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Timestamp: 2020-02-24 17:18:44+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2126', 'art. 36', 'art. 45', 'art. 2126', 'sentenza ', 'art. 2126', 'art. 36', 'art. 2126', 'art. 45', 'art. 2126']

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La retribuzione del giornalista di fatto
Come è noto costituisce attività giornalistica – presupposta, ma non definita dalla L. 3 febbraio 1963, n. 69, sull’ordinamento della professione di giornalista – la prestazione di lavoro intellettuale diretta alla raccolta, commento ed elaborazione di notizie volte a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, ponendosi il giornalista quale mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della conoscenza di esso, con il compito di acquisire la conoscenza dell’evento, valutarne la rilevanza in relazione ai destinatari e confezionare il messaggio con apporto soggettivo e creativo; assume inoltre rilievo, a tal fine, la continuità o periodicità del servizio, del programma o della testata nel cui ambito il lavoro è utilizzato, nonché l’inserimento continuativo del lavoratore nell’organizzazione dell’impresa.
Presupposto indefettibile per la rivendicazione dello status professionale di giornalista è l’iscrizione al relativo albo, e ciò non solo per quanto previsto dal contratto collettivo di lavoro della categoria, ma anche per il disposto normativo (L. 3 febbraio 1963, n. 69, artt. 29 e 45, rispettivamente per i praticanti e per i giornalisti professionisti).
Peraltro, le mansioni giornalistiche – in particolare di redattore – ben possono essere di fatto espletate anche da chi non possieda lo status di giornalista professionista, la cui mancanza non può incidere sulla natura del rapporto e sul diritto del dipendente a percepire le competenze corrispondenti alle mansioni svolte, atteso che il contratto in questione – ancorché nullo per violazione della indicate disposizioni della L. 3 febbraio 1963, n. 69, sull’esercizio della professione giornalistica – produce pur sempre, ai sensi dell’art. 2126 c.c. (trattandosi di nullità non derivante da illiceità della causa o dell’oggetto), gli effetti del rapporto giornalistico per il tempo della sua esecuzione, sicché all’accertato espletamento di fatto delle mansioni giornalistiche conseguono sia il diritto al trattamento economico secondo l’entità del lavoro svolto e le previsioni di sviluppo della carriera, sia il diritto al corrispondente trattamento previdenziale (ex multis: Cass. 27 maggio 2000, n. 7020; Cass. 11 febbraio 2011, n. 3385; Cass. 21 febbraio 2011, n. 4165; Cass. 17 giugno 2008, n. 16383; Cass. 13 agosto 2008, n. 21591; Cass. 1 luglio 2004, n. 12095);
In queta ipotesi la retribuzione cui il lavoratore ha diritto, per tutto il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, è la “giusta retribuzione“, che il giudice del merito deve determinare ai sensi dell’art. 36 Cost., e con riferimento alla contrattazione collettiva (vedi, per tutte: Cass. 22 novembre 2010, n. 23638; Cass. 10 marzo2004, n. 4941).
Difatti, l’attività giornalistica di ordine intellettuale che, pur se in violazione delle norme della L. 3 febbraio 1963, n. 69, sia svolta in regime di subordinazione, secondo le caratteristiche della continuità, dell’inserimento nell’organizzazione aziendale e della sottoposizione alle direttive dell’imprenditore dà diritto al trattamento economico corrispondente all’entità del lavoro svolto, con conseguente applicabilità della disciplina collettiva concernente la retribuzione e le indennità accessorie nonchè le previsioni di sviluppo della carriera, atteso che, nel caso di sopravvenuta iscrizione del lavoratore all’albo, il passaggio dal contratto nullo (per violazione delle norme predette) al contratto valido non fa venir meno la continuità e unicità dell’intero rapporto ai fini della progressione della carriera e della determinazione dell’indennità di cessazione del rapporto (tra le altre: Cass. 10 novembre 1983, n. 6673; Cass. 10 gennaio 1987, n. 109).
