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Timestamp: 2020-06-04 22:48:45+00:00
Document Index: 96699636

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art.4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 416', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 76', 'art. 85', 'art. 27', 'art. 117', 'art. 49', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 76', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 76', 'art. 79', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 27', 'art. 656', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art 4', 'art. 2', 'art. 79', 'sentenza ', 'art. 2']

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di Maria Rosaria Magliulo, Cultrice di Diritto processuale penale - Università Suor Orsola Benincasa
Con la sent. n. 263 del 2019 è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, d.lgs. 2 ottobre 2018, n. 121.
La Consulta ha rimosso le preclusioni e gli automatismi che non permettevano una valutazione caso per caso della concessione dei benefici penitenziari ai minorenni condannati per reati ostativi previsti dall’art.4 dell’ordinamento penitenziario
Absolute foreclosures to access penitentiary benefits in the case of underage prisoners are illegal
With sentence no. 263 of 2019 the Constitutional Court declared the illegitimacy of art. 2, paragraph 3, of the Legislative Decree 2 October 2018, n. 121.
The Constitutional Court removed the foreclosures to access penitentiary benefits in case of underage prisoners.
Detenuti minorenni e benefici penitenziari - Corte costituzionale, sent. 6 dicembre 2019, n. 263 - Pres. Carosi; Rel. Amato
È costituzionalmente illegittimo l’art. 2, comma 3, del d.lgs. 2 ottobre 2018, n. 121, recante «Disciplina dell’ese­cuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, in attuazione della delega di cui all’art. 1, commi 82, 83 e 85, lettera p), della legge 23 giugno 2017, n. 103», secondo cui, ai fini della concessione delle misure penali di comunità e dei permessi premio e per l’assegnazione al lavoro esterno, si applica l’art. 4-bis, commi 1 e 1-bis, della l. 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), il quale consente la concessione dei benefici penitenziari ai condannati per taluni delitti, espressamente indicati, solo nei casi in cui gli stessi collaborino con la giustizia. (Massima)
1.- Il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, in funzione di tribunale di sorveglianza, ha sollevato, in riferimento agli artt. 2, 3, 27, terzo comma, 31, secondo comma, 76 e 117, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, del decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 121, recante «Disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, in attuazione della delega di cui all’art. 1, commi 82, 83 e 85, lettera p), della legge 23 giugno 2017, n. 103».
2.- Il giudice a quo è chiamato a decidere in ordine all’istanza avanzata da un detenuto, condannato in via definitiva alla pena di cinque anni di reclusione per i reati di cui all’art. 416-bis del codice penale e agli artt. 2 e 7 della legge 2 ottobre 1967, n. 895 (Disposizioni per il controllo delle armi), aggravati, in base alla normativa all’epoca vigente, ai sensi dell’art. 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203. Con riferimento alla residua pena da espiare di un anno, cinque mesi e quattordici giorni di reclusione, è stata richiesta l’applicazione della misura della detenzione domiciliare presso un’abitazione o in una struttura comunitaria.
2.1.- Il rimettente evidenzia che la disposizione censurata esclude la possibilità di concedere le misure penali di comunità in presenza dei reati cosiddetti ostativi, previsti dall’art. 4-bis ordin. penit. Ciò impedirebbe di valutare nel merito l’istanza del detenuto e di adeguare la residua sanzione da espiare ai progressi da lui compiuti. Nel caso in esame, la condanna per uno dei delitti indicati nell’art. 4-bis non consentirebbe di accogliere l’istanza. A questo riguardo, non rileverebbe né l’accertata recisione dei collegamenti con la criminalità organizzata, essendo richiesta anche l’effettiva collaborazione con la giustizia, né l’inesigibilità di tale collaborazione poiché, ad avviso del rimettente, il rinvio è al catalogo dei reati ivi indicati e non al suo contenuto, né infine la mancata prova della pericolosità sociale, essendo richiesta viceversa la prova dell’assenza di attuali collegamenti con la criminalità organizzata.
2.2.- Nel merito, il giudice a quo ritiene, in primo luogo, che la disposizione censurata violi l’art. 76 Cost., per il contrasto con i principi e i criteri direttivi posti dall’art. 85, lettera p), numeri 5) e 6), della legge n. 103 del 2017, che prevedono l’ampliamento dei criteri di accesso alle misure alternative alla detenzione e l’eliminazione di ogni automatismo nella concessione dei benefici penitenziari.
