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Timestamp: 2019-06-16 13:14:20+00:00
Document Index: 27296664

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 75', 'art. 121', 'art. 41', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 32', 'art. 30', 'art. 28', 'art. 100', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 1', 'art. 75', 'art. 121', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 100', 'art. 28', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 16', 'art. 117']

Home Lavoro Privato e Pubblico Lavoro pubblico Accesso alla qualifica di dirigente: è valida la sola laurea "triennale"?
Sabato 28 Gennaio 2012 19:29
sentenza T.A.R. Lazio - Roma n. 430 del 16/01/2012
Ai fini dell'ammissione ai concorsi per l'accesso alla qualifica di dirigente è irrilevante la "natura" del tipo di laurea conseguita, che può pertanto legittimamente essere anche quella di tipo triennale...
1. Giudizio amministrativo - Procedura - Legittimazione - Attiva - Associazioni rappresentative degli interessi dei dipendenti - Azioni nelle quali l'interesse dedotto in giudizio concerne una parte soltanto delle categorie rappresentate o singoli associati - Non sussiste - Ragioni
2. Giudizio amministrativo - Procedura - Rappresentanza processuale - Regione Lazio - Presidente della Giunta - Sussiste
3. Giudizio amministrativo - Procedura - Legittimazione - Passiva - Estromissione - Presupposti necessari - Soggetti comunque "coinvolti" - Esclusione
4. Concorso pubblico - Partecipazione - Requisiti - Previsione di un determinato tipo di laurea - Discrezionalità della p.A. - Sussiste
5. Pubblico impiego - Dirigenza - Nomina - Requisiti - Laurea Specialistica - Non è necessaria - Ragioni
1. Le associazioni rappresentative degli interessi dei dipendenti hanno legittimazione ad agire in giudizio per far valere, oltre che interessi loro propri, anche interessi riconducibili alle categorie di cui hanno la rappresentanza; tale legittimazione, tuttavia, va esclusa con riferimento alle azioni nelle quali l'interesse dedotto in giudizio concerne una parte soltanto delle categorie rappresentate o singoli associati o, in ogni caso, in cui le posizioni delle categorie rappresentate possano essere tra loro contrapposte di modo che l'associazione si pone in conflitto di interesse con alcuni dei suoi rappresentati (1). Del resto, una diversa conclusione potrebbe anche determinare l'insorgenza di dubbi in ordine all'ammissibilità del ricorso - da qualificarsi indiscutibilmente "collettivo" - in ragione dell'ulteriore possibilità di ravvisare interessi configgenti in capo agli stessi ricorrenti o, comunque, dell'impossibilità di riscontrare piena identità tra le posizioni sostanziali e processuali di quest'ultimi (2).
(1) Cfr., tra le altre, Cons. Stato n. 351/2007; Cons. Stato n. 2565/2004.
(2) Cfr., tra le altre, Cons. Stato, sez. VI, 11-2-2011 n. 916; Cons. Stato, sez. IV, 28-1-2011 n. 678; T.A.R. Sardegna Cagliari, sez. I, 10-3-2011 n. 211.
2. Dalla lettura in combinato disposto del principio per cui la rappresentanza processuale delle persone giuridiche deve essere rilevata dalla legge e da espresse disposizioni statutarie, idonee ad abilitare il soggetto alla rappresentanza sostanziale dell'ente stesso nel processo, in linea con il disposto dell'art. 75 co. 3, Cod. Proc. Civ. (3) e dell'art. 121, Cost. che, al comma 3, prevede che "il Presidente della Giunta rappresenta la Regione", emerge che la rappresentanza processuale della Regione spetta al Presidente della stessa, con conseguente inammissibilità di ricorsi che risultino proposti da soggetti differenti ovvero nei confronti di soggetti differenti. Lo Statuto della Regione Lazio, di cui alla Legge statutaria 11 novembre 2004 n. 1, prescrive infatti, all'art. 41, che "il Presidente della Regione rappresenta la Regione".
(3) Cfr., tra le tante, Cass. Civ., sez. Trib., 23-12-2006 n. 22783; Cass. Civ., sez. II, 23-9-2003 n. 14455.
3. Ai fini dell'estromissione di amministrazioni e/o di altri soggetti comunque evocati in giudizio, deve sussistere la totale estraneità di quest'ultimi rispetto alla materia del contendere. Tale assunto può trovare positiva applicazione anche nei casi in cui si tratti di "organi" dell'ente interessato, sempre che quest'ultimi risultino dotati di una particolare autonomia statutaria. Pertanto, in definitiva: la legittimazione passiva - utile al fine di valutare l'ammissibilità o meno del ricorso - va accertata sempre e comunque sulla base della riferibilità dell'esercizio del potere amministrativo oggetto di sindacato o, meglio, della titolarità del rapporto controverso dal lato passivo; in ogni caso, non sussiste l'esigenza di estromettere quei soggetti (ma anche "organi" dotati di particolare autonomia, ove, tra l'altro, non risulti formulata una richiesta in tal senso da parte dell'ente di appartenenza), ritualmente evocati in giudizio, che - in ragione della disamina del ricorso, correttamente oggetto di notifica, tra gli altri, al/i titolare/i del rapporto controverso - risultano comunque "coinvolti" nella vicenda, tanto più ove si consideri che - in tal modo - il diritto di difesa e - più in generale - la tutela delle situazioni giuridiche soggettive risultano inequivocabilmente rafforzati.
4. La previsione di un determinato tipo di laurea quale requisito di ammissione ad una procedura concorsuale per posti dirigenziali costituisce espressione di discrezionalità amministrativa, implicitamente ammessa dallo stesso art. 28, D.Lgs. n. 165/2001, il quale - limitandosi a prescrivere il diploma di laurea quale titolo di studio per l'accesso alla qualifica dirigenziale e, dunque, non specificando nulla in ordine alla concreta individuazione di quest'ultimo - lascia alla singola amministrazione il compito di procedere alla concreta individuazione del tipo di laurea ritenuto necessario (4).
(4) Cfr., tra le altre, T.A.R. Lazio Roma, sez. III, 16-1-2008 n. 263; T.A.R. Campania Napoli, sez. V, 18-12-2002 n. 8122.
5.Lprevisione della laurea triennale non è in contrasto con l'art. 28, D.Lgs. n.165/2001, atteso che, a seguito delle modifiche apportate all'ordinamento universitario nel 1999 con il D.M. n. 509, successivamente sostituito dal D.M. 22 ottobre 2004 n. 270, la previsione in argomento - nel disciplinare l'ammissione ai concorsi per esami per l'accesso alla qualifica di dirigente - richiede che il dipendente sia munito di "laurea", senz'altro aggiungere (a differenza, ad esempio, di altri casi, in cui ricorre riferimento espresso alla "laurea specialistica" - cfr. comma 3). In aderenza al parere del Dipartimento della Funzione Pubblica n. 42/2008, l'accesso alla qualifica di dirigente è stato nel tempo più volte modificato "senza che sia stata adeguatamente considerata la necessità di un più rigoroso coordinamento della previsione stessa con il nuovo ordinamento universitario". In particolare, è evidente che il comma 2 dell'art. 28 è caratterizzato da una formulazione chiaramente ispirata al precedente ordinamento universitario, mentre il comma 3 distingue il titolo di laurea da quello relativo alla laurea specialistica. Ciò detto, è doveroso pervenire alla conclusione che laddove il legislatore ha voluto richiedere esplicitamente la laurea specialistica, lo abbia espressamente previsto, con la conseguenza che l'espressione riportata nell'art. 28 co. 2, deve essere correttamente riferita soltanto alla laurea, tanto del vecchio ordinamento, quanto del nuovo e che, pertanto, come tale vada inteso anche il riferimento al diploma di laurea (5).
(5) T.A.R. Lazio Roma 3-11-2009 n. 10729.
N. 430/2012 Reg. Prov. Coll.
N. 1983 Reg. Ric.
sul ricorso numero di registro generale 1983 del 2011, proposto da:
C., in persona del legale rappresentante p.t., M. CI. + 14, rappresentati e difesi dall'avv. Domenico Tomassetti, con domicilio eletto presso lo studio del difensore, situato in Roma, via G. Pierluigi da Palestrina n. 19;
la Regione Lazio, in persona del Presidente p.t., rappresentata e difesa dall'avv. Giovanni Doria ed elettivamente domiciliata presso lo studio del difensore, situato in Roma, via Cola di Rienzo n. 28;
il Consiglio Regionale del Lazio, in persona del Presidente p.t., rappresentato e difeso dagli avv.ti Fulvio Pastore e Pasquale Passalacqua ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, situato in Roma, via degli Scialoja n. 3;
N. T. e F. C., rappresentati e difesi dall'avv. Francesco Madeo ed elettivamente domiciliati presso lo studio del difensore, situato in Roma, via Paolo Emilio n. 7;
- delle determinazioni del Segretario Generale del Consiglio Regionale del Lazio n. 1044, n. 1045, n. 1046 e n. 1047, tutte adottate in data 23.12.2010 e pubblicate nel BURL del 28.12.2010, che hanno indetto, approvando i relativi bandi di concorso di cui all'Allegato "A" di ogni determinazione, n. 4 procedure concorsuali per la copertura, a tempo pieno ed indeterminato nella seconda fascia del ruolo dirigenziale del Consiglio Regionale del Lazio, rispettivamente di n. 15 posti di dirigente dell'area giuridico legislativa, di n. 9 posti di dirigente dell'area giuridico economica, di n. 1 posto di dirigente dell'area prevenzione sicurezza sul lavoro e di n. 1 posto di dirigente dell'area informatica;
- della determinazione del Segretario Generale del Consiglio Regionale del Lazio n. 1043 del 23.12.2010, pubblicata nel BURL del 28.12.2010, di approvazione dell'avviso di mobilità volontaria, di cui all'Allegato A, per la copertura di n. 6 posti vacanti di dirigente di seconda fascia nel ruolo del Consiglio Regionale del Lazio, mediante passaggio diretto di personale ai sensi dell'art. 32 della legge Regione Lazio n. 6/2002 e dell'art. 30 del d.lgs. n. 165/2001 e s.m.i.;
- della determinazione dirigenziale del Direttore Regionale Organizzazione, Personale, Demanio e Patrimonio n. A7277 del 23.12.2010, non pubblicata, che ha recepito gli accordi del 16 dicembre 2010 e del 22 dicembre 2010, intercorsi tra Consiglio Regionale e Giunta Regionale, nei quali si è disposto l'espletamento della mobilità volontaria tra il personale dirigenziale della Giunta e del Consiglio Regionale nella misura del 20% dei posti vacanti;
- nonché di tutti gli atti presupposti, connessi e consequenziali, tra i quali, ove necessario, la deliberazione dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio n. 136 del 2 dicembre 2010, con la quale è stato approvato il programma annuale e triennale dei fabbisogni di personale del Consiglio Regionale etc.;
Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Lazio e del Consiglio Regionale del Lazio;
Visto l'atto di intervento ad opponendum dei sig.ri N. T. e F. C.;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 novembre 2011 il Consigliere Antonella Mangia e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Attraverso l'atto introduttivo del presente giudizio, notificato in data 25 febbraio 2011 e depositato il successivo 4 marzo 2011, i ricorrenti impugnano i provvedimenti meglio indicati in epigrafe, chiedendone l'annullamento.
In particolare, i ricorrenti - dopo aver rappresentato il proprio interesse a ricorrere rispettivamente in qualità di organizzazione sindacale rappresentativa dei Dirigenti e dei Quadri Direttivi della Regione Lazio e di funzionari direttivi della Regione Lazio, ascritti nella categoria D, muniti di diploma di laurea, che hanno presentato, seppure per mero tuziorismo, domanda di partecipazione alle procedure concorsuali impugnate - espongono quanto segue:
- con deliberazione dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale n. 136 del 2.12.2010 è stato approvato il programma annuale e triennale dei fabbisogni di personale (in tutto 32 posizioni nella qualifica dirigenziale), disponendosi ulteriormente di effettuare la procedura di mobilità volontaria di cui agli artt. 30 del d.lgs. n. 165 del 2001 e 32 della legge Regione Lazio n. 6 del 2002;
- con accordi del 16.12.2010 e 22.12.2010 - intercorsi tra il Consiglio Regionale e la Giunta Regionale, in seguito recepiti dalla determinazione dirigenziale n. A7277 del 23.12.2010 - veniva disposto l'espletamento della mobilità volontaria tra il personale dirigenziale della Giunta e del Consiglio Regionale nella misura del 20% dei posti vacanti;
- con determinazione del Segretario Generale del Consiglio Regionale n. 1043 del 23.12.2010 veniva, pertanto, bandito l'avviso di mobilità volontaria per la copertura di n. 6 posti vacanti nell'organico dirigenziale del Consiglio della Regione Lazio;
- il 28.12.2010 venivano pubblicate nel Burl le determinazioni del Segretario Generale del Consiglio Regionale nn. 1044,1045,1046 e 1047 di indizione di n. 4 procedure concorsuali per la copertura, a tempo pieno ed indeterminato nella II^ fascia del ruolo dirigenziale del Consiglio Regionale, rispettivamente di 15 posti di dirigente Area giuridico legislativa, di 9 posti di dirigente Area giuridico economica, di n. 1 posti di dirigente Area prevenzione e sicurezza sul lavoro e di n. 1 posti di dirigente Area informatica.
Avverso i sopra citati atti - nonché avverso la determinazione del Segr. Gen. n. 1042 del 23.12.2010 (che i ricorrenti dichiarano sconosciuta) ed avverso altri ed innominati atti (l'elencazione dei provvedimenti impugnati nell'epigrafe del ricorso si chiude con la parola "etc..") - i ricorrenti deducono i seguenti motivi di gravame:
1. VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DEL D.LGS. N. 165/2001; DELLA LEGGE REGIONE LAZIO N. 6/2002; DEL REGOLAMENTO REGIONALE N. 1/2002; DELLA LEGGE N. 241/90 E S.M.I. NONCHE' DEI PRINCIPI VIGENTI IN MATERIA ANCHE AI SENSI DEGLI ARTT. 97 E 98 COST.. ECCESSO DI POTERE PER ERRATA VALUTAZIONE DEI PRESUPPOSTI, TRAVISAMENTO, CARENZA DI ISTRUTTORIA, ILLOGICITA', DIFETTO DI MOTIVAZIONE. SINTOMI DI SVIAMENTO DI POTERE. L'attuale dotazione organica dei dirigenti del Consiglio Regionale del Lazio non prevede alcuna distinzione per profilo professionale, ma fa esclusivo riferimento al dato numerico, Ciò detto, appare illogico nonché violativo delle norme richiamate e della determinazione n. 136/2010 del Segretario Generale del Consiglio Regionale del Lazio stabilire "che la copertura dei 26 posti vacanti non sia operato attraverso un solo ed unico concorso .... ma attraverso l'indizione di ben 4 procedure concorsuali". L'illegittimità di tale scelta emerge con chiarezza analizzando i bandi ove "si rileva che le prove di esame, sostanzialmente, coincidono tra di loro, con ciò palesandosi che la procedura concorsuale doveva essere unica". Incomprensibili sono, altresì, la richiesta di titoli di studio per l'ammissione diversissimi tra di loro e l'assoluto rigore nel selezionare i titoli di studio richiesti, tenuto anche conto della ammissione di "lauree triennali". La previsione di selezioni differenti contrasta, poi, con l'orientamento della Corte di Cassazione, la quale - in più occasioni - ha avuto modo di precisare che la qualifica dirigenziale non esprime più una posizione lavorativa bensì esclusivamente l'idoneità professionale del dipendente a svolgere concretamente determinate funzioni, sicché "il sistema di accesso alla qualifica è unico..., fatta eccezione soltanto per la dirigenza tecnica", di cui - nel caso di specie - non può però parlarsi, non essendo prevista, quale requisito di accesso, l'iscrizione ad albi professionali.
2. VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DEL D.LGS. N. 165/2001; DELLA LEGGE REGIONE LAZIO N. 6/2002; DEL REGOLAMENTO REGIONALE N. 1/2002; DELLA LEGGE N. 241/1990 E S.M.I., NONCHE' DEI PRINCIPI VIGENTI IN MATERIA ANCHE AI SENSI DEGLI ARTT. 97 E 98 COST.. ECCESSO DI POTERE PER ERRATA VALUTAZIONE DEI PRESUPPOSTI, TRAVISAMENTO, CARENZA DI ISTRUTTORIA, ILLOGICITA', DIFETTO DI MOTIVAZIONE. SINTOMI DI SVIAMENTO DI POTERE. La normativa nazionale e quella regionale prevedono, quale requisito di accesso alla qualifica dirigenziale, il possesso di una laurea e di una pregressa attività lavorativa nell'Amministrazione. Gli atti impugnati prevedono, invece, diplomi di laurea differenti, attuando specificazioni estreme, a scapito della partecipazione di moltissimi dipendenti ascritti alla categoria D, i quali si sono trovati nell'impossibilità di presentare un'utile domanda di partecipazione, con compressione delle loro legittime aspettative di carriera.
3. VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DEL D.LGS. N. 165/2001; DELLA LEGGE REGIONE LAZIO N. 6/2002; DEL REGOLAMENTO REGIONALE N. 1/2002; DELLA LEGGE N. 241/1990 E S.M.I., NONCHE' DEI PRINCIPI VIGENTI IN MATERIA ANCHE AI SENSI DEGLI ARTT. 97 E 98 COST.. ECCESSO DI POTERE PER ERRATA VALUTAZIONE DEI PRESUPPOSTI, TRAVISAMENTO, CARENZA DI ISTRUTTORIA, ILLOGICITA', DIFETTO DI MOTIVAZIONE. SINTOMI DI SVIAMENTO DI POTERE. Tutti i bandi di concorso impugnati prevedono la possibilità di partecipare anche a soggetti dotati della sola laurea triennale e privi di pregressa esperienza lavorativa nell'Amministrazione. Tale scelta è in chiaro contrasto con l'art. 28 del d.lgs. n. 165 del 2001, da ritenere applicabile anche agli enti territoriali.
Con atto depositato in data 29 marzo 2011 si è costituita la Regione Lazio, la quale - nel contempo - ha preliminarmente contestato la legittimazione a ricorrere della C. e l'interesse a ricorrere dei ricorrenti. Nel merito, ha così confutato le censure formulate: - posto che la deliberazione n. 136 del 2010 individuava 4 distinte aree, correttamente il Consiglio regionale ha bandito 4 concorsi in relazione a ciascuna di quest'ultime; - ove siano individuate - come nel caso in esame - aree differenti, la richiesta del possesso di titoli di laurea differenti è più che legittima; - tali scelte sono conformi, del resto, all'art. 100 del Regolamento di Organizzazione del Consiglio Regionale, il quale richiede che il diploma di laurea debba essere "attinente al posto messo a concorso", ed alla giurisprudenza del giudice amministrativo; - l'omogeneità delle prove scritte è coerente con la specificità ed eterogeneità dei titoli di laurea richiesti; - la previsione della laurea triennale è del tutto in linea con il disposto dell'art. 28 del d.lgs. n. 165 del 2001; - i bandi richiedono la pregressa esperienza lavorativa, con la sola eccezione dei casi in cui i soggetti siano in possesso di titoli post-universitari, in conformità alle disposizioni degli artt. 16 della l.r. n. 6 del 2002 e 100 del Regolamento di Organizzazione del Consiglio Regionale del Lazio.
In data 28 marzo 2011 hanno depositato atto di intervento ad opponendum i sig.ri T. e C., sollevando eccezione di inammissibilità del ricorso perché cumulativo, nonostante la disomogeneità delle posizioni soggettive dei ricorrenti, e per difetto di giurisdizione del giudice adito in ordine alla domanda di annullamento dell'avviso di mobilità volontaria, nonché contestando la legittimazione attiva della C. e la sussistenza dell'interesse a ricorrere degli altri ricorrenti. Nel merito, hanno sostenuto la correttezza dell'operato dell'Amministrazione.
In data 4 aprile 2011 si è costituito il Consiglio Regionale del Lazio, eccependo - al pari delle parti già costituite - l'inammissibilità del ricorso e sostenendo l'infondatezza dello stesso anche sulla base dell'inapplicabilità dell'art. 28 del d.lgs. n. 165 del 2001 agli enti regionali.
Alla camera di consiglio del 7 aprile 2011 i ricorrenti hanno rinunciato all'istanza cautelare.
Con atti difensivi, prodotti nel prosieguo (e, precisamente, in date 10 e 20 ottobre 2011), i ricorrenti hanno, tra l'altro, contestato la capacità processuale del Consiglio Regionale del Lazio.
Con svariate, ulteriori memorie le parti resistenti hanno insistito sulle proprie posizioni.
All'udienza pubblica del 10 novembre 2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
1. In via preliminare, il Collegio ritiene di dover evidenziare che, a fronte della lunga elencazione di atti riportata in epigrafe, i ricorrenti si sono limitati a formulare censure esclusivamente avverso i provvedimenti riguardanti l'indizione delle 4 procedure concorsuali, ossia le determinazioni del Segretario Generale del Consiglio Regionale del Lazio nn. 1044, 1045, 1046 e 1047, contestando essenzialmente la mancata indizione di un unico concorso per la copertura di tutti i 26 posti riconosciuti vacanti e le prescrizioni afferenti i requisiti richiesti per l'ammissione alle selezioni.
In ragione di tale constatazione, diviene doveroso rilevare l'inammissibilità del ricorso per "genericità" in relazione all'impugnativa degli ulteriori provvedimenti e, precipuamente, della determinazione n. 1043 del 23.12.2010, di approvazione dell'avviso di mobilità volontaria, della determinazione n. A7277 del 23.12.2010, di recepimento degli accordi in materia di mobilità volontaria, ed, ancora, degli atti presupposti del pari menzionati nell'epigrafe (rectius: la deliberazione n. 136 del 2 dicembre 2010 e la determinazione n. 1042 del 23 dicembre 2010).
Ciò detto, l'eccezione di inammissibilità del ricorso in ordine alla domanda di annullamento dell'avviso di mobilità, sollevata dalle parti resistenti sulla base del difetto di giurisdizione del giudice adito, perde di rilevanza.
2. Premesso che - stante quanto già statuito - l'impugnativa risulta limitata alle determinazioni di approvazione dei bandi di concorso, si impone la disamina delle eccezioni formulate dalla Regione Lazio e dalle altre parti costituite, attinenti la carenza di legittimazione attiva della C. e la carenza di interesse al ricorso degli ulteriori ricorrenti, persone fisiche.
2.1. La prima di tali eccezioni è fondata.
In proposito, va evidenziato che la C. - come dalla stessa dichiarato ma anche riportato nello Statuto (art. 1), allegato al ricorso - è la "Confederazione sindacato alla quale aderiscono, per il tramite delle Organizzazioni associate, dirigenti, direttivi, quadri, professionisti e lavoratori autonomi ad elevata qualificazione e responsabilità".
Ciò rilevato, va allora ricordato che, per pacifica giurisprudenza, le associazioni rappresentative degli interessi dei dipendenti hanno legittimazione ad agire in giudizio per far valere, oltre che interessi loro propri, anche interessi riconducibili alle categorie di cui hanno la rappresentanza; tale legittimazione, tuttavia, va esclusa con riferimento alle azioni nelle quali l'interesse dedotto in giudizio concerne una parte soltanto delle categorie rappresentate o singoli associati o, in ogni caso, in cui le posizioni delle categorie rappresentate possano essere tra loro contrapposte di modo che l'associazione si pone in conflitto di interesse con alcuni dei suoi rappresentati (cfr., tra le altre, C.d.S., n. 351/2007; C.d.S., n. 2565/2004).
Tale pacifico postulato non può non trovare applicazione nel caso in esame, in cui i concorsi sono aperti anche a funzionari direttivi di ruolo di amministrazioni pubbliche, in possesso del titolo di studio richiesto, con riserva, tra l'altro, del 40% dei posti messi a concorso a soggetti interni al Consiglio Regionale del Lazio con una certa anzianità di servizio di ruolo.
Segue a tanto che, essendo precipuo interesse dei direttivi in possesso dei requisiti richiesti quello di partecipare a procedure selettive per progredire in carriera, l'obiettivo della C. non è giuridicamente riferibile all'intere categorie rappresentate (dirigenti e direttivi) ma è idoneo a dividerle in posizioni disomogenee e conflittuali, con accessiva carenza della legittimazione ad agire della C. stessa, la quale deve - dunque - essere estromessa dal giudizio.
Del resto, una diversa conclusione potrebbe anche determinare l'insorgenza di dubbi in ordine all'ammissibilità del ricorso - da qualificarsi indiscutibilmente "collettivo" - in ragione dell'ulteriore possibilità di ravvisare interessi configgenti in capo agli stessi ricorrenti o, comunque, dell'impossibilità di riscontrare piena identità tra le posizioni sostanziali e processuali di quest'ultimi (cfr., tra le altre, C.d.S., Sez. VI, 11 febbraio 2011, n. 916; C.d.S., Sez. IV, 28 gennaio 2011, n. 678; TAR Sardegna, Cagliari, Sez. I, 10 marzo 2011, n. 211).
Ciò detto, l'estromissione della C. dal giudizio si impone..
2.2. La seconda delle eccezioni di cui sopra, concernente la carenza di interesse al ricorso in capo ai ricorrenti-persone fisiche, è, invece, infondata.
In linea con le osservazioni formulate da quest'ultimi, il Collegio ravvisa, infatti, la sussistenza di un interesse alla rimozione dei bandi di concorso in contestazione in quanto tale rimozione si presterebbe a comportare una "riedizione delle procedure concorsuali" idonea a consentire - attraverso il rispetto delle previsioni di legge che si ritengono violate - una maggiore partecipazione dei ricorrenti e, dunque, ad ampliare le possibilità di quest'ultimi di conseguire la qualifica dirigenziale.
In verità, potrebbe procedersi ad una distinzione nell'ambito dei ricorrenti, a seconda della titolarità o meno dei titoli di studio prescritti per la partecipazione ai concorsi ed, anche, della avvenuta o meno presentazione della domanda di partecipazione.
Tenuto, però, conto che - per stessa ammissione della Regione - numerosi ricorrenti sono "in possesso di titoli di laurea per nulla affini con gli incarichi dirigenziali da ricoprire" ed i rimanenti ricorrenti (ossia i dott.ri TR., CA. e TO.) sono in possesso di titoli idonei a consentire la partecipazione solo a due delle procedure concorsuale (e, dunque, non a tutte), il Collegio ritiene che una tale distinzione possa essere trascurata, atteso che - comunque - va ravvisato l'interesse in capo a tutti i ricorrenti alla massima partecipazione, ossia l'interesse di ciascuno a trovarsi nella condizione di poter presentare un'utile domanda di partecipazione per una procedura concorsuale attinente a tutti i posti dirigenziali vacanti (e non, invece, a solo una parte di quest'ultimi).
In definitiva, sussiste l'interesse al ricorso dei ricorrenti-persone fisiche.
3. Sempre al fine di definire le parti legittimate a partecipare al giudizio, è da considerare la contestazione dei ricorrenti afferente il difetto del Consiglio Regionale del Lazio di soggettività giuridica "che gli consenta di agire ovvero di resistere in giudizio".
In termini generali, la domanda dei ricorrenti trova positivo riscontro nei principi che regolamentano la legittimazione processuale delle persone giuridiche nonché nello Statuto della Regione Lazio.
E', infatti, doveroso rilevare che:
- come noto, la rappresentanza processuale delle persone giuridiche deve essere rilevata dalla legge e da espresse disposizioni statutarie, idonee ad abilitare il soggetto alla rappresentanza sostanziale dell'ente stesso nel processo, in linea con il disposto dell'art. 75, comma 3, c.p.c. (cfr., tra le tante, Cass. Civ., Sez. Trib., 23 ottobre 2006, n. 22783; Cass. Civ, Sez. II, 23 settembre 2003, n. 14455);
- l'art. 121 della Costituzione - al comma 3 - prevede che "il Presidente della Giunta rappresenta la Regione";
- in linea con tale prescrizione, lo Statuto della Regione Lazio, di cui alla legge statutaria 11 novembre 2004, n. 1, prescrive - all'art. 41 - che "il Presidente della Regione rappresenta la Regione".
Ciò detto, il Collegio non può che rilevare che la rappresentanza processuale della Regione Lazio spetta al Presidente della Regione, con conseguente inammissibilità di ricorsi che risultino proposti da soggetti differenti ovvero nei confronti di soggetti differenti.
In ogni caso, il Collegio - pur condividendo pienamente il principio di cui sopra - ritiene che, ai fini dell'estromissione di amministrazioni e/o di altri soggetti comunque evocati in giudizio, debba sussistere la totale estraneità di quest'ultimi rispetto alla materia del contendere.
Tale assunto può trovare positiva applicazione anche nei casi in cui si tratti di "organi" dell'ente interessato, sempre che quest'ultimi risultino dotati - come nel caso in esame - di una particolare autonomia statutaria (cfr. artt. 21 e 24 dello Statuto della Regione Lazio).
- la legittimazione passiva - utile al fine di valutare l'ammissibilità o meno del ricorso - va accertata sempre e comunque sulla base della riferibilità dell'esercizio del potere amministrativo oggetto di sindacato o, meglio, della titolarità del rapporto controverso dal lato passivo (con conseguente individuazione - nel caso di specie - della legittimazione dell'ente Regione Lazio - in tal senso depone anche l'art. 41 c.pr.amm.);
- in ogni caso, non sussiste l'esigenza di estromettere quei soggetti (ma anche "organi" dotati di particolare autonomia, ove, tra l'altro, non risulti formulata una richiesta in tal senso da parte dell'ente di appartenenza), ritualmente evocati in giudizio, che - in ragione della disamina del ricorso, correttamente oggetto di notifica, tra gli altri, al/i titolare/i del rapporto controverso - risultano comunque "coinvolti" nella vicenda, tanto più ove si consideri che - in tal modo - il diritto di difesa e - più in generale - la tutela delle situazioni giuridiche soggettive risultano inequivocabilmente rafforzati.
In sintesi, non si ravvisano le condizioni per estromettere il Consiglio Regionale del Lazio.
4. Tutto ciò premesso, è necessario esaminare il ricorso nel merito.
4.1. Come esposto nella narrativa che precede, i ricorrenti lamentano violazione di legge (in particolare, del d.lgs. n. 165/2001 e della legge Regione Lazio n. 1 del 2002) ed eccesso di potere sotto svariati profili, affermando - con insistenza - che la Regione Lazio non ha correttamente operato in quanto - a fronte di una dotazione organica dei dirigenti che "fa esclusivo riferimento al dato numerico" - ha bandito non un solo concorso ma ben 4 concorsi, distinguendo per profili professionali e richiedendo titoli di studio diversissimi tra loro, a scapito del principio di massima partecipazione (motivi rubricati ai nn. 1 e 2).
Tali censure non sono meritevoli di condivisione.
In primis, va rilevato che non sussistano - a livello normativo - previsioni preclusive della possibilità per la Regione Lazio di assegnare rilievo, pur in presenza di un unico ruolo dirigenziale, a determinate conoscenze, siano esse di carattere tecnico o specialistico, e conseguentemente della possibilità per la stessa di procedere all'indizione di distinte procedure concorsuali per la copertura di posti vacanti che risultino relativi ad aree differenti.
- la legge Regione Lazio n. 6 del 2002 prevede - agli artt. da 13 a 16 - che il ruolo della dirigenza è articolato in due fasce e che l'accesso alla II fascia richiede, in ogni caso, il possesso di un diploma di laurea attinente al posto messo a concorso;
- tale previsione trova conferma nell'art. 100 del Regolamento di Organizzazione n. 100 del 2002, il quale, tra l'altro, richiede che il diploma di laurea debba essere "attinente al posto messo a concorso";
- anche la disciplina nazionale - in particolare, il decreto legislativo n. 165 del 2001 - impone sì la necessità del titolo di studio della laurea per l'accesso alla dirigenza ma non stabilisce affatto che il titolo debba essere omogeneo ed unitario per tutti i posti di dirigente che risultino vacanti. Al contrario, è indispensabile che vi sia precisa congruenza fra il diploma di laurea richiesto e le funzioni di volta in volta considerate.
Ciò detto, diviene doveroso affermare che le contestazioni dei ricorrenti afferenti la richiesta di diversi titoli di studio per essere ammessi alla selezione per l'accesso alla qualifica dirigenziale o, più compiutamente, circa la scelta dell'amministrazione regionale di indire più procedure concorsuali (ognuna delle quali connotata dalla richiesta di differenti requisiti di ammissione), seppure distinte in relazione ad aree, risultano prive di un giuridico riscontro, oltre che affatto illogiche, tenuto, tra l'altro, conto delle risultanze riguardanti le carenze di organico riportate nella deliberazione n. 136 del 2010, le quali rappresentano il fabbisogno di figure dirigenziali proprio in relazione a differenti aree o settori del Consiglio Regionale del Lazio, attribuendo così sin dall'origine rilevanza alla specificità delle funzioni per il cui espletamento sussiste necessità di personale.
In ragione di quanto già esposto, è pacifico poi affermare che - per giustificare la richiesta di un particolare titolo di studio - non è necessario che si tratti di un concorso per la copertura di posti della c.d. "dirigenza tecnica" e che, dunque, la mancata richiesta dell'iscrizione all'albo professionale non può essere qualificata come una "assurda circostanza" (pag. 8 del ricorso): in linea con quanto già affermato in giurisprudenza, la previsione di un determinato tipo di laurea quale requisito di ammissione ad una procedura concorsuale per posti dirigenziali costituisce espressione di discrezionalità amministrativa, implicitamente ammessa dallo stesso art. 28 del d.lgs. n. 165 del 2001, il quale - limitandosi a prescrivere il diploma di laurea quale titolo di studio per l'accesso alla qualifica dirigenziale e, dunque, non specificando nulla in ordine alla concreta individuazione di quest'ultimo - lascia alla singola amministrazione il compito di procedere alla concreta individuazione del tipo di laurea ritenuto necessario (cfr., tra le altre, TAR Lazio, Roma, Sez. III, 16 gennaio 2008, n. 263; TAR Campania, Napoli, Sez. V, 18 dicembre 2002, n. 8122).
Stanti i rilievi formulati dai ricorrenti, si avverte ancora la necessità di aggiungere che:
- l'assunto secondo il quale "le prove di esame sostanzialmente coincidono tra di loro" non trova positivo riscontro nei bandi di concorso, i quali comunque richiedono conoscenze diverse attraverso la previsione di materie di esame che solo parzialmente si rivelano coincidenti;
- il criterio della massima partecipazione opera in relazione a singole procedure concorsuali, nel senso che - ove insorgano incertezze in ordine al corretto significato da attribuire a clausole del bando - induce a privilegiare l'interpretazione che consente - appunto - la massima partecipazione al concorso, a salvaguardia dell'interesse pubblico alla selezione tra un più alto numero di concorrenti, atta a garantire l'acquisizione - tra soggetti dotati delle medesime conoscenze - delle professionalità di miglior livello. Ciò detto, invocare il criterio della massima partecipazione per sostenere l'illegittimità dell'indizione di più procedure concorsuali appare una forzatura, tanto più ove si consideri che - al riguardo - assume sicuro carattere prevalente l'interesse pubblico alla selezione tra soggetti dotati di specifiche conoscenze, atta a garantire l'acquisizione di professionalità idonee all'espletamento di funzioni attinenti ad aree differenti dell'amministrazione.
In definitiva, le censure in esame sono infondate.
4.2. In ultimo, i ricorrenti lamentano l'illegittimità "della scelta dell'amministrazione di consentire l'accesso a soggetti in possesso di laurea triennale e privi di pregressa esperienza lavorativa nella P.A.".
- la previsione, tra l'altro, della laurea triennale non è in contrasto con l'art. 28 del d.lgs. n. 165 del 2001, atteso che, a seguito delle modifiche apportate all'ordinamento universitario nel 1999 con il d.m. n. 509, successivamente sostituito dal d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, la previsione in argomento - nel disciplinare l'ammissione ai concorsi per esami per l'accesso alla qualifica di dirigente - richiede che il dipendente sia munito di "laurea", senz'altro aggiungere (a differenza, ad esempio, di altri casi, in cui ricorre riferimento espresso alla "laurea specialistica" - cfr. comma 3). Come già rilevato da questo Tribunale nella sentenza richiamata anche dalla Regione Lazio (la n. 10729 del 3 novembre 2009), in aderenza al parere del Dipartimento della Funzione Pubblica n. 42 del 2008, l'accesso alla qualifica di dirigente è stato nel tempo più volte modificato "senza che sia stata adeguatamente considerata la necessità di un più rigoroso coordinamento della previsione stessa con il nuovo ordinamento universitario". In particolare, "è evidente che il comma 2 dell'art. 28 è caratterizzato da una formulazione chiaramente ispirata al precedente ordinamento universitario", mentre il comma 3 distingue il titolo di laurea da quello relativo alla laurea specialistica. Ciò detto, è doveroso pervenire alla conclusione che "laddove il legislatore ha voluto richiedere esplicitamente la laurea specialistica, lo abbia espressamente previsto", con la conseguenza che l'espressione riportata nell'art. 28, comma 2, deve essere correttamente riferita soltanto alla laurea, "tanto del vecchio ordinamento, quanto del nuovo e che, pertanto, come tale vada inteso anche il riferimento al diploma di laurea";
- i bandi non richiedono una pregressa esperienza lavorativa esclusivamente nell'ipotesi di cui ai rispettivi artt. 2, comma 1, lett. h, n. 5, la quale prescrive il possesso di un titolo post-laurea. In effetti, un'ipotesi similare non ricorre nell'art. 28 in argomento ma trova - comunque - giuridico fondamento nell'art. 16, comma 1, della legge Regione Lazio 18 febbraio 2002, n. 6, rispetto al quale non si ravvisano profili di illegittimità costituzionale, per violazione - in particolare - dell'art. 117 Cost..
5. In conclusione, il ricorso - previa estromissione della C. - va respinto.
In ragione delle peculiarità della questione trattata, si ravvisano giustificati motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio tra le parti.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima Ter), definitivamente pronunciando sul ricorso n. 1983/2011, come in epigrafe proposto, previa estromissione della C., lo respinge.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 novembre 2011 con l'intervento dei Magistrati:
Depositata in Segreteria il 16 gennaio 2012