Source: http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20041116201534
Timestamp: 2017-04-26 13:53:04+00:00
Document Index: 84545155

Matched Legal Cases: ['art. 96', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 23', 'art. 46', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 65', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 1']

Corte internazionale sul muro in Cisgiordania :: Studi per la pace
Hits: 4245 Conflitto israelo arabo palestinese
approfondimenti dal sito dei Giuristi Democratici www.giuristidemocratici.it
traduzione Dr. Fabio Marcelli
"Quali conseguenze giuridiche derivano dalla costruzione del muro da parte di Israele, Potenza occupante, nei territori palestinesi occupati, comprese le zone attorno e all'interno di Gerusalemme Est, come descritto nel Rapporto del Segretario generale che prende in considerazione le regole ed i principi di diritto internazionale, compresa la Quarta Convenzione di Ginevra e le rilevanti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell'Assemblea generale?": la barriera in Cisgiordania, secondo il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (14 voti favorevoli e solo uno contrario, quello del giudice americano Thomas Buerghenthal) emesso sulla riportata richiesta dell'Assemblea Generale N.U. (A ES 10/L. 16 del 8 dicembre 2003) ex art. 96 della Carta, viola il diritto internazionale.
1. Estratto del parere della Corte internazionale di Giustizia sul muro
2. Il parere della Corte internazionale di Giustizia sul muro (articolo di Fabio Marcelli)
(cfr. anche www.giuristidemocratici.it)
71. Nel 1947, il Regno Unito rese nota la sua intenzione di procedere alla completa evacuazione del territorio sotto mandato entro il 1° agosto 1948, data in seguito anticipata al 15 maggio 1948. Nell'intervallo, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva adottato il 29 novembre 1947 la risoluzione 181 (II) sul futuro governo della Palestina, risoluzione che "[r]accomanda al Regno Unito... così come a tutti gli altri Membri dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, l'adozione e l'applicazione.... del piano di divisione" del territorio, previsto nella risoluzione, fra due Stati indipendenti, uno arabo, l'altro ebraico, così come l'instaurazione di un regime internazionale particolare per la città di Gerusalemme. La popolazione araba della Palestina e gli Stati arabi respinsero questo piano giudicandolo non equilibrato; Israele proclamò la propria indipendenza il 14 maggio 1948 in virtù della risoluzione dell'Assemblea generale, scoppiò quindi un conflitto armato fra Israele e vari Stati arabi e il piano di divisione non venne applicato. 72. Con risoluzione 62 (1948) del 16 novembre 1948, il Consiglio di sicurezza decise la conclusione di "un armistizio in tutti i settori della Palestina" e invitò le parti direttamente coinvolte nel conflitto a ricercare un accordo a tale fine. In conformità a tale decisione, vennero concluse nel 1949 delle Convenzioni generali d'armistizio fra Israele e gli Stati vicini grazie alla mediazione delle Nazioni Unite. Una tale Convenzione venne in particolare firmata a Rodi il 3 aprile 1949 fra Israele e la Giordania. Gli articoli V e VI di tale Convenzione fissarono la linea la linea di demarcazione dell'armistizio fra le forze israeliane e le forze arabe (linea in seguito spesso chiamata "linea verde" per il colore usato per tracciarla sulle cartine, e che sarà qui denominata in tal modo). Veniva precisato al paragrafo 2 dell'art. III che "[n]essun elemento delle forze militari o paramilitari... dell'una o dell'altra parte... non attraverserà per nessun motivo la linea di demarcazione...". Veniva convenuto al paragrafo 8 dell'art. VI che tali disposizioni "non verranno interpretate in modo tale da pregiudicare in nessun modo un accordo.... definitivo tra le parti". Inoltre, veniva precisato che "[l]a linea di demarcazione dell'armistizio definita agli artt. V e VI della ... Convenzione [veniva] accettata dalle Parti senza pregiudizio di ulteriori accordi territoriali, del tracciato delle frontiere o delle rivendicazioni di ciascuna delle Parti a tale proposito". La linea di demarcazione era suscettibile di subire delle variazioni con l'accordo delle Parti.
Poi, a seguito dell'adozione da parte di Israele, il 30 luglio 1980 della legge fondamentale che fa di Gerusalemme la capitale "intera e riunificata" d'Israele, il Consiglio di sicurezza, con risoluzione 478 (1980) del 20 agosto 1980, ha precisato che l'adozione di tale legge costituiva una violazione del diritto internazionale e che "tutte le misure e disposizioni legislative e amministrative adottate da Israele, Potenza occupante, che hanno modificato o mirano a modificare il carattere o lo status della città santa di Gerusalemme...erano nulle e non avvenute". Esso ha inoltre deciso di "non riconoscere la "legge fondamentale" e le altre azioni di Israele che tentano, sulla base di tale legge, di modificare il carattere e lo status di Gerusalemme. 76. In seguito, è intervenuto un trattato di pace il 26 ottobre 1994 fra Israele e la Giordania. Questo trattato fissa la frontiera tra i due Stati "con riferimento alla frontiera sotto il mandato... come essa è descritta nell'annesso Ia),.... senza pregiudizio alcuno allo status dei territori posti sotto il controllo del governo militare israeliano nel 1967 (articolo 3, paragrafi 1 e 2). Quanto all'annesso I, esso contiene le cartine corrispondenti e aggiunge che per quanto riguarda "il territorio passato sotto il controllo del governo militare israeliano nel 1967", la linea in tal modo tracciata "costituisce la frontiera amministrativa" con la Giordania.
1) una chiusura fornita di rilevatori elettronici;
2) un fossato (che potrà raggiungere i 4 metri di profondità);
3) una strada per pattugliamenti asfaltata a due corsie;
4) una strada che permette l'identificazione di eventuali trasgressori (fatta di sabbia liscia che permette il rilevamento di impronte) parallela alla chiusura;
5) sei parabordo di fili spinati accumulati che marcano il perimetro delle installazioni.
La Corte ricorda che nel 1971 essa ha sottolineato come l'evoluzione attuale del "diritto internazionale relativo ai territori non autonomi, come esso è consacrato dalla Carta delle Nazioni Unite, ha fatto dell'autodeterminazione un principio applicabile a tutti questi territori". La Corte ha aggiunto che "per effetto di tale evoluzione, non c'era dubbio che la "sacra missione" di cui al paragrafo 1 dell'art. 22 del Patto della Società delle Nazioni "aveva come obiettivo finale l'autodeterminazione... dei popoli in questione" (Conseguenze giuridiche per gli Stati della presenza continua del Sudafrica in Namibia (Africa del Sud-Ovest), nonostante la risoluzione 276(1970) del Consiglio di sicurezza, parere consultivo, CIJ Recueil 1971, p. 31-32, par. 52-53). La Corte si è riferita a tale principio in varie occasioni nella sua giurisprudenza (ibid.; vedi anche Sahara occidentale, parere consultivo, CIJ Recueil 1975, p. 68, par. 162). La Corte ha anche precisato che oggi il diritto all'autodeterminazione dei popoli è un diritto opponibile erga omnes (vedi Timor Orientale (Portogallo c. Australia), decisione, CIJ Recueil 1995, p. 102, par. 29). 89. Per quanto riguarda il diritto internazionale umanitario, la Corte rileva anzitutto che Israele non è parte della quarta Convenzione dell'Aja del 1907 alla quale è annesso il Regolamento. La Corte osserva che ai termini della Convenzione il Regolamento aveva per oggetto "rivedere le leggi e gli usi generali della guerra" tali quali essi esistevano all'epoca. In seguito, tuttavia, il Tribunale militare di Norimberga ha giudicato che le "regole definite nella Convenzione erano riconosciute da tutte le nazioni civilizzate ed erano considerate come una formulazione delle leggi e degli usi di guerra" (sentenza del Tribunale militare internazionale di Norimberga del 20 settembre e 1° ottobre 1946, p. 65). La Corte stessa è pervenuta alla stessa conclusione esaminando i diritti e i doveri dei belligeranti nella condotta delle operazioni militari (Liceità della minaccia o dell'uso di armi nucleari, parere consultivo dell'8 luglio 1996, CIJ Recueil 1996 (I), p. 256, par. 75). La Corte ritiene che le disposizioni del Regolamento dell'Aja del 1907 hanno acquisito un carattere consuetudinario, come d'altronde riconosciuto da tutti i partecipanti alla procedura di fronte alla Corte.
100. La Corte rileva infine che anche la Corte suprema israeliana, in una sentenza del 30 maggio 2004, ha giudicato che "le operazioni militari delle forze di difesa israeliane a Rafah, nella misura in cui colpiscono dei civili, sono disciplinate dalla quarta Convenzione dell'Aja relativa alla leggi e agli usi della guerra del 1907... e dalla Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra del 1949".
