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Timestamp: 2018-07-21 19:23:18+00:00
Document Index: 149494924

Matched Legal Cases: ['art. 1439', 'art. 1439', 'sentenza ', 'art. 1439', 'art. 1442', 'art. 1439', 'sentenza ', 'art. 1439', 'art. 1439', 'art. 1429', 'sentenza ', 'art. 1439', 'art. 428', 'art. 1439', 'art. 1442', 'art. 1350', 'art. 2643', 'art. 978', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 2697']

Art. 1439 codice civile - Dolo - Brocardi.it
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Articolo 1439 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1439 Codice civile
Il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri (1) usati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi, l'altra parte non avrebbe contrattato (2) (3).
(1) E' discusso se integri un raggiro anche il comportamento reticente di una parte. La tendenza attuale è nel senso che, alla luce del principio di buona fede, la reticenza consente l'annullamento del negozio ogni volta in cui sulla parte incombe un dovere di informazione.
(2) La norma si riferisce al c.d. dolo diretto, cioè determinante del consenso (v. 1440 c.c.). E' necessario che i raggiri siano determinanti del consenso per cui, ad esempio, se nonostante il raggiro volto a farmi credere che il quadro è una pittura autentica di Picasso io comprendo che è una copia, il contratto non è annullabile.
(3) In passato la dottrina era solita distinguere l'ipotesi di cui alla norma in commento, qualificata come dolus malus, da quella di dolus bonus, che consiste nell'esaltazione dei caratteri di un prodotto, e che veniva normalmente tollerata. Nella prospettiva più recente, tuttavia, si tende a garantire al massimo la protezione del consumatore (v. d.lgs. 6 settembre 2005, c.d. Codice del Consumo) e, pertanto, a reprimere ogni pratica commerciale ingannatoria.
Nel caso di dolo la volontà del contraente non è libera ma viziata. Pertanto, se l'inganno proviene dalla controparte, l'esigenza di tutela del raggirato è assoluta e giustifica l'annullamento; se proviene da un terzo, il rimedio si giustifica solo se la controparte ne è a conoscenza poichè solo in tal caso prevale l'esigenza di tutelare il raggirato.
“ Actio doli specialis ”
“ Alienus dolus nocere alteri non debet ”
Il dolo di un contraente non deve nuocere all'altro
“ Alterius circumventio alii non praebet actionem ”
La frode posta in essere da terzi non fa nascere l'azione
“ Deceptor ”
Il contraente in mala fede
“ Deceptus ”
Il contraente raggirato
“ Decipi non censetur, qui scit se decipi ”
Non è ritenuto essere frodato, chi sa di esserlo
“ Dolo malo pactum fit, quoties circumscribendi alterius causa aliud agitur et aliud agi simulatur ”
Un contratto è concluso con dolo colpevole ogni volta che, per ingannare un terzo, si fa una cosa, e si simula di farne un'altra
“ Dolum facit qui ex aliena iactura lucrum quaerit ”
È in dolo chi si avvantaggia dall'altrui danno
“ Dolum malum esse omnem calliditatem, fallaciam, machinationem ad circumveniendum, fallendum, decipiendum alterum adhibitam ”
Il dolo punibile è costituito da qualsiasi furbizia, menzogna, macchinazione, usate al fine di raggirare, imbrogliare, ingannare l'altro contraente
“ Dolus bonus ”
Dolo consentito
“ Dolus causam dans ”
Dolo determinante
“ Dolus est consilium alteri nocendi ”
Il dolo è il proposito di danneggiare altri
“ Dolus malus ”
Dolo vizio della volontà
“ Dolus non praesumitur ”
Il dolo non si presume
“ Dolus omnimodo puniatur ”
II dolo va punito sempre, in ogni caso
“ Ex malitia nemo commodum habere debet ”
Nessuno deve trarre vantaggio da frode
“ Fraudis interpretatio semper in iure civili non ex eventu dumtaxat, sed ex consilio quoque desideratur ”
In diritto civile l'interpretazione della frode non si attiene sempre all'evento, ma anche all'intenzione
“ Generaliter cum de fraude disputatur non quid habeat actor, sed quid per adversarium habere non potuerit considerandum est ”
“ Nemini suus dolus prodesse debet ”
Nessuno può trarre vantaggio dal proprio dolo
“ Nemo de improbitate sua consequitur actionem ”
Nessuno può ottenere una legittimazione ad agire dalla propria condotta disonesta
“ Nemo videtur fraudare eos qui sciunt et consentiunt ”
Nessuno appare frodare coloro che sanno di essere frodati, e che acconsentono
“ Omnis calliditas, fallacia, machinatio, ad circumveniendum, fallendum, decipiendum alterum adibita ”
Ogni astuzia, furbizia, macchinazione volta a raggirare, trarre in errore e ad ingannare altri
“ Sciens non fraudatur ”
Chi sa non viene frodato
Massime relative all'art. 1439 Codice civile
Cass. n. 1585/2017
In tema di dolo quale causa di annullamento del contratto, sia nella ipotesi di dolo commissivo che in quella di dolo omissivo, gli artifici o i raggiri, la reticenza o il silenzio devono essere valutati in relazione alle particolari circostanze di fatto ed alle qualità e condizioni soggettive dell'altra parte, onde stabilire se erano idonei a sorprendere una persona di normale diligenza, giacché l'affidamento non può ricevere tutela giuridica se fondato sulla negligenza. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che non aveva ravvisato la sussistenza del dolo nelle assicurazioni fornite da una banca in ordine all’insussistenza di protesti o altre esposizioni debitorie a carico di una moglie legalmente separata in cui favore l'ex marito aveva acconsentito all'iscrizione di ipoteca su di un bene comune a garanzia di un mutuo, ben potendo egli acquisire conoscenza delle reali condizioni economiche della ex coniuge).
Cass. n. 18930/2016
Il contratto concluso per effetto di truffa di uno dei contraenti in danno dell'altro è annullabile ai sensi dell'art. 1439 c.c., atteso che il dolo costitutivo di tale delitto non è ontologicamente diverso, neanche sotto il profilo dell'intensità, da quello che vizia il consenso negoziale, entrambi risolvendosi in artifizi o raggiri adoperati dall'agente e diretti ad indurre in errore l'altra parte e così a viziarne il consenso. Pertanto, la costituzione di parte civile nei confronti dell'imputato cui tale truffa sia stata contestata, implicando la piena conoscenza degli estremi fattuali del reato ascritto, e quindi del dolo, è idonea a far decorrere, ex art. 1442, comma 2, c.c., il termine quinquennale di prescrizione dell'azione di annullamento.
Cass. n. 4065/2014
In tema di vizi del consenso, vige il principio "fraus omnia corrumpit", in virtù del quale il dolo decettivo conduce all'annullamento del contratto (come pure del negozio unilaterale) qualunque sia l'elemento sul quale il "deceptus" sia stato ingannato e, dunque, in relazione a qualunque errore in cui sia stato indotto, ivi compreso quello sul valore o sulle qualità del bene oggetto del negozio.
Cass. n. 13566/2008
Il contratto concluso per effetto di truffa di uno dei contraenti in danno dell'altro, non è nullo, ma annullabile, ai sensi dell'articolo 1439 c.c. Infatti, il dolo costitutivo del delitto di truffa (articolo 640 c.p.) non è diverso, né ontologicamente né sotto il profilo intensivo, da quello che vizia il consenso negoziale, atteso che entrambi si risolvono negli artifici o raggiri adoperati dall'agente e diretti ad indurre in errore l'altra parte e così viziarne il consenso.
Cass. n. 2479/2007
Le false o omesse indicazioni di fatti la cui conoscenza è indispensabile alla controparte per una corretta formazione della sua volontà con­trattuale (nella specie, in una compravendita di automezzi, non era stato comunicato che gli stessi erano d' importazione e che godevano di una minore garanzia) possono comportare l'annullamento del contratto per dolo, nel caso in cui la controparte, qualora fosse stata a cono­scenza delle circostanze maliziosamente taciute, non avrebbe concluso il contratto, o possono comportare l'obbligo per il contraente mendace o reticente di risarcire il danno, ove la controparte si sarebbe comunque determinata a concludere l'affare ma a condizioni diverse, salvo che il con­traente mendace non provi che la controparte era comunque a conoscenza dei fatti da lui maliziosa­mente occultati o che avrebbe potuto conoscerli, usando la normale diligenza; l'accertamento se si versi in una ipotesi di dolo determinante o inci­dente costituisce valutazione di merito, non sin­dacabile in sede di legittimità ove adeguatamente motivata.
Cass. n. 5166/2003
Il dolo è, ai sensi dell'art. 1439 c.c., causa di annullamento del contratto, allorché si sia con cretato in artifici o raggiri o anche menzogne, che — ingenerando nella controparte una rappresentazione alterata della realtà — siano stati determinanti del consenso che altrimenti non sarebbe stato prestato.
Cass. n. 2104/2003
Il dolo che vizia la volontà e causa l'annul­lamento del contratto implica la conoscenza da parte dell'agente delle false rappresentazioni che si producono nella vittima ed il convincimento che sia possibile determinare con artifici, menzogne e raggiri, inducendola specificamente in inganno, la volontà altrui; pertanto la reticenza e il silenzio' non bastano a costituire il dolo se non in rapporto alle circostanze e al complesso del contegno che determina l'errore del deceptus, che devono essere tali da configurarsi quale malizia o astuzia volta a realizzare l'inganno perseguito. (Nella specie la S.C. ha confermato, in quanto immune da vizi di motivazione, la sentenza di merito che aveva ritenuto legittimo il recesso del datore di lavoro dal contratto di formazione e lavoro per soprav­venuto accertamento di inidoneità alle mansioni, ma aveva escluso la sussistenza del dolo nel com­portamento di un lavoratore, successivamente riconosciuto invalido, che aveva reso noto all'ini­zio della procedura di assunzione di essere stato esonerato dal servizio militare per un incidente, tacendo di aver presentato una domanda per il ri­conoscimento di invalidità civile).
Cass. n. 1817/1997
La menzogna o la reticenza di un contraente possono configurare comportamento doloso, al fine dell'annullabilità del negozio ai sensi dell'art. 1439 c.c., solo quando abbiano provocato l'occultamento di un fatto, la cui conoscenza avrebbe escluso il consenso dell'altro contraente, in considerazione delle sue qualità e condizioni soggettive, e delle circostanze inerenti al comportamento medesimo.
Cass. n. 3001/1996
Le dichiarazioni precontrattuali con le quali una parte cerchi di rappresentare la realtà nel modo più favorevole ai propri interessi (nella specie, riguardanti l'affidamento che un'impresa riscuote sul mercato) non integrano gli estremi del dolus malus quando, nel contesto dato, non sia ragionevole supporre che l'altra parte possa aver attribuito a quelle dichiarazioni un peso particolare, considerato il modesto livello di attendibilità che, in una determinata situazione di tempo, di luogo e di persone, è da presumere che possa essere riconosciuta a certe affermazioni consuete negli schemi dialettici di una trattativa (sempre che ad esse non si accompagni la predisposizione di ulteriori artifici o raggiri, idonei a travisare la realtà cui quelle affermazioni si riferiscono). Il valutare se, in concreto, ricorra un'ipotesi di dolus malus ovvero di dolus bonus è compito precipuo del giudice di merito.
