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Timestamp: 2018-09-24 15:23:44+00:00
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Sbobinature lezioni professore Adorno - corso esecuzione penale - Docsity
Sbobinature Procedura Penale
Roro56 27 settembre 2017
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Procedura Penale,Giurisprudenza
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Il giudicato esprime una esigenza di certezza giuridica, di stabilità delle situazioni giuridiche soggettive, però non necessariamente rappresenta la cristallizzazione di una verità storica.
IRREVOCABILITA’
Art. 648 c.p.p. rubricato come IRREVOCABILITA’ della sentenza e dei decreti penali di condanna.
Abbiamo fatto anche una digressione sui procedimenti speciali visto che non tutti i processi penali si concludono con una sentenza ma vi sono anche i processi penali che si concludono con un decreto penale di condanna (ossia i cd. PROCEDIMENTI per DECRETO); è in sostanza una condanna senza processo. Quando cioè vi è un pubblico ministero che ritiene si possa applicare una pena pecuniaria soltanto quella pena può essere erogata per decreto penale, cioè solo in quel caso si può derogare al contradditorio senza un consenso preventivo dell’imputato. Chiede al GIP la condanna, se il GIP condivide alla luce degli elementi di prova che il PM li sottopone che l’indagato ormai imputato sia responsabile, lo condanna con decreto che viene poi notificato e poi si può prestare acquiescenza o meno al decreto. Se l’imputato è veramente responsabile, altrimenti difficilmente si avrà questa acquiescenza,considerato che il decreto comporta una serie di benefici (perché si può ridurre la pena pecuniaria fino alla soglia della metà del minimo pignorabile (?), non si applicano pene accessorie, non vi è condanna alle spese del procedimento, vi è anche l’effetto estintivo di non reato della pena se non si reitera il reato ecc.) quindi notevoli benefici; praticamente li stessi che comporta una sentenza di patteggiamento.
Naturalmente le sentenze non sono solo di condanna ma esistono anche sentenze di proscioglimento sotto due profili :
• di non doversi procedere (art. 529 c.p.p.; in mancanza di una condizione di procedibilità : ad esempio manca una querela);
• si estingue il reato (531 c.p.p.)
• e poi vi sono le sentenze di assoluzione : ossia quelle che nel merito affermano che l’imputato non è responsabile del fatto che gli è stato scritto (e questo per diverse ragioni : perché ad esempio il fatto storico non sussiste, oppure sussiste ma è stato commesso da altri e non da quell’imputato, non costituisce reato perché magari manca il dolo o la colpa, oppure perché manca l’antigiuridicità ad esempio ho commesso il fatto ma ho agito per legittima difesa , oppure l’imputato non è imputabile in senso stretto perché d esempio infra quattordicenne, o incapace di intendere e di volere etc.);
• perché la persona non è punibile per altra causa (non ricorre una fattispecie assolutoria però ad esempio vi è una causa soggettiva di non punibilità pensiamo ai rapporti familiari : un figlio che deruba il padre).
Quando una sentenza di condanna diventa irrevocabile ? art. 648.
Non è vi è un’unica sentenza che passa in giudicato : vi può essere una sentenza di primo grado, vi può essere una sentenza di appello; non passa in giudicato la sentenza della corte di Cassazione perché la corte con la sua pronuncia tutt’al più mette fine al processo, ma nel porre fine determina il passaggio in giudicato di una sentenza di merito ad esempio quella di appello impugnata con il ricorso in Cassazione).
Quindi tanto la sentenza di primo grado può passare in giudicato, quanto una di appello. Da cosa dipende ? dipende dal fatto che una sentenza di primo grado può essere anche impugnata direttamente in Cassazione perché la legge consente alle parti, legittimate a proporre appello, di non proporre appello e di proporre il cd. RICORSO PER SALTUM (si agisce subito presso la corte di cassazione per ottenere subito una pronuncia di annullamento, magari per evitare sanatorie da parte della corte di appello).
Non è sempre possibile proporre il ricorso per SALTUM. Il ricorso è un mezzo di impugnazione a devoluzione circoscritta: mentre in appello ci si può lamentare di tutto (si può dire che il giudice ha valutato male le prove, ci si può ad esempio lamentare di un vizio processuale ecc.) mentre in Cassazione non è così, sia perché è un giudizio di legittimità quindi, sul merito ossia sui fatti storici non si discute se non attraverso il filtro della motivazione della sentenza, sia perché i motivi sono tassativamente indicati (sono 5) anche se poi tra le pieghe del codice ve ne sono degli altri. Ad esempio tra i motivi non vi è l’incompetenza del giudice ma grazie ad una disciplina indicata dagli artt. 21 e ss è un vizio che si può dedurre fino alla Cassazione. Cioè se in primo grado giudica un tribunale per un reato di omicidio doloso, anziché una corte di Assise, quel vizio è talmente grave che può essere dedotto anche per la prima volta in Cassazione.
Invece se vi è un incompetenza di territorio (giudica il tribunale di Lecce anziché il tribunale di Bari); quell’incompetenza per territorio non è grave per il legislatore, infatti, ci dice il codice : se si vuole eccepire quella incompetenza, è necessario eccepirla presto (devi farlo ad esempio massimo entro la conclusione dell’ udienza preliminare) e non puoi farlo dopo 10 anni in Cassazione. Se il giudice in udienza preliminare non ravvisa quell’eccezione, allora và eccepita in dibattimento poco prima che inizi il dibattimento (si dice nelle questioni preliminari, art. 491) può accadere che anche il giudice in dibattimento non ritenga vi sia incompetenza e il processo và avanti ; poi dice la legge : lo devi eccepire nei motivi di appello;se neanche in appello si dichiara, allora la si può dedurre in Cassazione. Quindi hai coltivato l’eccezione gradualmente.
Mentre quella per incompetenza del giudice la sia può eccepire anche dopo dieci anni.
Tra i motivi del 606 ce ne sono due per cui il ricorso per SALTUM non è possibile.
L’art. 569 che prevede il ricorso per saltum esclude la ricorribilità per saltum nelle ipotesi contemplate dal 606 nelle lettere d ed e :
dalla lettera d: vizio della decisione di merito consistente nel fatto che un giudice di merito (può essere quello di primo grado o può essere quello di appello) non ha assunto una prova decisiva della quale una delle parti principali (imputato o pubblico ministero) ha fatto richiesta nei giudizi di merito e ne ha fatto richiesta nell’esercizio del diritto alla prova contraria (esercitato ai sensi dell’ art. 495 comma 2).
La prova può essere diretta o contraria : il pubblico ministero chiede al giudice, appena inizia il dibattimento, nelle richieste di prova di dimostrare che Tizio era a lezione. Può dimostrarlo con un testimone, con una foto, insomma in tanti modi. Quindi il pubblico ministero introduce questo tema di prova. Il difensore vuole dimostrare, invece, che Tizio non era a lezione perché era a Torino. Quello è un fatto incompatibile con quello che si intende provare : questa è la prova indiretta o antagonista. Non dimostra l’assenza, ma dimostra un fatto incompatibile con la presenza di Tizio a lezione.
Se invece dimostrasse direttamente l’assenza di Tizio a lezione si tratterebbe di una prova contraria speculare.
Questo diritto alla controprova riceve una tutela maggiore del diritto alla prova. Si tratta di diritti perché la legge dice che il giudice quando viene richiesta l’ammissione della prova la deve ammettere a meno che, non sia contraria alla legge oppure manifestamente superflua o irrilevante. Che significa ? il difensore vuole dimostrare che Tizio era a Torino con 50 testimoni ma ne bastano due, tre se sono attendibili.
Irrilevante significa : lei introduce una fonte di prova o un mezzo di prova che non è in grado in nessun modo di dimostrare il fatto che intende provare. Si vuole dimostrare che Caio era alla guida di una macchina rossa e ha fatto un incidente con una macchina blu : lo vuole dimostrare con una persona che si trovava a 300m di distanza ed era daltonico.
Il diritto alla prova contraria gode di una tutela maggiore. Si dice, infatti, che sia un diritto quasi incondizionato. La prova contraria è talmente importante che gode di uno specifico motivo di ricorso in cassazione in sua tutela con l’art. 606 lettera d.
In questo caso la parte dice che in primo grado e anche in appello non hanno assunto una prova contraria della quale ha fatto richiesta correttamente nell’esercizio di diritto alla controprova ed era anche decisiva. La decisività come si misura ? la corte di Cassazione non può valutare le prove ma prende per buono l’esito probatorio che gli prospetta la parte. Ad esempio la parte dice : io avevo chiesto che fosse ammessa una testimonianza che era in grado di riferire che Tizio quel giorno e a quell’ora era a Torino e non è stata ammessa; oppure è stata ammessa però non è stata assunta. Se fosse questo l’esito probatorio sperato è ovvio che la prova è decisiva perché scardinerebbe l’impianto logico della sentenza. La corte verifica l’esito probatorio sperato e lo confronta con l’esito della sentenza (condanna per il reato commesso in aula) considerando la prova decisiva perché scardinerà l’esito della sentenza.
E questo è un motivo che non si può dedurre per saltum perché la corte di appello o di assise di appello ha poteri, sia pur eccezionali, di assumere prove (È un eccezione ma lo può fare art. 603). Questo vizio, dice il legislatore, non puoi dedurlo in cassazione perché se la corte dovesse accogliere il motivo di ricorso, non potendo assumere prove in quanto giudice di legittimità, annullerebbe con rinvio e quindi lo dovrebbe inviare alla corte di appello o di assise di appello, in base alla tipologia di reato.
Ricorso per saltum, magari accolto con annullamento con rinvio con regresso in appello per assumere quella prova e poi eventualmente vi sarebbe un altro ricorso in Cassazione; quindi è un dispendio di tempi processuali. Se invece la parte propone appello, proprio in appello si potrà lamentare della mancata assunzione della prova e quindi proprio in appello si assumerà quella prova. Quindi è un motivo che và dedotto necessariamente con l’appello e poi se non soddisfa l’esito ci sarà un ricorso.
Lettera e 22.23 : un altro motivo di ricorso è quello del vizio di motivazione, cioè ci si lamenta che la sentenza non è ben motivata. Anche questo vizio (la mancanza, la manifesta illogicità, contraddittorietà ecc) può essere dedotto solo con l’appello, e se poi anche la sentenza di appello non è ben motivata, ci si può lamentare dell’omessa motivazione in Cassazione. Anche questo motivo perché non può essere dedotto con ricorso per saltum ? sempre perché la Corte non può valutare prove e non può motivare a sua volta. La Corte che può fare ? motiva sì, ma motiva il suo annullamento, il suo rigetto, la sua dichiarazione di inammissibilità ecc ma non può motivare nel merito sulle prove. Dirà semplicemente nella motivazione : annullo con rinvio perché il giudice di merito ha motivato male spiegando il perché ha motivato male.
Se, invece, si proponesse appello, se il giudice di appello ravvisa un vizio di motivazione non può mai, per legge, annullare la sentenza impugnata. Mentre la corte di cassazione non può far altro che annullare perché non ha poteri di ri motivare, il giudice di appello invece no, se ravvisa un vizio di
motivazione (perché si rende conto che in primo grado il giudice è stato superficiale nel motivare sulla credibilità di due chiama
ti in correità, due pentiti, le cui tesi convergono e li hanno velocemente considerati attendibili condannando l’imputato) ci si lamenta di questa carenza argomentativa in appello . Così il giudice di appello rivaluterà le prove e motiverà meglio ossia riformulerà le motivazioni confermandole o meno (nel caso in cui non considerasse attendibili i due pentiti).
