Source: http://circolorossellimilano.blogspot.com/2016/05/
Timestamp: 2018-12-12 02:29:32+00:00
Document Index: 99551788

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 80', 'art. 114', 'art. 116', 'art. 119', 'art. 120', 'art. 122', 'art. 132', 'art. 55', 'art. 81', 'art. 70', 'art. 117', 'art. 70', 'art. 70', 'art. 83', 'art. 135', 'art. 104']

Circolo Rosselli Milano Attualità politica: maggio 2016
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Livio Ghersi: La riforma costituzionale valutata nel merito (parte II)
La riforma costituzionale valutata nel merito (parte II) Numerosi articoli della riforma costituzionale, dal 29 al 36, contengono modifiche al Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione, ossia al Titolo che riguarda le Regioni, i Comuni e gli altri Enti locali territoriali, ed i loro rapporti con lo Stato. Mentre finora abbiamo visto che la riforma contiene molte disposizioni scritte in modo pasticciato ed approssimativo, nella parte riferita al Titolo quinto è evidente un più serio lavoro di approfondimento tecnico. Il problema è che una materia come questa non può essere lasciata ai tecnici del diritto. E' proprio qui che serve la politica, quella che ha capacità di affrontare i nodi della realtà ed ha una visione del futuro. Ossia, la politica nel senso più alto del termine. Viceversa, questo ennesimo tentativo di riforma costituzionale è la clamorosa conferma che la classe politica italiana, complessivamente intesa, non ha le idee chiare e procede in modo altalenante: con l'esito ultimo non di riformare le istituzioni per renderle più efficienti, ma di terremotarle con decisioni che vengono contraddette poco tempo dopo essere state assunte. La Costituzione entrata in vigore l'1 gennaio 1948 elencava, all'articolo 117 Cost., le materie in cui le Regioni avevano competenza legislativa, nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato (le cosiddette "leggi cornice" dello Stato, che avrebbero avuto la loro attuazione di dettaglio nella legislazione regionale, differenziata secondo le esigenze dei diversi territori). La Commissione parlamentare bicamerale presieduta dal liberale Aldo Bozzi, nella sua relazione finale, datata 29 gennaio 1985, manteneva l'impostazione data dai Costituenti, ma proponeva di riformulare l'articolo 117 Cost., riconducendo le materie di competenza legislativa regionale a quattro settori organici: a) ordinamento e organizzazione amministrativa (inclusa la determinazione delle circoscrizioni comunali e provinciali); b) servizi sociali (fra i quali rientrava pure la polizia locale, urbana e rurale); c) sviluppo economico; d) assetto e utilizzazione del territorio. Nel febbraio del 1997 s'insediava la Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, presieduta da Massimo D'Alema. Questi cercò di coinvolgere l'intero arco delle forze parlamentari nel lavoro di elaborazione delle modifiche costituzionali. Furono istituiti quattro Comitati di lavoro: 1) Forma dello Stato; 2) Forma di Governo; 3) Parlamento e fonti normative; 4) Sistema delle garanzie. Presidenti e relatori dei Comitati erano espressione di gruppi parlamentari diversi. I riformatori del 1997 erano condizionati da un obiettivo politico contingente: stabilire un'intesa con Lega Nord. Questo partito, che aveva consentito il formarsi di un Governo presieduto da Silvio Berlusconi dopo le elezioni del 27 marzo 1994 (le prime tenutesi con la nuova legge elettorale che prevedeva i collegi uninominali), aveva poi messo in crisi la coalizione di Centro-Destra, determinando, nel gennaio del 1995, la formazione di un nuovo Esecutivo, presieduto da Lamberto Dini. Sempre la Lega Nord, scegliendo di non fare parte di alleanze, aveva auto un ruolo importante nel successo del Centro-Sinistra, nelle elezioni del 21 aprile 1996. La Lega Nord chiedeva, ossessivamente, una cosa: il mutamento della Forma dello Stato italiano e l'avvento del federalismo. Fu così che, negli anni Novanta del ventesimo secolo, il federalismo assurse a questione politica fondamentale. Eppure, lo Stato italiano delineato dalla Costituzione repubblicana certamente non era uno stato accentrato. E' scritto nei princìpi fondamentali che la legislazione dello Stato è tenuta ad adeguarsi «alle esigenze dell'autonomia e del decentramento» (art. 5 Cost). L'assetto istituzionale che si rinveniva negli anni Novanta era articolato in venti Regioni, cinque delle quali dotate di speciale autonomia. La Commissione bicamerale presieduta da D'Alema fallì e non c'è davvero motivo di rimpiangerne il lavoro, perché complessivamente produsse proposte di mediocre qualità, nella spasmodica ricerca di compromessi fra forze politiche che volevano cose troppo diverse fra loro. Gran parte delle elaborazioni del Comitato per la Forma dello Stato furono però recuperate e si tradussero nella legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, recante modifiche al Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione. Approvata da una maggioranza parlamentare di Centro-Sinistra (al tempo, Presidente del Consiglio era Giuliano Amato) e, purtroppo, confermata dal Corpo elettorale in un Referendum assai poco partecipato. Per quanto riguarda l'articolo 117 Cost., la legge costituzionale n. 3/2001 ribaltò l'impostazione data dai Costituenti. Furono prima elencate tutte le materie in cui lo Stato aveva «legislazione esclusiva» (secondo comma); furono poi indicate le materie cosiddette di "legislazione concorrente", nelle quali la potestà legislativa era delle Regioni, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alle leggi dello Stato (terzo comma). Un'ulteriore norma, che era una vera e proprio petizione ideologica, stabiliva che spettasse alle Regioni la potestà legislativa in ogni altra materia, non espressamente riservata alla legislazione dello Stato (quarto comma). L'esperienza attuativa ha dimostrato come non basti inserire una materia in un elenco per dirimere la questione se, e in che misura, debbano occuparsene le leggi statuali, oppure le leggi delle Regioni. La realtà è sempre più complessa delle costruzioni astratte. Oltre a questo inconveniente, si devono imputare alla legge costituzionale n. 3/2001 due gravi errori. Il primo è quello di aver dato per scontato che gli amministratori regionali e locali non avessero bisogno di stringenti controlli perché, essendo più vicini alle realtà amministrate, bastava il controllo politico degli elettori. Il legislatore costituzionale del 2001 eliminò il controllo di legittimità sugli atti amministrativi della Regione esercitato da un organo dello Stato (modifica dell'articolo 125 Cost.) ed il controllo di legittimità sugli atti delle Province e dei Comuni esercitato da un organo della Regione, detto Coreco (abrogazione dell'articolo 130 Cost.). Eliminò la figura del Commissario del Governo che in ciascuna Regione doveva apporre il visto sulle leggi approvate dal Consiglio regionale (modifica dell'articolo 127 Cost.). Con la conseguenza che tutte le leggi regionali sono promulgate e pubblicate ed, eventualmente, il Governo della Repubblica, entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione, può promuovere la questione di legittimità costituzionale dinanzi alla Corte Costituzionale. Così, mentre il contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale è aumentato esponenzialmente, l'eliminazione del sistema dei controlli prima previsto ha incoraggiato ed incentivato il malcostume politico ed amministrativo nelle Regioni e negli Enti locali. Il secondo errore commesso dal legislatore costituzionale del 2001 è stato quello di aver immaginato un sistema di finanza regionale e locale fondato su quattro livelli di governo territoriale: Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni (modifica dell'articolo 114 Cost.); ed in cui tutti gli Enti di ciascuno dei predetti quattro livelli avessero «autonomia finanziaria di entrata e di spesa» (modifica dell'articolo 119 Cost.). Eppure, nel 2001 si sapeva bene, ad