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Timestamp: 2019-01-23 11:02:31+00:00
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Cass. Pen. SS UU penali – Sent. 25 febbraio - 23 aprile 2004, n. 19289
1. Con provvedimento in data 17 ottobre 2002 il Gip del Tribunale di Roma ha ordinato la trasmissione all’ufficio del Pm dell’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato proposta dall’indagato L. M., rilevando che, ai sensi della disciplina contenuta nel Dpr 115/02 (Tu delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, la cui parte terza ‑ articoli 74 ss. ‑ riguarda il patrocinio a spese dello Stato), la competenza a decidere deve ritenersi attribuita al Pm medesimo, anche in considerazione della mancata riproduzione, nel nuovo testo normativo, del disposto dell’articolo 7 legge 217/90 e successive modifiche, integralmente abrogata dall’articolo 299 Dpr cit..
Il Procuratore della Repubblica di Roma ha proposto ricorso avverso detto provvedimento, denunciandone l’abnormità per la sua idoneità a provocare la stasi del procedimento.
2. La quarta Sezione penale di questa corte, investita dell’impugnazione, ha rimesso il ricorso alle Su a norma dell’articolo 618 Cpp, sul rilievo dell’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla questione di diritto sottoposta al suo esame, essendosi la stessa Sezione pronunciata per la perdurante competenza del Gip anche dopo l’entrata in vigore del Dpr 115/02, e per la conseguente abnormità del provvedimento del Gip di trasmissione dell’istanza al Pm, con due sentenze pronunciate entrambe in data 4 giugno 2003 in procedimenti Gradito (non massimata) e Franceschi, Ced Cassazione, rv 226188) nonché con la sentenza 5 giugno 2003, Diakho, id., rv 226187, ed avendo la medesima deciso in senso contrario con le sentenze emesse in data 20 giugno 2003 in procedimenti Arcieri, id., rv 226198 e Giacon, n.m., nonché con altra in data 1° ottobre 2003 in proc. Essamari, n.m..
3. Il Pg presso questa Corte ha chiesto che venga dichiarata l’inammissibilità del ricorso, sul rilievo della non abnormità del provvedimento impugnato in quanto rientrante negli schemi tipici dell’ordinamento processuale e della sua conseguente inimpugnabilità in forza del principio di tassatività dei casi e mezzi d’impugnazione di cui all’articolo 568, comma 1 Cpp.
4. Pregiudiziale rispetto alla soluzione della questione sottoposta all’esame di queste Su, incentrata sul quesito se, a seguito dell’entrata in vigore del Dpr 115/02, abrogativo della legge 217/90, competente a decidere sull’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato durante la fase delle indagini preliminari sia il Gip od il Pm, è la decisione sull’abnormità o meno del provvedimento impugnato, da essa dipendendo l’ammissibilità del ricorso del Pm.
Alla stregua della definizione della categoria dell’abnormità elaborata dalla giurisprudenza e, particolarmente, della sua duplice connotazione di «abnormità in senso strutturale», per cui l’atto si pone ‑ per la sua eccentricità ‑ radicalmente al di fuori del sistema processuale, ed «abnormità in senso funzionale», riscontrabile ove esso, pur non potendosi considerare estraneo al sistema, determini la stasi irresolubile del processo o procedimento (v, Cassazione, Su, 10 dicembre 1997, Di Battista, Ced Cassazione, rv 209603 e 24 novembre 1999, Magnani, id., rv 215094), il provvedimento in esame, certamente non riconducibile alla prima tipologia di abnormità, ben può, invece, ascriversi alla seconda, dal contrasto tra Gip e Pm, notoriamente non risolvibile mediante proposizione di conflitto ai sensi dell’articolo 30 Cpp (v. Cassazione, Sezione prima, 21 gennaio 2000, Cerbonara, id., rv 215378; 27 gennaio 1998, Acampora, id., rv 210007 e 19 febbraio 1993, Egizio, id., rv 193396) essendo, di fatto, derivata la stasi del procedimento incidentale concernente la richiesta dell’indagato di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con potenziale incidenza sugli atti del procedimento principale, attesa la comminatoria di nullità assoluta contenuta nell’articolo 96, comma 1 Dpr 115/02 per il caso di omessa decisione sull’istanza entro i dieci giorni successivi alla sua presentazione. Infatti, nella ipotesi di rifiuto di provvedere sull’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato opposto tanto dal Gip che dal Pm, viene ad essere sine die paralizzato il procedimento introdotto dall’istanza medesima e, di conseguenza, l’effettivo esercizio del diritto di difesa dell’istante, a meno di un’improbabile resipiscenza di uno dei due organi in contrasto, e senza che alcuna norma preveda o consenta la reiterabilità della richiesta. In una situazione siffatta, essendo impraticabile il ricorso alla proposizione di un conflitto di competenza e non essendo il provvedimento del Gip altrimenti suscettibile di alcun rimedio per il principio di tassatività dei casi e mezzi di impugnazione, unico mezzo idoneo a rimuovere la verificatasi situazione di stallo del procedimento risulta, pertanto, il ricorso per cassazione per abnormità funzionale dell’atto, non apparendo percorribile neppure la via suggerita dal Pg requirente presso questa corte, e cioè quella di impugnare il provvedimento del Gu ai sensi dell’articolo 99 Dpr 115/02, perché basata unicamente sull’equiparazione della trasmissione degli atti per competenza al Pm ad un provvedimento di sostanziale rigetto della richiesta; nel circoscrivere la ricorribilità delle decisioni sull’istanza a quelle di rigetto della stessa il legislatore ha, invero, chiaramente inteso riferirsi a decisioni (negative) sul merito della richiesta e non anche a statuizioni di natura meramente processuale o formale, opponendosi, ancora una volta, alla prospettata estensione il principio di tassatività di cui all’articolo 568, comma 1 Cpp.
5. Ciò premesso, può passarsi all’esame della questione che ha dato luogo al suesposto contrasto giurisprudenziale.
Il congiunto ricorso a criteri di interpretazione letterale, sistematica e storica, unitamente alla valorizzazione delle indicazioni derivanti dai lavori preparatori del Dpr 115/02 e dalla giurisprudenza costituzionale, convincono della fondatezza delle ragioni svolte dal Pm ricorrente e, dunque, dell’esattezza dell’opinione che assegna tuttora al Gip la competenza a decidere sulle istanze di ammissione al patrocinio a spese dello Stato durante la fase delle indagini preliminari.
Se, infatti, non utile alla soluzione del problema appare la formulazione degli articoli 93, comma 1, 96, comma 1 e 97, comma 1 del Tu, in relazione alla definizione di “Magistrato” contenuta nel precedente articolo 3, lettera a), potendosi indifferentemente con tale termine intendere tanto il Gip che il Pm, e se del pari inutilizzabile deve ritenersi l’impiego del termine “processo” (del resto indiscriminatamente usato dall’articolo 75 ‑ che definisce l’ambito di applicabilità dell’istituto ‑ in sintonia con le definizioni poste dall’articolo 3, lettera o) e p) del Tu) in luogo di “procedimento”, non essendo il primo tecnicamente riferibile alla fase delle indagini preliminari e non potendosi da esso trarre alcuna indicazione a favore della tesi del ricorrente, significativo è, invece, il disposto dell’articolo 99, comma 1 Dpr in esame, secondo cui il ricorso avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza va proposto «davanti al presidente del Tribunale o al presidente della Corte di appello ai quali appartiene il Magistrato che ha emesso il decreto di rigetto», sembrando maggiormente plausibile che tale appartenenza debba essere intesa nel senso di organico inserimento del Magistrato decidente in uno degli uffici giudiziari indicati piuttosto che nel senso, sostenuto da Cassazione, Sezione quarta, 20 giugno 2003, Arcieri, cit., dì una sua mera collocazione territoriale nell’ambito di una circoscrizione giudiziaria e che, pertanto, l’ambivalenza del termine “Magistrato” debba risolversi nella sua identificazione in un Giudice anziché in un rappresentante dell’ufficio del Pm. Replicando ad un degli argomenti addotti a sostegno dell’opposto orientamento, non pertinente stimasi, poi, il richiamo alla formulazione dell’articolo 11, comma 5 legge 319/80, anch’essa integralmente abrogata (salvo l’articolo 4) dall’articolo 299 Dpr 115/02, avendo il legislatore, in quella sede, avuto cura di distinguere tra “appartenenza” del Giudice al Tribunale od alla Corte di appello chiamati a decidere sul ricorso avverso il decreto di liquidazione dei compensi a periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori ed esercizio delle funzioni dì Pm presso detti uffici: ove, dunque, anche da tale norma si voglia trarre argomento per la soluzione della questione in esame, la stessa dovrebbe, semmai, deporre in senso antitetico a quello invocato da chi ad essa si è richiamato, essendo stato il concetto di appartenenza chiaramente impiegato non nel senso generico di mera dislocazione territoriale bensì in quello specifico di inserimento organico del Magistrato/Giudice nell’ufficio giudiziario chiamato a decidere sul ricorso.
Nello stesso senso depongono, inoltre, la previsione dell’articolo 79, comma 3, Tu, che parla espressamente di “Giudice procedente” come organo legittimato a richiedere la produzione di documentazione atta a comprovare la veridicità di quanto dichiarato dall’istante, e quella del successivo articolo 93, comma 2 circa la possibilità di presentare l’istanza all’udienza, nel qual caso sarebbe incongruo ritenere che essa non debba essere presentata all’organo giudicante o che possa indifferentemente essere presentata al Giudice od al Pm, altrettanto incongrua apparendo l’ipotesi di una competenza ripartita a seconda che l’istanza venga o meno presentata in udienza, così conferendosi all’interessato la potestà di arbitrariamente determinare la competenza dell’autorità chiamata a decidere. Analogamente dicasi per il disposto dell’articolo 105 Tu (da leggersi come norma speciale rispetto alla generale previsione di cui all’articolo 82, comma 1),che demanda al Gip la liquidazione del compenso al difensore ed agli altri soggetti ivi indicati, “anche se l’azione penale non è stata esercitata”, sembrando coerente che alla liquidazione provveda lo stesso organo che ha deciso sull’istanza, e dell’articolo 82, comma 3, che impone all’autorità giudiziaria di comunicare anche al Pm il decreto di pagamento al difensore degli onorari e delle spese, donde la logica risolvibilità del termine, anch’esso ambivalente, di “autorità giudiziaria” usato dalle citate disposizioni in quello univoco di “giudice”.