Se l’appello dovesse residuare un vizio di motivazione, ci si lamenterà poi del vizio con ricorso.
Occorre seguire la via graduale.
Le sentenze della cui irrevocabilità dobbiamo preoccuparci sono : o quella di primo grado o quella d’appello.
Supponiamo sentenza emessa in primo di condanna. Cosa fa l’imputato ? la impugna con un appello o con un ricorso per saltum. È chiaro che se la impugna con un appello, e la pronuncia di appello è di merito (cioè conferma o riforma) ci chiediamo quando diventa irrevocabile la sentenza di appello. Ma lo vedremo dopo.
Oppure c’è un appello che sfocia in una ordinanza di inammissibilità. Ad esempio il giudice di appello afferma che l’appello è inammissibile perché sono scaduti i termini per impugnare, perché l’appello è stato depositato presso una cancelleria sbagliata (l’appello si deposita presso la cancelleria del giudice che ha emesso il provvedimento), o ancora si presenta l’appello da chi non è legittimato oppure lo propone chi non ha interesse, oppure quando nell’appello non si indicano i motivi dell’appello (occorre specificarli e dettagliarli), oppure non si indica il provvedimento che si impugna, o non si è indicato il giudice che ha emesso il provvedimento, oppure lo si propone e poi si rinuncia all’appello.
Se in appello, si dichiara inammissibile l’appello, non c’è pronuncia di merito perché la corte di appello non ha detto “l’appello è infondato” (non si è preoccupato cioè di verificare se quella sentenza merita di essere confermata o riformata ma semplicemente ha accertato che mancano i requisiti formali per proporlo); bene in questo caso dobbiamo preoccuparci della sentenza di primo grado : quando questa sentenza diventa irrevocabile ? non possiamo preoccuparci di quella di appello, perché non c’è una sentenza di merito ma solo un’ordinanza con cui si dichiara inammissibile l’appello.
Quindi a questo punto abbiamo un appello inammissibile : significa che la sentenza appellata sta per diventare irrevocabile. Perché ? perché contro l’ordinanza che dichiara inammissibile l’appello è proponibile il ricorso per cassazione. La cassazione deciderà sulla correttezza dell’ordinanza del giudice di appello che ha dichiarato inammissibile l’appello.
Oppure le parti, non propongono ricorso in Cassazione contro quell’ordinanza e si acquietano . Una volta che scadono i termini per proporre ricorso contro l’ordinanza, passa in giudicato la sentenza di primo grado.
Se propongono ricorso in Cassazione contro quell’ordinanza quando diventa irrevocabile la sentenza di primo grado ? quando la Corte di Cassazione o dichiara inammissibile o rigetta il ricorso in Cassazione. Il ricorso in questo caso può essere o INAMMISSIBILE o INFONDATO.
Ad esempio : si propone ricorso senza specificare i motivi del ricorso. Questo ricorso sarebbe a sua volta inammissibile perché privo delle indicazioni dei motivi (che devono essere motivi del 606 oltretutto); oppure si propone ricorso tardivamente; oppure si propone ricorso e si deposita presso la corte di cassazione anziché presso la cancelleria del giudice di appello. Quindi in questo avremmo
una pronuncia della Cassazione che dichiara inammissibile il ricorso proposto contro l’ordinanza della Corte di appello che dichiara inammissibile l’appello. In questi casi passa in giudicato la sentenza di primo grado.
Oppure il ricorso potrebbe essere ammissibile (e quindi ad esempio è tempestivo, è proposto d chi è legittimato ecc). E quindi per esempio il difensore dice : secondo me il giudice di appello ha sbagliato nel dichiarare l’inammissibilità dell’appello solo perché l’ho depositato presso la cancelleria sbagliata; in questo caso la Cassazione può dare ragione al difensore perché il giudice di appello, anziché dichiarare inammissibile l’appello, avrebbe dovuto applicare l’art.568 c.p.p. che consente di salvare l’appello, cioè consente al giudice incompetente di trasmettere l’atto a quello competente. Quindi, nel merito la corte riconosce fondatezza dei motivi e accoglie il ricorso.
Oppure la corte potrebbe dire : il difensore ha sbagliato. Avrebbe dovuto depositarlo proprio presso il tribunale e non l’ha fatto quindi peggio per lui. Quindi nel merito questo ricorso sarebbe infondato, quindi lo rigetta. Cioè non dice è inammissibile perché non indica i motivi : i motivi li indica anche bene ma non sono condivisibili perché non si può applicare il 568. Quando esce la pronuncia della Corte di Cassazione passa in giudicato la sentenza di primo grado e ad esempio il pubblico ministero il giorno stesso potrebbe portare esecuzione alla sentenza e quindi emettere l’ordine di carcerazione.
Il discorso è diverso quando la causa di inammissibilità è data dall’inosservanza dei termini per impugnare. Uno dei motivi di inammissibilità elencati nel 591 è dato dall’inosservanza dell’art. 585, cioè l’inosservanza dei termini per impugnare. Se si impugna tardivamente, l’impugnazione è inammissibile. Perché la disciplina è diversa ? perché non occorre aspettare questi passaggi per dire che la sentenza di primo grado è diventata irrevocabile.
Sentenza di primo grado : la parte propone tardi l’appello (anziché entro 15 giorni, lo deposita il 16esimo giorno) l’appello è inammissibile ma in questo caso non occorre attendere che la corte di appello dichiari inammissibile l’appello perché il 648 c.p.p. ci dice, nel caso in cui scadono i termini per impugnare è in quel momento che passa in giudicato la sentenza. Quindi se l’imputato o il pm propone appello tardivamente, il giorno in cui scadono i termini diventa irrevocabile la sentenza appellata ossia la sentenza di primo grado. Poi è ovvio che si potrà attendere l’ordinanza che dichiara inammissibile l’appello e la si potrà impugnare con ricorso, ma intanto la sentenza è irrevocabile. Questo cosa comporta ? che il pm potrà già emettere l’ordine di carcerazione.
ALTRA EVENTUALITA’ : si propone appello. L’appello è tempestivo però è immotivato. Se in appello, si dichiara inammissibile l’appello per mancanza di motivi d’appello, occorre impugnare l’ordinanza di inammissibilità con un ricorso. E se la si impugna tempestivamente è bene, fino a quando non si pronuncia la corte : se la corte dichiara inammissibile il ricorso passa in giudicato la sentenza di primo grado.
Ma supponiamo che la stessa ordinanza di inammissibilità emessa in appello non venga impugnata nei termini : a questo punto quando scadono i termini per impugnare con ricorso l’ordinanza di inammissibilità diventa irrevocabile la sentenza di primo grado.
Quindi sui termini ci sono due possibilità : o scadono i termini per proporre l’appello oppure l’appello è tempestivo ma è dichiarato inammissibile (per altre ragioni diverse dai termini, è chiaro) oppure è l’ordinanza di inammissibilità a non essere impugnata tempestivamente. A questo punto non ci interessa la pronuncia della Corte che dichiari inammissibile il ricorso; nel momento in cui scadono i termini per proporre ricorso contro l’ordinanza di inammissibilità diventerà irrevocabile la pronuncia di primo grado.
Perché quella sentenza diventa subito irrevocabile e non occorre attendere l’epilogo fisiologico che potrebbe essere quello della pronuncia della corte di Cassazione (DOMANDA di ESAME)? cerchiamo di immaginare cosa potrebbe accadere se anche per la scadenza termini si desse spazio a quel percorso più garantista, aperto alle lamentele delle parti : accadrebbe che anche dopo 3, 4, 5 anni l’imputato ormai in carcere si sogna di proporre appello rimettendo sempre in discussione il giudicato. Se quel giudicato anziché formarsi quando scadono i termini potesse formarsi anche soltanto con l’epilogo della Cassazione chiedendo di uscire dal carcere perché la sentenza non è ancora esecutiva. Ecco perché quando scadono i termini è in quel momento che passa in giudicato la sentenza di primo grado. Si tratta, ripetiamo, o dei termini per proporre appello oppure i termini per proporre ricorso in Cassazione contro l’ordinanza che dichiara inammissibile l’appello.
La sentenza di primo grado viene appellata. L’appello è dichiarato inammissibile. A quel punto le parti possono proporre ricorso contro l’ordinanza di inammissibilità. Se il ricorso contro l’ordinanza di inammissibilità è a sua volta dichiarato inammissibile o rigettato passa in giudicato la sentenza di primo grado.
Poi vi è il caso particolare di inammissibilità rappresentato dalla scadenza dei termini per impugnare. Qui la sentenza di primo grado passa in giudicato :
• o quando scadono i termini per appellare;
• oppure l’appello è tempestivo ma viene comunque dichiarato inammissibile, e l’ordinanza di inammissibilità viene a sua volta impugnata con ricorso tempestivamente. A questo punto si attenderà la pronuncia della Corte di Cassazione; se quest’ultima è di inammissibilità o di rigetto passa in giudicato la sentenza di primo grado.
• Si propone appello tempestivamente; l’appello viene dichiarato inammissibile (naturalmente per ragioni diverse dalla scadenza dei termini); e contro l’ordinanza di inammissibilità si tarda a proporre ricorso : a questo punto quando scadono i termini per proporre ricorso contro l’ordinanza di inammissibilità diventa irrevocabile la sentenza di primo grado.
Cosa accadrebbe, invece, se venisse accolto il ricorso contro l’ordinanza di inammissibilità ? si ritorna in appello.
Sentenza di primo grado impugnata con ricorso per saltum ; diventa irrevocabile :
• o quando il ricorso per saltum è tardivo oppure;
• il ricorso per saltum si propone tempestivamente ma è dichiarato inammissibile o rigettato ( qui si impugna direttamente una sentenza di condanna di primo grado e non un’ordinanza come nel caso precedente).
Quando passa in giudicato la sentenza di appello ? abbiamo una pronuncia di primo grado; si impugna con l’appello; l’appello si conclude con una pronuncia di merito cioè conferma (era condanna e rimane condanna; o era condanna ma diventa condanna per un reato diverso, si riqualifica il fatto) o riforma ( un’assoluzione). Ricorso per cassazione contro una sentenza di appello di condanna. Quando passa in giudicato ?
• Quando il ricorso contro la sentenza di appello è dichiarato inammissibile o rigettato;
• Naturalmente se il ricorso contro la sentenza di appello fosse tardivo la sentenza passerebbe in giudicato con la scadenza dei termini per porre ricorso in cassazione.
Ecco perché 648 c.p.p. recita : “Sono irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non e' ammessa altra forma di impugnazione diversa dalla revisione”. La revisione è l’unico mezzo di impugnazione proponibile contro le sentenze irrevocabili.
Il decreto finale di condanna : quando diventa irrevocabile ? il decreto si può OPPORRE entro 15 giorni cioè entro 15 giorni l’imputato, il difensore o la persona civilmente obbligata (ossia chi risponderebbe della pena pecuniaria nel caso in cui l’imputato fosse insolvente) possono opporsi presentando un atto anche senza motivazione nella cancelleria del GIP opponendosi al decreto.
Il decreto diventa irrevocabile :
• o per scadenza del termine oppure;
• se l’opposizione fosse inammissibile per altri ragioni (ad esempio proviene da chi non è legittimato); in questo caso diventa irrevocabile quando, proposto tempestivamente il ricorso, la Cassazione dichiara inammissibile o rigetta il ricorso proposto avverso l’ordinanza che dichiara inammissibile l’opposizione .
