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Timestamp: 2019-09-21 07:58:20+00:00
Document Index: 170202729

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'art. 71', 'art. 2', 'art.71', 'art.71', 'art.2112', 'art.47', 'art.2112', 'art.47', 'art. 2112', 'art. 8', 'art.4', 'art.8', 'art.8', 'art.4', 'art.2112', 'art.47', 'art. 2112', 'art.3', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 8', 'art. 4', 'art.21', 'art.4', 'art. 4', 'art. 16', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 16', 'art. 7', 'art. 16', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 112', 'art. 55', 'art. 162', 'art. 162', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 20', 'art. 21', 'art.23', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 112', 'art. 20', 'art. 24', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 15', 'art. 23', 'art. 24', 'art. 15', 'art. 24', 'art. 15', 'art. 24', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 21', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 24', 'art. 20', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ']

luglio | 2010 | Francesco Colaci's BLOG | Pagina 2
MESSAGGIO INPS SU INDENNITA’ CONGEDO STRAORDINARIO ASSISTENZA FAMILIARI INABILI
Si rende noto che l’INPS, con messaggio n. 17899 del 6 luglio 2010, ha provveduto a ripristinare, a far data dal 1° gennaio 2009, per tutti i lavoratori del settore privato, indipendentemente dall’ente pensionistico di appartenenza, la modalità di recupero della indennità per congedo straordinario ex art. 42, comma 5, D.Lgs. n. 151/2001, mediante detrazione dai contributi dovuti, da operarsi nelle denunce contributive presentate al medesimo Istituto. Tale ripristino avviene in attesa dei chiarimenti da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali che dirimano la questione della determinazione dell’ente competente all’erogazione dell’indennità citata, nei casi di lavoratori non iscritti all’INPS.
Viene ricordato che la modalità di recupero della predetta indennità mediante conguaglio, disposta dalla circolare Inps n. 61/2001, era stata poi sospesa dal medesimo istituto per i lavoratori assicurati pressi altri enti di previdenza (cfr. messaggio INPS n. 20720/2009).
CHIARIMENTI MINISTRO F. P. ASSENZE MALATTIA DIPENDENTI PUBBLICI
Si segnala la circolare n.8 del 19 scorso con cui il MInistro della Funzione Pubblica fornisce chiarimenti e precisazioni circa la disciplina delle assenze dal servizio per malattia dei pubblici dipendenti, a distanza di quasi due anni
dall’entrata in vigore delle nuove norme in materia introdotte dall’art. 71 del D.l. 112 del 2008 ,convertito in legg n.133/08,in relazione all’evoluzione normativa intervenuta e ada lcuni quesiti posti.
Anzituto vien ricordato che già in passato sono state emanate delle circolariper fornire indicazioni sull’argomento, e precisamente la n. 7 e 8 del 2008 e 7 del 2009, facendo presente che la loro lettura deve prendere in considerazione la
normativa intervenuta successivamente, ed in particolare il D.M. 18 dicembre 2009, n. 206 relativo a “Determinazione delle fasce orarie di reperibilità per i pubblicidipendenti in caso di assenza per malattia”
Aggiungr che l’entrata in vigore del suddetto decreto, rendendo superata la circolare n. 1/2009, relativa alle fasce orarie di
reperibilità per i malati oncologici, all’art. 2 prevede tra i casi di esclusione dall’obbligo di reperibilità le assenze eziologicamente (riconosciuto nesso causa effetto a livello sanitario) riconducibili a “ patologie gravi che richiedono terapiesalvavita”.
Inoltre nella circolare si richiama l’attenzione delle Amministrazioni
sull’obbligo di attuazione della decurtazione retributiva in caso di assenza permalattia, secondo le indicazioni fornite nelle predette circolari ,mentre si sottolinea la volontà del legislatore di salvaguardare talunesituazioni delicate e particolari per cui suddette situazioni, è previsto dalle norme un regime di maggior favore.
A tal proposito, l’art.71, comma 1, secondo
periodo, del citato D.l. 112/2008 stabilisce che “Resta fermo il trattamento più favorevole eventualmente previsto dai contratti collettivi o dalle specifiche normative di settore
per le assenze per malattia dovute ad infortunio sul lavoro o a causa di servizio,oppure a ricovero ospedaliero o a day hospital, nonché per le assenze relative a patologie gravi che richiedano terapie salvavita.” In tali casi, il regime applicabile va
estratto da ciascun CCNL di riferimento.
In generale, però, si deduce che non vi è
nessun taglio della retribuzione né obbligo di reperibilità, per i dipendenti pubblici
che si assentano dal servizio per malattia dovuta ad infortuni sul lavoro, ricoveri
ospedalieri o per esigenze determinate da patologie gravi e terapie salvavita.
Infine, viene ricordato che il citato art.71, al comma 1, prevedendo una disciplina speciale di deroga per il personale del comparto sicurezza e difesa in relazione alle malattie conseguenti a lesioni riportate in attività operative e addestrative, è stato rinnovato, allargando anche al personale del Corpo nazionale dei vigili del prevedendo testualmente “A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, limitatamente alle assenze per malattia di cui al comma 1 del personale del comparto sicurezza e difesa nonché del personale del Corpo nazionale dei vigilidel fuoco, gli emolumenti di carattere continuativo correlati allo specifico status e
alle peculiari condizioni di impiego di tale personale sono equiparati al trattamentoeconomico fondamentale”.
Infine riguardo alla retribuzione di risultato dei dirigenti, la circolare afferma che la stessa non rientra tra le voci retributive di decurtazione, in quanto costituisce l’emolumento volto a remunerare l’effettivo raggiungimento degli obiettivi da parte
del dirigenti e viene corrisposta a consuntivo, in esito all’apposito procedimento divalutazione.
La circolare si conclude richiamando ancorauna volta. l’attenzione sul regimesanzionatorio vigente per le ipotesi di mancata osservazione della normativa inmateria di assenza per malattia, già chiarito nelle precedenti direttive.
ADEMPIMENTI AMMINISTRATIVI ED AGEVOLAZIONI CONTRIBUTIVE NEL TRASFERIMENTO D’AZIENDA
Le principali fonti normative sul trasferimento d’azienda sono costituite dall’art.2112 cod.civ.e dall’art.47 della legge n 428/1990.
Ai fini e per gli effetti di cui all’art.2112 c.c. s’intende per trasferimento d’azienda qualsiasi operazione che comporti il mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata .
Il trasferimento d’azienda si può attuare attraverso la vendita,l’affitto,il comodato,l’usufrutto,l’incorporazione ,la fusione,la cessione di contratto.
Le disposizioni dell’articolo 2112 c .c. si applicano altresì al trasferimento di parte dell’azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un’attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento ed in ta caso si parla di trasferimento di ramo d’azienda.
Nel trasferimento d’azienda, il rapporto di lavoro continua con il cessionario ed il lavoratore conserva tutti i diritti acquisiti e non soltanto quelli relativi all’anzianità aziendale.
Invece l’art.47 della legge n.428/90 ,a tutela della posizione dei lavoratori, provvede a disciplinare i criteri e le modalità che il cedente ed il cessionario sono tenuti a rispettare in caso di trasferimento di aziende con più di 15 dipendenti e di quelle in crisi.
Il trasferimento d’azienda determina a carico dei soggetti che lo realizzano l’obbligo di attivare specifici adempimenti amministrativi nei confronti sia di alcune pubbliche amministrazioni , sia dei lavoratori, a cui si accenna di seguito .
Mentre il cedente non deve effettuare alcuna comunicazione,fatta salva l’eventualià di dimissioni da parte dei lavoratori che risultino efficaci prima del trasferimento ,il cessionario è tenuto ad effetturale le comunicazioni obbligatorie tramite il modello unificato “Vardatori.” , conformandosi alle istruzioni contenute nella nota del Ministero del Lavoro n.8371/2007,a cui si rinvia avvertendo che in caso di fusione il cessionario dovrà inviare tante comunicazioni distinte quanti sono i datori cedenti ,specificando in ognuna i lsvoratori che proseguono il rapporto di lavoro .
Il cedente provvede a dare comnicazione del trasferimento e dell eventuale cessazione o sospensione di attività ,mentre il cessionario , entro 30 giorni,se noè privo di dipendenti all’atto del trasferimnto o se possiede una posizione con diverso inquadramento, chiede l’apertura della posizione con il modello DM 68,anche on line, i si astiene da comunicazione se posiede una posizione per il medesimo inquadramento.
il cedente deve fare la comunicazione di eventuale cessazione di attività ovvero far istanza di riduzione delle retribuzioni presunte in sede di autoliquidazione dei premi.Invece il cessionario se è privo di posizione ,chiede l’apertura di posizione con il modello di denuncia di esercizio contestualmente all’inizio dei lavori ,che può essere differita di cinque giorni precisando la relativa motivazione. Se posside una posizione con rischio diverso,deve comunicare l’estensione.Infine se possiede il medesimo rischio,deve comunicare l’aumento delle retribuzioni presunte.
Il cedente provvede a comunicare la cessazione della delega al LUL entro 30 giorni,mentre il cessionario dà la comunicazione di conferimento della delega al LUL preventivamente .
Entro il 31 luglio dell’anno successivo per il modello 770,il cedente provvede alla presentazione dello stesso comprensivo dei soli dati relativi al periodo sino alla data del trasferimento ,mentre il cessionario provvede alla presentazione comprensivo de dati relativi al periodo dell’anno in cui il soggetto estinto ha operato.
In ordine al TFR, il cedente sostituto d’imposta non è tenuto ad effettuare alcun conguaglio ,che viene effetusto dal cessionario .
Rispetto al Modello Cud ,entro il 28 febbraio dell’anno succesivo ovvero entro 12 giorni dalla rihiestadel lavoratore,il cedente rilascia il modello indicando le retribuzioni erogate al personale sino al momento della cessione, invece il cessionario rilasci il Cud comprensivo di tutti i redditi percepiti dal personal dipendente acquisito ,evidenziando le somme liquidate ed i valori corrisposti dal precedente sostituto.
Per quanto concerne le agevolazioni contributive ,che la legislazione,come è noto ,riconosce in presenza di determinate condizioni e di specifi requisiti che devono risultare posseduti dai lavoratori e/o dai datori di lavoro,occorre disinguere tra quelle che all’atto del trasferimento sono state già acquisite dal cedente e quelle che eventualmente spetterebbero al cessionario ex novo per le assunzioni conseguenti al trasferimento d’azienda.
In merito alle prime ,si richiama la risposta fornita dal Ministero del Lavoro al Consiglio Nazionale Consulenti del Lavoro all’interpello n.20/2010,secondo cui:“…Nell’ipotesi in cui intervenga un trasferimento d’azienda, disposto dall’art. 2112, comma 1, c.c.. ,dal dettato normativo si evince … che, nonostante il mutamento soggettivo nella titolarità dell’impresa, tutti i rapporti di lavoro instaurati dal cedente, compresi quelli di cui all’art. 8, comma 9, L. n. 407/1990, proseguono ope legis con il cessionario senza soluzione di continuità.
Quanto sopra sta a significare quindi che gli sgravi contributivi acquisiti dal cedente si trasgferiscono al cessionario per la parte residua e fino a scadenza.
Diverso risulta il discorso circala spettanza delle agevolazioni per le assunzioni di lavoratori sospesi in cigs disciplinate dall’art.4 c.3 della legge n.236/93 ed a cui si applicano le medesime regole che caratterizzano l’art.8 della legge n.223/91 riguardante l’assunzione dalle liste di mobilità,introdotte dal legislatore per incentivare l’occupazione,premiando i datori di lavoro,che ,senza esservi tenuti e quindi senza essere obbligati ,si ativano per porre fine allo stato di disoccupazione dei licenziati per riduzione di personle.
Orbene la riassunzione dei lavoratori per riduzione di pesonale è ritenuta dalla giurisprudenza realizzata i frodeallalegge,in quanto i recessi intervenuti appaiono inidonei ad interrompere il rapporto ,essendosi in presenza di una presunzione relòativa,che richiede una prova rigorosa di una novazione oggettiva del rapporto ,costituita dalla legitimità del licemnnziamento e de diverso titolo delle prestazioni svolte dal lavoratore presso il nuovo imprenditore .Sussistendo quindi a carico del datore di lavoro subentrante l’obbligo di consentire senza alcuna soluzon di continuità la prosecuzione di tutti i preesistenti rapporti di lavoro ,vien amancare il titolo che giustifica per il medesimo di poter fruire delle agevolazioni contributive previste tanto dall’art.8 legge n.223/91,quanto dall’art.4 comma 3 della lgge n.236/93,Infatti ,l agevolazioni sono tassativamente e sclusivamente accordate al datore di lavoro non tenuto all’assunzione,poichèla ratio delle norme sopra citate risult essere quella di incentivare la creazione di occupazione aggiuniva e questo deve valere sia per le assunzioni dei disoccupati iscritti nelle liste di mobilità che dei sospesi in cigs in imprese interessate dal trasferimento disciplinato dall’art.2112 c.c. e dall’art.47 legge n.428/90,comprese quelle rientranti nei commi 5 e 6dello stesso.
Si conclude ricordando che nell’interpello n.18/09 il Ministero del Lavoro,in riferimento alle eventuali agevolazioni contributive, la Suprema Corte ha precisato, più volte, che il loro riconoscimento presuppone l’effettiva cessazione dell’azienda originaria e la sussistenza, in caso di nuove assunzioni da parte di altra impresa, di reali esigenze economiche. Ne consegue che ove l’azienda originaria, intesa nel suo complesso, abbia continuato o riprenda ad operare, non rilevando né se titolare sia lo stesso imprenditore o altro subentrante né lo strumento negoziale utilizzato per la cessione, “la prosecuzione del rapporto o la sua riattivazione presso la nuova impresa costituiscono non la manifestazione di una libera opzione del datore di lavoro, ma l’effetto di un preciso obbligo previsto dalla legge (art. 2112 c.c., e succ. mod.), come tale non
Si richiama l’ attenzione sulle seguenti decisioni della Corte di Cassazione relative a questioni in materia i lavoro:
Sentenza n. 14334/2010: Va in primo luogo escluso che i lavori socialmente utili, prestati secondo le caratteristiche fissate dalla legge, si configurino come rapporto di lavoro subordinato. E’ stato infatti più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità ( Cass. n. 21936 del 19/11/2004) che ” Non può qualificarsi quale rapporto di lavoro subordinato, né a termine, né a tempo indeterminato, l’occupazione temporanea in lavori socialmente utili dei lavoratori che beneficiano del trattamento di cassa integrazione straordinaria a norma dell’art.3 D.L. n.366 del 1987, convertito in legge n.452 del 1987, dalla quale scaturisce un rapporto speciale che coinvolge più soggetti (oltre al lavoratore, l’amministrazione pubblica beneficiaria della prestazione, la società datrice di lavoro, l’ente previdenziale erogatore della prestazione di integrazione salariale) con una matrice assistenziale, ma con una componente formativa diretta alla riqualificazione del personale in cassa integrazione per una possibile ricollocazione”. Si è affermato altresì ( Cass. n. 1828 del 29/01/2007 ) che ” Non può qualificarsi come rapporto di lavoro subordinato, né a termine né a tempo indeterminato, l’occupazione temporanea di lavoratori socialmente utili alle dipendenze di ente comunale per l’attuazione di apposito progetto, realizzandosi con essa, alla stregua dell’apposita normativa peculiare in concreto applicabile (art. 1 bis della legge n. 390 del 1981; art. 23, comma settimo, legge n. 67 del 1988; art. 8, comma primo, d. lgs. n. 468 del 1997; art. 4 d. lgs. n. 81 del 2000), un rapporto di lavoro speciale munito di una matrice essenzialmente assistenziale (pur con l’applicabilità di alcuni istituti tipici del lavoro subordinato, come quello, ad esempio, in tema di trattamento di malattia)”.
Inoltre la tesi dei ricorrenti,che sostengono l’applicazione ai lavori socialmente utili delle medesime garanzie retributive previste per il rapporto di lavoro subordinato , non è fondata se si ha riguardo alle caratteristiche di questo istituto.
– Sentenza n.16108/2010 : In tema di licenziamento disciplinare irrogato per averpresentato richieste di rimborso di spese di trasferta in effetti mai sosteniute ,l’istanza rivoltadall’incolpato alproprio superiore di bloccare il rimborso è irrilevante ai fini di escludere la giusta causa del recesso.
– Sentenza n.15202/2010: L idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione di lavoratori deve sussistere non solonel momento della consegna degli stessi,ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavora<tiva,le norme della legge n.626/1994/ , infatti ,finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto soltanto così conseguono il loro specifico scopo ,che è quello di prevenire l’insorgenza ed il diffondersi di infezioni.Ne consegue che ,essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di eficienza,esso non può non ssere a carico del datore di lavoro,quale destinatario dell’obbligo previsto dalla normativa.
– Sentenza n.15055/2010 :L’apprendistato non rapresenta una semplice forma d’instsurazione di rapporto di lavoro propedeutica ad una qualsivoglia futura eventuale utilizzazione del lavoratore,bensì lo strumento per conseguire il suo specifico addestramento nella specifica qualifica per la quale,dopo il tiroinio ,egli potra’ essere impiegato nela medesima impresa.L’art.21 della legge n.56/87,laddove prevede che i benefici contributivi sono manenuti per un anno dopo la trasformazione del rapporto dopo la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato,va interpretato nel senso che il prolungamento dei benefici spetteràin quantolasuccessiva utilizzazione del lavoratore dopo la trasformazione a tempo indeterminato per il lasso di temèpo di u anno avvenga nella specifiaqualifica per l’acquisizione delaquale l’apprendistato è stato svolto.
– Sentenza n.15207/2010: Le erogazioni liberali del datore di lavoro ai propri dipendenti sono sottratte alla contribuzione acondizione che non sussistaalcunobbligo rispetto ad esse a carico del atore di lavoro,le elargizioni siano concesse per eventi eccezionalie non ricorrenti e che no vi sia alcun collegamento ,neppure indiretto,tra il rendimento dei lavoratori e l’andamento aziendale.
PRONUNCIA CORTE COSTITUZIONALE SU ACCESSO LAVORO PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PERSONE DISABILI
Si richiama l’attenzione sull’ Ordinanza n.251 dell’8.7.2010 con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la richiesta del TAR di Lecce di pronunciare l’illegittimità dell’art.4 del decreto legislativo n.181/2000,in quanto determinerebbe una disparità tra docenti di ruolo e supplenti , «nella parte in cui non riconosce il diritto alla conservazione dello statodi disoccupazione per i docenti inclusi nelle graduatorie scolastiche ad esaurimento e che abbiano accettato un incarico annuale disupplenza» .
Il giudizio principale aveva ad oggetto l’annullamento delle
graduatorie ad esaurimento del personale docente ed educativo per ilconferimento di incarichi nelle scuole ed istituti di istruzione
secondaria, pubblicate dall’Ufficio scolasticoprovinciale di Lecce .
La ricorrente nel giudizio in questione chiedeva
che le suddette graduatorie fossero annullate nella parte in cui esse
includono, quali docenti aventi diritto alla quota di riserva dei
posti, in quanto invalidi civili, persone che non hanno piu’ titolo
alla cennata riserva per aver accettato una proposta di assunzione a
tempo indeterminato o determinato per un periodo superiore a otto mesi.
Il Tar aveva osservato che ai fini del riconoscimento della sopra indicata riserva dei posti occorre che i docenti siano in possesso di due requisiti, ossia lo stato di disabilita’ e quello di disoccupazione mentre in applicazione della norma impugnata, la giurisprudenza amministrativa ha affermato che lo svolgimento da parte di una persona disabile di un incarico di supplenza superiore agli otto mesi comporta il venir meno dello stato di disoccupazione e, quindi, il diritto al riconoscimento della riserva dei posti .
Di conseguenza a parere del TAR rimettente,la citata norma creerebbe una ingiustificata disparita’ di trattamento tra l’insegnante che,beneficiando della riserva in un momento in cui vi era ladisponibilita’ di cattedra, abbia conseguito una stabile collocazionenella scuola, rispetto al docente che abbia invece consumato lariserva ottenendo un incarico a tempo determinato .
Peraltro il giudice a quo ha ritenuto che la norma censurata, nel far
discendere la perdita dello stato di disoccupazione sia dal
conferimento di un incarico a tempo indeterminato che determinato, non tiene conto che il reclutamento del personale docente avviene in entrambi i casi attingendo alla medesima graduatoria, con la conseguenza che al docente disabile destinatario di un incarico di supplenza, in quanto riservista, e’ preclusa la possibilita’ di potersi avvalere per l’anno successivo dell’identico diritto per il venir meno del requisito della disoccupazione ,sottolineando che detta norma inoltre violerebbe anche i principi costituzionali posti sia a tutela del
diritto al lavoro sia delle persone disabili .
