Source: http://geo-studio.it/tag/rischi/page/2/
Timestamp: 2020-06-05 12:53:19+00:00
Document Index: 93149093

Matched Legal Cases: ['art 2', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 15', 'art 28', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 477', 'art. 468', 'art. 640', 'art. 73', 'art. 477', 'art. 482', 'arte 1', 'art. 28', 'art. 6', 'art. 28', 'art 4', 'art. 15', 'art. 41', 'art. 1', 'art. 28', 'art-12']

Rischi | Geo Studio - Part 2
Categoria: I quesiti sul decreto 81
22/05/2019: Sulla compatibilità da parte di uno stesso soggetto di svolgere in una azienda l’attività di medico competente e di responsabile del servizio di prevenzione e protezione.
Può il medico competente di un’azienda assumere l’incarico da parte del datore di lavoro di svolgere presso la stessa azienda anche le funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione?
Un quesito analogo a quello al quale si dà ora riscontro è stato già posto nell’immediatezza dell’entrata in vigore del D. Lgs. 19/9/1994 n. 626 con il quale furono introdotte le figure sia del responsabile del servizio di prevenzione e protezione che del medico competentev. Può il medico competente nominato dal datore di lavoro di un’azienda, viene chiesto con il quesito, assumere anche l’incarico per svolgere le funzioni di responsabile del servizio di prevenzione e protezione presso la stessa azienda? Per rispondere al quesito è opportuno richiamare le indicazioni che sono state fornite in merito dal Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro di cui al D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 e s.m.i..
I titoli, i requisiti e la formazione necessaria per potere svolgere l’attività di medico competente presso un’azienda sono riportati nell’art. 38 del citato D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. il quale con il successivo articolo 39 ha anche fissato delle regole per potere svolgere tale attività.
Secondo il comma 1 dell’art. 38, infatti, per potere svolgere le funzioni di medico competente è necessario possedere uno dei seguenti titoli o requisiti:
“a) specializzazione in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica;
d-bis) con esclusivo riferimento al ruolo dei sanitari delle Forze Armate, compresa l’Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, svolgimento di attività di medico nel settore del lavoro per almeno quattro anni”.
mentre per quanto riguarda la formazione del medico competente secondo il comma 2 dello stesso articolo 38:
“I medici in possesso dei titoli di cui al comma 1, lettera d), sono tenuti a frequentare appositi percorsi formativi universitari da definire con apposito decreto del Ministero dell’Università e della ricerca di concerto con il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali. I soggetti di cui al precedente periodo i quali, alla data di entrata in vigore del presente decreto, svolgano le attività di medico competente o dimostrino di avere svolto tali attività per almeno un anno nell’arco dei tre anni anteriori all’entrata in vigore del presente decreto legislativo, sono abilitati a svolgere le medesime funzioni. A tal fine sono tenuti a produrre alla Regione attestazione del datore di lavoro comprovante l’espletamento di tale attività”.
Per quanto riguarda invece l’attività del responsabile del servizio di prevenzione e protezione il D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. con l’art. 32 ha fissato le capacità e i requisiti professionali che gli stessi devono possedere consistenti, secondo quanto indicato nel comma 2 dello stesso articolo, in un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore nonché di un attestato di frequenza, con verifica dell’apprendimento, a specifici corsi di formazione adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative, corsi previsti già dall’Accordo Stato-Regioni del 26/1/2006 ed ora dall’Accordo Stato Regioni del 7/7/2016 entrato in vigore il 3/9/2016 che ha abrogato il precedente Accordo. Con l’articolo 33 dello stesso D. Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., inoltre, sono stati indicati dettagliatamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione e quindi sostanzialmente del RSPP che lo coordina.
22/05/2019: Un intervento si sofferma sull’importanza di una formazione di qualità e sul tema della vigilanza. Cosa indica la normativa, le inosservanze prevalenti e i casi di prescrizioni e di formazioni non conformi.
Milano, 22 Mag – Invece di chiedere sempre ‘più formazione’ – “come se la formazione in qualsiasi modo svolta fosse risolutiva, a prescindere” – dovremmo occuparci sempre più della “qualità della formazione erogata”.
Abbiamo, insomma, bisogno di una “ formazione efficace come misura di tutela per la salute e la sicurezza dei lavoratori”.
A ricordarlo, con queste parole, e a fornire interessanti indicazioni sulla formazione alla sicurezza, è un intervento al seminario “ Formazione dei lavoratori: quale ruolo del RLS?” che, organizzato dal “ Centro per la Cultura della Prevenzione nei luoghi di lavoro e di vita”, si è tenuto a Milano il 27 giugno 2018.
Questi gli argomenti su cui ci soffermiamo:
La formazione nel D.Lgs. 81/2008
La formazione e la vigilanza
Quando la formazione non è conforme
L’intervento “Vigilanza sulla formazione SSL tra norma e realtà”, a cura di Enrica Sgaramella (TdP, Esperta in processi formativi e sviluppo SSL, ATS Città Metropolitana di Milano), si sofferma su molti aspetti, con particolare riferimento alla normativa e alla vigilanza.
