Source: http://www.pmeg.it/1/speciale_covid_19_1466465.html
Timestamp: 2020-07-09 11:27:48+00:00
Document Index: 85827549

Matched Legal Cases: ['art. 1664', 'art. 2087', 'art. 5', 'art. 53', 'art. 42', 'art. 53', 'art. 40', 'art. 282', 'art. 28', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 2087', 'art. 40', 'sentenza ']

SPECIALE COVID-19 | P.M. & G Studio Legale
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2020.05.08_COVID-19 E COSTI NEGLI APPALTI - PROPOSTE DI GESTIONE
L’imprevedibile incremento dei costi e degli oneri aziendali di sicurezza conseguente all’obbligo di adozione delle misure di contrasto alla diffusione del Coronavirus nei cantieri, pone per gli operatori del settore un grave problema, non essendo stata definita alcuna regolamentazione in merito da parte delle istituzioni.
Dovranno, infatti, essere necessariamente aggiornati ed integrati il DUVR e, nel caso di cantieri edili, il Piano di sicurezza e coordinamento (PSC) che sarà successivamente recepito nell'integrazione al Piano operativo di sicurezza (POS).
E’ pacifico che il rallentamento delle attività per rispettare il PSC e il POS, in ottemperanza a un provvedimento di natura regolamentare, quale il DPCM 26.04.2020 e i suoi protocolli di sicurezza allegati, determina un incremento generalizzato dei costi dei beni e dei servizi, nonché una minore produttività dei cantieri.
Ma come affrontare queste necessità in considerazione del silenzio dei provvedimenti emergenziali?
Si dovrà considerare il quadro normativo vigente, partendo dai provvedimenti relativi alla sicurezza emanati durante l’emergenza:
- il DPCM 26.06.2020 con l’allegato Protocollo per l’esecuzione delle attività in cantiere;
- l’INAIL, con il “Documento tecnico sulla possibile rimodulazione delle misure di contenimento del contagio da SARS-CoV-2 nei luoghi di lavoro e strategie di prevenzione” di aprile ha previsto, tra l’altro, che il rischio di contagio da SARS-CoV-2 in occasione di lavoro possa essere classificato, secondo tre variabili: esposizione, prossimità e aggregazione.
La soluzione auspicata, al fine di evitare contenziosi che tenderebbero ad aggravare ulteriormente le problematiche economiche degli operatori, sarebbe, in particolare negli appalti privati, che le parti concordassero la modifica delle originarie condizioni contrattuali alla luce dell’incremento dei costi e degli oneri per la sicurezza.
Il riferimento normativo per aprire le trattative risiede all’art. 1664 c.c., il quale prevede la possibilità per l’appaltatore di chiedere la revisione del prezzo complessivo dell’appalto in caso di aumento del costo dei materiali o della manodopera tale da determinare l’aumento di oltre un decimo rispetto a prezzo inizialmente individuato, per circostanze imprevedibili.
Nella situazione di emergenza che stiamo vivendo non potranno certo sussistere dubbi sull’imprevedibilità delle circostanze affrontate dagli operatori.
L’incremento dei costi sarà quasi esclusivamente legato alle misure di sicurezza obbligatorie a tutela della salute dei lavoratori, pertanto sarà imputato ai costi di manodopera.
Non solo, ma nel caso di specie viene in soccorso anche il comma 2 dell’articolo 1664 c.c. che prevede che “se nel corso dell'opera si manifestano difficoltà di esecuzione derivanti da cause geologiche, idriche e simili, non previste dalle parti, che rendono notevolmente più onerosa la prestazione dell'appaltatore, questi ha diritto a un equo compenso”.
La norma ha la funzione riequilibrare il rapporto contrattuale nel caso di situazioni imprevedibili, come quella di specie, laddove l’assunzione di rischio della scrivente non poteva comprendere il rischio del sopraggiungere di un’epidemia che certamente esorbita dall'alea normale del contratto sottoscritto.
In tale contesto deve guidare le Parti il principio di buona fede, ispirato dal dovere costituzionale di solidarietà sociale, in forza del quale sussiste l’obbligo di protezione dell’interesse dell’altra parte, con conseguente necessità di rideterminar il corretto equilibrio contrattuale.
