Source: http://blog.ilcaso.it/news_623
Timestamp: 2018-11-17 14:53:44+00:00
Document Index: 183605552

Matched Legal Cases: ['art. 1224', 'art. 1224', 'art. 1226', 'art. 1224', 'art. 1284', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1224', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1219', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1224', 'sentenza ']

Pubblicato il 02/12/09 02:00 [Articolo 623]
Sommario: 1. Premessa. La Sentenza della Cassazione, Sezioni unite civili, 16 luglio 2008, n. 19499; Considerazioni e riflessioni; Sintesi e conclusioni.
Mentre nelle obbligazioni di valore il giudice procede automaticamente alla rivalutazione delle somme spettanti, nelle obbligazioni di valuta vale il principio nominalistico: il debitore è liberato pagando l’esatto ammontare “nominale”1. Nelle prestazioni pecuniarie viene riconosciuto al creditore non soddisfatto solo gli interessi legali che, per altro, non possono essere liquidati d’ufficio ma devono essere oggetto di una specifica richiesta. Nel caso in cui sia configurabile un “maggior danno”, eccedente gli interessi legali, ne deve essere fornita specifica prova: in particolare, il rischio di svalutazione assume rilievo solo come eventuale “maggior danno”, per la misura che sopravanza il tasso legale. Il creditore pertanto, attraverso un esplicito petitum e specifici elementi di prova può richiedere distintamente, il capitale originario, gli interessi legali e, con adeguati elementi di prova, il maggior danno: quest’ultimo viene riconosciuto esclusivamente per la parte non ricoperta dagli interessi legali2.
2. La Sentenza della Cassazione, Sezioni unite civili, 16 luglio 2008, n. 19499
La Sentenza della Cassazione parte dall’osservazione che “la più comune e prudente forma di investimento del denaro ha una redditività superiore al tasso dell'interesse legale, con la conseguenza che, per il debitore di un'obbligazione pecuniaria, in linea di massima continua a poter essere economicamente conveniente non adempiere tempestivamente, così lucrando la differenza tra quello che è agevolmente in grado di ricavare dal denaro non versato al creditore durante la mora debendi e quello che dovrà al creditore quando adempirà la propria obbligazione.”.
Si richiama inoltre il primario rilievo che il legislatore del ’96, nell’attribuire al Ministro dell’Economia il compito di adeguare il tasso legale, ha espressamente conferito al parametro di riferimento, costituito dal rendimento medio lordo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi, attribuendogli in tal modo un significativo apprezzamento della normale redditività del denaro. Tale apprezzamento viene compiutamente utilizzato dalla Cassazione nel fornire una coerente interpretazione dell’art. 1224, comma 2, c.c.
Superando le distinzioni di categoria – riportate in precedenti sentenze – al creditore di somme di denaro non corrisposte dal debitore in mora si riconosce un maggior danno – ex art. 1224, comma 2, c.c. – corrispondente alla differenza tra il tasso di rendimento netto (dedotta l’imposta) dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e quello degli interessi legali (se
inferiori)3. Il riconoscimento, per una prova che si presenta particolarmente complessa e costosa, interviene in via presuntiva, come rimedio equitativo ex art. 1226, sulla fondata presunzione che il denaro non è quasi mai destinato alla mera conservazione improduttiva, ma viene normalmente investito in forme di impiego remunerative.
