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Timestamp: 2018-05-24 23:38:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 3', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 152', 'art. 34']

Giudice di pace corretta per le Sezioni Unite l’improcedibilità per tenuità del fatto, quando la persona offesa non compare. – Noi Radiomobile™
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Giudice di pace corretta per le Sezioni Unite l’improcedibilità per tenuità del fatto, quando la persona offesa non compare.
(Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 27 ottobre 2015, n. 43264)
2. Appare opportuno riportare preliminarmente il testo dell’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000: “(Esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto).
– 1. Il fatto è di particolare tenuità quando, rispetto all’interesse tutelato, l’esiguità del danno o del pericolo che ne è derivato nonché la sua occasionalità e il grado della colpevolezza non giustificano l’esercizio dell’azione penale, tenuto conto altresì del pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento può recare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato.
– 2. Nel corso delle indagini preliminari, il giudice dichiara con decreto d’archiviazione non doversi procedere per la particolare tenuità del fatto, solo se non risulta un interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento.
– 3. Se è stata esercitata l’azione penale, la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata con sentenza solo se l’imputato e la persona offesa non si oppongono”.
Questa facoltà inibitoria venne sottoposta a scrutinio di costituzionalità dal Giudice di pace di Napoli (con ordinanza del 14 ottobre 2004), tra l’altro, sotto il profilo della violazione degli artt. 101 [secondo comma] e 111 [secondo comma] Cost., attribuendosi a una parte la facoltà insindacabile di porre un veto al potere del giudice di apprezzare i presupposti per un esito del processo in senso liberatorio, nonché per violazione dell’art. 76 Cost., non prevedendo la legge-delega n. 468 del 1999 un simile potere inibitorio, e per violazione dell’art. 3 Cost., stante la irragionevole discriminazione tra imputati maggiorenni e minorenni, proprio per la mancata previsione nel procedimento minorile di un analogo potere di veto della persona offesa.
Tali censure (ed altre) non sono state prese in considerazione, nel merito, dalla Corte costituzionale, che, con ordinanza n. 63 del 2007 (sulla quale ci si soffermerà oltre), ha dichiarato la questione manifestamente inammissibile, per ritenuta erroneità del presupposto interpretativo dal quale aveva preso le mosse il giudice rimettente: ma è il caso di rilevare incidentalmente che il potere inibitorio della persona offesa del reato, concepito dal comma 3 dell’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000 come insindacabile, potrebbe indurre a riflessioni orientate nel senso della serietà dei dubbi di costituzionalità espressi a suo tempo dal Giudice di pace di Napoli.
Occorre, beninteso, che la persona offesa sia stata messa in grado di esprimere la sua eventuale opposizione.
Sicché non potrebbe essere pronunciata sentenza liberatoria se essa non sia citata in dibattimento, pur essendo noti gli elementi indicativi della sua residenza o dimora; né potrebbe essere adottata tale pronuncia da parte del giudice investito della richiesta di decreto penale di condanna (v. in tal senso Sez. 1, n. 16310 del 26/04/2005, Colozzo, Rv. 231331).
Ma certamente la legge non impone un’apposita convocazione della persona offesa specificamente preordinata a raccogliere la sua eventuale opposizione, dovendo per postulato legale presumersi che essa possa prospettarsi un esito liberatorio nel caso di una sua mancata comparizione in sede dibattimentale.
Siffatta conclusione non può dirsi collidere con quanto affermato da Sez. U, n. 46088 del 2008, Viele, cit., secondo cui nel procedimento davanti al giudice di pace instaurato a seguito di citazione del p.m. la mancata comparizione del querelante – pur previamente avvisato che la sua assenza sarebbe considerata concludente nel senso di una remissione tacita della querela – non costituisce fatto incompatibile con la volontà di persistere nella stessa.
Come avvertito dalla stessa ordinanza di remissione della Quinta Sezione, da tale principio -improntato per il vero a estremo rigore nella definizione della nozione di remissione extraprocessuale della querela, in una ipotesi di esplicito avvertimento del giudice circa le conseguenze di una mancata partecipazione al dibattimento – non possono ricavarsi conclusioni sovrapponibili all’istituto della particolare tenuità del fatto, dato che mentre in forza dell’art. 152 cod. pen. l’effetto estintivo si determina in base a un comportamento del querelante dal quale è ricavabile una volontà di rimettere la querela, nel caso di cui all’art. 34, comma 3, d.lgs. n. 274 del 2000, un comportamento dell’offeso è – all’opposto – richiesto per impedire il verificarsi della causa di non procedibilità.
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