esempio, che i Comuni italiani sono oltre ottomila e che la maggior parte di loro si trova nella materiale impossibilità, per le ridotte dimensioni demografiche, di svolgere i compiti di istituto. Tutti ricorderanno la telenovela dell'attuazione del federalismo fiscale. Si è partiti dalla legge 5 maggio 2009, n. 42, di delegazione legislativa al Governo in materia di federalismo fiscale, per attuare il predetto articolo 119 della Costituzione. Nel 2010 sono entrati in vigore tre decreti legislativi, ma non determinanti; nel 2011 questo faticosissimo e travagliato processo di adozione dei decreti legislativi attuativi ha finito per arenarsi. Perché, rispetto alla crisi economica internazionale, agli obblighi assunti dall'Italia nei confronti dell'Unione Europea per arrivare al pareggio del bilancio dello Stato (il che significa che non ci dovrebbe essere deficit annuale) e per la progressiva riduzione del debito pubblico, il sistema di finanza regionale e locale delineato dal legislatore costituzionale del 2001, semplicemente, non era economicamente sostenibile. Tutto ciò premesso, quali sono le soluzioni che il riformismo costituzionale di Renzi e Boschi ha prodotto? La riscrittura dell'articolo 119 Cost. (articolo 33 del testo) è un vero e proprio specchietto per le allodole. Si ricopia il testo del 2001, inserendovi le modifiche introdotte dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, per intenderci, quella che ha introdotto il principio del pareggio del bilancio in Costituzione. La sostanza è già stata decisa dalla predetta legge costituzionale n. 1/2012: tutti gli Enti territoriali (Regioni, Comuni, eccetera) ai quali è riconosciuta autonomia finanziaria di entrata e di spesa, devono esercitarla «nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci»; tutti questi Enti devono concorrere «ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea» (si veda l'articolo 119, commi primo e sesto, quest'ultimo per i limiti all'indebitamento). Per fare un testo coordinato non serve una riforma costituzionale! Le modifiche introdotte nella riformulazione dell'articolo 117 Cost. sono invece più pregnanti (articolo 31 del testo). Ma non sembra una brillante soluzione quella di avere aumentato le materie in cui viene riconosciuta la legislazione esclusiva dello Stato; così, mentre l'elencazione del 2001 si fermava alla lettera s), ora siamo arrivati alla lettera z). Non si può passare da un eccesso all'altro: nell'impostazione del 2001 si riconosceva il protagonismo delle Regioni, mentre ora le Regioni sono diventate brutte e cattive e comanda lo Stato. Bisognerebbe arrivare ad un riordino delle Regioni (con una significativa riduzione del loro numero), ma le Regioni devono, comunque, essere enti vitali, che funzionino bene. Ad esempio, deve spettare loro l'ultima parola per quanto riguarda l'uso del territorio regionale e gli interventi infrastrutturali ed industriali a forte impatto ambientale. Servirebbero due cose: in primo luogo un vero patto di leale collaborazione fra Stato e Regioni, stabilendo come le rispettive funzioni vadano finanziate in modo continuativo nel tempo e individuando soluzioni strutturali che impediscano la proliferazione dei tributi regionali e locali. Ciò che interessa è ridurre la pressione fiscale complessiva sui cittadini e le imprese; da questo punto di vista i tributi regionali e locali non fanno meno male delle entrate fiscali che vanno allo Stato. In secondo luogo, va chiarito, a partire dalla Costituzione e via via a scendere nel sistema delle Fonti, che i concetti di autonomia decisionale e di responsabilità sono indissolubilmente legati fra loro; responsabilità non soltanto penale, quando si configurino reati specifici, ma anche contabile e politica (casi di incandidabilità e di ineleggibilità). I decisori politici non possono essere irresponsabili per le decisioni di spesa adottate, pure quelle assunte collettivamente, perché quelle decisioni avranno conseguenze sulle generazioni future. E' un piccolo pro-memoria anche per le Regioni e le Province ad autonomia speciale. Di tutto questo, ossia di quanto servirebbe davvero, non c'è traccia nel testo della legge costituzionale su cui saremo chiamati a votare nel prossimo mese di ottobre. Mi sembra un motivo più che valido per rafforzare l'orientamento a votare NO, evitando di aggiungere nuovi errori a quelli che sono stati commessi in passato. Palermo, 30 maggio 2016 Livio Ghersi (Seconda parte di tre)
POLITICA INDUSTRIALE: LA GRANDE RESPONSABILITA’ DI UNA CLASSE DIRIGENTE ASSOLUTAMENTE NON ALL’ALTEZZA DEL PROPRIO COMPITO di Franco Astengo Prendo spunto per questo intervento dalla drammatica situazione della Provincia di Savona dove, probabilmente giungendo al “the end” di un lungo processo di deindustrializzazione, sono andate contemporaneamente in crisi tre delle più importanti strutture industriali, residualmente ancora presenti sul territorio: la Bombardier (trazione ferroviaria) a Vado Ligure, la Piaggio (aerei) appena trasferita da Finale a Villanova d’Albenga), la centrale elettrica Tirreno Power, ancora a Vado Ligure, cittadina un tempo definita la “Manchester” del triangolo industriale, con una concentrazione operaia pari a quella – mitica – di Sesto San Giovanni (Sesto era la “Stalingrado d’Italia). Non si entra qui nel merito delle ragioni della vicenda riguardante il progressivo distacco della presenza industriale dal territorio, il crollo occupazionale, la crisi profonda di un intero tessuto sociale. Nella provincia di Savona (come da altre parti, del resto) si è accumulato negli anni il peggio del peggio: il non affrontamento del rapporto tra industria e ambiente ( ACNA, centrale di Vado), l’inopinata dismissione di know-how in settori strategici (Magrini, Ferrania), lo scambio perverso tra dismissione industriale e speculazione edilizia ( Italsider, ancora Magrini, importanti aziende nella Valle di Vado: ma l’elenco sarebbe lungo), esito distruttivo del processo di privatizzazione delle PPSS. In realtà ciò che è accaduto in provincia di Savona è il riflesso di una crisi profonda nella politica industriale dell’intero Paese, in un ambito europeo nel quale nazioni “forti” hanno mantenuto un’importante struttura industriale e altre hanno offerto spazio a una politica di delocalizzazione selvaggia: in questo senso l’Europa ha giocato ancora una volta a favore dei più forti. Beninteso, sempre riferendoci all’Europa: in un quadro di totale accettazione del processo di finanziarizzazione dell’economia che sta alla base della bolla speculativa emersa a livello globale fin dal 2007 e i cui effetti si stanno oggettivamente protraendo nel tempo. Come sempre accade da Savona al mondo: il battito d’ala di una farfalla in periferia che fa crollare il muro di Wall Street e viceversa, il crollo del muro di Wall Street uccide la farfalla in periferia. Si tratta della storia eterna dell’interdipendenza delle economie che oggi va di moda chiamare globalizzazione, la cui crisi ha aperto pericolosi scenari di guerra in zone strategiche nell’equilibrio geopolitico a livello mondiale. Torniamo però al merito. La crisi della provincia di Savona è frutto dell’assenza, da molti anni, di una politica industriale degna di tal nome : una crisi quindi da analizzare in un quadro molto più ampio di quello, assolutamente provinciale, all’interno del quale si muovono i soggetti istituzionali locali. Non emerge, ad esempio, una sola parola nel merito (al di là delle frasi di circostanza) nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali di Savona previste per il prossimo 5 Giugno. I candidati delle forze più importanti (PD, centrodestra, M5S)cianciano e blaterano assolutamente omologati, di impossibile turismo, di “bellezza” della Città e di altre amenità del genere. Una crisi della politica industriale, quella italiana inserita nel quadro europeo, fortemente accentuatasi in Italia dall’entrata in carica del governo Renzi (basta citare i dati della produzione industriale negli ultimi mesi). L’analisi deve essere sviluppata a partire dal vero e proprio “mutamento di pelle” verificatosi, nel corso di questi mesi, all’interno del capitalismo italiano nella direzione di un ulteriore salto di qualità nel processo di finanziarizzazione a dimensione internazionale spiega meglio perché il governo Renzi, che è espressione proprio dei settori maggiormente interessati e orientati a questo processo di ulteriore sostituzione della produzione con la finanza, si stia muovendo su temi – al riguardo appunto dell’economia – tutto sommato marginali e si stia concentrando – sotto l’aspetto politico- istituzionale – sulla costruzione di un vero e proprio “regime” a partito pressoché “unico”. L’obiettivo, infatti, è quello di un’ulteriore stretta: altro che “direzione giusta” ma ripresa debole come cianciano a Bruxelles e a Francoforte. Si preparano tempi ancor più cupi per lavoratori e disoccupati. La ragione di questo giudizio risiede proprio nell’analisi del mutamento strutturale nella composizione del capitalismo italiano, sulla via di un’ulteriore stretta finanziaria. E’ cominciata, infatti, la fase degli acquisti da parte degli investitori finanziari esteri. Il capofila è Blackrock che in pochi mesi ha investito 18 miliardi in Piazza Affari. Questi investitori non vogliono comandare nelle aziende ma sono attentissimi alla governance (e quindi al comportamento degli azionisti di maggioranza e del management) e al ruolo che riveste la politica rispetto alla finanza. Sono capitali mobili, che si fermano solo finché non trovano opportunità d’investimento ancora più convenienti. Il punto più delicato della trasformazione del capitalismo italiano è questo. Un capitalismo senza capitali (o meglio con i capitali all’estero) e con un credito contingentato, per andare avanti ha bisogno di danari che arrivano da fuori. Ora stanno arrivando perché costiamo poco e il governo Renzi è nato in continuità con questo obiettivo: sorgendo proprio, come molti ricorderanno, da incontri riservati nei luoghi dell’alta finanza londinese, quella che fa riferimento alle Isole Cayman. In questo modo si comprendono alla perfezione almeno quattro cose: 1) L’assoluta assenza, in qualsiasi atto o annuncio compiuto dal governo Renzi, di riferimenti a una politica industriale rivolta a investimenti interni rivolti ai settori strategici dalla siderurgia, all’elettromeccanica, alla chimica, all’agroalimentare. L’Italia non può permettersi una struttura industriale che porterebbe inevitabilmente con sé un ritorno a concentrazioni operaie giudicate, nell’ambiente dell’alta finanza, “socialmente pericolose”(si pensi alla recente lezione tenuta alla LUISS di Roma dall’a.d di Enel, Starace (in nomen omini?); 2) L’insistenza su vecchi arnesi del neo-liberismo come la flessibilità e la precarietà del lavoro, ben contenuti nei disgraziatissimi provvedimenti definiti “job act”. La flessibilità è da intendersi come fattore che “accompagni” la mobilità dei capitali e, di conseguenza, ulteriori fenomeni di delocalizzazione e di esternalizzazione di tipo privatistico, in particolare al riguardo della Pubblica Amministrazione, sottoposta a un vero e proprio “bombardamento liquidatorio”.Naturalmente si ravvedono sirene neo-corporative ma si tratta di andare al nocciolo della questione: una pubblica amministrazione eccessivamente concentrata rappresenta anch’essa un ostacolo per questa presuntamente necessaria mobilità di capitali. 3) E’ in funzione della possibile nuova ondata di finanziarizzazione dell’economia che il governo Renzi si muove sul terreno europeo con proposte di apparente richiesta di diminuzione del peso dell’austerità. E’ cambiato il quadro. Monti e Letta erano sorti per svolgere il ruolo di “guardiani dello spread”, Renzi per garantire l’assalto alle residue potenzialità dell’industria italiana e ridurla alle ragioni della finanza. E’ su questo punto che occorrerebbe il massimo della decodificazione e della demistificazione delle falsità correnti, ma vige ormai un regime di “mediatizzazione” degli stessi comportamenti politici che impedisce di analizzare questi dati di fatto, non fermandoci allo zero virgola del PIL o di altri fallaci indicatori; 4) Tutto questo quadro va garantito con il massimo possibile della “stabilità” politica anche e proprio sotto l’aspetto degli interpreti del potere dal punto di vista soggettivo. E’ questa la ragione del tentativo di costruzione di un vero e proprio “regime” tagliando organismi istituzionali, varando leggi elettorali che negano qualsiasi possibilità di dialettica istituzionale, puntando alla costruzione del “partito unico della nazione”, comunque già operante di fatto sotto l’insegna di quel “partito di cartello” che i muoverà univocamente per mantenere ai propri attori di riferimento lo “status” e il “ruolo” e, in realtà, non farà altro, alla fine, che suffragare la costruzione di un sistema politico legato sostanzialmente alla “moderna” mobilità di capitali (torna sempre alla mente il ruolo della finanza ai tempi di Napoleone III) anziché alla rappresentanza politica delle contraddizioni sociali. Infine, dal punto di vista delle relazioni industriali il riferimento è al “modello Marchionne”: con questo pare proprio aver detto tutto.
La sinistra di fronte ai populismi Dall'Avvenire dei lavoratori Austria - Hofer ha perso, ma… Siamo stati un giorno e una notte col fiato sospeso: la vittoria è stata decisa dagli austriaci che hanno votato per posta. di Felice Besostri Gli austriaci residenti all'estero hanno deciso la partita, influenzati dall'opinione pubblica espressa dai grandi mezzi di comunicazione dei paesi che li ospitano. Vittoria non scontata. In Svizzera, Francia, Finlandia e persino nelle scandinave Norvegia, Svezia e Danimarca c'è un'altra opinione pubblica, quella dei votanti, che ha gli stessi sentimenti dell'elettore austriaco di Hofer. Certamente i simboli hanno importanza, se avesse vinto Hofer sarebbe stata la prima vittoria di un partito, che, nel secondo dopoguerra, è stato punto di raccolta dei nostalgici del totalitarismo nazista: come se in Italia avesse vinto il MSI di Almirante e Rauti. La Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ) non è più quel partito, che non superava il 5%: è stato sdoganato due volte (un po' come il MSI diventato Alleanza Nazionale), prima dai socialdemocratici e poi dai popolari austriaci. Oltre a ciò si era fatto un'immagine di “governabilità-governante” con Haider in Carinzia. Se Hofer avesse vinto, tra l'altro, ci si accorgerebbe che l'Austria è un regime semipresidenziale, dove il Presidente di fatto non ha mai esercitato le sue prerogative perché espressione di due partiti, il socialdemocratico e il popolare, i cui leader aspiravano alla guida del governo. Se si prescinde dai simboli, le politiche della FPÖ non sono diverse da quelle della FIDESZ di Orban in Ungheria e della SMER di Fico in Slovacchia, che però hanno l'ipocrisia di far parte, il primo del PPE, il secondo del PSE. Ungheria e Slovacchia formano con la Polonia un trio di Governi, che quindi co-decidono nel Consiglio Europeo sulle politiche di migrazione. La sinistra è stretta nella morsa dei suoi valori da un lato e del concreto pericolo che i migranti siano usati come esercito industriale di riserva per comprimere ulteriormente i salari e destrutturare il welfare. Si dà così nuovo alimento ai populisti xenofobi, che imputano agli stranieri, e non al capitalismo, la perdita del lavoro. Costoro si oppongono allo smantellamento del welfare, ma sono del pari contrari la sua estensione ai non-cittadini stranieri. C'è una bella strada in salita davanti alla sinistra. Il pericolo è stato sventato di minima misura grazie al soccorso postale verde in favore di Van den Bellen: una distanza minore di quando in Francia la gauche, per stoppare la vittoria del vecchio Le Pen, dovette votare per l'ultra-conservatore Chirac. Turandosi il naso. Tiriamo, quindi, un sospiro di sollievo. Fino alla prossima volta.
Turchia: HDP chiama alla lotta contro la revoca dell'immunità parlamentare
Livio Ghersi: La riforma costituzionale valutata nel merito (parte prima)
La riforma costituzionale valutata nel merito La prima informazione da dare ai cittadini è che il testo della legge costituzionale che sarà oggetto del Referendum popolare nel prossimo mese di ottobre è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, Serie generale, del 15 aprile 2016, n. 88. Chi ha studiato un po' di diritto si procuri quel testo e lo legga. In modo da comprendere esattamente di cosa si sta parlando, senza aspettare le interpretazioni e le spiegazioni di commentatori partigiani. Il titolo della legge costituzionale enuncia gli obiettivi perseguiti dai promotori della riforma. Il primo è: «superamento del bicameralismo paritario». I fautori del NO, nei quali, per giocare a carte scoperte, dichiaro subito di riconoscermi, sostengono che la normativa approvata non realizzi compiutamente tale obiettivo. Si consideri l'articolo 10 del testo, che riguarda il procedimento legislativo, con un'integrale sostituzione dell'attuale articolo 70 della Costituzione. Al primo comma sono elencati tutti i casi in cui la funzione legislativa continua ad essere «esercitata collettivamente dalle due Camere». Ciò significa che in questi casi Camera dei Deputati e Senato della Repubblica continueranno ad esercitare i medesimi poteri nel procedimento di approvazione delle leggi. Si tratta di casi molto rilevanti. Rientrano nell'elenco: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea (art. 80, secondo periodo, Cost.); le leggi sull'ordinamento di Roma, in quanto capitale della Repubblica (art. 114, terzo comma, Cost.); le leggi che possono attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» a Regioni diverse da quelle a statuto speciale (art. 116, terzo comma, Cost.); disposizioni di legge di carattere generale in materia di indebitamento di Regioni, Città metropolitane e Comuni (art. 119, sesto comma, Cost.); esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti di organi di governo regionali e locali, inclusi i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali quando gli Enti da loro amministrati versino in «stato di grave dissesto finanziario» (art. 120, secondo comma, Cost.); disposizioni in materia di emolumenti dei componenti dei Consigli regionali (art. 122, primo comma, Cost.); leggi che autorizzano Comuni a staccarsi da una Regione e aggregarsi ad un'altra, dopo l'assenso espresso dalla maggioranza delle popolazioni interessate (art. 132, secondo comma, Cost.). Chi abbia la pazienza di leggere con attenzione la riformulazione dell'articolo 70 Cost. vedrà che l'elenco è molto più lungo, oltre ai casi che abbiamo voluto espressamente richiamare, a titolo di esempio. Quanti puntano al superamento del bicameralismo paritario lamentano che, nell'ordinamento vigente, un testo di legge possa passare più volte da una Camera ad un'altra, perché basta una minima modifica per rendere necessaria una nuova lettura da parte dell'altro Ramo del Parlamento (la cosiddetta navetta). Non è esatto, però, che tale inconveniente non possa più ripetersi in futuro. In tutte le situazioni che finora abbiamo visto, in cui la funzione legislativa continuerà ad essere esercitata collettivamente dalle due Camere, niente impedisce il ripetersi di navette, senza limiti temporali. Posto che il Senato della Repubblica, nella nuova versione riformata, ha tra i suoi compiti fondamentali quello di rappresentare le istituzioni territoriali e di esercitare «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (art. 55, comma 5, Cost.), la prima cosa che un comune cittadino è portato a pensare è che il Senato debba dire la sua quando si tratti di approvare la legge annuale di bilancio dello Stato (art. 81, quarto comma, Cost.). Infatti, si prevede che i disegni di legge in materia di bilancio (o di rendiconto) siano assegnati automaticamente al Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla trasmissione (si veda art. 70, comma quinto, Cost.). Spetterà poi alla Camera dei Deputati pronunciarsi in via definitiva. Tuttavia, considerato che il Senato avrà comunque una visibilità maggiore rispetto all'attenzione che finora hanno avuto negli organi di informazione i lavori della Conferenza unificata (Stato - Regioni - Città ed autonomie locali), si potrà facilmente verificare che la lettura del Senato si traduca in una passerella per consiglieri regionali e sindaci, con l'unico effetto di amplificare la protesta ed il malcontento delle istituzioni territoriali. Secondo la riformulazione dell'articolo 117 Cost., su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie di competenza legislativa regionale, quando lo richieda «la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale» (art. 117, comma quarto, Cost.). Poiché questa formulazione è molto vaga, si presta potenzialmente ad abusi. Si prevede, dunque, che in questi casi i disegni di legge approvati dalla Camera siano necessariamente sottoposti al Senato, che li esamina nei 10 giorni successivi. La Camera può non conformarsi alle modificazioni eventualmente proposte dal Senato, ma se questo ha deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti, anche la decisione difforme, definitiva, della Camera dei Deputati dovrà essere adottata a maggioranza assoluta dei propri componenti (art. 70, comma quarto, Cost.). Abbiamo finora considerato tre diverse ipotesi di procedimento legislativo: a) quando la funzione legislativa deve essere esercitata collettivamente dalle due Camere; b) per i disegni di legge annuali di bilancio dello Stato e di rendiconto consuntivo; c) quando per superiori ragioni intervenga una legge dello Stato in materia di competenza legislativa regionale. Per tutte le altre leggi varrà il procedimento legislativo che i fautori della riforma qualificano come tipico: la Camera dei Deputati esamina ed approva. L'esame da parte del Senato è soltanto eventuale. Occorre che entro dieci giorni dalla trasmissione del testo, su richiesta di almeno un terzo dei propri componenti, il Senato deliberi di esaminare un dato disegno di legge. Le eventuali proposte di modifiche potranno essere deliberate dal Senato nei trenta giorni successivi. La Camera resta comunque libera di tenerne, o non tenerne, conto (art. 70, commi secondo e terzo, Cost.). Si vede, dunque, che questa riforma, non soltanto non abolisce il Senato della Repubblica, ma gli lascia rilevanti competenze nell'esercizio della funzione legislativa, nonché altre importantissime attribuzioni. Ad esempio, il Senato concorre ad eleggere il Presidente della Repubblica (art. 83, primo comma, Cost.). Nomina due giudici della Corte Costituzionale (art. 135, primo comma, Cost.). Concorre ad eleggere i componenti del Consiglio superiore della magistratura di nomina parlamentare (art. 104, comma terzo, Cost.). Resta da valutare, dunque, se la nuova composizione del Senato, prevista dalla riforma, sia adeguata rispetto a compiti ed attribuzioni così importanti nell'ordinamento complessivo dello Stato. I Consigli regionali delle diciannove Regioni esistenti ed i Consigli provinciali delle due Province autonome di Trento e di Bolzano sono chiamati ad eleggere un totale di 95 senatori, in rappresentanza delle istituzioni territoriali. Si tratta di un'elezione di secondo grado, nel senso che i Consigli eleggono i senatori scegliendoli tra i propri membri. Ogni Consiglio (inclusi quelli delle Province autonome) deve eleggere un sindaco di un Comune del proprio territorio. A conti fatti, ci saranno quindi 74 consiglieri regionali e 21 sindaci che diventeranno senatori. Durante il travagliato iter parlamentare della riforma, il Governo ha accettato una mediazione con quella parte dei parlamentari del Partito democratico che non voleva rinunciare all'elezione popolare diretta dei senatori. Ne è scaturita la disposizione del quinto comma dell'articolo 57 Cost. Infelicissima per la sua formulazione e fuori contesto (è stata inserita in un comma che riguarda non la composizione del Senato, ma la durata del mandato dei senatori). Leggiamo: «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma». Qui la tortuosità del pensiero è ben resa da una forma mediocre ed approssimativa. Indegna di figurare in una Costituzione. Sembra di capire che il potere di elezione è comunque dei Consigli regionali. Questi, però, dovrebbero in qualche modo tenere conto delle preferenze espresse dal Corpo elettorale per alcuni candidati consiglieri regionali. L'articolo 39, recante le disposizioni transitorie, chiarisce al primo comma che, fino a quando non sarà approvata la legge di cui all'articolo 57 Cost., e comunque in sede di prima applicazione, la designazione popolare dei consiglieri resterà lettera morta. I Consigli eleggeranno i senatori spettanti alla Regione (in proporzione alla popolazione residente) sulla base di liste di candidati selezionati fra gli stessi consiglieri e comprendenti anche i sindaci. La Costituzione entrata in vigore l'1 gennaio 1948 stabiliva la regola dell'incompatibilità tra alcune cariche elettive: «Nessuno può appartenere contemporaneamente a un Consiglio regionale e ad una delle Camere del Parlamento o ad un altro Consiglio regionale»; si veda l'originario testo dell'articolo 122 Cost.. Tale incompatibilità è stata mantenuta dalla legge costituzionale 22 novembre 1999, n. 1, che, nel riformulare il predetto articolo 122 Cost., l'ha anzi estesa ad altre due fattispecie prima non considerate: membro di una Giunta regionale (quindi, a maggior ragione, Presidente della Giunta eletto a suffragio popolare diretto) e membro del Parlamento europeo. L'istituto dell'incompatibilità tende ad evitare il cumulo di cariche elettive di particolare rilevanza, affinché l'eletto ad una data carica si concentri sull'obiettivo di assolvere al meglio il proprio ruolo istituzionale, evitando di disperdere tempo ed energie fra una pluralità di incarichi. Di conseguenza, quando una stessa persona, a seguito della sua partecipazione ad elezioni di diverso livello, si trovi a ricoprire temporaneamente più cariche fra loro incompatibili, ha il dovere di optare per una sola di esse. Altrimenti, la legge lo fa comunque decadere. E' evidente la finalità di salvaguardare l'interesse generale al miglior funzionamento possibile delle istituzioni rappresentative e di governo. Vale la pena ricordare, inoltre, che la cultura giuridica d'ispirazione liberale guarda con sfavore alla concentrazione di una pluralità di poteri in capo ad una stessa persona. Ogni potere va ricondotto strettamente alla titolarità di precise funzioni istituzionali e va imputato ad una persona, la quale si assume la responsabilità politica e giuridica del suo esercizio. La riforma costituzionale muove, invece, dal presupposto che i consiglieri regionali ed i sindaci (nulla vieta che vengano nominati sindaci di Comuni capoluogo di Regione) siano degli sfaccendati che possono benissimo svolgere, part time, anche le funzioni di senatore. Dietro il pretesto della novità, si coglie un evidente elemento di irrazionalità. Palermo, 26 maggio 2016 Livio Ghersi (Prima parte di tre)
