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Timestamp: 2019-08-25 15:03:15+00:00
Document Index: 57926886

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 55', 'art. 14', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 41', 'art. 14', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 41']

Incompatibilità avvocati-mediatori: il regolamento innanzi al TAR e all'AGCM - Camera di Mediazione Nazionale
Incompatibilità avvocati-mediatori: il regolamento innanzi al TAR e all’AGCM
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Pluralità di domande di cui solo alcune soggette a mediazione obbligatoria: mediazione delegata per tutte! (Osservatorio Mediazione Civile n. 9/2015)
Negoziazione assistita e mediazione: rapporti tra i due istituti
l Coordinamento della Conciliazione Forense, unitamente ad un Organismo di Mediazione Forense, ad alcuni mediatori ed avvocati, ha impugnato dinanzi al Tar Lazio l’art. 6 del D.M. 139/14 e segnalerà la prevista incompatibilità degli avvocati a essere parti o a rappresentare propri clienti dinanzi agli Organismi presso i quali sono mediatori con estensione del divieto anche ai colleghi di studio, anche all’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato.
Il legislatore italiano, dopo il recepimento della direttiva comunitaria, è poi intervenuto a più riprese sull’impianto normativo del D.Lgs. n. 28/2010, in particolare con il D.M. n. 180/2010 e con il D.M. n. 145/2011, per rendere maggiormente incisive sul piano sanzionatorio le conseguenze della mancata presenza delle parti invitate all’incontro di mediazione, nonché per innalzare il livello di preparazione e di qualifica dei mediatori. Con la circolare del 20 dicembre 2012, inoltre, il Ministero della Giustizia è intervenuto su alcuni delicati aspetti della mediazione: controlli ispettivi; tirocinio obbligatorio per i mediatori iscritti; indennità di mediazione; assegnazione degli affari di mediazione a mediatori qualificati non solo dal punto di vista teorico-pratico, ma anche professionale.
Dopo una lunga e travagliata battaglia da parte di alcune categorie professionali, sfociata anche in ricorsi al Tar, nel 2012 è intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale n. 272 con la quale è stata dichiarata incostituzionale una parte della disciplina prevista dal D.Lgs. 28/2010, nonché, in via consequenziale, una parte del D.M. 180/2010.
Più di recente, poi, all’esito della riforma intervenuta con il D.L. 69/2013 (conv. in L. 98/2013), il Ministero è intervenuto con la circolare 27 novembre 2013 con la quale ha cercato di chiarire alcuni dubbi interpretativi della riforma, in particolare quelli attinenti all’obbligatorietà dell’assistenza dell’avvocato nel procedimento, sul calcolo dell’indennità del mediatore in caso di mancato consenso alla prosecuzione del procedimento dopo il primo incontro e sul sistema della competenza.
In definitiva, il legislatore ha più volte rimaneggiato la normativa con alcuni interventi determinati dal necessario adattamento del nuovo procedimento alle reali esigenze dei destinatari della disciplina (cittadini, professionisti, imprese, magistrati ecc,), nonché del sistema giudiziario.
Da ultimo, con D.M. 4 agosto 2014 n. 139 (Regolamento recante le più recenti modifiche al D.M. 18 ottobre 2010, n. 180), il Governo ha recato modifiche ed integrazioni al precedente D.M. 180/2010.
L’art. 6 del D.M. n. 139/2014, rubricato “Integrazioni”, ha previsto espressamente l’inserimento, all’interno del corpus del D.M. 180/2010, del nuovo art. 14 bis (Incompatibilità e conflitti di interesse) ai sensi del quale:
«1. Il mediatore non può essere parte ovvero rappresentare o in ogni modo assistere parti in procedure di mediazione dinanzi all’organismo presso cui è iscritto o relativamente al quale è socio o riveste una carica a qualsiasi titolo; il divieto si estende ai professionisti soci associati ovvero che esercitino la professione negli stessi locali. 2. Non può assumere la funzione di mediatore colui il quale ha in corso ovvero ha avuto negli ultimi due anni rapporti professionali con una delle parti, o quando una delle parti è assistita o è stata assistita negli ultimi due anni da professionista di lui socio o con lui associato ovvero che ha esercitato la professione negli stessi locali; in ogni caso costituisce condizione ostativa all’assunzione dell’incarico di mediatore la ricorrenza di una delle ipotesi di cui all’articolo 815, primo comma, numeri da 2 a 6, del codice di procedura civile. 3. Chi ha svolto l’incarico di mediatore non può intrattenere rapporti professionali con una delle parti se non sono decorsi almeno due anni dalla definizione del procedimento. Il divieto si estende ai professionisti soci, associati ovvero che esercitano negli stessi locali».
In sostanza, la novella – tramite l’integrazione al D.M. 180/2010 – va ad incidere sulle garanzie volte a tutelare il principio di imparzialità nel procedimento di mediazione previsto dal D.lgs. 4 marzo 2010 n. 28 (Attuazione dell’articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali) e provvede ad una tipizzazione dei casi in cui sussiste incompatibilità/conflitto di interessi del mediatore.
Orbene, già dalla prima lettura della disposizione normativa va rilevato che il legislatore ha errato nel prevedere la suindicata disciplina all’interno del Decreto Ministeriale in quanto l’art. 16, commi 2 e 5, D.lgs. 28/2010, demandava ad apposito Decreto del Ministero della Giustizia – ossia l’emanato D.M. 180/2010 (oggetto dell’integrazione suddetta) – esclusivamente il compito di dettare la disciplina aventi ad oggetto:
la formazione del registro e la sua revisione, l’iscrizione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti;
l’istituzione di separate sezioni del registro per la trattazione degli affari che richiedono specifiche competenze anche in materia di consumo e internazionali;
la determinazione delle indennità spettanti agli organismi;
i criteri per l’iscrizione, la sospensione e la cancellazione degli iscritti, nonché per lo svolgimento dell’attività di formazione, in modo da garantire elevati livelli di formazione dei mediatori;
la data a decorrere dalla quale la partecipazione all’attività di formazione costituisce per il mediatore requisito di qualificazione professionale.
A tal stregua, quindi, il Decreto Ministeriale non avrebbe potuto incidere sul tema dell’incompatibilità/conflitto di interessi del mediatore, in quanto estraneo alle materie oggetto della citata delega.
Le disposizioni appena citate, di rango primario, delimitano in maniera chiara e specifica gli spazi di manovra lasciati alla decretazione ministeriale, di natura regolamentare e, quindi, di rango secondario.
Invero, per espressa previsione normativa (art. 3, commi 1 e 2 D.lgs. 28/2010), è il regolamento dell’Organismo scelto dalle parti a dover garantire che i criteri di nomina del mediatore assicurino l’imparzialità dello stesso.
In ogni caso, a destare maggiori perplessità è indubbiamente il comma 1 del predetto articolo 14-bis, il quale – ravvisando sempre e comunque un potenziale conflitto di interessi qualora il soggetto che assiste o rappresenta la parte sia iscritto nell’elenco dei mediatori dell’Organismo prescelto – pone uno stringente limite alla parte nella scelta del professionista da cui farsi rappresentare e assistere nell’àmbito del procedimento di mediazione.
Limite che diviene ancor più stringente con l’estensione del divieto anche «ai professionisti soci, associati ovvero che esercitino la professione negli stessi locali» del soggetto iscritto presso l’Organismo di Mediazione deputato al raggiungimento dell’accordo amichevole tra le parti.
Un simile vincolo appare del tutto irragionevole ed incomprensibile atteso che in numerose realtà professionali lavorano “negli stessi locali” decine di professionisti che non sono legati tra loro da alcun tipo di rapporto ed il cui unico comune denominatore è rappresentato dal domicilio professionale (la scelta del quale spesso è suggerita dalla necessità di ridurre le spese di gestione dello Studio).
Tale “mortificazione” dell’autonomia delle parti che si apprestano ad adire un Organismo di Mediazione per comporre una controversia in atto, nonché dei professionisti che tutelano le parti stesse, rappresenta una palese violazione della qualità della mediazione e di diritti e principi di rango costituzionale, quali il diritto di difesa (art. 24 Cost.), il diritto all’iniziativa economica (art. 41 Cost.) e il principio di uguaglianza e parità di trattamento (art. 3 Cost.).
Peraltro, tale lesione è priva di qualsivoglia ragione giustificatrice in quanto il tema dell’imparzialità nel procedimento di mediazione appare già ampiamente tutelato dall’impianto normativo preesistente alla novella oggetto di gravame e, nello specifico:
a) dal regime di incompatibilità dell’avvocato mediatore di cui all’art. 55 bis del codice deontologico forense;
b) dall’obbligo previsto per il mediatore di sottoscrivere una dichiarazione di imparzialità (art. 14, comma 2, lett. a) D.lgs. 28/2010) senza cui la mediazione non può avere inizio (art. 7, comma 5 lett. a), del D.M. 180/2010);
c) dalle modalità di nomina del mediatore le quali – demandate ai regolamenti interni dell’Organismo di Mediazione ai sensi dell’art. 3, comma 2, D.lgs. 28/2010 – devono in ogni caso assicurare l’imparzialità e l’idoneità al corretto e sollecito espletamento dell’incarico;
d) dalla possibilità, per ciascuna delle parti, di chiedere al Presidente dell’Organismo di Mediazione, la sostituzione del mediatore (art. 14, comma 3, D.lgs. 28/2010);
e) dall’obbligo per gli Organismi di Mediazione di depositare il codice etico presso il Ministero della Giustizia (art. 16, comma 3, D.lgs. 28/2010);
f) dal divieto imposto alle parti di comunicare in via riservata con il mediatore in pendenza del procedimento di mediazione (art. 7, comma 7, D.M. 180/2010);
g) dal dovere del responsabile della tenuta del registro degli organismi istituito presso il Ministero della Giustizia di verificare le garanzie di indipendenza, imparzialità e riservatezza nello svolgimento del servizio di mediazione (art. 4, comma 2, lett. e) D.M. 180/2010).
Le disposizioni contenute nell’art. 14-bis del D.M. 180/2014 – introdotte dall’art. 6 D.M. 139/2014 – si manifestano, dunque, illegittime sotto diversi profili che i ricorrenti hanno portato all’attenzione del TAR Lazio e presenteranno all’Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato, in considerando che la previsione normativa possa sensibilmente incidere sui meccanismi di scelta degli avvocati da parte dei cittadini a seconda che siano iscritti o meno ad Organismi di Mediazione.
In relazione a tale profilo, infatti, giova segnalare la possibile violazione degli artt. 3 e 41 Cost. della normativa in esame per lesione dei principi di parità di trattamento, di libertà dell’iniziativa economica e di concorrenza.
Non può non evidenziarsi, infatti, che tale disposizione sembrerebbe violare i principi costituzionali dell’autonomia dell’iniziativa economica (art. 41 Cost.) e della parità di trattamento (art. 3 Cost).
Ed infatti, appare chiaro che le restrizioni poste dall’art. 14 bis, comma 1, D.M. n. 180/2010 ai professionisti nell’attività di assistenza/consulenza o rappresentanza delle parti che si accingono ad adire un Organismo di mediazione, stridono fortemente con il principio della libertà di iniziativa economica – di cui all’art. 41 Cost. – cui è informato l’esercizio della professione.
Deve rilevarsi, inoltre, come la novella di cui all’art. 14 bis D.M. n. 180/2010 arrechi alla categoria degli avvocati un pregiudizio di gran lunga maggiore rispetto agli altri professionisti.
