Source: http://www.avvocatocivilista.net/sentenza.php?id=14385
Timestamp: 2017-10-18 10:55:16+00:00
Document Index: 102977743

Matched Legal Cases: ['art. 2049', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 2043', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13']

Sangue infetto:il Ministero è responsabile delle emo...
Sangue infetto:il Ministero è responsabile delle emotrasfusioni perchè conosceva i rischi di contagio.
Il Ministero risponde ex art. 2049 c.c. per i danni subiti a seguito di emotrasfusioni laddove sia accertata l’omissione dell’attività di vigilanza e controllo e sia altresì accertata la conoscenza oggettiva, con riferimento all’epoca di produzione del preparato e ai più alti livelli scientifici, della possibile veicolazione di virus attraverso sangue infetto.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 7 giugno – 29 settembre 2017, n. 22832
Presidente Travaglino – Relatore Ambrosi
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il Ministero della Salute propone ricorso per cassazione affidato ad un unico articolato motivo. Resiste con controricorso S.G. .
Va rilevato che il Collegio ha disposto la redazione della presente sentenza in forma semplificata mediante "la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione" in osservanza dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. nel testo vigente, applicabile ratione temporis, anteriore alle modifiche dettate dalla L. n. 18 giugno 2009, n. 69.
1. Con un unico composito motivo ("Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c. n. 3. Difetto di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c. n.5. Erroneità della sentenza che ha dato per scontata la sussistenza del nesso di causalità tra patologia epatica del sig. S. e le trasfusioni subite. Difetto del nesso di causalità ed in ogni caso, difetto di qualunque comportamento colpevole imputabile al Ministero") il Ministero ricorrente lamenta, sotto un primo profilo, l’erroneità della sentenza impugnata con la quale la Corte di merito ha ritenuto la sussistenza del nesso di causalità tra le trasfusioni subite da S. e la patologia epatica dallo stesso sofferta. In particolare, osserva che "dei quattro classici criteri utilizzati dalla scienza medico-legale per la dimostrazione del nesso di casualità, se i primi tre (compatibilità del luogo, del tempo ed efficacia dell’agente causale) sono certamente presenti nel caso in esame, risulta tuttavia carente il quarto e cioè la convincente dimostrazione della mancanza di altre cause efficienti che bene sarebbero potute insorgere nel lungo periodo tra il fatto indicato come fonte di contagio e la diagnosi certa della patologia".
Sotto altro profilo, denuncia l’erroneità della sentenza impugnata per non aver ritenuto i giudici di appello condivisibili le considerazioni cui era pervenuto il giudice di prime cure in ordine all’esclusione della responsabilità colposa dell’amministrazione; in sostanza, insiste nel sostenere che non possa ritenersi colposa l’omissione relativa all’identificazione di un agente infettante all’epoca sconosciuto quale quello della epatite C, allora cd. "non A non B".
Le Sezioni Unite di questa Corte hanno ritenuto, pertanto, che ove sia accertata "l’omissione di tali attività" (di vigilanza e controllo), ove sia accertata altresì "con riferimento all’epoca di produzione del preparato, la conoscenza oggettiva ai più alti livelli scientifici della possibile veicolazione di virus attraverso sangue infetto" e ove sia accertata - infine - "l’esistenza di una patologia da virus HIV o HBV o HCV in soggetto emotrasfuso o assuntore di emoderivati" può ritenersi, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione "sia stata causa dell’insorgenza della malattia, e che, per converso, la condotta doverosa del Ministero, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito la verificazione dell’evento" (Cass. S.U. 11/01/2008, n. 581).
Fermo il richiamato principio, espresso in tema di nesso causale da comportamento omissivo, le Sezioni unite hanno pure chiarito che il criterio per la delimitazione temporale della responsabilità del Ministero è quello di ritenere sussistente la responsabilità del Ministero a decorrere dal 1978 (data di conoscenza dell’epatite B) anche per gli altri due virus (HIV e HCV epatite C), tenuto conto che essi non costituiscono eventi autonomi e diversi, ma solo forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolati dal sangue infetto, che il Ministero non aveva controllato, come pure era obbligato per legge; pertanto, "di fronte ad obblighi di prevenzione, programmazione, vigilanza e controllo imposti dalla legge, deve inoltre sottolinearsi che si arresta la discrezionalità amministrativa, ove invocata per giustificare le scelte operate nel peculiare settore della plasmaferesi. Il dovere del Ministero di vigilare attentamente sulla preparazione ed utilizzazione del sangue e degli emoderivati postula un dovere particolarmente pregnante di diligenza nell’impiego delle misure necessarie a verificarne la sicurezza, che comprende il dovere di adoperarsi per evitare o ridurre un rischio che è antico quanto la necessità della trasfusione" (così test. Cass. S.U. 11/01/2008, n. 581).
Pertanto, l’obbligo di controllo gravante sul Ministero non può non ritenersi operante anche anteriormente alle sopra riportate date di conoscenza dei singoli virus in quanto volto a garantire che il sangue utilizzato per le trasfusioni o per gli emoderivati fosse esente da virus e che i donatori non presentassero alterazione delle transaminasi, in adempimento di obblighi specifici posti dalle fonti normative speciali in materia (Sez. 6 - L, 04/02/2016 n. 2232 Rv. 638719 - 01).
La corte di merito nell’impugnata sentenza ha fatto piena e corretta applicazione dei principi soprarichiamati in tema di nesso causale. In particolare là dove ha affermato che "non può allora non ritenersi il Ministero della salute tenuto, anche anteriormente alle date di individuazione dei singoli virus (...) a controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni o per gli emoderivati fosse esente dai virus de quibus e che i donatori non presentassero alterazione alle transaminasi, in adempimento di obblighi specifici posti dalle fonti normative speciali già all’epoca in vigore". Inoltre ove, in relazione alla fattispecie concreta esaminata, ha rilevato che "il contagio è derivato dall’emostrasfusione del 1982 ed il Ministero non ha dimostrato di aver assolto ai doveri di vigilanza che la legge gli imponeva, né presso la struttura ospedaliera sono stati reperiti dal CTU nominato in primo grado i registri del 1982 sull’erogazione del sangue ai pazienti (tra cui l’appellante).". Ha ritenuto, quindi, coerentemente, che unico responsabile del contagio fosse il Ministero "poiché nessuna responsabilità è emersa a carico della facoltà di chirurgia della Università Federico II, risultando pacifica la provenienza delle sacche di sangue dal Ministero anche in assenza di documentazione attualmente reperibile e non essendo contestata all’Università alcuna ulteriore negligenza.".
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, trattandosi di controversia promossa da ente statale, esso risulta esente dall’obbligo di versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale (cfr. Sez. 3, 14/03/2014 n. 5955 Rv. 630550 - 01).