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Timestamp: 2019-11-16 01:18:18+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 183', 'art. 183']

Rassegna stampa 22 ottobre 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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di Alessia peilex|Pubblicato 22 Ottobre 2019
21/10/2019 14.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Per le aziende speciali uno sviluppo senza regole
L’azienda speciale, fino a poco tempo fa, pareva delegata alla marginalità, ormai soppiantata dalla più moderna forma della società di capitale. Se fino a qualche anno fa chi scrive avesse dovuto fare una scommessa sul futuro di questa figura giuridica, avrebbe probabilmente buttato le proprie fiches sulla sua estinzione, di diritto o di fatto. Deponevano in questa direzione le modifiche inserite nell’articolo 115 del Tuel dalla legge finanziaria 2002 (articolo 35, comma 12, lettera d) della legge 448/2001) e la definizione delle forme obbligatorie di gestione presenti nell’articolo 113, comma 5 del Tuel, nella formulazione poi abrogata nel 2010 (articolo 12, comma 1, lettera a)del Dpr 168/ 2010) che escludeva il ricorso all’azienda speciale nei servizi a rilevanza economica. Anche in ragione di questa aspettativa di inevitabile declino l’azienda speciale è rimasta priva di manutenzione normativa e le sue regole di funzionamento si ritrovano, oltre che all’articolo 114 del Tuel, nell’ormai datato Dpr 902/1986, che resta, per le parti non incompatibili con il Tuel, la vera fonte normativa di riferimento. Il Dpr 902/1986 è un testo forse anche avanzato per l’epoca in cui è stato approvato ma oggi, sotto molti aspetti, non è più al passo coi tempi. In esso si immagina un modello di gestione lento e burocratico, che mal si adatta alle esigenze decisionali delle imprese, soprattutto quando queste sono di ambito, e quindi partecipate da più Comuni. Occorre infatti ricordare che, negli anni 80, le aziende erano per lo più mono-comunali e, di conseguenza, le aziende “consortili” erano eccezione e non regola. Non è un caso che ancora oggi le esperienze principali in materia di aziende speciali siano mono-comunali. È così anche Abc, l’azienda speciale dei servizi idrici di Napoli, che spesso viene portata a esempio del fenomeno. Nel contesto attuale, e in particolare nei servizi a rete, la regola è invece quella delle imprese collettive, con una pluralità di soci, contesto a cui l’azienda speciale consortile reagisce faticosamente. A fronte del quesito di un Comune in merito all’approvazione del bilancio, per citare un esempio, la Sezione di controllo per la Lombardia della Corte dei conti (deliberazione n. 283/2017) si è espressa così: «Il bilancio del consorzio deve essere approvato dall’organo consortile in cui hanno rappresentanza tutti i rappresentanti degli enti locali (l’assemblea consortile) e, poi, detto bilancio deve essere ‘approvato’ da ciascun consiglio comunale, deliberazione quest’ultima che rappresenta a tutti gli effetti un allegato del bilancio dell’azienda speciale». Si ricorda, per altro, che, secondo la circolare del Mise 3669/2014 «le aziende speciali sono tenute a depositare nel registro delle imprese il proprio bilancio di esercizio redatto nel formato tecnico elaborabile (Xbrl) di cui al Dpcm del 10 dicembre 2008, entro il 31 maggio di ciascun anno. Vanno inoltre allegati, la nota integrativa al bilancio, la relazione di gestione degli amministratori, la relazione dell’organo di revisione dell’azienda speciale e la delibera di approvazione del bilancio da parte dell’ente locale». Chiaro che, sul piano pratico, il bilancio rischia di diventare uno scoglio oggettivo sia per gli adempimenti aziendali che per gli stessi consigli comunali. Ne vale la pena, a fronte del fatto che a una società in house si possono imporre più o meno le stesse regole che valgono sulle aziende speciali? Ovviamente la scelta rientra nella discrezionalità politica dei Comuni, ma è altrettanto chiaro che l’azienda speciale è uno strumento giuridico e gestionale e, come tale, va inquadrato nel contesto in cui ci si trova a operare.
22/10/2019 – Corriere della Sera
«Energia e sostenibilità, per l’ Italia un ruolo da leader»
Descalzi: una svolta industriale. Starace: transizione positiva. Alverà: la sfida è l’ idrogeno
MILANO La «transizione energetica» – cioè il passaggio a una società decarbonizzata e non più dipendente da fonti fossili di energia – «non sarà un pranzo di gala», ma l’ industria e la ricerca italiana possono giocare un ruolo di primo piano. Ne sono convinti i protagonisti nazionali del processo in corso, che ieri hanno animato il Forum Energia e Sostenibilità organizzato da Rcs Academy in collaborazione con il Corriere della Sera. Certo, lo scenario globale non pare incoraggiante. Difficile, ha ammesso Alessandro Grandinetti di PwC, che gli obiettivi dell’ accordo di Parigi vengano rispettati visto che – ha detto Grandinetti – «il tasso di decarbonizzazione attuale è cinque volte inferiore a quello che servirebbe». E mentre l’ Europa si avvia a esplorare il terreno di una «border carbon tax» che faccia a risaltare anche al di fuori dei suoi confini la sua vocazione «green», ha spiegato Guido Bortoni, ora alla Dg Energy dell’ Ue, per Giuseppe Zollino (Università di Padova) l’ Italia dovrà invece riflettere con maggiore accuratezza sul peso in termini di investimenti, reti e accettabilità sociale dello sviluppo delle energie rinnovabili. La transizione avrà necessariamente a che fare con nuova regolazione ma avrà anche nuovi connotati tecnologici, implicherà il passaggio da un sistema centralizzato a uno decentralizzato – ha sostenuto il presidente di Arera, Stefano Besseghini – e vedrà il consumatore come protagonista. Imprescindibile, per Simone Mori di Elettricità Futura, sarà infatti «il consenso diffuso dei cittadini». Intervistati dal direttore del Corriere , Luciano Fontana, i Ceo di Snam, Eni, A2A e Terna hanno aperto prospettive di più lungo periodo. Per Marco Alverà (Snam) sarà l’ idrogeno il vettore energetico su cui vale la pena di concentrare «uno sforzo di lungo termine», partendo da una sua miscelazione con il metano (e non come combustibile per auto, come immaginato fino a ieri). Per Valerio Camerano (A2A) «sarà difficile pensare a una transizione senza pensare alle città come sistema aperto», considerando che al 2050 circa 7 miliardi di persone vivranno in grandi metropoli e le risposte al tema della sostenibilità non dovranno riguardare solo l’ energia ma altre grandi risorse come l’ acqua. «Noi come Eni investiamo molto nella ricerca, che ci ha consentito di creare la nostra seconda anima dopo quella oil&gas», ha detto Claudio Descalzi (Eni), che ha ricordato il miliardo di euro finora impegnato. «Ma il cambiamento della nostra struttura energetica non deve essere un costo per la collettività», ha aggiunto. «La trasformazione dovrà essere non solo energetica ma anche industriale», ha invece rilevato Luigi Ferraris (Terna), che ha ricordato gli investimenti di 13 miliardi programmati dal gruppo. Di ritorno dal viaggio negli Usa con il presidente della Reoubblica, anche il Ceo dell’ Enel, Francesco Starace, si è mostrato positivo sul futuro del sistema energetico italiano sottoposto allo stress della transizione: «L’ Italia è messa bene – ha risposto in videoconferenza al vicedirettore del Corriere , Daniele Manca – anche perché non disponeva di ingenti quantità di fonti fossili». Ma i prezzi sono destinati a salire? «No, non ne vedo il motivo, perché questa transizione i costi dell’ energia li fa scendere. Da questo punto di vista non vedo motivi di preoccupazione». // IL FORUM Il «Forum Energia e Sostenibilità» è stato organizzato da Rcs Academy Tra i partecipanti anche Francesco Starace (sopra), Stefano Venturi (Hpe), Dario Bocchetti (Grimaldi), Luca Maria Rossi (Baker Hughes), Luca Schieppati (Tap), Laura Severino (Rina), Samir Traini (Ref), Paolo Carta (Utilitalia), Annamaria Petrozza (Iit), Alessio Torelli (Enel X) Stefano Agnoli
22/10/2019 – Italia Oggi
Infine, quasi due terzi degli intervistati in Europa e nel Sudest asiatico ritiene che il motivo principale per cui le piccole e medie imprese non si rivolgono con grande convinzione al mercato dei contratti privati a lungo termine è dovuto principalmente alla mancanza di produttori capaci di offrire Cppa adatti alle Pmi, che hanno una richiesta di energia relativamente minore rispetto alle grandi aziende. Più della metà degli intervistati cita la necessità di formule alternative per i Cppa, compresi consorzi e gruppi di acquisto aziendali, come uno dei singoli fattori più importanti per accendere la crescita dei Cppa. © Riproduzione riservata
22/10/2019 – Brescia Oggi
Gara Consip A2A Energia conquista cinque lotti
A2A Energia, società del Gruppo A2A, conferma la sua linea strategica di sviluppo e si aggiudica alcune importanti gare di rilevanza nazionale. In particolare, ad A2A Energia sono stati assegnati 5 lotti nella gara Consip Energia Elettrica edizione 17, per un volume di circa 2,5 Terawattora/anno. I lotti riguardano le regioni Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, Abruzzo e Molise. Per due (Trentino e Friuli; Umbria e Marche) è un rinnovo dell’ anno precedente, per gli altri tre è una nuova acquisizione.IN BASE alle stime indicate dal bando Consip17, i contratti assegnati ad A2A Energia corrispondono a ricavi complessivi pari a circa 480 Milioni distribuiti fra 2020 e 2021 in relazione alle decorrenze contrattuali delle forniture. L’ aggiudicazione dei cinque lotti Consip fa seguito a diverse altre gare pubbliche recentemente assegnate ad A2A Energia, tra le quali i tre lotti previsti dalla gara Consorzio energia toscana per la fornitura alle Pubbliche amministrazioni della Regione, per un volume di oltre 700 Gigawattora nell’ anno 2020, portando il totale dei volumi aggiudicati tramite gara a circa 4,3 Terawattora/anno.