In merito si deve ricordare che, in seguito alle novità introdotte in tema di mediazione dal D.L. n. 69/2013 (convertito e modificato dalla L. 98/2013), nelle materie in cui l’attivazione del procedimento di mediazione costituisce condizione di procedibilità dell’eventuale successiva azione giudiziale (art. 5 c. 1 bis, D.lgs. 28/2010), le parti debbono essere obbligatoriamente assistite da un avvocato.
Negli altri casi, ossia nei casi in cui la mediazione ha carattere facoltativo, l’assistenza dell’avvocato è resa pressoché indispensabile in ragione della previsione normativa di cui all’art. 12, comma 1, D.lgs. 28/2010, che attribuisce efficacia di titolo esecutivo esclusivamente all’accordo sottoscritto dalle parti assistite da un avvocato e conferisce a quest’ultimo il potere di attestare e certificare la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico.
Peraltro, se è vero – come è vero – che l’avvocato, per definizione, “ha la funzione di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti” (art. 2, comma 2, Legge 31.12.2012, n. 247, Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense) è inevitabile che, laddove sorga una controversia tra due o più parti, le stesse siano costrette a rivolgersi ad un avvocato, piuttosto che ad altri professionisti, per la tutela dei propri diritti.
L’assunto trova conferma nell’art. 2, comma 6 della legge 31.12.2012, n. 247, ai sensi del quale «fuori dei casi in cui ricorrono competenze espressamente individuate relative a specifici settori del diritto e che sono previste dalla legge per gli esercenti altre professioni regolamentate, l’attività professionale di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale, ove connessa all’attività giurisdizionale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato, è di competenza degli avvocati».
L’effetto della normativa in esame, invece, sarebbe quello, paradossale, di limitare la possibilità dei cittadini di rivolgersi al proprio avvocato, nonostante questi abbia – per espressa previsione di legge – la competenza esclusiva ad assisterlo stragiudizialmente e, nei casi in cui la mediazione è condizione di procedibilità, l’obbligo di assistere le parti nel procedimento di mediazione, nonché, da ultimo, la qualifica ex lege di mediatore.
È pertanto chiaro che ad essere maggiormente pregiudicata dall’ art. 14 bis D.M. 180/2010, in maniera del tutto irragionevole, sia proprio la categoria forense la quale, in virtù delle competenze che la legge stessa le attribuisce, incorrerà, assai più spesso degli altri professionisti, nel rischio di incompatibilità introdotto dalla novella.
Le considerazioni esposte implicano una evidente violazione tanto dell’art. 3 Cost., che declina il principio di parità di trattamento, quanto dell’art. 41 Cost., atto a tutelare la libertà dell’iniziativa economica privata e la libera concorrenza – sia essa intesa tra avvocati appartenenti alla medesima categoria ovvero tra avvocati ed altri professionisti.
La disamina impone, altresì, di constatare l’estensione del pregiudizio agli Organismi di mediazione che, a causa dell’irragionevole regime di incompatibilità introdotto, vedono e vedranno ridurre in misura esponenziale il numero dei mediatori iscritti (principalmente escludendo gli avvocati).
Dal breve e sommario excursus della normativa, appare uno scenario incerto, che necessita di maggiore consapevolezza da parte di tutti gli operatori coinvolti nel “processo” di introduzione nel nostro ordinamento di un sistema “normativizzato” di risoluzione alternativa delle controversie, il quale non può essere ricondotto a rigidi schemi processuali e/o “ingabbiando” l’autonomia privata delle parti (rectius: volontà di mediare e raggiungere un accordo) in regole di scelta degli organismi e/o degli avvocati nel timore che tanto gli uni, quanto gli altri, possano alterare la loro volontà di raggiungere o meno un accordo.
FONTE:Giampaolo Di Marco – Avvocato in Vasto
http://www.osservatoriomediazione.it/incompatibilita_avvocati_mediatori_il_regolamento_innanzi_al_tar_e_all_agcm_id1166075_art.aspx