Source: http://astratto.info/le-problematiche-relative-alla-misurazione-dellincidenza-del-l.html
Timestamp: 2020-02-22 03:13:44+00:00
Document Index: 47142634

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2']

Le problematiche relative alla misurazione dell’incidenza del lavoro minorile nel mondo 2
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1.1 Le problematiche relative alla misurazione dell’incidenza del lavoro minorile nel mondo
1.2 La portata del fenomeno del lavoro minorile nel mondo
1.3 La prospettiva di genere
1.4 Alcune osservazioni sui dati
2. Qualificazione del fenomeno: quali lavori e in quali settori
3. Localizzazione del fenomeno: dove sono i bambini lavoratori
3.1 Paesi Sviluppati
3.2 Paesi in transizione economica
3.3 Asia e Pacifico
3.4 America Latina
3.6 Nord Africa
3.7 Osservazioni conclusive
4. Le cause del lavoro minorile: quali elementi incidono sull’ “offerta ” e sulla “domanda”
4.2 Gli elementi che incidono sull’offerta
4.1.1 Le cause dirette
4.1.2 Le cause indirette
4.1.3 Le cause strutturali
4.3 Gli elementi che incidono sulla domanda
1.1 Le problematiche relative alla misurazione dell’incidenza del lavoro minorile nel mondo 2
1.2 La portata del fenomeno del lavoro minorile nel mondo 3
1.3 La prospettiva di genere 4
1.4 Alcune osservazioni sui dati 4
1.5 Conclusioni 6
2. Qualificazione del fenomeno: quali lavori e in quali settori? 7
2.1 Le tipologie di lavoro minorile 7
3. Localizzazione del fenomeno: dove sono i bambini lavoratori? 10
3.1 Paesi Sviluppati 10
3.2 Paesi in transizione economica 10
3.3 Asia e Pacifico 11
3.4 America Latina 11
3.5 Africa 11
3.6 Nord Africa 12
3.7 Osservazioni conclusive 12
4. Le cause del lavoro minorile: quali elementi incidono sull’ “offerta ” e sulla “domanda”? 14
4.1 L’importanza di comprendere le cause del fenomeno del lavoro minorile 14
4.2 Gli elementi che incidono sull’offerta 14
4.3 Gli elementi che incidono sulla domanda 17
1. Quantificazione del fenomeno: quanti bambini lavoratori nel mondo?
Una delle sfide principali nel contrasto del fenomeno del lavoro minorile è indubbiamente quella relativa alla quantificazione.
I problemi in questo senso sono molteplici.
Prima di tutto perché il lavoro minorile è principalmente un fenomeno sommerso, difficile da estrapolare dalle statistiche ufficiali dei singoli Paesi e, a volte, dal momento che contrasta con gli standard minimi internazionali di protezione dell’infanzia, volontariamente oscurato.
In secondo luogo, anche nei Paesi in cui esistono statistiche specifiche, a volte, proprio perché ciascuno Stato realizza le inchieste per scopi differenti, queste non sono tra loro comparabili.
Infine, ed è forse questa la carenza più rilevante nel contesto della misurazione del fenomeno, i dati quantitativi non offrono un quadro completo: essendo astratti dal contesto specifico non permettono di essere interpretati correttamente. I dati qualitativi, in questo settore, sono importantissimi, perché permettono di calibrare le informazioni quantitative e di contestualizzare, oltre che misurare, la portata del fenomeno.
Quando si parla di statistiche a livello mondiale, è importantissima l’opera di omogeneizzazione, sia dal punto di vista della metodologia di ricerca che da quello dell’analisi.
In questo senso un ruolo rilevante è rivestito dall’ International Labour Organisation (ILO), che, nel 1998, ha lanciato un programma denominato Statistical Information and Monitoring Programme on Child Labour (SIMPOC)1, che coinvolge, oltre che i Governi, anche organizzazioni internazionali e non governative impegnate nel settore della tutela e della promozione dell’infanzia. Lo scopo primo del programma è quello di realizzare una raccolta ed un’analisi omogenea dei dati al fine di offrire una panoramica il più esaustiva possibile.
Si ritiene opportuno, a titolo di premessa, fare alcune precisazioni terminologiche sulle categorie utilizzate dall’ILO, che coincidono con quelle internazionalmente accettate.
Innanzi tutto con la parola bambino si fa riferimento alla persona minore di 18 anni2.
Quando si parla di attività economica, si fa riferimento a tutti i tipi di lavoro svolti per almeno un’ora al giorno, a prescindere dal fatto che siano realizzati nel contesto del mercato formale, che siano retribuiti, che siano leciti o svolti con regolarità3.
Per lavoro leggero si intende un’attività economica che non sia pregiudizievole per la salute e lo sviluppo del minore e che non pregiudichi la possibilità di ricevere una formazione e la possibilità di beneficiare dell’istruzione ricevuta. Secondo gli standards internazionali sono ammessi a svolgere questo tipo di lavori anche i bambini, a patto che abbiano età superiore ai 15 anni4. Ai fini della ricerca condotta dall’ILO, si considera leggero il lavoro che occupa il minore per non più di 14 ore settimanali.
Il concetto di lavoro minorile ha, secondo l’accezione dell’ILO, una connotazione negativa, nel senso che ricomprende tutte le forme di attività economica svolte dai minori, ad esclusione di quelle definite come accettabili (lavori leggeri o comunque non pericolosi) e per questo motivo è da combattere in tutte le sue forme.
Rientrano in questa categoria anche i lavori definiti pericolosi (in quanto minaccia alla sicurezza, alla salute sia fisica che mentale nonché allo sviluppo morale del minore) e le peggiori forme di lavoro minorile (schiavitù o pratiche similari – es. traffico di minori, lavori forzati o arruolamento di minori per l’impiego in conflitti armati – es. prostituzione, impiego di minori per la produzione di materiale pornografico, impiego di minori in attività illecite – es. produzione e traffico di droga)5.
Il bambini ed i ragazzi impegnati in attività lavorative (economicamente attivi) nel mondo sono circa 352 milioni, ossia il 23% del totale della popolazione infantile mondiale.
Si tratta di minori con età compresa tra i 5 e i 17 anni che svolgono, per almeno un’ora al giorno, attività produttive in senso lato (a prescindere dal fatto che siano svolte nel contesto del mercato formale, che siano retribuite, che siano lecite o svolte su base regolare)6.
Di questi, circa 211 milioni, ossia il 60% del totale dei minori lavoratori nel mondo, sono minori con età compresa fra i 5 e i 14 anni.
L’età minima di accesso al lavoro, intesa come standard minimo internazionalmente pattuito, è di 15 anni7, a patto che il tipo di lavoro svolto dal minore non sia pregiudizievole dal punto di vista della salute, dall’eccesso all’istruzione e della morale8. In alcuni casi specifici l’età minima è abbassata ai 14 anni9, con riferimento a quei Paesi dotati di strutture economiche e/o formative non sufficientemente sviluppate.
Secondo la ricerca realizzata dall’ILO sui 211 milioni di minori con età compresa fra i 5 ed i 14 anni, ben 186 milioni, ossia l’88%, sono impiegati in attività lavorative da abolire perché pregiudizievoli alla condizione di minore.
In riferimento ai minori lavoratori con età compresa fra i 15 ed i 17 anni, che sono circa 141 milioni, la percentuale di minori impegnati in attività lavorative pregiudizievoli è del 42%, per un totale circa 59 milioni.
Alla luce di questi primi dati si possono già formulare alcune osservazioni, anche in relazione alla posizione dell’ILO nei confronti del lavoro minorile.
Secondo ILO il numero di minori lavoratori impiegati in attività che sarebbero da abolire sono complessivamente 245 milioni. Quindi i minori impiegati in attività accettabili, che quindi svolgono attività non pregiudizievoli per la loro condizione, sono 107 milioni.
Se si considera il totale dei minori economicamente attivi si osserva che il lavoro minorile ha un impatto leggermente maggiore sulla popolazione maschile piuttosto che su quella femminile: il 52,3% dei minori lavoratori sono di sesso maschile.
In realtà, in termini assoluti, la differenza non è sostanziale, anche alla luce del fatto che spesso le bambine sono impiegate in attività lavorative, come per esempio nel caso dei lavori domestici, che, essendo svolte prevalentemente nelle case, non sono facilmente monitorabili. In termini generali si può quindi concludere che l’impatto del lavoro minorile dal punto di vista di genere sia sostanzialmente equilibrato tra i due sessi.
La situazione è leggermente diversa se si analizzano le statistiche disaggregate, nelle quali si nota una tendenza ben precisa: con l’aumentare dell’età il gap tra minori lavoratori rispettivamente di sesso maschile e femminile aumenta.
In particolare nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 17 anni la percentuale di minori lavoratori di sesso maschile sale al 53,3%, contro il 46,7% di sesso femminile. Questo può essere spiegato dal fatto che i Paesi con un maggior tasso di incidenza del lavoro minorile, sono quelli in via di sviluppo, dove l’età media di maternità è molto bassa: spesso le adolescenti che diventano madri devono abbandonare le attività lavorative per accudire i bambini e gestire la famiglia.
Alcune differenze di genere si riscontrano anche nella distribuzione dei minori impiegati nelle attività che, secondo la posizione dell’ILO, sono da considerare non accettabili.
In questo caso si nota, rispetto alla distribuzione per sesso del totale dei minori lavoratori, che la percentuale di maschi è prevalente e che il gap con il campione femminile aumenta quando si passa alla categoria di lavori cosiddetti pericolosi, che ha un’incidenza del 56,1% tra i maschi contro il 43,9% tra femmine.
Il trend di cui si parlava sopra, relativo al gap sempre maggiore tra maschi e femmine con l’aumentare dell’età, si ripropone quindi anche in relazione alle forme di lavoro non accettabili.
Si può quindi concludere che, sebbene a livello aggregato l’impatto del lavoro minorile non subisce variazioni dal punto di vista di genere, in realtà analizzando i dati disaggregati, la popolazione maschile, con l’aumentare dell’età, è più soggetta al lavoro minorile. Inoltre si nota che la popolazione infantile maschile è più esposta a forme di lavoro non accettabili.
