Source: http://www.liberazionesperanza.it/comunicato-stampa/2017/05/le-donne-straniere-vittime-di-violenza-domestica-hanno-diritto-alla-protezione-internazionale/
Timestamp: 2019-08-18 01:33:06+00:00
Document Index: 115581579

Matched Legal Cases: ['art. 60', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 60', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 8', 'sentenza ']

Le donne straniere, vittime di violenza domestica, hanno diritto alla protezione internazionale
Homecomunicato stampaLe donne straniere, vittime di violenza domestica, hanno diritto alla protezione internazionale
Posted on 05.18.17 by Davide Tuniz
Sì alla “protezione internazionale” per le donne vittime di violenza in famiglia, se lo stato di origine non è in grado di tutelarle.
La Cassazione, con ordinanza n° 12333 del 5 dicembre 2016 depositata il 17 maggio 2017, accoglie il ricorso di una donna marocchina vittima di abusi e violenze dell’ex marito, proseguite anche dopo il divorzio ottenuto nel 2008, il quale, essendo stato punito dalla giustizia marocchina con una sanzione assolutamente blanda (tre mesi di reclusione con sospensione della pena), avrebbe certamente reiterato violenze e abusi nei confronti della ex moglie in caso di suo rientro in Marocco.
Alla ricorrente la protezione è negata dalla Commissione territoriale di Roma e, a seguito del suo ricorso, anche dalla Corte di Appello di Roma, malgrado il rischio di subire di nuovo violenze dopo il rientro in patria.
Alla Corte di Appello di Roma la Cassazione “rimprovera” di non aver verificato, nel corso del procedimento, anche se la minaccia proveniva da un “soggetto non statuale” come l’ex marito, se lo stato marocchino era in grado effettivamente di offrire protezione.
In sede di ricorso alla Corte di Cassazione, la cittadina marocchina sostiene che la sua vicenda va qualificata come forma di “violenza domestica” ai sensi della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta a Instanbul l’11 maggio 2011, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 27 giugno 2013 n° 77.
Detta Convenzione prevede in particolare, all’art. 60, quanto segue: “Le parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’articolo 1, A (2) della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare / sussidiaria”. Norma, questa, vincolante già sul piano dell’interpretazione della normativa nazionale.
La ricorrente insiste, pertanto, per il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett, b), del D.Lgs. 19 novembre 2007 n. 251, essendo esposta, in caso di rientro in patria, al rischio di subire un danno grave sotto forma di trattamento inumano o degradante.
E la Corte di Cassazione le dà ragione, motivando la decisione con argomentazioni di grande rilevanza pratica e giuridica.
Ai sensi dell’art. 3, lett. b), della Convenzione di Instanbul sulla prevenzione e lotta contra la violenza nei confronti delle donne, il sintagma “violenza domestica” designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima.
La vicenda della ricorrente rientra, dunque, pienamente nelle previsioni della Convenzione stessa.
La Cassazione condivide integralmente la tesi sostenuta nel ricorso, che riconduce tale forma di violenza all’ambito dei trattamenti inumani o degradanti considerati dall’art. 14, lett. b), del D.Lgs. n. 251 del 2007, in base ad una interpretazione che, per un verso, non trova ostacolo letterale nell’ampia dizione normativa e, per altro verso, è imposta dal richiamato art. 60, primo comma, ultima parte, della Convenzione.
Era, dunque, necessario che la Corte d’appello verificasse in concreto se, pur in presenza di minaccia di danno grave ad opera di un “soggetto non statuale”, come l’ex marito della ricorrente, lo stato marocchino sia in grado di offrire a quest’ultima adeguata protezione (art. 5, lett. c, d.lgs. cit.).
A tale compito invece la Corte d’appello si è sostanzialmente sottratta, avendo trascurato qualsiasi approfondimento della situazione del paese di provenienza della ricorrente — obbligatorio ai sensi dell’art. 3, comma 3, lett. a), d.lgs. cit. e dell’art. 8, comma 3, d.lgs. 28 gennaio 2008, n.25 — come denunciata dalla ricorrente stessa, limitandosi invece a valorizzare, sul punto, circostanze di per sé non indicative di una adeguata protezione, quali la ricordata condanna penale dell’ex marito e l’ottenimento del divorzio, o del tutto estranee a forme di protezione statale, quale l’appoggio della famiglia di origine della ricorrente.
La Suprema Corte, in conclusione, accoglie i ricorso della donna marocchina, cassa la sentenza della Corte di Appello di Roma e rinvia la questione ad un altro giudice (nel caso di specie, al Tribunale di Vibo Valentia) il quale dovrà verificare se la stato marocchino prevede specifiche misure di tutela della donna vittima di violenza domestica, quali l’allontanamento e/o il divieto, da parte dell’ex marito, di avvicinarsi alla ex moglie.
In assenza di simili misure a tutela della vittima, quest’ultima ha diritto al riconoscimento della protezione internazionale da parte dello stato italiano.
Novara, 18 maggio 2017