Source: http://www.paolosoro.it/it/news/620/la-nuova-disciplina-degli-interpelli.html
Timestamp: 2017-07-24 20:41:44+00:00
Document Index: 142742613

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 15', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 8']

La nuova disciplina degli interpelli Studio Dr. Paolo Soro
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Due giorni dopo l'emanazione del Decreto Crescita e Internazionalizzazione che reca le innovazioni afferenti accordi collaborativi e istanze di interpello facoltative per le imprese a carattere internazionale, viene pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il D.Lgs. 156: Misure per la revisione della disciplina degli interpelli e del contenzioso tributario. Lo scorso mese di settembre è risultato essere uno dei più "caldi" degli ultimi anni (e non parliamo solo di temperature). Tra le varie disposizioni che hanno fatto la loro comparsa nella Gazzetta Ufficiale, diamo oggi un'occhiata al D.Lgs. 156 del 24.09.2015, recante:
Misure per la revisione della disciplina degli interpelli e del contenzioso tributario, in attuazione degli articoli 6, comma 6, e 10, comma 1, lettere a) e b), della legge 11 marzo 2014, n. 23 (GU Serie Generale N. 233 del 07.10.2015 – Suppl. Ordinario N. 55), la cui entrata in vigore è fissata al 01/01/2016, per quanto riguarda il Titolo I oggetto della presente analisi. Esaminiamone, dunque, la prima parte concernente la revisione della disciplina degli interpelli; tanto più che abbiamo ancora la mente fresca delle innovazioni stabilite in materia di nuovi accordi collaborativi e istanze di interpello facoltative dal recentissimo Decreto Crescita e Internazionalizzazione.
La normativa sostanzialmente fotocopia quanto già previsto dal citato Decreto Crescita e Internazionalizzazione (oggetto di un nostro specifico elaborato nel precedente numero di questa stessa rivista) in materia di istanze di interpello, specie con riferimento alla tempistica (termini perentori di 90 e 120 giorni) e al principio del "silenzio assenso”, salvo per alcune previsioni che risultano essere in contrasto tra le due disposizioni.
- I tempi di risposta dell’Agenzia sono fissati in 120 giorni (salvo proroga) per le istanze di interpello sui nuovi investimenti superiori ai trenta milioni, di cui all’art. 2 del Decreto Crescita e Internazionalizzazione;
- Nel medesimo articolo è pure analogamente previsto l’istituto del “silenzio assenso”.
Viceversa le previsioni dei due decreti vanno in contrasto fra di loro con riguardo al disposto di cui all’art. 8 (Decreto Crescita e Internazionalizzazione) che consente l’istanza di interpello anche a posteriori, mentre (come avremo modo di vedere fra poco analizzando il successivo art. 2, comma 2) l’attuale nuova disciplina degli interpelli impone che l'istanza debba essere proposta prima della scadenza dei termini previsti dalla legge per la presentazione della dichiarazione o per l'assolvimento di altri obblighi tributari aventi a oggetto o comunque connessi alla fattispecie cui si riferisce l'istanza medesima senza che, a tali fini, assumano valenza i termini concessi all'Amministrazione per rendere la propria risposta.
Al riguardo occorre segnalare che trattasi di norme aventi la stessa forza di legge (decreto legislativo), delle quali una – quella qui in esame – successiva, seppure di pochissimo (due giorni).
Come ricordato anche dalla Cassazione (Ved. Cassaz. – Sez. Lav. 4900/2012), a norma dell'art. 15 delle Preleggi, l'abrogazione tacita si realizza sia quando le disposizioni della nuova legge siano incompatibili con quelle della legge anteriore, sia quando la nuova legge regoli l'intera materia già regolata dalla legge anteriore, non potendo ovviamente coesistere, in quest'ultimo caso, due leggi che regolino per intero la medesima materia. Tuttavia, la regola dell'abrogazione non si applica quando la legge anteriore sia speciale o eccezionale e quella successiva, invece, generale, ritenendosi che la disciplina generale – salvo espressa volontà contraria del Legislatore – non abbia ragione di mutare quella dettata, per singole o particolari fattispecie, dal Legislatore precedente. Le norme speciali sono espressamente stabilite per specifici settori o materie, che derogano alla normativa generale per esigenze legate alla natura stessa dell'ambito disciplinato e obbediscono all'esigenza legislativa di trattare in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse. Le norme eccezionali, invece, sono definite dall'art. 14 delle Preleggi come norme che fanno eccezione a regole generali. In questo senso esse sono norme speciali. E' ovvio che tanto le norme speciali quanto le norme eccezionali si pongano in termini di deroga rispetto a regole generali, perché finalizzate per "calibrare" certi istituti alle particolarità specifiche di un determinato settore, o perché sono gli stessi presupposti di fatto che impongono un intervento legislativo derogatorio delle regole vigenti. Ne consegue che in nessun caso ne è ammessa l'applicazione analogica, altrimenti frustrandosi la natura speciale o eccezionale che le caratterizza.
Riprendendo l’analisi dell’articolo, pare importante precisare (nell'ordinamento tributario italiano anche le cose ovvie vanno specificate, onde scongiurare i voli pindarici di alcuni giudici della Cassazione), che il parere dato vincola l'Agenzia con riguardo alla determinata fattispecie, seppure non si capisca perché la cosa non debba valere per ogni altro contribuente che abbia a che fare con un medesimo caso.
All'istanza di interpello è acclusa, inoltre, copia della documentazione, non in possesso dell'Amministrazione procedente o di altre Pubbliche Amministrazioni indicate dall'istante, rilevante ai fini della risposta. Nei casi in cui la risposta presupponga accertamenti di natura tecnica, non di competenza dell'Amministrazione procedente, alle istanze devono essere allegati altresì i pareri resi dall'ufficio competente.
- 4): quando non è possibile fornire risposta sulla base dei documenti allegati, l'Amministrazione chiede all'istante di integrare la documentazione presentata;
- 5): le istanze sono inammissibili se:
Il punto è che il recente passato riporta una pletora di istanze respinte in quanto mancanti della soluzione proposta dal contribuente. Al riguardo si era – a nostro avviso – correttamente osservato che tale mancanza non potesse costituire valida ragione per dichiarare dette istanze improcedibili da parte dell'Agenzia delle Entrate.
Se l’istanza d’interpello manca del requisito di cui all’art. 3, lett. e), ovverossia “l'esposizione, in modo chiaro e univoco, della soluzione proposta”, l’istanza risulterà essere: inammissibile, da integrare, o valida così come presentata?
- Il Legislatore (art. 5, comma 1, lett. a) ha espressamente indicato i soli casi in cui gli interpelli sono irricevibili; non occorre, dunque, eseguire alcuna interpretazione analogica della sua volontà, essendo sufficiente verificare che, fra tali ipotesi, quella relativa alla citata lett. e), dell’art. 3, non è stata ricompresa. Dobbiamo conseguentemente arguire che il Legislatore non considera, sic et simpliciter, una causa di inammissibilità, quella concernente la mancanza della prospettazione della soluzione da parte dell’istante.
- L’art. 4 concede all’Amministrazione la possibilità di “chiedere all'istante di integrare la documentazione presentata”: il riferimento, però, qui è univocamente relativo solo a eventuali documenti assenti, non a requisiti di forma dell’istanza stessa. Tale disposizione non pare essere dunque d’aiuto al nostro caso.
- Ancora: l’art. 5, comma 1, lett. g), prevede che laddove il contribuente sia stato invitato a integrare i dati che si assumono carenti ai sensi del comma 3, dell'articolo 3, e non abbia provveduto alla regolarizzazione nei termini previsti, l’istanza diventa inammissibile. Ebbene, il termine “dati” preso da solo è troppo generico per poterne ricavare una risposta conclusiva. Peraltro, la previsione richiama espressamente il disposto di cui all’art. 3, comma 3, il quale a sua volta fa espresso riferimento alle lettere b), d), e), f) e g), del primo comma, dello stesso art. 3 (in pratica, tutte le altre ipotesi, eccettuate quelle appena sopra menzionate). Sostanzialmente, il Legislatore, tra i vari elementi che deve contenere l’istanza, ha stabilito che due di questi (ossia, quelli indicati alle già citate lettere “a” e “c”) determinano un’immediata inammissibilità dell’interpello, mentre tutti gli altri comportano una richiesta di integrazione da parte dell’Agenzia delle Entrate e, solo nel caso in cui il contribuente non vi provveda, verrà decretata l’inammissibilità.
Questa soluzione adottata dal Legislatore appare avere corretta logica avuto riguardo al fatto che il decreto ribadisce espressamente l’adozione del principio del “silenzio assenso”. Evidentemente, tale istituto non si potrebbe materialmente applicare nel caso in cui l’istanza fosse carente della soluzione prospettata dal contribuente. In ogni caso, si tratta di un’evidente soluzione di comodo in favore dell’Agenzia delle Entrate, che beneficerà di una riduzione dei carichi di lavoro ribaltati – tanto per cambiare – sui professionisti.
Restano, viceversa, forti dubbi con riferimento al dibattito nato in merito all’eventuale possibilità di impugnare le risposte fornite dall’Agenzia. Ricordiamo, infatti, che l’art. 11 dello Statuto dei diritti del contribuente, nella sua previgente accezione, nulla precisava al riguardo. Orbene, a dissipare qualunque dubbio in proposito, il Governo espressamente afferma all’art. 6 (comma 1), che:
“Le risposte alle istanze di interpello di cui all'articolo 11 della Legge 27 luglio 2000, N. 212, recante lo Statuto dei diritti del contribuente, non sono impugnabili, salvo le risposte alle istanze presentate ai sensi del comma 2 del medesimo articolo 11 [abuso del diritto ed eventuali fattispecie elusive – n.d.a.], avverso le quali può essere proposto ricorso unitamente all'atto impositivo.”
Inutile sottolineare come sia fin troppo evidente la scelta – non condivisibile – effettuata dal Governo: con il timore di dover affrontare innumerevoli contenziosi, si preferisce menomare la regola generale di diritto costituzionale che consente a tutti i cittadini la possibilità di impugnare qualunque provvedimento emesso dall’Amministrazione.
“Se è stata fornita risposta alle istanze di cui all'articolo 11, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, recante lo Statuto dei diritti del contribuente, al di fuori dei casi di cui all'articolo 5, senza pregiudizio dell'ulteriore azione accertatrice, l'atto di accertamento avente a oggetto deduzioni, detrazioni, crediti d'imposta, o altre posizioni soggettive del soggetto passivo è preceduto, a pena di nullità, dalla notifica di una richiesta di chiarimenti da fornire entro il termine di sessanta giorni. La richiesta di chiarimenti è notificata dall'Amministrazione ai sensi dell'articolo 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e successive modificazioni, entro il termine di decadenza previsto per la notificazione dell'atto impositivo. Tra la data di ricevimento dei chiarimenti, ovvero di inutile decorso del termine assegnato al contribuente per rispondere alla richiesta, e quella di decadenza dell'Amministrazione dal potere di notificazione dell'atto impositivo intercorrono non meno di sessanta giorni. In difetto, il termine di decadenza per la notificazione dell'atto impositivo è automaticamente prorogato, in deroga a quello ordinario, fino a concorrenza dei sessanta giorni. L'atto impositivo è specificamente motivato, a pena di nullità, anche in relazione ai chiarimenti forniti dal contribuente nel termine di cui al periodo precedente” [previsione, quest’ultima, alquanto ovvia].
L’art. 8 (ultimo del Titolo qui in esame) affida all’emanazione di un provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle Entrate (da emanarsi entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto), l’indicazione delle modalità di presentazione delle istanze, gli uffici cui le medesime sono trasmesse e quelli da cui perverranno le risposte; nonché le modalità di comunicazione e ogni altra regola concernente la procedura.
Bene, infine, la norma di salvaguardia prevista dall’ultimo comma, del medesimo art. 8, che stabilisce come, alle istanze di interpello inoltrate prima dell'emanazione del presente decreto, restano applicabili le disposizioni procedurali in vigore al momento della presentazione delle medesime istanze.
In ogni caso, siamo in Italia: meglio sempre precisare… Please enable JavaScript to view the comments powered by Disqus.