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Timestamp: 2020-03-29 03:58:22+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 20642 del 13/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20642 del 13/10/2016
Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 13/10/2016), n.20642
sul ricorso 4515/2015 proposto da:
L.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI PORTA
PINCIANA 4, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO IMBARDELLI,
rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI MONTELLA giusta
L.E., L.R., L.G.,
L.L., LA.AN., considerati domiciliati ex lege in ROMA,
difesi dall’avvocato CARMINE LOMBARDI giusta procura a margine del
avverso la sentenza n. 1243/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
1. L.A. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Benevento, Sezione distaccata di Guardia Sanframondi, L.R., L.G. e M.M.A., chiedendo che fosse riconosciuto il suo diritto di riscatto agrario, in qualità di proprietario confinante, in relazione ad un terreno che L.R. aveva acquistato dagli altri due convenuti.
I convenuti si costituirono in giudizio, eccependo l’incompetenza del Tribunale e chiedendo il rigetto della domanda.
Dichiaratosi incompetente il Tribunale adito, il giudizio fu riassunto davanti alla Sezione specializzata agraria del Tribunale di Benevento, davanti alla quale si costituirono, quali eredi della defunta M.M.A., La.An., E. e L..
Il Tribunale rigettò la domanda, compensando le spese.
2. Appellata la pronuncia in via principale da L.A. e in via incidentale da L.R. e G., la Corte d’appello di Napoli, Sezione specializzata agraria, con sentenza del 2 aprile 2014, ha rigettato l’appello principale, ha dichiarato inammissibile quello incidentale, ha confermato la decisione del Tribunale ed ha compensato le ulteriori spese del grado.
Ha osservato la Corte territoriale che doveva essere confermata la decisione di primo grado nella parte in cui il Tribunale aveva escluso che il fondo oggetto di riscatto fosse libero. Riassumendo il contenuto delle deposizioni testimoniali assunte e ponendone in evidenza le lacune e le contraddizioni, la Corte d’appello ha ricordato che, in materia di riscatto agrario a favore del proprietario confinante, la circostanza che sul fondo non siano insediati affittuari integra una delle condizioni di insorgenza del relativo diritto, la cui prova è a carico del riscattante. Nel caso di specie, poichè l’acquirente L.R. era titolare di un contratto di affitto regolarmente registrato ed era titolare anche di altri fondi limitrofi, l’attore avrebbe dovuto offrire una rigorosa prova negativa al fine di dimostrare la situazione di libertà del fondo in questione. Le testimonianze, invece, non consentivano di escludere che vi fosse un contratto di affitto relativo al fondo riscattato, così come non poteva ritenersi dimostrato che sullo stesso vi fosse una coltivazione esclusiva da parte di l.a. (tale era la tesi dell’attore al fine di escludere che L.R. fosse realmente titolare di un contratto di affitto).
Ha quindi osservato la Corte napoletana che non solo “le prove portate dall’appellante non convincono della libertà del fondo confinante dall’insediamento di coltivatori a diverso titolo”, ma non vi era neppure prova “che il ricorrente fosse in possesso dei necessari requisiti soggettivi per esercitare il diritto di prelazione”, requisiti che, anch’essi, devono essere provati da chi agisce per il riscatto. L.A., infatti, aveva solo dichiarato di essere agrotecnico, soggetto da ritenere non equiparato al coltivatore diretto ai fini dell’esercizio del riscatto. Allo stesso modo, poi, non vi era prova nè della mancata vendita di fondi rustici nel biennio, nè dell’esistenza di una forza lavoro pari a quella richiesta dalla legge.
3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Napoli propone ricorso L.A. con atto affidato a due motivi.
Resistono L.E., L., An., R. e G. con un unico controricorso che è intestato come contenente anche un ricorso incidentale, impugnazione però non realmente formulata.
1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2727 c.c., L. 26 maggio 1965, n. 590, art. 8, L. 14 agosto 1971, n. 817, art. 7, nonchè dei D.Lgs. 18 maggio 2001, n. 228, D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99 e D.Lgs. 27 maggio 2005, n. 101.
