Source: http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2013/11/27/diffamazione-in-italia-un-chiarimento-legale/
Timestamp: 2017-08-20 05:43:31+00:00
Document Index: 17092509

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 595', 'art. 52', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 595', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 595']

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Ho visto il post di Tedeschini riguardante quei due casi di diffamazione in Italia per post su Facebook e TripAdvisor. Che ne pensi di questi due casi?
Occorre premettere che sempre più spesso a fare notizia è il fatto che qualcuno quereli o denunci qualcun altro e non, piuttosto, l'esito che, in giudizio, ha avuto quella determinata querela o denuncia.
Per rispondere a questa domanda occorre prendere le mosse dal disposto dell'art. 21 Cost. che prevede al primo comma che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Questa norma è una conquista di civiltà trasfusa in una norma sovraordinata (come quella costituzionale) che andrà a informare e guidare le norme sottordinate (come ad esempio l'art. 595 c.p. e tutte le altre fonti del diritto).
Nel nostro codice penale abbiamo le cosiddette scriminanti (o cause di giustificazione) - ossia quelle norme che prevedono che in determinate situazioni, un fatto che abbia astrattamente una rilevanza penale, diventa perfettamente lecito. La causa di giustificazione più famosa è la “legittima difesa” (art. 52 c.p.). Ma il nostro c.p. all'art. 51 contempla un'altra ipotesi: l'esercizio di un diritto ("L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità").
Ciò significa che l'Ordinamento non può contraddirsi garantendo, da un lato, un diritto (alla libera manifestazione del pensiero) e poi imponendo una sanzione (penale in questo caso) per aver esercitato quel diritto.
La causa di giustificazione - nel nostro caso specifico – si risolve nell'“esercizio del diritto di critica” (species del genus "pensiero") che esclude la rilevanza penale. Ma è esclusa l'antigiuridicità in tutto l'Ordinamento e, quindi, anche con riferimento all'ambito civile: chi esercita un diritto non può neppure essere chiamato a risponderne in sede civile con una richiesta, ad esempio, di risarcimento danni.
Il diritto di critica, però, non ha una portata illimitata. E i limiti entro i quali occorre muoversi per evitare di incorrere in una responsabilità penale per diffamazione (nei casi presi ad esempio) sono stati definiti - nel corso degli anni - dalla giurisprudenza (soprattutto quella di legittimità).
Perché possiamo dire di trovarci nell'ambito del consentito dall'Ordinamento, ossia nell'esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero (che può risolversi, ad esempio, in diritto di critica, diritto di critica politica, diritto di satira, diritto di cronaca e così via), la Cassazione ha individuato delle direttrici fondamentali.
E con specifico riferimento all'esercizio del diritto di critica i tre criteri che devono essere contemporaneamente soddisfatti sono:
1) Verità obiettiva (l'Ordinamento non ritiene meritevole di tutela l'espressione di un pensiero in cui i fatti siano stati artificiosamente distorti ad arte)
2) Rilevanza sociale (la notizia deve avere una certa rilevanza nel pubblico. Nel caso di Tripadvisor la rilevanza è data dal fatto che chi naviga su Tripadvisor ricerca, solitamente, dei consigli basati sulle esperienze altrui).
3) Continenza (i termini adoperati non devono essere volgari o manifestamente sproporzionati rispetto al diritto che si intende esercitare)
La responsabilità dell'intermediario.
In USA abbiamo il caso Seaton vs Tripadvisor (in cui si è dato ragione a Tripadvisor). Però se consideriamo l'aspetto della responsabilità dell'intermediario della società dell'informazione (secondo le norme di cui al d.lgs. 70/2003 che ha recepito la direttiva europea sul commercio elettronico 2000/31/CE) entriamo in un campo molto vasto e il discorso rischierebbe di allargarsi a dismisura. Sarebbe, ad esempio, interessante – in quest'ambito – esaminare la sentenza Delfi vs Estonia.
Cercherò, perciò, di trattare le ipotesi di responsabilità “diretta” dell'autore del “post incriminato”.
Perché la legge in Italia permette l'instaurazione di questi procedimenti?
La legge consente a chiunque di proporre qualsiasi tipo di querela o denuncia, ma ciò non significa che ad esse conseguirà necessariamente una condanna del querelato/denunciato.
Si consideri che il principio dell’obbligatorietà dell'azione penale impone al PM di valutare la fondatezza di ogni notizia di reato che gli pervenga (anche a mezzo di denuncia o querela) e che, in relazione ad essa compia le necessarie indagini al fine di valutare se richiedere l'archiviazione formulare l'imputazione. Questo è un principio garantista funzionale al principio di legalità in base al quale è solo la legge a determinare i casi in cui si debba procedere penalmente nei confronti di qualcuno piuttosto che una scelta assolutamente discrezionale del PM.
Cosa credi che succederà in questi due casi?
Io penso che – attenendomi esclusivamente ai fatti riportati dai giornalisti riguardo ai due casi in esame – in questi casi siano rispettati i limiti normativi e giurisprudenziali del corretto esercizio del diritto di critica. Ritengo che il PM potrebbe decidere di richiedere al GIP l'archiviazione proprio perché dovrebbe riconoscere l'esercizio del diritto di critica. Qui il procedimento penale si arresterebbe alla fase delle indagini preliminari senza sfociare in un processo penale.
Nel caso in cui si andasse avanti (ovvero il PM decidesse di rinviare a giudizio l'indagato) ritengo che il Giudice potrà comunque assolvere sempre per le medesime ragioni.
Ti vengono in mente casi simili in Italia?
Qui bisogna fare un'altra breve premessa.
Quando si parla di diffamazione, il fatto che il reato sia commesso su internet, ad esempio con un post su Facebook, un tweet, una mailing list etc., non determina una qualche anomalia del sistema giuridico. Non vi è alcuna differenza (a parte il discorso sulle aggravanti) tra una diffamazione commessa in rete o nel mondo “analogico”. Chi sostiene che Internet sia una prateria senza padroni né regole sbaglia. Il “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” previsto dal terzo comma dell'art. 595 c.p. ricomprende certamente anche le ipotesi di diffamazione commesse in Internet. La differenza è che la diffamazione commessa a mezzo Internet – per la sua enorme capacità diffusiva – è una diffamazione aggravata rispetto all'ipotesi semplice.
Per quanto riguarda i casi “simili” in Italia possiamo considerare, ad esempio, il caso deciso dal Tribunale (civile) di Genova in cui un soggetto aveva espresso pesanti commenti critici su un sito web specializzato in componenti elettroniche sull'assistenza prestata dalla società attrice in relazione alla riparazione di una videocamera Panasonic.
Il Tribunale di Genova, nella sentenza, prevede:
“La causa ha ad oggetto un tema sempre più diffuso e di indubbio interesse relativo allo scambio di informazioni in rete tra utenti di servizi e/o acquirenti dì prodotti.
In particolare sono note le recensioni che appaiono su siti Web come Booking.com, Venere.com., Tripadvisor, Amazon e simili, relative alla qualità delle prestazioni offerte da alberghi e ristoranti o alle caratteristiche e valutazioni sui prodotti offerti in vendita accompagnate dal giudizio espresso dai consumatori che hanno già utilizzato detti servizi o acquistato i beni.
"Non vi è dubbio che tale scambio di opinioni, purché esercitato in termini di correttezza e comunque dì genuinità delle informazioni trasmesse, sia utile a chi si approccia ad avvalersi di un servizio o ad acquistare un oggetto, potendo liberamente valutare una serie di dati che, diversamente, solo con fatica e dispendio di tempo potrebbero essere acquisiti.
"Recentemente è stato anche dibattuto il diverso problema relativo alle finte recensioni, non solo dispregiative, ma anche immeritatamente elogiative, di strutture alberghiere e/o di servizi turistici, inserite da soggetti concorrenti o, al contrario, amici, dell'esercizio esaminato, al fine di poterne elidere, in entrambi i casi, gli effetti dannosi.
"Chiunque si avvicini ad uno di questi siti sa comunque che un solo giudizio, negativo o positivo, quand'anche sia espresso in termini categorici, non può da solo determinare un reale sviamento di clientela od un incremento della stessa, posto che solo più giudizi, espressi in termini di positività o negatività, possono creare un potenziale pregiudizio a chi ne sia stato oggetto e sono legittimi quando non siano veritieri o siano redatti in termini offensivi".
La sentenza in questione (in cui la società attrice citava in giudizio - civile - chi aveva espresso una critica al loro servizio di assistenza su un sito web al fine ottenere un risarcimento del danno per un'asserita diffamazione) conclude: "Si ritiene pertanto che il sig. F.S. abbia esercitato il diritto di critica nell'ambito dei requisiti che ne determinano la legittimità con la conseguenza che devono essere respinte le domande proposte dalla società attrice tanto nei suoi confronti quanto nei confronti della rivista informatica che tale documento ha pubblicato".
Ma, ai fini di ribadire quanto sopra già detto, sarà utile proporre il testo di una recente sentenza della Cassazione (V sez. pen. sent. n. 36357/2012):
"Come è noto, il diritto di critica, purché non esercitato con modalità esorbitanti rispetto agli scopi per i quali è riconosciuto e garantito dall'Ordinamento (in primis dalla libertà di manifestazione del pensiero sancita dall'art. 21 della Costituzione e dall'art. 10 della CEDU), ha l'effetto di scriminare la condotta astrattamente riconducibile al paradigma normativo di cui all'art. 595 c.p.. Se è vero, infatti, che “la critica all'esercizio dei pubblici poteri deve essere ampia e penetrante perché i cittadini debbono poter conoscere il funzionamento della cosa pubblica e formarsi una opinione corretta sui fatti che si verificano”, essa, tuttavia, “non deve mai trasmodare in attacchi personali e deve sempre essere rispettosa dei criteri della verità dei fatti che costituiscono il presupposto della critica, della continenza espressiva e, ovviamente, dell'interesse pubblico per i fatti raccontati - esercizio del diritto di cronaca - e criticati” ".
Si consideri, in conclusione, che i criteri per individuare i confini della diffamazione sono identici sia nei procedimenti civili che in quelli penali.
Qui gran parte dei post che questo blog ha dedicato al tema della diffamazione.
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Scritto mercoledì, 27 novembre 2013 alle 12:38 pm nella categoria Media e tecnologia. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.