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Timestamp: 2019-05-22 21:27:29+00:00
Document Index: 177295114

Matched Legal Cases: ['art 3', 'sentenza ', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 345', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 142', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 17', 'art. 667', 'art. 703', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 816', 'art. 829', 'art. 14', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 33', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 223', 'art. 186', 'art.186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 224', 'art. 186', 'art. 213', 'art. 224', 'art. 213', 'art. 214', 'art. 224', 'art.186', 'art. 224', 'sentenza ', 'art. 214', 'art. 214', 'art. 214', 'art. 186', 'art.187', 'art. 186', 'art. 187', 'art. 187', 'art. 224', 'art. 182', 'art. 219', 'art. 219', 'art. 219', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 187', 'sentenza ', 'art. 187', 'art. 186', 'art. 7', 'art. 442', 'art. 38', 'art. 163', 'art. 38', 'art. 91', 'art. 92', 'art. 96', 'art. 614', 'art. 50', 'art. 305', 'art. 297', 'art. 296', 'art. 307', 'sentenza ', 'art. 353', 'art. 392', 'sentenza ', 'art. 327', 'art. 182', 'art. 191', 'art. 195', 'art. 132', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 120', 'art. 184', 'art. 153', 'art. 167', 'art. 257', 'art. 103', 'art. 300', 'art. 345', 'art. 81']

Studio Legale Rimini Avvocato Andrea Mandolesi - Part 3
Multa con autovelox
Si segnala alla cortese attenzione dei lettori, la recentissima ordinanza della Seconda Sezione Civile della Cassazione del 5 aprile 2011, n. 7785, che, respingendo il ricorso di un Comune nei confronti di un automobilista al quale era stata contestata una multa per eccesso di velocità rilevata con autovelox, ha stabilito che dal verbale di accertamento debba emergere “adeguatamente” che il rilevamento sia stato fatto da un agente preposto al servizio di polizia stradale, altrimenti la multa può essere annullata.
Dal verbale di accertamento non emergeva che il rilevamento della velocità fosse avvenuto ad opera di un agente preposto al servizio di polizia stradale, unico abilitato ad attribuire fede privilegiata all’accertamento.
Il giudice nomofilattico ha, quindi, dato ragione all’automobilista che lamentava la mancata partecipazione di un agente di polizia municipale alla attività di «elaborazione dell’accertamento».
In effetti, il Comune aveva ammesso di aver attribuito l’intera gestione a una ditta esterna, indicando soltanto genericamente una “supervisione” da parte della Polizia municipale e risultando in tal modo non dimostrata l’esistenza di quell’elemento di certezza e legalità che unicamente la presenza del pubblico ufficiale può garantire al cittadino.
Di seguito la pronuncia:
Ordinanza 5 aprile 2011, n. 7785
1) Il 5 novembre 2008 il tribunale di Bolzano, sez. staccata di Merano, in riforma della sentenza resa il 26 febbraio 2007 dal giudice di pace di Merano, accoglieva l’appello proposto da B.M., la quale aveva proposto opposizione al verbale di accertamento di violazione dell’art. 142 C.d.S., comma 8, verificata il 20 gennaio 2005 alle 19,37 dalla polizia municipale di Lagundo.
Per quanto ancora qui interessa, il tribunale riteneva fondata la censura attinente alla necessità di taratura dell’apparecchiatura elettronica utilizzata per il rilevamento e all’onere dell’amministrazione di dar prova della relativa operazione, necessaria per la regolarità della rilevazione.
Riteneva inoltre viziato il verbale di accertamento, perchè l’Amministrazione si era avvalsa di una ditta privata per la gestione degli apparecchi di rilevamento e aveva affermato che l’attività di quest’ultima era stata svolta sotto la supervisione della Polizia Municipale, senza però specificare in cosa consistesse la supervisione e senza indicare concretamente come fosse stato organizzato il collegamento tra l’attività di rilevamento delle infrazioni ed il soggetto preposto al servizio di Polizia.
L’opponente è rimasta intimata.
Questa Corte ha da tempo ritenuto che in tema di sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada, le apparecchiature elettroniche regolarmente omologate utilizzate per rilevare le violazioni dei limiti di velocità stabiliti, come previsto dall’art. 142 C.d.S., non devono), sottoposte ai controlli previsti dalla L. n. 273 del 1991, istitutiva del sistema nazionale di taratura. Tale sistema di controlli, infatti, attiene alla materia ed metrologica diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocità ed è competenza di autorità amministrative diverse, rispetto a quelle pertinenti al caso di specie (Cass. 23978/07; 29333/08; 9846/2010).
Ne consegue che non deve essere fornita dall’amministrazione alcuna prova della esecuzione dell’operazione di taratura e va comunque ribadito che, in materia di violazione delle norme del codice della strada relative ai limiti di velocità, l’efficacia probatoria dello strumento rivelatore del superamento di tali limiti opera fino a quando sia accertato, nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, il difetto di costruzione, installazione o funzionamento del dispositivo elettronico (Cass. 10212/05; 287/05).
4) Diversa valutazione occorre invece dare per il secondo motivo, che denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 11 e 12 C.d.S..
Il Collegio ritiene che nè il motivo, nè tantomeno il quesito riescono a censurare convenientemente le ragioni della decisione.
Per il giudice di appello, dal verbale di accertamento non emergeva adeguatamente che il rilevamento, cioè “l’elaborazione della rilevazione”, avveniva ad opera di un agente preposto al servizio di polizia stradale, unico abilitato ad attribuire fede privilegiata all’accertamento. In particolare il tribunale aveva sottolineato che l’Amministrazione aveva ammesso di aver affidato “l’intera gestione” degli apparecchi alla ditta Tarasconi e aveva solo genericamente asserito che la supervisione veniva svolta dalla Polizia municipale;
in tal modo sarebbe rimasto indimostrato lo svolgimento di quell’elemento di certezza e legalità che “solo la presenza del pubblico ufficiale può garantire al cittadino”.
Il comune ricorrente doveva confutare tale convincimento, dimostrando che l’assistenza tecnica di un privato operatore era limitata all’installazione ed all’impostazione dell’apparecchiatura, secondo le indicazioni del pubblico ufficiale; che la gestione delle apparecchiature elettroniche per l’accertamento delle infrazioni (art. 345 reg. esec. C.d.S., comma 4) era rimasta riservata ai pubblici ufficiali (art. 11 e 12 C.d.S.); che l’assistenza tecnica dell’operatore privato era configurabile come un ruolo subordinato a quello dei vigili urbani (Cass. 7306/96; 5378/97).
Parte ricorrente si duole della statuizione della sentenza impugnata, che avrebbe negato valore alle attestazioni dell’accertamento in ordine allo svolgimento del servizio da parte dell’organo di polizia municipale, sebbene ciò si evincesse “dal verbale di contestazione, il quale oltre ad indicare il responsabile del procedimento informatico ai sensi del D.Lgs. n. 39 del 2003, art. 3, comma 2, veniva sottoscritto dall’agente verbalizzante”, così dimostrando il “collegamento tra l’attività espletata dalla ditta privata e l’organo preposto al servizio di polizia stradale”.
Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: Dica la S.C. se l’affidamento del procedimento relativo all’elaborazione dei dati risultanti dalle apparecchiature elettroniche utilizzate dall’amministrazione comunale per il rilevamento di infrazioni ex art. 142 C.d.S., sia o meno in contrasto con le disposizioni di cui agli artt. 11 e 12 C.d.S.”.
In tal modo, come è evidente, il Comune si limita a sostenere che sarebbe stato affidato ai privati solo il procedimento relativo all’elaborazione dei dati e che ciò sarebbe legittimo, senza cogliere - e senza confutare - il rimprovero maggiore, cioè che il rilevamento non era attribuibile alla forza pubblica, perchè era rimasto indeterminato il necessario ruolo di preminenza di essa, posto che non era stato specificato in cosa consistesse la “supervisione” dei vigili.
Il ricorso ha espressamente concentrato la sua attenzione su un profilo attinente la violazione di legge (artt. 11 e 12 C.d.S., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) che non era controverso. Doveva esserne dimostrata l’osservanza, censurando la valutazione della sentenza impugnata in ordine alla prova del ruolo svolto dagli agenti verbalizzanti. A tal fine doveva essere denunciato un vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) della sentenza, in relazione alla omessa o cattiva valutazione di una qualche risultanza processuale, dalla quale doveva emergere che l’attività della forza pubblica era stata solo supportata e non sostanzialmente sostituita dall’operatore privato.
Tale censura non è stata svolta. Inoltre, il generico riferimento al verbale di accertamento, del quale, violando il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, non è stato neppure trascritto in ricorso il contenuto, impedisce di tenerne conto, poichè questa Corte non ha accesso agli atti di causa in relazione ai vizi in iudicando (art. 360 c.p.c., n. 3) e alle censure sulla motivazione. Ne consegue che una delle due autonome rationes decidendi resta valida ed è sufficiente a giustificare la decisione di merito.
Al rigetto del ricorso non fa seguito la pronuncia sulle spese di lite, in mancanza di attività difensiva dell’intimata.
Come noto agli addetti ai lavori, il 21 marzo 2011 è diventata obbligatoria la mediazione civile e commerciale approvata con il decreto legislativo del 4 marzo 2010, n. 28 (Gazzetta Ufficiale 5 marzo 2010, n. 53), in attuazione della riforma del processo civile.
La mediazione consiste in quell’attività svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia (cosiddetta mediazione compositiva), sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della controversia (cosiddetta mediazione propositiva). Si tratta, in buona sostanza, di uno strumento che il Governo ha pensato di introdurre con lo scopo primario di giungere alla conciliazione ed evitare così le lungaggini delle aule dei tribunali.
Ma vediamo più nel dettaglio quali saranno le modalità di accesso a questo tanto discusso nuovo istituto.
Innanzitutto, è bene ricordare, che chiunque può accedere alla mediazione, sempre che si tratti, ovviamente, di diritti disponibili.
Non essendo previste forme particolari di presentazione delle domande di conciliazione (quindi anche telefax e posta certificata), sarà possibile trasmettere l’istanza all’organismo competente (poi vedremo quali siano), rispettando alcune semplici formalità.
Sarà sufficiente indicare l’organismo, le parti, l’oggetto e le ragioni della pretesa.
Tra l’altro, tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni altra spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura, ex art. 17.
Tuttavia, va evidenziato che vi è un obbligo ben preciso per l’avvocato, che dovrà informare l’assistito in modo chiaro e per iscritto, nel corso del primo colloquio, circa la possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione; il documento così formato e sottoscritto dal cliente dovrà essere allegato all’atto introduttivo nell’eventuale giudizio; qualora, invece, il Giudice rilevi la mancata allegazione del documento all’atto introduttivo del giudizio, informa la parte della facoltà di chiedere la mediazione.
La mediazione, così come prevista dal decreto legislativo “mille proroghe”, potrà quindi essere facoltativa, quando viene liberamente scelta dalle parti; obbligatoria quando è imposta dalla legge a pena di improcedibilità (da eccepire nel primo atto difensivo dal convenuto, oppure dal giudice non oltre la prima udienza), nei casi di controversie relative a:
risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti;
risarcimento del danno derivante da responsabilità medica;
risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità;
contratti assicurativi, bancari e finanziari (all’uopo si precisa che in materia di risarcimento del danno da circolazione da veicoli e natanti e nelle materie condominiali l’entrata in vigore dell’obbligatorietà della mediazione sarà il 20.03.2012);
potrà, infine, essere giudiziale, quando è lo stesso giudice ad invitare le parte ad intraprendere un percorso di mediazione (detto invito potrà essere fatto in qualunque momento, purchè prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non fosse prevista, prima della discussione della causa).