Cass. sez. un. n. 1955/1996
A norma dell'art. 1439 codice civile, il dolo è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati siano stati tali che, senza di essi, l'altra parte non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione del contratto, ossia, quando, determinando la volontà del contraente, abbiano ingenerato nel deceptus una rappresentazione alterata dalla realtà, provocando nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ai sensi dell'art. 1429 codice civile. Ne consegue che a produrre l'annullamento del contratto non è sufficiente una qualunque influenza psicologica sull'altro contraente, ma sono necessari artifici o raggiri, o anche semplici menzogne che abbiano avuto comunque un'efficienza causale sulla determinazione volitiva della controparte e, quindi, sul consenso di quest'ultima.
Cass. n. 10718/1993
Il dolo che vizia la volontà e causa l'annullamento del contratto può consistere nel mendacio, purché, valutato in relazione alle circostanze di fatto ed alle qualità e condizioni dell'altra parte, sia accompagnato da una condotta maliziosa ed astuta capace di realizzare l'inganno voluto ed a sorprendere la buona fede di una persona di normale diligenza e buon senso, posto che l'affidamento non può ricevere tutela giuridica se è fondato sulla negligenza. (Nella specie, con la sentenza cassata, il giudice di merito aveva identificato il dolo nel mendacio del venditore circa il valore di azioni vendute, senza alcun accertamento della condotta posta in essere dal venditore per rendere credibili le sue affermazioni).
Cass. n. 9227/1991
In tema di dolo, quale vizio della volontà, gli artifici ed i raggiri posti in essere da un contraente — idonei in concreto a trarre in inganno la controparte e tali che questa senza di essi non avrebbe stipulato il contratto — non cessano di essere causa di invalidazione del negozio solo perché il deceptus avrebbe potuto espletare una certa attività di verifica e di controllo per sventare l'errore.
Cass. n. 257/1991
Il dolo quale causa di annullamento del contratto ai sensi dell'art. 1439 c.c., può consistere tanto nell'ingannare con notizie false, con parole o con fatti la parte interessata, direttamente o per mezzo di terzi (dolo commissivo), quanto nel nascondere alla conoscenza altrui, col silenzio o con la reticenza, fatti o circostanze decisive (dolo omissivo). Tuttavia, nell'un caso e nell'altro, gli artifici o i raggiri, la reticenza o il silenzio, devono essere valutati in relazione alle particolari circostanze di fatto e alle qualità e condizioni soggettive dell'altra parte onde stabilire se erano idonei a sorprendere una persona di normale diligenza, giacché l'affidamento non può ricevere tutela giuridica se fondato sulla negligenza.
Cass. n. 2528/1976
Il dolo, quale causa di annullamento del contratto, può consistere in una semplice reticen­za: in tal caso, colui che chiede l'annullamento deve provare la reticenza, mentre spetta a colui che sostiene la validità del contratto di provare che la circostanza da lui taciuta era in realtà nota alla controparte.
Cass. n. 3030/1974
L'attività del contraente, rilevante al fine della configurazione del dolo, consiste nella determinazione di false rappresentazioni relative non solo alla natura ed alle qualità materiali del bene che è oggetto del contratto, ma anche a tutti quegli elementi che per l'altro contraente possono essere decisivi per la prestazione del suo consenso (fra questi, in primo luogo, il prezzo del bene).
Cass. n. 3352/1972
L'accertamento del nesso di causalità psico­logica, e non materiale, com'è quello di derivazio­ne del consenso dal raggiro di uno dei contraenti, deve aver riguardo all'effettivo processo psichico che si è svolto nell'interna sfera della conoscenza e del volere di colui nei confronti del quale l'in­ganno è stato usato. Ma stante l'impossibilità di una percezione immediata degli altrui fatti interni, questi debbono desumersi dalle circostanze e dai comportamenti esteriori.
