Source: https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=3222
Timestamp: 2019-08-17 16:49:34+00:00
Document Index: 174048022

Matched Legal Cases: ['art. 97', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 10', 'art. 2059', 'art. 10', 'art. 97', 'art.\n22', 'art.\n22', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 22', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ']

La pubblicazione dell’immagine altrui non può ledere la reputazione o il decoro della persona ritrattata. L’art. 97 della legge 633/1941 (sul diritto d'autore) stabilisce, che "non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine ... è collegata a fatti o avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico". La medesima norma tuttavia vieta comunque la pubblicazione dell'immagine ripresa in occasione pubblica, allorché essa "rechi pregiudizio all'onore e alla reputazione ed anche al decoro della persona ritrattata". Dunque, nel caso in cui la riproduzione di un’immagine relativa a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico, avvenga senza il consenso del titolare occorre verificare se detta pubblicazione non abbia comunque recato pregiudizio all’onore od alla reputazione altrui. di Sabrina PERON, avvocato in Milano
altrui non può
o il decoro della
persona ritrattata.
L’art. 97 della legge 633/1941 (sul diritto d'autore) stabilisce, che "non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine ... è collegata a fatti o avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico". La medesima norma tuttavia vieta comunque la pubblicazione dell'immagine ripresa in occasione pubblica, allorché essa "rechi pregiudizio all'onore e alla reputazione ed anche al decoro della persona ritrattata". Dunque, nel caso in cui la riproduzione di un’immagine relativa a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico, avvenga senza il consenso del titolare occorre verificare se detta pubblicazione non abbia comunque recato pregiudizio all’onore od alla reputazione altrui.
Il caso deciso dal Tribunale di Venezia (Trib. Venezia, 21 maggio 2008, n. 1185, g.u. Guerra) riguarda la pubblicazione su un quotidiano di una fotografia che ritraeva un soggetto nell’atto di tagliare il nastro inaugurale di un sex shop, posta a corredo di un articolo nel quale si riferiva che una coppia di XXX, dopo aver superato una "selezione durissima", era protagonista di un film a contenuto erotico nell'ambito della serie "Coppie italiane sporcaccione", film che sarebbe stato commercializzato anche nel sex shop di XXX. <?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
La fotografia (scattata due anni prima la pubblicazione dell’articolo al momento della inaugurazione del sex shop di cui all’articolo) era accompagnata da un articolo dal titolo “Il richiamo del proibito” e dalla seguente didascalia “l'interno del sex shop di Gemona dove tra qualche giorno troveranno posto anche i video che ritraggono in azione la coppia gemonese Sono tanti gli aspiranti attori di filmati a esplicito contenuto erotico".
Il giudice, accertato che la pubblicazione dell’immagine era avvenuta senza l’esplicito consenso del soggetto ivi ritratto, e premettendo:
• che l’art. 97 l. 22-4-1941 n° 633 (legge sul diritto d'autore) stabilisce, che "non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine ... è collegata a fatti o avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico" ;
• che la medesima norma vieta comunque la pubblicazione dell'immagine ripresa in occasione pubblica, allorché essa "rechi pregiudizio all'onore e alla reputazione ed anche al decoro della persona ritrattata";
tenendo presenti tali presupposti, ha ritenuto di dover verificare se – nel caso concreto - l’avvenuta pubblicazione dell’immagine non avesse leso la reputazione o il decoro della persona ritrattata.
Al riguardo il giudice ha anzitutto accertato che l’immagine pubblicata risultava decontestualizzata dalla propria realtà e trasposta in una “dimensione estranea in grado di alterare la corretta rappresentazione della personalità individuale”: si trattava difatti di un’immagine scattata un paio d’anni prima in occasione della festa pubblica di inaugurazione del sex shop ma che nulla aveva che vedere con i fatti narrati nell’articolo.
Sul punto il tribunale ha precisato che non si può ritenere che per il solo fatto che il soggetto ritrattato “si fosse recato all'inaugurazione, non sottraendosi ai flash del fotografo, la sua reputazione non fosse suscettibile di essere danneggiata dal successivo accostamento alla suddetta notizia, posto che va distinto il comportamento di chi si reca ad un evento pubblico di tale genere, magari scherzosamente, da quello di chi "recita" in video pornografici o li acquista, comportamento attinente alla sfera del privato, ed in particolare alla propria vita sessuale (catalogato tra i " dati sensibili" sia dall'art. 22 della legge 31-12-1996 n° 675 Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, in vigore all'epoca della pubblicazione, sia dal successivo D. L.vo 196/2003)”.
Con particolare riferimento alla tutela dei dati sensibili, il giudicante ha osservato che il dato sensibile idoneo a rivelare la vita sessuale (ai sensi dell'art. 22 della legge 675/1996 (vigente all'epoca dei fatti e successivamente abrogata per intera regolamentazione dal D. L.vo 30-6-2003 n° 196 - Codice in materia di protezione dei dati personali) “avrebbe potuto essere utilizzato solo con il consenso scritto dell'interessato e previa autorizzazione del Garante per la Protezione dei dati personali, senza che rilevi che la utilizzazione sia avvenuta nell'esercizio della professione di giornalista, posto che l'art. 25 della medesima legge esclude la necessità del consenso solo per dati diversi da quelli idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”.
Inoltre anche a voler ritenere che vi sia stato un consenso implicito e che lo stesso potesse essere sufficiente, ad avviso del Tribunale “tale consenso avrebbe reso lecita la divulgazione dell'immagine solo con riferimento alla notizia dell'inaugurazione del sex shop, ma non in funzione di una notizia del tutto diversa e pubblicata a ben due anni di distanza riguardante la commercializzazione di video di attori porno amatoriali. In altre parole, il consenso avrebbe operato nei limiti del c.d. "uso prevedibile", con esclusione quindi di utilizzazioni per scopi diversi e lesivi del decoro, dell'onore o della pubblicazione”.
A ciò infine si aggiunga che il carattere diffamatorio non è escluso dal fatto che la fotografia consentirebbe solo di “ipotizzare la riferibilità della notizia alle persone fotografate”, difatti anche le “modalità dubitative, allusive, insinuanti, sottintese, ambigue, suggestionanti sono idonee ad integrare il pregiudizio, perché comunque idonee a scalfire la reputazione della persona alla quale si riferiscono”.
Con riferimento da ultimo alla natura del pregiudizio subito ne è apparso evidente il carattere non patrimoniale, in relazione al quale, “dopo la rilettura operata con le sentenze Cass. 31-5-2003 n° 8828 e 8827 e gli univoci orientamenti successivi, non vi sono dubbi sulla risarcibilità dei danni non patrimoniali in ipotesi di lesioni di diritti di rilevanza costituzionale, anche in assenza di fattispecie penalmente illecite”.
Ciò posto il danno è stato liquidato facendo riferimento a parametri equitativi quali: le specifiche modalità di pubblicazione dell’immagine, il particolare risalto dato alla notizia, il fatto che il soggetto leso fosse una persona non nota; l’assenza di indicazioni di situazioni particolari dalle quali desumere una particolare intensità della lesione.
Si pubblica la sentenza del Tribunale di Venezia, tratta, con autorizzazione, da www.dejure.giuffre.it
Il Tribunale Ordinario di Venezia, Sezione III^ Civile, in
composizione monocratica nella persona del giudice unico dott.
Antonella Guerra, ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta al ruolo generale al n° 5680/2003 R.G.
promossa con atto di citazione notificato il giorno 8-7-2003
E. M., rappresentato e difeso dagli avv. Nunzia Barra del foro di
Tolmezzo e avv. Stefano Faccini del foro di Venezia, con procura a
margine dell'atto di citazione e con domicilio eletto presso lo
studio del secondo in Venezia-Mestre
-attorecontro
Società Editrice Padana s.p.a. ora Il Gazzettino s.p.a.,
rappresentata e difesa dall'avv. Augusto Salvadori, con procura a
margine della comparsa di costituzione e con domicilio eletto presso
il suo studio in Venezia
Oggetto: altre ipotesi di responsabilità extracontrattuale non
ricomprese nelle altre materie (art. 2043 c.c. e norme speciali)
Conclusioni dell'attore
"In via principale
A. Accertare e dichiarare che la fotografia ritraente il sig. E. M.
e pubblicata dal quotidiano il Gazzettino del Friuli del 30.505.2000
è stata scattata e pubblicata senza il consenso dell'attore.
B. Accertare e dichiarare che la pubblicazione della foto ritraente
il sig. E. M. sul quotidiano edito dalla SOCIETÀ EDITRICE PADANA
S.P.E. S.p.a. già "Società Editrice Editoriale Il Gazzettino S.p.a."
costituisce lesione del diritto all'immagine, all' identità personale
e alla riservatezza.
C. Disporsi ex art. 10 C.c. e artt. 96 e 97 L. n. 633 del 1941 che
la foto de quo venga estromessa dall'archivio del quotidiano onde
evitare il ripetersi della pubblicazione.
D. Condannare la SOCIETÀ EDITRICE PADANA S.P.E. S.p.a. già "Società
Editrice Editoriale Il Gazzettino S.p.a." al pagamento a titolo di
risarcimento dei danni ex art. 2059 C.c. della somma capitale di
euro = 25.000,00= oltre interessi e rivalutazione.
Spese, diritti e onorari di lite integralmente rifusi."
"1) Respingersi le domande attoree;
2) Condannarsi l'attore alla rifusione di spese, diritti ed onorari
di causa;
3) In via istruttoria: ammettersi quelle istanze istruttorie di
parte convenuta che il G.I. ha respinto con la propria ordinanza del
20 maggio 2005.
4) In ogni caso il procuratore di parte convenuta dichiara di non
accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove di
controparte."
Con atto di citazione ritualmente notificato l'attore sig. E. M. conveniva in giudizio davanti
all'intestato tribunale la società Editoriale Il Gazzettino s.p.a. al fine di sentire accertare e
dichiarare che la fotografia ritraente lo stesso attore pubblicata dal quotidiano Il Gazzettino del
Friuli in data 30-5-2000 era stata scattata e pubblicata senza il consenso dell'attore e che tale
pubblicazione costituiva lesione del diritto all'immagine, all' identità personale e alla
riservatezza; conseguentemente chiedeva che ai sensi dell'art. 10 c.c. e artt. 96 e 97 della L.
n° 633 del 1941 la foto fosse estromessa dall'archivio del quotidiano e la società editrice fosse
condannata al risarcimento dei danni pari ad euro 25.000 oltre ad interessi e rivalutazione.
Costituitasi ritualmente in giudizio, la società convenuta contestava la fondatezza della
domanda, sostenendo in particolare che la foto era stata scattata nel corso di un avvenimento
pubblico, con il consenso dell'attore e che comunque non vi era alcuna lesione all'onore,
all'immagine e alla reputazione . Chiedeva quindi che la domanda fosse rigettata o, in via
subordinata, la riduzione del quantum della pretesa.
Si procedeva alla trattazione fino all'assegnazione dei termini per definitive istanze istruttorie.
All'udienza del 21-1-2005 parte convenuta dichiarava che la società convenuta era stata
incorporata mediante fusione nella Società Editrice Padana S.E.P. s.p.a. in forza di atto di
fusione del 9-12-2004 rep. N° 80203 del notaio Bordieri di Iesolo.
Era quindi dichiarata l'interruzione del processo che veniva successivamente ritualmente
Previa ammissione di parte dei mezzi di prova orale indicati dalle parti, si svolgeva l'istruttoria
con l'interrogatorio formale dell'attore e le prove testimoniali.
Esaurite le prove orali ammesse, entrambi i procuratori chiedevano fissarsi udienza di
All'udienza del 13-7-2007 le parti precisavano le conclusioni nel senso sopra riportato e la
causa, istruita anche documentalmente, era trattenuta in decisione con assegnazione dei
termini di legge per comparse conclusionali e memorie di replica.
In data 30-5-2000 sulla prima pagina del Il Gazzettino del Friuli, edizione regionale del Il
Gazzettino, fu pubblicato l'articolo intitolato "In coda per il porno dei vicini di casa" (doc. 1
attoreo), articolo firmato dal giornalista C. A. S. accompagnato da una fotografia che ritraeva
l'attore sig. E. M. ed una donna nell'atto di tagliare un nastro, nastro trattenuto dallo stesso E.
M.. Che l'attore sia il medesimo soggetto ritratto nella foto non è stato mai stato contestato, se
non tardivamente in comparsa conclusionale.
Accanto alla fotografia vi è una didascalia del seguente tenore: "IL RICHIAMO DEL PROIBITO
L'interno del sex shop di XXX dove tra qualche giorno troveranno posto anche i video che
ritraggono in "azione" la coppia XXX Sono tanti gli aspiranti "attori" di filmati a esplicito
contenuto erotico". Il contenuto dell'articolo infatti si riferisce ad una coppia di XXX che, dopo
aver superato una "selezione durissima", era protagonista di un film a contenuto erotico
nell'ambito della serie "Coppie italiane sporcaccione", film che sarebbe stato commercializzato
anche nel sex shop di XXX.
È pacifico (in quanto implicitamente affermato anche nelle difese della convenuta) che la
fotografia pubblicata era stata scattata più di due anni prima rispetto alla pubblicazione, e
precisamente in data 18.2.1998, in occasione della festa d'inaugurazione del sex shop di XXX
del Friuli del quale parla l'articolo.
Così delineati i fatti nei suoi tratti essenziali, l'attore afferma a sostegno delle sue domande: a)
che la festa nel corso della quale era stata scattata l'immagine si era svolta in un luogo privato
e non era un avvenimento d'interesse pubblico, b) che la pubblicazione della foto era avvenuta
senza il suo consenso e c) non era funzionale al legittimo ed effettivo esercizio del diritto di
cronaca giornalistica.
Sotto il primo profilo, gli esiti delle prove per interrogatorio formale e per testi hanno
univocamente fatto emergere che la festa in realtà era aperta ad un pubblico adulto, in quanto
ci poteva accedere chiunque, anche senza invito, purchè maggiorenne; lo stesso E. M. ha
confessato la circostanza e la titolare del negozio, sentita in qualità di testimone, ha
specificato: "Per l'occasione invitai amici e conoscenti; entrarono anche altre persone; vi era
una persona di mia fiducia all'ingresso che verificava solo che gli avventori fossero adulti.
Avevo pubblicizzato l'inaugurazione del negozio tramite inserzione sui giornali. Vennero quindi
molte persone".
D'altra parte, la circostanza che all'avvenimento abbia partecipato anche un giornalista del
Gazzettino con un fotografo, unitamente alla finalità evidentemente commerciale dell'evento,
dimostrano il carattere non meramente privato.
Proprio in relazione alla natura pubblica, la società editoriale ha sostenuto la tesi secondo la
quale la pubblicazione dell'immagine fotografica sarebbe stata legittima in virtù della norma di
cui all'art. 97 della l. 22-4-1941 n° 633 (legge sul diritto d'autore) che stabilisce, tra l'altro,
che "non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell'immagine ... è
collegata a fatti o avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico."
Tuttavia, poiché la medesima norma vieta comunque la pubblicazione dell'immagine ripresa in
occasione pubblica, allorchè essa "rechi pregiudizio all'onore e alla reputazione ed anche al
decoro della persona ritrattata", ci si deve chiedere se nel caso concreto sia ravvisabile tale
pregiudizio. Il contesto nel quale l'immagine è stata inserita, ossia l'illustrazione della notizia di
un' imminente commercializzazione di filmini a contenuto erotico aventi come protagonisti una
coppia non identificata di XXXXX, non lascia molti dubbi sulla potenzialità pregiudizievole alla
reputazione e all' identità personale dell'attore, il quale era raffigurato insieme ad un'altra
donna, così da far dubitare che egli fosse uno dei protagonisti oppure, quanto meno, uno dei
clienti in attesa di acquistare il video pornografico o, ancora, un testimonial della nuova
iniziativa commerciale.
Poiché non è stato provato, né invero allegato, che il E. M. sia effettivamente il protagonista
del film in questione o un cliente del sex shop, essendo viceversa emerso solo che egli
presenziò alla festa pubblica d'inaugurazione avvenuta ben due anni prima rispetto alla
pubblicazione, deve ritenersi, nonostante l'evoluzione dei costumi e della morale sessuale, che
l'aver divulgato la sua immagine associata a tale notizia costituisca un fatto idoneo a sminuire
apprezzabilmente la sua reputazione nell'ambito sociale di appartenenza, e quindi la stima
della quale lo stesso è circondato. In ogni caso, anche a voler ritenere, ma si dubita, che oggi
la società sia indifferente rispetto a chi svolga l'attività non professionale di attore di film
pornografici o li acquisti, non c'è dubbio che nel caso concreto l' identità personale del E. M. ne
sia uscita alquanto distorta senza il suo consenso. L'immagine pubblicata, infatti, risulta
decontestualizzata dalla propria realtà e trasposta in una dimensione estranea, in grado di
alterare la corretta rappresentazione della personalità individuale.
Né si può ritenere che per il solo fatto che il E. M. si fosse recato all'inaugurazione, non
sottraendosi ai flash del fotografo, la sua reputazione non fosse suscettibile di essere
danneggiata dal successivo accostamento alla suddetta notizia, posto che va distinto il
comportamento di chi si reca ad un evento pubblico di tale genere, magari scherzosamente, da
quello di chi "recita" in video pornografici o li acquista, comportamento attinente alla sfera del
privato, ed in particolare alla propria vita sessuale (catalogato tra i " dati sensibili" sia dall'art.
22 della legge 31-12-1996 n° 675 Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al
trattamento dei dati personali, in vigore all'epoca della pubblicazione, sia dal successivo D.
L.vo 196/2003).
Il carattere diffamatorio non è poi escluso dal fatto che la fotografia consente solo di ipotizzare
la riferibilità della notizia alle persone fotografate in quanto anche le modalità dubitative,
allusive, insinuanti, sottintese, ambigue, suggestionanti sono idonee ad integrare il pregiudizio,
perché comunque idonee a scalfire la reputazione della persona alla quale si riferiscono.
Che poi l'attore fosse riconoscibile nell'immagine pubblicata è stato dimostrato dal tenore delle
risposte dei testi L. e C., ed invero è risultato evidente anche in occasione della sua
comparizione personale per rendere l'interrogatorio formale.
Sotto il secondo profilo evidenziato dall'attore, la convenuta non ha infatti provato, com'era
suo onere, che la pubblicazione dell'immagine sia avvenuta con il consenso dell'avente diritto:
dall'istruttoria testimoniale è solo emerso che sia il fotografo del giornale che il giornalista non
avevano alcun segno distintivo, mentre il possesso di attrezzatura professionale da parte del
fotografo è di per sé insufficiente a desumere che il E. M. fosse consapevole non solo che si
trattava di un fotografo di un giornale, ma altresì che la sua immagine avrebbe potuto essere
utilizzata per la pubblicazione. Né i mezzi di prova non ammessi - dei quali è stata reiterata la
richiesta in sede di precisazione delle conclusioni -consentirebbero una diversa valutazione, in
quanto irrilevanti.
A ciò si aggiunga che, quale dato sensibile idoneo a rivelare la vita sessuale, ai sensi dell'art.
22 della legge 675/1996 (vigente all'epoca dei fatti e successivamente abrogata per intera
regolamentazione dal D. L.vo 30-6-2003 n° 196 - Codice in materia di protezione dei dati
personali) avrebbe potuto essere utilizzato solo con il consenso scritto dell'interessato e previa
autorizzazione del Garante per la Protezione dei dati personali, senza che rilevi che
utilizzazione sia avvenuta nell'esercizio della professione di giornalista, posto che l'art. 25 della
medesima legge esclude la necessità del consenso solo per dati diversi da quelli idonei a
Non solo, anche a ritenere che vi sia stato un consenso implicito e che lo stesso fosse
sufficiente, ma si dubita fortemente per quanto sopra osservato, va detto che tale consenso
avrebbe reso lecita la divulgazione dell'immagine solo con riferimento alla notizia
dell'inaugurazione del sex shop, ma non in funzione di una notizia del tutto diversa e
pubblicata a ben due anni di distanza riguardante la commercializzazione di video di attori
In altre parole, il consenso avrebbe operato nei limiti del c.d. "uso prevedibile", con esclusione
quindi di utilizzazioni per scopi diversi e lesivi del decoro, dell'onore o della pubblicazione. Nel
medesimo senso vi sono anche degli specifici precedenti giurisprudenziali, fra i quali vanno
menzionati tribunale di Napoli 12-6-2002 in Giurisprudenza napoletana 2002, 336, pretura di
Roma 16-6-1990 in Foro It. 1992, I, 1958 e tribunale di Roma 7-10-1988 in Giustizia civ.,
1989, I, 1243, nella quale ultima si è affermato che "L'efficacia del consenso, idoneo a far
venire meno l'illiceità della divulgazione del ritratto di una persona, deve essere contenuta
entro il rigoroso ambito della prestazione, nei limiti in cui il consenso stesso fu dato (limite
oggettivo della diffusione) e con riguardo esclusivo al soggetto o ai soggetti nei cui confronti fu
prestato (limite soggettivo). Le situazioni soggettive attinenti alla persona nel suo complesso,
infatti, possono mutare anche rapidamente e quell'estrinsecazione diffusa dell'immagine, la
quale ancorchè in tempi lontani possa essere sembrata consona a sé stessi, può, in seguito,
non trovare più rispondenza delle mutate esigenze e connotazioni della propria personalità.",
argomentazione quest'ultima mutuabile anche nel caso specifico in esame, nel quale la
pubblicazione è avvenuta a distanza di due anni dall'evento nel corso del quale è stata scattata
Appare pertinente il richiamo anche al principio affermato nella sentenza Cass. 15-3-1986 n°
1763 nel caso RAI contro Abrescia, riguardante una ripresa di uno spettatore di una partita di calcio, colto in un atteggiamento idoneo a simbolizzare il tifoso sofferente, ripresa che era
stata inserita nella sigla di una trasmissione, e quindi in un contesto di per sé non lesivo della
reputazione : la Suprema Corte ha statuito che "L'art. 97 comma 1 della l. 22 aprile 1941 n.
633, sulla protezione del diritto di autore, il quale consente la riproduzione dell'immagine,
senza il consenso del ritrattato, ove sia collegata a fatti di interesse pubblico o svoltisi in
pubblico, trova applicazione non solo quando la divulgazione dell'immagine si verifichi in sede di cronaca dei predetti avvenimenti, ma anche quando derivi da una successiva rievocazione di essi, purchè, in entrambi i casi, vi sia, come situazione giustificatrice, un'esigenza d'informazione socialmente apprezzabile. Pertanto, con riguardo alla ripresa dell'immagine di un tifoso durante una partita di calcio, la suddetta norma ne autorizza la divulgazione con la cronaca dell'evento agonistico, ovvero anche con la riproduzione a distanza di tempo dell'evento stesso, al fine di soddisfare il persistente interesse del pubblico a rivedere quell'incontro, ma non può giustificare un'utilizzazione che venga effettuata per scopi diversi e senza alcun collegamento con l'accadimento nel corso del quale è stata fissata".
In sintesi nel caso specifico, deve essere enfatizzato che la divulgazione della foto è avvenuta
non solo senza il consenso specifico ed esplicito da parte dell'avente diritto, ma in relazione ad
una notizia diversa rispetto al contesto nella quale la fotografia fu scattata e recando
pregiudizio alla reputazione sociale, al diritto all' identità personale e alla riservatezza del E.
Peraltro il giornale ha omesso di specificare nella didascalia o comunque a margine dell'immagine che si trattava di una foto d'archivio relativa alla festa d'inaugurazione del locale, precisazione che avrebbe consentito di eliminare o quanto meno ridurre grandemente il pregiudizio.