Sono invece esclusi dal procedimento di mediazione, che ricordiamo non potrà avere una durata superiore ai 4 mesi:
tutti i procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione;
i procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento di rito di cui all’art. 667 c.p.c.;
i procedimenti possessori, fino alla pronuncia dei provvedimenti di cui all’art. 703 c.p.c., comma 3, c.p.c.;
i procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione, relativi all’esecuzione forzata;
i procedimenti in camera di consiglio;
l’azione civile esercitata nel processo penale.
Infine, come anticipato, si ricorda che gli organismi deputati alla mediazione saranno enti pubblici o privati, che diano garanzia di serietà ed efficienza, iscritti in un apposito registro. Gli stessi consigli dell’ordine degli avvocati, ma anche di altri ordini professionali, potranno istituire organismi di mediazione, nelle materie di loro competenza, avvalendosi del proprio personale e dei propri locali. Non solo, sarà istituito presso il Ministero della Giustizia un vero e proprio albo dei formatori per la mediazione.
Questo il testo integrale del provvedimento:
Art. 1 Definizioni
1. Ai fini del presente decreto legislativo, si intende per: a) mediazione: l’attivita’, comunque denominata, svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o piu’ soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa; b) mediatore: la persona o le persone fisiche che, individualmente o collegialmente, svolgono la mediazione rimanendo prive, in ogni caso, del potere di rendere giudizi o decisioni vincolanti per i destinatari del servizio medesimo; c) conciliazione: la composizione di una controversia a seguito dello svolgimento della mediazione; d) organismo: l’ente pubblico o privato, presso il quale puo’ svolgersi il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto; e) registro: il registro degli organismi istituito con decreto del Ministro della giustizia ai sensi dell’articolo 16 del presente decreto, nonche’, sino all’emanazione di tale decreto, il registro degli organismi istituito con il decreto del Ministro della giustizia 23 luglio 2004, n. 222.
Art. 2 Controversie oggetto di mediazione
Art. 3 Disciplina applicabile e forma degli atti
Art. 4 Accesso alla mediazione
1. La domanda di mediazione relativa alle controversie di cui all’articolo 2 e’ presentata mediante deposito di un’istanza presso un organismo. In caso di piu’ domande relative alla stessa controversia, la mediazione si svolge davanti all’organismo presso il quale e’ stata presentata la prima domanda. Per determinare il tempo della domanda si ha riguardo alla data della ricezione della comunicazione.
3. All’atto del conferimento dell’incarico, l’avvocato e’ tenuto a informare l’assistito della possibilita’ di avvalersi del procedimento di mediazione disciplinato dal presente decreto e delle agevolazioni fiscali di cui agli articoli 17 e 20. L’avvocato informa altresi’ l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda giudiziale. L’informazione deve essere fornita chiaramente e per iscritto. In caso di violazione degli obblighi di informazione, il contratto tra l’avvocato e l’assistito e’ annullabile. Il documento che contiene l’informazione e’ sottoscritto dall’assistito e deve essere allegato all’atto introduttivo dell’eventuale giudizio. Il giudice che verifica la mancata allegazione del documento, se non provvede ai sensi dell’articolo 5, comma 1, informa la parte della facolta’ di chiedere la mediazione.
Condizione di procedibilita’ e rapporti con il processo
1. Chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilita’ medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicita’, contratti assicurativi, bancari e finanziari, e’ tenuto preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero il procedimento di conciliazione previsto dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 128-bis del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, per le materie ivi regolate. L’esperimento del procedimento di mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda giudiziale. L’improcedibilita’ deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Il giudice ove rilevi che la mediazione e’ gia’ iniziata, ma non si e’ conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6. Allo stesso modo provvede quando la mediazione non e’ stata esperita, assegnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione. Il presente comma non si applica alle azioni previste dagli articoli 37, 140 e 140-bis del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni.
2. Fermo quanto previsto dal comma 1 e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, puo’ invitare le stesse a procedere alla mediazione. L’invito deve essere rivolto alle parti prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero, quando tale udienza non e’ prevista, prima della discussione della causa. Se le parti aderiscono all’invito, il giudice fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6 e, quando la mediazione non e’ gia’ stata avviata, assegna contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione.
4. I commi 1 e 2 non si applicano: a) nei procedimenti per ingiunzione, inclusa l’opposizione, fino alla pronuncia sulle istanze di concessione e sospensione della provvisoria esecuzione; b) nei procedimenti per convalida di licenza o sfratto, fino al mutamento del rito di cui all’articolo 667 del codice di procedura civile; c) nei procedimenti possessori, fino alla pronuncia dei provvedimenti di cui all’articolo 703, terzo comma, del codice di procedura civile; d) nei procedimenti di opposizione o incidentali di cognizione relativi all’esecuzione forzata; e) nei procedimenti in camera di consiglio; f) nell’azione civile esercitata nel processo penale.
5. Fermo quanto previsto dal comma 1 e salvo quanto disposto dai commi 3 e 4, se il contratto, lo statuto ovvero l’atto costitutivo dell’ente prevedono una clausola di mediazione o conciliazione e il tentativo non risulta esperito, il giudice o l’arbitro, su eccezione di parte, proposta nella prima difesa, assegna alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione e fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6. Allo stesso modo il giudice o l’arbitro fissa la successiva udienza quando la mediazione o il tentativo di conciliazione sono iniziati, ma non conclusi. La domanda e’ presentata davanti all’organismo indicato dalla clausola, se iscritto nel registro, ovvero, in mancanza, davanti ad un altro organismo iscritto, fermo il rispetto del criterio di cui all’articolo 4, comma 1. In ogni caso, le parti possono concordare, successivamente al contratto o allo statuto o all’atto costitutivo, l’individuazione di un diverso organismo iscritto.
6. Dal momento della comunicazione alle altre parti, la domanda di mediazione produce sulla prescrizione gli effetti della domanda giudiziale. Dalla stessa data, la domanda di mediazione impedisce altresi’ la decadenza per una sola volta, ma se il tentativo fallisce la domanda giudiziale deve essere proposta entro il medesimo termine di decadenza, decorrente dal deposito del verbale di cui all’articolo 11 presso la segreteria dell’organismo.
2. Il termine di cui al comma 1 decorre dalla data di deposito della domanda di mediazione, ovvero dalla scadenza di quello fissato dal giudice per il deposito della stessa e, anche nei casi in cui il giudice dispone il rinvio della causa ai sensi del quarto o del quinto periodo del comma 1 dell’articolo 5, non e’ soggetto a sospensione feriale.
1. All’atto della presentazione della domanda di mediazione, il responsabile dell’organismo designa un mediatore e fissa il primo incontro tra le parti non oltre quindici giorni dal deposito della domanda. La domanda e la data del primo incontro sono comunicate all’altra parte con ogni mezzo idoneo ad assicurarne la ricezione, anche a cura della parte istante. Nelle controversie che richiedono specifiche competenze tecniche, l’organismo puo’ nominare uno o piu’ mediatori ausiliari.
5. Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione il giudice puo’ desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile.
Dovere di riservatezza
Inutilizzabilita’ e segreto professionale
5. Il processo verbale e’ depositato presso la segreteria dell’organismo e di esso e’ rilasciata copia alle parti che lo richiedono.
1. Il verbale di accordo, il cui contenuto non e’ contrario all’ordine pubblico o a norme imperative, e’ omologato, su istanza di parte e previo accertamento anche della regolarita’ formale, con decreto del presidente del tribunale nel cui circondario ha sede l’organismo. Nelle controversie transfrontaliere di cui all’articolo 2 della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, il verbale e’ omologato dal presidente del tribunale nel cui circondario l’accordo deve avere esecuzione.
2. Quando il provvedimento che definisce il giudizio non corrisponde interamente al contenuto della proposta, il giudice, se ricorrono gravi ed eccezionali ragioni, puo’ nondimeno escludere la ripetizione delle spese sostenute dalla parte vincitrice per l’indennita’ corrisposta al mediatore e per il compenso dovuto all’esperto di cui all’articolo 8, comma
3. Il giudice deve indicare esplicitamente, nella motivazione, le ragioni del provvedimento sulle spese di cui al periodo precedente.
4. Salvo diverso accordo le disposizioni precedenti non si applicano ai procedimenti davanti agli arbitri.
Obblighi del mediatore
2. Al mediatore e’ fatto, altresi’, obbligo di: a) sottoscrivere, per ciascun affare per il quale e’ designato, una dichiarazione di imparzialita’ secondo le formule previste dal regolamento di procedura applicabile, nonche’ gli ulteriori impegni eventualmente previsti dal medesimo regolamento; b) informare immediatamente l’organismo e le parti delle ragioni di possibile pregiudizio all’imparzialita’ nello svolgimento della mediazione; c) formulare le proposte di conciliazione nel rispetto del limite dell’ordine pubblico e delle norme imperative; d) corrispondere immediatamente a ogni richiesta organizzativa del responsabile dell’organismo.
Mediazione nell’azione di classe
2. La formazione del registro e la sua revisione, l’iscrizione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti, l’istituzione di separate sezioni del registro per la trattazione degli affari che richiedono specifiche competenze anche in materia di consumo e internazionali, nonche’ la determinazione delle indennita’ spettanti agli organismi sono disciplinati con appositi decreti del Ministro della giustizia, di concerto, relativamente alla materia del consumo, con il Ministro dello sviluppo economico. Fino all’adozione di tali decreti si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni dei decreti del Ministro della giustizia 23 luglio 2004, n. 222 e 23 luglio 2004, n. 223. A tali disposizioni si conformano, sino alla medesima data, gli organismi di composizione extragiudiziale previsti dall’articolo 141 del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni.
4. La vigilanza sul registro e’ esercitata dal Ministero della giustizia e, con riferimento alla sezione per la trattazione degli affari in materia di consumo di cui al comma 2, anche dal Ministero dello sviluppo economico.
6. L’istituzione e la tenuta del registro e dell’elenco dei formatori avvengono nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali gia’ esistenti, e disponibili a legislazione vigente, presso il Ministero della giustizia e il Ministero dello sviluppo economico, per la parte di rispettiva competenza, e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato.
Risorse, regime tributario e indennita’
4. Con il decreto di cui all’articolo 16, comma 2, sono determinati: a) l’ammontare minimo e massimo delle indennita’ spettanti agli organismi pubblici, il criterio di calcolo e le modalita’ di ripartizione tra le parti; b) i criteri per l’approvazione delle tabelle delle indennita’ proposte dagli organismi costituiti da enti privati; c) le maggiorazioni massime delle indennita’ dovute, non superiori al venticinque per cento, nell’ipotesi di successo della mediazione; d) le riduzioni minime delle indennita’ dovute nelle ipotesi in cui la mediazione e’ condizione di procedibilita’ ai sensi dell’articolo 5, comma 1.
