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Timestamp: 2020-07-13 14:26:32+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 618', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 603', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 201', 'art. 591', 'art. 648', 'art. 129', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 609', 'art. 597', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 581', 'art. 606', 'art. 591', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 129', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 576', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Cassazione Inammissibile - Cassazione Penale 25/03/2016 N° 12602 - Legge semplice
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Cassazione Inammissibile – Cassazione Penale 25/03/2016 N° 12602
Cassazione inammissibile – Cassazione penale 25/03/2016 n° 12602 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Numero: 12602
Testo completo della Sentenza Cassazione inammissibile – Cassazione penale 25/03/2016 n° 12602:
1. La Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con sentenza del 14 luglio 2014, decidendo sull’impugnazione proposta dall’imputato, confermava la decisione in data 22 ottobre 2010 del Tribunale di Taranto, che aveva dichiarato R.M. colpevole di concorso, con altra persona rimasta non identificata, nei reati, commessi il (omissis) , di rapina pluriaggravata in danno di L.F. , dipendente della stazione di servizio ERG sita in (omissis) , e di porto ingiustificato di un coltello (artt. 110, 628, terzo comma, n. 1, cod. pen., 4 legge 18 aprile 1975, n. 110 e 61, primo comma, n. 2 cod. pen.) e lo aveva condannato – unificati gli illeciti sotto il vincolo della continuazione e concesse le circostanze attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto alle aggravanti e alla recidiva contestate alla pena principale di anni tre, mesi sei di reclusione ed euro 800,00 di multa, nonché a quella accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque.
2. Ha proposto ricorso per cassazione il R. , con atto sottoscritto da lui personalmente e dal proprio difensore di fiducia.
3. Con ordinanza del 18 giugno 2015, depositata il successivo 7 luglio, la Seconda Sezione penale, assegnataria ratione materiae del ricorso, ne ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite.
La Sezione rimettente, preliminarmente, rileva che l’impugnazione appariva inammissibile, sottolineando testualmente che “le censure proposte, oltre che essere fortemente orientate verso un non consentito riesame del merito, finiscono per essere in larga misura meramente reiterative delle stesse questioni agitate in appello e motivatamente disattese dai giudici del grado, senza che i relativi apporti argomentativi abbiano poi formato oggetto di una autonoma e articolata critica impugnatoria, in tal modo finendo per incorrere nel vizio di aspecificità”.
4. Il Primo Presidente, con decreto in data 16 luglio 2015, ha assegnato – ex art. 618 cod. proc. pen. – il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica, al cui esito le parti processuali hanno rassegnato le conclusioni in epigrafe precisate.
1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “se la Corte di cassazione, adita con ricorso inammissibile, possa dichiarare la prescrizione del reato intervenuta prima della sentenza di appello, ma non rilevata né eccepita in quella sede o nei motivi di ricorso”.
2. Si deve, innanzi tutto, ritenere condivisibile la delibazione incidentale della Sezione rimettente circa l’inammissibilità del ricorso.
2.1. Ed invero, le doglianze articolate nel primo motivo di ricorso sono diverse da quelle consentite nella parte in cui non sono volte ad evidenziare violazioni di legge o mancanze argomentative e illogicità percepibili ictu oculi della sentenza impugnata, bensì mirano a sollecitare un improponibile sindacato sulle scelte valutative della Corte di appello e reiterano in gran parte le censure già sollevate dinanzi a quel Giudice, che le ha ritenute infondate sulla base di una lineare e adeguata motivazione, strettamente ancorata a una completa e approfondita disamina delle risultanze processuali, nel rispetto delle regole di cui all’art. 192 cod. proc. pen.
La rinnovazione in appello dell’istruttoria dibattimentale rappresenta, invero, un istituto di carattere eccezionale, al quale può farsi ricorso, in deroga alla presunzione di completezza dell’istruttoria espletata in primo grado, esclusivamente allorché il giudice ritiene, nella sua discrezionalità, indispensabile la integrazione, nel senso che non è altrimenti in grado di decidere sulla base del solo materiale già a sua disposizione. In sostanza, dinanzi a una richiesta di rinnovazione dell’istruttoria, fondata sull’indicazione di prova preesistente al giudizio di appello, ma non ancora acquisita (noviter producta), al giudice è attribuito, ai sensi dell’art. 603, comma 1, cod. proc. pen., il potere discrezionale di accogliere o meno la sollecitazione in ossequio alla regola di giudizio della “non decidibilità allo stato degli atti”, esplicitando, senza incorrere in vizi di manifesta illogicità, le ragioni della scelta operata (Sez. U, n. 2780 del 24/01/1996, Panigoni, Rv. 203574; Sez. 2, n. 41808 del 27/09/2013, Mongiardo, Rv. 256968; Sez. 6, n. 20095 del 26/02/2013, Ferrara, Rv. 256228; Sez. 2, n. 3458 del 01/12/2005, dep. 2006, Di Gloria, Rv. 233391).
