Source: http://dirittiuomo.it/sezioni-unite-civili
Timestamp: 2020-07-07 05:43:36+00:00
Document Index: 53111701

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 6', 'art. 1226', 'art. 360', 'art. 41', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 35', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 6']

sezioni unite civili | Diritti Uomo
Cassazione italiana . SEZIONI UNITE CIVILI - sentenza 26 gennaio 2004, n.1341. Giudizio di equa riparazione. Legge Pinto n. 89/2001.
LEPORE ARMANDO, LEPORE ETTORE elettivamente domiciliati in ROMA, VIA R. GRAZIOLI LANTE 76, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA IASONNA, rappresentati e difesi dall’avvocato GIOVANNI ROMANO, giusta delega a margine del ricorso;
avverso il decreto definitivo della Corte d’Appello di ROMA, depositato il 27/12/01;
udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. Esposito che ha concluso per l’annullamento con rinvio.
In un giudizio promosso da Armando ed Ettore Lepore (quest’ultimo quale erede della madre Assunta Mucci) per la corresponsione dell’equa riparazione a titolo di danno non patrimoniale ai sensi della legge 24 marzo 2001 n. 89, quantificata dai ricorrenti in lire 15 milioni, l’adita Corte di appello di Roma, con il decreto depositato il 27 dicembre 2001 – accertata la durata irragionevole del processo presupposto (avente ad oggetto una domanda di rimborso di somme pagate al condominio per giudizi instaurati prima del contratto di acquisto dell’appartamento condominiale) – non ha riconosciuto il chiesto indennizzo per il danno morale, sulla base della considerazione che “la domanda riguardava non aspetti delicati della vita affettiva o di relazione, ma si chiedeva un ristoro esclusivamente patrimoniale che il giudice ha quantificato, in sede di giudizio di primo grado in una somma inferiore a lire 500000. In questa situazione non sono realisticamente quantificabili danni morali derivanti dal ritardo derivante dalla risoluzione di una controversia di così lievitato valore, non essendo immaginabili sofferenze psichiche del ricorrente in assenza di una dimostrazione di uno stato economico tale da dover renderlo sensibile al ritardo nella definizione dell’iter del procedimento”.
Avverso il decreto della Corte d’appello di Roma Armando ed Ettore Lepore hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi, a cui il Ministero della Giustizia ha resistito con controricorso. Il ricorso, assegnato in un primo momento alla prima sezione di questa Corte, a cui i ricorrenti hanno presentato memorie, è stato poi assegnato alle sezioni unite, con provvedimento del Primo Presidente del 18 giugno 2003, che ha accolto l’istanza dei ricorrenti, per la soluzione di questione di massima di particolare importanza. Il Ministero della Giustizia ha presentato memoria alle Sezioni Unite.
1.I tre motivi del ricorso sono tutti connessi.
Con il primo motivo (violazione e mancata applicazione dell’art. 2 commi 1 e 3, della legge n. 89/2001, nonché degli artt. 2056 e 1226 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.) i ricorrenti – premesso che la ratio della legge n. 89 del 2001 consiste nell’assicurare all’istante una tutela analoga a quella che egli riceverebbe davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo – fanno presente che nel giudizio si controverte del risarcimento del danno maturato per il ritardo nel processo presupposto a partire dal 16 aprile 1996, giacchè, a seguito di un precedente ricorso alla vecchia Commissione europea dei diritti dell’uomo, era già stata accertata la violazione della norma convenzionale e, al termine del giudizio, il comitato dei ministri del consiglio d’Europa aveva riconosciuto in loro favore la somma di lire 15.000.000 per il ritardo maturato fino a tale data. I ricorrenti si dolgono che la Corte d’appello non abbia preso in considerazione tale precedente pronunzia dei giudici di Strasburgo. Così facendo, la Corte d’appello si è discostata del tutto dalla decisione della Corte europea, disattendendo anche i parametri valutativi a cui invece avrebbe dovuto attenersi. In particolare i ricorrenti sostengono che, una volta accertata la violazione dell’art. 6 par. 1, della CEDU, sotto il profilo del diritto alla ragionevole durata del processo, il giudice adito, versandosi in un’ipotesi di oggettiva responsabilità di carattere internazionale dello Stato, avrebbe dovuto procedere alla liquidazione in via equitativa del danno non patrimoniale, consistente nello stress, nello stato di incertezza e di ansia circa l’esito del giudizio protrattosi per un tempo eccessivamente lungo. La violazione della norma convenzionale genererebbe sempre, come conseguenza immediata e diretta, il danno alla persona, perché il soggetto verrebbe leso nel suo diritto fondamentale a veder definita la controversia, che lo coinvolge come parte, entro un termine ragionevole. Inoltre, la particolarità della richiesta risarcitoria avrebbe dovuto indurre la Corte d’appello a fare ricorso al meccanismo di cui all’art. 1226 c.c., anche al fine di omologarsi alla giurisprudenza consolidata. Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, viola quest’ultima disposizione il giudice del merito che non prenda in considerazione una voce di danno sicuramente sussistente, ma di incerta misura, omettendo il ricorso alla valutazione equitativa.
Con il secondo motivo i ricorrenti, deducendo la violazione delle stesse disposizioni di legge indicate in relazione al primo motivo nonché vizi di motivazione, sostengono che il danno non patrimoniale costituisce una conseguenza naturale e diretta della violazione del termine ragionevole, onde esso potrebbe escludersi solo se dai fatti di causa risultasse un interesse della parte al protrarsi nel tempo del giudizio durato eccessivamente. È illogica e carente la motivazione nella parte in cui fa dipendere la possibilità di pervenire alla liquidazione del danno da una valutazione meramente economica, mentre le caratteristiche del richiesto danno (non patrimoniale) afferiscono alla persona umana e ad un diritto della stessa fondamentale ed inviolabile. La Corte d’appello avrebbe dovuto procedere all’interpretazione della legge n. 89/2001 senza distanziarsi dai parametri di indennizzo applicati dalla Corte di Strasburgo. I ricorrenti osservano, ancora, che è erroneo il ricorso, da parte del decreto impugnato, al parametro della posta in gioco, il quale potrebbe essere impiegato, in conformità della giurisprudenza della Corte europea, al fine di riconoscere con maggiore facilità l’esistenza della violazione, non già per escludere la sussistenza del danno.
Con il terzo motivo, denunciando omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., i ricorrenti, nel ribadire di avere chiesto il risarcimento per l’eccessiva durata del processo soltanto per il periodo immediatamente successivo a quello per il quale i giudici di Strasburgo gli avevano già riconosciuto un’equa soddisfazione, lamentano che la Corte d’appello non abbia tenuto conto della decisione presa in sede internazionale, nonostante tale precedente riguardasse proprio la questione sottoposta al suo esame. Ad avviso dei ricorrenti, la convenzione dei diritti dell’uomo (d’ora in poi: CEDU) rappresenta uno standard minimo di tutela, di guisa che il giudice italiano, nell’ambito delle sue funzioni, potrebbe accogliere soltanto soluzioni più favorevoli per la parte istante, ma mai più sfavorevoli.
2.Il presente ricorso pone la questione di massima di quale effetto giuridico debba attribuirsi – nell’applicazione della legge 24 marzo 2001, n. 89, ed in particolare nella identificazione del danno non patrimoniale derivante da violazione del termine ragionevole del processo – alle pronunzie della Corte europea dei diritti dell’uomo, sia considerate in linea generale come orientamenti interpretativi che tale Corte ha elaborato in ordine alle conseguenze di detta violazione, sia con riferimento all’ipotesi specifica in cui la Corte europea abbia avuto già modo di pronunziarsi sul ritardo verificatosi nella decisione di un determinato processo.
Ed infatti, nel caso di specie, la Corte europea ha già valutato il ritardo nella decisione della causa civile instaurata il 26 maggio 1986 dai ricorrenti Lepore per il periodo fino al 16 aprile 1996, ritenendo dovuta ai ricorrenti l’equa soddisfazione prevista dall’art. 41 CEDU per il ristoro delle conseguenze non patrimoniali. I consorti Lepore hanno agito davanti alla Corte d’appello di Roma, chiedendo il risarcimento del danno non patrimoniale limitatamente al periodo successivo al 16 aprile 1996, sulla base della legge nazionale n. 89 del 2001, medio tempore approvata.
La Corte d’appello, con il decreto impugnato, ha implicitamente ritenuto irrilevante la precedente decisione della Corte europea intervenuta in ordine al ritardo dello stesso processo presupposto, perché ha preso in esame l’intero periodo dal 4 ottobre 1988 in poi, ritenendo sussistente la violazione del termine ragionevole del processo instaurato dai Lepore, ma negando che costoro abbiano subito, a causa di detta violazione, un danno non patrimoniale, e quindi rigettando la domanda di corresponsione dell’indennizzo previsto dalla legge n. 89/2001.
3.La soluzione della questione di massima posta alle sezioni unite esige la considerazione della lettere e delle finalità della legge n. 89/2001.
Come chiaramente si desume dall’art. 2, comma 1, della detta legge, il fatto giuridico che fa sorgere il diritto all’equa riparazione da essa prevista è costituito dalla “violazione della convenzione per la salvaguardi dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della legge 4 agosto 1955 n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6, par. 1, della convenzione”. La legge n. 89/2001, cioè, identifica il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo per relationem, riferendosi ad una specifica norma della CEDU.
Poiché il fatto costitutivo del diritto attribuito dalla legge n. 89/2001 consiste in una determinata violazione della CEDU, spetta al giudice della CEDU individuare tutti gli elementi di tale fatto giuridico che pertanto finisce con l’essere “conformato” dalla Corte di Strasburgo, la cui giurisprudenza si impone, per quanto attiene all’applicazione della legge n. 89/2001, ai giudici italiani.
Non è necessario, allora, porsi il problema generale dei rapporti tra la CEDU e l’ordinamento interno, su cui si è ampiamente soffermato il procuratore generale in udienza. Qualunque sia l’opinione che si abbia su tale controverso problema, e quindi sulla collocazione della CEDU nell’ambito delle fonti del diritto interno, è certo che l’applicazione diretta nell’ordinamento italiano di una norma della CEDU, sancita dalla legge n. 89/2001 (e cioè dall’art. 6, par. 1, nella parte relativa al “termine ragionevole”), non può discostarsi dall’interpretazione che della stessa norma dà il giudice europeo.
L’opposta tesi, diretta a consentire una sostanziale diversità tra l’applicazione che la legge n. 89/2001 riceve nell’ordinamento nazionale e l’interpretazione data dalla Corte di Strasburgo al diritto alla ragionevole durata del processo, renderebbe priva di giustificazione la detta legge n. 89/2001 e comporterebbe per lo Stato italiano la violazione dell’art. 1 della CEDU, secondo cui le “Parti Contraenti riconoscono ad ogni persona soggetta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà definiti al titolo primo della presente Convenzione” (in cui è compreso il citato art. 6, che prevede il diritto alla definizione del processo entro un termine ragionevole).
Le ragioni che hanno determinato l’approvazione della legge n. 89/2001 si individuano nella necessità di prevedere un rimedio giurisdizionale interno contro le violazioni relativa alla durata dei processi, in modo da realizzare la sussidiarietà dell’intervento della Corte di Strasburgo, sancita espressamente dalla CEDU (art. 35: “la Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne”). Sul detto principio di sussidiarietà si fonda il sistema europeo di protezione dei diritti dell’uomo. Da esso deriva il dovere degli Stati che hanno ratificato la CEDU di garantire agli individui la protezione dei diritti riconosciuti dalla CEDU innanzitutto nel proprio ordinamento interno e di fronte agli organi della giustizia nazionale. È tale protezione deve essere “effettiva” (art. 13 della CEDU), e cioè tale da porre rimedio alla doglianza, senza necessità che si adisca la Corte di Strasburgo.
4.Dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo si desume che il danno non patrimoniale conseguente alla durata non ragionevole del processo, una volta che sia stata provata detta violazione dell’art. 6 della CEDU, viene normalmente liquidato alla vittima della violazione, senza bisogno che la sua sussistenza sia provata, sia pure in via soltanto presuntiva. E ciò a differenza del danno patrimoniale, per cui si richiede invece la prova della sua esistenza.
5.Il ritenere che il danno non patrimoniale si verifica normalmente per effetto della violazione dell’art. 6 CEDU (sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole) non si pone in contrasto con le disposizioni della legge n. 89/2001, ed in particolare con l’art. 2, che configura il diritto all’equa riparazione.
6.Le considerazioni qui esposte nei paragrafi 3-5 si riferiscono, in generale, alla rilevanza degli orientamenti interpretativi della Corte europea sull’applicazione della legge n. 89/2001 per quanto attiene alla riparazione del danno non patrimoniale.
Nella presente fattispecie, però, ogni possibilità per il giudice nazionale di escludere il danno (pure avendo accertato la violazione dell’art. 6 della CEDU), deve ritenersi inesistente perché preclusa dalla precedente decisione della Corte europea che, con riferimento allo stesso processo presupposto, ha già accertato che il ritardo ingiustificato nella sua decisione non ha prodotto conseguenze non patrimoniali in danno del ricorrente, che la Corte stessa ha soddisfatto per un periodo limitato. Da tale pronunzia della Corte europea consegue che, una volta accertato dal giudice nazionale il protrarsi della violazione nel periodo successivo a quello considerato dalla detta pronunzia, il ricorrente ha continuato a subire un danno patrimoniale, da indennizzare in applicazione della legge n. 89/2001.
Non può, quindi, affermarsi – come ha fatto la Corte d’appello di Roma – che l’indennizzo non è dovuto per l’esiguità della posta in gioco nel processo presupposto. Tale ragione, oltre ad essere resa non rilevante dal fatto che la Corte europea ha già ritenuto sussistente il danno non patrimoniale per il ritardo nello stesso processo, non è comunque corretta, perché l'entità della posta in giunco nel processo ove si è verificato il mancato rispetto del termine ragionevole non pub mai avere effetto esclusivo del danno non patrimoniale, dato che l'ansia ed il patema d'animo conseguenti alla pendenza. del processo si verificano normalmente anche nei giudizi in cui sia esigua l'entità della posta in gioco, onde tale aspetto potrà avere un effetto riduttivo dell'entità del risarcimento, ma non totalmente esclusivo dello stesso.
7.In conclusione, la decisione impugnata va cassata e la causa va rinviata alla Corte di appello di Roma, che, in diversa composizione, liquiderà al ricorrente il danno non patrimoniale conseguente alla violazione del termine di durata per il solo periodo successivo al 16 aprile 1996, prendendo come punto di riferimento la liquidazione dello stesso tipo di danno effettuata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, rispetto alla quale peraltro essa potrà differenziarsi, pure se in misura ragionevole (Corte Europea, 27 marzo 2003, omissis c. Italia). Il giudice di rinvio si pronunzierà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Roma, anche per le spese del giudizio di cassazione.
Depositata in Cancelleria il 26 gennaio 2004.n. 1341