Source: https://www.studiotecnicopistoni.com/news-e-notizie-utili/
Timestamp: 2017-11-22 23:38:36+00:00
Document Index: 42276799

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 1', 'art.1', 'art. 19', 'art. 892', 'art. 892', 'art. 892', 'art. 894', 'art. 895', 'art. 140', 'art. 111', 'art. 71', 'art. 20']

ANNO 2016 - Studio Tecnico Geom. Pistoni Elisa
Serivizi e attività
News e notizie utili
Fabbricati rurali, online l’elenco
degli immobili da regolarizzare
Articolo del 17.01.2016
Disponibile in rete, da oggi, l’elenco dei fabbricati rurali ancora censiti nel catasto terreni. I titolari di diritti reali, che avrebbero dovuto provvedervi entro il 30 novembre 2012, possono ancora presentare la dichiarazione di aggiornamento per l’inserimento nel catasto fabbricati, usufruendo dell’istituto del ravvedimento operoso.
In caso di inadempienza, gli uffici provinciali - Territorio dell’Agenzia delle Entrate procederanno all’accertamento, con oneri a carico dello stesso e applicazione delle sanzioni previste dalla legge.
L’obbligo, per i proprietari di fabbricati rurali ancora censiti al catasto terreni, di dichiarare tali costruzioni al catasto fabbricati è stato sancito dal Dl 201/2011 (“decreto salva Italia”).
Chi ancora non ha ottemperato riceverà, nei prossimi giorni, una comunicazione con cui l’Agenzia delle Entrate sollecita la regolarizzazione spontanea, con il beneficio di sanzioni ridotte.
A tale scopo, sarà sufficiente rivolgersi a un professionista tecnico abilitato, che si occuperà di presentare agli uffici finanziari l’atto di aggiornamento cartografico (Pregeo) e la dichiarazione di aggiornamento del Catasto fabbricati (Docfa).
Avvalendosi del “nuovo” ravvedimento operoso (la cui disciplina è stata profondamente modificata dalla legge di stabilità 2015), si otterrà un sostanzioso “sconto” sulla sanzione: anziché pagare l’importo ordinario, che va da 1.032 a 8.264 euro, la violazione potrà essere sanata versando un sesto della misura minima, ossia 172 euro.
L’aggiornamento non riguarda indistintamente tutti i fabbricati. Sono escluse dall’obbligo di dichiarazione al catasto dei fabbricati le seguenti costruzioni censite al catasto dei terreni:
manufatti con superficie coperta inferiore a 8 metri quadrati
serre adibite alla coltivazione e alla protezione delle piante sul suolo naturale
vasche per l’acquacoltura o di accumulo per l’irrigazione dei terreni
manufatti isolati privi di copertura
tettoie, porcili, pollai, casotti, concimaie, pozzi e simili, di altezza utile inferiore a 1,80 metri e di volumetria inferiore a 150 metri cubi
fabbricati in corso di costruzione o di definizione
In questi casi è comunque opportuno fare una specifica segnalazione, mediante il Contact center dell’Agenzia o utilizzando l’apposito modulo di segnalazione, da consegnare a mano o inviare per posta all’ufficio provinciale competente.
Stabilità 2016: sugli imbullonati
un vero cambiamento di “stima”
Dal 1° gennaio, gli intestatari dei fabbricati già censiti possono presentare atti di aggiornamento, tramite procedura Docfa, per ridurre l’importo della rendita catastale.
Con l’approvazione della legge di stabilità n. 208/2015, è stata varata (comma 21), con decorrenza dal 1° gennaio 2016, una nuova disciplina per la determinazione della rendita catastale degli immobili censiti nei gruppi catastali D ed E: dagli elementi da computare nel calcolo della rendita sono esclusi i macchinari, i congegni, le attrezzature e gli altri impianti funzionali allo specifico processo produttivo; rimangono, invece, soggetti al processo di valutazione catastale (attraverso stima diretta), il suolo, le costruzioni e i soli impianti a essi strutturalmente connessi che accrescono normalmente la qualità e utilità dell’unità immobiliare.
Quadro normativo, giurisprudenziale e di prassi
L’individuazione delle tipologie di impianti da considerare nella determinazione della rendita catastale delle unità immobiliari a destinazione produttiva ha subìto, nel tempo, una complessa evoluzione normativa, giurisprudenziale e di prassi:
l’inclusione degli “imbullonati” (ovvero macchinari e impianti ancorati al suolo o incorporati nella costruzione ma che, allo stesso tempo, possono essere smontati, trasferiti da un sito all'altro, oppure ceduti per esser sostituiti) nella rendita del fabbricato industriale trova storico fondamento giuridico nel combinato disposto degli articoli 4 e 5 del regio decreto legge 652/1939 e 812 del codice civile. In sostanza, l’articolo 4 individua come immobile urbano ogni fabbricato (o costruzione stabile) diverso dal fabbricato rurale, inclusi gli edifici sospesi o galleggianti stabilmente ancorati al suolo. Il successivo articolo 5 definisce unità immobiliare urbana ogni porzione d’immobile che, nello stato in cui si trova, è di per se stessa utile e atta a produrre un reddito proprio, non introducendo alcuna limitazione in ordine ai materiali o alle modalità di assemblaggio degli elementi che la costituiscono. Egualmente, il comma 1 dell’articolo 812 del cc stabilisce che “sono beni immobili il suolo, le sorgenti, e i corsi d’acqua, gli alberi, gli edifici e le atre costruzioni, anche se unite al suolo a scopo transitorio, e in genere tutto ciò che naturalmente o artificialmente è incorporato al suolo”. Dalla combinazione sistemica della normativa fiscale e di quella civilistica è scaturito il principio generale, applicato negli anni dall’Amministrazione finanziaria, secondo cui la rimovibilità dell’impianto dal suolo o dall’unità immobiliare catastale non ne preclude la considerazione di parte integrante dell'immobile sino a che lo stesso assolva alle speciali esigenze produttive e di destinazione
l’articolo 1-quinquies del Dl 44/2005 è intervenuto quale norma interpretativa delle regole di determinazione della rendita catastale degli immobili a uso produttivo, censiti nelle categorie catastali del gruppo D, introducendo – limitatamente alle centrali elettriche – una precisa nozione giuridica di immobile catastale: “...i fabbricati e le costruzioni stabili sono costituiti dal suolo e dalle parti ad esso strutturalmente connesse, anche in via transitoria, cui possono accedere, mediante qualsiasi mezzo di unione, parti mobili allo scopo di realizzare un unico bene complesso”
sull’argomento, oltre ai copiosi interventi della giurisprudenza di merito, si è espressa anche la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sull’eccezione di incostituzionalità dell’articolo 1-quinquies. Con sentenza 162/2008, la Consulta, nell’offrire un’interpretazione della norma relativa alle centrali elettriche risolutiva di ogni dubbio paventato, ha affermato che tutte le componenti che contribuiscano in via ordinaria ad assicurare, a una unità immobiliare, una specifica autonomia funzionale e reddituale, stabile nel tempo, sono da considerarsi elementi idonei a descrivere l’unità stessa e influenti rispetto alla quantificazione della relativa rendita catastale, a prescindere dal sistema di connessione utilizzato per il collegamento alla struttura
in seguito alla citata pronuncia, l’Agenzia del Territorio (oggi incorporata nell’Agenzia delle Entrate) ha emanato la circolare 6/2012 in cui, nell’illustrare gli aspetti tecnico – estimativi del processo di stima, ha ribadito il rispetto dei criteri di “essenzialità” e “immobiliarità”, richiamati dalla Corte costituzionale, nella valutazione degli impianti per una corretta applicazione della prassi estimativa agli immobili a destinazione produttiva, finalizzata all’attribuzione della rendita catastale agli stessi
la legge di stabilità 2015 (commi 244 e 245) ha disposto che le regole di accatastamento dei fabbricati produttivi dovessero essere informate al rispetto della suddetta circolare 6/2012. Alla luce di tale interpretazione, ai macchinari “imbullonati” è stata attribuita – in via definitiva e in forza di legge – una rendita autonoma, che li ha resi immediatamente assoggettabili alle imposte locali Imu e Tasi, decretando, in altri termini, la tassazione patrimoniale dei beni d’impresa.
Il nuovo sistema di calcolo della rendita catastale
L’articolo 1, comma 21, della legge 208/2015 stabilisce che: “a decorrere dal 1° gennaio 2016, la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastali dei gruppi D ed E, è effettuata, tramite stima diretta, tenendo conto del suolo e delle costruzioni, nonché degli elementi ad essi strutturalmente connessi che ne accrescono la qualità e l’utilità, nei limiti dell’ordinario apprezzamento. Sono esclusi dalla stessa stima diretta macchinari, congegni, attrezzature ed altri impianti, funzionali allo specifico processo produttivo”.
Con la nuova norma, dunque, vengono meno le criticità tecnico-estimative nel processo di determinazione della rendita catastale dei fabbricati produttivi, grazie alla definizione di un criterio univoco di individuazione delle tipologie di macchinari e impianti che non devono essere considerate ai fini del calcolo della rendita: il carattere di amovibilità del macchinario/impianto, vale a dire la possibilità del bene di essere smontato e ricollocato in un altro locale produttivo mantenendo la sua funzionalità, attesta che il macchinario non costituisce un elemento “stabile” della struttura del fabbricato produttivo, ma è uno dei beni mobili aziendali direttamente utilizzati nell’attività di produzione.
La misura contenuta nella Stabilità 2016 non ha effetti ai fini Irap; ha, invece, risvolti rilevanti in tema di imposte locali. L’intervento del legislatore, difatti, pone una netta distinzione tra reddito fondiario, determinabile a catasto, e quello derivante dalla produzione industriale, tassabile come reddito d’impresa, eliminando l’annosa quanto iniqua questione della doppia imposizione fiscale dei beni d’impresa.
La disposizione seppure diretta a rideterminare i criteri di accatastamento degli immobili appartenenti all’intero gruppo catastale D, tuttavia tende a incidere sulle unità immobiliari censibili nelle sole categorie “D/1–Opifici” e “D/7–Immobili per le attività industriali”, caratterizzate da una presenza di impianti e macchinari molto più significativa rispetto a quanto riscontrabile negli immobili censiti nelle altre categorie del gruppo D, per i quali tale presenza può essere considerata marginale.
Atti di aggiornamento: immobili già censiti
A partire dal 1° gennaio 2016, gli intestatari degli immobili già censiti con i criteri precedenti, possono presentare atti di aggiornamento, tramite procedura Docfa, per modificare in riduzione l’importo della rendita catastale di quegli immobili, nel rispetto delle novità introdotte.
Atti di aggiornamento: deroga anno 2016
É previsto, limitatamente all’annualità in corso, che gli atti di aggiornamento delle rendite relative agli immobili in questione presentati entro il 15 giugno 2016 hanno effetto retroattivo al 1° gennaio 2016. Quest’ultima previsione intende derogare alla regola Imu, secondo cui la base imponibile del tributo comunale si determina sulla base delle rendite risultanti in catasto al primo gennaio di ciascun anno. Ne consegue che, se la rendita rideterminata dal contribuente viene presentata entro il 15 giugno, la stessa avrà effetto retroattivo e potrà essere utilizzata già in sede di acconto Imu/Tasi. Oltre la suddetta data, invece, ma entro la fine del corrente anno, la rendita sarà utilizzata ai fini dei tributi dovuti per il 2017.
Le controversie in corso e i casi pregressi
Le norme di recente approvazione non hanno alcuna ricaduta sul contenzioso pendente, in quanto è espressamente previsto che i nuovi criteri di determinazione delle rendite catastali sono operativi solo dal 1° gennaio 2016. Inoltre, la rideterminazione della rendita degli immobili in esame non avverrà automaticamente, ma solo successivamente all’autonoma presentazione da parte dei rispettivi proprietari dell’atto di aggiornamento catastale all’ufficio territoriale competente.
Contributo ai Comuni
L’esclusione degli imbullonati dalla base imponibile per il calcolo delle imposte patrimoniali comporterà un alleggerimento del prelievo fiscale, stimato in 530 milioni di euro, di cui 375 come quota erariale e i restanti 155 come minori entrate per gli enti locali. Per compensare il minore gettito Imu e Tasi derivante dall’applicazione del nuovo sistema di determinazione delle rendite, è prevista l’assegnazione ai Comuni di un contributo di pari importo.
Quali sono i documenti da conservare per non perdere le detrazioni fiscali in caso di ristrutturazione edilizia o manutenzione? Ecco l’elenco completo per non sbagliare
sono state violate le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e quelle relative agli obblighi contributivi. Per queste violazioni il contribuente non perde il diritto all’agevolazione se è in possesso della dichiarazione di osservanza delle suddette disposizioni resa dalla ditta esecutrice dei lavori.
Imu e tasi su immobili in comodato d’uso, cosa cambia rispetto al passato?
Dal 2016 Imu e Tasi sugli immobili concessi in comodato d’uso tra genitori e figli vengono dimezzate. Ecco cosa cambia rispetto al passato e quali sono i requisiti necessari
La legge di Stabilità 2016 (legge n. 208/2015) ha introdotto una riduzione del 50% della base imponibile di Imu e Tasi per gli immobili concessi in comodato d’uso tra parenti in linea retta entro il primo grado (genitori e figli).
Valutiamo innanzitutto le regole che vigevano in precedenza (2014 e 2015).
Imu e Tasi in comodato d’uso anni 2014 e 2015
Per gli anni 2014 e 2015, i Comuni avevano la facoltà di assimilare l’abitazione concessa in comodato d’uso tra parenti in linea retta ad abitazione principale dell’immobile. In tal caso, il Comune doveva specificamente prevedere tale assimilazione nella delibera comunale e poteva anche fissare come condizione necessaria quella di provvedere alla registrazione del contratto di comodato presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate.
Inoltre, il Comune poteva prevedere l’assimilazione ad abitazione principale fino alla quota di rendita catastale non eccedente i 500 euro oppure che tale assimilazione fosse limitata al caso in cui il comodatario appartenesse ad un nucleo familiare con valore Isee non superiore a 15.000 euro annui.
Pertanto, per l’Imu era possibile ottenere l’esenzione Imu mentre la Tasi era dovuta su tutti gli immobili indipendentemente dalla categoria catastale di appartenenza.
Imu e Tasi in comodato d’uso 2016
Dal 2016, la legge di Stabilità sottrae al Comune la possibilità di deliberare autonomamente l’assimilazione ad abitazione principale dell’immobile concesso in comodato d’uso al figlio, introducendo l’unica agevolazione consistente nella riduzione della base imponibile Imu e Tasi nella misura del 50%.
Tuttavia sono necessari alcuni requisiti soggettivi ed oggettivi.
Per ottenere la riduzione di Imu e Tasi al 50% in caso di comodato, sono necessari i seguenti requisiti soggettivi:
il comodatario (chi riceve in comodato l’abitazione) deve utilizzare l’immobile ricevuto in comodato come propria abitazione principale, ossia deve risiedervi anagraficamente e dimorarvi abitualmente
il comodante (colui che cede l’abitazione in comodato) deve possedere un solo immobile sul territorio nazionale
il comodante deve risiedere anagraficamente nonché dimorare abitualmente nello stesso comune in cui è situato l’immobile concesso in comodato
Il MEF ha già chiarito che, relativamente al secondo requisito soggettivo, ove il legislatore ha parlato in maniera generica di “immobile”, occorre far riferimento ad uso abitativo.
La condizione soggettiva che limita notevolmente il campo di applicazione dell’agevolazione è la residenza del comodante: questi deve risiedere nello stesso comune in cui si trova l’immobile ceduto in comodato. Quindi, per ottenere l’agevolazione, il comodante dovrebbe cedere l’unico immobile “abitativo” di cui è proprietario ed andarsene a vivere in affitto nello stesso comune in cui è situato l’immobile. Tuttavia, viene poi introdotta una eccezione:
il beneficio si applica anche nel caso in cui il comodante oltre all’immobile concesso in comodato possieda nello stesso comune un altro immobile adibito a propria abitazione principale, ad eccezione delle unità abitative classificate nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9
I requisiti oggettivi sono invece 2:
l’immobile oggetto del comodato deve essere di categoria non di lusso (cat. A2, A3, A4, A5, A6 e A7)
il contratto di comodato deve essere registrato presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate
In definitiva, analizzando attentamente i requisiti, il campo di applicazione del beneficio si può ridurre a 4 casi:
il comodante possiede un solo immobile: il comodante (esempio il padre) possiede un solo immobile ad uso abitativo e non di lusso e cede tale immobile in comodato (ad esempio al figlio); il comodante dovrà risiedere in affitto nello stesso comune in cui è situato l’immobile ceduto in comodato
il comodante possiede una abitazione e altri immobili: il comodante possiede un unico immobile abitativo non di lusso che cede in comodato e altri immobili non abitativi sul territorio italiano (ad esempio terreni, aree edificabili, negozi o uffici) e risiede in affitto nello stesso comune in cui è situato l’immobile ceduto in comodato
il comodante possiede due abitazioni: il comodante possiede l’immobile abitativo non di lusso che cede in comodato e altro immobile che costituisce la sua abitazione principale nello stesso comune in cui è situato l’immobile ceduto in comodato
il comodante possiede due abitazioni e altri immobili: il comodante possiede l’immobile abitativo non di lusso che cede in comodato, un altro immobile che costituisce la sua abitazione principale nello stesso comune in cui è situato l’immobile ceduto in comodato e altri immobili non abitativi sul territorio italiano (terreni, aree edificabili, negozi o uffici)
Comodato d’uso di immobile storico
Il MEF in occasione di Telefisco 2016 ha chiarito che l’agevolazione sugli immobili in comodato si applica anche agli immobili storici, che a loro volta godono del beneficio Imu e Tasi. Pertanto, nell’ipotesi di immobile storico o artistico concesso in comodato, le 2 agevolazioni sono cumulabili e si avrà la doppia riduzione della base imponibile del 50%, ottenedendo una base imponibile Imu e Tasi pari al 25%.
Mancata registrazione e ravvedimento operoso
In caso di mancata registrazione del contratto, è possibile comunque usufruire delle agevolazioni per comodato procedendo a regolarizzare la propria posizione attraverso il ravvedimento operoso.
Rifiuti da costruzione e demolizione in fase di costruzione: come vanno gestiti e riutilizzati
Gestione e riutilizzo dei rifiuti da costruzione e demolizione in fase di costruzione attraverso la demolizione selettiva e l’impiego di materiali inerti
I rifiuti inerti provenienti dalle attività di costruzione e demolizione nei cantieri edili sono classificati quali “rifiuti speciali”.
Il corretto recupero e smaltimento dei rifiuti derivanti da attività di costruzione e demolizione in fase di costruzione riveste, quindi, un ruolo di fondamentale importanza nel processo finalizzato alla riduzione dei carichi ambientali.
Il settore edile fa ampio uso delle risorse naturali, determinando un forte impatto sul territorio ed un progressivo impoverimento della materia prima; il problema può essere in parte contenuto mediante la minimizzazione della produzione dei rifiuti, ossia il risparmio delle materie prime disponibili e l’incentivazione del recupero dei rifiuti prodotti.
Rifiuti da costruzione e demolizione in fase di costruzione, la gestione
Le problematiche connesse ad una adeguata gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione sono ben note.
L’Italia, insieme ad altri quattro Stati membri della CE (Germania, Inghilterra, Francia e Spagna), è tra le principali responsabili delle milioni di tonnellate di macerie edilizie che annualmente vengono prodotte in Europa. In particolare, nel 2010 la produzione dei rifiuti da costruzione e demolizione non pericolosi è stata stimata essere pari a 57.4 milioni di tonnellate (cioè il 46.2% del totale dei rifiuti speciali non pericolosi), mentre la produzione dei rifiuti da costruzione e demolizione pericolosi è stata stimata pari ad oltre 463 mila tonnellate (cioè il 4.8% del totale dei rifiuti speciali pericolosi).
L’analisi dei dati relativi alle tipologie di rifiuti prodotti mostra che nel 2010, i rifiuti non pericolosi maggiormente prodotti sono i “rifiuti minerali della costruzione e della demolizione” con un quantitativo pari a 35.7 milioni di tonnellate (pari al 27.9% del totale dei rifiuti speciali non pericolosi prodotti), a cui seguono le “terre e rocce da scavo” con oltre 15 milioni di tonnellate (pari all’11,8% del totale prodotto), anch’esse originate dall’attività economica di costruzione e demolizione.
I dati di gestione relativi ai soli rifiuti speciali non pericolosi pubblicati nel Rapporto Rifiuti ISPRA 2012 mostrano inoltre che nel 2010 circa 81.4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali sono stati avviati a recupero di materia, e in via prioritaria, a recupero di sostanze inorganiche (quasi 47 milioni di tonnellate, pari al 45.7% del totale dei rifiuti recuperati). Questo recupero interessa soprattutto i rifiuti da costruzione e demolizione che vengono impiegati massivamente in operazioni di colmatazione di cave esaurite, per rilevati e sottofondi stradali e per la copertura delle discariche (sia quotidiana che definitiva).
La restante parte del totale degli scarti da costruzione e demolizione sono destinati sistematicamente alla discarica, necessitando di spazi sempre più difficili da reperire e comportando, come diretta conseguenza, un costo ambientale significativo. I vantaggi derivanti dalle attività di demolizione, recupero, riutilizzo e riciclo, laddove siano “pianificate” con la stessa attenzione che si riserva alla progettazione, sono, peraltro, facilmente desumibili: da un lato si evita l’impatto ambientale della messa in discarica dei materiali, dall’altro si rendono disponibili materie prime seconde per la produzione di materiali ed energia che riducono i consumi di risorse e gli impatti ambientali necessari nel caso di una produzione primaria.
Rifiuti da costruzione e demolizione in fase di costruzione: demolizione selettiva
L’efficace attuazione di un piano di gestione dei rifiuti inerti non può, però, prescindere da un’attenta pianificazione di tutte le operazioni che nel complesso scandiscono la fase di dismissione di un manufatto edilizio. È necessario, innanzitutto, adottare tecniche di demolizione in grado di separare omogeneamente le diverse frazioni di materiali, in modo che possano essere successivamente sottoposti ad adeguati trattamenti che ne facilitino il reimpiego come materie prime seconde. In realtà la maggior parte delle tecniche di demolizione, adottate abitualmente, tendono a misurare l’efficacia del processo abbattendo tempi e costi a discapito dell’omogeneità delle macerie ottenute.
Tali procedure determinano un flusso di rifiuti costituito da frazioni ampiamente eterogenee che rendono complesse e, pertanto, costose eventuali operazioni di riciclaggio o di recupero, indirizzando, così, gli scarti prodotti a discariche di prima e seconda categoria. La separazione preliminare dei materiali ed il conferimento degli stessi presso centri di raccolta e trattamento al solo costo di trasporto, può diventare, altresì, economicamente vantaggiosa.
Scheda riepilogativa demolizione
Obiettivo Facilitare le operazioni di disassemblaggio e demolizione selettiva agevolando la separabilità dei componenti e dei materiali.
Requisito qualitativo Nel caso di interventi di demolizione, preliminari alle operazioni di costruzione di nuovi fabbricati, predisporre una “carta dei materiali” che costituiscono il manufatto edilizio esistente, in modo da poter individuare per ciascuna categoria, in relazione alle loro potenzialità di recupero, le procedure di demolizione più idonee.
Strategie e tecnologie di riferimento Tecniche di demolizione selettiva.
Piano di gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione.
Indicatori di controllo Verifica della presenza/assenza della “carta materiali”.
Riferimenti normativi Testo unico ambientale n°152/ 2006 e ss. mm.
Indicatori di prestazione Percentuale dei materiali riciclati e/o di recupero che sono stati utilizzati nell’intervento.
Unità di misura % (Kg/Kg)
Strategie progettuali e tecnologie di riferimento
Le principali strategie progettuali sono:
tecniche di demolizione selettiva
piano di gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione
La demolizione selettiva si realizza come un vero e proprio processo di decostruzione, inteso come l’attività inversa di quella che ha portato alla realizzazione del manufatto edilizio.
Le procedure più appropriate e il grado di separazione da raggiungere dipendono da:
– condizioni relative all’ubicazione del cantiere rispetto alle attività di trattamento e recupero dei materiali che vengono effettuate nel contesto territoriale;
– disponibilità di spazi nel cantiere di demolizione per la raccolta dei rifiuti e dei materiali recuperati;
– tecniche costruttive con cui è stato realizzato il manufatto edilizio;
– potenzialità dei materiali che costituiscono l’edificio di essere avviati a processi di recupero e/o riciclaggio;
– condizioni relative alla vicinanza con altri fabbricati o al sistema della viabilità.
