Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-26197-del-19-12-2016
Timestamp: 2020-06-01 17:12:21+00:00
Document Index: 3180986

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Sentenza Cassazione Civile n. 26197 del 19/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26197 del 19/12/2016
Cassazione civile, sez. I, 19/12/2016, (ud. 08/11/2016, dep.19/12/2016), n. 26197
M.M. e L.G., rappr. e dif. dall’avv. Pier Mauro
Stombelli, elett.dom. presso lo studio dell’avv. Linda Maria Di
Rico, in Roma, viale Giulio Cesare n. 59, come da procura in calce
all’atto;
Fallimento (OMISSIS) s.r.l., in persona del curatore fall. p.t.,
rappr. e dif. dall’avv. Bruno Giampaoli, elett. dom. in Brescia, via
Sostegno n. 80, come da procura a margine dell’atto;
– ricorrente incidentale e controricorrente –
MA.An.;
per la cassazione della sentenza App. Brescia 8.1.2015, n. 27/2015,
R.G. n. 79/2013;
giorno 8 novembre 2016 dal Consigliere relatore dott. Massimo Ferro;
uditi gli avvocati Linda De Rico per i ricorrenti;
SORRENTINO Federico, che ha concluso per il rigetto del ricorso
principale, l’inammissibilità o in subordine il rigetto
M.M. e L.G. impugnano (con notifica iniziata il 1 luglio 2015) la sentenza della Corte d’appello di Brescia del 8 gennaio 2015 che aveva accolto solo in parte il proprio appello contro la sentenza del Tribunale di Brescia 4 dicembre 2012 dichiarativa della loro responsabilità all’esito del giudizio promosso da Fallimento (OMISSIS) s.r.l., parimenti impugnante ma con adempimento notificatorio iniziato il 2 luglio 2015.
La corte d’appello, all’esito di un giudizio promosso dal curatore fallimentare L. Fall., ex art. 146 altresì verso Ma.An., nel presupposto che i tre – amministratori dal 5 luglio 2001 al 8 luglio 2004 – erano responsabili dell’aggravio del dissesto in cui si trovava la società dal 31 dicembre 2003, avendo essa a quella data perduto il capitale sociale e ciononostante continuato l’attività con due operazioni irragionevoli, ridusse l’entità del danno già riconosciuto dal primo giudice in 500 mila Euro. L’entità della condanna venne perciò rifissata in Euro 37.000, misura posta in solido a carico di L. e M., nonchè in 331.000 Euro a carico del solo M., risultando per il resto Ma. contumace nel grado. Precisò la corte che il patrimonio netto era negativo poichè: a) l’iscrizione delle perdite su crediti era da farsi sul bilancio chiuso al 31.12.2003, benchè contabilizzate al 1.1.2004, dando tale circostanza anche temporale piena prova della loro conoscenza in capo agli amministratori; b) avevano violato l’obbligo di diligenza gli amministratori ove non avevano appostato in apposito fondo rischi il debito IVA, indebitamente detratta per 161.456 Euro su fatture false, per il quale passivo la società aveva presentato domanda di condono ma con incompleta redazione ed errori.
Quanto alla liquidazione del danno, ravvisata la necessità di (OMISSIS) di mettersi in liquidazione, la corte ritenne erronea la commisurazione del pregiudizio quale meramente pari alla differenza tra passivo contabile al 31.12.2003 e passivo accertato nel fallimento, dovendo invece computarsi il solo danno conseguente alla condotta gestoria successiva alla causa di scioglimento ed orientata non alla conservazione del patrimonio sociale ma all’assunzione indebita di un nuovo rischio d’impresa. In questo senso, avendo riguardo a due operazioni ingiustificate con impegni immobiliari assunti in contratti preliminari e alla data di provata cessazione del mandato, erano ascrivibili a L. e M. il versamento della caparra di 37.000 Euro per una prima operazione (assunta a prezzo finale che sarebbe risultato superiore di 108.000 Euro al valore di mercato) e al solo M. il prezzo di 331.000 Euro versati per sostituirsi ad una terza società, già promittente l’acquisto di un altro immobile.
Il ricorso principale è su due motivi comuni alle parti ed un terzo della sola L.. Ad esso resiste con controricorso la procedura fallimentare, che a sua volta ha proposto ricorso incidentale su otto motivi.
Con il primo motivo i ricorrenti in via principale deducono la violazione di legge, quanto all’art. 2423bis c.c., comma 1, n. 4, la violazione del principio contabile n. 29 OIC, il vizio di motivazione e la nullità della sentenza per omessa motivazione, avendo erroneamente la corte d’appello omesso di dar conto delle perdite su crediti quali verificate nel 2003 e con cognizione assunta in capo agli amministratori prima della approvazione del bilancio di quell’esercizio.
Con il secondo motivo, si deducono la violazione di legge, quanto alla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 9 agli artt. 2730 e 2697 c.c., nonchè della L. n. 212 del 2000, art. 9 la omessa motivazione, avendo trascurato la corte d’appello che con l’adesione al condono tombale sulle false fatture, la società si era cautelata da accertamenti tributari, dunque più non esistendo un debito IVA (per l’importo illecitamente detratto) da iscrivere al passivo, a nulla rilevando eventuali scostamenti nelle dichiarazioni reddituali rispetto agli studi di settore ovvero errori di compilazione, comunque versandosi in tema di onere della prova a carico della curatela, depositaria delle scritture.
Con il terzo motivo la sola ricorrente L. contesta la corretta applicazione dell’art. 91 c.p.c. in punto di spese, stante la condanna in solido con il M. ed invece la sua responsabilità per fattispecie più limitata.
Con il primo motivo il ricorrente in via incidentale deduce la violazione di legge, quanto all’art. 132 c.p.c., n. 4, essendosi risolta la decisione in una motivazione incoerente e contraddittoria, non avendo chiarito la corte se il danno sia stato valutato in ragione delle poste finanziarie o di quelle patrimoniali dell’impresa, quali incise dalla condotta posteriore alla causa di scioglimento.
Con il secondo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione, avendo la corte d’appello omesso di esaminare l’aggravamento dell’insolvenza, in punto di differenza patrimoniale, nel periodo di prosecuzione della normale attività gestoria dopo lo scioglimento della società.
Con il temo motivo il ricorrente fa valere la violazione di legge, quanto all’art. 2697 c.c. in tema di onere della prova del danno risarcibile, essendo erronea la sentenza ove ha posto a carico del fallimento la dimostrazione del fatto negativo dell’assenza di fatti interruttivi del nesso causale tra prosecuzione dell’attività e aggravamento del dissesto.
Con il quarto motivo il ricorrente deduce la violazione di legge dell’art. 1226 c.c., non essendo ricorsa la corte d’appello, nonostante la difficoltà di determinazione dell’entità del danno, alla sua liquidazione equitativa.
Con il quinto motivo il ricorrente deduce la violazione di legge, quanto agli artt. 2476 e 1223 c.c., avendo erroneamente la corte d’appello imputato alla L. solo il danno da caparra ingiustificata, cioè 37.000 Euro, nonostante tale pagamento si riferisse ad immobile oggetto di preliminare, poi eseguito, per cifra superiore di 108.000 Euro al suo valore reale, così omettendo di affermarne l’intera responsabilità per l’atto genetico del pregiudizio, sol perchè il definitivo venne concluso a mandato amministrativo esaurito. Con il sesto motivo il ricorrente deduce la violazione di legge, quanto all’art. 2475 c.c., comma 2, art. 2383 c.c. per aver la sentenza circoscritto gli atti di responsabilità della L. sino alla cessazione dalla carica, fissata a non oltre il 21.9.2004, mentre il limite doveva collocarsi al 20.12.2004, data di opponibilità ai terzi per l’iscrizione al registro delle imprese.
Con il settimo motivo il ricorrente deduce la violazione di legge, avendo erroneamente la corte d’appello omesso di rivalutare il debito di valore, qual è indubbiamente il credito del fallimento per risarcimento danni.
Con l’ottavo motivo il ricorrente deduce l’erroneità della sentenza che ha computato gli interessi in condanna dalla sentenza di primo grado al saldo e non invece dalla citazione introduttiva di primo grado.
Rileva in primo luogo il Collegio la necessità di procedere alla trattazione unitaria dei ricorsi, proposti avverso la medesima sentenza, con assegnazione della qualità di principale a quello di M. e L., per il quale gli adempimenti di notificazione sono iniziati un giorno prima (il 1 luglio 2015) rispetto alla analoga attività dell’impugnante Fallimento, da considerare ricorrente in via incidentale.