Sono inoltre richiamati i principi espressi in numerosi atti internazionali, tra i quali le Regole minime delle Nazioni unite sull’amministrazione della giustizia minorile (“Regole di Pechino”), adottate dall’Assemblea generale con la risoluzione 40/33 del 29 novembre 1985, le Regole delle Nazioni Unite per la protezione dei minori privati della libertà (cosiddette regole dell’Havana), approvate dall’Assem­blea generale con risoluzione n. 45/113 del 14 dicembre 1990, la raccomandazione CM/Rec. (2008)11 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, adottata il 5 novembre 2008, sui minori autori di reato e soggetti a sanzioni o misure alternative alla detenzione, le Linee guida del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa su una “giustizia a misura di minore”, adottate il 17 novembre 2010, nella 1098a riunione dei delegati dei ministri, nonché, da ultimo, la direttiva 2016/800/UE, già citata.
2.3.- L’automatismo posto dalla disposizione censurata, in quanto fondato su una presunzione di pericolosità radicata solo sul titolo di reato commesso sarebbe, inoltre, in contrasto con il principio sancito dall’art. 27, terzo comma, Cost., connesso a quelli di cui agli artt. 2, 3 e 31, secondo comma, Cost., in quanto espressivi della necessità di un trattamento differenziato per i minorenni e i giovani adulti e «di valutazioni, da parte dello stesso giudice, fondate su prognosi individualizzate in funzione del recupero del minore deviante» (sono richiamate le sentenze n. 143 del 1996, n. 182 del 1991, n. 78 del 1989, n. 128 del 1987, n. 222 del 1983 e n. 46 del 1978).
2.4.- Sarebbe violato, infine, l’art. 117, primo comma, Cost., per il contrasto con i principi posti dalla direttiva 2016/800/UE, nonché dall’art. 49, paragrafo 3, CDFUE.
3.- È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque non fondata.
3.1.- In via preliminare, l’interveniente ha eccepito che l’applicazione dell’art. 4-bis ordin. penit. anche ai minori non deriverebbe dalla disposizione censurata, bensì dall’art. 4, comma 4, del d.l. n. 152 del 1991, che già aveva previsto che le limitazioni all’accesso ai benefici penitenziari si applicassero anche nei confronti dei soggetti minorenni al tempo del fatto.
3.2.- In ogni caso, la questione non sarebbe fondata.
Ad avviso del giudice a quo, la disposizione censurata - nell’estendere ai minorenni e giovani adulti preclusioni analoghe a quelle previste per gli adulti - violerebbe, in primo luogo, l’art. 76 Cost. L’im­possibilità di accedere ai benefici penitenziari ivi indicati, in caso di condanna per i reati indicati dal­l’art. 4-bis ordin. penit., si porrebbe in contrasto con i principi di cui all’art. 1, comma 85, lettera p), numeri 5) e 6), della legge delega 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario), che prevedono l’ampliamento dei criteri di accesso alle misure alternative alla detenzione e l’eliminazione di ogni automatismo nella concessione dei benefici penitenziari.
2.- Va preliminarmente respinta l’eccezione di inammissibilità sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato.
2.1.- La difesa del Presidente del Consiglio dei ministri ritiene che il giudice a quo abbia sottoposto a scrutinio una disposizione diversa dall’oggetto effettivo delle censure, poiché l’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 avrebbe natura meramente ricognitiva della disciplina già prevista dall’art. 4, comma 4, del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203. In riferimento all’accesso alle misure penitenziarie alternative, la disposizione censurata non introdurrebbe, dunque, alcuna novità.
2.2.- L’applicazione dell’art. 4-bis ordin. penit. anche nei confronti dei minori risultava in effetti già prevista dall’art. 4, comma 4, del d.l. n. 152 del 1991, il quale, dopo avere introdotto l’art. 4-bis nella legge n. 354 del 1975, aveva stabilito che i commi 1 e 2 di quest’ultima disposizione si applicassero anche nei confronti dei minorenni.
È tale scelta a rendere il richiamo al meccanismo dell’art. 4-bis ordin. penit., contenuto nella disposizione censurata, non meramente ricognitivo di una norma preesistente. Esso svolge anche una funzione di primaria rilevanza, nel senso di stabilire, nell’ambito della riforma organica dell’ordinamento penitenziario minorile - a lungo attesa e finalmente introdotta dal d.lgs. n. 121 del 2018 - il perimetro delle preclusioni alle misure extramurarie applicabili ai condannati per fatti commessi da minorenni. Questo intervento dà vita, infatti, all’unica normativa applicabile a questa categoria di soggetti. Essa si è integralmente sostituita alla precedente disciplina dettata sul punto, per i condannati adulti, dalla legge n. 354 del 1975 e, in particolare, dal suo art. 4-bis, e, per i condannati per reati commessi durante la minore età, dall’art. 4, comma 4, del d.l. n. 152 del 1991.