L’intervento ricorda, ad esempio e con riferimento all’art. 2 co. 1 del D.Lgs. 81/2008, che la formazione è un ‘processo educativo attraverso il quale trasferire ai lavoratori ed agli altri soggetti del sistema di prevenzione e protezione aziendale conoscenze e procedure utili alla acquisizione di competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda e alla identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi’.
Gli obiettivi della formazione di SSL riguardano:
“competenze per lo svolgimento in sicurezza dei rispettivi compiti in azienda;
competenze per identificare, ridurre e gestire i rischi”.
È poi riportata una parte dell’art. 15 (Misure generali di tutela) del D.Lgs. 81/2008:
E si segnala che l’art 28 (Oggetto della valutazione dei rischi) Co. 2, Lettera f indica esplicitamente la necessità di individuare le mansioni che eventualmente espongono i lavoratori a rischi specifici che richiedono una riconosciuta capacità professionale, specifica esperienza, adeguata formazione e addestramento …
Inoltre l’art. 37, sempre del D.Lgs. 81/2008, indica che il datore di lavoro assicura che “ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:
a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, …;
b) rischi riferiti alle mansioni … omissis … caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda”.
Riguardo all’importanza di una formazione che tenga conto delle specifiche mansioni si fa riferimento ad un verbale di prescrizione per infortunio sul lavoro.
Si indica che al datore di lavoro “era stata contestata la formazione (art. 37 comma 1 D.Lgs. 81/08) a seguito di un infortunio del novembre 2010 di un lavoratore, durante la demolizione di una spalletta in muratura di una porta, nella ristrutturazione di un ristorante”.
L’indagine – continua il relatore – “aveva messo in evidenza la modalità scorretta nella sequenza di demolizione della muratura, il preposto presente, incaricato e formato al ruolo stava lavorando altrove e l’RSPP aveva effettuato diversi incontri formativi”. E se l’infortunato “aveva frequentato nel 2009 la formazione di primo ingresso (8 ore) e diversi altri corsi”, “in alcun corso era stata affrontata la tecnica di demolizione in sicurezza”.
Riprendiamo dalle slide dell’intervento una rappresentazione delle attività di vigilanza dell’ATS in materia di formazione:
Questi i presupposti per pianificare correttamente la formazione:
“Individuazione mansioni e ruoli;
Definizione specifica attività;
Identificazione dei rischi in relazione all’attività lavorativa, al luogo di lavoro, alle attrezzature impiegate e al ruolo;
Rispondenza obblighi formativi (lavoratori, preposti, dirigenti, attrezzature, addetti compiti speciali);
Aggiornamento e mantenimento competenze”…
Sono riportate poi le inosservanze prevalenti in relazione ai datori di lavoro e al D.Lgs. 81/2008:
“Mancata / inadeguata / insufficiente formazione (base, attrezzature, ponteggi, funi, segnaletica stradale, e-learning, ASiOC, preposti, figure affidataria)
Attestati illegittimi (attrezzature, ponteggi, funi, RSPP, e-learning) non rilasciati da ‘soggetti normati’
Mancato aggiornamento”
Queste invece le inosservanze prevalenti relative ai soggetti formatori, docenti, ecc:
“Falsità materiale commessa dal privato (art. 477, 482 cp)
Contraffazione di atti pubblici sigilli o strumenti destinati a pubblica autenticazione o certificazione e uso di tali sigilli e strumenti contraffatti (art. 468 cp)
Truffa (art. 640 cp)”
È riportato un caso relativo alle attrezzature di lavoro.
Si indica che “il soggetto formatore S effettuava corsi e rilasciava attestati per la formazione abilitante alla conduzione di PLE pur non essendo accreditato”.
L’indagine mette in rilievo non conformità all’ACSR n. 53/12, cioè all’Accordo concernente l’individuazione delle attrezzature di lavoro per le quali è richiesta una specifica abilitazione degli operatori, nonché le modalità per il riconoscimento di tale abilitazione, i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi ed i requisiti minimi di validità della formazione:
“La società S non è accreditata (costituita nel 1995) non è soddisfatto il requisito h
AF: unico docente dichiara nel CV il primo parametro e non documenta il secondo (esperienza professionale pratica nelle tecniche di utilizzazione delle attrezzature), pertanto non è soddisfatto il requisito 2.1
Riferita la partecipazione di ca. 10 lavoratori, pertanto non è soddisfatto il requisito 3.1.1 lett. f) per l’addestramento (1/5)
Non risulta documentata alcuna valutazione per la teoria e la pratica, non è soddisfatto il requisito 4.1 e 4.2
Non risulta documentata la metodologia didattica, pertanto non è soddisfatto il requisito 3.3
La PLE è stata noleggiata dallo stesso datore di lavoro per eseguire il corso in un cantiere dove l’impresa stava lavorando: condizione non conforme al punto 3.1.1. lett. e) e all’allegato I”.
E dunque ai sensi dell’art. 73 c.4 (71 c. 7) D.Lgs. 81/2008 “si è prescritto al DdL di effettuare una nuova formazione. Il soggetto formatore risponde del reato di cui all’art. 477 in combinato disposto con l’art. 482 del codice penale in quanto l’amministratore unico della società ha formato certificati non rispondenti ai requisiti normativi”.
