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Timestamp: 2018-08-18 12:47:27+00:00
Document Index: 119486704

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 25', 'art. 11', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 11']

Allegra Bonomo - R&P Legal - Studio Associato
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Google non è editore di youtube, ma un mero fornitore di servizi tecnologici
Il Tribunale di Grande Istanza di Parigi ha stabilito che Google è un intermediario della comunicazione ovvero un mero fornitore di servizi tecnologici e non già un editore. Conseguentemente, Google non può essere chiamato a rispondere di eventuali violazioni dei diritti d’autore poste in essere dai propri utenti attraverso la pubblicazione di video sulla piattaforma di videosharing Youtube.
Con la decisione del 29 maggio 2012, il Tribunale di Parigi ha rigettato la domanda risarcitoria proposta dalla rete televisiva francese Tf1 nei confronti di Google per violazione dei diritti d’autore su propri programmi diffusi tramite la piattaforma di videosharing Youtube, ed ha affermato che Google deve essere considerata un mero fornitore di servizi tecnologici e non può pertanto essere chiamata a rispondere di eventuali illeciti posti in essere dai propri utenti.
Il Tribunale è giunto alla suddetta conclusione a seguito di un esame dettagliato dei servizi offerti dalla piattaforma Youtube agli utenti, agli inserzionisti e ai titolari di diritti ed ha stabilito che essi non possono essere considerati elementi idonei ad escludere il ruolo di mero hosting provider di Google a favore di quello di editore e che, pertanto, a Google dovessero applicarsi le limitazioni di responsabilità previste dalla Direttiva 2001/31/CE sul commercio elettronico, così come implementate dalla legge nazionale. In particolare, il Tribunale di Parigi ha ritenuto irrilevanti: (i) la circostanza che Google nelle condizioni generali del servizio accettate dagli utenti, si riserva il diritto di utilizzare i contenuti dei utenti stessi, in assenza della prova di un effettivo esercizio di tale diritto al fine di conferire alla piattaforma una specifica linea editoriale; (ii) la raccolta di pubblicità connessa ai contenuti degli utenti; (iii) la previsione di un sistema di ricerca di contenuti protetti (c.d. Content id) utilizzabile dai titolari dei diritti.
Si tratta di una sentenza che si pone in netto contrasto con quelle dei Giudici nazionali; questi, infatti, sulla base degli stessi elementi sopra indicati che il Tribunale di Parigi ha ritenuto non avessero alcuna rilevanza sulla qualificazione di Google come mero “hosting provider”, hanno invece elaborato una nuova figura di Intermediario della Rete, definita “ hosting attivo” ritenuto “ non completamente passivo e neutro rispetto ai contenuti immessi dagli utenti” al quale non è applicabile la disciplina del D.Lgs. 70/2003.
08 July 2012 |
Una società, operante attività di marketing, non è esente da responsabilità con riferimento al trattamento dei dati contenuti in una lista anagrafica generata da una diversa società, nel caso in cui tali dati siano stati acquisiti senza un valido consenso informato dell’interessato. L’acquirente, anche se non raccoglie i dati personali e non effettua materialmente invio di comunicazioni promozionali, deve considerarsi titolare del trattamento.
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1885765
Con provvedimento del 5 aprile 2012, il Garante per la protezione dei dati personali si è pronunciato sul trattamento dei dati personali tratti da un questionario compilato on-line, su segnalazione di un utente, che aveva denunciato la ricezione di numerose chiamate (indesiderate) a carattere promozionale da parte di una importante società che opera nel settore dell’energia, nonostante l’intestatario avesse iscritto il numero nel Registro pubblico delle opposizioni.
Nel corso del procedimento, è emerso che la società che aveva effettuato la chiamata promozionale non aveva estratto i dati dagli elenchi telefonici, ma li aveva acquisiti da una nota azienda “che si occupa di generazione di anagrafiche con consenso per il marketing diretto”. Durante l’istruttoria il Garante ha accertato che la società cedente i dati non aveva acquisito un valido consenso informato dall’interessato e ha ordinato il blocco dei dati trattati in violazione di legge.
