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Timestamp: 2019-10-17 19:06:14+00:00
Document Index: 98562815

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 16', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 32']

Recenti sviluppi in tema di obiezione di coscienza | Treccani, il portale del sapere
Recenti sviluppi in tema di obiezione di coscienza
L’ordinamento in prevenzione dei conflitti di coscienza idonei a mettere in pericolo la sua effettività può autorizzare, a certe condizioni, l’inosservanza di un obbligo. Ciò però non comporta la legittimità di qualsiasi forma di inosservanza della legge per motivi di coscienza. Una prospettazione dei fenomeni obiettori unicamente rinviante alla libertà di coscienza o all’autodeterminazione, difatti, può risultare fuorviante nel contesto democratico e dello Stato costituzionale di diritto.
L’obiezione di coscienza legalizzata
Il paradigma dell’obiezione di coscienza, reso immortale da Sofocle nella tragedia dell’“Antigone” postula l’incontro/scontro tra dovere imposto dalla legge degli dei, ossia dai convincimenti della propria coscienza, e dovere imposto dalla legge degli uomini, ossia dall’ordinamento giuridico.
Come nella tragedia sofoclea, ogni vicenda obiettoria esprime un conflitto che non può essere risolto da ogni punto di vista in favore di Antigone o di Creonte (recentemente: Cartabia M., Violante L., Giustizia e mito. Con Edipo, Antigone e Creonte, Bologna, 2018). Essi, infatti, rispondono a doveri operanti su piani diversi: l’una, rinvia ad un ordinamento metagiuridico; l’altro all’ordinamento giuridico. Si tratta, in realtà, di un “conflitto improprio di doveri” che si ha quando un soggetto crede di essere vincolato in egual modo a due norme incompatibili tra loro (Kelsen H., Teoria generale del diritto e dello Stato, Milano, 1994, 381). Per il diritto positivo questo conflitto è solo apparente: dal punto di vista giuridico quel che conta è la norma giuridica validamente posta, ovviamente accettando che il diritto non debba avere necessariamente un fondamento etico. Risolvere il conflitto a favore della giuridicità oggettiva piuttosto che in favore della coscienza individuale non significa affermare che il diritto non si debba curare delle questioni di coscienza. Nell’ordinamento italiano, ad esempio, troviamo molteplici previsioni che dimostrano il contrario: si pensi alle intese con le confessioni acattoliche, ma soprattutto alle ipotesi di obiezione di coscienza autorizzata dalla legge nel corso del tempo. Il legislatore italiano, segnatamente, ha legalizzato quattro ipotesi di obiezione di coscienza. Il primo intervento in tal senso – rappresentato dalla legge 15 novembre 1972, n. 772, sostituita dalla legge 8 luglio del 1998, n. 280 – ha autorizzato la conversione degli obblighi di leva in prestazioni di carattere non militare per chi ne avesse fatto richiesta (tale disciplina non ha più applicazione a causa della sospensione temporanea dell’obbligo di leva ad opera della l. 14 novembre 2000, n. 331 e il d.lgs. 8 maggio 2001, n. 215). La seconda ipotesi di obiezione di coscienza riconosciuta dall’ordinamento è stata introdotta dalla legge 22 maggio del 1978, n. 194, la quale ha liceizzato l’interruzione volontaria della gravidanza, rendendo legittima l’astensione del personale “sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento” (art. 9, comma 3) che opponga motivi di coscienza alla partecipazione alle tecniche abortive. La terza ipotesi legalizzata di obiezione è quella relativa alla sperimentazione sugli animali (legge 12 ottobre 1993, n. 413). Da ultimo, un’ulteriore ipotesi di obiezione di coscienza è stata prevista dall’art. 16 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” che si ispira apertamente all’art. 9 della l. n. 194 del 1978 (Paris D., L’obiezione di coscienza. Studio sull’ammissibilità di un’eccezione dal servizio militare alla bioetica, Firenze, 2011; se si vuole, Grandi F., doveri costituzionali e obiezione di coscienza, Napoli, 2014).
