Source: http://www.giustiziaeliberta.net/?cat=8
Timestamp: 2017-06-22 12:09:13+00:00
Document Index: 469516

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.\n644', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 727', 'art. 733', 'art. 256', 'art. 256', 'art. 256', 'art. 257', 'art. 258', 'art. 259', 'art. 260', 'art. 260', 'art. 279', 'art 1', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 727', 'sentenza ', 'sentenza ']

diritto | Giustizia e Libertà
Pubblicato il 2013/07/09 da Mau2011Amo	Risposta	BARBARA ARDÙ
ROMA – Chi è in causa con la banca perché sospetta
che negli anni ha pagato tassi da usura, avrà la st
rada in
discesa. La II sezione penale della Cassazione ha s
tabilito che la commissione di massimo scoperto (ri
masta in
vita fino a poco tempo fa), entra nel calcolo del t
asso usurario. Per anni invece ne è rimasta esclusa
stabilito da una prima circolare Bankitalia del 199
6 e dalle successive. La Cassazione ha invece rimes
so dritta
la barra. Ha deciso che indipendentemente da quanto
stabilito da banche e norme amministrative c ́è il
penale ed è quello cui bisogna guardare. Dunque chi
ha pagato tassi da usura potrà chiedere il rimbors
manna data l ́epoca. Per assicurazioni e servizi fin
anziari siamo maglia nera in Europa. In 9 anni, sec
ondo il
Tesoro, i prezzi sono cresciuti rispettivamente del
131,3% e dell ́89,9%. E negli ultimi 5 hanno galopp
ato tariffe
Torniamo all ́usura. «Questo collegio – è scritto ne
lla sentenza – ritiene che il chiaro tenore del com
ma IV art.
644 c.p. impone di considerare rilevanti ai fini de
lla fattispecie di usura, tutti gli oneri che un ut
ente sopporti in
connessione con il suo uso del credito. Tra essi ri
entra indubbiamente la commissione di massimo scope
rto».
Tant ́è, aggiungono i giudici, che è stata eliminata
e la Banca d ́Italia ultimamente ha rivisto le disp
osizioni sul
costo del credito includendo tutte le spese.
«Fino a oggi – spiega Gennaro Baccile, presidente d
i S.O.S utenti, che è arrivato in Cassazione con un
a causa -
le banche hanno fatto finta che il codice non esist
esse e con la legge sull ́usura hanno aumentato a di
smisura la
commissione di massimo scoperto. Ora non hanno più
scuse». È infatti la prima volta che si esprime la
Cassazione e la sentenza è destinata a fare scuola.
Non solo. «Gli interessi usurari calcolati in modo
da quanto stabilito dal codice penale – spiega Bacc
ile – andranno rimborsati, come previsto dal codice
civile». È
accaduto lo stesso con l ́anatocismo.
Una buona notizia. La cattiva arriva dal Tesoro: i
prezzi di polizze e servizi finanziari sono lievita
ti dal 1996 ben
oltre la media Ue. Per gli affitti siamo secondi al
la Spagna. Risparmi solo nelle telecomunicazioni (-
31%),
mentre per i beni alimentari siamo in linea con la
Ue (+32,6%). Unioncamere rincara la dose sulle tari
pubbliche, aumentate in 5 anni del 15% (5 punti olt
re l ́inflazione). Peggio hanno fatto quelle locali,
rifiuti che costano il 30% in più
Pubblicato il 2012/07/17 da Mau2011Amo	Risposta	Come è noto, l’entrata in vigore nel nostro ordinamento del decreto legislativo 231/2001, hai introdotto il tema della responsabilità amministrativa degli enti in aggiunta a quella di carattere penale della persona fisica che avrebbe materialmente commesso illecito nell’interesso o a vantaggio dell’azienda. È appena il caso di ricordare che la dottrina economico – aziendale porta a considerare l’azienda con una sorta di entità dotata di un significativo grado di autonomia rispetto ai soggetti che variamente vi collaborano (soci, amministratori, dipendenti) e con cui intrattiene rapporti di vario ordine e grado (amministrazione finanziaria, finanziatori, stakeholder in generale). L’azienda, in altri termini si configura quale organizzazione complessa dotata di proprie peculiari e specifiche caratteristiche, difficilmente ripetibili. In tale contesto è da inserire la previsione di una specifica responsabilità per l’ente, non sostitutiva ma in aggiunta, a quella delle persone fisiche. Il legislatore, all’articolo 6 del d.lgs. 231/2001 contempla una forma di esonero da responsabilità dell’ente se questo è in condizioni di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire la realizzazione dei cosiddetti reati presupposto. Tale opportunità, purtroppo non è stata corroborata da adeguati contenuti oggettivi circa l’effettiva implementazione e l’efficace attuazione dei Modelli in questione: l’”esonero” dalla responsabilità dell’ente passa attraverso il giudizio di idoneità che il giudice penale è chiamato a formulare in occasione di un eventuale procedimento. Tuttavia, pure non trattandosi di un obbligo normativo, è necessario ispirarsi da un lato l’esigenza, intima, dell’azienda di agire ed operare in compliance (ciò anche a prescindere dalle disposizioni ex d.lgs. 231/2001), quindi analizzare i propri assetti (anche in termini di rischio di compliance) e, in conclusione, tracciarli in un Modello idoneo a prevenire le situazioni rischiose. Tale processo, che sarà affrontato nel seguito della trattazione, è a risultati incerti e l’effettivo valore aggiunto è proporzionale al committment della società sull’effettiva implementazione di quanto suggerito dal legislatore 231. Si è accennato che la mancata adozione del modello non è, di per sé, soggetto ad alcuna sanzione diretta ma espone l’Ente alla responsabilità per illeciti realizzati nel suo interesse o vantaggio e potrebbe creare il valido presupposto d’azione di responsabilità a carico degli amministratori da parte dei soci. Inoltre con sempre maggiore frequenza, taluni bandi pubblici prevedono il pre-requisito dell’adozione di un modello 231
Si è detto che il beneficio dell’esonero responsabile a è subordinato alla verifica di adeguatezza del Modello circa la sua idoneità prevenire la fattispecie delittuosa effettivamente verificatasi. Purtroppo la discrezionalità interna dell’azienda che lo adotta ed esterna del giudice che lo giudica, è assai ampia per cui riteniamo sia inopportuno in questa sede proporre le esemplificazioni che potrebbero essere facilmente smentita dalla pratica. Viceversa, attingendo dalla dottrina e dalla giurisprudenza in materia, giudichiamo utile esporre i cardini attraverso cui valutare l’adeguatezza del modello, sia in sede preventiva che di “manutenzione ordinaria e straordinaria”. Il Modello, sotto tale eccezione deve essere idoneo a rispondere all’esigenza di:
prevedere specifici protocolli;
individuare le modalità di gestione delle risorse finanziarie;
prevedere obblighi di informazione da e verso l’Organismo di Vigilanza
introdurre un sistema disciplinare specifico.
Le caratteristiche appena tratteggiati ci portano ad affermare che non si possa fare riferimento all’adozione di un Modello standard; viceversa dovrà rappresentare l’esito di una dettagliata e (rendicontabile!) attività di individuazione, valutazione mappatura dei rischi dei processi strumentali nonché dei presidi di controllo implementati per la loro mitigazione sino al livello ritenuto accettabile. Tale percorso si declina secondo almeno cinque direttrici principali finalizzate ad enfatizzare la:
conoscibilità;
sanzionabilità delle violazioni del modello organizzativo.
si tratta delle “domande” cui bisogna rispondere autonomamente per la valutazione preventiva dell’adeguatezza del Modello in fase di approvazione e già adottato dalla società (in tal caso con il supporto dell’organismo di vigilanza).
