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Timestamp: 2018-02-21 01:15:17+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51']

La rassegna giurisprudenziale: GLI ACCERTAMENTI BANCARI
Nell’ambito della lotta all’evasione fiscale, il Fisco ha tra i suoi obiettivi anche l’intensificazione degli accertamenti bancari (ossia di quegli accertamenti che sono basati su indagini compiute sui movimenti dei conti correnti). E’ infatti in corso di studio l’ipotesi di un affinamento normativo di tale istituto. Diventa dunque importante più che mai conoscere i poteri di controllo del Fisco sui conti correnti, e ciò grazie anche alle indicazioni fornite copiosamente già in passato dalla Giurisprudenza della Corte di Cassazione e di altri organi giurisdizionali.
Quando i conti correnti dei soci di srl possono essere oggetto di indagine
A norma dell’art. 32, n. 7), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, gli uffici finanziari, previa autorizzazione della Direzione regionale delle Entrate, possono acquisire dagli istituti di credito non solo copia dei conti bancari intrattenuti con il contribuente (con la specificazione di tutti i rapporti inerenti o connessi a tali conti, comprese le garanzie prestate da terzi) ed ulteriori dati, notizie e documenti di carattere specifico relativi a tali conti, bensì anche analoghe indicazioni relative ad ogni altro soggetto quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che il contribuente è l’effettivo possessore dei redditi formalmente intestati a tale diverso soggetto (facendo applicazione di tale principio, è stata ritenuta legittima l’acquisizione dei dati relativi ai rapporti bancari dei soci della società di capitali a ristretta base azionaria destinataria dell’accertamento).
L’Amministrazione, in sede di rettifica e di accertamento d’ufficio delle imposte sui redditi di una società di capitali, ai sensi dell’art. 37, comma 3, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, può utilizzare, oltre ai dati risultanti dalle copie dei conti correnti bancari formalmente intestati all’ente, anche quelli relativi a conti formalmente intestati ai soci, amministratori o procuratori generali, ancorché risulti provata, anche tramite presunzioni, la natura fittizia dell’intestazione o, comunque, la sostanziale riferibilità all’ente dei conti medesimi o di alcuni loro singoli dati (nel caso di specie è stata ritenuta correttamente motivata la sentenza di merito che aveva ritenuti utilizzabili i dati relativi a due coniugi, unici soci della società di cui il marito era anche amministratore).
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 13391/2003).
Sotto tiro il conto corrente del coniuge dell’imprenditore
Ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi, gli Uffici finanziari possono acquisire non soltanto copia dei conti correnti bancari del contribuente sottoposto ad accertamento, ma anche dati relativi a conti correnti intestati esclusivamente al coniuge dello stesso.
Ai sensi dell’art. 32, comma 1, n. 7), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, infatti, gli Uffici delle imposte possono richiedere, previa autorizzazione, copia di tutti i conti bancari intrattenuti con il contribuente, con la specificazione dei rapporti inerenti comprese le garanzie prestate da terzi e qualunque altro dato, notizia e documento di carattere specifico, collegato ed inerente a tali conti.
In applicazione di tale principio, già in passato, era stata ritenuta legittima “l’indagine e l’acquisizione dei dati relativi ai conti correnti intestati esclusivamente al coniuge del contribuente stesso” (Cass. 17.6.2002, n. 8683). In questa sede viene ribadita la legittimità dell’indagine sul conto corrente di terzi, in ragione della connessione di tale conto con quello di cui il contribuente è intestatario. Tale inerenza sarà valutata di volta in volta dal legislatore in base alla presunzione che esista una rilevante probabilità che il contribuente si avvalga del conto intestato a terzi per l’esercizio della propria attività.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 12980/2003).
Utilizzabili le prove bancarie anche se acquisite senza autorizzazione.
Dal momento che l’autorizzazione dell’Ispettore compartimentale (o, per la Guardia di Finanza, del Comandante di zona), prevista dall’art. 51, comma 2, n. 7), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, attiene ai rapporti interni degli uffici ed in materia tributaria non vige il principio (presente nel codice di procedura penale) della inutilizzabilità della prova irritualmente acquisita, ben possono essere utilizzati ai fini dell’emissione di un avviso di accertamento (e nel successivo processo tributario) le copie dei conti bancari intrattenuti da una banca con il contribuente, acquisite dall’ufficio tributario presso l’istituto bancario in difetto della suddetta autorizzazione.
In caso di accertamenti che riguardino una società di persone è legittima, ai sensi dell’art. 51, comma 2, nn. 2) e 7), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, l’acquisizione ed utilizzazione dei dati bancari relativi a conti formalmente intestati a soggetti diversi ma legati alla società da particolari rapporti, quali i soci amministratori, dal momento che il rapporto tra questi ultimi e la società amministrata è talmente stretto da realizzare una sostanziale identità di soggetti, tale da giustificare automaticamente, salvo prova contraria, l’utilizzazione dei dati raccolti.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 4987/2003).
