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Timestamp: 2020-05-27 23:40:55+00:00
Document Index: 20475978

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 30', 'art. 1', 'art. 1367', 'art. 378', 'art. 14', 'art. 111', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 22998 del 02/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22998 del 02/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 02/10/2017, (ud. 05/04/2017, dep.02/10/2017), n. 22998
sul ricorso 20325-2012 proposto da:
S.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
VALADIER 36, presso lo studio dell’avvocato IOLANDA PICCININI, che
avverso la sentenza n. 4612/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 31/07/2012 R.G.N. 7862/2009;
udito l’Avvocato PAOLO MARCHINI;
Il Tribunale di Roma respingeva il ricorso proposto da S.P. nei confronti Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare diretto ad ottenere – in applicazione della L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 49, – il reinquadramento nel ruolo unico della dirigenza a seguito della effettuata procedura di mobilità prevista dal D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18 per i segretari comunali e provinciali e la Corte di appello di Roma, con sentenza del 31.7.2012, pronunciando sul gravame proposto dal ricorrente, ne accoglieva la domanda, ed accertava il diritto del Giorgi ad essere inquadrato nella qualifica di dirigente di seconda fascia a decorrere da gennaio 2005 con conseguente condanna al riconoscimento della qualifica ed al pagamento delle differenze retributive maturate.
2. La Corte territoriale ha ritenuto applicabile alla fattispecie la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49 della sebbene al momento della sua entrata in vigore la procedura di mobilità che aveva interessato la ricorrente fosse già conclusa, ed ha evidenziato che in realtà con la disposizione in parola il legislatore aveva inteso eliminare ogni disparità di trattamento fra gli ex segretari comunali, disponendo che tutti venissero inquadrati nel ruolo unico dei dirigenti dell’amministrazione di destinazione, a prescindere dalla fascia di appartenenza.
3. Per la cassazione della sentenza ricorre il Ministero dell’Ambiente sulla base di due motivi; l’intimata resiste con controricorso e deposita altresì memoria;
1. Il Ministero dell’Ambiente, con i due motivi di ricorso, denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 311 del 2004, art. 1, commi 48 e 49, e del D.P.R. n. 108 del 2004, art. 1, comma 1. Assume che erroneamente la Corte territoriale ha considerato applicabile la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 48 alle procedure di mobilità dei segretari comunali e provinciali in corso di espletamento e il comma 49 alle procedure già esaurite. La dott.ssa S., a seguito di procedimento di mobilità volontaria conclusosi nel 1999, era transitata alle dipendenze del Ministero dell’Ambiente con inquadramento nella ex 9^ qualifica funzionale (Area C), per cui al momento dell’entrata in vigore della Legge Finanziaria 2005 non si trovava nelle condizioni di cui al comma 48 e di conseguenza alla stressa non poteva applicarsi il successivo comma 49.
2. Il problema oggetto della controversia concerne l’interpretazione della L. 30 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 49 (finanziaria 2005). Tale norma prevede che, in caso di mobilità dei segretari comunali o provinciali verso altre amministrazioni, qualora sussistano determinati requisiti, costoro devono essere inquadrati “nei ruoli unici delle amministrazioni in cui prestano servizio alla data di entrata in vigore della presente legge”; in particolare, si tratta di stabilire se tale disposizione riguardi solo i processi di mobilità in corso o successivi alla data di entrata in vigore della legge oppure riguardi anche i processi di mobilità già avvenuti, come ritenuto dai giudici del merito.
Le Sezioni Unite, effettuando una approfondita ricostruzione del quadro normativo e contrattuale che ha regolato e regola le procedure di mobilità dei segretari comunali (disciplinate, inizialmente, dal D.P.R. n. 465 del 1997, artt. 18 e 19 e successivamente dall’art. 32 del contratto collettivo nazionale di lavoro dei segretari comunali e provinciali 1998-2001, dalla L. 27 luglio 2004, n. 186 che abrogò il D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18, dalla L. 30 dicembre 2004, n. 311, interpretata autenticamente dalla L. n. 246 del 2005) hanno ritenuto che la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49, – che disciplina la possibilità del reinquadramento e dell’accesso alla dirigenza a seguito del passaggio ad altra P.A. – non si applica, alla legge di una interpretazione letterale, sistematica e teleologica della norma, ai segretari comunali o provinciali trasferiti per effetto di procedure di mobilità già esaurite alla data di entrata in vigore della citata legge. La disposizione normativa si riferisce, invero, ai soli processi di mobilità eventuali e futuri, dovendosi ritenere che una diversa interpretazione sarebbe lesiva del principio costituzionale dell’accesso alla P.A. per concorso pubblico, applicabile anche alla dirigenza.
Il suddetto circoscritto ambito di applicazione viene ricavato, dalle Sezioni Unite, non solo da elementi testuali della disposizione normativa (quali: l’incipit del comma 49, che rinvia ai processi di mobilità disciplinati dal comma 48; lo stesso comma 48, collegato al blocco delle assunzioni previsto dal comma 47, che detta una disciplina derogatoria rispetto al contratto collettivo di settore 1998-2001 e rivolta al futuro, in quanto delimitata dalle regole che le parti sociali, in sede di rinnovo del contratto collettivo, vorranno adottare; la previsione del limite del contingente di spesa contenuto nel comma 49) ma altresì da una interpretazione sistematica e teleologica della normativa del 2004, che si colloca nell’ambito di un graduale e costante processo di limitazione dell’accesso alla dirigenza delineato sia dal legislatore che dalle parti sociali. Invero, la regola dettata dal D.P.R. n. 465 del 1997 prevedeva – in caso di passaggio ad altra P.A. – l’attribuzione della qualifica di provenienza; il c.c.n.l. 19982001 dei segretari comunali e provinciali ha, da una parte, rivisto il sistema di classificazione e, dall’altra, consentito l’accesso alla dirigenza solamente alle qualifiche più elevate; la L. n. 186 del 2004 ha uniformato la mobilità dei segretari comunali e provinciali alla disciplina generale sulla mobilità dettata dal T.U. sul pubblico impiego (D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 30); la L. n. 311 del 2004, interpretata autenticamente dalla L. n. 246 del 2005, ha apportato ulteriori modifiche in senso riduttivo, prevedendo che anche per i segretari comunali e provinciali delle qualifiche più elevate l’accesso alla dirigenza non costituisse più la regola. Interpretare, pertanto, la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49 in maniera così estensiva da imporre una generalizzazione dell’accesso alla dirigenza sulla base dei due requisiti ivi previsti (servizio di segretario svolto per almeno tre anni ed esercizio dell’opzione per la mobilità prevista dal D.P.R. n. 465 del 1997) sarebbe fortemente contraddittorio con l’evoluzione normativa e contrattuale riscontrata in materia di mobilità dei segretari comunali e provinciali. Nè può correttamente invocarsi il principio di conservazione affermato dall’art. 1367 c.c., criterio sussidiario e concernente l’interpretazione degli atti negoziali (e non normativi), anche a fronte della sussistenza di casi, seppur modesti, di procedure di mobilità in atto alla data dell’entrata in vigore della L. n. 311 del 2004.
5. Le argomentazioni sviluppate dalle Sezioni Unite resistono alle osservazioni critiche della controricorrente, che nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c., quanto all’esegesi della norma ha fatto leva sul tenore letterale della stessa, non decisivo per le ragioni evidenziate nel punto che precede.
7. Ragioni analoghe portano ad escludere l’ipotizzato contrasto con il principio di non discriminazione sancito dall’art. 14 della CEDU, giacchè, anche a voler prescindere la questione dell’applicabilità della norma nelle sole ipotesi in cui vengano in rilievo le altre norme sostanziali della Convenzione preposte a tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (fra le più recenti Corte EDU 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, p. 54; 7 febbraio 2013, Fabris contro Francia, p. 47; 22 marzo 2012, Konstantin Markin contro Russia), la giurisprudenza della Corte è costante nell’affermare che una disparità di trattamento è discriminatoria solo qualora “manchi di una giustificazione oggettiva e ragionevole”, “quando non persegua un fine legittimo” ovvero non sussista “un rapporto di ragionevole proporzionalità tra i mezzi impiegati ed il fine perseguito” (Corte EDU 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, p. 59; 25 ottobre 2005, Niedzwiecki contro Germania; 27 marzo 1998, Petrovic contro Austria, p. 30; 1 febbraio 2000, Mazurek contro Francia, p. 46 e 48).
Dette condizioni difettano nella fattispecie perchè l’inquadramento della controricorrente è stato disposto nel rispetto della normativa all’epoca vigente, in relazione alla quale il diritto di opzione era stato esercitato, per cui nessuna compromissione dei diritti riconosciuti dalla Carta può essere ravvisata, posto che il trattamento più favorevole per gli appartenenti alla categoria, invocato quale termine di comparazione, è sopravvenuto in un momento in cui la procedura di mobilità si era conclusa, il che esclude ogni profilo discriminatorio della disciplina.
Al riguardo giova pure ricordare che il principio della ragionevole durata del processo, che ha rilievo costituzionale (art. 111 Cost., comma 2, seconda parte), impone al giudice, ai sensi degli artt. 175 e 127 c.p.c., di evitare attività processuali non giustificate dalla struttura dialettica del processo e, in particolare, dal rispetto del principio del contraddittorio, da garanzie di difesa e dal diritto alla partecipazione al processo, in condizioni di parità, dei soggetti nella cui sfera giuridica l’atto finale è destinato a esplicare i propri effetti (cfr. Cass. n. 3189 del 2012; conf. Cass. 20422 del 2012). Ne consegue che al giudice è impedito di adottare provvedimenti che, senza utilità per il diritto di difesa o per il rispetto del contraddittorio, ritardino inutilmente la definizione del giudizio, imponendogli un particolare rigore nel bilanciamento delle opposte ragioni, soprattutto nel giudizio di cassazione, caratterizzato da impulso d’ufficio (cfr. sent. n. 3189/12 cit.).
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito, rigetta le domande originariamente proposte. Compensa le spese dell’intero processo.