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Timestamp: 2020-08-13 06:21:30+00:00
Document Index: 54473910

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Sentenza Cassazione Civile n. 7925 del 28/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7925 del 28/03/2017
Cassazione civile, sez. lav., 28/03/2017, (ud. 30/01/2017, dep.28/03/2017), n. 7925
D.M.B.E., C.F. (OMISSIS), in proprio e quale
cogestore della Scuola Materna (OMISSIS), già (OMISSIS),
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TAZZOLI 2, presso lo studio
dell’avvocato ROSALIA MANGANO, rappresentata e difesa dall’avvocato
SIMONA ARCURI, giusta delega in atti;
Avvocati ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO, CARLA D’ALOISIO, ENRICO
avverso la sentenza n. 480/2010 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,
depositata il 15/04/2010 R.G.N. 101/2006;
udito l’Avvocato ARCURI SIMONA;
Con sentenza n. 480/2010 la Corte d’appello di Catanzaro ha rigettato l’appello proposto da D.M.B.E. contro la sentenza del Tribunale di Cosenza che ne aveva respinto le opposizioni avverso le ordinanze ingiunzioni n. 96544 del 30 maggio 1997 e n. 96458 del 15 luglio 1997, emesse dall’INPS per contributi omessi e relative sanzioni civili. Le somme erano pretese dall’istituto previdenziale a seguito dell’accertamento, in sede ispettiva, dell’esistenza di rapporti di lavoro subordinato tra alcune insegnanti e la scuola materna (OMISSIS) gestita, unitamente al sacerdote C.G., da D.M.B.E.. Quest’ultima ricorre per la cassazione di tale sentenza affidandosi a tre motivi.
2. Il motivo è infondato. Va premesso che, come è dato arguire dalla sentenza impugnata, la difesa della ricorrente non si era fondata sulla negazione delle modalità di espletamento dei rapporti ma, bensì, sull’affermazione che tali rapporti non fossero soggetti ad alcun obbligo contributivo perchè non onerosi. In particolare, la pattuizione intercorsa tra le parti con la quale si era convenuto che non sarebbe stato erogato alcuno stipendio e che l’attività d’insegnamento sarebbe stata certificata solo per consentire l’acquisizione di punteggi utili per assunzioni presso le istituzioni pubbliche, escludeva la natura onerosa e quindi subordinata. L’INPS, si dà atto in sentenza, aveva accertato la natura subordinata dei rapporti sulla base di taluni presupposti documentali e precisi riscontri quali i certificati di servizio del competente circolo didattico e le dichiarazioni raccolte dalle lavoratrici.
3. L’esame del motivo va preceduto dalla riaffermazione del principio – più volte espresso da questa Corte- secondo cui nel caso in cui siano accertati l’esercizio professionale, cioè sistematico, di un’attività economica, di produzione o scambio di beni o servizi, mediante organizzazione di mezzi, al fine di conseguire uno scopo di lucro, e, al tempo stesso, l’effettuazione, nell’ambito di tale organizzazione imprenditoriale, di prestazioni oggettivamente configurabili come di lavoro subordinato, le medesime debbono presumersi effettuate a titolo oneroso, salva la prova – da fornirsi da colui che contesta l’onerosità – che le prestazioni stesse sono caratterizzate da gratuità. Una tale prova, peraltro, non può essere desunta soltanto dalle formali pattuizioni intercorse tra le parti, ma deve consistere nell’accertamento, specie attraverso le modalità di svolgimento del rapporto, di particolari circostanze oggettive o soggettive (modalità, quantità del lavoro, condizioni economico-sociali delle parti, relazioni intercorrenti tra le stesse), che giustifichino la causa gratuita e consentano di negare, con certezza, la sussistenza di un accordo elusivo dell’irrinunciabilità della retribuzione, non essendo sufficiente la semplice dimostrazione che il lavoratore si ripromette di ricavare dalla prestazione gratuita un vantaggio futuro e non pecuniario (come, nella specie, l’acquisizione del punteggio derivante dallo svolgimento di attività d’insegnamento in un istituto magistrale parificato). (Cass. 7186/1986 e nello stesso senso Cass.3290/1998; 1895/1993; 5550/85; 996/83; 527/83; 2123/81; n 412846; 2504/79; 4015/76). Nel caso di specie, dunque, la sentenza impugnata ha correttamente posto a carico della datrice di lavoro – che sosteneva la tesi della prestazione gratuita in vista del futuro vantaggio auspicato dalle insegnanti – l’onere di provare che il rapporto di lavoro instaurato con le insegnanti stesse fosse gratuito, superando la presunzione di onerosità.
4. Con il secondo motivo la ricorrente – senza indicare espressamente il vizio previsto dall’art. 360, comma 1, n. 5 lamenta insufficiente ed errata motivazione, sostenendo che la Corte d’appello di Catanzaro abbia errato nel dare credito alle dichiarazioni rese dalle insegnanti valutandole, peraltro, in modo difforme rispetto ai loro contenuti. Anzi, dalle medesime affermazioni poteva trarsi solo il convincimento che l’attività di insegnamento era stata resa gratuitamente e volontariamente non per “affectio” o spirito di solidarietà ma solo per maturare punteggi utili per l’inserimento nelle graduatorie per l’assunzione di incarichi nelle scuole statali.
6. Le critiche al procedimento logico che ha condotto la Corte d’appello a ritenere la natura subordinata dei rapporti in esame non colgono nel segno perchè la Corte territoriale ha correttamente fondato il decisum sul difetto di allegazione degli elementi dai quali poter trarre la natura mutualistico- assistenziale o comunque gratuita dell’attività richiesta all’insegnante. Invero, come ripetutamente affermato da questa Corte (v., ex multis, Cass. 11089/2012), ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro subordinato si presume effettuata a titolo oneroso, ma può essere ricondotta ad un rapporto diverso, istituito affectionis vel benevolentiae causa, caratterizzato dalla gratuità della prestazione, ove risulti dimostrata la sussistenza della finalità di solidarietà in luogo di quella lucrativa, fermo restando che la valutazione al riguardo compiuta dal giudice del merito è incensurabile in sede di legittimità, se immune da errori di diritto e da vizi logici.
9. In particolare, per quanto riguarda la valutazione delle prove fornite ai fini della dimostrazione della natura onerosa o gratuita della prestazione, questa Corte ha più volte ribadito che la valutazione al riguardo compiuta dal giudice del merito è incensurabile in sede di legittimità, se immune da errori di diritto e da vizi logici (così Cass. 3 luglio 2012, n. 11089; Cass. 26 gennaio 2009, n. 1833; 20 febbraio 2006, n. 3602). Nella specie le valutazioni delle risultanze probatorie operate dal Giudice di appello sono congruamente motivate e l’iter logico-argomentativo che sorregoe la decisione è chiaramente individuabile, non presentando alcun profilo di manifesta illogicità o insanabile contraddizione. In particolare la Corte territoriale è pervenuta alla conclusione – che, peraltro, si risolve in un apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito ed incensurabile in sede di legittimità, se congruamente motivato – della natura subordinata dei rapporti di lavoro in oggetto, uniformandosi ad un consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro subordinato si presume effettuata a titolo oneroso e può essere ricondotta ad un rapporto diverso: istituito affectionis vel benevolentiae causa, caratterizzato dalla gratuità della prestazione, solo ove risulti dimostrata la sussistenza della finalità di solidarietà in luogo di quella lucrativa, fermo restando che è colui che oppone rapporti di lavoro diversi dal rapporto di lavoro subordinato che deve provare i requisiti richiesti per la configurazione del diverso rapporto (vedi, tra le altre: Cass. 3 luglio 2017, n 11089; Cass. 26 gennaio 2009, n. 1833; Cass. 20 febbraio 2006, n. 3602). In questa ottica, dunque, la Corte d’appello di Catanzaro, dopo l’esame del materiale probatorio acquisito, ha indicato analiticamente gli elementi in fatto, emersi dalla prova per testi espletata in primo grado, che l’hanno portata a concludere per l’onerosità delle prestazioni lavorative: la presenza delle lavoratrici presso l’asilo con la finalità di insegnare previa domanda presentata al direttore didattico per gli anni scolastici attestati nei rispettivi certificati di servizio, lo svolgimento effettivo di attività di insegnamento attraverso turni predisposti, la soggezione al controllo senza preavviso effettuato dallo stesso direttore didattico, l’ontologico contenuto della nozione di subordinazione derivante da tale tipo di controllo.
10. Con il terzo motivo, infine, la ricorrente si duole dell’omessa pronuncia su un capo della domanda. Sostiene che nell’atto d’appello all’ultima pagina erano stati reiterati i motivi di impugnazione già articolati in primo grado ma non decisi dal Tribunale. Si trattava del rilievo di difformità tra contestazione e condanna perchè le ipotesi di illecito amministrativo contestate nel verbale di accertamento sarebbero state diverse da quelle ingiunte e del rilievo di mancata enunciazione dei criteri di applicazione della sanzione applicata. Il motivo è chiaramente inammissibile attesa la carenza di specificità e di autosufficienza che caratterizza la descrizione delle circostanze processuali sulle quali si fonda la censura. Questa Corte ha affermato (Cass. 14561/2012; 17049/2015) che è inammissibile, per violazione del criterio dell’autosufficienza, il ricorso per cassazione col quale si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello su uno o più motivi di gravame, se essi non siano compiutamente riportati nella loro integralità nel ricorso, sì da consentire alla Corte di verificare che le questioni sottoposte non siano “nuove” e di valutare la fondatezza dei motivi stessi senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte.