Source: http://www.jureconsultus.it/news/magistrati/responsabilita-penale-del-provider
Timestamp: 2019-06-20 19:12:53+00:00
Document Index: 30911696

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 110', 'art. 414', 'art. 40', 'art. 17', 'art. 110', 'art. 414']

Responsabilità penale del provider. - Jure Consultus - Scuola di Diritto
Responsabilità penale del provider.
News pubblicata il 29/03/2019
Concorso per la magistratura del giugno 2019
A due mesi circa dall’espletamento delle prove concorsuali scritte ho pensato di dar vita ad una rubrica settimanale nella quale pubblicherò degli approfondimenti su tematiche di grande ed attuale rilevanza relative alle tre materie oggetto del concorso, seguite da tracce, ad esse relative, che ho proposto al mio corso. La rubrica vuole essere un esempio di come, a mio avviso, è necessario approcciarsi allo studio degli istituti e, di conseguenza, alla elaborazione dei temi.
Responsabilità penale del provider
Le fonti principali di individuazione “tecnica” del novero dei soggetti che interessano l'ambito dell'indagine sono da rinvenirsi da un lato in un corpo normativo, e precisamente nel D.Lgs. n. 70/2003, e dall'altro nella “letteratura tecnica” che regola la materia, spesso in riferimento a specifiche convenzioni internazionali che attribuiscono un dato significato univoco a una determinata espressione o a un acronimo al fine di uniformare i concetti sottesi. Un primo problema che sorge a riguardo concerne l'eventualità che la definizione fornita dal legislatore non collimi perfettamente con quella tecnica in uso o che esista una definizione tecnica che non sia stata invece recepita o considerata dal legislatore. In questa seconda ipotesi, in particolare, si pone il problema del divieto di far ricorso all'analogia in malampartem vietata dal nostro ordinamento a corollario del principio di tassatività; si potrebbe al contrario sostenere che un'interpretazione fondata sul contenuto della figura che valuti se le attività del soggetto non esplicitamente definito dal legislatore siano corrispondenti a quelle tipiche di una figura, non violerebbe il principio di tassatività e non consisterebbe in una interpretazione analogica dando rilevanza giuridica alla condotta tipizzata e non al nomenjuris. Premesso che il termine provider è genericamente traducibile con fornitore, occorre precisare quali possano essere gli oggetti di tali forniture in campo telematico; vengono così in evidenza secondo le partizioni operate dalla letteratura tecnica le figure del: content provider, fornitore di contenuti, soggetto che, oltre a gestire accessi e servizi di rete, è anche direttamente autore dei contenuti pubblicati sui propri server (vale a dire sui propri dispositivi) ;network provider, soggetto che fornisce l'accesso ad Internet direttamente dalla cosiddetta directbackbone, ovvero dalla dorsale Internet centrale; access provider, soggetto in genere di livello operativo inferiore che offre alla clientela l'accesso a Internet attraverso un protocollo di comunicazione e a mezzo di modem, adsl, wireless o connessioni dedicate; host provider, letteralmente fornitore ospitante, soggetto che si limita a offrire sui propri server ospitalità a un sito Internet completamente e autonomamente gestito da altri soggetti; service provider, fornitore di servizi, soggetto che fornisce servizi per Internet ad altri soggetti, come accessi a Internet, telefonia mobile e così via; cache provider, si limita a immagazzinare dati provenienti dall'esterno in un'area di allocazione temporanea (la cache): lo scopo è quello di memorizzare dati al fine di ottenere un accesso più rapido, poiché essi, in questo modo, possono essere letti più volte senza necessità di doverli ricaricare. Lo strumento legislativo italiano a disposizione dell'interprete nella materia in esame è costituito dal D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 70; assumono particolare rilievo tre norme in particolare, che delineano talune figure-tipo di soggetti all'interno della categoria generale dei provider, destinatari per un verso di una serie di obblighi positivi e per l'altro tenuti a comportamenti negativi. In particolare, l'art. 14 è dedicato al cosiddetto provider mere conduit, figura riconducibile grosso modo all'access provider; l'art. 15 appare incentrato sulla figura del cache provider; l'art. 16 sembra decisamente tratteggiare il servizio fornito dall'host provider. Ciò detto è evidente che il content provider, fornendo direttamente non solo l'accesso ma anche il contenuto del sito o dell'altro luogo virtuale nel quale o per mezzo del quale si attui la condotta penalmente rilevante, sarà direttamente responsabile del reato nella sua modalità commissiva e non a caso si tratta di figura a cui non fa neppure riferimento la triade di articoli prima indicata. Si pone tuttavia a tal proposito il problema del tipo di reato per il quale il content provider possa essere chiamato a rispondere qualora si sia in presenza di una sorta di fornitura incompleta (vale a dire, ove il provider si limiti a fornire uno “spazio dedicato” senza riempirlo di contenuti e/o lasciando spazio libero a chiunque, senza filtraggio, voglia fornire tali contenuti). L’alternativa si pone tra concorso nell’altrui reato a norma dell’art. 110 del c.p. o di istigazione a delinquere ex art. 414 c.p.. Ma il problema più difficile da risolvere rispetto alle varie tipologie di provider è quello di delimitare una sua eventuale responsabilità ex art. 40 secondo comma. Per fornire una risposta positiva al quesito sarebbe necessario individuare un obbligo giuridico di intervento a suo carico come richiesto dalla clausola generale dell’articolo 40 secondo comma: dal tessuto normativo disegnato dal D.Lgs. n. 70/2003 non pare configurabile una posizione generale di garanzia e vigilanza in capo al provider che non intervenga in alcun modo sui contenuti del sito che ospiti. L’art. 17 infatti recita testualmente che «nella prestazione dei servizi di cui agli artt. 14, 15 e 16 il prestatore non è assoggettato a un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né a un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite». Inoltre, la tesi dell'assenza di un obbligo generale di sorveglianza da parte del provider (salvo per il content provider o per il soggetto che comunque intervenga sui dati che ospiti) trova conforto anche nel dato opposto dell'assenza, a parte quelle citate, di norme che individuino comportamenti obbligatoriamente richiesti. Infine milita a favore dell'interpretazione indicata anche l'evidenza dell'impossibilità concreta, per il provider, di controllare la messe di dati che affluiscano sugli spazi telematici offerti all'utenza anche solo attraverso filtri automatici.
il content provider, figura non prevista in quanto fornendo direttamente non solo l'accesso ma anche il contenuto del sito o dell'altro luogo virtuale nel quale o per mezzo del quale si attui la condotta penalmente rilevante, sarà direttamente responsabile del reato nella sua modalità commissiva o a titolo di concorso ex art. 110 del c.p. o per il reato di cui all’art. 414 c.p.