Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2010/10/tardivi-versamenti.html
Timestamp: 2018-06-24 14:42:42+00:00
Document Index: 106247734

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 37', 'art. 36', 'art. 9', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 8']

Tardivi versamenti | Commercialista Telematico
Con Ordinanza n. 20966 dell’11 ottobre 2010 (ud. del 6 luglio 2010), la Corte di Cassazione ha chiuso le porte ad ogni diversa interpretazione, in ordine alla definizione degli omessi versamenti ai sensi dell’art. 9-bis, della L. n. 289 del 2002.
Il quesito di diritto, posto dall’Agenzia delle Entrate, alla Corte di Cassazione è il seguente: “se il condono previsto dalla L. n. 289 del 2002, art. 9 bis, in caso di rateizzazione, possa ritenersi perfezionato, come ritenuto dall’impugnata sentenza, anche effettuando alcuni pagamenti in ritardo, come espressamente previsto per le altre forme di condono disciplinate dalla L. n. 289 del 2002, oppure se debba affermarsi il principio secondo il quale, attesa la mancanza di clausole esplicitamente riferibili all’art. 9 bis citato, volte a riconoscere effetti al pagamento tardivo, tale forma di condono è perfezionabile solo mediante il pagamento dell’intera imposta dovuta entro le scadenze stabilite dalla norma”.
L’ordinanza della Corte
Per la Corte di Cassazione, “la tesi dell’amministrazione appare palesemente fondata in quanto non è configurabile in tema di condono, proprio per il carattere eccezionale di tale istituto, un principio generale destinato a valere in caso di silenzio del legislatore e tanto meno tale principio può identificarsi con quello ritenuto dalla C.T.R. dato che la sostituzione dell’obbligazione tributaria, oggetto della lite fiscale pendente, con quella assunta dal contribuente con l’istanza di definizione appare condizionata dal punto di vista dell’amministrazione finanziaria al beneficio del riconoscimento e pagamento immediato della ridotta entità del debito tributario da parte del contribuente”.
Come è noto, l’art. 9-bis della legge n. 289 del 2002 consentiva la definizione degli omessi e dei tardivi versamenti delle imposte e delle ritenute risultanti dalle dichiarazioni presentate attraverso il pagamento di quanto dovuto e dei relativi interessi ovvero, in caso di tardività, esclusivamente degli interessi, senza applicazione delle sanzioni amministrative (30 per cento, così come previste dall’art. 13 del D.Lgs. n. 471/97).
le violazioni non avevano ancora dato luogo all’iscrizione a ruolo (comma 1), e la definizione avveniva attraverso il pagamento di quanto dovuto in unica soluzione, ovvero, nel caso in cui l’importo da versare fosse superiore a 3.000 euro (per le persone fisiche) o a 6.000 euro (per gli altri soggetti), rateizzando l’eccedenza, maggiorata degli interessi legali, in tre rate di pari importo;
Successivamente, l’art. 2, c. 45, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 ha permesso la definizione anche delle imposte e delle ritenute dovute alla data dell’1 gennaio 2004, mediante il versamento entro il 16 aprile 2004, con le stesse modalità prima richiamate (sempre senza sanzioni).
Le Entrate, inoltre, ravvisavano ulteriore conferma di tale tesi nel comma 44 dell’art. 37 del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, conv., con modif., dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, il quale, al primo periodo, dispone che la notifica delle cartelle di pagamento conseguenti alle iscrizioni a ruolo previste dagli artt. 7, 8, 9, 14, 15 e 16 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, è eseguita, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre 2008, mentre nel secondo periodo del predetto comma 44 tiene distinta la sanatoria di cui all’articolo 9-bis, stabilendo che “la notifica delle cartelle di pagamento relativa alle dichiarazioni di cui all’art. 36, comma 2, lettere a) e b) del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, nei confronti dei contribuenti che hanno presentato dichiarazioni o effettuato versamenti ai sensi dell’art. 9-bis della citata legge n. 289 del 2002” deve essere effettuata entro la medesima data del 31 dicembre 2008.
L’indirizzo della giurisprudenza di merito – che ha spesso accolto le eccezioni dei contribuenti, ritenendo comunque valida la sanatoria in questione anche nel caso in cui le rate successive alla prima non siano state pagate, considerato che le rate successive alla prima possano essere recuperate tramite iscrizione a ruolo ai sensi dell’art. 14 del D.P.R. n. 602/73 (ovvero i giudici hanno ritenuto – nei casi di ritardato od omesso versamento delle rate successive alla prima – applicabile la sanzione al 30 per cento delle somme non versate, oltre agli interessi, mentre in altri casi hanno ammesso l’applicabilità dei soli interessi, con esclusione della sanzione) – è stato però smentito dalla giurisprudenza di legittimità:
con ordinanza n. 6370 del 2006 riguardante un caso di definizione di lite fiscale pendente ai sensi dell’art. 16 della legge n. 289 del 2002, la Corte di Cassazione ha osservato che dalla disposizione del comma 2 di detto art. 16 “emerge la volontà del legislatore di ritenere sufficiente, per la definizione della lite pendente, l’accettazione da parte dell’ufficio competente della relativa domanda presentata dal contribuente, seguita dal versamento delle rate nelle quali sia eventualmente ripartito il pagamento degli importi richiesti dalla norma… Questa circostanza appare conclusivamente confermata da altre disposizioni della stessa legge – gli artt. 7, comma 5, ultimo periodo, 5, comma 3, quinto periodo, 9, commi 12, secondo periodo, 17, quarto periodo, 15, comma 5, terzo periodo – dalle quali emerge che nelle ipotesi ivi previste di definizione con pagamento rateale, il mancato versamento delle rate successive alla prima non determina l’inefficacia della ‘definizione automatica‘ (nei casi previsti dagli art. 15, comma 5, e 16, comma 2) o della ‘integrazione’ (nei casi previsti dagli artt. 8, comma 3, e 9 comma 12“;
con sentenza n. 18353 del 31 agosto 2007, pronunciandosi con specifico riferimento all’art. 9-bis della legge n. 289 del 2002, la Suprema Corte si è espressa in senso conforme alla tesi dell’Agenzia, inquadrando la controversia nell’ambito dell’art. 9-bis della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e non, come ha erroneamente fatto il giudice d’appello, in quella dell’art. 8 dello stesso atto normativo. Si legge nella sentenza, “mentre la prima introduce un condono tributario premiale, riconoscendo al contribuente il diritto potestativo di chiedere che il suo rapporto giuridico tributario sia sottoposto ad un accertamento straordinario, da effettuarsi cioè secondo regole diverse da quelle ordinarie, la seconda concede un condono tributario clemenziale, che, basandosi sul presupposto di un illecito tributario, elimina o riduce le sanzioni e, a determinate condizioni, concede modalità di favore per il loro pagamento, ma senza prevedere, come logica vuole, alcuna forma di accertamento tributario straordinario (sulle due specie di condono tributario v. Corte di Cassazione 12 marzo 2004,n. 5077)“.
Pur se, quindi, prosegue il contenzioso, l’ordinanza della cassazione da ultimo pubblicata – n. 20966/2010 – dà forza al pensiero degli uffici finanziari.