Source: https://www.ipinitalia.com/category/internet/page/2/
Timestamp: 2019-03-23 00:56:14+00:00
Document Index: 135057343

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 15', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ']

Internet | Page 2 of 3 | Italy Intellectual Property Blog
Dopo aver constatato che, inserendo il proprio nome e cognome nella barra del motore di ricerca Google, il software di completamento automatico GoogleSuggest o Google Autocomplete suggeriva di includere nella ricerca i termini “arrestato” ed “indagato”, X agiva in via cautelare innanzi al Tribunale di Pinerolo nei confronti di Google, chiedendo che a questa fosse ordinato di eliminare l’associazione tra termini, ritenuta diffamatoria. Secondo X si trattava infatti di un suggerimento contrario al vero, non essendo X stato mai arrestato o indagato, e lesivo della reputazione personale e professionale di X. Il Tribunale ha però escluso la responsabilità di Google e conseguentemente rigettato le richieste cautelari di X, rilevando che le modalità di funzionamento del sistema Google Autocomplete portano ad escludere un’attività illecita da parte di Google. In particolare, poiché l’associazione tra termini avviene in base ad un algoritmo che tiene conto delle rilevazioni statistiche di quali siano le ricerche più comunemente effettuate dagli utenti, secondo il Tribunale l’associazione dei termini “indagato” o “arrestato” al nome di X una volta che questo venga inserito nella stringa di ricerca equivarrebbe a “rendere noto che un certo numero di fruitori di internet si interroghi sul fatto se il ricorrente sia o meno stato coinvolto in vicende penali e voglia verificare se nel web vi siano informazioni in proposito … il fatto può paragonarsi ad una mera diffusione, senza secondi o maliziosi fini, di una notizia avente il menzionato contenuto”. Non ravvisando alcun carattere diffamatorio o illecito in detto contenuto, con ordinanza in data 2 maggio 2012 il Tribunale di Pinerolo ha escluso che la fattispecie possa rientrare nei casi in cui all’Internet Service Provider può essere ordinata la rimozione ex art. 16 d lgs. 70/2003. Si tratta di una motivazione che è destinata a far discutere. Il nodo da sciogliere è infatti se l’associazione tra termini suggerita a mezzo del software Autocomplete combinando informazioni tra loro diverse e separate, lasciate da utenti terzi, possa essere qualificato come semplice hosting di contenuti, o se piuttosto questo non sia un vero e proprio servizio aggiuntivo che Google – agendo come content provider e non come semplice hosting – fornisce ai propri utenti mettendoli nelle condizioni di effettuare ricerche più veloci, mirate ed efficaci. In quest’ultimo caso – e a prescindere dall’effettiva portata diffamatoria dei termini “arrestato” e “indagato” (comunque inesistente, secondo il Tribunale) – si dovrebbe escludere che il suggerimento dell’associazione a termini offensivi possa essere scriminato in quanto semplice “cronaca” delle ricerche effettuate da altri utenti. Di questo avviso sembra essere il Tribunale di Milano, che nel decidere un caso praticamente identico a quello in questione, già commentato sul nostro blog (qui), ha rigettato il reclamo proposto da Google, ritenendo che “l’associazione tra il nome del ricorrente e le parole “truffa” e “truffatore” è opera del software messo a punto appositamente adottato da Google per ottimizzare l’accesso alla sua banca dati operando con modalità descritte e … prescelte per consentirne l’operatività allo scopo voluto (quello appunto di agevolare l’utilizzo del motore di ricerca Google) .. non può che conseguirne la diretta addebitabilità alla società”. Mi sembra si possa dire che siamo di fronte ad un netto contrasto giurisprudenziale. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi.
