Source: https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/1211-l-etica-del-magistrato-esiste-ancora
Timestamp: 2020-08-08 20:07:54+00:00
Document Index: 40937508

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art.54', 'art. 54', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6']

L’etica del magistrato. Esiste ancora? di Alfonso Amatucci - Giustizia Insieme
Scritto da Giuseppe Amara
Intervista di Giuseppe Amara ad Alfonso Amatucci
Alfonso Amatucci. Un altro giudice che ha segnato la storia della giurisdizione ordinaria italiana degli ultimi anni mettendo al servizio della funzione giudiziaria, nei diversi gradi in cui essa si declina, intelletto, acutezza intellettuale, spirito di servizio anche nelle funzioni di autogoverno e, ci piace dirlo, etica nella funzione.
Ascoltare le risposte a domande in parte originate da alcuni colloqui avuti con lui è particolarmente utile, depurando il clima reso irrespirabile dalle note vicende che hanno colpito al cuore il sistema giustizia ed aiutando non a nascondere i problemi ma semmai ad evitare che si ripetano, che continuino a rimanere striscianti, sottotraccia, irrisolti.
L'intervistatore, giovane sostituto procuratore a Modena, ha così attivato un canale di collegamento con chi si è messo al servizio della sua generazione e che ha inteso trasmettergli tutto il suo essere alto magistrato serio, colto, non autoreferenziale ed equilibrato.
G. Amara
Caro Alfonso, un dialogo sull’etica del Magistrato, la cui idea è nata il giorno dell’espulsione, dall’A.N.M., di un ex presidente dell’A.N.M., è un tema su cui doverosamente tutti dobbiamo confrontarci, in ossequio al dovere costituzionalmente previsto, dal comma 2 dell’art. 54 della Carta, di adempiere le funzioni pubbliche cui siamo affidati, con disciplina ed onore, rifuggendo, nell’esercizio della giurisdizione, da altri criteri, quali la ricerca del consenso, diversi dall’applicazione della legge. E ciò anche a fronte del pubblico disappunto come più volte, anche di recente, manifestato nei confronti di Magistrati che hanno adempiuto con rigore a tale precetto.
Cosa significa, oggi, per un magistrato l’obbligo di fedeltà alla Repubblica di cui parla l’art.54 c.2 Cost.?
Noti differenze significative in base all’esperienza personale che hai maturato in Magistratura per un lungo periodo di tempo?
A.Amatucci
Agli studenti delle scuole per le professioni legali ed ai magistrati in tirocinio negli incontri di Scandicci ho spesso detto che chi si fosse determinato al concorso in ragione dei buoni stipendi dei magistrati, avrebbe operato una scelta economicamente migliore se avesse scelto di fare l’idraulico o se avesse aperto un buon negozio di ferramenta; chi fosse stato attratto dal desiderio di notorietà avrebbe fatto meglio a calcare le scene piuttosto che frequentare le aule dove ci si affanna a ius dicere. Naturalmente ignoro quanto l’uno o l’altro aspetto potessero incidere sulle scelte individuali future o abbiano inciso su quelle passate, ma ho rilevato con soddisfazione che il discorso è stato apprezzato e, non senza meraviglia, che molti dei MOT presenti alla Scuola per la magistratura mi hanno ringraziato, addirittura affermando che “avevano bisogno di sentirsi dire quelle cose”. Il che significa che non gliele aveva mai dette nessuno o che non erano state dette con sufficiente incisività, né prima del concorso né durante il tirocinio. Beninteso, non il riferimento all’idraulico o al negozio di ferramenta, ma il privilegio di aver avuto la ventura di esercitare il più bel mestiere del mondo, dove il potere di incidere fortemente sulle vite degli altri non può non essere bilanciato da un assoluto rigore morale, da un profondo impegno allo studio e al continuo perfezionamento, dal costante sforzo di capire con autentica umiltà quali siano le speranze, i timori, le aspettative che si nascondono dietro ogni carta processuale e quali le loro ragioni.
Altro che adempiere il munus publicum con disciplina ed onore! Il dovere del magistrato è enormemente superiore, ieri come oggi. Per quelli della mia generazione (sono entrato in magistratura nel 1971) era assolutamente scontato e dovrebbe esserlo sempre. So bene che non lo è mai stato davvero per tutti e che la valenza dell’orgoglio e del peso di essere magistrato si è andata attenuando nel tempo, man mano che nel Paese, a torto o a ragione, diminuiva il rispetto per le istituzioni e rifaceva capolino il magistrato-burocrate che tiene molto allo stipendio, moltissimo alla carriera, ancor di più alla notorietà, e un po’ meno alla determinante importanza della funzione ed ai suoi riflessi sulla qualità della vita delle persone.
