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Timestamp: 2018-03-25 01:30:25+00:00
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Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 28 marzo 2017, n. 15482 - Avvocato Renato D'Isa
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Il pubblico ufficiale è dotato di poteri deliberativi, autoritativi e o certificativi, mentre l’incaricato di pubblico servizio non ha poteri nonostante l’attività sia comunque riferibile alla sfera pubblica. A seguito di trasformazione dell’ente pubblico in spa i soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio quando l’attività della società stessa sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche pur se con strumenti privatistici
sentenza 28 marzo 2017, n. 15482
3.1. Con il primo motivo si denuncia il vizio di motivazione della sentenza impugnata per aver ritenuto viziati gli atti con cui l’imputato attribuiva gli incarichi, sul presupposto, ritenuto errato, che essi avvenivano senza il rispetto di alcuna formalita’ e senza regolare documentazione. Al contrario si rileva che i giudici avrebbero dovuto tenere in considerazione le dichiarazioni del direttore amministrativo della societa’ contenute nel verbale di sequestro del 24.10.2011, da cui risulta che tutta la documentazione riguardante le gare e gli affidamenti degli incarichi veniva regolarmente protocollata, custodita e scannerizzata, sicche’ le discrasie evidenziate, ad esempio tra documentazione cartacea e archivio informatico, non dimostrano l’inosservanza generale della tenuta della documentazione e non giustificano nemmeno il sospetto di possibili manomissioni, come invece sembra ritenere la Corte d’appello in base ad una valutazione apodittica.
3.2. Con il secondo motivo si censura, sotto un diverso profilo, la motivazione per aver fondato il giudizio di responsabilita’ dell’imputato sulle circostanze della mancata nomina del responsabile unico del procedimento (RUP) e della omessa programmazione delle opere nonche’ sulla violazione del divieto di frazionamento degli affidamenti, cioe’ sul meccanismo evidenziato dalla Corte territoriale, in base al quale ad un primo affidamento di lavori sotto soglia, seguiva un successivo affidamento, sempre sotto soglia, della stessa lavorazione. Nel ricorso si contesta, ribadendo quanto sostenuto in appello, che vi fosse l’obbligo di nominare il rappresentante unico del procedimento ovvero di effettuare una programmazione triennale, cio’ sia in forza della legge c.d. Merloni (L. n. 109 del 1994), sia del codice dei contratti (Decreto Legislativo n. 163 del 2006), sicche’ in mancanza di tali obblighi perde ogni rilievo la costruzione che i giudici hanno fatto sul meccanismo di frazionamento degli appalti, in quanto questo non avrebbe alcuna ragione.
3.4. Con il quarto motivo si ribadisce che l’obbligo di nomina del RUP non discende neppure dal Decreto Legislativo n. 163 del 2006 (c.d. codice dei contratti pubblici), che all’articolo 10 replica la disposizione previgente contenuta nella Legge Merloni. Anche in questo caso la societa’ (OMISSIS) non rientra tra le amministrazioni che devono nominare il RUP, in quanto non puo’ considerarsi organismo di diritto pubblico ai sensi dell’articolo 3, comma 1, Decreto Legislativo cit., data la natura industriale e commerciale della sua attivita’.
Come e’ noto, la giurisprudenza ha cercato di individuare gli indici sintomatici del carattere pubblicistico dell’attivita’ svolta, facendo riferimento alla natura pubblica dell’ente da cui promana l’attivita’ del soggetto, al perseguimento di finalita’ pubbliche, all’impiego di pubblico denaro, alla soggezione a controlli pubblici, in ogni caso escludendo, tra i criteri idonei a qualificare come di rilievo pubblico l’attivita’ svolta, la forma giuridica dell’ente e la sua costituzione secondo le norme del diritto pubblico. Di conseguenza, la giurisprudenza riconosce la qualifica di incaricato di pubblico servizio anche al dipendente di una societa’ privata che eserciti un servizio pubblico, a condizione, ovviamente, che il soggetto abbia svolto in concreto un’attivita’ che in tale servizio pubblico rientri. In questo senso, deve rilevarsi come le applicazioni giurisprudenziali delle qualifiche pubblicistiche che hanno sollevato maggiori perplessita’, soprattutto in dottrina, sono state quelle che hanno riguardato gli operatori d’impresa, soprattutto nel settore delle c.d. privatizzazioni.
