Source: http://www.didaweb.net/mediatori/articolo.php?id_vol=694
Timestamp: 2018-04-23 17:13:44+00:00
Document Index: 171356894

Matched Legal Cases: ['art.51', 'in fine', 'art.3', 'art.117', 'art 13', 'art 141', 'art 2', 'art 23', 'art 13', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18']

Mediatori culturali - SHADOW REPORT - Rapporto ombra alternativo a quello del governo italiano sulla attuazione della Piattaforma di Pechino in Italia
Il presente documento, definito SHADOW REPORT, in quanto alternativo a quello del governo italiano sulla attuazione della Piattaforma di Pechino in Italia, è stato elaborato in seguito a una decisione assunta dall’Assemblea convocata su questo tema il 2 ottobre 2004 presso la Casa Internazionale delle Donne a Roma.
L’Assemblea era stata promossa da: Arcidonna, Candelaria, Casa Internazionale delle donne, Caucus delle donne-Comitato romano, Cooperativa Generi e Generazioni, Coordinamento italiano della Lobby europea delle donne, Paese delle donne, Associazione Zora Neale Huston, "con l’obiettivo di dar vita a un Rapporto ‘OMBRA’ sulla situazione italiana e su quella mondiale, vista con gli occhi delle donne italiane".
Stiamo diffondendo il presente documento affinché possa essere sottoscritto dal massimo numero di donne e di associazioni femminili e femministe. Corredato quindi da autorevoli e rappresentative firme, sarà inviato alla Commission on the Status of Women (CSW) in relazione alle iniziative Onu ( New York, Marzo 2005) sulla applicazione della Piattaforma di Pechino a 10 anni dalla Conferenza. Lo inviamo intanto, con una prima serie di sottoscrizioni, alla Commissione incaricata del monitoraggio e dell’assemblea preparatoria per le regioni dell’Europa e del Nord America (Ginevra 14/15 dicembre) e alla conferenza immediatamente precedente delle ONG (Ginevra, 12/13 dicembre).
Questo "Shadow Report" si compone di una premessa di carattere internazionale, di una prima parte di analisi critica su alcune scelte politiche del governo italiano e di una seconda parte che affronta i temi scelti come principali dalla Conferenza delle NGO di Ginevra: Women in the Economy, Institutional Mechanisms to Promote Gender Equality, Trafficking of Women in the Context of Migratory Movements.
SULLA SITUAZIONE ITALIANA A 10 ANNI DALLA CONFERENZA ONU SULLE DONNE (PECHINO, 1995)
"La difficile situazione nazionale e internazionale non è riuscita a farci dimenticare le idee delle donne su una nuova possibile convivenza globale, emerse nel Forum e nella IV Conferenza ONU sulle donne di Pechino nel 1995. Infatti, nonostante gli anni duemila abbiano distrutto molta parte delle speranze emerse nel corso degli anni novanta, quelle idee risultano tuttora valide e degne di essere realizzate e migliorate, soprattutto se vogliamo porre una fine al regime di odio e paura che sembra essersi impossessato del nostro pianeta. Non si può infatti trascurare il fatto che gli eventi accaduti negli ultimi tre anni, dalla caduta delle Twin Towers alle guerra dell'Afghanistan e dell'Iraq, alle ripetute stragi terroristiche degli ultimi mesi, hanno mutato radicalmente lo scenario mondiale, trasformando in ‘guerra di civiltà, quella che negli anni novanta chiamavamo globalizzazione. Infatti, il mutamento delle forme della politica internazionale ha costretto molte di noi, in poco tempo, ad avere una nuova consapevolezza dei diversi livelli in cui ‘si fa politica’ anche in un paese come l'Italia". Situazione non facile poiché la consapevolezza politica, di cui parlava il testo d'invito all’Assemblea del 2 ottobre, è un dato contraddittorio. Infatti oggi, a differenza degli anni 90, il movimento femminista transnazionale si presenta in maniera segmentata e differenziata e non riesce a far percepire i collegamenti e gli incroci tra la soggettività femminile e il governo del mondo. I Social Forum Mondiali spesso usufruiscono degli interventi delle donne - da Arundati Roy a Vandana Shiva a Shirin Ebadi – ma le più famose appaiono avulse da un contesto politico di relazioni internazionali tra donne. Non è quindi incomprensibile come anche all’interno delle Nazioni unite, che dal canto loro stanno subendo una necessaria trasformazione, le donne stiano attraversando un periodo molto complesso, che penalizza il percorso del "Pechino + 10", cioè la verifica internazionale dell'applicazione della Piattaforma di Pechino nelle diverse regioni del mondo. In questo contesto di assenza di un movimento femminista transnazionale, e di difficoltà delle strategie promosse dalle donne, che erano state sviluppate all’interno delle istituzioni globali nel decennio precedente, occorre far sentire la voce autonoma delle donne ai vari livelli in cui si determinano le regole della convivenza nel nostro pianeta . A partire dai negoziati per il governo del territorio, fino alla discussione sui modelli di Welfare necessari alla nostra contemporaneità, che sappiano affrontare temi quali le migrazioni, le nuove reti di solidarietà globale e le nuove forme di cooperazione tra Nord e Sud del mondo. Anche se la guerra è tornata ad assumere una legittimazione come strumento di governo del mondo e ci fa vedere le donne come copie senza anima di una umanità priva di senso: al tempo stesso aguzzine e vittime di violenza, soldatesse e crocerossine dedite ai bambini e all'assistenza. Anche se in Italia membri del Governo in carica insistono nel considerare le donne un oggetto di tutela, relegandole all’interno di una famiglia che rivorrebbero patriarcale. Noi donne italiane, noi femministe abbiamo voluto essere presenti nel contesto internazionale non solo per denunciare le menzogne di un governo del mondo iniquo. Siamo consapevoli che il passaggio di civiltà che il pianeta ha dinanzi non potrà fare a meno di una gestione dei conflitti basata sulla non violenza, del dialogo tra le infinite differenze che donne e uomini di luoghi e generazioni diverse incarnano, ma soprattutto non potrà fare a meno del pensiero critico della nostra differenza sessuale.
Tutte le più recenti analisi statistiche (Cfr.Istat-2004 "Come cambia la vita delle donne") confermano la crescita della soggettività delle donne italiane, che sempre più si affermano in tutti i campi della vita sociale e culturale, anche se, dal punto di vista delle condizioni materiali di vita, si registrano forti peggioramenti, le cui cause vanno ricercate nelle culture e nelle politiche dell'attuale governo. Il Documento del governo sulla applicazione della Piattaforma di Pechino in Italia, invece, evita ogni riferimento alla realtà delle donne nel nostro paese e si limita a un elenco di leggi e provvedimenti che riguardano sostanzialmente l'attività del precedente governo di centrosinistra - che però non viene neppure nominato. Tra questi, la Direttiva Prodi Finocchiaro del 1997, la legge 125/1991 e il D.L.196/2000 sulle consigliere di parità, la legge sulla conciliazione tra lavoro e famiglia n° 53/2000 e il Testo unico sulla maternità e sulla paternità. Probabilmente vi è un grande imbarazzo da parte delle istituzioni nazionali, poiché vi è una sorta di rimosso rispetto al ruolo politico delle donne. In riferimento al mainstreaming delle tematiche di genere nelle istituzioni, infatti, il rapporto, della cui stesura la Ministra per le pari opportunità è la prima responsabile, non dice nulla. Non parla delle politiche considerate positive da questa maggioranza, né tantomeno si citano quelle a nostro avviso molto negative, portate avanti da altri ministri di questo stesso governo, come se la cosa non riguardasse la Ministra per le pari opportunità.
Non esiste neppure un riferimento alla legge Bossi-Fini: mentre si sostiene l’impegno a svolgere politiche antidiscriminatorie, non si dice che questa legge colpisce gravemente i diritti delle donne immigrate ed i suoi effetti danneggiano irreparabilmente l’attività di quante/i lavorano da anni contro la tratta della prostituzione.
Non si fa riferimento al Libro bianco sul welfare, che contiene alcune affermazioni pericolose per la libera scelta delle donne, come quella sul "baratro demografico" italiano da cui deriverebbe la necessità di incentivare la natalità attraverso una politica demografica fatta sopra le teste e i corpi delle donne. Non viene citata la legge sulla fecondazione assistita, in cui per la prima volta , dopo l’approvazione della legge sull’aborto nel 1977, si torna a parlare dell’embrione come di un individuo dotato dei diritti di cittadinanza a scapito del corpo delle donne. Quella legge infatti segna il culmine di una mancanza di considerazione del protagonismo delle donne sui temi della convivenza civile e della maternità. Essa è costantemente oggetto di importanti critiche, espresse in primo luogo dai movimenti delle donne, ma anche da vari ambienti, laici e religiosi. Il fatto che la legge determini discriminazioni tra le donne, sia gravemente lesiva della loro salute, e soffochi la libertà di ricerca è inaccettabile poiché fa dell’Italia un paese di retroguardia nel contesto europeo.
In modo analogo vanno le cosiddette riforme di questo Governo realizzate nel campo della Pubblica Istruzione e del Lavoro. Per quanto riguarda la Pubblica Istruzione le riforme del Ministro Letizia Moratti in materia sia di scuola che di università, sono destinate a penalizzare le giovani generazioni, ragazzi e ragazze . Infatti a causa dell’anticipo dell'età di scelta dell'indirizzo di studi o di formazione professionale, non sono liberi di scegliere in base ai propri desideri e risentono in misura maggiore dell’influenza della famiglia. Per quanto riguarda il prolungamento della precarietà per l'accesso all'insegnamento universitario, la popolazione femminile soprattutto ne è molto colpita, poiché questo settore è tradizionalmente importante per l’impiego femminile. Per ultimo i tagli alla scuola a tempo pieno hanno comportato enormi problemi, in particolare alle donne che lavorano.
Nelle politiche del governo italiano l'approccio di gender mainstreaming è pressoché assente.
Nonostante sia stato puntualmente fatto presente da parte delle donne dei sindacati come l'insieme dei provvedimenti sopraelencati abbiano effetti negativi sulle lavoratrici, il Ministro non ha esercitato alcun ruolo di mainstreaming, ma anche le istanze parlamentari hanno trascurato di essere presenti in questo campo.
Sebbene il regolamento dei Fondi strutturali dell'U.E. richieda che si integrino l'ottica di genere e le pari opportunità tra uomini e donne trasversalmente in tutta la programmazione 2000-2006, l'implementazione italiana è a dir poco carente, nonostante l’impegno di molte Regioni. Dagli esiti dell'applicazione della politica di pari opportunità e del mainstreaming di genere negli interventi FSE 2000-03 (analisi dei risultati della valutazione di mid term) si evince che le pari opportunità tra uomini e donne sono state trattate sostanzialmente solo nei progetti finanziati nell'asse specifico E (il 10% di cui il Review governativo si vanta) , mentre, tra i beneficiari dei progetti finanziati negli altri assi, le donne risultano svantaggiate sia a livello quantitativo che a livello qualitativo: sono in numero inferiore agli uomini; le donne sono state destinatarie soprattutto di azioni di formazione di base e pochissimo di Alta Formazione; le azioni di formazione di base spesso non sono state unite a misure di accompagnamento adeguate, o non sono state esse stesse adeguate alla domanda di lavoro per cui si registra un alto tasso di abbandoni da parte delle beneficiarie.
Questa disattenzione alla tematica del Gender Mainstreaming ha causato danni più evidenti nelle relazioni internazionali . In quel contesto infatti gli anni immediatamente successivi a Pechino avevano fatto registrare notevoli miglioramenti. Tali miglioramenti erano visibili sia nel contesto istituzionale, in particolare nell’allargamento della presenza in sede Nazioni unite su tematiche specifiche come quelle della tratta, della violenza e della salute, e nella cooperazione allo sviluppo che era stata molto attiva per quanto riguarda la condizione delle donne in situazioni di conflitto.
Attualmente l’incapacità da parte del Dipartimento delle Pari Opportunità di dialogare con le istituzioni della politica estera e con la società civile sulle tematiche che riguardano il contesto della globalizzazione rende più difficile mantenere vive le buone esperienze avviate, soprattutto nel campo della cooperazione allo sviluppo. I programmi istituzionali di cooperazione allo sviluppo dedicati alle donne, sono infatti diminuiti a favore delle azioni a sostegno dei minori e c’è una tendenza da parte della Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo a confondere le giovani donne nella categoria neutra di minori. Questa tendenza sottrae di fatto peso specifico alle analisi e alle strategie definite nell’ambito della Piattaforma di Pechino e costituisce un forte impedimento per l’Italia a continuare con coerenza l’azione avviata in sede multilaterale. L’unica prospettiva positiva deriva dalle amministrazioni locali e regionali, che in alcuni casi sono molto interessate alla valorizzazione delle esperienze delle donne sul loro territorio, e intervengono a sostegno delle donne vittime di violenza e soprattutto nelle aree del Bacino Mediterraneo, dove lo scambio di esperienze è reso più facile dalla vicinanza territoriale. Non esistono ancora tuttavia linee guida a favore delle donne nel settore della Cooperazione Decentrata.
