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Timestamp: 2018-11-22 11:37:34+00:00
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colpa medica, psichiatra, posizione di garanzia, paziente depressa, suicidio Cassazione penale, sez. IV, sentenza 01/08/2016 n° 33609 | Sindacato FSI
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colpa medica, psichiatra, posizione di garanzia, paziente depressa, suicidio Cassazione penale, sez. IV, sentenza 01/08/2016 n° 33609
Sentenza 14 giugno – 1 agosto 2016, n. 33609
Dott. SAVINO Mariapia – Consigliere –
D.P. n. il (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 1981/2014 pronunciata dalla Corte d’Appello di Catania il 20/1/2015;
udita nell’udienza pubblica del 14/6/2016 la relazione fatta dal Cons. dott. Marco Dell’Utri;
udito il Procuratore Generale, in persona del dott. L. Orsi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito, per l’imputato, l’avv.to A. Fragola del foro di Catania, che ha concluso per l’accoglimento del relativo ricorso.
1. Con sentenza resa in data 20/1/2015, la Corte d’appello di Catania ha confermato la decisione in data 20/12/2013 con la quale il Tribunale di Catania ha condannato D.P. alla pena di giustizia, oltre al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, in relazione al reato di omicidio colposo commesso, ai danni di F.G., in violazione della disciplina sull’esercizio della professione medica, in (OMISSIS).
All’imputato, in qualità di medico psichiatra in servizio presso il reparto di neuropsichiatria della casa di cura (OMISSIS), era stata originariamente contestata la condotta colposa consistita nell’omessa adozione, in violazione dei tradizionali parametri della colpa generica, delle adeguate misure di protezione idonee a impedire che la paziente, ricoverata con diagnosi di disturbo bipolare in fase depressiva caratterizzata da depressione del tono dell’umore con ideazione negativa a sfondo suicidario, si allontanasse dalla stanza in cui era ricoverata, raggiungesse un’impalcatura allestita all’esterno della struttura ospedaliera, lanciandosi infine cadere nel vuoto così trovando la morte.
2.1. Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione, essendo la corte territoriale incorsa in un evidente travisamento della prova con riguardo alla riconduzione del decesso della paziente a un preteso gesto suicidario, in contrasto con le evidenze probatorie acquisite nel corso del procedimento, dalle quali era piuttosto emersa la circostanza che la F. fosse stata colta, nelle occorrenze da cui ebbe a conseguirne il decesso, da un malore dovuto a problemi di natura vascolare.
2.5. Con il quinto e ultimo motivo, l’imputato si duole della violazione di legge in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nel respingere la riconducibilità della relativa (asserita) condotta colposa al paradigma della colpa lieve, da ritenersi – a seguito dell’entrata in vigore del D.L. n. 158 del 2012, art. 3, conv. nella L. n. 189 del 2012 – del tutto irrilevante sul piano penale, tenuto conto della particolare complessità della legge scientifica applicabile nell’ambito della prognosi psichiatrica e, segnatamente, in relazione al difficile impedimento di gesti autolesivi da parte di pazienti affetti da sindromi o patologie di tipo psichiatrico senza ricorrere all’adozione di misure lesive della relativa dignità.
Sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale la modificazione dell’art. 606 c.p.p. , lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del 2006 , consente la deduzione del vizio del travisamento della prova là dove si contesti l’introduzione, nella motivazione, di un’informazione (purchè rilevante) che non esiste nel processo, ovvero si ometta la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia. Il sindacato della corte di cassazione resta tuttavia quello di sola legittimità, sì che continua a esulare dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione anche laddove venga prospettata dal ricorrente una diversa e più adeguata valutazione delle risultanze processuali (v., ex multis, Cass., Sez. 2, n. 23419/2007, Rv. 236893).
Da ciò consegue che gli “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame” menzionati dal testo vigente dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), non possono che essere quelli concernenti fatti decisivi che, se convenientemente valutati anche in relazione all’intero contesto probatorio, avrebbero potuto determinare una soluzione diversa da quella adottata, rimanendo esclusa la possibilità che la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione si tramuti in una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito (Cass., Sez. 4, n. 35683/2007, Rv. 237652).
