Source: https://www.asgi.it/discriminazioni/lodi-regolamento-accesso-prestazioni-tarquini/
Timestamp: 2019-07-23 17:56:47+00:00
Document Index: 22612631

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 4', 'art. 5']

Il regolamento per l’accesso alle prestazioni agevolate del comune di Lodi o la burocrazia dell’ingiustizia - Asgi
Il regolamento viola i diritti di una parte di chi abita quel territorio, individuata in relazione alla sua nazionalità e origine etnica, e lo fa violando norme statali sovraordinate.
In una scena del film “Selma” [1], una delle protagoniste intende registrarsi per votare. Siamo in Alabama negli anni Sessanta e lei è nera.
Infatti la materia dell’accesso alle prestazioni sociali agevolate è oggi disciplinata dal Dpcm 05 dicembre 2013, n. 159, portante il Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee).
E ancora l’art. 2 del regolamento dispone che «la determinazione e l’applicazione dell’indicatore ai fini dell’accesso alle prestazioni sociali agevolate, nonché della definizione del livello di compartecipazione al costo delle medesime, costituisce livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione», disposizione quest’ultima che, merita ricordarlo, riserva allo Stato «la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».
Coerentemente con queste premesse il Dpcm collega l’accesso agevolato alle prestazioni a un indicatore reddituale e a un indicatore patrimoniale, di cui disciplina compiutamente la determinazione, rispettivamente agli art. 4 e 5, facendo comunque riferimento, ed è quello che qui interessa, a cespiti (redditi o beni) in ogni caso rilevanti ai fini fiscali in Italia, in quanto soggetti a tassazione in Italia o da essa esenti comunque secondo la normativa nazionale [2], e di conseguenza affida le verifiche sulla veridicità delle informazioni raccolte all’Agenzia delle entrate, che deve eseguirle «sulla base di appositi controlli automatici» sui «dati presenti nel Sistema informativo dell’anagrafe tributaria», all’Inps che deve provvedervi a mezzo della «consultazione in base alle disposizioni vigenti degli archivi amministrativi delle altre amministrazioni pubbliche che trattano dati a tal fine rilevanti» e infine agli enti erogatori delle prestazioni, che sono tenuti ad eseguire «tutti i controlli necessari, diversi da quelli già effettuati» da Inps e Agenzia delle entrate, «avvalendosi degli archivi in proprio possesso», compresi «i controlli di cui all’articolo 71 del dPR 445/2000» [3].
A questa struttura è allora del tutto conseguente la scelta normativa, portata nell’art. 10 del Dpcm (che disciplina la cosiddetta Dsu-Dichiarazione sostitutiva unica), di consentire ai richiedenti di autocertificare una serie di componenti dell’indicatore, tra i quali, per quanto qui interessa, «la composizione del nucleo familiare e le informazioni necessarie ai fini della determinazione del valore della scala di equivalenza» (art. 10 comma 7 lettera a), i redditi esenti da imposta, compresi i redditi da lavoro tassati esclusivamente all’estero [lett. f) del medesimo comma], le componenti del patrimonio immobiliare, compresi gli immobili posseduti all’estero [lettera m) del comma 7], gli autoveicoli, ovvero i motoveicoli di cilindrata di 500 cc e superiore, nonché le navi e imbarcazioni da diporto [lett. o) dello stesso comma], infine le componenti del patrimonio mobiliare di cui all’articolo 5, comma 4 (strumenti e rapporti finanziari di varia natura).
L’illegittimità del regolamento si traduce quindi nella lesione del diritto di accedere in condizione di parità ai livelli essenziali delle prestazioni sociali garantite dallo Stato, specificamente per i richiedenti provenienti dai Paesi più poveri del mondo.
Essa realizza quindi, in una parola, una discriminazione per origine etnica, vietata non solo dal d.lgs 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), ma anche e specificamente dalla direttiva 2000/43 dell’Unione, che afferma il principio di parità di trattamento, per quel che qui interessa, «per quanto attiene (…) e) alla protezione sociale, comprese la sicurezza sociale e l’assistenza sanitaria; f) alle prestazioni sociali; g) all’istruzione; h) all’accesso a beni e servizi e alla loro fornitura, incluso l’alloggio». Direttiva attuata nel nostro ordinamento dal d.lgs 215/2003, ma che, quanto all’affermazione del principio di non discriminazione, sancisce comunque, per una consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia, un principio suscettibile di immediata applicazione negli ordinamenti degli Stati membri [4].
[2] Così quanto ai redditi prodotti all’estero l’art. 4 del Dpcm prevede che siano inseriti nel reddito complessivo i redditi da lavoro dipendente prestato all’estero, anche se «tassati esclusivamente nello Stato estero in base alle vigenti convenzioni contro le doppie imposizioni», nonché «i redditi relativi agli immobili all’estero non locati soggetti alla disciplina dell’imposta sul valore degli immobili situati all’estero di cui al comma 15 dell’articolo 19 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, non indicati nel reddito complessivo di cui alla lettera a), comma 1, del presente articolo, assumendo la base imponibile determinata ai sensi dell’articolo 70, comma 2, del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917». Mentre l’art. 5 definisce il patrimonio immobiliare all’estero come «pari a quello definito ai fini dell’imposta sul valore degli immobili situati all’estero di cui al comma 15 dell’articolo 19 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, riferito alla medesima data di cui al comma 2, indipendentemente dal periodo di possesso nell’anno».
2. I controlli riguardanti dichiarazioni sostitutive di certificazione sono effettuati dall’amministrazione procedente con le modalità di cui all’articolo 43 consultando direttamente gli archivi dell’amministrazione certificante ovvero richiedendo alla medesima, anche attraverso strumenti informatici o telematici, conferma scritta della corrispondenza di quanto dichiarato con le risultanze dei registri da questa custoditi».
[4] Il complesso, articolato e talora accidentato percorso del principio di non discriminazione nel diritto dell’Unione e dei suoi effetti negli ordinamenti degli Stati membri è tema che non può essere affrontato nemmeno sommariamente in questa sede e la stessa bibliografia è sterminata. Basti allora qui richiamare, per un’analisi aggiornata e adeguata alle finalità del presente scritto: V. Piccone, Parità di trattamento e principio di non discriminazione nell’ordinamento integrato, in Questione Giustizia on-line, 15 febbraio 2017
L’articolo è stato inizialmente pubblicato nella Rubrica “Diritti senza confini”, nata dalla collaborazione fra le Riviste Questione Giustizia e Diritto Immigrazione e Cittadinanza per rispondere all’esigenza di promuovere, con tempestività e in modo incisivo il dibattito giuridico sulle principali questioni inerenti al diritto degli stranieri. Vai alla Rubrica