Source: https://assotir.it/normative-2/tabelle-costi/costi-minimi-obbligatori-fino-dicembre-2014/itemlist/user/186-super-user.html?start=70
Timestamp: 2019-12-15 16:58:54+00:00
Document Index: 161265480

Matched Legal Cases: ['art. 603', 'art. 603', 'art. 644', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 54', 'art. 7', 'art. 603', 'art. 600', 'art. 347', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 629', 'art. 350', 'art. 375', 'art. 600', 'art. 603', 'art. 18', 'art. 22', 'art. 603', 'art. 22', 'art. 603', 'art. 10', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 240', 'art. 3']

Variazione di trasferimento della sede legale dell’impresa. Il Ministero indica la procedura da seguire per il REN e l'Albo.
Con la circolare n. 1 del 29 marzo 2019, a firma del Capo Dipartimento, la Direzione Generale per il Trasporto Stradale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha dettato nuove istruzioni per il caso di operazioni di trasferimento, da una provincia ad un’altra, della sede legale di un’impresa iscritta all’Albo degli autotrasportatori ed al REN.
Attualmente, infatti, le procedure informatiche in essere hanno evidenziato difficoltà a concludere l’operazione in tempi brevi, oltre al fatto che la motorizzazione della provincia di partenza deve oggi cancellare l’impresa (dall’Albo e a volte anche dal REN) prima ancora che la UMC di destinazione possa procedere alla sua nuova iscrizione.
Con la nuova procedura viene precisato che tutta l’operazione di trasferimento va fatta tempestivamente a partire da quando la variazione della sede è stata registrata presso il registro delle imprese, tenuto dalla Camera di Commercio.
Da quel momento, l’impresa deve inviare, riempiendo il modello C, allegato alla circolare ministeriale n. 4 del 24 luglio 2015, una comunicazione di avvenuto trasferimento della sede, sia alla Motorizzazione di partenza, sia a quella di destinazione.
La UMC di partenza, ricevuta la comunicazione, verifica la correttezza dei dati e dei requisiti dell’impresa iscritta, l’avvenuto cambio di sede legale nel registro imprese e procede con l’avvio della nuova procedura informatica di trasferimento alla UMC della nuova sede legale, senza cancellare l’impresa dal REN e dall’Albo.
La UMC di destinazione, ricevuta telematicamente la notizia dell’avvenuto ambio di competenze, provvede ad attribuire all’impresa un nuovo numero di Albo (aggiornandone i dati nel sistema informatico: indirizzo sede, nuova CCIAA di riferimento ed eventualmente anche quelli relativi allo stabilimento, qualora richiesti dall’impresa nella comunicazione), mentre il numero di REN rimane identico, posto che la sua numerazione è unica e nazionale.
La circolare precisa infine che il trasferimento di competenze, da una UMC ad un’altra, non necessita l’avvio di alcun tipo di procedimento volto all’accertamento dei requisiti per l’esercizio della professione di autotrasportatore posseduti dall’impresa, pur restando ferma la possibilità, per gli U.M.C. di esercitare in ogni momento – sulla base di specifiche ragioni che ne determinassero la necessità - il proprio potere di verifica del perdurare della regolarità dell’iscrizione all’Albo e dei presupposti per l’esercizio dell’attività.
Trasferimento sede legale imprese di trasporto di merci su strada conto terzi iscritte al Registro Elettronico Nazionale. Aggiornamento procedura.
DIREZIONE GENERALE PER IL TRASPORTO STRADALE
E PER L'INTERMODALITA' DIVISIONE 4
(Accesso alla professione ed al mercato del trasporto di
Merci - Autotrasporto di merci i n ambito dell'Unione Europea)
Tel.06.41 5841 10 - Fax 06.41584111
CIRCOLARE D.G. T.S.I. N. 1
Alle Direzione Generali Territoriali
Agli Uffici Motorizzazione civile e loro Sezioni
Alla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia,
Alla Regione Valle d'Aosta
Dipartimento trasporti - Motorizzazione civile
Dipartimento beni culturali, musei, patrimoni e mobilità – Ufficio motorizzazione
Alla Provincia Autonoma di Trento Dipartimento infrastrutture e mobilità Servizio motorizzazione civile
Al Gabinetto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti
Al Comitato centrale dell'Albo degli autotrasportatori di cose per conto terzi
Alle Associazioni di categoria dell'autotrasporto di merci
ed Enti interessati
OGGETTO: Trasferimento sede legale imprese di trasporto di merci su strada conto terzi iscritte al Registro Elettronico Nazionale. Aggiornamento procedura.
Le imprese che esercitano o che intendono esercitare la professione di trasportatore di merci su strada con veicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 1,5 tonnellate, o con complessi veicolari aventi massa complessiva superiore a tale limite, formati da questi veicoli, hanno come riferimento un unico Ufficio per tutte le vicende connesse con l'esercizio di detta professione (iscrizione REN - iscrizione Albo - variazioni, sospensioni e cancellazioni).
Infatti, come è noto la gestione degli albi provinciali degli autotrasportatori di cose per conto terzi, è stata trasferita dall'articolo 1 del DPCM 8 gennaio 2015, in attuazione dell'articolo 1, comma 94 della legge 27 dicembre 2013 (legge di stabilità 2014), agli Uffici della motorizzazione civile del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti - Dipartimento per i trasporti, la navigazione, gli affari generali ed il personale e agli organi individuati da alcune Regioni a statuto speciale e dalle province autonome di Trento e di Bolzano con proprie disposizioni.
A seguito di tale trasferimento di funzioni, la competenza in materia di gestione del Registro Elettronico Nazionale delle imprese di trasporto su strada (REN), di cui al regolamento (CE) n. 1071/2009 e di gestione degli albi provinciali di cui alla legge n. 298/74 risulta incardinata nel medesimo Ufficio.
I procedimenti riguardanti le imprese autorizzate all'esercizio della professione, in quanto iscritte al REN e, preventivamente, all'Albo, che interessano sia le variazioni dei dati identificativi delle stesse sia l'accertamento della sussistenza e il mantenimento dei requisiti da esse posseduti vengono istruiti e conclusi da parte dell'Ufficio motorizzazione civile o da quelli individuati dalle predette Regioni e dalle Province autonome di Trento e di Bolzano competenti per territorio rispetto alla sede principale dell'impresa.
Nel caso di trasferimento della sede legale dell'impresa autorizzata all'esercizio della professione di trasportatore su strada da una provincia ad un'altra, si determina anche un trasferimento di competenza tra Uffici.
Attualmente, la procedura amministrativa, in caso di trasferimento della sede legale da una provincia ad un'altra comporta il trasferimento di competenza per la gestione dell'impresa nel REN, previa cancellazione dell'impresa dall'albo provinciale della sede di provenienza e iscnzione nell'albo provinciale competente per territorio rispetto alla nuova sede legale.
Al riguardo, sia le imprese che gli Uffici hanno evidenziato diverse problematiche connesse a tale procedura. In particolare, viene segnalata la difficoltà a concludere l'iter in tempi brevi e la necessità di evitare che tra la cancellazione da un albo provinciale e l'iscrizione nel nuovo ci sia soluzione di continuità. Inoltre si è rilevato che l'attuale procedura informatica è impostata in modo tale che a seguito di variazione della sede legale si provvede all'eliminazione dell'impresa dal REN e alla cancellazione dall'Albo di provenienza, con la conseguente necessità per l'Ufficio competente in relazione alla nuova sede legale di procedere ad una nuova iscrizione nel REN e nell’albo provinciale.
Premesso che il REN è un registro nazionale e che in presenza di variazioni che riguardano solo elementi non determinanti dell'impresa, come è quello del mero spostamento di sede, e nel caso in cui l'identità del soggetto permanga la stessa, il numero assegnato all'autorizzazione per l'esercizio della professione di trasportatore su strada di merci, coincidente con l'iscrizione nel predetto Registro, non va, pe1ianto, modificato.
Al fine di semplificare e rendere omogena la procedura in caso di spostamento della sede legale da una provincia ad un'altra e per evitare inutili duplicazioni di soggetti iscritti al REN, si impartiscono, pertanto, le seguenti istruzioni.
MODALITÀ DI COMUNICAZIONE DELLA NUOVA SEDE LEGALE
Le imprese regolarmente iscritte al REN con lo status "attiva", a seguito del trasferimento della loro sede legale in un Comune di un'altra provincia, sono tenute a richiedere tempestivamente l'aggiornamento dei dati nel REN e nell'Albo dal momento in cui la variazione della sede è stata registrata presso il registro delle imprese tenuto dalla competente Camera di commercio.
La comunicazione di avvenuto trasferimento della sede legale, redatta secondo il modello di cui all'allegato C alla Circolare n. 4/2015 - prot. 14875 del 24 luglio 2015, va inoltrata sia all'Ufficio territorialmente competente prima del trasferimento sia all'Ufficio territorialmente competente per la nuova sede legale.
L'Ufficio territorialmente competente prima della variazione della sede legale, ricevuta la domanda verifica l'avvenuto cambio di sede legale nel registro delle imprese, l'iscrizione dell'impresa nel REN con lo status di "attiva" nonché l'iscrizione nell'Albo con lo status "definitiva" e, solo in caso di verifica positiva, provvede ad avviare con l'apposita nuova procedura informatica il trasferimento di competenza all'Ufficio territorialmente competente per la nuova sede legale, senza cancellare l'impresa dal REN e dall'Albo.
Quest'ultimo Ufficio, ricevuta telematicamente notizia dell'avvenuto cambio di competenze, provvede con l'apposita procedura informatica ad attribuire all'impresa un nuovo numero di iscrizione all'Albo e ad aggiornare nel sistema informatico i dati dell'impresa ( nuovo indirizzo della sede legale, Camera di Commercio di riferimento) ed eventualmente anche quelli relativi al requisito di stabilimento qualora espressamente richiesti dall'impresa nella domanda.
Si ribadisce che il trasferimento della sede legale riguardando, come sopra precisato, il medesimo soggetto giuridico non determina nel REN, in ragione della sua valenza nazionale, una variazione del numero di iscrizione, mentre la variazione del numero di iscrizione nell'Albo si rende necessaria solo per motivi tecnici- informatici.
Il trasferimento delle competenze a gestire un'impresa autorizzata all'esercizio della professione di trasportatore su strada da un ufficio ad un altro non necessita l'avvio di alcun tipo di procedimento volto all'acce1iamento dei requisiti per l'esercizio della professione di trasportatore su strada posseduti dall'impresa. Ciò non toglie, comunque che l'Ufficio territorialmente competente per la nuova sede legale mantiene sempre gli ordinari poteri di controllo nei confronti delle imprese stabilite nel territorio di competenza e, quindi di avviare nei loro confronti procedimenti amministrativi, attinenti la constatata irregolarità di uno o più requisiti di cui al regolamento (CE) n. 1071/2009 o l'irregolare posizione in relazione al versamento delle quote dovute per l' iscrizione all'Albo.
La Divisione 4 della Direzione generale per il trasporto stradale e per l'intermodalità provvederà a comunicare la data della messa in linea della nuova procedura nei termini specificati dalla presente circolare.
(Cons. Elisa Grande)
Quote Albo 2019: chiarimenti sul pagamento tramite bollettino postale
Il Comitato Centrale degli autotrasportatori ha pubblicato sul proprio sito un avviso rivolto agli iscritti che devono ancora pagare la quota ed hanno scelto di farlo per il tramite del bollettino postale.
Per pagare la quota del 2019, infatti, il Comitato Centrale, accanto ai sistemi telematici, ha reintrodotto, per una pressante richiesta proveniente soprattutto dalle imprese minime, anche il bollettino postale, che era stato dismesso pochi anni fa.
Tuttavia, preso atto che si sono manifestate difficoltà da parte degli interessati nella applicazione della procedura, il sito web dell'Albo ha pubblicato, lo scorso 1 marzo, un avviso che riassume e chiarisce alcuni aspetti operativi.
L'avviso si sofferma su tre situazioni che rappresentano il grosso di quelle che hanno causato le suddette difficoltà.
La prima riguarda chi ha generato e stampato il bollettino postale(operazione che bisogna fare dal proprio account nel sito dell'Albo) ma non lo ha ancora pagato.
In questo caso, l'indicazione è semplice: " Devi provvedere al più presto al pagamento presso gli uffici postali", altrimenti "la tua posizione presso l'Albo sarà irregolare".
La seconda riguarda chi ha creato un carrello virtuale e nello stesso tempo generato e stampato il bollettino postale.
In questo caso non bisogna annullare il carrello perché facendolo non sarà più possibile registrare sul sistema il pagamento avvenuto tramite bollettino postale e quindi la posizione risulterà irregolare, anche se l'impresa ha pagato.
Sarà “sufficiente” – spiega l’Avviso dell’Albo” - lasciare il carrello attivo ed effettuare il pagamento presso gli uffici postali.
In caso di errore è sempre possibile procedere con l'annullamento del carrello.
L'importante è non utilizzare il bollettino generato dal carrello errato".
La terza situazione riguarda chi ha creato il carrello virtuale dove ha generato e stampato bollettini postali multipliper il pagamento parziale della quota annuale o per quello di quote riferite a diverse annualità.
In questo caso "è necessario provvedere al pagamento di tutti i bollettini generati affinché anche uno solo di questi risulti pagato".
Insomma, basta non pagarne solo uno per risultare irregolare, con tutte le conseguenze del caso.
Fondo di garanzia per le P.M.I.: al via la riforma, con l'emanazione delle nuove Disposizioni Operative
Il Mediocredito Centrale, mandataria del RTI gestore del Fondo di garanzia perle PMI, informa, tramite la Circolare n. 2 ( allegata a questa news) che dal 15 marzo 2019 entreranno in vigore le nuove Disposizioni Operative ( anch’esse allegate a questa news) che danno attuazione alla riforma del Fondo di garanzia ai sensi del decreto interministeriale del 6 marzo 2017.
Tra le novità della riforma, segnaliamo la ridefinizione delle modalità d’intervento, che vengono articolate in:
Garanzia diretta;
Riassicurazione e controgaranzia;
Applicazione all’intera operatività del Fondo del modello di valutazione basato sulla probabilità di inadempimento delle imprese beneficiarie;
Riorganizzazione delle misure di copertura e di importo massimo garantito;
L’introduzione delle operazioni "a rischio tripartito".
INAIL: un video per aiutare le imprese a fruire della riduzione delle tariffe
Abbiamo dato informazione, nei giorni scorsi, della emanazione del Decreto interministeriale sulle tariffe dei premi Inail per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali che prevede un notevole ribasso dei premi per l'assicurazione dei lavoratori, in capo alle imprese italiane
Ora l'INAIL, sul proprio sito, ha pubblicato un video tutorial con le novità previste dalla revisione delle tariffe dei premi.
Il video - che consigliamo a tutti di vedere per apprendere come procedere a questo sostanziale risparmio - i nostri lettori lo troveranno al seguente indirizzo: https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/multimedia/video-gallery/videogallery-tutorial-tariffedeipremi.html
Caporalato e sfruttamento dei lavoratori: l'INL pubblica un vademecum per la loro immediata identificazione da parte degli Ispettori
L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), con la Circolare n. 5 del 28 febbraio 2019, ha definito le Linee Guida per l’attività di vigilanza su quel particolare sistema di intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori che con l’art. 603 bis del codice penale è stato definito e disciplinato e che è più noto come “caporalato”.
La nuova legge sul “caporalato” ha, lo ricordiamo, stabilito pesantissime sanzioni per queste illecite attività: il reato in questione è infatti punito con la reclusione da 1 a 6 anni e con la multa da 500,00 a 1.000,00 euro per ciascun lavoratore reclutato; le pene sono aumentate in caso di violenza o minaccia (reclusione da 5 a 8 anni e multa da 1.000,00 a 2.000,00 euro sempre per ciascun lavoratore reclutato).
Specifico terreno di elezione di tale reato rimane senza dubbio l’agricoltura e, in particolare, le attività legate alle campagne agricole ed ortofrutticole stagionali, quali la raccolta delle arance e/o dei pomodori, ecc.
Tuttavia, è sempre più frequente imbattersi in situazioni di “caporalato” anche nell’ambito di attività di servizi.
