Source: https://ltantalo.com/2012/09/
Timestamp: 2020-03-30 12:33:03+00:00
Document Index: 33761850

Matched Legal Cases: ['art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 55', 'art.815', 'art.54', 'art.60', 'art.6', 'art.4', 'art.40', 'art.3', 'art.2', 'art.5', 'art.16', 'art. 24', 'art.4', 'art.5', 'art.55', 'art.55', 'art.55', 'art.53', 'art. 60', 'art.6', 'art.55', 'art. 55', 'art.815', 'art.14', 'art.55', 'art.1', 'art. 1', 'art. 55', 'art.19', 'art.16', 'art.54', 'art. 55', 'art. 5', 'art. 322', 'art. 5', 'art. 322', 'art. 320', 'art. 322', 'art.4', 'sentenza ', 'art.5', 'art.4']

settembre 2012 – Luca Tantalo, avvocato, mediatore e negoziatore
Incompatibilità tra la sede dell’organismo (anche secondaria) e lo studio legale secondo i dettami del CNF
28 settembre 2012 Avv. Luca TantaloLascia un commento
Di Redazione MondoADR (da http://www.mondoadr.it)
A norma dell’art. 55 bis, l’Ordine degli Avvocati di Perugia ha ribadito il divieto di ospitare presso uno studio legale una sede, anche secondaria, di un organismo di mediazione. Gli avvocati iscritti all’Ordine di Perugia hanno 30 giorni per adeguarsi e quindi comunicare al Ministero la cancellazione dell’eventuale sede dell’Organismo pena l’applicazione delle sanzioni disciplinari previste.
Si riporta di seguito la comunicazione del Presidente Carlo Orlando e la relazione del CNF sull’art. 55 bis del Codice Deontologico Forense
Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, nella seduta del 20 settembre 2012, ha deliberato di sottoporre a verifica il rispetto, da parte degli iscritti all’Ordine di Perugia, della prescrizione dell’art. 55 bis del Codice Deontologico Forense. Come e’ noto, il IV canone della norma prevede che “è fatto divieto all’avvocato consentire che l’organismo di mediazione abbia sede, a qualsiasi titolo, presso il suo studio o che quest’ultimo abbia sede presso l’organismo di mediazione”.
Si invitano pertanto gli iscritti che non fossero in regola con quanto disposto dall’art. 55 bis del CDF ad adeguarsi alla suddetta prescrizione entro trenta giorni dal ricevimento della presente.
RELAZIONE SULLE MODIFICHE APPORTATE AL CODICE DEONTOLOGICO FORENSE A SEGUITO DELL’ENTRATA IN VIGORE DELL’ISTITUTO DELLA MEDIAZIONE/CONCILIAZIONE
Art. 55 bis –Mediazione
In ogni caso costituisce condizione ostativa all’assunzione dell’incarico di mediatore la ricorrenza di una delle ipotesi di cui all’art.815, primo
Art. 16 – Dovere di evitare incompatibilità
L’avvocato non deve porre in essere attività commerciale o comunque attività incompatibile con i doveri di indipendenza e di decoro della professione forense
Art.54 – Rapporti con arbitri e consulenti tecnici
Modifica dell’art.54 nel senso che segue (in corsivo la modifica apportata):
Art.54 – Rapporti con arbitri, conciliatori, mediatori e consulenti tecnici
L’avvocato deve ispirare il proprio rapporto con gli arbitri,conciliatori,mediatori e consulenti tecnici a correttezza e lealtà nel rispetto delle reciproche funzioni.
L’art.60 della legge 18 giugno 2009 n.69 delegava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi in materia di mediazione e di conciliazione in ambito civile e commerciale; tra i principi ed i criteri direttivi cui attenersi nell’esercizio della delega vi era quello di “prevedere, nel rispetto del codice deontologico, un regime di incompatibilità tale da garantire la neutralità, l’indipendenza e l’imparzialità del conciliatore nello svolgimento delle sue funzioni”. Detto principio veniva tradotto ed attuato con le disposizioni di cui agli artt. 3 (comma 2), 9 (commi 1 e 2), 10 (commi 1 e 2), 14 (commi 1 e 2 lett. a,b,c) del D.Lgs.vo 4 marzo 2010 n.28 costituente “attuazione dell’articolo 60 delle legge 18 giugno 2009, n.69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali” (pubblicato nella G.U. n.53 del 5 marzo 2010). Il “regolamento recante la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle indennità spettanti agli organismi, ai sensi dell’articolo 16 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n.28”, approvato con D.M. 18 ottobre 2010 n.180, all’art.6 comma 4 prevede che “le violazioni degli obblighi inerenti le dichiarazioni previste dal presente articolo, commesse da pubblici dipendenti o da professionisti iscritti ad albi o collegi professionali, costituiscono illecito disciplinare sanzionabile ai sensi delle rispettive normative deontologiche. Il responsabile è tenuto ad informare gli organi competenti”.
Completa la griglia normativa fin qui succintamente richiamata, e sempre per quanto concerne gli aspetti di rilievo ed interesse deontologico, l’art.4 dello stesso D.Lgs.vo 4 marzo 2010 n.28 che al comma 3 prevede: “All’atto del conferimento dell’incarico, l’avvocato è tenuto a informare l’assistito della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione disciplinato dal presente decreto e delle agevolazioni fiscali di cui agli articoli 17 e 20. L’avvocato informa altresì l’assistito dei casi in cui l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. L’informazione deve essere fornita chiaramente e per iscritto. In caso di violazione degli obblighi di informazione, il contratto tra l’avvocato e l’assistito è annullabile. Il documento che contiene l’informazione è sottoscritto dall’assistito e deve essere allegato all’atto introduttivo dell’eventuale giudizio. Il giudice che verifica la mancata allegazione del documento, se non provvede ai sensi dell’articolo 5, comma 1, informa la parte della facoltà di chiedere la mediazione”.
Con riferimento a quest’ultima previsione la scelta del legislatore, che coniuga alla mancata informazione all’assistito della possibilità di avvalersi del procedimento di mediazione la sola “sanzione” civilistica dell’annullabilità del contratto cosiddetto di patrocinio non configurando espressamente una ipotesi di responsabilità disciplinare, non esclude che il comportamento totalmente o parzialmente omissivo dell’avvocato, rispetto alla previsione del modello normativo, possa ed anzi debba essere valutata sul piano deontologico, con particolare riferimento ai canone di cui all’art.40 del vigente codice.
Da ultimo con il decreto del Ministro della Giustizia 6 luglio 2011 n.145 ( pubblicato nella G.U. n.197 del 25 agosto 2011 ed entrato in vigore il 26 agosto successivo) si è varato il “regolamento recante modifica al decreto del Ministro della giustizia 18 ottobre 2010, n.180, sulla determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché sull’approvazione delle indennità spettanti agli organismi ai sensi dell’articolo 16 del decreto legislativo n.28 del 2010”.
L’art.3 di questo decreto n.145/2011, oltre ad avere introdotto la mediazione/conciliazione cosiddetta “in contumacia” con l’inserimento, dopo la lettera c) all’articolo 7 comma 5 del decreto n.180/2010, di una espressa previsione al riguardo sub d), ha disposto, con l’aggiunta allo stesso comma di una lettera e), che il regolamento deve, in ogni caso, prevedere “criteri inderogabili per l’assegnazione degli affari di mediazione predeterminati e rispettosi della specifica competenza professionale del mediatore designato, desunta anche dalla tipologia di laurea universitaria posseduta”.
Con l’art.2 dello stesso decreto n.145/2011 si è altresì previsto che la lettera b) dell’articolo 4, comma 3, del decreto n.180/2010, sia sostituita dalla seguente: “b) il possesso, da parte dei mediatori, di una specifica formazione e di uno specifico aggiornamento almeno biennale, acquisiti presso gli enti di formazione in base all’articolo 18, nonché la partecipazione, da parte dei mediatori, nel biennio di aggiornamento e in forma di tirocinio assistito, ad almeno venti casi di mediazione svolti presso organismi iscritti”. L’impianto normativo dell’istituto della mediazione/conciliazione è stato interessato dall’ordinanza del TAR Lazio, Sezione I, del 12 aprile 2011, n.3202/2011 con la quale è stata dichiarata rilevante e non manifestamente infondata, in relazione agli artt. 24 e 77 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art.5 del D.Lgs.vo 28/2010, comma 1, primo periodo (che introduce l’obbligo del previo esperimento del procedimento di mediazione in una delle materie indicate dalla norma), secondo periodo (secondo cui il previo esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale), terzo periodo (secondo cui l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto o rilevata d’ufficio dal giudice), nonché dell’art.16 D.Lg.svo 28/2010, comma 1, laddove dispone che abilitati a costituire organismi deputati a gestire il procedimento di mediazione sono gli enti pubblici e privati che diano garanzie di serietà ed efficienza.
Le previsioni normative elevate a sospetto di incostituzionalità, tralasciando gli altri pur pregnanti aspetti, inciderebbero, a giudizio del TAR Lazio, in maniera non trascurabile sull’esercizio del diritto di difesa (art. 24 Cost.) in quanto “ (…..) non garantiscono, mediante un’adeguata conformazione della figura del mediatore, che i privati non subiscano irreversibili pregiudizi derivanti dalla non coincidenza degli elementi loro offerti in valutazione per assentire o rifiutare l’accordo conciliativo, rispetto a quelli suscettibili, nel prosieguo, di essere evocati in giudizio”. In altri termini, sarebbero stati trascurati e tralasciati dal legislatore delegato, con gli artt. 16 del D.Lgs.vo 28/2010 e con l’art.4 del D.M. 180/210, i requisiti attinenti alla specifica professionalità giuridico-processuale del mediatore, riassumibili nei concetti di competenza e professionalità previsti dalla legge delega, sostituiti da quelli di serietà ed efficienza non privilegiati dalla normativa primaria di carattere comunitario e nazionale.
In questo contesto, e nell’ambito del perimetro delineato dalla cornice normativa di riferimento sopra richiamata, il Consiglio Nazionale Forense, in attesa delle auspicate modifiche dell’istituto conseguenti anche all’incidente di costituzionalità appena ricordato, ha ritenuto che la messa a punto deontologica fosse in ogni caso un passaggio urgente ed ineludibile per consentire ai Consigli degli Ordini il governo dell’istituto anche nei suoi aspetti deontologici e nelle sue ricadute disciplinari. Ciò nella consapevolezza che la funzione e l’attività dell’avvocato che svolga la funzione di mediatore rientrino a pieno titolo nell’ambito dell’attività professionale in senso proprio; del resto, anche a voler propendere per una lettura diversa, le conseguenze non muterebbero alla luce della circostanza che pure l’attività extra professionale rileva deontologicamente se le modalità della sua realizzazione compromettano la reputazione professionale e l’immagine della classe forense (art.5 cod.deont.).
Diversamente, si è ritenuto, allo stato, di non ravvisare la necessità e l’urgenza di intervenire sui profili deontologici dell’avvocato che assiste tecnicamente la parte nel procedimento di mediazione in quanto per quei profili vale l’applicazione delle attuali e vigenti regole deontologiche proprie dell’attività professionale in genere. Tornando ai profili deontologici cui deve essere informata l’attività dell’avvocato mediatore civile, l’opzione operativa che il Consiglio ha ritenuto di sottoporre ai Consigli degli Ordini, per riceverne osservazioni e suggerimenti, è stata quella della introduzione, nel codice deontologico, di un apposito canone, risultando questa la scelta più coerente e congrua al sistema e l’unica capace di dare ed assicurare uniformità ai rilevanti e sensibili profili deontologici del nuovo istituto.
Su questa scelta vi è stata unanime condivisione da parte delle Istituzioni forensi che hanno ritenuto di esprimere i loro pareri, pareri che si sono diversificati unicamente per l’approccio all’impianto della nuova regola deontologica, volendola alcuni informata a criteri di stretta e cogente rigidità, desiderandola altri ispirata invece ad una impostazione meno rigorosa e, come tale, si ritiene, capace di favorire l’affermarsi più agevole nel mercato, e sul piano della concorrenza, di una figura di avvocato-mediatore che non si trovi ad essere penalizzata, rispetto anche ad altri soggetti professionali, da eccessivi vincoli di carattere deontologico.
La scelta di fondo del Consiglio, all’esito dei ricordati pareri e degli approfondimenti operati dalla Commissione Deontologia, è stata quella di introdurre una equilibrata regolamentazione che, coerente con l’impianto del vigente codice deontologico così come tradotto in diritto vivente dalla produzione giurisprudenziale dei Consigli degli Ordini, dello stesso Consiglio Nazionale e delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, connoti la peculiarità e specificità della funzione e del ruolo dell’avvocato-mediatore, esaltandone, accanto alla qualità tecnica dell’opera prestata, la cifra deontologica. E ciò proprio in diretta saldatura con la necessità che i cittadini non subiscano “irreversibili pregiudizi” dall’operato di una figura di mediatore mediocre sul piano tecnico e debole nei presidi di carattere etico e deontologico. Qualità tecnica (oggi vieppiù valorizzata dalle previsioni del D.M. 145/2011) e deontologica della figura dell’avvocato-mediatore come fattore decisivo e vincente, e non certo penalizzante, nell’ambito di un mercato e di una concorrenza fin troppo connotati da figure di mediatori eterogenee e dai contorni e dai caratteri, tecnici e deontologici, spesso oltremodo sfumati ed approssimativi.
L’art.55 bis, che segue, con un naturale parallelismo seppur nella ontologica differenza dei due istituti, la norma in tema di arbitrato di cui all’art.55 del vigente codice deontologico (e tale norma sarà oggetto di un immediato intervento di modifica da parte del Consiglio per renderla coerente ed omogenea alla novella rappresentata dallo stesso art.55 bis) richiama nel suo incipit – utilizzando la stessa tecnica del rinvio che già caratterizza il canone II dell’art.53 del cod.deont. per l’avvocato chiamato a svolgere funzioni di magistrato onorario – il rispetto degli obblighi dettati dalla normativa in materia, in particolare di quelli posti a presidio dei requisiti di terzietà, indipendenza, imparzialità e neutralità del mediatore, stabilendo altresì un criterio di prevalenza della normativa deontologica rispetto a quella regolamentare dell’organismo di mediazione. Ciò in coerenza alla stessa gerarchia imposta e voluta dall’art. 60 comma 2 lettera r) della legge 69/2009.
Se a violare gli obblighi previsti dalla normativa di settore per il mediatore è un avvocato/mediatore civile ciò integra altrettante ipotesi di illeciti deontologici valorizzabili dal Consiglio dell’Ordine per effetto della stessa valutazione legale tipica di cui all’art.6 comma 4 del D.M. 180/2010, restando demandato al giudice disciplinare il solo compito di graduare la sanzione in relazione alla fattispecie concreta sottoposta al suo esame.
Il primo canone dell’art.55 bis, nel fare divieto all’avvocato di assumere la funzione di mediatore in difetto di adeguata competenza, ne valorizza, con l’intero apparato deontologico che è stato predisposto e previsto, quei requisiti di professionalità che, così efficacemente sottolineati nell’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale, non possono non esprimersi non solo nella capacità di dominare e padroneggiare le essenziali ed imprescindibili tecniche di mediazione, e le peculiarità di quest’ultime, ma anche nella capacità, che si coniuga principalmente se non esclusivamente con l’essere avvocato, di garantire “che i privati non subiscano irreversibili pregiudizi derivanti dalla non coincidenza degli elementi loro offerti in valutazione per assentire o rifiutare l’accordo conciliativo, rispetto a quelli suscettibili, nel prosieguo, di essere evocati in giudizio”. Una lettura, quest’ultima, che, al di là degli stessi limiti, invalicabili per la proposta di conciliazione del mediatore, e normativamente previsti, dell’ordine pubblico e delle norme imperative, vuole valorizzare lo status professionale dell’avvocato/mediatore che, nel confezionare la proposta conciliativa ed ancor prima nell’accreditarla, deve offrire e garantire alle parti una completezza degli elementi di valutazione che non ometta l’informazione su alcunché di ciò che nel prosieguo potrebbe essere suscettibile di essere evocato in giudizio.Una “offerta” ed una “garanzia” che possono inquadrarsi nell’ambito della stessa responsabilità sociale dell’avvocato chiamato a svolgere la delicata funzione di compositore e/o facilitatore degli interessi delle parti e che troveranno realisticamente ragion d’essere là ove i soggetti in conflitto non risultino assistiti da legali, in un regime tuttora di assenza dell’assistenza tecnica obbligatoria.
I canoni II e III dell’art. 55-bis sono posti a presidio degli obblighi di imparzialità, indipendenza e terzietà dell’avvocato/mediatore civile, con un particolare rafforzamento garantito dallo stesso richiamo alle previsioni dell’art.815, primo comma, del codice di rito; il canone II, facendo divieto di assumere la funzione quando vi siano delle evidenti ragioni di incompatibilità con una attività professionale in corso o svoltasi nell’ultimo biennio; il canone III, in coerenza alla latitudine del divieto ricavabile dalla lettera dell’art.14 comma 1 del D.Lgs.vo 28/2010 (“ al mediatore e ai suoi ausiliari è fatto divieto di assumere diritti o obblighi connessi, direttamente o indirettamente, con gli affari trattati…”), rendendo chiaro che il divieto opera anche con riferimento a questioni interessate da procedimenti di mediazione ormai esauriti.
L’estensione soggettiva ai professionisti soci o associati ovvero che esercitino negli stessi locali dell’avvocato/mediatore civile è mutuata da quella prevista dall’art.55 in tema di arbitrato (norma che, come si è detto, dovrà essere oggetto di un rapido e congruo intervento apparendo, diversamente, e contraddittoriamente, disassata rispetto a quella di nuova introduzione) ritenendosi che l’attività di mediazione, pur non essendo dotata di poteri decisori sulla fattispecie sottoposta alla cognizione (il che è espressamente escluso dall’enunciazione dell’art.1 lett. b d.leg.vo n.28/2010, riprodotta integralmente nell’art. 1 lett. d D.M. n.180/2010) come avviene nel caso dell’arbitrato, si caratterizzi nondimeno – nell’orientare e nel facilitare l’incontro delle parti su una ipotesi di accordo amichevole e di risoluzione del contenzioso – per i suoi contenuti valutativi e di giudizio della fattispecie concreta sottoposta all’esame del mediatore. Da qui l’opportunità di presidiare e garantire comunque l’attività di quest’ultimo sotto il profilo della imparzialità, della terzietà e della equidistanza rispetto agli interessi delle parti coinvolte nel procedimento di mediazione/conciliazione.
Il canone IV del nuovo art. 55-bis è quello che, in sede di consultazione con le istituzioni forensi, ha registrato, più di ogni altro, una radicale contrapposizione di vedute, l’una, come già si sottolineava, improntata a criteri di ancor più stretta rigidità, rispetto alla formulazione del canone poi adottata, l’altra contraria alla stessa previsione di inserimento del canone. La scelta che è prevalsa risponde al criterio, già adottato in fattispecie analoghe (ed il richiamo va nuovamente, sia pure con i distinguo già evidenziati, alla figura dell’arbitro), di tutelare anche l’apparenza della terzietà ed indipendenza dell’avvocato-mediatore, quella terzietà ed indipendenza che la disciplina del nuovo istituto introdotto dalla legge n.69/2009 privilegia e sottolinea con particolare vigore là ove sembra voler rafforzare quei concetti, anche sotto il profilo lessicale e terminologico, con l’adozione del termine, indubbiamente meno tecnico, di neutralità. Una “neutralità” che risulterebbe inficiata dalla circostanza che l’avvocato-mediatore ospiti presso il suo studio la sede dell’organismo di mediazione per il quale egli presta l’attività di mediatore. La contiguità, spaziale e logistica, tra studio e sede dell’organismo costituisce fattore in grado di profilare una ipotetica commistione di interessi, di per sé sufficiente a far dubitare dell’imparzialità dell’avvocato-mediatore.
Ed è la stessa potenzialità e/o “pericolosità” della situazione a costituire un attentato per l’apparenza della indipendenza e terzietà di quest’ultimo. Nel diverso caso in cui l’avvocato accolga nel suo studio la sede di un organismo di mediazione senza contemporaneamente farne parte quale mediatore (e lo stesso è a dirsi per il caso inverso in cui ad essere ospitato sia l’avvocato nella sede dell’organismo di mediazione) vengono in soccorso non tanto i criteri appena richiamati della protezione del bene dell’apparenza e dell’imparzialità e della terzietà (non svolgendo l’avvocato, in questo caso, attività di mediatore) quanto quelli che si rifanno al divieto di accaparramento di clientela previsto e sanzionato dall’art.19 del codice deontologico. La contiguità o addirittura la sovrapposizione che così si realizzerebbe tra lo studio legale e l’organismo di mediazione finirebbe per integrare una indubbia situazione di potenziale accaparramento e/o sviamento di clientela: l’avvocato ospitante od ospitato si troverebbe a godere di una rendita di posizione volta ad acquisire come potenziali clienti coloro che volessero sperimentare la mediazione o coloro che avessero frequentato l’organismo con esito negativo sul piano della conciliazione.
La giurisprudenza del Consiglio Nazionale, in casi assimilabili a quello in esame, giustifica e rende plausibile, in ossequio anche a quel principio di coerenza di sistema richiamato all’inizio di questa relazione, l’introduzione del canone così come formulato in sede di novella deontologica.
Gli interventi operati sulla previgente formulazione dei canoni di cui agli artt. 16 e 54 del cod. deont. hanno trovato generale ed unanime condivisione, rispondendo, quello sull’art.16, alla intuibile esigenza di evitare equivoci, sempre possibili anche se improbabili, derivanti da coincidenze lessicali e terminologiche e risultando, l’integrazione di cui all’art.54, del tutto plausibile e giustificata nell’ambito della operatività cui l’avvocato è chiamato dall’applicazione dell’istituto della mediazione/conciliazione.
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L’esigenza di creare un Tribunale Internazionale per i crimini finanziari (dell’avv. Giovanni Cipollone)
27 settembre 2012 27 settembre 2012 Avv. Luca TantaloLascia un commento
Come è strana la vita! Oggi pomeriggio, mentre al CNF aspettavo di essere chiamato per un’udienza in cui assistevo un giovane e bravo Collega, ho avuto il piacere e l’onore di conoscere l’avvocato Giovanni Cipollone, che non ha certamente bisogno di presentazioni.
Mentre chiaccheravamo, l’avv. Cipollone mi ha reso partecipe di un interessante articolo che aveva appena scritto. Da qui a chiedergli il permesso di pubblicarlo sul mio blog, il passo è stato immediato. Lo riporto quindi di seguito e ringrazio l’Autore per il suo contributo.
E’ auspicabile la creazione di un Tribunale Internazionale per punire condotte illecite in ambito economico-finanziario. Sono sempre i cittadini a pagare le conseguenze, alle volte anche drammatiche, se si avverano perduranti oscillazioni di borsa tendenti verso il basso. Ciò provoca disvalore dei titoli di Stato, di quelli azionari e bancari.
Il conseguente rallentamento dell’economia, con aumento della disoccupazione, comporta l’annullamento degli investimenti, l’aumento del debito pubblico, la riduzione dei servizi, l’erosione del risparmio e l’inesorabile, nonché spropositata pressione fiscale.
Ora, dopo tanti secoli bui che ci separano dalla barbarie, dopo tante conquiste spirituali e proclami che esaltano l’umana solidarietà, ci lascia increduli e sbigottiti l’apprendere che i perversi meccanismi ere hanno portato gran parte dell’umanità sul ciglio del baratro economico sia in buona misura da attribuirsi all’egoismo e all’ingordigia di pochi astuti individui, veri “signori del capitalismo” o ad opera di potenti organismi economici internazionali i quali, sfruttando la ottusa assolutizzazione delle leggi di mercato, riescono ad accaparrarsi le altrui risorse.
Valgano alcuni esempi. Accantonando principi e valori etici, basati sulla realizzazione del bene comune e sulla dignità umana, tali gruppi di potere finanziario, spesso coalizzandosi tra di loro, vendono allo scoperto, senza averne il possesso e senza ancora averli materialmente pagati, fondi tradizionali e altri titoli, scommettendo sul ribasso del loro valore, così alterando i parametri di mercato, nel’ ambito di una visione utilitaristica e consumistica della globalizzazione. Per non parlare della vicenda dei mutui subprime, che ha scadenzato l’inizio della crisi finanziaria del 2007, in cui grandi istituzioni finanziarie come la Goldman Sachs hanno dapprima consentito l’erogazione di mutui in misure normalmente improponibili (spesso prossime al 100% del valore del bene acquistato) ed a soggetti palesemente non in grado di ripagare le rate e successivamente hanno “rivenduto” questi stessi mutui ad altre banche, allargando così in modo incontrollato il successivo “crac” determinato dai prevedibili mancati pagamenti. E che dire dell’ultima vicenda venuta recentemente alla ribalta, in cui altri grandi istituti, come Barclays, sono risultati coinvolti nelle manipolazioni del tasso interbancario Libor, dal quale dipendono i tassi sui prestiti ai consumatori, mutui sulla casa e così via. E’ inoltre sconvolgente la notizia pubblicata da alcuni giornali circa l’inchiesta in corso da parte della magistratura di New York su un presunto riciclaggio di danaro sporco da parte di alcune banche europee, con implicazione, addirittura, della Deutsche Bank.
Forse aveva ragione Marx, quando nel prospettare i bisogni naturali e sociali dell’uomo e nell’idealizzare i sani principi che portano i popoli alla democrazia, auspicava una “perfettibile” condivisione di ricchezza sociale.
Di conseguenza, prima che sia troppo tardi, bisogna porre un freno allo sciacallaggio della speculazione finanziaria che offende gli interessi fondamentali della società. E’ però necessario preventivamente emanare leggi che stabiliscano norme di comportamento. Bisogna dare attuazione ad una nuova normativa e al nuovo ordinamento giudizio che identifichi i mezzi obiettivamente ed intrinsecamente illeciti in ambito economico ­ finanziario.
Appare quindi essenziale istituire un Tribunale Internazionale per i crimini finanziari, al fine di tutelare, sotto il profilo giuridico e sociale, i diritti relativi alla destinazione universale dei beni.
Gli organismi di vigilanza, in particolare americani, la SEC (la Consob americana) in primis, hanno ormai adottato la prassi di colpire queste aziende con misure pecuniarie di grande rilevanza e altrettanto rilevante impatto mediatico (spesso si parla anche di qualche centinaio di milioni di dollari). Rimangono però impuniti penalmente i responsabili diretti, gli amministratori delegati di queste grandi aziende e, conseguentemente, l’effetto deterrente delle sanzioni sta diventando sempre più ridotto, oltretutto considerando che sovente questi istituti riescono poi ia ribaltare il peso delle sanzioni sui loro stessi clienti. Gli effetti che le azioni dissennate di questi grandi istituti hanno ormai anche sull’economia reale, perfino di grandi nazioni, sono oggi tali che probabilmente non è più possibile consentire che siano organismi solo tecnici a giudicare e irrogare sanzioni.
L’esigenza di un Tribunale Internazionale che colpisca gli autori di illeciti finanziari appare come l’ultima spiaggia per tentare di salvare l’economia mondiale, riavvicinando l’etica al diritto.
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Il Giudice di Pace di Salerno dichiara improcedibile la domanda presentata senza tentativo di conciliazione e nell’invitare le parti alla mediazione, si assicura che siano adeguatamente informate.
26 settembre 2012 26 settembre 2012 Avv. Luca Tantalo2 commenti
Con apposita ordinanza il Giudice di Pace di Salerno, avv. Vingiani, ha dichiarato improcedibile la domanda giudiziale presentata in violazione dell’art. 5 del D.Lgs. 28/2010, nella parte in cui prevede l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione per le materie ivi previsti.
Il G.d.P., contrariamente ad alcuni – fortunatamente pochi – suoi colleghi che hanno dato fantasiose interpretazioni della normativa e dell’art. 322 del Codice di procedura civile, che riguarda il tentativo di conciliazione che dovrebbe esperire il Giudice di pace, ha ritenuto (come peraltro dovrebbe essere ovvio, visto che il legislatore non le ha escluse) come comprese nell’obbligatorietà anche le cause di sua competenza. Ricordiamo infatti che l’art. 5, nell’elencare le materie, non inserisce né limiti di valore né di competenza.
Non ha, quindi, confuso istituti assai diversi tra di loro, sia dal punto di vista giuridico che pratico: basti pensare che per affrontare una questione come viene fatto in mediazione, un Giudice di pace dovrebbe esaminare al massimo un paio di controversie per udienza, con le conseguenze che possiamo ben immaginare.
In realtà, mediazione e conciliazione ex art. 322 c.p.c. sono due istituti totalmente diversi, e quei Giudici di pace che dichiarano che il D.Lgs. 28/10 non li riguarda, commettono un illecito, sanzionabile dagli organi preposti.
Peraltro, il Giudice di Pace, a differenza del mediatore, è un soggetto nominato grazie ad un semplice esame per titoli, per esercitare una funzione squisitamente giudiziale e non ha una formazione, né generica né tanto meno specifica sulle tecniche di risoluzione alternativa delle controversie, non avendone peraltro bisogno per l’esercizio concreto della propria funzione.
Al contrario, il Mediatore viene formato solo per esercitare detta funzione, dopo aver superato un duro percorso di formazione, e con l’obbligo di aggiornamento biennale specifico.
Inoltre, è evidente che la conciliazione del Giudice di Pace, ove mai attuata (e ci piacerebbe sapere quando lo è mai stata), rappresenta un’anticipazione del giudizio e non certamente un’alternativa al giudizio. E questo sia nel caso dell’art. 320, in cui il giudizio è già iniziato, che nela caso dell’art. 322 in cui comunque la decisione di rivolgersi ad un Giudice rivela uno spirito già assai poco conciliativo.
In ogni caso, è chiaro che l’eventuale tentativo del Giudice di Pace non potrà che essere orientato e influenzato dal suo giudizio, pur allo stato embrionale, su chi possa aver torto e chi ragione; questo, nella negoziazione del mediatore, per definizione di tipo cooperativo, non può accadere.
Per tornare a questa sentenza, è interessante che il Giudice abbia: a) invitato le parti alla media-conciliazione della controversia sulla domanda; b) invitato i difensori delle parti ad informare i loro assistiti della presente ordinanza nei termini di cui all’art.4 3° co.decr.lgsl.28/2010; c) informato le parti che l’istante nella mediazione obbligatoria dovrà comparire davanti al mediatore anche in mancanza di adesione della parte chiamata in mediazione e che, in ogni forma di mediazione, il Giudice condanna la parte costituita che non ha partecipato senza giustificato motivo al procedimento di mediazione al versamento all’Erario di una somma parti al contributo unificato dovuto per il giudizio;
d) disposto la comparizione delle parti personalmente in mancanza di esperimento della media-conciliazione.
In questo modo, ha raggiunto diversi obiettivi: ha inviato le parti a conciliare in mediazione; si è assicurato, forse temendo che la circostanza non fosse sicura, che i legali informassero le parti dell’ordinanza, del fatto che dovessero comparire dinanzi al mediatore e delle conseguenze della mancata comparizione. Infine, cosa assai interessante, ha disposto la comparizione personale delle parti in mancanza dell’esperimento di mediazione, probabilmente con l’intento di comprendere perché non sia stato esperito, ma soprattutto di comminare le opportune sanzioni.
Infine, ricordiamo che questa sentenza è stata pubblicata sul sito dell’Unione Democratica Giudici di Pace (www.unitademocraticagiudicedipace.it) come modello di applicazione della normativa per i suoi associati.
– FISSARE il termine fino al quindicesimo giorno da oggi per depositare presso un organismo di mediazione, a scelta delle parti congiuntamente o di quella che per prima vi proceda, la domanda di cui all’art.5 primo e secondo comma del d.lgs.n.28/2010;
– AVVERTIRE le parti che, in mancanza di esperimento del procedimento di mediazione obbligatoria, la domanda sarà dichiarata improcedibile;
– INVITA le parti alla media-conciliazione della controversia sulla domanda;
– INVITA i difensori delle parti ad informare i loro assistiti della presente ordinanza nei termini di cui all’art.4 3° co.decr.lgsl.28/2010;
– INFORMA le parti che l’istante nella mediazione obbligatoria dovrà comparire davanti al mediatore anche in mancanza di adesione della parte chiamata in mediazione e che, in ogni forma di mediazione, il Giudice condanna la parte costituita che non ha partecipato senza giustificato motivo al procedimento di mediazione al versamento all’Erario di una somma parti al contributo unificato dovuto per il giudizio;
– DISPONE la comparizione delle parti personalmente in mancanza di esperimento della media-conciliazione;
– RINVIA all’udienza del ……….. ora di rito, per l’eventuale prosecuzione del giudizio e/o per i provvedimenti consequenziali.
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19 settembre 2012 Avv. Luca TantaloLascia un commento
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15 settembre 2012 Avv. Luca Tantalo5 commenti
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14 settembre 2012 Avv. Luca TantaloLascia un commento
Nella pagina delle “Utilità legali” abbiamo inserito il link per il calcolo dei compensi avvocati ai sensi dei nuovi parametri, servizio brillantemente e cortesemente offerto dall’avv. Anna Andreani, che ringraziamo.
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