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Timestamp: 2017-11-18 12:00:54+00:00
Document Index: 168795455

Matched Legal Cases: ['art. 1283', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 25', 'art. 120', 'art. 25', 'art. 1283', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 76', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 117', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 1283', 'art. 25', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 76', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 76', 'art. 25', 'art. 1283', 'art. 76', 'art. 77', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 76', 'art. 1283', 'art. 2', 'art. 76', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 644', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 1283']

L'incostituzionalità del decreto legislativo n. 342/99 sull'anatocismo bancario. Motivi dell'istanza di remissione alla Corte Costituzionale
L'incostituzionalità del decreto legislativo n. 342/99 sull'anatocismo bancario
Motivi dell'istanza di remissione alla Corte Costituzionale
Di Maura Castiglioni, Avvocato
In base all'art. 1283 del cod. civ. gli interessi su interessi sono ammessi - salvo usi contrari - solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di accordo successivo alla scadenza e sempre che siano dovuti per almeno sei mesi.
Tale principio di diritto veniva confermato, dopo anni di istituzionale inosservanza bancaria, dal disposto di due recenti pronunce della Corte di Cassazione (sentenza 16 marzo 1999 n. 2374 e sentenza 30 marzo 1999 n. 3096) le quali stabilivano principalmente - in contrasto con la consolidata prassi bancaria - la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi bancari, negando che le stesse potessero farsi rientrare tra gli usi normativi richiamati dall’art. 1283 c.c., che dispone, in mancanza di usi contrari e tra i quali comunque non sono inclusi quelli contrattuali, la nullità dell’anatocismo (n.d.r. si veda l'articolo di ottobre 1999 "La contabilizzazione trimestrale degli interessi applicati dalla banca alla clientela").
Avveniva tuttavia ad opera del Governo l’emanazione del decreto legislativo 4 agosto 1999 n. 342 (inerente modifiche al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, Testo Unico Leggi Bancarie), pubblicato in data 4 ottobre 1999, il quale in tema di modalità di calcolo degli interessi dispone una vera e propria inversione rispetto all’orientamento seguito dalle due pronunce della Cassazione, oltre che una abrogazione implicita dell’art. 1283 c.c., vanificando conseguentemente le sentenze sopraccitate.
L’art. 25 comma 2 del suindicato decreto legislativo – inserito all’art. 120 del d. lgs. 385/93 - demanda al Comitato Interministeriale per il Credito e per il Risparmio (CICR) le modalità ed i criteri per la produzione degli interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere in generale nell’esercizio dell’attività bancaria, stabilendo in ogni caso una sorta di par condicio in materia di calcolo degli stessi: dovrà essere assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori.
In pratica anche per il futuro non verrà cancellato l’anatocismo ma ricondotto in un quadro di voluta parità tra Banca e cliente.
Per quanto concerne invece i contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della delibera del CICR, l’art. 25 al comma 3 così dispone: “le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento, le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente”.
E’ evidente che il Governo – sostenendo la validità ex lege delle clausole relative ai vecchi rapporti contrattuali – abbia attuato un ritorno al passato, senza limitarsi a dettare regole relative agli obblighi già sorti in base alla disciplina precedente, ma dichiarando in generale valide convenzioni la cui efficacia era stata in primis negata dalla disposizione di cui all’art. 1283 c.c. e poi definitivamente demolita dagli indirizzi giurisprudenziali recenti.
L’art. 25 del d. lgs. 342/99 apparirebbe costituzionalmente illegittimo in quanto in contrasto: con il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 Cost.); con il diritto inviolabile di difesa in giudizio (art. 24 secondo comma Cost.); con il principio di delega della funzione legislativa al Governo (art. 76 Cost.).
IN ORDINE ALLA VIOLAZIONE DELL’ART. 3 DELLA COSTITUZIONE
L’art. 25 d. lgs. 342/99 disciplina differentemente le modalità di calcolo degli interessi nei rapporti contrattuali, distinguendo tra quelli sorti prima e dopo l’emanazione della delibera delegata al CICR.
E’ infatti previsto che per i rapporti stipulati anteriormente, le clausole sulla capitalizzazione degli interessi siano valide ed efficaci, con il solo obbligo imposto alle banche – e comunque successivo alla eventuale delibera del CICR – di uniformarsi alla stessa delibera, pena l’inefficacia delle clausole eccepibile in ogni caso dal solo cliente.
I contratti stipulati in seguito alle disposizioni del CICR saranno automaticamente conformi alle stabilite modalità di calcolo degli interessi.
La disparità di trattamento prevista da tale contestato articolo vulnera il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall’art. 3 della Costituzione, che si estrinseca nella pretesa dei differenti soggetti a non essere discriminati.
Il contrasto con la norma costituzionale è ravvisabile sotto un duplice aspetto.
Infatti una prima discriminazione è configurabile sotto un profilo “temporale” tra i soggetti che stipulano contratti antecedentemente o successivamente alla delibera del CICR. I primi infatti, solo per i quali sarebbero valide ed efficaci le clausole relative alla capitalizzazione degli interessi - sino a contestazione formale da parte degli stessi e sempre che la banca autonomamente non abbia provveduto - vedrebbero pregiudicata la propria posizione rispetto a quella dei soggetti che invece concludono i rapporti successivamente alla regolamentazione del CICR, il quale dovrebbe intervenire sulle modalità di calcolo degli interessi sugli interessi proprio con lo scopo di ricondurre ad un quadro di parità la posizione di banche e clienti.
Sostanzialmente quindi nei futuri contratti l’anatocismo praticato nel settore creditizio, sarebbe destinato a scomparire, pur sempre con una decisione del CICR; i contratti attualmente in essere, invece, continueranno a produrre interessi su interessi, in contrasto con il dettato dell’art. 1283 c.c. e secondo le modalità bocciate di recente dalla Corte di Cassazione sino a quando il cliente non venga ad eccepire l’inefficacia della capitalizzazione.
E’ da aggiungersi che - pur nell’avvenuto eventuale adeguamento spontaneo da parte della banca - l’illegittimità permarrebbe egualmente in quanto i contratti conclusi sino all’intervenuta (se e quando vi sarà) delibera del CICR sarebbero validi ed efficaci fino a tale data e le somme versate in eccedenza a quanto vietato dall’art. 1283 c.c. non sarebbero ripetibili, con violazione del diritto e sostanziale e di difesa delle proprie ragioni.
L’art. 25 prevede e legittima irragionevolmente questa manifesta disparità di trattamento in palese violazione con il fondamentale ed assoluto principio di uguaglianza dell’art. 3 Cost., oltre che dell’art. 24 Cost.
Una seconda iniqua discriminazione attiene invece al profilo “soggettivo” della norma contestata, laddove distingue la posizione dei clienti rispetto a quella delle banche, indubbiamente tutelate.
Infatti – almeno per i contratti già in essere e per quelli che saranno stipulati sino alla delibera del CICR - viene salvato quel quantomeno discutibile meccanismo per cui la clientela deve pagare gli interessi debitori quattro volte l’anno, mentre la banca riconosce gli interessi attivi solo una volta l’anno.
Tale disparità di trattamento si fonda dunque sulla “sanatoria” dell’anatocismo, pur cercando di ricondurlo ad una condizione di parità che tuttavia è solo presunta, imponendo al CICR il rispetto della stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia a debito che a credito.
La par condicio in realtà è soltanto ipotetica dal momento che comunque non è stato imposto al Comitato Interministeriale per il Credito ed il Consumo un termine per intervenire con le proprie disposizioni.
Non va poi sottovalutata la possibilità che il CICR potrebbe anche mai provvedere alla modalità di calcolo degli interessi - e così l’attesa della delibera si protrarrebbe all’infinito - così come del resto non ha provveduto in passato a deliberare su argomenti ritenuti da disposizioni legislative di sua competenza: tra tutti basti considerare l’art. 117 d. lgs. 385/93 che attribuiva al CICR la competenza ad imporre, per motivate ragioni tecniche, che determinati contratti venissero conclusi in una forma diversa da quella scritta.
Anche nell’ipotesi di un intervento del CICR, va ricordato comunque che il “riequilibrio” delle posizioni tra contratti antecedenti e successivi non sarà automatico: spetterà alle banche uniformarsi alle disposizioni adottate dal Comitato, con la conseguenza che in caso contrario le clausole difformi saranno inefficaci, ma tale inefficacia non opererà ipso iure, bensì dovrà essere fatta valere dal cliente interessato.
La violazione del principio di uguaglianza ad opera dell’art. 25 attiene anche al principio di ragionevolezza che si pone come corollario rispetto al primo e che rappresenta un limite al potere discrezionale del legislatore, impedendone pertanto un esercizio arbitrario. Il legislatore infatti è dotato di ampia discrezionalità nel dettare le norme processuali, con l’unico limite della ragionevolezza delle stesse.
Tale principio esige che le disposizioni normative contenute in atti aventi forza di legge siano adeguate o congruenti rispetto al fine perseguito dal legislatore, ritenendosi pertanto sussistente una violazione dello stesso principio quando venga prevista una disciplina discriminatoria in contraddizione con il pubblico interesse perseguito dalla legge.
