Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi06/0411f_o/0411fo80.htm
Timestamp: 2017-11-24 09:20:51+00:00
Document Index: 54384518

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 388', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 147', 'art. 433']

Famiglia oggi n. 11 novembre 2004 - Colmare il solco sull’affidamento - Politiche familiari
POLITICHE FAMILIARI - LUCI E OMBRE DEL PROGETTO CHE VA IN AULA
(presidente di "Crescere insieme")
È in discussione alla Camera la normativa sull’affido condiviso che migliorerà le relazioni dei genitori separati verso i loro figli. Ma le posizioni discordanti non mancano anche se i sostenitori sono fiduciosi e confidano nel buon senso dei parlamentari.
La commissione Giustizia della Camera ha licenziato il progetto di legge che prevede l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati(1). Si tratta di un evento storico, che giunge dopo 11 anni e 4 legislature di attesa. Ma non è ancora legge e le difficoltà non mancano, anche se il terzo testo unificato sembra ben riassumere le indicazioni che forniva il documento base, la pdl. 66, elaborata dall’associazione "Crescere insieme" e promossa dal volontariato, da un ampio schieramento di gruppi di genitori, sia padri che madri, che difatti l’ha accolta con viva soddisfazione.
Perché tanto ritardo, da dove sono giunte così forti resistenze? E queste hanno avuto termine? Tutt’altro. È una riforma che prende di mira frontalmente la conflittualità e si prefigge di abbatterla, introducendo in Italia regole del tutto simili a quelle che in altri Paesi si sono dimostrate in questo senso efficacissime. E gli operatori del conflitto si sono attivati per bloccarla.
Le strategie usate sono state molte, ma l’approccio più insidioso è forse proprio l’ultimo escogitato: contrapporre la cultura alla legge, il cambiamento del costume a quello della norma, ricorrendo a slogan suadenti, pronunciati dalle ribalte televisive (e ripetuti in Parlamento) con molto sussiego, il cui fine pratico è quello di non fare nulla, di lasciare le cose come stanno. Slogan convincenti, anche se nel nostro Paese la famiglia separata non avesse norme a disciplinarne assetto, possibilità e comportamenti, se fosse lasciata al libero confronto delle parti chiamate a risolvere i problemi e stabilire nuove regole utilizzando risorse interne. Ma così non è. La legge esiste e opera con rigore, intrusiva e coercitiva.
Un genitore non affidatario non può andare a prendere il figlio a scuola e trattenersi con lui per pochi minuti, facendo la strada insieme, se non le due volte al mese stabilite in sentenza. È un pezzo di carta che glielo impedisce. E un padre non affidatario non può dire alla figlia quattordicenne, neppure nel "suo" fine settimana, «Non ti mando in discoteca perché non hai fatto i compiti» senza rischiare di sentirsi rispondere: «La mamma me li lascia fare dopo cena». Come dire: «Devi sentire lei. Tu non conti nulla». Così il genitore non affidatario viene totalmente delegittimato e disconfermato nel suo ruolo. Questi sono gli effetti della legge in vigore.
Ma allora è legge con legge che si deve confrontare, la futura con l’attuale. E chiedersi quale delle due è maggiormente coerente e cooperativa con la diversa cultura che giustamente si auspica. Sulla risposta non ci sono dubbi. E qui mostra tutta la sua inconsistenza il ragionamento degli avversari della riforma. Tuttavia, come si diceva, un passo avanti è stato compiuto. Vediamo, in termini pratici, cosa è stato deciso.
Limitandoci all’essenziale, immaginiamo una coppia che maturi la decisione di separarsi. Sarà chiamata a costruire un accordo sul nuovo assetto familiare, in cui sarà indicato quali tempi trascorrerà il figlio con ciascuno dei genitori, quale scuola frequenterà, dove passerà le vacanze e le varie festività, come saranno distribuiti i compiti di cura: insomma a stendere il cosiddetto "progetto educativo".
Perché, e questa è la grossa novità, entrambi i genitori – se entrambi idonei, come nella larghissima maggioranza dei casi – conserveranno il diritto e il dovere di occuparsi dei figli. Naturalmente si parlerà anche di denaro. Dovrà stabilirsi, anzitutto, se esistono obblighi economici di un coniuge verso l’altro e poi in quale modo e misura ciascuno contribuirà al mantenimento della prole, privilegiando una formula che impegna i genitori a dividersi equilibratamente il compito di provvedere alle necessità dei figli.
"Mantenimento diretto"
A questa forma di contribuzione è stato dato il nome di "mantenimento diretto" per distinguerlo dall’assegno, la formula secondo cui un genitore provvede a tutto e l’altro non si occupa di nulla e non decide nulla, ma deve fornire il denaro per farlo. Il progetto non cassa del tutto l’assegno, ma lo utilizza a scopo perequativo, se necessario, per garantire il principio dell’equità contributiva, rispettando il principio della proporzionalità dell’onere alle risorse di ciascun genitore.
Nel caso in cui la coppia sia in grado di costruire i suoi accordi, le decisioni saranno volta per volta concordate (esercizio congiunto della potestà). E se l’accordo non è possibile? Se la conflittualità è altissima e manca il dialogo? È obbligatorio, prima di andare dal giudice, recarsi presso un centro accreditato di mediazione familiare, liberamente scelto, privato o pubblico, per farsi spiegare quali sono le prospettive e quali le potenzialità di un percorso assistito dal personale del centro, nel quale si aiuti la coppia a stabilire delle intese. Se la mediazione ha successo si ricade nella situazione precedente.
Può anche darsi, tuttavia, che l’intervento fallisca, o che la cosa non interessi, tanto che uno dei genitori (o entrambi) si ritiri dagli incontri (cosa possibile in qualsiasi momento). In tal caso i genitori faranno pervenire al giudice – che rimarrà estraneo alle vicende del tentativo di mediazione – due progetti educativi distinti, ciascuno il proprio, ed egli assumerà le necessarie decisioni, sempre facendo salvo il principio della bigenitorialità.
Sarà dunque il giudice a stabilire compiti e regole di frequentazione per ciascuno (esercizio differenziato della potestà), caso per caso, giovandosi dei progetti educativi e di eventuali altre indagini.
Assegnare competenze specifiche a un genitore non significa escludere la presenza dell’altro in quei medesimi ambiti, non significa "tagliare a fette" la vita del figlio, ma solo fissare in anticipo chi avrà l’ultima parola su determinate questioni. Una soluzione di ripiego, certamente, ma necessaria per fronteggiare la conflittualità nelle situazioni difficili.
Coerenza di principi
Il giudice, inoltre, avrà il dovere di assumere decisioni che permettano ai figli di conservare il più possibile le precedenti abitudini e che ne rispettino desideri e inclinazioni. Difatti, si riconosce ai minori il diritto all’ascolto, in osservanza della Convenzione di Strasburgo, già tradotta in legge(2) anche in Italia. Le modalità così stabilite, essendo interne a un sistema in cui entrambi i genitori sono già affidatari, potranno essere agevolmente modificate nel tempo e adattate alle esigenze dei figli senza necessità di nuovi processi e nuove sentenze.
È dunque un approccio radicalmente diverso dall’attuale, in cui al giudice si chiede di effettuare una selezione tra i genitori anche se entrambi validissimi. Ora, invece, per escludere uno dei due occorre dimostrare che al figlio verrebbe pregiudizio dal contatto con esso.
Del resto, accanto alla condivisibilità dei principi ispiratori si fa apprezzare la coerenza con cui i principi stessi sono stati difesi nella redazione del testo, nonché l’opportunità di molteplici altre scelte, su specifici aspetti.
