Source: http://www.assistenzasinistriauto.it/rassegna/549-area-pedonale-aperta-ai-ciclisti-comune-non-risponde-dell-investimento-del-pedone-2
Timestamp: 2019-12-11 10:38:07+00:00
Document Index: 155408808

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'art. 2051', 'art. 384', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051']

Un pedone veniva travolto da un ciclista – rimasto ignoto – in un’isola pedonale e riportava gravi danni alla persona. Agiva contro il Comune ex art. 2051 c.c. al fine di ottenere la condanna al risarcimento del danno. Secondo la sua ricostruzione, infatti, l’ente non aveva provveduto a controllare la zona e ad apporre transenne per evitare l’accesso ai velocipedi. In primo ed in secondo grado, la richiesta attorea veniva rigettata. Si giunge così in Cassazione.
Nelle sue difese, il ricorrente si duole di come il Comune non abbia dimostrato di aver adottato misure idonee a controllare l’area pedonale né abbia regolamentato il transito dei velocipedi o apposto transenne e/o segnali atti a limitare la velocità o ad avvertire i pedoni della presenza dei ciclisti. Ritiene che l’incidente sia stato causato dalla mancata adozione di tutti gli accorgimenti di cui sopra che, se fossero stati applicati, avrebbero evitato il sinistro. La Suprema Corte rigetta la suddetta ricostruzione, in quanto le censure sollevate riguardano un piano diverso da quello posto a fondamento della responsabilità per danno da cose in custodia (art. 2051 c.c.). Ad avviso della Corte, il medesimo errore è stato commesso dal giudice del gravame, il quale, in motivazione, si è concentrato sulla mancata prova dell’interdizione dell’area ai ciclisti e sull’inesigibilità del controllo continuo della zona. Proprio a cagione dell’errata motivazione della decisione gravata – pur essendo l’esito corretto – la Suprema Corte provvede a “modificarla”, ai sensi dell’art. 384 c. 4 c.p.c., come segue.
Gli ermellini sottolineano come le censure relative alla regolamentazione di accesso all’area, ai presidi, ai controlli ed alla loro incidenza causale sull’evento, si muovano sul piano generale della responsabilità aquiliana (art. 2043 c.c.), diverso e incompatibile con la responsabilità da cosa in custodia (art. 2051 c.c.). Nella ricostruzione del ricorrente viene trascurato uno degli aspetti fondamentali della responsabilità del custode, ossia il nesso causale tra la cosa custodita e l’evento dannoso. L’art. 2051 c.c. esonera il soggetto che ha subito il nocumento dall’onere di allegare la colpa del danneggiante, ma non da quello di provare la connessione eziologica tra la cosa in custodia (nel nostro caso, l’area pedonale) ed il danno (ossia le lesioni subite dal pedone). In altre parole, occorre dimostrare che l’evento si sia prodotto come conseguenza della particolare condizione del bene custodito (Cass. 2075/2002). Ebbene, il prefato presupposto, nella fattispecie di scontro tra pedone e ciclista, non è configurabile. La Corte precisa come l’art. 2051 c.c. stabilisca che il custode risponda per il danno “cagionato” dalla res. Dalla lettera della norma, quindi, emerge che l’evento debba essere causato dalla cosa; secondo i giudicanti si ricavano i due seguenti corollari.
La norma, infatti, predica la responsabilità di chi esercita sul bene un potere di fatto, senza prevedere uno specifico obbligo di custodirlo; pertanto, una violazione dello stesso è irrilevante. In altre parole, dalla nozione di custodia che si ricava dall’art. 2051 c.c. non discende un correlativo obbligo di custodire la cosa per evitare che produca danni. In buona sostanza, «il custode negligente non risponde in modo diverso dal custode perito e prudente se la cosa ha provocato danni a terzi» (Cass. 15383/2006). Si tratta, infatti, di una forma di responsabilità oggettiva, in cui il custode può liberarsi solo dimostrando il verificarsi di un evento imprevedibile. La responsabilità per danno da cose in custodia è “aggravata” per il danneggiante, in quanto spetta a lui - e non al danneggiato - fornire la prova liberatoria; inoltre, non è sufficiente dimostrare un’assenza di colpa, ma si deve provare l’esistenza di un fatto estraneo alla condotta dell’agente, idoneo ad interrompere il nesso causale. Si considera tale il fatto naturale, il fatto del terzo e il fatto dello stesso danneggiato.
Il secondo corollario enunciato dalla Corte inerisce al nesso eziologico.
La cosa non deve rappresentare una circostanza esterna neutra o un elemento passivo della serie causale. L’evento deve essersi verificato nell’ambito «del dinamismo connaturato alla cosa o dello sviluppo di un agente dannoso sorto in essa». Se il danno non dipende da ciò, per la prova del nesso causale, occorre dimostrare una situazione di pericolosità obiettiva tale da rendere il danno inevitabile. Il requisito prescinde dalle caratteristiche della cosa e comprende il caso in cui la res:
a) sia “se-agente”, ossia dotata di un dinamismo intrinseco, e svolga un ruolo attivo nella causazione dell’evento, al punto che l’apporto concausale della condotta dell’uomo sia quasi assente (si pensi alla scala mobile o all’ascensore);
b) oppure, sia inerte e l’interazione del danneggiato sia indispensabile nella produzione dell’evento (Cass. 2481/2018), come il tetto su cui si accumula la neve o il gradino rotto.
Ai sensi del 2051 c.c., il custode risponde per il danno cagionato da qualsiasi cosa – di cui abbia il governo – sia essa allo stato solido, liquido o gassoso, inerte o dinamica, dotata o meno di intrinseca pericolosità.
