Source: https://www.laleggepertutti.it/174430_come-capire-una-truffa-online
Timestamp: 2018-07-23 08:12:05+00:00
Document Index: 19497380

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Come capire una truffa online
Lo sai che? Come capire una truffa online
Chi fa di tutto per far cadere in errore l’acquirente, rassicurandolo sulla convenienza dell’operazione, ad esempio abbassando molto il prezzo, commette truffa.
Se non capita di rado di prendere fregature al negozio tradizionale, sul web è molto più frequente. L’assenza di un contatto visivo tra venditore e acquirente fa sì che dall’altro lato dello schermo si possa celare un truffatore che, a fronte di un’offerta a un prezzo vantaggioso, ha solo l’intenzione di prendere i soldi e scappare. Come ci si garantisce in questi casi? Se è vero che, per evitare clonazioni della carta di credito e addebiti non autorizzati, è sufficiente usare una carta prepagata sulla quale “caricare” solo il prezzo di vendita, nessuno può garantire il fatto che il prodotto acquistato venga davvero spedito e che sia in buone condizioni. Peraltro, in questi casi, avviare un giudizio civile di «risoluzione del contratto per inadempimento» (al fine di ottenere, quantomeno, la restituzione della somma) sarebbe così lungo e costoso da disincentivare anche coloro che hanno speso diverse centinaia di euro (ad esempio per l’acquisto di uno smartphone o di una camera fotografica). Molto più facile sarebbe presentare una querela e poi lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Ma non è così facile stabilire il confine tra il civile e il penale. A mettere però uno spartiacque è una recente sentenza della Corte di Appello di Cagliari [1] che chiarisce (e suggerisce) come capire una truffa online. Ma procediamo con ordine.
1 Differenza tra causa civile e penale
2 Mancata consegna di un prodotto: truffa o inadempimento?
3 Come distinguere una truffa online
Differenza tra causa civile e penale
Innanzitutto dobbiamo chiarire un concetto che, se agli operatori del diritto apparirà banale e scontato, tale non è per chi non mastica le procedure dei tribunali. Tutte le volte in cui si subisce un torto, si possono profilare due situazioni diverse:
l’illecito commesso è un reato: in tal caso, per tutelarsi, si può sporgere denuncia-querela presso i carabinieri, la polizia, la polizia postale (per le questioni che attengono alle telecomunicazioni) oppure depositando l’atto direttamente alla Procura della Repubblica. Questa operazione è completamente gratuita e si può fare senza avvocato. Sarà il Pubblico Ministero, a questo punto, a effettuare le indagini (delegandole alla polizia giudiziaria) e a decidere se ci sono indizi di colpevolezza, chiedendo poi il rinvio a giudizio dell’indagato. Anche la causa penale viene condotta dallo Stato. La vittima può però decidere di costituirsi «parte civile» per ottenere il riconoscimento del risarcimento del danno, attività questa che richiede l’assistenza dell’avvocato. Se non lo fa, comunque, ottiene già la soddisfazione di vedere il colpevole condannato senza aver speso un euro e aver “perso tempo” dietro avvocati; resta ferma la possibilità, in un successivo momento, di avviare una causa civile e chiedere, solo in quella sede, il risarcimento;
l’illecito commesso non è un reato ma un semplice illecito civile. In tal caso la questione si capovolge: spetta al danneggiato avviare la causa, anticipando le spese e l’onorario dell’avvocato. Egli dovrà inoltre dimostrare la colpevolezza della controparte e, quindi, dovrà procurarsi le prove di ciò che afferma; diversamente non solo perde la causa, ma deve anche pagare le spese processuali all’avversario.
Mancata consegna di un prodotto: truffa o inadempimento?
Veniamo ora all’aspetto che qui più ci interessa: come riconoscere una truffa online? C’è ancora un’ultima premessa da fare. Quando una persona compra un oggetto e non lo paga; quando un’altra persona vende un prodotto e poi non lo consegna all’acquirente pur avendo incassato i soldi; quando un negozio consegna un oggetto e questo non funziona; in tutti questi casi non siamo mai in presenza di un reato – per quanto il compratore possa sentirsi verosimilmente “truffato” – ma di un illecito civile chiamato «inadempimento contrattuale». Quindi, di regola, non si può denunciare e bisognerà rassegnarsi alla causa civile. Ma… c’è sempre un “ma”. Si passa dal civile al penale quando vengono posti in essere una serie di raggiri per far cadere in errore l’altro contraente e rassicurarlo sulla bontà dell’operazione, pur non avendo, sin dall’inizio, alcuna intenzione di adempiere. In questo caso:
chi vende un bene e già sa che non potrà (o non vorrà) mai consegnarlo all’acquirente commette truffa;
chi acquista un prodotto e già sa che non potrà (o non vorrà) mai pagarlo commette insolvenza fraudolenta.