Qui il caporalato è meno “artigianale” e, al posto del classico “caporale” si trovano, sempre più spesso imprese che realizzano forme di intermediazione illecita, utilizzando abbattimenti illeciti dei costi del lavoro a danno dei lavoratori o degli Istituti previdenziali.
Il che, oltre a determinare condizioni di sfruttamento abnorme della manodopera, costituisce anche la condizione di base per sostenere e far crescere quei fenomeni di dumping sociale che, purtroppo, non sono solo caratteristici di strutture pseudoimprenditoriali con base in alcuni Paesi della “nuova Europa” (favorite da legislazioni sociali a dir poco rudimentali), ma tendono sempre più a svilupparsi anche nel nostro Paese, approfittando di carenze storiche nell’attività di vigilanza e contrasto da parte degli Ispettorati territoriali del lavoro ed anche nella scarsissima attenzione, da parte di alcune committenze, a questi aspetti sociali, mentre risultano attentissime a riconrrere il minor costo possibile dei servizi che richiedono ai loro fornitori.
Ora l’INL vuole passare al contrattacco e, con la circolare n. 5 ricorda che:
con l’accusa di intermediazione illecita si debba persegue chiunque recluti manodopera da destinare a terzi in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno,
con l’accusa di sfruttamento lavorativo si debba invece perseguire chiunque utilizzi lavoratori in condizioni di sfruttamento e approfittando anche in questo caso del loro stato di bisogno.
A tal fine l’Ispettorato ha prodotto una sorta di vademecum, allegato alla Circolare, composto da una serie di indicatori che gli Ispettori sul territorio dovranno utilizzare per determinare quando si sia in presenza dei comportamenti riconducibili alle due fattispecie di reato.
L’approfittamento dello stato di bisogno, per l’Ispettorato Nazionale, si configura quando il caporale o l’utilizzatore strumentalizza a proprio favore la situazione di debolezza sociale dei lavoratori.
Lo sfruttamento lavorativo si configura, invece, nel caso di corresponsione, frequente e reiterata, di retribuzioni palesemente difformi dai contratti collettivi (nazionali o territoriali) stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative o comunque sproporzionate rispetto al lavoro prestato.
Ma anche in caso di reiterata violazione delle norme su ferie, riposi e sicurezza e, soprattutto orari di lavoro, che, per tornare al nostro settore, sono stati disciplinati con il D. Lgs. 234/2007, anche per i lavoratori mobili, cosa di cui non ci stanchiamo di sottolineare l’importanza affinché i titolari di imprese di autotrasporto prestino ad essa particolare attenzione, comprendendo che si tratta di questione collegata, ma distinta da quella del rispetto dei tempi di guida di cui al Reg. 561/2006
La circolare dell’INL, infine, ha sottolineato come l’attività investigativa debba essere pianificata con la Procura della Repubblica ed i Carabinieri del Comando per la Tutela del Lavoro e può comportare la possibilità di ricorso alle intercettazioni e la confisca delle cose che servirono o furono destinate alla commissione del delitto e dei proventi da esso derivanti.
art. 603 bis c.p. intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro – attività di vigilanza – Linee guida.
INL.REGISTRO UFFICIALE.USCITA.0000268.28-02-2019
e p.c. Provincia Autonoma di Bolzano Provincia Autonoma di Trento
Si premette che le Linee guida vogliono rappresentare un mero contributo alle attività di indagine svolte dal personale ispettivo che, in ogni caso, dovrà tenere preliminarmente conto delle eventuali diverse indicazioni fornite dalle competenti Procure della Repubblica, sia sugli elementi utili alla configurazione del reato, sia sulle metodologie per l’acquisizione dei relativi elementi di prova.
Elementi costitutivi di entrambe le fattispecie di illecito sono dunque quello dello sfruttamento lavorativo – individuabile anche attraverso l’ausilio di alcuni indici di cui si dirà successivamente – e quello dell’approfittamento dello stato di bisogno.
Quanto all’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori è possibile anzitutto richiamare la giurisprudenza che ha approfondito la nozione, pur relativamente ad altre fattispecie di reato. In particolare, tale elemento rappresenta una delle circostanze aggravanti del reato di usura (art. 644 c.p.) che si realizza quando la condotta illecita è posta in essere “in danno di chi si trova in stato di bisogno”.
Preliminarmente, per quanto riguarda “l’approfittamento”, lo stesso può ritenersi riconducibile alla strumentalizzazione a proprio favore della situazione di debolezza della vittima del reato, per la quale è sufficiente una consapevolezza che una parte abbia dello squilibrio tra le prestazioni contrattuali (v. Cass. civ., sent. n. 1651/2015).
Per quanto concerne lo “stato di bisogno” si ritiene di poter aderire anzitutto a quell’orientamento giurisprudenziale che ha chiarito come “lo «stato di bisogno» della persona offesa (…) non può essere ricondotto ad una situazione di insoddisfazione e di frustrazione derivante dall'impossibilità o difficoltà economica di realizzare qualsivoglia esigenza avvertita come urgente, ma deve essere riconosciuto soltanto quando la persona offesa, pur senza versare in stato di assoluta indigenza, si trovi in una condizione anche provvisoria di effettiva mancanza di mezzi idonei a sopperire ad esigenze definibili come primarie, cioè relative a beni comunemente considerati come essenziali per chiunque” (Cass. pen., sent. n. 4627/2000).
Tale elemento del reato è stato altresì ricondotto ad “una condizione psicologica in cui la persona si trova e per la quale non ha piena libertà di scelta” (Cass. pen., sent. n. 2085/1993) e “non si identifica nel bisogno di lavorare, ma presuppone uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile, che pur non annientando in modo assoluto qualsiasi libertà di scelta, comporta un impellente assillo, tale da compromettere fortemente la libertà contrattuale della persona” (Cass. pen., sent. n. 10795/2016).
Come successivamente chiarito, anche su tale elemento – in quanto imprescindibile ai fini della applicazione dell’art. 603 bis c.p. – dovrà soffermarsi l’attenzione del personale ispettivo, che pertanto dovrà fornire i relativi elementi di prova. L’attività investigativa sarà comunque tanto più semplice da realizzarsi quanto più è evidente lo stato di “debolezza sociale” dei lavoratori, ciò che avviene non di rado in relazione all’impiego di personale straniero spesso extracomunitario.
Ulteriore elemento costitutivo del reato è lo sfruttamento lavorativo. Secondo l’art. 603 bis costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più “condizioni”, da intendersi tuttavia quali condizioni “di lavoro” e non quali elementi condizionanti la sussistenza del reato. Sul punto va infatti evidenziato che le condizioni di cui si dirà di seguito costituiscono meri indici dello sfruttamento, peraltro alternativi, finalizzati ad indirizzare e approfondire gli accertamenti. Si tratta, nello specifico, dei seguenti indici:
la “reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Al riguardo si ritiene utile precisare che la reiterazione va intesa come comportamento reiterato nei confronti di uno o più lavoratori, anche nel caso in cui i percettori di tali retribuzioni non siano sempre gli stessi in ragione di un possibile turn Inoltre, il riferimento ai contratti collettivi è evidentemente da intendersi ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni “comparativamente” più rappresentative, il che costituisce elemento di maggior garanzia per i lavoratori. Ciò anche in ragione del fatto che ogni altra disposizione di legge emanata negli ultimi decenni, che richiede l’applicazione di contratti collettivi a diversi fini, fa espresso riferimento ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni sindacali “comparativamente più rappresentative a livello nazionale” (v. ad es. l’art. 54 bis, comma 16, del D.L. n. 50/2017, secondo il quale nell’ambito del lavoro occasionale in agricoltura “il compenso minimo è pari all'importo della retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata individuata dal contratto collettivo di lavoro stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”; oppure l’art. 7, comma 4, del D.L. n. 248/2007 secondo il quale, nel settore della cooperazione, vanno applicati “i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria”);
la “reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie”; trattasi sostanzialmente della negazione del diritto ai riposi previsti dagli 7 (riposo giornaliero), 9 (riposo settimanale) e 10 (ferie annuali) del D.Lgs. n. 66/2003 e/o del diritto alla aspettativa obbligatoria, cioè del diritto di assentarsi dal lavoro in tutti i casi in cui è obbligatoriamente previsto (ad es. per gravidanza); anche in tal caso il comportamento reiterato, quale indice della sussistenza di una condizione di sfruttamento lavorativo, può ben realizzarsi nei confronti di lavoratori sempre diversi;
la “sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro”; in tal caso, l’indice sarà tanto più significativo quanto più gravi saranno le violazioni di carattere prevenzionistico accertate, mentre avranno evidentemente meno “peso” eventuali violazioni di carattere formale o altre violazioni che non vadano ad incidere in modo diretto sulla salute e sicurezza del lavoratore o la mettano seriamente in Viceversa, violazioni in materia di salute e sicurezza particolarmente gravi potranno dar luogo ad una aggravante specifica (v. infra) che, secondo il comma 4 n. 3 dell’art. 603 bis c.p., si realizza per “aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro”. In relazione a tale indice si evidenzia che, a differenza di quelli esposti in precedenza, non è richiesta la reiterazione;
la “sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti”; in relazione a tale indice occorrerà verificare se la sua sussistenza non integri altresì gli estremi del reato di cui all’art. 600 p. (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù). Ipotesi di condizione lavorativa degradante possono rinvenirsi nelle situazioni di significativo stress lavorativo psico-fisico, ad es. quando il trasporto presso i luoghi di lavoro sia effettuato con veicoli del tutto inadeguati e superando il numero delle persone consentito così da esporli a pericolo; lo svolgimento dell’attività lavorativa avvenga in condizioni metereologiche avverse, senza adeguati dispositivi di protezione individuale; quando sia del tutto esclusa la possibilità di comunicazione tra i lavoratori o altri soggetti; quando siano assenti locali per necessità fisiologiche ecc.. La sorveglianza non è invece da intendersi nel senso letterale della parola, spesso essendo sufficiente una costante presenza fisica del datore di lavoro/fiduciario affinché nel lavoratore si generi il pensiero di essere controllato e quindi di dover produrre al fine di conservare il lavoro.
Si ricorda che, per quanto riguarda alcuni indici di sussistenza dello sfruttamento lavorativo, esiste inoltre un presidio sanzionatorio amministrativo, ad es. in relazione alle violazioni al D.Lgs. n. 66/2003. In tali casi occorrerà adottare evidentemente i relativi provvedimenti ma ciò non comporta la necessità di notificare la sanzione amministrativa prima della comunicazione di reato alla competente Procura della Repubblica – che va inoltrata “senza ritardo” (art. 347 c.p.p.) – atteso che tali adempimenti seguono procedure e tempistiche differenti. Nella notizia di reato sarà sufficiente evidenziare l’accertamento di uno o più indici segnalando allaProcura che gli stessi, qualora sanzionati in via amministrativa, saranno oggetto di separata verbalizzazione e notificazione di illecito.
