Source: https://avvmicheledeluca.com/2019/02/01/sanzioni-disciplinari-a-carico-di-appartenenti-alla-polizia-di-stato/
Timestamp: 2019-06-19 13:38:10+00:00
Document Index: 183555869

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 6', 'art,6', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 21', 'art. 104', 'art. 103', 'art. 103', 'art. 1393', 'sentenza ', 'art. 52']

Sanzioni disciplinari a carico di appartenenti alla polizia di Stato – Michele De Luca
Sanzioni disciplinari a carico di appartenenti alla polizia di Stato
febbraio 1, 2019 febbraio 1, 2019 ~ avvmicheledeluca12
Consiglio di Stato, sezione quarta, Sentenza 17 dicembre 2018, n. 7093.
In tema di sanzioni disciplinari a carico di appartenenti alla polizia di Stato, il capo è competente a verificare in autotutela la legittimità di ogni fase del procedimento, compresa la deliberazione della commissione disciplinare, fermo restando che la predetta autorità non può invece intervenire (se non a favore dell’incolpato) sul merito della sanzione proposta dall’organo consultivo.
Sentenza 17 dicembre 2018, n. 7093
sul ricorso numero di registro generale 3885 del 2018, proposto dal Signor -OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Gi. Ci., con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia;
Ministero dell’Interno, Ministero della Difesa, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata ex lege in Roma, via (…);
per la riforma della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania Sezione Sesta n. 884/2018.
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e del Ministero della Difesa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 6 dicembre 2018 il consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti l’avvocato Gi. Ci. e l’avvocato dello Stato Pi. Ga.;
1. Con la sentenza in epigrafe impugnata n. 884 dell’8 febbraio 2018 il Tribunale amministrativo regionale per la Campania -Sede di Napoli – ha respinto il ricorso, corredato da motivi aggiunti, proposto dalla odierna parte appellante, Signor -OMISSIS-, teso ad ottenere l’annullamento dei provvedimenti con i quali ne era stata disposta la destituzione dal servizio.
3. Il Ministero dell’Interno si era costituito in giudizio, chiedendo la reiezione del ricorso, in quanto inammissibile od infondato.
a) l’originario ricorrrente, assistente capo di P.S., era stato “sospeso cautelarmente dal servizio, a decorrere da oggi 16.5.2011” in quanto attinto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per “concorso in riciclaggio”;
c) avviata l’azione disciplinare, con la “contestazione degli addebiti”‘ veniva ipotizzata “la mancanza disciplinare prevista dall’art. 7 punti 1 e 2 del d.P.R. 737/81;
d) la commissione di disciplina, invece riqualificava l’illecito, ed applicava la sanzione della sospensione dall’impiego per mesi sei (“considerato il valore delle dichiarazioni ammissorie rese dal dipendente dinanzi al Consiglio in sede di trattazione orale, ove lo stesso ha manifestato sincero ravvedimento per le gravi mancanze commesse, di cui si è assunto piena responsabilità, nella consapevolezza di avere agito in maniera sconsiderata; che la mancanza originariamente contestata possa essere derubricata in quella meno afflittiva prevista dall’art. 6 del D.P.R. 737/81, anche in ragione dello stato di servizio del dipendente e dell’assenza di precedenti disciplinari a suo carico, nonché in ossequio al principio di proporzionalità e gradualità della sanzione da applicare in concreto DELIBERA a maggioranza, di proporre -OMISSIS-, ai sensi dell’art,6 punto 1, in relazione all’art. 4 nn. 2 e 18, e punto 7 del D.P.R. 737/81… “);
e) in data 7.1.2015 il Ministero dell’Interno Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ritenendo tale atto viziato, lo annullava, e disponeva la prosecuzione del procedimento disciplinare, che sfociava nella contestata destituzione.
3. L’originario ricorrente rimasto soccombente, ha impugnato con l’odierno ricorso in appello la suindicata decisione criticandola sotto ogni angolo prospettico, e dopo avere rivisitato le principali tappe del contenzioso infraprocedimentale e giurisdizionale di primo grado ha tutte le censure già contenute nel ricorso di primo grado, attualizzandole rispetto al contenuto della motivazione della sentenza reiettiva.
4. Alla camera di consiglio del 14 giugno 2018 fissata per la delibazione dell’istanza di sospensione della esecutività dell’impugnata decisione la Sezione, con la ordinanza n. 2744/2018 ha respinto il petitum cautelare sui seguenti rilievi: “Rilevato sotto un profilo pregiudiziale ed assorbente che sotto il profilo del periculum in mora è prevalente l’interesse dell’amministrazione appellata, tenuto peraltro conto che i danni asseritamente subiti dall’appellante sono patrimonialmente restaurabili.”
I) ha dapprima annullato in autotutela il provvedimento con cui la commissione di disciplina, aveva riqualificato il fatto contestato (rispetto alla originaria contestazione avanzata dal Ministero e riposante nella” mancanza disciplinare prevista dall’art. 7 punto 1 e 2 del d.P.R. 737/81″) ed aveva applicato la sanzione della sospensione dall’impiego per mesi sei;
2.2. Stabilisce in proposito l’art. 7 del Decreto del Presidente della Repubblica 25 ottobre 1981, n. 737 che “La destituzione consiste nella cancellazione dai ruoli dell’appartenente ai ruoli dell’Amministrazione della pubblica sicurezza la cui condotta abbia reso incompatibile la sua ulteriore permanenza in servizio.
La destituzione è inflitta con le stesse modalità previste per la sospensione dal servizio. “.
L’art. 6 del medesimo testo normativo prevede invece che “La sospensione dal servizio consiste nell’allontanamento dal servizio per un periodo da uno a sei mesi, con la privazione della retribuzione mensile, salva la concessione di un assegno alimentare di importo pari alla metà dello stipendio e degli altri eventuali emolumenti valutabili a tal fine a norma delle disposizioni vigenti, oltre gli assegni per carichi di famiglia.
La sospensione dal servizio è inflitta con decreto del capo della polizia – direttore generale della pubblica sicurezza, previo giudizio del consiglio centrale di disciplina, qualora trattisi di personale appartenente alle qualifiche dirigenziali e direttive e, previo giudizio del consiglio provinciale di disciplina, per il restante personale.”.
2.2.1. Il procedimento applicativo di tali due tipologie di sanzione disciplinare è delineato dagli artt. 19 e 21 del predetto Decreto del Presidente della Repubblica 25 ottobre 1981, n. 737, che così rispettivamente, dispongono:
a) (art. 19) “L’istruttoria per irrogare la sospensione dal servizio o la destituzione deve svolgersi attraverso le seguenti fasi:
Qualora gli addebiti sussistano, trasmette il carteggio dell’inchiesta, con le opportune osservazioni, al consiglio di disciplina competente in base al disposto degli articoli 6 e 7.”;
b) (art. 21) “Il consiglio di disciplina, se ritiene che nessun addebito possa muoversi all’inquisito, lo dichiara nella deliberazione. Se ritiene che gli addebiti siano in tutto o in parte fondati, propone la sanzione da applicare. La deliberazione motivata viene redatta dal relatore o da altro componente il consiglio ed è firmata dal presidente, dall’estensore e dal segretario.
Il decreto deve essere comunicato all’interessato entro dieci giorni dalla sua data, nei modi previsti dall’art. 104 del testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato approvato con D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3.”.
a) il potere di formulare la contestazione, spetta all’”autorità che ha disposto l’inchiesta” (id est: al Ministero) sulla scorta della relazione del funzionario istruttore;
In sostanza l’Autorità di vertice (nella specie il Capo della Polizia) può legittimamente esercitare un controllo di legittimità sulle diverse fasi del procedimento disciplinare (cfr. altresì III^ Sez. n. 3452 del 2013), fermo restando che può invece intervenire sul merito del deliberato della commissione disciplinare solo a favore del dipendente.
d) d’altro canto, argomentare diversamente implicherebbe che il potere repressivo ministeriale su un atto posto in essere dalla Commissione disciplinare non potrebbe essere esercitato neppure in ipotesi di manifesta abnormità : ma detto approdo appare certamente non persuasivo; nel caso di specie, si ripete, la riqualificazione operata dalla commissione non era sostanziata da alcun dato “processuale” (riferibile, cioè, alle condotte contestate) ma traeva spunto esclusivamente da circostanze estranee alla valutazione della condotta
a) il provvedimento del Questore di Napoli è datato 23/07/2014, mentre il decreto di archiviazione venne emesso dal GIP del Tribunale di Napoli in data 28/05/2014: l’inizio dell’azione disciplinare è tempestivo, dovendosi fare riferimento alla data in cui l’amministrazione ha avuto conoscenza del decreto di archiviazione;
c) come è stato affermato nel parere del Consiglio di Stato, sez. I, n. 1972/2012, “il procedimento disciplinare, nel rispetto dei principi enucleati dell’ordinamento, deve essere sempre avviato a ridosso dell’acquisizione della notizia configurabile come illecito disciplinare. Tale principio generale, espresso dall’art. 103 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 trova applicazione anche nel caso di esercizio della potestà disciplinare a seguito del decreto di archiviazione del giudice delle indagini preliminari”;
d) ne deriva che il momento rilevante per l’esercizio della potestà disciplinare è quello “dell’acquisizione della notizia configurabile come illecito disciplinare”, anche nell’ipotesi in cui l’Amministrazione venga a conoscenza a seguito del decreto di archiviazione del giudice delle indagini preliminari di fatti e comportamenti che, sebbene non rilevanti in ambito penale, sono tuttavia suscettibili di valutazione a fini disciplinari;
e) ebbene, nel caso di specie, la compiuta conoscenza dei fatti configurabili come illecito disciplinare è stata acquisita dall’Amministrazione (solo) a seguito del decreto di archiviazione del giudice delle indagini preliminari: questo atto, infatti, consentiva alla stessa amministrazione di conoscere con intierezza le fonti probatorie a carico (od eventualmente anche a discarico) dell’odierno appellante;
f) erra, quindi, l’appellante nel ritenere che il termine decorresse dalla conoscenza dell’ordinanza cautelare e che l’avere iniziato il procedimento penale soltanto a ridosso del decreto di archiviazione integri un lasso di tempo sproporzionato, che violerebbe il principio di immediatezza della contestazione, ponendosi in contrasto con l’art. 103 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3;
I)è ben noto il principio secondo cui il pubblico ministero non è tenuto ad ostendere tutti gli atti del processo penale allorchè richiede una misura cautelare, ma soltanto quelli che egli valuta utili a che la richiesta sia accolta dal Gip (in teoria, a fronte di una mole probatoria imponente, il pubblico ministero ne potrebbe ostendere una minima parte, che reputa idonea ad indurre il Gip a concedere la misura richiesta, evitando una anticipata discovery, in quanto non necessaria);
h) in questo quadro, non può dirsi che l’amministrazione dovesse inoltrare la contestazione degli addebiti prima che l’intero incartamento processuale fosse nella propria disponibilità ; ciò è avvenuto allorchè venne emesso il decreto di archiviazione, e pertanto l’azione disciplinare non è stata tardivamente iniziata;
i) per analogia si osserva che il superiore modus operandi è espressamente contemplato nel novellato art. 1393 del decreto Legislativo – 15 marzo 2010, n. 66, che ha ridotto ma non del tutto espunto la c.d. “pregiudizialità penale” nei procedimenti disciplinari a carico di militari ancorando il parametro valutativo alla “disponibilità di elementi conoscitivi sufficienti ai fini della valutazione disciplinare” (“1. Il procedimento disciplinare, che abbia ad oggetto, in tutto o in parte, fatti in relazione ai quali procede l’autorità giudiziaria, è avviato, proseguito e concluso anche in pendenza del procedimento penale. Per le infrazioni disciplinari di maggiore gravità, punibili con la consegna di rigore di cui all’articolo 1362 o con le sanzioni disciplinari di stato di cui all’articolo 1357, l’autorità competente, solo nei casi di particolare complessità dell’accertamento del fatto addebitato al militare ovvero qualora, all’esito di accertamenti preliminari, non disponga di elementi conoscitivi sufficienti ai fini della valutazione disciplinare, promuove il procedimento disciplinare al termine di quello penale. Il procedimento disciplinare non è comunque promosso e se già iniziato è sospeso fino alla data in cui l’Amministrazione ha avuto conoscenza integrale della sentenza o del decreto penale irrevocabili, che concludono il procedimento penale, ovvero del provvedimento di archiviazione, nel caso in cui riguardi atti e comportamenti del militare nello svolgimento delle proprie funzioni, in adempimento di obblighi e doveri di servizio. Rimane salva la possibilità di adottare la sospensione precauzionale dall’impiego di cui all’articolo 916, in caso di sospensione o mancato avvio del procedimento disciplinare.”).
3.1. Nel caso di specie, peraltro. la superiore considerazione si attaglia con evidenza al caso concreto: deve infatti essere considerato che, pur “caduta” l’originaria ipotesi di riciclaggio, non sono risultati smentiti, comunque, gli stretti rapporti di collaborazione intrattenuti dall’appellante (in collaborazione con altri appartenenti alla Polizia di Stato, taluni dei quali in corso di identificazione al momento in cui venne emessa l’ordinanza cautelare) nella gestione della discoteca, -OMISSIS-, appartenente ad un malavitoso – tale -OMISSIS–, accusato di fare parte del clan dei casalesi, esuberanti financo dal mero rapporto di guardiania e sfociati in una stabile collaborazione dell’organizzazione di serate danzanti ivi intrattenute: è evidente che una compiuta disamina di tutti gli indizi sottesi a detta condotta (reputata irrilevante sul piano penale, ma certamente rilevante invece, su quello disciplinare) non poteva che discendere dalla integrale conoscenza degli atti di causa il che, si ripete, è avvenuto soltanto con la emissione del decreto di archiviazione.
5. In ultimo, l’amministrazione ha motivato in ordine al rilievo disciplinare delle condotte contestate (sebbene sia rimasto escluso il rilievo penale delle medesime) e ciò discende dall’autonomia dei due procedimenti: trattasi di valutazione sindacabile soltanto nei limiti della manifesta irragionevolezza od arbitrarietà od abnormità, ma tali parametri non sono certamente riscontrabili nel caso in esame (l’avere intrattenuto comportamenti amichevoli con un malavitoso – tale -OMISSIS- – accusato di fare parte del clan dei casalesi, e di concorso nella gestione della discoteca, -OMISSIS-, esuberanti financo dal mero rapporto di guardiania e sfociati in una stabile collaborazione dell’organizzazione di serate danzanti ivi intrattenute, ben può rientrare nello spettro della incompatibilità assoluta all’esercizio di funzioni delicate come quelle di polizia giudiziaria, oltre che cagionare irrimediabili pregiudizi al prestigio del Corpo ci appartenenza), come non sembra quindi abnorme la sanzione applicata, a fronte delle dette condotte come sopra accertate.
7. Le spese processuali del secondo grado di giudizio seguono la soccombenza, e pertanto l’appellante deve essere condannato a corrisponderle alle appellate amministrazioni, nella misura di complessivi Euro duemila (Euro 2000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.
Condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali del secondo grado di giudizio in favore delle appellate amministrazioni, nella misura di complessivi Euro duemila (Euro 2000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare l’appellante e gli altri soggetti citati nella parte in fatto e nella motivazione in diritto.
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