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Timestamp: 2020-03-29 13:21:35+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 12899 del 23/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12899 del 23/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 23/05/2017, (ud. 19/01/2017, dep.23/05/2017), n. 12899
sul ricorso 22670-2014 proposto da:
N.G.C. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA OSLAVIA 7, presso lo studio dell’avvocato SARA D’ONOFRIO,
avverso la sentenza n. 7444/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 02/10/2013 R.G.N. 4093/2008;
Con ricorso al Tribunale di Roma del 9 settembre 2005 N.G.C. agiva nei confronti di RAI- RADIOTELEVISIONE ITALIANA spa (in prosieguo, RAI spa) per l’accertamento della nullità del termine apposto ai contratti di lavoro subordinato intercorsi tra le parti nel periodo giugno 1983 – ottobre 2004 e della sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato, con le statuizioni consequenziali.
Il Giudice del lavoro, con sentenza del 26.4.2007 (nr. 8106/2007), dichiarava esistente tra le parti un rapporto di lavoro a tempo indeterminato dal 27 giugno 1983, con diritto della lavoratrice al ripristino della sua funzionalità; condannava RAI spa al pagamento delle retribuzioni maturate dalla scadenza dell’ultimo contratto alla data della sentenza.
La Corte di appello di Roma, con sentenza del 18.9/2.10.2013 (nr. 7444/2013), rigettava l’appello di RAI spa.
La Corte territoriale preliminarmente respingeva la eccezione di risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso, osservando come l’elevato numero di contratti conclusi (tredici) era indicativo della volontà delle parti di non porre fine definitivamente al rapporto.
Non potevano invece attribuirsi effetti negoziali alla mera inerzia della lavoratrice, alla percezione del TFR senza riserve, alla mancanza di contestazioni all’atto della conclusione dei rapporti a termine ed alla prestazione lavorativa presso terzi; detti elementi non provavano la volontà chiara e certa della lavoratrice di porre fine al rapporto.
Nel merito, il primo contratto era stato stipulato ai sensi della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, comma 2, lett. e), nel testo introdotto dalla L. 23 maggio 1977, n. 266.
Non era stato provato il necessario presupposto della specificità dell’apporto creativo della lavoratrice (cd. vincolo di necessità diretta) giacchè dal contratto e dalle difese di RAI spa non emergeva la professionalità dell’appellata e l’apporto creativo che era stata chiamata a svolgere. Le allegazioni sul punto di RAI spa erano del tutto generiche.
Dalla illegittimità del termine derivava l’accertamento del rapporto a tempo indeterminato con decorrenza dalla stipula del primo contratto e l’assorbimento delle contestazioni relative ai contratti successivi.
Per la cassazione della sentenza ricorre RAI spa, articolando tre motivi. Resiste con controricorso N.G.C., illustrato con memoria.
1 Con il primo motivo di ricorso RAI spa ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, lett. e), come modificato dalla L. n. 260 del 1977.
Ha censurato la sentenza per avere ritenuto necessario ai fini della legittimità della clausola del termine il requisito soggettivo dello svolgimento di mansioni specifiche e particolari da parte della lavoratrice, fortemente limitativo della facoltà di assumere a termine rispetto alla previsione testuale della norma.
La fattispecie di assunzione a termine oggetto della sentenza impugnata è quella contemplata nel L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, lett. e), la quale, nella formulazione vigente all’epoca dei fatti di causa, riguardava le “assunzioni di personale riferite a specifici spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi” (mentre nella formulazione originaria menzionava le “scritture del personale artistico e tecnico della produzione di spettacoli”).
Secondo la interpretazione della disposizione offerta dalla costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis: Cass. 1 febbraio 2016 nr. 1841; Cass., 27 marzo 2014, n. 7243; Cass., 26 maggio 2011, n. 11573; Cass., 2 marzo 2012, n. 3308; n. 1291/2006; nonchè, in senso sostanzialmente conforme, Cass., nn. 774/2000; 17070/2002; 24049/2008) il requisito della “specificità” introdotto nel nuovo testo dell’art. 1, lett. e), vale a delimitare in modo rigoroso la possibilità di assunzione a termine, in quanto è indispensabile non soltanto la “temporaneità” dello spettacolo o programma nonchè la “specificità” rispetto alla ordinaria programmazione ma anche che l’assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma sicchè non può considerarsi sufficiente ad integrare l’ipotesi di legittimo ricorso al contratto a tempo determinato la mera qualifica tecnica od artistica del personale, occorrendo che l’apporto dei peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell’azienda (confronta, in particolare, Cass. 23 giugno 2008 n. 17053; Cass., 11 aprile 2006 n. 8385; Cass., 19 novembre 2010 n. 23501; Cass., 14 settembre 2012 n. 15455; Cass. 2 aprile 2014 n. 7667).
In questa ottica interpretativa le attività lavorative indicate nella nuova lettera e) dell’art. 1 sono giustificate dalla circostanza che la collaborazione sia caratterizzata da un siffatto apporto e intimamente collegata alla realizzazione dello specifico spettacolo o programma.
A tale principio di diritto si è conformata la sentenza impugnata, che è pertanto immune dalla censura sollevata.
2. Con il secondo motivo RAI spa ha dedotto- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1372 c.c., nonchè degli artt. 1362 e segg. c.c., in relazione alla statuizione di rigetto della eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso.
La società ha esposto che il significativo intervallo temporale intercorso nella serie dei contratti e l’inerzia prolungata della lavoratrice nel far valere i propri diritti (oltre quattro anni) erano prova della sua carenza di interesse alla prosecuzione del rapporto di lavoro.
La giurisprudenza di questa Corte – cui va data continuità – è ormai consolidata nello statuire che nel rapporto di lavoro a tempo determinato la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è di per sè insufficiente a far ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso.
Il mero decorso del tempo tra la scadenza del contratto e la proposizione della azione giudiziale non può, di per sè solo, costituire elemento idoneo ad esprimere in maniera inequivocabile la volontà delle parti di risolvere il rapporto a tempo indeterminato, in un ottica che svaluti il ruolo e la rilevanza della volontà delle parti intesa in senso psicologico in favore di un elemento obiettivo, socialmente e giuridicamente valutabile come risoluzione per tacito mutuo consenso (v. Cass., 15/12/97 n. 12665; Cass., 25/3/93 n. 824). Del resto, consentendo l’ordinamento di esercitare l’azione di nullità senza limiti di tempo, il tempo stesso non può contestualmente e contraddittoriamente produrre, da solo e di per sè, anche un effetto di contenuto opposto, atteso che una siffatta conclusione sostanzialmente finirebbe per vanificare il principio dell’imprescrittibilità dell’azione di nullità.
Conclusivamente, per aversi tacito mutuo consenso inteso a risolvere o, comunque, a non proseguire il rapporto di lavoro non basta il mero decorso del tempo fra la scadenza del termine illegittimamente apposto e la relativa impugnazione giudiziale ma è necessario il concorso di ulteriori e significative circostanze della cui allegazione e prova è gravato il datore di lavoro (ovvero la parte che eccepisce un tacito mutuo consenso).
Nè tale significatività può riconoscersi all’intervallo intercorso tra i contratti a termine in successione perchè, anzi, il loro ripetersi denota piuttosto la volontà del lavoratore alla prosecuzione dell’impiego.
La Corte territoriale ha dunque correttamente escluso che un mutuo consenso alla risoluzione possa desumersi dal mero decorso del tempo fra i vari contratti nonchè tra la scadenza del rapporto a termine e l’esercizio dell’azione in giudizio da parte della lavoratrice.
3. Con il terzo motivo RAI spa ha lamentato violazione e falsa applicazione della L. 30 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5 e 7, e dell’art. 429 c.p.c., comma 3.
Ha esposto che la disciplina del richiamato art. 32 era applicabile, per espressa previsione della norma, ai giudizi in corso alla data della sua entrata in vigore ed ha censurato la sua mancata applicazione da parte del giudice dell’appello.
La norma della L. n. 183 del 2010, art. 32 di cui si invoca la applicazione, è sopravvenuta alla data di deposito del ricorso in appello – iscritto a ruolo nell’anno 2008- ed è dotata di efficacia retroattiva.
Non appare preclusiva alla applicazione dello ius superveniens la mancata proposizione di motivi di appello sul capo della sentenza di primo grado relativo al risarcimento del danno.
Come definitivamente chiarito dalle sezioni Unite di questa Corte nell’arresto del 27/10/2016 n. 21691, nel caso in cui la sentenza si componga di più parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente anche la caducazione della parte dipendente (come avviene nel rapporto tra la dichiarazione di invalidità della clausola del termine e le statuizioni economiche consequenziali) la impugnazione proposta nei confronti della prima impedisce il passaggio in giudicato della parte dipendente pur in assenza di impugnazione specifica di quest’ultima.
Pertanto l’appello proposto da RAI spa avverso la statuizione di illegittimità del termine impediva la formazione del giudicato interno sulla pronunzia risarcitoria; la Corte di merito, essendo ancora sub iudice la statuizione risarcitoria avrebbe dovuto applicare la nuova disciplina regolatrice della materia, esercitando i poteri di impulso all’uopo previsti dall’art. 32, comma 7.
La sentenza impugnata deve essere pertanto cassata in accoglimento del terzo motivo e gli atti rinviati ad altro giudice, che si individua nella Corte di appello di Roma in diversa composizione, affinchè provveda a rinnovare il giudizio in applicazione dello ius superveniens.
La Corte accoglie il terzo motivo; rigetta il primo ed il secondo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.