La specificità del Modello indirizza l’analista verso la ricerca di un documento effettivamente disegnato per la “specifica” azienda. Sul punto si segnala subito la genericità del mero richiamo alle linee guida o l’adozione di un semplice codice etico. Si badi che non ci si riferisce, al momento, a tematiche di tipo formale strutturale ma siamo ancora nell’ambito degli irrinunciabili contenuti di base. Il Modello, sotto tale eccezione dovrà essere idoneo, in prima battuta, a descrivere effettivamente l’azienda e le rischiosità specifiche quindi ad indicare i puntuali presidi di controllo che sovraintendono alla loro mitigazione. Di norma gli elementi che si utilizzano a supporto di tale requisito sono i seguenti “passaggi chiave”:
l’analisi del perimetro di intervento 231 in relazione al settore, l’organizzazione aziendale, i rapporti fra gruppo, eccetera;
l’individuazione e la condivisione con gli owner e con l’ente dei profili di rischio
la descrizione non generica dei processi aziendali generali e specifici con indicazione dei presidi di controllo nonché con la chiara regolamentazione della gestione delle risorse finanziarie;
previsione di specifiche procedure /protocolli con indicazione anche del profilo sanzionatorio;
l’archiviazione della documentazione dell’ assessment 231
Il Modello specifico dovrà altresì essere attuabile. Capita non di rado di analizzare modelli perfetti sotto il profilo tecnico formale ma che per i contenuti cautelari ivi ipotizzati non siano effettivamente attuabili (quindi attuati con tutte le conseguenze facilmente immaginabili). In altri termini le misure a protezione dei rischi devono essere coerenti con le capacità dell’azienda di implementarle effettivamente. Si tratta di grandezze che si misurano sia mediante considerazioni di tipo economico finanziario che umano organizzativo. Sul punto è utile ricordare che il razionale del “valutatore esterno” segue il seguente paradigma di base:
correttezza dell’individuazione del rischio ad esempio corruzione nel processo gare d’appalto
adeguata implementazione dei presidi di controllo (ad esempio procedura gara d’appalto, procedura incassi, procedura subappalti eccetera)
rischio residuo accettabile
tenuta cautelare
Un errore di valutazione sul fronte del rischio del controllo compromette il giudizio finale di accettabilità, così come la non attuazione di procedure giudicate necessarie per ridurre il rischio. Si suggerisce di approfondire, in via preventiva, l’effettivo impatto sia sul business che sulla compliance dei presidi che si vuole implementare e di prevedere un “action plan” in cui trattare la priorità d’intervento anche con riferimento alla tempistica (cosidddetta “gap analisys” e “gap recovery”). Le aziende, alla stregua di qualsiasi organismo vivente sono esposte nel corso del tempo a continue, costanti più o meno evidenti, modificazioni. Le ragioni fisiologiche (alle volte anche patologiche!) del cambiamento possono avere origine interna e o esterna. La permanenza economica delle nostre risiede proprio nella capacità di reagire positivamente ai variegati stimoli appena tratteggiati. Il Modello Organizzativo pertanto non può non deve essere un documento statico ma dovrà evolversi parallelamente all’azienda. Questo infatti recepirà con sistematicità le modifiche organizzative al fine di verificare nel tempo l’adeguatezza del modello stesso. La delineata analisi “continuativa” avviene anche attraverso l’Organismo di Vigilanza che ha tra le altre la responsabilità di segnalare all’Organo di Gestione le necessità di aggiornamento. Alcuni esempi possono essere di aiuto per meglio inquadrare tale aspetto. Si pensi al caso di modifiche normative a seguito ad esempio all’introduzione di nuovi reati presupposto che impattano sui processi aziendali. Il Modello sino ad oggi in vigore per evidenti ragioni non offre alcuna garanzia circa la salvaguardia da tali nuovi rischi per cui, con riferimento all’attualità, è inadeguato e necessita di un aggiornamento specifico. Nello stesso senso, nell’ipotesi in cui l’azienda sia stata oggetto di riorganizzazione del sistema delle deleghe e delle procure non più coerente con quanto tracciato nell’originale edizione del Modello. Si tratta di un percorso senza fine che rientra nella fisiologia della gestione aziendale, e dovrà essere condotto con sistematicità e secondo cadenze prefissate. Al riguardo si suggerisce di prevedere nel Modello una sorta di scadenza entro cui sottoporre ad analisi l’intero sistema 231, ciò anche a prescindere dalle verifiche periodiche dell’organismo di vigilanza. In altri termini si può affermare che il modello dovrà essere aggiornato per tenere conto dell’effettiva realtà dell’ente con riferimento sia al profilo di rischio che al profilo organizzativo. La verifica del requisito di attualità passa normalmente attraverso le seguenti evidenze:
l’analisi periodica delle modifiche organizzative o del profilo di business eventualmente intervenute ad esempio mediante la previsione di uno specifico flusso informativo;
l’analisi dell’impatto 231 di eventuali nuove aree di business o nuovi reati presupposto;
l’analisi della coerenza del sistema delle deleghe delle procure con la realtà aziendale con le previsioni del modello
la previsione in termini di obbligatorietà di specifiche attività di audit sotto il coordinamento/ controllo analisi dell’OdV
Le previsioni del modello per essere effettive devono essere conosciute tra i soggetti interni ed esterni all’ente obbligati ad osservarle; dovrà pertanto essere chiara la risposta alle esigenze di:
La diffusione risiede nel rendere fruibile ai destinatari il modello o la documentazione di cui si chiede la conoscenza o il rispetto. Di norma avviene tramite l’invio di un email con ricevuta di consegna/ lettura corredata dalla documentazione in argomento nonché mediante la pubblicazione presso le bacheche aziendali e/o la consegna dei cartacei ai destinatari. Si badi che non si tratta di forme alternative ma concorrenti che saranno definite, caso per caso, in relazione alle effettive necessità aziendali.
La formazione sui contenuti del modello e dei documenti ad esso correlati dovrà essere specifica, non generica nonché idonea a dare evidenza oltre che dei temi trattati, anche della partecipazione del livello di approfondimento conseguito. La formazione ha carattere di continuità e dovrà essere pianificata, almeno su base annuale, in uno specifico documento. L’informazione si inserisce nell’esigenza per cui tutti gli attori della compliance 231 siano aggiornati sui fatti di rilievo e di interesse. Per questa ragione si suole prevedere periodici flussi informativi da /per l’Organismo di Vigilanza e/o i key officers nonché la possibilità per chiunque di segnalare eventuali violazioni, anche tentate, del modello e/o delle regole etiche dell’azienda. In tale ultima ipotesi, è necessario salvaguardare il segnalante da qualsiasi forma di ritorsione o discriminazione e, più in generale, tutelarne la riservatezza. Tali comunicazioni sono gestite direttamente dall’organismo di vigilanza che, secondo alcuni, potrà essere contattato anche in forma anonima. Il modo con cui l’azienda intende adempiere alla necessità di diffusione formazione informazione dovrà essere indicato in dedicate sezione del modello organizzativo, mediante:
introduzione dell’obbligo di riferire all’ODV circa eventuali violazioni del Modello e o commissione di reati rilevanti 231;
revisione della forma dell’informazione/diffusione
previsione di informazioni “sistematiche e proceduralizzate alzate ed relativi owner;
introduzione delle sanzioni in caso di violazione degli obblighi informativi;
La validità delle disposizioni cautelari risiede anche nella capacità dell’ente di sanzionare comportamenti assunti in violazione delle stesse.
