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Timestamp: 2017-08-20 04:12:24+00:00
Document Index: 128214310

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 53', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 1', 'art. 60', 'art. 11', 'art. 53', 'art. 58', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 11', 'art. 6', 'art. 58', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 2082', 'art. 2195', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 5', 'art. 35', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 55', 'art. 25', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 1241', 'art. 54']

Corte conti Campania 305/15 su professori universitari: professionisti solo se a tempo definito
La Corte dei Conti, Regione Campania, Sez. Giurisdizionale, con sentenza n. 305 del 30/3/2015, ha chiarito che le attività professionali e commerciali dei docenti universitari a tempo pieno sono vietate anche se autorizzate. Non è sufficiente che non sussistano situazioni di conflitto di interesse con l'Ateneo di appartenenza: solo il regime del "tempo definito" consente il libero esercizio di attività professionali, imprenditoriali ed industriali. Esse sono precluse al professore che opti per il tempo pieno, il quale sarà tenuto al dovere di esclusività con le sole eccezioni derivanti dalla saluarietà di una specifica attività che è autorizzabile volta per volta.
LEGGI DI SEGUITO (cliccando su "Leggi Tutto") AMPI STRALCI DELLA SENTENZA DELLA CORTE DEI CONTI, REGIONE CAMPANIA, N. 305/2015 (le sottolineature sono mie)...
SENTENZA 305/2015 del 30/03/2015
A. In via del tutto pregiudiziale, il Collegio deve procedere all’esame dell’eccezione di difetto di giurisdizione
della Corte dei conti, sollevata dalla difesa di S.A., sotto l'aspetto della violazione dell'obbligo di esclusività della prestazione lavorativa conseguente allo svolgimento non autorizzato di incarichi retribuiti da parte del dipendente pubblico -per la quale sussisterebbe la giurisdizione esclusiva del G.O.- nonché adombrata dalla difesa di G.F., sotto il profilo della non sottoponibilità al sindacato giurisdizionale contabile del conferimento delle autorizzazioni all'esercizio delle attività de quo da parte dell'Ateneo in relazione a quanto disposto dall'art. 1, comma 1°, legge n. 20/1994.
A.1. Sotto il primo profilo, l'eccezione medesima può dirsi superata ex se, avendo l'avv. M.D. manifestato nel corso dell'odierna udienza la presa d'atto della disposizione intervenuta con l'introduzione (ad opera dell'art. 1, comma 42, lett. d, L. 6 novembre 2012, n. 190) del comma 7 bis nell'art. 53 d.lgs. 165/2001 -richiamata dal PM di udienza- a tenore della quale "L'omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti".
Sul punto, valga soltanto ricordare che il precedente comma 7 del medesimo articolo fa esplicito riferimento ai docenti universitari a tempo pieno, tant'è vero che esso così dispone: "I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Con riferimento ai professori universitari a tempo pieno, gli statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio dell'autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell'erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti".
Pertanto, non può revocarsi in dubbio la sussistenza della giurisdizione contabile nella fattispecie all'esame del Collegio, concernente appunto -secondo la prospettazione attorea- l'esercizio di attività incompatibili con l’espletamento della funzione di professore a tempo pieno da parte del Rettore pro-tempore dell’ Università degli Studi di Napoli “P.” e di altri docenti presso il medesimo Ateneo, con la conseguenza che l'eccezione de qua risulta, comunque, giuridicamente infondata.
A.2. Sotto il secondo profilo, va esaminata l’eccezione di difetto di giurisdizione contabile per insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali dell' Università "P.", di cui all’art. 1, comma 1, Legge n. 20/1994 e s.m.i., prospettata dalla difesa di G.F. riguardo il conferimento da parte dell'Ateneo delle autorizzazioni all'esercizio di attività ulteriori e di supporto rispetto a quella didattica.
Orbene, in disparte considerazioni circa l'evidente inconferenza dell'eccezione in parola stante la circostanza che oggetto delle contestazioni del requirente contabile non sono le suddette autorizzazioni ma l'esercizio da parte del F.e di altri docenti di attività incompatibili con il regime del tempo pieno in cui essi erano inquadrati, valga semplicemente riportare, per statuire l'infondatezza giuridica dell'eccezione medesima, quanto osservato dalla Sez. II Centr. Appello nella recente sentenza n. 374/2013:
"L’eccezione, già formulata in primo grado, è stata respinta dai primi giudici sulla base della pacifica giurisprudenza che interpreta detta norma come preclusiva dell’ingerenza del giudice contabile sulle scelte (discrezionali) tra diverse soluzioni possibili, ugualmente legittime e lecite, per il perseguimento nel caso concreto del fine pubblico posto dalla legge (Cass. S.U. 08.03.2005 n. 4956; Corte conti, Sez. II App. 24.09.2010 n. 367). Sul punto, la giurisprudenza ha ripetutamente precisato che la cognizione della Corte dei conti riguarda, in linea di massima, anche le scelte discrezionali dell’amministrazione, per verificare se esse siano coerenti con i principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa, o invece abbiano comportato l’adozione di scelte arbitrarie e diseconomiche: in particolare, è stato pacificamente affermato che la Corte dei conti ben può sindacare gli atti amministrativi, senza che sia di ostacolo il divieto riguardante il merito delle scelte discrezionali (ex multis, cfr. Corte dei conti, Sezione I app., n. 120 del 2009; Sezione III app., 7.1.2003, n. 2 e 8.1.2003, n. 9. Cfr., inoltre, Cassaz, SS.UU., 19.1.2001, n. 11 e 10.7.2000, n. 469). In altri termini, poiché ciò che distingue l’attività amministrativa discrezionale da quella vincolata è la possibilità di scelta tra più comportamenti leciti, in questi casi il Giudice contabile dovrà verificare, con giudizio ex ante, se la scelta operata corrispondesse di per sé a criteri generali di logica e ragionevolezza (cfr., ex plurimis, Corte dei conti, SS.RR., 30.9.1993, n. 904/A)".
