Source: https://www.laleggepertutti.it/213741_causa-inutile-lavvocato-e-responsabile
Timestamp: 2018-06-23 21:39:37+00:00
Document Index: 154759485

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'sentenza ', 'art.132', 'art.4', 'art 636', 'art. 1176', 'art. 414', 'art. 414', 'sentenza ', 'art.414', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 2041', 'art. 2042', 'sentenza ', 'art. 96', 'art.96', 'art.96']

Causa inutile: l'avvocato è responsabile?
Lo sai che? Causa inutile: l’avvocato è responsabile?
Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2018
> Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2018
Responsabilità professionale dell’avvocato se non dissuade il cliente dall’intraprendere o proseguire processi privi di utilità: anche se non commette errori e vince la causa, il legale deve risarcire i danni.
Quante volte, alla fine di una lunga causa, durata diversi anni, ti sei accorto di aver perso solo tempo e soldi, che tutta la trafila giudiziaria è stata inutile e vana perché alcun vantaggio concreto e pratico hai ottenuto. In questi casi, probabilmente, te la sei presa con la giustizia e con la legge italiana (…“che tutela sempre i truffatori”), con il giudice (…“che ci ha messo così tanto a decidere”) o, magari, con l’avvocato (…“che non ha detto, sin dall’inizio, che la causa si poteva evitare”). Proprio con riferimento a quest’ultima ipotesi, è corretto dire che l’avvocato è responsabile per la causa inutile? In parte sì, se non ha informato in origine il cliente di tutte le possibili alternative e non lo ha dissuaso dall’intraprendere processi privi di efficacia concreta. È questo l’orientamento dell’attuale giurisprudenza, magistralmente sintetizzato da una sentenza del tribunale di Treviso [1] pubblicata in questi giorni. I giudici offrono un vero e proprio vademecum sugli obblighi informativi che incombono sull’avvocato e su come questi si deve comportare con il proprio cliente nel momento in cui gli conferisce un incarico. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.
Per spiegare meglio come stanno le cose facciamo un esempio pratico.
Sei stato dall’avvocato per prospettargli un problema legale che ti affligge: un’azienda, a cui avevi affidato dei lavori di ristrutturazione in casa ed alla quale avevi pagato un lauto anticipo, si è dileguata nel nulla senza finire ciò che era stato appena iniziato. Chiedi al professionista come fare per riavere i tuoi soldi e questi ti consiglia di fare causa. Dopo un lungo processo, durato diversi anni, arriva la sentenza che ti dà ragione. Ma ormai è troppo tardi: l’azienda, che già era in fase di liquidazione all’inizio del processo, non ha più un euro in cassa per pagarti. Anche a chiederne il fallimento, non ne ricaveresti nulla. A tuo avviso, la responsabilità è però dell’avvocato il quale ben poteva conoscere, sin dall’origine, l’inutilità del giudizio, magari facendo una verifica dei beni intestati all’impresa; il professionista avrebbe dovuto inoltre informarti che il debitore era già in liquidazione e stava per chiudere i battenti. Insomma, il sospetto è che il legale abbia taciuto tali circostanze solo per incassare la parcella. Se invece si fosse comportato in buona fede non avresti speso inutilmente ulteriori soldi. L’avvocato invece si difende sostenendo di aver svolto correttamente il proprio compito, di aver vinto la causa e non aver commesso alcun errore; se poi non sei riuscito a recuperare il tuo credito non è colpa sua ma “di come va la giustizia e di ciò che la legge italiana consente di fare anche a danno degli altri”. Insomma, scarica la colpa sul … “sistema”. Chi dei due ha ragione?
Secondo il tribunale di Treviso l’avvocato ha l’obbligo di dissuadere il cliente dall’intraprendere cause inutili.
Non vi è dubbio che l’attività dell’avvocato non sia rivolta a far ottenere, al proprio assistito, un risultato (che spesso non dipende da lui), ma di prestare a questi tutte le proprie energie e conoscenze al fine di realizzare il compito che gli è stato affidato. Tanto è vero che il solo fatto che il cliente non vinca la causa non determina una responsabilità professionale in capo al legale.
Ma è altrettanto vero che, come per tutte le obbligazioni, l’avvocato deve adempiere nel rispetto dei canoni generali di diligenza (del professionista) e di buona fede e correttezza.
Come insegna anche la Cassazione [2] il professionista che agisca diligentemente ha il dovere di informare, dissuadere, sollecitare il cliente, rappresentandogli tutte le questioni di fatto o diritto che ostano al raggiungimento dell’obiettivo e che possono produrre effetti dannosi, sconsigliandolo di intraprendere o proseguire giudizi dall’esito probabilmente sfavorevole.
Secondo la Suprema Corte, infatti, incombe sull’avvocato il «dovere di prospettare al cliente tutti gli elementi contrari (ipotizzabili in virtù di quella preparazione tecnica e di quell’esperienza media caratterizzanti l’attività professionale alla luce degli evidenziati parametri normativi) per i quali, nonostante il regolare svolgimento di tale attività, gli effetti a questa conseguenti possano essere inferiori a quelli previsti, oppure in concreto nulli o persino sfavorevoli, determinando in tal modo un pregiudizio rispetto alla situazione antecedente; il professionista, infatti, deve porre in grado il cliente di decidere consapevolmente, sulla base di una adeguata valutazione di tutti gli elementi favorevoli, anche di quelli eventualmente contrari e ragionevolmente prevedibili, se affrontare o meno i rischi connessi» alla causa. E se non adempie a quest’obbligo ha una responsabilità professionale, oltre che deontologica.
Quindi non basta vincere la causa se questa poi, a conti fatti, non ha portato ad alcun risultato utile e anzi ha aggravato la situazione dell’assistito e ciò poteva ben essere previsto sin dall’inizio. Non dimentichiamo infatti che il professionista conosce il foro, sa quanto può durare un processo, è informato delle procedure necessarie ad attuare forzatamente una sentenza e di quanto possano essere aleatorie e, a volte, del tutto vane. E se ancor di più trova davanti a sé le perplessità del cliente nel proseguire il giudizio rivelatosi più lungo e dispendioso del previsto e il desiderio di abbandonare ogni attività processuale e, invece di dissuaderlo dal proseguire lo sollecita a proseguire il percorso intrapreso, paventandone il felice esito, è pienamente responsabile nei suoi confronti.
Spetta all’avvocato dimostrare di aver dissuaso il cliente dall’intraprendere o perseguire una causa inutile. Il dovere di dissuasione rientra nell’obbligo di informare il cliente dal quale ottenere un consenso informato circa le azioni da intraprendere.
È allora buona norma che l’avvocato renda le informative previste dalla legge come, ad esempio, quelle sulla mediazione e sulla negoziazione assistita e, in generale, su tutti gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie (alternativi cioè al tribunale), l’informativa sulla privacy e sui costi prevedibili dell’attività. Informative che l’avvocato sarà meglio che documenti per iscritto e che non potranno risultare dal semplice conferimento della procura come ricorda la sentenza del tribunale di Treviso.
Fra l’altro, proprio di recente, una delle modifiche apportate al codice deontologico forense prevede l’obbligo per l’avvocato di informare il cliente della possibilità di avvalersi della negoziazione assistita e della mediazione. All’art. 20, in particolare, è previsto che la violazione dei doveri e delle regole di condotta costituiscono illeciti disciplinari ai sensi della legge professionale. Tali violazioni, se riconducibili alle ipotesi tipizzate dallo stesso codice comportano l’applicazione delle sanzioni espressamente previste. Se invece non sono riconducibili a ipotesi presenti nel codice deontologico comportano l’applicazione delle sanzioni disciplinari previste dalla legge professionale.
La modifica, chiarisce il Cnf, è stata apportata per esplicitare in modo incontestabile, attraverso una diversa formulazione della lettera della norma, avente anche valore interpretativo, il principio della tipicità solo tendenziale del nuovo codice.
[1] Trib. Treviso, sent. n. 527/18 del 12.03.2018.
[2] Cass. sent. n. 14597/2004
Tribunale di Treviso, sez. I Civile, sentenza 12 marzo 2018, n. 527
Giudice Ronzani
ex art.132 c.p.c. così come modificato dalla L. n.69 del 18.6.2009
Con ricorso per decreto ingiuntivo datato (omissis…) l’avv. (omissis…) chiedeva all’intestato Tribunale di ingiungere a (omissis…) il pagamento della somma di Euro 16.556,30, oltre interessi di legge e spese del procedimento monitorio, al fine di saldare per intero quanto dovutogli a titolo di compenso per l’attività professionale svolta in due procedimenti distinti promossi dal (omissis…) contro la società (omissis…) S.r.l., l’uno avanti la Sezione Lavoro del Tribunale di Treviso, l’altro avanti la Sezione Proprietà industriale ed intellettuale del Tribunale di Venezia.