5. Quando la mediazione e’ condizione di procedibilita’ della domanda ai sensi dell’articolo 5, comma 1, all’organismo non e’ dovuta alcuna indennita’ dalla parte che si trova nelle condizioni per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi dell’articolo 76 (L) del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 30 maggio 2002, n. 115. A tale fine la parte e’ tenuta a depositare presso l’organismo apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorieta’, la cui sottoscrizione puo’ essere autenticata dal medesimo mediatore, nonche’ a produrre, a pena di inammissibilita’, se l’organismo lo richiede, la documentazione necessaria a comprovare la veridicita’ di quanto dichiarato.
Organismi presso i tribunali
Organismi presso i consigli degli ordini professionali e presso le camere di commercio
5. Ai fini della copertura finanziaria delle minori entrate derivanti dal presente articolo il Ministero della giustizia provvede annualmente al versamento dell’importo corrispondente all’ammontare delle risorse destinate ai crediti d’imposta sulla contabilita’ speciale n. 1778 «Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio».
ABROGAZIONI, COORDINAMENTI E DISPOSIZIONI TRANSITORIE Art. 22
Obblighi di segnalazione per la prevenzione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo
1. All’articolo 10, comma 2, lettera e), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, dopo il numero 5) e’ aggiunto il seguente: «5-bis) mediazione, ai sensi dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69;».
1. Le disposizioni di cui all’articolo 5, comma 1, acquistano efficacia decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto e si applicano ai processi successivamente iniziati. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a Roma, addi’ 4 marzo 2010. NAPOLITANO Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Alfano, Ministro della giustizia Visto, il Guardasigilli: Alfano
Qualche massima di Cassazione penale
Si segnala all’attenzione dei gentili lettori, questa sintetica raccolta di alcune recenti massime della Cassazione Penale.
Reati contro l’ordine pubblico - Reati associativi (Sezione VI, sentenza n. 18-25 novembre 2010 n. 41704).
La circostanza attenuante ad effetto speciale della collaborazione prevista dall’articolo 8 del decreto legge 13 maggio 1991 n. 152, convertito nella legge 12 luglio 1991 n. 203 non è soggetta al giudizio di bilanciamento tra circostanze e, qualora essa venga riconosciuta e ricorrano altre circostanze attenuanti in concorso con circostanze aggravanti, soggette al giudizio di comparazione, va dapprima determinata la pena effettuando tale giudizio e successivamente, sul risultato che ne consegue, va applicata l’attenuante a effetto speciale.
Reati contro la pubblica amministrazione - Omissione atti di ufficio (Sezione VI, sentenza 27 ottobre - 12 novembre 2010 n. 40008).
Ai fini della configurabilità del reato di omissione di atti di ufficio, la richiesta scritta, dalla cui ricezione decorre il termine di trenta giorni entro il quale il pubblico ufficiale deve compiere l’atto del suo ufficio o rispondere esponendo le ragioni del ritardo, non va confusa con l’istanza che il privato rivolge al pubblico ufficiale per chiedere o sollecitare il compimento dell’atto amministrativo, ma va identificata nella diffida ad adempiere che, una volta scaduti i termini previsti dall’art. 2 della legge n. 241 del 1990, viene indirizzata al pubblico ufficiale per intimargli il compimento dell’atto e metterlo in mora (Nella specie, la Corte ha ravvisato la diffida ad adempiere nella generica rappresentazione fatta dal privato richiedente che, in assenza della soddisfazione della richiesta, si sarebbe proceduto a porre in essere le condizioni per esperire azioni di tutela, ossia non ci si sarebbe attivati per la (sola successiva) diffida ad adempiere o messa in mora).
Rati contro la pubblica amministrazione - Peculato (Sezione VI, sentenza 19 ottobre - 25 novembre 2010 n. 41709).
L’uso privato da parte del pubblico dipendente dell’apparecchio telefonico dell’ufficio non configura il reato di peculato allorquando si tratti di utilizzazioni saltuarie, tali da avere determinato danni al patrimonio della pubblica amministrazione di scarsa entità, risolvendosi tali utilizzazioni in condotte inoffensive del bene giuridico tutelato (Nella specie, è stato rigettato il ricorso del pubblico ministero e del procuratore generale nei confronti di una sentenza di non luogo a procedere che aveva motivato sull’irrilevanza del danno arrecato - circa 75 euro - in un arco temporale di poco più di due anni per contatti di breve durata con un numero ristretto di persone).
Reati contro la persona - Pornografia minorile (Sezione III, sentenza 11 novembre - 6 dicembre 2010 n. 43246).
Il reato di detenzione di materiale pornografico previsto dall’articolo 600-quater del Cp è norma chiusura e residuale, che, per non lasciare impunite alcune condotte di sfruttamento dei minori a fini di pratiche sessuali illegali, copre, come emerge dall’inciso fuori dalle ipotesi previste dall’articolo 600-ter del Cp, tutte quelle condotte consistenti nel procurarsi o detenere materiale pornografico utilizzando minori (Nella specie, la Corte ha ritenuto correttamente dimostrata la piena consapevolezza della detenzione in capo all’agente in ragione del fatto che era risultato accertato che questi aveva finanche offerto tale materiale in cambio di altro mediante messaggio lasciato nella bacheca di un sito di scambio di materiale pedopornografico).
Reati contro il patrimonio - Ricettazione (Sezione VI, sentenza 22 settembre 2010-13 gennaio 2011 n. 685).
Il possesso di un’arma clandestina integra di per sé la prova del delitto di ricettazione, essendo l’abrasione della matricola (che priva l’arma medesima del numero e dei contrassegni di cui all’articolo 11 della legge 18 aprile 1975 n. 110) chiaramente finalizzata a impedirne l’identificazione, ciò dimostrando, in mancanza di elementi contrari, il proposito di occultamento del possessore e la consapevolezza dello stesso della provenienza illcita dell’arma.
Reati contro il patrimonio - Truffa (Sezione II, sentenza 12 novembre -22 dicembre 2010 n. 44929).
L’integrazione del reato di truffa non implica la necessaria identità fra la persona indotta in errore e la persona offesa, cioè il titolare dell’interesse patrimoniale leso che subisce le conseguenze patrimoniali dell’azione truffaldina, ben potendo la condotta fraudolenta essere indirizzata a un soggetto diverso dal titolare del patrimonio, sempre che ovviamente sussista il rapporto causale tra l’induzione in errore e gli elementi del profitto e del danno. Poichè, quindi, il soggetto passivo del reato, o persona offesa dal reato, è colui che subisce le conseguenze patrimoniali dell’azione truffaldina, quando non vi sia coincidenza tra tale soggetto e la persona ingannata, la querela proposta solo da quest’ultima è priva di ogni effetto.
Stupefacenti - ingente quantità (Sezione VI, sentenza 4-25 novembre 2010 n. 41691).
In tema di stupefacenti, ai fini del riconoscimento dell’aggravante della quantità ingente (articolo 80, comma 2, del Dpr 9 ottobre 1990 n. 309), il giudice deve tener conto sia della qualità della sostanza, con riferimento alla quantità di principio attivo dello stupefacente e della sua capacità di moltiplicarsi in dose destinate al consumo, sia del dato ponderale relativo alla quantità di droga trattata e utilmente manipolabile. A tal fine, l’ingente quantità va ritenuta quando il quantitativo sia tale da rappresentare un pericolo per la salute pubblica, ovvero per un rilevante, ancorché indefinito, numero di consumatori, e, pertanto, allorché sia idoneo a soddisfare le esigenze di un numero molto elevato di tossicodipendenti, senza ulteriore riferimento al mercato e alla sua eventuale saturazione: tale riferimento, infatti, non è appropriato rispetto alla ratio della norma e non è facilmente accertabile, anche per il carattere di mercato clandestino rispetto al quale mancano conoscenze certe e riscontrabili. In questa prospettiva, non possono, di regola, definirsi ingenti i quantitativi di droghe pesanti (ad esempio, eroina e cocaina) oppure leggere (ad esempio, hashish e marijuana) che, sulla base di una percentuale media di principio attivo per il tipo di sostanza, siano rispettivamente al di sotto dei limiti di due chilogrammi e di cinquanta chilogrammi (Nella specie, è stata ritentua correttamente ravvisata l’aggravante in relazione al quantitativo di grammi 3.350,302 di cocaina, idonea a consentire il confezionamento di oltre diciannovemila dosi medie singole).
Come noto, accanto alla procedura ordinaria rappresentata dal ricorso all’autorità giudiziaria le parti possono scegliere di demandare la risoluzione di determinate controversie alla decisione di uno o più arbitri, attivando un giudizio privato. Un procedimento decisamente più veloce di quello ordinario.
Nella prassi, esistono principalmente due forme di giudizio arbitrale: quella rituale ed irrituale.
A fianco dell’arbitrato disciplinato dal codice di rito si è venuta, infatti, sviluppando un’altra forma di definizione delle controversie, elaborata dalla dottrina e dalla pratica, ammessa dalla giurisprudenza e che è stato denominato arbitrato improprio, irrituale o libero.
Secondo autorevoli opinioni dottrinarie, arbitrato rituale e irrituale sarebbero espressioni di un unico fenomeno negoziale, alternativo al ricorso al giudice ordinario e si differenzierebbero tra di essi solamente in quanto attraverso l’arbitrato rituale le parti intendono ottenere effetti esecutivi e attraverso quello irrituale esse intendono ottenere effetti solo negoziali e non un lodo ma un contratto.
Ad ogni buon conto, secondo quello che viene considerato l’insegnamento tradizionale, l’arbitrato rituale ricorre quando le parti di una controversia demandano agli arbitri/o l’esercizio di una giurisdizione, concorrente con quella ordinaria, per la risoluzione della lite; si ha, invece, un arbitrato irrituale (o libero) quando agli arbitri/o è conferita la risoluzione di un rapporto controverso mediante una dichiarazione di volontà che viene imputata alle stesse parti del rapporto.
Nella prima ipotesi, l’arbitrato è espressamente disciplinato dal Codice di procedura civile; nella seconda, invece, l’arbitrato non pare trovare un’esplicita regolamentazione legislativa e si concretizza nell’accordo con il quale al terzo viene affidato il compito di risolvere la controversia con una dichiarazione sostanzialmente transattiva o accertativa dei diritti e degli obblighi delle parti, a seconda del contenuto dell’incarico.
Ciò posto, la qualificazione in termini di ritualità o irritualità dell’arbitrato non può prescindere da un’attenta analisi della clausola compromissoria così come formulata dalle parti. Deve ricordarsi tuttavia che - sulla scorta dell’orientamento giurisprudenziale dominante (secondo l’indirizzo costante della Cassazione, cfr. per tutte, Cass., Sez. III civ., 12 novembre 1994, n. 6202, l’interpretazione della clausola compromissoria e del compromesso, alla stregua di ogni altra espressione della volontà delle parti, spetta esclusivamente al giudice di merito, dovendosi all’uopo esaminare circostanze di fatto, valutare comportamenti, accertare il significato grammaticale delle espressioni usate ed indagare circa la comune intenzione delle parti. Pertanto, la decisione sul punto, se basata su un’esatta applicazione delle regole di ermeneutica e correttamente motivata, non è soggetta a controllo in sede di legittimità) - l’indagine dell’interprete non può fermarsi alla superficie delle espressioni letterali adottate, ma deve accertare la concreta volontà negoziale che ad essa sottende. In tale ottica, se da un lato viene generalmente affermata la ritualità dell’arbitrato quando nella clausola compromissoria compaiono espressioni come controversia, giudizio, giudicare (quest’ultima espressione declinata in tutte le forme verbali), per altro verso non si ritiene che valga ad escludere la ritualità dell’arbitrato la circostanza che la clausola preveda “l’esonero degli arbitri dalle norme di procedura”: tale tipo di pattuizione è, infatti, implicitamente ammessa anche nell’arbitrato rituale ex art. 816, commi 2 e 3, cod. proc. civ.; né decisivo, sarà ogni qual volta siano usate espressioni quali “decidere secondo equità” o “pro bono et aequo”, in quanto anche nell’ arbitrato rituale può decidersi secondo equità; neppure sarà determinante qualora venga stabilito che il lodo non sarà impugnabile, dovendo tale espressione essere interpretata alla luce dell’art. 829, comma 2, cod. proc. civ., in presenza della previsione di un giudizio di equità. Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale, la semplice circostanza che la clausola compromissoria contenga un rinvio al giudizio secondo equità non viene automaticamente ritenuta di per sé sintomatica dell’irritualità dell’arbitrato (cfr. al riguardo, Cass., Sez. I civ., 1° febbraio 1999, n. 833, che conferma l’orientamento secondo cui il rinvio al giudizio pro bono et aequo, alla composizione amichevole del contrasto, all’inappellabilità della decisione non sono elementi di per sé soli sufficienti a stigmatizzare l’irritualità dell’ arbitrato).
E’ necessaria, in buona sostanza, la convergenza, nel senso dell’irritualità, di entrambi i criteri ermeneutici individuati dalla giurisprudenza: quello testuale fondato sull’interpretazione letterale della clausola statutaria e quello (prevalente) di natura sostanziale, desumibile dalle regole di ermeneutica contrattuale, volto ad accertare le volontà delle parti.
La suddetta interpretazione è, tra l’altro, conforme alla riforma apportata dal Dlgs. N. 40 del 2006, in base alla quale costituendo l’arbitrato irrituale un istituto atipico, derogatorio dell’istituto tipico regolato dalla legge e sfornito delle garanzie all’uopo previste dal legislatore, in mancanza di una volontà derogatoria chiaramente desumibile dal compromesso o dalla clausola compromissoria, il riferimento delle parti alla soluzione di determinate controversie all’arbitrato, normalmente costituisce espressione della volontà di far riferimento all’istituto tipico dell’arbitrato regolato dal codice di rito (cfr. Tribunale di Bari, sez. IV, 25/11/2009 n. 3527).
Via libera definitivo del Senato alla Finanziaria e al ddl di Bilancio. L’Aula ha, infatti, approvato il ddl di stabilità con 161 sì, 127 no e 5 astenuti, che al Senato equivale a voto contrario; immediatamente dopo l’assemblea ha anche approvato il ddl di Bilancio con 161 sì, 124 no e cinque astenuti.
Ecco le misure principali:
Ammortizzatori Sociali: in arrivo circa 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali e le politiche per il lavoro. Tra le misure principali la proroga della cassa integrazione in deroga per il 2011. Risorse anche per l’apprendistato. Al fondo per le politiche sociali vanno 200 milioni. Disco verde anche all’erogazione da parte dell’Inps di un incentivo chi assume lavoratori destinatari di ammortizzatori sociali in deroga o licenziati a causa della crisi.
Detassazione salario: prorogata con 835 milioni la detassazione del salario per i contratti di produttività. L’intervento prevede un’imposta sostitutiva del 10% per i redditi fino a 40mila euro (finora la soglia era 35mila).
5 x mille: al cinque per mille vanno 100 milioni, mentre l’anno scorso erano stati stanziati 400 milioni. Approvato al Senato un ordine del giorno del Pd che impegna il governo a destinare una ulteriore quota pari a 300 milioni.
Università: 800 milioni nel 2011 per il fondo di funzionamento degli atenei che passa da 6,1 miliardi a 6,9. Per il 2012 e 2013, l’aumento sarà di 500 milioni. Entro il 31 gennaio di ogni anno, e per gli anni 2011-2016, dovrà essere varato un decreto interministeriale per l’approvazione di un piano straordinario per la promozione dei ricercatori a docenti associati. Ci sono inoltre 25 milioni per il sostegno agli atenei non statali.
Editoria: incremento dello stanziamento per l’editoria previsto dalla finanziaria 2010, limitatamente al 2011, per 60 milioni di euro.
Scuole private: i fondi alla scuola paritaria sono saliti a quota 245 milioni. Agli istituti superiori a ordinamento speciale sono destinati poi 5,2 milioni.
Frequenze: ok all’assegnazione delle frequenze per le telecomunicazioni, liberate dal passaggio dalla tv analogica a quella digitale, che dovrà arrivare entro il 31 dicembre del 2012. Il 10% dell’incasso sarà destinato a compensare chi cederà spazio alla banda larga.
Pensioni: modificato l’articolo che riguarda l’applicazione della normativa previgente, in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici, per una serie di lavoratori che maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento a decorrere dal primo gennaio 2011, nei limiti di 10mila soggetti beneficiari. Il ministro del Lavoro, di concerto con quello dell’Economia, può disporre il prolungamento dell’intervento di tutela del reddito per il periodo di tempo necessario al raggiungimento della decorrenza del trattamento pensionistico. L’intervento avviene nei limiti delle risorse disponibili del Fondo sociale per occupazione e formazione e in deroga alla normativa vigente.
Cobonus: ritorna nella misura del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici e delle abitazioni, ma l’agevolazione sarà spalmata su 10 anni e non più su 5.
Accertamenti fiscali: stretta sulle sanzioni: vengono elevate da un quarto a un terzo del minimo previsto per legge le sanzioni amministrative applicabili nel caso di accertamento con adesione riferito alle imposte sui redditi, all’Iva, e alle altre imposte indirette. Crescono anche le sanzioni pecuniarie dovute alle diverse ipotesi di ravvedimento operoso.
Ricerca: arriva un credito d’imposta, nel limite di spesa di 100 milioni, in favore di imprese che affidano attività di ricerca e sviluppo a università o enti pubblici di ricerca. Esso spetta per investimenti realizzati dal primo gennaio 2011, fino al 31 dicembre 2011, in una misura percentuale che verrà stabilita con apposito decreto ministeriale.
Missioni di pace: nuovo stanziamento di 750 milioni per la proroga della partecipazione italiana fino al 30 giugno 2011 alle missioni di pace internazionali.
Patto di stabilità: in arrivo 470 milioni per l’allentamento del Patto di stabilità interno. Ai Comuni anche il rimborso per i mancati introiti dell’Ici nel 2008, che vale 344 milioni. Per i Comuni che non hanno rispettato il Patto di stabilità interno ci sono il divieto di assumere personale e il taglio di indennità di funzione e gettoni di presenza del 30%. Un fondo da 60 milioni nel 2011, invece, per i Comuni “virtuosi” per il pagamento degli interessi passivi maturati per il ritardato pagamento dei fornitori.
Ticket: in arrivo 347,5 milioni per il blocco del ticket su diagnostica e specialistica. La somma tuttavia è sufficiente a coprire solo i primi cinque mesi dell’anno.
Sanità: le Regioni che non hanno raggiunto gli obiettivi dei piano di rientro dovranno provvedere alla copertura del disavanzo con risorse interne da adottare entro il 31 dicembre 2010.
Sicurezza: prorogato fino al 30 giugno 2011 il piano di impiego di polizia e forze armate per il controllo del territorio, la spesa prevista è di 36,4 milioni.
Interventi sociali: stanziati 100 milioni per i malati di Sla e 250 milioni per gli adempimenti dello Stato derivanti dalla partecipazione a banche e fondi internazionali; ai libri di testo scolastici; agli operatori scolastici. Altri 50 milioni andranno al riequilibrio socioeconomico e allo sviluppo dei territori, alle attività di ricerca, assistenza e cura dei malati oncologici, alla promozione di attività sportive, culturali e sociali.
Le nuove regole sulla strada
La nuova normativa in materia di sicurezza stradale, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 175 del 29.7.2010, ha, come certamente noto, il precipuo scopo di introdurre misure volte a migliorare la sicurezza dei cittadini sulle strade, sia attraverso l’aggravamento delle sanzioni per violazioni delle norme del codice, sia mediante disposizioni volte alla prevenzione ed all’incremento della messa in sicurezza delle infrastrutture stradali. Le rilevanti modifiche del Codice della Strada, ad eccezione di quelle per cui è stata prevista l’entrata in vigore differita nel tempo, sono entrate in vigore il 13 agosto 2010.
Vediamo, allora, quali sono alcune di queste novità.
1) Guida di ciclomotori
Le disposizioni degli articoli 14 e 28 della Legge 120/2010 prevedono un generale inasprimento del trattamento sanzionatorio per i conducenti dei quadricicli leggeri (c.d. minicar) e degli altri ciclomotori che tengono condotte di guida scorrette. In particolare, l’art. 14 della L. 120/2010, intervenendo sull’articolo 97 C.d.S., ha aumentato le sanzioni pecuniarie per chi fabbrica, produce, pone in commercio o vende ciclomotori che sviluppino una velocità superiore a quella attualmente prevista e per chi circola con un ciclomotore alterato ovvero munito di una targa i cui dati non siano chiaramente visibili. L’art. 28 della L.120/2010, modificando l’articolo 172 C.d.S., ha esteso al conducente e al passeggero di quadricicli leggeri dotati di carrozzeria chiusa (c.d. minicar), l’obbligo di allacciare la cintura di sicurezza. Detta nuova disposizione si applica solo ai soggetti a bordo di tali veicoli, dotati sin dall’ origine di cinture di sicurezza secondo le prescrizioni di cui alla direttiva 2002/24/CE del 18 marzo 2002. L’art. 29 della L.12012010, che interviene sull’articolo 173 C.d.S., ha stabilito che i conducenti di ciclomotori per i quali, al momento del rilascio del certificato di idoneità alla guida per ciclomotori, siano previsti adattamenti o protesi, debbano farne uso durante la guida, estendendo ad essi le sanzioni già previste per i conducenti di veicoli con simili prescrizioni iscritte sulla patente di guida.
2) Guida in stato di ebbrezza
Anche in materia di guida sotto l’effetto di bevande alcoliche, come prevedibile, sono state introdotte importante novità. L’art. 33 della L. 120/2010 ha innanzitutto previsto una nuova fattispecie che punisce chi guida in stato di ebbrezza alcolica (art. 186 bis C.d.S) da parte di alcune categorie di conducenti, considerate più esposte a rischio d’incidente. Per tale scopo, è stato introdotto il nuovo articolo 186 bis, comma 1, C.d.S. che sancisce il principio secondo cui ad alcune categorie di conducenti è vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche, qualunque sia il tasso alcolemico riscontrato (quindi anche inferiore al limite “standard” di 0,5 g/l). In particolare, questa nuova previsione riguarda: giovani di età inferiore a 21 anni, anche se alla guida di veicoli che non richiedono la patente di guida; neopatentati nei primi tre anni dal conseguimento della patente B; conducenti che esercitino di professione l’attività di trasporto di persone o cose su strada in servizio di piazza, taxi ovvero di noleggio con conducente; coloro che guidino veicoli “particolari“, come quelli con massa superiore a 3,5 tonnellate, gli autobus e gli altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, sia superiore a otto, nonché di autoarticolati e di autosnodati; conducenti di autoveicoli, comprese le autovetture, che effettuino il traino di un rimorchio (esclusi i carrelli appendice di cui all’articolo 56, comma 4, C.d. S.), quando la massa complessiva del complesso veicolare così formato superi il peso di kg 3.500. In tutti i casi sopra richiamati, il controllo del tasso alcolemico potrà essere compiuto secondo le procedure e con gli strumenti indicati dall’articolo 186, commi 3, 4 e 5, C.d.S.. Nelle more della fornitura di strumenti precursori in grado di rilevare tassi alcolemici inferiori a 0,5 g/l, i controlli etilometrici nei riguardi dei conducenti che appartengono alle categorie di cui all’art. 186 bis, comma 1, C.d.S. saranno effettuati utilizzando gli etilometri in dotazione. Sarà necessario, però, che al termine della prima prova, che rileva e quantifica la presenza di alcol nell’aria espirata, si proceda a due prove successive con il medesimo strumento, secondo le prescrizioni già oggi in vigore per l’impiego dell’etilometro a fini di raccolta della prova (ovvero, quelle che tra l’altro prevedono debba intercorrere un intervallo minimo di 5 min. tra una prova e l’altra). La conduzione di un veicolo, da parte di uno dei soggetti indicati e dopo aver ingerito bevande alcoliche in quantità tale da determinare un tasso alcolemico compreso tra 0,0 e 0,5 g/l, costituisce illecito amministrativo e comporta l’applicazione della sanzione pecuniaria da €. 155,00 a €. 624,00 (art.l86 bis, comma 2, C.d.S.). La stessa sanzione sarà raddoppiata nel caso in cui il conducente abbia provocato un incidente stradale. In questi casi, non è prevista l’applicazione di sanzioni amministrative accessorie mentre è prevista la decurtazione di 5 punti dalla patente di guida. Inoltre, il veicolo condotto da uno dei soggetti indicati, se riscontrati alla guida con un tasso alcolemico inferiore a 0,5 g/l, non viene sottratto alla disponibilità del conducente. Altre novità riguardano il caso in cui il conducente si rifiuti di sottoporsi agli accertamenti per i conducenti di cui all’articolo 186 bis C.d.S. Il rifiuto è punito è punito con le sanzioni penali di cui all’art. 186, comma 2, lett. c), C.d.S. (che prevede l’ammenda da €. 1.500,00 a €. 6.000,00, arresto da sei mesi ad un anno), aumentate da un terzo alla metà, nonché con la sospensione amministrativa accessoria della patente di guida da sei mesi a due anni e la confisca del veicolo. Diversamente da quanto previsto per tutti gli altri conducenti che rifiutino l’accertamento alcolimetrico (art. 186, comma 7, C.d.S.), qualora la confisca non possa essere applicata perché il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida viene raddoppiata. Anche per tale illecito, come previsto per il reato di cui all’art. 186, comma 7, C.d.S, il Prefetto, con l’ordinanza con cui applica la sospensione provvisoria della patente ai sensi dell’art. 223 C.d.S., dispone l’obbligo per il conducente di sottoporsi a visita medica che deve avvenire nel termine di sessanta giorni, secondo le prescrizioni del comma 8 dell’art. 186 C.d.S. Da ultimo, è bene sottolineare come il rifiuto di sottoporsi agli accertamenti previsti per i casi di cui all’art.186 bis C.d.S. non determini alcuna decurtazione di punti dalla patente di guida. Altra importante novità riguarda il divieto di conseguire la patente per i conducenti minorenni trovati alla guida di un veicolo dopo aver assunto bevande alcoliche, ferma restando la loro irresponsabilità per gli illeciti amministrativi correlati alla violazione degli artt. 186 bis ed 186 comma 1, lett. a), C.d.S., dei quali risponderanno invece il genitore o il tutore secondo le regole generali dell’articolo 2 della L. 689/1981. Infatti, l’accertamento dell’assunzione di alcolici da parte di conducenti minorenni determina un ritardo nel conseguimento della patente di categoria B, nel senso che il conducente minore degli anni diciotto non potrà conseguire la patente prima del compimento del diciannovesimo anno di età, qualora sia stato accertato un tasso alcolemico superiore a 0,0 (zero) e non superiore a 0,5 g/l; il termine si sposta al compimento del ventunesimo anno di età, qualora sia stato accertato un tasso alcolemico superiore a 0,5 g/l. Altra sensibile novità in materia di guida in stato di ebbrezza è la modifica apportata alla lett. a) del comma 2 dell’art. 186 C.d.S., laddove viene depenalizzata la condotta di chi guida con tasso alcolemico superiore a 0,5 g/l e non oltre 0,8 g/l, prevedendo la sanzione amministrativa pecuniaria da €. 500 a €. 2.000. Non più reato, ma mero illecito amministrativo. Abolitio criminis dunque e, di conseguenza, se il procedimento dovesse essere pendente, l’indagato avrebbe diritto all’archiviazione o alla sentenza assolutoria perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato. La sanzione amministrativa indicata è aumentata di un terzo qualora l’illecito sia commesso da uno dei soggetti indicati dall’art. 186 bis C.d.S.. Inoltre, all’accertamento della violazione consegue ex lege la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da tre a sei mesi, oltre la decurtazione di 10 punti dalla patente. Anche per chi viene “pizzicato” alla guida del veicolo con tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l, sono state aumentate le sanzioni. In particolare, è aumentato (da tre a sei mesi) il minimo edittale della pena, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l; è raddoppiato, inoltre, il periodo di fermo amministrativo del veicolo, se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale; è disposta la revoca della patente di guida quando sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l ed il conducente abbia provocato un incidente stradale; per i conducenti di cui all’art. 186 bis C.d.S. che hanno provocato incidenti stradali, le pene previste dall’art. 186, comma 2, lett. b) e c) sono aumentate da un terzo alla metà; infine, nei confronti dei conducenti di veicoli commerciali di cui alla lett. d) dell’art. 186 bis, c.2, C.d.S., è sempre disposta la revoca della patente di guida quando sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l. Per quanto riguarda la confisca del veicolo in caso di guida in stato di ebbrezza con tasso aIcolemico oltre 1,5 g/l o in caso di rifiuto di accertamenti, occorre premettere che, conformemente alle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.196 del 26.5.2010, la confisca del veicolo non viene più qualificata come misura di sicurezza patrimoniale. Tale circostanza, unitamente all’espresso rinvio alle nuove disposizioni dell’art. 224 ter C.d.S., introdotto dall’articolo 44 della L. 120/2010 conseguente alla nuova formulazione dell’art. 186, comma 2, letto c), C.d.S., induce a ritenere che la confisca di cui si parla abbia assunto la natura di sanzione amministrativa accessoria degli illeciti penali sopraindicati. Detto intervento della Consulta ha determinato la necessità di eliminare dalla nuova previsione normativa l’inciso secondo cui la confisca doveva essere disposta ai sensi del comma 2 dell’articolo 240 del codice penale. Di conseguenza, nei casi soprarichiamati, ai fini del sequestro del veicolo, trovano applicazione le procedure di cui all’art. 213 C.d.S, in quanto compatibili. Tuttavia, per espressa previsione dell’ultimo periodo del comma l dell’art. 224 ter C.d.S, diversamente da quanto previsto dalle disposizioni dell’art. 213 C.d.S, che consentono l’affidamento della custodia del veicolo sequestrato al trasgressore, gli operatori di polizia che accertano gli illeciti in argomento dovranno sempre provvedere ad affidarlo ad uno dei soggetti di cui all’art. 214 bis C.d.S. (custodi-acquirenti), ovvero, in mancanza, ad uno dei soggetti autorizzati dal Prefetto ad effettuare la custodia amministrativa ai sensi del D.P.R. 571/1982. Dopo la condanna per i reati sopraindicati, secondo le disposizioni dell’art. 224-ter C.d.S., il veicolo sequestrato è per l’effetto oggetto di confisca con provvedimento del Prefetto. All’art.186, comma 2 bis, C.d.S. viene previsto che sia disposto il fermo amministrativo del veicolo condotto dal conducente in stato di ebbrezza alcolica che abbia provocato un incidente stradale. A tal fine, l’art. 224 ter stabilisce che l’operatore di polizia stradale provveda a disporre il fermo provvisorio del veicolo per 30 giorni mentre il restante periodo di fermo sarà disposto dal giudice con la sentenza di condanna. Il fermo amministrativo provvisorio è quindi disposto secondo le procedure dell’art. 214 C.d.S, in quanto compatibili. Tuttavia, anche in questo caso, diversamente da quanto previsto dalle disposizioni dell’art. 214 C.d.S, non potrà essere disposto l’affidamento della custodia del veicolo al trasgressore ma gli operatori di polizia che accertano l’illecito in argomento dovranno sempre provvedere ad affidarlo ad uno dei soggetti di cui all’art. 214 bis C.d.S. (custodi-acquirenti), ovvero, in mancanza, ad uno dei soggetti autorizzati dal Prefetto ad effettuare la custodia amministrativa ai sensi del D.P.R. 571/1982.
3) Guida in stato di alterazione per uso di stupefacenti
Anche in relazione alla guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti sono state apportate decisive modifiche quale, in primis, la previsione di un aumento del minimo edittale (da tre a sei mesi) della pena prevista. Non solo. E’ altresì disposta la revoca della patente di guida quando il conducente in stato di alterazione abbia provocato un incidente stradale, mentre per i “famosi” conducenti di cui all’art. 186 bis C.d.S. le pene previste dall’art.187 C.d.S. sono aumentate da un terzo alla metà. Infine, nei confronti dei conducenti di veicoli commerciali di cui alla lett. d) dell’art. 186 bis C.d.S., è sempre disposta la revoca della patente di guida. Importanti novità, attraverso la previsione dell’art. 187 comma 2 bis, C.d.S., sono state introdotte in merito alle modalità di accertamento dello stato di alterazione dopo aver assunto sostanze stupefacenti. La nuova norma ha previsto che, qualora le prove non invasive forniscano esito positivo, oppure quando si abbia altrimenti ragionevole motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi sotto l’effetto conseguente all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope, i conducenti, nel rispetto della riservatezza personale e senza pregiudizio per l’integrità fisica, possano essere sottoposti ad accertamenti clinico-tossico logici e strumentali ovvero analitici su campioni di mucosa del cavo orale ovvero su campioni di fluido del cavo orale prelevati a cura di personale sanitario nominato ausiliario di polizia giudiziaria degli organi di polizia stradale procedenti. Occorre ricordare, però, che questa richiamata disposizione sarà operativa solo dopo l’emanazione di un decreto interministeriale che determini le caratteristiche degli apparecchi per l’analisi dei campioni prelevati, nonché le modalità di effettuazione delle stesse. Per effetto della completa riformulazione del comma 3 dell’art. 187 C.d.S, qualora non sia possibile effettuare il prelievo a cura del personale sanitario ausiliario, ovvero qualora il conducente rifiuti di sottoporsi a tale prelievo, gli agenti accompagneranno il conducente presso strutture sanitarie fisse o mobili afferenti ai suddetti organi di polizia stradale ovvero presso le strutture sanitarie pubbliche o presso quelle accreditate o comunque a tali fini equiparate, per il prelievo di campioni di liquidi biologici ai fini dell’ effettuazione degli esami necessari ad accertare la presenza di sostanze stupefacenti o psicotrope. Anche in caso di guida in stato di alterazione dopo aver assunto stupefacenti, ovvero in caso di rifiuto dei relativi accertamenti, la confisca del veicolo appartenente al conducente ha assunto la natura di sanzione amministrativa accessoria. Per il relativo sequestro, perciò, troveranno applicazione le medesime disposizioni dell’art. 224-ter C.d.S..
