Source: http://www.attualitainpsicologia.it/numeri-precedenti/13-attualit%C3%A0-in-psicologia-anno-2015,-numero-1-2/12-il-tempo-della-separazione-processi-psicologici-e-dimensioni-cliniche-di-anita-lanotte.html
Timestamp: 2020-07-04 11:50:50+00:00
Document Index: 160343268

Matched Legal Cases: ['art. 55', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 56', 'sentenza ']

Il tempo della separazione: processi psicologici e dimensioni cliniche di Anita Lanotte
di Anita Lanotte:
Psicologa, Psicoterapeuta. Presidente Centro Studi Psicologia Applicata CEIPA Consiglio Direttivo AIPG
Prima di introdurre il presente lavoro ritengo utile offrire una cornice giuridica in materia di rapporti tra genitori e figli in caso di separazione di coppia in quanto il paradigma del Diritto e quello della Psicologia, anche se differenti tra oggetti di studio, obiettivi e metodologie utilizzate, interagiscono sullo stesso piano ovvero la dimensione umana.
Il decreto legislativo 154/2013 attraverso l’art. 55 ovvero “Introduzione degli articoli dal 337-bis al 337-octies del codice civile” ha introdotto un insieme di norme che dettano delle regole di riferimento in materia di separazione e di rapporti tra genitori e figli.
L’art. 337-bis definisce l’ambito di applicazione:
“In caso di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio si applicano le disposizioni del presente capo”.
L’art. 337-ter definisce i provvedimenti riguardo ai figli:
“I provvedimenti adottati dal giudice, relativi ai figli, hanno come esclusivo riferimento l’interesse morale e materiale di questi ultimi. Il giudice valuta primariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (Legge 54 del 2006 che stabilisce il così detto principio di bigenitorialità), oppure stabilisce a quale di essi sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al loro mantenimento, cura, istruzione ed educazione. Inoltre, il giudice prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore a uno dei genitori, l’affidamento familiare.
La responsabilità genitoriale è esercitata, quindi, primariamente, da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento. I genitori provvedono al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito”.
L’art. 337-quater definisce l’affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso:
“Il giudice può disporre l’affidamento dei figli a uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”.
“Ciascuno dei genitori può, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone l’affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma dell’articolo 337-ter. Se la domanda risulta manifestamente infondata, il giudice può considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, rimanendo ferma l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile.
Il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che non sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori. Il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse”.
L’art. 337-quinquies definisce la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli:
“I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della responsabilità genitoriale su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo”.
L’art. 337-sexies definisce l’assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza:
L’art. 337-septies definisce le disposizioni in favore dei figli maggiorenni:
“Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto”.
L’art. 337-octies definisce i poteri del giudice e ascolto del minore:
“Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 337- ter, il giudice può assumere, a istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Nei procedimenti in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori, relativo alle condizioni di affidamento dei figli, il giudice non procede all’ascolto se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.
Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337-ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.
“Il primo comma dell’articolo 155 del Codice civile: “Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Dovrebbe essere sempre stabilito il progetto comune di cura e di educazione in cui i genitori devono suddividersi i compiti di amministrazione ordinaria gestendoli anche in modo disgiunto. Questi progetti sono in uso da molti anni in diversi Paesi (Paesi Bassi, USA, Canada e Belgio) e prendono il nome di parental plans. In realtà, la riforma legislativa della 54/2006, però, non si è dimostrata idonea a creare da sola le premesse per il cambiamento radicale che si poneva come obiettivo; e questo malgrado il legislatore avesse pensato di introdurre la figura del mediatore che dovrebbe aiutare i genitori a costruire un canale di comunicazione per realizzare insieme tale progetto, ma in concreto ben poche sono le esperienze positive in tal senso.
Non mancano elementi di criticità specialmente nel caso di genitori di nazionalità diversa, quando non solo l’ordinamento giuridico, ma soprattutto la cultura sociale è profondamente diversa”.
