Source: http://www.dirittounioneeuropea.eu/index.php?option=com_content&view=category&id=92&Itemid=140&lang=it
Timestamp: 2019-02-17 20:23:00+00:00
Document Index: 100907410

Matched Legal Cases: ['art. 50', 'art. 50', 'sentenza ', 'art. 50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 50', 'art. 50', 'art. 50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 50', 'art.50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 102', 'art. 107', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 45', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 1', 'sentenza ']

Un rinvio pregiudiziale scozzese sulla revocabilità della notifica della Brexit
La Court of Session scozzese, più alta giurisdizione della Scozia, ha deciso il 21 settembre 2018 di rinviare in via pregiudiziale alla Corte di giustizia un quesito di interpretazione dell’art. 50 TUE, riguardante la legittimità o meno, ed eventualmente a quali condizioni, di una revoca unilaterale della notifica con cui uno Stato membro comunica al Consiglio europeo la sua intenzione di recedere dall’Unione.
Brexit. La Supreme Court decide in via definitiva che il Parlamento britannico deve autorizzare la notifica di recesso ex art. 50 TUE da parte del Governo
In data odierna, 24 gennaio 2017, la Supreme Court inglese ha respinto a maggioranza (8 a 3) il ricorso del Governo contro la sentenza del 3 novembre scorso della High Court relativa ai poteri del Parlamento di Westminster rispetto alla decisione di effettuare la notifica di recesso del Regno Unito dall’Unione europea ai sensi dell’art. 50 TUE. Confermando infatti la conclusione cui era già arrivata la Corte di prima istanza, anche la Supreme Court ha ritenuto che sia necessario, perché il Governo possa procedere a tale notifica, che il Parlamento la autorizzi espressamente.
uksc-2016-0196-press-summary
La Corte di cassazione francese si pronuncia per la prima volta sulla violazione del diritto dell’Unione da parte di una delle sue Camere
Con una sentenza del 18 novembre 2016 la Corte di cassazione francese si è pronunciata per la prima volta in merito alla violazione del diritto dell’Unione europea da parte di una delle sue Camere. La questione originava da una pronuncia della Corte d’appello di Parigi del 6 maggio 2015, secondo la quale la Camera penale della Corte di cassazione aveva deliberatamente scelto di non applicare il principio della retroattività in mitius. Secondo la Corte, solo la violazione manifesta di una regola chiara e precisa di diritto europeo o convenzionale costituisce un errore che implica la responsabilità dello Stato per i danni provocati dai giudici nell’esercizio della funzione giudiziaria, e non è questo il caso. La decisione della Corte d’appello di Parigi è stata dunque cassata e annullata.
Arret n. 630
Limitazione nel tempo degli effetti di una dichiarazione d’illegittimità di disposizioni del diritto nazionale: il Consiglio di Stato francese rinvia alle giurisdizioni inferiori perché valutino le condizioni definite dalla Corte di giustizia dell’Unione
Il 3 novembre 2016 il Consiglio di Stato francese si è pronunciato sulla possibilità di differimento dell’annullamento di alcuni atti. La questione originava da una controversia avente ad oggetto la domanda di annullamento, per eccesso di potere, del decreto n. 2012-616, del 2 maggio 2012, relativo alla valutazione di taluni piani e programmi che producono un impatto sull’ambiente, il quale avrebbe violato la direttiva 2001/42/CE. Il 26 giugno 2015, il Consiglio accoglieva la domanda di annullamento del decreto n. 2012-616, ma sospendeva il procedimento per richiedere alla Corte di giustizia di pronunciarsi in merito alla possibilità del giudice del rinvio di differire l’annullamento degli atti dichiarati illegittimi. Con sentenza del 28 luglio 2016, la Corte di giustizia (causa C-379/15) ha riconosciuto la possibilità, qualora il diritto interno la consenta, di limitare nel tempo eccezionalmente e caso per caso taluni effetti di una dichiarazione di illegittimità di una disposizione del diritto nazionale, purché ricorrano quattro condizioni: che la norma del diritto nazionale costituisca una misura di corretta trasposizione del diritto dell’Unione in materia di tutela dell’ambiente; che l’adozione e l’entrata in vigore di una nuova disposizione del diritto nazionale non consentano di evitare gli effetti pregiudizievoli per l’ambiente derivanti dall’annullamento della norma del diritto nazionale impugnata; che dall’annullamento di quest’ultima consegua la creazione di un vuoto giuridico relativo alla trasposizione del diritto dell’Unione in materia di tutela dell’ambiente finendo, quindi, per contrastare con l’essenziale obiettivo del diritto dell’Unione; e che il mantenimento eccezionale degli effetti della disposizione impugnata del diritto nazionale copra soltanto il lasso di tempo strettamente necessario all’adozione delle misure che consentano di rimediare all’irregolarità accertata. In accoglimento di quanto statuito dalla Corte di giustizia, il Consiglio di Stato ha rinviato, con la sentenza qui allegata, alle giurisdizioni amministrative inferiori affinché valutino, nel caso in cui siano investite di una questione riguardante un piano o un programma adottato sulla base di un decreto illegittimo che abbia una incidenza ambientale, se ricorrono le condizioni indicate dalla Corte di giustizia dell’Unione per limitare nel tempo gli effetti dell’annullamento degli atti.
La High Court dà torto al Governo britannico: per presentare la notifica “art. 50 TFUE” di recesso dall’Unione è necessario il via libera del Parlamento
La High Court of Justice del Regno Unito si è pronunciata oggi, 3 novembre 2016, sui ricorsi di alcuni privati volti a chiarire la procedura interna da seguire affinché il Governo britannico possa effettuare la notifica ex art. 50 TUE che dà avvio alla procedura per il recesso del Paese dall’Unione europea, e in particolare se a questi fini il Governo debba ottenere, contrariamente a quanto sostenuto dalla premier britannica May, il via libera del Parlamento. Al riguardo, la Corte ha dato ragione ai ricorrenti, sostenendo che, sebbene l’esecutivo sia il titolare del potere estero, l’esercizio di tale potere non può, come avverrebbe nel caso del recesso dall’Unione, prevalere sulle leggi emanate dal Parlamento; e, invece, la notifica prevista dall’art. 50 avrebbe inevitabilmente l’effetto di modificare il diritto nazionale, dato che con il recesso quella parte del diritto dell’Unione che il Parlamento ha reso parte del diritto britannico attraverso l’adozione a suo tempo dell’European Communities Act 1972 cesserebbe di avere effetto nell’ordinamento britannico.
La premier May ha annunciato l’impugnazione della sentenza odierna dinanzi alla Supreme Court. Questa dovrebbe pronunciarsi entro dicembre.
Sentenza High Court
Una sentenza della High Court dell’Irlanda del Nord sulla Brexit
Il 28 ottobre 2016 la High Court dell’Irlanda del Nord ha respinto taluni ricorsi riguardanti la decisione del Governo britannico di effettuare, senza un previo passaggio parlamentare, la notifica prevista dall’art. 50 TUE per l’avvio della procedura di recesso del Regno Unito dall’Unione europea
Si tratta di ricorsi differenti da quelli introdotti dinanzi alla High Court di Inghilterra e Galles e la cui definizione dovrebbe aversi a giorni.
Soprassedendo sulle questioni oggetto anche del contemporaneo procedimento in corso a Londra, la decisione della Corte di Belfast si è concentrata essenzialmente, dando risposta negativa, sul punto se il diritto costituzionale nordirlandese precluda l'esercizio “autonomo” delle prerogative del governo in materia di potere estero ai fini dell’attivazione dell’art.50.
Via libera della Corte costituzionale tedesca al Governo federale per le decisioni del Consiglio dell’Unione sul CETA
Con una sentenza del 13 ottobre 2016 la Corte costituzionale tedesca ha bocciato alcuni ricorsi volti a ottenere un’ingiunzione preliminare al Governo tedesco affinché il suo rappresentante in Consiglio dell’Unione europea non dia il suo assenso alla deliberazione, che il Consiglio “Affari esteri” del 18 ottobre sarà chiamato a prendere su tre proposte del luglio scorso della Commissione europea riguardanti rispettivamente la firma, l’applicazione provvisoria e la conclusione dell’Accordo economico e commerciale globale (Comprehensive Economic and Trade Agreement - CETA) tra l’Unione europea e il Canada (vedile in questo Sito). La Corte ha subordinato il suo via libera in materia al Governo a talune condizioni indicate nell’attuale sentenza.
Sentenza CETA
OMT e Costituzione tedesca. La Corte di Karlsruhe dà il via libera
Il Bundesverfassungsgericht ha stabilito che i programmi della BCE di acquisto di titoli pubblici degli Stati membri (c.d. Outright Monetary Transactions) sono conformi al Grundgesetz. Con sentenza del 21 giugno 2016 i giudici di Karlsruhe hanno respinto i rilievi dei ricorrenti tedeschi, allineandosi così alla sentenza resa in via pregiudiziale dalla Corte di giustizia (16 giugno 2015, C-62/14, Gauweiler) su rinvio – il primo nella loro storia – degli stessi giudici. Com’è noto, i programmi OMT (annunciati il 6 settembre 2012 e mai realizzati in pratica) renderebbero possibile alla BCE l’acquisto di grandi quantità di titoli di Stato sul mercato secondario per evitare che eventuali tensioni sugli stessi producano rialzi eccessivi dei tassi d’interesse, danneggiando così l’economia dell’eurozona nel suo complesso.
I giudici tedeschi – dopo aver richiamato i principi della sentenza Gauweiler e i limiti costituzionali che presiedono alla partecipazione tedesca al processo di integrazione europea – hanno precisato che l’inerzia del Governo federale e del Bundestag rispetto ai programmi OMT non viola i diritti costituzionali dei ricorrenti di cui all’art. 38, par. 1, prima frase, né il congiunto disposto degli artt. 20, parr. 1 e 2, e 79, par. 3, GG.
Nella lunga sentenza la Corte di Karlsruhe ha ricordato, in particolare, che nell’ordinamento dell’Unione l’attività della BCE è soggetta al controllo della Corte di giustizia con riguardo ai principi di attribuzione e di proporzionalità (pur non trascurando di sottolineare come la Corte di Lussemburgo non avrebbe affrontato la questione della legittimazione democratica della BCE). Meritevole di attenzione è anche il passaggio in cui è sostanzialmente accolto l’orientamento della Corte di giustizia secondo cui il programma OMT è in gran parte riconducibile alla politica monetaria dell’Unione. Peraltro, i giudici di Karlsruhe hanno affermato che la Banca federale tedesca potrebbe partecipare a un futuro programma OMT soltanto se i principi fissati in Gauweiler fossero rispettati, vale a dire che gli acquisti non siano annunciati; il volume degli stessi sia previamente delimitato; sussista una differenza temporale minima tra l’emissione dei titoli pubblici e il loro acquisto; l’acquisto sia circoscritto ai titoli di Stati che hanno accesso ai mercati; i titoli siano detenuti fino alla loro scadenza solo in via eccezionale; gli acquisti cessino e i titoli siano rimessi sul mercato nel momento in cui l’intervento non sia più necessario.
Il rapporto tra il divieto di abuso di posizione dominante e quello di concedere aiuti di Stato in un recente rinvio pregiudiziale lettone alla Corte di giustizia
Con ordinanza del 4 marzo 2016 la Corte Suprema lettone ha rinviato alla Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-159/16) due questioni interpretative sorte, in sede di appello contro una prima sentenza sfavorevole, nel quadro del contenzioso avviato dall’Aeroporto internazionale di Riga contro una decisione del 2012 con cui il Consiglio della concorrenza della Lettonia ha affermato che l’Aeroporto, applicando, per i c.d. servizi di piazzale, diritti aeroportuali più favorevoli a Ryanair, a danno di altri vettori, avrebbe violato l’art. 102 TFUE, che vieta l’abuso da parte di un’impresa di una posizione dominante.
Le questioni pregiudiziali di cui sopra vertono sostanzialmente sul rapporto tra questo articolo e l’art. 107, par. 1, TFUE (relativo agli aiuti di Stato), e in particolare sul dubbio se i due articoli “debbano essere interpretati nel senso che uno stesso e unico comportamento di un’impresa statale può essere analizzato al contempo sotto il profilo dell’esistenza di un aiuto di Stato (come eventuale concessione di un aiuto di Stato a un cliente/partner commerciale) e sotto il profilo dello sfruttamento abusivo di una posizione dominante (discriminazione in materia di prezzi)”.
In sede di ricorso contro la decisione del Consiglio della concorrenza, infatti, l’Aeroporto di Riga aveva eccepito che la condotta contestatagli sarebbe derivata dalle pressioni dello Stato (unico azionista dell'Aeroporto) volte a far stipulare all'Aeroporto un contratto con Ryanair in base al quale tale vettore era tenuto a pagare per lo svolgimento dei predetti servizi un prezzo inferiore al loro costo, prezzo che se applicato a tutti i clienti avrebbe portato all’insolvenza dell’Aeroporto. Pertanto, secondo l’Aeroporto, la condotta in questione costituirebbe al massimo una violazione del divieto di concessione di aiuti di Stato previsto dall'art. 107 TFUE, ma non potrebbe al contempo integrare una violazione del divieto di abuso di posizione dominante.
C-159/16
Appartenenza ad un “determinato gruppo sociale”: la Corte d’Appello irlandese interpreta la nozione ai sensi della direttiva qualifiche
Una sentenza emanata il 26 febbraio 2016 dalla Corte d’Appello irlandese in merito al caso SJL& Anor. / Refugee Appeals Tribunal & Ors (causa [2016] IECA 47) ha stabilito che una coppia di richiedenti asilo che ha infranto la cd. “politica del figlio unico” cinese e che pertanto rischiava di essere soggetta a persecuzioni nello stato di nazionalità, può essere considerata, attraverso una interpretazione estensiva, quale membro di un “determinato gruppo sociale” ai sensi dell’art. 10 della direttiva 2004/83/CE, in quanto la nascita del secondo figlio conferiva loro una caratteristica che non avrebbe potuto essere modificata. Tale conclusione è stata raggiunta in base alla considerazione che nonostante la politica del figlio unico costituisca una regola di applicazione generale, essa è contraria ai diritti fondamentali delle persone in questione e, pertanto, la nozione di un “determinato gruppo sociale” può essere estesa anche a coloro che infrangono una legge ingiusta e che di conseguenza sono esposti a pene o a esclusione da parte della società.
Judgment SJL& Anor
Mancata precisazione della condanna in contumacia nel mandato di arresto europeo: l’Alta Corte irlandese rigetta una domanda italiana di consegna
Con una sentenza dell’8 febbraio 2016 resa nel caso Minister for Justice and Equality / Ahmed ( causa [2016] IEHC 83), l’Alta Corte irlandese ha rigettato una domanda italiana di consegna di una persona in base ad un mandato di arresto europeo emesso nel 2012, a seguito di una condanna in contumacia a venti anni di carcere, confermata in appello.
La persona in questione si era opposta alla consegna eccependone la contrarietà all’art. 45 della decisione quadro 2002/584/GAI e alla legge nazionale che l’ha trasposta, non essendo stata precisata nel mandato d’arresto la mancata comparizione della stessa nel processo in cui era stata condannata.
La Corte ha accolto l’eccezione in questione, ritenendo che l’autorità emittente è responsabile del rispetto delle condizioni necessarie al riconoscimento e all’esecuzione del mandato.
Judgement Ahmed
La Corte Suprema britannica si pronuncia sulla nozione di “residenza abituale” ai sensi del regolamento Bruxelles II bis
Con una sentenza resa il 3 febbraio 2016, la Corte Suprema del Regno Unito (causa B (a child) [2016] UKSC 4) si è pronunciata sull’interpretazione della nozione di “residenza abituale” ai sensi dell’art. 8, para. 1, del regolamento (CE) 2201/2003, più noto come regolamento Bruxelles II bis. La Corte, infatti, chiamata a stabilire quando può considerarsi persa la residenza abituale di un minore ai sensi di detta disposizione, ha individuato alcuni elementi idonei a determinarne la portata: il grado di integrazione del minore nello Stato di precedente residenza, la pianificazione del trasferimento e l’eventuale trasferimento, unitamente al minore, anche delle persone più importanti nella vita dello stesso. La Corte Suprema, ricordando la giurisprudenza della Corte di giustizia nei casi A (causa C-523/07) e Mercredi (causa C-497/10 PPU), ha annullato le decisioni dei tribunali di grado inferiore ritenendo che la residenza abituale non può essere ragionevolmente persa prima che una nuova residenza sia acquisita, e che dunque la volontà della parte convenuta di risiedere in Pakistan a titolo permanente non ha provocato la perdita di residenza abituale nel Regno Unito. Tale decisione costituisce una evoluzione della precedente giurisprudenza della Corte Suprema, secondo la quale è l’autorità giudicante a dover scegliere la nozione di residenza abituale più rispondente agli interessi del minore.
Corte Suprema B (a child) [2016] UKSC 4
La Corte costituzionale francese dichiara illegittima una disposizione del codice delle imposte francesi in quanto contraria alla direttiva 90/435/CE
Con una decisione del 3 febbraio 2016 resa in merito al caso Société Metro Holding France (causa QPC 2015-520), la Corte costituzionale francese si è pronunciata stabilendo l’illegittimità del codice delle imposte francese nella parte in cui stabilisce che i benefici fiscali concessi alle società madri non siano applicabili ai ricavi dei titoli ai quali non sono connessi diritti di voto versati da una filiale alla società madre.
La Corte è giunta a tale conclusione ritenendo che tale disciplina dà luogo una differenza di trattamento tra le società che ricevono i ricavi dei titoli di partecipazione ai quali non sono connessi diritti di voto, a seconda che tali ricavi siano versati da una filiale stabilita in Francia (nel qual caso essa non beneficia del regime fiscale delle società madri) o da una filiale stabilita in un altro Stato membro dell’Unione (nel qual caso essa beneficia del regime fiscale della società madre). Tale regime discriminatorio è contrario alla direttiva 90/435/CE, la quale contiene disposizioni chiare e incondizionate, che non prevedono l’esclusione dei ricavi dei titoli senza diritti di voto dai benefici fiscali di cui godono le società madri.
Décision Société Metro Holding France
La Corte costituzionale belga si pronuncia in materia di comunicazioni elettroniche
Con una sentenza del 3 febbraio 2016 (causa 5564), la Corte costituzionale belga è stata chiamata a pronunciarsi circa la legittimità della legge del 10 luglio 2012 in materia di comunicazioni elettroniche.
La Corte ha dunque dichiarato l’illegittimità della suddetta legge per contrasto con alcune disposizioni della Costituzione e con la direttiva 2002/22/CE nella parte in cui permetteva la partecipazione degli operatori che offrono un servizio di comunicazioni elettroniche accessibili al pubblico, per i loro servizi di comunicazione mobile e di abbonamento ad internet mobile, al regime di compensazione della componente sociale del servizio universale delle comunicazioni elettroniche.
Arrêt 15/2016
Restrizioni legittime alla libertà di circolazione e soggiorno: la Corte Suprema britannica si pronuncia sui casi Mirga e Samin
La Corte Suprema britannica si è pronunciata, in data 27 gennaio 2016, sul caso Mirga v. Secretary of State for Work and Pensions e Samin v. Westminster City Council (causa [2016] UKSC 1), relativo alla compatibilità di una legge britannica con i diritti di circolazione e di soggiorno nel Regno Unito garantiti ai cittadini di Stati membri dell’Unione, conformemente a quanto previsto dal diritto comunitario.
La Corte, prendendo atto della giurisprudenza della Corte di giustizia nei casi Dano (causa C‑333/13) e Alimanovic (causa C‑67/14), ha stabilito che il diniego di versare il sussidio al reddito e fornire assistenza domestica non viola i diritti previsti dagli artt. 18 e 21, para. 1, TFUE e che, anzi, essi costituiscono legittime restrizioni alla libertà di circolazione e di soggiorno.
In particolare, la Corte ha stabilito che non costituisce una violazione del diritto dell’Unione europea la normativa nazionale che garantisce supporto al reddito allorché si sia lavorato legalmente nel territorio del Regno Unito per un periodo continuativo di 12 mesi. Allo stesso modo, secondo la Corte costituisce una restrizione legittima la condizione stabilita dalla legislazione nazionale secondo la quale possono avere accesso alla assistenza domestica coloro che godono di un permesso di soggiorno nel Regno Unito ai sensi della legge di attuazione della direttiva 2004/38/CE.
Judgment Mirga and Samin
La Corte costituzionale belga considera legittima la legge del 10 aprile 2014 in materia di asilo
Con una sentenza del 27 gennaio 2016 (cause 6094 e 6095), la Corte costituzionale belga ha dichiarato la legittimità delle procedure di ricorso in materia di asilo introdotte dalla legge del 10 aprile 2014, alla luce delle disposizioni della CEDU, della Carta dei diritti fondamentali UE e della normativa europea, applicando la giurisprudenza delle Corti di Strasburgo e Lussemburgo.
La High Court irlandese si pronuncia sulla legittimità di un ordine di espulsione
Una sentenza del 19 gennaio 2016 emessa dall’Alta Corte irlandese in merito al caso Balc and Ors / Minister for Justice and Equality (causa [2016] IEHC 47) ha riconosciuto la legittimità di un ordine di espulsione emesso nei confronti di un cittadino rumeno e della decisione assunta a seguito della richiesta di revisione, ritenendo che all’interessato fossero state assicurate le garanzie procedurali previste dall’art. 31 della direttiva 2004/38/CE sulla libertà di circolazione dei cittadini UE e dei loro familiari.
Judgment Balc
Richiesta di asilo e onere della prova circa la mancanza di protezione nel paese di nazionalità: una recente pronuncia dell’Alta Corte irlandese
Una sentenza del 12 gennaio 2016 emessa dall’Alta Corte irlandese nel caso L.A.A. (Bolivia) / Refugee Appeals Tribunal (causa [2016] IEHC 12) ha rigettato il ricorso promosso a seguito del diniego del Refugee Appeals Tribunal di conferire lo status di rifugiato ad una madre boliviana e ai suoi due figli, in quanto gli stessi avrebbero potuto avvalersi della protezione del proprio Stato di nazionalità.
La ricorrente, la quale aveva subito violenze domestiche, sosteneva, al contrario, di non poter godere di protezione in Bolivia, in considerazione dei legami del marito con il governo e le forze di polizia di tale Stato.
L’Alta Corte, confermando la giurisprudenza relativa all’art. 7, para. 2, della direttiva 2004/83/CE e ricordando che incombe sul richiedente asilo dimostrare che le autorità nazionali non assicurano in modo manifesto la protezione dei propri cittadini, ha quindi confermato la decisione del Refugee Appeals Tribunal che aveva accertato che la Bolivia avrebbe potuto offrire ai richiedenti asilo la protezione necessaria.
Judgment L.A.A. (Bolivia)
Mandato d’arresto europeo. La Corte costituzionale tedesca annulla per contrasto con il Grundgesetz il provvedimento che aveva dato esecuzione a una richiesta presentata da autorità italiane.
Con decisione del 15 dicembre 2015, la Corte costituzionale tedesca ha annullato il provvedimento dell’Oberlandesgericht di Düsserdolf che aveva accolto la richiesta di mandato di arresto europeo presentata dalle autorità italiane, ai sensi della decisione-quadro 2002/584/GAI sul mandato d’arresto europeo, quale emendata dalla decisione 2009/299/GAI, nei confronti di un cittadino americano condannato in contumacia in Italia a trent’anni di reclusione. Nel ribadire la sua tradizionale giurisprudenza sui contro-limiti all’applicazione del diritto dell’Unione, volta a proteggere taluni principi fondamentali della Costituzione tedesca (Grundgesetz), tra cui figura il principio della responsabilità penale individuale come definito, anche in chiave procedurale, dall’art. 1 GG, la Corte ha annullato la decisione del Tribunale di Düsserdolf poiché questa non aveva verificato in concreto come i diritti assicurati all’individuo da tale disposizione sarebbero stati garantiti nell’ordinamento italiano.
Benché la sua decisione si ponga in contrasto con la sentenza della Corte di giustizia del 26 febbraio 2013 nella causa Melloni (C-399/11), che aveva escluso la possibilità di uno Stato membro di invocare “disposizioni del diritto nazionale, quand’anche di rango costituzionale,” per “sminuire l’efficacia del diritto dell’Unione” (anche in quel caso si trattava delle norme relative al mandato di arresto europeo), la Corte costituzionale ha ritenuto che non si ponesse nemmeno la necessità di un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia, non essendovi a suo avviso, secondo la dottrina dell’atto chiaro, alcun ragionevole dubbio circa la corretta interpretazione da dare alle norme europee rilevanti.