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Timestamp: 2017-08-23 06:19:08+00:00
Document Index: 121688147

Matched Legal Cases: ['art. 360', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 429', 'art. 16', 'sentenza ']

Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 3213 del 18/02/2004
Infortuni sul lavoro – Responsabilità del datore di lavoro – Concorso di colpa dell’infortunato
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Cassazione - Sezione Lavoro - Sentenza n. 3213 del 18 febbraio 2004
Sentenza 18 febbraio 2004, n. 3213
2. Con il primo motivo del ricorso principale si denunciano, ai sensi dell'art. 360 nn.3 e 5 cod.proc.civ, i vizi di violazione degli artt. 113 e 41 c.p. e degli artt.1127 e 2056 cod.civ., nonché omessa o insufficiente motivazione. La parte critica la decisione che afferma l'integrale responsabilità risarcitoria del datore di lavoro in caso di violazione delle norme poste a tutela della integrità fisica del lavoratore, senza la possibilità di invocare il concorso di colpa di quest'ultimo, una volta accertato il nesso di causalità rilevante per l'attribuzione del fatto al datore di lavoro:. deduce che nella specie la sentenza impugnata non ha svolto alcuna osservazione sul comportamento del dipendente, qualificato dal primo giudice "prossimo all'abnormità" (rilevando sotto questo profilo anche un vizio di motivazione) e non ha considerato la rilevanza causale di tale condotta.
3. Il motivo è infondato. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso: ne consegue che il datore. di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l'imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni l'eventuale concorso di colpa del lavoratore; con l'ulteriore conseguenza che l'imprenditore è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell'abnormità, inopinabilità e esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell'atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell'evento. (v. per tutte Cass. 19 agosto 1996 n. 7636, 22 luglio 2002 n. 10706, 21 maggio 2002 n. 7454). Il datore di lavoro, in caso di violazione delle norme poste a tutela dell'integrità fisica del lavoratore, è interamente responsabile dell'infortunio che ne sia conseguito e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggere l'incolumità di quest'ultimo nonostante la sua imprudenza o negligenza; ne consegue che, in tutte le ipotesi in cui la condotta del lavoratore dipendente finisca per configurarsi nell'eziologia dell'evento dannoso come una mera modalità dell'iter produttivo del danno, tale condotta, proprio perché "imposta" in ragione della situazione di subordinazione in cui il lavoratore versa, va addebitata al datore di lavoro, il cui. comportamento, concretizzantesi invece nella violazione di specifiche norme antinfortunistiche (o di regole di comune prudenza) e nell'ordine di eseguire incombenze lavorative pericolose, funge da unico efficiente fattore causale dell'evento dannoso (Cass. 8 aprile 2002 n.5024).
5. Il motivo è infondato. L'adozione di validi parametri di quantificazione ai fini della liquidazione del danno alla salute, in quanto affidata ad un criterio equitativo, non è condizionata dalle indicazioni della parte, le cui deduzioni in materia non valgono ad introdurre nel giudizio di appello un nuovo tema di discussione, soggetto a preclusioni. D'altro canto, il sistema utilizzato dal giudice dell'appello corrisponde alle indicazioni di un orientamento giurisprudenziale consolidato che ritiene valido criterio di liquidazione equitativa quello che assume a parametro il cosiddetto punto di invalidità (v. da ultimo Cass. 24 marzo 2003 n.4342).
7. Anche questa censura è infondata. Nella specie, la pretesa azionata non si fonda sul rapporto assicurativo configurato dalla normativa in materia di assicurazioni obbligatorie contro gli infortuni sul lavoro, ma si ricollega direttamente al rapporto di lavoro, in relazione al quale viene invocata la tutela risarcitoria derivante dalla violazione dell'obbligo di sicurezza di cui all'art. 2087 cod. civ. La domanda attiene quindi ad una controversia di lavoro (cfr. Cass. 20 agosto 2003 n. 8828, 2 settembre 1995 n. 9282, 20 febbraio 2001 n. 2450) e ad un credito regolato dalla disciplina dell'art. 429 cod.proc.civ., non operando il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione stabilito per i crediti previdenziali dall'art. 16 6° comma della legge 30 dicembre 1991 n. 412 .
La censura merita accoglimento. Il potere di compensazione delle spese processuali può ritenersi legittimamente esercitato da parte del giudice in quanto risulti affermata e giustificata, in sentenza, la sussistenza dei presupposti cui esso è subordinato, sicché, come il mancato esercizio di tale potere non richiede alcuna motivazione, così il suo esercizio, per non risolversi in mero arbitrio, deve essere necessariamente motivato, nel senso che le ragioni in base alle quali il giudice abbia accertato e valutato la sussistenza dei presupposti di legge devono emergere, se non da una motivazione esplicitamente "specifica", quantomeno da quella complessivamente adottata a fondamento dell'intera pronuncia, cui la decisione di compensazione accede (Cass. 5 maggio 1999 n. 4455). Nella specie, si deve rilevare la totale assenza di motivazione, anche implicita, sul punto, atteso che la sentenza impugnata non enuncia neppure l'esistenza di presupposti per la pronuncia di compensazione delle spese, desumibili dalle vicende processuali e dalle ragioni poste a base della pronuncia.