1. Il primo motivo del ricorso principale è inammissibile, apparendo l’impugnazione, già non rispettando il principio della necessaria specificità delle censure (nella specie in modo generico cumulate alla stregua di almeno tre vizi all’altezza dell’art. 360 c.p.c.), essersi risolta in una critica sul mero apprezzamento di fatto compiuto dal giudice del merito quanto alla conoscenza, in capo agli amministratori, della causa di scioglimento della società, connessa alla mancata contabilizzazione delle perdite su crediti. Il punto è stato direttamente esaminato e trattato ed è oggetto di puntuale motivazione. Ne consegue che si può ad esso opporre il principio per cui “Il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante.” (Cass. 11892/2016).
2. Per la stessa ragione, rilevata identica promiscuità redazionale anche nella successiva censura, appare inammissibile la contestazione operata sulla efficacia estintiva del debito tributario, nascente – quale fatto pacifico – da false fatturazioni riconducibili formalmente alla società, ma secondo il giudice di merito, sulla scorta di CTU, dedotte in una procedura di condono erronea ed incompleta, che avrebbe invece dovuto indurre gli amministratori ad appostare la corrispondente obbligazione nel bilancio del 2003 (per capitale, interessi e sanzioni connessi a non escludibili accertamenti erariali). Tale adempimento non era avvenuto e contraddistingueva in sè una ulteriore circostanza rilevante al fine della datazione della perdita del capitale sociale e la sua piena consapevolezza in capo agli amministratori, avendo da un canto la sentenza valutato la condotta dei convenuti ex ante, in essa negando che, per i riportati limiti di efficacia del condono espletato L. n. 289 del 2002, ex art. 9 gli amministratori potessero andare esenti da un’idonea configurazione di voce passiva per l’IVA indebitamente detratta; d’altro canto, gli stessi ricorrenti hanno omesso di riprodurre o riassumere, almeno per passi essenziali, il contenuto della domanda di condono effettivamente depositata, nè hanno indicato una diversa e più specifica trattazione di essa avanti al giudice di merito, così impedendo a questo Giudice di cogliere altri limiti della pronuncia. Vanno inoltre ricordati i limiti estintivi della stessa procedura di cui alla richiamata disposizione, posto che “In tema di condono fiscale, l’amministrazione finanziaria può procedere, nelle ipotesi di cui alla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 9, commi 9 e 10, e art. 13 all’accertamento diretto a dimostrare l’inesistenza di un diritto al rimborso, poichè il condono elide in tutto o in parte, per sua natura, il debito fiscale, ma non opera sui crediti che il contribuente possa vantare nei confronti del fisco, i quali restano soggetti all’eventuale contestazione da parte dell’ufficio. (In applicazione di tale principio, la S. C ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento emesso dall’amministrazione finanziaria, successivamente al condono, per il recupero di crediti IRPEG e IVA, derivanti da indebita detrazione per l’utilizzo di fatture inesistenti).” (Cass. 20433/2014, 6982/2015).
3. Il terzo motivo del ricorso principale è inammissibile, apparendo il giudice di merito avere escluso, nonostante la riduzione della statuizione di condanna a carico dei convenuti, ogni ipotesi di possibile compensazione, causa la “assoluta pregnanza” del profilo della responsabilità, come accertata in punto di soccombenza di tutti gli appellati, dunque anche di L.. Tale accertamento è dunque di mero fatto, poichè la corte d’appello ha escluso che la regolazione delle spese di lite potesse avvenire in base alla reciproca parziale soccombenza e su tale oggetto, specificamente investito da motivazione, l’impugnativa in questa sede soffre dei limiti sopra visti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come novellato dal D.L. n. 83 del 2012 (Cass. 12928/2014). E in ogni caso, si aggiunge, in tema opera il concorrente principio per cui ai fini della determinazione del compenso spettante al difensore che abbia assistito una pluralità di parti, costituisce valutazione di merito, incensurabile in sede di legittimità, lo stabilire se l’opera difensiva sia stata unica, nel senso di trattazione di identiche questioni in un medesimo disegno difensionale a vantaggio di più parti, o se la stessa abbia, invece, comportato la trattazione di questioni differenti, in relazione alla tutela di posizioni giuridiche non identiche (Cass. 11591/2015).
4. Quanto al ricorso incidentale del fallimento, i primi due motivi e il quinto motivo, da trattare congiuntamente per intima connessione, sono inammissibili. Osta ad un loro preliminare esame invero l’indirizzo consolidato, cui il Collegio presta adesione, per cui “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.” (Cass. s.u. 8053/2014; Cass. 21257/2014, 23828/2015). La corte d’appello ha invero con chiarezza negato che la continuazione in sè dell’attività, per quanto inottemperante al dovere di porre in liquidazione la società, generasse in ogni sua operazione debiti da considerare quali produttivi del pregiudizio risarcibile, così avendo isolato le sole operazioni di rischio improprio determinative del depauperamento patrimoniale (esplicitamente inteso) apprezzabile all’altezza di perdite di gestione, non giustificabili e così fissato anche l’orizzonte temporale di produzione del danno, delimitato al solo esborso della caparra di 37 mila Euro nella vicenda del preliminare cui aveva dato causa anche L..
