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Timestamp: 2017-02-24 21:39:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 24', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 22', 'art. 12', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 22', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 15', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 99']

Professionisti Pubblicato il 20 gennaio 2016 Articolo di Edizioni Simone Professionisti Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici L’AUTORE: Edizioni Simone
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Pensione di anzianità, trattamenti di inabilità e invalidità, pensione superstiti: regole, calcolo e requisiti.
Fino all’emanazione della riforma Dini (L. 335/1995), per la generalità dei lavoratori, il calcolo del trattamento pensionistico avveniva in base al sistema retributivo, che tiene conto essenzialmente della media delle ultime retribuzioni percepite dall’assicurato in costanza del rapporto di lavoro (cd. pensione retributiva).
In particolare, il calcolo della pensione avviene moltiplicando la retribuzione annua pensionabile (ottenuta come media delle retribuzioni percepite in un certo numero di anni antecedente la data di decorrenza della pensione) per l’aliquota di rendimento e per l’anzianità contributiva (quest’ultima è pari al numero di settimane coperte da contributi, fino ad un massimo di 40 anni).
Nel sistema di calcolo retributivo, la retribuzione pensionabile e le aliquote di rendimento per il settore del pubblico impiego differiscono rispetto agli stessi parametri nel settore privato.
La riforma Dini ha modificato il sistema di calcolo dei trattamenti pensionistici ed ha introdotto il sistema contributivo, in cui l’importo della pensione è determinato in base alla media dei contributi versati in tutta la vita lavorativa (cd. pensione contributiva).
In particolare, nel sistema di calcolo contributivo, l’importo della pensione si determina moltiplicando il montante individuale (dato dalla somma rivalutata di tutti i contributi accantonati per ogni anno di lavoro fino alla data della pensione) per il coefficiente di trasformazione relativo all’età dell’assicurato al momento del pensionamento.
I parametri di tale sistema di calcolo sono omogenei nel settore pubblico e privato.
L’entrata in vigore della riforma Dini non ha comportato, però, l’automatico passaggio di tutti gli assicurati al nuovo sistema di calcolo contributivo, più penalizzante rispetto al precedente sistema retributivo, poiché si è inteso salvaguardare coloro che avessero già versato un certo numero di contributi in tale sistema.
Pertanto è stato adottato il seguente criterio:
1) applicazione integrale del sistema contributivo a tutti i lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi, privi pertanto di contributi versati anteriormente a tale data. La pensione per tali lavoratori è calcolata esclusivamente con il metodo di calcolo contributivo (art. 1, comma 6, L. 335/1995);
2) applicazione del sistema di calcolo misto, anche detto in pro rata, ai lavoratori che, al 31-12-1995, avevano già contributi versati, ma in misura inferiore a 18 anni. Per tali lavoratori la pensione è determinata sommando due quote di anzianità contributiva, quella maturata fino al 31-12-1995, calcolata secondo il sistema retributivo, e quella maturata successivamente e fino alla data della pensione, calcolata secondo il sistema contributivo;
3) applicazione del sistema di calcolo retributivo ai lavoratori in possesso al 31-12-1995 di almeno 18 anni di contributi.
Pertanto, anche all’indomani della riforma Dini, hanno continuato a coesistere entrambi i sistemi di calcolo, quello retributivo e quello contributivo.
Sennonché dal 1°-1-2012 la situazione è radicalmente mutata. Il cd. Decreto Salva Italia ha, infatti, disposto, con effetto da tale data, il passaggio di tutti gli assicurati al sistema di calcolo contributivo (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).
L’innovazione riguarda, quindi, i lavoratori di cui al n. 3, cioè coloro che, all’epoca della riforma Dini, avevano potuto conservare il sistema di calcolo esclusivamente retributivo.
A tali lavoratori il sistema di calcolo contributivo si applica con il metodo pro rata, in quanto riguarda soltanto i contributi versati dal 1°-1-2012 e fino alla fine della vita lavorativa.
La pensione è determinata in base a due quote (art. 1, comma 12, L. 335/1995):
— una quota corrispondente ai contributi maturati fino al 31-12-2011, calcolata secondo il sistema retributivo;
— una quota corrispondente ai contributi maturati successivamente al 31-12-2011 e fino alla data del pensionamento, calcolata secondo il sistema contributivo.
Qualora dall’applicazione del metodo pro rata dovesse risultare un importo superiore a quello che sarebbe derivato dal solo metodo retributivo, la pensione viene calcolata con il metodo che determina l’importo più basso (art. 1, commi 707-709, L. 190/2014 e circ. INPS 154/2015).
