Source: http://www.consiglio.regione.lazio.it/consiglio-regionale/?vw=glossario&lettera=P
Timestamp: 2019-02-20 15:43:05+00:00
Document Index: 128036847

Matched Legal Cases: ['art. 53', 'art. 56', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 119', 'art. 11', 'art. 50', 'art. 65', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 28', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 117', 'art. 10', 'art.6', 'art. 120', 'art. 49', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 32', 'art. 121', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 50', 'art. 4', 'art. 121', 'sentenza ', 'art. 126', 'art. 123', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 64', 'art. 27']

d.lgs 165/2001, art. 53, co. 16 ter
È il passaggio di funzionari statali a ditte private (fenomeno definito anche “revolving doors”, delle “porte girevoli”). La legge, al fine di prevenire e a ridurre il rischio di situazioni di corruzione, preclude ai dipendenti pubblici che abbiano esercitato funzioni di responsabilità di instaurare rapporti di lavoro, nei tre anni successivi alla cessazione del loro impiego, con i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione di appartenenza.
L’ANAC ha precisato che tale divieto sussiste anche per i dipendenti che, pur non esercitando concretamente ed effettivamente funzioni di responsabilità, sono tuttavia competenti ad elaborare atti endoprocedimentali obbligatori (pareri, certificazioni, perizie) che incidono in maniera determinante sul contenuto del provvedimento finale, anche se redatto e sottoscritto dal funzionario competente e che tra i soggetti privati presso il quale il dipendente pubblico ha divieto di svolgere attività professionale o lavorativa sono compresi anche i soggetti formalmente privati ma partecipati o controllati da una pubblica amministrazione.
I contratti e gli incarichi conferiti in violazione al divieto di pantouflage sono nulli, con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti.
Stat., artt. 21, co. 4; 23, co. 2, lett. a); 25, co. 4; 33, co. 1, lett. c); 41, co.; 47, co. 3; 55, co. 3 e 8; 67, co. 2 e 4; 68, co. 6, lett. c); 70, co. 6; 71, co. 2; 72; 73, co. 2 e 3; 74
È un atto, avente carattere ausiliario, fornito da organi consultivi agli organi dell’amministrazione attiva; consiste in un giudizio su un’attività che dovrà essere compiuta da chi lo richiede. È un atto privo di autonomia funzionale, in quanto emesso in vista di un provvedimento finale, ed adempie a tre funzioni: conoscitiva, valutativa e di coordinamento. Può essere:
- obbligatorio, se espressamente previsto dalla legge; in tal caso l’atto adottato in mancanza del parere è illegittimo per violazione di legge;
- facoltativo, se è discrezione degli organi dell’amministrazione attiva richiederli o meno;
- vincolante, se l’organo richiedente è obbligato ad adeguare il provvedimento ai contenuti del parere rilasciato.
Se la legge non lo prevede espressamente i pareri non sono mai vincolanti; l’organo che li richiede, pertanto, può anche agire in difformità degli stessi.
Nell’ordinamento regionale esprimono parere le commissioni permanenti in sede consultiva, gli organismi previsti dallo Statuto e dalle leggi regionali nonché gli uffici del Consiglio e della Giunta a ciò abilitati.
Trattato sull ‘Unione europea artt. 2 e 3, par.3
dir. 2006/54/CE
Cost. artt. 3; 37, co. I; 51, co. I; 117, co. VII
Stat., artt. 6, co. 6; 19, co. 2; 20, co. 2; 45, co. 1; 53, co. 4 e 73
d.lgs. 198/2006
La parità fra uomini e donne è un principio fondamentale del diritto comunitario riconosciuto espressamente dal Trattato quale "compito" e "obiettivo" della Comunità da promuovere in tutte le sue attività. Nell’ordinamento interno, è stato approvato il Codice delle pari opportunità, in cui sono riunite e coordinate le disposizioni vigenti per la prevenzione e rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul sesso.
Le pari opportunità tra uomini e donne si attuano attraverso misure volte a eliminare ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso, che abbia come conseguenza, o come scopo, di compromettere o di impedire il riconoscimento, il godimento o l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo. Di particolare importanza sono le azioni positive, volte a favorire l’inserimento e la carriera delle donne attraverso l’adozione di misure per la rimozione degli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità tra uomini e donne nel campo del lavoro e nella società, favorendo, anche attraverso una diversa organizzazione del lavoro, l’equilibrio tra responsabilità familiari e professionali.
La Costituzione e lo Statuto prevedono che la Regione rimuova ogni ostacolo che impedisca la piena parità delle donne e degli uomini nei vari settori di attività, attraverso l’attivazione di azioni positive e promuova la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive. Lo Statuto prevede anche l’istituzione della Consulta femminile regionale per la realizzazione delle pari opportunità e della parità giuridica sostanziale tra donne e uomini, con funzioni consultive e di proposta nei confronti degli organi regionali.
Pari opportunità nell'accesso alle cariche elettive (principio delle)
Cost., artt. 3, co. II; 51, co. I; 117, co. VII
d.lgs. 198/2006, art. 56
l. 165/2004, art. 4, co. 1, lett. cbis)
Stat. artt. 6, co. 6; 19, co. 2
l.r. 2/2005, artt. 3, co. 2 e 3
Il principio delle pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive costituisce espressione del principio fondamentale di uguaglianza sostanziale sancito dalla Costituzione, che impone alla Repubblica la rimozione di tutti gli ostacoli che di fatto impediscono una piena partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione politica del paese. A seguito delle modifiche apportate al testo della Costituzione nel 2001 e nel 2003 il principio delle pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive ha trovato una specifica collocazione al suo interno ed è stato anche imposto alle Regioni di promuovere con proprie leggi la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.
Anche molti statuti regionali hanno introdotto analoghi principi, prevedendo che le leggi elettorali promuovano la parità di accesso tra uomini e donne alla carica di consigliere regionale, anche mediante azioni positive.