Rileva il ricorrente che la sentenza impugnata, nel valutare la sussistenza, quale condizione ostativa all’esercizio del riscatto, dell’insediamento di un affittuario sul fondo, non avrebbe adeguatamente considerato che è necessario che tale affittuario rivesta la qualifica di coltivatore diretto. Nella specie, invece, il contratto, della durata di soli sei anni anzichè quindici, è stato stipulato con L.R. che risiedeva a 300 km di distanza, senza considerare che il fondo era in effetti occupato da l.a.; scorretto sarebbe, quindi, anche l’utilizzo della prova presuntiva da parte della Corte d’appello. La sentenza sarebbe parimenti errata nella parte in cui ha escluso, in capo al ricorrente, la prova della qualifica di coltivatore diretto, che risulterebbe dalle deposizioni testimoniali assunte ed anche dalla più recente normativa in materia agraria, la quale ha equiparato al coltivatore diretto, ai fini del riscatto agrario, gli imprenditori agricoli e le società agricole di persone; senza contare che il ricorrente ricorda di essere agronomo e di avere comunque titolo all’esercizio del riscatto.
Osserva la Corte che esso contiene, in effetti, diverse censure.
1.2. La prima censura contesta la sentenza nella parte in cui ha respinto la domanda di riscatto agrario sulla base della mancanza di una prova certa in ordine all’assenza di affittuari sul fondo compravenduto, circostanza che per legge impedisce l’esercizio del riscatto. A questo proposito, la Corte territoriale ha compiuto due decisive affermazioni, e cioè che (a) la tesi dell’attore secondo la quale il fondo era in realtà lavorato da l.a. (classe (OMISSIS)) non aveva trovato alcun “riscontro obiettivo” e che, viceversa, (b) esisteva un contratto di affitto “regolarmente registrato” in favore di L.R., senza che potesse assumere rilievo, sul punto, il fatto che quest’ultima fosse formalmente residente nel Comune di (OMISSIS).
In relazione a questa parte della censura, il Collegio rileva che – pacifica essendo la giurisprudenza nel senso che è il retraente a dover dimostrare l’esistenza di tutte le condizioni di legge per l’esercizio del riscatto – la doglianza si risolve nell’evidente tentativo di sollecitare il giudice di legittimità ad un nuovo e non consentito esame del merito. Non a caso, infatti, il ricorrente richiama l’errata valutazione da parte della Corte d’appello delle prove testimoniali, un uso non corretto della prova presuntiva e ribadisce, in sostanza, argomentazioni già proposte in sede di appello e disattese dalla Corte napoletana, e cioè che il fondo era lavorato da l.a. (classe (OMISSIS)) e che L.R. non aveva mai esercitato l’attività di coltivatrice diretta.
Questa prima parte delle censure è, quindi, infondata.
1.3. Vi è poi, però, una seconda parte del motivo in esame, che censura la sentenza nella parte in cui ha osservato che non vi era neppure la prova che l’odierno ricorrente “fosse in possesso dei necessari requisiti soggettivi per esercitare il diritto di prelazione di cui alla L. n. 817 del 1971, art. 7, quale coltivatore diretto proprietario di terreno confinante con i fondi venduti”.
A questo riguardo il ricorrente prospetta altre e diverse ragioni di critica alla sentenza, sostenendo, come si è detto, che egli si sarebbe dedicato “direttamente e personalmente alla coltivazione dei propri fondi” e che, comunque, la sua qualifica di agrotecnico consentirebbe di equipararlo all’imprenditore agricolo, con conseguente spettanza del diritto di riscatto.
Osserva questa Corte, però, che anche tale parte del motivo è priva di fondamento. Ed infatti la contestazione circa la presunta prova dell’esistenza della qualifica, in capo al ricorrente, di coltivatore diretto del fondo confinante con quello compravenduto si risolve, anch’essa, in una sollecitazione ad un nuovo esame del merito, giacchè la Corte napoletana ha dato conto delle ragioni per le quali ha ritenuto tale condizione non sussistente.
Quanto, invece, alla censura più strettamente giuridica, il Collegio osserva che si tratta di una doglianza priva di fondamento. Anche tralasciando la confusione dei richiami normativi compiuti dal ricorrente – il quale sembrerebbe quasi ipotizzare che la qualità di agronomo o di agrotecnico (v. p. 14) o anche di imprenditore agricolo sia equiparata a quella di coltivatore diretto ai fini del riscatto – è bene rammentare che questa Corte, con l’ordinanza 15 settembre 2015, n. 18099, ha stabilito che, in tema di retratto agrario, il D.Lgs. n. 228 del 2001, art. 7, si limita a disciplinare l’esercizio della prelazione in caso di concorso tra più proprietari confinanti, individuando, quale criterio preferenziale, la presenza di coltivatori diretti ed imprenditori agricoli a titolo principale di età compresa tra 18 e 40 anni, ma non incide sulle condizioni richieste della L. n. 817 del 1971, art. 7 e della L. n. 590 del 1965, art. 8, per l’insorgere della titolarità del diritto. Il diritto di riscatto, infatti, è riconosciuto solamente a colui che possiede la qualità di coltivatore diretto del fondo limitrofo, da intendersi quale condizione indicativa dell’attività di coltivazione in senso stretto, mentre resta priva di rilievo la mera assunzione della qualità di imprenditore agricolo a titolo principale, atteso il favor normativo per la riunione, nella medesima persona, delle qualità di proprietario e coltivatore, e per il proficuo accorpamento dei fondi, così da evitare un esercizio del diritto prelatizio con finalità meramente speculative (v., sul punto, anche la sentenza 25 marzo 2016, n. 5952, la quale ha escluso la configurabilità di un diritto di prelazione del socio della società semplice affittuaria del fondo rustico, benchè comproprietario del fondo, qualora l’attività agricola sia riferibile alla società quale autonomo centro giuridico di imputazione).
Questa giurisprudenza, alla quale la pronuncia odierna intende dare continuità, è in linea, del resto, con il consolidato orientamento che interpreta le disposizioni in tema di prelazione e riscatto agrario in senso restrittivo, trattandosi di diritto funzionale alla diretta coltivazione della terra (v. la sentenza 10 luglio 2014, n. 15766).
Del tutto fuor di luogo è, infine, il richiamo alla L. n. 203 del 1982, art. 7, che riguarda ipotesi affatto diverse.
1.4. Il primo motivo di ricorso, pertanto, integralmente da respingere.
2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 112 e 115 c.p.c., in ordine al requisito della mancata contestazione.
Osserva il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe trascurato l’operatività anche nei giudizi di riscatto agrario del principio di non contestazione; erroneamente, quindi, la sentenza ha fatto riferimento alla mancata dimostrazione della titolarità dei requisiti di legge in capo al ricorrente, perchè nella specie le controparti non hanno contestato, neppure genericamente e in via meramente assertiva, la sussistenza di tali requisiti, che dovevano perciò essere considerati come non più in discussione.
2.1. L’esame di questo motivo rimane assorbito dal rigetto del precedente. Poichè, infatti, per poter esercitare il riscatto agrario è necessario che sia data la prova dell’esistenza di tutte le condizioni di legge, l’accertata mancanza di alcune di queste rende irrilevante l’ipotetica presenza delle altre.
Rileva il Collegio che ai fini della liquidazione si tiene conto del fatto che il controricorso è tardivo; a fronte, infatti, della notifica del ricorso avvenuta in data 3 febbraio 2015, il controricorso è stato notificato in data 19 marzo 2015, cioè oltre il termine di cui all’art. 370 c.p.c.; tuttavia i controricorrenti hanno ugualmente preso parte all’udienza pubblica davanti a questa Corte.
Nonostante la causa sia stata trattata, erroneamente, davanti alla Sezione specializzata agraria, essa non ha natura agraria. Sussistono pertanto le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.
Depositato in Cancelleria il 13 ottobre