Il Tribunale di Treviso ingiungeva, pertanto, al (omissis…) di pagare la somma complessiva suindicata con provvedimento n. (omissis…) 2014 del (omissis…), notificato unitamente al ricorso in data (omissis…).
L’attore spiegava allora opposizione mediante ricorso ex artt. 702 bis c.p.c. e 14 D.Lgs. 1.09.2011 a 150.
Successivamente alla prima udienza di comparizione, rilevato che l’opposizione si sarebbe dovuta proporre mediante atto di citazione, questo giudice disponeva il mutamento del rito, rigettava la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto e autorizzava la chiamata in causa del terzo, rinviando la causa per i medesimi incombenti.
In via pregiudiziale, alla luce di quanto sopra e richiamando in toto l’ordinanza del (omissis…), si deve respingere l’eccezione di parte convenuta circa l’inammissibilità dell’opposizione attorea poiché tardiva: nonostante sia certamente vero che la corretta forma dell’opposizione era quella dell’atto di citazione, detta irregolarità non osta all’ammissibilità dell’atto introduttivo dei giudizio, né tanto meno ne determina l’inammissibilità per tardività dell’opposizione ex art.4 D.Lgs. n. (omissis…) come più estensivamente colà argomentato.
Preliminarmente, è da accogliere la domanda attorea di revoca del decreto ingiuntivo n. (omissis…) poiché esso è carente del presupposto costituito dal parere di congruità emesso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, in quanto annullato in autotutela (doc. 1 attoreo).
Tale parere, infatti, costituiva presupposto indefettibile ai sensi dell’art 636 c.p.c. per l’emissione del decreto ingiuntivo nei confronti del (omissis…), ed il suo annullamento in autotutela, poiché efficace ex tunc, ha determinato il venir meno di detto presupposto ab origine.
A nulla rileva, perciò, che al parere di congruità annullato ne sia succeduto uno ulteriore, dal momento che il ricorso e pedissequo decreto sono stati notificati all’ingiunto mentre pendeva istanza di annullamento in autotutela del primo parere del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati.
Ne consegue che il decreto ingiuntivo va revocato, con spese della procedura monitoria e tassa di opinamento a carico dell’avv. (omissis…) (cfr. Cass. civ. seni n. 11765/1992; ord. a 27509/2011).
Nel merito, l’opposizione va accolta per le ragioni di cui appresso.
A mente dell’art. 1176 c.c., co. 2, nell’adempimento dell’obbligazione nascente da attività professionale, il professionista deve usare il criterio della diligenza professionale parametrato alla natura dell’attività esercitata.
Pertanto, trattandosi di obbligazioni di mezzi e non di risultato, l’avvocato si impegna con diligenza a raggiungere il risultato desiderato dal cliente, ma non ne garantisce il conseguimento, perciò il solo fatto che il cliente o risulti vincente in giudizio, non determina l’insorgere della responsabilità professionale in capo all’avvocato (cfr. ex multis Cass. civ. n. 2836/2002; n. 16023/2002; n. 20869/2004).
La valutazione circa la diligenza della condotta del professionista spetta al giudicante, il quale, mediante criteri necessariamente probabilistici (nello specifico grazie ad un giudizio prognostico sull’operato dell’avvocato), dovrà svolgere un’indagine focalizzata, da un lato, ad analizzare l’approccio processuale del procuratore, dall’altro ad esaminare il rapporto avvocato – cliente, evidenziando le azioni e le omissioni che abbiano determinato l’esito nefasto del giudizio, al fine di verificare se quest’ultimo sia concretamente ascrivibile all’operato professionale (cfr. Cass. civ. n. 2836/2002 e n. 7309/2017).
Nel caso di cui è processo un siffatto esame presenta numerosi rilievi dai quali evincere l’esistenza di una responsabilità professionale dell’avv. (omissis…).
Innanzitutto, si osserva come nel ricorso introduttivo ex art. 414 c.p.c. del 2010 il mandato sia stato conferito al procuratore da (omissis…) in qualità di legale rappresentante della (omissis…) S.a.s., mentre, nel rassegnare le conclusioni l’avv. (omissis…). ha proposto domanda di corrispettivo indennitario da corrispondersi al (omissis…) persona fisica.
Tale discrepanza non può passare inosservata, in primis perché si tratta di due soggetti giuridici distinti tra loro, in secundis poiché il (omissis…) persona fisica non era in alcun modo legittimato ad agire in giudizio per recuperare somme asseritamente dovutegli.
(omissis…) in proprio, al momento della proposizione del ricorso risultava sprovvisto di partita iva, essendo stata la ditta individuale cancellata nel 2004 (cfr. doc 42 attoreo); egli perciò non avrebbe potuto svolgere attività personale di consulenza verso la (omissis…) s.r.l., in quanto sarebbe stato impossibile fatturare tale prestazione in assenza di partita iva.
Si deve parimenti sconfessare la contestazione di parte convenuta in base alla quale la società del (omissis…) non avrebbe potuto svolgere analoga attività di consulenza perché non rientrante né nell’oggetto sociale, né nel contratto di agenzia intercorrente tra la (omissis…) s.r.l. e la (omissis…) s.a.s.: tale possibilità appare evidente dalla documentazione allegata, nello specifico il doc. 41 attoreo mostra come sia inclusa nell’oggetto sociale l’attività a supporto dell’area produttiva; il doc. 31 attoreo mostra quale causale per le fatture emesse dalla (omissis…) s.a.s. nel 2005 l’attività di consulenza; infine il doc. 32 attoreo indica quale contenuto del contratto di agenzia l’offerta di svolgimento dell’attività di consulenza.
Alla luce di quanto sopra, se il (omissis…) avesse avuto qualcosa a che pretendere dalla (omissis…) s.r.l. avrebbe potuto azionare in giudizio detta pretesa solo come legale rappresentante della propria società e non come persona fisica; tuttavia, l’attività svolta dal 2005 al 2008 mediante la (omissis…) s.a.s. era stata già integralmente ed adeguatamente remunerata per un totale di Euro 311.414,00 (docc. 31 e 35) e sarebbe stato decisamente impossibile differenziarla da quella eventualmente prestata come persona fisica.
Tutto ciò premesso in ordine all’approccio processuale – che di per sé sarebbe stato sufficiente a indurre l’avv. (omissis…) a dissuadere il proprio cliente dall’agire in giudizio – si deve rilevare come anche nel rapporto avvocato – cliente il professionista abbia strutturato un atto dalle caratteristiche esorbitanti rispetto alla effettiva volontà del B, il quale avrebbe semplicemente voluto ottenere da parte della (omissis…) s.r.l. una remunerazione per la propria attività prestata personalmente, oltre a quella già remunerata svolta a mezzo della propria società, come si evince dalla corrispondenza, mai contestata, intercorsa tra il (omissis…) e il (omissis…), e tra quest’ultimo e l’avv. (omissis…), collaboratrice dell’avv. (omissis…) (docc. 45 e 54 attorei).
Se è vero che è compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell’attività professionale, al punto che nemmeno la diretta sollecitazione da parte del cliente dell’adozione di taluni mezzi solleva il professionista dalla propria eventuale responsabilità (Cass. civ. n. 20869/2004), è a fortiori vero che la scelta di un approccio processuale che si discosti, oltrepassando, le richieste formulate dall’assistito determina l’insorgere di responsabilità professionale in capo all’avvocato laddove esso si riveli pregiudizievole per il cliente, nel caso di specie per carenza di allegazioni.
L’avv. (omissis…) infatti, ha formulato una richiesta di indennizzo nei confronti di (omissis…) s.r.l. per asserita creazione industriale o per asserita cessione del “know how” da parte di… B ; dal tenore letterale del ricorso introduttivo ex art. 414 c.p.c. (doc. 11 attoreo), nel quale figurano termini come “invenzione”, “inventore”, “creazione”, “proprietà individuale”, si evince in maniera univoca – a dispetto del successivo tentativo di sconfessare tale assunto – l’intenzione del procuratore di dimostrare l’esistenza di una nuova creazione o di un modello di utilità da parte dell’odierno attore.
Tale intenzione, tuttavia, non prendeva corpo, manifestandosi totalmente carente di qualsivoglia allegazione, ad eccezione di una lettera di encomio inoltrata dalla (omissis…) s.r.l. al (omissis…) (doc. 29 attoreo), di per sé sola inidonea a fondare la pretesa del ricorrente. Detta circostanza veniva correttamente rilevata dal giudice della Sezione Specializzata del Tribunale di Venezia, il quale, nella propria sentenza n. i/2012, ha dato atto che l’onere di allegazione di cui è gravato il ricorrente era stato totalmente disatteso, rendendo di fatto impossibile esaminare nel merito le domande formulate dall’avv. (omissis…), le quali sono state perciò necessariamente rigettate (doc. 28 attoreo).