"- nelle obbligazioni pecuniarie, in difetto di discipline particolari dettate da norme speciali, il maggior danno di cui all'art. 1224 c.c., comma 2 (rispetto a quello già coperto dagli interessi legali moratori non convenzionali che siano comunque dovuti) è in via generale riconoscibile in via presuntiva, per qualunque creditore che ne domandi il risarcimento - dovendo ritenersi superata l'esigenza di inquadrare a tale fine il creditore in una delle categorie a suo tempo individuate - nella eventuale differenza, a decorrere dalla data di insorgenza della mora, tra il tasso del rendimento medio annuo netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi ed il saggio degli interessi legali determinato per ogni anno ai sensi dell'art. 1284 cod. civ., comma 1;
- è fatta salva la possibilità del debitore di provare che il creditore non ha subito un maggior danno o che lo ha subito in misura inferiore a quella differenza, in relazione al meno remunerativo uso che avrebbe fatto della somma dovuta se gli fosse stata tempestivamente versata;
- il creditore che domandi a titolo di maggior danno una somma superiore a quella differenza è tenuto ad offrire la prova del danno effettivamente subito, quand'anche sia un imprenditore, mediante la produzione di idonea e completa documentazione, e ciò sia che faccia riferimento al tasso dell'interesse corrisposto per il ricorso al credito bancario sia che invochi come parametro l'utilità marginale netta dei propri investimenti;
- in entrambi i casi la prova potrà dirsi raggiunta per l'imprenditore solo se, in relazione alle dimensioni dell'impresa ed all'entità del credito, sia presumibile, nel primo caso, che il ricorso o il maggior ricorso al credito bancario abbia effettivamente costituito conseguenza dell'inadempimento, ovvero che l'adempimento tempestivo si sarebbe risolto nella totale o parziale estinzione del debito contratto verso le banche; e, nel secondo, che la somma sarebbe stata impiegata utilmente nell'impresa".
Infatti, nel rilevare l’apprezzabile divario fra il rendimento medio dei titoli di Stato e il tasso legale, ne riporta i rispettivi valori dal 1991 al 2008, ma i rendimenti assunti per i titoli di Stato si riferiscono al Rendistato4, indice elaborato dalla Banca d’Italia esclusivamente sulla base delle quotazioni dei BTP di durata superiore a dodici mesi, al lordo dell’imposizione fiscale5. Al contrario, nei principi giuridici riportati a conclusione della sentenza si fa riferimento ai titoli di durata non superiore a dodici mesi, richiamati nei poteri di adeguamento attribuiti dalla legge al Ministero dell’Economia, assumendoli tuttavia al netto dell’imposizione fiscale.
Nella Tavola seguente sono riportati i valori del Rendistato riportati in sentenza, nonché i rendimenti dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi (BOT) 6.
Se, per il maggior danno, si fosse assunto a riferimento il Rendistato – che risulterebbe per altro più consono alla durata media dei giudizi - effettivamente il divario con il tasso legale risulterebbe significativo ed il contenuto economico del maggior danno potrebbe assumere, a seconda del periodo interessato, una misura moderata ma tangibile. Assumendo invece a riferimento i rendimenti dei titoli di Stato pari o inferiori a dodici mesi (BOT) – siano essi rilevati sul mercato o in asta - il divario con il tasso legale, risulta modesto e frequentemente negativo.
Nel confronto del rendimento netto dei BOT con il tasso legale si riscontrano dieci anni nei quali il rendimento netto dei BOT è inferiore al tasso legale, contro i 9 nei quali è superiore. Negli anni in cui lo scostamento
del rendimento dei BOT dai tassi legali è positivo, il divario è per lo più assai modesto: ne risulta un contenuto economico del maggior danno, riconosciuto in via presuntiva, che, a seconda del periodo considerato, o è nullo, oppure è di misura irrisoria.
La circostanza che in sentenza siano riportati, per tutto il periodo dal 1991 al 2008, i tassi del Rendistato accostati ai tassi legali, potrebbe indurre, sia la parte che il giudice, a far riferimento alle rispettive differenze per la determinazione del maggior danno di cui all’art. 1224, comma 2, c.c.7. Al contrario, secondo i principi di diritto ribaditi nella stessa sentenza, occorre far riferimento ai titoli di Stato di durata pari o inferiore a dodici mesi, vale a dire il valore medio dei rendimenti netti dei BOT.
Occorre osservare che la sentenza parte dalla considerazione che “la promozione di una causa da parte del creditore insoddisfatto si risolverebbe, comunque, nel riconoscimento a suo favore di un maggior importo corrispondente quantomeno all'utile economico minimo che il debitore ha tratto o che avrebbe potuto trarre dalla conservazione, medio tempore, del denaro che doveva dare e che non ha dato” e aggiunge “il risarcimento va sempre tendenzialmente adeguato al danno effettivamente subito, nei limiti in cui tale risultato sia perseguibile”.
Mentre si precisa il riferimento al rendimento netto dei titoli di Stato - anche se la legge 662/96, che demanda al Ministero dell’Economia l’adeguamento del tasso legale, ne richiama il rendimento lordo – si trascura di considerare che l’utile economico minimo che trae il debitore dall’impiego nei titoli di Stato si incrementa, in una sorte di regime di capitalizzazione composta, potendo reimpiegare periodicamente le cedole percepite. La circostanza non è di scarso rilievo per periodi che si protraggono nel tempo e/o nell’eventualità di tassi elevati.
La sentenza della Cassazione trascura l’effetto del reimpiego delle cedole8, soffermandosi esclusivamente sulla differenza fra il tasso legale e il rendimento dei titoli di Stato.
4. Sintesi e conclusioni
vengono abbandonati i criteri presuntivi ricollegati alle categorie dei creditori, riconoscendo, in un regime generalizzato e in via presuntiva, a qualunque creditore il maggior danno, stabilito nella differenza fra il tasso di rendimento netto annuo dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e il tasso legale;
vengono meglio puntualizzate le possibilità, sia del debitore che del creditore, di fornire la prova rispettivamente di un minore o maggior danno.
E’ singolare la circostanza che la Cassazione, prima impiega il Rendistato come indicatore del rendimento lordo derivante dalle più comuni forme di investimento free-risk, per evidenziarne il maggior livello rispetto al tasso legale, poi adotta il rendimento netto dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi, per stabilire il maggior danno da riconoscere in via presuntiva9.
I maggiori margini economici che derivano al creditore, nel vedersi riconosciuto - tra mora e maggior danno – il tasso più elevato fra quello legale e quello dei BOT, risultano alquanto modesti: i valori riportati nelle precedenti Tavole ne danno un’esatta misura.
Rimane rimessa alla valutazione del Giudice - nell’esame delle prove prodotte dal creditore che domandi, a titolo di maggior danno, una somma superiore alla differenza indicata in sentenza - una corretta considerazione dei riflessi economici sopra descritti, che, seppur esclusi da una via generale e presuntiva, ricorrono pressoché sistematicamente nelle fattispecie di inadempimento. Dovrebbe risultare per il creditore di agevole praticità produrre documentazione bancaria, attestante gli oneri bancari, nel frattempo subiti, e conseguire, per tale guisa, più che l’utile economico minimo tratto dal debitore, il maggior costo effettivamente subito nel periodo della mora.
1) La distinzione fra le due categorie di obbligazioni viene individuata nella circostanza che le obbligazioni “di valuta” hanno per oggetto sin dall’origine una somma di denaro, anche se non esattamente quantificabile, mentre le obbligazioni “di valore” si qualificano per un oggetto della prestazione diverso dal denaro e quest’ultimo rappresenta solo un sostituto della prestazione.
2) Nelle obbligazioni di valore, invece, la rivalutazione viene cumulata agli interessi legali. In tali obbligazioni infatti si persegue la reintegrazione del creditore nella stessa situazione patrimoniale nella quale si sarebbe trovato se il danno non fosse stato prodotto. Di riflesso la rivalutazione viene a costituire la commisurazione, in termini monetari attuali, del valore perduto dal creditore e gli interessi legali il compenso del danno da lucro cessante subito a causa del ritardo nella corresponsione della somma a titolo di risarcimento.
3) Le conseguenze della riferibilità al futuro dell’intervento adeguatore del Ministro dell’Economia, vengono così sopportate non già dal creditore insoddisfatto, ma dal debitore che versi in quella situazione di qualificato ritardo nell’adempimento, qual è la mora (ex art. 1219 c.c.).
4) La Banca d’Italia calcola giornalmente il rendimento effettivo a scadenza di un campione di titoli di Stato a tasso fisso quotati sul Mercato Obbligazionario Telematico (di seguito MOT). Il rendimento medio di tale campione viene denominato “Rendimento dei titoli pubblici” o “Rendistato”. Il paniere su cui si calcola il Rendistato è composto da tutti i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) quotati sul MOT e aventi vita residua superiore ad un anno. Sono esclusi i BTP indicizzati all’inflazione dell’area euro. I BTP sono titoli di Stato a medio-lungo termine a tasso fisso, emessi con cinque scadenze: 3, 5, 10, 15 e 30 anni. Gli interessi vengono corrisposti con cedola semestrale posticipata; il rimborso avviene alla pari in unica soluzione alla scadenza.