Non è, infine, superfluo richiamare, nell’ambito dei criteri di interpretazione storica della nuova normativa ed ai fini della ricostruzione delle linee fondanti dell’istituto. l’originaria formulazione dell’ articolo 32 D.Lgs 271/89, norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del Cpp ‑ sostituito dall’articolo 17 legge 60/2001 ‑ che, analogamente all’articolo 7 della successiva legge 217/90 assegnava espressamente al Gip il compito di provvedere sulla richiesta di ammissione al gratuito patrocinio prima dell’esercizio dell’azione penale.
Per contro, non ostativa deve ritenersi l’obiezione formulata dai fautori dell’opposta tesi circa la difficoltà (in ogni caso meramente pratica) di concepire una competenza in materia del Gip ‑ il cui protagonismo nella fase delle indagini preliminari è meramente eventuale ed episodico ‑ ove lo stesso non sia ancora stato in alcun modo attivato dalle parti, essendosi osservato che un intervento del predetto Giudice in ogni momento delle indagini, e dunque, anche al di fuori di quelli espressamente disciplinati dalla legge processuale, è ora previsto dall’articolo 391octies Cpp, che riconosce al difensore comunque informato dell’esistenza di un procedimento penale il potere di «presentare gli elementi difensivi di cui al comma 1 (ovvero elementi di prova a favore) direttamente al giudice, perché ne tenga conto anche nel caso in cui debba adottare una decisione per la quale non è previsto l’intervento della parte assistita».
Similmente, nessun valido argomento a favore dell’opinione qui confutata può trarsi dal dovere imposto al Pm dall’articolo 97, comma 4 Cpp, di nominare all’indagato un difensore di ufficio in caso di compimento di un atto per cui sia prevista l’assistenza del difensore, o da quello, stabilito dall’articolo 103 Dpr 115/02, di informare in tal caso l’interessato circa le disposizioni in tema di patrocinio a spese dello Stato e dell’obbligo di retribuire il difensore d’ufficio ove non sussistano i presupposti per l’ammissione a detto beneficio, giacché, a prescindere dal rilievo che analoghi doveri sono imposti anche alla polizia giudiziaria, palesemente diverse risultano le discipline a confronto, riguardando le norme ora citate il compimento di atti dovuti, le cui cadenze sono rigidamente regolate dalla legge e non implicano l’esercizio di alcun reale potere decisorio, mentre l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, come meglio più avanti si dirà, introduce un sub procedimento di natura giurisdizionale, connotato da operazioni di natura valutativa e sfociante in una decisione, suscettibile di impugnazione, ricognitiva dell’esistenza o meno di un diritto munito di tutela costituzionale (v. articolo 24, comma 2 Costituzione).
6. A corroborare l’orientamento accolto da queste Su soccorrono, ulteriormente, taluni espliciti passaggi della relazione al Dpr in esame, secondo cui «il contenuto dell’articolo 7, comma 1, della legge 217/90, come modificato dalla legge 134/01, è interamente assorbito», con conseguente superfluità di una sua riproduzione, in quanto «nel penale non è possibile immaginare una richiesta di ammissione al patrocinio prima del coinvolgimento di un Giudice(anche nella fase delle indagini preliminari)», da cui si trae l’evidente volontà del legislatore delegato dì non innovare ìl precedente assetto delle competenze in materia, in conformità ‑ del resto ‑ alla natura meramente “compilativi” tipica dei Tu, che non possono ritenersi autonome fonti dì diritto, tali essendo unicamente i testi delle normative primarie o secondarie in essi recepite, di cui viene soltanto novata la matrice formale. Ed infatti l’oggetto della delega contenuta nell’articolo 7, comma 2, lettera d) legge 50/2000 (modificata con legge 340/00), è espressamente limitata al “coordinamento formale del testo delle disposizioni vigenti”, con facoltà di apportare «nei limiti di detto coordinamento, le modifiche necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa, anche alfine di adeguare e semplificare il linguaggio normativo», ragione questa che ha indotto la Corte costituzionale, con sentenza 212/03, in Dir. giust., 2003, 28, a dichiarare l’illegittimità costituzionale, per eccedenza dalla delega in riferimento all’articolo 76 Costituzione, degli articoli 237, 238 e 299 ‑ quanto alla disposta abrogazione dell’articolo 660 Cpp, concernente l’esecuzione e conversione delle pene pecuniarie ‑ del Dpr 115/02.
7. Da ultimo, ma non certo in ordine di importanza, rilevante conforto all’interpretazione qui accolta proviene dalla giurisprudenza costituzionale in materia (v., soprattutto, Corte costituzionale, ordinanza 144/99, in Giur. Costituzione, 1999, 1156), che ha evidenziato come «nel decidere se spetti il patrocinio a spese dello Stato, il Giudice esercita appieno una funzione giurisdizionale avente ad oggetto l’accertamento della sussistenza di un diritto, peraltro dotato di fondamento costituzionale, sicché i provvedimenti nei quali si esprime tale funzione hanno il regime proprio degli atti di giurisdizione» (in senso analogo v. Cassazione, Su, 24 novembre 1999, Di Dona, Ced Cassazione, rv 214693-4) ed ha sottolineato (v. sentenze 389 e 458/02 nonché 212 e 304/03) la natura meramente compilativa del Tu in esame: di qui l’evidente incongruenza ed asistematicità di una soluzione che attribuisse ad una parte processuale, per quanto pubblica, anziché ad un organo giurisdizionale terzo ed imparziale decisioni influenti sull’esercizio di un diritto garantito dalla legge fondamentale, nonché la doverosità di un’interpretazione della disciplina in esame che, senza forzare in alcun modo la lettera della norma ed in aderenza a criteri di interpretazione sistematica e storica, privilegi l’unica opzione ermeneutica costituzionalmente orientata.
Annulla senza rinvio il decreto impugnato ed ordina trasmettersi gli atti al Gip del Tribunale di Roma per la decisione sull’istanza.
Corte d’assise d’appello di Venezia – Sezione seconda – sentenza 16 gennaio-5 marzo 2004, n. 2
P. S. e G. P. erano imputati di concorso - anche con V. N., giudicato separatamente- nell’omicidio di Carmine Genova. Secondo l’originaria imputazione, colpendo con pugni e calci, nonché gettando addosso massi e/o mattoni, cagionavano tra le altre lesioni la rottura della milza, da cui derivava la morte per shock emorragico. Ciò in Padova, la notte tra il 30 giugno e il 1° luglio 2001.
Con sentenza del 29 gennaio-16 aprile 2003 la Corte d’assise di Padova condannava il Petrovic, ritualmente dichiarato latitante già con decreto del Gip in data 24 settembre 2001, alla pena di nove anni e quattro mesi di reclusione, previa applicazione della diminuente di cui all’articolo 116 Cp e riconoscimento delle attenuanti generiche, entrambe determinate nel massimo, con la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condannava altresì al risarcimento dei danni in favore della parte civile (si era costituito il fratello della vittima), rinviando alla sede civile.
Quanto al S, lo assolveva per difetto di imputabilità, applicando contestualmente la misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico.
L’impugnata sentenza deve essere confermata, con la condanna degli appellanti al pagamento in solido delle spese processuali del grado, salva la modifica relativa alla statuizione sulle spese in favore della parte civile che, essendo stata questa ammessa al patrocinio a spese dello Stato, devono essere rifuse proprio in favore dello Stato, a ciò provvedendosi d’ufficio, come si dirà.
7. Intervento d’ufficio sulla statuizione della rifusione delle spese di lite in favore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
Va da ultimo affrontata d’ufficio la questione relativa alle modalità di rifusione delle spese di lite sostenute dall’accusa privata, risultando dagli atti che la parte civile Genova è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato prima della sentenza di primo grado.
Secondo il primo comma dell’articolo 541 Cpp, «con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno, il giudice condanna l’imputato … al pagamento … delle spese processuali in favore della parte civile, salvo che ritenga di disporne, per giusti motivi, la compensazione totale o parziale». La quantificazione di tali spese avviene secondo le norme ed i criteri generali della tariffa professionale penale ed è appunto uno dei capi della sentenza.
Invece, la disciplina del patrocinio a spese dello Stato (da ultimo contenuta nei tre decreti 113, 114 e 115/02) prevede che il compenso al difensore della parte ammessa sia liquidato dal giudice con apposito decreto di pagamento (articolo 82.1 Tusg), al termine di ciascuna fase o grado del processo e, comunque, all’atto della cessazione dell’incarico (articolo 83.2). La quantificazione del compenso avviene sempre con l’osservanza delle tariffe professionali, ma incontra il limite indefettibile del valore medio delle singole voci (articolo 82.1). Il decreto di pagamento deve poi essere preceduto dal parere del consiglio dell’ordine (articolo 82.1).
Quando ammessa è la parte civile e vi è decisione che afferma la colpevolezza, l’articolo 110.3 Tusg prescrive ancora che «con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno il magistrato, se condanna l’imputato non ammesso al beneficio al pagamento delle spese in favore della parte civile ammessa al beneficio, ne dispone il pagamento in favore dello Stato».
Non stupisce che il legislatore non abbia coordinato le due discipline, pur essendo evidente la loro non conciliabilità.
Nei casi come quello che ci occupa -in cui la parte civile è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato e il processo è giunto ad una sentenza- si impone allora la domanda: la somma che il giudice con la sentenza dovrebbe porre a carico dell’imputato, per la rifusione delle spese alla parte civile vincitrice, deve coincidere o no con quella che dovrebbe essere liquidata dal giudice con il decreto ex articolo 82 Tusg e la sua quantificazione richiede o no il preventivo parere del consiglio dell’ordine? In altri e parzialmente diversi termini: in questa fattispecie procedimentale vi è o meno una sorta di anticipazione della liquidazione ai fini del patrocinio a spese dello Stato, che conduce ad una sovrapposizione coincidente tra le relazioni imputato – parte civile e Stato – parte civile ammessa al patrocinio pubblico? E, ancora e per completezza, il regime delle eventuali impugnazioni sul punto è quello ordinario previsto dagli articoli 574 Cpp ss. o quello speciale disciplinato dagli articoli 84 e 170 Tusg.
7.1. La relazione, nel caso di parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, è sostanzialmente triangolare: imputato/parte civile con liquidazione in favore dello Stato Stato/difensore della parte civile ammessa al patrocinio pubblico.