Si tratta, è il caso di chiarirlo di sanzioni che riguardano tutti destinatari del Modello e non solo i dipendenti dell’ente. Per questa ragione il semplice richiamo alle indicazioni del CCNL appare inadeguato rispetto alle esigenze di compliance 231. Nello specifico è necessario sviluppare una chiara sezione del Modello in cui delineare le violazioni e prevedere in relazione alla gravità le sanzioni applicabili nonchè il procedimento di irrogazione delle stesse. Sotto tale ottica ad esempio saranno destinatari potenziali delle sanzioni :
i componenti degli organi di gestione di controllo;
i dipendenti di ogni ordine e grado;
i consulenti ed i collaboratori in genere;
gli agenti;
i partner commerciali.
trattando il tema dell’implementazione del modello è opportuno per semplicità espositiva distinguere i due fondamentali momenti del risk assessment e della scelta della struttura del modello. Anche su questi temi si chiarisce che non esistono indicazioni legislative ma si farà esclusivo riferimento a quanto indicato le linee guida redatte dalle associazioni di categoria nonché nella dottrina e nella giurisprudenza di riferimento.
Di norma si suole seguire il seguente percorso logico, distinto per semplicità espositiva, in cinque fasi:
scoping fase 1 definizione degli obiettivi e del perimetro di progetto e pianificazione dettagliata attività
risk assessment fase 2 Identificazione dei reati potenziali e descrizione preliminare del modello “as is”
Progettazione fase 3 Gap Analisyis ed elaborazione del modello a tendere “to be”
Realizzazione fase 4 Redazione del modello Organizzativo definizione dell’ODV e piano di comunicazione e formazione
Implementazione Fase 5 adozione ed implementazione del modello
Lo Scoping del progetto è un fondamentale momento conoscitivo per comprendere il perimetro del progetto ma- soprattutto- per iniziare ad apprezzare l’effettivo livello di committment aziendale sulle tematiche in argomento. In questa delicata fase, inoltre, saranno individuate le attività ed i soggetti “sensibili” (c.d. owner dei rischi) con cui condividere e programmare lo sviluppo operativo dell’attività di assessment (ad esempio la pianificazione delle interviste, la selezione della documentazione da acquisire etc.) . L’attività di implementazione del Modello 231 dovrà essere condotta alla stregua di un complesso processo di risk management in cui le esigenze operative troveranno giusta considerazione in relazione agli specifici rischi di compliance 231 sottostanti. Per questa ragione è indispensabile conoscere l’azienda ed analizzare i processi con una metodologia verticale ed orizzontale, idonea a riconoscere il rischio 231 sia nella funzione orizzontale che nelle fisiologiche relazioni interfunzionali (verticale) come esemplificato nella figura che segue:
Mappatura verticale Mappatura orizzontale
Pubblica amministrazione Pubblica amministrazione
Funzione aziendale Funzione aziendale
In tale contesto si dovrà procedere non solo con l’analisi dell’impatto e della probabilità ma, soprattutto,1 valutazione dell’interferenza tra le differenti categorie di rischio in relazione all’impianto dei controlli già esistenti in azienda. L’obiettivo del processo e di ricondurre il rischio ad un livello accettabile di sostenibilità
Rischio lordo – Presidi di controllo = Rischio accettabile
il rischio lordo rappresenta il valore misurato in termini di impatto probabilità, i presidi di controllo quanto esistente per ridurre il rischio residuo ad un livello accettabile. Ad esempio, nel caso di rischio corruzione la presenza di idonee procedure una successiva implementazione delle stesse riduce, di conseguenza, il rischio. L’attività di risk assessment si conclude con:
l’individuazione la valutazione delle aree di dischi rilevanti ai fini 231;
la formalizzazione la condivisione di una mappa delle aree sensibili corredata dalla valutazione preliminare dei controlli e degli elementi di compliance esistenti rispetto ai rischi/reati potenziali.
La gap analysis rappresenta la fondamentale fase conoscitiva finalizzata di individuare le aree di eventuale non compliance dell’esistente. Si tratta in altri termini di analizzare le motivazioni tecniche ed economico aziendale delle ragioni di inadeguatezza dei processi osservati in ottica 231 e delle relative azioni remediali. Il documento di gap analysis pertanto dovrà dare riscontro non solo delle aree in cui il sistema di controllo è carente ma, soprattutto, delle azioni da intraprendere in relazione alle priorità, alle responsabilità e alla tempistica delle azioni correttive. E’ un momento formale di raccordo tra le dinamiche operative le responsabilità di compliance 231 : il giudizio sui gap si baserà su considerazioni di tipo cautelare preventivo.
La realizzazione è il momento introduce il tema della struttura del Modello in quanto si realizza con la stesura materiale che dovrà essere sviluppata in coerenza a quanto emerso in sede di risk assessment e di gap analysis. Il Modello di norma è un documento articolato su più parti:
la parte generale del Modello tratteggia le caratteristiche dell’azienda e le principali regole caratteristiche dell’impianto 231 adottato dalla società. In particolare sono indicati:
descrizione dell’azienda e della governance
descrizione del mercato in cui l’azienda opera
descrizione del processo di implementazione del Modello
indicazione del quadro normativo 231
ruolo, responsabilità e requisiti dell’organismo di vigilanza
indicazioni sulla diffusione, formazione ed informazione in materia 231
previsioni disciplinari
Le parti speciali viceversa sono dedicate a trattare, nel dettaglio, la gestione dei rischi 231 cui l’azienda esposta. Si tratta in altri termini di dichiarare ai destinatari del Min maniera chiara e puntuale sia i rischi e come questi si manifestano nonché le procedure, i presidi di controllo delle cautele adottate dall’azienda per monitorarli e ridurli sino a livello di accettabilità di cui si è detto. In tale contesto assume particolare interesse il disegno del processo improntato a:
segregazione delle funzioni, per cui un unico soggetto non ha il potere di determinare tutto il processo, ad esempio, chi chiede una consulenza non è colui che seleziona il partner nonchè effettua il pagamento
caccia militare del processo decisionale al fine di rendere ricostruibile a posteriori il perché, da chi e sotto quali presupposti sia stata assunta la decisione
archiviazione della documentazione rilevante
segnalazione delle eventuali misconducts
è naturale che quanto descritto presenta delle dimensioni dell’ente soprattutto con riferimento requisito della segregazione. Si ribadisce la necessità che il Modello in particolare le parti speciali, siano molto dettagliate ed effettivamente rispondente alle dinamiche operative specifiche dell’ente. Il codice etico è il documento con cui l’azienda di chiara i principi attraverso i quali intende condurre le proprie attività e da cui tutti propri interlocutori dovranno conformare i loro comportamenti. sebbene sia caratterizzato da astrazione è opportuno che si è disegnato in conformità ai rischi 231 specifici dell’azienda. Ad esempio,1′azienda particolarmente esposta al rischio sicurezza sui luoghi di lavoro, dovrà anche a livello di codice etico prevedere le regole di base e concentrare l’attenzione sul tema specifico.tale approccio consente di evitare il comune errore di sviluppare dei documenti che sia una mera elencazione di valori, troppo generica per essere effettivamente utilizzabile nell’ambito del processo 231. La mappatura delle aree di rischio e il documento che, di norma, riepiloga i processi sensibili sotto il profilo 231 e per ognuno indica:
il tipo di reato 231 le modalità attraverso cui potrebbe essere commesso
i presidi di controllo/ procedure esistenti
l’eventuale reportistica
i controlli dell’organismo di vigilanza o delle altre funzioni preposte
