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Timestamp: 2019-08-23 16:15:42+00:00
Document Index: 69912117

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Sentenza 18 febbraio 2019, n. 4672
Lavoro privatizzato - Licenziamento per giustificato motivo oggettivo - Mutamento effettivo dell'assetto organizzativo mediante soppressione di una determinata posizione lavorativa - Valutazione del giudice in merito alla pretestuosità della soppressione - Obbligo di repechage - Onere della prova negativa a carico del datore dio lavoro - Onere della riproposizione e dell'indicazione della questione non trattata nelle precedenti fasi di merito - Censure inammissibili
Dott. LEONE Margherita Maria - Consigliere
sul ricorso 28635/2016 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);
(OMISSIS) S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell'avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 1228/2016 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 06/10/2016 R.G.N. 788/2016;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/11/2018 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per l'inammissibilita' del ricorso;
Con ricorso notificato in data 6/05/2015, la sig.ra (OMISSIS) (ingegnere elettronico specializzato in sistemi di misurazione, responsabile dell'ufficio "Compliance" svolgente la procedura di controllo denominata "STC") adiva il Tribunale di Milano per sentir condannare la societa' (OMISSIS) s.r.l. - accertata e dichiarata la nullita' e/o l'inefficacia e/o l'illegittimita' del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimatole dalla (OMISSIS) il 27.10.14 - alla reintegrazione della ricorrente nel posto di lavoro e al pagamento dell'indennita' risarcitoria prevista dalla legge, ai sensi della L. n. 300 del 1970, articolo 18, commi 4 e 7; in subordine, accertata la non sussistenza del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, chiedeva la condanna della resistente al pagamento dell'indennita' risarcitoria di cui alla L. n. 300 del 1970. articolo 18, comma 5; in ulteriore subordine, chiedeva il pagamento dell'indennita' risarcitoria di cui alla ridetta L. n. 300 del 1970, articolo 18, comma 6.
Si costituiva in giudizio la (OMISSIS) chiedendo il rigetto delle domande avversarie in quanto infondate in fatto ed in diritto.
Con ordinanza del 22 giugno 2015 il Giudice rigettava le domande della sig.ra (OMISSIS) ritenendo che secondo i dati allegati dalla convenuta, non adeguatamente contestati, la modificazione della normativa giapponese in materia di controlli dei prodotti aveva comportato una drastica e pressoche' totale contrazione, qualitativa e quantitativa, dell'attivita' di controllo del c.d. STC cui l'Ufficio Compliance era destinato; che non era sostanzialmente contestato che detto riassetto organizzativo della struttura aziendale fosse effettivamente intervenuto e che, in seguito ad esso, la posizione lavorativa della ricorrente fosse stata soppressa, anche considerato che la stessa ricorrente non aveva allegato la sussistenza di nuove assunzioni di altro personale svolgente mansioni analoghe, accertando che le mansioni residue, al netto della riduzione della attivita' di STC erano state esternalizzate o ridistribuite tra altri dipendenti"; con riferimento all'obbligo di repechage, osservava che la ricorrente non aveva indicato posizioni vacanti cui avrebbe potuto essere utilmente addetta.
La (OMISSIS) proponeva opposizione avverso la menzionata ordinanza di rigetto che tuttavia veniva confermata dal Tribunale.
Avverso tale sentenza la (OMISSIS) proponeva reclamo; resisteva la societa'.
Con sentenza pubblicata il 6 ottobre 2016, la Corte d'Appello di Milano respingeva il reclamo, ritenendo provata la sussistenza delle ragioni poste a base del licenziamento e l'impossibilita' di ricollocamento. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la (OMISSIS), affidato ad unico articolato motivo, poi illustrato con memoria.
Resiste la societa' con controricorso.
1.- La ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli articoli 3 e 5 L. n.604/66, per avere la sentenza impugnata considerato giustificato il suo licenziamento a fronte di una erronea ripartizione agli oneri di allegazione e prova.
