Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-26286-del-17-10-2019
Timestamp: 2020-04-01 02:16:27+00:00
Document Index: 33360957

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1815', 'art. 644', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 1815', 'art. 644', 'art. 1186', 'art. 1219', 'art. 1224', 'art. 1224', 'art. 1383', 'art. 1224', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1815', 'art. 1384', 'art. 1815', 'art. 1384', 'art. 1815', 'art. 1815', 'art. 2', 'art. 1384', 'art. 2', 'art. 348']

Sentenza Cassazione Civile n. 26286 del 17/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26286 del 17/10/2019
Cassazione civile sez. III, 17/10/2019, (ud. 15/01/2019, dep. 17/10/2019), n.26286
sul ricorso iscritto al n. 2655/2017 R.G. proposto da:
M.D.M., rappresentato e difeso dagli Avv.ti Joelle
Piccinino (PEC joelle.piccinino(at)milano.pecavvocati.it) e Mario
Lacagnina (PEC mariolacagnina(at)ordineavvocatiroma.org), con
domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via San
Tommaso d’Aquino, n. 75;
Cerved Credit Management s.p.a., in persona del legale rappresentante
pro tempore, quale procuratore speciale della Credito Valtellinese
s.p.a., rappresentata e difesa dagli Avv.ti Enrico Gozzi (PEC
enrico.gozzi(at)milano.pecavvocati.it) e Ferdinando della Corte (PEC
ferdinandodellacorte(at)ordineavvocatiroma.it), con domicilio eletto
presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Montevideo, n. 21;
avverso la sentenza n. 932 del Tribunale di Monza pubblicata l’11
Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 15 gennaio 2019
udito l’Avv. Ferdinando della Corte;
generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso chiedendo il rigetto
Il Tribunale, espletata una consulenza tecnica d’ufficio, rigettava le domande attoree. In particolare, ravvisava l’assenza di prova di usurarietà sia dell’interesse corrispettivo, sia di quello moratorio, escludendo che, ai fini della verifica del superamento del c.d. “tasso soglia”, i due dovessero cumularsi, essendo invece destinati ad essere applicati solo in via alternativa. Rilevava, inoltre, che l’interesse di mora era rimasto automaticamente al di sotto del “tasso soglia”, poichè nel contratto era inserita una clausola “di salvaguardia” che prevedeva che il saggio di interessi convenzionale dovesse mantenersi “comunque entro il limite fissato dalla L. n. 108 del 1996, art. 2”.
Il M., ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., comma 3, ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza di primo grado, in base ad un unico motivo.
1.1. Con l’unico motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 1815 c.c. e dell’art. 644 c.p.. In particolare, il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso che, ai fini della verifica del superamento del c.d. “tasso soglia” dell’usura previsto dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 2, comma 4, possano essere cumulati gli interessi corrispettivi e moratori.
Viceversa, il ricorrente valorizza il tenore letterale dell’art. 1815 c.c., comma 2, e dell’art. 644 c.p., i quali, nel prevedere rispettivamente la sanzione civilistica della nullità, da un lato, e gli elementi costitutivi del reato di usura, dall’altro, non pongono distinzioni tra interessi corrispettivi e moratori, valorizzando entrambe le specie ai fini della verifica dell’eventuale superamento del “tasso soglia”.
1.2. In aggiunta, il M. censura anche la statuizione del giudice di merito secondo cui la presenza di una “clausola di salvaguardia” nel contratto di mutuo sarebbe stata, di per sè, idonea ad escludere automaticamente il superamento del “tasso soglia”. Osserva il ricorrente che la sola presenza di tale clausola contrattuale (secondo cui, quale che dovesse essere l’oscillazione del saggio applicato, esso doveva comunque intendersi sempre contenuto entro i limiti del “tasso soglia”) non basta ad escludere in radice l’applicazione di interessi a tasso usurario, dovendo la banca dare dimostrazione di averla effettivamente applicata e rispettata (prova, nel caso in esame, assente); altrimenti il semplice inserimento di una “clausola di salvaguardia” nel contratto bancario renderebbe automaticamente e perennemente immune l’ente creditizio da qualsiasi contestazione circa la misura degli interessi praticati.
2. Il ricorso – sebbene articolato in un unico motivo – pone in realtà due distinte questioni giuridiche.
La prima concerne la necessità o meno di cumulare interessi corrispettivi e interessi moratori ai fini della verifica del superamento del “tasso soglia” anti-usura.
L’altra questione riguarda l’ambito di applicazione e validità della c.d. “clausola di salvaguardia”, sovente utilizzata nei contratti di finanziamento al fine di evitare lo sforamento del tasso di interesse oltre le soglie di legge.
3.1. Il corretto inquadramento della prima questione, richiede anzitutto che si faccia chiarezza su cosa si debba intendere come “cumulo” degli interessi corrispettivi e moratori.
Secondo la regola generale, l’interesse di mora è dovuto nella misura legale o, se maggiore, nella medesima misura degli interessi corrispettivi eventualmente previsti dal contratto. E’ fatta salva la possibilità per il creditore di provare il maggior danno.
E’ dunque chiaro che i presupposti per la percezione degli interessi moratori sono ben diversi da quelli degli interessi corrispettivi.
3.2. Ciò posto, in materia di rapporti bancari, può discutersi di “cumulo” degli interessi corrispettivi con quelli moratori convenzionali in due accezioni differenti.
Orbene, quando il tasso degli interessi moratori contrattualmente è determinato maggiorando il saggio degli interessi corrispettivi di un certo numero di punti percentuale, solo impropriamente è possibile parlare di “cumulo”. In realtà, non si tratta della contemporanea percezione di due diverse specie di interessi. La banca percepisce soltanto gli interessi moratori, il cui tasso è, però, determinato tramite la sommatoria innanzi descritta. Quindi, è al valore complessivo e non ai soli punti percentuali aggiuntivi che occorre aver riguardo al fine di individuare il tasso di interesse moratorio effettivamente applicato e percepito.
3.3. La seconda dimensione nella quale si pone un problema di “cumulo” di interessi corrispettivi e moratori è, in una certa misura, collegata alla prima.
Nei rapporti bancari, soprattutto nei mutui con rata di ammortamento, si suole distinguere – secondo il gergo bancario – la fase dell’incaglio”, in cui i pagamenti del cliente divengono problematici, ma la situazione non si è deteriorata a tal punto da dover formulare un giudizio prognostico negativo circa le sue capacità di ripianare la propria esposizione debitoria, dal “passaggio a sofferenza”, che si verifica nel momento in cui la banca, esercitando il potere di recesso unilaterale attribuitole dal contratto, determina la “chiusura” del rapporto, con il conseguente obbligo per il cliente di restituire tutte le somme mutuate e non ancora corrisposte, con decadenza dal beneficio del termine (art. 1186 c.c.).
Nella fase dell’incaglio” è frequente – anzi doveroso, alla stregua di un criterio di comportamento delle parti secondo correttezza e buona fede – che intervengano solleciti di pagamento non accompagnati dall’esercizio del diritto di recesso. Questi, pur non determinando la chiusura del rapporto, sono efficaci nel costituire in mora il debitore ai sensi dell’art. 1219 c.c. e, quindi, comportano il decorso degli interessi moratori. Infatti, gli effetti previsti dall’art. 1224 c.c. si producono dal giorno della mora del debitore e, trattandosi di obbligazioni pecuniarie, da quel momento il creditore ha diritto a percepire gli interessi moratori senza dover fornire la prova di aver sofferto alcun danno.
Ne deriva, dunque, che pure in questa ipotesi non si determina alcun “cumulo” effettivo. Gli interessi corrisposti dal cliente moroso sono tutti di natura moratoria, sia per quel che concerne la maggiorazione prevista dal contratto nel caso di ritardato pagamento, sia per la parte corrispondente, nell’ammontare, agli interessi corrispettivi previsti “prima della mora” ma che, per effetto di quest’ultima, ha cambiato natura, così come testualmente disposto dall’art. 1224 c.c..
Una volta costituito in mora, gli interessi che il cliente è tenuto a corrispondere hanno tutti natura moratoria, a prescindere dai criteri negoziali di determinazione del tasso convenzionale di mora. Ed è così sia nel caso il cui il rapporto sia stato definitivamente “chiuso”, sia quando il rapporto è ancora pendente.
