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Timestamp: 2019-07-19 02:38:15+00:00
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La doppia contribuzione degli amministratori di srl
21 febbraio 2012 Norme e tributi
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 15 del 2012, ha dichiarato la piena conformità alla Costituzione, nonché alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) dell’art. 12, comma 11, del DL 78/2010. Si tratta della norma di interpretazione autentica con la quale il Legislatore ha inteso risolvere in via definitiva la questione concernente l’obbligo, per il socio di una srl che partecipi personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza e che, nel contempo, sia anche amministratore, riscuotendo un apposito compenso, di iscriversi e di versare i contributi sia alla Gestione commercianti per la prima attività che presso la Gestione Separata per la seconda, oppure soltanto presso la Gestione previdenziale istituita per l’attività prevalente.
Va ricordato che l’INPS e la giurisprudenza di merito hanno da sempre sostenuto la legittimità della doppia iscrizione. In senso opposto si era espressa, invece, la prevalente giurisprudenza di legittimità, giungendo ad affermare a Sezioni Unite, con la sentenza n. 3240/2010, l’applicabilità del principio della prevalenza anche al socio lavoratore e amministratore di srl commerciale. Pochi mesi dopo, però, l’orientamento dell’INPS è stato recepito a livello legislativo: l’art. 12, comma 11, del DL 78/2010, infatti, ha sancito il principio della doppia contribuzione.
Con la sentenza in oggetto la Consulta ha ribadito che il Legislatore può emanare disposizioni retroattive, anche di interpretazione autentica, purché la retroattività trovi adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare principi, diritti e beni di rilievo costituzionale. È indubbio, inoltre, che tale soluzione, determinando il superamento di una situazione di oggettiva incertezza, abbia contribuito a realizzare principi di interesse generale e di rilievo costituzionale, quali la certezza del diritto e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Il collaboratore di studio non dipendente
3 febbraio 2012 Norme e tributi
Con la sentenza n. 248 del 12 gennaio 2012, la Corte di Cassazione ha ribadito che in un rapporto di collaborazione professionale deve escludersi la natura della subordinazione laddove risulti che il collaboratore non solo non sia sottoposto a vincoli di orario, ma che svolga anche attività riconducibili alla sfera dell’associazione professionale.
Nel caso in esame, i giudici d’appello avevano respinto la richiesta di attribuire il carattere di subordinazione ad un rapporto di lavoro intercorso tra un consulente fiscale e uno studio professionale.
Secondo la Corte d’Appello il rapporto intercorso tra le parti non poteva rivestire alcuna natura subordinata, semmai poteva essere riconducibile ad un’ipotesi di associazione professionale, anche in virtù di un riscontrato potere direttivo che il collaboratore esercitava nei confronti del personale di studio.
Contro questa sentenza sia il collaboratore sia l’INPS ricorrono in Cassazione. Secondo il ricorrente il riscontrato esercizio di un suo potere direttivo nei confronti del personale di studio era in contrasto con l’adombrata ipotesi di un’associazione professionale, essendo peraltro evidente che tra le parti era intercorsa un’intesa professionale, non per questo riconducibile ad un contratto di tipo associativo.
Per la Cassazione il ricorso deve essere respinto poiché la Corte di merito ha ritenuto, con valutazione logica e congruamente motivata, che il rapporto di lavoro non rivestiva natura subordinata. Infatti, dalle risultanze istruttorie era emerso che il collaboratore non solo dirigeva i dipendenti dello studio, ma non era vincolato ad un orario di lavoro e neppure all’obbligo di giustificare le assenze. Inoltre, nell’ambito della sua attività seguiva anche propri clienti che riceveva in studio. Decisivo anche il fatto che il consulente avesse sottoscritto con lo studio un contratto di associazione professionale