La questione proposta ha due autonomi ambiti di rilevanza, sostanziale e procedimentale. Nel merito, a sostegno della risposta positiva (tesi della necessaria coincidenza tra la somma che l’imputato dovrà corrispondere allo Stato e quella che lo Stato dovrà corrispondere al difensore) potrebbe richiamarsi il generale principio di divieto dell’ingiustificato arricchimento (lo Stato non potrebbe ricevere, per la prestazione del difensore, più di quanto corrisponda al professionista proprio per quella specifica prestazione). A sostegno della risposta negativa potrebbe osservarsi che l’imputato beneficerebbe paradossalmente proprio della non abbienza della persona che ha danneggiato, trovandosi a rimborsare spese legali che, in ragione del calmiere imposto dall’articolo 12, sarebbero senz’altro inferiori a quelle da lui dovute se il danneggiato fosse abbiente. Quest’ultimo rilievo, se coglie un aspetto certo singolare della questione (= di fatto l’imputato trae personale vantaggio economico dalla non abbienza di colui che ha danneggiato), tuttavia presuppone che si attribuisca alla rifusione delle spese di lite tra le parti un contenuto in qualche modo anche “sanzionatorio”. Ciò, almeno in astratto, è certo improprio, in quanto presupposto e finalità della rifusione delle spese di lite sono il rendere indenne la controparte appunto, ma solo, delle spese effettivamente sostenute in ragione del processo.
Deve pertanto privilegiarsi la soluzione della coincidenza, per cui la prima conclusione è che la somma che l’imputato deve rifondere in favore dello Stato dovrà coincidere con quella che lo Stato liquida al difensore. Questa è però soluzione che risolve il solo caso in cui il giudice condanni l’imputato all’integrale rifusione delle spese legali sostenute dalla parte civile, ammessa al beneficio. È stato infatti acutamente osservato che il rapporto imputato-parte civile, quanto alla rifusione delle spese, ha comunque una sua potenziale autonomia rispetto all’altro (Stato/difensore), giacché il giudice, ricorrendone le circostanze di merito e legittimità, le potrebbe compensare in tutto o in parte, prescindendo dal fatto che la parte civile sia stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato. Anche in tale evenienza il difensore mantiene sempre il diritto alla liquidazione dei propri compensi, da parte dello Stato, secondo i consueti criteri ex articolo 82 cit.. Infatti, la difesa tecnica della parte danneggiata nel processo penale ha presupposti, contenuti e disciplina distinti, rispetto a quella del soggetto non abbiente che agisca nel processo civile; basti pensare alla non necessità del presupposto della non manifesta infondatezza delle ragioni - articolo 74.2 Tu, rispetto al primo comma - ed alla possibilità di impugnare nonostante la soccombenza - articolo 120 Tu-. In concreto, il difensore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato ha diritto alla liquidazione del compenso anche nel caso di mancato accoglimento delle domande civilistiche, con il solo limite, comune a tutti i casi di ammissione al patrocinio a spese pubbliche nel processo penale, dell’impugnazione dichiarata inammissibile, ex articolo 106.1 Tu.
7.1.1 In rito, ci si deve chiedere quale sia il momento in cui il giudice provvede alla liquidazione del compenso spettante al difensore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato; poi, se quel difensore debba presentare la nota spese insieme con le conclusioni, e se tale nota debba già rispettare i parametri imposti dall’articolo 82 Tusg ed essere munita del parere del consiglio dell’ordine, o se comunque tale parere debba essere acquisito prima di deliberare la sentenza.
Si noti subito che il rispetto dell’effettiva ratio che ha indotto il legislatore a prevedere l’acquisizione del parere di congruità del consiglio dell’ordine ne impedisce il rilascio prima della prestazione. Infatti, l’articolo 82.1 indica tra i criteri da valutare per la quantificazione del compenso «la natura dell’impegno professionale, in relazione all’incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona offesa» e chiunque deve concordare sull’apprezzabile differenza, ad esempio, dell’impegno di difesa della parte civile nel caso di definizione del processo ai sensi degli articoli 444 e 599.4 Cpp ovvero nel caso di complesso dibattimento o robusta ed esaustiva discussione. E perché il ruolo di garanzia professionale, che al pur solo consultivo parere del consiglio dell’ordine la legge speciale attribuisce, possa essere efficacemente svolto (a tutela non solo dell’autonomia dell’attività forense e delle scelte di difesa, ma, a ben vedere, della stessa terzietà del giudice -che solo a fronte di un parere non routinario e di stile, ma specifico e motivato, può ad esso richiamarsi ragionevolmente, senza indolenza e senza venir meno ai propri obblighi di controllo-), appare davvero evidente che quel parere non possa che seguire il compiuto espletamento della prestazione professionale.
Ora, come detto, non solo nessuna norma prevede espressamente che per la liquidazione del compenso al difensore della parte civile ammessa al patrocinio pubblico non debba essere acquisito il parere dell’ordine professionale; ma neppure pare possibile pervenire a questa conclusione cogliendo nature o logiche di eccezione dal solo fatto che la richiesta di liquidazione dei compensi avvenga in udienza (tant’è che il compenso al difensore dell’imputato ammesso al patrocinio a spese pubbliche non viene liquidato contestualmente, pur se chiesto insieme con le conclusioni processuali, se privo del prescritto parere). Se così è, si deve necessariamente concludere che la liquidazione del compenso al difensore della parte civile ammessa non potrà mai avvenire con la sentenza che definisce il processo: l’astrattamente ipotizzabile soluzione per cui -chiusa la discussione- la decisione sia rinviata al solo fine di consentire alla parte civile di munirsi del prescritto parere di congruità sarebbe infatti palesemente contraria ai principi di concentrazione ed immediatezza, ed ora anche a quello costituzionalizzato della ragionevole durata del processo, tenuto anche conto dell’accessorietà del ruolo della parte civile. Oltretutto, con rilievo formalistico ma pertinente a confermare l’impraticabilità di tale soluzione, ogni rinvio determinerebbe una nuova voce tariffaria sulla quale dovrebbe chiedersi il parere di congruità e così avanti, senza fine.
7.2. Come detto, naturalmente il legislatore tace e in presenza di normative tra loro palesemente incompatibili è quindi indispensabile una scelta interpretativa in qualche modo creativa (almeno fin quando ciò non sarà disciplinarmente sanzionato…).
L’esigenza sistematica di individuare una soluzione che possa riguardare ogni possibile casistica (e quindi le ipotesi di accoglimento totale o parziale delle domande civilistiche, di loro reiezione, di compensazione anche parziale delle spese, di diversità dei riti e dei momenti procedimentali) impone di privilegiare l’interpretazione del mantenere la piena autonomia della disciplina speciale per ogni provvedimento di liquidazione dei compensi, anche al difensore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
A questo punto, il collegamento tra la disciplina codicistica e quella speciale non può che essere costituito dal riservare al dispositivo della sentenza la sola condanna nell’an (l’affermazione dell’obbligo di rifusione delle spese di lite in favore dello Stato), con la contestuale riserva di successivo decreto di liquidazione per determinare il quantum, emesso nell’integrale applicazione della procedura di cui agli articoli 82.3 (richiesta con presentazione del prescritto parere, comunicazione anche all’imputato), 84 e 170 (opposizione nei venti giorni al presidente dell’ufficio giudiziario competente, con il rito camerale ex articolo 29 legge 794/42).
La soluzione evita paralisi procedimentali, non sacrifica alcun interesse tutelato e appare sistematicamente coerente e rispettosa delle diverse logiche e discipline, codicistica e speciale. In definitiva, con la sentenza -pronunciata nei tempi e modi propri della specifica causa- esce dal processo - dando luogo ad un autonomo procedimento incidentale, integralmente ed esaustivamente disciplinato dalla disciplina speciale- ogni problematica relativa alla quantificazione delle spese di lite in favore della parte civile (e quindi del compenso al suo difensore), mentre vi rimane quella sull’obbligo della rifusione. E tutti i soggetti interessati (parte civile e suo difensore, imputato, Pm) trovano ampia possibilità di far valere le proprie ragioni quantitative nell’ambito della medesima procedura speciale.
Quanto alla compatibilità della riserva di liquidazione con il rito penale, è utile richiamare l’argomentare di Cassazione Sezione seconda, 33420/02 (dep. 7 ottobre 2002), Buonavoglia (in Cassazione penale 2003, 324, pag. 1147 ss.), che ha insegnato la non estraneità alla materia penale dell’istituto della sentenza condizionata (sia pure, per il vero, applicandolo in contesto discutibile).
7.3. Tutto ciò argomentato e premesso, nel caso di specie è pacifico che il primo Giudice abbia subito quantificato il compenso del difensore della parte civile ammessa, senza acquisire il parere del consiglio dell’ordine, provvedendo contestualmente alla relativa condanna in favore della stessa parte civile, anziché dello Stato.
In assenza di impugnazione della parte pubblica o dell’imputato sul punto, questo Giudice può e deve provvedere d’ufficio solo alla modifica della statuizione relativa al destinatario dell’obbligo di rifusione imposto all’imputato Petrovic, ai sensi dell’articolo 130 Cpp. Si tratta infatti di una correzione (=sostituire la condanna in favore della parte civile con quella in favore dello Stato) che non comporta alcuna modifica essenziale del provvedimento e che incide su elementi della pronuncia non solo estranei al thema decidendum ma, soprattutto, conseguenti alla stessa per espresso dettato legislativo non implicante alcuna discrezionalità da parte del giudice (arg. ex Su, sentenza 15 del 31.5-11.10, ordinanza 3279/95, Cc 26 maggio 1995, rv 201923, in materia di spese processuali).
Visti gli articoli 592 e 605 Cpp conferma la sentenza della Corte d’assise di Padova in data 29 gennaio 2003, appellata da S. P. e P. G., che condanna al pagamento in solido delle spese del grado.
Visti gli articoli 130 Cpp e 110.3 D.Lgs 113/02, dispone che la condanna del P. al pagamento delle spese in favore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, disposta in primo grado, avvenga in favore dello Stato.
Ritenuta la particolare complessità della stesura della motivazione, indica per il deposito della stessa il giorno 10 (dieci) marzo 2004.
Cassazione Penale – Sezione quarta – ordinanza 4 - 19 dicembre 2003, n. 48636
Con ordinanza in data 3 febbraio 2003 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli ha chiesto alla Corte di cassazione di annullare con rinvio il provvedimento del Gip del Tribunale di Napoli del 20 gennaio 2003, con il quale il suddetto giudice aveva trasmesso per competenza l’istanza di Ardone Addolorata di essere ammessa al gratuito patrocinio nel procedimento penale a suo carico, pendente nella fase delle indagini preliminari, per il reato di cui all’articolo 2 del decreto legge 463/83, convertito con modifiche in legge 638/83.
Il Pm ha sostenuto l’abnormità del provvedimento, rilevando che, con l’inedita espressione “magistrato che procede”, contenuta nell’articolo 96 del Dpr 115/02, il legislatore abbia inteso riferirsi, nella fase delle indagini preliminari, al giudice e non al Pm.
Il Pm ha altresì assunto che la declaratoria di incompetenza del Gip aveva procurato una stasi processuale non rimediabile, se non con il ricorso per cassazione, in quanto al Pm (al quale gli atti erano stati rimessi) non è attribuito né il potere per deliberare sull’istanza della Ardone, né quello di sollevare un conflitto di competenza tra giudice e Pm.
Osserva il Collegio che la questione di diritto sottoposta al suo esame (e cioè se, nella fase delle indagini preliminari, competente a decidere sull’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato sia il giudice per le indagini preliminari ovvero il Pm) ha già dato luogo a contrasto giurisprudenziale con decisioni totalmente opposte della Corte di cassazione.
È evidente che le sentenze contrastanti si riferiscono esclusivamente ai casi di ammissione al gratuito patrocinio disciplinati dal Testo unico Dpr 115/02, in quanto il previgente articolo 7 legge 217/90, abrogato dal citato Testo unico, attribuiva espressamente la competenza al giudice per le indagini preliminari.
La quarta sezione di questa Corte, con due sentenze in data 4 giugno 2003 (ricorrente in entrambe il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme, nei confronti rispettivamente di Gradito Antonino e Franceschi Rosario), ha accolto i ricorsi, annullando i provvedimenti del Gip di trasmissione delle relative istanze al Pm “per quanto di competenza”. Da rilevare che il Pg presso la Corte di cassazione ha concluso in modo diverso nei due procedimenti, chiedendo l’inammissibilità del ricorso nel procedimento contro Gradito Antonino, ed invece l’annullamento del provvedimento impugnato nel procedimento contro Franceschi Rosario.
La prima delle citate sentenze ha ritenuto che il Testo unico 115/02 è vincolato dalla delega contenuta nell’articolo 7 della legge 50/1999, come modificato dall’articolo 1 legge 340/00, che ha dato vita ad un triplice ordine di fonti, costituite dal decreto legislativo 113/02 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), Dpr 114/02 (Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di spese di giustizia), Dpr 115/02 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia).
La legge delega sostanzialmente investe il decreto legislativo 113/02, mentre, per il Dpr 115/02 appare esclusa la possibilità di modificare la disciplina sulla .quale è avvenuto l’intervento, e in particolare di modificare le norme sulla competenza previste dal codice di procedura penale. Si tratta cioè di un Testo unico ‑ di armonizzazione, che ha la finalità di rendere le disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia più coerenti nel loro complesso, in sintonia con l’evolversi dei principi generali, con il diritto vivente creato dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, e con l’evolversi dei valori complessivi dell’ordinamento.
Con specifico riferimento al patrocinio a spese dello Stato, la relazione espressamente prevede che il Testo unico ha proceduto ad un riordino e coordinamento formale, trattandosi di norme di rango primario non attinenti ad aspetti procedimentali e organizzativi, e che la sua sistemazione all’interno del Testo unico è dovuto alla circostanza che, pur sempre, si tratta di materia attinente alle spese di giustizia.
La sentenza citata ha anche ricordato che la Corte costituzionale, con la sentenza 212/03, ha ribadito che la materia della competenza del giudice è coperta da riserva assoluta di legge, ex articolo 25 Costituzione, e che non si può dubitare della natura giurisdizionale del procedimento in esame, escludendosene la caratterizzazione soltanto amministrativa, come affermato con l’ordinanza della Corte costituzionale 144/99, e con la sentenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione 25/1999.
Ciò premesso, è stato escluso che la nuova normativa (e cioè l’articolo 96 Dpr 115/02) abbia modificato la disciplina previgente (articolo 7 legge 217/90), non avendo rilevanza decisiva i termini “magistrato” e “procedimento”. La sentenza Pm/Gradito ha rilevato che l’articolo 3 del Dpr contiene un’esemplificazione legislativa finalizzata a disporre nozioni sintetiche e onnicomprensive per facilitare la redazione complessiva del testo. Pertanto, la circostanza che con “magistrato” sia stato indicato «il giudice o il Pm, anche onorario, preposto alla funzione giurisdizionale sulla base di nonne di legge e delle disposizioni dei codici di procedura penale e civile» non appare sicuro elemento indicatore di una modifica legislativa, non potendosi certamente escludere che nel termine “magistrato” sia compreso il giudice per le indagini preliminari.
La mancata reiterazione dell’articolo 7 legge 217/90 è dovuta ‑ secondo la sentenza citata ‑ alla superfluità di una norma specifica, atteso il contenuto dell’articolo 78 che stabilisce che l’interessato che si trova nelle condizioni indicate nell’articolo 76 può chiedere di essere ammesso al patrocinio in ogni stato e grado del processo, mentre là dove si sarebbe creato un vuoto legislativo, vi è nonna chiarificatrice (articolo 105, che riserva al Gip la liquidazione al compenso del difensore, anche ‑ e quindi non solo ‑ se l’azione penale non sia iniziata).
Altro argomento è il richiamo alla relazione, che, nell’illustrare l’articolo 93, afferma testualmente che «nel penale non è possibile immaginare una richiesta di ammissione al patrocinio prima del coinvolgimento di un giudice (anche nella fase delle indagini preliminari)».
Ulteriore conferma di un’assenza innovativa è la disposizione di cui all’articolo 99, 1° comma9 corrispondente all’articolo 6, 4° comma legge 217/90, la quale dispone che il ricorso avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di ammissione al gratuito patrocinio va proposto «davanti al Presidente del Tribunale o al Presidente della Corte di appello ai quali appartiene il magistrato che ha emesso il decreto di rigetto», disposizione che non può riferirsi al Pm, che non appartiene ad alcun ufficio.
La sentenza in pari data Pm Lamezia Terme/Franceschi, oltre a citare gli argomenti appena indicati nella sentenza Pm/Gradito (e che ovviamente non saranno ripetuti), fornisce alcune specificazioni tese a confermare la permanenza della competenza del Gip.
La prima riguarda l’orientamento espresso dalle Sezioni unite della Corte di cassazione nella già citata sentenza 25/1999, dando rilievo alla circostanza che sarebbe singolare che, in un procedimento con la dichiarata finalità di contribuire al riequilibrio della parità delle parti nel nuovo processo penale caratterizzato dal modello accusatorio, l’accertamento della sussistenza di un diritto, peraltro dotato di fondamento costituzionale, e da effettuare al termine di una serie procedimentale di atti che si esplicano in una vera e propria attività giurisdizionale, sia demandato proprio ad una delle parti, anche se solo in una fase del procedimento.
Altre ragioni per attribuire la competenza de quo al giudice sono individuate nel contenuto delle disposizioni di cui agli artt. 82, 3°comma, sull’onorario e spese del difensore («il decreto di pagamento è comunicato al difensore ed alle parti, compreso il Pm») e 93, in relazione al 96 ed all’articolo 179, 2° comma, Cpp, secondo il quale l’istanza può essere presentata anche in udienza, e su di essa si deve decidere immediatamente, considerato che udienze vengono svolte anche nella fase delle indagini preliminari (convalida dell’arresto è del fermo; incidente probatorio; procedimento incidentale cautelare).
Il differente e contrastante orientamento giurisprudenziale è contenuto in tre sentenze. sempre della quarta sezione della Corte di cassazione, in data 20 giugno 2003, di cui due emesse a seguito di ricorsi dello stesso Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme avverso analoghe declaratorie di incompetenza del Gip in procedimenti penali a carico di Arcieri Giovanni, con consequenziale trasmissione
degli atti al Pm per decidere sulle istanze di ammissione al gratuito patrocinio. Le sentenze sono identiche, essendo state redatte dal medesimo consigliere estensore, che era anche il relatore.
Le decisioni sono state di declaratoria di inammissibilità del ricorso, su conformi conclusioni del Pg, in consapevole contrasto con le sentenze del 4 giugno 2003.
L’orientamento difforme da quello espresso ‑ premesso il ritenuto carattere innovativo della riforma, e la non riferibilità alle norme abrogate, e principalmente all’articolo 7 legge 217/90 ‑ si basa su una diversa interpretazione degli artt. 93, 96, ed anche 112 Dpr 115/02, in relazione al contenuto dell’articolo 3. Il magistrato “che procede o procedente” nella fase delle indagini preliminari ‑ tranne i casi particolari della convalida di arresto o fermo, incidente probatorio, emissione di provvedimento cautelare, interrogatorio di garanzia ‑ è ritenuto il Pm, a cui, tra l’altro, fa espresso riferimento il citato articolo 3.
La parità tra le parti viene assicurata anche con interventi del Pm in favore dell’indagato, come per la nomina del difensore di ufficio, ed è quindi logico secondo l’orientamento che si sta sintetizzando ‑ che l’indagato, che non abbia le possibilità economiche di nominare un difensore, si rivolga all’unico suo interlocutore giudiziario per garantirgli il patrocinio a spese dello Stato.
Una diversa interpretazione non renderebbe logica la norma di cui all’articolo 103, che impone, al Pm di informare l’indagato che è obbligato a retribuire il difensore da lui nominato, sempre che “non ricorrano i presupposti per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato”, dando contestuale notizia delle relative disposizioni.
Nelle sentenze del 20 giugno 2003 sono poi espressi i motivi per cui non si condividono le argomentazioni a sostegno delle sentenze in data 4 giugno 2003.
In primo luogo, viene ritenuto non pertinente il richiamo all’articolo 99, con il quale ‑ secondo le sentenze Arcieri ‑ si è fatto riferimento alla sfera territoriale nella quale opera anche il Pm. A sostegno della tesi contraria viene ricordata la disposizione di cui all’articolo 11 legge 319/80 (anch’essa abrogata dal Dpr 115/02), che, nel regolare il ricorso avverso i decreti di liquidazione dei compensi a periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori, ne attribuisce la competenza al Tribunale o alla Corte di appello, anche se i decreti sono stati emessi dal Pm. La chiarezza di tale disposizione consente la differente interpretazione dell’articolo 99 rispetto a quella formulata nelle sentenze che hanno ritenuto la competenza del Gip, in quanto il punto di riferimento deve essere l’appartenenza territoriale del Pm, che, come magistrato, opera nel circondario o nel distretto, non essendo rilevante invece “una inspiegabile e disomogenea sovrapposizione tra uffici requirenti e giudicanti”.
Non pertinente viene ritenuto anche il richiamo all’articolo 105, considerato che disciplina una diversa attività, e cioè la liquidazione del compenso, e non l’ammissione al gratuito patrocinio.
Infine, ininfluente viene ritenuto il richiamo all’articolo 82, 3° comma, ritenendosi evidente che, qualora la liquidazione venga effettuata da magistrato diverso dal Pm, il relativo provvedimento vada comunicato anche a quest’ultimo.