Cass. n. 2311/1972
A differenza dell'errore, il quale per sua essenza deve essere valutato nella persona che ne è vittima, il dolo è un fatto che implica una considerazione del contegno del deceptor e delle sue conseguenze sulla conoscenza del deceptus e, pertanto, perché si possa parlare di intenzione di ingannare è necessaria la conoscenza da parte dell'agente delle false rappresentazioni che si producono nella vittima, e la credenza che sia possibile determinare con artifici, menzogne o raggiri, inducendola specificamente in inganno, la volontà altrui. La reticenza e il silenzio non bastano a costituire il dolo se non in rapporto alle circostanze e al complesso del contegno che determina l'errore.
Impugnabile il verbale di conciliazione se il lavoratore è stato raggirato - 06/04/2017
relativi all'articolo 1439 Codice civile
Argomento: Articolo 1439 Codice civile - Dolo | Quesito Q201512535
lunedì 02/03/2015 - Emilia-Romagna
“Tale questione riguarda mio fratello, portatore di handicap dalla nascita (1955), con una certa limitatezza cognitiva e volitiva.
Nel 1970 uno zio stipulava preliminare per acquisizione di terreno da terza persona, con la clausola per persona da nominare e successivamente veniva rogitato il terreno presso il notaio, intestando il terreno a mio fratello: negli anni seguenti veniva realizzata costruzione sempre intestata a mio fratello.
Nel 1986 lo zio fece pressione sul nipote e preconfezionò una scrittura privata/dichiarazione, in cui mio fratello riconosceva che le proprietà di cui era intestato erano state comperate e costruite dallo zio; conferiva vita natural durante allo zio l'amministrazione del bene e prevedeva che alla morte dello zio avrebbe scelto da sé un amministratore nell'ambito dei fratelli e cugini.
Nel 2003 veniva fatta sottoscrivere ulteriore dichiarazione, in cui mio fratello autorizzava nostro zio a sottoscrivere un contratto di locazione, riscuotere il canone annuale e compiere tutte le azioni che si rendessero necessarie per l'amministrazione della proprietà, ribadendo che lo zio aveva sostenuto tutte le spese per l'acquisto del terreno, costruzione dello stabile, ogni spesa di manutenzione straordinaria, compreso ogni gravame fiscale che ha gravato sullo stesso.
Poco dopo, sempre 2003, si faceva firmare a mio fratello che, essendo stato mio zio ad acquistare l'area e costruire l'edificio, si riteneva equa la decisione di dividere questa proprietà in questo modo: metà a me stesso e l'altra metà ai miei cugini figli di ... Amministrazione del bene allo zio finché è in vita, poi a una cugina.
Di queste dichiarazioni carpite raggirando la buona fede di mio fratello non ne è stata rilasciata allo stesso alcuna copia.
Nel 2005 zio e cugini conferivano incarico a un avvocato che chiedeva a mio fratello tutti i pagamenti dell'affitto e il formale adempimento della scrittura privata del 2003, accettata dai cugini, mediante intestazione agli stessi di una quota pari al 50 % dell'immobile.
Mio fratello è rimasto sorpreso dalla richiesta, considerando oltrettutto che lo zio in tutti gli anni precedenti al 2004 provvedeva a trattenersi indebitamente tutte le somme di denaro derivanti dall'affitto senza rendere alcun conto a lui, ma provvedendo al semplice mantenimento di quest'ultimo, vivendo in casa insieme.
Aspetto al più presto Vs. risposta. Grazie”
Consulenza legale i 05/03/2015
La vicenda narrata nel quesito è complessa e meriterebbe una analisi più approfondita.
Tuttavia, sembra di poter enucleare un paio di questioni giuridicamente rilevanti: che efficacia hanno le dichiarazioni fatte firmate dallo zio al nipote disabile? Il nipote è tenuto a provvedere alla divisione dell'immobile, conferendo la quota del 50% ai cugini?
Quanto alla prima questione, andrebbe chiarito il tipo di handicap del proprietario dell'albergo. D'ora in avanti si supporrà, visto che nel quesito ciò non è detto, che si tratti di persona né interdetta né inabilitata.