2.3.- Il carattere innovativo (e non meramente ricognitivo) della disposizione censurata risulta, altresì, dalla considerazione del suo diverso ambito applicativo. A differenza dell’art. 4, comma 4, del d.l. n. 152 del 1991, che rendeva applicabili ai minori i commi 1 e 2 dell’art. 4-bis ordin. penit., l’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 richiama i commi 1 e 1-bis della medesima disposizione, ma non il comma 2.
3.- Nel merito, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018, sollevata in riferimento all’art. 76 Cost., è fondata.
3.1.- Il d.lgs. n. 121 del 2018 costituisce l’approdo di un processo evolutivo che si snoda nel corso di alcuni decenni, a partire dalla previsione dell’art. 79, comma 1, ordin. penit., in base al quale la mancanza di una disciplina penitenziaria specificamente destinata ai minori avrebbe dovuto avere natura transitoria, ossia «fino a quando non sarà provveduto con apposita legge».
Ciò ha portato a riconoscere che la parificazione della disciplina della fase esecutiva nei confronti di adulti e minori può «confliggere con le esigenze di specifica individualizzazione e di flessibilità del trattamento del detenuto minorenne» e che questa situazione «contrast[a] con le esigenze […] del recupero e della risocializzazione dei minori devianti, esigenze che comportano [appunto] la necessità di differenziare il trattamento dei minorenni rispetto ai detenuti adulti e di eliminare automatismi applicativi nell’esecuzione della pena» (sentenza n. 90 del 2017, con richiamo alle sentenze n. 125 del 1992 e n. 109 del 1997).
3.2.- È proprio sulla base dei principi di speciale protezione per l’infanzia e la gioventù, di individualizzazione del trattamento punitivo del minore e di preminenza della finalità rieducativa che questa Corte ha dichiarato l’illegittimità della previsione dell’ergastolo per gli infradiciottenni (sentenza n. 168 del 1994). Nello stesso senso si pongono anche le pronunce con le quali è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale di alcuni istituti dell’ordinamento penale e penitenziario, laddove riferiti ai condannati minorenni.
3.3.- Ciò premesso, si tratta ora di stabilire se l’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 - laddove impedisce l’accesso alle misure penali di comunità nei confronti dei minori condannati per i delitti di cui all’art. 4-bis ordin. penit. - si ponga in contrasto con i principi e criteri direttivi fissati dalla legge delega n. 103 del 2017, in particolare con l’art. 1, comma 85, lettera p), numeri 5) e 6).
In queste disposizioni, il legislatore delegante - nel recepire i principi, sopra richiamati, provenienti dalle fonti internazionali e dalla giurisprudenza di questa Corte - da un lato, ha previsto l’«amplia­mento dei criteri per l’accesso alle misure alternative alla detenzione, con particolare riferimento ai requisiti per l’ammissione dei minori all’affidamento in prova ai servizi sociali e alla semilibertà» (art. 1, comma 85, lettera p, numero 5) e, dall’altro lato, ha imposto l’«eliminazione di ogni automatismo e preclusione per la revoca o per la concessione dei benefìci penitenziari, in contrasto con la funzione rieducativa della pena e con il principio dell’individuazione del trattamento» (art. 1, comma 85, lettera p, numero 6).
Le diverse scelte possibili avrebbero dovuto essere parametrate sulla duplice concorrente esigenza di ampliare l’accesso alle misure alternative e di eliminare ogni automatismo e preclusione nell’applica­zione dei benefici penitenziari.
3.4.- Viceversa, l’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 ha ristretto la possibilità di accedere alle misure extramurarie ivi indicate, agganciandola alle condizioni previste dall’art. 4-bis ordin. penit. La disposizione censurata appare in aperta distonia non solo rispetto al senso complessivo dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale in tema di esecuzione minorile, ma anche con le direttive impartite dal legislatore delegante.
Da un lato, il richiamo alla disciplina dell’art. 4-bis ordin. penit. restringe l’ambito di applicabilità delle misure alternative alla detenzione. In presenza di condanna per uno dei reati ostativi di cui all’art. 4-bis, comma 1, ordin. penit., l’accesso a tali misure - salvo quanto si dirà sui permessi premio - è condizionato all’accertamento di una condotta collaborativa con la giustizia (ovvero una condotta ad essa equiparata). Dall’altro, questi stessi criteri, in quanto fondati su una presunzione di pericolosità che si basa esclusivamente sul titolo del reato, irrigidiscono la regola di giudizio in un meccanismo che non consente di tenere conto della storia e del percorso individuale del singolo soggetto e della sua complessiva evoluzione sulla strada della risocializzazione.
