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Timestamp: 2019-08-17 12:46:22+00:00
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Penale Archivi - Pagina 138 di 151
Lavoratrice – Attrezzature da lavoro – Responsabilità del datore di lavoro (Cass. pen. n. 14404/2012)
-1- Con sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Roma, del 1 febbraio 2008, (Omissis), titolare di omonima ditta corrente in (Omissis), è stato ritenuto colpevole del delitto di lesioni personali colpose commesse, con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, in pregiudizio della dipendente (Omissis) -capo B) dell’imputazione-, nonchè dei reati contravvenzionali connessi alle specifiche norme prevenzionali violate -capo A)- e dei reati di cui al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, articolo 22, comma 10 e successive modifiche (per avere occupato alle proprie dipendenze cittadini di nazionalità (Omissis) – la (Omissis) – e polacca – (Omissis) – sprovvisti del permesso di soggiorno -capo C)-), nonchè 81 cpv cod. pen. e 2 del Decreto Legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito nella Legge 11 novembre 1983, n. 638, e successive modificazioni (per avere omesso di versare all’INPS le ritenute previdenziali ed assistenziali previste dalla legge -capo D-). All’affermazione di responsabilità è seguita la condanna dell’imputato, ritenuta la continuazione tra i reati contestati, alla pena complessiva -sospesa alle condizioni di legge- di mesi nove e giorni quindici di reclusione, nonchè al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio, in favore della parte civile, alla quale ha assegnato una provvisionale di 10.000,00 euro.
Dirottano il paziente verso altre strutture sanitarie: è omicidio colposo in assenza di una esatta diagnosi (Cass. pen. n. 13547/2012)
– P.N. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di …, dimetteva alle ore 6,00 del (…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in seconda giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
– G.V. , quale medico dentista, la mattina dell’(…) non aveva provveduto ad incidere l’ascesso di cui era affetto D.M.A. , prestazione che avrebbe dovuto effettuare non essendo intervenuto il ricovero del predetto D.M. in ambiente specialistico;
– F.T. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di (…) , dimetteva alle ore 13,00 dell’(…) il paziente senza effettuare o aver fatto effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia; il giorno successivo (il …), dopo aver visitato il D.M. alle ore 9,55, nonostante la gravità della patologia, ne disponeva il ricovero solo alle ore 13,00, omettendo così di effettuare o di far effettuare tempestivamente i necessari presidi terapeutici anche chirurgici;
– C.F. , quale medico in servizio presso la Clinica odontostomatologica “San Luca” di (…) , non era intervenuto il pomeriggio dell’(…) sul paziente per effettuare un’incisione urgente, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
– S.M. (imputata non ricorrente), quale sanitario di turno presso l’ospedale di (…) , dimetteva alle ore 20,44 dell’(…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata ed inefficace alla antibioticoterapia.
3.1. per P. (condannato anche agli effetti penali): il difetto di motivazione in ordine alla circostanza affermata in sentenza e contraddetta dagli atti che l’ascesso era insorto fin dal (…). Infatti tale circostanza era contraddetta dalla documentazione acquisita, da cui risultava che la prima ricetta redatta dal ********** per il paziente D.M. era datata (…). La diversa deposizione del teste sul punto doveva essere valutata con attenzione tenuto conto dell’interesse che aveva il D.S. a non essere coinvolto nella vicenda penale. Se la malattia era insorta l’(…), nella visita del P. svolta il (…) il sanitario poteva non avere contezza di una situazione patologica allarmante.
b) il difetto di motivazione in ordine alla condanna, considerato che il ******** , giovane medico al primo incarico, era stato l’unico ad individuare l’urgenza del ricovero e per tale motivo non aveva compiuto atti medici esorbitanti la sua professionalità. Inoltre nessun onere di segnalazione aveva, considerato che la sua specializzazione odontoiatrica non gli consentiva di dare indicazioni terapeutiche ai medici ospedalieri investiti della cura del paziente.
3.5. Per il Responsabile Civile Centro Odontoiatrico “San Luca” ****** (per C. ): il difetto di motivazione in ordine alla riconosciuta responsabilità del *************** la Struttura “San Luca” era abilitata ai soli ricoveri ordinari e non di pronto soccorso. Pertanto correttamente il C. a fronte di una situazione compromessa del D.M. , che richiedeva un trattamento in ambiente ospedaliere aveva avviato il paziente ad una struttura ospedaliere, per il ricovero presso la quale non necessitava di alcuna impegnativa. Né poteva farsi carico al C. di non aver accompagnato il giovane paziente presso l’Ospedale. Infatti il medico, odontoiatra di turno domenicale, non poteva abbandonare la struttura. Tali osservazioni difensive non erano state tenuto in conto dalla Corte di Appello la quale, a fronte di un’assoluzione in primo grado, avrebbe dovuto adempire all’onere motivazionale con maggiore ampiezza.
4. In ordine alla posizione del P. (sanitario del pronto soccorso dell’ospedale di …), il giudice di appello ha confermato la condanna di primo grado, osservando che il perito aveva rilevato che se il sanitario avesse inciso l’ascesso, l’infezione sarebbe stata arrestata e, quindi, evitato l’exitus; l’inizio dell’ascesso dentario andava datato al (…) e non al (…), come si evinceva dalla scheda sanitaria redatta dal medico di famiglia (********** ) e dalle stesse annotazioni del P. nella cartella di accettazione sanitaria; pertanto, quando ebbe a visitarlo il (…), avrebbe già potuto rilevare la insufficienza del presidio antibiotico a far fronte alla patologia ed in tale situazione aveva omesso di intervenire o fare ricoverare il paziente in altra struttura.