Tali principi sono applicabili tanto negli appalti a corpo che negli appalti di lavori pubblici, con l’avvertenza che ogni appalto è diverso dall’altro e che l’incidenza della manodopera può differire significativamente da contratto a contratto, con la conseguenza che si dovrà indagare ogni fattispecie concreta per accertare il diritto alla revisione del prezzo e del tempo contrattuale.
Il nostro studio è a disposizione per ulteriori chiarimenti e per il supporto nella redazione delle riserve alla mail: milano@pmeg.it
2020.05.13_CONTAGIO COVID-19 E' INFORTUNIO SUL LAVORO: QUALI CONSEGUENZE?
Con il DL 18/2020 convertito con modifiche dalla L. n. 27 del 24.04.2020, il contagio da Coronavirus del lavoratore è stato equiparato all’infortunio sul lavoro, in forza dell’equiparazione della causa virulenta a quella violenta.
L’Art. 42 DL 18/2020 ha specificatamente previsto al primo periodo del co. 2:
“Nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all'INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell'infortunato. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell'infortunato con la conseguente astensione dal lavoro.”
Precisiamo che con “occasione di lavoro” s’intende che l’infezione sarà riconosciuta alla stregua di infortunio indennizzabile dall’INAIL qualora sia avvenuta non solo nell’espletamento delle mansioni tipiche, ma anche durante lo svolgimento di attività strumentali o accessorie (Cass. 9913/2016).
Sulla base di tali principi la tutela infortunistica dovrebbe essere estesa anche al lavoratore che rende la prestazione da casa, nonostante non sia stato dato un riferimento specifico.
Quindi, il datore di lavoro per garantire la tutela INAIL in caso di contagio del lavoratore dovrà, primariamente, comunicare agli organi preposti l’eventuale variazione del rischio biologico derivante dal Covid-19 per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Dovrà poi adoperarsi per valutare, con il medico competente, l’opportunità di eseguire visite straordinarie sui lavoratori più esposti, aggiornando il documento di valutazione del rischio (D.V.R.) ed indicando il medico suddetto che stabilisca, con diligenza e prudenza, l’adeguatezza delle pratiche individuate a prevenire il rischio di diffusione del Coronavirus.
Sul punto si evidenzia che, ai sensi dell’art. 2087 c.c., la misurazione della temperatura corporea ed il rilascio di dichiarazioni aventi i contenuti sopra indicati, se eseguite dal medico aziendale e nel rispetto di quanto disposto dall’art. 5 dello Statuto dei Lavoratori, possono essere considerati come misura di gestione preventiva dell’emergenza, senza correre il rischio di violare i diritti dei dipendenti, anche rispetto al trattamento dei dati personali.
Il datore dovrà poi, una volta a conoscenza dell’avvenuto contagio, dovrà trasmettere all’Istituto la denuncia di infortunio, ai sensi dell’art. 53 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n.1124 e successive modificazioni e integrazioni. In proposito, si segnala che il termine per l’inoltro decorre dal momento in cui il datore ha avuto conoscenza concreta dell’evento.
Ma l’INAIL come può accertare che l’infezione sia avvenuta in occasione di lavoro?
L’INAIL con la Circolare. 13/2020 ha precisato:
“Nell’attuale situazione pandemica, l’ambito della tutela riguarda innanzitutto gli operatori sanitari esposti a un elevato rischio di contagio, aggravato fino a diventare specifico. Per tali operatori vige, quindi, la presunzione semplice di origine professionale, considerata appunto la elevatissima probabilità che gli operatori sanitari vengano a contatto con il nuovo coronavirus.
A una condizione di elevato rischio di contagio possono essere ricondotte anche altre attività lavorative che comportano il costante contatto con il pubblico/l’utenza. In via esemplificativa, ma non esaustiva, si indicano: lavoratori che operano in front-office, alla cassa, addetti alle vendite/banconisti, personale non sanitario operante all’interno degli ospedali con mansioni tecniche, di supporto, di pulizie, operatori del trasporto infermi, etc. Anche per tali figure vige il principio della presunzione semplice valido per gli operatori sanitari.”
L’ambito di intervento della norma, però, riguarda anche casi in cui manca l’indicazione o la prova di specifici episodi contagianti o, comunque, di indizi “gravi precisi e concordanti” tali da far scattare ai fini dell’accertamento medico-legale, la presunzione semplice.
L’INAIL rispetto a tali circostanze specifica che: “ove l’episodio che ha determinato il contagio non sia noto o non possa essere provato dal lavoratore, né si possa comunque presumere che il contagio si sia verificato in considerazione delle mansioni/lavorazioni e di ogni altro elemento che in tal senso deponga, l’accertamento medico-legale seguirà l’ordinaria procedura privilegiando essenzialmente i seguenti elementi: epidemiologico, clinico, anamnestico e circostanziale.”
Quindi, la copertura assicurativa è riconosciuta al lavoratore a condizione che la malattia sia stata contratta durante l’attività lavorativa, con onere della prova a carico del lavoratore stesso, ad eccezione di alcune categorie professionali ad elevato rischio (operatori sanitari, operatori dei front-office, cassieri e addetti alle vendite/banconisti) per i quali INAIL ha introdotto una presunzione semplice di contagio d’origine professionale, con conseguente inversione dell’onere della prova a carico dell'Istituto, che dovrà dimostrare rigorosamente che il contagio sia avvenuto in un contesto extra lavorativo.
Il comportamento del lavoratore che interrompe il nesso causale per ottenere la tutela INAIL. Rischio elettivo e colpa.
Il nesso causale tra il lavoro, il rischio e l’evento potrebbe poi risultare interrotto dalla condotta del lavoratore.
Qualora il lavoratore, ad esempio, violasse un obbligo di isolamento o un ordine di servizio del posto dal datore in conformità alla direttive istituzionali, si configurerebbe un’ipotesi di rischio elettivo che è una delle cause di esclusione dalla tutela infortunistica INAIL del lavoratore.
Un’altra ipotesi di interruzione del nesso causale potrebbe essere quella inquadrata come colpa del lavoratore, che si ravvisa nel mancato uso da parte sua dei dispositivi di protezione individuale messi regolarmente a disposizione dal datore o nella carenza di osservanza delle distanze di sicurezza o, in generale, delle misure di precauzione imposte dai provvedimenti delle istituzioni.
Il lavoratore contagiato potrà agire contro il datore di lavoro per il risarcimento del danno differenziale?
L’art. 42 del DL 18/2020 convertito in legge, al secondo paragrafo del co. 2 specifica:
“I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa e non sono computati ai fini della determinazione dell'oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico di cui agli articoli 19 e seguenti dell'allegato 2 al decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali del 27 febbraio 2019, recante "Modalita' per l'applicazione delle tariffe 2019". La presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati.”
Rispetto a tale previsione, la circolare INAIL ha precisato:
“in analogia alle altre tipologie di infortuni, come per esempio gli infortuni in itinere, gli effetti degli eventi in esame non entrano a far parte del bilancio infortunistico dell’azienda in termini di oscillazione in malus del tasso applicato, ma sono attribuiti secondo principi di mutualità, mediante forme di “caricamento” indiretto in sede di determinazione dei tassi medi di lavorazione.”
Pertanto, il contagio in occasione di lavoro non andrà ad incidere negativamente sugli oneri contributivi delle Aziende.
Forse, l’INAIL, però, ha provato a dare importanti informazioni in più con l’analogia espressamente richiamata rispetto a quanto, invece, non considerato nella norma, ma di assoluto interesse per i datori di lavoro: l’istituto potrà rivalersi sul datore, qualora venga accertata una sua responsabilità nella causazione dell’evento? E il lavoratore che ha subito il contagio potrà agire contro il datore per ottenere il risarcimento del cosiddetto danno differenziale?
Per quanto riguarda l’infortunio in itinere, infatti, non sussiste la possibilità di rivalsa dell’INAIL sul datore di lavoro, ma sussiste nei confronti dell’eventuale responsabile del sinistro.
L’azione per il risarcimento del danno, nel caso dell’infortunio in itinere, sarà eventualmente promossa dal lavoratore nei confronti del responsabile del sinistro e non nei confronti del datore.