Nell’art. 56 Modifiche all’articolo 343 del codice civile ovvero
Quando due persone si separano significa che la relazione non corrisponde più alle esigenze di uno dei due. Significa che l’habitat familiare non è più un luogo di affetti e condivisione di un progetto di vita, bensì un luogo di malessere, di coercizione, di noia, di sofferenza.
La legge 54/2006 ha tra i suoi principi fondamentali quello della bigenitorialità ovvero l’uguale ripartizione dei diritti e dei doveri da parte dei genitori sia nell’unione della coppia ma ancora di più in caso di frattura dell’unione familiare in quanto è diritto di ogni figlio mantenere rapporti continuativi e significativi con entrambi i genitori anche se separati.
Appare interessante sottolineare che quando si parla di adozione le regole sono rigidissime in quanto la coppia che desidera adottare un bambino viene valutata per verificare se è una coppia adeguata a rispondere ai bisogni e necessità del minore.
Gli operatori che si occupano di valutazioni che spingono la coppia che vuole adottare focalizzano l’attenzione su alcuni criteri che sono fondamentali quali:
le motivazioni che spingono la coppia ad adottare un bambino;
le aspettative e i vissuti legati al singolo individuo della coppia rispetto al bambino;
capacità della coppia di sostenere le responsabilità che l’adozione stessa richiede dal punto di vista concreto di accudimento nei bisogni fondamentali, di cura, di educazione, di socializzazione, ecc.
disponibilità emotiva a elaborare la storia pregressa del bambino, integrarla con la storia attuale di famiglia e progettarla per un futuro processo di individuazione del bambino stesso.
L’operatore, da un punto di vista psicologico, valuta tutti questi aspetti in quanto la coppia deve essere consapevole del cambiamento che avverrà allorquando da un posizionamento diadico si organizzerà la triade.
È evidente, da ciò detto che il progetto di vita di coppia e la correlazione di questo alla responsabilità genitoriale è orientata e finalizzata all’interesse del bambino ovvero in senso altruistico e non egoistico.
Di tutte le variabili considerate quella legata al vissuto emotivo attraverso il quale la coppia arriva all’adozione è un elemento fondamentale nel predire il fallimento o la riuscita dell’adozione. Il progetto adottivo, quindi, non è legato alla procreazione del figlio ma si inserisce in una dimensione molto più grande legata alla responsabilità genitoriale.
Anche entrando nel merito della coppia separata sarebbe fondamentale considerare gli stessi punti, ovvero:
le motivazioni che spingono la coppia a separarsi;
le aspettative e i vissuti, rispetto il figlio, da parte del singolo individuo padre e del singolo individuo madre ormai non più coppia genitoriale;
capacità dei singoli genitori di sostenere le responsabilità che l’affidamento stesso richiede dal punto di vista concreto di accudimento nei bisogni fondamentali, di cura, di educazione, di socializzazione, ecc.
disponibilità emotiva a elaborare la storia pregressa del bambino come coppia genitoriale integra e progettarla per un futuro processo di individuazione del bambino stesso come individui genitori scissi come coppia.
Il fine di tutto ciò è garantire i fattori di protezione per il bambino e, quindi, quegli organizzatori psichici rappresentati dalla coppia genitoriale come archetipo sentimentale primario.
Diversi, quindi, sono gli aspetti che si devono esplorare per indagare i processi psicologici e la dimensione clinica del bambino all’interno dell’evento separazione genitoriale.
Processi psicologici e dimensioni temporali
Le esigenze della vita quotidiana necessitano di tempi cronologici che per ognuno di noi iniziano con la nascita e terminano con la morte. I tempi sociali sono circoscritti e finiti, scandiscono i ritmi della nostra esistenza organizzandola in spazi fisici definiti all’interno dei quali si svolge la vita di ognuno. Poi ci sono altre dimensioni temporali entro cui l’esperienza può essere sognata, immaginata, pensata, mentalizzata, e questi sono i tempi squisitamente psichici che non sono mai congrui con quelli cronologici in quanto sono estesi su piani diversi di realtà.
Nella coppia il tempo del dolore, del lutto legato alla separazione può essere più o meno dilatato a seconda delle motivazioni che sottendono alla separazione stessa. Nel conflitto diadico la coppia assume posizioni che possono essere alternativamente oscillanti tra vittima/persecutore.
Nel figlio il tempo del dolore è intimamente legato all’età in quanto sicuramente molte sono le variabili che interferiscono sulla reazione del figlio alla separazione della coppia genitoriale (temperamento, capacità di tollerare le frustrazioni, la qualità della relazione, di attaccamento che la coppia è riuscita a organizzare prima dell’inizio del processo di separazione), ma l’età rimane il fattore dominante. Inoltre, nel figlio cambia il posizionamento rispetto ai genitori in quanto lui è sempre vittima: è colui che subisce, come protagonista passivo, le scelte della coppia genitoriale o di uno dei membri della coppia, scelte che portano a una scissione interna della rappresentazione dell’immagine genitoriale che da coppia padre/madre, diventa individuo padre/individuo madre svuotati dell’energia integrativa di coppia genitoriale.
Nel mio lavoro focalizzerò l’attenzione sui figli e sul fatto che la separazione dei genitori rappresenta per il figlio sempre un trauma, un evento lesivo per il suo sviluppo.
In questi ultimi anni, gli studi scientifici nazionali e internazionali si sono focalizzati sulla trattazione degli aspetti traumatici dei vissuti psicologici dei figli esposti alla separazione genitoriale.
Nella mente del figlio la coppia genitoriale non è assente ma è presente come coppia lesa in quanto non ha più una collocazione definita, perde di forza, di identità, di dignità, di guida ed entrano in gioco fattori a potente carica negativa. Uno di questi è molto spesso la presenza di una nuova/nuovo partner accanto al padre o alla madre, la presenza di altri figli e ciò sancisce il fatto di essere stato derubato, defraudato del suo posto di figlio di quella coppia genitoriale.
Alla scissione esterna della coppia Padre/Madre, sia essa differenziata e non conflittuale oppure invischiata e conflittuale comunque nel Figlio si attuerà una scissione interna.
Il trauma è sempre presente nel figlio e il livello di gravità varia a seconda di alcune variabili quali:
le caratteristiche personologiche del figlio
le caratteristiche personologiche dei genitori
le motivazioni alla separazione
la storia separativa in relazione alla storia pregressa alla separazione.
Età del figlio e dimensioni del trauma
È ovvio che l’età del figlio è fondamentale in quanto più il bambino è piccolo e più dietro il processo di separazione di coppia si organizza una difficoltà importante legata ai processi di attaccamento, ai riferimenti affettivi primari, definiti gli organizzatori psichici dell’Io.
Il bambino entra nel mondo attraverso relazioni intrapsichiche e interpersonali. La prima attività relazionale, in senso primario e primitivo è caratterizzata dalla identificazione proiettiva che permette al bambino di appoggiarsi a un Io ausiliario per sopravvivere sia da un punto di vista fisico che psichico. Questo tipo di relazione, proiettivo-narcisistica con l’oggetto di riferimento primario, sarà il punto stabile da cui partire per una attività esplorativa dell’Io in cui si amplieranno le relazioni oggettuali con l’altro diverso da sé, si organizzerà la costruzione del tu e dei processi identificativi secondari in un continuo processo di differenziazione e individuazione. Il fine è una costruzione dinamica della percezione e del vissuto dell’immagine di sé in relazione empatica con l’altro.
Tale costruzione dinamica dell’Io poggia su una relazione diadica Padre/Madre che rappresenta il primo organizzatore psichico dell’Io che viene realizzato attraverso una immagine internalizzata, introiettata e interiorizzata fino ad arrivare ad avere una propria completezza e autonomia interna da essere sottoposta in misura limitata alle disposizioni della coscienza.
Compito della cultura comunque è quello di organizzare dei meccanismi di tutela (giuridica, sociale, psicologica) che servono a contenere situazioni perturbanti.
Nelle relazioni di coppia il fattore affettività ricopre un ruolo fondamentale e un depotenziamento di tale fattore rende i legami poco significativi da un punto di vista sentimentale.
