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Timestamp: 2020-07-12 06:53:09+00:00
Document Index: 180513862

Matched Legal Cases: ['art. 8', '§ 11', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 13', 'art. 7', '§ 5', 'art. 7']

marzo 12, 2019 dott. Luca Gibellato
Tra le verifiche che competono ai fornitori di esportatori abituali vi sono il riscontro dell’avvenuta presentazione all’Agenzia delle Entrate della dichiarazione d’intento, accertandosi altresì che la stessa non risulti falsa, nonché il monitoraggio durante l’anno dell’utilizzo del plafond indicato dal cliente.
Prima di effettuare l’operazione in regime di non imponibilità IVA ex art. 8, comma 1, lett. c) del DPR 633/72, il cedente o prestatore deve ricevere la dichiarazione d’intento dal cessionario o committente in possesso dello status di esportatore abituale e verificare che quest’ultimo l’abbia trasmessa all’Agenzia delle Entrate (cfr. circ. Agenzia delle Entrate n. 31/2014, § 11). È essenziale che tale verifica sia preventiva: in caso contrario, il fornitore si espone al rischio di effettuare un’operazione senza applicazione dell’IVA in mancanza dei relativi presupposti. In questa ipotesi, sarebbe irrogabile la sanzione amministrativa dal 100% al 200% dell’imposta non versata, fermo restando l’obbligo di pagamento della medesima (art. 7 comma 3 del DLgs. 471/97).
Anche laddove la dichiarazione d’intento sia stata regolarmente trasmessa all’Agenzia delle Entrate, il fornitore, se verifica tardivamente l’avvenuto invio all’Amministrazione finanziaria, rischia di incorrere nella sanzione da 250 a 2.000 euro prevista dall’art. 7 comma 4-bis del DLgs. 471/97 .
Per le citate sanzioni è comunque possibile avvalersi dell’istituto del ravvedimento operoso (art. 13 del DLgs. 472/97).
Ai sensi dell’art. 7 comma 3 secondo periodo del DLgs. 471/97, se la dichiarazione d’intento è stata rilasciata in mancanza dei presupposti richiesti dalla legge, dell’omesso pagamento dell’IVA rispondono esclusivamente i cessionari, i committenti e gli importatori che hanno rilasciato tale dichiarazione. La Cassazione, tuttavia, ha adottato un orientamento rigoroso che impone al fornitore di provare, qualora sia accertata la presenza di una dichiarazione d’intento ideologicamente falsa, di aver adottato tutte le misure ragionevoli in suo potere per assicurarsi di non partecipare alla frode (da ultimo, Cass. n. 1988/2019).
Oltre al riscontro telematico dell’avvenuta presentazione della dichiarazione d’intento all’Agenzia delle Entrate, è opportuno che il fornitore operi ulteriori controlli per scongiurare la sua responsabilità qualora la dichiarazione d’intento si riveli falsa. A titolo esemplificativo, può essere utile:
– verificare la validità della partita IVA del cessionario o committente e lo stato di attività mediante l’apposito servizio gratuito accessibile sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate;
– consultare una visura camerale relativa al cessionario o committente per appurare l’assenza di elementi che potrebbero mettere in dubbio la veridicità della dichiarazione d’intento (es. soggetto nel primo anno solare di attività che, dunque, non ha potuto acquisire lo status di esportatore abituale oppure codice attività adottato non coerente con tale status);
– stipulare i contratti in forma scritta con la controparte e richiedere l’utilizzo di mezzi di pagamento tracciabili.
Il monitoraggio potrebbe non essere agevole
In aggiunta ai controlli preventivi sopra descritti, è fondamentale che il fornitore verifichi costantemente l’importo delle operazioni non imponibili IVA effettuate nei confronti dell’esportatore abituale per non superare l’ammontare del plafond indicato da quest’ultimo. Questo monitoraggio potrebbe non essere agevole, considerato che, nel corso dell’anno, l’esportatore abituale ha facoltà di ridurre il plafond, o persino di revocare la dichiarazione d’intento, manifestando tale intenzione in forma libera, per esempio, a mezzo e-mail (es. interpello Agenzia delle Entrate n. 954-6/2018 e circ. Agenzia delle Entrate n. 41/2005, § 5.3).
L’effettuazione di operazioni in regime di non imponibilità IVA per un ammontare superiore al plafond indicato dall’esportatore abituale appare riconducibile alla fattispecie del fornitore che effettua operazioni non imponibili IVA in assenza dei presupposti. Sarebbe applicabile, dunque, la predetta sanzione dal 100% al 200% dell’imposta non versata con l’obbligo di pagamento della medesima (art. 7 comma 3 del DLgs. 471/97), fermo restando la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso.
Non sembra possibile “sanare” la predetta situazione chiedendo all’esportatore abituale, con un plafond capiente, di presentare una dichiarazione d’intento per un importo complessivo pari a quello delle fatture già emesse dal fornitore in regime di non imponibilità IVA oppure per l’importo eccedente il plafond che era stato indicato. L’incremento del plafond precedentemente dichiarato è ammesso, ma la modifica deve avvenire “prima dell’effettuazione dell’operazione” (cfr. risposta interpello Agenzia delle Entrate n. 126/2018)
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