È possibile, comunque, esercitare un’opzione a che il calcolo della pensione avvenga interamente con il sistema contributivo (che viene così applicato anche ai contributi maturati fino al 31-12-2011).
I requisiti di accesso alle prestazioni pensionistiche
A) La riforma del cd. decreto Salva Italia e la tipologia di prestazioni
Il cd. decreto Salva Italia ha operato una totale riforma dell’assetto pensionistico vigente. In primo luogo, per la generalità dei lavoratori, sia del settore privato che di quello pubblico, dal 1°-1-2012, le precedenti pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità sono sostituite da due tipi di prestazioni: la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata.
Al contempo sono introdotti nuovi requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso a tali prestazioni (v. succ. lett. C e D).
Tali innovazioni si applicano a tutti i lavoratori che andranno in pensione, dopo il 1°-1-2012, con il sistema contributivo o con il sistema contributivo pro rata.
Sono esclusi i lavoratori che hanno maturato entro il 31-12-2011 i requisiti di età e di contribuzione in base alle precedenti regole. In pratica tali lavoratori conseguiranno, anche dopo il 1°-1-2012, le vecchie prestazioni di vecchiaia e di anzianità sulla base dei requisiti, antecedenti la riforma del cd. decreto Salva Italia (art. 24, comma 3, D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 2, comma 4, D.L. 101/2013, conv. in L. 125/2013.
Sono esclusi anche i lavoratori che rientrano nei criteri dei cd. pensionamenti in deroga adottati dalle P.A. in relazione alle situazioni di soprannumero (art. 2, comma 11, D.L. 95/2012, conv. in L. 135/2012, modif. dall’art. 2, comma 1, D.L. 101/2013, conv. in L. 125/2013). Si tratta, in particolare, dei lavoratori a cui, sulla base dei previgenti requisiti anagrafici e contributivi, spetta, entro il 31-12-2016, la decorrenza del trattamento pensionistico.
Si viene a realizzare in effetti una forma di prepensionamento, giacché si permette al dipendente di accedere alla pensione con requisiti più bassi di quelli previsti in via generale. Il prepensionamento è, comunque, ammesso entro limiti stringenti ed è rigorosamente finalizzato a gestire le conseguenze di eccedenze di personale conseguenti alla riduzione delle dotazioni organiche o a pari di ristrutturazione per ragioni funzionali o finanziarie.
B) Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita e l’età pensionabile nel 2021
I nuovi requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione di vecchiaia e il requisito contributivo per l’accesso alla pensione anticipata devono tener conto, sia per i lavoratori del settore privato sia per i lavoratori del settore pubblico, del meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile, entratoin vigore il 1°-1-2013.
Il meccanismo in questione è stato introdotto dalla manovra 2009 (art. 22ter, comma 2, D.L. 78/2009, conv. in L. 102/2009) ed è stato, poi, significativamente modificato, dapprima, dalla manovra economica 2010 (art. 12, comma 12bis, D.L. 78/2010, conv. in L. 122/2010) e, poi, dalla manovra economica 2011 (art. 18, comma 4, D.L. 98/2011, conv. in L. 111/2011). Il meccanismo sarebbe dovuto entrare in vigore nel 2015, ma è stato poi anticipato al 2013 (art. 18, comma 4, D.L. 98/2011, conv. in L. 111/2011).
L’adeguamento è basato sugli incrementi della speranza di vita, relativi alla media della popolazione residente in Italia, secondo le rilevazioni effettuate dall’ISTAT. La revisione è inizialmente triennale, ma, per effetto del cd. decreto Salva Italia, successivamente all’adeguamento effettuato nel 2019, l’aggiornamento dei requisiti avverrà ogni biennio (art. 24, comma 13, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011). Il primo aumento è stato di 3 mesi (D.M. 6-12-2011) ed è stato applicato dal 1°-1-2013. Il secondo aumento è di 4 mesi ed è applicato a decorrere dal 1°-1-2016 (D.M. 16-12-2014 e circ. INPS 63/2015).
Inoltre si prevede che, in ogni caso, dal 2021, l’età pensionabile è rideterminata, per la generalità dei lavoratori sia del settore privato che pubblico, in almeno 67 anni di età (art. 24, comma 9, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011).