Lamenta in particolare che la sentenza impugnata aveva deciso la causa in base all'erroneo presupposto della sussistenza di un onere a carico della dipendente di fornire la "dovuta collaborazione" nell'indicare o addirittura provare, l'esistenza di altre posizioni lavorative equivalenti ed utili in senso alla societa', superato dalla piu' recente e consolidata giurisprudenza di legittimita'. Espone che la "Compliance aziendale" aveva il compito essenziale di curare e consolidare l'immagine aziendale dal punto di vista della correttezza delle procedure e del rispetto delle norme legali e regolamentari, sicche' tale Ufficio, oltre ai controlli STC, aveva anche il compito di controllare le norme del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, curando che le relative procedure venissero rispettate. A tal fine riproduce nel corpo del ricorso 81 documenti, al termine della cui rassegna, a pag. 90 del ricorso, deduce che la riduzione dei controlli STC riguardava un tempo lavorativo della dipendente inferiore al 50%, sicche' la societa' avrebbe dovuto procedere alla scelta del personale da licenziare secondo i criteri di cui alla L. n. 223 del 1991, articolo 5; lamenta inoltre che l'unica prova offerta dalla societa' in tema di repechage riguardava la mancata assunzione di altri lavoratori nel semestre successivo al licenziamento.
Il ricorso, che presenta evidenti profili di inammissibilita' laddove affida la sostanza delle censure in ordine alla insussistenza del g.m.o. di licenziamento ad una voluminosa congerie di documenti, demandando cosi', inammissibilmente, a questa Corte la selezione delle parti rilevanti e dunque una individuazione e valutazione dei fatti, preclusa al giudice di legittimita' (Cass. 7 febbraio 2012 n.1716), e' per il resto infondato.
Occorre in primo luogo considerare che non sussiste nella sentenza impugnata alcuna effettiva inversione degli oneri probatori in materia, posto che la Corte di merito e' giunta alla piu' che ampiamente motivata conclusione dell'esistenza del giustificato motivo di licenziamento dopo una meticolosa ricostruzione delle circostanze di causa dedotte e provate dalla societa'. E lo stesso dicasi quanto al repechage ove la sentenza impugnata, pur sembrando rilevare, in un inciso a pag. 8, che "spettava alla ricorrente quanto meno additare, anche in modo sommario o impreciso" gli elementi da cui poter evincere la possibilita' di una sua utile ricollocazione in azienda, afferma con chiarezza che tale onere grava unicamente, L. n. 604 del 1966, ex articolo 5, sul datore di lavoro, esaminando quindi le ragioni per cui a suo avviso tale ricollocazione era stata dimostrata.
Cio' premesso occorre osservare che secondo il consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 25201/16, Cass. n. 10699/17, Cass. n. 24882/17 e successiva conforme giurisprudenza), ai fini della legittimita' del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, seppure l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare, e' piuttosto sufficiente che le ragioni inerenti all'attivita' produttiva ed all'organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditivita', determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di un'individuata posizione lavorativa. E' dunque in sostanza sufficiente, per la legittimita' del recesso, che le addotte ragioni inerenti all'attivita' produttiva ed all'organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditivita', causalmente determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa, non essendo la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del posto di lavoro sindacabile nei suoi profili di congruita' ed opportunita', in ossequio al disposto dell'articolo 41 Cost..
La pronuncia n. 8973/18 di questa Corte ha in particolare osservato che in tema di g.m.o. di licenziamento "al giudice spetta il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall'imprenditore", restando "saldo il controllo sulla effettivita' e non pretestuosita' della ragione concretamente addotta dall'imprenditore a giustificazione del recesso", accertamento in fatto che tuttavia resta affidato al prudente apprezzamento del giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimita' se non nei limiti di cui all'articolo 360 c.p.c., novellato n. 5, che, com'e' noto, limita il controllo sulla motivazione all'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, limitando cosi' il controllo sulla motivazione al "minimo costituzionale" (motivazione solo apparente o apodittica, Cass. sez. un. 7 aprile 2014, n. 8053). L'omesso esame di elementi istruttori, dedotti ancorche' inammissibilmente dalla (OMISSIS), non integra inoltre di per se' vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benche' la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovra' indicare - nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all'articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e all'articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4), - il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l'esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la decisivita' del fatto stesso" (Cass. sez. un. 22 settembre 2014 n. 19881).
