Source: https://www.diritto.it/lavoro-dei-detenuti-d-l-782013/
Timestamp: 2018-12-14 08:21:09+00:00
Document Index: 15550994

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 385', 'art. 3', 'art. 73', 'art. 4', 'sentenza ']

Autorevole dottrina sul tema (1) ha affermato che la possibilità di svolgere un’attività lavorativa costituisce, per i condannati e gli internati, se non l’unico, il più importante strumento rieducativo.
Con il decreto legge del 1 luglio 2013 n. 78 (2), concernente Disposizioni urgenti in materia di esecuzione della pena, sono state, tra l’altro, affrontate le questioni riguardanti la possibilità di svolgere all’esterno del carcere per i detenuti.
L’art. 2 introduce alcune rilevanti modifiche alla Legge sull’ordinamento penitenziario (3).
Infine, è stato soppresso il comma 9, che prevedeva l’automatica sospensione del beneficio a seguito di denuncia per il delitto di cui all’art. 385 c.p. (evasione).
Per quanto concerne le altre disposizioni, l’art. 3 eleva il numero di reati per i quali il giudice può infliggere il lavoro di pubblica utilità nei confronti dei tossicodipendenti (nuovo comma 5-ter dell’art. 73 del d.p.r. n. 309/1990), mentre l’art. 4 proroga fino al 31/12/2014 l’incarico del Commissario straordinario del Governo per le infrastrutture carcerarie, attribuendogli compiti ulteriori, specie in materia di edilizia penitenziaria.
I detenuti e gli internati potranno essere assegnati a prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito nell’esecuzione di progetti di pubblica utilità presso lo Stato, le Regioni, i Comuni, le Province o presso gli enti e le organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.
Il lavoro di pubblica utilità, come noto, trova la sua disciplina generale nell’articolo 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000, contenente le disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace: questa particolare tipologia di impiego non può essere inferiore a dieci giorni né superiore a sei mesi e consiste “nella prestazione di attività non retribuita in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.
Tuttavia, nell’ipotesi in cui il condannato lo richieda, il giudice potrà ammetterlo a svolgere il lavoro di pubblica utilità per un tempo superiore alle sei ore settimanali.
Come noto, la liberazione anticipata è quell’istituto, previsto dall’articolo 54 l. 26 luglio 1975, n. 354 ord. penit., che consente al condannato a pena detentiva che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione di godere, quale riconoscimento di tale partecipazione, di una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata, ai fini di un suo più efficace reinserimento all’interno della società (4).
Con la sentenza del 22 maggio 2001 n. 158 la Corte costituzionale ha poi precisato che il lavoro dei detenuti, che nella concezione giuridica posta alla base del regolamento carcerario del 1931 si poneva come un fattore di aggravata afflizione, cui dovevano sottostare quanti erano stati privati della libertà, è oggi divenuto, a séguito delle innovazioni dell’ordinamento penitenziario ispirate all’evoluzione della sensibilità politico-sociale, un elemento del trattamento rieducativo.
Il crescente favore del legislatore nei confronti dell’impegno lavorativo dei detenuti si è via via manifestato attraverso l’introduzione di nuove opportunità, in linea anche con le indicazioni espresse nella Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 12 febbraio 1987, relativa alle regole penitenziarie europee, secondo cui il lavoro carcerario dovrebbe, per organizzazione e regole giuridiche, avvicinarsi il più possibile alle normali condizioni del lavoro libero.
Accanto alle sperimentate figure del lavoro esterno e di quello «a domicilio» carcerario, si è così prevista la possibilità per imprenditori pubblici e privati di organizzare e gestire direttamente le lavorazioni all’interno degli istituti, fino a promuovere forme di autorganizzazione, mediante cooperative sociali che consentono il superamento del divieto di assunzione della qualità di socio per l’incapacità derivante da condanne penali e civili (v. legge 22 giugno 2000, n. 193) (5).