Source: https://domande.org/2020/07/28/covid-19-primi-segnali-di-guerre-giudiziarie-di-massimo-tirelli/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=covid-19-primi-segnali-di-guerre-giudiziarie-di-massimo-tirelli
Timestamp: 2020-08-06 20:41:32+00:00
Document Index: 184876900

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 42', 'art. 2087', 'art. 40', 'art. 590', 'art. 589', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2087', 'art. 2043']

Ciò in quanto se è vero che il datore di lavoro non può essere sempre riconosciuto responsabile per gli infortuni avvenuti ai dipendenti in azienda, lo diventa però quando il sinistro sia riconducibile a un suo comportamento colpevole, collegato alla violazione di uno specifico obbligo di sicurezza imposto da norme di legge, ovvero, desumibile dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Recita infatti l’art. 2087 del Codice Civile (che ad onta di dove è contenuto, il Codice Civile, si vede regolarmente citato in ogni condanna penale): “Tutela delle condizioni di lavoro. L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.” Bene, il D.L. n. 18/2020 art. 42 co. 2 ha previsto che l’infezione da Coronavirus debba essere considerata infortunio sul lavoro (“nei casi accertati di infezioni da Coronavirus in occasione di lavoro…”), e l’Inail ha prontamente emesso una circolare esplicativa (la n. 13/2020) al fine di tutelare al meglio tali situazioni.
Ma… questo appunto non esenta il datore di lavoro da responsabilità, in forza appunto della normativa generale che fa riferimento all’art. 2087 citato e che prevede specificatamente che il datore di lavoro che non osserva le norme antinfortunistiche è punibile ai sensi dell’art. 40 del Codice Penale per i reati di lesioni (art. 590 c.p.) o, addirittura di omicidio colposo (art. 589 c.c), peraltro aggravato per violazione delle norme antinfortunistiche. Sul punto il legislatore nel corso di questi mesi ha imposto a tutte le imprese che non avevano sospeso l’attività a quella data di approvare e osservare il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” previsto dall’art. 2 co. 6 Dpcm 26/04/2020. Avere rispettato o meno con puntualità e precisione tale protocollo può essere determinante.
A fianco di questo problema, di carattere generale e contrattuale (sulla base cioè degli obblighi reciproci derivanti dal contratto di lavoro stipulato tra datore di lavoro e lavoratore), c’è un’altra rilevante questione che potrebbe essere fonte di contenzioso in futuro, relativa alla eventuale richiesta di risarcimento del danno da “emergenza”, per responsabilità professionale, vale a dire in applicazione dell’art. 7 l. 24/2017, che prevede che l’operatore sanitario dipendente o strutturato nell’ospedale o nella clinica risponde del proprio operato in base all’art. 2043 del Codice Civile (si parla in questo caso di responsabilità extracontrattuale o da fatto illecito), a differenza di quella dell’Azienda sanitaria (concorrente) che rimane di natura contrattuale. La differenza tra i due termini non è qui particolarmente interessante, basti sapere che cambia solo il termine di prescrizione entro il quale agire per ottenere il risarcimento, di cinque anni nel caso dell’art. 2043 c.c. e di dieci anni nel caso dell’art. 2087 c.c.. Muta in verità anche l’onere della prova, perché nel caso della responsabilità di tipo “contrattuale” il danneggiato deve provare il nesso di causa tra il danno che gli è occorso e l’azione od omissione del presunto responsabile (o Ente), nel mentre sarà quest’ultimo a dover provare di avere adempiuto ai propri obblighi e, per l’effetto, che l’evento è avvenuto per causa imprevedibile, inevitabile o comunque non imputabile a sé; viceversa nel caso della responsabilità di tipo “extracontrattuale” la prova richiesta è ben più rigorosa. Per inciso l’art. 2043 c.c., brevissimo e pluricitato nelle sentenze che si occupano di illeciti con effetti dannosi in materia di infortuni sul lavoro, recita: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Questo il quadro in cui si sta muovendo il dolore accumulato in questi mesi. Qualche giorno fa alla presidente di una cooperativa sociale che gestisce una Rsa per anziani, nella quale (come in altre, purtroppo) si sono manifestati alcuni casi di positività al virus ma, per fortuna un solo decesso su più di 30 assistiti, è giunta una lettera di un avvocato che, in nome e per conto di una dipendente che dopo le dimissioni (!) sosteneva di essersi ammalata di Coronavirus, voleva 30.000 euro (somma dal sapore estorsivo, poiché del tutto disancorata dall’eventuale danno lamentato, di cui nemmeno si parlava in tale missiva!) al fine di non presentare denuncia alla Procura della Repubblica. Si chiedeva dunque il risarcimento di… una presunta positività al Covid-19 (peraltro tutta da verificare) per evitare rogne.
Brivido. La lettera, lunga due pagine e mezza di ricostruzione di fatti quantomeno discutibili, imputava la diffusione del contagio (e quindi l’avvenuto contagio della ex operatrice) al mancato uso di mascherine fino ai primi di marzo, a istruzioni e precauzioni contraddittorie, a tentativi di celare i fatti impedendo agli operatori e colleghi di parlarne con i parenti degli ospiti, e così via. La ricostruzione dei fatti che ho dovuto cercare di fare (in videoconferenza) con presidente, direttrice della Rsa e gli altri operatori, infermieri e lavoratori ha palesato però una situazione ben diversa: sicuramente la convulsa realtà che si profilava tra febbraio e la prima metà di marzo non aveva aiutato chi doveva prendere delle decisioni immediate a trovare un percorso lineare per cercare di limitare i rischi, ma tutte le istruzioni e le normative via via espresse dalla comunità scientifica e fatte proprie dalle decisioni di Governo, Regione e autorità sanitarie risultavano essere state ottemperate, perfino l’utilizzo massiccio delle mascherine -al tempo introvabili- che purtroppo venivano riutilizzate dopo adeguata risanificazione e pulizia.
Lasceremo all’autorità giudiziaria dipanare il fatto, vedremo, il mio consiglio iniziale è stato quello di non cedere a una richiesta così curiosa e vagamente minacciosa priva di prove circostanziali, nella giustizia malgrado tutto ancora val la pena di confidare. Il fatto è che questa vicenda mi appare come un segnale molto preciso della nascita di un nuovo e vasto terreno di guerra giudiziale.
Sicuramente emergeranno nelle indagini situazioni più o meno virtuose (e molte sono davvero preoccupanti, vedi i casi del Pio Albergo Trivulzio, e comunque Rsa per anziani in cui il tasso di mortalità si è palesato eccessivo e inaccettabile -anche in Veneto ce ne sono molte) e sarà necessario discernere le varie responsabilità, ma il timore di qualche sciacallaggio appare difficile da fugare, stante alcune notizie già apparse sui giornali di avvocati che promuovono fantomatiche richieste di risarcimento al Governo o allo Stato per lockdown illegittimo, alla Cina per procurato contagio, e così via (se si va su di un motore di ricerca qualsiasi, c’è solo da sbizzarrirsi).
Le responsabilità dunque (non si spiegherebbero i diversi esiti avvenuti soprattutto nelle Rsa per anziani di Lombardia, Veneto ed Emilia) ci sono; vanno però cercate, evidenziate e provate sulla base di elementi giuridici obiettivi, altrimenti sarà la solita marmellata indistinta che non permette di comprendere nulla.
Autore redazionePubblicato il 28 Luglio 2020 Categorie gli interventi di Massimo TirelliTag covid-19, Inail
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