Pertanto, anche sotto il profilo ora esaminato, l'eccezione di difetto di giurisdizione contabile risulta priva di pregio e va respinta.
B. Il Collegio deve ora valutare tutte le eccezioni d’inammissibilità/nullità dell'atto di citazione, opposte dalle difese dei convenuti sotto vari profili.
B.5. Infine, il convenuto F.A. ha eccepito l’inammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio in relazione alla mancata preventiva vocatio in ius del soggetto erogante gli emolumenti contestati, ovvero dell' Università "P.", richiesta dall'art. 53, comma 7°, d.lgs. 165/2001.
Al fine di valutare il rilievo così rappresentato, si riporta la disposizione invocata dal convenuto:
"I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza. Ai fini dell'autorizzazione, l'amministrazione verifica l'insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Con riferimento ai professori universitari a tempo pieno, gli statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio dell'autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell'erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti".
Come si vede, la surriportata disposizione prevede ben altro che l'obbligo di preventiva escussione del soggetto erogante gli emolumenti (stipendiali ed a titolo di indennità varie) che in questa sede l'Ufficio di Procura ha prospettato come indebitamente percepiti dai convenuti, assunto come sussistente dalla difesa di F. A., né -in verità- vi potrebbe essere alcuna logica in siffatta previsione. Com'è agevole evincere dalla semplice lettura dell'art. 53, comma 7°, d.lgs. 165/2001, è stabilito -all'esatto contrario di quanto asserito dal convenuto- che nel caso di svolgimento da parte dei docenti universitari a tempo pieno di incarichi retribuiti non conferiti o non previamente autorizzati (sempreché autorizzabili) dall'ateneo, i relativi compensi devono essere versati nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione di appartenenza del dipendente (l'Università) per essere destinati ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti, a cura del soggetto erogante il compenso -che ovviamente non è l' Università, bensì chi ha conferito l'incarico non esercitabile- o, in mancanza, a cura del percettore -che, altrettanto ovviamente, è il docente stesso.
Quanto qui osservato è stato molto ben chiarito dall'Avvocatura Distrettuale dello stato di Napoli, che nel riscontrare una richiesta di parere dell' università "P." in merito ad alcuni punti riguardanti la vicenda qui esaminata, si è così espressa:
"Appare ... doveroso applicare l'art. 53 co. 7 del D.lgs. n. 165/2001 per le somme percepite in virtù di incarichi non autorizzati dall' università. Obbligati in solido al versamento all'amministrazione del compenso dovuto per le prestazioni non autorizzate saranno pertanto sia l'ente per il quale il docente ha espletato l'incarico che il docente che abbia percepito il compenso, con la differenza che, il mancato versamento all'ateneo della somma indebitamente erogata da parte dell'ente potrà essere fatto valere con un'azione giudiziaria civile, mentre l'omissione del versamento della somma indebitamente percepita da parte del docente costituirà ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei Conti, ai sensi del comma 7 bis, del D.lgs. n. 165/2001 recentemente novellato dall'art. 1, co. 42, L. 190/2012. Alla luce di ciò vorrà, pertanto, codesto Ateneo inoltrare due richieste di recupero sia all'ente erogante che al docente ..." (cfr. nota prot. n. 10884/POS. II RIP. UPDR del 13-06-2013 del Rettore dell' Università degli Studi di Napoli "P.", all. n. 7 all'all. n. 2 della nota deposito atti n. 4 del 14-05-2014 dell'Ufficio di Procura).
Per quanto osservato, l'eccezione in parola va rigettata perché totalmente destituita di giuridico fondamento.
E. Sgombrato il campo dalle questioni pregiudiziali e preliminari proposte dalle difese dei convenuti, il Collegio può esaminare in punto di merito la vicenda descritta nella premessa in fatto. Deve quindi procedersi alla verifica della sussistenza, nel caso concreto, degli elementi tipici della responsabilità amministrativa che, com’è noto, si sostanziano in un danno patrimoniale, economicamente valutabile, arrecato alla pubblica amministrazione, in una condotta connotata da colpa grave o dolo, nel nesso di causalità tra il predetto comportamento e l'evento dannoso, nonché nella sussistenza di un rapporto di servizio fra coloro che lo hanno determinato e l'ente che lo ha subito.
F. Con riferimento, in primo luogo, all’elemento oggettivo del danno pubblico, la valutazione della relativa sussistenza nel caso di specie impone l'attenta valutazione degli atti di causa alla luce delle risultanze degli atti di causa, in relazione alle disposizioni normative poste a disciplina della vicenda al vaglio del Collegio.
Appare utile, dunque, in primo luogo richiamare il quadro normativo di riferimento riguardante la fattispecie dannosa contestata dalla Procura.
L’art. 60 del D.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3 stabilisce che “L’impiegato non può esercitare il commercio, l’industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all’uopo intervenuta l’autorizzazione del Ministro competente”.
L'art. 11 del D.P.R. 11 luglio 1980 n. 382, sul riordinamento della docenza universitaria, nel disciplinare l’impegno dei professori ordinari a tempo pieno o a tempo definito, al comma 5 stabilisce che: “Il regime a tempo pieno: a) è incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività professionale e di consulenza esterna e con l’assunzione di qualsiasi incarico retribuito e con l’esercizio del commercio e dell’industria, sono fatte salve le perizie giudiziarie e la partecipazione ad organi di consulenza tecnico-scientifica dello Stato, degli enti pubblici territoriali e degli enti di ricerca, nonché le attività, comunque svolte, per conto di amministrazioni dello Stato, enti pubblici e organismi a prevalente partecipazione statale purché prestate in quanto esperti nel proprio campo disciplinare e compatibilmente con l’assolvimento dei propri compiti istituzionali; b) è compatibile con lo svolgimento di attività scientifiche e pubblicistiche, espletate al di fuori di compiti istituzionali, nonché con lo svolgimento di attività didattiche, comprese quelle di partecipazione a corsi di aggiornamento professionale, di istruzione permanente e ricorrente svolte in concorso con enti pubblici, purché tali attività non corrispondano ad alcun esercizio professionale; …”.
Il D. Lgs. 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) all’art. 53 ha disciplinato le incompatibilità e il cumulo d’impieghi e di incarichi (per il periodo antecedente all’entrata in vigore di detto D.Lgs. analoga disciplina era contenuta nell’art. 58 del D.Lgs. n. 29/1993 e successive modificazioni). L’art. 53, comma 7, stabilisce che i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non sono stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza e che “Con riferimento ai professori universitari a tempo pieno, gli statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio dell’autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma restando la responsabilità disciplinare, il compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell’erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell’entrata del bilancio dell’amministrazione di appartenenza del dipendente per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti”.
Il comma 7 bis dello stesso art. 53 stabilisce che l’omissione del versamento del compenso da parte del dipendente pubblico indebito percettore costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti.
Il comma 10 dispone che “L’autorizzazione, di cui ai commi precedenti, deve essere richiesta all’amministrazione di appartenenza del dipendente dai soggetti pubblici o privati, che intendono conferire l’incarico; può, altresì, essere richiesta dal dipendente interessato ...”.
Per il regime d’impegno a tempo definito l’art. 11, comma 4, lett. b) del D.P.R. n. 382/1980 stabilisce che “è compatibile con lo svolgimento di attività professionali e di attività di consulenza anche continuativa esterna e con l’assunzione di incarichi retribuiti ma è incompatibile con l’esercizio del commercio e dell’industria”.
Per mera completezza -non essendo tale testo normativo applicabile al caso al vaglio del Collegio in quanto entrato in vigore successivamente ai fatti qui esaminatisii rileva che l’art. 6, comma 9, della Legge n. 240/2010 (cd. Legge Gelmini) stabilisce -di fatto confermando le disposizioni già contenute nel D.P.R. n.382/1980- l’incompatibilità della posizione di professore e ricercatore universitario con l’esercizio del commercio e dell’industria: la disposizione consente tuttavia la possibilità di costituire società con caratteristiche di spin off o di start up universitari anche assumendo, in tali ambiti, responsabilità formali fermo restando il rispetto dei limiti temporali della disciplina regolamentare interna dell’Ateneo.
La disposizione in esame prosegue individuando (o meglio, di fatto, confermando) una situazione di assoluta incompatibilità tra il regime di impegno a tempo pieno e l’esercizio di attività libero professionali, richiamando la piena operatività delle disposizioni contenute negli artt. 13, 14 e 15 del D.P.R. n. 382/80, fatto salvo quanto stabilito dalle convenzioni adottate ai sensi del successivo comma 13.
L’attività libero-professionale -come pure l’attività di lavoro autonomo di carattere continuativo- viene, invece, consentita ai docenti a tempo definito, ferma restando l’insussistenza di situazioni di conflitto di interesse con l’Ateneo di appartenenza.
In specifico riferimento all'Istituto Universitario Navale di Napoli (divenuto Università degli studi di Napoli "P." nel maggio 2002), con decreto del Rettore n. 553 del 31-12-1998 è stato emanato, ai sensi dell'art. 58 comma 7 D.Lgs. n. 29/1993, il regolamento inteso a "disciplinare criteri e procedure per il rilascio delle autorizzazioni a svolgere incarichi retribuiti da parte di docenti e ricercatori a tempo pieno", con il quale, chiarito all'art. 1 che il regolamento de quo "si applica al personale docente ed ai ricercatori universitari in regime di impegno a tempo pieno", si è stabilito all'art. 2 ("Incompatibilità"), che: "Sono incompatibili con l'ufficio di professore o ricercatore a tempo pieno, le attività indicate testualmente dell'art. 11 comma 5 lettera a) del D.P.R. 382/80, così come modificato dalla legge n. 705/85 e dalla legge n. 118/89, in definitiva con esclusione degli incarichi che non trovano la loro fonte in alcun riferimento normativo, non possono comunque essere autorizzate l'attività professionale e l'esercizio dell'industria e del commercio e di qualsiasi attività imprenditoriale".
