Source: http://www.diritto-penale.it/norme-penali-in-bianco.htm
Timestamp: 2020-02-25 21:19:27+00:00
Document Index: 122852858

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 650', 'sentenza ', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 650', 'art. 650', 'sentenza ']

Corte cost n 168 del 1971 sulle norme penali in bianco
Dal 12/06/09 7537516
La sentenza n. 168 del 1971 della Consulta è particolarmente rilevante in quanto fissa, in chiave generale, i presupposti di legittimità dell'integrazione, con fonti secondarie, delle cc.dd. norme penali in bianco.
Il giudice a quo osserva che la disposizione impugnata rappresenta una norma penale in bianco, con sanzione ricollegata ad un precetto concretamente determinabile solo al momento dell'emanazione del provvedimento amministrativo, in contrasto con la riserva di legge vigente in materia penale, secondo cui l'intero precetto dovrebbe essere determinato ex lege. Soggiunge il pretore di Massa Marittima che il requisito di legalità del provvedimento non supplisce alla insufficiente determinazione del precetto essendo - a suo parere - escluso il sindacato del giudice penale sul vizio di eccesso di potere. Si rileva infine nell'ordinanza di remissione che la comminazione di un'unica sanzione per l'inosservanza dei più disparati provvedimenti costituirebbe altresì violazione del principio costituzionale d'uguaglianza.
Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo dichiararsi l'infondatezza della questione proposta.
La difesa dello Stato respinge l'assimilazione fatta tra il caso dell'integrazione del precetto mediante il rinvio a norme regolamentari di là da venire, e quello della disobbedienza a provvedimenti legalmente dati dall'autorità, perché da un lato l'art. 650 del codice penale suppone l'esistenza di una legge che abiliti alla emanazione dei singoli provvedimenti, predeterminandone le condizioni di validità, e d'altro canto è pacifico, in dottrina e giurisprudenza, che il sindacato del giudice penale si estende a tutti i vizi di illegittimità del provvedimento, ivi compreso l'eccesso di potere.
Soggiunge l'Avvocatura che comunque la stessa Corte costituzionale, con le sentenze n. 26 del 1966 e n. 61 del 1969, ha precisato che il principio di legalità della pena è soddisfatto quando è una legge - non importa se proprio quella sanzionatrice o altra - ad indicare "con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto ed i limiti dei provvedimenti della autorità non legislativa, alla trasgressione dei quali deve seguire la pena".
Rileva infine che l'asserita violazione del principio di uguaglianza non sussiste perché il bene giuridico tutelato dalla norma impugnata è sostanzialmente unico, e cioè il mantenimento dell'ordine pubblico, inteso come preservazione delle strutture giuridiche della convivenza sociale.
Osserva il giudice a quo che se deve ammettersi che anche i diritti inviolabili dell'uomo e le libertà civili subiscano limiti in relazione alla sussistenza di altri diritti cui i primi devono armonizzarsi, ciè è legittimo soltanto ove i secondi abbiano anch'essi dignità costituzionale. Nella specie la limitazione nascente dalle ragioni di "ordine pubblico" sarebbe illegittima perché dettata dall'esigenza di tutelare un bene che non avrebbe rilievo costituzionale.
Osserva l'Avvocatura generale che l'esigenza di tutela dell'ordine pubblico, per quanto altrimenti ispirata rispetto agli ordinamenti autoritari, non è affatto estranea agli ordinamenti democratici e legalitari, nei quali gli obiettivi consentiti ai consociati non possono essere realizzati se non con gli strumenti ed i procedimenti previsti dalle leggi, e mai attraverso forme di violenza e di coazione, come riconosciuto dalla stessa Corte costituzionale con la sentenza n. 19 del 1962. Pertanto norme, come quella impugnata, che appaiono dettate al fine di reprimere turbamenti dell'ordine pubblico, in modo congruo e proporzionato, sono pienamente legittime.
1. - Non è fondato il dubbio di legittimità dedotto dall'art. 25, secondo comma, della Costituzione.
Questa Corte ha esaminato più volte la materia delle cosiddette norme penali in bianco, affermando che il principio di legalità non è violato "quando sia una legge dello Stato - non importa se proprio la medesima legge o un'altra legge - a indicare con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti dei provvedimenti dell'autorità non legislativa, alla cui trasgressione deve seguire la pena" (sentenza n. 26 dell'anno 1966).
Nel caso dell'art. 650 del codice penale la materialità della contravvenzione è descritta tassativamente in tutti i suoi elementi costitutivi e si pone in essere col rifiuto cosciente e volontario di osservare un provvedimento dato nelle forme legali dall'autorità competente per sussistenti ragioni di giustizia, sicurezza, ordine pubblico, igiene. Spetta al giudice indagare, volta per volta, se il provvedimento sia stato emesso nell'esercizio di un potere-dovere previsto dalla legge e se una legge dello Stato determini "con sufficiente specificazione" le condizioni e l'ambito di applicazione del provvedimento.
La riserva di legge è così rispettata e va rilevato, a questo proposito, che a torto si dice nelle ordinanze di remissione dei pretori di Massa Marittima e Chiusa d'Isarco che al giudice penale sarebbe preclusa l'indagine sul possibile eccesso di potere da parte dell'autorità che ha emesso il provvedimento. Al contrario la dottrina unanime e la giurisprudenza della Corte di cassazione da un decennio affermano che tale sindacato è doveroso.
2. - Infondato è pure il timore che la norma dell'art. 650 del codice penale possa violare il principio di uguaglianza, in quanto commina la medesima sanzione per l'inosservanza dei più diversi e variamente motivati provvedimenti della pubblica autorità. Oggetto del reato in esame sono, secondo la rubrica e secondo la chiara formulazione della norma incriminatrice, il turbamento della tranquillità e dell'ordine pubblico, beni che possono bensì venir offesi in infiniti modi, ma rimangono pur sempre gli stessi, come è uguale in tutti i casi la condotta del perturbatore, consistente nel rifiuto di ottemperare a un provvedimento legittimo. Inutile aggiungere che i limiti della pena prevista (dal minimo dell'ammenda fino a tre mesi d'arresto) consentono al giudice un ampio margine di discrezionalità.
3. - Né meno infondata è la questione proposta dalla terza ordinanza con riferimento ai diritti inviolabili dell'uomo, limitatamente all'inciso "o d'ordine pubblico".
È ovvio che la locuzione "ordine pubblico" ricorrente in leggi anteriori al gennaio 1948 debba intendersi come ordine pubblico costituzionale (sentenza n. 19 dell'anno 1962) che deve essere assicurato appunto per consentire a tutti il godimento effettivo dei diritti inviolabili dell'uomo.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 08 LUG. 1971