Brown’s sweeping speech made a passionate case for the left to stay in the EU | LabourList
Caro Cacciari, perché dici sì a una riforma costituzionale sulla quale sputi? - micromega-online - micromega
Sul Jobs Act e alcuni dati deludenti che in questi giorni stanno uscendo, alcune riflessioni-lampo: - forse stiamo troppo attenti a queste variazioni; ripartendo da una crisi molto grave è inevitabile che ci siano oscillazioni anche molto forti, incertezze sulle prospettive. E non mi stupisco che ci sia stato chi abbia voluto approfittare degli incentivi in maniera discutibile (eufemismo): fa parte delle dinamiche con cui la società riparte dopo i traumi della decrescita infelice; - questo governo sbaglia sempre il "tono" delle cose; il fatto è che se tu gridi al mondo di aver fatto un miracolo, è inevitabile che qualsiasi "rallentamento" assomigli a un mezzo disastro; non è solo questione di stile, è che così alimenti una spirale di "eccessiva fiducia", poi frustrata; e questo è un danno, alla comunità e all'economia; - le riforme del lavoro di questi anni (questa e quelle che hanno preparato il terreno al Jobs Act, facendo pian piano accettare ai cittadini l'idea di un lavoro meno "sicuro"; per questo Renzi dovrebbe mostrare maggior rispetto verso chi lo ha preceduto) hanno sempre giocato la partita delle "regole"; forse è ora che questo Paese tenti anche di inventarsi una politica industriale che lo renda in grado di affrontare le sfide globali, superando il fatto di puntare su Pmi e flessibilità estrema del lavoro. Ma su questo è necessario riflettere più distesamente, in futuro. Francesco M. Mariotti
Alfredo Reichlin: Se il referendum rischia di spaccare il Paese
​​"Caro Direttore, mi pesa dirlo, ma non mi piace il modo come si sta discutendo della riforma costituzionale. Temo uno scontro inconcludente. Dico inconcludente nel senso che chiunque sia il vincitore di questo Referendum il Paese non riesca a uscire dalla sua crisi. Forse esagero ma mi chiedo se ci rendiamo conto del bisogno assoluto che ha questo paese, confuso, sfiduciato come non mai verso la classe dirigente, arrabbiato e impoverito, con divisioni al suo interno che stanno diventando feroci, il bisogno e la necessità di ritrovarsi in una “casa comune”? Stiamo parlando di una riforma Costituzionale, cioè di uno strumento per lo “stare insieme” non per dividerci. Figurarsi se io non vedo i vuoti e i pericoli di un “no”. Ma prima di votare io voglio capire bene di che cosa stiamo discutendo. Di una correzione matura da tempo del vecchio bicameralismo perfetto, riducendo il Senato a una dimensione regionale, con in più una serie di misure, alcune anche discutibili, ma nell'insieme accettabili? Oppure si tratta di un plebiscito popolare che Matteo Renzi chiede su se stesso? Sono due cose diverse, e molto diverse. Io non voglio una crisi di governo al buio e di Renzi apprezzo molte delle sue grandi doti. Ma considero una sciagura questa scelta calcolata di spaccare il Paese tra due schieramenti contrapposti. Da un lato quello del Si, cioè di chi “vuole bene all'Italia” e disprezza tutti i governi della Repubblica che si sono succeduti prima di questo (il discorso esaltato di Renzi a Firenze). Dall'altro lato il partito del No: il mondo dei conservatori, dei professori, dei gufi, dei nemici. Ma ci si rende conto delle conseguenze? Non credo che verrà il fascismo ma non aumenterà certo la governabilità. Si dirà che quelle di Renzi sono solo parole. Ma, attenzione, le parole sono pietre, e così arrivano a un popolo che già crede poco alla politica come strumento per il “bene comune”. E vorrei rispondere a chi considera la mia distinzione così netta tra le vicende del governo e la funzione di una Costituzione un po’ ipocrita. Credo che sbagli. Se la Repubblica è arrivata sin qui è anche per quella “ipocrisia”. Ricordo la drammatica crisi del ’47: il viaggio di De Gasperi in America e, al suo ritorno, la cacciata dei comunisti dal governo. Si aprì una crisi feroce all'insegna della guerra fredda e ciò mentre l’elaborazione della Costituzione era ancora in corso, avviata nel quadro politico unitario precedente. Era una svolta quella che stava accadendo ed era forte la voglia di menar le mani, ma Togliatti non ebbe dubbi che dovevamo continuare a lavorare su quel testo tutti insieme. E così l’impresa fu portata a compimento. E non è vero che quella carta piaceva a tutti. Metà degli italiani avevano votato per la monarchia. Era chiaro però che si trattava di una “Casa di tutti”, concepita non per favorire un governo contro i suoi nemici. Sento quindi il dovere di sollecitare un chiarimento serio sul perché di questo plebiscito e sul senso di questi diecimila comitati. E vorrei che una cosa fosse molto chiara. Non mi interessa affatto alimentare le vecchie dispute interne al PD. Parla in me una grande preoccupazione sul “dove va l’Italia” (la sorte di Renzi davvero viene dopo). E ciò per tante ragioni interne e internazionali che non sto qui a elencare. Le quali ci dicono che l’Italia è a un passaggio cruciale della sua storia perché deve fronteggiare difficili sfide che mettono in discussione non tanto, cari “decisionisti”, i poteri del Capo del governo, quanto le ragioni dello “stare insieme degli italiani”. Dico degli italiani. E’ chiaro?​(...)"
Dal sito Nens Bonus bebè: per favore, no! Ruggero Paladini Nel quinquennio 2010-2015 i nati in Italia sono scesi sotto il mezzo milione, da 562mila a 488mila, un calo del 13%. Si è di nuovo manifestato, in forma accentuata, quel trend decrescente che è iniziato negli anni settanta del secolo scorso e che ha portato a circa 8 nati vivi per 1000 abitanti. E’ inutile sottolineare le conseguenze demografiche ed economiche di questo fenomeno. E’ chiaro che la crisi economica, la precarietà del lavoro e del reddito, in particolare per le giovani coppie, ha avuto la conseguenza di accentuare un declino di lungo periodo. Il ministro Lorenzin ha proposto un aumento del c.d. bonus bebè, introdotto dalla riforma Fornero del mercato del lavoro e rivisto poi nel 2014. La logica è quella di offrire una somma al termine del congedo di maternità per poter permettere alle neo-mamme di mandare al nido il baby o affidarlo ad una baby-sitter. Attualmente il bonus, con durata triennale, viene erogato sulla base del reddito ISEE della famiglia: 160 euro mensili se l’ISEE è inferiore a 7.000, 80 euro tra 7.000 e 25.000. Nel 2015 due terzi dei nati hanno usufruito del bonus, ma ciò non ha impedito un calo del 3% delle nascite rispetto all’anno precedente. In sostanza sembra che si tratti di un premio per una decisione che le coppie hanno già preso, e che avrebbero preso anche in assenza, più che di un incentivo alla natalità. Basterebbe allora, seconda la proposta del Ministro, raddoppiare la cifra e aumentare ulteriormente per secondi e terzi figli? Probabilmente no, poiché i costi di un figlio vengono, del tutto logicamente, valutati in un arco di tempo di un ventennio (o anche più). Fermo rimanendo il fatto che solo con una ripresa economica e dell’occupazione si può determinare un clima più favorevole alla natalità (il picco di natalità avvenne nel 1964, dopo gli aumenti salariali in un clima di piena occupazione), forse andrebbe colta l’occasione per ripensare il sostegno a favore dei figli. Attualmente possiamo elencare le seguenti modalità: detrazioni Irpef, assegni al nucleo familiare, assegno per il terzo figlio, assegno di maternità e, infine, il bonus bebè. Il reddito di riferimento è diverso, e nel caso in cui viene usato l’ISEE ogni istituto fissa tre limiti diversi, senza una particolare logica. La detrazione per i figli a carico (non necessariamente minori) si basano ovviamente sul reddito imponibile Irpef; la presenza di redditi che non entrano nell’Irpef quindi non influisce sulla detrazione. Poiché l’Irpef è un’imposta che i contribuenti versano sul loro proprio reddito, la detrazione si divide a metà tra i genitori. La detrazione diminuisce molto gradatamente al crescere del reddito, estinguendosi a 95mila euro (un solo figlio), 110mila (due figli), 125mila (tre figli) e così via. Pertanto quasi tutti i genitori usufruiscono della detrazione. Ma c’è un problema, e cioè che se entrambi i genitori hanno redditi bassi, accade che non riescano ad usufruire delle varie detrazioni cui hanno diritto, per cui si calcola che i genitori non riescano a godere di circa due miliardi di detrazioni per i figli (il fenomeno è aumentato quando Baretta e Brunetta, ai tempi del governo Monti, ottennero che lo sgravio Irpef proposto dal governo fosse indirizzato all’aumento delle detrazioni). Nel caso degli assegni al nucleo familiare (ANF), si prendono in considerazione i redditi della famiglia (in questo caso della coppia regolarmente sposata) compresi i redditi che non fanno parte dell’Irpef ma hanno una tassazione separata (purché superiori a poco più di mille euro), ma non si considerano varie entrate tra cui i trattamenti di fine rapporto, gli arretrati, i trattamenti di famiglia, le rendite erogate dall’INAIL, le indennità per indennizzi e simili. Comunque il 70% del reddito familiare deve essere costituito da reddito da lavoro dipendente. L’ANF aumenta con il numero dei figli; ha un primo tratto costante, per poi decrescere al crescere del reddito fino ad annullarsi. Sono pertanto presenti delle aliquote marginali implicite, oscillanti tra il 10% ed il 15%. Le detrazioni fiscali e gli ANF sono le due modalità di intervento più rilevanti; le altre hanno un peso minore e sono strutturate in modo più sbrigativo, con delle soglie limite passate le quali il beneficio crolla a zero. Si basano tutte sull’ISEE, calcolato tenendo conto di tutti i redditi che affluiscono alla famiglia (il Consiglio di Stato ha però stabilito che vadano escluse le indennità di accompagnamento), aggiungendo il 20% del patrimonio (al netto di circa 52mila euro per la casa di residenza) e calcolando il reddito equivalente sulla basa di una scala di equivalenza. Visto che tutti i redditi da capitale rientrano nell’ISEE, la presenza del 20% del patrimonio ha la logica secondo la quale gli evasori fiscali accumulano un patrimonio più alto, cosa che appare discutibile e certamente non equo. Poiché si tratta di interventi volti a sostenere il reddito disponibile delle famiglie, in particolare di quelle con redditi più bassi, ci si può chiedere quanto sia razionale un sistema così confuso. E se non sia preferibile un unico sistema, basato su trasferimenti monetari (le detrazioni hanno infatti il problema dell’incapienza) calcolato sulla base dei redditi equivalenti delle famiglie, e considerando tutti i redditi da patrimonio, ma senza l’aggiunta della componente patrimoniale tipica dell’ISEE. Una proposta di questo tipo è stata presentata da tempo dal Nens; prevede un unico assegno universale, che si riduce gradatamente (quindi con aliquota marginale implicita contenuta) al crescere del reddito equivalente, e a questa si rimanda per approfondimenti.