• Se il ricorso non è tempestivo passa in giudicato quando scadono i termini per proporre il ricorso in Cassazione avverso l’ordinanza del GIP che dichiara inammissibile l’opposizione.
Per i termini c’è sempre un trattamento di sfavore, altrimenti si potrebbe sempre mettere in discussione il giudicato.
Termini per impugnare :
art. 585 c.p.p. : i termini per impugnare sono previsti a pena di decadenza. La decadenza è una della quattro sanzioni del nostro processo : la decadenza, la nullità, l’inutilizzabilità e l’inammissibilità.
La decadenza è una sanzione ma non è una specie di invalidità perché le invalidità colpiscono gli atti mentre la decadenza si pone a monte : impedisce di compiere un atto per l’inutile decorso del termine, se quel termine è decadenziale. Se poi ciò nonostante l’atto viene compiuto, allora l’atto sarà colpito da una sanzione che però è anche una specie di invalidità. Di regola l’atto tardivo è anche inammissibile. Il riflesso della decadenza è di regola l’inammissibilità. Di regola perché ? perché l’atto tardivo è una istanza di parte allora si può parlare di inammissibilità (sono inammissibili le impugnazioni, le istanze con cui si chiede, ad esempio, la remissione di un processo da Lecce a Potenza per ragioni ambientali ecc). se quindi le istanze sono prive di requisiti di forma, di tempo, di contenuto ecc può essere dichiarata inammissibile.
Ma se il termine decadenziale non è posto per circoscrivere temporalmente il compimento di un atto che possa qualificarsi come istanza di parte perché, invece, si tratta di un termine posto al potere di svolgere indagini per il pubblico ministero, allora gli atti di indagine (come ad esempio una perquisizione) sono qualificabili sul piano sanzionatorio come nulli o inutilizzabili.
Visto che l’art. 407 comma 3 c.p.p. ci dice che : gli atti tardivi sono inutilizzabili, noi capiamo che quella inutilizzabilità è il riflesso della intervenuta decadenza ossia della intervenuta scadenza del termine entro il quale il pm può svolgere il suo potere investigativo.
Quindi il termine per svolgere un indagine è decadenziale, se viene sforato la sanzione non sarà l’inammissibilità ma l’inutilizzabilità. Quindi decadenza è sanzione ma non una specie di invalidità; le specie di invalidità sono appunto :
• l’inammissibilità che colpisce le domande di parte quando mancano alcuni requisiti previsti a pena di inammissibilità;
• l’inutilizzabilità, invece, riguarda le prove o gli atti probatori in senso lato compiuti in violazione di divieti stabiliti dalla legge (quale ad esempio il divieto di investigare oltre il termine previsto dalla legge)
• La nullità riguarda qualunque atto.
La nullità e la decadenza (ma diciamo anche l’inutilizzabilità) a livello normativo sono soggette al regime di tassatività (cioè l’interprete non può dire liberamente un atto è inammissibile o un atto è nullo ma è la legge a dirci quando l’atto è nullo, inutilizzabile ecc). Per l’inammissibilità c’è un po’ di contrasto ma tendenzialmente si afferma come anche l’inammissibilità, sebbene non ci sia una norma che lo preveda espressamente, è una sanzione soggetta al regime di tassatività.
Tutte le patologie processuali, tutte le inosservanze processuali comportano una mera irregolarità cioè non producono conseguenze sanzionatorie. Tutt’al più ne può conseguire una responsabilità disciplinare se a violare le norme è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio. Ad esempio se un giudice non deposita una sentenza nei termini, ne risponde davanti al Csm disciplinarmente ma non c’è alcuna sanzione se tarda a scrivere la sentenza, perché sono pubblici ufficiali.
Art 591 c.p.p. rende chiaro il rapporto tra decadenza e inammissibilità : ci dice che le impugnazioni proposte in violazione dei termini di cui all’art. 585 sono inammissibili. Quindi pone questo collegamento tra decadenza di potere di impugnare e inammissibilità dell’impugnazione eventualmente proposta tardivamente.
Quali sono i termini per impugnare ? da quando decorrono ?
15 giorni, 30 giorni, 45 giorni. Le norme di riferimento sono l’art. 585 (disciplina i termini), 591 (prevede la sanzione per la scadenza dei termini che è l’inammissibilità) e 544 e 548 (norme del giudizio di primo grado perché si occupano della tempistica della motivazione della sentenza e i termini per impugnare sono legati a questo adempimento).
Quando opera il termine dei 15 giorni :
• se si tratta di un provvedimento emesso in camera di consiglio (art. 127 c.p.p.). Da qualche anno la Corte costituzionale sta dichiarando illegittime tante norme che prevedono che alcune questioni debbano essere trattate con rito camerale (ad esempio : misure di sicurezza o misure alternative alla detenzione) perché la pubblicità è garanzia di controllo sulla corretta amministrazione della giustizia. L’ordinanza si impugna entro 15 giorni.
• Se si tratta di una sentenza di patteggiamento si impugna entro 15 giorni. Se non altro perché quella sentenza è emessa in camera di consiglio, cioè in udienza preliminare che non è pubblica ma viene svolta in camera di consiglio.
• La sentenza emessa in pubblica udienza è impugnata nel termine di 15 giorni quando il giudice redige contestualmente dispositivo e motivazione perché in quel momento sono già note le ragioni per cui si è emessa quella sentenza di condanna o proscioglimento. Altrimenti come si può impugnare una sentenza se non si conoscono le motivazioni ?
Supponiamo che il giudice non riesca a redigere la motivazione insieme al dispositivo quindi ha bisogno di qualche giorno per scrivere la sentenza. Qui ci sono due opzioni : fissare o non fissare nel
dispositivo un termine per redigere la motivazione. Se non lo fissa, è la legge a farlo : se non si motiva contestualmente al dispositivo, si hanno 15 giorni per redigere la motivazione.
Se, invece, il giudice si rende conto a priori di aver bisogno di un termine maggiore per redigere la motivazione allora dirà “prendo un termine maggiore” e lo deve dire nel dispositivo. Ad esempio il giudice fisserà all’interno del dispositivo un termine di 50,60 giorni – massimo 90 giorni.
Se il giudice nel dispositivo non dice nulla, il termine per impugnare è di 30 sul presupposto che userà il termine legale di 15 per scrivere la sentenza. Se, invece, il giudice nel dispositivo prende un termine maggiore allora il termine che le parti hanno per impugnare è di 45.
Ciò che conta è quello che il giudice dice nel dispositivo. NON RILEVA IL MOMENTO IN CUI SI DEPOSITA LA SENTENZA. Se il giudice non dice nulla sul termine e deposita dopo 2 anni, non per questo il termine per impugnare è di 45 ma rimane di 30. NON RILEVA AFFATTO IL DEPOSITO TARDIVO. Se, invece, il giudice fissa un termine superiore ai 15 giorni, il termine per impugnare è di 45 anche se deposita il giorno dopo.
Se non deposita nel termine legale di 15 giorni, ovvero se fissa un termine maggiore ma non deposita entro il suddetto termine, allora non possono subire un pregiudizio dal fatto che non vanno in cancelleria perché avranno diritto alla notificazione dell’avviso di deposito (alle parti private si notifica, alle parti pubbliche si comunica). Quindi il deposito tardivo su questo influisce, sul dies a quo dei termini ma non certo sui termini.
15 nel caso di trascrizione della motivazione coeva al dispositivo.
30 quando vi è un doppio presupposto negativo : mancanza di motivazione coeva e silenzio sul termine per depositare.
45 quando vi è un presupposto negativo e uno positivo : manca la motivazione della sentenza però il giudice nel dispositivo che leggerà in udienza dirà prendo 50 giorni per scrivere la sentenza ecc
Da quando decorrono i termini :
• Quello di 15 decorre dalla lettura integrale o dato per letto della sentenza.
• 30 giorni : decorrono da quando scadono i termini che la legge attribuisce al giudice per depositare. Quindi in concreto : il giudice esce dalla camera di consiglio; legge il dispositivo in cui non c’è scritto nulla su quando depositerà; le parti sanno che avranno 30 giorni per impugnare, termine che decorre dai 15 giorni che la legge prevede per la scadenza del giudice di redigere la sentenza. Quindi se deposita il giorno dopo, i termini decorreranno sempre dal 15esimo giorno. Se deposita dopo il 15esimo, allora in quel caso la cancelleria del giudice comunicherà al PM e notificherà alle parti l’avviso di deposito; e dal giorno in cui riceveranno la notifica le parti potranno proporre entro 30 giorni l’impugnazione.
• 45 giorni : giudice esce dalla camera di consiglio, legge il dispositivo dove c’è scritto “la scriverò entro 50 giorni”. In tal caso i 45 giorni decorreranno dalla scadenza dei 50 giorni. Se si deposita prima non cambia nulla, se si deposita dopo i 45 giorni decorreranno sempre dalla comunicazione o notificazione dell’avviso di deposito.
C’è solo una variante per il procuratore generale presso la corte d’appello :
• per il pubblico ministero, in udienza, se il processo si celebra in primo grado, davanti un tribunale, davanti un giudice di pace, davanti una corte di Assise andrà un rappresentante della
procura della Repubblica presso il tribunale; quindi vanno in udienza i suoi sostituti o i suoi aggiunti ossia vanno i magistrati della procura della repubblica di primo grado.
• Se il processo si celebra in appello, allora in udienza andrà un pubblico ministero cioè un rappresentante della procura generale presso la Corte di Appello quindi persone d’ufficio diverso; può anche capitare che in appello vada un magistrato della procura della repubblica di primo grado (ad esempio nel caso di un maxi processo). Così come può capitare che il procedimento venga avocato dalla procura generale (nei casi in cui il pm di primo grado è inerte in senso lato, cioè non esercita l’azione penale entro i termini per le indagini, la procura generale può avocare a sé le indagini. Cioè il procuratore generale si sostituisce a quello della Repubblica; quindi l’accusa di primo grado la potrebbe sostenere anche un magistrato della procura generale presso la corte di Appello).
Questo perché ? se il processo si celebra a Lecce, ad esempio, in corte di appello allora come rappresentante dell’accusa presso la corte di Appello di Lecce, in udienza, andrà un magistrato della procura generale presso la corte di appello di Lecce. Se il processo si celebra a Brindisi andrà in udienza un magistrato della procura della Repubblica di Brindisi. Lo stesso vale per Taranto. La corte di appello è unica per un distretto, poi vi sono più tribunali in un distretto di corte di appello. La circoscrizione della corte di appello si chiama distretto, quella del tribunale circondario.
Ci deve essere necessariamente una deroga in termini per impugnare. Questa disciplina per i termini per impugnare vale quando il processo si sta celebrando proprio in corte di appello o di Assise di appello perché in quell’udienza, davanti la Corte di Appello o di Assise di appello, il magistrato della procura generale (è per lui la deroga quando opera la deroga) sarà in udienza quindi se è una motivazione contestuale ne prenderà conoscenza attraverso la lettura. Se è una sentenza senza motivazione ma solo con dispositivo, saprà nel dispositivo se il giudice ha fissato o meno un termine.