Se si può dimostrare che egli era perfettamente in grado di intendere e di volere al momento della sottoscrizione delle dichiarazioni, nulla quaestio.
Se la sua invalidità colpisce in maniera permanente la capacità di apprezzare i fatti che avvengono attorno a lui e lede quindi la sua capacità di comprendere gli effetti dei negozi giuridici che compie, si potrebbe dimostrare che al momento delle sottoscrizioni la persona era incapace di intendere o di volere, ai sensi dell'art. 428 del c.c.: tuttavia, nell'esaminare le date in cui sono avvenute le firme, si evince che l'azione di annullamento è ormai prescritta, atteso che essa è proponibile solo entro 5 anni dal compimento dell'atto.
Anche una eventuale ipotesi di dolo dello zio (cioè l'uso di raggiri tali da aver indotto il nipote a firmare, v. art. 1439 del c.c.) sembrerebbe essere non più rimediabile: ai sensi dell'art. 1442 del c.c., il termine quinquennale per proporre l'azione di annullamento decorre dal giorno in cui è stato scoperto l'errore o il dolo. Atteso che nel 2005 lo zio ha palesato le proprie intenzioni mediante l'invio di lettera a firma di un legale, si suppone che in quel momento il nipote abbia avuto contezza di quanto firmato e dell'eventuale raggiro operato dallo zio: il termine di cinque anni sarebbe quindi spirato nel 2010.
Dal punto di vista dei negozi giuridici effettuati dalle parti, si ravvisa una donazione indiretta del terreno e dell'immobile stesso, poiché lo zio avrebbe sostenuto tutte le spese di acquisto e di edificazione.
Si rileva, poi, che negli anni il nipote si è comportato come nudo proprietario, mentre lo zio come usufruttuario di fatto (ha pagato tutte le utenze, le imposte, ha percepito i canoni di locazione - cioè i frutti prodotti dal bene -, e così via), senza apparente opposizione del nipote. La costituzione del diritto di usufrutto deve avvenire per iscritto ai sensi dell'art. 1350, n. 2, c.c.: cosa che è avvenuta nel caso di specie, mediante le dichiarazioni scritte del nipote. Il fatto che il diritto non sia stato trascritto nei registri immobiliari ai sensi dell'art. 2643, n. 2, c.c., rende l'usufrutto inopponibile ai terzi ma non fa venire meno il diritto in capo allo zio.
Peraltro, anche a voler ritenere insufficiente la scrittura privata ai fini della costituzione del diritto, si potrebbe ipotizzare (ma qui andrebbe valutato il comportamento negli anni tenuto dallo zio e dal nipote) l'acquisto dell'usufrutto per usucapione ventennale (art. 978 del c.c.).
Alla luce di queste osservazioni - ribadito che si dovrebbero esaminare approfonditamente i fatti avvenuti nel corso degli ultimi decenni - sembra di poter ritenere che lo zio abbia acquistato il diritto di fare propri i canoni di locazione, in virtù del diritto di usufrutto costituito a suo favore dal nipote o (eventualmente) usucapito: in ogni caso, volendo escludere la nascita di un diritto reale, il nipote si è impegnato per iscritto a cedere i canoni di locazione allo zio, che quindi può richiederli a titolo di credito.
Venendo alla seconda questione, quella della divisione, si osserva che nel 2003 il nipote assumeva l'impegno di dividere la proprietà "metà a me stesso e l'altra metà ai miei cugini figli di ...". Si tratterebbe, dal punto di vista giuridico, di un preliminare di donazione (non consta che fosse stato previsto un prezzo da pagare per i cugini). La giurisprudenza non reputa ammissibile la conclusione di un atto che determini in capo al donante l'obbligo di donare, in quanto verrebbe eliminato il carattere di spontaneità della disposizione liberale, elemento essenziale della donazione (v. tra le molte sentenze, la recente Cass. civ., 2.7.2014 n. 15095: "E' inammissibile quindi la figura del preliminare di donazione, perché il soggetto deve essere libero di compiere o non compiere l'atto, perciò ogni promessa di donazione è nulla").
