Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-15594-del-22-06-2017
Timestamp: 2020-01-23 07:42:51+00:00
Document Index: 31081035

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 35', 'art 3', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 10', 'art. 46', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 46', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 91']

Sentenza Cassazione Civile n. 15594 del 22/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15594 del 22/06/2017
Cassazione civile, sez. VI, 22/06/2017, (ud. 10/05/2017, dep.22/06/2017), n. 15594
sul ricorso 20126-2015 proposto da:
difende unitamente e disgiuntamente agli avvocati FABIOLA ZAMBON ed
ATTILIO BONINI;
avverso la sentenza n. 47/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
1. la Corte d’appello di Genova confermava le sentenze del Tribunale della stessa sede che avevano rigettato l’opposizione proposta da Iren S.p.A. avverso gli avvisi di addebito con il quale l’Inps le aveva intimato il versamento contribuzione cigo, cigs e mobilità, e relative sanzioni civili, per il periodo tra giugno 2011 e maggio 2012 e tra luglio 2012 e dicembre 2012.
1. con il primo motivo la società ricorrente, deducendo plurime violazioni di norme di diritto nonchè vizio di motivazione, ha censurato la decisione per avere ritenuto dovuti i contributi per cigs e cigo. Ricostruita l’evoluzione normativa in tema di modalità di gestione dei servizi pubblici da parte degli enti locali, rilevato che in base al disposto della L. n. 448 del 2001, art. 35 detti enti, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni sono tenuti ad avvalersi di soggetti allo scopo costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria degli enti locali, anche associati, ha sostenuto che la partecipazione di soggetti pubblici al capitale sociale comportava che essa ricorrente dovesse essere annoverata nell’ambito delle imprese industriali degli enti pubblici, anche municipalizzate, esonerate, in base al disposto del D.C.P.S. n. 869 del 1947, art 3, dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria. Ha quindi dedotto il vizio di motivazione della decisione impugnata con riferimento alle allegate caratteristiche della società che, in ragione del peculiare oggetto, della presenza di capitale pubblico, della “assoluta dominanza” dell’ente pubblico, dell’assoggettamento al regime di concessione pubblica ed al controllo della Corte dei Conti, non si presta ad essere inquadrate, come invece ha fatto la decisione impugnata, nell’ambito delle normali società per azioni di diritto comune.
2. Con il secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 16, commi 1 e 2, nonchè vizio di motivazione, ha censurato la decisione per avere affermato la sussistenza dell’obbligo al pagamento del contributo per mobilità. Ha richiamato le argomentazioni svolte a sostegno del primo motivo, per sostenere che essa ricorrente non rientrava nel campo di applicazione della disciplina dell’intervento di integrazione salariale di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 14 ed era pertanto sottratta anche alla contribuzione per mobilità.
Rileva la ricorrente che, nel disciplinare il campo di applicazione della disciplina dell’integrazioni salariali ordinarie e dei relativi contributi, il decreto legislativo dispone che essa si applichi anche alle “imprese industriali degli enti pubblici, salvo il caso in cui il capitale sia interamente di proprietà pubblica” (art. 10, comma 1, lett. I). Nel contempo, l’art. 46 D.Lgs. citato, contempla tra le abrogazioni espresse il D.Lgs.C.P.S. 12 agosto 1947, n. 869 (comma 1, lett. b) e dispone altresì l’abrogazione di ogni altra disposizione contraria o incompatibile con il decreto. Assume la ricorrente che la norma dell’art. 10 avrebbe, in base ad una scelta discrezionale del legislatore, disposto solo per l’avvenire, nel senso che solo a far tempo dalla sua entrata in vigore (24 settembre 2015) potrebbe dirsi sorto l’obbligo contributivo per la cassa integrazione ordinaria per le imprese industriali degli enti pubblici il cui capitale non sia interamente di proprietà pubblica. In precedenza la formulazione ampia e generica dell’art. 3 (“imprese industriali degli enti pubblici”) non consentiva una tale interpretazione. Ulteriore conferma di tale interpretazione si trarrebbe dalla L. 29 dicembre 2015, n. 208, con la quale il legislatore, intervenendo proprio sull’art. 46, ha previsto che l’abrogazione (già disposta alla lett. b) non opera con riguardo al D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947, con ciò confermando di aver voluto “sia escludere che il D.Lgs. n. 148 del 2015costituisca un quid novi et ex nunc rispetto all’antecedente art. 3 n. 869-1947, sia che le, dette normative debbano reciprocamente integrarsi”.
Il decisum della Corte d’appello, che ha escluso l’applicabilità delle sanzioni in misura ridotta sul rilievo che a tal fine là previsione in esame richiedeva l’integrale pagamento dei contributi dovuti, è coerente con la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 01-03-2016 n. 4077, 10/12/2013 n. 27513) secondo la quale la riduzione, come si ricava dal tenore letterale delle disposizioni, presuppone l’integrale pagamento dei contributi e dei premi dovuti alle gestioni previdenziali e assistenziali, nel termine fissato dagli enti impositori.
Non smentisce la ratio decidendi della Corte d’appello la deduzione secondo la quale Iren avrebbe eseguito il pagamento della contribuzione nel corso del giudizio di primo grado: non risulta in primo luogo che la circostanza sia stata prospettata al giudice di merito, sicchè la relativa deduzione formulata per la prima volta in Cassazione risulta inammissibile; inoltre, l’assunto non è comunque idoneo a dimostrare che si sia verificato l’integrale pagamento nel termine fissato dagli enti impositori.
7. Il quarto motivo, con il quale la ricorrente censura la sentenza gravata laddove l’ha condannata al pagamento delle spese processuali per difetto di motivazione e violazione dell’art. 91 c.p.c, è del tutto infondato, considerato che solo la compensazione delle spese dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato (v. ex plurimis Cass. 23/02/2012 n. 2730).
rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’Inps, che liquida in Euro 7.500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, rimborso spese generali nella misura del 15`)/0 ed accessori di legge.