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Timestamp: 2019-08-21 08:29:29+00:00
Document Index: 136709444

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616']

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^ 25/06/2019, Sentenza n.27911 | AmbienteDiritto.it
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^ 25/06/2019 (Ud. 04/04/2019), Sentenza n.27911
Il proprietario di un'area su cui terzi depositino in modo incontrollato rifiuti, è penalmente responsabile dell'illecita condotta di questi ultimi in quanto tenuto a vigilare sull'osservanza da parte dei medesimi delle norme in materia ambientale e ciò in quanto, in tema di rifiuti, la responsabilità per l'attività di gestione non autorizzata non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire da comportamenti che violino i doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione. E' stato, infatti, affermato che risponde del reato di gestione non autorizzata di rifiuti il proprietario che conceda in locazione un terreno a terzi per svolgervi un'attività di smaltimento di rifiuti, in quanto incombe sul primo, anche al fine di assicurare la funzione sociale della proprietà (art. 42 Cost.), l'obbligo di verificare che il concessionario sia in possesso dell'autorizzazione per l'attività di gestione dei rifiuti e che questi rispetti le prescrizioni contenute nel titolo abilitativo (Sez. 3, n. 36836 del 09/07/2009, Riezzo).
(dich. inammissibile il ricorso avverso sentenza del 13/12/2013 - CORTE DI APPELLO DI MILANO) Pres. LAPALORCIA, Rel. DI NICOLA, Ric. Scavone
sul ricorso proposto da Scavone Virgilio Mario;
avverso la sentenza del 13-12-2013 della Corte di appello di Milano;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Domenico Seccia che ha concluso per l'annullamento senza rinvio per prescrizione.
1. Virgilio Mario Scavone ricorre per cassazione avverso la sentenza con la quale la Corte di appello di Milano ha confermato quella del tribunale che lo aveva condannato alla pena di mesi sette di arresto ed euro 3000 di ammenda per il reato di cui all'articolo 256, comma 1, lettere a) e b), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, perché in Milano, in strada privata via San Romanello, su di un'area a lui in uso, effettuava un'attività di raccolta rifiuti pericolosi e non pericolosi, in assenza della prescritta autorizzazione, in particolare carcasse di veicoli, batterie ed olii di motori esausti derivanti dalla sua attività di autoriparazioni/carrozzeria. Accertato in Milano, il 13 marzo 2009.
2. Il ricorrente, per il tramite del suo difensore di fiducia, affida il ricorso a tre motivi, qui enunciati, ai sensi dell'articolo 173 delle disposizioni di attuazione al codice di procedura penale, nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Con il primo motivo eccepisce la prescrizione del reato, sostenendo che, a seguito della restituzione nel termine per impugnare la sentenza e a causa dell'erronea notificazione dell'estratto contumaciale, il reato, per il quale è intervenuta la condanna, si è nel frattempo prescritto.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce l'inosservanza e l'erronea applicazione della legge penale per l'insussistenza dell'elemento oggettivo del reato di cui all'articolo 256, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006 in relazione all'articolo 40 capoverso del codice penale (articolo 606, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale).
Inoltre, sarebbe stata violata anche la disposizione di cui all'articolo 110 del codice penale in tema di concorso di persone, poiché il ricorrente sarebbe stato inspiegabilmente l'unico soggetto chiamato a rispondere del reato contestato, sulla base di una condotta omissiva (che come tale prevede quindi l'attivazione di un soggetto nei confronti dell'inerzia altrui), senza che sia stato contestato alcun concorso di persone nel reato.
3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce l'inosservanza e l'erronea applicazione della legge penale per l'insussistenza dell'elemento soggettivo del reato (articolo 606, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale in relazione all'articolo 43 del codice penale).
2. Il ricorso è inammissibile e la declaratoria di inammissibilità rende manifestamente infondato il primo motivo di gravame, in quanto la prescrizione del reato non è maturata alla data della sentenza di appello (29 maggio 2013), precludendo la presentazione di un ricorso inammissibile la formazione, per costante giurisprudenza della Corte, del rapporto giuridico processuale nella fase dell'impugnazione.
Infatti, nel caso in cui, come nella specie, il proprietario conceda, in tutto o in parte, a terzi beni immobili per l'esercizio di un'attività dalla quale scaturisca una produzione di rifiuti, detta attività deve ritenersi soggetta ad autorizzazione cosicché incombe sul proprietario l'obbligo, anche al fine di assicurare la funzione sociale riconosciuta dall'articolo 42 Costituzione al diritto di proprietà, di verificare che l'utilizzazione dell'immobile avvenga nel rispetto dei parametri legali, e, quindi, che il terzo, cui venga concesso in uso il bene, sia in possesso dell'autorizzazione necessaria per l'attività di gestione di rifiuti che su detto terreno venga esercitata e rispetti le prescrizioni in essa contenute.
Peraltro, è stato correttamente osservato, nella impugnata sentenza, che l'autore della stessa può essere chiamato a risponderne anche a titolo di colpa, cosicché, anche escludendosi il concorso dell'imputato con gli esercenti l'attività di riparazione di veicoli e dalla cui attività derivava la produzione dei rifiuti, correttamente ne è stata egualmente affermata la responsabilità, per quanto rilevato in ordine all'obbligo da parte del locatore di impedire l'uso illecito della cosa locata, allorché egli ne sia consapevole o possa esserne consapevole mediante l'ordinaria diligenza, in applicazione del disposto di cui all'articolo 40, comma 2, del codice penale.
4. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del
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