Source: https://donneitaliane.eu/it/category/generale/
Timestamp: 2020-07-11 11:53:17+00:00
Document Index: 30726656

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art.1', '§ 1', 'art.6', '§ 3', 'art.5', 'art.1', 'art.4', '§ 3', 'art.4']

Generale | Coordinamento Donne Italiane
Perchè la legge n.40 lede la libertà dei cittadini e specificatamente delle donne
18. Febbraio 2015 adriana
A proposito della legge n.40 del 19.2.2004 sulla procreazione assistita.
Non mi occupo qui delle questioni concernenti la salute delle donne, che questa legge nella sua regolamentazione deliberatamente mette a rischio. Mi limito ad esaminare le conseguenze giuridiche e sociali che derivano dall’introduzione dei diritti del concepito nell’art.1 e dalla definizione degli aventi diritto all’accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita.
(a) art.1, § 1 – La legge “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.
Il Codice Civile italiano non considera il concepito soggetto giuridico (Titolo 1 Delle persone fisiche, Art.1 “la capacità giuridica si acquista al momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”). Anche nel caso che ci sia una gravidanza in atto e si debba dividere un’eredità, la legge prescrive che si aspetti la nascita del bambino, il quale solo attraverso la nascita diventa soggetto giuridico.
Con il concepito come soggetto di diritto si ritorna al concetto settecentesco di “cittadino non nato”, contrapposto alla madre. Gli stati nazionali si servirono di questo concetto per due scopi:
a) tutelare il frutto del ventre materno, considerato bene appartenente allo Stato, futuro cittadino e soldato, se maschio, riproduttore di cittadini, se femmina.
b) legittimare un sistema di controllo del corpo femminile tramite garanti- maschi- delle gravidanze illegittime e della nascente “polizia medica”, che nel Lombardo-Veneto introdusse il direttore generale degli affari medici Johann Peter Frank (1745-1821). In questo ambito per esempio si prevedevano sanzioni per i mariti che picchiassero le mogli gravide, chiaramente a tutela del feto, senza con ciò scalfire il diritto di correzione degli uomini sposati nei confronti di mogli e figli.
Se si deve tutelare il diritto alla vita dell’embrione le conseguenze sono
a) la messa in discussione della legge 194 per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza
b) la possibilità per legge di sanzionare i comportamenti della donna che possono danneggiare l’embrione, come uso di droga, fumo, alcool e quant’altro.
È ben vero che questa legge non si segnala per coerenza, anzi prevede di essere elusa di fatto (v. l’obbligo di riconoscimento del padre sociale in caso di “inseminazione eterologa” che la legge proibisce).
Ma quale sarebbe il panorama, se essa venisse applicata integralmente?
Si raggiungerebbe il massimo controllo del corpo femminile, cosa che evidentemente vagheggia la maggioranza di uomini, che ha votato la legge n. 40 al contrario delle poche donne votanti (ricordiamo che persino l’on. Prestigiacomo, ministra per le pari opportunità e membro della maggioranza si è dichiarata pubblicamente contraria).
Infatti la donna, una volta che sia avvenuta la fecondazione in provetta, non può più rifiutare l’impianto degli embrioni in utero.
(art.6, § 3). Sarebbe interessante sapere come si farà ad obbligarla, nel caso non sia consenziente, e come reagirà l’operatore sanitario, dato che un intervento obbligatorio, oltre che anticostituzionale, è in contrasto con la deontologia medica.
(b) art.5: “Possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
Con questa disposizione si impone alla popolazione italiana un modello di famiglia e di genitorialità che discende dall’etica cristiano-cattolica, non rispettando la separazione tra Stato e Chiesa sancita dalla Costituzione e discriminando di fatto i cittadini non credenti o di altra religione, già discriminati dall’art.1 (per esempio la religione ebraica non considera il periodo prenatale come vita, ma solo come potenzialità della stessa). Possibili altre forme di relazioni a cui la societá si è aperta vengono escluse dall’accesso alla PMA, intervenendo quindi in scelte di vita, che appartengono alla sfera personale. In sostanza si decidono per i cittadini i modelli
genitoriali da seguire, rendendo tra l’altro obbligatoria la coincidenza tra genitorialità biologica e sociale (art.4, § 3). “È vietato il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo”).