3.5.- D’altra parte, va escluso che in questo caso si sia inteso rinunciare ad esercitare la delega per la parte qui rilevante. Come già osservato, la scelta per il regime delle preclusioni dell’art. 4-bis ordin. penit. non discende dalla disciplina precedente, ma è espressamente affermata dalla disposizione censurata.
Dalla relazione illustrativa al d.lgs. n. 121 del 2018 emerge, infatti, la volontà del legislatore delegato di dare positiva attuazione alla legge delega in questo ambito normativo. In tale relazione si legge, infatti, che l’esigenza di conservare i limiti di cui all’art. 4-bis ordin. penit. ai fini della concessione dei benefici, deriverebbe «[…] dalla necessità di mantenere indenne dalla riforma la disciplina di cui al­l’articolo 41-bis della legge n. 354 del 1975, individuato dalla legge di delega quale criterio generale che deve orientare tutti gli interventi in materia di ordinamento penitenziario, ivi compreso quello minorile […]».
4.- La questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 è fondata anche in riferimento agli artt. 27, terzo comma, e 31, secondo comma, Cost.
4.1.- La disposizione in esame, collocata nell’ambito dei principi generali che sovraintendono al sistema dell’esecuzione minorile, condiziona la concessione dei benefici penitenziari ivi indicati ai criteri posti dai commi 1 e 1-bis dell’art. 4-bis ordin. penit.
Tanto più che questa Corte, con sentenza n. 253 del 2019, relativa sia pure ai soli permessi premio, ha ritenuto che il meccanismo introdotto dall’art. 4-bis, anche laddove applicato nei confronti di detenuti adulti, contrasta con gli artt. 3 e 27 Cost. sia «perché all’assolutezza della presunzione sono sottese esigenze investigative, di politica criminale e di sicurezza collettiva che incidono sull’ordinario svolgersi dell’esecuzione della pena, con conseguenze afflittive ulteriori a carico del detenuto non collaborante», sia «perché tale assolutezza impedisce di valutare il percorso carcerario del condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena, intesa come recupero del reo alla vita sociale, ai sensi del­l’art. 27, terzo comma, Cost.».
4.2.- Questa preminenza della funzione rieducativa dell’esecuzione minorile ha già portato a ritenere illegittima, per contrasto con gli artt. 27 e 31 Cost., la preclusione posta dall’art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen., nella parte in cui esso vietava la sospensione dell’esecuzione della pena detentiva nei confronti dei minori condannati per i delitti di cui all’art. 4-bis ordin. penit. (sentenza n. 90 del 2017).
4.3.- Dal superamento del meccanismo preclusivo che osta alla concessione delle misure extramurarie non deriva in ogni caso una generale fruibilità dei benefici, anche per i soggetti condannati per i reati elencati all’art. 4-bis ordin. penit. Al tribunale di sorveglianza compete, infatti, la valutazione caso per caso dell’idoneità e della meritevolezza delle misure extramurarie, secondo il progetto educativo costruito sulle esigenze del singolo.
5.- Va pertanto dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 121 del 2018 per violazione degli artt. 76, 27, terzo comma, e 31, secondo comma, Cost., con assorbimento delle ulteriori censure.
Il caso - Il lacunoso quadro normativo - L’iter argomentativo della Corte Costituzionale - Conclusioni - NOTE
Il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, in funzione di Tribunale di Sorveglianza, ha sollevato questione di illegittimità costituzionale dell’art. 2 comma 3 del decreto legislativo 2 ottobre 2018 n. 121 recante “Disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, in attuazione della delega di cui all’art. 1, co. 82, 83 e 85, lett. p), L. 23 giugno 2017, n. 103”; tale disposizione stabilisce che, ai fini della concessione delle misure penali di comunità, per l’assegnazione dei permessi premio e per l’assegnazione al lavoro esterno, si applica l’art 4 bis, commi 1 e 1 bis, ordin. pent. (l. 26 luglio 1975, n. 354). Nel suddetto articolo viene stabilito che la concessione dei benefici penitenziari ai condannati per taluni delitti espressamente indicati, può verificarsi solo nel caso in cui il soggetto decida di collaborare con la giustizia [1]. Secondo il Tribunale di Reggio Calabria la disposizione dell’art. 2, comma 3, d.lgs. n. 121 del 2018, nell’estendere ai minorenni ed ai giovani adulti preclusioni analoghe a quelle degli adulti, violerebbe gli artt. 2, 3, 27, 31, 76 e 117 Cost. e tale automatismo si baserebbe esclusivamente su una presunzione di pericolosità sociale che impedirebbe una valutazione nel caso specifico dell’idoneità del soggetto condannato alla misura alternativa alla detenzione. L’articolo in esame sarebbe, [continua ..]
