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Timestamp: 2019-05-22 21:04:31+00:00
Document Index: 26088672

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 420', 'art. 420', 'sentenza ']

La Corte d’appello di Roma, confermando la sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda di M.G.P., diretta ad ottenere l’accertamento che gli atti e i comportamenti adottati nei suoi confronti dal Ministero per i beni culturali e ambientali - dopo che il Tar Lazio aveva annullato gli atti con i quali la ricorrente era stata trasferita dall’Ufficio centrale per i beni ambientali e paesaggistici al Gabinetto del Ministro per esigenze del Servizio tecnico e poi all’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione - avevano avuto lo scopo di eludere gli effetti della sopra citata sentenza del giudice amministrativo, assegnandola ad incarichi avulsi dalle competenze proprie della sua qualifica (architetto di nono livello) e caratterizzandosi per un intento persecutorio e punitivo nei suoi confronti. La domanda della ricorrente era diretta ad ottenere, inoltre, l’accertamento del proprio diritto allo svolgimento effettivo delle competenze ministeriali in materia di tutela ambientale e paesaggistica, il riconoscimento di una posizione funzionale adeguata alla sua qualifica e la condanna dell’Amministrazione (e dei dirigenti preposti all’ufficio) al risarcimento dei danni conseguenti alla perdita dei compensi previsti nel contratto e alla perdita delle opportunità professionali, nonché al risarcimento del danno biologico e del danno all’immagine professionale. Alla statuizione di rigetto la Corte territoriale è pervenuta osservando, in sintesi, che le vicende intervenute nel corso del rapporto non evidenziavano l’esistenza di un intento persecutorio da parte dell’Amministrazione, ma piuttosto l’esistenza di una situazione di conflitto tra le parti, determinata anche da una diversa interpretazione dei diritti e degli obblighi derivanti dai provvedimenti del giudice amministrativo.
1- Con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c., chiedendo a questa Corte di stabilire se "proposta domanda di accertamento dell’esistenza di un comportamento di mobbing e dequalificazione con conseguente richiesta (anche) di risarcimento dei relativi danni" e "allegati e chiesti di provare, alla prima udienza, a sostegno dell’esistenza e continuità di tali comportamenti e anche ai fini della determinazione della misura del danno, fatti accaduti successivamente al deposito del ricorso, debba ritenersi nulla per violazione dell’art. 112 c.p.c. la sentenza che abbia pronunciato solo sui fatti precedenti il deposito del ricorso e non su quelli sopra indicati".
2- Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 420, quinto comma, c.p.c., anche in relazione ai principi di economia processuale, ragionevole durata del giudizio e divieto di frazionare in più processi una pretesa fondata su un comportamento lesivo, sostanzialmente unitario, che si protrae nel tempo, chiedendo a questa Corte di stabilire se "proposta domanda per l’accertamento di un comportamento di dequalificazione e mobbing, ai sensi del quinto comma dell’art. 420 c.p.c., tra i mezzi di prova "che le parti non abbiano potuto proporre prima" e che, pertanto, il giudice alla prima udienza deve ammettere, rientrino anche quelli relativi a fatti avvenuti successivamente al deposito del ricorso, purché rientranti nella causa petendi e nel petitum della domanda".
E’ evidente, infatti, che anche nelle ipotesi prese in esame nelle suddette pronunce viene sì ammessa la risarcibilità degli "ulteriori danni maturati nel corso del processo", ma viene anche sottolineato come sia pur sempre necessario, a questi fini, che si tratti di "conseguenze risarcitorie dipendenti dall’unico fatto dedotto con il ricorso introduttivo", e non già di "eventi provocati da circostanze diverse successive alla proposizione della domanda", sulle quali si renda necessaria un’ulteriore indagine in punto di fatto.
5 - Nella specie, come è stato rilevato dai giudici di merito, le ulteriori conseguenze dannose che si assumono verificate dopo il deposito del ricorso introduttivo sarebbero, per l’appunto, dipendenti da ulteriori sviluppi della vicenda lavorativa - consistenti, fra l’altro, nell’avvio di un procedimento disciplinare in relazione alla mancata esecuzione di un incarico di lavoro - e cosi da eventi successivi alla proposizione della domanda e sui quali sarebbe stata senz’altro necessaria un’ulteriore indagine istruttoria (come, peraltro, richiesto anche dalla ricorrente nel corso del giudizio di primo grado). Ne consegue la correttezza della decisione della Corte d’appello, che ha confermato la statuizione con cui il primo giudice ha ritenuto di non dare ingresso alle richieste proposte dalla ricorrente con riguardo alla verificazione dei suddetti eventi.
6 - In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con la conferma della sentenza impugnata.