Source: https://www.meltingpot.org/Verso-la-fine-dello-stato-di-diritto-Da-Lampedusa-ancora.html
Timestamp: 2019-12-06 21:18:21+00:00
Document Index: 83793905

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 13', 'art.15', 'art. 13']

Verso la fine dello stato di diritto - Da Lampedusa ancora dannati nel deserto? - Progetto Melting Pot Europa
Verso la fine dello stato di diritto - Da Lampedusa ancora dannati nel deserto?
Con due importanti sentenze la Corte costituzionale aveva “demolito” alcune norme fondamentali della legge Bossi-Fini che prevedevano l’arresto obbligatorio per gli immigrati che non avessero ottemperato all’ordine di espulsione ( sentenza n. 223/2004), e che non accordavano effettive garanzie di difesa e di contraddittorio per gli immigrati destinatari di un provvedimento accompagnamento coattivo in frontiera ( sentenza n.222/2004).
Secondo la Corte, quest’ultima norma appare in contrasto con gli articoli 3,13 e 24 della Costituzione perché il provvedimento di accompagnamento immediato alla frontiera potrebbe essere eseguito prima della convalida da parte dell’autorità giudiziaria, con la possibilità che l’immigrato possa essere allontanato dal territorio nazionale prima che il giudice abbia potuto pronunciarsi su tale provvedimento “restrittivo della libertà personale”. Sarebbe quindi vanificata la garanzia prevista nel terzo comma dell’art. 13 della Costituzione in quanto la mancata convalida del provvedimento di accompagnamento forzato resterebbe del tutto priva di effetti una volta che l’immigrato sia stato allontanato dal territorio nazionale, ed inoltre verrebbe vulnerato anche il diritto di difesa, in quanto la norma dichiarata incostituzionale non prevede la audizione dell’interessato con la presenza di un difensore.
Di fronte alla possibilità di un ricorso contro il provvedimento di espulsione, presupposto dell’accompagnamento coattivo in frontiera, a Corte osserva conclusivamente come “il ricorso sul decreto di espulsione non garantisce immediatamente e direttamente il bene della libertà personale su cui incide l’accompagnamento in frontiera”.
La sentenza n. 222 richiama espressamente la precedente sentenza n.105 del 2001, che pur salvando l’impianto dell’art. 14 del T.U. 286 del 1998, che prevedeva le procedure di trattenimento presso i centri di permanenza temporanea, affermava come le garanzie previste dall’art. 13 della Costituzione “ non subiscono attenuazioni rispetto agli stranieri”. La Corte osservava in quella occasione, come “ per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi i problemi di sicurezza e di ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale”.
In questo ultimo caso il Ministero degli interni si avvale del famigerato articolo 23 del regolamento di attuazione approvato nel 1999, secondo il quale le “attività di prima assistenza e soccorso” possono essere effettuate anche al di fuori dei centri di permanenza temporanea “per il tempo strettamente necessario” per l’avvio degli immigrati verso i predetti centri.
L’art. 2 del T.U.286 del 1998, anche dopo le modifiche apportate dalla legge Bossi-Fini del 2002, prevede che i diritti fondamentali della persona umana, tra i quali si colloca certamente il diritto di difesa ( oltre che il diritto di asilo ed il diritto alla salute) vengano riconosciuti a tutti gli stranieri “comunque presenti sul territorio” e dunque anche in una posizione di ingresso o di soggiorno irregolare. Ma a Lampedusa questa norma non vale, o forse Lampedusa non viene più compresa nello spazio geografico di applicazione delle leggi italiane e della nostra Costituzione.
Non si spiega altrimenti la progressiva “secretazione” dei centri di permanenza temporanea, come ancora adesso si verifica a Lampedusa, centri preclusi persino ai parlamentari, oltre che ai giornalisti ed alle associazioni umanitarie non convenzionate, nel tentativo costante di fare “scomparire” le persone trattenute( con un trasferimento o con l’accompagnamento forzato in frontiera), prima che le stesse possano fare valere di diritti di difesa e senza che ai migranti irregolari venga riconosciuto il diritto alla comprensione linguistica dei provvedimenti che li riguardano. Spesso questi provvedimenti sono emanati ma sono notificati solo in prossimità dell’esecuzione della misura di allontanamento.
Addirittura questa volta ci si è affidati anche ad agenti della polizia libica che hanno avuto modo di entrare nel centro di Lampedusa e di contribuire attivamente alle operazioni di identificazione e di prima attribuzione di una nazionalità, affidate a personale non abilitato e senza l’intervento di agenti diplomatici e consolari. Gli immigrati trattenuti nel centro di detenzione di Lampedusa sono stati accompagnati in frontiera senza documenti identificativi
Come se queste prassi potessero essere giustificate dai recenti accordi ancora “clandestini”, perché secretati, conclusi dal governo italiano con la Libia. Ma nessun accordo bilaterale può comportare la violazione delle convenzioni internazionali e delle norme di diritto interno a salvaguardia dei diritti fondamentali della persona.
Si sono usati tutti i mezzi, fino alla menzogna per nascondere agli immigrati che venivano deportati la destinazione del loro viaggio: la Libia, dove stanno trovando quella “accoglienza” fatta di trattamenti inumani e degradanti documentata nel recente servizio di Fabrizio Gatti sul giornale L’Espresso.
La Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto di difesa e di contraddittorio agli immigrati destinatari di un provvedimento di allontanamento forzato, e l’autorità di polizia continua ad impedire agli avvocati, oltre che ai parlamentari ed ai rappresentanti dell’ACNUR, qualunque contatto con gli immigrati “trattenuti” in un aeroporto o in un centro di permanenza temporanea.
Quando ci sono i provvedimenti di convalida vengono consegnati secondo la convenienza dell’autorità che li emette ( magari già sull’aereo) e dunque hanno quella “natura meramente formale e cartacea” che, sempre secondo la Corte, contrasta con l’art. 13 della Costituzione italiana.
Nei fatti continua a prevalere la posizione affermata dal Presidente del Consiglio dei Ministri davanti alla Corte Costituzionale, malgrado la decisione contraria della stessa corte: sulla base di un lontano precedente della stessa Corte del 1972, si è applicato l’art.15 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931 n.773, secondo il quale l’accompagnamento coattivo, “incidendo solo temporaneamente sulla libertà personale, sfugge alle procedure di convalida da parte dell’autorità giudiziaria”. Una posizione che la Corte Costituzionale ha ritenuto contraria alla nostra legge fondamentale. E un regolamento di attuazione non può certo valere più dell’art. 13 della Costituzione italiana. Quanto avvenuto in questi giorni a Lampedusa, e i precedenti “rimpatri collettivi” eseguiti lo scorso ottobre testimoniano l’esatto contrario come se le decisioni politiche e le prassi amministrative valessero più della nostra Carta fondamentale.
Anche dopo gli interventi della Corte Costituzionale si diffonde comunque la percezione sempre più netta di uno stato di “sospensione” dei diritti di libertà, che in passato ha coinvolto, oltre agli immigrati ed ai loro avvocati, anche esponenti di associazioni e di enti locali, spintonati o malmenati, solo perché rivendicavano il diritto di comunicare con gli immigrati deportati da un centro di detenzione ad un altro, o peggio verso la Libia, paese che non aderisce neppure alla Convenzione di Ginevra, e che si è rifiutata in passato di fare entrare i rappresentanti di Human Rights Watch che volevano indagare sui centri di detenzione. La stessa Libia contro la quale hanno protestato numerosi rappresentanti dei paesi confinanti con le modalità inumane con cui erano stati trattati i loro cittadini dopo la espulsione dello scorso ottobre da Lampedusa.
Un vero “esempio” di collaborazione tra le forze di polizie, mentre i trafficanti dormono sonni tranquilli nelle loro agenzie di viaggio e nei loro uffici governativi in Turchia, a Malta, a Cipro, nella stessa Libia. Tanto a pagare, anche con la vita, sono sempre le vittime del traffico.
Sembrerebbe che la prova di fatti tanto evidenti anche all’occhio delle telecamere, si volatilizzi sempre, quasi che i “corpi” del reato scomparissero con la esecuzione delle misure di allontanamento. Fino a quando?
[ 22 marzo 2005 ]
Espulsione, Legge Bossi Fini, Sicilia - Lampedusa