Credo – e rispondo alla tua prima domanda – che il dovere di fedeltà alla Repubblica, proclamato dall’art. 54 Cost. per tutti i cittadini, debba essere letto alla luce dell’art. 1 della Carta, che definisce l’Italia una Repubblica “democratica”, con tutte le implicazioni che l’aggettivo comporta. La via verso la democrazia, secondo le più attuali accezioni semantiche del termine, non finisce mai. Bisogna che ogni magistrato lo sappia e lo senta quando interpreta ed applica la legge. Ed occorre che glielo si spieghi subito, a fondo, in ogni sede ed in ogni contesto. Serve che di deontologia gli si parli immediatamente, prima e più ancora che di diritto; che gli si chiarisca perché il rigoroso rispetto delle regole deontologiche è condizione della credibilità del magistrato e perché la credibilità del magistrato è essenziale all’accettazione da parte della società della autonomia e dell’indipendenza della magistratura, che non costituiscono un grazioso regalo fatto dai costituenti ad un gruppo di privilegiati, ma che sono a loro volta funzionali alla pronuncia di decisioni imparziali. Si dica loro, appena vincono il concorso (e se possibile prima, nelle università e nelle scuole preparatorie) che l’autonomia e l’indipendenza bisogna sapersele meritare e che – come affermò in un celebre discorso Franco Bile – il primo dovere del giudice è “stare dentro le cose tenendosene rigorosamente fuori”.
Quotidianamente, dobbiamo confrontarci con una proliferazione di articoli di stampa che, muovendo dalle condotte dei singoli, rischiano di gettare ombre sull’intero operato della Magistratura di fronte la società civile. Anche il Presidente Mattarella, nel discorso tenuto lo scorso 19 giugno, nel celebrare le figure di Magistrati che, al servizio, hanno donato la vita, ha dichiarato che, quanto emerso dall’indagine di Perugia, sembra presentare “l'immagine di una Magistratura china su se stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all'attribuzione di incarichi” ed inoltre, pur ribadendo come queste siano logiche che non appartengono alla Magistratura nel suo insieme, nonché come “la stragrande maggioranza dei magistrati è estranea alla “modestia etica” – di cui è stato scritto nei giorni scorsi - emersa da conversazioni pubblicate su alcuni giornali e oggetto di ampio dibattito nella pubblica opinione” ha rinnovato l’invito alla Magistratura ad “impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca”, evidentemente ritenendo questo sia effettivamente occorso.
Abbiamo perso la fiducia dei cittadini?
Qual è la nostra immagine nella società civile?
E quella che emerge dai fatti balzati alla cronaca è una fotografia sbiadita, sfocata o bruciata?
I fatti recenti hanno avuto e stanno avendo l’effetto di una deflagrazione. Certo che abbiamo largamente perso fiducia. Certo che la nostra immagine è assai più che offuscata. Come sempre accade, la notizia che tiene banco sovrasta poi ogni altra considerazione, e la sacrosanta osservazione del Presidente Mattarella, relativa alla estraneità della stragrande maggioranza dei magistrati alla modestia etica emersa dalle conversazioni pubblicate, contribuisce assai poco a lenire gli effetti micidiali di quanto si va leggendo.
Quante volte abbiamo del resto sentito dire, quando è emerso un fatto di corruzione a carico di esponenti politici, che … sono tutti uguali! Non è vero per i politici, non è vero per i fatti che talora coinvolgono gli esponenti delle forze dell’ordine, non è vero per gli scandali sessuali che hanno interessato la chiesa cattolica e non è vero per i magistrati. Non sono affatto tutti uguali, mai. La stragrande maggioranza (ripeto: la stragrande maggioranza) dei magistrati è frastornata, benché degli accordi tra gruppi associativi consiliari molti sapessero e benché sia noto da sempre che l’appoggio di un gruppo è spesso determinante anche per ottenere quello cui si ha diritto. Direi dunque che la foto è sfocata, nel senso che mette a fuoco il peggio ed offusca tutto il resto. Ma il resto c’è, grazie al cielo.