L’unione di coppia sentimentale come avvenimento non più privato ma pubblico e socialmente riconosciuto stabilizza un’identità reale e non più ideale.
È proprio nella fase della prima infanzia, infatti, che la memoria implicita correlata a tutte le modalità di comunicazione emotiva pre-verbale, pre-logica, diventa la base portante dell’Io che assorbe l’atmosfera emotiva negativa, all’interno della quale ci possono essere diversi vissuti da parte degli elementi della coppia.
In questa fase il trauma per il bambino assume dimensioni pervasive.
Uno dei vissuti più pericolosi è responsabilizzare inconsciamente il nuovo nato come motivo di scissione della coppia e proiettare, quindi, sul figlio la rabbia, la depressione, i vissuti abbandonici, attivando immediatamente vissuti di colpa nel figlio non ancora in grado di elaborarli, mancando le competenze fisiologiche e psicologiche.
Un altro vissuto pericoloso è compensare la perdita da parte del genitore con la sostituzione del figlio piccolo, organizzando una relazione simbiotica orientata a colmare il vuoto depressivo. Sul qui e ora possiamo non avere evidenze cliniche nel bambino ma non dobbiamo far finta di nulla pensando che la strutturazione dell’Io infantile non risenta dei meccanismi difensivi dell’ Io adulto.
Nella seconda infanzia abbiamo nel figlio maggiore capacità di percepire ed elaborare la realtà dell’abbandono anche rispetto a ciò che i genitori diranno lui. La scissione nel figlio nel caso specifico, comunque, provoca una ferita che i genitori dovranno essere in grado di risanare o, comunque, di riparare. La sofferenza legata alla percezione e al vissuto di sgretolamento del legame affettivo di coppia può attivare nel figlio componenti di somatizzazione dell’ansia e/o istanze aggressive e/o passivo-aggressive che possono compromettere il funzionamento psichico.
Nella fase preadolescenziale uno degli aspetti fondamentali per il figlio è legato alle motivazioni che hanno spinto la coppia a separarsi e quindi alle ragioni di tale evento. Quando le motivazioni sono focalizzate su un bisogno specifico di un elemento della coppia, spesso legato al tradimento di uno dei genitori, il figlio diventerà alleato del genitore che vivrà come vittima.
La relazione che si stabilirà sarà quindi: genitore vittima/figlio vittima versus genitore persecutore.
FASE PREADOLESCENZIALE
La dimensione vittime/persecutore apre la strada alle patologie relazionali che si organizzeranno nel rapporto genitore/figlio.
Se da un punto di vista clinico prendiamo in considerazione il posizionamento vittima/persecutore possiamo ipotizzare a esempio la PAS o, comunque, il funzionamento patologico all’interno di relazioni familiari.
Proprio dalla lettura di quanto affermato nella sentenza della Corte di Cassazione n. 7041/213 che comprendiamo quanto sia inutile sotto il profilo giuridico fare riferimento a una sindrome che non solo non ha un fondamento scientifico in ambito medico ma che viene considerata in ambito giudiziario dalla Corte di Cassazione come “priva del necessario supporto scientifico” e, quindi, irrilevante, in quanto tale, ai fini della decisione. D’altro canto gli elementi costitutivi della “sindrome” ovvero il comportamento condizionante del genitore e l’allineamento del minore dovranno essere singolarmente valutati dai Consulenti Tecnici d’Ufficio e dal Tribunale come elementi indicativi di una probabile difficoltà o incapacità genitoriale.
Le modalità giuridiche, soprattutto la lungaggine dei tempi attualmente presenti in questo tipo di cause, aggravano ulteriormente il trauma che comunque è presente.
Al figlio non è riconosciuta una dignità di figlio, non è riconosciuto il ruolo di vittima al quale dovrebbe essere obbligatorio il risarcimento del danno da parte dei genitori in relazione alle motivazioni della separazione e in relazione alla loro incapacità di mediare il conflitto laddove tale mediazione possa essere proponibile.