Ma supponiamo che la nostra sentenza da impugnare fosse una sentenza del tribunale di Brindisi o di Taranto, che ne sa il procuratore generale della Corte di Appello di Lecce se vi è una motivazione contestuale, se vi è un termine o meno; non sa nulla. Quindi mentre per le pronunce emesse dalla corte di appello o di assise di appello la disciplina rispetto ai canoni della procura generale è quella che abbiamo visto adesso, se la sentenza viene emessa da un giudice di distretto della corte di appello diverso dal giudice di appello (significa un giudice di primo grado ) in questi casi vi è una deroga non in ordine ai termini per impugnare ma in ordine alla decorrenza dei termini per impugnare rispetto al procuratore generale presso la Corte di Appello. Per lui i 15, 30 e 45 giorni decorreranno sempre da quando riceverà presso il suo ufficio la comunicazione dell’avviso di deposito della sentenza. Mentre per l’imputato, il procuratore della repubblica di Brindisi ecc per loro i 15 giorni decorrono da quando, ad esempio, si legge la sentenza integrale, per la procura generale di Lecce i 15 giorni decorrono da quando riceverà la comunicazione o avviso di deposito. Quindi i termini impugnati decorrono in modo sfalsato per i soggetti.
Il procedimento di cognizione, ossia il procedimento volto ad accertare se l’imputato è o meno responsabile per un certo reato, mette capo alla sentenza irrevocabile nel momento in cui si verifica uno di quei fattori di cui ci parla l’art. 648 c.p.p. Ora, fino a quando la sentenza è revocabile, quella sentenza è impugnabile anche sia con l’appello sia con il ricorso in Cassazione (potrebbe esserci anche il ricorso per saltum). Non a caso l’art. 648 prevede espressamente che siano irrevocabili le sentenze pronunciate in giudizio contro le quali non è ammesso alcuna forma di impugnazione se non appunto la REVISIONE. Questo perché la revisione presuppone già una sentenza irrevocabile.
La logica dell’istituto : il giudicato assolve ad una esigenza di certezza giuridica, di stabilità delle situazioni processuali quindi con il giudicato si ha per raggiunta la verità processuale. Si ha per raggiunta ma non è detto che sia la verità storica realmente accaduta. Ora quell’esigenza di immutabilità che si cristallizza nel giudicato non può essere messa in discussione quando la sentenza irrevocabile è di proscioglimento perché in quel caso esiste il principio del NE BIS IN IDEM : cioè un principio in forza del quale proprio ad ulteriore garanzia di quell’effetto preclusivo che comporta il giudicato si stabilisce che una persona non può più essere sottoposta al processo penale per il medesimo fatto di reato. Qui l’esigenza di certezza è lampante.
Nel caso opposto, invece, si ammette che si possa mettere in discussione una sentenza irrevocabile. È il caso della sentenza di condanna. Perché ? perché qui per esigenze sopravvenute al giudicato (c’è sempre un qualcosa che sopravviene, un quid novi) , si reputa conforme ad esigenza di giustizia sostanziale, ridiscutere dell’affermazione di responsabilità dell’imputato. Qui prevalgono esigenze di giustizia ed esigenze di certezza giuridica in quanto la sentenza irrevocabile è di condanna, ossia, una sentenza che potenzialmente ha condannato una persona diciamo innocente. Quindi si è in presenza di una sentenza di condanna che potrebbe sfociare, ove rimessa in discussione, in una sentenza di proscioglimento (anche nella formula che non ne accerta l’innocenza, ad esempio per estinzione di reato. Ma si tratta comunque di una sentenza di proscioglimento cioè una sentenza liberatoria per l’imputato che però non dice che l’imputato è innocente ma dice semplicemente che si è prescritto il reato. Anzi, implicitamente accerta la responsabilità). Quindi esigenze di giustizia sostanziale impongono di rivedere il giudicato.
I provvedimenti revocabili sono :
• sentenze irrevocabili di condanna emessa, dunque, nell’esito di un procedimento ordinario : quindi o quello con udienza preliminare (che è quello ordinario tipico) o anche quello senza udienza preliminare comunque la sentenza è emessa in un giudizio;
• abbiamo una sentenza dibattimentale emessa con rito ordinario,
• o quella dibattimentale emessa con rito monocratico semplificato (cioè quella senza udienza preliminare),
• o una sentenza emessa da un giudice di pace,
• può essere anche una sentenza emessa in dibattimento con un rito acceleratore
• semplificato (giudizio immediato, giudizio direttissimo : saltano l’udienza preliminare ma ricevono regolarmente dibattimento nel contradditorio, anzi anticipano il contradditorio eliminando solo una fase di filtro per l’imputato)
• oppure può essere una sentenza emessa in un giudizio abbreviato (giudizio che si celebra nell’udienza preliminare in deroga al contraddittorio e questo su richiesta dell’imputato) (perché si tratta pur sempre di una sentenza emessa in un giudizio (, giudizio inteso non come fase processuale ma come momento conoscitivo) un giudizio che anziché dispiegarsi in dibattimento si celebra in udienza preliminare. E’ un giudizio particolare perché manca il contraddittorio proprio del dibattimento ma vi è pur sempre una verifica approfondita della responsabilità, sia pur sulla base tendenzialmente degli atti di indagine, tant’è che quella pronuncia può essere anche di proscioglimento. Se fosse di condanna, solo in quel caso si potrebbe sottoporre a revisione).
• Sentenze irrevocabili che applicano la pena su richiesta delle parti (il patteggiamento);
• decreti penali di condanna irrevocabili.
Sentenza di patteggiamento non è parificabile a quelle emesse in giudizio. Fino al 2003 quella sentenza non era inclusa nel 629, ma è stata inclusa dalla legge 134 ( che ha introdotto il patteggiamento allargato fino a 5 anni) ha anche previsto che si potessero sottoporre a revisione le sentenze di patteggiamento irrevocabili. Perché questa sentenza è prevista ad hoc, con una specifica formulazione normativa ? perché non è una sentenza emessa tecnicamente in un giudizio. Il giudice che applica la pena, cosa fa ? prende atto che vi è un accordo tra pubblico ministero e imputato sulla pena. Questo accordo viene vagliato dal giudice di dibattimento o dal giudice dell’udienza preliminare (la regola è in udienza preliminare perché è un rito deflattivo anche questo ma nulla vieta che si possa istaurare anche in dibattimento). Ciò che a noi interessa è la tipologia di accertamento che effettua il giudice : non verifica se l’imputato è responsabile; ecco perché si dice che la sentenza di patteggiamento non accerta la colpevolezza a differenza della sentenza emessa con rito abbreviato (o anche quella dibattimentale), che si basa sulla regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio cioè se non si ha la prova “certa “della responsabilità non si può condannare. Non è così nel patteggiamento.
Nel patteggiamento è quasi il contrario. Soltanto se emerge la prova positiva dell’innocenza o meglio soltanto se emerge positivamente l’esistenza di una causa di proscioglimento, non si può applicare la pena. Quindi una verifica al contrario perché si accerta che manchi la prova evidente dell’innocenza (nel patteggiamento nel dubbio si applica la pena; nel caso precedente si deve prosciogliere).
Perché questo ? perché gli artt. 444 e seguenti ci dicono che il giudice a fronte di una richiesta concorde deve effettuare questa verifica :
• prima verificare che il consenso dell’imputato sia volontario;
• Si verifica che non operi l’art. 129 : cioè il giudice deve verificare che non vi sia la prova positiva che alla luce degli atti che conosce, non vi sia la prova evidente che quell’imputato và prosciolto. Il giudice in ogni stato e grado del processo quando è evidente che il fatto non sussiste, l’imputato non lo ha commesso, il fatto non costituisce reato, che il reato è estinto o che manca una condizione di procedibilità, in tutti questi casi dichiara evidente il proscioglimento.
Deve emergere in modo evidente la causa proscioglitiva; altrimenti non la si applica.
Quindi se dagli atti emerge chiaramente una dichiarazione testimoniale che fornisce un alibi all’imputato, e non vi sono prove a carico, naturalmente non potrebbe di certo applicare la pena. Oppure è evidente che si è prescritto il reato. Qui il giudice non deve accertare la responsabilità ma deve limitarsi a verificare che non risulti in modo lampante, ictu oculi, una causa di proscioglimento.
Dopodiché và avanti con le sue verifiche : verifica che i fatto sia correttamente qualificato (ad esempio per lui non è appropriazione indebita ma è peculato, il fatto è medesimo ma qui si tratta di dare un diverso nomen juris e non è irrilevante perché cambia la pena; laddove abbia dei dubbi non può intervenire sul patteggiamento ma deve rigettare la richiesta); superata questa verifica positivamente, dovrà verificare che le parti abbiano correttamente individuato e applicato le circostanze attenuanti e aggravanti in maniera adeguata (se il pm e l’imputato era consenzienti delle attenuanti generiche e il giudice si rende conto che è un plurirecidivo che non merita le generiche, rigetterà la richiesta di patteggiamento) e così via.
Ultima verifica : deve accertare che la pena che le parti abbiano concordato sia corrispondente all’obiettivo educativo previsto dall’art 27 Cost. (questo è stato detto dalla Corte costituzionale negli anni 90; dichiarò illegittima la disciplina del patteggiamento nella parte in cui non consentiva al giudice di verificare la congruità della pena rispetto alla sua funzione educativa ). Superate tutte queste verifiche il giudice applica la pena.
La verifica sull’art. 129 ci dà l’idea che il giudizio sul patteggiamento non è un giudizio sulla responsabilità ma è un giudizio che accerta tutt’al più, l’assenza di una prova evidente circa l’esistenza di una causa di proscioglimento. Ecco perché c’è l’esigenza di aggiungere la sentenza di patteggiamento ai provvedimenti revisionabili o revocabili. Altrimenti non sarebbe parificabile ad una sentenza di condanna, nonostante l’art. 445 ci dica che la sentenza di patteggiamento, per legge, è equiparata una sentenza di condanna (ma è una equiparazione espressa e non una sentenza di condanna).
Provvedimenti irrevocabili di condanna : applicano pene pecuniarie e sono suscettibili di revisione. D’altronde sarebbe suscettibile di revisione anche sentenza di condanna alla multa o all’ammenda. Non c’è differenza tra una sentenza di condanna alla pena detentiva e sentenze che condannano alla pena pecuniaria quindi non può esserci differenza rispetto ai decreti penali irrevocabili di condanna che condannano necessariamente alla pena pecuniaria. Qui l’esigenza è rimuovere un giudicato di condanna, fosse anche la sentenza più mite di questo mondo, ma la condanna comporta comunque di per sè un discredito sociale, oltre che un’afflittività morale per chi la subisce.
Il riferimento alle sentenze irrevocabili e ai decreti irrevocabili ci fa capire che bisogna ragionare sulle parole : non sono suscettibili di revisione le sentenze che non diventano irrevocabili. La sentenza che non diventa irrevocabile è quella di non luogo a procedere (art. 425) quella cioè emessa in udienza preliminare quando si accerta che è superfluo il dibattimento, quella sentenza non diventa mai irrevocabile. C’è un momento in cui diventa esecutiva e cioè quando non è più impugnabile, cioè nel momento in cui scadono i termini per il ricorso in Cassazione oppure il ricorso è dichiarato inammissibile o rigettato, allora quella sentenza diventa esecutiva. Ciò nonostante è sempre revocabile ma è sufficiente che emergano o si scoprano nuove prove che dimostrano che il prosciolto debba essere, invece, rinviato a giudizio. A quel punto il PM chiede al GIP di revocare la sentenza e riapre le indagini o chiede direttamente un rinvio a giudizio perché le prove sono già state assunte magari in un altro procedimento. Quindi una sentenza mai irrevocabile e come tale non può mai essere suscettibile di revisione. Il rimedio in questo caso è un altro : ossia la riapertura del processo (art. 434 ss.). Unico caso di sentenza esecutiva ma non irrevocabile.
