Source: http://www.tutteperitalia.it/tutteperitalia/?start=28
Timestamp: 2019-10-18 20:48:55+00:00
Document Index: 75143018

Matched Legal Cases: ['art. 55', 'art 39', 'art 3', 'art. 32', 'art.41', 'art.4', 'art.2']

Morti sul lavoro : tante e tanti le lavoratrici e le chiamano" morti bianche" Rosse invece e sempre di più Alessandra Servidori Troppe donne e uomini che "cadono" sul lavoro Domenica 13... Read more
IGNORANZA E DEMENZIALITA' IGNORANZA E DEMENZIALITA’ Lo sviluppo della... Read more
Dimissioni sul lavoro e povertà
Dimissioni sul lavoro e povertà, testi a confronto
In un inserto locale di un quotidiano sono state date notizie parziali dalla Consigliera di parità dell’Emilia-Romagna che ha resi noti i dati sulle dimissioni volontarie, che di norma vengono resi noti contestualmente a livello nazionale supportati da una analisi precisa su tutto il territorio. Questa volta l’Ispettorato Interregionale del Lavoro Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto Sede di Venezia evidentemente ha dato in anteprima i dati e la Consigliera dell’Emilia-Romagna ne ha estrapolato i risultati attraverso un’ intervista. A mio parere scorretta, in quanto il Rapporto Nazionale è sempre stato divulgato dalla Sede del Ministero Nazionale e in tempi tali da avere l’opportunità di una riflessione complessiva e collegiale.
I risultati relativi alle convalide rilasciate dagli Ispettorati Territoriali alle lavoratrici madri ed ai lavoratori padri nel corso dell’anno 2018, per gli effetti dell’ art. 55 del D. Lgs. n. 151/2001, come ogni anno risultano infatti molto interessanti poiché evidenziano le risoluzioni consensuali del rapporto e la richiesta di dimissioni presentate durante il periodo di gravidanza che ovviamente, e in virtù della norma operante ,acquistano efficacia soltanto successivamente al rilascio del provvedimento da parte dell’Ispettorato e per accertare l’autenticità della volontà dimissionaria per garantire le tutele connesse alla genitorialità e contrastare eventuali abusi. E vanno studiati attentamente anche in relazione alla territorialità e ad altre situazioni economiche che avremo sicuramente l’opportunità di riscontrare dalla divulgazione dell’Ispettorato.
L’Ispettorato Nazionale del lavoro raccoglie attraverso una modulistica annualmente compilata dai territori la fotografia dell’andamento di tali istituti , analizza i dati estratti da un applicativo informatico utilizzato a livello nazionale per la rilevazione automatizzata degli elementi statistici relativi ai provvedimenti e ne presenta il Rapporto insieme alle Consigliere di parità . Nell’analisi della Consigliera Emiliana Romagnola come purtroppo succede da parecchi anni , senza nessuna soluzione di continuità storica ,nel corso dell’anno 2018 il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate a livello regionale è risultato in aumento di circa il 23 % rispetto a quello rilevato nel 2017 come succede in tutta Italia anche se differenziato per territorio. Le proiezioni regionali sono in linea con quelle nazionali ove si registrano convalide riferite principalmente alle dimissioni volontarie e per giusta causa che sono pari a n. 47.410 e in aumento rispetto all’anno precedente.
Il metodo a livello nazionale di rilevazione è molto circostanziato e se vero è che la situazione è molto delicata e preoccupante, sarebbe stato corretto rispettare la tempistica di rendere noto contemporaneamente i dati dell’intero territorio nazionale. Nel 2018 a livello nazionale le dimissioni e le risoluzioni consensuali hanno interessato in misura predominante le lavoratrici madri, e le convalide relative ai lavoratori padri a livello nazionale sono meno della metà di quelle riguardanti le lavoratrici madri, anche se annualmente in aumento . Dal 2017 sono dettagliate le fasce di età dei lavoratori/delle lavoratrici e a livello nazionale si conferma la fascia di età da “maggiore di 34 fino a 44 anni”, e anche nel 2018 il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio, cioè ad una minore esperienza in azienda corrisponde una più rilevante “fuga” dal posto di lavoro. Interessante il dato che riguarda l’eventuale richiesta di part time o flessibilità da parte dei lavoratori interessati alle convalide e l’accoglimento di tali istanze da parte dell’azienda, poiché è e rimane un motivo ricorrente perché il non accoglimento ovviamente soprattutto da parte delle lavoratrici madri,porti alla scelta di cessare il rapporto di lavoro. È evidente una reale difficoltà di conciliare la vita familiare con il lavoro a tempo pieno ed è ancora più plastico il fatto che il settore settore produttivo maggiormente interessato dalle convalide è il terziario , tradizionalmente caratterizzato dalla prevalente occupazione femminile e, anche se in numero minore, anche i dati relativi all’industria e all’edilizia. Risulta del tutto residuale il dato relativo alle mancate convalide a fronte di 29 su tutto il territorio nazionale segno che non solo gli ispettori svolgono ottimamente il loro lavoro ma anche le aziende sono più corrette.
È bene ricordare che il compito di contrastare le discriminazioni sul lavoro era stato già delineato dal dlgs 198/2006 e poi modificato con il D. Lgs. 14 settembre 2015, n. 151 recante “Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”, affidando alle Consigliere ed ai Consiglieri di parità il compito di rilevare “le situazioni di squilibrio di genere, anche in collaborazione con le direzioni interregionali e territoriali del lavoro (oggi rispettivamente Ispettorati interregionali e territoriali del lavoro), al fine di svolgere le funzioni promozionali e di garanzia contro le discriminazioni nell’accesso al lavoro, nella promozione e nella formazione professionale, ivi compresa la progressione professionale e di carriera, nelle condizioni di lavoro compresa la retribuzione, nonché in relazione alle forme pensionistiche complementari collettive di cui al D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252” e di collaborare “con le direzioni interregionali e territoriali del lavoro al fine di rilevare l’esistenza delle violazioni della normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni. Tale collaborazione era già effettiva, sin dai contenuti del Protocollo d’intesa stipulato, in data 25 giugno 2007, tra la Direzione generale per l’Attività Ispettiva e la rete delle consigliere e realizzava annualmente il Rapporto delle dimissioni. Nel 2018, rispetto all’anno precedente si è appurata, una diminuzione pari al -37% delle violazioni degli istituti posti a tutela della maternità, in termini di numeri assoluti.
Secondo il Rapporto sulla povertà divulgato da Istat rispetto alla tipologia familiare, l’incidenza di povertà assoluta aumenta al crescere del numero di minori presenti in famiglia (6,5% per le coppie con un figlio, 10,1% per quelle con due figli e 17,2% per le coppie con tre o più figli), ed è elevata tra le famiglie monogenitore (16,8%) e per le tipologie in cui spesso convivono più nuclei familiari (20,1%). Le famiglie monogenitore registrano una crescita significativa rispetto al 2017 (quando l’incidenza era l’11,8%).Si trovano in condizione di povertà assoluta ben 1,26 milioni di minori, contro gli 1,2 milioni del 2017. Al Sud quasi uno su 6. Per Save the Children “la povertà minorile rappresenta una piaga diffusa che affligge il presente e il futuro dei bambini e delle bambine in tutto il Paese e in modo particolare in quei luoghi dove minori sono le opportunità di crescita e di sviluppo. È sempre più urgente e indispensabile che la politica lavori a un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile che non può più essere procrastinato”.Ma è altrettanto urgente un piano di sviluppo dell’occupazione femminile incardinata su sostegni alle aziende che applicano strumenti di flessibilità lavorativi e welfare aziendale per sostenere il bilanciamento di tempi di vita tra lavoro e cura del nucleo familiare e dunque evitare così il fenomeno delle dimissioni che impoveriscono la comunità.
Alessandra Servidori www.formiche.net
Come un fiume carsico ri/torna la questione dei cattolici in politica e francamente le parole di Paolo VI “La politica è la più alta forma di carità” rimangono un riferimento straordinario anche se in questi ultimi tempi in la questione morale nella Chiesa vive tensioni notevoli in una situazione di incertezza sociale. La mia convinzione è che nel vuoto di prospettiva storica di che società e sistema può governare e su che valori deve realizzarsi la diffusione e il formarsi della classe dirigente vicina al popolo,forte e presente . C’è bisogno oggi di una Chiesa che torni ad essere autorevole e potente nel suo programma e nelle sue strutture intermedie,e quindi capace di legarsi e di agire poderosamente nel vuoto della società e della politica.La testimonianza si costruisce nell’azione e nella passione,avendo un credo e degli ideali da perseguire anche e soprattutto nella concretezza della politica,costruendo ,indirizzando, interagendo con un popolo oggi troppo indistinto attraverso una ricostituita vitalità per la promozione dell’uomo e della donna e il buon paese.Muoversi agire e con programmi partecipati e condivisi dedicati alla realtà della nostra situazione sociale camminando più vicini ai bisogni collettivi,costruendo una Fondazione organizzata e finanziata dalla Cei con lo scopo di sostenere una scuola di attività di formazione politica che siano stabili e continue e articolate. Una Fondazione che mette in campo i fondamentali della Dottrina Sociale e anche un approfondimento indispensabile della situazione dell’Europa che riteniamo necessaria perchè il contesto di riferimento è radicalmente cambiato ed occorre ripensare ad un sistema di welfare che sia più europeo e cioè una comunità che stabilisce -tra gli altri orientamenti- gli standard minimi di protezione di sicurezza sociale, ambientale da rispettare su tutto il territorio dell’unione comportando interventi perequativi tra le arre più deboli e le più ricche, cercando così di trovare la battaglia comune su cui i governi e le famiglie politiche europeiste e federaliste della UE potrebbero unirsi contro la cieca demagogia nazionalista populista e velleitaria di chi vuole una Europa divisa e debole e una Italia fragile preda di un governo centralista e punitivo. Anche questa è una azione di grande respiro cattolico.