105. La Corte, nel suo parere consultivo dell'8 luglio 1996 sulla Liceità della minaccia o dell'uso delle armi nucleari, è stata condotta ad affrontare la prima questione per quanto riguarda il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici. Taluni Stati, in occasione di tale richiesta di parere, avevano sostenuto che "il Patto mira a proteggere i diritti umani in tempo di pace, mentre le questioni attinenti alla privazione illecita della vita nel corso di ostilità sono disciplinate dal diritto internazionale applicabile nei conflitti armati" (CIJ Recueil 1996 (I), p. 239, par. 24). La Corte ha respinto tale tesi, osservando che
117. La Corte ricorda che sia l'Assemblea generale che il Consiglio di sicurezza si sono riferiti, a proposito della Palestina, alla norma consuetudinaria "dell'inammissibilità dell'acquisizione di territorio mediante la guerra" (vedere paragrafi 74 e 87 supra). E' così che con risoluzione 242 (1967) del 22 novembre 1967, il Consiglio ha affermato, dopo aver richiamato tale norma, che "la realizzazione dei principi della Carta esige l'instaurazione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente che dovrebbe comprendere l'applicazione dei due principi seguenti:
i) ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto;
ii) cessazione di tutte le manifestazioni di belligeranza e di tutti gli stati di belligeranza e rispetto e riconoscimento della sovranità, dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica di ogni Stato della regione e dei loro diritti di vivere in pace all'interno di frontiere sicure e riconosciute al riparo di minacce o atti di forza".
E' su questa stessa base che il Consiglio ha condannato in varie occasioni le misure adottate da Israele al fine di modificare lo status di Gerusalemme (vedere paragrafo 75 supra). 118. Per quanto riguarda il principio di autodeterminazione dei popoli, la Corte osserva che l'esistenza di un "popolo palestinese" non può essere oggetto di discussione. Inoltre, questa esistenza è stata riconosciuta da Israele nello scambio di lettere intervenuto il 9 settembre 1993 tra Yasser Arafat, presidente dell'Organizzazione di liberazione della Palestina (OLP) e Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano. In questa corrispondenza, il presidente dell'OLP riconosceva il "diritto di Israele a vivere in pace e nella sicurezza" e prendeva vari altri impegni. In risposta, il primo ministro israeliano gli rendeva noto che, alla luce degli impegni in tal modo presi, "il governo israeliano decideva di riconoscere l'OLP come rappresentante del popolo palestinese". L'Accordo ad interim israelo-palestinese sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza del 28 settembre 1995 menziona a sua volta ripetutamente il popolo palestinese e i suoi "legittimi diritti" (preambolo, par. 4, 7, 8; art. II, par. 2; art. III, par. 1 e 3 ; art. XXII, par. 2). Secondo la Corte, fra tali diritti figura quello all'autodeterminazione, come l'Assemblea generale ha d'altronde riconosciuto in varie occasioni (vedere per esempio la risoluzione 58/163 del 22 dicembre 2003). 119. La Corte rileva che il tracciato del muro come stabilito dal governo israeliano incorpora nella "zona chiusa" (vedere paragrafo 85 supra) circa 80% dei coloni installati nel territorio palestinese occupato. D'altronde, l'esame della cartina menzionata al paragrafo 80 supra mostra che il tracciato sinuoso è stato stabilito in modo tale da includere nella zona la maggior parte delle colonie di popolamento installate da Israele nel territorio palestinese occupato (ivi compresa Gerusalemme Est). 120. Per quanto riguarda le colonie, la Corta nota che secondo il sesto alinea dell'art. 49 della quarta Convenzione di Ginevra: "la Potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile nel territorio da essa occupato". Questa disposizione non vieta solamente le deportazioni o trasferimenti forzati delle popolazioni come si sono avuti durante la seconda guerra mondiale, ma anche tutte le misure che può adottare una Potenza occupante al fine di organizzare e favorire il trasferimento di una parte della propria popolazione nel territorio occupato.
Del resto il Consiglio di sicurezza ha ritenuto che tale politica e tali pratiche "non hanno alcuna validità giuridica". Esso ha inoltre domandato "ad Israele in quanto Potenza occupante di rispettare scrupolosamente" la quarta Convenzione di Ginevra, e "di annullare tutte le misure già adottate e di astenersi da ogni misura tale da modificare lo status giuridico e il carattere geografico dei territori arabi occupati dal 1967, ivi compresa Gerusalemme, e da influire in modo sensibile sulla loro composizione demografica, e in particolare di non trasferire degli elementi della propria popolazione civile nei territori arabi occupati" (risoluzione 446 (1979) del 22 marzo 1979). Il Consiglio ha ribadito tale posizione con risoluzioni 452 (1979) del 20 luglio 1979 e 465 (1980) del 1° marzo 1980. In quest'ultimo caso ha anche qualificato "la politica e le pratiche di Israele che consistono nell'installazione di elementi della sua popolazione e di nuovi immigranti nei territori [occupati]" alla stregua di "violazione flagrante" della quarta Convenzione di Ginevra.
121. Pur notando l'assicurazione fornita da Israele che la costruzione del muro non equivale a un'annessione e che il muro è di natura temporanea (vedere paragrafo 116 supra), la Corte non potrebbe tuttavia restare indifferente ad alcuni timori espressi di fronte ad essa, secondo i quali il tracciato del muro pregiudicherebbe la futura frontiera tra Israele e Palestina, e al timore che Israele potrebbe inglobare le colonie di popolamento e le vie di circolazione che vi afferiscono. La Corte ritiene che la costruzione del muro e il regime che vi è associato creano sul terreno un "fatto compiuto" che potrebbe ben divenire permanente, nel quale caso, e nonostante la descrizione ufficiale che Israele dà del muro, la costruzione dello stesso equivarrebbe a un'annessione de facto. 122. La Corte richiama d'altronde che, secondo il rapporto del Segretario generale, il tracciato progettato ingloberebbe nella zona compresa tra la linea verde e il muro più del 16% del territorio della Cisgiordania. Circa 80% dei coloni installati nel territorio palestinese occupato, cioè 320.000 persone, vivrebbero in tale zona. Vi vivrebbero del pari 237.000 Palestinesi. Inoltre, per effetto della costruzione del muro, circa 160.000 altri Palestinesi risiederebbero in agglomerati quasi completamente accerchiati (vedere paragrafi 84, 85 e 119 supra). In altri termini, il tracciato prescelto per il muro consacra sul terreno le misure illegali adottate da Israele e deplorate dal Consiglio di sicurezza (vedere paragrafi 75 e 120 supra) per quanto riguarda Gerusalemme e le colonie di popolamento. La costruzione del muro rischia del pari di condurre a nuove modifiche nella composizione demografica del territorio palestinese occupato, nella misura in cui essa determini la partenza della popolazione palestinese di certe zone, come sarà spiegato al paragrafo 133 seguente. Questa costruzione, aggiungendosi alle misure adottate in precedenza, pone pertanto un ostacolo grave all'esercizio da parte del popolo palestinese del suo diritto all'autodeterminazione e viola in tal modo l'obbligo che grava su Israele di rispettare tale diritto.
124. Per quanto riguarda il Regolamento dell'Aja del 1907, la Corte ricorda che quest'ultimo tratta nella sua sezione II delle ostilità e in particolare dei "mezzi per nuocere al nemico, degli assedi e dei bombardamenti". Esso tratta nella sua sezione III dell'autorità militare nei territori occupati. Solo la sezione III è attualmente applicabile alla Cisgiordania e l'art. 23 g) del Regolamento che figura nella sezione II non è pertanto pertinente. La sezione III del Regolamento dell'Aja comprende in particolare gli artt. 43, 46 e 52, applicabili nel territorio palestinese occupato. L'articolo 43 obbliga l'occupante a prendere "tutte le misure che dipendano da lui al fine di ristabilire e assicurare, per quanto possibile, l'ordine e la vita pubblica, rispettando, salvo impedimento assoluto, le leggi in vigore nel paese". L'art. 46 aggiunge che la proprietà privata deve essere "rispettata" e "non può essere confiscata". Infine, l'art. 52 autorizza entro certi limiti le requisizioni in natura e dei servizi per i bisogni dell'esercito di occupazione.
Procedendo a siffatti trasferimenti o sgomberi, la Potenza occupante dovrà provvedere, in tutta la misura del possibile, affinché le persone protette siano ospitate convenientemente, i trasferimenti si compiano in condizioni soddisfacenti di salubrità, di igiene, di sicurezza e di vitto e i membri di una stessa famiglia non siano separati gli uni dagli altri. La Potenza protettrice sarà informata dei trasferimenti e degli sgombri non appena essi avranno avuto luogo. La Potenza occupante non potrà trattenere le persone protette in una regione particolarmente esposta ai pericoli della guerra, salvo che la sicurezza della popolazione o imperiose ragioni militari lo esigano. La Potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato".
