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Timestamp: 2019-11-18 21:56:37+00:00
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Cass., sez. III, sent. 14 luglio 2017 n. 17450 (Pres. Vivaldi, rel. Fanticini) - ProcessoCivileTelematico.it
Giurisprudenza / Settembre 14, 2017 Settembre 14, 2017
Dott. GIOVANNI FANTICINI – Rel. Consigliere –
E. SPA , in persona del legale rappresentante sig. A.L., elettivamente domiciliata in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato C.G., rappresentata e difesa dall’avvocato P.F. giusta procura a margine del ricorso;
D.C.C., elettivamente domiciliato in ROMA, ***, presso lo studio dell’avvocato S.S., che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 2782/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 11/12/2014;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ALBERTO CARDINO che ha concluso per l’inammissibilità in subordine rigetto;
udito l’Avvocato P.F.;
udito l’Avvocato L.P. per delega non scritta;
Con decreto del 10 maggio 2006 il Tribunale di Treviso ingiungeva a D.A. S.r.l. e a C.D.C. di pagare a E. S.p.A. la somma di Euro 54.124,82, oltre a interessi legali e spese.
Avverso il predetto provvedimento monitorio proponevano tempestiva opposizione entrambi gli intimati: in particolare, il D.C. contestava di aver prestato fideiussione o altra garanzia per le obbligazioni assunte dalla D.A. col contratto del 2 gennaio 2004 e, conseguentemente, la propria solidale responsabilità con la società, di cui era il legale rappresentante; l’opposta E. insisteva nella pretesa creditoria.
A seguito del fallimento della D.A., il processo era interrotto soltanto nei confronti della società; il Tribunale trevigiano, invece, respingeva l’opposizione di C.D.C. e confermava il decreto ingiuntivo con la sentenza n. 242 dell’11 giugno 2008, fatta oggetto di impugnazione dall’opponente soccombente.
La Corte d’appello di Venezia riformava la decisione di primo grado, accogliendo l’opposizione e revocando il provvedimento monitorio n. 521 del 2006, ed espressamente dichiarava «insussistente l’obbligazione fideiussoria prestata da D.C.C. in favore di E.»; alla statuizione seguiva la condanna dell’appellata alla rifusione delle spese di entrambi i gradi del giudizio.
La E. S.p.A. impugna la sentenza della Corte veneziana n. 2782 dell’11 dicembre 2014 proponendo ricorso per cassazione, notificato il 18-19/3/2015 e affidato a due motivi; C.D.C. resiste con controricorso.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ.
1. Deve essere preliminarmente esaminata l’eccezione – sollevata dal Pubblico Ministero – di improcedibilità del ricorso ai sensi dell’art. 369, comma 2, n. 2, cod. proc. civ. in ragione del mancato deposito della «copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, se questa è avvenuta».
La ricorrente E. ha espressamente dedotto che la sentenza della Corte d’appello di Venezia n. 2782 pubblicata l’11 dicembre 2014 le è stata «notificata il 04.02.2015» e nello stesso ricorso non è stata fatta alcuna specificazione circa un’ipotetica inidoneità di detta notifica a far decorrere il termine breve di cui all’art. 325, comma 2, cod. proc. civ. Di conseguenza, si deve ritenere che la notificazione è idonea a tal fine (Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 13518 del 30/5/2017).
Del resto, il D.C. conferma, nel controricorso, che «il 4 febbraio 2015 la sentenza veniva notificata ad E. S.p.A., nel domicilio eletto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 285 c.p.c.». Dall’esame del fascicolo d’ufficio e di quello della ricorrente risulta la presenza della copia autentica della sentenza impugnata (rilasciata dalla cancelleria della corte veneziana).
Quanto alla relata di notificazione, è stata prodotta soltanto la copia stampata, priva di qualsivoglia attestazione di conformità, di un messaggio di posta elettronica certificata datato «mercoledì 4 febbraio 2015 12:54» – apparentemente proveniente dall’indirizzo p.e.c. dell’Avv. L.P. (difensore dell’appellante D.C.), diretto alle caselle p.e.c. dell’Avv. P.F. e all’Avv. M.M. (procuratori dell’appellata E.) e avente ad oggetto «Notificazione ai sensi della Legge n. 53 del 1994» – dal cui testo risulta l’invio di allegati (tra i quali il file denominato «relazione di notifica 04.02.2015.pdf.p7m») che – si legge – «sono documenti firmati digitalmente dal mittente, riconoscibili in quanto presentano il suffisso .p7m».