Così esposto il contrasto giurisprudenziale, questo Collegio ritiene opportuno rimettere il ricorso del Pm presso il Tribunale di Napoli nel procedimento contro Ardon e Addolorata alle Sezioni unite della Corte di cassazione a norma dell’articolo 618 Cpp.
Come è noto, la funzione del giudice di legittimità è non solo quella di decidere le singole questioni di diritto prospettategli, ma anche quella di fornire un indirizzo giurisprudenziale, possibilmente omogeneo, ai giudici di merito.
Nella specie, peraltro, la questione assume il carattere di novità, essendo stato abrogato l’articolo 7 legge 217/90, che, al primo comma, senza possibilità di errore interpretativo, attribuiva al giudice per le indagini preliminari la competenza a decidere sull’ammissione dell’indagato al gratuito patrocinio nella fase delle indagini preliminari.
La questione è anche di notevole importanza, in quanto la fase iniziale del procedimento (o quanto meno il primo grado di giudizio) è quella in cui solitamente vengono formulate le istanze ex articolo 93 Dpr 115/02, per cui la risoluzione del conflitto appare indispensabile per dare un indirizzo univoco della giurisprudenza di legittimità, ed essa non può che avvenire tramite una decisione delle Sezioni unite della Corte di cassazione, mentre un’ulteriore decisione di questa sezione, sia essa favorevole all’orientamento espresso dalle sentenze del 4 giugno 2003, ovvero da quelle del 20 giugno 2003 (altro tipo di decisione non è praticabile, in quanto nessun altro “magistrato”, diverso da Pm o Gip, potrebbe essere dichiarato competente nella fase delle indagini preliminari), non causerebbe altra conseguenza che il permanere del contrasto, verificatosi anche nelle conclusioni del Pg, il che dimostra ulteriormente una difficoltà interpretativa, che, ad avviso di questo Collegio legittima il provvedimento di rimessione di cui all’articolo 618 Cpp.
La Corte rimette il ricorso alle Sezioni unite penali della Corte di cassazione.
Cass. Pen. – Sez. quarta Sent. 20 giugno-23 ottobre 2003, n. 40052
Con ordinanza del 6 novembre 2002 il Gip presso il Tribunale di Lamezia Terme disponeva la trasmissione al Pm della istanza al gratuito patrocinio presentata Arcieri Giovanni rilevando che a seguito delle modifiche, introdotte alla disciplina sul gratuito patrocinio a spese dello Stato (Testo unico Dpr 115/02 entrato in vigore il 1 luglio 2002) la competenza (ex articoli 93 e 96 Testo unico) a decidere sulla istanza era attribuita al magistrato procedente, il quale nella fase delle indagini preliminari si identifica nel Pm, restando la competenza al Gip solo nel caso l’azione penale non venisse esercitata (articolo 105 Testo unico). Disciplina questa che aveva innovato quella precedente (legge 217/90) che all’articolo 7 attribuiva espressamente al Gip la competenza a decidere nella fase delle indagini preliminari. Ricorre poi per Cassazione il Procuratore della Repubblica di Lamezia Terme il quale contesta l’interpretazione della nuova normativa data dal Gip e, ravvisando l’abnormità del provvedimento, ne chiede l’annullamento. Questo collegio ritiene che il ricorso non abbia fondamento e ciò per il rilievo che la nuova disciplina sull’ammissione al patrocinio a spese dello Stato dell’indagato non abbiente sia regolata ex novo interamente, a partire dal 1 luglio 2002, dal Testo unico Dpr 115/02 e precisamente dagli articoli 74 e segg. ivi riportati. È, pertanto, alla stregua di dette norme, che va affrontata e risolta la questione del ricorrente prospettata. Fare riferimento a norme precedenti o emesse fuori delega non giovano a rendere legittima una interpretazione che, innanzitutto, non si basi sulla lettera e sulla ratio della legge che, in subiecta materia, ha spinto il legislatore alla riforma.
Questi, espressamente, all’articolo 299 del richiamato Testo unico, ha abrogato in toto la legge 217/90, come modificata dalla legge 134/01 per altro mai entrata in vigore, e per, evitare incidenti interpretativi ha ritenuto di dovere indicare all’articolo 300 Testo unico quali fossero in materia di spese di giustizia le abrogazioni parziali e le riformulazioni conseguenti di nome.
Detto argomento normativo contrasta apertamente o comunque rende estremamente incerta la validità di quel pur lodevole sforzo ermeneutico diretto a far rivivere nella nuova disciplina l’articolo 7 previgente che prevedeva in via esclusiva ed espressamente la competenza del Gip a decidere sull’istanza, ovviamente, nella fase delle indagini preliminari.
Né può darsi rilievo, come criterio di ermeneutica del dettato normativo, che questo non fosse compreso nella delega di cui alla legge 50/1999(articolo7, 2°comma):
o lo è o non lo è e nella seconda ipotesi non vi è alternativa per l’interprete, se non quella dell’attivazione della procedura per il controllo della Corte costituzionale della norma asseritamene emessa fuori dalla delega.
Tanto precisato, numerosi e significativi sono gli argomenti che portano a ritenere la competenza a decidere in quella fase del Pm e non del Gip.
In primo luogo, perché il legislatore si è premurato di precisare, dettando l’articolo 3, che con l’uso della locuzione “magistrato” intendeva fare riferimento «al giudice o al Pm, anche onorario, preposto alla funzione giurisdizionale sulla base di norme di legge e delle disposizioni del codici di procedura penale e civile» e tale locuzione “magistrato”con l’aggiunta “che procede o procedente” è reiteratamente usata poi dal legislatore negli articoli 93, 96, 112 del Testo unico, ad esempio.
In secondo luogo, perché nella fase delle indagini preliminari e prima dell’udienza preliminare e fatta eccezione per alcuni atti tassativamente indicati ‑ convalida di arresto o fermo, incidente probatorio, emissione di provvedimento cautelare restrittivo, interrogatorio di garanzia ‑ magistrato che procede o davanti al quale è pendente il procedimento è il Pm e non il Gip, di guisa che l’uso dello stesso termine per l’altro non è assolutamente casuale.
D’altra parte è in sintonia con la precisata interpretazione l’ulteriore argomento che è quello per il quale il Pm ha l’obbligo in tale fase e per il compimento di determinati atti di nominare all’indagato che sia privo di difensore un difensore di ufficio.
La sussistenza di tale obbligo è voluta dal legislatore per assicurare all’indagato sin dall’inizio adeguata difesa e assistenza tecnica che garantisca un rapporto procedimentale o processuale paritario tra accusato e pubblico accusatore (il termine processo o procedimento è usato promiscuamente: v. articolo 3 lettere o-p) disposizioni regolamentari Testo unico).
E se questa è la ratio della norma che presiede all’obbligo del Pm (o della Pg), da osservare a pena di nullità o inutilizzabilità degli atti e del procedimento, è logico che l’indagato, che non abbia le possibilità economiche di nominare un difensore, debba e possa rivolgersi all’unico organo giudiziario con il quale in quella fase viene a contatto e che è tenuto pertanto a garantirgli, qualora ne ricorrano le condizioni, il patrocinio a spese dello Stato.
È il Pm in quella fase, competente a decidere sull’istanza, diversamente non avrebbe per altro senso la norma di cui all’articolo 103 Testo unico che impone anche al Pm di informare l’indagato che è obbligato a retribuire il difensore da lui nominato, sempre che« non ricorrano i presupposti per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato», dando contestuale notizia delle relative disposizioni.
Né ritiene questo Collegio di poter condividere le argomentazioni decisamente contrarie di altro Collegio di questa stessa Sezione che alla udienza camerale del 4 giugno 2003 ha deciso difformemente.
Non è invero risolutivo il richiamo all’articolo 99 Testo unico che disciplina il reclamo «al presidente del Tribunale e al presidente della Corte ai quali appartiene il magistrato che ha emesso il provvedimento di rigetto», potendo la menzionata “appartenenza” essere intesa non nel senso di composizione del collegio (Tribunale, Corte di Appello), bensì intendersi come riferimento alla sfera territoriale nella quale opera anche il Pm (Procuratore della Repubblica e Procuratore Generale).
Interpretazione questa da ritenere nel caso in esame idonea.
Ciò in quanto: a detto criterio di appartenenza territoriale altre volte ha fatto riferimento, senza suscitare tante obiezioni, il legislatore, dovendo soccorrere alla memoria dell’interprete quanto disposto dall’articolo 11 della legge 319/80, oggi abrogata anch’essa dal Testo unico Dpr 115/02.
Detto articolo, nel regolare la materia dei compensi spettanti a periti, consulenti tecnici, interpreti e traduttori, nominati dal giudice o dal Pm, riconosce ai menzionati soggetti il potere di “ricorrere” avverso i decreti di liquidazione dei compensi emessi dal giudice o dal Pm “davanti al Tribunale o alla Corte di Appello” alla quale appartiene il giudice o ‑ si presti attenzione ‑ presso cui esercita le sue funzioni il Pm”, con adozione del relativo procedimento di cui all’articolo 29 legge 794/42.
La formulazione della richiamata disposizione è assolutamente chiara e non consente perplessità interpretative: nella circostanza il legislatore, al fine di dovere individuare nel Tribunale o nella Corte l’organo giudiziario preposto ad esaminare e a decidere il ricorso, necessariamente per quanto riguarda i decreti di liquidazione emessi dal Pm, ha dovuto fare riferimento non al criterio di appartenenza all’ufficio, bensì a quello territoriale (circondario o distretto) “presso cui esercita le funzioni”.
L’argomento prospettato costituisce valido elemento per interpretare più coerentemente con la volontà del legislatore ragione e portata del menzionato articolo 99 del Testo unico, oggi vigente.
Se è vero infatti che i provvedimenti del Pm in materia di liquidazione dei compensi, oggi come ieri, sono suscettibili sempre di verifica giurisdizionale da parte di organo giudicante (presidente del Tribunale o della Corte) non si vede perché altrettanto non possa e non debba farsi quando detti provvedimenti siano, per ipotesi, di rigetto della istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
Soccorrono le stesse esigenze di controllo giurisdizionale che valgono per tutti i provvedimenti emessi dal magistrato, sia esso giudice o Pm, e che inducono a fare ritenere l’applicabilità del procedimento di verifica, oggi previsto dall’articolo 99 del Testo unico, anche ai provvedimenti del Pm di eventuale rigetto della istanza in questione, potendosi dare, come ha già fatto il legislatore, una più ragionevole interpretazione al concetto di “appartenenza del magistrato che ha emesso il provvedimento oggetto del ricorso”, nel senso dianzi precisato, di appartenenza territoriale del Pm che come magistrato opera nel circondario o nel distretto dell’organo preposto alla decisione.