Si ricorda che l’art. 603 bis c.p. prevede inoltre che “se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato” (comma 2) e che “costituiscono aggravante specifica e comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà:
l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro” (comma 3).
Si ribadisce che l'attività investigativa deve essere pianificata, tranne che nelle ipotesi di arresto in flagranza, con i Magistrati delle competenti Procure della Repubblica ed i Carabinieri del Comando per la tutela del lavoro e deve essere finalizzata a ricostruire l'intera filiera e accertare l'esistenza degli elementi che integrano il reato di cui all’art. 603 bis c.p.; va poi ricordato che rispetto al reato in questione, oltre all’arresto in flagranza, è prevista:
la possibilità di ricorso alle intercettazioni (v. 266 c.p.p.);
la confisca obbligatoria delle “cose che servirono o furono destinate alla commissione del delitto e dei proventi da esso derivanti” (anche per equivalente) in caso di condanna o patteggiamento (v. infra);
la confisca allargata per sproporzione di denaro, beni oltre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui risulti titolare in valore sproporzionato al reddito dichiarato o alla propria attività economica (v. infra).
Nel caso dell'intermediazione illecita, l’accertamento deve essere effettuato sia nei confronti dell’intermediario, sia nei confronti dell’utilizzatore; tuttavia nei confronti di quest’ultimo, secondo l’esperienza maturata, sarà evidentemente più semplice ricercare gli indici di sfruttamento previsti dall’art. 603 bis c.p..
Identificazione dell’intermediario
In riferimento all’attività dell’intermediario occorre in primo luogo procedere ad una sua identificazione attraverso le banche dati a disposizione (C.C.I.A.A. in particolare) per appurare:
se lo stesso opera sotto una ragione sociale ed in caso affermativo qual è l’oggetto dell’impresa;
se dispone di autorizzazioni alla somministrazione o intermediazione di lavoro;
se ha rapporti economici (censiti ufficialmente) con imprenditori operanti nel settore interessato dallo sfruttamento;
se è intestatario di veicoli, verificandone la tipologia e la targa (in particolare nell’ambito dell’agricoltura);
qual è l'attività lavorativa o imprenditoriale (se ve ne è una) ufficialmente
Identificazione dell’utilizzatore e collegamenti con l’intermediario
Nel caso in cui siano acquisiti indizi di una attività di intermediazione illecita si procederà, coinvolgendo i Carabinieri del Comando per la tutela del lavoro, all’accertamento degli utilizzatori presso i quali il personale è inviato e le modalità con cui ciò avviene.
In tale fase, qualora non si sia già proceduto, occorrerà relazionarsi con la competente Procura, anche al fine di ottenere indicazioni sulle modalità di acquisizione degli elementi di prova inerenti la platea degli utilizzatori (ad es. intercettazioni telefoniche e possibile sequestro degli apparati utilizzati nella corrispondenza elettronica per la trascrizione di conversazioni sospette).
L’ulteriore fase investigativa è rappresentata da una attenta attività di osservazione volta ad accertare il collegamento tra l’intermediano e l’utilizzatore, le reali condizioni di lavoro, quelle alloggiative (se ai lavoratori viene fornito alloggio), i metodi di sorveglianza (se le lavorazioni si svolgono all’aperto), il numero di lavoratori reclutati, la loro età ecc
Qualora gli accertamenti già effettuati abbiano consentito l’acquisizione di importanti indizi di colpevolezza, occorre procedere all’effettuazione di perquisizioni e al successivo sequestro di documentazione e dispositivi informatici (con estrazione di copia forense), nonché della c.d. doppia contabilità formata dall’intermediario e dall’utilizzatore.
Contestualmente alle perquisizioni, a seconda dei casi, vanno effettuate delle videoriprese o fotografie all’interno dei locali ove si svolgono le lavorazioni o presso cui i lavoratori sono eventualmente alloggiati, allo scopo di documentare le condizioni di lavoro e di vita.
Occorre quindi acquisire, anche presso gli Istituti previdenziali e le organizzazioni sindacali, elementi utili alla dimostrazione degli indici di sfruttamento previsti in particolare dai n. 1 e 2 del comma 3 dell’art. 603 bis c.p.
Al riguardo va premesso che sono sempre meno i casi che coinvolgono lavoratori stranieri privi di regolare permesso di soggiorno e comunque lavoratori, siano essi italiani o stranieri, privi di regolare assunzione. L’evoluzione del fenomeno si caratterizza infatti per una apparente legalità, tant’è che in alcuni casi esiste addirittura un contratto di somministrazione di lavoro con un somministratore fornito di autorizzazione e ai lavoratori è consegnato un prospetto paga da cui si evince un apparente rispetto di orari e trattamento economico previsti dalla contrattazione collettiva. Può dunque accadere che il datore di lavoro abbia predisposto documentazione amministrativa e contabile tale da fornire una rappresentazione del rapporto di lavoro notevolmente diversa dal suo effettivo svolgimento. A titolo esemplificativo, pertanto, le ore effettivamente lavorate e la retribuzione effettivamente percepita potrebbero essere assolutamente diverse da quelle documentate e non si possono escludere casi in cui i pagamenti siano tracciati (ad es. attraverso bonifico) e il lavoratore sia costretto a restituire una parte della retribuzione; in tali ipotesi, sarà evidentemente necessario verificare anche la sussistenza del reato di cui all’art. 629 c.p. (estorsione).