In particolare, in caso di esercizio di fatto di attività giornalistica da parte di soggetti non iscritti all’albo professionale, la nullità del rapporto, che deriva dalla violazione della norma imperativa di cui alla L. 3 febbraio 1963, n. 69, art. 45, e non da illiceità dell’oggetto o della causa, comporta – secondo l’espresso disposto dell’art. 2126 c.c. – che, in caso di sopravvenuta iscrizione del lavoratore all’albo professionale e di instaurazione di un contratto valido, non viene meno la continuità ed unicità del rapporto ai fini della progressione in carriera, perché sino al verificarsi di tale evento la nullità inficiante l’originario contratto non ha avuto, in conseguenza dell’esecuzione del contratto stesso, effetto alcuno (Cass. 4 febbraio 1998, n. 1157; Cass. 27 maggio 2000, n. 7020; Cass. 3 gennaio 2005, n. 28).
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto del lavoro, Giornalisti e taggato come collaboratore fisso, giornalista, giornalista di fatto, redattore, retribuzione del giornalista il 30 dicembre 2015 da Mirco Minardi
Come impostare una causa contro una testata giornalistica per far accertare la natura subordinata del rapporto
Pochi sanno che moltissimi contratti di collaborazione autonoma tra giornalisti e testate sono simulati, ovviamente obtorto collo. Le testate, infatti, al fine di ridurre i costi e le garanzie stipulano contratti di collaborazione autonoma, nonostante il rapporto abbia vera e propria natura subordinata.
Quando poi escono le sentenze che accertano la natura subordinata sono dolori (per le testate, ovviamente), in quanto le condanne in caso di rapporti decennali superano spesso il mezzo milione di euro (v. recente sentenza Trib. Pesaro).
Fondamentale per riuscire nell’impresa è la dimostrazione dell’attività svolta. Occorre infatti produrre in giudizio se non tutti almeno la maggiorparte degli articoli (nel caso deciso dal Tribunale di Pesaro erano oltre diecimila).
Importante è lo scambio di email tra Redazione e collaboratore, specie quelle in cui si imparticono direttive.
Altrettanto importante è produrre la schermata con cui gli articoli ed eventualmente le foto vengono “caricate” nel sistema del giornale.
Naturalmente dovrà essere prodotta la documentazione relativa all’attività di pubblicista, praticante, giornalista.
Si dovranno produrre poi le buste paga e le dichiarazioni dei redditi specie se il rapporto è stato esclusivo.
Da utlimo non può mancare un conteggio delle retribuzioni dovute ben fatto.
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto del lavoro, Giornalisti e taggato come collaboratore fisso, giornalista, redattore il 29 dicembre 2015 da Mirco Minardi
Gli indici della subordinazione nel rapporto di lavoro giornalistico
Come è noto in tema di attività giornalistica sono configurabili gli estremi della subordinazione qualora ricorrano i requisiti:
della quotidianità o continuità della prestazione (ossia, i servizi vengano dal lavoratore predisposti con continuità e con regolarità);
della responsabilità di un servizio e
del vincolo di dipendenza (seppur attenuato data la natura squisitamente intellettuale delle prestazioni caratterizzate da creatività e autonomia), e cioè qualora si sia in presenza dello svolgimento di un’attività non occasionale, rivolta ad assicurare le esigenze informative riguardanti uno specifico settore, della sistematica redazione di articoli su specifici argomenti e di rubriche, e della persistenza, nell’intervallo tra una prestazione e l’altra, dell’impegno di porre la propria opera a disposizione del datore di lavoro, in modo da essere sempre disponibile per soddisfarne le esigenze e ad eseguirne le direttive (Cass. 60/32006 n.4770).
E’ altrettanto noto che molti contratti di lavoro autonomo simulano in realtà un contratto di lavoro subordinato. Il più delle volte il collaboratore autonomo andrebbe inquadrato nel collaboratore fisso; più di rado si verifica un inquadramento nel redattore (che a differenza del collaboratore fisso deve prestare la propria attività quotidianamente e non solo continuatamente).
Quali sono gli indici da utilizzare per la dimostrazione del vincolo di subordinazione?
il ruolo stabile ed essenziale nella produzione della pagina del quotidiano mediante la raccolta quotidiana delle notizie locali dei vari settori (giudiziario, istituzionale, di cronaca nera, cronaca nera);
il ruolo di accreditamento presso le sedi istituzionali e le competenti autorità di polizia) (cfr. Cass.20/02/95 n.1827),
’inserimento stabile del ricorrente nell’organizzazione aziendale confermata dalla intensità della collaborazione;
dai continui collegamenti con la redazione per le varie esigenze del giornale (con l’utilizzo di mezzi di telecomunicazioni multimediali quali: e-mail, fax ecc.);
dal ruolo svolto (ad esempio in caso di responsabile della pagina di una città del quotidiano locale), dalla permanente disponibilità collaboratore ad eseguire le istruzioni e direttive ricevute dal Caposervizio o suoi delegati ;
dalla necessità di concordare i periodi di vacanza;
dall’impossibilità di rifiutare un incarico.
Come ha precisato la S.C. l’elemento caratterizzante la subordinazione nel lavoro giornalistico va individuato sostanzialmente dallo stabile inserimento della prestazione resa dal giornalista nella organizzazione aziendale, nel senso che attraverso tale prestazione il datore di lavoro assicura in via stabile o quantomeno per un apprezzabile periodo di tempo la soddisfazione di una esigenza informativa del giornale attraverso la sistematica compilazione di articoli su specifici argomenti o di rubriche e quindi esige, come tale, il permanere della disponibilità del lavoratore, pur nell’intervallo fra una prestazione e l’altra; né rilevano ai fini di cui trattasi il luogo della prestazione lavorativa, che ben può essere eseguita anche a domicilio, il mancato impegno in una attività quotidiana, la non osservanza di uno specifico orario di lavoro e la commisurazione della retribuzione a singole prestazioni” (così Cassazione civile, sez. lav., 09/09/2008, n. 22882).
Obbligo di repechage: collaboratore fisso e redattore non sono figure equivalenti
Il collaboratore fisso presta la propria attività con continuità, a differenza del giornalista, cui viene richiesto un impegno quotidiano.
Trattandosi di attività diverse, ai fini del repechage, il collaboratore fisso non può pretendere di svolgere mansioni da redattore ordinario.
Corte Appello di Roma, 6128/2015
La pretesa del ricorrente di andare a ricoprire una delle posizioni lavorative lasciate libere, presso le redazioni pugliesi, a seguito degli esodi anticipati è priva di fondamento.
E’ noto che “In tema di lavoro giornalistico, ai fini della integrazione della qualifica di redattore e della sua distinzione dalle altre figure di giornalisti, è imprescindibile il requisito della quotidianità della prestazione in contrapposizione alla semplice sua continuità, caratterizzante la figura del collaboratore fisso, mentre non è di per sé sufficiente lo svolgimento di compiti propri di ogni attività giornalistica (quali il controllo della notizia e la sua elaborazione, la stesura di pezzi o di articoli) e l’esecuzione di inchieste (modalità di acquisizione e verifica delle notizie su un tema, di cui possono servirsi anche i redattori in sede, i corrispondenti e i collaboratori fissi).” (Cass. n. 3037/2011).
E’ evidente, quindi, che allorquando in tema di lavoro giornalistico si ponga un problema di obbligo di repechage il giudizio di equivalenza non può essere espresso facendo riferimento alla sola capacità del soggetto di svolgere l’attività del giornalista, che è comune a tutte le qualifiche, dovendo, al contrario, tenere conto delle peculiarità che caratterizzano il redattore ordinario rispetto al collaboratore fisso.
Quest’ultimo, ove la sua posizione lavorativa venga soppressa, non ha titolo per pretendere di essere assegnato a svolgere le mansioni di redattore ordinario, poiché ciò comporterebbe una modifica sostanziale del rapporto di lavoro lì dove, al contrario, il diritto del lavoratore ad essere utilizzato in altra posizione lavorativa disponibile presuppone l’identità o quantomeno l’equivalenza delle qualifiche.
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto del lavoro, Giornalisti e taggato come collaboratore fisso, giornalista, redattore il 23 dicembre 2015 da Mirco Minardi
Retribuzione del collaboratore fisso: tribunale di Roma
Mancata iscrizione all'albo e diritto alla retribuzione del giornalista; massima
La Cassazione torna a pronunciarsi in tema di "giornalista di fatto" (Cass. 23695/2015)
Tuttavia le mansioni giornalistiche – in particolare di redattore – ben possono essere di fatto espletate anche da chi non possieda lo status di giornalista professionista, la cui mancanza non può incidere sulla natura del rapporto e sul diritto del dipendente a percepire le competenze corrispondenti alle mansioni svolte, atteso che il contratto in questione – ancorchè nullo per violazione della indicate disposizioni della L. 3 febbraio 1963, n. 69, sull’esercizio della professione giornalistica – produce pur sempre, ai sensi dell’art. 2126 c.c. (trattandosi di nullità non derivante da illiceità della causa o dell’oggetto), gli effetti del rapporto giornalistico per il tempo della sua esecuzione.
All’accertato espletamento di fatto delle mansioni giornalistiche conseguono sia il diritto al trattamento economico secondo l’entità del lavoro svolto e le previsioni di sviluppo della carriera, sia il diritto al corrispondente trattamento previdenziale (ex multis: Cass. 27 maggio 2000, n. 7020; Cass. 11 febbraio 2011, n. 3385; Cass. 21 febbraio 2011, n. 4165; Cass. 17 giugno 2008, n. 16383; Cass. 13 agosto 2008, n. 21591; Cass. 1 luglio 2004, n. 12095); b) nella predetta ipotesi la retribuzione cui il lavoratore ha diritto, per tutto il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, è la “giusta retribuzione”, che il giudice del merito deve determinare ai sensi dell’art. 36 Cost., e con riferimento alla contrattazione collettiva (vedi, per tutte: Cass. 22 novembre 2010, n. 23638; Cass. 10 marzo2004, n. 4941).
Difatti, l’attività giornalistica di ordine intellettuale che, pur se in violazione delle norme della L. 3 febbraio 1963, n. 69, sia svolta in regime di subordinazione, secondo le caratteristiche della continuità, dell’inserimento nell’organizzazione aziendale e della sottoposizione alle direttive dell’imprenditore, non da luogo ad un rapporto nullo per illiceità dell’oggetto o della causa del relativo contratto, sicchè, ai sensi dell’art. 2126 c.c., comma 1, la prestazione di detta attività non può ritenersi improduttiva di effetti, ma da diritto al trattamento economico corrispondente all’entità del lavoro svolto, con conseguente applicabilità della disciplina collettiva concernente la retribuzione e le indennità accessorie nonchè le previsioni di sviluppo della carriera, atteso che, nel caso di sopravvenuta iscrizione del lavoratore all’albo, il passaggio dal contratto nullo (per violazione delle norme predette) al contratto valido non fa venir meno la continuità e unicità dell’intero rapporto ai fini della progressione della carriera e della determinazione dell’indennità di cessazione del rapporto (tra le altre: Cass. 10 novembre 1983, n. 6673; Cass. 10 gennaio 1987, n. 109);
In particolare, in caso di esercizio di fatto di attività giornalistica da parte di soggetti non iscritti all’albo professionale, la nullità del rapporto, che deriva dalla violazione della norma imperativa di cui alla L. 3 febbraio 1963, n. 69, art. 45, e non da illiceità dell’oggetto o della causa, comporta – secondo l’espresso disposto dell’art. 2126 c.c. – che, in caso di sopravvenuta iscrizione del lavoratore all’albo professionale e di instaurazione di un contratto valido, non viene meno la continuità ed unicità del rapporto ai fini della progressione in carriera, perchè sino al verificarsi di tale evento la nullità inficiante l’originario contratto non ha avuto, in conseguenza dell’esecuzione del contratto stesso, effetto alcuno (Cass. 4 febbraio 1998, n. 1157; Cass. 27 maggio 2000, n. 7020; Cass. 3 gennaio 2005, n. 28)”.