Riferirsi ai due genitori
In particolare, non ci sono stati cedimenti nel voler assicurare al figlio un riferimento ai due genitori costante e di pari opportunità, dando certezza del diritto a tutti i membri della famiglia separata, e così allontanando la tentazione di aprire un contenzioso per ricevere l’investitura a "genitore privilegiato". Pure, nei lavori della Commissione Giustizia non era mancato l’assalto a questo fondamentale punto, abilmente camuffato da «libertà per il giudice di allontanarsi dall’affidamento condiviso per scegliere altre soluzioni» – ovviamente un affidamento esclusivo – pur in presenza di genitori entrambi perfettamente idonei. Il tutto passato sotto il pretesto del "superiore interesse del minore".
Allo stesso modo il progetto è anche evidentemente pensato per ridurre la conflittualità. È questo il senso ultimo del chiedere ai genitori uno sforzo collaborativo e di riflessione al momento di elaborare quel progetto educativo che li costringerà a guardare in avanti, prospettandosi le scelte e le svolte che il nuovo assetto familiare renderà indispensabili, evitando di giungervi impreparati.
È così che va letto il forte impulso dato alla mediazione familiare. Ed è questo, non di meno, uno dei non secondari vantaggi del mantenimento diretto. È evidente, infatti, la sua capacità di conferire concretezza e realtà applicativa al principio della partecipazione di entrambi i genitori alla cura e all’educazione della prole; ed è pure evidente che esso permette una loro personale presenza nella vita quotidiana, superando quella divisione dei ruoli, tra genitore che accudisce e genitore ludico, domenicale, che nel tempo, quando i giorni di festa vengono giustamente recuperati dai figli per gli svaghi in compagnia dei coetanei, finisce per farsi responsabile del definitivo taglio, che spezza il filo sottile che ancora univa al genitore non affidatario.
Ma al di là di questo occorre anche riflettere sul fatto che escludere la possibilità che l’obbligo verso i figli sia assolto direttamente e costringere uno dei due a subire il filtro dell’altro, significa farlo sentire sotto accusa e giudicato senza motivo incompetente, incapace o potenzialmente disonesto. E disonesto a danno dei propri figli. Niente di più provocatorio. Nessuna sorpresa se il meccanismo del contributo, mediante solo assegno, si è dimostrato del tutto inefficace a causa di innumerevoli contestazioni, frequentissimi tentativi di evasione e conseguenti interminabili liti.
Accanto a questi innegabili meriti esistono, tuttavia, nel testo alcuni passaggi che dovrebbero essere rivisti.
In caso di inadempienze
Non appare opportuno, ad esempio, che si introduca la sanzione penale per il mancato adempimento dell’obbligo economico solo dopo tre mesi di inadempienza (art. 3). Se l’altro genitore è del tutto privo di risorse, come sopravviveranno i figli per tutto questo tempo? Meglio che l’intervento punitivo avvenga più tempestivamente.
Analogamente, perché introdurre una sanzione penale specifica per l’inadempienza economica e lasciare nel solo ambito civilistico la violazione di diritti del minore che appartengano alla relazione? Si legge, infatti, che «In caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento condiviso» il giudice assume decisioni che riguardano l’affidamento oppure, in alternativa, commina sanzioni che partono dalla semplice ammonizione e arrivano, nella peggiore delle ipotesi, a una pena pecuniaria che al massimo raggiunge i 5.000 euro.
È evidente che in questo modo si dà la sensazione di una depenalizzazione dei comportamenti più gravi, con il probabile effetto di rendere più temerario e sfacciato il genitore abusante. Sarà dunque necessario che la sanzione civilistica sia esplicitamente aggiuntiva rispetto alla sanzione penale già esistente (art. 388 c.p.) o ad altra appositamente introdotta a fianco del provvedimento di cui all’art. 3.
