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Timestamp: 2020-07-06 13:25:27+00:00
Document Index: 68359780

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Sentenza Cassazione Civile n. 18660 del 23/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18660 del 23/09/2016
Cassazione civile sez. trib., 23/09/2016, (ud. 28/06/2016, dep. 23/09/2016), n.18660
sul ricorso 22742/2010 proposto da:
C.R.E., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la
medesimo con studio in LEVANTO CORSO ITALIA 61 (avviso postale ex
art. 135);
AGENZIA DELLE ENTRATE DI LA SPEZIA;
avverso la sentenza n. 5/2009 della COMM. TRIB. REG. di GENOVA,
1. L’avv. C.R.E. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza n. 5 del 10 febbraio 2010 con cui la Commissione tributaria regionale della Liguria aveva rigettato l’appello proposto dal predetto contribuente avverso la sentenza di primo grado emessa dalla Commissione tributaria provinciale della Spezia che, nel giudizio di impugnazione dell’avviso di accertamento di maggiori ricavi ai fini IVA, IRPEF ed IRAP induttivamente rideterminati, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, lett. d), per l’anno di imposta 2002 in complessivi Euro 35.312,00, aveva parzialmente accolto il ricorso del contribuente riconoscendo i costi per Euro 17.631,25 ma rigettando per il resto.
I giudici di appello, riesaminati gli atti e la documentazione prodotta osservavano che l’iter logico adottato dai Primi Giudici merita piena conferma perchè fondato su elementi di legittimità e di merito ed appare pertanto pienamente condivisibile (così testualmente nella sentenza impugnata).
2. Si costituisce l’Agenzia delle entrate che resiste con controricorso.
1. Con il primo motivo di censura il ricorrente, deducendo Violazione dell’art. 111 Cost. – Carenza assoluta di motivazione, eccepisce la nullità della sentenza impugnata per assoluta genericità della motivazione, priva di qualsiasi riferimento concreto alle censure rivolte alla sentenza di primo grado.
2. Nel controricorso la difesa erariale ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza e l’inammissibilità del motivo di ricorso per difetto di specificità del tipo di censura mossa alla sentenza impugnata, ritenendo che dal contenuto del motivo non fosse sufficientemente chiaro se il ricorrente si sia doluto della carenza di motivazione ovvero dell’omessa pronuncia su domande od eccezioni proposte nel giudizio di merito ai sensi dell’art. 112 c.p.c..
3. Entrambe le eccezioni sono infondate.
4. La prima perchè il vizio di autosufficienza del ricorso – peraltro prospettato in modo assolutamente generico, senza alcun precisa indicazione del tipo di carenza da cui risulterebbe affetto – è assolutamente insussistente non ravvisandosi alcuna violazione dell’onere imposto al ricorrente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, che impone che il ricorso contenga tutti gli elementi necessari a pone il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa (ex multis, Cass. n. 1926 del 2015).
5. Anche la seconda eccezione è infondata e non può essere accolta.
5.1. Precisato preliminarmente che in nessuna parte del motivo in esame è dato evincere un qualche riferimento alla disposizione processuale (art. 112 c.p.c.) indicata dalla controricorrente, osserva la Corte che in effetti, nell’intestazione del motivo di ricorso il ricorrente non ha indicato espressamente alcuna delle ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1; ha però indicato, nella rubrica, la “violazione dell’art. 111 Cost.” e la “carenza assoluta di motivazione”, deducendo poi nell’esposizione del motivo, in maniera esplicita seppur estremamente succinta, la nullità del pronunciamento.
Può pertanto farsi applicazione del principio espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 17931 del 2013 (seguita da altre delle sezioni semplici, tra cui Cass. n. 19124 del 2015), secondo cui 11 ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi.
La prospettiva meno formalistica nell’applicazione della legge processuale indicata dalle Sezioni unite di questa Corte nella citata sentenza, specificamente in punto di ammissibilità e ricevibilità dei ricorsi, induce ad affermare che, così come l’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato (così da ultimo Cass. ord. n. 4036/14; id. n. 19124 del 2015), anche l’omessa indicazione nella rubrica di una delle ipotesi tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, non può condurre all’inammissibilità del motivo quando dalla sua esposizione sia possibile individuare il tipo di vizio cui la denuncia comunque corrisponda.
5.2. Nel caso di specie, il vizio denunciato non può che essere quello della violazione di norma processuale di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, facendosi riferimento nel ricorso, come detto, alla carenza assoluta di motivazione (che configura un error in procedendo per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in quanto corredata da motivazione solo apparente – in termini Cass. n. 20648 del 2015), ma neanche alle conseguenze che tale tipo di errore (su legge processuale) comporta, vale a dire la nullità della sentenza.
6. Ciò precisato ritiene questa Corte che il motivo sia anche fondato.
6.1. La decisione impugnata ha così motivato: “viste e valutate le controdeduzioni dello ufficio unitamente a tutta la documentazione presente in atti – ascoltate altresì ampiamente le parti in pubblica udienza – si rileva che nessuna argomentazione sostanzialmente diversa tra quanto eccepito dinanzi ai Primi Giudici emerge dagli atti di impugnazione ed unanimemente si stabilisce che l’appello non può essere accolto. La C.T.P. ha esaminato in toto tutte le eccezioni esposte nel ricorso introduttivo fornendo ampia ed esauriente motivazione. Questo Collegio riesaminati gli atti e la documentazione prodotta, osserva che l’iter logico adottato dai Primi Giudici merita piena conferma perchè fondato su elementi di legittimità e di merito ed appare pertanto pienamente condivisibile”.
Trattasi di motivazione sostanzialmente identica a quella adottata dalla medesima CTR in altra pronuncia che questa Corte ha esaminato nella sentenza n. 10496 del 2016, affermando che Così argomentando, i giudici di appello sono incorsi nel denunciato vizio, costituendo ius receptum che la motivazione deve ritenersi omessa e/o insufficiente e/o illogica “quando il giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico-giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento” (v. ex multis Cass. n. 22242/2012; n. 890/2006, n. 1756/2006, n. 21447/2009, n. 13001/2010). Nel caso, infatti, la C.T.R. fa delle generiche, apodittiche affermazioni, in ordine agli elementi probatori posti a base del decisum, esternando acritica condivisione per l’operato dei Giudici di prime cure, senza dare contezza alcuna nè del contenuto intrinseco delle ragioni della decisione di questi ultimi, nè delle critiche a questa mosse dall’appellante, nè infine dell’iter seguito e dei concreti elementi utilizzati nel percorso decisionale.
Tali argomentazioni, all’evidenza riferibili anche al caso di specie, sono assolutamente condivisibili e conducono all’accoglimento del motivo, con assorbimento del secondo mezzo di impugnazione, con cui il ricorrente ha dedotto (deve ritenersi ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3), la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, lett. d), che disciplina l’accertamento induttivo dei redditi di impresa, sostenendo che l’omessa indicazione del comma della citata disposizione di legge, che annovera una lettera “d” sia nel primo che nel suo secondo comma, riferiti però a presupposti di applicazione dell’accertamento induttivo tra loro diversi, rendeva impossibile una compiuta difesa e, conseguentemente, determinava la nullità dell’accertamento.
5. La sentenza impugnata va quindi cassata con rinvio, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio, alla Commissione Tributaria Regionale della Liguria in diversa composizione.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio, alla Commissione tributaria regionale della Liguria, in diversa composizione.