Source: http://lnx.camereminorili.it/author/rita-perchiazzi/
Timestamp: 2018-04-19 19:17:59+00:00
Document Index: 46117756

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 74', 'art. 44', 'art. 317', 'art. 74', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 317', 'art. 2', 'art. 38', 'art. 333', 'art. 330', 'art. 333', 'art. 330', 'art. 155', 'art. 330', 'art. 330', 'art. 330', 'art. 38', 'art. 330', 'art. 657', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 26', 'art. 31', 'art. 46', 'art. 56']

Rita Perchiazzi - Unione Nazionale Camere Minorili
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Approfondimenti settore internazionale U.N.C.M.
L’attività congressuale del Settore Internazionale dell’U.N.C.M. si è svolta offrendo un approfondimento di studio sulle seguenti tematiche, concordate con lo stesso direttivo UNCM, attesa la particolare importanza ed attualità:
La mediazione nei procedimenti di famiglia: esperienze europee a confronto
Diritti e minori nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
In merito al primo tema individuato (La mediazione nei procedimenti di famiglia: esperienze europee a confronto) sono state raccolte le esperienze invalse nella prassi degli ordinamenti stranieri.1
L’approfondimento si è svolto mediante l’elaborazione e l’analisi di questionari cui hanno risposto mediatori di famiglia stranieri (alcuni anche avvocati, altri di professioni psico-sociali) tutti di chiara fama internazionale.
In questo modo è stato possibile verificare, direttamente con l’ausilio degli esperti, l’evoluzione e lo stato dell’istituto della mediazione come concretamente inteso ed applicato in diversi Paesi europei.
Sono stati censiti gli ordinamenti giuridici dei seguenti Paesi:
Si è anzitutto verificato se il ricorso alla mediazione sia obbligatorio oppure solo facoltativo nell’ambito dei procedimenti giudiziari in materia di separazione, divorzio e/o affidamento dei minori.
In particolare, ci si è soffermati sulla disciplina (legislativa, giurisprudenziale e/o meramente pratica) della mediazione in ambito familiare, anche evidenziando da chi, in che modo e quando i genitori in conflitto giudiziario siano informati della possibilità di ricorrere alla mediazione.
Dal momento che, spesso, la mediazione avviene prima del giudizio, oppure poco successivamente all’introduzione dello stesso, l’indagine ha inteso chiarire in quale modo essa si raccorda con la procedura giudiziaria in corso: è stato perciò richiesto agli esperti stranieri di indicare quale sia, mediamente, il tempo che il Giudice è solito concedere alle parti perché le stesse giungano ad un accordo in fase di mediazione.
È stato domandato se la figura del mediatore sia formalizzata, e quindi se esista un albo dei mediatori specializzati nei procedimenti di diritto di famiglia e minore; in ogni caso, si è chiesto se l’ordinamento impone il possesso di determinati requisiti e/o di determinate competenze per esercitare il ruolo di mediatore.
Poiché scopo della mediazione è giungere alla conclusione di un accordo che regoli i rapporti tra le parti coinvolte nel conflitto, si sono esaminati i requisiti formali di validità ed efficacia che tale accordo deve possedere perché lo stesso possa dispiegare effetti vincolanti o comunque idonei a regolare consensualmente la frattura della famiglia.
Dal momento che la crisi della coppia genitoriale, inevitabilmente, si riflette negativamente sulla serenità e sull’equilibrio dei figli, si è voluta approfondire una questione di particolare delicatezza: se sia prevista la partecipazione dei minori nel procedimento di mediazione, e secondo quali modalità e quali tutele.
I dati raccolti ed elaborati hanno inoltre riguardato un altro aspetto di notevole rilevanza: l’eventuale partecipazione degli avvocati delle parti alla mediazione, ed il loro ruolo all’interno della stessa.
È noto che l’efficacia di un istituto procedurale è direttamente connessa alla sua accessibilità da parte dei consociati; condizione primaria per una proficua fruizione della mediazione è la possibilità, per le persone economicamente disagiate, di ricorrere alla stessa senza oneri aggiuntivi: è stato quindi richiesto se la mediazione familiare sia contemplata dalla legislazione nazionale in tema di patrocinio gratuito per i non abbienti.
La mediazione, per sua stessa natura, è tendenzialmente deformalizzata e concettualmente scissa dal “giudizio”; ciò non può avvenire a detrimento delle fondamentali garanzie riconosciute all’individuo nel processo: ci si è perciò domandati se i presidi che sovrintendono al procedimento giudiziario civile (in tema di testimonianza, di temi riferibili o meno al giudice, di protezione della confidenzialità) trovano applicazione in fase di mediazione, e se gli istituti propri della mediazione – con protezione della eventuale riservatezza e confidenzialità connesse alla stessa – siano protetti all’interno del processo, analizzando quindi i rapporti tra “mediazione” e “giudizio”, e l’utilizzabilità, in giudizio, di quanto acquisito in fase di mediazione.