Alla luce di questi primi ed essenziali dati si possono fare delle osservazioni preliminari.
La prima osservazione ha ad oggetto l’andamento del fenomeno del lavoro minorile nel tempo.
Nel 1995 si stimava che i bambini con età compresa fra i 5 ed i 14 anni fossero 250 milioni10: la ricerca era stata realizzata senza considerare i bambini lavoratori nei Paesi Sviluppati e nei Paesi in transizione economica, in riferimento ai quali non erano disponibili dati o comunque non erano considerati attendibili.
Secondo la nuova ricerca realizzata dall’ILO, oggi, l’incidenza del lavoro minorile sullo stesso campione d’età ammonta a circa 211 milioni, e, per essere precisi, esattamente a 206 milioni se si scorporano i 5 milioni di minori lavoratori che si stima esistano nei Paesi Sviluppati e in quelli in transizione economica.
Quindi è evidente che il numero si è abbassato di circa un 20%.
Come interpretare questo dato? In particolare, si può concludere che l’impatto del lavoro minorile sia diminuito nel corso degli ultimi anni?
Occorre premettere che la comparazione tra i risultati delle due ricerche può essere fatta, ma con cautela: prima di tutto perché nel corso degli anni sono migliorate le tecniche di misurazione del fenomeno del lavoro minorile, secondo poi perché, per realizzare la seconda ricerca, sono state elaborate ed utilizzate metodologie più avanzate11.
Fatta questa premessa e considerato però che il decremento è considerevole, si può ipotizzare che ciò sia dovuto, per lo meno in parte, ad una reale diminuzione del fenomeno, anche se è difficile individuare un trend statistico in tal senso.
Un seconda osservazione riguarda l’approccio generale dell’ILO nei confronti del lavoro minorile: è indicativo in tal senso il fatto che per la classe di età compresa fra i 5 e gli 11 anni, tutti i lavori svolti dai minori sono considerati forme di lavoro da abolire.
È chiaro che ragionando in astratto si concorda con tale posizione: il lavoro di fatto priva il minore di tempo, che potrebbe utilizzare per vivere in maniera piena ed effettiva la propria infanzia. Occorre però calibrare le tendenze ideali con la realtà concreta. Prima di tutto bisogna considerare che non tutti i lavori sono pregiudizievoli solo per il fatto di essere svolti da un minore: esistono tipi di lavori leggeri, che non pregiudicano il minore né dal punto di vista della salute psicofisica, né dal punto di vista della possibilità di frequentare la scuola.
In secondo luogo, il minore lavoratore ha spesso, in determinati contesti socioculturali, un ruolo sociale ben definito e fondamentale nell’organizzazione della famiglia.
L’ILO esamina poi anche il gruppo di età tra gli 11 ed i 14 anni, riproponendo sostanzialmente la stessa discriminazione: in questo caso i lavori leggeri12 sono tollerati, ma vengono considerati pregiudizievoli anche i lavori definiti normali13.
Alla luce di queste osservazioni, sorgono alcuni interrogativi, cui si cercherà di dare risposta nel corso del presente lavoro.
Prima di tutto: è veramente corretto utilizzare l’età come principale discrimine tra i lavori “accettabili” e forme di lavoro da abolire? Non sarebbe più opportuno elaborare altri parametri, dipendenti dai diversi contesti, per valutare se effettivamente il tipo di lavoro svolto sia pregiudizievole per il minore?
Mi riferisco per esempio al fatto che il lavoro sia conciliabile o meno con la frequenza della scuola o che di fatto non abbia impatti negativi sull’integrità fisica e morale del minore. Si tratta di parametri qualitativi, che si contrappongono, anche se non escludono totalmente, quello quantitativo dell’età.
Occorre sottolineare però che queste problematiche vengono riconosciute e considerate anche dalle istanze favorevoli all’eliminazione tout court. Infatti, come accennato sopra, l’art. 2 par. 4 della Convenzione 138 sull’età minima permette l’abbassamento dell’età minima di accesso al lavoro ai 14 anni (in deroga al limite dei 15 anni), nel caso in cui i Paesi abbiano strutture economiche e scolastiche non sufficientemente sviluppate.
Certo il riferimento è sempre all’età, ma si tratta comunque di un riconoscimento che la lotta al lavoro minorile è vincolata da una serie di circostanze contingenti, che dipendono quindi dalla specificità dei singoli contesti.
Alla luce delle osservazioni di cui sopra si può procedere ad una prima conclusione, che risponde alla domanda: quanti minori si trovano in condizioni lavorative da abolire e combattere, in quanto pregiudizievoli?
Tenendo in considerazione i risultati della ricerca dell’ILO e le categorie da essa adottate possiamo dire che si concorda su due punti.
Il primo punto è quello relativo alla lotta al lavoro minorile nei casi in cui si tratti di peggiori forme di lavoro minorile, in cui sono coinvolti circa 8,4 milioni di minori con età compresa fra i 5 ed i 17 anni.
Il secondo punto di condivisione con l’ILO è rappresentato dall’opposizione alle forme di lavoro pericolose che vedono coinvolti 111,3 milioni di minori con età compresa tra i 5 ed i 14 anni e 59,2 milioni di ragazzi con età compresa tra i 15 ed i 17 anni, per un totale 170,5 milioni di minori.
