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Timestamp: 2018-08-22 03:02:00+00:00
Document Index: 135827615

Matched Legal Cases: ['art 2018', '§ 50', '§ 65', '§ 51', '§ 138', '§ 147', '§ 159', '§ 302', '§ 356', '§ 437', '§ 451', '§ 453', '§ 480', '§ 834', '§ 563', '§ 664', '§ 2728', 'art 2017']

Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto - Libri pervenuti 2018
Indice vol. 8, 2018
Editoriale vol. 8, 2018
Libri pervenuti 2018
Libri pervenuti alla redazione (2018)
Ulrico Agnati, Profili giuridici del repudium nei secoli IV e V, Collana del Dipartimento di Giurisprudenza, Studi politici e internazionali dell’Università degli Studi di Parma 7, ESI, Napoli 2017, pp. 504, ISBN 9788849533187.
Mariateresa Amabile, Nefaria secta. Sulla normativa imperiale de Iudaeis (IV-VI secolo), L’arte del diritto. Collana diretta da Luigi Garofalo, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. 168, ISBN 9788824325226.
Matthias Armgardt – Fabian Klinck – Ingo Reichard (Hrsg.), Liber amicorum Christoph Krampe zum 70. Geburtstag, Freiburger Rechtsgeschichtliche Abhandlungen, n.F. 68, Duncker & Humblot, Berlin 2013, pp. VIII-319, ISBN 9783428139170.
Allievi ed amici hanno inteso celebrare, con questa raccolta di scritti, un ‘gentiluomo’ della romanistica tedesca, noto per la propria molteplicità di approcci ed interessi. I contributi rispecchiano tale peculiarità dell’onorato. Si spazia dal diritto privato al pubblico, dal diritto bizantino alla storia della tradizione romanistica. In particolare, si segnalano i seguenti contributi: in un denso saggio in tema di azioni nossali (pp. 59 ss.), C.A. Cannata discute in particolare della complessa stratificazione normativa sintetizzata in Gai. inst. 4.75, confrontandone il contenuto con il testo ulpianeo di D. 9.4.2, e giungendo a quella che egli stesso definisce una ‘conclusione non conclusiva’, mettendo invece in rilievo i numerosi profili problematici di questi testi. E, ancora, G. Gandolfi discute dell’influsso romanistico e delle vicende che portarono alla codificazione dell’ABGB (pp. 111 ss.); V. Heutger esamina la recezione della riflessione del Savigny nella scienza giuridica olandese degli ultimi due secoli (pp. 135 ss.). C. Masi Doria (pp. 265 ss.) offre invece una nota di lettura dello Strafrecht mommseniano di cui tratteggia genesi, vicende relative alla circolazione (e alla traduzione in francese), impianto, lacune e sistematica, insistendo in particolare sulla «Zwischenstellung des Strafrechts zwischen Jurisprudenz und Geschichte». Ad H. Wieling (pp. 353 ss.) si deve poi la callida iunctura di brani di Procopio (in particolar modo degli Anekdota) con costituzioni imperiali giustinianee, allo scopo di acclarare una serie di profili pubblicistici dell’impero bizantino (ad es. la rechtliche Lage der Dekurionen). Chiudono il volume (che forse avrebbe meritato un indice delle fonti e una più attenta revisione delle bozze) un saggio del ‘maestro’ di Krampe, J.G. Wolf, sulle vicende di due negozi arcaici (la in iure cessio e la manumissio vindicta; pp. 375 ss.) e una raccolta degli scritti di Chr. Krampe aggiornta all’autunno 2012. [P. Buongiorno]
Martin Avenarius – Christian Baldus – Francesca Lamberti – Mario Varvaro (Hrsg.), Gradenwitz, Riccobono und die Entwicklung der Interlationenkritik / Gradenwitz, Riccobono e gli sviluppi della critica interpolazionistica, Ius Romanum 5, Mohr Siebeck Verlag, Tübingen 2018, pp. VIII-331, ISBN 9783161559020.
Andrea Balbo – Pierangelo Buongiorno – Ermanno Malaspina (Hrsg.), Rappresentazione e uso dei senatus consulta nelle fonti letterarie della repubblica e del primo principato, Acta Senatus B.3, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2018, pp. 530, ISBN 9783515119443.
Christian Baldus, Espacios de particulares, espacios de juristas. Estudios dogmáticos de derecho privado romano, 2006-2016, Colección Premios Ursicino Álvarez 9, Marcial Pons, Madrid 2017, pp. 419, ISBN 9788491233046.
Carlo Beduschi, Scritti scelti (a c. di Luca Nogler e Gianni Santucci), Collana Quaderni della Facoltà di Giurisprudenza – Università degli Studi di Trento, Editoriale Scientifica, Napoli 2017, pp. 321, ISBN 9788893912396.
Tommaso Beggio, Paul Koschaker (1879–1951). Rediscovering the Roman Foundations of European Legal Tradition, Winter Universitätsverlag, Heidelberg 2018, pp. 322, ISBN 9783825368845.
Paola Biavaschi, Avida Cupiditas. Profili giuridici degli acquedotti romani pubblici nel tardo antico, Jouvence, Milano 2018, pp. 321, ISBN 9788878016156.
Articolandosi in una premessa (pp. 11-17), otto capitoli e note conclusive (pp. 287-301), il lavoro di Paola Biavaschi offre uno spaccato degli aspetti giuridici riconducibili alla sovraintendenza degli acquedotti, all’approvigionamento e al consumo d’acqua all’interno delle città nelle due partes dell’impero, dall’età dioclezianea al regno di Teodorico e all’impero di Giustiniano.
Dopo aver indagato, nel primo capitolo (pp. 19-54), la figura del consularis aquarum e il suo rapporto con la cura aquarum, alla luce della documentazione epigrafica l’a. rileva come «a Roma, ancora fino a Costantino, la titolazione tradizionale curator aquarum et Miniciae (quindi con la competenza anche nel campo della distribuzione del frumento) ebbe la tendenza a permanere, addirittura fino al 328, forse un più radicato omaggio alla tradizione, risalente nella sostanza allo stesso Agrippa, mentre la nuova denominazione e forse un riveduto quadro delle competenze ebbero la meglio nell’Oriente rinnovato dall’organizzazione amministrativa di Costantino» (p. 44). L’esiguità del numero di attestazioni epigrafiche in età postcostantiniana induce poi l’a. a ipotizzare che «la figura del consularis aquarum, inquadrata in uno schema più preciso insieme ad altri funzionari come il comes formarum, abbia perso il suo ruolo propulsivo per una brillante carriera successiva … e sia divenuta una carriera meno ‘politicamente’ e più tecnicamente intesa, pur nella rilevanza che l’approvigionamento idrico continuò a rivestire fino all’epoca bizantina inoltrata» (pp. 44 s.).
La studiosa segue, quindi, le trame normative relative alla gestione delle acque nei centri cittadini principalmente attraverso le testimonianze del Codex Theodosianus, del Codex Iustinianus e delle Variae di Cassiodoro. Biavaschi concentra la sua attenzione soprattutto su importanti centri urbani come Roma, Costantinopoli, Milano, Ravenna, e riserva una trattazione speciale alle città che prosperavano in Campania intorno all’acquedotto del Serino (aqua Augusta), per le peculiarità di un territorio che, per diverse ragioni, ha interessato gli interventi imperiali.
In particolare nel secondo capitolo (pp. 55-83) l’a. si concentra sui piani di ristrutturazione urbanistica coltivati dal prafectus urbi Volusiano Lampadio al tempo di Valente I rispetto alle restrizioni imperiali concernenti l’edificazione di nuove opere a spese pubbliche: superando l’insegnamento mazzariniano secondo cui «i provvedimenti imperiali sarebbero stati ispirati da una parte della popolazione romana… avvilita dalla sconsiderata politica di demolizioni e nuove edificazioni portata avanti dai prefetti» (p. 57), ipotizza che «fossero proprio alcuni prefetti pagani a richiedere l’emanazione di provvedimenti imperiali, perché desiderosi di bloccare l’edificazione di opere nuove e più interessati, invece, a portare avanti lavori di restauro, graditi ideologicamente all’aristocrazia romana e più rapidi da eseguire e completare all’interno del tempo in cui restavano in carica. Il furore distruttivo e la volontà di costruire molti nuovi edifici, in particolare per il culto, sarebbero invece da attribuirsi alla componente cristiana» (p. 59); in questo senso la studiosa rilegge l’attività del prefetto Volusiano alla luce dei suoi personali interessi economici legati all’edilizia.
L’a. confronta, poi, la realtà dell’Urbe con quella, contemporanea, registrabile a Costantinopoli e con le nuove opere edilizie che in quegli stessi anni vi si attendevano, per passare, nel terzo capitolo (pp. 85-117) a concentrarsi sugli acquedotti della Nova Roma sotto l’impero di Teodosio I, con particolare riferimento ai provvedimenti di contrasto dell’aviditas e della vetiti furoris audacia con cui i privati ardivano installare derivazioni abusive per sottrarre l’acqua pubblica al patrimonio idrico e distrarla, invece, a utilità personali. L’indagine ritorna, quindi, a Roma e all’Occidente sotto l’impero di Teodosio.
La pratica delle derivazioni abusive e l’avida cupiditas è ancora il tema del quarto capitolo (pp. 119-151) che riguarda, però, la fine del IV sec., soffermandosi, tra l’altro, sulle attestazioni concernenti ambiti territoriali anche diversi dalle capitali dell’Impero, come quello interessato dall’Aqua Augusta, affidata prima a un curator aquae Augustae e per l’epoca costaniniana a un praepositus subalterno al consularis Campaniae. Dopo una breve disamina del titolo de praetoribus et quaestoribus del sesto libro del Codex Theodosianus, la studiosa registra nei provvedimenti di Arcadio e Onorio un’ansiosa cura per la conservazione «della rete idrica delle capitali e dei principali centri militari e commerciali dell’impero» che ella giustifica in ragione delle paure per le invasioni barbariche.
I termini di confronto tra Oriente e Occidente, come due partes dell’impero sostanzialmente equiparabili, si sarebbero diradati dopo Arcadio e Onorio. Ciò porta l’a., dopo una «breve ‘divagazione nilotica’» (pp. 154-159), a concentrare l’indagine su Costantinopoli nei capitoli quinto (pp. 154-183) e sesto (pp. 185-208), senza però trascurare (pp. 175-183) la drammatica situazione dell’Occidente dopo il sacco alariciano del 410. Il settimo capitolo (pp. 209-258) è dedicato al tramonto dell’antichità in Occidente, soprattutto alla luce delle Variae cassiodoree, con particolare riferimento alla politica di recupero edilizio portata avanti da Teodorico. L’ottavo e ultimo capitolo (pp. 259-286) è dedicato invece all’Oriente, con speciale riferimento al tempo di Giustiniano; negli esiti della Guerra gotica la studiosa, tuttavia, trova argomento per estendere ancora una volta gli orizzonti su Roma bizantina.
Quantunque sia incentrata sugli interessi giuridici del tema dell’organizzazione amministrativa, della cura delle strutture, della repressione degli abusi, alla luce delle testimonianze normative del tardoantico, l’opera è apprezzabile anche per l’approccio interdisciplinare all’argomento. [R. D’Alessio]
Maria José Bravo Bosch, Mujeres y símbolos en la Roma republicana. Análisis jurídico-histórico de Lucrecia y Cornelia, Dykinson S. L., Madrid 2017, pp. 333, ISBN 97888491484455.
Pierangelo Buongiorno, Claudio. Il principe inatteso, Collana Aspettando i Barbari, 21 Editore, Palermo 2017, pp. 350, ISBN 9788899470289.
Pierangelo Buongiorno, Il divieto di donazione fra coniugi nell’esperienza giuridica romana. I. Origini e profili del dibattito giurisprudenziale fra tarda repubblica ed età antonina. Prefazione di Luigi Capogrossi Colognesi, Edizioni Grifo, Lecce 2018, pp. 234, ISBN 9788869941481.
Giuseppe Camodeca, Tabulae Herculanenses. Edizione e commento 1, Vetera 20, Edizioni Quasar, Roma 2017, pp. 378, ISBN 9788871408200.
Mariateresa Carbone, L’emersione dell’emptio consensuale e le leges venditionis di Catone, Collana della Rivista di Diritto romano, LED Edizioni, Milano 2017, 141.
Alessandro Cassarino, Il vocare in tributum nelle fonti classiche e bizantine, Collana del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa 23, Giappichelli Editore, Torino 2018, pp. 210, ISBN 9788892106703.
Il volume, primo lavoro monografico di Alessandro Cassarino, è dedicato alla ricostruzione della natura giuridica del vocare in tributum, procedimento – per così dire, ‘parafisiologico’ – mediante il quale una merx peculiaris, rivelatasi inadeguata a soddisfare le pretese obbligatorie vantate dai creditori di una negotiatio, veniva ad essere ripartita tra questi e l’avente potestà, con la cui consapevolezza o tolleranza essa era stata esercitata. L’Autore si propone, mediante un’estesa analisi di fonti prevalentemente giuridiche, di individuare i profili di un istituto che si pone ai confini dell’àmbito di operatività, oltre che del triplex edictum, dell’actio tributoria; con quest’ultima in particolare, come Cassarino si impegna a mostrare, il vocare in tributum si trova in un complicato rapporto di alternatività e affinità non solo in termini dogmatico-operativi, ma anche di genesi storica dei due dispositivi pretorî. La ricerca, cui è premessa una breve sintesi degli obiettivi (pp. VII-X) si dipana lungo quattro capitoli: I) Vocare in tributum: genesi e regime giuridico (pp. 1-46); II) La merx peculiaris e la sua tributio nelle fonti giurisprudenziali (pp. 47-99); III) Le risultanze provenienti dalle fonti giustinianee (pp. 101-139); e IV) L’importanza delle scritture contabili del negotiator ai fini di una corretta tributio (pp. 141-192). Un indice delle fonti (pp. 193-198) ed una significativa bibliografia (pp. 199-210) agevolano la consultazione dei riferimenti citati nell’indagine.
Lo studio rappresenta un interessante tentativo di far luce, seguendone l’evoluzione lungo tutto l’arco cronologico dell’esperienza giuridica romana, su una materia di notevole complessità tecnica, destinata peraltro ad una controversa ma feconda elaborazione dottrinale in età posteriore (non si dimentichi, in particolare, la rilevanza attribuita dalla pandettistica alla merx peculiaris come prototipo di limitazione della garanzia patrimoniale per l’esercizio di attività d’impresa). L’opera, inoltre, si segnala per l’attenzione dedicata alle scritture contabili ed al loro concreto utilizzo nel contesto delle attività negoziali romane, così offrendo un contributo aggiornato in lingua italiana su un tema che, per la sua trasversale ricorrenza nelle fonti, merita senz’altro tutto l’interesse della romanistica contemporanea. [M. Pedone]
Alice Cherchi, De metallis et metallariis. Ricerche sulla legislazione mineraria tardoantica, Biblioteca di Studi e ricerche di Diritto romano e storia del diritto 8, Edizioni AV, Cagliari 2017, pp. 284, ISBN 9788883741326.
Clément Chillet, De l’Étrurie à Rome: Mécène et la fondation de l’Empire, Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome 373, École françaises de Rome, Rome 2016, pp. 609, ISBN 9782728312023.
Maria Luisa Chirico – Simonetta Conti (a c. di), La grande guerra. Luoghi, eventi testimonianze voci, Aracne editrice, Canterano 2018, pp. 820, ISBN 9788825512595.
Il volume costituisce la pubblicazione degli atti del convegno organizzato dal Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ insieme al Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici e la Società Geografica Italiana, e svoltosi a Napoli il 3 e il 4 dicembre 2015, a margine delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra. La eterogeneità dei soggetti coinvolti - con le proprie specificità scientifiche e gli interessi di ricerca -emerge nei temi affrontati da ciascun autore. Un’introduzione e una conclusione (in realtà un saggio metodologico su quanto, talvolta, nell’immediatezza politica, l’istituzione dell’analogia storica non produca riverberi concreti e decisionali, ma sia pura speculazione) entrambe di Luigi Loreto riuniscono ventisei contributi ordinati secondo il più rapido ma meno efficace ordine alfabetico degli autori; sarebbe stato possibile infatti raggrupparli in quattro nuclei tematici alcuni dei quali ulteriormente circoscrivibili ratione materiae, al fine orientare meglio il lettore.
Ad ogni modo, un primo nucleo riconduce agli aspetti di storia generale ulteriormente declinabili in storia politica (G. Cerchia, Il dibattito politico nelle retrovie e la crisi dell’Italia liberale; Elena Dai Prà e Davide Allegri, Il confine contestato. Fermenti nazionalisti, scontri e commissioni militari nel Tirolo meridionale alla vigilia della Grande Guerra), storia militare (Andrea Costume, La sanità militare; Aniello Di Iorio, Il ruolo delle ferrovie italiane nella Grande Guerra; Patrizia Licini, La chirurgia di guerra dal resoconto clinico di un protagonista a Caporetto: Cesare Licini il direttore dei servizi chirurgici; Leonardo Rombai, Cesare Battisti (1875-1916): le opere geografiche civili e militari), storia sociale (Claudio Attilio Borreca, La Grande Guerra delle donne; Simonetta Conti, Geografia della Grande Guerra: Canti di propaganda, di trincea; Elena Porciani, Una donna contro la guerra. Antigone di Walter Hasenclever; Massimo Rossi, Grande Guerra e geografia della persuasione), i protagonisti (Gregorio Prisco, La Grande Guerra nelle lettere di un soldato ragazzino del sud Italia; Domenico Proietti, «Scrive sempre e sta’ cuntenta». Scritture e scriventi meridionali nella Grande Guerra; Raffaele Spiezia e Mélanie Rudzki, Nei pressi di Verdun; corrispondenza di un soldato) e questioni storiografiche (Federico Scarano, La fine dell’Austria-Ungheria, la Prima Guerra mondiale e il ruolo dell’Italia alla luce della più recente storiografia austro-tedesca). Un nucleo a sé è quello incentrato sugli antichisti nella Grande Guerra (Mario Capasso, I Papiri Ercolanesi e la Prima Guerra mondiale; Gennaro Celato, Amedeo Maiuri: il mestiere d’archeologo e la propaganda nazionalista negli anni della Grande Guerra; Raffaele D’Alessio, Romanisti, comunità scientifica internazionale e Grande Guerra; Serenella Ensoli, La Prima Guerra Mondiale e l’archeologia in Libia. Pregressi e sviluppi; Claudia Santi, Raffaele Pettazzoni negli anni della guerra: il classicista, lo storico delle religioni, il soldato; Claudio Vacanti, Italia in guerra, Italia in Pais: prospettive e retrospettive negli scritti di Ettore Pais durante la Grande Guerra; Carlo Lanza, Dal quietismo savignano al natura… facit saltus). Un terzo riguarda la storia locale, analizzando il contesto geografico della Terra di Lavoro nel suo rapporto con la Grande Guerra (Paolo De Marco, Politica e società in Terra di Lavoro nella Grande Guerra; Anna Finelli, Disfattismo e Terra di Lavoro durante la Grande Guerra). Un ultimo nucleo si focalizza sulla memoria della Grande Guerra (Arturo Gallia, Cartografia storica e strumenti digitali per lo studio della memoria della Grande Guerra. L’odonomastica capitolina; Anna Grimaldi, L’alba del nuovo secolo, dall’Art Nouveau ai futuristi; Amedeo Vitale, Le donne, i cavalier…). Naturalmente alcuni dei contributi potrebbero in astratto condividere più collocazioni all’interno dei nuclei individuati.
Di fronte alla molteplicità di temi e prospettive indagate in questa sede ci si soffermerà solo su alcuni di essi, in particolare quelli a tema antichistico. A fianco di alcuni contributi dedicati a tratteggiare profili di singoli classicisti – Amedeo Maiuri, Raffaele Pettazzoni e Ettore Pais – nella temperie a cavallo del conflitto, altri invece affrontano il tema dei rapporti tra studiosi italiani e tedeschi di fronte al conflitto.
Mario Capasso ricostruisce la cesura rappresentata dal periodo bellico nello studio del materiale papiraceo rinvenuto negli scavi settecenteschi nella cd. Villa dei Pisoni a Ercolano e conservato dagli inizi del XIX secolo nella Officina dei Papiri Ercolanesi. Questo straordinario patrimonio documentario che ancora oggi disvela i suoi contenuti (come peraltro dimostra la recente rilettura di P. Herc. 1067) aveva avuto modo di essere studiato autopticamente anche da filologi tedeschi, finché lo scoppio del conflitto del 1914 non aveva impedito loro di poter raggiungere Napoli. D’altra parte le vicende belliche ebbero ripercussioni sulla rinnovata attività di pubblicazione del volume inaugurale della raccolta Herculanesium Voluminum quae supersunt, Collectio Tertia, pubblicata a cura di Domenico Bassi nel 1914. Alle difficoltà di diffusione e circolazione dell’opera soprattutto al di fuori dei confini nazionali, si affiancò l’impossibilità dei filologi stranieri (W. Crönert, C. Jensen, C. Wilke, S. Sudhaus, R. Philippson) di poter studiare a causa dell’impegno di ciascuno sui fronti di guerra: i più fortunati saranno catturati ed internati, altri come Sudhaus moriranno sui campi di battaglia. È merito di Capasso aver richiamato la nostra attenzione ai tempi della ricostruzione di quei rapporti umani oltre che scientifici, avvenuta nel caso di Wilhelm Crönert già durante la sua prigionia in Inghilterra attraverso l’invio di lettere ai maggiori filologi di quella nazione: se A.S. Hunt o W.M. Lindsay dimostrarono distacco, invece H.I. Bell e B.P. Grenfell tradussero la loro cortesia e disponibilità inviando al filologo tedesco propri contributi. Va da sé che a conflitto terminato anche la comunità filologia internazionale riuscì nel proposito di superare ostilità e diffidenze provocate dal conflitto.
Gli articoli a firma di Carlo Lanza (Dal quietismo savignano al natura… facit saltus) e Raffaele D’Alessio (Romanisti, comunità scientifica internazionale e Grande Guerra) possono essere letti specularmente, perché indagano prodromi e sviluppi del dibattito romanistico circa il ruolo del diritto romano nell’esperienza tedesca e in quella italiana nel periodo prebellico, bellico e postbellico. Lanza ricostruisce lo sviluppo della teoria giuridica ottocentesca dell’evoluzione lenta e graduale dei fenomeni giuridici cui fu contrapposto il modello del repentino e violento mutamento giuridico-istituzionale. L’allontanamento da positivismo e naturalismo o si concretizzò nell’aperta contestazione della scienza storico-giuridica tedesca, e della sua supremazia, ad esempio da parte di Biagio Brugi nel maggio del 1919, ancora a pochi mesi dalla fine del conflitto. La posizione di contestazione assunta dal romanista italiano, che pure si era formato in Germania per mezzo di borse di studio finanziate dal Ministero dell’Istruzione, pare comunque inserirsi nella temperie bellica, dominata dalla Guerra degli spiriti e dalla avversione nei confronti della Kultur tedesca, e perciò appare tanto più strumentale. Del resto analoga posizione era stata condivisa da Pietro Bonfante che nella premessa ai suoi Scritti pubblicati nel 1916, ad un anno dall’entrata in guerra dell’Italia, ammoniva a non uniformarsi a «modelli e metodi stranieri», vale a dire quegli tedeschi.
A conflitto terminato, la comunità scientifica europea aveva d’altro canto avvertito fin da subito la necessità di riavviare e ricostruire rapporti e relazioni scientifiche. Ancora una volta il contributo di D’Alessio mette in evidenza tra l’altro come la ricostruzione dei rapporti romanistici italo-tedeschi si realizzò anche mediante la collaborazione alle riviste in termini di accoglimento di articoli di studiosi appartenenti a Paesi ex nemici in riviste italiane (ad esempio negli Annali del Seminario giuridico di Palermo), e in termini di recensioni a volumi italiani nella Savigny-Zeitschrift für Rechtsgeschichte; non a caso nel 1924 Vincenzo Arangio Ruiz pubblicava, nel numero XLIV SZ, un elenco sistematico delle opere di diritto romano pubblicate nel periodo compreso tra il 1915 e il 1921. Tuttavia, nel periodo post-bellico, si era avviato un ripensamento del tutto nuovo dell’identità e della vocazione scientifica della romanistica italiana, sollecitata ancora una volta dalle dottrine giuridiche tedesche, in particolare dall’interpolazionismo: i romanisti italiani erano chiamati a identificarsi come disciplina storico-giuridica, ovvero puramente giuridica.
Dilemma questo ancora di grande attualità e variamente risolto. Nel caso di specie l’adesione e la partecipazione a questo volume ad impianto storico non può che attestare la rivendicazione inequivocabile dell’identità storica del diritto romano, capace cioè di guardare al fenomeno storico in quanto tale e di apprezzare qualsiasi fonte antica utile alla ricostruzione di esso, almeno da parte di quei romanisti che a questa, come ad iniziative analoghe, hanno aderito. [A. Gallo]
Pilar Ciprés (a c. di), Plinio el Viejo y la construcción de Hispania Citerior. Pliny the Elder and the construction of Hispania Citerior, Anejos de Veleia. Acta 14, Universidad del Pais Vasco/Euskal Herriko Unibertsitatea, Vitoria/Gasteiz 2017, pp. 340, ISBN 9788490826850.
Giovanni Cossa, Per uno studio dei libri singulares. Il caso di Paolo, Giuffrè Editore, Milano 2018, pp. XVIII-676, ISBN 9788814227707.
Paola Ombretta Cuneo, Sequestro di persona, riduzione in schiavitù e traffico di esseri umani. Studi sul crimen plagii dall’età dioclezianea al V secolo d.C., Collana della Rivista di Diritto romano, LED Edizioni, Milano 2018, pp. 139, ISBN 9788879168502.
Alessandro Cusmà Piccione, Non licet tibi alienigenam accipere. Studio sulla disparitas cultus tra i coniugi nella riflessione cristiana e nella legislazione, Pubblicazione della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Messina 271, Giuffrè Editore, Milano 2017, pp. XVI-560, ISBN 9788814222801.
Raffaele D’Alessio, Il denaro e le sue funzioni nel pensiero giuridico romano. La riflessione giurisprudenziale nel Principato, Iuridica Historica 6, Edizioni Grifo, Lecce 2018, pp. 224, ISBN 9788869941412.
Giacomo D’Angelo, Il concetto di potestas nell’editto de noxalibus actionibus. Per una ricostruzione della fase in iure del processo nossale classico, Giappichelli, Torino 2017, pp. 150, ISBN 9788892110717.
Federica De Iuliis, Studi sul pignus conventum. Le origini. L'interdictum Salvianum, Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. VIII-304, ISBN 9788892112636.
Federica De Iuliis, «A vetustate quidem neglectus, a nostro autem vigore recreatus». Codex Iustinianus 3.28.34 e la successione ereditaria del nipote ex filio exheredato, Universitas Studiorum Casa editrice, Mantova 2018, pp. 133, ISBN 9788833690063.
Linda De Maddalena, Litis causa malo more pecuniam promittere. Sulla contrarietà ai boni mores del ‘patto di quota lite’, Dike Verlag, Zürich / Sankt Gallen 2015, pp. 181, ISBN 9783037517727.
Valeria Di Nisio, Partus vel fructus. Aspetti giuridici della filiazione ex ancilla, Collana RULeS. Research Upgrading in Legal Science, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. 222, ISBN 9788824325196.
Nadja El Beheiri, Das regimen morum der Zensoren. Die Konstruktion des römischen Gemeinwesens, Schriften zur Rechtsgeschichte, 159, Duncker & Humblot, Berlin 2012, pp. 172, ISBN 9783428137893.
Dopo una serie di studi preparatori, apparsi sulla rivista Acta Antiqua nel 2004 e nel 2007, la studiosa ungherese Nadja El Beheiri (E.B.) ha nel 2012 dato alle stampe questo volumetto, finalizzato ad un esame d’insieme della disciplina del regimen morum nell’esperienza romana di epoca repubblicana. Preceduto da una breve Einleitung (11 ss.), in cui E.B. dettaglia l’impianto del lavoro, la ricerca si snoda in quattro parti. Le prime due hanno un approccio prevalentemente storiografico, essendo dedicate rispettivamente alla nozione di regimen morum in relazione alla trattazione fattane da Theodor Mommsen nel Römisches Staatsrecht (14 ss.) e alle nozioni di ‘Herkommen’ e ‘Willkür’ adoperate da Mommsen nella sua rappresentazione del regimen morum (31 ss.): è forse la parte più originale del libro, per quanto si tratti di pagine utili soprattutto a chi si voglia accostare all’interpretazione del pensiero mommseniano. La terza parte (62 ss.) è invece concentrata sul rapporto fra arte e diritto, in cui E.B. si lancia in un’esegesi comparata dell’Etica Nicomachea di Aristotele e della definizione del diritto come ars boni et aequi, su cui però gravano numerose letture moderne che condizionano le scelte esegetiche compiute da E.B. Si tratta in ogni caso – a parere di chi scrive - di un inspiegabile fuor d’opera rispetto al tema della monografia. La quarta, più consistente parte del lavoro (78 ss.) affronta infine le competenze dei censori, esaminandone il loro divenire sino alla fine dell’epoca repubblicana. Particolare attenzione è dedicata – et pour cause – a determinati provvedimenti normativi, come per es. la lex Publilia Philonis o la lex Ovinia, o ancora la lex Claudia de nave senatorum: in ogni caso non vi sono elementi significativi di novità apportati da E.B. Anche le scelte di selezione di temi, fonti e bibliografia compiute da E.B. appaiono discutibili: a mero titolo di esempio, si rileverà come marginale sia la trattazione della materia in tema di lusso. Chiudono il libro una breve Zusammenfassung (159 ss.) la bibliografia e un soggettario (manca – lacuna grave – un indice delle fonti). [P. Buongiorno]
Giuseppe Falcone, La definizione di obligatio, tra diritto e morale. Appunti didattici, Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. 159, ISBN 9788892111349.
Iole Fargnoli – Stefan Rebenich (Hrsg.), Theodor Mommsen und die Bedeutung des Römischen Rechts, Freiburger Rechtsgeschichtliche Abhandlungen, n.F. 69, Duncker & Humblot, Berlin 2013, pp. VIII-319, ISBN 9783428139170.
Il volume raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Berna nel maggio 2012 e nel quale sono confluiti i testi delle relazioni, arricchiti di note e di spunti di riflessione derivati dalla discussione. Dopo l’introduzione di Iole Fargnoli e Stefan Rebenich (7 ss.), che traccia le coordinate del volume, seguono otto contributi, che pongono l’accento sugli aspetti salienti del ‘Werdegang’ storico-giuridico di Th. Mommsen. W. Ernst (15 ss.) tratteggia l’interazione di Mommsen con la scienza giuridica del suo tempo, l’interazione con la Scuola storica ma con una prudente distanza dalle sue derive pandettistiche, che vengono opportunamente condensate nella formulazione «non quia ius, sed quia Romanum». Un approccio che accompagnò Mommsen per tutta la sua vita scientifica, nell’arco di quasi tre quarti di secolo, e che si coglie proprio nel lavoro minuto sulle fonti, che dell’opera di Mommsen costituisce il legato più grande: una prospettiva ben evidente a Hermann Kantorowicz, pur con alcune divaricazioni interpretative, rispetto al lavoro svolto da Mommsen per l’edizione dei Digesta giustinianei: aspetto, questo, cui sono dedicate le pagine di J.G. Wolf (35 ss.). I contibuti di W. Eck (49 ss.) e K.-J. Hölkeskamp (65 ss.) guardano invece a una delle altre pietre miliari della produzione mommseniana, ossia il Römisches Staatsrecht. Eck indaga le ricadute della ricerca epigrafica condotta da Mommsen sulla composizione dello Staatsrecht, fornendo peraltro un’utile tabella comparativa sullo stato di avanzamento dei lavori del CIL fra il 1863 e il 1888 (p. 52). Hölkeskamp affronta invece i postulati teorici dello Staatsrecht, offrendo un contributo forse eccessivamente destrutturante, ma che appare in linea con l’approccio molto personale mostrato dallo studioso sin dal volume Rekonstruktionen einer Republik (2004). C. Masi Doria (93 ss.) pone i presupposti metodologici per una rilettura dello Strafrecht, mettendo in luce in particolar modo come in quest’opera «l’esperienza di ricerca storico-antiquaria, quanto mai necessaria per l’elaborazione di un ‘diritto penale romano’… (sia) dunque saldata ad una visione prettamente giuridica dei problemi». Questo permette a Masi Doria di soffermarsi (109 ss.) sulla figura della «Zwischenstellung des Strafrechts zwischen Jurisprudenz und Geschichte». B. Sirks (121 ss.) e Ph. Blaudeau (141 ss.) hanno invece rivolto la propria attenzione alla genesi dell’edizione del Codex Theodosianus, di cui Sirks indaga l’approccio metodologico e la fine attenzione alle tradizioni manoscritte del testo e di singole costituzioni. Blaudeau esamina invece le ricadute di questo progetto editoriale sulla ricerca storica, declinandone anche gli sviluppi più recenti (si pensi al progetto di traduzione e commento promosso da S. Crogiez-Pétrequin e P. Jaillette). Da ultima, G. Hilner (155 ss.) offe una traduzione e un Nachwort della tesi di dottorato di Th. Mommsen (segue alle p. 175 ss. il testo originale in latino), discussa come è noto a Kiel nel 1843. Un’integrazione doverosa a questo volume e che conferma come i fondamenti della metodologia di Mommsen, l’approccio totalizzante alle fonti, furono ben presenti allo studioso sin dagli inizi del suo percorso di studio. [P. Buongiorno]
Jean-Louis Ferrary, Aldo Schiavone, Emanuele Stolfi, Quintus Mucius Scaevola. Opera, Collana «Scriptores Iuris Romani», diretta da Aldo Schiavone 1, «L’Erma» di Bretschneider, Roma 2018, pp. 482, ISBN 9788891308658.
«Il diritto, a Roma, non è tanto un comando dello stato, quanto una creazione dei giuristi»: dalla citazione di Ronald Syme (p. VII) prende avvio la pubblicazione (la prima della serie scaturente dall’imponente progetto, ora finanziato anche dall’European Research Council, Scriptores Iuris Romani, guidato da Aldo Schiavone) dei frammenti noti da tradizione manoscritta di Quinto Mucio Scevola. Il corposo e denso volume, dedicato alla figura e all’opera del giurista e pontifex maximus, figlio di Publio, che «ius civile primum constituit generatim», si iscrive in un’ottica – già perseguita da molti anni da Aldo Schiavone e dai colleghi partecipanti al progetto SIR (come rilevabile ad esempio dal resoconto a firma di V. Marotta, E. Stolfi, Corpus Scriptorum Iuris Romani. L’inizio dei lavori, in SDHI. 72, 2006, 587-595) – che guarda a un ‘change of paradigm’ rispetto a quella otto-novecentesca. La logica dell’epoca infatti avrebbe posto alla base delle codificazioni nazionali il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, con una sistematica fondata in gran parte sulle Institutiones imperiali, e una prospettiva essenzialmente ‘fuorviante’: la ‘forma-codice’, infatti, invenzione «di un piccolo gruppo di esperti, su incarico di Giustiniano I», avrebbe condotto chiunque si occupasse delle fonti in esame a considerare il testo (dei Digesta in particolare) come un codice da attualizzare, e da cui ricavare indirizzi per il presente. Solo a partire dalla metà del secolo scorso, con la diffusione delle codificazioni nazionali in tutta l’Europa continentale, si sarebbero poste (è ben noto) le basi per una ‘storicizzazione’ del diritto romano. Diveniva così possibile finalmente considerare i materiali contenuti nei Digesta anche dal punto di vista della loro provenienza, diversificandoli a seconda del giurista indicato come autore e dell’opera cui il singolo frammento fosse riferito.
L’impostazione in esame, e l’individuazione, come ‘precursore’ «geniale e isolato», del Lenel della Palingenesia, sono incisivamente illustrate nella prefazione al volume, di Aldo Schiavone (Scriptores Iuris Romani, pp. VII-XII), con uno sguardo altresì alla ‘struttura’ della progettata riedizione delle opere dei iuris periti romani. Il presente volume è esemplare appunto dell’organizzazione del lavoro all’interno del progetto.
Una prima sezione, Introduzione a Quinto Mucio (pp. 1-60), risulta suddivisa in due momenti: un primo di stampo biografico e politico, che conferma la figura di Mucio come personaggio rispettoso del senato e delle leggi (ad esempio quale governatore della provincia d’Asia, o in ragione della sua obbedienza alla lex Fannia sumptuaria), nonché la sua (relativa) autonomia politica, a cura di Jean-Louis Ferrary (Una vita nel cuore della repubblica: saggio di biografia politica, pp. 3-28); e un secondo, a cura di Aldo Schiavone, dedicato invece alla peculiare ‘autorialità’ di Mucio, ai tratti distintivi che lo resero un punto di riferimento per contemporanei e posteri, quali l’uso consapevole (e per la prima volta complessivo, all’interno degli scritti di un giurista) della diairesis, e l’introduzione di una ‘ontologia giuridica’ destinata a influenzare per secoli la giurisprudenza successiva (Astrarre distinguere regolare. Forme giuridiche e ordine teologico, pp. 29-59).
Una seconda sezione, Testimonia (pp. 61-98), affidata anch’essa a Jean-Louis Ferrary, raccoglie «testi che, pur senza riportare esattamente il suo pensiero … ne ricordano particolari biografici o riportano giudizi sulle sue dottrine e sulla sua fortuna» (p. XIII): essa è suddivisa in una prima parte che offre materiale documentario, I. Epigrafi (pp. 63-67), in prevalenza relativo al proconsolato d’Asia di Quinto Mucio, e in una seconda dedicata a fonti di [II.] Tradizione manoscritta (pp. 69-97), contenente in prevalenza materiale ciceroniano, ma anche fondamentali testimonianze, fra altri, di Diodoro Siculo, Valerio Massimo, Asconio Pediano, Cassio Dione.
La terza, Opera (pp. 101-179), a cura di Emanuele Stolfi, comprende i brani (per lo più provenienti dalla compilazione giustinianea) che documentano direttamente la produzione letteraria di Quinto Mucio: non sempre gli autori hanno scelto di seguire l’ordine leneliano dei frammenti, nel caso precisando i motivi della diversa opzione. La riproduzione dei frammenti inerenti (I.) i Libri iuris civilis (pp. 120-159) e (II.) il Liber singularis horon (pp. 166-169), ciascuno proposto sia in lingua originale che in traduzione italiana, è in entrambi i casi preceduta da una Introduzione relativa alle specifiche delle due opere (la prima, è noto, non disponibile ai tribonianei, e loro nota solo attraverso il commentario pomponiano e i riferimenti di altri giuristi successivi, a differenza della seconda, da essi posseduta) e alle contingenze della loro trasmissione testuale (rispettivamente pp. 101-119 e pp. 161-165). La terza parte della terza sezione (senza Introduzione) è dedicata infine (III.) ai Reliqua fragmenta, relativi a ius privatum, ius sacrum e c.d. theologia civilis, noti per lo più attraverso la tradizione letteraria (pp. 170-179). Ammirevole e degna di nota la cura filologica nella edizione testuale, e l’attenzione (per quanto attiene ai Libri iuris civilis), evidenziata anche dal segno grafico - con corpo ordinario e in tondo a riferire i (presunti) «ipsissima verba» di Mucio, corpo corsivo a riferirne il pensiero come parafrasato dal giurista che di volta in volta ne menziona il lavoro, e corpo tondo e minore a indicare il commentario al singolo lemma. Ciascun frammento di questa sezione è contrassegnato da un numero (da 1 a 102), cui gli autori del libro fanno riferimento, nel corso dei loro lavori, premettendo al numerale una ‘F’.
Il ruolo più corposo, all’interno del volume, è rivestito dalla vastissima quarta sezione, di Commento ai testi (pp. 183-415), curata anch’esso da Emanuele Stolfi, strutturata secondo l’ordine dei fragmenta, e volta a una lettura ragionata, uno per uno, dei singoli passi accolti nella sezione Opera. Per ciascun frammento (di quelli almeno relativi ai libri iuris civilis) si dà conto delle scelte palingenetiche, della eventuale deviazione dalle opzioni leneliane, e della attribuzione di contenuti direttamente a Quinto Mucio o al giurista che ne trasmette il pensiero. Nel fare questo, l’a. si ferma necessariamente anche su problemi contenutistici. A una prima, cursoria lettura, ad esempio quanto a Pomp. 2 ad Q. Muc., D. 28.3.16 (Lenel Muc. 12, Pomp. 223) e a Pomp. 2 ad Q. Muc., D. 28.5.68 (Lenel Muc. -, Pomp. 224), Stolfi (pp. 184-186) pone in risalto come Mucio, nel prendere in esame il problema della confezione di un secondo testamento, con una eventuale heredis institutio condizionale, dovesse partire da una precisa concezione di quest’ultima. Sarebbe dunque muciana la teoria per cui un’institutio heredis sottoposta a condizione impossibile fosse essa stessa invalida (indirizzo, questo, successivamente accolto dai Proculiani); a tale visuale si sarebbe contrapposto un indirizzo inaugurato da Servio (v. part. D. 35.1.6.1), poi prevalso presso i Sabiniani e accolto dallo stesso Pomponio, che reputava da considerarsi come non apposta la condicio impossibilis cui fosse sottoposta una istituzione d’erede, lasciando impregiudicata la validità di quest’ultima (si v. sul punto già Cossa, Regula Sabiniana 2013, pp. 452-473). Analogamente, nel trattare dei profili inerenti Pomp. 5 ad Q. Muc. D. 24.1.51 (Lenel Muc. 19, Pomp. 245), l’a. – sia pure con prudenza – prende posizione, nel ricostruire il lemma muciano, riguardo alle persone da cui alla donna, oltre al marito di lei, potessero provenire beni di cui in seguito le venisse contesa l’appartenenza, accogliendo la ricostruzione (maggioritaria in dottrina, si v. ad es. Scacchetti 2002, 163-168 e Vincenti 2002, 377-378) «a viro aut <ab eo> qui in potestate eius esset» (p. 213 e nt. 149). Che l’originaria formulazione muciana, per cui il giurista repubblicano potesse aver presenti piuttosto acquisti provenienti alla donna dall’avente potestà sul vir, con una formulazione come «a viro aut ab eo cuius (is) in potestate esset» (sulla stessa scia ad esempio del dettato di Irn. 86, l. 1 s., «cui[u]s patri avove paterno proavove paterni, aut patri, cuius in potestate erit»), continua tuttora a sembrarmi un’opzione possibile, benché effettivamente più lontana dal testo nella redazione di cui disponiamo. L’imponente volume richiederà attenta meditazione, in futuro, da parte di chiunque si avvicini all’opera del giurista repubblicano, e a temi e problemi da lui toccati. La sua duplice valenza, di fondamentale strumento di lavoro, e di analisi di ampio respiro su figura e opera di Quinto Mucio, lo rendono un punto di riferimento imprescindibile da ora in avanti. Allo stato mi pare si possano annoverare, fra i risultati di maggiore rilievo, da un lato il dialogare di Quinto Mucio con i propri immediati predecessori, fra cui, oltre ovviamente al padre, i ‘fondatori’ Bruto e Manilio, circostanza che varrebbe a smentire l’immagine di una «paradigmatica solitudine» del pensiero muciano, cui una generazione più tardi si sarebbe contrapposto Servio (immagine che deriverebbe piuttosto dal ‘filtro’ rappresentato dal commentario pomponiano); dall’altro il fatto che la forte carica di astrazione della scrittura muciana (quell’‘ontologismo’ affermato da Schiavone) si combinasse in ogni caso, a tratti, con momenti più analitici e casistiche più puntuali (con aneddotiche godibili, come nel caso del senatore che privilegiava vestimenta muliebria, o riferimenti storici, come per la deditio di Ostilio Mancino) (p. 113).
Chiude il lavoro una sezione dedicata ad Apparati ed indici (pp. 419-482), articolata in Bibliografia, Abbreviazioni, Giuristi citati, Fonti antiche. Una architettura complessa, vasta e meditata, che trova la sua ragione nell’importanza del giurista e nella numerosità delle testimonianze giunte sino a noi sul suo conto; è possibile (e forse anche razionale) che essa non si lasci replicare per tutti i giuristi, in particolare per quelli di cui il passato ha conservato pochissimi resti; ovvero che riguardo a questi ultimi si sfoci nella pubblicazione di volumi antologici comprendenti più di un iuris peritus (come allo stato è in atto per quanto concerne i giuristi arcaici). In ogni caso i risultati sinora raggiunti aprono la porta all’auspicio di ulteriori futuri volumi nel quadro del progetto SIR, e l’apertura di prospettive ulteriori legate al ‘cambio di paradigma’ che queste ricerche rappresentano per i nostri saperi. [F. Lamberti]
Carlotta Franceschelli – Pier Luigi Dall’Aglio – Laurent Lamoine (a c. di), Spazi pubblici e dimensione politica nella città romana: funzioni, strutture, utilizzazione, Università degli Studi di Bologna, Collana del Dipartimento Storia Culture Civiltà. Sezione Archeologica, 17, Bononia University Press, Bologna 2017, pp. X-254, ISBN9788869232510.
Marina Frunzio, Res furtivae. Contributo allo studio della circolazione degli oggetti furtivi in diritto romano, Università degli Studi di Urbino ‘Carlo Bo’, Dipartimento di Giurisprudenza, Scuola di Giurisprudenza 2, Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. 257, ISBN 9788892110106.
Francesca Galgano, Attività normative e resistenze della pratica nell’Oriente provinciale romano. Successioni ereditarie e rapporti familiari in una lettura del manoscritto Londinese del cd. Liber Syro-romanus, Editoriale scientifica, Napoli 2017, pp. 197, ISBN 9788893911573.
Annarosa Gallo, Prefetti del pretore e prefetture. L’organizzazione dell’agro romano in Italia (IV-I sec. a.C.), Documenti e studi. Collana del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Bari ‘Aldo Moro’, 68, Edipuglia, Bari 2018, pp. 318, ISBN9788872288610.
Paolo Garbarino, La questione di competenza nel processo civile romano, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. VI-138, ISBN 9788824325219.
Luigi Garofalo - Paola Lambrini (a c. di), Giornate in ricordo di Alberto Burdese, Collana L’Arte del diritto 36, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. X-254, ISBN 9788824324724.
Luigi Garofalo (a c. di), Il corpo in Roma antica. Ricerche giuridiche 2, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 584, ISBN 9788869951985.
Luigi Garofalo, Rubens e la devotio di Decio Mure, nuova edizione, Imago Iuris 1, Pacini Editore, Pisa 2017, pp. 144, ISBN 9788869953026.
Fabio Giumetti, Per advocatum defenditur. Profili ricostruttivi dello status dell’avvocatura in Roma antica, Collona Abbrivi nuova serie 4, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. XVIII-222, ISBN 9788824324878.
Julia M. Gokel, Sprachliche Indizien für inneres System bei Q. Cervidius Scaevola, Freiburger Rechtsgeschichtliche Abhandlungen, n.F. 70, Duncker & Humblot, Berlin 2014, pp. 424, ISBN 9783428141128.
Il libro riproduce una poderosa tesi di dottorato scritta da Julia M. Gokel (G.) a Heidelberg sotto la direzione di Chr. Baldus. Nelle sue linee generali la ricerca – articolata in due parti, una introduttiva e una esegetica – tenta di indagare se sia possibile individuare indizi linguistici di un sistema giuridico interno alle vestigia dell’opera di Cervidio Scevola. Del giurista antonino che sin dal principio del suo tempo poté godere della massima considerazione resta infatti un congruo numero di frammenti su base casistica che confortano questo approccio. In ogni caso si tratta di un ballon d’essai per future ricerche su altri giuristi, e forse proprio in ragione di questo G. sfuma molto la definizione delle nozioni di ‘sistema’ e di ‘sistema interno’, anche perché nel suo approccio questo libro prende le mosse dall’analisi del metodo induttivo adoperato dai giuristi romani. Sulla base di esegesi dettagliate G. esamina dunque – con la coniugazione di sapere giuridico e conoscenze filologiche – un frastagliato dossier di fonti, mettendo l’accento sulle connessioni fra piano stilistico e piano argomentativo. In particolare pone l’accento sulla costruzione linguistica dei seguenti processi di argomentazione: argumentum per duplicem exceptionem (nec… nec), argumentum ad modum (huiusmodi/eiusmodi), argumentum ex genere (vel alio/aliove), argumentum per consequentiam (cui consequens est), argumentum ad absurdum (alioquin), argumentum per generalem modum (generaliter/in omnibus his speciebus).
La ricerca è senz’altro agevolata dalla tradizione manoscritta in cui ci sono pervenuti i testi di Scevola. Non per questo G. dà per scontato il problema testuale, non rinunciando a discutere, quando necessario, questioni inerenti alla genuinità dei singoli testi. L’approccio estremamente peculiare della ricerca non rinuncia a soffermarsi su alcune specificità contenutistiche, come pure a indagare il panorama socio-economico e culturale in cui Scevola ebbe a muoversi, in particolare in ambiente grecoloquente. In alcuni casi – sostiene G. – i clienti di Scevola sarebbero provenuti da province grecofone e avrebbero cercato consulenza a Roma; ma allo stesso tempo – secondo G. – è possibile che il giurista, che risiedeva nella capitale, fosse ben collegato con le province e fosse probabilmente anche lui grecofono (quest’ultima conclusione pare, a dire il vero, un po’ ardita). In ogni caso, quello dei contesti è un tema affascinante e tutt’altro che esaurito, come hanno messo in luce contributi importanti apparsi nel passato recente (basti pensare al monumentale saggio di M. Talamanca in BIDR 2000/2001 [sed 2009] e alla monografia di A. Spina) e altri di cui è attesa la pubblicazione (è prevista entro breve l’uscita di un contributo di F. Grelle sul contesto entro cui maturò il responso di Cervidio Scevola noto da D. 50.9.6).
Chiudono il volume una Zusammenfassung (346 ss.) un’articolata bibliografia (356 ss.) e gli indici, tematico (402 ss.) e delle fonti (411 ss.). Si tratta, nel complesso, di un libro riuscito e che contribuisce ulteriormente a ravvivare non solo gli studi su Cervidio Scevola ma anche la riflessione metodologica sullo studio della lingua dei frammenti della giurisprudenza romana. [P. Buongiorno]
Francesco Grelle – Marina Silvestrini – Giuliano Volpe – Roberto Goffredo, La Puglia nel mondo romano storia di una periferia. L’avvio dell’organizzazione municipale, Collana Pragmateiai 29, Edipuglia, Bari 2017, pp. 397, ISBN9788872288337.
Alessio Guasco, Gli atti introduttivi del processo civile nelle cognitiones extra ordinem, Torino, Giappichelli Editore, 2017 (Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi ‘Giustino Fortunato’ – Telematica), pp. XIII-280, ISBN 9788892109674.
L’analisi degli atti introduttivi del processo civile di primo grado nelle cognitiones extra ordinem tra principato e tardoantico è al centro dello primo lavoro monografico di Alessio Guasco.
Il primo capitolo (pp. 1-31) è dedicato alla genesi del ricorso al tribunale del principe; il secondo (pp. 33-77) è rivolto, in prospettiva sistematica, alle diverse formalità introduttive dei giudizi extra ordinem a Roma (i.e. la denuntiatio, la denuntiatio ex auctoritate e le evocationes); nel terzo capitolo (pp. 79-131) l’a. prende in esame diverse fonti papiracee alla ricerca delle tecniche di introduzione dei giudizi civili nelle province: in particolare, muovendo dalle notizie relative al processo in Egitto, l’a. giunge a riservare speciale attenzione al cd. ‘archivio di Babatha’ e ai papiri del medio-Eufrate dai quali emergerebbero elementi idonei a far luce sulle trasformazioni e sulla progressiva scomparsa della παραγγελία; da essi emergebbe, peraltro, un modello in cui sarebbe stata determinante, per ragioni storiche legate al territorio, una tradizionale attività di compartecipazione dell’autorità giudiziaria nella redazione dell’atto introduttivo.
La seconda parte del lavoro è dedicata, invece, all’età tardoantica.
Sulla scorta dei risultati proposti nella prima parte del lavoro, nel quarto capitolo (La litis denuntiatio costantiniana, pp. 133-180), l’a. esamina la costituzione (CTh. 2.4.2) introduttiva della litis denuntiatio con la quale Costantino, pur avendo contribuito in maniera determinate a rimodulare gli atti di introduzione del processo civile, ne avrebbe però conservato i tratti essenziali: segnatamente, Costantino si sarebbe limitato a contrastare la falsità di testationes private imponendo ai ricorrenti il confezionamento degli atti introduttivi del giudizio innanzi al rector provinciae (e con la sua collaborazione) ovvero innanzi a funzionari dotati di ius actorum conficiendorum.
Nel quinto capitolo (Le formalità introduttive nel V secolo tra prassi e legislazione imperiale, pp. 181-206), l’a. si sofferma sull’osservazione delle trasformazioni delle formalità introduttive nel V secolo e sull’emersione della procedura di scambio di libelli, la quale sarebbe derivata da una prassi sviluppatasi negli ambienti della ‘burocrazia giurisdizionale’. Una consuetudine, questa, sviluppatasi per garantire un’esigenza di ‘certezza del diritto’: nel libello, infatti, sarebbe stata contenuta una più chiara ed esauriente editio actionis; l’uso, inoltre, avrebbe probabilmente assecondato l’impiego, viepiù frequente, della scrittura negli atti processuali e il ricorso agli advocati, nella redazione degli stessi.
Nel sesto e ultimo capitolo (Le formalità introduttive del processo civile nella sistematica giustinianea, pp. 207-251) l’a. si occupa della fase introduttiva del giudizio civile in età giustinianea, focalizzando l’attenzione sui problemi relativi all’indicazione del nomen actionis nel libellus conventionis, sulla legislazione novellare e sui divieti di citazione in giudizio.
Secondo l’a., la fase introduttiva del processo civile alle soglie della compilazione giustinianea apparirebbe, infine, il risultato di una combinazione equilibrata tra le consuetudini sedimentatesi nel corso del IV e del V sec. e gli interventi normativi imperiali mirati a correggere alcune patologie di attività processuali coltivate nel quotidiano.
La prassi concernente le formalità introduttive dell’epoca, in definitiva, si sarebbe sviluppata nei tribunali dell’Impero in conseguenza di una efficace interazione tra giudici, funzionari e privati cittadini per assecondare la necessità dello svolgimento delle attività preliminari al medium litis. Rispetto a tale spontanea evoluzione normativa e ai conseguenti interventi imperiali, l’elemento di novità dell’età giustinianea sarebbe stato rappresentato da una tendenziale riduzione a sistema della fase introduttiva del processo civile. [R. D’Alessio]
Alessio Guasco, L’indegnità a succedere. Tra bona ereptoria e ‘diritto di rappresentazione’, Napoli, Satura Editrice, 2018, pp. 9-181, ISBN 978-88-7607-180-5.
Susanne Heinemeyer, Der Grundsatz der Akzessorietät bei Kreditsicherungsrechten, Collana Das Bürgerliche Recht Habilitationen, Band 2, Duncker & Humboldt, Berlin 2017, pp. 414, ISBN 9783428151530.
Luigi Labruna, Vim fieri veto. Alle radici di una ideologia, con una nota di lettura di Luigi Capogrossi Colognesi, nell’ottantesimo genetliaco dell’Autore, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. 319, ISBN 9788824324595.
Orazio Licandro, Cicerone alla corte di Giustiniano. «Dialogo sulla scienza politica» (Vat. gr. 1298). Concezioni e dibattito sulle formae rei publicae nell’età dell’assolutismo imperiale, «L’Erma di Bretschneider», Roma 2017, pp. 285, ISBN 9788891312488.
Stefano Liva, Temere appellare. Rimedi e sanzioni contro le impugnazioni dilatorie, G. Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. 165, ISBN 9788892112476.
Francesco Lucrezi, Il deposito in diritto ebraico e romano. Studi sulla Collatio 8. Con un’appendice di Samuele Rocca, G. Giappichelli Editore, Torino 2017, pp. 93, ISBN 9788892109223.
Gianpiero Mancinetti, L’emersione dei doveri «accessori» nella locatio conductio, Collana delle Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza, Dipartimenti di Diritto Privato e di Diritto Pubblico dell’Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», Terza serie 1, Wolters Kluwer Italia S.r.l., Milano 2017, pp. XII-448, ISBN 9788813367176.
Anna Maria Mandas, Il processo contro Paolo di Tarso. Una lettura giuridica degli Atti degli Apostoli (21.27-28.31), Quaestiones 4, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. XVIII-334, ISBN 9788824324779.
Salvatore Marino, Sull’accessorietà del pegno per la giurisprudenza romana, Collana RULeS – Research Upgrading in Legal Science 4, pp. XIV-250, ISBN 9788824325400.
Donato Martucci - Genc Lafe, Il Kanun di Skanderbeg. Con la traduzione integrale del Kanuni i Skanderbegut di Frano Illia, Iuridica Historica 5, Edizioni Grifo, Lecce 2017, pp. XXI-493, ISBN 9788869941252.
Il quinto volume della Collana Iuridica Historica ospita un’opera lungamente attesa nel mondo della ricerca storica e antropologica: la prima traduzione in italiano - e quindi in una lingua europea accessibile - della raccolta di consuetudini giuridiche albanesi che va sotto il nome di «Kanun di Skanderbeg». Si tratta di consuetudini vigenti nella regione dell’Albania centrosettentrionale di Dibra, Kruja, Kurbin, Benda e Martanesh: nonostante il principe-eroe da cui prende il nome la consolidazione, Giorgio Castriota Skanderbeg, sia vissuto nel XV secolo, analogamente all’altro ‘estensore’ del Kanun più noto, Lek Dukagini, si reputa comunemente che le previsioni contenute nella raccolta abbiano origini addirittura preromane; esso contiene altresì disposizioni relative alla koiné religiosa islamica, oltre che a quella cattolica, essendo entrambe le religioni praticate sotto la dominazione ottomana nella regione. È assai plausibile la trasmissione orale del nucleo portante delle regole in esame attraverso i secoli: la loro nascita appare comunque avvolta da un’aura di leggenda, e la ricostruzione affidante di vicende storiche complesse e assai carenti di fonti testuali può auspicarsi solo a seguito di approfonditi lavori di scavo e di operazioni di divulgazione più ampia, quali la presente.
La raccolta denominata Kanun di Skanderbeg, frutto di indagini durate svariati decenni, sarebbe apparsa, in albanese, a cura del religioso Don Frano Illia, solo nel 1993. Le complesse vicende della pubblicazione sono illustrate da Donato Martucci nell’articolo che apre il volume, assieme alle problematiche concernenti l’identificazione del materiale riunito da Illia e i rapporti fra questa e altre raccolte ‘kanunarie’. Indizi concernenti la datazione di singole previsioni, se non ovviamente dell’insieme della raccolta, possono trarsi, come messo in luce nel contributo linguistico di Genc Lafe, da specifici termini presenti nel dialetto della regione a partire da un determinato periodo storico. - Il Kanun di Skanderbeg è stato strutturato da Illia in sette parti, per un totale di 3534 paragrafi (in numerazione continua), dedicate rispettivamente a: la famiglia, la casa, i doveri, il governo, le pene, i danni e le colpe, la chiesa. Al di là dell’organizzazione politica, dove più villaggi sono organizzati in bajrak, distretti amministrativi, che si autogovernano attraverso il Kanun, e di quella della popolazione, distinta in ‘aristocrazia’ e ‘popolo minuto’, alcuni elementi sono destinati a colpire in modo speciale il romanista. Così ad esempio l’articolazione delle famiglie in fis, aggreganti «tutti coloro che discendono da un capostipite comune, di generazione in generazione, fino a dove arriva la memoria […]» (§ 50) e gjinia, ossia la stirpe della donna sposata, che include «la donna, i suoi genitori e la loro prole, di generazione in generazione fin quando risale la memoria» (§ 65), rappresenta una strutturazione peculiare di famiglie estese che ricorda, per certi versi, le gentes preciviche. Il Kanun contempla anche la frammentazione del fis e i possibili gradi di lontananza fra le varie fratrie discendenti dallo stesso (§ 51 ss.). Quanto alla gjinia, essa appare piuttosto funzionale a regolare legami di sangue e di affinità fra sposi e loro parenti, oltre a rappresentare la comunità di appartenenza della donna, dove questa può scegliere di tornare in caso di vedovanza. La definizione di matrimonio presente nel § 138 («Il matrimonio è l’unione perenne dell’uomo e della donna per avere figli, per allevarli e per aiutarsi a vicenda nelle faccende della vita») non è lontana dalla notissima definizione di Modestino (1 regul.) in D. 23.2.1 (Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae et consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio).
La struttura patriarcale della società canunaria traspare da innumerevoli previsioni, quali quelle concernenti il diritto (esclusivo) del ‘padrone di casa’ di fidanzare i fanciulli e le fanciulle appartenenti alla casa (§ 147, § 159), quelle relative ai paraninfi (§ 302 ss.), all’ingresso della sposa nella casa del marito (§ 356 ss.), alla fuga della fidanzata con un altro uomo (§ 437 ss.), alla possibilità per il marito di usare violenza nei riguardi della donna per colpe gravi di lei (§ 451) e di uccidere l’adultera e il suo complice (§ 453), al ius vitae ac necis e ai poteri disciplinari del padre verso i figli (§ 480 ss.), la successione che (diversamente da quella romana) è patrilineare (§ 834 ss.): e l’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo. Profili comuni, poi, a tutte le società arcaiche dell’antichità sono quelli legati ad esempio all’ospitalità (mikpritja) da fornire allo straniero (si pensi alla xenía greca, e all’hospitium romano), che nel Kanun è dettagliata in svariate fattispecie (§ 563 ss.), fra cui la Ndorja che appare avere punti di contatto con i rapporti di patronato di epoca arcaica (§ 664 ss.).
Assai lontana dalla mentalità moderna (e per certi versi anche da modelli antichi) è invece la costruzione relativa alla vendetta (gjakmarrja), o ‘presa del sangue’, comportante la necessità, per la famiglia (estesa) di un ucciso di vendicarne la morte, attraverso la vendetta sul colpevole o su uno dei suoi congiunti. Se pur essa appare presentare analogie con la sacertas arcaica, e con la talio prevista nel codice decemvirale, la vendetta nel Kanun è regolata da un complesso insieme di regole che definiscono i rapporti e i comportamenti fra le famiglie dell’offeso e dell’offensore, non equiparabile ad alcun sistema conosciuto (v. Martucci, 2.2.4, e § 2728 ss.). La funzione di tale costruzione è in realtà intesa ad arginare le faide e in quanto tale si rivela analoga ad istituti del diritto romano arcaico, quali il pacisci delle XII Tavole volto ad evitare la talio: la guida una logica eminentemente patriarcale, quale quella legata alla necessità (per gli uomini del fis dell’ucciso) di lavare col sangue il disonore derivante dall’uccisione; sembrano estranee ad essa considerazioni di carattere pragmatico ed economico quali invece si sarebbero presto imposte nell’esperienza romana.
Degna di nota la regolamentazione delle figure di mediatori fra le due famiglie con l’obiettivo di giungere a una composizione che impedisca ulteriore spargimento di sangue. - Un altro istituto di particolare interesse è quello delle c.d. ‘vergini giurate’, donne che per motivi diversi si votavano – davanti a testimoni e garanti – al nubilato: per lo più ciò si verificava in assenza di parenti maschi, per garantire la prosecuzione della gestione del patrimonio familiare, o per evitare un matrimonio indesiderato. - Nell’insieme il Kanun di Skanderbeg rappresenta un testo normativo (per certi versi anche una testimonianza letteraria) di grande rilievo per la comprensione della struttura sociale, politica e familiare di comunità di villaggio singolari per il carattere autoreferenziale delle loro istituzioni, nonostante le diverse occupazioni subite nei secoli, in grado di offrire informazioni preziose agli studiosi di discipline storiche, giuridiche, antropologiche, sociologiche. L’attuale edizione è pertanto una preziosa opportunità di conoscenza di un testo rimasto a lungo negli archivi, e mai divulgato in una lingua diversa dall’albanese, nonché un punto di riferimento indispensabile per future indagini sul campo. [F. Lamberti]
Thomas A.J. McGinn, Table IV of the XII Tables, Pubblicazioni del Consorzio Universitario Gérard Boulvert, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. 117, ISBN 9788824325165.
Per i tipi di Jovene, esce il quinto volume della collana del Consorzio Interuniversitario Gérard Boulvert, nel quale Thomas A.J. McGinn si dedica all’approfondimento della Tab. 4, attraverso la lettura ‒ talvolta innovativa ‒ di fonti complesse e controverse anche per la loro molteplice, incerta tradizione. La Prefazione (pp. VII-XX), movendo dalle note opinioni storiografiche circa una possibile ‘palingenesi’ delle XII tavole e da cui in qualche modo l’a. dissente, offre poi una presentazione del piano dell’opera. Il primo capitolo, Legal Rules, Social Norms, and Demographic Context (pp. 1-7), utilizza come punto di partenza dell’indagine il testo di Humbert sulla codificazione edito nel volume, curato dallo stesso studioso, su Le Dodici Tavole dai Decemviri agli Umanisti (Pavia 2005), e il dibattito ad esso seguito. L’a. illustra qui il suo approccio all’opinione humbertiana (che tornerà nelle conclusioni) e i motivi che lo hanno spinto a questa indagine. Il secondo capitolo, Four Fragments (pp. 9-60), articolato in cinque paragrafi (The Contents of Table IV; Killing a Child: Fragment IV.1; ‘Selling’ a Child: Fragment IV.2; Divorce: Fragment IV.3; The Posthumous Child: Fragment IV.4), è quello che affronta in medias res la quarta tavola e il contenuto dei suoi frammenti (deformità del nato, vendita di un figlio, divorzio, nato postumo), partendo dalle differenti, anche contrastanti, edizioni critiche pervenuteci. Il capitolo successivo (More Fragments?, pp. 61-74) indaga la possibilità – esclusa, secondo il convincimento dell’a. che «While the discussion focuses chiefly on entry and exit from both patria potestas and manus, it does not some omit other matters the decemvirs deemed relevant, such as divorce in marriage without manus or the status of posthumous children» – che altri frammenti (ad es. Tab. 6.5, secondo l’edizione dei FIRA.) potessero invece appartenere alla Tab. 4. Insolita appare, forse, la scelta di presentare in un secondo momento, rispetto al contenuto e rispetto alla descrizione più ampia delle prime pagine del volume, il contesto giuridico proposto dalla tavola in questione (cap. 4. The Context of Table IV, pp.75-79). Il quinto e ultimo capitolo (Conclusion: The Humbert Thesis, pp. 81-86) offre una illustrazione più chiara dell’opinione dello studioso statunitense contrapposta alle altre tesi storiografiche (di Humbert in primis). Oltre alla bibliografia (pp. 87-105), utili indici degli autori (pp. 107-110), delle persone (pp. 111 s.), delle fonti (pp. 113 s.) e dei soggetti (pp. 115-117) concludono il volume. [V. Di Nisio]
Stephan Meder, Rechtsgeschichte, 6. Aufl., Böhlau Verlag, Köln-Weimar-Wien 2017, pp. 511, ISBN 9783825248857.
Felice Mercogliano, Hostes novi cives. Diritti degli stranieri immigrati in Roma antica, Diáphora 18, Jovene Editore, Napoli 2017, p. X-126, ISBN 9788824324731.
Elvira Migliario - Leandro Poverini (a c. di), Gli antichisti italiani e la Grande Guerra, Quaderni di Storia, Le Monnier Università – Mondadori Educational, Milano 2017, pp. 240.
Apparso nella collana ‘Quaderni di Storia’, il volume raccoglie le undici relazioni presentate nell’incontro di studio tenuto a Trento nel maggio 2015, nell’ambito delle celebrazioni sulla prima guerra mondiale. L’introduzione, a firma di uno dei due curatori, nonché organizzatore dell’incontro (E. Migliario), inquadra l’iniziativa tesa a tracciare «il profilo ideologico di almeno una generazione di grandi studiosi che furono testimoni, e spesso anche protagonisti attivi, degli eventi dal periodo prebellico fino agli anni del dopoguerra, e che maturarono esperienze biografiche destinate a condizionare in vario modo la loro successiva attività pubblica, scientifica e accademica», dando conto, tra l’altro del contenuto di ciascun contributo.
A differenza di volumi analoghi concepiti e realizzati nella medesima circostanza, ‘Gli antichisti italiani e la Grande Guerra’ si caratterizza per la particolare prospettiva di indagine focalizzata su ruolo e azione assunti dagli studiosi di antichità nell’ambito del conflitto. Viceversa condivide con quei volumi l’impianto tematico entro cui inserire contributi inerenti a questioni più generali (G. Corni, Intellettuali e Grande Guerra. Uno sguardo europeo; P. Pombeni, Paralleli improbabili: i rinvii alla classicità per la creazione del consenso politico agli scopi di guerra), contributi dedicati a studiosi di profilo nazionale (L. Polverini, La storia antica in Italia al tempo della Grande Guerra; F. Santangelo, Ettore Ciccotti: l’interventismo di un «solitario»?; G. Santucci, Pietro Bonfante e gli Stati Uniti d’Europa all’alba dell’entrata in guerra; A. Guida, Giorgio Pasquali, un filologo classico fra Berlino e Roma; M. Harari, La Grande Guerra nella storiografia dell’archeologia italiana), e infine contributi riservati a studiosi legati a contesti locali, in questo caso alle terre irredente (A. Maranesi, Antichisti trentini, giuliani e istriani alla ricerca di un’idea di romanità; C. Bassi, L’archeologia come strumento di conoscenza delle proprie origini: l’impegno degli archeologi nel contesto dell’irredentismo trentino; G. Bandelli, Giovanni Oberziner, storico trentino. Dalla rivendicazione dell’autonomia amministrativa al raggiungimento dei ‘confini naturali’; V. Calì, Paolo Orsi ed Ettore Tomei di fronte alla guerra: visioni a confronto).
I contributi posti a inizio e fine del volume posso essere letti simmetricamente, non tanto perché gli unici ad affrontare questioni più generali, ma soprattutto perché indagano l’uno il ruolo svolto dagli intellettuali in seno al conflitto, e l’altro l’interpretazione offerta dagli stessi intellettuali in merito agli aspetti storico-istituzionali sottesi al conflitto in applicazione dell’analogia storica con vicende e fenomeni antichi.
Il contributo Paralleli improbabili: i rinvii alla classicità per la creazione del consenso politico agli scopi di guerra (a chiusura del volume), individua infatti topoi e stereotipi della classicità assunti a chiavi interpretative delle trasformazioni istituzionali e politiche a cavallo del XX secolo e fino allo scoppio del conflitto mondiale, ma dai precedenti più antichi come richiamato dall’autore. Tra i Leitmotiv, la contrapposizione dei modelli politici a fondamento della legittimazione del potere: quello germanico, fondato sulla idea di ‘libertà tedesca’ retta dall’affermazione dell’interesse generale su quello individuale, e quello latino invece caratterizzato dal modello organizzativo pubblicistico a impianto giuridico-istituzionale; il cesarismo e il suo portato militare quale caratteristica principale di personalità capaci di sostituire le oligarchie al governo e infine la crisi del modello costituzionalistico europeo ottocentesco riletto e interpretato in analogia con la crisi romana tardo-repubblicana.
Viceversa Intellettuali e Grande Guerra (in apertura del volume) individua i due ‘fronti’ dell’azione promossa e attuata dagli intellettuali nei confronti dell’opinione pubblica: sul fronte esterno fu sostenuta e motivata la propria adesione al conflitto (o più raramente il proprio dissenso), giustificando e legittimando la scelta compiuta, che in Italia si tradusse nel neutralismo fino al maggio del 1915; sul fronte interno fu condotta una costante e perdurante opera di mobilitazione dell’opinione pubblica nazionale allo sforzo bellico, tanto in prima linea, quanto nelle retrovie. Rispetto agli altri Paesi convolti, in Germania il contributo degli accademici fu totale e assorbente (nonostante alcuni distinguo) in considerazione della posizione dominante loro attribuita all’interno della compagine sociale dell’impero tedesco fin dalla sua istituzione nel 1870. In particolare il ruolo primario riconosciuto alla cultura tedesca, in ambito filologico, storico, giuridico, economico, delle scienze naturali e mediche, determinò lacerazioni e dissidi da parte di studiosi e intellettuali degli altri Paesi formatisi alla scuola tedesca o secondo i suoi insegnamenti; allo stesso tempo esso fu però utilizzato in maniera strumentale dai detrattori, impegnati a intravedere anche un conflitto di supremazia culturale tra i Paesi belligeranti.
Probabilmente più di altri furono proprio gli studiosi italiani a vivere maggiormente tali lacerazioni perché il sistema universitario italiano era stato modellato su quello tedesco, e la formazione universitaria si esplicava anche attraverso soggiorni di studio in Germania (finanziati anche dal Ministero dell’Istruzione), sicché in alcuni casi studiosi italiani ebbero ruoli di docenza in università tedesche, come nel caso di Giorgio Pasquali, il cui convinto e partecipato ruolo a sostegno dell’alleanza con la Germania è puntualmente analizzato e documentato nel contributo ad esso dedicato da A. Guida nel volume.
D’altra parte, lo studio della storia romana in Italia si giovava dell’insegnamento ‘tedesco’ di Julius Beloch, capostipite di una scuola gloriosa con il suo più brillante allievo Gaetano De Sanctis il cui neutralismo era tra l’altro dettato dalla «fedeltà al Maestro», quest’ultimo dilaniato «a vivere la guerra contro la sua patria naturale nella sua patria di elezione», come ha acutamente osservato L. Polverini. Lo studio dell’arte antica nei corsi universitari italiani era stato invece introdotto grazie all’austroungarico Emanuel Löwy: a costui M. Harari dedica pagine importanti nel volume, nel solco di un recente interesse dimostrato dalla storiografia alla figura intellettuale e scientifica di questo insigne studioso costretto, all’entrata in guerra dell’Italia, a lasciare Roma e l’Italia a trent’anni dal suo trasferimento (diversamente da Beloch internato a Siena). Del resto entrambi questi Professori della Sapienza avevano subito durissimi attacchi da parte degli interventisti nel periodo della neutralità, in particolare erano stati additati da Guido Podrecca nel suo pamphlet Genio e Kultur. Latini e tedeschi, pur senza essere mai menzionati apertamente, quali esponenti di una cultura fagocitatrice di quella italiana (sia consentito il rinvio alla segnalazione al volume Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla viglia della prima guerra mondiale in Italia, nei Quaderni Lupiensi, 5, 2015, 225 s.).
Agli antichisti tedeschi divenuti nemici (Beloch e Löwy) e a quelli neutralisti (De Sanctis e Pasquali), si affiancarono antichisti interventisti come Ettore Pais, Ettore Ciccotti e Pietro Bonfante (anch’essi oggetto di trattazioni nella raccolta), l’interventismo di ciascuno dei quali muoveva da premesse e considerazioni non dissimili da quello degli antichisti provenienti dalle terre irredente (G. Oberziner, P. Orsi, E. Tolomei, P. Kandler, S. Slatper, C. Gregorutti), cioè di matrice nazionalista, con l’eccezione costituita però da Bonfante. Merita di essere segnalato infatti, come emerge del resto bene dalle pagine di G. Santucci, lo sviluppo della sua riflessione, ancor oggi di pregnante attualità, circa il superamento di quel nazionalismo in cui si stava avviluppando l’Europa e sotto i colpi del quale e del connesso conflitto, essa sarebbe inevitabilmente caduta. L’insigne romanista aveva auspicato allora, nel corso del conflitto, la formazione di una nuova Europa nata dalle ceneri del conflitto e fondata sul modello federale, anticipando in due scritti del 1915 (Verso una nuova Europa) e del 1916 (Verso la Confederazione europea) quanto sarebbe stato realizzato a distanza di quarantennio e dopo la tragica esperienza di due conflitti mondiali con la costituzione della Comunità europea.
Un’ultima annotazione riguarda il ricorso alle fonti documentarie (lettere, articoli, saggi) da parte degli autori di molti dei contributi raccolti, a testimonianza del fatto che anche quando si occupa di storiografia lo storico antichista non può fare a meno di lavorare esegeticamente sulle fonti, siano esse antiche o contemporanee. [A. Gallo]
Valerio Massimo Minale, L’appello nell’ultima età dei Severi. Per uno studio sul De appellationibus di Emilio Macro, Diáphora 19, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. X-174, ISBN 9788824324953.
Rosanna Ortu, Condizione giuridica e ruolo sociale delle Vestali in età imperiale: la Vestale Massima Flavia Publicia 1. Le immunità, Sandhi Editore, Ortacesus 2018, ISBN 9788897786528.
Aldo Petrucci, Fondamenti romanistici del diritto europeo. La disciplina generale del contratto 1, Radici storiche del diritto europeo 1, Giappichelli Editore, Torino 2018, pp. XIV-418, ISBN 9788892111165.
Francesca Pulitanò, Quid enim municipes dolo facere possunt? Illecito del singolo e responsabilità collettiva nel diritto romano, Giuffrè Editore, Milano 2018, pp. 185, ISBN 9788814226755.
Stefano Rocchi - Cecilia Mussini (a c. di), Imagines Antiquitatis. Representations, Concepts, Receptions of the Past in Roman Antiquity and the Early Italian Renaissance, Series Philologus. Supplemente, Band 7, De Gruyter, Berlin, pp. IX-327, ISBN 9783110521689.
Iolanda Ruggiero, Ricerche sulle Pauli Sententiae, Quaderni di «Studi Senesi» 145, Giuffrè Editore, Milano 2017, pp. 487, ISBN 9788814225031.
Raffaele Ruggiero, Baldassarre Castiglione diplomatico. La missione del cortegiano, Biblioteca dell’Archivum Romanicum. Serie 1: Storia, Letteratura, Paleografia 471, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2017, pp. 149, ISBN 9788822265135.
Jörg Rüpke, Pantheon. Una nuova storia della religione romana, Collana La Biblioteca 37, Giulio Einaudi Editore, Torino 2018, pp. XVI-492, ISBN 9788806235963.
Biagio Santorelli - Antonio Stramaglia (a c. di), [Quintiliano], Il muro con le impronte di una mano (Declamazioni maggiori, 1), Collana di Studi Umanistici 9, Edizioni Università di Cassino, Cassino 2017, pp. 203, ISBN 9788883171000.
Gianni Santucci, Diritto romano e diritti europei. Continuità e discontinuità nelle figure giuridiche, 2a ed., Itinerari, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 183, ISBN 9788815272393.
Agatina Stefania Scarcella, La Parafrasi di Teofilo: un contributo al recupero di valori tradizionali nell’età dell’assolutismo imperiale, Giuffrè Editore, Milano 2017, pp. 260, ISBN 9788814225666.
Agatina Stefania Scarcella, La rerum alternatio nelle obbligazioni romane 1, Editoriale Scientifica, Napoli 2018, pp. 241, ISBN 9788893912808.
Roberto Scevola, Le deliberazioni senatorie nella prima pentade liviana, Collana L’Arte del diritto 37, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. XII-228, ISBN 9788824324885.
Silvia Schiavo, Ricerche sugli editti dei prefetti del pretorio del Cod. Bodl. Roe 18. Processo e documento, Collana del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Ferrara 13, Jovene Editore, Napoli 2018, pp. IX-398, ISBN 9788824325417.
Salvatore Sciortino, Il nome dell’azione nel libellus conventionis giustinianeo, G. Giappichelli Editore, Torino 2018, pp. 221, ISBN 9788892114494.
Alessia Spina, I volti della fides e la tutela impuberum. Dal tutor suspectus al falsus tutor. Prefazione di Salvo Randazzo, Le vie del diritto 12, Aracne Editrice, Roma 2018, pp. 277, ISBN 9788825514001.
Simona Tarozzi, Norme e prassi. Gestione fondiaria ecclesiastica e innovazioni giuridiche negli atti negoziali ravennati dei secoli V-VII, Radices. Collana di studi sui diritti dell’antichità 2, Jouvence, Milano 2017, pp. 395, ISBN 9788878015869.
Elena Tassi Scandone, Terre comuni e pubbliche tra diritto romano e regole, Collana del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Roma La Sapienza, Jovene Editore, Napoli 2017, pp. XXXII-192, ISBN 9788824324892.
Yan Thomas, La Mort du père. Sur le crime de parricide à Rome, Avant-propos de Maurice Godelier, Bibliothèque Idées, Albin Michel Éditions, Paris 2017, pp. 302, ISBN 9782226314871.
Andrea Trisciuoglio, Studi sul crimen ambitus in età imperiale, Memorie del Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Torino 2, LED Edizioni, Milano 2017, pp. 181, ISBN 9788867056170.
Fabiana Tuccillo, Editto e Ius novum. Sulle tracce del quod quisque iuris, Collana del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ 6, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2018, pp. VI-306, ISBN9788849535037.
Massimiliano Vinci, Ricerche in tema di retentio, Collana «Radici storiche del diritto europeo», Diretta da G. Luchetti e A. Petrucci, 2, G. Giappichelli Editore, Torino 2018, pp. 373, ISBN 9788892114364.
Ubaldo Villani-Lubelli, Unità diritto libertà. Il fattore Weimar e l’identità costituzionale in Germania, Historica 21, Editoriale Jouvence, Milano 2018, pp. 180, ISBN 9788878016088.
Edoardo Volterra, Senatus Consulta (a c. di Pierangelo Buongiorno, Annarosa Gallo, Salvatore Marino), Acta Senatus - Reihe B Studien und Materialien, Band 1, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2017, p. 222, ISBN 9783515113700.