L’obiezione di coscienza non autorizzata dalla legge: dalla obiezione totale alla bioetica
Oltre alle ipotesi autorizzate dal legislatore, la realtà offre una vasta gamma di comportamenti che possono essere iscritti nell’alveo dei fenomeni obiettori. Si pensi ad esempio alla c.d. “obiezione totale”, ossia al rifiuto rispetto alla prestazione di ogni servizio imposto dallo Stato, anche alle forme alternative a quello in armi, opposto dai seguaci di talune confessioni religiose – per lo più Testimoni di Geova – nel vigore dell’obbligatorietà del servizio militare; ovvero alla obiezione fiscale alle spese militari in forza della quale l’obiettore opera una autoriduzione del suo carico fiscale in misura pari alla percentuale destinata alle spese militari nel bilancio dello Stato; o ancora alla obiezione fiscale avverso gli oneri per l’attuazione della legge n. 194 del 1978 (Moneta P., Obiezione di coscienza II (profili pratici), in Enc. giur., Roma, XXI, 1991). Tutti comportamenti questi sempre censurati dalla giurisprudenza in quanto privi di fondamento normativo. Sempre con riferimento alla obiezione opposta in forza di convincimenti morali contrari all’aborto, il panorama del fenomeni obiettori si è arricchito di ulteriori vicende a seguito della commercializzazione nel nostro Paese della c.d. “pillola del giorno dopo”; taluni farmacisti al momento della vendita e dei medici in sede di prescrizione hanno invocato i motivi di coscienza, giudicando la contraccezione d’emergenza una forma chimica di interruzione della gravidanza e, di conseguenza, ritenendo che dovesse trovare applicazione la copertura normativa riconosciuta dall’art. 9 della legge n. 194 del 1978. Tuttavia la giurisprudenza ha negato la legittimità di queste richieste (Tar Lazio, Roma, 2.07.2001, n. 8465), escludendo dunque la possibilità di un riconoscimento pretorio del diritto all’obiezione, senza interpositio legislatoris (Pugiotto A., Obiezione di coscienza nel diritto costituzionale, in Dig. disc. pubbl., X, Torino, 1995, 240 ss.).
Rimanendo nel campo della bioetica, l’ambito di maggiore interesse sembra offerto dagli sviluppi della scienza in relazione alla genetica o ai trattamenti per la prosecuzione artificiale della vita; essi difatti coinvolgono i più profondi convincimenti morali e religiosi circa il rispetto della vita nel momento del suo sorgere, come nel suo venire meno. Segnatamente, nell’ambito dei trattamenti sanitari non obbligatori, la rilevanza dei convincimenti di coscienza è venuta ad intrecciarsi con tutta una serie di questioni sul consenso informato e sull’autodeterminazione alle cure, nel tentativo, tra l’altro, di colmare il vuoto legislativo in tema di fine vita (si pensi al c.d. caso Welby e al c.d. caso Englaro). Proprio nel campo del fine vita, con l’entrata in vigore della legge 22 dicembre 2017, n. 219 (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”), si è posto il problema se si dovesse ritenere che vi fosse nella disciplina una clausola di coscienza per il personale coinvolto nella sospensione del trattamento sanitario. La risposta da dare sembra negativa, dal momento che non vi è nessuna previsione espressa che permetta l’astensione del personale; l’obiezione di coscienza, difatti, costituisce una norma eccezionale rispetto al generale dovere di osservanza dell’ordinamento giuridico, e pertanto essa non è suscettibile di applicazione analogica ai sensi dell’art. 14 delle “Disposizioni sulla legge in generale” (cfr. Pret. Ancona, 9.10.1979).
L’obiezione di coscienza non autorizzata dalla legge: le vaccinazioni
L’obiezione è stata frequentemente opposta per giustificare il rifiuto ai trattamenti sanitari obbligatori, con il dichiarato intento di contrastare le decisioni del legislatore (C. cost., 12.5.1983, n. 142). Il tema però è tornato alla ribalta con l’introduzione del decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73 (“Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”), convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2017, n. 119, che ha introdotto nell’ordinamento italiano nuove ipotesi di vaccinazioni obbligatorie per i minori da zero fino a sedici anni di età e per tutti i minori stranieri non accompagnati. La decisione è stata oggetto di fortissime critiche da parte di alcuni settori della società civile che peraltro hanno minacciato di disobbedire – e in alcuni casi ciò è pure accaduto - al comando contenuto nelle nuove previsioni, a muovere da una lettura dell’obbligo vaccinale come una forma intollerabile di compressione del diritto all’autodeterminazione. Ebbene, la Corte costituzionale chiamata a pronunciarsi proprio sulla predette previsioni, nella sentenza n. 5 del 2017, confermando la propria giurisprudenza in materia di vaccinazioni, ha affermato che “i valori costituzionali coinvolti nella problematica delle vaccinazioni sono molteplici e implicano, oltre alla libertà di autodeterminazione individuale nelle scelte inerenti alle cure sanitarie e la tutela della salute individuale e collettiva (tutelate dall’art. 32 Cost.)”.
Obiezione del funzionario pubblico
L’impiego dell’obiezione di coscienza come strumento di battaglia politica non si limita al tema delle vaccinazioni; basti ricordare, in tempi più risalenti, il caso dello scrutinatore che rinuncia ad assumere l’ufficio in ragione della presenza del crocefisso alle pareti, oppure del giudice che rifiuta di tenere udienza per la medesima ragione.
In tempi più recenti la minaccia dell’obiezione di coscienza da parte di soggetti investiti di un ufficio pubblico ha conosciuto nuovi campi di applicazione; tuttavia, ora come allora, essa pone interrogativi ulteriori rispetto alla obiezione di coscienza contra legem del soggetto non investito di un ufficio pubblico.
A tal proposito, si deve ricordare quanto accaduto in seguito dell’approvazione della legge 20 maggio 2016, n. 76 (“Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”) che pone a carico dei comuni - e segnatamente dei sindaci - precisi obblighi in riferimento alla celebrazione del rito dell’unione civile e alla trascrizione nei registri dello stato civile della stessa, nonché dei matrimoni same-sex contratti all’estero. Ebbene, all’indomani dell’introduzione nell’ordinamento del nuovo istituto, taluni sindaci hanno minacciato di opporre l’obiezione di coscienza al compimento dei suddetti uffici, non volendo partecipare alla realizzazione (giuridica) della volontà di persone dello stesso sesso di formare una famiglia, in contrasto con i loro convincimenti sulla famiglia tradizionale.
Le stesse reazioni si sono avute, poi, all’indomani dell’approvazione del c.d. “decreto sicurezza” - decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 - da parte di alcuni sindaci italiani avverso le previsioni che non permettono più di iscrivere all’anagrafe comunale i richiedenti asilo, determinando l’esclusione dei predetti soggetti dalla fruizione dei servizi sociali. Nell’uno come nell’altro caso, a prescindere dai convincimenti etico-morali, l’obiezione si connota per il particolare status del soggetto che oppone i propri convincimenti alla realizzazione degli indirizzi legislativo a fronte del fondamentale interesse all’effettività dell’ordinamento (Piovani P., Il significato del principio di effettività, Milano 1953, 82). D’altronde, la giurisprudenza amministrativa ha affermato che “Non è possibile che lo Stato ammetta che alcuni suoi organi ed enti… ignorino le sue leggi e l’autorità dei tribunali, dopo che siano esauriti tutti i rimedi previsti dall’ordinamento, in quanto questo comporta una rottura dell’ordinamento costituzionale non altrimenti sanabile. Né, a tal fine, si possono invocare motivi di coscienza” (TAR Lombardia, Milano, 6.4.2016, n. 650).
Obiezione di coscienza e fraintendimenti nel rapporto tra maggioranza e minoranza
La pretesa di diretta azionabilità del diritto all’obiezione di coscienza, a prescindere dall’intervento del legislatore, presuppone che essa sia configurata come una delle tante forme del diritto alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e alla autodeterminazione sostanzialmente. In ogni caso, tuttavia, essa travolge la certezza del diritto e, in particolare, la presunzione di legittimità costituzionale delle leggi che sono da ritenere tali fino alla declaratoria di illegittimità costituzionale da parte della Corte. Il riconoscimento di una simile pretesa, dunque, determinerebbe la fine del sindacato accentrato, aprendo la strada a una sorta di disapplicazione popolare delle norme da parte di giudici, amministrazione, singoli, in danno della necessità che hanno gli individui di sapere, “una volta concepita l’azione… almeno come l’azione sarà qualificata, e come l’azione si inserirà nella vita storica della società” (Lopez de Oñate F., La certezza del diritto, Milano 1968, 48 s.). Preoccupazioni forse démodé in un dibattito pubblico dove sempre più flebile è l’attaccamento alle ragioni dell’osservanza della legge, dipinte come mera celebrazione della dittatura della maggioranza e ove l’inosservanza della legge assume un ruolo salvifico per il pluralismo sociale. Tuttavia queste ricostruzioni occultano che i rapporti tra minoranza e maggioranza non sono immodificabili, ma sono decisi dalla capacità di proposta e mobilitazione delle forze politiche, laddove proprio questa capacità di garantire la possibilità inversione dei ruoli tra gli attori politici, così come di assorbire il dissenso e di convogliarlo all’interno di meccanismi di mediazione (anzitutto parlamentare), è la cifra del rendimento democratico di un ordinamento.
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