Chiudiamo l’articolo segnalando che l’intervento, che vi invitiamo a visionare integralmente, riporta anche esempi di sofisticazioni degli attestati, indicazioni giurisprudenziali, indicazioni su quando attivare il controllo della formazione. E si sottolinea, in conclusione, che “non basta conoscere il comportamento sicuro da adottare, necessita acquisire la consapevolezza per agire in autonomia di fronte alle diverse situazioni”. E per raggiungere questo obiettivo “è necessario coinvolgere e corresponsabilizzare tutti”: datori di lavoro, lavoratori, RSPP, CSE, RLS, medici competenti, dirigenti e preposti.
Roma, 20 Mag – Come indicato dalla normativa, quando i rischi lavorativi non sono eliminabili e minacciano la salute e sicurezza dei lavoratori è necessario ricorrere all’uso dei dispositivi di protezione individuale (DPI). E se il datore di lavoro “deve mettere a disposizione del lavoratore DPI idonei e adeguati ai rischi presenti nell’ambiente di lavoro”, tali DPI “devono:
essere marcati CE in modo visibile e duraturo;
essere adeguati al rischio che si vuole prevenire;
non introdurre ulteriori fattori di rischio;
essere facili da usare e adattabili alle esigenze del lavoratore;
nel caso di uso simultaneo di più DPI essi non devono interferire tra loro e devono mantenere la propria efficacia”.
A fornire informazioni sui DPI, con particolare riferimento al rischio da agenti chimici e a quanto indicato dal Regolamento UE 2016/425, è il recente aggiornamento del documento Inail “ Agenti chimici pericolosi: istruzioni ad uso dei lavoratori”, un documento realizzato dalla Contarp dell’ Inail e a cura di Elisabetta Barbassa, Maria Rosaria Fizzano e Alessandra Menicocci.
Le informazioni generali sui DPI
Le categorie dei DPI secondo il regolamento europeo
La protezione di viso, occhi, mani e corpo
Il documento segnala che tutti i DPI devono essere corredati delle “Istruzioni per l’uso”.
Queste istruzioni “devono essere comprensibili, complete e corrette ed essere redatte nella lingua del paese in cui il DPI viene utilizzato. nelle istruzioni per l’uso deve essere indicato in che modo deve essere usato il DPI, per quanto tempo e in quali condizioni esso si mantiene efficace, nonché le modalità di pulizia, disinfezione e manutenzione”.
E la manutenzione “deve essere svolta da personale addestrato e autorizzato e comprende il lavaggio, la sostituzione di parti e la riparazione”. A questo proposito si indica che è necessario “conoscere la scadenza o vita utile di un DPI e dei suoi componenti”.
Si ricorda poi che “non costituiscono DPI:
Gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificatamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore.
Le attrezzature dei servizi di soccorso e di salvataggio.
Le attrezzature di protezione individuale delle forze armate, delle forze di polizia e del personale del servizio per il mantenimento dell’ordine pubblico.
Le attrezzature di protezione individuale proprie dei mezzi di trasporto stradali.
I materiali sportivi.
I materiali per l’autodifesa o per la dissuasione.
Gli apparecchi portatili per individuare e segnalare rischi e fattori nocivi”.
Sono tre le categorie con cui vengono classificati i dispositivi di protezione individuale.
Nella prima categoria ci sono “i DPI di semplice progettazione, destinati a proteggere la persona da rischi che producono danni fisici di lieve entità. La persona che indossa tali DPI deve avere la possibilità di percepirne immediatamente l’efficacia. Essi sono certificati da una dichiarazione di conformità del produttore”.
Si ricorda che, secondo il Regolamento UE 2016/425, la categoria I – rischi minimi – riguarda:
contatto con prodotti per la pulizia poco aggressivi o contatto prolungato con l’acqua;
contatto con superfici calde che non superino i 50°C;
Appartenenti alla terza categoria sono, invece, “i DPI di progettazione complessa, destinati a proteggere la persona dal rischio di gravi danni fisici. La persona che indossa tali DPI non ha la possibilità di percepire tempestivamente gli effetti lesivi”.
I DPI “sono corredati da una dichiarazione di conformità del produttore e da un attestato di certificazione CE rilasciato da un organismo certificato; inoltre la loro produzione è soggetta ad una verifica di qualità annuale”.
Secondo il Regolamento UE 2016/425 la categoria III – rischi che possono causare conseguenze molto gravi (morte o danni alla salute irreversibili) – “riguarda:
ambienti a bassa temperatura aventi effetti comparabili a quelli di una temperatura dell’aria di – 50 °C o inferiore;
rumore nocivo”.
Nella seconda categoria ci sono, infine, i DPI che “non rientrano nelle due categorie precedenti e che proteggono da tutti gli altri rischi. sono corredati da una dichiarazione di conformità del produttore e da un attestato di certificazione CE rilasciato da un organismo certificato”.
Il documento indica poi, con particolare riferimento all’esposizione a agenti chimici pericolosi, che i dispositivi di protezione individuale sono distinti in diverse tipologie “secondo che essi effettuino una protezione delle vie respiratorie, del viso e degli occhi, delle mani, dei piedi o del corpo intero”.