Quindi, dopo aver indicato all'art. 3 le attività non abbisognevoli di autorizzazione ma soltanto di comunicazione all'Amministrazione ed al Preside della Facoltà di appartenenza (collaborazione a giornali, riviste e simili, utilizzazione economica di proprie opere dell'ingegno, partecipazione a convegni e seminari o comunque a consessi facenti parte di associazioni scientifiche nazionali ed internazionali di cui si sia membri, incarichi per lo svolgimento dei quali si è posti in posizione di aspettativa, di comando o di fuori ruolo, gli incarichi conferiti dalle organizzazioni sindacali a dipendenti distaccati presso di esse o comunque in aspettativa non retribuita e le perizie affidate dall'autorità giudiziaria nonché la partecipazione ad organi di consulenza tecnico-scientifica dello Stato, degli Enti pubblici territoriali e degli Enti di ricerca e cultura in genere), si è stabilito all'art. 4 ("Attività soggette ad autorizzazione") che i docenti con regime di impegno a tempo pieno avrebbero dovuto ottenere la preventiva autorizzazione del rettore per poter svolgere "ogni incarico di collaborazione, di studio, di ricerca, di consulenza esterna per conto di organi ed amministrazioni statali, oppure organismi universitari italiani e stranieri e loro emanazioni, limitatamente all'attività didattica e scientifica, anche se gli stessi risultino occasionali e non prolungati nel tempo, sotto qualsiasi forma retribuito"e non ricompreso nell'elenco di cui al precedente art. 3. Al secondo comma dell'art. 4 si è precisato che non può esservi rilascio di autorizzazione per "incarichi, anche di studio, nonché per consulenze tecniche di parte e per partecipazione ad organismi di gestione e , conferiti per conto di soggetti che non siano Amministrazioni dello Stato, Enti Pubblici e Organismi a prevalente partecipazione statale, e per incarichi nei collegi arbitrali, tranne nelle controversie in cui è parte una P.A. e purché la nomina dalla stessa provenga".
All'art. 5 si fissano gli elementi da considerare ed i criteri da applicare dai Consigli di Facoltà per il rilascio dell'autorizzazione di cui all'art. 4.
Perciò, a voler inquadrare in modo sintetico quali siano le attività assolutamente incompatibili con il regime della docenza universitaria e tempo pieno, può dirsi che ai dipendenti degli atenei che si trovino in tale regime è del tutto precluso l'esercizio di attività d’impresa, commerciale e professionale, tenendo presente che: l'attività libero professionale consiste in un'attività economica, svolta a favore di terzi e finalizzata alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale; ai sensi dell’art. 2082 c.c. “è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi”; l’art. 2195 c.c. definisce come attività commerciale un’attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi, intermediaria nella circolazione dei beni, di trasporto per terra, aria, acqua, bancaria e assicurativa, nonché ausiliaria delle attività precedenti.
> in base alle disposizioni contenute nel D.P.R. n. 633/1972, l’apertura della partita IVA va effettuata quando un soggetto intraprenda l’esercizio di un’impresa, arte o professione e presuppone che tale esercizio venga svolto con carattere continuativo ed abituale;
> considerato che nel nostro ordinamento giuridico sussiste un assoluto divieto per il docente a tempo pieno di svolgere attività libero-professionale e che la titolarità della partita IVA va ad identificare un’attività di tipo imprenditoriale o professionale, ne dovrebbe conseguire che il docente a tempo pieno non potrebbe essere titolare di partita IVA;
> tale assunto risulta indirettamente confermato da pareri e determinazioni dell’Autorità per la Vigilanza sui Lavori Pubblici (autorità indipendente ora sostituita dall’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici) e da numerose pronunce giurisprudenziali. Si richiama, in particolare, la sentenza del TAR del Lazio, sez. III. Roma, n. 9028 del 13 settembre 2004.
Nello specifico, alcuni professori universitari di ruolo a tempo pieno ricorrevano contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Autorità per la Vigilanza sui Lavori, l’ Università degli Studi di Napoli Federico II affinché fosse accertato il proprio diritto ad esercitare incarichi professionali compatibili con il proprio status (incarichi di progettazione o direzione lavori ex art. 17 legge 109/1994 a favore di soggetti terzi rispetto all’ente di appartenenza) e fossero conseguentemente annullati gli atti con i quali veniva loro impedito l’esercizio di tale diritto. Il TAR si pronunciava contro i ricorrenti precisando che i suddetti incarichi potevano essere esclusivamente assunti da docenti a tempo parziale, posto che gli incarichi di progettazione consistono in “attività che si traduce in un normale servizio professionale, come tale vietato perché incompatibile con lo status di docente a tempo pieno”.
Sulla questione, tuttavia, è recentemente intervenuto il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) con una mozione al Ministro dell’Istruzione, Università e ricerca (prot. n. 344 dell’11-02-2010) nella quale veniva rilevato che la sola titolarità di partita IVA non possa di per sé comportare alcuna situazione di incompatibilità con la posizione di docente a tempo pieno con rapporto di esclusiva con l’Università.
In ogni caso, nella fattispecie all'esame del Collegio il requirente ha avuto cura di precisare, nell'atto introduttivo del giudizio, che "il profilo di danno che si è inteso contestare non riguarda la mera tenuta di una partita IVA, ma solo ed esclusivamente la incompatibilità degli incarichi espletati (siano stati essi, in tutto o in parte autorizzati) con lo speciale regime del tempo pieno e del contemporaneo espletamento di un’attività professionale.
