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Timestamp: 2018-03-18 06:10:44+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 633', 'art. 639', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 133', 'art. 643', 'art. 641', 'art. 24', 'art. 641', 'art. 8', 'art. 641', 'art. 633', 'art. 641', 'art. 641', 'art. 8', 'art. 641', 'art. 641', 'art. 647', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 92', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 641', 'art. 653', '§ 5', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 1458', 'art. 8', 'art. 1946', 'art. 43', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 138', 'art. 137', 'art. 156', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 300']

Art. 641 cod. proc. civile: Accoglimento della domanda
Codice proc. civile Art. 641 cod. proc. civile: Accoglimento della domanda
Se esistono le condizioni previste nell’art. 633, il giudice, con decreto motivato da emettere entro trenta giorni dal deposito del ricorso, ingiunge all’altra parte di pagare la somma o di consegnare la cosa o la quantità di cose chieste o invece di queste la somma di cui all’art. 639 nel termine di quaranta giorni, con l’espresso avvertimento che nello stesso termine può essere fatta opposizione a norma degli articoli seguenti e che, in mancanza di opposizione, si procederà a esecuzione forzata.
Quando concorrono giusti motivi, il termine può essere ridotto sino a dieci giorni oppure aumentato a sessanta.
Se l’intimato risiede in uno degli altri Stati dell’Unione europea, il termine è di cinquanta giorni e può essere ridotto fino a venti giorni. Se l’intimato risiede in altri Stati, il termine è di sessanta giorni e, comunque, non può essere inferiore a trenta né superiore a centoventi.
Nel decreto, il giudice liquida le spese e le competenze e ne ingiunge il pagamento.(1)
(1) Successivamente la Corte Costituzionale con sentenza 31 dicembre 1986, n. 303 (in G.U. 1a ss. 9 gennaio 1987, n. 2) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 della L. 10 maggio 1976, n. 358 (che ha modificato il comma 3 del presente articolo).
Provvedimento; 2. Termine per l’opposizione; 2.1. Modificabilità del termine; 2.2. Sospensione feriale; 3. Spese di lite e pagamento nelle more; 4. Imposta di registro; 5. Ipotesi particolari; 5.1. Morte del debitore; 5.2. Morte del creditore.
La pubblicazione della sentenza (o del decreto ingiuntivo) mediante deposito nella cancelleria del giudice che l’ha pronunciata, ai sensi dell’art. 133, comma primo, c.p.c., deposito consistente nella consegna ufficiale al cancelliere dell’originale della decisione sottoscritta dal giudice, costituisce un elemento essenziale per l’esistenza dell’atto; al contrario, la certificazione del compimento di tale attività, che deve essere eseguita dal cancelliere a norma del secondo comma dello stesso art. 133, è formalità estrinseca all’atto, con la conseguenza che la sua mancanza non determina la nullità del provvedimento, atteso che l’individuazione del giorno del deposito è sempre consentita con l’uso della normale diligenza, attraverso la consultazione delle annotazioni del cancelliere sui registri degli atti giudiziari. Cass. lav., 22 maggio 2004, n. 9863.
Nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo, che sia stato emesso per una somma inferiore a quella indicata nel ricorso, il creditore può insistere nella sua originaria domanda, perché la notifica del decreto ingiuntivo non implica una sua acquiescenza alla implicita pronuncia di rigetto della domanda per la parte non accolta, atteso che questa pronuncia, per la natura della fase monitoria, non ha i caratteri di una statuizione suscettibile di passaggio in giudicato. Cass. 24 giugno 1993, n. 7003.
La ditta non è un soggetto distinto ed autonomo, bensì una res incorporale, particolarmente, un mero segno distintivo di identificazione del suo titolare o, comunque, di chi, di fatto, la utilizzi nei rapporti d’affari con i terzi. Di conseguenza, è valido il decreto ingiuntivo che, secondo l’accertamento del giudice del merito, insindacabile in sede di legittimità se correttamente ed adeguatamente motivato, consente di individuare, senza incertezza il debitore, attraverso il mezzo di identificazione costituito dalla ditta indicata come debitrice. Cass. 16 maggio 1975, n. 19229.