Il lacunoso quadro normativo
Prima di affrontare nello specifico la questione risolta dalla Corte costituzionale appare necessario disegnare il quadro normativo entro il quale la stessa si inserisce. Il d.lgs. 2 ottobre 2018, n. 121, denominato “Disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni, in attuazione della delega di cui all’articolo 1, commi 81, 83 e 85, lettera p), della legge 23 giugno 2017, n. 103” ha riformato la legge di ordinamento penitenziario, apportando rilevanti novità in materia di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni [4]. Va innanzitutto evidenziato che dall’entrata in vigore della legge di ordinamento penitenziario (L. n. 354 del 1975), l’ambito minorile non aveva ricevuto alcuna specifica regolamentazione ma veniva assimilato all’esecuzione della pena nei confronti degli adulti. In particolare, l’art. 79, comma 1. ordin. penit., rubricato “Minori degli anni diciotto sottoposti a misure penali. Magistratura di sorveglianza” conteneva in via generale un’estensione della disciplina esecutiva prevista per gli adulti anche ai condannati minorenni. La provvisorietà e transitorietà di questa previsione era evidenziata nel primo comma di questo stesso articolo, laddove si indicava espressamente la necessità di creazione di un apposito ordinamento penitenziario minorile, con il prevedere l’applicabilità delle norme di [continua ..]
L’iter argomentativo della Corte Costituzionale
Se, dunque, appare chiara la finalità della pena, sia a livello italiano che a livello internazionale [37], è proprio alla luce di queste considerazioni che nella sentenza che si annota la Corte ha dichiarato l’il­legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 3, d.lgs. 2 ottobre 2018, n. 121, ritenendo che violasse gli artt. 76, 27, comma 3, e 31, comma 2, Cost., oltre ad essere in contrasto con le norme internazionali. È stato posto l’accento su talune questioni fondamentali, tra cui l’automatismo dell’esclusione da alcuni benefici a causa di una presunzione di pericolosità sociale e la funzione rieducativa della pena, soprattutto quando il condannato è un minore ovvero un giovane adulto. Questioni, queste, strettamente connesse tra loro: numerose norme internazionali, tra cui quelle previste dalle “Regole di Pechino”, evidenziano non solo l’importanza della valutazione “caso per caso” dei soggetti condannati minori, ma soprattutto la necessità di imporre la detenzione in carcere come extrema ratio e cioè solo dopo aver escluso la possibilità di applicare pene alternative alla detenzione. Quest’ultima, infatti, si concentra più su finalità punitive ed afflittive, rispetto a quelle di recupero e di rieducazione, bisogni del minorenne che non possono essere ignorati dall’ordinamento [38]. Il diritto processuale [continua ..]
Va, allora, salutato con plauso l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della questione di legittimità sollevata dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, che ha consentito di evidenziare (recte: ribadire) la prevalenza della finalità rieducativa della pena rispetto a quella punitiva soprattutto in caso di condannati minorenni. Questi ultimi, infatti, potranno comunque accedere ai benefici penitenziari anche se dopo la condanna hanno deciso di non prestare la loro collaborazione alla giustizia. La Corte costituzionale ha così confermato il suo orientamento in materia di condannati minori, avendo già, a partire dal 1978, avversato preclusioni all’accesso alle misure alternative alla detenzione, come anche la revoca automatica di esse. Nel ribadire che la detenzione in carcere in caso di soggetti minori o di giovani adulti deve essere considerata l’extrema ratio, la Corte ha voluto sgombrare il campo da possibili fraintendimenti sul­l’obiettivo primario di tutta la giustizia minorile, che deve essere quello del reinserimento sociale e della risocializzazione del reo. L’obbligo costituzionale di protezione della gioventù impone non solo la tutela del soggetto minore, ma anche la valutazione specifica del soggetto condannato al fine di tutelarne la persona e la formazione [51]. Questo potrebbe essere il primo reale passo verso la previsione di un sistema sanzionatorio alternativo al [continua ..]