La società non è attenta ai figli in quanto il figlio è considerato “il frutto”, spesso un “sottoprodotto” della coppia poiché l’unica tutela che ha, durante il processo di separazione di coppia, è la “responsabilità” che gli stessi genitori dovrebbero avere solo per il fatto di averlo generato.
Chi svolge il ruolo di CTU e/o CTP in questo tipo di cause sa perfettamente che l’Avvocato che è chiamato a intervenire si trasforma in un paladino della propria parte rendendo marginale l’unica e sola vittima, il figlio, presente tra lo scontro tra padre/madre che possono essere in modo alternato sia vittima che persecutore l’uno dell’altro ma sicuramente sempre persecutori nei confronti del figlio.
Il figlio è l’unico componente della coppia che gli avvocati, i CTP, i CTU dovrebbero tutelare ponendolo al centro del problema creato dalla coppia.
La crisi di coppia spesso viene declinata come crisi di famiglia, attribuendo al figlio un posizionamento attivo all’interno di un processo che lui non avrebbe mai voluto e del quale può solo subirne gli effetti.
C’è l’idea, da un punto di vista giudiziario, che se la coppia è in accordo per la separazione vada tutto bene per i figli, quindi, una separazione non conflittuale garantirebbe i figli da effetti collaterali dovuti alla separazione.
Così come il sistema familiare è qualcosa di diverso dalla semplice somma dei suoi componenti come individui autonomi in relazione tra loro, anche per la coppia genitoriale è valido lo stesso paradigma. Per il figlio la coppia genitoriale non è uguale alla somma padre + madre, è qualcosa di diverso da due entità unite tra loro. La coppia genitoriale è considerata dal figlio un’unica entità che trascende la figura di padre e di madre.
Una società attenta a tutelare i propri figli sia all’interno del sistema familiare e poi all’interno del sistema sociale, dovrebbe comprendere che il percorso separativo costituisce un’esperienza psicologicamente inconcepibile per il figlio ma socialmente necessaria per l’adulto - genitore e quindi dovrebbe sperimentare proposte creative orientate a far sì che i figli, per lo meno in età prescolare abbiano l’opportunità di sperimentare la coppia unita con degli accordi condivisi di “responsabilità genitoriale” prima di diventare genitori. È palese durante le CTU di affidamento in caso di separazione, la strumentalizzazione dei figli nel gioco di alleanze di coppia conflittuale, figli chiamati ad assumere ruoli differenti e costretti a schierarsi ora con l’uno ora con l’altro genitore, a mediare il conflitto genitoriale o a rappresentare il braccio armato dell’inconscio di una parte contro l’altra.
Sperimentare la separazione per un figlio è sempre traumatico e, in quanto trauma di conseguenza entra a far parte di un processo clinico che può diventare psicopatologico, ma tutto questo è da valutare caso per caso e soprattutto nel momento in cui il figlio è impossibilitato ad affrontare la sofferenza di un cambiamento.
L’individuo adulto adattato e adattabile, equilibrato nelle sue componenti essenziali di tipo personologico, dovrebbe avere integrato nel suo percorso evolutivo la dimensione sociale con quella psichica. La mancata integrazione tra queste due dimensioni dell’Io conduce a patologie importanti di tipo scissionale. Considerando il percorso evolutivo di questo individuo di cui stiamo parlando non possiamo non considerare le fasi evolutive da lui attraversate all’interno di tempi, spazi, oggetti, relazioni dove a volte la rimozione, la negazione e il diniego appaiono l’ultima spiaggia per evitare di conoscere ciò che gli appartiene essendo figlio di una coppia che non è stata in grado di offrire organizzatori psichici di base per potergli offrire un punto d’appoggio stabile e sicuro nel suo percorso esistenziale.
Intervento presentato al Convegno “Minori e relazioni familiari fra trasformazioni sociali e mutati scenari giuridici: nuove domande cliniche e nuove sfide per i servizi”, organizzato da AIPG Associazione Italiana di Psicologia Giuridica e l’Istituto Centrale di Formazione Dipartimento per la Giustizia Minorile in collaborazione con ASL RM/B e ASL RM/E, Roma 23 gennaio 2015.
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