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Timestamp: 2018-07-21 22:40:59+00:00
Document Index: 137269701

Matched Legal Cases: ['art. 1341', 'art. 1341', 'art. 1341', 'art. 1341', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 118']

La clausola “floor” nei contratti di finanziamento. Dai presupposti della sua applicabilità nelle pronunce dell'Arbitro Bancario e Finanziario alla sua eventuale nullità. - Studio Legale Tidona e Associati
4 ottobre 2016 | By Studio In Diritto bancario, Diritto finanziario
1) La vessatorietà ai sensi dell’art. 1341 c.c.
4) Le indicazioni di Banca d’Italia.
L’utilizzo di queste clausola è letteralmente esploso dal 2010 ad oggi.
L’attuale discesa dei tassi, addirittura in alcuni casi in negativo, ha comportato che queste clausole hanno trovato applicazione pressochè ovunque nei mutui in essere o perlomeno in un numero significativo, facendo in modo che malgrado i tassi bassissimi gli interessi da corrispondere nelle rate non scendano al di sotto della percentuale inserita nella clausola floor.
Per meglio comprendere quale sia l’attuale orientamento nella fase stragiudiziale che precede il contenzioso è necessaria una breve digressione per meglio esaminare i contenuti delle censure mosse contro tale clausola.
La vessatorietà ai sensi dell’art. 1341 c.c.
Per prima cosa occorre analizzare se tale clausola possa dirsi vessatoria ai sensi dell’art. 1341, comma 2° il quale dispone che: “in ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità , facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’ esecuzione , ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze , limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria”.
L’articolo in questione contiene quindi un elenco di previsioni svantaggiose per l’aderente a condizioni generali di contratto, moduli o formulari predisposti dall’imprenditore, le quali per essere valide ed efficaci debbono essere specificatamente approvate per iscritto.
Orbene, per quanto riguarda lo squilibrio economico che la clausola comporterebbe l’ABF si è già pronunciato più volte escludendolo anzitutto sulla base del rilievo che in virtù di tale clausola lo spread applicato al contratto è minore, cioè è ridotto (Collegio di Napoli 350/2012; 4191/2015).
Una conseguenza praticamente diretta dell’accettazione della clausola tale per cui a fronte della limitazione (floor) il mutuatario si giova di una agevolazione consistente in uno spread meno penalizzante che rappresenterebbe quindi la contropartita per l’accettazione della clausola.
Anche per questa ragione però qualora il contratto di finanziamento sia stato sottoscritto con atto pubblico, la forza probatoria connessa a quest’ultimo assorbirebbe il profilo precontrattuale. Infatti, il mutuatario avendo “letto, firmato e sottoscritto” l’atto pubblico ha avuto modo di essere edotto sul contenuto della clausola (eventualmente anche approvata espressamente per iscritto) e per effetto qualora avesse voluto, avrebbe potuto contestarla.
Diversamente da quanto osservato, relativamente, all’art. 1341 c.c. è ben più articolata la disciplina sulle clausole vessatorie di ispirazione comunitaria e trasfusa negli articoli 33 ss del codice del consumo (d.lgs 206/2005).
Anzitutto il comma 1° dell’art. 33 recita: “Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”.
Come pure lo stesso comma 6° dell’art. 33 prevede che: “Le lettere n) e o) del comma 2 non si applicano alle clausole di indicizzazione dei prezzi, ove consentite dalla legge, a condizione che le modalità di variazione siano espressamente descritte.”
Quindi, a prescindere da un giudizio generale sulla vessatorietà della clausola l’accertamento della stessa a norma dell’art. 34 sopra richiamato, come pure in ragione delle precisazioni già rilevabili nello stesso art. 33 impediscono di qualificare come vessatoria una clausola riguardante la variazione del tasso di interesse, se questa è formulata in modo chiaro e comprensibile.
Ed è per questo motivo che le decisioni sul punto in diritto dell’ABF sono state orientate a stabile che clausole del genere possono essere sindacate nel nostro ordinamento giuridico, sotto il profilo della vessatorietà, solo a condizione che risultino formulate in modo oscuro e poco comprensibile (Collegio Napoli n. 7355/2015).
Una situazione in parte diversa si verificherebbe nel momento in cui l’intermediario si è da un lato assicurato una soglia minima di interessi, così garantendosi da un eccessivo ribasso dei tassi in ragione delle fluttuazioni del mercato ma nel contempo non è stata inserita nel contratto alcuna clausola di tenore opposto, c.d. cap che all’opposto avrebbe garantito il mutuatario contro il rischio di una lievitazione eccessiva del tasso di interessi
Da questo punto di vista è stato anche osservato che, in quest’ottica, praticamente la clausola riprodurrebbe un opzione tipica di un contratto sui derivati un derivato che coprirebbe unicamente l’intermediario da un eccessiva caduta dei tassi a e a fronte della cui stipula, innanzitutto non sarebbe riconosciuto al mutuatario alcun corrispettivo. Cioè egli non avrebbe beneficiato di nessuna agevolazione come ad esempio la riduzione dello spread.
Relativamente alla riconduzione di tale clausola a un opzione la stessa è stata respinta dall’ABF tuttavia ritengo opportuno segnalare due sentenze a mio parere interessanti pur se riferite ad una casistica diversa rispetto a quella in esame (relativa cioè ai contratti di finanziamento e in particolare al mutuo). Si tratta segnatamente di Corte dei Conti Sez. Contr. Reg. Campania 13 agosto 2009 relativamente alla presenza di una clausola floor in un contratto stipulato da una P.A. e la recente sentenza del Tribunale di Udine 29 febbraio 2016 per quanto riguarda la clausola floor nell’ambito di un contratto sul rischio di cambio valutario.
Orbene, pur dando atto che in una circostanza del genere pare indubbio che la clausola abbia prodotto l’effetto di arrecare un vantaggio economico al mutuante, senza assicurare alcun corrispettivo vantaggio al mutuatario le consolidate pronunce dell’ABF lasciano pochi margini interpretativi laddove secondo quest’ultimo, tenuto conto delle norme sopra richiamate del codice del consumo sarebbe chiara la volontà legislativa di non consentire che il giudizio di vessatorietà si possa estendere anche alle clausole destinate a remunerare il servizio di finanziamento erogato dal mutuante.
In conseguenza devesi sottolineare che una clausola “floor” ove pure non adeguatamente compensata da una clausola “cap” non può dirsi nulla o comunque inefficace perchè non v’è ragione di considerarla viziata da profili di illegittimità (Collegio ABF Milano n.688/2011; collegio Roma n. 2688/2011; collegio Napoli n.395/2012, collegio Napoli n. 2735/ 2014 collegio Napoli n. 7355/2015).
Le indicazioni di Banca d’Italia:
Inoltre la Banca d’Italia ha altresì invitato gli intermediari ad adeguare i propri programmi informatici per permettere il calcolo dell’importo richiesto ed effettuare le relative automatiche restituzioni.
Da quanto evidenziato nelle pronunce dell’ABF la clausola floor, salvo le circostanze previste è destinata ad essere nei contratti di finanziamento come il mutuo non solo ammissibile ma, se adeguatamente pubblicizzata, anche inattaccabile.
La qual cosa non pare affatto scontata. Infatti, se analizziamo la storia economica della clausola ci rendiamo conto che la stessa nasce per avvantaggiare l’istituto di credito nel caso in cui la condizione del mercato dei tassi, dovuta alla loro fluttuazione, dovesse penalizzare niente di meno che l’attività storica di veder remunerato il capitale prestato.
L’attuale congiuntura economica però è unanimamente considerata come non prevista. In tutto o in parte. Per effetto anche l’utilizzo di questa clausola potrebbe non essere stato sufficientemente previsto dagli istituti di credito.
Del resto l’art. 118 del Tub, al comma 1° stabilisce che: “Nei contratti a tempo indeterminato può essere convenuta, con clausola approvata specificamente dal cliente, la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni previste dal contratto qualora sussista un giustificato motivo. Negli altri contratti di durata la facoltà di modifica unilaterale può essere convenuta esclusivamente per le clausole non aventi ad oggetto i tassi di interesse, sempre che sussista un giustificato motivo”. E’ fuori discussione che i contratti di finanziamento (come il mutuo) sono a tempo determinato.
