Source: https://issuu.com/ambasciatablr/docs/fisc-estera-9.13-ok
Timestamp: 2017-01-25 00:26:08+00:00
Document Index: 11952020

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 167', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 23', 'art. 29', 'art. 32', 'art. 40', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 3']

Bielorussia: pianificare l'internazionalizzazione dell'impresa by Ambasciata bielorussa in Italia - issuu
ESTERA n. 9 • 2013
•	Aspetti ed elementi contrattuali
•	Aspetti fiscali
•	Imposte e tasse
•	Doganale
•	Societario
•	Quesiti
Rivista telematica mensile
di Padova n. 1466
Niki Caragiulo
di abbonamento annuale
Fiscoetasse s.r.l.
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051-223459
n. 9 • 2013
Bielorussia: pianificare l’internazionalizzazione dell’impresa....	»	4
La Normativa CFC Applicata ai Paesi Extra Black List...............	»	8
La tassazione a Malta..............................................................	»	12
Holding con sede a Cipro........................................................	»	14
La Cina e il modello del family business italiano – le PMI.......	»	17
Business english o italian english business correspondence?....	»	19
Le strategie di specializzazione e focalizzazione nel settore
della chimica specialistica.......................................................	»	22
L’Iran e l’embargo....................................................................	»	25
Relazioni e accordi internazionali del Vietnam........................	»	30
Domande & Risposte...............................................................	»	38
BIELORUSSIA: PIANIFICARE
Mattia Baù nasce a Verona, si laurea nel
2003, presso l’Università degli Studi di
Trento, dove permane dopo la laurea
in qualità di consulente dell’Università
degli Studi di Trento, dove ha svolto
anche attività didattica in qualità di
assistente nonché tutor del corso di
Analisi e Contabilità dei Costi e Controllo
di Gestione. Dopo diverse esperienze
professionali in Italia in qualità di
advisor presso KPMG e all’estero, tra
cui spicca quella svolta in U.S.A. in
cui ha vissuto per circa un anno, rientra
a Verona, dove nel 2009 inizia la sua
collaborazione con lo Studio Associato
Baù Martini, dove, svolge la sua attività
professionale principalmente nelle aree
fiscalità internazionale, occupandosi di
M&A e delocalizzazione d’azienda.
Riveste il ruolo di partner dello studio e
responsabile dell’Area Europa e Middle
Tra i paesi “incrociati” nel suo percorso
professionale, caratterizzato da costanti
esperienze maturate all’estero, la
Bielorussia è quello che negli ultimi
due anni l’ha visto impegnato nella
gestione e coordinamento di progetti,
che vanno dalla joint venture, alla
delocalizzazione, passando per lo
sviluppo di business plan internazionali.
Ha coordinato e partecipato anche
in qualità di relatore a convegni
e incontri di studio nel settore
dell’internazionalizzazione d’impresa,
fa parte della commissione fiscalità e
relazioni internazionali dell’Ordine
Dottori Commercialisti di Verona, di cui
è stato relatore nell’ultimo convegno.
La Bielorussia è uno dei Paesi rientrante nella
Comunità degli Stati Indipendenti (CIS),
spesso “sottostimata” dagli operatori rispetto alla Russia per le sue ridotte dimensioni
(estensione pari a 207.595 km2) nonostante
il suo numero di abitanti (9.467.700, 2010).
Tuttavia, la Repubblica della Bielorussia è un
Paese molto moderno e burocraticamente
snello che presenta molte opportunità a livello internazionale anche in settori strategici (chimica, meccanica, tessile, ecc).
La Bielorussia è un paese fortemente aperto
agli investimenti di capitali stranieri, caratterizzato da bassa fiscalità, con forza lavoro altamente qualificata e una posizione strategica, la Bielorussia infatti rappresenta una cerniera ottimale tra enormi mercati dell’Unione
Doganale e dell’Unione europea, il che potrebbe essere sfruttato da aziende italiane per
il collocamento sul territorio bielorusso delle
proprie unità produttive, logistiche e commerciali. Dal 1° gennaio 2012 la Bielorussia, la
Russia e il Kazakhstan sono passati a un livello più alto di integrazione, attraverso la creazione dello Spazio Economico Comune. La
nascita dell’Unione Doganale e dello Spazio
Economico Comune hanno reso sempre più
agevoli interscambi commerciali e la delocalizzazione delle imprese Europee. Fiscalità estera n. 9 • 2013
ro essere soggetti comunque a tassazione in Italia per applicazione del cosiddetto “principle of
worldwide taxation”.
Scheda Paese Bielorussia
Residenza fiscale in ambito
nazionale, internazionale e criteri
di esterovestizione
La Repubblica di Bielorussia, a partire dal 1° gennaio 2009, consente di scontare un’aliquota fiscale fissa (flat tax) pari al 12% sui redditi delle
persone fisiche e al 18% sui redditi delle persone giuridiche. Nel presente articolo cercheremo
di approfondire i risvolti legati ad una simile bassa tassazione.
In alcune zone, l’aliquota fiscale per le persone
giuridiche può ridursi al 9% e addirittura arrivare allo 0% per i primi 5 anni di attività, come nel
caso delle aree denominate Free Economic Zones (Minsk, Gomel, Vitebsk, Grodno, Brest e Mogivel), oppure all’interno dell’High Technologies
Park a Minsk, entro il quale, le società non sono
soggette all’imposta sulle società ma debbono
corrispondere annualmente l’1% del reddito lordo realizzato all’amministrazione dell’HTP. I dividendi corrisposti a soggetti esteri non residenti, inoltre, scontano una ritenuta del 12% fatto
salvo quanto previsto dagli accordi bilaterali contro le doppie imposizioni. Gli interessi e le royalties corrisposti a soggetti non residenti vengono
tassati con ritenuta fiscale del 10% e del 15%. Si
precisa che, se il soggetto erogante è una società
localizzata nell’High Technologies Park la ritenuta scende drasticamente al 5% a meno che un accordo fra i due Paesi non disponga diversamente.
Inoltre, è prevista la non imposizione dei dazi doganali in importazione di materie prime, l’esenzione sulla tassa sui veicoli e l’esenzione sulle imposte immobiliari. La Repubblica di Bielorussia,
inoltre, nel 2010 ha creato assieme alla Russia e
Kazakistan un’area denominata “Spazio Economico Comune” entro il quale tutte le merci posso
liberamente circolare senza imposizione di dazi
doganali; questo ha consentito e consente attualmente una forte attrattiva d’investimento per le
società straniere tra cui l’Italia, la quale si colloca al 4° posto per volume totale di scambi con
15.175 milioni di dollari pari a circa il 7% dell’attività economica estera totale dell’unione doganale.
Da qui si evince il notevole vantaggio fiscale vigente all’interno della Repubblica della Bielorussia rispetto all’attuale imposizione fiscale Italiana,
ma allo stesso tempo, occorre predisporre in maniera accurata tutte le fasi preliminari di internazionalizzazione e costituzione di nuove società
al fine di evitare qualsiasi tipo di criticità riguardante i criteri nazionali e internazionali di esterovestizione e di residenza fiscale di società estera, eliminando in toto la possibile attrazione dei
redditi prodotti in Bielorussia da parte di società
partecipate da soggetti italiani, i quali potrebbe-
L’art. 73, comma 3, TUIR stabilisce che si considerano residenti le società, associazioni ed enti
che per la maggior parte del periodo di imposta soddisfano almeno uno dei seguenti requisiti: sede legale, sede dell’amministrazione o l’oggetto principale della loro attività in Italia. Con il
termine maggior parte del periodo di imposta si
deve far riferimento a 183 giorni di calendario o
184 giorni per gli anni bisestili; si evidenzia che
per il raggiungimento di questo limite vanno considerati anche i giorni non continuativi pur sempre all’interno del medesimo periodo di imposta.
In ambito internazionale, nel caso di società ed
enti che, in base alle leggi dei singoli Paesi, risultano residenti in più Stati, l’art. 4 del Modello
OCSE stabilisce che la residenza fiscale si colloca
nel luogo in cui si trova la sede dell’amministrazione, ovvero, “Place of effective management”,
vale a dire il luogo in cui è svolta l’attività di amministrazione e direzione dell’impresa. Si precisa
che il paragrafo 24 del Commentario OCSE in riferimento all’art. 4 stabilisce che, in linea di principio generale, la sede di direzione effettiva è individuabile “nel luogo di assunzione delle decisioni chiave (di natura gestionale e commerciale) necessarie per la conduzione dell’attività della persona giuridica, nel luogo dove la persona
o il Gruppo di persone che esercitano le funzioni di maggior rilievo assumono ufficialmente le
loro decisioni, o ancora nel luogo di determinazione delle strategie che dovranno essere adottate
nel suo insieme”. Diviene essenziale sottolineare
che in caso di società controllate, la sede di direzione effettiva non può essere il luogo in cui vengono prese le decisioni strategiche, in quanto le
stesse sono assunte dalla Capogruppo, e pertanto
in questi casi bisogna fare riferimento al luogo di
“gestione e direzione quotidiana” concretizzandosi questa nel luogo dove vengono svolte tutte
le attività ordinarie in modo continuativo, come,
ad esempio, l’attività di organizzazione e controllo dei processi e dei fattori produttivi, la gestione
del personale, le attività di relazione con i terzi, la
stipula di contratti inerenti la gestione ordinaria,
gli incassi e i pagamenti (significativo in questo
caso stabilire chi ha l’effettiva titolarità dei conti correnti intestati all’ente e chi di fatto ne dispone). Sul punto si sottolinea come la stessa Amministrazione Finanziaria ha chiarito che all’interno
di Gruppi societari alcune attività come il controllo e il marketing sono tipicamente svolte dalla
Fiscalità estera n. 9 • 2013
Capogruppo. La valutazione di tali elementi deve
essere sempre fatta in un’ottica di prevalenza della sostanza sulla forma, come ricorda esplicitamente lo stesso commentario per cui “la determinazione del luogo della direzione effettiva è una
questione di fatto, nella quale occorre la prevalenza della sostanza sulla forma”. Si precisa, inoltre, che in sede di controversie con l’amministrazione finanziaria la normativa pattizia, ovvero, gli
accordi e/o convenzioni bilaterali tra gli Stati, per
il principio di specialità, devono ritenersi prevalenti rispetto alle norme dell’ordinamento interno
di ogni stato, ovvero, la prevalenza dei trattati internazionali rispetto alle norme interne.
Caso Bielorussia: la costituzione
di una Joint Venture italo-bielorussa
Il caso reale in questione, ha riguardato la costituzione di una Joint Venture tra due società, una
società italiana e una società bielorussa attraverso la costituzione di una New.Co. Limited Liability Company bielorussa. Nel concreto, la New.Co.
è composta per il 70% del Capitale Sociale da
parte di una società italiana (CONTROLLANTE) e
per il restante 30% da parte di una società bielorussa. Si precisa, che nel caso in questione, i soci
italiani sono tutti residenti fiscalmente in Italia e
che i soci bielorussi sono tutti residenti fiscalmente in Bielorussia.
Collegandoci quindi al caso reale della costituzione di “joint venture” tra le due società (italo/
bielorussa), è stato necessario definire, in via preliminare e soprattutto prima della costituzione
della nuova società la predisposizione di un “Memorandum of Understanding”, ovvero, un documento legale che ha consente di regolare l’attività
gestionale dell’impresa estera. Questo documento legale, infatti, descrive l’accordo bilaterale tra
le due controparti, ed è rilevante ai fini giuridici,
consentendo di pattuire e regolare in via “amichevole” aspetti critici dell’operazione collegate
a possibili rischi e/o problematiche sia di residenza fiscale che di scelta del “Board of Directors”
e di scelta del sistema di reporting direzionale. Il
Memorandum of Understanding, infatti, consente
in via preliminare di pianificare la gestione e direzione della società ed i relativi poteri da attribuire ai singoli componenti del Consiglio di Amministrazione della nuova società bielorussa.
All’interno del Memorandum of Understanding
è stata, quindi, trattata la questione può delicata collegata alla nomina del “Board of Directors”,
aspetto quest’ultimo critico nella fase preliminare. Il cliente italiano, infatti, inizialmente aveva
ipotizzato la nomina di un Consiglio di Amministrazione formato da un Direttore locale bielorusso e un Direttore italiano residente fiscalmente
in Italia. Questa soluzione però è stata fortemen-
te discussa durante i vari meeting tra le parti cercando di evitare il più possibile la delega di poteri
verso l’amministratore italiano al fine di mantenere il principio di autonomia gestionale dell’attività societaria in loco (Bielorussia) avendo comunque riguardo di mantenere il controllo (Italia), in
qualsiasi momento, della nuova società da parte
del socio italiano nel pieno rispetto della normativa internazionale riguardante il principio sopra
citato del “place of effective management”. Sono
state quindi definite tra le parti e nel Memorandum of Understanding le relative deleghe dei poteri da attribuire all’amministratore bielorusso al
fine di mantenere in Bielorussia tutte le principali
attività di ordinaria amministrazione vincolando
invece all’obbligo di firma congiunta di entrambi
gli amministratori (italo/bielorussi) relativamente
a tutte le attività di straordinaria amministrazione.
Al fine di mantenere un controllo effettivo dell’operatività della nuova società da parte del socio
italiano, si è deciso di optare per il controllo dei
flussi finanziari e di tutti i conti correnti bancari
della nuova società attraverso la predisposizione
da parte delle Banche locali bielorusse di dispositivi informatici quali Token e homebanking con
non poche problematiche legate sia alla lingua
del sistema operativo che all’interfaccia con i sistemi ERP della società italiana. In sostanza, questa soluzione adottata ha consentito e consente
tutt’ora di avere in qualsiasi momento il controllo diretto da parte della società italiana dei conti
correnti e delle relative movimentazioni finanziare della nuova società garantendo comunque la
totale autonomia operativa e gestionale dell’amministratore locale bielorusso e quindi il rispetto del principio sopra citato del “place of effective management” e della non commistione nella
gestione da parte del socio italiano. Relativamente ai flussi finanziari si è inserito, inoltre, nel Memorandum of Understanding la predisposizione
di due conti correnti distinti, uno per l’ordinaria
gestione e amministrazione della nuova società
in rubli bielorussi e un altro con valuta in dollari. Questo secondo conto corrente in valuta estera ha un duplice scopo: il primo legato alla salvaguardia della forte fluttuazione della moneta locale (rubli bielorussi) e il secondo legato alla salvaguardia dei flussi in uscita nel conto corrente in
quanto il conto corrente in dollari più essere movimentato disgiuntamente in entrata ma con firma congiunta in uscita, divenendo in sostanza la
“cassaforte” della società pur garantendo il principio dell’operatività quotidiana della società nel
rispetto di prevalenza del criterio della sostanza
sulla forma “substance over form”. Vale a dire fatti e circostanze incontrovertibili che comprovino,
oltre ogni ragionevole dubbio, l’assenza di autonomia giuridica, contrattuale, finanziaria e, soprattutto, funzionale della legal entity estera ri-
spetto al soggetto partecipante italiano. Si ricorda che l’onere della prova della non effettiva residenza all’estero in paesi white list di società partecipate da soggetti residenti in Italia è posto in
carico dell’Amministrazione finanziaria e non viceversa. Questa precisazione ci consente quindi
di chiarire che è e sarà l’amministrazione finanziaria che dovrà dimostrare la non residenza della
società nel territorio estero in questione.
Si ricorda, in riferimento al “Board of directors”
che, in una recente sentenza della C.T.P. di Belluno (Sent. 173/01/2007, in Corr. Trib. 12/2008, è
stata affermata la residenza in Italia di una società di diritto tedesco controllata da una società italiana, facendo principalmente leva sul fatto che, in
presenza di due amministratori con poteri disgiunti, tutte le principali decisioni ed operazioni poste
in essere dalla controllata tedesca erano ascrivibili
all’amministratore residente in Italia, che era anche
amministratore e socio della società controllante,
mentre nel processo non erano stato concretamente provate le mansioni adempiute dall’altro amministratore, residente in Germania.