Moncler: revocato il sequestro penale dei siti
By Daniela Ampollini on November 11, 2011
Posted in Internet, marchi
E’ di pochissimi giorni fa il provvedimento del Tribunale del Riesame di Padova che ha annullato il decreto con cui il GIP aveva disposto la misura del sequestro preventivo di 493 siti internet aventi nel proprio nome a dominio la parola “Moncler”, sulla base della supposta commissione dei reati di cui agli artt. 474, 517 e 648 del codice penale. Il 29 settembre 2011, Il GIP, sulla base di una denuncia contro ignoti presentata da Moncler, aveva ordinato il sequestro dei siti “con oscuramento degli stessi al fine di inibire l’accesso e la consultazione da parte di utenti che accedono alla rete tramite provider nazionali”. Il provvedimento era poi stato notificato ai fini dell’esecuzione a 27 service providers italiani i quali, pertanto, avrebbero dovuto impedire la “fruizione” dei siti in questione da parte dei loro utenti in territorio italiano. In sostanza, sembrerebbe che Moncler abbia scelto di percorrere la strada della denuncia penale visto l’enorme numero di siti non autorizzati, attivi nella vendita di capi d’abbigliamento, in cui si perpetravano in vario modo contraffazioni del proprio marchio, tutti siti collegati a nomi a dominio che contenenti la parola Moncler. Dopo aver già speso tempo e denaro in varie procedure di riassegnazione in sede WIPO (pare più di 200, tra già decise e ancora pendenti), Moncler ha scelto, forse come scorciatoia, la strada penale ed in prima battuta è andata benissimo, ottenendo appunto il sequestro dei siti. I service providers hanno però presentato ricorso per riesame in qualità di “terzi interessati” ed hanno avuto, almeno fino ad ora, ragione. La decisione del Tribunale del Riesame non mi sembra chiarisca tutti i motivi alla base dei ricorsi dei service providers. Sembrerebbe che questi abbiano sollevato anche questioni di carattere tecnico (legate forse alle modalità dell’oscuramento disposto dal GIP), ma non è in ogni caso in relazione a questioni tecniche che il riesame è stato accolto. Il Tribunale ha infatti stabilito che il provvedimento non fosse giustificato poiché non vi era prova sufficiente del fatto che (tutti) i siti collegati ai nomi a dominio contenenti la parola Moncler svolgessero attività di vendita di capi di abbigliamento contraffatti, essendovi la possibilità che si trattasse quindi anche di siti che vendevano prodotti Moncler originali. Di per sé sola, ha ritenuto il Tribunale, l’attivazione di un sito con nome a dominio contenente la parola Moncler non è una contraffazione di marchio. Questa motivazione non è ovviamente convincente: un nome a dominio non autorizzato da Moncler, che contenga la parola Moncler, utilizzato per vendere capi di abbigliamento, può certamente essere una contraffazione di marchio indipendentemente da se l’attività di vendita riguardi capi originali o contraffatti. Il punto potrebbe semmai essere un altro, ovverosia se i siti in questione possano effettivamente tutti essere ritenuti determinare la commissione, perseguibile in Italia, dei reati contestati. Non è chiaro, ad esempio, se le indagini avessero anche già chiarito che l’attività di vendita svolta da tutti i siti in questione – relativa a prodotti contraffatti o meno – fosse rivolta al pubblico italiano, quando nell’elenco complessivo dei siti oscurati vi erano anche siti non italiani. Qualcuno dice poi che alcuni dei siti colpiti nemmeno svolgessero attività di commercializzazione, ma fossero solo siti di fans della Moncler, per i quali la contestazione dei reati di cui sopra non sarebbe ovviamente sostenibile: non ho controllato tutti i siti, ma mi sembra che almeno per la stragrande maggioranza si tratti di siti in cui, effettivamente, si effettua attività di commercializzazione. Questione molto interessante … Mi pare in ogni caso di poter dire che questa vicenda dimostra, ancora una volta, che la strada del procedimento penale per la tutela di diritti di proprietà intellettuale può dare ottimi risultati all’inizio che però non sono sempre facili da conservare. Anche se, nella pratica, scommetterei che almeno alcuni di questi siti sono già spariti ….
Inbitoria pro-futuro a e-Bay? “Ni” della Corte UE
Posted in Internet, marchi, Unione Europea
Con sentenza pubblicata il 12 luglio 2011 la Corte UE si è pronunciata nella causa C-324/09 L’Orèal vs E-bay. La sentenza presenta diversi profili di interesse che potranno essere affrontati anche in post successivi. Per il momento segnalo che, tra le numerose questioni pregiudiziali risolte dalla Corte UE, ve n’è una in punto di responsabilità degli Internet Service Providers che punta il dito proprio su uno dei profili di criticità già segnalati nel commentare i recenti provvedimenti del Tribunale di Roma nei casi You Tube e Yahoo (qui). Si era infatti segnalato come tali provvedimenti , nella misura in cui non si limitavano a ordinare la rimozione dei contenuti illeciti ma inibivano altresì i provider dal proseguire l’illecito, potessero implicare per gli stessi provider un obbligo futuro di sorveglianza sulla presenza di eventuali contenuti illeciti – il che sembrava in contrasto con gli artt. 14 e 15 della Direttiva 2000/31 sul commercio elettronico.
In breve, il rinvio pregiudiziale alla Corte Ue trae origine dal giudizio instaurato da L’Orèal nei confronti della casa d’aste on-line e-Bay per avere quest’ultima ospitato sul suo sito una serie di aste di vendita in violazione dei marchi di L’Oréal . Così facendo, e–Bay sarebbe stata responsabile anche di un’autonoma fattispecie di contraffazione per effetto della possibilità di visualizzare i marchi L’Oréal sul proprio sito internet. Dette circostanze erano state segnalate dalla casa francese con una notice inviata a e-Bay in data 22 maggio 2007, a seguito della quale L’Oréal aveva adito la High Court of Justice chiedendo, tra l’altro, l’emissione di provvedimenti idonei a rimuovere gli effetti della violazione e a impedire ulteriori violazioni dei propri diritti di marchio. Nel proporre la seguente questione pregiudiziale – “se nel caso in cui i servizi di un intermediario quale il gestore di un sito internet siano stati utilizzati da terzi per violare un marchio registrato, se l’art. 11 [della Direttiva 2004/48 c.d. direttiva enforcement] imponga agli Stati membri di garantire che il titolare del marchio possa ottenere un’ingiunzione nei confronti dell’intermediario al fine di impedire ulteriori violazioni di detto marchio e non solo la prosecuzione di detto specifico atto di contraffazione, e in tal caso quale sia la portata dell’ingiunzione che può essere chiesta” – la corte inglese solleva dunque innanzi alla Corte Ue il problema di una condanna “per il futuro” dell’internet service provider, e di ciò che comproterebbe in termini di obblgihi di vigilanza. Nel rispondere alla questione pregiudiziale, la Corte UE ha concluso: “L’art. 11, terza frase, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 29 aprile 2004 2004/48/CE sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, deve essere interpretato nel senso che esso impone agli Stati membri di far sì che gli organi giurisdizionali nazionali competenti in materia di tutela dei diritti di proprietà intellettuale possano ingiungere al gestore di un mercato online di adottare provvedimenti che contribuiscano non solo a far cessare le violazioni di tali diritti ad opera degli utenti di detto mercato, ma anche a prevenire nuove violazioni della stessa natura. Tali ingiunzioni devono essere effettuve, proporzionate, dissuasive e non devono creare ostacoli al commercio legittimo”. A prima vista sembrerebbe quindi che l’approccio del Tribunale di Roma sia confermato. Ma la chiave sta nell’ultima frase della conclusione della Corte, che non deve quindi essere letta, ritengo, in modo troppo affrettato. Nella motivazione la Corte infatti segnala che l’art. 11 della Direttiva enforcement deve essere intepretato in via sistematica, facendo riferimento alle altre norme di diritto comunitario. Pertanto (i) i provvedimenti di enforcement non possono introdurre un obbligo di sorveglianza attiva di tutti i contenuti caricati dagli utenti in capo ai provider, da cui gli stessi sono espressamente esentati ai sensi dell’art. 15 della Direttiva (ii) i provvedimenti di enforcement devono predisporre una tutela equa, proporzionata all’offesa e non eccessivamente costosa – ai sensi dell’art. 3 della Direttiva enforcement (iii) il provvedimento ingiuntivo non può creare ostacoli al commercio legittimo e, nel caso di specie, una misura che obbligasse e-Bay a monitorare e impedire vendite “in contraffazione” in via preventiva potrebbe portare all’ effetto concreto di un divieto generale di messa in vendita (anche di prodotti non contraffattòri). Pertanto, dalle motivazioni della Corte pare di comprendere che, pur essendo pacifico che gli intermediari possono essere destinatari di provvedimenti ingiuntivi, il contenuto della tutela giurisdizionale accordata al titolare dei diritti di IP non possa consistere in una ingiunzione che, inibendo la prosecuzione dell’illecito, comporti l’obbligo per il provider di vigilare su e impedire violazioni future. Sembrerebbe dunque confermata la criticità dei provvedimenti già adottati dal Tribunale di Roma nei casi You Tube e Yahoo. La Corte ha però precisato che il contenuto di un provvedimento ingiuntivo destinato a un internet service provider a seguito di un episodio di violazione – e tipicamente al gestore di un mercato online quale è e-Bay – potrebbe comportare “l’obbligo di adottare misure che consentano di agevolare l’identificazione dei suoi clienti venditori”, al fine di prevenire nuove violazioni della stessa natura di quelle già contestate. Ci sarà ancora molto da commentare sul punto (e su questa sentenza in particolare).
Altra vittoria di RTI, questa volta contro Libero e davanti al Tribunale di Milano
By Daniela Ampollini on June 21, 2011
Dopo il noto caso contro Youtube/Google di cui si è già molto parlato e la più recente decisione nel caso PFA Films contro Yahoo (vedi anche il precedente post qui), entrambi decisi dal Tribunale di Roma, anche il Tribunale di Milano si pronuncia a favore del titolare dei diritti con una sentenza pubblicata lo scorso 17 giugno nel caso RTI contro Italia On Line S.r.l. (IOL), proprietaria del portale www.libero.it. Il caso è particolarmente interessante poiché affronta la questione da una prospettiva diversa rispetto a quella utilizzata dai giudici romani nei due casi precedenti e, a mio avviso, ancora più pericolosa per le piattaforme che consentono la pubblicazione di contenuti caricati dagli utenti. I precedenti romani avevano in sostanza affrontato il problema dal punto di vista della corretta interpretazione degli artt. 16 e 17 d.lgs. 70/03 che, in sintesi, escludono che l’Internet Service Provider (ISP) abbia un obbligo generale di sorveglianza rispetto al contenuto immesso dagli utenti, prevedendo però che lo stesso, non appena a conoscenza dell’illiceità di detto contenuto, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso; ove ciò non avvenga l’ISP sarà ritenuto responsabile. I giudici romani avevano in particolare ritenuto che anche una diffida “generica” (cioè non necessariamente riferita agli specifici URL di tutti i contenuti contestati) fosse idonea a determinare l’obbligo di rimozione da parte dell’ISP. Si erano poi adottati provvedimenti di inibitoria che vietavano l’ulteriore pubblicazione delle opere in questione (il programma televisivo Il Grande Fratello ed il film About Elly) o di loro brani, così imponendo in sostanza un obbligo di sorveglianza agli ISP sulle future attività dei propri utenti, obbligo espressamente escluso dalle norme sopra citate. E qui stava secondo molti la debolezza di tali decisioni, che peraltro evidenziava una profonda inadeguatezza del sistema (vedi un altro post sul punto qui). Il Tribunale di Milano ha però ora adottato (anche) una linea diversa: secondo i giudici milanesi, IOL non sarebbe un semplice ISP e quindi ad essa non si applicherebbe quanto stabilito dagli artt. 16 e 17 d.lgs. 70/03. IOL sarebbe invece un vero e proprio content provider, visto che: i contenuti immessi dagli utenti sono associati a messaggi pubblicitari i cui proventi concorrono a finanziare l’attività di IOL (ed agli inserzionisti IOL propone un servizio che consente di visualizzare i messaggi pubblicitari in relazione agli specifici contenuti propri dei video immessi dagli utenti tramite l’utilizzazione di parole-chiavi comuni); la regolamentazione contrattuale proposta da IOL agli utenti prevede la concessione a IOL, tra l’altro, di licenza di utilizzare, riprodurre, adattare, pubblicare, distribuire, riprodurre i contenuti; IOL ha predisposto un servizio (visibile come link sotto ogni video pubblicato) che consente al visitatore di segnalare l’eventuale illiceità del contenuto, ciò che indicherebbe che IOL si sia assunta direttamente un onere di controllo in apparente contrasto con la semplice attività di ISP; IOL fornisce il servizio aggiuntivo di “video correlati” consistente nella visualizzazione – non ricercata dal visitatore, ma offerta all’utente in via automatica – di altri video che risultano correlati a quello prescelto dall’utente, ciò che presuppone una specifica indicizzazione dei contenuti che ne amplifica ulteriormente la visibilità; infine, la relazione tecnica di RTI avrebbe dimostrato la presenza di un numero non irrilevante di filmati tratti da suoi programmi televisivi immessi sul portale IOL dalla stessa redazione di libero.it. Pertanto, secondo il Tribunale, “Italia On Line S.r.l. quale soggetto che fornisce (quantomeno) un hosting attivo, in quanto organizza e seleziona il materiale trasmesso dagli utenti (…) e ne arricchisce e completa la fruizione, tanto da poter ritenere l’attività del prestatore del servizio – ancorché eseguita mediante l’ausilio di software – come rivolta alla gestione complessiva dei contenuti originari che risultano selezionati, arricchiti, organizzati mediante prestazione di servizi ulteriori in vista di uno sfruttamento commerciale che pare travalicare la mera remunerazione del servizio offerto, tanto da offrire al visitatore un prodotto che per la sua complessità ed organicità ha come sola base di partenza i contenuti trasmessi dagli utenti e fornisce invece ai visitatori un vero e proprio prodotto audiovisivo dotato di una sua specifica individualità ed autonomia”. Credo non sia difficile prevedere che prima o poi si andrà in Corte di Giustizia su questo punto.