Source: http://www.professionisti.it/enciclopedia/voce/206/Comunione-legale-dei-beni
Timestamp: 2017-08-19 20:32:58+00:00
Document Index: 22377411

Matched Legal Cases: ['art. 177', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 182', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 1445', 'art. 184', 'sentenza ']

Comunione legale dei beni: definizione
Nel nostro ordinamento, in assenza di altro accordo, tra i coniugi vige il regime di comunione legale disciplinato dagli artt. 177 e ss. del codice civile. E opportuno precisare che la c.d. “comunione legale” dei coniugi si differenzia dalla “comunione ordinaria”. Nella comunione ordinaria ciascun soggetto è titolare di una quota del diritto di proprietà sulla cosa e ne può liberamente disporre; la quota indica la “misura del diritto” indicando il limite della disponibilità sul bene. Nella comunione legale dei coniugi, invece, la “quota” è indisponibile; i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto pro quota bensì risultano solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto i beni della comunione. Da questa particolarità derivano delle conseguenze sul piano della disciplina della “amministrazione” dei beni in comunione, come si vedrà più avanti. In virtù dell’art. 177 c.c. “Costituiscono oggetto della comunione: a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione; c) i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati; d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi”. Tale disciplina può essere derogata dai coniugi, i quali possono scegliere di adottare il regime di “separazione dei beni”. La disciplina codicistica all’art. 179 c.c. prevede che determinate categorie di beni, definiti “beni personali” dei coniugi, non vengano ricompresi nella comunione legale.: “a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento; b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione; c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori; d) i beni che servono all'esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione; e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa; f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto. L'acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati nell'articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge.
L’amministrazione dei beni della comunione e la rappresentanza in giudizio per tutti gli atti ad essa relativi osservano le seguenti regole:
a) per gli atti di ordinaria amministrazione – atti che hanno finalità meramente conservativa del patrimonio nel suo insieme - ciascun coniuge, anche disgiuntamente dall’altro, può validamente gestire e rappresentare la comunione;
b) per gli atti di straordinaria amministrazione - ovvero gli atti che importano una disposizione patrimoniale come, ad esempio, la vendita di un bene - i coniugi devono amministrare e rappresentare congiuntamente i beni della comunione.
In ipotesi di amministrazione congiunta dei beni, qualora il compimento di un atto straordinario è necessario nell’interesse della famiglia (o dell’azienda) ed uno dei due coniugi si rifiuta di prestare il consenso, l’altro può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione (art. 177 c.c.). L’autorizzazione del giudice può essere richiesta anche nei casi in cui manchi il consenso di uno dei coniugi a causa di “lontananza o di altro impedimento di uno dei due coniugi”. (art. 182 c.c.).
Il codice civile all’art. 184 c.c. disciplina le conseguenze in ipotesi di “atti compiuti senza il necessario consenso” dell’altro coniuge.
Se gli atti compiuti da un coniuge senza il consenso dell'altro riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell'articolo 2683 e non vengono da questo convalidati, sono annullabili (art. 184, I comma, c.c.)
La disciplina prevista è quella dell’annullamento dell’atto.
L’azione può essere proposta dal coniuge pretermesso entro un anno dalla conoscenza dell’atto e, in ogni caso, entro un anno dalla data di trascrizione. Se l’atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l’azione non può essere esperita oltre l’anno dallo scioglimento stesso. (art. 184, II comma, c.p.c.).
Resta fermo che secondo la tutela riconosciuta al terzo acquirente in buona fede dall’art. 1445 c.c., se l’atto di disposizione viene trascritto prima della domanda di annullamento esperita dal coniuge, il bene oggetto dell’atto annullato non potrà rientrare nella comunione legale; il coniuge che ha compiuto l’atto di disposizione sarà tenuto, quindi, alla corresponsione nei confronti dell’altro coniuge di un importo pari alla metà del valore del bene.
Se gli atti compiuti da un coniuge senza il consenso dell'altro riguardano “beni mobili diversi da quelli indicati nel primo comma” il coniuge che ne ha disposto ha l’obbligo, se l’altro coniuge lo richiede, di “ricostituire la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell'atto”; il codice prevede che qualora ciò non fosse più possibile il coniuge è obbligato al pagamento dell’equivalente secondo il valore corrente del bene all’epoca della ricostituzione. (art. 184, III comma, c.c.)
Se un coniuge vende a terzi un bene immobile della “comunione” senza il consenso dell’altro e, successivamente, ne acquista un altro di maggiore valore che viene ricompreso nella comunione, è possibile che il giudice lo esoneri dal pagare all’altro c
Secondo la sentenza n. 23199 del 17.12.2012 la Corte di Cassazione ha precisato che i due atti - vendita del bene immobile ed acquisto di un altro bene immobile - devono considerarsi autonomi e intrinsecamente estranei l’uno all’altro.L’illegittimità del comportamento del coniuge (che aliena il bene senza il consenso dell’altro) deve ricevere una sanzione da parte dell’ordinamento giuridico a nulla rilevando il fatto – secondario ed autonomo – dell’acquisto di un altro bene.Per i Giudici di legittimità non può prevalere il “giudizio economico” su quello “giuridico”.