Source: http://www.arsinistra.it/primo-piano/attuare-la-costituzione/
Timestamp: 2020-04-06 18:37:54+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.3', 'art. 53', 'art. 1', 'art. 1', 'art.3', 'art. 41', 'art. 1']

Attuare la Costituzione | ARS – L'associazione per il rinnovamento della sinistra
— luglio 7, 2010
Come rispondere all’attacco ai diritti dei lavoratori, alla libertà di stampa e all’equilibrio tra i poteri dello Stato
Intervento di MARIO SAI all’iniziativa Attuare la Costituzione del 22/06/2010
1. UN VENTENNIO DI FRAMMENTAZIONE DELLA SOCIETA’ E DI CONCENTRAZIONE DEL POTERE
Il disegno di legge sulle intercettazioni, con il suo pesante carico di limitazione della libertà di informazione (che è pre-condizione, come sancito anche dalla Corte Costituzionale, per l’esercizio pieno dei diritti di partecipazione politica) e l’imposizione da parte della Fiat di un accordo che altera il diritto di sciopero, trasformandone l’esercizio individuale in comportamento illecito, passibile di licenziamento, chiariscono come il processo che mette in crisi l’assetto della democrazia nel nostro Paese coinvolga questione democratica e questione sociale e tragga alimento dalla loro separazione.
La lunga transizione alla Seconda Repubblica ha avuto per tutti gli anni Novanta – ed ha tuttora – come motore l’ossessione delle riforme istituzionali ed insieme la crescita di ostacoli alla “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3). Il rifiuto popolare, espresso con il voto referendario, di manomettere la Costituzione non è stato in grado di invertire questa deriva.
Il Governo, mentre considera tutte le istituzioni di controllo e garanzia come un ostacolo al processo decisionale e chiede concentrazione di potere sottraendo di fatto al Parlamento la libertà di legiferare, favorisce la frammentazione della società, altera il sistema dei diritti individuali e collettivi a favore del mercato o delle clientele. Se dominano gli interessi privati, non c’è argine alla corruzione ed alla illegalità che ormai sono incistate negli ordinari ingranaggi della pubblica amministrazione.
L’Italia è attraversata da un profondo senso di ingiustizia, che si fonda su corposi dati materiali, a cominciare dal fatto che vi è uno dei rapporti più squilibrati al mondo tra redditi da lavoro e pensione e ricchezza accumulata con patrimoni che sfuggono ad ogni controllo. L’associazione italiana di “private banking” calcola in 600 mila le persone con un patrimonio finanziario superiore ai 500 mila euro, mentre i contribuenti che dichiarano un reddito superiore ai 200 mila euro sono poco meno di 80 mila.
Essendo venuta meno la progressività del sistema tributario e quindi l’obbligo per tutti i cittadini ed i ceti sociali di “concorrere alle spese pubbliche….. in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53), questo senso di ingiustizia può diventare paradossalmente fonte di disgregazione sociale: ognuno può sospettare ogni altro di essere in qualche modo un “privilegiato”. Gli stessi tagli dei trasferimenti alle Regioni ed agli Enti locali, provocando una riduzione dei servizi e delle prestazioni sociali, possono dare forza espansiva alle esperienze negative di “welfare dei residenti”, che sono negazione dei diritti universali di cittadinanza.
In un paese dove dominano i particolarismi, il conflitto di interessi del Presidente del Consiglio diventa emblema e giustificazione – e per questo non genera un moto di ripulsa come ci si aspetterebbe.
2. IL CASO POMIGLIANO E L’ART. 1 DELLA COSTITUZIONE
Mentre sono cresciute l’insicurezza sociale e le disuguaglianze, i lavoratori ed i loro problemi sono scomparsi in un cono d’ombra.
La dichiarazione del Ministro Brunetta, a proposito dell’art. 1 da modificare perché “stabilire che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla” dovrebbe essere – nel suo contenuto esplicitamente reazionario – ben meditato da tutti coloro che ritengono primo dovere costruire un fronte ampio di difesa dei principi costituzionali, perché fa da cornice ad un azione quotidiana del Governo volta a smantellare i diritti sociali e le tutele contrattuali dei lavoratori, a cominciare dallo Statuto del Lavoro.
C’è una simmetria – che non viene mai indagata – tra marginalità della questione del lavoro nel discorso politico ed un calo di consenso verso il Parlamento e i partiti, che avendo perso la capacità di rappresentare ampi settori della società stanno agli ultimi posti nella fiducia dei cittadini.
Se al centro dell’ordinato funzionamento dello Stato non è più il Parlamento non può stupire – anche se preoccupa – che molti sondaggi diano maggioritaria l’opinione per cui il capo del Governo dovrebbe essere eletto direttamente dal popolo.
Contro il diffondersi di questo senso comune, occorre rimettere insieme battaglie per la democrazia e prospettiva di avanzamento sociale. La sola lotta per la legalità, come elemento esaustivo di un programma “liberale” – di riconquista di equilibri e limiti tra poteri, a cominciare dall’esecutivo – non è in grado di mettere in campo ampi settori di lavoro e di popolo, proprio quelli su cui più gravano l’arretramento economico e la disgregazione sociale.
Dell’accordo Fiat quello che sfugge è che la metrica del lavoro che ripropone è il segno di come, in assenza di una politica industriale, di una capacità di governo dell’innovazione, di una formazione di alto livello, nemmeno le imprese sono più in grado di progettare le nuove modalità con cui si organizza il lavoro. A Pomigliano una sola linea di montaggio deve produrre 280 mila vetture all’anno (a Melfi se ne producono 300.000 con due linee). Per questo, negando ogni filosofia “partecipativa” che pure ha animato la discussione sul superamento del taylorismo, tutto si carica di nuovo sul disconoscimento della professionalità (si torna alla “paga di posto”) e sui ritmi: pochi secondi per ogni mansione, meno minuti per le pause. L’obiettivo è un auto ogni 72 secondi.
Se questo è il quadro e non pochi sono i problemi e le ricadute nella complessiva azione sindacale, ancor più grave – e stupefacente – il disinteresse dei partiti.
Una prova è la veemenza con cui si tira l’elastico delle alleanze elettorali senza porsi il problema se ad esse corrisponda la fuoriuscita dalla marginalità politica di quei settori sociali che in tutte le tornate elettorali hanno fatto la differenza per lo schieramento di centro-sinistra. Mi riferisco in particolare al lavoro dipendente. Diciannove milioni di lavoratori (di cui 8 milioni operai) costituiscono quasi il 40% del corpo elettorale. Eppure sono considerati una “questione settoriale”. All”idea che il progetto di società democratica, di piena attuazione della Costituzione, dovesse comportare la democratizzazione della vita di fabbrica, che è stato per lunghi anni elemento distintivo della sinistra e ragione della sua forza, si sono sostituite le culture collaborative. L’impresa e l’economia sono ritornati centrali.
Questo vale per ampi settori del sindacato, ma ancor più per i partiti.
L’azienda come “comunità” è teorizzata nel PD come dalla Lega che nel suo blocco sociale ed elettorale, centrato su piccola comunità, piccola impresa, piccola borghesia, è riuscita a inglobare in modo subalterno ampi settori di lavoro di pendente.
Se non c’è mobilità sociale, giustizia sociale, se è limitato – e demonizzato – il conflitto sociale che fondamento trovano l’art. 1 e l’art.3? Verso i lavoratori sindacalizzati spesso si alimentano distanza e diffidenza in quanto “garantiti”. Occorre, invece, consolidare il rapporto tra sindacato e movimenti: il femminismo; i “verdi”; i precari; quei settori di lavoro intellettuale che non sentono riconosciuto il contenuto professionale e innovativo del loro lavoro, che hanno visto trasformare il loro bisogno di autonomia in precarietà e disoccupazione. Se non si fa questo, vien meno una capacità di progetto ed un consenso sociale, rimane inattuata ed esposta a distorsioni, interpretative e di fatto, tutta la parte sui rapporti economici: la tutela del lavoro; la retribuzione per una esistenza libera e dignitosa; la parità dei diritti per donne e minori; la libertà sindacale; il diritto di sciopero; l’utilità sociale come limite alla libertà d’impresa ed alla proprietà privata.
Quando il Governo cerca di manomettere l’art. 41 è tutto un affannarsi a spiegare che è inoffensivo. E invece no. Fa parte integrante dell’idea europea di economa sociale di mercato, in cui lo Stato opera per la piena occupazione ed il benessere dei cittadini, favorendo il compromesso tra capitale e lavoro.
Sono le condizioni per affrontare la crisi ambientale; la riorganizzazione delle produzioni a livello mondiale, che coinvolge pesantemente l’industria dell’auto; le trasformazioni nel lavoro, più in generale la insostenibilità di questo sistema produttivo e finanziario (ed insieme la sua capacità di persistere, di sbarrare la strada al cambiamento pur dentro una crisi gravissima.
Il cambiamento del modello di sviluppo ha bisogno non solo di politica, ma anche di un rafforzamento dei soggetti collettivi. Non si può pensare ad una globalizzazione dei diritti e delle tutele democratiche senza che ne diventino protagonisti le grandi masse di lavoratori, cinesi od italiani che siano. Ad essi non si può dire che la generale caduta dei salari, il livellamento delle retribuzioni intorno ai mille euro senza tenere conto degli orari, della fatica, delle competenze, dei titoli di studio sono conseguenze della globalizzazione e, come dice Eugenio Scalfari, sono un dato di fatto. Così pure non si può proporre una riconversione ecologica dell’economia senza che non sia garantito il diritto al lavoro. Cambiare occupazione si può, non si può finire marginali e disoccupati, come è stato il destino dei lavoratori dell’Alfa di Arese.
3. RICONNETTERE COSTITUZIONE E LAVORO; LIBERTA’ E DIRITTI
Per questo serve una buona politica di cui la Costituzione indica caratteristiche ed obiettivi di evidente attualità. Il sindacato non può bastare a se stesso. È necessario che anche i partiti di sinistra tornino ad essere organizzatori della società, che sappiano unire quanto la politica di destra tende a dividere ed emarginare.
Anche i movimenti di lotta non solo stanno lontano dai partiti e dal sindacato, ma soffrono di una solitudine reciproca. Il primo compito del sindacato – e della sinistra – deve essere quello di rimetterli insieme: i duecentomila del movimento viola sul web (o i cinquecentomila del sito di Repubblica contro la legge bavaglio) con i trecentomila delegate e delegati sindacali attivi nei luoghi di lavoro, protagonisti di questa difficile stagione di resistenza alla distruzione di posti di lavoro e capacità produttiva.
Spiantato socialmente nessun progetto politico si regge a sinistra. Le battaglie per i diritti, la legalità, la libertà degli individui mobilitano aree di lavoro pubblico, di borghesia urbana, di nuove professioni legate all’innovazione (e questo genera un’idea di partecipazione politica – di cui il “web” è la metafora – fondamentalmente per chi possiede risorse economiche e culturali, capitale sociale), ma non riescono a scalfire la capacità del centro-destra di inglobare in modo subalterno ampie quote di lavoro industriale, anche perché assenti dalla quotidianità del confronto politico e istituzionale tra Governo ed opposizione. Ne è prova la mancanza di attenzione alla legislazione sociale, come quella per la democrazia nei luoghi di lavoro, di cui si è tornato a parlare grazie alla iniziativa referendaria della Fiom. Analogamente non suscita scalpore la richiesta della Fiat che gli operai non facciano i presidenti di seggio, gli scrutatori, i rappresentanti di lista. Essi sono fattori di costo, non cittadini. Del resto gli operai sono già fuori dal Parlamento, dalle assemblee elettive, dalla direzione dei partiti.
Per questo la difesa della Costituzione spesso suona retorica: se i lavoratori non sono protagonisti della politica che senso ha l’art. 1? Per riconnettere Costituzione e lavoro, Costituzione e popolo occorre riunificare questi movimenti, evitare che ci sia una separazione tra le libertà, per cui si battono i ceti medi riflessivi, quello che resta di una borghesia azionista e radicale, ampi settori di lavoro intellettuale, ed i diritti, che rivendicano gli operai, i lavoratori dipendenti, gli immigrati.
In questa frattura crescerebbe la mala pianta della reciproca indifferenza e diffidenza, ci sarebbe un rischio disastroso di separazione.
Per questo se si vuole difendere una Costituzione avanzata in un Paese che arretra economicamente; che non dà futuro ad una generazione di giovani precari; che fa dei lavoratori un popolo indistinto e diviso che non ha più nome (tanto che suscita sorpresa il fatto che il Presidente della Repubblica osi dire “classe operaia”) occorre dare corpo ad una politica che unisca intorno ad un progetto i movimenti di lotta, le organizzazioni sociali, le forze politiche, i lavoratori e gli intellettuali. Un buon esempio è stata la manifestazione del 2 giugno a Milano, che ha messo insieme appartenenze, storie e culture diverse, dalle Acli al popolo viola, da “Libertà e Giustizia” alla Cgil.
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Jazesjoura maggio 22, 2017 at 9:14 pm