Source: https://www.laleggepertutti.it/95386_licenziamento-o-dimissioni
Timestamp: 2018-03-18 19:04:59+00:00
Document Index: 72806506

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'sentenza ', 'sentenza ']

Lo sai che? Licenziamento o dimissioni?
Licenziamento orale o dimissioni: l’onere della prova grava sul datore di lavoro e non sul dipendente.
“Il lavoratore si è dimesso”, asserisce il datore di lavoro davanti al giudice. “No! Sono stato licenziato oralmente” ribatte il dipendente. Come si risolve il conflitto? Chi potrà vincere la causa? È tutta una questione di prove, risponde a entrambi il giudice. Ma il primo a dover dare la dimostrazione di ciò che afferma è il datore di lavoro. Difatti, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], l’azienda che nega l’esistenza di licenziamento orale deve dimostrare le dimissioni che deduce essere state date dal lavoratore.
Tutto nasce da un problema di fondo: il licenziamento non può essere mai dato oralmente, ma va intimato per iscritto, a pena di inesistenza (e obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro). Il datore avrà così anche la prova, nel documento cartaceo (la lettera di licenziamento), di aver rispettato tutta la procedura di licenziamento.
Quando però ciò succede, alcune aziende tentano di giustificarsi negando l’esistenza di un licenziamento, ma piuttosto sostenendo che è stato il lavoratore a dimettersi e a non presentarsi più in azienda. Circostanza che, come è ovvio, non potrebbe essere provata con documenti, ma necessariamente attraverso testimoni.
Far passare un licenziamento per dimissioni, dunque evita al datore di lavoro le ingenti sanzioni per la mancata adozione della procedura prevista per il licenziamento orale. Ma non è così facile. La Corte di Cassazione ricorda che le dimissioni sono un negozio giuridico unilaterale, con cui il lavoratore rinuncia al posto di lavoro. Di conseguenza il datore di lavoro, che nega il licenziamento, deve dare la prova di tali dimissioni: essa non può essere limitata all’allontanamento del lavoratore dall’azienda, ma deve includere anche le circostanze di fatto indicative dell’intento recessivo.
Se il datore di lavoro dovesse fornire tale prova, spetterà al dipendente ribattere, attraverso la dimostrazione che i fatti dedotti dall’azienda non sono veri o sono incompleti.
[1] Cass. sent. n. 4241/15 del 3.03.2015.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 dicembre 2014 – 3 marzo 2015, n. 4241
Ritenuto che con sentenza del27 ottobre 2011 la Corte d’appello di Roma, in riforma, per quanto qui interessa, della sentenza impugnata, rigettava la domanda di annullamento del licenziamento, con la conseguente pronuncia risarcitoria, proposta da C. P. contro la datrice di lavoro s.r.l. M. group;
che la Corte riteneva insufficiente la prova del licenziamento, contrastante con l’affermazione dimissioni orali resa dalla società e risultante soltanto da una testimonianza de relato proveniente da una collega della lavoratrice;
che contro questa sentenza ricorre per cassazione la P. mentre la s.r.l. M. group resiste con controricorso.
Considerato che col primo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2697, capoverso, cod. civ. e vizi di motivazione per non avere la datrice di lavoro, che ne era onerata, fornito la prova delle dimissioni della lavoratrice;
che col secondo motivo la ricorrente deduce omissione di motivazione circa un modulo, ritualmente depositato con l’atto introduttivo del processo e da lei sottoscritto quaranta giorni dopo la cessazione del rapporto di lavoro, di richiesta alla Commissione provinciale di Roma del tentativo di conciliazione; richiesta rimasta senza riscontro della datrice di lavoro, la quale non era neppure comparsa davanti al Tribunale di Tivoli;
che i due motivi, da esaminare insieme perché connessi, sono fondati;
che le dimissioni costituiscono un negozio giuridico unilaterale con cui il lavoratore rinuncia ad un bene, quale il posto di lavoro, protetto dagli artt. 4 e 36 Cost., con il conseguente onere del datore, che neghi il licenziamento, di darne la prova, non limitata all’allontanamento del lavoratore dall’azienda ma estesa a circostanze di fatto indicative dell’intento recessivo (Cass. 25 febbraio 2000 n. 2162 e 2170, 13 aprile 2000 n. 4760, 8 marzo 2011 n. 5454);
che la Corte d’appello ha disatteso questo fermo orientamento giurisprudenziale, valorizzando solo una testimonianza de relato e trascurando gli argomenti di prova contraria;
che, cassata la sentenza qui impugnata, il giudizio va rinviato alla Corte d’appello di Roma, che in diversa composizione giudicherà uniformandosi al sopra esposto principio in materia di onere della prova, compiutamente motivando e provvedendo sulle spese.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Cortt d’appello di Roma in diversa composizione, anche per le spese.