L’assenza di allegazioni ha di conseguenza reso i capitoli di prova svolti valutativi e generici e la CTU meramente esplorativa.
Preme, inoltre, evidenziare, che nella prospettazione dell’avv.to (omissis…) l’indennizzo economico cui il (omissis…) avrebbe dovuto avere diritto si ancorava agli importi netti ricavati dalla (omissis…) s.r.l. nella misura del 50% fino al 2008, tuttavia, il convenuto ha allegato al ricorso ex art.414 c.p.c, solo i bilanci relativi agli esercizi per gli anni 2004-2007 (docc. 35-38 attorei), omettendo di produrre quello rispondente al 2008, dal quale sarebbe subito emersa la perdita di Euro 1.787.509,00 (doc. 39 attoreo), della quale il cliente non era mai stato informato e che ragionevolmente lo avrebbe dissuaso dall’agire in giudizio.
Si rileva, poi, come l’avv. (omissis…) si sia dimostrato fin da subito contrario alla declaratoria di incompetenza da parte del giudice del Lavoro (nonostante sia proprio il tenore letterale del suo ricorso ex art. 414 c.p.c. a individuare come giudice naturale le Sezioni Specializzate), in tal caso un coerente comportamento processuale avrebbe dovuto suggerire la proposizione di apposito gravame avverso la suddetta decisione, anziché il ricorso in riassunzione dinanzi ai giudice dichiarato competente, peraltro con le medesime argomentazioni già svolte di fronte al Tribunale di Treviso – Sezione Lavoro.
L’avv. (omissis…) ha infatti sostenuto che l’uso di termini riconducibili al Codice della Proprietà industriale fosse giustificato dalla peculiarità dell’attività di consulenza prestata da (omissis…) e che, pertanto, tale uso non avrebbe dovuto giustificare la traslazione del giudizio dinanzi le Sezioni specializzate.
Secondo la prospettazione del convenuto, in ogni caso, anche in assenza di un riconoscimento dell’esistenza di un’invenzione e/o di un modello di utilità, il B avrebbe avuto diritto al riconoscimento di un indennizzo per le ore di lavoro prestato in proprio e tale richiesta il giudice della Sezione specializzata del Tribunale di Venezia avrebbe dovuto soddisfare attraverso la valorizzazione delle domande proposte in via subordinata nel ricorso ex art. 414 c.p.c.
E’ bene rilevare come ciò non sarebbe stato possibile, infatti, la prima e la seconda domanda proposte in via subordinata concernevano rispettivamente resistenza di un modello di utilità creato dal (omissis…) e la cessione di un “know how”: in entrambi i casi, esattamente come per la domanda principale, non vi era alcuna allegazione comprovante qualsivoglia invenzione, modello di utilità o cessione di “know how”. Con la terza domanda proposta in via subordinata il professionista azionava il rimedio residuale ex art. 2041 c.c., chiaramente non esperibile a mente dell’art. 2042 c.c.; infine, l’ultima domanda in ogni caso proposta risultava anch’essa sguarnita di allegazioni: il calcolo di Euro 158.000,00 basato sulla retribuzione oraria di Euro 50,00 per 4 ore al giorno per 36 mesi era frutto di un calcolo opinabile per stessa ammissione del B. di tale opinabilità era inoltre a conoscenza anche l’avv. (omissis…) (cfr. doc 54 attoreo).
Ne consegue che nessuna domanda così come dedotta, avrebbe potuto sortire esito positivo per il (omissis…) a titolo di lavoro prestato in proprio a favore di (omissis…) s.r.l.
Un approccio processuale di questo tipo non può che integrare una condotta professionale negligente, che determina responsabilità professionale in capo all’avvocato (Cass. civ. n. 10068/1996), il quale ha intrapreso un giudizio che non si sarebbe nemmeno dovuto intentare perché foriero, ab origine, di soccombenza. A ciò si aggiungano le manifeste perplessità del ricorrente nel proseguire un giudizio rivelatosi più lungo e dispendioso del previsto e il desiderio di abbandonare ogni attività processuale, desiderio rimasto inattuato solo grazie alla pronta dissuasione operata dall’avv. (omissis…), che ha invece sollecitato il cliente a proseguire il percorso intrapreso, paventandone il felice esito (doc. 54 attoreo).
Secondo costante giurisprudenza (ex multis Cass. civ n. 14597/2004) il professionista che agisca diligentemente ha il dovere di informare, dissuadere, sollecitare il cliente, rappresentandogli tutte le questioni di fatto o diritto ostative al raggiungimento dell’obiettivo e produttive di potenziali effetti dannosi, sconsigliandolo di intraprendere o proseguire giudizi dall’esito probabilmente sfavorevole.
L’onere della prova di una tale condotta incombe sul professionista, essendo peraltro insufficiente a questo fine il rilascio da parte del cliente della procura ad agire.
Per tutto quanto esposto ut supra: nel caso so di cui è processo, il dovere del professionista non può ritenersi adempiuto, né l’avv.to (omissis…) ha soddisfatto l’onere probatorio su di lui gravante.
Ne consegue, previo rigetto della pretesa creditoria per compenso professionale azionata dal convenuto, l’accoglimento della domanda riconvenzionale dedotta dall’attore e. per l’effetto, l’avv. (omissis…) va condannato al pagamento della somma totale di Euro 21.297,12, oltre interessi legale dalla data di tale domanda al saldo, così conteggiata:
a. (omissis…) Euro 3.011,11 per acconti versati all’avv. (omissis…). nella causa promossa verso (omissis…) s.r.l.;
b. (omissis…) Euro 15.114,01 per spese e competenze professionali liquidate nella sentenza n. (omissis…)/2012 della Sezione specializzata in materia di proprietà industriale del Tribunale di Venezia;
c. Euro 3.172,00 per competenze professionali relative alla procedura promossa con l’istanza di annullamento in autotutela del parere di congruità del COA. Va poi accolta la domanda di manleva dedotta dal professionista nei confronti di (omissis…) infatti, quest’ultima nell’associarsi in toto alle difese del proprio assicurato, nulla ha eccepito sulla operatività della copertura assicurativa, tuttavia, in conformità alle considerazioni espresse dalla medesima la manleva va pronunciata limitatamente ai punti b) e c) non rientrando il punto a) nella copertura assicurativa riguardando tale voce l’anticipazione del compenso corrisposto dal cliente.
Va poi detratta la franchigia contrattuale del 10%, come previsto negozialmente, estendendosi la manleva anche alle spese di lite che il convenuto dovrà rifondere all’attore, come indicato in contratto.
Va invece rigettata la domanda atto rea di accertamento della responsabilità dell’avv. (omissis…) per colpa grave ex art. 96 c.p.c. con conseguente condanna al pagamento della somma di Euro 5.000,00 perché la condotta del convenuto non integra i requisiti della gravità della colpa, posto che al parere di congruità annullato è seguito uno di pari importo.
L’esito del giudizio esclude poi una responsabilità ex art.96 c.p.c. a carico dell’attore.
Le spese seguono il principio della soccombenza per quanto attiene al rapporto processuale principale, vanno invece integralmente compensate per quanto riguarda quello generato dalla chiamata in causa del terzo.
1) ln accoglimento, per quanto di ragione della proposta opposizione, revoca il decreto ingiuntivo n../2014 emesso dal Tribunale di Treviso, con spese per la procedura monitoria e tassa di opinamento a carico del convenuto.
2) ln accoglimento della domanda riconvenzionale dedotta dall’attore, condanna l’avv.to (omissis…) a pagare a (omissis…) la somma di Euro 21.297,12 oltre interessi ai tasso legale dalla data di tale domanda al saldo effettivo.
3) Rigetta le domande ex art.96 c.p.c. dedotte da entrambe le parti.
4) Condanna il convenuto a rifondere all’attore le spese di lite che liquida nella somma complessiva di Euro.6.000,00 oltre spese generali Iva e epa se dovuti per legge.
5) ln accoglimento della domanda dedotta dal convenuto nei confronti della terza chiamata, condanna (omissis…) in persona del suo legale rappresentante pro tempore, a manlevare l’avv.to. (omissis…) limitatamente all’importo di Euro.18.286,01, oltre interessi dalla domanda riconvenzionale al saldo effettivo che il medesimo dovrà corrispondere all’attore, detratta la franchigia contrattuale del 10%, nonché per quanto attiene alle spese di lite di cui al punto 4).
Rigetta per il resto.
6) Dispone l’integrale compensazione delle spese di lite nel rapporto processuale tra il convenuto e la terza chiamata.