C) I requisiti per la pensione di vecchiaia
Per i lavoratori e le lavoratrici del settore pubblico, il diritto alla pensione di vecchiaia da liquidarsi, nel sistema contributivo o in pro rata, a partire dal 1°-1-2012, si consegue sulla base dei seguenti requisiti (art. 24, commi 6 e 7, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011):
— cessazione del rapporto di lavoro;
— aver maturato un’anzianità contributiva minima pari a 20 anni, anche non continuativi), pari cioè ad almeno 1.040 contributi settimanali;
— compimento dell’età pensionabile, fissata, sia per gli uomini che per le donne, a 66 anni dal 1°-1-2012 e a 66 anni e 3 mesi dal 1°-1-2013 e fino al 31-12-2015 (nel 2013 è scattato il primo aumento all’incremento alla speranza di vita); tra il 2016 e il 2018 l’età pensionabile, per uomini e donne, è pari a 66 anni e 7 mesi (per effetto del secondo adeguamento di 4 mesi alla speranza di vita); dal 2019 l’età pensionabile potrà ulteriormente aumentare fino ad essere elevata, in ogni caso, a 67 anni nel 2021.
Inoltre, per i lavoratori cui si applica esclusivamente il sistema di calcolo contributivo (lavoratori privi di contributi anteriormente al 1°-1-1996), è previsto un altro requisito: la pensione spettante non deve risultare inferiore ad un determinato importo minimo (pari a 1,5 volte l’assegno sociale).
Va evidenziato che il cd. decreto Salva Italia prevede una forma di incentivazione al proseguimento dell’attività lavorativa anche oltre il raggiungimento dell’età pensionabile e fino all’età di 70 anni. Poiché, comunque, il provvedimento fa salvi gli eventuali limiti massimi di età previsti dagli ordinamenti dei settori di appartenenza, detta disposizione non si applica al settore pubblico.
Il processo di equiparazione dell’età pensionabile tra lavoratori e lavoratrici
Il nostro sistema pensionistico, prima delle ultime riforme, prevedeva una netta differenziazione tra uomini e donne rispetto all’età pensionabile. Essa, prima della cd. riforma Amato (D.Lgs. 503/1992), era pari a 55 anni per le donne e a 60 anni per gli uomini, poi fu portata da tale riforma rispettivamente a 60 e 65 anni. Con la riforma Dini (L. 335/1995) si ebbe un’inversione di tendenza poiché si stabiliva un’età pensionabile indifferenziata a partire dai 57 anni per entrambi i sessi.
Con le successive riforme pensionistiche, però, tale impostazione è stata modificata, introducendo, anche nell’ambito del sistema contributivo, la medesima distinzione tra uomini e donne del sistema retributivo: l’età ordinaria per il diritto a pensione veniva fissata a 60 anni per le donne e a 65 anni per gli uomini (L. 243/2004 e L. 247/2007).
In tempi più recenti, il processo di equiparazione dell’età pensionabile delle lavoratrici all’età pensionabile stabilita per gli uomini è ripreso proprio a partire dal settore pubblico.
Infatti il requisito anagrafico per le lavoratrici del settore pubblico è stato elevato a 61 anni dal 2010 e poi portato a 66 anni, come per gli uomini, dal 2012 (D.L. 78/2010 conv. in L. 122/2010). L’impulso è stato fornito dalla Corte di Giustizia europea (sent. 13-11-2008, causa C-46/07) che ha ritenuto discriminatoria la differenziazione di età pensionabile esistente tra i lavoratori dei due sessi in virtù del principio della parità di retribuzione e del nesso esistente, nel settore pubblico, tra pensione di vecchiaia e retribuzione.
L’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel settore privato avverrà più gradualmente invece, completandosi soltanto nel 2018. Pertanto, attualmente, sussiste una differenza tra le lavoratrici del settore pubblico e le lavoratrici del settore privato: le prime vanno in pensione ad un’età più elevata (la stessa di quella degli uomini) rispetto alle seconde (a cui si applica un’età pensionabile inferiore rispetto a quella degli uomini). Nel 2016 le lavoratrici del settore privato vanno in pensione a 65 anni e 7 mesi, quelle del settore pubblico a 66 anni e 7 mesi.
