Source: http://unitiperlasalute.blogspot.com/2012/07/
Timestamp: 2019-10-23 22:35:23+00:00
Document Index: 37437105

Matched Legal Cases: ['art. 257', 'art. 51', 'art. 58', 'art. 328', 'art.589', 'art. 449']

Uniti Per La Salute - unitiperlasalute@libero.it: luglio 2012
Ilva di Taranto:Il Codacons denuncia Ministri Ambiente e Salute.
Ilva Taranto: Codacons denuncia Ministri Ambiente e Salute
AGI) - Roma, 30 lug. - Il Codacons, in merito alla vicenda dell'Ilva, ha presentato oggi alla Procura di Taranto la propria nomina di parte offesa in qualita' di associazione ambientalista e un esposto in cui si chiede di estendere le indagini anche nei confronti dei Ministeri dell'ambiente e della salute, nelle persone dei ministri che si sono succeduti negli anni, e degli enti locali territorialmente competenti.
"La gravissima omissione delle istituzioni italiane, centrali e locali - scrive il Codacons nella denuncia - consistita nel non aver dato alcun allarme ufficiale ma soprattutto il mancato seguito da parte delle Autorita' competenti, di un'adeguata campagna di informazione rivolta ai cittadini coinvolti e le azioni e gli interventi previsti nonche' la violazione del principio di precauzione ripetutamente connessa al principio di informazione a favore della popolazione, appare indice di negligenza grave considerato che solo la conoscenza puo' consentire di adottare sistemi di prevenzione.
Di rilevante importanza, quanto disposto dal d.lgs. 152/2006 (c.d. testo unico ambientale) e dell'ultimo suo "correttivo" (d.lgs.4/2008) che prevede all'art. 257 una fattispecie di omessa bonifica che non solo sostituisce, con formula diversa, e per certi versi piu' limitativa, la fattispecie dell'art. 51-bis d.lgs. 22/97, ma che ricomprende di sicuro, al suo interno, parte della previgente fattispecie di cui all'art. 58 d.lgs.152/99 (Danno ambientale, bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati)".
"Alla luce di quanto sopra evidenziato - prosegue il Codacons - appare opportuno che l'Ill.ma Procura adita estendesse le proprie indagine volte ad accertare anche le responsabilita''dei Ministeri e degli enti pubblici che nel tempo hanno contribuito, attraverso una omessa vigilanza e mancati interventi preventivi, a determinare la grave situazione di danno ambientale e pertanto eventuali fattispecie penalmente rilevanti quali
omissione in atti d'ufficio ex art. 328 c.p.,
omicidio colposo ex art.589 c.p.,
disastro colposo ex art. 449 c.p.
nonche' violazione d.lgs. 152/2006 (c.d. testo unico ambientale)"......
Parte infine oggi l'azione legale del Codacons finalizzata a far ottenere a cittadini, lavoratori e aziende del tarantino il risarcimento per i gravissimi danni ambientali prodotti dagli stabilimenti Ilva e quantificabili, in base alle stime dell'associazione, in almeno 500 milioni di euro. Tutti i soggetti che risiedono nelle aree colpite dall'inquinamento dell'ambiente e del territorio prodotto dall'Ilva possono aderire all'azione risarcitoria, telefonando al numero 892.007 (info e costi pubblicati sul sito www.codacons.it) e partecipando cosi' alla costituzione di parte offesa nel procedimento penale aperto dalla Procura di Taranto.
Attraverso tale procedura sara' possibile per i cittadini chiedere, attraverso il Codacons, il risarcimento dei danni morali e materiali subiti. (AGI)
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Etichette: Codacons, Ilva di Taranto, istituzioni italiane, ministero dell'ambiente, ministero della salute, omissione, Procura, risarcimento danni
Cdm Executive Board Centrali a carbone - Stop ai crediti di CO2
Tratto da Villaggio Globale
Decisione del Cdm Executive Board
Centrali a carbone - Stop ai crediti di CO2
Valentina Zammarano, Freereporter
Il Comitato esecutivo del meccanismo per lo Sviluppo Pulito delle Nazioni Unite (Cdm) ha fatto un passo in avanti contro l'industria del carbone. In una riunione del Cdm Executive Board ha chiesto un nuovo giro di controllo delle regole che permettono alle centrali a carbone in India e Cina, di ricevere crediti CO2.
«Le centrali a carbone, non solo rappresentano un grave danno per il clima, ma minacciano la salute delle comunità locali che non da ultimo falliscono nel conseguire uno sviluppo sostenibile».
Sono le parole di Eva Filzmoser, direttore di Watch Cdm:
«Ci complimentiamo con la decisione del consiglio, che segna in sostanza la fine dei crediti di CO2 per le centrali elettriche a carbone.