A una crescita dell'occupazione femminile, della presenza femminile nel mercato del lavoro, nell'istruzione - in particolare a livello universitario, anche se non ancora sufficiente nelle facoltà scientifiche-tecnologiche - della partecipazione alle attività culturali; a una crescita contestuale delle contraddizioni - al conseguimento di capacità professionali non corrisponde un adeguato inserimento nel mondo del lavoro; permangono squilibri nelle carriere e nelle retribuzioni, la crescita dell'occupazione femminile è concentrata soprattutto nel Centro-Nord - non corrispondono reali politiche di sostegno da parte del governo, né un adeguato intervento rispetto alle contraddizioni segnalate. Anzi, l’allarme sulla denatalità e le ridicole politiche che ne conseguono (bonus per il secondo figlio), se da una parte confliggono con la nuova libertà e soggettività femminile, dall’altra tendono a risospingerla indietro, ai vecchi ruoli familiari, a sovraccaricarla di tutte le responsabilità del lavoro di cura. Non vi sono politiche infatti volte a corresponsabilizzare donne e uomini: gli asili aziendali riguardano solo le lavoratrici madri e le esigenze delle aziende, non le responsabilità della coppia né la crescita educativa dei bambini. La percentuale dei lavoratori padri che richiedono i congedi parentali per attività di cura supera di poco l’1%, e inoltre riguarda periodi limitati di astensione dal lavoro e purché sia garantita la massima retribuzione possibile.
Non sono state messe in atto politiche tese a determinare quelle condizioni di lavoro, di reddito e di servizi che possono permettere alle giovani di costruire liberamente il proprio percorso di vita; vengono perseguite invece politiche ideologiche che considerano la famiglia tradizionale quale attore sociale primario nella programmazione delle politiche sociali. La famiglia è vista cioè come puro destinatario di agevolazioni fiscali, trasferimenti monetari, facilitazioni all’acquisto della casa in una logica del tutto assistenziale, in cui scompare la soggettività e l’autonomia dei singoli in quanto persone titolari di diritti individuali esigibili.
Negli ultimi 5 anni si è avuto un aumento di un milione e 622 mila posti di lavoro, di cui due terzi sono andati alle donne, accompagnato da un'importante crescita dell'istruzione femminile - in particolare a livello universitario, anche se non ancora sufficiente nelle facoltà scientifichetecnologiche – e della preparazione professionale delle donne, che a tutti i livelli si rivelano le vere protagoniste della più generale qualificazione delle competenze registrata negli ultimi anni. Le donne sono più istruite degli uomini, meglio formate, e tuttavia meno riconosciute sia nelle qualifiche che nelle retribuzioni (con stipendi che arrivano ad essere inferiori fino al 35% rispetto a quelle degli uomini soprattutto nelle qualifiche più alte).
Va anche sottolineato che la crescita dell'occupazione femminile è concentrata soprattutto nel Centro-Nord, dove si registra un tasso di occupazione del 51,5 %, mentre al Sud si attesta al 27,1%.
Il tasso di disoccupazione è del 6,5% al Centro-Nord e del 25,3% al Sud. Permangono i fenomeni di abbandono del lavoro dopo il primo figlio ( da un'indagine Istat del 2003 su un campione di 50.000 neomamme, il 20% ha abbandonato il lavoro dopo la nascita del bambino) e si moltiplicano le imposizioni da parte dei datori di lavoro alle giovani assunte di rinunciare dichiaratamente alla maternità.
L'occupazione femminile è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di Lisbona, ma il modello di società proposto attualmente assegna alle sole donne il lavoro di cura nella famiglia (che rimane per il Governo quella fondata sul matrimonio, anche se di fatto aumentano le convivenze, le separazioni e i divorzi). Alle donne si offrono forme di lavoro sempre più atipiche da sconfinare nella precarietà e la conciliazione fra tempi di vita e tempi di lavoro diventa sempre più difficile, se non impossibile. Da un'indagine ISTAT risulta che tuttora il 52,4% delle donne occupate e con un figli in età inferiore a 5 anni dichiara di lavorare più di 60 ore settimanalisommando il lavoro familiare e quello professionale, contro 21,7% degli uomini nella stessa condizione. La condivisione dei lavori di cura all'interno della coppia è invece il presupposto culturale indispensabile se si vuole arrivare all'affermazione di una diversa qualità del lavoro e della vita e di una reale parità fra uomini e donne in tutti i campi della vita sociale, dal lavoro alla rappresentanza nei luoghi elettivi delle istituzioni. E' del tutto evidente, infatti, che se la cura, sia degli anziani, sia dei bambini, rimane solo in capo alla donna, la parità nel mondo del lavoro non si otterrà mai.
