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Timestamp: 2020-07-10 07:55:58+00:00
Document Index: 139450314

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Archivio > Anno XV n.1 > Processi
- Corte di Cassazione – Sez. III Civile – Sentenza n.1361 del 23 gennaio 2014
danno esistenziale – liquidazione – risarcimento – danno non patrimoniale
Con una sentenza di più di cento pagine la Corte di Cassazione è tornata sulla questione della risarcibilità del danno non patrimoniale, sancendo che è risarcibile il danno esistenziale quando provoca uno «sconvolgimento» della vita. Si è così riconosciuta la possibilità del ristoro ai familiari, ai partner, per pregiudizi estetici o sessuali. Dunque, purché provato, qualunque stravolgimento dell’esistenza dà diritto al risarcimento. La terza sezione civile ha inoltre precisato che la liquidazione deve avvenire in via equitativa, ha riconosciuto l’esistenza del danno alla perdita della vita come categoria autonoma del danno non patrimoniale e non annoverabile nel danno tanatologico o morale terminale. Nel caso specifico ha sancito, a carico della compagnia di assicurazione, il diritto al risarcimento in favore dei figli di un uomo depresso, suicidatosi dopo la morte della moglie avvenuta in un incidente stradale.
- Corte di Cassazione – Sez. I Civile - Sentenza n. 372 del 10 gennaio 2014
abusi sessuali su minori – interessi del minore – relazione genitore/figlio – incontri protetti
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello di Roma che aveva precisato che la ripresa dei rapporti con il padre rispondeva agli interessi del ragazzino "senza attendere la conclusione, prevedibilmente non vicina, del procedimento penale a carico del padre, dato il rischio segnalato dal consulente tecnico, che l'ulteriore indugio potesse rendere impossibile il ripristino della relazione tra padre e figlio, con grave danno per quest'ultimo". Per la Corte di Cassazione, quindi, l’interesse del minore a mantenere (o riprendere) i rapporti con un genitore, anche se assistiti da speciali cautele per l’imputazione a carico del padre, deve prevalere sul rischio di rendere questi “irrecuperabili” per il lungo tempo della loro interruzione, ove si dovesse attendere l’esito della vicenda penale.
- Corte di Cassazione, Sez. I Civile, sentenza n.27923 del 12 dicembre 2013
Addebito della separazione tra coniugi a seguito di abbandono del tetto coniugale. L’onere della prova.
Con sent. 12.12.2013, n. 27923, la Suprema Corte di Cassazione - investita del giudizio inerente il difetto di motivazione di una sentenza di separazione personale tra due coniugi – ha rievocato espressamente l’importante principio in base al quale il volontario abbandono del domicilio coniugale “è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, quale violazione di un obbligo matrimoniale (art. 143, comma 2, c.c.) che comporta l’impossibilità della convivenza”. Il soggetto che ha posto in essere l’abbandono, tuttavia, può inibire il legittimo operare dell’addebito qualora provi che il suo agire “è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge”, ovvero che abbia avuto luogo “nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto”, gravando su di lui il relativo onere probatorio. Il principio, già espresso nelle sentenze Cass. 03.08.2007, n. 17056 e 08.05.2013, n. 10719, si ricollega altresì a quello che ravvisa l’irrilevanza del comportamento di abbandono del tetto coniugale, ai fini dell’addebitabilità della separazione, qualora esso intervenga “in un contesto di disgregazione della comunione spirituale materiale in una situazione già irrimediabilmente compromessa” (Cass. 27.06.2013, n. 16285). È noto che la riforma del diritto di famiglia del 1975 ha disarticolato la separazione dal presupposto della colpa, rendendola esperibile ogni qualvolta emergano fatti che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza. In tale contesto, la dichiarazione giudiziale di addebito risulta pronunciabile esclusivamente a seguito di puntuale domanda, allorché ricorrano circostanze costituenti lesione delle situazioni giuridiche espressamente garantite ai coniugi dal codice civile (cd. “doveri nominati” ex artt. 143, 144 e 147) o alla persona in quanto tale dalla Costituzione e dall’ordinamento (cd. “doveri innominati”).
- Corte di Cassazione, Sez. I Civile - Sentenza n. 25843 del 23 settembre 2013
violazione doveri coniugali - impulso compulsivo all'acquisto - addebito - sussiste
La separazione può essere addebitata alla moglie dedita allo shopping compulsivo, con conseguente esclusione del diritto all’assegno di mantenimento. Questo, in sintesi, il principio affermato dalla Corte di Cassazione con Sentenza n.25843/ 2013, che ha confermato la pronuncia emessa dalla Corte di Appello di Firenze. Nella CTU esperita nel corso di causa è emerso come la signora fosse lucida ed orientata, adeguata nel comportamento e disponibile al colloquio nonché conscia della sua patologia. Era stato, inoltre, accertato l’utilizzo, da parte della signora, di denaro sottratto ai familiari e ai terzi per soddisfare il proprio bisogno di effettuare acquisti sempre più frequenti e dispendiosi. L’indagine peritale ha concluso quindi per la sussistenza di un impulso compulsivo all’acquisto, escludendo, però, un’incapacità di intendere e di volere. Per la Suprema Corte, pertanto il Giudice di Appello ha ritenuto correttamente che le condotte poste in essere dalla stessa, acclarata la piena imputabilità della ricorrente, configurano la violazione dei doveri matrimoniali di cui all’art 143 c.c.
- Corte di Cassazione, Sez. I Civile, sentenza n.7452 del 14 maggio 2012
Consulenza tecnica su disturbi psicologici – scelta dell’esperto – psicologi vs medico
Nessuna norma impone di affidare a medici piuttosto che a psicologici le consulenze tecniche riguardanti disturbi psicologici; la verifica della completa qualificazione dell’esperto a rendere la consulenza è compito esclusivo del giudice di merito che, peraltro, nella sua decisione, può motivare per relationem richiamando il contenuto della consulenza tecnica d’ufficio.
- La Corte di Appello Decreto Tribunale per i Minorenni di Bologna del 31 ottobre 2013
affido eterofamiliare - idoneità coppie di fatto dello stesso sesso
Il Tribunale per i minorenni di Bologna ha confermato il decreto del giudice tutelare di Parma, impugnato dalla Procura ed ha, di fatto, permesso l’affidamento temporaneo di una bimba di 3 anni ad una coppia di fatto dello stesso sesso. Rispetto ai principi inerenti l’adozione, in tale contesto, secondo il Tribunale, non possono essere esclusi dal novero dei potenziali affidatari i singoli individui e quindi, in base ad un necessario passaggio logico giuridico, anche le coppie di fatto come quelle di consanguinei ovvero dello stesso sesso, legate da qualunque tipo di rapporto, purché con caratteristiche tali da apparire idonee ad assicurare al minore il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui ha bisogno.