Il Garante, inoltre, ha analizzato la posizione della società acquirente e ne ha affermato la responsabilità nonostante quest’ultima, per espresso accordo con la società cedente, non aveva alcun accesso ai dati personali degli utenti ma si limitava “a dettare i criteri di individuazione dei nominativi da contattare senza alcuna ingerenza nel trattamento dei relativi dati”. Nonostante tale circostanza, infatti, l’Autorità ha ritenuto che la società acquirente “deve essere considerata titolare del trattamento delle informazioni personali dei destinatari delle iniziative commerciali adottate in suo nome e per suo conto. A questa società competono, infatti, le decisioni di cui all’art. 4, comma 1, lett. F) del Codice”. D'altro canto diversamente argomentando, continua il Garante, “anche avuto riguardo ad un punto di vista squisitamente contrattuale, ci si troverebbe di fronte ad una pattuizione - il richiamato accordo … - nella quale il sinallagma proprio del negozio giuridico posto in essere (e cioè la fornitura, verso corrispettivo, delle liste di dati personali di interessati che hanno acconsentito alla ricezione di iniziative di carattere commerciale) risulterebbe di fatto alterato, dal momento che quei dati sarebbero destinati, nella formale volontà dei contraenti, a permanere nella sfera giuridica del soggetto fornitore. Questi, infatti, si limiterebbe a riversarli ai propri responsabili, senza possibilità alcuna per l'acquirente di poterne disporre, nonostante il pagamento del relativo prezzo; con l'innegabile vantaggio di tenere indenne la società acquirente da oneri, obblighi e responsabilità connessi all'esercizio della titolarità.”
In conclusione, secondo il Garante, l'oggetto stesso del contratto risulterebbe illecito poiché si realizzerebbe in tal modo un indiretto risultato elusivo delle norme imperative del Codice che disciplinano, appunto, obblighi, oneri e responsabilità del titolare del trattamento di quelle informazioni.
Riservatezza e limite temporale del diritto di cronaca online
La vicenda riguarda un articolo relativo ad una vicenda giudiziaria di natura penale non ancora conclusa avvenuta nel 2008 che vedeva coinvolto un ristoratore ed il suo ristorante, del quale il ristoratore chiedeva la rimozione dal sito web di una testata giornalistica. Il soggetto interessato lamentava il pregiudizio alla reputazione personale e professionale con conseguente danno all’immagine del locale derivante dal permanere dell’articolo nelle pagine web.
La sentenza può considerarsi “innovativa” in quanto con essa il Giudice ha riconosciuto una prevalenza del diritto alla riservatezza sul diritto di cronaca sulla base delle disposizioni del Codice privacy, e ritenendo che la notizia essendo decorso un certo lasso di tempo, avesse ormai soddisfatto “gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica”.
Tribunale di Chieti, sez. Ortona, 16 gennaio 2013. pdf
Secondo il Tribunale di Chieti, una notizia di cronaca contenuta negli archivi di siti internet svolgenti attività giornalistiche va cancellata dopo il venir meno dell’attualità della notizia stessa e ciò indipendentemente dal fatto che la notizia sia vera o falsa.
La giurisprudenza che ha affrontato il tema della conservazione negli archivi on line di articoli giornalistici si è generalmente orientata sul concetto della necessità di aggiornare le notizie contenute negli archivi storici di una testata on line in presenza di fatti nuovi e sopravvenuti che incidono significativamente sull’immagine precedentemente data della persona interessata. Il Tribunale di Chieti, invece, in presenza di una notizia di cronaca giudiziaria del tutto attuale, veritiera e corretta ha ritenuto che essa dovesse comunque essere cancellata in quanto “la mancata rimozione dell’articolo da parte della testata viola il principio di necessità sancito dall’art. 11 del Codice, secondo cui il trattamento dei dati personali può avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per cui i dati sono stati raccolti e trattati, e conseguentemente il disposto dell’art. 25, che vieta la diffusione dei dati oltre il periodo stabilito dall’art. 11. Il Tribunale, inoltre, rinvia al diritto dell’interessato di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati in violazione di legge (art. 7 del Codice).”
A nostro parere si tratta di una sentenza criticabile in quanto troppo semplicisticamente sancisce una prevalenza assoluta del diritto alla riservatezza rispetto al diritto di cronaca o meglio afferma che decorso un certo tempo i presupposti legittimanti il diritto di cronaca decadano con piena prevalenza delle disposizioni del Codice.
Privacy e quotidiani: interdizione di indicizzazione di notizie non attuali e aggiornamento
Una società editrice di un noto quotidiano on line, non può esimersi dall’aggiornare i dati personali contenuti nell’archivio storico della propria testata, assumendo che il trattamento è lecito attualmente in quanto effettuato non per finalità giornalistiche ma a fini documentaristici nell’ambito di un archivio. Il diritto all’identità personale deve sempre essere salvaguardato ed esso comprende il diritto a vedere aggiornato il proprio profilo ogniqualvolta si verifichino eventi o circostanze che incidono significativamente sull’immagine dell’interessato.
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=2286820
Con provvedimento del 31 gennaio 2013, il Garante per la protezione dei dati personali si è pronunciato sul trattamento dei dati personali contenuti in una notizia di cronaca conservata nell’archivio storico di un quotidiano on line e accessibile tramite i più comuni motori di ricerca.
