Source: https://www.diritto.it/abuso-del-diritto/
Timestamp: 2019-09-20 10:00:00+00:00
Document Index: 99375785

Matched Legal Cases: ['art. 1059', 'art. 1993', 'art. 2', 'art. 41', 'art. 2043', 'art. 41', 'art. 1375', 'art. 2351', 'art. 700', 'art. 113']

La disciplina dell'abuso del diritto: fattispecie applicative
di Levanti Sandra
b) disposizioni sanzionatrici di alcuni atti, la cui ratio è ravvisabile nella esigenza di repressione di un abuso del diritto (art. 1059, comma 2, che impone al comproprietario, che – agendo ex se – ha concesso una servitù, di non impedire l’esercizio di tale diritto ; art. 1993, comma 2, c.c., cui vanno aggiunti gli artt. 21 l. camb. e 65 l. ass.) ;
E’ chiaro che si perviene a soluzioni opposte a seconda che si privilegi l’esigenza di certezza del diritto, ovvero l’esigenza di adeguare il dato positivo ai nuovi valori emergenti nella coscienza collettiva (e, tra questi, al principio di solidarietà sociale – art. 2 Cost. – e della funzione sociale della proprietà – art. 41 Cost. -).
Fino agli anni ’60 la giurisprudenza non reputava antigiuridico ai sensi dell’art. 2043 c.c. il comportamento del soggetto che s’inserisce nelle trattative altrui concludendo un contratto “destinato” ad altri, in quanto riteneva una tale condotta esercizio di un diritto – causa di esclusione dell’antigiuridicità – in particolare del diritto alla libertà di iniziativa economica consacrato nell’art. 41 Cost..
Proseguendo su tale linea, i giudici appaiono ora propensi ad utilizzare, ai fini di cui trattasi, altresì la buona fede nell’esecuzione del contratto. In particolare, intesa quest’ultima come oggetto di un obbligo che entra nel contratto integrandone il contenuto – specificandosi nel dovere (negativo) di non abusare della propria posizione al fine di non aggravare ingiustificatamente la condizione della controparte, nonché, si ritiene, nel dovere (positivo) di attivarsi per salvaguardare l’utilità della controparte nei limiti in cui ciò non comporti un apprezzabile sacrificio delle proprie ragioni – si è visto nella violazione della buona fede un indice sintomatico di abuso del diritto, sanzionato nelle forme tipiche della responsabilità contrattuale o, talora, attraverso rimedi che potremmo definire di ‘esecuzione in forma specifica’.
In una successiva pronuncia (Cass., sez. I civ. 29/10/99 – 14/7/2000 n. 9321[14]), i giudici di legittimità hanno esteso i superiori principi – id est, sindacato giudiziale della legittimità del recesso della banca, secondo il parametro di cui all’art. 1375 c.c., che ne misuri l’eventuale carattere imprevisto ed arbitrario – all’ipotesi di rapporto di apertura di credito a tempo determinato, in cui il recesso sia consentito in presenza di una giusta causa tipizzata dalle parti.
Così, ad es., con riguardo alla questione, a lungo controversa in giurisprudenza, se debba considerarsi legittimo o meno il comportamento del creditore che agisca per l’adempimento parziale del suo credito, dando luogo ad una parcellizzazione dell’unico credito pecuniario in più domande da proporsi innanzi ad un giudice diverso ed inferiore rispetto a quello che sarebbe stato competente a conoscere dell’intero credito, un orientamento delle sezioni semplici della Cassazione ha dato risposta negativa al quesito “sulla base del rilievo che la clausola generale di buona fede e correttezza (artt. 1175 e 1375 c.c.) – operante anche nella fase patologica conseguente al mancato o inesatto adempimento – impedisce di considerare legittimo il comportamento del creditore che, attraverso una anomala tecnica di frazionamento nel tempo delle azioni giudiziarie, prolunghi arbitrariamente, concretando un vero e proprio abuso del diritto, il vincolo coattivo cui deve sottostare il debitore”. Il richiamo ai precetti di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. è, peraltro, integrato, ai fini della valutazione dell’abusività e, quindi, dell’ingiustizia del danno, da un giudizio di comparazione tra gli interessi in conflitto, del tipo sopra descritto : si afferma, infatti, che il citato comportamento del creditore arreca al debitore un “pregiudizio, non giustificato da un interesse oggettivamente apprezzabile e meritevole di tutela del creditore” (Cass. 6900/97 ; Cass. 7400/97 ; Cass. 11271/97).
