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Timestamp: 2019-01-19 11:24:12+00:00
Document Index: 99701568

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 55', 'sentenza ', 'art. 95', 'sentenza ', 'art. 13']

Rassegna stampa 07-10 dicembre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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Rassegna stampa 07-10 dicembre 2018
da Alessia peilex|Pubblicato 11 dicembre 2018
07/12/2018 13.12 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Affidamenti in house, alla Consulta l’obbligo di motivare il «mancato ricorso al mercato»
In arrivo un’importante verifica di costituzionalità per l’articolo 192, comma 2, del Dlgs 50/2016, avente a oggetto il sistema di adempimenti che il legislatore ha imposto a presidio degli affidamenti in house, secondo una disciplina più restrittiva di quella prevista dal diritto comunitario e volta sostanzialmente a mettere un freno all’esternalizzazione di servizi che ha caratterizzato il nostro ordinamento, a livello locale, negli ultimi 2 decenni. Con l’ordinanza n. 886/2018il Tar Liguria ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di costituzionalità sollevata sulla parte di norma che impone alla stazione appaltante di dare conto nella motivazione del provvedimento di affidamento in house delle «ragioni del mancato ricorso al mercato». Possibile incostituzionalità Il Tar sospetta che un obbligo così stringente non sia legittimo per contrasto con l’articolo 76 della Costituzione, nonché in relazione all’articolo 1 della legge 11/2016, recante deleghe al governo per l’attuazione delle direttive comunitarie in materia. Di qui la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale e l’insorgere di una forte attesa degli enti per l’esito della decisione, anche perché la vigente disciplina per l’in house providing non sembra trattare questa scelta organizzativa, a dispetto di quanto prevede la direttiva n. 2014/24/UE, come un’opzione normale e ordinaria, in alternativa alla procedura di gara per l’approvvigionamento dei servizi necessari alla pubblica amministrazione. Valutazione dell’offerta Infatti, il comma 2 dell’articolo 192 del codice dei contratti impone all’ente affidante un particolare obbligo di motivazione preventiva con cui valutare la congruità economica dell’offerta del soggetto in house, con riferimento ai seguenti elementi: oggetto, valore della prestazione, ragioni del mancato ricorso al mercato, benefici per la collettività della forma di gestione prescelta, obiettivi plurimi di universalità e socialità, efficienza, economicità e qualità del servizio e impiego ottimale delle risorse pubbliche. In questa cornice, la legittimità del ricorso all’affidamento in house non richiede soltanto l’accertamento dei requisiti giuridici prescritti, ma la dimostrazione (ben più impegnativa) che la deroga al principio della concorrenza nel mercato è giustificata da obiettivi di interesse generale, posto che secondo il principio di buon andamento la modalità di affidamento prescelta deve sempre essere quella che minimizza i costi di fornitura del servizio. Sotto questo profilo, è il caso di ricordare che il vaglio dell’Anac in sede di iscrizione all’albo delle stazioni appaltanti in house si limita ad accertare i presupposti necessari per la sussistenza del rapporto di delegazione interorganica tra l’ente e il soggetto affidatario (controllo analogo, soggezione agli indirizzi dell’ente, limiti di fatturato, eccetera), senza verificare la congruità del corrispettivo alla base del contratto di servizio. Obbligo di motivare L’onere di dimostrare le ragioni del mancato ricorso al mercato rende di fatto obbligatoria un’indagine preventiva di mercato da parte della pubblica amministrazione, al fine di verificare la congruità delle condizioni economiche proposte per l’erogazione dei servizi in house, nella logica del rapporto qualità/prezzo. Il passaggio è delicato, perché dalla sua correttezza o meno possono derivare rilevanti profili di responsabilità in capo all’ente al quale è demandato questo giudizio, nella persona del responsabile di procedimento che dispone l’affidamento senza gara. In poche parole, nel vigente quadro normativo l’affidamento in house presuppone una comparazione che dimostri la convenienza dell’affidamento diretto, inteso quale deroga alle regole del mercato e della concorrenza. Proprio su questo aspetto verte il contenzioso esaminato dal