Source: http://www.salmone.org/tag/percy-schmeiser/
Timestamp: 2018-05-24 19:27:45+00:00
Document Index: 10074576

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 14', 'art. 11', 'art. 14', 'art. 1']

Percy Schmeiser | Salmone.org
Semi brevettati e nuovi orientamenti dell’UE: leggende metropolitane
Vi è mai capitato di sentire ambientalisti, fan di Percy Schmeiser, slow-fooders, eccetera, stracciarsi le vesti perché con la bioingegneria la proprietà dei semi viene espropriata dai contadini e trasferita alle società che producono i semi, cosicché i primi non possono più metter da parte i semi dal raccolto corrente per la semina futura, ma sono costretti a ricomprare i semi dal produttore? E vi è mai successo di sentire gli stessi personaggi affermare che le recenti iniziative della Commissione UE in merito agli Ogm sono la prova che questi ultimi sono visti con crescente diffidenza per via della loro pericolosità per la salute o l’ambiente? Sicuramente vi è capitato. In ogni caso, quel che dovete sapere è che nessuna di queste affermazioni è vera: si tratta di pure e semplici leggende metropolitane.
1. Per cominciare, è possibilissimo metter da parte i semi e riutilizzarli per la semina successiva, senza dover pagare neanche un centesimo al produttore.
Negli Stati Uniti (la patria della Kattive Multinazionali), ad esempio, fin dal 1970 il Plant Variety Protection Act consente ai contadini di utilizzare i semi per le semine successive (fino al 1994, consentiva anche di rivenderli). Si tratta di quello che viene usualmente chiamato farmer’s privilege. Si tratta, tecnicamente, di una esenzione rispetto ai diritti di esclusiva che spettano all’inventore di una nuova varietà vegetale.
Nel 1991, poi, la Convenzione internazionale di Ginevra per la protezione delle nuove varietà vegetali (detta comunemente UPOV) ha stabilito - all’art. 15.1 (i) - che il diritto dell’inventore non si estende agli “atti compiuti privatamente e per scopi non commerciali“: dal che si deduce che il farmer’s privilege esiste, sia pur ristretto ai casi di agricoltura non commerciale ma di autoconsumo/sussistenza. Tuttavia, la medesima Convenzione prevede altresì, all’art. 15.2, che i Paesi contraenti potessero, entro determinati limiti, consentire ai contadini di usare sulle loro proprietà e per scopi di moltiplicazione (anche a fini non di mero autoconsumo) il raccolto di varietà protette. Proprio di quest’ultima facoltà si sono avvalsi gli strumenti successivi dell’Unione Europea.
Il Regolamento n. 2100/94 UE (sulla privativa comunitaria per i ritrovati vegetali), oltre a ripetere anch’esso, come l’UPOV, che la privativa non si estende agli “atti effettuati privatamente e per scopi non commerciali” (art. 15), stabilisce infatti (all’art. 14) che gli agricoltori possono usare “a fini di moltiplicazione” nei loro campi il prodotto del raccolto ottenuto piantando semi di una varietà coperta da privativa purché non si tratti di “un ibrido o [di] una varietà di sintesi” e purché si tratti di alcune determinate specie di piante (l’eccezione, insomma, non si applica a qualunque specie vegetale): alcune (parecchie) piante da foraggio, alcuni (parecchi) cereali, alcune patate, e poi la colza, la rapa e il lino da seme.
Infine, la Direttiva n. 44/1998 sulle invenzioni biotecnologiche prevede anch’essa (art. 11.1) un’eccezione al diritto dell’inventore; è libera l’utilizzazione del seme “per la riproduzione o la moltiplicazione in proprio nella sua azienda“, nei limiti di cui all’art. 14 del Reg. n. 2100/1994. Invece, per quanto riguarda gli animali, la stessa norma limita l’uso dell’animale all’uso agricolo nell’ambito dell’azienda, ma non anche “la vendita nell’ambito o ai fini di un’attività di riproduzione commerciale“.
Insomma, la storia del piccolo agricoltore indiano o africano che non può utilizzare il raccolto per la semina successiva è falsa.
2. Il 13 luglio 2010, la Commissione ha proposto un nuovo Regolamento [COM(2010)375 final- 2010/0208 (COD)] che, in deroga alla Direttiva 2001/18/CE, dovrebbe introdurre la libertà, per ogni Stato membro, di escludere gli Ogm da tutto o parte del proprio territorio, per ragioni esclusivamente economiche (e non, quindi, sanitarie o ambientali, che restano soggette a una disciplina non nazionale ma comunitaria). Dal testo è chiarissimo che la motivazione per il divieto totale o parziale di coltivazione di Ogm non solo non deve necessariamente, ma non può tassativamente essere attinente né alla tutela della salute né a quella dell’ambiente. La proposta di modifica della Direttiva 2001/18/EC dispone infatti che “those measures are based on grounds other than those related to the assessment of the adverse effect on health and environment which might arise from the deliberate release or the placing on the market of GMOs” [art. 1, lett. a) della proposta].
In altre parole, la Commissione intende consentire a tutti gli Stati o gli enti locali che finora hanno cercato invano di vietare la coltivazione degli Ogm autorizzati dall’UE (dato che finora il divieto doveva essere basato su ragioni scientifiche) di farlo invocando proprio quelle ragioni economiche (come la decisione di tutelare le piccole coltivazioni di qualità, di puntare tutto sulle coltivazioni ‘biologiche’, ecc.) che finora potevano al massimo influire sulla formulazione dei piani di coesistenza. E perché questo? Per la semplice, ma ottima, ragione che non esistono argomenti scientifici per affermare la pericolosità degli Ogm per la salute o per l’ambiente. Le recenti proposte della Commissione sono basate proprio su questa conclusione.
V. tra i molti all’indirizzo http://press.slowfood.it/press/ita/leggi.lasso?cod=3E6E345B1650f173F6ToOh802D49&ln=it
V. per es. la dichiarazione di Burdese (Slow Food) all’indirizzo http://press.slowfood.it/press/ita/leggi.lasso?cod=C2744B8811756170CAvLS1607392&ln=it
Tags: Luca Simonetti, Percy Schmeiser