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Timestamp: 2016-10-26 20:00:46+00:00
Document Index: 119467340

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 39', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 40', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 116', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 50', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 40', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 120', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 22', 'art. 4', 'art. 19', 'art. 7', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 7', 'art. 19', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 32', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 11', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 38', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 40', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 131', 'art. 3']

⭐Competitività e liberalizzazioni nel nuovo Decreto Bersani (Dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223 alla legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248).
Competitività e liberalizzazioni nel nuovo Decreto Bersani (Dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223 alla legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248).
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1 Competitività e liberalizzazioni nel nuovo Decreto Bersani (Dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223 alla legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248). di Enzo Maria Tripodi ( * ) Con la legge 4 agosto 2006, n. 248 è stato convertito, con modifiche, il Decreto legge n. 223/2006, con il quale il Governo ha intenzione di avviare una nuova stagione di liberalizzazioni, al fine di rendere maggiormente competitivo il nostro paese. Il decreto un nuovo Decreto Bersani contiene, nel suo titolo I, molte tematiche di interesse per i lettori di Disciplina del commercio e dei servizi e delle quali si offrono alcuni elementi di lettura e di riflessione. SOMMARIO: 1. Introduzione 2. La concorrenza nella distribuzione commerciale (art. 3) 2.1. L art. 3, comma Segue: la lett. a) 2.3. Segue: la lett. b) 2.4. Segue: la lett. c) 2.5. Segue: la lett. d) 2.6. Segue: la lett. e) 2.7. Segue: la lett. f) 2.8. Segue: la lett. f-bis) 2.9. L art. 3, comma L art. 3, comma L art. 3, comma 4 3. La liberalizzazione della produzione del pane (art. 4) 4. La distribuzione dei farmaci (art. 5) 5. Le licenze per il servizio Taxi (art. 6) 6. Misure urgenti per i passaggi di proprietà di autoveicoli (art. 7) 7. I contratti di assicurazione r.c. auto: clausole vietate e nuovi obblighi di informazione (art. 8) 8. La maggiore tutela nei rapporti di conto corrente bancario (art. 10) 9. La soppressione di commissioni (art. 11). 1. Introduzione L adozione da parte del Governo del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, recante «Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale» 1, rappresenta un segnale positivo che recepisce le numerose sollecitazioni espresse da più parti per consentire una ripresa economica del paese troppo legata a primati negativi che ne condiziono lo sviluppo, mercé una operazione di liberalizzazione circa lo svolgimento di alcuni attività economiche 2. Si tratta, inoltre, del primo di una serie di provvedimenti annunciati dal Ministro dello sviluppo economico, Bersani, sulla scia delle numerose pagine a ciò dedicate nel Programma dell Unione. Il decreto contiene anche una sorta di anticipo della Legge finanziaria, con interventi come chiaramente indicato nella titolazione del provvedimento per il contenimento e la * ( * ) Coordinatore INDIS. Le opinioni sono espresse a titolo personale e non coinvolgono in alcun modo l Istituzione di appartenenza. L Autore desidera ringraziare la collaborazione di Sandra Asaro ed alcune preziose indicazioni ricevute da Alessandro Selmin. Alcune riflessioni sul D.L. n. 223/2006 sono il frutto di una riunione della Rete dei corrispondenti regionali sul commercio dell INDIS, tenutasi presso l Unioncamere il 6 luglio Pubblicato nella G.U. 4 luglio 2006, n Il decreto è stato successivamente corretto con l Avviso di rettifica, pubblicato nella G.U. 11 luglio 2006, n Nella classifica del Global Competitiveness Report del World Economic Forum, nel 2003/2004 l Italia si è piazzata al 41 posto nell indice che misura il potenziale di crescita dei successivi 5-8 anni. L inefficienza della burocrazia e l inadeguatezza delle infrastrutture, coniugate a un mercato del lavoro ancora troppo rigido, sono comunemente ravvisati tra i fattori critici della competitività del nostro Paese (cfr., sul punto, L. BENECCHI, Competitività: Italia al 41 posto ne Il Sole-24 Ore del 30 ottobre 2003, p. 13). 12 razionalizzazione della spesa pubblica,... in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale 3. Il decreto, approvato dal Consiglio dei Ministri quasi a sorpresa, in verità, ha avuto quale subitaneo effetto quello di riavviare una auspicabile stagione di liberalizzazioni ma, al contempo, ha creato qualche risentimento per il metodo impiegato, giudicato poco rispettoso della doverosa concertazione istituzionale, posto che il nostro sistema legislativo vede la presenza di più centri di competenza, a cominciare dalle Regioni 4. Non c è stata neppure alcuna preventiva concertazione (consultazione) con il mondo delle associazioni di categoria ma questo è più un problema politico che non tecnico 5 al fine di evitare il gioco dei veti e controveti che, di fatto, avrebbero bloccato quasi ogni ipotesi di riforma innovativa. A parziale scusante, almeno per quest ultimo ambito, deve osservarsi che, nella redazione del testo, si sono seguite (in alcuni casi, scrupolosamente) le indicazioni contenute nelle segnalazioni, nei pareri e nelle indagini conoscitive predisposte dall Autorità garante della concorrenza negli ultimi anni, attività che notoriamente vengono svolte con una ampia partecipazione di tutte le parti interessate che, oltre alle previste audizioni, possono presentare memorie ed ogni genere di documentazione. La consultazione se, impropriamente, vogliamo chiamarla così si è svolta nella fase successiva, al momento in cui si è aperta la discussione al Senato sulla legge di conversione (AS n. 741), con alcune concessioni come quelle ai tassisti per poi chiudere ogni possibilità di incidere sull impianto complessivo del decreto, con un emendamento del Governo sul quale è stata posta la questione di fiducia. Il provvedimento (AC 1475) con gli emendamenti governativi è stato approvato dalla Camera dei Deputati, diventando la legge 4 agosto 2006, n La legge n. 248/2006 si compone di quattro titoli (il secondo dei quali a sua volta suddiviso in tre capi), per 69 articoli, alcuni dei quali composti da numerosi commi. Data l estensione del provvedimento, nel prosieguo la nostra attenzione sarà rivolta agli argomenti di maggiore interesse per i lettori di questa Rivista, con riferimento, in particolare al titolo I, rubricato con un vero manifesto di principi Misure urgenti per lo sviluppo, la crescita e la promozione 3 Ci sia consentito tuttavia ritenere difficilmente compatibile con l obiettivo del contenimento della spesa pubblica aver introdotto, in sede di conversione del decreto, un art. 39-bis che, in materia di rimborsi elettorali, nell aggiornare all euro la previsione dell art. 1, comma 4, della legge n. 157/1999, converte «lire mille» in «un euro». 4 Paradossalmente è proprio la Relazione del Governo (AS n. 741) a ricordare che la Corte costituzionale con la sentenza 24 giugno 2005, n. 242 ha indicato che, nell esercizio da parte dello Stato delle sue competenze esclusive, resta ferma «la necessità che la disciplina segua un iter in cui assumano il dovuto risalto le attività concertative e di coordinamento orizzontale, ovverosia le intese, che devono essere condotte in base al principio di lealtà». 5 Sebbene, proprio sul versante tecnico, il D.L. 223/2006 (ed in molti casi il testo convertito) presenta degli errori che, con un po di accortezza dovevano essere evitati, magari chiedendo la collaborazione dell Autorità garante. 6 La legge è stata pubblicata nel Suppl. Ord. n. 183 alla G.U. 11 agosto 2006, n Gli articoli più significativi per i lettori sono riportati, su questo fascicolo della Rivista, a p. 000 ss. Quanto all entrata in vigore l art. 40-bis della legge stabilisce che Gli atti ed i contratti, pubblici e privati, emanati, stipulati o comunque posti in essere nello stesso giorno della pubblicazione del presente decreto nella Gazzetta Ufficiale in applicazione ed osservanza della disciplina normativa previgente non costituiscono in nessun caso ipotesi di violazione della disciplina recata dal decreto stesso. In tali casi, le disposizioni del decreto si considerano entrate in vigore il giorno successivo a quello di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La disposizione su una materia delicata come il diritto transitorio non brilla per chiarezza dovendosi intendere che gli atti,..., etc. compiuti il entro il 4 luglio 2006 sono validi, considerandosi come se il D.L. 223/2006 fosse entrato in vigore il 5 luglio e non il giorno stesso della sua pubblicazione. Si fanno salve, insomma, le sole situazioni realizzatisi il 4 luglio La legge n. 248/2006 è invece entrata in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione, ossia il 12 agosto3 della concorrenza e della competitività, per la tutela dei consumatori e per la liberalizzazione di settori produttivi (artt. 1-15). Il commento, nello spazio disponibile in questa sede 7, in particolare verterà sui seguenti articoli: - art. 3: tutela della concorrenza nella distribuzione commerciale; - art. 4: liberalizzazione della produzione del pane; - art. 5: distribuzione dei farmaci; - art. 6: licenze per il servizio taxi; - art. 7: passaggi di proprietà di autoveicoli; - art. 8: contratti di assicurazione r.c. auto; - art. 10: tutela nei contratti bancari di durata, in specie il conto corrente; - art. 11: soppressione di commissioni. 