Questa decisione implica che qualsiasi futura approvazione di progetti che facciano uso della metodologia a carbone, arriverà troppo tardi perché i progetti possano ottenere la registrazione entro la fine di quest'anno.
L'anno scorso, il Cdm Executive Board ha sospeso il regolamento degli accrediti dei progetti per le centrali a carbone, che a causa della preoccupazione per l'integrità ambientale continuano ad essere sospesi. Una nuova serie di regole sarà discussa nella prossima riunione del consiglio di amministrazione, nel mese di settembre a Bangkok.
Etichette: Cdm, centrali a carbone, Co2, Sierra Club, Sviluppo Pulito delle Nazioni Unite
LA LETTERA DEL DOTTOR IREO BONO:......Non è lecito contrapporre il diritto al lavoro con quello alla salute
"... non è lecito contrapporre il diritto al lavoro con quello alla salute e che quando ciò avviene le responsabilità sono dei padroni delle imprese e dei governi ..."
"Taranto probabilmente è un caso limite, ma sono molti i siti in Italia in cui le popolazioni si oppongono a centrali a carbone, incenitori e discariche, fonti di inquinamento e malattie, senza trovare appoggio dai principali partiti. Esiste una sottovalutazione delle malattie ambientali"
mi scuso se ripeto parole che hanno già scritto più volte e meglio di me le associazioni di Vado impegnate nella difesa della salute e dell'ambiente, ma sono spinto dalla constatazione di quanto sta accadendo all'Ilva di Taranto e dalla pervicacia della Tirreno-Power di Vado nel portare avanti il suo progetto di potenziamento della centrale a carbone nonostante l'opposizione della stragrande maggioranza della popolazione locale, dei comuni della riviera vicini e dell'Ordine dei Medici.
L'intervento della Procura di Taranto e del Gip, Patrizia Todisco, con la decisione di fermare lo stabilimento dell'Ilva e di porre agli arresti domiciliari i proprietari, con l'accusa di disastro ambientale perseguendo la logica del profitto a detrimento dell'ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini, indica che non è lecito contrapporre il diritto al lavoro con quello alla salute e che quando ciò avviene le responsabilità sono dei padroni delle imprese e dei governi, ed ha anche il grande merito di porre al centro dell'attenzione la salvaguardia dell'ambiente e della salute dei cittadini troppo spesso sacrificata in nome del profitto.
Perchè Taranto probabilmente è un caso limite, ma sono molti i siti in Italia in cui le popolazioni si oppongono a centrali termoelettriche a carbone, incenitori e discariche, fonti di inquinamento e malattie, senza trovare alcun appoggio dai principali partiti di governo ed opposizione. Esiste una sottovalutazione delle malattie ambientali.
Per tornare alla situazione di Vado e provincia di Savona, ricordo che il 18/2/2011, su iniziativa dell'associazione vadese 'Uniti per la Salute' si è tenuto al Teatro Chiabrera un importante incontro pubblico sul carbone con la partecipazione dei Comitati di Civitavecchia, Tarquinia, Brindisi, Porto Tolle, con la partecipazione del dott. Trucco (Presidente dell'Ordine dei Medici), del dott. Bianchi (Responsabile di epidemiologia ambientale, cnr di Pisa), del dott. Marco Stevanin, già membro della Commissione nazionale via-vas, ed il dott. G. Ghirga, in cui è stata documentata la pericolosità e l'inquinamento dell'ambiente prodotto dal carbone come combustibile che si aggiunge all'inquinamento dei prodotti di combustione dei derivati del petrolio dei veicoli e degli impianti di riscaldamento.(Leggi MARIO MOLINARI:Uniti per la Salute (quando il titolo è una Onlus).
E' certo che, secondo il Wwf, la Tirreno Power di Vado è fra i nove impianti più inquinanti in termini di CO2 in Italia, con le note conseguenze sul riscaldamento climatico, che i due impianti a carbone sono obsoleti e non in regola con le norme nazionali ed internazionali
e che l'Ordine dei Medici di Savona ha constatato un aumento della mortalità e della morbilità nella Provincia di Savona al punto da determinare l'intervento della Procura che ha incaricato una Commissione di tre medici, particolarmente competenti, per accertare se esiste un rapporto tra l'aumento della mortalità e l'attività della centrale a carbone.
