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Timestamp: 2018-12-16 13:35:52+00:00
Document Index: 122369098

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.274', 'art. 13', 'art. 272', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

L’applicazione retroattiva della legge, 16 aprile 2015, n. 47: potenziali profili di criticità ermeneutica :: Antonio Di Tullio D'Elisiis
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Più nello specifico, è stato evidenziato, a fondamento di questo assunto interpretativo, che, «come già sostenuto dalla corte di legittimità, il principio di necessaria retroattività della disposizione più favorevole, affermato dalla sentenza CEDU del 17 settembre 2009 nel caso Scoppola contro Italia, non è applicabile in relazione alla disciplina dettata da norme processuali, che è regolata dal principio "tempus regit actum" (Sez. U, n. 44895 del 17/07/2014, Pinna, Rv. 260927; Sez. 4^, n. 45660 del 13/10/2011, N., Rv. 251926 ) per il che nel valutare la legittimità del provvedimento impugnato non si deve tener conto delle norme sopravvenute»[3].
Tale approdo ermeneutico, tra l’altro, sembra porsi in conformità a quanto affermato dalle Sezioni Unite nel 2011 nella decisione n. 27919 essendo stato asserito in quell’occasione che, in «tema di successione di leggi processuali nel tempo, il principio secondo il quale, se la legge penale in vigore al momento della perpetrazione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima della pronunzia di una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono più favorevoli all'imputato, non costituisce un principio dell'ordinamento processuale, nemmeno nell'ambito delle misure cautelari, poiché non esistono principi di diritto intertemporale propri della legalità penale che possano essere pedissequamente trasferiti nell'ordinamento processuale»[4].
Difatti, sempre la Cassazione, in relazione ad una misura cautelare applicata antecedentemente all’entrata in vigore della legge summenzionata, ha diversamente postulato che la carenza della motivazione, circa l’attualità delle esigenze cautelari, andasse ravvisata «alla luce della recente modifica dell'art.274 CPP.,introdotta ex lege n.47 del 2015»[5].
Le ragioni di questo diverso indirizzo interpretativo trovano conforto in alcune sentenze con cui la Cassazione ha mitigato in qualche modo il rigoroso principio del divieto di retroattività della legge processuale penale dando una particolare chiave di lettura del criterio ermeneutico espresso nella pronuncia n. 27919; infatti, in queste decisioni, venne specificato che, se il principio di diritto avverso la tesi dell’applicazione retroattiva delle norme processuali formulato in questa pronuncia è stato elaborato in ordine alla modifica di norme giuridiche volte «ad incidere in malam partem sull'ambito di applicabilità delle restrizioni alla sfera della libertà personale»[6], discorso diverso deve essere quello in cui il novum legislativo investa direttamente gli stessi presupposti applicativi richiesti per potere disporre una misura cautelare giacchè la trasformazione di un profilo essenziale di legittimità della misura della custodia cautelare in carcere, ossia quello dotato di valenza propriamente "costitutiva", inerente alle sue condizioni generali di applicabilità, «non può, per qualsiasi ragione, venir meno in corso di esecuzione, se non al prezzo di un'inammissibile violazione del quadro costituzionale dei presupposti e delle condizioni di legalità delle limitazioni che possono essere tassativamente imposte alle libertà della persona (ex art. 13 Cost., comma 2, e art. 272 c.p.p.)»[7].
In altri termini, se la «nuova norma, cioè, non si limita (…) a dire al Giudice "non sei tenuto a provare che" o "puoi presumere che..", ma restringeva i casi in cui la misura poteva essere concessa; incideva, cioè, restrittivamente, sulle sue condizioni di applicabilità»[8]¸ ciò determina un radicale cambiamento di prospettiva rispetto a quanto affermato dalle Sezioni Unite nella pronuncia su emarginata.
Alla luce di siffatte complessive considerazioni, si è giunti alla conclusione secondo la quale «una norma del codice di procedura e destinata ad applicarsi nel corso del processo può avere natura - anche solo in parte - sostanziale, laddove, come nel caso di specie, intervenga sulle condizioni di applicabilità (e, quindi, di permanenza) di una misura che incide sullo status libertatis del soggetto»[11] atteso che «la natura di una norma non deve essere valutata esclusivamente con riferimento alla sua collocazione formale o al momento applicativo all'interno del processo, bensì avuto riguardo (anche) ai concreti effetti pratici che produce»[12].
[2]Cass. pen., sez. VI, sentenza ud. 15 settembre 2015 (dep. 12 ottobre 2015), n. 40978, in https://www.cortedicassazione.it/cassazione-resources/resources/cms/documents/40978_10_15.pdf. In senso conforme: Cass. pen., sez. IV, sentenza ud. 18 giugno 2015 (dep. 2 luglio 2015), n. 28153, in CED Cass. pen. 2015.
[5]Cass. pen., sez. V, sentenza ud. 13 maggio 2015, n. 39492, in https://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20151001/snpen@s50@a2015@n39492@tS.clean.pdf.