Pubblicato il 2012/07/10 da Mau2011Amo	Risposta	Il 16 agosto 2011, dopo un travagliato iter, è entrato in vigore nel nostro ordinamento il d.lgs. 7 luglio 2011 n° 1221 attuativo di due importanti direttive europee sulla tutela dell’ambiente (1008/99/CE) e sull’inquinamento provocato da navi (2009/123/CE). La novità più significativa è rappresentata dall’introduzione nel corpo del d.lgs. n° 231/11 dell’art. 25 undecies ossia della previsione della responsabilità amministrativa degli enti per taluni reati ambientali commessi, a vantaggio e nell’interesse dell’ente stesso, dai vertici apicali dell’impresa ovvero da soggetti sottoposti alla direzione e vigilanza di questi ultimi. La direttiva 2008/99/CE (sulla tutela penale dell’ambiente) indicava, per ciascuno Stato, l’obbligo di incriminazione dei responsabili di una numerosa serie di attività a danno dell’ambiente, qualora fossero “illecite e poste in essere intenzionalmente o quanto meno per grave negligenza”. Gli articoli 6 e 7 prevedevano, inoltre l’obbligo degli stati di prevedere sanzioni a carico delle persone giuridiche nonché l’obbligo di adottare misure necessarie affinché le persone giuridiche dichiarate responsabili fossero passibili di sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive. Analoghe indicazioni derivavano dagli articoli quattro e seguenti della direttiva 2009/123 sull’inquinamento provocato da navi. L’elenco degli illeciti indicati nell’articolo tre della direttiva 2008/99/CE era estremamente articolato e contemplava prevalentemente (ma non solo) fattispecie caratterizzate da un evento di danno o di pericolo concreto. La soglia di rilevanza penale delle varie ipotesi menzionate dal legislatore comunitario coincideva, infatti, con la causa azione della morte o di lesioni gravi alle persone ovvero di danni rilevanti alla qualità del suolo, dell’aria, dell’acqua o ancora della fauna, alla flora ovvero con la determinazione del pericolo di causazione di tali eventi. Alla luce di ciò il Parlamento italiano, in sede di legge delega ha ritenuto, che l’obbligo di configurare la responsabilità del reato delle persone giuridiche imposto dalla direttiva dovesse essere circoscritto agli illeciti più gravi già contemplati dal nostro ordinamento e, in particolare, agli illeciti caratterizzati sul piano dell’effettiva lesione dei beni giuridici oggetto di tutela. In realtà un effettivo e completo recepimento delle direttive comunitarie citate avrebbe imposto l’introduzione di nuovi reati ambientali di pericolo concreto o di danno sul calco delle fattispecie europee, mentre, invece, ci si è limitati a richiamare gli illeciti penali in vigore nel nostro ordinamento, contemplati da numerose leggi speciali, per lo più di natura contravvenzionale, puniti con la sanzione dell’arresto e/ o ammenda, e storicamente costruite nella forma della struttura dei reati di pericolo astratto. De jure condendo il recepimento delle direttive appare un’occasione perduta per un ripensamento generale del sistema di reati contro l’ambiente, un loro inserimento sistematico nel codice penale sostanziale e una previsione come delitti delle più gravi forme di aggressione. Tutto ciò non è avvenuto ma, come riferisce anche la relazione illustrativa al decreto ” tale operazione potrà costituire oggetto di separato e successivo intervento legislativo”. Viceversa l’indicazione dei reati è avvenuta con il richiamo testuale ad una serie assai numerosa di fattispecie contenute in norme sparse nel nostro ordinamento. Ciò ha comportato, oltre all’esclusione dei reati più schiettamente formali, il mancato inserimento, di alcune fattispecie di significativo spessore offensivo. La maggior parte dei reati presupposto inserite nell’articolo 25-undecies d.lgs. n° 231/01 consiste in contravvenzioni, caratterizzate sia dal dolo sia dalla colpa. Tra le fattispecie prevalgono i reati nel settore dei rifiuti nei quali la responsabilità amministrativa delle società è molto più rilevante. Minori sono i casi relativi all’inquinamento idrico mentre nel settore dell’inquinamento atmosferico, il legislatore delegato è stato decisamente più parco, inserendone uno solo nel catalogo dei reati presupposti come evidenziato nella seguente tabella:
Famiglia di reati ambientali:
art. 727 bis: Uccisione , distruzione, cattura, prelievo di esemplari di specie animali e vegetali selvatiche protette
art. 733 bis: distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto
D. Lgs. 3 aprile 2006 n° 152 Norme in materia ambientale
Art. 137, commi 3, 5 primo periodo e 13 Scarichi acque reflue
Art. 137, commi 2, 5 secondo periodo e 11 Scarichi acque reflue
art. 256, comma 1 lett a) e 6 primo periodo Attività di gestione di rifiuti non autorizzata
art. 256, comma 1, lettera b), 3, primo periodo e 5 Attività di gestione di rifiuti non autorizzata
art. 256, comma 3, secondo periodo Discarica non autorizzata
art. 257, comma 1, comma 2 Bonifica dei siti
art. 258, comma 4, secondo periodo Violazione degli obblighi di comunicazione di tenuta dei registri obbligatori e dei formulari
art. 259, comma 1 Traffico illecito di rifiuti
Art. 260, comma 1 art. 260, comma 2 Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti
art. 260 bis, commi 6 e 7, secondo e terzo periodo e 8 primo periodo, comma 8 secondo periodo Sistema informatico di controllo della tracciabilità di rifiuti
art. 279 comma 5, Sanzioni Impianti e attività in deroga Emissioni prescrizioni
Legge 7 febbraio 1992 n° 150
art 1, comma 1, art. 2, commi 1 e 2 art. 6, comma 4
art. 3 bis, comma 1
Legge 549/93 art. 3, comma 6 Cessazione e riduzione dell’impiego delle sostanze lesive
D.lgs 207/07
art. 8, comma 1 e 9 comma 2 inquinamento colposo
art. 8, comma 2 Inquinamento doloso
Tra i reati presupposto ai fini dell’applicabilità del d.lgs. 231/01 rientrano anche due nuove fattispecie penali, introdotte nel codice penale italiano dal d.lgs. n° 121/11. La prima è quella di cui all’articolo 727 bis codice penale che punisce diverse tipologie di condotte illecite nei confronti di specie animali selvatiche protette. La seconda fattispecie penale di nuova introduzione è quella di cui all’articolo 733 bis del codice penale che punisce con la pena dell’arresto fino a 18 mesi e con l’ammenda non inferiore all’€ 3000 chiunque fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all’interno di un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendo lo stato di conservazione.
Come è noto, la responsabilità amministrativa della persona giuridica scatta ex d.lgs. 231/01 qualora si dimostri che il reato commesso da persone che rivestono ruoli apicali all’interno dell’ente o da loro sottoposti, venga perpetrato nell’interesse o a vantaggio della società. Anche in relazione alla responsabilità dell’ente in occasione della consumazione dei reati contro l’ambiente, si porranno, quindi, i medesimi problemi interpretativi sorti in occasione dell’entrata in vigore dell’articolo 25 septies del d.lgs 231/01 ossia dei delitti commessi in violazione della normativa antinfortunistica, a danno della vita o dell’incolumità delle persone fisiche. Già in sede di interpretazione di tale norma si è sottolineato che mentre è agevole per l’interprete valutare se una determinata condotta dolosa rivelante ai sensi del d.lgs. 231/01 venga posta in essere nell’interesse o a vantaggio della società, più problematico è appurare quando un comportamento colposo possa essere stato tenuto al fine di creare un vantaggio o soddisfare un interesse dell’ente. Mentre,a titolo di esempio, è facile capire se è un reato di corruzione commesso da un manager porti o meno vantaggio alla società, più difficoltoso è appurare, in sede penale quale vantaggio l’ente possa trarre dalla violazione di una norma antinfortunistica che abbia causato la morte di un dipendente. Sul punto a dottrina si sforzata di elaborare soluzioni interpretative che rendano compatibile anche con le condotte colpose la previsione di quell’articolo cinque citato. Si è, quindi, giunti a ritenere che il “vantaggio” dell’ente consisterebbe nel risparmio dei costi connessi agli investimenti in materia di sicurezza sul lavoro e l’”interesse” debba essere inteso in senso oggettivo, ossia sull’accertamento di un rapporto di immedesimazione organica tra person giuridica e agente a cui viene imputato un reato colposo. Ad esempio, se il responsabile di un’unità produttiva decidesse di non investire in tema di sicurezza sul lavoro, l’eventuale danno dell’operaio che dovesse derivare dalla violazione della normativa antinfortunistica potrebbe comportare l’applicazione di sanzioni a carico dell’impresa ex d.lgs. 231/01. Nel solco tracciato da tale orientamento si muoverà, presumibilmente, la giurisprudenza anche con riferimento ai reati in tema ambientale. In siffatta materia, peraltro, occorre sottolineare come molti dei reati richiamati dall’art. 25 undecies d.lgs. 231/01 siano di pura condotta e non di evento, come quelli contemplati dal precedente articolo 25 septies: tale circostanza renderà ancora più difficile l’individuazione di criteri di imputazione all’impresa. Le sanzioni pecuniarie sono assai diversamente articolate in base alla gravità delle condotte. In linea di massima le soglie edittali variano, mediamente tra le 150 e 250 quote e, una volta determinato il valore della quota ai sensi dell’articolo 10 d.lgs 231/01 si può ritenere che tali sanzioni, nella loro massima entità vadano da € 232.250 ad € 387.250. Solo in relazione al reato più grave dell’elenco, quello di cui all’articolo 260 comma uno d.lgs. 152/2006 -attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti- è prevista l’irrogabilità di una sanzione pecuniaria massima di € 1.239.200,00. Oltre alle già citate sanzioni pecuniarie il legislatore ha anche previsto che per i reati più gravi possono essere applicate anche sanzioni interdittive a carico dell’ente, anche in India cautelare, quali:
divieto di contrattare con la PA, salvo che per ottenere prestazioni di un pubblico servizio;
divieto di pubblicizzare bene servizi.
La novella ha anche previsto l’applicazione della sanzione dell’interdizione definitiva carico dell’ente o dell’organizzazione che risultino stabilmente utilizzati allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione di reati di “associazione” finalizzata al traffico illecito di rifiuti o di sversamento doloso, in mare, di materie inquinanti.
Pubblicato il 2012/07/10 da Mau2011Amo	Risposta	Il Decreto Legislativo 7 luglio 2011 n° 121 ha dato attuazione a due importanti direttive sulla tutela penale dell’ambiente (2208/99/CE) e sull’inquinamento provocato da navi (2009/123/CE). Esso ha introdotto (art. 2) l’art. 25 – undecies nel d.lgs. 231/2001, aggiungendo al catalogo dei reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti:
- i reati ambientali attinenti ai rifiuti, acque e atmosfera, già contenuti nel d.lgs. 152/2006;
- i reati di importazione, esportazione, trasporto ed uso illecito di specie animali e commercio di piante riprodotte artificialmente e alla falsificazione di certificazioni o licenze e uso di certificazioni o licenze alterati per l’importazione di animali (art. 1, 2 legge 7 febbraio 1992 n° 150).
- i reati attinenti alle violazioni delle disposizioni sull’impiego di sostanze nocive per lo strato di ozono (art. 3 comma 6 L 28 dicembre 1993 n° 549).
vengono, inoltre, previste, sempre come reati presupposto della responsabilità amministrativa dell’ente, due nuove fattispecie del codice penale: l’art. 727 bis concernente l’uccisione, la distruzione, la cattura di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette e l’articolo 733 ter che prevede la distruzione o il deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto.
Agricoltura come produzione di energia
Pubblicato il 2012/07/10 da Mau2011Amo	Risposta	Sia nel contesto europeo che nazionale, l’interesse verso le agroenergie ha inizialmente trovato spazio all’interno del più generale interesse verso l’individuazione di fonti di energia alternative ai combustibili fossili, si pensi in particolare alla biomassa agricola e più in generale ai biocarburanti e l’energia elettrica e calorica derivata dalla biomassa ottenuta da prodotti, sottoprodotti e desideri agricoli. Solo più di recente le agroenergie hanno conquistato un’attenzione specifica. Ciò trova conferma anche nella più recente normativa energetica europea ( direttiva 2009/28) e nazionale (d.lgs. 28/2011). Il crescente interesse verso la valorizzazione energetica della biomassa agricola ha portato da attribuire a tale fonte di energia rinnovabile un ruolo di rilievo nella programmazione europea (ed anche nazionale) volta al raggiungimento degli obiettivi energetici “20-20-20″, con la conseguenza che il suo attuale contributo al consumo interno lordo europeo dovrà più che raddoppiare. Tale prospettiva induce a riflettere sulle implicazioni che potranno derivarne per la sicurezza alimentare, vista l’incidenza – diretta ed indiretta- dell’espansione delle agro energie sulla food security. L’unione europea e i paesi membri sono dunque posti di fronte alla necessità di valutare attentamente la questione fuel vs food in ragione della continua crescita del fabbisogno alimentare l’energetico mondiale.
Eccedenza di tipo perdurante e non momentanea DL 212/2011
Pubblicato il 2012/01/26 da Mau2011Amo	Risposta	Il sovraindebitamento si verifica in due circostanze: 1) quando il rapporto tra patrimonio liquidabile e obbligazioni assunte è squilibrato in maniera perdurante;
2) quando si accerta una definita illiquidità rispetto alle passività correnti.
La seconda delle due situazioni coincide dichiaratamente con il presupposto del fallimento. La prima circostanza invece merita un approfondimento. E’ importante definire il momento di squilibrio finanziario al fine di delimitare l’accesso alla procedura di composizione al fine di evitare abusi da parte di debitori che pure trovandosi in mero stato di difficoltà approfittino dello strumento per spostare i sacrifici sui creditori. Per definire questa accezione di sovraindebitamento occorre quindi riempire di contenuto questi concetti
perdurante squilibrio
patrimonio liquidabile
PERDURANTE SQUILIBRIO: Lo squilibrio è costituito da un’eccedenza delle passività rispetto alle attività destinate a estinguerle. Questa eccedenza deve essere perdurante e quindi non momentanea né tantomeno occasionale o episodica. Al contrario, lo squilibrio deve essere sistematico.
OBBLIGAZIONI ASSUNTE:con obbligazioni assunte deve intendersi l’ammontare delle passività che devono essere estinte dal debitore. La particolarità dall’aggettivo assunte: si ritiene che debbano essere escluse tutte le passività non volontariamente contratte dal debitore e quindi tutte le obbligazioni è extracontrattuali.
PATRIMONIO LIQUIDABILE: la prima versione del disegno di legge approvato in senato faceva riferimento al patrimonio disponibile. La seconda approvata dalla camera conteneva l’espressione patrimonio prontamente liquidabile. Nel decreto-legge approvato definitivamente dal consiglio dei ministri così come già nello schema di decreto di riferimento è solo al patrimonio liquidabile. Quando deve intendersi con il patrimonio liquidabile evidentemente qualcosa di diverso da patrimonio disponibile a mio avviso dovrebbero rientrare nella definizione tutti bene di prendere il debitore realizzabili in tempi brevi. Per identificare la lunghezza di questo termine si potrebbe fare riferimento a quello della moratoria di 120 giorni previsto dall’articolo cinque comma tre: questo il periodo per il quale i beni del debitore sono pose riparo dall’azione dei creditori e poi finalmente essere considerato come il tempo entro il quale il patrimonio del debitore può essere realizzato per reperire a liquidità necessaria all’esecuzione dell’accordo.
Il sovraindebitamento del consumatore: per quanto riguarda il sorprende di cemento del consumatore l’articolo uno comma due lettera B. specifiche lettere si deve intendere il suo indebitamento dovuto prevalentemente all’inadempimento di obbligazioni contratte al consumatore come definito al codice di consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005 206 ai sensi dell’articolo tre del decreto legislativo 206 del 2005 il consumatore la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale commerciale artigianato professionale eventualmente svolta per definire sono indebitamento del consumatore pertanto valgono le considerazioni già formulate con la specificazione che le passività devono essere costituite prevalentemente da obbligazioni contratte per scopi estranei all’attività imprenditoriale commerciale artigianato professionale eventualmente svolta dal debitore. Si rileva peraltro dello schema di decreto legge si faceva riferimento alle obbligazioni esclusivamente contratte dal consumatore. Riceve nel suo indebitamento del consumatore si differenzia per due aspetti da quella comune una più bassa percentuale necessaria per il raggiungimento dell’accordo con i creditori 50% dei crediti luogo del 70% una riduzione a metà dell’indennità dovute all’organismo di composizione della crisi o del professionista.
PRESUPPOSTI DI AMMISSIBILITA’: il presupposto oggettivo della procedura di un oggetto e le situazioni sono indebitamento o di sole indebitamento del consumatore il debitore in questo caso può proporre creditori con l’ausilio degli organismi di composizione della crisi,1 accordo di ristrutturazione dei debiti. L’accordo deve basarsi su un piano di assicuri regolare pagamento dei creditori estranei all’accordo stesso compreso l’integrale pagamento di due orari dei crediti privilegiati quegli stessi non abbiano rinunciato anche parzialmente. Il tuttavia può prevedere una moratoria di un anno. Il piano deve contenere i termini e le modalità di pagamento dei creditori anche se suddivisi in classi, le eventuali garanzie rilasciate per l’adempimento dei debiti, le modalità per l’eventuale liquidazione dei beni. Può stabilire che il patrimonio del debitore si affida da un fiduciario per la liquidazione la custode della distribuzione del ricavato dei creditori.
ORGANISMI DI COMPOSIZIONE DELLA CRISI: gli organismi della composizione delle crisi possono essere costituiti da enti pubblici. Il organismi devono essere dotati di adeguate caratteristiche di indipendenza e professionalità. E si dovranno essere iscritti in un apposito registro tenuto presso il ministero della giustizia: i requisiti, i criteri e le modalità di iscrizione, sospensione cancellazione nell’elenco così come la sua formazione revisione saranno determinati con regolamento ministeriale sta dotarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto-legge 212 bar 2011 è previsto che le schegge nel registro degli organismi di composizione della crisi avvenga di diritto, a semplice domanda per il organismi di mediazione così di presso le camere di commercio; il segretario sociale dell’informazione consulenza al singolo e nuclei familiari istituiti ai sensi dell’articolo 22 comma quattro letterale della legge 328 del 2000 i loro desideri; il ordini territoriali degli avvocati; l’ordine territoriale dei commercialisti esperti contabili; il ordini territoriali di Notari.
COMPITI E FUNZIONI:l’articolato normativo prevede che l’organismo svolga questi compendia da queste funzioni e il suo e di ausilio al debitore estero di sole indebitamento della proposizione creditori dell’accordo di ristrutturazione articolo due comma primo; attesta la fattibilità del piano articolo sette comma primo e articolo 10 comma sette; raccoglie le richieste di consenso alla proposta sottoscritta dei creditori articolo sei comma uno; trasmette i creditori se l’accordo raggiunto una relazione sui consensi espressi e sul raggiungimento della percentuale necessaria articolo sette comma uno; trasmette al giudice la relazione allegandole contestatrice utero di un’attestazione sulla fattibilità del piano articolo sette comma uno; risolvere difficoltà insorte nell’esecuzione della corte vigila sull’esatto adempimento dello stesso articolo otto comma due; comuni che creditori ogni eventuale irregolarità nell’esecuzione dell’accordo articolo otto comma due; assume un’iniziativa funzionale alla predisposizione del piano di ristrutturazione al raggiungimento della corte all’esecuzione dello stesso articolo 10 comma sei; verifica la veridicità dei dati contenuti della proposta e documenti allegati articolo 10 comma sette; e segue la pubblicità della proposta è dell’accordo ed effetto le comunicazioni disposte dal giudice articolo 10 comma otto. A mio avviso a > digitati alla verifica della veridicità dei dati contenuti della proposta nel caso in cui il debitore non sono imprenditori infatti non esistono scritture contabili e difficile se non impossibile verificare la completezza dei dati ad esempio di tutti i beni del patrimonio del debitore siano contenute nella proposta oppure di tutte le obbligazioni assunte siano presi in considerazione. L’emigrazione dei redditi a norma dell’articolo quattro comma due devono essere depositate non sono fatti dole accettare queste informazioni. Le migrazioni fatti sono contenuti da reddituale non quelli patrimoniali. Probabilmente per questo motivo le prime tessere l’articolato veniva attribuita l’organismo il potere di accedere ai dati contenuti dell’anagrafe tributaria e sistemi di informazioni creditizie nella centrale dei rischi e nelle altre banche dati pubbliche. Tale facoltà essere spunta dalla versione definitiva dal decreto del decreto legge approvato dal consiglio dei ministri. Probabilmente tale potere sornione incompatibile con la disciplina della privaci, anche inconsiderazione fatto dei soggetti avrebbero voluto accedere alle banche dati non sarebbero stati dei pubblici ufficiali. Un altro aspetto problematico il necessiterebbe di un chiarimento riguarda la risoluzione delle difficoltà insorte nell’esecuzione dell’accordo.
Pubblicato il 2012/01/23 da Mau2011Amo	Risposta	Terza tappa per le libere professioni. Dopo le misure contenute nella manovra di Ferragosto in parte corrette in parte integrate da quelle infilate nella legge di stabilità, arriva ora il decreto sulle liberalizzazioni, frutto della seduta- fiume del Consiglio dei Ministri di venerdì scorso, che dà l’addio alle tariffe e prevede il tirocinio nelle università e l’accordo sui compensi con il cliente. Dunque, va definitivamente in soffitta l’ipotesi di un riordino in un unico provvedimento che solo l’estate scorsa l’ex guardasigilli Angelino Alfano dava per imminente con l’eccezione delle regole per gli avvocati. E per avere un quadro della direzione che il mondo delle professioni e l’intero paese stanno prendendo bisogna guardare al pacchetto di interventi fin qui adottato nel suo complesso. La somma dei tre provvedimenti ci dice innanzitutto che la strada imboccata tocca molti nervi scoperti delle categorie, soprattutto sul fronte dell’accesso, delle tariffe e delle società tra professionisti. Ma per avere il quadro esatto, oltre alle più che probabili modifiche che arriveranno dal passaggio parlamentare, bisogna anche aspettare alcuni tasselli normativi che mancano all’appello. Innanzitutto il regolamento previsto dalla manovra estiva, da adottare entro il prossimo agosto che dovrà regolamentare questioni delicate come l’accesso, la formazione e la pubblicità. E c’è poi anche il decreto del Ministero della Giustizia, di concerto con lo sviluppo economico, su alcuni aspetti della società tra professionisti che deve essere approvato entro il 30 giugno prossimo. Uno dei cardini del riordino in arrivo è la massima libertà nell’accesso: nessun tetto sarà tollerato se non per ragioni di ordine pubblico come il caso ad esempio delle professioni sanitarie. Quanto alla formazione, si è ribadito l’obbligo dell’aggiornamento continuo; un obbligo il cui mancato rispetto configura illecito disciplinare. Anche qui, peraltro, le regole oggi in vigore devono essere adeguate: singoli ordinamenti erano infatti aggiornare sia i percorsi di formazione continua, sia l’apparato sanzionatorio per le violazioni di carattere disciplinare. Buone notizie per le matricole, perché la durata del tirocinio, come indicato già nella manovra di Ferragosto, non potrà superare 18 mesi. Oggi, il decreto sulle liberalizzazioni aggiunge un’altra tessera al puzzle: facendo leva su convenzioni ad hoc da stipulare tra il ministero dell’istruzione e i consigli nazionali, sarà infatti possibile svolgere un terzo del tirocinio (sei mesi) direttamente presso l’Università. Per consentire sostiene il ministro della giustizia, Paola Severino, un graduale avvicinamento alla pratica professionale. Altra rilevante caratteristica delle professioni del futuro è la pubblicità. Il regolamento atteso per agosto dovrà disciplinare la materia della promozione dell’attività professionale svolta anche in forma associata. La legge di stabilità infatti ha ammesso la costituzione di società tra professionisti, addirittura con la previsione del socio di solo capitale. Ma anche qui, per avere il quadro completo bisogna attendere l’altro tassello regolamentare su cui stanno lavorando le squadre dei ministri Paola Severino e Corrado passera. Non ha invece bisogno di alcun ulteriore intervento la mazzata all’attuale sistema delle tariffe. Il decreto sulle liberalizzazioni, infatti, ne prevede l’abrogazione (fatta salva la liquidazione del compenso da parte agli organi giurisdizionali per cui resta sempre comunque il riferimento dei parametri stabiliti con decreto del ministero vigilante). Dunque, se il Parlamento confermerà la norma del governo, il compenso della prestazione del professionista sarà pattuito con il cliente al momento del conferimento dell’incarico professionale. E sarà messo nero su bianco.
DANNO BIOLOGICO: SUL NUOVO PROSPETTO NAZIONALE “BOCCIATURA” DELLA CURVA DAL CONSIGLIO DI STATO -DA GUIDA AL DIRITTO
Pubblicato il 2011/12/27 da Mau2011Amo	Risposta	E’ stato depositato il tanto atteso parere del Consiglio di Stato sullo schema del decreto recante la tabella delle menomazioni all’integrità psico fisica comprese tra 10 e 100 punti di invalidità in attuazione del disposto di cui all’articolo 138 del codice delle assicurazioni. Lo schema di decreto approvato dal CDM – Il testo del decreto è stato approvato nella seduta del 3 agosto dal consiglio dei ministri dell’epoca e ha avuto anche risalto sugli organi di stampa e sulle riviste di settore. Il parere della sezione consultiva del consiglio di Stato è un passaggio procedurale essenziale per la promulgazione del provvedimento che, avendo carattere amministrativo, potrebbe anche vedere la luce nei prossimi giorni. Le critiche alla bozza del provvedimento – in esito alla divulgazione del testo del decreto non sono mancate polemiche e iniziative volte ad evidenziare le presunte incongruenze e tendenze alla contrazione dei valori risarcitori a danno, si è sostenuto, delle vittime dei sinistri stradali. Il tema che si è sviluppato in questo, talvolta esagerato, dibattito è legato a una valutazione di congruità degli indici monetari assunti e all’ esaustività degli stessi con riguardo alla tematica dell’integrale risarcibilità del danno non patrimoniale da sinistro stradale. In verità, il dibattito al quale abbiamo assistito in questi mesi è apparso talvolta sbilanciato su difese di posizioni preconcette, spesso ideologico e non sempre conscio delle prerogative normative che sottengono a tutta la disciplina. Si è detto, per lo più, che i valori proposti del precedente governo nella sua bozza dei primi di agosto, fossero gravemente riduttivi rispetto a quelli oggi riconosciuti ai danneggiati dal tribunale di Milano. Il contributo al dibattito da parte del Consiglio di Stato- Tali critiche prescindendo dal dato di fatto di una contrazione evidente e segnalata fin dai primi commenti, ci pare non abbiano tenuto in considerazione alcune circostanze di fatto che, il parere del Consiglio di Stato appena depositato, comincia ad evidenziare. I valori espressi del decreto, infatti, non apparivano fin da subito aggiornati al dato statistico basale corretto, in quanto lo sviluppo matematico avveniva su un valore vecchio di sei anni. È anche vero che la tabella ministeriale approvata in bozza, appare non conforme al dettato normativo dello stesso articolo 138, disciplinare del sistema nel codice delle assicurazioni, in quanto lo sviluppo dell’indice economico che è compiuto con l’aggravarsi della lesione non sconta quell’incremento “più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi”. Insomma, ci pare che le critiche giunte da più parti circa le inaccettabili e sproporzionate riduzioni rispetto ai valori abituali usati dai tribunali, avrebbero dovuto più prudentemente attendere la composizione di alcune evidenti incongruenze di calcolo che, presumibilmente, avrebbero ridotto in modo sensibile il delta dei valori portati a confronto. Puntualmente dunque i nodi e le incongruenze di calcolo del valore economico sono emersi dall’analisi del Consiglio di Stato e riportati nel parere resoin esito alla seduta dell’ 8 novembre. Questi sono in sintesi principali rilievi svolti dall’organo consultivo. 1) La questione della curva – oltre a rilevare alcune imprecisioni espressive che potrebbero dare adito a degli equivoci interpretativi il parere evidenzia una problematica come detto già posta in risalto dai primi attenti commenti. In effetti, lo sviluppo economico della tabella non sembra tenere in conto la disposizione normativa contenuta nell’articolo 138 del codice delle assicurazioni, secondo il quale l’incidenza del valore della menomazione sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato deve crescere in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi stessi. Non pare, all’evidenza del calcolo, che tale principe sia stato attuato nello sviluppo contenuto negli allegati alla bozza di regolamento e, correttamente, l’organo consultivo rileva che tale scostamento dall’impianto normativo facilmente determinerebbe, con molta probabilità, la disapplicazione della norma regolamentare da parte del giudice civile investito dalla domanda risarcitoria, con conseguente inutilità dell’esercizio della potestà dispositiva in esame. 2) l’estensione dei parametri economici ad altre discipline risarcitorie – Il secondo importante rilievo riteniamo non potrà invece essere recepito dall’amministrazione perchè con lo stesso il Consiglio di Stato, di fatto, suggerisce di adottare a livello normativo quella estensione per analogia dei parametri economici anche ad altre discipline risarcitorie quando vengono lesi diritti alla persona sostanzialmente sovrapponibili ma determinati da fatti diversi dalla circolazione stradale (come la colpa medica o le cadute accidentali in buche stradali per intenderci). Non riteniamo come detto che tale spunto possa essere recepito dal governo perché determinerebbe una riforma normativa di tutta la disciplina nazionale della responsabilità civile e del risarcimento del danno da fatto illecito e anche perché verrebbe a mancare proprio quel requisito di specialità che caratterizza l’ammissibilità nel nostro sistema di una tabella limitativa del potere equitativo dei giudici, attenendo appunto a un settore di ampio rilievo sociale e quindi disciplinabile in via d’eccezione. 3) l’assenza di una disciplina transitoria - infine come già ci è capitato di auspicare nei primi commenti la Corte chiede che il governo doti il provvedimento di una disciplina transitoria in ordine all’applicabilità della tabella a tutti i sinistri non ancora definiti, prescindendo dalla data di accadimento, per evitare equivoci interpretativi con conseguenti conflitti giurisprudenziali.
Pubblicato il 2011/12/27 da Mau2011Amo	Risposta	Dopo 11 anni di attesa del regolamento necessario per dare vita alla tabella delle menomazioni all’integrità psicofisica compresa tra 10 e 100 punti di invalidità e dei relativi valori monetari indicativi come annunciato originariamente dall’articolo 5 della legge 57/2001 e oggi richiesto dall’articolo 138 del codice delle assicurazioni private siamo di nuovo a un punto fermo. Un punto fermo che però si è arricchito di alcuni passaggi significativi che segnano le prospettive future che permettono di dire che il Consiglio di Stato fa un assist problematico al regolatore mentre condanna il progettato regolamento a un flop che lo riporta nei cassetti ministeriali. Infatti, il parere, assai scarno ma alquanto incisivo del Consiglio di Stato reso il 17 novembre scorso, deve essere coordinato con le più recenti acquisizioni del supremo collegio. Il parere cita esplicitamente Cassazione, sezione III,7 giugno 2011 n° 12408, affermando che l’intenzione dell’amministrazione di “porre rimedio alle distorsioni che si verificano attualmente in materia di risarcimento dei danni non patrimoniali (di non lieve entità) derivante da incidenti stradali” non solo è coerente con le esigenze ordinamentali di parità di trattamento tra situazioni analoghe” ma è in linea con l’affermazione “che la liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione dell’integrità psicofisica presuppone l’adozione da parte di tutti giudici di merito di parametri di valutazione uniformi”. Ciò che il parere non dice esplicitamente, né poteva farlo, è che la medesima sentenza ha indicato dei valori monetari di riferimento per ogni caso (non solo RCA) di danno non patrimoniale, in assenza di un intervento legislativo, offrendo per la prima volta un valore monetario concreto alla misura dell’equità della liquidazione del danno non patrimoniale alla persona e nella specie del danno alla salute. Questo solo passaggio è capace di modificare gli scenari sul punto della tenuta costituzionale di tabelle di valori monetari indicativi di risarcimento che vogliono mantenere il sistema all’interno della responsabilità civile e non di un sistema di indennizzo automatico. Ma andiamo per gradi. Prima di affrontare questi nodi più spinosi meritano di essere segnalati tre, apparentemente minori, rilievi mossi dal Consiglio di Stato. Il primo suggerisce di emendare l’articolo unico del regolamento per rendere esplicito l’esercizio della potestà regolamentare di dare una disciplina unitaria alle tavole di liquidazione del danno alla salute in RCA sia per la menomazione di lieve e di non lieve entità. Il secondo rilievo è da tempo segnalato dalla dottrina più attenta già con riferimento alla tabella dei valori monetari per le menomazioni di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni: la progressione dei coefficienti moltiplicatori previsti in tabella non sembra rispondere a quanto stabilito univocamente dagli articoli 138 139 del Dlgs n°209/2005 e cioè non rispetta il credo normativo per cui “l’incidenza della menomazione sugli’aspetti dinamico- relazionali della vita del danneggiato cresca in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi. Da ultimo il Consiglio di Stato suggerisce di prevedere una disciplina transitoria “onde chiarire che esso si applica a tutte le fattispecie risarcitorie non ancora definite, anche ove l’evento dannoso si sia già verificato al momento di entrata in vigore del regolamento stesso. Tale chiarimento normativo, sembra, infatti utile per evitare un’applicazione temporale disomogenea sul territorio nazionale e anche per evitare possibili controversie sul punto”. Si noti che sarebbe stata “la disciplina transitoria” che sarebbe servita alla “norma” ideata da Cassazione 12408/2011. Invero, e più in generale, il Consiglio di Stato è consapevole che il superamento di “un’ingiustificata disparità di trattamento a svantaggio dei danneggiati da sinistri avvenuti nelle circoscrizioni di quei tribunali osservanti criteri di quantificazione oltremodo ristretti” nel solo settore della RCA potrebbe aprire ulteriori vulnus alla parità di trattamento. I paradossi di un sistema che persegua razionalità ed eguaglianza in materia settoriale senza reali riferimenti ai criteri scientifici appaiono immediatamente e di essi è avvertito il legislatore anche dal parere del Consiglio di Stato. Una volta (e se) approvato il decreto, si applicherà la TUN ministeriale alle menomazioni da circolazione stradale; ma la TUN non è obbligatoria per il medesimo danno cagionato da altri fenomeni: per tutti questi rimarrà il principio giurisprudenziale espresso da cassazione 12408/2011 secondo il quale andrebbero applicate le tabelle elaborate dall’osservatorio civile del tribunale di Milano come riferimento indicativo del valore dell’equità del caso concreto da adeguarsi alle circostanze specifiche. Ciò, spiega anche in successivi arresti il Supremo Collegio per garantire il rispetto del principio di uguaglianza e basilari criteri di giustizia e ragionevolezza del sistema. Proprio esigenze di coerenza del sistema e la necessità di evitare la creazione di disparità di trattamento portano il Consiglio di Stato a muovere anch’esso forse un passo più lungo del necessario segnalando “una possibile conseguenza distorsiva derivante dall’applicazione ai soli sinistri stradali degli indici parametrici contenuti nelle tabelle allegate allo schema di regolamento in questione: infatti analoghe conseguenze lesive verrebbero ad avere differenti trattamenti risarcitori a seconda del solo fatto che la lesione sia avvenuta nell’ambito della circolazione stradale o meno. Il suggerimento conseguente all’amministrazione è scontato: valuti “se sia utile proporre una modifica legislativa in proposito che consente di ampliare lo spettro applicativo delle predette tabelle parametriche”. E se così il nostro legislatore facesse? Se si avesse finalmente una tabella indicativa nazionale per il danno alla salute in ogni settore? La soluzione sarebbe da molti punti di vista auspicabile perché eviterebbe sperequazioni e soprattutto alibi di sistema in tutti gli operatori. Già perché la crescita dei premi assicurativi e l’esigenza di calmierarli onde evitare serie ripercussioni economiche inflazionistiche assieme all’esigenza di giustizia di spostare risorse dalle cosiddette micro alle cosiddette macro menomazioni ha da sempre giustificato l’intervento calmieratore del legislatore. Come accennato sopra però gli ultimi arresti del supremo collegio nel dare al diritto vivente una misura della valutazione equitativa del danno non patrimoniale alla salute pongono uno spartiacque prima inesistente tra RC, anche assicurata e strumenti indennitari dove cioè la misura pur sempre stipulativa del risarcimento è esplicitamente inferiore e “calmierarante”. Non si tratterà dunque per il legislatore di “trattare” al rialzo rispetto alle posizioni giurisprudenziali per garantirsi la tenuta costituzionale quanto riprogettare scientificamente le risposte di responsabilità civile assicurata e i relativi parametri monetari scegliendo politicamente si lasciare al mercato privato l’assicurazione o procedere in presa diretta muovendo verso una decisa logica indennitaria e in ogni caso la scelta dovrà confrontarsi con tema della cifra unica (minima?) del risarcimento del danno alla salute secondo le indicazioni della cassazione 12401/2011.
Pubblicato il 2011/12/19 da Mau2011Amo	Risposta	Il confronto non produce danno. Questo semplice assioma vale anche per lo schema di d.p.r. sulla tabella unica nazionale (TUN) – approvato dal Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011 – e prevista dall’articolo 138 del codice delle assicurazioni, per il danno conseguente alle invalidità dal 10% al 100 per cento. Alla luce del recente parere del Consiglio di Stato sul provvedimento è opportuno fare alcune precisazioni su alcune soluzioni proposte dalla dottrina in materia. Vediamole. A) nel commento allo schema di d.p.r. si esprimeva forti perplessità sulla tempistica dello stesso e sul rispetto del dettato legislativo. Quel provvedimento atteso da molti anni era stato infatti approvato circa un mese dopo la sentenza 12408/2011, che, ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale alla persona da lesione all’integrità psicofisica, aveva ritenuto la necessità di adozione da parte di tutti giudici di merito di parametri di valutazione uniformi, rendendo così obbligatoria, attraverso una rilettura dell’articolo 1226 del codice civile, l’applicazione degli “importi milanesi” di liquidazione del danno non patrimoniale in tutti i casi di non cogente adozione di una tabella normativa e, quindi, anche nei casi di lesione di non lieve entità di cui al citato articolo 138 del codice delle assicurazioni. Sarebbe stato opportuno verificare successivi orientamenti della giurisprudenza di merito e di legittimità prima di emettere uno schema di provvedimento che, lungi dal dare una soluzione alla liquidazione del danno da macropermanenti, appariva un maldestro rimedio per tamponare gli effetti della citata sentenza. Si rileva in quel commento: che i valori monetari della TUN sono pari a circa il 40 – 50% di quelli previsti dalla tabella milanese già adottati dalla gran parte dei tribunali d’Italia; che risultavano errate le modalità di costruzione della curva di risarcimento, atteso che i valori monetari della TUN non solo non crescono “in modo più che proporzionale” (come prescritto dall’articolo 138 del CDA) ma addirittura aumentano “in modo meno che proporzionale”. Ebbene, il Consiglio di Stato nel rendere su ddetto schema di regolamento il parere n° 4209 del 8-17 novembre 2011, ha praticamente “bocciato” il provvedimento governativo perché: