Source: https://www.tidona.com/market-abuse/
Timestamp: 2018-08-18 19:48:13+00:00
Document Index: 181383454

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art 180', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 184', 'art. 187', 'art. 184', 'art. 25', 'art. 187', 'art. 187', 'art. 180', 'art. 2', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 616', 'art. 2635', 'art. 27', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 184', 'art. 180', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 180', 'art. 133', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 187', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 187', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 11', 'art. 184', 'art. 187', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 187', 'art. 187', 'art. 187', 'art. 5', 'art. 180', 'art. 157', 'art. 158', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 1', 'art 1', 'art. 187', 'art. 187', 'art. 5', 'art. 193', 'art. 2638', 'art. 2637', 'art. 2641', 'art. 187', 'art. 180', 'art. 444', 'art. 19', 'art. 187', 'art. 240', 'art. 187', 'art. 186', 'art. 187', 'art. 138', 'art. 181', 'art. 2637', 'art. 180', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 2637', 'art. 184', 'art. 27', 'art. 197', 'sentenza ']

Market Abuse - Studio Legale Tidona e Associati
26 febbraio 2007 | By Studio In Diritto bancario
Con l’espressione ‘abusi di mercato’ si identificano tutte quelle situazioni in cui i risparmiatori che vogliono investire nei mercati finanziari si trovano a dover affrontare, in maniera diretta o indiretta, le conseguenze negative del comportamento di altri soggetti che:
– hanno fatto uso a loro vantaggio o di altri di informazioni non accessibili al pubblico; (“INSIDER TRADING”)
– hanno falsato il meccanismo di fissazione del prezzo di strumenti finanziari; (AGGIOTAGGIO)
– hanno divulgato informazioni false ovvero ingannevoli; (AGGIOTAGGIO).
Il primo comportamento citato configura il tipico reato di “INSIDER TRADING” (Cioe’: “abuso di informazioni privilegiate”).
Per “insider” si intende chi, in ragione dell’esercizio di una funzione, di una professione o di un ufficio, ha accesso a informazioni privilegiate riguardanti una società
Rinviando l’analisi della qualificazione soggettiva, il nucleo centrale del fatto dell’insider si definisce generalmente nel divieto di acquisto o di vendita di valori mobiliari sul presupposto del possesso di notizie privilegiate.
L’art. 2, 1° co., della direttiva CEE prevede un divieto di «acquisire o cedere, per conto proprio o per conto di terzi direttamente o indirettamente valori mobiliari dell’emittente o degli emittenti interessati da questa informazione, sfruttando consapevolmente tale informazione privilegiata».
L’art 180, t.u sanziona chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione della partecipazione al capitale di una società ovvero dell’esercizio di una funzione, anche pubblica di una professione o di un ufficio acquista vende o compie altre operazioni, anche per interposta persona, su strumenti finanziari avvalendosi delle informazioni medesime.
Il legislatore ha preferito utilizzare la terminologia strumenti finanziari al fine di ricomprendere quale oggetto materiale del reato anche tutte le tipologie contrattuali — si veda la definizione di cui all’art. 1 — attraverso le quali vengano scambiati i valori mobiliari, nonché i contratti collegati a tassi valute, merci, indici.
Il contenuto dell’informazione differenzia nettamente questa fattispecie di reato rispetto all’ipotesi speculativa tipica dell’aggiotaggio.
Il trading dell’insider si fonda, infatti su notizie vere, mentre l’aggiotaggio incrimina le interferenze sull’andamento dei mercati che conseguano ad informazioni false, esagerate o tendenziose.
· Comunica informazioni privilegiate a un’altra persona, salvo che ciò avvenga nell’ambito del normale esercizio del proprio lavoro, della propria professione o delle proprie funzioni (art. 3);
· Raccomanda ad un’altra persona di acquisire o cedere o induce un’altra persona ad acquisire o cedere, in base ad informazioni privilegiate, strumenti finanziari a cui tali informazioni si riferiscono (art. 3);
– Sfruttarle a proprio vantaggio;
– Comunicarle a terzi;
– Raccomandare a un terzo di acquisire o cedere strumenti finanziari in base a informazioni privilegiate.;
In particolare la nuova nozione di insider secondario accolta dal legislatore comunitario sembra averne esteso l’ambito di operatività, concentrando l’attenzione affinché si integri il comportamento illecito sulla consapevolezza della natura privilegiata dell’informazione da parte di chi commette gli atti di trading, tipping o tuyautage, e non piuttosto, come avveniva in precedenza, sulla fonte dell’informazione riservata (da ricondursi cioè ad un insider primario che l’abbia rivelata).
Secondo l’art 3, gli Stati membri dovranno vietare alle persone soggette ai divieti di cui all’articolo 2:
a) di comunicare informazioni privilegiate a un’altra persona se non nell’ambito del normale esercizio del loro lavoro,
b) di raccomandare ad un’altra persona di acquisire o cedere o di indurre un’altra persona ad acquisire o cedere, in base
Ad un insider primario è vietato di « utilizzare tali informazioni [privilegiate] acquisendo o cedendo, o cercando di acquisire o cedere, per conto proprio o per conto terzi, direttamente o indirettamente, gli strumenti finanziari cui le informazioni si riferiscono» (art. 2, paragrafo 1). Questo divieto è formulato in termini molto generali. L’abuso di informazioni privilegiate è proibito anche qualora l’insider ricorra a prestanome, fiduciari ecc. o esegua l’operazione per conto di terzi. .
Agli insiders primari è vietato anche « comunicare informazioni privilegiate a un’altra persona se non nell’ambito del normale esercizio del loro lavoro; della loro professione o delle loro funzioni» (art. 3, lett. a).
Agli insiders primari è poi vietato di «-raccomandare ad un’altra persona di acquisire o cedere o di indurre un’altra persona ad acquisire o cedere, in base a informazioni privilegiate, strumenti finanziari a cui tali informazioni si riferiscono ».
Una tale condotta ha funzione simile al tipping, anche se l’informazione rilevante non viene divulgata.
L’operazione è conclusa a seguito di una raccomandazione che è, a sua volta, fondata su un’ informazione privilegiata.
Nella previgente Direttiva, si applicava agli insiders secondari solo il divieto dell’attività di negoziazione.
In fòrza della nuova disciplina, ai tippees è vietato anche comunicare informazioni privilegiate e raccomandare ad un’altra persona di acquisire o cedere strumenti finanziari a cui tali informazioni si riferiscono.
Ciò pare ragionevole; nella misura in cui gli insiders in genere sono caratterizzati dal possesso di informazioni privilegiate e l’insider secondario «sa… o avrebbe … dovuto sapere trattarsi di informazioni privilegiate» (art. 4).
La Direttiva adotta una definizione ampia di abuso di mercato, che comprende l’abuso di informazioni privilegiate e la manipolazióne del mercato, entrambi definiti in termini abbastanza flessibili da «garantire che nuove pratiche abusive, che dovessero emergere in futuro, possano esservi opportunamente ricomprese ».
Inoltre, l’ambito applicativo del divieto . di abuso di mercato non è limitato ai mercati regolamentati, per evitare che altri tipi di mercati, quali i sistemi alternativi di negoziazione (Alternative Trading Systems) possano essere utilizzati a fini abusivi .
L’art. 9 della Direttiva richiede solo che uno strumento finanziario sia « ammesso alla negoziazione in un mercato regolamentato di almeno uno Stato membro» o che sia «stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in detto mercato, a prescindere dal fatto che le operazioni di negoziazione abbiano o meno effettivamente luogo in tale mercato».
– l’art. 184 riguarda un reato vero e proprio, come tale soggetto a sanzioni penali (reclusione o multa);
– l’art. 187-bis descrive invece un illecito amministrativo, come tale soggetto esclusivamente a sanzioni pecuniarie.