Dalla sentenza emerge quindi l’importanza nella scelta sia del Board of Directors che dei singoli poteri di amministrazione da attribuire in fase
preliminare alla costituzione della nuova società
estera al fine di attenuare l’insorgere di fenomeni
di “dual residence” e di evitare una doppia imposizione giuridica con conseguente principio di attrazione dei redditi prodotti in Bielorussia ma tassabili in Italia, così detto, Principle of Worldwide
Il Sistema di Reporting e Controllo
L’ultimo aspetto, rilevante nella fase di joint venture tra le parti, ha riguardato la predisposizione
del Balance Sheet e del Profit & Loss Account della nuova società costituente e del sistema di reporting direzionale. La normativa bielorussa infatti non obbliga le società di capitali alla redazione e deposito del bilancio in formato CEE essendo
al di fuori della comunità europea, questo causa spesso non pochi disallineamenti nella ricongiunzione del piano dei conti con società estere.
La normativa locale bielorussa consente appun-
to una rendicontazione finanziaria per flussi di
cassa, verosimilmente ad sistema di “Cash Flow”.
Nel caso in esame, al fine di allineare la contabilità bielorussa con quella italiana, si è quindi provveduto alla schematizzazione e ricongiunzione di
tutto il “piano dei conti” della società con l’allineamento delle voci sia di stato patrimoniale che di
conto economico. Quello che si rende necessario
nella fase preliminare alla costituzione o apertura
di nuove società o branch in Bielorussia o comunque nella zona dei paesi CIS (Bielorussia, Russia e
Kazakistan), è di porre attenzione non solo nella
predisposizione del piano strategico finanziario o
della predisposizione del Business Plan annuale
o trimestrale ma soprattutto della codifica del piano dei conti con il bilancio locale al fine di evitare spiacevoli inconvenienti durante la consuntivazione dei vari bilanci infra annuali e annuali,
soprattutto per il principio di competenza vigente nella normativa italiana rispetto al principio di
cassa vigente nella normativa bielorussa.
Il sistema di reporting direzionale, infine, è stato creato ad hoc al fine di evidenziare in maniera
precisa e dettagliata tutti i prezzi di trasferimento dei prodotti che vengono fatturati dalla società
italiana verso la società controllata bielorussa in
quanto, dal primo gennaio 2012, è divenuta obbligatoria la predisposizione del masterfile e del
relativo transfer pricing per le società di capitali bielorusse controllate, in maniera maggioritaria
da società straniere. Al fine di evincere ogni dubbio riguardante i prezzi di trasferimento, sono stati creati appositi contratti tra le parti per la determinazione della scontistica media applicata tra la
società italiana e la società bielorussa con analisi dei listini prezzi applicati dai competitors nel
mercato locale bielorusso di riferimento. Nei contratti sono state inoltre specificate tutte le attività
svolte in autonomia da parte della società bielorussa ed il sistema di ripartizione dei costi delle
funzioni di Gruppo. I contratti in essere svolgono,
quindi, una duplice funzione sia in termini probatori di determinazione dei prezzi interni di trasferimento che in termini di autonomia funzionale della società bielorussa rispetto al soggetto partecipante italiano.
La Normativa CFC Applicata
ai Paesi Extra Black List
Chiara Porrovecchio, Dottore
di ricerca in Economia
Revisore dei Conti, e abilitata
in Piemonte dal 2006.
Attualmente svolge attività
di Audit Interno presso una
amministrazione fiscale.
Un particolare aspetto dell’ampio contesto prescrittivo sulla tassazione delle società estero-vestite è inserito al n. 167, comma 8-bis*, del Tuir e prevede le seguenti implicazioni “la disciplina di cui
al comma 1 trova applicazione anche nell’ipotesi in cui i soggetti controllati ai sensi dello stesso
comma sono localizzati in Stati o territori diversi da quelli ivi richiamati, qualora ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni:
a) sono assoggettati a tassazione effettiva inferiore a più della metà di quella a cui sarebbero stati
soggetti ove residenti in Italia;
b) hanno conseguito proventi derivanti per più del
50% dalla gestione, dalla detenzione o dall’investimento in titoli, partecipazioni, crediti o altre attività finanziarie, dalla cessione o dalla concessione in
uso di diritti immateriali relativi alla proprietà industriale, letteraria o artistica nonché dalla prestazione
di servizi nei confronti di soggetti che direttamente
o indirettamente controllano la società o l’ente non
residente, ne sono controllati o sono controllati dalla
stessa società che controlla la società o l’ente non residente, ivi compresi i servizi finanziari”.
Per mezzo “del comma 8-bis”, il legislatore del
2009 ha inteso colpire non solo le localizzazioni delle imprese italiane nei Paesi Off-Shore, ma
anche qualsiasi società residente all’estero, a prescindere dalla sua localizzazione.
Preliminarmente la norma si applica a tutti i contribuenti (privati, imprese, soggetti IRES, che detengono partecipazioni “di controllo**” in società estere se sono verificate le condizioni di cui ai
punti a) e b) che seguono.
* Modificato dal d.l. 78/2009 convertito in legge n. 102/2010.
** Rileva il controllo, anche indiretto, ex articolo 2359, primo e secondo comma, Codice civile.
Requisito delle “passive income“
superiori al 50% dei ricavi
La disposizione che stiamo esaminando è finalizzata a contrastare le politiche di delocalizzazione dei passive income attuate mediante la collocazione, in Paesi a fiscalità privilegiata, degli asset produttivi di detti redditi. A tal fine, sono attratti a tassazione in Italia quei redditi che solo
formalmente sono prodotti all’estero, mediante la
creazione, di società apparentemente autonome,
che sostanzialmente svolgono attività di sfruttamento passivo di asset in grado di per sé, ovvero
per le loro caratteristiche intrinseche, di produrre
reddito (c.d. società senza impresa). La norma in
esame va interpretata coerentemente con i principi comunitari in materia di antiabuso che riconoscono al contribuente, cui si applicano, particolari disposizioni nazionali che individuano delle
soglie al di là della quali il rischio di abuso diventa più elevato, la possibilità di dimostrare il contrario.
In relazione alla locuzione “nonché dalla prestazione di servizi nei confronti di soggetti che direttamente o indirettamente controllano la società o l’ente non residente… ivi compresi i servizi
finanziari” sono emerse divergenze interpretative
tra l’Amministrazione finanziaria ed i professionisti intermediari1, la quale non ha ritenuto di escludere a priori dal novero delle passive income le
operazioni di compravendita di merci e prodotti
finiti ed i relativi servizi di lavorazione, effettuate
con controparti appartenenti al medesimo gruppo. Tale posizione di fatto amplia la portata della
norma oltre quello che è il riferimento ai soli servizi generici, quali ad esempio quelli amministrativi e contabili, di tesoreria centralizzata, e le consulenze di varia natura.
Tassazione effettiva del Paese estero
Ai fini della verifica della condizione prevista
dalla lett. a) del comma 8-bis dell’articolo 167
del Tuir, la circolare n. 51/2010 dell’Agenzia
delle Entrate ha chiarito che, tenendo conto della collocazione della CFC rule nel Tuir, il confronto tra la tassazione effettiva estera e quella “virtuale” interna va effettuato considerando
esclusivamente le imposte sul reddito, da individuare facendo riferimento, alla Convenzione
per evitare le doppie imposizioni vigente con lo
Stato estero qualora esistente, ed escludendo in
ogni caso l’IRAP.
Invece, in mancanza di una Convenzione tra l’Italia e lo Stato estero, si devono considerare, sul
fronte interno, unicamente l’IRES e sue eventuali addizionali, mentre, sul fronte estero, le cor1. Circolare 28/E 2011.
rispondenti imposte sul reddito, a prescindere
dall’ente riscossore (es. imposte sul reddito federali, statali, ecc.).
Per quanto riguarda, inoltre, la comparazione richiesta dalla norma in commento – coerentemente con quanto previsto nella relazione di accompagnamento all’articolo 13 del d.lgs. n. 78 del
2009 – occorre fare riferimento, relativamente ad
entrambi i termini del confronto, al “carico effettivo di imposizione (e non all’aliquota nominale
di imposizione societaria) gravante sulla società
estera”. A tal fine, pertanto, servirà considerare
l’“effective tax rate”, ossia il rapporto tra l’imposta corrispondente al reddito imponibile e l’utile
ante imposte.
Il tax rate estero, va determinato facendo riferimento innanzitutto ai dati risultanti dal bilancio
di esercizio (o rendiconto) della società estera, redatto secondo le norme locali.
Inoltre ai fini della corretta individuazione del carico fiscale complessivo di competenza dell’esercizio, rilevano in linea di principio, le sole imposte correnti e non anche le eventuali imposte anticipate e differite.
Si deve trattare di imposte sul reddito effettivamente dovute nello Stato o territorio estero di localizzazione, che devono trovare evidenza nel
bilancio (o rendiconto) di esercizio della società,
nella relativa dichiarazione dei redditi presentata alle competenti autorità fiscali, nonché nelle
connesse ricevute di versamento.
Il documento di prassi prosegue, analizzando in
dettaglio gli elementi da considerare nel calcolo
precisando che non devono essere considerati gli
effetti sul calcolo del reddito imponibile e/o delle
imposte corrispondenti di eventuali agevolazioni
di carattere temporaneo o non strutturale, riconosciute alla generalità dei contribuenti dalla legislazione dello Stato estero.
Assumono, invece, rilevanza altre forme di riduzione di imposte spettanti al singolo contribuente diverse da quelle sopra citate come, ad esempio, quelle accordate in base ad un apposito ruling concluso da quest’ultimo con l’Amministrazione fiscale estera.
Nella verifica del tax rate effettivo, stampa specializzata e amministrazione fiscale si sono particolarmente occupate delle seguenti problematiche
•	la rilevanza delle differenze temporanee “pregresse” ai fini dell’effective tax rate estero;
•	il trattamento delle perdite fiscali estere per la
determinazione del tax rate, maturate antecedentemente all’entrata in vigore della norma
(primo anno utile 2010);
•	il trattamento dei fondi e degli accantonamenti.
In merito ai predetti punti sono stati espressi dei
chiarimenti con circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 23/2011 del 26 maggio 2011.
Per disapplicare la norma sulle Cfc extra black list,
occorre dimostrare che la società non è una costruzione artificiosa cioè che essa, pur in presenza di motivazioni fiscali, è realmente impiantata
nello stato estero ed esercita in loco attività economiche effettive.
Si tratta di un adempimento obbligatorio (come
più volte ribadito nella circolare n. 51/2010), che
il contribuente deve eseguire qualora intenda disapplicare la disciplina in esame nei confronti di
una sua controllata estera, che, in un determinato
periodo d’imposta, supera entrambi i limiti indicati nel comma 8-bis.
Infatti tali limiti, vanno considerati come soglie al
superamento delle quali, si presume – salvo prova contraria – sia più elevato il rischio di abuso,
ovvero la possibilità che la partecipata estera sia
una struttura di puro artificio.
Il parere reso dall’Agenzia delle entrate non è
vincolante per il contribuente, che resta libero
di decidere se uniformarsi o meno alla risposta
ottenuta. Il carattere non vincolante di tale parere comporta che, nel caso in cui l’istante decida di non uniformarsi alla risposta ottenuta, resta
per lui impregiudicata la possibilità di dimostrare
anche successivamente – ad esempio in sede di
contenzioso – la sussistenza delle condizioni che
consentono la disapplicazione della CFC rule.
L’amministrazione fiscale fa proprie le disposizioni della Risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea sul coordinamento delle norme sulle
società estere controllate (SEC) e sulla sottocapitalizzazione nell’Unione europea, dell’8 giugno
2010, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea C156 del 16 giugno 2010, che prevede un elenco non esaustivo di indicatori, in presenza dei quali è ragionevole presumere che gli
utili della controllata estera siano stati artificiosamente trasferiti ad una CFC e quindi distratti dallo
Stato UE di origine.
In particolare, ai sensi della citata Risoluzione,
sono considerati indicatori dell’artificiosità della
struttura estera:
a.	“l’insufficienza di motivi economici o commerciali validi per l’attribuzione degli utili, che pertanto non rispecchia la realtà economica;
b.	la costituzione non risponde essenzialmente a
una società reale intesa a svolgere attività economiche effettive;
c.	non esiste alcuna correlazione proporzionale
tra le attività apparentemente svolte dalla CFC
e la misura in cui tale società esiste fiscalmente
in termini di locali, personale e attrezzature;
d.	la società non residente è sopracapitalizzata:
dispone di un capitale nettamente superiore a
quello di cui ha bisogno per svolgere un’attività;
e.	il contribuente ha concluso transazioni prive
di realtà economica, aventi poca o nessuna fi-
nalità commerciale o che potrebbero essere
contrarie agli interessi commerciali generali se
non fossero state concluse a fini di evasione fiscale”.
La circolare 51/2010 dell’Agenzia delle Entrate, puntualizza che l’efficacia del parere reso
dall’Amministrazione finanziaria in merito alla disapplicazione del comma 8-bis dell’articolo 167
del Tuir non è circoscritta al periodo d’imposta
cui la richiesta di disapplicazione è rivolta.
Ciò in quanto la formulazione letterale della specifica esimente di cui al comma 8-ter (art. 167
TUIR) individua l’oggetto della valutazione affidata all’Amministrazione nella sostanza della
“costruzione” estera.
È evidente che il riconoscimento del carattere
non artificioso della “costruzione” estera rappresenta, laddove verificato, un dato acquisito. Ciò,
ovviamente, a condizione che nei successivi esercizi permangano inalterate le condizioni fattuali
rappresentate nell’istanza sulla quale si è fondato
il parere positivo dell’Agenzia delle entrate.
Invece, in caso di parere negativo alla disapplicazione della CFC rule, resta impregiudicato per il
contribuente la possibilità di presentare una nuova istanza di interpello. Ciò ovviamente nel presupposto che nel frattempo si siano modificate le
circostanze di fatto che hanno determinato – in
precedenza – la pronuncia negativa dell’Amministrazione finanziaria.
L’istanza per la disapplicazione della CFC rule va
inoltrata all’Agenzia delle entrate preventivamente, per il tramite delle competenti Direzioni Regionali.
Come specificato con circolare n. 32/E del 2010,
trattandosi di un comportamento che trova attuazione nella dichiarazione dei redditi, l’istanza va
presentata – a pena di inammissibilità – in tempo
utile per ottenere la risposta prima della scadenza
del termine ordinario di presentazione della predetta dichiarazione.
L’Amministrazione finanziaria rende il proprio
parere “entro centoventi giorni decorrenti dalla
data di consegna o di ricezione dell’istanza di interpello da parte dell’ufficio (…)” (cfr. articolo 4,
comma 1, decreto 26 aprile 2001, n. 209), pena
il consolidamento del silenzio-assenso. In caso di
richiesta di documentazione integrativa, tale termine si interrompe e riprende a decorrere ex novo
a partire dal momento in cui l’Agenzia delle entrate riceve l’ulteriore documentazione.
•	Decreto legge n. 78/2009 (norma e lavori preparatori)
•	Commenti in relazione all’art. 13 del d.l.
78/2009. Osservazioni integrative. Tavolo interassociativo Abi – Ania – Assonime-Confindustria (marzo 2010)
•	Decreto Ministero delle Finanze del 4 settembre 1996
•	Circolare Agenzia delle entrate n. 51 E del 6 ottobre 2010
•	Circolare Agenzia delle entrate n. 23 E del 26
•	Circolare Agenzia delle entrate n. 28 E del 21
•	Risoluzione Agenzia delle entrate n. 43 E del
•	Studio a cura della Commissione Imposte Dirette e reddito di impresa. Operazioni con Soggetti Residenti in Paesi Black List: Procedura
operativa (giugno 2012).
•	Studio a cura della Commissione Imposte Dirette e reddito di impresa. Oneri finanziari per
bilancio 2011 e successivi. Procedura per la
determinazione dell’ammontare deducibile
(giugno 2012).
La caratteristica fondamentale del sistema
impositivo maltese è rappresentata dal fatto
che le modalità di tassazione sono identiche
sia per le persone giuridiche che per quelle
Cristina Rigato nasce a
Padova, dove attualmente
svolge la professione di dottore
commercialista presso lo Studio
di cui è fondatrice.
in ambito aziendale,
societario, fiscale, contabile
dell’impresa ed è autrice
versatile con all’attivo oltre 20
volumi e più di 200 articoli
per riviste specializzate nel
settore tributario e contabile. È
relatrice a numerosi convegni in
tutta Italia in diverse tematiche
dell’area fiscale.
cristina.rigato@studiorigato.com
Le persone fisiche sono soggette alle imposte sul reddito e sia i dipendenti che i lavoratori autonomi sono tenuti al versamento di somme a titolo di oneri contributivi obbligatori. Sono considerati soggetti passivi di
imposta tutti i residenti. La base imponibile per il calcolo delle imposte
è rappresentata da attività professionali, imprenditoriali, lavoro dipendente, interessi e dividendi, pensioni, locazioni e royalties. Le aliquote
applicate per la determinazione delle imposte variano dallo 0 al 35%.
Secondo le disposizioni normative contenute nel Income Tax Act del
1948 e nell’Income Tax management Act del 1994 sono soggetti passivi di imposta per tutti i redditi ovunque prodotti le persone fisiche “ordinariamente” residenti o domiciliate a Malta. Le persone fisiche che non
hanno residenza ordinaria a Malta o non sono ivi domiciliate sono considerati soggetti passivi solo per quanto attiene ai redditi originati a Malta o per i redditi originati all’estero ma introdotti a Malta, escluse le somme derivanti da capital gain.
Un soggetto è considerato residente “ordinario” quando dimostra immediatamente la propria intenzione a permanere per più di 3 anni. In tal
caso sarà considerato residente a partire dal suo arrivo nel Paese. Secondo la normativa fiscale maltese se un soggetto è residente a Malta, però
è domiciliato altrove sarà soggetto a tassazione solo sui redditi prodotti
a Malta mentre quelli prodotti all’estero verranno colpiti solo se rimessi
entro il territorio attraverso i canali bancari.
I redditi assoggettati ad imposta sono: redditi d’impresa e lavoro autonomo, redditi da lavoro dipendente, da investimenti, da capital gain.
Sono redditi esenti: alcuni redditi da capital gain, i redditi pensionistici,
le borse di studio e gli assegni per il mantenimento dei figli.
Il sistema maltese si basa sull’imputazione totale dell’imposta pagata
dalla società a credito degli azionisti che ricevono il dividendo. Viene
operata una distinzione fra reddito imponibile ed esente. Le persone fisiche e le società di persone residenti che incassano il dividendo proveniente dai redditi imponibili non subiscono ulteriore imposizione poiché l’aliquota massima del 35% è comune con quella delle società. I di-
videndi provenienti da redditi esenti scontano invece una ritenuta del 15% se distribuiti a persone
fisiche e società di persone maltesi. Non si applica alle società di capitali residenti.
Reddito società
Per quanto riguarda le società, soggetti passivi
di imposta sono quelle società costituite a Malta o comunque con un centro di gestione situato in territorio maltese. L’aliquota ordinaria applicata per il reddito delle società è pari al 35% del
reddito prodotto. A fronte di questo rilevante carico impositivo sono previste però diverse forme
di agevolazioni soprattutto in favore di quelle imprese che hanno rapporti con l’estero o che investono nella realizzazione di impianti. In particolare sono deducibili le spese sostenute per la produzione del reddito, gli interessi sui prestiti, le locazioni, le spese di ristrutturazione e manutenzione, i contributi a fondi pensione.
L’imposta societaria colpisce i redditi ovunque
prodotti dai soggetti residenti o i redditi prodotti nel Paese dai soggetti non fiscalmente residenti.
Sono previste specifiche esenzioni da imposta per
determinate categorie di società quali: le società
cooperative e le “collective investiment scheme”
(CIS): Ai fini dell’imposizione sui redditi societari sono considerate fiscalmente residenti, a prescindere dal luogo di costituzione, le società la
cui gestione o amministrazione sia svolta nel Paese, considerando a tal fine la residenza degli amministratori, la localizzazione del “centro di direzione dell’impresa” e il luogo in cui vengono prese le decisioni strategiche relative alla conduzione dell’attività
-	Il reddito, ad esclusione dei dividendi,
interessi e royalties, pagato ad un soggetto
non residente viene applicata una ritenuta
alla fonte del 25%
Persone -	Le distribuzione di dividendi
a soggetti non residenti sono esenti
se non riconducibili ad una stabile
organizzazione in Malta
-	I capital gains derivanti dalla vendita
di titoli sono esenti
Le società non residenti sono tassate
mediante l’applicazione dell’aliquota pari al
35% sui redditi prodotti in Malta.
I capital gains derivanti dalla cessione di
azioni in società maltesi il cui capitale non
Persone sia costituito interamente o prevalentemente
giuridiche in proprietà immobiliari localizzate nel
paese, sono esenti da imposta.
Gli interessi e le royalties percepiti da società
non residenti sono esenti da imposizione
se ottenuti al di fuori di una stabile
organizzazione in Malta.
L’aliquota standard ammonta al 18%, mentre l’aliquota ridotta del 5% è prevista per le forniture di
energia elettrica, di natura medica, per gli oggetti
artistici e per i servizi turistici e un’aliquota ridotta al 7% sulle prestazioni di alloggio.
L’aliquota ridotta a zero viene utilizzata per alcune attività tra cui: riparazioni di aerei e barche,
generi alimentari e trasporti.
Operazioni esenti sono quelle relative a: immobili, servizi finanziari, servizi ospedalieri e prestazioni mediche, servizi postali e assicurativi.
Il trasferimento della proprietà immobiliare è assoggettato ad un’imposta pari al 5% del maggiore
tra il valore del contratto e il valore effettivo della proprietà.
Guido Ascheri esercita la
professione di ragioniere
commercialista in Nizza
(Francia) e Londra (Regno
È specializzato in consulenza
Si è sempre occupato di
Ha insegnato economia e
diritto alla Université Nice
Sophia Antipolis (Iut – Stid),
ha pubblicato libri per i tipi di
IPSOA ed EBC, ha fondato e
diretto la rivista – Professione
Azienda – premiata come opera
ad alto contenuto culturale e
scientifico dalla Presidenza del
Consiglio dei Ministri ed ha
collaborato con quotidiani e
Cipro è una delle destinazioni ideali per la
pianificazione fiscale internazionale, le holding di Cipro traggono vantaggi dal favorevole regime fiscale ad esse applicato in Cipro.
Non c’è una specifica forma giuridica per la
costituzione di una holding con sede a Cipro
(CHC), pertanto esse possono svolgere le
più svariate attività e fornire diversi tipi servizi. Il reddito delle holding derivante dallo
svolgimento di un’attività commerciale è oggetto di tassazione in Cipro, mentre i redditi
da investimento sono esenti.
Una holding con sede legale a Cipro (CHC) può essere costituita sia nella forma di società a responsabilità limitata, che nella forma di società
Non è richiesto un versamento minimo a titolo di capitale sociale al momento della costituzione di una società holding, fuorché che nel caso
in cui la totalità del capitale sociale, o parte di esso, sia detenuta da un
soggetto non residente in uno degli Stati appartenenti all’Unione Europea. In tal caso è previsto un importo minimo ammontante a 1.000 lire
cipriote, previa approvazione della Banca Centrale.
Una holding con sede a Cipro (CHC) è tassata all’aliquota ordinaria del 10% sul reddito complessivo su base mondiale. Una holding è
considerata fiscalmente residente a Cipro (CHC) laddove le attività di
controllo e di gestione della stessa siano svolte sul territorio cipriota.
Al contrario le società non residenti sono tassate esclusivamente per il
reddito generato dalla loro stabile organizzazione in Cipro, e per quello
derivante dalla locazione di immobili situati a Cipro.
Anche in assenza di una specifica convenzione contro la doppia imposi-
zione, le società holding con sede a Cipro (CHC)
possono beneficiare unilateralmente di crediti
d’imposta sulle imposte pagate all’estero sui redditi e plusvalenze.
Il reddito imponibile di una CHC si calcola sui valori del bilancio annuale redatto conformemente
ai criteri contabili internazionali, soggetti a rettifiche e variazioni. Sono inoltre deducibili tutte le
spese sostenute esclusivamente a fini commerciali, non essendo al contrario deducibili le spese sostenute con riferimento a redditi esenti da imposizione.
Esenzione sull’imposta sul reddito
A fini fiscali, le holding non residenti (ovvero società la cui attività di direzione e controllo non si
trova a Cipro) non sono soggette all’imposta sul
reddito. Tali società non possono però beneficiare
ne’ delle disposizioni contenute nei trattati contro
la doppia imposizione fiscale, e nemmeno della
altre agevolazioni concesse dal regime fiscale applicato alle società residenti.
I profitti delle stabili organizzazioni estere di società residenti non sono soggetti a tassazione.
Tuttavia questa esenzione non è concessa laddove più del 50% degli utili della stabile organizzazione derivino da attività di investimento, oppure nel caso in cui l’imposta estera sia significativamente inferiore rispetto a quella applicata
Si segnala da ultimo che i profitti derivanti dalla vendita di titoli (partecipazioni azionarie,etc.)
sono esenti dall’imposta sul reddito.
Esenzione sui dividendi
I dividendi percepiti da una holding residente a Cipro (CHC) non sono soggetti né a imposta sul reddito delle società e non contribuiscono alla formazione del reddito imponibile. Tuttavia potrebbero
essere soggetti al pagamento del contributo speciale per la difesa, con aliquota pari al 20%.
Tale contributo speciale per la difesa non è pagabile nel caso in cui concorrano le seguenti due
condizioni: più del 50% del reddito della società
controllata deriva, direttamente o indirettamente,
da attività commerciali ed inoltre l’aliquota d’imposta estera è inferiore al 5%.
Laddove le condizioni sopracitate non siano soddisfatte, le imposte pagate all’estero sui dividendi originati a Cipro possono comunque configurarsi come credito di imposta sulle imposte pagate a Cipro.
Elementi chiave del regime fiscale cipriota
Società a responsabilità limitata; Società per azioni
1(Società a responsabilità limitata)
1(Società per azioni)
Preferenziali, rimborsabili e con diritto di voto
Requisiti di sostanza:
Imposta sui conferimenti:
Imposta sul patrimonio:
Imposta sul reddito della società:
Esenzione sui dividendi:
Esenzione sulle plusvalenze:
Requisiti della holding:
Le azioni non devono rappresentare proprietà immobiliari situate a Cipro
Compensazione delle perdite:
riporto in avanti sugli esercizi successivi
Tassazione delle società controllate straniere No
Rapporto debiti/capitale:
Residenti – 20%
Non residenti – 0%
Non residenti – 10%*
Capitale minimo sottoscritto:
Capitale minimo interamente versato:
* Questa ipotesi si può configurare solo se la royalty è utilizzata all’interno del territorio di Cipro, diversamente non è prevista
alcuna ritenuta alla fonte.
Esenzione sulle plusvalenze
Esenzione sulle royaties
Le plusvalenze derivanti dalla cessione di immobili esteri, di proprietà di società residenti in Cipro, sono esenti da imposizione. L’imposta sulle
plusvalenze si applica esclusivamente:
a)	laddove le cessioni immobiliari abbiano ad oggetto proprietà situate a Cipro;
b)	nel caso di cessione di azioni non quotate detenute da una società che possiede beni immobili situati in Cipro.
A partire dal 2012, l’80% del reddito netto derivante da proprietà intellettuali e l’80% degli utili
generati da cessioni di proprietà intellettuali detenute da società assoggettate al regime fiscale cipriota sono esenti dall’imposta sul reddito.
Esenzione sugli interessi
In forza delle modifiche legislative apportate nel
2009, gli interessi attivi derivanti dall’attività ordinaria della società sono soggetti alla sola imposta sui redditi. Al contrario gli interessi passivi sono soggetti al contributo speciale per la difesa con aliquota del 15% (10% fino ad agosto
Alcuni vantaggi derivanti dalla
costituzione di una holding a Cipro
Oltre ai comuni vantaggi derivanti dall’utilizzo di
una holding, le holding cipriote godono di queste
Esenzione dalla ritenuta alla fonte
sul pagamento di dividendi,
Nell’ipotesi in cui i soci non siano residenti a Cipro, i dividendi e gli interessi corrisposti da una
holding residente a Cipro (CHC) sono esenti da ritenuta alla fonte.
La Cina e il modello del family
business italiano – le PMI
Introduzione delle Imprese Italiane al mercato cinese
Per una Family Business italiana valutare l’avventura cinese è tutt’altro che semplice. In
prima battuta sembra di poter dire che, allo
stato, lo sbarco in terra cinese sembra essere
senz’altro adatto alle medie-grandi family
business ma molto più difficile per le piccole.
Anche se le infrastrutture cinesi sono pronte
(a differenza dell’India) tuttavia si devono rilevare di fatto delle problematiche operative
Silvia Salvini, è avvocato
civilista forense e civilista
d’impresa, iscritta all’albo
Pisa dal 1992.
Ha conseguito nel 2009
un master in Economia
Aziendale all’Università di
Pisa in Management for Family
Business – MAFAB.
É stata promotrice e
responsabile scientifico per
l’ODA di Pisa del Corso di alta
specializzazione “Avvocato per
l’impresa”, presso la Scuola di
Studi Superiori Sant’Anna di
Pisa 2003.
È arbitro presso le Camere di
Commercio di Pisa e Firenze.
È specializzata in diritto
cinese, in diritto musulmano e
dei Paesi Islamici, in arbitrato
societario e internazionale.
L’impatto con il mondo Cina è forte per un occidentale, quindi quanto
più esso arriverà ‘strutturato’ tanto più riuscirà a reggere questo impatto.
Prima di ogni altro aspetto di tipo economico-giuridico occorre dire che
chi vuole avere a che fare con la Cina, in modo non occasionale, deve
confrontarsi con il ‘pensiero’ della Cina. Gli Occidentali, consapevoli o
meno, ritengono di rappresentare ogni forma di pensiero, ma non è così.
Noi Occidentali, irrigiditi nella nostra mentalità di derivazione illuministica e caratterizzata dallo scontro, nel nostro approccio con la Cina non
riusciamo a tenere presente il punto di vista del popolo cinese. Armonia
e cooperazione universale sono gli ingredienti base della mentalità cinese. Viene da obiettare che siamo a fare affari e non filosofia, ed è vero,
ma noi ci portiamo addosso un terribile, e sbagliato, sbarramento tra ciò
che è materia e profitto e tutto ciò che non lo è. In Cina però non è così.
In Cina ogni cosa dipende dalle altre, la coesistenza è necessaria all’esistenza e ciascuna cosa deve coordinarsi con le altre per raggiungere il
proprio stato ottimale. Da questo si può comprendere il perché le trattative negli affari con i cinesi risultino alla parte occidentale estenuanti
e inconcepibilmente lunghe anche quando l’accordo è ormai raggiunto
(o sembra raggiunto). Dobbiamo considerare anche un altro importante
aspetto con cui l’impresa deve fare i conti dopo il suo arrivo in terra cinese: Affari e Politica sono in Cina fortemente e caratteristicamente connessi. Nel pensiero cinese, che affonda profondamente le proprie radici
nella concezione confuciana (“fare politica è legittimare il giusto ordine”), la politica è uno strumento morale. La moralità è pertanto l’obiettivo della politica tradizionale, ed essa cerca di tenere sotto controllo la
natura umana nell’ambito di un sistema ordinato. In un mondo pacifico e ordinato le cose possono essere sempre migliorate mentre il disordine distrugge tutto ciò che vi è di buono. Pace e ordine sono quindi il
punto di partenza e la garanzia essenziale della politica in Cina fin da
tempi lontani. Ecco perché la stabilità sociale è la
cosa più importante agli occhi dei politici cinesi anche di oggi. Questo significa che anche laddove la legge regola una certa circostanza la sua
interpretazione varierà poi da caso a caso, e addirittura da ufficio a ufficio, secondo, appunto, la
sottesa regola generale della onnipresenza dello
Stato (e del Partito) a garanzia della stabilità sociale. In Cina è possibile fare molto ma quasi tutto è difficile e complesso. Un’impresa, soprattutto
se piccola, si deve guardare da valutazioni affrettate, dal credere di poter comprendere la Cina in
pochi giorni e da una pianificazione approssimativa. La Cina è in pieno fermento e ricca di opportunità ma proprio per questo essa è carica di insidie. Siamo di fronte ad un Paese complesso dalle molte sfaccettature e le scorciatoie, o le scelte
emotive, possono rivelarsi fatali e portare all’insuccesso.
Può la nuova realtà economica cinese accogliere, adottare e sviluppare in seno al proprio tessuto economico-sociale il modello del family business italiano cioè delle piccole-medie imprese
di tipo familiare che rappresentano la stragrande
maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano?
Attualmente per un cinese in Cina il concetto di
impresa è ancora distante dal concetto di impresa di tipo occidentale ed anche se in terra cinese tutto è molto veloce nel suo divenire è tuttavia
ancora improprio parlare di un ‘sistema imprenditoriale’ cinese. Fino a troppo poco tempo fa le
vere aziende erano soltanto statali, è quindi sol-
tanto da un tempo relativamente recente che i cinesi hanno cominciato a ragionare e a configurarsi come autonomi soggetti economici all’interno di un sistema economico-produttivo. In Cina
il ruolo della ‘famiglia’ nell’azienda è importante
ma non coincide esattamente con quello di tipo
italiano. Con un gioco di parole si potrebbe dire
che in Cina, per ora, si osserva il fenomeno di ‘familiari’ in affari ma non si assiste ad aziende di famiglia strutturate, o da strutturare, come invece si
osserva nelle aziende di tipo familiare italiane. Sicuramente le dinamiche e le logiche che caratterizzano le imprese di tipo familiare italiane hanno la possibilità di ben evolversi all’interno della
realtà cinese e della sua cultura. Gli elementi che
caratterizzano la family business italiana possono essere riassunti come di seguito: investimenti
di lungo periodo e non speculativi (patient capital); fiducia tra i membri della famiglia (che spesso va a supplire il basso grado di efficienza del
sistema legale cioè dell’enforcement contrattuale); costi di agenzia minori; gli interessi del manager di famiglia coincidono esattamente con l’interesse dell’azienda. In ultimo è da rilevare che in
paesi come la Cina, dove i contatti politici e personali sono importanti, l’azienda di famiglia avrà
senz’altro più possibilità di esprimersi. Su queste
fondamentali premesse e solo su questa base potranno essere valutati successivamente tutti gli altri aspetti con cui l’impresa straniera dovrà confrontarsi dopo il suo ‘sbarco’ in Cina.
Business english o italian english
business correspondence?
Da qualche anno è stato coniato il termine
“Business English”. Cos’e’ Business English?
Francesca Romana Bottari si laurea in
Economia e Commercio nel 1985 con
il massimo dei voti alla L.U.I.S.S. di
Roma, discutendo una tesi sperimentale
in Matematica Finanziaria sulla
diversificazione e ottimizzazione del
portafoglio investimenti nel mercato
Matura una significativa esperienza
aziendale lavorando nel Controllo
di Gestione di multinazionali. Come
Direttore Finanziario di una nota
compagnia aerea, si occupa di
Internal Auditing e riorganizzazione
amministrativa e attua il processo di
privatizzazione per la sede italiana.
Si iscrive all’Albo Commercialisti
di Roma nel 1989. Matura diverse
esperienze professionali all’estero,
principalmente per gestire progetti
di carattere imprenditoriale. Prima di
rientrare in Italia, svolge la propria
attività a Tripoli in Libia ove anche
insegna Business Administration.
Dal 2007 svolge la propria attività di
Commercialista a Roma.
Dal 2010 ha organizzato ed è docente
di Business English per Commercialisti
alla Fondazione Telos (ODCEC Roma).
È relatrice in convegni su tematiche
legate all’utilizzo delle metodologie
angloamericane di contabilità e
controllo ed è autore di pubblicazioni e
articoli su tematiche contabili e fiscali.
Oltre alla lingua italiana, parla
correntemente, russo, francese e inglese,
quest’ultima conosciuta e utilizzata
anche ai fini lavorativi.
frbottari@gmail.com
In realtà è un contenitore di materiale promiscuo. Il più delle volte non
corrisponde a ciò che si cerca o che si intendeva originariamente.
Provate a cercare su Google questo termine.
Vi riporto la definizione che trovo su Wikipedia: “Business English is
English language especially related to international trade. It is a part of
English for Specific Purposes and can be considered a specialism ....
Many non-native English speakers study the subject with the goal of doing business with English-speaking countries, or with companies located
outside the Anglosphere but which nonetheless use English as a shared
language or lingua franca. Much of the English communication that
takes place within business circles all over the world occurs between
non-native speakers. In cases such as these, the object of the exercise is
efficient and effective communication. The strict rules of grammar are in
such cases sometimes ignored, when, for example, a stressed negotiator’s only goal is to reach an agreement as quickly as possible.”
In pratica si parla di “lingua franca”, cioè di linguaggio basico, comune,
con il quale al di là di grammatica ed eleganza espressiva e di maniere
(cosa che dovrebbe far parte della contrattazione a mio avviso) si vuole stabilire dialogo con controparti “all over the world” cioè ovunque
site nel mondo e “non – native speakers” cioè non anglofone di nascita.
... ”Business English means different things to different people. [who?]
For some, it focuses on vocabulary and topics used in the worlds of
business, trade, finance, and international relations. For others it refers
to the communication skills used in the workplace, and focuses on the
language and skills needed for typical business communication such
as presentations, negotiations, meetings, small talk, socializing, correspondence, report writing, and so on. In both of these cases it can be
taught to native speakers of English, for example, high school students
preparing to enter the job market. ... It can also be a form of international English”.
Cosa è dunque? Il ritorno dell’esperanto trasformato in un inglese che
poi al di là dei termini tecnici usati, non è quello che si usa fra native –
speakers?; una sorta illusoria di contrattazione globale in realtà fatta di
sola forma ma non di sostanza?
Mi domando a che serve sapere come dialogare, a cosa serve sapere la
terminologia e come e di quanto scremare la colloquialità se poi non si
è in possesso delle basi tecniche per poter a ragion veduta discutere con
Gli Inglesi e gli Americani non studiano Business English.
Se si deve scrivere un contratto o controllare la contabilità o i verbali
di una società estera, non si studia Business English.
Al di là della terminologia, c’è bisogno di conoscere i metodi di tenuta della contabilità d’uso
internazionale i termini tecnici, le metodologie
valutative che sono tutte per lo più anglo-americane. Se il caso, si applicano oppure le si sanno leggere, valutare o discutere. Si riesce così
a diventare interlocutore – non – passivo della
controparte estera, perché si conosce la lingua
inglese come mezzo di scambio e quindi si conoscono anche quali tecniche, sistemi o usi applicare. Nel caso societario, normativo e fiscale è d’obbligo il riferimento al collega estero. È
importante però avere una infarinatura degli usi
e leggi “locali” per poter lavorare coscienziosamente. È importante definire quindi il campo
di applicazione e poi sapersi e potersi controrelazionare con l’interlocutore o collega estero.
Vi faccio un esempio. Lo sapevate che negli Stati
Uniti le società di capitali non depositano i bilanci?
Lo sapevate che sempre negli USA le norme che
regolano diritti e doveri dei soci sono contenute
nell’”Operating Agreement”, cioè nell’atto costitutivo e nello statuto?
Ecco sono già usi, leggi, metodi di lavoro completamente diversi. Basta solo sapere l’inglese Commerciale, il così detto BE?
Sono dunque favorevole al BE, ma ritengo che bisogna andare oltre perché alla lunga BE mostra limiti di conoscenza e applicativi e diventa una forma standard e poco vera di gestione degli affari.
Propongo in questo articolo tre esempi di lettere
commerciali in inglese che spero possano essere
utili, ma al contempo rammentino la necessità di
uno studio più approfondito delle tecniche e metodologie di “Business Administration”.
1. Richiesta di concessione
di rappresentanza – Soliciting an agency
Spett.le Ditta.....SpA
c.a. Direttore Commerciale
Oggetto: Richiesta di rappresentanza
Abbiamo appreso da soci in affari che cercate attualmente un’agenzia per la promozione dei Vs
prodotti negli USA. Siamo certi di potervi assistere: la nostra agenzia che è affermata nel campo si
avvale di uffici negli Stati Uniti sulla costa orientale ed ha acquisito una certa esperienza nella
vendita e nella promozione di ...
Essa ha inoltre assistito diverse società britanniche ad aumentare le loro vendite negli USA e siamo convinti che anche voi potrete trarre vantaggio dalla nostra esperienza nel campo. Il nostro
rappresentante per l’Italia, ...(nome)...... sarebbe
lieto di incontrarvi per discutere ulteriormente le
vostre esigenze. Vogliate contattarlo al numero telefonico ......., email ........ Egli si troverà comun-
que nella vostra area la settimana prossima e coglierà l’occasione per recarsi alla Vostra ditta.
Restiamo in attesa di una Vostra risposta che confidiamo sarà favorevole e Vi ringraziamo sentitamente.
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2. Pagamento di fatture – Richiesta
di proroga – Payment of invoice –
Spett.le.....srl
Alle cortese attenzione dell’ufficio amministrativo
Oggetto: pagamento ......(nome merce venduta o
numero fattura)
Con riferimento al Ns recente accordo del......
20xx, relativo al pagamento del...... Come ricorderete versammo un acconto di euro...... e concordammo di versare ulteriori 10 rate mensili di
...euro cadauna. Come sapete abbiamo effettuato puntualmente i versamenti relativi di agosto e
Purtroppo, a causa della difficile situazione economica in cui si trova l’azienda, non siamo in grado di effettuare i versamenti nel modo e nei tempi
convenuti. A causa del ridotto cash flow non possiamo versare più di ..... euro al mese. Vogliate
perciò accordarci un incontro per discutere quanto qui esposto e per raggiungere un accordo reciprocamente soddisfacente.
In attesa di una vostra favorevole risposta vi porgiamo distinti saluti
............Ltd
Re: ..... (product name or invoice number)
I refer to our recent agreement of ....... 20xx regarding payment for .......
As you will recall, we paid an initial instalment
of euro ...... and agreed to 10 further monthly instalments of euro....... The August and September instalments, as you will know, have been paid
However, owing to the serious economic situation we find ourselves in, we are at the moment
unable to make payments as agreed. Because of
our reduced cash flow we are unable to pay more
than ..... euro a month. We would, therefore, appreciate the opportunity to discuss this matter
with you and reach a mutually satisfactory arrangement.
3. Richiesta di informazioni sull’apertura
commerciale – Requesting information
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oggetto: apertura conto commerciale
L’anno prossimo la società ...... prevede la messa a punto di uffici e di un impianto ....... a ..... e
vorrebbe ricevere informazioni sull’apertura di un
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Detto conto sarebbe usato inizialmente per il
trasferimento di fondi per il finanziamento del-
la messa a punto del nuovo impianto e successivamente per l’accreditamento dei versamenti dei
clienti, i pagamenti dei fornitori locali etc.
Vogliate comunicarci tutte le formalità necessarie, sia generali che pertinenti solo alle Banca......,
oltre alle vostre competenze bancarie per conti di
Ringraziandovi per la vostra cortese collaborazione cogliamo l’occasione per porgervi distinti saluti
We are proposing to open an office and ...... facility at ....... in the new year and would appreciate
some information about opening a bank account
Initially we would be transferring funds to finance the setting up of our new business premises. Thereafter we would expect to use the account
to receive payments from customers and to pay
local suppliers, etc.
We would be most grateful if you could inform
us of all the formalities that we need to observe,
both public and particular, to ....... Bank. Could
you also inform us of your charges on business
Le strategie di specializzazione
e focalizzazione nel settore
della chimica specialistica
Stefano Grigoletti, laureato
Studi di Verona, è consulente
e formatore in Marketing e
e dal 2009 professore a
contratto per l’insegnamento
di Economia e Gestione delle
Imprese alla Facoltà di Lettere
e Filosofia dell’Università degli
Studi di Padova. Collabora
con aziende di diversi settori
ed in particolare dei servizi
di Information Technology
Tra le migliori piccole società statunitensi
del settore della chimica specialistica, ritroviamo esempi interessanti di come la specializzazione dell’offerta possa aprire all’opportunità di servire ampi e diversificati mercati.
Dal bio-carburante, alle componenti chimiche per l’industria alimentare e farmaceutica, ai fertilizzanti e prodotti chimici personalizzati, i best performer della chimica specialistica hanno saputo trovare ampi spazi di
crescita economica partendo dalla capacità di specializzare la propria offerta, spesso
grazie allo sviluppo tecnologico e alla ricerca, talvolta grazie alla capacità di diversificare, comunque sempre puntando sulla qualità del prodotto.
Le migliori piccole società statunitensi
Tra le aziende best performer del settore della chimica specialistica, che
si riferisce alla produzione di componenti chimici destinati a specifici
utilizzi, generalmente in ambito industriale e produttivo, troviamo FutureFuel (bio-carburanti), Quaker Chemical (lavorazioni metalliche e verniciature), Balchem (micro-incapsulazione), LSB Industries (trattamento
dei materiali), Hawkins (chimica farmaceutica), KMG Chemicals (prodotti per l’industria dei semiconduttori, trattamento del legno e alimentazione animale).
Il livello di specializzazione è tendenzialmente elevato e, diversamente
da quanto spesso accade per comparti più a valle delle filiere, l’impiego
di tali prodotti è spesso destinato ad una vasta gamma di settori.
Le sei aziende elencate da Forbes presentano tassi di crescita medi molto interessanti. Il tasso di crescita composito delle vendite, tra il 2008 e
il 2012 è in media del 21,5%, con punte del 48% per FutureFuel e del
32% per KMG. La crescita del valore prodotto da queste realtà si rispecchia anche nel rapporto tra i profitti (al netto dei dividendi) e le azioni
distribuite nel mercato finanziario (Earnings Per Share – EPS), che in media è cresciuto del 25%. FutureFuel segna un outperforming 48%. Infi-
CA Earnings
Equity, sept
(H – M – L)
Sales – sept
Profit – M$
Fonte: elaborazione da Forbes, Best Small Companies, 2012
ne, il Return On Equity nel periodo 2008-2012 è
in media del 18%. LSB mostra un valore superiore alla media e pari al 34%.
FutureFuel è una società operante nei comparti chimico e bio-carburanti. Con riferimento alla
produzione di bio-carburanti, l’azienda è proprietaria di una vasta area dedicata non solo ai
laboratori e alle strutture necessarie per l’attività di lavorazione ma anche al trattamento dei rifiuti liquidi e alla coltivazione di grano e materie similari, entrambi coinvolti nella produzione di biodiesel. Seppur l’offerta di bio-carburanti
prevede anche la vendita di bio-carburanti ibridi, l’intento della società è chiaramente rivolto
alla ricerca di fonti energetiche sempre più sostenibili. Forte delle competenze di ricerca, FutureFuel amplia la propria attività con la business unit Chemicals, dedicata alla realizzazione
di prodotti chimici personalizzati e non tradizionali, rivolti a terze parti.
Quaker Chemical Corporation si occupa di attività di sviluppo, produzione e vendita/distribuzione di prodotti chimici riferiti, in particolare,
all’industria delle lavorazioni metalliche e delle
verniciature (temporanee e permanenti) per prodotti metallici e non metallici. Nel proprio portafoglio presenta diversi specifici prodotti per numerosi settori dell’industria manifatturiera, tra cui
aerospaziale, automotive (equipaggiamenti e produzione di autoveicoli), lavorazioni dell’acciaio,
attività estrattive, destinati alla linea produttiva e
alle operations in generale. Dal 2009 ha avviato un importante percorso di acquisizioni di altre
realtà del settore in cui opera.
Balchem sviluppa, produce e distribuisce al mercato finale una vasta gamma di prodotti per l’industria alimentare e farmaceutica realizzati attra-
verso una tecnologia proprietaria (micro-encapsulation technology) ed impiegati nella preparazione e distribuzione di cibi e di medicinali. L’azienda ha inoltre una seconda divisione dedicata
alla realizzazione di soluzioni per lo stoccaggio,
il recupero e il trasporto di prodotti medicali. Infine, l’azienda produce e distribuisce prodotti per
la nutrizione degli animali. L’investimento in tecnologia, competenze e persone qualificate costituisce una scelta strategica per Balchem, su cui si
è basato lo sviluppo e l’ampliamento delle linee
LSB Industries presenta due specifiche aree di business, segno di una forte diversificazione dell’attività: la prima dedicata alla realizzazione e vendita di prodotti per il condizionamento per interni; la seconda focalizzata sulla produzione di soluzioni chimiche per i settori primario, industriale, estrattivo. In particolare, le business units comprese in questa seconda area di attività si riferiscono alla realizzazione di fertilizzanti, componenti chimici (acidi) utilizzati per la produzione
e il trattamento di una vasta gamma di materiali
con specifiche proprietà.
Hawkins produce componenti chimici specializzati, dedicati a diversi settori industriali, tra cui
l’agroalimentare e alimentare, il medico e farmaceutico, energia e elettronica. Principalmente, i
prodotti chimici realizzati da Hawkins sono costituiti da prodotti specifici per i propri clienti, in
relazione al settore di appartenenza; oltre a questa vasta gamma di soluzioni, l’azienda distribuisce anche componenti chimici grezzi e miscelati. Nel 2009 l’azienda ha avviato un significativo
percorso di riposizionamento che ha portato ad
una maggiore focalizzazione sui processi di marketing e vendite per il settore farmaceutico, con
un’offerta di prodotti chimici per farmacie e piccole aziende produttrici di farmaci.
KMG Chemicals opera in tre principali aree di
business: elettronica, trattamento del legno e alimentazione animale. Le soluzioni di KMG vengono industrializzate e distribuite ai mercati target, a livello globale. L’offerta dedicata al segmento dell’industria elettronica è costituita da soluzioni chimiche impiegate nei processi di lavorazione e trattamento dei semiconduttori. I prodotti
per il trattamento del legno sono impiegati principalmente per il mantenimento di infrastrutture nei
settori delle utilities e trasporto ferroviario. I prodotti per l’alimentazione animale sono costituiti
da alimenti supplementari utilizzati nelle attività
La specializzazione come leva
Attenzione alla sostenibilità ambientale e alla ricerca di fonti energetiche alternative, grazie anche al presidio delle attività di coltivazione e trattamento delle componenti naturali coinvolte nella produzione di bio-carburanti. Presidio della filiera verticale per la realizzazione di componenti chimici per prodotti metallici e non, impiegati nei processi produttivi industriali. Sviluppo di
una tecnologia (la micro-incapsulazione) impiegata nella realizzazione di una vasta gamma di
prodotti chimici per l’industria alimentare e farmaceutica. Focalizzazione sulla produzione di
fertilizzanti e componenti chimici acidi con varie
destinazioni d’uso. Personalizzazione dei prodotti in linea con le specifiche esigenze del mercato,
forte di una iniziale capacità di servire un ampio
spettro di comparti industriali e declinato successivamente in una strategia di focalizzazione verso il settore farmaceutico. Mix di focalizzazione e
diversificazione tale da portare ad un’offerta specializzata per pochi specifici mercati target.
Queste sono le indicazioni che si traggono dagli esempi analizzati. Seppur in varie forme, la
specializzazione dell’offerta è evidente in ciascuna delle società oggetto del panel. In alcuni casi,
l’offerta specifica è destinata a specifici mercati;
in altri casi la specializzazione del prodotto, che
nel caso della chimica è spesso un componente re-impiegato nei processi produttivi del cliente,
permette il suo utilizzo in una vasta gamma di settori. Emerge in generale la capacità per tali aziende di vedere e cogliere importanti opportunità di
crescita in numerosi Mercati di riferimento.
(vari mercati target)
Media (alimentare
e farmaceutico)
(prodotti personalizzati
e soluzioni specifiche
per il farmaceutico)
Media (industria
dei semiconduttori,
trattamento del legno,
alimentazione animale)
Un mercato “aperto” per gli investimenti
Ana Maria Pérez Magdalena nasce
in Spagna dove si laurea nel 1993, a
Valencia. Dopo diverse esperienze
professionali all’estero, anche di
carattere didattico, tra cui spicca
quella svolta in Inghilterra, approda
a Trieste nel 1997, dove inizia la
sua collaborazione con lo Studio
Degrassi&Partners.
Ha maturato esperienza nel
settore della pianificazione e
d’impresa, particolarmente nei
Paesi dell’Est Europa, dove ha
gestito diversi progetti di carattere
imprenditoriale ma anche in
collaborazione con enti pubblici o a
capitale misto.
Tra i paesi “incrociati” nel suo
percorso professionale, caratterizzato
da costanti esperienze maturate
all’estero, la Russia è quello che
l’ha vista maggiormente impegnata
nel coordinamento di progetti, che
vanno dalla selezione e creazione
dello strumento adatto per operare,
alla delocalizzazione, passando
per lo sviluppo della Model Farm
e la creazione di incubatori per le
aziende; la predisposizione di Studi
settoriali di carattere commerciale o
il coordinamento di attività di tipo
legale/fiscale sul territorio fanno
parte dell’attività che gestisce in
collaborazione con la sede locale.
Ha coordinato e partecipato
anche in qualità di relatrice a
convegni e incontri di Studio nel
settore dell’internazionalizzazione
Nel percorso di internazionalizzazione di
una azienda, la selezione dei mercati su cui
operare è uno degli aspetti più difficili da affrontare. Alcuni mercati hanno elevatissime
potenzialità di sviluppo e offrono delle opportunità notevoli alle aziende che vogliono
investire o soltanto vendere i loro prodotti,
ma spesso l’operatore si scontra con ostacoli di carattere operativo che devono essere
superati. Il primo passo che deve dare un’azienda è quello di raccogliere tutte le informazioni che servono nel percorso di internazionalizzazione dal momento in cui si opta
per quel mercato al momento in cui viene
portata a termine l’attività prescelta.
Un esempio di Paese con altissime potenzialità di sviluppo e grande “appetibilità” per gli
operatori italiani è l’Iran, conosciuto come la
seconda economia in Medioriente dopo l’Arabia Saudita.
L’economia iraniana è trainata dai settori del petrolio e del gas e lo stato rimane il principale protagonista dell’economia. Tuttavia, vi sono tanti altri settori, collegati o meno al petrolio e al gas che sono in costante
sviluppo e hanno forti possibilità di espansione.
La storia dei rapporti economici tra l’Italia e l’Iran è dimostra come vi sia
stato un reciproco profitto, nonostante i cambiamenti nei governi delle
due nazioni. In tutti questi anni sono stati stipulati diversi accordi tra cui:
•	Accordo Italia-Iran firmato a Roma il 10 marzo 1999 sulla reciproca
promozione e protezione degli investimenti che nel luglio 2002 è stato ratificato;
•	accordo Italia-Iran firmato a Roma il 25 luglio 1990 per i trasporti internazionali su strada che da parte dell’Iran è stato ratificato nel dicembre 1992;
•	accordo di cooperazione scientifica che nell’ottobre 1996 è stato firmato: prevede il rilancio
della cooperazione culturale, scientifica e tecnologica tra i due Paesi;
•	accordo per riscadenzare il debito del 27 luglio
1994 tra SACE e la banca centrale iraniana su
base privata;
•	accordo per la scadenza delle quote di scoperto assicurativo di crediti assicurati “Credit
Extension Agreement” raggiunto tra Mediocredito e Bank Tejarat e Bank Markazi a Roma in
data 27 settembre 1995.
Tuttavia, bisogna tenere conto, nella scelta del
paese, che vi sono restrizioni nei rapporti tra l’Iran e molti paesi (tra cui tutti quelli dell’Eurozona). Di fatto nel 2009 l’interscambio commerciale
tra l’Iran e detti paesi viene condizionato dal regime sanzionatorio internazionale contro l’Iran: in
quell’anno di fatto le esportazioni italiane verso
l’Iran sono stati pari a 2 miliardi di euro, in diminuzione dell’5% rispetto ai regolari rapporti commerciali con l’Iran.
Negli ultimi anni sono notevoli le problematiche
riscontrate nelle operazioni con l’Iran1, non perché
le aziende iraniane non rispettino gli accordi presi, ma perché è difficile trovare una Banca in Europa che accetti incassi provenienti da detto Paese.
Gli esperti consigliano, in fase di trattativa, accertando previamente che la società iraniana richiedente non sia inserita nelle black list delle sanzioni
e che si possa operare con la banca iraniana identificata, di negoziare il pagamento utilizzando uno
dei seguenti canali: banche estere di paesi che non
hanno adottato le sanzioni delle Nazioni Unite,
banche italiane, agenzie di assistenza e supporto
finanziario tra Italia e Iran con filiali operative nei
due Paesi oppure in un terzo Paese. Questa procedura è tuttavia applicabile soltanto da un punto di
vista teorico poiché le maggiori Banche commerciali in Iran sono sprovviste della possibilità di utilizzare il sistema di pagamento SWIFT.
Il regolamento UE n. 961/2010 contiene misure restrittive nei confronti dell’Iran, che risultano tra le
più inflessibili applicate dall’UE. Successivamente,
è stato approvato il Regolamento UE n. 267/2012
del 23 marzo 2012 che ha abrogato detto regolamento e che completa il quadro delle misure restrittive, limitando ancora di più la collaborazione
tra i Paesi UE e l’Iran e, recentemente, anche detto
regolamento è stato modificato dal Regolamento
UE N 1067/2012 del 14 novembre 2012 che modifica esclusivamente2 la parte relativa all’applica1. Milioni di euro non sono stati riscossi per un problema di lettere
di credito non portate a termine. In pratica, è difficile operare in
Iran senza ricorrere a questo sistema di credito, che tuttavia non
viene accettato dalle banche italiane o europee.
2. Articolo 28-bis.
zione delle disposizioni in materia di misure preventive, prevedendo la non applicazione di alcuni
divieti ai titolari di diritti derivati da una concessione originata prima del 27 ottobre 2010.
Il 27 ottobre 2010, sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee L 281/17, è stato pubblicato il Regolamento (UE) n. 961/2010 del 25 ottobre 2010 sulle misure restrittive nei confronti dell’Iran. Questo regolamento, che ha abrogato il precedente in materia (il Regolamento CE n.
423/2007), ha consentito l’attuazione sul piano
normativo delle misure restrittive precedentemente disposte con la Decisione n. 413/2010/PESC. Il
Regolamento (UE) n 267/2012, come si vedrà di
seguito si intende modificato o attuato da:
•	REGOLAMENTO DI ESECUZIONE (UE) N.
350/2012 DEL CONSIGLIO del 23 aprile 2012
che attua il regolamento (UE) n. 267/2012 concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran;
•	REGOLAMENTO (UE) N. 708/2012 DEL CONSIGLIO del 2 agosto 2012 che modifica il regolamento (UE) n. 267/2012 concernente misure
restrittive nei confronti dell’Iran;
709/2012 DEL CONSIGLIO del 2 agosto 2012
945/2012 DEL CONSIGLIO del 15 ottobre 2012
1016/2012 DEL CONSIGLIO del 6 novembre 2012 che attua il regolamento (UE) n.
267/2012, concernente misure restrittive nei
confronti dell’Iran;
•	REGOLAMENTO (UE) N. 1067/2012 DEL
CONSIGLIO del 14 novembre 2012 che modifica il regolamento (UE) n. 267/2012 concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran.
Inoltre, Vi sono numerose disposizioni, alcune
molto recenti, relativamente alle misure restrittive
nei confronti di determinate persone, entità e organismi, come di seguito indicato:
DECISIONE 2010/413/PESC DEL CONSIGLIO
del 26 luglio 2010, concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran e che abroga la posizione comune 2007/140/PESC
•	DECISIONE 2010/644/PESC DEL CONSIGLIO
del 25 ottobre 2010 recante modifica della decisione 2010/413/PESC concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran e che abroga la
posizione comune 2007/140/PESC;
•	DECISIONE 2011/299/PESC DEL CONSIGLIO
del 23 maggio 2011 che modifica la decisione
2010/413/PESC concernente misure restrittive
nei confronti dell’Iran;
•	DECISIONE 2011/783/PESC DEL CONSIGLIO
del 1° dicembre 2011 che modifica la decisione 2010/413/PESC relativa a misure restrittive
•	DECISIONE 2012/35/PESC DEL CONSIGLIO
del 23 gennaio 2012 che modifica la decisione
2010/413/PESC relativa a misure restrittive nei
confronti dell’Iran e sua Rettifica.
•	DECISIONE 2012/152/PESC DEL CONSIGLIO
del 15 marzo 2012 che modifica la decisione
•	DECISIONE 2012/169/PESC DEL CONSIGLIO
del 23 marzo 2012 che modifica la decisione
•	DECISIONE 2012/205/PESC DEL CONSIGLIO
del 23 aprile 2012 che modifica la decisione
•	DECISIONE 2012/457/PESC DEL CONSIGLIO
del 2 agosto 2012 che modifica la decisione
•	DECISIONE 2012/635/PESC DEL CONSIGLIO
DEL 15 ottobre 2012 che modifica la decisione 2010/413/PESC concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran;
•	DECISIONE 2012/687/PESC DEL CONSIGLIO
del 6 novembre 2012 che modifica la decisione 2010/413/PESC, concernente misure restrittive nei confronti dell’Iran;
•	DECISIONE 2012/413/829/PESC DEL CONSIGLIO del 21 dicembre 2012 che modifica la
decisione 2010/413/PESC concernente misure
•	DECISIONE 2013/270/PESC DEL CONSIGLIO
del 6 giugno 2013 che modifica la decisione
del 12 aprile 2011 concernente misure restrittive
nei confronti di determinate persone ed entità in
considerazione della situazione in Iran
•	DECISIONE DI ESECUZIONE 2011/670/PESC
DEL CONSIGLIO del 10 ottobre 2011 che attua la decisione 2011/235/PESC concernente
misure restrittive nei confronti di determinate
persone ed entità in considerazione della situazione in Iran;
•	DECISIONE 2012/168/PESC DEL CONSIGLIO
2011/235/PESC concernente misure restrittive
in considerazione della situazione in Iran.
REGOLAMENTO (UE) N. 359/2011 DEL CONSIGLIO del 12 aprile 2011 concernente misure
restrittive nei confronti di determinate persone,
entità e organismi in considerazione della situazione in Iran
Attuato da:
1002/2011 DEL CONSIGLIO del 10 ottobre
2011 che attua l’articolo 12, paragrafo 1, del
regolamento (UE) n. 359/2011 concernente misure restrittive nei confronti di determinate persone, entità e organismi in considerazione della situazione in Iran;
•	REGOLAMENTO (UE) N. 264/2012 DEL CONSIGLIO del 23 marzo 2012 che modifica il regolamento (UE) n. 359/2011 concernente misure restrittive nei confronti di determinate persone, entità e organismi in considerazione della situazione in Iran.
Le restrizioni sono applicate alle esportazioni e
alle importazioni, ai trasporti, al finanziamento di
alcune imprese, il congelamento di fondi e risorse
economiche ed altre restrizioni relative ai trasferimenti di fondi e ai servizi finanziari che interessano, direttamente o indirettamente, l’Iran.
Attraverso i provvedimenti viene a crearsi un sistema di controlli e autorizzazioni di tutte le operazioni finanziarie concluse con soggetti iraniani
che sono intesi come:
•	lo Stato iraniano e qualsiasi suo ente pubblico;
•	persone fisiche che si trovino o risiedano in
•	persone giuridiche, entità o organismi con sede
in Iran; o
•	persone giuridiche, entità o organismi, posseduti o controllati, direttamente o indirettamente, da
una o più persone o organismi con sede in Iran.
Di importanza fondamentale sono le restrizioni di
natura commerciale e finanziaria contenute nei
Per quanto concerne l’aspetto import-export con
l’Iran, i provvedimenti, con le ultime modifiche
ed emendamenti, disciplinano il divieto di importare o esportare beni, tecnologie, materiali e attrezzature che possano essere utilizzati nel settore militare e per la repressione interna, nel settore
dell’energia nucleare, e, inoltre, che possano essere suscettibili di duplice uso ai fini dello sviluppo di attività legate al nucleare, arricchimento e
ritrattamento dell’acqua pesante e alla produzione di strumenti militari. Oltre a questo embargo,
sostanzialmente integrale, attinente alle forniture
di materiali connessi in qualsiasi modo al settore
militare e nucleare, il regolamento dispone inoltre il divieto all’esportazione verso l’Iran di beni
e tecnologie destinate ai settori chiave dell’industria del petrolio e del gas.
Con lo scopo di assicurare l’applicazione di tali
disposizioni, il regolamento prevede che tutti gli
Stati membri adottino misure volte a controllare
l’esportazione di tali tipologie di merci e tecnologie. A questo fine viene indicata la necessità di
ottenere autorizzazioni preventive, valutate caso
per caso, per l’esportazione di beni e tecnologie
di cui non viene fatta menzione negli allegati, ma
che tuttavia potrebbero essere utilizzati nei settori
subordinati a restrizioni. Tali autorizzazioni sono
da richiedere alle autorità competenti indicate dal
regolamento stesso. In Italia le Autorità sono:
Amministrazione responsabile del coordinamento dell’attuazione del Reg. UE n. 267/2012: Ministero degli Affari Esteri
Direzione Generale per la Mondializzazione e le
Questioni Globali – Ufficio II – dgmo2@esteri.it
Amministrazione competente secondo quanto disposto dagli artt. 3, 5, 6, 7, 10 del Reg. UE n.
267/2012:
pietromaria.paolucci@sviluppoeconomico.gov.it;
polcom4@sviluppoeconomico.gov.it
Amministrazione competente per notifica secondo quanto disposto dall’art. 12
Amministrazione competente secondo quanto disposto dai seguenti Articoli del Reg. UE n.
dall’art. 23 all’art. 29 (Capo IV)
Articoli 30 e 31 (Capo V)
Ministero dell’Economia e delle Finanze – Comitato di Sicurezza Finanziaria – csf@tesoro.it
Amministrazione competente secondo quanto disposto dall’art. 32 del Reg. UE n. 267/2012:
Banca d’Italia – Unità di Informazione Finanziaria
Amministrazione competente secondo quanto disposto dagli artt. 36-37 del Reg. UE n. 267/2012:
Agenzia delle Dogane – Direzione Centrale Accertamenti e Controlli Dogane.accertamenti@
Amministrazioni competenti secondo quanto disposto dall’art. 40 del Reg. UE n. 267/2012:
(Largo Bastia 35 – 00181 ROMA)
Nel rispetto del regolamento, gli Stati membri devono adottare misure necessarie non solo a impedire il
commercio di tali beni e tecnologie soggetti a divieto, ma anche a contrastare prestazioni di assistenza
tecnica, finanziaria o di altri servizi connessi con la
vendita, la produzione o l’uso dei materiali soggetti
a restrizione. Allo stesso modo il provvedimento introduce limitazioni al finanziamento di talune im-
prese, allo scopo di impedire il trasferimento di risorse finanziarie o di servizi che possano essere utilizzati negli ambiti subordinati a divieto.
In materia finanziaria, i regolamenti si pronunciano disponendo il congelamento di fondi e risorse
economiche nei casi specifici, ammettendo tuttavia, la possibilità di richiedere, presso le autorità
competenti di ciascun Stato membro, un’autorizzazione allo scongelamento dei fondi e delle risorse economiche, precedentemente congelate in
presenza di determinate condizioni.
Inoltre, le disposizioni in materia di restrizioni applicate ai trasferimenti di fondi da e verso l’Iran
inerenti operazioni commerciali con controparte
iraniana, sono subordinate ad alcune procedure.
•	sono soggetti a obbligo di notifica preventiva
per iscritto tutti i trasferimenti di fondi superiori
a 10.000 euro, qualora connessi a transazioni
commerciali relative a prodotti alimentari, assistenza sanitaria, attrezzature mediche o per
scopi umanitari;
•	per i trasferimenti di importo inferiore ai 40.000
euro, concernenti tutte le altre tipologie di operazioni commerciali diverse da quelle precedentemente elencate, non è necessaria alcuna autorizzazione preventiva. Tuttavia, vengono notificati preventivamente presso le autorità
competenti degli Stati membri i trasferimenti di
importo superiore o uguale ai 10.000 euro;
•	restano infine soggetti ad autorizzazione preventiva tutti i trasferimenti di fondi di importo
uguale o superiore a 40.000 euro.
Le banche che per conto della propria clientela gestiscono queste operazioni sono tenute, nel rispetto dei regolamenti, a vigilanza costante sull’attività contabile, sollecitando una completa compilazione di tutti i campi d’informazione degli ordini
di pagamento, conservando le registrazioni delle
transazioni effettuate per cinque anni e, qualora
sospettino o abbiano ragionevoli motivi di sospettare che i fondi siano connessi al finanziamento di
attività legate ad ambiti subordinati a divieto, sono
tenute a informarne tempestivamente l’unità d’informazione finanziaria (UIF) o altre autorità competenti designate dallo Stato membro.
Il Regolamento di esecuzione (UE) N 945/2012 del
15 ottobre 2012 che attua il Regolamento (UE) n.
267/2012 introduce un ulteriore elemento penalizzante per lo scambio dei rapporti finanziari con l’Iran: nella parte dell’allegato relativa alle entità oggetto dell’embargo si trova la Banca centrale dell’Iran,
già nell’elenco allegato al Regolamento 267/2012,
cui è stata assegnata la seguente motivazione: Coinvolta in attività volte ad eludere le sanzioni. Fornisce
sostegno finanziario al governo dell’Iran3.
3. Nell’allegato al regolamento (UE) n. 267/2012 la motivazione
era quella di coinvolta in attività volte ad eludere le sanzioni.
Ciò premesso, come indicano i dati statistici, in
alcuni settori, soprattutto quello della filiera agroalimentare, sono ancora molte le richieste delle
imprese iraniane dirette agli esportatori italiani.
Tuttavia, le operazioni di importazione ed esportazione verso l’Iran, ed ancora più quelle relative
a pagamenti da e verso il Paese, sono soggette a
precise norme molto vincolanti.
Nel quadro della politica estera e di sicurezza comune (PESC), l’UE applica misure restrittive al fine
di perseguire gli obiettivi specifici della PESC stabiliti nel Trattato sull’Unione Europea. Negli ultimi anni l’UE ha fatto spesso ricorso all’imposizione di sanzioni o misure restrittive sia in modo autonomo sia in attuazione di risoluzioni vincolanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
In funzione della natura del regime di sanzioni
specifico, gli Stati membri sono chiamati a svolgere determinati compiti per quanto riguarda l’attuazione delle misure restrittive. Per l’Italia, l’autorità
competente responsabile di monitorare il funzionamento del sistema di prevenzione e di sanzioni
del finanziamento del terrorismo e del riciclaggio è
il Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF), presieduto dal Direttore generale del Tesoro e composto
da rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri,
del Ministero dell’Interno, del Ministero della Giustizia, della Banca d’Italia, della Commissione nazionale per le Società e la Borsa, dell’Istituto per la
collettivo, dell’Unità di Informazione Finanziaria,
della Guardia di Finanza, della Direzione Investigativa Antimafia, dell’Arma dei Carabinieri e della
Tuttavia, nel nostro caso, poiché la controparte
non sarà un operatore iraniano ma un operatore
non residente in Iran si reputa che i problemi di
carattere finanziario (per quanto riguarda i pagamenti) possano essere facilmente risolvibili regolando la transazione da un altro Paese con il quale l’UE intrattiene rapporti di corrispondenza.
Iter procedurale operativo:
soluzioni tipicamente adottate
in materia di commercio internazionale
Per fronteggiare le problematiche di tipo pratico
che derivano dalle condizioni “limite” di operatività con il Paese, in determinati settori è prassi generalmente seguita porre in essere delle operazioni commerciali tramite una società di diritto estero (non UE) residente in un paese con cui l’Iran
ha rapporti di partenariato correnti e con cui l’UE
ha un buon rapporto di collaborazione o, almeno, non applica particolari politiche restrittive nel
commercio internazionale. Ad esempio, la Cina,
Dubai, Oman, Turchia, Emirati Arabi.
Pertanto, il distributore dovrebbe indicare alla
azienda che intende immettere sul mercato i propri prodotti il Paese dell’istituto finanziario di cui
sopra dal quale verrà effettuata la rimessa.
La società venditrice provvederà pertanto ad effettuare la fornitura dei propri prodotti tramite
I passaggi ipotizzati sarebbero i seguenti:
1)	l’azienda italiana trova un accordo economico soddisfacente con il distributore della zona
interessata e, in fase di trattativa, relativamente
all’aspetto finanziario, concorda tempi e modalità d’incasso;
2)	al momento di concordare modalità d’incasso l’azienda italiana chiede al suo interlocutore
l’eventuale sede della società che verrà utilizzata per l’operazione, o, quanto meno, la sede
e nominativo della Banca che eseguirà il pagamento della fornitura;
3)	la società italiana verifica i rapporti della propria banca con la banca del suo cliente per assicurarsi che l’ultima sia inserita nel circuito
SWIFT e che il pagamento non verrà bloccato
per motivi burocratici;
4)	dovrà essere rilasciato anche da parte del distributore il nominativo della società iraniana
destinataria del bene, per completare la documentazione relativa all’esportazione;
5)	la società italiana, una volta concordate le modalità commerciali e finanziarie dell’operazione,
dovrà, come suindicato, chiedere l’autorizzazione preventiva qualora l’importo superi € 40.000
oppure dovrà semplicemente notificare il trasferimento di un importo superiore a € 10.000;
6)	al momento dell’incasso l’azienda venditrice
dovrà compilare il relativo modello B previsto
dagli istituti bancari; qualora non si tratti di un
prodotto esistente nell’elenco, la società italiana dovrà predisporre sulla propria carta intestata un riepilogo dell’operazione che includerà tutti i dettagli della stessa, senza nulla escludere: ad esempio, nominativi ed importi dovuti ad eventuali agenti o intermediari, o ad autotrasportatori o ad altri soggetti coinvolti nell’operazione. Questo documento, che dovrà essere timbrato e firmato dal legale rappresentante dell’azienda sarà inviato dalla Banca al CSF
una volta attuato il protocollo di avvisatura previsto dal sistema bancario.
INTERNAZIONALI DEL VIETNAM
Lorenzo Riccardi *
Massimiliano Bertollo **
Nel 2013 si celebrano i 40 anni di relazioni
diplomatiche tra Italia e Vietnam. Il Vietnam
fa oggi parte dell’ASEAN, Associazione delle
Nazioni Sud-Est Asiatiche, regione in forte
crescita e caratterizzata da relazioni stabili tra i dieci paesi membri. Come in Europa,
anche nel Sud-Est Asiatico si è giunti a tale
stabilità dopo un secolo duro, in cui gli scontri diplomatici erano risolti unicamente con il
ricorso alla forza e la scelta dei propri alleati
era fondamentale. In tale contesto, le relazioni diplomatiche del Vietnam con paesi terzi
si distinguono chiaramente tra prima e dopo
la caduta del muro di Berlino, simbolo della
fine della superpotenza Sovietica. Solo a partire dagli anni 90 il Vietnam diviene un paese
“moderno”, aprendosi a investitori stranieri
ed entrando a far parte di diverse organizzazioni internazionali. Da ultimo, il Vietnam
si appresta a creare assieme ai suoi partner
ASEAN una nuova entità che avrà importanza fondamentale nel corso di questo secolo;
è difatti previsto per il 2015 la costituzione
dell’AEC (Asean Economic Community).
La storia delle relazioni diplomatiche del Vietnam si compone di due
fasi: l’era sovietica e l’era post-sovietica. Durante la guerra contro gli
Stati Uniti tra il 1959-1975, il Vietnam ha mantenuto relazioni equilibrate con quelli che allora erano i suoi due maggiori alleati, ovvero l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese. Tuttavia al termine di tale
guerra, i rapporti tra Cina e Vietnam si erano raffreddati. Quest’ultimo
veniva visto sempre più come un pericolo agli occhi del Governo di Pe-
chino, in quanto possibile strumento di controllo
a disposizione dell’Unione Sovietica. In seguito
al sostegno dato dai Cinesi ai Khmer Rossi della
Cambogia, i rapporti tra Cina e Vietnam peggiorarono ancora sino a scaturire nel 1978 nel divieto
del commercio privato voluto da Hanoi. All’occupazione della Cambogia da parte del Vietnam, la
Cina rispose occupando la regione settentrionale
vietnamita. In questi anni il Vietnam intensificò i
rapporti con l’Unione Sovietica ed altri Paesi del
Comecon. Tuttavia, con lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991, gli aiuti russi cessarono.
Un passo decisivo per uscire dall’isolamento diplomatico a livello internazionale è stato compiuto nel 1989 con il ritiro delle truppe dalla Cambogia. Nel 1991 il Vietnam aderisce all’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, ASEAN.
Inoltre, non solo inizia ad avere relazioni con Europa e Medio Oriente, ma ripristina i contatti anche con la Cina. A partire dagli anni ’90, il Paese
comincia dunque a integrarsi nell’economia regionale e mondiale entrando a far parte di diverse organizzazioni internazionali; in particolare
diventa membro della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca
Asiatica per lo Sviluppo. Al contempo attira sempre più capitali stranieri dall’Occidente anche per
il fatto di rispettare le norme del sistema finanziario mondiale. Negli anni seguenti il Vietnam continua a promuovere e aumentare il commercio
con gli Stati confinanti dell’Asia Orientale, con i
Paesi dell’Europa Occidentale e del Nord America. Infine, nel Novembre del 2006 diviene membro del WTO (World Trade Organization).
Nel 2013 si celebra l’anniversario dei 40 anni di
relazioni diplomatiche tra Italia e Vietnam. Le relazioni tra i due Paesi, oltre ad essere consolidate
e rilevanti per Roma e Hanoi, rappresentano un
decisivo punto di incontro tra l’Unione Europea
e l’ASEAN.
Durante la guerra del Vietnam (1959-1975), il
Vietnam del Nord cercò di mantenere delle relazioni equilibrate con entrambi i suoi due maggiori alleati, l’Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese.
Nel 1964, Zhou Enlai (il primo presidente della Repubblica Popolare Cinese), preoccupato
per l’escalation delle forze statunitensi nel Vietnam del Sud, realizzò un accordo informale con
il Nord. L’accordo prevedeva che se gli Stati Uniti o le forze armate del Vietnam del Sud avessero
invaso il Nord, i cinesi avrebbero risposto appoggiando militarmente quest’ultimo. Durante l’invasione, Mao Zedong non riuscì però ad inviare tanti piloti addestrati quanti invece aveva promesso
e, di conseguenza, il Nord fece maggiore affidamento sull’Unione Sovietica per la propria difesa.
Nel 1975, la tensione cominciò a crescere, poiché Pechino cominciò a vedere il Vietnam sempre più come un potenziale strumento sovietico
per circondare la Cina. Nel frattempo, quest’ultima incrementò il suo supporto nei confronti degli
Khmer Rossi della Cambogia, scatenando dei sospetti nei vietnamiti sulle reali motivazioni di tale
I rapporti tra Vietnam e Cina si deteriorarono in
modo significativo dopo che Hanoi istituì un divieto al commercio privato nel marzo del 1978;
tale mossa infatti colpì particolarmente il settore cino-vietnamita della popolazione. A seguito
dell’invasione della Cambogia, a opera del Vietnam nel dicembre del 1978, la Cina lanciò una
controffensiva nei confronti del Vietnam, invadendone la regione settentrionale. Di fronte alla
chiusura degli aiuti cinesi e alle tese relazioni in
ambito internazionale, il Vietnam allacciò rapporti sempre più stretti con l’Unione Sovietica e
gli altri stati suoi alleati, membri del Comecon.
Durante tutto gli anni ‘80, il Vietnam ricevette periodicamente quasi 3 miliardi di dollari l’anno,
sotto forma di aiuti economici e militari da parte dell’Unione Sovietica; inoltre il Paese condusse la quasi totalità dei suoi scambi commerciali
con l’URSS e i Paesi membri del Comecon. Tuttavia, gli aiuti economici del blocco sovietico e, più
in generale, del blocco comunista orientale, cessarono dopo il crollo dell’Unione Sovietica (agosto 1991).
Il Vietnam non cominciò ad uscire da uno stato di
isolamento internazionale fino al ritiro delle sue
truppe dalla Cambogia nel 1989. A pochi mesi
dagli Accordi di Parigi del 1991, il Vietnam stabilì relazioni diplomatiche ed economiche con gli
stati membri dell’Associazione delle Nazioni del
Sud-Est Asiatico (ASEAN) e anche con la maggior
parte dei paesi dell’Europa occidentale e del cosiddetto Estremo Oriente. Vennero inoltre ripristinate piene relazioni diplomatiche con la Cina nel
medesimo anno (1991). Le due nazioni conclusero poi nel 1999 un accordo di demarcazione dei
rispettivi confini terrestri.
Negli ultimi dieci anni, il Vietnam ha riconosciuto l’importanza di accrescere la propria interdipendenza economica globale e ha compiuto sforzi notevoli per regolare le sue relazioni estere, per assecondare, ma anche accrescere, il grado di evoluzione internazionale che sempre più caratterizza
l’economia e la politica del Sud-Est Asiatico.
Il Paese ha cominciato a integrarsi nell’economia
regionale e mondiale unendosi a organizzazioni internazionali; ha inoltre intensificato gli sforzi per attirare capitali stranieri dall’Occidente e
regolarizzare i rapporti con il sistema finanziario
mondiale. Negli anni ‘90, dopo l’abolizione del
diritto di veto degli Stati Uniti sui prestiti multilaterali al Paese, il Vietnam è diventato membro
della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Asiatica per lo
Il Vietnam ha altresì accresciuto il commercio con
gli stati confinanti dell’Asia Orientale, con i paesi dell’Europa Occidentale e del Nord America.
Particolarmente significativa è stata poi l’accettazione del Vietnam all’interno dell’ASEAN nel luglio 1995. Il Paese si unì poi anche all’Asia-Pacific
Economic Cooperation forum (APEC) nel novembre 1998 ed ospitò il summit dell’ASEAN il mese
successivo. Nel 2005, il Vietnam ha partecipato
alla prima edizione del vertice dell’Asia Orientale
ed è diventato un membro del WTO (World Trade
Organization) nel novembre 2006.
Sebbene il Vietnam, dopo la conclusione del conflitto con la Cambogia, abbia vissuto essenzialmente un lungo periodo di pace, non sono tuttavia mancate tensioni con i Paesi limitrofi; un
esempio di particolare rilevanza riguarda le frizioni con la Cina concernenti la rivendicazione
del legittimo possesso delle Isole Spratly (un arcipelago del Mare Cinese Meridionale, in una zona
potenzialmente ricca di petrolio).
Rivendicazioni contrastanti hanno prodotto in
tale zona, nel corso degli anni, piccoli alterchi di
carattere armato. Nel 1988 la Cina occupò alcune delle isole dell’arcipelago Spratly che erano
sotto il controllo vietnamita; nello scontro a fuoco tra i due Paesi morirono più di 70 soldati vietnamiti. L’affermazione da parte della Cina del
controllo sulle isole Spratly e sull’intero Mare Cinese Meridionale ha suscitato una certa preoccupazione nel Vietnam, così come negli altri stati del Sud-Est Asiatico. Il confine territoriale tra i
due paesi è stato definitivamente stabilito tramite un accordo di frontiera terrestre siglato nel dicembre 1999 e un ulteriore accordo di frontiera
concernente il Golfo del Tonchino, firmato nel
Vietnam e Russia hanno annunciato una partnership strategica nel marzo 2001 in occasione della
prima visita a Hanoi di un capo di stato russo, in
gran parte come tentativo di controbilanciare la
sempre crescente influenza della Cina all’interno
dell’area del Sud-Est Asiatico.
All’interno delle controversie in ambito internazionale troviamo quindi, prima fra tutte, la complessa disputa sul possesso delle isole Spratly, che
coinvolge oltre al Vietnam e alla Repubblica Popolare Cinese (RPC), anche la Repubblica di Cina
(ROC), la Malesia, le Filippine ed il sultanato del
Brunei. Non risulta essere definito il confine marittimo con la Cambogia; sono invece state risolte
rispettivamente, nell’agosto del 1997 e nel 2000,
le diatribe concernenti il confine marittimo con la
Thailandia ed il confine marittimo con la RPC nel
Golfo del Tonchino. Le isole Paracel sono state
occupate dalla Repubblica Popolare Cinese, ma
vengono rivendicate da Vietnam e ROC; le isole al largo della Cambogia e le sezioni di confine
sono anch’esse oggetto di disputa ed infine, l’accordo sulla frontiera terrestre con Repubblica Popolare Cinese, è stato firmato nel dicembre 1999.
Relazioni con Sud-Est Asiatico
e Asia Orientale
I rapporti del Vietnam con i Paesi del Sud-Est Asiatico e con quelli dell’Asia Orientale sono di notevole rilevanza e, per certi aspetti, presentano una
matrice comune. Di seguito verranno analizzate le relazioni con Cambogia, Filippine, Giappone, Indonesia, Laos, Malesia, Repubblica Popolare Cinese e Tailandia.
Le relazioni bilaterali tra il Regno di Cambogia
e la Repubblica Socialista del Vietnam sono state tese per lungo tempo, a causa di problemi territoriali, minoranze etniche comuni ai due popoli
e tentativi storici da parte del Vietnam di influenzare o dominare il governo della Cambogia. Entrambe le nazioni hanno in seguito provveduto a
stabilire legami di amicizia.
Gran parte dell’espansione territoriale verso sud ad
opera del Vietnam dal VII secolo è avvenuta a discapito del popolo indigeno degli Khmer Krom. La
Cambogia condivide quindi con il Vietnam, ad est
e sud-est, una frontiera lunga 1.137 chilometri.
Dopo le guerre siamese-vietnamite (1831-1834 e
1841-1845), la Cambogia divenne uno stato vassallo di Vietnam e Siam ed il Paese venne culturalmente e amministrativamente “Vietnam-izzato”.
Durante il dominio coloniale dell’Indocina Francese, che comprendeva sia il Vietnam che la Cambogia, le autorità francesi trasferirono operai vietnamiti in Cambogia, dove tale crescente minoranza finì per dominare gli affari e le risorse idriche del paese. Nella prima guerra per l’indipendenza dell’Indocina, alcuni cambogiani, tra cui il
re Norodom Sihanouk, hanno combattuto contro
le forze Viet Minh, perché temevano una dominazione coloniale vietnamita.
Dopo l’indipendenza, il Regno di Cambogia mantenne relazioni diplomatiche sia con il Vietnam
del Nord che con il Vietnam del Sud. Tuttavia, i
Viet Cong utilizzarono la Cambogia come base per
combattere la guerra del Vietnam, e il Sud, sotto il
governo di Ngo Dinh Diem, perseguitò gli oppositori politici anche in territorio cambogiano.
Tramite la cosiddetta Bangkok Plot (una cospirazione internazionale per spodestare il principe
Norodom Sihanouk di Cambogia), il governo di
Diem tentò di rovesciare il governo di Sinahouk e
sostituirlo con uno di destra pro-Sud.
Anche l’esercito degli Stati Uniti bombardò il territorio cambogiano, alla ricerca dei comunisti vietnamiti, causando perdite al Paese pari a 150.000
Nonostante i tentativi di negoziare con “qualsiasi [Stato vietnamita] si rivelerà più ragionevole...
[delimitare] le nostre frontiere comuni“, Sinahouk
non riuscì ad ottenere un’udienza dal governo
vietnamita sulle dispute territoriali latenti in Cocincina e soprattutto riguardo l’isola di Koh Tral
(Phu Quoc). Il re stesso è stato accusato di ospitare basi militari vietnamite in Cambogia, e di assecondare la diffusione di rivolte anti-vietnamite, culminate nel colpo di stato cambogiano del
Facendo riferimento principalmente ai Viet Cong
nella regione di confine, il nuovo presidente cambogiano Lon Nol ha dichiarato: “Secondo la religione buddista, ci deve essere una guerra. Una
guerra contro i comunisti vietnamiti che considerano la religione il loro nemico”. Tuttavia, Nol
tentò anche di espellere dalla Cambogia 40.000
soldati sudvietnamiti, il cui numero superava addirittura l’intera forza militare propria del Paese.
L’opposizione degli Khmer Rossi salì al potere in
Cambogia nel 1975, poco prima della caduta di
Saigon ad opera delle forze del Nord.
La Guerra Siamese-Vietnamita
La Kampuchea Democratica dimostrava di fatto
un grado di ostilità, alla presenza delle truppe vietnamite nel suo territorio, non inferiore alla Repubblica Khmer che l’aveva preceduta. I negoziati di frontiera continuarono a vacillare per lungo
tempo e, dopo le proteste da parte della Cambogia relativamente a mappe territoriali vietnamite
che mostravano alcune zone come appartenenti
al Vietnam, mentre di fatto erano parte dello stato cambogiano, nel 1978 le relazioni ufficiali tra i
due Stati vennero sospese.
Il Vietnam, in passato, tentò ripetutamente di effettuare un cambio di regime in Cambogia tramite
interventi militari; ci riuscì infine nel 1978 creando la Repubblica di Kampuchea (PRK): uno “Stato
fantoccio”, ossia uno stato sovrano solo nominalmente, ma di fatto controllato da un Paese straniero. Tali azioni del Vietnam sono state condannate
dalle Nazioni Unite, dall’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico e dalla Repubblica Popolare Cinese, che intrapresero una breve guerra
con il Vietnam nel 1979, nel tentativo di scoraggiare l’occupazione della Cambogia. Il Vietnam,
l’Unione Sovietica e i loro alleati riconobbero la
PRK come il governo legittimo della Cambogia,
mentre i paesi occidentali e la Cina continuarono
a considerare la Kampuchea Democratica come
l’effettivo governo della Cambogia.
La PRK, che controllava la maggior parte della Cambogia, esclusa però la provincia orientale dello Svay Rieng, firmò un accordo di frontiera
con il Vietnam nel 1983. Il governo rese obbligatorio l’insegnamento della lingua vietnamita nelle scuole cambogiane, incoraggiò i matrimoni misti ed autorizzò la migrazione di oltre mezzo milione di civili vietnamiti in Cambogia. Pochi anni
dopo però, precisamente nel 1990, il Vietnam si
ritirò dalla Cambogia.
Commercio e Rapporti Bilaterali
Dal 1990, dopo il ritiro del Vietnam dal territorio
cambogiano, le relazioni tra le due nazioni iniziarono a migliorare. Sia il Vietnam che la Cambogia sono membri di organizzazioni multilaterali regionali come l’ASEAN e la Cooperazione Mekong-Ganga. Entrambe le nazioni si sono
aperte e hanno sviluppato il commercio al di fuori dei propri confini, hanno inoltre cercato di ridurre la regolamentazione dei visti a tale scopo.
Entrambi i governi si erano fissati l’obiettivo ufficiale di incrementare gli scambi bilaterali del
27%; ciò ha portato a raggiungere la quota di 2,3
miliardi di dollari, prevista come obiettivo entro il
2010, e a fissare l’ambizioso traguardo di 6,5 miliardi di dollari entro il 2015.
Nel 2007, il Vietnam ha inoltre esportato, in Cambogia, merci per un valore di 1,2 miliardi di dollari. Mentre la Cambogia è solo il sedicesimo più
grande importatore di merci vietnamite, il Vietnam è per la Cambogia il terzo mercato più vasto
per quanto riguarda le esportazioni.
Eventi ed Evoluzioni Recenti
Nel 2005, il Vietnam e la Cambogia stabilirono un
trattato aggiuntivo all’originale Trattato sulla Delimitazione dei Confini Nazionali del 1985, che
però la Cambogia ritenne inaccettabile. Di conseguenza, il Vietnam ha tentato di rivendicare numerose terre cambogiane, in base alle accuse di invasione vietnamita sollevate dal trattato in questione.
In base ad una dichiarazione fatta da un ministro
del governo dell’ex amministrazione coloniale
dell’Indocina francese, la Cambogia avrebbe dovuto rinunciare a due dei suoi villaggi, in favore
del Vietnam, in cambio della possibilità di mantenere due villaggi che erano stati ritenuti territori cambogiano in base al trattato del 1985 (nella
fattispecie: Thlok Trach e Anlung Chrey). In ogni
caso, non sono noti quali sarebbero dovuti essere i due villaggi ai quali la Cambogia avrebbe dovuto rinunciare.
Per risolvere la controversia, nel 2011, il governo cambogiano ha annunciato di voler accelerare
il processo di demarcazione con il Vietnam. Il 24
Giugno 2012, il Vietnam e la Cambogia hanno celebrato la delimitazione dell’ultimo marcatore del
confine comune (il marcatore 314). I Primi Ministri
Nguyen Tan Dung, del Vietnam, e Hun Sen, della
Cambogia, hanno partecipato personalmente alla
celebrazione per svelare il nuovo marcatore e ribadire la cooperazione e l’amicizia tra i due Paesi.
Ciò che realmente accomuna Vietnam e Indonesia è che entrambi sono membri dell’ASEAN,
l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico.
Il Presidente dell’Indonesia Megawati Sukarnoputri si è recato in visita nel Vietnam a Giugno del
2003. Tale viaggio era strettamente collegato alla
firma, da parte dei due Paesi, di una “Dichiarazione sul Quadro di Cooperazione Amichevole e
Completa all’Ingresso nel 21° secolo”.
Nel mese di Maggio 2005, il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono si è nuovamente recato in visita nel Vietnam. A Dicembre dello
stesso anno sono stati organizzati dei festeggiamenti nelle capitali di entrambi i Paesi per celebrare il 50° anniversario della definizione dei rapporti diplomatici.
È ora assolutamente necessario fare un breve excursus sull’ASEAN, il suo ruolo, le sue caratteristiche e le sue funzioni. Ciò ci permetterà di comprendere meglio il percorso evolutivo dei Paesi
del Sud-Est Asiatico, nonché il legami e rapporti internazionali che intercorrono tra i vari Stati.
ASEAN: Quadro Generale
L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è un’organizzazione geo-politica ed
economica composta da dieci Paesi situati nel
Sud-Est Asiatico, che è stata costituita l’8 agosto
1967 da Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia. Sono in seguito divenuti membri
anche il Sultanato del Brunei, la Birmania (Myanmar), la Cambogia, il Laos, e il Vietnam.
I suoi obiettivi sono accelerare la crescita economica, stimolare il progresso sociale e lo sviluppo culturale tra i membri, tutelare la pace e la
stabilità regionale, ed infine creare opportunità di
discussione pacifica tra i vari Paesi appartenenti
L’ASEAN copre una superficie di 4,46 milioni di
km², che è il 3% della superficie totale della Terra,
ed ha una popolazione di circa 600 milioni di persone, che è l’8,8% della popolazione mondiale. La
porzione di mare dell’ASEAN è circa tre volte superiore rispetto a quella terrestre. Nel 2010, il suo
Pil nominale era cresciuto fino ad un valore pari a
1,8 miliardi di dollari. Se l’ASEAN fosse un’entità
unica, si tratterebbe della nona più grande economia del mondo (dopo Stati Uniti, Cina, Giappone,
Germania, Francia, Brasile, Regno Unito e Italia).
L’ASEAN è stata storicamente preceduta da un’altra
organizzazione chiamata Associazione del Sud-Est
Asiatico (comunemente definita ASA), che rappresentava un’alleanza composta da Filippine, Malaysia e Thailandia, e che era stata costituita nel 1961.
Il blocco in sé, tuttavia, è stato effettivamente istituito l’8 agosto 1967, quando i ministri degli esteri dei cinque paesi – Indonesia, Malesia, Filippine,
Singapore e Thailandia – si sono incontrati presso il
palazzo del Dipartimento Thailandese degli Affari
Esteri a Bangkok e hanno firmato la Dichiarazione
dell’ASEAN, più comunemente conosciuta come
la Dichiarazione di Bangkok. I cinque ministri degli Esteri – Adam Malik dell’Indonesia, Narciso Ramos delle Filippine, Abdul Razak della Malesia, S.
Rajaratnam di Singapore, e Thanat Khoman della Thailandia – sono considerati i padri fondatori
Le motivazioni alla base della nascita dell’ASEAN
erano la possibilità per le élite di governo dei propri
membri di concentrarsi sulla costruzione delle proprie nazioni (e di conseguenza anche di una più forte identità nazionale), la paura comune per il comunismo, una ridotta fede o un diffuso senso di sfiducia nei confronti delle potenze esterne durante tutti gli anni ‘60, e il desiderio di sviluppo economico.
Per non parlare poi delle ragioni individuali di
ciascun Paese, ossia l’ambizione non troppo velata dell’Indonesia di ottenere il ruolo di egemone
all’interno dell’area, e la speranza da parte della
Malaysia e di Singapore di contenere l’Indonesia
e condurla verso un quadro caratterizzato da una
maggiore cooperazione.
Alla Papua Nuova Guinea, uno stato della Melanesia, è stato concesso lo status di Osservatore
nel 1976 e di Osservatore Speciale nel 1981. L’ASEAN ha avviato inoltre un programma di cooperazione economica a seguito del vertice di Bali
del 1976. L’intera organizzazione ha vissuto poi
un periodo di enorme difficoltà a metà degli anni
1980, per poi riprendersi soltanto intorno al 1991
grazie alla proposta da parte della Thailandia di
istituire una zona regionale di libero scambio. Il
blocco ha ottenuto infine ancora maggior rilievo
quando il Sultanato del Brunei si è unito all’ASEAN, divenendone il sesto membro in data 8 gennaio 1984, appena una settimana dopo aver ottenuto l’indipendenza il 1° gennaio.
Successiva Espansione ed Evoluzione
Il 28 luglio 1995, il Vietnam è diventato il settimo membro dell’ASEAN. Laos e Myanmar si sono
unito due anni dopo, il 23 luglio 1997. Anche la
Cambogia si sarebbe dovuta unire all’organizzazione nel ‘97, ma l’ingresso è stato rinviato a causa di lotte politiche interne al Paese. È infine entrata a far parte del gruppo il 30 aprile 1999, a seguito della stabilizzazione del suo governo.
Negli anni ‘90, il blocco ha registrato sia un aumento nel numero dei membri che uno stimolo
sempre crescente verso maggiori livelli di integrazione tra Paesi. Nel 1990, inoltre, la Malesia propose la creazione dell’East Asia Economic Caucus (EAEC): una zona di libero scambio commerciale, che comprendesse gli allora membri dell’ASEAN e, in aggiunta, anche la Repubblica Popolare Cinese, il Giappone e la Corea del Sud. Questa
proposta aveva l’intento di controbilanciare la crescente influenza degli Stati Uniti nell’Asia-Pacific
Economic Cooperation (APEC), nonché all’interno
della regione asiatica nel suo complesso. Questa
proposta non è però andata a buon fine, a causa della forte opposizione da parte di Stati Uniti e
Giappone. Nonostante questo fallimento, gli Stati
membri hanno continuato a lavorare per una maggiore integrazione, che ha portato, tra l’altro, alla
creazione dell’ASEAN Plus Three nel 1997.
Nel 1992, è stata firmata la proposta per la Comune Effettiva Tariffa Preferenziale (CEPT) con lo
scopo di eliminare progressivamente le tariffe e
con obiettivo di aumentare il vantaggio competitivo della regione come base di produzione orientata al mercato mondiale. Questa legge si configurava quindi come il quadro di riferimento per la
zona di libero scambio dell’ASEAN.
Dopo la crisi finanziaria dell’Asia Orientale del
1997, vi fu un rilancio della proposta malese a
Chiang Mai (la cosiddetta Chiang Mai Initiative)
che invitava ad una migliore integrazione tra le
economie dei Paesi membri dell’ASEAN, nonché
tra gli Stati facenti parte dell’ASEAN Plus Three,
ossia Cina, Giappone e Corea del Sud.
Oltre a migliorare le economie di ciascuno Stato
membro, il blocco ha sempre cercato di preservare la pace e la stabilità all’interno della regione.
Il 15 dicembre 1995, è stato firmato il Southeast
Asian Nuclear-Weapon-Free Zone Treaty; questo
trattato dimostrava l’intenzione di trasformare il
Sud-Est Asiatico in una zona libera dalle armi nucleari. Il trattato è entrato però in vigore soltanto
il 28 marzo 1997, dopo essere stato ratificato da
tutti gli Stati membri, tranne uno. È infine diventato pienamente efficace il 21 giugno 2001, dopo
la firma anche da parte delle Filippine, portando
di conseguenza a bandire tutte le armi nucleari
A marzo del 2011, il Timor Est ha presentato al
vertice di Giacarta una lettera di candidatura per
diventare l’undicesimo membro dell’ASEAN; l’Indonesia, dal canto suo, ha mostrato un caloroso
benvenuto nel gruppo al Timor Est.
A cavallo del 21° secolo, le principali questioni di interesse del gruppo si sono orientate verso
una prospettiva più ambientale, pertanto l’organizzazione ha iniziato a discutere di accordi ambientali. Tra questi ritroviamo, nel 2002, la firma
dell’accordo ASEAN sull’Inquinamento Atmosferico Transfrontaliero, che si configura come un
tentativo di controllare l’inquinamento da smog
nel Sud-Est Asiatico. Il trattato pare però non aver
avuto l’effetto desiderato, infatti, rispettivamente
nel 2005 e nel 2006, la Malesia e l’intero SudEst Asiatico hanno assistito ad un periodo con un
tasso particolarmente alto di smog, con notevoli
conseguenze sui raccolti e sulla salute della popolazione.
Altri trattati ambientali introdotti dall’organizzazione comprendono la Cebu Declaration on East
Asian Energy Security, l’ASEAN Wildlife Enforcement Network del 2005 e la Partnership Asia-Pacifico per lo sviluppo pulito e il clima, tutte risposte ai potenziali effetti del cambiamento climatico. Naturalmente le questioni relative al cambiamento climatico rimangono tutt’ora di notevole
Tramite il 2° Concordato di Bali del 2003, l’ASEAN ha sottoscritto il concetto di pace democratica, il quale implica che tutti i Paesi membri ritengono che seguire i dettami della democrazia aiuterà a promuovere la pace e la stabilità all’interno
della regione. Anche gli Stati caratterizzati da un
governo non-democratico hanno concordato che
si trattava di un obiettivo a cui tutti i membri del
gruppo avrebbero dovuto aspirare.
I leader di ogni Paese, in particolare il Primo Ministro della Malesia Mahathir Mohamad, hanno avvertito poi il bisogno di una maggiore integrazione all’interno della regione. A partire dal
1997, il blocco ha iniziato a creare organizzazioni interne con l’intenzione di raggiungere questo obiettivo: l’ASEAN Plus Three è stata la prima
di queste, creata per migliorare i legami esistenti
con la Repubblica Popolare Cinese, il Giappone
e la Corea del Sud. In seguito venne istituito il più
omnicomprensivo vertice dell’Asia Orientale, che
comprendeva i Paesi dell’ASEAN Plus Three, ed in
più l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda. Questo nuovo raggruppamento è stato realizzato per
fare da precursore alla creazione della successiva
Comunità dell’Asia Orientale. Venne infine creato l’ASEAN Eminent Persons Group per studiare i
potenziali successi e gli insuccessi di questa politica, così come l’eventualità di redigere una Carta dell’ASEAN.
Nel 2006, l’ASEAN ha ricevuto lo status di osservatore presso l’Assemblea Generale delle Nazioni
Unite. In risposta, l’organizzazione ha riconosciuto
lo status di “partner di dialogo” alle Nazioni Unite.
Inoltre, il 23 luglio dello stesso anno, José Ramos-
Horta, allora Primo Ministro del Timor Est, firmò
una richiesta formale di adesione e stimò che l’intero processo di affiliazione sarebbe durato almeno
cinque anni, prima quindi che, l’allora stato-osservatore, potesse diventare un membro a pieno titolo.
Nel 2007, l’ASEAN ha celebrato il 40° anniversario dalla sua nascita, e 30 anni di relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Il 26 agosto 2007,
l’ASEAN ha dichiarato che intende portare a termine tutti i suoi accordi di libero scambio con
Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e
Nuova Zelanda, entro il 2013, in linea quindi con
l’istituzione della Comunità Economica dell’ASEAN, che avverrà entro il 2015.
Il 15 gennaio 2007, a Cebu venne firmata dall’ASEAN e dagli altri membri della EAS (Australia,
Repubblica Popolare Cinese, India, Giappone,
Nuova Zelanda e Corea del Sud) la Dichiarazione di Cebu sulla Sicurezza Energetica dell’Asia
Orientale, che promuove la sicurezza energetica
tramite la ricerca di energie alternative ai combustibili convenzionali.
A novembre del 2007, i Paesi membri hanno firmato la Carta dell’ASEAN, una Costituzione che
disciplina le relazioni tra gli Stati appartenenti
all’organizzazione e che rende l’ASEAN un’entità
giuridica internazionale.
Il 27 febbraio 2009 è stato firmato un accordo di
libero scambio tra il blocco regionale di 10 Paesi
dell’ASEAN, la Nuova Zelanda e l’Australia. Si stima che questo ALS (Accordo di Libero Scambio)
incrementerà il PIL aggregato di tutti i 12 paesi di
più di 48 miliardi di dollari nel corso del periodo
Di seguito una tabella riassuntiva dei principali Trattati tra Italia e Vietnam:
Scambio di note costituente l’atto relativo allo stabilimento dei rapporti diplomatici.
Accordo concernente il servizio postale e il servizio di telecomunicazioni, con n. 2 Protocolli.
Scambio di note relativo a un accordo finanziario.
Accordo sulla collaborazione economica, scientifica e tecnica.
Dichiarazione di intenti sulla collaborazione culturale.
Accordo per la promozione e la protezione degli investimenti, con protocollo.
Accordo di cooperazione tecnica, con annessi.
Accordo culturale.
Protocollo di cooperazione scientifica e tecnologica.
Memorandum di intesa relativo al sistema di rifornimento idrico fluviale nella città di Ho Chi Min,
Accordo di consolidamento, con annessi “a” e “b” (club di Parigi del 14 dicembre 1993).
Accordo per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le
evasioni fiscali, con protocollo aggiuntivo.
Memorandum di intesa sui termini e le condizioni relative alla attuazione del programma di
cooperazione italiano.
Memorandum sulla cooperazione per le piccole e medie imprese.
Accordo sulla istituzione e gestione di fondi di contropartita generati dall’aiuto bilaterale della
cooperazione italiana, con n. 2 Allegati.
Memorandum di intesa sulla cooperazione per la difesa.
Memorandum di intesa sulla concessione di un prestito per “l’estensione e il miglioramento
dell’acquedotto della città di Quang Ngai – progetto”.
dell’acquedotto della città di Me Linh – progetto”.
dell’acquedotto della città di Ca Mau – progetto”.
Accordo per l’esecuzione del programma di aiuto nel settore idrico a supporto della bilancia dei
pagamenti del Vietnam con un finanziamento di 2.737.221,50 euro.
Memorandum di intesa sulla concessione di un prestito per “l’ammodernamento del sistema
nazionale di previsione e allarme preventivo delle inondazioni in Vietnam – prima fase”.
Accordo concernente il “progetto per l’assistenza tecnica di supporto istituzionale per facilitare
l’accesso del Vietnam alla organizzazione internazionale del commercio (omc)”, con allegati.
Convenzione relativa alla cooperazione in materia di adozione di minori.
Accordo per il progetto “assistenza per la creazione di infrastrutture di supporto per le piccole e
medie imprese in Vietnam”.
Cambio di note modificativo dell’accordo del 29 novembre 2002, Per l’esecuzione del programma di
aiuto nel settore idrico a supporto della bilancia dei pagamenti, in favore del ministero delle finanze
del Vietnam, per un finanziamento di euro 2.737.221,50.
Memorandum di intesa sul “progetto in materia di risanamento urbano di Nui Thanh – provincia di
Quang Nam – (Aid n. 8794”, Con annesso.
15 marzo 200
Memorandum di intesa sul “progetto in materia di approvvigionamento idrico a Binh Thuan – (Aid
n. 8766)”, con annesso
Memorandum di intesa sul “progetto in materia di risanamento urbano della città di Ca Mau – (Aid
n. 8862)”, con annesso.
Accordo di cooperazione allo sviluppo.
Accordo sulla cooperazione in materia di turismo.
Accordo sulla esenzione dall’obbligo di visto per i titolari di passaporti diplomatici.
Accordo sulla conversione del debito.
Scambio di note emendativo dell’accordo del 13 luglio 2010 Sulla conversione del debito.
Scambio di note relativo a un emendamento al memorandum di intesa sulla concessione di un
prestito “estensione e miglioramento dell’acquedotto della città di Quang Ngai”.
prestito per “l’estensione e il miglioramento dell’acquedotto della città di Ca Mau”.
* Dottore commercialista specializzato in fiscalità internazionale. Ha conseguito un master in economia
all’Università UIBE di Pechino ed è autore di articoli e saggi su tematiche di vario genere relative agli investimenti
stranieri in Asia Orientale. Vive e lavora a Shanghai, dove si occupa di diritto commerciale e tributario, seguendo
gli investimenti stranieri in Cina e Sud Est Asiatico. Ricopre il ruolo di sindaco e consigliere per diversi gruppi
societari ed è socio dello Studio di consulenza GWA, specializzato in Asia e Paesi emergenti. Ha pubblicato
“Guida alla fiscalità di Cina, India e Vietnam” edito da IlSole24Ore ed è membro dell’Ordine dei Dottori
Commercialisti di Milano, del Registro dei Revisori dei Conti in Italia, dell’accountants association del Vietnam
e dell’Hong Hong Institute of CPAs in Hong Kong. Tiene seminari e convegni su economia e diritto tributario in
Oriente ed è responsabile della sezione “Asia” della banca dati online “Fisco e Tasse” (Maggioli Editore).
lr@gwa-asia.com
** Attualmente International Coordinator del progetto di cooperazione “SME Cluster Development”, gestito da
UNIDO e finanziato dal MAE-DGCS, ha avuto a che fare con il Vietnam e il Sudest Asiatico dalla seconda metà
A seguito di un primo approccio sul campo in ambito accademico (ricerca per la tesi di laurea magistrale “il
catching-up del Vietnam con i Paesi asiatici emergenti), ha lavorato a diverso titolo presso l’ufficio commerciale
dell’Ambasciata d’Italia ad Hanoi, l’ufficio ICE di Ho Chi Minh City e presso l’ufficio Regionale della
Cooperazione italiana allo Sviluppo, ufficio di base ad Hanoi ma con la copertura e responsabilità per Cambogia,
Laos e Myanmar.
Quali sono le novità introdotte dalla l. 97/2013 in tema di compilazione di quadro RW?
Con l’art. 9 della legge n. 97/2013 sono state apportate le seguenti modifiche:
•	eliminazione delle sezioni I e III del quadro RW del modello Unico;
•	conferma dell’obbligo di compilazione della sezione II, dedicata
allo “stock” di investimenti, venendo meno, tuttavia, il limite di euro
10.000 al di sotto del quale prima delle modifiche non era obbligatoria la compilazione;
•	riduzione delle sanzioni dal 3% al 15% dell’ammontare degli importi non dichiarati (nel caso di attività detenute in paesi “black list”, le
sanzioni sono raddoppiate);
•	sanzione fissa di euro 258, nel caso di presentazione del quadro RW
entro 90 giorni dal termine;
•	estensione degli obblighi di monitoraggio, oltre che alle persone fisiche, agli enti non commerciali ed alle società semplici, anche ai c.d.
“titolari effettivi” degli investimenti esteri, da individuarsi secondo la
normativa antiriciclaggio (art. 1, comma 2, lett. u), dell’allegato al
d.lgs. n. 231/2007).
Sotto il profilo sanzionatorio si precisa che, per le violazioni commesse antecedentemente all’entrata in vigore della norma in esame (4 settembre 2013), dovrebbe trovare applicazione il principio del favor rei di
cui all’art. 3 del d.lgs. n. 472/1997, secondo cui un contribuente non
può essere assoggettato a sanzione per un fatto che, secondo una legge
posteriore, non costituisce violazione punibile, e si rende applicabile la
sanzione più favorevole quando la stessa viene ridotta.
Bielorussia: pianificare l'internazionalizzazione dell'impresa
Articolo di Mattia Bau su Fiscalità Estera, nr.9, 2013