Emendamenti critici
Ben più preoccupanti delle carenze che rendono necessari emendamenti costruttivi appaiono i numerosi emendamenti distruttivi, già minacciati, che non risparmiano alcuno dei punti qualificanti del progetto, e neppure altri aspetti che, se pur non determinanti, conferiscono coerenza e rigore ai principi che si intende applicare.
Si è già detto dell’ostilità che incontra il mantenimento diretto, a dispetto dei suoi meriti. Ostilità che viene motivata attribuendo al progetto l’intenzione di voler recare un danno economico alle madri, di solito economicamente più deboli, a vantaggio dei padri.
È già stato spiegato come il meccanismo dell’assegno non offra alcuna garanzia a chi lo deve ricevere, per cui non vi è motivo di difenderlo, a vantaggio di chicchessia. A ciò è da aggiungere, a dimostrazione di quanto la tesi sia artificiosa e strumentale, che esistono proprio sulla parte economica altre statuizioni, che si pongono come novità importanti della legislazione italiana – e non solo – e che vanno con tutta evidenza a vantaggio delle madri. Viene infatti introdotta per la prima volta la valutazione economica del lavoro di cura e l’obbligo di controllo sulle dichiarazioni dei redditi e sui beni a disposizione. Pure l’articolo sul mantenimento diretto sarà oggetto di uno dei più accaniti assalti.
Anche la formulazione della mediazione familiare che la prevede preventiva e obbligatoria nel passaggio informativo è oggetto di forti critiche e sarà certamente bersagliata dagli emendamenti. Ciò che si vorrebbe al suo posto è che sia il giudice a invitare, a sua discrezione, la coppia ad andare in mediazione e a sospendere il processo, se questa consente a effettuare il tentativo. Naturalmente c’è da chiedersi se non sia ben più costrittivo, per non dire ricattatorio, essere messi nella condizione di dover rifiutare un suggerimento del magistrato al quale è rimessa la sentenza finale del proprio processo, rispetto a ritirarsi di fronte a un percorso proposto in sede del tutto estranea al tribunale.
Discriminazioni assurde
Restando in ambito economico, una parte del Parlamento pretende di essere credibile quando proclama di volere restituire rispetto e dignità di persona ai figli minori e farne finalmente soggetto di diritti, e allo stesso tempo vuole negare agli stessi figli di separati divenuti maggiorenni la capacità giuridica di gestire in prima persona i contributi al proprio mantenimento, sia pure, ovviamente, accordandosi per partecipare alle spese di casa.
C’è, infatti, chi intende che tale contributo continui a essere amministrato dal genitore convivente, costringendo un giovane di venti o ventiquattro anni, per il mantenimento del quale viene erogato uno specifico assegno, a chiedere di volta in volta alla mamma o al papà i soldi per andare al cinema o per offrire un gelato alla fidanzata. E minaccia emendamenti in aula in questo senso, che introdurrebbero una assurda discriminazione tra chi è figlio di separati e chi non lo è, come se la legge non dovesse essere uguale per tutti, indipendentemente dal contesto familiare.
Le situazioni preesistenti
L’aspetto che desta al momento maggiore preoccupazione è l’intenzione di escludere dall’applicazione della legge tutte le situazioni preesistenti, stabilendo che sia operativa solo per le separazioni future. Ciò vorrebbe dire tentare di tagliare fuori dalla riforma l’intera generazione di quanti l’hanno voluta e per anni si sono battuti per ottenerla. Una beffa crudele, destinata a investire della massima impopolarità chi vorrà realizzarla. E anche una scelta priva di qualsiasi logica.
Se si ritiene che la nuova legge rappresenti un passo indietro non è il caso di vararla; ma se si pensa che sia di vantaggio per i figli di separati non si vede perché un bimbo di tre anni che già vive la separazione debba esserne escluso, a differenza di un ragazzo di 16 i cui genitori si stiano separando adesso. Né vale l’argomento che non è il caso di modificare situazioni che funzionano bene e alle quali il figlio si è abituato: il passaggio al nuovo sistema non avverrebbe automaticamente, ma solo a domanda, e se la domanda verrà presentata vorrà dire che i problemi c’erano.
