Source: http://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-245-codice-civile-sospensione-del-termine
Timestamp: 2017-01-17 13:02:53+00:00
Document Index: 131652901

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 108', 'art. 245', 'art. 245', 'art. 414', 'art. 111', 'art. 245', 'art. 116']

HOME Codice civile Articoli Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015 Codice civile Art. 245 codice civile: Sospensione del termine L’AUTORE: Redazione
Se la parte interessata (1) a promuovere l’azione di disconoscimento di paternità si trova in stato di interdizione per infermità di mente ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, la decorrenza del termine indicato nell’articolo 244 è sospesa nei suoi confronti, sino a che duri lo stato di interdizione o durino le condizioni di abituale grave infermità di mente.
Quando il figlio si trova in stato di interdizione ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, l’azione può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del pubblico ministero, del tutore, o dell’altro genitore. Per gli altri legittimati l’azione può essere proposta dal tutore o, in mancanza di questo, da un curatore speciale, previa autorizzazione del giudice (2).
Azione di disconoscimento della paternità: [v. 243bis]; Interdizione: [v. 85]; Curatore speciale: [v. 165]; Tutore: [v. 357].
(1) Art., da ultimo, così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 19, c. 1), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).
(3) Il nuovo comma aggiunto all’art. 245 consente di ricorrere ad un curatore speciale o al tutore, distinguendo a seconda dei soggetti legittimati.
La disposizione si fonda sul principio di conservazione del diritto di azione in capo al soggetto titolare, quando si trovi nell’impossibilità, per l’accertata incapacità di provvedere ai propri interessi, di proporre consapevolmente (conoscendone i presupposti e rappresentandosene coscientemente gli effetti) la domanda giudiziale.
Corte Costituzionale 25 novembre 2011 n. 322 L'art. 245 c.c. è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non prevede che la decorrenza del termine annuale per la proposizione dell'azione di disconoscimento della paternità è sospesa nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, versi in condizione di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino a che duri tale stato di incapacità naturale (ovviamente la sospensione vale solo per quegli incapaci naturali rispetto ai quali - in ragione delle prove offerte, acquisite e valutate dal giudice - sia stato accertato che versino in uno stato di grave abituale infermità mentale, ossia che sussistano quei medesimi presupposti richiesti dall'art. 414 c.c. per la dichiarazione di interdizione, e fino a quando sia stato ugualmente provato - ove nel frattempo non si sia pervenuti autonomamente ad una dichiarazione di interdizione - il venir meno dello stato di incapacità: di conseguenza per l'incapace naturale, al pari dell'interdetto, vale la regola della corrispondenza della durata della sospensione della decorrenza del termine alla situazione di effettiva incapacità del soggetto che ne beneficia).
Corte Costituzionale 25 novembre 2011 n. 322 Lavoro subordinato
Il principio di acquisizione probatoria - che comporta l'impossibilità per le parti di disporre degli effetti delle prove ritualmente assunte, le quali possono giovare o nuocere all'una o all'altra parte indipendentemente da chi le abbia dedotte - trova fondamento nel principio del giusto processo di cui all'art. 111 Cost. e riscontro in disposizioni del codice di rito, quale l'art. 245, secondo comma, cod. proc. civ., secondo cui "la rinuncia fatta da una parte all'audizione dei testimoni da essa indicati non ha effetto se le altre non vi aderiscono e se il giudice non vi consente". Ne consegue che nel rito del lavoro, in assenza di siffatta rinuncia, il giudice, anche in appello, non può non escutere i testi non nuovi ma già ammessi nel giudizio di primo grado su istanza di una parte (e per i quali non siano intervenute decadenze) di cui sia stata richiesta l'audizione dalla controparte, senza che assuma rilievo che quest'ultima sia stata dichiarata decaduta dalla propria prova testimoniale. Cassa con rinvio, App. Bolzano, 26/10/2007
Cassazione civile sez. lav. 25 settembre 2013 n. 21909 Prova
I verbali della polizia giudiziaria annessi al "rapporto", assolvendo ad una funzione (diversa da quella propria dell'atto pubblico) di informativa all'autorità giudiziaria di una notizia di reato, sono soggetti - ai sensi dell'art. 116 c.p.c. - alla libera valutazione del giudice del merito in relazione alla intrinseca veridicità delle dichiarazioni dei soggetti verbalizzanti, specie quando esse abbiano la natura di una testimonianza ed esprimano valutazioni, percezioni, sensazioni in ordine alla rappresentazione di un fatto dal quale possano sorgere responsabilità penali. Ne consegue che non è - di per sè - preclusa la prova testimoniale contro le attestazioni recepite nel verbale della polizia giudiziaria, ma ogni valutazione del giudice del merito in ordine alla rilevanza - o meno - della prova in concreto, è incensurabile in sede di legittimità, se adeguatamente e correttamente motivata.
Cassazione civile sez. III 14 dicembre 2002 n. 17949 Il giudice che non ha fatto uso della facoltà di ridurre le liste dei testimoni con l'ordinanza di ammissione della prova, non ha l'obbligo di esaurire l'esame di tutti i testi ammessi qualora, per i risultati raggiunti, ravvisi superflua l'ulteriore assunzione della prova.
Cassazione civile sez. III 03 dicembre 1985 n. 6048
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