Source: https://statodisicilia.wordpress.com/
Timestamp: 2017-11-21 00:24:00+00:00
Document Index: 44698238

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 39', 'art. 47', 'art. 10', 'art. 351']

Stato di Sicilia | Diritto all'Indipendenza
Diritto all’Indipendenza
Diritto all’Indipendenza della Sicilia
La Sicilia è il Paese europeo che da più lungo tempo gode di istituzioni parlamentari, insieme al Regno Unito. Se l’Europa di oggi è fondata sulla democrazia rappresentativa, che trova nei Parlamenti la propria massima espressione, è indubbio che tale istituzione trovi la sua prima forma riconoscibile nelle monarchie di origine normanna:la Sicilia, appunto, e l’Inghilterra. La trasformazione delle primitive “assise” o “colloqui” in Parlamenti fu progressiva e di essa troviamo certa testimonianza già nella prima Inghilterra normanna, nell’Althing islandese e nei proto-parlamenti siciliani dell’XI secolo.
La certa trasformazione di quelle primitive assemblee in “Parlamenti” si può datare dalla partecipazione dei rappresentanti delle città accanto ai grandi lord e prelati: in Inghilterra questo passaggio lo si registra nella Magna Charta di Giovanni Senza Terra del 1215; in Sicilia, precocemente, con il Parlamento di Palermo che nel 1130 acclamò il primo Re di Sicilia invocando la natura regia chela Siciliaaveva avuto nell’Antichità. Da allora questo istituto si andò consolidando e fu convocato con sempre maggiore regolarità. Già nel primo XIII secolo il Parlamento Siciliano, sotto Federico II imperatore, diede la prima moderna legislazione ad un Continente ancora semi-barbarico. Durantela RivoluzioneNazionaledel Vespro (1282-1302)la Siciliasi diede la prima moderna forma di Monarchia costituzionale secondo la quale il Re non avrebbe potuto più dichiarare guerre o raccogliere tributi senza il consenso Parlamento (Parlamento di Catania, 1296) mentre la funzione legislativa veniva definitivamente condivisa tra Corona e Parlamento, il quale nel tempo avrebbe preso a convocarsi con regolarità ogni tre anni. Analoga maturazione avrebbe avuto il più noto Parlamento inglese solo tra la metà del XIV secolo e la “Glorious Revolution” (1688). La maggior fortuna che ebbe quest’ultimo nell’influenzare la politica europea non può cancellare il primato della piccola isola che, invece, nei secoli andò lentamente diventando sempre più marginale.
Ad ogni modo, nei secoli, pur perdendola Siciliai re “propri” ed entrando in “unione personale” con altre monarchie, riuscì ad imporre a tutti i sovrani il giuramento preventivo di rispettare le “Costituzioni e Capitoli” del Regno prima di prenderela Corona.Persecoli, sino alle guerre napoleoniche,la Siciliaconservò le proprie istituzioni rappresentative e la propria indipendenza interna.
Proprio durante le guerre napoleoniche le due corone “parenti” si rincontrarono: sotto protezione britannica il “vecchio” Parlamento siciliano elaborò (1812) una Costituzione moderna e liberale, la prima in uno stato di lingua italiana, sul modello di quella inglese.La Siciliapartecipò da paese in guerra alla lotta contro Napoleone e, teoricamente, era “paese vincitore” al Congresso di Vienna e ottenne in esso, per il proprio re, la restituzione della Corona di Napoli.
In questo contesto si inserisce l’occupazione alleata della Sicilia, durante il II conflitto mondiale, con la quale, per il generale malcontento e la posizione dell’Italia di paese sconfitto, si prospettò la possibilità chela Siciliadiventasse un paese a sé stante.
Gli equilibri politici internazionali non fecero propendere per una sanzione così dura contro l’Italia e, nonostante le forti pressioni, si optò per mantenerela Siciliaall’interno dello Stato italiano, riconoscendo però alla stessa un’amplissima autonomia legislativa, amministrativa, finanziaria e finanche giudiziaria e di ordine pubblico.
Gli Alleati consegnaronola Siciliaall’Italia nel febbraio del 1944, la quale costituì per essa l’Alto Commissariato perla Siciliache avrebbe dovuto traghettare l’Isola dall’amministrazione centralizzata a quella autonoma. Nel dicembre del 1944 l’Alto Commissario fu coadiuvato da una Consulta regionale, sorta di parlamento provvisorio, composta dai rappresentanti di tutti i partiti politici, con l’esclusione di quelli indipendentisti, nonché degli “stati generali” di tutte le categorie produttive della Sicilia.
L’Assemblea Costituente della Repubblica italiana (1946-48) discusse ed approvò quel modello di autonomia, prevedendolo intanto all’interno della propria Costituzione, al fianco di altre autonomie differenziate (dicembre 1947) e poi (febbraio 1948) recependolo integralmente come Legge costituzionale speciale.
Tale corte non potè dare avvio ai propri lavori prima del 1948 e funzionò regolarmente sino al 1957, nonostante i continui boicottaggi dello Stato. Nel 1957, poco dopo la composizione della prima Corte Costituzionale, lo Stato “rinviò” la nomina dei giudici in scadenza dell’Alta Corte, in attesa…che una legge costituzionale stabilisse meglio il rapporto che doveva instaurarsi tra le due corti costituzionali. Quel “rinvio” equivalse ad una disattivazione. Da allora ad oggi le sue funzioni sono illegittimamente esercitate dalla Corte Costituzionale, che non è il giudice costituito per legge a dirimere le questioni di costituzionalità delle norme vigenti in Sicilia né dei conflitti Stato-Regione, e questa Corte ha provveduto, a colpi di sentenze, a ridimensionare prima e progressivamente ad annullare poi, ogni parte vitale dello Statuto Speciale del 1946. Le reiterate richieste da parte del mondo siciliano di rinnovarela Corte“fantasma” non hanno trovato esito alcuno sino ad oggi. Le ultime sentenze della Corte Costituzionale, infine, nel 2010, hanno addirittura rinnegato la propria stessa giurisprudenza ed hanno semplicemente azzerato il disposto letterale dello Statuto siciliano. Lo squilibrio è ormai insanabile, la misura è colma. I cittadini siciliani non possono vivere ulteriormente nella discriminazione e nell’illegalità.
Dal punto di vista giuridico interessa che queste violazioni non hanno soltanto un rilievo interno all’ordinamento giuridico italiano, ma sono gravemente lesive degli obblighi che l’Italia ha contratto aderendo all’Unione Europea. Nel seguito si farà dunque riferimento alle norme come riportate nei testi consolidati del Trattato sull’Unione Europea, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea e della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.
Il mancato rispetto dello Statuto Speciale della Regione Siciliana crea di fatto una discriminazione continua, in tutti gli atti dipendenti dalla volontà politica dello Stato italiano ma anche, nel principio, una condizione permanente di assenza dello “stato di diritto” e quindi, implicitamente, tanto della piena libertà e democrazia, quanto del rispetto delle minoranze, nell’accezione ampia di cui all’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea.
L’Italia ha violato altresì gravemente l’art. 3 del medesimo Trattato in quanto, in assenza dei diritti riconosciuti alla comunità siciliana, e nel persistere ormai da 150 anni di una condizione oggettivamente strutturata secondo canoni di colonialismo interno, pregiudica definitivamente il “benessere” del Popolo siciliano (comma 1), la “coesione economica, sociale e territoriale” della Sicilia con il resto d’Europa (comma 3), il rispetto della diversità culturale e linguistica e della “salvaguardia e sviluppo del patrimonio culturale” siciliano, oggetto di continua assimilazione da parte di quello italiano (comma 3).
L’Italia ha violato il riconoscimento della propria stessa identità nazionale insita nella propria struttura costituzionale, nella parte in cui questa istituisce l’Autonomia Speciale della Sicilia, esplicitamente riconosciuta e tutelata dall’art. 4 del Trattato sull’Unione, nonché il generale principio di sussidiarietà di cui all’art. 5, il quale, in quanto generale, non può riguardare solo i rapporti tra Stati e Unione ma anche tra Stati ed autonomie regionali e locali.
L’Italia ha violato l’art. 6 del Trattato sull’Unione in quanto questo richiama la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Infatti la fondamentale Carta dei Diritti appare anch’essa violata apertamente in più punti: i divieti di discriminazione su base etnica e culturale di cui agli articoli 21 e 22, l’eleggibilità al Parlamento Europeo di cui all’art. 39, la sottrazione delle cause di costituzionalità al “giudice precostituito per legge” di cui all’art. 47 stante l’avocazione unilaterale delle stesse dall’Alta Corte per la Regione Siciliana alla Corte Costituzionale, in nome di un “principio di unità giurisprudenziale” che, forse argomentabile in un ordinamento giuridico chiuso, appare del tutto fuori luogo nell’attuale condizione di strutturale subordinazione della giurisprudenza degli stati a quella europea, e quindi di vero e proprio “sistema” continentale di giurisprudenze che non può ammettere una suprema fonte interna ad un solo stato per solo principio.
La “difficoltà” di elezione dei cittadini di Sicilia al Parlamento Europeo merita ancora una particolare denuncia.
L’Italia riconosce alla Sicilia una soggettività politico-istituzionale autonoma ma poi, nella propria legge elettorale interna, e “a differenza” di altre autonomie speciali, come quella della Val d’Aosta o quella del Trentino-Alto Adige/Suedtirol, pone uno sbarramento elettorale calcolato a livello nazionale. In tal modo una formazione politica regionale dovrebbe conseguire percentuali pari al 40/50 % in Sicilia per poter avere rappresentanti propri al Parlamento Europeo. Quindi un siciliano, se da un lato si vede riconosciuta un’autonomia speciale significativa di una distinta soggettualità geopolitica, viene poi “forzato” a passare dalle formazioni politiche nazionali se vuole avere speranze realistiche di essere rappresentato in Europa. Ma vi è di più. La Sicilianon ha circoscrizione elettorale propria e la divide con la Sardegna, altra regione a statuto speciale fortemente discriminata nella rappresentanza parlamentare; un’unica circoscrizione cui viene assegnato un numero irrisorio di eurodeputati (meno che quelli della vicina Malta). Poi i seggi sono distribuiti alle circoscrizioni non in base alla popolazione o in base ad una rappresentanza degressivamente proporzionale (come accade tra stati europei fra i quali i rappresentanti sono attribuiti proporzionalmente in modo più favorevole ai piccoli stati) ma, al contrario, in proporzione ai voti effettivi con un effetto che di fatto distorce la rappresentanza parlamentare a favore delle regioni più popolose in maniera progressivamente proporzionale. L’elettore delle isole, infatti, “scoraggiato” nella possibilità di poter esprimere candidature realmente proprie, va strutturalmente a votare meno che nel Continente. Da ciò nasce un’attribuzione ridotta di seggi che, sommata alla magra spartizione tra Sicilia e Sardegna e allo sbarramento elettorale su base nazionale, rende praticamente irrilevante la voce dei rappresentanti delle due maggiori isole del Mediterraneo al Parlamento europeo.
Tale limitazione viola peraltro esplicitamente anche l’art. 10 del Trattato sull’Unione. Lo stesso articolo è violato anche nella composizione dei componenti il Consiglio. Se infatti la Sicilia è correttamente rappresentata dallo Stato italiano nel Consiglio Europeo, non così lo è nel Consiglio propriamente detto poiché tutte le funzioni esecutive ed amministrative sono devolute alla Regione che ne risponde democraticamente nei confronti del proprio Parlamento o, per le pochissime funzioni statali residue, sono devolute comunque al Presidente della Regione nel rango di Ministro della Repubblica italiana. Il Ministro italiano non è quindi competente a rappresentare la Sicilia in Consiglio per l’eccezionale forma di autonomia di cui la Sicilia gode nell’ordinamento italiano. Senza modifica di trattati o aggiunta di protocolli, nei quali si potrebbe dare la rappresentanza separata in Consiglio alla Sicilia sulle materie di propria competenza (in pratica tutte o quasi), l’Italia avrebbe l’obbligo di concordare con la Sicilia il rappresentante comune dello Stato italiano in Consiglio ovvero istituire sui deliberati un continuo sistema di consultazioni e di autorizzazioni da parte dell’autorità regionale competente, sistema che ad oggi non esiste. L’Italia, partecipando al Consiglio, elude così l’Autonomia siciliana contribuendo a formare da sola, e non di concerto conla Sicilia, la volontà delle istituzioni europee di cui fa parte su materie originariamente riservate alla competenza della Regione Siciliana.
Le politiche economiche italiane, poi, forti dell’elusione del conflitto di interessi strutturale tra Sicilia e Italia derivante dalla mancata applicazione dello Statuto Speciale, non si sono mai o quasi mai ispirate alla leale collaborazione tra amministrazioni pubbliche che la stessa Costituzione italiana prevede e, in tal modo, non solo non hanno contribuito in alcun modo a ridurre i divari di livelli di sviluppo tra le varie parti del Paese (come sistematicamente avviene a danno di tutto il Mezzogiorno sin dalla stipula del Trattato di Roma) ma non hanno tenuto in nessun conto la peculiare condizione di marginalità delle proprie regioni insulari, violando in tal modo gli artt. 174 e 175 del Trattato sul funzionamento dell’Unione.La Costituzione italiana prevede, infatti, per entrambe le Regioni insulari uno Statuto speciale volto a ridurre questo divario che, almeno nel caso della Sicilia, poi risulta completamente disatteso nei fatti.
L’Italia, infine, avendo riconosciuto lo Statuto Siciliano all’interno della propria Costituzione con legge costituzionale del 1948 che a sua volta riconosceva analoga concessione del maggio 1946 (ancora “Regno d’Italia” e non “Repubblica italiana”) su proposta della Consulta Siciliana, in tal modo ha dato vita ad una forma di Autonomia che ha natura pattizia, cioè di vera e propria Convenzione tra Italia e Sicilia volta a sanare le precedenti incostituzionalità ed illegittimità che avevano caratterizzato lo storico processo di integrazione della Sicilia con l’Italia. Tale Convenzione era pienamente vigente al 1° gennaio 1958 e l’Italia avrebbe avuto l’obbligo di porne il coordinamento con gli ordinamenti comunitari per mezzo di apposite norme o protocolli o regime assimilabile a quello dei “Paesi e Territori d’Oltremare” già alla nascita della Comunità Economica Europea e poi successivamente nei vari trattati sino alla norma prevista dall’art. 351 del vigente Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in materia di convenzioni preesistenti all’integrazione europea. La totale noncuranza dell’Italia nei confronti dei propri obblighi interni nei confronti della Sicilia non può in alcun modo pregiudicare i diritti di quest’ultima.
In conseguenza dei colpi di mano dall’origine o progressivamente realizzati dallo Stato italiano le parti più vitali della Carta Autonomistica, quelle che avrebbero consentito di porre termine ad ogni ingiustizia interna allo Stato italiano e discriminazione fra cittadini, sono state bandite o rinviate sine die. A titolo di mero esempio si rappresenta l’assenza di:
– gran parte delle norme attuative dello Statuto che si sarebbero dovute produrre negli anni immediatamente seguenti la sua concessione e che ancora attendono dopo 65 anni la loro emanazione;
– l’attivazione di un ordinamento tributario autonomo, nei limiti previsti dallo Statuto, con deliberazione autonoma, da parte della Sicilia, dei tributi da istituire, alla pari degli stati membri dell’Unione, il quale non configurerebbe “aiuto di stato”, giacché non deliberato dallo Stato italiano ma derivante da una fonte di produzione legislativa autonoma e fondato sul principio di responsabilità per il quale, con i propri tributi, e nel quadro dell’armonizzazione dei conti delle amministrazioni pubbliche europee,la Sicilia avrebbe dovuto far fronte alle proprie esigenze;
– l’applicazione generalizzata del principio di territorialità nell’attribuzione del gettito tributario, sempre al pari degli stati sovrani, secondo cui rileva non la sede o il domicilio del soggetto passivo, bensì il luogo in cui si manifesta il presupposto d’imposta;
– la devoluzione generalizzata del demanio e del patrimonio dello Stato (con la rilevante eccezione di quello militare) alla Regione ed ai suoi enti locali;
– la corretta e certa determinazione del Fondo di Solidarietà Nazionale da destinare agli investimenti che avrebbero consentito di superare il gap storico tra Sicilia e resto del paese dal punto di vista infrastrutturale;
– la compartecipazione della Sicilia, con istituto proprio, alla gestione delle riserve valutarie, con funzioni implicite, quindi, di Banca Centrale Nazionale attribuita per il territorio della Regione Siciliana ad istituto autonomo in parità con gli altri membri del S.E.B.C. e la necessità, pertanto, di adeguare la peculiare e pregressa posizione della Sicilia con adeguato protocollo ai trattati europei;
– la devoluzione di tutte le funzioni amministrative ed esecutive dallo Stato alla Regione, con la sola eccezione di quelle di difesa e rappresentanza estera, compresa la creazione di authorities regionali di controllo secondo il principio europeo consolidato dell’home country control (energia, telecomunicazioni,…);
– la soppressione delle province e delle prefetture e la loro sostituzione con liberi consorzi di comuni ed organismi periferici della Regione medesima;
– la partecipazione strutturale col rango di Ministro del Presidente della Regione al Consiglio dei Ministri italiano nella qualità di capo della residua amministrazione statale in Sicilia;
– l’esenzione daziaria sull’importazione di beni capitali per i settori agricolo ed agro-industriale (da negoziare, per le modalità attuative, con le istituzioni europee competenti);
– la gestione autonoma del proprio debito pubblico, con possibilità di ricorrere a prestiti interni e direttamente al risparmio pubblico;
– l’istituzione delle sezioni civile e penale della Corte di Cassazione competenti per il territorio della Regione;
– la legislazione, gestione e controllo autonomo nei vitali settori del credito, delle assicurazioni e della finanza;
– la regionalizzazione della Polizia di Stato;
– l’autonomia nella scuola, nell’università e nella ricerca, dove poter insegnare e studiare lo Statuto Speciale della Regione così come la storia, l’arte, la musica e la letteratura e lingua siciliana, quest’ultima conformemente al riconoscimento previsto dalla Carta Europea per le lingue regionali e minoritarie;
– la compartecipazione della Sicilia alla formazione degli atti comunitari europei su materie di competenza costituzionale della stessa nonché l’autonoma attuazione di detti atti nel territorio della Regione siciliana.
Come si vede, quindi,la Costituzioneitaliana attribuisce alla Regione Siciliana una pluralità di competenze ordinariamente attribuita a veri e propri stati sovrani. Nella sostanzala Regioneè dunque uno stato confederato all’Italia che non può essere trattato alla stregua di qualunque ente locale avente natura meramente amministrativa. Lo Statuto, e quindila Costituzioneitaliana di cui esso è parte integrante ed indissolubile, riconosce pertanto alla Sicilia natura di comunità politica autonoma avente i suoi specifici diritti.
La violazione unilaterale e sistematica di questi diritti ha comportato nel tempo: una sistematica sottomissione degli interessi siciliani a quelli italiani, una sperequazione infrastrutturale e sociale sempre più ampia, un ruolo economico di tipo coloniale in cuila Siciliaè condannata a non partecipare allo sviluppo economico del Continente, sfavorendo slealmente l’economia della parte più ricca del Paese (questo sì è aiuto di Stato) e, quel che è peggio, surrogando i diritti della Sicilia con una serie di altrettanto illegittimi trasferimenti dallo Stato all’Isola (e da decenni sempre più attinti alle risorse comunitarie e oggi dell’Unione), intanto insufficienti a coprire le risorse di cui lo Stato si appropria indebitamente e il costo-opportunità del mancato sviluppo dell’Isola, ma anche inefficaci in quanto alimento unicamente del clientelismo, dell’assistenzialismo, di burocrazie pubbliche pletoriche e, in ultima analisi, di un generalizzato malaffare che paradossalmente poi viene imputato caratterialmente ai siciliani con una pubblicistica di stampo razzista, dalle televisioni ai film e finanche ai cartoni animati, nei quali al “cattivo” e al “mafioso” viene spesso dato accento siciliano.
Il clientelismo, a sua volta, insieme a sbarramenti elettorali e difficoltà di ogni tipo interposte alla formazione di nuova offerta politica, impedisce alla Sicilia ed ai Siciliani di far sentire la propria voce secondo gli ordinari canali della democrazia. Partiti, schieramenti e giornali “nemici” a Roma, diventano sodali in Sicilia contro gli interessi dei Siciliani. E tutto ciò nel XXI secolo appare intollerabile.
La sede del Parlamento Siciliano