Tar Liguria, che prende le mosse dal ricorso proposto da un’impresa, affidataria uscente del servizio di gestione dei parcheggi presso un Comune, che contesta la decisione dell’ente locale di affidare in house il servizio stesso, dopo l’indizione di una gara andata deserta. L’impresa ricorrente afferma che il Comune con la delibera impugnata sarebbe incorso nell’incongruità e insufficienza di motivazione a supporto dell’affidamento in house alla propria partecipata, per non aver dato conto della preferenza per il modello prescelto mediante «una concreta e trasparente disamina delle alternative esistenti, sotto il profilo della comparazione tra le varie forme di gestione, delle valutazioni economico/qualitative dei servizi offerti e della verifica della effettiva capacità del gestore di svolgere correttamente il servizio affidato».È il caso di osservare che in genere le società in house operanti sul territorio raramente sono in grado di offrire prestazioni tanto competitive da mettere fuori gioco la concorrenza, per cui una verifica condotta in stretta aderenza all’obbligo di legge può rappresentare un forte ostacolo alla scelta dell’in house providing. Rinvio alla consulta Per i giudici, in base al diritto comunitario «l’in house providing non configura affatto un’ipotesi eccezionale e derogatoria di gestione dei servizi pubblici rispetto all’ordinario espletamento di una procedura di evidenza pubblica, ma costituisce una delle ordinarie forme organizzative di conferimento della titolarità del servizio, la cui individuazione in concreto è rimessa alle amministrazioni, sulla base di un mero giudizio di opportunità e convenienza economica». In questo contesto, il Tar ritiene che «la disposizione di cui all’articolo 192, comma 2 del Dlgs 50/2016, nell’imporre un onere motivazionale supplementare relativamente “alle ragioni del mancato ricorso al mercato”, abbia palesemente ecceduto rispetto ai principi e ai criteri direttivi contenuti nella legge di delega 11/2016 (…), in violazione dell’articolo 76 della Costituzione». Ora la parola passa alla Corte Costituzionale, per un delicato vaglio di legittimità il cui esito potrebbe incidere notevolmente sull’esercizio del potere di autorganizzazione da parte degli enti, nonché sul futuro stesso degli affidamenti in house.
07/12/2018 – Quotidiano energia
Gare gas, Utilitalia vs Anci: Non rimettere in gioco gli equilibri
Il d.g. Colarullo: Interventi normativi solo se favorevoli ai cittadini. Nel mirino gli emendamenti al Ddl Bilancio (per ora dichiarati inammissibili) su cessione reti pubbliche e ammortamenti Utilitalia mette in guardia contro interventi normativi a tutto tondo sulle gare gas che riaprirebbero elementi di equilibrio industriale raggiunti con grande difficoltà in tanti anni. Ad affermarlo è stato ieri il d.g. Giordano Colarullo in occasione del convegno promosso da Anci Lazio e Consorzio Reti Gas. E a quanto appreso da QE nel mirino ci sarebbero gli emendamenti al Ddl Bilancio (disponibili sul sito di QE) presentati alla Camera da FI e spinti proprio dall’Associazione dei Comuni. Emendamenti per ora dichiarati inammissibili per materia ma che potrebbero essere riproposti al Senato. Ddl su cui peraltro oggi la Camera vota la fiducia. Di cosa parliamo? In particolare della valorizzazione a Vir e non a Rab delle reti di proprietà pubblica messe in vendita nell’ambito delle gare Atem e del riconoscimento dell’ammortamento degli impianti per i Comuni e le società patrimoniali. Due tra i 4 nodi sottolineati dall’Anci nella XV edizione del quaderno operativo sulle gare gas recentemente pubblicato (QE 22/10). Le gare gas hanno un cammino molto difficile e una procedura complessa ha sottolineato Colarullo – ma un intervento normativo sul tema può esser accettabile soltanto se si tiene bene a mente quale sia la vera origine delle gare: garantire al cittadino la migliore qualità del servizio al costo minore possibile. Qualsiasi intervento che influenzi gli equilibri economico finanziari o l’allocazione dei rischi, riporta indietro le lancette e finisce per rallentare ulteriormente il processo. In merito alla Centrale per la progettazione delle opere pubbliche prevista dal Ddl anche per supportare le stazioni appaltanti nell’espletamento delle procedure Atem, a quanto risulta a QE la posizione di Utilitalia sarebbe favorevole, ma facendo attenzione alle modalità e soprattutto ai soggetti a c ui affidare tale ruolo.
07/12/2018 – Corriere dell’Alto Adige
Quote Alperia, ora la maggioranza è dei Comuni
Energia, dopo una lunga trattativa firmato l’ accordo con Selfin. Fuori solo Terlano e Laces
BOLZANO «In futuro non parleremo più di Alperia come di una società energetica provinciale, ma come di una società energetica dei Comuni». Con queste parole il presidente Arno Kompatscher, ha commentato la firma di ieri a Palazzo Widmann, dell’ atto di cessione dell’ 8,07% delle quote di Alperia (78,6 milioni di euro il valore) dalla Provincia a Selfin, società partecipata in toto da 112 comuni altoatesini. Con l’ atto, sottoscritto dallo stesso Kompatscher e dal presidente di Selfin Sebastian Helfer, la Provincia porta la propria quota all’ interno di Alperia dal 54,45% al 46,38%, lasciando la maggioranza ai comuni. Oltre a Selfin, che passa dal 3,55% all’ 11,62%, le rimanenti quote del pacchetto azionario di Alperia sono infatti in mano al Comune di Bolzano e al Comune di Merano, che detengono il 21% a testa. Si tratta secondo il Landeshauptman di «un importante momento politico che pone fine alle ultime discussioni ancora aperte in tema di energia, dà attuazione alla strategia elaborata dalla giunta provinciale per il settore, e garantisce più efficienza grazie a un più forte coinvolgimento dei comuni». Dal canto suo, il presidente Helfer, parla di «ottimo risultato frutto di una lunga trattativa in grado di dare un ruolo chiave ai Comuni nel settore dell’ energia». Dall’ accordo restano esclusi i comuni di Terlano e Laces che a suo tempo, quando le comunità comprensoriali uscirono da Selfin cedendo quote ai rispettivi comuni, non aderirono a questa operazione e quindi non facendo parte di Selfin non sono rientrati neanche in questa. Bolzano e Merano in quanto rappresentati con proprie quote in Alperia erano esclusi da questa trattativa. Il presidente del Consorzio dei Comuni, Andreas Schatzer, definisce la firma «il passaggio conclusivo di una lunga storia che si chiude nel modo migliore». E. C.
