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Timestamp: 2018-11-13 02:36:59+00:00
Document Index: 69928930

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 11', 'art.21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 57', 'art. 595', 'art.11', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12']

Trib. Milano Sez. I, Sent., 07/06/2012 | Open Media Coalition
Il giudice dott.ssa Laura Massari ha pronunciato la seguente
nella causa civile di I grado iscritta al n. r.g. 39722/2007 promossa da:
A.D. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. GAGLIARDI STEFANO, elettivamente domiciliato in VIA MACHERONI, 17 20145 MILANO presso il difensore avv. GAGLIARDI STEFANO
LA GAZZETTA DELLO SPORT SOCIETA’ EDITRICIE A R.L. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. ROSSELLO CRISTINA, elettivamente domiciliato in Via Agnello, 18 20121 MILANO presso il difensore avv. ROSSELLO CRISTINA
E.T., RCS QUOTIDIANI SPA e C.V. (C.F. ), con il patrocinio dell’avv. VITALE GILBERTO e dell’avv. Alessandro Gabardini, elettivamente domiciliati in VIA BIGL1, 21 20121 MILANO presso il difensore avv. VITALE GILBERTO
Oggetto: Diritti della personalita’ (anche della persona giuridica)
Con atto di citazione regolarmente notificato (anche a seguito di rinnovazione) A.D. ha convenuto in giudizio E.T., C.V., RCS Quotidiani s.p.a. e La Gazzetta dello Sport s.r.l., rispettivamente autore dell’articolo, direttore responsabile del quotidiano, editore e proprietario della testata, per sentir dichiarare la natura diffamatoria dell’articolo apparso in data 14.3.2007 sul quotidiano La Gazzetta dello Sport (pag.38) dal titolo “La chanteuse di A. e la lolita di D.” ed ha chiesto la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni non patrimoniali e patrimoniali, quantificati in misura non inferiore ad Euro 200.000,00, oltre al pagamento di una somma a titolo di riparazione ex art. 12 L. n. 47 del 1948 e la pubblicazione della sentenza su almeno tre quotidiani a tiratura nazionale.
Afferma l’attore la natura lesiva delle proprie integrità morale, reputazione, identità personale e attività professionale dell’articolo nella parte in cui viene ripresa e riferita un vicenda giudiziaria che lo vide coinvolto nel 1972, la cui verità non è contestata ma rispetto alla quale deduce la mancanza di un interesse attuale alla sua diffusione e l’esistenza, rispetto ad essa, di un diritto all’oblio come specificazione del diritto all’identità personale.
Si sono congiuntamente costituiti la società editrice, il giornalista autore dello scritto ed il direttore responsabile del quotidiano che hanno chiesto il rigetto della domanda evidenziando la verità e completezza delle notizie riportate, prive di contenuto diffamatorio, e la loro finalità di richiamare l’attenzione dei lettori sulle diverse modalità di informazione seguite in passato dallo stesso quotidiano nel riferire vicende private di calciatori rispetto ad alcuni fatti di cronaca attuale (c.d. scandalo di vallettopoli).
Si è costituita anche la Gazzetta dello Sport Società Editrice s r.l. che in via preliminare ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, per essere essa titolare del marchio-testata “La Gazzetta dello Sport” concesso in locazione a NES s.p.a. -ora RCS Qutotidiani s.p.a.- contestualmente alla cessione dell’azienda editrice, senza alcuna possibilità di intervenire sulla pubblicazione degli articoli; ha inoltre sollecitato la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale deducendo la illegittimità dell’art. 11 L. n. 47 del 1948 per violazione degli artt.3, 41 e 42 della Costituzione con riguardo alla posizione del “proprietario della pubblicazione” qualora essa dovesse essere ritenuta tale; nel merito ha chiesto il rigetto delle domande e -in caso di accoglimento della domanda attorea- ha avanzato domanda di manleva nei confronti di RCS Quotidiani s.p.a. in forza di quanto previsto nel contratto di cessione dell’azienda e locazione del marchio-testata; in via di ulteriore subordine, ha chiesto di determinare le quote di corresponsabilità dei soggetti tenuti al risarcimento dei danni.
