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Timestamp: 2017-11-21 21:14:44+00:00
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Società Civile e Costituzione: luglio 2011
Corte Costituzionale, sentenza n. 245 del 2011: fermato un atto di terrorismo contro i cittadini e la democrazia messo in atto dal Parlamento
Ancora una volta la Corte Costituzionale deve intervenire contro il terrorismo messo in atto da un Parlamento della Repubblica che in disprezzo dei propri doveri impone norme illegali e criminali legittimando gli atti di violenza di una Polizia di Stato e amministratori pubblici che agiscono per fini di eversione dell’ordine democratico.
Il tentativo di individui che agiscono nelle istituzioni per trasformare la Democrazia Italiana in in un regime fascista e nazista è una costante della quale i cittadini Italiani sono costretti a soffrirne le scelte e gli atti proprio perché chi dovrebbe tutelarne i diritti viene meno ai propri doveri d’ufficio.
La Corte Costituzionale sembra, in questo frangente storico, rimasta l’ultima barriera contro la barbarie dell’odio sociale imposto da un Parlamento della Repubblica che anziché essere ossequioso alla Costituzione della Repubblica si mette in ginocchio davanti al crocifisso per violentare i cittadini.
E’ intervenuta la Corte Costituzionale per garantire ai cittadini italiani il diritto di sposarsi con chi vogliono.
Si tratta della sentenza N. 245 del 2011 con cui la Corte Costituzionale boccia un altro aspetto del decreto sulla sicurezza che dimostra, ancora una volta, di essere stato un vero e proprio atto di terrorismo contro i cittadini. Terrorismo contro i cittadini ed eversione dell’ordine democratico. La Corte Costituzionale abroga una norma che aveva lo scopo di “conservare la razza” rendendo difficoltoso il matrimonio con individui di razza diversa: un vero e proprio atto di fascismo che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottoscritto senza rilevarne la gravità del delitto contro la Costituzione che tale norma implicava.
Quando finirà il terrorismo nella società civile?
Rileva nelle considerazioni di diritto la Corte Costituzionale:
“In altri termini, è certamente vero che la «basilare differenza esistente tra il cittadino e lo straniero» – «consistente nella circostanza che, mentre il primo ha con lo Stato un rapporto di solito originario e comunque permanente, il secondo ne ha uno acquisito e generalmente temporaneo» – può «giustificare un loro diverso trattamento» nel godimento di certi diritti (sentenza n. 104 del 1969), in particolare consentendo l’assoggettamento dello straniero «a discipline legislative e amministrative» ad hoc, l’individuazione delle quali resta «collegata alla ponderazione di svariati interessi pubblici» (sentenza n. 62 del 1994), quali quelli concernenti «la sicurezza e la sanità pubblica, l’ordine pubblico, i vincoli di carattere internazionale e la politica nazionale in tema di immigrazione» (citata sentenza n. 62 del 1994). Tuttavia, resta pur sempre fermo – come questa Corte ha di recente nuovamente precisato – che i diritti inviolabili, di cui all’art. 2 Cost., spettano «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», di talché la «condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi» (sentenza n. 249 del 2010).”
L’individuo, il soggetto è portatore di diritti Costituzionali inviolabili e il fatto stesso che il Parlamento li abbia violati ha costituito un atto di terrorismo eversivo che andrebbe perseguito per legge.
Si spara in testa alle persone e poi le persone devono aspettare una sentenza come questa. E i danni che sono stati fatti, chi li paga? Berlusconi e Maroni? O tutto il Parlamento? O li paga il Presidente Giorgio Napolitano che non ha rilevato l’incostituzionalità della questione?
Chi paga queste pallottole Istituzionali cacciate nella testa dei cittadini?
Etichette: 2011, Corte Costituzionale, decreto sicurezza, illegittimità, sentenza 245
Corte Costituzionale sentenza n. 194 del 2011 contro Vittorio Sgarbi e il delirio di onnipotenza della Camera dei Deputati
Ancora una volta deve intervenire la Corte Costituzionale per stabilire il principio che i cittadini sono uguali davanti alla legge e che un “privilegio” garantista, sancito dalla Costituzione al fine di salvaguardare l’integrità del pensiero di un deputato, non si può estendere al di fuori del lavoro di deputato facendo di quel deputato un individuo che ingiuria e diffama all’interno di un’impunibilità.