Il giudice che emette il decreto ingiuntivo accogliendo le ragioni del ricorrente ne fa propri i motivi, per cui il riferimento a questi - portati a conoscenza dell’ingiunto mediante la notificazione sia del ricorso che del decreto, prevista dal secondo comma dell’art. 643 c.p.c. - è sufficiente ad integrare per relationem la motivazione del provvedimento, necessaria ai sensi del combinato disposto degli artt. 641, primo comma, e 135, secondo comma, dello stesso codice. Cass. lav., 16 giugno 1987, n. 5310.
Mancando specifiche norme che determinano i requisiti essenziali del decreto ingiuntivo e della relativa notifica debbono ritenersi applicabili, per quanto riguarda l’indicazione dell’ingiunto e la notificazione, le norme riguardanti la citazione cui, a seguito dell’opposizione, va equiparata la ingiunzione, per il suo contenuto di atto contenente l’enunciazione della pretesa creditoria. Cass. 14 aprile 1970, n. 1020.
Termine per l’opposizione.
2.1. Modificabilità del termine.
È manifestamente infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 641, comma secondo, c.p.c. - nella parte in cui consente la riduzione del termine (sino a dieci giorni, per gli ingiunti residenti in Italia) per proporre opposizione a decreto ingiuntivo -, come avanzata nell’interesse della Regione Campania, nell’ambito di un giudizio relativo a debito di soppressa USL attratto nell’ambito della gestione liquidatoria, con riferimento all’assunta violazione dell’art. 24 Cost., poiché la prospettata difficoltà nel formulare l’opposizione, derivante dall’abbreviazione del termine ed in relazione all’organizzazione interna dell’ente per la trasmissione degli atti all’ufficio competente, costituisce un pregiudizio di fatto inidoneo a concretare una violazione del suddetto precetto costituzionale. Cass. lav., 20 marzo 2006, n. 6147; conforme Cass. L, 26 marzo 2008, n. 7879.
Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 641, secondo comma, primo periodo c.p.c. (nel testo modificato dall’art. 8, d.l. 18 ottobre 1995, n. 435 convertito nella legge 20 dicembre 1995, n. 534) impugnato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui prevede la riducibilità fino a dieci giorni del termine per la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo. Nel quadro della complessiva disciplina relativa ai termini per l’opposizione al decreto ingiuntivo la norma impugnata appare il frutto di un equo contemperamento dei contrapposti interessi in gioco. Essa, pertanto, si sottrae alle censure prospettate dal rimettente non essendo né irragionevole né lesiva del precetto costituzionale posto a garanzia del diritto di difesa. Corte cost. 20 dicembre 2000, n. 559.
Il potere, attribuito al giudice dall’art. 641, secondo comma, c.p.c., di ridurre o aumentare il termine entro il quale il debitore può proporre opposizione al decreto ingiuntivo «se concorrono giusti motivi» non si sottrae all’obbligo di motivazione imposto, dal primo comma dello stesso articolo («con decreto motivato»), per l’emissione del provvedimento di ingiunzione se esistono le condizioni previste dall’art. 633 c.p.c. Tale obbligo di motivazione, come non impone al giudice l’esplicazione delle ragioni che hanno determinato l’accoglimento del ricorso, venendo di regola soddisfatto con rinvio ai motivi addotti dal ricorrente, che vengono portati a conoscenza del debitore ingiunto con la notifica dell’atto di ingiunzione, integrando per relationem il decreto stesso, così, per i motivi che consentono la modifica della durata del termine, ed anche le ragioni che li caratterizzano come «giusti», comporta che risultino enunciati nel provvedimento, quantomeno con rinvio, ancorché implicito, alle condizioni che ne giustificano la sussistenza, le quali devono esser specificamente rappresentate dal creditore nel testo del ricorso, sì che possa ritenersi che il giudice le abbia lette, vagliate e, quindi, accolte. La modifica del detto termine, infatti, costituente eccezione alla regola ordinaria che lo fissa in quaranta giorni, siccome destinata ad incidere, in ragione della sua perentorietà, sul diritto di difesa del debitore ingiunto, in tanto può essere disposta in quanto questi possa percepire l’esistenza dei giusti motivi che deviano in concreto il momento introduttivo del giudizio di cognizione dal suo modello astratto. Cass. 20 agosto 2004, n. 16455.
Alla stregua delle disposizioni degli artt. 641 e 645 c.p.c., il termine per proporre opposizione a decreto ingiuntivo è perentorio ed è determinato in via ordinaria in quaranta giorni decorrenti dalla notificazione del decreto. Cass. 12 luglio 2006, n. 15763.