Insomma, il confine tra il civile e il penale è la malafede di chi agisce, gli artifici e i raggiri operati per simulare qualcosa che in realtà non esiste.
Ritorniamo al problema di chi acquista un prodotto su internet e poi l’oggetto non gli viene spedito. Come si fa a capire che si è vittima di una truffa o di un semplice illecito civile di tipo contrattuale? Molto facile: il venditore deve aver attuato degli éscamotage per convincere e far cadere in errore l’altro soggetto, come ad esempio un’offerta limitata a un giorno, un’estensione di garanzia particolarmente lunga, ecc. Secondo la sentenza della Cassazione qui in commento, chi mette in vendita sul web un bene con un prezzo conveniente pur sapendo che esso è indisponibile, o irreperibile sul mercato, commette il reato di truffa. La mendace dichiarazione configura l’elemento del raggiro che integra la truffa contrattuale.
[1] C. App. Cagliari, sent. n. 230/2017.
Corte d’appello di Cagliari – Sezione I penale – Sentenza 14 aprile 2017 n. 230
Dott. Alessandro Castello Consigliere Dott.ssa Silvia Badas Consigliere
CA.AN., nato (…)
Contro la sentenza emessa in data 30 aprile 2015 dal Tribunale di Cagliari, in composizione monocratica, con la quale fu condannato alla pena di sei mesi di reclusione ed Euro 51,00 di multa, riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva contestata, in quanto ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 640 c.p.
Udita la relazione della causa fatta dal Presidente, le parti hanno concluso come da verbale di udienza.
Con sentenza in data 30 aprile 2015 il Tribunale di Cagliari condannò Ca.An. alla pena di sei mesi di reclusione ed Euro 51,00 di multa, riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva contestata, avendolo ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 640 c.p., per avere, con artifici e raggiri consistiti nel porre in vendita sul sito (…) un’autoradio, indotto in errore Pa.Me. sulla effettiva disponibilità e l’intenzione a vendere l’impianto predetto, procurando a sé un ingiusto profitto pari alla somma di 345,00 Euro, inoltrata mediante bonifico bancario, senza spedire mai l’apparecchiatura elettronica.
Il tribunale ha accertato la responsabilità penale dell’imputato sulla base di prove testimoniali e documentali.
Dall’istruttoria dibattimentale era emerso che il 29 marzo 2010 il signor Pa.Me. presentò querela avverso l’odierno imputato, lamentando la mancata consegna di un’autoradio da questi acquistata sul sito internet (…).
I fatti vennero narrati dalla persona offesa nei seguenti termini.
Valutata la convenienza del prezzo dell’oggetto desiderato (esattamente 345,00 euro), il Ma. aveva contattato il venditore all’indirizzo e-mail indicato nel sito ed aveva proceduto al pagamento mediante bonifico bancario. Tuttavia, l’autoradio non gli veniva consegnata, tanto che la persona offesa si vide costretta a contattare insistentemente il Ca., che lo rassicurava telefonicamente e gli consegnava un codice di spedizione dal quale poteva verificare l’avanzamento della stessa.
Di tale sito web si occupava proprio il Ca., gestendolo personalmente nonostante fosse formalmente intestato alla madre, De.El.
Di lì a poco, quel sito venne sottoposto a sequestro da parte della polizia postale.
Il tribunale ha ritenuto integrata la fattispecie delittuosa contestata in quanto sono emersi dagli atti gli artifici e i raggiri posti in essere al fine di indurre in errore l’acquirente (consistiti nel porre in vendita l’autoradio ad un prezzo vantaggioso, rassicurare la parte offesa della serietà del contratto e, infine, nel fornire un codice di invio merce per poi rendersi irreperibile).
Per adeguare la pena al caso concreto, il giudice di prime cure ha ritenuto dover concedere le attenuanti generiche equivalenti alla recidiva contestata.