Istruita la causa con le sole produzioni documentali, sulle conclusioni come precisate dalle parti all’udienza del 20.12.2011 davanti a questo giudice, subentrato al precedente istruttore, la causa è stata trattenuta in decisione con assegnazione dei termini di legge per il deposito di conclusionali e repliche.
Può essere subito esaminato il rilievo formulato da La Gazzetta dello Sport s.r.l. in punto di carenza di legittimazione passiva.
La convenuta è proprietaria della sola testata giornalistica “Gazzetta dello Sport”, concessa in locazione a Nuove Edizioni Sportive s.p.a. ora RCS Quotidiani s.p.a. con scrittura privata registrata il 18.3.1986 (doc.1 prodotto da La Gazzetta dello Sport s.r.l.). Con il medesimo atto, fatta eccezione proprio per le testate “Gazzetta dello Sport” e “La Gazzetta Sportiva”, sono stati trasferiti in via definitiva a Nuove Edizioni Sportive tutti gli altri beni e rapporti costituenti l’azienda editoriale in precedenza già affittata da La Gazzetta dello Sport s.r.l. a Nuove Edizioni Sportive.
E’ opinione di questo giudice che la titolarità della sola testata, segno distintivo della pubblicazione, non sia sufficiente per ritenere la società convenuta La Gazzetta dello Sport “proprietaria della pubblicazione” sulla quale è apparso l’articolo in questa sede denunciato come diffamatorio quando, come nel caso di specie, si è in presenza di una diversa impresa editoriale effettivamente esercente la pubblicazione. Ne deriva che non può trovare applicazione nei suoi confronti quanto stabilito dall’art. 11 L. n. 47 del 1948, norma invocata dall’attore a fondamento della citazione.
Può quindi anticiparsi che la domanda proposta nei suoi confronti deve essere rigettata per tale preliminare ed assorbente ragione che rende superfluo l’esame delle ulteriori domande avanzate da La Gazzetta dello Sport s.r.l..
Prima di esaminare il merito della domanda, si ricordano brevemente i noti principi affermati dalla giurisprudenza in materia di diffamazione al fine di realizzare un ragionevole bilanciamento tra i diritti all’onore ed alla reputazione e la libertà di opinione e manifestazione del pensiero (art.21 Cost.), che dei primi costituisce il c.d. limite esterno quando venga esercitata secondo precisi criteri.
Il diritto di cronaca -inteso come il diritto di raccontare tramite mezzi di comunicazione di massa accadimenti reali in considerazione dell’interesse che rivestono per la generalità dei consociati- deve infatti rispettare i seguenti tre criteri per escludere l’antigiuridicità degli illeciti contro l’onore:
1) verità oggettiva dei fatti esposti (Cass. n.8953/06; Cass. n.6877/00; Cass. n.5947/97), o anche soltanto putativa purchè frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca e verifica delle fonti (Cass. n.2751/07; Cass. n.2271/05; Cass n.23366/04);
2) utilità od oggettivo interesse alla conoscenza dei fatti da parte della pubblica opinione (c.d. pertinenza);
3) correttezza formale dell’esposizione (c.d. continenza).
