Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2019/04/cassazione-crisi-liquidita-gruppo-no-causa-forza-maggiore-omesso-versamento-iva.html
Timestamp: 2019-08-17 12:32:26+00:00
Document Index: 57458680

Matched Legal Cases: ['art.10', 'art.10', 'sentenza ', 'art. 2777', 'art. 2778', 'art. 51', 'art. 45']

Crisi di liquidità e omesso versamento IVA: non è causa di forza maggiore
L’asserita esistenza di una causa di forza maggiore derivante dalla crisi di liquidità che aveva colpito il gruppo di società tra loro collegate, o l’asserita inesigibilità della condotta provocata dal mancato pagamento da parte dei clienti-industria delle società coinvolte, che aveva condotto alla scelta di privilegiare il pagamento degli stipendi ai dipendenti, non assolve il contribuente dal reato di cui all’art.10-ter, del D.Lgs.n.74/2000
L’asserita esistenza di una causa di forza maggiore, derivante dalla crisi di liquidità che aveva colpito il “gruppo” di società tra loro collegate, o l’asserita inesigibilità della condotta provocata dal mancato pagamento da parte dei clienti-industria delle società coinvolte, che aveva condotto alla scelta di privilegiare il pagamento degli stipendi ai dipendenti, non assolve il contribuente dal reato di cui all’art.10-ter, del D.Lgs.n.74/2000.
Sono queste le conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione, sez.pen, con la sentenza n.52971 del 26 novembre 2018.
Affermano gli Ermellini che il reato di omesso versamento IVA “è a dolo generico, ed è integrato dalla consapevole scelta di omettere i versamenti dovuti, ravvisabile anche qualora il datore di lavoro, in presenza di una situazione di difficoltà economica, abbia deciso di dare preferenza al pagamento degli emolumenti ai dipendenti ed alla manutenzione dei mezzi destinati allo svolgimento dell’attività di impresa, e di pretermettere il versamento delle ritenute all’erario, essendo suo onere quello di ripartire le risorse esistenti all’atto della corresponsione delle retribuzioni in modo da adempiere al proprio debito erariale, anche se ciò comporta l’impossibilità di pagare i compensi nel loro intero ammontare.
Sul punto, non ha pregio il pur suggestivo riferimento all’ordine di preferenza previsto dalla legge (nel senso che il pagamento dei crediti da lavoro dipendente è imposto per legge con priorità ex art. 2777 cod. civ., a differenza dei crediti erariali e contributivi ex art. 2778 cod. civ.), atteso che si tratta di ordine – riguardante i cosiddetti crediti prededucibili – che deve essere rispettato ex lege nell’ambito delle procedure esecutive e fallimentari e non può quindi essere richiamato al fine di escludere, in contesti diversi dove (ancora) non opera il principio del par condicio creditorum, l’adempimento “preferenziale” del creditore erariale rispetto ad altri (i crediti da lavoro).
Ne consegue che non può ritenersi applicabile la disciplina dell’art. 51, c.p., invocata dal ricorrente al fine di escludere sotto il profilo soggettivo il reato contestato”.
Nel caso di specie, “non può sostenersi che sussista l’impossibilità di pretendere che l’amministratore alteri l’ordine di preferenza previsto dalla normativa, ossia quello di pagare i crediti da lavoro in ordine prioritario rispetto alle altre imposte dovute allo Stato, pena, altrimenti, esporsi al rischio di un’imputazione di bancarotta preferenziale, atteso che, in tale ipotesi, opererebbe il principio del nemo tenetur se detegere. Ed invero, sul punto, questa Corte ha già avuto modo di chiarire che il diritto di difesa comporta, oltre a facoltà di vario genere e ad obblighi di informazione, la non assoggettabilità ad atti di costrizione tendenti a provocare un’autoincriminazione, ma non anche la possibilità di violare regole di comportamento poste a tutela di interessi non legati alla pretesa punitiva; cioè il diritto di difesa non comprende anche il diritto di arrecare offese ulteriori (v., in termini: Sez. 5, n. 6650 del 22/01/1992 – dep. 02/06/1992, Zampini, Rv. 190500; nella fattispecie relativa a rigetto di ricorso, l’imputato, condannato per bancarotta documentale, sosteneva, deducendo violazione degli artt. 51 cod. pen. e 24 Cost., che per il principio “nemo tenetur se detegere” dovevano ritenersi giustificate le irregolarità contabili dirette a mascherare le attività corruttrici)”.
Per i massimi giudici, quindi, non può ritenersi applicabile al caso in esame l’art. 45, c.p.
“Nel caso di reati omissivi propri unisussistenti, come i delitti di omessi versamenti come quello in esame, la causa di forza maggiore in grado di escludere il dolo deve essere valutata al momento della consumazione del reato, non può essere retroagita, né può essere identificata con fattori che incidono solo sull’intima dissociazione…