22/10/2019 – Corriere del Trentino
Dolomiti energia, slitta la trattativa tra le parti
Apertura su straordinari, ferie e permessi. Uno degli scogli: i guardiani delle dighe
trento Doveva essere la giornata decisiva quella di ieri per i dipendenti del Gruppo Dolomiti Energia per l’ atteso incontro tra sindacati di Cgil, Cisl e Uil e i vertici dell’ azienda multiservizi diretta dal presidente Massimo D’ Alessandri. Sul tavolo le questioni aperte per le quali i dipendenti avevano scioperato il 5 giugno scorso, per la prima volta contro l’ azienda dal 2005. I sindacati si erano detti contrari alle disposizioni peggiorative di fruizione delle ferie (restringendo i tempi da 16 a 12 mesi entro il quale fruirne); al mancato riconoscimento dello straordinario in favore delle meno costose ore viaggio (un terzo rispetto allo straordinario); alla mancanza di un riconoscimento adeguato alla rimozione dello sconto in bolletta (l’ 80% in meno tolto a febbraio). Dopo cinque ore di incontro, cominciato alle 14.30, le parti non sono però arrivate ad una convergenza, anche se ci sono state delle aperture da entrambe le posizioni, come spiegano i sindacati. «Siamo ancora in trattativa per gli accordi, ci sono ancora posizioni distanti su alcuni di essi – commenta Giuseppe Di Chiara, segretario di Uiltec del Trentino Alto Adige per il settore elettrico, gas acqua e ambientali – per ora come proposta c’ è quella di arrivare ad un accordo entro il 31 dicembre: intanto servirà capire cosa fare incontrando i lavoratori nelle assemblee, un passaggio fondamentale». Dopo uno stato di agitazione aperto il 15 marzo scorso e il successivo sciopero del 5 giugno, nei mesi scorsi si era avviato un tentativo di dialogo con il Gruppo Dolomiti Energia e i sindacati, impegnati «in un difficilissimo percorso iniziato il 5 luglio», ricorda Di Chiara. Ieri si aspettavano di chiudere. Invece, il rinvio. Qualche apertura c’ è stata sui punti nevralgici, dai permessi e ferie, agli straordinari e ore viaggio, così come sullo sconto sulla bolletta dei dipendenti, anche se restano da discutere con i dipendenti se approvare o meno le controproposte dell’ azienda. Un punto nodale, uno scoglio, sul quale invece le parti si sarebbero incagliate ieri pomeriggio sarebbe quello sulla guardiania di Hydro Dolomiti Energia: sui venti guardiani delle dighe trentine (tra quelli già attivi e da assumere). Sul tavolo la proposta dell’ azienda con l’ abbassamento della indennità economica oppure della esternalizzazione del servizio. Due punti sui quali però non si trovano d’ accordo i tre sindacati. Ora il passaggio con i lavoratori.
22/10/2019 – La Repubblica
Torna la maxigara Consip Il Colosseo vale 593 milioni
Pubblicata ieri, divide in due lotti la gestione di Parco archeologico, Palatino e Domus Aurea Candidature entro il 27 gennaio, poi un appalto quinquennale. Electa e Coopculture in carica dal 1997
di Arianna Di Cori È in assoluto il bando più importante nell’ ambito dei beni culturali romani. Quello destinato a rimettere ordine nei servizi museali del Parco archeologico del Colosseo, finora gestiti da Electa e Coopculture, ma andati avanti in una serie di rinnovi e proroghe automatiche dal lontano 1997. Stavolta l’ attesissimo quanto tormentato bando Consip ritorna, e sembrerebbe la volta buona. La gara, pubblicata ieri, parla di due lotti, del valore di 593 milioni di euro, con la scadenza per la presentazione delle domande – che verranno scelte in base con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa – fissata al 27 gennaio 2020. Il vincitore si aggiudicherà l’ affidamento in concessione, per cinque anni, dei servizi museali di Anfiteatro Flavio, Foro romano-Palatino e Domus Aurea. Il primo lotto è dedicato ai servizi di biglietteria, informazioni, accoglienza e assistenza alla visita – ossia quelli finora offerti da Coopculture – il secondo ai servizi di editoria e di vendita di prodotti editoriali, di merchandising e di oggettistica, gestiti da Electa. Attorno ai cosiddetti servizi aggiuntivi del Colosseo e il loro affidamento – per oltre un ventennio in mano alle stesse due società – negli anni si sono accese polemiche e aperte inchieste. L’ ultima risale alla scorsa primavera: la Procura ha chiesto di fare luce sui motivi per cui in tanti anni non sia stata indetta alcuna gara. La Corte dei Conti ha bacchettato l’ inerzia del dicastero, davanti a un monumento “petrolio d’ Italia” che registra quasi 8 milioni di visitatori l’ anno e incassi lordi nel 2018 per 230 milioni di euro. Già nel 2016 il ministro Franceschini – allora alla sua prima esperienza al Collegio Romano – annunciava l’ arrivo della gara Consip che avrebbe portato “la svolta” nella gestione dei servizi aggiuntivi. Ma quando finalmente tutto sembrava pronto, sono arrivati i ricorsi. Dei due bandi pubblicati l’ 8 febbraio 2017, solo uno, per i servizi di vigilanza, è in questo momento in fase di aggiudicazione. Il secondo, quello appunto per biglietti e bookshop, è stato bloccato dai giudici, dopo una battaglia tra Tar e Consiglio di Stato che infine ha visto accolti i ricorsi di due partecipanti alla gara, D’ Uva srl e Coopculture. Al centro del contenzioso c’ era l’ aver incluso, nel servizio di appalto per la biglietteria, prestazioni come la fornitura e il noleggio di audioguide considerate guida ed assistenza didattica e di prassi affidate in concessione. Il Tar ha rigettato l’ istanza, aderendo alle osservazioni di Consip, che indicava invece che la scelta di impostare appalti al posto di concessioni fosse stata frutto di una scelta dell’ amministrazione, in particolare della Soprintendenza Speciale, per apportare un miglioramento all’ attuale gestione. Ma infine, nel dicembre 2017, il Consiglio di Stato ha dichiarando illegittima la gara. Stavolta il bando pubblicato contiene – almeno dovrebbe – tutte le indicazioni. E, in assenza di dichiarazioni ufficiali dal Mibact e dalla direzione del Parco del Colosseo, non resta che attendere, sperando che si chiuda una delle più spinose questioni all’ ombra del Colosseo. © RIPRODUZIONE RISERVATA j Otto milioni Turisti in coda per il Foro romano: sono otto milioni l’ anno i visitatori del Colosseo.