Sempre peggio il gap del lavoro
Sempre peggio il gap del lavoro tra donne e uomini www.ildiariodellavoro.it 3 Giugno 2019 A.Servidori
Chissà il Truce (copyright Giuliano Ferrara) cosa intende fare per aumentare nella disperata situazione economica italiana, rappresentata eccellentemente dal governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco, per aumentare- fra l’altro- l’occupazione femminile che “gareggia” per gli ultimi posti nella UE con la Grecia? Itinerari Previdenziali ci offre una analisi aggiornatissima, attraverso tabelle che parlano con i numeri disastrosi di una comparazione nell’arco di 10 anni 2007/2017. Sono stati posti in relazione due dati: il tasso di occupazione femminile e il cosiddetto gender employment gap, ossia la forbice tra il tasso di occupazione maschile e quella femminile. In questo caso, infatti, vediamo come l’Italia e la Grecia si distanzino dal gruppo dei Paesi europei, con un gender employment gap pari a 18,2 punti percentuali per l’Italia e 18,3 per la Grecia e un tasso di occupazione rispettivamente del 48,9% e del 44,4%.
Solo Malta presenta una forbice tra i tassi di occupazione maschile e femminile più elevata dell’Italia (22,5 punti percentuali), ma rimane più vicina al gruppo dei Paesi europei per via di una percentuale di occupazione femminile più alta (57,6%). Molto più contenuti i valori negli altri Paesi del Mediterraneo: Spagna, Portogallo e Cipro, infatti, si collocano al centro con un tasso di occupazione femminile compreso tra il 55% della Spagna e il 64,8 del Portogallo e una distanza meno marcata rispetto all’occupazione maschile. Mentre i Paesi emergenti dell’Est Europa hanno livelli molto bassi di gender employment gap e tassi di occupazione femminile più alti della media dei Paesi europei: basti pensare che in Lituania a un’occupazione femminile del 70,2% corrisponde un’occupazione maschile del 70,6 %.
Una peggiore condizione occupazionale delle donne in Italia rispetto al resto d’Europa si evidenzia anche osservando i dati della disoccupazione femminile. Nell’arco temporale considerato –cioè dal 2007 al 2017-, nei Paesi europei si registrano due fasi: nella prima, post crisi, si evidenzia un aumento del peso della disoccupazione sulla popolazione attiva, che dal 2008 al 2013 passa dal 7,5% al 10,9%; nella seconda fase si registra un miglioramento del dato, fino ad arrivare a un livello di disoccupazione del 7,9% nel 2017, solo lo 0,5% in più del tasso di disoccupazione maschile. In Italia, invece, il tasso di disoccupazione – sia femminile che maschile – presenta cifre peggiori, e anche la fase di diminuzione della disoccupazione inizia successivamente a quanto avviene nella media dei Paesi europei.
Nel 2007 le donne disoccupate erano il 7,8% della popolazione attiva, nel 2013 quasi il doppio (13,8%), mentre nel 2017 sono ancora il 12,4%, ossia 2 punti percentuali in più dei disoccupati di sesso maschile, sensibilmente di più del resto d’Europa. Tale evidenza diventa ancora più grave se si considera la percentuale di donne disoccupate nella fascia di età tra i 15-24 anni, che nel 2017 è quasi il doppio del dato europeo, registrando un valore del 19,7% a fronte dell’11,1% della media dei Paesi europei . Infine, anche osservando il trend della popolazione inattiva , è possibile evidenziare un forte gap tra la situazione lavorativa delle donne europee e di quelle italiane. Pur essendo lievemente diminuito il numero delle donne che non lavora né cerca alcun lavoro, dal 2001 al 2017 la distanza tra il valore italiano e quello della media europea si è quasi standardizzato, mantenendo un livello costante di circa 10 punti percentuali: nel 2017 in Italia è inattivo il 44,1% delle donne e il 25% degli uomini, mentre in Europa è inattivo il 32,2% delle donne e il 21,1% degli uomini.
L’Italia presenta tra i più alti livelli sia di gender employment gap, ossia di distanza tra percentuali di uomini occupati e donne occupate, che di disoccupazione femminile, specie in età giovanile e, in maniera ancora più accentuata, nelle ragazze con livelli educativi più bassi. Le sfide future connesse all’occupazione generata dall’economia digitale e dalla cosiddetta Industria 4.0, possono costituire un’opportunità per le donne italiane, soprattutto laddove se riesca ad accompagnare questo percorso innovativo con adeguati investimenti nella formazione. Ad esempio, agevolare l’aumento delle donne laureate nei settori STEM potrebbe contribuire all’incremento dell’occupazione femminile e, al contempo, alla riduzione della distanza tra la condizione delle donne in Italia e quella delle donne negli altri Paesi d’Europa. L’incontro del 22 maggio a Brussel come Equal-ist EU Gender equality in formation science and tecnology ha evidenziato quanto una scelta di questo genere sarebbe lungimirante e proattiva. Ma questo Governo lo capisce?
E adesso : riflessioni su cosa dobbiamo fare adesso in EUROPA
Alessandra Servidori - https://www.startmag.it/blog/come-cambiera-leuropa/ 27 MAGGIO 2019
“ Deficit blindato in Italia la Ue se ne farà una ragione” . Salvini rischia di soffocare con lo spumante mentre ripete questa ennesima provocazione supportata da quel 34% degli italiani aventi diritto che non solo lo hanno votato, ma di cui, dice lui “Si fidano di me”. Oggi il potere chi lo ha è convinto di averne sempre di più ed essere in grado di fare a meno degli altri ma in un Paese complesso l’autosufficienza non esiste: anche chi ha larghi consensi non può fare a meno delle coalizioni senza supponenza. Salvini fa leva sulla propaganda e sulla demagogia e dovrà in fretta confrontarsi con una realtà complicata sia in Italia che in Europa e soprattutto con quello che accade nel nostro mondo europeo schiacciato da pregiudizi ed egoismi. L’Italia deve affrontare il cammino verso una nuova integrazione comunitaria e l’unione è il risultato di una attività negoziale indefessa,articolata ,incalzante e sarà sul piano del peso internazionale che noi ci dovremo misurare e le premesse per i posti di comando più robusti non sono confortanti : NOI SIAMO FUORI DAL FUTURO EUROPARLAMENTO a maggioranza di forze europeiste,con ppe ,socialisti, i liberali e comunque i macroniani ( se pur ridotti), cioè la Presidenza del Parlamento la Commissione il Consiglio la BCE saranno comunque franco tedesca e finlandese e i partiti italiani per la prima volta saranno penalizzati a Strasburgo e altrove e per rinnovarsi e apparire credibile l’Unione europea deve ripensare il suo corso neoliberale sul versante economico,sociale, della sicurezza e delle relazioni industriali e commerciali con le grandi potenze mondiali. L’Europa deve arrivare ad avere leggi comuni perché è la convergenza giuridica che genera il senso di comunità partendo per esempio dal diritto di voto,dalle leggi tributarie e dai diritti sociali e dunque di previdenza sociale paneuropeo che significherebbe solidarietà istituzionalizzata tra i cittadini di ogni paese all’interno della ue.Ecco perché Salvini deve cambiare tono e passo sul versante di quota 100 così come sulla tassa flessibile-flat tax e così come sull’occupazione e il lavoro eliminando il corso perverso del reddito di cittadinanza e trovando una formula condivisa per il salario minimo orario lordo attraverso una applicazione corretta dell’art 39 della nostra costituzione ,convergendo in una eurozona poiché la convergenza delle leggi non comporta una centralizzazione .Infatti in Germania i benefici dell’assicurazione contro la disoccupazione sono gli stessi per tutti i cittadini anche se la Repubblica federale non è uno Stato centralizzato e i singoli lander sono molto diversi dal punto di vista culturale. Il Parlamento Europeo deve possedere pieni poteri divisi tra i paesi e soprattutto potere di iniziativa legislativa anche in ambito di bilancio. La procedura legislativa ordinaria che richiede l’approvazione di entrambe le Camere dovrebbe essere estesa a tutti i settori della politica europea. Le Regioni Europee autoctone devono comporre un Senato Ue come seconda Camera del Parlamento e l’elezione del presidente diretta. In buona sostanza una federazione di rete di regioni sarebbe efficace sia esternamente nella sua capacità di agire negli scenari internazionali e per esempio in Italia sarebbe vicina ai suoi cittadini attraverso una identità regionale. L’Europa ha bisogno come l’Italia di obiettivi chiari e stabili,prospettiva e direzione di programmi emancipati con una democrazia europea solidale economica di una moneta che è già un contratto sociale , di un mercato unico robusto che ha regole che si rispettano soprattutto sul versante della spesa pubblica e degli investimenti, del sistema fiscale.
Salvini se ne faccia una ragione e impari a governare con e per piuttosto che contro.