In pratica si dovrà procedere elaborando preventivamente un inventario particolareggiato dei materiali e degli elementi tecnici presenti nell’edificio, cui farà seguito la demolizione vera e propria, che dovrà essere condotta secondo sequenze adeguatamente pianificate, attraverso:
– rimozione delle parti mobili esterne come le impermeabilizzazioni e le coperture e tutti i materiali classificabili come pericolosi partendo dall’alto;
– rimozione degli impianti elettrici, di riscaldamento e delle installazioni sanitarie;
– rimozione di finestre, porte e ante;
– rimozione dei pavimenti interni e tramezzature in legno e cartongesso, delle orditure orizzontali secondarie in legno e acciaio, ecc;
– rimozione delle componenti esterne delle murature (es. laterizi a vista, facciate ventilate, ecc.);
– demolizione delle parti strutturali.
È opportuno, infine, sottolineare che la scelta delle tecniche di demolizione dipende principalmente dalle operazioni di rimozione, tra quelle indicate, che si intendono privilegiare.
La valorizzazione, dei materiali e dei rifiuti derivanti dalle operazioni di demolizione selettiva, non può prescindere da un’adeguata verifica della convenienza sia economica, sia ambientale, dell’intero processo di demolizione e recupero, attraverso la redazione di un piano di gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione. Tale piano, redatto ad opera del responsabile delle attività di cantiere, è inteso a:
– pianificare, in modo ottimale la tempistica concernente le operazioni di demolizione;
– bilanciare i costi derivanti dal maggior numero di giorni necessari per eseguire le operazioni di demolizione selettiva, con i guadagni derivanti dalla vendita dei materiali recuperati e con i mancati costi necessari per conferire le macerie in discarica.
Rifiuti da costruzione e demolizione in fase di costruzione: impiego di materiali inerti
L’applicazione di un piano di gestione dei rifiuti inerti può trovare una rapida applicazione laddove siano messe a punto, al più presto, azioni, individuabili in accordi di programma tra diversi operatori del settore, in grado di sviluppare opportune reti operative tra imprese demolitrici e ditte presso le quali, una volta conferiti gli scarti, sia possibile procedere ad operazioni di trattamento e di selezione, su base omogenea, delle diverse componenti avviandole, successivamente, a processi di recupero (rilevati e sottofondi stradali) e di riciclaggio (prodotti impieganti aggregati riciclati).
Scheda riepilogativa dei materiali inerti
Impiego materiali inerti
Obiettivo Valorizzare i processi di riciclaggio e di riuso favorendo la rivalutazione degli elementi tecnici e dei materiali una volta dismessi.
Requisito qualitativo
Requisito quantitativo Utilizzare materiali inerti provenienti da processi di recupero e riciclaggio in misura non inferiore al 10% del fabbisogno di materiale inerte, impiegabile negli interventi di sostituzione di materiali minerali naturali, nella realizzazione di strade, sottofondi stradali, e nella realizzazione di opere in terra.
Tale percentuale è da intendersi come percentuale minima da stabilire sulla base della tipologia degli interventi da effettuare e previa verifica della loro disponibilità in ambito locale.
Strategie e tecnologie di riferimento Impiego materiali provenienti da processi di riciclaggio.
Indicatori di controllo Verifica della presenza/assenza dell’impiego dei materiali provenienti da riciclaggio di rifiuti inerti.
Riferimenti normativi Testo unico ambientale n°152/2006 e ss.mm.
Indicatori di prestazione Percentuale dei materiali inerti recuperati che sono stati utilizzati nell’intervento.
impiego di materiali provenienti da processi di riciclo
In alternativa ai materiali rispondenti alla classificazione CNR UNI è possibile prevedere, per le opere accessorie di collegamento alle diverse funzioni contemplate in progetto, l’uso, per lo strato di sommità della sottofondazione stradale, di materiali non previsti nell’attuale norma CNR UNI 10006 e provenienti da processi di trattamento e recupero di rifiuti inerti.
Gli impianti di trattamento e recupero dovranno essere:
ubicati in località prossime ai cantieri di costruzione delle infrastrutture previste in progetto;
costituiti da processi di frantumazione, deferrizzazione, separazione delle frazioni leggere e delle impurità presenti nel rifiuto trattato.
Il materiale proveniente da processi di riciclaggio dovrà comunque essere in grado di rispondere alle specifiche tecniche definite dalle norme vigenti.
L’impiego di materiali inerti da recupero può riguardare anche prodotti edilizi ottenuti con aggregati riciclati, in particolare, blocchi di calcestruzzo.
Laddove, pertanto, le prestazioni chimico, fisico e meccaniche rispettino i valori contemplati nelle normative vigenti è verosimile contemplare i suddetti prodotti, ottenuti con una percentuale di materiale riciclato, nel novero di quelli che costituiranno elementi tecnici ed unità tecnologiche.
Ristrutturazione edilizia, la nuova guida dell’Agenzia delle Entrate
Ristrutturazione edilizia, l’Agenzia delle Entrate pubblica la nuova guida sulle detrazioni fiscali del 50% con le novità della legge di Stabilità 2016
L’art. 1 comma 74 della legge di Stabilità 2016 ha riconfermato gli incentivi fiscali in edilizia prorogando a tutto il 2016 il riconoscimento della detrazione spettante per gli interventi in edilizia finalizzati a:
risparmio energetico, con detrazione del 65%
adozione di misure antisismiche e messa in sicurezza statica degli edifici, con detrazione del 65%
recupero del patrimonio edilizio, con detrazione del 50%
Le vere novità introdotte dalla legge di Stabilità sono:
la possibilità per i condòmini “incapienti” (cioè con un’Irpef inferiore alle detrazioni spettanti) di cedere la propria quota di credito d’imposta a chi esegue i lavori di risparmio energetico
la possibilità di fruire della detrazione del 65% per l’acquisto, l’installazione e la messa in opera di dispositivi multimediali per il controllo da remoto degli impianti di riscaldamento, produzione di acqua calda e di climatizzazione delle unità abitative
Ristrutturazione edilizia, l’evoluzione normativa
La detrazione fiscale per interventi di ristrutturazione edilizia è disciplinata dall’art. 16-bis del dpr 917/86 (testo unico delle imposte sui redditi).
Dal primo gennaio 2012 l’agevolazione è stata resa permanente dal dl 201/2011 (decreto Monti) e inserita tra gli oneri detraibili dall’Irpef.
Nel corso degli anni la normativa in materia di ristrutturazione edilizia ha subito svariate integrazioni e modifiche; ecco la sintesi dei principali provvedimenti:
il dl 83/2012 ha elevato la detrazione al 50% per le spese effettuate dal 26 giugno 2012 al 30 giugno 2013 e l’importo massimo di spesa ammessa al beneficio (96.000 euro per unità immobiliare, invece che 48.000 euro)
il dl 63/2013 ha esteso la detrazione al 50% e il limite a 96.000 euro alle spese effettuate entro il 31 dicembre 2013
la legge di Stabilità 2015 ha prorogato fino al 31 dicembre 2015 la possibilità di usufruire della maggiore detrazione Irpef (50%), sempre con il limite massimo di spesa di 96.000 euro per unità immobiliare
la legge di Stabilità 2016 ha prorogato tali interventi fino al 31 dicembre 2016
Tra le principali regole ed i vari adempimenti che negli ultimi anni hanno subito modifiche si segnalano, infine:
l’obbligo da parte di banche e poste di operare una ritenuta dell’8% sui bonifici, come acconto dell’imposta sul reddito dovuta dall’impresa che effettua i lavori
È possibile detrarre dall’Irpef parte delle spese sostenute per ristrutturare le abitazioni e le parti comuni degli edifici residenziali situati nel territorio dello Stato.
50% delle spese sostenute (bonifici effettuati) dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2016 , con un limite massimo di 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare
36%, con il limite massimo di 48.000 euro per unità immobiliare, delle somme che saranno spese dal 1° gennaio 2017
L’agevolazione può essere richiesta per le spese sostenute nell’anno secondo il criterio di cassa e va suddivisa fra tutti i soggetti che hanno sostenuto la spesa e che hanno diritto alla detrazione.
Quando gli interventi di ristrutturazione sono realizzati su immobili residenziali adibiti promiscuamente all’esercizio di un’attività commerciale o professionale, la detrazione spetta nella misura ridotta del 50%.
Possono usufruire della detrazione tutti i contribuenti assoggettati a Irpef, residenti o meno nel territorio dello Stato. L’agevolazione spetta, oltre ai proprietari degli immobili, anche ai titolari di diritti reali di godimento sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese:
soggetti indicati nell’articolo 5 del dpr 917/86 (Tuir) che producono redditi in forma associata
Legge di stabilità: ecco come RIDURRE la rendita catastale
La legge di Stabilità n. 208/2015 prescrive all’art. 1 comma 21 che: “a decorrere dal 1° gennaio 2016, la determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare, censibili nelle categorie catastali dei gruppi D ed E, è effettuata, tramite stima diretta, tenendo conto del suolo e delle costruzioni, nonché degli elementi ad essi strutturalmente connessi che ne accrescono la qualità e l’utilità, nei limiti dell’ordinario apprezzamento. Sono esclusi dalla stessa stima diretta macchinari, congegni, attrezzature ed altri impianti, funzionali allo specifico processo produttivo”.
Pertanto, dal 1° gennaio 2016, per gli immobili censiti nei gruppi catastali D ed E, si potrà ricalcolare la rendita catastale escludendo tutti gli impianti (macchinari, attrezzature, ecc.) adatti allo specifico processo produttivo, mentre si eseguirà la stima diretta, necessaria per la valutazione catastale, sul suolo, sulle costruzioni e sugli impianti a essi strutturalmente connessi.
Quindi, i cosiddetti “imbullonati” cioè tutti i macchinari e gli impianti ancorati al suolo o incorporati nella costruzione ma che, allo stesso tempo, possono essere smontati, trasferiti da un sito all’altro, oppure ceduti per esser sostituiti, non verranno considerati nella rendita catastale.
Basta presentare un atto di aggiornamento tramite procedura Docfa, in modo da ridurre l’importo della rendita catastale di questi immobili. Così si elimina la doppia imposta dovuta dal reddito fondiario e dal reddito d’impresa.
Inoltre la rendita ricalcolata dal contribuente avrà effetto retroattivo se viene presentata entro il 15 giugno e potrà essere utilizzata come acconto Imu/Tasi. Se invece viene presentata dopo il 15 giugno ma entro la fine del 2016, sarà utilizzata ai fini dei tributi dovuti per il 2017.
Ma attenzione! Questo nuovo calcolo non avverrà automaticamente, ma i proprietari dovranno presentare l’atto di aggiornamento catastale mediante il nuovo DOCFA 4.00.3, che ovviamente, tra le novità, introduce la nuova tipologia in funzione dell’art.1 della legge 208/2015 e permetterà solo l’invio telematico.
Milleproroghe 2016, varato dal Governo il dl con le proroghe di fine anno
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 23 dicembre 2015 il decreto legge recante disposizioni urgenti in materia di proroga termini, il Milleproroghe 2016.
Ecco alcune delle principali proroghe previste nel nuovo Milleproroghe, diventato ormai una consuetudine di fine anno.
Prorogato fino al 31 dicembre 2016 il termine per l’adeguamento al Sistri (Sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti) e per i grandi impianti di combustibili che devono adeguarsi ai nuovi limiti di emissione. La proroga per l’adeguamento è consentita a coloro che chiedono una deroga entro la fine di quest’anno.
Prorogato al 1° gennaio 2017 il termine per l’applicazione dei limiti di emissione per gli impianti industriali per consentire l’aggiornamento dell’autorizzazione.
Previste proroghe in materia di normative relative ai requisiti tecnici ed economici per la partecipazione a gare d’appalto e lavori pubblici:
l’anticipo del 20% all’appaltatore è prorogato fino al 30 giugno 2016
prorogata al 1°gennaio 2017 l’entrata in vigore della norma sulla pubblicazione telematica di avvisi e bandi di gara (resta in vigore per un altro anno l’obbligo di pubblicazione dei bandi sui giornali)
Slittato al 31 dicembre 2016 il termine ultimo per l’utilizzo delle risorse in materia di edilizia scolastica. Prorogato invece al 30 aprile 2016 il termine per l’affidamento dei lavori di messa in sicurezza degli edifici scolastici; prorogato, inoltre, al 31 dicembre 2016 il termine di attuazione delle vigenti disposizioni legislative e regolamentari in materia di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica.
Slittato al 31 dicembre 2016 il termine per la gestione associata delle funzioni fondamentali da parte dei piccoli Comuni (stabiliti dal decreto legge 78/2010).
Autocertificazioni cittadini non europei
Slittato al 31 dicembre 2016 il termine a partire dal quale i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea, regolarmente soggiornanti in Italia, potranno utilizzare le autocertificazioni.
Prorogato al 30 giugno 2016 il termine per la delimitazione dei distretti turistici per rilanciare l’offerta turistica da parte delle Regioni.
Prorogata al 30 giugno 2016 la possibilità dei Comuni di avvalersi di Equitalia (che avrebbe dovuto finire di riscuotere i tributi locali dal 1° gennaio del 2012) per l’accertamento, la liquidazione e la riscossione dei tributi locali.
Prorogato al 31 dicembre 2016 il termine a decorrere dal quale è prevista l’obbligatorietà della tracciabilità di vendite e rese di giornali, quotidiani e periodici attraverso l’utilizzo di strumenti informatici.
Esteso il credito d’imposta agli anni 2015, 2016 e 2017.
Prorogato di un anno, fino al 31 dicembre 2016, il termine per assunzioni di personale a tempo indeterminato relative alle cessazioni verificatesi negli ultimi anni, nel rispetto dei vincoli previsti dal turn over, da parte delle Amministrazioni dello Stato, Agenzie, Enti pubblici non economici ed Enti pubblici (previsti dall’articolo 70 del decreto legislativo 165/2001), nonché da parte dei Corpi di Polizia, del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco, delle Università statali e degli Enti di ricerca con i limiti di spesa previsti.
Prorogato di 6 mesi il termine a partire dal quale tutti gli atti e i provvedimenti del giudice, dei suoi ausiliari, del personale degli uffici giudiziari e delle parti vengono sottoscritti con firma digitale e della relativa sperimentazione del processo telematico.
La superficie catastale in visura
L'Agenzia delle Entrate ha reso disponibile, dal 9 novembre scorso, la superficie catastale nelle visure delle unità immbiliari censite nelle categorie dei Gruppi A, B e C.
Arriv direttamente in visura anche la superficie ai fini TARI, per consentire ai cittadini di verificare con facilità i dati utilizzati dai Comuni ai fini del controllo della tassa rifiuti.
La novità, comunica l'Agenzia delle Entrate, è il frutto di un operazione trasparenza avviata grazie ai flussi di interscambio dei dati tra il fisco e i Comuni che arrichirà le informazioni sulle visure a disposizione dei cittadini. Ciò in linea con quanto è già scritto nella riforma del catasto, al momento accantonata, che prevede che gli immobili verranno “misurati” sui metri quadri e non più sui vani catastali.
La misura della superficie è un dato fondamentale in caso di compravendita e quindi comporterà vantaggi immediati consentendo a chi acquista o vende un immobile di avere a disposizione un dato “certificato” per quel che riguarda la superficie dello stesso. Un altro vantaggio è rappresentato dalla possibilità di verificare l’effettiva superficie dell’immobile ai fini della corretta applicazione (da parte del comune) dell’imposta sui rifiuti - visto che la base di calcolo della Tari sono proprio i metri quadri (senza, per le sole destinazioni abitative, balconi, terrazzi o altre pertinenze) – e in caso di errori, di richiedere la rettifica sia al Comune che alle Entrate.
Per gli immobili non dotati di planimetria, spiega l’Agenzia, ovvero per quelli risalenti alla fase dell’impianto del catasto edilizio urbano e dunque privi dei dati relativi alla superficie, i proprietari potranno presentare una dichiarazione di aggiornamento catastale, mediante un tecnico abilitato, ai fini dell’inserimento in atti della piantina. La regolarizzazione peraltro è obbligatoria in caso di vendita dell’immobile, in quanto il proprietario “è tenuto ad attestare la conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie".
Nel caso invece di incoerenza tra la planimetria conservata al catasto e la superficie calcolata, si potranno inviare direttamente le proprie osservazioni attraverso il sito dell’agenzia delle entrate.
Bonifica amianto, un credito di imposta del 50% da utilizzare in 3 anni per le imprese che effettuano interventi di rimozione dell’amianto.
Al fine di rilanciare i progetti di rimozione dell’amianto nelle strutture produttive, ai titolari delle imprese che nel 2016 effettueranno interventi di bonifica amianto verrà riconosciuto un credito di imposta pari al 50%.
Questo quanto previsto in un emendamento al Collegato Ambiente, approvato dalla Commissione Ambiente del Senato, che stanzia circa 5 milioni di euro per il 2015 e 6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016 e 2017, per incentivare le operazioni di bonifica dall’amianto nelle aree produttive non ancora adeguate alla normativa.
Per accedere al beneficio, il titolare dell’attività imprenditoriale deve dimostrare di attivare nell’arco del 2016 una serie di provvedimenti finalizzati alla rimozione dell’amianto all’interno delle proprie strutture produttive per un investimento complessivo superiore ai 20.000 euro.
Il beneficio, ripartito in tre quote annuali di pari importo, è riconosciuto solo per gli interventi realizzati nel 2016, pertanto, gli anni in cui recuperare il credito d’imposta accumulato saranno il 2017, 2018 e 2019.
Il credito di imposta non concorrerà alla formazione del reddito né della base imponibile Irap.
Ecco la scheda di sintesi.
Proponenti e beneficiari
Soggetti titolari di reddito d’impresa ubicati su tutto il territorio nazionale, sia in forma di PMI che grandi imprese esercenti tutte le attività economiche.
Il credito d’imposta sosterrà gli interventi di bonifica dall’amianto su beni e strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato da effettuare nel corso dell’esercizio 2016.
Le spese dovranno essere sostenute dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2016.
Il credito d’imposta non spetta per gli investimenti di importo unitario inferiore a 20.000 euro.
Condizioni e misure del Contributo
Il credito d’imposta spetta nella misura del 50% delle spese ammissibili a contributo.
Il credito d’imposta è ripartito nonché utilizzato in tre quote annuali di pari importo e indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di riconoscimento del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi di imposta successivi nei quali il credito è utilizzato.
La prima quota annuale è utilizzabile a decorrere dal 1° gennaio 2017.
Esso non concorre alla formazione del reddito né della base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive.
Le agevolazioni sono concesse secondo il regolamento “de minimis”, quindi nel rispetto del tetto massimo di 200 mila euro nel triennio di riferimento.
Priorità e risorse
I fondi a disposizione ammontano a circa 16 milioni di euro. Per accedere al contributo sarà necessario presentare apposita istanza.
La superficie catastale arriva direttamente in visura
Importante novità per proprietari e professionisti del catasto: le Entrate rendono disponibile la superficie catastale direttamente nelle visure delle categorie A, B e C e anche la superficie ai fini Tari.
Da oggi l’Agenzia delle Entrate rende disponibile la superficie catastale nelle visure delle unità immobiliari censite nelle categorie dei Gruppi A, B e C. Si tratta di una novità molto importante, che riguarda 57 milioni di immobili, perché mette a disposizione dei relativi proprietari un dato che finora era visibile solo nelle applicazioni degli uffici. Arriva direttamente in visura anche la superficie ai fini Tari, per consentire ai cittadini di verificare con facilità i dati utilizzati dai Comuni ai fini del controllo della tassa rifiuti.
La superficie catastale – calcolata secondo quanto stabilito dal Dpr n. 138/1998 – sarà quindi riportata in visura insieme ai dati identificativi dell’immobile (Comune, sezione urbana, foglio, particella, subalterno) e ai dati di classamento (zona censuaria, categoria catastale, classe, consistenza, rendita). Per gli stessi immobili sarà, inoltre, riportata la superficie ai fini Tari che, per le sole destinazioni abitative, non tiene conto di balconi, terrazzi e altre aree scoperte di pertinenza.
In caso di incoerenza tra la planimetria conservata agli atti del catasto e la superficie calcolata, i cittadini interessati potranno inviare le proprie osservazioni, attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate, e contribuire quindi a migliorare la qualità delle banche dati. Già dal 2013 i Comuni possono segnalare errori di superficie riscontrati su immobili presenti nella banca dati catastale.
La novità, che arriva al termine di un periodo di sperimentazione che ha coinvolto gli Uffici Provinciali-Territorio di Brindisi, Foggia e Ravenna, non si applica, per il momento, a un limitato numero di immobili che presentano un dato di superficie “incoerente”, in attesa delle relative verifiche nell’ambito delle attività di allineamento delle banche dati.
Quanto agli immobili non dotati di planimetria, che risalgono per lo più alla fase dell’impianto del Catasto edilizio urbano e che sono, per tale motivo, privi anche del dato relativo alla superficie, i proprietari possono presentare una dichiarazione di aggiornamento catastale, con procedura Docfa, per l’inserimento in atti della planimetria catastale. Tale adempimento è, comunque, necessario, in quanto, in caso di vendita dell’immobile, il proprietario è tenuto ad attestare “la conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie”, come previsto dall’art. 19, comma 14, del decreto legge n. 78 del 2010.
Distanze dai confini e alberi: la normativa vigente
Le distanze degli alberi dai confini sono dettate dai regolamenti e dagli usi locali. In mancanza di essi valgono le minuziose indicazioni prescritte dall'art. 892 cod.civ.
Per le distanze degli alberi dai confini il codice civile rinvia a regolamenti e usi: in mancanza di essi valgono le distanze minuziosamente prescritte – in base alle tipologie di albero – dall'art. 892 cod.civ.. Norme particolari disciplinano eccezioni alle distanze, sostituzione degli alberi o loro eventuale ricrescita spontanea.
Si tratta evidentemente di una normativa molto articolata, segno della grande importanza storica delle disposizioni in questione.
In primis, l’art. 892 del codice civile prescrive che «Chi vuol piantare alberi presso il confine deve osservare le distanze stabilite dai regolamenti e, in mancanza, dagli usi locali».
A seguire la medesima norma prescrive che, in mancanza di disposizioni da parte di regolamenti e usi locali, debbano essere osservate le seguenti distanze minime:
2) un metro e mezzo per gli alberi non di alto fusto. Sono reputati tali quelli il cui fusto, sorto ad altezza non superiore a tre metri, si diffonde in rami;
Le distanze anzidette non si devono osservare se sul confine esiste un muro divisorio, proprio o comune, purché le piante siano tenute ad altezza che non ecceda la sommità del muro» .
Distanze delle essenze legnose da rispettare per salvaguardare i rapporti con i vicini
Distanze e altezze che le piante devono osservare dal confine esistente costituito da un muro divisorio
L’obbligo di rispettare determinate distanze è rivolto sia ad evitare l’invasione del fondo altrui con radici, sia che gli alberi tolgano luce e vista. Quindi sussiste anche se l’albero è piantato in una vasca ricavata nel terreno, mentre non vale per piante in vaso mobile.
Qualora esistano sul muro a confine finestre o vani luce che si vedono diminuire la luminosità, la norma non si applica.
La distanza si misura a partire dal punto della semina o dalla base esterna dell’albero piantato, a livello del terreno. Per un albero adulto, rispetto a cui non è possibile stabilire se sia nato o se sia stato piantato oppure di quanto è cresciuto nel tempo, si dovrà necessariamente misurare la distanza dal centro del tronco.
Molto particolare il caso delle piante rampicanti, che per loro natura sorgono a distanza zero dal muro. La loro presenza sul muro comune è pertanto considerata “fisiologica”, e nulla dice circa la volontà dei proprietari dei due fondi finitimi. In altre parole, la presenza di una pianta rampicante sul muro di confine non è idonea far presumere che il muro sia comune.
Ai sensi del’art. 894 cod.civ., «Il vicino può esigere che si estirpino gli alberi e le siepi che sono piantati o nascono a distanza minore di quelle indicate dagli articoli precedenti».
Per altro verso, dispone l’art. 895 cod.civ. che, «Se si è acquistato il diritto di tenere alberi a distanza minore di quelle sopra indicate, e l’albero muore o viene reciso o abbattuto, il vicino non può sostituirlo, se non osservando la distanza legale. La disposizione non si applica quando gli alberi fanno parte di un filare situato lungo il confine».
Come si vede, il venir meno di un albero fa venir meno anche le eventuali deroghe relative all'albero stesso. Non se ne potrà dunque piantare un altro nella medesima posizione; se però l'albero ricresce spontaneamente, per la parte rigermogliata restano consentite le distanze preesistenti.
DISSESTO IDROGEOLOGICO: ARRIVANO LE LINEE GUIDA DOPO 30 ANNI
Per la prima volta dopo 30 anni arrivano nuove linee guida essenziali per le 7153 opere previste dal piano nazionale di prevenzione e contrasto al dissesto idrogeologico. A renderlo noto è ItaliaSicura, la struttura di missione del Governo per il contrasto al dissesto idrogeologico.
Le nuove linee guida prevedono il divieto degli interventi di cementificazione e restringimento delle sponde fluviali o la copertura di fiumi e torrenti che hanno enormemente aumentato alluvioni e allagamenti.
In coerenza con prescrizioni che saranno emanate da tutte le autorità di bacino, spiega ItaliaSicura, saranno possibili diversi interventi, sia strutturali come casse di espansione o vasche di laminazione delle piene e canali scolmatori, sia nuove opere previste come obbligo dallo Sblocca Italia dei 'contratti di fiume' per riqualificare e rinaturalizzare tratti fluviali.
"E' un lavoro urgente e necessario di aggiornamento della vecchia idraulica che raddrizzava e tombava corsi d'acqua innescando, come abbiamo visto da Genova a Messina, vere e proprie bombe ad orologeria", commenta Erasmo D'Angelis, a capo della struttura di missione. "Le nuove linee guida saranno adottate per ogni intervento sulle aste fluviali, e stiamo spingendo tutte le Regioni ad apporre prima possibile vincoli e salvaguardie per l'inedificabilità assoluta nelle aree più fragili. Il Governo per la prima volta cambia pagina e sta investendo nel ciclo finanziario 2015-2020 circa 7 miliardi e trasformando in cantiere gli oltre 2 miliardi recuperati dai fondi non spesi negli ultimi 15 anni contro frane, alluvioni ed erosione costiera".
Il lavoro di aggiornamento è coordinato dal direttore della struttura Mauro Grassi e da Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei Geologi. Alla riunione hanno partecipato i vertici di ministeri, enti di ricerca e strutture titolari o impegnati nel lavoro contro il dissesto idrogeologico: dai Ministeri dell'Ambiente e Infrastrutture con il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici alla Protezione Civile, da Ispra all'Associazione Consorzi di Bonifica, dal Centro italiano per riqualificazione fluviale al Consiglio nazionale delle ricerche.
"E' importante il contributo di tutti - ha spiegato Gian Vito Graziano - abbiamo bisogno di un quadro chiaro per le nuove progettazioni, con una forma più snella per un'applicazione più facile e con grande attenzione ai territori, alle nuove tecnologie, ai monitoraggi e alla valutazione del rischio, al piano delle manutenzioni, al quadro giuridico". Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni. Le nuove linee guida saranno applicate per il 90% delle 7153 opere contro frane e alluvioni nelle regioni italiane, che risultano ancora da progettare. Per colmare questo clamoroso ritardo, tra i primi 700 milioni già stanziati dal Cipe per il piano città metropolitane, è stato attivato un fondo di rotazione progettazioni per 100 milioni di euro.
Riforma catasto, Confedilizia: 'Servono controlli rigorosi'
"La riforma del catasto sara' davvero equa solo se ci sara' un controllo rigoroso dell'operato del Governo e dell'Agenzia delle Entrate": cosi' Spaziani Testa, presidente Confedilizia
"La riforma del catasto sarà davvero equa solo se ci sarà un controllo rigoroso dell’operato del Governo e dell’Agenzia delle Entrate": lo ha dichiarato Giorgio Spaziani Testa, neo eletto presidente di Confedilizia, all'interno di un convegno sulla riforma del catasto tenutosi a Piacenza.
“La riforma del catasto avrà conseguenze sulla tassazione immobiliare dei prossimi decenni. E’ per questo che la Confedilizia non si stancherà di operare, da un lato, per far sì che alcuni fondamentali principii stabiliti dalla legge delega vengano rispettati nell’approvazione del decreto delegato in attesa di emanazione e, dall’altro, per lavorare in sede territoriale per la raccolta della documentazione necessaria ad interloquire con l’Agenzia delle entrate nell’ambito delle Commissioni censuarie locali", ha dichiarato Spaziani Testa.
Tra le relazioni del convegno di Piacenza, l'intervento del Viceministro della Giustizia, Enrico Costa: "L'invarianza di gettito prevista dalla legge delega nella riforma del Catasto deve essere considerata a livello comunale: solo in tal modo essa potrà essere effettivamente controllabile”, ha detto Costa. “Ciò al fine di scongiurare il rischio di una lievitazione della tassazione, già gravosa, in un settore trainante dell’economia come quello immobiliare”.
Da segnalare anche l'intervento del Presidente della Sezione tributaria della Corte di Cassazione, Mario Cicala, che si è soffermato sulle sentenze conseguenti al contenzioso scaturito dall’attività di riclassamento degli immobili svolta dall’Agenzia delle entrate su richiesta di alcuni Comuni. In particolare, Cicala ha sottolineato l’importanza di una rigorosa motivazione degli atti con i quali l’Agenzia modifica l’inquadramento catastale degli immobili, tale da consentire ai proprietari la verifica delle specifiche ragioni alla base dei nuovi classamenti.
Ristrutturazione alberghi: le regole per il credito d’imposta
Sulla Gazzetta Ufficiale n.138 del 17 giugno 2015 è stato pubblicato il decreto del Mibact del 7 maggio 2015, recante disposizioni applicative per l’attribuzione del credito d’imposta del 30% alle strutture ricettive turistico-alberghiere per le spese sostenute dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2016.
Il provvedimento riguarda le strutture aperte al pubblico, a gestione unitaria, con servizi centralizzati che forniscono alloggio, eventualmente vitto ed altri servizi accessori, in non meno di sette camere situate in uno o più edifici. Sono considerate strutture alberghiere: gli alberghi, i villaggi albergo, le residenze turistico-alberghiere, gli alberghi diffusi, nonché quelle individuate come tali dalle specifiche normative regionali.
1) Interventi di manutenzione straordinaria:
1.1) opere e modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici o per realizzare e integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino la volumetria complessiva degli edifici e non comportino modifiche delle destinazioni di uso;
1.2) frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere, anche se comportano la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico, purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione d’uso.
2) Interventi di restauro e di risanamento conservativo, cioè gli interventi edilizi rivolti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, ne consentano destinazioni d’uso con essi compatibili.
3) Interventi di ristrutturazione edilizia cioè gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
Gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto se è rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente.
4) Interventi di eliminazione delle barriere architettoniche:
4.1) interventi volti ad eliminare:
– gli ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque e in particolare di coloro che hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente o temporanea;
– gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature o componenti;
– la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi;
4.2) progettazione e realizzazione di prodotti, ambienti, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate;
4.3) interventi volti ad eliminare le barriere sensoriali e della comunicazione.
5) Interventi di incremento dell’efficienza energetica:
5.1) interventi di riqualificazione energetica che conseguono un indice di prestazione energetica per la climatizzazione non superiore ai valori definiti dall’Allegato A al decreto del Ministro dello sviluppo economico 11 marzo 2008;
5.2) interventi sull’involucro edilizio di un edificio esistente, o di parti di un edificio esistente o di unità immobiliari esistenti, riguardante strutture opache verticali e orizzontali (pareti, coperture e pavimenti), delimitanti il volume riscaldato verso l’esterno e verso vani non riscaldati, che rispettano i requisiti di trasmittanza termica definiti dal decreto del Ministro dello sviluppo economico 11 marzo 2008;
5.3) interventi di sostituzione, integrale o parziale, di impianti di climatizzazione con:
– impianti dotati di caldaie a condensazione e contestuale messa a punto del sistema di distribuzione; – impianti dotati di pompe di calore ad alta efficienza ovvero impianti geotermici a bassa entalpia, e contestuale messa a punto ed equilibratura del sistema di distribuzione;
– impianti di cogenerazione o trigenerazione ad alto rendimento e contestuale messa a punto ed equilibratura del sistema di distribuzione;
6) spese per l’acquisto di mobili e componenti d’arredo comprendenti:
6.1) rifacimento o sostituzione di cucine o di attrezzature professionali per la ristorazione, quali, tra l’altro, apparecchiature varie di cottura, forni, armadi frigoriferi e congelatori, macchine per la preparazione dinamica, elementi per la preparazione statica, macchine per il lavaggio delle stoviglie, macchine per il lavaggio dei tessuti, abbattitori di temperatura, produttori di ghiaccio, con altri aventi caratteristiche migliorative rispetto a quelle esistenti in termini di sicurezza, efficienza energetica, prestazioni;
6.2) mobili e complementi d’arredo da interno e da esterno, quali, tra gli altri, tavoli, scrivanie, sedute imbottite e non, altri manufatti imbottiti, mobili contenitori, letti e materassi, gazebo, pergole, ombrelloni, tende da sole, zanzariere;
6.3) mobili fissi, quali, tra gli altri, arredi fissi per bagno, pareti e cabine doccia, cucine, boiserie, pareti interne mobili, apparecchi di illuminazione;
6.4) pavimentazioni di sicurezza, arredi e strumentazioni per la convegnistica, attrezzature per parchi giochi e attrezzature sportive pertinenziali;
6.5) arredi e strumentazioni per la realizzazione di centri benessere ubicati all’interno delle strutture ricettive.
Per tali tipologie di interventi, alle imprese alberghiere esistenti alla data del 1° gennaio 2012, è riconosciuto un credito d’imposta del 30% per le spese sostenute dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2016, a condizione che il beneficiario non ceda a terzi né destini a finalità estranee all’esercizio di impresa i beni oggetto degli investimenti prima del secondo periodo d’imposta successivo. Il credito d’imposta è ripartito in tre quote annuali di pari importo.
L’agevolazione è concessa fino all’importo massimo di 200mila euro nei tre anni d’imposta. Il credito di imposta è alternativo e non cumulabile, in relazione a medesime voci di spesa, con altre agevolazioni di natura fiscale.
Il credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi, e del valore della produzione, ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive.
Dal 1° gennaio al 28 febbraio dell’anno successivo a quello di effettuazione delle spese, le imprese interessate possono presentare al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo apposita domanda per il riconoscimento del credito d’imposta, secondo modalità telematiche definite dal Ministero stesso entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del decreto in esame; per le spese sostenute nell’anno 2014, la domanda va presentata entro sessanta giorni dalla definizione delle predette modalità telematiche.
Nella domanda, sottoscritta dal legale rappresentante dell’impresa, deve essere specificato:
a) il costo complessivo degli interventi e l’ammontare totale delle spese;
Le imprese devono, contestualmente alla domanda, presentare al Ministero anche la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, relativa ad altri aiuti eventualmente fruiti durante l’esercizio finanziario in corso e nei due precedenti, allegando, inoltre, a pena di inammissibilità, la documentazione amministrativa e tecnica indicata nell’elenco A del decreto in esame.
Entro sessanta giorni dal termine di presentazione delle domando, il Ministero comunica all’impresa il riconoscimento ovvero il diniego dell’agevolazione e, nel primo caso, l’importo del credito effettivamente spettante.
Lavori in quota: il ponte su ruote o trabattello
Il ponte su ruote o trabattello è uno degli strumenti di cantiere per effettuare lavori in quota
Il ponte su ruote a torre, detto anche trabattello, è un ponteggio mobile, costituito da tubi ed elementi metallici e tavole d’impalcato prefabbricate, che dispone di una stabilità propria. Il ponte su ruote presenta uno o più impalcati collocati a quote differenti denominati ponti e sottoponti.
L’accesso ai piani di lavoro (ponti) avviene dall’interno per mezzo di scale a pioli o a gradini, inclinate o verticali. È usato prevalentemente per l’esecuzione di lavori di manutenzione e finitura (imbiancatura, intonacatura ecc.) all’interno o all’esterno degli ambienti di lavoro e dei cantieri edili, per lavori in quota al di sopra dei 2 m.
I ponti su ruote normalmente in commercio sono fra loro simili, spesso si diversificano solo per i materiali usati dal costruttore, che possono essere l’acciaio o l’alluminio. Gli impalcati in dotazione possono essere realizzati sia in legno (massiccio o multistrato) che in metallo (acciaio o alluminio), con botole di passaggio, del tipo richiudibile con coperchio praticabile, attraverso le quali avviene l’accesso al piano di lavoro.
Oggi l’idoneità di tali attrezzature è disciplinata esclusivamente dall’art. 140 del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i. Ogni fabbricante e ogni utilizzatore del ponte su ruote, ciascuno per quanto di propria competenza, deve garantire che:
il ponte abbia una base ampia in modo da resistere, con largo margine di sicurezza, ai carichi e alle oscillazioni cui possa essere sottoposto durante gli spostamenti o per colpi di vento e in modo che non possa essere ribaltato;
il piano di scorrimento delle ruote risulti livellato e il carico del ponte sul terreno sia opportunamente ripartito con tavoloni o con altro mezzo equivalente;
le ruote del ponte in opera siano saldamente bloccate con cunei dalle due parti o con sistemi equivalenti, in modo che dispositivi appropriati impediscano lo spostamento involontario dei ponti su ruote durante l’esecuzione dei lavori in quota;
il ponte su ruote sia ancorato alla costruzione almeno ogni due piani, fatta salva la deroga a tale obbligo per i ponti su ruote a torre conformi all’Allegato XXIII;
la verticalità dei ponti su ruote sia controllata con livello o con pendolino;
i ponti, esclusi quelli usati nei lavori per le linee elettriche di contatto, non siano spostati quando su di essi si trovano lavoratori o carichi.
Si ha la possibilità di derogare all’obbligo dell’ancoraggio ogni due piani (Allegato XXIII del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.) qualora la costruzione del ponte su ruote avvenga in conformità alla Norma UNI EN 1004.
Ai sensi dell’art. 111 del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., il datore di lavoro/utilizzatore sceglierà e impiegherà un ponte su ruote a torre quale posto di lavoro in quota soltanto se le condizioni meteorologiche non mettono in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori e dopo aver effettuato l’analisi del rischio che ha determinato la scelta del ponte, quale attrezzatura più idonea all’attività che deve essere svolta, considerando anche il contesto operativo e essendosi accertato della completezza e veridicità della documentazione fornitagli dal fabbricante.
Inoltre il datore di lavoro, ai sensi dell’art. 71 del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., prenderà le misure necessarie affinché l’attrezzatura di lavoro sia installata e utilizzata in conformità alle istruzioni d’uso, sia oggetto di idonea manutenzione al fine di garantire nel tempo la permanenza dei requisiti di sicurezza, sia corredata sempre dal ‘‘libretto’’ del ponte su ruote a torre (manuale d’istruzioni) e sia montata/usata solo dai lavoratori incaricati allo scopo che abbiano ricevuto un’informazione, formazione e addestramento adeguati.
Gli obblighi dei lavoratori-operatori sono descritti nell’art. 20 del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., e, in particolare, gli stessi devono utilizzare correttamente i ponti su ruote, così come descritto nel libretto delle istruzioni, e partecipare ai programmi di formazione e di addestramento organizzati dal datore di lavoro.
“Le considerazioni esposte sono frutto esclusivo del pensiero degli Autori e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione.”
CURIOSITA' - LA CASA IN AUTUNNO: CONSIGLI SUI COLORI
Rosso, giallo, ocra, arancio e i caldi colori della terra possono cambiare il look degli ambienti dove viviamo. Non occorrono
rivoluzioni per dare una veste nuova alla casa, regalandoci una maggiore energia. Ecco alcuni consigli e idee. Tappeti, pareti,
lampade, soprammobili, cuscini: tutto può contribuire a realizzare una nuova immagine, che dona un senso di benessere, stimolo e novità. I toni del rosso, del giallo, dell’ocra e tutte le sfumature della terra danno una luce diversa e calda alla casa, aggiungendo carattere agli ambienti grigi e neutri. I colori caldi e soffusi dell’autunno si possono accostare anche le tinte raffinate del prugna o del verde acido anche nelle sfumature salvia, che daranno una sferzata di energia all’insieme. Potete dipingere le pareti o scegliere lampade, tappeti, cuscini che richiamino le tinte simbolo della stagione in cui le foglie diventano rosse e poi cadono. Oppure creare semplici oggetti o centrotavola con le foglie e la frutta di stagione.