Source: http://giulioandreani.it/news.php?sez=news&p=5
Timestamp: 2018-04-26 11:04:34+00:00
Document Index: 178781609

Matched Legal Cases: ['art. 165', 'art. 165', 'art.23', 'art. 165', 'art. 31', 'art. 182', 'art. 67', 'sentenza ']

Aspetti problematici della procedura di calcolo del credito d’imposta per i redditi esteri
Una delle questioni interpretative più delicate, afferenti il credito d’imposta di cui all’art. 165del Tuir, è se, ai fini del calcolo del rapporto tra il reddito estero e il reddito complessivo, la prima entità costituisca una grandezza da computare al lordo o al netto dei costi sostenuti per la sua produzione. L’Agenzia delle Entrate ha sul punto precisato che i redditi d’impresa e i redditi di lavoro autonomo vanno considerati al netto dei relativi costi, mentre per le altre tipologie di redditi rilevano i proventi lordi. Invero, con riguardo ai redditi d’impresa e professionali, l’orientamento ministeriale appare condivisibile solo per quelli prodotti tramite una stabile organizzazione (o una sede fissa) nello Stato della fonte, poiché (i) l’esercizio dell’attività economica tramite una tale struttura facilita ex se la quantificazione dei costi ad essa relativi e (ii) in tali casi viene a determinarsi una sostanziale corrispondenza tra l’importo del reddito tassato all’estero e quello imponibile in Italia.
Requisiti del credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero secondo l’agenzia delle entrate
L’art. 165, comma 2, del Tuir non indica puntualmente i criteri per individuare i “redditi prodotti all’estero”, ma si limita a stabilire che a tal fine occorre applicare i “criteri reciproci” prescritti dall’art.23per individuare i redditi prodotti in Italia da soggetti non residenti. Una rigida interpretazione letterale di tale rinvio, quale è quella adottata con riguardo ai redditi d’impresa dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 9/Edel 2015, porta ad escludere il diritto al credito d’imposta relativamente ai redditi d’impresa prodotti in un Paese estero non per il tramite di una stabile organizzazione ivi ubicata, atteso il riferimento ai “redditi prodotti mediante stabile organizzazione” formulato dal comma 1, lett. e), di tale articolo. Questa interpretazione contrasta tuttavia con il divieto di doppia imposizione giuridica, cui l’art. 165 intende dare attuazione, e rischia di produrre effetti gravemente discriminatori e ingiustificati.
L’agenzia delle entrate non risolve tutti i dubbi sul credito d’imposta per investimenti in beni strumentali
Con la circolare n. 5/E del 2015 l’Agenzia delle Entrate ha provveduto a illustrare la disciplina della nuova agevolazione sull’acquisto di beni strumentali nuovi (“Tremonti-quater”), precisando in particolare che gli investimenti realizzati nel secondo semestre 2014 e quelli effettuati nel primo semestre 2015 devono essere autonomamente raffrontati con l’ammontare medio degli investimenti operati nei cinque periodi d’imposta precedenti, da computare senza alcun ragguaglio. In questo modo, però, i due termini del raffronto sono disomogenei sotto il profilo temporale. Tale disomogeneità potrebbe essere superata se si considerasse in maniera unitaria l’ammontare degli investimenti realizzati durante l’intero periodo temporale agevolato (sostanzialmente corrispondente a un anno).
Le variazioni in diminuzione iva nelle crisi d’impresa
L’art. 31 del “decreto sulle semplificazioni fiscali” ha esteso la possibilità di emettere la nota di variazione in diminuzione anche al caso di mancato pagamento del credito dovuto a un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’art. 182-bisl.f. ovvero a un piano attestato ai sensi dell’art. 67, comma 3, lett. d), l.f., pubblicato nel registro delle imprese. La formulazione della norma e i primi chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate portano a ritenere che tale facoltà possa essere esercitata sin dalla data di omologazione dell’accordo di ristrutturazione o di pubblicazione del piano (così come da quella della omologazione del concordato preventivo in continuità), coerentemente con la natura pattizia di questi istituiti, che consente di collegare a tali momenti l’effetto della definitiva riduzione dei crediti. Per contro, in questi casi la emissione della nota di variazione da parte del creditore genera una maggiore Iva a debito in capo al debitore, al contrario di quanto accade nelle procedure liquidatorie. È invece oggetto di interpretazioni contrastanti l’individuazione del dies a quo nel fallimento e nelle altre forme di concordato, come emerge dalla Norma di comportamento n. 192dell’Associazione Italiana Dottori Commercialisti.
La transazione fiscale preclude nuovi accertamenti?
L’Agenzia delle entrate sostiene che il “consolidamento del debito fiscale” generato dalla transazione fiscale non comporti la decadenza del suo potere di accertamento. Tuttavia, considerazioni di ordine logico-sistematico inducono a ritenere che il consolidamento dei debiti tributari, conseguente al perfezionamento della transazione fiscale, preclude l’emanazione di ulteriori atti impositivi con riguardo ai tributi oggetto della stessa. A questa conclusione è pervenuta, con argomentazioni condivisibili, la Commissione tributaria regionale della Lombardia con la sentenza n. 5485 del 2014, secondo cui prevedere la possibilità di effettuare nuovi controlli di merito comporterebbe il sostanziale depotenziamento dell’istituto introdotto con la riforma delle procedure concorsuali, rendendolo di fatto privo di “appeal” per il debitore.
Legge di Stabilità 2015: nuovi criteri per identificare le imprese black list
La L.n. 244/2007aveva stabilito che i “paradisi fiscali” sono gli Stati e i territori con cui manca un adeguato scambio di informazioni. Lo stesso principio è stato ora ribadito dalla legge di stabilità 2015, che ha previsto - medio tempore - l’emanazione di una nuova black list da predisporre con esclusivo riferimento alla mancanza di un adeguato scambio di informazioni. Ciò conferma che la ratio della disciplina dei costi black list non è quella di impedire (o ostacolare) i rapporti commerciali con le imprese domiciliate in Paesi a fiscalità privilegiata, come spesso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate sostengono, ma di contrastare la deduzione di costi inesistenti mediante transazioni commerciali poste in essere con soggetti domiciliati nei Paesi che non consentono un effettivo scambio di informazioni.