D’altra parte passare al nuovo regime su richiesta unilaterale, sulla quale l’altro genitore non concordi, non significa ottenere automaticamente una modifica del sistema di vita (collocazione, frequentazione, contributo economico). Su questo deciderà il giudice, il quale certamente si guarderà bene dal toccare scelte che si siano dimostrate valide. In questi casi cambierà solo il "titolo", la definizione formale del sistema.
Quanto ai timori di intasamenti dei tribunali per esplosione di contenzioso, chi muove questa critica si dimostra davvero poco attento alla sostanza delle cose. Accordi e sentenze valgono – e continueranno a valere – solo a titolo provvisorio, potendo sempre comunque essere modificati in presenza di fatti nuovi.
Certamente ci sarà una fase di transizione con un maggior lavoro per i tribunali, ma togliere la possibilità che si possa, a domanda, rientrare nella riforma significa obbligare i genitori a ricorrere a vie tortuose, ben più dispendiose e conflittuali, come appellarsi al cambiamento dello status quo per domandare modifiche che inevitabilmente dovrebbero essere decise secondo la nuova legge.
Per tacere della probabile incostituzionalità di un doppio regime.
Reazioni delle associazioni
Contro un tentativo di questo tipo, solo momentaneamente accantonato, ma promesso per l’aula, ci sono da aspettarsi, giustamente, le più dure reazioni delle associazioni di genitori separati. E "Crescere insieme" vi farà certamente la sua parte.
Se si ha a cuore che il solco tra rappresentanti e rappresentati non divenga ancora più profondo, non resta che confidare nella saggezza e numerosità di quanti hanno finora trasversalmente sostenuto la riforma. Che il buon senso prevalga.
IL RITORNO DI TANGUY
Ricordate il film francese (ispirato a un caso italiano), dove i genitori facevano di tutto per far uscire di casa il figlio lavoratore e plurifidanzato?
Ora immaginiamo il presunto Tanguy, una volta uscito di casa, che ritorna in famiglia e chiede ai genitori di mantenerlo come prima.
La Cass. civ Sez. II con la sent.12.477 del 7 luglio 2004 ha deciso, in un caso analogo, che una volta che il figlio si sia reso autonomo non sono più ipotizzabili un suo rientro o una sua permanenza in famiglia nella posizione dell’incapace di autonomia tale da ripristinare in suo favore quella situazione particolarmente tutelata che la legge (art. 147 cod. civ.) predispone in favore dei figli non ancora autonomi o per difetto di requisiti personali o per carenti condizioni di ambiente o sociali.
Proprio l’avvenuta collocazione nel mondo del lavoro, sta a dimostrare la presenza sia di attitudini personali che di condizioni esterne che hanno dato ingresso al neolavoratore, di conseguenza non sussistono più i presupposti per l’obbligo da parte dei genitori di mantenimento del figlio maggiorenne.
Allora cosa può richiedere un soggetto che sia stato licenziato o abbia perso il lavoro per altri motivi?
Il maggiorenne in tale situazione ha diritto agli alimenti, sempre che l’evento negativo non sia a lui imputabile, deve agire in proprio, fornendo le prove, soprattutto dello stato di bisogno, che la legge stabilisce e delle altre condizioni nell’ambito del rapporto familiare con il soggetto obbligato a fornire gli alimenti. (art. 433 cod. civ.).
1 Sull’affido condiviso l’autore dell’articolo ha scritto altri contributi pubblicati da Famiglia Oggi. In particolare vedere: nel 2001 n. 2, pp. 49-63; n. 8/9, pp. 102-103; n. 10, pp. 57-67; nel 2002, n. 5, pp. 64-69; nel 2003, n. 3, pp. 90-95.
2 Si tratta della Legge n. 77 del 20 Marzo 2003 relativa alla ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996.