2. La concorrenza nella distribuzione commerciale (art. 3) L art. 3 era probabilmente uno tra gli articoli più complessi e densi di implicazioni del titolo I del D.L. n. 223/2006, in virtù delle tanto attese aspettative di ulteriori liberalizzazioni della distribuzione commerciale. Era un po come se il Ministro Bersani, il cui nome è emblematicamente associato alla riforma del commercio (D.Lgs. n. 114/1998), avesse ripreso un discorso non completato a suo tempo. Purtroppo come si dirà nella conversione del decreto molte di queste aspettative sono rimaste deluse. A parte alcune precisazioni, l individuazione della materia oggetto della liberalizzazione se fa un passo avanti sulla somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, nella restante disciplina della distribuzione commerciale rimane circoscritta al sopra indicato D.Lgs. n. 114/1998, arrestando la sua spinta propulsiva in una sostanziale ripetizione di prescrizioni già note o per ipotesi del tutto residuali. Peraltro vale la pena di osservare che non sembra che tutti i problemi del mercato siano legati alla distribuzione commerciale che, bene o male, una riforma l ha avuta. Altri settori appaiono invece bisognosi di attenzione, soprattutto di quelli che negli anni 90 sono stati collegati ad un presunto effetto benefico delle c.d. privatizzazioni, che lungi dall essere state il viatico di liberalizzazioni hanno finito per determinare e rafforzare delle concentrazioni con una consistente chiusura degli spazi di mercato. Si pensi, tanto per fare qualche esempio eclatante, al sistema bancario e finanziario, a quello delle assicurazioni, al settore dell energia, a quello dei trasporti e alle telecomunicazioni. Nel prosieguo, per linearità nell esposizione, si farà riferimento ai singoli commi che compongono l art. 3, nonché, singolarmente, alle lettere contenute nel comma La lettura dell art. 3, comma 1 La parte preliminare dell articolo è costituita da quattro stadi. Il primo è quello comunitario; il secondo concerne le finalità specifiche dell articolo; il terzo contiene i riferimenti costituzionali ed, infine, un quarto ambito, riguarda i «confini» della materia interessata dal provvedimento. L articolo si apre, al comma 1, con una lunga enunciazione di riferimenti comunitari che dovrebbero costituire il quadro di riferimento sovranazionale: a) la tutela della concorrenza, b) la libera circolazione delle merci e dei servizi. Si noti come, rispetto agli articoli del titolo I, non sono singolarmente indicati gli articoli ma si è adoperata una perifrasi normativa in grado di tenere in piedi la concatenazione degli obiettivi sottesi la norma che sono quelli di: 7 Per un più ampio commento si rinvia a E.M. TRIPODI (a cura di), Le liberalizzazioni del nuovo decreto Bersani, Maggioli,4 1) garantire la libertà di concorrenza «secondo condizioni di pari opportunità» (si immagina di accesso al mercato come operatori); 2) garantire il corretto ed uniforme funzionamento del mercato. Questa indicazione è leggermente fuorviante: fare riferimento ad un «uniforme» funzionamento del mercato richiama alla mente subito situazioni di conformità non solo delle regole ma anche dei comportamenti degli operatori, con l assenza di quella variabilità che determina (o, meglio, dovrebbe determinare) le condizioni di concorrenza favorevoli al consumatore; 3) assicurare ai consumatori finali un livello «minimo ed uniforme» di condizioni di accessibilità all acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale. Il comma in commento prosegue con l indicazione delle fonti costituzionali della potestà legislativa dello Stato sulle materie oggetto delle disposizioni. Il riferimento è alla «tutela della concorrenza» ed alla «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale» (art. 117, comma 1, Cost., rispettivamente lett. e) e m)). Questo è uno dei passi che potrebbe presentare maggiore problematicità nei rapporti tra lo Stato e le Regioni a causa della «commistione» tra la materia «concorrenza» e la materia «commercio». Il problema di natura politica e non solo tecnica sorge a causa del fatto che lo Stato, dopo lo sforzo di approvazione del D.Lgs. n. 114/1998, non ha avuto la capacità contribuire all emersione di principi generali che potessero essere di guida all esplicazione, da parte delle Regioni, del loro potere legislativo. In sostanza, nel passaggio dalla «legge quadro» in cui le Regioni «si attenevano» alle indicazioni nazionali, alla possibilità di autonome soluzioni legislative, è mancata una consapevole scelta di avviare una leale cooperazioni per individuare gli ambiti di una possibile interferenza tra materie di competenza esclusiva. La materia «concorrenza» è, infatti, una materia trasversale e potenzialmente «invasiva» e di cui andrebbero delineati i confini. Tali confini hanno un duplice significato: a) chiariscono i confini del potere dello Stato; b) chiariscono i limiti dei poteri delle Regioni. L affermazione della Corte costituzionale che pertiene allo Stato la disciplina quando questa sviluppi effetti a livello nazionale, non esclude che sia utile sviluppare tale materia, anche perché non si può escludere un rilievo «politico» circa l incidenza concreta della disciplina specifica, al di là di una valutazione meramente «topografica» 8. E poi necessario verificare quali sono i rapporti tra le materie attribuite alla potestà esclusiva dello Stato, ovvero delle Regioni, con riferimento alle Regioni a statuto speciale, questione completamente trascurata nella versione originaria del comma in commento ma, più in generale, dell intero decreto. Secondo una posizione, la risultante del Titolo V della Costituzione è stata il venir meno di una situazione di «specialità» anche disciplinare di dette Regioni, le cui competenze legislative sono state «parificate» alle altre Regioni. Si potrebbe tuttavia argomentare ex art. 116, comma 3, Cost., che le Regioni a statuto speciale devono adeguarsi alle indicazioni costituzionali (della legge cost. n. 3/2001) solo quando sono 8 Corte cost., sent. 13 gennaio 2004, n. 14. Come si legge nella Relazione del Governo: «Il testo costituzionale vigente, pertanto, affidando alla potestà legislativa esclusiva statale la tutela della concorrenza, non vuole che questa sia interpretata soltanto in senso statico come garanzia di interventi di regolazione e ripristino di equilibri perduti, bensì in senso dinamico, che giustifica misure pubbliche volte a ridurre squilibri, a favorire le condizioni di un sufficiente sviluppo del mercato o ad instaurare assetti concorrenziali e per questo qualificata come una delle leve della politica economica statale. La Corte rileva, al riguardo, che l intervento statale si giustifica per la sua rilevanza macroeconomica mentre appartengono alla competenza legislativa residuale delle regioni gli interventi sintonizzati sulla realtà produttiva regionale purché, ovviamente, non creino ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle cose e non limitino l esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale». Su questo tema v. E.M. TRIPODI, Politica della concorrenza e distribuzione commerciale: quale raccordo?, in Discipl. comm. e servizi, n. 2/2005, p. 301 ss., nonché ID., La legislazione del commercio in Italia. Alcuni appunti, Relazione al Convegno «La legislazione del commercio: un confronto tra le regioni», organizzato dalla Regione Lombardia, a Milano l 11 novembre 2005, pubblicata nei relativi Atti. 45 state previste «forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite». In sostanza, se si accoglie quest ultima impostazione, l «invasività» dello Stato varrebbe automaticamente per le Regioni a statuto speciale solo ove sia attribuiti poteri maggiori di quelli già in possesso di dette Regioni, restando, in caso contrario, la scelta di adeguamento secondo i rispettivi statuti. Sul tema, soccorre ora il comma 1-bis introdotto, in sede di conversione del decreto, nell art. 1, laddove si legge che Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione. Pertanto anche per la materia commercio, dette Regioni e le province autonome continuano a mantenere tutte le loro prerogative. Il comma si chiude con l indicazione delle attività economiche cui si riferiscono le disposizioni. Il decreto faceva riferimento alle «attività economiche di distribuzione commerciale, ivi comprese la somministrazione di alimenti e bevande», facendo sorgere il fondato dubbio circa l interpretazione dell espressione distribuzione commerciale. Da un lato si poteva, infatti, constatare l ennesimo caso di sciatteria del legislatore che intendeva riferirsi malamente al D.Lgs. n. 114/ Dall altro si poneva chi dava alla locuzione distribuzione commerciale il valore di una precisa intenzione di ampia liberalizzazione, ritenendovi incluse, oltre alla somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, ed alle fattispecie di commercio all ingrosso e al dettaglio del citato decreto, anche tutte le ipotesi di distribuzione commerciale tra le quali, fra quelle di maggior rilievo e problematicità dal punto di vista della tutela della concorrenziale, la distribuzione dei carburanti, dei generi di monopolio e la distribuzione di quotidiani e periodici. Il Governo ha chiarito che si tratta delle attività commerciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, perdendo dunque l occasione di ampliare il novero dei possibili effetti del decreto Segue: la lett. a) Le attività economiche ( ) sono svolte senza la necessità di «iscrizione a registri abilitanti ovvero (il) possesso di requisiti professionali soggettivi per l esercizio delle attività commerciali, fatti salvi quelli riguardanti la tutela della salute e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti». Questo il testo che poi è stato emendato facendo salva la necessità dei requisiti di qualificazione riguardanti il settore alimentare e della somministrazione degli alimenti e delle bevande La disposizione contiene tre prescrizioni: a) non servono iscrizioni a registri abilitanti; b) non serve il possesso di requisiti professionali, salvo che c) riguardino il settore alimentare e la somministrazione. La prima prescrizione evidentemente concerne l iscrizione al REC (Registro esercenti il commercio) tenuto presso le Camere di commercio nelle Regioni che non hanno provveduto a regolamentare autonomamente la materia rispetto alla legge 25 agosto 1991, n Tale Registro, dopo l abrogazione delle parti relative al commercio ed al turismo, concerneva unicamente la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, e valeva solo laddove non fossero state approvate leggi regionali su detta materia che abbiano proceduto alla sua abrogazione (per es. Toscana, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, etc.). Una prima osservazione è che poteva essere indicato espressamente il REC e non una dizione indiretta come «registri abilitanti». Nella precedente versione del comma 1, parlandosi di «distribuzione commerciale» non si poteva, di primo acchito, individuare la presenza o meno di altri «registri abilitanti». Allorquando le materie della previsione sono ridotte al commercio 9 Mentre però con somministrazione di alimenti e bevande si fa implicito riferimento alla legge n. 287/1991 (ed altri provvedimenti attuativi), la distribuzione commerciale non è riconducibile a nessun provvedimento in particolare: il D.Lgs. n. 114/1998 parla infatti di «disciplina relativa al settore del commercio». 