La Corte costituzionale, modificando il proprio orientamento, alla luce del mutato quadro costituzionale, in ordine alla possibilità per il legislatore di introdurre meccanismi idonei a promuovere la parità di accesso alle cariche elettive, ha posto peraltro dei limiti, affermando che le misure specifiche volte a dare effettività alla parità tra donne e uomini nell’accesso alla cariche elettive si debbano proporre di “rimuovere” gli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere determinati risultati, ma non possono, direttamente o indirettamente, incidere sull’esito delle scelte elettorali dei cittadini, attribuendo alle donne direttamente quei risultati medesimi. In una recente pronuncia, la Consulta ha ritenuto legittima l’introduzione della preferenza di genere, purché tale misura rivesta carattere promozionale e non coattivo e non alteri forzosamente la composizione dell’assemblea elettiva rispetto al risultato che si sarebbe determinato in assenza del meccanismo introdotto.
Recependo anche l’orientamento della Corte, la legge statale che detta i principi fondamentali in materia di sistema di elezione regionale ha introdotto, recentemente, specifiche disposizioni sulla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive.
In conformità al dettato dello Statuto e dei principi fondamentali posti dal legislatore statale, la legge elettorale della Regione Lazio prevede che in ogni lista circoscrizionale ognuno dei due sessi debba essere rappresentato in misura pari al cinquanta per cento, pena l’inammissibilità della stessa, e che l’elettore che decida di esprimere due preferenze debba necessariamente scegliere due candidati di genere diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.
Partecipazione (principio di)
Cost. art. 3, co. II
l. 241/1990, capo III
Stat., artt. 60-65
Il principio di partecipazione costituisce una delle fondamenta dell’ordinamento democratico ed indica la possibilità dei cittadini di partecipare in via diretta ed indiretta all’organizzazione politica, economica e sociale.
Particolare rilievo assume la partecipazione al procedimento amministrativo. Tale istituto, introdotto per la prima volta in misura generalizzata dal legislatore del 1990, rappresenta l’applicazione del principio del giusto procedimento, considerato dalla Corte costituzionale principio generale dell’azione amministrativa, secondo cui il procedimento amministrativo deve essere regolamentato in modo tale da non imporre limitazioni ai cittadini senza aver prima svolto gli opportuni accertamenti e aver messo gli interessati nelle condizioni di esporre le proprie ragioni.
L’evoluzione della sensibilità sociale e l’influenza del diritto comunitario hanno portato ad estendere il modello partecipato a procedimenti diversi da quelli di amministrazione attiva, come quelli normativi e legislativi. La Corte costituzionale ha ritenuto legittima l’introduzione, da parte delle Regioni, nei procedimenti normativi, dell’istruttoria pubblica e della motivazione degli atti normativi.
Il titolo VII dello Statuto prevede gli istituti di democrazia diretta e le forme di partecipazione popolare: iniziativa legislativa, referendum, petizioni e voti. Inoltre, tra i principi ispiratori dell’ordinamento finanziario e contabile regionale, è stato recentemente introdotto quello della promozione, da parte della Regione, della partecipazione degli enti, delle organizzazioni economico-sociali e dei cittadini alla formazione delle decisioni in materia di programmazione economico-finanziaria e di bilancio.
Partecipazione alla formazione della normativa europea
Cost. art. 117, co. V
Stat. artt. 10, co. 3 e 4; 41, co. 6
l. 131/2003, art. 5
l. 234/2012, artt. 2; 9, co. 2; 19; 24; 25
reg. lav., art. 14 ter, co. 3
Protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, allegato al Trattato di Lisbona, art. 6
Due sono le principali forme di partecipazione delle
Regioni alla normativa dell’Unione europea:
a) la partecipazione al processo di formazione della posizione italiana nella fase di predisposizione degli atti dell’Unione europea, partecipazione c.d. indiretta;
b) la partecipazione ai processi decisionali dell’Unione europea, partecipazione c.d. diretta.
Con riguardo alla prima, la normativa statale prevede una complessa procedura, con un diverso coinvolgimento delle Regioni, a seconda che si tratti di questioni che interessano le Regioni e le Province autonome, ovvero di materie di competenza regionale.
Quando si trattano questioni che interessano le Regioni e le Province autonome:
a) il presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome o un presidente di regione o di provincia autonoma da lui delegato partecipa alle riunioni del Comitato interministeriale per gli affari europei (CIAE), che opera presso la Presidenza del Consiglio al fine di concordare le linee politiche del Governo nel processo di formazione della posizione italiana nella fase di predisposizione degli atti dell'Unione europea;
b) il Comitato tecnico di valutazione degli atti dell'Unione europea, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le politiche europee, di cui si avvale il CIAE per la preparazione delle proprie riunioni, è integrato da un rappresentante di ciascuna regione e provincia autonoma indicato dal rispettivo presidente.
Quando, invece, si tratta di materie di competenza regionale:
a) le Regioni e le province autonome possono trasmettere osservazioni, entro trenta giorni dalla data del ricevimento dei progetti di atti dell’Unione europea al Presidente del Consiglio dei Ministri o al Ministro per gli affari europei dandone contestuale comunicazione alle Camere, alla Conferenza delle regioni e delle province autonome e alla Conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle regioni e delle province autonome;
b) la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le politiche europee convoca i singoli gruppi di lavoro incaricati di preparare i lavori del Comitato tecnico di valutazione degli atti dell'Unione europea, i rappresentanti delle Regioni e delle province autonome, ai fini della successiva definizione della posizione italiana da sostenere, d'intesa con il Ministero degli affari esteri e con i Ministeri competenti per materia, in sede di Unione europea;
c) una o più Regioni o province autonome, quando un progetto di atto normativo riguardi una materia attribuita alla competenza legislativa regionale, possono fare richiesta al Governo di convocare la Conferenza Stato-regioni per il raggiungimento dell’intesa e, in questo caso, qualora lo richieda la medesima Conferenza Stato-regioni, il Governo appone una riserva di esame in sede di Consiglio dell'Unione europea.
Con riguardo alla partecipazione diretta, nelle materie di competenza legislativa regionale, i rappresentanti di Regioni e province autonome possono partecipare, nell’ambito della delegazione del Governo, ai lavori del Consiglio dell’Unione europea e dei gruppi di lavoro e dei comitati del Consiglio e della Commissione europea.