22/10/2019 – MF
Gorno Tempini al vertice di Cdp
nomine oggi le fondazioni candideranno l’ ex ad alla presidenza della cassa
La Fondazione Cariplo e l’ ex presidente Bassanini decisivi per la scelta del nome, preferito a Beltratti e Melley. Il nuovo presidente potrebbe lasciare il cda di Intesa. Giovedì l’ ok del board
Le ultime riserve sono state sciolte nel del fine settimana e già ieri pomeriggio in Acri l’ accordo appariva cosa fatta: con ogni probabilità Giovanni Gorno Tempini sarà il nuovo presidente di Cassa Depositi e Prestiti dopo il passo indietro di Massimo Tononi. Per il banchiere bresciano si tratta di un ritorno che ha il sapore di una rivincita, visto che, dopo aver guidato Cdp da amministratore delegato tra il 2010 e il 2015, era stato bruscamente messo alla porta dall’ allora premier Matteo Renzi con il ribaltone che portò al vertice Claudio Costamagna e Fabio Gallia. A quattro anni di distanza questa mattina il vertice dell’ Acri dovrebbe riportare Gorno Tempini in via Goito al termine di una delicata trattativa tra le fondazioni maggiori. Ancora la scorsa settimana la candidatura appariva tutt’ altro che scontata per le differenti posizioni espresse dagli enti. Se il numero uno di Compagnia di Sanpaolo e dell’ Acri Francesco Profumo è rimasto a lungo il favorito per l’ incarico, sul tavolo sono arrivati anche i nomi del presidente di Eurizon Capital Andrea Beltratti e dell’ ex patron di Fondazione CariSpezia Matteo Melley. A sbloccare la partita sarebbero stati da un lato Cariplo e dall’ altro l’ ex presidente di Cdp Franco Bassanini, che avrebbero contribuito a far convergere il sostegno degli enti maggiori sul nome di Gorno Tempini. A questo punto la parola finale per l’ investitura spetta al consiglio di amministrazione di Cdp, che nella seduta di giovedì dovrebbe prendere atto delle dimissioni di Tononi (presente con ogni probabilità anche all’ incontro di oggi) e approvare la nomina del successore. È peraltro possibile che, a nomina avvenuta, Gorno Tempini lasci alcuni degli incarichi che ricopre attualmente a partire da quello di consigliere di Intesa Sanpaolo. Dal rinnovo della scorsa primavera infatti il banchiere rappresenta nel board della Ca’ de Sass le piccole fondazioni (Udine, Gorizia, Venezia, La Spezia, Pistoia, Forlì, Lucca) che, in caso di dimissioni, potrebbero essere chiamate a indicare un nuovo amministratore. (riproduzione riservata) LUCA GUALTIERI
Quesiti live sulla solidarietà degli appalti
Appuntamento domani, 23 ottobre, alle ore 15,00, sul sito www.consulentidellavoro.it per la seconda puntata in diretta streaming di Quesiti live, il nuovo programma della web tv di categoria che fornisce risposte sui temi di attualità fiscale e giuslavoristica di maggiore interesse per i professionisti. Nella seconda giornata gli esperti della Fondazione studi consulenti del lavoro Massimo Braghin e Luca De Compadri risponderanno ai quesiti sul regime di solidarietà negli appalti, sulle compensazioni fiscali e sul visto di conformità, sugli acconti d’imposta e sull’invio del modello 770/2019, in vista della scadenza del prossimo 31 ottobre. I quesiti dovranno essere inviati all’indirizzo e-mail quesiti@consulentidellavoro.it entro le ore 17,00 di oggi. Chi si fosse perso, invece, la prima puntata del programma, durante la quale sono stati forniti chiarimenti sugli Isa, gli indici sintetici di affidabilità fiscale, sul contributo addizionale Naspi nei rinnovi dei contratti a tempo determinato e delle somministrazioni a termine, sulla contrattazione collettiva e, in particolare, sulla convenzione attuativa del testo unico sulla rappresentanza siglata lo scorso 19 settembre e sugli ultimi interventi dell’Ispettorato nazionale del lavoro, può rivederla in web tv. Inoltre, è possibile consultare l’approfondimento della Fondazione studi, pubblicato sul sito di categoria lo scorso 15 ottobre, contenente tutte le risposte degli esperti. Tra le domande inviate agli esperti, ne segnaliamo un paio. Si chiede, ad esempio, se è configurabile come condotta antisindacale sottoscrivere un nuovo contratto collettivo sostituendo il trattamento in precedenza applicato, frutto di accordo con alcune organizzazioni sindacali, con il trattamento concordato con altri sindacati. Nell’approfondimento la Fondazione studi precisa che su questo punto si è espressa la Corte di cassazione con sentenza n. 21537 del 20/8/2019, la quale ritiene che non sia configurabile la condotta antisindacale allorquando un datore di lavoro sottoscrive un nuovo contratto collettivo con alcuni sindacati, che sostituisce un trattamento concordato con altre organizzazioni sindacali. Ciò in virtù dei principi, garantiti costituzionalmente, della libertà di trattare (o non trattare) e della scelta di controparte. In un altro quesito riportato nel documento viene chiesto se l’attuazione della convenzione per la misurazione della rappresentanza, sottoscritta il 19 settembre scorso, e quindi del Testo unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014, risolve i problemi dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali. Nella risposta gli esperti precisano che il Tur stabilisce testualmente: «I contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle organizzazioni sindacali che rappresentino almeno il 50% +1 della rappresentanza, come sopra determinata, previa consultazione certificata delle lavoratrici e dei lavoratori, a maggioranza semplice, le cui modalità saranno stabilite dalle categorie per ogni singolo contratto, saranno efficaci ed esigibili». Tale clausola vincola, però, solo le parti stipulanti e non risolve la questione dell’efficacia erga omnes. Infatti, non sono efficaci per coloro che non sono iscritti ad alcun sindacato o che sono iscritti a sindacati non firmatari o aderenti al Tur in quanto risultano applicabili le regole civilistiche sul contratto di diritto comune (si vedano artt. 1321 e ss. cc). © Riproduzione riservata
Salini I. e Astaldi, contratto da 917 milioni in Canada
I due gruppi, membri del consorzio Mobilinx insieme con partner canadesi, si sono aggiudicati il contratto per i lavori di ingegneria civile del progetto Hurontario Light Rail Transit, una linea ferroviaria leggera, lunga 18 km e con 19 stazioni
Salini Impregilo e Astaldi, membri del consorzio Mobilinx insieme con partner canadesi, si aggiudicano il contratto per i lavori di ingegneria civile del progetto Hurontario Light Rail Transit del valore di 917 milioni di euro (circa 1,3 miliardi di dollari canadesi).
Il consorzio si occuperà della progettazione, realizzazione, finanziamento e gestione trentennale della Hurontario Light Rail Transit.
La HuLRT è una linea ferroviaria leggera, lunga 18 km e con 19 stazioni, che percorrerà la Hurontario Street da Port Credit a Mississauga al Brampton Gateway Terminal e si servirà di un binario guida separato preferenziale su gran parte del percorso. Con una partecipazione del 42% nella joint venture per i lavori di ingegneria civile, pari a 385 milioni di euro, Salini Impregilo è leader per la progettazione, il procurement e la costruzione del sistema. Astaldi ha una partecipazione del 28%, del valore di 257 milioni di euro.
22/10/2019 – Affari Italiani
Giù la Tangenziale Est: l’ombra della corruzione sul cantiere della Raggi
Tra le ditte del cantiere della Tangenziale Est ce n’è una già eliminata da un’altra gara per “corruzione”. L’opera è l’orgoglio di VirgInia Raggi
Cantiere Tangenziale Est, il pasticcio è servito. Per il Comune di Roma è la più grande opera pubblica messa in campo; per il sindaco Virginia Raggi è il simbolo della nuova Roma onesta che si rimette al lavoro e mantiene una promessa.
A rileggere l’intera documentazione sul sito del Comune di Roma, sembra invece che almeno il primo lotto funzionale (lavori di demolizione del tratto in elevazione e relativi svincoli della Circonvallazione Nomentana prospicenti la Stazione Tiburtina e sistemazioni superficiali”, sia a rischio per la possibilità che l’appalto venga revocato e che, eventualmente, il cantiere si trasformi in una grande incompiuta del valore di 8 mln di euro.
Il motivo è semplice: una delle società che costituiscono il raggruppamento temporaneo di impresa, la “mandante” Icem srl, è stata in passato esclusa dalla gara per la riqualificazione di via IV Novembre, largo Magnanapoli e via Cesare Battisti, per l’intervenuto rinvio a giudizio dell’amministratore unico per il reato di corruzione. Contro l’esclusione dalla gara la stessa Icem ha successivamente presentato un ricorso al Tar del Lazio che con sentenza del 2019 ha definitivamente escluso la ditta dai lavori.
E qui si apre il giallo: nel nuovo appalto per la demolizione della Tangenziale Est, il cantiere orgoglio del sindaco, la gara con relativo contratto e avvio dei lavori è stato aggiudicato ad un raggruppamento di imprese composto di nuovo anche dalla Icem, società che nel frattempo ha cambiato legale rappresentante e la compagina delle quote, dal padre alle figlie.
E qui il Comune non vede cosa accade. Il passaggio societario tra Egidio M. e le figlie Marzi e Marta M, avviene formalmente il 9 luglio del 2018, e l’aggiudicazione dell’appalto avviene invece a dicembre 2018. Ma è lo stesso Comune di Roma che nello schema di contratto di gara, prevedeva che anche in fase di aggiudicazione il cosiddetto self clearing societario, cioè l’espediente per superare il divieto di partecipazione per chi è sottoposto al rinvio a giudizio per il reato di corruzione, sia motivo di rescissione del contratto.
Insomma, per chi non fosse avvezzo alle “regole anticorruzione del Comune”, ecco una sintesi “brutale”. Il Comune bandisce la gara per la Tangenziale Est e partecipa una società esclusa per una gara precedente che però vince. Solo che il Comune non si accorge che i motivi dell’esclusione erano vigenti e non rilegge e confronta neanche i documenti pubblicati sul sito ufficiale. E aggiudica.
Ora al Comune di Roma e al sindaco Virginia Raggi chiediamo:
– Se il controllo formale sugli atti di gara per l’appalto Tangenziale Est sia stato effettuato confrontando i motivi di esclusione della Icm dalla gara di via IV Novembre con la documentazione di gara per la stessa Tangenziale;
– Se sussistono i motivi di esclusione della Icem dall’appalto in corso e se è possibile che i lavori possano subire un blocco;
-Se il protocollo di Vigilanza stipulato con l’Autorità anticorruzione Anac sia stato rispettato in pieno, e se la pubblicazione degli atti di gara contenenti i requisiti di partecipazione, sia stata oggetto di revisione e valutazione incrociando i dati delle imprese con l’archivio dello stesso Comune e dello stesso ufficio che ha aggiudicato la gara.
22/10/2019 – Adnkronos
E’ arrivata al Mise la lettera dei commissari straordinari di Alitalia. E’ quanto riferiscono fonti del dicastero sottolineando che è stata “manifestata perplessità, condivisa dal ministro Patuanelli, sulla mancata presentazione dell’offerta e richiesta di 8 settimane giudicata distonica rispetto alla stessa richiesta di proroga precedente, in cui si chiedeva – ricordano le stesse fonti – un dilazionamento al 30 ottobre”.
“I Commissari richiedono una interlocuzione diretta e immediata con l’offerente” riferiscono fonti Mise. “Sulla valutazione del Ministero peserà a questo punto la lettera di Atlantia. La lettera dei Commissari è letta come il punto di non ritorno e una possibile proroga sarà subordinata a condizioni”.
22/10/2019 – Roma Today
Roma Metropolitane, il M5s approva la delibera tra le proteste: l’azienda sarà liquidata
Dopo 13 ore di seduta di Consiglio comunale il voto alla delibera. Strappo in maggioranza, la consigliera Montella: “Non posso votare, a rischio di essere cacciata”
Aula capitolina ha approvato la delibera per la messa in liquidazione di Roma Metropolitane. Dopo una seduta di fuoco, tredici ore dalle 10 del mattino tra le proteste dei lavoratori e delle opposizioni, alla fine il voto è arrivato: 25 favorevoli, nessun contrario perché i consiglieri di minoranza stavano occupando i banchi della giunta, e voci fuori dal coro anche nella maggioranza Cinque Stelle. Applausi sarcastici, grida di disapprovazione – “manca solo un anno e mezzo e ve ne andate a casa” – e “bella ciao” intonata dal fondo dell’aula da lavoratori e rappresentanti sindacali hanno accompagnato il momento del voto.
“Questo percorso è una via di mezzo tra liquidazione e ricapitalizzazione per mettere in sicurezza l’azienda, capisco che è difficile da comprendere ma questa è la terza via“ ha detto l’assessore alla Mobilità Pietro Calabrese, intervenendo poco prima della votazione. “Il vento è cambiato, le aziende partecipate devono fare le aziende partecipate. Non si può chiedere a Giunta e Consiglio di influenzarle. Come ha detto l’Oref, se l’azienda raggiunge il riequilibrio dei conti la liquidazione può essere revocata”. Già, per i lavoratori però il vento sta cambiando in peggio, 45 di loro si avviano al licenziamento e gli altri (in totale sono 175 i dipendenti della controllata) restano appesi alla promessa di essere ricollocati in altre partecipate di Roma Capitale. Ecco lo sfogo dell’amministratore unico Marco Santucci, intervenuto in aula.
“Lemmetti spieghi tutto alla Corte dei Conti”
“Assessore Lemmetti, nei suoi post su Facebook lei dice che noi non conosciamo questo istituto poco utilizzato della liquidazione volontaria, controllata, assistita, o come vuole lei. Ma l’unica cosa che so di certo è che la liquidazione controllata, secondo il Codice della crisi d’impresa, entrerà in vigore ad agosto del 2020, non so quindi se volete aspettare allora oppure spiegarci che cosa volete, dire perchè non è chiaro: dovete spiegarlo alla Corte dei Conti come si fa a ricapitalizzare una società in liquidazione”.
Inoltre, ha sottolineato Santucci “voi dite che la liquidazione è controllata da dai criteri per la tutela occupazionale, io questi criteri non solo non li leggo, ma dalla mia figura apicale di riferimento in Roma Capitale ho sentito, virgolettato: ‘Dall’azienda devono uscire delle persone o con le buone o con le cattive, scordatevi che tutti restano dove sono a fare quelle che facevano con la retribuzione che avevano. Quindi o in un tempo ragionevole raggiungiamo un accordo senno’ bip, bip, bip e bip’, non dico quello che e’ stato detto”. Per l’ex amministratore “i decreti ingiuntivi sono crediti certi, liquidi ed esigibili, non sono ricapitalizzazioni. Roma Metropolitane ha 9 milioni di cassa e 11 di crediti, è nella migliore condizione degli ultimi anni e viene liquidata in maniera controllata”. Infine, ha concluso Santucci, “Giampaoletti dice che il Pums è il libro dei sogni: i nostri dipendenti invece ci hanno creduto”.
A seguito dell’intervento dell’au, le opposizioni hanno chiesto la sospensione della discussione per 48 ore. L’idea era quella di attendere l’incontro tra la sindaca Raggi, il ministro De Micheli e il presidente Nicola Zingaretti, per la valutazione di un possibile ingresso della regione Lazio nel capitale sociale della società. Richiesta respinta dalla maggioranza, che ha votato nonostante le proteste dai banchi occupati della giunta. Tutti tranne la consigliera dissidente Monica Montella, in aperta polemica con l’assessore Lemmetti.
Lo strappo in maggioranza
“Ho una certa sofferenza a intervenire perchè mi sembra come se rappresentassi un’opposizione, ma non mi ci sento: mi sento una consigliera che cerca di fare luce su qualcosa che fino ad oggi non è chiara. Tutti gli atti su cui ho potuto fare approfondimenti non mi hanno permesso di dire ‘questa è la strada giusta da percorrere’. Dall’intervento dell’assessore mi sarei aspettata un po’ di risposte a quello che ha denunciato l’amministratore unico” ha detto la consigliera capitolina del M5S, Monica Montella, intervenendo in Assemblea. “Invece tu – ha evidenziato Montella rivolgendosi all’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti – di risposte non me ne hai date. Se ridare dei crediti non è ricapitalizzazione, allora cambiano un po’ gli scenari. Mi auguro che l’assessore ce li possa esporre, perchè io non posso votare un atto così, anche a rischio di essere cacciata dal M5S”. Questo, ha spiegato la consigliera, “lo faccio perchè sono convinta che si possa trovare una terza strada. Aspettiamo almeno l’incontro tra la sindaca e il ministro De Micheli. Assessore, glielo chiedo in ginocchio: lavori per trovare una terza soluzione per il bene della città”.
22/10/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Intervento. Cantieri in stallo? La «burocrazia difensiva» pesa di più dei ricorsi al Tar
Edoardo Bianchi (*)
Lo studio del Consiglio di Stato sulla bassa incidenza del contenzioso sugli appalti dimostra che bisogna intervenire sul reato di abuso d’ufficio
Qualche giorno or sono è stato presentato uno strepitoso lavoro da parte degli uffici della Giustizia amministrativa dal titolo «analisi di impatto del contenzioso amministrativo in materia di appalti, biennio 2017/2018».
Lo studio si aggiunge ed aggiorna quello presentato dall’allora Presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario 2018.
Questo di oggi si compone di 30 pagine e rappresenta un focus puntuale sugli appalti banditi e sul contenzioso quello di allora si componeva di 342 pagine ed il paragrafo sul contenzioso costituiva un, significativo, di cui.
Ben fatti e preziosissimi sono questi studi che ci aiutano a comprendere le dinamiche che reggono alcune fenomenologie tipiche del mondo degli appalti. Ci aiutano, per quello che qui interessa, a sfatare un falso mito che gli appalti sono bloccati a causa del contenzioso attivato dagli operatori economici. Non è vero! Chi sostiene il contrario è, per lo meno, disinformato.
Negli ultimi 4 anni abbiamo avuto una percentuale di impugnazione, ossia la quota parte delle procedure di gara che finisce nelle aule della giustizia amministrativa, assolutamente risibile, infatti:
– 2015: 2,61%
– 2016: 2,76%
– 2017: 1,40%
– 2018: 1,50%
Sono numeri su cui si dovrebbe indagare per comprendere le cause di queste percentuali che sono chiaramente indicative di scarsa fiducia nella giustizia amministrativa.
La causa principale, a nostro giudizio, risiede principalmente nel dato che la giustizia amministrativa è diventata una giustizia per ricchi a causa degli alti oneri di attivazione, ed in quanto tale, preclusa a molti operatori. Le suddette percentuali sono sintomatiche di denegata giustizia.
Viene confermato, in linea con lo studio precedente, che il 50% delle impugnazioni riguarda gli appalti sopra un milione di euro che le gare gestite da Consip (prevalentemente servizi e forniture) hanno un tasso di impugnazione pressoché del 100 per cento. Le istanze cautelari concesse complessivamente tra Tar e Consiglio di Stato restano ampiamente sotto 1% in tutto il quadriennio 2015/2018.
Da che cosa è determinato allora il blocco degli appalti? Viene individuato dallo studio nel fenomeno della cosiddetta «sospensiva impropria».
Vi è un blocco non connesso alla pronuncia negativa ma alla semplice pendenza di un giudizio non imposto né giustificato da norme, tantomeno di provenienza comunitaria, che può considerarsi il frutto della cd burocrazia difensiva.
Ance da tempo, unica allora e seguita da tutti oggi, evidenzia che non è più prioritario parlare di risorse e regole se prima non si riesce ad intervenire sulla riperimetrazione del reato di abuso di ufficio e sulla riconfigurazione della responsabilità erariale.
Si badi bene non chiediamo la abolizione di queste due fattispecie, giammai, ma semplicemente la loro riconfigurazione per consentire a chi lavora nella Pa di poter operare serenamente.
Da altra parte è comprovato statisticamente lo enorme sbilancio che vi è in termini di attivazione della azione penale per «il reato di abuso di ufficio”»a fronte della attivazione per il «reato di omissioni di atti di ufficio»; rimandare le decisioni oggi non ha conseguenze.
La vera priorità è rimuovere il blocco indiretto riconducibile alla «burocrazia difensiva» altrimenti qualsiasi sforzo verrà vanificato.
È interessante evidenziare, infine, che nello studio in oggetto quando al capitolo 2 si elencano i dati sulle procedure di gara del quadriennio 2015/2018 si fa espresso riferimento a «procedure di appalto bandite».
Non si misurano ossia i bandi aggiudicati né i contratti perfezionati né i lavori consegnati né gli Stati di avanzamento lavori (Sal) contabilizzati.
Anche l’Anac in occasione della presentazione delle proprie pubblicazioni in relazione alle procedure di affidamento di importo superiore a 40mila euro parla di appalti perfezionati.
Puntualizza, l’Anac ,che gli appalti perfezionati sono quelli per i quali è stato pubblicato un bando (nel caso di procedure aperte) o è stata inviata una lettera di invito (nel caso di procedure ristrette o negoziate) ovvero è stata manifestata la volontà di affidare l’appalto (nel caso di affidamenti diretti). Vengono esaminati, anche qui, solo i dati di partenza ma i dati di arrivo non vengono mai da nessuno scientificamente esibiti.
Quanto precede trova testimonianza inequivocabile nei dati relativi al monte ore lavorato dalle maestranze di cantiere registrato dalle Casse Edili che langue da anni nonostante tutta la miriade di bandi pubblicati.
Nonostante tutte le promesse e tutti i provvedimenti adottati nulla è concretamente partito.
Questa è la sfida che deve essere superata per consentire la ripartenza del Paese. Ance continua ad essere pronta a fare la propria parte. (*) Vicepresidente Ance con delega ai Lavori pubblici © RIPRODUZIONE RISERVATA
Bonus e sgravi, ecco il decreto sisma
An. Mari.
Stato di emergenza fino a fine 2020. Misure a favore dei giovani imprenditori. Busta paga pesante: Pagamenti fiscali e contributivi al 50%
Complici gli incontri tra le delegazioni della maggioranza e il premier Giuseppe Conte sulla manovra, è stato convocato solo in serata il consiglio dei ministri che aveva all’ordine del giorno il via libera al decreto terremoto. La discussione è andata avanti fino a tardi su un testo preceduto da molte polemiche: da una parte i territori hanno lamentato di essere stati coinvolti solo quando i giochi erano ormai chiusi. Dall’altra le opposizioni hanno accusato il governo di una mossa elettorale in vista delle regionali umbre di domenica prossima.
Nel pomeriggio si sono svolte a Palazzo Chigi gli incontri tra la delegazione governativa guidata dal premier stesso e il rappresentanti delle Regioni e dei Comuni: oltre a una delegazione dell’Associazione nazionale dei comuni (Anci), erano presenti come presidenti delle Regioni Nicola Zingaretti (Lazio), Fabio Paparelli (Umbria), Luca Ceriscioli (Marche) e Marco Marsilio (Abruzzo). Proprio Marsilio, tra i più critici con il governo per la mancata presa in considerazione del territorio che rappresenta, ha registrato delle timide aperture: «Il titolo del decreto adesso è relativo agli eventi sismici, al plurale, e non più solo riferito a quelli del centro Italia», vale a dire quelli del 2016 e del 2017, come previsto in una prima versione. Una modifica non solo formale, visto che in sede di conversione in legge del testo, se ci sarà la volontà politica, potranno essere ricompresi nelle misure anche altri eventi sismici, a partire da quello dell’Aquila del 2009.
I punti cardine del provvedimento entrato ieri in consiglio dei ministri prevedono l’estensione dello stato di emergenza al 31 dicembre 2020 e fissano l’erogazione di 380 milioni per il 2019, da attingere dal Fondo per le emergenze nazionali previsto nel codice della Protezione Civile, e di altri 345 milioni per il 2020 provenienti dalla contabilità speciale intestata al Commissario straordinario.
A favore delle popolazioni colpite si prevede che gli adempimenti e i pagamenti delle ritenute fiscali e contributi previdenziali e assistenziali (nonché i premi per l’assicurazione obbligatoria) siano effettuati a partire dal 15 gennaio 2020, ma nei limiti del 50% degli importi dovuti. Anche se dai territori era venuta la richiesta rendere le buste paga ancora più pesanti.
Nel novero degli interventi che il Commissario Straordinario del governo è chiamato a organizzare la priorità viene data alla ricostruzione degli edifici scolastici, che dovranno essere ripristinati o riedificati nello stesso luogo nel caso in cui fossero ubicati nei centri storici, premettendo che in ogni caso «la destinazione urbanistica delle aree a ciò destinate non può essere mutata». Il decreto punta anche a migliorare le procedure per la ricostruzione degli immobili privati grazie a un iter più semplice e veloce.
Sul tema macerie, il decreto fissa poi entro il 31 dicembre 2019 l’obbligo per le Regioni di aggiornare i siti di stoccaggio temporaneo e, in mancanza di una intesa, autorizza il Commissario straordinario «ad aggiornare comunque il piano». È prevista poi l’estensione ai comuni del Cratere delle misure a favore dei giovani imprenditori del Sud , denominate «Resto al Sud», le cui risorse vengono aumentate di 20 milioni rispetto a quelle già assegnate dal Cipe. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Appalti, il gestore uscente non può mai reclamare un diritto alla proroga
Tar Lazio: in caso di aggiudicazione del contratto a un nuovo appaltatore non c’è alcuna norma che rende questa opzione preferibile rispetto all’esecuzione anticipata in via d’urgenza
A fronte dell’esecuzione anticipata del contratto disposta dall’ente appaltante in via d’urgenza non è configurabile alcun interesse giuridicamente tutelato in capo al contraente uscente. In particolare quest’ultimo non è titolare di alcun interesse legittimo ad una eventuale proroga tecnica del contratto in essere, considerato che a fronte della mancata stipulazione di un nuovo contratto la suddetta proroga non costituirebbe comunque una conseguenza immediata e diretta.
In ogni caso non sussiste alcun diritto del contraente uscente alla proroga tecnica del contratto in essere, che non costituisce in alcun modo un’opzione che l’ente appaltante deve perseguire prioritariamente rispetto all’esecuzione anticipata del nuovo contratto.
Sono queste le affermazioni principali contenute nella sentenza del Tar Lazio, Sez. II, 7 ottobre 2019, n. 11594, che oltre che sull’aspetto indicato contiene spunti di interesse anche in relazione alla così detta clausola sociale e alle modalità di applicazione della stessa.
Un ente appaltante aveva bandito una gara per l’affidamento del servizio di segretariato sociale e di prossimità – punto unico di accesso, considerato un servizio essenziale ai fini del perseguimento delle finalità istituzionali del medesimo ente.
Alla gara avevano partecipato due concorrenti: un raggruppamento temporaneo in cui la mandataria era il gestore uscente ed un altro raggruppamento temporaneo da costituire.
A seguito dell’esame delle offerte tecniche ed economiche veniva individuato come soggetto aggiudicatario il raggruppamento temporaneo cui non partecipava il gestore uscente. L’aggiudicazione veniva confermata anche a valle dell’espletamento del procedimento di verifica dell’anomalia.
Una volta resa definitiva l’aggiudicazione l’ente appaltante, sul presupposto che si trattava di servizio essenziale per il quale era assolutamente necessario salvaguardare la continuità, procedeva, nelle more degli accertamenti relativi ai requisiti antimafia e ad altri controlli soggettivi, all’esecuzione anticipata del contratto in via d’urgenza ai sensi dell’articolo 32, comma 8 del D.lgs. 50/2016.
Quest’ultima disposizione stabilisce che si può far luogo all’esecuzione anticipata del contratto in via d’urgenza in una serie di ipotesi. Tra queste sono ricompresi i casi in cui la mancata esecuzione immediata delle prestazioni contrattuali determinerebbe un grave danno all’interesse pubblico, ipotesi che l’ente appaltante ha ritenuto ricorresse nel caso di specie proprio in virtù della natura di servizio essenziale propria del servizio oggetto di affidamento.
Questo modo di procedere è stato censurato dall’altro raggruppamento concorrente, in cui il mandatario era il gestore uscente, che ha ritenuto illegittimo il ricorso all’esecuzione anticipata del contratto.
Inoltre il ricorrente ha mosso anche un’altra censura relativa alla presunta violazione da parte dell’aggiudicatario delle previsioni in materia di clausola sociale.
L’esecuzione anticipata del contratto
A fronte della censura mossa dal ricorrente sotto questo profilo il giudice amministrativo ha evidenziato in via preliminare che la questione sollevata riguarda in realtà un profilo relativo all’esecuzione del contratto, che si colloca temporalmente e logicamente in una fase successiva e diversa rispetto alla fase di scelta del contraente.
Ne consegue che la verifica sulle modalità di esecuzione iniziale del contratto non potrebbe avere alcun riflesso sul provvedimento di aggiudicazione definitiva, non venendo ad operare sulla regolarità del procedimento di scelta del contraente.
In ogni caso il ricorrente non potrebbe far valere la sua posizione di gestore uscente, cioè di titolare del precedente contratto, per rivendicare il diritto a una proroga tecnica di quest’ultimo. La suddetta posizione, infatti, non dà luogo a un interesse legittimo giuridicamente tutelabile, ma a un mero interesse di fatto, come tale privo di tutela.
Ciò in quanto la proroga tecnica del precedente contratto non si può considerare come la conseguenza diretta e automatica della mancata stipula ed esecuzione del nuovo contratto, non costituendo il risultato ineludibile dell’eventuale annullamento dell’esecuzione anticipata.
Ma soprattutto – e questa è l’affermazione più significativa operata sul punto – la proroga tecnica non può in alcun modo essere considerata un diritto del contraente uscente, né vi è alcuna norma o principio da cui si possa dedurre un obbligo dell’ente appaltante di valutare questa opzione come preferibile rispetto all’esecuzione anticipata in via d’urgenza.
Tutto ciò considerato si deve ritenere pienamente legittimo il provvedimento con cui l’ente appaltante ha disposto tale esecuzione anticipata, posto che sono state adeguatamente motivate le relative ragioni inerenti il grave danno all’interesse pubblico conseguente all’interruzione di un servizio considerato essenziale.
Nell’ambito delle censure mosse il ricorrente ha sottolineato che l’aggiudicatario, dando coerente e piena applicazione alla clausola sociale, avrebbe dovuto assumere tutti i lavoratori che facevano capo al precedente gestore. Qualora l’aggiudicatario avesse operato in questo senso la sua offerta sarebbe risultata insostenibile, con l’ulteriore effetto di dimostrare che la formulazione della stessa, proprio in quanto non teneva conto della suddetta circostanza, era da ritenersi inattendibile.
A fronte di questa censura il giudice amministrativo ricorda in primo luogo che la clausola contenuta nello schema di contratto allegato ai documenti di gara stabiliva che al fine di garantire il livello occupazionale l’aggiudicatario si impegnava ad assorbire e utilizzare prioritariamente il personale già impiegato dal precedente affidatario. Veniva tuttavia indicato un importante limite secondo cui l’assorbimento di detto personale era subordinato alla compatibilità e all’armonizzazione con l’organizzazione d’impresa dell’aggiudicatario.
Questa clausola e in particolare il limite indicato apparivano peraltro in linea con gli orientamenti espressi dalla giurisprudenza prevalente secondo cui la clausola sociale deve essere interpretata e applicata in conformità ai principi nazionali e comunitari posti a tutela della concorrenza e della libertà di iniziativa imprenditoriale.
In particolare una rigida applicazione della clausola sociale volta ad imporre l’assorbimento indiscriminato del personale in forza al precedente contraente violerebbe la libertà di iniziativa economica privata garantita dall’articolo 41 della Costituzione, incidendo in maniera profonda sull’autonomia imprenditoriale relativa all’organizzazione dei fattori della produzione.
Tale autonomia imprenditoriale caratterizza in maniera ineludibile il contratto di appalto, con la conseguenza che, proprio per non snaturare le caratteristiche dello stesso, l’obbligo di riassorbimento dei lavoratori alle dipendenze del contraente uscente deve essere armonizzato e reso compatibile con l’organizzazione imprenditoriale prescelta dal nuovo aggiudicatario.
Sempre la giurisprudenza ha sottolineato che i lavoratori che non trovano spazio nell’organigramma del contraente subentrante e che non vengono impiegati dal contraente uscente in altre commesse sono comunque destinatari delle misure legislative in materia di ammortizzatori sociali.
Alla luce di tutte le considerazioni esposte il giudice amministrativo conclude nel senso che la clausola sociale, interpretata alla luce dei principi costituzionali e comunitari, non comporta per il contraente subentrante alcun obbligo di assumere a tempo indeterminato e in via automatica e generalizzata tutto il personale giù impiegato dal precedente contraente.
La valutazione del personale impiegato. Strettamente correlata all’interpretazione della clausola sociale è l’ulteriore censura mossa dal ricorrente relativa alla ritenuta illogicità e irragionevolezza del criterio di aggiudicazione nella parte in cui ha assunto quale elemento di valutazione dell’offerta tecnica la valutazione del personale impiegato. Infatti, la presenza della clausola sociale renderebbe nei fatti impossibile l’effettivo impiego del personale indicato nell’offerta tecnica, se non in via del tutto residuale.
In realtà questa censura viene superata nel momento in cui si accoglie un’interpretazione riduttiva della clausola sociale, ed anzi rafforza la bontà di tale interpretazione. Se infatti non vi è un obbligo assoluto e generalizzato del nuovo contraente di impiegare il personale del contraente uscente, si creano le condizioni per cui l’ente appaltante può discrezionalmente valutare la qualità del personale indicato da ciascun concorrente ai fini di verificare il livello qualitativo delle prestazioni offerte. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Infrastrutture, ecco come il management del Ppp può aiutare gli investimenti fuori bilancio
Remo Dalla Longa*
L’Italia ha investimenti in infrastrutture “off balance” per soli 0,3 miliardi contro i 6 miliardi del Portogallo e i 34,5 del Regno Unito
a)le infrastrutture sono un passaggio fondamentale ed un moltiplicatore formidabile per lo sviluppo del paese, dell’economia e del PIL (Dalla Longa, Edilizia e Territorio, 30 ottobre 2018);
b)gli appalti ordinari (opere che sono dentro questa procedura) non rappresentano, in questo contesto, il futuro in quanto entrano automaticamente sul debito pubblico e sono da decenni (sul lato investimenti) in calo rispetto al PIL;
c)il dibattito nel paese è su due fronti: riformare gli appalti (per es. ‘lo sblocca cantieri’) e chiedere all’Europa di portare fuori gli investimenti dal debito pubblico. Entrambe le componenti del dibattito sono deboli. La prima è che continuare a lavorare sugli appalti non risolve il problema del debito pubblico. La seconda, avanzata dal nostro paese, è come abbaiare alla luna.
Nel 2018 l’allora governo italiano ha attivato un confronto/scontro con la commissione europea sulla crescita del deficit al 2,4% del Pil per il 2019. Poi dopo defatiganti trattative si è arrivati al 2,04% e si è lasciato in sub iudice un possibile intervento restrittivo della commissione europea sino all’estate avanzata con un’incertezza su una possibile infrazione.
In questi giorni il dibattito prolungato è su come reperire 3 o 5 miliardi di euro per chiudere la legge di bilancio attorno al 2,2% del Pil ritenuta sostenibile nel rapporto con l’Europa e i mercati. Il problema tuttavia non è solo la commissione europea, ma soprattutto l’impatto con lo spread. L’anno scorso nel periodo della turbolenza lo spread era + 1,5% di tasso di interesse bancario superiore ad oggi (lo spread il 15 ottobre del 2018 era 308, il 15 ottobre 2019 è a 145 punti base) con implicazioni sia sul debito pubblico che sul possibile credit crunch.