Alessandra Servidori https://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=72580#.XO62wYgzZPY 28 MAGGIO 2019
Matteo Salvini si può definire un buon politico? Se questo italiano verace vorrà costruire una comunità di destini forse ha qualche prospettiva di rimanere nel cuore e nel voto di quel 34% di gente diritto al voto che crede in lui. Perchè le basi culturali di Salvini non sono ancora ben definite essendosi furbescamente travestito conseguenzialmente da padano a populista da nazionalista a santone a predicatore in men che non si dica. Il dubbio è legittimo perché come ci ha insegnato Max Weber effettivamente le basi culturali di una comunità vanno ricostruite da storie e hanno bisogno di essere costantemente ristrutturate per mantenersi vive. Abbiamo un legittimo dubbio che Salvini cerchi , come ha già fatto con la triste esperienza penta stellata ,di impostare artificialmente le regole attraverso un patto ,un accordo con un contratto sociale ricostruendo un’altra trappola artificiale .Lui è un politico carico di demagogia che usa sfacciatamente l’esorcismo religioso con la propensione ad aggregare le persone per meglio garantirsi la carriera politica agendo sull’istinto naturale delle persone per garantirsi la sopravvivenza. L’esorcista ha individuato il nemico che in politica è fondamentale : la paura dell’immigrazione, della violenza, della mafia organizzata,dell’Europa matrigna, diventando l’amico del popolo che combatte il nemico ristabilendo come salvatore /sovrano della Patria la normalità rispetto all’eccezione che ha “ portato il Paese al declino” promuovendo leggi con procedure per cui l’ordinamento diventa sviluppo,superando la crisi ma se le scelte non sono razionali ecco che tutto salta. Salvini con la legge quota cento, con la legge sulla flak tax, con la chiusura dei porti , con la legge sull’immigrazione , sulla famiglia, contrastando l’assetto europeo che è ancora una volta uscito dalle recenti elezioni, tenta di cambiare regole che investe una parte della società ma non tiene conto che le modalità del cambiamento collettivo dell’altra parte della comunità che non lo ha votato sono escluse. E i fenomeni politici di maggior durata sono quelli che coinvolgono la maggioranza di grandi masse nei territori interessati e le generazioni coinvolte avendo come sfera politica la sfera economica,sociale,religiosa,occupazionale, di protezione concreta di una dimensione internazionale e quindi europea che protegga il nostro Paese dall’invasione di altre civiltà che non aspettano altro che potere ingoiare una Europa debole. Dunque Salvini a nome degli italiani dovrà operare in Italia perché la buona amministrazione prevalga sullo spreco e perché l’Europa che oggi è ancora un sistema debolmente confederale ostaggio degli opposti sovranismi che fanno credere che il problema sia l’Unione mentre i problemi stanno negli Stati che la compongono e nella stessa idea sovranista, diventi concretamente una repubblica federale. Le riforme richiedono condizioni favorevoli per poter essere attuate , non si possono improvvisare e non solo essere tecnicamente possibile ma devono essere efficaci,convincenti, devono avere consenso e comunque in ogni caso costruite sul modello della democrazia rappresentativa. Salvini agisce ma non con una modalità argomentativa autorevole in grado di modificare le mentalità ma sulla base di una voracità personale di potere,mentre un’opera di sensibilizzazione di consapevolezza intorno alla natura delle vere sfide che dobbiamo fronteggiare dissuadendo le interpretazioni semplicistiche e da programmi irrealizzabili perché meramente elettoralistici , è possibile da subito :dobbiamo impegnarci per realizzare gli obiettivi del Trattato più che mai concreti ed indispensabili: piena occupazione,progresso sociale ed economico,contrasto all’esclusione sociale e alle discriminazioni,tutela dei diritti umani. Si tratta ora di trovare la forza politica per inverarli.
Alessandra Servidori 29 MAGGIO 2019
Cattolici e politica https://formiche.net/2019/05/cattolici-e-politica/
Sabato scorso ho partecipato ad una interessante riunione in cui tra le altre riflessioni, abbiamo discusso anche dell’ipotesi di un partito dei cattolici. Stefano Zamagni ha affermato le sue ragioni definendo possibile un Codice come fu a Camaldoli cioè un documento programmatico elaborato in Italia nel 1943 da un gruppo di intellettuali di fede cattolica. Tratta tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall'attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l'azione nell'Italia liberata. Il Codice di Camaldoli fu ispirazione e linea guida per l'azione della Democrazia Cristiana che in quel periodo si stava formando e che dopo la seconda guerra mondiale fu, per diverse legislature, il maggiore partito di governo . Ora in Italia la questione vera è che i cattolici in politica non hanno più visibilità e potere per portare avanti almeno i valori che sono alla base dell’art 3 della nostra Costituzione poiché inghiottiti da una situazione politica confusa e soprattutto animata da una democrazia liberale ben poco cristiana dominata da feroce arroganza. I risultati delle recenti elezioni con un 34% di italiani che ha votato Salvini, agguerrita icona di un cattolicesimo che pare più una sorta di arrogante metamorfosi di una facoltà morale congenita che ha soffocato il libero dibattito all’insegna dello spirito critico,ci pone di fronte all’ opportunità di ripensare ad una aggregazione cattolica e laica che faccia da riferimento alla memoria e alla attualità dei valori cristiani come strumento di salvaguardia della nostra umanità e di inversione del processo di annichilimento che viviamo. Peraltro partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa sulla via del Codice del 1943 sul bene comune, e la riconquista dell’armonia sociale, su un nuovo modello di sviluppo che sia incardinato sull’economia sociale e circolare, sui temi della sussidiarietà e ruolo dello Stato, sulla famiglia, l’educazione il lavoro,l’attività economica pubblica,la dimensione internazionale e qui una presenza forte in una nuova Europa Repubblica Federale.Abbiamo la forza insieme ai giovani per muoverci agilmente riconettendoci con le linee guida della Rerum Novarum ponendoci l’obiettivo di svolgere un ruolo attivo nella società anche per avanzare sul versante della rappresentanza non delegando ai partiti di oggi le concessioni,umiliandoci, di riservarci dei posti in lista come è stato fatto malamente recentemente. Un po’ di coraggio dunque.
EUROPA è anche donna e soprattutto insieme il nostro futuro senza contrapposizioni come l’impegno che MARA CARFAGNA esprime sostenuto dall’ONU.
A poche ore dalle elezioni per il Parlamento Europeo di domenica 26 maggio, sento il bisogno di esprimere il mio personale pensiero perché le idee chiare è necessario farsele se non le si possiede già. Ogni elettore può esprimere fino a un massimo di tre preferenze, a patto di rispettare l’alternanza di genere: verranno altrimenti annullati i voti successivi alla prima preferenza. Votare per la composizione del Parlamento Europeo è un diritto di tutti i cittadini, ma anche una grande responsabilità e quindi avendo la possibilità di aumentare la presenza femminile in Europa poiché in lista ci sono parecchie italiane l’attenzione è ovviamente per coerenza e forte determinazione rivolta a coloro che desiderano essere elette. Sarà la somma dei singoli voti a determinare gli equilibri e le inclinazioni dell’organo legislativo dell’Ue, in un momento cruciale nel delineare la direzione che l’Unione Europea deciderà di percorrere in futuro. Indicare una o più preferenze è altrettanto importante perché permette di scegliere le persone che, tra tutte, riteniamo possano rappresentare, comprendere e meglio battersi per la visione del mondo che abbiamo, anche capaci di poter dare voce alle problematicità del territorio in Europa e convogliare al meglio le opportunità messe a disposizione in sede comunitaria. “L ’Unione Europea deve divenire più inclusiva e giusta, ma è la migliore idea che abbiamo mai avuto”. Mi riconosco in queste parole del Presidente Mattarella .La mia preferenza va senz’altro a chi si è dimostrato coerente con il proprio programma e la propria provenienza, a chi ci ha espresso concretezza, a chi si è esposto sui temi del lavoro ed etici che mi stanno a cuore. Mi pare che si sia risvegliato un interesse nei confronti di queste elezioni, perché le elettrici e gli elettori comprendono che si tratta di un voto determinante per il nostro futuro; Europa più giusta, più equa, più sociale, che non lasci indietro nessuno è l’obiettivo che bisogna porsi e le priorità sono sicuramente le politiche per il lavoro , le politiche per la famiglia, i giovani e i diritti delle donne ancora molto,troppo violati, l’attenzione all’ambiente e alle infrastrutture . Apprezzo molto il lavoro che Mara Carfagna – che peraltro non è candidata- sui temi del contrasto alla violenza sulle donne che in queste ore ha trovato il Cedaw ,organismo dell’ONU , promotore dell’impegno della Vice Presidente della Camera Italiana che stimo e che esprime forza e intelligenza politica. L’invito dunque, è senz’altro quello di recarsi alle urne domenica, per essere protagonisti e protagoniste del nostro stesso futuro, per sostenere ed esercitare la democrazia: l’Europa è di tutti e di tutte ogni singola persona deve impegnarsi per realizzare questo progetto ancora in cammino.