08/12/2018 – Il Gazzettino
Partner Ascopiave spunta la cordata Bluenergy-Vivigas
La società energetica ha messo in vendita circa 700mila clienti
IL CASO TREVISO Su Ascopiave spuntano Vivigas e Bluenergy. Due operatori energetici del Nord Italia che potrebbero essere interessati ai circa 700mila clienti elettricità e gas, sui quali la multiutility veneta punta a individuare un partner di maggioranza. In queste settimane Vivigas e Bluenergy starebbero studiando la formazione di una possibile cordata tutta italiana su una partita che stuzzica gli appetiti delle grandi multiutility (A2A e Iren in primis) e di big stranieri come Edison ed Engie. In ogni caso, va ricordato, il dossier si trova ancora una fase preliminare. È atteso entro Natale l’ invio dei documenti di offerta da parte di Ascopiave (supportata dagli advisor Rothschild e BonelliErede) ai soggetti interessati: l’ operazione entrerà poi nel vivo, secondo la tabella di marcia prevista, nel 2019. Vivigas conta circa 330mila clienti e un fatturato di 530 milioni, Bluenergy, che fa riferimento alla famiglia friulana Curti, 170 mila clienti e un fatturato di 254 milioni. Il loro eventuale interesse – va precisato – riguarda i clienti finali di Ascopiave e non le reti gas. Nei mesi scorsi Ascopiave aveva messo a punto una complessa operazione di riassetto societario a livello di holding che dovrebbe ridurre la partecipazione nel gruppo quotato e che ha avuto degli strascichi legali anche a causa della composizione dell’ azionariato, decine di Comuni localizzati in prevalenza nella provincia di Treviso. Si punta alla cessione degli oltre 600mila clienti finali elettricità e gas, per concentrarsi sul business regolato della distribuzione del gas naturale dove è già il sesto operatore a livello italiano e dove si avvicinano le gare per il rinnovo delle concessioni. Il pacchetto clienti di Ascopiave secondo alcune indiscrezioni potrebbe valere circa 300 milioni di euro. Ascopiave ha chiuso il 2017 con ricavi pari a 532,8 milioni di euro, in salita del 7,1% rispetto ai 497,7 milioni di euro del 2016. Il margine operativo lordo dell’ esercizio 2017 si è attestato a 84,4 milioni di euro, in diminuzione dell’ 11,4% rispetto agli 95,3 milioni di euro dell’ esercizio precedente. Il 2017 si è così chiuso con un risultato netto consolidato di 49,3 milioni, in flessione del 13,5% rispetto ai 56,9 milioni di euro dell’ esercizio 2016. La posizione finanziaria netta del gruppo al 31 dicembre 2017 evidenziava un indebitamento pari a 119,9 milioni di euro, in aumento di 25,7 milioni. Ascopiave ha distribuito un dividendo di 0,18 euro per azione. GRANDI MANOVRE Il gruppo trevigiano ha terminato i primi nove mesi del 2018 con ricavi per 402,83 milioni di euro, in aumento del 6,8% rispetto ai 377,34 milioni ottenuti nello stesso arco. Nei mesi scorsi il gruppo trevigiano dell’ energia ha vissuto anche dei terremoti al vertice. Il più importante è stata l’ uscita di scena di Roberto Gumirato. Il manager ex Electrolux, ex Gruppo Zamparini e un passato in quella che fu la Arthur Andersen era direttore generale. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
07/12/2018 – Italia Oggi
La facoltà di non aggiudicare un appalto va esercitata in relazione a un giudizio di convenienza, motivato, sul futuro contratto. Lo ha affermato il Consiglio di stato, sezione quinta con la sentenza del 27 novembre 2018 n. 6725 in merito alla non aggiudicazione di una gara. I giudici hanno richiamato innanzitutto l’articolo 95, comma 12 del codice del 2016 (decreto n. 50) che attribuisce alla stazione appaltante, e non alla commissione giudicatrice, nota la sentenza, la facoltà di non aggiudicare la gara quando nessuna offerta sia ritenuta, a giudizio discrezionale dell’amministrazione «conveniente o idonea». L’unica condizione che pone la norma è che questa facoltà sia indicata espressamente nel bando di gara o nella lettera d’invito. Il codice, dicono i giudici, non ha previsto quanto già era stabilito nel decreto 163/2006 e cioè (art. 55, comma 4) l’automatismo della non aggiudicazione in caso di una sola offerta valida.
La sentenza affronta quindi l’argomento principale del ricorso affermando «cionondimeno non appaiono sussistere ostacoli all’applicazione dell’art. 95, comma 12, anche in caso di unica offerta, purché ricorrano i presupposti ivi previsti, che consentono il rispetto dei parametri comunitari come richiesto dalla Corte di giustizia in caso di decisione di non aggiudicazione all’unico concorrente rimasto in gara: cfr. Corte giust. Ue, 11 dicembre 2014, n. 440-13».
