Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2018/0193o-18.html
Timestamp: 2018-11-19 11:29:23+00:00
Document Index: 116451743

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 326', 'art. 37', 'art. 109', 'art. 112', 'art. 82', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 109']

Consulta OnLine - Ordinanza n. 193 del 2018;
nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorto a seguito della deliberazione del 3 maggio 2017 della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, relativa al mantenimento del regime di segretezza apposto sul verbale contenente l’audizione, dinanzi alla Commissione, dell’ingegnere Daniele Fortini del 2 agosto 2016, e al non accoglimento dell’istanza di desecretazione inoltrata alla medesima Commissione dalla Procura di Torino in data 23 giugno 2017, promosso dal Procuratore della Repubblica e dal Procuratore aggiunto presso il Tribunale ordinario di Torino, con ricorso depositato in cancelleria il 19 gennaio 2018 ed iscritto al n. 2 del registro conflitti tra poteri 2018, fase di ammissibilità.
che, nel proprio atto di denuncia-querela, l’onorevole Vignaroli lamentava che la giornalista autrice dell’articolo avesse posto arbitrariamente in relazione l’inchiesta cosiddetta “Monnezzopoli” e quella cosiddetta “Mafia Capitale”, addebitando al Movimento Cinque Stelle «ombre di intrighi», da un lato alludendo alla sua relazione con la senatrice Paola Taverna e ai loro presunti rapporti con l’ex assessore all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro; e, dall’altro, riferendo che, secondo quanto dichiarato dall’ingegnere Daniele Fortini nel corso della sua audizione davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, lo stesso querelante avrebbe esercitato pressioni sul commissario straordinario di Roma Capitale, prefetto Tronca, per l’allontanamento dell’ex direttore generale dell’AMA, dott. Alessandro Filippi;
che la denuncia-querela era dunque rivolta sia nei confronti della giornalista che aveva firmato l’articolo, sia nei confronti del direttore responsabile del quotidiano “La Stampa”, sia, infine, nei confronti di quanti si fossero resi responsabili del reato di rivelazione di segreto di ufficio, punito – in base all’art. 5 della legge n. 1 del 2014, istitutiva della Commissione parlamentare anzidetta – dall’art. 326 cod. pen;
Considerato che, in questa fase del giudizio, la Corte costituzionale è chiamata a deliberare, a norma dell’art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), in camera di consiglio e senza contraddittorio, se il ricorso sia ammissibile in quanto esista «la materia di un conflitto la cui risoluzione spetti alla sua competenza», sussistendone i requisiti soggettivo e oggettivo, fermo restando il potere, nella successiva fase di merito, di pronunciarsi su ogni aspetto del conflitto, compreso quello relativo alla ammissibilità;
che, sotto il profilo soggettivo, in conformità alla costante giurisprudenza di questa Corte (v. ordinanze n. 273 del 2017, n. 217 del 2016 e n. 17 del 2013), deve essere riconosciuta la natura di potere dello Stato al pubblico ministero e, in particolare, al Procuratore della Repubblica, in quanto titolare delle attività di indagine (art. 109 della Costituzione) finalizzate all’esercizio obbligatorio dell’azione penale (art. 112 Cost.);
che, parimente, deve essere riconosciuta la legittimazione a resistere della Commissione parlamentare di inchiesta, giacché, «a norma dell’art. 82 Cost., la potestà riconosciuta alle Camere di disporre inchieste su materie di pubblico interesse non è esercitabile altrimenti che attraverso la interposizione di Commissioni a ciò destinate, delle quali può ben dirsi perciò che, nell’espletamento e per la durata del loro mandato, sostituiscono ope constitutionis lo stesso Parlamento, dichiarandone perciò e definitivamente la volontà ai sensi del primo comma dell’art. 37» della legge n. 87 del 1953 (v. ordinanze n. 73 del 2006, n. 228 del 1975; nello stesso senso, sentenza n. 231 del 1975);
che, per quanto attiene al profilo oggettivo, il ricorso è indirizzato alla tutela della sfera di attribuzioni determinata da norme costituzionali, in quanto la lesione lamentata concerne l’attribuzione, costituzionalmente garantita al pubblico ministero, inerente all’esercizio obbligatorio dell’azione penale (art. 112 Cost.) ed alla connessa titolarità circa lo svolgimento delle attività di indagine (art. 109 Cost.), funzionale alle scelte sull’esercizio dell’azione penale;
che, peraltro – poiché la Commissione parlamentare bicamerale di inchiesta, alla quale vengono attribuiti gli atti oggetto del ricorso e dei quali si chiede l’annullamento, è cessata ex lege dalle proprie funzioni con la fine della XVII Legislatura – la legittimazione a resistere deve ritenersi trasferita in capo al Senato della Repubblica e alla Camera dei deputati, in persona dei rispettivi Presidenti pro tempore.