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Timestamp: 2020-07-11 13:37:11+00:00
Document Index: 111019393

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 593', 'art. 574', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 660', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 593', 'art. 593', 'art. 37', 'art. 17', 'art. 35', 'art. 593', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 593', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

8 Febbraio 2018, Cassazione penale
L’atto per essere molesto deve non soltanto risultare sgradito a chi lo riceve, ma dev’essere anche ispirato da biasimevole, ossia riprovevole, motivo o rivestire il carattere della petulanza, che consiste in un modo di agire pressante ed indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata di altri.
L apretesa che ogni processo si possa svolgere in due distinti gradi di merito non è garantita da una norma costituzionale e quindi non è necessario sollevare questione di legitimità costituzionale della disciplina che permette esclusivamente il ricorso in Cassazione per condanne a sole pecuniarie.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE - SENTENZA 8 febbraio 2018, n.6064 - Pres. Tardio – est. Boni
Con sentenza in data 4 luglio 2016 il Tribunale di Treviso condannava l’imputato G.C. alla pena di giustizia in quanto ritenuto responsabile del reato di molestie per avere, per petulanza o biasimevole motivo, effettuato chiamate telefoniche mute o caratterizzate da riferimenti a persone conosciute dal denunciante ed avere inviato sms diretti all’utenza intestata ad Gr.An. ; lo condannava altresì al risarcimento dei danni in favore del predetto Gr. , costituito parte civile, ed alla rifusione in suo favore delle spese di costituzione.
Avverso la sentenza ha proposto appello, in seguito riqualificato come ricorso, l’imputato a mezzo del difensore, il quale ha dedotto:
a) l’illegittimità costituzionale dell’art. 593 cod. proc. pen., comma 3, nella parte in cui non prevede che l’imputato condannato a pena pecuniaria dell’ammenda possa proporre appello. L’art. 574 c.p.p. consente all’imputato di impugnare la sentenza di condanna senza operare alcuna distinzione sulla tipologia di sentenza appellata, prevedendo, quindi, la necessaria impugnazione delle statuizioni penali al fine di far valere le successive questioni civili ad essa legate, non essendo prevista forma autonoma d’impugnazione per le sole statuizioni civili. L’art. 37 del D.lgs. 274/00, che introduce la disciplina del processo avanti al Giudice di Pace, statuisce che l’imputato 'può proporre appello avverso la sentenza che applica una pena diversa da quella pecuniaria; può proporre appello anche contro le sentenze che applicano la pena pecuniaria se impugna il capo relativo alla condanna, anche generica, al risarcimento del danno'.
Sotto un profilo oggettivo non è integrato il reato contestato poiché l’istruttoria dibattimentale, ha chiarito e confermato che si è trattato di sole tre telefonate, come risulta dai tabulati acquisiti e prodotti, sicché manca il requisito della petulanza e/o altro biasimevole motivo. Se per 'petulanza', ai fini della configurabilità del reato di molestie di cui all’art. 660 cod. pen., deve intendersi un atteggiamento di insistenza eccessiva e perciò fastidiosa, di arrogante invadenza e di intromissione continua e. inopportuna nell’altrui sfera, deve escludersi che l’effettuazione di due sole telefonate mute possa costituire espressione di petulanza nel senso anzidetto. Da ultimo la Cassazione precisa ancora che per la configurabilità del reato rileva anche l’atteggiamento del soggetto che interferisce, infatti, 'ai fini della sussistenza del reato di molestie deve considerarsi petulante l’atteggiamento di chi insiste nell’interferire nella altrui sfera di libertà anche dopo essersi accorto che la sua condotta non è gradita'. Manca altresì il requisito dell’elemento soggettivo del reato per avere agito il ricorrente perché preoccupato per la situazione in cui era coinvolta la propria amica, moglie del Gr. , autore di violenze in danno della moglie, oggetto anche di sentenza di condanna a carico dello stesso, dal Tribunale di Treviso.
f) Mancanza di motivazione in ordine alla condanna alla refusione delle spese in favore della parte civile. La recente sentenza Cass., sez. V, 27 maggio - 8 luglio 2014, n. 29934, ha stabilito che vi è l’obbligo per il giudice nella determinazione del compenso a far riferimento, con adeguata e specifica motivazione, ai parametri previsti dagli artt. 1, 12, 13 e 14 D.M. 20 luglio 2012 n. 140, concernenti l’impegno profuso nelle diverse fasi processuali, la natura, la complessità e la gravità del procedimento e delle contestazioni, il pregio dell’opera prestata, il numero e l’importanza delle questioni trattate, l’eventuale urgenza della prestazione, nonché i risultati e i vantaggi conseguiti dal cliente. Una determinazione globale, senza distinzione tra onorari, competenze e spese, non consente alle parti di verificare il rispetto dei parametri normativi di riferimento e di controllare l’eventuale onerosità, necessaria per consentire, attraverso il sindacato di legittimità, l’accertamento della conformità della liquidazione a quanto risulta dagli atti ed ai criteri di determinazione fissati dalla normativa di riferimento (cfr. Cass., Sez. Un., 30 aprile 1997, Dessimone, n. 6402). Se il giudice non è più vincolato, come per il passato, ai limiti minimi e massimi fissati, nel determinare ciò che deve essere rifuso a titolo di compenso per le prestazioni del patrono di parte civile, egli deve ora comunque fare riferimento ai parametri stabiliti nel D.M. n. 55 del 2014 e fornire adeguata e specifica motivazione sulla loro utilizzazione.
La questione di incostituzionalità dell’art. 593 cod. proc. pen., comma 3, viene sollevata dal ricorrente a ragione della previsione della limitazione introdotta alla esperibilità del mezzo d’impugnazione dell’appello a prescindere dai casi in cui alla condanna penale segua quella agli effetti civili e segnala come tale restrizione non sia stata mantenuta anche in riferimento alle sentenze di condanna a pena pecuniaria emesse dal Giudice di pace, appellabili da parte dell’imputato se contesti il capo relativo alla condanna anche generica al risarcimento del danno in favore della parte civile. La differente disciplina dell’appello, ammesso per reati meno gravi giudicati dal giudice di pace, ed escluso per quelli di competenza del giudice superiore, sarebbe in contrasto col principio di ragionevolezza e consente al giudice di precludere all’imputato l’accesso alla garanzia costituzionale del doppio grado di giurisdizione di merito senza che tale discrezionalità sia sindacabile se non nel giudizio di cassazione.
1.1.2 Sotto diverso profilo va rilevato che l’assenza del grado di appello non dipende da una scelta discrezionale del decidente, ma dalla previsione esplicita dell’art. 593 cod. proc. pen., il cui testo è stato già esaminato dalla giurisprudenza costituzionale in raffronto con l’art. 37 del D.Lgs. n. 274 del 2000, che più volte ha superato lo scrutinio di costituzionalità (sentenze n. 426 del 19/12/2008 e n. 32 del 4/2/2010). La Consulta ha osservato che l’individuazione della condanna al risarcimento del danno quale elemento discriminante del regime di impugnazione delle sentenze che hanno inflitto pena pecuniaria è coerente con il complessivo impianto del processo penale che si celebra davanti al giudice di pace, come delineato dalla legge di delegazione e, in sua attuazione, dal decreto delegato, nel quale è previsto che le condotte riparatorie post delictum determinino l’estinzione del reato (art. 17, comma 1, lettera h), della legge n. 468 del 1999; art. 35 del d.lgs. n. 274 del 2000), ove 'idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione (...) e di prevenzione', assolvendo, per certi versi, ad una funzione sostitutiva della pena. Quel che più rileva è l’esclusione della violazione del principio di eguaglianza per il diverso trattamento che sarebbe riservato a fattispecie identiche o similari, avuto riguardo alla regola dell’inappellabilità sancita dall’art. 593, comma 3, cod. proc. pen., come sostituito dall’art. 13 della legge 26 marzo 2001, n. 128 (Interventi legislativi in materia di tutela della sicurezza dei cittadini), per le sentenze di condanna alla pena dell’ammenda pronunciate dal tribunale. Per negare l’irragionevole disparità di trattamento rispetto alla disciplina delle impugnazioni previste per il procedimento penale davanti al giudice di pace si è evidenziato che questo configura un modello di giustizia non comparabile a quello davanti al tribunale a ragione dei caratteri peculiari che presenta (ordinanze n. 28 del 2007, n. 415 e n. 228 del 2005). In particolare, il d.lgs. n. 274 del 2000 devolve alla competenza del giudice di pace 'reati espressivi di conflitti a carattere interpersonale, rispetto ai quali, come già rilevato, in correlazione con la fondamentale finalità conciliativa, è contemplata l’estinzione conseguente a condotte riparatorie ed è definito un autonomo apparato sanzionatorio, in cui la previsione edittale concerne invariabilmente la pena pecuniaria, in alternativa alla quale possono essere discrezionalmente irrogate, in taluni casi, pene 'paradetentive' (sentenza n. 2 del 2008). A tali peculiarità corrisponde non irragionevolmente una asimmetria nel regime di impugnazione delle sentenze' (C.cost. senetenza n. 426/2008 citata).
Nella sua corposa motivazione la pronuncia in esame ha escluso di poter rimuovere, tramite lo strumento della declaratoria di incostituzionalità in via consequenziale, la previsione del comma 3 dell’art. 593 cod. proc. pen. in modo tale da consentire all’imputato di appellare anche le sentenze di condanna alla sola pena dell’ammenda; ha rilevato che questa soluzione assumerebbe carattere marcatamente 'creativo', determinando l’eliminazione di ogni limite oggettivo alla proponibilità dell’appello avverso sentenza che abbiano affermato la responsabilità per reati di minore gravità, che resta priva di riscontro nell’assetto dell’istituto antecedente alla legge n. 46 del 2006 ed estraneo alla stessa finalità deflattiva.
Nel merito l’impugnazione si appunta sulla mancata integrazione del reato contestato, sostenendo l’insufficienza di tre soli contatti telefonici tra imputato e persona offesa. In tal modo ignora però che le condotte moleste, secondo quanto esposto nella sentenza contestata, che ha valorizzato la deposizione della persona offesa in relazione ai dati emersi dai tabulati del traffico telefonico, erano consistite anche in sms provenienti dall’utenza in uso all’imputato, alcuni trascritti in atti e fotocopiati e che il contenuto dei messaggi alludeva ad un relazione sentimentale della ex moglie con l’imputato o con altri uomini, argomento sgradito e trattato al solo fine di infastidire e dileggiare il destinatario.
2.1 La sentenza al riguardo offre corretta applicazione dei principi interpretativi elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo i quali il reato di molestia o disturbo alle persone, secondo consolidato insegnamento giurisprudenziale, non ha natura di reato necessariamente abituale, sicché può essere realizzato anche con una sola azione (Cass., Sez. 1, n. 29933 dell’08/07/2010,Arena, rv. 257960), purché particolarmente sintomatica dei requisiti della fattispecie tipizzata. L’atto per essere molesto deve non soltanto risultare sgradito a chi lo riceve, ma dev’essere anche ispirato da biasimevole, ossia riprovevole, motivo o rivestire il carattere della petulanza, che consiste in un modo di agire pressante ed indiscreto, tale da interferire sgradevolmente nella sfera privata di altri. In particolare, si è affermato che, per integrare il delitto di molestie, commesso per petulanza, è richiesto 'un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nella altrui sfera di libertà, con la conseguenza che la pluralità di azioni di disturbo integra l’elemento materiale costitutivo del reato' (Cass. sez. 1, n. 6908 del 24/11/2011, Zigrino, rv. 252063; sez. 1, n. 29933 del 08/07/2010, Arena, rv. 247960).
2.5 Anche l’ultima censura che investe la liquidazione delle spese di costituzione della parte civile non tiene conto e non si confronta con la sentenza, che ha esplicitato l’accoglimento della richiesta avanzata dalla parte civile sulla scorta del recepimento della relativa nota spese 'ritenuta congrua'. Pertanto, il tribunale ha espresso chiara adesione alla richiesta ed alle singole voci ivi esposte; per contro, il ricorso non aggredisce tale statuizione e non contesta l’eccessiva entità degli importi riconosciuti in riferimento alle attività processuali realmente svolte. In tal modo l’impugnazione si presenta affetta da aspecificità perché non supera e non contesta in modo puntuale il giudizio di congruità ed adeguatezza della nota presentata dalla parte civile.
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