– relativamente alla fattispecie di cui all’art. 184, trattandosi di un reato vero e proprio, la Società verrà colpita attraverso il normale meccanismo del Decreto 231/2001 (si veda il nuovo art. 25-sexies aggiunto al Decreto stesso);
– con riferimento all’art. 187-bis, invece, non trattandosi di un reato, non opererà il meccanismo del Decreto 231, bensì l’esplicita previsione contenuta all’art. 187-quinquies, proprio intitolato “responsabilità dell’ente”.
– compie operazioni, per conto proprio o per conto terzi, su strumenti finanziari utilizzando le informazioni medesime;
– comunica tali informazioni ad altri, al di fuori del normale esercizio del lavoro, della funzione, della professione o dell’ufficio;
– raccomanda o induce altri, sulla base di esse, al compimento di operazioni sugli stessi strumenti finanziari.
– Direzione Amministrazione Finanza e Controllo;
– Direzione Corporate e Finanza Straordinaria ;
– Direzione Risorse Umane e Organizzazione ;
– Direzione Marketing e Sviluppo Business ;
– Vertice Direzionale;
– Ufficio Stampa.
Nel solco della tradizione (“vecchio”art. 180, art. 2 legge 157/91), l’art. 184 comma descrive l'”insider” come “chiunque”, ma – in realtà – il soggetto è selezionato tra coloro che, “in ragione” di specifico ruolo, possono acquisire e detenere notizie privilegiate.
– partecipazione ad una società, (insiders istituzionali o corporate insiders);
– coloro che ricoprono una mansione esterna all’apparato organizzativo sociale, ma che consente loro di accedere episodicamente ad informazioni privilegiate (temporary insiders);
– di membro di organo di amministrazione, direzione, controllo” in seno alla società “emittente”;
– di esercitare un’attività lavorativa (, una professione () o una funzione anche pubblica (es. organo di vigilanza), o un ufficio
– (art. 184 comma 2) di eseguire un'”attività delittuosa” “in fieri” o consumata (tramite la quale, pur non rivestendo le qualità dianzi descritte, è possibile carpire le notizie privilegiate (es. captazione di notizia, ottenuta con interferenza illecita nell’altrui via privata, art. 615 bis cp., o con accesso abusivo a sistemi informatici, art. 615 ter cp.; ovvero per sottrazione furtive di documenti o per istigazione alla rivelazione di segreti, art. 616 e ss. cp., per corruzione privata ex art. 2635 cod. civ., ecc
Il legislatore ha lasciato sostanzialmente fuori dall’area della punibilità il portatore di conoscenza occasionale o da questi fortuitamente acquisita.
La qualifica oggettiva delimita, inoltre, sensibilmente la portata di queste norme: esse di riferiscono esclusivamente agli esponenti delle “società emittenti” di “strumenti finanziari” (lett. a) ammessi alla negoziazione o per i quali è stata presentata richiesta di ammissione presso mercato regolamentato italiano o di altra paese dell’Unione Europea.
Non, quindi, a qualsiasi società di capitali ancorché emittente di strumenti finanziari: in tal senso è la negoziazione presso il mercato regolamentato dei prodotti emessi dall’ente societario ad identificare l’ente verso cui disporre l’applicazione di queste nuove fattispecie.
Per l’Italia l’Autorità designata è la CONSOB .
A questa Autorità sono conferiti tutti i poteri di vigilanza e di indagine necessari per l’esercizio delle sue funzioni.
richiedere informazioni a qualsiasi persona, incluse quelle che intervengono successivamente nella trasmissione degli ordini o nell’esecuzione delle operazioni in questione, e ai loro mandanti e, se necessario, convocare e procedere all’audizione di una persona;
richiedere la temporanea interdizione dall’esercizio dell’attività professionale.
La nozione formale-sostanziale dì reato parla di un fatto umano previsto dalla legge (principio di legalità) in modo tassativo (principio di tassativi là) ed irretroattivamente {principio d’irretroattività), attribuibile al soggetto sia causalmente (principio di materialità) che psicologicamente (principio di soggetività), offensivo di un bene giuridico costituzionalmente significativo(BRICOLA, FIANDACA-MUSCO) o, comunque, non incompatibile con i valori costituzionali (principio di offensività), sanzionato con una pena proporzionata, astrattamente, alla rilevanza del valore tutelato e, concretamente, alla personalità dell’agente (principio della responsabilità penale personale), umanizzata e tesa alla rieducazione del condannato (principio del finalismo rieducativo della pena).
La dottrina, analizzando le singole figure criminose, ha elaborato una teoria generale del reato, che individua nella struttura dell’illecito penale una serie di elementi costitutivi comuni a tutte le fattispecie criminose.
L’analisi della struttura del reato ha condotto alla formazione di due diverse concezioni: la teoria della tripartizione e la teoria della bipartizione.
Secondo la prima teoria, il reato si compone di tre elementi ossia il fatto tipico, l’antigiuridicilà obiettiva e la colpevolezza.
Ad essa si conlrappone quella della bipartizione, che distingue l’elemento oggettivo da quello soggettivo.
— condotta (unico elemento sempre necessario) Si traila di un requisito primo ed imprescindibile dell’illecito penale, ossia, è il comportamenio umano costituente reato;
— evento. Si tratta dell’effetto o risultato della condotta umana che il diritto prende i considerazione per ricollegare al suo verìficarsi conseguenze giuridiche (ar ex ari, 40 c.p.). La dottrina (MANTOVANI) individua due diverse conceziof dell’evento:
· concezione naturalistica secondo cui l’evento è l’effetto naturale della condotta umana.In realtà, dalla condotta possono derivare molteplici effetti ma quello penalmenle rilevante è solo l’evento Tipico che può essere:a) elemento essenziale del reato;b) elemento aggravante;
· concezione giuridica secondo cui l’evento penalmente rilevante è dato dall’offesa dell’interesse protetto dalla norma.
b) elementi negativi: ossia gli elementi che devono mancare perché si abbia la fattispecie criminosa. Si tratta dell’assenza di cause di giustificazione.
– la colpevolezza. Per la sussistenza del reato, non è sufficiente che il soggetto ponga in esse­re un fatto corrispondente ad una fattispecie astratta penalmente sanzionata, occorrendo, oltre al nesso di causalità, un legame psichico di attribuibilità del fatto alla volontà dell’agente.Tale esigenza è espressa dall’art. 27, comma 1, Cost., il quale, affermando chela «responsabilità penale è personale», sancisce il principio della respon­sabilità per fatto proprio colpevole. Ne consegue l’illegittimità costituzionale non solo della responsabilità per fatto altrui ma anche della responsabilità aggettiva.
– Il dolo.. È la forma tipica della volontà colpevole (art. 42 comma 2 c.p.).Il reato è doloso o, secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o perico­loso, che è il risultato dell’azione o dell’omissione da cui la legge fa dipendere l’esistenza di un reato, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione (art. 43 c.p.).Il dolo presuppone:a) un momento rappresentativo: in quanto occorre che l’agente abbia la visio­ne anticipata di tutti gli elementi significativi del fatto che, secondo una determinata norma incriminatrice, costituiscono il reato;b) un momento volitivo: in quanto occorre che la volontà dell’agente sia rivolta alla effettiva realizzazione della condotta e dell’evento conseguente ad essa.
Il possesso dell'”informazione privilegiata” è il presupposto del reato.
E’ proprio il possesso di quel corredo informativo a generare illecito squilibrio cognitivo, rispetto agli altri investitori.
L’abrogata legge 157/91 qualificava questo presupposto come una situazione di pericolo astratto che paralizzava l’autore da una serie cospicua di attività.
E’ interessante seguire l’evoluzione di questa fattispecie, caratterizzata dalla difficile prova processuale.
Per impedire l’inammissibile vantaggio la legge impone ai detentori dell’informazione privilegiata di astenersi sia dall’operare sia dal comunicare o consigliare altri in merito all’operazione.
Si tratta, quindi, di un obbligo di “non facere”, la cui violazione integra la condotta incriminata e che viene descritta dall’ art. 184 comma 1.
E ‘ vietato acquistare, vendere o compiere altre operazioni (una condotta commissiva, con l’esclusione dei casi in cui l’informazione privilegiata suggerisce rinuncia all’affare, cd. “insider non trading”), realizzate direttamente o indirettamente .
L’elemento – “per conto proprio o per conto di terzi”, e “utilizzando” le informazioni medesime e non più “avvalendosi” , forse, meglio sottolinea – anche per un riguardo soggettivo – lo sfruttamento del possesso dell’informazione privilegiata in vista dell’operazione mobiliare;.
Altro elemento è la – comunicazione dell’informazione privilegiata ad altri “fuori del normale esercizio del lavoro, della professione, della funzione, dell’ufficio”, così maggiormente precisando l’abrogato “senza giustificato motivo” (senza revocare, tuttavia, l’incertezza sull’area di manovra comunicativa in seno al gruppo societario, quando il trasferimento del corredo privilegiato dalla “holding” giovi ad un organismo periferico)
Raccomandare o indurre altri, sfruttando il possesso privilegiato, al compimento di operazioni mobiliari (definizione più forte e circoscritta della pregressa “consiglia”) risulta altra condotta prevista.
Non si ravvisa reato se l’investitore/cliente si sia autonomamente determinato all’operazione materialmente compiuta e perfezionata dall’operatore/professionista, pur possessore della notizia privilegiata.
Al contempo, è opinione condivisa che il divieto di astensione dall’operazione/consiglio supera ogni dovere deontologico verso il cliente.
Innovativa e di portata molto semplificatrice è l’esclusione dal rilievo penale (previsto dal vecchio art. 180 comma 2) della condotta del cd. “tippee”, cioè del percettore (consapevole della provenienza ingiustificabile) della notizia privilegiata che, a sua volta, utilizzi l’informazione per fini di speculazione (insider secondario).
La nuova formulazione della fattispecie ridimensiona quel sistema di inarrestabile ed indeterminabile estensione dell’illecito nelle fasi successive (“a cascata”) dell’abusivo primo utilizzo della notizia, sino ai cd. “second generation tippees”.
La tendenza a ritenere sufficiente che l’insider abbia agito con la consapevolezza che l’informazione privilegiata non era a conoscenza del pubblico e con la volontà di compiere quell’operazione in borsa;
La locuzione «utilizzando» o altre similari tendono a delimitare la fattispecie alle ipotesi in cui si dimostri che l’agente si è effettivamente avvalso dell’informazione, ma questo comporta una indagine sulle motivazioni dell’operazione destinata a rendere la norma di fatto difficilmente operante.
Se il divieto ruota sulla violazione di un obbligo di astensione sul presupposto della conoscenza dell’informazione privilegiata, il trading è già l’utilizzazione della notizia: anche se, sul piano del dolo, non si potrà prescindere dalla rappresentazione del rapporto di potenziale utilità tra il trading e l’informazione privilegiata.
Nell’insider trading la previa conoscenza delle notizie privilegiate connota l’illiceità dell’operazione su titoli.
E, dunque la prova d’accusa deve dimostrare la consapevolezza nel soggetto:
– del possesso della notizia
– del carattere privilegiato della stessa,
– della sua potenzialità modificativa, in termini sensibili, del prezzo dello strumento finanziario.
– della consapevolezza del rapporto strumentale tra l’informazione e la ragione dell’operazione.
1.1.7. L’elemento psicologico
Per integrare le fattispecie di reato nell’utilizzazione delle informazioni privilegiate l’elemento psicologico deve consistere per gli insiders:
– nella coscienza di detenere informazioni privilegiate;
– nella volontà di avvalersene.
Nell’ art. 2, co. 1, L. n. 157/1991, si limitava a richiedere la percezione della valenza delle conoscenze detenute, cioè “del rapporto di (almeno potenziale) utilità tra la transazione stessa e la conoscenza privilegiata” escludendo quindi qualsiasi indagine di tipo motivazionale.
Al fine di comprendere la portata dell’innovazione normativa, è opportuno sottolineare che l’art. 2, co. 1, L. n. 157/1991 non mirava certo a spostare il fuoco del disvalore penale dall’utilizzazione di informazioni riservate alla mera trasgressione dell’obbligo di astensione, essendo evidente che il contenuto offensivo della condotta si radicava pur sempre nell’indebito sfruttamento del vantaggio conoscitivo; onde la violazione di tale obbligo era sanzionata non in sé, ma in quanto fondata sulla presunzione che l’operazione di borsa compiuta dal detentore della conoscenza privilegiata implicasse un uso della medesima.
Secondo la dottrina prevalente “il requisito dell’avvalersi rinvia non ad un intento speculativo – di per sé sempre presente in ogni operazione di borsa – ma, semplicemente, alla necessaria rilevanza esplicata dall’informazione sul processo decisionale. ora come prima, dunque, si tratta di un dolo generico, che il più delle volte potrà desumersi dalle circostanze del fatto concreto e dalla dimostrazione della consapevolezza nell’agente del proprio vantaggio informativo, ma che al contempo vale a sbarrare il passo ad inique soluzioni imposte dalla presunzione assoluta prima vigente”.
L’esigenza di dimostrare “che l’agente si è effettivamente avvalso dell’informazione comporta una indagine sulle motivazioni dell’operazione” tale difficilissima ricognizione rischia di rendere la norma di fatto non operante.
– di trasmettere a terzi il proprio vantaggio conoscitivo;
– di indurli al compimento di una favorevole operazione di borsa.
E’ opportuno considerare, tuttavia, che in presenza del medesimo elemento psicologico la condotta è in grado di integrare ulteriori fattispecie incentrate sulla rivelazione di notizie segrete o riservate, qualora ne derivi la verificazione o la verificabilità di un danno per il titolare del segreto.
Al fine di evitare un’irrazionale duplicazione di sanzioni in relazione al medesimo fatto, per la configurabilità del reato previsto dall’art. 180, lett. b), sembra quindi indispensabile anche il fine specifico di favorire altrui operazioni di borsa, tale specifico finalismo è invece implicito nel fatto di dare consiglio ad altri (c.d. tuyautage).
Innanzitutto, per i limiti edittali elevati, con particolare riferimento ai due massimi; ricordandosi poi che ai sensi dell’art. 133 bis c.p., il giudice, nel determinare in concreto l’ammontare della pena pecuniaria anche in doversosa considerazione delle condizioni economiche del soggetto attivo del reato, potrebbe aumentare la stessa o diminuirla fino ad un terzo, allorquando, proprio per le condizioni economiche del reo, egli reputasse inefficace la misura massima ovvero eccessivamente gravosa la misura minima.
L’aggravante (speciale ad effetto speciale, con intervento aggravatore sulla pena pecuniaria) operativa nei confronti delle ipotesi di abuso di informazioni privilegiate , poi, al giudice la possibilità di “aumentare la multa fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto, per le qualità personali del colpevole o per l’entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato, essa appare inadeguata anche se applicata nel massimo”.
Ai sensi dell’art. 186, la condanna per i delitti considerati importa l’applicazione delle pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici, dell’interdizione da una professione o da un’arte, dell’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e dell’incapacità temporanea di contrarre con la pubbblica amministrazione.Ciò, per una durata non inferiore a sei mesi e non superiore a due anni, in un quadro quindi di discrezionalità giudiziale circa l’individualizzazione e la concretizzazione della durata.
Ancora, è prevista la pena accessoria della pubblicazione della sentenza di condanna (art. 36 c.p., con la regola che solitamente essa avviene per estratto, salvo che il giudice espressamente disponga la pubblicazione per intero) “su almeno due quotadiani, di cui uno economico, a diffusione nazionale”.
Nel caso di condanna, per entrambe le ipotesi penali il legislatore ha disposto l’operatività della “confisca del prodotto o del profitto conseguito da reato e dei beni utilizzati per commetterlo”, ove ‘classicamente’ (e con estrema sintesi) per prezzo del reato si intenderanno quelle ‘cose’ che vennero date per determinare il soggetto attivo al reato stesso, quali ad esempio denaro od altre utilità economiche, mentre per profitto, tenuta ferma l’esigenza di un diretto collegamento eziologico con il reato commesso, si intenderanno quelle cose che ne costituiscono l’utilità economica immediata.
Alternativamente, stanti le particolari caratterizzazioni di cui all’art. 187 d. lgs. 58/1998, nel suo rinnovato testo, nell’impossibilità di eseguire la confisca a norma di quanto appena indicato, essa potrà avere ad oggetto una somma di denaro, ovvero altri beni di equivalente valore.
Va rilevato che il legislatore ha previsto altresì l’eventualità della specifica depenalizzazione di alcune ipotesi, con particolare riferimento alle fattispecie di abuso di informazioni privilegiate, stabilendo che (art. 9, n. 6 l. 62/2005): “Le disposizioni previste nella Parte V, Titolo I bis di cui al decreto legislativo 28 febbraio 1998, n. 58, si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge che le ha depenalizzate, quando il relativo procedimento penale non sia stato definito.
Per ogni altro effetto si applica l’articolo 2 del codice penale. L’autorità giudiziaria, in relazione ai procedimenti penali per le violazioni non costituenti più reato, pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge, se non deve pronunciare decreto di archiviazione o sentenza di assoluzione o di proscioglimento con formula che esclude la rilevanza penale del fatto, dispone la trasmissione degli atti alla CONSOB.
Da tale momento decorre il termine di centottanta giorni per la notifica dell’atto di contestazione delle violazioni.”.
Tornando all’analisi degli illeciti nel particolare aspetto sanzionatorio, si presenta fortemente presumibile l’opzione legislativa inerente la previsione del cumulo delle risposte sanzionatorie penali ed amministrative allorquando entrambe le ipotesi (con identica condotta appunto) risultino realizzate.
Come precedentemente indicato in riferimento alla parte sanzionatoria degli illeciti penali, anche negli illeciti punitivo-amministrativi il legislatore ho optato per sanzioni elevate nei limiti edittali astratti, identiche nel quantum alle pene pecuniarie delle correlative fattispecie penali ( rispettivamente da euro ventimila ad euro tre milioni per l’abuso di informazioni privilegiate e da euro ventimila ad euro cinque milioni per la manipolazione del mercato).
Come già accennato, particolare significatività rivestono nel contesto dell’apparato sanzionatorio qui al vaglio le sanzioni accessorie, le quali, con riferimento al sistema puntivo-amministrativo, sono regolate dagli artt. 20 e 21 della l. 689/81.
Infatti, l’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie “importa la perdita temporanea dei requisiti di onorabilità per gli esponenti aziendali ed i partecipanti al capitale dei soggetti abilitati, delle società di gestione del mercato, nonché per i revisori e i promotori finanziari e, per gli esponenti aziendali di società quotate, l’incapacità temporanea ad assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo nell’ambito di società quotate e di società appartenenti al medesimo gruppo di società quotate”, con una durata non inferiore a due mesi e non superiore a tre anni.
La CONSOB, poi, “tenuto conto della gravità della violazione e del grado della colpa, può intimare ai soggetti abilitati, alle società di gestione del mercato, agli emittenti quotati e alle società di revisione di non avvalersi, nell’esercizio della propria attività e per un periodo non superiore a tre anni, dell’autore della violazione, e richiedere ai competenti ordini professionali la temporanea sospensione del soggetto iscritto all’ordine dall’esercizio dell’attività professionale”.
Nel caso di applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie, per entrambe le ipotesi puntivo-amministrative il legislatore – sempre con formula analoga all’opzione penale – ha disposto l’operatività della “confisca del prodotto o del profitto conseguito da reato e dei beni utilizzati per commetterlo”, nelle particolari caratterizzazioni di cui all’art. 187 sexies d. lgs. 58/1998, nel suo innovativo testo, ai sensi del quale nell’impossibilità di eseguire la confisca a norma di quanto appena indicato, essa potrà avere ad oggetto una somma di denaro, ovvero altri beni di equivalente valore.
In secondo luogo, la legge comunitaria effettua una sostanziale equiparazione (fatto salvo il massimo edittale della multa per il caso di manipolazione) del trattamento sanzionatorio penale previsto in relazione alle due fattispecie criminose che, invece, presentano una diversa offensività, essendo la manipolazione del mercato di norma più grave dell’abuso di informazioni privilegiate.
Con riguardo alla disciplina previgente si registra, da un lato, un significativo inasprimento delle sanzioni: l’abuso di informazioni privilegiate è punito, ai sensi del previgente articolo 180 TUF, con la reclusione fino a due anni e con la multa da euro 10.329 a euro 309.874 mentre per quanto riguarda gli illeciti amministrativi, l’abuso di informazioni privilegiate è punito con sanzione amministrativa pecuniaria da euro ventimila a euro tre milioni
Va, soprattutto, evidenziato il significato non univoco dell’inciso “salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato”, con riferimento al primo comma dei nuovi articoli 187-bis e 187-ter.
La legge 18.4.2005 n. 62, rubricata come “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità Europee. Legge comunitaria 2004”, recepisce all’art. 9 la Direttiva Comunitaria 2003/6/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 28.1.2003, in materia di “abusi di mercato”, nonché le successive direttive attuative 2003/124/CE, 2003/125/CE, 2004/72/CE (essendo già stato precedentemente emanato il Regolamento CE/2273/2003 sulle esenzioni, al quale il corpus normativo viene a coordinarsi).
Essa riformula organicamente il sistema dei reati e degli illeciti amministrativi consistenti nel distorto utilizzo di informazioni dirette al mercato mobiliare, intervenendo mediante l’art. 9, in sostanza, su quel capitolo che il D.L.vo 58/98 (TUF) dedicava all’abuso delle informazioni al mercato ed alla loro manipolazione in seno agli artt. da 180 a 187 bis.
Inoltre, collega questa materia alla disciplina della responsabilità amministrativa degli enti, incrementando (art. 9 comma 3) – mediante le nuove fattispecie – il novero dei “reati presupposto” già contemplato dal D. Lvo 231/01: la legge dà vita ad un nuovo art. 25 sexies denominato, appunto, “abusi di mercato”, con rinvio formale alle figure di reato, Abuso di informazioni privilegiate e Manipolazioni del mercato.
Prevedendo, inoltre, anche una circostanza aggravante che consente l’aumento della sanzione così determinata, di un importo assommante fino a dieci volte non già della pena pecuniaria stabilita dal giudice (secondo la regola generale derivabile dall’art. 11 del D. L.vo 231/01), bensì del valore rappresentato dal prodotto/profitto del reato.
Per ciò che concerne le riformate ipotesi di ‘abuso di informazioni privilegiate’, coesistono due fattispecie, identiche nelle modalità comportamentali e difficilmente distinguibili anche in punto elemento soggettivo, ma qualificate da differente natura giuridica: una fattispecie delittuosa (art. 184 d. lgs. 58/1998) ed una fattispecie punitivo-amministrativa (art. 187 bis d. lgs. cit.).
E di quest’ultima ci si permette subito anticipare l’esordio – determinante per inquadrarne l’operatività nei confronti della analoga fattispecie penale – fissato nella formula normativa. “Salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato…”.
Con l’art. 9, n. 3, l. comunitaria 2004 (l. 18 aprile 2005, n. 62) è stato inserito nel d.lgs. 231/2001 l’art. 25-sexies( [1]), rubricato Abusi di mercato. In forza di questo, in relazione alla commissione dei reati di abuso di informazioni privilegiate e di manipolazione del mercato previsti dalla Parte V del Titolo 1-bis, capo II, d. lgs. 58/1998, l’ente sarà responsabile, nel rispetto, ovviamente, dei limiti e dei criteri di cui all’art. 5 d. lgs. 58/1998.
Infine, ai sensi dell’art. 187-quinquies d.lg. 58/1998 (sempre inserito ai sensi della l. comunitaria 2004), il legislatore ha creato una ulteriore forma di responsabilità dell’ente conseguente alla realizzazione dei nuovi illeciti amministrativi (che, come appena accennato, si affiancano nel sistema punitivo alle corrispondenti ipotesi di reato) di abuso di informazioni privilegiate di cui all’art. 187 bis e di manipolazione del mercato di cui all’art. 187 ter, da parte di soggetti che vengono normativamente individuati sulla base delle indicazioni soggettive di cui all’art. 5 del d. lgs. 231/2001: “persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria o funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione o il controllo dello stesso” e “persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti” apicali.
Il comma 5 dell’art. 180 del t.u.f. prevede espressamente l’ipotesi di patteggiamento nell’ambito dell’insider trading.
Tale innovazione è stata provocata da due sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti che avevano destato sensazione per l’esiguità della sanzione applicata.
I termini di prescrizione incidono in maniera rilevante sull’applicazione della sanzione penale, che nel caso specifico risente come già indicato dell’appesantimento delle modalità di accertamento del reato e della delimitazione della operatività della norma.
La regola generale dettata dall’art. 157 del c. p. prevede al punto 4) che il tempo di prescrizione è di “cinque anni se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a 5 anni”, il successivo art. 158 indica che il termine della prescrizione decorre per il reato consumato dal giorno della sua consumazione e per il reato tentato dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole.
Ciò posto e considerato anche i normali tempi processuali, anche la prescrizione appare un ulteriore e deciso ostacolo alla soppressione dell’illecito in argomento.
– operazioni od ordini di compravendita che forniscano o siano idonei a fornire indicazioni false o fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo di strumenti finanziari
– operazioni di ordini di compravendita che consentono, tramite l’azione di una o di più persone che agiscono di concerto, di fissare il prezzo di mercato di uno o più strumenti finanziari a un livello anomalo o artificiale
– operazioni od ordini di compravendita che utilizzano artifizi od ogni altro tipo di inganno o di espediente
– Se gli ordini di compravendita impartiti o le operazioni eseguite da persone sono preceduti o seguiti dalla diffusione di informazioni false o fuorvianti da parte delle stesse persone o da persone ad esse collegate.
– Se vengono impartiti ordini di compravendita o eseguite operazioni da parte di persone, prima o dopo che le stesse persone, a esse collegate, abbiano elaborato o diffuso ricerche o raccomandazioni di investimento errate o tendenziose o manifestatamene influenzate da interessi rilevanti.
– Rammentiamo che ciascuno è libero di compiere le operazioni che giudica opportune e pertanto la manipolazione non deve verificarsi unicamente quando vi sia un guadagno bensì, paradossalmente, anche qualora si verificasse una perdita, voi perché la stessa non era attesa ed è il risultato di un effetto non previsto, voi perché, chi ha manipolato, pur avendone le intenzioni non possedeva le capacità ed ha finito per arrecare un danno a se stesso.
II primo caso preso in considerazione dalla Direttiva è quello delle «operazioni o ordini di compravendita … che forniscano, o siano suscettibili di fornire, indicazioni false ovvero fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo degli strumenti finanziari» (art. 1, n. 2, lett. a), primo periodo).
Per esempio, l’art. 4, lett. d) di questa Direttiva chiede di considerare: « se le operazioni eseguite non determinano alcuna variazione nella proprietà beneficiaria di uno strumento finanziario … », mentre l’art. 4, lett. a) guarda a «la misura in cui gli ordini di compravendita impartiti o le operazioni eseguite rappresentano una quota significativa del volume giornaliero di scambi dello strumento finanziario pertinente …, in particolare quando tali attività determinano una significativa variazione del prezzo dello strumento finanziario ».
Un altro caso è previsto dal secondo trattino dell’art. 1, n. 2, lett. a) della Direttiva sull’abuso di mercato, che parla di « operazioni o ordini di compravendita … che consentano, tramite l’azione di una o di più persone che agiscono in collaborazione, di fissare il prezzo di mercato di uno o più strumenti finanziari ad un livello anormale o artificiale ».
Chi ha posizioni “corte” … deve spendere ingenti somme per ottenere ulteriori scorte da consegnare o pagare un premio a colui che detiene le posizioni lunghe » .
L’ari. 1, n. 2, lett. e) della Direttiva parla della « diffusione di informazioni tramite i mezzi di informazione … o tramite ogni altro mezzo, che:forniscano, o siano suscettibili di fornire, indicazioni false ovvero fuorvianti .in merito agli strumenti finanziari …».
Lo stesso art. 1, n. 2 riporta più avanti un altro esempio relativo a coloro i quali avendo un accesso occasionale o regolare ai mezzi di informazione « diffondono una valutazione su uno strumento finanziario … dopo aver precedentemente preso posizione comandarlo ad altri e, quindi, nella sua cessione con un guadagno per l’incremento di prezzo provocato dalla raccomandazione.
L’ultimo capo-verso del punto 2) dell’art 1 della direttiva prevede, intatti, che la definizione di manipolazione di mercato potrà essere nel tempo adattata al fine di garantire l’inclusione di nuovi tipi di attività che – in base alla prassi -saranno considerate di natura illecita .
Un novero davvero indeterminato, salvo a leggere – nel tentativo di costruire dei confini più specifici e conosciuti dal diritto – una identificazione di “artificio” con “simulazione”, rendendo sostanzialmente ridondante il testo.
Indubbiamente esterni alla fattispecie sono gli atti di reale acquisto o vendita di titoli, effettuati al fine – presente sin dall’avvìo dell’operazione – di lucrare la plusvalenza in seno alla vendita.
Occorre, cioè, un nesso – verificato in concreto – tra atto manipolativo della verità ed alterazione del corso del titolo, risultato che rappresenta l’oggetto della tutela normativa.
Nella Comunicazione n DME 5078692 del 29 11 2005 ritroviamo(nella sezione A) esempi di manipolazione del mercato e di operazioni sospette indicati dal Committee of European Securities Regulators (CESR)([5]) nel documento “Market Abuse Directive. Level 3 – First set of Cesr guidance and information on the common operation of the Directive”([6]).
In data 29 novembre 2005 la Consob ha approvato le modifiche al Regolamento Mercati di attuazione del Testo unico come modificato e integrato dalla legge “comunitaria 2004″([7]) di recepimento della normativa europea in materia di abusi di mercato.
Gli esempi di manipolazione del mercato contenuti nella Sezione A sono riportati ad integrazione di quanto previsto dall’articolo 62, comma 5, del Regolamento Mercati e devono servire agli operatori per l’identificazione di variabili importanti (c.d. “diagnostic flags” o “signals”) nel monitoraggio della propria attività.
1) Esempi riferiti all’articolo 187-ter, comma 3, lettera a), del Testo unico, c.d. “False / Misleading Transactions” (Operazioni false o fuorvianti):
2) Esempi riferiti all’articolo 187-ter, comma 3, lettera b), del Testo unico, c.d. “Price Positioning” (Operazioni che fissano i prezzi a livelli anomali o artificiali):
e) Excessive bid-ask spread (Eccessive quotazioni “denaro – lettera”). Questo comportamento è di solito posto in essere da intermediari – quali gli specialisti o i market makers che operano di concerto – che abusando del loro potere di mercato posizionano e/o mantengono intenzionalmente il bid-ask spread su livelli artificiali e/o lontani dal fair value.
3) Esempi riferiti all’art. 187-ter, comma 3, lettera c), del Testo unico, c.d. “Transactions involving fictitious devices / deception” (Operazioni che utilizzano artifizi, inganni o espedienti).
a) Concealing ownership (Celare la proprietà). Questo comportamento prevede la conclusione di un’operazione o di una serie di operazioni per nascondere quale sia la vera proprietà su uno strumento finanziario, tramite la comunicazione al pubblico – in violazione alle norme che regolano la trasparenza degli assetti proprietari – della proprietà di strumenti finanziari a nome di altri soggetti collusi. La comunicazione al pubblico risulta fuorviante rispetto alla vera proprietà degli strumenti finanziari. (Questo comportamento non riguarda i casi in cui esistono motivi legittimi che consentono l’intestazione degli strumenti finanziari in nome di un soggetto diverso dal proprietario. Inoltre, una scorretta comunicazione di una partecipazione rilevante non implica necessariamente una manipolazione del mercato.)
d) Trash and cash (Screditare e incassare). Questo comportamento è esattamente l’opposto del “pump and dump”. Un soggetto prende una posizione ribassista su uno strumento finanziario ed effettua un’ulteriore attività di vendita e/o diffonde fuorvianti informazioni negative sullo strumento finanziario in modo da ridurne il prezzo. Il manipolatore chiude così la posizione dopo la caduta del prezzo.
4) Esempi riferiti all’art. 187-ter, comma 1, del Testo unico, c.d. “Dissemination of false and misleading information” (Diffusione di informazioni false o fuorvianti).
Per meglio prospettare la complessa struttura dell’ apparato sanzionatorio assai corposo ed afflittivo determinato dal recepimento della direttiva sul market abuse, (manipolazione del mercato),è opportuno inquadrarele differenti ipotesi ‘punitive’ oggi esistenti:
quali illeciti penale perpetrabili da un soggetto attivo ‘persona fisica’;
quali illeciti degli ‘enti’;
in posizione ‘apicale’, (quale persona che rivesta funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale o come persona che eserciti, anche di fatto, la gestione od il controllo dell’ente medesimo) che abbia agito nell’interesse od a vantaggio dell’ente,
in posizione di ‘sottoposto’, quale persona appunto sottoposta alla direzione od alla vigilanza di uno dei soggetti in posizione ‘apicale’ (art. 5 d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231).
E’indispensabile chiarire, con riferimento al primo comma dei nuovi articoli 187-bis e 187-ter del testo unico dell’intermediazione finanziaria, la portata dell’inciso “salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato” non avendo l’espressione un significato univoco.
Il rapporto fra illeciti penali e illeciti amministrativi è disciplinato dall’articolo 9 della legge n. 689 del 1981, che prevede in linea di massima l’applicazione della disposizione speciale .
Il criterio generale (talora derogato, prevedendosi l’applicazione della disposizione penale) dell’ordinamento è quello per cui il medesimo fatto illecito viene in ogni caso sanzionato una sola volta o sul piano amministrativo ovvero su quello penale.
La deroga a questo principio generale era fino al 2000 contenuta nell’articolo 10 del decreto-legge n. 429 del 1982 (c.d. “Visentini”), ma anche questa eccezione è stata eliminata con la riforma attuata con il decreto legislativo n. 74 del 2000, che ha, introdotto in questo ambito il principio di specialità .
L’articolo 187-duodecies del TUF, come novellato dall’articolo 9, fissa il principio che il procedimento amministrativo di accertamento non possa essere sospeso per la pendenza del procedimento penale avente ad oggetto gli stessi fatti (autonomia dei due procedimenti).
In effetti, per quanto riguarda il presunto cumulo tra la sanzione amministrativa e la pena pecuniaria, provvederebbe l’articolo 187-terdecies, come novellato dall’articolo 9, secondo il quale dalla pena pecuniaria eventualmente applicabile va scomputata la sanzione amministrativa già irrogata.
Altra considerazione concerne il nuovo articolo 114 (quale novellato dall’articolo 9, comma 1, lettera e) ) del T.U.F. al settimo capoverso, si pone a carico di alcuni soggetti (esponenti aziendali di un emittente quotato, detentori di partecipazioni qualificate, controllante) l’obbligo di comunicare alla Consob e al pubblico le operazioni, aventi ad oggetto azioni emesse dall’emittente o altri strumenti finanziari ad esse collegati, da loro effettuate, anche per interposta persona.
Si legge altresì che “tale comunicazione” deve essere effettuata anche dal coniuge non separato legalmente, dai figli, anche del coniuge, a carico, nonché dai genitori, i parenti e gli affini conviventi dei soggetti sopra indicati nonché negli altri casi individuati dalla Consob con apposito regolamento.
Alla violazione dell’obbligo di comunicazione è riferita una sanzione amministrativa da euro cinquemila a euro cinquecentomila (art. 193 del Testo unico dell’intermediazione finanziaria, nuovo comma 1-bis).
Il sesto capoverso del nuovo articolo 187-ter attribuisce al Ministero dell’economia e delle finanze, sentita la Consob ovvero su proposta della medesima, il potere di individuare con regolamento le fattispecie, anche ulteriori, rispetto alle altre previste dall’articolo come illeciti amministrativi.
Di rilievo,è la previsione contenuta nel comma 6 del nuovo articolo 187-bis del decreto legislativo n. 58 del 1998 per effetto della quale, nelle ipotesi di illecito amministrativo di cui allo stesso articolo 187-bis “il tentativo è equiparato alla consumazione”.
La direttiva 2003/6/CE all’articolo 14, dopo aver fatto salvo il diritto degli Stati membri di imporre sanzioni penali, individua in sanzioni amministrative che siano efficaci, proporzionate e dissuasive lo strumento per la repressione degli abusi di mercato.
Nei considerando della direttiva si legge che le sanzioni (amministrative) dovrebbero essere, tra l’altro, proporzionate alla gravità della violazione e agli utili realizzati e dovrebbero essere applicate coerentemente.
Al momento di definire le misure e le sanzioni amministrative gli Stati membri dovrebbero altresì tener presente la necessità di garantire una certa omogeneità di regolamentazione da uno Stato membro all’altro.
In attuazione della direttiva si impone quindi all’Italia di sanzionare le fattispecie di abuso di mercato con sanzioni amministrative, che non possono quindi mancare.
Quindi la sanzione penale deve essere limitata alle manipolazioni del mercato di maggiore gravità, da individuarsi mediante l’applicazione congiunta di criteri quantitativi e qualitativi.
Dalla lettura delle disposizioni di cui all’articolo 9 non sembra che questo sia stato l’approccio seguito, essendo le sanzioni amministrative poste sullo stesso piano di quelle penali in quanto riferite in molti casi alle medesime condotte, senza un’articolazione che tenga conto della diversa gravità e rilevanza delle singole fattispecie.
Più in particolare va rilevato che l’abuso di informazioni privilegiate è punito in maniera sostanzialmente analoga alla manipolazione del mercato, prevedendosi per entrambe le fattispecie la pena della reclusione da uno a sei anni ed una multa che nel minimo è in entrambi i casi di ventimila euro.
E’ prevista la pena dell’arresto fino ad un massimo di due anni per i soggetti che ostacolano l’esercizio dei poteri di vigilanza e di indagine dell’Autorità e la pena dell’ammenda – non inferiore nel minimo a euro mille e non superiore nel massimo a euro venticinquemila – per i soggetti che non ottemperano nei termini alle richieste dell’Autorità ovvero ne ritardano l’esercizio delle funzioni, con aggravio della pena per i soggetti indicati nell’art. 2638 cod. civ. (amministratori, direttori generali, sindaci, liquidatori).
Si rivela il dato inerente le ‘qualità personali del caolpevole’, condotte appunto realizzabile da ‘chiunque’, nell’appartenere gli autori a ‘organi’ e ‘categorie’ societarie.
Significativa ed innovativa appare la motivazione della ‘rilevante offensività del fatto’, da intendersi e valutarsi non solo in termini economici (ricordandosi la parallela motivazione dell’entità del prodotto o del profitto conseguito dal reato), ma altresì in relazione a tutte le diverse componenti, oggettive e soggettive, del fatto di reato, con presa d’atto delle modalità operative, dei motivi delle stesse, della personalità del colpevole.
Accanto alla sanzione penale, quindi, si viene a porre in posizione centrale altresì la sanzione pecuniaria conseguente alla realizzazione di un illecito ‘depenalizzato-amministrativo’ di cui alla regole sostanziali e procedurali-processuali dettate dalla l. 24 novembre 1981, n. 689, così risultandone numerosi vantaggi di efficacia.
Le più pesanti appaiono quelle interdittive (interdizione dall’esercizio dell’attività, sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, divieto di contrattare con la Pubblica amministrazione, esclusione o revoca di agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi, divieto di pubblicizzare beni e servizi) anche se, analogamente alla materia dei rati societari (cui fa rinvio l’articolo 25-ter), l’articolo 25-sexies non prevede – neppure in via cautelare – sanzioni interdittive.
Nel caso di condanna, per le ipotesi penali di manipolazione di mercato(oltre che per l’aggiotaggio di cui all’art. 2637 c.c., e qui con la confisca ex art. 2641 c.c.) il legislatore ha disposto l’operatività della “confisca del prodotto o del profitto conseguito da reato e dei beni utilizzati per commetterlo”.
Per prezzo del reato si intenderanno quelle ‘cose’ che vennero date per determinare il soggetto attivo al reato stesso, quali ad esempio denaro od altre utilità economiche.
Mentre per profitto, tenuta ferma l’esigenza di un diretto collegamento con il reato commesso, si intenderanno quelle cose che ne costituiscono l’utilità economica immediata.
I “beni utilizzati” per la realizzazione dell’illecito comportamento rappresentano un cespite (di regola destinato alla normale attività d’impresa) che è del tutto esterno al vantaggio illecito derivante dal reato, sicchè per questo aspetto il provvedimento determina una sicura diminuzione di ricchezza.
Alternativamente, stanti le particolari caratterizzazioni di cui all’art. 187 d. lgs. 58/1998 ([21]), nell’impossibilità di eseguire la confisca a norma di quanto appena indicato, essa potrà avere ad oggetto una somma di denaro, ovvero altri beni di equivalente valore.
Spicca, pertanto, l’importanza riconosciuta dal legislatore più recente alla ‘nuova’ confisca, con la rivalutazione di tale istituto in termini di prevenzione generale e di impatto specialpreventivo.
La confisca era già prevista – in via obbligatoria – dall’abrogato art. 180 comma 4 che la imponeva al giudice che emette la Sentenza ex art. 444 Cpp. anche per ipotesi rientranti nella facoltatività.
In sede di responsabilità amministrativa, l’ente è obbligatoriamente sottoposto a questa misura ablativa – vera sanzione patrimoniale – prevista dall’art. 19 D. L. vo 231/01 e che, gravando sull’economia del medesimo organismo, costituisce per esso un onere patrimoniale davvero pesante.
In seno all’art. 187 sexies([22]), è prevista anche quale conseguenza obbligatoria dell’applicazione delle sanzioni amministrative: con opportuna previsione (in coerenza con la disposizione dell’art. 240 cod. pen., a proposito della salvaguardia di beni dei terzi), al comma 3 è stabilito che “in nessun caso puo’ essere disposta la confisca di beni che non appartengono ad una delle persone cui e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria”. In tal caso, il sequestro dei beni destinati alla confisca è disposto da CONSOB (art. 187 octies, lett. d)
Ai sensi dell’art. 186([23]), la condanna per i delitti considerati importa l’applicazione delle pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici, dell’interdizione da una professione o da un’arte, dell’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e dell’incapacità temporanea di contrarre con la pubbblica amministrazione.
Ciò, per una durata non inferiore a sei mesi e non superiore a due anni, in un quadro quindi di discrezionalità giudiziale circa l’individualizzazione e la concretizzazione della durata.
La linea seguita dal legislatore circa l’individuazione delle sanzioni accessorie (specifiche) di cui all’art. 187 quater([24]) impone la perdita temporanea dei requisiti di onorabilità per gli esponenti aziendali ed i partecipanti al capitale dei soggetti abilitati, delle società di gestione del mercato, nonché per i revisori e i promotori finanziari e, per gli esponenti aziendali di società quotate, l’incapacità temporanea ad assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo nell’ambito di società quotate e di società appartenenti al medesimo gruppo di società quotate con una durata non inferiore a due mesi e non superiore a tre anni.
Il 28 marzo 2002 è stato approvato il decreto legislativo recante attuazione dell’articolo 11 della legge 3 ottobre 2001, n. 366, in tema di disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali.
Il Titolo XI del libro V del Codice civile è stato sostituito con il Titolo XI – Disposizioni penali in materia di società e di consorzi – Capo I – Delle falsità.
Il reato viene configurato come reato comune e mira a tutelare l’economia pubblica ed in particolare il regolare funzionamento del mercato.
E’ stato eliminato dalla condotta il riferimento alle notizie “esagerate o tendeziose”, che invece erano previste precedentemente.
L’aggiotaggio ai sensi dell’articolo 2637 del codice civile è punito con la sola pena della reclusione da uno a cinque anni nell’art. 138 del Testo Unico bancario e nella norma di cui all’art. 181 del Testo Unico mercati finanziari.
E’ stata prevista la necessità che le notizie mendaci o le operazioni simulate o gli altri artifici siano price sensitivity, in modo da configurare il reato di pericolo concreto.
L’oggetto materiale dell’ipotesi di aggiotaggio è indicato negli “strumenti finanziari quotati o non quotati o per i quali non è stata presentata richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, per cui l’art. 2637 c.c..
La caratteristica qualificante della norma ruota intorno all’oggetto materiale della condotta: gli strumenti finanziari descritti dall’art. 180 lett. a) e b), infatti la norma risulta applicabile a chiunque, ancorché esponente di società emittente di strumenti finanziari quotati, qualora la condotta illecita cada su altra tipologia di prodotto finanziario non quotato.
Vi è la possibilità di concorso tra la fattispecie dell’art. 184 cod. civ. con quella penal/societaria, quando si assista a comportamenti che intendano artificiosamente interferire contemporaneamente sul corso di strumenti finanziari quotati e non quotati.
La norma penal/societaria cede di fronte all’art. 184 TUF., risultando quest’ultima speciale.
Il testo dell’art. 2637 cod. civ. è più ampio di quello dell’art. 184 TUF. poiché è annoverato anche l’evento, di incidere significativamente sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari.
3. Dopo l’articolo 25-quinquies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente:
“Art. 25-sexies. – (Abusi di mercato). –
2. Se, in seguito alla commissione dei reati di cui al comma 1, il prodotto o il profitto conseguito dall’ente è
di rilevante entità, la sanzione è aumentata fino a dieci volte tale prodotto o profitto”.
