Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/05/21/risponde-penalmente-il-commercialista-che-certifica-ed-invia-allagenzia-delle-entrate-la-dichiarazione-di-conformita-non-rispondente-alle-risultanze-contabili/
Timestamp: 2019-09-22 20:30:32+00:00
Document Index: 47703856

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 39', 'art. 110', 'art. 15', 'sentenza ']

Risponde penalmente il commercialista che certifica ed invia all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di conformità non rispondente alle risultanze contabili – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Risponde penalmente il commercialista che certifica ed invia all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di conformità non rispondente alle risultanze contabili.
Si segnala ai lettori del blog la recente sentenza n.19672/2019, con la quale la Suprema Corte ha affermato il principio della punibilità del professionista, che appone il “visto leggero”, attestando e trasmettendo all’Agenzia delle Entrate operazioni contabili non corrispondenti al vero.
Il caso oggetto della pronuncia ed il giudizio cautelare di merito.
Il Tribunale della Libertà di Macerata, in parziale accoglimento dell’istanza di Riesame presentata dall’indiziato di reato, annullava il sequestro preventivo limitatamente all’importo di € 111.462,00, confermando nel resto il provvedimento ablatorio impugnato.
L’incolpazione provvisoria elevata nei confronti dell’indagato, si fondava sulla partecipazione dello stesso, quale commercialista, alla commissione di diversi reati tributari fra cui quello p. e p. dall’art. 3 d.lgs74/2000, consumata con l’apposizione alle dichiarazioni presentate dal professionista all’Agenzia delle Entrate del cosiddetto visto leggero, con danno per l’Agenzia delle Entrate consistito nella mancata riscossione delle imposte dovuta da diverse società di capitali beneficiarie della compensazione con ingenti crediti (inesistenti) dei quali la Guardia di Finanza aveva accertato la natura fittizia.
Contro l’ordinanza del Collegio cautelare di Maceratainterponeva ricorso per cassazione il giudicabile articolando plurimi motivi di censura.
1. Sul concorso nel reato del commercialista:
“Osservano come il coinvolgimento nei fatti contestati nel capo 6) dell’imputazione emerge pacificamente avendo l’(omissis), quale professionista incaricato dalla(omissis), concorso nel reato tributario apponendo il visto di conformità e provvedendo alla presentazione telematica della dichiarazione. In particolare, per migliore intelligibilità, si riportano le argomentazioni dei giudici del riesame, i quali hanno evidenziato: a) che all’ esito del controllo fiscale effettuato dalla G.d.F. di Macerata veniva segnalato un sistema di frode fiscale con traffico di passaggi di proprietà di società, alle quali venivano conferite variazioni in aumento del volume d’affari in esenzione iva, conseguendo un ingente credito IVA; quest’ultimo veniva poi cartolarizzato attraverso l’accollo o cessione a soggetti terzi, per consentire a questi di compensare i debiti tributari con il credito IVA; b) nell’analizzare le doglianze della difesa del ricorrente, in primo luogo, quanto al fumus, il tribunale osservava come dovevano essere tenute presenti le concrete risultanze processuali e l’effettiva situazione emergente e non solo l’astratta configurabilità del reato; c) ha evidenziato ancora il tribunale che al (omissis) non era stato addebitato il delitto associativo, ma solamente il reato di cui all’articolo 3 e, infatti, quanto alla dichiarazione IVA dell’anno d’imposta 2015 egli aveva apposto il visto di conformità, identificando i crediti in € 147.776,00, con imposta evasa di pari ammontare in quanto totalmente inesistenti; d) ha rilevato ancora il giudice del riesame che tale visto è prodromico sia all’accollo del debito tributario da parte di terzi che alla cessione del credito, e questi si risolvono in una compensazione del credito IVA; il visto pertanto ha ostacolato l’accertamento e ha indotto in errore l’amministrazione finanziaria, in quanto esso presuppone la verifica della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze delle scritture contabili e l’attestazione della congruità dei ricavi o dei compensi dichiarati rispetto a quelli determinabili in base agli studi di settore; inoltre, i commercialisti trasmettono per via telematica all’Agenzia delle entrate tali dichiarazioni entro i termini previsti, incorrendo in caso contrario alle sanzioni previste dall’articolo 7 bis del d.lgs. 241 1997; e) quanto all’elemento soggettivo, il tribunale ha osservato che la valutazione relativa alla sua presenza in capo all’agente, in considerazione della natura sommaria della cognizione del giudice della cautela, va limitata ai soli casi in cui esso appaia assente ictu oculi, circostanza che certamente non è riscontrabile per il tribunale nel caso di specie, essendo il (omissis) il commercialista della società ed avendo apposto il visto di conformità, nonostante avesse il compito di verificare la rispondenza al vero delle dichiarazioni; f) infine, quanto alle esigenze cautelari, il tribunale conferma che il Gip ha motivato con riferimento alla misura cautelare personale degli arresti domiciliari applicata ai coindagati, ma non all’(omissis).”
