Source: http://noviolenzadonne.blogspot.com/2011/03/responsabilita-civile-del-magistrato.html
Timestamp: 2017-07-25 00:35:04+00:00
Document Index: 140631228

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 98', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 13', 'art. 5']

Stop Violence against Men and Women: Responsabilità civile del magistrato. Quali sono i profili costituzionali ?
Responsabilità civile del magistrato. Quali sono i profili costituzionali ?
I principi costituzionali da bilanciare sono il principio di indipendenza della magistratura e quello della responsabilità personale (e quindi diretta) dei funzionari pubblici stabilito dall’art. 28 cost. Non vedrei un contrasto della legge vigente con tale articolo. Se si ragiona sul “filtro” costituito dalla chiamata in causa dello Stato, il bene da tutelare è l’indipendenza in generale (o, meglio, quella “istituzionale” della magistratura e del singolo magistrato; giacché l’indipendenza “funzionale” è tutelata dalla clausola di salvaguardia). L’assenza di una responsabilità “diretta” (salvo il caso di dolo) non costituisce un’eccezione del diritto italiano, e non è nemmeno il problema principale da affrontare. Si consideri che, per ragioni diverse, in tutte le epoche storiche la disciplina della responsabilità civile dei magistrati è sempre stata diversa rispetto a quella stabilita per gli altri funzionari pubblici. E non è certo difficile spiegarne le ragioni, considerando la posizione costituzionale del magistrato. Se non vi è contrasto tra art. 28 cost. e legge vigente (sotto il profilo della chiamata in causa diretta dello Stato), si può aggiungere che il legislatore dispone di discrezionalità nel modulare le proprie scelte.
La posizione di “intermediarietà” dei magistrati fra Stato persona e Stato-comunità rende aperta a varie soluzioni la scelta del legislatore: prevedere una responsabilità diretta dei magistrati in modo da accentuare il rapporto con la comunità rappresentata dalle parti, oppure mantenere l’accento sulla statualità della funzione giudiziaria e prevedere dunque che sia lo Stato a rispondere in prima battuta? In realtà, l’alternativa non è così netta (per es. anche in paesi dove è accentuato il profilo professionale del giudice è lo Stato che risponde in via preliminare).
Sul tema fondamentale, anche se in parte criticata, resta la sentenza della Corte costituzionale n. 2 del 1968, dove si stabilisce: - che l’art. 28 Cost. si applica ai magistrati, analogamente agli altri funzionari pubblici, in quanto entrambi fanno parte dell’apparato statale, come del resto si deduce anche dall’art. 98 Cost. che li pone sul medesimo piano; - per quanto riguarda la responsabilità dello Stato, che questo deve rispondere almeno fino a dove risponde il funzionario pubblico.
Il legislatore ordinario possiede, dunque, una certa discrezionalità nel regolare il rapporto tra responsabilità civile dei magistrati e dello Stato purché quella dei giudici non sia totalmente esclusa e quella dello Stato si estenda almeno fino ai limiti che incontra quella dei primi.
Il legislatore potrebbe anche introdurre una responsabilità indiretta dello Stato che vada oltre i casi in cui risponde personalmente il magistrato. Se, come ribadisco, non vedrei un contrasto con l’art. 28 cost., c’è da riconoscere che, sul piano del bilanciamento tra responsabilità e indipendenza, l’impianto della legge è più volto a proteggere il magistrato, che non invece a garantire un efficace strumento di tutela dei diritti dei danneggiati (obiettivo che, invece, si raggiungerebbe se lo Stato potesse essere chiamato a rispondere indirettamente anche in ipotesi più ampie, se, cioè, si eliminasse il parallelismo tra resp. del magistrato e resp. dello stato, che la legge attuale prevede).
b) SECONDO QUANTO STABILITO DALLA L. 117/1988 L’AZIONE DI RISARCIMENTO DEI DANNI DEVE ESSERE PRIMA DICHIARATA AMMISSIBILE. COME SI INQUADRA, DAL PUNTO DI VISTA COSTITUZIONALE, QUESTO “FILTRO”?
Si tratta di una soluzione “in astratto” condivisibile, in quanto preordinata ad evitare l’instaurazione e il proseguimento di azioni palesemente infondate, che potrebbero compromettere il sereno esercizio delle funzioni giurisdizionali.
Dello stesso avviso è stata la Corte costituzionale (sent. 18 del 1989, n. 10 cons. dir.), che sembra giunta a considerare questa una scelta costituzionalmente obbligata, quando, con la sentenza n. 468 del 1990, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 19, comma 2, l. n. 117 del 1988, nella parte in cui, nei giudizi aventi ad oggetto fatti anteriori al 16 aprile 1988 (data dell’entrata in vigore della legge) e proposti successivamente al 7 aprile 1988 (data dell’abrogazione della disciplina codicistica), non prevedeva che il Tribunale competente verificasse con rito camerale la non manifesta infondatezza della domanda ai fini della sua ammissibilità.
L’importanza data a tale “filtro” è tale che la giurisprudenza di merito e di legittimità hanno ritenuto necessario proteggere il magistrato dalle azioni proposte dalla parte lesa anche nel caso in cui si lamenti che il danno subito sia conseguenza di un reato del magistrato. Per proporre l’azione ex art. 13 della l. n. 117 del 1988, si richiede che il danneggiato si costituisca parte civile nel processo penale o intraprenda l’azione civile dopo una pronuncia penale di condanna a carico del magistrato; in difetto di tali presupposti, il danneggiato non può agire direttamente, poiché si è affermato che la domanda non si sottrae al giudizio di ammissibilità ex art. 5 l. n. 117 del 1988: se si consentisse al danneggiato di agire direttamente contro il magistrato prospettando ipotesi di reato a suo carico, risulterebbero vanificati le limitazioni e il “filtro” imposti dalla legge all’ammissibilità dell’azione civile.
Se in astratto il filtro in astratto non pare criticabile, è invece la prassi giurisprudenziale che ha trasformato il giudizio di ammissibilità in un vero e proprio giudizio di merito, finendo per bloccare la quasi totalità delle domande. Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, il giudizio di ammissibilità non deve limitarsi ad accertare se il caso rientri o meno nelle ipotesi di responsabilità astrattamente previste dalla legge, ma deve già verificare se con l’azione proposta si tende a sindacare un’interpretazione5. La dichiarazione di inammissibilità, in fase preliminare, si fonda quasi sempre sull’applicazione della clausola di salvaguardia. Fonte: personaedanno.it - Nicolò Zanon