Perché le infrastrutture fatte con il Ppp sono importanti nel contesto del EDP (Excessive deficit procedure)? La risposta è che esse non vengono conteggiate nel bilancio della Pubblica Amministrazione e quindi non incidono sul debito pubblico. Questa tuttavia è una mezza verità che vedremo di affrontare più avanti in quanto devono prima essere create delle condizioni. Quello che è comunque certo è che negli appalti gli investimenti fissi lordi (GFCF – Gross Fixed Capital Formation) sono contabilizzati totalmente nel bilancio della Pa durante il periodo di costruzione dell’asset e quindi contribuiscono a determinare il deficit pubblico. Il termine usuale utilizzato è ‘on’ oppure ‘off ‘ balance (dentro e fuori il bilancio –debito – pubblico).
Per dare dei dati il Regno Unito aveva nel 2016 in infrastrutture in Ppp iscrivibili in off balance (anno del D.lgs 50) 34,5 miliardi di euro di investimenti ‘vivi’ (rimangono vivi sino a quando il Long Term Contract non si estingue). Lo stesso ‘piccolo’ Portogallo, con difficoltà di debito superiore o paragonabile a quello italiano, ne aveva 6 miliardi di euro. Portogallo che è uscito dalla crisi del 2009-11 molto meglio dell’Italia avendo condizioni iniziali peggiori delle nostre e per via del suo modello ‘politico’ ritenuto oggi laboratorio anche per il nostro paese. A differenza di queste nazioni l’Italia, sempre nel 2016, aveva infrastrutture in Ppp iscrivibili in off balance solo per 0,3 miliardi di euro e ad oggi la situazione non è cambiata.
In ciò è ben rappresentata la nostra contraddizione. Dobbiamo investire in infrastrutture (scuole, ospedali, impianti ed efficientamento energetico, ecc.) ma non sappiamo farlo fuori dal debito pubblico e quindi ci autolimitiamo, nello sviluppo e riammodernamento e ogni anno ‘cozziamo’ con questo all’atto della scrittura della legge di bilancio annuale.
Ecco quindi che emerge l’importanza delle ‘a date condizioni’. Non basta infatti far affluire capitale privato nella realizzazione di opere ed infrastrutture per avere un off balance, sarebbe forse troppo semplice apparirebbe tra l’altro un modo questo per aggirare un deficit pubblico. Se la formula è quella del DBFOM (Design Build Finance Operate Maintenance), non basta che il capitale privato sia iscritto ‘in pancia’ ad una società di progetto (SPV) controllata dall’operatore economico per portare fuori l’investimento dal bilancio dello Stato e quindi dal deficit pubblico. Bisogna saper rispettare delle regole di ‘management’ guidato dalla Pubblica amministrazione ed indicate da SEC 2010 e da Eurostat. Lo stesso vale anche per l’efficientamento energetico, se la formula è quella del EPC o ESCO. Nel passato recente questo è stato l’errore principale commesso dal nostro paese: favorire una finanza di progetto e pensare che una mancanza di ‘management’ applicato non fosse importante. Si pensava bastasse rispettare una procedura per non incorrere in impugnative o ‘illegittimità’ giuridica. Non è così, il montaggio è diventato più complesso, o meglio si è coniugato con il management pubblico che noi come paese non siamo stati in grado di strutturare in modo diffuso. Lo abbiamo evocato nella norma ma non lo abbiamo applicato.
Vi sono tre numeri da ricordare con attenzione: 3, 5, 30. Il primo (3) riguarda gli anni della programmazione; il secondo (5), indicativamente ed in forma ottimistica, gli anni del mandato elettorale di un’amministrazione; il terzo (30), gli anni di un Long Term Contract (LTC) – gli anni mediamente sono 10 se si tratta di un EPC. Molte volte la sfera politica ha finito per favorire scelte di finanza di progetto prima iscritte in off balance e poi rientrate nel on balance in quanto non erano state rispettate le regole di ‘management’, soprattutto per la mancanza di una ‘consistenza’ del progetto e del ‘governo’ pubblico di questa, per mancanza di una cultura e di strumenti (tools) operativi di impostazione, controllo e verifica di un LTC.
Il problema del management riguarda la Pubblica amministrazione, l’operatore economico non ha tra le sue ‘mission’ quella di operare dentro i criteri di un off balance. Anzi, se manca il ‘management’ iniziale di impostazione di una finanza di progetto (‘consistenza’ dell’oggetto), l’operatore economico è chiamato in parte ad assicurarsi di vincere la gara e non è indirizzato a lavorare su un’offerta di precisione. Vi è poi nei suoi calcoli, una volta firmato il contratto, quello di entrare in un ambito di negoziazione con l’operatore pubblico, azione questa che però rimane incompatibile con l’off balance. Vi sono spunti, in tal senso, che emergono dalla recente sentenza del Consiglio di Stato del 23 settembre scorso n 6329 (cfr. Edilizia e Territorio 9 ottobre), leggibili in una carenza di consistenza del progetto, anche se il riferimento è più assimilabile ad una concessione.
Non è il Ppp, come formula, a fare la differenza ma questa è data dalla presenza di management all’interno della Pubblica amministrazione (PA) che non può essere sostituita, per diversi motivi da una eventuale sussidiarietà dell’operatore economico, quest’ultimo è chiamato a condividere una regia ed essere proattivo su questa. Non può, per conflitti di interesse strutturali, sostituirsi al management pubblico. Quindi il Ppp riesce ad essere iscritto in off balance solo se è in grado, attraverso il ‘management’ acquisito, a produrre valore pubblico (public value) e non a far in modo che sia il ‘private value’ ad assorbire quello pubblico.
Il riferimento non può essere una ‘procedura’ come quella contenuta nell’art. 183 del D.lgs 50. Semmai tale procedura può apparire rischiosa per mantenere l’off balance, in quanto spesso viene sottovalutata la definizione della consistenza del progetto e viene altresì equivocato il peso di alcuni strumenti come i Piani Economici e Finanziari che difficilmente, nel modo in cui sono concepiti, possono essere considerati strumenti di controllo e verifica. Spesso l’operare all’interno dell’art. 183 è maggiormente apprezzato dal decisore politico ed è quello, ad oggi, maggiormente conosciuto nell’applicazione della finanza di progetto, ma è più una supposta rapidità di ‘montaggio’ che un beneficio per la PA per quanto riguarda l’EDP (Excessive deficit procedure). Si rischia poi di perdere, in quanto trascurati o dissimulati, i principi di salvaguardia del off balance che non possono stare, per comprensibili motivi, dentro l’azione dell’operatore economico. I principi dell’off balance rimangono tutti interni al progetto e alla regia dell’operatore economico solo se è la concessione ad essere applicata come intesa dalla direttiva 2014/23 dove prevale il rischio operativo incentrato sulla domanda e sulla tariffa pagata dall’utente (e non vi è canone pubblico, salvo la shadow toll), in cui è un rapporto tra privati che si va a determinare (finanziatore e realizzatore) e dove il ruolo della pubblica amministrazione è limitato e si passa dal off balance al on balance solo quando, montato l’intervento, lo Stato interviene sostituendo i rischi del mercato (es. calo dei ricavi) con garanzie pubbliche (es. pagamenti a copertura). Ciò riguarda la concessione che come è noto è solo una parte, presumibilmente minoritaria, del Ppp.
-la portata a compimento delle stazioni appaltanti qualificate, soprattutto quelle superiori, non paragonabili con i centri di acquisto regionali e nazionali (Consip);
-la precisione nella definizione di una consistenza di progetto e capacità di scomposizione di questa dentro un’azione e linguaggio unitario di management;
-la programmazione da acquisire tramite tools di management già esistenti. Va creata la cultura di utilizzo attualmente mancante;
-l’individuazione del rischio ben ancorato all’interno della ‘consistenza’ del progetto, la capacità di condividerlo con l’operatore economico e di trasferirlo a quest’ultimo e di saperlo poi monitorare senza ambiguità. L’abolizione della matrice generica del rischio e delle penali svincolate da logiche attinenti alla consistenza del progetto. Ancorare il rischio trasferito e monitoraggio proattivo dentro il LTC;
-l’alta distinzione concettuale tra rischio operativo che attiene alla concessione e che assume una sua dinamica e rischio di costruzione e disponibilità che riguarda altri Ppp e attorno a ciò organizzare precise strategie;
-vanno svilupPAti i sistemi operativi ed informativi di controllo e verifica;
-va creata una cultura interdisciplinare complessa da istituire soprattutto a livello di stazione apPAltante superiore.
Gli accessi al management vanno svilupPAti e vi deve essere un investimento ad hoc, e devono entrare nell’agenda PArallela alla legge di bilancio come corredo e ‘road map’ alle scelte di investimento come risposta operativa e non retorica al Excessive deficit procedure.
*Professore all’Università Bocconi/SDA, coordinatore scientifico dell’Osservatorio PREM – Public Real Estate Management di SDA Bocconi e coordinatore di GePROPI – Gestione dei Processi Realizzativi di Opere Pubbliche ed Infrastrutture © RIPRODUZIONE RISERVATA
Antitrust: rating di legalità per 7.100 imprese
Al via la semplificazione per le domande via web
Le imprese titolari del rating di legalità sono 7.070. Il bilancio aggiornato è dell’Antitrust che si occupa della gestione delle domande e del registro. L’Autorità garante per la concorrenza, che dallo scorso maggio è guidata da Roberto Rustichelli, ha lanciato ieri una modalità completamente online per la compilazione delle richieste da parte delle aziende. Una semplificazione che dovrebbe rientrare in un più ampio disegno di rafforzamento ed estensione dello strumento, che consente alle imprese titolari di avere una corsia preferenziale nei finanziamenti bancari e nella partecipazione a gare pubbliche.
Lo scorso anno l’Antitrust ha rilasciato circa 3.900 rating, con un incremento annuo del 20 per cento. Dal 1° gennaio al 30 settembre 2019 sono state valutate 3.150 istanze, tra prima attribuzione, rinnovo ed incremento del punteggio, con una proiezione di 4.200 attestati per fine anno. Nel complesso sono 7.070 le imprese attualmente iscritte nel registro, 600 in più rispetto al dato di fine 2018. Prevalgono le aziende del Nord (52%), dei settori manifatturiero, costruzioni e commercio (70%).
Il rating viene rilasciato alle imprese che rispettano una decina di requisiti (elencati nel Regolamento contenuto nella delibera Antitrust del 15 maggio 2018) relativi all’impresa e alle sue figure apicali, ad esempio l’assenza di condanne, di comunicazioni antimafia interdittive o di provvedimenti sanzionatori di Antitrust e Anac.
Il premio, per le imprese che chiedono finanziamenti bancari, secondo una rilevazione di Banca d’Italia del 2018, si è concretizzato per il 40% delle imprese titolari in migliori condizioni economiche o istruttorie più veloci. Il nuovo Codice dei contratti pubblici ha poi previsto per le aziende con il “bollino” importi ridotti delle garanzie e in alcuni casi criteri di aggiudicazione preferenziali.
Tempi e semplificazioni
Le delibere di aggiudicazione dell’Antitrust, secondo regolamento, devono avvenire in un tempo massimo di 105 giorni. Da gennaio a luglio 2019 il tempo medio si è ridotto a 52 giorni. La nuova semplificazione riguarda le modalità di presentazione della domanda: la piattaforma “webrating” consente la presentazione di richieste di attribuzione e la comunicazione delle variazioni rilevanti per il rating. Occorrono un indirizzo di posta elettronica certificata e il dispositivo di firma digitale del rappresentante legale dell’impresa.
Per il futuro, dal bilancio dell’Antitrust emergono due indicazioni chiare. L’11% delle istanze arriva da aziende sotto la soglia di fatturato di 2 milioni, che non hanno quindi i requisiti minimi per il rating. Un interesse da tenere forse in considerazione per eventuali ritocchi alla normativa. Sono inoltre appena l’1% del totale le imprese titolari che appartengono ai comparti finanziario, assicurativo e immobiliare. Un’area dell’economia in cui il rating potrebbe forse essere spinto con maggiore convinzione.
Anche la qualità dei rating, assegnata in base al livello di legalità, prospetta margini di miglioramento: oltre il 60% dei titolari ha un punteggio che si colloca tra una e due stelle, solo poco più del 5% ha ottenuto tre stelle. © RIPRODUZIONE RISERVATA
22/10/2019 – Diritto 24
GOP, Legance, Studio Legale Annoni e Studio Legale Valaguzza nei nuovi accordi relativi alla concessione di costruzione e gestione della Metro 4 di Milano
Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, Legance – Avvocati Associati, Studio Legale Annoni e Studio Legale Valaguzza sono gli studi coinvolti nella corposa operazione di modifica degli accordi finanziari e di progetto derivante dall’accordo di riequilibrio della concessione di costruzione e gestione della Linea 4 della metropolitana milanese (Metro 4), intervenuto il 5 febbraio 2019 tra il Comune di Milano, la Concessionaria SPV Linea M4 S.p.A. e il Consorzio Costruttori CMM4.
GOP ha assistito la società concessionaria SPV Linea M4 S.p.A. (società di progetto partecipata per 2/3 dal Comune di Milano e per il restante 1/3 da Salini Impregilo S.p.A., Astaldi S.p.A., AnsaldoBreda S.p.A., Hitachi Rail STS S.p.A., Hitachi Rail S.p.A., Sirti S.p.A. e ATM S.p.A.) nella ristrutturazione dei documenti del progetto, incluso l’atto modificativo del contratto di appalto con ATM per la gestione e la manutenzione della linea , la negoziazione e finalizzazione della documentazione ancillare all’Atto Integrativo n. 1 alla convenzione di concessione sottoscritto con il Comune di Milano, necessaria al raccordo con le previsioni della convenzione originaria, e nella negoziazione e finalizzazione degli atti modificativi dei documenti finanziari.
Legance ha assistito il pool di banche finanziatrici composto da Banca IMI, BNP Paribas, Crédit Agricole Corporate and Investment Bank, MPS Capital Services Banca per le Imprese, Natixis e UniCredit nonché da Cassa depositi e prestiti S.p.A. e dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) nella due diligence e nella redazione dei documenti finanziari e nella revisione dei contratti di progetto necessari per la ristrutturazione del finanziamento e della concessione.
Lo Studio Legale Annoni ha assistito il Consorzio CMM4 e i Soci costruttori nella negoziazione dell’Atto Integrativo n. 1 alla convenzione di concessione e nella ristrutturazione dell’atto modificativo del contratto di appalto con il CMM4 per la progettazione e costruzione della Linea 4.
Lo Studio Legale Valaguzza ha assistito il Comune di Milano nella predisposizione e negoziazione dell’Atto Integrativo n. 1 alla convenzione di concessione, fornendo supporto al Responsabile Unico del Procedimento e all’Alta Vigilanza anche nella revisione della documentazione contrattuale connessa.
Per ATM S.p.A. l’assistenza legale nella ristrutturazione del contratto modificativo del contratto O&M è stata prestata dalla general counsel Micaela Vescia.
Nell’ambito degli accordi è prevista, tra le altre cose, l’entrata in esercizio della Linea 4 per tratte funzionali anticipate rispetto all’apertura dell’intera Linea dall’aeroporto di Linate a San Cristoforo (Lorenteggio) e la definizione di un piano economico finanziario aggiornato. Si tratta di una sostanziale ristrutturazione della concessione, cui ha fatto seguito l’adeguamento dell’intera struttura finanziaria e che permetterà il completamento di una infrastruttura strategica per Milano.
Per GOP ha agito un team composto dal partner Ottaviano Sanseverino (in foto a sinistra) e dall’associate Silvia Morando.
Per Legance ha agito un team composto dal senior partner Monica Colombera e dal managing associate Alfredo Fabbricatore.
Per lo Studio Legale Annoni hanno agito l’avv. Marco Annoni e l’avv. Margherita Petrosemolo.
Per lo Studio Legale Valaguzza ha agito un team composto dalla Prof. Avv. Sara Valaguzza e dall’Avv. Monica Lauro.
Modena, ripartono i lavori per la riqualificazione dell’ex Manifattura tabacchi
Cassa depositi e Fondazione Cassa di risparmio annunciano l’avvio del nuovo intervento che completerà l’operazione di rigenerazione urbana
Fondazione Cassa di risparmio di Modena e Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria del complesso immobiliare, annunciano insieme al Comune di Modena l’avvio del nuovo intervento edilizio che porterà alla completa rigenerazione dell’ex Manifattura Tabacchi, che si trova alle porte del centro storico.
Il recente investimento da parte di Cdp nel riacquisto del 100% delle azioni societarie del
compendio immobiliare consente oggi alla proprietà di mettere in campo il progetto di sviluppo immobiliare che, spiega una nota, « restituisce ai cittadini una porta d’accesso dalla stazione ferroviaria verso il centro storico, mettendo allo stesso tempo a disposizione spazi di qualità e percorsi pedonali».
L’ex Manifattura Tabacchi di Modena è un complesso immobiliare di proprietà della società Quadrifoglio Modena controllata al 100% da Cdp Immobiliare (100% Cassa depositi e
prestiti), costituito da tre diversi immobili: l’edificio principale già ristrutturato a prevalente destinazione residenziale di circa 14mila metri quadri; un secondo immobile da ristrutturare di circa 12mila metri quadri ed un’area edificabile ad uso commerciale di circa 1.300 metri quadri.
Il progetto immobiliare «prevede il riavvio immediato dei lavori e la commercializzazione degli appartamenti a partire dal 2020 , con l’obiettivo di dare impulso ad una parte importante del tessuto urbano. L’impegno complessivo del gruppo per completare la riqualificazione del comparto è stato fino a ora di oltre 30 milioni di euro, con una previsione di ulteriori investimenti fino al termine della riqualificazione».
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