Book Review: Why Minsky Matters | Levy Economics Institute
The lesson of London is that Labour wins when it is pragmatic – rather than pursuing ideological purity | LabourList
Franco Astengo: Impegno politico, partecipazione elettorale
IMPEGNO POLITICO, PARTECIPAZIONE ELETTORALE di Franco Astengo Il dato della partecipazione al voto costituirà sicuramente, almeno dal punto di vista dell’analisi, l’elemento più interessante di valutazione al riguardo dell’esito della tornata elettorale amministrativa prevista per il prossimo 5 Giugno. Sulla base della quantità dei votanti sarà possibile, infatti, tracciare seriamente una prima “mappa” di previsione in vista del referendum sulle deformazioni costituzionali previsto per Ottobre. Referendum che rappresenta il vero “clou” di questa stagione politica: un appuntamento dal quale può discendere un indirizzo piuttosto che un altro per l’intero sistema politico italiano per un periodo non breve. Un segnale evidente dell’importanza di questo passaggio si è già avuta registrando l’indeterminatezza da parte del Governo nel fissare i tempi di partecipazione al voto: alla fine la scelta è caduta su di un calendario maggiormente restrittivo, concentrando la possibilità di voto nella sola domenica. Nella sostanza 16 ore a disposizione di elettrici ed elettori per recarsi alle urne. Sull’argomento è intervenuto, in questi giorni, l’Istituto IXE analizzando le prospettive di partecipazione al voto, sia in occasione delle amministrative di Giugno, sia del referendum di Ottobre. Secondo le rilevazioni di questo istituto le amministrative, nonostante il gran darsi da fare dei candidati e l’importanza delle città nelle quali si vota, il quadro d’interesse appare molto ristretto: si prevede, infatti, una presenza alle urne attorno al 50% degli aventi diritto. Restando comunque l’Italia un paese molto politicizzato (se non altro per la tradizione derivante dalla fase contraddistinta dalla presenza dei grandi partiti di massa) la previsione è per un innalzamento di questa quota fino al 60% in occasione del referendum sulle deformazioni costituzionali. La ragione di questa crescita deriverebbe, sempre secondo le analisi sviluppate dai ricercatori di IXE, dall’entrata in ballo della questione del governo: nel senso, cioè, del plebiscito invocato – almeno in un primo tempo – da Renzi, sul permanere della sua persona alla guida dell’esecutivo. Una motivazione sottoposta comunque ad alcuni elementi di vera e propria fluttuazione derivanti, prima di tutto, dall’esito delle amministrative stesse e –di conseguenza – dalla probabilità che già s’intravvede di un abbassamento del tiro e di conseguente “declassamento” nella valutazione di importanza dell’esito referendario, da parte degli esponenti di un governo che appare in ogni caso in forte di difficoltà sul piano della tenuta del consenso. Deve essere considerato, inoltre, il dato della commistione tra PD e governo: un fattore che non appare come del tutto positivo, considerato l’alto grado di corruzione presente in molte sedi locali del PD (come dimostrano una serie impressionante di inchieste della Magistratura : magistratura che rimane, comunque e purtroppo, l’unico effettivo contropotere all’interno del nostro ordinamento) e le forti divisioni interne allo stesso partito di maggioranza relativa. Tanto più che, sempre per restare all’analisi dello scenario possibile in vista del referendum, da altre sedi arrivano dati diversi da quelli indicati da IXE: circolano infatti prospetti che segnalano come il 48% circa degli aventi diritto avrebbe già deciso di disertare le urne referendarie e soltanto il 25% sarebbe attualmente nelle condizioni di scegliere tra il Sì e il No. Tutti gli elementi fin qui indicati, che trovano sicuro riscontro nella partecipazione popolare all’evento elettorale in corso laddove l’interesse pare ristretto ai tanti candidati (100.000 in tutta Italia) e ai diversi clan di loro sostenitori e non certo alla grande massa di elettrici ed elettori ridotti piuttosto a spettatori passivi di una molteplice catena di show televisivi. L’inchiesta di IXE tocca però altri punti sui quali vale la pena di riflettere. Soprattutto attorno a tre punti: 1) Il primo riguarda la profondità delle ragioni del non voto: molti, infatti, ritengono che l’offerta politica risulti del tutto insufficiente nello stabilire l’effettiva possibilità che la scelta di un’opzione piuttosto che di un’altra produca effettivo cambiamento. L’offerta politica viene, infatti, considerata omologata nei diversi soggetti che si propongono e non provoca quindi sufficiente reazione. Un elemento, questo, da valutare attentamente, in particolare da parte del M5S che proclama una propria diversità di comportamento, ma non realizza l’effettiva prospettiva di un mutamento nella concretizzazione di contenuti, anzi. E’ per questo motivo che la presenza, formalmente innovativa, del M5S non ha prodotto, all’interno del nostro sistema politico, un qualche recupero di partecipazione elettorale. Al contrario la presenza del M5S e l’assunzione da parte della Lega Nord di connotati più fortemente populistici ha prodotto soltanto un rimescolamento delle carte e la fuga di altre centinaia di migliaia di elettrici ed elettori (nell’occasione delle elezioni politiche del 2013 la partecipazione si collocò al 75,19% diminuendo con le europee 2014 al 58,68%). 2) Il secondo elemento riguarda la cosiddetta “riduzione del demos”. La scomposizione sociale (la cosiddetta “società liquida)in atto da tempo nel segno della “modernità” e dell’individualizzazione rispetto all’innovazione tecnologica in materia di comunicazione, ha prodotto – oltre al fenomeno dilagante e crescente dell’individualismo consumistico – l’illusione che la politica non tacchi più la vita delle persone, ma si tratti di fenomeno riservato soltanto a coloro che intendono vivere “di” politica, scalandone i gradini in termini di cursus honorum considerato soltanto nell’ambito ristretto del concetto di governabilità; 3) In aggiunta (ma questo punto riguarda esclusivamente la specifica combinazione che si presenterà sul tavolo del referendum) esiste una connessione stretta tra deformazioni costituzionali e nuova legge elettorale. E’ su questo punto che Renzi e il “giglio magico” che dirige oligarchicamente governo e PD rischia di più. Perché nella quota ancora parzialmente politicizzata dell’elettorato sembra essere forte l’idea del non concedere poteri “quasi assoluti” a chicchessia. La resistenza (con la r minuscola per carità!) che è stata portata avanti nel decennio precedente di fronte al fenomeno che era stato definito del berlusconismo sembra proprio essersi quasi completamente trasferita sul fronte anti legge elettorale e anti deformazione costituzionale. Un elemento del quale tener conto in ogni caso. Tutti questi elementi forniscono, se li si vogliono cogliere nel loro significato più profondo, molti argomenti di riflessione a chi pensa ancora alla necessità di ricostruzione di una soggettività politica di sinistra, per l’opposizione e per l’alternativa, capace di esprimere una propria autonomia di pensiero e d’azione non collegata all’esasperata ricerca della governabilità ad ogni costo. Anzi tenendo ben presente la necessità di operare su tempi non brevi: anzi nella consapevolezza che, nel medio periodo, sarà difficile realizzare un ricasco concreto in termini politico – elettorali e di presenza istituzionale. Tempi non brevi perché si tratta di lavorare per mutare un ethos di fondo (una “capacità morale” come indicato da Aristotele) allo scopo di trasferire l’io al noi, recuperando il senso del collettivo come stava alla base delle grandi formazioni di massa del ‘900 (ho scritto di ethos e non di organizzazione politica: si tratta di distinguere bene da questo punto di vista e di non equivocare). L’altro punto sul quale riflettere (e spingere per trovare la strada di soluzioni operative in tempi ragionevoli) è quello dell’allargamento del demos: la sinistra deve farsi carico di una “progettualità delle contraddizioni” tra moderno e post – moderno, per dimostrare e far sentire a larghe fasce di popolo che la politica interessa, e deve interessare, la vita quotidiana di tutti e di ciascuno. E’ necessaria una fortissima operazione culturale per fermare i corifei della sopraffazione, del dominio, dell’individualismo proprietario esercitato non sole sulle cose ma anche sulle persone e sulla loro vita.