4) Uso della bicicletta
Sono state inserite nuove disposizioni anche in relazione all’uso della bicicletta. Ora, per la conduzione dell’antico velocipede non è più previsto l’obbligo per i minori di anni 14 di indossare il casco. L’uso del casco sarà meramente facoltativo anche per i più piccoli. Una rilevante modifica (all’art. 182), sempre in materia di bicicletta, è quella che ha introdotto l’obbligo per chi circola fuori dai centri abitati di indossare un giubbotto retroriflettente ad alta visibilità, ovviamente nelle ore serali.
5) Applicazione dell’art. 219 bis C.d.S., ai conducenti di veicoli per i quali non richiesta la patente.
L’articolo 43 della L. 120/2010, modificando l’art. 219 bis C.d.S, ha soppresso la previsione contenuta nella precedente formulazione della stessa norma, secondo la quale le misure della sospensione, della revoca o del ritiro della patente, nonché la decurtazione di punti, potevano essere applicate al conducente titolare di patente anche quando la violazione da cui le misure discendevano era stata commessa alla guida di un veicolo che non richiede la patente di guida. Inoltre, il medesimo articolo ha introdotto due nuovi commi (3 ter e 3 quater) nel art. 219. Il primo prevede che, se a seguito della condanna per una delle contravvenzioni di cui agli artt. 186, 186 bis e 187 sia stata disposta la revoca della patente, il condannato non possa conseguirne una nuova prima di tre anni dalla data di accertamento del reato. Il comma 3 quater, invece, prevede che, in caso di condanna per uno dei reati previsti dagli artt. 186, comma 2, lett. b) e c) e 187, la conseguente revoca della patente ad uno dei conducenti professionali indicati nell’articolo 186 bis, costituisce giusta causa di licenziamento, ai sensi dell’art. 2119 del codice civile.
Tagliandi ufficiali o no?
Si segnala all’attenzione dei lettori, a fronte delle numerose richieste di chiarimento pervenuteci, questo brevissimo vademecum che ci auguriamo possa essere utile agli operatori di questo settore. Non ai giuristi, quindi, ma a tutti gli operatori del settore “officine auto”.
Il quesito posto più volte alla nostra attenzione è il seguente:
Durante i 2 anni di garanzia previsti ex lege di un’autovettura, il consumatore è obbligato ad effettuare i periodici tagliandi presso il rivenditore ufficiale o, invece, potrà rivolgersi anche ad altre officine, purché qualificate? E se dovesse rivolgersi ad altra officina (non ufficiale), avrebbe ugualmente diritto alla copertura in garanzia?
La risposta è certamente positiva.
Anche se non tutti lo sanno, infatti, la normativa è cambiata e lo ha fatto in favore del consumatore.
Prima dell’entrata in vigore del Regolamento 1400/2002 (Direttiva Monti), non era possibile effettuare il tagliando presso un’officina terza: il consumatore doveva sottostare a precisi vincoli per la manutenzione ordinaria, con costi fissati dalla casa ed al di fuori di ogni concorrenza.
Infatti, se anche un semplice tagliando veniva effettuato al di fuori della rete di officine autorizzate, la casa e per essa le officine autorizzate, avrebbero negato l’applicazione della garanzia per qualsiasi pezzo.
Questa tradizione, a tutto vantaggio delle case e delle officine da esse stesse autorizzate, è stata giudicata dalla Comunità Europea in contrasto con la libera concorrenza, ed è stato quindi introdotto il Regolamento 1400/02.
Le innovazioni del Regolamento 1400 e del D.Lgs. 24/2002 hanno come finalità primaria la tutela del consumatore, nei riguardi del godimento della “garanzia di buon funzionamento” rilasciata dalla casa costruttrice del veicolo.
Oggi, ed è questa la novità più rilevante, il consumatore può scegliere la soluzione più conveniente per lui, beneficiando della concorrenza tra le officine delle reti ufficiali delle case costruttrici e quelle indipendenti, purché siano qualificate.
Il consumatore può rivolgersi dove meglio crede per la manutenzione ordinaria, purché l’officina sia qualificata ai sensi del Regolamento Europeo 1400/02, e sia in grado di rilasciare un’adeguata certificazione di conformità dei lavori eseguiti, che dimostri che gli stessi sono conformi alle prescrizioni della casa.
Ovviamente, la mancata effettuazione dei “tagliandi” è ragione legittima perché venga negata l’applicazione della garanzia da parte della casa automobilistica anche per parti non direttamente coinvolte nei tagliandi. In sostanza il consumatore acquista la possibilità di scegliere sia il venditore dal quale acquistare il veicolo di suo interesse, che l’autofficina per la manutenzione ordinaria. Come si è visto, l’officina indipendente può legittimamente intervenire per l’esecuzione di interventi di manutenzione ordinaria durante il periodo di garanzia senza che questo possa permettere al costruttore o al venditore di far decadere la garanzia.
Condizione essenziale perché questa opportunità si concretizzi è che l’officina sia qualificata e disponga quindi delle informazioni tecniche e operative necessarie per il corretto svolgimento delle operazioni. Il Regolamento 1400/02 prevede il diritto di ogni officina di acquisire informazioni ed assistenza tecnica dalle case costruttrici, ma chiaramente ognuna di queste adotta criteri e metodi specifici e diversi da caso a caso. Le officine indipendenti affiliate a reti organizzate alternative alle case, sono le più pronte ad organizzarsi per fornire questo servizio, per la disponibilità di software specifico e forme di assistenza tecnica centralizzata.
In sostanza il consumatore deve dichiarare esplicitamente che affida il lavoro a condizione che l’officina sia qualificata nei termini del regolamento 1400/02. In caso di problemi con la casa per l’applicazione della garanzia, questa dichiarazione permetterà di rivalersi nei confronti dell’officina che avesse dichiarato il falso. Questi aspetti sono ovviamente critici nel caso di un contenzioso con il venditore o con il costruttore che rifiutasse l’effettuazione di interventi di riparazione in garanzia.
La fatturazione, rappresenta l’evidenza formale dei lavori eseguiti e delle parti fornite, che sarà la base di ogni eventuale contenzioso tra il consumatore/acquirente e l’officina, nonché tra il consumatore/acquirente ed il venditore e/o la casa costruttrice in tema di garanzia. La fatturazione dei lavori eseguiti deve essere analitica, riportando i riferimenti sulle modalità operative seguite nel corso del servizio ed il codice di ogni parte fornita e lavorazione eseguita.
Il Riparatore Indipendente NON può effettuare RIPARAZIONI in GARANZIA essendo a ciò abilitati solo i Riparatori Autorizzati che in forza di accordi contrattuali possono ottenere il rimborso dal costruttore degli autoveicoli. PUO’, invece, eseguire i tagliandi.
Sono altresì “riservati” alle officine autorizzate delle case automobilistiche i richiami ufficiali e gli interventi gratuiti. Si definisce come riparazione le operazioni atte a ripristinare la funzionalità di un veicolo, con o senza sostituzioni di parti; la riparazione è a carico del possessore del veicolo. Si definisce invece come manutenzione le operazioni ordinarie di controllo e di sostituzione dei materiali di consumo volte a mantenere lo stato di efficienza di un veicolo; il tagliando è un’operazione di manutenzione. Il Riparatore Indipendente può effettuare interventi di manutenzione e di riparazione (non in garanzia) anche durante il periodo di garanzia, purché l’officina sia QUALIFICATA. Per officina qualificata si intende l’officina che disponga di tutte le strumentazioni, attrezzature e informazioni tecniche necessarie per operare.
In calce alla fattura, inoltre, deve essere riportata un’attestazione di conformità delle parti impiegate (ricambi) e dei lavori eseguiti:
“Per le lavorazioni effettuate sono stati utilizzati componenti originali o di qualità equivalente come definito dal regolamento CEE 1400/02, e sono state seguite le procedure previste dalla casa costruttrice utilizzando gli strumenti e le attrezzature prescritte come riportato dalla documentazione in possesso dell’officina”.
E’ quindi possibile eseguire tutti i tagliandi anche al di fuori delle cosiddette officine “autorizzate”.
Mentre in caso di guasto in garanzia, è ovvio che la riparazione dovrà essere compiuta dall’officina indicata dalla casa madre.
Il rischio consentito nel calcio
Anche il Tribunale di Rimini si è occupato di recente della responsabilità penale in ambito sportivo. O meglio, delle lesioni subite da un calciatore nel corso di una partita di calcio dilettantistico. Il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale Riminese, che ha condotto il Pubblico Ministero a richiedere l’archiviazione del procedimento penale, riguardava uno scontro di gioco tra due avversari a seguito del quale la persona offesa veniva colpita con una forte ginocchiata al fianco che ne avrebbe successivamente determinato l’asportazione del rene. In applicazione di un principio oramai consolidato in giurisprudenza, anche il sostituto procuratore Riminese, ha deciso di archiviare il caso ritenendo che, con la sua azione di gioco, la persona indagata non avesse superato la cosiddetta soglia del “rischio consentito”.
Prima di ogni altra considerazione ed ai fini di una più felice comprensione, è utile distinguere l’attività sportiva in senso lato in tre grandi categorie: l’attività sportiva necessariamente violenta, come il pugilato, ove la violenza è un elemento strutturale dell’attività; quella a violenza eventuale, laddove, invece, il contatto fisico è possibile ma non necessario, come il calcio o il basket; e, infine, tutte quelle attività dove la violenza è alla radice esclusa dalla tipologia di attività esercitata (nuoto, tennis, l’atletica leggera). Ebbene, mentre in quest’ultimo caso non vi sono problemi di sorta atteso che la violenza non è mai consentita, maggiori problematiche nascono dalle prime due categorie per le quali, invece, occorre stabilire se e quando l’ordinamento consenta di ritenere non punibili le offese provocate nell’esercizio dell’attività sportiva.
Questo il problema di fondo che si è posto il Tribunale nel caso di specie. Se, cioè, ritenere l’indagato penalmente responsabile dell’evento lesivo da lui “causato” nell’esercizio di una lecita attività sportiva.
