Source: http://www.responsabilecivile.it/tag/dimissioni/
Timestamp: 2019-07-16 20:38:03+00:00
Document Index: 159947608

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2113', 'art. 1427', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 610', 'art. 393']

dimissioni | Responsabile Civile
Dimissioni del lavoratore a termine: impossibile la conversione del contratto
Il caso in commento ha posto in rilievo una questione giuridica molto interessante: ci si domanda se le dimissioni del lavoratore comunicate durante un contratto a tempo determinato possano avere efficacia soltanto nell’ambito del contratto medesimo o anche nell’accertando rapporto di lavoro a tempo indeterminato
Come si fa a stabilire, in assenza di prova della consapevolezza e volontà del lavoratore, se questi volesse interrompere non già il contratto a termine, bensì il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, successivamente dichiarato in giudizio?
La questione è stata affrontata dalla Sezione Lavoro della Cassazione con la sentenza n. 7318/2019.
La Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato tra la Rai s.p.a. e un proprio dipendente, con decorrenza dal 10 marzo 2004, disponendo pertanto, la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e, prevedendo in favore di quest’ultimo il risarcimento del danno dovuto in una somma pari a dieci mensilità della retribuzione globale di fatto.
In primo grado, il giudice adito, aveva ritenuto non applicabile tale conversione dal momento che dopo i primi quattro contratti a termine, il lavoratore si era dimesso per motivi personali.
Ma in realtà per il giudice dell’appello, qualora il lavoratore rassegni le proprie dimissioni nel corso di una serie di contratti a termine e successivamente agisca in giudizio al fine di ottenere la declaratoria di nullità del termine apposto a ciascuno di essi e la conversione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro, non si può ritenere che le dimissioni impediscano la conversione, essendo necessario accertare se la volontà di recedere da un rapporto di lavoro a tempo determinato sussistesse anche in relazione ad un rapporto di lavoro stabile.
Detto in altri termini la corte d’appello capitolina aveva ritenuto che le rassegnate dimissioni non potessero incidere sulla conversione del rapporto.
Per la cassazione di tale sentenza, interveniva la società Rai s.p.a. proponendo un ricorso affidato a tre motivi.
In primo luogo, la società datrice di lavoro rilevava l’incongruenza della decisione rispetto ad una chiara manifestazione di volontà del lavoratore costituita dalle rassegnate dimissioni. Ciò di per sé avrebbe dovuto ritenersi idonea a estinguere qualsiasi rapporto tra le parti.
Ed invero, tale motivo di impugnazione è stato accolto dai giudici della Cassazione, con assorbimento dei restanti due.
Sulla questione sollevata dalla società ricorrente già da tempo parte della giurisprudenza si è espressa affermando che “le dimissioni del lavoratore da un contratto a tempo determinato, facente parte di una sequenza di contratti similari succedutisi nel corso degli anni, esplica i propri effetti anche con riferimento al rapporto a tempo indeterminato accertato dal giudice, con sentenza dichiarativa della nullità del primo dei contratti di lavoro a termine, salvo che il lavoratore non dimostri che le dimissioni sono viziate da errore, sotto forma di ignoranza della sopravvenuta conversione del rapporto, sicché da esse non derivano effetti limitati alla sola anticipazione della data di scadenza del rapporto a tempo determinato cui esse si riferiscono, ma anche sulla continuità del rapporto a tempo indeterminato, la cui esistenza sia accertata successivamente dal giudice” (Cass. n. 12856 del 2015).
Ancor più di recente, è stato precisato che le dimissioni del lavoratore da un contratto a tempo determinato, facente parte di una sequenza di contratti similari succedutisi nel corso del tempo, esplicano i propri effetti sul rapporto intercorso tra le parti ma non elidono il diritto all’accertamento dell’invalidità del termine apposto al primo contratto di lavoro, permanendo l’interesse alle conseguenze di ordine economico che da tale nullità parziale scaturiscono (Cass. 1534 del 2016).
Le dimissioni come causa inequivocabile di risoluzione del rapporto di lavoro
Secondo tale orientamento, la dichiarazione di recesso del lavoratore, una volta comunicata al datore di lavoro, è idonea ex se a produrre l’effetto della estinzione del rapporto, che è nella disponibilità delle parti, a prescindere dai motivi che ebbero a determinare le dimissioni (a meno che queste non risultino viziate come atto di volontà) e dalla eventuale esistenza di una giusta causa, posto che, anche in tal caso, l’effetto risolutorio si ricollega pur sempre, a differenza di quanto avviene per il licenziamento illegittimo o ingiustificato, ad un atto negoziale del lavoratore, che è preclusivo di un’azione intesa alla conservazione del medesimo rapporto (v. Cass. n. 6342 del 2012).
