Source: https://www.dirittodelrisparmio.it/2017/11/08/violazione-degli-obblighi-informativi-e-onere-della-prova-lecci-m/
Timestamp: 2020-08-06 18:23:24+00:00
Document Index: 138723008

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 1218', 'art. 23', 'art. 360', 'art. 1']

Violazione degli obblighi informativi e onere della prova | Diritto del risparmio
Ordinanza Cass. Civ., Sez. I, n. 26064 del 02/11/2017
Nella controversia sollevata all’esame dei giudici della Corte di legittimità i ricorrenti, investitori retail, lamentano la violazione degli obblighi informativi prodromici alla stipulazione di un contratto nella “piena consapevolezza” degli effetti che questo produrrà.
Gli attori, due coniugi pensionati e “inesperti di investimenti in valori mobiliari”, ritengono di essere stati tratti in inganno dall’intermediario che, in data 10 settembre 2001, “con una documentazione parziale e non rispondente alle prescrizioni normative e regolamentari in materia di investimenti finanziari dei risparmiatori” (almeno questo è quanto sostenuto dai ricorrenti) faceva loro sottoscrivere un contratto di investimento in titoli Cirio Finance 00/02 e successivamente, solo due anni più tardi, comunicava agli stessi lo stato di insolvenza di Cirio con consequenziale perdita dell’investimento.
I ricorrenti, pertanto, hanno adito il Tribunale di Taranto affinché condannasse l’Istituto di credito e dichiarasse la nullità del contratto o, in via subordinata, l’annullamento dello stesso e, nel caso di mancato accoglimento, procedesse alla condanna al pagamento della somma pari ad 86.000€ (interessi esclusi), (importo corrispondete al capitale investito) a titolo di risarcimento del danno.
Respinte le domande attoree il giudizio è passato in secondo grado ove i ricorrenti hanno visto i giudici della Corte d’appello confermare la decisione di primo grado con sentenza n. 328/2011.
I giudici territoriali, previa esclusione dell’ipotesi di nullità del contratto-quadro intercorso tra i coniugi e la Banca, hanno ritenuto che l’operazione fosse “adeguata per un investitore che abbia dichiarato di essere consapevole del rischio insito nel prodotto finanziario e di averne nonostante ciò chiesto l’esecuzione” con una dichiarazione mai revocata e avente efficacia confessoria quanto all’adempimento degli obblighi informativi da parte della Banca intermediaria. In secondo luogo, i giudici distrettuali, hanno rilevato che non vi fosse la prova del nesso causale tra il preteso inadempimento degli obblighi informativi da parte della Banca ed il danno subìto dagli investitori; in particolare i giudici hanno ritenuto che “gli appellanti non hanno dimostrato di aver conferito l’ordine in questione a causa del difetto di informazione ascrivibile alla banca”[1].
I ricorrenti, nelle loro doglianze, deducono la violazione dell’art. 21 del d.lgs. n. 58/1998 e degli artt. 26, 28 e 29 del regolamento CONSOB n. 11522/1998 (applicabili “ratione temporis“) in relazione alla pretesa violazione degli obblighi informativi e “negano qualsiasi efficacia confessoria alla generica dichiarazione sottoscritta in assenza di qualsiasi prova specifica dell’adempimento dei predetti obblighi”. In secondo luogo ritengono[2] che la correlazione tra l’inadeguatezza dell’informazione e delle condizioni affinché si formi un consenso consapevole e il danno derivante dall’investimento effettuato in conseguenza di suddetto comportamento inadempiente sia dimostrabile anche in via presuntiva.
I princìpi espressi dalla Suprema Corte
In primo luogo gli ermellini evidenziano la contrarietà delle ragioni esposte dalla Corte di Appello con la giurisprudenza consolidata della Cassazione.
Efficacia confessoria della dichiarazione:
In primo luogo bisogna escludere che la dichiarazione sottoscritta dagli investitori abbia efficacia confessoria in quanto “la dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alle informazioni ricevute, della rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, non costituisce dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo” (cfr. Cass. civ. sez. I n. 6142 del 19 aprile 2012, Cass. civ. sez. III n. 20178 del 25 settembre 2014). Inoltre, data la natura generica della dichiarazione resa non se ne potranno desumere, a fini probatori, riscontri sulle informazioni fornite agli investitori (cfr. a contrario Cass. civ. sez. I n. 4620 del 6 marzo 2015 e Cass. civ. n. 20178/2014 citata).
Gli obblighi informativi devono ritenersi pienamente sussistenti, e la prova del loro adempimento è a carico dell’intermediario, anche nel caso di negoziazioni individuali[3]. Nella negoziazione di strumenti finanziari, con correlata prestazione di un servizio di intermediazione finanziaria, il rispetto degli obblighi di diligenza, correttezza e trasparenza [(ex art. 21, comma I, lett. a) e b), del d.lgs. n. 58 del 1998, così come puntualizzati negli artt. 26 e 28 (come integrati dall’allegato 3) del Regolamento Consob n. 11522 del 1998] “impone all’intermediario di attivarsi sia per ottenere una conoscenza preventiva adeguata del prodotto finanziario alla luce di tutti i dati disponibili che ne possano influenzare la valutazione effettiva della rischiosità (quali la solvibilità dell’emittente, il contenuto del prospetto informativo specifico destinato agli investitori istituzionali, le caratteristiche del mercato ove il prodotto è collocato), senza che si possa giustificare il deficit delle informazioni da lui assunte sulla base della dimensione locale di esso e della non partecipazione diretta alla vendita dei titoli, sia di fornire un’informazione sulle caratteristiche del prodotto concreta e specifica”.
In relazione a tale doglianza i giudici affermano che sebbene la prova del danno e del nesso causale con l’inadempimento degli obblighi informativi gravi sull’investitore tale onere possa essere assolto anche sulla base di presunzioni (cfr. Cass. civ. sez. I n. 810 del 19 gennaio 2016).
Nella prestazione di un servizio di negoziazione titoli, qualora l’investimento verta su titoli ad alto tasso di rischio e l’intermediario non abbia adempiuto agli obblighi informativi, il cliente che non rientri nella categoria di investitore qualificato o professionale non risponderà per concorso di colpa in sede di quantificazione del danno (Cass. civ. sez. I n. 8394 del 27 aprile 2016 e n. 9892 del 13 maggio 2016).
Per le ragioni finora elencate la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassato e rinviato la decisione alla Corte d’Appello di Lecce (sezione distaccata di Taranto).
[1] Così i giudici: “la scheda di individuazione del profilo del cliente rende ragione degli obblighi (rectius obiettivi) di investimento dei medesimi e della loro propensione al rischio da intendersi quanto meno nel suo profilo di medietà”
[2] Secondo motivo: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., dell’art. 23, sesto comma, del decreto legislativo n. 58/1998, testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli artt. 8 e 21 della legge n. 52 del 6 febbraio 1996, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.”
[3] cfr. Cass. civ. sez. I n. 810 del 19 gennaio 2016 e Cass. civ. sez. I ord. n. 14884 del 15 giugno 2017 secondo cui, in tema di intermediazione finanziaria, anche quando la diffusione di strumenti finanziari avvenga mediante la prestazione individuale di “servizi di investimento”, di cui all’art. 1, comma 5, del d.lgs. n. 58 del 1998, cioè mediante attività di negoziazione, ricezione e trasmissione di ordini, a condizioni diverse a seconda dell’acquirente e del momento in cui l’operazione è eseguita, la tutela del cliente è comunque affidata all’adempimento, da parte dell’intermediario, di obblighi informativi specifici e personalizzati, ai sensi degli artt. 21 del citato d.lgs. n. 58 del 1998 e 26 e ss. del reg. Consob n. 11522 del 1998, applicabili “ratione temporis“).
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