Source: http://www.osservatoriorepressione.org/2011_09_01_archive.html
Timestamp: 2013-06-19 19:49:22+00:00
Document Index: 38289416

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.18']

Quattro agenti di Polizia del commissariato di Tor Carbone, a Roma, sono indagati per omicidio colposo. Lo ha deciso il pubblico ministero Luca Tescaroli in merito al decesso del 49enne Luigi Marinelli, avvenuto lo scorso 5 settembre in seguito all’intervento dei 4 agenti chiamati dalla madre della vittima, per porre fine a una lite furiosa con il figlio i cui motivi sembrano essere legati ad una richiesta di denaro. È stato Vittorio Marinelli, uno dei fratelli della vittima e avvocato civilista, a raccontare i dettagli dell’episodio: “quando sono arrivato, in casa c’erano tre poliziotti che parlavano con mio fratello tranquillamente e cercavano di farlo ragionare. Ma poi Luigi ha dato in escandescenza e ha detto di voler uscire di casa, quindi loro lo hanno bloccato e hanno chiamato rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Hanno ammanettato mio fratello con forza e spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico. Mi sono accorto che qualcosa non andava e ho gridato immediatamente di togliergli le manette, ma non avevano le chiavi. Solo con l'arrivo di altri agenti con le chiavi, i poliziotti sono riusciti a liberare Luigi che però era ormai esanime a terra. Inutile l'arrivo del 118, tra l’altro in ritardo di un’ora. Ormai era morto”. Pesanti le accuse che Vittorio Marinelli rivolge agli agenti intervenuti contro il fratello: ''L'hanno ammazzato i poliziotti, lo dimostra anche l'autopsia''.''Ci sono molte analogie con il caso di Federico Aldrovandi'' sostiene Antonio Paparo, il legale che rappresenta la famiglia Marinelli ''Il quadro clinico che emerge dai primi risultati dell'autopsia non è compatibile con la ricostruzione di quanto avvenuto secondo gli agenti'', osserva l’avvocato. ''Le costole fratturate sono 12 ed inoltre dagli esami emerge una lesione alla milza con una piccola emorragia interna''.Il pm, oltre ad aver iscritto nel registro degli indagati i quattro agenti del commissariato di Tor Carbone, ha disposto anche nuovi esami radiologici sul corpo della vittima. Intanto la famiglia continua a battersi per avere giustizia e sta nominando i propri periti di parte, sostenendo che la morte di Gigi sia avvenuta per soffocamento: come se gli agenti, per ammanettarlo, gli fossero saliti sulla schiena, bloccandogli la respirazione. I periti potrebbero essere Gaetano Thiene, cardiologo della sezione di anatomia patologica speciale dell'Università di Padova (che già si è occupato del caso Aldrovandi) e la criminologa Roberta Bruzzone. Ma per ora sono solo ipotesi: gli incarichi devono ancora essere formalizzati. Il legale Paparo, si è detto «soddisfatto del rapporto professionale instaurato con la procura volto alla ricostruzione obiettiva dei fatti». Vedremo se, come nel caso Aldrovandi, anche in questo caso si arriverà a stabilire una verità giudiziaria.
Reazioni: Napoli:Clochard con cane e papera picchiato da vigili e polizia
Con un gomito fratturato e senza più “la sua famiglia”. Un senzatetto rumeno, i suoi due cani e un’anatra per i quali in piazza Trieste e Trento si sono mobilitati i corpi di due generali: quello dei vigili, Sementa, e quello della Asl, Scoppa. Una scena familiare per i napoletani, vedere spesso Florin Iordache, 35 anni, ormai parte del paesaggio, vicino a Santa Chiara. Brutta idea, la sua, di trasferirsi l’altro ieri in piazza Trieste e Trento. IL cane avrebbe morso un vigile, ma l’intera “famiglia” è finita sotto sequestro alla Asl veterinaria. Persino la papera. Erano le 17 e 15 quando due agenti della polizia municipale si sono avvicinati e hanno detto a Florin di sloggiare. «Gli ho chiesto perché solo io — dice il rumeno — ci sono anche dei venditori ambulanti». Da una parola all’altra, il rumeno si altera e ci va di mezzo il cane maremmano, che si becca un colpo di paletta segnaletica su un occhio. Tutti lo vedono sanguinare. «Gli ho chiesto perché se la prendevano col cane — racconta il girovago — e gli ho appoggiato una mano sulla spalla». E il vigile, indispettito: «Non mi toccare la divisa». Un calcio e il clochard finisce a terra di spalle, si graffia la schiena, un’altra pedata e gli si spacca un gomito. I vigili chiamano la Asl Veterinaria del Frullone. Il furgone dell’accalappiacani arriva circa un’ora e mezzo dopo. Intanto viene perquisita la borsa di Iordache: c’è un temperino (5 centimetri) e un mattarello di legno che, racconta l’uomo, usa per fare a pezzetti le ossa per i suoi cani. «Non ho mai visto tanti vigili in piazza Trieste e Trento», dice un passante, Nando De Vito. «Erano 40, li ho contati, c’erano anche la polizia e i militari. L’hanno accerchiato», dice un altro testimone che ha fotografato la scena dall’alto. Diversa la versione dei commercianti, che difendono i vigili: «Quell’uomo ha inveito contro tutti, era minaccioso». Iordache, ancora con il braccio fratturato, viene accompagnato dai vigili Melchiorre e Tamà alla sezione di Chiaia. «Mi hanno fatto spogliare e mi hanno perquisito». Per tre ore, dalle 18 e 10 alle 21 e 15 lo tengono lì, poi lo trasferiscono in questura, contestandogli il reato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni colpose. Quando lo rilasciano, se ne va a piedi al Loreto Mare, dove, alle 23.30, gli immobilizzano il braccio. Dal comando dei vigili fanno sapere di non poter parlare perché c’è un’indagine in corso. Nessuna notizia anche del morso. Parlano però al Frullone, dove la dottoressa Di Maggio a un’associazione di animalisti dice in mattinata che «il cane bianco lo conosciamo, è buonissimo», e lo conferma l’Ente nazionale per la protezione animali. In serata però, la collega veterinaria Maglione dice: «Quel maremmano aveva già morso un bambino». Comunque al rumeno che va a farsi riconsegnare i suoi animali, nel pomeriggio di ieri viene detto che devono restare al Frullone. «Dieci giorni per accertare la rabbia nei due cani, perché non si sa chi dei due abbia morso». E il vigile morso non lo sa? Le papere invece non si ammalano di rabbia, eppure questa resta lo stesso in “custodia”. «Faccio appello al sindaco e all’assessore Narducci — scrive il consigliere della II Municipalità Pino De Stasio — di non trasformare questi casi in ritorni di stampo razzista, com’è successo con l’algerino di Porta Nolana e con lo sgombero di via Brin». fonte: Repubblica Napoli
Reazioni: Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa
Lampedusa in questi giorni è stato l'esempio di cosa potrebbe accadere in Italia a breve. Abbiamo visto gli uomini della Guardia di Finanza andare in giro vestiti con delle uniformi piuttosto trendy. C'era la t-shirt con la scritta sulla manica destra "G8 2001, IO C'ERO" e quella con un particolare in più sul retro della maglietta "Mercenari". Ai giornalisti è stato vietato di svolgere correttamente il loro lavoro. Lampedusani e forze dell'ordine hanno evitato che parlassero con i circa 300 tunisini in sit in pacifico nei pressi del paese, minacciando, intimidendo e addirittura picchiando cameraman e fotografi. Le uniche immagini che sono circolate sono passate per un doppio controllo, prima e dopo i fatti. Gli unici che hanno scattato e filmato tutto sono i poliziotti. La selezione certosina ha eliminato la parte dove si vedevano volti e modi dei picchiatori lampedusani. Non si sono viste le scene dove c'erano uomini con l'uniforme della "Lampedusa Accoglienza" (la cooperativa che fornisce servizi all'interno del centro di accoglienza di Contrada Imbriacola) che picchiavano con mazze, ferri e pietre i tunisini. A Lampedusa dopo le cariche del 21 settembre, abbiamo visto partire i tunisini con evidenti segni di percosse e violenze. Li abbiamo visti in fila indiana con due poliziotti che li accompagnavano verso un aereo e poi verso una nave. Nessuno però ha avuto la possibilità di chiedergli come si fossero rotti le gambe o le braccia. Tutto insabbiato, i trasferimenti sono andati avanti e anche i rimpatri. Le irregolarità e gli abusi subiti non avranno seguito.Le redazioni dei giornali cercavano e volevano soltanto le immagini più cruente: "quelle dove i tunisini hanno caricato i lampedusani", "quella dove c'è il ragazzo con l'accendino in mano che ha tentato di fare esplodere le bombole". Immagini che non potevano esserci perché i fatti sono andati in un altro modo.Però il compito di un giornalista dovrebbe essere quello di raccontare i fatti, parlare con la gente, andare a vedere con i propri occhi, e restare umani. Soltanto così abbiamo potuto conoscere Mehdi. Uno studente di 19 anni all'ultimo anno di scientifico. Mehdi si fa largo tra la folla e si avvicina sorridendo e ripete un paio di volte: "choose a number, choose a number". Il giochetto fa così: scegli un numero e moltiplicalo per due. Sommalo al risultato ottenuto e dividi per due, a questo punto sottrai il numero che hai scelto all'inizio e il risultato è la metà del numero che hai scelto. Mehdi ha un fratello che lavora e vive da anni a Legnano dove vive con la famiglia, la sorella vive da quindici anni a Nizza. Sogna di andare a stare con la sorella e potersi iscrivere alla facoltà di Matematica. E giura che se lo rimpatrieranno in Tunisia tenterà di tornare in Europa altre 100 volte. Questa è la sua battaglia. Perché forse è vero, forse i tunisini che sbarcano a Lampedusa stanno combattendo una battaglia. Hanno deciso di affrontare il nemico a mani nude, con i loro corpi e a viso scoperto. La loro è una battaglia culturale. Abbattere una definizione, un concetto: l'idea di frontiera così per come la conosciamo noi oggi.E i Lampedusani non è dai tunisini che si devono difendere. Roma, governo e ministero, redazioni di Tg e di giornali. Sono loro che hanno creato un clima di guerra e di paura nei confronti dell'Altro. Sono loro che hanno creato la frontiera.Sono loro che hanno fatto di Lampedusa "l'estremo lembo dell'Italia in armi", come recita il monumento ai caduti che sovrasta il porto dell'isola. La frontiera che diventa confino, militarizzata fino ai denti. Campo di prova e di esercitazione per un'altra guerra.Quella che verrà dopo. Quella che combatterà lo Stato contro noi italiani, i contagiati dall'allergia della primavera araba. Quelli stanchi di vivere senza prospettive per il futuro in un paese mediocre. Quelli che dal Sud vanno al Nord e da lì poi vanno all'Estero. I giovani che restano giovani fino a cinquanta anni e quelli che vivono di stage e volontariato. Cosa succederebbe se ci lasciassero parlare con i ragazzi tunisini? Cosa accadrebbe se venissimo a capire che le nostre storie sono le loro storie? Perché hanno paura di questo?E non hanno paura invece del rischio che si innesti una spirale di violenza contro gli italiani in Tunisia? Cosa accadrebbe se anche loro, i tunisini, cominciassero ad odiarci attaccando a vista? Le ditte, le imprese e gli italiani residenti in Tunisia, le centinaia di famiglie di origini siciliane del quartiere della Petit Sicile a la Goulette cosa staranno dicendo ai vicini di casa, colleghi e dipendenti tunisini? (Alessio Genovese) fonte: Fortress Europe
Reazioni: Le navi Cie? Costano novantamila euro al giorno
È quanto spende il Ministero dell’interno per noleggiare 'Fantasy', 'Audacia' e 'Vincent', sulle quali sono trattenuti i migranti trasferiti da Lampedusa. Miraglia (Arci): “Spesa sproporzionata per unaìoperazione propagandistica di detenzione illegale” Novantamila euro al giorno di noleggio. Tanto costano allo Stato le navi 'Fantasy', 'Audacia' e 'Vincent', noleggiate fino al 31 dicembre dal Viminale e utilizzate in questi giorni per trattenere i migranti tunisini trasferiti da Lampedusa e in attesa di rimpatrio.La 'Fantasy', della Compagnia Moby spa ha un contratto di fornitura 'fissa' che scade il 31 dicembre e un costo di 30mila euro al giorno cui vanno aggiunti per ogni viaggio 20 euro a persona per i pasti, 85 euro di carburante per miglio marino e i diritti portuali. 'L'Audacia', della Grimaldi Holding spa, ha un contratto di servizio 'a chiamata' che scade il 31 dicembre e un costo giornaliero di 33.000 euro al giorno, cui vanno aggiunti 16 euro a persona per i pasti e 70 euro di carburante per miglio marino.La 'Vincent', della Compagnia Moby spa, e' stata attivata con contratto di fornitura 'fissa' (non ha scadenza) in seguito ai recenti scontri sull'isola di Lampedusa. Ha un costo di 27.000 euro al giorno, piu' 20 euro a persona per i pasti e 85 euro di carburante per miglio marino. Puo' essere disdetta con 48 ore di anticipo.Secondo Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione dell'Arci, quei novantamila euro al giorno "sono una cifra spropositata. Quasi tre milioni di euro al mese che il governo italiano sta pagando per un'operazione di detenzione illegale, che risponde solo a esigenze di propaganda elettorale e di consenso all'interno del centrodestra. Una spesa assolutamente sproporzionata all'effetto che ottiene e che certamente non aiuta il processo di democratizzazione della Tunisia".Miraglia è convinto che l'operazione 'navi-Cie' sia "l'ennesima scelta ideologica e sbagliata di questo governo, oltre che costosa per le tasche dei contribuenti italiani". "Dobbiamo pensare che i migranti tunisini sono nelle stesse condizioni dei libici - dice - ovvero fuggono da situazioni di instabilita', conseguenza di quello che sta succedendo nel Nordafrica. Dunque anche per loro sarebbe necessaria un'accoglienza temporanea nel nostro Paese - con un utilizzo dei fondi piu' razionale - per poi rimandarli a casa quando la situazione si e' stabilizzata”.