In tale occasione i supremi giudici ordinari hanno, innanzitutto, considerato fuor di luogo il richiamo ai principi di correttezza e buona fede : “non bisogna dimenticare – osservano – che la prima violazione degli anzidetti principi è stata compiuta, in via di ipotesi, dal debitore, il quale è inadempiente alla sua obbligazione”.
Sotto il primo profilo, il ricorso ad un giudice inferiore[19], più celere nella definizione delle controversie e innanzi al quale la lite costa di meno, anche se la sua conclusione non è interamente satisfattiva della pretesa, viene considerato rispondente ad un apprezzabile interesse del creditore, il quale può anche, attraverso questo mezzo, sperare in un adempimento spontaneo da parte del debitore del debito residuo ed, eventualmente, nell’accertamento con effetto di giudicato della sussistenza del rapporto da cui il debito deriva, con indubbio vantaggio – pienamente legittimo – per le ulteriori azioni.
Si comprende, dunque, in questa prospettiva come l’adozione di una delibera da parte di una maggioranza assembleare, che abbia esercitato il proprio di diritto di voto ex art. 2351 c.c. per realizzare un interesse extrasociale, sia sanzionata dall’annullamento di siffatta deliberazione ; come il rimedio contro una richiesta di convocazione dell’assemblea, avanzata dalla minoranza assembleare per puro spirito di chicane, sia rappresentato dalla reiezione di una tale richiesta o dall’inefficacia della convocazione così – abusivamente – effettuata ; come la conseguenza dell’esercizio arbitrario ed improvviso del diritto di recesso ad nutum della banca dal contratto di apertura di credito a tempo indeterminato sia la paralisi dell’effetto risolutivo del recesso medesimo.
Allineandosi alla giurisprudenza francese, la giurisprudenza italiana di merito non è rimasta insensibile all’esigenza di tutela del garante contro un uso distorto della garanzia autonoma, riconoscendo al garante – pur nella inopponibilità delle eccezioni relative al rapporto tra debitore garantito e creditore – la possibilità di opporre l’exceptio doli nei confronti del beneficiario che escuta la garanzia senza averne alcun diritto in base al rapporto principale o, comunque, per un vantaggio ingiusto. Tuttavia, si afferma che il garante possa, anzi debba rifiutare il pagamento esclusivamente in presenza di una prova documentale o, comunque, di una prova certa, evidente e incontestabile dell’inesistenza del debito garantito ; si ammette anche che il garante possa richiedere al giudice la tutela d’urgenza ex art. 700 c.p.c. nella forma dell’inibitoria dell’escussione della garanzia, ossia attraverso la sospensione temporanea del pagamento.
[19] In realtà, oggi il problema non concerne più la scelta tra due diversi giudici – giudice conciliatore e pretore – posto che l’azione sarà per lo più proposta davanti allo stesso giudice – il giudice di pace – mentre dal valore del debito per il cui adempimento si agisce dipenderà il tipo di norma che il giudice deve applicare : equità o diritto (ex art. 113, comma 2, c.p.c. il giudice di pace decide secondo equità le controversie di valore non eccedente i due milioni, per il quale può essere conveniente agire in maniera frazionata, considerata l’esenzione, in tal caso, da ogni genere di tassazione).
La giurisprudenza si è talora mossa in tale direzione, precisando, appunto, come un tale effetto estintivo possa derivare, non già dalla violazione di un preteso divieto oggettivo di abusare del proprio diritto – nella specie, di protrarre nel tempo il non esercizio di un diritto ingenerando slealmente nel controinteressato un affidamento incolpevole – quanto piuttosto da un soggettivo intento di rinunzia al diritto da parte del titolare, emergente dall’inerzia accompagnata da ulteriori comportamenti qualificanti.