Un recente accordo sancito in sede di Conferenza Stato-regioni, in attuazione della normativa statale, ha stabilito la composizione delle delegazioni che partecipano alle attività del Consiglio dell’Unione europea, dei gruppi di lavoro e dei comitati del Consiglio e della Commissione europea. In particolare, nelle materie di competenza legislativa esclusiva delle Regioni, è previsto che su istanza delle stesse e mediante apposita intesa con il Governo da raggiungersi in sede di conferenza Stato-Regioni, la funzione di capo delegazione possa essere attribuita ad un Presidente di Giunta regionale o di Provincia autonoma.
Un esplicito riconoscimento del ruolo delle Assemblee legislative regionali nella fase di formazione degli atti dell’Unione europea è, infine, previsto dal Protocollo sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità allegato al Trattato di Lisbona. Nell’ambito della procedura finalizzata al controllo sulla corretta applicazione del principio di sussidiarietà, il Protocollo prevede, infatti, che i Parlamenti nazionali possano “consultare all’occorrenza i parlamenti regionali con poteri legislativi”.
Cost. art. 119, co. VI
l. 281/1970, art. 11
cod. civ. artt. 826 e 828
La Regione ha un proprio patrimonio attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato. La legge statale del 1970, contenente i provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario, ha disposto il trasferimento dal patrimonio statale al patrimonio regionale indisponibile di vari beni, quali le foreste, le cave e le torbiere sottratte al proprietario del fondo, le acque minerali e termali, gli edifici destinati ad uffici o servizi di spettanza regionale.
L’indisponibilità comporta che tali beni sono vincolati ad una destinazione di utilità pubblica e non possono essere sottratti a tale destinazione se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano.
d.lgs 150/2009, artt. 1-31
d.p.r. 105/2016
del.U.P. 36/2017
Il termine “performance”, in generale, è definibile quale “il contributo (prestazione e risultato) che un’entità (individuo, gruppo di individui, unità organizzativa, organizzazione) apporta attraverso la propria azione al raggiungimento delle finalità e degli obiettivi e, in ultima istanza, alla soddisfazione dei bisogni per i quali l’organizzazione è stata costituita”.
La regolamentazione del sistema di valutazione delle strutture e dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche ha avuto il precipuo fine di assicurare elevati standard qualitativi ed economici del servizio tramite la valorizzazione dei risultati e della performance organizzativa e individuale.
a) definizione e assegnazione degli obiettivi che si intendono raggiungere, dei valori attesi di risultato e dei rispettivi indicatori, formulati in termini misurabili;
c) monitoraggio in corso di esercizio e attivazione di eventuali interventi correttivi e migliorativi;
d) misurazione e valutazione della prestazione e dei risultati organizzativi e individuali;
f) rendicontazione dei risultati agli organi di indirizzo politico-amministrativo, ai dirigenti apicali nonché ai competenti organi esterni, ai cittadini, ai soggetti interessati, agli utenti e ai destinatari dei servizi.
Uno degli strumenti attuativi del ciclo di gestione della performance è il Piano della prestazione e dei risultati, ossia un documento programmatico triennale che individua gli indirizzi e gli obiettivi strategici e operativi e definisce gli indicatori per la misurazione e la valutazione della prestazione e dei risultati dell’amministrazione nonché gli obiettivi da assegnare al personale dirigenziale e i relativi indicatori. Al Piano è connessa una relazione che evidenzia, a consuntivo, con riferimento all’anno precedente, i risultati organizzativi e individuali raggiunti rispetto ai singoli obiettivi programmati e alle risorse.
Altro strumento di rilievo è il Sistema di misurazione e valutazione della prestazione e dei risultati che permette di quantificare e valutare la medesima attraverso il confronto tra i livelli raggiunti ed i livelli di traguardo posti a riferimento, attraverso l’uso di parametri appropriati. Esso individua:
a) le fasi, i tempi, le modalità, i soggetti e le responsabilità del processo di misurazione e di valutazione della prestazione e dei risultati;
b) le procedure di conciliazione relative all’applicazione del sistema di misurazione e di valutazione della prestazione e dei risultati;
d) le modalità di raccordo e integrazione con i documenti di programmazione economico-finanziaria e di bilancio.
La funzione di misurazione e di valutazione della prestazione e dei risultati è svolta:
a) dagli organismi indipendenti di valutazione (OIV) cui compete la misurazione e la valutazione della prestazione e dei risultati di ciascuna struttura organizzativa nel suo complesso, nonché la proposta di valutazione annuale dei dirigenti apicali;
b) dai dirigenti di ciascuna struttura organizzativa.
Cost., art. 50
Stat., art. 65, co. 1
reg. lav., artt. 113-115
È la richiesta che chiunque, in forma singola o associata, può rivolgere al Consiglio regionale in ordine a determinati provvedimenti o per esporre comuni necessità.
Tra gli istituti cosiddetti di democrazia diretta, quelli cioè che consentono interventi diretti dei cittadini a livello istituzionale senza avvalersi dei loro rappresentanti, la petizione costituisce uno strumento sui generis, in quanto ha come destinatari i rappresentanti degli stessi cittadini, ai quali si chiedono provvedimenti o si espongono comuni necessità. La petizione si distingue dall’iniziativa legislativa popolare perché può essere esercitata senza particolari formalità, mentre l’iniziativa legislativa comporta la presentazione, da parte di un numero di elettori non inferiore a diecimila, di una proposta di legge redatta in articoli. Inoltre, mentre l’esercizio dell’iniziativa legislativa determina l’inizio del procedimento legislativo, la petizione ha lo scopo di sollecitare l’approvazione di provvedimenti ovvero di esporre comuni necessità.
La disciplina della petizione è contenuta nel regolamento dei lavori del Consiglio.
Piani settoriali ed intersettoriali regionali
Stat., artt. 23, co. 2, lett. f) e g); 50, co. 3
d. lgs. 267/2000, art. 5
l.r. 17/1986
l.r. 38/1999, art. 12
l.r. 25/2001, artt. 5, 6 e 7
Strumenti attraverso cui si realizza la programmazione economico-sociale e territoriale della Regione.
