Source: http://osservatorio-cyberbullismo.blogautore.repubblica.it/page/16/
Timestamp: 2019-09-17 14:24:15+00:00
Document Index: 44352797

Matched Legal Cases: ['art. 595', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 610', 'sentenza ', 'art. 2048', 'sentenza ']

Cagliari, aggredita da una "bulla": scatta l'ispezione scolastica
Un'ispezione, accertamenti interni ed eventuali provvedimenti. La scuola si mobilita in tutte le sue componenti per fare luce sul grave episodio avvenuto a Muravera, in provincia di Cagliari, dove una "bulla" ha aggredito con schiaffi e minacce pesanti (anche di morte) una sua coetanea mentre altri studenti dell'istituto Enogastronomico assistevano alla scena senza fare nulla, anzi molti incitavano la bulla e deridevano la , mentre qualcuno ha filmato tutto e il video è finito poi su Facebook. Un filmato virale che nel giro di una giornata ha toccato oltre 3,8 milioni di visualizzazioni, 76mila condivisioni e migliaia di commenti. Il direttore generale dell'Ufficio scolastico della Sardegna, Francesco Feliziani, ha affidato l'incarico per una ispezione nell'istituto frequentato dalla bulla, dalla vittima e dagli spettatori dell'aggressione (per i quali si potrebbe profilare il "concorso morale nel reato"). "Abbiamo chiesto subito al dirigente scolastico una relazione dettagliata - ha spiegato all'Ansa Feliziani - ho affidato l'incarico per una ispezione. Vogliamo capire se già in precedenza c'erano state avvisaglie della situazione, vogliamo verificare ogni cosa, saranno sentiti i genitori delle due ragazze. Al termine di tutto si valuterà la situazione e le eventuali sanzioni". Questa mattina a Muravera è arrivata anche la polizia postale - con i suoi specialisti nel cyberbullismo - anche se il caso è in mano ai carabinieri della Compagnia di San Vito, coordinati dalla Procura per i minorenni, che ha già fatto acquisire il video. "Ci stiamo coordinando con le forze dell'ordine - spiega ancora Feliziani - ci possono essere problemi di rilevanza penale". Il responsabile dell'Ufficio scolastico regionale sottolinea come il filmato sia "agghiacciante". "Da parte nostra c'è la condanna assoluta del soggetto protagonista dell'aggressione ma ancora di più per chi stava lì e non ha fatto nulla - precisa - la logica del branco è agghiacciante". Il direttore conferma l'impegno nella prevenzione: "Noi facciamo tanto, tantissimi incontri nelle scuole ma avvieremo iniziative specifiche in più per quella scuola, perché da come si vede non c'è la sensibilità adeguata e la coscienza sul fenomeno".
Il cantante J-Ax su Facebook: "I bulli sono solo dei perdenti"
Insulti razzisti via chat a una ragazzina musulmana da parte dei compagni: cosa rischiano gli ''spettatori''?
Ed eccoci al secondo caso di cyberbullismo che ci è stato segnalato. Vi ricordo che potete farlo anche voi inviandoci una mail a osservatoriocyberbullismo@repubblica.it.
A scriverci questa volta è un insegnante di scuola:
"Buongiorno, sono un insegnante di una scuola secondaria di primo grado dell’hinterland milanese. La scorsa settimana ho assistito ad un episodio che mi ha disturbato. All’interno di una delle mie classi ho scoperto che da qualche settimana è nato un gruppo WhatsApp creato da alcuni studenti. Mi sono state fatte leggere alcune delle chat contenute in questo gruppo. Molte erano piene di insulti verso una ragazzina musulmana che è arrivata in questa classe solo all’inizio di quest’anno. Insulti, atteggiamenti razzisti, addirittura alcuni di loro si stavano organizzando per fare degli scherzi a questa ragazzina. Uno dei ragazzi che mi ha fatto leggere le chat mi ha anche raccontato che l’altro giorno durante l’intervallo, alcuni dei ragazzi più cattivi hanno effettivamente messo in atto uno scherzo. A. stava mangiando quando uno di loro le si è avvicinato e le ha rubato la merenda mangiandogliela in faccia. Quando questo accadeva un altro ragazzo filmava. So che poi il filmato è girato tra alcuni di loro, con commenti a sfondo razzista. Quello che mi ha stupito di più è stato l’atteggiamento di chi c’era e non è intervenuto, di chi ha letto questi messaggi e non ha fatto nulla per settimane. Ora le chiedo, noi come insegnanti che cosa possiamo fare? Quale intervento dal punto di vista educativo? E dal punto di vista legale? Vorrei parlarne con il dirigente ma mi chiedevo se anche gli spettatori di questi atti di bullismo e di cyberbullismo rischino qualcosa. Come possono essere chiamati in causa?"
