Source: https://iusletter.com/archivio/appello-la-legittimazione-giustifica-la-nuova-documentazione/
Timestamp: 2019-11-13 04:04:09+00:00
Document Index: 25266457

Matched Legal Cases: ['art. 354', 'art. 354', 'sentenza ', 'art. 182', 'sentenza ', 'art. 182', 'art. 46']

Appello, legittimazione che giustifica la documentazione
È sempre consentita la produzione di nuove prove in appello, quando volte a dimostrare la legittimazione processuale della parte che le esibisce.
Con questa importante affermazione, la Corte di Cassazione ha specificato la portata applicativa degli articoli 182 e 354 del codice di procedura civile, chiarendo quando ed in quali termini nuove prove possano essere prodotte in secondo grado.
Nel ricorso in cassazione sottoposto al vaglio della Corte, tra i vari motivi contestati, il ricorrente eccepiva la violazione e falsa applicazione degli articoli menzionati, in quanto la produzione di nuove prove in grado di appello, volte a dimostrare la sua legittimazione processuale, non poteva essere soggetta al vincolo dell’inammissibilità posto dall’art. 354 c.p.c.
Tale articolo, infatti, disciplina esclusivamente i nuovi mezzi di prova che afferiscono al merito e che, per l’appunto, non possono essere prodotti in grado d’appello, “salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile”. Al di fuori, quindi, delle eccezioni espressamente menzionate dall’art. 354 c.p.c. il divieto di produzione di nuove prove opera in maniera assoluta.
Tuttavia – ed è questa la portata innovativa della sentenza ivi commentata – le nuove prove volte a sanare il difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione, ovvero un vizio che determina la nullità della procura al difensore, possono e devono essere prodotte a prescindere dal grado del giudizio, entro il termine perentorio concesso dal giudice.
Quest’ultimo, infatti, ha il dovere di “verificare d’ufficio la regolarità della costituzione delle parti e, quando occorre, le invita a completare o a mettere in regola gli atti e i documenti che riconosce difettosi”, ai sensi del primo comma dell’art. 182 c.p.c.
Qualora tale verifica sfugga, o quando la parte non ottemperi di sua spontanea iniziativa, in ogni caso, quando rilevi un difetto di legittimazione processuale, il giudice assegnerà un termine perentorio per consentire la sanatoria del vizio rilevato, ai sensi del secondo comma.
“L’obbligo di sanare gli elementi che legittimano la costituzione in giudizio – spiega la sentenza in commento – non è soggetto ad alcun limite se non a quello di decadenza, ove la produzione non segua al rilievo del giudice ed al termine conseguentemente concesso”.
Inoltre, l’interpretazione offerta dalla Suprema Corte appare conforme alla ratio del legislatore che ha riformato l’art. 182 c.p.c., laddove la precedente versione del suo secondo comma, secondo cui il giudice che rilevi un “difetto di rappresentanza, assistenza o autorizzazione “può” assegnare un termine per la regolarizzazione della costituzione in giudizio, dev’essere interpretato proprio alla luce della modifica apportata dalla Legge n. 69 del 2009, art. 46, comma 2, nel senso che il giudice “deve” promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali” (cfr. Cass. S.U. 9217/2010).
In conclusione, quando si tratta di vizi attinenti alla legittimazione processuale, essi possono essere sanati anche dalle parti su propria iniziativa, segnatamente con la regolarizzazione della costituzione in giudizio della parte cui l’invalidità̀ si riferisce. In alternativa, l’intervento del giudice volto a promuovere la sanatoria, deve essere comunque considerato obbligatorio, “va esercitato in qualsiasi fase o grado del giudizio ed ha efficacia ex tunc, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali” (cfr. Cass. SUU 9217/2010 in motivazione).
Cass., Sez. III Civ., 26 giugno 2019, n. n. 17062