Source: https://www.vittimedellastrada.eu/danno-biologico/
Timestamp: 2020-07-13 22:29:33+00:00
Document Index: 206677

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 36', 'art. 4', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 32']

Danno biologico | Familiari e Vittime della strada | Familiari e Vittime della strada
AltalexPedia, voce agg. al 17.06.2013
Secondo una prima impostazione, allorquando si debba accertare l’entità del danno patrimoniale subito da una persona che svolga attività lavorativa retribuita, deve essere applicato il criterio fondato sul reddito del danneggiato. Non si ritiene che tale criterio sia in contrasto con l’art. 3 della Costituzione perché, se è vero che ai sensi dell’art. 36 della medesima Carta Costituzionale, la retribuzione è commisurata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, non può dubitarsi che il danno, il quale incida su attività lavorative diverse e su redditi diversi, deve essere risarcito in modo diverso.
D’altra parte è stato osservato che il criterio di valutazione basato sul guadagno non è da solo sufficiente ai fini della liquidazione del danno dovendosi valutare anche la percentuale di invalidità provocata.
Nell’ipotesi in cui il danneggiato non goda di reddito lavorativo si parla di reddito figurato che per la casalinga si calcola in base alla sua collaborazione nella famiglia, per il disoccupato in base alla prospettive di lavoro, per il bambino in base al costo della sua educazione e del suo allevamento. In questa ipotesi, però, è stato proposto di applicare per analogia l’art. 4 legge 27 febbraio 1977 n. 39, secondo il quale i criteri di liquidazione del danno alla persona sono due: il primo è fondato sulla capitalizzazione del reddito di lavoro; il secondo, valevole quando il soggetto non ha reddito, impone di porre a base del calcolo un reddito comunque non inferiore a tre volte l’ammontare annuo della pensione sociale.
Questa impostazione è stata criticata perché, se il diritto alla salute deve essere considerato come voce autonoma, al di là delle conseguenze che la violazione ha prodotto sull’attitudine a esprimere reddito, non si può ammettere che una medesima lesione porti a somme risarcitorie assai distanti tra loro proprio per effetto dell’eccessivo (se non unico) rilievo del reddito percepito. Si tratta, in effetti, di un criterio destinato a riprodurre in sede di risarcimento quelle disuguaglianze economico-sociali che è disegno costituzionale rimuovere (art. 3 Costituzione).
Avverso la soluzione differenziata per reddito effettivo o presumibile del danneggiato, si è formata la giurisprudenza genovese (sentenze degli anni 74-75) che, nell’attuare un criterio egualitario per età e per sesso, ha utilizzato la nozione di reddito nazionale pro capite. Si è affermato che il danno alla salute in sé considerato deve essere valutato e quindi liquidato in termini esattamente uguali per tutte le persone, salvo a tener conto delle rispettive età, e a tal fine si è indicata la possibilità di far riferimento al reddito medio nazionale, l’ultimo ufficialmente noto al momento in cui si deve operare la liquidazione.
Sotto la spinta di recenti proposte dottrinarie, diversa è stata la strada intrapresa dalla giurisprudenza toscana che, ribadendo ora la necessità di risarcire la menomazione in quanto tale ora l’autonomia concettuale del danno alla salute, sottolinea l’opportunità di una liquidazione equitativa. Questa indubbiamente ha il vantaggio della flessibilità e del maggior adeguamento alle esigenze e circostanze della fattispecie concreta, ma ha bisogno di essere precisata. Invero non può consistere in un’operazione arbitraria, ma in una valutazione discrezionale, che tenga conto delle particolarità esistenziali della persona, cioè di quelle esigenze connaturate alla sua personalità ed attinenti quindi al suo libero sviluppo (particolare sarà il danno alle orecchie per un musicista). In tal modo la liquidazione del danno viene fortemente individualizzata, personalizzata, senza però far riferimento, almeno in via principale, al reddito di lavoro.
Tuttavia il ricorso all’equità determina ingiustificate disparità di trattamento, a seconda dei principi adottati da ciascun singolo giudice che possono condurre a risultati diversi anche in relazione a casi analoghi (RODOTA’).
Per ovviare a tale inconveniente la giurisprudenza di merito milanese ha elaborato e diffuso delle tabelle di calcolo, frutto di un’operazione di ricerca compiuta da presidenti e giudici di varie sezioni interessate. Queste tabelle nascono dal confronto tra i vari criteri elaborati dai giudici di tribunale che si sono occupati della materia del danno alla persona e tendono alla affermazione di criteri uniformi che superino le diversità dei parametri usati presso vari uffici ed eliminino le conseguenti incertezze tra gli operatori e le possibili disparità di trattamento.
1. La invalidità temporanea che consiste nel numero di giorni necessari per la guarigione e per il ritorno alla normale attività. Si ricorda che la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15385/2010, confermando un precedente orientamento, si è pronunciata per l'esclusione della liquidazione della invalidità temporanea a seguito di un sinistro, se nel frattempo il danneggiato ha regolarmente percepito le retribuzioni. «..questa Corte Suprema ha affermato, nulla compete a titolo di risarcimento del danno da invalidità totale temporanea al lavoratore che - rimasto infortunato per fatto illecito del terzo - abbia continuato a percepire durante il periodo di invalidità l’intera retribuzione dal proprio datore di lavoro, dato che, sotto questo specifico profilo, nessuna diminuzione si è prodotta nella sfera patrimoniale dell’infortunato, salva restando la prova, a carico del lavoratore, di avere subito altri pregiudizi economici (Cass. Civ., sentenze 11 ottobre 1995, n. 10597, 15 aprile 1993, n. 4475, 10 ottobre 1988, n. 5465 ed altre)».
In merito alla liquidazione del danno biologico, si ricorda che la Corte di Cassazione con diverse sentenze (31 maggio 2003, n. 8827; 20 novembre 2012, n. 20292) ha affermato e più volte ribadito un concetto importante e cioè che nell'ottica della concezione unitaria della persona, la valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, senza una distinzione - bensì opportuna, ma non sempre indispensabile - tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto (se una lesione dell'integrità psico-fisica venga riscontrata). Di conseguenza, quindi, non è illegittimo sostenere "che la liquidazione del danno biologico, di quello morale soggettivo e degli ulteriori pregiudizi risarcibili sia espressa da un'unica somma di denaro, per la cui determinazione si sia tuttavia tenuto conto di tutte le proiezioni dannose del fatto lesivo".
La stessa Corte di Cassazione con diverse pronunce (Cass. Civ., sentenze 31 maggio 2003,n. 8827 e n. 8828), ha chiarito le complesse problematiche attinenti alla tutela risarcitoria del danno alla persona, prospettando, nel quadro di un sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale, un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., tesa a ricomprendere nell'astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori, inerenti alla persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell'interesse, costituzionalmente garantito, all'integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona.
Inoltre, va rilevato come a seguito dei diversi interventi giurisprudenziali della Suprema Corte (v. le sentenze del 2008) e principalmente a seguito della emanazione di due successivi provvedimenti normativi: il d.P.R. n. 37 del 2009 e il d.P.R. n. 191 del 2009, è diventata palese la volontà del legislatore di distinguere, morfologicamente prima ancora che funzionalmente, tra la "voce" di danno c.d. biologico da un canto, e la "voce" di danno morale dall'altro.