Reazioni: Processo d'Appello Aldrovandi, Legge Bavaglio e Giustizia
«Il caso che il tribunale deve affrontare riguarda la morte di un diciottenne, studente, incensurato, integrato, di condotta regolare, inserito in una famiglia di persone perbene, padre appartenente ad un corpo di vigili urbani, madre impiegata comunale, un fratello più giovane, un nonno affettuoso al quale il ragazzo era molto legato. Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell'età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all'alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione». F.M.Caruso, giudice monocratico
Noi non apparteniamo a partiti, non siamo dei politici, noi siamo persone normali, siamo madri sorelle figlie impiegate operaie libere professioniste casalinghe, e abbiamo dovuto subire la tragedia di dover fare i conti con la giustizia italiana. Questa giustizia guarda solo i ricchi e i potenti. Questa giustizia ignora in modo imbarazzante i diritti delle vittime dei reati e li calpesta. Questa giustizia processa più facilmente le vittime e i familiari di stato piuttosto che i loro carnefici. Siamo stanche di sentirci dire che la Legge è uguale per tutti. Siamo stanche di sentir parlare di riforma della giustizia e di processi brevi processi lunghi legge bavaglio e questa legge sulle intercettazioni. Questi sono problemi dei politici, non nostri. Di giustizia si muore e i processi sono insostenibili tanto per le vittime del reato quanto per imputati non in possesso di risorse adeguate. Noi chiediamo a tutte le vittime dei reati di Stato, o comunque di Potere, alle vittime della giustizia italiana, di protestare con noi perché le intercettazioni vengano salvaguardate, le leggi-bavaglio cassate e i politici si occupino dei problemi di giustizia della gente e non dei loro personali. Le intercettazioni sono un problema dei potenti, non della gente per bene. Non si fa giustizia nel modo riservato a me, a Ilaria Cucchi, a Domenica Ferulli, Lucia Uva e tantissimi altri che vorremmo si unissero a noi. Vogliamo pubblici ministeri affamati di verità. Vogliamo giudici sereni, imparziali ma anche custodi del rispetto dell'immenso dolore dei familiari delle vittime. Insomma vogliamo i giudici e i pubblici ministeri del processo Aldrovandi anche per gli altri. Vogliamo che i parlamentari facciano gli straordinari per approvare la legge sulla tortura visto che l'Italia è l'unico Paese che si è rifiutato di farla nonostante l'articolo 13 della Costituzione che lo impone, e non per cancellare o nascondere le intercettazioni che mettono in imbarazzo buona parte dei loro colleghi. Pertanto chiediamo il sostegno di tutti coloro che non hanno avuto giustizia dallo Stato o peggio sono stati uccisi. Noi saremo davanti a Montecitorio quando inizierà la discussione di questa ennesima vergognosa legge ad personam in materia di giustizia. Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferulli, Lucia Uvada "il manifesto" del 29 09 011
Reazioni: 30 settembre 2011: perché continuare a parlare di Walter Rossi?
Oggi ricorre il 34°anniversario dell’assassinio del compagno Walter Rossi. Tutto sembra ormai chiarito: i missini del Fronte della Gioventù che escono dalla loro sede in viale delle Medaglie d’Oro, coperti dai blindati delle forze dell’ordine che si muovono verso i compagni; alcuni dei fascisti che con le loro armi in pugno esplodono colpi di pistola contro i compagni che arretravano in direzione di Piazzale degli Eroi; Walter che viene colpito alla nuca e che cade davanti alla stazione di benzina all’incrocio con via Marziale. Poi: i fermi, gli identikit, le manifestazioni popolari per chiudere i covi neri; i funerali in centomila che attraversano la città con Sandro Pertini tra i manifestanti. I processi che partoriscono un “topolino” di nome Cristiano Fioravanti e una giustizia negata; così che la storia di Walter e il suo omicidio premeditato sono ancora oggi come ieri “UN RICORDO SENZA PACE”. Ma allora, perché continuare a parlare di Walter? Perché un’assemblea martedì scorso all’università La sapienza? Perché UNA “NON STOP” in piazza e un corteo? Perché sconsigliare il sindaco Alemanno come “compagne e compagni di Walter Rossi” alla partecipazione? Perché non accettare oggi ormai “le rose e le spine”? Perché senza verità e giustizia sull’omicidio di Walter non ci potrà essere mai pace. Perché vorremmo sapere dal Sindaco di Roma “dove era quel pomeriggio del 30 settembre 1977 e perchè non racconta tutta la sua verità su quei camerati missini, a lui legati nell’organizzazione del Fronte della Gioventù, che uscirono dalla del MSI di Medaglie d’Oro con le armi in pugno per uccidere? Perché deporre, da tre anni a questa parte, una corona di “spine”, sapendo benissimo, così come è già avvenuto lo scorso22 febbraio, per Valerio Verbano, che la cosa non è affatto accettata dei compagni di Walter Rossi? La Memoria è per tutti noi un valore che non può essere annacquato a colpi di ulteriore revisionismo. Lo stesso revisionismo storico che vuole mettere sullo stesso piano aguzzini e vittime, repubblichini e partigiani, fascisti e antifascisti, occupanti nazisti e liberatori.Stanotte poi delle vigliacche scritte a Roma inneggianti all’assassinio di Walter.Per questi motivi, anche la presenza stamani della Belviso, vicesindaco di Roma, mandata dal falco Alemanno con il suo profilo da colomba, non poteva essere (e non è stata) accettata dai compagni questa mattina alla lapide a Piazza Walter Rossi. Così è stato, permettendo soltanto ai Vigili Urbani in alta uniforme di deporre la corona con la solo scritta “SPQR” insieme a quella della Provincia di Roma. Claudio Ortale, presidente del Consiglio del Municipio Roma 19 e capogruppo PRC-FDS Municipio 19
Reazioni: 29 settembre 2011
Se la prendono con l’assessore Ronchi e il Lazzaretto, il centro sociale a cui recentemente è stata assegnata la nuova sede di via Pietro Fiorini.L’accusa di Giovanni Favia e Marco Piazza, l’uno consigliere regionale, l’altro comunale per il Movimento 5 Stelle, dipinge il centro sociale come “una banda” e attacca l’assessore alla Cultura colpevole, secondo loro, di “dare spazi a chi crea conflitto”.Già, il conflitto, questa bestia rara e mostruosa.La colpa del Lazzaretto in questi 13 anni è stata quella di creare un posto aperto e socievole, più volte dimostrato ad esempio ospitando per settimane dei profughi di guerra lasciati senza casa dalla legalità di cui i grillini si fanno porta-bandiera oppure dando spazio a decine di gruppi musicali bolognesi che hanno così trovato un luogo in cui esprimersi e diffondere la loro passione, la musica.Per quanto riguarda la “banda”, probabilmente i due consiglieri si riferiscono all’orchestra jazz, con tanto di corsi per strumentisti, ospitata dal centro sociale, oppure ancora alle rassegne di musica d’autore (jazz, blues, e tanto altro) organizzate nei locali del Lazzaretto con l’intervento di artisti di fama internazionale.Tutto questo senza chiedere un soldo a nessuno, rimboccandosi le maniche e mettendoci del proprio, in prima persona, per fare vivere un progetto di vita alternativo ai ritmi folli di quella che si vorrebbe la metropoli Bologna.Le dichiarazioni di oggi, del resto, fanno il paio con quelle recenti a favore dei comitati “anti-degrado” di via del Pratelo. Ma stiano tranquilli, i grillini: non sono soli. Partiti del calibro di Pdl, Lega nord e Udc sono schierati dalla loro stessa parte. Dalla nostra parte e da quella degli spazi autogestiti, invece, c’è e continueranno ad esserci cultura e socialità demercificata. E sì, se ne facciano una ragione, anche conflitto.
Reazioni: Perquisizioni a Padova
Mercoledì 28 settembre, alle 6 del mattino, polizia e digos hanno perquisito le case di quattro compagni del Collettivo Politico Gramigna e la sede dell’Associazione Culturale Nicola Pasian , sequestrando computer, vestiti, volantini e vari oggetti. I compagni sono stati poi condotti in questura per foto segnaletiche ed impronte. L’operazione era dovuta, come si legge nel decreto di perquisizione, a presunte minacce nei confronti del sindaco di Padova Flavio Zanonato attraverso l’affissione di un manifesto dove “il Tribunale Popolare Antifascista di Padova” condannava il sindaco a “lavorare per anni 20 in fonderia”.Gli indizi a carico del sindaco erano fondati: concessione di spazi pubblici al partito neofascista Casapound e alla Lega nord, militarizzazione della città, emarginazione degli immigrati, collusione con la speculazione edilizia cittadina, appoggio alla guerra imperialista in Libia e molti altri capi d’accusa!Queste pretestuose perquisizioni colpiscono una realtà di compagni che ha sempre denunciato l’asservimento della giunta padovana e del partito che rappresenta agli interessi della classe padronale nell’abbandono degli spazi pubblici, nella politica del cemento con le imprese amiche e nella gestione clientelare delle case popolari. Non a caso quest’attacco è rivoto anche all’attività politica svolta dall’Associazione Culturale Nicola Pasian nel quartiere dov’è presente e agli abitanti con cui stanno rendendo viva una zona popolare di Padova, da anni abbandonata al degrado.Crediamo che quanto avvenuto sia sintomatico della fase che stiamo vivendo, periodo in cui ogni situazione di lotta autorganizzata che critica la putrefazione di questa classe dirigente e il loro sistema di produzione, e che può rappresentare un’alternativa e un punto di riferimento per i lavoratori e i proletari, va colpita duramente. Ne sono un esempio gli operai denunciati a Roma e quelli manganellati nelle altre città così come gli attivisti NO TAV arrestati.Per i padroni come Zanonato lavorare in fonderia per 20 anni è un male ingiusto mentre per i proletari condannati dal capitalismo si chiama democrazia, la stessa che condanna i popoli a morire sotto le bombe della guerra imperialista in Iraq, Afghanistan e Libia.Pensiamo che tutto ciò si sia verificato prima della manifestazione del 15 ottobre per criminalizzare e isolare i compagni. Crediamo sia importante partecipare per rilanciare la lotta e dare un forte segnale a questa classe dirigente che non ha più niente da dare e a questo sistema corrotto fondato sulla barbarie.
SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI PERQUISITI!!!CONTRO LA REPRESSIONE NON SI TACE, NESSUNA GIUSTIZIA NESSUNA PACE!!!
Collettivo Politico Gramigna Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su Facebook
Pene dure quelle richieste dal Pm nel processo contro i vigili urbani di Parma accusati di aver effettuato un arresto illegale nei confronti del ghanese Emmanuel Bonsu e di averlo poi pestato violentemente, fino a provocargli lesioni permanenti ad un occhio. Al termine di una requisitoria durata 8 ore, sono state chieste pene da sei anni e nove mesi a nove anni ad otto mesi, accompagnate dalla sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, per sempre per quattro imputati; per 5 anni per gli altri cinque. Allora tutto bene? Non direi. Innanzitutto il reato principale che è stato loro contestato è stato l'abuso di ufficio. Insomma, il fatto che l'abbiano preso a pugni fino a renderlo quasi cieco ed esclusivamente per razzismo e volontà di prevaricazione, secondo il nostro Codice non è un reato grave; lo è molto di più scrivere una cosa falsa in un documento. Anche il sequestro di persona, praticato dai vigili, è stato declassato col minimo pena. La seconda cosa è il comportamento omertoso dei vigili. Nessuno che abbia confessato o che abbia chiesto pubblicamente scusa al ragazzo per quello che gli ha fatto. Questo è un atteggiamento che starebbe bene in un clan malavitoso o in una banda di delinquenti, ma non in persone che dovrebbero indossare la divisa a tutela dei cittadini. E' così che li tutelano?La terza cosa rimane la pena complessiva. Per quanto sembri pesante (appunto, da 6 a 9 anni), in realtà per i reati contestati poteva essere anche il triplo. Vorrei ricordare che al processo per gli scontri in piazza al G8 di Genova del 2001, c'è stato chi è stato condannato a 12 anni di reclusione per aver lanciato qualche pietra.
A bordo i migranti trasferiti in massa da Lampedusa sono detenuti, privati del cellulare, sorvegliati da centinaia di agenti. Protestano le associazioni: “Sono illegali e violano i diritti umani e il diritto di difesa”.Dopo le tendopoli trasformate in Cie temporanei in cui si violavano i diritti umani, ora sono grandi navi passeggeri a essere state trasformate in Centri di identificazione e di espulsione. Si tratta delle tre navi civili Audacia, Moby Vincent e Moby Fantasy, su cui sono stati rinchiusi centinaia e centinaia di migranti tunisini trasferiti in massa da Lampedusa a Palermo con un ponte aereo, dopo gli scontri con i lampedusani. Le prime due navi sono ancora ancorate al porto di Palermo, spostate dal molo commerciale S. Lucia all’area dei cantieri navali.La Moby Fantasy invece ha lasciato il porto del capoluogo siciliano poco prima della mezzanotte del 24 settembre ed è giunta questa mattina alle 7.30 al porto di Cagliari con il suo carico di centinaia di tunisini. Sono destinati al centro di accoglienza di Cagliari Elmas, che di fatto viene così trasformato in un altro Cie.Imponente lo schieramento di forze di polizia al porto di Palermo, dove, a bordo delle navi si trovano al momento 352 migranti non soltanto di nazionalità tunisina. 151 sono sull’ Audacia e 201 nella Moby Vincent. Tra questi risultano alcuni malati e feriti che si trovano attualmente all’ospedale Civico di Palermo. Alle persone non viene fornito nessun oggetto - lamette, forchette metalliche - che possa essere utilizzato per atti di autolesionismo. Ritirati anche tutti i telefoni cellulari.Nessuno può fare foto e video per documentare le condizioni all’interno delle navi e ai migranti è preclusa qualsiasi possibilità di comunicazione con l’esterno. Alle persone trattenute non viene fornita un’informazione chiara sulla loro destinazione e sul loro futuro. Si tratta dunque di vere e proprie carceri galleggianti, realizzate in 48 ore al di fuori della legge italiana.Questo è quanto emerso da una visita del deputato Pd Tonino Russo durante il presidio di protesta di ieri pomeriggio, organizzato da associazioni quali la Rete Primo Marzo e il forum Antirazzista. “Le navi su cui sono attualmente trattenute le persone rappresentano a tutti gli effetti dei Cie “galleggianti”, tanto è vero che nessuno vi può accedere, eccetto i parlamentari nazionali e le organizzazioni che hanno una convenzione con il Ministero per attività interne - scrive la Rete Primo Marzo in un comunicato.In continuità con l’iniziativa LasciateCientrare nazionale e internazionale che intende reclamare il diritto ad accendere i riflettori su queste strutture e sulle persone che vi sono trattenute, il deputato siciliano Tonino Russo ha potuto accedere alle due navi ancora presenti nel porto”. La Rete chiede, tra l’altro, che l’informazione possa liberamente circolare dall’esterno all’interno e viceversa e che il Governo renda pubblici i contenuti degli accordi di respingimenti con la Tunisia e con gli altri Paesi di provenienza dei migranti.Ma la protesta a Palermo continua. Le associazioni si sono date appuntamento per oggi alle 17 con un nuovo presidio contro queste forme di trattenimento informale. I manifestanti lanciano l’allarme sulla detenzione di centinaia di persone senza un atto formale di convalida da parte di un magistrato. Questo configura una privazione illegittima della libertà e viene violato il diritto di difesa. Secondo le denunce, le navi Cie sono illegali in quanto contrastano con l’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo,con l’art. 13 della Costituzione, con gli articoli 2, 13, 14 del Testo Unico sull’immigrazione, e con il regolamento delle Frontiere Schengen, che impone provvedimenti formali di respingimento o di espulsione, notificati individualmente con la possibilità di farsi assistere da un difensore. L’Associazione Borderline Sicilia Onlus esprime “profonda indignazione per l’ennesima violazione di legge e per la totale negazione dei più elementari diritti umani, a partire dal diritto di difesa e di controllo giurisdizionale sulla libertà personale, a cui stiamo assistendo in queste ore, con il trattenimento arbitrario di centinaia di cittadini tunisini all’interno di navi prigione ancorate nel porto di Palermo.Si tratta infatti di detenzione e privazione della libertà personale operate in modo del tutto illegale, senza alcuna convalida da parte dell’autorità giudiziaria, e per di più a bordo di navi che hanno assunto le funzioni di Centri di identificazione ed espulsione galleggianti”. L’associazione chiede che “tutti i cittadini tunisini trattenuti nelle navi vengano fatti immediatamente scendere e trasferiti in strutture che corrispondano a quanto previsto dalla legge per i casi di allontanamento forzato, che coloro che sono stati trattenuti illecitamente, prima a Lampedusa e poi sulle navi, per più di 96 ore vengano rimessi in libertà, che si ponga fine alle procedure di rimpatri collettivi e sommari in violazione delle norme di diritto interno e internazionale. E chiediamo che si provveda al più presto al collocamento, nelle strutture idonee e secondo le procedure stabilite dalla legge italiana, di tutti i minori non accompagnati che per mesi sono stati tenuti a Lampedusa in condizioni disumane, appellandoci anche alle organizzazioni umanitarie affinché facciano valere il proprio ruolo e le proprie funzioni e soprattutto la propria indipendenza”.