Del resto, l’art. 1383 c.c., in tema di clausola penale (cui, come abbiamo visto, può essere assimilata la determinazione convenzionale degli interessi di mora), prevede che “il creditore non può domandare insieme la prestazione principale e la penale, se questa non è stata stipulata per il semplice ritardo”. Pertanto, non vi è dubbio che gli interessi corrispettivi non possano essere richiesti insieme a quelli moratori. Salvo a voler considerare che gli interessi di mora corrispondano al solo spread nel caso di ritardo e siano, invece, pari alla somma dello spread con il saggio degli interessi corrispettivi in caso di “chiusura” del rapporto; soluzione interpretativa, quest’ultima, malamente collimante con il tenore testuale dell’art. 1224 c.c. e con la formulazione delle clausole della maggior parte dei contratti bancari.
5. Il Tribunale ha, invece, escluso in radice che potessero cumularsi interessi corrispettivi e moratori, senza verificare esattamente cosa si dovesse intendere, nel caso in esame, per “cumulo”. Pertanto, la sentenza deve essere cassata affinchè il giudice di rinvio, conformandosi al principio sopra formulato, individui con esattezza il saggio di interesse moratorio convenzionale previsto dal contratto.
6.1 Giova, infatti, rammentare che giurisprudenza di questa Corte non ha mai dubitato dell’applicabilità del “tasso soglia” anche alla pattuizione degli interessi moratori (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 5598 del 06/03/2017, Rv. 643977; Sez. 3, Sentenza n. 9532 del 22/04/2010, Rv. 612455; Sez. 3, Sentenza n. 5324 del 04/04/2003, Rv. 561894; Sez. 1, Sentenza n. 5286 del 22/04/2000, Rv. 535967) e che in senso analogo, peraltro, si è pronunciata anche la Corte costituzionale (Corte Cost., Sentenza n. 29 del 2002).
6.2 Oltretutto, il principale argomento speso dall’opinione opposta, secondo cui alla configurazione dell’usura c.d. “oggettiva” o “presunta” in relazione agli interessi di mora sarebbe d’ostacolo la circostanza che degli stessi manca la rilevazione del T.E.G.M. (“tasso effettivo globale medio” praticato, nel periodo di riferimento, per la tipologia di contratto), non risulta decisivo. In termini analoghi, infatti, si poneva la questione della “commissione di massimo scoperto” (CMS), anch’essa non inclusa nella rilevazione del T.E.G.M., alla stregua delle istruzioni della Banca d’Italia. Nondimeno, recentemente le Sezioni unite (Sez. U, Sentenza n. 16303 del 20/06/2018, Rv. 649294) hanno ritenuto che, ai fini della verifica del superamento del “tasso soglia” dell’usura presunta, come determinato in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della CMS eventualmente applicata, rispettivamente con il tasso soglia e con la “CMS soglia”, calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei decreti ministeriali emanati ai sensi della predetta L. n. 108, art. 2, comma 1, compensandosi, poi, l’importo della eventuale eccedenza della CMS in concreto praticata, rispetto a quello della CMS rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati.
Il medesimo ragionamento può essere agevolmente traslato agli interessi moratori, giacchè la Banca d’Italia, pur non includendo la media degli interessi di mora nel calcolo del T.E.G.M., ne ha fatto una rilevazione separata, individuando una maggiorazione media, in caso di mora, di 2,1 punti percentuali. Per individuare la soglia usuraria degli interessi di mora sarà dunque sufficiente sommare al “tasso soglia” degli interessi corrispettivi il valore medio degli interessi di mora, maggiorato nella misura prevista dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4.
La “duplicazione” di strumenti di tutela dell’obbligato non è priva di rilievi pratici, in quanto i presupposti per l’applicazione dell’art. 1815 c.c., comma 2, da un lato, e dell’art. 1384 c.c., dall’altro, sono differenti.
La nullità comminata dall’art. 1815 c.c., comma 2, presuppone, infatti, la violazione formale del “tasso soglia”, sicchè la clausola contrattuale è valida o è invalida anche per un solo centesimo di punto percentuale in più o in meno. L’art. 1384 c.c., invece, consente al giudice di intervenire tutte le volte in cui ritiene l’eccessività del saggio di mora convenuto fra le parti, a prescindere dalla circostanza che oltrepassi o sia attestato al di sotto del “tasso soglia”.