"Nessun contratto, accordo o Regolamento potrà ledere il diritto di ogni singolo lavoratore, volontario o no, ovunque esso si trovi, di rivolgersi ai rappresentanti della Potenza protettrice per chiederne l'intervento. E' vietata qualsiasi misura intesa a provocare la disoccupazione o a limitare le possibilità di lavoro dei lavoratori di un paese occupato, per indurli a lavorare per la Potenza occupante".
"Allorché la popolazione di un territorio occupato o una parte della stessa fosse insufficientemente approvvigionata, la Potenza occupante accetterà le azioni di soccorso organizzate a favore di detta popolazione e le faciliterà nella piena misura dei suoi mezzi. Queste azioni, che potranno essere intraprese sia da Stati, sia da un ente umanitario imparziale, come il Comitato internazionale della Croce Rossa, consisteranno specialmente in invii di viveri, medicinali ed effetti di vestiario. Tutti gli Stati contraenti dovranno autorizzare il libero passaggio di questi invii e garantirne la protezione. Una Potenza che accorda il libero passaggio per invii destinati ad un territorio occupato da una Parte in conflitto avversa avrà tuttavia il diritto di controllare gli invii, di regolarne il passaggio secondo orari e itinerari prescritti e di ottenere dalla Potenza protettrice una sufficiente garanzia che questi invii siano destinati a soccorrere la popolazione bisognosa e non siano utilizzati a vantaggio della Potenza occupante".
149. La Corte nota che Israele è innanzitutto tenuto a rispettare gli obblighi internazionali violati con la costruzione del muro in territorio palestinese occupato (vedere paragrafi 114-137 supra). Di conseguenza, Israele deve rispettare l'obbligo che grava su di lui di rispettare il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese e gli obblighi ai quali è tenuto in virtù del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale relativo ai diritti umani. D'altronde, esso deve assicurare la libertà d'accesso ai Luoghi santi passati sotto il suo controllo in seguito al conflitto del 1967 (vedere paragrafo 129 supra). 150. La Corte osserva che Israele ha del pari l'obbligo di porre fine alla violazione dei suoi obblighi internazionali, quale essa risulta dalla costruzione del muro nel territorio palestinese occupato. L'obbligo di uno Stato responsabile di un fatto internazionalmente illecito di porvi termine è ben fondata nel diritto internazionale generale e la Corte, in varie occasioni, ha confermato l'esistenza di un tale obbligo (Attività militari e paramilitari in Nicaragua e contro lo stesso(Nicaragua c. USA), fondo, sentenza, CIJ Recueil 1986, p. 149; Personale diplomatico e consolare degli Stati Uniti a Teheran, sentenza, Recueil 1980, p. 44, par. 95; Haya de la Torre, sentenza, CIJ Recueil 1951, p. 82). 151. Israele ha di conseguenza l'obbligo di cessare immediatamente i lavori di costruzione del muro che sta costruendo nel territorio palestinese occupato, ivi compreso all'interno e sui confini di Gerusalemme Est. D'altronde, avendo la Corte in precedenza (vedere paragrafo 143 supra) indicato che le violazioni da parte di Israele dei suoi obblighi internazionali risultano dalla costruzione del muro e dal regime giuridico che lo accompagna, la cessazione di tali violazioni implica l'immediato smantellamento dei tratti di questa opera che sono situati nel territorio palestinese occupato, ivi compreso all'interno e sui confini di Gerusalemme Est. Occorre procedere immediatamente all'abrogazione o alla privazione di effetti dell'insieme di atti legislativi e regolamentari, adottati al fine della sua costruzione e dell'instaurazione del regime che lo accompagna, salvo nella misura in cui tali atti, facendo sorgere un diritto all'indennizzo o altre forme di riparazione a profitto della popolazione palestinese, rimangano pertinenti nel contesto del rispetto, da parte di Israele, degli obblighi citati al paragrafo 153 infra.
"il principio essenziale, che deriva dalla nozione stessa di atto illecito, e che sembra poter far derivare dalla prassi internazionale, in particolare dalla giurisprudenza dei tribunali arbitrali, è che la riparazione deve, per quanto possibile, cancellare tutte le conseguenze dell'atto illecito e ripristinare lo stato che verosimilmente sarebbe esistito se detto atto non fosse stato commesso. Restituzione in natura o, se questa non è possibile, pagamento di una somma corrispondente al valore che avrebbe la restituzione in natura; assegnazione, se del caso, di danni-interessi per le perdite subite che non sarebbero coperte dalla restituzione in natura o dal pagamento che ne prende il posto; a questi principi deve ispirarsi la determinazione dell'ammontare dell'indennizzo dovuto a causa di un fatto contrario al diritto internazionale (Officina di Chorzow, fondo, sentenza n° 13, 1928, CPJI serie A, n° 17, p. 47). 153. Di conseguenza Israele è tenuto a restituire le terre, i vigneti, gli oliveti e gli altri beni immobili sottratti a ogni persona fisica o morale al fine della costruzione del muro nel territorio palestinese occupato. Qualora tale restituzione si riveli materialmente impossibile, Israele sarà tenuto a procedere all'indennizzo delle persone in questione per il pregiudizio da esse subito. Secondo la Corte, Israele è ugualmente tenuto a indennizzare, conformemente alle regole di diritto internazionale applicabili in materia, tutte le persone fisiche o morali che abbiano subito un pregiudizio materiale qualunque derivante dalla costruzione del muro.
156. Per quanto riguarda il primo di tali obblighi, la Corte ha già ricordato (vedere paragrafo 88 supra) che, nel caso di Timor Orientale, essa aveva considerato che non ci fosse "nulla da controbattere" all'affermazione secondo la quale "il diritto dei popoli all'autodeterminazione, come si è sviluppato a partire dalla Carta e dalla prassi dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, è un diritto opponibile erga omnes" (CIJ Recueil 1995, p. 102, par. 29). La Corte del pari rileva che ai sensi della risoluzione 2625 (XXV) dell'Assemblea generale alla quale è stato fatto già riferimento (vedere paragrafo 88 supra), "ogni Stato ha il dovere di favorire, insieme ad altri Stati o separatamente, la realizzazione del principio dell'uguaglianza dei diritti dei popoli e del loro diritto all'autodeterminazione, in conformità alle disposizioni della Carta, e di aiutare l'Organizzazione delle Nazioni Unite ad adempiere alle responsabilità che le conferisce la Carta per quanto riguarda l'applicazione di questo principio...".
157. Per quanto riguarda il diritto internazionale umanitario, la Corte ricorda che, nel suo parere consultivo sulla Liceità della minaccia o dell'uso di armi nucleari essa ha indicato che "un gran numero di regole del diritto umanitario applicabile nei conflitti armati sono così fondamentali per il rispetto della persona umana" e per delle "considerazioni elementari di umanità", che esse "si impongono ... a tutti gli Stati, che essi abbiano o meno ratificato gli strumenti convenzionali che le esprimono, poiché costituiscono principi inviolabili del diritto internazionale consuetudinario" (CIJ Recueil 1996 (I), 1957, p. 257, par. 79). Secondo la Corte, le regole in questione incorporano degli obblighi che rivestono per essenza un carattere erga omnes. 158. La Corte sottolinea d'altronde che ai sensi dell'art. 1 della quarta Convenzione di Ginevra, disposizione comune alle quattro Convenzioni di Ginevra, "le Alte Parti contraenti si impegnano a rispettare e far rispettare la presente convenzione in ogni circostanza". Risulta da tale disposizione l'obbligo di ogni Stato parte a tale Convenzione, che sia parte o meno di un determinato conflitto, di fare rispettare le disposizioni degli strumenti in questione.