Il richiamo fatto all’articolo11 della menzionata legge 319/90 vale, infine, a rimuovere le perplessità di qualche Pg requirente circa il verificarsi di “una inspiegabile e disomogenea sovrapposizione tra uffici requirenti e giudicanti”, il che non è.
Come non è risolutivo, al contrario, il richiamo all’articolo 105 Testo unico.
Detto articolo non attiene, innanzitutto, alla competenza del Gip a decidere sulla istanza e riguarda semmai il suo potere-dovere di liquidare il compenso al difensore già nominato e che l’attività professionale ha prestato.
E poi detta norma mira ‑ ulteriore argomentazione ‑ ad individuare un organo giudiziario per la liquidazione del compenso al quale ha diritto in ogni caso il professionista che ha prestato la sua attività “anche nel caso in cui l’azione penale a seguito delle indagini non viene esercitata”.
Né, infine, si ritiene pertinente il rilievo ex articolo 82, 3° comma Testo unico.
Anche questo riguarda il decreto di pagamento del compenso e se magistrato in quello stato e grado del giudizio è stato il giudice, è evidente e del tutto conseguenziale che il provvedimento da questi emesso vada comunicato anche al Pm che nel procedimento è parte (pubblica).
Il ricorso del Pm va, quindi, dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza; non già per la ragione addotta dal Pg requirente e cioè perché trova applicazione l’articolo 568, comma 2, Cpp non essendo possibile ipotizzare, a seguito della decisione del Gip che ha disposto la trasmissione dell’istanza al Pm, alcun conflitto di competenza ex articolo 28 Cpp tra giudice e Pm.
Cass. Pen. – Sezione quarta Sent. 4 giugno - 22 agosto 2003, n. 34897
1. Su una istanza, proposta al Gip del Tribunale di Lamezia Terme da Rosario Franceschi, indagato per imputazione di cui all’articolo 73.1 Dpr 309/90, intesa ad essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato, quel giudice, con provvedimento del 2 ottobre 2002, disponeva “trasmettersi l’istanza al Pm, per quanto di competenza”, rilevando che, a seguito delle modifiche della disciplina in questione apportate dal decreto legislativo 113/02 ‑ che avrebbe eliminato la specifica attribuzione della competenza a decidere in subiecta materia al Gip nella fase delle indagini preliminari ‑ in tale fase «per magistrato davanti al quale pende il processo (rectius: il procedimento) deve intendersi il Pm».
2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso il Pm presso il Tribunale di Lamezia, deducendo che il provvedimento impugnato «si basa su un’interpretazione sbagliata della normativa applicabile in materia di gratuito patrocinio, con conseguente violazione delle norme giuridiche del decreto legislativo 113/02», e «costituisce altresì un provvedimento abnorme», attribuendo al Pm, “autorità con funzione requirente”, un “potere decisionale in materia di gratuito patrocinio non riconosciutogli da alcuna norma del vigente ordinamento giuridico”; soggiunge che, “non potendosi ipotizzare un conflitto negativo di competenza tra l’ufficio del Gip e quello del Pm, l’unico mezzo che può essere attivato per opporsi ad un atto del genere è il ricorso per cassazione”.
3. È innanzitutto necessario saggiare la ammissibilità del proposto gravarne, alla stregua di quanto al riguardo esplicitato dal ricorrente (testé richiamato) e di quanto deduce il Pg in questa sede requirente, il quale ultimo ha, fra l’atro, rilevato che, attesa l’esplicita previsione dell’articolo 568.2 Cpp, “che concerne tutti i provvedimenti sulla competenza”, quello in questione non è suscettibile di ricorso per cassazione; e che “non può ritenersi la ricorribilità del provvedimento sotto la specie dell’abnormità del medesimo”. Va chiarito che la seconda pagina della requisitoria del Pg deve ritenersi frutto di un refuso, giacché evoca una ipotesi di revoca del provvedimento ammissivo al patrocinio in questione del tutto estranea alla fattispecie che occupa, e conclude, nonostante le premesse, per l’annullamento del provvedimento impugnato, mentre, in coerenza con le ragioni premesse, la conclusiva richiesta avrebbe dovuto essere graficamente quella della dichiarazione di inammissibilità del gravame.
Orbene, sotto il primo dei suindicati profili di inammissibilità deve rilevarsi che l’articolo 568.2 Cpp esclude la impugnabilità dei provvedimenti “sulla competenza che possono dare luogo ad un conflitto di giurisdizione o di competenza a norma dell’articolo 28”. Scaturendo la inoppugnabilità del provvedimento dalla circostanza che esso possa dar luogo a conflitto, la giurisprudenza di questa Suprema corte è da tempo univocamente orientata nel ritenere che non è configurabile, neppure sotto la specie di caso analogo, un conflitto di competenza fra Pm e giudice (cfr. ex plurimis, da ultimo, Cassazione, sezione prima, 451/00): invero, l’articolo 28 Cpp fa inequivoco riferimento solo a “uno o più giudici” (ordinari o speciali) che prendano e ricusino di prendere cognizione del medesimo fatto, mentre il Pm non è organo giudicante, ma parte nel processo penale. D’altronde, la scelta legislativa esplicitata nel richiamato articolo 568.2 Cpp trova ragione nel fatto che quelle statuizioni sulla competenza che possono dar luogo a conflitto non patiscono un deficit di garanzia giurisdizionale, essendo soggette a verifica ed a eventuali contestazioni che possono farsi valere con lo strumento del conflitto, secondo criteri normativi prescelti di razionalità, speditezza ed opportunità processuale (cfr. Cassazione, sezione sesta, 2556/95).
Non potendo il Pm sollevare conflitto in ordine al provvedimento del giudice declinatorio di propria competenza, in linea generale l’organo della pubblica accusa deve solo adeguarsi alla decisione del giudice, slavo, tuttavia, che il provvedimento del giudice non sia abnorme, ovvero non previsto dall’ordinamento giuridico, nel qual caso il provvedimento medesimo è impugnabile per cassazione (cfr. Cassazione, sezione prima, 3256/92; ed, sezione prima, 4964/92); e, ancora sotto un profilo di ordine generale, nel caso di decisione sulla competenza che non sia luogo a conflitto la relativa questione sulla competenza può essere liberamente fatta valere davanti al giudice che procede e dedotta anche come motivo di gravame in appello e successivamente in Cassazione (cfr. Cassazione, sezione prima, 4895/96).
Avendo nella specie il giudice ritenuto che la decisione sulla richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato sia dalla legge attribuita al Pm nella fase delle indagini preliminari, diviene assorbente la valutazione di tale assunto, giacché se così non fosse il giudice avrebbe attribuito al Pm una attività ed una funzione che la legge non riconosce affatto a quest’ultimo, con la conseguenza, inoltre, che non potendo il Pm esercitare una attività, come quella demandatagli dal giudice, la parte pubblica non potrebbe mai, per preclusione di legge, attivarsi nel senso indicato dal giudice, donde la determinazione anche di una stasi irreversibile nel relativo procedimento, che connoterebbe anche sotto tale profilo di abnormità il reso provvedimento.
3.1 Ordunque, sotto tale dirimente profilo, che assorbe anche il secondo degli argomenti prospettati dal Pg requirente, mette conto di rilevare, innanzitutto, che il Giudice delle leggi ha avuto modo di occuparsi dell’istituto in esame, rilevando, sotto il vigore della precedente legge 217/90 (ordinanza 144/99), che, “nel decidere se spetti il patrocinio a spese dello Stato, il giudice (sulla relativa attribuzione a questo, secondo la normativa pregressa, del relativo potere tra poco si dirà) esercita appieno una funzione giurisdizionale avente ad oggetto l’accertamento della sussistenza di un diritto, peraltro dotato di fondamento costituzionale, sicché i provvedimenti nei quali si esprime tale funzione hanno il regime proprio degli atti di giurisdizione, revocabili dal giudice nei limiti e sui presupposti espressamente previsti, e rimuovibili, negli altri casi, solo attraverso gli strumenti di impugnazione, che nella specie sono quelli previsti dalla legge che istituisce il patrocinio a spese dello Stato”.
Le Sezioni unite di questa Suprema corte hanno, avuto di già modo di rilevare (sentenza 25/1999) che l’istituto in questione venne introdotto dal legislatore, pochi mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di rito penale, “con la dichiarata finalità di contribuire al riequilibrio della parità delle parti nel nuovo processo penale caratterizzato dal modello accusatorio”, ed hanno evocato «l’imperativo dettato dagli articoli 24.3 Costituzione, 6.3, lettera c), Conv. Eur. Dir. uomo, e 14.3, lettera d), Patto intem. dir. civ. e poi., recepito, quanto al procedimento penale, dalle norme di cui agli articoli 2 n. 21 legge delega 81/1997, 98 e 225.2 Cpp e 32 disp. att. Cpp», richiamando anche il “regime proprio degli atti di giurisdizione”, già affermato dalla Corte costituzionale”.
Ora, già alla luce di tali affermati principi di ordine generale (che non sono rimasti affatto scalfiti, nella loro inequivoca valenza sistematica, dal nuovo intervento normativo) sarebbe affatto singolare che, in un processo di parti, “l’accertamento della sussistenza di un diritto, peraltro dotato di fondamento costituzionale”, nella “dichiarata finalità di contribuire al riequilibrio della parità delle partì nel nuovo processo penale caratterizzato dal modello accusatorio”, sia demandato proprio ad una delle parti, ancorché solo in una delle fasi del procedimento, vieppiù considerando che tale accertamento sì realizza attraverso una serie procedimentale di atti che si esplicano in vera e propria attività giurisdizionale completamente definitoria, come tale dotata di poteri anche conclusivamente decisori dell’intero iter procedimentale, che conducono alla affermazione o alla negazione di un diritto, per di più costituzionalmente garantito, e che sono estranei al ruolo istituzionale di una delle parti, ancorché pubblica.
3.2. Ma, passando comunque a verificare de iure condito la tesi fatta propria dal provvedimento impugnato, l’articolo 7 della previgente legge 217/90 espressamente individuava, per la fase delle indagini preliminari, la competenza del giudice per le indagini preliminari “competente per il fatto per cui si procede” allo stesso espressamente attribuendo anche la competenza per i provvedimenti di cui all’articolo 10 (modifica o revoca del decreto di ammissione al patrocinio) e 12 (liquidazione dei compensi al difensore). L’articolo 93 del decreto legislativo 113/02 ha soppresso tale specifica indicazione ed ha individuato, in genere, l’organo competente nel “magistrato innanzi al quale pende il processo”.
Essendosi da tanto inferito nel provvedimento impugnato che nella fase delle indagini preliminari per magistrato deve intendersi il Pm, deve, per contro, rilevarsi, innanzitutto, che la dizione di “magistrato” anziché di “giudice” è i per sé inconferente, giacché l’articolo 3 del Dpr 115/02 chiarisce che per “magistrato” deve intendersi “il giudice o il Pm, anche onorario, preposto alla funzione giurisdizionale sulla base di norme di legge e delle disposizioni dei codici di procedura penale e civile” (come, del resto, non ha valore dirimente neppure il termine “processo”, che, ai sensi dello stesso articolo di legge, è “qualunque procedimento contenzioso o non contenzioso di natura giurisdizionale”).
Gli è, invece e comunque, che a tale mutato dictum normativo non può attribuirsi alcuna valenza innovativa rispetto alla previgente disposizione normativa, giacché tanto non è affatto esplicitato nel nuovo testo di legge.
Occorre al riguardo innanzitutto considerare che, com’è noto, la materia del patrocinio a spese dello Stato era pregressamente oggetto di separate discipline nel settore civile e nel settore penale e da ultimo la legge 217/90 aveva disciplinato la intera materia con riferimento sia al settore penale (capo 1), che a quello civile ed amministrativo (capo 11); la materia è stata, poi, oggetto della attuale risistemazione normativa approntata dal decreto legislativo 113/02, dal Dpr 114/02 e dal Dpr 115/02, nella più ampia materia delle spese di giustizia, che - come si legge nella relazione illustrativa al relativo Testo unico ‑ “riunisce e coordina l’intera materia”, costituendo quella sul patrocinio a spese dello Stato “una particolare disciplina delle spese del procedimento”. Tale intervento di riordino normativo è stato effettuato in virtù della delega contenuta nell’articolo 7 della legge 50/1999, come modificato dall’articolo 1 legge 340/00, ed ha dato luogo ad un triplice ordine di fonti: il decreto legislativo 113/02 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di spese di giustizia), il Dpr 114/02 (Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di spese di giustizia) ed il Dpr 115/02 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari). E mette conto di rilevare al riguardo che la delega investe, sostanzialmente, il decreto legislativo 113/02, mentre il Dpr 115/02 ha essenzialmente natura di Testo unico c.d. “compilativo”, riassumente, cioè, le varie disposizioni che regolamentano la materia delle spese di giustizia, ed il Dpr 114/02, adottato ai sensi dell’articolo 17.2 legge 400/88, contiene le norme regolamentari relative alla stessa materia.
Ciò posto, una attribuzione di competenza in subiecta materia al Pm come ritenuta dal provvedimento impugnato, così radicalmente innovativa rispetto alla previsione normativa previgente, avrebbe comunque dovuto costituire oggetto di specifica delega al riguardo, che invece non è dato rinvenire, neanche per connessione, nel precitato articolo 7 della legge 50/1999, il quale, dopo aver individuato altri campi di intervento, richiama, alla lettera d) del secondo comma, il “coordinamento formale del testo delle disposizioni vigenti, apportando, nei limiti di detto coordinamento, le modifiche necessarie per garantire la coerenza logica e sistematica della normativa anche al fine di adeguare e semplificare il linguaggio normativo”. E chiarisce anche la predetta Relazione illustrativa, specificamente a proposito del patrocinio a spese dello Stato (parte III) che, nel rispetto dei limiti imposti dalla delega legislativa, il Testo unico ha proceduto ad un riordino e coordinamento formale, trattandosi di norme di rango primario non attinenti ad aspetti procedimentali e organizzativi”; e, a proposito dell’articolo 93 (Presentazione dell’istanza al magistrato competente), rileva che “dal combinato disposto del presente articolo, relativo alla individuazione del giudice competente a ricevere l’istanza, e dell’articolo 78, comma 1, discende che non occorre una norma specifica, che preveda la possibilità di presentare l’istanza di ammissione anche durante le indagini preliminari al magistrato competente”, soggiungendo che, “per questo motivo, il contenuto dell’articolo 7, comma 1, della legge 217/90, come modificata dalla legge 134/01, è interamente assorbito”, ulteriormente chiarendo che “nel penale non è possibile immaginare una richiesta di ammissione al patrocinio prima del coinvolgimento di un giudice (anche nella fase delle indagini preliminari). Pertanto, non serve mantenere l’espressione ‘il giudice competente a conoscere del merito”.
Tutto ciò è da ritenere che dia evidente contezza che non si è affatto inteso operare alcun mutamento normativo, rispetto al previgente assetto, circa la competenza del giudice, non della parte pubblica, nella materia che qui rileva, anche relativamente alla fase delle indagini preliminari. Ma v’è da aggiungere ancora che il nuovo testo normativo, nel dettare (parte III) le disposizioni generali sul patrocinio a spese dello Stato nel processo penale, civile, amministrativo, contabile e tributario, reca, quanto al contenuto dell’istanza, all’articolo 79.3, che “gli interessati, se il giudice procedente... o il consiglio dell’ordine degli avvocati (nel settore civile) lo richiedono, sono tenuti, a pena di inammissibilità dell’istanza, a produrre la documentazione necessaria ad accertare la veridicità di quanto in essa indicato”. L’articolo 82.3 (Onorario e spese del difensore) prevede che “il decreto di pagamento è comunicato al difensore e alle parti, compreso il Pm”; l’articolo 93 prevede che l’istanza possa essere presentata anche in udienza ed il successivo articolo 96 prescrive che in tal caso si debba decidere immediatamente, a pena di inammissibilità assoluta ai sensi dell’articolo 179.2 Cpp, e udienze possono essere svolte anche nella fase delle indagini preliminari (come nei casi di convalida dell’arresto o del fermo, di incidente probatorio, di procedimento incidentale cautelare); l’articolo 99.1 prevede che avverso il provvedimento che rigetta l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato può essere proposto ricorso, nei termini ivi indicati, “al presidente del tribunale o al presidente della corte di appello ai quali appartiene il magistrato che ha emesso il provvedimento”: per quanto si voglia ampliare il concetto di “appartenenza”, nella sua pur chiara espressione logico-lessicale, è comunque da escludere che il requirente “appartenga” all’ufficio del giudicante, giacché il Pm non “appartiene” a tale ufficio, ma opera ‑ ed in virtù di tale collegamento viene soggettivamente individuato quanto alla titolarità dell’esercizio delle funzioni ‑ “presso” il corrispondente ufficio giudiziario (articolo 5 1 Cpp); l’articolo 105 riserva al “giudice per le indagini preliminare la liquidazione del compenso al difensore, “anche (quindi non solo) se l’azione penale non è esercitata”.
3.3. Alla stregua delle svolte argomentazioni deve, quindi, affermasi il principio di diritto che nella fase delle indagini preliminari la competenza a decidere sulla istanza dell’interessato di ammissione al patrocinio a spese dello Stato compete al giudice per l’udienza preliminare, non al Pm.
Discende da tanto la abnormità del provvedimento impugnato che per un verso assegna al Pm attività non consentitagli dalla legge e, per altro verso, non potendo questi perciò attivarsi per la definizione della procedura relativa alla istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, determina una stasi irreversibile in tale medesimo procedimento.
4. L’impugnato provvedimento va conseguentemente annullato senza rinvio, con trasmissione degli atti al Tribunale di Lamezia Terme per l’ulteriore corso.
La Corte annulla il provvedimento impugnato senza rinvio e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Lamezia Terme per l’ulteriore corso.
Cass. Pen. – Sezioni unite (cc) – sentenza 28 maggio - 10 giugno 2003, n. 25080
Con atto presentato a norma dell’art. 12 co. 4 L. 30/07/90, n. 217, l’Avv. S. P., difensore di fiducia di F D P, imputato del delitto di evasione ed ammesso al patrocinio a spese dello Stato nell’ambito del processo penale iscritto al n. 2340/98 del registro notizie di reato, proponeva impugnazione avverso il provvedimento in data 19/I/00 con il quale il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Marsala gli aveva liquidato la somma complessiva di L. 269.500 a titolo di compensi spettatigli per l’attività professionale espletata nel corso del detto processo, deducendone il difetto di motivazione e la violazione del c.d. “parametro” rappresentato dai valori medi della tariffa professionale.
Il Tribunale di Marsala rigettava tale impugnazione con ordinanza del 18/3/02, affermando e ritenendo:
che l’art. 12 L. 217/90 rinvia ai “valori medi” non quale presunto criterio di riferimento per la determinazione della somma di denaro da liquidare, ma quale limite massimo di essa;
che il provvedimento di liquidazione, opposto, conteneva chiara indicazione dei criteri adottati, con particolare riferimento alla natura delle questioni trattate dal difensore, al numero limitato di esse ed alla loro scarsa importanza; evidenziava come l’unica significativa attività defensionale espletata fosse stata quella della partecipazione allo interrogatorio dell’imputato il quale, peraltro, si era avvalso della facoltà di non rispondere e specificava le singole voci oggetto della liquidazione ed il relativo importo determinato nel rispetto dei minimi non derogabili fissati dalla tariffa professionale, tenuto conto del moltiplicatore dello 0,75% applicato, trattandosi di procedimento per reato già di competenza pretoriale;
che le censure al provvedimento impugnato erano generiche e non puntuali.
Avverso detta ordinanza l’Avv. Pellegrino, dopo averne sostenuto l’impugnabilità in sede di legittimità, ha proposto ricorso per Cassazione al fine di chiederne l’annullamento per violazione di legge, non essendo stata rispettata la norma secondo cui la liquidazione dei compensi spettanti per l’attività professionale espletata deve essere effettuata nel rispetto della tariffa professionale.
che la somma di L. 15.000, liquidatagli per quattro sessioni in studio con il cliente e suo incaricato e quattro informative telefoniche, violerebbe il punto 5 della detta tariffa la quale prevede onorari da L. 11.500 a L. 18.750 per ciascuna informativa anche telefonica e da L. 37.500 a L. 75.000 per ogni sessione con il cliente o incaricato dallo stesso;
che la somma di L. 20.000, liquidatagli per tre indennità di accesso in Cancelleria, violerebbe il punto tre della tariffa la quale prevede onorari da L. 18.750 a L. 30.000 per ogni ora o frazione di essa;
che la somma di L. 150.000, liquidatagli per la fase del giudizio, violerebbe il punto cinque della tariffa che prevede un onorario da L. 270.000 a L. 900.000.
la quarta sezione penale di questa Corte, cui il fascicolo era stato assegnato “ratione materiae”, rilevata l’esistenza di un radicato contrasto, in sede di legittimità, sull’impugnabilità o meno, in Cassazione, del provvedimento emesso dal Giudice di merito a norma dell’art. 12 co. 4 L. 217/90, ha – con ordinanza dl 12/02/03 – rimesso gli atti, a norma dell’art. 618 c.p.p., alle Sezioni Unite penali il cui Presidente ha fissato l’odierna udienza camerale per la trattazione del ricorso.
