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Timestamp: 2018-01-23 22:20:14+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1809', 'art.1810', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 1809', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Pubblicato il 07/07/2009 da Simone Falusi 4 commenti
Archiviato in:Famiglia, Separazione e Divorzio Etichettato con:casa, convivenza more uxorio, Famiglia di fatto, fine convivenza
Pubblicato il 23/04/2009 da Simone Falusi Lascia un commento
Separazione e assegnazione della casa coniugale in comodato
Buongiorno, vorrei sapere in caso di separazione se è possibile rimanere nella casa in cui vivo con mio figlio chè ha 11 anni, c’è da dire che la casa è di proprietà dei genitori di mio marito e non paghiamo affitto. Grazie in anticipo per la risposta.
Risposta: la questione sottoposta dalla lettrice riguarda la disciplina applicabile all’assegnazione della casa familiare disposta in favore di uno dei coniugi nell’ambito del giudizio di separazione nell’ipotesi in cui l’immobile sia stato precedentemente oggetto di un contratto comodato da parte del suo titolare (genitori del marito) perché fosse destinato ad abitazione familiare del comodatario, con particolare riferimento alla determinazione della durata dell’assegnazione ed alla posizione giuridica del coniuge assegnatario nei confronti del comodante.
Il tema è stato affrontato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 7.9.2004 n° 13603; secondo la Cassazione, nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed impreveduto bisogno, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c.”. In sostanza la Suprema Corte ha rileva che se l’immobile è stata dato in comodato dai genitori di un coniuge affinchè fosse destinato ai bisogni del nucleo familiare e, quindi, nell’interesse della prole, il contratto deve rimanere in essere anche in caso di separazione. Conseguentemente i suoceri (per tornare al caso di specie) non possono pretendere di riottenere il proprio immobile dopo la separazione ricorrendo all’art.1810 c.c (secondo cui “Se non è stato convenuto un termine né questo risulta dall’uso a cui la cosa doveva essere destinata, il comodatario è tenuto a restituirla non appena il comodante la richiede”) dovendosi ritenere – secondo la Cassazione – che questo perduri fino al raggiungimento dell’autonomia economica dei nipoti.
Si trascrive di seguito il testo della sentenza 7.9.2004 n° 13603 della Corte di Cassazione:
(…) Il quadro normativo al quale la questione va riportata appare certamente privo di completezza ed organicità, atteso che la disciplina dell’assegnazione della casa familiare nella separazione e nel divorzio – peraltro segnata, come è noto, da ripetuti interventi del legislatore e della Corte costituzionale – è carente di espresse previsioni dirette a disciplinare (oltre l’ipotesi della locazione, specificamente considerata dall’art. 6 della l. 392/1978) tutte le situazioni giuridiche e tutti i titoli di detenzione con i quali il provvedimento di assegnazione può interferire.
E pertanto le Sezioni Unite enunciano il principio di diritto che segue. “Nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed impreveduto bisogno, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c.“.
In tali termini risolta la questione di diritto, rilevato che dal tenore complessivo della sentenza impugnata appare come pienamente accertato in fatto che il ricorrente concesse l’immobile di sua proprietà in comodato al figlio perché fosse destinato a casa familiare, la decisione adottata, pur emendata nella motivazione, deve ritenersi conforme a diritto. Il ricorso va pertanto rigettato. Non vi è luogo a pronuncia sulle spese di questo giudizio di cassazione, non avendo svolto le parti intimate attività difensiva (…)”
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Pubblicato il 26/03/2009 da Simone Falusi 2 commenti
Separazione: quale coniuge deve lasciare la ex casa familiare?
Una sentenza di separazione emessa dal giudice competente, con riconoscimento di una somma da assegnare al coniuge senza figli e senza aver specificato in sentenza di lasciare il domicilio; è implicito nella sentenza così emessa, che il coniuge dovrà lasciare il domicilio? Oppure doveva essere ben specificato.In quanto tempo il coniuge soccombente dovrà lasciare il domicilio, visto che l’appartamnto è anche di chi avuto la separazione?
Rispota: la coabitazione sotto lo stesso tetto dei coniugi separati solitamente non e…’ facile, quindi normalmente uno dei dei deve lasciare la casa familiare. In presenza di figli minori, la casa viene assegnata al coniuge collacatario dei figli, quindi l’altro coniuge deve lasciare l’abitazione. In assenza di figli minori o maggiorenni conviventi , se l’abitazione appartiene ad uno solo dei coniugi ed il Giudice non ha disposto diversamente, ovvero non ha disposto niente in materia, la casa spetta al coniuge proprietario o che vanta sull’immobile un diritto reale di godimento esclusivo. Infatti, in assenza di figli minori o comunque non autosufficienti da tutelare a mezzo della corresponsione del domicilio familiare, il giudice non è tenuto a disporre in ordine all’assegnazione dell’immobile che rientra naturalmente nella disponibilità del proprietario.
Nel caso in cui,invece, si tratti di immobile cointestato e non vi siano figli minori o maggiorenni conviventi, l’assegnazione della casa ad uno dei coniugi dovrà avvenire previa valutazione delle condizioni economiche dei coniugi. La Corte di Cassazione,infatti, ha precisato che: “Nell’ipotesi in cui la casa familiare appartenga ad entrambi i coniugi, manchino figli minorenni o figli maggiorenni non autosufficienti conviventi con uno dei genitori, ed entrambi i coniugi rivendichino il godimento esclusivo della casa coniugale, l’esercizio del potere discrezionale del giudice non può trovare altra giustificazione se non quella di, in presenza di una sostanziale parità di diritti, favorire quello dei coniugi che non abbia adeguati redditi propri, al fine di consentirgli la conservazione di un tenore di vita corrispondente a quello di cui godeva in costanza di matrimonio: da ciò consegue che, laddove entrambi i coniugi comproprietari della casa familiare abbiano adeguati redditi propri, il giudice dovrà respingere le domande contrapposte di assegnazione del godimento esclusivo, lasciandone la disciplina agli accordi tra i comproprietari, i quali, ove non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, restano liberi di chiedere la divisione dell’immobile e lo scioglimento della comunione. Ne consegue anche che, venuta meno la situazione che giustificava la temporanea compressione del diritto di comproprietà dell’ex coniuge non assegnatario, questi non può per ciò solo vantare alcun diritto al godimento esclusivo dell’abitazione della quale è mero comproprietario ma deve, in mancanza di accordo con l’ex coniuge assegnatario, proporre una domanda di divisione per lo scioglimento della comunione” (Cass. sentenza n. 2070/2000). Tuttavia sul punto la giurisprudenza non è concorde, escludendosi in alcune sentenze che il giudice possa, in assenza di figli conviventi, assegnare la casa coniugale al coniuge economicamente più debole (Cass. sentenza n. 11696/2001).
Nel caso in cui nella sentenza di separazione il Giudice nulla ha disposto in merito all’assegnazione della casa di proprietà di entrambi i coniugi, in mancanza di accordo, potranno chiedere la vendita giudiziale dell’immobile.
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