1) all'unanimità,
2) per quattordici voti contro uno,
3) Risponde nel modo seguente alla questione posta dall'Assemblea generale:
A. per quattordici voti contro uno,
B. per quattordici voti contro uno,
C. per quattordici voti contro uno,
D. per tredici voti contro due,
Tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione illecita derivante dalla costruzione del muro e di non prestare aiuto o assistenza al mantenimento della situazione creata da questa costruzione; tutti gli Stati parti alla quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, sono inoltre obbligati, nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, a far rispettare da Israele il diritto internazionale umanitario incorporato in questa convenzione; a favore: Shi, presidente; Ranjeva, vicepresidente; Guillaume, Koroma, Vereshchetin, Higgins, Parra-Aranguren, Rezek, Al-Khasawneh, Elaraby, Owada, Simma, Tomka, giudici;
E. per quattordici voti contro uno,
traduzione a cura di Fabio Marcelli ***
(articolo pubblicato sulla rivista "Diritti dell'uomo, cronache e battaglie")
2. Competenza ed opportunità (punti 14-65)
La base della competenza della Corte è come è noto costituita dall'art. 65 del suo Statuto, ai sensi del cui paragrafo 1 essa può dare pareri su ogni questione giuridica posta da organi delle Nazioni Unite, in particolare l'Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza (1). In questo caso la richiesta di parere era contenuta nella risoluzione ES-10/14 dell' 8 dicembre 2003 ed era formulata nei termini seguenti: "quali sono le conseguenze giuridiche dell'edificazione del muro che Israele, potenza occupante, sta costruendo nel territorio palestinese occupato, ivi compreso all'interno e nei pressi di Gerusalemme Est, secondo quanto esposto nel rapporto del Segretario generale, tenuto conto delle regole e dei principi del diritto internazionale, in particolare la quarta Convenzione di Ginevra del 1949 e le risoluzioni dedicate alla questione dal Consiglio di sicurezza e dall'Assemblea generale?".
Deve sussistere un legame fra la questione posta e le attività svolte dall'organo richiedente, in questo caso l'Assemblea generale. La base normativa di tali attività viene individuata dalla Corte nell'art. 10 della Carta delle Nazioni Unite, che attribuisce all'Assemblea competenze in ordine ad ogni questione od affare che rientri nel quadro della Carta e ancora più specificamente dall'art. 11, comma 2, della Carta, a norma del quale l'Assemblea si occupa di ogni questione connessa con il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali di cui sia stata investita da un qualsiasi Stato membro. L'Assemblea generale si è occupata da ultimo della questione palestinese nell'ambito della decima sessione straordinaria d'urgenza, convocata, sulla base del richiamo alla risoluzione 377 A (V) (Uniting for Peace), che prevede l'attivazione dell'Assemblea generale in caso di incapacità del Consiglio di sicurezza di svolgere le sue funzioni, dopo che il Consiglio di sicurezza aveva respinto due progetti di risoluzione relativi alle colonie israeliane nei territori occupati. Tale sessione straordinaria d'urgenza cominciava il 24 aprile 1997 e veniva in seguito convocata per ben undici volte.
Viene respinta anche l'obiezione relativa al carattere presuntivamente scarsamente chiaro e non giuridico della questione posta. Al riguardo, la Corte ha buon gioco nel riaffermare il principio, consolidato nella sua giurisprudenza, secondo il quale essa può ampliare, interpretare e se del caso perfino riformulare le questioni che le vengono poste. Né può essere di ostacolo il fatto che la questione sia di natura astratta o presenti, come è naturale, aspetti di carattere politico (3). b) Opportunità
La Corte, peraltro, pronunciandosi sulla questione specifica della liceità del muro, non determinerà alcun ostacolo al negoziato politico in corso, dispone di sufficienti elementi di informazione al riguardo e spetta all'Assemblea generale valutare l'utilità del parere in merito alle sue future attività in materia. 3. Norme applicabili (punti 66-113)
La Corte prende quindi in esame i vari momenti di decisione e di attuazione del muro da parte delle autorità israeliane. Essa constata, al riguardo, che il muro è situato sui territori occupati sulla maggior parte del suo percorso. Riprendendo i dati contenuti nel rapporto del Segretario generale, la Corte ricorda che circa 975 kmq, pari al 16,6% della superficie della Cisgiordania, con una popolazione di circa 237.000 Palestinesi, verranno a trovarsi fra il muro e la linea verde e altri 160.000 si troveranno a vivere in enclaves quasi completamente circondate dal muro (5). La costruzione del muro, peraltro, sarà accompagnata dall'instaurazione di un regime amministrativo di nuovo tipo che prevede l'obbligo dei residenti della cosiddetta "zona chiusa" (fra la linea verde e il muro) di munirsi di una speciale carta d'identità concessa dall'amministrazione israeliana. Anche l'accesso alla zona in questione sarà possibile solo a coloro che saranno dotati di permessi ed avrà luogo mediante determinati passaggi aperti con scarsa frequenza e per una durata limitata.
