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Timestamp: 2017-03-25 17:22:25+00:00
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Autodichia. Parlamento Zona Franca : Autodichia. Un'udienza storica
Autodichia. Un'udienza storica
Autodichia. Un'udienza
delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, il 18 novembre 2014
nell'aula magna al secondo piano del Palazzaccio, ha avuto lo svolgimento
pacato e meditato delle occasioni che fanno la storia del diritto.
La causa numero 5 al ruolo d'udienza, Lorenzoni contro Senato della Repubblica,
ha avuto inizio con la relazione del cons. Amoroso, che ha ricordato le
precedenti fasi di causa sia in termini di giustizia domestica, sia in termini
di rito in Cassazione, fino alla rimessione alla Corte costituzionale ed
all'emanazione della sentenza n. 120.
Ha quindi avuto la parola il difensore del ricorrente, l'avvocato A. Sandulli,
che ha sottolineato la natura della sentenza n. 120 come vero e proprio
mutamento di prospettiva nel valutare la questione dei regolamenti
parlamentari, secondo i parametri della delimitazione tra i poteri:
l'autodichia diventa così materia attinente al rispetto o meno del confine
perchè, se si estende oltre gli ambiti funzionali allo svolgimento
dell'attività parlamentare, perde la sua legittimazione perchè in tal caso
prevale la grande regola dello Stato di diritto ed il regolamento parlamentare
diventa fonte di atti lesivi nei confronti del potere giurisdizionale. Spetta
al Collegio qui convocato valutare se i rapporti di lavoro dei dipendenti
rientrino o meno in questo confine, ma ben due argomenti enunciati dalla
sentenza n. 120 fanno propendere per questa conclusione: quello comparativo e
quello funzionale; inoltre il Collegio ha espresso la sua posizione, nel
medesimo senso, già nell'ordinanza n. 10400. C'è quindi margine per procedere
direttamente alla cognizione dei motivi di impugnazione della sentenza
domestica di ottemperanza, che disattendeva un giudicato formato e l'obbligo di
esecuzione secondo trasparenza e buona fede, gravante sull'Amministrazione del
Senato. Per questi motivi si richiede di decidere direttamente nel merito,
assumendo pronuncia costitutiva di annullamento della sentenza impugnata e di
condannare il Senato a riesercitare i propri poteri con atti immuni dai vizi
denunciati.
È allora intervenuto l'avvocato dello Stato F. Basilica, a nome del Senato
della Repubblica: sarebbe a suo avviso fuorviante leggere la sentenza n. 120 in
guisa diversa da una vittoria del Senato, che - in continuità con oltre mezzo
secolo - ha ottenuto l'affermazione dell'essenzialità dell'autodichia rispetto
all'esercizio delle proprie funzioni (alla stregua di quella che esercitano,
verso i propri dipendenti, le organizzazioni internazionali). Il quid novi è
solo l'affermazione che, se esercitato male in concreto, quel potere è
sindacabile dalla Corte costituzionale. Ma qui fu esercitato benissimo, perché
il ricorrente, vincitore nel processo di merito, in ottemperanza si sarebbe
visto dare torto - su un'interpretazione degli obblighi derivanti da quel
giudicato - nel pieno rispetto del principio del giusto processo.
L'inammissibilità del ricorso discende da queste considerazioni e dalla
granitica giurisprudenza di legittimità della Cassazione, che nel 2010 affermò
che bastava un fondamento costituzionale indiretto per giustificare
l'autodichia. Siano quindi accolte le conclusioni in atti.
Il Procuratore generale Apice dissente dalla lettura testè resa, visto che la
sentenza n. 120 non ha lasciato intatte le cose a cinquant'anni fa: anche il
cosiddetto pilastro del 2010 (dettato dalla sentenza n. 129 del 1981) merita
riconsiderazione alla luce della pronuncia di maggio. In essa la Corte
costituzionale non si è limitata a dichiarare inammissibile la questione di
legittimità dei regolamenti parlamentari, ma ha anche espresso due pesantissimi
obiter dicta. Per il primo, l'autonomia regolamentare, pur necessaria, non si
può spingere fino a comprimere i diritti fondamentali dei terzi; per il secondo,
ove tali diritti non siano rispettati, il problema si risolve col conflitto di
attribuzioni. Se i limiti dell'autodichia non sono stati rispettati, il potere
giurisdizionale è quello al quale sono stati "rubati" i poteri
cognitivi e di regolazione della fattispecie dedotta in giudizio. Ecco perché
può essere dichiarato ammissibile - con rinvio alla sezione semplice competente
- il ricorso che il Lorenzoni ha avanzato ai sensi dell'articolo 111 comma 7
Cost.: sempre ammesso che l'autodichia non possa essere superata - laddove vi
siano organi giudicanti che rispettino i principi di terzietà ed imparzialità
della CEDU - essi restano dei giudici speciali e come tali sono sottoposti al
sindacato nomofilattico della Cassazione, che la sentenza n. 120 non esclude affatto.
In via subordinata, vi sono gli estremi per sollevare conflitto contro il
Senato dinanzi alla Corte costituzionale: la Cassazione è comunque
l'espressione massima del potere menomato dal regolamento che ha decampato dal
suo ambito funzionale disciplinando ambiti di un altro potere, quello
Dopo che il Presidente del Collegio ha concluso la trattazione con le rituali
parole "sarà deciso", si è avuta una curiosa "coda" in una
successiva causa, affrontata dopo circa un'ora.
Era a ruolo numero 13 il ricorso per cassazione di alcuni dipendenti di ruolo
del Quirinale, contro una decisione dell'organo di giustizia domestica che dava
loro torto. Li difendeva il professore Cerulli Irelli, che - dopo la relazione
(che aveva ricordato come il precedente rinvio della trattazione era stato
originato dal desiderio di attendere le conclusioni della Corte costituzionale
sul caso Lorenzoni, poi rese con la sentenza n. 120) - aveva da un lato
evidenziato, per i rapporti di lavoro, la natura di "legge
sostanziale" del regolamento dell'Organo costituzionale, e dall'altro
aveva concluso per la natura speciale del giudice di autodichia, dichiarando
che questa era senza dubbio più certa al Quirinale di quella dei giudici
domestici delle Camere, perchè presieduta da soggetti esterni all'Organo
costituzionale (Trotta).
Prendeva in proposito la parola, per il segretariato generale della Presidenza
della Repubblica, il predetto avvocato Basilica, secondo cui vi erano tutti gli
estremi per applicare - in questo come nel caso a ruolo numero 5 - il secondo
obiter dictum della sentenza n. 120, come convincentemente ricostruito dal
dottor Apice, e quindi la possibilità di sollevare conflitto alla Corte
costituzionale. Gli atti di causa dimostrerebbero che la posizione del Senato
non era ostile, quanto meno in via subordinata rispetto all'inammissibilità, al
sollevamento del conflitto di attribuzioni ad opera della Cassazione.
Il Procuratore generale ha ribadito che le sue conclusioni, nel precedente come
nel presente caso, sono, in via principale, per l'accoglimento del ricorso ai
sensi dell'art. 111, comma 7, della Costituzione, con rinvio alla competente
sezione semplice, e, solo in subordine, per il conflitto di attribuzione.
Anche qui la trattazione si è conclusa,
ad opera del Presidente, con il rituale "sarà deciso".
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