Vanno escluse le ordinanze che non sono né sentenze, né decreti. Qualunque ordinanza non può’ essere suscettibile di revisione anche perché non esistono ordinanze di condanna. le ordinanze riguardano aspetti processuali quindi è estranea all’ambito applicativo della revisione.
I casi di revisione : art. 630 (domanda di esame). Casi di revisione sono tutti riconducibili ad una sopravvenienza rispetto al giudicato, cioè un fatto nuovo, ora dobbiamo capire in cosa consista questa novità. Sono casi normativi (più quello introdotto dalla corte costituzionale).
Conflitto teorico di giudicati : significa che dopo il giudicato emerge che, i fatti posti alla base di una sentenza penale irrevocabile di condanna ovvero i fatti posti alla base di un decreto penale irrevocabile di condanna , i fatti posti alla base di una sentenza di patteggiamento sono inconciliabili con i fatti posti alla base di un’altra sentenza penale irrevocabile.
Il termine di confronto rispetto ai provvedimenti revocabili non è un provvedimento analogo (ossia non si menzionato tutti e tre i provvedimenti) ma si menziona soltanto la sentenza penale irrevocabile (che non deve essere per forza di condanna), quindi qualunque sentenza penale irrevocabile diventa termine di paragone. Quindi se vi fosse un contrasto teorico di giudicati per i fatti posti alla base di una sentenza penale irrevocabile di condanna da rivedere, e i fatti posti alla base di un altro decreto penale irrevocabile di condanna non sarebbe ammissibile la revisione perché avremmo un termine di confronto che non un’altra sentenza irrevocabile di condanna, ma un decreto penale irrevocabile.
Questo perché soltanto l’accertamento che è contenuto in una sentenza dà sufficienti garanzie circa la sua conformità alla realtà storica. Perché nella sentenza, soprattutto quella dibattimentale, ma diciamo anche quella emessa in un giudizio abbreviato vi è un accertamento pieno delle responsabilità sia in positivo, sia in negativo ossia sia quando si condanna sia quando si proscioglie. Si realizza il contradditorio quello tecnico per formare la prova in dibattimento o quello argomentativo del giudizio abbreviato ma nel quale c’è anche quello probatorio perché nell’ abbreviato si possono assumere anche delle prove o su istanza dell’imputato (abbreviato condizionato 438, comma 5) o anche d’ufficio (441 comma 5).
Qual è la differenza rispetto al vero contradditorio ? che non c’è un diritto alla prova e che la prova non si forma con l’esame incrociato ma con le domande che formulerà il giudice in udienza preliminare. Quindi il testimone non lo sentono le parti, lo sente il giudice però le parti hanno diritto i chiedere al giudice di formulare alcune domande. Quindi le parti in via mediata riescono a far sentire la propria voce e quindi è pur sempre una forma di contradditorio. Soltanto le sentenze emesse in un giudizio garantiscono un accertamento dei fatti pieno. A differenza del decreto penale di condanna che si basa su una richiesta del PM; si basa su una visione monoculare della vicenda processuale. Il PM chiede al giudice di applicare la pena senza che il povero indagato o imputato ne sappia nulla e senza che il difensore abbia potuto dire nulla. Qui c’è una condanna senza contradditorio anche senza quello argomentativo. È’ la negazione del pieno accertamento della responsabilità quindi non può fungere da termine di confronto per rivedere un accertamento contenuto in un’altra pronuncia qualunque essa sia.
Ovviamente la sentenza che funge da termine di confronto non è quella da rivedere, ma è quella che ci consente di rivedere quella di condanna. Purché sia una sentenza irrevocabile che contiene un accertamento definitivo o di responsabilità o di assenza di responsabilità.
Deve essere una sentenza emessa da un giudice penale : quindi non potrebbe fungere da termine di confronto, una sentenza irrevocabile emessa da un giudice civile.
Ora vediamo in cosa consiste questo conflitto teorico in giudicato. Dobbiamo distinguerlo concettualmente dal conflitto pratico : quello pratico è quando le due statuizioni sono necessariamente inconciliabili e non possono essere già a priori in qualche modo compatibili. ESEMPIO : una sentenza che mi condanna per l’omicidio, e sentenza che mi proscioglie per lo stesso fatto di reato, ossia per quello stesso omicidio. Per uno stesso fatto, un soggetto non può essere prosciolto e condannato allo stesso tempo.
Questo caso trova un altro rimedio : art 669, più sentenze emesse per lo stesso fatto a carico della stessa persona. Qui c’è un conflitto pratico di giudicati. Non centra nulla la revisione. Qui siamo sicuri che soltanto una di quelle sentenze potrà trovare esecuzione : di regola quella più favorevole all’interessato.
Il nostro conflitto teorico riguarda, invece, situazioni di possibile, potenziale contrasto tra le premesse storiche delle sentenze. Quindi potrebbe riguardare : o sentenze emesse nei confronti
dello stesso soggetto ma per fatti diversi, o sentenze emesse per lo stesso fatto o per fatti diversi ma nei confronti di altri soggetti.
Sentenza emessa a carico del medesimo soggetto per fatto diverso : ad esempio una sentenza mi condanna per un omicidio commesso oggi in un’aula di università, e una sentenza che mi condanna per un altro omicidio commesso nello stesso orario però a Torino. Ovviamente è un conflitto teorico perché potrebbe anche accertarsi in sede di revisione che il soggetto ha commesso entrambi i reati in un caso come esecutore, nell’altro come mandante. Quindi quel conflitto teorico svanirebbe alla prova del giudizio di revisione perché si accerterebbe che il soggetto ha commesso entrambi i reati.
Ma naturalmente a priori una situazione di potenziale incompatibilità ci sta.
Sentenza emessa nei confronti di altri soggetti anche (non è detto) per lo stesso fatto di reato : sentenza che condanna me per omicidio commesso in aula, sentenza che condanna Tizio per lo stesso omicidio. Probabile che uno dei due sa innocente perché magari si accerterà che erano concorrenti nel reato. Ma questo è un caso di revisione perché in sede di revisione occorrerà accertare se io quell’omicidio l’ho commesso o l’ha commessa lei o l’abbiamo commesso insieme, a quel punto l’esito sarebbe negativo perché sicuramente rigetterebbero la richiesta di revisione. M se invece accertano che l’omicidio l’ha commesso Tizio e non io (e non sono neppure concorrente) a quel punto sarei prosciolto in sede di revisione. Questo è un conflitto teorico, potenziale, poi occorre verificare in concreto se il conflitto è reale.
Quando si chiederà la revisione per questa ragione chi la chiede deve allegare alla richiesta di revisione la copia conforme all’originale della sentenza che rappresenta il riferimento cioè la sentenza che condanna qualcun altro per un fatto identico o diverso, o che proscioglie, o che condanna la stessa persona per un altro fatto incompatibile con quello per cui si chiede la revisione. Occorre produrre la sentenza irrevocabile che rappresenta il termine di confronto.
Quando nel processo penale una sentenza di condanna è stata emessa sulla base di una sentenza di un giudice civile o amministrativo che abbia risolto una questione pregiudiziale ai sensi degli artt. 3 e 479 c.p.p. e poi la sentenza civilistica o amministrativistica venga revocata si può chiedere la revisione della sentenza di condanna.
Nel nostro processo penale esistono le questioni pregiudiziali
Art. 3 pregiudiziali in senso stretto; 479 sono pregiudiziali sebbene vengano rubricate incidentali : sono questioni la cui risoluzione è logicamente e cronologicamente propedeutica alla decisione sulla responsabilità penale. Ad esempio, un giudice che deve decidere per furto prima di stabilire se l’imputato è responsabile per furto, deve verificare che la cosa sottratta sia una cosa altrui e non dello stesso imputato altrimenti non commetterebbe furto; potrebbe commettere un altro reato ma certamente non furto. Per decidere su questa questione la proprietà nel furto è un elemento normativo di fattispecie, cioè un elemento della fattispecie penale la cui comprensione presuppone l’invio ad altri rami dell’ordinamento giuridico (quello civilistico, in questo caso). Ora per risolvere questa questione il giudice penale deve chiedersi di chi è il bene sottratto. Ora nei processi penali non si aspetta che sia un giudice civile a dircelo, ma l’accertamento avviene incidentalmente. Ossia nel medesimo processo penale, il giudice penale stabilirà a chi appartiene la res. E lo farà con un accertamento incidentale perché decide lui, altrimenti occorrerebbe paralizzare il processo penale.
Supponiamo si stia procedendo per bigamia : un reato che presuppone un doppio matrimonio. Qui occorre preliminarmente accertare che vi sia un valido matrimonio precedente altrimenti non si può condannare per bigamia se manca un precedente matrimonio. Questa è la questione pregiudiziale inerente allo stato di famiglia e rientra a pieno titolo nell’art.3.
Dal diritto penale sappiamo che per essere puniti per alcuni reati commessi all’estero occorre essere cittadini italiani. Supponiamo che in un procedimento emerga lo status di cittadino, altrimenti non si può essere condannati. Lo stato di cittadinanza presuppone un accertamento pregiudiziale sul piano logico-giuridico ma anche cronologico. Quindi devo prima verificare lo stato di cittadinanza, poi se l’ho accertato ricorrendo le altre componenti del reato lo si potrà condannare. Diversamente dovrò necessariamente emettere sentenza di proscioglimento perché per alcuni reati commessi all’estero se non si è cittadini non si può essere condannati in Italia. Si verrà condannati all’estero, è chiaro ma non in Italia. Quindi la questione di cittadinanza diventa una pregiudiziale rispetto alla decisione sulla responsabilità della decisione finale. Anche questa rientra nell’art. 3 c.p.p.
L’art. 3 cosa dice ? Quando in un procedimento penale emerge una questione pregiudiziale inerente allo stato di famiglia, o di cittadinanza e la questione è seria (quindi non dilatoria, pretestuosa) il giudice può sospendere il processo penale e rimettere la decisione al giudice civile o amministrativo competente.
Quindi il processo penale si blocca. Si aspetta la decisione irrevocabile in sede civile o amministrativa che diventerà vincolante per il giudice penale. Che significa vincolante ? che se si accerta in sede civile che il precedente matrimonio è nullo, non si potrà condannare per bigamia. Quindi il giudice penale non potrà disattendere quella decisione, ma dovrà prenderla per buona e dovrà evidentemente prosciogliere per bigamia perché se manca un precedente matrimonio non si potrà condannare per bigamia.
In caso di esito positivo di quelli accertamenti, il processo penale andrà avanti regolarmente e poi sfociare nella condanna o nel proscioglimento in base all’accertamento pieno delle altre componenti del reato (non basta, ad esempio, aver contratto un precedente matrimonio, ma è anche necessario che sia valido il secondo matrimonio).
Supponiamo che si arrivi alla condanna per bigamia :
479 si occupa di altre pregiudiziali che possono sorgere nel dibattimento, ossia in uno specifico momento processuale. Questo articolo non si occupa delle pregiudiziali di famiglia e di cittadinanza. ESEMPIO : La banca rotta fraudolenta presuppone la condizione di fallito dell’imprenditore. Se non vi è fallimento non si potrà essere condannati per banca rotta fraudolenta. Supponiamo che in processo per banca rotta emerga l’esigenza di accertare il fallimento e c’è poi una sentenza che dichiari il fallimento. Supponiamo che dopo la sentenza penale di condanna venga revocata la sentenza che dichiara il fallimento : in tal caso occorrerà rivedere la sentenza di condanna per banca rotta. Questa è una pregiudiziale che non riguarda né lo stato di famiglia, né la cittadinanza ma è un’altra pregiudiziale.