È opportuno precisare che, nella situazione in cui la res sia inerte, la suddetta inerzia va intesa unicamente come inattitudine a sprigionare un’autonoma energia o dinamismo. Ciò non significa che la cosa non abbia alcun contributo nell’iter causale. Ad esempio, il cordolo o l’ostacolo non segnalato è una cosa inerte (Cass. 2660/2013), ma è anche causa della caduta del malcapitato che vi inciampi, in quanto ha una potenzialità dannosa. Il processo causale che determina la caduta non nasce della res, bensì dal movimento della vittima che, scontrandosi con un ostacolo – fermo ed inerte – cade. In buona sostanza, benché inerte, la res deve avere un ruolo nel processo causale. Ciò non avviene, se la cosa rappresenta un elemento neutro o passivo o terminale di una sequenza già innescata altrove. La cosa deve essere dotata di una «qualificata capacità eziologica» rispetto all’evento (Cass. 13392/2018). Nella fattispecie oggetto di scrutinio, l’area pedonale (cosa in custodia) non ha portato alcun contributo causale all’incidente, in quanto ne è stata solo il teatro. La serie causale da cui ha avuto origine l’evento dipende dalla condotta tenuta dal ciclista e dal pedone; il sinistro non ha ricevuto alcun contributo eziologico oggettivo dalla conformazione fisica della zona o dalle sue condizioni di manutenzione.
La Corte rileva come il danneggiato abbia imputato il verificarsi dell’evento alla mancata adozione, da parte dell’amministrazione, di iniziative atte ad evitare ai ciclisti di procedere a velocità sostenuta ovvero ad avvertire i pedoni della loro presenza. Quindi, il ricorrente attribuisce il danno:
al comportamento omissivo dell’ente e non già alla cosa custodita;
alla violazione di obblighi di vigilanza e regolamentazione dell’area, muovendosi nel campo della responsabilità per colpa, estranea paradigma dell’art. 2051 c.c.
Le omissioni o violazioni di obblighi di legge, ut supra ricordato, rilevano ai fini della fattispecie generale di cui all’art. 2043 c.c. La responsabilità aquiliana postula il dolo o la colpa del danneggiante, per questo grava sul danneggiato l’onere di provare la condotta dolosa o colposa; per contro, nell’azione fondata sull’art. 2051 c.c. la responsabilità del custode è oggettiva e discende dal fatto stesso della custodia, potendo questi liberarsi dalla presunzione soltanto allegando il caso fortuito.
Quanto sopra esposto non vale ad escludere la responsabilità dell’ente gestore ai sensi dell’art. 2051 c.c., ma a circoscriverla. La giurisprudenza, infatti, annovera una casistica ampia in cui si riconosce la responsabilità del custode, si pensi al sinistro provocato da animali selvatici in autostrada, o alla chiazza d’olio sull’asfalto (Cass. 6703/2018; Cass. 9631/2018) o al masso caduto sulla strada o, da ultimo, alla cera presente sul manto stradale a causa di una manifestazione religiosa (Cass. ord. 1725/2019). Ebbene, in tali fattispecie è stata ascritta la responsabilità all’ente gestore, giacché i fattori causativi dell’evento erano prevedibili e avevano mutato le condizioni della cosa, creando situazioni di pericolo. Nella citata casistica, si è ravvisata una presunzione di responsabilità, poiché era pretendibile che l’ente intervenisse per manutenere la cosa, al fine di evitare situazioni di pericolo (fatto salvo il caso fortuito).
Nella fattispecie in esame, invece, tutti i fattori della catena causale dipendono dalla condotta degli utenti dell’area pedonale (ciclista e pedone). Inoltre, l’omissione che si addebita al Comune non riguarda la manutenzione dell’area ciclabile (il governo della cosa), ma la sua regolamentazione e controllo, muovendosi nel campo della responsabilità per colpa.
Con l’ordinanza in commento, la Corte rigetta il ricorso proposto dal danneggiato per le ragioni sopra esposte e corregge la motivazione della sentenza impugnata alla luce del seguente principio di diritto:
«La responsabilità oggettiva ex art. 2051 c.c. è configurabile, nel concorso degli altri presupposti, in presenza di un nesso causale tra la cosa in custodia e l'evento dannoso. Perché un tale nesso possa affermarsi è necessario che la cosa si inserisca, con qualificata capacità eziologica, nella sequenza che porta all'evento e non rappresenti mera circostanza esterna o neutra o elemento passivo di una serie causale che si esaurisce all'interno e nel collegamento di altri e diversi fattori. Nel caso di scontro tra pedone e ciclista all'interno di area pedonale non può a quest'ultima attribuirsi un siffatto ruolo causale per il solo fatto che l'incidente si sia verificato al suo interno; in tal caso, infatti, essa costituisce mero teatro o luogo dell'incidente, mentre la serie causale determinativa dell'evento origina dal comportamento dei soggetti coinvolti nello scontro e in esso interamente si esaurisce. Resta in tale ipotesi configurabile una eventuale responsabilità dell'ente per colpa, secondo la generale clausola aquiliana, ove il danneggiato alleghi e dimostri la sussistenza di una colpevole inerzia dell'amministrazione per non aver preso alcuna iniziativa diretta a regolare e controllare il comportamento degli utenti, malgrado specifiche segnalazioni sull'anomalo e pericoloso utilizzo dell'area».
Fonte: https://www.altalex.com/documents/news/2019/02/18/area-pedonale-aperta-ai-ciclisti-comune-non-risponde-dell-investimento-del-pedone