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Timestamp: 2019-08-23 03:22:53+00:00
Document Index: 95653320

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'e contrario', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 27', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 1', 'sentenza\n']

Corte Costituzionale – Sentenza 18 novembre 1993, n. 422 – obiezionedicoscienza.it
SENTENZA 18 NOVEMBRE-3 DICEMBRE 1993
composta dai signori: Presidente: prof. Francesco Paolo CASAVOLA; Giudici: prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. Giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, avv. Massimo VARI;
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 8, secondo e terzo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza), promosso con ordinanza emessa il 26 gennaio 1993 dal Tribunale militare di Padova nel procedimento penale a carico di Parisio Mario, iscritta al n. 172 del registro ordinanze 1993 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 17, prima serie speciale, dell’anno 1993;
Udito nella camera di consiglio del 6 ottobre 1993 il Giudice relatore Prof. Antonio Baldassarre;
1- Nel sollevare questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, secondo e terzo comma, della legge 15 febbraio 1972, n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza), il Tribunale militare di Padova ricorda, in linea di fatto, che Mario Parisio, militare di leva in servizio dal 29 aprile 1991, il 25 settembre dello stesso anno, inviato dall’ospedale militare al corpo di appartenenza, non si presentava e rimaneva in assenza arbitraria fino al 20 maggio 1992, giorno in cui si è presentato al Distretto militare di Caserta. Con sentenza del 31 marzo 1992, peraltro, il Parisio veniva condannato in contumacia a quattro mesi di reclusione militare, con il beneficio della sospensione condizionale della pena, per l’arbitraria assenza protrattasi dal 25 settembre 1991 alla data della condanna. Il Tribunale militare di Padova, chiamato a giudicare nuovamente il Parisio per due distinti fatti di diserzione (tanto l’assenza arbitraria dal 31 marzo al 20 maggio 1992, quanto quella protrattasi dal 4 giugno all’11 dicembre dello stesso anno), osserva nell’ordinanza di rimessione che dalle dichiarazioni e dai documenti acquisiti nel dibattimento risulta che l’imputato ha dichiarato di non voler prestare il servizio militare per obbedire all’imperativo morale di far fronte con il suo aiuto e il suo lavoro a una disastrosa situazione della sua famiglia (composta dai genitori e da dieci figli), soprattutto a causa di una malattia della madre, ormai giunta allo stadio terminale, e del fatto che il suo lavoro, in presenza di un padre alcolizzato e disoccupato e di molti fratelli ancora minori di età, è una delle principali fonti per il sostentamento della famiglia stessa.
Posti questi elementi di fatto, il giudice a quo rileva come il dovere morale, che ha indotto l’imputato ad assentarsi dal reparto nel quale prestava il servizio militare, non può costituire giustificato motivo di rifiuto del servizio stesso, ai fini dell’esonero a pena espiata, ai sensi dell’art. 8, secondo e terzo comma, della legge n. 772 del 1972, poiché le ragioni addotte dall’imputato non rientrano tra i motivi di coscienza previsti dall’art. 1 della medesima legge. In realtà, l’imputato avrebbe potuto beneficiare dell’esonero dal servizio militare di leva per ragioni di famiglia: ma egli, essendo apparso totalmente ignorante dei suoi diritti, in assenza di adeguati istituti di patronato sociale non ha chiesto di godere di tale beneficio. Di fronte a questa situazione, il giudice a quo dubita della legittimità costituzionale dell’art. 8, secondo comma, della ricordata legge n. 772, poiché apparirebbe contrario al principio di eguaglianza (art. 3 della Costituzione) l’accordare una tutela a motivi di coscienza di un certo tipo (come la contrarietà all’uso delle armi per i motivi indicati nell’art. 1 della stessa legge) e non agli altri motivi di coscienza, pur se non riconducibili all’incondizionata contrarietà all’uso delle armi. Inoltre, in riferimento al medesimo parametro costituzionale, lo stesso giudice a quo ritiene ingiustificata la diversità fra la norma impugnata, che prevede l’adduzione degli specifici motivi di coscienza indicati nell’art. 1 della medesima legge, e la disposizione contenuta nell’art. 8, primo comma, la quale punisce il puro e semplice rifiuto del servizio civile alternativo senza che sia necessaria l’adduzione di particolari motivi di coscienza o di altro genere.
Ad avviso del giudice a quo, lo stesso art. 8, secondo comma, appare contrastare anche con altre norme costituzionali, segnatamente quelle che tutelano il rispetto della coscienza come principio creatore di ogni altra libertà (artt. 2, 19 e 21 della Costituzione). Infatti, tali valori, che hanno indotto il legislatore a configurare il reato di cui all’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972, ricorrono anche in relazione ad una posizione di coscienza non riconducibile all’incondizionata contrarietà all’uso delle armi, sicché pur in tal caso occorre evitare, se si vuole tutelare il valore della coscienza, la c.d. spirale delle condanne. Per questi stessi motivi, la disposizione impugnata sembra contrastare anche con l’art. 27, terzo comma, della Costituzione (le “pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), poiché tale principio costituzionale preclude al legislatore di porre norme che, misconoscendo la sostanziale unitarietà del fatto da penalizzare, comportino una certa frammentazione e indeterminatezza e, quindi, una disumanità del trattamento sanzionatorio.
Sulla base delle argomentazioni svolte, il giudice a quo, in riferimento ai parametri già indicati, chiede a questa Corte di dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972, nella parte in cui esclude che il reato ivi configurato si realizzi per il solo fatto del rifiuto del servizio militare o con l’adduzione di motivi di coscienza diversi da quelli indicati nell’art. 1 della stessa legge. O, se si preferisce, precisa il giudice rimettente, la Corte potrebbe semplicemente caducare l’inciso “adducendo i motivi di cui all’art. 1” contenuto nell’art. 8, secondo comma. Inoltre, poiché quest’ultimo articolo prevede che il reato si realizzi soltanto quando il rifiuto del servizio militare venga posto in essere “prima di assumerlo”, il giudice a quo chiede a questa Corte di dichiarare, in riferimento agli stessi parametri, l’incostituzionalità dell’art. 8, secondo comma, nella parte in cui esclude che il reato ivi configurato si realizzi anche dopo l’assunzione del servizio militare di leva. In proposito il giudice rimettente osserva che la Corte con la sentenza n. 467 del 1991 ha riconosciuto l’ingiustificatezza di simile limitazione, ma ha dichiarato di non poterla annullare in quanto da una tale pronunzia sarebbe potuto derivare un effetto peggiorativo del trattamento sanzionatorio dell’obiettore di coscienza. Ma quest’ultima osservazione è contestata dal giudice a quo tanto perché nella considerazione della maggiore o minore gravità di un trattamento sanzionatorio andrebbero valutati anche gli effetti conseguenti all’espiazione della pena, quanto soprattutto perché nel caso di specie l’imputato è incriminato per reati puniti con una sanzione superiore a quella prevista dalla norma impugnata, di modo che all’annullamento di quest’ultima conseguirebbe un trattamento per lui più favorevole.
Infine, il giudice a quo solleva questione di costituzionalità, sempre in riferimento ai medesimi parametri costituzionali, nei confronti dell’art. 8, terzo comma, che, contenendo una fattispecie autonoma da quelle proprie dei commi precedenti (come ha riconosciuto la stessa Corte nella sentenza n. 467 del 1991), appare illegittimo nella parte in cui non prevede l’esonero dalla prestazione del servizio militare a seguito dell’espiazione della pena da parte di chi abbia rifiutato il servizio militare per motivi di coscienza non compresi nell’art. 1 della legge n. 772 del 1972.
1- Il Tribunale militare di Padova solleva – in riferimento agli artt. 2, 3, 19, 21 e 27, terzo comma, della Costituzione – distinte questioni di legittimità costituzionale nei confronti dell’art. 8, secondo e terzo comma, della legge 15 febbraio 1972, n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza).
2- L’insieme delle contestazioni mosse dal giudice a quo all’art. 8, secondo e terzo comma, della legge n. 772 del 1972, mira a ottenere da questa Corte interventi additivi o correttivi sulle disposizioni impugnate, diretti al risultato di estendere l’esonero conseguente alla pena espiata per i reati di rifiuto del servizio militare a coloro che manifestino tale volontà anche successivamente all’assunzione del servizio stesso tanto se giustifichino il rifiuto adducendo motivi di coscienza anche diversi da quelli indicati dal più volte ricordato art. 1 della medesima legge, quanto se esprimano lo stesso rifiuto senza addurre motivo alcuno. Tuttavia, occorre subito osservare che, per effetto di una decisione pronunziata successivamente all’emissione dell’ordinanza introduttiva del presente giudizio, questa Corte è già intervenuta sulla sostanza del complessivo problema sollevato dal Tribunale militare di Padova in un senso non contrario a quello auspicato dal medesimo giudice a quo.
Considerata alla luce dei precedenti giurisprudenziali – e, in particolare, in relazione alla sentenza n. 467 del 1991 – e valutata in base alla motivazione della decisione prima citata, la pronunzia ora ricordata, resa in base agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione (parametri invocati anche nel caso in questione), ha evidentemente una portata generale, nel senso che estende i suoi effetti a tutti i militari imputati di reati comportanti forme di rifiuto del servizio militare che si vengano a trovare assoggettati alla “spirale delle condanne”. È chiaro, infatti, che, nel ragionamento svolto da questa Corte nella sentenza n. 343 del 1993, è l’effetto della “spirale delle condanne” a porsi, di per sé, in contrasto con i valori e i fini espressi dal combinato disposto degli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.
3- Resta da esaminare, pertanto, la prima delle questioni sollevate dal giudice a quo, che è in parte inammissibile e in parte non fondata.
4- Non fondata è, infine, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, secondo comma, per la parte in cui concerne la pretesa disparità di trattamento rispetto all’ipotesi di reato configurato nel comma precedente dello stesso articolo, disparità in conseguenza della quale il giudice a quo è pervenuto a richiedere a questa Corte una pronunzia diretta a eliminare nella disposizione impugnata qualsiasi rilievo all’adduzione di motivi per il rifiuto del servizio militare.
Le ipotesi di reato che il giudice rimettente pone a confronto sono in realtà totalmente eterogenee sia sotto il profilo soggettivo, sia sotto il profilo delle condotte considerate. Per quel che riguarda il primo aspetto, occorre osservare, infatti, che, mentre l’art. 8, primo comma, concerne coloro che sono ammessi ai benefici previsti nella legge n. 772 del 1972, il capoverso, invece, presuppone proprio la mancata ammissione ai predetti benefici. Sul piano delle condotte, poi, mentre, il primo comma riguarda il rifiuto del servizio militare non armato e di quello sostitutivo, diversamente il secondo comma ha ad oggetto il rifiuto del servizio militare come tale. È, pertanto, evidente che la questione sollevata dal giudice a quo concerne ipotesi che, sulla base della costante giurisprudenza di questa Corte, non possono essere ritenute comparabili ai fini dell’applicazione dell’art. 3 della Costituzione. Per questa parte, dunque, la questione va rigettata.
Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8, terzo comma, della legge 15 febbraio 1972, n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza), nella parte in cui non prevede l’esonero dalla prestazione del servizio militare di leva a favore di coloro che, avendo in tempo di pace rifiutato totalmente la prestazione del servizio stesso, anche dopo averlo assunto, sulla base di motivi diversi da quelli indicati nell’art. 1 della legge n. 772 del 1972 o senza aver addotto motivo alcuno, abbiano espiato per quel comportamento la pena della reclusione quantomeno in misura complessivamente non inferiore alla durata del servizio militare di leva;
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 novembre 1993.
Depositata in cancelleria il 3 dicembre 1993.
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