La ratio della norma va identificata nell’esigenza di consentire alla Corte di verificare la tempestività dell’impugnazione; ne dà conferma la giurisprudenza di legittimità (risalente e anche recente e, comunque, uniforme): «La previsione – di cui al secondo comma, n. 2, dell’art. 369 cod. proc. civ. – dell’onere di deposito a pena di improcedibilità … della copia della decisione impugnata con la relazione di notificazione, ove questa sia avvenuta, è funzionale al riscontro, da parte della Corte di Cassazione – a tutela dell’esigenza pubblicistica (e, quindi, non disponibile dalle parti) del rispetto del vincolo della cosa giudicata formale – della tempestività dell’esercizio del diritto di impugnazione, il quale, una volta avvenuta la notificazione della sentenza, è esercitabile soltanto con l’osservanza del cosiddetto termine breve» (tra le altre: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 19654 del 01/10/2004, Rv. 577461-01; Cass., Sez. 2, Sentenza n. 15232 del 09/06/2008, Rv. 603861-01; Cass., Sez. U., Ordinanza n. 9005 del 16/04/2009, Rv. 607363-01).
Quest’ultima decisione conferma parzialmente il pregresso orientamento: difatti, premettendo esplicitamente che «un’interpretazione sostanzialmente abrogante è possibile […] solo con un intervento normativo», si è stabilito che l’onere di deposito a pena di improcedibilità è «in funzione dell’ordinato svolgimento del giudizio di cassazione», che il legislatore vuole che la prova delle condizioni di ammissibilità del ricorso «sia sin dall’inizio fornita dal ricorrente, in maniera da porre subìto la Corte nella possibilità di delibare, anche mediante l’apposito procedimento camerale predisposto, l’ammissibilità del ricorso» e che l’adempimento richiesto dall’art. 369 cod. proc. civ. costituisce una «attività elementare, che risale ad esigenza obbiettiva della gestione del processo di cassazione, che non pone soverchi oneri alle parti».
Anche in base al più recente orientamento, dunque, la mancata produzione della relata di notificazione costituisce motivo di improcedibilità, a meno che risulti dal ricorso «che la sua notificazione si è perfezionata, dal lato del ricorrente, entro il sessantesimo giorno dalla pubblicazione della sentenza, poiché il collegamento tra la data di pubblicazione (indicata nel ricorso) e quella della notificazione del ricorso (emergente dalla relata di notificazione dello stesso) assicura comunque lo scopo, cui tende la prescrizione normativa, di consentire al giudice dell’impugnazione, sin dal momento del deposito del ricorso, di accertarne la tempestività in relazione al termine di cui all’art. 325, secondo comma, cod. proc. civ.» (Cass., Sez. 6-3, Sentenza n. 17066 del 10/07/2013, Rv. 628539-01; analogamente, Cass., Sez. 6-3, Ordinanza n. 18645 del 22/09/2015, Rv. 636810- 01)
L’omissione, nel caso all’esame di questo Collegio, ha invece rilievo: la sentenza è stata pubblicata l’11 dicembre 2014 e il ricorso è stato inviato alla notificazione il 18 marzo 2015.
Il controllo della tempestività dell’impugnazione, di cui la disposizione è espressione, corrisponde a una esigenza pubblicistica e, pertanto, esso è sottratto alla disponibilità delle parti (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 19654 del 01/10/2004, Rv. 577461-01; Cass., Sez. 2, Sentenza n. 15232 del 09/06/2008, Rv. 603861-01; Cass., Sez. U., Ordinanza n. 9005 del 16/04/2009, Rv. 607363-01: «… dovendosi, invece, escludere ogni rilievo dell’eventuale non contestazione dell’osservanza del termine breve da parte del controricorrente»; Cass., Sez. 6-1, Ordinanza n. 25070 del 10/12/2010, Rv. 615089- 01), le quali non possono – né per esplicita ammissione, né per effetto di mancata contestazione – sopperire con le loro difese alla produzione documentale della relata di notificazione (nei casi in cui la stessa è resa necessaria dalle allegazioni del ricorrente).
– «la notifica effettuata con modalità telematica si perfeziona, per il soggetto notificante, nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione … e, per il destinatario, nel momento in cui viene generata la ricevuta di avvenuta consegna» (Cass., Sez. L., Sentenza n. 20072 del 07/10/2015).