Reazioni: Migranti: scontri al porto di Palermo tra centri sociali e polizia
Un gruppo di manifestanti del Forum antirazzista e di movimenti di sinistra, che contestano la scelta di «rinchiudere» nelle navi i tunisini giunti da Lampedusa in attesa di trasferirli in altri Cie, è riuscito a entrare all’interno del porto di Palermo. I manifestanti, un centinaio, hanno tentato di avvicinarsi alla zona dove sono ormeggiate le navi “Vincent” e “Audacia” ma sono stati respinti dagli agenti del reparto mobile che presidiano da due giorni l’area, impedendo l’accesso ai non autorizzati.Secondo alcuni ragazzi del centro sociale Anomalia, ci sarebbero stati brevi tafferugli con la polizia. I manifestanti hanno abbandonato il porto da una uscita secondaria e sono tornati a protestare davanti l’ingresso principale della stazione marittima.
Reazioni: Bavaglio al web col ddl intercettazioni ritorna la norma "ammazza blog"
Il governo torna alla carica sul ddl intercettazioni, fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi. Una questione su cui l'esecutivo è orientato a porre la fiducia, bloccando la via a ogni eventuale emendamento. Ma il disegno di legge attualmente allo studio contiene ancora la norma 1 cosiddetta "ammazza blog", una disposizione per cui, letteralmente, ogni gestore di "sito informatico" ha l'obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi dal contenuto in questione. Non c'è possibilità di replica, chi non rettifica paga fino a 12mila euro di multa. Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione sulla Rete, e anche le finanze di chi rifiutasse di rettificare, senza possibilità di opposizione, ciò ha ritenuto di pubblicare. Senza contare l'accostamento di blog individuali a testate registrate, in un calderone di differenze sostanziali tra contenuti personali, opinioni ed editoria vera e propria.Ai fini della pubblicazione della rettifica, non importa se il ricorso sia fondato: è sufficiente la richiesta perché il blog, sito, giornale online o quale che sia il soggetto "pubblicante" sia obbligato a rettificare. Ecco il testo: "Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono".Al di là delle diffamazioni e degli insulti, ogni contenuto sul web diventerebbe potenzialmente censurabile, con l'invio di una semplice mail. E sul ddl intercettazioni, il governo ha particolarmente fretta: il documento potrebbe passare così com'è entro pochi giorni. Un caso unico in Europa che, come in passato 2, sta già allarmando il popolo del web e mobilitando i cittadini in favore della difesa della libertà di informazione, come già accaduto ai tempi della contestata delibera AgCom. 3
Reazioni: Como: la morte in cella di Vitomir Bajic rischia di diventare un “caso giudiziario” internazionale
Rischia di diventare un “caso” internazionale la morte di Vitomir Bajic, 44 anni, il detenuto con doppia nazionalità, serba e montenegrina, trovato impiccato giovedì mattina nella sua cella del carcere comasco del Bassone. Il suo avvocato serbo, Borivoje Borovic, ha dichiarato: “Non è un suicidio. Denunceremo le autorità italiane. Il mio cliente non aveva alcun motivo per togliersi la vita. Semmai qualcuno dovrà spiegarci come fosse possibile che si trovasse in cella con un membro della stessa organizzazione” (La Provincia di Como, 24 settembre 2011). Vitomir Bajic era stato nelle forze speciali della polizia serba e dopo la caduta di Milosevic sarebbe diventato guardia del corpo di Darko Saric, a capo con il fratello Dusko di un “cartello” di narcotrafficanti capace di trasferire ingenti carichi di droga dal Sud America al Montenegro (dell’ottobre 2009 il sequestro di 20 quintali di cocaina in partenza da un porto uruguaiano). (Etleboro, 20 novembre 2010) Arrestato a Budva (Montenegro) nel novembre 2010, sulla base del mandato d’arresto Interpol emesso dall’Italia, Bajic è stato estradato nel nostro Paese a marzo 2011 (Agenzia Balcani, 14 marzo 2011). Avrebbe dovuto presentarsi, mercoledì prossimo, ai magistrati della Dda di Milano, che indagavano, e indagano, sull’attività del suo gruppo. L’avvocato sostiene che mai il suo cliente si sarebbe tolto la vita: “Era tranquillo, sicuro che mercoledì lo avrebbero rimesso in libertà. Non aveva problemi economici né di altro tipo”. Sempre secondo il suo legale, però, era stato chiuso in cella con un coindagato, tale Srpko Klisura, circostanza che a detta dell’avvocato meriterebbe di essere approfondita. Bajic era stato trovato morto attorno alle 11 del mattino: aveva atteso che i suoi compagni di cella uscissero per l’ora d’aria poi si era impiccato con la cintura di un accappatoio. Questo, almeno, è quello che risulta agli atti della Procura. Il pm Giuseppe Rose ha disposto un esame autoptico, per sgomberare il campo dai sospetti. La cella era in ordine, senza segni di violenza o di colluttazione. Ma avvocato e familiari insistono: “Non c’era motivo per cui dovesse togliersi la vita. Siamo convinti che dietro ci sia dell’altro. Denunceremo le autorità italiane”. È probabile che nei prossimi giorni vengano sentiti anche i suoi compagni di cella. fonte: Ristretti Orizzonti
Reazioni: 24 settembre 2011
«È stato terribile, non dimenticherò mai la violenza di quel vigile: ha impugnato le manette e le ha usate contro di me come tirapugni». Le parole di un ragazzo di appena diciott´anni e il verbale di arresto di quello stesso giovane firmato da due agenti della municipale e convalidato da un giudice del tribunale di Roma. Due versioni opposte di una stessa storia. Le parole, peraltro tardive, contro gli atti, le carte. È giallo su un presunto pestaggio avvenuto a Roma, in zona Prati, martedì sera. Ha il volto pieno di botte e lo zigomo incerottato, Andrea Di Stefano, 18 anni e qualche mese, arrestato per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, poco lontano dallo stadio Olimpico, dove era appena finita la partita Roma-Siena. Un caso che sembrava banale, uno dei tanti, quello di un giovane senza patente e un po´ alticcio, un ultrà magari frustrato, che se la prendeva con i vigili e finiva in manette. E così è stato trattato. Dagli agenti che lo hanno fermato, dal giudice che ha convalidato l´arresto rimandandolo subito a casa perché incensurato, dallo stesso ragazzo e dal suo avvocato. Liquidato in pochi minuti ieri mattina in una delle aule in cui celebrano i processi per direttissima. Se non fosse per una lettera, arrivata ieri mattina a Repubblica.it, in cui una donna ha raccontato la sua versione dell´episodio (foto). Quella di una furia in divisa che ha ammanettato il ragazzino, lo ha «picchiato e colpito al volto con il casco». Un «pestaggio» in piena regola che ha ridotto quel giovane volto «in una maschera di sangue». Ricostruzione confermata da un secondo passante, Lorenzo Basile, che ha parlato di «un energumeno in divisa scatenato che si avventava su quel teenager con calci e pugni». Ancora, altre due versioni. Tutte e due del ragazzo. La prima resa davanti al giudice. Una conferma di quello messo a verbale dagli agenti della municipale: ha detto di essere stato lui il primo a sferrare il pugno e di non avere nulla da aggiungere. In aula ha accennato alle botte, ma quando il magistrato ha chiesto se era certo (questa accusa avrebbe cambiato le carte in tavola), ha ritrattato e ribadito che la colpa è stata sua e solo sua. Tanto che, nell´ordinanza di convalida dell´arresto per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, il giudice ha fatto riferimento a «gravi indizi di colpevolezza», ovvero, «i certificati di pronto soccorso, il verbale di arresto e le ammissioni dell´arrestato». Il processo è stato fissato per il 3 novembre, l´avvocato di Di Stefano, Giuseppe Madia, ha già annunciato il ricorso al rito abbreviato e lui, il giovane, ieri pomeriggio era già a casa. Ignaro, fino a un certo punto, di quello che stava succedendo. Era storia di ieri mattina, mentre lui sedeva in un´aula del tribunale. Ma la sua vicenda aveva sconvolto molti dei passanti che hanno deciso di denunciare quello che lui non ha denunciato. E così ieri sera, la sua versione, è di nuovo cambiata. Il pestaggio c´è stato. «Grondavo sangue. Molte persone gli dicevano di lasciarmi stare, che se avesse continuato mi avrebbe ammazzato», ha detto. Una ricostruzione smontata, carte alla mano, dalla polizia di Roma Capitale. Il comandante, Angelo Giuliani, ha difeso i suoi uomini senza esitazione. «I vigili non stanno lì a farsi picchiare, hanno reagito ad una violenza e ne è nata una colluttazione». E lo scontro, ha detto, «è stato ripreso da alcuni amici del giovane solo nella seconda parte, quando i vigili hanno reagito. Sia l´agente sia il ragazzo sono stati portati in ospedale: il primo ha avuto dieci giorni di prognosi, il secondo otto. Peraltro guidava senza patente e aveva un tasso alcolico superiore a quanto previsto dalla legge. E si è persino scusato con i vigili».
Reazioni: Bologna: rinvio a giudizio per dodici compagni appartenenti ai Carc
Il gup di Bologna, Alberto Gamberini, ha rinviato a giudizio i dodici imputati appartenenti ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il processo avrà inizio il prossimo otto febbraio davanti alla corte di Assise del Tribunale del capoluogo emiliano.L’inchiesta nei confronti dei militanti Carc fu aperta, qualche anno fa, dall’allora pm della Procura di Bologna Paolo Giovagnoli che, al termine delle indagini, chiese il rinvio a giudizio per dodici persone. Successivamente il Gup Rita Zaccariello dispose, per tutti gli imputati, il non luogo a procedere con la formula “perché il fatto non sussiste”. Secondo il giudice, pur essendo in presenza di una struttura associativa gerarchicamente organizzata e operante nella clandestinità diretta all‘eversione dell’ordinamento democratico, non erano emersi dalle indagini elementi di un concreto progetto comune di lotta armata.La Procura impugnò la sentenza per Cassazione. E il ricorso fu accolto dalla Suprema corte che, nel gennaio 2010, annullò la sentenza impugnata rinviando ad una nuova deliberazione del Tribunale. Secondo quanto rilevato dalla Cassazione, il reato di associazione sovversiva si può configurare non solo in presenza di formazioni con caratteristiche analoghe alle Brigate Rosse e non solo quando ci sia il progetto di una vera e propria lotta armata ma anche nel caso in cui un gruppo miri a commettere atti violenti tesi all’eversione dell’ordine democratico.Gli imputati non sono sottoposti a misure cautelari né sono stati trovati in possesso di armi. L’avvocato Danilo Camplese, uno dei legali dei militanti Carc, ha spiegato che i suoi assistiti non sono accusati di nessuna azione violenta circostanziata né di alcun fatto specifico e ha definito “non equilibrata” l’odierna sentenza del gup. Intanto, dalla tarda mattinata, alcuni appartenenti ai Carc, all’Associazione solidarietà proletaria (Asp) e al Sindacato lavoratori in lotta (Sll) hanno dato vita ad una giornata di mobilitazione per esprimere solidarietà ai loro compagni coinvolti nell’inchiesta. Manifestazioni con striscioni, bandiere e megafoni sono state organizzate davanti a Palazzo Pizzardi, sede del Tribunale di Bologna dove era in corso l’udienza preliminare, e in piazza Nettuno, nel pieno centro del capoluogo emiliano.
Reazioni: Pescara: Contestano Emilio Fede. Denunciato Maurizio Acerbo, consigliere regionale del Prc
Il consigliere regionale del Prc Maurizio Acerbo è stato denunciato dalla Questura " poichè in data 17/9/2011 in Pescara, si faceva promotore di una riunione in luogo pubblico invitando cittadini e associazioni a ritrovarsi al fine di contestare l'evento pubblico denominato Miss Gran prix e Mister Italia che lì si teneva omettendo di darne avviso all'Autorità locale di Pubblica sicurezza, violando con la propria condotta il disposto di cui all'art.18 del T.U.L.P.S. (Regio Decreto 18.6.1931 nr.773)".Sabato 17 settembre a Pescara si è svolto allo "stadio del mare" la finale di un concorso di miss. Il presidente della giuria designato era l'indagato per favoreggiamento della prostituzione e altro EMILIO FEDE.Il Comune ha finanziato l'iniziativa "culturale" con 12.000 euro.Emilio Fede si aspettava forse di trovare mele mature a Pescara, e invece ha incontrato sulla sua strada solo un Acerbo (Maurizio) consigliere comunale e regionale di Rifondazione comunista, che aveva organizzato in poco tempo, anche tramite Facebook, una protesta nei confronti del noto conduttore del TG4, che alla fine aveva desistito dal presentarsi come rappresentante della giuria al concorso di Miss e Mister Italia, in programma allo Stadio del Mare.Ma il direttore del TG4, a mò di bambino offeso, non poteva restare in silenzio, e così ha approfittato del ruolo che ricopre nel tg nazionale: “Un consigliere di Rifondazione comunista, tale Ciccino Acerbo, avrebbe organizzato una protesta contro la mia presenza. Sono qua, Ciccino, è inutile che protesti“, ha detto Fede in diretta, al tg delle 19.00 di sabato.“Godetevi la serata e lasciate che Ciccino faccia le sue fischiate”.Ma 200 persone tra cui, Maurizio Acerbo, hanno contesta la manifestazione bloccando l'evento: il presentatore Milo Infante si rifiuta di salire sul palco. Tra i giurati anche Raffaella Zardo, ex meteorina e conduttrice di Sipario Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su Facebook
Reazioni: Como:detenuto suicida in carcere
Reazioni: Parli di NO TAV a scuola? Arrivano i carabinieri
Dopo un’assemblea sul tema dell’altà velocità in val di Susa, gli studenti medi della val di Susa hanno deciso di portare all’interno delle loro scuole il problema per poterne discutere. Quindi da questa mattina, mercoledì 21 settembre, sono iniziate le iniziative nei licei di Bussoleno, Susa e Oulx. La data coincide inoltre con l’udienza per la scarcerazione di Nina e Marianna, le due donne arrestate la sera del 9 settembre a Chiomonte. Uno degli argomenti delle attività era appunto la discussione e la spiegazione delle ultime giornate di lotta che hanno visto il movimento no tav protagonista.Al des Ambrois gli studenti si sono organizzati la giornata facendo volantinaggio per sensibilizzare il resto degli studenti e successivamente, durante l’intervallo, hanno allestito un banchetto no tav. A seguito di questo volantinaggio sono comparsi nell’istituto i carabinieri della locale stazione che però hanno giustificato la loro presenza al corpo docente in modo surreale: “c’è un bel bar in questa scuola, siamo qui per un caffè”, consapevoli di aver commesso un grave atto introducendosi all’interno della scuola senza alcuna autorizzazione e senza che nessuno abbia richiesto il loro intervento.Al Norberto Rosa di Susa-Bussoleno gli studenti si sono organizzati con una due giorni no tav iniziate stamani con un’assemblea. All’interno dell’assemblea si è discusso della delibera CIPE e del tunnel esplorativo della Maddalena approvato il 18 novembre 2010 oltre ovviamente agli avvenimenti accaduti negli ultimi tre mesi in valle di Susa. Le attività proseguiranno domani in tutti gli istituti aspettando con apprensione le decisioni della magistratura torinese.Questo l’inizio di una seria campagna di informazione e lotta all’interno degli istituti superiori puntando poi ad un coinvolgimento degli istituti torinesi magari partendo già dal corteo studentesco del 7 ottobre a Torino.
