Source: http://paperzz.com/doc/5264612/campione-biologico-e-consenso-informato-nella-ricerca
Timestamp: 2016-10-22 21:44:06+00:00
Document Index: 152090643

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 90', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 33', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 5', 'arti 6', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 21', 'arti 8', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 23', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 13', 'art.\n35', 'art. 90', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 32', 'art. 5', 'art. 90', 'art. 840', 'art. 45', 'art. 42', 'art. 170', 'art. 5', 'art. 170', 'art. 22', 'art. 170', 'sentenza ', 'art. 90', 'art. 3', 'art. 15', 'art. 33', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 46', 'art. 89', 'art. 81', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 64', 'art. 4', 'art. 20', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 2590', 'art. 64', 'art. 65', 'art. 65', 'art. 36', 'art. 65', 'art. 64', 'art.65', 'art. 81', 'art.6', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 81', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 5', 'art. 81', 'art. 8', 'art. 81', 'art. 9', 'art. 81', 'art. 9', 'art. 64', 'art. 102', 'art. 19', 'art. 15']

Campione biologico e consenso informato nella ricerca
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Professore Associato di Diritto Privato – Universit&agrave; degli Studi di Trieste
CAMPIONE BIOLOGICO E CONSENSO INFORMATO NELLA RICERCA GENETICA:
IL POSSIBILE RUOLO DELLE BIOBANCHE
SOMMARIO: 1. Ricerca genetica: il quadro normativo. – 1.1. Normativa sovranazionale e comunitaria. – 1.2.
Normativa interna: Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013 del Garante per
la protezione dei dati personali. – 1.3. Segue: nozione di biobanca. – 2. Biobanche di popolazione. – 3. Natura
giuridica del campione biologico: distinzione tra materia e dati. – 4. Regime giuridico unitario del campione
biologico, come bene materiale e come fonte di dati personali: presupposti e critica. – 5. Propriet&agrave; del campione biologico. – 6. Segue: funzione delle biobanche. – 7. Oggetto dell’informativa. – 8. Consenso informato
all’utilizzo dei campioni biologici e nuove ricerche. – 8.1. Ambito del consenso: il c.d. broad consent. – 8.2.
Consenso informato e campione biologico “non identificabile”. – 9. Revoca del consenso al trattamento dei
dati personali. – 10. Accesso ai dati genetici. – 11. Biobanche e propriet&agrave; intellettuale. – 11.1. Diritto d’autore.
– 11.2. Invenzioni biotecnologiche e brevettabilit&agrave; della ricerca. – 11.3. Open data sharing nelle biobanche.
1. – A richiamare l’attenzione degli interpreti sulle implicazioni giuridiche della ricerca genetica, genomica e farmacogenomica, &egrave; stata la realizzazione, soprattutto all’estero, dei primi
grandi archivi di dati genetici 1 su scala nazionale associata alla raccolta dei correlativi campioni
biologici 2, conservati nelle biobanche in vista dello svolgimento dell’attivit&agrave; di ricerca o quale
materiale non pi&ugrave; necessario per finalit&agrave; cliniche o diagnostiche.
&Egrave; una materia di estrema rilevanza, dove numerosi e diversificati sono gli interessi in gioco
(necessit&agrave; della comunit&agrave; scientifica di disporre di sempre maggiori quantit&agrave; di informazioni e
campioni, aspettative della popolazione circa l’individuazione dei rimedi a determinate patologie, interessi economico-finanziari in capo a soggetti operanti nel settore bio-industriale e far* Saggio destinato agli Scritti in onore del Prof. Lucio V. Moscarini.
Ai sensi dell’art. 1, lett. a), Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013,
emanata dal Garante per la protezione dei dati personali ex art. 90, d.lgs. n. 196/2003 (e inalterata per i profili
che qui interessano rispetto alla percedente Autorizzazione del 24 giugno 2011), dato genetico &egrave; “il risultato di
test genetico o ogni altra informazione che, indipendentemente dalla tipologia, identifica le caratteristiche genotipiche di un individuo trasmissibili nell’ambito di un gruppo di persone legate da vincoli di parentela”. Sulla
tipologia dei test genetici, DAGNA BRICARELLI, I test genetici, in Trattato di biodiritto diretto da Rodot&agrave; e Zatti,
Il governo del corpo, a cura di Canestrari, Ferrando, Mazzoni, Rodot&agrave;, Zatti, I, Milano, 2011, 371 ss.; CORDIANO, Identit&agrave; della persona e disposizioni del corpo. La tutela della salute nelle nuove scienze, in Biblioteca di
diritto civile diretta da Ruscello, Aracne, Roma, 2011, 309 ss. Per un approccio filosofico, da ultimo GALLETTI,
Oltre il “riduzionismo genetico”. I test genetici tra destino, rischio e responsabilit&agrave;, in Biobanche e informazioni genetiche. Problemi etici e giuridici, a cura di Faralli e Galletti, Aracne, Roma, 2011, 159 ss.; GALVAGNI,
Questioni bioetiche nel trattamento dei dati genetici, in Forum BioDiritto 2009. I dati genetici nel biodiritto, a
cura di Casonato, Piciocchi, Veronesi, Padova, 2011, 27 ss.
Ai sensi dell’art. 1, lett. b), Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013,
deve intendersi “ogni campione di materiale biologico da cui possono essere estratti dati genetici caratteristici
di un individuo”.
maceutico) e dove, soprattutto, sono coinvolti valori anche costituzionali potenzialmente in conflitto: da un lato, sviluppo della ricerca scientifica ex art. 9, comma 1, Cost., e libert&agrave; della
scienza ex art. 33, comma 1, Cost.; dall’altro, diritto alla salute quale interesse della collettivit&agrave;
ex art. 32, comma 1, Cost., e diritti della personalit&agrave; ex art. 2 Cost. 3.
1.1. – A livello internazionale, non sono molti gli strumenti normativi adottati in tema di ricerca genetica e di biobanche 4: senza alcuna pretesa di completezza, saranno di seguito indicati
atti o documenti particolarmente significativi.
Importanti principi sono contenuti nella “Dichiarazione Universale sul genoma umano e i diritti umani” adottata dall’Unesco l’11 novembre 1997, il cui art. 1 afferma che “il genoma umano sottende l’unit&agrave; fondamentale di tutti i membri della famiglia umana, come pure il riconoscimento della loro intrinseca dignit&agrave; e della loro diversit&agrave;. In senso simbolico, esso &egrave; patrimonio dell’umanit&agrave;”. Il valore riconosciuto al genoma umano non esclude, per&ograve;, la possibilit&agrave; di
ricerche in questo settore, delle quali le biobanche sono uno strumento fondamentale ed utile
all’intera societ&agrave;: infatti, come espressamente indicato nel successivo art. 12, “la libert&agrave; della
ricerca, necessaria al progresso della conoscenza, deriva dalla libert&agrave; di pensiero. Le applicazioni della ricerca, soprattutto quelle in biologia, genetica e medicina, concernenti il genoma umano, devono tendere ad alleviare la sofferenza ed a migliorare la salute dell’individuo e di tutta
l’umanit&agrave;”. Inoltre, l’unicit&agrave; del genoma degli individui, riconosciuta dall’art. 2, rende necessaria la protezione delle persone, non solo per evitare possibili discriminazioni, ma soprattutto
perch&eacute; tale unicit&agrave; rende possibile identificare “uno specifico genoma” tra vari campioni di
DNA: di qui il dovere primario delle biobanche di adottare regole e procedure idonee ad assicurare la segretezza dei dati in esse contenuti.
La successiva “Dichiarazione internazionale sui dati genetici umani” dell’Unesco 16 ottobre
2003 &egrave; volta ad assicurare il rispetto della dignit&agrave; umana, la protezione dei dati personali e delle
libert&agrave; fondamentali nella raccolta e trattamento dei dati genetici umani e dei campioni biologici, dai quali tali dati sono ottenuti, nel rispetto dei principi di uguaglianza, giustizia e solidariet&agrave;
e con il dovuto rispetto della libert&agrave; di espressione, inclusa la libert&agrave; di ricerca. La Dichiarazione
LATTANZI, Ricerca genetica e protezione dei dati personali, in Trattato di biodiritto, cit., Il governo del
corpo, I, cit., 332 s.
Sulle fonti del biodiritto internazionale, CAMPIGLIO, L’internazionalizzazione delle fonti, in Trattato di
biodiritto, cit., Ambito e fonti del biodiritto, a cura di Rodot&agrave; e Tallacchini, Milano, 2010, 609 ss.; BORGO&Ntilde;O,
La protezione dei dati genetici nel biodiritto internazionale. Principi biogiuridici fondamentali, in Forum BioDiritto 2009, cit., 355 ss.; MACILOTTI, Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, Alcione, Trento, 2013, 28 ss. Con particolare riguardo ai profili del consenso informato, AZZINI, Biobanche, consenso e fonti del diritto: un caso di eccezionale disordine?, in Forum BioDiritto 2010, La
disciplina delle biobanche a fini terapeutici e di ricerca, a cura di Casonato, Piciocchi, Veronesi, Universit&agrave;
degli Studi di Trento, 2012, 117 ss.; MARINI, Diritto internazionale e comunitario della bioetica, Giappichelli,
Torino, 2012, passim.
afferma, altres&igrave;, la necessit&agrave; del consenso libero ed informato dei donatori, maturato senza la
prospettiva di guadagni economici o personali, e riconosce agli ordinamenti interni la possibilit&agrave;
di fissare limiti a tale principio solo per ragioni eccezionali, secondo quando previsto dalle norme internazionali sui diritti dell’uomo. Il principio del consenso, quale espressione del diritto di
autodeterminazione, &egrave; riaffermato, in tema di bioetica, dalla “Dichiarazione universale sulla
bioetica e i diritti umani” 19 ottobre 2005, dove, in particolare, l’art. 7 prevede una speciale tutela per i soggetti non capaci e fissa due criteri di base: il consenso dev’essere rilasciato da colui
che &egrave; investito della funzione di tutela dell’incapace, avuto riguardo al best interest del paziente
e solo quando la ricerca determini un beneficio diretto per la persona non capace; il rappresentato dev’essere coinvolto nel processo decisionale in massima misura.
Notevole importanza rivestono le Linee guida dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione
e lo sviluppo economico), emanate nel 2007 e denominate “Best Practice Guidelines on Biosecurity for BRCs” (Biological Resource Centres), le quali forniscono le regole operative per l’attivit&agrave;
di raccolta e di conservazione dei materiali biologici e fissano i parametri qualitativi, ai quali devono attenersi le strutture di raccolta; nonch&eacute; quelle adottate nel 2009, che mirano a facilitare ampio accesso a dati e materiali per i progressi biomedici, garantendo nel contempo che la ricerca sia
condotta in modo rispettoso della dignit&agrave; umana e delle libert&agrave; fondamentali dei partecipanti.
A livello europeo, &egrave; fondamentale ricordare la Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina fatta a Oviedo il 4 aprile 1997 5, dove si segnalano, in particolare, la necessit&agrave; del previo consenso libero ed informato del paziente; nonch&eacute; l’oggetto
dell’informativa, che deve riguardare scopo, natura e conseguenze dell’intervento, eventuali
rischi, facolt&agrave; di ritirare liberamente il consenso in ogni momento (art. 5). Inoltre, &egrave; vietata
ogni discriminazione basata sul patrimonio genetico di una persona ed &egrave; fatto divieto di trarre
profitto dal corpo o dalle sue parti 6. L’art. 10 enuncia il fondamentale diritto di ogni persona
di vedere rispettata la propria vita privata, allorch&eacute; si tratti di informazioni relative alla propria salute; in particolare, il soggetto ha il diritto di conoscere ogni informazione raccolta in
tale ambito, ma gli viene riconosciuta anche la volont&agrave; di non esser informato, sancendo il
dovere di rispettarla. Da ultimo, l’art. 11 vieta ogni discriminazione basata sul patrimonio genetico di una persona 7; mentre nell’art. 21 &egrave; fatto divieto di trarre profitto dal corpo o dalle
sue parti 8.
La ratifica &egrave; stata autorizzata con l. 28 marzo 2001, n. 145, ma non &egrave; ancora ufficialmente operante in Italia per il mancato deposito degli strumenti di ratifica, anche se ai suoi principi gi&agrave; si richiamano il legislatore
interno e la Corte Costituzionale.
I principi della Convenzione, in particolare il divieto di ogni forma di discriminazione per motivi legati al
patrimonio genetico, sono riaffermati nel Protocollo addizionale “Genetic Testing for Health Purposes” adottato a Strasburgo il 27 novembre 2008: si rinvia a BEQIRAJ, Il protocollo alla Convenzione di Oviedo sui test genetici per fini medici. Verso il rafforzamento del quadro giuridico internazionale in materia di diritti umani in
campo biomedico, in Forum BioDiritto 2009, cit., 373 ss.
Con una previsione di tutela pi&ugrave; ampia rispetto alla Dichiarazione Unesco sul genoma umano (RODOT&Agrave;,
Altrettanto importante in ambito europeo, anche se atto non vincolante, &egrave; la Raccomandazione R (2006) 4 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che disciplina la ricerca
condotta sui materiali biologici di origine umana. La Raccomandazione, prevedendo la necessit&agrave; di ottenere il consenso del donatore per poter utilizzare i tessuti biologici a scopo di ricerca, distingue i tessuti in due categorie, secondo che siano o no identificabili (art. 3). I materiali
biologici non identificabili, definiti “unlinked anonimysed materials”, sono materiali che, da
soli o combinati a dati associati, non consentono l’identificazione della persona coinvolta. I
materiali biologici identificabili, invece, sono quei materiali che, soli o in combinazione con
dati associati, permettono l’identificazione dei soggetti direttamente o mediante l’utilizzo di un
codice, e in quest’ultimo due sono le ipotesi previste: gli utilizzatori dei materiali hanno accesso al codice (coded materials); gli utilizzatori non hanno accesso al codice, che &egrave; sotto il controllo di soggetti terzi (linked anonymised materials). La ricerca sui materiali biologici deve
esser intrapresa solo se rientra nei limiti del consenso ottenuto (art. 21) e, qualora ecceda tali
limiti, devono essere compiuti ragionevoli sforzi per contattare il donatore, al fine di ottenere
un nuovo consenso (art. 22.1): nel caso in cui ci&ograve; non sia possibile, i materiali biologici potranno essere utilizzati per la nuova ricerca solamente se finalizzata ad un importante scopo
scientifico e se analogo risultato non possa conseguirsi utilizzando materiali biologici per i
quali il consenso sia gi&agrave; stato ottenuto; inoltre, non deve esistere alcun elemento, tale da lasciare presumere che la persona coinvolta si sarebbe espressamente opposta a tale tipo di ricerca.
Anche la Raccomandazione riconosce la facolt&agrave; di ritirare liberamente il consenso in ogni momento, senza che la decisione possa condurre ad alcuna forma di discriminazione (art. 22.2).
Invece, i materiali biologici non identificabili possono esser utilizzati per una nuova ricerca, se
questa non viola alcuna delle restrizioni poste dalla persona coinvolta prima dell’anonimizzazione del campione (art. 23.1).
Da ultimo, &egrave; opportuno ricordare alcune direttive in materia. Anzitutto, la direttiva
2004/23/CE del 31 marzo 2004, “sulla definizione di norme di qualit&agrave; e di sicurezza per la donazione, l’approvvigionamento, il controllo, la lavorazione, la conservazione, lo stoccaggio e la
distribuzione di tessuti e cellule umani” (attuata dal d.lgs. 6 novembre 2007, n. 191), e la successiva direttiva 2006/17/CE dell’8 febbraio 2006 (che della prima costituisce attuazione per deTra diritto e societ&agrave;. Informazioni genetiche e tecniche di tutela, in Riv. crit. dir. priv., 2000, 582 s.). Da ultimo, sugli strumenti internazionali ed europei specificamente destinati al divieto di discriminazione genetica,
BEQIRAJ, Prohibition of genetic discrimination: applicative perspectives under the lens of human rights protection, in Comunit&agrave; internazionale, 2011, 91 ss. Nel diritto statunitense, v. la recente legge federale Genetic Nondiscrimination Information Act (GINA), che vieta la discriminazione genetica nei settori assicurativo e del lavoro, a prendere data, rispettivamente, dal 21 maggio e dal 1&deg; novembre 2009.
Con riferimento anche al diritto interno, v. FERRANDO, Il principio di gratuit&agrave;, biotecnologie e “atti di disposizione del corpo”, in Europa e dir. priv., 2002, 778 ss.; G. RESTA, La disposizione del corpo, regole di appartenenza e di circolazione, in Trattato di biodiritto, cit., Il governo del corpo, I, cit., 810 ss.; S. ROSSI, voce
Corpo umano (atto di disposizione sul), in Digesto, 4a ed., Disc. priv., Sez. civ., Aggiornamento, VII, Torino,
2012, 235 ss., 248.
terminate prescrizioni tecniche in tema di donazione, approvvigionamento e controllo di tessuti
e cellule umani) prevedono, tra l’altro, l’obbligo degli Stati di adottare tutte le misure necessarie
ad assicurare la tracciabilit&agrave; dei tessuti e delle cellule donate, anche assegnando uno specifico
codice alla donazione ed ai prodotti alla medesima associati. Riveste particolare importanza anche la direttiva 98/44/CE del 6 luglio 1998 sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, la quale indica i limiti di brevettabilit&agrave; dei materiali biologici. Tale direttiva &egrave; stata recepita in Italia dal d.l. 10 gennaio 2006, n. 3, convertito con modifiche nella l. 22 febbraio 2006,
Per completare il quadro normativo europeo, occorre precisare che nei Trattati europei non
vi sono norme espressamente dedicate al regolamento dei dati genetici e delle banche di raccolta
di informazioni biologiche; tuttavia, questi trovano tutela nella pi&ugrave; ampia disciplina dei dati personali. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) inserisce nella parte I, dopo i
principi fondamentali, la libert&agrave; di circolazione dei dati personali e nel titolo XIX pone come
obiettivo primario &laquo;la realizzazione di uno spazio europeo della ricerca&raquo;, sottolineando la necessit&agrave; che vi sia &laquo;coerenza reciproca&raquo; tra le politiche nazionali e quella dell’Unione: a tale scopo, le istituzioni europee potranno adottare, in un primo momento, un &laquo;programma quadro pluriennale&raquo; che fissi obiettivi, principi e linee guida delle azioni da intraprendere per promuovere
la ricerca; in un secondo momento, esse stabiliranno &laquo;le misure necessarie all’attuazione dello
spazio europeo della ricerca&raquo; 9.
Pertanto, de iure condendo, il quadro regolamentare, all’interno del quale si inseriranno gli
atti legislativi europei e quelli interni, appare decisamente mutato: infatti, la materia della ricerca scientifica, pur non essendo elencata tra i settori di competenza concorrente, comunque viene
trattata all’interno dell’art. 4 TFUE ad essi dedicato, precisando che l’Unione &laquo;ha competenza a
condurre azioni […] senza che l’esercizio di tale competenza possa avere per effetto di impedire
agli Stati membri di esercitare la loro&raquo; 10. Infine, l’attivit&agrave; legislativa dell’Unione dovr&agrave; tenere
conto di alcuni principi fondamentali cos&igrave; come regolati dalla Carta dei Diritti fondamentali
dell’Unione europea 11: l’art. 3 considera inalienabile il diritto all’integrit&agrave; della persona e lo tutela, prescrivendo la necessit&agrave; di un &laquo;consenso libero e informato&raquo; al trattamento, il divieto di
pratiche eugenetiche e di clonazione riproduttiva degli esseri umani, nonch&eacute; il divieto di fare del
corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro; l’art. 8 riconosce la protezione dei dati perso9
LORENZON, La regolamentazione delle biobanche all’incrocio tra diritto dell’Unione e discrezionalit&agrave; legislativa nazionale: alla ricerca di un punto di equilibrio tra riservatezza e libert&agrave; di ricerca scientifica, in Forum BioDiritto 2010, cit., 50 ss.
La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, solennemente proclamata a Nizza il 7 dicembre
del 2000 dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione e adattata a larghissima maggioranza dalle medesime Istituzioni a Strasburgo il 12 dicembre 2007, nasce come dichiarazione programmatica, ma ora, in
virt&ugrave; dell’art. 6, par. 1, Trattato sull’Unione Europea (TUE) come modificato dal Trattato di Lisbona, ha lo
stesso valore giuridico dei trattati e le sue disposizioni sono divenute giuridicamente vincolanti.
nali; l’art. 13 garantisce, nel rispetto della dignit&agrave; umana, la libert&agrave; della ricerca scientifica; l’art.
35 assicura il rispetto di un &laquo;elevato livello di protezione&raquo; del diritto alla salute 12.
1.2. – La disciplina interna &egrave; alquanto scarna e soprattutto deludente sotto il profilo formale.
Infatti, l’art. 90, d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali 13, spoglia il legislatore delle sue competenze e rimette all’Autorit&agrave; Garante per la protezione dei dati personali (quindi, ad un’autorit&agrave; amministrativa indipendente) il potere-dovere
di regolare la materia del trattamento dei dati genetici con una propria autorizzazione, se pure
con la cautela di consultare il Ministro della Salute, tenuto a sua volta ad acquisire il parere del
Consiglio superiore di sanit&agrave; 14: l’ultima Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici
reca data 12 dicembre 2013, avr&agrave; efficacia fino al 31 dicembre 2014 e regola l’utilizzo dei campioni biologici ed il trattamento dei dati genetici. Si tratta di una soluzione di emergenza, che
per&ograve; suscita perplessit&agrave;, non solo per la delicatezza della materia, che richiede un bilanciamento
tra valori e diritti tutelati dalla Costituzione; ma soprattutto perch&eacute; l’autorizzazione non pu&ograve;
comunque estendersi a regolare profili diversi dalla protezione dei dati personali, ma non per
questo meno rilevanti. Basti ricordare, a titolo di esempio, l’individuazione dei requisiti di qualit&agrave; delle biobanche, il ruolo dei comitati etici, i diritti di propriet&agrave; intellettuale, l’allocazione dei
benefici derivanti dallo svolgimento delle ricerche 15.
In termini generali, l’Autorizzazione fornisce molte definizioni indispensabili nel campo genetico (ma non quella di biobanca, v. punto 1) ed individua il proprio ambito di applicazione:
per il profilo che qui interessa, l’Autorizzazione &egrave; rilasciata “agli enti o agli istituti di ricerca,
alle associazioni e agli altri organismi pubblici e privati aventi finalit&agrave; di ricerca, limitatamente
ai dati e alle operazioni indispensabili per esclusivi scopi di ricerca scientifica, anche statistica,
finalizzata alla tutela della salute dell’interessato, di terzi o della collettivit&agrave; in campo medico,
biomedico ed epidemiologico, nell’ambito delle attivit&agrave; di pertinenza della genetica medica,
L’assenza di un quadro normativo interno, capace di indirizzare l’attivit&agrave; regolamentare del Garante, induce a ritenere ancora vivi i dubbi sulla legittimit&agrave; sostanziale e sulla compatibilit&agrave; di una simile autorizzazione
con il principio di legalit&agrave;: LORENZON, op. cit., 75 ss., cui si rinvia anche per le rilevanti conseguenze sul piano
Come osserva LATTANZI, op. cit., 338; a ci&ograve; si aggiunga che il mancato rispetto delle prescrizioni del Garante comporta l’illiceit&agrave; dell’uso del dato, con relativa sanzione, attivata da un procedimento che vede una non
auspicabile coincidenza tra chi ha dettato le regole e chi le applica: VACCARI, Diritti fondamentali e biobanche
a fini terapeutici e di ricerca: i bilanciamenti p(rop)osti dalle fonti (e “non fonti”) esistenti in materia, in Forum BioDiritto 2010, cit., 39. Sulla necessit&agrave;, de iure condendo, di adottare un modello normativo integrato basato sulla specializzazione delle diverse fonti normative (legislatore, autorit&agrave; indipendenti, codici deontologici,
linee guida, protocolli), PENASA, Conclusioni. Verso un sistema normativo integrato: il caso delle biobanche di
ricerca, ibidem, 325 ss.
nonch&eacute; per scopi di ricerca scientifica volti a sviluppare le tecniche di analisi genetica” (punto 2,
lett. d). L’ambito di applicazione, poi, si coordina con le finalit&agrave; del trattamento: in particolare,
il punto 3, lett. c), richiama la ricerca scientifica e statistica, aggiungendo alle caratteristiche sopra indicate anche la “sperimentazione clinica di farmaci”.
Quanto alla disciplina, per alcuni aspetti l’Autorizzazione non si discosta molto da regole gi&agrave;
contenute nella normativa in tema di protezione dei dati personali. In primo luogo, si riafferma
il principio di economicit&agrave;, in forza del quale &egrave; ammissibile il trattamento di dati genetici solo
quando le finalit&agrave; di ricerca non possono essere conseguite con dati e campioni biologici anonimi (punto 3.1). Al medesimo fine si ispira la necessit&agrave; della previa redazione di un progetto di
ricerca, sia per verificare che l’utilizzo dei campioni ed il trattamento dei dati siano destinati ad
effettivi scopi scientifici e siano, altres&igrave;, ad essi strettamente pertinenti; sia per controllare
l’adeguatezza delle misure volte a garantire la volontariet&agrave; del conferimento del materiale biologico, la natura e le modalit&agrave; di prelievo e di conservazione dei campioni, la sicurezza dei dati
e gli eventuali responsabili della ricerca (punti 4.2 e 4.3).
A tutela della riservatezza delle informazioni, l’Autorizzazione prevede, poi, apposite misure
di sicurezza, che si aggiungono a quelle gi&agrave; stabilite dal d.lgs. n. 196/2003, al fine di trattare, nello
stadio pi&ugrave; precoce possibile della ricerca, dati genetici e campioni con tecniche di cifratura o attribuzione di codici, tali da renderli temporaneamente non intelleggibili anche a chi sia autorizzato
ad accedervi e da consentirne l’accesso solo in caso di necessit&agrave;; inoltre, le misure devono consentire il trattamento disgiunto dei dati genetici e sanitari dagli altri dati personali (punto 4.3).
Sempre alla tutela della riservatezza ed al rispetto del principio di finalit&agrave; (della ricerca) si
ispirano molte regole: dati personali e campioni biologici possono esser utilizzati solo se pertinenti alla ricerca (punto 8) o al perseguimento di scopi scientifici/statistici direttamente collegati
a quelli per i quali era stato originariamente acquisito il consenso (punto 8.1); nel caso di soggetti che non possono prestare il proprio consenso (per impossibilit&agrave; fisica, incapacit&agrave; di agire o
incapacit&agrave; di intendere o di volere), questo &egrave; acquisito da chi esercita la potest&agrave; (alternativamente, familiare, convivente, responsabile della struttura dove dimora l’interessato), quando il trattamento sia necessario per la salvaguardia della vita e dell’incolumit&agrave; fisica del medesimo oppure, nell’ambito della ricerca scientifica, quest’ultima, pur non comportando un beneficio diretto
per l’incapace, sia comunque finalizzata al “miglioramento della salute di altre persone appartenenti allo stesso gruppo di et&agrave; o che soffrono della stessa patologia o che si trovano nelle stesse
condizioni” (previo parere favorevole del Comitato etico ed in assenza di rischi significativi per
i diritti fondamentali dell’incapace) (punto 6); l’utilizzo di dati e campioni per progetti di ricerca
diversi, quando non &egrave; possibile informare gli interessati “malgrado ogni ragionevole sforzo per
raggiungerli”, &egrave; consentito solo se analoga ricerca non pu&ograve; essere realizzata con dati riferiti a
persone dalle quali pu&ograve; esser acquisito il consenso e se i dati gi&agrave; in possesso non consentono di
identificare gli interessati (n&eacute; questi avevano in precedenza fornito indicazioni contrarie) oppure, alternativamente, il nuovo programma di ricerca &egrave; autorizzato espressamente dal Garante,
con parere favorevole del Comitato etico territoriale (punto 8.1).
La riservatezza giustifica, altres&igrave;, le previsioni in tema di comunicazione e diffusione dei dati
genetici (punto 9): dati e campioni possono essere messi a disposizione di altri enti di ricerca, al
di fuori di progetti congiunti, limitatamente alle informazioni prive di dati identificativi e per
scopi scientifici direttamente collegati (e determinati per iscritto nella richiesta); la diffusione &egrave;
consentita solo in forma aggregata o tale da non rendere identificabili gli interessati. Tuttavia, i
risultati della ricerca, se comportano un beneficio concreto e diretto in termini di terapia, prevenzione o consapevolezza delle scelte riproduttive, devono essere comunicati all’interessato
(nel rispetto della sua volont&agrave; di conoscere tali eventi); mentre possono essere comunicati, sempre alle medesime condizioni e su espressa richiesta, anche agli appartenenti alla stessa linea
genetica, con il consenso dell’interessato o, in mancanza di consenso, quando tali risultati siano
indispensabili per evitare un pregiudizio alla salute (punto 9).
Anche nell’ambito della ricerca genetica, al fine di ottenere un consenso informato e consapevole (sul quale si torner&agrave; pi&ugrave; avanti), &egrave; riaffermato il diritto all’informativa in tema di finalit&agrave;
perseguite, risultati perseguibili, diritto di opporsi al trattamento dei dati per motivi legittimi,
facolt&agrave; di limitare l’utilizzo di dati e campioni, revocabilit&agrave; del consenso (con conseguente distruzione del campione biologico), modalit&agrave; di accesso alle informazioni contenute nel progetto
di ricerca (punto 5).
Da ultimo, si dedica particolare attenzione alle ricerche condotte su popolazioni isolate, sia
in tema di informazione presso le comunit&agrave; interessate, anche mediante mezzi di comunicazione
di massa su base locale e presentazioni pubbliche (punto 5); sia imponendo di rendere noti alle
comunit&agrave; interessate ed alle autorit&agrave; locali gli eventuali risultati della ricerca che rivestano
un’importanza terapeutica o preventiva per la tutela della salute delle persone appartenenti a tali
comunit&agrave; (punto 9).
1.3. – Se a livello sovranazionale manca una nozione univoca di biobank (termine comparso
per la prima volta nella letteratura scientifica a met&agrave; degli anni ’90) e se le definizioni dei singoli legislatori nazionali non sempre sono coincidenti 16; in Italia, addirittura, definizione e disciplina non sono contenute in alcun atto normativo di fonte primaria. Infatti – a differenza della
banca dati (definita dall’art. 4, comma 1, lett. p), Codice privacy, come “qualsiasi complesso organizzato di dati personali, ripartito in una o pi&ugrave; unit&agrave; dislocate in uno o pi&ugrave; siti”) – una definizione della figura in esame si pu&ograve; trovare solo in alcuni atti non normativi 17.
Vedi VACCARI, op. cit., 13 ss.; MIGLIAZZO, Biobanche: dalla tutela individuale alla dimensione collettiva. Discipline a confronto. Aspetti problematici in un’ottica di classificazione delle biobanche, in Forum BioDiritto 2010, cit., 105 ss.; MACILOTTI, op. cit., 40 ss.
Sul tema, da ultimo, MACILOTTI, voce Biobanche, in Digesto, 4a ed., Disc. priv., Sez. civ., Aggiornamento, VII, cit., 134 ss.; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e
propriet&agrave;, cit., 8 ss.
Un primo riferimento &egrave; rappresentato dalle “Linee guida per l’istituzione e l’accreditamento
delle biobanche” 19 aprile 2006, redatte da un gruppo di lavoro istituito presso il Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, le quali trovano espressa ispirazione nella Raccomandazione del Consiglio d’Europa R(2006)4.
Di particolare rilevanza, poi, &egrave; il Decreto del Ministero delle Attivit&agrave; Produttive 26 giugno
2006, il quale stabilisce la procedura di certificazione delle Biobanche come CRB (Centri di Risorse Biologiche). L’art. 2, punto a), definisce le biobanche come “centri fornitori di servizi per
la conservazione, il controllo e l’analisi di cellule viventi, di genomi di organismi e informazioni
relative all’ereditariet&agrave; e alle funzioni dei sistemi biologici, i quali conservano organismi coltivabili (microrganismi, cellule vegetali, animali e umane), parti replicabili di essi (genomi, plasmidi, virus, DNA), organismi vitali ma non pi&ugrave; coltivabili, cellule e tessuti, cos&igrave; come anche
banche dati concernenti informazioni molecolari, fisiologiche e strutturali rilevanti per quelle
collezioni”. Il successivo art. 2, punto b), definisce le Biobanche come Centri di Risorse Biologiche che hanno chiesto ed ottenuto la certificazione del proprio sistema di gestione per la qualit&agrave; da parte di un Organismo di certificazione di “Centri di Risorse Biologiche”; peraltro senza
indicare i criteri di certificazione dei CRB e rinviando, sul punto, a quelli “forniti dagli appositi
gruppi di studio dell’OCSE e comunicati per l’approvazione all’Ispettorato tecnico dell’industria della Direzione generale dello sviluppo produttivo e competitivit&agrave; del Ministero delle
attivit&agrave; produttive” 18. &Egrave; certamente discutibile la scelta di regolare un istituto di tale rilevanza
con un decreto ministeriale, laddove nella maggior parte dei Paesi europei sono state adottate
norme di fonte primaria per disciplinare organicamente il fenomeno delle biobanche.
Recentemente, nell’Accordo Stato-Regioni-Province autonome stipulato in data 25 marzo
2009 (sulle linee progettuali per l’utilizzo delle risorse vincolate) la biobanca &egrave; stata definita
come “unit&agrave; di servizio situata all’interno di strutture sanitarie pubbliche o private, senza fini
di lucro diretto, finalizzata alla raccolta, alla lavorazione, alla conservazione, allo stoccaggio
ed alla distribuzione di materiale biologico umano, a scopo di indagine diagnostica, ricerca e
uso terapeutico”. Peraltro, manca il riferimento all’ulteriore funzione di raccolta ed elaborazione delle informazioni relative al soggetto, dal quale proviene il campione biologico:
dati anagrafici, clinici, genealogici, caratteri ereditari di un individuo, modalit&agrave; di trasmissione di tali caratteri nell’ambito di una collettivit&agrave; di individui che appartengono allo stesso
gruppo biologico 19.
Dall’ampiezza delle definizioni sopra riportate, tratti caratterizzanti l’istituto sembrano esse-
Il Decreto tace su tutti gli aspetti pi&ugrave; rilevanti legati al regime privatistico delle banche biologiche, dalla
forma societaria alla partecipazione di soggetti pubblici o privati nella gestione del “centro”, alle regole che
ciascuno di questi istituti dovrebbe seguire: LORENZON, op. cit., 63.
In generale, sulla certificazione delle biobanche, v. FERRARI, Conveying Information, Generating Trust:
The Role of Certications in Biobanking, in Comparative Issues in the Governance of Research Biobanks, a cura
di Pascuzzi, Izzo, Macilotti, Heidelberg-New York, 2013, 281 s.
re, da un lato, l’assenza di scopo di lucro diretto, dall’altro, il servizio di conservazione dei
campioni biologici umani in vista di molteplici finalit&agrave;, quali ricerca medica, trapianto, ragioni
di pubblica sicurezza, raccolta di cellule staminali cordonali (con duplice funzione di ricerca e
di eventuale trapianto); con la precisazione, per&ograve;, che la biobanca, in quanto tale, non effettua
attivit&agrave; di diagnosi e di ricerca 20. Peraltro, per distinguere tale figura dalle semplici raccolte di
campioni, soccorrono altri due elementi, non sempre evidenziati nelle definizioni riportate: il
profilo organizzativo della biobanca 21 e la circostanza che essa conserva, non solo il materiale
biologico, ma anche i dati personali (clinici, genealogici, relativi allo stile di vita) del soggetto,
dal quale i campioni sono stati prelevati; il che &egrave; di non poca importanza, solo a considerare che
in molti paesi, tra i quali l’Italia, la disciplina delle biobanche &egrave; strettamente legata alle norme
che regolano il trattamento dei dati personali, in particolare genetici 22.
Limitando l’analisi alle biobanche di ricerca, &egrave; opportuno ricordare i due principi che ne rappresentano il fondamento, sia nell’ordinamento italiano, che a livello di diritto dell’Unione europea: la necessit&agrave; di ottenere il consenso informato del soggetto, sul quale si ritorner&agrave; ampiamente, e la gratuit&agrave; nella cessione dei campioni biologici 23. Con riferimento a quest’ultimo, sono state prospettate due interpretazioni: la prima, pi&ugrave; estensiva, esclude qualsiasi possibilit&agrave; di
costituire diritti patrimoniali sul corpo umano e sui tessuti che lo compongono, anche dopo il
prelievo 24; la seconda, invece, intende la regola dell’extrapatrimonialit&agrave;, non in senso assoluto,
ma come mero divieto di disporre di una parte staccata del corpo umano a titolo oneroso, al fine
di garantire la libert&agrave; e la spontaneit&agrave; delle donazioni 25. Solo aderendo a questa seconda interpretazione, sar&agrave; possibile configurare un diritto di propriet&agrave; su una parte del corpo umano 26.
Si segnalano, anche se il documento non ha natura cogente, i criteri organizzativi utili al riconoscimento
delle biobanche contenuti nelle Linee Guida per il riconoscimento/accreditamento delle Biobanche, rilasciate
dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie e le Scienze della Vita in data 21 novembre
2008, in http://www.governo.it/biotecnologie/documenti/linee_guida_definitivo_2008.pdf.
Come rileva MACILOTTI, voce Biobanche, cit., 135 s.; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato
sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit., 14 ss., il quale definisce le biobanche come “le unit&agrave; di servizio, senza scopo di lucro diretto, organizzate in unit&agrave; tecniche con criteri di qualit&agrave;, ordine e destinazione, finalizzate alla raccolta e alla conservazione di materiale biologico umano e dei dati ad esso afferenti, a scopo di
ricerca medica”.
Da ultimo, MACILOTTI, op. ult. cit., 36 s. V. anche GAMBARO, I beni, in Trattato dir. civ. e comm., gi&agrave; diretto da Cicu, Messineo, Mengoni, continuato da Schlesinger, Milano, 2012, 196 ss. (cui si rinvia anche i problemi afferenti l’invalidit&agrave; degli atti di disposizione posti in essere a titolo oneroso), il quale puntualmente osserva che il problema della gratuit&agrave; non &egrave; affrontato dall’art. 5 c.c., in quanto la norma “non esprime pi&ugrave; i principi direttivi del settore”, perch&eacute; concepita in funzione degli atti di disposizione del proprio corpo che cagionino una diminuzione permanente dell’integrit&agrave; fisica.
In questo senso, GAMBARO, La propriet&agrave;. Beni, propriet&agrave;, comunione, in Trattato dir. priv. a cura di Iudica e Zatti, Milano, 1990, 41.
2. – Le biobanche di ricerca genetica possono riguardare lo studio di determinate malattie
genetiche oppure concentrarsi sugli studi genetici di una determinata popolazione o ceppo etnico 27: in questo secondo caso, si parla di biobanca di popolazione, la quale si fonda sulla raccolta
di campioni biologici di una determinata comunit&agrave;. Tale istituto comprende figure diverse, a seconda dello scopo e della popolazione coinvolta: alcune raccolgono una sezione di una popolazione specifica, come i registri dei gemelli o la biobanca “madre e figlio”; altre sono riferite, in
generale, alla popolazione di un determinato luogo o Stato. Altre, ancora, riguardano popolazioni che hanno la caratteristica di esser isolate sotto il profilo culturale/etnico oppure geografico:
qui la scelta &egrave; legata all’esposizione a fattori, dei quali si vuole valutare il rischio sulla salute;
quindi, &egrave; seguita dall’identificazione e dallo studio di geni che contribuiscono all’insorgenza di
determinate malattie 28. Al momento del prelievo, e nei richiami del follow-up, i campioni biologici sono corredati di una serie di altri elementi: in particolare, dati genealogici, clinici e personali dei diversi componenti della popolazione, dati relativi al contesto nel quale i soggetti sono
inseriti, condizioni ambientali, stili di vita, abitudini alimentari 29.
Le informazioni ricavate, da un lato, da tessuti, materiali, campioni biologici e, dall’altro, da
questionari e archivi personali, familiari, generazionali, storici, sono inserite con criteri sistematici in precise infrastrutture, le biobanche di popolazione, con principale funzione predittiva e
preventiva di determinate malattie. Infatti, la genetica delle popolazioni, analizzando la correlazione tra fattori ambientali, predisposizione genetica e insorgere delle patologie, favorisce le ricerche epidemiologiche, che mirano ad individuare il fattore genetico che, fin dalla nascita, causa la malattia; potenzia gli studi successivi, che esaminano solo le malattie che insorgono nel
corso della vita; di conseguenza, poi, incrementa gli studi della farmacogenetica e farmacogenomica, che perseguono il modello della cosiddetta “medicina personalizzata”. Pertanto, i tessuti raccolti all’interno di tali biobanche, oltre a fornire dati utili alla ricerca, sono una fonte privilegiata di dati genetici, che consentono di acquisire informazioni relative allo stato di salute, alle
caratteristiche biologiche, al grado di predisposizione a contrarre determinate malattie.
L’importanza di quest’attivit&agrave; di ricerca &egrave; stata recentemente sottolineata dal Progetto CCM
2010-2011 “Costruzione dell’Hub Italiano delle Biobanche di Popolazione” dell’Istituto Superiore della Sanit&agrave;, volto a creare una “rete nazionale delle biobanche di popolazioni”, gi&agrave; indicate come attivit&agrave; prioritarie nel campo della promozione della salute pubblica dal ricordato Accordo Stato-Regioni-Province autonome del 25 marzo 2009. Infatti, come si legge nel Progetto,
In questo senso, le gi&agrave; citate Linee guida per l’istituzione e l’accreditamento delle biobanche, 19 aprile
2006, in http://www.governo.it/biotecnologie/documenti/7.biobanche.pdf.
Sulle biobanche di popolazione, MASCALZONI, Biobanche di popolazione: i confini frammentati di una
definizione tra individuo e gruppo etnico, in Trattato di biodiritto, cit., Il governo del corpo, I, cit., 1215 ss.; da
ultimo, MACILOTTI, op. ult. cit., 18 ss.
Le attivit&agrave; di raccolta, annotazione, gestione e scambio devono avvenire secondo procedure operative
standard e nel rispetto di leggi, raccomandazioni e linee guida etiche nazionali e internazionali, come si vedr&agrave;
nel prosieguo della trattazione.
una buona organizzazione a livello interno permetterebbe anche una maggiore competitivit&agrave; a
livello internazionale e comunitario, dove l’Unione Europea ha finanziato il progetto Biobanking and Biomolecular Resources Infrastructure (BBMRI) per la formazione di una rete di biobanche altamente qualificate, in grado di mettere a disposizione della comunit&agrave; scientifica internazionale materiale biologico di qualit&agrave;: la BBMRI opera, sia nel settore delle biobanche ospedaliere (raccolte di materiale biologico di pazienti affetti da patologie cliniche specifiche), sia
nel settore delle biobanche di popolazione con l’intento di studiare l’evolversi di patologie specifiche nel corso di 20-50 anni; in quest’ultimo settore, poi, collabora strettamente con il Public
Population Project in Genomics (P3G), un consorzio che supporta la comunit&agrave; delle biobanche
di popolazione con esperti, risorse finanziarie e condivisione di informazioni sulle scoperte relative alle ricerche sulla genomica delle popolazioni a livello internazionale.
3. – Preliminare all’analisi delle funzioni pi&ugrave; significative, sotto il profilo giuridico, delle
biobanche &egrave; lo studio di ci&ograve; che ne rappresenta l’essenza, in particolare lo statuto giuridico dei
campioni biologici e la protezione delle informazioni personali impiegate ai fini della ricerca 30.
Al riguardo, occorre distinguere, da un lato, la dimensione “materiale” del campione che,
prima dello sviluppo delle tecnologie in ambito genetico, era considerato alla stregua di qualsiasi altro bene mobile 31; dall’altro, la dimensione “informazionale”, la quale &egrave; fonte privilegiata di
dati medici e genetici (costituendo il profilo di gran lunga pi&ugrave; importante nel contesto della ricerca genetica) e, anche dopo la consumazione del materiale biologico, mantiene la sua relazione con l’identit&agrave; del corpo originario, in quanto ne individua il patrimonio genetico. In questo
secondo caso, il campione &egrave; strumento di identit&agrave; biologica ed espressione della personalit&agrave; del
soggetto: “il distacco non sancisce l’autonomia completa del campione biologico dal corposoggetto, ma soltanto la possibilit&agrave; di una sua autonoma circolazione” 32.
Pertanto, nei campioni biologici convivono due dimensioni, profondamente diverse sotto il
profilo giuridico: la dimensione materiale, dove il rapporto con il tessuto &egrave; connotato da una reale alterit&agrave; dell’oggetto rispetto al titolare, passibile di essere ricondotta al diritto di propriet&agrave;, ma
Ci si soffermer&agrave; pi&ugrave; avanti sui profili connessi alla brevettabilit&agrave; di invenzioni relative ad elementi isolati
del corpo umano (regolati dalla l. 22 febbraio 2006, n. 78, attuazione della Direttiva 98/44/CE in materia di
protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche).
Su questa base si fondavano le diverse teorie in merito al modo di acquisto della propriet&agrave; dei campioni
biologici (ius in se ipsum, res nullius suscettibile di occupazione, applicazione analogica della fruttificazione,
res originata per creazione): si rinvia, per un’analisi anche sul piano giuridico-filosofico, a MACILOTTI, op. ult.
cit., 55 ss.
MACILOTTI, Propriet&agrave;, informazione ed interessi nella disciplina delle biobanche a fini di ricerca, in
Nuova giur. civ. comm., 2008, II, 227; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra
privacy e propriet&agrave;, cit., 114 ss. V. anche CORDIANO, op. cit., 333 ss.; MARZOCCO, Il consenso informato alla
conservazione e all’utilizzo di materiale biologico umano. Persona e corpo tra relazione interrotta e nuovi
scenari rappresentativi, in Forum BioDiritto 2010, cit., 158 ss.
con i limiti in precedenza indicati della gratuit&agrave; dell’atto di disposizione 33; la dimensione informazionale, dove il rapporto con i dati genetici, espressione della personalit&agrave; e dell’identit&agrave; del
soggetto, &egrave; invece connotato da una corrispondenza, riconducibile alla categoria giuridica
dell’appartenenza, tra i medesimi ed il titolare del campione 34.
Di conseguenza, anche il consenso informato riguarda due fasi distinte. Il consenso
all’asportazione del tessuto &egrave; espressione del diritto all’integrit&agrave; fisica e all’autodeterminazione
in ordine alla propria salute ex art. 32, comma 2, Cost. 35. Diversamente, il consenso alla conservazione/utilizzo del materiale biologico asportato ed al trattamento dei dati genetici riguarda un
bene che ha ormai acquisito autonomia rispetto al corpo e non pu&ograve; pi&ugrave; esser individuato nel diritto di autodeterminazione in ordine alla propria salute: esso conferisce, non gi&agrave; un diritto di
propriet&agrave; sul dato, ma solo un diritto di utilizzo nei limiti previsti dalle disposizioni che regolano la circolazione dei dati genetici 36.
A questo punto, occorre chiedersi se sia possibile assoggettare le due dimensioni ad un regime giuridico unitario o se, diversamente, siano configurabili regimi giuridici differenziati. In
questa seconda ipotesi, con riguardo alla dimensione materiale dei campioni biologici, la disciplina di riferimento sarebbe quella della propriet&agrave;, con due soluzioni prospettabili: nella prima,
il consenso, con un negozio ad efficacia reale, trasferisce la propriet&agrave; dei campioni biologici e,
con essa, la facolt&agrave; di utilizzare i medesimi e gli eventuali diritti, anche patrimoniali, che potrebbero derivare dalle invenzioni scientifiche messe a punto dallo studio dei campioni 37; nella
V. GAMBARO, I beni, cit., 195 ss. Sottolinea l’opportunit&agrave; di distinguere secondo la tipologia del materiale biologico, CORDIANO, op. cit., 337 s.
MACILOTTI, Lo statuto giuridico della corporeit&agrave; e le biobanche di ricerca, in Forum Biodiritto 2010,
cit., 214 s.; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit.,
127 ss. Sulla categoria dell’appartenenza, riferita in particolare al governo del corpo, ZATTI, Il corpo e la nebulosa dell’appartenenza, in Nuova giur. civ. comm., 2007, II, 1 ss.; ID., Di l&agrave; dal velo della persona fisica. Realt&agrave; del corpo e diritti “dell’uomo”, in Liber Amicorum per Francesco D.Busnelli, Il diritto civile tra principi e
regole, II, Milano, 2008, 121 ss.; ID., Principi e forme del “governo del corpo”, in Trattato di biodiritto, cit., Il
governo del corpo, I, cit., 99 ss. In termini generali, RODOT&Agrave;, Il terribile diritto. Studi sulla propriet&agrave; privata e
i beni comuni, 3a ed., Il Mulino, Bologna, 2013, 252 ss.
Con riferimento ai limiti dell’art. 5 c.c. (MACILOTTI, Le biobanche: disciplina e diritti della persona, in
Trattato di biodiritto, cit., Il governo del corpo, I, cit., 1201 s.; ID., voce Biobanche, cit., 137; MATTEI, RUSCICA, MASETTI ZANNINI, Diritto alla vita e diritto all’integrit&agrave; fisica, in I diritti della personalit&agrave;, Strategie di
tutela. Inibitorie. Risarcimento danni. Internet, a cura di Ruscica, Padova, 2013, 300 ss.; ALPA, ANSALDO, Le
persone fisiche, in Il Codice Civile. Commentario fondato da Schlesinger e diretto da Busnelli, Milano, 2013,
359 ss.), s’impone, peraltro, una lettura evolutiva della norma, in armonia con i principi costituzionali e con le
nuove frontiere della biologia (FERRANDO, op. cit., 761 ss.; CORDIANO, op. cit., 241 ss.); se non, addirittura, una
sua disapplicazione (S. ROSSI, op. cit., 226 ss., 247 ss.).
MACILOTTI, Consenso informato e biobanche di ricerca, in Nuova giur. civ. comm., 2009, II, 157 s.; LOop. cit., 46 s.; GAMBARO, op. ult. cit., 202 s.; DI LELLA, Logica del profitto e dimensione etica nella
disciplina della propriet&agrave; industriale sulle invenzioni biotecnologiche, in www.juscivile.it, 2013, 255 s.
Cos&igrave; District Court for the Eastern District of Missouri, 31 marzo 2006, la quale ha riconosciuto
all’Universit&agrave; di Washington la propriet&agrave; dei campioni biologici contenuti nella biobanca: si rinvia, anche per
un’analisi di diritto comparato sul problema della propriet&agrave; dei campioni biologici in altri ordinamenti, a MACILOTTI, La natura giuridica dei campioni biologici utilizzati a scopo di ricerca medica. Un difficile equilibrio
seconda, il consenso, con un negozio ad efficacia obbligatoria, autorizza solo l’utilizzo dei campioni nei limiti previsti dall’informativa sottoposta al paziente, con rilevanti problemi in caso di
nuova ricerca o di revoca del consenso in precedenza prestato 38. Invece, con riferimento alla
dimensione informazionale, il consenso, avendo ad oggetto la relazione tra il soggetto ed i suoi
dati personali, non potrebbe mai essere ricondotto al paradigma della propriet&agrave;: in quanto
espressione dell’identit&agrave; del soggetto, il quadro normativo di riferimento, se pure con taluni
adattamenti, dev’essere quello della protezione dei dati personali 39.
4. – In Europa, l’esistenza di un’efficace normativa sulla privacy, da un lato, e il timore di
un uso scorretto delle informazioni e in particolare dei dati genetici, dall’altro, hanno indotto alla ricerca di una disciplina unitaria, dove hanno prevalso le regole sulla tutela dei dati personali,
pi&ugrave; restrittive rispetto a quelle del diritto di propriet&agrave;, con la conseguenza di ridurre il campione
biologico a mero supporto del dato informativo 40.
&Egrave; questa la via seguita anche nell’ordinamento italiano, dove la materia del trattamento dei
dati genetici &egrave; inserita nell’art. 90, d.lgs. n. 196/2003, che consente il medesimo nei soli casi
previsti da apposita autorizzazione del Garante: in particolare, il punto 6, Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013, prevede che i tessuti vengano distrutti
nel momento in cui l’interessato revochi il consenso al trattamento dei dati per scopi di ricerca,
salvo che il campione non possa pi&ugrave; essere riferito ad una persona identificata o identificabile 41;
pertanto, la sorte del tessuto &egrave; legata a quella del dato. Nel medesimo senso si era espressa anche la Raccomandazione R(2006)4 del Consiglio di Europa in tema di utilizzo dei campioni biologici a scopo di ricerca medica. Come risulta dal citato punto 6, deve trattarsi di dati suscettibili
di individuare l’identit&agrave; del titolare, perch&eacute; solo ad essi si pu&ograve; applicare la disciplina del Codice
tra la tutela della persona e il mercato, in Biobanche e informazioni genetiche. Problemi etici e giuridici, cit.,
15 ss.; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit., 86 ss.
Diversamente nell’ordinamento statunitense, il quale, sprovvisto di una disciplina generale di tutela dei
diritti della personalit&agrave;, utilizza il modello teorico dei property rights: MACILOTTI, La natura giuridica dei
campioni biologici utilizzati a scopo di ricerca medica, cit., 24 ss.
MACILOTTI, Propriet&agrave;, informazione ed interessi nella disciplina delle biobanche a fini di ricerca, cit.,
229; ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit., 146 ss.;
LATTANZI, op. cit., 328 ss. Sul tema v. RODOT&Agrave;, Tra diritto e societ&agrave;. Informazioni genetiche e tecniche di tutela, cit., 583 ss, per il quale anche la tutela sulla privacy talvolta pu&ograve; non essere sufficiente ad eliminare i rischi
legati alla raccolta dei dati; ID., Introduzione, in Bioetica e laicit&agrave;. Nuove dimensioni della persona, a cura di
Rodot&agrave; e Rimoli, Carocci, Roma, 2009, 13 ss.; G. RESTA, op. cit., 819; S. ROSSI, op. cit., 249 s.
Previsione che si pone in contrasto con il parere 14 ottobre 1997 e la circolare 19 dicembre 1986 del
Consiglio Superiore della Sanit&agrave;, per i quali i campioni devono essere conservati per un periodo di vent’anni:
LORENZON, op. cit., 72 s.
Numerose sono le critiche a questa ricostruzione.
Anzitutto, a seguito della cancellazione dei dati per volont&agrave; del titolare, il campione biologico, nella sua dimensione materiale, “riacquista” la propria autonomia e, con essa, l’idoneit&agrave; a
circolare e ad esser oggetto del diritto di propriet&agrave;, mantenendo inalterata l’utilit&agrave; ai fini della
ricerca scientifica: di qui la necessit&agrave;, di cui si parler&agrave; tra breve, di individuarne un titolare; con
la conseguenza di stabilire a chi spettino la facolt&agrave; di utilizzare il medesimo e gli eventuali diritti
(patrimoniali) derivanti da possibili invenzioni scientifiche.
In secondo luogo, e nel presupposto di una soluzione normativa diversa dalla distruzione del
campione per revoca del consenso al trattamento dei dati, &egrave; oltremodo negativo che la ricerca
non possa pi&ugrave; seguire l’evoluzione clinica del soggetto, cui apparteneva il campione biologico 42: di qui l’opportunit&agrave; di individuare un soggetto terzo rispetto agli enti di ricerca (e tale
potrebbe essere la biobanca) che, nonostante l’intervenuta revoca, possa continuare a gestire i
dati personali, con la massima riservatezza, e consentire cos&igrave; alla scienza di disporre dei campioni-materia (non pi&ugrave; distrutti) e dei dati informazionali, onde provvedere al loro aggiornamento, il che si rivela particolarmente utile soprattutto nelle ricerche sui c.d. isolati genetici 43.
Da ultimo, ad accogliere quest’ultima soluzione, si potrebbe risolvere un altro problema frequente nella pratica e legato alla difficolt&agrave; di fornire ex ante informazioni dettagliate sui futuri
utilizzi dei dati afferenti i campioni biologici, al fine di acquisire un consenso adeguatamente
informato: spesso, infatti, al momento del prelievo del campione (e quindi del consenso) molte
indagini non sono prevedibili e dipendono dallo sviluppo delle conoscenze tecniche, mentre altre possono essere pianificate solo in tempi successivi; con la conseguente necessit&agrave; di ottenere
un nuovo consenso.
5. – Se si afferma l’autonomia del campione biologico rispetto ai dati informativi, sia quando
non &egrave; identificabile, sia quando non pu&ograve; pi&ugrave; essere tale per revoca del consenso del soggetto cui
apparteneva, &egrave; preliminare risolvere il problema della sua propriet&agrave;. Soprattutto in questa seconda ipotesi &egrave; necessario stabilire se il consenso prestato alla conservazione del campione nella
biobanca trasferisca a quest’ultima anche la propriet&agrave; del medesimo ovvero attribuisca soltanto
un mero diritto di utilizzo: infatti, ad accogliere la seconda alternativa, il negozio avrebbe efficacia solo obbligatoria, l’utilizzo sarebbe possibile nei limiti del consenso prestato e quindi
sembrerebbe inevitabile la restituzione del campione o la sua distruzione.
Il dato normativo non offre una risposta precisa al riguardo, ma pu&ograve; essere di aiuto laddove,
con riferimento ai tessuti derivanti da operazioni diagnostiche e da interventi chirurgici, prevede
230 s.; ID., Lo statuto giuridico della corporeit&agrave; e le biobanche di ricerca, cit., 222 s.
che i medesimi, in caso di mancato assenso al loro utilizzo per fini di ricerca, non possono essere restituiti al paziente, ma devono essere distrutti, perch&eacute; considerati rifiuti sanitari pericolosi 44.
Dalla previsione si deducono, non solo la pericolosit&agrave; che l’individuo utilizzi i propri materiali
biologici, in quanto sprovvisto delle conoscenze e degli strumenti tecnici per sfruttarne correttamente le caratteristiche (di qui la regola della loro distruzione), ma soprattutto, e per le medesime ragioni, la mancanza di qualsiasi interesse del paziente ad un potenziale godimento, non
potendo trarre alcun beneficio (di qui la regola del divieto di restituzione) 45; a ci&ograve; si aggiunga
che la gestione del tessuto neppure potrebbe esser esercitata in completa autonomia da colui che
ha subito l’asportazione, pena il rischio di escludere e discriminare i soggetti che condividono il
medesimo patrimonio biologico. In altri termini, le norme richiamate provano che il soggetto
non &egrave; proprietario dei campioni asportati e la soluzione non deve sorprendere, se si pensa, ad
esempio, ai limiti spaziali della propriet&agrave; immobiliare ex art. 840, comma 2, c.c. La necessit&agrave; del
consenso del paziente per la destinazione dei campioni a scopi di ricerca, apparentemente in
contrasto con quanto appena affermato, &egrave; giustificata dal collegamento con la dimensione informazionale e, quindi, con la disciplina sulla protezione dei dati personali.
Una volta negata la propriet&agrave; del campione biologico in capo al soggetto dal quale proviene,
astrattamente si potrebbe ipotizzare la titolarit&agrave; dei tessuti, depositati nella biobanca, in capo
all’ente di ricerca (che ha effettuato/disposto il prelievo per studiare le caratteristiche biologiche
del materiale), ma la soluzione presenta inconvenienti sotto un duplice profilo, scientifico e giuridico: per il primo, ogni singolo ente potrebbe impedire l’utilizzo del campione a ricercatori
esterni 46; per il secondo, nell’ipotesi di revoca del consenso al trattamento dei dati, sarebbe inevitabile la distruzione del campione, perch&eacute; l’ente non &egrave; soggetto “terzo” (come si &egrave; auspicato
nel precedente paragrafo) in grado di continuare la ricerca sulla dimensione materiale e, allo
stesso tempo, di conservare i dati informativi con adeguate misure di sicurezza e di riservatezza 47.
Di conseguenza, si &egrave; fatta strada tra gli interpreti la prospettiva di ricondurre la figura in
esame alla categoria dei “commons” 48, in quanto il campione biologico, da bene strettamente
Cos&igrave; l’art. 45, d.lgs. 15 febbraio 1997, n. 22 (Disciplina sulla gestione dei rifiuti) e il d.p.r. 15 luglio
2003, n. 254 (Regolamento recante la disciplina della gestione dei rifiuti sanitari).
Tuttavia, &egrave; doveroso precisare che in talune ipotesi le parti staccate del corpo umano possono ancora conservare una qualche utilit&agrave; per il donatore (si pensi ai campioni di sperma umano affidati alle cosiddette banche
dello sperma): da ultimo, GAMBARO, op. ult. cit., 203 ss.
MACILOTTI, Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit., 175.
Nello stesso senso, MACILOTTI, Lo statuto giuridico della corporeit&agrave; e le biobanche di ricerca, cit., 232.
In generale, sulla categoria dei beni comuni, MARELLA, Il diritto dei beni comuni. Un invito alla discussione, in Riv. crit. dir. priv., 2011, 103 ss.; MATTEI, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari, 2011, passim;
ID., I beni pubblici: un dialogo fra diritto e politica, in La vocazione civile del giurista. Saggi dedicati a Stefano
Rodot&agrave;, a cura di Alpa e Roppo, Laterza, Roma-Bari, 2013, 119 ss.; AA.VV., Oltre il pubblico e il privato. Per un
diritto dei beni comuni, a cura di Marella, Ombre Corte, Verona, 2012, passim; SALVI, Beni comuni e propriet&agrave;
privata (a proposito di “Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, a cura di Maria Rosaria
personale a servizio dell’individuo, diverrebbe con il distacco ed il consenso del proprietariopaziente un bene posto al servizio della collettivit&agrave; 49. Altri, sottolineando il legame inscindibile
tra le diverse dimensioni (materiale, informazionale e relazionale) del campione biologico, preferisce parlare di semi-commons, cio&egrave; di “beni che pur mantenendo … un particolare rapporto di
appartenenza con il soggetto dal quale provengono, rappresentano nei confronti dei soggetti terzi dei beni comuni” 50.
A mio avviso, non &egrave; necessario pervenire alla soluzione di considerare i campioni biologici
res extra commercium o, alternativamente, di adattare, con non poche difficolt&agrave;, la struttura
classica dei semi-commons, dove convivono propriet&agrave; individuale e (com)propriet&agrave; collettiva
riferita ad una determinata comunit&agrave;, alla diversa fattispecie di appartenenza individuale e di
bene comune senza una specifica comunit&agrave; di riferimento 51. Piuttosto, si potrebbe richiamare la
“funzione sociale” della propriet&agrave; dell’art. 42, comma 2, Cost., letta in ragione dell’efficiente
circolazione dei beni, ed affidare alle biobanche la “gestione” di questo servizio, nel presupposto, comunque, che disponibilit&agrave; e titolarit&agrave; del campione spettino alle medesime: ci&ograve; in una
logica proprietaria dove occorre distinguere accesso ed uso, da un lato, e propriet&agrave;, dall’altro,
contrapponendo i primi alla seconda 52.
Marella), in Riv. dir. civ., 2013, 209 ss.; RODOT&Agrave;, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 2012, 113 ss.; ID.,
Il terribile diritto. Studi sulla propriet&agrave; privata e i beni comuni, cit., 460 ss.
Nella giurisprudenza di legittimit&agrave;, il concetto di “beni comuni” compare per la prima volta in una pronuncia a Sezioni unite dove, se pure in un contesto molto diverso dalla questione in oggetto (appartenenza al demanio marittimo di alcune valli da pesca della laguna di Venezia), si afferma il principio, derivante
dall’applicazione diretta degli artt. 2, 9 e 42 Cost., della &laquo;tutela della umana personalit&agrave; e del suo corretto svolgimento nell’ambito dello Stato sociale, anche nell’ambito del “paesaggio”, con specifico riferimento non solo
ai beni costituenti, per classificazione legislativa-codicistica, il demanio e il patrimonio oggetto della “propriet&agrave;” dello Stato, ma anche riguardo a quei beni che, indipendentemente da una preventiva individuazione da parte del legislatore, per loro intrinseca natura o finalizzazione risultino, sulla base di una compiuta interpretazione
dell’intero sistema normativo, funzionali al perseguimento e al soddisfacimento degli interessi della collettivit&agrave;&raquo; e che – per tale loro destinazione alla realizzazione dello Stato sociale – devono ritenersi “comuni”, prescindendo dal titolo di propriet&agrave;, perch&eacute; strumentalmente collegati agli interessi di tutti i cittadini. Cos&igrave; Cass.
civ., S.U., 14 febbraio 2011, n. 3665, in Rass. dir. civ., 2012, 524, con nota di CARAPEZZA FIGLIA, Propriet&agrave; e
funzione sociale. La problematica dei beni comuni nella giurisprudenza delle Sezioni unite (cui si rinvia per
ulteriori riferimenti bibliografici), il quale, per&ograve;, giustamente rileva che la Cassazione parla di beni comuni quali strumenti finalizzati alla realizzazione di valori costituzionali, ma poi ne fa un’applicazione poco convincente
ed utilizza la categoria per allargare i confini del demanio oltre i casi previsti dal legislatore.
Su questa prospettiva, v. NOVELLI, PIETRANGELI, I campioni biologici, in Trattato di biodiritto, cit., Il
governo del corpo, I, cit., 1036 ss.; CONTU, Il ruolo del brevetto biotecnologico tra valorizzazione della ricerca
scientifica e logiche economico-commerciali, in Riv. crit. dir. priv., 2012, 99 ss.
Cos&igrave; MACILOTTI, Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;,
cit., 215 ss., e ivi ulteriori riferimenti.
In primis, la propriet&agrave; comune, se riferita alla collettivit&agrave; nazionale, comporterebbe la necessit&agrave; di individuare poteri di amministrazione in capo agli organi rappresentativi della stessa, cio&egrave; allo Stato: da ultimo, MARINELLI, Usi civici e beni comuni, in Rass. dir. civ., 2013, 406 ss.
Nel senso che “l’accesso dev’essere riconosciuto indipendentemente dalla titolarit&agrave;, ove ci&ograve; serva a garantire l’interesse all’uso del bene oltre le forme dell’appartenenza esclusiva”, da ultimo MARELLA, Il principio
6. – Se si accoglie quest’impostazione, il ruolo di “soggetto terzo”, cui si &egrave; in precedenza accennato, potrebbe essere svolto proprio dalle biobanche, a condizione che le medesime presentino determinate caratteristiche di affidabilit&agrave;: enti pubblici o comunque sottoposti al controllo
dello Stato, strutturalmente autonomi rispetto ai singoli istituti di ricerca; inseriti, inoltre, in una
rete nazionale, per consentire ai ricercatori di potere fruire di un pi&ugrave; ampio bacino di campioni
biologici 53. A questo fine, si rivelerebbe utile istituire, come in Inghilterra con la Human Tissue
Authority, un’Autorit&agrave; pubblica indipendente, deputata a valutare i progetti di ricerca, controllare l’operato delle biobanche e disciplinare l’utilizzo dei campioni biologici, stabilendo altres&igrave; i
criteri di accreditamento ai quali devono conformarsi gli enti di ricerca (cos&igrave; lo Human Tissue
Act 2004) 54.
In altri paesi, in particolare negli Stati Uniti, si &egrave; suggerito di seguire, nell’organizzazione
delle biobanche, il modello del c.d. biotrust: il donatore di tessuto o settlor manifesta la volont&agrave;
di trasferire la propriet&agrave; del campione biologico al trust; quindi nomina un trustee, la Biotrust
Foundation, che ha il dovere fiduciario di gestire la propriet&agrave; a beneficio della collettivit&agrave;, designata quale beneficiario. In particolare, il trustee distribuisce i tessuti agli enti di ricerca, conserva le chiavi di accesso all’identit&agrave; dei tessuti, tutela la privacy dei donatori, controlla che il
materiale sia impiegato nel rispetto delle regole etiche: quest’attivit&agrave; sarebbe sottoposta a revisione e controllo di organi esterni, che potrebbero annoverare al proprio interno anche una quota
di rappresentanza dei donatori, deputati a valutare i profili etici dei progetti di ricerca e ad approvare i protocolli di ricerca 55.
Tuttavia, anche senza accogliere quest’ultima soluzione che sconta le difficolt&agrave; sottese al riconoscimento dei trusts interni nel sistema italiano, gi&agrave; un regolamento delle biobanche nei termini sopra indicati, sottoposte al controllo di un’Autorit&agrave; indipendente, consentirebbe di risolvere molti problemi. Infatti, la principale funzione delle biobanche sarebbe quella di gestire le due
dimensioni del campione biologico: la propriet&agrave; del campione consentirebbe di non distruggerlo
nel caso di sopravvenuta revoca del consenso alla ricerca; l’indipendenza dagli enti di ricerca
costituzionale della funzione sociale della propriet&agrave; e le spinte antiproprietarie dell’oggi, in La vocazione civile del giurista. Saggi dedicati a Stefano Rodot&agrave;, cit., 105 ss., 118. Sul tema, RODOT&Agrave;, op. ult. cit., 108 ss.
Sulla struttura organizzativa delle biobanche e sulle regole che dovrebbero disciplinare il rapporto tra le
medesime ed i ricercatori, cd. material transfer agreement, soprattutto in tema di accesso ai dati, responsabilit&agrave;
per uso illecito dei materiali, diritti di propriet&agrave; intellettuale e scambio dei dati, si rinvia a MACILOTTI, op. ult.
cit., 219 ss., 229 ss.; v. anche LORENZON, op. cit., 84 s.
Analogamente, con riferimento alla UK Biobank ed alla commissione indipendente Ethics and Governance Council (EGC), istituita per valutare il progetto della UK Biobank, controllare lo UK Biobank Ethics and
Governance Framework (EGF) e riferire pubblicamente sulla conformit&agrave; del progetto, si rinvia a BROWNSWORD, Biobanks, Rights, and Regulatory Environment, in Biobanche e informazioni genetiche. Problemi etici
e giuridici, cit., 85 ss.
Si rinvia, anche per gli ulteriori riferimenti bibliografici, a MACILOTTI, op. ult. cit., 225 ss. Favorevole a
questo modello, COLUSSI, Dai vichinghi agli oroscopi genetici: saghe islandesi passate e future, in Forum
BioDiritto 2010, cit., 270 s.
permetterebbe comunque di conservare i dati, con le opportune cautele e chiavi di accesso limitate al responsabile della biobanca, per possibili aggiornamenti, senza ledere la riservatezza dei
soggetti coinvolti 56; infine, ma sul punto si torner&agrave; nel prosieguo, il potere di valutare la bont&agrave;
dei progetti di ricerca renderebbe possibile, con le medesime cautele, il superamento della necessit&agrave; di un nuovo consenso all’utilizzo del campione per ulteriori sviluppi della ricerca o per
ricerche affini.
7. – Il consenso dei pazienti alla conservazione e all’utilizzo dei loro campioni biologici a
scopo di ricerca deve avvenire sulla base di una dettagliata informativa, la quale &egrave; essenziale per
rendere il soggetto partecipe di quanto sar&agrave; sperimentato sui suoi campioni biologici; soprattutto
in quest’ambito, dove la singolarit&agrave; dei dati ricavabili impone una conoscenza dettagliata dei rischi, dei benefici e delle opzioni disponibili.
L’Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013 prevede che
nell’informativa vengano riportati: a) l’esplicitazione analitica di tutte le specifiche finalit&agrave; perseguite; b) i risultati conseguibili anche in relazione alle notizie inattese che possono essere conosciute per effetto del trattamento dei dati genetici; c) il diritto dell’interessato di opporsi al
trattamento dei dati genetici per motivi legittimi; d) la facolt&agrave; o meno, per l’interessato, di limitare l’ambito di comunicazione dei dati genetici ed il trasferimento dei campioni biologici, nonch&eacute; l’eventuale utilizzo di questi per ulteriori scopi; e) il periodo di conservazione dei dati genetici e dei campioni 57.
Inoltre, &egrave; necessario indicare: a) la libera manifestazione del consenso e la sua revocabilit&agrave; in
ogni momento, senza che ci&ograve; comporti alcuno svantaggio o pregiudizio per l’interessato, salvo
che i dati e i campioni biologici, in origine o a seguito di trattamento, non consentano pi&ugrave; di
identificare il medesimo; b) gli accorgimenti adottati per consentire l’identificabilit&agrave; degli interessati soltanto per il tempo necessario agli scopi della raccolta o del successivo trattamento; c)
l’eventualit&agrave; che i dati e/o i campioni biologici siano conservati e utilizzati per altri scopi di ricerca scientifica e statistica, per quanto noto, adeguatamente specificati anche con riguardo alle
categorie di soggetti ai quali possono esser eventualmente comunicati i dati oppure trasferiti i
campioni; d) le modalit&agrave; di accesso alle informazioni contenute nel progetto di ricerca.
Da ultimo, &egrave; necessario informare il soggetto sui potenziali utilizzi futuri del materiale biologico, inclusi gli usi commerciali, dei risultati della ricerca, dei dati e dei campioni; sar&agrave; neces-
Peraltro, per MACILOTTI (op. ult. cit., 239 ss.) non &egrave; possibile, allo stato attuale, assicurare piena tutela alla riservatezza dei soggetti coinvolti, poich&eacute; &laquo;la presenza di numerosi dati relativi a un soggetto, pur “anomizzati”, potrebbe tecnicamente consentire in via indiretta di risalire alla persona in questione&raquo;.
Sugli obblighi informativi disposti dall’Autorizzazione e sui problemi interpretativi legati a molte ambiguit&agrave; del dato letterale (anche se riferito alla precedente Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici del 24 giugno 2011, identica sul punto), MACILOTTI, voce Biobanche, cit., 142 ss.
sario, altres&igrave;, specificare che i soggetti non avranno alcun diritto di partecipare, su base individuale, agli eventuali profitti derivanti dalla studio dei loro campioni 58. &Egrave;importante sottolineare
che l’art. 170-bis, comma 3, d.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, Codice della propriet&agrave; industriale
(inserito dal d.lgs. 13 agosto 2010, n. 131) riproduce l’art. 5, comma 3, d.l. 10 gennaio 2006, n.
3, convertito con modificazioni nella l. 22 febbraio 2006, n. 78, sulla protezione delle invenzioni
biotecnologiche (in attuazione della direttiva 98/44/CE 59 e prevede che “la domanda di brevetto
relativa ad una invenzione che ha per oggetto o utilizza materiale biologico di origine umana
deve essere corredata dall’espresso consenso, libero e informato, a tale prelievo e utilizzazione,
della persona da cui &egrave; stato prelevato tale materiale”. La disposizione non &egrave; di poco conto, se si
considera che analoga previsione manca nel testo della direttiva, dove non fu accolto
l’emendamento del Parlamento europeo volto ad introdurre proprio la necessit&agrave; del consenso per
la brevettabilit&agrave; del materiale biologico umano o di invenzioni da esso derivate 60. &Egrave; vero che, ai
sensi dell’ultimo comma dell’art. 170-bis c.p.i., il riscontro del mancato deposito del consenso
non incide sulla concessione del brevetto, ma diviene oggetto di annotazione sul registro dei titoli della propriet&agrave; industriale (art. 22, commi 5 e 7, d.m. 13 gennaio 2010, n. 33, Regolamento
di attuazione del c.p.i.) e comporta per il richiedente, salvo che il fatto costituisca reato, solo una
sanzione amministrativa pecuniaria (art. 170 ter, comma 1, c.p.i.) 61. Tuttavia, tale previsione
In questo senso, v. Comitato Nazionale per la Bioetica e Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita, Raccolta di campioni biologici a fini di ricerca: consenso informato, 16 febbraio 2009,
in http://www.governo.it/bioetica/gruppo_misto/Consenso_Informato_allegato_Petrini_2009.pdf. Peraltro, non manca chi ravvisa un’incongruit&agrave; tra l’atto gratuito di cessione del campione biologico e la possibilit&agrave; che altri tragga benefici da una possibile applicazione industriale: MONTELEONE, Protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche
e tutela della persona, in Dir. ind., 2006, 407 s.
Sulle ragioni di tale ritardo nel recepimento della direttiva nell’ordinamento italiano, da ultimo MARINI,
Brevetto biotecnologico e cellule staminali nel diritto comunitario, in Giur. comm., 2013, I, 593 ss.; DI LELLA,
op. cit., 247 ss.
Infatti, il Regno dei Paesi Bassi impugn&ograve;, anche per questo motivo, la direttiva 98/44/CE di fronte alla Corte
di Giustizia (con intervento adesivo di Italia e Norvegia), chiedendone l’annullamento per violazione dei diritti
fondamentali degli individui e della libert&agrave; di autodeterminazione; violazione che per&ograve; fu esclusa da C. Giust. CE,
9 ottobre 2001, causa C-377/98, Regno dei Paesi Bassi c. Parlamento e Consiglio dell’Unione europea (in Foro
it., 2002, IV, 25, con nota di PALMIERI, In tema di direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, e con nota di BELLANTUONO, La direttiva 6 luglio 1998 n. 98/44/CE: biotecnologie, biosicurezza e agricoltura, ibidem, IV, 161 ss.; pi&ugrave; ampiamente, GOBBATO, Direttiva sulle invenzioni biotecnologiche ed obblighi internazionali degli Stati membri nella sentenza della Corte di giustizia 9 ottobre 2001, Paesi bassi c. Parlamento e
Consiglio, in Dir. unione europea, 2002, 519 ss.), in quanto il richiamo a tali diritti “&egrave; ininfluente nei confronti di
una direttiva che riguarda soltanto la concessione dei brevetti e la cui sfera di applicazione non si estende … alle
operazioni anteriori o posteriori al detto rilascio”. Sul tema, G.RESTA, op. cit., 829 ss.
Secondo ROMANO, Brevettabilit&agrave; del vivente e “artificializzazione”, in Trattato di biodiritto, cit., Ambito
e fonti del biodiritto, cit., 599 s. (EAD., La brevettabilit&agrave; delle cellule staminali embrionali umane, in Nuova
giur. civ. comm., 2012, II, 246 s.) trattasi di regola procedimentale – consistente nel corredare la domanda di
una serie di informazioni – che non avrebbe ricadute sul rilascio del brevetto, n&eacute; sulla validit&agrave; dello stesso,
comportando unicamente la soggezione del richiedente ad una sanzione amministrativa pecuniaria. Da ultimo,
anche per il riferimento alle tesi prospettate in caso di mancato consenso nella prima trasposizione della Direttiva che non prevedeva alcuna sanzione, DI LELLA, op. cit., 253 s.
non dev’essere sottovalutata, per un duplice ordine di ragioni: da un lato, la violazione dell’obbligo di acquisizione del consenso, in presenza degli altri requisiti di legge, potrebbe anche
comportare un’azione di responsabilit&agrave; nei confronti dell’inventore; dall’altro, una sanzione
amministrativa significativamente onerosa svolgerebbe comunque una funzione deterrente, perch&eacute; “finisce per incidere direttamente sui profitti ricavabili da un brevetto che fosse ottenuto in
violazione della disposizione sul consenso” 62. Quindi, il consenso informato diviene lo strumento per relazionare, in un ordinamento necessariamente coerente, interessi egualmente tutelati dal
sistema, ma potenzialmente antitetici, quali la propriet&agrave; intellettuale e i diritti fondamentali, senza che vi sia prevaricazione dell’uno sull’altro 63.
8. – Spesso i campioni biologici conservati nelle biobanche sono raccolti, non gi&agrave; in funzione di un unico progetto di ricerca, ma in vista di un numero indeterminato di ricerche future.
Quindi, solo in pochi casi il soggetto coinvolto pu&ograve; esser informato dettagliatamente, al momento della prestazione del consenso, sulle analisi che verranno condotte sul suo materiale biologico: molte indagini non sono prevedibili e dipendono dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche; altre vengono pianificate solo in momenti successivi; il che spesso si verifica nell’ambito
delle biobanche di popolazione, che si propongono quale piattaforma di ricerca per il futuro e
non mirano a sviluppare una cura specifica o a testare un farmaco.
Pertanto, occorre chiedersi se, nel rispetto dei principi sul consenso informato (i quali prevedono che l’informazione dev’essere precisa e dettagliata con riguardo ad ogni momento
dell’intervento), il soggetto debba essere ricontattato ogniqualvolta vi sia la necessit&agrave; di utilizzare il suo materiale biologico per un nuovo progetto di ricerca, in relazione al quale non era stato
precedentemente prestato uno specifico consenso; al contrario, se sia sufficiente un semplice
consenso iniziale ad effettuare ricerche mediche sul tessuto, senza ulteriori specificazioni.
L’Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013 prevede che,
per potere trattare i dati genetici ed utilizzare i campioni biologici, &egrave; necessario il previo consenso scritto da parte dei pazienti. Il punto 8.1 dispone che la conservazione e l’ulteriore utilizzo di
campioni biologici e di dati genetici raccolti per la realizzazione di progetti di ricerca e indagini
statistiche, diversi da quelli per i quali era stato originariamente acquisito il consenso informato
degli interessati, sono consentiti limitatamente al perseguimento di “scopi scientifici e statistici
direttamente collegati” con quelli originari 64. L’utilizzo di dati e campioni per progetti di ricerca
Cos&igrave; DI LELLA, op. cit., 256 ss.
In questo senso, G. RESTA, La privatizzazione della conoscenza e la promessa dei beni comuni: riflessioni sul caso “Myriad Genetics”, in Riv. crit. dir. priv., 2011, 305 ss.; DI LELLA, op. cit., 259 s.
Rileva l’ambiguit&agrave; dell’espressione usata e l’incertezza sull’autorit&agrave; competente a verificare il collegamento, LORENZON, op. cit., 70 s.
raggiungerli” ed acquisire un nuovo consenso, &egrave; consentito solo se analoga ricerca non pu&ograve; essere realizzata con dati riferiti a persone dalle quali pu&ograve; esser acquisito il consenso e se i dati gi&agrave;
in possesso non consentono di identificare gli interessati (n&eacute; questi avevano in precedenza fornito indicazioni contrarie) oppure, alternativamente, se il nuovo programma di ricerca &egrave; autorizzato espressamente dal Garante, con parere favorevole del Comitato etico territoriale, ai sensi
dell’art. 90 del Codice privacy. Inoltre, si concede la possibilit&agrave; di indicare nell’informativa
l’eventualit&agrave; che il campione sia utilizzato per scopi di ricerca diversi da quello per il quale il
medesimo viene raccolto, con la conseguenza di non rendere necessaria l’acquisizione di un
nuovo consenso per le “ulteriori” ricerche specificate dettagliatamente nell’informativa 65.
8.1. – Pertanto, al di fuori delle eccezioni appena indicate, lo strumento scelto dal Garante &egrave;
quello del c.d. “ricontatto”, il quale, per&ograve;, appare poco funzionale, non facilmente applicabile ad
una biobanca di popolazione e comunque antieconomico 66.
&Egrave; opportuno chiedersi se non siano percorribili altre strade.
Una prima soluzione &egrave; quella prevalente in ambito europeo 67 e proposta anche dalla Raccomandazione del Consiglio d’Europa R(2006)4: si ritiene sufficiente un consenso pi&ugrave; ampio che,
da un lato, permetta di effettuare nuove ricerche senza ricontattare i donatori; ma, dall’altro, non
renda questi soggetti sforniti di tutela. &Egrave; il c.d. general o broad consent, cio&egrave; il consenso
all’utilizzo del materiale biologico per le future ricerche formulate nel modo pi&ugrave; specifico possibile, ma in relazione alle conoscenze presenti al momento in cui tale consenso &egrave; prestato 68. Peraltro, l’ampiezza della formulazione necessita di meccanismi di compensazione e di controllo
esterni in grado di offrire tutela al donatore, quali, ad esempio, diritto di accesso alla biobanca e
diritto di revoca del consenso 69. Il sistema di bilanciamento predisposto dalla Raccomandazione
si fonda su un duplice meccanismo. In primo luogo, il nuovo progetto di ricerca dev’essere preventivamente approvato da un’autorit&agrave; indipendente, che sia in grado di valutare il merito scien65
Favorevole a questa soluzione G. RESTA, La disposizione del corpo, regole di appartenenza e di circolazione, cit., 835 ss.
V. le Nationaler Ethikrat tedesche del 2004, il Code of Practice della UK Human Tissue Authority del
2006 (che ha influenzato la Raccomandazione R(2006)4); nonch&eacute; le leggi svedese, lettone ed estone. In argomento, MACILOTTI, Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;,
cit., 152 ss., 201 ss.
AZZINI, op. cit., 122 s. Il broad consent non dev’essere confuso con il c.d. blanket consent, il quale &egrave;
formulato tanto ampiamente, da risultare incondizionato (addirittura, nel sistema islandese operava una presunzione di consenso e si riconosceva agli interessati un mero diritto di uscita dal database): MASCALZONI, op. cit.,
1230 s.; anche se per taluno il contenuto, comunque ampio, rischia di avvicinare i due modelli (TOMASI, Il modello individualista al banco di prova, in Forum BioDiritto 2010, cit., 196 ss.).
MACILOTTI, op. ult. cit., 183 ss., cui si rinvia per le soluzioni adottate in altri ordinamenti; TOMASI, op.
cit., 199 ss.
tifico e l’importanza della ricerca, nonch&eacute; di verificare la sua accettabilit&agrave; sotto il profilo etico:
in Italia, tale ruolo &egrave; svolto preliminarmente dalla Commissione etica dell’ente presso il quale la
ricerca viene predisposta; successivamente, pu&ograve; essere svolto dalla Biobanca, la quale &egrave; deputata a decidere se concedere o no i campioni biologici ai ricercatori.
In secondo luogo, al donatore &egrave; data in qualsiasi momento la possibilit&agrave; di ritirare liberamente il consenso prestato: a tale proposito, &egrave; importante stabilire se il ritiro abbia efficacia ex
tunc o ex nunc, cio&egrave; se produca effetto anche per le ricerche in atto, che gi&agrave; utilizzano il campione, oppure solo per le ricerche future. La questione &egrave; rilevante, poich&eacute; il ritiro del consenso
potrebbe costituire una perdita di notevole valore sotto il profilo, sia economico, che scientifico,
in quanto gli enti di ricerca investono ingenti somme di denaro e anni di lavoro nello studio dei
tessuti: nel bilanciamento tra l’interesse collettivo e l’interesse privato del soggetto, &egrave; opportuno
che sia il primo a prevalere, con conseguente efficacia non retroattiva del ritiro del consenso.
Invece, la Raccomandazione non prevede alcuno strumento che coinvolga i donatori nel governo della biobanca, quale potrebbe essere, ad esempio, la specifica accettazione di un codice etico della stessa, che indichi le condizioni di utilizzo dei campioni conservati ed i requisiti di natura etica delle ricerche abilitate all’utilizzo dei medesimi.
Meritevole di attenzione &egrave; anche l’approccio delineato di recente dall’OCSE, che nel 2009
ha adottato le Guidelines on Human Biobanks and Genetic Research Databases, dove si prevede che gli operatori delle biobanche, nel caso in cui ci&ograve; sia previsto dalla legge o autorizzato
dalle apposite autorit&agrave;, possono cercare di ottenere un consenso che permetta l’utilizzazione di
materiali e profili informativi anche per imprevedibili obiettivi di ricerca, pur richiedendo idonee garanzie, peraltro non meglio specificate.
La previsione del broad consent &egrave; una delle principali diversit&agrave; del sistema europeo rispetto
all’ordinamento nordamericano, dove il modello pi&ugrave; seguito &egrave; stato, per lungo tempo, il c.d.
multi-layered consent, cio&egrave; il consenso limitato ad una particolare patologia o ad uno specifico
progetto di ricerca. Peraltro, gli evidenti limiti di questa soluzione al progresso della scienza e la
necessit&agrave; di superare le rigide regole sul consenso informato hanno indotto a cercare strumenti
alternativi: in particolare, nel 2004 lo US Office for Human Research Protection (OHRP) ha
ampliato la nozione di materiali biologici non identificabili, per i quali non vi &egrave; mai la necessit&agrave;
di acquisire un nuovo consenso. Fino all’emanazione delle linee guida dell’OHRP, erano considerati identificabili, sia i campioni coded (i ricercatori hanno accesso al codice che consente di
risalire al donatore), sia i campioni linked anonimized (l’accesso &egrave; consentito solo a soggetti terzi), in quanto in entrambe le ipotesi continua a permanere un collegamento con il soggetto dal
quale i medesimi sono stati prelevati.
8.2. – Nel 2004 le linee guida dell’OHRP, mutando il precedente orientamento, stabiliscono
che sono non identificabili anche i linked anonimized materials, cio&egrave; i campioni codificati, che
per&ograve; non possono essere ricondotti dai ricercatori direttamente o indirettamente ad uno specifico
individuo: pertanto, il confine tra identificabilit&agrave; e non identificabilit&agrave; risiede nella possibilit&agrave; o
no per il ricercatore di risalire alle informazioni personali dei soggetti, ai quali i tessuti appartengono. Ancora una volta riemerge, in tutta la sua importanza, il possibile ruolo della biobanca,
quale soggetto terzo, legittimato a valutare, con l’ausilio dei competenti comitati etici, la bont&agrave;
dei nuovi progetti di ricerca e ad autorizzare l’uso dei campioni linked anonimized, la cui chiave
di accesso, che consente di risalire al donatore, &egrave; a conoscenza solo del responsabile della biobanca.
Il vantaggio dell’espansione della categoria della non identificabilit&agrave;, rispetto alla soluzione
oggi prevalente in ambito europeo del broad consent, &egrave; evidente: da un lato, &egrave; possibile mantenere un livello elevato nel consenso informato iniziale; dall’altro, non &egrave; necessaria
l’acquisizione di un nuovo consenso nel caso di ulteriori ricerche, trattandosi di materiali biologici non identificabili 70.
Inoltre, il fatto di collegare il consenso all’identificabilit&agrave; del campione &egrave; coerente con la tutela dell’interesse del donatore, il quale riguarda, non gi&agrave; gli “scopi scientifici e statistici” delle
ricerche successive, ma le procedure ed i limiti di trattamento dei suoi dati: possibilit&agrave; e modalit&agrave; di identificazione dei dati, flusso delle informazioni, elaborazioni, permanenza e reperibilit&agrave;
successiva dei dati. Soltanto su questi punti il consenso al trattamento dei dati deve essere specifico, con una precisa scelta, da parte del donatore, sul grado e sulle modalit&agrave; di identificazione
del campione, fino al limite di richiedere espressamente anche la completa anonimia (linked
anonimized) 71: qualsiasi interrogazione della Biobanca, che intenda andare oltre quelle indicazioni, dovr&agrave; richiedere un nuovo consenso.
9. – Per i motivi precedentemente indicati, la revoca del consenso al trattamento dei dati deve comportare l’obbligo, non gi&agrave; di distruggere il campione nella sua consistenza materiale, ma
solo di renderlo non pi&ugrave; identificabile. Salva sempre una diversa volont&agrave; del donatore, se si accoglie la nozione di “non identificabilit&agrave;” proposta dalle linee guida dell’OHRP, la biobanca
(nella persona del responsabile) potrebbe continuare a gestire i dati personali, con la massima
riservatezza, e consentire cos&igrave; alla scienza di disporre dei campioni-materia (non pi&ugrave; distrutti) e
Sembra non ritenere del tutto soddisfacente questa soluzione MACILOTTI, Lo statuto giuridico della corporeit&agrave; e le biobanche di ricerca, cit., 220 ss., in quanto “l’anonimizzazione … non pu&ograve; mai essere astrattamente
completa”, perch&eacute; il dato genetico &egrave; sempre in grado, potenzialmente, di ricondurre ad un determinato soggetto
(con gravi difficolt&agrave; ove si renda necessario ricontattare il donatore per informarlo sulle patologie incidentalmente
rilevate: ID., Le biobanche di ricerca. Studio comparato sulla “zona grigia” tra privacy e propriet&agrave;, cit., 208 s.).
Di qui la necessit&agrave; di una disciplina unitaria dei “diritti sulla corporeit&agrave;” (comprensivi delle dimensioni materiale
ed informazionale dei campioni biologici), da ravvisarsi comunque nella creazione di un’entit&agrave; terza ed autonoma
(la biobanca) che si frapponga alla relazione tra pazienti e ricercatori.
SALARDI, Informazioni genetiche e diritto. Quale tutela per l’individuo?, in Biobanche e informazioni
genetiche. Problemi etici e giuridici, cit., 128 ss.
dei dati informazionali, onde provvedere al loro aggiornamento, il che si rivela particolarmente
utile soprattutto nelle ricerche sui c.d. isolati genetici. Parallelamente, si renderebbe necessario
disciplinare anche le modalit&agrave; di ritorno delle “aggiornate” informazioni personali, utili a scopo
di diagnosi, cura o prevenzione, per il donatore: a questo fine, la scelta tra le possibili alternative
(richiesta del donatore, grave pregiudizio per la sua salute o per quella di determinati familiari,
pericolo di vita) potrebbe essere sottoposta alla volont&agrave; del donatore gi&agrave; al momento del consenso iniziale o a quello della sua successiva revoca.
Purtroppo, a livello europeo, la Raccomandazione R(2006)4 del Consiglio d’Europa, non solo accoglie una nozione pi&ugrave; ristretta di campioni non identificabili e considera tali solo quelli
resi totalmente anonimi (unlinked anonimysed) (art. 3); ma soprattutto pone sullo stesso piano la
distruzione dei materiali e loro anonimizzazione, riservando agli Stati membri il potere di decidere tra le due modalit&agrave; di protezione della riservatezza (art. 15.1). Tuttavia, ritenere equivalenti
le due ipotesi produrrebbe gravi conseguenze ai fini della ricerca scientifica e della stabilit&agrave; nel
tempo delle biobanche. La donazione del campione, nella sua dimensione materiale, non pu&ograve;
essere revocata (con conseguente distruzione), quando il medesimo non &egrave; pi&ugrave; identificabile e
quindi ha acquisito una propria autonomia dalla dimensione informazionale: questa deve essere,
non gi&agrave; un’opzione, ma una scelta obbligata dell’ordinamento.
Infatti, in questa direzione si muove l’autorizzazione del Garante, laddove non consente la
distruzione del campione biologico che, in origine o a seguito di trattamento, “non possa pi&ugrave; essere riferito ad una persona identificata o identificabile”. Purtroppo, per&ograve;, l’espressione usata, in
difetto di una definizione pi&ugrave; ampia della “non identificabilit&agrave;” (linked anonimized materials),
induce a considerare quest’ultima, anche in assenza di una precisa volont&agrave; del donatore, come
sinonimo di anonimia (unlinked anonimysed materials): sembra trattarsi, cio&egrave;, di campioni che,
da soli o combinati a dati associati, non consentono pi&ugrave; a nessuno l’identificazione della persona
coinvolta, neppure al responsabile della biobanca.
10. – Preliminarmente, si deve ricordare che una delle caratteristiche essenziali dei dati genetici, rispetto agli altri dati sensibili, risiede nel fatto che essi, non solo segnano l’individualit&agrave;
della persona, ma al contempo sono strutturalmente condivisi con gli appartenenti allo stesso
gruppo biologico: da qui la duplice necessit&agrave; di tutelare la riservatezza del soggetto, dal quale &egrave;
stato prelevato il campione biologico; ma anche di regolare l’accesso ai suoi dati genetici da
parte degli appartenenti al medesimo gruppo biologico 72.
In particolare, l’opportunit&agrave; di trasmettere ad altri soggetti tali informazioni, per avere cognizione di una possibile patologia anche ad insorgenza futura, costringe a bilanciare interessi tra
Peraltro, configura un obbligo di comunicazione dei propri dati genetici anche fra coniugi o partners,
giustificato dall’interesse a scelte procreative, PETRONI, Trattamento dei dati genetici e tutela della persona, in
Fam. e dir., 2007, 856 s.
loro antitetici: da un lato, il soggetto, cui appartengono i dati stessi, nell’esercizio del proprio
diritto all’autodeterminazione informativa pu&ograve; autonomamente decidere di ignorare ovvero di
conoscere le proprie caratteristiche genetiche; dall’altro, i suoi discendenti o consanguinei possono avere, per finalit&agrave; medico-terapeutiche (ivi compreso il rischio riproduttivo), un contrapposto interesse a conoscere le proprie caratteristiche genetiche, delle quali &egrave; in possesso il loro
ascendente o parente 73.
Il problema &egrave; affrontato dall’Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013, la quale, ai sensi del punto 2), si applica, non solo agli enti ricerca, ma anche agli
esercenti le professioni sanitarie e agli organismi sanitari pubblici e privati, nonch&eacute; ai laboratori
di genetica medica: gli esiti di test e di screening genetici, nonch&eacute; i risultati delle ricerche, qualora comportino un beneficio concreto e diretto in termini di terapia, prevenzione o consapevolezza delle scelte riproduttive, devono essere comunicati all’interessato (nel rispetto, per&ograve;, della
sua volont&agrave; di conoscere tali eventi, come gi&agrave; previsto nel punto 6) 74; mentre possono essere
comunicati, sempre alle medesime condizioni e su espressa richiesta, anche agli appartenenti
alla stessa linea genetica, con il consenso dell’interessato o, in mancanza di consenso, quando
tali risultati siano indispensabili per evitare un pregiudizio alla salute, ivi compreso il rischio riproduttivo (punto 9) 75.
Sui problemi legati alla condivisione delle informazioni genetiche, v. gi&agrave; RODOT&Agrave;, Tecnologie e diritti, Il
Mulino, Bologna, 1995, 207 ss.; ID., Tra diritto e societ&agrave;. Informazioni genetiche e tecniche di tutela, cit., 588 ss.
Anche per l’art. 33, comma 5, Codice di deontologia medica, approvato il 16 dicembre 2006 dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, dev’essere sempre rispettata la documentata volont&agrave; della persona assistita di non esser informata (la previsione &egrave; immutata anche nel testo, in corso di elaborazione, del nuovo Codice).
In questo senso si &egrave; espresso il Garante per la protezione dei dati personali, 22 maggio 1999, n. 38997, in
www.garanteprivacy.it, con riferimento al diritto di conoscere, prima del concepimento o durante la gravidanza, il
rischio probabilistico di insorgenza di patologie, anche di tipo genetico, sulla persona che si intende concepire o
sul nascituro, diritto che pu&ograve; certamente contribuire a migliorare le condizioni di benessere psico-fisico della gestante, nel quadro di una piena tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo ex art. 32 Cost.: pertanto, l’accesso ad alcuni dati genetici del padre della paziente rappresenta un presupposto essenziale per
l’accertamento delle modalit&agrave; di trasmissione della malattia, per la valutazione del rischio procreativo e per
l’esecuzione di eventuali test genetici (ANNECCA, Il trattamento dei dati genetici, in Libera circolazione e protezione dei dati personali a cura di Panetta, I, in Trattati a cura di Cendon, Milano, 2006, 1140 ss.).
Altro settore (che peraltro esula dalla presente indagine) nel quale assume rilevanza determinante l’analisi
genetica &egrave; quello della filiazione (CORDIANO, op. cit., 401 ss.): sia con riferimento al disconoscimento della paternit&agrave; (da ultimo, in dottrina, ROMA, Disconoscimento di paternit&agrave; e prove genetiche dopo la sentenza C. cost.
6 luglio 2006, n. 266: le questioni ancora aperte, in Fam. pers. succ., 2012, 166 ss.; in giurisprudenza, Cass.
civ., 13 settembre 2013, n. 21014, in Danno e resp., 2014, 43, con nota di AGNINO, Nozione di dati genetici ed
il decalogo di legittimit&agrave; al loro trattamento, per la quale &egrave; illegittimo il trattamento di dati genetici ottenuto
senza il consenso preventivo dell’interessato, anche quando l’utilizzo sia finalizzato a fare valere un diritto in
sede giudiziaria, nella specie, per&ograve;, non riconducibile ad un diritto della personalit&agrave;, trattandosi dell’azione di
disconoscimento della paternit&agrave;); sia in merito ai giudizi di accertamento della filiazione, dove per&ograve; il “presunto” genitore convenuto in giudizio, nell’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione, pu&ograve; sempre opporsi al
prelievo di campioni ematici (da ultimo, in relazione ad un’ipotesi di analisi dei reperti biologici prelevati in
vita, nel corso di intervento chirurgico, dal corpo del “presunto” padre poi defunto, Cass. civ., 5 agosto 2008, n.
All’esigenza di tutelare, da un lato, il diritto alla riservatezza (e alla salute) del soggetto cui
si riferiscono gli esami genetici, dall’altro, il diritto alla salute del gruppo biologico di appartenenza, si ispirano anche due regole dettate in tema di acquisizione del consenso e di trattamento dei campioni biologici/dati, quando trattasi di soggetto incapace (punto 6). In relazione al
primo profilo, se il soggetto non pu&ograve; prestare il proprio consenso (per impossibilit&agrave; fisica, incapacit&agrave; di agire o incapacit&agrave; di intendere o di volere), questo &egrave; acquisito da chi esercita la potest&agrave;
(alternativamente, familiare, convivente, responsabile della struttura dove dimora l’interessato),
purch&eacute; il trattamento sia necessario per la salvaguardia della vita e dell’incolumit&agrave; fisica del
In relazione al secondo profilo (tutela del gruppo biologico), si consente, nell’ambito della
ricerca scientifica, il trattamento di dati e campioni biologici di persone che non possono fornire
(direttamente) il proprio consenso per incapacit&agrave;, anche quando la ricerca non comporti un beneficio diretto per l’incapace, ma sia comunque finalizzata al “miglioramento della salute di altre persone appartenenti allo stesso gruppo di et&agrave; o che soffrono della stessa patologia o che si
trovano nelle stesse condizioni” (in assenza di rischi significativi per i diritti fondamentali
dell’incapace e previo parere favorevole del Comitato etico).
Da ultimo, &egrave; doveroso segnalare che ai potenziali benefici derivanti dalla conoscenza per il
soggetto di predisposizioni verso particolari patologie, si accompagnano i rischi di un trattamento illegittimo delle informazioni genetiche e di uno sfruttamento dei risultati di tali scoperte, con
conseguenze discriminatorie per la vita di relazione, le quali sono vietate dalla normativa, sia
sovranazionale, che interna 76. Nell’ambito del diritto privato, i settori particolarmente pericolosi
sono quelli del mercato assicurativo e del lavoro 77: infatti, l’Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici 12 dicembre 2013, laddove individua il proprio ambito di applicazione
(punto 2) e le finalit&agrave; del trattamento (punto 3), non solo non contempla queste ipotesi; ma altres&igrave; precisa, nel preambolo, che “ulteriori trattamenti di dati genetici non ricompresi nella presente
21128, in Fam. e dir., 2010, 1124, con nota di BUSACCA, Analisi genetiche su “parti staccate” del corpo umano ed accertamento della paternit&agrave; naturale post mortem).
Sui pericoli della discriminazione genetica (e sulla conseguente opportunit&agrave; di limitare le banche dati
“generalizzate”), RODOT&Agrave;, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, IV ed., Feltrinelli, Milano, 2007, 174
ss., 192 ss.; ID., Introduzione, cit., 23 ss. Sulle linee direttive di nuovi possibili assetti dello Stato sociale
nell’epoca della rivoluzione genetica, MARZOCCO, ZULLO, La genetica tra esigenze di giustizia e logica precauzionale. Ipotesi sul genetic exceptionalism, in Forum BioDiritto 2009, cit., 123 ss.
Infatti, anche l’art. 46, comma 3, Codice di deontologia medica, vieta al medico, in assenza di espresso
consenso, test genetici predittivi “a fini assicurativi od occupazionali”. In argomento, STEFANINI, Dati genetici
e diritti fondamentali. Profili di diritto comparato ed europeo, Padova, 2008, 31 ss., 69 ss.; ANNECCA, op. cit.,
1146 ss.; ID., Test genetici e diritti della persona, in Trattato di biodiritto, cit., Il governo del corpo, I, cit., 406
ss.; ampiamente, anche con riferimento alla procreazione assistita, CORDIANO, op. cit., 357 ss. Con particolare
riguardo all’uso dei dati genetici nel contratto di assicurazione, CALDERAI, Di chi sono i geni? Guida per i perplessi, in Liber Amicorum per Francesco D. Busnelli, Il diritto civile tra principi e regole, I, Milano, 2008, 205
ss.; in ambito lavorativo, TROJSI, Sulla tutela dell’identit&agrave; genetica del lavoratore, in Giornale dir. lav. relaz.
ind., 2008, 47 ss.
autorizzazione non risultano allo stato leciti, anche in riferimento all’attivit&agrave; dei datori di lavoro
volta a determinare l’attitudine professionale di lavoratori o di candidati all’instaurazione di un
rapporto di lavoro, anche se basata sul consenso dell’interessato, nonch&eacute; alle attivit&agrave; delle imprese di assicurazione” 78. Pertanto, l’utilizzo di dati genetici – con finalit&agrave; diverse dalla tutela
della salute, dalla ricerca scientifica e dall’accertamento dei vincoli di consanguineit&agrave; per il ricongiungimento familiare – richiede un intervento legislativo specifico, come gi&agrave; avviene nel
campo processuale 79 ed in quello lavorativo, limitatamente all’osservanza degli obblighi previsti in materia di previdenza, igiene e sicurezza del lavoro 80: ci&ograve; al fine di bilanciare gli interessi
economici dell’impresa e del datore di lavoro con il diritto alla riservatezza ed alla dignit&agrave; della
persona, nel rispetto del principio di proporzionalit&agrave; tra i valori tutelati.
11. – La propriet&agrave; intellettuale indica un sistema normativo di tutela dei beni immateriali di
notevole rilevanza economica e si divide in due ambiti distinti, entrambi con un contenuto morale (paternit&agrave; dell’opera o dell’invenzione) e patrimoniale (diritto allo sfruttamento economico). La propriet&agrave; intellettuale sulle opere dell’ingegno, artistiche e letterarie prende il nome di
diritto d’autore e nei Paesi anglosassoni viene regolata dal sistema giuridico noto come copyright; espressione usata anche in Europa, ma per indicare solo il contenuto patrimoniale del diritto d’autore, la cui durata &egrave; 70 anni dalla morte dell’autore 81. Le norme in materia sono dettate
dagli artt. 2575 ss. c.c. e dalla l. 22 aprile 1941, n. 633, Protezione del diritto d’autore e di altri
diritti connessi al suo esercizio 82, che ha subito in tempi recenti importanti integrazioni e modifiche, sia per la l. 18 agosto 2000, n. 248, sia per l’attuazione di numerose direttive comunitarie
(d.lgs. 9 aprile 2003, n. 68) 83.
Invece, la propriet&agrave; (intellettuale) industriale sull’invenzione &egrave; caratterizzata, non solo dalla
V. TARUFFO, Le prove genetiche nel processo civile e penale, in Trattato di biodiritto, cit., Il governo del
corpo, I, cit., 431 ss.; GENNARI, Genetica forense e codice della privacy: riflessioni su vecchie e nuove banche
dati, in Resp. civ. prev., 2011, 1184 ss.
Sul diritto d’autore, v. da ultimo MUSSO, Diritto di autore sulle opere dell’ingegno, letterarie e artistiche,
in Commentario cod. civ. Scialoja-Branca, Roma, 2008, passim; BERTANI, Diritti d’autore e connessi, in La
propriet&agrave; intellettuale a cura di Ubertazzi, in Trattato dir. priv. Unione Europea diretto da Ajani e Benacchio,
Giappichelli, Torino, 2011, 222 ss.; DE SANCTIS, Il diritto di autore. Del diritto di autore sulle opere dell’ingegno, letterarie e artistiche, in Il Codice Civile. Commentario fondato da Schlesinger e diretto da Busnelli, Milano, 2012, passim; GUALDI, MAURO, Il diritto di autore, in I diritti della personalit&agrave;, Strategie di tutela. Inibitorie. Risarcimento danni. Internet, cit., 981 ss. Con riguardo alle fonti internazionali ed al diritto dell’Unione
europea, UBERTAZZI, Introduzione, ibidem, 1 ss.; BERTANI, Diritto d’autore europeo, Giappichelli, Torino,
Sul diritto d’autore in ambito comunitario, BENACCHIO, Diritto privato nella Unione Europea, VI ed.,
Padova, 2013, 523 ss.
novit&agrave; e dall’originalit&agrave;, ma soprattutto dalla soluzione di un problema tecnico non ancora risolto, suscettibile di applicazione industriale, con avanzamento rispetto alla tecnica e alle cognizioni pregresse 84. Qui, per&ograve;, il diritto patrimoniale di utilizzazione e di sfruttamento in via esclusiva &egrave; condizionato al rilascio del brevetto nazionale, efficace solo in Italia, oppure europeo con
durata ventennale, rilasciato dall’EPO (European Patent Office) 85, organizzazione istituita con
la Convenzione di Monaco di Baviera 5 ottobre 1973 (c.d. Convenzione sul brevetto europeo),
sottoscritta da tutti i Paesi dell’Unione e da altri Stati europei 86; da ultimo riveduta il 29 novembre 2000 con la cd. EPC 2000 (European Patent Convention), che ha previsto alcune novit&agrave;
operative volte alla semplificazione della procedura 87. Peraltro, occorre precisare che tali Convenzioni non hanno introdotto un nuovo diritto di brevetto, diverso da quello degli Stati firmatari, n&eacute; uniformato le regole nazionali: lo scopo &egrave; stato solo quello di unificare, con rilevanti vantaggi in termini di costi e di tempi, la procedura per il rilascio dei brevetti nazionali. Pertanto, &egrave;
di estrema rilevanza il fatto che, dopo trent’anni di discussioni e progetti, il 17 dicembre 2012
siano stati finalmente approvati, sia pure con il meccanismo della cooperazione rafforzata, il
Regolamento (UE) n. 1257/2012 istitutivo di un brevetto unitario, valido nei 25 Stati dell’U.E.
che hanno deciso di partecipare (tra i quali non figurano, per&ograve;, Spagna e Italia 88, e il Regolamento n. 1260/2012 sul regime linguistico della tutela brevettuale unitaria 89. Tuttavia, l’effettiva applicazione dei due Regolamenti &egrave; condizionata all’entrata in vigore dell’Accordo sul
Tribunale unificato in materia di brevetti, le cui decisioni avranno valore nell’intera Unione Europea, firmato il 19 febbraio 2013 da tutti i Paesi UE, comprese Italia e Spagna 90. Il brevetto
unitario sar&agrave; un nuovo brevetto, distinto da quello dei singoli Stati, perch&eacute; operer&agrave; solo a livello
Di qui la differenza con il modello di utilit&agrave;, che solo migliora l’attuazione di un principio gi&agrave; noto: da ultimo, in linea con la giurisprudenza di legittimit&agrave; pregressa, Cass. civ., 13 novembre 2012, n. 19715, in Foro it.,
2013, I, 536, con nota di CASABURI, Linea di demarcazione tra invenzione industriale e modello di utilit&agrave;; in Dir.
ind., 2013, 527, con nota di LEARDI, Ancora sulla distinzione tra brevetti per invenzione e modelli di utilit&agrave;.
L’EPO ed il suo corrispettivo statunitense USPTO (United States Patent and Trademark Office) hanno costituito un nuovo sito web per realizzare la Cooperative Patent Classification (CPC), al fine di creare uno schema
unitario di classificazione per le invenzioni, che consentirebbe all’EPO la conformit&agrave; agli standard fissati dal sistema IPC (International Patent Classification) amministrato dall’Organizzazione Mondiale della Propriet&agrave; Intellettuale (WIPO): anche per gli sviluppi in un processo di avvicinamento dei cinque Uffici mondiali della Propriet&agrave;
Intellettuale (IP5), CICCONE, La classificazione dei brevetti tra presente e futuro: l’accordo EPO-USPTO e la
Cooperative Patent Classification (CPC), in Diritto. Mercato. Tecnologia, 2011, n. 3, 75 ss.
La Convenzione &egrave; entrata in vigore il 7 ottobre 1977 e ratificata dall’Italia con l. 26 maggio 1978, n. 260.
La Convenzione &egrave; stata ratificata dall’Italia con l. 29 novembre 2007, n. 224.
Il ricorso di Spagna e Italia contro la cooperazione rafforzata &egrave; stato respinto dalla C. Giust. CE, 16 aprile
2013, C-274/11 e C-295/11 (Grande Sezione), in Riv. dir. ind., 2013, III, 66.
In GUUE, 31 dicembre 2012, L361, 1 e 89. Il testo di entrambi i Regolamenti si pu&ograve; leggere anche in
Riv. dir. ind., 2013, III, 1 ss.
Ai sensi dell’art. 89 dell’Accordo (il cui testo &egrave; pubblicato in Riv. dir. ind., 2013, III, 19 ss.), l’entrata in
vigore, prevista inizialmente il 1&deg; gennaio 2014, &egrave; condizionata alla ratifica di almeno 13 Stati (fra i quali necessariamente Germania, Inghilterra e Francia), con il rischio, quindi, di una frammentazione territoriale.
transnazionale e verr&agrave; attivato soltanto da chi volesse allargare la protezione del proprio diritto
anche ad altri Paesi dell’UE, ricevendone eguale tutela perch&eacute; unica &egrave; la norma sostanziale di
riferimento 91.
Nel sistema italiano, le norme in tema di propriet&agrave; industriale sono contenute nel d.lgs. 10
febbraio 2005, n. 30, Codice della propriet&agrave; industriale 92, riformato in pi&ugrave; parti dal d.lgs. 13
agosto 2010, n. 131 93; in particolare, il settore delle invenzioni biotecnologiche 94, in attuazione
della direttiva 98/44/CE, &egrave; regolato dal d.l. 10 gennaio 2006, n. 3, convertito con modificazioni
nella l. 22 febbraio 2006, n. 78, successivamente incorporata (con alcune modifiche) dal d.lgs.
13 agosto 2010, n. 131 nel Codice della propriet&agrave; industriale 95.
Nelle biobanche possono essere coinvolte entrambe le sfere della propriet&agrave; intellettuale, diritto d’autore e diritto industriale, in quanto le produzioni di ricerca possono riguardare, sia la
pubblicistica, che il brevetto.
11.1. – In primo luogo, occorre premettere che nei lavori a struttura complessa i singoli contributi, che siano separabili, hanno vita autonoma sotto il profilo giuridico, in quanto non vi &egrave;
BENACCHIO, op. cit., 514 s.; SCUFFI, Il brevetto europeo con effetto unitario e l’Unified Patent Court, in
Dir. ind., 2013, 156 ss. Per un’analisi, anche critica, del brevetto unitario europeo, si rinvia a DI CATALDO,
Concorrenza (o confusione?) di modelli e concorrenza di discipline di fonte diversa nel brevetto europeo ad
effetto unitario. Esiste un’alternativa ragionevole?, in Riv. dir. ind., 2013, I, 301 ss., e ivi ulteriori riferimenti
Per un commento alle norme del c.p.i. modificate dal d.lgs. n. 131/2010, si rinvia a AA.VV. in La riforma
del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli, in Nuove leggi civ. comm., 2011, 841 ss., passim.
Sul significato giuridico dell’espressione “biotecnologia”, si rinvia a CAPOBIANCO, voce Biotecnologie,
in Enc. Bioetica e Scienza giuridica a cura di Sgreccia e Tarantino, II, Napoli, 2009, 318 ss.; CAPASSO, GALLI,
in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli, cit., sub art. 81 bis, 932 ss.;
CORDIANO, op. cit., 247 ss.
Particolarmente rilevante, soprattutto nel campo della propriet&agrave; industriale, &egrave; The Agreement on Trade
Related Aspects of Intellectual Property Rights (Accordo sui diritti di Propriet&agrave; Intellettuale relativi al commercio) firmato a Marrakesh il 15 aprile 1994, spesso noto con l’acronimo TRIPs: si tratta di un trattato internazionale promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio conosciuta come WTO, al fine di fissare
lo standard per la tutela della Propriet&agrave; intellettuale. Infatti, l’accordo (approvato anche dalla Comunit&agrave; europea, che vi ha dato attuazione a mezzo di numerose direttive, e ratificato da tutti gli stati membri) stabilisce i
requisiti che le leggi dei paesi aderenti devono rispettare per tutelare la propriet&agrave; intellettuale, nell’ambito del
copyright, delle indicazioni geografiche protette (IGP), dell’industrial design, dei brevetti, dei marchi di fabbrica registrati e di numerosi altri ambiti; inoltre, stabilisce le linee guida per l’applicazione delle leggi in materia
di protezione della propriet&agrave; intellettuale, per i ricorsi e per le procedure di risoluzione delle controversie. Il
TRIPs, che rimane il pi&ugrave; completo accordo internazionale in materia, &egrave; un tentativo di colmare il divario e le
differenze nel modo in cui i diritti sulla propriet&agrave; intellettuale sono protetti in tutto il mondo, al fine di portarli
sotto regole internazionali comuni, stabilendo un livello minimo di protezione che ogni governo deve garantire.
Si rinvia a DE SANCTIS, op. cit., 20 ss.; GIUSSANI, La disciplina comunitaria della tutela giurisdizionale della
propriet&agrave; intellettuale, in La propriet&agrave; intellettuale, cit., 459 ss.
collaborazione creativa; invece, il diritto d’autore (morale e patrimoniale) sar&agrave; in comunione, se
nell’opera non &egrave; distinguibile il contributo dei diversi coautori (art. 10 l.a.) 96. Un particolare
problema riguarda le opere collettive (libri, riviste, banche dati), qualificate da due livelli creativi: quello degli autori dei singoli contributi, disciplinato dalle regole appena richiamate, e quello
di chi ha organizzato e diretto l’opera nel suo complesso, al quale l’art. 7, comma 1, l.a. riconosce il diritto d’autore sulla stessa, in quanto rappresenta il risultato di un’attivit&agrave; di scelta e di
coordinamento 97. Si tratta di una precisazione importante, perch&eacute; l’opera collettiva potrebbe anche contenere contributi non pi&ugrave; protetti dal diritto d’autore o addirittura, come spesso avviene
nelle banche dati, elementi che non sono opere dell’ingegno 98: in particolare, con riferimento
alle biobanche, si pensi alle informazioni intrinseche al campione, che possono essere i dati personali identificativi, i dati sensibili sullo stato della malattia della persona, il tipo di consenso
prestato, la tipologia del campione, la notazione sulla durata della conservazione del campione
stesso, la valutazione della qualit&agrave; e quantit&agrave; del medesimo.
Da quanto detto consegue che le banche dati, per essere tutelate dal diritto d’autore, devono
comunque avere carattere creativo, almeno “nel senso dell’organizzazione e direzione dell’opera” 99. Tuttavia, la direttiva 1996/9/CE ha voluto accordare protezione, in termini pi&ugrave; limitati, anche alle banche dati non creative, prevedendo l’introduzione, nelle normative degli Stati
membri, di una tutela minima del costitutore della banca dati, in quanto la medesima rappresenta il risultato di un investimento rilevante sotto il profilo qualitativo o quantitativo, che comporta costi e rischi d’impresa 100: poich&eacute; il fine &egrave; quello di incentivare la creazione di sistemi di
memorizzazione e di gestione di informazioni esistenti, e non anche la creazione di elementi da
inserire successivamente in una banca dati, la nozione di investimento include solo i mezzi destinati alla ricerca di elementi gi&agrave; esistenti ed alla loro immissione nella banca dati, mentre non
comprende quelli istituiti per la creazione di elementi e dati 101. In attuazione della direttiva, gli
artt. 102-bis s. l.a. riconoscono al costitutore di questo insieme organizzato di informazioni il
copyright sulla struttura del database informativo per la durata di 15 anni, chiamato “diritto sui
V., anche per gli ulteriori riferimenti bibliografici, MUSSO, op. cit., 347 ss.; BERTANI, op. ult. cit., 77 ss.;
DE SANCTIS, op. cit., 235 ss., cui si rinvia per la diversa disciplina, che qui non rileva, delle opere composte.
DE SANCTIS, op. cit., 241. L’autore di banche dati creative &egrave; espressamente contemplato dall’art. 64quinquies l.a., inserito dall’art. 4, d.lgs. 6 maggio 1999, n. 169, Attuazione della direttiva 96/9/CE relativa alla
Sui problemi afferenti un’eventuale soglia minima dell’investimento richiesto, BERTANI, Diritti d’autore
e connessi, cit., 393 ss.
Cos&igrave; C. Giust. CE, 9 novembre 2004, causa C-203/02, The British Horseracing Board ltd c.Hill Organization ltd, in Dir. ind., 2005, 409, con nota di MANAVELLO, Prima decisione della Corte di Giustizia sulla protezione delle banche di dati; C. Giust. CE, 18 ottobre 2012, causa C-173/11, Football Dataco e a. c. Sportradar, in Dir. autore, 2012, 459; MUSSO, op. cit., 327 s.
generis” e regolato dalle norme europee sulla propriet&agrave; intellettuale artistica e letteraria 102.
Da ultimo, con riguardo al problema dell’allocazione dei diritti derivanti da opere
dell’ingegno create nel corso di un rapporto di lavoro subordinato, mentre il diritto morale spetta sempre all’autore dell’opera (art. 20, comma 1, l.a.); i diritti patrimoniali derivanti da detta
attivit&agrave; creativa, salva una diversa volont&agrave; delle parti, spettano al datore di lavoro, qualora
l’attivit&agrave; creativa del dipendente costituisca l’oggetto del rapporto di lavoro e sia, dunque, svolta
nell’adempimento degli obblighi contrattuali (in analogia con quanto previsto in materia di invenzioni dall’art. 64 c.p.i.), sulla base di una previsione dettata testualmente per banche dati, disegno industriale e programmi per elaboratore (artt. 12 bis e ter l.a.), ma ritenuta applicabile anche alle altre ipotesi 103. Al medesimo principio si ispira la regola sull’attivit&agrave; svolta dal ricercatore nell’ambito di un progetto di ricerca ed alle dipendenze dell’ente: infatti, se l’opera &egrave; il risultato di tale attivit&agrave; e risulta che la prestazione &egrave; stata intesa dalle parti come funzionale alla
realizzazione di un bene immateriale, la conseguenza sar&agrave; sempre la totale attribuzione dei diritti patrimoniali all’ente di ricerca 104.
Invece, se l’attivit&agrave; creativa non costituisce oggetto del rapporto di lavoro, emergono sostanziali differenze rispetto alla disciplina in materia di invenzioni: infatti, si ritiene che i diritti patrimoniali spettino all’autore, anche se l’attivit&agrave; creativa sia stata posta in essere da quest’ultimo
durante l’orario di lavoro e servendosi degli strumenti aziendali (fatte salve alcune eccezioni di
recente introdotte in ordine al software, alle banche dati ed al disegno industriale 105; diversamente &egrave; previsto nel caso di invenzione del lavoratore, dove i diritti patrimoniali spettano sempre al datore di lavoro, salva la corresponsione di un equo premio (art. 64, comma 2, c.p.i.). La
ratio sottesa alla diversit&agrave; di disciplina &egrave; riconducibile al fatto che nella realizzazione di
un’invenzione assume, comunque, rilevanza fondamentale il contributo dell’organizzazione
aziendale; mentre per la creazione di un’opera dell’ingegno, laddove questa non costituisca oggetto del rapporto di lavoro, la fonte ispiratrice &egrave; rappresentata dalla personalit&agrave; dell’autore e riflette, pertanto, la sua sfera soggettiva 106.
11.2. – Con riferimento alla sfera della propriet&agrave; industriale, preliminarmente occorre distinguere tra invenzione e scoperta: quest’ultima consiste nell’individuazione o rivelazione di un
quid gi&agrave; esistente in natura, e in tale caso il brevetto &egrave; precluso; invece, l’invenzione – pur basata su una scoperta o un principio scientifico – implica la soluzione di un problema tecnico e,
Sul tema, MUSSO, op. cit., 326 ss.; DE ROBBIO, CORRADI, Biobanche in bilico tra propriet&agrave; privata e beni comuni: brevetti o open data sharing?, in JLIS.it, 2010, 316 ss.; DE SANCTIS, op. cit., 202 ss.
dunque, la creazione di un quid pluris che prima non esisteva, come tale brevettabile 107. A titolo
di esempio, mentre il ritrovamento di una determinata sequenza di DNA nel patrimonio genetico
pu&ograve; essere considerata una scoperta, l’isolamento di una molecola di DNA e di una sua funzione
rappresentano un’invenzione, in quanto la sequenza isolata &egrave; un derivato dalla natura, non un
prodotto della natura 108. L’invenzione pu&ograve; riguardare un prodotto o un procedimento e deve
avere le seguenti caratteristiche: novit&agrave;, attivit&agrave; inventiva, industrialit&agrave;, liceit&agrave;, sufficiente descrizione.
Il brevetto conferisce al suo titolare il diritto esclusivo di utilizzare l’invenzione per un periodo di 20 anni 109. Inoltre, tutela le imprese che investono nella ricerca e nello sviluppo: infatti,
come gi&agrave; in precedenza rilevato, mentre il diritto morale d’inventore spetta sempre al suo autore
(art. 2590 c.c.); i diritti di sfruttamento economico, se trattasi di lavoratore dipendente, spettano
al datore di lavoro, il quale dovr&agrave; solo pagare un equo premio se l’attivit&agrave; inventiva non costituisce oggetto specifico del rapporto di lavoro (art. 64 c.p.i.) 110. Un’eccezione &egrave; prevista per il
ricercatore delle universit&agrave; e degli enti pubblici di ricerca, il quale &egrave; titolare esclusivo dei diritti
anche patrimoniali derivanti dalla sua invenzione brevettabile (art. 65 c.p.i.) 111: la diversit&agrave; non
&egrave; giustificabile e rende legittimo il dubbio di una possibile illegittimit&agrave; costituzionale; ma purtroppo, in sede di approvazione definitiva del d.lgs. n. 131/2010, fu eliminata la modifica
dell’art. 65 c.p.i., volta ad assimilare il regime delle invenzioni dei ricercatori a quello dei dipendenti delle aziende private, gi&agrave; predisposta nell’art. 36 dello schema del d.lgs., con ci&ograve; disattendendo quanto previsto nella legge delega n. 99/2009 all’adozione di disposizioni modificative della norma in commento 112.
ERRICO, Tutela brevettuale e ricerca biotecnologica. Un binomio non sempre perfetto, in Brevetti e tecnologie a cura di Ghidini e Cavani, Luiss, Roma, 2008, 37 ss.
DE ROBBIO, Biobanche e propriet&agrave; intellettuale: commons o caveau?, in http://www.aib.it/aib/sezioni/emr/bibtime/num-xiii-3/derobbio.htmin, 14. Da ultimo, nel diritto statunitense, la Corte Suprema
Stati degli Uniti d’America, 13 giugno 2013, Association for Molecular Pathology c. Myriad Genetics (in Foro
it., 2013, IV, 439, con nota di GRANIERI, I limiti alla brevettabilit&agrave; del DNA umano: l’epilogo di Myriad Genetics), ha ritenuto brevettabile un segmento di DNA complementare ottenuto mediante rimozione degli introni
da DNA messaggero, in quanto materiale genetico non esistente in natura.
Sui problemi afferenti la contitolarit&agrave; dei diritti di propriet&agrave; industriale, si rinvia a CAPRA, Comunione di
diritti di propriet&agrave; industriale e prerogative del singolo comunista, in Riv. dir. ind., 2013, I, 57 ss.
SARACENO, Le invenzioni dei dipendenti, in Codice della propriet&agrave; industriale: la riforma 2010 a cura di
Galli, Ipsoa, Milano, 2010, 104 ss.; SINDICO, Le invenzioni dei dipendenti, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale a cura di Bottero, Milano, 2011, 165 ss.
Peraltro, il 5&deg; comma dell’art. 65 c.p.i. introduce, con una formula ambigua quanto alla disciplina applicabile, una deroga per le ricerche finanziate in tutto o in parte da soggetti terzi: da ultimo, AREZZO, La tutela e
la valorizzazione della ricerca universitaria in tempi di crisi, in Riv. dir. ind., 2013, I, 148 ss.
SARACENO, op. cit., 106 ss.; ID., in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli, cit., sub art. 64, 917 ss.; TRAVOSTINO, Le invenzioni dei ricercatori universitari di cui all’art.65
c.p.i. e la mancata attuazione della delega, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale a cura di Bottero, cit., 201 ss.
Il brevetto rappresenta oggi la forma di propriet&agrave; intellettuale maggiormente usata in biotecnologia, ma &egrave; anche la pi&ugrave; discussa, in quanto conferisce il “monopolio temporaneo di sfruttamento di un’invenzione, in un territorio e per un determinato periodo temporale, allo scopo di
impedire ad altri di produrre, vendere o utilizzare quell’invenzione senza autorizzazione” 113.
Originariamente, il diritto dei brevetti si &egrave; sviluppato per le invenzioni costituite da materia non
vivente; ma, con la scoperta della doppia elica del DNA nel 1953 e lo sfruttamento commerciale
della tecnologia genetica a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo, si &egrave; posta la questione se il
diritto dei brevetti sia trasferibile alla materia vivente 114.
In particolare, vi &egrave; un acceso dibattito etico sulla brevettabilit&agrave; delle cellule staminali e delle
linee di cellule staminali isolate e non modificate che, a seguito di quanto espresso dalla commissione etica europea, non sono brevettabili 115. Nell’ordinamento italiano, la legge di trasposizione della direttiva 98/44/CE, nell’art. 81-quinquies, comma 1, lett. b), punto 3, c.p.i. esclude
espressamente dalla brevettabilit&agrave; “ogni utilizzazione di embrioni umani, ivi incluse le linee di
cellule staminali embrionali” 116. Invece, la direttiva non prende posizione sul punto: tuttavia, ad
oggi, l’unico metodo per ottenere cellule staminali comporta la distruzione dell’embrione, con
conseguenti problemi di tutela dei diritti fondamentali, e l’art.6, n. 2, lett. c, della direttiva non
considera brevettabili le utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali o commerciali 117, senza per&ograve; fornire una definizione di “embrione umano”. Pertanto, &egrave; di estrema rilevanza la recente
pronuncia della Corte di Giustizia, la quale per la prima volta interpreta tale nozione, peraltro in
senso ampio, riconducendovi anche “qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi”; rinviando, poi, al giudice
nazionale il compito di stabilire se tale possa considerarsi anche la cellula staminale ricavata da
un embrione umano nello stadio di blastocisti 118. La sentenza &egrave; importante per ulteriori due pro113
Per un inquadramento del tema nell’ambito del diritto industriale, v. gi&agrave; DI CATALDO, Biotecnologie e
diritto. Verso un nuovo diritto, e verso un nuovo diritto dei brevetti, in Contratto e impr., 2003, 319 ss.
Sull’opportunit&agrave; di distinguere secondo la tipologia di cellule staminali utilizzate, CORDIANO, op. cit., 295 ss.
Sul punto, CASABURI, Attuazione italiana della direttiva sulle biotecnologie, in Foro it., 2006, IV, 386
ss.; CAPASSO, GALLI, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli, cit.,
sub art. 81 quinquies, 943 ss. La soluzione &egrave; da taluni criticata, perch&eacute; nega la brevettabilit&agrave; di tali cellule anche
qualora fossero, in ipotesi, ottenute senza alcun danno dell’agglomerato cellulare originario (ROMANO, op. ult.
cit., 248 s.).
Puntualmente sottolinea MARINI, op. ult. cit., 602, che la direttiva vieta, non gi&agrave; la ricerca o la sperimentazione sull’embrione, ma solo la brevettabilit&agrave; delle invenzioni che derivassero dai risultati di tale ricerca.
C. Giust. CE, 18.10.2011, causa C-34/10, Brűstle c. Greenpeace e V., in Fam. e dir., 2012, 221, con nota
di SCALERA, La nozione di “embrione umano” all’esame della Corte UE; in Nuova giur. civ. comm., 2012, I,
289, con nota critica di ROMANO, op. ult. cit., 237 ss., in quanto la Corte estende la valutazione di illiceit&agrave;
dell’oggetto del brevetto a fasi precedenti ed anteriori alla brevettazione; in Dir. fam. pers., 2012, 1, con note di
CARAPEZZA FIGLIA, Tutela dell’embrione e divieto di brevettabilit&agrave;: un caso di assiologia dirimente nell’ermeneutica della Corte di Giustizia, e di CASINI, La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ed il superamento del-
fili: l’esclusione della brevettabilit&agrave; riguarda anche l’utilizzazione a fini di ricerca scientifica;
inoltre, deve applicarsi anche alle invenzioni che, pur non avendo direttamente ad oggetto
l’utilizzazione di embrioni umani, vertano su prodotti o procedimenti che presuppongono la
previa distruzione dei medesimi (in questo senso, gi&agrave; l’art. 81-quinquies, comma 2, c.p.i.) 119.
I profili, non solo giuridici, ma soprattutto etici, della sperimentazione hanno indotto la
comunit&agrave; scientifica internazionale ad applicare con molta cautela la normativa brevettuale,
collaudata solo con riferimento ai tradizionali settori industriali, ad un ambito dove entra in
gioco una particolare qualit&agrave; dell’oggetto brevettabile, “la materia organica, vivente e autoreplicante” 120. I principi ispiratori della direttiva comunitaria 98/44/CE 121 e, conseguentemente,
della legge nazionale di attuazione e poi del Codice della propriet&agrave; industriale, traggono le
loro origini, in particolare, dalla Convenzione di Oviedo e dal Protocollo addizionale 12 gennaio 1998 sul divieto di clonazione di esseri umani 122, individuando i casi di brevettabilit&agrave;,
la c.c. “teor&igrave;a del preembrione”; in Giur. comm., 2012, II, 31, con nota di COLANGELO, La tutela delle invenzioni biotecnologiche in Europa e negli Stati Uniti alla luce dei casi Brűstle e Myriad Genetics; in Riv. dir.
ind., 2012, II, 245, con nota di CAPASSO, La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulla brevettabilit&agrave; di cellule staminali derivate da embrioni umani, e di ROMANDINI, La sentenza Brűstle sulla tutelabilit&agrave; delle cellule staminali embrionali: implicazioni pratiche e giuridiche, ibidem, II, 335. V. anche CONTU, op.
cit., 87 ss.; ROSSOLINI, La tutela dell’embrione umano nelle invenzioni biotecnologiche alla luce della sentenza
della Corte di giustizia nel caso Br&uuml;stle, in Riv. dir. ind., 2012, I, 133 ss.; MARINI, op. ult. cit., 598 ss.; DI LELLA, op. cit., 261 ss. Per un’analisi comparatistica dell’uso del termine “embrione”, da ultimo, DURANTE, La
“semantica dell’embrione” nei documenti normativi. Uno sguardo comparatistico, in Riv. crit. dir. priv., 2012,
Con particolare riguardo al problema del finanziamento pubblico delle ricerche sulle cellule staminali e
della loro commercializzazione, MARINI, op. ult. cit., 601 ss. Nell’ordinamento italiano (come osserva DI LELLA, op. cit., 264 ss.), &egrave; chiara la ricaduta della sentenza sul dibattito in merito al diverso problema, creato dalla
l. n. 40/2004, sulla sorte degli embrioni cd. soprannumerari nella p.m.a. (problema che si inserisce nel dibattito
ben pi&ugrave; ampio e complesso, della definizione di uno statuto per l’embrione: per tutti, ALPA, Lo statuto dell’embrione tra libert&agrave;, responsabilit&agrave;, divieti, in AA.VV., La fecondazione assistita. Riflessioni di otto grandi giuristi, Milano, 2005, 139 ss.; FERRAJOLI, Diritti fondamentali e bioetica. La questione dell’embrione, in Trattato
di biodiritto, cit., Ambito e fonti del biodiritto, cit., 250 ss.; CRICENTI, Il s&eacute; e l’altro. Bioetica del diritto civile,
ETS, Pisa, 2013, 13 ss.; MARINI, op. ult. cit., 586 ss.): basti pensare alla recente rimessione alla Corte Costituzionale della questione di legittimit&agrave; dell’art. 13 della legge, per presunto contrasto con gli artt. 2, 3, 9, 13, 31,
32 e 33 Cost., nella parte in cui vieta l’attivit&agrave; di sperimentazione e ricerca sugli embrioni residui, se non finalizzata alla tutela della salute degli stessi (Trib. Firenze, ord. 7 dicembre 2012, in Dir. fam. pers., 2013, 1253,
con nota di D’AVACK, L’ordinanza 7 dicembre 2012 del Tribunale civile di Firenze).
Cos&igrave; DE ROBBIO, CORRADI, op. cit., 320. Sul tema, recentemente, STAZI, Innovazioni biotecnologiche e
brevettabilit&agrave; del vivente, Giappichelli, Torino, 2012, passim.
Sulla direttiva, MARINI, La protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, in Dir. Unione europea, 1998, 773 ss.; DI CATALDO, La brevettabilit&agrave; delle biotecnologie-Novit&agrave;, attivit&agrave; inventiva, industrialit&agrave;,
in Riv. dir. ind., 1999, I, 177 ss.; RAMBELLI, Invenzioni biotecnologiche, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale a cura di Bottero, cit., 215 ss. Sulla giurisprudenza dell’Ufficio Europeo dei Brevetti relativa
ai requisiti di brevettabilit&agrave; delle invenzioni in campo biotecnologico, GALLIGANI, Biotechnological inventions:
their patentability under the European Patent Convention in the light of the case law of the EPO Boards of Appeal, in Brevetti e biotecnologie, cit., 217 ss.
Sulla distinzione, rilevante ai fini di un giudizio di assoluta inammissibilit&agrave;, tra clonazione riproduttiva e
terapeutica, CORDIANO, op. cit., 276 ss., 295 ss.
nonch&eacute; quelli di esclusione, e prevedendo come brevettabili solo alcune realt&agrave; biotecnologiche, purch&eacute; abbiano i requisiti di novit&agrave; e originalit&agrave; e siano suscettibili di applicazione industriale.
L’art. 81-quinquies c.p.i. esclude dalla brevettabilit&agrave; alcune particolari realt&agrave; biotecnologiche 123. Anzitutto, sono esclusi il corpo umano, sin dal momento del concepimento e nei vari
stati del suo sviluppo, nonch&eacute; la mera scoperta di uno degli elementi del corpo stesso, compresa
la sequenza o la sequenza parziale di un gene 124; una semplice sequenza di DNA, una sequenza
parziale di un gene, utilizzata per produrre una proteina o una proteina parziale, salvo che venga
fornita l’indicazione e la descrizione di una funzione utile alla valutazione del requisito dell’applicazione industriale e che la funzione corrispondente sia specificatamente rivendicata;
ogni procedimento tecnico che utilizzi cellule embrionali umane. Inoltre, &egrave; espressamente esclusa la brevettabilit&agrave; dei metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o
animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale. Non sono poi ammesse alla
brevettabilit&agrave; le invenzioni biotecnologiche, il cui sfruttamento commerciale sia contrario alla
dignit&agrave; umana, all’ordine pubblico e al buon costume, alla tutela della salute e della vita delle
persone e degli animali, alla preservazione dei vegetali e della biodiversit&agrave; ed alla prevenzione
di gravi danni ambientali, con l’indicazione che l’esclusione riguarda, in particolare, ogni procedimento tecnologico di clonazione umana, qualunque sia la tecnica impiegata.
Invece, per la parte che qui interessa, l’elenco di realt&agrave; biotecnologiche brevettabili, ai sensi
dell’art. 81-quater c.p.i., comprende i materiali biologici, isolati dal loro ambiente naturale o prodotti tramite un procedimento tecnico, anche se preesistenti allo stato naturale; un procedimento
tecnico attraverso il quale viene prodotto lavorato o impiegato materiale biologico, anche se preesistente allo stato naturale. Rientrano tra le tecniche brevettabili anche le applicazioni nuove di un
materiale biologico o di un procedimento tecnico gi&agrave; brevettato e le invenzioni relative ad un elemento isolato dal corpo umano o diversamente prodotto, mediante un procedimento tecnico (procedimento che soltanto l’uomo &egrave; capace di mettere in atto e che la natura di per se stessa non &egrave; in
grado di compiere), anche se la struttura &egrave; identica a quella di un elemento naturale, a condizione
che la loro funzione ed applicazione industriale siano concretamente indicate e descritte 125; quest’ul-
CAPASSO, Le categorie aggiuntive di trovati biologici esclusi dalla brevettabilit&agrave;, in Codice della propriet&agrave; industriale: la riforma 2010, cit., 130 ss.; CAPASSO, GALLI, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli, cit., sub art. 81 quinquies, 942 ss.; CORDIANO, op. cit., 286 ss.; RAMBELLI, op. cit., 227 ss.
In realt&agrave;, si tratta di ipotesi di scoperte, come sottolineato anche dall’uso dell’aggettivo “mera”: DI LELop. cit., 252.
FALCE, Sulla tutela dell’innovazione nei “nuovi” settori della tecnica con particolare riguardo alle invenzioni biotecnologiche. Primi appunti sul contributo dell’analisi economica, in Brevetti e tecnologie, cit.,
122 ss.; CAPASSO, GALLI, in La riforma del codice della propriet&agrave; industriale, Commentario a cura di Galli,
cit., sub art. 81 quater, 937 ss.; RAMBELLI, op. cit., 223 ss.; LORENZON, op. cit., 84 ss., cui si rinvia per i richiami alla recente giurisprudenza statunitense.
tima precisazione permette di mantenere inalterata la distinzione tra scoperta ed invenzione 126.
Peraltro, con riferimento alle realt&agrave; brevettabili, si &egrave; prospettata l’esigenza di adattare lo
schema tradizionale del brevetto di invenzione alle specificit&agrave; dell’invenzione biotecnologica e
di circoscrivere la portata del medesimo unicamente all’uso dichiarato nella domanda (c.d. tutela brevettuale di scopo), e non a tutti i possibili impieghi futuri dell’invenzione brevettata 127: ci&ograve;
al fine di non porre limiti alla ricerca di nuovi impieghi di elementi biologici gi&agrave; noti 128. La soluzione della direttiva, e di conseguenza anche delle norme italiane di trasposizione, non &egrave; chiara sul punto: da un lato, l’art. 5, n. 3, (art. 81-quater, c), c.p.i.) per le invenzioni relative ad un
elemento isolato dal corpo umano richiede che l’applicazione industriale sia concretamente indicata nella domanda; dall’altro, l’art. 8 (art. 81-sexies, comma 1, c.p.i.) estende la protezione
attribuita ad un brevetto (relativo a materiale biologico) a tutti i materiali biologici da esso derivati e dotati delle stesse propriet&agrave; e l’art. 9 (art. 81-sexies, comma 3, c.p.i.) estende la tutela accordata ad un prodotto contenente o consistente in un’informazione genetica a qualsiasi materiale nel quale il prodotto &egrave; incorporato e nel quale l’informazione genetica &egrave; contenuta e svolge la
sua funzione 129.
11.3. – Secondo una parte della dottrina, innovazioni di particolare rilievo presuppongono
grandi investimenti economici e quindi la loro tutela giuridica deve necessariamente potersi avvalere dello strumento classico di incentivazione dell’attivit&agrave; inventiva industriale, cio&egrave; il monopolio (temporalmente limitato) conferito dal brevetto di invenzione 130.
Invece, per altre scuole di pensiero, favorevoli ad un approccio partecipativo alla scienza, il
ricorso alla figura dell’open data sharing consentirebbe di rendere alcuni risultati della ricerca
Cos&igrave; ROMANO, Brevettabilit&agrave; del vivente e “artificializzazione”, cit., 590 ss. Per ulteriori problemi applicativi, ERRICO, op. cit., 43 ss.
In questo senso, con riferimento all’art. 9 della Direttiva, se pure in tema di biotecnologie vegetali, C.
Giust. CE, Grande sezione, 6 luglio 2010, causa C-428/08, Monsanto Technology LLC c. Cefetra BV e a., in
http://Curia.Europa.Eu/Juris/Liste.Jsf?Language=It&amp;Jur=C,T,F&amp;Num=C-428/08&amp;Td=All; ancora pi&ugrave; incisive erano le conclusioni dell’Avvocato generale (punti 21-41).
Cos&igrave; MARINI, Brevetto biotecnologico e cellule staminali nel diritto comunitario, cit., 607 ss.
Infatti, (come ricorda MARINI, op. loc. ult. cit.) il Parlamento europeo, con la Risoluzione 26 ottobre
2005 sui brevetti relativi alle invenzioni biotecnologiche (in GUUE, 9 novembre 2006, C272E, 440), ha invitato, da un lato, l’Ufficio europeo dei brevetti e gli Stati membri a “concedere brevetti sul DNA umano solo in
presenza di un’applicazione concreta e limitando il brevetto a tale applicazione, in modo che altri utilizzatori
possano utilizzare e brevettare la stessa sequenza di DNA per altre applicazioni” (punto 5); dall’altro, la Commissione a “studiare se tale interpretazione della direttiva, sia perseguita per mezzo di una raccomandazione
agli Stati membri o se sia necessario un emendamento all’articolo 5 della direttiva” (punto 6).
Si rinvia a FALCE, op. cit., 111 ss. Peraltro, secondo MACILOTTI, op. ult. cit., 242 ss., nell’epoca della
medicina genomica il sistema di protezione della produzione intellettuale sembra in crisi, per la necessit&agrave; di
condividere, soprattutto nella fase iniziale della ricerca, il maggior numero possibile di dati e risultati; riportando, al riguardo, esempi di alcuni recenti progetti di ricerca fondati sul libero accesso ai dati.
scientifica “liberamente accessibili a tutti e non soggetti a forme di tutela che, esercitando un
controllo, ne limitino la riproduzione” 131. Numerose sono le giustificazioni portate a sostegno di
tale tesi: i dati appartengono al genere umano (esempi tipici sono i genomi, i dati sugli organismi per la scienza medica, i dati ambientali); i dati prodotti dalla pubblica amministrazione, in
quanto finanziati da denaro pubblico, devono ritornare ai contribuenti, e alla comunit&agrave; in generale, sotto forma di dati aperti e universalmente disponibili; restrizioni sui dati e sul loro riutilizzo limitano lo sviluppo della comunit&agrave;; in campo scientifico il tasso di scoperta &egrave; accelerato da
un migliore accesso ai dati 132. Analoga esigenza si manifesta anche nell’ambito del diritto
d’autore, dove peraltro la direttiva 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto
d’autore e dei diritti connessi nella societ&agrave; dell’informazione, (che per&ograve; non si applica al software ed alle banche dati 133, attuata con d.lgs. n. 68/2003, propone un modello normativo squilibrato in danno dei terzi, sia perch&eacute; attribuisce agli Stati membri piena discrezionalit&agrave; nel riconoscere ai terzi spazi di libert&agrave; di accesso ai risultati della ricerca (prevalentemente recepiti in modo restrittivo), sia perch&eacute; le eventuali “libere utilizzazioni” introdotte sono comunque sottoposte
ad un ulteriore controllo giudiziario per verificare la non contrariet&agrave;, nel caso concreto, agli interessi del titolare del diritto d’autore 134.
Tuttavia, nel settore della propriet&agrave; industriale scelte a favore di una politica di open data
sharing richiedono interventi normativi: da un lato, &egrave; inadeguato lo strumento contrattuale che
vincoli i ricercatori a restituire alla biobanca i dati (anche solo in forma aggregata o quelli cd.
pre-competitivi), sia per il rischio che il ricercatore, in previsione dello sfruttamento industriale
Cos&igrave; DE ROBBIO, CORRADI, op. cit., 321; MACILOTTI, op. ult. cit., 251 ss.
Per il software la direttiva 2009/24/CE e per le banche dati la gi&agrave; citata direttiva 1996/9/CE hanno adottato un regime diverso in tema di libere utilizzazioni, introducendo alcune regole obbligatorie a favore del c.d.
“utente legittimo”: in particolare, nella seconda ipotesi, in attuazione della direttiva, vedi l’art. 64-sexies l.a. per
le banche dati creative (dove, fra l’altro, l’accesso &egrave; consentito a chi effettua attivit&agrave; di ricerca pura, non svolta
nell’ambito di un’impresa) e l’art. 102-ter l.a. per il diritto sui generis, i quali per&ograve; limitano (in difformit&agrave; da
quanto consentiva la direttiva) l’estrazione e/o il reimpiego dei dati ad una parte non sostanziale del contenuto
della banca dati e consentono al titolare della stessa la possibilit&agrave; di riservare l’accesso a determinati soggetti
(sull’opportunit&agrave; di una maggior apertura, ERRICO, Software e banche dati: le eccezioni al diritto d’autore a
scopo di ricerca, in GHIDINI, BRICE&Ntilde;O MORAIA, ERRICO, Il diritto d’autore nell’economia della conoscenza: le
eccezioni al diritto d’autore a scopo di ricerca, in http://dirittoautore.cab.unipd.it/progetti/GG-LB-PE_%
20Paper%20convegno.pdf, 12 ss.).
GHIDINI, La dialettica fra diritti d’autore e diritti dei ricercatori. Alla ricerca di un equilibrio coerente con
la Costituzione, in GHIDINI, BRICE&Ntilde;O MORAIA, ERRICO, op. cit., 1 ss.; sul tema, AA.VV., Pubblicazioni scientifiche, diritti d’autore e open access, a cura di Caso, Universit&agrave; degli studi di Trento, Alcione, Trento, 2009, passim.
A ci&ograve; si aggiunga che la direttiva auspica l’opportunit&agrave; di un’interpretazione restrittiva delle libere utilizzazioni,
con una previsione che dovrebbe essere rivisitata alla luce delle libert&agrave; (di espressione, informazione, ricerca
scientifica ed istruzione) che sono alla base, non solo delle singole Costituzioni, ma soprattutto della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea: BRICE&Ntilde;O MORAIA, Sull’interpretazione delle libere utilizzazioni per finalit&agrave; di ricerca alla luce delle novit&agrave; introdotte dal Trattato di Lisbona, ibidem, 5 ss.; la necessit&agrave; di distinguere tra
pubblicazioni scientifiche e pubblicazioni per scopi letterari o artistici &egrave; sottolineata anche dalla Commissione delle Comunit&agrave; Europee 19 ottobre 2009 (Il diritto d’autore nell’economia della conoscenza).
dell’esito della sua ricerca, eviti di collaborare, sia, in caso contrario, per la difficolt&agrave; della biobanca di accertare l’effettiva restituzione dei risultati 135; dall’altro, sussistono numerosi ostacoli,
pratici e giuridici, ad un’applicazione generalizzata di tali principi nei campi della ricerca biomedica. Sotto il profilo giuridico, le difficolt&agrave; nell’ottenere il consenso informato, la privacy e la
riservatezza sui dati personali dei partecipanti alla ricerca diventano aspetti cruciali, qualora i
dati siano condivisi in modo ampio: di qui la necessit&agrave; di definire in modo chiaro il ruolo delle
biobanche rispetto, sia alla questione dell’appartenenza dei campioni biologici e dei dati informazionali, sia alla disponibilit&agrave; dei medesimi per nuove ricerche.
Ulteriori ostacoli, sotto il profilo fattuale, sono la riluttanza dei ricercatori a condividere i
propri dati e la complessit&agrave; nella creazione di infrastrutture adeguate; gli elevati costi della ricerca e della gestione di una biobanca, che possono essere compensati solo dalla brevettabilit&agrave; e,
quindi, dallo sfruttamento economico dei risultati di quella ricerca (sfruttamento che, a mio avviso, dovrebbe essere ripartito tra ricercatore, ente di ricerca e biobanca, la quale ha fornito
campioni biologici e dati). Inoltre, per progetti scientifici di piccole dimensioni, la restrizione
nell’accesso ai dati, con conseguente brevettabilit&agrave; dei risultati della ricerca, pu&ograve; risultare una
scelta positiva: si pensi alle biobanche di tipo secondario, le quali gestiscono campioni e dati
nello studio di particolari malattie; nonch&eacute; alle banche dati genomiche, dove si osserva che “un
sistema di accesso limitato fornisce alcune informazioni del fenotipo collegate ai dati del genotipo, cos&igrave; da rafforzare il valore scientifico dei dati” 136.
Pertanto, si rende necessaria una scelta normativa che, pur riconoscendo la possibilit&agrave; di profitti annessi alla propriet&agrave; intellettuale derivante dall’opera dell’ingegno, ne restringa i confini e
preveda in taluni casi, in una politica di open data sharing, un approccio libero a campioni e dati gestiti dalle biobanche, favorendo cos&igrave; l’incremento del numero dei partecipanti alla ricerca,
peraltro con una serie di cautele: modalit&agrave; di accesso ai dati degli utenti, contratti chiari con gli
utenti medesimi, regole di responsabilit&agrave; per l’uso improprio dei dati, criteri tecnici di gestione
dei dati 137. &Egrave;chiaro che un’eventuale politica di open data presuppone, per&ograve;, la condivisione
della tesi che riconduce i campioni biologici alla categoria dei “commons” (o “semi-commons”)
o, quantomeno, riconosce alla biobanche, con le cautele a suo tempo indicate, la disponibilit&agrave; e
la titolarit&agrave; dei medesimi.
Altra questione, tuttora aperta e strettamente connessa al tema dello sfruttamento commerciale delle ricerche genetiche, &egrave; quella relativa alla necessit&agrave; di introdurre forme di “compenso”,
non necessariamente di carattere economico, per le comunit&agrave; oggetto di studio 138. L’appli135
Sul punto, G. RESTA, I diritti della personalit&agrave;, in ALPA, G. RESTA, Le persone e la famiglia, 1, Le persone fisiche e i diritti della personalit&agrave;, in Trattato dir. civ. diretto da Sacco, Torino, 2006, 624 ss.; STEFANINI,
op. cit., 124 ss.
cazione a questo settore del concetto di benefit-sharing, e dei principi di solidariet&agrave; ed equit&agrave;
sociale che lo sostengono, &egrave; tuttora problematica: l’art. 19 della “Dichiarazione internazionale
sui dati genetici umani” 16 ottobre 2003 dell’Unesco prevede, con una formula molto generale,
che i benefici risultanti dall’uso di dati genetici umani o di campioni biologici, raccolti a scopo
di ricerca medica e scientifica, debbano essere condivisi con l’intera societ&agrave; e la comunit&agrave; internazionale. &Egrave; vero che la successiva “Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti umani” 19
ottobre 2005, nell’art. 15, esemplifica le possibili forme di questa “condivisione dei benefici”
(assistenza speciale e sostenibile per le persone ed i gruppi che hanno preso parte alla ricerca,
accesso ad un’assistenza sanitaria di qualit&agrave;, fornitura di nuove tecniche diagnostiche e terapeutiche o dei prodotti derivati dalla ricerca, sostegno per i servizi sanitari, accesso alla conoscenza
scientifica e tecnologica, agevolazioni per la creazione di istituzioni per la ricerca): tuttavia, si
tratta di vantaggi che rimangono sempre legati all’adozione (alquanto rara) di ulteriori provvedimenti legislativi interni o di accordi internazionali 139.
Nel quadro della principale normativa internazionale e comunitaria in materia, il lavoro propone un’analisi dell’ordinamento giuridico italiano con riguardo ai seguenti temi: natura giuridica del campione biologico (human tissue sample) e distinzione tra elemento materiale (biological materials) e dati informazionali (personal data, health and genetic information); diritto di
propriet&agrave; e diritto alla privacy; nozione di campione biologico “non identificabile” (not identifiable biological material); titolarit&agrave; del campione biologico e (in)disponibilit&agrave; dei dati; nozione
e funzione delle biobanche (human biobanks), in relazione anche al settore della propriet&agrave; intellettuale (intellectual property).
&Egrave; questa la soluzione preferibile nel sistema europeo, sia per lo spazio riservato alle istituzioni pubbliche
nel campo delle invenzioni biotecnologiche, sia per i rigorosi controlli sull’esercizio della privativa brevettuale,
pur non escludendosi la possibilit&agrave; di ricorrere ai consueti strumenti dell’autonomia negoziale: cos&igrave; G. RESTA,
op. ult. cit., 626 ss.