Ad esempio riguardo alla protezione delle vie respiratorie si indica che i DPI con questa funzione (APVR: Apparecchio di protezione delle vie respiratorie) “consentono la respirazione del lavoratore, proteggendolo dagli agenti chimici presenti in aria e potenzialmente pericolosi. Appartengono ai DPI di terza categoria e il personale preposto al loro impiego deve essere opportunamente informato e addestrato”.
In particolare gli APVR “si distinguono in:
isolanti, che effettuano un vero e proprio isolamento dall’atmosfera circostante e forniscono al lavoratore l’aria di cui ha bisogno;
filtranti, che purificano l’aria e possono essere usati solo se questa contiene almeno il 17% di ossigeno”.
A questo proposito si segnala che i filtri sono dispositivi “che vengono inseriti su maschere, semi-maschere e quarti di maschere e che hanno la funzione di trattenere gli inquinanti, sia solidi” (filtri antipolvere) che aeriformi (filtri antigas)”.
“i filtri antipolvere sono classificati in base alla loro efficacia filtrante in 3 classi: P1, P2 e P3”;
“i filtri antigas si dividono in 3 classi, contrassegnate dai numeri 1, 2 e 3”.
E “l’effettivo livello di protezione che tali DPI offrono dipende da diversi fattori quali: il flusso dell’aria, il tipo di filtro, il tipo di lavoro, la sua durata e intensità”.
Riguardo alla protezione del viso e degli occhi nel documento si parla di “occhiali a tenuta o a mascherina, visiere e schermi che proteggono il lavoratore dagli schizzi o spruzzi di sostanze pericolose”.
Si indica che è importante “verificarne sempre lo stato di conservazione: i DPI non devono presentare dei graffi, delle abrasioni o delle zone di scolorimento sulle lenti o sugli schermi e visiere. Le protezioni laterali devono essere ben controllate e nel caso degli occhiali le montature non devono essere danneggiate o deformate e le aste allentate”.
Riguardo alla protezione delle mani il tipo di guanti scelto “deve essere in grado di proteggere il lavoratore dall’agente chimico nelle condizioni di utilizzo. I guanti vanno utilizzati per un periodo di tempo inferiore a quello di permeazione della sostanza chimica (processo di diffusione dell’agente chimico all’interno del materiale di cui è costituito il guanto). È importante che i guanti presentino resistenza non solo agli agenti chimici impiegati, ma anche all’abrasione, al taglio, allo strappo e alla perforazione se necessario. Gli operatori debbono conservare i propri guanti in buone condizioni e in ambienti puliti e asciutti. Tali dispositivi devono essere sostituiti ogni volta che si presentano lacerazioni, abrasioni o contaminazioni con prodotti chimici”.
Sono riportate informazioni anche sui DPI di protezione del corpo che sono “indumenti che servono a proteggere il corpo dal contatto diretto con l’agente chimico o dall’atmosfera che lo contiene”.
Possono essere “del tipo a protezione parziale o totale del corpo, inoltre, possono essere monouso (impiegati al massimo una volta per la durata del turno lavorativo) o riutilizzabili (nel qual caso è necessario provvedere alla loro pulizia e manutenzione).
Tali DPI sono suddivisi in sei tipologie diverse “a seconda delle loro proprietà:
TIPO 1a – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con respiratore all’interno (gas-tight suit with breathing apparatus worn under the suit).
TIPO 1b – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con respiratore all’esterno (gas-tight suit with breathing apparatus worn outside the suit).
TIPO 1c – UNI EN 943:2015 – DPI a tenuta stagna di gas con aria rete (gas-tight suit with internal overpressure, that is ventilated suit).
TIPO 3 – UNI EN 14605:2009 – DPI a tenuta di getto di liquidi (protection against a jet of liquid). Proteggono dal contatto con getti continui di agenti chimici liquidi.
TIPO 4 – UNI EN 14605:2009 – DPI a tenuta di spruzzi di liquidi (protection against a liquid spray). Proteggono dal contatto accidentale e non continuo con agenti chimici liquidi.
TIPO 5 – UNI EN 13982:2011 – DPI a tenuta di polveri (protection against dust and solid particles). Proteggono dalla penetrazione di particelle solide.
TIPO 6 – UNI EN 13304:2009 – DPI a tenuta di schizzi di liquidi (protection against small splashes low level protection). Proteggono dalle nebbie, dagli schizzi e dagli spargimenti”.
Si segnala, infine, che la tuta di tipo 2 “non è più considerata dalla norma UNI EN 943-1:2015”.
Il documento si sofferma poi sulla manutenzione, la formazione e l’utilizzo dei DPI.
A questo proposito si riporta nel documento un esempio del modo corretto di indossare un facciale filtrantetratto dall’opuscolo “Il rischio chimico per i lavoratori dei siti contaminati – Inail – ed. 2014”:
Rimandiamo alla lettura integrale del documento Inail che riporta ulteriori indicazioni sui DPI e sulle misure di prevenzione e protezione relative all’esposizione professionale ad agenti chimici.
18 maggio 2019 in Sicurezza sul lavoro
Categoria: Rischio psicosociale e stress
14/05/2019: L’approccio multidisciplinare alla valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato e dei rischi psicosociali in ambito organizzativo: lo scenario nel quale si trova a operare lo psicologo (parte 1). A cura di Franco Amore e Isabella Corradini.
In questo articolo si propone un rinnovato approccio dello psicologo all’interno del tema salute e sicurezza sul lavoro, con particolare riferimento alla valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato e, più in generale, dei rischi psicosociali in ambito organizzativo. Nelle strutture di maggior complessità o con presenza di rischi di natura diversa, è necessario infatti operare con un approccio multidisciplinare. Per una facilità di lettura, si è suddiviso l’articolo in due parti. In questa prima parte viene analizzato lo scenario nel quale si trova ad operare lo psicologo, mentre nella seconda parte sarà approfondita una proposta volta a valorizzare il ruolo dello Psicologo nelle attività di intervento in materia di rischi psicosociali.
Lo Psicologo non è previsto nella valutazione dello stress o dei rischi psicosociali sul lavoro.
Lo Psicologo è una figura centrale di riferimento quando si affronta il tema dello stress e degli altri rischi psicosociali nei luoghi di lavoro.
Possibili criticità nel processo di valutazione del rischio SLC
Rispetto a queste tematiche in Italia dal 2010 si è consolidata una cornice normativa focalizzata principalmente sulla valutazione del rischio stress lavoro-correlato (di seguito SLC) nelle Organizzazioni. Questa attività poggia fondamentalmente sulla previsione contenuta nell’art. 28 del D.Lgs. 81/08 e s.m.i. (successivamente D.Lgs.81) che insieme alle altre norme correlate [1] ne fa un obbligo per il Datore di Lavoro, con la finalità di istaurare un percorso continuo di miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza negli ambienti di lavoro. All’interno dell’ormai ampio dibattito metodologico, giuridico e professionale, che si è dispiegato nel corso di questi anni, è doveroso riprendere un tema caro alla professione dello psicologo, che verte sul ruolo tale figura può avere in materia di rischi psicosociali, in accordo con il quadro normativo vigente. Per questo articolo prendiamo spunto dai seminari che all’interno del Gruppo di Lavoro Rischio Stress LC abbiamo svolto in questi anni per conto dell’Ordine Psicologi Lazio. [2] Le molteplici posizioni espresse dai colleghi e alcune carenze concettuali che ancora permangono sull’argomento hanno stimolato alcune considerazioni che esponiamo in questo articolo. È necessario precisare che nel testo si danno per conosciuti i riferimenti normativi e procedurali di base della valutazione rischio SLC [3] in quanto l’obiettivo è quello di far comprendere come le potenzialità dello psicologo formato su queste tematiche possa costituire una buona prassi in linea con le disposizioni vigenti ed in cooperazione con le altre figure coinvolte sul tema della salute e sicurezza sul lavoro.
Il percorso logico che proponiamo in questo articolo si fonda sulle considerazioni maturate su due posizioni, anche contrapposte, espresse da un lato da colleghi, dall’altro da figure che operano nell’ambito della sicurezza sul lavoro (datore di lavoro, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, medico competente, ecc.).
Riteniamo sia necessario partire dall’analisi di alcune criticità concettuali o applicative per avviare una rivisitazione degli approcci. Tale necessità nasce anche dalla constatazione che alcune situazioni tipiche del processo di valutazione, che saranno analizzate nell’articolo, possono creare stalli o conflittualità tali da bloccare il processo di valutazione, suggerendo così l’utilità del nostro coinvolgimento. Un approccio basato sulla “consulenza durante l’intero processo di valutazione e gestione” ci sembra una valida strategia con cui lo psicologo può intervenire sui rischi psicosociali (SLC, mobbing e violenze), anche tenuto conto della sua formazione. Infine, concludiamo con alcuni suggerimenti di come proporsi alla committenza pur nel rispetto delle norme attuali.
Veniamo così alle due posizioni da argomentare.
Tale posizione veniva affermata, in particolare nei primi anni di applicazione della normativa, talvolta in modo esplicito, ma anche indirettamente non menzionando, ad esempio, lo psicologo tra le figure deputate alla valutazione e negli interventi successivi. Se vi è una base di verità questa poggia sul fatto che nella normativa di riferimento (D. Lgs. 81/08, Accordo Europeo del 2004, Indicazioni della Commissione consultiva permanente del 2010) non viene fatta menzione della figura dello Psicologo, come d’altronde però anche per tante altre figure professionali specifiche. Per molti anni abbiamo assistito, anche in sedi di confronto, ad una “dimenticanza selettiva”, per la quale mentre si argomentava sui compiti delle figure previste come necessarie e preposte alla valutazione di questo rischio (Datore di lavoro, Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, Medico Competente -ove nominato-, Rappresentanti dei lavoratori e Lavoratori esperti), non si faceva cenno al fatto che ai sensi dell’art. 6 dell’Accordo Europeo e degli artt. 31 e 32 del D.Lgs. 81/08 è chiaramente indicata la possibilità di utilizzare la figura dell’”Esperto” qualora non siano presenti le necessarie conoscenze professionali adeguate alla natura dei rischi presenti. Colpisce come risultasse pacifico che il Datore di Lavoro (di seguito DL) potesse coinvolgere, ad esempio, un chimico per la valutazione di un così specifico rischio, ma non fare lo stesso per la figura dello psicologo rispetto alle tematiche dello SLC; probabilmente la conoscenza superficiale di questa (non più nuova) tipologia di rischio e delle reali conseguenze personali e produttive, spinte corporative ed una tendenza al conservatorismo culturale, hanno permesso la mancanza di coinvolgimento di quei professionisti, come ad esempio lo Psicologo del Lavoro [4], che potevano meglio affrontare il tema, anche a tutela dello stesso management.