Quindi, non si ritiene sorto il diritto dei cugini ad ottenere l'intestazione del 50% dell'immobile. A tal fine sarebbe stato necessario procedere direttamente nella forma solenne dell'atto pubblico, oppure concludere un preliminare di vendita, ove venga previsto a favore del nipote e a carico dei cugini un prezzo di acquisto.
Argomento: Articolo 1439 Codice civile - Dolo | Quesito Q20112452
Mantovan chiede
giovedì 17/02/2011 - Lombardia
“Nel caso in cui due persone decidano di sposarsi, comprino i mobili, il vestito da sposa, affittino una casa, la ristrutturano e poi uno dei due decida, dopo 9 anni di fidanzamento, di ritirarsi, se non sono ancora state fatte le pubblicazioni di matrimonio, come si può fare per richiedere i danni subiti?
Grazie per la gentilezza.”
Il codice civile contempla il caso in cui il promittente - senza giusto motivo - ricusi di eseguire la promessa di matrimonio fatta vicendevolmente per atto pubblico o per scrittura privata (da una persona maggiore di età o dal minore ammesso a contrarre matrimonio) oppure risultante dalla richiesta della pubblicazione (art. 81 del c.c.). La conseguenza prevista dall'ordinamento è il diritto al risarcimento del danno cagionato all'altra parte per le spese fatte e per le obbligazioni contratte a causa di quella promessa.
Nel caso di specie, sebbene le pubblicazioni non fossero ancora state chieste, lo stato di avanzamento dei preparativi per il matrimonio induce a credere che possano esistere documenti scritti, ad esempio delle lettere, dalle quale si possa desumere un impegno serio e preciso di contrarre matrimonio. Si ritiene che costituiscano prova sufficiente anche le lettere di uno solo dei promittenti quando da esse si evinca in modo non equivoco che anche l'altra parte ha a sua volta manifestato, con la propria corrispondenza, la volontà di contrarre matrimonio.
Quanto all'onere della prova sull'esistenza di "giusto motivo", la giurisprudenza dominante sostiene che quella prevista dall'art. 81 c.c. sia una singolare obbligazione ex lege a carico della parte che si avvale del diritto di recesso dalla promessa di matrimonio. "Esclusa la configurabilità sia di un illecito extra-contrattuale (in quanto lo scioglimento dalla promessa di matrimonio integra un'espressione del diritto fondamentale della libertà di contrarre matrimonio, con la conseguenza che il recesso, anche se esercitato senza giusto motivo, non potrà mai essere considerato condotta antigiuridica), sia l'inquadramento della fattispecie nell'ambito della responsabilità contrattuale o precontrattuale (posto che la promessa di matrimonio non è un contratto e neppure costituisce un vincolo giuridico tra le parti) - deve ritenersi che l'obbligazione prevista dall'art. 81 c.c. costituisca una particolare forma di riparazione riconosciuta al di fuori di un presupposto di illiceità, essendo ricollegata direttamente dalla legge alla rottura della promessa di matrimonio "senza giusto motivo".
Ciò posto, si osserva che il tenore letterale della norma è chiaro nell'individuare i presupposti e le condizioni di operatività dell'obbligazione riparatoria, nonchè i limiti della stessa, segnatamente individuando l'assenza di giustificato motivo quale fatto negativo costitutivo della pretesa dell'altra parte ("la promessa di matrimonio obbliga il promettente che senza giusto motivo ricusi di eseguirla a risarcire il danno cagionato all'altra parte ..."). Correttamente, dunque, la Corte di appello ha ritenuto che l'onere della prova del fatto positivo (dell'esistenza, cioè, di un giusto motivo) incombesse ex art. 2697 c.c. sul recedente" (Cass. civ. Sez. III, Sent., 15-04-2010, n. 9052).