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Timestamp: 2020-08-05 04:29:35+00:00
Document Index: 182649287

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 53']

Un primo bilancio della Corte Penale Internazionale - Fabio Marcelli - Giuristi democratici
Redazione 22 settembre 2006 11:19
2. Un bilancio tutto sommato alquanto insoddisfacente.
3. Il caso dell'Iraq.
4. Problematiche della giurisdizione universale e ruolo della società civile internazionale organizzata.
Contributo in corso di pubblicazione sulla rivista Diritti dell'uomo cronache e battaglie
Tali aspettative sono ben riassunte in un importante passaggio dell'intervento svolto all'epoca dal Presidente della Conferenza diplomatica che approvò il Trattato, Giovanni Conso, il quale affermò quanto segue: "The satisfaction we all feel is great because we have all contributed to a page of history. This is truly an event without precedent, an event which will achieve a radical change in the course of a long voyage to protect the fundamental values of humanity". E ancora: "After fifty years of the Universal Declaration of Human Rights approval by the General Assembly of the United Nations, there is a new message that now comes from Rome, which is also a very specific notice: the international community will no longer tolerate the horrors that chill the conscience of every individual nor will it tolerate impunity for the perpetrators of those atrocities".
Beninteso, occorre esser ben consapevoli del carattere per l'appunto storico del processo che, da relativamente lungo tempo intrapreso, ha conosciuto nel 1998 a Roma un'accelerazione notevole e un fondamentale punto di svolta, adottando necessariamente la prospettiva dei tempi lunghi, che è propria di ogni processo di questo tipo e dimensione.
2. Il Trattato firmato a Roma nel 1998 avrebbe voluto costituire un ulteriore consolidamento e sviluppo di questa prassi, mettendo a punto un corpus normativo definito nonché un apparato centralizzato, imperniato sulla figura del Procuratore, volto a intervenire tutte le volte che i tribunali penali interni non volessero o potessero farlo proprio per le implicazioni di carattere politico più generale che le azioni criminali dei singoli venissero ad assumere in determinate circostanze.
Ebbene, questo ambizioso disegno sembra infrangersi sulle situazioni di potere effettivo esistenti in ambito internazionale. Il carattere diffuso e sistematico dei crimini di guerra e contro l'umanità compiuti dalle truppe occupanti in Iraq e la sostanziale impunità di cui queste continuano a godere sembrano essere una dolorosa conferma di questo triste assunto. Di fronte a crimini di questa specie e intensità nulla ha potuto la Corte penale internazionale. Occorre allora chiedersi quali siano i limiti di fondo della sua azione, quale ne sia il risultato e se essa, nonostante tutto, serva a qualcosa. E' in altre parole necessario ed urgente un rigoroso bilancio delle sue attività.
Ricordiamo che, ai sensi dello Statuto della Corte penale internazionale (art. 13), questa può esercitare la propria competenza su uno dei crimini previsti dall'art. 5 (genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra, aggressione), qualora ne sia richiesta da uno Stato parte (art. 14), dal Consiglio di sicurezza operante sulla base del Capo VII della Carta e delle Nazioni Unite, o dal Procuratore che abbia aperto un'inchiesta sul crimine ai sensi dell'art. 15.
Nel caso del crimine dell'aggressione è inoltre previsto che, al fine di rendere operativa la relativa norma, sia adottata, ai sensi degli artt. 121 e 123 dello Statuto, una disposizione che la definisca e stabilisca le condizioni per l'esercizio della competenza della Corte al riguardo, con l'approvazione di un emendamento in questo senso da parte della maggioranza della Conferenza degli Stati parte, che viene convocata non prima di sette anni dall'entrata in vigore dello Statuto.
Limiti alla competenza della Corte sono previsti ratione temporis, dato che la Corte può esercitare la propria competenza solo riguardo a crimini commessi dopo l'entrata in vigore dello Statuto (art. 13) e deve sussistere uno dei criteri di collegamento previsti dall'art. 12, vale a dire deve essere parte allo Statuto o lo Stato sul cui territorio è stato commesso il crimine o quello di cui è cittadino l'autore o entrambi.
Anche l'inchiesta del Procuratore relativa all'Uganda è stata aperta su iniziativa dello Stato coinvolto, il quale ne ha chiesto l'intervento nel dicembre 2003. L'azione sviluppata dalla Corte in questa vicenda appare di particolare complessità per l'intreccio esistente con il tentativo di instaurare negoziati di pace con la formazione cui sono imputati molti dei crimini, il cosiddetto Esercito di resistenza del signore (Lord's Resistance Army) capeggiato da Joseph Kony.
Nel caso del Darfur, invece, il Procuratore è stato investito dal Consiglio di sicurezza con risoluzione n. 1593 (2005) del 31 marzo 2005. Dato che in questo caso, al contrario che negli altri due, non si è finora registrata alcuna approvazione, neppure di ordine meramente formale, da parte dello Stato interessato, gravi difficoltà sono opposte alla conduzione dell'inchiesta. Anche in questo caso peraltro si verifica una connessione con altre iniziative, in particolare quella di schierare nella zona una forza internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite, tuttora avversata dal governo sudanese.
Varie altre sollecitazioni ad aprire inchieste sono pervenute al Procuratore, in relazione a situazioni diverse come l'Iraq e il Venezuela. Fortemente segnate da un pregiudizio e un intento di strumentalizzazione politica appaiono le ultime, data l'evidente inesistenza di situazioni in qualche modo riconducibili allo Statuto della Corte penale internazionale nello Stato latino-americano, che sta vivendo una fase di intensa e positiva trasformazione sociale riuscendo al tempo stesso a rispettare i fondamentali canoni dello Stato di diritto nonché le norme internazionali, specialmente quelle relative ai diritti umani.
Se questo è il quadro delle iniziative giudiziarie finora assunte dalla Corte, l'impressione è quella di una certa parzialità, al limite della tendenziosità, per il fatto che vengono avviati procedimenti solo nei confronti di determinati Stati, in genere falliti, se non addirittura rogue, o comunque vicini al fallimento, mentre si ignora la corposa criminosità che sgorga dal cuore di tenebra dell'Occidente.
Certo non può essere sottovalutato l'impatto positivo, sui diritti delle vittime, che l'azione della Corte può svolgere, se non altro come deterrente nei confronti di sistemi giudiziari che non vogliono o non possono rispondere a gravi violazioni dei diritti umani. Ma è bene avvertire che questa azione potrà avere risultati se la Corte dimostrerà nei fatti di essere indipendente e imparziale. E' questa a ben vedere una condizione imprescindibile per travolgere le resistenze di Stati che, come fa oggi il Sudan, potrebbero sembrare giustificati invocando la violazione della loro sovranità o denunciando la natura di strumento "neocoloniale" o "imperialista" della Corte. Quest'ultima non può dare neanche l'impressione di soggiacere alla logica dei "due pesi, due misure". Ma un'importante occasione in questo senso è stata persa proprio in relazione alle denunce pervenute sull'Iraq.
3. In effetti, un'occasione per dimostrare di essere effettivamente al di sopra delle parti era stata offerta, al Procuratore, dalla presentazione, a cura di vari organismi e singoli individui, di esposti concernenti le numerose violazione del diritto internazionale umanitario, che si atteggiano in vari casi come veri e propri crimini di guerra e contro l'umanità, compiuti dalle forze di occupazione dell'Iraq, durante una guerra di aggressione che ha prodotto, a tutt'oggi, un numero di vittime che, secondo le stime più prudenti, oscilla da 38.839 a 43.269, per non parlare dei casi di tortura e di singoli episodi di atrocità che, lungi dal costituire fatti isolati appaiono inquadrabili in una vera e propria strategia sistematica di terrorismo di Stato. Ben 240 sono le comunicazioni relative all'Iraq finora pervenute al Procuratore. Fra tali segnalazioni va ricordata in particolare quella formulata da alcuni giuristi esperti di diritto internazionale, autori di un esposto contro il primo ministro britannico Blair per varie ipotesi di crimini di guerra che sarebbero stati commessi in occasione della partecipazione alla guerra e all'occupazione che ne è conseguita.
La risposta di Moreno-Ocampo è contenuta in un documento di dieci pagine consultabile sul sito della Corte penale internazionale. Esso è preceduto da una stringata premessa, nella quale Moereno-Ocampo, mette, per così dire, le mani avanti, sostenendo che "while sharing regret over the loss of life caused by the war and its aftermath, as the Prosecutor of the International Criminal Court, I have a very specific role and mandate, as specified in the Rome Statute. My responsibility is to carry out a preliminary phase of gathering and analysing information. I can seek to initiate an investigation only if the available information satisfies the criteria of the Statute. The Rome Statute defines the jurisdiction of the Court and limited set of international crimes".
Il Procuratore sottolinea poi come la sua posizione non possa essere assimilata a quella di un omologo nazionale, data la stretta sottoposizione delle sue attività al regime previsto dallo Statuto. Tre sono in particolare a suo avviso le condizioni necessarie per poter esercitare la sua giurisdizione e precisamente: a) l'informazione disponibile deve costituire una base ragionevole a ritenere che sia stato commesso o in corso di svolgimento un crimine rientrante nella competenza della Corte; b) devono risultare soddisfatti i requisiti relativi alla gravità del crimine e alla cosiddetta complementarietà con le giurisdizioni nazionali; c) deve essere data considerazione alle esigenze di giustizia.
Ciò detto, il Procuratore dà atto di aver compiuto una completa review di tutte le comunicazioni e un'exhaustive search di tutte le informazioni disponibili in materia, ricevendo altresì, al fine di riempire eventuali lacune, informazioni addizionali dagli Stati interessati e da altre entità che possono essere identificate con gli interessi delle possibili vittime e in grado di fornire informazioni indipendenti.
Il Procuratore ravvisa invece l'esistenza di altri crimini che rientrano nella giurisdizione della Corte, in particolare "uccisioni deliberate" (art. 8 (2) (a) (i)) e "trattamenti disumani" (art. 8 (29 (a) (ii), per un totale di meno di venti persone colpite. Ma neanche in questo caso egli ritiene di poter procedere per l'inesistenza di requisiti di ammissibilità relativa alla gravità dei crimini commessi, che non sarebbero attuazione di un disegno generalizzato e sistematico, pur riconoscendo che l'art. 8.1 dello Statuto non richiede in modo espresso tale condizione.
Se pure, aggiunge il Procuratore, si ritenesse applicabile la disposizione appena citata, difetterebbero in ogni caso i requisiti di "generale gravità" previsti dall'art. 53 (1) (b), quali il numero delle vittime di uccisioni deliberate e stupri. Ciò parrebbe esimere l'ufficio da indagini ulteriori relativamente al requisito della complementarietà, anche se il Procuratore si premura di precisare che "national proceedings had been initiated with respect to each of the relevant incidents".
4. In definitiva, il bilancio della Corte non appare per nulla soddisfacente per motivazioni che attengono non solamente ad essa ma al clima politico generale che vede oggi un sostanziale arretramento dei livelli di diritto e giustizia internazionale conseguibili.
In altre parole, i risultati fin qui conseguiti vanno attribuiti in buona misura alle stesse cause di fondo che determinano la crisi di fondamentali principi di diritto internazionale quali il non-ricorso alla forza e l'eguaglianza sovrana tra gli Stati, come pure producono la violazione dei diritti umani fondamentali.
Vale a dire, il processo di attuazione dell'ambizioso programma tracciato a Roma è entrato in oggettiva contraddizione con la struttura di potere vigente all'interno della comunità internazionale. Appare illusorio, da tale punto di vista, ottenere la fine dell'impunità dei crimini degli individui, specie se si tratti, come nel caso della Corte, di crimini quali quelli di genocidio, contro l'umanità e di guerra, senza mettere al tempo in stesso in discussione la condotta degli Stati. Ciò vale evidentemente in modo ancora più rafforzata per quanto riguarda i crimini di aggressione, che sono crimini di Stato per eccellenza e pratica necessità.
"Such crimes often are committed by or with the approval of governments. It is unlikely that a government sponsoring such crimes would consent to the prosecution of its national for his or her participation. Therein lies the problem with an international criminal that may exercise jurisdiction only if the defendant's state of nationality consents. The very states that are most likely to be implicated in serious international crimes are the least likely to grant jurisdiction over their nationals to an international court".
Tale presa di posizione evoca beninteso problemi teorici e pratici di enorme portata, mettendo in causa in sostanza il contrattualismo che costituisce tuttora, per motivi ovvi e non sempre necessariamente negativi il principale filone ideologico vigente nella comunità internazionale.
Ciò risponde del resto a linee di evoluzione più generali dello stesso diritto internazionale in genere e della sua applicazione, se è vero che "la vita moderna è, come tutti possono constatare, sempre più dominata dall'internazionalismo; sul piano giuridico tale caratteristica si traduce nella tendenza a trasferire dal piano nazionale a quello dell'ordinamento internazionale la disciplina dei rapporti economici, commerciali, sociali; queste materie sono infatti sempre più regolate da convenzioni internazionali, cioè da quelle che possono considerarsi come la categoria più importante e più numerosa di norme internazionali. Il diritto internazionale, per intenderci, è sempre meno un diritto per diplomatici e sempre più un diritto destinato ad essere amministrato e applicato ... dagli operatori giuridici interni, in primo luogo dai giudici nazionali".
Quelli che si è soliti chiamare "i rapporti di forza" pregiudicano quindi pesantemente l'operato della giurisdizione penale internazionale. Per non soccombere a un fatuo determinismo occorre però protestare contro tale stato di cose, chiedendo in particolare al Procuratore e ai giudici che fanno parte della Corte di non farsi condizionare dal clima politico imperante e di operare, come richiede la loro missione, per l'effettiva e imparziale applicazione del diritto e la repressione dei crimini. Un maggiore coraggio da parte degli organi competenti, cui come è accennato un potere davvero non trascurabile, sarebbe da questo punto di vista estremamente raccomandabile, anche solo per evitare di dare l'impressione che si tratti di una giurisdizione sostanzialmente soggetta al volere delle grandi potenze, anche se paradossalmente estranee al sistema instaurato dallo Statuto.
In conclusione, bisogna davvero essere convinti, con Giovanni Conso, che a Roma nel 1998 è stato compiuto un passo fondamentale. Vero è che la via è ancora lunga e piuttosto accidentata. Ma molto, se non tutto, dipende da noi. Per dirla con Giuseppe Bronzini, nella recensione all'importante libro di Danilo Zolo, "La giustizia dei vincitori": "la strategia dei diritti umani con la progressiva codificazione di uno jus cogens sanzionabile da parte di Corti (indipendenti, permanenti ed autonome) sovra-nazionali rimane una prospettiva che potrebbe non essere solo una via di fuga utopistica dagli orrori delle guerre 'umanitarie' se verrà accompagnata da una più convinta determinazione della società civile mondiale, e che, d'altra parte, costituisce l'esatto opposto di quei processi che sono stati costruiti secondo modelli che difettano di quei requisiti di imparzialità e terzietà, senza i quali - come ricorda Zolo - è improprio parlare di 'giurisdizione' in senso moderno".
Va detto, in ultima analisi, che, come afferma lo scrittore cubano citato, che le norme relative alla Corte penale internazionale non potranno essere rese effettive senza la collaborazione degli Stati sovrani, ma l'opinione pubblica internazionale, con le sue fondamentali articolazioni interne, costituisce un fattore imprescindibile in questo senso, data la capacità di operare pressioni ed ottenere mutamenti che essa possiede. Occorre se ne rendano conto al più presto procuratori e giudici della Corte, innestando un virtuoso dinamismo sinergico volto ad ottenere finalmente la realizzazione dei diritti umani fondamentali anche mediante la punizione di coloro che si rendono responsabili di loro gravi violazioni.