Source: http://cdca.it/archives/17621
Timestamp: 2019-06-20 09:52:52+00:00
Document Index: 119979805

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 2', 'art.2', 'art. 2', 'art. 3', 'art.10', 'art. 8', 'art. 7']

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Luci ed ombre dell’Accordo di Parigi
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[Tratto dal Dossier L’Italia vista da Parigi] Lo scorso Dicembre a Parigi è stato siglato il primo accordo di carattere vincolante che fissava, come obiettivo generale, il mantenimento dell’incremento della temperatura entro i 2°C con la clausola, aggiunta all’ultimo, del fare di tutto per restare entro 1.5°C al di sopra dei livelli pre-industriali. Sebbene la valenza storica dell’accordo, i limiti esposti hanno alterato il carattere innovativo dell’accordo.
Nel testo seguente, estratto dal dossier L’Italia vista da Parigi vengono riportate luci ed ombre dell’Accordo parigino con particolare attenzione alle critiche mosse dalle principali analisi in materia. L’assenza di meccanismi di controllo definiti, di sanzioni per le violazioni agli impegni presi e la mancata pianificazione di una Road Map per la progressiva sostituzione delle fonti fossili, sono i principali limiti riscontrati. Nessun riferimento alla riduzione dell’utilizzo di petrolio, carbone o combustibili fossili e tanto meno si dice nulla sull’azzeramento progressivo dei 5300 miliardi di dollari annui di sussidi alle fonte fossili (dati Fondo Monetario internazionale) che rappresentano il 6.5% di PIL Mondiale.
Nel dicembre 2015 viene siglato a Parigi un accordo (1) definito unanimemente “storico” da capi di Stato, politici, giornalisti e analisti di tutto il mondo. Dopo anni di attesa, il fallimento di numerose Cop, eterne negoziazioni e rimpalli di responsabilità, a Parigi 195 paesi siglano l’Accordo Globale per il contrasto ai cambiamenti climatici, noto come Accordo di Parigi. Si tratta di un avvenimento di grande rilevanza e di un indubbio successo diplomatico, che rappresenta il primo, doveroso passo di un cammino ancora lungo. Durante la Cop17 tenutasi a Durban nel 2011, (due anni dopo il clamoroso fallimento della Cop15 di Copenaghen del 2009 che avrebbe dovuto concludersi con la firma dell’accordo destinato a sostituire l’inadeguato protocollo di Kyoto) le parti si accordarono per arrivare alla firma del nuovo accordo durante la Cop21 di Parigi del 2015 e per utilizzare gli anni mancanti al fine di limare le divergenze tra blocchi contrapposti, partendo da un quadro di misure che avessero il consenso generale.
Obiettivi ambiziosi, impegni inadeguati
L’accordo firmato a Parigi ha il pregio di rappresentare il primo accordo di carattere vincolante e di portata globale per il contrasto ai cambiamenti climatici. Tuttavia, proprio a partire da questo preteso – e doveroso – carattere vincolante è possibile esaminare i limiti da superare per garantire efficacia al testo approvato. Ad oggi, di fatto, il carattere vincolante del documento non è sostenuto da meccanismi di controllo definiti e non sono previste sanzioni per le violazioni agli impegni presi. Questa mancanza è di enorme rilievo e deve essere considerata questione dirimente da sciogliere quanto prima: in assenza di un quadro coercitivo e di un sistema di controlli e sanzioni la previsione di obiettivi ambiziosi resta una dichiarazione di intenti. Se da una parte “flessibilità, trasparenza e cooperazione” (auspicate nell’art. 13) possono essere intese come fiducia nel senso di responsabilità delle varie parti, dall’altra incoraggiare i paesi alla riduzione delle emissioni facendo affidamento unicamente sulla responsabilità di ciascuno, da adito a dubbi sul mancato raggiungimento degli obiettivi stabiliti.
L’art. 2 fissa, come obiettivo generale: “il mantenimento dell’incremento della temperatura media globale molto sotto i 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali e di perseguire sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5°C al di sopra dei livelli pre-industriali”
All’ultimo minuto, nel testo dell’art.2 è stata aggiunto l’impegno a “perseguire sforzi per limitare l’incremento della temperatura media globale a 1,5°C“. Come efficacemente spiegato da Naomi Klein, giornalista e attivista per la giustizia climatica (2), l’introduzione della generica volontà di compiere sforzi per limitare il riscaldamento globale di un altro mezzo grado ha di fatto reso l’accordo, agli occhi della maggioranza, ambizioso; sebbene per tutte le popolazioni che abitano in zone costiere o su piccole isole oceaniche minacciate dall’innalzamento del livello dei mari 1.5°C fosse l’incremento massimo possibile per garantirsi la sopravvivenza.
Anche considerando la soglia dei 2°C, gli impegni assunti dalle Parti tramite gli INDC (3) sono insufficienti. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la riduzione delle emissioni ottenuta sommando gli obiettivi dei singoli INDC, anche qualora rispettata, porterebbe a un riscaldamento globale di almeno 2,7°C in più rispetto ai livelli preindustriali (4). L’UNFCCC stima che lo scenario disegnato dagli INDC porterebbe a 55,2 Gt di emissioni globali nel 2025, cioè 8,7 Gt in eccesso rispetto alla soglia massima di sicurezza indicata dagli scienziati, che arriverebbero poi a 56,7 Gt nel 2030, anno in cui l’eccesso di emissioni salirebbe a quota 15 Gt (5). Di fatto, se gli impegni previsti dagli INDC venissero rispettati, le emissioni in atmosfera crescerebbero a un tasso nettamente inferiore nel periodo 2010-2030 rispetto al ventennio precedente, ma l’incremento (+34-46% rispetto al 1990 nel 2025 e +37-52% nel 2030) sarebbe comunque superiore ai limiti previsti per rispettare la soglia dei 2°C.
Un recente studio realizzato dai ricercatori dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) di Laxenburg in Austria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature conferma che per avere la possibilità di non superare la linea rossa occorrono impegni ben più ambiziosi di quelli assunti a Parigi. In caso contrario l’aumento delle temperature sarà compreso fra i 2,6 e i 3,1°C (6).
Gli altri obiettivi fissati dall’art. 2 riguardano: “aumentare la capacità di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e promuovere lo sviluppo resiliente al clima e a basse emissioni di gas ad effetto serra, di modo che non minacci la produzione alimentare; rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas ad effetto serra e resiliente al clima (7)”.
Picco emissivo
L’art. 3 dell’Accordo prevede poi che i Paesi raggiungano “il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile” in modo tale da poter avviare una “rapida riduzione” e raggiungere “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”. Il mancato riferimento ad uno specifico anno per il picco emissivo e la mancata pianificazione di una Road Map per la progressiva sostituzione delle fonti fossili hanno indebolito il carattere di vincolo (e contemporaneamente di stimolo) che era necessario garantire all’Accordo. Diversi istituti di ricerca, tra cui il Tyndall Centre for Climate Change Research nel Regno Unito, il Center for International Climate and Environmental Research di Oslo e il Potsdam Institute tedesco hanno sottolineato la necessità (e l’occasione perduta) di fissare limiti temporali e quantitativi, come ad esempio la riduzione del 70% di emissioni entro metà secolo sui livelli del 2010. Soltanto con dei limiti puntuali, affermano, è possibile fissare obiettivi e scadenze e verificarne il raggiungimento.
Oltre a questi elementi, nel testo dell’Accordo si registrano alcune altre mancanze rilevanti. Nel testo di 31 pagine votato a Parigi neppure una volta vengono esplicitamente menzionati i termini “petrolio”, “carbone” o “combustibili fossili”, a conferma della mancanza di precise indicazioni sul percorso di decarbonizzazione, così come vengono esclusi dalla contabilità emissiva trasporto marittimo e aviazione civile, che da soli rappresentano il 10% delle emissioni totali.
Ulteriore limite riguarda la mancanza di previsioni (e di prescrizioni) sul progressivo azzeramento dei 5.300 miliardi annui di sussidi alle fonti fossili, misura incoraggiata non solo dai movimenti per la giustizia climatica e da numerosi paesi con forte vulnerabilità ai cambiamenti climatici, ma anche da istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario.
La conferma, all’art.10, del meccanismo dei Redd+ (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation), formalmente introdotto nelle negoziazioni climatiche durante la Cop16 di Cancun nel 2010 e che intende conciliare finanza climatica e rigenerazione degli ecosistemi, è fortemente contestato dalle Ong e dai movimenti sociali (8), Via Campesina in testa. Tale meccanismo si scontra peraltro con la mancanza di impegni vincolanti e termini certi per l’obiettivo deforestazione zero, nonostante ben l’11% delle emissioni totale derivino non da emissioni ma dalla deforestazione.
Presenta alcune criticità anche il meccanismo del Loss and Damage, introdotto nella COP19 di Varsavia e ridiscusso a Parigi: nell’art. 8 dell’Accordo di Parigi si riconosce l’importanza di ridurre al minimo le perdite subite a causa del cambiamento climatico prevedendo specifici fondi, ma nessun riferimento riguarda indennizzi per i paesi più vulnerabili, che subiscono impatti inversamente proporzionali alla loro capacità di inquinare; tanto meno è inserito nell’accordo riferimento al riconoscimento delle responsabilità dei paesi industrializzati.
Nell’art. 7 si parla inoltre di adattamento per i paesi in via di sviluppo, altra questione molto dibattuta e di notevole importanza. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo ha promesso tramite gli INDC di sviluppare piani di adattamento, ma tali piani potranno essere implementati solo in presenza di fondi disponibili. Questi finanziamenti dovrebbero provenire dal cosidetto Fondo Verde per il Clima (Green Climate Fund), per il quale sono previsto 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020 (da incrementare nel tempo) che i paesi più industrializzati si sono impegnati a mobilitare per l’investimento in tecnologie verdi ed energia pulita nei paesi in via di sviluppo.
Il primo dialogo tra le Parti per fare il punto sugli sforzi collettivi tesi al raggiungimento degli obiettivi stabiliti è fissato per il 2018. In quello stesso anno sarà pubblicato un rapporto speciale dell’IPCC con l’indicazione delle misure necessarie per rimanere entro 1,5°C; questo rapporto sarà utilizzato per motivare gli Stati ad aumentare gli impegni assunti nei rispettivi INDC. Il primo “bilancio globale”, il cui obiettivo è quello “di fornire informazioni ai paesi firmatari per aggiornare e migliorare [..] le misure e il sostegno conformi alle disposizioni pertinenti del presente Accordo”, verrà invece effettuato nel 2023, e si ripeterà ogni 5 anni. Ai sensi del diritto internazionale, già la firma, passaggio precedente alla ratifica. obbliga i paesi a non mettere in atto attività che contrastino il trattato (9).
Estratto del capitolo II del dossier l’Italia vista da Parigi, a cura di A Sud e del CDCA
(1) Paris Agreement, Dicembre 2015 unfccc.int
(2) Il passaggio è tratto dal discorso in memoria di Edward Said, tenuto da Naomi Klein alla Royal Festival Hall di Londra, nel maggio 2016.
(3) Intended Nationally Determined Contributions (INDC) ovvero gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati da ogni singolo paese, che ciascuna Parte si è impegnata a realizzare entro il 2030.
(4) Synthesis report on the aggregate effect of the Intended nationally determined contributions (INDC) UNFCCC, ottobre 2015. unfccc.int/resource/docs/2015
(5) Synthesis report on the aggregate effect of the Intended nationally determined contributions UNFCCC, ottobre 2015 unfccc.int/resource/docs/2015
(6) Paris Agreement climate proposals need a boost to keep warming well below 2 °C, pubblicato sulla rivista Nature il 30 giugno 2016 www.nature.com. L’articolo è tratto dal rapporto Country pledges overshoot Paris temperature limit dell’IIASA disponibile al link: www.iiasa.ac.at
(7) Accordo di Parigi – Traduzione Ministero dell’Ambiente e della tutela del Mare e del Territorio www.minambiente.it
(8) La campagna Global Alliance against REDD,promossa da numerose reti di organizzazioni indigene ha elaborato numerosi report che puntualizzano le critiche al meccanismo dei REDD. Per una panoramica completa visitare il sito no-redd.com
(9) Entry into force of the Paris Agreement: legalrequirements and implications unfccc.int