Il perno della maternità e paternità viene così spostato dall’allevamento e dall’educazione dei figli al puro dato biologico. Osservo incidentalmente che questa disposizione non sembra ispirata dal cristianesimo, che anzi ha da sempre valorizzato la paternità e maternitá spirituale.
Poichè l’art.4 limita l’accesso alla PMA solo alle coppie sterili, esclude tutte quelle coppie portatrici di malattie ereditarie − pensiamo al gran numero di affetti da talassemia soprattutto nelle isole italiane −, che da una fecondazione in provetta ed impianto in utero degli embrioni sani potrebbero realizzare il desiderio di procreazione.
Riassumendo: questa legge, che si esprime in termini neutri, come se la quasi totalità delle tecniche di PMA non avvenisse, come avviene, nel corpo femminile, compromette pesantemente la libertà e l’autodecisionalità della donna, crea le necessarie premesse per rivedere la legge 194, impone un modello di famiglia cristiano-cattolico a tutti i cittadini, limitandone le scelte di vita. Lo spirito di questa legge è anacronistico e oscurantista, non tiene conto dell’avvenuta evoluzione del paese reale e tratta i cittadini come sudditi incapaci di assumersi responsabilità etiche secondo la propria coscienza.
Generale, Stampa
Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero
28. Luglio 2014 adriana
Il Coordinamento Donne di Francoforte esprime preoccupazione rispetto alle recenti elezioni del CGIE
In seguito alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, il Coordinamento Donne di Francoforte esprime grave preoccupazione per la quasi assenza di donne nei nuovi consigli.
Sul totale dei 65 membri eletti solo sette sono donne e il CGIE tedesco, che vantava la presenza di ben tre donne su cinque consiglieri, è adesso composto di soli uomini.
In questi 50 anni di emigrazione italiana in Germania, sono state soprattutto le donne a portare avanti il difficile processo d’integrazione nella società tedesca. Non solo l’andamento ed inserimento scolastico dei figli, la costituzione di una rete di rapporti sociali in loco, la gestione dei servizi, il dialogo con le istituzioni, ma anche la riflessione politica e scientifica rispetto al processo di integrazione sono ambiti nei quali le donne italiane hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale, non paragonabile all’operato maschile. Tutto ciò a fronte di una comunità a maggioranza maschile (le donne sono il 41% degli italiani in Germania ) , che continua a vedere il lavoro femminile come supporto all’economia familiare e quindi a non investire più che tanto nella formazione scolastica e professionale delle ragazze, che invece meriterebbero di essere sostenute per le loro migliori prestazioni. A noi sembra che l’ottica dell’assistenzialismo e del sostegno alla famiglia, che ha contraddistinto finora l’azione delle istituzioni italiane che si sono occupate dell’emigrazione, debba essere spostata sulla qualificazione degli italiani all ‘estero per il raggiungimento di una loro autonomia e crescita culturale e civile. Di questo ci siamo occupate soprattutto noi donne, anche per la nostra maggiore presenza nella formazione come insegnanti e come utenti-madri.
Un consiglio composto di soli uomini non è adatto ad esprimere la realtà della comunità italiana in Germania.
Ancora meno pensiamo di poter essere rappresentate nelle esigenze, attività e proponimenti specificamente legati alla realtà delle donne italiane. Considerando infatti il rapporto tra donne e uomini nell’ambito del CGIE mondiale, prevediamo sia impossibile rilanciare la proposta di una commissione parità all’interno del CGIE e ancora più difficile portare avanti la proposta di legge – che attualmente giace- per la costituzione di un Osservatorio delle Donne italiane all’estero.
Come Coordinamento Donne avvieremo un dibattito rispetto alle cause che hanno portato ai risultati di queste elezioni, in cui non si è evidentemente capito- neanche le donne l’hanno capito – che le donne sono necessarie non per la rappresentanza numerica, ma per i nuovi contenuti che esse portano e che sono testimoniati dal loro inserimento negli organismi politici locali, dove occupano spazi spesso più degli uomini (a Francoforte due donne su tre consiglieri comunali italiani). Avere questi spazi anche negli organismi politici italiani diventa a questo punto uno degli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere attraverso le attività del nostro Coordinamento.
Per il Coordinamento Donne di Francoforte
Liana Novelli (Presidente), Paola Fabbri (Vice-presidente)