L’audizione dei soggetti sottoposti alle indagini, nell’immediatezza dell’accesso sul luogo di lavoro, avviene di norma ai sensi dell’art. 350, comma 7, c.p.p. sotto forma di dichiarazioni spontanee. Un vero e proprio interrogatorio dell’indagato avviene invece nella fase di svolgimento delle indagini preliminari, uno dei principali momenti in cui si concretizza il coordinamento fra la Procura e la Polizia giudiziaria. In tale occasione, solitamente, il Procuratore formula un addebito a carico dell’indagato, invitandolo a presentarsi per rendere l’interrogatorio ai sensi dell’art. 375 c.p.p. ed eventualmente delegando la P.G. al suo svolgimento.
Proprio in tale contesto potrà quindi essere sollecitata la collaborazione dell’indagato, al fine di chiarire anche la posizione di altri soggetti, ricordando quanto previsto dall’art. 600 septies 1 e dall’art. 603 bis 1, c.p.. Il primo prevede una diminuzione di pena “nei confronti del concorrente che si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura dei concorrenti”. La seconda disposizione prevede una diminuzione di pena “nei confronti di chi, nel rendere dichiarazioni su quanto a sua conoscenza, si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura dei concorrenti o per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.
Risulta naturalmente fondamentale l’audizione dei lavoratori coinvolti, dai quali è necessario acquisire non solo delle “sommarie informazioni” circa la propria attività, ma ogni notizia utile a comprovare sia la condizione di sfruttamento sia lo stato di bisogno, sebbene ciò non sia sempre agevole in quanto spesso soggetti a forme di intimidazione da parte dell’intermediario e/o del datore di lavoro.
A tal riguardo, qualora si tratti di personale extracomunitario privo di permesso di soggiorno, è opportuno ricordare loro alcune disposizioni di favore previste dall’ordinamento. In particolare l’art. 18 del D.Lgs. n. 286/1998 prevede il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno “per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale” che, peraltro, “consente l’accesso ai servizi assistenziali e allo studio, nonché l’iscrizione nelle liste di collocamento e lo svolgimento di lavoro subordinato, fatti salvi i requisiti minimi di età”. Analogamente l’art. 22, comma 12 quater, del medesimo decreto stabilisce che “nelle ipotesi di particolare sfruttamento lavorativo di cui al comma 12-bis” – che a sua volta richiama anche l’art. 603 bis c.p. – “è rilasciato dal Questore, su proposta o con il parere favorevole del procuratore della Repubblica, allo straniero che abbia presentato denuncia e cooperi nel procedimento penale instaurato nei confronti del datore di lavoro, un permesso di soggiorno”; anche tale documento, “consente lo svolgimento di attività lavorativa e può essere convertito, alla scadenza, in permesso di soggiorno per lavoro subordinato o autonomo” (art. 22, comma 12 sexies, D.Lgs. n. 286/1998).
Proprio in ragione della particolare vulnerabilità dei soggetti vittime del reato di cui all’art. 603 bis c.p., possono trovare applicazione alcuni istituti processuali che appare utile ricordare:
incidente probatorio ex 392, comma 1 bis, c.p.p.;
parte offesa risentita in dibattimento ex 190 bis c.p.p. solo su fatti diversi dall’incidente probatorio;
audizione protetta in dibattimento ex 498 c.p.p.;
audizione protetta in incidente probatorio ex 398, comma 5, c.p.p.;
possibilità di ricorrere all’ausilio di esperto (psicologo) per l’esame.
Occorre altresì evidenziare alcune cautele da adottare nel caso in cui il lavoratore intervistato sia uno straniero privo di regolare permesso di soggiorno, ciò al fine di non vanificare il successivo sviluppo processuale della attività di indagine. Va infatti ricordato che, in tali casi, lo stesso lavoratore è imputabile ai sensi dell’art. 10 bis del D.Lgs. n. 286/1998, secondo il quale “salvo che il fatto costituisca più grave reato, lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico nonché di quelle di cui all’articolo 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68, è punito con l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro”. Ne deriva che la sua audizione debba essere preceduta:
dall’avviso al difensore di ufficio / di fiducia;
dall’avviso ex 64, comma 3 lett. b) e c), c.p.p. (facoltà di non rispondere ad alcuna domanda; in caso di dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l’ufficio di testimone).
Quanto alle domande da sottoporre ai lavoratori coinvolti occorre evidenziare la necessità di sottoporre domande specifiche, evitando domande che possano nuocere alla sincerità della risposta o che tendano a suggerirla. Per quanto concerne la verbalizzazione, la stessa riguarderà sia la domanda che la risposta per esteso, evitando pertanto la formulazione “ADR” (a domanda risponde).
In allegato (ALL. 1) è riportata una griglia di massima di domande da sottoporre alle vittime del reato di cui all’art. 603 bis c.p., evidentemente da selezionare in base al caso concreto e finalizzate alla acquisizione degli elementi costitutivi della fattispecie.
È bene porre attenzione alle condotte di soggetti terzi che abbiano consentito o agevolato la realizzazione del reato di cui all’art. 603 bis c.p., pur non qualificabili espressamente come intermediari.
Come già rappresentato, lo sfruttamento del lavoro può realizzarsi anche nell’ambito di rapporti commerciali tra imprese, in particolare nell’ambito di una prestazione di servizi oggetto di un contratto di appalto, laddove l’impresa appaltatrice, nel garantire forti risparmi ai committenti, approfitti dello stato di bisogno dei lavoratori abbattendo considerevolmente i costi del lavoro attraverso la corresponsione di retribuzioni “in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. In tale contesto andrà ad esempio valutato il comportamento del personale incaricato dalla società appaltatrice di offrire i servizi ai futuri committenti sottoscrivendo i relativi preventivi, il quale potrà rendersi anch’esso responsabile di un comportamento penalmente rilevante.