La legge sulle unioni civili in Italia: il dibattito politico tra mito e realtà - Menabò di Etica ed Economia
Pubblicato da Circolo Rosselli Milano a 10:06 1 commenti
Fabian Society » Labour, England and the end of British Scotland
La democrazia sotto l’attacco del mercato - Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
ANCORA SULLA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL NO AL REFERENDUM di Franco Astengo E’ già stato segnalato più volte, ma occorre insistere: nonostante la lontananza temporale e la presenza a metà strada di una tornata elettorale amministrativa consistente la campagna elettorale per il referendum confermativo sulle deformazioni costituzionali volute del governo Renzi è già cominciata e nella maniera peggiore. L’impostazione voluta dall’alto è, infatti, quella (deprecabile) del plebiscito sulla figura del Presidente del Consiglio usando , per ottenere il risultato voluto, l’arma classica dell’antipolitica: quella della semplificazione nei passaggi legislativi e utilizzando in questo senso, come una clava, la deformazione nel ruolo e nella forma istituzionale del Senato. Dal punto di vista del “NO” a queste sciagurate deformazioni laceranti parti del tessuto vitale della Costituzione Repubblicana si esita ancora ad assumere una coerente e incisiva linea di impostazione della campagna elettorale. Non c’è tempo da perdere. Data per necessità la presenza, anche nel campo dell’opposizione, di evidenti strumentalizzazioni politiche provenienti dalla destra e dal M5S è necessario, dal nostro punti di vista, individuare il “cuore” di un discorso capace di rivendicare la riaffermazione e non solo la difesa dei tratti essenziali della Costituzione Repubblicana. Il documento redatto giorni or sono da 55 autorevoli costituzionalisti (tra i quali 11 ex-presidenti della Suprema Corte) ha rappresentato sicuramente un’utile base di partenza per un dibattito proficuo e impegnato, soprattutto sul piano della cultura giuridica e politologica. Adesso si tratta di scendere al livello di un’analisi che possa essere fruita e risultare convincente, a livello di massa. In questa sede si affronterà un solo punto di un discorso che dovrà essere ben più ampio. Si tratta però del punto che risulterà alla fine essere quello sul quale si svilupperà maggiormente la mistificazione semplificatoria dei sostenitori del SI. Sostenitori del SI che è bene ricordarlo saranno appoggiati da un imponente battage propagandistico a tutti i livelli della comunicazione. Il tema è quello del Senato, della sua nuova composizione e dei suoi compiti. Attorno a questo elemento si sta verificando, infatti, il vero e proprio “ritorno all’indietro” nella qualità della nostra democrazia: un arretramento molto pericoloso che deve essere assolutamente respinto. I punti da esaminare sono essenzialmente quattro: 1) La composizione del nuovo consesso che dovrebbe fare riferimento ai consiglieri regionali e ai sindaci. Al di là delle (pur giuste) considerazioni riguardanti il livello (esagerato) della “questione morale” negli ambiti del decentramento istituzionale, non si può non ravvedere l’assoluta insufficienza di questa scelta sul piano della rappresentanza politica. Molti tra noi hanno lavorato a lungo sull’ipotesi della Camera delle Autonomie, ma non è certo in questo modo che il progetto di differenziazione all’interno del bipolarismo paritario si può realizzare nel senso dell’affermazione di una più compiuta capacità di rapporto tra la base sociale e gli eletti; 2) Il nesso tra la composizione del nuovo senato, la questione di fiducia , la legge elettorale, l’elezione dei componenti degli organi di garanzia (CSM, Corte Costituzionale) e del Presidente della Repubblica. In questo senso risulta da respingere in maniera assoluta la possibilità che la fiducia al governo sia votata da una sola Camera eletta con un premio di minoranza che escluda qualsiasi soglia di partecipazione al voto nel previsto ballottaggio. Il rischio è quello di una vera e propria mina che potrebbe far esplodere il sistema politico italiano: un governo la cui fiducia sarebbe votata, alla fine, da una rappresentanza assolutamente minoritaria del corpo elettorale. In realtà, se s’intende far votare la fiducia a una sola Camera risulterebbe evidente la necessità di utilizzare un sistema elettorale proporzionale. 3) In questo senso, se vogliamo azzardare un paragone storico, rispetto all’Italicum appariva molto più democratica la famosa “legge truffa” del 1953. Il vero paragone da sviluppare, nel nostro caso, è quello con la Legge Acerbo del 1924, attraverso la quale grazie anche alla forza degli squadristi, si formalizzò forzatamente l’ascesa al potere del fascismo. 4) Deve essere inoltre respinta la “facile” argomentazione riguardante la lunghezza del procedimento legislativo: un lavoro di comparazione a livello europeo ha dimostrato come, da questo punto di vista, i lavori del Parlamento Italiano risultino nella media europea. Piuttosto si rileva un problema di chiarezza e di stile nell’estensione dei provvedimenti. Problema ben dimostrato proprio nel caso dell’articolato riguardante la “deforma” di cui ci stiamo occupando. Evidentemente non è reperibile, nella compagine governativa, un Concetto Marchesi e comunque si tratta di una difficoltà di carattere generale, di adattamento del linguaggio politico – burocratico alle esigenze di riferimento verso la complessità sociale e le novità tecnologiche insorte nel corso degli ultimi anni. La pesantezza nelle espressioni del dettato legislativo derivano anche da problemi di mediazione interna e comunque la dicono lunga sulle necessità di adeguamento culturale che questa classe politica non riesce minimamente a realizzare, preferendo l’imperio allo studio. Questi temi debbono essere portati al centro della campagna elettorale tenendo anche conto del fatto che , esaminando nel concreto l’attualità del quadro politico, la democrazia italiana appare stretta a tenaglia almeno da tre pericolose ipotesi che minacciano di stritolarla: a) Quella dell’Europa dei banchieri che impone logiche aberranti sul piano delle dinamiche economico – sociali; b) Quella dell’assolutismo personalistico portato avanti da Renzi e dal suo clan, verso il quale è mancata fin qui una concreta analisi di opposizione verso l’incredibile ascesa realizzata in questi anni. Un’ascesa incredibile e del tutto ingiustificata sul piano politico – culturale che ha subito un fortissimo abbassamento di livello nella capacità di lettura e di proposta del reale; c) Quella dell’altro assolutismo portato avanti dal M5S che si propone di “rifare l’Italia” tutto da solo, quasi si trattasse di una missione di tipo religioso condotta in nome di un assolutismo di principi di proprietà di alcuni iniziati e in nome di istanze che prescindono da una qualsiasi analisi delle classi e di una loro articolata rappresentanza politica. Il M5S si muove sul terreno dell’indifferenziazione di schieramento “storico” ed è questo il regalo più grande che si sta facendo ai padroni del vapore che intendono mantenere inalterato il loro potere basato su di una gestione feroce del ciclo capitalistico e sulle diseguaglianze sociali. Il quadro generale all’interno del quale si svolgerà il referendum sarà inoltre quello di un vero e proprio disfacimento di sistema: si sta abbassando fortemente la percentuale dei partecipanti al voto; il meccanismo legislativo appare ormai imperniato sui decreti legge o le leggi delega con il Parlamento ridotto a mero ruolo di ratifica; non funziona minimamente il sistema degli Enti Locali in esito a riforme cervellotiche e a un vero e proprio andirivieni legislativo avvenuto nel corso di questi anni; dilaga la corruzione, in esito – per quel che riguarda la pubblica amministrazione – dei confusi processi di privatizzazione e della farraginosità della normativa ( altro che semplificazione) nelle cui pieghe allignano con facilità i fenomeni di malversazione. Un elenco parziale, quello appena sopra riportato, che riguarda alcuni aspetti della situazione interna, evitando di analizzare il quadro internazionale al riguardo del quale questo governo si muove curando le apparenze di un nazionalismo “retrò” senza, alla fine, alcuna concretizzazione nei fatti se non quello dell’allineamento alla consueta logica atlantista dei “portatori di civiltà” a senso unico. Deve essere ancora chiaro come l’approvazione della “deforma” all’interno di un quadro di tipo plebiscitario rappresenterebbe il momento di vera e propria fuoriuscita dal perimetro delineato dalla Costituzione Repubblicana sul piano di una struttura democratica fondata sulla “centralità” del Parlamento e della relativa presenza nelle istituzioni rappresentative, ad ogni livello centrale e periferico, di tutte le sensibilità politiche presenti nel paese in una misura sufficientemente consistente. Il valore da preservare è quello della pluralità della rappresentanza politica , della partecipazione all’agire politica, della supremazia dei consessi elettivi sugli esecutivi inteso quale sola seria e concreta base della governabilità democratica. Un valore che è andato smarrendosi nel corso degli anni grazie all’imporsi della vocazione maggioritaria, del personalismo, della governabilità ad ogni costo (compreso quello, negli Enti Locali in ispecie) anche a prezzo di una corruzione effettiva corrosiva della convivenza sociale e civile. Vale ancora, quale punto da cui ripartire,la definizione togliattiana del “Parlamento come specchio del Paese” e sicuramente il Paese sarebbe in grado di riflettere sul Parlamento un’immagine migliore di quella offerta adesso da un ceto politico autoreferenziale che ha prodotto un governo nei termini “border – line” rispetto alla legittimità costituzionale : e non è stata la prima volta nel corso degli ultimi anni. Il “NO” alle deformazioni costituzionali rimane la sola possibilità per riprendere la via smarrita della democrazia repubblicana