Ma è già un fatto accertato dalla comunità scientifica internazionale che l'utilizzo del carbone nelle centrali termoelettriche, soprattutto in ambiente cittadino, è dannoso per la salute e l''ambiente , basti dire che l'Energy International Administration (Agenzia governativa statunitense specializzata in analisi energetiche) ha annunciato, come ottima notizia, che nel primo quadrimestre 2012 negli Stati Uniti il consumo del carbone, il combustibile fossile più inquinante in assoluto, è calato del 20% ed il Sindaco di New York, Michael Blomberg, ha dichiarato già nel 2011, riferendo i dati dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente degli Stati Uniti: "Ogni anno gli impianti alimentati a carbone provocano oltre 200.000 attacchi di asma nella nazione, molti dei quali nei bambini. L'inquinamento da carbone uccide ogni anno 13.000 americani e ci costa 100 miliardi di dollari per le cure mediche".(Leggi:10 ragioni per cui "il carbone pulito" è offensivo....)
E in Italia, quanti i morti per il carbone?
A Savona l'associazione 'Moda' Savona ha calcolato, secondo i criteri stabiliti dall'Unione Europea, che i danni prodotti alla salute, 'agricultura, turismo e ambiente, dalla combustione del carbone, costituiscono un costo esterno di circa 140 milioni di euro/anno.
Penso che l'arroganza con cui la Tirreno Power porta avanti il progetto di potenziamento della centrale a carbone, contro la volontà della maggior parte della popolazione locale e contro il principio di precauzione in relazione ai danni provocati dal carbone, non prendendo in considerazione una vera modernizzazione con la metanizzazione completa della centrale, come richiesto dalle associazioni cittadine e dai medici, considerando che i livelli di anidride solforosa di una centrale a carbone sono 140 volte quelli emessi da una centrale a gas e le emissioni di polveri fini 71 volte superiori, dimostri che la proprietà tiene più all'aumento del profitto che alla salvaguardia della salute dei lavoratori e dei cittadini,
ed in quanto ai sindacati, in particolare alla Cgil, che sostengono il potenziamento della centrale a carbone contro le associazioni cittadine vorrei dire che, a mio parere, sbagliano
e che invece hanno ragione Alberto Asor Rosa quando scrive che è un dato inquietante vedere gli operai schierarsi, senza se e senza ma, dalla parte del padrone,ed il leader della Fiom, Landini, quando dice che il sindacato deve fare un salto culturale, nel senso di non accettare il ricatto lavoro contro salute.
Etichette: centrale a carbone, Energy International Administration, Ilva di Taranto, malattie ambientali, Michael Blomberg, Ordine dei Medici di Savona, PROCURA DI sAVONA, Procura di Taranto, sindacati, wwf
TARANTO ILVA , I PM : «ECCO LE PROVE»
Tratto da Il Secolo XIX|
Ilva, i pm: «Ecco le prove»
Spiega un magistrato del pool che «c’è un equivoco di fondo, e cioè che il diritto al lavoro sia uguale al diritto alla vita. Sbagliato.
Tutti i diritti sono moderatamente comprimibili tranne quello, sostiene la Costituzione.
Altrimenti si arriverebbe a una contrattazione folle: mille posti di lavoro, due morti all’anno. Diecimila posti, venti morti. Inaccettabile».
L’Ilva ha sempre negato il problema.
Venerdì il riesame non riguarderà solo il sequestro degli stabilimenti tarantini, ma un modello industriale e sociale consolidato: potrebbe davvero succedere di tutto.
Taranto - C’è una nuvola rossa che si staglia contro la luna: «Ferro!». C’è una nuvola nera che si adagia sul mare: «Carbone!».
E via così, 400 sfiati abusivi documentati dalle telecamere e dalla voce entusiasta del perito, «sono immagini ad altissima risoluzione». Il perito è un carabiniere, nucleo operativo ecologico, capacità investigativa e strumentazioni sofisticatissime. Per quaranta giorni e quaranta notti ha registrato le malefatte dell’Ilva, comprese le «emissioni fuggitive»: quelle che non vengono convogliate nelle ciminiere né risultano diffuse nei parchi minerali, per manifestarsi invece dove non devono. «O l’impianto era rotto, oppure lo hanno fatto apposta».
Stavolta Riva è davvero nei guai.
Lo inchiodano fotografie, dati, protocolli non rispettati, evidenti tentativi di corruzione. In un filmato si vede un perito del tribunale incontrare un dirigente Ilva, di notte, dietro un distributore di benzina a ottanta chilometri dalla città. Un pm del pool ecologico: «Ha preso e messo in tasca una busta bianca. Certo, magari era un’indagine epidemiologica interna. E quel dirigente, la mattina, aveva ritirato diecimila euro dalle casse aziendali per fare beneficenza».
Venerdì si riunisce il Tribunale del riesame, e potrà revocare il sequestro solo se l’azienda dimostrerà di aver già avviato la messa in sicurezza degli impianti. Difficile: l’ordinanza ricorda ben quattro protocolli di intesa sottoscritti dall’Ilva, tra il 2004 e il 2006, e regolarmente disattesi.
«Basta leggere l’ultimo - scrive il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco - per rendersi conto della colossale presa in giro». Come potrà, il Riesame, accordare fiducia a un imprenditore che si comporta da anni «come se il problema delle 680 tonnellate di polveri provenienti dai parchi non esistesse, e così quello del benzo(a)pirene ed Ipa proveniente dalle cokerie, e della diossina proveniente dall’agglomerato con l’avvelenamento e l’abbattimento di oltre 2.170 animali...?». Un elenco impietoso, che per la magistratura «dimostra la volontà di continuare pervicacemente in un’attività criminale e pericolosa per la salute delle persone», e che in questi giorni registra pure la distruzione coatta di venti tonnellate di mitili: diossina, tanto per cambiare.
Difficile concedere una prova d’appello a Riva, come hanno invocato il sindaco Stefàno, il governatore Vendola, i sindacati, i partiti, persino il ministero dell’Ambiente che «dovrebbe essere parte lesa», sono rimasti sbalorditi in Procura, «e costituirsi parte civile, al processo, per chiedere i danni».
Corrado Clini ha invece convenuto che certe prescrizioni sono «ridondanti rispetto all’obiettivo del risanamento», altre «non fattibili»: e insomma c’è uno schieramento trasversale, che va da Taranto a Roma a Genova (se si bloccano gli altiforni saltano anche i posti di lavoro del ciclo a freddo) che sta facendo pressioni enormi sulla magistratura.
Giovedì, alla vigilia della sentenza, gli operai sfileranno in città con le mogli e i figli per mano, pagati come se fossero rimasti in fabbrica. Due giorni fa il sindaco ha concordato, il particolare è incredibile, l’occupazione del consiglio comunale da parte dei dimostranti. Anzi, l’ha suggerita lui. Un’insurrezione comprensibile, considerando che sono in ballo almeno 15 mila posti di lavoro diretti e lo stesso ruolo dell’Italia tra i paesi produttori di acciaio.
«Tuttavia - si ragiona in Procura - l’idea che ci possa essere una trattativa con la magistratura è assolutamente sbagliata.
Le nostre controparti non sono i politici, sono gli imputati: e qui nessuno sembra prendere in considerazione che Riva e l’Ilva subiranno comunque un processo, al di là del sequestro, e che nulla potrà più essere come prima».
I reati contestati vanno dal disastro ambientale alla violazione di mezzo codice penale: avvelenamento di sostanze alimentari, danneggiamento aggravato di beni pubblici, violazione delle norme sulla sicurezza, inquinamento di aria e acqua… Se non c’è l’omicidio colposo «è solo perché mancano i nomi e i cognomi da mettere in relazione accertata con la causa di morte».
I pm del pool ecologico di Taranto sanno bene che ora comincia la partita politica:
«Ma ci auguriamo che gli operai non vadano sul serio a manifestare davanti al Tribunale del riesame, sarebbe uno smacco per l’intera collettività». Figurarsi. Lo stesso governo nazionale, se non si spinge a suggerire il dissequestro tout court, «si augura» che ciò avvenga, e non spende una parola sul disastro ambientale e sanitario.
Spiega un magistrato del pool che «c’è un equivoco di fondo, e cioè che il diritto al lavoro sia uguale al diritto alla vita. Sbagliato. Tutti i diritti sono moderatamente comprimibili tranne quello, sostiene la Costituzione.
Altrimenti si arriverebbe a una contrattazione folle: mille posti di lavoro, due morti all’anno. Diecimila posti, venti morti. Inaccettabile». Non tutti la pensano così.
Etichette: benzo(a)pirene, diossina, emissioni, governo italiano, Ilva di Taranto, Ipa, Ministero dell’Ambiente, Nucleo operativo ecologico, tribunale del riesame
AFFARI ITALIANI:Caso Ilva/ "Prevenzione e tutela della salute e dell'ambiente? Per le aziende è una rottura di scatole"
Tratte da Affaritaliani.it
due interessanti lettere......
ed in coda al post stralci delle PERIZIE e le CONCLUSIONI della PROCURA di Taranto.
La risposta del Direttore di AFFARITALIANI.IT : ANGELO MARIA PERRINO
Gentile Dottor Pitrelli,
la ringrazio per il suo intervento e per i toni civili ma fermi della sua denuncia e della sua protesta.
Quel che si legge oggi per bocca di lobbisti interessati e associazioni di categoria che di acciaio hanno tutto salvo la coscienza e la sensibilità sociale, ma soprattutto quel che si sente e si legge da parte di economisti ed editorialisti pseudoindipendenti, fa davvero trasecolare per cinismo, subalternità psicologico-culturale, disinformazione.