La fattispecie oggetto di procedimento innanzi all’autorità della privacy riguardava la pubblicazione nell’archivio storico on line di un quotidiano di una notizia contenenti dati personali riguardanti il ricorrente riferiti ad una vicenda giudiziaria dalla quale lo stesso era poi risultato del tutto estraneo. Si tratta quindi di un caso del tutto sovrapponibile a quello deciso nell’aprile del 2012 dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 5525, commentata in nostro precedente numero.
Il Garante per la protezione dei dati personali, quindi, richiamando espressamente la succitata sentenza ha ribadito il principio che “come indispensabile corollario della riconosciuta liceità della conservazione degli articoli di cronaca a suo tempo pubblicati nella sezione del sito interne dell’editore resistente denominato archivio storico, va garantito il diritto (pienamente compreso tra le posizioni giuridiche azionabili ai sensi dell’art. 7 del Codice) dell’interessato ad ottenere l’aggiornamento/integrazione dei dati personali che lo riguardano quando eventi e successivi sviluppi abbiano modificato le situazioni oggetto di cronaca giornalistica (seppure a suo tempo corretta) incidendo significativamente sul profilo e l’immagine dell’interessato che da tali rappresentazioni può emergere”.
Appare pertanto consolidato il presupposto dell’obbligo dell’editore on line di aggiornare la notizia: la successiva notizia che travolge sostanzialmente l’immagine che di una determinata persona era stata fornita in passato.
Il contributo del Garante, a differenza di quello del tribunale di Chieti, si muove sulla scia del recente orientamento giurisprudenziale formatosi interno a notizie di cronaca divenute “obsolete” a seguito di fatti sopravvenuti concernenti una persona che hanno l’effetto di fornire un nuovo profilo della stessa e che devono essere tenuti in considerazione in virtù del diritto sancito dall’articolo 7 del Codice all’”aggiornamento, alla rettificazione ovvero, quando vi ha interesse, l’integrazione” al quale corrisponde l’obbligo del titolare che i dati personali oggetto di trattamento siano “esatti e, se necessario, aggiornati” (art. 11 del Codice).
DPA: pc del lavoratore controllabile solo con consenso informato
Il Garante pe la protezione dei dati personali ha vietato ad una società di trattare ulteriormente i dati ricavati durante un’operazione di back up sul pc aziendale di un proprio dipendente a seguito del quale la società aveva proceduto alla contestazione disciplinare ed al licenziamento senza preavviso.
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=2149222
Si tratta di un provvedimento assolutamente in linea con quanto prescritto dall’Autorità ai datori di lavoro nel 2007 al fine di non incorrere in violazioni della normativa sul trattamento dei dati personali in occasione di controlli della posta elettronica e del pc aziendale. Il divieto è stato disposto una volta accertato che la società datrice di lavoro non aveva previamente e specificatamente informato il dipendente delle modalità di utilizzo del pc aziendale ed in particolare in quanto “la società, pur avendo fatto riferimento alla necessità di effettuare – almeno settimanalmente – il salvataggio dei dati su copie di sicurezza con conseguente verifica del buon fine dell’operazione, non ha fornito un’idonea informativa in ordine al trattamento dei dati personali connesso ad eventuali attività di verifica e controllo effettuate dalla società stessa sui p.c. concessi in uso ai dipendenti”.
Dai riscontri dell’Autorità è infatti emerso che una serie di documenti, sulla base dei quali il datore di lavoro aveva fondato la sua decisione, erano contenuti in una cartella personale del pc portatile assegnato al lavoratore. La società vi aveva avuto accesso quando il dipendente aveva riportato il computer in sede per la periodica operazione di salvataggio dei dati (back up) aziendali. Contrariamente a quando affermato dall’impresa, non risulta però che l’uomo fosse stato informato sui limiti di utilizzo del bene aziendale, né sulla possibilità che potessero essere avviate così penetranti operazioni di analisi e verifica sulle informazioni contenute nel pc stesso.
Il comportamento del datore di lavoro in questo caso, quindi, è stato dichiarato ingiusto e lesivo della privacy del dipendente, il quale non era stato avvisato del controllo in corso né tantomeno della possibilità che l'azienda effettuasse operazioni di verifica nel corso delle operazioni di backup periodico.
Il Garante pertanto ribadisce che il controllo dei pc dei dipendenti è un'azione consentita ai datori di lavoro ma con strette riserve. Non è possibile, infatti, verificare il contenuto del computer di un dipendente senza prima averlo informato e nel pieno rispetto della libertà e della dignità dei lavoratori.
Spetta ovviamente all'autorità giudiziaria valutare la possibilità di utilizzare i documenti acquisiti dall'azienda nel procedimento civile.