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Timestamp: 2019-02-20 16:40:10+00:00
Document Index: 83322445

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Successione, Divisione e Donazione | Studio Legale Gennaro Orlando
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La donazione è sicuramente il contratto più utilizzato all’interno delle famiglie. Anche se non si mette “nulla per iscritto” e non si firma una scrittura privata, nel momento in cui il padre regala anche 50 euro a un figlio o il marito compra un’auto intestandola alla moglie si realizza un contratto di donazione. Contratto che, è vero, richiede sempre il consenso del donatario, ma questo può essere espresso anche tacitamente, limitandosi a ricevere o utilizzare il bene donato. Per le donazioni di «valore non modico» c’è bisogno però di andare dal notaio con due testimoni e firmare l’atto pubblico, pagando peraltro l’imposta di bollo e di registro (diversamente la donazione è nulla e può essere impugnata, da qualsiasi controinteressato, senza limiti di tempo). Invece per tutte le altre donazioni che hanno ad oggetto beni o denaro di valore esiguo rispetto alle possibilità economiche del donante e del donatario, non c’è bisogno del notaio e tutto si può regolarizzare – come appena detto – anche con la semplice consegna del bene donato. Secondo la Cassazione S.U. sent. n. 18725/2017 una donazione non effettuata con atto pubblico è nulla, anche se risulta da un bonifico. La donazione indiretta è quella che viene fatta quando il donante, anziché donare il bene al donatario, gli consegna i soldi per acquistarlo oppure paga direttamente il venditore affinché intesti il bene al donatario; l’esempio più classico è il caso del padre che acquista la macchina per il figlio e versa l’assegno al concessionario o compra la prima casa alla figlia e versa, sul conto di quest’ultima, la somma da corrispondere alla ditta di costruzioni. Veniamo ora al capitolo più delicato: quello dell’imposta sulle donazioni, la quale è regolata da una legge del 1990. Per calcolare le tasse sulla donazione è necessario prima porsi due domande: chi è il donatario e qual è il valore della donazione. Infatti, in base a questi due parametri, l’imposta sulla donazione può variare notevolmente. In generale, su qualsiasi donazione si paga un’imposta pari all’8% del valore del bene donato. Tanto per fare un esempio, su un bene del valore di 1milione di euro, l’imposta sulla donazione è pari a 80mila euro. Se la donazione avviene tra marito e moglie, l’imposta sulla donazione è pari al 4% del valore del bene, ma la tassazione scatta solo se il suddetto bene ha un valore superiore a 1milione di euro (cosiddetta franchigia). In pratica l’aliquota del 4% si applica sul valore eccedente il milione di euro per ciascun beneficiario. Se la donazione avviene tra figli e genitori (sia in un verso che nell’altro), si applicano le stesse regole della donazione tra coniugi. L’aliquota sulla donazione è quindi del 4% ma scatta solo se il valore del bene supera 1milione e si applica solo all’eccedenza. Stesso discorso per le donazioni tra nonni e nipoti e, comunque, tra tutti i parenti in linea retta: le tasse sulla donazione sono del 4% ma con la franchigia di 1milione di euro. Se donatari sono fratelli e sorelle del donante, l’aliquota della tassa sulla donazione è al 6% del valore del bene donato. In questo caso la franchigia scende a 100mila euro. In caso di donazione ad altri parenti del donante fino al quarto grado (ad esempio, un cugino), l’aliquota da applicare al valore donato è del 6% e, in questo caso, non è prevista alcuna franchigia (per cui l’imposizione scatta anche per un bene di poche centinaia di euro). Se la donazione avviene tra affini in linea retta (il genero, il suocero) o affini in linea collaterale fino al terzo grado (un cognato), le tasse sulla donazione sono le stesse di quelle previste tra parenti fino al quarto grado: si applica un’aliquota del 6% senza franchigie (per cui l’imposizione scatta anche per un bene di poche centinaia di euro). I conviventi non sposati, né uniti in una unione civile si applicano le tasse sulla donazione previste tra estranei, ossia con aliquota all’8% senza franchigie. La tassa sulla donazione è dell’8% ma con una franchigia di 1,5 milioni di euro, anche se non ci sono rapporti di parentela tra donante e donatario.