3. Deve precisarsi, inoltre, che la contravvenzione di cui all’art. 4 della legge n. 110 del 1975, commessa il 19 marzo 2008, si è estinta per prescrizione in data anteriore alla sentenza in verifica, in quanto il relativo termine considerato nella sua massima estensione (anni 5 ex artt. 157, primo comma, e 161, secondo comma, cod. pen.) e tenuto conto anche del periodo di sospensione dal 23 giugno al 14 luglio 2014 – è interamente decorso alla data del 9 aprile 2013. Tale causa estintiva, però, non era stata eccepita dalla parte interessata o rilevata dal giudice in sede di appello e neppure è stata dedotta con i motivi di ricorso.
4. Ciò posto, la questione di diritto portata all’attenzione delle Sezioni Unite impone di individuare lo spazio cognitivo riservato al giudice dell’impugnazione inammissibile.
5. Prima di passare in rassegna tali approdi interpretativi, non va sottaciuto che, nella vigenza del codice di procedura penale del 1930 (r.d. 19 ottobre 1930, n. 1399), stante il regime delle impugnazioni, che prevedeva, in base ad una precisa scansione temporale, prima la dichiarazione di impugnazione (artt. 197 e 199) e poi la presentazione dei motivi (art. 201), la giurisprudenza aveva individuato due distinte categorie giuridiche di cause d’inammissibilità, quelle originarie e quelle sopravvenute.
6. L’assetto normativo del codice di procedura penale vigente (d.P.R. 22 settembre 1988, n. 447) è designato da plurimi profili di novità, quali la scomparsa della distinzione tra dichiarazione e motivi d’impugnazione, il venir meno della competenza alternativa e per taluni casi esclusiva del giudice a quo e di quello ad quem ex artt. 207 e 209 cod. proc. pen. del 1930, modello superato dalla previsione di cui all’art. 591, comma 2, cod. proc. pen. vigente, che affida al solo giudice dell’impugnazione la competenza a dichiararne l’inammissibilità.
7. In questo diverso contesto normativo, i plurimi interventi delle Sezioni Unite sul tema d’interesse hanno escluso che l’art. 648 cod. proc. pen., in quanto diretto a regolamentare il giudicato formale e, quindi, a dare avvio alla fase esecutiva, possa essere utilizzato per chiarire il rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e cause di non punibilità ex art. 129 cod. proc. pen. e hanno fatto leva, invece, sulle norme che regolano il processo, individuando in esse la disciplina di riferimento, per stabilire quale dei due dati considerati debba prevalere.
Inizialmente, sulla scia dell’esperienza maturata nel vigore del vecchio codice di rito, si è continuato a fare riferimento alle categorie delle “cause originarie” e “cause sopravvenute”, ma si è progressivamente dilatata, come si vedrà, l’area delle prime rispetto a quella delle seconde, sino a pervenire al definitivo abbandono di tale distinzione.
L’art. 606 cod. proc. pen., letto nel suo integrale contesto, colloca, infatti, la manifesta infondatezza, al pari degli altri casi previsti, tra le cause di inammissibilità intrinseche al ricorso, sicché non è dato comprendere come possa legittimarsi un differenziato inquadramento dogmatico della medesima rispetto alle altre ipotesi di inammissibilità. L’argomento decisivo, per superare ogni discrimine “qualitativo” tra la manifesta infondatezza e le altre cause di inammissibilità del ricorso, va individuato “nel nesso, rilevabile anche sul piano testuale, che collega l’inammissibilità alla tipizzazione delle vie di accesso alla Corte suprema, allo scopo di ridefinire funzione e limiti del giudizio di legittimità, seguendo le linee di un sistema di devoluzione rigorosamente prestabilito sia in senso positivo (v. l’art. 606, comma 1, ma anche l’art. 609, comma 1, soprattutto se oggetto di comparazione con l’effetto devolutivo proprio dell’appello, ex art. 597 cod. proc. pen.) sia in senso negativo (secondo lo schema delineato dall’art. 606, comma 3)”.
La natura dichiarativa della pronuncia di inammissibilità è meramente ricognitiva della mancata instaurazione del giudizio di legittimità e il relativo accertamento, pur non sempre agevole, implica una tipologia di verifica che prescinde da qualsiasi “scrutinio contenutistico del ricorso” nel confronto con la sentenza impugnata. Con specifico riferimento alla manifesta infondatezza, i criteri rivelatori della medesima sono le censure palesemente inconsistenti, “caratterizzate da evidenti errori di diritto nella interpretazione della norma posta a sostegno del ricorso, il più delle volte contrastate da una giurisprudenza costante e senza addurre motivi nuovi o diversi per sostenere l’opposta tesi, ovvero invocando una norma inesistente nell’ordinamento” o ancora contrassegnate da evidente pretestuosità.
