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Timestamp: 2019-04-23 02:03:37+00:00
Document Index: 150536483

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Sentenza Cassazione Civile n. 7784 del 20/03/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7784 del 20/03/2019
Cassazione civile sez. trib., 20/03/2019, (ud. 03/12/2018, dep. 20/03/2019), n.7784
sul ricorso 16039-2013 proposto da:
avverso la sentenza n. 133/2012 della COMM. TRIB. REG. di FIRENZE,
1. La società DEDEM AUTOMATICA a r.l. proponeva ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Firenze avverso un avviso di accertamento notificatole dalla I.C.A. s.r.l, quale concessionaria del Comune di Impruneta per il servizio di accertamento e riscossione delle imposte sulla pubblicità e le affissioni pubbliche, relativo al mancato pagamento dell’imposta di pubblicità per l’anno 2009, con riferimento ad impianti pubblicitari apposti su cabine destinate alla riproduzione fotografica.
2. L’adita Commissione, con sentenza n. 152/10/10, respingeva il ricorso ritenendo che l’esenzione invocata dalla ricorrente non potesse essere applicata nel caso in esame essendo i mezzi oggetto di causa non configurabili come “insegne”, bensì come messaggi pubblicitari.
Con sentenza n. 133/31/12, depositata in data 14/12/2012, la Commissione Tributaria Regionale di Firenze, respingeva l’appello condannando l’appellante alle spese del grado.
Resiste con controricorso la I.C.A. s.r.l.
La sentenza impugnata, pertanto, avrebbe errato nell’escludere la natura di insegne ai mezzi esposti sulle attrezzature in questione, ponendosi peraltro in contrasto con il principio espresso da questa Corte (Cass., sez. 5, 30/10/2009, n. 23021e Cass. 4/3/2013 n. 5337), secondo il quale il D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, art. 17, comma 1-bis, aggiunto dalla L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 10, non consentirebbe di introdurre distinzioni in ordine all’eventuale presenza di un possibile “concorso dello scopo pubblicitario con la fuzione propria dell’insegna”.
1.1. Preliminarmente, va affermata l’ammissibilità del motivo, diversamente da quanto eccepito in controricorso, sotto il profilo dell’autosufficienza con riguardo alla previsione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 2 e 3.
Quanto al primo aspetto, la (OMISSIS) s.r.l. ha eccepito l’inammissibilità del ricorso asserendo la sussistenza di una incertezza assoluta circa la decisione impugnata, atteso che nell’epigrafe del ricorso e nell’elenco degli atti con esso prodotti è indicata una sentenza (n. 133/31/12 del 14/12/2012) diversa da quella menzionata in altre parti del medesimo ricorso (in particolare alle pagine 2 e 11 si menziona come sentenza impugnata la decisione n. 126 emessa in data 28/9/2012).
Invero, tale difforme indicazione evidenzia l’esistenza di un errore materiale che, tuttavia, nella specie risulta agevolmente superabile, ai fini di avere contezza della decisione effettivamente impugnata, attribuendo rilievo prevalente ai dati identificativi della sentenza indicati nell’elenco dei documenti depositati unitamente al ricorso, atteso che la corrispondenza tra tale indicazione ed il relativo provvedimento contestualmente allegato (in copia autentica, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., n. 2) consente un immediato riscontro dell’esattezza ed attendibilità di tali dati e, dunque, della sentenza in concreto impugnata.
Nella specie, sia nell’intestazione del ricorso (pag. 1) che nell’elenco dei documenti (pag. 12), risulta indicata quale sentenza impugnata la decisione della CTR di Firenze n. 133/31/12, e tale è il provvedimento in effetti depositato in copia autentica, al quale dunque il presente ricorso per cassazione deve intendersi riferito (V. Cass., sez. 1, 26/06/2018, n. 16861, Rv. 649539 – 01, con riferimento all’analogo caso di erronea indicazione delle generalità del ricorrente nell’epigrafe del ricorso, che ha escluso la sanzione dell’inammissibilità qualora l’identità del ricorrente medesimo sia individuabile attraverso altre indicazioni).