Le indagini andranno estese anche alle imprese (indipendentemente dal possesso della personalità giuridica) utilizzate come mezzo per la consumazione dei delitti in questione, considerato che le condotte di cui all’art. 603 bis c.p. sono valutate anche ai fini della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.
È sempre necessario effettuare un calcolo, anche approssimativo, dei guadagni ottenuti dall’intermediario in forza di quanto corrisposto dagli utilizzatori (e talvolta dai lavoratori stessi) e di quelli ottenuti dagli utilizzatori a seguito del mancato o ridotto versamento di retribuzione, contribuzione ed imposte sui rapporti di lavoro.
Tali somme dovranno essere sequestrate, a fine di confisca, ai responsabili dei reati anche ai sensi dell’art. 603 bis 2 c.p. quale profitto del reato; dovranno inoltre essere cercati, in assenza di denaro liquido, anche beni di pari importo, considerato che tale disposizione consente la confisca per equivalente.
A tale ultimo fine dovranno essere eseguite accurate indagini patrimoniali sui redditi e sulla consistenza del patrimonio delle persone indagate e delle imprese da loro amministrate. I relativi risultati saranno infatti utili sia per l’esecuzione del sequestro per equivalente di cui all’art. 603 bis 2 c.p., sia per l’esecuzione del sequestro preventivo finalizzato all’esecuzione della confisca di cui all’art. 240 bis c.p. (confisca in casi particolari).
Nel momento della conclusione delle indagini, sarà comunque necessario preservare da eventuali atti di danneggiamento i beni aziendali per consentire l’eventuale applicazione dell’art. 3 della L. n. 199/2016, secondo il quale “il giudice dispone, in luogo del sequestro, il controllo giudiziario dell’azienda presso cui è stato commesso il reato, qualora l’interruzione dell’attività imprenditoriale possa comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o compromettere il valore economico del complesso aziendale. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 321 e seguenti del codice di procedura penale”.
In tali casi il Legislatore richiede al Giudice di nominare un amministratore (o anche più di uno) il quale “affianca l’imprenditore nella gestione dell’azienda ed autorizza lo svolgimento degli atti di amministrazione utili all’impresa” e “controlla il rispetto delle norme e delle condizioni lavorative la cui violazione costituisce, ai sensi dell’articolo 603-bis del codice penale, indice di sfruttamento lavorativo, procede alla regolarizzazione dei lavoratori che al momento dell’avvio del procedimento per i reati previsti dall’articolo 603 bis prestavano la propria attività lavorativa in assenza di un regolare contratto e, al fine di impedire che le violazioni si ripetano, adotta adeguate misure anche in difformità da quelle proposte dall’imprenditore o dal gestore”.
Spagna: dal 21/02 la sosta di 45 ore in cabina non vale come riposo settimanale
Avevamo dato notizia, nei mesi scorsi, della decisione del Governo Spagnolo - alla luce della interpretazione data dalla Corte di giustizia Europea sulla corretta attuazione della norme sul riposo contenuta nel Regolamento CE 561/2006 – di emanare un provvedimento che sanzionasse il riposo settimanale regolare (quello, per intenderci, di 45 ore) qualora tale riposo fosse preso in cabina.
Come si ricorderà, la decisione della Corte aveva determinato anche in Italia la necessità di una precisazione circa l’illiceità della pratica, cosa avvenuta con la Circolare del Ministero dell’Interno dello scorso 30 aprile 2018 che aveva appunto ricordato che, ove preso in cabina, il riposo regolare non può essere considerato tale e, quindi, il conducente risulterà scoperto e il riposo come non goduto.
Ora, in Spagna, è stata pubblicata la normativa che, riformando il Regolamento di attuazione della Legge di ordinamento del Trasporto terrestre, ha introdotto un ulteriore paragrafo al comma 28.5, prevedendo, appunto, che il riposo settimanale regolare goduto in cabina non si considererà come riposo.
La norma è entrata in vigore lo scorso 21 febbraio.
Le conseguenze sono che, quando il “buco” nel tempo necessario all’effettuazione del riposo settimanale determinato dalla non considerazione come tale di quello svolto in cabina, supererà le 9 ore, il conducente si vedrà affibbiare una sanzione di 2.000 euro, che potrà progressivamente ridursi fino a 200 euro nel caso il “buco” si riduca a meno di 3 ore.
ALBO AUTOTRASPORTO, partita la grande pulizia: con 4 Avvisi il C.C. avvia il procedimento di cancellazione di oltre 22.000 imprese
Tanto tuonò che, finalmente, piovve.
Dopo essersi cimentato, nei mesi scorsi, in alcune limitate operazioni di pulizia delle incrostazioni che il quarantennio trascorso dalla sua istituzione ha determinato e che hanno portato ad un database di oltre 100.000 imprese, ora il Comitato Centrale decide, finalmente, di mirare al bersaglio grosso.
La apposita Commissione Regolarità del Comitato, infatti, ha dato il via alla prima sostanziosa tranche della pulizia: 4 Avvisi di avvio del procedimento di cancellazione che, ove tutto fili liscio, consentiranno di eliminare dall’elenco degli iscritti (perché in moltissimi casi solo di questo si tratta) oltre 22.000 posizioni.