Source: https://www.economiapertutti.com/page/3
Timestamp: 2020-05-28 03:17:15+00:00
Document Index: 97103249

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 43', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 23', 'art. 18', 'art. 23', 'art. 18', 'art. 49', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 49', 'art. 63', 'art. 18', 'art. 63', 'art. 23', 'art. 16', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 15', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 21', 'art. 26', 'art. 3']

Economia per tutti - news economia ed investimenti - Pagina 3 di 77 - Il portale di economia e finanza
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Febbraio 13th, 2020 Paolo Chiari
L’Agenzia delle Entrate, con il Comunicato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie generale n. 305, Supplemento Ordinario n. 47, di martedì 31 dicembre 2019, ha diffuso le tabelle elaborate dall’Automobile Club Italia (ACI) con i costi chilometrici di esercizio per l’anno 2020 (qui le tabelle ACI del 2019) di autoveicoli, motocicli, microcar e ciclomotori, in base a quanto previsto dall’articolo 3, comma 1, Decreto Legislativo n. 314 del 2 settembre 1997.
La suddivisione per alimentazione, marca e modello
Le tabelle dei costi chilometrici, che risultano suddivise per tipo di alimentazione, marca e modello, sono indispensabili sia per poter conteggiare l’importo dei rimborsi spettanti ai dipendenti, ai collaboratori od ai professionisti che utilizzano il proprio veicolo svolgendo attività a favore del datore di lavoro che per poter effettuare il calcolo del fringe-benefit, ossia della retribuzione in natura derivante dalla concessione in uso ai dipendenti dei veicoli aziendali che vengono utilizzati ad uso promiscuo sia per esigenze di lavoro che per esigenze personali, che i dipendenti stessi devono poi indicare nella propria dichiarazione dei redditi.
In base a quanto fissato dalla Legge di Bilancio 2020, che modifica la tassazione sulle auto aziendali, le tabelle risultano sdoppiate, le prime riportano i valori per il fringe benefit valevoli fino al 30 giugno 2020 mentre le seconde riportano i valori del fringe benefit valevoli con decorrenza dal 1 luglio 2020 in poi.
Cosa cambia nei costi chilometrici dal 1 luglio 2020
In pratica dal 1 luglio 2020 il conteggio risulterà differente, per i contratti stipulati dal 1 luglio 2020 entreranno in vigore le nuove regole di tassazione delle auto aziendali concesse in uso promiscuo, che andranno a penalizzare i veicoli maggiormente inquinanti.
Di conseguenza la deducibilità dei costi sostenuti per i veicoli aziendali sarà differenziata in base ai valori di emissione di anidride carbonica, e con l’aumentare delle emissioni andrà ad aumentare anche il reddito da lavoro e perciò l’imposta dovuta. In pratica, le tabelle valevoli nei primi sei mesi indicano solamente il valore del fringe benefit calcolato sul 30% del totale, mentre quelle valevoli nella seconda metà dell’anno indicano i valori del fringe benefit calcolato sul 25%, sul 30%, sul 40% e sul 50% del totale.
Per ambedue i periodi le tabelle ACI 2020 riportano i costi chilometrici di esercizio dei veicoli ad uso promiscuo suddivisi in base alla tipologia di alimentazione. Si ricorda che le tabelle ACI del benefit veicoli vengono elaborate sulla base di una percorrenza annuale di 15.000 chilometri, che risulta quella prevista dalla normativa fiscale per il computo del reddito da riportare in busta paga. Il fringe benefit annuale, indicato nell’ultima colonna a destra, oppure nelle ultime quattro colonne di destra, è ottenuto moltiplicando il costo al chilometro del veicolo interessato per 15.000 e conteggiando poi le sopra indicate percentuali del risultato, percentuali che la normativa fiscale attribuisce all’uso privato da parte del dipendente.
Come determinare i valori relativi ad ogni veicolo
Nell’ipotesi in cui il veicolo sia un nuovo modello, non riportato nelle tabelle dei costi chilometrici, l’importo dovrà essere calcolato prendendo come riferimento quello che per tutte le sue caratteristiche risulti essere più similare al veicolo in questione. Accedendo al sito dell’ACI, all’indirizzo internet www.aci.it c’è la possibilità di eseguire il conteggio direttamente online.
Febbraio 10th, 2020 Paolo Chiari
La Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019, agisce in modo rilevante sul regime forfettario inserendo, a decorrere dal 1 gennaio 2020, un nuovo requisito di accessibilità, che va ad affiancarsi al limite dei ricavi e dei compensi ragguagliati ad anno di 65.000,00 euro e che riguarda i contribuenti che sostengono costi per lavoro dipendente e per collaboratori oltre uno specifico limite.
Di fatto la Legge di Bilancio 2020, con decorrenza dal 1 gennaio 2020, ha nuovamente inserito la condizione di accessibilità riguardante il sostenimento di costi per lavoro dipendente e per collaboratori, impostato in maniera simile a quello in vigore fino al 2018, con l’innalzamento del precedente limite da 5.000,00 a 20.000,00 euro.
Oltre a ciò la suddetta Legge inserisce una nuova causa di esclusione al regime forfettario per i soggetti che, nell’anno precedente, hanno percepito redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, che superano l’importo di 30.000,00 euro.
Il suddetto limite non deve essere preso in esame nel caso in cui il rapporto di lavoro sia terminato.
Inoltre, per i soggetti in regime forfettario, la Legge di Bilancio 2020 ha inserito ulteriori rilevanti novità, di seguito indicate:
l’inserimento di un credito di imposta per l’acquisizione di beni strumentali nuovi, che va a subentrare al super e all’iper ammortamento;
la riduzione di un anno dei termini di decadenza dell’accertamento, prescritti dall’articolo 43, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 29 settembre 1973, ovvero al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, nel caso in cui il fatturato annuale sia unicamente composto da fatture elettroniche;
la compartecipazione del reddito assoggettato all’imposta sostitutiva ai fini della valutazione dei requisiti reddituali per la fruibilità o per la definizione di deduzioni, di detrazioni o di altri benefici, anche di natura non fiscale.
Infine, la Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019, ha abolito l’imposta sostitutiva per i ricavi e per i compensi fino a 100.000,00 euro, che era stata inserita dalla Legge di Bilancio 2019, art. 1 commi 17-22 della Legge n. 145 del 30 dicembre 2018.
I nuovi requisiti per l’accesso e per la permanenza nel regime forfettario
Con inizio dal 1 gennaio 2020, in conseguenza delle variazioni apportate dalla Legge di Bilancio 2020, il regime forfettario è accessibile nei caso in cui, con riferimento all’anno precedente, siano contemporaneamente rispettati i requisiti di seguito indicati:
ricavi conseguiti o compensi percepiti per un importo non superiore a 65.000,00 euro, ragguagliati ad anno;
aver sostenuto, nell’anno precedente, costi per lavoro dipendente e per collaboratori per un importo non superiore a 20.000,00 euro.
I costi per lavoro dipendente e per collaboratori
Con decorrenza dal 1 gennaio 2020, l’accessibilità al regime agevolato è subordinata al fatto che siano stati sostenuti costi per lavoro dipendente e per collaboratori per un importo non superiore a 20.000,00 euro.
Il suddetto limite deve essere preso in considerazione tenendo conto dell’ammontare globale lordo dei costi sostenuti nell’anno precedente, di conseguenza per poter avere accesso o per poter avere permanenza nel regime nell’anno 2020, è necessario prendere a riferimento i costi sostenuti nell’anno 2019.
I costi che contribuiscono alla composizione del suddetto limite sono quelli riguardanti:
i lavoratori dipendenti, per i quali devono ritenersi inclusi i costi sostenuti in conseguenza del prestito di personale, così come confermato dalla Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 275/E del 3 luglio 2008;
il lavoro accessorio previsto dall’articolo 70 del Decreto Legislativo n. 276 del 10 settembre 2003, la cui disciplina è stata soppressa dal Decreto Legge n. 25 del 17 marzo 2017, convertito dalla Legge n. 49 del 20 aprile 2017;
i collaboratori di cui all’articolo 50, comma 1, lettere c) e c-bis) del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, anche nel caso in cui siano assunti in base alle regole equiparabili ad un progetto, secondo quanto previsto dall’articolo 61 e seguenti del Decreto Legislativo n. 276 del 10 settembre 2003;
le somme corrisposte per le prestazioni di lavoro compiute dall’imprenditore stesso oppure dai suoi familiari, ai sensi dell’articolo 60 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986;
gli utili distribuiti agli associati in partecipazione con apporto costituito da solo lavoro, in base a quanto previsto dall’articolo 53, comma 2, lettera c), del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986.
Come precisato dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 7/E del 28 gennaio 2008, devono considerarsi esclusi dal suddetto limite i compensi corrisposti per prestazioni di lavoro che hanno natura occasionale.
La non rilevanza dei costi relativi ai beni strumentali
Anche per l’anno 2020 i costi dei beni strumentali acquistati nel corso del regime forfettario proseguono a non avere rilevanza ai fini dell’accessibilità al regime stesso.
Inoltre per l’anno 2020 viene riconosciuta, anche ai contribuenti in regime forfettario, l’opportunità di avvalersi del nuovo credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, inserito in sostituzione del super e dell’iper ammortamento con la Legge di Bilancio 2020, Legge n. 160 del 27 dicembre 2019.
Infatti, la disposizione che stabilisce il credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, prevede che detta agevolazione sia operativa a prescindere dalla dimensione e dal regime fiscale di definizione del reddito del soggetto che intende avvalersene.
Le cause di esclusione al regime forfettario in vigore dall’anno 2020
In conseguenza delle variazioni apportate al regime forfettario dalla Legge di Bilancio 2020, a decorrere dal 1 gennaio 2020, è entrata in vigore la preclusione dell’applicazione del regime agevolato nel caso in cui, nell’anno precedente, siano stati percepiti redditi di lavoro dipendente o a questi assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, che eccedono l’importo di 30.000,00 euro.
Questa norma ha lo scopo di non consentire che i soggetti che hanno svolto attività di lavoro dipendente o assimilato da cui abbiano conseguito livelli reddituali abbastanza alti, nell’anno precedente a quello di applicazione del regime forfettario, possano tuttavia usufruire di detto regime per le attività d’impresa, arti o professioni esercitate.
L’inserimento di questa nuova causa di esclusione deve essere valutato sulla base dei redditi conseguiti nell’anno precedente all’utilizzazione del regime, vale a dire nel 2019, e va ad aggiungersi alle altre cause di esclusione già fissate dall’art. 1, comma 57, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014, di seguito riportate:
l’utilizzazione di regimi speciali Iva e di determinazione forfettaria del reddito;
la residenza fiscale all’estero, ad esclusione dei residenti in Stati UE/SEE che generano in Italia come minimo il 75% del reddito complessivo;
l’effettuazione, in via esclusiva o prevalente, di vendite di fabbricati o di loro porzioni, di terreni edificabili o di mezzi di trasporto nuovi;
la partecipazione in società di persone, in associazioni oppure in imprese familiari, di cui all’art. 5 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, e controllo, diretto o indiretto, di società a responsabilità limitata oppure di associazioni in partecipazione, che svolgono attività economiche direttamente o indirettamente equiparabili a quelle effettuate dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni;
l’esercizio dell’attività in prevalenza nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso oppure erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta o nei confronti di soggetti che agli stessi possano essere, direttamente o indirettamente, ricondotti, con l’esclusione dei soggetti che intraprendono una nuova attività dopo aver effettuato il previsto periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni.
I soggetti che hanno utilizzato il regime agevolato nell’anno 2019 anche se in presenza di una partecipazione in una società di persone oppure in un’associazione professionale, usufruendo delle precisazioni fornite dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019, per poter continuare a rimanere nel regime agevolato, devono aver venduto la partecipazione entro il 31 dicembre 2019, in caso contrario si deve procedere all’uscita dal regime ed al conseguente passaggio al regime ordinario.
Al paragrafo 2.3.2 la Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019 precisa che le cause di impedimento connesse al possesso di partecipazioni di controllo in società a responsabilità limitata ed all’esercizio dell’attività in prevalenza nei confronti del datore di lavoro attuale o passato devono essere esaminate al termine del periodo d’imposta in cui il soggetto ha utilizzato il regime agevolato e, nel caso siano accertate, causano l’uscita dal regime dall’anno seguente.
La scelta volontaria della fatturazione elettronica
L’utilizzazione del regime forfettario fa beneficiare dell’esonero, salvo comunque che non si decida per l’adesione spontanea, dagli obblighi di fatturazione elettronica di cui all’art. 1, comma, 3 del Decreto Legislativo n. 127 del 5 agosto 2015, rimanendo tuttavia in essere i vincoli, previsti dal paragrafo 4.1 della Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 9 del 10 aprile 2019, per quanto riguarda la fatturazione elettronica nei confronti della Pubblica Amministrazione.
Allo scopo di incoraggiare la scelta volontaria della fatturazione elettronica, la Legge di Bilancio 2020 ha disposto che per i contribuenti in regime forfettario che hanno un fatturato annuo composto unicamente da fatture elettroniche, il termine di decadenza per l’accertamento previsto dall’art. 43, comma 1, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 29 settembre 1973, è ridotto di un anno, passando, di conseguenza, al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, come previsto dall’art. 1, comma 74, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014.
Il requisito reddituale per il beneficio delle agevolazioni
La Legge di Bilancio 2020 ha inserito un’ulteriore modificazione la quale prevede che venga incluso il reddito soggetto al regime forfettario ai fini della spettanza, ovvero del calcolo della misura di agevolazioni di qualunque tipologia.
E’ stato sostituito il comma 75, dell’articolo 1, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014, prevedendo che, per il l’individuazione della spettanza o per la definizione di deduzioni, di detrazioni oppure di benefici di qualunque titolo, anche se di natura non tributaria, nel caso in cui le disposizioni in vigore facciano riferimento al possesso di requisiti reddituali, si tiene in ogni modo conto anche del reddito assoggettato al regime forfettario.
Al contrario la precedente versione della disposizione prevedeva solamente che il reddito dell’attività sottoposta al regime forfettario:
fosse rilevante ai fini dell’individuazione delle detrazioni per carichi di famiglia previste dall’articolo 12, comma 2, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986;
non fosse rilevante ai fini dell’individuazione delle altre detrazioni previste dall’articolo 13, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986.
L’imposta sostitutiva per ricavi e compensi fino a 100.000,00 euro
Infine la Legge di Bilancio 2020, in riferimento ai regimi agevolati di tassazione del reddito d’impresa o di lavoro autonomo, ha abolito l’imposta sostitutiva del 20% per le persone fisiche che avrebbero conseguito ricavi e compensi fino a 100.000,00 euro, che era stata inserita dall’articolo 1, commi 17-22 della Legge n. 145 del 30 dicembre 2018 e che avrebbe dovuto entrare in vigore a decorrere dall’anno 2020. In conseguenza della suddetta abolizione, il sopraindicato regime fiscale non ha, evidentemente, mai trovato la sua applicazione.
Pagamenti in contanti: limiti e novità del Decreto Legge n. 124/2019
Novembre 25th, 2019 Paolo Chiari
Rispetto alla precedente normativa, il Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019, all’art. 18, comma 1, lettera a), stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.
l’importo limite di 999,99 euro entrerà in vigore dal 1 gennaio 2022;
dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro, e uguale variazione sarà in vigore per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute.
L’art. 18, comma 1, lettera b), del suddetto Decreto Legge stabilisce, inoltre, per necessità di uniformità sistematica, che:
per le infrazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
per le infrazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.
Inoltre, a decorrere dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo, mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.
Pertanto, appaiono equiparate, dall’intento di disincentivare l’utilizzazione di pagamenti in contanti e di favorire la tracciabilità dei trasferimenti di denaro, le novità che l’art. 18, comma 1, lettera a), e l’art. 23, comma 1, lettera b), del succitato Decreto Legge apportano in materia di limitazioni all’utilizzazione del contante e di obbligo di accettazione di pagamenti tramite carte di pagamento.
La diminuzione del limite all’utilizzazione del denaro contante
Come anzidetto l’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una graduale diminuzione del limite all’utilizzazione dei pagamenti in contanti verso quota 999,99 euro, dagli attuali 2.999,99 euro.
dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021 sarà, invece, in vigore l’importo limite di 1.999,99 euro.
Il divieto in argomento ha effetto, ai sensi dell’art. 49, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per il trasferimento sia di denaro contante che di titoli al portatore, eseguito a qualsivoglia titolo tra soggetti diversi, sia persone fisiche che giuridiche.
Il limite all’utilizzazione dei contanti, quale che ne sia la causa o il titolo, ha validità anche nel caso in cui il trasferimento venga eseguito con più pagamenti per singoli importi inferiori alla soglia, che in tale modo appaiono frazionati artificiosamente.
In base a quanto stabilito dall’art. 1, comma 2, lettera v), del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, per operazione frazionata si intende un’operazione unitaria sotto il profilo economico, di valore pari o superiore ai limiti stabiliti dallo stesso Decreto Legislativo, posta in essere tramite più operazioni, singolarmente inferiori ai limiti stabiliti, eseguite in momenti diversi ed in un circoscritto periodo di tempo fissato in 7 giorni, ferma restando l’esistenza dell’operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale.
L’art. 18, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce una simile diminuzione del limite verso quota 999,99 euro anche per la soglia riguardante l’attività di cambiavalute di cui all’art. 49, comma 3, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.
La disciplina sanzionatoria sui limiti dei pagamenti in contanti
Per quanto riguarda l’aspetto sanzionatorio, in base a quanto stabilito dall’art. 63, comma 1, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007, fatta salva l’efficacia degli atti, alle violazioni della disciplina in argomento viene applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 3.000,00 euro ad un massimo di 50.000,00 euro.
L’art. 18, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 stabilisce, per necessità di uniformità sistematica rispetto alle novità apportate in ordine alle limitazioni di utilizzazione del denaro contante, che:
per le violazioni commesse e contestate dal 1 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, il minimo edittale sarà pari a 2.000,00 euro, rispetto agli attuali 3.000,00 euro;
per le violazioni commesse e contestate a decorrere dal 1 gennaio 2022, il minimo edittale verrà ulteriormente diminuito a 1.000,00 euro.
Per quanto riguarda le violazioni per importi superiori a 250.000,00 euro, la sanzione continua ad essere quintuplicata nel minimo e nel massimo edittali, come stabilito dall’art. 63, comma 6, del Decreto Legislativo n. 231 del 21 novembre 2007.
La mancata accettazione di pagamenti mediante carte di pagamento
Con decorrenza dal 1 luglio 2020, la mancata accettazione di pagamenti di qualsivoglia importo mediante carte di pagamento, da parte di soggetti che esercitano l’attività di vendita di beni e di prestazioni di servizi, anche professionali, verrà punita con la sanzione amministrativa di 30,00 euro aumentati del 4% del valore della transazione che è stata rifiutata, così come stabilito dall’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019.
Tramite la comparazione con il valore della transazione si intende commisurare la sanzione in ragione dell’importo relativamente al quale viene rifiutato il pagamento attraverso strumenti elettronici.
E’ da sottolineare che il comportamento tipico non è quello di non dotarsi di un POS (Point of Sale) per consentire il pagamento elettronico, bensì la mancata accettazione di questo strumento di pagamento.
E’ da precisare, inoltre, che per le sanzioni riguardanti le violazioni in questione trovano applicazione sia le procedure che i termini previsti dalla Legge n. 689 del 24 novembre 1981, tuttavia, viene esplicitamente esclusa l’applicazione del pagamento in misura ridotta di cui all’art. 16 della Legge stessa.
Chi dovrà controllare le violazioni?
Alla constatazione delle violazioni sono chiamati a provvedere, ai sensi dell’art. 13, comma 4, della Legge n. 689 del 24 novembre 1981, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria, nonché gli organi che, ai sensi dell’art. 13, comma 1, della Legge stessa, sono preposti al controllo sull’osservanza delle disposizioni per la violazione delle quali è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro.
L’autorità competente a ricevere la relazione riguardante le violazioni in argomento è il Prefetto del territorio nel quale le stesse hanno avuto luogo, come stabilito dell’art. 23, comma 1, lettera b), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019. Infine è da tenere presente che l’art. 23, comma 1, lettera a), del Decreto Legge n. 124 del 26 ottobre 2019 interviene a modificare il comma 4 dell’art. 15 del Decreto Legge n. 179 del 18 ottobre 2012 procedendo a sostituire le parole “carte di debito e di credito” con le parole “carte di pagamento, relativamente ad almeno una carta di debito e una carta di credito”.
Ottobre 24th, 2019 Redazione
Quando si valuta una polizza per la casa, obbligatoria o meno che sia, non è mai un’operazione semplice e richiede la valutazione di una serie di informazioni al fine di capire quale è il prodotto migliore che offre il mercato.
I fattori che determinano la scelta della polizza per la casa
Dato che esistono un’infinità di coperture per la casa come quelle che si possono trovare su http://www.polizzecasa.net/, è bene informarsi in modo attento su ciò che prevede il contratto per scegliere la polizza che più si adatta alle nostre esigenze.
Il primo errore da evitare assolutamente è quello di provare a risparmiare rinunciando a quelle coperture che invece sono di primaria importanza. È meglio spendere altro tempo per ricercare la combinazione migliore tra garanzie complete e prezzo. Per capire come confrontarle non c’è che da valutare quello che serve ed il budget a disposizione.
La prima cosa da fare è invece valutare le caratteristiche principali della propria casa e del luogo in cui sorge. Ha tubature vecchie? Si trova a portata di mano dei ladri? Vi sono custoditi degli oggetti antichi o di valore? C’è poi da considerare se l’abitazione è inserita in un condominio o si tratta di una villetta indipendente, se è abitata sempre oppure occasionalmente.
I rischi da valutare per le coperture assicurative
Un altro rischio da valutare è dato dal vicinato, sia relativamente ai rischi che può provocare ma anche in base a quelli che potremmo provocare noi. Se esistono dubbi relativi a questioni di proprietà o vi sono delle controversie, allora una garanzia per la tutela legale potrebbe rivelarsi davvero preziosa per affrontare con serenità qualsiasi evento si possa presentare.
C’è da sapere che le assicurazioni casa, in caso di danni, provvedono a stabilire le cause attraverso una perizia. Se da questa emerge che i danni sono causati da colpa o dolo del proprietario di casa o del convivente, non ci sarà nessun risarcimento. Anche in caso di negligenza, come lasciare sigarette accese o le chiavi sulla porta di casa, non vi sarà alcuna copertura da parte della compagnia assicurativa.
Se abbiamo scelto una polizza per la casa che copre i danni all’immobile e alle sue mura, non potremo certo aspettarci un risarcimento per danni al contenuto della casa, a meno che non sia stato specificato nel contratto. L’importante è quindi valutare con estrema attenzione le condizioni ed i termini del contratto, perché sono gli elementi che definiscono la polizza.
Alcune nozioni fondamentali quando si sottoscrive una polizza
L’indennizzo altro non è che la somma che l’assicurazione riconosce a chi stipula la polizza quando si verifica il danno. Il massimale è invece la cifra massima che la compagnia esborsa in caso di danno specifico previsto dalla polizza, mentre la franchigia è la parte di danno che resta a carico dell’assicurato. Se i danni sono inferiori alla franchigia, non saranno risarciti. Infine esiste il premio che corrisponde al costo della polizza. Il suo pagamento può essere annuale oppure frazionabile.
Commercio di legname: come scegliere il venditore
Il commercio di legname a Milano vanta una lunga tradizione, come si evince dalla quantità di punti vendita (specializzati o meno, produttori o meno) che consentono di acquistare prodotti lignei. Certo, ciò potrebbe provocare un certo disorientamento nel cliente che si trova a decidere tra questo o quel venditore.
Dunque, è bene fare il punto sui criteri che dovrebbero muovere questa scelta.
L’offerta. Un venditore, o un produttore, capace di predisporre un’offerta ampia e variegata certamente merita fiducia. Ovviamente, verificate se all’interno di questa offerta è presente proprio il prodotto che state cercando.
I feedback. É forse il criterio più importante. Prendere in considerazione l’opinione di clienti ed ex clienti consente di maturare un’opinione sul venditore/produttore quanto più vicina alla realtà. Tra l’altro, la ricerca e l’analisi dei feedback è oggi facilitata dalla presenza online che caratterizza buona parte dei venditori e dei produttori (anche nel settore del legname).
Il know-how. Spesso è la storia a parlare per un venditore o un produttore. Una realtà che è presente sul mercato da molti anni, o addirittura da decenni, ha giocoforza maturato un know-how significativo, che in questo caso è una garanzia di qualità.
Commercio di legname a Milano: un consiglio
Se state cercando un’impresa impegnata nel commercio di legname a Milano, vi troverete a scegliere tra molti nomi importanti o, perché no, piccole imprese che però hanno dimostrato di stare bene sul mercato. Tuttavia, c’è una realtà che spicca sulle altre: la Enrico Comotti S.p.A.
A ben vedere questa solida realtà presenta tutti quei tratti che rendono un venditore/produttore meritevole di fiducia. Propone un’offerta eccellente sotto il profilo della quantità, della varietà e della qualità. Inoltre, oltre a produrre e vendere prodotti lignei, è impegnata nel settore edilizio ed offre servizi di progettazione. I feedback, online e offline, sono estremamente positivi e di gran lunga superiori alla media. Infine, ha alle spalle una storia lunga quasi un secolo, che – come abbiamo anticipato nel paragrafo precedente – è sinonimo di qualità.
Cosa vende la Enrico Comotti
La Enrico Comotti S.p.A. è leader nel commercio di legname a Milano e provincia. L’offerta, lo abbiamo già detto, è incredibilmente ampia. Di seguito presentiamo alcuni dei prodotti di punta, spiegando in quali casi vanno acquistati e offrendo qualche spunto sul loro utilizzo.
I truciolari. La linea comprende pannelli di compensato di vario spessore (da 3 a 5 mm) e dimensione fissa (120 x 250 cm), afferenti alla tipologia “oriented strand board”, che suggerisce una composizione multistrato. Possono essere utilizzati per la realizzazione di pareti interne, in sostituzione del più debole e deperibile cartongesso.
I pannelli per l’edilizia. La linea comprende pannelli a tre strati realizzati con varie tipologie di legno (in primis conifera). Godono di una certa valenza strutturale, dunque possono essere impiegati per la realizzazione di fabbricati in legno. Anche perché gli strati vengono incollati per mezzo dell’alta pressione e con leganti capaci di resistere all’acqua e agli alcoli.
I segati. Questa linea è molto eterogenea e comprende semplici travi piuttosto che morali, travi, travetti, smezzole e persino listelli in abete. Gli usi sono i più disparati e comprendono anche la costruzione dei fabbricati. Richiedono comunque un trattamento ulteriore: il grado di rifinitura è infatti volutamente basso, in modo da garantire una certa versatilità al prodotto.
Luglio 24th, 2019 Paolo Chiari
Nella Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019, noto come “Decreto Crescita”, è contenuta una disposizione che modifica l’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in materia di imposizione fiscale dei redditi di locazione di immobili abitativi non incassati dal locatore.
la norma fino a questo momento vigente prevedeva che i canoni non incassati non concorressero alla formazione del reddito solamente dal momento del termine del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità;
la nuova norma prevede invece la detassazione dal momento dell’ingiunzione di sfratto oppure dall’intimazione di pagamento, tuttavia, per specifica previsione contenuta nella stessa, troverà applicazione ai contratti di locazione stipulati dal 1 gennaio 2020.
L’imposizione fiscale per competenza dei redditi fondiari
In base a quanto stabilito dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, in linea di principio, i redditi fondiari concorrono alla formazione del reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari, indipendentemente dall’effettivo incasso.
Di conseguenza, anche nel caso in cui il locatario non provveda al pagamento dei canoni, il locatore è in ogni caso tenuto a dichiarare i redditi da locazione da questi derivanti.
In ogni caso questa norma è soggetta ad un’eccezione relativamente ai contratti di locazione di immobili abitativi.
L’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, come fino a questo momento vigente, prevedeva, infatti, che, nel caso in cui il locatario di un immobile abitativo non provveda al pagamento dei canoni di locazione dovuti al locatore, quest’ultimo è in ogni caso tenuto a dichiararli ugualmente fino al momento in cui non giunga a termine il procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del locatario.
A titolo di esempio, se un locatario non ha provveduto al pagamento dell’affitto nell’anno 2018, ma in data 30 aprile 2019 il locatore ottiene la convalida di sfratto, nel Modello Redditi Persone Fisiche 2019 ha la possibilità di dichiarare solamente la rendita dell’immobile abitativo.
Al contrario, se, pur non avendo incassato i canoni di locazione nell’anno 2018, il locatore non ottiene la convalida di sfratto entro la scadenza del termine per la presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche 2019, egli dovrà provvedere a dichiarare in ogni caso i canoni non incassati, ma gli spetterà un credito di imposta una volta ottenuta la convalida di sfratto.
L’anzidetta deroga alla imposizione fiscale dei redditi fondiari stabilita dal secondo periodo dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi è operativa solamente per i contratti di locazione di immobili abitativi, mentre per quanto riguarda i contratti di locazione di immobili commerciali rimane valida la norma generale disposta dall’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi in base alla quale i “redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo dei soggetti che ne sono titolari”.
La detassazione anticipata
La modificazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi effettuata dalla Legge di conversione del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 è rivolta a variare proprio l’anomalia sopra rappresentata, operante per i contratti di locazione di immobili abitativi.
Nello specifico, la nuova norma concede al locatore di escludere dalla imposizione fiscale i redditi provenienti da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non incassati, con il vincolo che il mancato incasso sia documentato, in alternativa:
Come chiarito nel Dossier Illustrativo del Servizio Studi della Camera del 20 giugno 2019, il locatore che non abbia incassato canoni di locazione potrà “usufruire della detassazione dei canoni non percepiti senza dover attendere la conclusione del procedimento di convalida di sfratto, ma provandone la mancata corresponsione in un momento antecedente, ovvero mediante l’ingiunzione di pagamento o l’intimazione di sfratto per morosità”.
E’ stata aggiunta una disposizione in base alla quale, ai canoni non incassati dal locatore nei periodi d’imposta di riferimento ed incassati in periodi d’imposta successivi viene applicata la tassazione separata stabilita all’art. 21 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, con le regole previste per i redditi percepiti a titolo di rimborso di imposte, o di oneri dedotti dal reddito complessivo oppure per i quali si è fruito della detrazione in periodi di imposta precedenti.
Conseguentemente nel suddetto Dossier è riportato “per tali redditi l’imposta è determinata applicando all’ammontare percepito l’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all’anno in cui essi sono percepiti”.
A seguito di apposita volontà legislativa, la nuova formulazione dell’art. 26 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi avrà applicazione per i contratti stipulati dal 1 gennaio 2020.
Il riferimento alla stipula del contratto fa sorgere qualche dubbio circa l’applicabilità della nuova disposizione ai contratti prorogati dal 1 gennaio 2020.
Oltre a ciò, la nuova disposizione non avrà influenza sulla redazione del modello Redditi Persone Fisiche 2020, relativo ai redditi dell’anno 2019.
La norma transitoria L’art. 3-quinquies, comma 2, del Decreto Legge n. 34 del 30 aprile 2019 convertito, evidenzia che, per i contratti redatti prima della data di entrata in vigore della nuova disposizione, rimane fermo il riconoscimento di un credito di imposta di uguale importo rispetto alle imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non incassati come da accertamento avvenuto nell’ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità.