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Timestamp: 2020-04-04 05:45:25+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 20827 del 14/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20827 del 14/10/2016
Cassazione civile sez. II, 14/10/2016, (ud. 26/05/2016, dep. 14/10/2016), n.20827
sul ricorso 2275/2012 proposto da:
C.S., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
ROMEO ROMEI 19, presso lo studio dell’avvocato BRUNO RIITANO, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ADOLFO RIITANO;
B.E., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
TUSCOLANA 851, presso lo studio dell’avvocato ANGELO PERRELLA FESTA,
avverso la sentenza n. 2571/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 08/06/2011;
26/05/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO PICCHIO;
udito l’Avvocato Riitano Bruno difensore della ricorrente che ha
udito l’Avv. Perrella Festa Angelo difensore della controricorrente
che ha chiesto il rigetto del ricorso;
CELESTE Alberto, che ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto
B.E. conveniva in giudizio, nel 2068, innanzi al Tribunale di Roma C.S. per sentir dichiarare che l’area di manovra antistante il box auto n. (OMISSIS) del fabbricato di (OMISSIS) di quella stessa città era di sua proprietà.
Tanto al fine di evitare ogni pretesa della convenuta, proprietaria di un posto-auto nel medesimo fabbricato, in relazione all’area per cui era controversia.
Costituitosi il contraddittorio, l’adito Giudice di prime cure – con sentenza a 17420/2008- accoglieva la domanda attorea e compensava le spese di lite.
Avverso la suddetta decisione, di cui chiedeva la riforma, la C. interponeva appello, resistito dalla B., che – a sua volta – proponeva appello incidentale avverso la regolamentazione delle spese del giudizio di primo grado.
L’adita Corte di Appello di Roma, con sentenza n. 2571/2011, rigettava sia l’appello principale che quello incidentale, compensando per metà le spese del grado, poste – per la rimante parte – a carico della C..
Per la cassazione della suddetta decisione della Corte distrettuale ricorre la stessa C. con atto affidato a tre ordini di motivi. Resiste con controricorso la B..
1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., artt. 112, 115 e 116 c.p.c., nonchè omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 818 c.c., artt. 112, 115 e 116 c.p.c., nonchè omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
Col motivo qui in esame si deduce, in particolare, una asserita confusione – da parte della Corte territoriale – del vincolo di pertinenzialità con quello di destinazione, con negazione del carattere pertinenziale all’area di manovra.
3.- Con il terzo motivo del ricorso si prospetta il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 818 e 1362 c.c. e artt. 112, 115 e 116 c.p.c., nonchè omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
4.- I tre suesposti motivi possono essere trattati congiuntamente attesa la loro continuità e contiguità argomentativa e logica.
Tutti i detti motivi non sono fondati.
Il problema fondamentalmente posto con il ricorso è relativo ad una ricostruzione del contenuto dell’atto per notaio V. del (OMISSIS) intervenuto fra la M. ed la odierna contoricorrente B..
Con tale rogito, in particolare, veniva trasferita (come affermato nelle sentenze di primo e di secondo grado) dalla venditrice M. alla B., comproprietaria insieme al coniuge R.R., “il box auto n. (OMISSIS)” con la relativa antistante area di manovra ritenuta quale “corredo” e, quindi, pertinenza del bene principale.
Orbene parte ricorrente contesta proprio l’esatta individuazione dell’oggetto della compravendita.
Viene, in particolare, prospettata la circostanza che l’area di manovra de qua non sarebbe stata acquistata.
Più specificamente si postula una mancata corretta valutazione della comune intenzione delle parti ed una errata interpretazione dell’atto pubblico di acquisto di acquisto con riferimento all’area di manovra.
Senonchè parte ricorrente, ponendo proprio una questione di interpretazione del succitato atto, omette la più consona denuncia di eventuali vizi ermeneutici ex artt. 1362 c.c. e segg..
Peraltro, anche alla luce di quanto potuto ricostruire, appare corretta ed insuscettibile di censura l’accennata ricostruzione ermeneutica svolta dalla Corte del merito che ha considerato il “piccolo spazio” di manovra come pertinenza del box acquistato col detto atto.
In ogni caso il ricorso, nel suo complesso, è carente in punto di autosufficienza dal momento che manca del tutto l’indicazione e la trascrizione delle parti degli atti (quello, citato, del 2002 e degli eventuali precedenti) in base alle quali sarebbe stata possibile una differente postulata interpretazione.
Deve, a tal proposito, rammentarsi il condiviso orientamento di questa Corte, secondo cui una censura (come quella in esame) è, in punto, carente sotto il profilo del compiuto adempimento degli oneri connessi all’ossequio del noto principio di autosufficienza. Si sarebbe, infatti, dovuto procedere – ad onere della parte ricorrente – alla riproduzione diretta del contenuto dei documenti fondanti, secondo l’allegata prospettazione, la censura mossa all’impugnata sentenza (Cass. civ., Sez. 5^, Sent. 20 marzo 2015, n. 5655) ovvero, ancora, adempiere puntualmente almeno l’onere di indicare specificamente la sede (fascicolo di ufficio o di parte di uno dei pregressi gradi del giudizio) ove rinvenire i detti documenti (Cass. civ., Sez. 6, Ord. 24 ottobre 2014, n. 22607). Parimenti sfornito di autosufficienza è la censura allorchè implica il riferimento al preciso contenuto del primo atto di alienazione degli immobili per i quali si controverte o all’atto costitutivo del condominio.
Quanto all’aspetto della pretesa intervenuta usucapione del bene di cui si controverte va rilevato che la questione del detto acquisto a titolo originario è questione nuova non risultante svolta in precedenza e che tale deve ritenersi in difetto di ogni altra dovuta opportuna allegazione.
L’ulteriore e connesso aspetto della pretesa esistenza di un diritto reale di uso costituisce anch’esso una questione nuova posta, in modo inammissibile, in questa sede.
Infatti, giacche la dedotta esistenza di quel diritto sarebbe ipotizzabile solo con riferimento al vincolo pubblicistico ex lege n. 765 del 1967, va evidenziato che tale aspetto risulta sostanziare una questione, in ordine alla quale parte ricorrente non ha in ogni caso adempiuto l’onere di allegare elementi idonei a dimostrare che la medesima questione non è nuova.
In conclusione il complesso dei proposti motivi non è fondato e, quindi, essi vanno tutti respinti.
5.- Il ricorso deve, pertanto, essere rigettato.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della contro ricorrente delle spese del giudizio, determinate in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 26 maggio 2016.