La legge regionale in materia di programmazione, bilancio e contabilità della Regione prevede:
a) nell’ambito della programmazione economico-sociale, i piani economico sociali regionali, settoriali ed intersettoriali, che integrano e precisano il programma economico-sociale regionale generale, in coerenza con gli obiettivi e le linee in esso contenuti;
b) nell’ambito della programmazione territoriale, i piani territoriali regionali di settore, che integrano e specificano il piano territoriale regionale generale, in coerenza con gli obiettivi e le linee di organizzazione territoriale da quest’ultimo previsti.
Lo Statuto ha stabilito che gli atti generali e settoriali della programmazione, le relative procedure e le modalità di raccordo con gli strumenti della programmazione locale siano disciplinati con legge.
Per quanto concerne i piani economico-sociali, settoriali ed intersettoriali, fino all’approvazione della legge regionale di adeguamento ai principi contenuti nella normativa statale, si applicano le disposizioni della vigente legge regionale in materia di programmazione, concernenti il contenuto degli strumenti della programmazione economico-sociale, nonché le procedure di adozione degli strumenti stessi, ivi comprese le forme ed i modi di partecipazione degli enti locali.
La disciplina dei piani territoriali settoriali è contenuta nella legge regionale in materia di governo del territorio.
l. 448/1998, art. 28, co. 11 e 12
l. 311/2004, art. 1, co. 174-176 e 180
l. 296/2006, art. 1, co. 1, lett. b)
l. 159/2007, art. 4
l. 191/2009, art. 2, co. 77-96
d.l. 78/2010 (conv. l. 122/2010), art. 11, commi 1 e 2
Il piano di rientro della spesa sanitaria è uno strumento elaborato dalla legislazione statale necessario al risanamento e al contenimento dei disavanzi sanitari regionali. E’ finalizzato a verificare la qualità delle prestazioni e a ristabilire l’equilibrio economico-finanziario della Regione in situazione di disavanzo sanitario ed è parte integrante dell’accordo stipulato tra il Ministero della salute, il Ministero dell’economia e delle finanze e la Regione diretto a raggiungere, entro tre anni dalla sottoscrizione, il pareggio di bilancio, attraverso la razionalizzazione dei programmi di spesa, interventi strutturali sull’offerta complessiva dei servizi sanitari e l’introduzione di sanzioni per le regioni inadempienti.
A tal fine il piano deve prevedere azioni volte al riequilibrio dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per renderla conforme a quella desumibile dal piano sanitario nazionale e dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri di fissazione dei LEA, nonché le misure opportune per l’azzeramento del disavanzo che vanno ad incidere sui fattori di spesa sfuggiti al controllo delle Regioni, quali: il superamento degli standard dei posti letto e del tasso di ospedalizzazione; i consumi farmaceutici; la spesa per il personale; il superamento del numero e del valore delle prestazioni acquistate da strutture private; il controllo dell’appropriatezza delle prescrizioni dei medici.
Gli interventi previsti dal piano sono vincolanti per la Regione che ha sottoscritto l’accordo, tanto che possono comportare effetti di variazione dei provvedimenti normativi ed amministrativi regionali già adottati in materia di programmazione sanitaria; inoltre, la Regione è obbligata a rimuovere i provvedimenti, anche legislativi, e a non adottarne di nuovi che siano di ostacolo alla piena attuazione del piano di rientro. Ne deriva una compressione dell’autonomia legislativa della Regione in materia di tutela della salute, in deroga all’art. 117, comma 3, Cost., giustificata dall’esigenza, da un lato, di assicurare uniformemente i LEA su tutto il territorio nazionale e, dall’altro, di garantire l’equilibrio economico-finanziario del sistema sanitario regionale.
La legge, qualora ricorrano determinate condizioni, prevede la possibilità di prorogare il piano di rientro per una durata non superiore al triennio. In caso di esito negativo del procedimento di verifica e monitoraggio del piano di rientro da parte del Tavolo di verifica degli adempimenti e del Comitato permanente per la verifica dei livelli essenziali di assistenza, il Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, sentito il Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, diffida la Regione ad adottare entro quindici giorni tutti gli atti normativi, amministrativi, organizzativi e gestionali idonei a garantire il conseguimento degli obiettivi previsti nel piano; in mancanza, nomina un commissario ad acta (vedi relativa voce) per l’intero periodo di vigenza del piano, al quale possono essere affiancati uno o più subcommissari di qualificate e comprovate professionalità ed esperienza in materia di gestione sanitaria per coadiuvarlo nella predisposizione dei provvedimenti da assumere per la puntuale attuazione del piano.
Potere estero (delle Regioni)
Stat., art. 10
l. 131/2003, art.6
l.r. 1/2015, artt. 16-18
Con questa locuzione si intende il complesso delle competenze che le Regioni e le Province autonome possono esercitare con proiezione esterna rispetto ai confini nazionali e che possono dar luogo ad attività di mero rilievo internazionale, promozionali o pattizie.
Prima della riforma costituzionale del 2001, un lungo processo evolutivo, di natura soprattutto giurisprudenziale, ha portato a riconoscere due forme di esplicazione del potere estero delle Regioni
Innanzitutto, le Regioni potevano svolgere attività promozionali all’estero, purché legate da un nesso strumentale con le materie di propria competenza, la cui coerenza con la politica estera dello Stato era garantita da una previa intesa. In secondo luogo, le Regioni potevano svolgere attività di mero rilievo internazionale previo assenso, anche in forma implicita, del Governo che ne controllava la conformità ai propri indirizzi di politica internazionale.
Una vera attività di diritto internazionale delle Regioni è rinvenibile solo a seguito della riforma del testo costituzionale e alla conseguente legge di attuazione: ora, nelle materie di propria competenza, le Regioni possono concludere, oltre ad intese con enti territoriali interni ad altri Stati, anche veri e propri accordi con Stati, sia pure nei modi e nelle forme determinati da leggi statali, in quanto tale potere estero delle Regioni deve essere coordinato con l’esclusiva competenza statale in tema di politica estera, così da salvaguardare gli interessi unitari. Tanto le intese con enti infrastatali quanto gli accordi con altri Stati sono soggetti a comunicazione al Governo, al fine di porre l’esecutivo in condizione di verificare la non difformità della singola iniziativa rispetto agli indirizzi di politica estera e agli impegni assunti nel contesto internazionale.
