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Timestamp: 2020-07-04 05:33:50+00:00
Document Index: 62700548

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La Corte di Cassazione fa il punto sul tema della abnormità della condotta del lavoratore quale causa di interruzione del nesso di causalità. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
La Corte di Cassazione fa il punto sul tema della abnormità della condotta del lavoratore quale causa di interruzione del nesso di causalità.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza 8168.2020, depositata il 02.03.2020, resa dalla IV Sezione penale della Corte di Cassazione, con la quale il Collegio del diritto, esprimendosi in merito ad un caso di lesioni colpose cagionate per violazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro, riporta gli orientamenti consolidati nella giurisprudenza di legittimità in materia di accertamento del nesso di causalità tra la condotta colposa del garante della sicurezza e l’evento lesivo, precisando quali caratteristiche deve assumere il comportamento del lavoratore per poter rappresentare un fattore alternativo ed eccezionale volto ad interrompere il nesso causale.
Nel caso di specie, al datore di lavoro (presidente del C.D.A. e legale rappresentante dell’impresa collettiva) ed al direttore di stabilimento era contestato il reato di lesioni personali colpose ai danni del dipendente, con colpa consistita in imperizia ed imprudenza e violazione delle norme contenute nel D.lgs. 81/2008.
Segnatamente, il lavoratore, intento a svolgere un test di resistenza all’abrasione di un campione di materiale, utilizzando l’abrasimetro, inavvertitamente poggiava la mano nel carrellino del macchinario, schiacchiandosi il dito e riportando lesioni.
La Corte di appello di Bologna confermava la sentenza emessa dal Tribunale di Ravenna di condanna degli imputati per il reato loro ascritto.
Contro la sentenza della Corte territoriale, le difese dei prevenuti interponevano ricorso in cassazione, articolando plurimi motivi di impugnazione.
Particolare interesse riveste il motivo di doglianza della violazione di legge e del vizio di motivazione circa il giudizio controfattuale e la valutazione del comportamento del lavoratore ai fini dell’accertamento del nesso di causalità.
A tal proposito, i Giudici di merito avevano rilevato, dandone evidenza nella motivazione, che la condotta del dipendente infortunato non poteva considerarsi esorbitante rispetto alle ordinarie mansioni in basi alla prassi osservata nel laboratorio e che il macchinario utilizzato risultava privo del carter protettivo, volto ad impedire contatti con le parti meccaniche.
I Giudici di legittimità, nel dichiarare inammissibile il ricorso, fanno il punto sui consolidati indirizzi formatisi in seno alla Suprema Corte. Di seguito se ne riportano i passaggi più significativi:
<[… ] La Corte del merito ha debitamente svolto, attraverso il richiamo alla prova orale assunta, la verifica demandatale, sulla scorta di un giudizio meramente ipotetico, per verificare se il comportamento omesso avrebbe, con un alto grado di probabilità logica, impedito o significativamente ritardato il verificarsi dell’evento o comunque ridotto l’intensità lesiva dello stesso (sui connotati del quale pare sufficiente, in questa sede, un rinvio ai principi consolidatisi dalla sentenza delle Sezioni Unite del 2002, Franzese in avanti e più di recente con la sentenza delle Sezioni Unite Espenhahn e altri del 2014, citata).
Con riferimento, poi, alla rilevanza – sotto il profilo causale – della condotta imprudente o negligente del lavoratore, le doglianze difensive sono infondate anche alla stregua dell’orientamento (cfr., sul punto, sez. 4 n. 8883 del 10/02/2016, Santini e altro, Rv. 266073) secondo cui, in materia di prevenzione antinfortunistica, si è passati da un modello “iperprotettivo”, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori (non soltanto fornendo i dispositivi di sicurezza idonei, ma anche controllando che di questi i lavoratori facessero un corretto uso, imponendosi contro la loro volontà), ad un modello “collaborativo” in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori, in tal senso valorizzando il testo normativo di riferimento, il quale impone anche ai lavoratori di attenersi alle specifiche disposizioni cautelari e agire con diligenza, prudenza e perizia (cfr. art. 20 d.lgs. 81/2008).
Orbene, pur dandosi atto che si è da tempo individuato il principio di auto responsabilità del lavoratore, una volta abbandonato il criterio esterno delle mansioni, sostituito con il parametro della prevedibilità, intesa come dominabilità umana del fattore causale (cfr., in motivazione, sez. 4 n. 41486 del 2015, Viotto), passandosi, a seguito dell’introduzione del d.lgs 626/94 e, poi, del T.U. 81/2008, dal principio “dell’ontologica irrilevanza della condotta colposa del lavoratore” al concetto di “area di rischio” (sez. 4, n. 21587 del 23.3.2007, Pelosi, Rv. 236721) che il datore di lavoro è chiamato a valutare in via preventiva, tuttavia, deve pure osservarsi come resti in ogni caso fermo il principio che non può esservi alcun esonero di responsabilità all’interno dell’area di rischio, nella quale si colloca l’obbligo datoriale di assicurare condizioni di sicurezza appropriate anche in rapporto a possibili comportamenti trascurati del lavoratore (cfr. sez. 4 n. 21587 del 2007, Pelosi, cit.).
All’interno dell’area di rischio considerata, quindi, deve ribadirsi il principio per il quale la condotta del lavoratore può ritenersi abnorme e idonea ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, non tanto ove sia imprevedibile, quanto, piuttosto, ove sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia (cfr. sez. 4 n. 15124 del 13712/2016, dep. 2017, Gerosa e altri, Rv. 269603; cfr. sez. 4 n. 5007 del 28/11/2018, dep. 2019, PMT c/ Musso Paolo, rv. 275017); oppure ove sia stata posta in essere del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli e, come tale, al di fuori di ogni prevedibilità da parte del datore di lavoro, oppure vi rientri, ma si sia tradotta in qualcosa che, radicalmente quanto ontologicamente, sia lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro (cfr. sez. 4 n. 7188 del 10/01/2018, Bozzi, Rv. 272222).
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