4. All’articolo 2637 del codice civile, le parole: “strumenti finanziari, quotati o non quotati,” sono sostituite
dalle seguenti: “strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di
ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato,”.
5. Alla lettera f) del comma 1 dell’articolo 266 del codice di procedura penale, dopo le parole: “reati di
ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria,” sono inserite le seguenti: “abuso di informazioni
privilegiate, manipolazione del mercato,”.
[3] Art. 187-ter. – (Manipolazione del mercato). –
[4] Art. 187-quater. – (Sanzioni amministrative accessorie). –
[9] Con la Legge n. 300 del 29 settembre 2000 è stato introdotto nel nostro ordinamento il principio volto ad attribuire la responsabilità penale anche in capo alle persone giuridiche. Si può ora quindi affermare – diversamente da quanto accadeva in passato – che “societas delinquere potest”. L’innovazione di tale disposizione è innegabile: prima dell’entrata in vigore della L. 300/2000, il soggetto attivo di un reato poteva essere solo una persona fisica, in quanto un vero e proprio sbarramento all’estensione della responsabilità in capo ad enti pur dotati di personalità giuridica, era rappresentato dall’insuperabile principio costituzionale di cui all’art. 27 Cost. in forza del quale “La responsabilità penale è personale.L’assenza di una responsabilità penale direttamente imputabile alle persone giuridiche trova conferma nell’art. 197 c.p. il quale prevede a carico degli enti e in relazione ai reati commessi dai soggetti che ne abbiano la rappresentanza, solo un’obbligazione (di garanzia) volta al pagamento, in caso di insolvibilità del condannato, di una somma pari all’ammontare della multa o dell’ammenda inflitta. Tale disposizione è applicabile poi solo nel caso che il reato sia commesso nell’interesse della persona giuridica.
1. Salvo quanto previsto dall’articolo 196, le sanzioni amministrative previste nel presente titolo sono applicate dalla Banca d’Italia o dalla Consob, secondo le rispettive competenze, con provvedimento motivato, previa contestazione degli addebiti agli interessati e valutate le deduzioni dagli stessi presentate nei successivi trenta giorni.
3. Il provvedimento di applicazione delle sanzioni è pubblicato per estratto nel Bollettino della Banca d’Italia o della Consob. La Banca d’Italia o la Consob, tenuto conto della natura della violazione e degli interessi coinvolti, possono stabilire modalità ulteriori per dare pubblicità al provvedimento, ponendo le relative spese a carico dell’autore della violazione.
4. Avverso il provvedimento di applicazione delle sanzioni previste dal presente titolo è ammessa opposizione alla corte d’appello del luogo in cui ha sede la società o l’ente cui appartiene l’autore della violazione ovvero, nei casi in cui tale criterio non sia applicabile, del luogo in cui la violazione è stata commessa. L’opposizione deve essere notificata all’Autorità che ha adottato il provvedimento entro trenta giorni dalla sua comunicazione e deve essere depositata presso la cancelleria della corte d’appello entro trenta giorni dalla notifica.
6. La corte d’appello, su istanza delle parti, può fissare termini per la presentazione di memorie e documenti, nonché consentire l’audizione anche personale delle parti.
8. Copia del decreto è trasmessa a cura della cancelleria della corte d’appello all’Autorità che ha adottato il provvedimento ai fini delle pubblicazione, per estratto, nel Bollettino di quest’ultima.
[12] Art. 27.Responsabilita’ patrimoniale dell’ente
1. Dell’obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria risponde soltanto l’ente con il suo patrimonio
2. I crediti dello Stato derivanti degli illeciti amministrativi dell’ente relativi a reati hanno privilegio secondo le
(Responsabilità dell’ente) 1. L’ente è responsabile del pagamento di una somma pari all’importo della sanzione amministrativa irrogata per gli illeciti di cui al presente capo commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:
2. Se, in seguito alla commissione degli illeciti di cui al comma 1, il prodotto o il profitto conseguito dall’ente è di rilevante entità, la sanzione è aumentata fino a dieci volte tale prodotto o profitto.
3. L’ente non è responsabile se dimostra che le persone indicate nel comma 1 hanno agito esclusivamente nell’interesse proprio o di terzi.
4. In relazione agli illeciti di cui al comma 1 si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 6, 7, 8 e 12 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. Il Ministero della giustizia formula le osservazioni di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, sentita la Consob, con riguardo agli illeciti previsti dal presente titolo
a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una
sua unita’ organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonche’ da persone che esercitano,
2. L’ente non risponde se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di
1. Se il reato e’ stato commesso dalle persone indicate nell’articolo 5, comma 1, lettera a), l’ente non
a) l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di
b) il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento e’ stato
affidato a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo;
2. In relazione all’estensione dei poteri delegati e al rischio di commissione dei reati, i modelli di cui alla
b) prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in
d) prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e
l’osservanza dei modelli;
Ministero della giustizia che, di concerto con i Ministeri competenti, puo’ formulare, entro trenta giorni,
osservazioni sulla idoneita’ dei modelli a prevenire i reati.
direttamente dall’organo dirigente.
5. E’ comunque disposta la confisca del profitto che l’ente ha tratto dal reato, anche nella forma per
1. Nel caso previsto dall’articolo 5, comma 1, lettera b), l’ente e’ responsabile se la commissione del reato e’
stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza.
2. In ogni caso, e’ esclusa l’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza se l’ente, prima della
3. Il modello prevede, in relazione alla natura e alla dimensione dell’organizzazione nonche’ al tipo di attivita’
svolta, misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attivita’ nel rispetto della legge e a scoprire ed eliminare
a) una verifica periodica e l’eventuale modifica dello stesso quando sono scoperte significative violazioni
delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione o nell’attivita’;
[17] Art. 8.Autonomia delle responsabilita’ dell’ente
2. Salvo che la legge disponga diversamente, non si procede nei confronti dell’ente quando e’ concessa
amnistia per un reato in relazione al quale e’ prevista la sua responsabilita’ e l’imputato ha rinunciato alla sua
1. La sanzione pecuniaria e’ ridotta della meta’ e non puo’ comunque essere superiore a lire duecento milioni
a) l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha
2. La sanzione e’ ridotta da un terzo alla meta’ se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di
a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato
ovvero si e’ comunque efficacemente adoperato in tal senso;
b) e’ stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello
sanzione e’ ridotta dalla meta’ ai due terzi.
3. Per quanto non stabilito nei commi 1 e 2 si applicano le disposizioni dell’articolo 240 del codice penale
1. La condanna per taluno dei delitti previsti dal presente capo importa l’applicazione delle pene accessorie previste dagli articoli 28, 30, 32-bis e 32-ter del codice penale per una durata non inferiore a sei mesi e non superiore a due anni, nonché la pubblicazione della sentenza su almeno due quotidiani, di cui uno economico, a diffusione nazionale
1. L’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente capo importa la perdita temporanea dei requisiti di onorabilità per gli esponenti aziendali ed i partecipanti al capitale dei soggetti abilitati, delle società di gestione del mercato, nonché per i revisori e i promotori finanziari e, per gli esponenti aziendali di società quotate, l’incapacità temporanea ad assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo nell’ambito di società quotate e di società appartenenti al medesimo gruppo di società quotate.
3. Con il provvedimento di applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente capo la Consob, tenuto conto della gravità della violazione e del grado della colpa, può intimare ai soggetti abilitati, alle società di gestione del mercato, agli emittenti quotati e alle società di revisione di non avvalersi, nell’esercizio della propria attività e per un periodo non superiore a tre anni, dell’autore della violazione, e richiedere ai competenti ordini professionali la temporanea sospensione del soggetto iscritto all’ordine dall’esercizio dell’attività professionale.