Tuttavia, non si può ad oggi avere certezza rispetto all’infondatezza delle suddette azioni da parte dell’Ente o da parte del lavoratore contro il datore di lavoro.
Ciò che è certo è che i datori di lavoro devono continuare ad assolvere all’obbligo di effettuare, come per gli altri casi di infortunio, la denuncia di infortunio, ai sensi dell’art. 53 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n.1124 e successive modificazioni e integrazioni.
Sul punto si evidenzia che solo dalla conoscenza positiva, da parte del datore di lavoro, dell’avvenuto contagio decorrono i termini per la trasmissione telematica della denuncia all’Istituto, alla quale potrà allegare qualsivoglia comunicazione che ritenga opportuno al fine di chiarire le cause e circostanze dell’evento.
Responsabilità penale del datore di lavoro in caso di contagio lavoratore.Se il datore di lavoro non si attiva per impedire il contagio da coronavirus, si profila per lui una condotta omissiva penalmente rilevante ai sensi dell’art. 40 comma 2 c.p. qualora sia possibile ravvisare un nesso di causalità tra la sua inerzia e l’evento-contagio.
Le presunzioni previste dall’INAIL non potrebbero sostenere da sole l’accusa in sede penale, per quanto si può ipotizzare al momento.
Qualora tali presunzioni fossero gravi, precise e concordanti, però, potrebbero assumere rilievo come indizi ed essere adoperate ai fini di prova del nesso di causalità, nel caso in cui consentissero di escludere, con sufficiente certezza, l’esistenza di altre cause di contagio.
La sussistenza del nesso causale sul contagio da Covid-19 dovrà essere valutata anche in considerazione delle tempistiche indicate dal Ministero della Salute rispetto al periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici, individuato in un periodo compreso tra i 2 e gli 11 giorni, fino ad un massimo di 14 giorni, senza contare i casi asintomatici.
In virtù di ciò la prova della sussistenza del nesso causale lavoro / rischio / contagio risulta ancora più complessa da rendere, perché il lavoratore potrebbe essere entrato in contatto molte altre fonti di contagio.
La mancata osservanza dei protocolli di prevenzione da parte del lavoratore, poi, genererà l’esclusione della responsabilità del datore qualora si tratti di una condotta abnorme ed esorbitante.
Il datore dovrà, comunque, vigilare affinchè i lavoratori rispettino i protocolli per evitare il configurarsi di una culpa in vigilando.
Considerando il quadro generale delle norme e dei provvedimenti attualmente vigenti, tuttavia, non si può evitare di procedere ad una riflessione più approfondita rispetto al rischio di responsabilità penale che potrebbe interessare i datori di lavoro in questo momento così particolare.
Se il datore di lavoro non rispettasse i provvedimenti relativi all’obbligo di quarantena, chiusura forzata delle attività produttive o di quanto indicato negli allegati relativi alle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus negli ambienti di lavoro contenuti nel DPCM 26 aprile 2020 si verificherebbe una violazione del medesimo DPCM con l’applicazione delle sanzioni ivi previste.
Inoltre, il datore di lavoro dovrà porre particolare attenzione in considerazione dell’emergenza sanitaria, agli obblighi a lui imposti dal T.U. sulla Sicurezza sul Lavoro.
Pertanto, oltre a redigere la valutazione dei rischi effettuando anche la valutazione dei rischi derivanti dall'esposizione agli agenti biologici presenti nell'ambiente (art. 282, commi 1 e 2, lett. a), d.lgs. n. 81 del 2008), procedere, conseguentemente, all’elaborazione o modifica del DVR (art. 28 T.U.) e designare l'RSPP, dovrà:
- informare i lavoratori circa il pericolo esistente, le misure predisposte e i comportamenti da adottare (art. 55, comma 5, lett. a), d.lgs. n. 81 del 2008);
- fornire i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale» (art. 55, comma 5, lett. d), d.lgs. n. 81 del 2008);
- richiedere al medico competente l'osservanza degli obblighi previsti a suo carico (art. 55, comma 5, lett. e), d.lgs. n. 81 del 2008);
- richiedere l'osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e di igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione;
- programmare gli interventi da attuare in caso di pericolo immediato (art. 55, comma 5, lett. c), d.lgs. n. 81 del 2008);
- in caso, poi, di affidamento di lavori a un'impresa appaltatrice o a lavoratori autonomi all'interno della propria azienda, cooperare nell'adozione di misure di prevenzione e protezione dai rischi e coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori (art. 55, comma 5, lett. d), d.lgs. n. 81 del 2008).
Ma al di là delle sanzioni specificatamente previste per la violazione delle disposizioni del D.Lgs 81/2008, in caso di contagio di un lavoratore, il datore che non abbia adottato tutte le misure di cui al Protocollo come da versione del 24.04.2020, nonché le prescrizioni sopra riportate, potrà essere considerato “automaticamente” responsabile penalmente per lesioni personali o omicidio colposo?
Il datore di lavoro, in forza dell’art. 2087 c.c. e delle previsioni del D. Lgs. 81/2008 assume la posizione di garante della sicurezza.
Rileva, quindi, in capo a lui l’obbligo giuridico di impedire il contagio all’interno dell’ambiente di lavoro, che presuppone la tutela non solo nei confronti dei lavoratori, ma anche dei terzi che accedono a tale ambiente (Cass. pen., Sez. IV, 17 giugno 2014, n. 43168, Rv. 260947).
Dal mancato rispetto di tale obbligo può discendere, in forza della cosiddetta clausola di equivalenza (art. 40, comma 2, c.p.) una responsabilità penale per le fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose, di cui agli artt. 589 e 590 c.p., commesse in violazione della normativa a tutela dell'igiene e della sicurezza sul lavoro, qualora tra la violazione e l'evento dannoso, sussista un legame causale e, pertanto, venga dimostrato dal soggetto contagiato (lavoratore o terzo) che il contagio è avvenuto nell’ambiente di lavoro di cui il datore di lavoro è responsabile.
Quindi dovrà essere esclusa una responsabilità automatica del datore di lavoro in assenza della prova che il contagio è avvenuto nel luogo di lavoro.
Tuttavia, ci sentiamo di evidenziare che la probabilità che in un giudizio venga accertata la sussistenza del nesso causale tra le condotte del datore di lavoro ed il contagio del lavoratore aumenterà in misura inversamente proporzionale al rispetto da parte del datore delle regole imposte dal Protocollo sottoscritto il 14.03.2020 ed integrato il 24.04.2020 (all. 6 DPCM 26.04.2020) e di tutte le altre prescrizioni citate, e riteniamo opportuno segnalare il possibile rischio, in caso di gravi violazioni di tali regole, di subire anche un’imputazione per dolo eventuale, reso famoso dalla sentenza Thyssen Krupp.
Responsabilità ex d.lgs. n. 231 del 2001 in capo alla società per diffusione del Covid.
Nel caso in cui venisse accertata la responsabilità del datore di lavoro potrebbe essere accertata anche la responsabilità della società, per violazione del d.lgs. n. 231 del 2001, che nel catalogo dei reati presupposto ricomprende anche quelli di lesioni e omicidio colposo con violazione della normativa a tutela dell'igiene e della sicurezza sul lavoro, di cui al d.lgs. n. 81 del 2008.
La società potrà essere ritenuta responsabile quando:
1. il reato individuato sia stato commesso da un soggetto che rivesta funzione di rappresentanza, amministrazione o direzione dell'Ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria o funzionale, nonché da persone che esercitino anche di fatto la gestione o il controllo dello stesso, o da persone sottoposte alla direzione o vigilanza di uno di questi soggetti;
Pertanto, sarà indispensabile procedere all’aggiornamento del Modello Organizzativo che andrà integrato con i protocolli aziendali che recepiscano quanto esposto nel Protocollo aggiornato al 24.04.2020, con conseguente integrazione in tal senso dei sistemi di compliance aziendale già esistenti in materia di infortuni sui luoghi di lavoro.
Fondamentale risulta il ruolo dell'Organismo di Vigilanza, che dovrà verificare il corretto funzionamento e l'osservanza del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo.
Lo studio resta a disposizione per chi necessitasse di ulteriori approfondimenti alla mail: milano@pmeg.it