Data la delicatezza della materia, com’è comprensibile, il procedimento da seguire è standard esattamente come chiarisce il successivo comma 2° “Qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali deve essere comunicata espressamente al cliente secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula: ‘Proposta di modifica unilaterale del contratto’, con preavviso minimo di due mesi, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente. Nei rapporti al portatore la comunicazione è effettuata secondo le modalità stabilite dal CICR. La modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione. In tal caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente praticate”.
Dunque si può ipotizzare che tutte le volte in cui il risparmiatore ha richiesto all’istituto di credito di accogliere una richiesta e quest’ultimo ha subordinato l’accoglimento della medesima alla condizione che il cliente stesso accettasse le modifiche al contratto proposte dalla banca i presupposti di validità della clausola floor possono venir meno.
Orbene, se questa modifica imposta al cliente riguarda l’applicazione o la portata effettiva della clausola floor allora la stessa anche se in precedentemente non possedeva il carattere della vessatorietà lo acquisisce.
Infatti se l’istituto di credito, contraente forte, replica al cliente che è disponibile ad accogliere le sue istanze solo nella misura in cui anche la propria, di proposta, venisse per effetto accolta dal cliente e la proposta in questione riguarda niente di meno che un aspetto della clausola floor come ad esempio lo spread la banca utilizzerebbe un espediente contrattuale per andare manualmente ad incidere, alterandolo, su di un aspetto del contratto che genererebbe senza dubbio una sperequazione del tutto evidente e come tale vessatoria a danno del contraente debole.
La qual cosa sarebbe resa ancora più evidente nel caso, più grave, in cui il cliente versasse anche in uno stato di necessità di cui peraltro la banca non potrebbe sostenere di essere all’oscuro. A tal proposito ricordo che è spesso parte integrante del contratto di finanziamento l’obbligo, a carico del cliente, di comunicare ogni variazione della propria consistenza patrimoniale. Circostanza assai comune per esempio in tutti i casi in cui il cliente chiede di essere ammesso al beneficio della sospensione della quota capitale delle rate per un termine usualmente di sei mesi.
Ecco allora che ci troviamo di fronte a un risparmiatore che, in ragione di un motivato e documentato stato di necessità domanda, come da contratto, di essere ammesso al beneficio della sospensione delle rate e la banca condiziona l’accoglimento di tale richiesta all’accettazione integrale di una scrittura privata nella quale oltre a quanto richiesto dal risparmiatore c’è anche la pretesa, della banca, di variazione della clausola floor, in tutto o in parte. Variazione non richiesta dal cliente ed imposta di fatto come condizione per l’accettazione del beneficio di sospensione delle rate.
1) Se lo scopo della clausola floor è quello di assicurarsi una redditività anche in tempi di eventuale volatilità del mercato la clausola non può essere “aggiornata” a seconda dell’andamento delle politiche monetarie delle Banche centrali e dei tassi, altrimenti si risolverebbe in una vera e propria rinegoziazione del contratto.
3) Se il contenuto della clausola non fosse “potenzialmente” vessatorio cioè tale solo ed unicamente in presenza e al verificarsi di alcune circostanze come chiarito dalle plurime sentenze dell’ABF, non vi sarebbe nemmeno motivo per andare ad alterarne il contenuto che, all’opposto, proprio perchè potenzialmente sperequativo interessa maggiormente il contraente forte. In ciò dimostrando pertanto l’intima vessatorietà che pur potendo non esserci in principio si manifesterebbe ancor più dopo e peraltro anche in ragione dell’eventuale stato di necessità in cui verserebbe il risparmiatore.
In base a quanto sopra esposto e considerato, non è da escludersi che sia percorribile, e fermo restando gli attuali indirizzi stragiudiziali seguiti dall’Arbitro Bancario e Finanziario, la vessatorietà della clausola floor qualora la stessa abbia subito variazioni nel corso del contratto di finanziamento.
Peraltro a nulla varrebbero le eventuali difese dell’Istituto di credito.
Come tale il risparmiatore potrebbe eccepire la nullità della clausola e pretendere, dopo il ricalcolo della somma dovuta, la restituzione di quanto indebitamente corrisposto o l’adeguamento del residuo debitorio.