Il punto risulta ancora più evidente se consideriamo quanto indicato nell’art. 28 del D.Lgs. 81 d) “l’individuazione delle procedure per l’attuazione delle misure da realizzare, nonché dei ruoli dell’organizzazione aziendale che vi debbono provvedere, a cui devono essere assegnati unicamente soggetti in possesso di adeguate competenze e poteri;” punto che ribadisce la necessità di adeguate competenze nell’affrontare tutti i rischi, quindi ivi compreso lo SLC. A maggior integrazione dobbiamo anche ricordare nella declaratoria dei compiti dei dottori triennalisti [5], ma chiaramente facente parte anche dei compiti degli psicologi, si prevede al punto 4) “esecuzione di progetti di prevenzione e formazione sulle tematiche del rischio e della sicurezza;” declaratoria che per molto tempo è parsa sconosciuta in molti ambienti dove si discuteva delle pratiche di valutazione e dei risultati, dimenticando il beneficio di autotutela nell’assegnare i compiti ad una figura che in base ad una legge dello Stato è titolata alla loro effettuazione. Fortunatamente, la posizione esposta è ormai in via di superamento, almeno tra gli attori della sicurezza più attenti [6]. Inoltre, dai riscontri si vede come la diffidenza iniziale della committenza, anche dovuta al timore di un approccio clinico alla valutazione del rischio, sia in parte superata. Ci sembra altresì doveroso sottolineare che il tema specifico del coinvolgimento della figura dello psicologo è stato per tempo affrontato anche nelle nostre sedi istituzionali [7].
Ad una prima riflessione sembra una posizione condivisibile per il contenuto del tema e per la consapevolezza scientifica che la mediazione dei processi mentali si pone sempre tra gli stimoli (stressor) e le conseguenze psicofisiche (strain), nonché per l’abbondante letteratura sul tema prodotta dagli stessi psicologi. Se ne deduce che lo Psicologo dovrebbe figurare a pieno titolo insieme ad altre figure professionali già previste dalle Indicazioni 2010 della Commissione consultiva permanente.
Approfondendo l’analisi, si pongono comunque alcuni aspetti che non possono essere elusi.
La valutazione del rischio SLC attiene fondamentale ad una dimensione organizzativa e mira a soluzioni prioritariamente collettive e sulle fonti. Infatti, l’Accordo Europeo del 2004 (richiamato dal D.Lgs. 81) prevede all’art 4
“Data la complessità del fenomeno stress, questo accordo non intende fornire una lista esaustiva dei potenziali indicatori di stress. ….. L’individuazione di un problema di stress da lavoro può avvenire attraverso un’analisi di fattori quali l’organizzazione e i processi di lavoro (pianificazione dell’orario di lavoro, grado di autonomia, grado di coincidenza tra esigenze imposte dal lavoro e capacità/conoscenze dei lavoratori, carico di lavoro, ecc.), le condizioni e l’ambiente di lavoro (esposizione ad un comportamento illecito, al rumore, al calore, a sostanze pericolose, ecc.), la comunicazione (incertezza circa le aspettative riguardo al lavoro, prospettive di occupazione, un futuro cambiamento, ecc.) e i fattori soggettivi ( pressioni emotive e sociali, sensazione di non poter far fronte alla situazione, percezione di una mancanza di aiuto, ecc.): se il problema di stress da lavoro è identificato, bisogna agire per prevenirlo, eliminarlo o ridurlo.” [8] ; mentre nel D.Lgs.81 all’art. 15 si legge “e) la riduzione dei rischi alla fonte ed i) la priorità delle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale”.
Oltre queste chiare indicazioni che indirizzano i contenuti stessi della valutazione si può osservare che la letteratura e la prassi sul tema sono ormai orientate verso una valutazione organizzativa, lasciando gli interventi sul singolo lavoratore nei casi di particolari compiti svolti individualmente o alla valutazione del disagio personale con visita a richiesta al Medico Competente (di seguito MC) nella sorveglianza sanitaria (art. 41 del D.Lgs. 81).
B) Si deve considerare che la valutazione dei rischi psicosociali, anche detti trasversali, è solo una parte della più ampia classe dei rischi sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro la cui complessità valutativa non è sovente da meno di quella di nostro diretto interesse e che, dobbiamo sottolineare, grava sulle figure previste nelL.gs 81; figure che, se pur con i compiti diversi, intervengono su tutte le tipologie di rischio assumendo anche delle responsabilità in ambito sia civile che penale.
C) Sempre rispetto agli interventi organizzativi occorre tener in conto che per la Prevenzione nella declaratoria delle attività dello Psicologo, pubblicata nel 2015 in coerenza con il dettato dell’art. 1 della Legge 56/89, il riferimento recita “La caratteristica specifica che definisce la prevenzione psicologica è l’intervento sugli aspetti rappresentativi, ideativi, emozionali – consapevoli e non – che influenzanol’agire umano.” [9]
Quindi ci sembra difficile sostenere un intervento procedurale o organizzativo come “solo riservato” allo psicologo, se effettuato su contenuti diversi da quelli dianzi citati, mentre è pacifica una sua competenza organizzativa, conseguente all’ottenimento della laurea specialistica o successivamente con una formazione adeguata. Tuttavia, tale competenza può essere in parte acquisita anche da altre figure.
In breve, non si può non tener conto di questi aspetti ora rappresentati e del loro peso nelle argomentazioni delle categorie professionali prima citate; pertanto, allo stato normativo attuale, anche questa seconda posizione sembra una strada percorribile con difficoltà rispetto a quella che successivamente tratteggeremo.
Quest’ultima, di seguito proposta, è comunque a salvaguardia della buona prassi perché contribuisce a dare valore aggiunto a tutto l’iter di valutazione ed alla tutela del management mettendo anche in luce i vantaggi del coinvolgimento dello Psicologo.
Prima di addentarci nella proposta soffermiamoci un momento su cosa può accadere nella pratica.
Va innanzitutto ricordato che tutte le attività di valutazione del rischio SLC si basano su un elemento imprescindibile, ovvero la cornice normativa all’inizio richiamata che indica i contenuti, il metodo ed i possibili strumenti da utilizzare [10].
Nel percorso di valutazione possono presentarsi alcune criticità in modo isolato o tra loro associate.
Nel momento propedeutico, durante il quale almeno il DL insieme al RSPP ed al Mc (ove nominato) decidono l’impostazione della metodica di valutazione (tipologia, strumenti, gruppi omogenei, composizione team di valutazione, ecc.) talvolta si applica pedissequamente una procedura già attuata. Questa impostazione mirata spesso al solo soddisfacimento dell’obbligo normativo rischia di non tener conto delle specificità previste dall’art. 28 del D.Lgs. 81, come ad esempio la differenza di genere o contrattuale, che potrebbero essere contemplate; non considera la relazione tra metodologia attuata e gli strumenti utilizzati, [11] che talvolta poi si mostrano complessi ed antieconomici; non rispetta i criteri razionali nella scelta dei gruppi/partizioni organizzative o del team dei valutatori e la necessità della loro formazione oppure ignora il ruolo del RLS, esponendo quindi il processo a possibili rilievi.
Nella fase della valutazione preliminare obbligatoria si osserva in alcuni casi la mancanza di regole nella conduzione del team di valutazione, che possono esitare in estenuanti conflitti tra i convenuti o in forme di acquiescenza costante, uno sbilanciamento tra le rappresentanze datoriali, quelle dei lavoratori e quelle delle figure sanitarie (MC e Psicologi), se non l’assenza di esse. Inoltre, si evidenzia l’utilizzo degli strumenti in modo acritico, mancandone probabilmente la comprensione concettuale. Si ribadisce in questa sede il necessario legame di coerenza tra metodo e strumento utilizzato, senza il quale il lavoro di valutazione può mostrarsi debole, costringendo il DL alla ripetizione dello stesso, con evidenti conseguenze quantomeno in termini di costi.
Quando, se richiesto, si devono intraprendere eventuali interventi correttivi, le competenze nel team di valutazione e gestione mostrano la loro effettiva conoscenza dei processi organizzativi o delle procedure. Se, infatti, la decisione sulle misure è in capo al DL, la loro proposizione dovrebbe essere fatta anche dai componenti del team contemperando gli aspetti di priorità, efficacia, durata e costi, in particolar modo quando si tratta di attuare interventi tecnico procedurali o ri-organizzativi, aspetto fondamentale per una effettiva attività di prevenzione. La fase della valutazione approfondita, sui lavoratori esposti al rischio, si mostra anch’essa talvolta problematica per l’assenza di una conoscenza approfondita degli strumenti della rilevazione della percezione e delle implicazioni del loro uso, sia in termini di rilevazione che di calcolo dei risultati. Infine, brevemente accenniamo alla necessità di produrre una relazione finale che deve essere redatta con i criteri di semplicità, brevità e comprensibilità, e comunque finalizzata alla prevenzione del rischio valutato. Pur essendo criteri scontati, non è raro vedere relazioni contenenti pochissimi dati sul processo attuato e una profusione di riferimenti teorici sul concetto generale di stress lavoro -correlato. [12]
Due considerazioni si palesano rispetto ai contenuti e alle relazioni redatte. Per i primi osserviamo che molte debolezze procedurali potrebbero essere evitate, in un’ottica di approccio multidisciplinare, utilizzando le conoscenza appropriate su questa classe fattori di rischio sia in fase di valutazione che per i successivi interventi organizzativi, quindi conoscenze anche di metodologia e degli strumenti utili in quel contesto produttivo; mentre per la seconda, pur tenendo conto dei vincoli talvolta imposti, nei membri dei team talvolta si osserva un comportamento più o meno consapevole di acquiescenza nei confronti delle figure istituzionali (DL, RSPP, MC e RLS) che, in virtù del ruolo ricoperto, vengono implicitamente investite di conoscenze specifiche. Alternativa all’acquiescenza è il dissenso totale e diretto, senza però che vi sia la presentazione di proposte competenti per l’integrazione o la modifica del processo che si vuole attuare.
In altri termini possiamo sostenere che almeno nei casi di valutazioni più complesse o di maggior difficoltà di gestione è più che opportuna la presenza di una effettiva expertise capace di evitare una procedura carente e quindi le possibili conseguenti sanzioni da parte degli Organi di vigilanza.
La presenza di un team di valutazione costituito da diverse figure istituzionali (DL o dirigente delegato, RSPP, MC ove nominato, RLS e/o Lavoratori esperti) e professionali (medico competente, psicologo, ecc.) può rivelarsi particolarmente preziosa per diversi motivi. Innanzitutto perché favorisce una lettura più completa ed esaustiva degli indicatori di valutazione, siano essi di natura oggettiva che soggettiva. Inoltre, una siffatta valutazione tutela anche il management da possibili rilievi da parte degli Organi di vigilanza, che possono esitare in sanzioni pecuniarie o penali in primis per il DL; infine, ma non ultimo, v’è da evidenziare che un clima collaborativo prodotto dal processo di valutazione e gestione dove, pur nelle possibili differenze di vedute, e capace di coinvolgere anche la parte datoriale, è di buon auspicio per il clima organizzativo e promuovere al tempo stesso un ciclo di miglioramento continuo.
*Franco Amore lavora come psicologo presso la Direzione Sanità del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane dove per lo specifico tema si occupa di formazione ai lavoratori ed ai membri dei team di valutazione, di valutazioni rischio SLC per settori diversi ed è coautore della Procedura di valutazione del rischio SLC per la società Rete Ferroviaria Italiana; partecipa da anni ai gruppi di lavoro dedicati presso l’OP Lazio e la SIPLO dopo aver fatto parte di quello del CNOP.
*Isabella Corradini, psicologa sociale, è presidente e direttore scientifico di Themis, centro ricerche socio-psicologiche e criminologico-forensi. Esperta di tematiche di salute e sicurezza, fa parte del gruppo sullo stress lavoro-correlato dell’Ordine degli Psicologi del Lazio. È docente in corsi specialistici e master universitari e autrice di numerose pubblicazioni nazionali ed internazionali.
[1]La Lettera circolare del Ministero del Lavoro con le Indicazioni dell’ottobre 2010 sulle procedure da seguire e l’Accordo Europeo del 2004 hanno valore cogente in quanto specificamente richiamate nel D. Lgs. 81/08 e s.m.i.
[2]https://www.ordinepsicologilazio.it/iniziative-gdl-rslc/
[3] D.Lgs. 81/08 e s.m.i. ; ACCORDO QUADRO EUROPEO SULLO STRESS NEI LUOGHI DI LAVORO del 8 OTTOBRE 2004 ; Indicazioni della Commissione consultiva permanente del 18 novembre 2010.
[4]http://www.psy.it/allegati/aree-pratica-professionale/psicologo_del_lavoro.pdf in particolare il punto 4.
[5] L. 11-7-2003 n. 170; http://www.psy.it/allegati/legge_170_2003_07_11.pdf
[6] Si veda in proposito l’evidenza comunicata al convegno INAIL del 2016 (atti del convegno, Intervento D’Orsi – Di Giorgio), dove si riportava la maggior congruenza dei risultati tra le valutazioni preliminari obbligatorie e quelle approfondite nei casi nei quali erano stati coinvolti degli Psicologi.
[7] Si veda, ad esempio, quanto riportato sul sito del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi[7] ( http://www.psy.it/linee-guida/stress-lavoro-correlato-quadro-normativo-2013); attività del Gruppo di Lavoro Rischio stress lavoro correlato dell’Ordine Psicologi Lazio https://www.ordinepsicologilazio.it/gruppi-di-lavoro/rischio-stress-lavoro-correlato/
[8] Per chiarezza si precisa che il testo dell’Accordo 2004 è in inglese e viene presentata per facilità la traduzione italiana contenuta nell’Accordo Interconfederale del 2008 siglato in Italia da Confindustria e Sindacati.
[9]http://www.psy.it/allegati/2015-la-professione-di-psicologo.pdf
[10] Si ricorda che le Indicazioni 2010 della Commissione consultiva permanente precisano un percorso “minimo” da attuare ma è certamente facoltà del DL integrare la metodologia come anche ribadito nell’interpello del CNOP del 2012 http://www.psy.it/sicurezza-del-lavoro-accolto-il-quesito-su-stress-lavoro-correlato-presentato-dal-cnop-alla-commissione-ex-art-12-d-lgs-8108
[11]Amore F. Evangelista A. Maliore M. Palmarini C. Rischio Stress Lavoro-Correlato. L’utilità dei riferimenti metodologici nella valutazione. La Tecnica Professionale, n.10, ottobre 2015, pag.10. ed. Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani, Roma 2015.
[12] Si veda per gli effettivi contenuti da riportare nella relazione da includere nel DVR le INDICAZIONI PER LA CORRETTA GESTIONE DEL RISCHIO E PER L’ATTIVITÀ DI VIGILANZA ALLA LUCE DELLA LETTERA CIRCOLARE DEL 18 NOVEMBRE 2010 DEL MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI, a cura del Coordinamento Tecnico Interregionale della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro, del 2012, in particolare alle pagg. 33/34 la LISTA DI CONTROLLO PER LA VIGILANZA.