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Timestamp: 2020-02-17 19:33:48+00:00
Document Index: 66186163

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 582', 'art. 583', 'sentenza ']

Articolo Pubblicato il 12 febbraio, 2020 alle 21:46.
Si configura la responsabilità del medico anche qualora la condotta colposa del sanitario, pur non producendo un aggravamento della lesione, incida negativamente sul tempo necessario alla guarigione, generando un allungamento del periodo necessario per la stabilizzazione dello stato di salute.
A chiarire questo fondamentale principio a tutela dei pazienti è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5315/2020 depositata il 10 febbraio 2020.
Medici assolti in secondo grado: non avevano diagnosticato una frattura
Secondo i giudici di merito la condotta dei medici non aveva causato lesioni
Contestata la nozione di malattia limitata alle alterazioni anatomo-funzionali
E’ “malattia” anche il prolungamento del tempo necessario alla guarigione
Fondamentale e rilevante penalmente anche il “fattore tempo”
La Suprema Corte si è trovata a giudicare un caso di malpractice medica successo all’ospedale Papardo di Messina (in foto). Con sentenza del 25 gennaio 2019, la Corte d’Appello messinese, riformando la sentenza del Tribunale cittadino, aveva assolto “perché il fatto non sussiste” due medici del reparto di ortopedia e un radiologo che erano imputati per il reato di lesioni colpose per non aver diagnosticato a un paziente la frattura di una vertebra, omettendo, di conseguenza, di attuare tutti gli accertamenti e le successive cure per assicurare al paziente la guarigione, e determinando pertanto l’aggravamento delle sue condizioni e il ritardo nell’individuazione della terapia adeguata. Il fatto contestato era successo il 23 agosto 2009.
Il danneggiato era caduto dal suo scooter a causa di una macchia d’olio sull’asfalto ed era stato trasportato all’ospedale di Messina. Qui era stato sottoposto ad accertamenti radiografici, effettuati dal radiologo, che aveva diagnosticato un’infrazione dell’ipofisi traversa di L4 ed un’infrazione del malleolo peroneale sinistro. Il paziente era stato ricoverato nel reparto di Ortopedia, con un bendaggio morbido e l’arto offeso in scarico.
Il 25 agosto gli era stato quindi applicato un gambaletto gessato all’arto inferiore. Perdurando i dolori alla schiena, nonostante l’assunzione di un analgesico, il 26 agosto era stato sottoposto a una radiografia del torace dallo stesso radiologo, che però non aveva riscontrato anomalie. Al punto che nella stessa giornata l’infortunato era stato dimesso da uno dei due ortopedici indagati, con confermata la diagnosi iniziale.
Dopo trenta giorni di sofferenze, il paziente, anziché tornare all’Ospedale Papardo, si era rivolto a quello di Barcellona di Messina, dove gli avevano rimosso l’ingessatura, sottoponendolo a Tac della colonna vertebrale. Ed è appunto a seguito di quest’accertamento diagnostico che gli era stata rilevata la presenza del crollo della vertebra L1, con frattura pluriframmentata – visibile radiologicamente -, e con conseguente prescrizione dell’uso di un busto da associare a fisioterapia: trattamento proseguito per due mesi.
La sentenza di secondo grado, pur riconoscendo come “antidoverosa” la condotta tenuta dai tre medici, per difetto della predisposizione dei necessari approfondimenti diagnostici, richiamando le conclusioni del collegio peritale, incaricato dalla Corte territoriale di accertare l’eventuale incidenza dell’errore diagnostico sul processo patologico, ne esclude la rilevanza, osservando che secondo i periti i lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili al tipo di frattura lombare Ll erano primitivamente ascrivibili all’evento traumatico ed indipendenti dall’inadeguato trattamento.
La Corte d’appello ha quindi concluso asserendo che la pur censurabile condotta degli imputati non aveva cagionato alcuna lesione, come definita dalla giurisprudenza di legittimità, non essendosi verificata alcuna limitazione funzionale o processo patologico diverso da quello riscontrato, che si sarebbe comunque verificato anche qualora gli imputati avessero tenuto il comportamento doveroso.
Il paziente ha dunque proposto ricorso per cassazione formulando un unico, articolato motivo. In buona sostanza il ricorrente ha sottolineato l’evidente rapporto fra l’errore diagnostico commesso dai tre imputati – di cui peraltro neppure la Corte territoriale aveva dubitato – ed il prolungamento della malattia, definita, secondo la relazione ministeriale al codice penale, come “qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo ancorché localizzata e non impegnativa delle condizioni organiche generali“.
Il danneggiato, ancora, ha richiamato a giurisprudenza di legittimità “secondo cui per integrare la malattia non è sufficiente la mera alterazione anatomica, cui non consegua un processo patologico significativo, e deve comunque farsi riferimento al concetto di malattia fornito dalla scienza medica”. Ha poi fatto riferimento all’art. 590 cod. pen., sostenendo che esso non comprende “tutte le alterazioni anatomiche, che possono anche mancare, ma le alterazioni da cui deriva un limite funzionale o un significativo processo patologico o, ancora, una compromissione di funzioni dell’organismo”.
Tutti principi che la Corte territoriale avrebbe travisato, affermando la sussistenza della malattia, rilevante ai fini delle lesioni colpose, solo a fronte di alterazioni anatomo-funzionali tali da incidere sulla totale abilità psico-fisica del soggetto, cui residuino postumi permanenti per la compromissione anatomica: nel caso di specie, la riduzione di funzionalità, peraltro corrispondente a una lesione anatomica, avrebbe potuto assumere carattere irreversibile se a distanza di trenta giorni non fosse stata fatta la corretta diagnosi, con presa di coscienza della necessità di non compromettere la guarigione da parte del malato.
Infine, il paziente ha osservato come la mancanza di tempestiva prescrizione di riposo ed immobilismo assoluto e dell’adozione di un apposito busto lo avesse indotto, non essendo stato adeguatamente informato, a porre in essere, inconsapevolmente, movimenti non consentiti, ma ordinari nella vita quotidiana.
In conclusione, il ritardo nella guarigione clinica, pari a trenta giorni (durata dell’invalidità temporanea), secondo il ricorrente andava considerato a tutti gli effetti come malattia addebitabile alla condotta colposa dei sanitari, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale.
Ebbene la Suprema Corte ha accolto il ricorso.
“La particolarità del caso in esame – evidenziano gli Ermellini – sta nel fatto che, a fronte di una non più contestata condotta colposa, per imperizia e negligenza, tenuta dai tre sanitari, ciascuno in relazione alla propria sfera di intervento radiologico o clinico, non si è prodotto un aggravamento della perturbazione funzionale causata dalle lesioni derivate dalla caduta.
L’inadeguato trattamento, in questo caso, coincide con il ritardo nella diagnosi e nel trattamento, poi effettivamente posto in essere dai medici intervenuti in un secondo momento, a distanza di trenta giorni dalle dimissioni della persona offesa dal nosocomio ove era stata affidata alle cure degli imputati”.
Quello che occorre dunque stabilire, per proseguire con la sentenza, è “se possa considerarsi “malattia”, nel senso appena precisato, non l’aggravamento della lesione, ma il prolungamento del tempo necessario per la sua riduzione o per la sua definitiva stabilizzazione, posto che detto ritardo non incide sulla perturbazione funzionale di tipo dinamico”.
E la risposta della Cassazione è senz’altro positiva “e va ricavata proprio dal rapporto fra il concetto giuridico di lesioni e quello di malattia. Ques’ultima, nella sua nozione penalistica, non è il post factum della lesione, ma ne costituisce il nucleo intrinseco. L’utilizzo del verbo “deriva”, nel testo della norma cardine di cui all’art. 582 cod. pen. (“Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale “deriva” una malattia è punito…), non indica un rapporto di conseguenzialità, ma cristallizza il concetto penalistico di malattia come connotato della nozione penalistica di lesione personale.
Dunque, è sulla durata della malattia (più o meno di quaranta giorni) o sulla specificità dell’alterazione funzionale che essa comporta (indebolimento o perdita di un senso o di un organo, perdita di un arto, grave compromissione o perdita della favella, della capacità di procreare, ecc.) che l’ordinamento misura la sanzione penale, con l’introduzione delle aggravanti di cui all’art. 583, commi 1 e 2 cod. pen”.
Ed è appunto la “scelta legislativa” di ancorare la pena al tempo della durata della malattia che consente di rispondere al quesito centrale.
“L’ordinamento, infatti, misurando la durata della malattia come tempo necessario alla guarigione o al consolidamento definitivo degli esiti della lesione, assegna al tempo un “peso” che incide sulla “quantità della sanzione”, palesando una scelta che pone all’interno della reazione penale anche l’intervallo necessario per il raggiungimento di un nuovo stato di benessere della persona offesa, ancorché di benessere degradato, purché stabile.
Ciò vale sia per le lesioni dolose che per le lesioni colpose che ripetono dalla disciplina di cui agli artt. 582 e 583 i criteri distintivi relativi alla qualificazione della gravità delle lesioni medesime”.
Ne consegue dunque che “ogni condotta colposa che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produce ex se un aggravamento della lesione e della relativa perturbazione funzionale, assume rilievo penale allorquando generi la dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute”.
Ed è esattamente quanto acclarato nel caso di specie, “essendo pacifico che l’omessa diagnosi del crollo della vertebra L1 e della frattura pluriframmentata, con conseguente omessa tempestiva prescrizione del trattamento di riduzione (busto ortopedico e fisioterapia), ha comportato l’adozione di misure di trattamento con un ritardo di trenta giorni, intervallo intercorso fra la dimissione dall’Ospedale Paparo ove operavano i tre imputati e la data in cui i sanitari dell’Ospedale Barcellona diagnosticarono la frattura in L1 impartendo la cura adeguata”.
La sentenza impugnata è stato pertanto cassata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, per nuovo giudizio, che dovrà rivalutare l’incidenza della condotta colposa degli imputati sul differimento della guarigione della persona offesa.
Nicola De Rossi2020-02-12T21:46:18+00:00
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