Nell’ipotesi in esame se il fine perseguito dal legislatore può essere individuato nella necessità di integrare e correggere le norme del Testo Unico bancario allo scopo effettivo di eliminarne eventuali carenze o discordanze, è del tutto irragionevole inserire delle disposizioni – quali quelle previste nell’art. 25 – che diano origine a macroscopiche e superflue discriminazioni, così come sopra delineate.
IN ORDINE ALLA VIOLAZIONE DELL’ART. 24 DELLA COSTITUZIONE
Le disparità di trattamento che emergono dall’art. 25 d. lgs. 342/99 oltre a violare l’art. 3 della Costituzione, ledendo il diritto di uguaglianza sostanziale dei cittadini dinanzi alla legge, si ripercuotono di riflesso anche nell’ambito giudiziale violando il diritto di difesa costituzionalmente garantito dall’art. 24 Cost. laddove si dispone la libertà a tutti riconosciuta all’azione giudiziale per la tutela dei propri diritti ed interessi.
E’ infatti certo che il disposto dell’art. 25, ammettendo per i contratti in essere e fino ad un tempo indefinito nel futuro la legittimità della capitalizzazione degli interessi, non solo non garantisce pienamente la parità del contraddittorio tra le parti, ma a priori ne impedisce la realizzazione in capo al cliente, rendendo impossibile una sua azione in giudizio volta ad ottenere la ripetizione di quanto indebitamente versato in virtù della periodica ripetuta capitalizzazione degli interessi.
Infatti se fino all’entrata in vigore del d. lgs. 342/99 era consentito che il cliente agisse in giudizio – sulla base del divieto dell’anatocismo ex art. 1283 c.c. e sulla scia delle sentenze della Corte di Cassazione – per contestare il proprio “obbligo” al pagamento degli interessi debitori quattro volte l’anno, contro la Banca che invece riconosceva gli interessi attivi una volta all’anno, adesso tale diritto non è più attribuito al cliente.
E ancora, questi per contro non può nemmeno adeguatamente difendersi contro un istituto di credito che lo citi in virtù della ammissibilità dell’anatocismo, venendo anzi la propria posizione ad essere pregiudicata rispetto a quella della banca, nettamente favorita dall’art. 25.
Anche con riferimento alla violazione dell’art. 24 Cost. si verifica un contrasto con il principio di ragionevolezza, dal momento che lo scopo perseguito dal decreto legislativo - integrazioni e correzioni al Testo Unico bancario - non legittima una discriminazione del diritto di difesa.
In forza di queste considerazioni sorge il sospetto – non del tutto infondato – che l’art. 25 sia stato disposto proprio allo scopo di fermare l’emorragia di contenziosi verificatasi a seguito delle due pronunce della Corte di Cassazione n. 2374/99 e n. 3096/99.
IN ORDINE ALLA VIOLAZIONE DELL’ART. 76 E 77 DELLA COSTITUZIONE
L’art. 76 Cost. del disciplinare il potere legislativo accordato al Governo tramite delegazione delle Camere, dispone che tale potere può essere esercitato unicamente con “determinazione dei principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”. E’ pertanto necessario che – affinché sia rispettato il disposto di tale articolo – la legge delegante contenga i limiti che legittimano il processo formativo della delega legislativa.
La Legge delega n. 128 del 24 aprile 1998 all’art. 1 comma 5, con riferimento alla competenza attribuita al decreto legislativo in esame, così solamente ed esclusivamente stabilisce: ”Il Governo è delegato ad emanare, entro il termine di cui al comma 1, e con le modalità di cui ai commi 2 e 3, disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 1^ settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, nel rispetto dei principi e criteri direttivi e con l’osservanza della procedura indicati nell’art. 25 della legge 19 febbraio 1992, n. 142”.
In tale contesto si pone una prima macroscopica violazione dell’art. 76 Cost. ad opera dell’art. 25 d. lgs. 342/99, il quale ha ecceduto i confini segnati dalla L. 128/98, concretizzando pertanto un’ipotesi di eccesso di delega (ultra vel extra vel contra). Il Governo ha infatti provveduto attraverso il primo comma dell’articolo contestato, a demandare - benché non facultizzato - al Comitato Interministeriale per il Credito ed il Consumo la disciplina delle modalità ed i criteri per la produzione degli interessi sugli interessi maturati nelle operazioni bancarie. Ha dunque sub delegato ad un organo diverso la regolamentazione di una parte del contenuto per cui aveva avuto la delega a legiferare.