Infine, sono state richieste le percentuali di successo/insuccesso della mediazione.
Il questionario ha fatto emergere una rilevante varietà di prassi operative, ma si è evidenziata una comune linea di tendenza: l’istituto della mediazione familiare, anche in virtù delle peculiarità deflattive del contenzioso, sta assumendo un’importanza sempre maggiore.
Proprio per questo, infatti, la legislazione dei vari Paesi europei si sta evolvendo e prevede incentivi che promuovono e facilitano il ricorso alla mediazione familiare, sia prima della fase giudiziale sia nel corso della medesima, con l’obiettivo, se non proprio di evitare la frattura del nucleo familiare, quantomeno di pervenire ad una consensualizzazione del conflitto.
In merito al secondo tema individuato (Diritti e minori nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo)2 si sono evidenziate le seguenti aree di approfondimento:
Il diritto del figlio all’accesso alle proprie origini e alla conoscenza dell’identità dei propri genitori
Le misure attinenti alla limitazione o all’esercizio in generale della potestà genitoriale ed il rapporto tra genitori e figli
Ciascun ambito tematico è stato dettagliatamente analizzato, sia alla luce del dato normativo della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (ed in particolare: art. 8 Conv. sul diritto al rispetto della vita privata e familiare) sia a fronte delle più rilevanti pronunce della Corte di Strasburgo.
In particolare, quanto al diritto del figlio di accedere alle proprie origini, e quindi di conoscere l’identità dei propri genitori, la giurisprudenza CEDU ha affrontato il tema del c.d. “parto anonimo” correlato al diritto di accesso alle origini eventualmente concesso al figlio adottivo: il criterio discretivo per individuare l’eventuale violazione dell’art. 8 Conv. consiste nel verificare se vi è stato un giusto bilanciamento tra il diritto del figlio adottato a conoscere le proprie origini e l’interesse della madre a mantenere l’anonimato. Sulla base di questo criterio, non vi sarà violazione quando sia ammesso l’accesso alle informazioni relative alla madre biologica ‘non identificative’ nonché la possibilità di chiedere alla madre stessa la reversibilità del segreto.
Le misure attinenti alla limitazione o all’esercizio della potestà, ed il rapporto tra genitori e figli pongono significativi profili critici in merito ai provvedimenti di limitazione/decadenza della potestà, con contestuale presa in carico del minore da parte dell’autorità territorialmente competente, nonché con riferimento al diritto del minore a mantenere rapporti significativi con il genitore non convivente.
In generale, è orientamento costante della Corte di Strasburgo che, ferma la necessità/possibilità dell’autorità pubblica di intervenire a tutela del minore i cui interessi siano pregiudicati, la divisione di una famiglia costituisce una misura estremamente grave che deve essere fondata su motivazioni ispirate al best interest of the child, e che siano sufficientemente solide e decisive.
La disgregazione del nucleo familiare a seguito di una vicenda separativa, divorzile o di cessazione della convivenza, incide sempre negativamente sul rapporto tra il figlio minore ed il genitore non convivente: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, interpretando l’art. 8 Conv., ha sempre ritenuto – esprimendo un orientamento ormai ben saldo – che tale norma implica il diritto di un genitore ad ottenere misure idonee alla riunione con il proprio figlio, e l’obbligo delle autorità nazionali di assumerle onde conservare al figlio minore il beneficio derivante dal mantenimento dei rapporti significativi con entrambi i genitori.
Si tratta dei cc.dd. obblighi positivi ex art. 8 Conv.: il rispetto della vita familiare si impone all’autorità nazionale non solo come dovere di astensione dall’intervenire nelle relazioni familiari laddove l’intervento pubblico non sia adeguatamente giustificato (obbligo negativo, diritto di libertà, riconoscimento dell’autonomia della famiglia a fronte dell’ordinamento giuridico), ma anche come dovere di agire per assicurare la conservazione di dette relazioni (obbligo positivo, che postula non un’astensione, ma un preciso dovere di intervenire); la mancata adozione di idonee misure finalizzate al rispetto della vita familiare, mediante decisioni giudiziarie o altri interventi specifici ed appropriati delle pubbliche autorità, integra una violazione degli obblighi (positivi) che incombono in capo allo Stato ai sensi del citato art. 8 Conv.
Le misure di intervento richieste a tutela delle relazioni familiari e/o dell’interesse del minore debbono essere efficaci: la Corte ha precisato che l’efficacia è connessa anche alla tempestività dell’adozione di tali misure, in quanto il decorso del tempo può avere conseguenze irrimediabili sulle relazioni familiari.
