Source: http://www.salmone.org/commento-alla-richiesta-dinformazioni-della-commissione/
Timestamp: 2017-04-25 10:34:19+00:00
Document Index: 155371884

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 26', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'art 4', 'art 6']

Commento alla richiesta d’informazioni della Commissione
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21 Gen 2013 Versione PDF di Luca Simonetti Dunque accade che la Repubblica Italiana si è vista recapitare, da parte della Commissione UE, una richiesta di informazioni circa l’applicazione in Italia delle Direttive 2001/18 e 2002/53 nonché del Regolamento n. 1829/2003. Se le spiegazioni dell’Italia non risulteranno convincenti, la Commissione potrà, se lo ritiene, avviare una procedura d’infrazione: vale a dire, la Commissione indicherà all’Italia cosa deve fare per adempiere ai suoi obblighi comunitari (cioè per applicare correttamente gli strumenti comunitari citati), imponendole di adeguarsi entro un certo termine; se l’Italia non lo fa, la Commissione può citarla davanti alla Corte di Giustizia, la quale, se accoglie il ricorso della Commissione, ordinerà all’Italia di adempiere, irrogandole anche una multa in caso di ritardo.
Il tutto muove da una denuncia di Giorgio Fidenato, il quale, nel raccontare alla Commissione la sua pazzesca vicenda giudiziaria, ha puntato in particolare il dito contro l’art. 1 del D.lgs. n. 212/2001 (quello che richiede l’autorizzazione per la coltivazione di sementi gm) e la Legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011 (che, all’art. 2, vieta sul territorio della Regione la coltivazione di OGM.
La richiesta di informazioni ricapitola il quadro normativo comunitario sugli Ogm, alla luce della sentenza del 2012 della Corte di Giustizia sul caso C-36/11, Pioneer Hi Bred Italia, tutte cose che i lettori di Salmone già ben conoscono.
In sostanza, secondo la Commissione (ed è difficile darle torto), per quel che riguarda la valutazione del rischio dei prodotti Gm per la salute e l’ambiente, essa spetta all’autorità comunitaria e risulta già compiuta nel momento in cui il prodotto stesso viene autorizzato ai sensi del Regolamento 1829/2003 oppure viene iscritto al Catalogo comune europeo ai sensi della Direttiva 2002/53. Siccome questo è proprio il caso del mais MON 810 (che è l’unico che interessa nel caso di Fidenato), ne segue, come ha statuito la Corte nella sentenza citata, che l’Italia non può pretendere di sottoporre nuovamente il medesimo mais Ogm a una procedura di autorizzazione “fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente“.
La Commissione ricorda peraltro che esistono tre eccezioni, riconosciute dal diritto comunitario, ricorrendo le quali un singolo Stato può vietare o limitare la coltivazione di Ogm. I tre casi sono i seguenti:
a) Le misure d’emergenza ex art. 34 del Regolamento 1829/2003, che presuppongono un grave rischio per la salute o per l’ambiente. Siccome, dice la Commissione, l’Italia mai ha notificato alcunché del genere all’UE, se ne deve dedurre che “l’Italia non ha adottato misure d’emergenza in relazione al MON 810 ai sensi dell’art. 34 del Reg. 1829/2003“. Conclusione che mi pare irrefutabile (anche perché i rischi in questione, come tutti sanno, non esistono).
b) Le restrizioni all’uso o alla commercializzazioni ai sensi della Direttiva 2002/53. Qui si richiamano gli artt. 16 e 18, che consentono a uno Stato di vietare in tutto o in parte la coltivazione o commercializzazione di Ogm se è accertato che la varietà in questione possa nuocere ad altre coltivazioni; se ci sono prove scientifiche che indicano che la varietà Ogm non è adatta alla coltivazione nello Stato per le sue caratteristiche geografiche; oppure se lo Stato ha altri motivi validi per ritenere che la varietà Gm in questione presenti rischi per la salute o l’ambiente. Anche qui la Commissione giunge alla conclusione che l’Italia, non avendo presentato alla Commissione alcuna domanda in merito a dette norme, non ha adottato alcune misura del genere autorizzato dalla Direttiva 2002/53. E anche qui, mi sembra difficile dissentire.
c) Infine, ci sono le misure di coesistenza, autorizzate dall’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, che tuttavia possono, sì, restringere, e persino vietare in parte, la coltivazione di Ogm, ma - secondo la sentenza della Corte di Giustizia - “solo per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate in osservanza della loro finalità“. Il che vuole dire, 1) che lo Stato membro non può invocarla a vanvera (cioè al mero scopo, non già di garantire la coesistenza, ma di vietare tout court la coltivazione di Ogm), e 2) che non può sospendere o vietare la coltivazione di Ogm in attesa della futura emanazione di misure di coesistenza, dato che adottarle o meno è una facoltà, ma non un obbligo, dello Stato. Su questo, la Commissione non trae alcuna conclusione in merito all’atteggiamento dell’Italia. Allora aggiungiamo noi che l’Italia non ha mai adottato misure di coesistenza, né a livello statale né a livello regionale; tuttavia, una legge regionale (cioè per l’appunto la famigerata legge del Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011) ha invocato l’art. 26-bis, peraltro - ad avviso di chi scrive - a vanvera (vedi sotto).
A questo punto, la Commissione fa sei domande (in corsivo qui di seguito) all’Italia:
A) l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 è ancora in vigore? E qui la risposta non può che essere positiva: l’articolo non è stato ancora abrogato, e bisognerà vedere come i giudici italiani lo interpreteranno a seguito della sentenza della Corte di Giustizia. Poi la Corte chiede come mai detta norma non è stata notificata alla Commissione: la domanda però a me pare bizzarra, dato che mi risulta, al contrario, che il d.lgs. 212/2001 sia stato notificato.
B) le autorità italiane continuano ad applicare l’art. 1 del d.lgs. n. 212/2001 anche dopo la sentenza della Corte di Giustizia del 2012? E qui la risposta è: non si sa. Ancora non mi risulta vi siano state applicazioni.
C) a seguito della sentenza della Corte del 2012, le autorità italiane intendono modificare il d.lgs. n. 212/2001 o le altre norme rilevanti per assicurare ottemperanza alla sentenza? E qui la risposta non può che essere: buona questa!
D) l’art. 1 del d.lgs. n. 224/2003 è ancora in vigore? E qui la risposta è: sì. Poi la Commissione chiede se la disposizione in esame sia stata notificata; e qui, ancora una volta, confesso il mio sconcerto (la disposizione mi risulta sia stata notificata eccome). Poi si chiede la sua rilevanza ai fini che ci interessano. La mia risposta: non c’entra granché (il d.lgs. 224/2003 è un’attuazione della Direttiva n. 2001/18, ma non riguarda l’ulteriore autorizzazione alla coltivazione, di cui si controverte nel caso Fidenato).
E) la legge regionale n. 5/2011 della Regione Friuli/Venezia Giulia è ancora in vigore? Risposta: sì. E’ stata notificata alla Commissione? Risposta: mi risulta di no. In che senso questa legge è rilevante ai fini della coltivazione Ogm? Risposta: semplice, è un divieto totale alla coltivazione di Ogm nel territorio regionale, asseritamente in base all’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, quindi in quanto misura di coesistenza. Dovrebbe pertanto ritenersi inefficace (perché non notificata alla Commissione), invalida (perché in contrasto con la normativa comunitaria, come interpretata, da ultimo, dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 2012), sempre che sia conforme ai principi costituzionali del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.
F) infine la Commissione chiede ragguagli in merito alle vicende giudiziarie di Fidenato. Su questo punto è da osservare che, sebbene in linea di principio la giurisdizione penale dell’Italia sia sovrana e non soggetta a scrutinio comunitario, tuttavia appare abbastanza chiaro che una sanzione penale non dovrebbe essere irrogata a un cittadino italiano per aver violato una norma interna in contrasto con le norme comunitarie: e questo è proprio il caso di Fidenato. Vero è che detta conclusione discende dai principi di diritto nazionale (in particolare dal principio di offensività della norma penale), più che da principi comunitari; tuttavia sono molto curioso di sapere cosa risponderà l’Italia.
Sempre che, ovviamente, l’Italia decida di rispondere. Finora, l’Italia si è rigorosamente limitata a guadagnare tempo facendo finta di nulla. Scommetto my two cents su quest’ultima via d’uscita. Tanto, di qui alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia, chissà cosa sarà successo, e soprattutto, chi sarà stato al Governo.	Tags: Luca Simonetti 8 commenti al post: “Commento alla richiesta d’informazioni della Commissione”
22 Gen 2013 alle 07:30 Ma se l’Italia non rispondesse alla Commissione e poi venisse condannata da una procedura di infrazione il decreto 212/2001 resterebbe comunque in vigore fino ad un provvedimento di modifica varato dal Governo Italiano?
22 Gen 2013 alle 12:52 Rimarrebbe in vigore sì, ma andrebbe disapplicata dai giudici italiani perché in contrasto con le norme comunitarie. Tra l’altro, a me pare possibile sostenere che la norma italiana vada disapplicata già da adesso (anche senza bisogno di attendere la proununcia)
fabrizio cicchirillo scrive:
31 Gen 2013 alle 14:52 Penso che l’analisi sia corretta ma si perda un po’ nel procedurale. D’altronde visto il caso trattato, in cui si cerca di produrre artificialmente confusione più che chiarezza,mi sembra il minimo. C’è un punto che va chiarito e che mi sembra nessuno abbia il coraggio di affermare. Le sentenze interpretative della Corte di Giustizia sono “legge” e rientrano nelle fonti di diritto. Questo vuol dire che per effetto della sentenza della Corte di giustizia la norma sull’autorizzazione nazionale alla coltivazione è una norma già dormiente, ovvero in vigore ma priva di effetti, nell’ordinamento italiano. Qualsiasi autorità italiana, non solo giudiziaria, non potrebbe applicarla. Quindi per inciso anche il MIPAF non potrebbe rilasciare nessuna autorizzazione, perché non potrebbe applicare la suddetta norma. In uno stato di diritto la politica non dovrebbe essere al di sopra delle regole e dovrebbe garantire i diritti che la legge statuisce. In questo caso il diritto alla scelta degli agricoltori se coltivare transgenico, biologico o convenzionale. Ma l’Italia è alla luce di tutta la vicenda giudiziale sugli OGM uno stato di diritto?
03 Feb 2013 alle 18:07 Grazie a Fabrizio Chicchirillo per le precisazioni.
Non riesco più a trovare il link per visualizzare il testo con la richiesta di informazioni. Qualcuno sa dirmi dove si trova?
04 Feb 2013 alle 18:30 Lo puoi trovare qui
04 Feb 2013 alle 19:48 Claudio,
veramente al link mi si apre una pagina di settembre mentre la richiesta di informazioni della commissione europea al governo italiano è di novembre ed è stata pubblicata da salmone.org a gennaio.
10 Apr 2013 alle 11:39 Nonostante concordi sul fatto che l’Italia abbia omesso di agire, impedirci di effettuare una procedura di autorizzazione “fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente“ mi sembra in totale contrasto con l’art. 32 della costituzione (tutela salute) che sebbene non rientri nella parte dei principi fondamentali è pur sempre un diritto universale.
A mio avviso abbiamo un evidente contrasto tra fonti del diritto. (sentenza e regolamento vs costituzione).
10 Apr 2013 alle 11:48 …e non basta il fatto che ex art 4 del TFUE la salute pubblica rientri nella competenza concorrente dell’UE.
Per quanto riguarda invece la tutela e miglioramento della salute umana l’Ue ha solo competenza nel coordinare e completare l’azione degli Stati membri (ex art 6 del TFUE).
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