Source: https://publisexisme.wordpress.com/homepage/capitolo-4-evoluzione-della-regolamentazione/
Timestamp: 2018-02-21 16:56:25+00:00
Document Index: 48007246

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 27', 'art. 51', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 27', 'art. 51', 'art. 21', 'art. 71']

CAPITOLO 4 – Publisexisme, sguardi sulla pubblicità sessista
IV. EVOLUZIONE DELLA REGOLAMENTAZIONE
Il presente capitolo è suddiviso in 2 paragrafi con relativi sottoparagrafi
4.1 Il Protocollo d’intesa fra il Ministero per le Pari Opportunità e lo IAP
4.2 Le proposte di legge
4.2.1 Proposta di legge sulla parità e la non discriminazione tra i generi
4.2.2 Il disegno di legge n. 2216/2010
4.1 Il protocollo d’intesa fra Ministero per le Pari opportunità e lo IAP
Qualcosa sembra muoversi nell’ordinamento primario italiano verso la specifica regolamentazione della violenza sulle donne in pubblicità. L’input di partenza prende origine dallo IAP, che conta nel suo repertorio diverse iniziative, l’ultima delle quali con tema “La persona femminile nella pubblicità”, svoltasi il 15 Marzo 2011 a Milano. L’attenzione dello IAP in materia è considerevole. Gli strumenti di base, rappresentati dagli artt. 9 e 10 del CAP, sono da considerarsi integrati a partire dal 26 gennaio 2011 dal Protocollo d’intesa contro l’uso offensivo del corpo femminile nelle immagini e negli spot. Firmato dal Ministero per le Pari opportunità e dallo IAP, esso raccoglie il proposito dei due enti di collaborare contrastando la diffusione di immagini riguardanti atti di violenza sulle donne, sempre tutelandone la dignità e il diritto alle pari opportunità.
Nello specifico, la firma del protocollo prospetta un notevole e concreto passo avanti per la regolamentazione della materia. Ai sensi dell’art. 2 del Protocollo, le premesse si concretizzano nella creazione di un Comitato paritetico composto da una totalità di sei membri: tre rappresentanti del Ministero e tre rappresentanti dello IAP. Il presente Comitato si propone di lavorare e valutare il proprio lavoro tramite la stesura di relazioni riguardanti il numero di segnalazioni, denunce, ingiunzioni di desistenza espresse e altri tipi di provvedimenti. Il metro di misura del buon andamento dell’attività sarà rappresentato proprio dalla raccolta e dall’analisi di questi dati.
Lungi dal rappresentare un organo censorio, status che lo farebbe cadere nel vizio di incostituzionalità [44], il Comitato si occuperà di far ritirare la pubblicità incompatibile con le norme presenti nel Codice nel minor tempo possibile. Si rileva ancora una volta che una delle qualità più apprezzate dell’intervento autodisciplinare è la celerità. Si ricorda che, per adeguarsi alla diffusione del messaggio pubblicitario, che è notoriamente rapida, l’intervento autodisciplinare deve necessariamente avvenire in tempi brevi. A favore dell’attività dello IAP snellezza di procedimenti e competenza nel regolare la pubblicità commerciale, “materia regolamentata non dettagliatamente dalla legge [45]” anche a giudizio della dottrina.
Il protocollo d’intesa in oggetto rappresenta il primo passo di un percorso iniziato con la comunicazione europea del 2006 dal titolo “Una tabella di marcia per la parità fra donne e uomini” che faceva a sua volta seguito alla Strategia quadro comunitaria per la parità fra le donne e gli uomini del 2001. Proprio questa prima strategia proponeva nel 2005 dei cambiamenti da effettuare necessariamente per il perseguimento dell’obbiettivo finale. In questo contesto il Comitato ONU per l’attuazione della CEDAW [46] invitava lo Stato italiano ad intervenire per eliminare gli stereotipi nella pubblicità già nel 2005.
L’Italia raccoglie così le direttive dell’Unione Europea contro la violazione dei diritti fondamentali, promuovendo azioni contro le pratiche tradizionali che ledono tali diritti. Il tutto in nome del diritto dell’ordinamento comunitario ad imporsi sull’ordinamento statuale, in funzione delle dichiarazioni internazionali o europee che vincolano il legislatore ordinario. All’eliminazione di ogni forma di violenza, si aggiunge l’eliminazione degli stereotipi legati al genere rilevando come i mezzi di comunicazione contribuiscano a veicolare gli stereotipi in questione.
È del 2010 la proposta di legge sulla parità e la non discriminazione tra i generi nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione. La presente proposta intende rendere effettivamente applicati all’ambito pubblicitario e dei mezzi di comunicazione i principi costituzionali che promuovono la parità fra i generi. Essa risponde alla necessità da parte dello Stato di “dotarsi di provvedimenti positivi di azione che eliminino ogni atto di violenza palesemente lesiva dei diritti fondamentali [47]”.
Tale proposta, composta da dieci articoli, è stata presentata dal Comitato Immagine differente [48] . Come il precedente intervento, anche questa iniziativa si propone di colmare il vuoto legislativo rilevato nell’ordinamento primario italiano con i dieci articoli che si declinano tra la promozione dell’uguaglianza di genere, nonché la tutela della donna e la sanzione di comportamenti devianti. Nello specifico, si propone di attuare la tutela di principi costituzionali riferibili alla parità e alla non discriminazione fra generi nello specifico ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione.
L’art. 1 dichiara lo scopo della presente di tutelare la dignità della donna (al pari di quella dell’uomo) nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione. Promuove parallelamente l’affermazione di un’immagine egualitaria e non stereotipata dei due generi. Si propone inoltre nell’art. 2 una definizione di pubblicità illecita come quella pubblicità che prevede l’utilizzo in maniera vessatoria o discriminatoria di un’immagine, sia della donna sia dell’uomo, che contribuisce alla diffusione di stereotipi, violenza e discriminazione legate al genere. L’art. 5 propone la creazione di una Commissione garante presso il Ministero per le Pari Opportunità, disposizione che si vede già realizzata tramite la firma del protocollo d’Intesa fra il suddetto Ministero e lo IAP. In merito alle sanzioni, si conferma ai sensi dell’art. 6 l’immediata rimozione della pubblicità considerata illecita, costi a carico dell’azienda promotrice della pubblicità. L’art. 7 propone una sintesi delle sanzioni applicabili all’inosservanza dei divieti disposti dalle legge in ordine alla discriminazione fra generi nella pubblicità o all’inosservanza delle disposizioni della legge in questione da parte dei mezzi di comunicazione. Il tutto sarebbe sintetizzabile nell’applicazione delle sanzioni previste rispettivamente dall’art. 27, commi 7 e 10 del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e dall’art. 51, comma 2, lett. a) del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 o Testo Unico della radiotelevisione. Il che completerebbe l’armonizzazione tra il decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 o Codice delle pari opportunità tra uomo e donna e il decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 74 o Attuazione della direttiva 84/459/CEE in materia di pubblicità ingannevole.
La presente proposta di legge, di iniziativa popolare, non è stata ancora presentata in Parlamento. Il Comitato sta attualmente raccogliendo le firme per raggiungere il numero necessario, che generalmente corrisponde ad un minimo di 50.000 [49].
Esiste un disegno di legge attualmente depositato al senato ed in attesa di essere discusso e valutato. Presentato in data 26 maggio 2010 su iniziativa parlamentare della sen. Giuliana Carlino (XVI legislatura), il disegno di leggo n. 2216 presenta delle Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media. Il disegno di legge in oggetto intende combattere gli stereotipi sessisti e in particolar modo quelli che colpiscono le donne. Il tutto in risposta all’evoluzione del contesto sociale, della risoluzione del Parlamento europeo precedentemente illustrata ma soprattutto in risposta alla carenza legislativa dell’ordinamento primario in materia di tutela dell’immagine della donna e contrasto della violenza. Si ricorda come la risoluzione in oggetto condannasse la diffusione di immagini femminili che ne svilissero la dignità in ambito di comunicazione commerciale.
Le finalità della presente legge ai sensi dell’art. 1 consistono nel contrastare quelle pubblicità che “trasmettono non solo esplicitamente, ma anche in maniera allusiva e simbolica, messaggi che suggeriscono il ricorso alla violenza esplicita o velata […] l’offesa nei confronti della donna”. Segue ai sensi dell’art. 2 la definizione di pubblicità sessista, nei confronti dell’uno o dell’altro sesso, come rappresentazione di “ruoli umilianti e lesivi della propria dignità”. L’articolo in oggetto prevede inoltre a definire quel caso in cui vi sia assenza di un legame naturale fra il genere della persona e il prodotto pubblicizzato come denigrazione sessuale. L’art. 3 si occupa di integrare con l’art. 1-bis il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna di cui al d. lgs. 11 aprile 2006, n. 198 vietando nel comma 2 l’utilizzo di immagini che raffigurino la donna in “modo vessatorio o discriminatorio a fini pubblicitari”. A questo proposito i senatori hanno sottolineato come il presente articolo vada ad integrare il già esistente art. 9 del CAP, poiché questo non tratta nello specifico della strumentalizzazione dell’immagine femminile ma si limita ad una nozione generalista di violenza, volgarità e indecenza.
Il presente disegno di legge si occupa anche di denunciare come lo Stato italiano non abbia ancora provveduto ad applicare le risoluzioni europee del 1997 e del 2008, contravvenendo a quanto predisposto dal Parlamento europeo e parallelamente promuove iniziative idonee ad assolvere gli obblighi comunitari. Pur apprezzando il lavoro svolto dallo IAP, il ddl ne analizza i limiti: critica l’efficacia solo su segnalazione, i tempi seppur veloci ma comunque inadatti a quelli della pubblicità e l’assenza di sanzioni pecuniarie. Come nella precedente proposta, nonché nel Patto d’intesa, si prevede ai sensi dell’art. 5 l’istituzione di una Commissione per il contrasto alla discriminazione della donna nella pubblicità e nei media. Tra i compiti della commissione l’elaborazione di un codice di autoregolamentazione del settore pubblicitario al fine di combattere ogni forma di pubblicità sessista o discriminatoria. A questo si aggiunge l’elaborazione annuale di un regolamento per l’autorizzazione di diffusione e la certificazione di conformità, il cui esito positivo comporterebbe dei benefici ai sensi del comma 7. Dal punto di vista sanzionatorio, sempre ai sensi dell’art. 5, si fa riferimento alle tutele amministrative e giurisdizionali di cui all’art. 27 del codice del consumo nonché all’art. 51 del TU dei servizi di media audiovisivi e radiofonici. L’eventuale inottemperanza dei provvedimenti di rimozione, o la recidività, verrebbe punita con l’arresto fino a tre mesi ed un ammenda fino a cinque milioni di euro.
__Note Capitolo4___________
[44] Si veda l’incostituzionalità della censura per quanto riguarda la libertà di pensiero ai sensi dell’art. 21 Cost.
[45] A. Vignudelli, Aspetti giuspubblicistici della comunicazione pubblicitaria, Rimini, Maggioli, 1983, pag. 244
[46] Committee on the Elimination of Discrimination Against Women – Convenzione per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne
[47] Relazione illustrativa in Proposta di legge sulla parità e la non discriminazione tra i generi nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione.
[48] Il comitato Immagine Differente si è costituito promosso dalla CGIL di Milano e dalle associazioni DonneInQuota e Amiche di ABCD al fine di sostenere la presente proposta di legge.
[49] “Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli” art. 71 Cost., comma 2.