Proprio l'assenza di nesso tra l'immagine ed il tema trattato dall'articolo e dalla didascalia porta
ad escludere che la pubblicazione possa ritenersi giustificata dall'esercizio del diritto di cronaca,
in quanto ridondante rispetto alla finalità informativa dell'articolo (si veda anche Tribunale di
Roma 30-1-1997 in Giurisprudenza di Merito, Morace c. soc. Il Messaggero ed. e altro, nella
quale si afferma che "In confronto all'autore dell'articolo - di carattere scabroso nel titolo e nel
tenore, attinenti a rapporti lesbici in una squadra femminile di calcio - ed in confronto del
responsabile del giornale ove l'articolo è pubblicato, ha titolo al risarcimento del danno per
violazione del diritto all'immagine e all' identità personale la persona il cui ritratto fotografico
sia inserito nel contesto dell'articolo, senza il suo consenso e senza nesso alcuno col tema
trattato.").
Riconosciuta quindi l'illiceità della pubblicazione della fotografia secondo i riferimenti normativi
di cui agli artt. 10 del cod. civ., dell'art. 97 della legge sul diritto d'autore e dell'art. 22 della l.
675/1996, si deve procedere alla valutazione dell'ampiezza del pregiudizio e alla
quantificazione del danno.
Il diritto all'immagine, ossia alla tutela della componente visivamente percepibile, configura un
diritto fondamentale della persona; quale diritto fondamentale, ossia valore fondante della
dignità umana, ha carattere assoluto e personalissimo.
Nel caso concreto, all'evidente pubblicazione senza consenso dell'immagine si è accompagnata
la lesione alla reputazione , alla riservatezza e all' identità personale del soggetto, tutte
situazioni giuridiche riconducibili nell'alveo dell'art. 2 della Costituzione il quale sancisce il
valore assoluto della persona umana, che consente di far assurgere al rango di diritto
soggettivo perfetto ogni proiezione della persona nella realtà sociale, con la conseguente
configurabilità di una tutela risarcitoria in caso di lesioni (così Corte Cost. 11-7-2003 n° 233).
Mediante l'utilizzo di una foto di archivio il giornale, dunque, non solo ha violato il diritto di non
diffondere la propria immagine e di disporne secondo la propria autodeterminazione, ma ha
anche gettato una false light sulla persona dell'attore, attribuendogli una vicinanza a vicende
non proprie idonee a rivelarne la vita sessuale, e rendendole pubbliche.
In relazione alla natura dei diritti, la lesione si verifica per il solo fatto della pubblicazione e per
questo, ai fini dell'accertamento dell' an del pregiudizio, diviene del tutto superfluo verificare
gli effetti concretamente prodotti nell'ambito lavorativo o personale. In altre parole, non è
necessario dimostrare lo scandalo o lo stupore prodotti dalla pubblicazione o le modificazioni
prodotte nella propria esistenza, posto che essi non sono di per sé elementi costitutivi della
lesione. Peraltro, nel caso concreto, l'attore non ha nemmeno allegato un pregiudizio
esistenziale, ossia una modificazione delle proprie abitudini di vita.
Il pregiudizio lamentato riveste, evidentemente, carattere non patrimoniale. Dopo la rilettura
operata con le sentenze Cass. 31-5-2003 n° 8828 e 8827 e gli univoci orientamenti successivi,
non vi sono dubbi sulla risarcibilità dei danni non patrimoniali in ipotesi di lesioni di diritti di
rilevanza costituzionale, anche in assenza di fattispecie penalmente illecite. La stessa parte
convenuta non ha sollevato alcuna obiezione al riguardo.
Ciò premesso, in assenza di indici di commisurazione predefiniti, la liquidazione dovrà essere
necessariamente equitativa, seppur commisurata a parametri oggettivi e concreti, quali la
potenzialità diffusiva dell'illecito, l'estensione spazio temporale raggiunta, la rilevanza data alla
notizia, parametri effettivamente indicati dall'attore fin dall'atto di citazione (vedasi pag. 8
Tenuto conto delle specifiche modalità di pubblicazione dell'immagine, del particolare risalto
della notizia collocata nella prima pagina dell'edizione regionale, del presumibile ampio ambito
raggiunto (tutta la regione Friuli), del fatto che l'attore è persona non nota che risiede e lavora
nella zona nella quale la notizia è stata diffusa, nonchè dell'assenza di indicazioni su situazioni
particolari dalle quali desumere una particolare intensità della lesione, si stima di liquidare in
via equitativa a titolo di danno non patrimoniale l'importo di 7.500,00 euro in valori attuali,
oltre interessi al saggio legale dalla sentenza al saldo. Tale valutazione tiene altresì conto delle
quantificazioni operate in altri casi di lesione del diritto all'immagine o alla reputazione di
persone non note (per esempio, il tribunale di Milano con sentenza 9-1-2004 giud. Marangoni,
pubblicata in Danno e Responsabilità 2005, I, pag. 91 ha riconosciuto l'importo di 4000,00
euro ai valori del gennaio 2004 per la pubblicazione abusiva di un'immagine in depliant
pubblicitario, questo tribunale con sentenza 30-10-2005 pubblicata in Giurisprudenza di Merito
ha condannato il Gazzettino al risarcimento di 160.000,00 euro a favore dei quattro congiunti
(40.000,00 euro ciascuno) di un ragazzo deceduto per aver falsamente diffuso con notevole
risalto la notizia che la morte era stata determinata da overdose; Tribunale di Venezia 9-4-
2006, inedita, che ha condannato il Gazzettino al risarcimento di 10.000,00 euro di un
professionista, che in alcuni articoli era stato indicato come favorito da un dirigente comunale
indagato per concussione).
Il tribunale è consapevole che la liquidazione diverge notevolmente dagli importi riconosciuti
dalla giurisprudenza in favore di persone note (politici, persone di spettacolo, giornalisti), ma
reputa che ciò sia giustificato dalla particolare pregnanza che riveste l'immagine o la
reputazione della persona "famosa", con conseguente maggior offensività dell'illecito.
La società editrice convenuta, oggi denominata Il Gazzettino s.p.a., va pertanto condannata al
risarcimento dei danni in favore dell'attore, liquidati in 7.500, 00 euro in valori attuali, oltre
interessi al saggio legale dalla sentenza al saldo.
Ai sensi dell'art. 10 del c.c., al fine di evitare il ripetersi della pubblicazione, va disposta
l'estromissione dell'immagine in questione dall'archivio del quotidiano.
La riduzione del quantum, benché considerevole, non giustifica la compensazione delle spese di
lite, nemmeno parziale, ma se ne terrà conto in sede di liquidazione.
Le spese di lite seguono la soccombenza prevalente e sono liquidate come da dispositivo anche
in considerazione dell'attività svolta, delle questioni trattate e del valore della controversia.
Il Tribunale di Venezia, Sezione III^ civile, in composizione monocratica nella persona del
giudice unico dott. Antonella Guerra, definitivamente pronunciando, così decide, ogni contraria
istanza, eccezione e deduzione disattesa:
1) Accerta e dichiara che la fotografia ritraente il sig. E. M. e pubblicata dal Il Gazzettino del
Friuli del 30-5-2000 è stata scattata e pubblicata senza il consenso dell'attore;
2) Accerta e dichiara che la pubblicazione della foto ha leso il diritto all'immagine, all' identità
personale e alla riservatezza dell'attore;
3) Dispone che la foto pubblicata sia estromessa dall'archivio del quotidiano;
4) Condanna Il Gazzettino s.p.a., in persona del suo legale rappresentante, al risarcimento dei
danni in favore dell'attore, liquidati in 7.500,00 euro in valori attuali, oltre interessi al saggio
legale dalla sentenza al saldo;
5) Condanna Il Gazzettino s.p.a. alla rifusione delle spese di lite, che liquida in 6078,76 euro,
di cui 190,00 euro per spese imponibili, 30,76 euro per spese esenti, 2358,00 euro per diritti e
3500,00 euro per onorari, oltre IVA, CPNA e spese generali;
6) Dichiara la sentenza esecutiva.
Venezia 15 febbraio 2008
dott. Antonella Guerra
dep. 21.05.2008
(in: http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/files/012847_resource1_orig.pdf)