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Timestamp: 2020-05-28 08:00:01+00:00
Document Index: 168446609

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 18']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 13 dicembre 2018, n. 32330 - Licenziamento per rifiuto del lavoratore al distacco è illegittimo se il distacco comporta un mutamento sostanziale delle mansioni, poiché in tale ipotesi occorre il consenso del lavoratore - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 13 dicembre 2018, n. 32330 – Licenziamento per rifiuto del lavoratore al distacco è illegittimo se il distacco comporta un mutamento sostanziale delle mansioni, poiché in tale ipotesi occorre il consenso del lavoratore
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 13 dicembre 2018, n. 32330
Licenziamento per giusta causa – Rifiuto del lavoratore al distacco – Mutamento sostanziale delle mansioni – Consenso del lavoratore
1. Con sentenza n. 577/2017, depositata il 4 maggio 2017, la Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza di primo grado, con la quale il Tribunale della medesima sede, pronunciando in sede di opposizione, aveva annullato, con le conseguenze di cui all’art. 18, comma 4, I. n. 300/1970, il licenziamento per giusta causa intimato dalla K.C.I. S.p.A. a L.G. in data 22/10/2015 per il rifiuto del lavoratore al distacco presso una società controllata in India, peraltro disponendo la detrazione, dalle dodici mensilità cui il primo giudice aveva commisurato l’indennità risarcitoria, di euro 9.212,50 pari a quattro mensilità della retribuzione percepita dal G. a seguito del reperimento di nuova occupazione in data 20/6/2016.
2. Con il secondo, deducendo la violazione degli artt. 30 d.lgs. n. 276/2003, 18 I. n. 300/1970 e 2119 cod. civ., in relazione all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ., nonché omesso esame di un fatto decisivo ai fini del giudizio ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ., la ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere considerato che il consenso del lavoratore integra un elemento costitutivo della fattispecie legale laddove il distacco, anche nella prospettazione datoriale, implichi un mutamento di mansioni, mentre laddove – come nel caso di specie – il provvedimento non contenga una indicazione di mutamento di mansioni, non è necessario il consenso del lavoratore ed egli non può rifiutarlo, a nulla rilevando che possa essere successivamente accertato, in sede giudiziale, che il distacco avrebbe comportato un mutamento di mansioni.
5. Con il quinto, deducendo la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 18, comma 4, I. n. 300/1970, in relazione all’art. 360 n. 3, nonché vizio di motivazione, la ricorrente censura la sentenza per avere la Corte, pur dando atto del reperimento, da parte del G., di nuova occupazione sin dal 20/6/2016, limitato l’aliunde perceptum da detrarre a sole quattro mensilità invece che a tutto quanto percepito nel periodo di estromissione, ed inoltre per avere omesso di esaminare l’aliunde percipiendum.
9. E’, quindi, irrilevante che il datore, nella lettera di comunicazione del provvedimento, abbia affermato – come nella specie – che il lavoratore avrebbe continuato a svolgere le proprie mansioni presso la controllata (ciò che, secondo la tesi della società ricorrente, renderebbe non necessario il consenso del lavoratore e illegittimo il rifiuto del distacco, senza un accertamento giudiziale), posto che una tale interpretazione avrebbe l’effetto di far coesistere – in esclusiva dipendenza di una dichiarazione del datore di lavoro, di cui peraltro non vi è traccia nel dettato normativo – discipline diverse per casi identici.
11. Al riguardo si osserva che le parole “non è dato comprendere” (come il G. potesse continuare a svolgere, presso la società controllata, la maggior parte delle attività caratterizzanti il suo ruolo in Italia di I.A.M.: cfr. sentenza, pp. 6-7), anziché porre – secondo l’assunto della ricorrente – una domanda a cui il giudice di appello non avrebbe saputo trovare risposta, costituiscono un luogo del discorso di valenza esattamente opposta, in quanto diretto a sottolineare la radicale difformità di compiti e mansioni tra l’attività italiana, dettagliatamente descritta ed esaminata sulla base delle risultanze istruttorie, e quella che sarebbe stata espletata in India (cfr. pp. 7- 11).
14. Il quinto motivo, nella parte in cui deduce l’omesso esame dell’aliunde percipiendum, è parimenti inammissibile, per difetto del requisito di cui all’art. 366, comma primo, n. 6 cod. proc. civ., posto che non risultano specificamente indicati gli atti in cui la relativa circostanza sarebbe stata dedotta dalla società e non contestata dal lavoratore (vale a dire la possibilità per lo stesso, usando l’ordinaria diligenza, di andare a lavorare immediatamente presso la società della moglie); né trascritto il capitolo di prova che la Corte ha ritenuto del tutto generico (cfr. sentenza, p. 14).
16. Al riguardo si osserva che l’art. 18, comma 4, I. n. 300/1970 prevede, nelle ipotesi ivi indicate, un regime di tutela del lavoratore illegittimamente licenziato costituito dalla reintegrazione nel posto di lavoro unitamente al pagamento “di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione”, con il limite di dodici mensilità.
Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 6.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% e accessori di legge, somma di cui dispone la distrazione in favore dei procuratori del controricorrente.
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