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Timestamp: 2020-08-12 19:06:38+00:00
Document Index: 150402365

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 3', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 203 del 05/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 203 del 05/01/2011
Cassazione civile sez. lav., 05/01/2011, (ud. 01/12/2010, dep. 05/01/2011), n.203
sul ricorso 1620-2010 proposto da:
L.G., A.N., P.S., M.
P., Q.F., LO.MI.;
avverso la sentenza n. 59/2009 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 22/01/2009 R.G.N. 3319/06;
Con ricorso al Tribunale di Bari A.N., P.S., Q.F., M.P., L.G., Lo.Mi. convenivano in giudizio l’Inps chiedendo venisse accertato il loro diritto alla differenza dell’indennità di disoccupazione dell’anno 2004; la ricorrente – premesso che il trattamento di disoccupazione era stato loro corrisposto dall’Istituto sulla base del salario medio convenzionale congelato all’anno 1995 – sostenevano che il medesimo trattamento doveva essere invece calcolato, ai sensi del D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, sui minimi retributivi previsti dalla contrattazione collettiva provinciale, con conseguente diritto alle differenze tra quanto spettante e quanto percepito.
Premetteva la Corte adita che l’indennità di disoccupazione veniva determinata sulla base del salario medio convenzionale, il quale, secondo la disciplina di cui alla L. n. 457 del 1992, art. 3, si calcola “sulla base della media delle retribuzioni per le diverse qualifiche previste dai contratti collettivi provinciali di lavoro vigenti al 30 ottobre di ogni anno”; che, ai sensi della L. n. 549 del 1995, art. 2, comma 17 detto salario convenzionale era rimasto bloccato per alcuni anni, con conseguente congelamento dell’indennità di disoccupazione, mentre, con il D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, si era disposto che, a decorrere dal primo gennaio 1998, il salario medio convenzionale, determinato con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e rilevato nel 1995, dovesse restar fermo – ai fini della contribuzione e delle prestazioni temporanee – fino a quando il suo importo fosse superato da quello spettante nelle singole province in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Ciò premesso, affermava la Corte territoriale essere necessario accertare se i minimi retributivi relativi alla qualifica dei ricorrenti, di cui alla contrattazione collettiva vigente nella provincia di Bari, avessero superato il salario medio convenzionale, rilevato per l’anno 1995. I Giudici d’appello affermavano che detto superamento vi era stato, perchè doveva essere computata, nella retribuzione fissata dai CCNL, anche la quota indicata come TFR. Soggiungeva la Corte territoriale che, in via generale, i TFR non va incluso nel calcolo dell’indennità di disoccupazione, doveva esserlo però nel caso di specie, perchè la relativa voce non aveva natura giuridica di trattamento di fine rapporto, ancorchè come tale fosse denominata, per le seguenti ragioni: perchè l’inclusione di tale quota di salario nella retribuzione giornaliera si poneva in contrasto sulla L. n. 297 del 1982 sul TFR, che ne prevede l’erogazione solo al momento di cessazione del rapporto; perchè la medesima legge lo determina in misura onnicomprensiva, mentre il CCNL ne escludeva dal computo il terzo elemento; perchè detta quota era stata fissata in misura percentuale alla retribuzione dovuta, anzichè a quella effettivamente percepita; e perchè, secondo il CCNL, essa compete anche per periodi di lavoro inferiori ai quindici giorni, mentre la L. n. 297 del 1982 lo esclude.
Va preliminarmente dichiarata la inammissibilità del ricorso proposto nei confronti di M.P. in quanto non notificato.
Con l’unico motivo l’Istituto ricorrente, lamentando violazione degli artt. 46,51 e 55 del CCNL operai agricoli e florovivaisti del 2002 in relazione al D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 4, lett. a), nonchè in relazione agli artt. 1362 e 2120 c.c. ed alla L. n. 297 del 1982, art. 4, commi 10 e 11, censura la sentenza per avere incluso nella retribuzione da prendere a base per la liquidazione dell’indennità di disoccupazione, anche la voce denominata “quota di TFR”, la quale invece non dovrebbe esserlo, per avere – contrariamente a quanto affermato la Corte territoriale – effettiva natura di retribuzione differita. Il ricorso va accolto.
f) Appare infine irrilevante, ai fini che interessano, il regime fiscale, per cui detta voce sarebbe assoggettata a Irpef nella stessa misura della retribuzione giornaliera e non con le aliquote per la tassazione separata, non potendo questo solo elemento mutarne la natura come voluta dalle parti. 10. Conclusivamente il ricorso va accolto, la sentenza impugnata va cassata e, non essendovi necessità di ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito con il rigetto della domanda di cui al ricorso introduttivo, sulla base del seguente principio: Confermandosi quanto già ritenuto dalla precedente sentenza di questa Corte n. 10546/2007 per cui “Ai fini della liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura, la nozione di retribuzione – definita dalla contrattazione collettiva provinciale, da porre a confronto con il salario medio convenzionale D.Lgs. 16 aprile 1997, n. 146, ex art. 4 – non è comprensiva del trattamento di fine rapporto”, va ulteriormente affermato che, sulla base del suddetto principio, la voce denominata “quota di TFR” dai contratti collettivi vigenti a partire da quello del 27.11.1991, va esclusa dal computo della indennità di disoccupazione, in considerazione della volontà espressa dalle parti stipulanti, che è vietato disattendere in forza della disposizione di cui al D.L. 14 giugno 1996, n. 318, art. 3 convertito in L. 29 luglio 1996, n. 402, a norma del quale, agli effetti previdenziali, la retribuzione dovuta in base agli accordi collettivi, non può essere individuata in difformità rispetto a quanto definito negli accordi stessi. Dovendo escludersi che detta voce abbia natura diversa rispetto a quella indicata dalle parti stipulanti, non è ravvisatole alcuna illegittima alterazione degli istituti legali da parte dell’autonomia collettiva”.
La Corte, dichiara inammissibile il ricorso proposto nei confronti di M.P., per tutti gli altri accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di cui al ricorso introduttivo. Compensa tra le parti le spese dell’intero giudizio.