56 ed alla somministrazione di alimenti e bevande, non possono più sussistere dubbi sul fatto che il Registro è proprio il REC. L abrogazione del REC ha determinato, con un certa disattenzione da parte del Governo, anche la caducazione dei colloqui finalizzati all iscrizione in detto Registro, con delle rilevanti problematiche con riferimento al riconoscimento dei requisiti professionali degli operatori della somministrazione, con particolare riferimento proprio ai colloqui che vengono svolti dalle competenti commissioni camerali. La legge n. 287/1991, nelle Regioni dove era ancora in vigore, prevedeva che per esercitare l attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, il richiedente l autorizzazione comunale dovesse possedere i requisiti morali e professionali di cui all art. 2 il cui possesso era comprovato dall iscrizione nel REC. Tralasciando i requisiti morali, per essere iscritti nel REC occorreva, alternativamente, a) aver frequentato, con esito positivo, un corso professionale, avente ad oggetto l attività di somministrazione di alimenti e bevande istituito o riconosciuto dalle Regioni o dalle Province di Trento e di Bolzano; b) aver frequentato, con esito positivo, corsi di una scuola alberghiera o di altra scuola a specifico indirizzo professionale; c) aver superato un apposito esame di idoneità dinnanzi all apposita commissione costituita presso la Camera di commercio al quale si poteva accedere con il possesso di un titolo di studio universitario o di istruzione secondaria superiore, ovvero, con la dimostrazione della c.d. «pratica commerciale». Tanto premesso, l abrogazione del REC se non determina conseguenze per i soggetti che possono attestare il possesso dei requisiti professionali di cui alle precedente lett. a) e b), che possono rivolgersi al Comune per chiedere l autorizzazione, impedisce agli altri quelli che li acquisiscono attraverso il superato dell esame di idoneità lo svolgimento dell attività di somministrazione, in aperto contrasto con le finalità di «rilancio dell economia e dell occupazione, attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro» enunciati nell art. 1 del D.L. 223/2006. Molte Camere che avevano in previsione lo svolgimento degli esami soprattutto in relazione all incremento dell attività lavorativa determinata normalmente dal periodo estivo si sono trovate in un momento di forte incertezza. Sulla questione, a seguito di una richiesta dell Unioncamere, il Ministero dello sviluppo economico ha opportunamente ritenuto che al fine di non pregiudicare gli interessi e le aspettative dei cittadini che hanno presentato istanza in data antecedente al 4 luglio 2006, che i relativi esami possano essere svolti e che il superamento dei medesimi possa essere ritenuti valido ai limitati fini del riconoscimento del requisito professionale per l avvio dell attività di somministrazione di alimenti e bevande 10. Sul tema sarebbe peraltro utile che le Regioni trovino una posizione unitaria indicando espressamente (come per es. la Regione Marche) la continuazione della possibilità di esame presso le Camere di commercio, ai fini dell attestazione del possesso dei requisito professionale indispensabile per lo svolgimento dell attività. Si tenga inoltre conto che l iscrizione nel REC attestava anche il possesso, da parte dell iscritto, dei requisiti morali che venivano accertati dalle Camere prima dell iscrizione nel Registro. Di conseguenza, venuto meno il REC, i requisiti morali saranno dichiarati dall interessato direttamente al Comune che dovrà procedere agli opportuni controlli. La seconda prescrizione stabilisce che non servono requisiti professionali (fatto salvo quanto si dirà appresso). Questa disposizione evidentemente ha per obiettivo di evitare che le discipline regionali del commercio prevedano il possesso di requisiti soggettivi per gli operatori che esercitano il commercio nel settore non alimentare. Questa situazione è presente per es. nella Regione Puglia. 10 Così nella comunicazione n del 1 agosto Tale comunicazione è stata trasmessa dall Unioncamere, oltre che alle Camere di commercio, anche all ANCI affinché potesse essere resa nota ai Comuni. 67 Resta inoltre richiesto il possesso dei requisiti professionali per lo svolgimento del commercio nel settore alimentare e della somministrazione al pubblico di alimenti e bevande che il decreto pareva avere posto in discussione con una locuzione fuorviante. Secondo una opinione condivisibile al comma in commento sarebbe stata opportuna l aggiunta di una ulteriore indicazione. Com è noto l art. 50 della nuova legge fallimentare abolisce il pubblico registro dei fallimenti. L iscrizione nel registro comportava una serie di incompatibilità che vengono eliminate con la riabilitazione. Dal 16 gennaio 2006 è stato soppresso il registro dei fallimenti e la procedura di riabilitazione. Nulla però si dice sul destino di chi è stato dichiarato fallito in data anteriore e che quindi non può ottenere più la riabilitazione. La questione interessa quanti sono interessati ad avviare e gestire un azienda in importanti settori economici: commercio, pubblici esercizi, agenti di commercio, ecc. Di solito, infatti, all interno dei requisiti morali è previsto che «Non possono esercitare l attività di.coloro che sono stati dichiarati falliti, salvo che abbiano ottenuto la riabilitazione. Ora con la precedente normativa fallimentare una persona fallita prima del 2006 poteva iniziare un attività ottenendo la riabilitazione e ora? Per risolvere la questione sarebbe stato utile introdurre una norma del seguente tenore: Qualora una legge speciale relativa all esercizio di attività di impresa o professionale preveda l assenza dello stato di fallimento, le persone dichiarate fallite possono esercitare tale attività se è stata dichiarata la chiusura del fallimento o l esdebitazione 11. Sarà per una prossima volta Segue: la lett. b) La lett. b) prevede che le attività economiche ( ) sono svolte senza «il rispetto di distanze minime obbligatorie tra attività commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio». Questa indicazione, con riferimento al commercio ed alla somministrazione al pubblico di alimenti e bevande intende evitare quelle situazioni in cui la programmazione abbia stabilito un vincolo circa la distanza degli esercizi ai fini dell autorizzazione. Ovviamente questa è una lettura limitata alla somministrazione (laddove nella programmazione il criterio della distanza è adottato in alcune realtà) che ben altro impatto avrebbe avuto qualora il provvedimento come sopra indicato avesse riguardato anche la distribuzione dei carburanti, dei generi di monopolio e dei giornali, laddove è cosa notoria e più volte stigmatizzata dall Autorità antitrust italiana e comunitaria che il criterio della distanza tra gli esercizi è, in molti casi, elemento portante della programmazione. La lett. b) ha due limiti: a) non si riferisce alle distanze massime che quindi sono ammesse e b) prevede che il limite non ammesso concerna «attività commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio», aprendosi la possibilità di porre dei limiti, per es. tra medie e grandi strutture di vendita, ovvero tra le diverse tipologie di esercizi di somministrazione. Questa impostazione risente di una lettura superata da anni che assume la concorrenza come un «rapporto di concorrenza» tra operatori posti allo stesso livello (ovvero della stessa tipologia) mentre è da tempo acquisito un concetto di «concorrenza» che è indipendente dalla collocazione dell operatore lungo il canale distributivo (in senso verticale) ovvero in senso orizzontale. Per intenderci un produttore può essere in concorrenza con un grossista, così come una media struttura può essere in concorrenza con un esercizio di vicinato Segue: la lett. c) La lett. c) prevede che le attività economiche ( ) sono svolte senza il rispetto «di limitazioni quantitative all'assortimento merceologico offerto negli esercizi commerciali, fatta salva la distinzione tra settore alimentare e non alimentare». Se si volesse dare una lettura meramente letterale della norma, l esito sarebbe segnato dalla sostanziale inutilità della previsione, posto che non si rinvengono per quel che sappiamo 11 L indicazione si deve ad Alessandro Selmin. 78 ipotesi in cui sia stabilito un limite (o contingente) circa i prodotti che possono essere posti in vendita (fanno eccezione situazioni particolare come la vendita sottocosto e le vendite di liquidazione). Tutte le indicazioni dell art. 3 a dispetto della loro formulazione hanno però una finalità immediata per cui prevedono per l adesso e non solo per l avvenire. E dunque necessario superare una lettura legata al dato letterale per dare un senso compiuto alla disposizione. La disposizione appare riferita alla situazione presente in alcune Regioni (per es. Veneto, Sicilia, Puglia) in cui i settori merceologici, almeno per il settore non alimentare, sono stati oggetto di una ulteriore distinzione. Si tratta, tuttavia, di una sorta di specializzazione merceologica che però non fa riferimento alle quantità ma alla qualità dei prodotti, nel senso di intenderli inclusi o meno nelle sub-distinzioni all interno del settore non alimentare. Questa lettura è corroborata dalla frase finale fatta salva..., aggiunta in sede di conversione, quando si è resi conto che il testo originario eliminava la suddivisione tra i settori alimentare e non alimentare, facendo venire meno la programmazione regionale che, generalmente, distingue tra il settore alimentare e quello non alimentare, spesso prevedendo proprio delle tipologie di esercizio connaturate al settore a cui appartengono i prodotti. Anche in questo, tacendo sulle possibili conseguenze in capo alle Regioni ed ai Comuni circa la revisione di tutta la programmazione commerciale, poteva trattarsi di una vera liberalizzazione, lasciando all operatore la facoltà di poter determinare il proprio assortimento secondo il proprio progetto di mercato, senza alcuna distinzione circa l appartenenza dei prodotti al settore alimentare o a quello non alimentare, a condizione ovviamente del possesso dei requisiti professionali qualora si intendesse vendere prodotti alimentari Segue: la lett. d) La lett. d) prevede che le attività economiche ( ) sono svolte senza «il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale». Anche questa previsione appare oscura se non fosse che richiama esattamente quanto segnalato con riferimento alla disciplina del commercio della Regione Siciliana dall Autorità antitrust, con la segnalazione 9 luglio 2004 (Regolamentazione della Regione siciliana in materia di commercio). Sulla questione è appena il caso di richiamare quanto si diceva in merito alla possibilità o meno di riservare ambiti di specialità decisionale alle Regioni, come la Sicilia, connotate da una particolare autonomia statutaria. La disposizione, al di là del destinatario implicito e ferme restando le anzidette questioni costituzionali potrebbe essere letta con riferimento ai c.d. contingenti numerici, ovvero con qualsiasi meccanismo di programmazione che, seppur non indichi espressamente un numero di esercizi di vendita autorizzabili, è costruito per dare alla fine un numero di esercizi autorizzabili. In linea teorica, la questione è mal formulata. In un dato spazio, il numero di esercizi attivabili è, per le leggi della fisica, necessariamente un numero finito. Il Governo intende probabilmente evitare che la programmazione commerciale (si parla, va da sé di medie grandi strutture di vendita) si traduca direttamente in un numero di esercizi definito (o definibile) a priori. In questo modo sarebbe possibile determinare non solo il numero ma anche le quote di mercato relative alle singole tipologie di esercizi (e, se si vuole spingere le possibilità più avanti, anche la quota di mercato delle singole insegne, soprattutto con riferimento alle grandi superfici). Esistono poi delle limitazioni numeriche indicate dalla stessa legislazione nazionale. Si tratta, per i pubblici esercizi, delle indicazioni contenute nel DPR 13 dicembre 1995, recante Direttive del Governo alle Regioni per la programmazione degli esercizi pubblici della somministrazione. In particolare, si prevede a carico delle Regioni l individuazione di criteri e parametri per la determinazione, da parte dei Comuni, del numero di autorizzazioni rilasciabili in corrispondenza dei quattro tipi di esercizi, previsti dall art. 5, comma 1, della 89 legge n. 287/1991 (l indicazione è peraltro erronea, perchè il Tipo C essendo escluso dalla programmazione è da tempo liberalizzato). Qualora manchino le indicazioni regionali, spetta ai Comuni ex art. 2 della legge n. 25/1996 fino all entrata in vigore del regolamento di attuazione della legge 25 agosto 1991, n. 287 ai fini dell autorizzazione la previa fissazione (...) su conforme parere delle Commissioni previste dall art. 6 della stessa legge [dette commissioni sono abrogate per effetto dell art. 11 del decreto Bersani, per il cui commento si rinvia al successivo par. 8] di un parametro numerico che assicuri, in relazione alla tipologia degli esercizi, la migliore funzionalità e produttività (...). I limiti alla programmazione regionale appaiono riferiti alla programmazione commerciale. Ne consegue che invece tutte le valutazioni che attengono alla pianificazione del territorio (su tutte quelle di tipo urbanistico) possono essere stabilite anche se comportano una limitazione all apertura degli esercizi commerciali. Si tratta la nostra di una lettura troppo sofisticata. Il Governo intendeva proprio risolvere il problema della Regione siciliana Segue: la lett. e) La lett. e) prevede che le attività economiche ( ) sono svolte senza che sia ammessa «la fissazione di divieti ad effettuare vendite promozionali, a meno che non siano prescritti dal diritto comunitario». Non si è in grado di dare una lettura convincente della disposizione. Essa mira ad evitare che le Regioni inibiscano la possibilità di effettuare vendite promozionali ma questa situazione non è presente in alcuna Regione. Il riferimento al diritto comunitario è decisamente fuor d opera, anzitutto perché non vi sono prescrizioni di questo tipo ma, anzi, le proposte (prima di regolamento e poi di direttiva, entrambe abortite) sulla promozione delle vendite escludono i divieti. Infine, non si vede come sia necessario ricordare che vanno rispettate le prescrizioni del diritto comunitario, tenuto conto che si tratta di fonti normative che riverberano (come per i regolamenti) effetti diretti di applicazione nel diritto nazionale (sia statale che regionale). Sarebbe stata invece opportuna una indicazione sulle vendite di liquidazione che sono spesso foriere di problemi di trasparenza nei confronti dei consumatori, oltre che ipotesi di concorrenza sleale nei confronti degli altri operatori Segue: la lett. f) La lett. f) prevede che le attività economiche ( ) sono svolte senza «l'ottenimento di autorizzazioni preventive e le limitazioni di ordine temporale o quantitativo allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, effettuate all'interno degli esercizi commerciali, tranne che nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti. La disposizione, dopo l uscita dal Consiglio dei Ministri, aveva perso un pezzo che evitava la possibile sovrapposizione tra le vendite promozionali ed i saldi. L attuale formulazione, con l apposizione dell ultima frase ( tranne che... ) recupera la dimenticanza con il plauso unanime degli interpreti e del mondo associativo che avevano subito rimarcato la contrarietà agli interessi dei consumatori ed a quelli della corretta concorrenza tra gli operatori. 12 Nella Relazione si legge infatti: - l eliminazione di meccanismi di programmazione degli insediamenti commerciali fondati sul rispetto di predeterminati limiti antitrust operanti a livello infraregionale, anche per tener conto della specifica segnalazione dell Antitrust (AS 281 del 9 luglio 2004) riguardo alla regolamentazione adottata in materia di commercio dalla Regione siciliana. 910 2.8. Segue: la lett. f-bis) In sede di conversione, l art. 3, comma 1 del decreto si è arricchito di un ulteriore comma, secondo il quale non possono essere previsti: il divieto o l ottenimento di autorizzazioni preventive per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia presso l esercizio di vicinato, utilizzando i locali e gli arredi dell azienda con l esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie. La previsione curiosamente limitata ai soli esercizi di vicinato ha per obiettivo evidente quello di far cessare la ben nota querelle circa la differenza tra commercio e somministrazione, allorquando come da caso tipico l acquirente di un panino lo consumi all interno dell esercizio commerciale, soprattutto quando gli arredi lo consentano (si pensi alla presenza di una panchina, magari legata a facilitare l attesa delle persone anziane, che viene usata per consumare il panino acquistato). La disposizione chiarisce che osservate le prescrizioni igienico-sanitarie (riferite sia alla preparazione degli alimenti che dei locali) il consumo può avvenire all interno dell esercizio di vendita, a condizione che l esercente (o chi per lui) non renda disponibile un servizio assistito di somministrazione... come dire lo serva al tavolo. Una perplessità può sorgere dal riferimento ai prodotti di gastronomia, come se solo questi possano essere consumati immediatamente. Ovviamente, anche i prodotti alimentari confezionati possono essere tranquillamente consumati sul posto, adempiute le prescrizioni di legge L art. 3, comma 2 Il comma 2 dell art. 3 prevede che sono fatte salve le disposizioni che disciplinano le vendite sottocosto e i saldi di fine stagione. A nostro avviso, una disciplina nazionale sulla vendita sottocosto non ha più una ragione d essere. La competenza statale, infatti, era fissata nel D.Lgs. n. 114/1998 e, quindi, prima dell attribuzione della competenza esclusiva sulla materia commercio alle Regioni. Posto che la vendita sottocosto ha precise implicazioni concorrenziali, la soluzione corretta sarebbe che lo Stato provveda a disciplinare unicamente questi profili, demandando il resto alle Regioni (e, queste, ai Comuni sulla base del principio di sussidiarietà) L art. 3, comma 3. Il comma 3 dell art. 3 stabilisce che A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari statali di disciplina del settore della distribuzione commerciale incompatibili con le disposizioni di cui al comma 1. Questa previsione presenta alcuni problemi. Anzitutto non indica espressamente come sarebbe doveroso quali sono le disposizioni abrogate, demandando questo compito all interprete, con tutte le difficoltà del caso. Posto che la disciplina nazionale non è abrogata in toto ma è richiesta una valutazione circa l incompatibilità delle singole disposizioni e posto come si è visto che non mancano problemi interpretativi, l applicazione della volontà espressa dal Governo sarà tutto tranne che semplice. Manca, peraltro, la previsione di un regime transitorio né soccorrono i limitati confini dell art. 40-bis - che sarebbe stato opportuno soprattutto quando non si hanno chiari gli effetti esatti di questa caducazione normativa per incompatibilità sopravvenuta. Potrebbe accadere che risulti abrogata una intera disciplina, lasciando un vuoto anche con riferimento alle istanze tutelari (per es. dei consumatori) ampiamente richiamate nel provvedimento L art. 3, comma 4 L art. 3 si chiude con l indicazione alle Regioni e agli enti locali (tra cui, oltre ai Comuni, le province autonome di Trento e Bolzano solitamente espressamente indicate accanto alle 1011 Regioni, in virtù della particolarità della loro situazione) di adeguare le proprie disposizioni legislative e regolamentari alle disposizioni di cui al comma 1 entro il 1 gennaio Questa indicazione di effettività presenta alcuni punti critici. Il periodo indicato potrebbe essere troppo esiguo, qualora le modifiche richieste richiedano come crediamo alle Regioni, non solo delle preliminari valutazioni sulla propria disciplina normativa ma anche l attivazione della ordinaria procedura legislativa che ha una tempistica (non solo tecnica ma anche politica) non predeterminabile con certezza. Il punto maggiormente critico è però la stessa scadenza fissata anche per gli enti locali. Come faranno i Comuni, senza la modifica della disciplina regionale, a modificare la propria regolazione derivata? Sarebbe stato più corretto demandare alle Regioni lo stabile un limite temporale per l adempimento da parte dei Comuni (e altri enti locali). Cosa succede se le Regioni (e gli altri enti) non si adeguano? Entra in campo la complessa procedura stabilita dalla legge di attuazione dell art. 120 Cost. Impraticabile appare senza una concertazione politica la percorribilità del commissariamento ad acta. Già con riferimento all attuazione del D.Lgs. n. 114/1998 (in un clima si ricorda di assenza di competenza legislativa esclusiva delle Regioni), il Governo non è stato in grado di imporre non solo il rispetto della tempistica ma anche quello di alcuni principi cardine della legge che sono stati disattesi (senza conseguenze) da alcune Regioni. Non si vede come, cambiato il retroterra costituzionale, il Governo possa ritenere di immaginare una simile possibilità di intervento. Il commissariamento reca inoltre alcune problematiche non solo politiche ma anche tecniche. Non si ravvisa una concreta possibilità che le complesse valutazioni (comprese quelle riservate all opportunità di certe scelte) delle Regioni possano essere svolte da un tecnico privo di quella conoscenza circa la situazione effettiva su un dato territorio. Per superare questo impasse dovrebbe essere nominato commissario ad acta il Presidente della Regione inadempiente, con tutte le conseguenze politiche che tale decisione inevitabilmente comporterebbe. 