Nel caso in esame, la Societa’ delle (OMISSIS) s.p.a., oltre ad essere partecipata da enti pubblici (tra cui Comune e Provincia di Venezia; Comune e Provincia di Padova), agisce quale concessionaria (OMISSIS), con il compito di gestire tutte le attivita’ ed i compiti necessari per l’esercizio dell’autostrada, per il suo completamento nonche’ per le opere di
ristrutturazione e di manutenzione, come risulta dall’atto di convenzione unica autostradale sottoscritta dallo stesso Lino (OMISSIS), in qualita’ di amministratore delegato. In questo modo, alla Societa’ delle (OMISSIS) e’ stata affidata la gestione di un servizio pubblico in un settore di particolare rilievo strategico come quello dei trasporti, attivita’ che comunque svolge sotto il controllo e la vigilanza del Ministero competente: la struttura di societa’ per azioni, a partecipazione mista, non puo’ condurre a disconoscerne il rilievo pubblicistico, in quanto la veste privatistica e’ funzionale ad assicurare di poter operare con maggior snellezza sul mercato. La forte connotazione pubblicistica della societa’ e’ rivelata, tra l’altro, dalle previsioni contenute nell’articolo 30 della Convenzione con (OMISSIS), secondo cui la concessionaria “e’ tenuta all’osservanza della normativa nazionale e comunitaria vigente” per l’affidamento di lavori, forniture e servizi, con espresso riferimento al rispetto del Decreto Legge 3 ottobre 2006, n. 262, articolo 2, comma 85, lettera c), convertito nella L. 24 novembre 2006, n. 286, e con richiamo alla L. 7 agosto 1990, n. 241.
Le condotte contestate al (OMISSIS) si inseriscono proprio nell’ambito delle attivita’ di affidamento di lavori a societa’ esterne e costituiscono condotte esplicative del servizio pubblico prestato, con la conseguenza che va riconosciuta all’imputato la qualifica di incaricato di pubblico servizio, ma non quella di pubblico ufficiale, dovendo escludersi che la societa’ concessionaria svolgesse una pubblica funzione. Contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale – la Corte d’appello si e’ limitata a richiamare alcune decisioni risalenti omettendo ogni specifica motivazione al riguardo -, secondo cui sussisterebbe la qualifica di pubblico ufficiale in quanto il (OMISSIS) avrebbe agito nell’esercizio di pubbliche funzioni, tali dovendo riconoscersi le procedure attivate per l’assegnazione dei lavori, si ritiene che nello svolgimento del pubblico servizio vada ricompresa anche l’attivita’ svolta dall’imputato nei vari affidamenti dei lavori, escludendo che per il solo fatto di procedere all’assegnazione dei lavori muti la qualifica in quella di pubblico ufficiale.
Si lamenta che non siano state riportate tutte le dichiarazioni rese da (OMISSIS), ma non viene contestato quanto riportato nella sentenza di appello, secondo cui (OMISSIS) ha dichiarato di aver dovuto versare all’imputato il 5% dei pagamenti ricevuti per i lavori effettuati in favore della Societa’ (OMISSIS); riguardo alle dichiarazioni rese da (OMISSIS) non si contesta quanto da questi riferito circa gli importi versati al (OMISSIS), pari all’8%, l’ultimo dei quali nell’estate del 2010 per i lavori effettuati nel corso del 2009; vaghe censure di imprecisione sono dedicate alle accuse di (OMISSIS), ma non si contesta il nucleo delle sue dichiarazioni secondo cui pagava una percentuale del 10% al (OMISSIS), precisando di aver versato la somma di Euro 10.000 nel febbraio 2010 per l’ultimo lavoro svolto nel corso del 2009; per quanto riguarda (OMISSIS) si contesta la sua dichiarazione la’ dove colloca l’ultimo lavoro svolto per la societa’ nel 2010, ma nulla di concreto viene detto in relazione agli anni precedenti, rispetto ai quali il (OMISSIS) conferma di aver versato somme di denaro al (OMISSIS). Peraltro, a riscontro di queste accuse la sentenza d’appello indica le dichiarazioni di (OMISSIS) e di (OMISSIS), rispettivamente direttore tecnico e direttore amministrativo della Societa’ (OMISSIS), nonche’ di (OMISSIS), dirigente della stessa societa’, i quali hanno riferito che tutte le decisioni sulle imprese a cui affidare i lavori erano prese dal (OMISSIS), alcune volte senza rispettare le deleghe interne.
Ebbene, puo’ dirsi che questa impostazione difensiva viene replicata nel ricorso per cassazione, in cui la contestazione dei fatti, affidata ai motivi ora esaminati (7 e 8), appare generica e, soprattutto, fondata su una rilettura di parti delle dichiarazioni di cui ne’ vi e’ traccia nella sentenza impugnata ne’ vengono riportate nel ricorso e che, oltretutto, non appaiono in grado di mettere in crisi la ricostruzione dei fatti cosi’ come effettuata nelle sentenze. Infatti, occorre puntualizzare come dalla sentenza di primo grado emergano altri elementi di prova non considerati dal ricorso, tra cui la consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero, i risultati dell’intercettazione del 16 luglio 2009 e la documentazione trasfusa nell’annotazione del 5 dicembre 2011 della Guardia di Finanza.
Nella specie acquistano rilevanza non tanto le disposizioni sulla necessita’ della nomina del RUP e sulla tenuta del documento di programmazione triennale e annuale dei lavori, su cui insistono molti dei motivi dedotti nel ricorso, quanto la sistematica inosservanza delle disposizioni sulla trasparenza, libera concorrenza e parita’ di trattamento stabilite nel Decreto Legislativo n. 163 del 2006, articoli 2 e 125, e, prima ancora, nella L. n. 109 del 1994, articolo 24, sicuramente applicabili nel caso in esame, la cui violazione, accompagnata da meccanismi elusivi come quello del frazionamento degli appalti, ha consentito per anni di favorire le imprese “amiche” in cambio del prezzo della corruzione stabilito in percentuale sul valore del singolo appalto. Il frazionamento dell’appalto e’ stato posto in essere non in ragione della migliore realizzazione dei lavori, cioe’ in funzione dell’opera oggetto del contratto, ma per uno scopo illecito, ossia per avvantaggiare imprese amiche e ottenere utilita’ personali, in violazione dei criteri di trasparenza, massima partecipazione, efficienza, efficacia e tempestivita’. Le disposizioni sopra citate erano funzionali a dissuadere le amministrazioni dall’artificioso frazionamento degli appalti, frazionamento che, se non giustificato, e’ idoneo a ledere il principio della concorrenza mediante il ricorso alla trattativa privata o all’affidamento diretto. Nella specie, l’imputato ha proceduto direttamente agli affidamenti diretti, violando la disposizione contenuta nel Decreto Legislativo cit., articolo 125, comma 8, che tra l’altro attribuisce al responsabile del procedimento di effettuare tali affidamenti.
Rigetta nel resto il ricorso, rinviando ad altra sezione della Corte d’appello di Venezia per la rideterminazione della pena in ordine ai reati residui, per i quali si dichiara l’irrevocabilita’ della sentenza a norma dell’articolo 624 c.p.p., comma 2
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2017-05-26T13:42:58+00:00	26 maggio 2017|Cassazione penale 2017, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti
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