Gli scontriTensione alle stelle a Lampedusa dove stamattina si sono verificati violenti scontri tra alcuni isolani e immigrati attualmente sistemati nella zona portuale e all'interno dello stadio comunale. Si sarebbe verificata una sassaiola e diversi tunisini, secondo quanto si è appreso sarebbero anche rimasti feriti. Le forze dell'ordine stanno cercando di riportare la calma. Agenti in tenuta antisommossa si sono frapposti fra isolani e immigrati. La tensione è salita da quando ieri sera un gruppo di tunisini ha dato fuoco al centro di accoglienza di contrada Imbriacola.
Il sindaco: «Ho cercato Maroni»«Ho cercato di parlare con il presidente Berlusconi e il ministro Maroni fino a tarda sera, ma non è mai stato possibile». Il sindaco di Lampedusa Bernardino de Rubeis ha raccontato questa mattina a Radio 24 a PrimaEdizione i tentativi di avere risposte da Roma mentre sull'isola scoppiava la protesta degli immigrati tunisini. «Bisogna velocizzare i tempi per il trasferimento degli immigrati - ha detto ancora de Rubeis a Radio 24 - la gente di Lampedusa è arrabbiata per quello che è accaduto e rischiamo di averla in mezzo alla strada a protestare, dopo i 50mila immigrati che abbiamo ospitato e l'esempio che abbiamo dato nei mesi scorsi».
Reazioni: Roma: Lavoratori della Iribus caricati selvaggiamente dalla polizia
Reazioni: «Colpito solo alla testa Mi volevano uccidere» La Testimonianza di Paolo Scaroni al processo
«Mi hanno dato colpi solo sulla testa, non avevo lividi in nessun'altra parte del corpo. Mi volevano uccidere». Lo dice Paolo Scaroni fuori dall'aula in attesa dell'avvio del processo. «Lo volevano ammazzare», gli fa eco poco distante il padre di Paolo, Giovanni. Ha vicino la moglie che non riesce a parlare. Ci prova, a dire il vero, ma poi la commozione mista rabbia gli blocca le parole in gola.No, non c'era una bella atmosfera ieri fuori dall'aula del tribunale anche se non c'era tensione. C'erano un centinaio di tifosi del «Brescia 1911 curva nord». E c'era lui, Paolo Scaroni che si guardava intorno che camminava con quel passo claudicante, «regalo» di quel pestaggio di sei anni fa. «Cosa mi aspetto? Un risarcimento da parte dello Stato», dice Paolo. Ci pensa a quel 24 settembre 2005. «Mi dico sempre che sarebbe bastato non andare a quella partita con l'Hellas per avere un vita diversa», sospira forte. E ancora: «Chi mi ha picchiato aveva la stessa mia età e mi chiedo come faceva un mio coetaneo ad avere un odio così profondo per agire in quel modo. Senza ragione. Ero solo. Perchè quelle manganellate?». Ricorda quei momenti, non ricorda le facce di chi lo ha manganellato. «Sono svenuto sul treno», racconta, «non era ancora partito altrimenti sarei morto». È entrato in coma, ci è rimasto alcuni mesi. Poi la riabilitazione che «continua», spiega il padre Giovanni, «va in piscina due volte alla settimana. Si muove autonomamente ma non ha più forze nelle braccia. Non può lavorare». Paolo è vicino al suo genitore, si guarda intorno fuori dall'aula: «Sono spoetizzato dal calcio dopo quello che mi è successo. Ci sono andato solo due, tre volte». Recrimina sulla sua vita di prima. Ha perso anche la fidanzata: «Mi ha lasciato, era l'unico mio punto fisso», spiega. Il padre Giovanni si aspetta «giustizia dal tribunale». Ma è anche scettico. Lo dice: «Temo la prescrizione. Sono già trascorsi sei anni». Poi punta in alto: «Non è giusto. Mio figlio è rovinato per sempre e non fanno il processo ai suoi aggressori. C'è chi, invece, non si presenta come teste e nessuno gli dice niente». Non fa il nome di Berlusconi. Lo fa solo capire. Poi, il pensiero torna sempre a quel giorno di settembre di sei anni fa. «Era solo, stava risalendo sul treno dopo essere sceso per prendersi un panino. Perchè l'hanno picchiato? Volevano ucciderlo?».
Reazioni: Gli abusi e le sevizie delle teste di cuoio dei Nocs
Dopo l'ennesimo pestaggio concluso con la consueta salve di minacce, esausto e sanguinante, un agente di Nocs torna nella sua stanza, all'interno della Caserma di Spinaceto. Siamo nel 2010. L'agente non sa più che fare, è disperato, depresso, va avanti così da una dozzina d'anni, per un istante pensa persino di lasciare il Nucleo e gli 800 euro lordi in più che quella situazione assurda gli garantisce in busta paga. Ma, d'un tratto, rivolgendo lo sguardo verso la branda, la sua attenzione viene rapita da uno strano foglio di carta. Un formato A4, che non aveva mai visto prima. Lo prende, lo gira e capisce subito: qualcuno, dentro la caserma, di nascosto, ha voluto fargli un regalo. Su quel foglio è immortalata, sequenza dopo sequenza, una delle numerose violenze che accadono là dentro."La scena - spiega l'agente che per ovvi motivi di incolumità personale chiede di rimanere coperto dall'anonimato - era stata fotografata qualche anno fa, una notte in cui il gruppo decise di farci l'anestesia". L'anestesia è una pratica a metà tra il sadismo e il nonnismo: il gruppo tiene ferma la vittima, e inizia a percuoterla in un punto prescelto del corpo - di solito i glutei - fino a che questo non si anestetizza del tutto. A quel punto il capo morde "la parte" fino a strappare la carne, o quanto meno fino a far toccare gli incisivi.Nelle foto di cui Repubblica è entrata in possesso il rito si ricostruisce con una certa precisione. In una si vedono distintamente tre ragazzi con i pantaloni abbassati. Il clima è ambiguo, nonostante la situazione uno dei ragazzi sembra sorridere. "Lo richiede la pratica - spiega l'agente - è una sorta di rito d'iniziazione, anche se a volte prevede dei "richiami", e va affrontata con un contegno maschile e complice". In un'altra si vede uno dei tre immobilizzato sul letto da più persone: "È la fase dell'anestesia vera e propria, quella cioè in cui a mani nude o con delle palette, il gruppo colpisce a ripetizione. Può durare fino a mezz'ora". In un'altra, il morso.Ora quelle foto sono in procura e presto arriveranno anche su quella degli ispettori della polizia che hanno avviato un'indagine interna. Alla quale potrebbe contribuire il racconto di un altro agente dei Nocs, M. C., che, dopo essere andato in pensione a 40 anni "con uno stato depressivo di origine reattiva", conferma quanto denunciato dal collega: "All'interno della caserma regna un clima incredibile. Ricordo che i ragazzi che venivano a fare il corso basico, il primo, quello iniziale, tornavano a casa in stato di shock". E mentre dal mondo politico si moltiplicano le iniziative - dopo l'interrogazione parlamentare del pd Emanuele Fiano è arrivata ieri quella del deputato radicale Maurizio Turco - è sceso in campo il sindacato di polizia Siulp: "Se tutti questi racconti trovassero conferma - commenta Luigi Notari - sarebbe gravissimo, una situazione da antropologi e psicologi più che da magistrati. L'amministrazione deve fare pulizia". fonte: La Repubblica