2.La consumazione del reato del commercialista sussistente per l’apposizione del visto di conformità:
“Con particolare riferimento alla capziosa questione proposta dal ricorrente, già correttamente risolta dal giudice del riesame, fondata sulla differenziazione tra visto pesante e visto leggero, asserendo che il (omissis) avrebbe apposto solo quest’ultimo, è sufficiente in diritto ricordare che, nel caso di specie, indubbio il superamento delle soglie quantitative e qualitative per la configurazione della responsabilità penale, ai fini della verifica della sussistenza della penale responsabilità in capo al professionista secondo la contestazione mossa, occorre considerare lo strumento del visto di conformità. Quest’ultimo, introdotto dal D.Igs. n. 241 del 1997 (art. 35), si declina in visto “leggero” (previsto e disciplinato dall’art. 35) e “visto pesante” (o certificazione tributaria, ulteriore tipologia di controllo prevista invece dall’art. 36). Il primo rappresenta uno dei livelli di controllo attribuito dal legislatore a soggetti estranei all’Amministrazione finanziaria sulla corretta applicazione delle norme tributarie, in particolare a professionisti abilitati iscritti negli appositi Albi. Con la sua apposizione i professionisti attestano la corrispondenza dei dati esposti in dichiarazione alle risultanze della documentazione e alle norme che disciplinano la deducibilità e detraibilità degli oneri, i crediti d’imposta, lo scomputo delle ritenute d’acconto. Tali controlli hanno lo scopo di evitare errori materiali e di calcolo nella determinazione di imponibili, imposte e ritenute e nel riporto di eccedenze derivanti da precedenti dichiarazioni.”
“(…) Il visto pesante, invece, ha per oggetto la certificazione tributaria che permette il controllo sostanziale sulla corretta applicazione delle norme tributarie che interessano la determinazione, la quantificazione ed il versamento dell’imposta. Questo può essere rilasciato dai revisori contabili, iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali e dei consulenti del lavoro con particolari competenze lavorative. Il giudizio è pertanto professionale e il professionista abilitato può rilasciare la relativa certificazione richiesta solo qualora sussista la ragionevole convinzione della corretta osservanza della normativa applicabile. Pertanto, la certificazione tributaria, a differenza del visto leggero, ha carattere facoltativo. Quanto sopra dunque dimostra che anche nel caso del visto “leggero” il professionista è tenuto a riscontrare la corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione con le risultanze della relativa documentazione e la conformità alle disposizioni che disciplinano gli oneri deducibili e detraibili, le detrazioni e i crediti di imposta, lo scomputo delle ritenute d’acconto. Quanto alla responsabilità penale, il professionista, reo del rilascio di un mendace visto di conformità leggero o pesante ovvero di un’infedele asseverazione dei dati, ai fini degli studi di settore risulta esposto anche a sanzioni penali in ragione dell’espressa previsione di cui all’art. 39 del D.Igs. n. 241/1997 e del meccanismo del concorso nel reato di cui all’art. 110 c.p., non trovando dunque applicazione il principio di specialità di cui all’art. 15 c.p., incorrendo peraltro nel reato di cui all’articolo 3 D.Igs. 10.03.2000 n. 74, dal momento che l’apposizione di un visto mendace costituisce un mezzo fraudolento idoneo ad ostacolare l’accertamento e ad indurre in errore l’amministrazione finanziaria, indicando in una delle dichiarazioni relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi o crediti e ritenute fittizi.”
Art 3, D.lgs 74/2000: Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.
Corte Costituzionale, 18/04/2019, n.95
La mancata previsione di una soglia penalmente rilevante nel delitto di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di falsi documenti fiscali, a differenza dell’altro reato di dichiarazione fraudolenta con altri artifici, non viola il principio costituzionale di uguaglianza e ragionevolezza, in quanto la particolare capacità probatoria delle fatture e dei documenti analoghi legittima una differente disciplina. A fornire questa interpretazione è la Corte costituzionale che salva così l’articolo 2 del Dlgs 74/2000 da presunte illegittimità per disparità di trattamento con il reato previsto dall’articolo 3 del medesimo decreto. Per la Consulta si tratta di una strategia legislativa che non può ritenersi manifestamente irragionevole o arbitraria, tenuto conto del particolare ruolo che la fattura assolve sul piano probatorio e della conseguente capacità di sviamento dell’attività accertativa degli uffici che comporta questa violazione.
Cassazione penale sez. III, 28/03/2018, n.46716
In tema di sequestro preventivo, volto alla confisca per equivalente, di beni immobili, è illegittima l’estensione del vincolo cautelare ai frutti della cosa sequestrata ove il valore di mercato della stessa copra l’importo fissato nel provvedimento di sequestro.
Incidente sul lavoro: la Cassazione annulla la sentenza di condanna del datore... Reati fiscali, sanzioni tributarie e ne bis in idem: per la Cassazione è legittima...