Differenti sono pure gli effetti, poichè l’art. 1815 c.c., comma 2, prevede la totale caducazione della pattuizione degli interessi oltre soglia (“se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”), mentre, nel caso di reductio ad aequitatem, l’obbligazione di corrispondere gli interessi permane, anche se ridotta dal giudice nella misura ritenuta equa.
“Per gli interessi convenzionali di mora, che hanno natura di clausola penale in quanto consistono nella liquidazione preventiva e forfettaria del danno da ritardato pagamento, trovano contemporanea applicazione l’art. 1815 c.c., comma 2, che prevede la nullità della pattuizione che oltrepassi il “tasso soglia” che determina la presunzione assoluta di usurarietà, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, e l’art. 1384 c.c., secondo cui il giudice può ridurre ad equità la penale il cui ammontare sia manifestamente eccessivo. Sono infatti diversi i presupposti e gli effetti, giacchè nel secondo caso la valutazione di usurarietà è rimessa all’apprezzamento del giudice (che solo in via indiretta ed eventuale può prendere a parametro di riferimento il T.E.G.M.) e, comunque, l’obbligazione di corrispondere gli interessi permane, sia pur nella minor misura ritenuta equa”.
7.1 La seconda questione prospettata dal ricorrente concerne la validità e gli effetti della clausola contrattuale c.d. “di salvaguardia”. Si tratta di una clausola particolarmente diffusa nella contrattazione bancaria, a partire dal 1996, secondo cui, quale che sia la fluttuazione del saggio di interesse convenzionalmente pattuito, esso non potrà mai superare il “tasso soglia”, che ne costituisce quindi il tetto massimo.
Il Tribunale ha attribuito rilevanza dirimente alla presenza di tale clausola, osservando che “anche il tasso di mora, di per sè considerato, di volta in volta applicato ai singoli inadempimenti, si è sempre automaticamente mantenuto, nel corso del rapporto, nei limiti del tasso soglia legalmente previsto, in conformità a quanto pattuito dalle parti (“la previsione della c. d. clausola di salvaguardia evita l’automatico superamento del tasso soglia”)” (pag. 5).
Tale autonoma ratio decidendi costituisce oggetto di specifica impugnazione da parte del ricorrente, il quale osserva che l’inserimento della “clausola di salvaguardia” nel contratto di mutuo non esclude, di per sè, che effettivamente possano essere stati percepiti tassi usurari.
La clausola c.d. “di salvaguardia” giova a garantire che, pur in presenza di un saggio di interesse variabile o modificabile unilateralmente dalla banca, la sua fluttuazione non oltrepassi mai il limite stabilito dalla L. n. 108 del 1996, art. 2, comma 4.
La “contrattualizzazione” di quello che è un divieto di legge non è priva di conseguenze sul piano del riparto dell’onere della prova. Infatti, se l’osservanza del “tasso soglia” diviene oggetto di una specifica obbligazione contrattuale, alla logica della violazione della norma imperativa si sovrappone quella dell’inadempimento contrattuale, con conseguente traslazione dell’onere della prova in capo all’obbligato, ossia alla banca.
7.4 Il Tribunale, invece, si è attestato sulla posizione della valenza “dirimente” della “clausola di salvaguardia” in sè considerata, ritenendo – in sostanza – che l’inserimento di tale clausola nel regolamento contrattuale fosse sufficiente ad escludere in radice l’usurarietà degli interessi percepiti dalla banca.
Non ha pregio neppure l’osservazione – riferita dalla controricorrente – secondo cui il consulente d’ufficio non avrebbe rilevato lo sforamento del tasso soglia, neanche con riferimento al periodo di applicazione del tasso di mora. Si tratta, infatti, di conclusioni del c.t.u. che non sono state mai validate dal Tribunale, che ha basato la propria decisione unicamente sulla presenza, nel contratto di mutuo, della “clausola di salvaguardia”.
Poichè il ricorso è stato proposto ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c., comma 3, il rinvio va disposto alla Corte d’appello territorialmente competente.