L’articolo in questione si apre con la seguente affermazione: “Oggi, la telefonata di G. che avvisa F.C. delle indagini su di lui è oggetto di trascrizione integrale anche sulla Gazzetta. Agli albori della vita notturna dei calciatori, invece, era tutt’altro che così, almeno sulla rosea.”. Il giornalista, nel primo paragrafo dell’articolo, richiama una vicenda che coinvolse altro calciatore nel 1958, evidenziando come fu offerta dalla Gazzetta ai suoi lettori, diversamente da altri rotocalchi dell’epoca che la riproposero per diversi anni. Prosegue quindi con un nuovo paragrafo che si apre con la parola, interamente maiuscola, di “BALLETTI”, e che testualmente recita: “Se per le denunce di H. la Gazzetta è stata costretta ad occuparsi delle imprese extrasportive di un calciatore, ben diverso il trattamento che la rosea di G.Z. riserva, una dozzina di anni dopo, a uno degli eroi messicani di Italia-Germania, A.D.. I fatti, molto in breve: D., ala del Cagliari scudettato di Riva, è accusato dalla mamma di una tredicenne, che ha letto il diario della figlia, di “balletti rosa” nei quali sarebbero coinvolti anche il portiere M.T. e il centravanti del Vicenza S.V.. La notizia si diffonde il 9 gennaio 1972; il 9 maggio D. è incriminato per violenza assieme ad altre 26 persone. Ma Z., per inflessibile scelta, ha imposto alla Gazzetta di limitarsi alle cronache sportive: gli altri quotidiani sguazzano nella vicenda, al processo ci sono inviati del calibro di N.A. ed E.P.. La rosea osserva un silenzio incrollabile: il 9 febbraio 1973 D. è assolto per insufficienza di prove e la rosea ci informa, senza fare alcun riferimento al tribunale, che il Cagliari intende cederlo. Il giorno della pubblicazione della sentenza, finalmente un titolo su D.: sul neutro di Catania, il Cagliari batte il Palermo, e D. si guadagna l’applauso del cronista, C.C.”.
L’attore non contesta né la verità del fatto di cronaca riferito nell’articolo esaminato, né si duole delle modalità espositive e del linguaggio utilizzato dal giornalista nel raccontare la vicenda giudiziaria che lo vide coinvolto nel 1972. Ciò che l’attore lamenta è la insussistenza di un attuale interesse pubblico alla notizia riportata, molto risalente nel tempo e rispetto alla quale egli vanterebbe un diritto all’oblio nonchè l’accostamento della sua persona a “giocatori “chiacchierati”, a vallette, presentatrici, amori scandalistici, intrighi telefonici, estorsioni, ritratti di personaggi pubblici” (così a pag.3 della citazione) che nulla hanno a che fare con lui.
Come evidenziato dai convenuti, nell’articolo in questione il giornalista ha inteso porre a confronto le diverse modalità con le quali il quotidiano ha, nel passato, trattato vicende “extrasportive” riguardanti calciatori rispetto alla ben diversa posizione assunta dal medesimo quotidiano di fronte alle attuali vicende altrettanto “extrasportive” coinvolgenti calciatori. Nello scritto in esame non è fatto alcun esplicito accostamento tra i protagonisti delle passate vicende riferite e quelli di cronaca attuale al momento della pubblicazione dello scritto, né le modalità espressive utilizzate suggeriscono o lasciano intendere un raffronto e/o una assimilazione di tale natura.
Ritiene tuttavia questo giudice che quanto riferito, per le sue connotazioni fattuali (coinvolgimento in “balletti rosa” scoperti nel diario di una tredicenne dalla madre; rinvio a giudizio per violenza e assoluzione per insufficienza di prove) sia idoneo a ledere l’onore e la reputazione dell’interessato e che, pur nel rispettabile intento (qui dichiarato) del giornalista di sollecitare una riflessione e portare l’attenzione dei lettori sulle diverse modalità di informazione e sulla evoluzione, sul piano culturale e del costume, della attività giornalistica anche della Gazzetta dello Sport, non sia ravvisabile alcun interesse attuale alla conoscenza da parte dei lettori dello specifico episodio che coinvolse D. in un momento assai risalente nel tempo.
Nè il riferire la vicenda giudiziaria può ritenersi funzionalmente necessario per rendere “vivo ed efficace” il discorso giornalistico (come affermato dai convenuti) sulle diverse stagioni dell’informazione sportiva quando, come nel caso di specie, il fatto precedente (correttamente riportato nei suoi elementi fattuali) non sia in alcun modo ritornato di attualità né eventi sopravvenuti lo caratterizzino come suscettibile di un nuovo interesse pubblico alla sua conoscenza.
E’ singolare che tutte le parti abbiano richiamato, a sostegno delle diverse prospettazioni, la medesima decisione della Suprema Corte (sentenza n.3679/1998) che, in una fattispecie invero non omologa alla presente, ha affermato che “La sentenza impugnata ha ulteriormente specificato il contenuto dei limiti del diritto di cronaca, aggiungendo quello dell’attualità della notizia, nel senso che non è lecito divulgare nuovamente, dopo un consistente lasso di tempo, una notizia che in passato era stata legittimamente pubblicata. Non si tratta soltanto di una pacifica applicazione del principio della attualità dell’interesse pubblico alla informazione, dato che tale interesse non è strettamente collegato all’attualità del fatto pubblicato, ma permane finché resta o quando ridiventa attuale la sua rilevanza pubblica. Viene invece in considerazione un nuovo profilo del diritto di riservatezza -recentemente definito anche come diritto all’oblio- inteso come giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata. Il principio è, in sè, ineccepibile. Ma, quando il fatto precedente per altri eventi sopravvenuti ritorna di attualità, rinasce un nuovo interesse pubblico alla informazione -non strettamente legato alla stretta contemporaneità fra divulgazione e fatto pubblico- che si deve contemperare con quel principio, adeguatamente valutando la ricorrente correttezza delle fonti di informazione.”
La Corte ha dunque ribadito l’esistenza, tra i principi cui si deve conformare il diritto di libera manifestazione del pensiero, della attualità dell’interesse pubblico alla informazione, attualità ravvisabile non soltanto quando il fatto pubblicato è temporalmente coevo alla sua divulgazione, ma altresì quando eventi sopravvenuti rendano di nuova attualità un fatto ancorché risalente nel tempo. In mancanza di sopravvenienze così caratterizzate, la Suprema Corte ha ritenuto come possa costituire lesione del diritto alla riservatezza una nuova pubblicazione di una notizia, legittimamente divulgata in passato ancorché lesiva dell’onore e della reputazione del soggetto interessato, e ripresa dopo molto tempo.
Ritiene questo giudice, fermo restando che la vicenda giudiziaria che nel 1972 ha coinvolto l’attore è stata riportata con completezza e nel rispetto del principio di verità nonché con l’uso di un linguaggio sobrio e corretto, che nel caso di specie non sia stato rispettato il principio della pertinenza: non è infatti ravvisabile (né è stato segnalato dai convenuti) alcun evento sopravvenuto che renda nuovamente di attualità, al momento della pubblicazione dell’articolo in esame (2007), la notizia stessa ovvero l’interesse pubblico alla conoscenza di fatti accaduti 35 anni prima.
La loro nuova divulgazione, con particolari idonei a ledere l’onore e la reputazione (che si identifica con il senso della dignità personale in conformità all’opinione del gruppo sociale, secondo il contesto storico al momento della pubblicazione), non può ritenersi scriminata dalla sua collocazione in un articolo giornalistico mirato a sottoporre ai lettori ed a richiamare la loro attenzione sul mutamento intervenuto nella Gazzetta dello Sport con la scelta di riferire (anche) notizie di natura non strettamente sportiva ma comunque relative a personaggi legati all’ambiente sportivo.
Le passate e diverse linee di condotta, nel 1972 per la vicenda D. dettate dall’allora direttore responsabile del quotidiano, ben potevano essere rievocate in termini generali senza alcuna necessità di riproporre notizie che per il trascorrere del tempo risultano ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati.
La scelta giornalistica è venuta di fatto a risolversi in una lesione di diritti fondamentali della persona dell’attore (reputazione, riservatezza, identità personale) non giustificata da eventi sopravvenuti -tale non potendosi intendere, come sembrano suggerire i convenuti, il coinvolgimento di altri calciatori in cronache giudiziarie- idonei a configurare un rinnovato interesse pubblico alla conoscenza della vicenda.
Il diritto all’oblio, inteso come diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie risalenti nel tempo e ormai dimenticate o non note, è stato richiamato dalla Suprema Corte in controversia relativa al trattamento dei dati personali nella recente sentenza n. 5525/2012.