Il caso dell’insegnante milanese mette in luce alcune condotte sempre più frequenti nelle scuole di tutta Italia. Gli episodi, proprio perché reiterati e caratterizzati da comportamenti opprimenti, perpetrati in una relazione di tipo asimmetrico (dominio/sottomissione) tra soggetto attivo e soggetto passivo, possono essere qualificati come atti di bullismo. In Italia ad oggi non esiste un reato di bullismo o cyberbullismo, ma la legge colpisce le singole condotte illecite. In questo caso divulgare via WhatsApp contenuti denigratori, fotografie o commenti, a sfondo razzista può integrare il reato di diffamazione aggravata non solo dal mezzo di pubblicità utilizzato (art. 595/3 c.p.) ma anche dalle finalità di odio razziale ex art. 3 L. 205/1993. La legge infatti punisce più gravemente tutte quelle condotte mosse da finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Secondo la Corte di cassazione, per discriminazione si intende, anche sulla base della definizione contenuta nell’art. 1 della Convenzione di New York, resa esecutiva in Italia con la legge 654/1975, ogni azione che, secondo il comune sentire, è in grado di incitare negli altri un sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l’origine etnica o il colore. Quindi non vi è dubbio che il caso in esame integri l’aggravante della finalità di discriminazione o odio etnico. Il reato diventa allora procedibile d’ufficio, senza bisogno della querela di parte. Di conseguenza anche il dirigente scolastico e l’insegnante potrebbero presentare la relativa denuncia, senza che l’azione penale possa essere interrotta dall’eventuale remissione di querela della parte offesa. Inoltre, costringere un compagno a fare o tollerare qualcosa – (far mangiare la merenda ad altri, farsi riprendere mentre si fanno cose ridicole, ecc…) può integrare il reato di violenza privata punito dall’art. 610 c.p. con la reclusione fino a quattro anni. Dei reati rispondono i bulli, se imputabili, dai 14 anni in su. C’è poi, accanto alla responsabilità di tipo penale, anche una responsabilità civile della quale possono rispondere i genitori dei bulli e le scuole. Tutti i soggetti che hanno partecipato a qualunque titolo all’episodio di bullismo o cyberbullismo hanno una responsabilità solidale (Corte di cassazione civile, sentenza del 25 settembre 2014 n. 20192). La scuola potrebbe rispondere a titolo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale. Gli insegnanti e i dirigenti scolastici dovranno allora dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare che gli episodi di bullismo si verificassero. Dal punto di vista legale, quindi, gli insegnanti che sono venuti a conoscenza di questi episodi devono immediatamente avvisare il dirigente scolastico, il quale dovrà attivarsi, allertando i genitori dei bulli e delle vittime, e predisponendo un’idonea vigilanza interna, oltre a percorsi rieducativi specifici. In caso contrario, la scuola potrebbe essere chiamata a pagare i danni, anche morali, subiti dalle vittime. I genitori dei bulli rispondono invece a titolo di culpa in educando ex art. 2048 c.c. Saranno esonerati da ogni responsabilità soltanto se riescono a dimostrare di non aver potuto impedire il fatto, ma nei casi più gravi questa prova potrebbe essere difficilmente raggiungibile. Quando i filmati vengono diffusi in rete, a rispondere sono anche i genitori del minore che non ha effettuato materialmente il video ma che non si è dissociato dall’azione (Tribunale di Alessandria, sentenza del 16 maggio 2016 n.439). Stare fermi per la legge non è una condotta neutra, ma può dar luogo a precise responsabilità.
(di Avv. Marisa Marraffino, marisa.marraffino@gmail.com)
In tutti i paesi europei occidentali, Italia compresa, si sta oramai affermando una realtà sociale pluri-culturale dovuta ai processi di globalizzazione e ai flussi migratori. Inizia perciò ad acquistare visibilità anche una componente sociale creata dalla presenza sul territorio italiano di un numero maggiore di minori stranieri. Le scuole perciò sono i contesti in cui i ragazzi si trovano a fare esperienza diretta di questa multietnicità in forte crescita. L’incontro tra culture attiva riflessioni sull’importanza dell’appartenenza etnica e sull’influenza che la stessa ha sulla costruzione dell’identità, soprattutto nel periodo dell’adolescenza. Gli adolescenti si trovano infatti in un periodo della loro vita in cui devono affrontare il compito di definire se stessi, particolarmente centrale in questa età (Marcia et al.1993) sotto la pressione di sistemi di valori di e di credenze a volte contrastanti (Nidorf, 1985). Rispetto ai sistemi di valori e di credenze, gli adolescenti stranieri o figli di immigrati si trovano a confrontarsi con due culture: quella della famiglia di origine e quella della società ospitante. La posizione sociale è un fattore importante per il mantenimento di un’immagine positiva di sé, perciò anche la posizione socialmente svantaggiata nella quale si trova spesso chi immigra può costituire un fattore che influisce sul processo di costruzione o ristrutturazione dell’identità. Dal punto di vista educativo dunque è necessario sensibilizzare i giovani al tema del rispetto e del rispetto delle diversità, con un particolare focus sull’identità etnica, facendoli riflettere sui diversi significati della parola rispetto e su come riconoscere situazioni in cui il rispetto viene a mancare. Per quanto riguarda invece “l’indifferenza” di chi legge e/o assiste ad episodi di bullismo e cyberbullismo è necessario che nei contesti educativi gli insegnati promuovano interventi mirati ad attivare i giovani ed informarli riguardo alle loro responsabilità di fronte ad episodi simili: se assisto, osservo o leggo non sono estraneo ma testimone e in quanto tale ho delle responsabilità. Il ruolo dei bystanders, ovvero di coloro che assistono ad episodi di bullismo nelle sue diverse forme sono, senza dubbio, elementi da coinvolgere in un’ottica di lotta al fenomeno. Ma anche nelle azioni preventive, da anni in corso negli istituti scolastici e negli altri contesti educativi, occorre creare una sensibilità volta a combattere l’omertà; “ho visto ma non sono fatti miei”, “non parlo perché ho paura”, “ho visto ma non so a chi raccontare”, sono purtroppo frasi che sentiamo dire spesso nei contesti nei quali interveniamo. Occorrono adulti preparati ad essere punto di riferimento per questi ragazzi, pronti ad intercettare quei segnali che “raccontano” di storie di bullismo.
(di Ivano Zoppi, Presidente di Pepita onlus, ivano.zoppi@pepita.it)