Source: http://www.sentenze-cassazione.com/diffamazione-tramite-facebook/
Timestamp: 2019-04-24 05:51:41+00:00
Document Index: 144564684

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 595', 'art 595', 'sentenza ', 'art 3']

Home » Penale » diffamazione » Diffamazione tramite Facebook
Posted on 24 gennaio 2017 by Avv. Giuseppe Tripodi
Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, di cui alla sentenza in fondo all’articolo, i Supremi Giudici hanno avuto modo di affrontare ancora una volta la diffamazione attraverso i social network.
Divulgare offese tramite Facebook può costare una condanna per diffamazione aggravata e, nella sentenza n. 2723/2017 la Cassazione spiega chiaramente che il suddetto social network è in grado di raggiungere un elevato numero di persone e, pertanto, potenzialmente idoneo alla configurazione della fattispecie di reato.
Da alcuni anni ormai gli ermellini hanno specificato, in varie occasioni, la direzione da seguire nel caso in cui si faccia un uso improprio del citato sito internet, pertanto, nessun dubbio sulla vicenda esaminata, quando ci si lascia andare a commenti “poco carini” si rischia una condanna per diffamazione.
Nel caso di specie, l’imputata aveva inviato una serie di messaggi in cui si rivolgeva alla vittima appellandola “cornuta“
Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Trieste ha parzialmente riformato la decisione di primo grado nei confronti dell’imputata O. , che l’aveva condannata alla pena di giustizia per il reato di diffamazione, riqualificandolo ai sensi del comma 3 dell’art 595 cp, riconoscendo le attenuanti generiche, rideterminando la pena in Euro 350 di multa e confermando la condanna al risarcimento danni. Epoca del fatto (omissis).
1.Avverso la decisione ha proposto ricorso la difesa, che ha lamentato col primo motivo il vizio di motivazione circa l’individuazione dell’imputata come autrice degli sms ritenuti diffamatori, apparentemente provenienti da tale M.M. . La Corte aveva confermato la statuizione del primo Giudice sul punto, trascurando di considerare che l’indirizzo IP riferibile al predetto pseudonimo poteva essere in realtà in uso anche alle persone che abitavano con l’imputata. 1.1 Nel secondo articolato motivo è stata dedotta l’errata applicazione dell’art 595 cp, poiché il Giudice di appello avrebbe giudicato integrata la diffamazione, avvenuta tramite l’inserimento del messaggio offensivo sul profilo Facebook della persona offesa, D.L. , che in quel periodo era accessibile a tutti, come riferito dalla stessa al processo. Secondo il ricorrente la sentenza sarebbe, così, fondata su una valutazione soggettiva e non su un accertamento obbiettivo, come avrebbe dovuto essere in considerazione del fatto che la comunicazione con più persone è il presupposto del reato.
2.3. La versione proposta dalla difesa implica un’interpretazione alternativa sul fatto – come tale non ammissibile in questa fase – ed è stata adeguatamente confutata in sentenza, con la perspicua osservazione che se l’intenzione dell’imputata fosse stata quella di informare la donna tradita, lo avrebbe fatto in ogni altro possibile modo riservato e non tramite il social network, per
definizione mezzo divulgativo di informazioni verso una quantità indeterminabile di persone.
3.1 Quanto all’aspetto col quale il ricorrente ha proposto una diversa interpretazione della parola incriminata, che perderebbe il contenuto offensivo se rivolta ad una donna in quanto comunemente diretta con significato dispregiativo e ridicolizzante verso il maschio, deve osservarsi che, trattandosi di una rivisitazione nel merito di un giudizio dato nei precedenti gradi del processo, esso è inammissibile in questa fase. 3.2 D’altra parte non può fare a meno di cogliersi il senso discriminate nei confronti del genere femminile ed in contrasto col principio di uguaglianza tra i sessi di cui all’art 3 Costituzione, dal quale il discorso difensivo sembra ispirato, potendo sottendere il presupposto di una diversa considerazione culturale e sociale tra uomo e donna.
Altre sentenze su: