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Timestamp: 2019-03-25 07:41:43+00:00
Document Index: 173902267

Matched Legal Cases: ['art. 134', 'art. 391', 'art. 197', 'art. 195', 'art. 195', 'art. 351', 'art. 391', 'art. 622', 'art. 200', 'art. 24', 'art. 198', 'art. 4', 'art. 200', 'art. 256', 'art. 200', 'art. 334']

A TUTTI GLI AVVOCATI: L’investigatore privato autorizzato e il segreto professionale
Pubblicazione del 24/07/2007
Cari Lettori ma soprattutto Cari Avvocati,
sovente mi imbatto in discussioni sul ruolo, la liceità e quindi l'utilità in fase di giudizio delle "prove" raccolte dall'investigatore privato in sede Civile e Penale. Sono veramente esausto nel dover ripetere:
- non esiste una normativa completa in merito (soprattutto per il Civile),
- se siamo autorizzati dalla Prefettura siamo anche autorizzati a raccogliere le prove per presentarle in fase di giudizio,
- l'incarico viene dato ad un investigatore privato quindi non è paragonabile ad un "testimone" e pertanto la citazione per la "testimonianza" deve essere inviata al titolare di licenza e non a tutti i collaboratori che hanno partecipato alle indagini
Sono state emanate molte circolari dal Ministero dell'Interno e molte sentenze dalla Cassazione (spesso in contraddizione tra loro), ed una specifica normativa nel C.P.P. (indagini difensive 7 Dicembre 2000) che regolano questa materia. Nella confusione ho trovato un interpretazione riassuntiva della Dott.ssa Salvadori di cui riporto un estratto. Tratta delle indagini difensive ma ci sono riferimenti anche all'art. 134 del TULPS per le indagini civili.
In fondo troverete il link completo.
- Dott.ssa Valeria Salvadori -
Le attività che può compiere possono essere catalogate in due tipologie sulla base di una loro eventuale disciplina legislativa: si parla a tal fine di atti tipici e atti atipici.
Risulta, invece, loro inibito ricevere dichiarazioni scritte o raccogliere informazioni da documentare ai sensi dell’art. 391-ter c.p.p., poiché, come si vedrà nel capitolo successivo, tali attività sono riservate esclusivamente al difensore ed al suo sostituto, per lo “scopo di conferire loro i crismi di una maggiore attendibilità” [13].
Stabilita l’assoluta liceità di tali registrazioni e delle relative trascrizioni, parte della dottrina ritiene che “alla loro acquisizione agli atti come prova documentale osti il divieto di documentazione previsto per gli investigatori privati dagli artt. 391-bis commi 1 e 2 e 391-ter: le informazioni così assunte potranno dunque essere utilizzate, al pari delle annotazioni, come supporto alla memoria non solo per fini meramente interni, ma pure in occasione di una eventuale testimonianza, non valendo per questi soggetti l’incompatibilità a deporre stabilità dall’art. 197 lett. d) c.p.p.” [14].
Quindi l’avvocato dovrà scrupolosamente cautelarsi di fronte all’eventualità di dover rispondere, per l’operato dell’investigatore, a titolo di culpa in eligendo o di culpa in vigilando. La dottrina a tal proposito ha suggerito al difensore di provvedere ad una sottoscrizione di una polizza assicurativa per rischi professionali che preveda, con apposita clausola, anche la copertura per l’attività investigativa delegata all’investigatore privato [15].
Per consentire al difensore di essere informato costantemente sull’operato del suo investigatore privato, la dottrina consiglia che quest’ultimo provveda a redigere una c.d. “nota relazionale”, su cui annoti tutte le operazioni e le fasi attraverso cui svolge l’attività investigativa: dovrà, quindi, descrivere in maniera circostanziata l’attività svolta e i risultati ottenuti, in modo da permettere un controllo, anche se ex post, sull’attività compiuta, così da consentire al difensore di studiare nuove ed ulteriori iniziative di indagine.
Per completezza, si ricorda che molte di queste norme penali puniscono la violazione commessa da “chiunque”, prevedendo come aggravante l’ipotesi in cui a commetterle sia “ chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato”; la conseguenza sarà un aggravio di pena e il venir meno della condizione di procedibilità a querela del reato, che diviene, così, procedibile d’ufficio.
Secondo parte della dottrina, l’investigatore può essere sentito in qualità di testimone indiretto sulle notizie raccolte durante il colloquio non documentato, nei limiti dell’art. 195 c.p.p. [16]. Secondo la disciplina della testimonianza de relato ex art. 195 c.p.p., le dichiarazioni ottenute in sede di investigazioni difensive verrebbero introdotte nel processo in maniera diversa da quanto previsto per la polizia giudiziaria. Infatti, gli art. 351 e 357 comma 2 lett. a) c.p.p. obbligano la polizia giudiziaria a verbalizzare le dichiarazioni ricevute. I verbali, al loro volta, sono sottoposti alle regole generali in materia di contestazioni e di letture. Ne discende che, ove fosse ammessa la testimonianza indiretta sulle informazioni acquisite si aggirerebbero le norme sulle letture e contestazioni.
La dottrina ha evidenziato come esistano delle differenze tra il testimone e l’investigatore privato: il primo rappresenta fatta da lui conosciuti o percepiti per caso, mentre il secondo viene a conoscenza di fatti nell’espletamento di un incarico professionale [17].
La dottrina ha osservato come si configuri una incompatibilità per l’investigatore con l’ufficio di testimone per ciò che riguarda gli atti compiuti in sede di investigazioni difensive [18]. La soluzione proposta, in assenza di una specifica disciplina, è che l’esame dibattimentale dell’investigatore potrebbe essere fatto alla stregua di quello previsto per il consulente tecnico. Infatti, come loro l’investigatore è un soggetto facente parte dello staff dell’ufficio difensivo; egli è un ausiliario del difensore che, quando procede ad assumere informazioni ex art. 391-bis comma 1 c.p.p., agisce sulla base di un incarico professionale, impiegando esperienza, professionalità e competenze specialistiche proprie della sua professione. Quindi nel momento in cui viene escusso in dibattimento egli esprime direttamente delle valutazioni sugli esiti delle investigazioni difensive, rimando così un soggetto di parte che prospetta al giudice gli argomenti a favore della difesa.
La dottrina si è chiesta se il segreto vada inteso in senso soggettivo oppure in senso oggettivo. La dottrina maggioritaria propende per la nozione oggettiva del segreto [19]. Questo orientamento trova conferma nell’art. 622 c.p. che punisce la rivelazione o utilizzazione indebita di notizie segrete, nel caso in cui ciò crei nocumento alla persona interessata: fondamento della tutela penale sarebbe proprio la considerazione del nocumento, attuale o potenziale, che può derivare ai singoli dalla rivelazione.
L’art. 200 c.p.p. detta la disciplina dei limiti alla testimonianza riguardanti il segreto professionale. Il segreto professionale è uno dei diversi tipi di segreto che possono essere eccepiti durante un procedimento penale[20]. La disciplina del segreto è frutto di un bilanciamento di interesse operato dal legislatore. Si è dato prevalenza all’interesse alla difesa nel processo (art. 24 Cost.) rispetto all’interesse della giustizia all’accertamento della verità.
Il segreto professionale non è stato previsto dal legislatore come un divieto di rendere testimonianza su talune informazioni acquisite “per ragione del proprio ufficio”, ma come una facoltà di astensione, lasciando così al testimone facoltà di scelta. Con questa disciplina il legislatore ha risolto il conflitto tra l’obbligo generale di testimoniare ex art. 198 c.p.p. ed il dovere di non rivelare il segreto professionale, entrambi penalmente sanzionati [21].
La ratio perseguita è quella di tutelare la libertà e la sicurezza dei rapporti professionali. Sulla base della considerazione della necessità o quasi necessità per tutti i cittadini, di avvalersi dell’opera di professionisti, è stato affermato che “l’interesse a garantire le condizioni indispensabili per assicurare la libertà e la sicurezza dei singoli rapporti professionali costituisce un interesse pubblico” [22]. Quindi, occorre garantire la fiducia e l’affidamento nella riservatezza del professionista cui il singolo si rivolge.
Con l’art. 4 della legge n. 397 del 2000 è stato modificato l’art. 200 comma 1 lett. b) c.p.p. in cui è stato annoverato anche l’investigatore autorizzato tra le categorie di soggetti abilitati ad opporre il segreto professionale “ su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione” [23].
Viene estesa la disciplina del segreto professionale nell’ambito dei soggetti che svolgono l’attività forense, agli investigatori privati autorizzati che vanno così ad affiancarsi agli avvocati, ai consulenti tecnici, ai praticanti avvocati ed ai notai. Si completa in tal modo, sotto il profilo delle garanzie di libertà a tutela della funzione difensiva, l’omogeneità di disciplina tra il difensore ed i suoi ausiliari.
L’investigatore privato autorizzato può opporre lo stesso segreto professionale alla richiesta di esibizione e al sequestro di atti, documenti o cose esistenti presso di essi ( art. 256 commi 1 e 2 c.p.p.) [24].
Agli investigatori privati autorizzati non si applica l’inciso di cui al comma 1 dell’art. 200 c.p.p., che esclude l’efficacia del segreto professionale nei casi in cui si ha l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria, in quanto la sua operatività è preclusa espressamente dall’art. 334-bis c.p.p., con cui si escludono i soggetti dell’ufficio difensivo dall’obbligo di denuncia dei reati di cui sono venuti a conoscenza nell’ambito dell’attività di investigazione difensiva svolta.