Venendo quindi all'identificazione delle regole e principi di diritto internazionale pertinenti, la Corte richiama per primo il principio di non ricorso alla forza affermato dall'art. 2, para. 4, della Carta delle Nazioni Unite (6) e ribadito dalla risoluzione 2625 del 24 ottobre 1970, la quale ha stabilito la nullità di ogni acquisizione territoriale ottenuta con l'uso della forza (7). La Corte inoltre ricorda il principio di autodeterminazione, contenuto anch'esso nelle fonti appena citate e dichiarato più volte applicabile a tutti i territori non-autonomi ed opponibile erga omnes nella sua giurisprudenza (8). d) Norme internazionali applicabili: diritto internazionale umanitario
Bisogna inoltre rifarsi, al riguardo, al fine generale di tale Convenzione che è la protezione della popolazione civile, quale che sia lo status del territorio occupato. Si tratta del resto di posizione più volte riaffermata dalla Conferenza delle Parti Contraenti di tale Convenzione (9), dal Comitato internazionale della Croce Rossa (10), dall'Assemblea generale (11) e dal Consiglio di sicurezza (12), nonché dalla stessa Corte suprema israeliana (13). e) Norme internazionali applicabili: diritti umani
Israele contesta l'applicabilità delle convenzioni sui diritti umani ai territori occupati dato che semmai i Palestinesi dovrebbero essere tutelati dal diritto umanitario (la cui applicabilità peraltro come abbiamo visto viene negata anch'essa per altre ragioni). La Corte replica ribadendo il suo dictum contenuto nel Parere relativo alle armi nucleari, secondo il quale la protezione offerta dal Patto sui diritti civili e politici non cessa in tempo di guerra.
Inoltre, tale Patto è applicabile anche fuori dal territorio degli Stati Parti, come indicato in particolare dalla prassi del Comitato dei diritti umani e confermato dall'analisi dei lavori preparatori. Il Comitato, d'altronde, ha già avuto modo di pronunciarsi, nel 1998, sulla specifica questione dell'applicabilità del Patto ai territori palestinesi occupati (14). Considerazioni analoghe valgono per altre due importanti convenzioni sui diritti umani di cui pure Israele è parte e cioè il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (15) e la Convenzione sui diritti del fanciullo.
4. Carattere illecito del muro (punti 114-137)
a) Violazione del divieto di acquisizione di territori con la forza e del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese
Non si può certo negare l'esistenza del popolo palestinese, riconosciuta del resto dallo stesso Israele con lo scambio di lettere del 9 settembre 1993 fra Arafat e Rabin e con la firma dell'Accordo ad interim israelo-palestinese sulla Cisgiordania e la Striscia di Gaza del 28 settembre 1995, che contiene un riferimento ai diritti del popolo palestinese, fra i quali quello all'autodeterminazione (16). La costruzione del muro e l'esistenza stessa delle colonie israeliane sui territori occupati contravvengono al divieto stabilito dall'art. 49 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo il quale "la potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento d'una parte della propria popolazione civile nei territori che essa occupa". Con la propria risoluzione 446 (1979) del 22 marzo 1979, ribadita in varie occasioni, il Consiglio di sicurezza, ha del resto esplicitamente chiesto al governo israeliano di revocare le misure già adottate e di astenersi dall'adottare nuove misure miranti a modificare lo status giuridico e il carattere geografico dei territori occupati, in particolare influendo sulla loro composizione demografica.
b) Violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani
Sono inoltre applicabili varie disposizioni relative all'accesso ai Luoghi santi (17), vari articoli del Patto sui diritti economici, sociali e culturali (18), della Convenzione sui diritti del fanciullo (19). Dalle informazioni a disposizione della Corte emerge che la costruzione del muro ha comportato la violazione degli articoli appena citati relativi al diritto di proprietà, al diritto di circolazione, all'alimentazione per il pregiudizio che ne deriva all'agricoltura, all'accesso all'acqua, ai servizi sanitari e di istruzione, senza che Israele possa invocare gli imperativi della difesa militare o necessità di sicurezza nazionale e di ordine pubblico.
5. Impossibilità di invocare la scusante della legittima difesa e quella dello stato di necessità (punti 138 - 142)
6. Conseguenze dell'illiceità (punti 143-160)
7. Contesto generale e conclusioni (punti 161-162)
Per quanto riguarda il diritto internazionale umanitario occorre ricordare l'art. 1 della Quarta Convenzione di Ginevra, a norma del quale "les Hautes Parties Contractantes s'engagent à respecter et à faire respecter la présente Convention en toutes les circonstances", nonché il parere già ricordato sulle armi nucleari.