Che l'Ilva tuttora con le sue emissioni uccida (dipendenti e cittadini pugliesi), come dimostrato da un'accuratissima perizia e come ricordato dal giudice che ha validato le richieste della procura (clicca qui per leggere il terrificante atto d'accusa dei giudici) per loro è irrilevante.
Quel che conta è salvare la vocazione industriale del paese...Questo è il principio da cui a valle deve muoversi ogni altra priorità, quel che conta è mettere a tacere il vecchio e sterile "fondamentalismo" ambientalista e liberare il sacro furore della moderna imprenditoria globale (quella dello spread e dei titoli tossici, per intenderci).
Che dirle? Che le cozze alla diossina di Taranto, presidio di antica civiltà di Magna Grecia, mostrano quanto il nostro sia ormai un paese alle vongole. O alla frutta. Un Paese senza, come diceva Arbasino. Senza diritti, senza dignità, senza pietas, senza scrupoli, senza equilibrio e misura. Un Paese in cui le situazioni anche più gravi non sono mai serie.
Un Paese in cui equipe di magistrati che hanno svolto il loro pluriennale lavoro di indagine con rigore, pignoleria e senza gesti spettacolari (come invece è invalso oggi in molti ben piu' famosi distretti giudiziari) con una verifica perfino troppo lunga (tanto evidente e clamorosa era, a occhio nudo, la presenza diffusa di diossina sulle strade e nelle case), oggi vengono criminalizzati come se fossero stati loro a compiere un reato con i loro provvedimenti.
E a nulla è valso il gesto altamente significativo del giorno dopo, quando le massime autorità giudiziarie, guidate dal Procuratore generale di Lecce, hanno accettato di sfidare il linciaggio e metterci la faccia per spiegare che "non c'erano alternative" al sequestro e all'arresto dei vertici dell'Ilva(cui è stato gentilmente risparmiato il rigore del carcere ma non la massima sanzione della privazione della liberta') in una conferenza stampa collettiva molto coerente e coraggiosa, visto il clima ostile che gli era stato creato contro.
E ora si cerca di intimidire e condizionare il tribunale del riesame.
Ha ragione lei, caro amico, la soluzione è la prevenzione: chissà quanto risparmierebbe l'Assessorato alla Sanità della regione Puglia se cessasse la mortalità e la morbilità provocata dalle emissioni dell'Ilva, come lei, da bravo tenico ed esperto del ramo, ben osserva.
Cogliamo costruttivamente l'occasione per voltare pagina. E per trasformare il sacrificio della gente di Taranto, vittima incolpevole di una logica del profitto estrema e senza scrupoli, in una pietra miliare del nuovo modo di fare impresa all'insegna dei valori dell'ecosostenibilità e della responsabilità sociale.
Nel mondo ciò accade. Ma è ora che accada anche da noi, a partire dal nostro piccolo e dileggiato Meridione,
terra di lavoratori e non di sudditi.
Caso Ilva/ "Prevenzione e tutela della salute e dell'ambiente? Per le aziende è una rottura di scatole"
è la prima volta che le indirizzo una mail e la ringrazio fin da subito per la sua cortese attenzione nel volerla valutare come semplici considerazioni.
Il riferimento è all'Ilva di Taranto, ma ritengo sia allargabile all'intero territorio nazionale. Entro nel merito della vicenda tanto attenzionata, da addetto ai lavori.
Mi occupo infatti dal 1997, quindi non da ieri, per conto del Ministero della Sanità (o Salute che dir si voglia), in qualità di Tecnico della Prevenzione, in organico (e quindi gestito, al pari di tutti gli altri colleghi), nella Azienda Sanitaria Locale, di verificare il rispetto della vasta normativa inerente la prevenzione per la salvaguardia della salute pubblica e dell'ambiente, come sancito dalla nostra Carta Costituzionale.
Duole, innanzitutto, il fatto che siano sempre prese in considerazione le posizioni "di parte", con ciò individuando tutti coloro che possono esprimere il proprio grado di soddisfazione od insoddisfazione verso questo o quell'accadimento, e mai, ripeto, mai, un addetto ai lavori.
Duole, a me personalmente, sentire tutte queste considerazioni che provengono da personaggi molto in vista , che disconoscono il valore della Costituzione ed i precetti in essa esposti e che noi tutti dovremmo rispettare.
Duole che a questi precetti si antepongano interessi economici che, in questo come in tutti i momenti storici, indubbiamente rappresentano l'ABC dell'imprenditoria e che personalmente non ho mai contrastato anzi ho da sempre condiviso in quanto rappresentano il motore dell'economia e bisogna congratularsi con chi quotidianamente si assume il rischio d'impresa sulle sue spalle....