3. La liberalizzazione della produzione del pane (art. 4) L art. 4, a parte quanto si dirà, è probabilmente, insieme all art. 5, l unico articolo del titolo I che determina una vera liberalizzazione. Viene infatti abrogata la legge n. 1002/1956 e l art. 22, comma 2, lett. b), del D.Lgs. n. 112/1998 (che conteneva una semplificazione basata sul meccanismo del silenzio-assenso per l attivazione di nuovi panifici previamente autorizzati, nonché per le trasformazioni ed i trasferimenti di panifici già operativi). La legge n. 1002/1956 vero residuo autarchico poneva un limite quantitativo alla produzione di pane e al numero dei panifici nei singoli Comuni e prevedeva, tra l altro, un regime autorizzatorio in capo alle Camere di Commercio. Infatti la Camera di Commercio concedeva l autorizzazione, previo accertamento dell efficienza degli impianti e della loro rispondenza ai requisiti tecnici, igenico-sanitari e di sicurezza sul lavoro previste dalle leggi vigenti. Dopo aver ottenuto l autorizzazione occorreva richiedere la licenza sempre alla Camera di commercio nella cui provincia è situato l impianto. L installazione e l apertura dei panifici contenuta nella legge 1002/1956 era inoltre una delle materie di maggiore complessità dal punto di vista giuridico posto che l autorizzazione camerale, subordinata a valutazioni di opportunità, costituiva il diritto di esercitare l attività in capo al richiedente che poteva poi essere concretamente esercitato solo a seguito dell ottenimento della licenza (la vera e propria autorizzazione, secondo la tradizionale nomenclatura degli atti amministrativi). La difficile lettura delle norme, accompagnata da un consistente contenzioso, ha infatti determinato degli orientamenti giurisprudenziali antitetici che 1112 hanno finito per differenziare ulteriormente la tutela degli interessati allo svolgimento dell attività 13. L Autorità antitrust, già nel 2002, aveva segnalato al Parlamento la necessità di rivedere tale legge che, nata con il fine di mantenere il giusto equilibrio, a livello di ciascun Comune, tra la domanda dei consumatori e la produzione di pane, con il passare del tempo, essendo cambiati i livelli di mobilità delle persone nonché le attrezzature per la panificazione e la conservazione dei prodotti alimentari, non risultava di facile applicazione per motivi obiettivi 14. In tal senso ad avviso della Autorità la normativa di riferimento evidenziava una distorsione della concorrenza nel settore interessato sottolineando anzi un carattere protezionistico a favore degli operatori già presenti sul mercato, e producendo l effetto di contingentare il numero dei panifici presenti sul territorio provinciale rapportandolo ad ingiustificati criteri predeterminati quali la località e, all interno della stessa, la densità dei panifici esistenti, il volume di produzione e il fabbisogno di pane 15. L art. 4 del decreto in esame si pone come esempio di liberalizzazione in senso proprio attribuendo la competenza in materia, che prima era delle Camere di commercio, ai Comuni. Da un punto di vista procedurale per svolgere l attività di panificazione è ora prevista una dichiarazione di inizio di attività rivolta ai Comuni, secondo l art. 19 della legge n. 241/1990. Posto che nel D.Lgs. n. 114/1998 (si vedrà perché il riferimento è pertinente) l art. 7 non prevede la DIA ma una comunicazione, il Governo ha perso una buona occasione per non impiegare il meccanismo del citato art. 19, che è tutto tranne una semplificazione. Com è notorio, la nuova formulazione dell art. 19, prevede che, presentata l istanza, l interessato deve attendere il decorso di trenta giorni, trascorsi i quali deve inviare una ulteriore comunicazione al Comune quando avvia concretamente l attività. Il Comune nei trenta giorni dall inizio dell attività può effettuare le verifiche e, se del caso, inibire la prosecuzione dell attività. L interessato deve presentare al Comune, con riferimento ai locali in cui intende svolgere l attività: a) l autorizzazione della ASL in merito alla presenza dei requisiti igienico-sanitari; b) l autorizzazione alle emissioni in atmosfera; c) il titolo abilitativo edilizio; d) il permesso di agibilità dei locali. Va osservato che la formulazione dei punti c) e d) non risponde all attuale normativa in materia di regolarità edilizia e di agibilità dei locali in quanto nelle varie Regioni sono state adottate varie forme che hanno sostituito le vecchie licenze o concessioni edilizie. In sede di conversione, all art. 4, comma 2, è stato aggiunto un periodo che rafforza la tutela dei consumatori. L interessato deve infatti indicare anche il nominativo del responsabile dell attività produttiva che è tenuto ad assicurare l utilizzo di materie prime in conformità alle norme vigenti, l osservanza delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza dei luoghi di lavoro e 13 V., sulle vicende interpretative della legge, L. FARRONATO, Verso un ripensamento dell attuale regime autorizzatorio in materia di panifici?,in Discipl. comm., 1997, p ss. 14 AGCM, segnalazione AS 246 del 24 ottobre Si vedano, tra tante, le seguenti decisioni: Ai sensi dell art. 2 l. 31 luglio 1956 n l autorizzazione all apertura di un nuovo panificio è subordinata alla valutazione di opportunità del nuovo impianto da parte della camera di commercio, in relazione alla densità degli stabilimenti esistenti e del volume della produzione in ragione dei bisogni locali, con riferimento alla situazione di mercato nell ambito del territorio del comune o della provincia, se l ambito comunale risulti inadeguato alla complessiva valutazione locale (Cons. Stato, sez. VI, 11 luglio 1994, n. 1162); Ai fini del rilascio di un autorizzazione all apertura di un nuovo panificio occorre avere riguardo, ai sensi dell art. 2, l. 31 luglio 1956, n. 1002, alla capacità di assorbimento della nuova produzione aggiuntiva del mercato; peraltro tale capacità di assorbimento deve essere valutata dall amministrazione non in astratto, ma in relazione concreta ai rapporti commerciali che si instaurano nel territorio di competenza, di modo che è legittimo considerare rilevanti non solo i normali rapporti di compravendita minuta del bene (destinati cioè al soddisfacimento del bisogno essenziale del pane), ma altresì quei rapporti più complessi, sempre di natura commerciale, che avviano verso mercati più ampi il bene prodotto (Cons. Stato, sez. VI, 4 luglio 1991, n. 411). 1213 la qualità del prodotto finito. Qualora il richiedente e il responsabile non siano la stessa persona, tolta l osservanza delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza dei luoghi di lavoro che deve essere comunque rispettata, chi dei due assume l impegno alla qualità del prodotto finito? Il testo definitivo presenta poi due ulteriori commi (2-bis e 2-ter). Il primo è identico all art. 3, comma 1, lett. f-bis), ossia quello che consente il consumo sul posto. Il secondo è invece la risposta del Governo alle giuste rimostranze del mondo associativo che ha chiesto che la liberalizzazione non fosse fatta a scapito della qualità. Di solito questa appare una frase fatta se non fosse che, da tempo, si parla di tutelare la produzione di pane di qualità che in Italia ha una lunga tradizione storica e prodotti la cui realizzazione potrebbe essere gravemente compromessa dall impiego di cicli di lavorazione accelerati. Per andare incontro a questa legittima esigenza, entro un anno dall entrata in vigore del decreto, sarà emanato un apposito provvedimento 16 per regolare le denominazioni di panificio e pane fresco, nonché (la dicitura ) di pane conservato 17. Del tutto scontato il comma 3 dell articolo in commento che ribadisce, senza che se ne ravvisi il motivo, le competenze di vigilanza dei Comuni, delle ASL, dei Vigili del fuoco, etc. Il comma 4 prevede come regime sanzionatorio il rinvio all art. 22 del D.Lgs. n. 114/ Si tratta di una indicazione che probabilmente doveva essere demandata alle Regioni, anche perché il D.Lgs. n. 114/1998 riguarda l attività commerciale e non quella produttiva. Si spiega ora perchè, dato che si è scelto come matrice disciplinare il D.Lgs. n. 114/1998, sarebbe stato congruo lo strumento della comunicazione, ex art. 7 e non il ricorso all art. 19 della legge n. 241/ Si badi: in conformità al diritto comunitario (sic!). 17 Il comma recita: Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali e con il Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, emana un decreto ai sensi dell articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, volto a disciplinare, in conformità al diritto comunitario: a) la denominazione di «panificio» da riservare alle imprese che svolgono l intero ciclo di produzione del pane, dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale; b) la denominazione di «pane fresco» da riservare al pane prodotto secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione o alla conservazione prolungata delle materie prime, dei prodotti intermedi della panificazione e degli impasti, fatto salvo l impiego di tecniche di lavorazione finalizzate al solo rallentamento del processo di lievitazione, da porre in vendita entro un termine che tenga conto delle tipologie panarie esistenti a livello territoriale; c) l adozione della dicitura «pane conservato» con l indicazione dello stato o del metodo di conservazione utilizzato, delle specifiche modalità di confezionamento e di vendita, nonché delle eventuali modalità di conservazione e di consumo. 