7.4. Sez. U, n. 33542 del 27/06/2001, Cavalera, Rv. 219531, decidendo un ricorso avente ad oggetto esclusivo la richiesta di estinzione del reato per prescrizione, maturata dopo la decisione impugnata ma prima della decorrenza del termine per proporre ricorso, nel ribadire – seguendo lo stesso percorso argomentativo di Sez. U, De Luca – che ogni pronuncia di inammissibilità di risolve in una absolutio ab instantia, evidenzia che, nel caso esaminato, l’atto d’impugnazione era soltanto apparente, in quanto non conteneva censure avverso la decisione, e ciò in violazione della prescrizione di cui all’art. 581, comma 1, lett. a), cod. proc. pen., ma si limitava a reclamare, con un unico motivo, nonostante il giudicato sostanziale, l’applicazione della causa estintiva sopravvenuta alla medesima decisione, doglianza distonica rispetto al regime di tassatività dei “casi” di ricorso ex art. 606, comma 1, cod. proc. pen. e, quindi, non consentita. Coerente la conclusione della inammissibilità del ricorso con effetti assorbenti e preclusivi.
In tale decisione si ribadisce testualmente che “l’intervenuta formazione del giudicato sostanziale derivante dalla proposizione di un atto d’impugnazione invalido, perché contrassegnato da uno dei vizi indicati dalla legge (art. 591, comma 1, con eccezione della rinuncia ad un valido atto di impugnazione; art. 606, comma 3), precluda ogni possibilità sia di far valere una causa di non punibilità precedentemente maturata sia di rilevarla d’ufficio”.
In sostanza, di fronte ad un atto di impugnazione invalido e, quindi, inidoneo ad attivare il corrispondente rapporto processuale, non è possibile riconoscere alle cause di non punibilità già maturate in sede di merito (prescrizione) una loro effettività sul piano giuridico, rimanendo le stesse relegate nella categoria di “fatti storicamente verificatisi ma giuridicamente indifferenti per essersi già formato il giudicato sostanziale”.
8. Dopo le richiamate decisioni delle Sezioni Unite, non si riscontrano nella giurisprudenza di legittimità orientamenti contrari al principio di diritto che nega, in presenza di un ricorso per cassazione inammissibile, la rilevabilità ex officio della prescrizione maturata successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata, a prescindere dal fatto che detta causa estintiva si sia verificata prima o dopo la presentazione del ricorso. Altrettanto dicasi per la ritenuta inammissibilità del ricorso proposto unicamente per fare valere la prescrizione maturata nell’arco temporale compreso tra la decisione impugnata e la presentazione dell’impugnazione.
9. Il difforme indirizzo esegetico riguarda soltanto il superamento dell’effetto preclusivo del ricorso inammissibile ai fini della declaratoria di estinzione del reato per prescrizione intervenuta prima della sentenza d’appello e da questa non dichiarata.
10. Ritiene il Collegio che debba essere ribadita la linea interpretativa già tracciata da Sez. U, De Luca, Sez. U, Cavalera e Sez. U, Bracale sopra rammentate, i cui percorsi argomentativi, contraddistinti da corretta impostazione sistematica e da rigorosa consequenzialità logica, non sono posti in crisi dai successivi interventi dissonanti, sia pure limitatamente al tema specifico che viene qui in rilievo, della giurisprudenza di legittimità richiamata al precedente punto 9.
11. Aspetti focali da considerare sono, per un verso, le conseguenze che discendono dalla proposizione di un ricorso inammissibile e, per altro verso, il rapporto tra inammissibilità dell’impugnazione e applicabilità dell’art. 129 cod. proc. pen., senza trascurare, perché aspetto complementare, la coordinazione con gli specifici compiti assegnati alla Corte di cassazione nelle ipotesi di questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del processo e di quelle che non sarebbe stato possibile dedurre in grado di appello (art. 609, comma 2, cod. proc. pen.).
Tale norma, dopo avere premesso che è irrevocabile la sentenza non più soggetta a impugnazione diversa dalla revisione (comma 1), aggiunge che “Se l’impugnazione è ammessa, la sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporla o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile. Se vi è stato ricorso per cassazione, la sentenza è irrevocabile dal giorno in cui è pronunciata l’ordinanza o la sentenza che dichiara inammissibile o rigetta il ricorso” (comma 2). Identica disposizione è contenuta nel comma 3 per il decreto penale di condanna.
In particolare, secondo la richiamata norma, comparabile all’art. 576 cod. proc. pen. 1930, la scadenza del termine per proporre impugnazione avverso la sentenza impugnabile, anche nel caso in cui il relativo atto sia stato tardivamente presentato, si iscrive quale condizione per la formazione del giudicato formale. L’utilizzo della particella disgiuntiva “o” che separa questa ipotesi da quella del decorso del termine per impugnare l’ordinanza d’inammissibilità dell’impugnazione indica che l’irrevocabilità della sentenza si realizza automaticamente in coincidenza del verificarsi anche di una sola di esse, con l’ovvia precisazione che il riferimento al provvedimento di cui alla seconda ipotesi non può che riguardare le cause di inammissibilità diverse dalla tardività. A identico esito deve pervenirsi in relazione alla impugnazione di sentenza inoppugnabile. In questi due casi, il giudicato sostanziale si trasforma in giudicato formale.
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