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Timestamp: 2018-12-16 08:53:36+00:00
Document Index: 132649161

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 72', 'art. 73', 'art. 21', 'art. 72', 'sentenza ', 'art. 72']

N. 00119/2018 REG.PROV.COLL.
N. 01765/2016 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 1765 del 2016, proposto da:
- Associazione San Giuseppe Cafasso, in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Fabio Broglia e domiciliata in Milano, Via Corridoni n. 39, presso la Segreteria del T.A.R. Lombardia;
- il Comune di Seregno, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Andrea Mascetti ed elettivamente domiciliato presso lo studio dello stesso in Milano, Viale Bianca Maria n. 23;
- del provvedimento datato 6 maggio 2016 prot. n. 0022911/16 a firma del Dirigente Area Politiche del Territorio e Sviluppo Economico del Comune di Seregno, avente ad oggetto il diniego in ordine alla pratica edilizia n. 111 del 2016 relativa al cambio di destinazione d’uso da edificio produttivo a sala di culto dell’immobile sito in Via Eschilo, al mappale 157, foglio 44.
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Seregno;
Vista l’ordinanza n. 1470/2016 con cui è stata respinta la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato;
Vista l’ordinanza n. 1336/2017 con cui la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha riformato la pronuncia cautelare di primo grado;
Designato relatore il consigliere Antonio De Vita;
Uditi, all’udienza pubblica del 13 ottobre 2017, i difensori delle parti, come specificato nel verbale;
Con ricorso notificato in data 11 luglio 2016 e depositato il 27 luglio successivo, l’Associazione ricorrente ha impugnato il provvedimento datato 6 maggio 2016 prot. n. 0022911/16 a firma del Dirigente Area Politiche del Territorio e Sviluppo Economico del Comune di Seregno, avente ad oggetto il diniego in ordine alla pratica edilizia n. 111 del 2016 relativa al cambio di destinazione d’uso da edificio produttivo a sala di culto dell’immobile sito in Via Eschilo, al mappale 157, foglio 44.
L’Associazione ricorrente, dotata di personalità giuridica in seguito al riconoscimento da parte della Regione Piemonte, opera in ambito religioso cattolico, organizzando corsi di formazione in tutta Italia; a partire dalla fine del 2011, l’Associazione ha avviato della trattative per acquistare un immobile, adibito ad uso artigianale, sito in Seregno alla Via Eschilo al fine di destinarlo ad un uso religioso, in coerenza con la destinazione impressa all’area dal nuovo strumento urbanistico comunale e in linea con quanto attestato anche dall’Assessore comunale con una nota. In seguito al perfezionamento del contratto di compravendita dell’immobile, l’Associazione presentava al Comune la dichiarazione di subentro nelle attività edilizie avviate dalla sua dante causa, finalizzate a risanare e mettere in sicurezza l’immobile. Con l’entrata in vigore della legge regionale n. 2 del 2015, come risultante in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 63 del 2016, l’installazione di nuove strutture religiose è stata condizionata all’approvazione del Piano delle attrezzature religiose. Di conseguenza, il Comune, in relazione alla richiesta di permesso di costruire per cambio di destinazione d’uso senza opere da edificio produttivo a sala di culto, formulata dalla ricorrente in data 2 marzo 2016, ha espresso un diniego, motivandolo sia con l’avvenuta preventiva trasformazione dell’immobile, sia con la mancata adozione del Piano delle attrezzature religiose.
Assumendo l’illegittimità del predetto diniego, la ricorrente lo ha impugnato, eccependo in primo luogo l’eccesso di potere per insufficienza e perplessità dell’istruttoria e della motivazione e la violazione di legge, in particolare dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990, in relazione alla prima parte del comma 2 dell’art. 21-octies.
Poi sono stati eccepiti la violazione e falsa applicazione dell’art. 72 della legge regionale n. 12 del 2005 e successive modificazioni e la contraddittorietà.
Infine sono stati dedotti l’eccesso di potere per travisamento ed erronea valutazione dei fatti e per la mancanza di idonei parametri di riferimento.
Si è costituito in giudizio il Comune di Seregno, che ha chiesto il rigetto del ricorso.
Con l’ordinanza n. 1470/2016 è stata respinta la domanda di sospensione dell’esecuzione del provvedimento impugnato; con l’ordinanza n. 1336/2017, la Quarta Sezione del Consiglio di Stato ha riformato la pronuncia cautelare di primo grado, disponendo la fissazione dell’udienza di trattazione del merito del ricorso.
In prossimità dell’udienza di merito, le parti hanno depositato memorie e documenti a sostegno delle rispettive posizioni.
Alla pubblica udienza del 13 ottobre 2017, su conforme richiesta dei difensori delle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.
1. In via preliminare va scrutinata l’eccezione, formulata dalla difesa del Comune in sede di udienza di discussione, di tardività del deposito dell’ultima memoria, con annessi documenti, effettuato dalla difesa della ricorrente.
La memoria finale, contenente anche dei documenti allegati, è stata depositata della difesa della ricorrente in data 9 ottobre 2017, ossia non rispettando i termini di venti (per le memorie di replica) e quaranta (per i documenti) giorni liberi prima dell’udienza di trattazione della controversia, come stabilito dall’art. 73, comma 1, cod. proc. amm.; trattandosi di atti che sono irrilevanti ai fini della decisione della causa e per i quali non vi è prova della sussistenza di eccezionali circostanze che non ne hanno consentito il tempestivo deposito, la loro produzione deve essere dichiarata inammissibile (cfr. Consiglio di Stato, V, 9 aprile 2015, n. 1805; T.A.R. Lombardia, Milano, II, 17 ottobre 2017, n. 1986).
1.2. Ciò determina l’accoglimento dell’eccezione di tardività nel deposito della memoria e dei documenti, effettuato in data 9 ottobre 2017 da parte della difesa della ricorrente.
2. Passando alla trattazione del merito del ricorso, lo stesso non può essere accolto.
3. Con la prima censura si assume che l’atto sarebbe viziato per violazioni di carattere formale e sostanziale, e in particolare per la mancata reiterazione di un sopralluogo all’esito della presentazione della domanda di permesso di costruire, rendendolo in tal modo illegittimo non soltanto a livello formale, ma anche a livello sostanziale.
3.1. La doglianza è inammissibile per genericità.
Pur facendosi riferimento, nella rubrica della censura, all’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241 del 1990, nel suo successivo sviluppo non sono state in concreto individuate con chiarezza le tipologie di vizi formali che affliggerebbero il provvedimento impugnato e darebbero luogo a vizi sostanziali; del resto, il provvedimento è sicuramente motivato – come dimostrato anche dalle ulteriori censure contenute nel ricorso – e la mancata effettuazione di un sopralluogo, come pure la mancata adozione del Piano delle attrezzature religiose, non possono essere considerati vizi formali, che tra l’altro la stessa parte ricorrente ha ritenuto di censurare in modo specifico e puntuale con gli altri motivi di ricorso.
3.2. Ciò determina l’inammissibilità della predetta censura.
4. Con la seconda doglianza si assume l’illegittimità del diniego comunale per errata applicazione della deroga di cui al comma 8 dell’art. 72 della legge regionale n. 12 del 2005, in quanto l’immobile di proprietà dell’Associazione ricorrente sarebbe già stato valutato favorevolmente come attrezzatura religiosa, sia in ragione della comunicazione dell’Assessore in data 9 febbraio 2012, sia per l’inclusione dell’area di pertinenza dell’immobile in zona di interesse religioso in fase di approvazione del nuovo strumento urbanistico.
Il Comune ha negato il richiesto cambio di destinazione d’uso da edificio produttivo a sala di culto dell’immobile sito in Via Eschilo sul presupposto che il predetto mutamento di destinazione d’uso di fatto era stato già effettuato, come emerso all’esito di un sopralluogo, e che la legge regionale n. 12 del 2005, modificata dalla legge regionale n. 2 del 2015 e in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 63 del 2016, subordina l’installazione di nuovi luoghi di culto all’adozione da parte del Comune del Piano delle attrezzature religiose.
Con riguardo a tale ultimo rilievo, va evidenziato che l’art. 72, comma 2, della legge regionale n. 12 del 2005, come modificata dalla legge regionale n. 2 del 2015, dispone che “l’installazione di nuove attrezzature religiose presuppone il piano [delle attrezzature religiose]; senza il suddetto piano non può essere installata nessuna nuova attrezzatura religiosa da confessioni di cui all’articolo 70”. Pertanto, in mancanza di un tale Piano, alcuna nuova attrezzatura religiosa può essere autorizzata e installata.
La parte ricorrente tuttavia sostiene che alla fattispecie si debba applicare il disposto di cui al successivo comma 8, in cui si prevede che <<le disposizioni del presente articolo non si applicano alle attrezzature religiose esistenti alla entrata in vigore della legge recante “Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi”>>. La lettera dell’Assessore del 9 febbraio 2012, che confermava la disponibilità dell’Amministrazione ad assecondare la richiesta della ricorrente, e le previsioni del nuovo P.G.T., che hanno incluso l’area di pertinenza dell’edificio in zona di interesse religioso, avrebbero dovuto indurre il Comune a valutare come già esistente la struttura di carattere religioso.
Tale lettura non appare condivisibile, atteso che alla data di entrata in vigore della legge regionale n. 2 del 2015 (avvenuta il 6 febbraio 2015) nessun edificio di culto si poteva considerare esistente, non bastando a tal fine la sua astratta localizzazione in uno strumento urbanistico (attesa altresì l’inefficacia prescrittiva della lettera dell’Assessore: all. 5 al ricorso): difatti la d.i.a. presentata in data 26 febbraio 2015 dal legale rappresentante dell’Associazione ricorrente per lavori di manutenzione straordinaria sull’immobile di Via Eschilo indica chiaramente che l’immobile è ad uso “produttivo” (all. 4 del Comune), mentre la s.c.i.a. presentata in precedenza per procedere al mutamento di destinazione d’uso da laboratorio a luogo di culto è stata dichiarata inefficace, perché la creazione di un luogo di culto è assoggettata alla presentazione di un permesso di costruire (all. 5 e 6 del Comune). A confermare tale lettura è la stessa parte ricorrente che con la richiesta di permesso di costruire, negata con il provvedimento impugnato nel presente giudizio, ha domandato il cambio della destinazione attuale, ossia produttiva, a quella (futura) di culto, che non sarebbe stata necessaria se quest’ultima fosse stata già attuale in relazione al contesto edilizio-urbanistico. Infine, anche la censura contenuta nel terzo motivo e fondata sulla non configurabilità di un luogo di culto fino all’avvenuto libero accesso del pubblico, nella specie non ancora verificatosi, appare in contrasto con la tesi attorea della esistenza di un luogo di culto.
4.2. Ciò determina il rigetto della suesposta censura.
5. A questo punto diviene irrilevante scrutinare la terza doglianza – con cui si contesta il provvedimento di diniego nella parte in cui ha evidenziato che il mutamento di destinazione d’uso di fatto era stato già effettuato – visto che al cospetto di un provvedimento fondato su una pluralità di motivazioni, idonea ciascuna, singolarmente intesa, a fondarne la legittimità, l’accertata immunità da vizi di quella in precedenza scrutinata determina la reiezione del ricorso (T.A.R. Lombardia, Milano, II, 25 maggio 2017, n. 1169; T.A.R. Emilia-Romagna, Bologna, I, 28 giugno 2016, n. 656).
6. In conclusione, il ricorso deve essere in parte dichiarato inammissibile e in parte respinto.
7. Le spese di giudizio, in relazione alle peculiarità della controversia, possono compensarsi tra le parti.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando, in parte dichiara inammissibile e in parte respinge il ricorso indicato in epigrafe.
Così deciso in Milano nella camera di consiglio del 13 ottobre 2017 con l’intervento dei magistrati:
Stefano Celeste Cozzi,	Presidente
Antonio De Vita,	Consigliere, Estensore
Floriana Venera Di Mauro,	Referendario
Antonio De Vita Stefano Celeste Cozzi