18 «Art. 22 (Sanzioni e revoca) Chiunque viola le disposizioni di cui agli articoli 5, 7, 8, 9, 16, 17, 18 e 19 del presente decreto è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da lire a lire In caso di particolare gravità o di recidiva il sindaco può inoltre disporre la sospensione della attività di vendita per un periodo non superiore a venti giorni. La recidiva si verifica qualora sia stata commessa la stessa violazione per due volte in un anno, anche se si è proceduto al pagamento della sanzione mediante oblazione (Omissis). 5. Il sindaco ordina la chiusura di un esercizio di vicinato qualora il titolare: a)-b) (omissis); c) nel caso di ulteriore violazione delle prescrizioni in materia igienico-sanitaria avvenuta dopo la sospensione dell'attività disposta ai sensi del comma (Omissis). 7. Per le violazioni di cui al presente articolo l'autorità competente è il sindaco del comune nel quale hanno avuto luogo. Alla medesima autorità pervengono i proventi derivanti dai pagamenti in misura ridotta ovvero da ordinanze ingiunzioni di pagamento». 1314 4. La distribuzione dei farmaci (art. 5) L art. 5 sulla distribuzione dei farmaci, come si diceva più sopra, si configura come una vera apertura del mercato, interrompendo un monopolio collegato nelle dichiarazioni dei monopolisti nella tutela della salute di cui all art. 32 Cost. Le commistioni tra le attività di servizio (sanitario nazionale) e l attività di rivendita hanno determinato un sistema impermeabile alle innovazioni 19. Basti por mente al fatto che i farmacisti non offrono servizi di somministrazione (controllata) dei farmaci, ovvero nonostante sia nella loro qualificazione professionale procedono raramente alla preparazione dei c.d. farmaci galenici, né hanno particolare interesse (economico) a promuovere la vendita dei farmaci c.d. generici. Da tempo la distribuzione organizzata ha chiesto di poter essere ammessa alla vendita dei farmaci senza prescrizione medica, anche organizzando un apposito spazio con la presenza di un farmacista, e dopo un lungo dibattito la liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco è giunta ad una definitiva approvazione. L Autorità antitrust ha ripetutamente rilevato come una volta definiti i vincoli strutturali tesi a tutelare la salute dei cittadini e a rispettare il vincolo di bilancio pubblico della spesa farmaceutica e sanitaria in genere, l introduzione di opportune forme di incentivazione al confronto concorrenziale non soltanto contribuiscono a rendere più efficiente l offerta sanitaria e a selezionare gli operatori capaci di offrire i propri servizi e prodotti a costi più contenuti e/o a livelli qualitativi superiori, ma altresì, nel medio periodo, a contenere la spesa pubblica proprio in ragione del confronto concorrenziale generato. L art. 5 consente la vendita dei farmaci da banco o di automedicazione e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica 20 a tutte le tipologie di esercizi commerciali, indipendentemente dalle classi di superficie, nonostante date le modalità per l effettuazione della vendita pare difficile immaginare il corner farmaceutico all interno dell esercizio di vicinato a conduzione familiare. La vendita deve essere effettuata nel normale orario di apertura dell esercizio e deve essere svolta nell ambito di un apposito reparto, alla presenza e con l assistenza personale e diretta al 19 Come rilevato dall Autorità garante della concorrenza nella segnalazione 1 giugno 2005, n L art. 2 del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 539 classifica i medicinali per uso umano, ai fini della loro fornitura, come segue: a) medicinali non soggetti a prescrizione medica. Nell'ambito di questi, si definiscono medicinali da banco o di automedicazione i medicinali che, per la loro composizione e il loro obiettivo terapeutico, sono concepiti e realizzati per essere utilizzati senza intervento di un medico per la diagnosi, la prescrizione o la sorveglianza nel corso del trattamento e, se necessario, con il consiglio del farmacista; b) medicinali soggetti a prescrizione medica. Si tratta dei medicinali che possono presentare un pericolo, direttamente o indirettamente, anche in condizioni normali di utilizzazione, se sono usati senza controllo medico, o sono utilizzati spesso, e in larghissima misura, in condizioni anormali di utilizzazione, con conseguenti rischi per la salute, o contengono sostanze o preparazioni di sostanze di cui non sono stati ancora sufficientemente approfonditi l'attività o gli effetti secondari, ovvero sono destinati ad essere somministrati per via parenterale, fatte salve le eccezioni stabilite dal Ministro della salute; c) medicinali soggetti a prescrizione medica da rinnovare volta per volta. Si tratta dei medicinali il cui uso continuato può determinare stati tossici o, comunque, rischi elevati per la salute; d) medicinali soggetti a prescrizione medica speciale. Si tratta dei medicinali relativi alla prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza; e) medicinali soggetti a prescrizione medica limitativa, comprendenti: 1) medicinali vendibili al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti; 2) medicinali utilizzabili esclusivamente in ambiente ospedaliero o in ambiente ad esso assimilabile; 3) medicinali utilizzabili esclusivamente dallo specialista. Vale la pena di ricordare che i medicinali da banco sono detti anche OTC (Over the Counter) e si distinguono da quelli senza obbligo di prescrizione (o SOP) perchè questi ultimi, al contrario dei primi, non possono essere pubblicizzati. 1415 cliente di uno o più farmacisti abilitati all esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine. Tale previsione, nella conversione del decreto, è stata rafforzata dalla presenza del farmacista e dal suo obbligo di assistenza personale e diretta alla clientela, con l ovvio obiettivo di evitare che il farmacista risulti responsabile di reparto e che l attività di vendita sia poi svolta da comuni commessi. Per poter attivare questa possibilità di vendita è richiesta una previa comunicazione al Ministero della salute e alla Regione in cui ha sede l esercizio. Non si comprende perché la comunicazione sia diretta alla Regione e non al Comune che, com è noto, è l ente che rilascia le autorizzazioni alle medie e grandi strutture di vendita e riceve le comunicazioni per gli esercizi di vicinato. A parte l opportunità di prevedere un apposito modello per la comunicazione, non si è in grado al momento di valutare l impatto del reparto farmaci rispetto alle possibili indicazioni di programmazione commerciale. Sono vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sottocosto aventi ad oggetto farmaci. Si teme, infatti, di innescare fenomeni indesiderati come, per es. l'abuso dei consumi e l insorgere delle cosiddette malattie iatrogene. L articolo in commento, al comma 3, interviene anche sui versante del prezzo, consentendo a ciascun rivenditore di determinare liberamente lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore sulla confezione del farmaco, purché lo sconto sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti. Conseguentemente viene abrogato il c.d. decreto Storace 21 che prevedeva la possibilità di uno sconto del 20%. Al riguardo, l Autorità antitrust è stata dell avviso che la libertà di fissazione del prezzo oltre a rendere più concorrenziale il rapporto tra i farmacisti e le altre tipologie di operatori autorizzati alla rivendita può riverberare positivi effetti anche nei confronti della distribuzione dei medicinali generici o equivalenti. Una ulteriore disposizione elimina l obbligo per i grossisti di farmaci di detenere almeno il 90% delle specialità in commercio per i medicinali non ammessi al rimborso da parte del servizio sanitario nazionale. Al contempo, si prevede la possibilità del rivenditore al dettaglio di rifornirsi presso un altro grossista. La norma mira ad eliminare le rigidità del mercato evitando l accumulo di scorte che ostacolano una politica commerciale concorrenziale in grado di contenere i prezzi 22. Tra le novità si segnala la disposizione che consente al farmacista di essere titolare di più farmacie o di associarsi per gestire più esercizi. Viene eliminato altresì l obbligo del rispetto del confine territoriale provinciale per lo svolgimento dell attività e viene anche eliminata l incompatibilità tra l attività all ingrosso e quella al dettaglio. Si tratta di previsioni obbligate 21 D.L. 27 maggio 2005, n. 87, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 luglio 2005, n Già con la segnalazione dell 11 giugno 1998, Regolamentazione egli esercizi farmaceutici (AS 144), l Autorità ha ritenuto ingiustificata l esclusiva riconosciuta alle farmacie per la vendita dei farmaci di automedicazione, ponendo in rilievo come in altri Paesi europei la distribuzione di tale categoria di farmaci sia consentita anche attraverso altri canali. Nella stessa segnalazione l Autorità si era espressa in termini negativi con riguardo alla regolamentazione numerica delle farmacie nonché ai vincoli caratterizzanti l attività dei farmacisti con riguardo ad orari, turni e ferie. Gli aspetti da ultimo richiamati sono stati ulteriormente approfonditi dall Autorità nella segnalazione del 17 febbraio 2000, Misure relative al settore farmaceutico (AS 206). 22 Il decreto invece non interviene sulla struttura dei margini di ricavo ex lege per la distribuzione dei farmaci di fascia A dove pure esiste una normativa inefficiente che, per la natura del bene (sono i prodotti che costituiscono il LEA Livelli Essenziali di Assistenza) contrasta direttamente con i principi di rango costituzionale. Non interviene inoltre sul punto per il quale l Italia è stata recentemente deferita alla Corte di Giustizia Europea, e cioè la separazione tra accesso alla proprietà delle farmacie (una scelta patrimoniale che dovrebbe essere liberalizzata) e svolgimento della professione di farmacia (subordinata all abilitazione professionale). Non si comprende, poi, come mai l abolizione dell obbligo per i grossisti di detenere in magazzino il 90% delle specialità medicinali valga solo per i prodotti non dispensati dal SSN; la distinzione avrebbe senso se l obbligo esistesse in termini di principi attivi o di farmaci equivalenti (che il SSN può desiderare avere sempre pronti sul territorio). 1516 posto che l Italia è stata deferita alla Corte di giustizia Ce per la violazione degli articoli 43 e 56 del Trattato CE. Infine, viene mitigata la previsione legislativa che consente all erede di un farmacista di continuare per molti anni ad essere titolare della farmacia di famiglia senza essere laureato ed iscritto all albo. Ora, a seguito di acquisto inter vivos o mortis causa di una partecipazione in una società che gestisce una farmacia, l acquirente privo dei requisiti soggettivi (sia in origine che come evento sopravvenuto) è tenuto a cedere detta quota nel termine di due anni dal momento dell acquisto Le licenze per il servizio Taxi (art. 6) Anche per le licenze del servizio taxi di cui alla legge n. 21/1992 (alla quale sono seguite le discipline regionali, cui si adeguano i Comuni nei regolamenti di competenza) l Autorità garante della concorrenza ha segnalato più volte la distorsione delle regole di concorrenza causate da una disciplina che, oltre a limitare l accesso all esercizio dell attività, non è adeguata alle legittime richieste dei consumatori-utenti. L art. 6, nel testo originario, prevedeva che, fatta salva la possibilità di conferire nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica, i Comuni potessero bandire pubblici concorsi e concorsi riservati a chi è già titolare di licenza taxi (in deroga alle attuali disposizioni) per l assegnazione a titolo oneroso di licenze eccedenti la vigente programmazione numerica. Nei casi in cui i Comuni esercitassero tale facoltà, i soggetti assegnatari delle nuove licenze non avrebbero potuto cederle separatamente dalla licenza originaria e dovevano avvalersi, sotto la propria responsabilità, di conducenti, lavoratori subordinati, segnalati al Comune. I proventi derivanti dall assegnazione a titolo oneroso delle nuove licenze sarebbero stati ripartiti nella misura tra il 60 e l 80% del gettito tra i titolari di licenza taxi del medesimo Comune che mantenevano una sola licenza. I Comuni potevano poi rilasciare titoli autorizzatori temporanei, non cedibili, per fronteggiare eventi straordinari. Dopo le proteste delle associazioni dei tassisti, il Governo ha sostituito integralmente il testo dell art. 6, con una disciplina più minuziosa che, come la precedente, lascia in ogni caso la questione nelle mani dei singoli Comuni 24. L articolo non ha infatti effetti immediati, se non 23 La legge n. 362/1991 prevedeva che in caso di successione di una partecipazione in una società, qualora vengano meno i requisiti, l avente causa aveva tre anni di tempo per cedere la partecipazione. Qualora l avente causa sia un coniuge, ovvero un erede in linea retta entro il secondo grado, il termine triennale era differito al compimento del trentesimo anno di età dell avente causa, ovvero, se successivo, al termine di dieci anni dalla data di acquisizione della partecipazione. Il termine di dieci anni era applicabile unicamente se l avente causa, entro un anno dall acquisizione della partecipazione, si fosse iscritto ad una facoltà di farmacia. Nel caso in cui gli aventi causa fossero più di uno, doveva essere nominato un rappresentante comune (in caso di mancato accordo un curatore speciale veniva nominato dal tribunale competente per territorio). La mancata ottemperanza alle predette disposizioni comportava la perdita dei diritti connessi alla partecipazione. 24 A nulla valgono i riferimenti costituzionali (tra cui un pleonastico e del tutto superfluo rinvio all art. 11 che si presume già esercitato nella partecipazione del nostro paese all Unione europea) e del Trattato CE se poi il Governo abdica. Recita l art. 6, comma 1: Al fine di assicurare per il servizio di taxi il tempestivo adeguamento dei livelli essenziali di offerta del servizio taxi necessari all esercizio del diritto degli utenti alla mobilità, in conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché la funzionalità e 1 efficienza del medesimo servizio adeguati ai fini della mobilità urbana ai sensi degli articoli 43, 49, 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea e degli articoli 3, 11, 16, 32, 41 e 117, comma secondo, lettere e) e m), della Costituzione, i comuni, sentite le commissioni consultive di cui all articolo 4, comma 4, della legge 15 gennaio 1992, n. 21, ove funzionanti, o analogo organo partecipativo, possono:... (corsivo aggiunto). 1617 quelli di spronare i sindaci delle maggiori città a risolvere la notoria questione del basso numero delle vetture adibite al servizio taxi circolanti rispetto alle esigenze della popolazione. L articolo prevede una serie precostituita di opzioni che renderanno agevole la redazione della relativa delibera comunale, ma non possono risolvere il problema dell inevitabile scontro, circa le modalità attuative, come nel momento in cui scriviamo, testimonia la vicenda del Comune di Roma, laddove la concretezza del provvedimento (per gli utenti) appare legata a virtuosismi linguistici 25. Le opzioni per i Comuni sono, in sintesi, le seguenti: a) disporre turnazioni integrative in aggiunta a quelle ordinarie per le quali i titolari di licenza si avvalgono di sostituti alla guida (regolarmente abilitati ) il cui titolo di lavoro deve essere trasmesso al Comune almeno il giorno precedente all avvio del servizio; b) bandire concorsi straordinari in conformità alla vigente programmazione numerica, ovvero in deroga ove la programmazione numerica manchi o non sia ritenuta idonea dal Comune ad assicurare un livello di offerta adeguato, per il rilascio, a titolo gratuito o a titolo oneroso (fissandone l importo), di nuove licenze da assegnare ai soggetti in possesso dei requisiti stabiliti dall articolo 6 della legge n. 21/ ; c) prevedere il rilascio di titoli autorizzatori temporanei o stagionali, non cedibili, per fronteggiare particolari eventi straordinari o periodi di prevedibile incremento della domanda e in numero proporzionato alle esigenze dell utenza; d) prevedere in via sperimentale l attribuzione, prevalentemente a favore di soggetti di cui all articolo 7, comma 1, lettere b) e c), della citata legge n. 21 del 1992, della possibilità di utilizzare veicoli sostitutivi ed aggiuntivi per l espletamento di servizi diretti a specifiche categorie di utenti. In tal caso, l attività dei sostituti alla guida deve svolgersi secondo quanto previsto dalla lettera a); e) prevedere in via sperimentale forme innovative di servizio all utenza, con obblighi di servizio e tariffe differenziati, rilasciando a tal fine apposite autorizzazioni; f) prevedere la possibilità degli utenti di avvalersi di tariffe predeterminate dal Comune per percorsi prestabiliti; g) istituire un comitato permanente di monitoraggio del servizio di taxi al fine di favorire la regolarità e l efficienza dell espletamento del servizio e di orientare costantemente le modalità di svolgimento del servizio stesso alla domanda effettiva. L art. 6, al comma 2, fa salvo il conferimento di nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica e il divieto di cumulo di più licenze al medesimo intestatario, secondo le previsioni delle disciplina regionale. 6. Misure urgenti per i passaggi di proprietà di autoveicoli (art. 7) Per la vendita di autoveicoli, il Decreto Bersani prevede una semplificazione degli adempimenti, unitamente ad una riduzione dei costi a carico degli interessati. L art. 7 si propone di rendere effettive le previsioni di cui all art. 3, commi 4-6, del D.L. n. 35/2005 (convertito dalla legge. n. 80/2005) meglio noto come Decreto sulla competitività. In quest ultimo decreto si prevede che per la sottoscrizione di atti e dichiarazioni aventi ad oggetto l alienazione di veicoli registrati e rimorchi di valore non superiore a euro o la costituzione di diritti di garanzia sugli stessi, la relativa autenticazione potesse essere fatta, oltre che dai notai, gratuitamente anche dai funzionari del Ministero delle infrastrutture e dei 25 Il Comune vorrebbe circolanti auto in più; le associazioni intendono fino... a 2.500, con esiti facilmente prevedibili. 26 I proventi derivanti sono ripartiti in misura non inferiore all 80 per cento tra i titolari di licenza di taxi del medesimo comune; la restante parte degli introiti può essere utilizzata dal comune per il finanziamento di iniziative volte al controllo e al miglioramento della qualità degli autoservizi pubblici non di linea e alla sicurezza dei conducenti e dei passeggeri, anche mediante l impiego di tecnologie satellitari. 1718 trasporti, dai funzionari e dai titolari dello Sportello telematico dell automobilista previsto dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2000, n. 358, e dai funzionari dell Automobile club d Italia (ACI). Tale previsione, ribadita dall art. 13 della legge n. 246/2005 e poi dalla Legge finanziaria per il 2006 (legge n. 266/2005), è rimasta di fatto inoperante a causa della mancata emanazione delle norme di attuazione. L art. 7 del Decreto Bersani recita: 1. L autenticazione della sottoscrizione degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l alienazione di beni mobili registrati e rimorchi o la costituzione di diritti di garanzia sui medesimi può essere richiesta anche agli uffici comunali ed ai titolari degli sportelli telematici dell automobilista di cui all articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2000, n. 358, che sono tenuti a rilasciarla gratuitamente, tranne i previsti diritti di segreteria, nella stessa data della richiesta, salvo motivato diniego. La rubrica dell articolo è però fuorviante rispetto ai suoi contenuti. Si parla di Misure urgenti in materia di passaggi di proprietà di beni mobili registrati (corsivo nostro) mentre sarebbe stato più corretto indicare che l oggetto sono gli autoveicoli e i relativi rimorchi e non già anche le navi e gli aeromobili che sono anch essi com è risaputo beni mobili registrati 27. La normativa si applica esclusivamente ai veicoli usati già iscritti al Pubblico Registro Automobilistico (PRA) 28 ; l autentica effettuata dal notaio non è ora più obbligatoria per gli atti di vendita, per le vendite effettuate con discontinuità ai sensi dell art cod. civ., per le accettazioni di eredità e per gli atti costitutivi di ipoteca aventi ad oggetto beni mobili registrati (cioè autoveicoli, motoveicoli e rimorchi). Restano esclusi dalla previsione legislativa, e continuano dunque a rientrare nella competenza esclusiva del notaio, gli atti costitutivi di usufrutto e uso, nonché gli atti di cancellazione di ipoteca. Oltre che i notai, sono ora autorizzati ad autenticare le sottoscrizioni: a) gli Uffici comunali, mediante dipendenti debitamente autorizzati secondo le disposizioni interne degli stessi; b) gli Sportelli telematici dell automobilista (STA). Si tratta degli studi di consulenza automobilistica istituiti ai sensi della legge n. 264/1991 che abbiano aderito al collegamento telematico con le banche dati ACI e Motorizzazione civile, riconoscibili dall apposito logo che deve essere esposto presso le rispettive sedi. L autentica delle sottoscrizioni spetta in questo caso al titolare dell impresa (se costituita come impresa individuale) o al legale rappresentante (se si tratta di società); c) gli Uffici provinciali ACI. Si tratta degli uffici periferici che gestiscono il PRA, presso i quali sono abilitati all autentica delle sottoscrizioni tutti i funzionari abilitati alla firma degli atti PRA dalla competente procura generale. Rientrano nella nuova normativa anche tutte le delegazioni ACI che abbiano attivato lo STA; d) gli Uffici provinciali del Dipartimento Trasporti Terrestri (DTT) del Ministero dei trasporti 29, da parte dei funzionari abilitati dalle rispettive strutture organizzative. 27 Nella seduta del 26 luglio 2006 della IX Commissione permanente (Trasporti, poste e telecomunicazioni) della Camera dei deputati, il relatore in commissione del provvedimento C 1475, On. Lovelli, ha indicato a nostro avviso erroneamente che «la disposizione in esame reca il riferimento ai beni mobili registrati in luogo di quello ai veicoli, risultando così ampliato il campo di applicazione della disposizione anche a navi e aeromobili». 28 Per l iscrizione al PRA di veicoli nuovi si applica l art. 3, comma 2, della legge n. 80/2005: La prima registrazione dei veicoli nel pubblico registro automobilistico può anche essere effettuata per istanza dell acquirente, attraverso lo Sportello telematico dell automobilista (STA) di cui all art. 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2000 n. 358, con le modalità di cui all art. 38 comma 3 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n Anche per questa ipotesi si elimina il necessario intervento del notaio precedentemente richiesto. 1819 La vera semplificazione concerne la possibilità di rivolgersi al Comune sebbene ancora siano pochi quelli che (al momento in cui scriviamo) risultano organizzati per svolgere detto compito poiché già la legge n. 265/2005 aveva esteso anche ad altri soggetti, oltre ai notai, la possibilità di eseguire l autenticazione. Rispetto alla disciplina previgente risultano invece esclusi dal novero dei soggetti competenti all autenticazione i funzionari di cancelleria in servizio presso gli uffici giudiziari facenti parte del distretto di Corte d appello di residenza del venditore. Come prevede espressamente la norma, l autenticazione della firma deve essere effettuata in tempo reale nella stessa data della richiesta salvo motivato diniego, indipendentemente dal fatto che la parte intenda presentare la propria pratica immediatamente, o voglia farlo in un momento successivo. L atto di vendita deve essere redatto, come prevede la disciplina di settore, sul retro del Certificato di proprietà del veicolo (CDP), denominato tecnicamente modello NP-1B, nell apposito spazio previsto dal riquadro T (indicato appunto come Dichiarazione di vendita). Qualora l atto non venga redatto sul CDP ma su un documento autonomo, sarà necessario autenticare non solo la firma del venditore ma anche quella dell acquirente (firma bilaterale) 30. L art. 7 della legge n. 248/2006 stabilisce espressamente che l autentica deve essere eseguita gratuitamente, salvo i previsti diritti di segreteria. È evidente il vantaggio economico per il cittadino-automobilista, sul quale non graveranno più gli onorari notarili previsti per le autentiche di firma negli atti di vendita dei veicoli. Resta, ovviamente, l obbligo di assolvere l imposta di bollo, attraverso apposita marca di euro 14,62 da apporre nel corpo dell atto. 7. I contratti di assicurazione r.c. auto: clausole vietate e nuovi obblighi di informazione (art. 8) Anche l art. 8 del Decreto Bersani, recante Clausole anticoncorrenziali in tema di responsabilità civile auto, è una conseguenza diretta delle numerose decisioni dell Autorità garante in tema di contratti di assicurazione, con particolare riferimento a quelle per la responsabilità civile obbligatoria derivante dalla circolazione di autoveicoli (r.c. auto). Nel 2003, l Autorità ha completato una nuova indagine conoscitiva 31 che ha mostrato come la ridotta concorrenza che caratterizza il sistema italiano r.c. auto è la risultante di due fattori, fedelmente riportati nella Relazione del Governo al Disegno di legge di conversione del D.L. n. 223/2006 presentato al Senato (AS n. 741). Il primo consiste nelle relazioni verticali di esclusiva tra produttori e distributori che, da un lato, ostacolano l accesso al mercato da parte di nuovi concorrenti in grado di esercitare una pressione competitiva sulle imprese preesistenti e, d altro lato, accrescono i costi dell attività di ricerca della migliore offerta per i consumatori, contribuendo ad irrigidire la domanda che si rivolge alle singole imprese, in un contesto in cui la domanda complessiva di mercato è rigida per effetto dell obbligatorietà della polizza ed in cui i distributori non sono incentivati ad una migliore informativa sui prodotti offerti a causa dell imposizione, da parte delle compagnie, dei prezzi minimi e degli sconti massimi praticabili ai consumatori finali. Il secondo fattore è collegato al meccanismo di indennizzo per gli incidenti. L avente diritto al risarcimento, infatti, non è il cliente dell assicurazione che provvedere al pagamento: lo è il danneggiante. Tra le due compagnie di assicurazioni esiste, al riguardo, un rapporto di 29 Di cui si arguisce la competenza a seguito della scissione dal precedente Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. 30 Laddove non venga utilizzato il CDP come atto, vuoi perché il veicolo sia ancora dotato del vecchio Foglio complementare, vuoi perché la tipologia di atto non lo consenta (es. formalità di iscrizione ipotecaria), l autentica dovrà essere conforme alla formula indicata nella lett. circolare ACI Direzione Centrale Servizi Delegati n /p del 6 luglio IC 19 Settore RC auto del 17 aprile20 compensazioni dei danni liquidati, meccanismo che non incentiva le compagnie di assicurazione a proporre ai propri rispettivi clienti contratti che riducano i comportamenti fonte di danno. Riservando ad appositi provvedimenti legislativi la determinazione delle regole di trasparenza delle tariffe assicurative r.c. auto e la disciplina del risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale 32, il Governo ha inteso operare immediatamente sul primo dei versanti indicati dall Autorità antitrust, ossia sull assetto che contraddistingue la distribuzione delle polizze assicurative. L art. 8 del D.L. n. 223/2006, dopo un incipit legato all attuazione dei principi di libertà di concorrenza contenuti nel Trattato CE, prevedeva, al comma 1, che è fatto divieto alle compagnie assicurative e ai loro agenti di vendita di stipulare nuove clausole contrattuali di distribuzione esclusiva e di imposizione di prezzi minimi o di sconti massimi per l offerta di polizze relative all assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto. Nella conversione, detto comma ha acquisito due specificazioni. La prima riguarda la vigenza della disposizione fissata dalla data di entrata in vigore del presente decreto, previsione superflua, data l introduzione del regime transitorio con l art. 40-bis 33. La seconda innovazione è più significativa: i divieti previsti dall art. 8, comma 1, valgono solo quanto l offerta di polizze è diretta a consumatori, riducendo la portata di una previsione che poteva ampliare il mercato anche alle ipotesi in cui l acquirente non fosse un consumatore. Si ponga mente, al riguardo, ai piccoli imprenditori ed agli artigiani e a coloro che fanno un grande utilizzo di autoveicoli, come gli agenti di commercio. Mentre il primo comma si riferisce al divieto di stipulare nuove clausole, l art. 8, comma 2, definisce il regime per quelle che, al momento, sono state già pattuite tra le parti. Le clausole sottoscritte prima dell entrate in vigore del decreto conservano la loro validità fino alla scadenza e, comunque, non oltre il 1 gennaio A parte l accennata disposizione transitoria, l art. 8, comma 1, primo periodo, stabilisce la nullità ex art cod. civ. le seguenti clausole contrattuali: a) le clausole di esclusiva tra un agente di assicurazione ed una compagnia di assicurazione, con la conseguenza che gli agenti non potranno più essere monomandatari in esclusiva ma, al meno, potranno esserlo senza la pattuizione di tale clausola; b) le clausole di esclusiva tra un altro distributore di servizi assicurativi (per es. i broker) 34 ed una compagnia di assicurazione; c) le clausole che impongono ad agenti di assicurazione o altro distributore il prezzo minimo da praticare ai consumatori per la vendita dei servizi assicurativi; d) le clausole che impongono ad agenti di assicurazione o altro distributore lo sconto massimo che può essere praticato ai consumatori per la vendita dei suddetti servizi. Qualora, nonostante il divieto, tali clausole siano pattuite, la conseguenza non consiste soltanto nella loro nullità ma anche nella riconduzione fissata ex lege alle intese vietate ex art. 2 della legge n. 287/1990, con la competenza dell Autorità antitrust anche per applicazione delle sanzioni amministrative. Si tenga conto, tuttavia, che l art. 8, comma 3, configura come intese vietate solo le suddette clausole inserite nel contesto di contratti che regolano il rapporto di agenzia di assicurazione relativamente all assicurazione obbligatoria per responsabilità civile 32 Su quest ultimo versante è stato emanato il D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, Regolamento recante disciplina del risarcimento diretto dei danni derivanti dalla circolazione stradale, a norma dell'articolo 150 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n Codice delle assicurazioni private, in G.U. 28 agosto 2006, n Il decreto entra in vigore il 1 gennaio 2007 e si applica ai sinistri verificatisi a partire dal 1 febbraio V, retro, la nota Correttamente, nel comma 3-bis (che, come si dirà, modifica l art. 131 del D.Lgs. n. 209/2005), si parla di intermediari. 20 Vedere altro
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