nazionale la rilevanza del principio del “legittimo affidamento” quale espressione delle clausole generali di correttezza e buona fede (arrivando a considerare assorbita in esso anche la c.d. Verwirkung, prevista nell’ordinamento tedesco ed intesa come inerzia nell’esercizio del proprio diritto, tale da ingenerare un legittimo affidamento nella controparte; tra le tante Cass. Civ. n. 9924/2009).
In ogni caso sul dovere della Pubblica Amministrazione di adottare modalità di recupero delle somme richieste calcolate in relazione alle condizioni di vita del debitore, non eccessivamente onerose, ma tali da consentire la duratura percezione di una retribuzione che assicuri un'esistenza libera e dignitosa.
Altro motivo di illegittimità della richiesta di recupero di somme avanzata dal datore di lavoro pubblico si rinviene pressochè quasi sempre nel passaggio in cui non viene applicato l’insegnamento Giurisprudenziale secondo il quale in tema di recupero degli emolumenti erroneamente corrisposti dalla P.A. ai propri dipendenti vige la regola per cui le modalità di rimborso devono essere, in relazione alle condizioni di vita del debitore, non eccessivamente onerose ma tali da consentire la duratura percezione di una retribuzione che rassicuri un'esistenza libera e dignitosa (Cons. Stato Sez. III, 26-06-2015, n. 3218).
Ne consegue come il provvedimento volto a veder restituiti importi percepiti a titolo di retribuzione ulteriore a quella contrattualmente dovuta dal Pubblico Dipendente dovrà essere dichiarato illegittimo nella parte in cui non concede allo stesso la facoltà di restituire la somma richiesta nel rispetto del proprio diritto a ricevere una retribuzione che rassicuri un'esistenza libera e dignitosa. Avv. Riccardo Carlone (www.studiocarlone.it)