In ogni caso, la Corte di Strasburgo, pur non escludendola radicalmente, raccomanda di non ricorrere – se non quale extrema ratio e mai a detrimento del benessere psicofisico del minore – alla coercizione nell’attuazione delle decisioni in ambito familiare.
Alla medesima esigenza di prudenza ed equo apprezzamento devono sempre soggiacere anche le decisioni rese nell’ambito dei procedimenti di sottrazione internazionale dei minorenni.
Ascoli Piceno 28 settembre 2013
1 La ricerca è stata svolta dal gruppo internazionale con la conduzione di Marzia Ghigliazza e presentata con slide che si allegano
2 La ricerca è stata svolta dal gruppo con la conduzione di Silvia Veronesi e presentata con slide che si allegano
14 novembre 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti DOCUMENTI
Linee guida settore civile U.N.C.M.
I temi affrontati all’interno del gruppo civile in preparazione del Congresso sono stati individuati dallo stesso gruppo nei profili sostanziali e processuali della legge 10 dicembre 2012, n. 219, da un lato, e nel tema della cittadinanza in prospettiva di riforma, dall’altro lato.
Con riferimento alla riforma sulla filiazione, il gruppo ha ritenuto di concentrare l’attenzione sui seguenti aspetti:
art. 74 c.c. e sua interpretazione rispetto alle adozioni ex art. 44 L. 183/84;
art. 317 bis c.c.: sua abrogazione o permanenza alla luce della riforma, nella parte immediatamente in vigore.
Parte processuale:
questioni di competenza e giurisdizione poste dalla riforma;
intervento del Curatore/Avvocato del minore nei procedimenti avanti il TO.
Sulla cittadinanza, il gruppo si è interrogato sulle prospettive di riforma, volendo approfondire il tema del c.d. ius soli temperato.
Sulla parte sostanziale, le relazioni inviate dalle Camere prima del Congresso (segnatamente Catania, Cosenza, Abruzzo, Lecce, Milano, Nocera Inferiore, Palermo, Reggio Calabria, Salerno, Taranto, Torino, Verona), hanno evidenziato un orientamento interpretativo dell’art. 74 c.c. nel senso della estensione della parentela anche alle adozioni ex art. 44 L. 183/84 per motivi sistematici ed interpretativi della norma e per motivi di ratio della legge di riforma che tende all’eliminazione delle discriminazioni ed alla equiparazione tra tutti figli, anche adottivi; soprattutto in considerazione del fatto che l’adozione ex art. 44 rientra tra le adozioni di minorenni ed in questo senso, sebbene disciplinata per analogia come l’adozione dei maggiorenni, si differenzia profondamente da quest’ultima, avendo la funzione di dare una famiglia al minore – invece che la funzione di consentire la successione di un patrimonio. Alcune camere hanno sollevato perplessità rilevando la necessità che il legislatore intervenga in maniera maggiormente consapevole sulla materia delle adozioni in casi particolari, per evitare il rischio che l’avvicinamento, negli effetti, delle due figure di adozione (legittimante ed in casi particolari) possa condurre a distorsioni nell’applicazione dell’istituto, con danni ai minori in attesa di una famiglia.
Con riferimento all’art. 317 bis c.c., la maggioranza delle Camere ha ritenuto la norma tacitamente abrogata alla luce della riforma sulla filiazione, come anche confermato dalla disciplina proposta dal Governo quale bozza di decreto legislativo previsto dall’art. 2 della stessa legge di riforma.
Sulla parte processuale, le Camere hanno rilevato criticità nella peculiare ripartizione di competenze tra Tribunale Ordinario e Tribunale per i Minorenni di cui al nuovo art. 38 c.c. Si è univocamente osservato come lo spostamento di competenza dal TO al TM in caso di separazione e divorzio (a cui si ritiene in via maggioritaria di equiparare per analogia anche l’ipotesi dell’affidamento di figli nati al di fuori del matrimonio) possa ritenersi plausibile ed adeguato ai fini di tutela con riguardo all’ipotesi dei procedimenti ex art. 333 c.c. ma meno chiaro e condivisibile con riguardo ai procedimenti ex art. 330 c.c.
Si è osservato, peraltro, che sul punto la norma presenta incertezze e difficoltà interpretative non ininfluenti sulla sua applicazione, tra l’altro laddove opera una distinzione tra “procedimenti” (tra cui vi è quello ex art. 333 c.c.) che vengono trasferiti al TO in ossequio al principio del simultaneus processus e dell’economicità ed effettività della tutela processuale e “provvedimenti” (tra cui quelli ex art. 330 c.c.) per cui non pare vi sia un trasferimento di competenza ma si potrebbe ritenere che possano essere emessi dall’Autorità Ordinaria in pendenza di separazione e divorzio; ciò peraltro in forza di previsione pre-esistente alla riforma (art. 155, secondo comma ultimo capoverso, c.c.). Tale distinzione potrebbe condurre a ritenere che il procedimento ex art. 330 c.c. possa rimanere di competenza del Tribunale specializzato mentre i provvedimenti relativi possano essere assunti anche dall’Autorità Ordinaria nell’ambito dei procedimenti di separazione e divorzio di sua competenza, ove si ravvisino i presupposti.
In conclusione, sul punto della suddivisione di competenza, le Camere all’unanimità esprimono perplessità per la trattazione dei procedimenti ex art. 330 c.c. da parte del TO quale Autorità priva di specializzazione e di esperienza in materie così delicate e peculiari. La permanenza dei procedimenti ex art. 330 al TM sembra peraltro potersi ritenere conforme all’orientamento della Suprema Corte da ultimo emerso con l’ordinanza 5 ottobre 2011, n. 2035.
In tale contesto secondo la discussione delle Camere emerge evidente la necessità di procedere quanto prima all’emanazione di una riforma sulla giurisdizione in materia familiare e minorile che valga a costituire un’unica Autorità che sia in grado da un lato di garantire l’efficacia e l’efficienza processuali, quali fondamentali scopi della tutela giudiziaria e dall’altro lato di mantenere l’esperienza e la specializzazione della cultura minorile.
Proseguendo, poi, con l’analisi delle problematiche insorte nell’applicazione del nuovo art. 38 c.c., per il caso di promozione di procedimento ex art. 330 c.c. ovvero 333 c.c. nel corso di procedimento di separazione da parte di soggetti diversi dai genitori (quindi PPM o PM, parenti, o altro) la maggioranza della Camere non ritiene sussistente lo spostamento di competenza a favore del TO, richiamando la dizione della norma che individua lo spostamento di competenza ove il procedimento sia in corso tra le “stesse parti” che possono intendersi solo i coniugi-genitori.
Non si è raggiunta, invece, una chiara posizione con riferimento all’Autorità competente in ordine alla vigilanza e/o modifica dei provvedimenti di collocamento extrafamiliare. Sul punto si dovrà svolgere ulteriore approfondimento e magari attendere le prime interpretazioni giurisprudenziali per poter esprimere un’opinione maggiormente univoca.
Parimenti, non si è sviluppata una prassi che consenta di giungere a considerazioni univoche in materia di nomina del Curatore/Avvocato del minore nei procedimenti attratti alla competenza del TO; ciò anche in ragione dell’assenza di una indicazione precisa da parte della normativa di riforma.
In questo contesto di profonda incertezza circa l’applicazione della riforma introdotta dalla L. 219/2012 ed in attesa che il legislatore promuova la riforma processuale da più parti auspicata che valga ad unificare le diverse competenze in un’unica Autorità, le Camere hanno concluso per l’opportunità di sollecitare la realizzazione di accordi e protocolli tra il Tribunale Ordinario ed il Tribunale per i Minorenni, tra cui ad oggi risultano suddivise le competenze ed i procedimenti.
Sulle questioni poste in tema di riforma della cittadinanza, le camere hanno espresso orientamenti sostanzialmente unanimi e nel solco di quanto già affermato all’esito del Convegno di Catania 2012.
In particolare, le Camere ritengono inadeguata l’attuale legge e valutano senz’altro applicabile una modifica sulla base del principio di ius soli c.d. temperato che si ritiene ragionevole individuare in una riduzione del periodo di tempo di residenza richiesto nel paese, pur non abbassandolo sotto i 5 anni.
Le camere valutano altresì auspicabile l’introduzione di un requisito legato all’integrazione scolastica e formativa e ritengono ammissibile che la cittadinanza possa essere richiesta da parte del genitore, anche nel periodo della minore età del figlio.
Ascoli Piceno, 28 settembre 2013
Avv. Rebecca Rigon Avv. Serena Lombardo
Responsabili Nazionali Settore Civile U.N.C.M.
Linee guida settore penale U.N.C.M.
L’attività congressuale del Settore Penale dell’U.N.C.M. si è articolata muovendo dall’esame dei contributi scritti, fatti pervenire da alcune Camere Minorili territoriali (Cosenza, Ferrara, L’Aquila, Milano, Nocera Inferiore, Reggio Calabria, Salerno, Sassari e Taranto) e dal conseguente confronto tra tutti i rappresentanti delle Camere Minorili territoriali, presenti all’incontro.