La sentenza è stata impugnata dal difensore dell’imputato, che ne chiede l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
A detta del difensore, non sarebbe integrata l’ipotesi di truffa, bensì la più ampia categoria civilistica dell’inadempimento contrattuale.
Infatti, il contratto era stato stipulato senza realizzare alcun tipo di artificio, con la piena volontà delle parti che si erano accordate con le modalità tipiche dei contratti di compravendita effettuati attraverso siti web.
Il reato di truffa, invece, presuppone che vi sia una menomazione della libera scelta del contraente e del suo consenso, a causa dell’inganno perpetrato dall’autore dell’illecito, circostanza, questa, assente nel caso di specie.
Secondo la difesa, avrebbe errato il giudice di prime cure nel ritenere che uno degli artifici fu proprio la “vantaggiosità” del prezzo del bene; questo dato non era emerso dagli atti di indagine e neppure dalla querela della persona offesa. Per quanto ben si possa parlare di prezzo competitivo, mai lo stesso potrebbe considerarsi così vantaggioso da indurre in inganno i possibili acquirenti.
Inoltre, il sito (…) era rispettoso di tutte le disposizioni di legge in materia nonché delle condizioni generali di vendita, che il Me. aveva, peraltro, accettato al momento dell’acquisto.
La stessa Ne. è una ditta individuale, regolarmente iscritta al Registro delle Imprese e che ha effettuato migliaia di vendite on-line senza incorrere in alcun tipo di reclamo.
In estremo subordine, viene richiesta la concessione delle attenuanti generiche con la riforma della pena nei minimi di legge.
L’appello è infondato e non può trovare accoglimento.
Nel primo motivo d’impugnazione la difesa contesta la sussistenza della materialità del reato, in quanto, nel caso di specie, si tratterebbe di un mero inadempimento contrattuale e non già di un’ipotesi di truffa. Questa tesi viene affermata sulla base del fatto che il consenso della controparte, all’epoca della conclusione del contratto di compravendita, non fosse stato affatto viziato da alcun raggiro o inganno.
Ebbene, dalle risultanze dibattimentali è invece emersa una realtà differente da quella che vuole prospettare la difesa nell’atto d’appello e, in particolare, occorre far luce sull’appetibilità del prezzo di vendita dell’autoradio.
Secondo l’appellante, infatti, il Me. avrebbe acquistato il bene in quanto fine a sé stesso, per la sola volontà di possederlo, senza essere indotto a concludere il contratto a causa della vantaggiosità del prezzo che, inoltre, viene considerato solamente concorrenziale.
Tuttavia, proprio dalla deposizione della persona offesa si evince l’esatto contrario: il prezzo non era passato indifferente agli occhi del Me., che non poteva permettersi di acquistare autoradio di altre marche, quali (…) o (…), che costavano circa 1000,00 Euro. Egli affermava ancora che quel bene importato dalla Cina, con le stesse caratteristiche delle autoradio più costose, veniva a costare il 50% in meno, e pertanto questa circostanza era stata decisiva ai fini dell’acquisto del bene.
Come afferma la stessa Cassazione, nella sentenza n. 43660, sezione seconda, del 19 luglio 2016, nel caso in cui sia non sia avvenuta la consegna della merce acquistata, l’aver indicato un “prezzo conveniente” di vendita sul web, integra il reato di truffa contrattuale fin tale prospettiva, pertanto, anche il prezzo conveniente richiesto da un contraente può integrare un artificio volto a trarre in inganno l’altro contraente”).
Le modalità della vendita, con la consapevolezza dell’appetibilità del prezzo (che avrebbe attirato sicuramente nella trappola vari clienti) e dell’indisponibilità del bene o dell’impossibilità di reperirlo nel mercato sono elementi sintomatici della volontà di ingannare il prossimo al fine di concludere un contratto che non potrà mai essere adempiuto.
Anche qui, come insegna la Cassazione, “la mendace dichiarazione di una delle parti di essere in grado di adempiere l’obbligazione, fatta all’altra parte durante “l’iter” formativo del contratto, pure in assenza di qualsiasi messa in scena, in quanto destinata a creare un falso
convincimento, operando sulla psiche del soggetto ingannato, integra l’elemento del raggiro il quale, se posto in essere con dolo, realizza la figura criminosa della truffa contrattuale” (sent. n. 4011, sez. 2, del 17-03-1993).
Anche in relazione a quest’ultimo elemento, la difesa contesta l’esistenza di una prova circa l’indisponibilità del bene da parte del Ca., non essendo emersa alcuna risultanza processuale a dimostrazione di essa.
In realtà, l’inesistenza dell’autoradio si può ben desumere da una serie di circostanze che, legate tra loro, portano ad un risultato oggettivamente certo.
Innanzitutto, è esemplare il raggiro effettuato attraverso la consegna del numero di spedizione di un pacco che, in buona fede, il Me. confidava essere il suo e che, invece, si è rivelato fasullo. Come emerge dall’istruttoria dibattimentale, la parte offesa, preoccupata del ritardo nella consegna, incitava con lamentele e indignazioni l’imputato al fine di velocizzare i tempi di spedizione o, nel peggiore dei casi, di avere il rimborso di quanto già pagato.
Il Ca., a quel punto, tentò di rabbonire il cliente offrendogli un numero di tracciabilità del pacco che, come lo stesso teste Me. ha affermato, vagava per la penisola senza raggiungere la meta desiderata. Giunto, poi, presso la sede legale della Ne., arrestava la sua corsa senza più dar notizie.
Evidentemente, se il pacco in questione fosse stato realmente quello contenente l’autoradio acquistata, di lì a poco sarebbe stato consegnato al destinatario finale senza alcun particolare problema. Così, invece, non fu ed è in questo frangente che il Me., ancor più angosciato dalla mancata consegna, entrava nuovamente nel sito on-line e apprendeva che lo stesso era stato oscurato, in quanto sequestrato dalla Polizia Postale.
Agli atti sono, inoltre, allegate le altre lamentele e recensioni negative di altri acquirenti che subirono la stessa disavventura commerciale, con le medesime modalità ed i medesimi raggiri, senza ottenere mai i beni acquistati.
Questo rappresenta un altro chiaro e decisivo segno di come l’imputato soleva comportarsi, della consuetudine quasi rituale (visto l’utilizzo delle medesime scuse e delle medesime parole di rassicurazione) con il quale poneva in essere le condotte ingannatrici, tanto da portare, poi, i malcapitati a rivolgersi alle autorità.
È, appunto, dalle tantissime querele proposte nei suoi confronti per i medesimi fatti, avvenuti tramite il medesimo sito, che la Polizia Postale ha eseguito il sequestro preventivo dello stesso.
In realtà (altro dato sfavorevole all’imputato), egli era già conosciuto dalla Polizia Postale di Lecce e dalla stessa autorità giudiziaria.
Infatti, in passato, il Tribunale di Lecce aveva decretato la chiusura di un precedente sito di vendite on-line gestite dal Ca. sempre per le medesime attività illecite, così come affermato in deposizione dal teste To., in servizio presso la Polizia Postale di Lecce.
La circostanza per cui il sito on-line gestito dal Ca. sia correttamente registrato, rispettoso dei termini di legge, non depone a favore della sua innocenza. Infatti, per quanto sia degna di rilievo la regolarità delle iscrizioni nel Registro delle imprese e delle condizioni generali di vendita, ciò non esclude che il prevenuto abbia comunque posto in essere quelle condotte delittuose.
La possibilità di una sua reperibilità e di una sua identificazione non esime, invero, da responsabilità: per quanto, infatti, l’assenza di tali dati sarebbe considerata in astratto elemento a carico dell’imputato, la presenza di tali informazioni non importa, per ciò solo, un’assenza di mala fede.
Infine, in relazione alle richieste avanzate dalla difesa in merito al trattamento sanzionatorio, le stesse non possono trovare accoglimento in quanto le attenuanti generiche sono già state concesse dal primo giudice, che le ha ritenute equivalenti alla recidiva contestata, ed è stata già applicata una pena pari al minimo edittale, come si evince dalla sentenza impugnata.
In definitiva, l’appello deve essere rigettato e la sentenza integralmente confermata.
Visti gli artt. 605, 592 c.p.p. conferma la sentenza impugnata e condanna Ca.An. al pagamento delle spese di questo grado del giudizio.
Termine per il deposito 90 giorni.
Così deciso in Cagliari il 14 marzo 2017. Depositata in Cancelleria il 14 aprile 2017.