Source: http://www.sportallarovescia.it/sar5/attualita-nuovi-articoli/non-una-di-meno/900-il-professionismo-sportivo-in-italia-storia-di-una-discriminazione
Timestamp: 2020-01-24 05:49:30+00:00
Document Index: 98326354

Matched Legal Cases: ['art 27', 'art.28', 'art. 14', 'art. 29', 'art. 30', 'art 31']

Il professionismo sportivo in Italia: storia di una discriminazione
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Francesca Masserdotti - Polisportiva SanPrecario
La legge 91 del 23 maggio 19811 all’articolo 2 stabilisce che “sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse, con l'osservanza delle direttive stabilite dal Coni per la distinzioni dell’attività dilettantistica da quella professionistica".
In sostanza a decidere quali discipline sportive siano o meno professionistiche è il CONI in collaborazione con le Federazioni Sportive. A 34 anni dall’entrata in vigore di questa legge però, il CONI non ha ancora chiarito cosa distingua l’attività professionistica da quella dilettantistica. La mancanza di chiarezza ha determinato una grave discriminazione, penalizzando molti atleti, in particolare le donne.
Dopo la legge 91/81 le Federazioni Sportive hanno riconosciuto come "professionistiche" sei discipline sportive, che ad oggi sono rimaste solo in quattro, con un dettaglio che non deve più sfuggire all'attenzione: sono tutte maschili. Sono il calcio, il golf, il basket (solo nella categoria A1) e il ciclismo, tutte e solo nel settore maschile. Il motociclismo ha chiuso il settore nel 2011, la Boxe nel 2013. A tutte le atlete italiane è negato l’accesso alla legge Statale che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico.
Lo sport femminile non assicura una quantità di introiti sufficiente per essere preso in considerazione come sport professionistico. Così anche i 56 sport considerati dilettantistici.
Le atlete italiane spendono lo stesso tempo in palestra, nei campi da gioco, sulle piste dei loro colleghi maschi. A parità di dedizione e impegno le atlete non solo non vengono riconosciute come professioniste, ma sono anche decisamente penalizzate. Per gli atleti dilettanti, cioè per la quasi totalità degli atleti, i contratti non prevedono uno stipendio mensile, ma un rimborso spese. Spesso non è prevista un'assicurazione sanitaria o se prevista non ha nulla a che vedere con le assicurazioni previste per gli atleti professionisti, se non per volontà dell'atleta che stipula un'assicurazione personale. In caso di infortunio le spese di cura e riabilitazione sono a carico dell'atleta. Non è previsto il pagamento dei contributi pensionistici e non vi è tutela nel caso di maternità o di invalidità. Inoltre per l'atleta dilettante esiste ancora il Vincolo Sportivo, abolito per gli atleti professionisti con la legge 81/91. Il Vincolo Sportivo da diritto esclusivo alla Società sportiva di disporre delle prestazioni agonistiche degli atleti dilettanti e di decidere se attuare o negare i trasferimenti, senza la necessità del consenso dell'atleta stesso. Nonostante il tentativo di eliminarlo, fatto di norme create dalle Federazioni Sportive, per gli atleti dai 14 ai 25 anni di fatto esiste ancora in molte discipline. A rendere tutto ancora più drammatico l'esistenza delle "clausole anti-gravidanza" che vengono inserite nei contratti fatti firmare alle atlete. Queste clausole prevedono la rescissione del contratto in caso di maternità2.
Ce lo hanno raccontato le atlete stesse, durante il primo e unico Meeting Nazionale dello Sport Femminile, tenutosi il 26 settembre 2015 a Roma, organizzato da Assist, Associazione Nazionale Atlete3 . L’evento, patrocinato dal Senato della Repubblica, dal Municipio Roma I Centro e dal Telefono Rosa Nazionale, è stato promosso dai maggiori sindacati italiani degli atleti: Assist – Associazione Nazionale Atlete, Associazione Italiana Calciatori AIC, Giocatori Italiani Basket Associati GIBA, Associazione Italiana Pallavolisti AIPAV, Associazione Italiana Rugbysti AIR, Associazione Italiana Giocatori di Pallanuoto AGP e Associazione Italiana Allenatori di Calcio AIAC.
Assist, la cui presidente è l'ex pallavolista Luisa Rizzitelli, "si propone di tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle Atlete di tutte le discipline sportive operanti a livello agonistico, e degli operatori e operatrici del settore (allenatori, manager sportivi, professionisti della comunicazione). Assist ha tra i suoi obiettivi anche la sensibilizzazione sui temi riguardanti la parità di diritti nello sport, la parità di accesso alla pratica sportiva e la cultura sportiva in generale."
Lavinia Santucci, cestista azzurra classe '85, Nazionale Italiana, ha raccontato durante il Meeting Nazionale dello Sport Femminile: “Noi viviamo una vita sportiva identica a quella degli atleti maschi, ma i nostri contratti sono solo degli accordi privati, che non ci tutelano da nessun punto di vista. Io per esempio mi sono infortunata al ginocchio e mi sono dovuta operare e riabilitare: ho dovuto fare tutto da sola, perchè il mio contratto non mi dà un'assicurazione sanitaria. Inoltre è chiaramente specificato in questi accordi che sono due i motivi per cui possono cacciarti: se ti arrestano o se rimani incinta. Proprio la stessa cosa, vero? [...] Questo deve cambiare, perchè non è una battaglia solo femminile: i diritti sono di tutti, e tutti devono impegnarsi per farli rispettare.4 "
Tania Di Mario, capitano azzurro e oro con il setterosa ad Atene 2004, dice: "Per giocare ho dovuto rinunciare ad avere un figlio perchè nessuno mi avrebbe supportato, e quando smetterò so che ricomincerò da zero."
Manuela Benelli, ex pallavolista e allenatrice, considerata la più titolata giocatrice di pallavolo della storia italiana, racconta: "Credo di non averlo mai raccontato in pubblico, e purtroppo io quel contratto tecnico l'ho firmato. C'era scritto che se avessi dato fastidio ad una delle mie giocatrici sarei stata allontanata"5.
Immagino non esistano contratti ad allenatori uomini che prevedono una clausola come questa, dichiaratamente omofoba e riferitasi alla ristretta mentalità italiana per cui una donna che fa sport è necessariamente omosessuale.
Per ovviare a queste evidenti discriminazioni assistiamo ad una militarizzazione dello sport. Gli atleti che fanno parte dei vari corpi militari si assicurano uno stipendio da 1.300, 1400 euro, maternità, tfr, tredicesima e quattordicesima. Ricorda un pò la Corea del Nord o l'Unione Sovietica. Fa rabbrividire la necessità di militarizzare lo sport perchè questo continui ad esistere, perchè le atlete e gli atleti considerati non professionisti possano essere tutelati in caso di infortunio e maternità e avere i contributi pensionistici.
L'Unione Europea è intervenuta ormai 14 anni fa chiedendo ai suoi stati membri di eliminare la distinzione tra pratiche sportive maschili e femminili. Nello specifico con la Risoluzione 5 giugno 2003 del Parlamento europeo6:
art 27. sollecita gli Stati membri e il movimento sportivo a sopprimere la distinzione tra pratiche maschili e femminili nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello;
In Italia non solo non c'è una parità tra pratiche maschili e femminili, ma tutte le sportive, comprese quelle che hanno vinto medaglie d'oro alle Olimpiadi e nelle gare nazionali e internazionali di massimo livello, fanno sport per diletto.
art.28. chiede alle federazioni nazionali e alle relative autorità di tutela di assicurare alle donne e agli uomini parità di accesso allo statuto di atleta di alto livello, garantendo gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e di allenamento, di assistenza medica, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle loro carriere sportive;
In Italia, se una sportiva rimane incinta, il contratto può essere automaticamente rescisso, nonostante ci sia una delibera del CONI a riguardo. L’art. 14 dei "Principi fondamentali degli Statuti delle Federazioni Sportive Nazionali, delle Discipline Sportive Associate7" dice che "Gli statuti delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate devono garantire la tutela della posizione sportiva delle atlete madri in attività per tutto il periodo della maternità fino al loro rientro all’attività agonistica. Le atlete in maternità che esercitano, anche in modo non esclusivo, attività sportiva dilettantistica anche a fronte di rimborsi o indennità corrisposti ai sensi della vigente normativa, hanno diritto al mantenimento del tesseramento, nonché alla salvaguardia del merito sportivo acquisito, con la conservazione del punteggio maturato nelle classifiche federali, compatibilmente con le relative disposizioni di carattere internazionale e con la specificità della disciplina sportiva praticata". Solo Federscherma al momento ha aderito, congelando per le atlete madri il ranking (cioè il loro punteggio, fondamentale per rientrare subito in competizioni di alto livello) e mantenendo loro le borse di studio.
art. 29. chiede alle autorità governative e sportive di garantire l'eliminazione delle discriminazioni dirette e indirette di cui sono vittima le atlete nell'esercizio del loro lavoro;
Nel 2015 le giocatrici della femminile "All Reds Rugby Roma8”, squadra che promuove lo sport popolare come momento di aggregazione fondato sull’antifascismo, antirazzismo ed antisessismo, hanno chiesto al CONI, nella persona del presidente Malagò, attraverso una petizione online di mettere fine alle diseguaglianze nel mondo dello sport.
La risposta è stata veloce visto il successo della petizione che al momento conta 28.142 sostenitori. Il presidente Malagò concorda con le richieste ma non si prende la responsabilità del cambiamento dichiarando "Rimane il fatto che io non sono un interlocutore legislativo, ma per quanto in mio potere posso tentare quella che viene chiamata moral suasion9 »"
art. 30. invita le imprese a moltiplicare le azioni di cooperazione con le sportive di alto livello, valorizzando la loro immagine e favorendo senza distinzioni lo sport femminile nel suo complesso;
art 31. chiede ai mezzi d'informazione di provvedere a una copertura equilibrata dello sport femminile e maschile nonché a una rappresentazione non discriminatoria delle donne nello sport;
Anche l'articolo 31 richiede una riflessione. Le atlete italiane riescono ad avere una visibilità spesso legata al gossip, agli eventi di vita personali, più che alla loro carriera sportiva.
Ci sono stati dei tentativi di modifica della legge 91/81, nel 2011 l’On. Manuela Di Centa ha presentato una posta di legge tesa a garantire una tutela a livello previdenziale per gli atleti e le atlete che praticano discipline sportive a livello non professionistico e a riconoscere un’indennità di maternità a tali soggetti. Il testo di legge, non approvato dal Senato, è stato ripreso e riproposto alla legislatura, ma ancora non ci sono stati interventi di nessun tipo.
Il CONI si dichiara d'accordo con le richieste superare la discriminazione evidente delle atlete, per definizione dilettanti, ma non interviene per cambiare la situazione. Lo Stato è a conoscenza del problema ma sembra ne abbia di più importanti da discutere al momento.
Nel frattempo le donne sportive, con forza e determinazione fanno quello che amano, nonostante i contratti e la mancanza delle basilari tutele.
La speranza è che questa follia tutta italiana venga finalmente allo scoperto, che si inizi a parlarne ovunque, nelle palestre, nei comuni, nelle società e finalmente al Senato, perché una modifica a una legge che nel 2017 compie 35 anni non è solo necessaria, ma essenziale, in uno Stato che la cui Costituzione recita all'articolo 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
"Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti". Pubblicata nella Gazz. Uff. 27 marzo 1981, n. 86.
http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/07/20/news/donne_dilettanti_per_regolamento-141496916/
http://www.assistitaly.it/
http://www.assistitaly.it/MNSF
Gazzetta dello Sport, 27 settembre 2015
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=REPORT&reference=A5-2003-0167&language=IT
Approvati con deliberazione del Consiglio Nazionale n. 1523 del 28 ottobre 2014
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