Il prolungamento di detto termine a sessanta giorni ha carattere di eccezione alla regola generale, e si rende possibile solo in presenza di questi motivi i quali devono essere preventivamente indicati nel ricorso per decreto ingiuntivo. Cass. 26 maggio 2003, n. 8334.
Contra: Ai sensi dell’art. 641, secondo comma, c.p.c., non è necessaria la espressa richiesta del creditore istante ai fini del legittimo esercizio da parte del giudice della facoltà di ridurre fino a dieci giorni il termine per proporre opposizione a decreto ingiuntivo in presenza di giusti motivi, atteso che in tutti i casi in cui il giudice è vincolato, nell’esercizio di un potere discrezionale, ad una espressa richiesta della parte, la norma espressamente condiziona l’esercizio di tale potere alla formulazione della richiesta; detto provvedimento, in difetto di una espressa previsione in tal senso, non è neppure soggetto all’obbligo di motivazione. Cass. 9 dicembre 2003, n. 18744.
In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, l’aumento del termine per la notifica contenuto nell’art. 641 del c.p.c., disposto dall’art. 8 del d.l. 21 giugno 1995, n. 238 (disposizione reiterata dal d.l. 9 agosto 1995, n. 347, e quindi dal d.l. 21 ottobre 1995, n. 432, convertito con modificazioni nella legge 20 dicembre 1995, n. 534) deve ritenersi applicabile ai decreti ingiuntivi notificati in epoca successiva alla entrata in vigore del d.l. citato (22 giugno 1995), trattandosi di ius superveniens processuale di immediata applicazione. Cass. 27 gennaio 2003, n. 1148; conforme Cass. lav., 13 gennaio 2001, n. 424; Cass. 21 aprile 2000, n. 5235.
Il termine perentorio per l’opposizione avverso il decreto ingiuntivo, previsto dall’art. 641 c.p.c., decorre inderogabilmente dalla valida notificazione del decreto, rimanendo irrilevante che la controparte, in relazione ad eventuali dubbi sulla validità di quella notificazione, abbia provveduto a rinnovarla. Cass. 3 agosto 1976, n. 3009.
Il termine per l’opposizione a decreto ingiuntivo è perentorio, sia perché è un termine di impugnazione, sia perché tanto l’art. 641 che l’art. 647 c.p.c. stabiliscono che il decorso del termine fissato per l’opposizione senza che questa sia proposta produce l’esecutorietà del decreto, effetto questo che attribuisce al cennato termine, in modo espresso e specifico, il carattere della perentorietà. Cass. 17 maggio 1966, n. 1251.
2.2. Sospensione feriale.
La sospensione feriale dei termini processuali, disposta dall’art. 1 della legge 7 ottobre 1969, n. 742, si applica a tutti i termini processuali, e, quindi, anche a quello previsto per la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo. Cass. 4 giugno 1997, n. 4987.
L’inapplicabilità della sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, per effetto della declaratoria del carattere urgente della causa. (art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n 742, in relazione all’art. 92 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12), postula un espresso provvedimento del giudice, inequivocamente diretto alla produzione di detti effetti. Pertanto, il generico richiamo all’urgenza, che sia contenuto nel corpo di un decreto ingiuntivo emesso nel periodo feriale, ove presenti caratteri di equivocità, nel senso cioè della sua riferibilità alle fattispecie contemplate dagli artt. 482, 641 e 642 c.p.c., ovvero alla esigenza di giustificare l’adozione del decreto stesso nel suddetto periodo, non può essere di per sé sufficiente a sottrarre il termine per la proposizione della opposizione all’indicata sospensione. Cass. 19 febbraio 1981, n. 1015.
Spese di lite e pagamento nelle more.
Allorché il debitore abbia pagato per intero la somma indicata nel decreto ingiuntivo, comprensiva degli interessi e delle spese processuali liquidate nel decreto stesso, il creditore non può, successivamente a tale pagamento, intimare precetto, sulla base dello stesso decreto, per il pagamento delle spese processuali sostenute dopo l’emissione del decreto e necessarie per la notificazione di questo, dovendo, per tali spese, esperire l’azione di cognizione ordinaria. Cass. 11 maggio 1995, n. 5159.