Pertanto, all’indirizzo p.e.c. dell’“avvocato mittente” pervengono sia la ricevuta di accettazione sia la ricevuta di avvenuta consegna, documenti in formato digitale che costituiscono prova del perfezionamento della notificazione.
All’indirizzo p.e.c. dell’avvocato destinatario”, invece, perviene il messaggio di posta elettronica certificata inviato dal mittente coi relativi allegati digitali, ma non giungono ricevute rilasciate dai gestori di posta elettronica certificata.
L’esigenza del destinatario di dimostrare la tempestività del proprio ricorso mediante il deposito (prescritto dall’art. 369 cod. proc. civ.) della relata di notificazione non può avvenire, dunque, con la produzione di documenti (necessariamente cartacei nel giudizio di cassazione) emessi dai gestori di posta elettronica certificata: i documenti da depositare sono, infatti, il messaggio di posta elettronica certificata ricevuto e la «relazione di notificazione [redatta] su documento informatico separato, sottoscritto con firma digitale ed allegato al messaggio di posta elettronica certificata» dell’“avvocato mittente” ai sensi del citato art. 3-bis, comma 5, della legge 21 gennaio 1994, n. 53.
Nei gradi di merito – nei quali il processo civile telematico è stato da tempo avviato in virtù delle disposizioni dell’art. 16-bis, commi 4, 5, 6 e 9-ter del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, e successive modificazioni e integrazioni il deposito della documentazione delle parti può (anzi, deve) essere eseguito con modalità telematiche e, dunque, il destinatario può produrre nel suo formato digitale anche la relazione di notificazione pervenutagli.
Si verte, dunque, nell’ipotesi disciplinata dall’art. 9, comma 1-ter, della legge 21 gennaio 1994, n. 53 («In tutti i casi in cui l’avvocato debba fornire prova della notificazione e non sia possibile fornirla con modalità telematiche, procede ai sensi del comma 1-bis»), norma che, nel rimandare al comma 1-bis, dispone che l’avvocato provveda ad estrarre copia su supporto analogico (id est, cartaceo) del messaggio di posta elettronica certificata, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna e, poi, ad attestarne la conformità ai documenti informatici da cui le copie sono tratte ai sensi dell’articolo 23, comma 1, del d.lgs. 7 marzo 2005, n. 82 (il quale recita: «Le copie su supporto analogico di documento informatico, anche sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, hanno la stessa efficacia probatoria dell’originale da cui sono tratte se la loro conformità all’originale in tutte le sue componenti è attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato»).
– il mittente deve formare copie cartacee del messaggio di posta elettronica certificata inviato, degli allegati, e delle ricevute di accettazione e di avvenuta consegna;
– il destinatario, invece, deve estrarre copie analogiche del messaggio di posta elettronica certificata ricevuto e dei suoi allegati, tra i quali è inclusa la relazione di notificazione ex art. 3-bis, comma 5, della legge n. 53 del 1994;
– in ogni caso, il procuratore (mittente o destinatario) è tenuto ad attestare la conformità all’originale digitale dei documenti prodotti in formato analogico (con riferimento al deposito, da parte del mittente, del ricorso notificato telematicamente, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 26102 del 19/12/2016: «Quando non sia fatto con modalità telematiche il deposito del ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 369 cod. proc. civ., dell’avvenuta sua notificazione per via telematica va data prova mediante il deposito -in formato cartaceo, con attestazione di conformità ai documenti informatici da cui sono tratti – del messaggio di trasmissione a mezzo PEC, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna previste dall’art. 6, comma 2, del d.P.R. 11 febbraio 2005 n. 68»);
– infine, non essendo operative in questo grado le disposizioni sul deposito telematico degli atti processuali, la sottoscrizione in calce all’attestazione cartacea depositata presso la cancelleria della Corte deve essere necessariamente autografa (manuale) e non digitale (Cass., Sez. 6-3, Ordinanza n. 7443 del 23/3/2017).
Il difensore di E. ha provveduto soltanto al deposito del messaggio di posta elettronica certificata inviatogli dalla controparte, in copia cartacea priva della indispensabile attestazione di conformità all’originale, e ha omesso di produrre la necessaria copia conforme della relazione di notificazione pervenutagli dal mittente.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 26 maggio 2017.
(Roberta Vivaldi)