I temi congressuali, sui quali si è inteso orientare l’esame e l’approfondimento, sono stati:
Messa alla prova, trattamento e recidiva
Trattamento dei minori stranieri, autori di reato
In merito al primo tema individuato (Messa alla prova, trattamento e recidiva) sono stati posti due distinti interrogativi, in rapporto ai quali è stato possibile raccogliere il seguente orientamento:
1° QUESITO: Siete favorevoli ad apportare correttivi all’attuale disciplina della M.A.P.? E se sì, quali?
Risulta prevalere l’orientamento comune secondo il quale non si avverte assolutamente la necessità di prevedere modifiche normative tali che comportino un radicale mutamento dell’attuale impianto su cui si fonda L’istituto della M.A.P., fatta eccezione per un’unica posizione, del tutto minoritaria ed isolata, che ritiene di dover escludere la M.A.P. in relazione ai reati più gravi (ad esempio in ipotesi di omicidio).
Si concorda, tuttavia, sull’opportunità di prevedere espressamente, sin dalla fase iniziale di ideazione/elaborazione del progetto di M.A.P. che in sede di verifica finale del medesimo progetto, l’adozione di criteri guida per la definizione dei relativi progetti.
Da parte della C.M. di Milano è stata opportunamente segnalata l’esistenza delle Linee guida o griglie di riferimento (elaborate per il territorio milanese dal Gruppo di lavoro del T.M. di Milano, consultabili sul n. 5/2012 della Rivista Cassazione Penale, nonché sul sito ufficiale dell’A.I.M.M.F.), dall’esame delle quali si evince l’utilità pratica di definire dei progetti che indirizzino l’operato dei servizi sociali e che, al contempo, garantiscano una maggiore condivisione di impostazione e, quindi, una maggiore comprensione (e assunzione di responsabilità circa le proprie azioni) da parte di tutti i soggetti coinvolti nel processo (imputato, suoi familiari, difensore, operatori dei servizi, giudici e pubblico ministero).
Si ritiene, pertanto, fondamentale che l’avvocato del minore partecipi a tavoli di lavoro tecnici con psicologi, assistenti sociali ed altre figure specialistiche per contribuire concretamente all’attuazione della M.A.P. in relazione non solo alle attività e alle scelte processuali, ma anche al giusto approccio informativo che l’avvocato deve avere con il minore autore di reato e con la sua famiglia.
E’ stato rilevato, inoltre, che risulta non comprensibile come possa sostenersi – logicamente prima ancora che dal punto di vista della mera tecnica normativa – l’esclusione della voce del minore, espressa per il tramite anche del/i proprio/i legale/i, dalla fase di stesura materiale del progetto da attuarsi per giungere ad una positiva conclusione del periodo di messa alla prova.
Si rimarca, in ogni caso, la correlata necessità di promuovere un’adeguata formazione e specializzazione dell’avvocato del minore, atteso l’apporto fondamentale che il legale può avere non solo nel promuovere ed accrescere la consapevolezza del percorso educativo e la capacità di elaborare il comportamento antisociale da parte del minore, ma anche nello stimolare il supporto relazionale ed affettivo dell’ambiente familiare (ove possibile), quale contributo per un concreto ed efficace percorso riabilitativo ed educativo del minore.
Una peculiare attenzione va, infine, riservata al DDL 925 (“Delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”), attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato, che introduce anche per gli imputati avanti il Tribunale Ordinario l’istituto della messa alla prova, benché con caratteristiche processuali e di sostanza sensibilmente diverse (e riduttive) rispetto alla messa alla prova del processo penale minorile. Ed a tal proposito va rilevato che: a) siffatta innovazione normativa per i maggiorenni va senza dubbio salutata positivamente, ma deve essere attentamente considerato (e contrastato) il rischio di riflessi negativi o eventuali passi indietro in ambito minorile; b) appare un interessante suggerimento, al fine di migliorare la disciplina minorile con riguardo al computo del periodo di messa alla prova nei casi di esito negativo della prova e, quindi, di revoca della stessa con conseguente condanna, che si preveda – con norma espressa – che il giudicante (in fase di quantificazione della pena in sentenza) tenga conto della durata delle limitazioni e del comportamento del minorenne durante il trascorso periodo di messa alla prova nel determinare la pena detentiva da irrogare, pur non ritenendo adeguato introdurre per i minorenni l’automatismo proposto per il nuovo art. 657 bis c.p.p. dal DDL 925 (“In caso di revoca o di esito negativo della messa alla prova, il pubblico ministero, nel determinare la pena da eseguire, detrae un periodo corrispondente a quello della prova eseguita. Ai fini della detrazione, tre giorni di prova sono equiparati a un giorno di reclusione o di arresto, ovvero a 250 euro di multa o di ammenda”).
2° QUESITO: E’ stato possibile verificare nella vostra esperienza locale una diminuzione della recidivanza in ipotesi di accesso alla M.A.P.? E se sì, mediante l’utilizzo di quale forma progettuale e/o trattamentale?
Non esistono elementi sufficienti per fornire una risposta alla prima parte del quesito su basi scientificamente inconfutabili, in quanto i dati sono parziali e limitati alle singole situazioni locali, essendo totalmente carente a livello nazionale un’attività scientifica di raccolta dati in tal senso. E’, tuttavia, possibile una lettura approssimativa ed empirica dei dati forniti sulla base delle esperienze soggettive, dall’esame delle quali emerge che i ragazzi che hanno condotto a termine positivamente il progetto (o i progetti) di messa alla prova – generalmente – non ripropongono condotte delittuose, ma non è stato possibile individuare da parte di nessuno le oggettive “variabili di successo” dei singoli progetti di messa alla prova rispetto al fenomeno della non recidivanza.
Un dato empirico comune risulta essere, tuttavia, quello che le ipotesi di non recidivanza sono state prevalentemente riscontrate, nelle diverse esperienze locali, in rapporto a progetti di M.A.P. che hanno previsto l’inserimento del minore in particolari forme progettuali, che contemplavano le attività culturali, ricreative e sportive, nonché quelle di istruzione e formazione, coniugando l’attività didattica con lo svolgimento di attività di volontariato mediante l’ausilio delle varie associazioni esistenti sul territorio.
Una sensibile riduzione della recidivanza è stata, inoltre, riscontrata nelle ipotesi di utilizzo di progetti che includono percorsi formativi volti al conseguimento di qualifiche professionali con attività di tirocinio retribuito presso aziende: in tali casi è stato appurato che il minore matura la convinzione, più che in altre tipologie di trattamento, che le istituzioni gli stiano dando una concreta opportunità per migliorare la propria vita, consentendogli di percepire concretamente la M.A.P. come una risorsa educativa e non come una sanzione.
E’ stato concordemente evidenziato che i risultati “positivi” del progetto di M.A.P. sono per lo più riconducibili al dato fattuale di aver effettivamente consentito al minore di poter riscontrare in sé (con nuova, diversa o maggiore presa di coscienza) le proprie inclinazioni naturali e le proprie capacità attitudinali, così favorendo in lui la consapevolezza dell’essere parte attiva di una collettività e della possibilità di poter dare un proprio contributo nel prendersi cura dell’altro mediante l’abbandono di una visione negativa del proprio essere.
Anche in relazione al secondo tema individuato (Trattamento dei minori stranieri, autori di reato) sono stati posti due distinti interrogativi, in rapporto ai quali è stato possibile raccogliere il seguente orientamento:
1° QUESITO: Sulla base della vostra esperienza locale è emersa la sussistenza di una diversificazione di trattamento tra minorenni stranieri e minorenni italiani, autori di reato? E se sì, in quali casi?
Sulla base delle diverse esperienze segnalate attraverso i contributi scritti pervenuti, è stato possibile appurare che sussistono effettivamente delle diversificazioni di trattamento, soprattutto nella fase di inserimento del minore straniero in un progetto di M.A.P., diversificazioni che discendono dalla situazione personale del minore straniero rispetto al minore italiano, autore di reato. Il minore straniero – come dai più evidenziato – vive una situazione naturale di discrimine, in quanto sono differenti le stesse condizioni di vita dei minori migranti (quali: relazioni familiari, culturali, individuali, la mancanza di un domicilio stabile, ecc.) rispetto ai minori italiani, al punto che ne consegue – di solito – l’oggettiva impossibilità di applicare agli stessi una permanenza domiciliare e, talora, persino un collocamento in comunità, laddove non si riveli praticabile, con la conseguenza di un’inevitabile prolungamento della misura carceraria.
E’ stato sottolineato dai più che, le diversità culturali e la fatica da parte degli stessi minori a comprendere la ratio degli istituti dettati a loro favore, hanno comportato per i minori stranieri delle ricadute negative sulla buona riuscita dei processi, atteso che, in alcuni casi, i validi percorsi rieducativi e di socializzazione, avviati nell’ambito del procedimento penale, hanno trovato ostacoli nella prosecuzione al di fuori del circuito penale, a causa delle difficoltà di integrazione nel contesto sociale ovvero per la perdita o mancanza dei presupposti per la permanenza regolare sul territorio italiano da maggiorenni.
Le differenze culturali hanno spesso determinato anche delle oggettive difficoltà nella redazione dei progetti di M.A.P. in quanto, essendo ignorati gli aspetti culturali ed etnici, si è di frequente verificata la difficoltà di adattare i progetti alle caratteristiche personali del minore straniero. Una valida soluzione al problema è stata ravvisata nell’opportunità di garantire, puntualmente, un affiancamento reale e concreto del mediatore culturale nelle varie fasi processuali e, possibilmente, anche nella fase di redazione dei progetti di M.A.P., in quanto potrebbe fornire una lettura chiara e precisa delle notevoli differenze individuali, relazionali, familiari, culturali e linguistiche del minore straniero-autore di reato, in modo da garantire con maggiori probabilità un esito positivo dei percorsi rieducativi (M.A.P. compresa) e prevenire così eventuali recidive.