Quindi, se la facoltà di non aggiudicazione rientra nei poteri discrezionali della stazione appaltante e la decisione è conseguenza di un apprezzamento di merito riservato a quest’ultima, di conseguenza la decisione non può che essere sindacabile in sede giurisdizionale nei limiti in cui sia manifestamente illogico o viziato da travisamento dei fatti. La valutazione, dicono i giudici, deve essere compiuta nei termini di un «giudizio di convenienza (adeguatamente motivato, ndr) sul futuro contratto, che «consegue, tra l’altro, ad apprezzamenti sull’inopportunità economica del rapporto negoziale per specifiche e obiettive ragioni di interesse pubblico ed anche alla luce, se del caso, di una generale riconsiderazione dell’appalto, nell’esercizio ampi di poteri in funzione di controllo, non condizionati, quindi, dalle valutazioni tecniche del seggio di gara». © Riproduzione riservata
Più poteri d’accesso ai prefetti e inasprimento delle pene
Più poteri ai prefetti negli accessi ai cantieri per controllare i subappalti; inasprite le pene per i subappalti o cottimi affidati senza autorizzazione. Sono queste le due misure principali contenute nella legge del primo dicembre 2018, n.132, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 281 del 3 novembre 2018, che converte il decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 che, all’interno di un complesso di misure sulla sicurezza (anche di protezione internazionale e immigrazione, funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata), prevede anche modifiche alla disciplina dei controlli nei cantieri e dei subappalti non autorizzati.
Si tratta dell’articolo 26, comma 1 del decreto convertito in legge che modifica l’articolo 99, comma 2 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n.81 prevedendo che per i lavori pubblici la notifica preliminare con la quale si annuncia l’avvio del cantiere sia inviata dal committente o dal responsabile dei lavori, prima dell’inizio dei lavori, anche al prefetto.
La norma precedente prevedeva, invece, una notifica preliminare, prima dell’inizio dei lavori, da inviare solo all’azienda unità sanitaria locale e alla sede dell’ispettorato nazionale del lavoro territorialmente competenti.
In particolare, la norma del Testo unico del 2008, così come modificata dal decreto sicurezza adesso recita: «Il committente o il responsabile dei lavori, prima dell’inizio dei lavori, trasmette all’Azienda unità sanitaria locale e alla direzione provinciale del lavoro nonché, limitatamente ai lavori pubblici, al prefetto territorialmente competenti la notifica preliminare elaborata conformemente all’allegato XII, nonché gli eventuali aggiornamenti nei seguenti casi: cantieri di cui all’articolo 90, comma 3; cantieri che, inizialmente non soggetti all’obbligo di notifica, ricadono nelle categorie di cui alla lettera a) per effetto di varianti sopravvenute in corso d’opera; cantieri in cui opera un’unica impresa la cui entità presunta di lavoro non sia inferiore a duecento uomini-giorno».
In base al decreto 159/2011 il prefetto ha il potere di accesso e di accertamento nei cantieri delle imprese interessate all’esecuzione di lavori pubblici. Un secondo intervento di rilievo per il settore dei contratti pubblici riguarda l’inasprimento del trattamento sanzionatorio per le condotte degli appaltatori e dei subappaltatori che facciano ricorso, illecitamente al subappalto.
L’intervento trova sede nell’articolo 25 in tema di sanzioni in materia di subappalti illeciti dove si interviene sull’articolo 21, comma 1, della legge 13 settembre 1982, n.646. prevedendo come prima misura la trasformazione in delitto del reato fino ad oggi contravvenzionale; inoltre si prevede l’equiparazione della sanzione personale a quella prevista per il reato di frode nelle pubbliche forniture.
Si procede all’innalzamento della reclusione da uno a cinque anni, quando in precedenza si trattava invece di reclusione da sei mesi a un anno, e si stabilisce la possibilità di comminare una multa non inferiore ad un terzo del valore dell’opera concessa in subappalto o a cottimo e non superiore ad un terzo del valore complessivo dell’opera ricevuta in appalto. Possibili soggetti a tali misure saranno i soggetti che, per contratti di appalto affidati da pubbliche amministrazioni, concedano anche di fatto, in subappalto o a cottimo, in tutto o in parte, le opere stesse, senza l’autorizzazione dell’autorità competente.
