Source: http://noiradiomobile.org/cancellazione-dal-registro-delle-imprese-momento-in-cui-la-cessazione-dellattivita-e-portata-a-conoscenza-dei-terzi/
Timestamp: 2018-08-16 08:49:19+00:00
Document Index: 163141048

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 2112', 'art. 61', 'art. 15']

Cancellazione dal registro delle imprese: momento in cui la cessazione dell’attività è portata a conoscenza dei terzi. – Noi Radiomobile™
Home »News»Leggi dello Stato»Cancellazione dal registro delle imprese: momento in cui la cessazione dell’attività è portata a conoscenza dei terzi.
Cancellazione dal registro delle imprese: momento in cui la cessazione dell’attività è portata a conoscenza dei terzi.
(Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 agosto 2016, n. 17360)
La reclamante aveva invocato la retrodatazione del termine annuale per la dichiarazione di fallimento, di cui all’art. 10 legge fall., deducendo che aveva cessato l’attività d’impresa sin da settembre 2010, nonostante la persistente iscrizione del registro delle imprese, e che i creditori istanti ne erano a conoscenza; aveva dedotto anche il difetto di legittimazione dei creditori istanti e l’insussistenza dei presupposti oggettivi del fallimento.
La Corte ha ritenuto non rilevante la cessazione dell’attività d’impresa finché non sia resa conoscibile e formalmente opponibile ai terzi mediante la cancellazione della società dal registro delle imprese, non essendo al debitore consentito di dimostrare una cessazione di fatto dell’attività in contrasto con le risultanze del registro; ha ritenuto infondate le altre ragioni del reclamo: i crediti degli ex dipendenti erano rappresentati in un decreto ingiuntivo definitivo, il credito della Mares Trasporti era incontestato e la debitrice non aveva dimostrato il mancato raggiungimento delle soglie di fallibilità.
Avverso questa sentenza la Corriere Espresso ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.
Il Fallimento e i creditori istanti non hanno svolto attività difensiva.
Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 10 legge fall., interpretato in modo contrario agli artt. 3, 24, 111 e 117 Cost. e 6 e 8 Cedu, per avere escluso la decorrenza del termine annuale per la dichiarazione di fallimento dalla data di effettiva cessazione dell’attività d’impresa, dovendosi, a suo avviso, consentire al debitore di provare la cessazione in epoca antecedente alla cancellazione dal registro delle imprese, quando, come nella specie, i creditori ne siano a conoscenza, ai quali altrimenti sarebbe concesso di avvantaggiarsi della formale iscrizione nel registro delle imprese, al fine di ottenere un indebito allungamento del termine annuale; si deduce la disparità di trattamento rispetto ai creditori e al P.M., ai quali soltanto è attribuita la possibilità di dimostrare la prosecuzione dell’attività malgrado la cancellazione dal registro delle imprese; di conseguenza, è eccepita la illegittimità costituzionale dell’art. 10 cit., se interpretato in modo da non consentire la decorrenza del termine annuale dalla data di effettiva cessazione dell’attività d’impresa nei confronti dei creditori istanti che ne siano a conoscenza.
La contestazione in esame è inidonea a fare escludere l’esistenza di crediti risultanti da decreti ingiuntivi non opposti, non essendo possibile porre in discussione titoli giudiziari definitivi. Inoltre, a norma dell’art. 2112 c.c., la debitrice cedente è obbligata solidalmente con la cessionaria verso i lavoratori dell’azienda ceduta, i quali, agendo nei confronti della prima, hanno esercitato un diritto, riconosciuto anche dall’art. 61 legge fall.
L’affermazione dell’inesistenza di debiti superiori al limite di cui all’art. 15, ult. comma, legge fall., è inconsistente, se si considera che il calcolo dei 30.000,00 è operato senza considerare i crediti indicati e infondatamente contestati nel motivo precedente. L’ulteriore affermazione che non fossero debiti scaduti implica una generica contestazione di fatto, inammissibile in sede di legittimità.
Premesso che l’onere della prova del mancato superamento dei limiti di fallibilità grava sull’imprenditore (v. Cass. n. 625 del 2016), in mancanza dei bilanci, la mancata ammissione della c.t.u. non è sindacabile in sede di legittimità, trattandosi di un potere discrezionale del giudice di merito che, nella fattispecie, l’ha considerata esplorativa e suppletiva dell’onere probatorio gravante sulla parte.
Si dà atto della sussistenza dei presupposti di legge per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale.
← Previous Previous post: La Cassazione ribadisce: l’esercizio di fatto di mansioni più elevate rispetto alla qualifica di appartenenza non solo non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore nella superiore qualifica, ma inoltre non può comportare l’attribuzione al dipendente di benefici ulteriori oltre quello delle differenze di trattamento economico.
Next → Next post: Lecca una ragazza dal mento al naso e le palpeggia il seno. Atti sessuali. Condannato ad 1 anno e tre mesi di reclusione.