Source: https://www.laleggepertutti.it/277938_la-pensione-di-inabilita
Timestamp: 2019-03-20 20:29:21+00:00
Document Index: 3996348

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 14', 'art. 19', 'art 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 12']

I trattamenti economici degli invalidi civili: la pensione di invalidità e la sostituzione con l’assegno sociale. I limiti di reddito.
La pensione di inabilità è riconosciuta ai mutilati e agli invalidi civili di età superiore ai 18 anni e fino a 66 anni e 7 mesi (l’età originaria pari a 65 anni si è così elevata nel 2018 per effetto del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita, su cui v. la precedente Sezione), nei cui confronti sia stata accertata una totale inabilità lavorativa e che abbiano redditi al di sotto di un limite fissato dalla legge (art. 12 L. n. 118/71). La prestazione è corrisposta, per intero, anche ai soggetti ospitati in istituti o case di riposo (art. 14septies, comma 2, legge n. 33 del 1980).
3 L’importo ed il limite di reddito validi per il 2018
4 Concetto di inabilità totale
5 La presentazione della domanda
6 Compatibilità con altre prestazioni
Al raggiungimento della predetta età massima, la pensione di inabilità è sostituita dall’assegno sociale a carico dell’INPS ma alle condizioni reddituali più favorevoli stabilite per i trattamenti di invalidità civile (art. 19, L. n. 118/71, circ. INPS n. 86/2000).
Spetta per 13 mensilità, è soggetta a perequazione automatica e non è reversibile agli eredi, i quali possono chiedere solo la liquidazione dei ratei maturati e non riscossi.
L’importo ed il limite di reddito validi per il 2018
Per l’anno 2018 l’importo mensile è pari a 282,55 euro, mentre il limite di reddito annuo è pari a 16.664,36 euro (circ. Inps n. 186/2017).
Dal 23 giugno 2013, al fine del riconoscimento della prestazione assistenziale in esame il limite di reddito annuo da considerare è il solo reddito individuale del richiedente, ai sensi dell’art 10 del decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, il cui comma 5 ha modificato l’articolo 14-septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33.
È stato infatti inserito dopo il sesto comma il seguente: «Il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, di cui all’articolo 12 della legge 30 marzo 1971, n. 118, è calcolato con riferimento al reddito agli effetti dell’IRPEF con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte».
A disciplinare il periodo precedente l’entrata in vigore del citato D.L. n. 76/2013 vi è il successivo comma 6 dello stesso articolo 10 che recita: «La disposizione del settimo comma dell’articolo 14septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33, introdotta dal comma 5, si applica anche alle domande di pensione di inabilità in relazione alle quali non sia intervenuto provvedimento definitivo e ai procedimenti giurisdizionali non conclusi con sentenza definitiva alla data di entrata in vigore della presente disposizione, limitatamente al riconoscimento del diritto a pensione a decorrere dalla medesima data, senza il pagamento di importi arretrati. Non si fa comunque luogo al recupero degli importi erogati prima della data di entrata in vigore della presente disposizione, laddove conformi con i criteri di cui al comma 5».
A tale proposito giova ricordare come la Suprema Corte, con sentenza n. 4677 del 25 febbraio 2011, pronunciata in espresso contrasto con propri precedenti orientamenti nonché alla prassi invalsa, aveva sostenuto la tesi secondo la quale, con riferimento alle pensioni di inabilità dovesse considerarsi non già il solo reddito individuale, ma anche l’eventuale reddito del coniuge, in quanto l’esclusione dal cumulo, volta a riequilibrare la divaricazione maturatasi tra i limiti di reddito previsti per le due prestazioni (ex art. 14 septies della L. n. 33/80), riguardava solo i titolari dell’assegno mensile di cui all’art. 13 della L. n. 118/71. La stessa riformulazione dell’art. 13, operata dall’art. 1, comma 35, della L. n. 247/2007, che aveva riallineato le condizioni richieste per le due prestazioni, secondo la Suprema Corte, poteva leggersi quale ulteriore conferma della circostanza per cui sino alla riformulazione dell’art. 13 le due prestazioni avevano seguito percorsi differenti.
Concetto di inabilità totale
L’inabilità rilevante per la prestazione in esame è intesa in una accezione più estensiva rispetto al rigido concetto medico-legale di totale incapacità lavorativa.
È di rilievo, al riguardo, l’art. 3 del D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509, il quale, introducendo un concetto nuovo, ha prescritto che le Commissioni mediche competenti determinino in ogni caso «le potenzialità lavorative del soggetto».
Pertanto, la valutazione della compromessa validità diventa specifica o para-specifica, si allontana dal parametro convenzionale dell’uomo-medio, per prendere in considerazione il soggetto con le sue attitudini in quanto infermo, dato che l’infermità può impedire l’applicazione delle stesse attitudini sul piano operativo, dovendosi avere presente non una attività qualsiasi, ma pur sempre quella prestata in qualità di soggetto di una obbligazione lavorativa.
La totale inabilità lavorativa richiesta per la concessione della pensione ai mutilati ed invalidi civili, ex art. 12 L. 30 marzo 1971, n. 118, va intesa (non diversamente dall’inabilità prevista dall’art. 2 L. 12 giugno 1984 n. 222, in tema di diritto alla pensione ordinaria di invalidità) quale assoluta e permanente impossibilità di svolgere non già una qualsiasi attività ma una «attività lavorativa», e pertanto non può essere esclusa per la sola circostanza che l’infermità riscontrata consente tuttavia al soggetto di far fronte, anche se con difficoltà, alle esigenze domestiche non essendo tale attività equiparabile all’attività propria del lavoro domestico subordinato (Cass., sez. lav., 6 agosto 1996, n. 7184).
Presentata la domanda amministrativa, la prestazione decorre dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione o dalla data successiva stabilita dalla Commissione medica.
Dopo il compimento dell’età di 66 anni e 7 mesi, non può essere presentata domanda per la pensione di inabilità, né può essere riconosciuta la prestazione de qua se il requisito sanitario si perfeziona dopo tale limite di età.
In entrambi i casi può essere riconosciuto l’assegno sociale, erogato dall’INPS, ma alle condizioni reddituali più restrittive richieste per questa prestazione.
La pensione di inabilità civile di cui all’art. 12 L. 30 marzo 1971, n. 118 non può essere riconosciuta a favore dei soggetti il cui stato di invalidità a norma di legge si sia perfezionato con decorrenza successiva al compimento dei sessantacinque anni (o che, comunque, ne abbiano fatto domanda dopo il raggiungimento di tale età), come si evince dal complessivo sistema normativo, che per gli ultrasessantacinquenni prevede l’alternativo beneficio della pensione sociale, anche in sostituzione delle provvidenze per inabilità già in godimento, come è stato espressamente confermato dall’art. 8 D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509 (Cass., sez. lav., 12 marzo 1996, n. 2011, nonché Cass., sez. lav., 5 agosto 2003, n. 11812).
L’art. 3 della L. n. 407/90 aveva stabilito che, a decorrere dal 1° gennaio 1991, la pensione di inabilità, così come le altre prestazioni pensionistiche a favore dei minorati civili, fosse incompatibile con le prestazioni a carattere diretto concesse a seguito di invalidità contratte per causa di guerra, di lavoro o di servizio, nonché con altri trattamenti pensionistici diretti erogati a titolo di invalidità.
Con la L. n. 412/91 l’incompatibilità è stata eliminata parzialmente, con riferimento alle pensioni di inabilità (nonché quelle a favore di ciechi civili e sordomuti) erogate in base all’art. 12 L. n. 118/71.