Comunque, il disegno che si è cercato di portare avanti nella precedente legislatura per una parità reale fra uomini e donne nel mercato del lavoro e nella società registra oggi una preoccupante battuta di arresto, essendo cambiati, come abbiamo già detto, i presupposti culturali delle politiche dell'attuale governo. Anche il "libro bianco" del Ministro del Welfare lo comprova: esso sembra prestare grande attenzione all'incremento dell'occupazione femminile e al tema delle pari opportunità fra uomini e donne, che cita in abbondanza in tutti i capitoli, ma per rilanciare il tema dei provvedimenti da prendere per facilitare la conciliazione fra lavoro e famiglia, ribadisce l'impegno del Governo a promuovere " politiche sociali di sostegno alle donne sposate che lavorano per dare loro la possibilità di meglio conciliare l'attività lavorativa con gli impegni familiari". Per quanto riguarda il prelievo fiscale sui redditi di lavoro asserisce di seguito che va prestata particolare attenzione, affinché non disincentivi "il lavoro femminile anche quando aggiuntivo all'interno di un dato nucleo familiare". Anche qui evidentemente con - quell'aggiuntivo - si ripropone il modello sociale per cui il lavoro della donna ha un valore inferiore a quello del marito.
Quello che il Governo propone non riguarda solo il mercato del lavoro, ma l'introduzione di una cultura dove le persone, il lavoro diventano "merce"; si sostanzia in tal modo quell'operazione delineata nel Libro Bianco, che trova conferma non solo nella riduzione delle tutele per trovare e per vivere serenamente il lavoro, ma nella più ampia strategia di attacco alla dimensione dei diritti e della cittadinanza. Vi sono una sistematicità e una coerenza di fondo che legano il decreto attuativo della legge 30/2003 sulla riforma del mercato del lavoro, la legge 30/2002 ( 189/2002) Bossi-Fini sull'immigrazione, la riforma della scuola e dell'università della Ministra Moratti, la proposta di riforma fiscale e la controriforma previdenziale, l'attacco al welfare nazionale e locale.
E' l'egoismo sociale, è un'idea di competizione povera e al contempo selvaggia, è il principio del superamento di ogni corpo democratico intermedio a partire dal Sindacato Confederale.
La relazione di accompagno della legge 30/2003 (legge Biagi) la definisce come "una legge per l'inclusione sociale delle donne". Vi si afferma inoltre che "l'adozione di misure che agevolano l'accesso al lavoro a tempo parziale e ad altri contratti a orario modulato rappresenta una importante strategia di azioni positive finalizzate, attraverso la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, alla lotta contro le discriminazioni indirette nei confronti delle donne". Si ribadisce quindi che part time e orari di lavoro anomali sono soprattutto adatti alle donne occupate con impegni familiari, avvalorando così una realtà in cui queste forme di orario determinano una segregazione femminile, precaria e senza prospettive. Il 17,3% delle donne occupate lavora a part-time (3,2% invece è la percentuale degli uomini). Il 30% dichiara di farlo per scelta, soprattutto per conciliare lavoro e famiglia, il 27,1% per impossibilità di trovare un lavoro a full time (42,3% per gli uomini).
Anche nel lavoro a tempo determinato le lavoratrici prevalgono (12,2% di donne contro l'8,2% di uomini). Anche qui è elevato il tasso di "non scelta" pari al 40,8%. Vi è inoltre un aumento considerevole delle occupate in orari non standard ( dal 1993 al 2003 l'incremento è stato del 16,9%, mentre per gli uomini si registra un decremento del 3,1%9 ).
Altra forma di contratto "innovativa" è il lavoro ripartito , conosciuto anche con il termine "job sharing". Esso prevede che si può lavorare in coppia sulla base di un unico rapporto di lavoro.
Ciascun lavoratore stabilisce con l'altro la quantità di lavoro che svolgerà, e sarà retribuito in conseguenza. Il testo non cita la maternità: sarà una dimenticanza o in quel caso si applica la legge integralmente per entrambi?
Il venir meno della disponibilità di uno dei lavoratori a proseguire il rapporto determina automaticamente il licenziamento anche dell'altro, a meno che il datore di lavoro offra al lavoratore rimasto di restare in azienda con un "normale" rapporto di lavoro, anche a part-time.
L'impedimento di entrambi i lavoratori autorizza il datore di lavoro a sciogliere il vincolo contrattuale per entrambi.
E' previsto che la totalizzazione (cumulo) dei contributi sia possibile anche per coloro che raggiungono il diritto alla pensione nel singolo fondo, gestione o cassa previdenziale, solo se si hanno almeno 65 anni di età o si raggiungano i 40 anni di contribuzione, indipendentemente dall'età anagrafica, e semprechè ogni periodo contributivo versato presso ogni singolo fondo sia stato di durata almeno pari a 5 anni La norma è penalizzante per le lavoratrici, che maturando il diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni, dovrebbero comunque attendere i 65 per poter usufruire della totalizzazione e quindi per poter percepire un unico trattamento di pensione, corrispondente al cumulo di tutti i periodi contributivi versati o accreditati. La norma dovrebbe essere modificata facendo riferimento per il diritto alla totalizzazione al raggiungimento dell'età pensionabile prevista nel sistema pubblico obbligatorio.
La legge Bossi-Fini ha introdotto modifiche restrittive alcune delle più importanti riguardano la possibilità di ingresso e permesso di soggiorno per lavoro solo a seguito di un contratto di soggiorno per lavoro e, in caso di perdita di lavoro, la possibilità di iscrizione nelle liste di collocamento per sei mesi. Il ricongiungimento familiare ha subito importanti restrizioni in particolare nel caso dell’ ingresso dei genitori e figli maggiorenni. Pur avendo parità di trattamento in ambito previdenziale, sono penalizzate in caso di prestazioni di natura non contributiva, ovvero le prestazioni assistenziali ( assegni di maternità e invalidità civile , ad esempio, solo con carta di soggiorno) .
Questi aspetti evidenziano come oggi le donne regolari in Italia siano in una condizione di precarietà e disagio. Il testo unico sull’immigrazione del 1998 aveva lo scopo di affermare quei diritti di cittadinanza sociale che devono essere l’obiettivo di una seria politica dell’immigrazione in Italia; con la Bossi Fini si è tornati indietro perché quei diritti non sono garantiti come lo erano in precedenza.
Per quanto riguarda le donne richiedenti asilo in Italia, le rifugiate, sono penalizzate dalla mancanza di una legge organica sul diritto di asilo. Inoltre, in occorre ricordare che l‘Italia insieme alla maggiore parte dei paesi Ue non ha ancora ratificato la Convenzione Onu per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie del 1990 .
Così si arriva con il visto per turismo e alla sua scadenza se passa alla clandestinità e conseguente precarietà. Il pericolo di finire in un CPT( Centri di Permanenza Temporanei ) è reale. In questi centri si riuniscono tutti gli immigrati irregolari; molti avrebbero diritto alla richiesta d'asilo; molte donne, vittime della tratta, alla protezione sociale e così via. Sono invece privati dei loro diritti.
L'impossibilità da parte delle organizzazioni di volontariato di portare loro assistenza fa sì che siano espulsi dall'Italia indipendentemente dai loro diritti.
La mancanza di garanzie reali rende l'accesso al credito impossibile. Non è possibile nemmeno fare un finanziamento per l'acquisto di un bene di consumo. L'unica possibilità di credito per le immigrate in questo momento è attraverso due progetti pilota per il microcredito alle donne immigrate. Uno in programma nella Provincia di Roma, promosso dalla Fondazione Risorsa Donna di Roma e Compagnia San Paolo di Torino, in collaborazione con la Banca San Paolo Imi, che offre alle donne immigrate la possibilità di avviare una microimpresa oppure di qualificarsi professionalmente, attraverso un percorso formativo che garantisca un sbocco occupazionale.
L’altro nella città di Torino, promosso dalla Ass. Alma Mater, in collaborazione con le banche etiche MAG 2, MAG 4 e AGEMI, offre alle donne immigrate microcredito per soddisfare molteplici bisogni.
Secondo l'organizzazione dei Servizi Sanitari della Repubblica Italiana, i consultori sono il presidio territoriale deputato alla prevenzione dell’aborto e alla salute delle donne. Relativamente ai Servizi di Prevenzione rivolti alla donna, l'OMS definiva il Consultorio un ambulatorio di primo livello che si occupa di salute riproduttiva e di prevenzione dei tumori femminili Tuttavia essi sono in progressiva smobilitazione. I Consultori dovevano essere potenziati fino a realizzarne uno per ogni 15.000 abitanti. Ma questo disegno non è mai stato portato a compimento, non c'è un censimento, non c’è più alcuna attenzione su quanti siano attualmente i consultori pubblici e su come funzionino, L'Italia è il secondo paese dopo il Brasile per il numero di Tagli Cesarei; non sono in atto politiche tese a ridurre il fenomeno e a informare le donne sui rischi connessi.
La legge 285/1997 e la legge 265/2000 consentono e promuovono una nuova tipologia dei servizi per la prima infanzia, che prevede servizi gestiti dalle famiglie o da associazioni, micro-asili, flessibilità negli orari, ecc. Alcune Regioni hanno già legiferato in questo senso e svariate sono le iniziative dei Comuni. Sono in atto alcuni cambiamenti che occorre monitorare con attenzione, in modo che si mantengano gli standard di qualità cui non possiamo, né vogliamo rinunciare.
Compito delle amministrazioni pubbliche è soprattutto quello di fissare e mantenere il controllo su tali standard, quando non sono più in grado di provvedere direttamente all'erogazione dei servizi.
Rispetto agli asili nido aziendali - alcuni, ma ancora molto pochi, sono stati aperti -, il problema è estremamente controverso. Infatti da un lato si teme che si ritorni ad una logica di tutela dell'azienda, come era prima degli anni settanta, quando aziende illuminate, come ad esempio Olivetti o Pirelli, fornivano alcuni servizi ai propri dipendenti, per permettere a padri e madri la permanenza nei luoghi di lavoro. Poiché in Italia è stato privilegiato, giustamente, nell'ultimo trentennio un sistema territoriale nel quale l'attenzione si è fortemente concentrata sulle esigenze educative dei bambini e delle bambine, si paventa il rischio che i nidi aziendali assumano una funzione di parcheggio, che siano collegati solo alle lavoratrici madri - e non ai lavoratori padri - e che siano soprattutto funzionali alle esigenze delle aziende. Dall'altro lato, è innegabile che ci sia un estremo bisogno di asili nido, soprattutto se si considera il fatto che la copertura di posti è attualmente ferma al 6%, anche se la richiesta di copertura dell'Unione Europea per l'anno 2010 è al 33%.
Il governo e la sua Ministra dovrebbero interrogarsi sul fallimento totale della loro azione e sul non raggiungimento degli obiettivi definiti nella piattaforma di Pechino. Quali sono stati gli interventi legislativi che ha messo in atto il governo italiano dopo la modifica – l’iter legislativo era iniziato nella legislatura precedente - degli art.51 ( all'articolo 51, primo comma, della Costituzione, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini) e 117 comma 7° della Costituzione?
Il governo ha messo in discussione la legge elettorale della Valle d’Aosta. Nessuna campagna di sensibilizzazione significativa sulle pari opportunità è stata svolta dalla Ministra; l'unico intervento legislativo è stato fatto per le elezioni del parlamento europeo con la legge 6 aprile 2004 dove all'art.3 comma 1: "nell'insieme delle liste circoscrizionali nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi". La norma introdotta è molto blanda. Nessun a modifica è stata introdotta sulla legge elettorale nazionale e nessun intervento è stato promosso dal Governo nazionale sulle Regioni per spingere queste ultime a rispettare il dettato costituzionale dell'art.117 comma 7° che prevede l'introduzione nelle leggi elettorali di norme per il riequilibrio della rappresentanza: "le leggi regionali devono rimuovere ogni ostacolo alla piena parità tra donne e uomini nella vita sociale,culturale ed economica, promuovendo la parità di accesso alle cariche elettive e di governo". Le uniche Regioni che hanno votato una nuova legge elettorale ad oggi sono la Sicilia e la Toscana. La prima, grazie ad una forte campagna di pressione esercitata dalle associazioni di donne e dall'intervento del Commissario dello Stato, è riuscita a introdurre l'alternanza uomo donna nella lista regionale composta da otto candidati e la norma dei 2/3 nelle liste provinciali; la Toscana ha eliminato la preferenza unica e ha inserito la norma dei 2/3. Se non interverranno miracoli istituzionali nelle prossime elezioni regionali previste inprimavera, le Regioni violeranno palesemente un dettato costituzionale, e a farne le spese saranno ancora una volta le donne italiane.
Sia il TCE (Trattato di Costituzione Europea) che la Carta di Nizza, infatti, oltre al divieto di discriminazione di sesso inter alia contengono disposizioni specifiche e autonome per la promozione dell'uguaglianza tra uomini e donne. L'inserimento nella Carta di uno specifico e autonomo diritto all'uguaglianza tra uomini e donne è il risultato di una lunga battaglia condotta dalle femministe in sede europea per affermare che le donne non sono un gruppo discriminato tra gli altri. Dunque l'approccio del Ministero italiano delle pari opportunità finalizzato sulla lotta a tutti i tipi di discriminazioni previste all'art 13 TCE, negando autonomia e specificità alle politiche di pari opportunità tra uomini e donne e sussumendole all'interno del generale approccio antidiscriminatorio, si basa su una lettura parziale e riduttiva del TCE e della Carta di Nizza.
Il TCE sia all'art 141 che agli art 2 e 3 configura un principio di uguaglianza tra uomini e donne che va oltre il divieto di discriminazione/uguaglianza formale e include l' uguaglianza di opportunità come aspetto dell'uguaglianza sostanziale tra uomini e donne. Anche l'art 23 della Carta enuncia esplicitamente l'obbligo di non limitarsi all'uguaglianza di trattamento ma anche di promuovere politiche per perseguire l'uguaglianza effettiva di opportunità e risultati . L'approccio del Ministero fonda, invece, i suoi compiti e funzioni esclusivamente sull'art 13 TCE e, dunque, identifica e restringe la nozione di uguaglianza tra uomini e donne all'approccio antidiscriminatorio/uguaglianza di trattamento/ uguaglianza formale. L'identificazione della nozione di pari opportunità con il divieto di discriminazione è in contraddizione con le menzionate disposizioni comunitarie e con il tradizionale approccio comunitario che fin dal 1976, oltre all'uguaglianza di trattamento, ha previsto azioni positive di promozione delle pari opportunità in ambito occupazionale e professionale.
Alla luce di queste disposizioni l' attuale approccio del Dipartimento delle pari opportunità e la relativa definizione dei suoi compiti e funzioni risultano parziali e riduttivi.
L'art.18 della legge sull’immigrazione (legge Turco/Napoletano, n.40/1998)
Altri problemi derivano inoltre dall'allungamento dei tempi nelle procedure a causa dell'intasamento delle Questure per le rilevazioni delle impronte di tutti i richiedenti permesso di soggiorno. Questa obbligatorietà, che tocca anche le vittime di tratta, ha reso infiniti i tempi di attesa, sia delle sospensioni delle espulsioni (all'atto della richiesta del primo art.18), che delle revoche delle espulsioni (all'atto della trasformazione dell'art.18 in permesso di lavoro o attesa lavoro). Le ragazze sono costrette a tornare anche sei/sette volte in Questura, in quanto la data dell'emissione dei permessi viene continuamente posticipata. Sono stati segnalati casi di ragazze, in possesso di regolare permesso di soggiorno per lavoro, che sono state espulse dalle forze dell'ordine perché considerate prostitute,"dimenticando" che in Italia la prostituzione non è reato.
Con la legge Bossi-Fini si è determinata quindi una situazione caratterizzata da confusione nell'applicazione dell'art.18 e abusi originati da errate interpretazioni, con grave difficoltà delle donne trafficate e dei progetti di protezione sociale.
-Diminuzione della prostituzione visibile in strada (fino al 50%, tra fine 2002 e inizio 2003) ma accelerazione dei processi che stanno inducendo il racket ad organizzare lo sfruttamento della prostituzione in luoghi chiusi. Lo spostamento del fenomeno dalla strada al "chiuso" favorisce l'attività sommersa, comporta maggiori difficoltà a contattare le vittime di tratta o ad esserne contattati, aumenta il rischio di una recrudescenza delle forme di controllo e di violenza psicofisica da parte degli sfruttatori, impedisce quindi il rapporto con gli operatori e riduce di molto il conseguente ingresso, da parte delle donne, nel percorso di protezione sociale..
ADA – associazione per i diritti degli anziani (Giovanna Villa)
AFFI (associazione federativa femminista internazionale: fanno parte dell’Affi più di 30 associazioni)
Associazione Confronto –Repubblica di S.Marino (Lea Zafferani)
Associazione donne verdi
Gruppo "Sconvegno"(Sveva Magaraggia, Eleonora Cirant)
; Istituto europeo per il Mediterraneo
Le donne scelgono – onlus (Emma Lorrai)
Uil nazionale –Pensionati (Graziana del Pierre)
Laura Cima (deputata)
Luisa Morgantini (parlamentare europea)
Rossella Palomba (Demografa, CNR; già Presidente per la valorizzazione delle donne nella
Maria Grazia Rossilli, giurista, Società italiana delle storiche
Lidia Tresalti (Meic)
Maura Viezzoli (deputata)