D) I requisiti per la pensione anticipata
I lavoratori del settore pubblico, così come quelli del settore privato, possono accedere al pensionamento ad un’età inferiore a quella fissata per l’ordinaria pensione di vecchiaia. È prevista, infatti, l’erogazione della cd. pensione anticipata alle seguenti condizioni (alternative):
1. unicamente in base al requisito contributivo. In pratica, il possesso di un rilevante numero di contributi versati (superiore a 40 anni) permette di andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica del lavoratore, cioè a qualsiasi età. Tenuto conto del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita (il primo aumento di 3 mesi è scattato nel 2013, il secondo di 4 mesi decorre dal 2016), la contribuzione necessaria per la cd. pensione anticipata è la seguente (art. 24, comma 10, D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011):
— dal 1°-1-2014 al 31-12-2015, devono risultare accreditati 42 anni e 6 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 6 mesi di contributi per le donne;
— dal 1°-1-2016 al 31-12-2018 devono risultare accreditati 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
Dal 1°-1-2019 vi potrà essere un nuovo incremento dell’anzianità contributiva, determinato dall’adeguamento alla speranza di vita.
Al fine di disincentivare il pensionamento anticipato, è prevista una riduzione dei trattamenti percepiti (per la quota di trattamento calcolata con il meccanismo retributivo, relativa ai contributi maturati prima del 1°-1-2012). La riduzione è effettuata se l’età del pensionato è inferiore a 62 anni. Fino al 2017 il meccanismo è comunque sospeso.
La riduzione è pari all’1% dell’importo annuo della pensione, per i primi due anni di anticipo rispetto all’età di 62 anni (cioè se si va in pensione a 61 o a 60 anni), al 2% per ogni ulteriore anno di anticipo (se si va in pensione a 58 anni, la riduzione è pari complessivamente al 6%) (circ. INPS 35/2012).
Dalla riduzione sono esclusi i soggetti che maturano l’anzianità contributiva entro il 31-12-2017 (art. 6, comma 2quater, D.L. 216/2011, conv. in L. 14/2012 e art. 1, comma 113, L. 190/2014);
2. abbinamento del requisito contributivo con un’età minima. Tale opzione, attuabile solo dai lavoratori assunti per la prima volta dal 1°-1-1996 in poi (privi di contribuzione prima di tale data), richiede il possesso di 20 anni di contributi (quindi meno dei contributi necessari in base al prec. punto 1), in combinazione con un’età minima, nel periodo 2013-2015, di 63 anni e 3 mesi (nel 2013 è scattato il primo adeguamento alla speranza di vita) e, nel 2016-2018, di 63 anni e 7 mesi (nel 2016 scatta il secondo adeguamento) (circ. INPS 35/2012 e 63/2015).
Ulteriore requisito necessario è che la pensione spettante non sia inferiore ad un determinato importo (pari a 2,8 volte l’assegno sociale), soggetto a rivalutazione annuale.
Che cos’è la pensione di anzianità?
La cd. pensione di anzianità consiste in un trattamento pensionistico percepito anticipatamente rispetto alla normale età pensionabile. È stata introdotta, per la prima volta, dalla L. 153/1969 (art. 22) che prevedeva, a favore dei lavoratori dipendenti, la possibilità di andare in pensione a condizione di aver maturato un’anzianità assicurativa e contributiva di almeno 35 anni. In pratica l’accesso al pensionamento era subordinato soltanto al possesso di un certo numero di contributi ed era del tutto svincolato dalla sussistenza di un requisito anagrafico, da cui la denominazione di «pensione di anzianità» (solo anzianità contributiva e non anche anagrafica, come nella pensione di vecchiaia).
Il legislatore ha tentato, ad un certo punto, di correggere le distorsioni causate dall’esistenza della pensione di anzianità — peculiare del nostro Paese e, a giusta ragione, additata come la più grave falla del nostro sistema previdenziale — abbinando al requisito contributivo anche quello anagrafico.
In tal modo, il lavoratore doveva proseguire nello svolgimento dell’attività lavorativa, con il duplice effetto del versamento di ulteriori contributi previdenziali e, soprattutto, della ritardata erogazione della prestazione (PERSIANI). La possibilità di andare in pensione sulla base della sola anzianità contributiva posseduta, indipendentemente dall’età del lavoratore, era mantenuta, ma la contribuzione necessaria era elevata a 40 anni.
La soppressione del sistema delle decorrenze
Fino alla riforma attuata con il cd. decreto Salva Italia (D.L. 201/2011, conv. in L. 214/2011), per il diritto al trattamento pensionistico, non era sufficiente aver maturato i requisiti contributivi ed anagrafici previsti. La pensione, infatti, decorreva solo a partire dalla data stabilita dalla legge, usualmente denominata finestra di uscita.
Il valore delle decorrenze o finestre era quello di termini iniziali a partire dai quali il soggetto, maturati i requisiti previsti per l’accesso al trattamento pensionistico, avrebbe potuto effettivamente percepire la pensione. Una volta maturati i requisiti anagrafici e contributivi per la pensione, per la concreta erogazione del trattamento, si doveva attendere la data fissata dalla legge (cd. apertura della finestra).
Sennonché, la riforma attuata con il cd. decreto Salva Italia ha determinato la definitiva soppressione del sistema delle decorrenze.
In effetti, nei nuovi e più elevati livelli di età per il diritto a pensione, introdotti dal decreto in questione, è stata inglobata la posticipazione implicita nel rinvio del trattamento pensionistico derivante dal sistema delle decorrenze.
Pertanto, nella generalità dei casi, per le pensioni di vecchiaia e per le pensioni anticipate da liquidarsi in base ai nuovi requisiti anagrafici e contributivi a decorrere dal 1°-12-2012, la pensione è erogata contestualmente alla maturazione dei requisiti, senza più alcun tipo di dilazione.
Che funzione svolgeva il cd. sistema delle finestre?
L’obiettivo iniziale del sistema delle decorrenze era quello di permettere un’erogazione a scaglioni dei trattamenti pensionistici in ciascun anno. Tale funzione si è progressivamente snaturata, anche a causa delle sempre più pressanti esigenze di contenimento della spesa previdenziale, ed il sistema è andato svolgendo la funzione di un mero allungamento dei tempi di pensionamento. Infatti, il lavoratore, pur avendo raggiunto l’età pensionabile, avrebbe dovuto continuare a lavorare fino alla data di effettiva erogazione della pensione, spostata, riforma dopo riforma, sempre più in avanti rispetto al momento di maturazione dei requisiti.
I trattamenti di inabilità e invalidità
L’ordinamento giuridico riconosce una specifica tutela ai soggetti colpiti da eventi morbosi che determinano una riduzione della capacità lavorativa, che può essere totale o soltanto parziale.
Con riferimento ad eventi causati da rischi comuni (e quindi non professionali), tale tutela, per i dipendenti pubblici, è basata su un sistema di tipo assicurativo che, pur essendo armonizzato alle regole vigenti nel settore privato (L. 222/1984), conserva ancora alcuni elementi di specialità.
La suddetta armonizzazione, infatti, opera soltanto con riferimento all’inabilità, da intendersi come assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa, a causa di infermità o difetto fisico o mentale (artt. 1 e 8 L. 222/1984).
Dal 1996 il trattamento spettante, identico a quello del settore privato, consiste nella pensione di inabilità. Presupposti sono che l’inabilità non dipenda da cause di servizio ed il possesso di una certa contribuzione, pari ad almeno 5 anni di contributi, di cui almeno 3 versati nel quinquennio immediatamente precedente la domanda di pensione (art. 2, comma 12, L. 335/1995).
La pensione di inabilità è calcolata in misura pari a quella che sarebbe spettata all’atto del compimento dei limiti di età previsti per il collocamento a riposo, nei limiti di un’anzianità utile massima di 40 anni e della misura massima del trattamento che non può superare l’80% della base pensionabile.
La menomazione parziale della capacità lavorativa, cioè l’invalidità, invece, ha conservato una differenziazione tra il regime previdenziale pubblico e quello generale per i lavoratori del settore privato. In ambito pubblico, infatti, l’invalidità non incide sul rapporto lavorativo e quindi non determina la necessità dell’erogazione di una prestazione pensionistica, come avviene nel settore privato ove è erogato, in caso di invalidità (capacità lavorativa ridotta a meno di un terzo), l’assegno ordinario di invalidità, sul presupposto di un determinato requisito assicurativo e contributivo (almeno 5 anni di contribuzione, di cui almeno 3 nel quinquennio che precede la domanda).
In merito, per quanto concerne i pubblici dipendenti, si ricorda però il D.P.R. 171/2011 che ha disciplinato la risoluzione del rapporto di lavoro e i conseguenti effetti economici in caso di permanente inidoneità psicofisica al servizio.
Per quanto concerne, invece, l’inabilità e l’invalidità dipendente non da rischi comuni, ma da causa di servizio, spetta al lavoratore assicurato nel regime dei pubblici dipendenti (ex INPDAP) un trattamento vitalizio di natura economica, denominato pensione diretta di privilegio, non subordinato alla durata del servizio prestato né ad alcun requisito contributivo.
Per causa di servizio si intende un danno fisico subito o una malattia contratta per cause o condizioni insite nel tipo di lavoro prestato.
Ai familiari del lavoratore deceduto, assicurato o già pensionato, spetta iure proprio, cioè come diritto autonomo, un particolare trattamento, denominato pensione ai superstiti.
Le pensioni ai superstiti sono pari ad una percentuale della pensione già percepita dal defunto o, se trattasi di lavoratore non ancora pensionato, di quella che gli sarebbe spettata in caso di pensionamento
Si distingue, infatti, tra pensione di reversibilità, spettante ai familiari superstiti del lavoratore già pensionato, e pensione indiretta, spettante ai familiari superstiti del lavoratore non pensionato per il quale, al momento del decesso, sussistano i requisiti di assicurazione e di contribuzione per la pensione di inabilità o di vecchiaia.
La L. 335/1995 (art. 1, comma 41), nell’operare l’armonizzazione tra i diversi regimi assicurativi, ha disposto l’applicazione della disciplina del trattamento di reversibilità in essere nell’ambito dell’Assicurazione generale obbligatoria (AGO) dell’INPS anche al settore pubblico.
Ancor prima, in attesa della suddetta armonizzazione, era stata disposta la reversibilità in base alle aliquote (percentuale del trattamento goduto o spettante al dante causa) in vigore nel regime generale (art. 15 L. 724/1994).
I familiari aventi titolo alla pensione come superstiti sono: il coniuge; i figli minori legittimi, legittimati, adottivi, naturali, riconosciuti legalmente o giudizialmente, che alla data della morte del genitore non abbiano ancora compiuto 18 anni; i figli inabili al lavoro a carico del genitore al momento della morte, indipendentemente dalla loro età; i nipoti minori e conviventi a carico degli ascendenti, i genitori ultrasessantacinquenni o inabili che non siano titolari di pensione e che, alla data del decesso, risultino a carico del pensionato o dell’assicurato; i fratelli e le sorelle, non coniugati, inabili al lavoro, che non siano titolari di pensione e che, alla data del decesso, risultino a carico del pensionato o dell’assicurato.
Sui trattamenti ai superstiti e di reversibilità, liquidati a decorre dal 1°-1-2012, si applica una riduzione dell’aliquota percentuale rispetto alla disciplina generale. La penalizzazione, divenuta nota come «norma antibadante», (art. 18, comma 5, D.L. 98/2011, conv. in L. 111/2011) e si applica in presenza dei seguenti presupposti:
— il matrimonio con il dante causa (cioè il soggetto deceduto) sia stato contratto ad un’età del medesimo superiore a 70 anni;
— la differenza di età tra i coniugi sia superiore a 20 anni;
— il matrimonio sia stato contratto per un periodo di tempo inferiore ai 10 anni.
In tal caso l’aliquota di reversibilità è ridotta del 10% in ragione di ogni anno di matrimonio con il dante causa mancante rispetto al numero di dieci. La riduzione non si applica nei casi di presenza di figli di minore età, studenti, ovvero inabili.
Che si intende per «conglobamento dell’indennità integrativa speciale»?
L’armonizzazione operata dalla L. 335/1995 (art. 1, comma 41), tra il regime previdenziale dei pubblici dipendenti e quello del settore privato, ha riguardato anche i criteri di determinazione del trattamento di reversibilità, determinando una notevole modifica rispetto al regime previgente (sul punto, si è pronunciata da ultimo, rigettando la questione di illegittimità, la Corte cost. con sent. 1/2011).
Infatti, dalla data di entrata in vigore della L. 335/1995 (cioè dal 17-8-1995), la pensione di reversibilità è stata liquidata ai pubblici dipendenti con il conglobamento dell’indennità integrativa speciale, in virtù del principio di omnicomprensività della retribuzione pensionabile, esistente nel regime generale. Precedentemente, invece, in base alle regole speciali applicabili ai trattamenti pensionistici dei pubblici dipendenti, la pensione era calcolata su una determinata base pensionabile; alla pensione si aggiungeva poi l’indennità integrativa speciale che era considerata un «elemento accessorio del trattamento pensionistico» (art. 99, D.P.R. 1092/1973).
Di conseguenza, mentre nel sistema originario, alla pensione di reversibilità spettante, ad esempio, al coniuge superstite, costituita da una percentuale del trattamento diretto goduto dal pensionato, si aggiungeva in misura piena la suddetta indennità, attualmente, per effetto dell’armonizzazione, la quota di reversibilità liquidata al coniuge superstite include già tutti gli elementi retributivi e quindi anche l’indennità integrativa speciale, che viene pertanto liquidata anch’essa in misura percentuale (e non piena come in passato).
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