5. Il terzo motivo è infondato, avendo correttamente la sentenza posto a base della condanna risarcitoria il pregiudizio reveniente dalle condotte operazionali indebite degli amministratori per come allegate e dimostrate (Cass. 19733/2015), nella causazione del danno stesso, dall’iniziativa probatoria della parte attrice, che vi era onerata, non discendendo dalla antigiuridicità della accertata continuazione dell’attività sociale alcuna automatica produzione nè del danno nè dell’imputazione delle conseguenze economiche agli autori della condotta omissiva. Sul punto va ricordato che “compete a chi agisce dare la prova dell’esistenza del danno, del suo ammontare e del fatto che esso sia stato causato dal comportamento illecito di un determinato soggetto, potendosi configurare un’inversione dell’onere della prova solo quando l’assoluta mancanza ovvero l’irregolare tenuta delle scritture contabili rendano impossibile al curatore fornire la prova del predetto nesso di causalità” (Cass. 7606/2011). Tale circostanza non risulta essere stata anche solo allegata dal fallimento.
6. Il quarto motivo è infondato, vigendo in tema il principio per cui nell’azione di responsabilità promossa dal curatore a norma della L. Fall., art. 146, comma 2, nemmeno la mancata (o irregolare) tenuta delle scritture contabili, pur se addebitabile all’amministratore convenuto, giustifica di per sè che il danno risarcibile sia determinato e liquidato nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, potendo tale criterio essere utilizzato solo quale parametro per una liquidazione equitativa ove ne sussistano le condizioni, “semprechè il ricorso ad esso sia, in ragione delle circostanze del caso concreto, logicamente plausibile e, comunque, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato, indicando le ragioni che gli hanno impedito l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore medesimo.” (Cass. s.u. 9100/2015).
7. Il sesto motivo è inammissibile, posto che la parte non censura l’accertamento di fatto, esplicitato in sentenza (a pag. 10), per cui la domanda sarebbe stata circoscritta dal curatore ad una durata del mandato amministrativo, concernente sia M. e Ma. che la L., fino alla data dell’8 novembre 2004, determinandosi perciò l’apparente novità della questione dell’accertamento di una maggiore responsabilità, temporalmente estesa sino ad un diverso evento che solo al 20 dicembre 2004 avrebbe reso la cessazione dalla carica opponibile ai terzi, almeno quanto a L. ed anche considerando l’affermazione concessiva dell’aver questa rivestito la qualifica sino al 21.9.2004, posto che l’atto definitivo di vendita risultava concluso il 13.12.2004.
8. Il settimo motivo è inammissibile, non avendo il fallimento ricorrente dato dimostrazione di aver effettivamente svolto e coltivato in sede impugnatoria una propria censura sulla rivalutazione, contrastando la misura di condanna statuita dal giudice di merito e offrendo così prova del maggior pregiudizio sul punto rispetto a quanto liquidato.
9. L’ottavo motivo è inammissibile, perchè la statuizione condannatoria che fa decorrere, per la sentenza d’appello, l’obbligo risarcitorio dalla sentenza di primo grado e non dalla notifica dell’atto introduttivo, non è stata censurata perchè in contrasto con una specifica domanda avanzata sul punto (non allegata, nè riprodotta per tale essenziale parte), ma solo per ragioni di merito, che, come tali, sono del tutto estranee alla sindacabilità in questa sede. Il ricorso non appare dunque sul punto aver assolto a necessari requisiti di specificità sia del fatto processuale sia della doglianza, tanto più che non risulta dalla sentenza d’appello che il fallimento si sia doluto avverso la sentenza di primo grado, anch’essa non illustrata nei suoi estremi pertinenti.
Ne consegue il rigetto di entrambi i ricorsi, con compensazione delle spese fra le parti, stante la soccombenza reciproca ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2 e tenuto conto del tenore delle impugnazioni e delle difese.
La Corte rigetta entrambi i ricorsi e dichiara integralmente compensate fra le parti le spese del giudizio di legittimità; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.