Sul punto va osservato che l’attribuzione al G. di un titolo di colpa diverso non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza. Infatti va ricordato come questa corte di legittimità, con giurisprudenza consolidata, abbia statuito che “Nei procedimenti per reati colposi, quando nel capo d’imputazione siano stati contestati elementi generici e specifici di colpa, la sostituzione o l’aggiunta di un profilo di colpa, sia pure specifico, rispetto ai profili originariamente contestati non vale a realizzare una diversità o mutazione del fatto, con sostanziale ampliamento o modifica della contestazione. Difatti, il riferimento alla colpa generica evidenzia che la contestazione riguarda la condotta dell’imputato globalmente considerata in riferimento all’evento verificatosi, sicché questi è posto in grado di difendersi relativamente a tutti gli aspetti del comportamento tenuto in occasione di tale evento, di cui è chiamato a rispondere (Cass. IV, 38818/O5, *******; conf, Cass. I, 11538/97, *******; Cass. IV, 2393/05, *****; Cass. IV, 31968/09, ****). Tale orientamento giurisprudenziale ha, di recente, ricevuto l’avallo delle Sezioni Unite, le quali hanno ribadito che “In tema di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione” (Cass. Sez. U., Sentenza n. 36551 del 15/07/2010 Ud. (dep. 13/10/2010) Rv. 248051).
– aveva visto il paziente nel pomeriggio del (…) dopo che era stato visitato in mattinata dal ******** (presso il pronto soccorso di (…) ) e non ricoverato;
Rapporto di lavoro – Infortunio – Evento morte – Legale rappresentante – Responsabilità (Cass. pen. n. 13553/2012)
Con sentenza del 26 febbraio 2010 il Tribunale di Brescia- sezione distaccata di Salò- dichiarava S.A. colpevole del reato di omicidio colposo commesso con violazione di norme antinfortunistiche in danno di T. M. (reato commesso in Villanuova sul Clisi- BS- l’11.05.2006) e, riconosciute le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante contestata, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, con la sospensione condizionale della pena e il beneficio della non menzione, nonché ad una provvisionale immediatamente esecutiva di euro 30. 000, 00 in favore della costituita partecivile I.N.A.I.L .
All’ imputato S.A. era stato contestato di avere cagionato colposamente, nella qualità di legale rappresentante della ditta N. di Manerbio, ditta costruttrice, venditrice ed installatrice dell’impianto causa dell’infortunio mortale presso lo stabilimento in Villanuova sul Clisi (BS) della ditta G. srl- la morte del T.C. operaio, dipendente della ditta G. srl, decesso intervenuto a seguito di “asfissia meccanica da compressione atipica del collo e compressione del torace, in soggetto di recente passivo di trauma contusivo e fratturativo”, per colpa consistita in imprudenza, negligenza e imperizia e inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro dettagliatamente indicate nel capo di imputazione.
In particolare l’operaio dipendente T.C., addetto all’ impianto denominato “Transfer di produzione montante per telaio ponteggi e per la saldatura di boccole” (di ampie dimensioni composto da nove stazioni di lavorazioni attraverso le quali i tubi vengono da pinze di pressa con marcia automatica), a seguito dell’ insorgenza di un inconveniente alla stazione n. 6, presumibilmente per l’incollaggio di un filo di saldatura, si introduceva all’interno della struttura dell’impianto con una pinza per ovviare al problema senza preventivamente arrestare la macchina, ma nella manovra rimaneva vittima del trascinamento e del successivo schiacciamento del sistema di traslazione dei tubolati metallici in lavorazione, subendo una compressione del collo e del torace che ne provocava l’asfissia con conseguente decesso, All’imputato S.A. era stato pertanto contestato di avere installato un impianto parzialmente privo delle previste barriere antinfortunistiche lungo tutto il perimetro della macchina, per avere dotato detto impianto di un manuale d’uso e manutenzione carente nei suoi contenuti, che non consentiva un utilizzo in condizioni di sicurezza, infine per avere progettato un impianto che presentava un elevato livello di inefficienza funzionale, tale da determinare la necessità di frequenti interventi correttivi per la risoluzione di anomalie, interventi in cui il personale era costretto ad avvicinarsi ad organi in movimento.
Avverso tale decisione ha proposto appello l’imputato. La Corte di Appello di Brescia in data 29.04.2011, con la sentenza oggetto del presente ricorso, confermava la sentenza emessa nel giudizio di primo grado nei confronti di S.A., che condannava altresì al pagamento delle spese processuali del grado.
Avverso la predetta sentenza S.A. proponeva ricorso per Cassazione chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
1) Mancanza e/o illogicità e contraddittorietà della motivazione della sentenza per la ritenuta irrilevanza delle modifiche ai sistemi di sicurezza dell’impianto poste in essere dall’ acquirente. Assenza e/o illogicità della motivazione con riferimento al giudizio controfattuale in punto di evitabilità dell’infortunio laddove la condotta virtuosa fosse stata posta in essere. Secondo il ricorrente l’infortunio non si sarebbe verificato, come ritenuto dalla Corte territoriale a causa della mancata installazione delle barriere, in quanto la macchina era in grado di funzionare ugualmente in assenza di barriere perimetrali, con possibilità dell’ operatore di intervenire direttamente sulla stessa, grazie alla creazione di un pulsante di “stand by” che consentiva al lavoratore di sospendere provvisoriamente la lavorazione presso la stazione interessata senza bloccare l’intero impianto, riducendo al minimo i tempi di arresto del ciclo produttivo e di fare così ingresso nella macchina. Invece l’infortunio si sarebbe realizzato perché il lavoratore si era introdotto nella macchina mentre questa, pur in assenza di alcune barriere perimetrali, era in funzione. L’acquirente infatti aveva modificato la macchina in modo che la corrente arrivasse, e quindi la macchina funzionasse, indipendentemente dalla presenza o meno delle barriere. Pertanto non sussisterebbe alcun nesso di causalità tra il comportamento dell’odierno ricorrente, che aveva assunto soltanto l’obbligazione di consegnare e installare la macchina come da contratto, e l’infortunio mortale.
2) Errata applicazione e/o violazione della legge penale
con riferimento alla sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dell’ imputato e l’evento, in quanto la società acquirente aveva provveduto ad effettuare radicali modifiche del macchinario, con scelte autonome e tale fatto non poteva che divenire elemento di totale cesura del nesso di causalità tra la condotta dell’ imputato e l’evento, tanto più che lo stesso non aveva alcuna possibilità di impedire modifiche illegittime del macchinario da parte dell’acquirente.
Difetto di motivazione della sentenza in punto di trattamento sanzionatorio, bilanciamento delle circostanze ed entità dei danni alla parte civile costituita, in quanto la Corte territoriale avrebbe dovuto operare un giudizio di prevalenza tra le attenuanti generiche e la contestata aggravante in considerazione dell’incensuratezza del ricorrente e della sua attenzione nei confronti delle problematiche della sicurezza del lavoro. Il ricorrente proponeva poi un nuovo motivo ex art. 585 c.p.p. e deduceva che l’originario contratto di fornitura dell’ impianto aveva subito una radicale novazione oggettiva in quanto, in corso d’opera , il committente G. aveva deciso di apportare varianti al progetto originario, realizzando un soppalco e installandovi delle saldatrici che il progetto originario prevedeva fossero installate a terra. Pertanto sarebbe venuto meno completamente il nesso causale tra l’infortunio mortale e la N. in considerazione dell’ adeguatezza dell’ dell’opera e dei materiali dalla stessa forniti. Anche la difesa della parte civile costituita I.N.A.I.L. presentava tempestiva memoria difensiva e concludeva chiedendo il rigetto del ricorso.
Per quanto attiene al primo e al secondo motivo, osserva la Corte che correttamente i giudici di appello hanno ritenuto la responsabilità reato a lui ascritto. Premesso infatti che è pacifico che l’impianto indicato nel capo di imputazione era stato realizzato dalla N. in conformità alla normativa vigente in materia di sicurezza dei macchinari, oltre che dotato del certificato di conformità CE e che il predetto impianto era stato venduto alla G. completo di recinzione antinfortunistica, la sentenza impugnata ha evidenziato che la N. aveva assunto contrattualmente l’obbligo di provvedere all’installazione dell’impianto e che nell’ espletamento di tale attività aveva l’obbligo attenersi alle norme di sicurezza vigenti, ossia doveva provvedere anche alla installazione delle barriere di protezione lungo tutto il perimetro della macchina, che costituivano il principale sistema di prevenzione di cui l’impianto era dotato e per il quale era stato previsto nel sistema elettrico l’automatismo di blocco immediato nel caso di apertura da parte di un addetto. Invece l’installazione delle reti di protezione non era mai avvenuta sull’intero perimetro della macchina, ma soltanto su alcune parti di essa e, oltretutto, in maniera scorretta, perché le stesse non erano state infisse al suolo, ma soltanto appoggiate per terra, e quindi facilmente asportabili da parte di chiunque. Correttamente pertanto la sentenza impugnata ha ritenuto che la N. avesse l’obbligo contrattuale di provvedere aII’installazione dell’intero impianto, ivi comprese le barriere di protezione, dal momento che rivestiva una posizione di garanzia derivante dal disposto degli articoli 6 del D.L.vo 626/94 (oggi art.24 del T.U. in materia di sicurezza) del d.PR. n. 459/96; posizione alla quale conseguiva sua piena responsabilità in relazione alla corretta esecuzione dell’ installazione. La N. avrebbe quindi dovuto completare l’installazione delle barriere prima di mettere in funzione l’impianto, mentre invece non si era opposta, pur essendone ben a conoscenza, dal momento che aveva compiuto attività di assistenza e messa a punto dell’ impianto per diversi mesi, dopo avere terminato la sua installazione, a che il predetto fosse dotato, per ovviare ai frequenti inconvenienti di funzionalità che rallentavano il ciclo produttivo, di un pulsante di “stand-by” che consentiva al lavoratore di sospendere provvisoriamente la lavorazione presso la stazione interessata senza bloccare l’intero impianto, con conseguente risparmio dei tempi di arresto del ciclo produttivo. La sentenza impugnata ha pertanto spiegato con motivazione logica e immune da censure che l’infortunio non era in alcun modo ricollegabile, come ritenuto dalla difesa del S., a modifiche strutturali dell’impianto volute dall’acquirente, bensì alla mancata installazione delle barriere che, se presenti, avrebbero arrestato la macchina nel momento in cui il lavoratore accedeva nel suo interno per risolvere un problema ricollegato alla sua attività lavorativa. I giudici della Corte territoriale hanno pertanto correttamente ritenuto che sussistesse il nesso causale tra l’infortunio e l’omessa iniziale predisposizione dei doverosi presidi di sicurezza da parte del S., non rilevando la circostanza che l’infortunio si era verificato circa sei anni dopo la consegna dell’impianto, dal momento che la N. aveva continuato a svolgere per anni attività di assistenza e manutenzione sullo stesso. Infondato è anche il terzo motivo in quanto correttamente i giudici di appello hanno ritenuto di confermare il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la contestata aggravante in considerazione della gravità del fatto e del disvalore della condotta omissiva imputabile all’odierno ricorrente; elementi questi che non hanno consentito di attribuire rilievo preminente alle circostanze evidenziate dalla difesa.
Assolutamente congrua per i motivi evidenziati in sentenza appare poi la pena irrogata e l’entità del risarcimento del danno.
Locale rumoroso – Insonorizzazione – Titolari condannati (Cass. pen. n. 12880/2012)
1. Con sentenza del 10.2.2011, il Tribunale di Gorizia condannava C.L. e ****** in ordine al reato di cui all’art. 659 cod. pen. in quanto, quali amministratori del locale “(omissis)”, corrente in (omissis), avevano provocato disturbo agli abitanti della zona circostante, a causa di diffusione sonora ad alto volume della musica all’interno del locale gestito, di rumori da schiamazzi e suoni di televisori, che inevitabilmente si erano diffusi e propagati all’esterno del locale di ritrovo.
Il giudice a quo ha fatto corretta gestione del disposto normativo, avendo ritenuto che il dato raccolto attraverso le concordanti deposizioni testimoniali (che ebbero a rappresentare la produzione di rumori a disturbo del riposo delle persone dovuti ad alto volume della musica e del vociare che provenivano dal locale in questione e che si protraevano fino alle cinque del mattino) portava a configurare la piena integrazione del reato contestato, avendo determinato la condotta descritta disturbo generalizzato della collettività che abitava nelle vicinanze del locale e non alle sole persone che presero l’iniziativa di lamentarsi. Infatti, è principio pacifico quello secondo cui se è vero che la condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, per essere penalmente rilevante, deve incidere sulla tranquillità pubblica, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore è la pubblica quiete e che quindi i rumori devono avere una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, l’attività rumorosa del locale in questione potenzialmente incideva su un numero indeterminato di persone che abitavano nella zona contigua a quella del locale, il che non poteva configurare una semplice questione condominiale, ne poteva imputarsi alla particolare sensibilità di coloro che ebbero a sporgere denuncia. Tanto è vero che a seguito dell’esposto al sindaco, gli imputati si attivarono per creare una insonorizzazione adeguata, il che dimostra che il problema era reale. Proprio la necessità di intervenire in tale senso, riconosciuta dall’imputato Ca., sta a dimostrare che il locale non era adeguatamente attrezzato per impedire che il forte rumore prodotto all’interno dalla musica e dal vociare si propagasse all’esterno , in orario di attività del locale, coincidente con quello destinato al riposo delle persone. Il reato ha natura contravvenzionale e quindi è apprezzabile anche solo a fronte dell’elemento soggettivo della colpa, che nel caso di specie è di immediata percezione in capo agli imputati, per aver sottovalutato che quell’inconveniente era produttivo di grave disturbo al riposo delle persone.
Figlio provoca incidente, padre si assume responsabilità: condannati per calunnia e autocalunnia (Cass. pen. n. 12797/2012)
Il fatto nella sua oggettività è consistito in un sinistro stradale che ebbe luogo sulla strada statale (omissis) (territorio del comune di (omissis) ) in data (omissis) , in cui risultarono coinvolte tre autovetture; la BMW 525 SW di proprietà di G.S. , soggetto trasportato e condotta da G.G. , la ************** condotta da M.G. , con a bordo la moglie P.A. ed un amico di famiglia C.G. e la Fiat Punto condotta da Gi.An. con a bordo tutti i componenti della famiglia, costituita dalla moglie e da quattro figli.
A G.G. era stato contestato il reato di cui all’art. 589, comma 2, c.p. perché, alla guida della sua autovettura BMW 525, nell’affrontare una curva sinistrorsa ad una velocità non commisurata alle condizioni della strada resa viscida dalla pioggia, aveva perso il controllo del mezzo e aveva invaso trasversalmente la corsia di marcia opposta da cui proveniva a bordo della Innocenti ********* , il quale decedeva sul posto a seguito del violentissimo impatto verificatosi tra i due veicoli. Al G.G. era stato altresì contestato il reato di cui all’art. 368 c.p. perché, dichiarando ai Carabinieri di Ribera che al momento del sinistro era a bordo della BMW in qualità di passeggero e che alla guida della predetta vettura si trovava invece suo padre G.S. , incolpava quest’ultimo del reato di omicidio colposo, pur sapendolo innocente.
G.G. e il responsabile civile ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’ hanno censurato l’impugnata sentenza per difetto di motivazione con riferimento al reato di omicidio colposo. Sostenevano sul punto i ricorrenti che non vi era prova, né motivazione, in relazione alla invasione di corsia da parte dell’autovettura BMW, né in relazione alla circostanza che il G.G. tenesse una velocità eccessiva in considerazione delle condizioni della strada resa viscida dalla pioggia. La sentenza impugnata si sarebbe limitata a riprodurre acriticamente la perizia dell’ing. D. , senza sottoporla ad un motivato vaglio imposto anche dai motivi di appello, dilungandosi nella mera descrizione dei danni riportati dalle autovetture, senza dovutamente valutare altresì la condotta di guida dei conducenti della **** e della Punto, omettendo di evidenziare la assoluta incapacità del perito di indicare le rispettive velocità dei veicoli coinvolti nel sinistro e di considerare le tracce di frenata lasciate dagli stessi oggettivamente rilevate nelle fotografie dei Carabinieri di San Cipirello; tracce di frenata che sarebbero state tutte posizionate e/o dirette nella corsia percorsa dalla BMW. G.G. poi censurava l’impugnata sentenza in relazione al reato di calunnia che gli era stato ascritto, in quanto deduceva di non avere proposto alcuna ‘denuncia, querela, richiesta o istanza’ alle autorità, ma di essersi limitato a fornire dichiarazioni a sommarie informazioni, limitandosi a riferire una mera circostanza di fatto, e cioè di trovarsi egli stesso trasportato sulla BMW, che egli aveva asserito essere stata condotta dal padre G.S. . Peraltro, avendo egli dichiarato di dormire durante il tragitto e di non ricordare nulla sulla dinamica del sinistro, non poteva sostenersi che egli avesse segnalato alle Autorità quale responsabile del sinistro, e dunque del reato di omicidio colposo, il soggetto alla guida della predetta autovettura e cioè il proprio padre. Il responsabile della ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’ riteneva inoltre nulla la decisione sui capi civili della impugnata sentenza, in quanto riteneva incomprensibile il fatto che i giudici di merito, pur di fronte ad analitica censura in proposito, fossero addivenuti ad autonoma condanna di risarcimento del danno del garante/responsabile civile F.A.T.A. Assicurazioni, senza peraltro addivenire ad uguale condanna del proprietario del mezzo assicurato, G.S. , proprietario dell’autovettura BMW e contraente/assicurato ********* Riteneva infatti il responsabile civile che la sua responsabilità sarebbe stata configurabile solo ed esclusivamente in caso di condanna sul capo civile del suo assicurato/contraente G.S. e solo ed esclusivamente in solido con il medesimo, in quanto sussiste una ipotesi di litisconsorzio necessario tra soggetto assicurato/contraente e assicuratore, indipendentemente dal fatto che costui fosse alla guida o meno del mezzo assicurato. Nella fattispecie che ci occupa, invece, come indicato nella stessa sentenza impugnata, non c’era in atti il contratto di assicurazione e pertanto non poteva essere accolta la domanda civile nei suoi confronti, mancando ogni prova al riguardo, essendo onere della parte civile quello di provare la sussistenza dei presupposti giuridici per l’accoglimento delle sue pretese risarcitorie.
La Corte di appello di Palermo, con motivazione adeguata e congrua ha infatti indicato dettagliatamente le ragioni per cui ha ritenuto provata la responsabilità di G.G. in ordine al reato di omicidio colposo. La sentenza impugnata ha infatti evidenziato in primo luogo che lo stato dei luoghi subito dopo il sinistro aveva consentito di rilevare che il fondo stradale era bagnato per la pioggia; la BMW, che proveniva da Sciacca ed era diretta a Palermo, occupava trasversalmente l’opposta corsia di marcia e l’**************, guidata dalla vittima M.G. , che proveniva da opposta direzione, si trovava, ruotata di 180 gradi, nella propria corsia, in posizione avanzata verso Sciacca rispetto alla direzione della BMW, mentre la Fiat Punto proveniente dalla medesima direzione della ****, veniva spostata successivamente verso sinistra. I giudici della Corte territoriale hanno quindi fornito una logica spiegazione sui motivi che li hanno indotti ad abbracciare, in merito alla ricostruzione del grave incidente stradale, la tesi sostenuta dal perito di ufficio, secondo cui l’evento era stato determinato dalla condotta del guidatore della BMW, e ciò in considerazione della posizione trasversale assunta dalla predetta autovettura che poteva essere connessa soltanto con il determinarsi di un moto aberrante in curva, in rototraslazione antioraria, dipendente da una velocità non regolata alle condizioni della superficie di rotolamento della carreggiata stradale, resa viscida dalla pioggia, e a non ritenere, al contrario, condivisibili le conclusioni a cui era pervenuto il consulente della difesa che aveva evidenziato una azzardata manovra di sorpasso del conducente della Fiat Punto G.A. , rispetto all’autovettura **************, che aveva davanti, che avrebbe indotto il conducente della BMW, G.G. ad effettuare il cambio di corsia al fine di evitare lo scontro frontale con la predetta Fiat Punto, che sopraggiungeva sulla corsia di marcia della BMW. Sul punto la sentenza impugnata ha evidenziato che tale tesi non era sostenibile sia per la considerazione che nella fotografia n.20 del fascicolo fotografico, redatto dai Carabinieri della Stazione di San Cipirello, veniva evidenziata chiaramente la traccia di segni di frenatura ‘in direzione di Sciacca’, sia per il fatto che, dall’esame visivo di tali tracce di frenate, si poteva evincere che esse andavano verso la corsia nel tratto (OMISSIS) ed erano riferibili dunque alla frenata posta in essere dalla Fiat Punto. La sentenza impugnata (pag. 11 e 12) ha indicato chiaramente le ragioni per cui non è convincente la ricostruzione dell’incidente offerta dalla difesa di G.G. , facendo altresì corretto riferimento all’entità dei danneggiamenti subiti dalle autovetture, con particolare riferimento a quello relativo al parafango della Fiat Punto di cui alla foto n. 25. Se infatti fosse vera la ricostruzione della difesa la Fiat Punto non avrebbe potuto riportare un simile danneggiamento, ma, per la non prudente velocità con la quale procedeva la BMW per il terreno bagnato dalla pioggia, avrebbe potuto al massimo subire danneggiamenti nella parte anteriore centrale, poiché l’impatto con la BMW sarebbe stato frontale. Il danno prodotto alla BMW, nella parte anteriore destra, veniva pertanto logicamente spiegato per il fatto che essa marciava non tenendo il proprio senso di marcia, al lato della corsia, in modo tale che, percorrendo una curva sinistrorsa ad alta velocità, il conducente aveva perso il controllo del veicolo ed aveva invaso la carreggiata opposta, andando così ad impattare l’************** nella fiancata della BMW, come era possibile notare attraverso l’esame della fotografia contrassegnata con il numero 19. Correttamente infine i giudici della Corte territoriale hanno rilevato che la velocità tenuta dal G.G. doveva essere sostenuta, perché, in caso contrario, tenuto conto della curva che stava percorrendo e delle condizioni del terreno impregnato di pioggia, lo stesso non avrebbe perso il controllo dell’autovettura e i danni provocati ai veicoli non avrebbero potuto essere della portata rilevata dal perito.
I giudici della Corte di appello di Palermo hanno poi confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato G.G. in ordine al reato di calunnia e G.S. in ordine al reato di autocalunnia, reati entrambi commessi in (omissis) . Sul punto si osserva in primo luogo che neppure questi reati, come già il reato di omicidio colposo, risultano prescritti, atteso che per quanto attiene ai reati di cui agli articoli 368 e 369 c.p. il termine massimo di anni sette e mesi sei, ulteriormente aumentato per i periodi di sospensione che risultano dall’esame dei verbali di udienza, non risulta decorso alla data odierna. Si rileva poi che nemmeno sussiste il vizio di mancanza di motivazione per il reato di calunnia e quello di difetto di motivazione per il reato di autocalunnia, atteso che le sentenze di primo e secondo grado costituiscono un unico compendio motivazionale, da cui è chiaramente comprensibile il percorso logico che ha indotto i giudici di merito a ritenere la responsabilità penale di entrambi gli imputati. G.G. aveva infatti falsamente dichiarato ai Carabinieri, in data 26.03.2004, circa tre mesi dopo il grave incidente, in un momento quindi in cui le sue responsabilità si stavano delineando in sede di indagini preliminari, che alla guida dell’autovettura BMW non c’era lui, ma il proprio padre, G.S. , il quale, nella stessa data, sentito a sommarie informazioni dai Carabinieri, confermava la predetta circostanza. Evidente pertanto, in considerazione del momento e del contesto in cui sono state rese, appare la finalità di tali dichiarazioni, che, come ritenuto dai giudici di merito, non poteva essere che quella, per il G.G. , di accusare il proprio padre del reato di omicidio colposo e per il G.S. di autoaccusarsi di tale reato. Né poteva essere concessa a quest’ultimo l’esimente speciale di cui all’art. 384, comma 1, c.p., come da lui richiesto, in quanto, secondo condivisibile giurisprudenza di questa Corte (cfr, Cass., Sez.5, Sent. n.8632 del 23.05.95, Rv.202567; Cass., Sez.2, Sent. n.11000 del 7.04.198 8, Rv.17 9698), l’esimente speciale di cui all’art.384, comma 1, c.p., (necessità di salvare se stesso od un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore) non compete all’agente quando il soggetto attivo del reato si sia posto volontariamente in una situazione di pericolo cagionandone egli stesso la insorgenza, come appunto è avvenuto nella fattispecie che ci occupa. Passando all’esame del ricorso proposto dal responsabile civile F.A.T.A. Assicurazioni S.p.A., si osserva che correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto che sussistano i presupposti per la responsabilità civile del suddetto ai sensi dell’art.538, comma 3, c.p.p., non rilevando la circostanza che proprietario dell’autovettura, nonché contraente, assicurato con la F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a. sarebbe stato, secondo quanto da lui sostenuto, G.S. e non il figlio G. . Essendo infatti assicurata l’autovettura, correttamente i giudici della Corte territoriale hanno ritenuto che la questione di una eventuale corresponsabilità ai fini civili di G.S. avrebbe potuto, al più, rilevare in sede civilistica. Correttamente infine è stata ritenuta irrilevante la mancata acquisizione in atti del contratto assicurativo, il cui onere probatorio spettava comunque al responsabile civile, che faceva derivare dallo stesso effetti processuali per lui favorevoli. I proposti ricorsi devono quindi essere rigettati e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore della parte civile liquidate in complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori come per legge.
Non sussiste concorso apparente fra il reato di dichiarazione fraudolenta mediante artifici e l’occultamento di documenti contabili (Cass. pen. n. 12455/2012)
1. Con sentenza del 12 gennaio 2010, la Corte di Appello di Brescia, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Bergamo, dichiarato estinto il reato di cui all’art. 110 c.p., e D.Lgs. 74 del 2000, art. 5, ha ritenuto S.L. responsabile della violazione degli artt. 110 e 81 cpv. c.p., e D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, nonchè degli artt. 110 e 81 c.p., e D.Lgs. 74 del 2000, art. 3, condannandolo, previa rideterminazione della pena, ad anni due e mesi quattro di reclusione. L’imputato, in concorso con il L., rispettivamente in qualità di amministratore di fatto e di amministratore di diritto della Brigola s.r.l., al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto e di consentire l’evasione a clienti e fornitori, aveva distrutto o quanto meno occultato, in modo da impedire la ricostruzione dei redditi e del volume d’affari, parte delle scritture contabili e dei documenti da conservare obbligatoriamente relativi agli anni 1999, 2000, 2001, 2002, quali registri IVA, fatture emesse e ricevute, libro giornale e, al fine di evasione fiscale, nella dichiarazione annuale relativa alle imposte sul redditi prodotti nell’anno 1999, aveva indicato elementi passivi fittizi per un importo di lire 10.976.420.000 con sottrazione di imposta per lire 3.978.844.000 e nella dichiarazione annuale relativa all’imposta sul valore aggiunto per ***** 1999 indicavano elementi passivi fittizi per un importo di 10.998.692.000 con sottrazione di IVA per lire 2.044.541.046, avvalendosi di mezzo fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento, quali l’occultamento e la distruzione di tutte le scritture contabili e dei documenti da conservare obbligatoriamente relative agli anni 1999, 2000, 2001, 2002.
Con la recidiva reiterata pluriaggravata per il S..
2. Avverso la sentenza, S.L. ha proposto, tramite il proprio difensore, ricorso per cassazione per i seguenti motivi: 1) Violazione di legge e difetto di motivazione relativamente all’applicazione del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10. La contestazione alternativa di attività di occultamento o di distruzione delle scritture contabili non consentirebbe di individuare l’effettiva condotta contestata. Le due fattispecie incriminatrlci avrebbero natura di reati, rispettivamente permanente e ad effetti permanenti, con conseguenze diverse in ordine alla individuazione del momento di consumazione ai fini della decorrenza del termine di prescrizione del reato. Se si trattasse di distruzione di documenti la norma non sarebbe applicabile, atteso che il D.Lgs. n. 74 del 2000, non era ancora entrato in vigore al momento della contestazione del delitto.
2) Violazione di legge e difetto di motivazione. La sentenza impugnata deve essere censurata, poichè sussisterebbe un concorso apparente di norme tra la fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante artifici e raggiri, prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, e la fattispecie di occultamento e distruzione di documenti contabili, contemplata invece nell’art. 10 del suddetto decreto, in particolare, nelle ipotesi in cui gli artifici cui abbia fatto ricorso il soggetto agente si concretino nella condotta di occultamento, o di distruzione dei documenti e delle scritture da conservare obbligatoriamente. Secondo tale interpretazione, il delitto di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, dovrebbe ritenersi assorbito nella fattispecie di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3.
A parere del ricorrente, il riconoscimento della sussistenza del concorso apparente di norme consentirebbe di ritenere estinto il reato per Intervenuta prescrizione.
1. Il ricorso è infondato. Quanto al primo motivo, lo stesso risulta addirittura inammissibile per genericità. Infatti l’atto di ricorso deve contenere la precisa prospettazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto da sottoporre a verifica (Sez. 3, n. 16851 del 2 marzo 2010, *****, Rv. 246980), di contro gli argomenti esposti non consentono di individuare le ragioni in fatto o in diritto per i quali la sentenza impugnata sarebbe censurabile, così impedendo l’esercizio del controllo di legittimità sulla stessa.
2. Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso con il quale il ricorrente erroneamente assume che la condotta di occultamento o distruzione di documenti contabili possa rientrare tra i mezzi fraudolenti di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, con la conseguenza di ritenere che il delitto di occultamento di cui all’art. 10 d.lgs. 74 del 2000 risulti assorbimento della dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3.
Come è noto, il concorso apparente di norme sussiste quando una stesso fatto appare disciplinato da più norme, ma in realtà solo una di esse è destinata a trovare applicazione, sicchè solo una delle ipotesi di reato previste può ritenersi configurabile, con esclusione dell’applicazione delle norme che disciplinano il concorso di reati. Per risolvere il conflitto tra le due o più norme astrattamente applicabili, l’art. 15 c.p., prevede il principio di specialità, stabilendo che “Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione speciale deroga alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito”. Si tratta di un criterio di natura logico-strutturale, che consente di escludere l’applicazione della fattispecie avente portata generale, quando la fattispecie speciale punisce una condotta perfettamente coincidente con quella prevista dalla norma a carattere generale, con l’aggiunta di un elemento specializzante (ad esempio come avviene con le fattispecie di sequestro di persona e di sequestro di persona a scopo di estorsione). Detto in altri termini, il rapporto di genere a specie tra le due norme è tale che, in mancanza della norma speciale, il fatto sarebbe comunque ricompreso nella fattispecie di portata generale.
Inoltre, il concorso apparente di norme presuppone che, le diverse leggi apparentemente applicabili allo stesso regolino la “stessa materia”. Per quanto riguarda la definizione di tale concetto, la giurisprudenza di questa Corte esclude il riferimento al fatto concreto per attribuire rilevanza, invece, alla stessa fattispecie astratta, ai fatto tipico corrispondente alla previsione legale (Sez. U, n. 16568, del 19 aprile 2007, Carenivi, Rv. 235962).
Vi sono dei casi in cui il rapporto tra le norme non è configurato in termini di specialità bensì di interferenza, e ciò si verifica nel caso in cui uno stesso fatto sembrerebbe riconducibile a due fattispecie incriminatrici, tra le quali, però, in astratto, non sussiste alcun rapporto di specialità (si pensi, ad esempio, alla truffa commessa millantando credito). In tali casi, si è ritenuto di ravvisare un concorso apparente di norme, in quanto, la consumazione di un delitto presuppone, secondo l’id quod plerumque accidit, la realizzazione di una condotta riconducibile ad altra fattispecie incriminatrice, con la conseguenza che, per evitare duplicazioni di pena, la fattispecie più grave dovrebbe assorbire quella di minore gravità, facendosi in tal modo applicazione dei alteri, non logici, ma di valore, della consunzione o dell’assorbimento.
3. Secondo il costante indirizzo di questa Corte, tuttavia, il solo criterio idoneo a risolvere il conflitto apparente di norme è dato dal criterio logico strutturale di specialità individuato dall’art. 15 c.p., poichè il ricorso a criteri di valore quali quelli di consunzione ed assorbimento rischia di attribuire al giudice un’eccessiva discrezionalità in contrasto con il principio di legalità, e più in particolare, del principio di tassatività della fattispecie penale (da ultimo, Sez. U, n. 1963 del 28 ottobre 2010 Di *******, Rv. 248721).
4. Orbene, nella vicenda in esame, non può essere ravvisato un concorso apparente di norme tra le fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e la fattispecie di occultamento o distruzione di documenti contabili. Perchè sia integrato il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, è necessario che il contribuente indichi nelle dichiarazioni annuali un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi per un valore corrispondente alle soglie di punibilità Individuate dal legislatore, sulla base di una falsa rappresentazione delle scritture contabili e che per fare ciò il soggetto si sia anche avvalso di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento della falsa rappresentazione (cfr. Sez. 3, n. 8962 dell’1/12/2010, dep. 8/3/2011, *****, Rv. 249689); sotto il profilo soggettivo, è richiesto il dolo specifico del fine di evadere le imposte sui redditi o sull’IVA. Invece il delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, è configurabile ove il soggetto occulti o distrugga in tutto o in parte i documenti contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, e ricorra l’impossibilità di ricostruire, sia pure parzialmente, il volume di affari o dei redditi. Sotto il profilo soggettivo, è ugualmente richiesto il dolo specifico del fine di evadere le imposte sui redditi o sull’IVA, ma è anche possibile alternativamente la finalità di consentire l’evasione a terzi.
5. Non sussiste, dunque, alcuna relazione di genere a specie tra le fattispecie poste a confronto, non potendosi ritenere che la condotta di occultamento o distruzione integri il mezzo fraudolento cui fa riferimento il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, nel descrivere le modalità della condotta della dichiarazione fraudolenta. Ricorre piuttosto un fenomeno di interferenza tra le due fattispecie determinato dalla peculiarità del fatto concreto, senza che però sussista alcun rapporto di specialità tra le fattispecie incriminatrici astrattamente considerate. Nel delitto di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, il ricorso all’artificio è strumentale alla falsa dichiarazione, essendo finalizzato ad impedire l’accertamento della stessa. La fattispecie ripropone uno schema analogo a quello del delitto di truffa, in quanto il ricorso al mezzo fraudolento è volto alla induzione in errore di un soggetto passivo, ovvero lo Stato, in ordine al volume dei redditi prodotti.
L’occultamento e la distruzione dei documenti contabili, potendosi realizzare con qualsiasi modalità, non integra necessariamente un artificio, ben potendo il soggetto agente limitarsi a distruggere o occultare i documenti contabili, senza che detta condotta possa dirsi strumentale alla falsa dichiarazione, che in caso potrebbe anche mancare. Sotto un diverso angolo prospettico, il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici è incentrato sul momento dichiarativo, quale momento in cui si realizza il presupposto dell’evasione. Viceversa, il delitto di occultamento o distruzione delle scritture contabili tende a reprimere tutte quelle condotte antecedenti al momento dichiarativo e potenzialmente preclusive dell’accertamento dei redditi prodotti. Va infatti osservato che il reato di cui al D.Lgs. n. 74, art. 10, ha carattere permanente “in quanto la condotta penale dura sino al momento dell’accertamento fiscale, “dies a quo” da cui decorre il termine di prescrizione” (cfr. Sez. 3, n. 3055 del 14/11/2007, dep. 21/1/2008, *******, Rv. 238612), mentre il delitto di cui all’art. 3 del citato dlgs è un reato istantaneo che si perfeziona nel momento in cui la dichiarazione fraudolenta viene effettuata. Infine, dal punto di vista soggettivo, anche il dolo specifico è strutturato in ragione delle peculiarità di ciascuna fattispecie incriminatrice: nella dichiarazione fraudolenta deve sussistere il fine dell’evasione delle imposte sul reddito e sul valore aggiunto; nella fattispecie di occultamento; oltre ai fine dell’evasione, vi è anche quello di consentire l’evasione a terzi.
Pertanto questo Collegio ritiene che debba essere affermato il principio di diritto che il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici ben può concorrere con il delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili, in quanto va escluso il concorso apparente di norme tra la fattispecie di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, e quella di cui all’art. 10 previsto nei medesimo decreto, non sussistendo tra le stesse quel rapporto di genere a specie che solo può legittimare l’applicazione dell’art. 15 c.p..
Alla luce di tali considerazioni, il ricorso deve essere rigettato ed al rigetto consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Apre account di posta elettronica a nome di altri: è reato di sostituzione di persona (Cass. pen. n. 12479/2012)
1. – Con sentenza del 17 novembre 2010, la Corte d’appello di Roma ha parzialmente confermato, riducendo la pena, la sentenza del Tribunale di Roma, con cui l’imputato era stato condannato per il reato di cui all’articolo 494 cod. pen. – così diversamente qualificato il fatto di cui all’imputazione originaria – per avere, in concorso con altro soggetto e senza il consenso dell’interessata, al fine di trarne profitto o di procurare a quest’ultima un danno, utilizzato i dati anagrafici di una donna, aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica e facendo, così, ricadere sull’inconsapevole intestataria le morosità nei pagamenti di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.
2.1. – Con un primo motivo di impugnazione, si deduce l’erronea applicazione dell’articolo 494 cod. pen., perché l’imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia; e non vi sarebbe, in linea di principio, alcuna necessità di servirsi di una vera identità per comprare oggetti on-line, ben potendo utilizzarsi uno pseudonimo. Né potrebbe trovare applicazione, nel caso di specie, quanto affermato dalla Corte di cassazione, sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, perché detta decisione si riferirebbe alla diversa fattispecie della creazione di un account di posta elettronica apparentemente intestato ad altra persona e della sua utilizzazione per intessere rapporti con altri utenti, traendoli in errore sulla propria identità personale. Sempre per la difesa, la circostanza che il venditore mancato sia andato alla ricerca delle generalità dell’acquirente apparente sarebbe ininfluente ai fini della configurazione del reato, non essendo il normale comportamento di un soggetto fruitore del servizio di aste on-line quello di voler conoscere le generalità dell’altro contraente nel momento in cui il pagamento dell’oggetto venduto non è stato effettuato.
2.3. – In terzo luogo, si deduce la violazione degli artt. 53 della legge n. 689 del 1981 e 135 cod. pen. La Corte d’appello avrebbe erroneamente sostituito la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria, determinata in Euro 7500,00 di multa, senza tenere conto del fatto che, all’epoca del commesso reato, era previsto un ragguaglio di Euro 38,00 al giorno, dovendosi applicare la legge più favorevole reo. Rileva, in particolare, il ricorrente che il fatto è del febbraio 2005, epoca precedente all’entrata in vigore dell’articolo 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, che ha modificato l’art. 135 cod. pen., prevedendo, per ogni giorno di pena detentiva, la sanzione sostitutiva della somma di Euro 250,00 di pena pecuniaria, in luogo dell’originaria somma di Euro 38,00.
3. – Il ricorso è solo parzialmente fondato.
Deve rilevarsi che – contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente – la partecipazione ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identità, accettabile on-line da parte di tutti i soggetti con i quali vengono concluse compravendite. E ciò, evidentemente, al fine di consentire la tutela delle controparti contrattuali nei confronti di eventuali inadempimenti. Infatti, come evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.), la condotta di colui che crei ed utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (Sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, Rv. 238504).
3.2. – Il secondo motivo di ricorso – con cui si lamenta che la Corte d’appello avrebbe negato la concessione dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 6), cod. pen., sull’assunto che la somma versata dall’imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso nel giudizio di primo grado, di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall’intera vicenda – è inammissibile, per genericità.
4. – Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, limitatamente alla sanzione sostitutiva, che deve essere rideterminata in Euro 1140,00 (somma ottenuta moltiplicando il valore giornaliero di Euro 38,00 per 30 giorni di pena detentiva).
I comportamenti denigratori e vessatori del “capo” sul luogo di lavoro nei confronti dei dipendenti integrano il reato di violenza privata (Cass. pen. n. 12517/2012)
1. Il Tribunale di Lecce/******** con sentenza in data 1.12.2005 condannava L.R. e C.R. per il delitto di cui all’art. 572 c.p, in danno di A.P. Il primo era titolare di un calzaturificio, il secondo suo padre, la P. era invalida civile assunta come dipendente ai sensi dellalegge 68/99. Le imputazioni originarie erano di estorsione per il primo (in relazione alla condotta del far sottoscrivere busta paga contenente somma superiore a quella effettivamente corrisposta) e di ingiurie continuate per entrambi. Il Tribunale assolveva dal delitto di estorsione e riqualificava il capo B nei termini anticipati.
Tuttavia la giurisprudenza di questa Corte sul punto della possibile applicazione della disciplina dell’art. 572 c.p. anche all’ambito lavorativo ha precisato che ciò che è necessario, oltre al mero rapporto di sovraordinazione è che il rapporto di lavoro si svolga con forme e modalità tali da assimilarne i caratteri a quelli (relazioni intense ed abituali, consuetudini di vita tra i soggetti interessati, soggezione di una parte con corrispondente supremazia dell’altra, fiducia riposta dal soggetto più debole in quello che ricopre la posizione di supremazia – (Sez.6, sent. 685/2011) propri di un rapporto di natura “para-familiare”. Tale specificazione va apprezzata con riferimento ai casi concreti nei quali la Corte suprema ha giudicato sussistere il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in ambito lavorativo, perché sono essi che aiutano a comprendere il senso reale dei limiti dell’estensione. Così, è stata esclusa la configurabilità del reato ex art. 572 c.p. in casi di rapporto non solo tra dirigente e dipendente di un’azienda di grandi dimensioni (Sez.6, Sent. 26594/2009), ma anche tra sindaco e dipendente comunale (Sez.6, Sent. 43100 del 2011), tra capo officina e meccanico (Sez.6, Sent. 44803/2011), tra capo squadra e operaio (Sez.6, Sent. 685/2011), . Significativamente, per contro, alcune di queste sentenze hanno indicato come esempio di rapporto di lavoro cui sarebbe applicabile la fattispecie dell’art. 572 c.p. quelle “tipicamente a carattere familiare”, o “caratterizzate da familiarità” come il rapporto tra colf e persone della famiglia o quello non occasionale tra maestro d’arte ed apprendista.
Riqualificato il fatto come violenza privata annulla senza rinvio la sentenza impugnata nonché la sentenza 1.12.2005 del Tribunale di Lecce/******** perché il reato è estinto per prescrizione.