Il ricorso all’esame delle scritture delle partite IVA, in presenza del diffuso stato di illegittimità e del tentativo di rendere non manifesti gli elementi di prova, che hanno caratterizzato l’intera vicenda, è stato necessitato per acquisire in sede di indagini di polizia giudiziaria i necessari elementi istruttori per verificare la sussistenza (le ipotesi di incompatibilità) e la dimensione del danno. Ogni altro profilo sulle modalità di rappresentare i compensi riguarda esclusivamente aspetti di natura fiscale di competenza dell’Agenzia delle Entrate, la quale non mancherà di far valere le eventuali ragioni erariali".
In riferimento alla presunta obbligatorietà di aprire ed utilizzare la partita IVA in relazione all’assolvimento di ulteriori attività al di fuori di quelle di servizio -dedotta da alcuni convenuti, come anticipato nella premessa in fatto- il requirente ha giustamente ricordato che l'infondatezza di siffatto assunto emerge da quanto espressamente previsto dall’art. 5 del D.P.R. 633/72, secondo cui “Per esercizio di arti e professioni si intende l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche ovvero da parte di società semplici o di associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l'esercizio in forma associata delle attività stesse”, nonché dalla previsione contenuta nel successivo art. 35 del medesimo D.P.R., secondo cui la partita IVA viene aperta su denuncia da chi ha intenzione di esercitare in forma abituale l’impresa, l’arte o la professione.
Inoltre, è ben noto che il reddito percepito mediante prestazioni lavorative occasionali (che per potersi definire tali devono essere svolte non abitualmente, non professionalmente, non continuativamente e senza vincolo di coordinazione) viene recepito tra i “redditi diversi”, che sono disciplinati dall’articolo 67, comma 1, lettera l) del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, quindi devono semplicemente essere dichiarati attraverso lo specifico modello di dichiarazione dei redditi (cd. quadro RL del modello Unico PF).
Né risponde al vero quanto sostenuto da alcuni convenuti, secondo cui l'apertura di partita IVA avrebbe costituito un semplice adempimento di natura fiscale, richiesto ex lege ogni volta che l'importo annuo delle prestazioni professionali eccede i 5000,00 €; invero, superando tale limite, il professionista occasionale vede semplicemente nascere a suo carico
l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS, versando i contributi solamente per la quota che eccede il suddetto limite (se, ad esempio, un professionista autonomo occasionale nell'anno ha percepito un corrispettivo netto da prestazioni professionali occasionali pari a 6.700,00 €, la quota contributiva dovrà essere pagata esclusivamente sui 1.700,00 € eccedenti e non sull’intero guadagno).
Inoltre, alcuni convenuti hanno inteso rilevare che, in talune occasioni, le attività esercitate in regime di partita IVA erano state legittimamente autorizzate.
Tuttavia, al riguardo va evidenziato che -come già precedentemente ricordato- gli artt. 60 D.P.R. 3/57, 11 D.P.R. 382/80 e 53, comma 7 D.Lgs. 165/2001 pongono per i dipendenti pubblici in generale -e per i docenti universitari in regime di tempo pieno in particolare, per ciò che rileva nel presente giudizio- un divieto assoluto all’esercizio del ommercio, dell’industria e di alcun’altra professione, dal che ovviamente discende che per le attività rientranti in tale eccezione non può essere rilasciata alcuna autorizzazione; pertanto, anche qualora nel caso di specie siffatti incarichi fossero stati autorizzati, tale autorizzazione sarebbe da ritenersi inutiliter data, come posto da varie pronunce giurisprudenziali, fra cui la sentenza n. 1439/2000 della Cass. Civ., Sez.III (citata nell'atto introduttivo del giudizio, cui si possono aggiungere, ex plurimis, Cass., Sez. III, n. 10397/2001, Cass., Sez. Lav., n. 16555/ 2003 e Cass., SS.UU. Lav. n. 3386/1998), secondo cui le pubbliche amministrazioni possono autorizzare i propri dipendenti all’esercizio di incarichi, ma questi non possono confondersi con l’esercizio di un’attività professionale e con l’iscrizione nel relativo albo, per cui sussiste il generale divieto posto ex lege.
Le difese sostengono, altresì, che lo svolgimento di incarichi professionali da parte degli odierni convenuti non avrebbe comportato alcun danno, poiché, pur se vi fosse stata violazione delle norme in tema d’incompatibilità, si è trattato di violazione formale, avendo i predetti soggetti svolto con regolarità l’attività di docenza.
"Al riguardo va chiarito che con il divieto di svolgere cariche presso società costituite per fine di lucro la legge ha ritenuto che le stesse, implicando la partecipazione attiva alla vita sociale, potessero pregiudicare in qualche modo l’attività di pubblico impiego. La disciplina sulle incompatibilità, assistita dalla sanzione della decadenza dall’ufficio di cui all’art. 15 del D.P.R. n. 382/1980, esprime la valutazione del legislatore che, a suo insindacabile giudizio, ha reputato che le attività incompatibili sono contrarie e pregiudizievoli al perseguimento dell’interesse pubblico espresso dalla programmazione didattica e dall’attività di docenza universitaria. Con il regime delle incompatibilità si vuole salvaguardare la credibilità e la qualità del modulo organizzativo universitario" (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014).
La violazione delle norme sopra richiamate, che s’inseriscono tra i doveri di servizio a carico del docente a tempo definito, ha dunque compromesso gli interessi perseguiti dalla legge, e, segnatamente, la qualità delle prestazioni dovute dai docenti, ponendoli in una posizione d’inadempimento nei confronti dell’Amministrazione, con conseguente danno rapportabile alla retribuzione percepita (Sez. Giur. Liguria, sent. n. 85/2014, cit.).
