Source: https://www.800979000.com/iframe/iframe_rassegna.php?id_utente=213175
Timestamp: 2020-01-23 11:37:34+00:00
Document Index: 40069865

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 10', 'art.8', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38']

Notizia del: 2020-01-23
L'articolo 13 del Decreto Dignità (DL 34/2019) prevede che il soggetto passivo che facilita, tramite l'uso di un'interfaccia elettronica quale un mercato virtuale, una piattaforma, un portale o mezzi analoghi, le vendite a distanza di beni importati o le vendite a distanza di beni all'interno dell'Unione europea è tenuto a trasmettere entro il mese successivo a ciascun trimestre, secondo termini e modalità stabiliti con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate, per ciascun fornitore i seguenti dati:
Il soggetto passivo è considerato debitore d'imposta per le vendite a distanza per le quali non ha trasmesso, o ha trasmesso in modo incompleto, i dati di cui sopra se non dimostra che l'imposta è stata assolta dal fornitore. Tali disposizioni si applicano fino al 31 dicembre 2020.
Dal quadro tratteggiato emerge che soltanto i soggetti passivi che facilitano le vendite a distanza - ossia, secondo la definizione normativa, coloro che consentono tramite un'interfaccia elettronica (intesa in senso ampio) un contatto tra venditore ed acquirente, ivi compresa la partecipazione, diretta o indiretta, ad almeno una delle attività - prima indicate - di determinazione delle condizioni generali della cessione, riscossione del pagamento effettuato, ordine o consegna dei beni, sono tenuti a comunicare i dati in loro possesso relativi alle vendite stesse.
La violazione dell'obbligo comporta l'essere considerati debitori d'imposta (con relativi oneri di versamento), salvo prova che l'IVA sia stata comunque assolta dal cedente/fornitore, ovvero, nel caso di trasmissione di dati incompleti, dimostrazione «di avere adottato tutte le misure necessarie per la corretta rilevazione e
individuazione dei dati presenti sulla piattaforma digitale».
Pertanto, la fornitura di un programma gestionale per consentire a soggetti che effettuano le vendite a distanza la creazione e utilizzo di negozi on-line, in relazione ai quali, tuttavia, il fornitore del programma medesimo non abbia titolo per effettuare attività di controllo e supervisione dei beni venduti, né per partecipare, anche indirettamente, all'ordinazione degli stessi o di svolgere alcuna delle attività di facilitazione previste dalla norma, è esclusa dall'applicazione degli obblighi individuati nel d.l. n. 34 del 2019.
La nuova soglia di punibilità più favorevole per il contribuente in caso di omesso versamento dell’Iva, si applica retroattivamente (ai sensi dell’art. 2, quarto comma, c.p.) e la nuova previsione è anche rilevabile d’ufficio dal giudice ove il ricorso sia inammissibile.
Ciò è quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la recentissima Sentenza n. 2210 del 21 Gennaio 2020.
A tal proposito è opportuno ricordare che, al reato di omesso versamento iva, previsto dall’art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000, ferma restando la pena della reclusione da 6 mesi a 2 anni, il D.l. 124/2019 ha apportato modifiche in termini di abbassamento della soglia di rilevanza penale.
Tali modifiche sono state tuttavia soppresse in sede di commissione e pertanto risulta confermata la soglia precedentemente prevista e pari ad euro 250.000 nel caso di omesso versamento dell’iva.
La norma in esame era infatti già stata emendata nel 2015, ad opera dell’art.8 d.lgs. 158/2015, che aveva innalzato la soglia di rilevanza penale per il reato di omesso versamento iva da 50.000 euro a 250 mila euro.
Nella vicenda sottoposta all’attenzione del giudice di legittimità, un imprenditore proponeva ricorso avverso la pronuncia della Corte d’Appello di Brescia che, confermando la decisione del giudice di primo grado, condannava l’imprenditore per omesso versamento iva di circa 123 mila euro avvenuto nel 2007.
A seguito dell’innalzamento della soglia avvenuta ad opera del legislatore nel 2015 tuttavia il reato contestato dall’ Agenzia delle Entrate diveniva irrilevante penalmente.
La Corte di Cassazione ha pertanto accolto il ricorso dell’imprenditore annullando la sentenza senza rinvio e dichiarando che il fatto non sussiste.
Si specifica tuttavia che, anche a fronte dell’assolvimento disposto a favore dell’imprenditore, il giudice di legittimità ha ricordato che l’amministrazione finanziaria risulta comunque legittimata ad accertare la violazione del contribuente ed irrogare la relativa sanzione in relazione all’imposta sotto-soglia dovuta e non versata.
L’art. 38-bis, comma 5, del cd. Decreto IVA (D.P.R. n. 663 del 1972), ai sensi del quale, nei gruppi societari, la garanzia necessaria ai fini del rimborso del credito IVA in misura superiore a 30.000 euro, può essere prestata dalla società capogruppo o dalla controllante mediante diretta assunzione dell'obbligazione di integrale restituzione della somma rimborsata, si applica ai soli gruppi societari aventi un patrimonio superiore a 250 milioni di euro risultante dal bilancio consolidato.
Ciò è quanto recentemente chiarito dall’Agenzia delle Entrate, mediante Risposta n. 6 resa in data 17 gennaio 2020 (consultabile in allegato), a seguito dell’interpello avanzato da una società in liquidazione.
In particolare, la società istante (partecipata per il 50% da pubblica amministrazione e per l'altro 50% da una spa con patrimonio superiore ai 250 milioni a totale partecipazione pubblica), intendeva avvalersi dell’art. 38-bis, comma 5, del Decreto IVA.
Tale disposizione seppur prevista per i gruppi societari con una consistenza patrimoniale rilevante, secondo la richiedente, sarebbe applicabile anche nel proprio caso. Ciò grazie alla natura pubblica dei soggetti partecipanti all’istante, che presterebbero dunque una garanzia fideiussoria idonea a tutelare il credito erariale, a prescindere dalla redazione di un bilancio consolidato di gruppo.
Il parere reso dall’Agenzia delle Entrate risponde in maniera negativa alla richiesta della società.
In particolare viene stabilita la non applicabilità della norma in esame al caso di specie.
L’art. 38-bis, comma 5, del cd. Decreto IVA, riguarda infatti i soli gruppi di società con patrimonio risultante dal bilancio consolidato superiore a 250 milioni di euro.
La garanzia può essere prestata mediante diretta assunzione da parte della società capogruppo o controllante di cui all'articolo 2359 del c.c. dell’obbligazione di integrale restituzione della somma da rimborsare, maggiorata degli interessi, all'Amministrazione finanziaria.
Dopo aver evidenziato quanto sopra, l’Agenzia ha escluso l’applicabilità della norma al caso di specie in quanto non ha ravvisato i requisiti essenziali richiesti dalla disposizione e cioè:
l’esistenza di un bilancio consolidato di gruppo;
la presenza di una società capogruppo o controllante.
Tale soluzione è conforme anche all’interpretazione fornita dall’ Agenzia delle Entrate nella circolare del 30 dicembre 2014, n. 32/E.
Notizia del: 2020-01-22