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Timestamp: 2018-02-20 07:49:44+00:00
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Posta elettronica in azienda: illegittimo il controllo indiscriminato del datore - Microell
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Fonte: altalex.com, di Michele Iaselli, 18/10/16
I controlli cd. difensivi diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando comportino la possibilità del controllo a distanza della prestazione lavorativa dei dipendenti, sono soggetti alla disciplina di cui all’art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori in quanto la possibilità di effettuare tali controlli incontra un limite nel diritto alla riservatezza del dipendente, tanto che anche l’esigenza di evitare condotte illecite dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore.
La I sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 24 giugno – 19 settembre 2016, n. 18302 ritorna su un argomento già affrontato diverse volte e cioè la legittimità di controlli effettuati dal datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti alla luce di quanto previsto dall’art. 4 dello Statuto de lavoratori che come noto di recente ha subito alcune modifiche.
Il contenzioso vede contrapposti l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.a ed il Garante per la protezione dei dati personali in quanto quest’ultimo aveva emesso nei confronti dell’Istituto in data 21 luglio 2011 un provvedimento con il quale vietava l’ulteriore trattamento, nelle forme della conservazione e della categorizzazione, dei dati personali dei dipendenti, relativi: alla navigazione Internet, all’utilizzo della posta elettronica ed alle utenze telefoniche chiamate dai lavoratori, con contestuale imposizione dell’obbligo di informare gli utenti del trattamento dei dati personali. Inoltre il garante aveva richiesto l’adozione di misure idonee ad assicurare che fosse resa nota ai dipendenti l’identità degli amministratori di sistema abilitati ad accedere alle banche dati aziendali e che fosse assicurata la completezza del tracciamento di tutti gli accessi effettuati da detti amministratori.
La Corte di Cassazione, conferma in toto la decisione del giudice di I grado e al fine di risolvere in modo corretto la controversia in esame ritiene necessario operare, in materia, un contemperamento tra i diritti del datore di lavoro e, in particolare, alla libera iniziativa economica ed alla protezione dei beni aziendali, con la tutela dei diritto del lavoratore, in primo luogo alla riservatezza. Questo bilanciamento, sostiene la Corte, non è affidato alla valutazione della giurisprudenza, avendo il legislatore provveduto a dettare la disciplina generale della materia, in primo luogo proprio mediante le norme previste dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori. Infatti per comprenderne l’esatta portata, è necessario esaminare, oltre il suo testo letterale, anche la finalità della norma.
In particolare la disposizione di cui all’art. 4, comma 2, in esame collocata nel Titolo I dello Statuto, che prescrive regole per la tutela della libertà e dignità del lavoratore è rivolta ad assicurare al lavoratore che il controllo a distanza, anche solo potenziale, della sua attività lavorativa sia protetto da garanzie, qualunque sia la finalità per la quale il datore di lavoro predispone i controlli. Quando l’attività di vigilanza a distanza, realizzata dal datore di lavoro per qualsiasi finalità, permetta anche la mera “possibilità di controllo dell’attività lavorativa” fornita dal prestatore di lavoro, l’attività non è consentita se non a seguito del positivo esperimento delle procedure di garanzia di cui all’art. 4, comma 2, del medesimo Statuto. Non è possibile ritenere che il datore di lavoro possa liberamente utilizzare impianti e apparecchiature di controllo per qualsiasi finalità (di tutela dei beni aziendali, di accertamento e prevenzione dei comportamenti illeciti dei dipendenti, ecc.), eludendo il positivo esperimento delle procedure previste nell’art. 4, comma 2, in esame, quando derivi anche solo “la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, a prescindere dalle sue intenzioni. Tale, invece, è stato il comportamento dell’Istituto Poligrafico che non ha mai ricercato un accordo con le rappresentanze dei lavoratori al fine di disciplinare i controlli, e neppure ha promosso le procedure suppletive che la legge prevede siano svolte qualora un accordo non sia raggiunto.
E’ vero che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia con riferimento ai controlli difensivi ha concesso delle aperture si veda ad esempio la sentenza n. 4746 del 2002 con la quale la Suprema Corte ha escluso l’applicabilità dell’art. 4 della legge n. 300/70 ai controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore, i c.d. controlli difensivi. Il ragionamento della Corte, in tal senso, era chiaro: “Ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori previsto dall’art. 4 l. n. 300 citata, è necessario che il controllo riguardi (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre devono ritenersi certamente fuori dell’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (cosiddetti controlli difensivi), quali, ad esempio, i sistemi di controllo dell’accesso ad aree riservate, o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate. Ma successivamente con la pronuncia n. 15892 del 2007, la Corte già rivedeva la propria precedente decisione, affermando che i controlli difensivi non possono giustificare l’annullamento di ogni garanzia: “Né l’insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore”.
Come già sostenuto dal Garante nei propri accertamenti, il comportamento del poligrafico viola anche l’art. 8 dello Statuto dei lavoratori il quale prevede che è vietato al datore di lavoro “effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore”. Ed acquisire e conservare dati che contengono (o possono contenere) simili informazioni importa già l’integrazione della condotta vietata, perché si risolve in una indagine non consentita sulle opinioni e condotte del lavoratore, anche se i dati non sono successivamente utilizzati.
Inoltre il Poligrafico provvedeva – non solo alla, di per sè lecita, inibizione dell’accesso dei lavoratori a determinate categorie di siti Internet, ma anche – alla registrazione dei cd. file Log (identificativi di indirizzo Ip, cioè della postazione di lavoro, dell’utenza contattata, della data ed ora dell’accesso o del tentativo di accesso), senza che fossero state espletate le procedure previste dalla legge per lo svolgimento delle attività che comportino anche solo la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori. Ed è irrilevante che i lavoratori fossero stati messi a conoscenza delle modalità di acquisizione dei dati di traffico, conservati per un periodo di tempo prolungato (da sei mesi a un anno).
Con riguardo poi al servizio di posta elettronica il Poligrafico non ha fornito ai lavoratori un’informazione adeguata sulle modalità di trattamento dei dati, in relazione alla conservazione di quelli relativi alle comunicazioni in chiaro, e limitatamente ai lavoratori che avessero deciso di avvalersi del server aziendale per la conservazione dei messaggi di posta elettronica. La Suprema Corte oltre a confermare l’infondatezza delle argomentazioni del ricorrente (che sostiene di aver fornito tutte le informazioni necessarie ai lavoratori senza provarlo) aggiunge che il fatto di aver fornito informazioni ai propri dipendenti non è elemento decisivo per escludere la violazione del disposto di cui all’art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori. Inoltre quand’anche si informino i lavoratori della possibilità di archiviare i messaggi di posta elettronica sul server aziendale oppure sul PC messo a disposizione dall’azienda, questo non comporta che essi siano resi edotti che, scegliendo la prima opzione, i loro messaggi rimarranno, per un periodo di tempo prolungato, accessibili in chiaro dai soggetti abilitati alla consultazione.