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Timestamp: 2019-11-13 12:12:09+00:00
Document Index: 50255690

Matched Legal Cases: ['art. 110', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 43', 'art. 51', 'art.110', 'art. 110', 'art. 75', 'art. 75']

Numero 18 Anno 2018 – Centro Studi
Numero 18 Anno 2018
Centro Studi / Settimanale Prometheus 2018 / Numero 18 Anno 2018
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Illegittima la delibera consiliare di approvazione del piano finanziario TARI priva della relazione
Eventuali errori del riaccertamento straordinario possono essere corretti in fase di riaccertamento ordinario
Le circostanze che determinano la decadenza del consigliere comunale devono essere obiettivamente gravi
Legittimo escludere il candidato per un contratto ex art. 110 Tuel se fornisce false dichiarazioni
Come è noto, secondo consolidata giurisprudenza, il singolo consigliere comunale è legittimato ad agire nei confronti dell’Ente a cui appartiene nell’ipotesi in cui i vizi denunciati si sostanzino nella lesione del diritto all’ufficio, e ciò si verifica proprio con riguardo a profili impeditivi o lesivi dell’esercizio delle funzioni esercitate (ex multis, Cons. Stato, sez. V, 7 luglio 2014 n. 3446; id., sez. VI, 7 febbraio 2014 n. 593); e tra tali profili, in via esemplificativa, la giurisprudenza elenca quelli che attengono: a) alle erronee modalità di convocazione dell’organo consiliare; b) alla violazione dell’ordine del giorno; c) all’inosservanza del deposito della documentazione necessaria per poter liberamente e consapevolmente deliberare; d) più in generale, alla preclusione in tutto o in parte dell’esercizio delle funzioni relative all’incarico rivestito (cfr., Cons. Stato, sez. VI, 7 febbraio 2014, n. 593; T.A.R. Torino, sentenza n. 1707 del 2015).
Il mancato deposito della documentazione necessaria per poter liberamente e consapevolmente deliberare rientra, quindi, a pieno titolo tra i vizi lesivi del pieno e informato esercizio delle funzioni dei singoli consiglieri: è quanto ribadito dal TAR Abruzzo, Pescara, nella sent. 26 marzo 2018 n. 112. I giudici, infatti, hanno affermato che è illegittima la delibera consiliare di approvazione del piano finanziario TARI se i consiglieri non hanno potuto prendere visione della “relazione al piano finanziario”, richiesta dall’art. 8, comma 3, del DPR n. 158/1999, perché non allegata fra la documentazione.
A tal proposito, l’articolo 8 cit. prescrive che il piano finanziario deve comprendere: “a) il programma degli interventi necessari; b) il piano finanziario degli investimenti; c) la specifica dei beni, delle strutture e dei servizi disponibili, nonché il ricorso eventuale all’utilizzo di beni e strutture di terzi, o all’affidamento di servizi a terzi; d) le risorse finanziarie necessarie; e) relativamente alla fase transitoria, il grado attuale di copertura dei costi afferenti alla tariffa rispetto alla preesistente tassa sui rifiuti”; aggiungendo che al piano medesimo debba essere allegata una relazione “nella quale sono indicati: a) il modello gestionale ed organizzativo; b) i livelli di qualità del servizio ai quali deve essere commisurata la tariffa; c) la ricognizione degli impianti esistenti; d) con riferimento al piano dell’anno precedente, l’indicazione degli scostamenti che si siano eventualmente verificati e le relative motivazioni”.
La legge in sostanza prescrive che il Consiglio comunale approvi un piano con allegata relazione che deve avere obbligatoriamente i contenuti minimi indicati nell’art. 8; questi contenuti devono costituire l’immediato oggetto delle delibera, in modo che sugli stessi possa svolgersi in modo compiuto e consapevole il dibattito consiliare.
Inoltre, secondo i giudici pescaresi, non sono sufficienti né l’eventuale esame della relazione in sede di commissione né il visto dell’organo revisore, data la diversa natura e il diverso ruolo di questi rispetto a quello del Consiglio Comunale, che è organo esponenziale della collettività locale con proprie tipiche funzioni e si compone di tutti i consiglieri eletti che devono, appunto tutti, essere messi nella condizione di svolgere il proprio ruolo elettivo con piena consapevolezza.
2. Eventuali errori del riaccertamento straordinario possono essere corretti in fase di riaccertamento ordinario
L’eventuale rettifica per correzione di errori del riaccertamento straordinario è stato spetto oggetto di interesse da parte della Corte dei conti.
Come noto, in una delle prime pronunce dei giudici contabili (Sezione controllo Liguria, delib. n. 2/PRSP/2016) era stata ritenuta ammissibile la possibilità di correggere eventuali errori effettuati nella attività di riaccertamento straordinario non oltre la data di approvazione del rendiconto 2015 (30 aprile 2016), ciò all’evidente scopo di consentire all’ente interessato di correggere rapidamente gli eventuali errori commessi piuttosto che continuare ad operare in una situazione di illegittimità.
In un’altra occasione, invece, (sez. controllo Calabria, delib. n. 52/PAR/2016) era stato, sulla base di quanto testualmente disposto dall’art. 3, comma 8, del D. Lgs. n. 118/2011, l’unicità dell’attività di riaccertamento straordinario, aspetto sostanzialmente già affermato dalla Sezione delle Autonomie (delib. n. 4/SEZAUT/2015) secondo la quale “l’operazione è straordinaria, non frazionabile e non ripetibile”, con la possibilità di apportare eventuali rettifiche solo tramite il riaccertamento ordinario (art. 3, comma 4, del D. Lgs. n. 118/2011).
Tale orientamento sostanzialmente negativo è stato ribadito dalla Corte dei conti, sez. reg. di controllo per la Puglia, che con la delib. n. 44/2018 ha affermato che non è consentito procedere, dopo la data di approvazione del rendiconto, ad un nuovo riaccertamento straordinario per porre rimedio ad errori eventualmente rilevati e che ogni necessaria rettifica del riaccertamento straordinario e della determinazione del fondo crediti di dubbia esigibilità potrà e dovrà essere adottata in sede di riaccertamento ordinario.
Nella stessa occasione, i giudici contabili pugliesi hanno anche evidenziato che l’art. 1, comma 848, della Legge di bilancio 2018 (Legge n. 205/2017), che consente eccezionalmente di procedere al riaccertamento straordinario, risulta applicabile, sostanzialmente, solo in due diverse ipotesi: per i Comuni che non hanno effettuato il riaccertamento straordinario e per i Comuni che, a seguito del riaccertamento straordinario effettuato, sono stati destinatari di rilievi da parte delle Sezioni regionali di controllo della Corte dei conti e dei Servizi ispettivi del Ministero dell’economia e delle finanze.
3. Le circostanze che determinano la decadenza del consigliere comunale devono essere obiettivamente gravi
L’art. 43 comma 4 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) demanda allo statuto comunale l’individuazione dei casi di decadenza del consigliere per la mancata partecipazione alle sedute e le relative procedure, garantendo il diritto all’interessato a far valere le cause giustificative.
Secondo la giurisprudenza (cfr., recentemente, TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, sent. 20 aprile 2018 n. 925), la decadenza dalla carica di consigliere comunale costituisce una limitazione all’esercizio di un munus publicum, sicché il carattere sanzionatorio del provvedimento, destinato ad incidere su una carica elettiva, impone la massima attenzione agli aspetti garantistici della procedura, anche per evitare un uso distorto dell’istituto come strumento di discriminazione nei confronti delle minoranze. Di norma, lo statuto prevede le assenze per mancato intervento dei consiglieri dalle sedute del consiglio comunale debbano essere giustificate successivamente, anche dopo la notificazione all’interessato della proposta di decadenza, ferma restando l’ampia facoltà di apprezzamento del consiglio comunale in ordine alla fondatezza e serietà ed alla rilevanza delle circostanze addotte a giustificazione delle assenze.
Per quanto riguarda propriamente la giustificabilità delle assenze dalle sedute del Consiglio Comunale, esse possono dar luogo a revoca quando mostrano con ragionevole deduzione un atteggiamento di disinteresse per motivi futili o inadeguati rispetto agli impegni con l’incarico pubblico elettivo.
In definitiva, visto che l’elettorato passivo trova tutela a livello costituzionale (art. 51 Cost.), le ragioni che, in relazione al modo di esercizio della carica, possono comportare decadenza devono essere obiettivamente gravi nella loro assenza o in conferenza di giustificazione ovvero nella loro estrema genericità, tale da impedire qualsiasi accertamento sulla fondatezza, serietà e rilevanza dei motivi stessi oltre che sfornita di qualsiasi principio di prova.
4. Legittimo escludere il candidato per un contratto ex art.110 TUEL se fornisce false dichiarazioni
Il candidato ad una selezione comparativa per un incarico a contratto ex art. 110 del TUEL (Decreto Legislativo n. 267/2000) che fornisce false dichiarazioni deve essere dichiarato decaduto dalla graduatoria: è quanto affermato dal TAR Lazio, Latina, nella sent. 26 aprile 2018, n. 236.
L’intero sistema della disciplina delle procedure concorsuali poggia, infatti, sulla presentazione, da parte dei candidati concorrenti, di dichiarazioni sostitutive che li vincolano in base all’elementare principio dell’auto responsabilità, e che devono essere rese con diligenza e veridicità.
Sotto altro profilo non può essere sottaciuto che la non veridicità della dichiarazione sostitutiva presentata alla P.A. comporta la decadenza dai benefici eventualmente conseguiti, ai sensi dell’art. 75 del d.P.R. n. 445 del 2000, indipendentemente da ogni indagine circa l’elemento soggettivo del dichiarante, ponendosi non come sanzione, ma quale effetto dell’assenza, successivamente accertata, dei requisiti richiesti.
Ed infatti, già il Consiglio di Stato, sez. V, nella sent. 27 aprile 2012, n. 2447, aveva affermato che la non veridicità della dichiarazione sostitutiva presentata comporta la decadenza dai benefici eventualmente conseguiti, non lasciando tale disposizione alcun margine di discrezionalità alle Amministrazioni che si avvedano della non veridicità delle dichiarazioni. L’art. 75 citato, secondo i giudici di Palazzo Spada,prescinde, per la sua applicazione, dalla condizione soggettiva del dichiarante, attestandosi sul dato oggettivo della non veridicità, rispetto al quale sono irrilevanti il complesso delle giustificazioni addotte dal dichiarante.