Source: https://www.commissariatodips.it/approfondimenti/social-network/approfondimenti-normativi/index.html
Timestamp: 2020-02-22 23:08:41+00:00
Document Index: 19781068

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 595', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il “furto di identità”, che identifica la condotta di colui che sostituisce la propria persona, anche in modo parziale, ad altri, prevede diverse ipotesi illecite tra le quali: apertura di conti correnti bancari, la richiesta di rilascio di carte di credito, dell’illecito utilizzo dell’altrui identità per realizzare acquisti di beni, servizi nonché vantaggi finanziari.
Varie sono le tecniche utilizzate per appropriarsi illecitamente dell’identità di un soggetto e tali modalità hanno subito un evidente incremento ed evoluzione perché strettamente connesse ai naturali mutamenti delle abitudini di vita.
Il telefono cellulare di ultima generazione. Mediante la ricezione di messaggi che invitano a seguire link adducendo i più disparati pretesi intentando quindi una azione di phishing.
Attraverso la Rete internet con:
Phishing: trasmissione tramite posta elettronica di e-mail, apparentemente provenienti da Istituti di credito, che inducono il destinatario a fornire informazioni personali con le più svariate motivazioni (riscossione di premi, sbloccare il conto corrente, ripristinare password ecc…);
Attravero Social network:
Applicazioni di messaggistiche istantanee;
Community di social gaming;
quali possibili veicoli di informazioni personali captate ed usate illecitamente.
quando l’ altro è tratto in errore sulla identità personale dell’autore
Anche la creazione di un falso profilo su social network, utilizzando abusivamente l'immagine di una persona del tutto inconsapevole, al fine di comunicare con altri iscritti e di condividere materiale in rete, configura il delitto di sostituzione di persona.
Con la sentenza n. 25774 del 2014, la Suprema Corte ha stabilito che la creazione e utilizzazione di un account su un social network con un nickname di fantasia, associandolo tuttavia all'immagine di un'altra persona costituisce un contegno sufficiente per attribuirsi l'identità della persona offesa, inducendo altresì in errore coloro i quali comunichino con il "falso" profilo tramite chat.
Ancora, la Suprema Corte ha stabilito inoltre che anche l'inserimento del recapito telefonico di una persona ignara in una chat di incontri personali, sebbene associato ad un nickname di fantasia, integri il reato di cui all'art. 494 c.p., qualora l'autore abbia agito al fine di arrecare danno all'inconsapevole persona offesa, giacché in tal modo gli utilizzatori del servizio vengono tratti in inganno in ordine alla disponibilità della persona associata allo pseudonimo a ricevere comunicazioni a sfondo sessuale (Sentenza n° 18826 del 2013).
La disposizione sostituzione di persona ex art. 494 c.p. punisce, se il fatto non costituisce altro delitto contro la fede pubblica, "chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all'altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici".
Ciò nonostante, la Corte ha ritenuto la sussistenza di tutti gli elementi costitutivi ex art. 494 c.p., sostenendo che il reato di sostituzione di persona ricorre non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all'altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome o un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, dovendosi intendere per "nome" non solo il nome di battesimo ma anche tutti i contrassegni di identità (Sentenza n° 4250 del 2011).
La già citata Legge 547/93, nonostante abbia previsto ed introdotto una serie di ipotesi illecite relativamente ai c.d.”reati informatici”, non ha previsto la possibilità della configurazione del reato di diffamazione perpetrato attraverso la Rete internet.
Al riguardo e a colmare tale lacuna, però, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che la fattispecie criminosa prevista dall'art. 595 (diffamazione) del c.p., ricomprende anche tutti quei comportamenti lesivi dell’onore e del decoro di una persona che si realizzano attraverso le nuove forme di comunicazione nate grazie alle attuali tecnologie informatiche
“ Il legislatore, pur mostrando di aver preso in considerazione la esistenza di nuovi strumenti di comunicazione, telematici ed informatici, non ha ritenuto di dover mutuare o integrare la lettera della legge con riferimento a reati ( e, tra questi certamente quelli contro l’onore la cui condotta consiste nella ( o presuppone la) comunicazione dell’agente con terne persone. E tuttavia, che i rati previsti dagli articoli 594 (ora abtogato) e 595 c.p. possono essere commessi anche per via telematica o informatica, è addirittura intuitivo; basterebbe pensare alla cosiddetta trasmissione via e-mail, per rendersi conto che è certamente possibile che un agente, inviando a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizzi la condotta tipica del delitto di ingiuria (abrogato) ( se il destinatario è lo stesso soggetto offeso) o di diffamazione ( se i destinatari sono persone diverse)”
La Sentenza n. 40356 del 2015 ha illustrato il caso di un uomo che ha costretto una ragazza ad avere contatti informatici con lui sotto continue minacce di diffusione in rete di un video (che la ritraeva in pose oscene), poi pubblicato su You Tube.
La Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dall’uomo avverso la sentenza di secondo grado, con cui la Corte di Appello di Reggio Calabria aveva confermato la sua colpevolezza in ordine ai reati di violenza privata continuata e trattamento illecito di dati personali commessi in danno alla ragazza, in quanto la violenza privata – consistente nell’aver costretto la parte offesa ad avere contatti informatici con lui sotto continue minacce di pubblicazione in rete di un video che la ritraeva in pose intime – risultava dimostrata dal contenuto minaccioso delle mail inviate alla ragazza e il reato di trattamento illecito dei dati personali risultava provato dalla avvenuta pubblicazione del video su You Tube con conseguente lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine.
Così, nel caso citato, in cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la colpevolezza dell’imputato, non solo per il reato di violenza privata continuata, ma anche per il reato di trattamento illecito di dati personali, desumendo, dalla pubblicazione del video su YouTube (effettuata evidentemente senza alcun consenso da parte della vittima e al fine di arrecarle un danno), l’esistenza del nocumento, consistente nella lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine.
L’articolo 595 c.p. punisce invece la diffamazione e così detta:
“Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone , offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro. Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato , la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro. Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità , ovvero in atto pubblico , la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro. Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate".
In Italia una delle primissime sentenze in tema di risarcimento danni per diffamazione compiuta su social network (Facebook) è la sentenza 770 del 2 marzo 20010 del Tribunale Civile di Monza.
Ancora una volta e in tempi più recenti, la Corte di Cassazione ha stabilito che postare un commento offensivo sulla bacheca di Facebook della persona offesa, integra il reato di diffamazione a mezzo stampa. Con la sentenza n. 24431/2015, la Corte di Cassazione ha deliberato che, inserire un commento su una bacheca di un social network, significa dare al suddetto messaggio una diffusione che potenzialmente ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sicché, laddove questo sia offensivo, deve ritenersi integrata la fattispecie aggravata del reato di diffamazione.