La questione giuridica controversa, sottoposta all’esame di queste Sezioni Unite, riguarda la ammissibilità ed, in caso affermativo, i limiti del ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale o dalla Corte d’Appello, a norma dell’art. 12 co. 4 L. 30/VII/90, n. 217, in sede di opposizione avverso il decreto di liquidazione dei compensi spettanti al difensore di persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato, reso “de plano” dal Giudice procedente.
Al riguardo va, anzitutto, evidenziato il quadro normativo alla luce del qual la questione deve essere esaminata e risolta.
· dall’art. 111 della Costituzione, secondo il quale contro le sentenze ed i provvedimenti sulla liberà personale pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso il ricorso in Cassazione per violazione di legge;
· dall’art 12 L. 217/90, secondo cui la liquidazione dei compensi in questione è effettuata, al termine di ciascuna fase o grado del procedimento o comunque all’atto della cessazione dell’incarico, con decreto motivato dell’Autorità giudiziaria che ha proceduto, avverso il quale gli interessati possono proporre “ricorso”, entro venti giorni dalla comunicazione, davanti al Tribunale o alla Corte d’Appello cui appartiene il Giudice che ha emesso il provvedimento da impugnare ed il relativo procedimento è regolato dall’art. 29 L. 13/VI/42, n. 794;
· dall’art. 29 L. 794/42, secondo cui il Collegio provvede alla liquidazione con ordinanza “non impugnabile”, la quale costituisce titolo esecutivo anche per le spese del procedimento;
· dal D.P.R. 30/V/02, n. 115 [Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia] che all’art. 82 prevede come l’onorario e le spese spettanti al difensore debbano essere liquidati dall’Autorità giudiziaria, nell’osservanza della tariffa professionale vigente, in modo che, in ogni caso, non risultino superiori ai valori medi di essa, con decreto di pagamento avverso il quale è ammessa la opposizione ai sensi dell’art. 170 dello stesso D.P.R., il quale prevede che l’Ufficio giudiziario competente proceda in composizione monocratica.
Dalla data (1/VII/02) di entrata in vigore del T.U. da ultimo riportato la L. 30/VII/90, n. 217, come modificata dalla L. 28/III/01, n. 134, è stata espressamente abrogata [v. art. 299] ed il procedimento di opposizione di che trattasi si svolge, secondo quanto previsto dal “processo speciale per gli onorari di Avvocato”, a norma dell’art. 29 L. 794/42, con l’unica variante costituita dalla composizione monocratica, non più collegiale, dell’organo giudiziario competente.
La questione specifica sottoposta all’odierno vaglio delle Sezioni Unite è stata affrontata dalla Corte Costituzionale che, già con sentenza n. 22 del 14/02/73, ha non solo riconosciuto al natura propriamente contenziosa del procedimento speciale per la liquidazione delle spese ed onorari degli Avvocati, ma ha anche statuito che la qualifica di “ordinanza non impugnabile”, di cui parla il citato art. 29 L. 794/42, non è sufficiente per negare la natura decisoria del provvedimento di liquidazione, definitivo in sede di merito, natura derivante dal fatto che esso è “diretto a dirimere una lite in conformità della legge e a dare certezza ad un concreto regolamento degli interessi delle parti, con idoneità ad acquistare definitivamente autorità di cosa giudicata”, sicché la detta non impugnabilità deve esser intesa nel senso di non appellabilità, ferma restandone la ricorribilità in Cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione.
In sede di legittimità la giurisprudenza di gran lunga prevalente – sia civile, che penale – ha affermato la ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza di liquidazione dei compensi spettanti al difensore, ponendone in evidenza i caratteri di decisorietà e definitività.
In particolare, le Sezioni Unite penali di questa Corte Suprema, con le sentenze 26/IV/89, Medea (rv 181794) e 24/XI/99, Di Doa (rv 214693), hanno qualificato come reclamo, ovvero opposizione, il “ricorso” previsto dalla legge avverso il decreto originario di liquidazione, del quale si parla, dal momento che la “cognitio causae” risulta attribuita non ad un Giudice di grado superiore, ma al medesimo organo collegiale di appartenenza del Giudice che lo ha emesso ed hanno poi statuito che l’ordinanza con la quale il “reclamo” viene deciso, sebbene qualificata dalla legge come “non impugnabile”, deve essere considerata ricorribile in Cassazione solo per violazione di legge, non anche per difetto di motivazione, a norma dell’art. 111 della Costituzione, essendo destinata a risolvere una vera e propria controversia relativa a posizioni soggettive giuridicamente tutelate e ad acquisire forza ed efficacia di giudicato.
A tale orientamento si sono uniformate molteplici decisioni delle sezioni singole della Corte Suprema (v. sez. III, 6/VII/99, Seminara, rv 214796, sez. IV, 26/V/0, Di Piede, rv 217692, sez. VI, 18/X/00, Bracciani, rv 217804; sez. III, 29/XI/01, Barbagallo, rv 220989; sez. IV, 9/X/02, Clemente, rv 223093; sez. IV, 13/XI/02, Di Pietra, rv 223102; sez. IV, 8/I/03, Pavone, rv 223670; sez. VI, 12/I/96, Somi, rv 204157; sez. IV, 11/XII/02, Dacqui, rv 223450; sez. IV, 23/V/01, Arvati, rv 220096).
La tesi della non impugnabilità, in sede di legittimità, dell’ordinanza in questione è stata affermata da una parte, sicuramente minoritaria, della giurisprudenza di questa Corte Suprema sul duplice rilievo che la legge afferma espressamene trattasi di provvedimento “non impugnabile”, il che – stante il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, vigente nel nostro ordinamento - escluderebbe l’esperibilità, nei confronti di esso, del ricorso per Cassazione ed inoltre, che la espressa previsione della ricorribilità in sede di legittimità dei provvedimenti in tema di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, confermerebbe la chiara volontà del legislatore di devolvere alla Corte Suprema soltanto le decisioni relative all’ammissione, o meno al patrocinio di che trattasi, onde assicurare ai cittadini non abbienti l’esercizio indifferibile del diritto sostanzialmente garantito, di difendersi, non anche quelle, di carattere sostanzialmente amministrativo, attinenti alla mera liquidazione dei compensi ai difensori (v. Cass. Sez. I, 5/IV/97, Congiu, rv 207237-207238; Sez. III, 22/V/01, Vaiata, rv 219867; sez. I, 17/X/00, P.M. in proc. Aleci, rv 218039; Sez. I, 21/III/00, Pantaleo, rv215939; Sez. III, 18/IV/02, Rea, rv 221625).
Risolvendo il contrasto sottopostole, questa Corte Suprema ritiene di dovere ribadire il principio della ricorribilità in Cassazione delle ordinanze emesse in sede di reclamo avverso il decreto originario di liquidazione dei compensi ai difensori.
Invero, l’art. 111 della Costituzione afferma essere ammissibile il ricorso in sede di legittimità contro le sentenze ed i provvedimenti sulla libertà personale e per “sentenza” non deve intendersi solo il provvedimento giurisdizionale avente detta forma, ma anche ogni altro provvedimento che, pur diversamente nominato, abbia – da un canto – carattere decisorio e capacità di incidere in via definitiva su situazioni giuridiche di diritto soggettivo producendo, con efficacia di giudicato, effetti di diritto sostanziale e processuale sul piano contenzioso della composizione di interessi contrapposti e – dall’altro – non sia oggetto ad alcun altro mezzo di impugnazione (v. Cass. Sez. Un. Civ., 30/VII/53, n. 2593, rv 881234 e 6/XI/84, n. 5603, rv 437279).
L’ordinanza emessa in sede di opposizione o reclamo avverso il decreto di liquidazione dei compensi spettanti ai difensori, anche di persone ammesse al patrocinio a spese dello Stato, pur non avendo la forma della sentenza, di questa ha i caratteri costitutivi in quanto decide, in maniera definitiva, su questioni di diritto soggettivo e non è impugnabile se non, a mente del richiamato art. 111 della Costituzione, con il ricorso in sede di legittimità, esperibile – secondo il dettato costituzionale – solo per violazione di legge, non anche per vizio di motivazione, a meno che questa sia mancante o meramente apparente, perché in tal casi si ha la violazione della norma che impone l’obbligo della motivazione di simili provvedimenti di che trattasi.
Ciò premesso e passando all’esame dell’impugnazione con la quale l’Avv. S.P. ha dedotto l’apparenza e, dunque, la sostanziale inesistenza della motivazione dell’ordinanza impugnata essendosi, il Tribunale di Marsala, a fronte di un’analitica opposizione avverso l’originario decreto di liquidazione, limitato ad affermare che esso conteneva chiara indicazione dei criteri adottati, con particolare riferimento alla natura delle questioni trattate dal difensore, al numero limitato di esse ed alla loro scarsa importanza, nonché ad evidenziare come l’unica significativa attività defensionale espletata fosse stata quella della partecipazione all’interrogatorio dell’imputato il quale, peraltro, si era avvalso del facoltà di non rispondere, rileva la Corte che la violazione di legge denunciata è sussistente.
L’odierno ricorrente, infatti, in sede di reclamo contro il decreto di liquidazione del Giudice per le indagini preliminari, aveva lamentato che gli onorari e le competenze spettatigli per l’attività defensionale espletata in favore di FDP., ammesso al patrocinio a spese dello Stato ed imputato del delitto di evasione, sarebbero stati liquidati in violazione della tariffa professionale ed senza tenere conto del numero delle prestazioni indicate nella parcella.
A tali censure il Tribunale non ha dato risposta, essendosi limitato ad affermare genericamente che il liquidazione era stata effettuata nel rispetto dei minimi tabellari ed in considerazione dello scarso impegno professionale profuso, nonché del numero limitato e della scarsa importanza delle questioni giuridiche trattate, senza alcun riferimento al numero delle prestazioni professionali indicate d richiedente, alle eventuali ragioni della loro decurtazione ed ai minimi tabellari previsti, per ogni singola voce, dalla tariffa professionale in vigore.
Alla luce delle esposte considerazioni l’ordinanza impugnata deve essere annullata, con rinvio allo stesso Tribunale, per nuova valutazione del reclamo proposto dal ricorrente, che tenga conto dei rilievi specifici in esso contenuti.
La Corte suprema di Cassazione Sezioni unite penali
Annulla l’ordinanza emessa dal Tribunale di Marsala, in data 18/3/92, nei confronti dello Avv. S.P. e rinvia allo stesso Tribunale per nuovo esame.