Vengono, inoltre, segnalati casi nei quali l’approccio dei Pubblici Ministeri in fase di indagini risulta molto meno “tempestivo” nei confronti dei minori stranieri, come ad esempio nelle ipotesi di ritardi nelle richieste ai servizi del territorio e/o ai Carabinieri locali delle notizie attinenti al nucleo familiare, tanto vero che talvolta si è pervenuti al processo senza alcuna traccia di notizie in merito alla personalità del minorenne, al punto che si è resa indispensabile (al fine di non incorrere in possibili nullità) una richiesta integrativa specifica da parte del difensore o del medesimo organo giudicante.
Si registrano, altresì, numeri decisamente più elevati di processi in contumacia a carico di minori stranieri, processi in rapporto ai quali la totale carenza di ogni indagine sociale è di gran lunga più elevata rispetto ai processi contumaciali celebrati nei confronti di imputati italiani.
E’ stata opportunamente sottolineata, infine, la necessità di far sì che il minorenne straniero-autore di reato possa essere assistito da un difensore d’ufficio o di fiducia appositamente formato e specializzato, onde garantirgli l’effettività della difesa, così come è stata evidenziata l’opportunità di prevedere la nomina di interpreti che conoscano la lingua dello straniero e che possano far comprendere correttamente all’imputato ciò che avviene e, soprattutto, ciò che concerne la garanzia dei propri diritti.
2° QUESITO: Avete potuto verificare in concreto situazioni di tipo discriminatorio nei riguardi di indagati/imputati minorenni? E se sì, in quali ipotesi?
Tutte le situazioni, segnalate in rapporto al primo quesito, sono da reputarsi oggettivamente discriminatorie e si ritiene, comunemente, che verrebbero notevolmente a ridursi laddove vi fosse una maggior cura, in tutte le fasi del procedimento, della comunicazione linguistica e, soprattutto, se si riuscisse a garantire adeguate risorse (personale apposito o operatori con formazione specifica) per attuare la mediazione culturale, reputata indefettibile per un’effettività dei diritti di uguaglianza.
Particolarmente ricorrenti sono i casi di discriminazione, vissuta dagli indagati stranieri nei contatti con le forze dell’ordine con peculiare riguardo ai verbali di identificazione, elezione di domicilio, informazioni di garanzia, comunicazione della nomina del difensore di ufficio ecc., atti per lo più redatti in lingua italiana e senza un adeguato accertamento della effettiva capacità di comprensione della lingua da parte del minore.
Di rilevante interesse si rivela, infine, l’indicazione fornita dalla C.M. di Reggio Calabria in rapporto al c.d. <<Progetto Carceri “I care, you care“>>, che persegue l’ambizioso obiettivo di rispondere all’esigenza di costruire una “filiera produttiva” di educazione, sostegno e reinserimento sociale, per minori che siano coinvolti a vario livello nel circuito penale, con una particolare attenzione per i minori stranieri non accompagnati, oltre che per quelle situazioni di disagio minorile derivante dalla difficile integrazione socio-culturale del ragazzo (come nelle ipotesi di difficoltà di integrazione delle etnie ROM). Si è rilevato, nello specifico, che sussiste una difficoltà strutturale del sistema, che – spezzettato in una molteplicità di funzioni ed enti di competenza e riferimento – non riesce a trasmettere adeguatamente una proposta valoriale ed un modello di vita diverso da quello di provenienza. Sicchè, rilevata la necessità di un attento lavoro di “messa in linea” delle risorse già esistenti e di supporto ed innovazione nella costruzione della “filiera” in questione, si è proposto di: a) dotarsi di un linguaggio comune fra gli operatori mediante attività di formazione specifiche, basate sul far “circuitare” le competenze e sulla condivisione di esperienze del “fare” dell’altro; b) creare strumenti specifici per aree di intervento, che rendano la “filiera” capace di essere “meccanismo sociale” comune e condivisibile tra utenti ed operatori ed, al contempo, capace di adattarsi ed adattare il suo operare alle specifiche necessità di ogni minore (banca dati su legislazione e prassi, implementata dalla raccolta sistematica di dati sociologici e culturali, che aiuti nella formulazione delle strategie di intervento, portando la conoscenza delle problematiche e dei modelli culturali, di apprendimento e di socializzazione di provenienza del minore); c) mettere in campo strumenti di valutazione e revisione/miglioramento costante del sistema, con la condivisione di prassi ed il monitoraggio della qualità dei singoli interventi; d) funzionalizzare sbocchi lavorativi e di reinserimento alla condivisa logica di “filiera”, dotando i soggetti attuatori di quegli strumenti pratici e di quelle attrezzature che dovessero risultare difettanti (si pensi alla figura del mediatore linguistico/culturale oppure alla potenzialità di inserimento in gruppi appartamento, strutture o famiglie ospitanti appositamente formati).
22 ottobre 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti DOCUMENTI
CONVEGNO NAZIONALE UNCM – ESSERE E TEMPO
Ascoli Piceno ospita il 27 settembre 2013 il V° convegno nazionale dell’Unione Nazionale Camere Minorili: Essere e tempo – Infanzia e adolescenza: Giudice, Processo, Giustizia. Idee a confronto tra utopia e progettazione.
Il Convegno è accreditato per la formazione forense con 10 crediti formativi di cui 4 in materia deontologica.
Per iscrizioni, informazioni e prenotazioni consulta il modulo allegato.
A seguire, il 28 settembre 2013, si tiene il congresso nazionale dell’UNCM.
2 agosto 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti DOCUMENTI
L’UNCM, preso atto della ratifica all’unanimità e in via definitiva della suddetta Convenzione
esprime viva soddisfazione
in particolare in merito agli aspetti riguardanti ogni forma di violenza sui minori e la necessità di considerare come grave forma di violenza la cd. violenza assistita, aspetto che assume nei commenti dei media nazionali poca attenzione e che, viceversa, ha grande importanza : nel Preambolo della Convenzione si riconosce come essenziale il principio che “i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia”;
condivide e apprezza
– la puntuale definizione del concetto di violenza domestica (art. 3, lett. b),
– l’opportuna precisazione che <<con il termine “donne” sono da intendersi anche le ragazze di meno di 18 anni>> (art. 3, lett. f),
– l’indicazione degli obblighi degli Stati in tema di <<protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza>> (art. 26),
– la previsione dell’art. 31, nella parte in cui stabilisce che gli Stati adottino misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione,
– la previsione dell’art. 46, lett. d, nella parte in cui prevede, come aggravante specifica, l’aver commesso il fatto su un minore o in presenza di un minore,
– la previsione del principio che “un bambino vittima o testimone di violenza contro le donne e di violenza domestica deve, se necessario, usufruire di misure di protezione specifiche che prendano in considerazione il suo interesse superiore” (art. 56 co.2),
osserva con rammarico
che l’approvazione “secca” della Convenzione non prevede voce di spesa per la sua “traduzione” in legge;
pertanto che i Ministeri preposti rappresentati dalle Ministre Cancellieri-Bonino-Lorenzin-Idem e che il Parlamento tutto nel pieno delle sue funzioni, possano quanto prima rendere eseguibili le previsioni convenzionali, anche attraverso le norme applicative;
che intervengano a livello internazionale, le necessarie e ulteriori ratifiche operate da almeno cinque altri Stati, per raggiungere il numero di dieci ( di cui almeno otto membri del Consiglio d’Europa) necessari all’entrata in vigore;
che le misure sociali e di prevenzione raggiungano gli obiettivi prefissati, ciò che la mera giustizia penale da sola non può raggiungere. Si rammenta che il Consiglio d’Europa raccomanda la creazione di un centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti e 5.700 posti letto in case rifugio. Un impegno economico e organizzativo più che decuplicato rispetto ai nostri 500 posti in case rifugio per le donne e i loro figli minori;
ricorda all’uopo
la preziosa esperienza del Regno Unito che in sette anni ha drasticamente ridotto la violenza domestica del 64 per cento (il numero delle vittime è passato da 49 a 5), centrando tutto sul coordinamento di tutte le forze in campo. Così come spiega Patricia Scotland (deputata UK e impegnata nella lotta alla violenza domestica da 35 anni) “Il primo passo è un monitoraggio delle forze in campo e di quello che manca. Il piano strategico è una sorta di staffetta, ognuno corre i suoi cento metri, e alla fine ne abbiamo fatti diecimila invece di mille e nessuno si è stancato!”.
l’U.N.C.M è disponibile a “correre i suoi cento metri” e si dichiara disponibile a collaborare con le istituzioni per rendere effettivi principi così importanti, nell’obiettivo di tutela dei soggetti deboli.
Milano , 24 giugno 2013
1 luglio 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti COMUNICATI
Nomina dei componenti della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza
3 maggio 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti DOCUMENTI
Tavolo con Ministro Severino novembre 2012 – Parametri e riforma accesso Professione
21 aprile 2013 Rita Perchiazzi 0 Commenti DOCUMENTI