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Grecia e Brexit: l'estate calda dell'UE | Aspenia online
LA POLITICA AL CAPOLINEA (DEFINITIVO) di Franco Astengo E’ necessario disvelare senza alcun timore la crescita dei sentimenti e degli umori che ormai comunemente sono definiti, con linguaggio giornalistico, dell’antipolitica. Umori e sentimenti che percorrono ormai gran parte della società, grazie ad una forte pressione esercitata attraverso il complesso sistema della comunicazione di massa. Il riferimento di questo intervento, sicuramente molto schematico e succinto, è comunque relativo soltanto alla situazione del sistema politico italiano. Situazione che pure deve essere sempre inquadrata nell’insieme delle difficoltà che provengono dal cosiddetto “vincolo esterno” sia sul piano delle relazioni internazionali che lasciano vedere – nella loro trama – realtà di guerre in via di espansione, sia rispetto alla crisi dell’economia “globalizzata” nel cui quadro si sviluppano fortissime diseguaglianze a tutti i livelli, intese non soltanto in senso quantitativo ma anche qualitativo. Ciò premesso non è possibile sottovalutare la pericolosità degli elementi attraverso i quali si cerca di riempire il vero e proprio vuoto nella capacità di rappresentanza e di costruzione politica e sociale che stanno minando alla base i fattori determinanti della convivenza civile. Un sistema politico quello italiano laddove sfiducia e indifferenza si coniugano strettamente al fine di lasciare spazio da un lato a fenomeni di vera e propria demagogia e dall’altro a sviluppi di pericoloso autoritarismo. Tutto questo ben al di là degli specifici atti istituzionali e politici compiuti dai principali protagonisti di questa rincorsa verso l’abisso della disgregazione. Due soli esempi che riguardano le maggiori forze politiche o almeno quei simulacri di forza politica che si presentano come gli attori capaci di riempire mediaticamente il vuoto cui si accennava. “Forze politiche” che pretendono di esercitare, al centro come in periferia, una governabilità sempre meno considerata, da un gran numero di cittadine e cittadini, come parte della propria vita quotidiana e risolutrice dei problemi politici, sociali, culturali di una società complessa. Una governabilità vista come astrazione dal senso comune. Il primo punto da analizzare riguarda la tendenza (apparentemente inarrestabile) al personalismo e al conseguente superamento delle normali dinamiche istituzionali in funzione del governo. L’emblema di questa situazione in nome delle velocità nelle scelte, è impersonificata da un presidente del Consiglio che ormai usa esclusivamente la TV e i social network come elementi fondamentali d’annuncio non soltanto delle scelte che via via sono compiute, ma proprio dal punto di vista dell’indirizzo politico complessivo, superando di colpo ogni possibilità di dibattito e di confronto. Non bisogna stancarci di denunciare questo dato, anche prendendo atto che la crisi in corso deriva da enormi responsabilità accumulate dai soggetti precedentemente protagonisti del sistema. Il secondo elemento è relativo al dato di pericolosissima demagogia esercitata dall’altro soggetto che contende al Presidente del Consiglio (e ai suoi accoliti) la prospettiva di un potere reso senza contradditorio dai meccanismi elettorali maggioritari e presidenzialisti che reggono il sistema, sia al centro come in periferia. Demagogia allo stato puro (demagogia retta da un demagogo nel senso aristotelico di “adulatore del popolo” come indicato nella “Repubblica") è quella, ad esempio, indicata dal Movimento 5 Stelle in occasione delle prossime elezioni amministrative allorquando, in regime di elezione diretta dei Sindaci, si annunciano bandi pubblici per la nomina degli assessori. Si escludono quindi la competenza e la militanza politica, la sintonia al riguardo di idee collettive: si pensa agli assessori come impiegati del Sindaco (eletti con un meccanismo che, a questo punto, può essere indicato come plebiscitario), revocabili quali semplici funzionari. Non ci si accorge (o non ci si vuol accorgere) di creare a questo modo una nuova casta di sacerdoti difensori dei beni di un Tempio intoccabile. Una nuova casta di mandarini. Una proposta che certamente coglierà nel segno del consenso misurato sulla logica della sottrazione ulteriore nella potestà di espressione democratica realizzata in cambio di un’apparente semplificazione delle procedure. Un prezzo che una parte dell’elettorato residuo accetterà sicuramente di pagare illudendosi così di fronteggiare l’apparente inarrestabile “questione morale”. Si tratta, invece, di una sorta di illusione ottica anche perché così si evita di andare alla radice dei problemi che compongono davvero la “questione morale”, almeno a livello di Enti Locali, le cause risiedono invece nelle logiche perverse delle “partecipate” fintamente agenti in regime privatistico e nelle forme errate di suddivisione tra politica e amministrazione disegnate dalle cosiddette “Leggi Bassanini”: questo soltanto per fare due semplici esempi fra i tanti possibili. Demagogia, personalismo deteriore, sottrazione di democrazia proprio nel senso di ulteriore diminuzione di partecipazione e di rappresentanza politica: sono questi i mali di fondo di un sistema politico che si sta muovendo alla deriva in un mare di pesantissime contraddizioni sociali.
Gianfranco Pasquino: Sul referendum costituzionale
Per voi che ragionate e non plebiscitate. C’è chi ci mette la faccia, noi ci mettiamo la testa “Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica” (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente). 1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili. 2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessità di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale PorceIlum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorché nominati dai capipartito. 3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo. Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti). Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. È uno squilibrio intollerabile. 4. No, non è vero che è tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “sì” nè a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio. Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL. 5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini. La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica. 6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti. 7. NO, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi. Hanno dimenticato di dire che: I) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); II) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza. 8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti). 9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo. Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”. 10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più. Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale. Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali. Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto. Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera. Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente. Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra. Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte e da tempo scritte e disponibili.