La PREGIUDIZIALE IN SE’ è una condizione per affermare la responsabilità penale. Quindi è ovvio che se viene revocata la sentenza del giudice civile o amministrativo alla base della condanna, si dovrà naturalmente rivedere anche la sentenza di condanna.
3 CASO di REVISIONE : Quando emergono o si scoprono nuove prove (dopo la pronuncia di condanna è chiaro) che da sole o unitamente a quelle già valutate dimostrano che il condannato deve essere prosciolto. In questo caso il fenomeno è quello della NOVITA’ PROBATORIA; qui la novità si caratterizza per una specifica qualificazione ossia la prova. Quindi nuove prove che EMERGONO o si SCOPRONO successivamente.
Per comprendere la distinzione faremo riferimento ad una storica pronuncia della Corte di Cassazione del 2001.
Qual’era il problema che si era posto ? la lettera C parla di nuove prove sopravvenute o scoperte. Leggendo la norma tutti saremmo indotti a dire che le prove o sopravvengono storicamente (ma un testimone può sopravvenire ? no, una persona c’è o non c’è, al massimo lo si può scoprire successivamente. Certamente un testimone non sopravviene, cioè non nasce); tutt’al più può sopravvenire un documento. Ma altre prove sono ontologicamente prive della caratteristica della sopravvenienza, ma possono soltanto essere scoperte dopo il giudicato di condanna. Però noi saremmo indotti a dire che prova nuova e sopravvenuta è quella che emerge in natura o sul piano giuridico successivamente. Quella scoperta è quella che le parti ignoravano prima. In realtà non è questa l lettura che danno le sezioni unite della Corte di Cassazione.
Alle sezioni unite interessa la prospettiva del giudice e non quella della parti. Cosa dicono le sezioni unite ? prova nuova sopravvenuta o scoperta è quella che sopravviene o si scopre NEL PROCESSO .
Possiamo avere diverse situazioni : la prova nuova che storicamente sopravviene (ad esempio si forma uno scritto dopo la sentenza di condanna. ad esempio un testimone che scrive un documento a futura memoria ).
Poi vi può essere la prova preesistente : che la parti ignoravano e che non avrebbero mai potuto introdurre nel processo penale. Un testimone c’era già ma non lo si conosceva e quindi proprio per questo le parti non hanno mai chiesto la sua ammissione nel processo.
Prove preesistente che le parti conoscevano e che ciò nonostante non hanno introdotto nel processo penale. in questo caso le parti negligentemente non si sono avvalse di quel dato probatorio che pur conoscevano. Ad una lettura piana della norma non sarebbe un caso possibile di revisione perché la prova è preesistente e anche conosciuta.
Prove preesistente, conosciuta e introdotta nel processo penale concluso con una sentenza di condanna ma dal giudice ignorata : caso più delicato. Questa non è prova sopravvenuta o scoperta successivamente perché era preesistente, conosciuta, addirittura anche introdotta e assunta ma il giudice nel motivare la sentenza se n’è dimenticato. Ma l’art. 546 prevede i requisiti della sentenza : il giudice nel motivare la sentenza non solo deve indicare le prove che pone alla base della decisione (ad esempio per me c’è un testimone credibile e lo ritengo persuasivo per condannare l’imputato; oppure gli esiti delle intercettazioni mi convincono della responsabilità dell’imputato). Ma il giudice dovrà anche dire le ragioni per cui sono irrilevanti e inattendibili le prove di segno contrario. Dunque la motivazione deve essere necessariamente dialogica; non basta indicare le prove a carico ma occorrerà indicare anche il perché sono irrilevanti quelle di scarico. Se un giudice si dimentica di alcune prove favorevoli all’imputato, nonostante siano state assunte, a quel punto avremo una prova dimenticata.
Le sezioni unite nella sentenza Pisano dicono che
Anche le prove non valutate, sebbene introdotte, sono prove nuove ai sensi dell’art. 630 lettera c.
Perché questa ipotesi prevista dalla lettera c fatica oggi a giustificarsi ? perché questo meccanismo di recupero della prova dimenticata si giustificava alla luce di una particolare disciplina del nostro ricorso per Cassazione.
Fino al 2006 in sede di ricorso per Cassazione, la Cassazione come giudice di legittimità, non poteva occuparsi di un vizio della sentenza di merito ossia L’OMESSA VALUTAZIONE di una PROVA perché 606 lettera (e) prima del 2006 recitava così :“era motivo di ricorso la mancanza o manifesta illogicità della motivazione della sentenza purché il vizio risultasse dal testo del provvedimento
impugnato”. Intanto la corte di cassazione nell’ultimo step del processo cognitivo poteva rilevare quel vizio in quanto quel vizio fosse evincibile leggendo la stessa sentenza.
Ma se io sono un giudice e nel processo in cui io sono giudice sono sentiti due testimoni a carico e due a discarico e io nel motivare la sentenza mi dimentico di quelli a discarico e condanno l’imputato sulla base di quella a carico, senza dire nulla su quelli a discarico, come si può capire dalla sentenza che c’è un omessa valutazione di alcune prove ? questa possibilità emerge solo se ho la possibilità di confrontare la sentenza con il fascicolo processuale, ossia se vi sono verbali di testimonianze a favore. Ma la corte questo prima non poteva farlo. Fino al 2006 o il vizio emergeva dalla sentenza stessa o non poteva fare nulla ma doveva rigettare il ricorso e far passare in giudicato la sentenza di condanna.
L’unico caso qual’ era ? il caso in cui il giudice correttamente dava atto delle prove della sentenza e poi spiegava perché quelle a favore erano irrilevanti, cioè spiegava che si erano assunte 4 testimonianze ma condanno Caio alla luce della testimonianza di Tizio e sempronio perché mi sembrano più attendibili, ma non dice nulla sul perché mi sembrano più attendibili. In tal caso emergeva il vizio di motivazione. Ma se il giudice era un po’ più attento delle due a favore non diceva nulla nella sentenza e la sentenza diveniva inattaccabile.
Oggi non è più così. Ecco perché si ammetteva il recupero in sede di revisione : per dare la chance al condannato che aveva ad esempio due testimoni favorevoli ma non erano stati considerati. Oggi non era più così perché la legge 146/2006 (nota come legge Pecorella) ha previsto la possibilità di dedurre come motivo di ricorso in Cassazione anche la mancata valutazione di prove perché oggi la contraddittorietà della motivazione può emergere anche da altri atti del processo (ad esempio dai verbali di testimonianza, perizia ecc.) che la parte avrà cura di allegare trascrivendoli nel ricorso in Cassazione. A quel punto la Corte che farà ? vedrà la sentenza impugnata, vedrà i verbali delle prove dei quali non si dice nulla nella sentenza, e annullerà con rinvio (dicendo al giudice “devi considerare queste prove”). Se oggi questo è possibile non si giustifica più un quarto grado di giudizio come la revisione per omessa valutazione di prove perché quel recuperò in sede di revisione non si giustifica in più in quanto è possibile in via ordinaria, con ricorso in Cassazione, lamentarsi della omessa valutazione di prove da parte del giudice di merito. La revisione non può essere un grado di controllo ulteriore rispetto a quello di cognizione come si capisce dal fatto che è previsto che sia inammissibile la richiesta di revisione che si basi sullo stesso onere probatorio già valutato in sede di Cassazione.
Ma anche dopo il 2006 la Cassazione continua a dire che in sede di revisione si possa dedurre l’omessa valutazione di una prova. Quindi quella interpretazione del 2001 regge ancora oggi.
4 CASO di REVISIONE :
Art. 630 lettera d : quando si accerta dopo la sentenza irrevocabile di condanna che quella sentenza è stata emessa sulla basi di falsità in atti o in giudizio o sulla base di altri fatti previsti dalla legge come reato.
Falsità di atti : è una tipologia di reato abbastanza definita; pensiamo alla falsa testimonianza da cui scaturisce la condanna dell’imputato; falsità di documenti; calunnia; auto calunnia; pensiamo alla simulazione di reato. Oppure qualunque altro fatto da cui sia scaturita la condanna : pensiamo alla corruzione del giudice (anche questo è un fatto causale rispetto alla condanna ingiusta). O pensiamo ancora alla minaccia o violenza sui testimoni che possono portare ad una testimonianza in veritiera e quindi ingiusta.
In tutti questi casi si può rimettere in discussione una sentenza viziata da prove frutto di un illecito penale purché alla richiesta di revisione si alleghino le sentenze irrevocabili che condannino per quel reato causale. Oppure occorre, ad esempio, allegare la sentenza che accerti il falso ideologico in
documenti da cui è scaturita la condanna. Oppure la sentenza che condanni il giudice per corruzione in atti giudiziari.
ULTERIORE CASO EUROPEO : Intorno al 2007 si è posto i problema dell’adeguamento del nostro ordinamento alla convenzione europea dei diritti dell’uomo. La CEDU nel rango delle fonti si pone in una posizione intermedia tra la legge ordinaria e la nostra costituzione. Cosa accade quando un giudice interno deve applicare una norma penale ? deve verificare che la norma interna sia conforme alla norma convenzionale.
Per esempio : l’art. 6 della CEDU prevede una serie di regole espressive del principio del giusto processo. Tutte queste regole sul giusto processo prevedono diverse prescrizioni : ne citiamo una che è la più qualificante ossia il principio al contradditorio. Supponiamo che un giudice interno sia chiamato a valutare se risponda o meno alla regola sul contradditorio un certo metodo probatorio previsto dal nostro codice. Dovrebbe prima fare una comparazione tra la norma interna e la norma convenzionale, se le norme coincidono NULLA QUAESTIO, il problema sorge quando sussiste un contrasto. A questo punto il giudice deve verificare se può interpretare la norma interna in modo elastico in modo compatibile con la norma convenzionale così come la norma convenzionale è interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. se non riesce a interpretare la norma interna in modo convenzionale alla norma europea così come è interpretata dalla corte europea si pone un contrasto; in questi casi il giudice interno deve sollevare questioni di illegittimità costituzionale della norma interna in contrasto con quella convenzionale perché si sta violando eventualmente l’art. 117 Cost. (NORMA INTERPOSTA) che impone di adeguarsi alla convenzioni internazionali. Questo contrasto lo si solleva dinanzi la corte costituzionale.
Se la corte costituzionale ravvisa il contrasto dichiara l’illegittimità costituzionale della norma interna a meno che la norma convenzionale non confligga con principi consolidati di diritto pubblico interno (in questo caso prevarrebbe la norma interna).
Cosa è successo in un famosissimo processo penale nel caso DORIGO. In un processo a carico di un certo Dorigo, nel nostro ordinamento si arriva una condanna utilizzando delle prove costituite da dichiarazioni di persone imputate in procedimento con esso collegato. (esempio : Tizio e Caio commettono un omicidio. I processi possono essere separati, uniti ecc. Supponiamo che il PM proceda separatamente sebbene l’omicidio sia stato commesso in concorso. Caio, rispetto a Tizio, è imputato di reato connesso perché il concorso di reato è un caso di connessione ai sensi dell’art. 12 lettera a. Cosa accade ? che nel processo di Tizio, Caio viene sentito dal PM che dice di Caio peste e corna. Quindi Caio rende al PM dichiarazioni accusatorie nei confronti di Tizio. Caio, naturalmente, sarà sentita dal suo difensore perché qui c’è l’esigenza di garantire Caio contro l’auto incriminazione. Quindi ci sarà un difensore che garantisce Caio e non Tizio (e Tizio insieme al suo difensore non saprà mai che Caio è stato sentito se non al momento della discovery delle prove). Le dichiarazioni di Caio sono state assunte senza contradditorio , confluirebbero nel fascicolo del PM e non quello di dibattimento perché atti (?). cosa accade ?
Nel processo di Tizio, il PM cita Caio come imputato di reato connesso collegato perché è una fonte importante per giungere alla dichiarazione di responsabilità di Tizio. Supponiamo che Caio non sia solo ( perché se non ci fossero altri elementi di prova Tizio non potrebbe mai essere chiamato. Quella è la chiamata in correità che invece necessita di riscontri esterni quindi non si può mai essere dichiarati responsabili sulla base di dichiarazioni di co-imputato se non ci sono riscontri che confermano l’attendibilità.) . Supponiamo quindi che Caio non sia solo, ma ci sia anche Sempronio. Caio e Sempronio si mettono d’accordo vanno dal PM, accusano Tizio (un riscontro esterno può essere anche un’altra chiamata in correità). Cosa accade ? che quando Tizio vorrebbe confrontarsi
con loro in dibattimento , il PM li cita a comparire per sentirle ma loro si avvalgono della facoltà di non rispondere ( è un loro diritto).
Ma vi è anche il diritto di Tizio a non essere giudicato sulla base dichiarazioni rese al PM perché altrimenti verrebbe leso il suo contraddittorio . Caio e Sempronio dovrebbero reggere un esame incrociato con il mio difensore.
Nel caso DORIGO l’imputato che in dibattimento si avvaleva della facoltà di non rispondere consentiva ex art. 513 comma 2 il recupero tramite lettura delle precedenti dichiarazioni quindi una volta che l’imputato si fosse avvalso di quella facoltà, il PM chiedeva la lettura dei verbali precedenti. Quindi quei verbali venivano acquisiti nel fascicolo del dibattimento e diventavano prova nei suoi confronti. Dorigo fu condannato sulla base di dichiarazioni di imputato connessi collegati che poi in dibattimento si erano avvalsi della facoltà di non rispondere .
Nel 2008 intervenne la Corte costituzionale dichiarando la questione inammissibile perché i parametri di riferimenti ossia le norme costituzionali invocate erano sbagliate. Si torna alla Corte nel 2011 sempre caso Dorigo e finalmente la corte dichiara illegittimo con la sentenza 103 l’art. 630 nella parte in cui non prevede un altro caso di revisione in funzione dell’esigenza di adattare la pronuncia di condanna (ossia il processo interno) ad una pronuncia della corte europea che abbia accertato e dichiarato la violazione dei principi convenzioni.
Dorigo, infatti, si rivolse alla corte europea la quale disse che non si può essere giudicati e condannati ex art. 6 sulla base di dichiarazioni rese fuori dal contradditorio. È un principio di civiltà.
Quindi la corte europea ha dichiarato la violazione di una norma convenzionale. C’è un art. della convenzione (art. 46) il quale stabilisce che gli stati aderenti alla CEDU devono dare esecuzione alle pronunce della Corte europea e qual è il modo migliore di eseguire un sentenza della corte europea se non quella di riaprire il processo per adeguarlo alla pronuncia della corte europea.
Quindi la nostra corte costituzionale disse che l’art. 630 è illegittimo nella parte in cui non consente, quando la corte europea accerta che la norma convenzionale è stata violata,non consente di riaprire il processo per adeguarlo alla pronuncia della corte europea. Viola dunque l’art. 117 perché viola in vi diretta l’art. 46 CEDU che impone di adeguarsi alle pronunce della corte europea. Quindi si è introdotto un altro caso di revisione .
Il condannato, laddove ritenga vi sia la violazione di una norma convenzionale, và dalla corte europea, ottenere una pronuncia favorevole, alla luce della pronuncia che accerta che nel nostro processo interno si è violata una norma convenzionale a quel punto si potrà chiedere la revisione alla luce di quella pronuncia e si riaprirà il processo interno partendo dal momento in cui si è compiuta la violazione (nel caso Dorigo dal dibattimento).
Procedimento di revisione (28 settembre).
Legittimati a chiedere la revisione sono :
- il condannato;
- gli eredi (se il condannato è morto);
- prossimi congiunti : si vuole dare la possibilità di rimuovere anche un pregiudizio morale perché la sentenza o il decreto penale di condanna sono suscettibili di revisione non solo se la pena (quella detentiva) è ancor in corso ma anche se è già stata espiata (addirittura anche estinta, ad esempio per un’amnistia), dunque, anche in questi casi si ha diritto di chiedere una revisione perché la pronuncia di condanna, benché la pena è già stata eseguita o estinta, è comunque un pregiudizio almeno di carattere
morale se non anche economico per chi la subisce. Pensiamo ad un professionista condannato, anche se non deve espiare la pena perché la pena è estinta o perché la già espiata ormai quella condanna lo ha rovinato per sempre. Quindi il ristoro è anche di carattere morale, oltre che economico.
Nell’ottica dell’accusa, cioè da parte del Pubblico ministero, la revisione può essere chiesta dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello del luogo in cui è stata emessa la sentenza suscettibile di revisione cioè che si vuole impugnare. Ad esempio sentenza emessa dal tribunale di Lecce, mai impugnata oppure impugnata e dichiarazioni di inammissibilità e così via, ora il Pubblico ministero tendenzialmente corrispondente all’ufficio del tribunale è la procura della Repubblica presso il tribunale (esercita funzioni requirenti o inquirenti davanti a tutti gli organi di primo grado quindi giudice di Pace, tribunale o Corte di Assise ma si chiama Procura della Repubblica presso il tribunale). In Appello vi è la Procura generale presso la Corte di Appello, in Cassazione la Procura generale presso la Corte di Cassazione. Quindi nel caso di sentenza emessa in primo grado l’unico organo legittimato a chiedere la revisione è il procuratore generale presso il Tribunale.
Naturalmente può chiederla anche il Pm del luogo in cui è stata emessa la sentenza, in quanto parte imparziale, perché il pubblico ministero è un organo di giustizia.
Chi decide sulla richiesta di revisione ?
- Decide sempre la Corte d’Appello (competenza funzionale cioè inderogabile) , indipendentemente dal giudice che ha emesso la sentenza da rivedere. Se la sentenza fosse di un Gip che decide in abbreviato e condanna all’ergastolo e la sentenza passa in giudicato. Non si chiede la revisione davanti al giudice preliminare ma si chiede sempre davanti la Corte di Appello. Quale corte di appello è territorialmente competente ? La Corte d’appello competente è quella di un altro luogo, rispetto a quello nel quale è stata emessa la sentenza, e viene individuato secondo un criterio tabellare, ovvero si guarda alla tabella annessa all’art. 1 delle disposizioni di attuazione del c.p.p. La disciplina era stata introdotta per altre ragioni ovvero per individuare la competenza per territorio quando in un procedimento penale è coinvolto un magistrato. Tipico caso : un giudice di Lecce imputato per corruzione in atti giudiziari (o, visto da un’altra parte, persona offesa dal reato di calunnia. Quindi può essere imputato, persona offesa, persona danneggiata dal reato ossia parte civile). Supponiamo che quel giudice sia imputato e che abbia commesso un reato a Lecce quindi corruzione di atti giudiziari nell’esercizio delle sue funzioni a Lecce mentre giudicava come componente del tribunale di Lecce. Non è pensabile che a giudicare sulla sua responsabilità sia un collega di Lecce. In questi casi è stato previsto che a giudicare non sia il giudice naturalmente competente a farlo ma sia il giudice ugualmente competente per materia, ma ciò che cambia è la competenza territoriale.
- L’istanza di revisione si presenta nella cancelleria del giudice competente a decidere, ma può anche essere trasmessa per raccomandata, per telegramma. La si può anche presentare avvalendosi di un meccanismo previsto nell’art. 582, cioè anziché andare a Potenza la si deposita presso la cancelleria del Tribunale del luogo in cui la parte privata si trova; oppure è previsto la si possa depositare anche presso la cancelleria del Giudice di Pace del luogo in cui si trova la parte privata.
- L’istanza, presentata per iscritto, deve indicare i motivi di revisione (quindi uno di quei casi indicati alle lettere dell’art.630 e il caso introdotto dalla Corte Cost.), deve indicare le prove a supporto della richiesta, nonché atti e documenti utili a supportare la richiesta.
- La Corte d’Appello deve verificare prima che la richiesta sia ammissibile (legittimazione a presentare l’istanza, motivi della richiesta di revisione, che non sia manifestamente infondata, che non rechi gli stessi elementi alla base di un’altra istanza che è stata rigettata, e quando si chiede la revisione sulla base della semplice rivalutazione di prove già valutate con la sentenza di condanna, questo, invece, è un giudizio che si basa su sopravvenienze;, la richiesta deve essere impostata in modo tale che l’epilogo prospettato del giudizio di revisione sia il proscioglimento, cioè non si può chiedere la revisione per ridurre la pena o per aumentare la pena, fatta eccezione per un caso).
Unico caso di revisione per aggravare il trattamento sanzionatorio.
Previsto dall’art. 16 sexies del dl n. 8 del 91 convertito L.203/ 91.
Chi collabora con la Giustizia ha diritto, se la collaborazione è utile, a delle attenuanti o riduzioni di pena oltre che ad un programma di tutela specifico. Può accadere che dopo la condanna si scopra che le dichiarazioni rese in forma collaborativa erano false o reticenti. A questo punto si riapre il processo nei confronti di questi collaboratori per aggravare il trattamento sanzionatorio ed escludere le attenuanti che erano state concesse immeritatamente. Ovviamente in questo caso può chiedere la revisione soltanto il Procuratore Generale presso la Corte di Appello. Quindi è un caso di revisione che DEVE essere chiesto quando si accerta che nei procedimenti per reati di stampo terroristico, eversivo (reati di eversione all’ordine costituzionale) reati di cui art. 51 comma 3bis c.p.p. ( reati di criminalità organizzata quindi mafia, associazione a delinquere per il traffico di stupefacenti), reati di pedopornografia .
Stesso discorso vale quando entro 10 anni da quando passa in giudicato la sentenza di condanna nei loro confronti commettono un altro reato per il quale è obbligatorio l’arresto in flagranza. Vi sono nel nostro sistema, artt. 380/381 una serie di reati per il quale è previsto o l’arresto obbligatorio, o facoltativo in flagranza di reato. Ad esempio se commetto un estorsione emi colgono in flagranza di reato mi devono arrestare (polizia giudiziaria). Poi vi sono reati meno gravi per i quali la polizia giudiziaria mi può arrestare o anche non farlo. Ovviamente non è una scelta libera ma lo si fa alla luce di due parametri : la gravità concreta del fatto (c’è differenza tra un furto di mele e furto in appartamento), e la pericolosità del soggetto. Nei casi in cui l’arresto in flagranza è OBBLIGATORIO, se si commette uno di questi reati nei 10 anni da quando è diventata irrevocabile la sentenza di condanna nei confronti di questi collaboratori, devono subire la revisione del processo della sentenza che nei loro confronti ha ridotto la pena grazie alla collaborazione.
Occorre, inoltre che il reato che venga in rilievo e per cui si chiede la revisione, attesti la permanenza dei collegamenti del soggetto con la criminalità organizzata. Quindi deve essere presente un collegamento logico tra il fatto commesso, per cui si chiede la revisione, e l’ambiente criminale d’origine. Ovviamente per il fatto commesso si subirà un altro processo penale.
Se la richiesta di revisione è dichiarata inammissibile, l’ordinanza di inammissibilità è notificata al condannato e agli altri soggetti che abbiano presentato la richiesta e, laddove lo ritengano opportuno, proporre ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza di inammissibilità.
Se la Corte di Cassazione accoglie il ricorso naturalmente imporrà al giudice di appello di procedere nel merito alla valutazione dell’istanza di revisione. Quindi si avrà un annullamento con rinvio e si procederà al giudizio di revisione.
Supponiamo invece, che la verifica di ammissibilità abbia esito positivo, il Presidente della Corte d’Appello emette, ai sensi dell’art 601, decreto di citazione a giudizio, in questo momento il condannato riacquista la veste di imputato.
Una volta che l’istanza di revisione sia stata vantata come ammissibile e c’è una pena detentiva o una misura di sicurezza (pensiamo all’ospedale psichiatrico giudiziario) in corso di esecuzione, il giudice (l’intero collegio quindi non solo il presidente) può sospendere l’esecuzione della pena o della misura di sicurezza e applicare, se vogliono ma non è detto, nei confronti dell’imputato una misura cautelare personale coercitiva. Si tratta di quelle misure che non sono pene ma misure privative della libertà personale durante il procedimento. Però non può applicarsi, evidentemente, la misura più afflittiva ossia la custodia cautelare in carcere o il luogo di cura altrimenti non cambierebbe nulla. Deve essere una misura afflittiva meno coercitiva e sono indicate agli artt. 281,282,283,284 (divieto di espatrio, obbligo di presentarsi in alcuni giorni alla Polizia giudiziaria, divieto o obbligo di dimora, gli arresti domiciliari).
La revisione è un mezzo di impugnazione e come tale dovrebbe produrre degli effetti tipici delle impugnazioni ordinarie che sono :
• effetto sospensivo (l’impugnazione se è tempestiva sospende l’esecuzione della sentenza impugnata. Se il tribunale di Lecce mi condanna per abuso di ufficio a 3 anni di reclusione, io non vado subito in carcere perché se impugno la sentenza fino a quando non diventa irrevocabile si presume che sia innocente quindi non posso subire l’esecuzione penale);
• effetto devolutivo ed • effetto estensivo.
La revisione però è un mezzo di impugnazione non sospensivo. Se non si sospende ad hoc l’esecuzione della pena, si continua ad espiare la pena durante il giudizio di revisione a meno che la Corte di appello non valuti la possibilità, una volta che accerta che è ammissibile l’istanza, di sospendere l’esecuzione pena. Altrimenti di regola la pena si continua ad espiare.
Sulla devoluzione il discorso è più complicato perché nella realtà non è un mezzo tecnicamente devolutivo. La devoluzione cosa implica ? che la cognizione del processo passi ad un giudice superiore, ma qui non è detto che il giudice che decide si superiore rispetto a quello che ha deciso. Se la sentenza impugnata era una sentenza emessa dalla Corte di appello si và davanti ad un'altra corte di appello. Non è superiore, ma un giudice di grado pari a quello che ha emesso la sentenza. Quindi a revisione non è necessariamente un mezzo devolutivo.
Si applica invece l’effetto estensivo (ritorna il 601) : quando si emette il decreto di citazione si notifica non solo al condannato (che diventa imputato) ma anche a coloro ai quali si potrebbero estendere gli effetti favorevoli dell’impugnazione e quindi potrebbero trarre giovamento dalla revisione. Supponiamo che vi sia un giudizio di revisione proposto da me che ero concorrente con lei nell’omicidio. La revisione ad esempio si basa su prove nuove che attestano che io e lei quel giorno eravamo a 1000Km di distanza e visto che la condanna che ci ha riguardato era per aver eseguito materialmente l’omicidio, l’esecuzione penale era impossibile. Io chiedo la revisione l’epilogo è favorevole di quel processo, se ne gioverà anche lei perché se il fatto non sussiste (per quella ragione) non lo avrà commesso neppure lei. Facciamo un esempio ancora più clamoroso : propongo la revisione dimostrando che non si trattava di un omicidio ma di un suicidio. Qui siamo di fronte ad una formula perché il fatto non sussiste. Ovviamente se ne gioverà anche lei se l‘epilogo è favorevole perché naturalmente la formula sarà di proscioglimento visto che il fatto non sussiste. Ovviamente se non sussiste per e, non sussisterà neppure per lei.
I casi di effetto estensivo sono indicati nell’art. 587 che contiene i casi in cui un impugnazione estende gli effetti anche a soggetti diversi da quelli che l’hanno proposta. Quindi, supponendo che l’epilogo sia favorevole (perché si estendono solo gli effetti favorevoli) occorre chiedersi se questi effetti si estendano a taluno dei soggetti indicati all’art 587 e se la risposta è affermativa sono anche essi citati a giudizio. In quei casi avremo un giudizio cumulativo nei confronti di più imputati.
Un tempo si distingueva in fase rescindente e rescissoria.
La prima finiva con la citazione a giudizio. Da quel momento in poi il condannato diventava imputato, e poi iniziava il giudizio, la cd. fase rescissoria. Poi si ha il giudizio di merito nel quale si accerta se il condannato deve essere o meno prosciolto. Siamo davanti ad una Corte d’Appello e l’imputato si cita ex art. 601, che è una norma che troviamo nelle disposizioni sull’appello, tuttavia, ci dice la disciplina di revisione nel giudizio di revisione si applicano le norme del giudizio di primo grado e questo perché verosimilmente c’è da svolgere attività probatoria (sentire testimoni, periti ecc) come indicato nel giudizio di primo grado infatti nell’appello le prove non si assumono, se non eccezionalmente.
Epilogo del giudizio.
ESITO NEGATIVO. La richiesta di revisione è rigettata, quindi si conferma la sentenza di condanna. La pena, eventualmente sospesa, tornerà ad essere esecutiva.
FAVOREVOLE. L’epilogo favorevole è rappresentato da una qualunque sentenza di proscioglimento (quindi non occorre chiedere la revisione per una assoluzione nel merito. Si può anche semplicemente chiedere per una pronuncia che accerti, ad esempio, la mancanza di una condizione di procedibilità oppure che il reato è estinto ). A questo punto ci sarà una pronuncia complessa perché la Corte di appello adotterà un provvedimento cioè revocherà la sentenza o il decreto penale di condanna impugnati con la richiesta di revisione e per l’effetto, proscioglierà l’imputato. Quindi due statuizioni : revoca del provvedimento di condanna impugnato e proscioglimento dell’imputato.
Da questo momento si dispiegano alcune conseguenze perché chi ha subito una condanna ingiusta, e si accerta che era ingiusta grazie al proscioglimento, ha diritto ad un ristoro economico o anche morale e quindi potrà chiedere che la sentenza sia pubblicata per estratto nel luogo di ultima residenza, può chiedere che venga per estratto affissa nel luogo in cui è stata pronunciata la condanna oppure può chiedere che venga pubblicata per estratto su un quotidiano e ha diritto alla riparazione dell’errore giudiziario cioè una riparazione che è tendenzialmente pecuniaria che non incontra un limite.
Mentre chi ha sofferto ingiustamente una custodia cautelare avrà diritto alla riparazione che incontra un limite : massimo di 500 mila euro. Per l’errore giudiziario no : chi ha subito una condanna ingiusta, si accerta che era ingiusta, anche se non ha sofferto l’esecuzione pena, si ha diritto alla riparazione o in forma pecuniaria ma può essere domandata una rendita vitalizia o di essere ospitato in un centro di assistenza, a discrezione del prosciolto.
Ovvio che la sentenza di merito, sia essa quella di rigetto sia essa quella di proscioglimento, saranno ricorribili per Cassazione. È chiaro che se il ricorso proposto contro la sentenza di proscioglimento è rigettato o dichiarato inammissibile la sentenza di proscioglimento diventa irrevocabile e per quel fatto di reato non si potrà più essere sottoposti a procedimento penale. Se invece diventa irrevocabile, dopo il ricorso la sentenza che rigetta la richiesta di revisione, è sempre possibile per il condannato riproporre quante volte vuole la richiesta di revisione ovviamente sulla base di elementi nuovi altrimenti sarebbe inammissibile.
GLI EFFETTI DEL GIUDICATO
L’effetto negativo si traduce in una preclusione : ne bis in idem, ossia il divieto di un secondo giudizio.
Preclude un nuovo giudizio per lo stesso fatto a carico della stessa persona.
Gli effetti positivi sono le conseguenze o se vogliamo gli effetti che la sentenza irrevocabile (qualunque essa sia di condanna o di proscioglimento) emessa in sede penale produce in
giudizi civili o amministrativi (effetti extrapenali del giudicato penale), non solo ma anche gli effetti che produce nel giudizio disciplinare.
Ratio dell’istituto : esigenza di certezza delle situazioni giuridiche, di stabilità delle decisioni che porta ad inibire un secondo giudizio per lo stesso fatto di reato a carico della stessa persona. L’art. di riferimento è il 649comma1:
“L'imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non puo' essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze”.
Le sentenze che determinano questo effetto preclusivo sono: sentenze irrevocabili di proscioglimento e di condanna.
Restano fuori : le sentenze non irrevocabili e la sentenza di non luogo a procedere, ne restano fuori le ordinanze e ai nostri fini sembrerebbero che ne restino fuori anche le ordinanze di archiviazione (perché l’archiviazione può essere pronunciata con decreto o ordinanza), quindi ne restano fuori anche i decreti (tranne quelli penali di condanna) e dunque il decreto di archiviazione.
Sentenze di non luogo a procedere (emessa all’esito dell’udienza preliminare) e provvedimento archiviativo che può essere decreto o ordinanza. L’archiviazione, che si colloca nella fase delle indagini ed è la negazione dell’azione penale per cui il pm chiede l’archiviazione anziché chiedere il rinvio a giudizio, anziché esercitare l’azione penale, quindi l’archiviazione è il momento abortivo del procedimento penale.
Il pm chiede, il Gip valuta la richiesta, se la condivide subito, emette decreto motivato di archiviazione, altrimenti fissa un’udienza camerale per instaurare il contraddittorio sulla richiesta che non condivide subito, si chiarisce le idee e quel punto deciderà con ordinanza se archiviare, se disporre ulteriori indagini o costringere il pm a formulare l’imputazione. Quindi in caso archivia con decreto, nell’altro se decide di archiviare archivia con ordinanza perché dopo l’udienza camerale, dopo il contradditorio, il giudice deciderà se archiviare e nell’eventualità lo farà con ordinanza.
Questi provvedimenti non dovrebbero di regola avere effetti preclusivi, eppure non sempre è cosi.
La sentenza di non luogo a procedere può infatti essere rimossa ai sensi degli artt. 434ss, previa richiesta del pm al Giudice per le indagini preliminari, di revoca della sentenza di non luogo a procedere. Può essere rimossa ma và chiesta la revoca. Anche le indagini possono essere riaperte dopo l’archiviazione ma
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