Spetta all’Ufficio provare che l’intestazione a terzi è fittizia.
In tema di IVA, l’art. 51, secondo comma, nn. 2 e 7 del D.P.R. n. 633/1972 (che accorda all’Ufficio il potere di richiedere agli Istituti di credito notizie dei movimenti sui conti bancari intrattenuti dal contribuente e di presumere la loro inerenza ad operazioni imponibili, ove non si deduca e dimostri che i movimenti medesimi siano stati conteggiati nella dichiarazione annuale o siano ricollegabili ad atti non soggetti a tassazione) non trova applicazione con riguardo a conti bancari intestati esclusivamente a persone diverse, ancorché legate al contribuente da vincoli familiari o commerciali, salvo che l’Ufficio opponga e poi provi in sede giudiziale che l’intestazione a terzi è fittizia e comunque è superata, in relazione alle circostanze del caso concreto, dalla sostanziale imputabilità al contribuente medesimo delle posizioni creditorie e debitorie annotate sui conti.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 17243/2003), (Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 6232/03).
Controllabili anche i conti dei soci di società di persone
Ai fini dell’accertamento in rettifica delle imposte sui redditi, le movimentazioni annotate su libretti di deposito a risparmio al portatore in possesso di soci ben possono essere riferite, in presenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, ad operazioni eseguite dalla società in evasione di imposta soprattutto se trattasi di società in nome collettivo, non essendo l’attività imprenditoriale di una tale società (che, pur con una propria autonomia patrimoniale, è comunque priva di personalità giuridica) imputabile ad un’individuabilità soggettiva distinta dal singolo socio.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 13819/2003).
Inutilizzabili i dati raccolti su soggetto diverso dal contribuente
L’utilizzazione dei dati e delle notizie acquisiti presso istituti bancari nel corso di operazioni di polizia giudiziaria, anche se autorizzata dall’Autorità giudiziaria, non può essere rivolta verso soggetti diversi dall’imputato. Ne deriva, quindi, che i dati così raccolti non possono essere utilizzati dall’ufficio Iva per la redazione di un avviso di rettifica nei confronti di un contribuente.
(Commissione Tributaria Centrale, Sezione IV, Decisione n. 3558/2003).
Ancora sulla prova della fittizietà dell’intestazione del conto corrente al socio
La società di persone, nella quale il vincolo societario che lega i soci è sicuramente più forte rispetto a quello presente in altri tipi di società, ha pur sempre una propria autonomia patrimoniale, per cui l’utilizzazione dei conti intestati ai soci non può essere ammessa sempre e comunque, ma è possibile a condizione che si superi il lato formale della intestazione e si raggiunga la prova, che incombe all’ufficio, che quei conti sono riconducibili alla società totalmente o parzialmente.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 6073/2003).
Pari diritti tra fisco e contribuente.
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, legittimamente l’Amministrazione finanziaria, nel procedere alla ricostruzione del reddito del contribuente, utilizza dati derivanti da movimenti bancari relativi a conti intestati a terzi, senza necessità di contestare tali dati al contribuente o al terzo, purché fornisca in giudizio la prova, anche presuntiva, che detti movimenti bancari, formalmente intestati al terzo, siano in realtà attribuibili al contribuente. D’altra parte, va riconosciuta la possibilità per quest’ultimo, in un sistema processuale fondato sulla parità delle parti, di introdurre in giudizio eventuali dichiarazioni extraprocessuali del terzo a suo favore, ancorché rilasciate al contribuente stesso o a chi lo assiste.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 4423/03).
Il Fisco non è obbligato a chiedere chiarimenti al correntista.
La mancata richiesta di dati, notizie e chiarimenti al contribuente in ordine alle operazioni annotate nei conti bancari, a lui riferibili, ai sensi dell’art. 51, secondo comma, n. 2), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, non determina alcuna illegittimità della rettifica, operata sulla base delle risultanze di tali conti, poiché una omissione siffatta lascia integro il diritto di difesa del contribuente in sede contenziosa.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 6910/03).
Accertamento bancario per dati raccolti su soggetto diverso dal contribuente
Ai sensi dell’art. 51, secondo comma, nn. 2) e 7), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, sono legittimi gli accertamenti bancari effettuati a carico di soggetti formalmente estranei alla società verificata, qualora i giudici di merito abbiano acclarato che questi soggetti hanno esercitato sostanzialmente l’attività societaria. Inoltre, è legittima la rettifica della dichiarazione annuale dell’IVA effettuata nei confronti della società sulla base dei movimenti finanziari rilevati sui conti bancari intestati ai suddetti terzi, in quanto non risulta che questi ultimi abbiano fornito la prova liberatoria prevista dall’art. 51, secondo comma, n. 2), del D.P.R. n. 633/1972.
(Cassazione, Sezione tributaria, Sentenza n. 1633/03).