Il paniere dei titoli dei quali vengono elaborati i rendimenti è aperto: vengono inseriti tutti i BTP emessi man mano che sono ammessi alla quotazione ufficiale; ne sono automaticamente esclusi quelli la cui vita residua scende al di sotto di un anno..
5) I valori riportati in sentenza si riferiscono per altro, non al valore medio annuo, ma al valore al 31 gennaio dell’anno. Sono presenti inoltre due rifusi, uno relativo al Rendistato del 31 gennaio ’92 (si riporta 12,876% in luogo di 12,73%) ed uno relativo al tasso legale del ’08 (3,8% in luogo di 3,5%).
6) I dati sono stati tratti dalla base informativa, riportata dalla Banca d’Italia sul sito alla pagina: http://bip.bancaditalia.it/4972unix/homebipentry.htm?dadove=corr&lang=ita
http://www.dt.mef.gov.it/it/debito pubblico/ link rapidi/archivio dati storici.html
http://www.dt.mef.gov.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/rendimenti_composti_lordi_all_esmissi one.html
7) Nel Foro 2008, Parte prima, a pag. 2795 – nel commento alla Sentenza della Cassazione, si riporta: “Ogni creditore, a prescindere dalla sua appartenenza all’una o all’altra categoria, ha diritto a vedersi riconoscere in via presuntiva (e salva prova contraria, di cui si dirà fra un momento) un risarcimento corrispondente alla differenza, a decorrere dalla data d’insorgenza della mora, tra rendimento medio annuo dei titoli di Stato ed il saggi odi interesse legale corrente per l’anno in esame. Sembra di capire allora che, se l’inadempienza si è protratta, assumiamo, dal 1° gennaio 2001 al 31 dicembre 2004, sarà dovuto, secondo i dati forniti dalla sentenza e salva deduzione del carico d’imposta (12,50 per cento, che evitiamo di computare per non perderci in una selva di conti), un maggior danno dell’1,428 per il 2001, dell’1,512 per l’anno successivo, dello 0,672 per il 2003 e dell’1,31 per l’ultimo anno di mora (da notare come, in tutto il periodo considerato, il saggio legale d’interesse sia risultato superiore al tasso d’inflazione). Risultato commendevole, si dirà, ne conveniamo. Ma, a rigori, non sufficiente a propiziare la deterrenza nei confronti dell’opportunismo dilatorio del debitore. Si deve immaginare, infatti, che sempre restando nel solco del ‘minimo utili economico’, il nostro avrebbe reinvestito non la sola sorte capitale, ma anche i frutti derivanti dall’investimento. La capitalizzazione di questi proventi, tanto più incisiva quanto più prolungata nel tempo, gli avrebbe permesso, una volta di più, di trarre profitto dall’inadempimento ad oltranza. Fatto trenta, tanto valeva, allora, chiudere gli occhi e fare trentuno.”.
8) Per i BOT è più corretto parlare di reimpiego del fruttato.
9) Anche il riferimento al valore netto del rendimento evidenzia una posizione prudenziale e minimale. Mentre per il debitore l’interesse percepito viene, in un’attività societaria, sottoposto a imposta d’acconto, recuperata in sede di tassazione a bilancio, per il creditore il maggior danno ex art. 1224, 2° comma, c.c. non è automaticamente esente da tassazione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11682 del 21 maggio 2007 ha, infatti, ribadito il principio che le somme percepite dal contribuente a titolo risarcitorio costituiscono reddito imponibile nei limiti in cui abbiano la funzione di reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione dei redditi. Pertanto, in sede tributaria, occorre accertare caso per caso quale sia la reale funzione economico-finanziaria degli interessi, e non deve trarre in inganno il loro profilo risarcitorio, posto che il risarcimento può riguardare sia una perdita patrimoniale (non tassabile perché non determina alcun incremento di ricchezza), sia un mancato guadagno (nel qual caso il profilo risarcitorio non basta a escludere la rilevanza fiscale del provento).