Nella specie il ricorso non rispetta l'articolo 360 c.p.c., comma 1, novellato n. 5, cosi' come interpretato dalla giurisprudenza, anche a sezioni unite, di questa Corte.
La sentenza impugnata ha peraltro evidenziato che la lavoratrice, inserita nell'impresa (OMISSIS) con la qualifica dl quadro grazie alla sua particolare professionalita' di ingegnere specializzato in metrologia, aveva assunto la posizione di responsabile del predetto ufficio "Compliance" ivi esercitando la qualificante funzione di responsabile del controllo STC relativo ad una sofisticata serie di apparecchiature per misurazioni industriali della massima precisione, funzioni che, anche a causa della incontestata abrogazione della severa normativa giapponese in materia in materia di controlli, vennero man mano scemando, cosi' come il venir meno del dell'incombente di verifica, con conseguente cessazione dell'Ufficio Compliance e l'attrazione della gestione del sistema qualita' presso altra sede Europea della Compagine nipponica e l'assegnazione ad una impresa esterna della gestione della sicurezza sul luogo di lavoro, in uno con una forte contrazione delle procedure di controllo STC e chiusura del relativo ufficio.
A cio' aggiungasi che la censura, infondata quanto alla dedotta violazione dell'articolo 2697 c.c., finisce per censurare (accurati) accertamenti di fatto svolti dal giudice di merito, in contrasto, per giunta, con quanto stabilito dall'articolo 348 ter c.p.c., comma 4.
2.- Quanto all'assolvimento dell'obbligo di repechage, certamente gravante sulla datrice di lavoro, come in sostanza chiaramente affermato dalla sentenza impugnata (pag. 8), deve rilevarsi che questa Corte (cfr. da ultimo Cass. n. 10435/18) ha osservato che, trattandosi di prova negativa, il datore di lavoro ha sostanzialmente l'onere di fornire la prova di fatti e circostanze esistenti di tipo indiziario o presuntivo idonei a persuadere il giudice della veridicita' di quanto allegato circa l'impossibilita' di una collocazione alternativa del lavoratore nel contesto aziendale. Nella specie a fronte della ampiamente ed esaurientemente argomentata sussistenza di ragioni di carattere organizzativo e produttivo, valutata anche la peculiare specializzazione della (OMISSIS), la Corte di merito ha valutato che per molti mesi dopo il licenziamento la societa' non aveva assunto altri dipendenti, ad eccezione del (OMISSIS), con qualifica di impiegato e con contratto a termine, avvenuta a distanza di ben sette mesi (25.5.15) dal licenziamento de quo, e connesso alle dimissioni di altro impiegato nel marzo 2015, pervenendo al convincimento del raggiungimento della prova dell'insussistenza di una diversa collocabilita' della (OMISSIS) in mansioni equivalenti (sul rilievo a tal fine, e sempre valutando il contesto d'impresa dato, della mancanza di nuove assunzioni cfr. Cass. n. 27079/18, n. 10435/18).
Trattasi comunque sempre di valutazioni in fatto, incensurabili in questa sede, oltre che in base al novellato articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche in base al principio cd. della "doppia conforme" di cui all'articolo 348 ter c.p.c..
3.- La doglianza inerente il mancato rispetto dei criteri di scelta di cui alla L. n. 223 del 1991, articolo 5, non risulta menzionata dalla sentenza impugnata, sicche' vale il principio che qualora una determinata questione giuridica non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata ne' indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il ricorrente che proponga tale questione in sede di legittimita', al fine di evitare una statuizione di inammissibilita' per novita' della censura, ha l'onere non solo di allegare l'avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare "ex actis" la veridicita' di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. n. 8206/16, Cass. n. 25546 del 2006).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la (OMISSIS) al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimita', che liquida in Euro.200,00 per esborsi, Euro.3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, la Corte da' atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.