Ulteriore deduzione di vari convenuti (A., F., P., N.) riguarda l'avvenuto esercizio delle attività svolte al di fuori della docenza a tempo pieno negli anni qui in considerazione, il più delle volte su autorizzazione o addirittura su designazione dello stesso Ateneo di appartenenza, consistendo dunque in attività di carattere didattico e scientifico strettamente connesse alla funzione di docente universitario, non comportanti l'emissione di alcuna fattura e -in definitiva- pienamente conformi al dettato normativo. Il più delle volte i deducenti hanno dettagliatamente elencato -allegando copia della documentazione a riprova- gli incarichi svolti, le fatture rilasciate e le autorizzazioni ricevute dall'Ateneo in proposito.
Tuttavia, anche il suddetto assunto difensivo risulta sfornito di giuridico fondamento, per due fondamentali ragioni: da un lato, non è revocabile in dubbio che, qualora i convenuti abbiano esercitato attività compatibili con il regime della docenza a tempo pieno secondo le previsioni legislative e regolamentari dettate in proposito, siffatte attività non avrebbero mai potuto essere loro contestate né -infatti- hanno costituito motivo di contestazione nei loro confronti; dall'altro lato, è altrettanto irrevocabile in dubbio la circostanza che i medesimi soggetti hanno tutti svolto nel periodo in considerazione attività didattiche e scientifiche incompatibili con il prescelto regime della docenza a tempo pieno alle dipendenze dell' Università "P.", in quanto tali non legittimabili -né riconducibili nell'alveo della legittimità- attraverso alcuna autorizzazione all'uopo rilasciata dall'Ateneo.
Del resto, l'avvenuto espletamento di tale illecita attività professionale è ampiamente testimoniato dalla documentazione acquisita dalla GdF e versata dal requirente agli atti del giudizio (dichiarazioni dei redditi, prospetto riepilogativo delle fatture, su cui oltre si dirà più in dettaglio analizzando le singole posizioni dei convenuti).
La continuità e la stabile organizzazione che secondo il requirente avrebbe caratterizzato le attività de quibus -così automaticamente conferendogli il carattere della professionalità- sarebbe contraddetta, secondo alcuni convenuti (A., C.) dalla descrizione di tutte le fatture pagate negli anni in considerazione, da cui dovrebbe desumersi che si è sempre trattato di acquisti di beni e servizi di natura e per uso personale e solo molto occasionalmente di pagamenti di prestazioni professionali, svolte in assenza di rapporto di lavoro subordinato e, comunque, acquisite a supporto dell'attività didattica dei docenti.
Riguardo tale ultima deduzione, valga semplicemente evidenziare che il requisito della stabile organizzazione non rileva ai fini qui in esame -valutazione dell'esercizio da parte dei convenuti di attività professionale incompatibile con il regime della docenza a tempo pieno- ma soltanto ai fini fiscali, onde discernere se ci si trovi di fronte a redditi d'impresa o da lavoro autonomo, in quanto la presenza di un’autonoma organizzazione -rilevabile dall'impiego in modo non occasionale di lavoratori dipendenti o collaboratori e/o dall'utilizzo di beni strumentali che per quantità o valore eccedono le necessità minime per l'esercizio dell'attività- consente senz'altro all'Agenzia delle Entrate di desumere la produzione di redditi d'impresa (art. 55 TUIR, circolare 13- 06-2008 n. 45) e, dunque, di assoggettare il produttore ad IRAP e ad ILOR, di modo che la prestazione di lavoro autonomo che avvenga con tali caratteristiche (presenza di una stabile ed autonoma organizzazione) espone il prestatore ai predetti adempimenti fiscali. Il che significa, ovviamente, che la prestazione di lavoro autonomo di tipo intellettuale non necessita, per essere definita "professionale", di stabile ed autonoma organizzazione, potendo bensì svolgersi anche in una camera-studio collocata in un appartamento e senza la collaborazione nemmeno saltuaria di altri soggetti, restando in tal caso semplicemente non produttiva di reddito d'impresa e -dunque- non assoggettata al relativo regime fiscale, ma a quello previsto, appunto, per i redditi da lavoro autonomo.
Pertanto, anche tutte le -pur pregevoli- argomentazioni utilizzate dalle difese dei convenuti al fine di contestare l'attribuzione del requisito della stabilità ed autonomia organizzativa all'attività "ulteriore" da loro svolta rispetto alla docenza a tempo pieno alle dipendenze dell' Università "P.", risultano inconferenti al fine di dimostrare la legittimità e la compatibilità dell'attività de qua.
Illegittimità ed incompatibilità che emergono, per contro, evidenti anche da una ulteriore circostanza, rilevabile dall'esame della documentazione acquisita dalla GdF: tutti gli odierni convenuti erano assoggettati nel periodo di riferimento (2003/2007) alla ritenuta d'acconto applicata sui redditi di lavoro autonomo ai sensi dell'art. 25 DPR 600/1973, il quale prevede, appunto, che per le prestazioni di lavoro autonomo, ancorché non esercitate abitualmente ovvero rese a terzi o nell'interesse di terzi o per l'assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere, deve essere operata all'atto del pagamento una ritenuta del 20% a titolo di acconto dell'imposta sul reddito delle persone fisiche dovuta dai percipienti.
Appare, dunque, evidente che gli odierni convenuti agivano senz'altro -in patente violazione del regime delle incompatibilità disciplinato nel quadro normativo di riferimento sopra dettagliatamente descritto- quali prestatori di lavoro autonomo pur essendo contemporaneamente dipendenti dell' Università "P." come docenti a tempo pieno.
Riguardo la necessità -rappresentata dalla difesa di F. A.- di esaminare le singole fatture allegate alle memorie difensive in luogo delle dichiarazioni dei redditi, onde avere la corretta descrizione dei fatti che sarebbe difettata nell'indagine svolta dalla P.R., rappresenta affermazione sfornita di qualsiasi fondamento logico, poiché la GdF ha correttamente provveduto, in puntuale espletamento della delega d’indagini ricevuta dal requirente contabile, ad acquisire le copie di tutte le fatture rilasciate dai convenuti in relazione all’attività professionale svolta negli anni assunti in considerazione e ad esporne sinteticamente il contenuto in prospetti riepilogativi distinti per ciascuno dei soggetti evocati in giudizio.
Ed è proprio l’esame delle fatture de quibus che consente di avere precisa contezza del contenuto delle prestazioni offerte di volta in volta a terzi soggetti e di come tali prestazioni non rientrino affatto fra quelle consentite ai docenti operanti in regime di tempo pieno dalle disposizioni normative e regolamentari precedentemente citate.
Per contro, è totalmente inconferente il dettagliato riferimento, proposto ancora una volta dalla difesa di A., ai costi sostenuti nel periodo considerato per l'acquisto di vari beni -che dovrebbero evidenziare come gli acquisti medesimi siano stati compiuti a titolo personale- poiché tale elemento è del tutto inidoneo a fornire indicazioni (in positivo o in negativo) sull'avvenuta prestazione di attività professionale in quanto, essendo tale attività consistita in opera intellettuale o dell'ingegno, non trova indicatori nell'avvenuto acquisto di particolari beni strumentali né, d'altro canto, è esclusa dalla tipologia e dalla quantità dei costi sostenuti dal prestatore.
Per quanto sin qui osservato, risulta palesemente sfornita di qualsiasi pregio giuridico l’affermazione contenuta nella nota prot. n. 2013/35 del 16-01-2013 del Rettore dell' Università "P." prof. C. Q. – citata da buona parte dei convenuti a sostegno delle proprie argomentazioni difensive- in cui si manifesta l'opinione secondo cui gli emolumenti corrisposti ai docenti, oggetto dell'attività istruttoria della P.R., "risultano essere il frutto di attività che, sebbene non riconducibili ai doveri d'ufficio, sono considerati dalla normativa in materia come liberamente esercitabili anche dai professori universitari a tempo pieno". Invero, tale affermazione, non solo contrasta in modo stridente con i provvedimenti assunti dal medesimo Rettore nei confronti di alcuni degli odierni convenuti (..., per citarne alcuni) ai fini del recupero all’Amministrazione dei compensi da costoro illecitamente percepiti per effetto dello svolgimento dell’attività professionale incompatibile con il regime del tempo pieno, in relazione ai quali pendono procedimenti contenziosi innanzi al TAR; ma anche, è palesemente contraddetta dalle risultanze degli atti di causa, ovvero delle fatture di cui dianzi si è detto e delle dichiarazioni dei redditi dei convenuti, da cui si evince, più in dettaglio, quanto di seguito si esporrà in relazione alle singole posizioni dei soggetti medesimi.
Quindi, il Collegio ritiene che sussista senz’altro nel caso di specie, l’illecito nocumento erariale descritto dalla
P.R., derivato dall’esercizio da parte dei convenuti di attività in regime di partita IVA, incompatibili con la manifestata opzione per la docenza a tempo pieno, in contrasto con le disposizioni contenute nell'art. 11 D.P.R. 11-07-1980 n. 382.
Come già anticipato nella premessa in fatto, il danno contestato ai convenuti riguarda, per il quinquennio di riferimento (2003/2007), tre diverse partite di danno, vale a dire: a) differenza fra le somme percepite a titolo stipendiale nella loro qualità di docenti a tempo pieno rispetto a quelle che sarebbero loro spettate a titolo di docenti a tempo definito; b) somme percepite da alcuni dei predetti convenuti a titolo di indennità di carica per le qualifiche istituzionali rivestite all’interno degli organi accademici, il cui presupposto è proprio lo svolgimento delle funzioni di docente a tempo pieno, la cui sostanziale inosservanza induce l'illiceità della percezione anche delle indennità di carica correlate all’esercizio delle funzioni di Rettore, Prorettore, Preside, membro del Consiglio di amministrazione, direttore di dipartimento, direttore di corsi di dottorato di ricerca; c) somme percepite da alcuni convenuti a titolo di incentivazione dell’impegno didattico, prevista dall’art. 4 legge 19-10-1999 n. 370, prevedente la possibilità per le Università di erogare “compensi incentivanti l’impegno didattico ai professori e ricercatori che optano per il tempo pieno e che non svolgono attività didattica comunque retribuita presso altre Università od istituzioni pubbliche e private".
La prospettazione offerta dal requirente è, ad avviso del Collegio, senz’altro condivisibile, poiché appare di tutta evidenza la non spettanza agli odierni convenuti degli emolumenti suindicati, in considerazione del fatto che essi operavano, in concreto, alla stregua dei docenti che avevano optato per il tempo definito.
Né si rivelano condivisibili le loro controdeduzioni, in primo luogo laddove sostengono la mancata esplicitazione ed il difetto di prova della quantificazione del danno siccome operata dal requirente, anche in relazione al fatto che le voci componenti il danno erariale azionato non sarebbero state oggetto di alcuna specificazione da parte del requirente, con ciò, da un lato determinando la compromissione delle possibilità di difesa del convenuto e, dall'altro lato, richiedendo un approfondimento istruttorio finalizzato a chiarire tale aspetto.
Invero, anche le somme percepite da ciascun convenuto ai titoli sopra indicati sono state oggetto di puntuale ed analitico accertamento da parte della GdF, che ha elaborato prospetti riepilogativi riportanti tutti i dati in proposito acquisiti presso l’ Università “P.”, dati e prospetti che sono stati tutti puntualmente allegati dalla Procura agli atti del giudizio, con la conseguenza che non è dato rilevare la presenza di lacune nell'indicazione e nella quantificazione degli emolumenti illegittimamente percepiti dai convenuti e non si ravvisa, conseguentemente, la necessità di disporre alcun supplemento istruttorio in proposito.
Pertanto, il Collegio ritiene che le somme illecitamente percepite siano state correttamente indicate nei seguenti importi: .........
Non si ritiene possa trovare ingresso l'istanza di B. e di P., che hanno chiesto che si tenga conto dei cospicui vantaggi ottenuti dall' università "P." proprio grazie all'attività libero-professionale da loro esercitata, in termini di finanziamenti di una serie di attività scientifiche e didattiche svolte presso l'Ateneo. Invero, la compensatio lucri cum damno di cui all’art. 1, comma 1-bis, L.14 gennaio 1994, n.20, opererebbe, una volta acclarata l'incompatibilità dell'attività libero-professionale esercitata dai docenti operanti in regime di tempo pieno, soltanto se venisse concretamente dimostrato l’effettivo arricchimento dell’ente, quale effetto dell’attività de qua.
A ciò va opportunamente aggiunto il richiamo alla distinzione tra compensazione in senso tecnico ex art. 1241 cc., in cui l’identità della fonte delle obbligazioni esclude la possibilità di compensare (in tal senso anche Cass., 10629/2006; id., 260/2006; id., 16561/2002), e la specifica compensatio lucri cum damno, di cui all’articolo 1223 c.c. che, al contrario, trova applicazione quando sia il danno che il vantaggio siano conseguenza immediata e diretta dallo stesso fatto, il quale abbia in sé l’idoneità a produrre ambedue gli effetti (Cass., n. 81/2000, n. 4237/1997, n. 9704/1997 e n. 10218/1994; C. conti, SS.RR. n. 5/1997).
Nell'ipotesi in esame, non vi è alcuna dimostrazione concreta della correlabilità alle attività professionali incompatibili con il regime della docenza a tempo pieno, svolte da P.e B., rispetto alle sovvenzioni ed ai finanziamenti attribuiti all'Ateneo di appartenenza, cui essi fanno riferimento nelle rispettive difese, con la conseguenza che essi non acquistano alcun rilievo ai fini prospettati.
Infine, la deduzione di R.D.C., il quale ha rappresentato il vantaggio derivato all'Erario dalla scelta di sottoporre a fatturazione IVA i compensi percepiti per gli incarichi svolti, si rivela priva di fondamento giuridico semplicemente ricordando che l'Erario avrebbe comunque ricevuto in relazione ad essi il dovuto gettito fiscale se se ne fossero dichiarati, come dovuto, la percezione e l'ammontare nei cd. "redditi diversi", come già osservato in precedenza.
Infine, l'argomentazione svolta da R.M.N., secondo cui la piena liceità e compatibilità della sporadica attività professionale da lui svolta parallelamente alla docenza a tempo pieno alle dipendenze dell'Università "P." dovrebbe dedursi dal fatto che nel periodo considerato le spese portate in detrazione sono state di ammontare ben inferiore al 37% dei proventi indicato ex lege per gli studi professionali, non trova, in realtà, alcun addentellato normativo, in quanto l'art. 54 del DPR 917/1986 (cd. TUIR), che fissa i criteri per la determinazione del reddito da lavoro autonomo, disciplina la deduzione delle spese sostenute per ammortamenti, per acquisizione di beni strumentali e quant'altro, senza prevedere assolutamente la percentuale del 37% indicata dal convenuto N., che in effetti non precisa affatto quale sia la disposizione di legge che dovrebbe contenere la previsione de qua.
H. Quindi, il Collegio ritiene, conclusivamente, che i convenuti, omettendo volontariamente ogni comunicazione in ordine alla loro posizione fiscale ed all’espletamento dell’attività professionale all’Amministrazione universitaria di appartenenza, pur abbiano cagionato con dolo, nella forma del dolo civile contrattuale, un danno erariale nei confronti dell’ Università degli Studi di Napoli “Parthenope” che si sostanzia nella sommatoria di quanto indebitamente percepito come indicato nei prospetti presentati dalla Guardia di Finanza, sulla scorta di quanto loro comunicato dall’Amministrazione universitaria.
Pertanto, ai medesimi convenuti vengono addebitati, con conseguente e corrispondente obbligo di risarcimento nei confronti dell’ Università degli Studi di Napoli “P.”, i seguenti importi: ...
Sulle predette somme dovranno essere applicati, innanzitutto, la rivalutazione monetaria, da calcolarsi secondo gli indici ISTAT, dall’esborso e fino al giorno della pubblicazione della presente sentenza, nonché gli interessi legali sulla somma
così rivalutata dalla predetta pubblicazione al soddisfo.