Accade ad Ostia alle 14.00 in via Capo Sperone durante l'uscita delle scuole. Una decina di militanti di Casapound Ostia hanno aspettato gli studenti e le studentesse del collettivo autorganizzato Anco Marzio per aggredirli. Dichiara Luca degli studenti del liceo "il loro portavoce di quasi trentanni mi ha messo le mani in faccia, minacciando di accoltellare tutti quanti, il tutto perchè è stata lanciata una manifestazione per il primo ottobre contro l'apertura della loro sede politica, il circolo culturale Idrovolante. Questo è il vero volto di Casapound e l'hanno mostrato davanti alle centinaia di studenti che uscivano in quel momento dalle scuole". Sabato 24 Settembre ore 17.00 al Teatro del Lido è stata convocata l'assemblea cittadina per la costruzione della giornata di mobilitazione contro l'apertura del circolo culturale Idrovolante. Collettivo autorganizzato Anco Marzio
Reazioni: La legge è uguale per tutti? Anche Caselli in aula contro i no tav
Così sostiene la procura dalle pagine dei giornali commentando la solidarietà espressa da Luca Mercalli a Che Tempo che fa e la fiaccolata di ieri sera. Ci permettiamo di aggiungere un punto interrogativo all’affermazione dei amgistrati torinesi perchè abbiamo dei seri dubbi in merito. La vicenda di Nina e Marianna ci fa crescere ulteriormente i dubbi nel merito, del resto due incensurate, con accuse fumose, a cui vengono confermati gli arresti in una domenica mattina, alla presenza del vice procuratore capo la dicono lunga su come s’intende la giuistizia nei confronti del movimento notav. Ma oggi, giorno dell’udienza al Tribunale del Riesame per Nina, apprendiamo dai giornali che il procuratore capo in persona, Gian Carlo Caselli, ha presenziato personalmente. Per qualcuno, che tifa Caselli a prescindere, potrà essere letto come gesto estremo di garanzia, per chi invece, come noi, si trova a lottare contro il più grosso affare per le mafie (senza coppola e lupara ma in doppiopetto) ci preoccupa.La tesi che vuole ancora in carcere (attendiamo il verdetto della corte) Nina e Marianna è sempre più chiara, perchè non va a” punire” come si dice, comportamenti illegali o altro, ma ha l’intento di disciplinare un movimento, che ha dimostrato con i giorni della Libera Repubblica e con resistenza popolare di tutti questi mesi, che si può vivere diversamente rispetto a quanto imposto, e che la vita pubblica non deve essere perforza subita. Del resto prendere lezioni da chi lo stato lo intende come un giocattolo ad uso privato è difficle, e rifiutarsi di chinare la testa di fronte a chi crea la crisi (per incapacità e criminalità) e poi vuole farcela pagare è un atto di responsabilità estrema.Alla magistratura vorremmo chiedere che legalità difende, che istituzioni, che potere. Quello che per fare un opera pubblica militarizza un territorio intero e lascia che il paese vada a rotoli? E difendere un simbolo, come quello che è nella realtà il non cantiere di Chiomonte, dove lo stato è rappresentato solamente dalle forze dell’ordine è qualcosa di legale e coerente?Ci permettiamo infine di asserire che stare al di qua o al di là della rete oggi diventa una differenza morale e siostanziale. Dentro il fortino si difende il modello della crisi, del debito dei amnganelli per i sacrifici, dall’altra parte, la nostra, si difende il futuro di tutti, la collettività, i beni comuni.L’accanimento giudiziario nei confronti di Nina e Marianna, (considerando che nello specifico deve rispondere all’accusai lesioni per la distorsione ad una gamba di un funzionario di polizia che è cadeuto da solo)o anche solo quello mediatico nei confronti delle affermazioni di Luca Mercalli, ci toglie gli ultimi dubbi.
La mia storia è simile a quella di Gabriele Sandri e Stefano Furlan, solo che io sono ancora vivo e posso raccontarla...”Mi disse proprio queste parole il giovane Paolo Scaroni, bisbigliandole a mala pena colpa un’invalidità irreversibile che gli ha cambiato la vita. Lo incontrai a Brescia alcuni mesi fa, prima della presentazione del mio libro CUORI TIFOSI nella festa dei 100 anni della Leonessa, organizzata dagli Ultras Brescia 1911 Curva Nord.Conobbi Paolo insieme al papà, nella sua azienda di famiglia, una fattoria di Castenedolo, alle porte di Brescia. Gente umile, persone per bene gli Scaroni, onesti lavoratori a cui la vita ha però riservato un brutto colpo, girando improvvisamente le spalle sui binari di un treno in partenza, al ritorno dalla trasferta per una partita di calcio. Era il post gara di un Verona-Brescia di qualche anno fa. Una carica d’alleggerimento (sic!) delle forze dell’ordine alla Stazione di Porta Nuova, portò Paolo a combattere prima in una sala operatoria e poi tra la vita e la morte, in coma.“Ero un ragazzo normale, con amicizie, una ragazza, passioni, sani valori. Ero soprattutto un grande tifoso del Brescia. Una persona normale, come tante. Caro Ministro dell’Interno - ha scritto Paolo a Roberto Maroni, definendosi vittima di uno Stato distratto – non cerco vendetta, se mai giustizia“.Quando papà Scaroni iniziò a parlarmi delle disavventure incontrate nel cammino per aiutare il figlio, delle pressioni subite per insabbiare giudizialmente e mediaticamente il caso… papà Scaroni scoppiò in lacrime, tanta la rabbia mista a commozione. Come se ogni istante ripercorso a ritroso e a parlare dei postumi di quell’incredibile 24 Settembre 2005, lo facessero ripiombare nell’angoscia per lo stato di coma vegetativo da cui Paolo ha saputo uscire con un’invalidità al 100%.Paolo Scaroni, dopo 6 anni d’attesa, il prossimo 20 Settembre vedrà celebrarsi a Verona la prima udienza di un processo che nessuno sa nemmeno se arriverà mai a sentenza. Prima indagati e ora rinviati a giudizio sono degli appartenenti alla Polizia di Stato, 7 agenti del reparto mobile di Bologna, accusati del pestaggio e individuati grazie alla tenacia e all’alto senso del dovere di una funzionaria di Polizia di Verona, che non s’è arresa davanti ai muri di gomma trovati nelle indagini.Da questo processo ci si attende verità e giustizia. Solo questo. Ma non so se tra prescrizioni e lungaggini burocratiche si potrà mai riuscire ad arrivare all’accertamento di responsabili e responsabilità. Non so nemmeno se poi alla fine questo processo potrà arrivare a naturale conclusione, compiendo tutti e tre i gradi di giudizio. So solo però, perché me l’ha detto Paolo, che la vittima era amica di Federico Aldrovandi, ferrarese, anche lui giovane, anche lui pestato a sangue dalla Polizia, però deceduto e montato alle cronache per la forza con cui la mamma ha saputo combattere per giungere alla verità (e alla giustizia) per la morte del figlio.Intanto però gli amici di Paolo, tifosi e cittadini che non vogliono arrendersi e che da anni chiedono di non calare il silenzio su un caso imbarazzante, si danno appuntamento fuori dal tribunale scaligero per martedì. Per il primo appuntamento con la giustizia, per non lasciare Paolo solo al suo destino, mandando un segnale forte alla società civile. “Invitiamo tutti – scrivono gli ultras biancoblù che raggiungeranno il tribunale in pullman - ad unirsi in quella che vuole essere principalmente una dimostrazione di solidarietà e di sostegno nei confronti di Paolo Scaroni, cittadino bresciano”.Se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, anche negli stadi e sulle gradinate di una curva passa il banco di prova per una democrazia compiuta. Dove i cittadini sono tutti uguali davanti alla legge. Sempre e comunque.