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Timestamp: 2020-02-16 21:54:54+00:00
Document Index: 138327004

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art. 5', 'art. 8', 'art.1', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 17', 'art.18']

L'Ideologia Socialista - Risoluzione europea del settembre 2019
Detto documento ribadisce che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’eguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; rammenta che questi valori sono comuni a tutti gli Stati membri” (art.1)
A seguito di molte delibere prese dal consiglio stesso, ed in particolare della risoluzione 1481 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti, la risoluzione votata il 19 settembre “invita tutti gli Stati membri dell’UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista”(art. 5).
Invita inoltre “tutti gli stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell’UE (…)” (art. 8)
Siamo totalmente d’accordo a combattere i regimi totalitari, condividendo appieno quanto dichiarato all’art.1, in quanto i nostri valori sono quelli della libertà, della solidarietà, dell’eguaglianza, dell’emancipazione, del rifiuto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Troviamo tuttavia limitante il testo approvato che limita la sua condanna ai totalitarismi nazisti e comunisti equiparandoli di fatto nella condanna espressa.
Abbiamo l’impressione che il documento sia strumentale al consolidamento di un pensiero unico elaborato dalla classe dominante per affermare la sua egemonia sulla attuale cultura europea; è per invitare ad una critica più approfondita e meno apologetica che sentiamo il dovere morale di esaminare più in profondo la risoluzione del parlamento europeo.
Riteniamo che il testo della risoluzione sia discutibile, rectius errata, storicamente, politicamente e culturalmente.
Come abbiamo rilevato dall’art. 8 viene indicata come data per la commemorazione delle vittime dei regimi totalitari il 23 agosto. La ragione di questa indicazione è presto riscontrata all’art. 2 del documento. Esso:” sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d’Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza”. (altrove, alla premessa B, si dice che quel patto “ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale).
E’ nostra opinione che la seconda guerra mondiale trovi le sue origini in ben altre cause, tra le quali, succintamente vogliamo ricordare i trattati di Versailles come esplicitamente criticati da J.M. Keynes nel suo testo del 1919 “Le conseguenze economiche della pace”, in cui definisce quella pace come una “pace cartaginese foriera di nuovi conflitti”. E i responsabili di questa causa prima sono ben altri paesi che non quelli additati dal documento.
Ricordiamo poi l’espansionismo tedesco con la guerra di Spagna, l’annessione dell’Austria, l’annessione concordata a Monaco della Cecoslovacchia e dei Sudeti. Gli accordi siglati da Chamberlain e Daladier a Monaco nel 1938 costituiscono l’accettazione di un ultimatum di Hitler nella speranza che la capitolazione alle pretese del fuhrer fosse sufficiente a soddisfarne e quindi frenarne le ambizioni; nella speranza più intima di spostare verso est (leggasi Unione sovietica) le mire tedesche, in fondo nemico comune di Germania, Francia e Gran Bretagna.
Ben altra lungimiranza dimostra la dichiarazione di W.Churchill (La seconda guerra mondiale) secondo il quale “La spartizione della Cecoslovacchia, effettuata sotto il peso dell’influenza inglese e francese, costituisce la resa completa delle democrazie occidentali alla minaccia nazista. Un crollo simile non assicurerà la pace, né all’Inghilterra né alla Francia, ma porrà al contrario ambedue queste nazioni in una posizione di pericolo ancora maggiore. Il semplice fatto di aver reso neutrale la Cecoslovacchia permette alla Germania di liberare 25 divisioni che minacceranno il fronte dell’ovest e apre ai nazisti trionfanti la strada verso il Mar Nero. Non soltanto la Cecoslovacchia si trova in pericolo, ma la libertà e la democrazia di tutti i Paesi. Ritenere che si possa raggiungere la sicurezza gettando un piccolo stato nelle fauci del lupo è una illusione fatale.”
Scrive Kostantin Simonov: “continuo a ritenere che il patto del 1939 fosse fondato sulla raison d’état e che noi fummo costretti ad appoggiarlo nella situazione senza speranza creatasi nell’estate del 39 allorchè il rischio che le potenze occidentali spingessero contro di noi la Germania nazista divenne immediato e reale” (in Medvedev: Lo stalinismo).
E’ vero, la parte segreta del patto prevedeva la spartizione della Polonia e l’estensione dell’Urss verso Finlandia, Lituania, Estonia e Lettonia, ma questa parte del patto pare essere attribuibile più alla raison d’état che non all’ideologia comunista dell’Urss.
Identificare il patto di non aggressione come l’atto che ha causato come conseguenza immediata la Seconda guerra mondiale, ed indicare la data della firma del trattato come data tipica dei totalitarismi, così come affermato dalla risoluzione del parlamento europeo, appare essere una affermazione infondata, apodittica e sostanzialmente falsa.
Inoltre, non fare nessun cenno al contributo dell’Urss per la sconfitta del nazismo, con i milioni di morti dell’Armata rossa e ignorare momenti storici come Stalingrado che ha costituito l’inizio del crollo dell’esercito tedesco, sono sintomo della strumentalità del documento di cui stiamo discutendo.
Il documento approvato, forse intenzionalmente, usa indifferentemente i termini comunismo, soviettismo, stalinismo, come un tutt’uno indistinto da condannare. Ma politicamente non si può non vedere differenze nel tempo e nello spazio, delle forme politiche che i paesi che si ispirano al comunismo; c’è stato, nel tempo, un comunismo della rivoluzione di ottobre e del periodo leninista, un comunismo stalinista in un ben determinato periodo storico caratterizzato da un totalitarismo marcato, un periodo krusceviano che ha disvelato il “culto della personalità” di Stalin e i suoi crimini, c’è stato infine un periodo che con Gorbaciov ha, senza successo, tentato la via della riformabilità del sistema. Non prendere in considerazione questa dialettica del comunismo sovietico, significa ignorare una differenza netta e sostanziale con il monolitismo adialettico del regime nazista.
La forzata semplificazione, la reductio ad unum, appare ancor più grave quando il documento estende all’attuale regime russo un coinvolgimento con il totalitarismo del precedente periodo stalinista. Alla considerazione K del documento si legge: “nonostante il 24 dicembre 1989 il congresso dei deputati del popolo dell’Urss abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell’agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l’interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l’Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale”. Di pari tenore appaiono gli articoli 15 e 16 della risoluzione, come appare bizzarra la richiesta di trasmettere la risoluzione stessa oltre che ai governi degli Stati membri, anche alla Duma russa.
Spazialmente poi il documento ignora che nel nostro mondo esistono altre esperienze comuniste, quella cinese e quella cubana in primis, che sono trascinate nella condanna proprio perché gli estensori non hanno voluto o saputo approfondire e trarre le conseguenze delle differenze esistenti tra comunismo, forme avverate di comunismo e “totalitarismo” di un suo momento storicamente e spazialmente determinato.
Non vogliamo qui esaltare acriticamente le altre esperienze di comunismo realizzato, pensiamo, anzi, di poter riconoscere i limiti che esse evidenziano, di poter formulare alcune riserve sulla democrazia e forma della dialettica all’interno di dette esperienze, ma l’averle ignorate o meglio accomunate in una condanna indistinta, così come ha fatto il documento in esame, ci pare semplificatorio e carente di analisi.
La varietà di forme in cui il pensiero comunista si è concretato nelle varie esperienze realizzate mette in risalto la superficialità se non la strumentalità della risoluzione del 19 settembre.
Ma l’indistinta condanna del documento associa ideologia e prassi comunista come un tutt’uno. La condanna è rivolta indistintamente tanto a regimi obiettivamente totalitari, come lo stalinismo, quanto alla ideologia comunista in sè. Il consideranda F afferma che: “in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”, all’art. 17 “esprime inquietudine per l’uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti” e all’art.18 continua “osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari”.
La nostra Costituzione come norma formalmente transitoria (almeno nella prima parte) prevede che: “E’ vietata la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.” Tale riorganizzazione si concretizza, secondo la legge Scelba, “ quando un'associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”.
Queste citazioni vengono riportate per evidenziare che le norme italiane limitano i divieti e le prescrizioni a comportamenti ben evidenziati ma, e questo ci preme soprattutto, senza mai intaccare la libertà di pensiero. Le indicazioni della risoluzione europea parlano esplicitamente di vietare le ideologie totalitarie, invita a cancellare simboli e luoghi commemorativi, si avventurano a nostro avviso su un campo molto delicato con un atteggiamento inquisitorio.
In base a quanto deliberato dal parlamento europeo dovremo, per esempio, cambiar nome a Corso Unione sovietica a Torino, o forse abbattere l’obelisco Mussolini al foro italico, o cancellare gli affreschi di Sironi alla Sapienza, o abbattere il Palazzo della Civiltà e del Lavoro all’EUR, e forse anche le vecchie Case del popolo, o il bottegone di via Botteghe Oscure?
Non si tratta di equiparare comunismo e nazismo, si tratta di difendere la libertà di pensiero, anche criticando pesantemente l’atmosfera in cui la delibera del parlamento europeo è stata presa. Su questa strada ci avvieremmo su un pericolosissimo sentiero che ci potrebbe portare ad una condanna dei nostri pensatori comunisti e alla distruzione delle loro opere. Il nostro pensiero va immediatamente agli scritti di Antonio Gramsci, a quei “Quaderni dal carcere” che rappresentano un monumento all’umanesimo comunista, alla riflessione politica, alla filosofia sociale.
Ultima modifica ilLunedì, 30 Settembre 2019 17:27
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