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Timestamp: 2020-08-03 13:04:14+00:00
Document Index: 890494

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Sentenza Cassazione Civile n. 17737 del 18/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17737 del 18/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 18/07/2017, (ud. 11/04/2017, dep.18/07/2017), n. 17737
sul ricorso 17138-2015 proposto da:
E. & A.M. S.R.L. C.F. (OMISSIS), in persona del
ROMA, PIAZZA DEL RISORGIMENTO 36, presso lo studio dell’avvocato
CLAUDIO COLETTA, rappresentata e difesa dall’avvocato ALDO AMBROGI,
L.D. C.F. (OMISSIS), domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR
rappresentata e difesa dall’avvocato ANTONIO CARBONELLI, giusta
avverso la sentenza n. 77/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,
depositata il 14/04/2015 R.G.N. 500/2014;
11/04/2017 dal Consigliere Dott. ESPOSITO LUCIA;
SERVELLO GIANFRANCO che ha concluso per l’inammissibilità, in
1. La Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 14 aprile 2015, in riforma della decisione del giudice di primo grado, dichiarò l’illegittimità di cinque sanzioni disciplinari e del licenziamento per giusta causa disposti nei confronti di L.D. dalla A.M. s.r.l. Alla L., dipendente con mansioni di commessa della predetta società, esercente il commercio al dettaglio di casalinghi, erano attribuiti plurimi episodi di omessa tempestiva comunicazione dell’assenza dal lavoro per malattia, nonchè di aver minacciato telefonicamente al datore di lavoro che avrebbe mandato in negozio Ispettorato del Lavoro, Vigili del Fuoco e Guardia di Finanza. A fondamento della decisione la Corte rilevò che, alla luce delle prove raccolte, risultava che le infrazioni attinenti a tardiva comunicazione erano ravvisabili solo in relazione ad alcuni episodi, i quali, tuttavia, non erano tali da determinare l’applicazione della massima sanzione conservativa. Allo stesso modo, le stesse condotte non potevano essere ritenute idonee a sorreggere il licenziamento, non essendo tali da incidere in maniera significativa sul vincolo fiduciario e da indurre ad un giudizio prognostico sfavorevole circa il futuro adempimento dei compiti connessi all’espletamento dell’attività lavorativa. Annullava, pertanto, le sanzioni e dichiarava l’illegittimità del licenziamento, applicando la tutela obbligatoria.
2. Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione la società sulla base di due motivi. Resiste la lavoratrice con controricorso, illustrato con memorie.
1. Con il primo motivo la ricorrente deduce: art. 360 c.p.c., violazione, falsa ed erronea applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 e dell’art. 217 CCNL (proporzionalità e gradualità delle sanzioni), Rileva che la Corte territoriale non ha tenuto conto che alla lavoratrice erano state inflitte in precedenza sanzioni per fatti analoghi, nè che gravava sulla lavoratrice, a fronte della previsione di cui all’art. 217 CCNL, l’onere probatorio riguardo l’aver fornito tempestiva comunicazione della propria assenza, dalla stessa in concreto non assolto. Evidenzia, altresì, l’idoneità delle condotte a ledere il vincolo fiduciario, non rilevando tanto l’effettività della malattia quanto, piuttosto, la diligenza del dipendente, che si concreta anche nella corretta e tempestiva comunicazione in ordine al protrarsi dell’assenza.
2. Il motivo non risulta pertinente rispetto alle argomentazioni poste a fondamento della sentenza impugnata. Ed invero la censura ripercorre la valutazione delle risultanze probatorie senza censurare specificamente il rilievo, evidenziato dalla Corte, della necessaria considerazione unitaria delle mancanze, pur ravvicinate nel tempo, e senza tener conto del conseguente avvenuto annullamento delle sanzioni inflitte prima del licenziamento, nonchè della irrilevanza delle medesime in termini di condotte recidivanti in relazione al recesso. Allo stesso modo la censura non si confronta con le ragioni poste a fondamento della ritenuta illegittimità del licenziamento, fondate anche sul rilievo che il tenore della contestazione fa riferimento non al ritardo nella comunicazione, ma al carattere ingiustificato dell’assenza, circostanza che la Corte ha ritenuto smentita dalla documentazione prodotta dalla lavoratrice. Propone, altresì, una valutazione alternativa in ordine all’idoneità delle predette condotte a ledere il vincolo fiduciario, senza sottoporre a vera critica le ragioni, anche di ordine soggettivo, che avevano indotto la Corte territoriale a ritenere non irrimediabilmente compromesso il futuro svolgimento del rapporto.
3. Con il secondo motivo la società deduce, ex art. 360 c.p.c., n. 5, omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ed oggetto di discussione tra le parti. Rileva che il giudice d’appello aveva omesso di valutare la questione relativa alla proporzionalità della sanzione riguardo al complessivo comportamento, anche pregresso, della lavoratrice, che si prospetta come idoneo a inficiare in modo rilevante la prosecuzione del rapporto, facendo venir meno il vincolo fiduciario.
4. Anche il secondo motivo è inammissibile, perchè non conforme alla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Al riguardo basti considerare (si veda per tutte Cass. 8/09/2016 n. 17761) che “Il motivo di ricorso con cui, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 2, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, deve specificamente indicare il “fatto” controverso o decisivo in relazione al quale la motivazione si assume carente, dovendosi intendere per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c., (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purchè controverso e decisivo”. Dall’esposizione del motivo di censura si evince che la critica inerisce alla valutazione dei presupposti del licenziamento, e, pertanto, non riguarda un “fatto” nei termini richiesti dalla norma.
5. In base alle svolte argomentazioni il ricorso va dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, da distrarre in favore del difensore antistatario della contro ricorrente, che ne ha fatto richiesta.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge, con distrazione in favore del difensore antistatario.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13. comma 1 bis.