Ha affermato la Corte che “il diritto all’oblio salvaguarda in realtà la proiezione sociale dell’identità personale, l’esigenza del soggetto di essere tutelato dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive in ragione della perdita (stante il lasso di tempo intercorso dall’accadimento del fatto che costituisce l’oggetto) di attualità delle stesse, sicché il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità. ” Ogni soggetto ha dunque “diritto al rispetto della propria identità personale o morale, a non vedere cioè “travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale” (v. Cass., 22/6/1985, n.7769), e pertanto alla verità della propria immagine nel momento storico attuale. Rispetto all’interesse del soggetto a non vedere ulteriormente divulgate notizie di cronaca che lo riguardano si pone peraltro l’ipotesi che sussista o subentri l’interesse pubblico alla relativa conoscenza o divulgazione per particolari esigenze di carattere storico, didattico, culturale o più in generale dei esponenti per il persistente interesse sociale riguardo ad esse. Un fatto di cronaca può, a tale stregua, assumere rilevanza quale fatto storico, il che può giustificare la permanenza del dato mediante la conservazione in archivi altri e diversi (es., archivio storico) da quello in cui esso è stato originariamente collocato”. Anche in questo caso la Suprema Corte ha ancorato la legittimità della ulteriore divulgazione di passati fatti di cronaca ad un persistente interesse pubblico alla loro conoscenza, interesse, come si è detto, non ravvisabile nel caso di specie.
Conclusivamente, vanno dichiarate la natura diffamatoria e la lesività della notizia pubblicata sul quotidiano La Gazzetta dello Sport del 14.3.2007 a pag.38 relativa ad A.D. nell’articolo a firma E.T. dal titolo “La chanteuse di A. e la lolita di D.” ed esclusa l’operatività di scriminanti, devono ritenersi accertati: -l’illecito di cui all’art. 595 comma 3 c.p. a carico del giornalista, posto che l’articolo per cui è causa è risultato idoneo ad integrare la fattispecie penale nei presupposti sia oggettivi che soggettivi ed essendo sufficiente, quanto a tale ultimo profilo, la presenza del dolo generico che può anche assumere la forma di quello eventuale; -l’illecito di cuiall’art. 57 c.p. a carico del direttore responsabile C.V. per non avere attivato i dovuti controlli sul contenuto dell’articolo, valutato come diffamatorio ai sensi dell’art. 595 c.p., al fine di evitare che mediante la diffusione del quotidiano da lui diretto si ledesse l’onore e la reputazione dell’attore; -la responsabilità di RCS Quotidiani s.p.a. ex art.11 L. n. 47 del 1948.
Va quindi affermato il diritto dell’attore D. al ristoro dei danni conseguenti all’evento lesivo. Sotto il profilo risarcitorio, parte attrice non ha provato di aver subito alcun danno di natura patrimoniale, limitandosi ad affermare che la lesione della sua reputazione “si risolve, sostanzialmente, nella riduzione degli introiti derivanti dalla propria attività” senza tuttavia offrire -come era suo onere-alcun concreto elemento a dimostrazione di un effettivo pregiudizio patrimoniale subito in conseguenza della notizia diffamatoria nuovamente diffusa.
Deve trovare ristoro il danno di natura non patrimoniale conseguenza della ingiusta lesione dell’onore e della reputazione, diritti inviolabili inerenti la dignità della persona ex art. 2 e 3 Cost. sulla base dei principi enunciati dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la sentenza n. 26972/08 (anche sentenze n. 26973/08, n. 26974/08, n. 26975/08 ).
Con tale pronuncia non solo sono stati composti i precedenti contrasti sulla risarcibilità del c.d. danno esistenziale ma si è operato anche un approfondimento della nozione di “danno non patrimoniale” individuandone i presupposti e prevedendo che “anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona costituisce danno conseguenza (Cass. nn.8827 e 8828/03 e n.16004/03 ) che deve essere allegato e provato … Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri”.
Il danno non patrimoniale, nei profili allegati dall’attore meritevoli di accoglimento e comunque ravvisabili, è riconducibile alla rievocazione di fatti assai risalenti nel tempo con presumibili ricadute negative in termini di generale credibilità della sua persona e del suo operato in ambito sia professionale sia privato ed alla loro divulgazione attraverso un quotidiano a larga diffusione che presta particolare attenzione alle vicende sportive al cui ambiente è tuttora legata l’attività dell’attore.