L'arte e la storia per la scuola è come acqua nel deserto.Demenziale sopprimerle
Leonardo ,l’arte,la storia : un patrimonio straordinario che la scuola italiana vuole cacciare in un cono d’ombra.Privare i giovani di insegnamenti fondamentali per la crescita della persona è un suicidio collettivo al quale ci ribelliamo. In questi giorni dell’anniversario del genio italiano che ci ha lasciato in eredità capolavori meravigliosi cerchiamo di riannodare la trama stracciata di una scuola italiana ridotta ad un groviglio di riforme che disorienta e che soprattutto avrà un impatto devastante sui nostri giovani. Ma cosa è cambiato davvero nelle scuole italiane? Per quanto riguarda le discipline storico-artistiche il discorso è lungo e complesso, e nasce più o meno all'epoca della riforma del 2010: da allora, le ore dedicate alla Storia dell’arte sono state drasticamente diminuite sia nei licei sia negli istituti tecnici e professionali, in ottica di un’ottimizzazione del monte ore e delle risorse già esigue della scuola. Per l’insegnamento della Storia la materia continuerà, per fortuna, ad essere insegnata e studiata sia nei licei che negli istituti tecnici e professionali, ma il grande traguardo dell’esame di maturità subirà in questo senso una drastica modificazione. Niente più traccia storica fra le tipologie previste per il tema. Ci si chiede ora se decisioni di questo genere modificherà l’approccio allo studio di discipline che, soprattutto per la storia, scomparendo dalla “lista” di competenze e saperi richiesti ad un maturando, molto probabilmente verrà sempre di più sottovalutata. La maggior parte dei giovani, alla fine del secolo, è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Il lavoro degli storici, il cui compito è ricordare ciò che altri dimenticano, è ancora più essenziale ora di quanto mai lo sia stato nei secoli scorsi. Scegliere di privare i giovani degli strumenti essenziali di lettura della realtà storica vuol dire privarli della possibilità di scegliere e determinare il loro futuro e in tal modo si accelera senza rendersene conto, un processo già in atto di riduzione del significato dell’esperienza del passato come patrimonio di conoscenze per la costruzione del futuro. E come al solito i Ministeri si muovono senza mai aver consultato gli storici, gli insegnanti e gli studenti, nelle scuole e nel mondo accademico. Ci si chiede dunque come una cauta esigenza di riforma si sia potuta trasformare nella cancellazione del riconoscimento del ruolo di una disciplina che nessuno finora aveva mai contestato, né messo in discussione.In Italia si dà molta enfasi alle materie scientifiche, e questo da una parte è corretto, è importante avere ingegneri, fisici, chimici. E tuttavia al contempo si assiste ad una perdita di valore della storia che è anche la cartina di tornasole della perdita del senso civico e modificare gli insegnamenti togliendo la storia e mettendo una generica educazione civica è profondamente sbagliato. E’ necessaria una revisione dei programmi scolastici, dando maggiore attenzione alla storia, fin dalle scuole medie, e in particolare alla storia contemporanea: di fatto, per ragioni di tempo, questa nelle aule è sacrificata, né di storia si parla più in famiglia. La storia fa parte del presente, e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale. Sostanzialmente studiare la storia o la storia dell’arte significa acquisire la capacità di leggere i fatti, gli accadimenti o, nel caso della storia dell’arte, i linguaggi creativi, in modo razionale e approfondito in modo da poter sviluppare una coscienza individuale, collettiva, civile, e politica. E anche l’Arte, forse soprattutto l’arte, in questo senso, è vitale: essa non è mai stata fine a sé stessa, e le grandi esperienze del Rinascimento ci hanno insegnato come un quadro o un dipinto possa nascondere molta più realtà e politica di quanto pensiamo.L’arte ha linguaggi e regole ben precise che, se approfondite, permettono di decifrare messaggi che altrimenti resterebbero nascosti: questa capacità, in un’epoca in cui tutto è immagine e comunicazione visiva, è indispensabile. Senza lo studio approfondito di Leonardo Raffaello o Caravaggio è impossibile comprendere qualcosa della Street Art che tanto piace ai più giovani, ma ancor di più di quello che ci circonda nella vita quotidiana. Allo stesso tempo la storia, che già per Cicerone era “magistra vitae”, non costituisce una semplice raccolta di fatti, date o nomi noiosissimi da imparare: è così che oggi viene insegnata, semmai, perché manca effettivamente il tempo di approfondirne il reale significato. Nel 2017 abbiamo lanciato un appello per il riconoscimento, da parte dell’Unesco, di latino e greco come patrimonio immateriale dell’umanità, superando i nazionalismi, mantenendo la pace, utilizzando sempre come collegamento il latino e la cultura classica come una forma di contaminazione della contemporaneita’ più tradizioni letterarie e storiche diverse possono convivere tra loro, fino all’unione di oralità, scrittura,memoria intesa come mezzo per comunicare attraverso il tempo e lo spazio. Manchiamo di coerenza ed è devastante scegliere di dimenticare e impedire ai giovani di conoscere :la storia è il presente che in qualche modo è già stato sperimentato, analizzato e vissuto: senza di esso, siamo come ciechi senza una guida.
Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro?Le misure che mancano
INCIDENTI SUL LAVORO/ Le misure che mancano per la sicurezza IL SUSSIDIARIO.NET
24.04.2019 - Alessandra Servidori
Un nuovo incidente sul lavoro richiama l’attenzione sulla sicurezza a pochi giorni dalla giornata mondiale dedicata a questo tema
Sede centrale Inail (LaPresse)
Il 28 aprile ricorre a livello internazionale la giornata dedicata alla prevenzione salute e sicurezza sul lavoro e proprio ieri in Italia si è registrata l’ennesima morte in un cantiere. Dati dell’Inail, anche se solo parziali rispetto al consuntivo annuale, segnano un incremento incalzante di eventi negativi. Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro lo scorso mese di febbraio sono state 100.290, in aumento di oltre quattromila casi (+4,3%) rispetto alle 96.121 del primo bimestre del 2018. I dati rilevati al 28 febbraio di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+2,8%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un incremento pari al 15,0%, da 12.332 a 14.180.
Un particolare questo che coinvolge in maggior misura annualmente sempre le lavoratrici, un dato già registrato negli anni precedenti da Inail che conferma la rilevanza degli infortuni in itinere per le lavoratrici che sono oltre la metà dei casi mortali nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. Un problema evidentemente da attribuirsi alla stanchezza del doppio lavoro e della mancanza di conciliazione tra lavoro di cura e azienda e allo stress correlato. Inoltre, sempre in ottica di genere, le denunce di malattie dell’apparato osteo-muscolare, del tessuto connettivo e del sistema nervoso sono il 90,1% del totale delle patologie professionali delle donne.
A febbraio 2019 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati è aumentato del 2,6%, nella gestione Industria e servizi del 7,4%, in Agricoltura del 10,0%. L’analisi a livello territoriale evidenzia un aumento delle denunce di infortunio in tutte le ripartizioni geografiche: Nord-Ovest (+4,9%), Nord-Est (+5,2%), Centro (+4,6%), Sud (+1,0%) e Isole (+4,1%). Tra le regioni con gli incrementi percentuali maggiori spiccano l’Umbria (+13,4%), la Sardegna, le Marche e la Basilicata (intorno al +10%). Le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail nel primo bimestre del 2019 sono state 9.937, una in più rispetto a gennaio-febbraio 2018. Le patologie denunciate sono aumentate in Agricoltura (+2,5%), calate leggermente nell’Industria e servizi (-0,2%). Dall’analisi territoriale emergono incrementi delle denunce nel Nord-Est (+1,1%) e al Sud (+0,9%) e decrementi nel Nord-Ovest (-1,8%), al Centro (-0,6%) e nelle Isole (-0,1%).
In ottica di genere per ora si rilevano 13 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori, da 7.314 a 7.327 (+0,2%), e 12 casi in meno per le lavoratrici, da 2.622 a 2.610 (-0,5%). In diminuzione le denunce dei lavoratori italiani, che sono passate da 9.330 a 9.275 (-0,6%), mentre sono aumentate quelle dei lavoratori comunitari, da 198 a 218 (+10,1%), e dei lavoratori extracomunitari, da 408 a 444 (+8,8%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dalle patologie del sistema respiratorio e dai tumori. L’aumento che emerge dal confronto dei primi bimestri del 2018 e del 2019 è legato sia alla componente maschile, che registra un +3,7% (da 60.376 a 62.589 denunce), sia a quella femminile, con un +5,5% (da 35.745 a 37.701). L’incremento ha interessato i lavoratori extracomunitari (+7,7%) e quelli italiani (+4,1%), mentre tra i comunitari il calo è pari allo 0,7%. Dall’analisi per classi di età emergono aumenti generalizzati in tutte le fasce, a eccezione di quella compresa tra i 30 e i 44 anni, che registra una flessione dell’1,6%.
Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto entro il mese di febbraio sono state 121, alla quale aggiungiamo quella avvenuta nelle scors ore di un giovane di solo 28 anni. Questa situazione è l’esempio evidente di come non si può approcciare al complesso tema della prevenzione salute e sicurezza solo pensando di agire sull’onda delle urgenze rappresentate dai momenti di maggior concentrazione di eventi drammatici, potendo permettersi di porre in secondo piano il tema delle tutele e della salute e sicurezza sul lavoro.
La prevenzione efficace è un’azione di sistema che richiede interventi programmatici, svolti in sinergia e perseguiti in modo sistematico e continuativo. Il denunciare da anni la mancanza di una Strategia nazionale di prevenzione vuol dire non avere come Paese una progettazione a medio-lungo termine e, pertanto, una visione chiara di insieme su quali devono essere le priorità da realizzare, i controlli e le verifiche da svolgere, gli interventi mirati da pianificare, prevedendo modalità di collaborazione permanente tra i principali attori, istituzionali e delle parti sociali, impegnati nella prevenzione, a livello nazionale, ma anche sul livello regionale, dove le responsabilità non sono meno rilevanti, tenuto conto del ruolo che la legislazione concorrente oggi ancora gli attribuisce, sia in tema di prevenzione, di salute, che di formazione che è di scarsissima qualità.
Il tempo delle sole analisi statistiche e degli osservatori è giunto al capolinea, occorre agire, operando con interventi concreti ed efficaci, pensando ai posti di lavoro che ogni giorno sono chiamati a confrontarsi con il rischio. Perché, se si perde, non sono le regole che vanno cambiate, ma occorre operare su chi non vuole applicarle nel modo giusto. Oltre agli infortuni sul lavoro, infatti, occorre farsi carico delle tante malattie professionali che a oggi procurano sofferenza nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma soprattutto è fondamentale aggredire il fenomeno dei danni da lavoro nella sua complessità, sapendo che i numeri delle denunce sono solo la punta di un iceberg dalla base ben più ampia che riguarda i tanti casi oggi ancora purtroppo costretti a rimanere sommersi.
Le Pmi sono punto nevralgico su cui occorre intervenire con forme di supporto a favore dell’implementazione di buone prassi e con trasferimento di competenze. La formazione dei diversi attori della prevenzione è centrale, ma le competenze e il cambiamento dei comportamenti non si acquisiscono solo con la quantità di ore, ma con la qualità, la pertinenza e la specificità degli interventi. Basta quindi con gli enti che fanno della formazione solo un business e rilasciano attestati on line. Il ruolo della pariteticità, quale intesa permanente tra le Parti sociali, titolari dei tavoli contrattuali di livello nazionale e locale, in questo senso, è centrale e determinante per fare la differenza. Il finanziamento per l’Impresa 4.0 non può essere solo a favore della produttività, ma anche di un sistema che pone al centro la persona, a partire dal garantire le tutele sul lavoro, indipendentemente dalle tipologie contrattuali, guardando al raggiungimento diffuso e certo per tutti di adeguate condizioni di lavoro, verso il raggiungimento di uno stato di benessere organizzativo permanente, nel sistema privato, così come nel sistema del lavoro pubblico.
La Strategia nazionale non può essere un mero programma di attività, ma deve essere coerente con le indicazioni europee sulla materia e avere un carattere pluriennale di sistema, che renda più coerente e armonico l’impegno dei diversi soggetti oggi attivi e responsabili in materia di prevenzione negli ambienti di lavoro.
La Giornata Mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si svolge il 28 aprile di ogni anno, è stata istituita nel 2003 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). La manifestazione, di respiro mondiale, ha lo scopo di focalizzare l’attenzione internazionale sull’importanza della prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro e delle malattie professionali e sulla necessità di un impegno collettivo per la creazione e la promozione della cultura della sicurezza e della salute sul lavoro. Ma qui in Italia si continua a sbagliare. Il tema della sicurezza scolastica rappresenta ancora un’emergenza trascurata. Il numero di crolli e distacchi di intonaco è impressionante: 250 dal 2013, uno ogni tre giorni nell’anno scolastico in corso e sono una dolorosa realtà le morti di bambini e ragazzi, la cui assenza è un vuoto profondo per le famiglie e le comunità.
Il territorio italiano conta oltre 17.000 scuole (dati ARES, Anagrafe Regionale Edilizia scolastica, ottobre 2018) in aree a rischio sismico alto (zona 1) e medio-alto (zona 2) e 4 milioni e mezzo di studenti dai 6 ai 16 anni (dati elaborati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per Save the Children); un Paese in cui oltre metà delle scuole – 22.000 su circa 40.000 – è stata costruita prima del 1970 e il certificato di agibilità/abitabilità manca per più della metà degli edifici (il 53% del totale).
A oggi, il 53,2% degli edifici possiede il certificato di collaudo statico (la prima norma che introduce in Italia l’obbligo del certificato di collaudo statico è la legge 5 novembre 1971, n. 1086), il 22,3% degli edifici senza questo certificato è costruito prima del 1970. Il 59,5% non ha quello di prevenzione incendi. Il 53,8% non ha quello di agibilità/abitabilità. Il 78,6% delle scuole ha il piano di emergenza. Il 57,5% degli edifici è dotato di accorgimenti per ridurre i consumi energetici. Le barriere architettoniche risultano rimosse nel 74,5% degli edifici. Nei recenti provvedimenti finanziari la questione non è stata neanche presa in considerazione. Ancora.
Le recentissime modifiche al Testo Unico 81/ 2008 più volte novellato, con la Legge di bilancio 2019, hanno previsto solo la maggiorazione di alcune sanzioni per violazioni relative al contrasto del lavoro nero, al distacco transnazionale e al lavoro somministrato e il cosiddetto decreto sicurezza solo la vigilanza rafforzata dei Prefetti, ma nulla sulla formazione autenticamente certificata sui luoghi di lavoro. Anzi, sul versante delle aziende il Governo ha addirittura con la Legge di bilancio apportato la revisione delle tariffe dei premi, in vigore da gennaio, che riguarda in particolare l’aggiornamento del nomenclatore, il ricalcolo dei tassi medi e il meccanismo di oscillazione del tasso per andamento infortunistico.
La riduzione dei tassi, definita con tre decreti interministeriali Lavoro-Mf, dovrebbe generare un risparmio per i datori di lavoro attorno a 1,7 miliardi di euro secondo il Governo, ma non assicura per niente che vi sia una ricaduta positiva sulla copertura antinfortunistica concreta dei lavoratori. Il diritto alla salute, compresa quella sul lavoro, è affermato nel nostro ordinamento come diritto fondamentale dell’individuo, oltre che interesse della collettività (cfr. art. 32, 1° comma, della Costituzione): significa che esso riveste un rilievo preminente rispetto ad altri diritti pur riconosciuti dalla Costituzione (in particolare riguardo alla libertà di iniziativa economica privata, di cui all’art.41, Cost., nonché rispetto allo stesso diritto al lavoro, di cui all’art.4, Cost.). Ne consegue che la salute, quale fondamentale diritto del lavoratore e interesse della collettività, non può essere considerata un mero auspicio o una fase tendenziale dell’organizzazione produttiva, ma di quest’ultima costituisce una precisa condizione di esercizio.
Nella dialettica, propria delle relazioni industriali, tra logica produttivistica ed esigenze di tutela del lavoro è dunque la salvaguardia dell’integrità psico-fisica dei lavoratori a rappresentare il momento privilegiato, non potendo il datore di lavoro invocare la libertà d’impresa per giustificare scelte organizzative che possano mettere a repentaglio la sicurezza dei propri dipendenti o collaboratori. Ricordiamoci bene e sempre: con il termine salute, ai sensi dell’art.2, comma 1, lett.o), del d.lgs. n.81/2008 si intende lo “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità”.
Riflettere sul valore della sicurezza del lavoro oggi e soprattutto su come si possa concretamente operare per contrastare la piaga delle morti sul lavoro è un dovere fondamentale.
La Ue diminuisce sensibilmente le risorse per la parità di genere.
QUI EUROPA www.ILDIARIODELLAVORO:IT
Rapporto EIGE, meno dell’1% dei Fondi Strutturali Ue viene accantonato per la parità di genere
L’ Istituto Europeo per l'Uguaglianza di Genere (EIGE) ha pubblicato un rapporto che mostra che meno dell' 1% dei fondi Strutturali dell'UE e i Fondi di Investimento sono stati accantonati per la promozione della parità di genere. Secondo questo rapporto, le proposte per il post-2020 bilancio - il Quadro Finanziario Pluriennale dell'UE (QFP) – evidenza un livello ancora più basso di ambizione. Eige analizza nel dettaglio come le istituzioni dell’Ue e gli stati membri possono contribuire a realizzare l'obiettivo della parità di genere attraverso il miglioramento il bilancio di genere, che identifica le diverse esigenze di donne e uomini e assegna le risorse di conseguenza.
Sappiamo -come impatto negativo della diversità di genere- che attualmente le donne guadagnano meno per dedicare più tempo alla cura e del lavoro domestico, e di conseguenza con significativamente pensioni molto più basse rispetto agli uomini. Il Rapporto evidenzia che la strategia del gender budgeting è finalizzata a raggiungere l'uguaglianza tra donne e uomini concentrandosi su come le risorse pubbliche vengono raccolte e spese. Il bilancio di genere è un approccio al bilancio che può migliorarlo, quando le politiche fiscali e le procedure amministrative sono strutturate per affrontare la disuguaglianza di genere e ricordiamo che già il Consiglio d'Europa del 2005 definisce il gender budgeting come una "valutazione di genere dei bilanci che comprende una prospettiva di genere a tutti i livelli del processo di bilancio e la ristrutturazione delle entrate e delle spese al fine di promuovere l'uguaglianza di genere" .
Lo scopo del gender budgeting è triplice: 1. promuovere la responsabilità e la trasparenza nella pianificazione fiscale; 2. aumentare la partecipazione sensibile al genere nella procedura di bilancio, ad esempio adottando misure per coinvolgere ugualmente donne e uomini nella preparazione del bilancio; 3. Promuovere l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne. In Italia questa strategia e metodologia è attuata in misura quasi inesistente nonostante i dati sulla situazione femminile siano di gran lunga peggiori di altri paesi Ue soprattutto rispetto l’occupazione inchiodata al 48 % quando l’obiettivo Ue è il raggiungimento della manodopera femminile al 75%.
L'integrazione di una metodologia di gender budgeting nei processi ordinari di bilancio consente ai governi di comprendere meglio in che modo entrate e spese e le politiche che guidano il budget possono avere impatti diversi su donne e uomini. Poiché le prospettive di genere non sono normalmente prese in considerazione nel bilancio, i bilanci sono spesso considerati neutrali rispetto al genere e il Rapporto dimostra che la mancanza di attenzione alle questioni di genere porta in realtà a bilanci di genere quasi inesistenti e quindi a decisioni non ottimali. Il bilancio di genere si fonda sull'analisi di genere, che valuta quanto un bilancio risponda alle divergenze di genere e riveda l'effettiva distribuzione delle risorse tra donne e uomini e ragazze e ragazzi. Tale analisi consente anche l'inclusione di questioni chiave che sono spesso trascurate nei bilanci e nelle analisi politiche, come l'effetto economico della distribuzione irregolare del lavoro non retribuito e il suo effetto economico netto sulle donne, così come la distribuzione disomogenea delle risorse all'interno delle famiglie.
Una buona analisi di genere porta a una buona pianificazione e definizione del bilancio per l'uguaglianza di genere e la crescita economica. n Importante, il bilancio di genere riguarda la ristrutturazione del bilancio per garantire che il governo utilizzi le risorse pubbliche in modo da aumentare la parità di genere e aumentare quindi l'efficienza e l'efficacia dei budget e delle politiche. Questo a sua volta aiuta ad accelerare la crescita inclusiva e sostenibile. Il gender budgeting ha una solida base nell'impegno dell'UE per l'integrazione della dimensione di genere espresso nel trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione europea hanno ripetutamente invitato gli Stati membri a sviluppare e attuare il bilancio di genere.
A livello dell'UE, il Parlamento europeo è in ultima analisi responsabile per il bilancio dell'UE e la direzione generale del bilancio della Commissione europea per la sua esecuzione. I parlamenti e le amministrazioni pubbliche degli Stati membri dell'UE sono responsabili dei loro cicli di bilancio nazionali e subnazionali Il budget di genere può essere applicato a qualsiasi tipo di sistema di bilancio a tutti i livelli di governo. L'introduzione del gender budgeting a livello di governo centrale è importante perché le decisioni di bilancio relative alle entrate e alle spese sono prese a questo livello.
Ottimo esempio è quello dell’Austria mentre in Italia NON è stato prodotto. La vicinanza dei governi regionali e locali alla vita quotidiana delle persone significa che esiste la possibilità di rispondere più direttamente alle esigenze delle donne e degli uomini quando si tratta di politiche pubbliche e fornitura di servizi. A questi livelli, vi è un grande potenziale per utilizzare approcci partecipativi al bilancio di genere che coinvolgono la popolazione locale e ottimi performance sono state adottate in Spagna e Andalusia. L'efficace attuazione del bilancio di genere richiede un impegno politico associato a una capacità tecnica per l'integrazione della dimensione di genere. La leadership impegnata è di particolare importanza per garantire che l'uguaglianza di genere sia integrata nei processi di pianificazione e di bilancio e che le entrate e le spese del bilancio pubblico siano di beneficio sia per le donne che per gli uomini.
I principali fattori abilitanti per il gender budgeting includono: la volontà politica e leadership politica; un impegno ad alto livello delle istituzioni amministrative pubbliche; una migliore capacità tecnica dei dipendenti pubblici; il coinvolgimento della società civile; analisi dei dati disaggregati per sesso. La volontà politica e la leadership politica, dimostrata attraverso l'impegno politico attivo a promuovere l'uguaglianza di genere, è il fattore abilitante più importante. Al fine di ottenere progressi reali, il bilancio di genere deve essere sostenuto da un governo centrale reattivo e responsabile. La volontà politica può essere dimostrata attraverso la sensibilizzazione degli attori chiave, quali parlamenti nazionali, partiti politici, assemblee regionali e locali e i loro organi consultivi. Può anche essere evidenziato sostenendo i budget sensibili di genere in pubblico o adottando chiari orientamenti politici per il lavoro di gender budgeting. I legislatori possono anche rendere obbligatorio includere le prospettive di genere nel budget e nelle politiche correlate.
L'impegno ad alto livello delle istituzioni amministrative pubbliche è un importante fattore abilitante. Con l'emanazione di chiare istruzioni per l'attuazione e il follow-up, i dipendenti pubblici sono in grado di contribuire al rispetto degli impegni di eguaglianza di genere del governo. La società civile ha un ruolo importante da svolgere nel garantire che i governi siano ritenuti responsabili per il rispetto degli impegni internazionali e nazionali sull'uguaglianza di genere. Può anche svolgere un ruolo cruciale nel collegare il governo alla società e promuovere processi di bilancio partecipativi e i dati disaggregati per sesso sono un fattore abilitante nel condurre analisi. Pertanto, le statistiche nazionali e i sistemi di informazione gestionale nei ministeri, nelle agenzie pubbliche e negli istituti di ricerca svolgono un ruolo cruciale così come gli insegnamenti a livello accademico nei vari corsi economici e giurisprudenziali, approfondendo argomenti come la distribuzione del lavoro non retribuito tra donne e uomini.
Questi dati sono necessari per formulare anche obiettivi di uguaglianza di genere basati su evidenze e per monitorare sistematicamente i progressi e i processi di implementazione del gender budgeting e le statistiche di genere. Un'analisi efficace di genere combina un'analisi dell'impatto su donne e uomini con un'analisi intersettoriale comprendente altre categorie come età, background socioeconomico ed etnia,nella pianificazione , nel processo decisionale e nell'attuazione regolari, nonché nel monitoraggio e nella valutazione delle politiche di bilancio. Ciò significa che condurre un'analisi di genere di un budget, una politica o un programma non è un compito una tantum, ma dovrebbe essere integrato nel ciclo di budget per informare continuamente i decisori su come migliorare i budget e le politiche correlate al fine di raggiungere la parità di genere.
È importante stabilire collegamenti chiari tra stanziamenti di bilancio e programmi e gli obiettivi di uguaglianza di genere definiti nelle strategie generali per la parità di genere, ad esempio strategie e priorità nazionali e impegni a livello UE e internazionali perché il bilancio di genere ha lo scopo di ristrutturare i budget e cambiare le politiche al fine di affrontare le disuguaglianze esistenti. Ciò significa che l'analisi del budget di genere non è fine a sé stessa. Sulla base delle prove prodotte attraverso l'analisi è necessario attuare i cambiamenti necessari nelle dotazioni di bilancio e nelle politiche correlate. In questo modo, i governi possono utilizzare le scarse risorse in modo più efficiente ed efficace e allo stesso tempo lavorare per promuovere la parità di genere.
Nello spirito dell'integrazione della dimensione di genere, il gender budgeting dovrebbe essere integrato durante tutto il ciclo di bilancio. Ciò significa passare dall'analisi di genere isolata a un approccio globale che tenga conto delle prospettive di genere nella pianificazione di politiche e budget, nel processo decisionale e nell'attuazione, nonché nell'auditing, nel monitoraggio e nella valutazione. In linea di principio, il gender budgeting può essere integrato in tutte le fasi del ciclo di bilancio regolare e in quanto tale, può essere combinato con i diversi approcci , applicato a vari livelli nel lavoro sistematico sul bilancio di genere come avviene virtuosamente in Belgio, Austria, Finlandia e Svezia, oltre che a livello locale a Berlino e Vienna.
L'approccio principale si concentra sull'integrazione delle prospettive di genere e delle priorità di uguaglianza di genere nella definizione di obiettivi, , attività e indicatori al fine di misurarli, oltre a collegare questa pianificazione strategica agli stanziamenti di bilancio e svolgere regolari attività di controllo, monitoraggio e valutazione per informare un nuovo ciclo di pianificazione strategica. Esempi di combinazione del bilancio partecipativo e del bilancio di genere si possono trovare in diverse città tedesche, ad esempio a Berlino e Friburgo e in Gran Bretagna Pertanto, i bilanci di genere e le relative politiche contribuiranno al raggiungimento dell'uguaglianza di genere e allo stesso tempo miglioreranno il benessere della popolazione e porteranno a una crescita e all'occupazione più sostenibili e inclusivi.
L'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE) ha studiato come i miglioramenti nell'uguaglianza di genere possano contribuire a una crescita economica sostenibile, inclusiva e intelligente nell'Unione europea. Lo studio elettronico dell'EIGE sui benefici economici dell'uguaglianza di genere è unico nel contesto dell'UE. È il primo ad utilizzare un robusto modello econometrico per stimare un'ampia gamma di benefici macroeconomici dell'uguaglianza di genere in diverse vaste aree come l'istruzione, l'attività sul mercato del lavoro e le retribuzioni. Inoltre, considera l'impatto demografico di tali miglioramenti mostrando che una maggiore uguaglianza di genere porterebbe a • Tra 6,3 e 10,5 milioni di posti di lavoro supplementari nel 2050 a causa del miglioramento dell'uguaglianza di genere affrontando la segregazione di genere nelle scelte educative e aumentando la partecipazione delle donne nei settori scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico (STEM), con circa il 70% di questi posti occupati dalle donne • Un aumento della produttività occupazionale e della potenziale capacità produttiva dell'economia come risultato di affrontare la sottorappresentazione delle donne in settori con carenze di competenze e buone prospettive di occupazione come STEM. • Impatto positivo del PIL pro capite che aumenta nel tempo :nell'UE, il miglioramento della parità di genere contribuirebbe a un aumento del PIL pro capite fino al 9,6% entro il 2050.In Italia si continua a dichiarare che si deve intervenire per l’aumento della presenza femminile sul mercato del lavoro ma rimaniamo clamorosamente indietro anche sull’applicazione delle strategie suggerite dalle migliori performance di altri Paesi e il bilancio di genere non si fa nelle leggi finanziarie e ancora meno a livello locale. Per questa ragione fondamentale nei percorsi di studio universitario è necessario- come facciamo a Modena e Reggio Emilia con corsi ad hoc- insegnare agli studenti nell’ambito delle politiche attive di pari opportunità nel lavoro pubblico e privato l’importanza della realizzazione dei bilanci di politiche attive di sostegno per una programmazione sia nazionale che locale che aziendale ancorate al gender budgeting.
UN DEF DEMENZIALE e 4 anime colpevoli
4 Anime : 1 in pena( Tria) 1 Spavalda( Conte) e 2 sciallate (Salvini e Di Maio).Dovrebbero andare a lavorare
Di DEF e dei deliranti contenuti se ne parla poco e soprattutto del fatto che il ministro Tria riconosca esplicitamente la responsabilità dell'Esecutivo nella crisi economico-finanziaria italiana, che verrà approvato dal Parlamento con una mozione voluta dai due vicepremier, che esprimono una linea diametralmente opposta appoggiata servilmente dal Premier.