Essendo dunque possibile individuare in maniera non equivoca la sentenza effettivamente impugnata, l’erronea indicazione del numero identificativo della medesima sentenza contenuta in altre parti del ricorso si risolve in un mero errore materiale che, non determinando alcuna incertezza, non ne comporta l’inammissibilità.
Inoltre, ad avviso della controricorrente, la parte del ricorso dedicata alla descrizione delle fasi processuali di primo e secondo grado sarebbe affetta da incompletezza perchè riporta solo il contenuto delle doglianze della ricorrente DEDEM, omettendo completamente di dare conto delle difese svolte dalla I.C.A. s.r.l. nei due gradi di giudizio.
A sua volta, il medesimo D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, stabilisce i casi di esenzione dall’imposta, prevedendo al comma 1 bis, per quanto qui rileva, che “l’imposta non è dovuta per le insegne di esercizio di attività commerciali e di produzione di beni o servizi che contraddistinguono la sede ove si svolge l’attività cui si riferiscono, di superficie complessiva fino a cinque metri quadrati”. Il D.L. 22 febbraio 2002, n. 13, art. 2 bis, comma 6, convertito in L. 14 aprile 2002 n. 75, ha poi chiarito che “si definisce insegna di esercizio la scritta di cui al Reg. di cui al D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 47, comma 1, che abbia la funzione di indicare al pubblico il luogo di svolgimento dell’attività economica. In caso di pluralità di insegne l’esenzione è riconosciuta nei limiti di superficie di cui al comma 1”.
A tale conclusione la citata sentenza è pervenuta osservando che non è rinvenibile altra nozione normativa, ai fini civilistici, di sede delle persone giuridiche (qual è l’odierna ricorrente, in quanto società di capitali avente, quindi, personalità giuridica), se non quella formale (c.d. sede legale) risultante dall’atto costitutivo e dallo statuto (cfr. artt. 46 e 16 c.c.), alla quale si aggiunge correntemente, per l’equiparazione a determinati effetti nei confronti dei terzi, la nozione di sede effettiva, tale intendendosi il luogo in cui hanno concreto svolgimento le attività amministrative e di direzione dell’ente ed ove operano i suoi organi amministrativi o i suoi dipendenti (cfr. Cass., sez. L, 12 marzo 2009, n. 6021, Rv. 607263 – 01; Cass., sez. L, 13 aprile 2004, n. 7037, Rv. 572032 – 01). Tanto premesso, risulta di intuitiva evidenza che le cabine per fototessera e/o le postazione automatiche di distribuzione di cibi o bevande non possono essere ricondotte nè al concetto di sede legale nè a quello di sede effettiva di esercizio dell’attività sociale come sopra richiamati, e neppure può ipotizzarsi un rapporto pertinenziale con la sede della società, in ragione dell’ampia diffusione territoriale che impedisce a monte la stessa configurabilità di un rapporto durevole di servizio del singolo distributore alla sede sociale.
Nè la ricorrente ha mai prospettato nei gradi di merito (e tantomeno in questa sede) che la comunicazione così realizzata possa essere ricondotta ad altre ipotesi di esenzione, e specificamente a quelle previste dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, comma 1, let. a) e b), con riferimento alle insegne non riconducibili nella nozione di “insegna di esercizio”, contemplata dalla sola ipotesi di cui al medesimo D.Lgs., art. 17, comma 1 bis.
Infatti, la prioritaria necessità, ai fini dell’applicazione dell’esenzione dall’imposta comunale sulla pubblicità, che le insegne per le quali si invochi il beneficio siano installate su strutture definibili come “sede” dell’attività, requisito nella specie rimasto escluso, rende ininfluente accertare in concreto la superficie complessiva delle insegne oggetto di causa: il D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, comma 1 bis, invero, prevede il necessario concorso di entrambi i presupposti ivi previsti ai fini dell’esenzione dall’imposta delle insegne di attività commerciali e di produzione di beni o servizi (i.e.: installazione nella sede dell’attività e dimensione non superiore a 5 mq), sicchè in assenza anche di uno solo di tali requisiti la norma citata non può essere utilmente invocata.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a tutolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.