Stretta anche nei confronti del subappaltatore e dell’affidatario del cottimo a cui si applica la reclusione da uno a cinque anni e la multa pari ad un terzo del valore dell’opera ricevuta in subappalto o in cottimo.
© Riproduzione riservata Pagina a cura di Andrea Mascolini
08/12/2018 – Italia Oggi
Operazione deregulation al via
SEMPLIFICAZIONI/ In dirittura in Consiglio dei ministri il pacchetto ddl-decreto
Stop a doppioni nei controlli. Edilizia libera allargata
Operazione deregulation in dirittura: razionalizzazione e semplificazione dei titoli edilizi e ampliamento dei casi di edilizia libera; nei contratti pubblici, più discrezionalità alle stazioni appaltanti nella scelta del contraente; in materia di apprendistato, semplificazione degli adempimenti del datore di lavoro relativi agli obblighi di erogazione della formazione, anche al fine di ridurre il contenzioso. Sono solo alcune delle previsioni contenute nel disegno di legge recante deleghe per le semplificazioni, i riassetti normativi e le codificazioni di settore, che sarebbe dovuto andare ieri all’ esame del Consiglio dei ministri e che invece con tutta probabilità sarà esaminato a inizio della settimana prossima insieme con il decreto legge gemello, anch’ esso avente a oggetto un pacchetto di semplificazioni. Il ddl punta decisamente la rotta sullo snellimento degli adempimenti burocratici stabilendo ad esempio che le attività di controllo siano svolte in modo da recare il minore intralcio possibile al normale esercizio delle attività dell’ impresa, tenendo conto dell’ esito delle verifiche e delle ispezioni già effettuate. In altre parole vanno evitati i doppioni, cioè «controlli finalizzati alla verifica del rispetto di obblighi analoghi o di carattere equivalente», individuando modalità di coordinamento obbligatorio tra le diverse amministrazioni competenti per materia. Non solo. Altro obiettivo della delega (i decreti delegati dovranno essere approvati entro due anni) è eliminare i provvedimenti autorizzatori, gli adempimenti e le misure incidenti sulla libertà di iniziativa economica ritenuti non indispensabili, fatti salvi quelli imposti dalla normativa dell’ Unione europea o a tutela di principi e interessi costituzionalmente rilevanti. A ciò si aggiunge l’ obbligo per le pubbliche amministrazioni di rendere facilmente conoscibili e accessibili le informazioni, i dati da fornire e la relativa modulistica, anche adeguando, aggiornando e semplificando il linguaggio. E la previsione di moduli unificati e standardizzati. In quest’ ottica, ogni dato o informazione necessaria alla pubblica amministrazione dovrà essere fornita da cittadini e imprese una sola volta. Se un’ amministrazione ne ha bisogno, dovrà richiederlo a una che lo abbia già acquisito.