Troppi deputati fanno più riferimento al criminale in croce che non alla Costituzione o alle leggi dello Stato. Leggi che violano in deliri di onnipotenza come se fossimo all’interno della monarchia assoluta che impone il crocifisso come modello ideologico.
Per questo Sgarbi, deputato della Repubblica, forte dell’insindacabilità delle opinioni nell’attività di deputato che gli garantisce l’articolo 68 della Costituzione si permette di offendere e ingiuriare Gherardo Colombo e, alle rimostranze per via giudiziaria di Gherardo Colombo, la Camera dei Deputati, ingiuriando ed offendendo gli italiani in una pretesa eversiva dell’ordine democratico (nel tentativo di sostituire l’attuale democrazia con un regime clerico-fascista) affermava:
“La Camera riconosce la sussistenza di un orientamento di questa Corte secondo il quale l’atto di un parlamentare non può fungere da copertura costituzionale per tutti gli altri iscritti al medesimo gruppo; tuttavia si auspica un superamento di tale orientamento, derivando da esso «talune incongruenze». Infatti, tale tesi porta alla conseguenza che, ammettendo un sindacato sulla dichiarazione “esterna,” dello stesso si risolverebbe in un sindacato su quella “interna” da parte di un altro potere, compromettendo in tal modo l’esercizio del mandato parlamentare, che la Costituzione vuole, invece, “libero” (art. 67 Cost.). Tesi, questa, che si imporrebbe anche alla luce della garanzia di cui all’art. 68 Cost., la quale mira a tutelare le istituzioni rappresentative, piuttosto che l’interesse dei singoli parlamentari. Ciò che conta, quindi, è la oggettiva correlazione tra le dichiarazioni “esterne” e quelle “interne,” la quale «verrebbe meno ove l’attivazione della garanzia costituzionale fosse collegata alla forma (e non alla sostanza) della manifestazione del pensiero»."
Per contro la Corte di Cassazione nel censurare il comportamento di Vittorio Sgarbi, obiettava:
“A sostegno di questa conclusione, la ricorrente ha invocato, in linea generale, la «tralaticia» giurisprudenza costituzionale e di legittimità secondo cui, «escluso, in premessa, che l’immunità ex art. 68 citato possa coprire qualsiasi comportamento del parlamentare», è stato affermato che il presupposto per la sua operatività debba essere, invece, «individuato nella connessione tra le opinioni espresse e l’esercizio delle attribuzioni proprie del parlamentare» e, in particolare, che «il nesso funzionale delle opinioni manifestate con l’attività parlamentare deve consistere non già in una semplice forma di collegamento di argomenti o di contesto con l’attività stessa, ma più precisamente nella identificabilità della dichiarazione quale espressione, e forma divulgativa, di tale attività»: risultando, con ciò, necessario che «nell’opinione manifestata all’esterno sia riscontrabile una corrispondenza sostanziale di contenuti con l’atto parlamentare, non essendo sufficiente, a questo riguardo, una mera comunanza di tematiche», nemmeno quando l’opinione manifestata riguardi «temi al centro di un dibattito politico»."
Nella questione di diritto, la Corte Costituzionale rileva il delirio da onnipotenza messo in atto dalla Camera dei Deputati e le finalità di eversione dell’ordine democratico con cui ha preteso l’insindacabilità delle affermazioni dell’On. Sgarbi. Rileva in diritto la Corte Costituzionale:
“La tesi della Camera non può trovare accoglimento. La relazione della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati, la cui proposta ha poi formato oggetto della deliberazione della Assemblea posta a base del conflitto, nel rievocare, infatti, analiticamente, le dichiarazioni rese dall’on. Sgarbi nel corso della trasmissione televisiva “Sgarbi quotidiani”, fa espresso riferimento agli identici fatti per i quali il dott. Colombo ha promosso domanda risarcitoria nei confronti del medesimo parlamentare. Di tale problematica, d’altra parte, si è fatta puntualmente carico la stessa Corte di cassazione, la quale – chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto dal dott. Colombo, avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna che aveva ritenuto insindacabili le opinioni dell’on. Sgarbi, proprio in virtù della deliberazione della Camera del 10 febbraio 2005 – ha ritenuto, come s’è già fatto cenno in parte narrativa, «non…contestabile l’applicabilità al presente giudizio della su menzionata delibera di insindacabilità, la quale, se pur formalmente resa in relazione alla causa in precedenza promossa dalla dott.ssa Boccassini, sostanzialmente ed oggettivamente si riferisce ai medesimi giudizi, di mediocrità, ed ai medesimi addebiti, di preconcetta ostilità verso il collega più meritevole, contestualmente ed identicamente rivolti dall’on.le Sgarbi sia alla dott.ssa Boccassini che al dott. Colombo; atteso che – nel ritenere dette esternazioni, del deputato conduttore della trasmissione in questione, scriminate dalla prerogativa della insindacabilità di cui all’art. 68 Cost. – la Camera di appartenenza si è limitata a recepire il parere della Giunta che quelle dichiarazioni aveva delibato considerandone destinatario proprio il Colombo». D’altra parte, ha soggiunto la Corte ricorrente, è proprio in «ragione di tale innegabile riferibilità al fatto oggetto della presente causa» che quella stessa delibera è stata invocata dallo Sgarbi anche nel corso del procedimento a quo, e, dunque, correttamente la Corte di appello di Bologna ne ha tenuto conto."
Sgarbi non ha i privilegi da deputato quando non esercita come deputato, come il carabiniere non ha i privilegi dell’Istituzione quando non è in servizio, ma agisce da cittadino. E’ una condizione difficile per chi è stato educato come cattolico dismettere i panni del privilegio che li fa sentire tanti dio onnipotente. Solo che non si rendono conto, né Sgarbi, né la Camera dei Deputati, che ogni volta che esercitano un atteggiamento onnipotente non solo offendono la società civile, ma mettono in atto veri e propri atti di eversione dell’ordine democratico che troppi Magistrati, educati a mettersi in ginocchio davanti al crocifisso, per troppo tempo hanno tollerato se non favorito.
La Corte Costituzionale, censurando il comportamento illegale e criminale della Camera dei Deputati, afferma:
“4. – Deve conclusivamente ritenersi che non spettava alla Camera dei deputati affermare che i fatti per i quali è in corso il giudizio civile promosso dal dott. Gherardo Colombo nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi pendente davanti alla Corte di cassazione, terza sezione civile, di cui al ricorso in epigrafe, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione.”
Dunque, la Camera dei Deputati, organizzata in associazione eversiva, venendo meno ai limiti nei quali può agire, ha tentato di prevaricare le prerogative di un altro potere dello Stato al fine di assicurare a sé e ad altri un ingiusto profitto.
Conclude in sentenza la Corte Costituzionale:
dichiara che non spettava alla Camera dei deputati affermare che i fatti per i quali è in corso il giudizio civile promosso dal dott. Gherardo Colombo nei confronti del deputato Vittorio Sgarbi davanti alla Corte di cassazione, terza sezione civile, di cui al ricorso in epigrafe, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione.”
Ci vorrà parecchio tempo per riuscire a riportare i criminali, che pensano di commettere crimini perché protetti dall’immunità che le Istituzioni garantiscono loro, siano riportati nell’ambito della legittimità Costituzionale. L’esempio di Gesù che in quanto figlio del dio padrone pretende di essere il padrone delle persone, è duro da morire. Come è duro da morire il concetto secondo cui, il dio padrone che commette genocidio, non si può accusare senza commettere il reato di lesa maestà.
In calce riporto l’intera sentenza della Corte Costituzionale N. 194 del 2011.
Sentenza ripresa e commentata da:
Pubblicato da Claudio Simeoni a 01:45 Nessun commento:
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