Ed il peggio non è, prevalentemente, in chi chiede appoggi correntizi per ottenere un risultato. Il peggio sta in chi l’appoggio offre. Il questuante si sente spesso costretto ad essere tale perché sa, o gli viene detto, che se non chiede è molto improbabile che ottenga, quand’anche i suoi titoli e i suoi possibili meriti siano in ipotesi superiori a quelli altrui. Molti diventano attivi o presenti nelle correnti per questa specifica ragione. E, quando non lo fanno, al bisogno si rivolgono a chi attivo o presente è, ed ottiene per questo maggior ascolto “colà dove si puote”. Il punto è perché colà, cioè al CSM, si presta ascolto alla richiesta, diretta o mediata che sia. Credo che l’unica possibile risposta logica che si possa dare sia la seguente: per acquisire gratitudine; e dunque, per dirla più crudamente, per ragioni di potere. Di potere associativo nella stragrande maggioranza dei casi, in funzione della propria futura carriera; di potere tout court in alcuni più sparuti casi, come emerge dalle intercettazioni che quotidianamente leggiamo, sulle quali si va peraltro formando l’opinione che i cittadini hanno oggi della magistratura.
Le correnti. Stigma, espressione di tutte le distorsioni della Magistratura o luogo di confronto che consente la dialettica fra posizioni diverse, espressione di pluralismo culturale e, dunque, luogo che rappresenta una ricchezza, un potenziale arricchimento? Nel postulato, ormai credo ineludibile, della degenerazione del sistema correntizio, è doveroso interrogarsi sul significato da attribuire, oggi, all’associazionismo. Ritengo sia necessario mantenere la presenza di un luogo ideale, dove il doveroso tecnicismo, cui dobbiamo tendere in un’ottica, tendenziale, di uniforme interpretazione normativa, sia integrato dal confronto sul senso e sui riflessi dell’esercizio della giurisdizione.
E se degenerazione c’è stata, è un fenomeno del nostro tempo o ha avuto carattere endemico?
Ed ancora, come da taluno sostenuto, per negarlo, un magistrato preparato può riuscire ad esprimere tutte le sue potenzialità al servizio della giustizia senza l’aiuto delle correnti?
Sul punto, responsabilità, se ve ne sono, sono da ravvisarsi anche nella formazione iniziale?
Sulla prima domanda: la penso esattamente come te.
Sulla seconda: la degenerazione è stata progressiva, è stata esaltata dall’abbassamento della anzianità di carriera per l’accesso ai posti di prestigio e non ha riguardato con la stessa intensità tutte le correnti, ma alcune assai più di altre.
Sulla terza: un buon magistrato può certamente raggiungere posizioni ambite anche senza l’aiuto delle correnti, ma può non averne occasione, soccombendo nelle valutazioni comparative. Benché accada raramente che un magistrato mediocre rivesta posti di grande prestigio e responsabilità, nondimeno succede. E capita anche che magistrati di assoluto valore, anche persone che meriterebbero nomine unanimi da parte del CSM, vedano ritardata la loro ascesa (comunque frustrata per quelle specifiche funzioni direttive in una sede determinata) perché il posto per la cui copertura avevano concorso “spettava” (?!) ad altri per ragioni di equilibrio tra correnti. Questo è inammissibile e frustrante, non solo per chi concorre ma anche per chi osserva dall’esterno, che ne trae negative lezioni su come regolarsi in futuro, così alimentando il perverso meccanismo della richiesta e della offerta di tutela.
Di quanto la formazione iniziale possa concorrere a delineare la veste del magistrato ho già detto. E’ certamente importante che la Scuola, gli incontri di studio, le riunioni periodiche si soffermino a fondo anche sugli aspetti di cui stiamo dicendo. Sai, io credo che l’abito concorra a fare il monaco se al novizio si spiega a fondo il valore ed il significato di quello che farà. Ho spesso riflettuto su quale sarebbe stata la mia concezione dell’etica professionale, quella profonda e non solo quella codificata, se invece del magistrato avessi fatto l’avvocato. E lì ho capito che fenomeni come la piaggeria verso il giudice, il desiderio di accattivarsene la benevolenza e la critica inviperita quando sbaglia o non capisce è connaturato al ruolo che si riveste nel processo. L’avvocato vuole vincere la causa, o far assolvere il cliente o far condannare l’imputato se assiste la parte civile. E’ ovvio che sia così. Il giudice ha un’altra funzione, altri obiettivi, altri doveri.
Devo aggiungere che questo servirà, ma non basterà a cambiare in modo determinante le cose se non si saprà fare in modo che il CSM muti registro. Le responsabilità sono spesso diffuse, è vero, ma credo che sia velleitario sperare che la soluzione dei problemi possa trovarsi solo nella formazione di una nuova cultura, nella sensibilizzazione dei singoli magistrati a questi temi e nella responsabilizzazione degli elettori (per il CSM). Ma ne ho già detto abbastanza.
La fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario, oltre che sugli articoli di stampa, si forma sull’esperienza di chi, con l’esercizio delle funzioni, volente o nolente, ha dovuto confrontarsi. Dalla conduzione dell’udienza, con le sue forme e la sua ricerca di sostanza che si riflettono nel rapporto con le parti privati e pubbliche, alla redazione dei provvedimenti che, della giurisdizione, sono il punto di arrivo.
Quale deve essere il rapporto del magistrato con l’atto giudiziario e come rifuggire dai rischi di tecnicismo, ipertrofismo e solipsismo?
E come spiegare il magistrato nel processo e nell’aula di udienza, teatro della giustizia?
Chi si comporta con dignità ottiene solitamente rispetto, purché a sua volta ne abbia verso chi lo circonda. Ed il rispetto che gli sarà dato ridonderà sulla funzione che svolge. Credo sia una regola elementare e provo vivo disappunto ogniqualvolta la vedo ignorata. V’è chi pensa di aver “diritto” al rispetto perché va rispettata la sua qualifica di magistrato, ma spesso si tratta solo di un modo per dissimulare la propria ipertrofia dell’io, che in magistratura è purtroppo un male abbastanza diffuso. In quarantacinque anni non mi è mai capitato di percepire mancanza di rispetto. Non so se si sia trattato di fortuna, ma ho sempre pensato che gli avvocati vadano rispettati anche quando si crede che non se lo meritino e che le parti e i testimoni devono poter percepire un clima di serena serietà e devono poter apprezzare l’impegno del giudice ad ascoltare e comprendere. Certo, talora non è stato affatto facile, ma è possibile ed è assolutamente doveroso. L’arroganza suscita immediato dispetto in chi la subisce, la frettolosità un’insopportabile sensazione di mancanza di interesse e di superficialità da parte di chi, pure, ha il potere di decidere. Il risultato è la diffusione di un clima di sfiducia prim’ancora che intervenga una qualsiasi decisione. Tra cittadini in primo luogo e, in seconda battuta, tra gli avvocati. Anche questo tipo di insegnamenti andrebbe impartito, tenendo conto dei casi in cui il MOT non abbia potuto contare, per sua sfortuna, sulla semplice emulazione di quanto abbia visto fare dai colleghi presso i quali ha svolto il tirocinio.
E veniamo alla redazione degli atti, dove tecnicismo, ipertrofismo e solipsismo costituiscono un cocktail inutilmente e stupidamente velenoso, perché la fatica della redazione non solo non è compensata da alcun beneficio per i destinatari degli atti (parti e avvocati), ma è produttiva di un danno anche per l’immagine di chi il cocktail abbia preparato (il giudice). Dalle scuse espresse in una celebre lettera da Cicerone per aver scritto a lungo perché … non aveva avuto abbastanza tempo discendono varie verità.
La prima è che scrivere di meno per dire le stesse cose che si direbbero con un lungo scritto è doveroso. La seconda è che il pensiero di chi scrive (ratio decidendi nel caso di una sentenza o di altro provvedimento giurisdizionale) è colto più facilmente da chi legge se lo scritto è breve ed incisivo; dunque non solo dalle parti ma anche dal giudice dell’impugnazione, che a sua volta capirà meglio e prima, con ovvie, benefiche conseguenze a valle della decisione. La terza verità è che la sintesi costa fatica, ma solo fino a quando non si impara ad essere sintetici. Da noi – mi riferisco ovviamente ai miei tempi, ma le cose non sono molto cambiate a quanto vedo – prevalgono abitudini opposte: si tende a pensare che è meritevole chi scrive molto, che è doveroso dar conto di tutto anziché solo di quello che davvero rileva, che più si scrive meglio è, quasi a retaggio dell’opinione diffusa che, per superare il concorso, gli scritti devono essere adeguatamente lunghi. E’ vero l’esatto contrario. Il bravo magistrato è quello che scrive poco (e bene, dicendo tutto quel che serve) anche quando il caso giustificherebbe uno scritto diffuso, mentre non è certamente meritevole di apprezzamento chi riempie dieci cartelle quando ne basterebbe una, o cento quando ne basterebbero dieci. Col “copia e incolla” si raggiungono poi vette inimmaginabili. Viene poi fatto di pensare che l’ipertrofia di uno scritto spesso si accompagna alla ipertrofia dell’io, cui ho fatto sopra riferimento. E poiché raramente accade che chi è affetto da tale sindrome sia anche intelligente, appare anche legittima la conclusione che chi scrive sempre molto, probabilmente non è annoverabile fra coloro che si collocano ai livelli più alti della scala. Ecco, se se si diffondesse questa convinzione, se nelle (spesso agiografiche) relazioni periodiche si conferisse maggior rilievo alla “mirabile capacità di sintesi” che alla “lodevole scrupolosità di analisi”, si farebbe forse un passo avanti nel convincere il corpo giudiziario (e, di riflesso gli avvocati, che tendono a fare come noi) che essere brevi si deve ogni volta che si può.
Il tecnicismo è un altro grave male, che connota l’intero apparato burocratico del nostro Paese e, purtroppo, anche la magistratura, benché dovrebbe essere chiaro a tutti (quantomeno dai tempi del congresso di Gardone del 1965) che il giudice … non è un burocrate. In Italia, del resto, i carabinieri non vanno ma si portano, nelle ZTL i varchi sono attivi quando non si può passare, nelle stazioni ferroviarie il biglietto si oblitera, nelle linee guida sulla riapertura anticovid delle scuole la distanza va assicurata tra le rime buccali degli studenti, e nelle sentenze è rarissimo che una vettura slitti sull’asfalto bagnato e invece molto frequente che il conducente ne perda il controllo perché il manto stradale era stato reso viscido dalla pioggia battente sulla carreggiata. Mi sono chiesto spesso il perché e mi sono risposto che lo si fa per dimostrare di essere capaci di utilizzare un linguaggio che non è da tutti, per senso di appartenenza ad una cerchia “colta”, sostanzialmente per vanità. Non è facilissimo intaccare un costume consolidato, ma credo possa aiutare la riflessione sulla funzione della motivazione: che è anzitutto quella di dar conto del processo logico percorso per arrivare ad una decisione controllabile, ma che è anche quella di persuadere, per quanto possibile. Fatto sta che controllo e persuasione presuppongono la comprensione, che dovrebbe essere tendenzialmente agevole anche per chi non sappia di diritto (le parti), così come le leggi dovrebbero essere tendenzialmente comprensibili per tutti.
L’individualismo estremo (solipsismo) dovrebbe essere estraneo alla cultura propria del giudice, che lavora sempre sugli altri, essendo egli istituzionalmente esperto in doveri altrui, in quanto deve sempre spiegare ex post quello che, alla stregua delle regole giuridiche del sistema ordinamentale, si sarebbe dovuto fare ex ante. Il giudice individualista non solo non può rendere un buon servizio alla società ma, in ragione dell’enorme potere che ne connota la funzione, può arrivare ad essere addirittura pericoloso. Un collega della Procura generale della Corte di cassazione affermò una volta che ogni giudice, prima di decidere, dovrebbe chiedere scusa (alle parti) e dire grazie (allo Stato): scusa per essere sul punto di incidere in qualche modo sulle vite delle persone; e grazie per essere stato investito del potere di farlo. Deve essere, per dirla con un ossimoro, orgogliosamente umile.
Un altro tema che, occasionalmente, torna all’attenzione della cronaca, talvolta con una curiosità più prossima alla morbosità che al bisogno di approfondimento, in assenza di condotte di rilevanza penale, ovvero disciplinare, è il comportamento del magistrato fuori dal processo. Tema che, oggi, anche a mente l’art. 6 del Codice Etico dell’A.N.M., deve necessariamente trovare confronto, fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, con l’interrogativo del come declinare i criteri di equilibrio/dignità/misura nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa, a mente la loro rapidità e diffusività, nonché la loro, tendenziale, irreversibilità.
Ma c’è un’etica del magistrato? E qual’è?
Incide anche al di fuori dell’esercizio delle funzioni?
Ed ancora, sul punto, noti delle differenze tra magistrati giovani e meno giovani?
Per chi colga che il giudice non ha costituzionalmente ragione di essere se non è imparziale, che l’indipendenza serve a consentire che possa esserlo, che potrà essere indipendente finché la magistratura avrà autonomia, che nel lungo periodo essa resterà autonoma se sarà credibile e che la credibilità della magistratura dipende dal comportamento di tutti i magistrati e dunque (anche) di ognuno di loro, il parametro è delineato. Aggiungo che si tratta di un parametro variabile, nel senso che quanto maggiore è, in un determinato momento storico, il pericolo di perdita di credibilità, tanto più rigorosa dovrà essere la valutazione di ciò che al magistrato è consentito o vietato, sia all’interno che all’esterno delle funzioni. Quella stessa variabilità è ovviamente correlabile anche alle caratteristiche dei mezzi di comunicazione cui fa riferimento l’art. 6 del codice etico dell’ANM.
Quello che stiamo vivendo è un momento estremamente grave. I fatti di cui si sta occupando la Procura di Perugia intaccano la credibilità dell’organo di autogoverno e, di riflesso, della magistratura tutta, che nell’opinione comune assegna i posti di vertice in base a criteri lottizzatori. Non che questo abbia, a ben vedere, ricadute dirette sulla credibilità dell’attività giurisdizionale (almeno non quante ne ha, gravissime, all’interno della magistratura), ma si tratta di un sottile distinguo, che diventa difficile da spiegare alla luce dei collegamenti emersi con appartenenti alla classe politica estranei al CSM. Ai miei tempi (ho fatto parte del CSM dal 1990 al 1994) non sarebbe stato neppure pensabile che componenti togati del CSM incontrassero esponenti politici estranei al Consiglio per discutere di nomine future e, magari, per delineare linee di condotta. Sarebbe stato considerato un errore di grammatica istituzionale non solo il farlo, ma anche il solo sentirselo chiedere. E però un quarto di secolo è un quarto di secolo ed io sono in pensione già da qualche anno. Fatto sta che, rispetto al passato, il degrado è certo. Non credo, però, che dipenda dalla minore qualità etica dei magistrati più giovani rispetto ai più vecchi o addirittura agli ex - e qui mi scuso se talvolta mi sfugge un abusivo noi quando mi riferisco ai magistrati -; dipende, come ho sopra accennato, pressoché esclusivamente dalla qualità etica di chi a quelle pratiche si è prestato.
Mi consentirai un piccolo ricordo personale riemerso in questi giorni. Durante il mio esame orale, ormai dieci anni fa, l’ultima domanda era quella di ordinamento giudiziario. Sulle materie precedenti avevo risposto correttamente e vedevo i volti dei commissari compiaciuti, ormai era andata. Mi fu chiesto di parlare del C.S.M.; iniziai, con sincero orgoglio, ritenendomi, oramai, quasi parte del tutto, rappresentando come fosse l’istituzione espressione massima e baluardo dell’Autogoverno, dell’Indipendenza e dell’Autonomia della Magistratura. Sul momento, ho percepito, distintamente, come alcuni volti assumessero un’espressione diversa, meno compiaciuta, ho creduto di aver suscitato, quasi, una certa infantile tenerezza di cui, allora, non mi vergognavo; dopo, pensai di essermi sbagliato, di aver frainteso, ma forse non era così.
Ed oggi, il C.S.M. rimane il presidio delle guarentigie della Magistratura?
Il sistema elettorale come può essere ricondotto ad equità ed “eticità”?
E’ l’unico presidio possibile: l’assenza del CSM costituirebbe un’alternativa assai peggiore del suo cattivo funzionamento. Altra questione, e non poco complessa, è se la sua riconduzione ad eticità possa essere perseguita attraverso una riforma del sistema elettorale del tipo di quelle che si vanno profilando.
Francamente, non lo so. Ma è certo che alchimie quali quelle che si sono viste nelle numerose riforme succedutesi negli anni servono a poco, o non servono affatto. Le correnti esistono, è bene che esistano in quanto espressione di diverse concezioni della funzione giurisdizionale e delle sue modalità operative, è inevitabile che esistano e che tendano all’affermazione delle proprie impostazioni culturali. E’ dunque assolutamente ovvio che una corrente tenda a far eleggere i propri esponenti in occasione delle elezioni per la formazione della componente togata dell’organo di autogoverno o che comunque si adoperi perché, in prima o seconda battuta in caso di doppio turno elettorale, riesca ad influire sulla scelta degli eletti. Ed è altrettanto scontato che ci riesca, come la storia degli ultimi 25 anni inconfutabilmente attesta. Il punto è come fare ad evitare che diventino uno strumento di prevalente gestione del potere. Non ho ricette risolutive, ma credo che un sistema elettorale dovrebbe mirare ad incidere sul classico e, ahimé, del tutto umano meccanismo che vede l’eletto grato all’elettore o al gruppo che sull’orientamento degli elettori riesce ad incidere (le correnti). Se si attenua quel vincolo, il più è fatto.
Mi chiedo allora se, in astratto, abbia maggiori ragioni di gratitudine un magistrato di elevato valore, apprezzato dai colleghi, destinato ad una brillante carriera per le sue doti e per il suo impegno o, invece, un magistrato il cui “merito” primario (non dico esclusivo) sia quello di aver militato in un gruppo associativo. La domanda è evidentemente retorica e la risposta scontata: il primo. Si tratta allora di pensare ad un sistema che solleciti l’interesse di ciascun gruppo (corrente) a candidare i magistrati più stimati, che spesso sono anche i migliori e che, in quanto tali, hanno meno bisogno di appoggi correntizi in funzione della carriera, e sono dunque anche meno condizionabili dal gruppo che li ha candidati. Anzi, dovrebbe farsi in modo che siano paradossalmente i gruppi ad essere semmai grati a loro per aver accettato di candidarsi! Per esempio, con un sistema di questo tipo: a) si vota una sola volta in collegi territoriali costituiti dai distretti di corte d’appello, per uno solo dei candidati facenti parte di una delle liste presentate da un numero tendenzialmente elevato di elettori; b) il numero dei seggi assegnato a ciascuna lista è determinato con criterio strettamente proporzionale sulla base del numero dei voti complessivamente riportati su base nazionale; c) gli eletti di ciascuna lista vengono individuati sulla base dei migliori quozienti tra voti complessivamente espressi in ogni collegio (per tutte le liste) e voti riportati da ogni candidato della lista in considerazione in ciascun collegio (sembra complicato ma è in realtà assai semplice), col limite probabilmente superfluo di non più di un eletto per lista in ogni collegio.
L’interesse (“che muove il sole e l’altre stelle”) di ogni gruppo a candidare, in ogni distretto, i magistrati più noti e stimati sarebbe una diretta conseguenza della regola sub b), giacché il numero dei seggi ottenuti dipenderebbe dalla somma dei voti riportati in tutti i collegi. La regola sub c) garantirebbe o aumenterebbe rilevantemente le probabilità che davvero accedano al CSM i magistrati con elevato prestigio, noti ed apprezzati sul piano territoriale, e per questo eletti. Al contempo consentirebbe anche ai piccoli distretti di poter avere un eletto al CSM, considerata la regola del miglior quoziente in comparazione con i quozienti di tutti gli altri collegi. E, ancora, attenuerebbe di molto la propensione a militare in un gruppo al fine di far carriera e magari accedere all’agognato traguardo del CSM, giacché non sarebbe la militanza a facilitare quei risultati ma il prestigio conseguito mediante l’esercizio del mestiere di giudice.
Ho, peraltro, appena letto di un autorevole suggerimento di Gustavo Zagrebelsky, che in sostanza propone di diminuire il numero dei componenti del CSM per aumentarne il grado di responsabilità individuale. Mi pare anche questa una buona idea, che tuttavia presuppone che la “responsabilità” (non in senso giuridico) sia dagli stessi effettivamente avvertita. E tanto più lo sarebbe quanto maggiori fossero gli effetti negativi sulla loro immagine di comportamenti non assolutamente lineari; quanto meno, insomma, a loro convenisse fare favori. Ma la minor convenienza di comportamenti di favore e la maggior convenienza di comportamenti retti dipende sempre dal giudizio altrui, in definitiva dalla cultura degli altri. Di tutti gli altri.
Il magistrato all’esterno, nella società civile ed in particolare nel mondo della formazione, settore dove asservire le competenze maturate con le funzioni svolte, all’esigenza di accrescimento, oltre che individuale, anche degli operatori del diritto.
Pensi che rispetto agli incarichi extragiudiziari si opportuno promuovere la gratuità come modello virtuoso per recuperare credibilità?
No, non è quello della gratuità l’aspetto determinante. Gli incarichi extragiudiziari possono essere utili alla società ed a chi li svolge, ma non possono e non devono essere il criterio di valutazione decisivo per il conferimento di incarichi direttivi. Sia perché nulla più dell’attività giurisdizionale ben svolta può determinare l’idoneità a continuare a svolgerla, sia perché va frenata la corsa dei magistrati … a non fare i magistrati! Quella corsa esiste (talora anche solo per riavvicinarsi alla città di provenienza o per interporre una pausa a ritmi di lavoro insostenibili), ma non va invogliata con una sorta di assicurazione a chi smette per qualche tempo di fare il mestiere che aveva scelto in origine di avere migliori probabilità di tornare poi a farlo a livelli più alti. Questo non significa affatto, sia chiaro, che chi sia per qualche tempo collocato fuori ruolo vada addirittura penalizzato quando rientra: un’eccellenza resta spesso un’eccellenza, dovunque svolga il suo lavoro. Significa, piuttosto, che non bisogna consentire che le conoscenze acquisite e i rapporti instaurati “fuori” abbiano poi un peso determinante “dentro”.
Dell’epoca del terrorismo, delle stragi, dell’uccisione di magistrati simbolo nel contrasto alla criminalità organizzata, fenomeni che hanno segnato la Repubblica ed alla cui lotta la Magistratura ha apportato un contributo fondamentale, il ricordo personale, con l’incedere dei d.m. di nomina, sfuma nello studio storico e, a volte, nella personale curiosità e ricerca. Viverli in prima persona deve aver consentito una prospettiva diversa, oggi, probabilmente, esaminata e ripensata con la formazione acquista.
Pensi che alcuni grandi eventi accaduti in Italia abbiano inciso sul modo di intendere la professione?
Senz’altro, e non poco, soprattutto per i magistrati che si occupano del penale e, specificamente, di criminalità organizzata. Nell’aula magna della Corte di cassazione, dove si tengono le udienze delle sezioni unite civili e penali, al limite dell’emiciclo dove siedono i consiglieri giudicanti, alle spalle del banco del procuratore generale, v’è una lapide con i nomi di tutti i magistrati uccisi durante o a causa di indagini sul terrorismo e sulla criminalità organizzata. Il pensiero di persone alle quali lo svolgimento dello stesso mestiere che fa l’osservatore è costato la vita non può non suscitare sentimenti di profondo dolore e di desiderio emulativo nel modo di intendere la funzione del magistrato.
Ad un Magistrato della tua esperienza, se mi consenti, vorrei poi formulare alcune domande che, inevitabilmente, toccano la sensibilità del Singolo, come maturata nella propria esperienza privata e professionale. Grazie.
Vedi mutato il rapporto fra le generazioni vecchie e nuove di magistrati?
Come hai trovato e come hai lasciato la Corte di Cassazione, dove ti ricordano come persona colta e raffinata, ma anche dotata di notevole fermezza anche nei rapporti con i colleghi?
Come pensi che vivano le nuove generazioni il rapporto con il giudice di legittimità?
Sinceramente, sei pessimista o ottimista sul futuro della Magistratura italiana?
Mi dicono, ma relata refero, che sì, in Corte di cassazione qualcosa è mutato. Nel senso che l’approccio dei nuovi arrivati è meno umile di quello di una volta. Sarà che quando, nel 1995, misi piede nella terza sezione civile presieduta da un gigante (buono) qual era Bile, vi trovai magistrati del livello di Iannotta, Vittoria, Lupo, Preden e molti altri, a fronte dei quali mi sentivo davvero piccolo e dai quali avevo solo da imparare. Anche oggi vi sono professionalità eminenti, ma spesso si sentono eminenti anche quelli che arrivano e questo può creare qualche problema. Ti racconto una storiella. Prima di arrivare in Corte di cassazione mi ero occupato ed avevo scritto in materia di effetti della mora nelle obbligazioni di valuta e di valore e fui naturalmente portato, quando me ne capitò l’occasione, a decidere in modo conforme alle mie idee. Iannotta mi disse che la mia impostazione era degna di ogni attenzione, ma che la Corte aveva reiteratamente affermato il contrario e che egli intendeva tenere la barra dritta. Non insistetti in alcun modo perché la rotta fosse mutata. Lo feci solo 10 anni dopo, ma in sede di sezioni unite. Ecco, mi si dice che oggi non è sempre facilissimo far cogliere agevolmente a tutti quanto sia importante la stabilità delle soluzioni, da cui dipende la certezza del diritto. E non è certo un bene. La cosa influisce fortemente anche sul prestigio della Corte e, indirettamente ma in modo rilevantissimo, sul numero dei ricorsi, essendo innegabile l’effetto moltiplicatore connesso alla speranza dei ricorrenti che la Corte muti o riveda i propri indirizzi. E, a valle, sull’intensità o sulla flebilità del vincolo avvertito dai giudici di merito a non discostarsi dai precedenti di legittimità.
Sul futuro della magistratura sono, nonostante tutto, tendenzialmente ottimista. Credo che la tempesta che ci ha investito (mi scuso di nuovo per il “ci”) passerà e spero che ci avrà insegnato qualcosa. Ne abbiamo avute altre e c’è voluto meno tempo del previsto per uscirne. E dipenderà (non solo, ma) soprattutto dalla magistratura. Ripeto: autonomia ed indipendenza bisogna sapersele meritare.
Grazie a te per aver voluto conoscere la mia opinione.