Si stima giusto liquidare, in via equitativa, la somma di Euro 25.000,00 in moneta attuale, oltre interessi legali dalla data della presente sentenza al pagamento.
Risulta fondata anche l’ulteriore domanda ex art. 12 L. n. 47 del 1948 con la previsione di una riparazione pecuniaria nella misura di Euro 3.000,00 da porsi a carico del giornalista E.T..
Si ritiene di pervenire a tale conclusione sulla scorta di quella giurisprudenza che individua nella riparazione ex art. 12 una ipotesi eccezionale di pena pecuniaria privata -che può essere chiesta anche al giudice civile- che non si sostituisce ma si aggiunge al risarcimento del danno (Cass. n. 14761/2007; Cass. n. 14485/2000), a valere nei confronti del solo soggetto autore dello scritto, ed a carico del quale sono stati accertati tutti gli elementi costitutivi del delitto di diffamazione, con esclusione quindi del direttore responsabile la cui responsabilità è stata individuata esclusivamente in termini di omesso controllo (Cass. n. 17395/2007).
L’importo è stato determinato in via equitativa con riferimento ai parametri valutativi (analoghi a quelli previstidall’art. 133 c.p.) della gravità dell’offesa nei termini sopra illustrati e della diffusione del mezzo di comunicazione.
Va infine disposta la pubblicazione della sentenza sul medesimo quotidiano La Gazzetta dello Sport, con esclusione di altri giornali, ritenendosi così ampiamente soddisfatta la funzione riparatoria.
Secondo il principio della soccombenza, i convenuti E.T., C.V. e RCS Quotidiani s.p.a. devono essere condannati al pagamento delle spese del presente giudizio in favore dell’attore che deve tuttavia essere condannato al pagamento delle spese in favore della convenuta La Gazzetta dello Sport s.r.l. rispetto alla quale la sua domanda viene rigettata.
Le spese sono liquidate in dispositivo secondo il medesimo criterio.
Il giudice, definitivamente pronunciando sulle domande delle parti, in parziale accoglimento delle domande attoree, ogni altra domanda respinta, così provvede:
- rigetta ogni domanda proposta nei confronti de La Gazzetta dello Sport Società Editrice a r.l.;
- condanna l’attore al pagamento in favore della convenuta La Gazzetta dello Sport Società Editrice a r.l. delle spese del presente giudizio che si liquidano in complessivi Euro 5.390,00 (Euro 1.930,00 per diritti ed Euro 3.490,00 per onorario) oltre accessori;
- accerta e dichiara la natura diffamatoria, lesiva dell’onore e della reputazione dell’attore A.D., dell’articolo apparso in data 14.3.2007 sul quotidiano La Gazzetta dello Sport (pag.38) dal titolo “La chanteuse di A. e la lolita di D.” nella parte riportante notizie a lui relative;
- condanna i convenuti E.T., C.V. e RCS Quotidiani s.p.a. in via fra loro solidale al risarcimento dei danni non patrimoniali in favore dell’attore A.D. nella misura di Euro 25.000,00, oltre interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza al pagamento;
- condanna il convenuto E.T. al pagamento in favore dell’attore A.D. della somma di Euro 3.000,00 ex art. 12 L. n. 47 del 1948;
- dispone la pubblicazione del dispositivo della presente sentenza, per una volta, con gli stessi caratteri dell’articolo, sul quotidiano La Gazzetta dello Sport a cura e spese dei convenuti E.T., C.V. e RCS Quotidiani s.p.a. entro trenta giorni dalla notificazione della presente sentenza, autorizzando sin da ora l’attore, ove tale ordine non fosse adempiuto nel termine indicato, a provvedere direttamente a tale pubblicazione ponendo a carico dei predetti convenuti in solido le relative spese;
- condanna i convenuti E.T., C.V. e RCS Quotidiani s.p.a al pagamento in favore dell’attore delle spese del presente giudizio che si liquidano in complessivi Euro 5.918,00 (Euro 528,00 per spese, Euro 1.930,00 per diritti ed Euro 3.490,00 per onorario) oltre accessori.
Così deciso in Milano, il 6 giugno 2012.