Il decreto ingiuntivo deve essere necessariamente revocato nel giudizio di opposizione solo quando risulti la fondatezza anche parziale dell’opposizione medesima, con riferimento alla data di emissione di quel provvedimento; cosicché, quando il debito si estingua per un adempimento successivo a tale data e debba quindi escludersi l’indicata fondatezza, il decreto non va revocato e devono porsi a carico dell’ingiunto le spese del procedimento, salva restando l’opponibilità dell’avvenuto pagamento se il creditore, ancorché soddisfatto, si avvalga del decreto non revocato come titolo esecutivo. Cass. 22 aprile 1992, n. 4804.
Il decreto ingiuntivo, poiché la fondatezza dei motivi di opposizione ad esso deve essere valutata con riguardo non alla data di proposizione dell’istanza d’ingiunzione ma a quella di emissione del decreto medesimo, non può non essere revocato ove l’opponente dimostri di aver provveduto al pagamento del debito dopo la richiesta del provvedimento monitorio ma prima dell’emissione dello stesso, conseguendo a tale pagamento la cessazione della materia del contendere, salvo il diritto del creditore avvalsosi della ingiunzione - che, in quanto soccombente nel giudizio di opposizione, legittimamente è condannato al pagamento delle relative spese - al ristoro delle spese della procedura monitoria legittimamente avviata prima del pagamento predetto, per conseguire le quali, astenendosi, a seguito del pagamento ricevuto, dalla notifica del decreto ingiuntivo, avrebbe potuto agire in separata sede. Cass. lav., 11 aprile 1990, n. 3054.
È irrazionale che l’esecutorietà provvisoria del decreto ingiuntivo sia limitata al solo accoglimento della relativa domanda d’ingiunzione, dovendo l’accoglimento stesso ricomprendere, quale normale completamento, ai fini della completa garanzia del diritto di agire in giudizio, la liquidazione delle spese e degli onorari. Onde il contrasto con gli artt. 24, comma primo, e 3 Cost., considerato che il decreto ingiuntivo è, nel caso, necessario al creditore al fine di conseguire titolo valido per l’iscrizione di ipoteca giudiziale e che se il creditore, allo stesso fine agisce in base a cambiali non attraverso il procedimento monitorio, ma per la via del giudizio ordinario nella sentenza di condanna, a differenza del decreto ingiuntivo, le spese possono essergli liquidate. Pertanto è costituzionalmente illegittimo - per violazione dei precetti costituzionali suindicati - l’art. 2 della legge 10 maggio 1976, n. 358 (contenente modifiche degli artt. 495, 641 e 653 c.p.c. relative alla conversione del pignoramento ed al decreto d’ingiunzione), il quale, sostituendo il terzo comma dell’art. 641, stesso codice, ha escluso che nel decreto ingiuntivo emesso sulla base di titoli aventi già efficacia esecutiva, il giudice possa liquidare le spese e le competenze. Corte cost. 31 dicembre 1986, n. 303.
anche Giurisprudenza sub art. 653, § 5.
In tema di imposta di registro, dall’assetto normativo espresso dagli artt. 20, 28 e 37 del testo unico approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, si evince che il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di somma di denaro, emesso sulla base della prova scritta costituita dal contratto recante la clausola risolutiva espressa, ha natura di sentenza di condanna, e, se esecutivo, deve essere assoggettato all’imposta proporzionale di registro, ai sensi dell’art. 8, lettera b), della tariffa, parte prima, allegato A), del medesimo D.P.R. n. 131 del 1986; mentre, se l’effetto restitutorio consegue alla pronuncia giudiziale di risoluzione del medesimo contratto (art. 1458 c.c.), all’atto dell’autorità giudiziaria deve applicarsi l’imposta di registro in misura fissa, ai sensi dell’art. 8 lettera e) della medesima tariffa. Cass. 7 giugno 2006, n. 13315.
In tema di imposta di registro, nel caso di fideiussioni prestate - con atti separati - da più persone per un medesimo debitore ed a garanzia del medesimo debito, che siano poi enunciate in unico decreto ingiuntivo. (riferito unitariamente al debitore principale ed ai garanti), si configura una «confideiussione» - che non richiede la contestualità nell’assunzione della garanzia - con la conseguenza che i fideiussori sono solidalmente obbligati all’estinzione del debito, ex art. 1946 c.c., e che l’imposta si applica, con l’aliquota dello 0,50 per cento, in unica soluzione sulla somma garantita, ai sensi dell’art. 43, primo comma, lett. f), del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, e dell’art. 6 (e relativa nota) della tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. medesimo. Cass. 2 settembre 2004, n. 17723.
Ai fini dell’imposta di registro, il decreto ingiuntivo che condanni sia il debitore principale che il fideiussore al pagamento di una determinata somma non è soggetto a duplice tassazione, in relazione alla duplicità delle condanne, avendo il decreto un unico effetto giuridico, consistente nella condanna di più soggetti, in via alternativa, al pagamento della stessa somma. Cass. 21 febbraio 2003, n. 2629; conforme Cass. 27 luglio 1992, n. 9007.
Il decreto ingiuntivo non ancora divenuto esecutivo, agli effetti della legge di registro è considerato come semplice atto di intimazione e va assoggettato alla tassa fissa di registro del decreto ingiuntivo. Il pagamento di siffatto tributo, che è autonomo, non sostanzia l’ adempimento della formalità della registrazione, agli effetti della prescrizione di cui agli artt. 137 e 138 legge registro. Soltanto dal momento in cui il decreto ingiuntivo venga munito della provvisoria esecutorietà o da quello della data di scadenza del termine fissato per l’opposizione, il decreto non opposto va considerato come un’ordinaria sentenza esecutiva non registrata in precedenza e, perciò, da registrare in via principale, con assoggettamento ad imposta graduale, con la conseguenza che la prescrizione per il pagamento di detta imposta graduale e della relativa penalità è quella ventennale di cui all’art. 138 e non quella triennale di cui all’art. 137 legge registro. Cass. 26 luglio 1972, n. 2561.
Ipotesi particolari.
5.1. Morte del debitore.
L’inesistenza giuridica della sentenza, rilevabile, oltre che con i normali mezzi d’impugnazione, anche, al di fuori del processo in cui la pronunzia è intervenuta, mediante un’azione di accertamento negativo, un’exceptio nullitatis ovvero con l’opposizione ad esecuzione forzata, é svincolata, a norma dell’art. 156, secondo comma, c.p.c., da un’esplicita previsione legislativa e ricorre in tutti i casi in cui la decisione, mancando i requisiti essenziali per la sua identificazione come sentenza, sia inidonea a conseguire lo scopo specifico della sentenza medesima, costituito dalla formazione del giudicato in senso sostanziale. In particolare, la sentenza e inesistente non solo quando provenga da chi non ha la potestà di giudicare, ma anche quando sia emanata nei confronti di un soggetto che, essendo gia defunto al momento della proposizione della domanda, risulti in quello stesso momento privo della capacità di diritto e quindi inidoneo ad essere destinatario del vincolo giuridico che promana da qualsiasi giudicato. Tali principi sono applicabili anche al decreto ingiuntivo che deve essere, quindi, considerato giuridicamente inesistente se emanato nei confronti di un soggetto che al momento della presentazione del relativo ricorso sia già deceduto. Siffatta inesistenza può essere rilevata anche mediante un’ordinaria azione di accertamento negativo svincolata dai termini e dalla formalità del deposito per il caso di soccombenza previsti dagli artt. 641, 650 e 651, per l’opposizione ad ingiunzione. Cass. 11 febbraio 1977, n. 610.
5.2. Morte del creditore.
Nel procedimento monitorio, la morte del ricorrente, che si verifichi tra il giorno del deposito del ricorso - che coincide con il momento della proposizione della domanda - e quello dell’emissione del decreto ingiuntivo, non determina l’invalidità del decreto emesso, trovando applicazione il principio dell’ultrattività del mandato ex art. 300 c.p.c. Cass. lav. 12 giugno 2008, n. 15785.
La morte del creditore istante dopo l’emissione del decreto ingiuntivo ma prima della sua notificazione al debitore ingiunto, fa venir meno l’efficacia giuridica dell’ingiunzione. Cass. 9 maggio 1962, n. 921.
Nel procedimento monitorio, ove il ricorrente sia deceduto successivamente al deposito del ricorso, la notifica dell’atto di opposizione alla parte presso il difensore è valida, attesa l’inidoneità dell’evento interruttivo a produrre i suoi effetti in mancanza di formale dichiarazione del procuratore della parte, a nulla rilevando l’eventuale conoscenza del decesso acquisita “aliunde” dall’ingiunto. Cass. 12 giugno 2008, n. 15785.