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Timestamp: 2020-07-06 05:43:23+00:00
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Controlli bancari al... tappeto se il Fisco non prova che i conti dei familiari sono fittizi
L’onere di esperire che le operazioni bancarie di altri sono riconducibili al soggetto indagato incombe sull’Amministrazione finanziaria
Fisco bocciato perché non sa fare bene le indagini finanziarie, comunemente chiamate “controlli bancari”. Capita spesso che alcuni uffici, senza fornire alcuna prova, considerino riferibili al contribuente soggetto a controllo le movimentazioni finanziarie dei conti intestati a soggetti collegabili allo stesso solo in virtù di vincoli familiari o commerciali. Per questi uffici è così e basta, ma è sbagliato perché l’onere di provare che le risultanze dei conti dei terzi sono riconducibili al soggetto indagato incombe sull’Amministrazione finanziaria. Per la Cassazione, ordinanza 30910/19, depositata il 27 novembre 2019, se il Fisco non prova che i conti dei terzi sono “fittizi”, gli accertamenti dell’ufficio devono essere annullati. Ecco i fatti.
L’accertamento e le sentenze dei giudici di merito - Nel 2009, l’agenzia delle Entrate, ufficio di Castellammare di Stabia, notifica al contribuente un avviso di accertamento relativo ad Irpef, Irap e Iva per l’anno 2004, contestandogli un maggior reddito da lavoro autonomo non dichiarato per 346.317,15 euro. Il contribuente propone ricorso alla commissione tributaria provinciale di Napoli, che lo accoglie parzialmente con sentenza del 23 marzo 2010, rideterminando l’imponibile in 112.197,00 euro, alla luce della documentazione prodotta a giustificazione dei movimenti bancari contestati. Contro la sentenza dei giudici di primo grado, il contribuente propone il ricorso in appello alla commissione tributaria regionale della Campania. Ma i giudici di secondo grado, con la sentenza 78/2012 del 17 aprile 2012, rigettano l’appello, confermando la sentenza di primo grado.
Il ricorso in Cassazione - Il contribuente propone ricorso in Cassazione, affidandosi a tre motivi, con i quali denuncia l’omesso esame di fatti decisivi, oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’articolo 360, comma 1, n. 5, del codice di procedura civile.
Il contribuente si duole del fatto che la commissione tributaria regionale non ha tenuto conto della documentazione bancaria da lui depositata in sede d’appello, della inestensibilità dei controlli bancari sui conti correnti intestati alla propria moglie, stante il mancato accertamento della natura fittizia dell’intestazione (o almeno, la riferibilità al contribuente ricorrente delle relative operazioni) ed infine del fatto che l’ufficio non aveva fornito la prova che i detti movimenti fossero stati in realtà da lui posti in essere.
La Cassazione ritiene che, dalla lettura del ricorso, emerga in modo inequivoco che il ricorrente si duole non tanto (e non solo) dell’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, ma di vera e propria omessa motivazione su quegli stessi fatti controversi.
Per i giudici di legittimità, le censure vanno considerate ammissibili, e i tre motivi del ricorso, da esaminare congiuntamente perché connessi, sono fondati.
Per la Cassazione, la Commissione tributaria regionale, nell’esaminare l’appello del professionista, si è sostanzialmente limitata a ripercorrere parzialmente e brevemente l’iter motivazionale adottato dal giudice di primo grado, ha poi inserito un periodo virgolettato relativo alla questione dell’autorizzazione di cui all’articolo 32 del Dpr n. 600/1973 (non è chiaro se si tratta di un passaggio della motivazione della prima decisione, o di altro), ha quindi riferito degli accadimenti essenziali del procedimento, per poi giungere a confermare l’incipit secondo cui l’appello non contiene motivi utili per essere accolto.
Come è evidente, il giudice di secondo grado non ha dedicato alcun passaggio motivazionale ai fatti dedotti dal contribuente con l’appello - specificamente circa l’utilizzo delle somme prelevate dal conto corrente bancario per le occorrenze della vita quotidiana, la contestata natura fittizia dell’intestazione del conto alla propria moglie o, quantomeno, la riferibilità ad esso ricorrente delle relative operazioni, difettando la relativa prova - così non consentendo di ripercorrere l’iter logico-giuridico in base al quale (implicitamente) è stata negata valenza decisiva ai fatti predetti, astrattamente dotati, al contrario, del detto requisito. Non senza dire che la motivazione in discorso, anche e ben al di là degli stessi specifici motivi addotti dall’odierno ricorrente, appare davvero incomprensibile.
Purtroppo, negli ultimi anni, sono incomprensibili diverse sentenze, ma chi ne paga le conseguenze è sempre e solo il contribuente incappato in un sistema fiscale complicato.
In conclusione, la Cassazione accoglie il ricorso del contribuente, cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Commissione tributaria Regionale della Campania, in diversa composizione, che procederà a un nuovo esame dell’appello del contribuente, adottando una congrua e adeguata motivazione anche in relazione ai predetti fatti controversi, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.
Il “gioco dell’oca del contenzioso” - La vicenda dimostra che per alcuni uffici è difficile abbandonare le liti, anche a rischio di non incassare nulla e pagare le spese di giudizio. In certi casi, infatti, aperta una lite, essi proseguono il contenzioso come se fosse diventato il “gioco dell’oca”. A ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue l’appello dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici, e, anche se perdono in tutti e due i primi gradi di giudizio, proseguono la lite fino alla Cassazione. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. Gli uffici non devono proseguire le liti perse in partenza. Essi devono avere il coraggio di riconoscere i propri errori, perché il cittadino merita rispetto, soprattutto se è un contribuente leale. Compito degli uffici è di migliorare la sostenibilità delle pretese tributarie indicate negli atti, non di iniziare e proseguire liti inutili. Purtroppo, in alcuni uffici, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”.