Nel caso di specie, non ho contezza della documentazione, ma se la magistratura, della quale siamo il braccio tecnico operativo al momento del riscontro da parte nostra di violazioni di norma che implicano l'assoggettamento di terzi alle disposizioni di carattere penale, ha impartito queste disposizioni, ritengo lo abbia fatto a ragion veduta. ...
Stride, la quasi totalità delle voci in campo, con la realtà che quotidianamente visioniamo. E fa specie che a far girare una parte di queste voci siano proprio coloro che dovrebbero maggiormente attenzionare l'incolumità della popolazione interna (quindi dipendente) o esterna ed inerme, che "deve" solamente subire supinamente.
Forse non si è compreso fino in fondo che potenziando il settore della prevenzione, sottraendolo anche alle inevitabili logiche di indebiti ed illeciti guadagni non escludibili a priori, visto che l'essere umano è soggetto alle tentazioni delle più disparate forme e dimensioni, non saremmo a discutere di quanta parte della spesa pubblica per la salute (oltre 45 miliardi di Euro annui) potrebbe essere risparmiata, e potenzialmente reinvestita nel Paese Italia.
.....La ringrazio ancora e, qualora lo ritenesse, sarò ben lieto di ricevere sue gradite considerazioni.
Qui la lettera integrale di Antonio Pitrelli
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C'è un giudice a Taranto
Ci si sono messi in tanti per nascondere la verità, ma alla fine la resa dei conti è arrivata. C'è un giudice a Taranto. E quel giudice (anzi, quella giudice, Patrizia Todisco) ha ristabilito la verità. E con essa la giustizia.
I signori dell'Ilva devono rispondere davanti a un tribunale di disastro ambientale e, se la tesi dei periti verrà confermata, di morti e malattie diffuse sul territorio. Sul territorio tarantino e non solo. Perché il vento quelle polveri di diossina le porta lontano, fino al mitico Salento della taranta e del Negroamaro.
Questi imprenditori senza particolari scrupoli etici e ambientalistici,e' l'accusa dei magistrati, hanno portato a casa profitti lucrando per anni sulla salute dei cittadini e dei loro dipendenti e distruggendo il territorio. Uno dei più belli e ricchi di storia d'Europa. Con uno scempio ambientale che era sotto gli occhi di tutti e che è stato ignorato o sottovalutato per anni.
Gravi le colpe dell'impresa, ma gravi anche le colpe del sindacato che sapeva e ha taciuto. E gravi le colpe della classe dirigente,specie locale, ma anche nazionale, che non ha fatto nulla per opporsi...........
La vita dei cittadini è un bene indisponibile, sotto tutte le latitudini e tutti i credo, politici, filosofici e religiosi.
E non può essere scambiata con il posto di lavoro. Neanche nella più povera e sottosviluppata delle aree geografiche.
La smettano i politici e gli opinion leader locali di organizzare manifestazioni di protesta per contestare le decisioni dei giudici.
Siano invece compatti e dignitosi nel pretendere dai pubblici poteri rigore e severità contro i profittatori, rispetto dei diritti e norme severe che impongano il rispetto più assoluto delle leggi e la correttezza delle procedure.
E la Regione e il governo di Roma risarciscano questo territorio martoriato avviando processi di bonifica dei siti ma anche piani di riconversione dell'economia locale verso i tanto strombazzati ma mai abbastanza implementati modelli di sviluppo ecosostenibili. ......
Leggi larticolo integrale su Affaritaliani.libero.it
Le conclusioni della maxi perizia sui rischi per la salute
"Piombo nelle urine": leggi lo studio integrale
Guarda il Video DAVANTI ALL ILVA DI TARANTO COME UN GIACIMENTO DI PETROLIO.
Pubblicato da "Uniti Per La Salute " Associazione ONLUS- piazza della Chiesa 6, 17047 Valleggia a 11:30:00 Nessun commento:
Etichette: affari italiani, Corporate Social Responsibility, Costituzione italiana, diossina, Ilva di Taranto, prevenzione, Procura, Regione Puglia, responsabilità sociale, tribunale del riesame
Taranto:Una città tarantolata (e avvelenata)
di Marcello Adriano Mazzola |
Onore al giudice (il gip di Taranto dott.sa Patrizia Todisco) che ha avuto il coraggio, l’indipendenza ed il rigore di firmare provvedimenti granitici a tutela della popolazione di una città, che mi dicono essere molto bella, eretta in un pregevolissimo contesto ambientale.
Onore ai pubblici ministeri che hanno svolto le indagini, ovviamente ben supportate da due perizie, una chimica e una epidemiologica di rilevante peso ed importanza.
L’Ilva, ex Italsider, rappresenta uno dei più gravi casi di inquinamento ambientale e di macroscopico impatto sulla salute, al pari di tutti i siti petrolchimici e dei siti di produzione dell’amianto sparsi in Italia nel corso dei decenni.
Sparsi quando poco si sapeva delle conseguenze che avrebbero arrecato negli anni ma man mano che trascorrevano gli anni, acquisendo però con l’evoluzione della scienza le giuste cognizioni per intervenire, correggere il tiro, approntare le migliori tecnologie possibili e se necessario interrompere la produzione ove l’impatto sarebbe stato comunque gravemente pregiudizievole.
Raramente ciò è avvenuto, non solo in Italia ma anche nel mondo.
La parabola dannosa che ha connotato nel tempo la permanenza colposa (ed anche dolosa) di un sito produttivo, per mezzo di omissioni, notizie occultate menzogne, mancati investimenti nel rinnovamento delle tecnologie è guidata sempre dalla cinica logica del profitto.
Il profitto nonostante tutto, in spregio delle centinaia e migliaia di morti e di invalidi sparsi silenziosamente. Logica sostenuta con l’ipocrisia della “tutela del lavoro”.
In questa materia però tutto il mondo è paese. Chi si occupa di ambiente conosce bene queste dinamiche, le ha criticate e tenta di cambiarle perché sa bene che salute e ambiente (quando s’incrociano, inscindibili) sono beni non bilanciabili con il lavoro. Neppure costituzionalmente, ovviamente. E’ però molto complesso spezzare l’assioma tra il mantenimento del sito pericoloso e la tutela del lavoro “sempre e comunque”......
Spiace dirlo ma tale assioma è un grande inganno ed è costato all’Italia migliaia e migliaia di morti (Venezia, Priolo, Taranto, Casale Monferrato, Broni etc.).
L’alibi del lavoro ha sacrificato la salute di migliaia di persone.
Miopia, incultura ed ipocrisia si sono mescolate. In molti casi anche dissuadendo la magistratura ad intervenire ben sapendo che poi avrebbe subito la dura opposizione dei sindacati, dei partiti oppure delle stesse grandi multinazionali.
Non a Taranto, perlomeno non ora.
A Taranto nella città opera da decenni un enorme stabilimento siderurgico che produce di continuo enormi inquinanti (polveri; diossido di azoto; anidride solforosa; acido cloridrico; benzene; idrocarburi Policiclici Aromatici; Benzo(a)pirene; diossine; cromo III; monossido di carbonio; biossido di carbonio; composti organici volatili non metanici; ossidi di azoto; ossidi di zolfo; arsenico; cadmio; cromo; rame; mercurio; nichel; piombo; zinco; IPA; benzene; cloro e composti organici; fluoro) prodotti dai parchi minerali, dalle cokerie e dal camino E312 dell’impianto di agglomerazione.
Nel 2012 sono state rese alla Procura due perizie (chimica e epidemiologica) che hanno confermato l’estrema gravità della situazione, non più sostenibile.
Dalla seconda perizia emergono 11.550 morti in totale, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie; un totale di 26.999 ricoveri, con una media di 3.857 ricoveri all’anno.
Il collegio peritale ha risposto indicando nella fattispecie una “forte evidenza scientifica” per la mortalità e per numerosissime patologie, evidenziando che
Si pensi solo che per quanto concerne la diossina gli impianti dell’Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma che poi nel 2006 la percentuale sarebbe salita al 92%.
Il Gip scrive che «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza».
Ora i provvedimenti hanno indotto gli operai (comprensibilmente) a scendere in corteo per tutelare il posto di lavoro e (meno comprensibilmente) i ministri all’ambiente Clini e allo sviluppo Passera ad invocare un riesame urgente del sequestro, con un intento mediatorio.
Ma non sempre in situazioni così gravi si può raggiungere un compromesso.
In alcuni casi occorre fare delle scelte, anche nette. L’unica via d’uscita potrà essere una veloce riconversione dell’area ed un delicato risanamento ambientale. Il Gip scrive attentamente che “Non può più essere consentita una politica imprenditoriale che punta alla massimizzazione del risparmio sulle spese per le performances ambientali del siderurgico, i cui esiti per la comunità tarantina ed i lavoratori del siderurgico, in termini di disastro penalmente rilevante (…) sono davvero sotto gli occhi di tutti”.
Coraggio, si può e si deve svoltare pagina.
Leggi l'artico integrale su Il Fatto Quotidiano
Etichette: diossina, disoccupazione, Ilva, inquinamento ambientale, lavoro, operai, pubblici ministeri, sequestro, taranto.
L’accusa del Gip del Tribunale,Patrizia Todisco ,così i controlli diventavano un bluff
L'accusa del Gip Ilva, così i controlli diventavano un bluff
Taranto - I dati sulle malattie professionali falsificati. Gli impegni per migliorare le prestazioni ambientali presi solo sulla carta. Bugie. Omissioni. Presunte corruzioni. E continui ostruzionismi nei confronti degli ambientalisti.
La storia giudiziaria ed imprenditoriale del gruppo Riva è tutta nell’atto d’accusa del giudice che due giorni fa ha portato al sequestro dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto.
Il gip del tribunale Patrizia Todisco, pagina dopo pagina, analizza con un rigore scientifico le perizie e le sentenze che negli anni avevano denunciato l’altissimo tasso di inquinamento nei quartieri attorno alla più grande acciaieria d’Europa. Un disastro ambientale, senza precedenti, che il gruppo Riva avrebbe ignorato, anzi tentato di camuffare, anche corrompendo un consulente incaricato dalla Procura di analizzare l’inquinamento prodotto dalle diossine.
Il suo nome è Lorenzo Liberti, preside della facoltà di Ingegneria di Taranto. Accusato di aver ricevuto una busta con 10mila euro in una stazione di servizio da un dirigente dell’Ilva per cambiare la perizia e favorire i Riva, il professore si è subito difeso.
Tramite il suo legale, Liberti ha negato di aver ricevuto i soldi e ha spiegato di avere rapporti quotidiani con i dirigenti della fabbrica, legati all’Università. Quell’incontro c’è stato, ma «come spesso accadeva con i dirigenti dello stabilimento», ha spiegato Liberti. Non solo. In merito alla perizia finita sotto accusa, volta a verificare la dispersione di diossina dallo stabilimento, Liberti ha precisato: «Nella perizia, depositata a luglio del 2010, ho scritto: “Sconcertante è apparsa la situazione all’interno del capannone: il pavimento era coperto da rilevanti quantità di polveri, che causava una situazione ambientale insostenibile”». Questo dimostrerebbe per il professore l’assoluta veridicità del documento. E poi ha aggiunto: «Dopo l’avviso di garanzia, gli stessi pm che indagano su Riva mi hanno affidato altre due perizie».
Intanto nelle 300 pagine dell’ordinanza con cui sono finiti ai domiciliari i vertici del gruppo Riva per disastro ambientale, sono tanti le responsabilità penali attribuite agli imprenditori. Ad esempio il «gravissimo comportamento», scrive il gip, tenuto dai tecnici incaricati da Ilva per gli autocontrolli sulle emissioni dell’impianto di agglomerazione. «Era accertata una chiara attività ostruzionistica tesa ad impedire ai tecnici dell’Arpa di verificare gli autocontrolli effettuati dalla ditta». Prima il macchinario utilizzato era spento, poi in un secondo tentativo i tecnici dell’Arpa appurarono un cattivo uso del macchinario stesso. Ma anziché collaborare con l’agenzia regionale che si occupa di ambiente, l’Ilva eseguì quelle stesse analisi sulle polveri senza il controllo dell’Arpa che ovviamente non poteva avere i risultati reali. Dai documenti esibiti si scoprì poi che i report relativi a tali analisi erano stati prodotti da una strumentazione che non c’era nemmeno nei laboratori. Per il giudice, c’era una «chiara volontà di sottrarsi a efficaci controlli a sorpresa».
Altra anomalia sottolineata dalla magistratura, riguarda le denunce sulle malattie professionali negli anni che vanno dal 1998 al 2010. Nel confronto tra i numeri dell’Ilva e quelli dell’Inail è emersa una sproporzione considerevole. Ad esempio nell’anno 1998 c’è una differenza sui dati di più di 4 volte: per l’Inail sarebbero 377 le denunce su malattie respiratorie e cardio vascolari legati al lavoro, per l’Ilva appena 85.
Ma «la più grossolana presa in giro compiuta dai vertici Ilva», aggiunge ancora il giudice, riguarda i primi atti di intesa sottoscritti dal gruppo dirigente, volti a migliorare le prestazioni ambientali del siderurgico. Si tratta solo di impegni presi sulla carta che negli anni non hanno mai portato ad un adeguamento dei macchinari e delle strumentazioni di lavoro ai parametri previsti dalla legge.
Il primo atto d’intesa l’8 gennaio 2003, il secondo 27 febbraio 2004, il terzo, il 15dicembre 2004 e il quarto il 23 ottobre 2006. Tutti senza risultati concreti.
In quest’ultimo l’Ilva sostiene di aver completato il sistema di monitoraggio ai camini delle batterie dei forni coke e dell’agglomerato. «Fatto ovviamente in totale contrasto con quanto accertato dai periti in sede di incidente probatorio», commenta il giudice.
Pubblicato da "Uniti Per La Salute " Associazione ONLUS- piazza della Chiesa 6, 17047 Valleggia a 12:26:00 Nessun commento:
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