E’ una donazione nulla, per mancanza di atto pubblico, il bonifico di una somma di denaro effettuato per spirito di liberalità, e cioè senza che l’operazione bancaria sia motivata dal fatto di essere il pagamento di un prezzo di un bene acquistato o di un servizio ricevuto dal beneficiario del bonifico. Lo affermano le Sezioni unite della Corte di cassazione con una sentenza 18725 del 27 luglio 2017 destinata a essere menzionata nei manuali universitari perché effettua una netta linea di demarcazione tra due situazioni il cui confine è spesso assai sfumato: la donazione «diretta», per la quale il Codice civile prescrive la forma dell’atto pubblico a pena di nullità, al fine di costringere il donante a pensare a ciò che sta facendo; la donazione «indiretta», con la quale si arricchisce il patrimonio del donatario senza formalismi. È, quest’ultimo, il caso classico dei genitori che pagano il prezzo dovuto dal figlio per comprare un appartamento. Un’evidente conseguenza di una donazione nulla è che se poi il donante muore, i suoi eredi hanno diritto a farsi restituire la somma donata dal donatario, a prescindere dal fatto che la donazione sia, o meno, lesiva dei diritti di legittima: donazione nulla infatti significa che il bene donato non è mai uscito dalla sfera giuridica del donante e che, quindi, egli (o, appunto, il suo erede) ha il diritto di pretenderne la restituzione. Se invece si abbia una donazione valida – come accade nel caso della donazione indiretta o della donazione diretta stipulata con atto pubblico – occorre che essa sia lesiva della quota di legittima per poter essere contestabile dagli eredi del donante. Si spera ora che della sentenza tengano conto anche i giudici tributari e i funzionari fiscali e che, dunque, non si abbiano più sentenze come quelle (ad esempio le sentenze di Cassazione 634/2012 e 22118/2010) che hanno ritenuto dovuta l’imposta di donazione nel caso di trasferimento informale di denaro tra nonni e nipoti (anche minorenni !) o tra genitori e figli: se la donazione è nulla per mancanza del prescritto requisito formale, nemmeno si può pretendere l’applicazione dell’imposta di donazione, per manifesto difetto di capacità contributiva. Né si può affermare che l’imposta di donazione si deve applicare, come l’imposta di registro, anche agli atti nulli (articolo 38, Dpr 131/1986), in quanto queste imposte presuppongono appunto un “atto”, ciò che appunto manca nel caso del trasferimento di denaro mediante bonifico. Per le Sezioni unite si ha dunque donazione “diretta” (e, pertanto, la necessità dell’atto pubblico) quando ci sia un «passaggio immediato per spirito di liberalità di ingenti valori patrimoniali da un soggetto a un altro»: questa situazione è evidente nel caso del bonifico bancario, nel quale la banca agisce come mero esecutore di un ordine impartito da un suo correntista. Altra situazione nella quale è evidente il carattere diretto della donazione è quella della consegna brevi manu di un titolo al portatore (ad esempio, un libretto bancario o postale) oppure nella emissione di un assegno, bancario o circolare, a favore del donatario. Si ha invece – secondo le Sezioni unite – una donazione indiretta, priva del requisito formale (la sentenza 18725/2017 ha infatti anche il merito di contenere una articolata elencazione di tutti questi casi, ben motivati uno per uno): con il cosiddetto contratto a favore di terzo che si configura, ad esempio, versando una somma su un conto cointestato e, quindi, in sostanza, arricchendo il cointestatario che beneficia dell’altrui versamento; con il pagamento di un debito altrui (si pensi al genitore che paga il mutuo del figlio); con il pagamento di un prezzo dovuto da altri (si pensi al genitore che paga il prezzo dell’appartamento che viene intestato al figlio); con la vendita di un bene a un prezzo irrisorio (che è una donazione per la differenza tra il valore del bene e il prezzo pagato); con la rinuncia a un credito a favore del debitore.
Simulazione di donazione
La prova della simulazione di una donazione non deve rivestire la forma dell’atto pubblico, ma può essere fornita anche con una “controdichiarazione” (e cioè il negozio che attesta l’intervenuta simulazione) contenuta in una semplice scrittura privata, sottoscritta dalle parti della donazione o dalla parte contro la quale è prodotta la controdichiarazione. È quanto deciso dalla Corte di cassazione con sentenza n. 18204 del 24 luglio 2017. Nel caso giunto all’esame dei giudici di legittimità si discuteva della validità di un documento (la controdichiarazione, appunto) sottoscritto dalla donataria di un immobile, nel quale quest’ultima aveva attestato che la donazione da essa ricevuta avrebbe dovuto essere intesa, oltre che a beneficio suo, anche a favore di un altro soggetto; quest’ultimo era persona oberata da debiti e per questo motivo la donazione immobiliare non era stata stipulata esplicitamente anche a favore di costui. Il punto di diritto analizzato dalla Cassazione riguardava dunque la validità della controdichiarazione che, secondo la donataria convenuta dal donatario “occulto” (il quale reclamava il proprio acquisto), non poteva produrre effetti, dal momento che si trattava di scrittura priva della forma dell’atto pubblico, la quale è invero richiesta dal codice civile (all’articolo 782) per la validità della donazione. Questa tesi è stata dunque disattesa dalla Cassazione: accogliendo il ricorso proposto dal donatario “occulto”, la Suprema corte ha argomentato la sua decisione richiamando un proprio precedente orientamento (la sentenza n. 3605/1971) riferito alla modifica delle «convenzioni matrimoniali», le quali, come le donazioni, devono rivestire la forma dell’atto pubblico alla presenza dei testimoni (ai sensi dell’articolo 162 del codice civile e dell’articolo 48 della legge professionale notarile). In quell’occasione, la Cassazione aveva infatti deciso che le convenzioni matrimoniali devono essere tenute ben distinte dalle eventuali controdichiarazioni che siano stipulate a latere di esse, le quali «per raggiungere gli effetti che sono loro propri, non richiedono la forma dell’atto pubblico, poiché hanno un’obbiettività giuridica diversa dalle mutazioni dei patti»: mentre le convenzioni matrimoniali «implicano un nuovo accordo, modificativo del precedente, realmente voluto e concluso, ed esigono pertanto, ad substantiam, l’atto pubblico al pari dell’atto modificativo, le controdichiarazioni rappresentano invece il documento atto a constatare e a dare la prova della simulazione di un patto, e sono, quindi, destinate a rimanere segrete tra le parti». Secondo la Cassazione, analogo principio deve essere dunque ripetuto nel caso della donazione, dal momento che essa deve rivestire la stessa forma richiesta per le convenzioni matrimoniali: è dunque svincolato da formalismi il documento con il quale viene fornita la prova della simulazione di un dato contratto esplicitando la sussistenza di un rapporto giuridico differente (quello dissimulato) rispetto a quello apparente ai terzi.
Per formulare una valida rinuncia all’eredità, occorre prima procedere alla redazione dell’inventario dell’eredità? Questo dubbio attanaglia la prassi professionale perché, a fronte di un comportamento univoco dei notai (nel senso di non ritenere necessario l’inventario dell’eredità per esprimere una valida rinuncia all’eredità), la Corte di cassazione, con poche, ma incessanti e praticamente non motivate pronunce (le sentenze 7076/1995, 4845/2003 e 5862/2014), ha sancito esattamente il contrario. Vediamo i termini della questione. Il soggetto che è denominato come «chiamato all’eredità» è colui che, per legge o testamento, è candidato a diventare erede del de cuius, qualora dichiari di accettare l’eredità che gli sia offerta per effetto del decesso del de cuius. Fino all’accettazione dell’eredità, il chiamato non ha la titolarità del patrimonio ereditario e non è tenuto a rispondere dei debiti del defunto; una volta che, invece, il chiamato abbia accettato l’eredità (senza essersi avvalso del beneficio di inventario), egli risponde dei debiti del