Non pare affatto che la potestà normativa del CICR, composto da vari ministeri e con la partecipazione del Governatore della Banca d’Italia, possa autonomamente esercitarsi verso la soluzione di problemi interpretativi che attengono a norme civilistiche, quali l’art. 1283 c.c., e comunque è certamente da escludersi che la delega contemplasse tale possibilità: non si vede infatti come detta ipotetica potestà, di tanto considerevole rilevanza, possa collocarsi nell’ambito delle competenze attribuite al CICR.
Il contrasto con l’art. 76, estrinsecandosi in primis in un eccesso rispetto alla delega conferita, coinvolge indirettamente anche l’art. 77 Cost. laddove al primo comma stabilisce l’impossibilità per il Governo di esercitare la funzione legislativa senza la delegazione delle Camere. Infatti la violazione di tale principio si verifica oltre che nell’ipotesi di assenza di delega, anche nel caso in cui si eccedano i limiti di quella conferita, oltrepassando – come nell’ipotesi dell’art. 25 con la previsione di una sub delega – i principi e i criteri direttivi stabiliti nella legge delegante.
Oltre all’eccesso di delega si ravvisa nell’art. 25 una ulteriore violazione inerente i principi di cui all’art. 76, dal momento che il suo contenuto appare in contrasto con leggi alle quali la legge delega non aveva autorizzato a derogare.
Infatti il d. lgs. 342/99 nel disporre la sanatoria dell’anatocismo per i contratti in essere, e per quelli stipulati sino alla data della delibera del CICR, adotta una soluzione assolutamente difforme rispetto alla disciplina codicistica di cui all’art. 1283 c.c. E d’altro canto, se si deve ritenere che il decreto legislativo, in quanto atto avente forza di legge, sia in grado di abrogare disposizioni di legge, tuttavia è inammissibile una abrogazione implicita, che esuli dalle direttive della legge delega e che non sia dalla stessa prevista ed autorizzata.
Inoltre la L. 128/98 all’art. 2, lett. e), nel dettare i criteri e principi direttivi generali della delega legislativa di cui all’art. 76 Cost., dispone che “all’attuazione di direttive che modificano precedenti direttive già attuate con legge o decreto legislativo si provvederà, se la modificazione non comporta ampliamento della materia regolata, apportando le corrispondenti modifiche alla legge o al decreto legislativo di attuazione della direttiva di modifica”.
E’ evidente che un decreto legislativo che intervenga sul contenuto di una norma civilistica quale l’art. 1283 c.c. certamente realizza una modificazione della materia regolata eccedendo la delega ricevuta, così come invece proibisce in modo esplicito la Legge n. 128/98.
Tale contrasto con i principi ed i criteri direttivi della Legge delega, tuttavia non si limita al solo art. 1283 c.c. ma concerne anche la Legge n. 108 del 7 marzo 1996, che stabilisce i criteri e la periodicità del calcolo del tasso medio globale d’interesse, oltre il quale gli interessi devono essere ritenuti usurari ex art. 644 cod. pen.
Infatti il d. lgs. 342/99 ritiene di avere definitivamente risolto la questione di una disparità di trattamento che potrebbe sorgere attraverso il ricorso all’anatocismo, semplicemente assicurando nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori, sia creditori. In realtà invece accade che una ammissibilità dell’anatocismo così come ritenuta dall’art. 25, comporterebbe - pur nell’adozione da parte della banca di un tasso di interesse annuo al di sotto del limite soglia così come individuato dalla L. 108/96 – un sicuro superamento dello stesso tasso in forza dell’avvenuta capitalizzazione trimestrale, il cui risultato - quale interesse composto (interessi sugli interessi quattro volte l’anno) - certamente supererebbe il limite consentito, determinando di conseguenza, illecitamente, l’applicazione di interessi usurari.
Anche la Suprema Corte in materia ha precisato che “pur rimanendo nei limiti del tasso-soglia (dell’usura) le conseguenze economiche sono diverse a secondo che sulla somma capitale si applichino gli interessi semplici o composti” (Cassazione, sent. 2374/99) conseguendone nel secondo caso l’eguale vietato superamento.
Ne deriva pertanto che l’art. 25 attraverso l’ammissibilità dell’anatocismo –per i contratti in essere sino alla data della delibera e per quelli successivi se adottato lo strumento di una capitalizzazione intra-annuale alla condizione di una eguale cadenza degli interessi attivi – comporta indirettamente la paradossale conseguenza di consentire l’applicazione di tassi di interesse usurari.
Infine si osserva che l’illegittimo intervento dell’art. 25 d. lgs. 342/99 sull’art. 1283 c.c. e sulla Legge n. 108/96 traspare dall’introduzione stessa del d. lgs. 342/99: tale intervento non è stato autorizzato e la legge e la norma in questione difatti non sono state menzionate.
IL CONTENZIOSO SUL MUTUO BANCARIO