Concentrando l’attenzione sugli sport a cosiddetta violenza eventuale, come appunto il calcio, è innanzitutto necessario stabilire se la violenza esercitata nell’esercizio dell’attività ecceda o meno i limiti consentiti dai regolamenti di quella particolare disciplina. Ovviamente, occorre tenere presente il tipo di sport esercitato. Praticando il calcio, ad esempio, è “normale” e fisiologico essere protagonisti di infortuni ed episodi cosiddetti “violenti”. O meglio, ciò che si deve preliminarmente stabilire è quando, in caso di episodi violenti, si fuoriesca dal campo del semplice illecito sportivo per entrare in quello dell’illecito penale. Tale distinzione, ormai del tutto pacifica sia in dottrina sia in giurisprudenza, deve essere ricercata nella volontarietà o meno dell’atto illecito: saranno quindi considerati meri illeciti sportivi e come tali non punibili penalmente tutte quelle lesioni frutto di violazioni involontarie dei regolamenti poste in essere per incapacità, scarsa accortezza, semplice casualità, ecc. Saranno, per contro, considerati illeciti penali tutte quelle lesioni cagionate volontariamente durante una competizione sportiva, laddove la gara sia solo un pretesto per l’offesa. Non esistono, quindi, problemi di interpretazioni ogni qual volta la violenza venga esercita, pur nell’ambito della competizione sportiva, con volontarietà. In tali casi, ovviamente, il responsabile della violenza ne risponderà come in qualunque altro caso di vita quotidiana. Ad esempio, è il caso del calciatore che, a gioco fermo e con palla lontana, colpisca l’avversario con un pugno al volto. E’ evidente che, in questi casi, non si possa mai invocare una causa di giustificazione “sportiva”, essendo la partita solo un pretesto per la condotta violenta.
Ben diverso è, invece, il caso sottoposto alle indagini del Procuratore di Rimini. Infatti, il giocatore responsabile della violenza, senza alcuna violazione delle regole del gioco, si scontrava fortuitamente con l’avversario andandolo a colpire violentemente nel fianco. Ebbene, in questo caso, che potremmo definire di “scuola”, per pervenire a determinare la responsabilità penale in capo all’agente, occorre dimostrare che quest’ultimo, con la sua condotta, abbia superato quello che comunemente viene definito il “rischio consentito”.
Il nostro ordinamento, per giustificare la non punibilità di certe condotte “violente”, introduce il limite del cosiddetto rischio consentito, ovvero, nell’esercizio di una attività sportiva è necessario, oltre al consenso dell’atleta alla partecipazione alla gara, anche il rispetto delle regole del gioco. In buona sostanza, si ritiene, per costante giurisprudenza, che la condotta di uno sportivo, nella specie di un calciatore, potrà ritenersi lecita non solo quando rispetti le regole specifiche della disciplina praticata, ma anche quando, pur violando le regole del gioco, non superi il cosiddetto rischio consentito. Si tratta, cioè, di una serie di comportamenti “scriminati” legati all’attività sportiva nel senso che, qualora li stessi comportamenti fossero mantenuti al di fuori di un’attività sportiva allora si verterebbe in un’attività penalmente (o civilmente) rilevante. La concorde giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, considera pertanto condotte penalmente rilevanti quelle che, superando il rischio consentito, pongono a repentaglio l’incolumità fisica dei giocatori producendo una lesione all’integrità fisica. Al contempo, è pacifica nel ritenere esente da responsabilità quell’atleta che, pur nel rispetto delle regole del gioco, realizzi involontariamente un danno all’avversario.
Ad essere più precisi, si rientra nell’ambito delle cosiddette scriminanti non codificate dell’esercizio dell’attività sportiva: quando, in pratica, le lesioni nel corso di una competizione sportiva siano procurate nel rispetto delle regole del gioco e senza superare la soglia del cosiddetto rischio consentito. La Suprema Corte di legittimità, in proposito, è chiara nel prevedere che, in tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva, quando i comportamenti violenti non oltrepassino la soglia del rischio consentito essi appartengono alla categoria dei meri illeciti sportivi penalmente irrilevanti (Cass. Pen. Sez. V, 2 giugno 2000, n. 8910).
Infatti, ogni qual volta si verta in lesioni nell’ambito di un’attività sportiva, per potersi pervenire ad una affermazione di penale responsabilità occorre, innanzitutto, che l’autore del fatto abbia volontariamente violato i regolamenti di quella disciplina (in modo tale da superare il limite di lealtà sportiva posto a fondamento di quella particolare competizione) ed allora sarà chiamato a risponderne a titolo di dolo, colpa o preterintenzione.
Ebbene, è evidente che nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale Riminese, non avendo l’indagato violato alcun regolamento di gioco nessun rimprovero può essere allo stesso attribuito. Ma ogni conseguenza dannosa viene dall’ordinamento tollerata e per l’effetto scriminata: esiste costante e pacifica Giurisprudenza di legittimità in tal senso.
A titolo esemplificativo e di sicuro pregio giuridico è, a proposito, la decisione della Corte di legittimità chiamata a pronunciarsi nel caso di un portiere di calcio colpito con una gomitata all’addome da un giocatore avversario, laddove ricorda la Corte come non sia sufficiente violare le regole tecniche di un determinato gioco affinché possa dirsi penalmente rilevante il danno cagionato a terzi, se e quando ciò sia avvenuto quale conseguenza fisiologica dell’azione. Secondo i giudici di legittimità: “in materia di lesioni personali derivanti dalla pratica dello sport, le elaborazioni dottrinarie e giurisprudenziali hanno, da tempo, definito i contorni della nozione di illecito sportivo, nozione che ricomprende tutti quei comportamenti che, pur sostanziando infrazioni delle regole che governano lo svolgimento di una certa disciplina agonistica, non sono penalmente perseguibili, neppure quando risultano pregiudizievoli per l’integrità fisica di un giocatore avversario, in quanto non superano la soglia del c.d. rischio consentito“. E ancora: “si tratta di un’area di non punibilità, la cui giustificazione teorica non può che essere individuata nella dinamica di una condizione scriminante……”, in particolare “nell’area delle cause giustificazione c.d. non codificate in considerazione dell’interesse primario che l’ordinamento statuale riconnette alla pratica dello sport” (Cass. Pen., Sez. V, 2005 n. 19473).
In buona sostanza, ne consegue che, qualora la condotta dell’agente non sia contraria alle regole tecniche (come nel caso analizzato), il giocatore autore di una lesione (ma rispettoso delle regole del gioco) non sarà perseguibile penalmente stante il mancato superamento della soglia del rischio consentito. Quindi, anche in presenza di lesioni gravi, la condotta “lesiva” comunque conforme ai regolamenti di quella particolare disciplina sportiva sarà tollerata dall’ordinamento escludendo per l’effetto ogni responsabilità penale in capo all’autore.
In pratica, secondo la prevalente giurisprudenza, non vi è superamento del rischio consentito quando vengano osservate le regole del gioco ovvero quando esse, nella foga agonistica vengano involontariamente violate. Diverso discorso, invece, nel caso di una violazione volontaria ove i fatti lesivi potranno dar luogo ad un eventuale responsabilità penale (Cass. Pen. Sez. V, 2 giugno 2000, n. 8910).
E ancora: “in tema di lesioni cagionate nel contesto di un’attività sportiva si verte nel superamento del c.d. rischio consentito ogni qual volta l’agente realizzi l’evento mediante una violazione volontaria delle regole del gioco”. (Cass. Pen. Sez. IV, 25 settembre 2003, n. 39204 e in senso conforme, Cass. Pen. Sez. IV, 20 giugno 2001, n. 24942, Cass. Pen. Sez. IV, 27 marzo 2001, n. 24942, Tribunale di Montepulciano, 10 gennaio 2002).
In conclusione, non si può non essere d’accordo con questo prevalente orientamento, stante, soprattutto, la rilevanza sociale e culturale che la pratica sportiva assume nella nostra società e che sarebbe, inevitabilmente, destituita di significato qualora ogni “incidente” venisse portato nelle già sin troppo intasate aule dei nostri tribunali.
Merita un breve approfondimento una recente sentenza del Tribunale di Bologna in materia di guida sotto l’effetto di sostanza stupefacente (Tribunale di Bologna - Sentenza n. 1422 del 16 giugno 2009).
Secondo quanto deciso dal Tribunale di merito, ai fini della configurabilità della contravvenzione di guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti, così come previsto e punito dall’art. 187 del codice della strada, sono necessari sia un adeguato esame chimico su campioni di liquidi biologici, con esito ovviamente positivo, sia l’esecuzione di una visita medica che possa certificare uno stato di alterazione dovuto effettivamente all’assunzione di sostanze proibite.
A ben vedere, il giudice bolognese, ritenendo non soddisfacente il solo esame delle urine a provare il reale stato di alterazione psicofisica, ha pronunciato sentenza di assoluzione evidenziando che, la contravvenzione di cui all’art. 187 c.d.s., presuppone e richiede una vera e propria attualità dell’uso della sostanza vietata. Non basta cioè, per fondare una responsabilità penale del conducente, provare lo stato di assunzione di sostanze droganti esclusivamente attraverso un esame delle urine del conducente medesimo.
In buona sostanza, nel caso deciso dal Tribunale di merito, il giudice investito della decisione ha ritenuto che l’esame così come eseguito non fosse in grado di provare che l’assunzione dello stupefacente fosse avvenuta immediatamente prima del rilascio dei campioni di urine, ben potendo la rilevata positività significare che l’assunzione fosse risalente nel tempo.
E’ bene sapere, infatti, per meglio comprendere la decisione in parola, che in caso di assunzione di cannabinoidi, gli esami effettuati sulle urine possono rilevare una positività in realtà risalente a molto tempo addietro, sino addirittura a tre settimane prima.
Nel caso preso in esame dal giudice di Bologna, in effetti, la sostanza riscontrata era proprio cannabis e il giudicante ha ritenuto che gli esami delle urine non fossero da soli sufficienti a fondare una responsabilità penale dell’imputato.
E’ oramai consolidato dalla giurisprudenza di legittimità che, nei casi di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, a differenza di quanto accade per le ipotesi di guida in stato di ebbrezza, sia necessario, ma non sempre sufficiente, che lo stato di alterazione sia accertato attraverso l’esame dei liquidi biologici (volgarmente, esame delle urine).
Ciò significa che non è sufficiente, per potersi fondare la prova del fatto, il ricorso ai soli elementi sintomatici esterni come invece accade per le ipotesi di guida in stato di ebbrezza, come disciplinato dall’art. 186 c.d.s. Deve escludersi pertanto che lo stato di alterazione psicofisica sia desunto da elementi esterni senza che vi sia anche un riscontro della positività effettuato mediante gli esami delle urine.
Va da sé che, in tutti i casi in cui sia necessario individuare uno stato di alterazione dovuto all’assunzione di sostanze droganti, gli agenti operanti potranno far ricorso ai suddetti elementi esterni (quali ad esempio, deposizione degli operanti, confessione, circostanze dell’accertamento, andatura di guida, etc.) al fine di decidere se procedere o meno a controlli più approfonditi quale quello delle urine, gli unici, come detto, in grado di poter fondare una prova del reato.
Su questo punto la Corte di legittimità pare essere concordemente univoca laddove richiede la necessità che lo stato di alterazione del conducente dell’auto sia accertato attraverso un esame sui campioni biologici escludendo, invece, il ricorso ai soli elementi sintomatici esterni.
In conclusione, sembra potersi affermare che l’esame delle urine sia certamente indispensabile ai fini di una corretta prova del fatto ma che debba essere suffragato da altri elementi che possano dimostrare l’attualità dello stato di alterazione psicofisica. Non sempre, infatti, le tecniche effettuate per l’esame dei liquidi biologici dimostrano, al di la di ogni ragionevole dubbio, che le sostanze vietate siano state assunte poco prima di porsi alla guida di un’autovettura.
Il caso sottoposto alla nostra attenzione dimostra proprio questo e il giudice bolognese ha ritenuto che la prova dell’attualità dell’assunzione delle sostanze non potesse essere provata unicamente dagli esami, pur positivi, sulle urine del conducente.
Sarà quindi buona prassi operativa degli agenti di polizia quella di coniugare l’accertamento effettuato mediante esame delle urine al riscontro positivo di tutte quelle circostanze rilevanti per la dimostrazione dell’attualità dell’alterazione.
Riforma del codice di procedura civile
E’ stata di recente pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 2009, il disegno di legge recante “Disposizioni per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, nonchè in materia di processo civile“, contenente, appunto, la riforma del processo civile.
La suddetta novella, che riguarda i processi instaurati dopo il 4 luglio, introduce importanti modifiche su tutto il corpo del codice di rito. La riforma modifica sensibilmente il processo civile, anche e soprattutto nella direzione della ragionevole durata.
Ma vediamo, sinteticamente, quali sono le principali novità.
Di sicuro interesse è la nuova previsione in materia di competenza per valore: il nuovo art. 7 eleva a € 5.000,00, la competenza per valore della cause del giudice di pace. Per le cause di risarcimento del danno, prodotto dalla circolazione di veicoli e di natanti, il valore passa da € 15.493,71, come stabiliva la vecchia disciplina, a euro 20.000,00.
Viene introdotta, inoltre, un’apposita competenza per le cause relative agli interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali; tuttavia, si badi bene, per tali cause non si applicano le norme per le controversie in materia di lavoro di cui al libro secondo, titolo IV, del codice (nuovo ult. comma art. 442): queste cause, quindi, saranno trattate secondo il rito ordinario.
Altra modifica rilevante riguarda l’eccezione di incompetenza di cui all’art. 38, primo comma, secondo cui, in base al vecchio testo, l’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio nei casi previsti dall’articolo 28 devono essere rilevate, anche d’ufficio, non oltre la prima udienza di trattazione. Ora, per effetto della riforma, il citato articolo prevede che: “L’incompetenza per materia, quella per valore e quella per territorio sono eccepite, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata”. La mancata eccezione nel termine suddetto ne comporta l’inevitabile decadenza: pertanto, è previsto che l’avvertimento di cui al n. 7 dell’art. 163 c.p.c., riferito agli elementi essenziali dell’atto di citazione, debba essere dato al convenuto in richiamo espresso anche alle evenienze ex art. 38 citato. Il potere del giudice di rilevare d’ufficio le incompetenze (fuori dalle ipotesi di quella territoriale derogabile) sopravvive, però, in ogni caso. La novità va anzitutto colta in prospettiva dell’impugnazione: se non è stata tempestivamente sollevata l’eccezione di incompetenza e questa non è stata rilevata dal giudice d’ufficio, l’impugnazione è preclusa. Quanto, infine, alla forma del provvedimento, secondo il nuovo dettato, l’ordinanza sostituisce la sentenza.
Altra modifica di evidente interesse, soprattutto per gli addetti ai lavori, è quella in materia di spese e sanzioni. In buona sostanza, per effetto della novella, vengono ritoccate le norme sottese alla regolamentazione delle spese di lite ed innalzati i poteri sanzionatori del Giudice per chi, a vario titolo, rallenti la durata fisiologica e ragionevole del procedimento. In particolare, il primo comma dell’art. 91 c.p.c., ha inserito che il giudice ”se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 92″. L’art. 92 c.p.c., invece, interviene sulla possibilità, fuori della soccombenza reciproca, della compensazione delle spese e aggiunge un altro elemento restrittivo; ovvero, che concorrano “altre gravi ed eccezionali ragioni”. Si cerca, cioè, di ridurre il sin troppo diffuso fenomeno della compensazione delle spese di lite. Sarebbe auspicabile che un siffatto intervento legislativo possa, finalmente, disincentivare la prassi, ahimè dilagante, dell’iniziare una causa sempre e comunque (a prescindere cioè, dalle reali ragioni dell’attore) a danno, ovviamente, del povero e ignaro cliente!!!
Da ultimo, sempre in materia di spese e sanzioni, viene aggiunto un terzo comma all’art. 96 c.p.c.: “quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.
Altra novità di rilievo è quella riguardante le misure di cosiddetta coercizione “indiretta“: il nuovo art. 614-bis c.p.c., infatti, prevede un rafforzamento delle condanne giudiziali aventi ad oggetto obblighi di fare infungibili o obblighi di non fare. La nuova norma prevede che, con il provvedimento di condanna, il giudice possa fissare la somma di denaro dovuta dall’obbligato per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento.
Importante novità riguarda i termini per impugnare. In primis, vengono ristretti i tempi per le riassunzioni del processo. L’art. 50 c.p.c. riduce da 6 a 3 mesi (dalla comunicazione della ordinanza di regolamento o della ordinanza che dichiara l’incompetenza del giudice adito) il termine per la riassunzione della causa davanti al giudice dichiarato competente (in mancanza di apposito termine giudiziale). Allo stesso modo, sono modificati da 6 a 3, i mesi per la prosecuzione o riassunzione del processo interrotto, ex art. 305 c.p.c. Tre mesi anche per la richiesta di fissazione dell’udienza di prosecuzione, dopo la cessazione della causa di sospensione, ex art. 297 c.p.c. Ancora tre mesi il termine massimo che il giudice può concedere per la sospensione su istanza delle parti dell’art. 296 c.p.c. E ancora. Tre mesi, non più un anno, il termine dopo il quale si produce estinzione del processo per inattività delle parti, ex art. 307, I comma, c.p.c. Sempre tre mesi, invece di sei, il termine massimo che il giudice è autorizzato a fissare ai sensi del terzo comma dello stesso articolo 307. Tre mesi ancora, invece di sei, dalla notificazione della sentenza d’appello, il termine per la riassunzione davanti al primo giudice, in caso di rinvio allo stesso ex art. 353 c.p.c. Per quanto riguarda, invece, la riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio (ex. art. 392 c.p.c.) questa potrà aversi non oltre tre mesi (non più 1 anno) dalla pubblicazione della sentenza della Corte di Cassazione. Infine, viene ridotto a sei mesi il termine lungo annuale per l’esercizio dell’onere dell’impugnazione e quindi per il passaggio in giudicato ai sensi dell’art. 327 c.p.c.
Novità riguardano, inoltre, la procura alle liti e le norme relative alle CTU (consulenze tecniche d’ufficio).
Iniziando dalla procura alle liti, l’art. 182 II comma, c.p.c., in relazione al rispetto del termine perentorio assegnato alle parti ”per la costituzione della persona alla quale spetta la rappresentanza o l’assistenza, per il rilascio delle necessarie autorizzazioni, ovvero per il rilascio della procura alle liti o per la rinnovazione della stessa”. L’osservanza del termine, infatti, “sana i vizi, e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono fin dal momento della prima notificazione”.
Il primo comma dell’art. 191 c.p.c. viene riformulato allo scopo di accelerare la consulenza tecnica. Il giudice istruttore, infatti, con ordinanza ai sensi dell’articolo 183, VII comma, o con altra successiva ordinanza, “nomina un consulente, formula i quesiti e fissa l’udienza, nella quale il consulente deve comparire”. La riformulazione del terzo comma dell’art. 195 c.p.c. completa la velocizzazione della procedura della consulenza imponendo che “la relazione deve essere trasmessa dal consulente alle parti costituite nel termine stabilito dal giudice con ordinanza resa all’udienza di cui all’articolo 193. Con la medesima ordinanza il giudice fissa il termine entro il quale le parti devono trasmettere al consulente le proprie osservazioni sulla relazione e il termine, anteriore alla successiva udienza, entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, le osservazioni delle parti e una sintetica valutazione sulle stesse”.
Altre modifiche concernono il contenuto della sentenza, che dovrà contenere, ai sensi del n. 4 dell’art. 132, non più “la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione”, bensì “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”. La nuova norma va certamente collegata alla contestuale modifica del primo comma dell’articolo 118, disp. att., secondo cui “La motivazione della sentenza di cui all’articolo 132, secondo comma, numero 4), del codice consiste nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi”, nonché al nuovo articolo 360 bis che prescrive, tra le ipotesi di inammissibilità del ricorso per cassazione, il caso in cui il provvedimento impugnato abbia deciso “le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte”. Il dato normativo testuale dell’art. 118 c.p.c, pare quindi obbligare il giudice, nella stesura della sentenza, al richiamo dei conformi precedenti giurisprudenziali.
In merito alla pubblicità della sentenza, alla previsione dell’art. 120 c.p.c. relativa all’ordine di inserzione per estratto in uno o più giornali, è stata aggiunta la possibilità dell’inserzione “per estratto ovvero mediante comunicazione, nelle forme specificamente indicate, in una o più testate giornalistiche, radiofoniche, televisive o in siti internet”.
L’art. 184 bis (rimessione in termini), viene anteposto e si aggiunge all’art. 153 diventandone il secondo comma. Mentre prima della riforma la rimessione in termini operava solo riguardo alle decadenze dei mezzi istruttori già ammessi, oggi è destinata ad operare in maniera generalizzata. Di sicuro, è destinata ad operare sulle decadenze dalle eccezioni ex art. 167 c.p.c.. Non chiara è l’applicabilità della norma con riferimento ai mezzi di impugnazione.
In relazione alla testimonianza scritta, l’art. 257 bis introduce la possibilità per il giudice di disporre l’assunzione della deposizione testimoniale attraverso risposta scritta ai quesiti su cui il teste deve essere interrogato. Infatti, al primo comma prevede che”Il giudice, su accordo delle parti, e tenuto conto di ogni circostanza, può disporre di assumere la deposizione chiedendo al testimone, anche nelle ipotesi di cui all’articolo 203, di fornire, per iscritto e nel termine fissato, le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato”; mentre, l’ultimo comma precisa che il giudice, “esaminate le risposte, o le dichiarazioni, può sempre disporre che il testimone sia chiamato a deporre davanti a lui o davanti al giudice delegato”. Il grosso della disciplina della testimonianza scritta sta nelle disposizioni di attuazione, tra le quali viene inserito l’art. 103 bis (modello di testimonianza) che prescrive che essa sia resa su di un modulo conforme al modello approvato con decreto ministeriale, che individua anche le istruzioni per la sua compilazione. Oltre a una puntigliosa elencazione di modalità l’articolo stabilisce che il modulo “deve altresì contenere l’ammonimento del testimone ai sensi dell’articolo 251 del codice e la formula del giuramento di cui al medesimo articolo”.
La riforma introduce, al quarto comma dell’art. 300 c.p.c., la previsione dell’interruzione del processo allorquando l’evento interruttivo riguardi la controparte contumace e venga dichiarato e documentato dall’altra parte.
Altra novità, per ciò che riguarda la possibilità di produrre nuovi documenti in appello, norma ispirata a favore della ragionevole durata del processo. L’art. 345 terzo comma viene così riscritto: “Non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che il collegio non li ritenga indispensabili”.
Infine, in relazione al cosiddetto calendario del processo, la novella introduce l’art. 81 bis disp. att. che prescrive che il giudice, “sentite le parti e tenuto conto della natura, dell’urgenza e della complessità della causa, fissa il calendario del processo con l’indicazione delle udienze successive e degli incombenti che verranno espletati”. Naturalmente “i termini fissati nel calendario possono essere prorogati, anche d’ufficio, quando sussistono gravi motivi sopravvenuti”. Tuttavia, ”la proroga deve essere richiesta dalle parti prima della scadenza dei termini”.