E’ orribile la situazione in cui versiamo e drammatica sarà sicuramente dal 27 maggio in poi, quando il passaggio politico del voto europeo si sarà compiuto e anche gli italiani più disinvolti dovranno rendersi conto che l’alternativa è una sola : o sperare di dare un nuovo inizio alla legislatura o metterci fine. La così detta verità uscita finalmente come un coniglio spelacchiato dal cappello del Ministro del tesoro ha messo in luce le bugie, le falsità reiterate sulle reali condizioni di salute sia dell’economia che della finanza pubblica.I numeri sono lì nero su bianco e non si possono cambiare : una crescita tendenziale del pil quasi azzerata (+0,1%), e neanche sarà rinforzata dal minimo rimbalzo della produzione industriale registrato a febbraio perché si trattta di export e di merce di cui i magazzini sono ancora pieni dal fermo dell’occupazione in atto ,e non è scalfibile la stima di un decimo punto in più rispetto alle previsioni più negative che ipotizzano realmente un 2019 a -0,1% o addirittura a -0,2%. E questo reddito di cittadinanza sicuramente non sosterrà l’occupazione in quanto le furbizie si stanno già evidenziando. E’ il caso di chi si è dimesso da un posto di lavoro regolare che non può chiedere subito il “reddito di cittadinanza” ma per averlo subito basta far figurare un licenziamento invece che le dimissioni. Quanto alla possibilità di perdere il sussidio per il rifiuto di un’“offerta di lavoro congrua”, tutti sanno che è un rischio soltanto teorico perchè avendo stabilito che il rdc è di 780 euro , c’è la prospettiva seria che qualche milione di lavori a tempo parziale sparisca, o si inabissi nell’economia sommersa, portando con sé altrettanti matrimoni trasformati in convivenze non dichiarate. Così la quota 100 non significa più giovani al lavoro ma anzi impoverimento dei settori nevralgici come la sanità e l’istruzione, il reddito di cittadinanza appunto significa più lavoro irregolare , perché il Governo ha deciso di impostare l’intero schema del cosiddetto “reddito di cittadinanza” come misura di politica del lavoro, per sottrarne la gestione ai comuni. Come se non bastasse ha condizionato l’erogazione del sussidio alla disponibilità del beneficiario ad aderire “almeno alla terza offerta di lavoro congrua” che gli pervenga entro il primo anno. Nessuno, evidentemente, ha informato il Governo che da ormai mezzo secolo le aziende non comunicano più agli uffici di collocamento posti di lavoro che possano essere offerti a Tizio o a Caio indifferentemente: nessuna azienda offre un’assunzione “al buio”, prima di aver vagliato attentamente le attitudini e motivazioni del candidato. Tanto meno lo farebbe con la prospettiva di vedersi avviare una persona non qualificata, che per di più si presenterebbe solo perché costretta. Il meccanismo di “condizionalità”, previsto per limitare la natura assistenzialistica del sussidio, non può dunque funzionare. Quel che è peggio, però, è che nello stesso decreto è contenuta questa disposizione strabiliante: si esclude chi ha perso il posto, e sta godendo del trattamento di disoccupazione (NASpI), dal servizio di assistenza qualificata istituito nel 2015 e finanziato conl’assegno di ricollocazione e lo si riserva ai soli beneficiari del RDC, per i quali per lo più esso non può funzionare. Aggiungiamo che lo sblocca cantieri è bloccato e la decrescita è in atto. : il DEF è una dichiarazione di fallimento completa e reale. I 4 non solo non si fanno carico di un ciclo economico italiano, già così più basso di oltre un punto rispetto alla media Ue che ha una differenza ancor più larga con l’eurozona, ed è francamente offensivo per gli italiani continuare ad affermare che è colpa della Germania .E’ evidente, che il Def ci porta dritti dritti all’aumento dell’Iva, per il programmato ammontare di 23 miliardi nel 2020 e di 28 nel 2021 e la necessità di ottemperare all’obbligo delle clausole di salvaguardia europee facendo aumentare le aliquote Iva per un gettito complessivo di 23,1 e 28,7 miliardi. C’è poi in vista la promessa anch’essa demenziale che si vuole introdurre quella che impropriamente è stata chiamata flat tax, la quale prevedendo ben sei classi di aliquote tributarie altro non sarebbe che una riformina fiscale, dal costo di 17 miliardi di minori entrate (se avesse le caratteristiche prevista dalla proposta leghista) che sarebbero recuperate attraverso l’aumento del pil e quindi del gettito solo nel giro di qualche anno, sempre che gli effetti reali sulla base imponibile non si rivelino negativi. Il che, nel combinato disposto del non aumento dell’Iva e dell’entrata in vigore della manovra fiscale, farebbe salire il deficit 2020 fino al 4,1 del pil. Altro che procedura di infrazione ,un buco nero che ci porta in una crisi economica enorme e le tasche degli italiani completamente svuotate da questi irresponsabili.
Questo governo non ha il pudore della responsabilità :sui conti pubblici noi italiani sicuramente siamo già più che allertati dalla situazione di emergenza in cui ci troviamo con i provvedimenti che sono stati adottati e che ci hanno portato giù nel declino e nel disastro. Martedì 9 aprile sarà la nuova manovra finanziaria, che ha un’anticipazione nel Def, il documento di programmazione, che il ministro Tria deve presentare appunto martedì prossimo, che chiarirà questa impresentabile disfatta. Perchè sarà la legge di bilancio autunnale, salvo la necessità di farla precedere da una manovra correttiva che riduca almeno un po’ lo scarto tra le indicazioni contenute nella legge finanziaria varata a dicembre scorso e la realtà delle condizioni del ciclo economico e della finanza pubblica. L’apice del programma di governo contenuto nel famoso “contratto” e il conseguente “stallo” che si è creato dentro l’esecutivo e nella maggioranza parlamentare che lo sostiene ha bloccato il nostro Paese. I due della banda Bassotti del governo, Lega e 5stelle, in totale dissenso su tutto, le liti anche sul piano delirante e il Presidente Mattarella pronto a “riparare” per quanto fosse possibile i danni enormi per la salvaguardia degli interessi del Paese che nel tutelare l’agibilità dei ministri cosiddetti tecnici ha finito, e meno male , per assumere un ruolo sempre più politico. Per nostra misericordia sono più gli italiani che giudicano negativamente la politica economica gialloverde fatta fin qui di quelli che l’approvano e dobbiamo augurarci che il ministro Tria, forte dell’appoggio del Quirinale, sia in grado e deciso nell’adottare una linea che sia di verità detta al Paese, di argine a derive populiste (vedi le banche), di rigore nella gestione della finanza pubblica e di spinta agli investimenti produttivi e infrastrutturali, a cominciare dalla Tav. Noi ci auguriamo che agisca in questo modo e riteniamo che sia anch’egli disgustato dagli attacchi personali che ha subito, ma non è l’unico e anche perché a chiederglielo, oltre che il Colle – e già sarebbe più che sufficiente, per lui – sono tutti gli interlocutori internazionali, europei e non, preoccupati che l’Italia salti in aria trascinando nuovamente l’eurozona, e con essa altre aree economiche e monetarie, nell’ennesima fase di crisi. E’ aumentato il livello di tensione dentro governo e maggioranza e la situazione è insostenibile : è indispensabile che la scelta di Tria sia di presentare un Def veritiero e non elettorale non cadendo nella scia deleteria di precedenti governi che in questi anni hanno adottato il criterio speculativo di fare del documento di programmazione un falso in bilancio, scrivendo previsioni virtuose, cui Bruxelles faceva finta di credere, che tutti sapevano non avrebbero retto a consuntivo. Ma che era anche, convenzionalmente, il modo per fare deficit spending: non dicendolo preventivamente, anzi. TerzaRepubblica capitanata da Enrico Cisnetto ha preso le previsioni del rapporto deficit-pil contenute nei vari Def e le ha confrontate con quanto successivamente consuntivato. Dal 2011 in poi sulle 22 previsioni contenute nei 7 Def presi in esame (escluso l’ultimo, scritto “a politiche invariate” dal governo Gentiloni dimissionario), solo una volta il deficit preventivato si è rivelato superiore o almeno uguale a quello poi riscontrato a consuntivo l’anno dopo. In tutti gli altri casi i governi sono sempre stati troppo “ottimisti”, con uno scarto che in media è risultato di quasi un punto percentuale (0,86 per la precisione).Ora è giunto il momento di non nascondere niente : abbiamo una condizione recessiva con una crescita del pil pari allo 0,1% ed è più probabile – perché largamente stimato dai maggiori centri di analisi internazionali – che davanti a quel decimo di punto ci sia il segno meno. Questo Governo vuole arrivare alle elezioni del 26 maggio negando ostentatamente la crisi ma comunque sia chi vorrà prendere a mano una nuova manovra che deve aumentare l’Iva per 52 miliardi e e’effetto accumulo dei problemi lasciati irrisolti da anni, e di tutte le bugie raccontate a quegli italiani che ci hanno creduto : chi incrementa oggi la sua storia retributiva sul versante pensionistico acquista solo dei diritti che NON saranno onorati dai giovani di oggi perché NON ci saranno le risorse e continuerà il blocco dell’adeguamento delle pensioni,anche perché gli andamenti demografici ci dicono che c’è un processo di invecchiamento e una denatalità inversamente proporzionale: le pensioni a quota 100 sono tutte lunghe e a scapito dei giovani e resta una bugia grossissima che andare in pensione prima rilancia l’occupazione.Circa 700 mila insegnanti e bidelli stanno scappando dalle scuole,il settore sanitario che rimane senza medici, e l’Italia si impoverisce sempre di più,perché anche il welfare soffre moltissimo e questo governo NON ha favorito il welfare aziendale che è la trasformazione di una parte della retribuzione tassata in retribuzione esente e la cui funzione principale è quella di conciliare il tempo di lavoro con il tempo per la famiglia.Senza un Piano nazionale vero per gli asili nido,senza un incentivo per negozi e aziende,attività produttive, se non si sostengono i distretti produttivi con i servizi per le famiglie compresi gli anziani, le coppie continueranno a non fare figli perché non sanno a chi lasciarli e gli anziani staranno sempre più soli e abbandonati e l'istruzione dei pochi bambini sarà lasciata a insegnanti sempre più avanti negli anni e stanchi.