Del resto, -aggiungono gli Ermellini – “le dimissioni del lavoratore costituiscono un atto unilaterale recettizio idoneo a determinare la risoluzione del rapporto nel momento in cui pervengono a conoscenza del datore di lavoro, indipendentemente dalla volontà di quest’ultimo e, in quanto riferibili ad un diritto disponibile del lavoratore, sono sottratte alla disciplina dell’art. 2113 c.c.”
Incombe, poi, eventualmente sul lavoratore, in base al principio di cui all’art. 1427 c.c., l’onere di chiedere l’annullamento delle dimissioni che siano viziate da errore, violenza o dolo.
Il principio è stato confermato anche in altre sentenza di legittimità.
E per tali ragioni che i giudici della Sezione Lavoro della Cassazione hanno accolto il ricorso presentato dalla società datrice di lavoro, posto che nessun dubbio residuava in ordine alla possibilità di affermare che l’effetto risolutorio delle dimissioni presentate dal dipendente Rai fossero preclusive di qualsiasi azione volta alla conservazione del medesimo rapporto.
La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito della causa.
Il delitto di violenza privata è inserito nel codice penale tra i reati contro la libertà individuale e morale della persona; l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni è invece, delitto contro l’amministrazione della giustizia
Interessante la disamina contenuta nella sentenza n. 8710/2019 della Corte di Cassazione in ordine alle differenze tra il reato di violenza privata e l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Era stato accusato del reato di violenza privata per aver costretto, con minacce, la persona offesa a firmare una lettera di dimissioni volontarie, che lo estrometteva dalla proprietà della quota del33%, di una società cooperativa di alloggio per anziani, della quale sua moglie era socia, paventandogli gravi conseguenze ed avvalendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo.
Secondo la giurisprudenza di legittimità, nell’ambito della fattispecie criminosa del delitto di violenza privata (di cui all’art. 610 c.p.), il requisito della violenza s’identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione (Sez. 5, n. 48369 del 13/04/2017).
Posta tale premessa, ai fini di una netta demarcazione tra i reati di violenza privata e di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, va rammentato che, secondo gli arresti giurisprudenziali più recenti, non sono integrati i presupposti del reato di cui all’art. 393 c.p., bensì quelli del reato di violenza privata, allorché il diritto rivendicato non coincida con il bene della vita conseguito attraverso la condotta arbitraria. (Sez. 5, n. 10133 del 05/02/2018).
I giudici della Cassazione hanno anche aggiunto che “in tema di violenza privata, costituisce elemento della condotta materiale del reato la privazione coattiva della libertà di determinazione e di azione della persona offesa dal reato, costretta a fare, tollerare o omettere qualcosa contro la propria volontà, mentre è irrilevante, per la consumazione del reato, che la condotta criminosa si protragga nel tempo, trattandosi di reato istantaneo”. (Sez. 5, n. 3403 del 17/12/2003).
Nel caso in esame, è stata ritenuta corretta la ricostruzione operata dai giudici di merito che avevano ravvisato nella condotta dell’imputato, il perfezionamento di tale ultimo reato, essendosi consumato all’atto della sottoscrizione forzosa, da parte della persona offesa, della lettera di dimissioni.
Milillo, Fimmg: “Mi dimetto da Segretario Nazionale della Fimmg a tutela della legalità dell’Enpam e della categoria”
Prosegue Milillo: “La delibera è stata presa a maggioranza con i voti dei consiglieri della Fimmg e del Sumai, mentre si sono dissociati tutti gli altri: si tratta dell’ultimo atto di un attacco politico, protratto nel tempo, alla mia persona ed a tutto ciò che ho fino ad oggi rappresentato. Accuse utilizzate solo per tentare di colpirmi e per stroncare la dura lotta per la legalità che da tempo svolgo nella Fondazione Enpam: accuse che si accerteranno false e pretestuose nelle sedi giudiziarie, con conseguente responsabilità di chi con dolo ne è stato autore.
Conclude Milillo ” Ringrazio i tanti che sempre ed in questi momenti difficili mi hanno testimoniato il loro appoggio e la loro solidarietà, la loro presenza nella FIMMG mi corrobora nella certezza che il Sindacato saprà superare positivamente anche questa prova”.
IL COMMENTO DI OLIVETI
“Numeri e fatti, nel rispetto delle regole: l’Enpam è questo. Lo dico da sempre. Ognuno è in grado di fare le sue valutazioni”. E’ quanto dichiarato dal presidente dell’ente previdenziale dei medici e degli odontoiatri Alberto Oliveti a seguito delle dimissioni annunciate da Giacomo Milillo da segretario generale della Fimmg.