Non si concorda pienamente in riferimento al numero di minori con età compresa tra i 5 ed i 14 impiegati in lavori definiti non pericolosi, ma in ogni caso considerati dall’ILO da contrastare, perché realizzati al di sotto dell’età minima. Si stima che siano in questa condizione circa 67 milioni di bambini.
Su questo punto si esprimono alcune perplessità: veramente ci si deve porre nell’ottica dell’eliminazione di tutte queste forme di lavoro? Non è forse più opportuno, in questi casi, porsi nell’ottica della promozione di politiche di regolamentazione, che garantiscano ai minori forme di lavoro protette? Non si può infatti ignorare il fatto che spesso il lavoro rappresenta per loro l’unica fonte di sostentamento.
Infine, i minori impiegati in forme di lavoro considerate accettabili sono 25 milioni con età compresa tra i 5 ed i 17 anni e 82 milioni con età compresa tra i 15 ed i 17, per un totale di 107 milioni. Anche in questo caso andrebbe fatta una distinzione sulla base dei parametri qualitativi di cui si parlava sopra, per distinguere tra lavori accettabili e non accettabili ed eventualmente definire una serie di misure di accompagnamento per garantire i minori.
2. Qualificazione del fenomeno: quali lavori e in quali settori?
2.1 Le tipologie di lavoro minorile
Nel capitolo precedente abbiamo offerto una panoramica globale sull’impatto del lavoro minorile nel mondo.
E’ necessario a questo punto descrivere, seppur per categorie esemplificative, le attività che vedono impiegati questi minori. Si consideri che le tipologie di lavoro minorile sono estremamente eterogenee tra di loro: si passa dai lavori per così dire leggeri, alle peggiori forme di lavoro minorile, che in quanto tali rappresentano uno sfruttamento inaccettabile del minore (si pensi per esempio allo sfruttamento della prostituzione o all’arruolamento dei minori in guerra).
Inoltre bisogna essere cauti e ricordare sempre che il pericolo di sfruttamento può nascondersi anche dietro a quelle forme di lavoro minorile che a primo avviso possono sembrare le più innocue. Per questo si ribadisce l’importanza della conoscenza del contesto e delle reali condizioni di lavoro, elementi che però non emergono dalle statistiche o comunque dalle categorie generali.
a) Il lavoro famigliare e il lavoro domestico
Una tipologia diffusa di lavoro minorile è quello svolto nel contesto del nucleo famigliare. In questo caso i lavori svolti dai minori possono essere i più diversi: si passa dallo svolgimento dei lavori domestici, al lavoro vero e proprio nel contesto di piccole unità produttive a conduzione famigliare, al lavoro nei campi di proprietà dei genitori nei contesti rurali.
Non è possibile stabilire a priori se queste forme di lavoro siano pregiudizievoli per il minore: il pericolo di sfruttamento è molto alto perché in genere, essendo attività svolte nel contesto famigliare, sono attività non economicamente retribuite. D’altro canto però si tratta di attività che, se svolte a determinate condizioni, possono considerarsi in un certo senso formative. Si pensi al caso di una piccola bottega artigianale in cui il minore, aiutando i genitori, apprende gradualmente il mestiere per poterli poi sostituire a portare avanti l’attività famigliare. Ma devono essere rispettate, come detto sopra alcune condizioni di base: prima di tutto relative alle mansioni svolte dal minore, che non devono essere eccessivamente pesanti, secondo poi, l’orario di lavoro deve permettere al minore prima di tutto la frequenza scolastica e secondo poi deve lasciargli tempo libero da dedicare al gioco e allo svago.
Spesso i minori lavorano presso famiglie diverse da quelle di provenienza come domestici. Anche in questo caso non è possibile determinare a priori la pericolosità di tali lavori per il minore, perché il rischio varierà al variare delle condizioni contingenti legate, in particolare, all’orario, alle mansioni e alle condizioni di lavoro.
Occorre però sottolineare che a volte questi minori vengono effettivamente sfruttati e il lavoro domestico rischia di trasformarsi in una delle peggiori forme di lavoro minorile: la schiavitù.
b) Il lavoro di strada
Il lavoro di strada è abbastanza diffuso tra i minori lavoratori, soprattutto nei contesti urbani della grandi metropoli dei Paesi in via di sviluppo.
I minori lavoratori di strada svolgono le più svariate attività: dalla vendita di cibi o bevande, alla distribuzione di giornali, alla lucidatura delle scarpe.
Questo tipo di attività il più delle volte è pregiudizievole per il minore non tanto per il tipo di lavoro svolto, quanto piuttosto per il contesto in cui si svolge. Infatti, anche se spesso questi ragazzini riescono a conciliare lavoro e scuola, contribuendo economicamente al proprio sostentamento e a quello della famiglia, tuttavia, la strada è per loro un ambiente pericoloso. I rischi a cui sono esposti sono continui e di fatto la strada rappresenta il contesto più favorevole per essere coinvolti in attività che rientrano nella definizione di peggiori forme di lavoro minorile: si pensi al traffico di droga o alla prostituzione.
c) Il lavoro nel settore industriale
I minori vengono impiegati anche in attività che esulano dal settore informale, come quelle appena descritte.
Si pensi al settore industriale o al settore agricolo, in particolare nel contesto di attività estensive come le piantagioni. Anche in questo caso, nella realtà concreta, le attività svolte sono le più svariate e non sempre integrano gli estremi dello sfruttamento. Tuttavia non si può omettere di dire che gran parte delle denunce legate allo sfruttamento del lavoro minorile sono legate a questo tipo di attività. Sia per quanto riguarda l’orario di lavoro, che spesso non è consono alle esigenze dei minori, sia per le mansioni svolte che il più delle volte presuppongono il contatto con sostanze tossiche o l’utilizzo di strumenti pericolosi per i bambini. In particolare è sotto accusa l’impiego dei minori nel settore industriale minerario a causa delle condizioni dell’ambiente insalubre in cui si svolge il lavoro e delle mansioni cui sono adibiti i minori (spesso impiegati in come il posizionamento di esplosivi nelle cave minerarie).
Detto questo occorre però sfatare due luoghi comuni.
Prima di tutto quello che vede la maggior parte dei minori lavoratori impegnati in attività gestite da imprese multinazionali nel settore della manifattura per l’esportazione, il caso emblematico la produzione di palloni o di scarpe sportive. Infatti, i bambini impiegati in queste attività rappresentano una piccola percentuale del totale dei minori lavoratori (il 5%)14. In secondo luogo, i diretti responsabili dello sfruttamento dei bambini in questi settori non sono tanto le imprese multinazionali, quanto invece i subappaltatori nazionali15.
Un altro settore in cui i minori lavorano è quello dell’industria turistica, che vede li vede impiegati in diverse mansioni come camerieri, lavapiatti e simili.
Si stima che in questo settore il personale composto da minori vari tra il 10% ed il 15% del totale complessivo dei lavoratori.
Anche questo lavoro non è di per sé pregiudizievole per i minori se svolto a determinate condizioni. Di fatto però ha un rischio aggiuntivo, perché può favorire fenomeni legati al fenomeno del turismo sessuale.
c) Le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile
Esistono poi una serie di attività che senza alcun dubbio integrano gli estremi dello sfruttamento. L’ILO stima che ci siano circa 8,4 milioni di minori impiegati nelle peggiori forme di lavoro minorile (schiavitù, traffico di minori, debt bondage, reclutamento nei conflitti armati, prostituzione e pornografia).
I dati forniti dall’ILO su queste attività sono riassunti come segue16:
La lotta all’eradicazione di queste forme di lavoro minorile, nonché la persecuzione degli adulti che sono coinvolti, è necessaria ed urgente. Si tratta di attività che integrano in senso lato la definizione di lavoro, ma è opportuno includerle nella descrizione perché le cause che le generano sono le stesse che generano le tipologie di lavoro minorile sopra descritte, prima fra tutte la necessità del minore o della sua famiglia di una fonte di reddito per soddisfare le esigenze primarie.
Lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali rientra tra le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile: si pensi al turismo sessuale o all’utilizzo dei minori per la produzione di materiale pornografico. L’impegno della Comunità Internazionale in questo settore è notevole e uno dei principali traguardi raggiunti per l’eliminazione e la prevenzione di fenomeni come quelli appena descritti è stato quello dell’introduzione in molte legislazioni nazionali del principio di extraterritorialità, in base al quale il soggetto colpevole del reato di sfruttamento e abuso sessuale su minori è perseguibile penalmente nel Paese di provenienza anche se il reato è stato commesso in un altro Paese.
Una delle peggiori forme di lavoro minorile è il lavoro forzato, spesso in virtù di un vero e proprio patto, stipulato dagli stessi genitori allo scopo di estinguere un debito precedentemente contratto che non riescono ad estinguere (debt bondage). Il dramma è che spesso questi debiti sono talmente elevati da essere inestinguibili e il minore si ritrova nel lungo periodo in un regime molto simile alla schiavitù.
Si stima siano circa 300.000 i bambini soldato, reclutati nel corso dei conflitti armati in particolare nel corso delle guerre civili o delle guerre etniche17. Le conseguenze fisiche e psicologiche della guerra sono l’eredità che accompagnerà questi bambini per tutta la vita.
3. Localizzazione del fenomeno: dove sono i bambini lavoratori?
Per avere una visione completa del fenomeno è però necessario affrontare la questione dal punto di vista della localizzazione, ossia della distribuzione del lavoro minorile nel mondo18. Sebbene il lavoro minorile, come vedremo dettagliatamente nei seguenti paragrafi, sia presente in tutto il mondo, esistono delle regioni geografiche in cui l’impatto è decisamente maggiore. Questa differenziazione dipende da una serie di fattori contingenti a specifiche realtà , tra i quali, come vedremo nel capitolo successivo, giocano un ruolo determinante la povertà ed il mancato sviluppo.
4. Le cause del lavoro minorile: quali elementi incidono sull’ “offerta ” e sulla “domanda”?
4.1 L’importanza di comprendere le cause del fenomeno del lavoro minorile
La comprensione delle cause che stanno alla base del fenomeno del lavoro minorile è essenziale per poter delineare le possibili linee di intervento nel settore.
Chiaramente, data la complessità del problema, la risposta precisa non può prescindere da un’analisi specifica realizzata Stato per Stato. Tuttavia uno sguardo generale su quelle che sono le principali cause può offrire spunti interessanti, seppur di carattere generale.
La risposta alla domanda “perché i minori lavorano?” non è semplice né immediata: infatti le cause sono molteplici. Per esempio, come argomentato sopra, è evidente che il lavoro minorile non sia una prerogativa solo dei Paesi che, con eccesso di semplificazione, possiamo definire poveri: anche nei Paesi più ricchi il fenomeno è presente, ovviamente le cause dipenderanno da fattori diversi, perché diverso è il contesto. Nel corso di questo capitolo si cercherà di offrire una panoramica il più esaustiva possibile.
Quando si indaga sulle cause è opportuno procedere ad un’opera di sistematizzazione delle informazioni: prima di tutto è necessario distinguere bene tra fattori che determinano l’offerta di lavoro minorile e quelli che ne determinano invece la domanda. Questo perché a seconda dei casi cambiano non solo gli attori, ma anche le dinamiche e, di conseguenza, anche le politiche e le strategie da implementare.
Questo non significa che le cause su questi due livelli operino su piani paralleli: è infatti l’incontro tra domanda ed offerta che determina il fenomeno.
Allo stesso modo è opportuno distinguere, come verrà fatto in seguito, tra cause immediate, indirette e strutturali: infatti, anche il principio di causalità opera su piani diversi, che vanno indagati in maniera analitica, ma che concorrono a determinare il fenomeno.
Quali sono i motivi che spingono un minore ad intraprendere attività lavorative? Rispondere a questa domanda richiede un ragionamento complesso, perché generalmente le cause sono più di una e l’avvio precoce al lavoro è il risultato della loro interazione.
Volendo semplificare, si possono individuare tre livelli di causalità19:
le cause dirette sono quelle che interessano direttamente il minore a livello individuale e familiare;
le cause indirette possono essere individuate nell’insieme di valori e situazioni che possono, anche se non necessariamente, favorire il lavoro minorile;
infine ci sono le cause strutturali, che agiscono al livello più allargato della società e dell’economia.
Come accennato sopra le cause che definiamo dirette sono quelle che agiscono direttamente sul minore o comunque sul ristretto gruppo familiare.
Sembra scontato e banale a dirsi, ma è evidente che una delle cause principali che fomentano il fenomeno del lavoro minorile sia lo stato di povertà in cui si trovano il minore e la sua famiglia. L’assenza di risorse economiche sufficienti per acquistare beni di prima necessità, come il cibo, spinge le famiglie ad incrementare le entrate con l’avvio precoce al lavoro dei minori.
Si consideri a tal proposito che nei Paesi con reddito pro capite annuale inferiore ai 500 U$, la percentuale di minori lavoratori con età compresa tra i 10 ed i 14 anni varia tra il 30 ed il 60%; mentre nei Paesi con reddito pro capite compreso fra i 501 ed i 1000 U$, la percentuale varia dal 10% al 30%20.
La povertà economica, come causa del lavoro minorile, può essere ricondotta non solamente ad uno stato contingente della famiglia, ma può anche derivare da uno shock familiare: la perdita di un membro della famiglia economicamente attivo può generare una situazione tale per cui il minore deve lavorare per provvedere al sostentamento dell’intero nucleo. È chiaro che nei nuclei familiari poveri è più facile che il rischio che shock di questo tipo possano destabilizzare l’economia familiare. Un altro esempio di shock a livello familiare può essere la perdita di un raccolto, che assume un ruolo determinante per quelle famiglie che basano la sussistenza sulla propria produzione agricola.
Il ragionamento appena fatto vale quando il minore è inserito in un contesto familiare, ma ci sono casi, spesso collegati alle cause strutturali di cui si parlerà in maniera approfondita in seguito – in particolare guerre, fenomeni di migrazioni o impatto dell’AIDS – in cui il minore è solo e la povertà lo interessa a livello individuale.
In situazioni come queste, la necessità di provvedere ai bisogni essenziali, come procurarsi il cibo o i vestiti, spinge il minore, che spesso non ha nemmeno una casa e vive per strada, a provvedere da solo a se stesso attraverso il lavoro.
La povertà gioca un ruolo fondamentale anche nel momento in cui una famiglia o un singolo devono decidere sull’opportunità o meno dell’istruzione: i costi scolastici infatti non possono essere affrontati dalle famiglie più povere e, d’altro canto, il costo opportunità di mantenere un figlio improduttivo è molto alto, a maggior ragione in contesti di povertà estrema. Questo ragionamento vale ancor più quando il minore è solo e deve provvedere a se stesso attraverso il lavoro.
Quindi si può concludere che, in generale, nei contesti più poveri il lavoro minorile viene visto come un modo per integrare le entrate familiari o comunque per generare redditi necessari per soddisfare i bisogni primari degli individui.
Infatti, in contesti di difficoltà economica, i singoli non hanno una visione di lungo periodo (certo un minore istruito nel lungo periodo è sicuramente più “produttivo” che un minore che non ha ricevuto affatto un’istruzione): fanno piuttosto un ragionamento ed un’analisi costi-benefici nel breve periodo. In questo senso un minore lavoratore genera sicuramente maggiori benefici economici immediati per se stesso e per la sua famiglia, piuttosto che un minore che frequenta la scuola e quindi di fatto è improduttivo.
La povertà, intesa sia a livello individuale che del nucleo famigliare, è senza dubbio una delle cause fondamentali che stanno alla base del lavoro minorile, ma è non è l’unica spiegazione: altrimenti non sarebbe possibile capire perché il lavoro minorile interessi anche minori che di fatto non si trovano in situazioni di povertà materiale in senso stretto.
Ci si riferisce alle situazioni legate al contesto socioculturale.
Nella maggior parte dei casi il basso livello di istruzione dei genitori è una causa indiretta del lavoro minorile: infatti non solo i genitori poco istruiti non sono pienamente consapevoli dei diritti fondamentali dei propri figli, ma, anche, non avendo per primi beneficiato dell’istruzione, sono più portati ad avere sfiducia nella scuola come istituzione e nell’istruzione come mezzo di crescita.
È chiaro che in situazioni come queste la povertà materiale agisce come moltiplicatore, ma questa spiegazione permette anche di capire perché il lavoro minorile sia presente anche in contesti non particolarmente poveri.
In questo senso può anche essere introdotta una riflessione sul concetto percezione della povertà: un casa emblematico è il consumismo, inteso come sempre maggiore disponibilità sul mercato di beni di consumo. In alcuni casi la ricerca di un incremento del reddito, utilizzando anche la strada lavoro minorile, non è giustificato da una reale necessità, quanto piuttosto dalla percezione della povertà, intesa come incapacità di procurarsi beni che, pur non essendolo, vengono percepiti come essenziali.
Le cause strutturali del lavoro minorile agiscono a livello più allargato e sono ricollegabili alle condizioni economiche e sociali di un determinato Paese.
Innanzi tutto, così come la povertà a livello individuale e familiare favorisce il fenomeno, anche la povertà di un Paese, tendenzialmente misurata con il prodotto interno lordo, favorisce il lavoro minorile. Cercando di essere più specifici, il basso prodotto interno lordo di un Paese genera delle conseguenze che possono favorire il lavoro minorile. Innanzi tutto perché i Paesi con un basso prodotto interno lordo sono quelli che meno investono nella spesa pubblica, che significa prima di tutto scuola: in questi casi quindi lo Stato non offre un buon servizio scolastico e non garantisce nemmeno il diritto allo studio. E, di fatto, l’inaccessibilità ai servizi scolastici, favorisce il precoce avviamento al lavoro dei minori.
Questo ragionamento può essere applicato anche a tutti quei casi di shock economici che determinano un abbassamento notevole ed improvviso del PIL, si pensi a questo riguardo all’impatto delle crisi finanziarie che hanno colpito molti Paesi dell’area latino americana.
Un’altra variabile che rientra tra le cause strutturali è il cambiamento demografico che si sta verificando in molti Paesi, mi riferisco in particolare a quello determinato da shock sociali divenuti ormai endemici in alcuni Paesi del mondo: si tratta delle guerre e dell’impatto dell’AIDS.
Questi due fenomeni di fatto molto diversi tra di loro hanno in realtà una conseguenza comune: il cambiamento della struttura familiare e spesso la disgregazione dello stesso nucleo famigliare.
Durante le guerre, in particolare nel corso di conflitti interni che hanno messo e mettono in ginocchio moltissimi Paesi in tutte le parti del mondo, non solo muoiono moltissimi adulti, in genere uomini, ma si generano fenomeni di migrazione di massa. Di conseguenza, i nuclei familiari si sfaldano e spesso i bambini rimangono orfani o si trovano senza riferimenti.
Si stima che negli ultimi dieci anni i bambini profughi a causa delle guerre siano stati oltre 20 milioni21. In situazioni come queste, dovendo provvedere da soli ad esigenze primarie, come procurarsi il cibo, non è infrequente che si avvicinino precocemente al lavoro.
La guerra è in molti casi anche causa diretta del lavoro minorile: in molti Paesi, i minori vengono regolarmente e spesso forzatamente reclutati dalle parti in conflitto per combattere: si tratta di una delle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile. Nel corso degli oltre cinquanta conflitti armati attualmente in corso in ogni parte del mondo, in oltre la metà dei casi vengono infatti reclutati bambini soldato, che sono circa 300.000 in totale22.
Anche in questo caso non esiste una risposta univoca, o meglio, la determinazione della domanda di lavoro minorile è frutto dell’interazione di una serie di elementi. E in questo senso occorre anche sfatare alcuni luoghi comuni, come il fatto che la maggior parte dei bambini lavoratori siano quelli che lavorano nel contesto di attività produttive gestite dalle multinazionali.
E’ ormai accertato23 il fatto che la presenza più consistente di minori lavoratori è rilevabile in piccole unità produttive che, ricorrendo a bassi investimenti di capitale, utilizzano tecnologie relativamente semplici e ad alta intensità di manodopera.
Questo permette quindi di sfatare la percezione comune secondo la quale la maggior parte dei minori sono impiegati in attività nel settore della manifattura destinata all’esportazione. La percezione distorta è principalmente determinata dall’attitudine dei mass media a dare maggior rilevanza a notizie relative a questo specifico settore. In realtà, sul totale dei minori lavoratori solo il 5% è impiegato in attività di questo genere24.
Un altro elemento che può favorire la domanda di lavoro minorile è conosciuto come l’argomento del “nimble fingers”, secondo cui i minori sarebbero più adatti per lavori manuali di precisione per il fatto di avere mani piccole.
L’argomentazione del “nimble fingers” pare però non abbia fondamento empirico: secondo uno studio specifico realizzato nel contesto dell’industria dei tappeti in India si evince che non solo il lavoro dei minori non è un elemento determinante per la produzione, ma anche che i vantaggi economici derivanti dall’utilizzo di manodopera infantile sono modesti25.
Vediamo ora quali sono gli elementi che incidono maggiormente sulla domanda di lavoro minorile.
Innanzi tutto il lavoro minorile è meno costoso del lavoro degli adulti e questo è forse uno degli elementi che incidono maggiormente sulla domanda.
Altro argomento è il fatto che i minori sono in genere meno consapevoli dei loro diritti e quindi meno capaci di rivendicarli, per questo motivo, dal punto di vista del datore di lavoro, si tratta di manodopera di più facile gestione e nel complesso meno costosa.
I minori lavorano molto spesso nel contesto di piccole imprese o di attività economiche condotte a livello familiare: in questo caso la domanda è determinata dal fatto che la famiglia non vuole, o non è in grado, di accollarsi le spese per l’assunzione di manodopera esterna, preferendo il lavoro dei figli, sicuramente meno costoso (perché nella maggior parte dei casi non remunerato) e più facile da controllare e gestire.
1 Vedi il sito http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/simpoc00
2 United Nations Convention on the Rights of the Child (1989) per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm
3 Sistem of National Accounts 1993 (Inter-Secretariat Working Group on National Accounts: Eurostat, IMF, OECD, United Nations and World Bank, Bruxelles, New York, Paris,Washington).
4 C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 7 par. 1. Per il testo completo della convenzione vedi http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/publ/law/ilc/c1381973 . Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm .
L’ILO definisce in termini generali la categoria di lavori pericolosi, lasciando agli Stati il compito di definire in maniera dettagliata a livello nazionale le singole fattispecie. In base alle definizioni adotatte da alcuni Stati si sono individuati come lavori pericolosi ad esempio: attività nel settore minerario e delle costruzioni o impieghi che richiedano un eccessivo numero di ore lavorative.
5 C182 ILO Wrost Form of Child Labour Convention (1999), art. 3. Anche in questo caso è prevista una norma di chiusura in rifrimento alle attività che per la loro natura o per le circostanze in cui vengono svolte risultino pregiudizievoli per la sicurezza, la salute o la morale del minore. In questo caso l’art. 4 attribuisce ai singoli Stati il compito di individuare a livello nazionale tali attività. Per il testo vedi
http://www.ilo.org/public/english/standards/relm/ilc/ilc87/com-chic.htm . Per la traduzione in italiano vedi http://www.volint.it/diritti/suibambini/index.htm .
6 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002 e ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002.
7 C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 3.
8 C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 3 par. 1. In questo caso è richiesto il compimento del diciottesimo anno d’età.
9 C138 ILO Minimum Age Convention (1973), art. 2 par. 4.
10 ILO, Child Labour: Targeting the Intolerable, Geneva, 1996 e Ashagrie K., Statistic on Working Children and Hazardous Child Labour Child Labour in Brief, Geneva 1998.
11 ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002. Per il testo vedi http://www.ilo.org/public/english/standards/ipec/simpoc/others/globalest.pdf
12 Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale inferiore alle 14 ore.
13 Lavori non pregiudizievoli con orario settimanale compreso fra le 14 e le 43 ore.
14 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002.
15 Unicef, I bambini che lavorano, Roma, 2000.
16 Dati tratti da ILO, Every Child Counts - New Global Estimates on Child Labour, Geneve, 2002.
17 Unicef, I bambini della Guerra, Roma, Giugno 2000.
18 I dati che vengono utilizzati in questo capitolo sono stati tratti da ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002. In alcuni casi sono stati rielaborati.
19 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002.
20 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002.
21 Unicef, I bambini della Guerra, Roma, Giugno 2000.
22 Unicef, I bambini della Guerra, Roma, Giugno 2000.
23 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002 e ILO, Child Labour surveys. Results of Methodological Experiments in Four Countries, Geneva, 1996.
24 ILO, A future without Child Labour, Geneve, 2002
25 Boyden J., Ling B., Myers W., What works for Working Children,Unicef, Rädda Barnen, Smedjebaken, Sweden, 1998, pagg. 132 e segg. Sulla infondatezza empirica di questa teoria vedi anche Galli R., The Economic Impact of Child Labour, Decent Work Research Programme, University of Lugano, Switzerland, 1999, pagg. 14 e segg.
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