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Timestamp: 2018-11-18 09:55:50+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 20829 del 11 settembre 2013. In tema di demansionamento, al dipendente va risarcito il danno biologico permanente - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 20829 del 11 settembre 2013. In tema di demansionamento, al dipendente va risarcito il danno biologico permanente
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sentenza n. 20829 del 11 settembre 2013
La Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado che aveva accertato la dequalificazione subita da I.R. e condannato la datrice di lavoro Intesa San Paolo s.p.a. (già San Paolo Imi s.p.a.) al risarcimento del danno alla professionalità in misura pari alla metà delle retribuzioni mensili per tutto il periodo di dequalificazione oltre accessori di legge, ha condannato la Intesa San Paolo s.p.a. al pagamento in favore del lavoratore della ulteriore somma di Euro5.570,42 oltre accessori a titolo di risarcimento del danno biologico. La Corte territoriale, all’esito del riesame delle emergenze istruttorie, sollecitato con l’appello della società, ha confermato lavalutazione di non equivalenza in concreto delle mansioni assegnate allo I. a partire dal novembre 1995 rispetto a quelle in precedenza svolte dallo stesso quale Vice direttore con compiti di Responsabile dell’Ufficio Organizzazione Esecutiva della Direzione Generale della Banca delle Comunicazioni (da ora BNC) successivamente assorbita da San Paolo Imi s.p.a.. Ha quindi rilevato che lo I. aveva sin dal primo grado esaurientemente allegato e documentato gli effetti del demansionamento sul suo stato di salute ed ha ritenuto, in adesione gli esiti della disposta consulenza tecnica d’ufficio, la esistenza di un danno biologico permanente nella misura del 6% quantificando il relativo risarcimento, sulla base delle tabelle vigenti presso il Tribunale di Roma, in Euro 5.570,42. In merito alle ulteriori voci di danno confluenti nel danno non patrimoniale ha confermato la determinazione del risarcimento nella misura del 50% della retribuzione.
Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso affidato a due motivi la Intesa Sanpaolo s.p.a..
Con l’unico motivo di ricorso incidentale il lavoratore deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 115, 416, 434, 437 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 n. 4 cod. proc. civ. nonché ai sensi dell’art. 360 comma In. 5 cod. proc. civ., la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a fatto controverso e decisivo, nel caso in cui dovesse attribuirsi efficacia di giudicato all’affermazione del giudice di appello secondo la quale solo nel 2004 lo I. “sembrava” essere stato restituito a mansioni equivalenti a quelle originarie.
Il primo motivo di ricorso principale è infondato. Non sussiste il denunziato vizio logico della motivazione con riferimento alla pretesa arbitraria “sovrapposizione” ai fini del giudizio di equivalenza, di realtà aziendali non comparabili per dimensioni ed importanza, in quanto la comparazione tra le mansioni svolte dallo I. presso la BNC e poi presso Sanpaolo Imi non è frutto di tale sovrapposizione ma della verifica in concreto dei concreti compiti espletati dal dipendente presso BNC e presso la incorporante Sanpaolo.
Le censure relative all’accertamento operato dal giudice di appello in riferimento ai vari periodi, in relazione al quale si denunzia l’assenza di riscontri istruttorii non si confrontano né specificamente contrastano la iniziale premessa della decisione sulla assenza di contestazioni in ordine al contenuto materiale delle mansioni svolte nel tempo dal dipendente (v. sentenza pag. 3).
Le ulteriori doglianze che investono il giudizio di non equivalenza della mansioni risultano inidonee a inficiare la congruità e logicità dei criteri ai quali risulta ancorata tale valutazione e si risolvono nella sollecitazione di un diverso giudizio di fatto incensurabile in cassazione, ove sorretto, come nel caso di specie da motivazione logica, coerente e completa (cfr, tra le altre Cass. n. 6326 del 2005). In particolare del tutto ininfluente al fine del giudizio di equivalenza si rivela il richiamo alla parallela vicenda giudiziaria inter partes (avente ad oggetto il rilascio di immobile della datrice detenuto dallo I. ) ed alla successiva domanda di reintegrazione nelle mansioni e di risarcimento del danno alla professionalità, prospettata come reazione dello I. all’esito sfavorevole dell’altra vicenda giudiziaria, antomeno assume rilievo la circostanza della conservazione dello originario inquadramento da parte dello I. , avendo il giudice di appello, in sintonia con la giurisprudenza di legittimità richiamata (Cass. ss.uu. n. 25033 del 2006), affermato che il divieto di variazione in pejus opera pur nella formale equivalenza delle mansioni precedenti con quelle successivamente assegnate di talché ai fini del giudizio di equivalenza occorre verificare in concreto se sia tutelato anche nelle mansioni d nuova assegnazione il livello professionale raggiunto e la utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente.
È infondato il secondo motivo di ricorso principale. Il giudice di appello è pervenuto all’accertamento della esistenza del danno non patrimoniale sofferto dal lavoratore sulla base di un ragionamento presuntivo fondato su elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento ed all’esito finale della dequalificazione subita. Ha in particolare valorizzato la durata della dequalificazione evidenziando che solo a partire dal 2004 lo I. “sembrava” essere stato restituito a mansioni equivalenti. La decisione appare pertanto coerente con l’affermazione di questa Corte sulla possibilità in tema di accertamento del danno derivante da dequalificazione, di ricorrere alla prova per presunzioni (v. in particolare Cass. ss.uu n. 25033 del 2006 cit.).
Parte ricorrente denunzia il ricorso a formule standardizzate nella identificazione del danno; si tratta tuttavia di affermazione generica che non si confronta con gli elementi oggettivi considerati dal giudice di appello rappresentati soprattutto dalla particolare qualificazione dei compiti espletati dallo I. presso BNC e dalla durata obiettivamente protratta del demansionamento, secondo parametri già ritenuti congrui e corretti da questa Corte (v. in particolare Cass. 28274 del 2008).
La Corte riuniti i ricorsi rigetta il ricorso principale. Dichiara inammissibile il ricorso incidentale Compensa le spese.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2013-09-20T16:51:04+00:0019 settembre 2013|Cassazione civile 2013, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti