Source: https://personaedanno.it/articolo/atto-di-nascita-e-possesso-di-stato-artt-236-e-237-codice-civile
Timestamp: 2018-12-13 16:32:34+00:00
Document Index: 140035995

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'sentenza ', 'art. 237', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 249']

Famiglia, relazioni affettive - Filiazione, potestà, tutela - Francesco Maria Bernicchi - 30/09/2018
Analizziamo, in breve, gli articoli del codice civile relativi all’atto di nascita ed in particolare al possesso di stato e ai suoi fatti costitutivi.
La filiazione [legittima] si prova con l'atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile. Basta, in mancanza di questo titolo, il possesso continuo dello stato di figlio [legittimo].
E’ doveroso segnalare che l’atto di nascita è previsto e disciplinato dall’art. 29 del D.P.R. 396/2000, in materia di ordinamento dello stato civile, ed è redatto dall’ufficiale di stato sulla base della dichiarazione di nascita assumendo così rango di documento pubblico avente al suo interno tutta una serie di indicazioni specifiche.
Il possesso di stato può supplire alla mancanza dell’atto di nascita, ma non alla mancanza di riconoscimento e quindi il tutto si riduce al caso in cui vi sia stato atto di nascita, contestuale riconoscimento e il tutto sia stato smarrito o distrutto (Dossetti, Lo stato di figlio e le azioni di stato: alcune novità, molti interrogativi, in Giurisprudenza italiana 2014).
Fatti costituivi del possesso di stato
[- che la persona abbia sempre portato il cognome del padre che essa pretende di avere;]
- che il padre l'abbia trattata come figlio ed abbia provveduto in questa qualità al mantenimento, all'educazione e al collocamento di essa;
- che sia stata costantemente considerata come tale nei rapporti sociali;
- che sia stata riconosciuta in detta qualità dalla famiglia.
Inutile segnalare che anche l’articolo 237 c.c. sia stato modificato per far sì che il possesso di stato costituisca prova di filiazione per i figli nati nel e fuori del matrimonio. La prova, comunque, è sempre subordinata alla mancanza dell’atto di nascita seguendo lo schema gerarchico evidenziato al commento dell’articolo 236 c.c.
La modifica più rilevante è stata quella di eliminare il requisito del nomen tra gli elementi costitutivi del possesso: in sostanza, oggi, il fatto di aver sempre portato il cognome del padre non aiuta a tipizzare il possesso di stato.
Può essere – tuttavia – utilizzato sempre come elemento necessario in un giudizio volto ad accertare la sussistenza del possesso di stato medesimo.
I più hanno criticato questa scelta del Legislatore (su cui si è insinuata anche la decisione della Corte Costituzionale con sentenza n. 286/2016 che ha dichiarato la illegittimità delle norme che non consentivano ai coniugi – di comune accordo – di trasmettere al figlio anche il cognome materno, colmando un vuoto normativo stigmatizzato più volte anche dalla Suprema Corte – Cass. Civ. 17710/2006). Poteva essere utile sostituire la parola padre con genitore – come fatto in altre disposizioni – perché l’eliminazione totale della situazione ha di fatto cancellato un indice molto significativo dell’esistenza del rapporto di filiazione ossia quello di avere il cognome di un genitore.
Le modifiche non hanno cambiato quelli che sono i caratteri necessari ed insostituibili del possesso di stato: la complessità e la continuità.
Rispettivamente la prima è evidenziata dal primo comma dell’art. 237 c.c. che indica la necessità di “una serie di fatti (…)” non essendo sufficiente, quindi, un solo fatto, ma una concatenazione degli stessi che va valutata nell’insieme e con efficacia dimostrativa.
La continuità, invece, richiede, semplicemente, che la serie di fatti sia senza interruzioni rilevanti e che esprima l’essere figlio nella realtà sociale in cui lo stesso vive. La continuità si esprime anche come sinonimo di periodo sufficiente a che una certa realtà sociale abbia valore normativo, pur se, ad un certo punto dell’esistenza, la stessa condizione cessi di esistere per motivi estranei al rapporto.
Si faccia il caso del genitore che, dopo aver provveduto per anni al mantenimento del figlio, termini detta attività per volontà o per condizioni estrinseche (morte, depauperamento): in questo caso non manca la continuità, ma una sopravvenuta violazione degli obblighi genitoriali (Mantovani, M., a cura di, Filiazione, in Tratt. dir. fam. Zatti, II, Milano, 2002)
Scendendo nel particolare della norma e, come detto, dopo l’eliminazione del nomen rimangono come caratteri imprescindibili per il possesso di stato il tractatus e la fama
Quanto al primo, esso è identificato come il comportamento del padre (ora genitore) che deve aver trattato la persona come figlio e, quindi, ai sensi dell’articolo 147 c.c., aver provveduto al mantenimento all’educazione e al collocamento della stessa nel tessuto sociale; per fama, invece, si intende il fatto che la persona sia stata costantemente considerata, nei rapporti interpersonali, come figlio dei genitori che assume di avere.
Detto requisito esige che i terzi, con i quali il soggetto entra in relazione, lo abbiamo pacificamente e in modo continuo ritenuto figlio dei genitori. Si discute, soltanto, di chi prendere in considerazione come persona terza al nucleo familiare e – di certo – è giudizio che si declina diversamente in relazione all’età, alla professione e alla stessa posizione sociale raggiunta dal soggetto nel corso degli anni.
Il possesso di stato, come detto, è prova fattuale e non documentale: è costituito da una serie di fatti che devono essere, a loro volta, provati. La sentenza che accerta il legittimo possesso di stato si può basare su ogni mezzo di prova, salvo la confessione e il giuramento delle parti trattandosi di diritti indisponibili dalle parti.
Si è discusso molto circa la legittimazione attiva per l’azione di esistenza del possesso di stato poiché dal tenore letterale dell’articolo 237 c.c. sembrerebbe che solo il figlio sia legittimato a richiedere una sentenza che accerti il possesso di stato; la dottrina più oculata ha aggiunto che sarebbe stato opportuno, in analogia con l’articolo 249 c.c., estendere anche ai discendenti del figlio la possibilità di agire in giudizio.
Tuttavia, il Legislatore, intaccando anche questa interpretazione analogica, ha soppresso la trasmissibilità dell’azione di cui all’art. 249 c.c. agli eredi.