Cost. art. 120, co. II
Stat., art. 49
l.r. 14/1999, art. 19
Il potere sostitutivo regionale è il potere, di natura amministrativa, di sostituirsi, nelle materie di propria competenza, agli enti locali e alle loro forme associative, in caso di inerzia o inadempimento degli stessi nel compimento di atti o provvedimenti obbligatori, al fine di salvaguardare interessi superiori e unitari che ne sarebbero conseguentemente compromessi. La Giunta diffida l’ente inadempiente ad adempiere entro un termine non inferiore a sessanta giorni, decorso inutilmente il quale, previo parere del Consiglio delle autonomie locali e sentito l’ente interessato, adotta il provvedimento o nomina un apposito commissario.
Ulteriori poteri sostitutivi sono esercitati dalla Regione in caso di situazioni di inefficacia in relazione a specifici interventi finanziati dalla Regione, previsti da atti di programmazione europea, statale e regionale.
Nella Costituzione è espressamente previsto soltanto il potere sostitutivo del Governo nei confronti degli organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni, da esercitarsi sulla base dei presupposti e per la tutela degli interessi indicati nella stessa disposizione costituzionale.
Preclusione (emendamento)
reg. lav., artt. 67, co. 10, lett. b); 68, co. 1; 70
La preclusione è una incompatibilità di carattere oggettivo che sussiste tra un emendamento approvato (in Commissione o in Aula) e una proposta emendativa che venga successivamente all’esame nella medesima sede
Quest’ultima viene dichiarata preclusa in quanto la sua eventuale approvazione contrasterebbe con la deliberazione già assunta.
La preclusione costituisce applicazione della regola del ne bis in idem e del principio di non contraddizione.
L’accertamento della preclusione spetta al Presidente (della commissione o dell’Aula), il quale può rifiutarsi di mettere in votazione emendamenti che siano preclusi da altre deliberazioni, nel qual caso, se il proponente insiste e il Presidente non ritenga di accogliere la richiesta si decide senza discussione per alzata di mano.
Preferenza (voto di)
l. 43/1995, art. 1 co. 10
l. 165/2004, art. 4
l. 20/2016
Il voto di preferenza è il voto espresso da un elettore per un candidato iscritto ad una lista elettorale al fine di determinarne l’elezione. Laddove il sistema elettorale non prevede la possibilità di esprimere una o più preferenze, ma semplicemente un voto di lista, gli eletti sono individuati in base all’ordine prestabilito in cui compaiono nella lista elettorale (c.d. lista bloccata).
Per quanto riguarda il sistema di elezione delle Regioni, al fine di promuovere le pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive, vige il principio della c.d. preferenza di genere. Se la legge elettorale regionale prevede il voto di preferenza, deve essere consentito all’elettore di esprimere almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso, pena l'annullamento delle preferenze successive alla prima.
d.lgs. 300/1999, art. 11
d.p.r. 180/2006
Con la riforma dell'organizzazione del Governo, le Prefetture, organi periferici del Ministero dell'Interno e rappresentanti del Governo sul territorio, sono state trasformate in Prefetture-Uffici territoriali del Governo, a cui sono preposti i prefetti. Tali uffici, mentre mantengono tutte le funzioni già di competenza delle prefetture, quali lo svolgimento di compiti di amministrazione generale, di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica e di coordinamento degli interventi di protezione civile, assicurano l'esercizio coordinato dell'attività amministrativa degli uffici periferici statali sul territorio e garantiscono la leale cooperazione tra gli uffici stessi e gli enti locali. Le Prefetture svolgono, quindi, un'azione propulsiva, di indirizzo, di mediazione sociale e di intervento, di consulenza e collaborazione in tutti i campi del “fare amministrazione” promuovendo il processo di semplificazione delle procedure amministrative. Dalla Prefettura ha quindi origine un continuo flusso di informazioni, in direzione del Governo, sulle maggiori problematiche di interesse nazionale che si sviluppano nel territorio della provincia.
Il Prefetto titolare della Prefettura-Ufficio territoriale del governo è coadiuvato da una conferenza provinciale permanente, presieduta dallo stesso e composta dai responsabili di tutte le strutture amministrative periferiche statali operanti nella Provincia nonché dal Presidente della provincia, dal rappresentante della Città metropolitana, dal Sindaco del comune capoluogo, dai sindaci dei comuni eventualmente interessati alle questioni trattate nonché da tutti quei soggetti di cui è ritenuta utile la partecipazione.
Il Prefetto titolare della Prefettura-Ufficio territoriale del governo con sede nel capoluogo della Regione svolge altresì tutte le attività connesse alle funzioni di rappresentanza dello Stato per i rapporti con il sistema delle autonomie ed è altresì coadiuvato da una conferenza permanente composta dai rappresentanti delle strutture periferiche regionali dello Stato, alla quale possono essere invitati i rappresentanti della Regione.
Va ricordato che la funzione di coordinamento tra le funzioni amministrative statali e quelle regionali, attualmente esercitata dalle Prefetture, era affidata dalla Costituzione, prima della riforma del Titolo V della stessa Costituzione, al Commissario del governo nella Regione.
Stat., artt. 20 e 21
reg. lav., artt. 3 e 4
È eletto a scrutinio segreto con la maggioranza dei due terzi dei componenti del Consiglio; qualora nel primo scrutinio nessun candidato abbia raggiunto la maggioranza prevista, nel corso del secondo essa è ridotta a tre quinti dei componenti e, dal terzo scrutinio, è sufficiente la maggioranza dei componenti.
Rappresenta il Consiglio ed è garante della sua autonomia e dei diritti dei consiglieri.
Convoca il Consiglio, lo presiede, ne dirige i lavori e formula il relativo ordine del giorno; può chiedere al Presidente della Regione di riferire al Consiglio sullo stato di attuazione delle politiche regionali.
Convoca e presiede l’Ufficio di Presidenza ed assicura il buon funzionamento dell’amministrazione interna.
Esercita le altre funzioni previste dalle leggi e dai regolamenti interni.
reg. lav., artt. 12 e 19
d.p.c.m. 21/12/2012
Il Presidente del gruppo consiliare provvede alla gestione del personale del gruppo e dei fondi erogati al gruppo stesso per il relativo funzionamento e presenta all’Ufficio di presidenza il rendiconto sull’utilizzo di questi ultimi.
Il nominativo del Presidente del gruppo consiliare è comunicato dal relativo gruppo al Presidente del Consiglio entro sei giorni dalla prima seduta del Consiglio.
La Conferenza dei Presidenti dei gruppi consiliari, costituita da tutti i relativi Presidenti, collabora con il Presidente del Consiglio regionale per l’organizzazione dell’attività e dei lavori del Consiglio.
I poteri di iniziativa in Aula sono riconosciuti esclusivamente ai Presidenti di gruppi consiliari costituiti da almeno tre unità.
Stat., art. 32
reg. lav., artt. 15, 16, 22 , 24
È eletto dalla commissione, unitamente ai due vice-Presidenti, con votazioni separate, in ognuna delle quali ciascun commissario esprime un solo nominativo.
Presidente e vice-Presidenti costituiscono l’Ufficio di presidenza della commissione che viene convocato dallo stesso Presidente per la predisposizione del programma e del calendario dei lavori.
Rappresenta la commissione, presiede le relative sedute e, sentito l’Ufficio di presidenza della commissione, la convoca e ne forma l’ordine del giorno.
La carica di Presidente di commissione permanente è incompatibile con quella di componente dell’Ufficio di presidenza del Consiglio, di Presidente della Regione e di componente della Giunta regionale.
Cost., art. 121
Stat., artt. 40-44
reg. lav., art. 27
Organo fondamentale della Regione è eletto, ai sensi dello Statuto, a suffragio universale e diretto in concomitanza con il rinnovo del Consiglio regionale.
Rappresenta la Regione, dirige la politica della Giunta e ne è responsabile; promulga le leggi ed emana i regolamenti; indice i referendum; dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato.
Entro dieci giorni dalla sua proclamazione nomina, scegliendoli anche al di fuori del Consiglio regionale, i componenti della Giunta regionale che può revocare, sostituire o modificarne gli incarichi, dandone comunicazione al Consiglio.
Esercita le altre funzioni previste dalla Costituzione, dallo Statuto e dalle leggi e, in particolare: su proposta della Giunta, promuove l’impugnazione delle leggi dello Stato e delle altre Regioni, solleva ricorso per i conflitti di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale e propone al Governo di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione europea; adotta misure amministrative urgenti e provvisorie per un tempestivo adeguamento agli atti comunitari immediatamente precettivi e alle sentenze della Corte costituzionale; nomina e designa membri di commissioni, comitati ed altri organismi collegiali per i quali non è prescritta la rappresentanza delle opposizioni; conferisce particolari riconoscimenti.
Può essere oggetto di espressa mozione di sfiducia da parte del Consiglio regionale la cui approvazione comporta le dimissioni della Giunta e lo scioglimento del Consiglio; dimissioni e scioglimento che possono, altresì, verificarsi in caso di rimozione, decadenza, dimissioni volontarie, impedimento permanente e morte del Presidente.
Il Presidente della Regione dalla data della relativa proclamazione e fino alla proclamazione del nuovo Presidente percepisce l’indennità di carica e l’indennità di funzione.
Principi fondamentali (delle leggi dello Stato)
Cost., artt. 117, co. III e 122, co. I
l. 131/2003, art. 1
Nelle materie di competenza legislativa concorrente, le Regioni esercitano la potestà legislativa nel rispetto dei principi fondamentali espressamente determinati dallo Stato o, se assenti, da quelli desumibili dalla normativa statale vigente che costituiscono, pertanto, parametro di legittimità costituzionale della legge regionale.
Dal punto di vista strutturale, i principi fondamentali non si atteggiano, secondo la Corte costituzionale, sempre allo stesso modo, con lo stesso spessore e profondità. Vi possono essere settori in cui i principi fondamentali si mantengono ad un livello estremamente vago ed elevato, altri settori, invece, in cui i principi fondamentali assumono quasi una struttura ed una conformazione autoapplicativa; questo dipende sia dai principi costituzionali che improntano le diverse materie, sia dalla tradizione legislativa, sia da esigenze di ordine tecnico.
Procedura d'urgenza per esame leggi (vedi Urgenza)
reg. lav., art. 25
È l’atto redatto a seguito delle sedute dell’Aula e delle commissioni nel quale sono riportati i provvedimenti trattati, specificandone il contenuto, il nominativo di coloro che hanno partecipato alle discussioni e l’esito di eventuali votazioni.
Il processo verbale della commissione è redatto dal segretario della commissione, quello dell’Aula dal funzionario estensore ed è approvato con le modalità stabilite dal regolamento dei lavori.
Stat., artt. 20, co. 1; 28, co. 1; 42, co. 1
l. 108/1968, art. 15, co. 1, n. 2 e co. 13, nn. 3, 4, 5 e 18
l.r. 4/2013
l.r. 2/2005, art. 2
reg. lav., artt. 1 e 10, co. 2
Al termine del procedimento elettorale gli uffici centrali circoscrizionali proclamano eletti i candidati nei limiti dei seggi ai quali la lista ha diritto. È proclamato eletto Presidente della Regione, dall’ufficio centrale regionale, il candidato che ha conseguito il maggior numero di voti.
Il Presidente della Regione, ai sensi dello Statuto, dura in carica fino alla proclamazione del Presidente della Regione neoeletto. Anche per i consiglieri lo Statuto prevede che entrino nell’esercizio delle loro funzioni all’atto della proclamazione e che restino in carica fino all’insediamento del nuovo Consiglio regionale.
Da tale data decorrono:
a) il termine previsto dallo Statuto per la riunione in prima seduta del Consiglio regionale;
b) il termine di dieci giorni previsto dallo Statuto per la nomina dei componenti della Giunta regionale da parte del Presidente della Regione;
c) il termine di trenta giorni previsto dal regolamento dei lavori del Consiglio, per gli adempimenti cui sono tenuti i consiglieri nel procedimento di convalida.
Stat., art. 50
l.r. 25/2001, art. 4
È assunta dalla Regione quale metodo di esercizio delle proprie funzioni, assicurando la partecipazione dei diversi livelli di governo.
La Regione, mediante i contributi degli enti locali e delle categorie sociali ed economiche interessate, determina gli obiettivi generali e settoriali della programmazione economico-sociale e della programmazione territoriale, nel rispetto degli indirizzi della programmazione nazionale.
Lo Statuto rinvia ad una specifica legge regionale la disciplina degli atti di programmazione, le relative procedure e le modalità di raccordo con gli strumenti della programmazione locale.
Programmazione dei lavori dell'Aula e delle commissioni
Stat., artt. 21, co. 2; 31, co. 2
reg. lav., artt. 19-22
I lavori del Consiglio regionale sono organizzati secondo il metodo della programmazione.
Gli atti fondamentali della programmazione dei lavori sono il programma dei lavori e il calendario dei lavori.
Entrambi sono predisposti e approvati dalla Conferenza dei Presidenti dei gruppi consiliari, sulla base delle indicazioni del Presidente della Regione e delle proposte dei gruppi consiliari.
Il programma dei lavori determina la ripartizione dei tempi di lavoro dell’Aula e delle commissioni permanenti, e riguarda un periodo di almeno due mesi e comunque non superiore a tre. In esso vengono indicati gli argomenti che l’Aula intende esaminare, le relative priorità e il periodo nel quale se ne prevede l’iscrizione all’ordine del giorno.
Il programma dei lavori diviene definitivo dopo la comunicazione all’Aula; è aggiornato almeno una volta al mese, anche in relazione alle esigenze istruttorie manifestate dalle commissioni consiliari permanenti.
Il calendario dei lavori ha una durata quindicinale e stabilisce modalità e tempi di applicazione del programma dei lavori; in esso sono individuati gli argomenti e sono stabilite le sedute per la loro trattazione.
Le proposte di legge di stabilità e di bilancio e gli atti dovuti sono inseriti nel programma e nel calendario dei lavori al di fuori dei criteri previsti per le altre proposte.
I metodi e le procedure di organizzazione dei lavori del Consiglio sono applicate anche ai lavori in commissione. Il programma e il calendario dei lavori delle commissioni consiliari permanenti sono predisposti dall’Ufficio di presidenza della commissione, integrato, se ritenuto opportuno dal Presidente della commissione, dai rappresentanti dei gruppi consiliari.
Nel programma e nel calendario dei lavori delle commissioni deve essere assicurato in via prioritaria l’esame delle proposte di legge e degli altri argomenti compresi nel programma e nel calendario dei lavori dell’Aula.
Promulgazione (della legge regionale)
Cost., art. 121, co. IV
Stat., artt. 39 e 41, co. 2
La promulgazione è un atto scritto a carattere solenne che si esprime in una formula tradizionale. Nella prima parte, avente natura certificativa, si dà atto dell’intervenuta approvazione della legge; nella seconda, parte costitutiva, si dichiara di promulgare la legge, enunciandone il testo; nella terza parte, avente natura esecutiva, si ordina ai competenti uffici di pubblicarla, ammonendo chiunque ad osservarla e a farla osservare.
La promulgazione costituisce uno dei momenti della c.d. “fase integrativa dell'efficacia” della legge.
Le leggi regionali sono promulgate dal Presidente della Regione entro trenta giorni dalla loro approvazione; tuttavia, ove il Consiglio regionale a maggioranza dei propri componenti ne dichiari l’urgenza, la legge regionale è promulgata nel termine da esso stabilito.
(Vedi dichiarazione d’urgenza)
Stat., artt. 37 e 38
reg. lav., artt. 53-61
È l’atto che dà avvio al procedimento legislativo.
Redatta in articoli ed accompagnata da una relazione illustrativa del contenuto è presentata dai titolari dell’iniziativa legislativa al Presidente del Consiglio regionale.
Il Presidente del Consiglio riceve ed assegna alle commissioni consiliari competenti per materia le proposte di legge che vengono distribuite a tutti i consiglieri.
Non possono essere presentate proposte di legge precedentemente respinte se non siano trascorsi almeno sei mesi dalla loro reiezione.
Se all’ordine del giorno di una commissione sono iscritte proposte di legge identiche o vertenti su identica materia il relativo esame deve essere abbinato (vedi relativa voce).
Dopo l’esame in commissione, la proposta di legge viene trasmessa al Consiglio che l’approva articolo per articolo e poi, nel suo complesso, con votazione finale.
Ciascun consigliere può richiedere al Consiglio l’esame della proposta di legge con procedura d’urgenza (vedi relativa voce); anche il Presidente della Regione può farne richiesta motivata, ma limitatamente a quelle di iniziativa della Giunta regionale.
Prorogatio (degli organi amministrativi)
d.l. 293/1994, (conv. l. 444/1994)
Secondo la dottrina tradizionale, il principio di continuità postula che il titolare di un organo giunto alla scadenza dell’incarico continui ad esercitare le proprie prerogative fin quando non venga nominato il successore.
Tale orientamento dottrinale è stato messo in discussione negli anni '90 da una sentenza della Corte costituzionale e, a partire dal 1992, dall’entrata in vigore di numerosi decreti legge. La prima ha affermato che non esiste nel nostro ordinamento un principio generale di tale natura e che pertanto il principio di continuità non può essere applicato in mancanza di una espressa disposizione legislativa; la normativa statale ha successivamente precisato che la prorogatio degli organi amministrativi non può protrarsi oltre 45 giorni dalla scadenza dell’incarico e che durante tale periodo gli stessi possono adottare esclusivamente gli atti indifferibili ed urgenti. Tali disposizioni legislative non trovano applicazione quando si tratta di organi rappresentativi delle regioni e degli enti locali, nonché di organi costituzionali.
La Regione Lazio ha adeguato la propria normativa ai principi dettati da quella statale, prevedendo la prorogatio degli organi amministrativi regionali scaduti e poteri sostitutivi nei confronti dei soggetti deputati al rinnovo, qualora non vi abbiano provveduto nei tempi previsti.
Prorogatio (degli organi elettivi)
Stat., artt. 22, co. 3; 28, co. 1; 45, co. 6.
La prorogatio è una figura organizzatoria che tende ad assicurare la continuità del funzionamento degli organi consentendo ai titolari degli stessi di continuare, nonostante la scadenza o la cessazione del loro mandato, ad esercitare le funzioni in attesa della nomina o elezione dei successori. Il carattere straordinario di tale prolungamento dei poteri incide però sul loro contenuto, nel senso che, di norma, l’organo in regime di prorogatio gode di poteri attenuati. L’istituto della prorogatio va distinto dalla vera e propria proroga, la quale invece prolunga l’esistenza normale di un organo, come prevede la Costituzione per le Camere in caso di guerra.
Quanto agli organi regionali, la Corte costituzionale ha ritenuto che la disciplina della eventuale prorogatio dopo la loro scadenza o scioglimento o dimissioni, e degli eventuali limiti dell’attività degli stessi, sia oggi fondamentalmente di competenza dello Statuto, fatta eccezione per i casi di scioglimento o rimozione disposti da organi statali, ai sensi dell'art. 126 della Costituzione, in relazione ai quali la competenza spetta alla legge statale.
Lo Statuto disciplina espressamente la prorogatio della Giunta e dell’Ufficio di presidenza del Consiglio, ma tace in relazione al Consiglio, limitandosi a stabilire che i consiglieri regionali entrano nell’esercizio delle loro funzioni all’atto della proclamazione e restano in carica fino all’insediamento del nuovo Consiglio regionale. Tuttavia, sebbene lo Statuto non rechi alcuna espressa limitazione ai poteri esercitabili dal Consiglio, non può comunque ritenersi sussistente una generica proroga di tutti i poteri dell’organo in questione, in quanto, come ha affermato la Corte costituzionale, esistono dei limiti che sono immanenti all’istituto della stessa prorogatio, per cui nel periodo successivo alla scadenza o al suo scioglimento anticipato deve ritenersi ammissibile il solo esercizio delle attribuzioni relative ad atti necessari ed urgenti, dovuti o costituzionalmente indifferibili.
Ed infatti, la giurisprudenza della Corte costituzionale si è sempre riferita al riconoscimento alle Assemblee regionali della eccezionale possibilità di esercitare alcuni dei loro poteri per rispondere a speciali contingenze, quale ragionevole soluzione di bilanciamento tra il principio di rappresentatività ed il principio di continuità funzionale.
Nel diritto amministrativo il provvedimento viene definito come una manifestazione di volontà avente rilevanza esterna proveniente da una pubblica amministrazione, nell’esercizio di un’attività amministrativa, indirizzata a soggetti determinati o determinabili ed in grado di apportare una modificazione unilaterale nella sfera giuridica dei destinatari.
Ai sensi della l. 241/1990 ogni provvedimento amministrativo deve essere motivato.
La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell'amministrazione in relazione alle risultanze dell'istruttoria.
L’individuazione dei diversi tipi di provvedimento non è prevista dalla legge, ma è frutto dell’analisi dottrinale e giurisprudenziale. La più rilevante classificazione è quella relativa agli effetti che il provvedimento produce nella sfera giuridica del destinatario: rientrano nella categoria dei provvedimenti che ampliano la sfera giuridica le autorizzazioni, le concessioni, le dispense, le erogazioni; mentre sono provvedimenti ablatori l’espropriazione, le occupazioni, le requisizioni, le confische, i sequestri.
Cost., art. 123, co. I
Stat., artt. 39, co. 3; 52
l. 69/2009, art. 32
l.r. 12/2011, art. 1, co. 121
Il legislatore statutario prevede che sia la legge regionale a disciplinare le modalità di pubblicazione delle leggi, dei regolamenti e degli atti di alta amministrazione sul Bollettino ufficiale della Regione, nonché le ulteriori forme di pubblicità degli atti regionali, anche attraverso sistemi di diffusione telematica.
Con riferimento alla sola legge regionale, la pubblicazione costituisce la fase conclusiva del procedimento legislativo. In particolare, lo Statuto stabilisce che, successivamente alla promulgazione, la legge è pubblicata nel Bollettino ufficiale della Regione (vedi relativa voce) ed entra in vigore il quindicesimo giorno successivo alla pubblicazione, salvo che la legge stessa non preveda un termine diverso.
Cost., art. 64
Stat., art. 27, commi 1 e 2
reg. lav., artt. 48, 49, 50
Il principio della pubblicità dei lavori è espressione diretta del principio democratico, giacché consente al corpo elettorale di controllare tempestivamente e con completezza di informazioni l’attività dei propri rappresentanti.
Tradizionalmente, la pubblicità dei lavori e delle sedute del Consiglio è assicurata consentendo l’accesso del pubblico alle sedute; attraverso la loro trasmissione sui canali radio-televisivi o su internet nonché tramite la predisposizione e la pubblicazione dei relativi verbali e resoconti.
Lo Statuto sancisce espressamente il principio della pubblicità delle sedute del Consiglio e dispone, in via generale, che le deliberazioni siano adottate a scrutinio palese, a meno che non si tratti di votazioni concernenti persone.
Per le sedute dell’Aula il principio della pubblicità può essere derogato, prevedendo la facoltà di riunirsi in seduta segreta, quando vi sia la richiesta del Presidente del Consiglio o della Giunta regionale o di almeno tre consiglieri e si tratti di questioni riguardanti persone.
Per le sedute delle commissioni non è prevista la presenza del pubblico, ma il Presidente del Consiglio può disporre, sentito il Presidente della commissione consiliare, che la stampa e il pubblico seguano lo svolgimento delle sedute anche in separati locali attraverso impianti audiovisivi; è assicurata, inoltre, la distribuzione dei verbali a tutti i consiglieri.