Source: http://www.mauronovelli.it/Atto%20di%20fede%20in%20Bologna.htm
Timestamp: 2020-04-06 07:15:55+00:00
Document Index: 4719187

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'arta 75', 'arta 81']

(A cura del Redattore del Progetto Manuzio – vedi www.liberliber.it)
All’inizio del 1566 fu eletto Papa, con il nome di Pio V, uno dei più risoluti e intolleranti inquisitori che abbia mai prodotto la Chiesa Cattolica. Si trattava del Cardinale domenicano Antonio Michele Ghislieri, un personaggio da anni ossessionato nemico degli “eretici” e convinto partigiano della linea dura e intransigente da adottarsi nei confronti di qualsiasi dissidente (l’eretico!) sia che fosse all’interno della Chiesa Cattolica sia che l’avesse abbandonata.
Pio V si considerava la suprema ed infallibile espressione di una Istituzione che doveva essere difesa e salvaguardata con ogni mezzo, al di sopra di ogni cosa, persona o ragione.
La politica repressiva e intollerante espressa da questo Papa si sarebbe attuata attraverso la Congregazione della Santa Romana ed Universale Inquisizione, da lui personalmente diretta, nei confronti di qualsiasi dissenziente e senza alcun rispetto umano: Cardinali, Vescovi o Principi e Re, compresi ([1]).
LA COSTITUZIONE SUPER GREGEM DOMINICUM DELL’8 MARZO 1566 ([2])
Non deve quindi considerarsi un errore di percorso, ma piena e cosciente consapevolezza ispirata alla condanna del diverso l’emanazione, avvenuta poco dopo la sua ascesa al soglio pontificio, della Costituzione Apostolica Super gregem dominicum che regolamentava, con un rigore inaudito e con un totale disprezzo per la vita umana, la cura e l’assistenza dei malati.
I malati che non obbedivano all’obbligo della confessione dovevano essere abbandonati al loro drammatico destino e considerati come eretici impenitenti od ostinati, meritevoli di condanna a morte ([3]).
I medici che non si fossero scrupolosamente attenuti a queste disposizioni della Chiesa, incorrevano nella scomunica riservata al Papa e radiati dall’Ordine, con l’ulteriore pericolo di essere considerati dall’Inquisizione come fautori (favoreggiatori) d’eretici ([4]).
La Costituzione Apostolica di Pio V, vergognosamente e incredibilmente reiterata da vari pontefici sino alla vigilia del XIX secolo ([5]), è talmente indegna, crudele e disumana che pone un’altra indelebile macchia su una Chiesa che vorrebbe apparire paladina nella difesa della vita.
Il libro narra l’Auto da fè, o Atto pubblico di fede, celebrato a Bologna il 5 novembre 1618, riportando una relazione scritta, all’epoca dei fatti, da un fratello della Confraternita di S. Maria della Morte alla quale erano affidati, nell’ultimo tentativo di conversione, i condannati a morte.
Il documento, individuato nell’archivio dell’Ospedale Maggiore di Bologna, era tra quelli trasferiti dallo Spedale della Morte all’atto della sua chiusura e contenuto in uno dei tre volumi che narravano l’attività della Confraternita nel periodo intercorrente tra il 1572 e il 1647.
Dopo questa Relazione, il libro prosegue con l’aggiunta di un breve Commentario predisposto dall’autore/editore M.G. (Michelangelo Gualandi), nel quale, tra l’altro, vengono richiamate alcune fra le molte esecuzioni d’eretici avvenute a Bologna ([6]).
Nonostante fossero trascorsi ben cinquantadue anni dalla sua promulgazione, lo sfortunato protagonista del libro dovrà sperimentare gli orrendi effetti della Costituzione di Pio V.
Non sappiamo perchè Asuero Bispinch, questo è il nome della vittima protagonista, sia giunto a Bologna. Forse per studio, forse per turismo, forse solamente di passaggio. È certo però che egli si ammala e, non potendo contare sull’ospitalità di una qualche famiglia patrizia, viene trasportato al pubblico Spedale della Morte.
Asuero Bispinch ([7]) è un giovane ventisettenne di nazionalità tedesca e di famiglia definita Luterana ([8]). Al suo ingresso in Ospedale, di fronte alla richiesta di confessarsi, il nostro protagonista declina l’invito affermando di non essere cattolico.
La sua permanenza nelle carceri durerà per ben tre anni condizionata dalla difficoltà, per l’Inquisizione, di poter ottenere la conversione, almeno formale, della vittima ([9]). Si tenga presente che, per il Sant’Officio, sono da evitare le esecuzioni degl’impenitenti in quanto esprimono un evidente affronto per la Chiesa ed un serio problema di credibilità per l’autorità del Santo Tribunale.
Nella sua estrema stringatezza, la Relazione è ben articolata e riesce ad evidenziare compiutamente sia l’angoscioso e violento metodo del Tribunale dell’Inquisizione sia quello della feroce esecuzione della sentenza: nel nostro caso avvenuta con il rituale dell’Auto da fè o Atto pubblico di fede ([10]).
Atti del Tribunale:
Le istruzioni da Roma.
Le torture fisiche e morali.
I reiterati tentativi di conversione.
La sentenza, con la condanna ad essere bruciato vivo come eretico ostinato.
L’esecuzione della Sentenza:
Fissazione della data e del luogo.
Ingiunzione a tutte le componenti sociali, mediante l’affissione di avvisi nella città, a partecipare all’Auto da fè
Nuovi, reiterati e assillanti tentativi di conversione del condannato da parte delle varie componenti del clero.
Lettura pubblica della Sentenza dal Palco degl’Inquisitori, costruito per l’occasione nella chiesa dei domenicani.
Consegna ai secolari per l’esecuzione della condanna.
Intervento della Confraternita dei confortatori di s. Maria della Morte per nuovi, pressanti e ulteriori tentativi di conversione.
Presunta capitolazione del condannato, alla vigilia dell’esecuzione, e sua “conversione”.
Sottoscrizione dell’abiura già preparata.
Condanna commutata in rogo previa impiccagione al palo.
Trasporto del condannato ed esecuzione pubblica.
Il giovane Asuero Bispinch venne strangolato ([11]), oltretutto malamente, e arso sulla piazza del Mercato di Bologna il 5 novembre 1618, davanti ad una grande folla delirante ed impietosa, dopo esservi stato trasportato legato sopra una sedia a causa delle sue condizioni di malato grave, rimasto senza cure.
i relapsi, ossia per coloro che già pentiti e condannati dall’Inquisizione ricadevano di nuovo in errore,
i dommatizzanti, ossia fondatori o animatori di movimenti in dissenso con le verità affermate dalle autorità ecclesiastiche,
i pertinaci, coloro che non volevano piegarsi all’Inquisizione e ritrattare, pentendosi dei pretesi errori.
Una pretesa abiura in extremis, dopo aver eroicamente resistito a ogni tipo di sofferenza per ben tre anni, non è credibile. Inoltre se questa ci fosse stata realmente, la condanna al rogo avrebbe dovuto essere sospesa e commutata in altra pena. Pertanto l’abiura fu strumentalmente estorta per essere propagandata dall’Inquisizione onde evitare il rischio che i fedeli considerassero il condannato come un martire e si ponessero pericolose domande …
Anno 1618. (1)
— 1618 — Sotto di lui (cioè del priore Gio. Gabrielo GUIDOTTI per la seconda volta per tutto l'anno suddetto in compagnia di Pompeo ALDROVANDI conte senatore e rettore, e di Lorenzo SPADA camerlengo) fu brugiato per Luterano ([12]) ASUERO figliolo del già Gioanni BISPIACH del loco di Serbandmit Diocese Monastenense sotto l'Arcivescovato di Colonia, il quale successo si andarà scrivendo.
Essendo capitato del'anno 1615 nel mese di ottobre ASUERO già di Gio. BISPIACH nel ospitale della Morte nostro amalato fu secondo il solito esaminato (intorno alli primi fundamenti della nostra fede catholica per essere di luoghi et gente suspetta) FUORI DI CONFESSIONE ([13]) dal R. don Angiol Michele CASTELARI nostro capelano, il quale lo scoperse luterano, tenendo molte opinioni contro la nostra fedde, del che fattosi più volte prove di farli conoscere in l'errore in che si trovava, non fu mai ordine; ove fu necessario darne conto al P. R. Inquisitore di s. Domenico il quale venuto a esaminarlo, et trovatolo heretico marzo ([14]) dopo ALQUANTO guarito lo fece condurre prigione al santo Officio alli 9 di novembre 1615 essendo di ettà di anni 27 a quel tempo.
Tenutolo prigione molti mesi et fato le debite coretioni et processo dà 11 articoli brutti et vituperosi contra Iddio, la B. V., il spirito santo, il Papa, l’Indulgenza, i Santi, il digiuno, l’eucaristia, la messa, tutte principal cose della nostra bona fedde, fu mandato il processo a Roma, et fatone diligente esamine e due, e tre e dieci volte, mai si volle disdire ma come ostinato, andava sostenendo la sua perversa et falsa opinione se ben senza fondamento.
All’ultimo vedendo non facea profitto alcuno, fu sententiato che fosse brugiato vivo sino del mese di febraro 1618.
Non ostante questo fecero li articoli delle sue pazie bestiali, et li fecero sapere che SE VOLEVA ABIURARE CHE LI SAREBBE PERDONATO ET RIMESO, et fatoli sapere questo più et più volte, rispondea voler morire Martire ([15]). Ultimamente mandatoli dal padre inquisitore l'abiuratione in scritto per vedere se lo potea ridure su la bona strada, tenutala quindici giorni gli rimandò indietro, dicendoli essere buono Crisptiano et non volere altrimente abiurare la sua congregazione, et con quella prudenza ([16]) che vien governata la Santa Inquisitione fu risoluto leggere la sentenza, acciò fosse esseguita.
Et per la esecutione di tutto questo sua P. M. R. fece stampare polize, et affissare per la Città, invittando il popolo a ritrovarsi a s. Domenico per udir legere la sentenza di questo ciecho delle cose apartenenti alla santa fede catolicha et apostolica Romana; et così fatto fare un palcho in s. Domenico avanti il Choro, adi 4 di novembre 1618 in Domenica a hore 20 sonò la rengha ([17]) a s. Domenico et si ridusse il maggior popolo che mai si sia visto, et dal Notaro del Santo Officio alla presenza del suddetto ASUERO, et con molti Teologhi e Dottori, fu letta la sentenza, qual contenea fosse legato a un pallo (palo) con una cattena, et brugiato vivo per luterano ostinatissimo; finita che fu lo consignorno al foro secolare, dove fu portato da dui PER ESSER MAL’ ANDATO DALLA INFIRMITA’; et data prigionia et questo fu a hore 20 del medesimo giorno.
Ale hore 24 fu risoluto da Superiori secolari (2) esseguire la sentenza per il Lundi matina, giorno delli 5 de novembre et così venuto il Barigello all’Ospitale disse che si chiamasse li confortatori per costui, l’invidadore vene da me Gio. martino, et fu dal signor Priore per consultare il modo chè si avea da tenere in simil caso, qual fu tutto questo che si dirà e prima.
Si chiamò il Rev. don Angiol Michele nostro capelano, et dottore di Teologia, et il signor co. Ridolfo CAMPEGGIO, uno di signori Maestri estratto per la settimana, et ridotti in casa del signor Priore, si cominziò a discorere sopra questo tanto grave et importante negotio, et proposto diversi ragionamenti si concluse che per beneficio di quest'anima si dovesse dal signor Priore andare a pregare il Molto Rev. signor Gio. Batt. ORTO, canonico di s. Petronio et Rettore di S. M. del Carobio, et eminente Teologho delle Scole nostre Pupliche, et poi si chiamasse altri Signori per aiutarsi, persone divote, bone anime che pregasero il Signor Iddio et la B.V. per la revisione di questo infelice.
Così andato il signor Priore, Capelano, et io dal detto signor ORTO, et fatoli la proposta stete molto retroso, et pensoso, per diverse sue occupationi, ma sentendo poi che si tratava per la salute del'anima di uno così fatto homo, lassò ogni suo comodo et promise venire, al'hora (all’ora) determinata che furno le 5 hore di notte, et perchè non fosse fatto ridotto di persone che potessero disturbare questo negotio, riducendoci al’hospitale secondo il solito fu risoluto far la raccolta in casa del eccellentissimo signor Francesco CAPELLO procuratore et uno dei nostri fratelli della Scola de’ Confortatori.
In questo tempo fu dal Molto Rev. signor Filippo SCAPPI, Canonico di s. Pietro, Mastro de’ Confortatori, et Sindico a vita del nostro Ospedale, fatto sapere come avendo inteso che si facea morire questo heretico, che si compiacesse il signor Priore in gratia sua di admetere a questo Officio il Molto Rev. signor don Francesco Zazara Romano omo di vita singolare, religiosa, et Teologho, et persona ritrovatasi accompagnare altri Luterani, et demandatone licenza al signor Priore, molto volentieri la concesse.
A hore 5 di notte si raccolse gli sotto scriti Signori quali tutti si vestono del abito nostro PER FARE QUEST’OPERA DI CARITÀ TANTO SEGNALATA et furono:
Il Priore don Angel Michele (CASTELLARI) Capelano
S.r co: Ridolfo CAMPEGGI Maestro
S.r Gio. Paolo CASTALDINI Maestro
S.r don Franc. ZAZARA Romano
S.r Matteo SAGELLI (?) Discepolo
S.r Camillo CATTANEO Vice priore
S.r Gio. Batt. ORTO Teologho
S.r Filippo SCAPPI Maestro
S.r dottor ZOPPO (Melchiorre ZOPPI) Discepolo
S.r Lamandino ROGAZZI (?) Sacerdote
S.r Gio. Franc. ROSSI discepolo et Jo Gio. Martino.
A laude dell'omnipotente Iddio e della B. Vergine Maria, et ad honore della S.a Trinità, et edificatione della nostra Arciconfraternita, alle hore sei andassimo alla Confortaria. Entrato nella prima stanza si fece preparare foco et da sedere, facendo levare il CROCIFISSO, che sta sopra la fuga (camino) et poi tutti nella capella ritirati si comenzò dal P. don Francesco ZAZARA a far dir delle orationi che furno letanie della B.V. poi cinque pater nostri et cinque ave marie con le brazze (braccia) aperte al Signore con gran fervore.
In tanto fu condoto l’infelice al loco suo in una sedia dal foco, et poi chiamato il signor ORTO Teologho, vene et fue questo primo ingreso con molta potenza, et buona dottrina, significandoli esser questo il loco ove si riduce quelli che ano a morire come lui et che lui con molti altri Signori sono venuti per aiutarlo, per salvarlo dalle mani del Demonio; et tutto questo ragionamento lo fece latino (!!). Il Paciente non rispondendo, il teologo gli disse due o tre volte, Respondi michi fratres (sic) et lui (ASUERO) pure gli rispose dicendo, che parlasse pur Italiano che benissimo intendea.
In questo tempo il Priore Francesco (ZAZARA) ritornò li fratelli in capella, et di novo si fece oratione, et il Teologho da queste orazioni fe tanto che il paciente disse l’ave maria et poi rispose ora pro nobis ale tanie (litanie) della B.V. recitate dal Teologho; essendo poi andato dietro per bon spatio d'ore, fu chiamato fuori il padre don Francesco il quale li parlò di molto efficacia, se li mise a torno, ma costui poco parlava, ma non mai mise in disputa alcuna cosa, anzi disse più volte Giesù Giesù. Ora con le parole di questo servo di Dio costui disse voler morire in gratia di Dio, et egli rispose che il segno di buon cristiano, era aver dolori e contricioni di suoi pecati, et poi confesarli al Sacerdote, et esso disse voler fare quando lì fosse il Sacerdote, se li disse et mostrò essere questo il padre Teologho.
Notta. Si fa sapere a tutti che non si adoperò in questo caso il nostro capelano, COME QUELLO CHE L’HAVEA DENUNCIATO al santo Officio, acio non lo riconoscesse, et si fosse fatto peggio, et per questo si chiamò il Teologho ([18]).
Ora seguitiamo, ogn'uno si ritirò in capella et con corone e salmi in genocchione si andava pregando il Signore per la conversione del povero paciente; et in tanto si confessò, et chiamato fuori, si dette conto dal Teologho come era confessato, ma che essendo omo nato nella religione a noi contraria che per hora si potea contentare, et andar dietro ([19]) et con orationi et con essortationi, sino che piacesse a Dio benedetto operare secondo la sua santa et imutabile volontà. Tutti li altri Signori quando uno et quando laltro andavano facendo ragionamenti spirituali, dove che voltatosi a uno di loro domandò se vi era un crocifisso; subito se li dette la tavoletta cui sta un cristo in rilievo, et pigliatolo nelle mani lo comenzò a basarli le santissime piaghe, piaghe di tanta posanza che guariscono le piaghe ferite nel’anima: Questo segno alquanto ralegrò li signori Confortatori, quali subito ritornorno al’oratione; in questo mentre egli domandò di possare (riposare) alquanto e di rifocilarsi, et bere un poco, et così pigliato confetture et biscottini, se li detti mangiare et bere, et poi si lasso (lasciò) possare per darli forze essendo grandemente debole et aflitto; ma però mostrava in questo punto esser tornato indietro.
Il signor Teologho essendo stato per spatio di tre hore domandò licenza al signor Priore per tornare a casa per legere la letione della matina, come fece averla il signor ZOPIO doppo, così licentiatolo, ci parve bene a tutti di far chiamare il Reverendo Don Alessandro GOTTARDI uno de’ Maestri di Confortaria, Rettore della Parocchia di s. Donato, Mansionario di s. Petronio, et già capelano del nostro Ospedale, del qual'ordine auto dal signor Priore, l’invidadore della Compagnia nostra dando per esso per parte del signor Priore; gionto ricorse al’oratione, et poi vestitolo di cotta et stola, se li accosto a l’orecchio del paziente ([20]), et con parole tali, et con le dita sacrate sopra la testa, facendo segni di santa Croce, induse costui a riconfessarsi, et de questa confortaria cavò segno tale, che si conduse in capella in ginocchioni, et si fece recitare le Tanie della Madonna, Miserere, Credo, et domandare perdono a dio benedetto. Intanto vene giorno, et il signor Priore et io andasimo a dar conto al P. Inquisitore del tutto, il quale molto si ralegrò ma però sogiunse et disse Signore ogni cosa mi piace, ma vorei che abiurase perche prima (sin quì) non la mai voluto fare, et questa seria la Cupella (sic) di questo poveraccio, però la voglio dare (l’abiura) a V.S. che li fatte discorrere sopra questi articoli suoi; et così auta l'abiuratione si portò ali signori Confortatori, et da Don Alessandro (Gottardi) lassare ([21]) queste comenzò a dire SI SI SI CHE VOGLIO PERCHÉ VOGLIO MORIRE CATTOLICHO, onde si fece redure tutti li signori Confortatori, et altri che vi erano et data a lui (al paziente) in mano a leggere, la lesse et mentre si andava legendo le sue false opinione, diceva — non dico più questo, che VOGLIO MORIRE CRISTIANO Misericordia Giesù — Finito di legere, lo fecero ridire, et poi sotto scrivere di sua mano, qual sottoscritione, dicea — lo dico con il core — et sottoscritta da tutti quelli Signori, il signor Priore la mandò per me all'Illustrissimo signor cardinale Capone legato qual vide molto volentieri, et ordinò si dovesse prima apicare, et poi abrugiare, et non più vivo; poi lo portai (l’Atto d’abiura) al Padre Inquisitore che ne sentì molta algrezza con molti altri padri di suoi, ringratiando Dio et questi Signori.
In questo tempo ascoltò (il paziente) tre Messe dette: una di (intendi da) SCAPPI, LAMANDINI e ZAZARA, che sempre pregavano il Santissimo per la costanza sua, ma però il P. Inquisitore NON VOLSE (volle) SI COMUNICASE.
Gionta l’ora della Iustitia, fu acomodata una sedia ove li fu posto sopra legato e da fachini PORTATO PER LA SUA GRAN DEBOLEZZA, alla volta del Mercato, accompagnato dalla compagnia nostra, et mentre si andava per la strada, egli (il paziente) diceva il credo, il miserere, il Tedeum, et molte volte — Giesù misericordia — accompagnato sempre da don Alessandro (GOTTARDI) et ZAZARA. Gionto al patibolo gli fu dal Maestro dela Iustitia atacato il capestro al colo, et trato giù; ma era basso che tocò terra et STENTO’ UN POCO A MORIRE ma con bon segni. Piacia al Spirito Santo a Dio ben. alla Madre Santissima che l’intrischo (sic) accompagni l’estrinsecho, per che FU DA TUTTI IUDICATO ESSERE MORTO BENE IN GRATIA DI DlO, ma questi sono suoi segretti iudicare il cor delli homini — Requiescat in pace Amen —
Notta che non si mise mai fuori la croce nostra al loco solito nel Pilastro sino che non si vede segno di pentimento.
Abiuratione fatta da Assuero qui sottoscritto, nella stanza di Confortaria in capella alla presenza delli sotto scritti Signori Testimonj il di 5 d' novembre 1618 in lunedì a hore 15 avendo prima odito tre messe.
(in margine) Copia, essendo l’originale in mani del P.R. Inquisitore ([22])
Io Assuero figliuolo del q. Giovanni Bispinch (sic) del luo (luogo) de Serbardmit, et di Maria de etsfalia (Vestfalia) giurisditione dell'Arcivescovato di Colonia della Diocesi Monasteriense dell'età mia d'anni 30 constituito personalmente in giudizio, et inginocchiato avanti di voi R. signori Giudici sopranominati, havendo avanti gli occhi miei posti li Sacrosanti Evangeli quali tocco con le proprie mani.
Conoscendo che nessuno si può salvare fuori di quella fede qual tiene, crede, pratica et insegna la Santa Catolica et Apostolica Romana Chiesa con la quale confesso et mi dolgo d'haver gravemente errato, per che essendo io nato et allevato da Padre e Madre e Parenti heretici e fra essi et altri conversato e praticato, per molto spacio di tempo nel modo che hor hora s'è letto nella sentenza contro di me promulgata, sono miserabilmente caduto in molti errori et heresie, et ho tenuto e creduto in particolare:
Che Christo Signor Nostro non sia nato della Vergine Santissima ma solamente in Spirito Santo et che forse questa Vergine non fosse mai stata al Mondo.
Che i Santi non si dovessero adorare, ne chiamarsi Santi ma solo amici e diletti di Dio.
Che non ci fosse Purgatorio nell’altra vita dovendo l’huomo purgare l’anima sua in questa.
Che il Sommo Pontefice non potesse dare indulgenze.
Che l’Imagini dei Santi non si dovessero adorare.
Che il Sacerdote non havesse auttorità d’assolvere dalli peccati ma solamente di ammonire il peccatore.
Che la Santa Chiesa non potesse ordinare e commandare il digiuno sotto peccato mortale, ne il pagar le decime, et che niuno da Christo in poi potesse osservare compitamente il digiuno quadragesimale.
Che nell'ostia consecrata non vi fosse nè vi si contenesse il vero Corpo e Sangue del Signor Nostro Giesu Christo, Et che non fossimo tenuti ad ascoltare la Santa Messa.
Che gli Apostoli et Evangelisti non fossero stati illustrati (sic per illuminati) dallo Spirito Santo nel scrivere le sacre e divine Scritture.
Che la Chiesa Romana alle volte dice delle cose che non hanno del probabile.
Che la Chiesa potesse errare, et che nella Sacra Scrittura si può trovare qualche errore si come in altre.
Et ho dubitato intorno all’osservanza delle Feste, il martirio de Santi, et similmente che Christo non havesse patito sotto di Pontio e Pilato.
Et ho mangiato Carne nelli miei paesi nelli giorni di Venerdì et altri prohibiti. Et non sapevo chi havesse santificata la festa.
Che la Madonna non sia stata Vergine ne di stirpe e progenie nobile e Regale, ma si Donna vile et infame.
Che il Papa e Pontefice Romano non abbia authorità sopra di me ne li miei Paesi Et
Che sia suddito all'Imperatore et altri Principi secolari e che è un Antechristo.
Però sicuro al presente della verità della fede catolica e certo della falsità dell'heresia, dolente e pentito della mia grave colpa, abiuro, detesto e maledico tutti li suddetti errori et heresie, che tenuto et creduto et generalmente ogni e qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla detta Santa Chiesa Catolica, Et giuro e prometto che vedo adesso et con l’aiuto di Dio, crederò per l’avvenire ([23]) tutto quello che tiene, vede, predica et insegna la detta Santa Chiesa Catolica; ne mai più per l’avenire crederò o dirò simili o altre heresie, ne meno haverò conversatione o pratica con heretici, o vero che siano sospetti d'heresia, anzi se conoscerò alcun heretico, o vero che sij sospetto d'heresia lo denonciarò all'Inquisitione overo ordinario del luogo dove mi trovarò.
Giuro anco e prometto d’adempiere intieramente et osservare tutte le pene e penitenze che mi sono state o che mi saranno imposte da questo Santo Officio, et contravenendo io ad alcuna delle suddette mie promesse o giuramenti (che Dio non voglia) mi sottopongo a tutte quelle pene e castighi che sono da Sacri Canoni et altre Constitutioni generali et particolari cord.e (sic) simili dellinquenti imposte e promulgate. Così Dio m'aiuti e questi suoi Sacrosanti Evangeli che tocco con le proprie mani.
Io ASSUERO affermo et Juro quanto di sopra e letto (sic) e credo con il core.
Io ASSUERO detestor con la bocca et con il core quanto di sopra.
Io D. Aless. GOTTARDI fui presente et vidi legere al sud. Assuero et sottoscritta di sua mano.
Io Gio. Gabriel GUIDOTTi Priore fui presente a quanto di sopra.
Io Camillo CATTANI sotto Priore fui presente a quanto di sopra.
Io Francesco CAPELLI uno de' Confortatori fui presente a quanto di sopra.
Io Ruffino ALAMANDINi uno de' Confortatori fui presente a quanto di sopra.
Notta che il P. Inquisitore per autenticare la presente scritura mi fece un presente della presente poliza (3) cavata dal Processo essendo ancor questa scritta dal Notaro del s. Officio et sottoscritta dalli medemi che era laltra come si vede, et questo o fatto a perpetua memoria sino che durerà il presente libro;
Frate Iacinto Mazza di S. Dom.co
Not.o del s.to Officio
Nei libri — dei Condannati alla morte dall'anno 1540 in avanti — leggesi:
— 1618 al cinque di Novembre in Lunedi Assuero di Gio. BUSBRACH (o BUSBIACH, o BISBIACH) inglese (sic) del luogo di Serbardmit Diocesi Monastenense sotto l'arcivescovado di Colonia d'anni 30 fu appiccato sul Mercato ad un palo, e poi fu abbrucciato per luterano. Si convertì in conforteria, e lasciò di se stesso una morale sicurezza del suo delitto. Fu confessato, comunicato ([24]), e confortato dal sig. co: Ridolfo CAMPEGGI Maestro e dal signor Dott. Alessandro GOTTARDI discepolo, et in loro compagnia furono chiamati per parte delli signori della Confraternita il sig. Dott. Gio. Batt. DALL'ORTO canonico di s. Petronio ed il Rev. P. Francesco Zazzera Romano Prete della Congregazione dell'Oratorio, e ciò per assisterli nella conversione, che si credeva impercettibile (sic). E sepolto le ceneri a s. Giovanni del Mercato.
Anni 1615-1618
regnante in Roma il papa Paolo V.
A questi tempi l'Italia, cosa non nuova, con varia fortuna era travagliata da guerre spesso non sue. Savoia osteggiava con Spagna, coll'Austria i Veneziani. Fra quelli che a procurar pace perderono olio e sapone, come scrive il MURATORI, trovossi Alessandro LODOVISI arcivescovo di Bologna, poi cardinale, poi papa col nome di GREGORIO XV.
Diransi ancora beati tempi gli antichi dopo avere letto l’orrido processo e la più orrida carnificina avvenuta in Bologna? E pure v'ha chi agogna fare rivivere o perpetuare il regime del terrore e della barbarie! Tempi furono quelli in cui i cittadini erano chiamati con pari ardore l'assistere ad un Torneo ed allo spettacolo di un Auto—da—fè!
Per quale fatalità l'infelice giovane Giovanni ([25]) BISBIACH capitasse in Bologna mal sapremmo indovinarla; certo è ch'egli vi giunse amalato, ed ebbe ricovero nello Spedale della Morte (titolo bene adattato!) dove soffrì, non che nelle carceri di quell'orrendo Tribunale che ha il nome di Santo, torture fisiche e morali; poscia n'escì per essere bruciato vivo quale eretico nato, ad onta di replicate promesse che abiurando, come poi fece, andrebbe libero dal supplicio.
V'ha errore e confusione, senza dubbio, nel nome della patria d’ASSUERO qui distinta per Serbardmit, o Serbardm o Serbemit, come leggesi in altri libri, nella diocesi di Monastenense, o Monasteriense (forse da Munster) sotto l’arcivescovado di Colonia, oggi soggetta al regno di Prussia.
Prima di parlare d'alcuni personaggi citati nel processo non sarà fuori di proposito l’accennare alcune (fra le tante) esecuzioni avvenute in Bologna del genere di quella per noi riferita; ciò che raccogliesi dai diversi Libri originali Mss. dei Giustiziati (4).
1468. Frate Giovanni FAVELLI veronese dell'ordine dei Servi, priore di s. Ansano nella montagna di Bologna, comune di Brento, incantatore di Demoni ed eretico, fu carcerato e condannato (chi pretende al fuoco, chi alla forca) dalla Santa Inquisizione. Costui aveva composto un certo libro intitolato — Fiore novello — pieno di molte enormità ed errori. Faceva che i Cittadini Bolognesi avessero carnale commercio con li demòni in figura di fanciulle, e venerava essi dèmoni e faceva loro oblazioni! —
1481. 26 Giugno. Giorgio da Monferrato in Piemonte, essendo scolaro in Bologna e trovato eretico ostinato, fu abbruciato vivo nel mezzo della Piazza, mostrando una indicibile fermezza e costanza; e mentre era nel mezzo delle fiamme si sentì gridare: — Eloi Eloi — Si disse che teneva trenta articoli contro la fede. —
1567. 18 Gennaio. Bernardo o Bernardino BERSCAGLIA, BRESCAGLIA o BIZZASCAGLIA da Modena: M. Baldassare, o Baldiserra o Valdiserra N. veneziano pittore (5): M. Martino FANI, o FORNI o FORNO ciavattino (sic) Francese, furono abbruciati per luterani ostinatissimi — E a dì 18 detto (Gennaio) per la iustitia di 5 giustitiati cioè 3 lutterani abrusati quali s’andorno a tore (togliere) a s. Domenico (cioè al s. Officio) e dai altri che s'impicorno, cera, ec. — E più avanti — E per fare levare de piazza le reliquie delli 3 lutterani che furno abrusati sino adi 18 del passato che per scordanza non serano (si erano) poste, libre 6 once 8 cera —
1567. 22 Marzo. Maestro Bernardo o Bernardino (in altro Libro è detto Mastro Martino N.) Milanese detto DALLE AGOCCHIE fu abruciato per luterano —
1567. 5 Settembre. Pellegrino RIGHETTI e Pietro Antonio CERVIA (in altro libro da Cervia città) Pittore (6) furono appiccati e poi abbruciati per luterani, ec. ec. Furono sepolte le ceneri a s. Giovanni del Mercato —
1568. 9 Ottobre. Silvio Lanzoni Mantovano, Pietro Paolo MASTRINI (meglio MARTINI come in altro libro) Senese, e Bastiano de PARIS (o PARISI) Ferrarese; il primo fu bruciato vivo per luterano ostinatissimo, e gli altri due impiccati per abigeati (ladri di bestiami) e poscia sepolti in s. Giovanni del Mercato. Nella Cronica mss. di Valerio RINIERI leggesi: che Silvio LANZONI da Mantova era cugino di quel Duca e del Signore della Mirandola. Sì potenti parentadi non bastarono a scamparlo dalle grinfe del Tribunale che chiamavasi Santo!
1572. 9 Decembre. Antenore GHERLINZANO (7) fu abruggiato vivo per lutterano et era Pittore. Confessato e comunicato, fu confortato da M. Cristoforo PENSABENE Maestro, e da M. Gio. Francesco BALDELLA discepolo. Furono sepolte le ceneri in s. Giovanni decollato del Mercato (8). —
1579. 30 Aprile. M. Giacomo SALICATI, alias CATTANEO, fu impiccato poscia abrucciato come eretico, e le ceneri sepolte nella chiesa suddetta. Altri pretendono venisse giustiziato così — per avere sforzata e violata una sua serva e poscia uccisa —
1579. 13 Giugno. Dalla Cronaca RINIERI si rileva, che in tal giorno fu abbruciato in Roma per eretico Pompeo già di Ascanio LOIANI da Bologna. — Poniamo per ultimo
1587. 28 Novembre. Ercole N. dal Tollè (comune del contado Bolognese) fu impiccato per avere tenuto in casa secretamente un eretico! Sepolto in s. Giovanni del Mercato —
Torniamo al processo BISBIACH nel quale leggemmo i nomi di vari personaggi fra cui:
Il m. r. p. maestro fr. Paolo VICARIJ da Garressio inquisitore in Bologna. Lo ricorda il conte Ridolfo CAMPEGGI in uno strano, e non comune, libretto intitolato — Gli Heretici Iconomiasti — di cui parleremo da ultimo, e lo chiama — padre di vita esemplare, di conosciuto valore, e di esperimentata prudenza —
Filippo, figlio di Mario senatore, SCAPPI fu nominato canonico di s. Pietro alli 11 decembre 1615 in luogo del dottore Gio. Luigi di Pier-Maria suo zio paterno per rinunzia a quel benefizio di due giorni prima.
Gio. Batt. DALL'ORTO era dottore in Teologìa, e venne creato canonico di s. Petronio l’anno 1589.
Il dott. Melchiorre ZOPPI filosofo moralista, letterato e poeta nacque in Bologna e vi morì ottuagenario l’anno 1634. Fra li suoi scritti in prosa, citansi li — Tre Ragionamenti Spirituali da esso recitati nella Scuola della Conforteria, di cui era uno dei dodici Maestri. Bologna per Sebastiano Bonomi 1622 in 4.° —
Il co: Ridolfo CAMPEGGI nacque in Bologna l’anno 1565; vi morì del 1624. Passò per magistrato integro e di valore, per uomo di lettere, e per poeta. A dare un saggio della sua religione, citeremo un'operetta singolarissima intitolata — Racconto de gli heretici iconomiasti giustiziati in Bologna a gloria di Dio e della B. Vergine et per honore della patria. Bologna ad instanza di Pelegrino Golfarini — Segue la dedica all'Arcivescovo LODOVISIO, del quale tenemmo parola, in data delli 21 decembre 1622, mese ed anno in cui vennero condannati alla morte prima di fune et poi di foco — quattro imbrattatori d'immagini. Ecco in succinto la storia:
Vedevansi (di quell'anno 1622) sparsi scritti abominevoli contro la religione e le sacre imagini le quali più e più volte trovavansi — con la più schifa immondizia della terra empiamente bruttate — Alla scoperta degli scellerati non bastando orazioni, prediche e processioni, si ricorse al premio di una forte taglia alla quale aggiunse il Pontefice l’impunità della pena et l'assoluzione della colpa d'ogni eccesso (ancorchè enormissimo ed incogitabile) al complice, mentre gli altri delinquenti manifestasse, ed al principale istesso; mentre che essendo solo, da se medesimo si scoprisse, sicuramente concesse: cosa insolita, et non più praticata (almeno in Bologna) ne' delitti della Santa Inquisizione —
Nel frattanto cadde in sospetto e fu catturato dal s. Officio certo Costantino SACARDINO Romano che alla Corte di Toscana, poi ai banchetti degli eccelsi Anziani di Bologna — con la chitarriglia cantando, cianciando, improvisando, formalmente et palesemente il mestiero del buffone esercitò — Invano per liberarlo, mostrava Bernardino di lui figlio, natogli in Bologna — un testificato irrefragabile dell'innocenza del padre — quando un Francesco QUILICI Lucchese condusse al s. Uffizio certo Colombino Toscano suo amico e che lo aveva chiesto di consiglio, ed a cui il QUILICI — con una naturale ma efficace eloquenza i pericoli della fuga, et la poca sicurezza della sua vita….fatto conoscere.... l'utile grande ch'alla povera famigliola arrecar poteva, la salute del corpo…. nella prima fatta deliberazione il convince il persuade, e nel medesimo istante con molta prudenza al sacro Tribunale della Inquisizione egli stesso il conduce —
Il quale Colombino accusava al s. Officio non solo il già preso SACARDINO ma anche il figliuol suo, non che Pellegrino e Girolamo fratelli DEI TEDESCHI (così detti perchè d'origine Germanica) occupanti pubblici impieghi. E questi altri tre vennero tosto catturati.
Compiuto celeremente — con una inviolabile secretezza — il processo, mandato a Roma per la sanzione e ricevutala, venne letta ai condannati la terribile sentenza nella basilica di s. Petronio presente affollatissimo popolo. Furono tutti e quattro condannati alla forca poi ad essere arsi; di più Pellegrino ad avere mozza in antecedenza la destra mano.
Pellegrino con la costanza d'un altro Muzio Scevola, egli stesso la mano perchè tagliata gli fosse, porse e senza essere tenuto, salda sempre la tenne, fin che con più colpi et stentatamente alfine gli fu troncata — Prima del supplicio furono questi quattro disgraziati condotti processionalmente davanti tutte quelle immagini e quegli altari che avevano profanati.
Non è detto nella relazione del CAMPEGGI se Colombino, del quale più non si parla, venisse posto in libertà e pagata a lui la taglia, o vero al QUILICI che l’autore chiama — persona honoratissima, da bene et divota mirabilmente di Maria Vergine, e dallo Spirito consolatore ispirato — E chiama — questa azione del QUILICI altro (sic) tanto honorata, quanto christiana, degna non meno di lode, che meritevole di memoria. —
(1) L'originale è nell'Archivio dello Spedale Maggiore di Bologna, nel locale di s. Maria della Vita, e precisamente nell'Archivio dello già Spedale della Morte, ove trovansi anche quelli del già Spedaletto di s. Francesco, di s. Biagio, dell'eredità Boncompagni, ec. Gio. Martino GALASSI, uno dei fratelli della confraternita di s. Maria della Morte, lasciò tre volumi:
il 1.° comincia dell'anno 1572 e va a tutto il 1.° semestre 1604
il 2.° ” dal 2.° sem. 1604 a tutto l'anno 1620
il 3.° “ coll’anno 1621 e termina in Maggio 1647
Il nostro Estratto leggesi nel secondo volume cominciando, per le tre prime linee della carta 75 verso, e terminando coll'intera carta 81 retto. Abbiamo scrupolosamente conservata l'ortografia dell'originale, compiendo però, per maggiore intelligenza, le molte parole abbreviate.
(2) Nell'anno 1618, al tempo dell'orribile fatto per noi trascritto e che pubblichiamo, era in Bologna legato per la Corte di Roma un Luigi CAPPONI fiorentino, fatto cardinale diacono nel 1608 e qui venuto nell'anno 1614. La Città era governata (novembre e decembre) da
Alessandro Marsigli
Marc' Antonio Lazzari
Orsino Orsi dottore
Alessandro Barbazza Manzoli
Ippolito Cattanei
Giovanni Legna
Paolo Zambeccarì
Il primo Gonfaloniere, Anziani gli altri.
Chi ignorasse il modo con cui procedeva il s. Officio contro quelli che cadevano ne' suoi lacci, legga il — SACRO ARSENALE overo prattica dell'Offitio della Santa Inquisizione, ec. In Roma e in Bologna 1716 per il Longhi in 8.° — Ivi è detto alla prima pagina che (il primo) — Inquisitore meraviglioso fu Iddio benedetto, chè negli antichi tempi castigò Adamo et Eva, il Popolo d'Israele, ec. —
(3) Il foglio regalato dal p. Inquisitore, (il successore maraviglioso di Dio benedetto) al nostro Cronista comincia colle parole — Che la Madonna, ec. — e termina colle firme, compresavi quella del Notaro del s. Officio, come al fac-simile presso di noi. Nella Cronica o Relazione di Gio. Martino GALASSI il citato foglio originale, trovasi incollato nel centro della pagina 81.a, a piedi della quale pagina è la Notta trascritta.
(4) Fra i molti Mss. storico-artistici (de' quali più volumi sono alle stampe) frutto di più anni passati negli Archivi per nostra istruzione, abbiamo tuttora inediti due volumi delle Condanne a morte eseguite in Bologna dai primordi del secolo XIII sino ai giorni nostri. La materia è tripla di quella che comunemente trovasi nelle copie che corrono pel mondo e tenute per complete. Il numero delle disgraziate femine abbruciate vive quali streghe e fattuchiere non è indifferente, così degli uomini in minor copia però; infinite sono le condanne politiche, barbara la procedura, più barbari i modi di togliere la vita, e se questa salva, alla mutilazione di una o più parti del corpo umano! Ai suddetti estratti autentici fanno seguito note e commenti.
(5) È probabile che questo infelice abbruciato vivo per luterano, appartenesse alla celebre famiglia degli ANNA (mercatanti fiamminghi) stanziata in Venezia, fautrice delle arti belle e per la quale PORDENONE dipingeva la facciata della di lei casa a s. Benedetto, e TIZIANO eseguiva pitture storiche e ritratti. Ed appunto di quel casato ritiensi altro pittore per nome Baldassare o Baldissera, vissuto però quasi un secolo dopo, ed allievo di Leonardo CORONA; del quale Baldassare vedonsi più opere in Venezia. La consonanza del nome, della professione, l'origine fiamminga di quella famiglia, l'essere stanziata in Venezia, sono sufficienti appoggi per ritenere probabile la nostra congettura. Intorno la celebre famiglia ANNA o HANNA vedi: VASARI — BOSCHINI — ZANETTI — MORELLI, ec.
All'epoca di cui parliamo (1567) era intento il papa Pio V ad estirpare le eresie che progredivano assai in Francia e nei Paesi Bassi, per cui la santa Inquisizione faceva sentire il suo rigore. I duchi di Firenze e di Milano, i Signori Veneziani ed altri potentati prestavansi appunto in quell'anno, secondo ricorda il celebre MURATORI nei suoi Annali, a consegnare al braccio ecclesiastico i Cervelli Forti, O VOGLIOSI DI LIBERTÀ.
(6) Di questo casato CERVI, CERVA o CERVIA, il MALVASIA (Felsina Pittrice) cita vari Artefici, ed uno fra gli altri appunto chiamato Pietro Antonio, ma vissuti posteriormente a quello di cui ricordiamo il tragico fine. L'ab. ZANI (Enciclopedia Metodica) citane parecchi, nè equivocò quando scrisse chiamarsi Gio. Maria e non Gio. Pietro-Antonio, quello che ebbe il soprannome di BAGOLINO, ma bensì quando non aggiunse avere esistito altro pittore portante quei secondi nomi: quindi essere due ben distinti Artefici. Che poi il pittore condannato al fuoco avesse nascita e stanza in Bologna, e fosse di quelle famiglie citate dallo storico Bolognese, non sapremmo nè negare nè asserire; forse fu da CERVIA città delle Romagne fra Ravenna ed il porto di Cesena. L'ab. ZANI, per noi citato, rammenta del casato CERVA più Bolognesi, un Milanese, uno da Modena, uno da Carpi, ec.
(7) La terza vìttima, col titolo di pittore, condannata al fuoco in questi tempi, fu un Antenore GHERLINZANO, casato che ci ricorda quello dei GRILLENZONI o GHIRLINZONI, ed anche più stranamente scritto come leggesi nell'Indice del ZANI; famiglia di Carpi nel Modenese, che ebbe un Pietro Giovanni scultore morto dell'anno 1557, il quale lasciò un figlio per nome Orazio che esercitò con onore l'arte della pittura e della scultura. L'infelice Antenore appartenne a quella famiglia? mancanti affatto di notizie per rispondere alla fattaci dimanda, non anderemo più oltre nelle congetture.
(8) S. Giovanni decollato. Questa Chiesa fu soppressa sul finire del passato secolo, ed affatto distrutta, cogli annessi Cimiteri, quando del luogo detto della Montagnola fecersi (1806) i pubblici Giardini; la posizione precisa delle dette fabbriche è ora occupata dal Giuoco del Pallone. Quanto fossero antiche questa Chiesa e la Confraternita di s. Maria della Morte, lo dica l'estratto che segue tolto dal ricordato Archivio, e precisamente da un libro di condannati a morte dall'anno 1540 in poi. — Dell'anno 1351 governando Bologna Giovanni VISCONTI per la cessione fatta da Gio. PEPOLI, ed essendo Vescovo di questa città Gio. NASO (o NARO) Milanese, stante l'attenzione che avevano li Confratelli della Compagnia di s. Maria della Morte di assistere alli condannati a morte dalla giustizia (con giustizia non sempre) ed a riguardo della cura intrapresa dalli suddetti Confratelli di seppellire i cadaveri di detti condannati sino alla medesima data la facoltà di consolare i condannati a morte, per la quale concessione e privilegio, e per proseguire a seppellire li cadaveri di questi condannati, nello stesso anno 1351 fabbricarono una Chiesa dedicandola alla Decolazione di s. Giovanni Batista, sul pubblico Mercato, (a piedi della Montagnola ricordata qui sopra), nel qual luogo da tal tempo eseguivasi la pubblica giustizia, continuandosi di farla ivi sino all’anno 1507, essendosi poscia in detto anno principiata ad eseguire alla Ringhiera del Palazzo del Podestà ove si proseguì a farlo sino all'anno 1604. D'allora in poi si cominciò a giustiziare cogli ordegni e scale di legno vulgarmente nominate le forche, e ciò nella Piazza Maggiore avanti, o rincontro la porta (grande) della Basilica dì s. Petronio sotto detta Ringhiera (del Podestà), ec. ec.
