Source: https://www.chiarini.com/epidemia-dolosa-il-caso-di-valentino-talluto/
Timestamp: 2020-07-14 20:03:42+00:00
Document Index: 166929820

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Epidemia dolosa: il caso di Valentino Talluto - Studio Legale Chiarini
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Il primo (ed unico) caso giudiziario di epidemia dolosa in Italia
Il reato di epidemia dolosa, praticamente ignorato dai nostri repertori giurisprudenziali, è tristemente tornato al centro dell’attenzione in questa pandemia da nuovo coronavirus. Ma c’è un caso che ha fatto scalpore e che è stato recentemente affrontato dalla Corte di Cassazione, il cui macabro protagonista è un giovane accusato di aver dolosamente infettato da HIV numerose donne, coltivando con loro relazioni sessuali non protette e tacendo il proprio stato di sieropositività.
Trattandosi di episodio che ha ricevuto ampio risalto dagli organi di cronaca giudiziaria, possiamo utilizzare il vero nome dell’imputato: Valentino Talluto, che è stato infine condannato a 22 anni di reclusione, ma per una fattispecie delittuosa diversa da quella di epidemia dolosa contestata dal Pubblico Ministero. Approfondiamo dunque i dettagli di questa singolare vicenda processuale.
§ 1. Cosa è una epidemia
§ 2. Il delitto di epidemia dolosa
§ 3. Il caso di Valentino Talluto e l’esclusione della fattispecie di epidemia dolosa
§ 4. La sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Valentino Talluto
Secondo l’autorevole enciclopedia Treccani, una epidemia è la:
“Manifestazione collettiva d’una malattia (colera, influenza ecc.), che rapidamente si diffonde fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto in dipendenza da vari fattori, si sviluppa con andamento variabile e si estingue dopo una durata anche variabile“.
Questa definizione, che fino a qualche mese fa si limitava ad evocare infausti eventi del passato e risvegliava interessi prevalentemente storici o letterari, è nostro malgrado tornata d’attualità – come tutti sanno – con la diffusione di un insidioso virus, scientificamente denominato “SARS-CoV-2”, più conosciuto come “nuovo coronavirus”, il quale provoca una malattia che ha assunto il nome ormai noto di “COVID-19“, responsabile di una vera e propria pandemia mondiale.
L’art. 438 del codice penale, rubricato “Epidemia”, disciplina – per l’appunto – il reato di epidemia dolosa, e prevede che:
“Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo.
Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena di morte“.
Non è un refuso: il secondo comma della disposizione in esame continua a prevedere – formalmente – la pena di morte per l’epidemia dolosa dalla quale derivi la morte di una o più persone. Chiaramente, poiché la pena di morte in Italia è stata da tempo abolita, l’ipotesi aggravata deve ritenersi sostanzialmente priva di valenza pratica, in quanto soggiace alla medesima pena prevista per l’ipotesi di epidemia dolosa semplice.
Si tratta, ad ogni modo di una fattispecie delittuosa indubbiamente grave, introdotta a tutela dell’incolumità pubblica e dunque del complesso di condizioni che garantiscono la vita e l’integrità fisica dell’intera collettività, per la quale l’ordinamento commina la più grave delle sanzioni penali possibili, vale a dire l’ergastolo, che si applica tanto alla forma tipica quanto a quella aggravata del reato.
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Valentino Talluto è un giovane, classe 1984, di origini siciliane. Infettato probabilmente sin dalla nascita ad opera della madre tossicodipendente, soltanto nel 2006 apprese di essere sieropositivo. A partire da quella data, e sino al 2015, l’uomo ebbe numerose relazioni con donne conosciute su internet, intrattenendo volutamente con loro rapporti sessuali non protetti, e contagiandone più di trenta con la patologia di cui era portatore (l’HIV).
Condannato in primo grado a 24 anni di reclusione dalla Corte d’Assise di Roma, la pena fu ridotta a 22 anni in sede di appello. Ma il reato per cui Talluto fu condannato non è quello di epidemia dolosa, bensì quello di lesioni (nella specie: gravissime).
Nel novembre del 2019 la Cassazione ha confermato questa condanna, pur non condividendo integralmente le conclusioni della Corte d’Assise d’Appello. In particolare, quest’ultima aveva ritenuto che non potesse parlarsi di diffusione epidemica in quanto il Talluto non sarebbe stato materialmente “in possesso” di germi patogeni, giacché ne era fisicamente il portatore. In proposito, la Suprema Corte ha dissentito, specificando che l’epidemia dolosa può configurarsi qualunque sia la modalità di diffusione di germi patogeni “posseduti”, dunque a prescindere dalla “separazione fisica” tra l’oggetto della diffusione (i germi) e il soggetto (ovvero l’autore della diffusione).
Ciò nondimeno, la Cassazione ha confermato che, nel caso di specie, il delitto di epidemia dolosa non fosse configurabile (e fosse, invece, configurabile quello di lesioni gravissime) per le seguenti diverse ragioni:
“Quel che difetta nel caso in esame è proprio l’evento tipico dell’epidemia, che si connota, come hanno precisato le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, per diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido sviluppo ed autonomo entro un numero indeterminato di soggetti e per una durata cronologicamente limitata […]. L’imputato contagiò un numero di persone, per quanto cospicuo, certo non ingente e ciò fece in un tempo molto ampio, in un arco di ben nove anni: entrambi gli aspetti rendono il fatto estraneo alla descrizione tipizzante appena prima illustrata.
L’ampiezza del dato temporale in cui si è verificato il contagio, in uno col fatto che un altrettanto cospicuo numero di donne, che pure ebbero rapporti sessuali non protetti con l’imputato, non furono infettate, militano nel senso della carenza, nella vicenda in esame, della connotazione fondamentale del fenomeno epidemico, che giova a qualificare la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto per l’incolumità pubblica, ossia la facile trasmissibilità della malattia ad una cerchia ancora più ampia di persone“.
Cassazione penale, sez. I, 26/11/2019, n. 48014
Di seguito proponiamo il link per scaricare la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione, sezione prima penale, n. 48014 del 2019, decisa il 30 ottobre 2019 e depositata in cancelleria il 26 novembre 2019, sulla vicenda di Valentino Talluto:
Cassazione penale, sez. I, 26/11/2019, n. 48014 (PDF).