Conclusivamente il il TAR rimettente osservava che
l’eventuale accoglimento della questione proposta avrebbe permesso ai controinteressati nel giudizio principale di mantenere gli insegnamenti conseguiti per effetto della loro inclusione nelle graduatorie ad esaurimento in qualita’ di riservisti, seppure in precedenza destinatari di incarichi di supplenza.
A quella del Tar, si è frapposta la posizione dell’Avvocatura dello Stato secondo cui il rimettente non avrebbe tentato di pervenire
ad una interpretazione conforme a Costituzione dell’art. 4 impugnato,in quanto non avrebbe tenuto conto del piu’ generale quadro normativo in cui tale articolo si colloca e in virtu’ del quale l’Amministrazione ha incluso nelle graduatorie in esame i
controinteressati, seppur destinatari di atti di incarico di docenza ed in proposito ha rilevato che il TAR , nel
sollevare il dubbio di costituzionalita’, ha omesso di considerare
l’art. 16, comma 2, della legge 12 marzo 1999, n. 68 (Norme per il
diritto al lavoro dei disabili), il quale stabilisce che per i
disabili, al fine di ottenere i benefici della quota di riserva a
loro destinata, e’ irrilevante la circostanza di essere o meno
disoccupati al momento della assunzione, dovendo tale requisito
sussistere solo al momento della domanda al concorso.
Proseguendo l’Avvocatura ha richiesti che la questione sollevata fosse riconosciuta manifestamente inammissibile, in quanto:
-il rimettente non ha tenuto conto delle norme che disciplinano l’accessoal lavoro delle persone disabili (artt. 3, 7, 8 e 16 della legge 12marzo 1999, n. 68, recante «Norme per il diritto al lavoro dei
disabili»);
-posto che, in particolare, l’art. 7, comma 2, della legge appena
citata dispone che i lavoratori disabili, per poter beneficiare della
riserva dei posti nell’ambito delle procedure concorsuali, devono
essere iscritti negli elenchi menzionati all’art. 8, comma 2, e,
quindi, risultare disoccupati;
– che il successivo art. 16, comma 2, stabilisce che «i
disabili che abbiano conseguito le idoneita’ nei concorsi pubblici
possono essere assunti, ai fini dell’adempimento dell’obbligo di cui
all’articolo 3, anche se non versino in stato di disoccupazione e
oltre il limite dei posti ad essi riservati nel concorso»;
-che dal quadro normativo sopra riportato si evince che, ferma
la regola generale secondo la quale lo stato di disoccupazione resta
un presupposto indefettibile per il riconoscimento del titolo alla
riserva dei posti in favore degli invalidi nell’ambito delle
assunzioni da parte delle pubbliche amministrazioni (art. 7), per
quanto attiene alla assunzione degli idonei e, quindi, ad un momento
successivo all’espletamento del concorso, per effetto dell’art. 16,
la sussistenza del suddetto stato non e’ piu’ richiesta al momento
del conferimento dell’incarico dovendo, pero’, ricorrere all’atto di
partecipazione al concorso, di iscrizione nelle graduatorie ad
esaurimento o del loro aggiornamento .
Le osservazioni dell’Avvocatura dello Stato sono state accolte dalla Corte Costituzionale ,che infatti per i predetti motivi ha dichiato la manifesta inammissibilita’ della questione di
legittimita’ costituzionale dell’art. 4 del decreto legislativo 21
aprile 2000, n. 181.
Si riporta l’elenco dell aziende operanti in Abruzzo nei cui confronti il Ministero del Lavoro nel periodo 8/15 luglio 2010 ha emanato i provvedimenti di cigs:
Denominazione Azienda : BENTEL SECURITY
Settore: FABBRICAZIONE, INSTALLAZIONE, RIPARAZIONE E MANUTENZIONE DI MACCHINE ED APPARECCHI ELETTRICI N.C.A.
Decreto del 15/07/2010 n. 53080
Approvazione del programma di C.I.G.S. dal 08/03/2010 al 07/03/2011
Denominazione Azienda : GPK SpA
con sede in : PISTOIA Prov : PT
Decreto del 15/07/2010 n. 53078
Approvazione del programma di C.I.G.S. dal 29/03/2010 al 28/03/2011
Decreto del 15/07/2010 n. 53079
Approvazione del programma di C.I.G.S. dal 15/03/2010 al 14/03/2011
Denominazione Azienda : OMNIA SERVITIA SRL
con sede in : LANCIANO Prov : CH
Decreto del 15/07/2010 n. 53051
Approvazione del programma di C.I.G.S. dal 06/04/2010 al 05/04/2011
Denominazione Azienda : UNIGLOVE SRL
con sede in : LORETO APRUTINO Prov : PE
Unità di : LORETO APRUTINO Prov : PE
Decreto del 15/07/2010 n. 53074
Approvazione del programma di C.I.G.S. dal 01/03/2010 al 28/02/2011
PRONUNCIA CASSAZIONE SULLA PRESCRIZIONE DEC.LEGVI NN. 458/94 E 124/04
Si ritiene confacente richiamate l’attenzione sulla sentenza della Corte di Cassazione n.26578 del 12.7.2010 ,che trattando di sicurezza sul lavoro ,fornisce significati vi e rilevanti indicazioni sul provvedimento di prescrizione disciplinato dai decreti legislativi n,458/94 e n.124/04 ,come risulta dall’ampio stralcio di seguito riportato .
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 12 luglio 2010, n. 26758
Sicurezza sul lavoro – Violazione delle norme anti-infortunistiche – Regolarizzazione – Mancata prescrizione di regolarizzazione dall’organo di vigilanza – Conseguenze – Azione penale – Improcedibilità – Esclusione – Fondamento.
[1] Svolgimento del processo° e 18, comma 5 bis, d.lgs 276 del 2003 perché stipulavano un contratto di appalto privo dei requisiti previsti dalla normativa di cui al decreto citato; in particolare per aver fornito n. 10 lavoratori della ditta (…) alla ditta (…), presso il deposito (“…”) di Centobuchi di Monteprandone, senza dotarli di attrezzature necessarie allo svolgimento dell’appalto, ad assumere il rischio d’impresa, ovvero ad esercitare sugli stessi lavoratori il potere direttivo ed organizzativo che è requisito di validità necessario del contratto di appalto (in Monteprandone dal settembre 2004 al maggio 2006).
1. In forza al decreto di citazione diretta emesso dal competente P.M. in data 18.6.2007 (…) venivano rinviati in giudizio per rispondere del reato p. e p. dagli artt. 29, comma 1
Nel corso dell’ istruttoria dibattimentale venivano sentiti i testimoni richiesti dall’accusa e dalla difesa con i rispettivi controesami, nonché gli imputati che accettavano di sottoporsi ad interrogatorio e si acquisiva documentazione relativa ai fatti contestati.
All’esito le parti discutevano precisando le rispettive conclusioni come da verbale e la causa era decisa dal tribunale che con sentenza del 17.7.2009 dichiarava non doversi procedere nei confronti di (…) in ordine al reato loro ascritto relativamente alla condotta intervenuta dal settembre 2004 sino all’8.12.2005, per essere la stessa estinta per intervenuta prescrizione, dichiara invece colpevoli del reato loro ascritto relativamente al periodo che andava dal 9.12.2005 al 31.5.2006 e per l’effetto li condannava, riconosciute le attenuanti generiche, alla pena di 46.000,00 euro di ammenda oltre al pagamento delle spese processuali. Pena sospesa alle condizioni di legge.
[2] Svolgimento del processo, applicabile ex art. 15 d.lgs 23 aprile 2004 n. 124, comporta l’improcedibilità dell’azione penale, dovendo escludersi che alla suddetta omissione possa sopperirsi mediante la concessione di un termine da parte del giudice.
Sostiene in particolare la difesa dei ricorrenti – citando a sostegno della sua tesi un precedente di questa Corte (Cass., sez. III, 6 giugno 2007-17 settembre 2007, n. 34900) – che l’omessa fissazione, da parte dell’organo di vigilanza, di un termine per la regolarizzazione, come previsto dall’art. 20, primo comma, d.lgs. 19 dicembre 1994, n. 758
La tesi sostenuta dalla difesa dei ricorrenti, che trova effettivamente conforto nel citato precedente di questa Corte, è formulata in termini radicali, nel senso che, ove si sia mancata la prescrizione di regolarizzazione da parte dell’organo di vigilanza con l’assegnazione al trasgressore di un termine per adempiere, l’azione penale è improcedibile ed è definitivamente tale perché neppure il giudice può porvi rimedio. come invece ritenuto da Cass., sez. III, 20 gennaio 2006 – 17 febbraio 2006, n. 6331: precedente questo rispetto al quale Cass., sez. III, 6 giugno 2007 – 17 settembre 2004, n. 34900, cit., si pone in dichiarato contrasto, invece che legittimamente il giudice di merito dichiari non doversi procedere per mancanza della condizione di procedibilità costituita dal previo espletamento della procedura di prescrizione della regolarizzazione.
L’improcedibilità quindi … sostiene la difesa dei ricorrenti sussiste e non è emandabile; ciò – può subito osservarsi – con la grave conseguenza che in tutti i casi in cui nessuna prescrizione di regolarizzazione possa essere data dall’organo di vigilanza (l’ipotesi più evidente è quella del datore di lavoro che non sia più tale per cessazione dell’azienda) vi sarebbe una situazione di “blocco”, in termini di non emandabile improcedibilità dell’azione penale; sicché si predicherebbe in sostanza una situazione di irrimediabile paralisi dell’azione penale con il conseguente non manifesto dubbio di legittimità costituzionale di un tale assetto normativo per violazione dell’art. 112 Cost. che sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale.
La delicata questione di diritto con posta, in un contesto giurisprudenziale che vede il sostanziale contrasto dei due citati precedenti, richiede una rimeditazione del complessivo quadro normativo.
2.1. Per le contravvenzioni in materia di sicurezza ed igiene del lavoro punite con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda il legislatore ha previsto – agli artt. 19-24 d.lgs. 19 dicembre 1994 n. 758 (in tema di disciplina sanzionatoria in materia di lavoro) – un particolare procedimento ad opera dell’organo di vigilanza, quale attività di polizia giudiziaria (art. 55 c.p.p.), che precede quello penale ovvero si innesta in esso come una parentesi incidentale che comporta la sospensione del procedimento penale stesso: ciò al fine di perseguire una specifica conformazione alle prescrizioni antinfortunistiche impartite dall’organo di vigilanza conformazione alle prescrizioni antinfortunistiche impartite dall’organo di vigilanza a chi le abbia violate il quale, ove adempia a tali prescrizioni, beneficia di una particolare misura premiale consistente nell’ oblazione in via amministrativa pagamento di una somma pari al quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa) in misura più favorevole di quella dell’oblazione prevista in generale per le contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda (art. 162 c.p.: terza parte del massimo della pena dell’ammenda) o per le contravvenzioni punite con pena alternativa (art. 162 bis c.p.: metà del massimo della pena dell’ammenda).
Ed infatti l’organo di vigilanza, nel comunicare al P.M. la notizia di reato, impartisce )o meglio – come si viene ora a precisare – può impartire) al contravventore un’opposita prescizione ad essa, ammette il contravventore all’oblazione in sede amministrativa mediante il pagamento di un quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa.
Se però la notizia della contravvenzione arriva immediatamente, da altra fonte, al P.M., e quest’ultimo che investe l’organo di vigilanza perché possa dettare le sue prescrizioni per eliminare l’infrazione accertata.
Nell’uno e nell’altro caso il procedimento penale è sospeso (l’art. 23 disciplina appunto questa speciale ipotesi di “sospensione del procedimento penale”) in attesa che si compia questa fase incidentale diretta a far si che innanzi tutto siano poste in essere da parte del contravventore) le specifiche misure e di sicurezza e di igiene del lavoro, prescritte dall’organo di vigilanza, di oblazione del reato in caso di adempimento.
Questa fase incidentale comporta appunto la sospensione del procedimento penale, peraltro non assoluta perché non preclude la richiesta di archiviazione, né impedisce l’assunzione delle prove con incidente probatorio, né gli atti urgenti di indagine preliminare, né il sequestro preventivo (art. 23, comma 3); solo in tal caso, molto particolare, essa costituisce “condizione di procedibilità” dell’azione penale e si connota come una parentesi finalizzata alla regolarizzazione e dell’eventuale oblazione del reato.
2.2 La modulazione di tale condizione di procedibilità segue una scansione temporale secondo varie evenienze possibili:
a) l’organo di vigilanza che comunque è tenuto a ritenere al pubblico ministero la notizia di reato inerente alla contravvenzione (art. 20, comma 4) – può, allo scopo di eliminare la contravvenzione accertata, impartire al contravventore un’apposita prescrizione, fissando per la regolarizzazione un termine(di ciò l’organo di vigilanza, in quanto operante nell’esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria, è tenuto a dare immediata comunicazione al P.M. e quindi di norma contestualmente alla stessa comunicazione della notizia di reato): il processo penale allora rimane sospeso fino a momento in cui il pubblico ministero riceve una delle comunicazioni di cui all’art. 21, comma 2 e 3 (art.23, comma1), per le quali vi è un termine variamente modulato dagli artt. 20, comma 1 e 21, commi 2 e 3, ma che comunque non può superare un limite temporale massimo(risultante dalla sommatoria di vari termini: fino a sei mesi prorogabili una sola volta – per la regolarizzazione : fino a trenta giorni per l’oblazione:fino a centoventi o novanta giorni per la comunicazione al P.M. dell’adempimento o dell’inadempimento della prescrizione) entro il quale l’organo di vigilanza deve comunicare all’adempimento alla prescrizione (con l’eventuale pagamento della somma determinata ai fini dell’oblazione) ovvero l’inadempimento alla stessa.
b) la notizia di reato perviene direttamente al P.M.: è allora quest’ultimo ad investire l’organo di vigilanza “per le determinazioni inerenti alla prescrizione che si renda necessaria allo scopo di eliminare la contravvenzione” (art. 22, comma 1). In questa evenienza l’organo di vigilanza informa il pubblico ministero delle proprie determinazioni entro sessanta giorni dalla data in cui ha ricevuto la comunicazione da quest’ultimo (art. 22, comma 2): il processo è sospeso fino a quando l’organo di vigilanza informa il pubblico ministero che no ritiene di dover impartire alcuna prescrizione (perché ad es., si tratta di contravvenzioni a condotta esaurita ovvero perché l’indagato ha già provveduto spontaneamente ad esaminare la violazione), e comunque alla scadenza del termine di cui all’art. 22, comma 2, ossia sessanta giorni dalla comunicazione del P.M., se l’organo di vigilanza omette di informare il pubblico ministero delle proprie determinazioni inerenti alla prescrizione (art. 23, comma 2).
In questa seconda evidenza (sub. b) in cui è il PM che informa l’organo di vigilanza e non viceversa è indubitabile che una determinazione dell’organo di vigilanza possa essere quella di non adottare alcuna prescrizione perché ciò è espressamente contemplato dall’art. 23, comma 2, nella parte in cui prevede: “il procedimento riprende il suo corso quando l’organo di vigilanza informa il pubblico ministero che non ritiene di dover impartire una prescrizione.
Analogamente non potendo certo ipotizzarsi, per l’evidente irragionevolezza intrinseca che altrimenti ne conseguirebbe , che l’organo di vigilanza possa non adottare alcuna prescrizione quando è investito dal P.M. e debba invece farlo quando è lui a comunicare al P.M. la notizia di reato, deve ritenersi che l’organo di vigilanza, ove sia quest’ultimo ad informare il P.M. (ipotesi sub a) possa fin dall’inizio determinarsi a non adottare alcuna prescrizione (perché ad es. non c’è nulla da regolarizzare o perché la regolarizzazione c’è già stata ed è congrua) e quindi possa limitarsi a comunicare la notizia di reato al PM vuoi con l’indicazione espressa di non aver impartito alcuna prescrizione al contravventore: ciò che parimenti implica la determinazione dell’organo di vigilanza di non impartire alcuna prescrizione.
Ed allora, in disparte l’ipotesi (che è quella normale) in cui l’organo di vigilanza comunichi tempestivamente (ossia nel prescritto termine) al PM l’adempimento della prescrizione impartita (con o senza l’oblazione) ovvero l’inadempimento alla stessa da parte del contravventore ovvero ancora, ove investito dalla comunicazione del PM la determinazione di non adottare alcuna prescrizione, c’è comunque un termine finale massimo che in ogni caso fa cessare la sospensione del procedimento penale qualunque sia stata (o non sia stata) l’attività dell’organo di vigilanza. Inoltre è ben possibile che questa sospensione non scatti mai ove inizialmente l’organo di vigilanza comunichi al PM la notizia di reato con l’indicazione espressa di non aver impartito alcuna prescrizione al contravventore ovvero senza l’indicazione di alcuna prescrizione impartita, ciò che a parimenti indicativo della determinazione dell’organo di vigilanza di non impartire alcuna.
In altre parole il fatto che l’organo di vigilanza non impartisca alcuna prescrizione di regolarizzazione è un ipotesi possibile e legittima e non condiziona affatto l’esercizio dell’azione penale, che è invece condizionato, per un limitato periodo di tempo, solo nel caso in cui, all’opposto l’organo di vigilanza impartisca al trasgressore una prescrizione di regolarizzazione; condizionamento questo che, così costruito, appare compatibile con il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione stessa (art. 112 Cost..)
2.3. un chiarimento a questo punto si impone sulla nozione di “prescrizione di regolarizzazione” che l’organo di vigilanza può come si è appena precisato – (e non già deve) adottare.
La “regolarizzazione” di cui si è detto finora non consiste semplicemente nell’eliminazione della condotta penalmente rilevante, ove a carattere permanente, accertata dall’organo di vigilanza in sede ispettiva ovvero nella non reiterazione della stessa ove si tratti di una condotta ad effetto istantaneo o esaurita.
Ciò è dovuto in ogni caso dal datore di lavoro (e da chi sia soggetto alla disciplina in materia di sicurezza e di igiene del lavoro e più in generale in materia di lavoro e legislazione sociale la cui applicazione è affidata alla vigilanza della direzione provinciale del lavoro. Non occorre alcuna prescrizione da parte dell’organo di vigilanza: va da se che il contravventore deve far cessare la permanenza della sua condotta illecita ovvero non deve più reiterarla.
Si tratta null’altro che della prescrizione di legge che il contravventore ha violato e che deve non più violare provvedendo a “regolarizzare” la sua condotta, senza necessità di alcuna specifica prescrizione (alcuna sorta di ammonimento) a non violare la legge penale.
Insomma, non c’è alcun meccanismo di previa messa in mora che, ove inadempiuta, faccia scattare il reato; questo comunque è già stato commesso dal contravventore (e semmai e oblazionabile), mentre la prescrizione di legge penale, che è stata violata, non deve comunque essere più – o essere ancora violata all’originario contravventore senza necessità che essa sia, per così dire “rinforzata” dalla prescrizione dell’organo di vigilanza.
La “regolarizzazione” alla quale fa riferimento il complesso normativo sopra citato e qualcosa di più; si tratta di prescrizioni di dettaglio – che possono consistere anche in “specifiche misure atte a far cessare il pericolo per la sicurezza o per la salute dei lavoratori durante il lavoro” (art. 20 comma 3) – che rappresentano una modalità particolare di adempimento della prescrizione di legge, sanzionata penalmente.
L’organo di vigilanza, in riferimento al caso che è stato oggetto dell’attività di vigilanza, può ritenere che le esigenze di sicurezza e di igiene del lavoro siano meglio soddisfatte con l’adozionedi determinati accorgimenti che costituiscono una modalità specifica di adempimento della prescrizione di legge, ritenuta dall’organo di vigilanza più confacente al caso di specie.
Il contravventore allora, che comunque deve adempiere alla generale prescrizione di legge, è chiamato ad adempiere ad una prescrizione ulteriore, quella singulatim impartitagli dall’organo di vigilanza – e questo aggravio della sua posizione, quale possibile conseguenza ulteriore del reato commesso, è bilanciato dalla misura premiale dell’oblazione di cui agli artt. 162 e 162 bis c.p.
E’ ben possibile però che, secondo una valutazione rimessa all’organo di vigilanza, condizionata dalle particolarità del caso contrario, non ci siano misure specifiche da prescrivere e che quindi rimanga per il contravventore (egualmente da osservare) solo la prescrizione generale, quella prevista dalla legge e sanzionata penalmente.
Come è anche possibile, secondo l’espressa previsione dell’art. 24, comma 3, che l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose della contravvenzione sia stata realizzata dal trasgressore con “modalità diverse da quelle indicate dall’organo di vigilanza”, ma parimenti congrue e compatibili; in tal caso rimane non di meno la misura premiale dell’oblazione nell’importo ridotto al quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa.
2.4. Questo quadro normativo ha poi trovato conferma nell’art. 15 d.lgs. 23 aprile 2004 n. 124 (recante norme di razionalizzazione delle funzioni ispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro) che da una parte ne ha ampliato l’ambito di applicazione a tutte le violazioni di carattere penale previste dalle leggi in materia di lavoro e legislazione sociale la cui applicazione è affidata alla vigilanza della direzione provinciale del lavoro: d’altra parte – ed è ciò che maggiormente interessa – ha previsto che la procedura di regolarizzazione di cui agli artt. 20-24 d.lgs n. 758/1994 si applica anche nelle ipotesi in cui la fattispecie è a condotta esaurita, ovvero nelle ipotesi in cui il trasgressore abbia autonomamente provveduto all’adempimento degli obblighi di legge sanzionati precedentemente all’emanazione della prescrizione”. Invece secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. sez. III, 13 giugno 2001 – 29 agosto 2001, n. 32418: in questa parte non massimata) – l’espletamento della procedura prevista dagli art. 20 ss. d.lgs. n. 758/1994, volta ad eliminare la situazione di pericolo o di disagio per i lavoratori mediante l’adozione delle misure all’uopo prescritte dagli organi di controllo competenti, era inapplicabile alle contravvenzioni istantanee e a quelle a condotta esaurita, in quanto incompatibile con la natura di detti reati: giurisprudenza questa da ritenersi superata dalla nuova normativa. Cfr. anche Cass. sez. III 1 aprile 2009 – 16 giugno 2009, n. 24791, che ha appunto affermato che “è superata la giurisprudenza di questa Corte che aveva ritenuto non applicabili gli 20 ss d.lgs. 758/1994 nell’ipotesi di mancanza di prescrizioni da parte dell’organo di vigilanza”.
L’espressa previsione, da parte dell’art. 15 d.lgs. n. 124/2004, di quest’ultima fattispecie in particolare (quella del trasgressore che abbia già adempiuto alla prescrizione, in materia di lavoro e legislazione sociale, in precedenza violata e che quindi abbia già “regolarizzato” la sua posizione rispetto alla prescrizione di legge) mostra ulteriormente – a conferma di quanto sopra argomentato – che la prescrizione dell’organo di vigilanza, ora certamente possibile in ragione dell’inequivoco dettato normativo, è qualcosa di ulteriore e più specifico rispetto all’adempimento della prescrizione di legge (è stato ritenuto legittimo, ad es., l’ordine di cessazione dell’attività dell’imprenditore datore di lavoro: Cass., sez. III 1 aprile 2009 – 16 giugno 2009, n. 24791, cit.).
2.5. La conclusione di questo argomentare può quindi così sintetizzarsi: a) la prescrizione di regolarizzazione può – non necessariamente deve – essere impartita dall’organo di vigilanza il quale, vuoi inizialmente (ove sia quest’ultimo a comunicare la notizia di reato al P.M.) vuoi successivamente (ove sia il P.M. che abbia ricevuto la notizia di reato da altra fonte, ad investire l’organo di vigilanza, può determinarsi a non impartire alcuna (perché, ad es., non c’è nulla da regolarizzare p perché la regolarizzazione c’è già stata ed è congrua): b) la sospensione del processo penale di cui all’art. 23 cit. nell’ipotesi in cui la prescrizione di regolarizzazione sia stata impartita dall’organo di vigilanza (ove sia quest’ultimo a comunicare la notizia di reato al P.M.), ovvero possa ancora essere impartita (ove sia il P.M. che abbia ricevuto la notizia di reato da altra fonte, ad investire l’organo di vigilanza), non è mai sine die, ma ha comunque un limite temporale massimo dall’organo di vigilanza; e) non c’è alcun “diritto” del contravventore a ricevere la prescrizione di regolarizzazione dall’organo di vigilanza con assegnazione del relativo termine per adempire: egli e comunque tenuto a “regolarizzare” ossia a rispettare le norme di prevenzione in materia di sicurezza e di igiene del lavoro – anche se alla prescrizione di legge non si aggiunga la prescrizione dell’organo di vigilanza di rispettarla adottando in particolare “specifiche misure”: ma in ogni caso egli, ove abbia “regolarizzato” adottando misure equiparabili a quelle che l’organo di vigilanza avrebbe potuto impartirgli con la prescrizione di regolarizzazione, può comunque chiedere al giudice di essere ammesso in misura ridotta, beneficio che non gli è precluso dal fatto che nessuna prescrizione di regolarizzazione gli sia stata impartita dall’organo di vigilanza (ciò in ragione di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 24, comma 3, di cui ora si viene a dire: v. in sintesi infra sub 2.7.).
La previsione dell’art. 15 dlgs. n. 124/2004 – nella parte in cui prescrive che la procedura di regolarizzazione di cui agli artt. 20-24 d.lgs. n. 758/1994 si applica anche nelle ipotesi in cui il trasgressore abbia autonomamente provveduto all’adempimento degli obblighi di legge sanzionati precedentemente all’emanazione della prescrizione – ben si raccorda alla giurisprudenza costituzionale in materia che ha preso in considerazione l’ipotesi in cui il trasgressore abbia immediatamente (o comunque tempestivamente) regolarizzato la sua posizione adottando misure tali da rendere superflua la prescrizione di regolarizzazione da parte dell’organo di vigilanza.
L’art. 24 comma 3 d.lgs. n. 758/94 cit. prevede – come già ricordato – l’ipotesi del trasgressore che regolarizzi la sua posizione con “modalità” diverse” da quelle prescritte dall’organo di vigilanza: il giudice e chiamato a valutarne l’equipollenza al fine di ammettere il trasgressore all’oblazione nella stessa misura agevolata dell’oblazione in via amministrativa. Come anche prevede l’adempimento non tempestivo, ossia in un tempo superiore a quello assegnato dall’organo di vigilanza, ma che comunque il giudice può apprezzare come congruo: anche in tal caso rimane il beneficio dell’oblazione in misura ridotta.
Secondo poi l’interpretazione adeguatrice indicata dalla Corte costituzionale ciò avviene anche nel caso in cui questa regolarizzazione da parte del trasgressore sia spontanea e precede la possibile determinazione da parte dell’organo di vigilanza: il quale quindi, in tale evenienza, nessuna prescrizione impartisce non già perché non abbia il potere di farlo (l’art. 15 d.lgs. n. 124/2004 ora espressamente prevede – come già ricordato – che la procedura di regolarizzazione possa essere attivata anche “nelle ipotesi in cui il trasgressore abbia autonomamente provveduto all’adempimento degli obblighi di legge sanzionati precedentemente all’emanazione della prescrizione”), ma perché la regolarizzazione già operata dal trasgressore è adeguata e conforme alle “specifiche misure” che l’organo di vigilanza avrebbe potuto impartire ove non fosse stato “preceduto dallo stesso trasgressore.
In particolare la Corte costituzionale (sent. N. 19 del 1998: cfr. anche ord. N. 192 del 2003) nel dichiarare non fondate le questioni di costituzionalità dell’art. 24, comma 1 d.lgs. n. 758/94 cit. ha offerto un’interpretazione adeguatrice del plesso normativo in esame per evitare un ingiustificato trattamento deteriore al contravventore che spontaneamente ed autonomamente abbia regolarizzato la violazione prima che l’organo di vigilanza si sia determinato ad impartire la prescrizione di cui all’art. 20 cit. rispetto a quello riservato al contravventore che regolarizzi a seguito di prescrizione impartita dall’organo di vigilanza, il quale ultimo (l’organo di vigilanza) infatti – ha ritenuto la corte – può parimenti impartire la prescrizione dell’art. 20 cit. “ora per allora” oppure può limitarsi a verificare l’avvenuta eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose della contravvenzione, talché in entrambe le ipotesi il contravventore può essere ammesso all’oblazione in sede amministrativa (con il rispetto del termine di trenta giorni di cui all’art. 21, comma 2, cit.: Cass. Sez. III, 27 marzo 2003 – 30 maggio 2003, n. 23921).
Inoltre (cfr. Cass. Sez. III 1 febbraio 2005 – 10 marzo 2005, n. 9478) il contravventore che non abbia avuto l’opportunità di essere ammesso all’oblazione in sede amministrativa per il fatto di non aver ricevuto alcuna prescrizione da parte dell’organo di vigilanza, ma che non di merito abbia eliminato la violazione conformandosi agli obblighi di legge in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, può successivamente chiedere al giudice – deducendo la congruità della regolarizzazione per aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose della contravvenzione con modalità analoghe a quelle che l’organo di vigilanza avrebbe potuto indicare – di avvalersi dell’oblazione ordinaria, ma nella misura risotta di cui al terzo comma dell’art. 24 cit. che la prevede con il pagamento di un quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa: ipotesi questa che proprio in ragione di quell’esigenza di interpretazione costituzionalmente orientata sottesa alla cit. sent. n. 19 del 1998, n on può ritenersi limitata ai soli casi di adempimento spontaneo ed effettuato con modalità diverse da quelle prescritte (espressamente C. cost. n. 192 del 2003, da ultimo, ha ribadito la possibilità per il giudice di ricondurre tutte le “situazioni sostanzialmente omogenee” nell’alveo della procedura prevista dagli art. 20 ss. d.lgs. n. 758/94 cit.).
2.7. Ed allora l’ulteriore conclusione che può formularsi è che la circostanza che l’organo di vigilanza, nel comunicare al P.M. la notizia di reato, non abbia impartito alcuna prescrizione di regolarizzazione all’imputato, mostrando così di determinarsi a non impartirne alcuna (ciò che può legittimamente fare, come sopra argomentato), non impedisce, nell’immediato, al trasgressore, proprio in ragione della constatazione dell’avvenuta regolarizzazione, di chiedere all’organo di vigilanza di essere comunque ammesso all’oblazione in sede amministrativa (ex art. 21, comma 2 cit) ovvero non impedisce successivamente, all’imputato di chiedere al giudice di essere ammesso all’oblazione ordinaria in sede giudiziaria nella stessa misura agevolata dell’oblazione in sede amministrativa.
2.8. Nella specie quindi il fatto che nessuna prescrizione di regolarizzazione sia stata intimata dall’organo di vigilanza ai trasgressori non costituisce causa di improcedibilità dell’azione penale – per tutte le argomentazioni sopra svolte e sintetizzate, come principio di diritto, sub, 2.5 – e quindi non sussiste, nella sentenza impugnata, il vizio denunciato dalla difesa dei ricorrenti.
AMPLIAMENTO TITOLI PERSONALE SCUOLA RISCATTABILI PER PENSIONE
Si richiama l’attenzione sulla Nota 13 luglio 2010, n. 37 con cui l’INPDAP fornisce chiarimenti sulla valutazione ai fini pensionistici dei corsi abilitanti del personale della scuola ,facendo seguito e confermando le previsioni della nota operativa n. 11 del 18 marzo c.a. relativa alle istruzioni in merito alla valorizzazione ai fini pensionistici dei corsi necessari per l’ammissione in servizio del personale delle amministrazioni pubbliche.
Ricordato che nei confronti del personale in esame, la materia è disciplinata dall’articolo 13 del DPR n. 1092/1973 così come ridefinito dal DIgs n. 184/1997 ,l’Istutto in applicazione di dette disposizioni dichiara che è consentita la facoltà di riscatto di:
– diplomi di cui all’articolo 1 della legge n. 341/1990 (diploma universitario, di laurea, di specializzazione, dottorato di ricerca), anche qualora non siano titoli prescritti per il posto ricoperto; la medesima legge ha altresì stabilito che siano le Università a provvedere alla formazione degli insegnanti delle scuole secondarie attraverso specifiche scuole di specializzazione articolate in indirizzi presso le quali si consegue un diploma di abilitazione all’insegnamento;
– periodi di iscrizione al albi professionali, ove tale periodo sia stato richiesto come condizione necessaria per l’ammissione in servizio;
– periodi di pratica necessari per il conseguimento dell’abilitazione professionale.
Inoltre a ,considerato che La Corte Costituzionale, con sentenza n.52 del 9-15 febbraio 2000, ha ampliato la possibilità di riscattare tutti quei diplomi, titoli di studio e corsi di specializzazione conseguiti presso istituti o scuole riconosciute di livello superiore (post-secondario) quando il relativo diploma o titolo di studio di specializzazione o di perfezionamento sia richiesto per l’ammissione in servizio di ruolo o per lo svolgimento di determinate funzioni ,la nota in questione aggiunge che sono ammessi a a riscatto, in sede pensionistica, tra i corsi del personale della Scuola i seguenti:
– i corsi biennali svolti dagli Atenei presso le Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS), in quanto considerati diplomi universitari, possono essere riscattati ai sensi dell’articolo 2 del DIgs n. 184/1997 e quindi indipendentemente dalla circostanza che il titolo di abilitazione conseguito sia o meno titolo prescritto per il posto ricoperto dal dipendente;
– i corsi speciali annuali istituiti dalle Università e dagli Istituti di alta formazione artistica e musicale (AFAM) in applicazione della legge 4 giugno 2004, n. 143, possono essere valorizzati, in sede pensionistica, in virtù dell’ampliamento della facoltà di riscatto di diplomi, titoli e corsi sancito dalla citato sentenza della Corte Costituzionale n. 52/2000; di conseguenza la facoltà di riscatto di detti corsi è riservata al personale della scuola con incarico annuale ovvero assunto in tempo indeterminato, in quanto il relativo titolo conseguito è necessario per l’inserimento nelle graduatorie provinciali permanenti atte al conferimento di incarichi annuali e alle nomine a tempo indeterminato.
Infine ,per completezza d’informazione ,lanota citata evidenzia che non possono essere valorizzati ai fini pensionistici i corsi di abilitazione all’insegnamento antecedenti ai corsi SSIS, in quanto non compresi tra le fattispecie riscattabili di cui all’art. 13 del DPR n.1092/73 né tra quelle disciplinate dal D.Lgs. n.184/97 e non rientrano nell’ambito di applicazione della più volte citata sentenza della Corte Costituzionale n.52/2000.
[1] RIFERIMENTI NORMATIVI(1) corte costituzionale – sentenza 09 febbraio 2000, n. 52;
LEGISLAZIONE: (1) decreto presidente repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092; (2) decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184; (3) legge 19 novembre 1990, n. 341; (4) decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184; (5) legge 12 agosto 1962, n. 1338;
PRASSI: (1) inpdap – nota 18 marzo 2010, n. 11;