defunto, di qualunque entità essi siano (e, quindi, anche se superino il valore dell’attivo ereditario): per significare questa situazione si dice che egli, in tal caso, è un erede “puro e semplice”. Se invece l’accettazione dell’eredità sia fatta con il beneficio d’inventario, l’erede non risponde dei debiti del defunto che superino il valore dell’attivo ereditario. Ora, nessun problema si pone per il chiamato all’eredità che non sia nel possesso dei beni ereditari (per “possesso” si intende la materiale disponibilità di beni del defunto, anche di minimo valore: ad esempio, la sua casa, la sua automobile, i suoi averi, i suoi effetti personali): il chiamato non possessore ha 10 anni di tempo per accettare l’eredità e fino a che l’accettazione non avvenga, nessuno può pretendere che egli paghi i debiti del defunto. Se si passa invece a osservare il caso del chiamato all’eredità che sia nel possesso dei beni ereditari, l’articolo 485 del Codice civile dispone che egli deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione. Se entro questo termine abbia cominciato l’inventario, ma non sia stato in grado di completarlo, egli può ottenere dal tribunale del luogo in cui si è aperta la successione una proroga che, salvo gravi circostanze, non deve eccedere i tre mesi. Trascorso il termine (trimestrale o prorogato) senza che l’inventario sia stato compiuto, il chiamato all’eredità è considerato erede “puro e semplice”. Compiuto invece l’inventario, il chiamato all’eredità che non abbia ancora fatto la dichiarazione di accettazione dell’eredità ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento dell’inventario medesimo, per deliberare se accetta o rinunzia all’eredità. Se questo termine decorre senza che il chiamato abbia espresso la volontà di rinunciare o di accettare con il beneficio d’inventario, egli è considerato erede “puro e semplice”. D’altro canto, l’articolo 519 del Codice civile attribuisce al chiamato il diritto di rinunciare all’eredità e l’articolo 521 sancisce che chi rinuncia all’eredità si considera «come se non vi fosse mai stato chiamato». Allora, ci si chiede: quando l’articolo 485 del Codice civile parla di rinuncia all’eredità da parte del chiamato una volta che sia stato compiuto l’inventario, sta alludendo a una facoltà alternativa a quella dell’accettazione beneficiata? O sta alludendo al fatto che il compimento dell’inventario è condizione imprescindibile per poter validamente rinunciare all’eredità? Quest’ultima appare essere, in realtà, una lettura non appropriata della normativa in questione. La legge infatti pare offrire solo i seguenti possibili scenari: due soluzioni “radicali” (l’accettazione “pura e semplice” e la rinuncia) e cioè la incondizionata adesione alla chiamata ereditaria o il suo categorico respingimento; e: due soluzioni “di riflessione”: l’accettazione con beneficio di inventario, seguita dalla redazione dell’inventario (qui, da subito, il chiamato intende aderire alla chiamata, ma intende cautelarsi dell’eventuale eccedenza del passivo rispetto all’attivo); oppure, viceversa, la redazione dell’inventario, al cui esito si rimanda la decisione se accettare o meno. Andare dunque a desumere da questo panorama normativo l’imprescindibilità dell’inventario per poter validamente esprimere una rinuncia all’eredità significa far dire alla legge ciò che essa non vuole, e cioè pretendere un’inventariazione (e relativo dispendio di tempi e di costi) a carico di chi non ha nessuna volontà di sapere come è composta la massa ereditaria: ciò che anche la Cassazione ha bensì affermato, ma solo nell’isolata e lontana sentenza n. 11634/1991. Appare infatti indubbio che tra la posizione dei creditori (i quali cerchino di soddisfarsi su un patrimonio diverso da quello del proprio debitore) e la posizione del chiamato all’eredità che si trovi nel possesso dei beni ereditari (magari di beni insignificanti, magari per un breve periodo di tempo) e abbia formulato una radicale rinuncia all’eredità, sia quest’ultima posizione a dover prevalere, senza che debba soccombere per il fatto di un mancato inventario che nessuna norma gli impone.
Casa coniugale e box auto
Il box auto non va al coniuge divorziato al quale viene assegnata la casa coniugale. Questo perché non rientra nell’«ambiente domestico» che nel tempo sia divenuto per i figli centro di affetti, interessi e consuetudini di vita. Lo puntualizza il Tribunale di Palermo, con la sentenza 1433 del 21 marzo scorso (presidente Grimaldi di Terresena, relatore Ciardo). A sollecitare la pronuncia è il ricorso promosso da una donna per ottenere il divorzio dal marito. Nel ricorso la moglie chiede ai giudici anche l’aumento del contributo al mantenimento delle figlie, dato che, con l’iscrizione all’università, le loro esigenze sono aumentate, e l’assegnazione della casa familiare, incluso il box, di proprietà del marito. Richieste che il tribunale accoglie solo in parte. L’assegno per le studentesse, scrivono i giudici, va confermato ma, viste le peggiorate condizioni economiche del papà, l’importo resta quello stabilito in sede di separazione. Dal godimento dell’abitazione coniugale, invece, “esce” il garage. Il Tribunale ricorda infatti che l’assegnazione della casa coniugale viene disposta a tutela del diritto dei figli, minorenni o non autosufficienti, alla salvaguardia dell’habitat familiare dove sono nati e cresciuti. E questo diritto riguarda solo la casa familiare intesa come ambiente domestico divenuto, negli anni, centro di affetti, interessi e consuetudini di vita, tanto da contribuire «in misura fondamentale alla formazione armonica» della loro personalità (si veda la sentenza 308/2008 della Corte Costituzionale). A confermarlo, il fatto che non si può disporre l’assegnazione dell’abitazione coniugale per sopperire alle esigenze del consorte economicamente più debole (Cassazione, sentenza 8361/2011), ma il godimento spetta solo al genitore che lo abiti con figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti. L’assegnazione è anche esclusa quando i figli, pur conviventi, sono redditualmente in grado di soddisfare le proprie necessità (Cassazione, 15367/2015). Sulla base di queste considerazioni, il tribunale assegnazione la casa coniugale alla moglie con cui convivono le figlie studentesse universitarie. Ma i giudici – condividendo quanto deciso con la sentenza di separazione – escludono il box, perché non costituisce «casa coniugale»; il box resta quindi nell’esclusiva disponibilità del marito proprietario. Quindi, anche se usualmente nel concetto di abitazione confluiscono le pertinenze (cantina, solaio, taverna, rimessa auto) non sempre sono incluse nel provvedimento di attribuzione della casa coniugale. La Cassazione (sentenza 29468/2011) ha chiarito che il garage deve essere escluso dal provvedimento di attribuzione della casa coniugale se l’assegnatario dell’appartamento che agisce per ottenere anche la fruizione del garage non ne abbia provato la destinazione a servizio dell’abitazione
Gli eredi rispondono in proporzione della propria quota anche degli interessi maturati sull’importo capitale del debito in epoca successiva al decesso del de cuius. Il principio è stato confermato dal Tribunale di Trento con la sentenza 955 pubblicata il 10 ottobre 2016 (giudice Alinari). Il tribunale si è pronunciato su un contenzioso originato dall’opposizione proposta dagli eredi contro il decreto ingiuntivo che un istituto di credito aveva ottenuto nei loro confronti per il pagamento della residua esposizione debitoria del defunto in relazione a un contratto di mutuo che quest’ultimo aveva contratto con l’istituto stesso e a un’apertura di credito sul suo conto corrente. Era successo che gli eredi, sul presupposto di avere accettato l’eredità con beneficio di inventario e che dunque il credito vantato dalla banca avrebbe dovuto essere cristallizzato alla data del decesso del de cuius nella misura risultante nel verbale di inventario, ritenevano, tra l’altro, non dovuti gli interessi maturati successivamente all’apertura della successione perché, diversamente, questo credito, così come tutti gli altri, sarebbe stato suscettibile di continua variazione in relazione alla durata della procedura ereditaria e avrebbe in tal modo impedito la definizione certa del passivo dell’eredità. La banca, nel costituirsi in giudizio, sosteneva invece che i debiti facenti capo al de cuius si dovevano ritenere produttivi di interessi anche dopo il decesso e che gli eredi avrebbero dovuto farvi fronte in ragione delle rispettive quote. È principio consolidato (si vedano le sentenze 5092/2006 e 562/2000 della Cassazione) che il debito ereditario previsto dall’articolo 752 del Codice civile comprende tutto ciò che fa riferimento al debitore al momento della sua morte, a cui gli eredi sono chiamati a far fronte nel momento in cui dichiarano di accettare l’eredità anche con il beneficio dell’inventario, procedura quest’ultima che consente all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato.
Negoziazione assistita: Notaio superfluo
L’accordo di negoziazione assistita con cui due coniugi pervengono alla definizione della propria separazione personale, con contestuale cessione di un bene immobile, se munito del nulla osta o dell’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, produce gli stessi effetti dei provvedimenti giudiziali. Tra questi effetti, in particolare, non può non essere ricompreso anche quello di costituire titolo per la trascrizione, senza che a tal fine siano necessarie ulteriori autenticazioni da parte di un pubblico ufficiale. Esigere, infatti, l’intervento di un’ulteriore figura professionale, contrasterebbe con la finalità di assicurare una maggiore funzionalità ed efficacia della giustizia civile, espressamente enunciata nel preambolo del Decreto legge n. 132/2014 sulla negoziazione assistita, addossando alle parti “ulteriori formalità e costi aggiuntivi”. Questo, con effetti completamente “disincentivanti” nei confronti della negoziazione medesima, “incompatibili con i dichiarati intenti di semplificazione ed efficienza perseguiti dal legislatore”. Sono le interessanti conclusioni a cui è giunto il Tribunale di Pordenone con decreto del 16 marzo 2017, emanato nell’ambito di una vicenda in cui due coniugi avevano sottoscritto una convenzione di negoziazione, tra le cui condizioni era contenuto il trasferimento, tra loro, della quota di proprietà di un bene immobile. L’accordo era stato depositato presso la locale Procura, ottenendo il prescritto nulla osta non essendo presenti figli minori o soggetti a questi equiparati, nonché annotato dall’Ufficiale dello stato civile. Tuttavia, una volta che lo stesso era stato presentato presso la Conservatoria dei registri immobiliari, era stata rifiutata la trascrizione della cessione dell’immobile ed erano stati sollevati dubbi circa l’idoneità del titolo, asseritamente privo di valida autenticazione ai fini della trascrivibilità. Con la pronuncia in oggetto, i giudici di merito hanno, quindi, ordinato al Conservatore dei registri immobiliari, di procedere alla citata trascrizione, ritenendo accertato che, in materia di famiglia ex articolo 6 del Decreto legge n. 132/2014, non è richiesta, né è necessaria, l’ulteriore autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.
Con sentenza n.12621 depositata il 16 marzo 2017, le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, hanno affermato i seguenti principi in tema di misure di prevenzione patrimoniale nei confronti degli eredi e dei successori di persona deceduta: – le nozioni di erede e di successore a titolo universale o particolare, di cui all’art. 18, commi 2 e 3, d.lgs. 6 settembre 2011, n. 159, sono quelle proprie del codice civile; – nell’ipotesi in cui l’azione di prevenzione patrimoniale prosegua ovvero sia esercitata dopo la morte del soggetto socialmente pericoloso, la confisca può avere ad oggetto non solo i beni pervenuti a titolo di successione ereditaria, ma anche i beni che, al momento del decesso, erano comunque nella disponibilità del de cuius per essere stati fittiziamente intestati o trasferiti a terzi; – nell’ipotesi in cui il giudice accerti la fittizietà dell’intestazione o del trasferimento di beni a terzi, la declaratoria di nullità prevista dall’art. 26, comma 1, d.lgs. n. 159 del 2011 non è pregiudiziale ai fini della validità della confisca, ma costituisce un obbligo consequenziale all’accertamento della fittizietà, la cui inosservanza da parte del giudice non integra vizi rilevanti ai sensi degli artt. 177 ss. cod. proc. pen., bensì un’omissione rimediabile, anche d’ufficio, con la procedura ex art. 130 cod. proc. pen.; – le presunzioni di fittizietà previste dall’art. 26, comma 2, d.lgs. cit. si riferiscono esclusivamente agli atti realizzati dal soggetto portatore di pericolosità e non riguardano anche gli atti dei suoi successori.
Finisce in cassazione ( sentenza 5337/17 ) la lite decennale fra tre fratelli e tre sorelle pugliesi scatenata dal testamento del padre, che aveva lasciato come ultima volontà la richiesta di consentire ai figli maschi il diritto di accedere al terazzo condominiale, con la bizzarra motivazione di “prendere il sole e sciorinare i panni”.