Tale discorso deve ritenersi comune alla valutazione di attendibilità scientifica della ricostruzione delle cause del decesso della F. fatta propria dai giudici del merito, rilevando il collegio, in conformità al consolidato insegnamento di questa corte di legittimità, come, in tema di prova, in virtù del principio del libero convincimento, il giudice di merito può scegliere, tra le diverse tesi prospettate dal perito o dai consulenti delle parti, quella che ritiene condivisibile, purché dia motivatamente conto delle ragioni della scelta, nonchè del contenuto della tesi disattesa e delle deduzioni contrarie delle parti (Cass., Sez. 4, n. 34747/2012, Rv. 253512; Cass., Sez. 4, n. 45126/2008, Rv. 241907; Cass., Sez. 4, n. 11235/1997, Rv. 209675).
Peraltro, l’esigenza di fornire un’appropriata motivazione del rigetto delle tesi e delle deduzioni contrarie a quelle condivise, può ritenersi adeguatamente soddisfatta dal giudice anche attraverso l’esame complessivo delle ragioni giustificative della decisione, allorchè le articolazioni dello sviluppo argomentativo della sentenza appaiano tali da lasciar ritenere implicitamente superate le deduzioni disattese, per la logica incompatibilità delle stesse con l’obiettiva ricostruzione dei fatti operata dal giudice sulla base delle fonti probatorie richiamate e della coerente connessione delle stesse da parte del consulente richiamato.
Sul punto, i giudici d’appello hanno evidenziato la coerente valorizzazione della circostanza consistita nell’accertata compatibilità della distribuzione delle lesioni presenti esternamente sul corpo della donna e delle lesioni viscerali subite dalla stessa con un impatto in regione antero-laterale destra, integrando la valutazione con il risultato degli esami anatomoistopatologici, dai quali è emersa la sussistenza di evidenti danni a livello encefalico, mediastinico, nonchè a carico dei polmoni e dei reni.
Da tale quadro, i giudici del merito hanno apprezzato la coerente conseguenza tratta dal consulente dell’accusa circa l’avvenuta compromissione acuta e irreversibile delle funzioni vitali della donna, estrinsecatasi nella sopravvenuta insufficienza cardiocircolatoria e respiratoria esitata nel decesso. La Corte territoriale ha quindi rilevato come il consulente tecnico dell’accusa avesse ritualmente e correttamente proceduto a confrontarsi con le prospettazioni alternative avanzate dalla difesa, evidenziandone l’assoluta incondivisibilità, escludendo che gli elementi probatori complessivamente acquisiti (e sottoposti a serrata valutazione critica) fossero valse a confermare la riconducibilità delle fratture riportate dalla F. all’azione rianimatoria posta in essere nell’immediatezza del fatto dal dottor N., ovvero che il decesso della stessa potesse causalmente ricollegarsi all’azione di un ipotetico ictus cerebrale, nella specie escluso da tutti dati clinici rilevati in sede autoptica.
La corte territoriale ha quindi evidenziato come il consulente del pubblico ministero avesse fedelmente registrato la circostanza costituita da due precedenti tentativi di suicidio già messi in atto nel tempo dalla F., coerentemente definita come paziente major et grand repeaters in una fase terminale, attestata da una recrudescenza della sintomatologia depressiva, come evidenziato in sede medica e confermato dalle significative testimonianze delle persone (i figli della donna e la dottoressa B., di cui la corte territoriale ha coerentemente evidenziato le ragioni della relativa piena attendibilità) che ebbero ad avere ravvicinatissimi contatti con la paziente nell’imminenza del suicidio.
Da ultimo, la corte d’appello ha correttamente escluso l’applicabilità del D.L. n. 158 del 2012, art. 3, conv. nella L. n. 189 del 2012 , essendo nella specie propriamente mancata l’osservanza delle regole tecniche trasfuse nelle linee-guida da osservare nel caso di specie, che avrebbero nell’occasione imposto la predisposizione di una stretta e continua sorveglianza della donna ventiquattr’ore su ventiquattro, dall’imputato totalmente omessa.
E invero il concetto di “evidenza”, richiesto dall’art. 129 c.p.p., comma 2, presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione, concretizzandosi così in qualcosa di più di quanto la legge richiede per l’assoluzione ampia, oltre la correlazione a un accertamento immediato (cfr. Cass., n. 31463/2004, Rv. 229275).
6. La rilevata infondatezza dei motivi di ricorso avanzati dall’imputato – di là dall’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente alla condanna penale pronunciata a carico del D. a causa dell’intervenuta prescrizione – impone peraltro la conferma delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, in conformità alle previsioni di cui all’art. 578 c.p.p.