EUROPA SOSTANTIVO PLURALE FEMMINILE
https://formiche.net/2019/04/europa-sostantivo-plurale-femminile/
Alessandra Servidori EUROPA è sostantivo plurale anche femminile
In Slovacchia vince le presidenziali Zuzana Caputova, una donna che si è fatta strada lottando contro la corruzione e il degrado ambientale, portando avanti così gli stessi temi su cui era impegnato il giornalista Jan Kuciak, recentemente assassinato. La giovane signora si è dichiarata europeista e questo è di già una notizia eccezionale visto che la Slovacchia è uno di quei paesi che fino ad ora è stata governato con uno spirito molto antireupeista insieme alla Polonia, Repubblica Ceca, quel gruppo di Paesi detti di Visegrad, piccola città ungherese in cui fu costituito il blocco, nel 1991. l gruppo, nato dopo il crollo dell’Unione sovietica per rafforzare la cooperazione tra questi paesi, negli ultimi anni si è caratterizzato in particolare per sostenere posizioni euroscettiche, sovraniste e rigide in tema di immigrazione.Queste posizioni hanno portato a un avvicinamento tra l’alleanza e il governo dell’Austria, guidato dal premier di destra Kurz..Le relazioni con l’Italia sono state spesso difficili, soprattutto per la mancata disponibilità del gruppo a farsi carico dell’accoglienza dei migranti extra-europei. In Italia noi siamo sotto scacco di una premier ship sostanzialmente antireupeista e ,almeno nella destra,si fa sempre più concreta la possibilità che a guidare Forza Italia sia Mara Carfagna abile intelligente e colta europeista e che il triumvirato femminile Carfagna/Bernini/Gelmini del partito azzurro abbia fatto una alleanza formidabile per dare impulso allo storico partito berlusconiano che comunque ha sempre tenuto alto il dialogo con Merkel e la UE e ha garantito l’alleanza. Sappiamo bene che le conseguenze dei no decisi alla Ue ci stanno davanti agli occhi ed è già accaduto che un Paese membro ci ripensasse come appunto la Grecia. Potrebbe accadere anche al Regno Unito perché l’economia britannica si è ormai integrata troppo in quella del continente perché sia indolore tornare indietro. Perché il problema del confine tra Ulster e Irlanda, in caso di Brexit, appare insolubile e l’Ulster stesso potrebbe essere indotto a chiedere l’annessione all’Irlanda pur di rimanere nella UE. Perché gli scozzesi sono decisi a opporsi in tutti i modi all’uscita dalla UE, minacciando altrimenti la secessione. Di fronte ai danni economici si aggiunge questo sfaldamento drammatico della Gran Bretagna,il parlamento che non si mette d’accordo e anche la maggioranza degli inglesi potrebbe convincersi a tornare sui propri passi. Vero è che il danno, in termini di incertezza e paralisi, sarà comunque ingente. Ma il significato di un epilogo di questo genere, per il futuro dell’UE, sarebbe opposto a quello che la Brexit fa temere. È interesse primario anche della UE favorire questa soluzione. Dunque: niente ritorsioni, niente atteggiamenti arcigni, se e quando il figliol prodigo decidesse di tornare (anzi: rimanere) a casa. In questa situazione drammatica è intervenuto Macron sulla Brexit proponendo di lasciare il Regno Unito fuori, perché in questa fase delicata di rilancio dell’UE sarebbe solo un problema.I britanni pagheranno caro questo loro errore del 2016, (e questo sarà di monito per tutti gli euroscettici, così facilitando il processo di integrazione) ma l’errore lo pagheremo tutti quanti. Un divorzio traumatico UE/UK è stato ed è l’obiettivo pervicacemente perseguito dai servizi segreti di Putin e dal capo-stratega di Trump Steve Bannon, uomo di estrema destra e nemico giurato della democrazia europea: la hard Brexit sarebbe il trionfo di gente come questa. Viceversa un Regno Unito che dopo aver votato Leave finisse col Remain sarebbe la loro sconfitta; sarebbe la dimostrazione che non esiste una vera alternativa tra vecchia sovranità nazionale e nuova sovranità europea, perché quest’ultima è oggi l’unica sovranità possibile nel nostro continente. E così tutti noi comunitari potremo fare squadra contro il gioco tra USA, Russia e Cina.
Ci vuole lucidità per i cinesi e non pressapochismo
https://formiche.net/2019/03/cinesi-italia-cina-ue/
Alessandra Servidori Ragioniamo con lucidità sui cinesi sbarcati in Italia
Mentre in Italia hanno sventolato le bandiere cinesi e abbiamo accolto a cavallo l’ultimo imperatore- che lo sarà a vita- il Consiglio europeo sulla Cina, ha accusato il gigante asiatico di irregolarità commerciali, a cominciare dalla chiusura del suo mercato alle imprese estere; di dare sussidi a pioggia alle sue industrie, distorcendo la competizione; e di non proteggere in maniera adeguata i diritti di proprietà intellettuale. E questo è solo una parte delle politiche commerciali che la Commissione europea e il Servizio di azione esterna europeo (Seae) come incipit per il Consiglio europeo dello scorso 21-22 marzo. Vero è che per anni l’Europa era incapace di rispondere all’ascesa della potenza cinese e che anche quando una risposta comune veniva adottata, questa era solitamente debole e poco incisiva. Ora la risposta è arrivata, e molto forte. Nel suo ultimo documento – che servirà anche a preparare il Vertice Ue-Cina del 9 aprile – la Ue ha deciso di definire la Cina un ‘competitore economico’ e ‘rivale sistemico’. Contemporaneamente il Consiglio europeo ha discusso la questione della creazione dei cosiddetti ‘campioni nazionali’, una proposta dell’asso franco-tedesco fortemente sostenuta dalle elites politiche e industriali dei due paesi. Ricordiamo molto bene il manifesto di Macron nel quale il presidente francese dice chiaramente che per competere con potenze quali gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, l’Europa deve dotarsi di politiche che difendano la sua sovranità tecnologica e creare industrie europee capaci di competere con le grandi imprese di stato cinesi.Un tassello fondamentale della sovranità tecnologica è la difesa delle imprese europee dagli investimenti predatori. In tal senso, il Consiglio europeo ha dato il via libera al meccanismo di scrutinio degli investimenti esteri nella Ue – il cosiddetto screening mechanism– indirizzato a impedire alle grandi imprese di stato cinesi di fare ‘shopping tecnologico’ in Europa –che porta con sé il rischio di de-industrializzazione dell’Europa nel medio-lungo periodo. Questa proposta che mira a difendere l’interesse nazionale degli stati membri dovrebbe essere accolta con favore dalla coalizione di governo in Italia, formata da due partiti che hanno fatto della difesa della sovranità (e delle aziende nazionali) la loro bandiera. Eppure, l’Italia prima che l’imperatore venisse a firmare il Memorandum in questi giorni ,il 5 marzo, durante la votazione sulla bozza del testo che ora permette alla Commissione europea e ai paesi membri di ‘scrutinare’ gli investimenti cinesi nella Ue, si era astenuta. Con lei solo la Gran Bretagna, che è già praticamente fuori dall’Unione e che commercia allegramente con la Cina.Il nuovo provvedimento legislativo inerente gli investimenti cinesi è parte dell’armamentario che il Consiglio europeo ha adottato per rispondere al progetto cinese di una Nuova Via della Seta (nota come Bri, acronimo inglese diBelt and Road Initiative).E’ bene sapere che una risposta al progetto della Bri l’Ue l’aveva data lo scorso settembre, con la pubblicazione del documento sulla Strategia per la connettività euro-asiatica, contiene norme e principi di ispirazione occidentale e ai quali spesso le aziende cinesi non si attengono. In questi giorni diversi paesi membri dell’Ue hanno avuto parole molto dure riguardo il progetto infrastrutturale di Pechino e l’ Italia invece ha sottoscritto il progetto cinese di Nuova Via della Seta durante la visita del presidente cinese Xi Jinping.. I nuovi “compagni” penta stellati con la copertura dei leghisti possono dire quel che vogliono e cioè che il Memorandum d’Intesa che l’Italia ha firmato con la Cina fa chiaro riferimento alla Strategia europea per la connettività euro-asiatica e rappresenta un modello anche per altri paesi avanzati. Anche no però perché non va dimenticato che una tale strategia può essere efficace nei confronti di Pechino solo se dietro si muove compatto l’intero blocco europeo, altrimenti singoli paesi – anche molto forti economicamente come la Germania – poco possono di fronte al gigante asiatico. Il Governo italiano con i bulimici sovranisti pentastellatileghisti ha agito da battitore libero ed è così che indebolisce l’area EURO in un momento storico dando anche i numeri a caso come per esempio che si sono sottoscritti per due miliardi di euro di accordi che “possono diventare 20 miliardi”.Ma noi ora siamo piccoli e deboli e l’attuale divisione dell’Europa porta immediati benefici a Pechino ma non sicuramente a noi nei confronti delle politiche commerciali della tigre asiatica e del rafforzamento dell’Unità europea.
Contro il meeting di Verona.Ecco perchè.
Dati Istat : donne e servizi per l'infanzia : desolante situazione italiana
Perchè l'analisi costi benefici non può essere oggettiva