Nota di Paolo Ant. SANDELLI assistente. Anno 1758 —
Chi ritenesse avere il Sant'Uffizio, dopo tre secoli, mutato natura per ciò che risguarda soprattutto i cervelli forti e vogliosi di libertà tacciati di eresia ec.; legga il documento e quanto al medesimo precede, inserito nel Giornale di Firenze IL RISORGIMENTO N. 8 del 19 corrente mese ed anno.
Bologna 22 Gennaio 1860.
([1]) Cfr. Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia, Mondatori, Milano 2006, pp. 424-436
([2]) Costituzione in Bull. Rom. Tom. II, pag. 177.
([3]) Cfr. Giovanni Romeo, Ricerche su confessione dei peccati e Inquisizione nell’Italia del cinquecento. La Città del Sole, Napoli 1997, pp. 107-114.
([4]) Si tenga presente che gli scomunicati, se non ottenevano la revoca della scomunica entro un anno, erano considerati eretici e, come tali, perseguiti dal Tribunale dell’Inquisizione.
([5]) Cfr. Gaetano Moroni (aiutante di Camera diS.S. Pio IX), Dizionario di erudizione Storico Ecclesiastica, vol. XLIV, Venezia 1847, pag. 110. L’interdizione ai medici di visitare e curare i malati che non si fossero confessati entro il terzo giorno, fu successivamente confermata da Gregorio XIII il 30 marzo 1581, poi da Innocenzo XI, quindi rinnovata da Benedetto XIII nel Concilio Romano del 1725 e infine da Pio VI, che l’accrebbe di ulteriori pene nei confronti dei medici che mostravano reticenze nell’applicazione di questa norma pontificia.
([6]) Cfr. Guido Dall’Olio, Eretici ed inquisitori nella Bologna del ‘500, ISB, 1999.
([7]) Il nome di famiglia è riportato come risulta nell’abiura predisposta dall’Inquisitore, altrove è indicato come Busbrach o Busbiach o Bisbiach.
([8]) All’epoca gl’Inquisitori, spesso solo superficialmente istruiti sulle realtà e le dottrine della Riforma, erano portati ad attribuire a ogni suo aderente il nome di Luterano.
Se dobbiamo, però, prestar fede e analizzare le dottrine espresse nell’Abiura predisposta dall’Inquisitore, la nostra vittima non è certamente nè luterana nè calvinista, appare invece come un cristiano anabattista.
La dottrina “Che Christo Signor Nostro non sia nato della Vergine Santissima ma solamente in Spirito Santo et che forse questa Vergine non fosse mai stata al Mondo” esprime un tentativo piuttosto grossolano dell’Inquisitore, di comprendere e definire la dottrina della “carne celeste” di Gesù, tipica delle prime comunità anabattiste-mennonite, presenti in buon numero proprio nei territori da cui proviene la nostra vittima.
Anche il preteso errore “Che gli Apostoli et Evangelisti non fossero stati illustrati (per illuminati) dallo Spirito Santo nel scrivere le sacre e divine Scritture” evidenzia l’estrema difficoltà, da parte dell’Inquisitore, di capire (tanto da stravolgerne il significato) l’atteggiamento tenuto dalle comunità bibliche anabattiste in merito alla necessità dell’illuminazione dello Spirito Santo, che si riteneva indispensabile per poter comprendere la Bibbia e renderla vivente Parola di Dio.
([9]) Ne è esempio la preoccupazione di voler attribuire al condannato una Comunione mai avvenuta.
([10]) Un’ottima e dettagliata descrizione di un Atto pubblico di fede si può trovare in www.liberliber.it : Antonino Mongitore, “L’atto pubblico di fede solennemente celebrato nella Città di Palermo à 6 aprile 1724”
([11]) Gli eretici condannati ad essere arsi vivi, potevano ottenere la “grazia” di essere precedentemente strangolati se, in extremis, avessero fatto atto di sottomissione alla Chiesa cattolica…!
([12]) Vedi la nota 8 a pagina 3. (N.d.R.)
([13]) Ciò che è fra parentesi e le parole FUORI DI CONFESSIONE, fu scritto da mano aliena del Cronista; anzi ove è detto FUORI DI CONFESSIONE erano altre parole, ora cancellate, e pare certo dicessero E CONFESSATO (Vedi a pag. 8.).
([14]) Marzo in vernacolo bolognese per marcio.
([15]) In margine si legge — Fra paulo de Carisi inquisitore.
([16]) Non si capisce in cosa consista “quella prudenza”. (N.d.R.)
([17]) Cioè — suonò la campana dell'Arringo.
([18]) Ecco confermato quanto si acenna nella nota (1) alla pagina prima cioè, che ASUERO fu confessato dal capellano Angelo Michele CASTELLARI, lo stesso che lo denunziò al sant’Officio !
([19]) andar dietro dal vernacolo bolognese — andar dri — seguitare. Anche questo signor Teologo in qualche maniera svela la confessione del mal capitato Assuero.
([20]) li accosto a l’orecchio; dunque il paziente o riposava ancora o, dal male tormentato e dalla debolezza, era assorto tuttavia.
([21]) lassare per lasciare; cioè l'Atto d'abiura avuto dal s. Officio passò dalli Confortatori a don Gottardi e da questi venne dato ad Assuero.
([22]) Vedi più avanti una parte dell'originale data dallo stesso p. Inquisitore al nostro Cronista.
([23]) Da qui sino alla fine si ricava che per la seconda volta fu promesso ad Assuero salva la vita se abiurava. Abiurò e venne per grazia speciale apiccato poi bruciato poche ore dopo la solenne abiura!
([24]) Comunicato nò ed il perchè lo leggemmo in addietro. Intorno agli equivoci di nome e di patria dell’infelice Assuero vedi il Commentario che segue.
([25]) Una svista dell’autore. Si tratta evidentemente di Asuero e non del padre, Giovanni. (N.d.R.)