10/12/2018 – Corriere della Sera – Economia
Infrastrutture, si parte in città Il rebus è Tim
Che cosa sia centrale nella Cdp del tandem Palermo-Tononi si vede dall’ agenda di oggi: riunione plenaria sulle infrastrutture convocata a Roma dall’ amministratore delegato nell’ auditorium di via Veneto, sede della Fintecna rimasta senza ceo e in passato dell’ Iri. È la prima dopo la presentazione, mercoledì 5, del piano industriale. Palermo ha avocato a sé il tema, mentre sta nascendo un’ unità dedicata: Cdp Infrastrutture, appunto. L’ amministratore delegato vedrà i manager competenti, in testa Luca D’ Agnese, neo-direttore della Cassa per le infrastrutture e la pubblica amministrazione, e i rappresentanti delle relazioni con i comuni. L’ obiettivo è il «piano città»: affiancare la pubblica amministrazione, soprattutto al Sud, per costruire o rinnovare strade e acquedotti, reti d’ energia e trasporti, avviare opere d’ intesa con i privati («soggetti industriali», si specifica). Ruolo di promotore e non solo di chi ci mette i soldi. Nel piano industriale si destinano al tema 25 miliardi sui 111 che la Cdp dovrebbe mobilitare direttamente nel triennio. E mentre il governo ancora non ha deciso se e come sbloccare la Tav e il Ponte Morandi, nei documenti interni della Cdp controllata dal Tesoro si sottolinea il divario delle infrastrutture italiane rispetto al fabbisogno (lo «0,74% del Pil»), la loro «bassa qualità complessiva» e si allarga il portafoglio degli strumenti finanziari dedicati. La grande incognita resta però la rete per l’ Internet veloce. Sull’ ipotesi della rete unica Tim-Open Fiber (entrambe partecipate da Cdp: 4,9% e 50%) continua a lavorare il presidente di Of Franco Bassanini e Tononi ha aperto. Ma con Saipem e il fondo Atlante, nel quale Cassa sbriciolò mezzo miliardo per salvare le banche venete, Telecom è la croce di Cdp. Non solo perché ci perde (-34% il titolo dall’ 11 aprile, quando fu annunciato l’ ingresso), ma anche perché Tim con le sue offerte per la fibra (dove c’ è o in coda alla rete di rame) è un rivale di Open Fiber. Meglio alleata, compatibilmente con i costi dell’ operazione. Le altre partite così slittano, per ora: gli immobili; la nuova holding per le partecipate. E la delicata riorganizzazione dei fondi (Fii, Fsi, 4R) con un nuova sgr per il venture capital: finora territorio del Fondo italiano che ne gestisce due dozzine per 304 milioni.
I pregiudizi sono duri a morire. E Cinque Stelle e Lega ne hanno diversi sulle imprese. Nulla di strano. L’ impasto residuo della cultura cattolica e comunista del Novecento continua ad alimentare, nella società italiana, sospetti trasversali, diffidenze ataviche. La concorrenza è più temuta che desiderata. La selezione fra le aziende migliori, che creano valore aggiunto, e quelle peggiori, è ritenuta ancora un’ ingiustizia del mercato. Da contrastare, se possibile, con l’ intervento dello Stato che torna ad essere amorevolmente protettivo. Il proprietario di ultima istanza nella logica sovranista. Mentre per ragioni di bilancio si è costretti, altra contraddizione, a promettere privatizzazioni per cifre irrealizzabili. I grillini ritengono che l’ imprenditore, se lasciato libero, ne approfitti sempre. Sia un animale da utili. Non abbia una coscienza sociale in proprio. La Lega ha assunto negli anni l’ orgogliosa rappresentanza del mondo artigianale, della piccola e media impresa (che oggi scalpita) ma nutre nei confronti della grande azienda, della multinazionale che delocalizza, quotata all’ estero, immersa nella logica della globalizzazione, un timore profondo. A volte quasi un astio. Perdona l’ evasione dei piccoli e lancia la crociata un po’ donchisciottesca contro i grandi evasori. I primi votano in massa, i secondi stanno più all’ estero. Gran parte dei distretti industriali del Nord ha ormai un’ anima leghista ma vive la contraddizione tra la necessaria apertura (ai mercati) e il desiderio di chiudersi (all’ Unione europea e agli immigrati del cui lavoro peraltro ha bisogno). Si coltivano nostalgie bucoliche in contrasto con la dura realtà dei capannoni industriali. «La reazione del governo dopo la tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova è stata significativa – spiega Andrea Colli, docente di storia economica alla Bocconi – perché, al di là delle responsabilità che la magistratura dovrà accertare, è emersa un’ idea neocorporativa dell’ economia. Le concessioni saranno state pur assegnate male ma, nella minaccia di toglierle d’ autorità, c’ è tutta la convinzione, ripeto neocorporativa, che sia lo Stato a disciplinare capitale e lavoro. Esattamente come negli anni Trenta. Solo il governo sarebbe in grado di capire quali sono le vere necessità dei cittadini e dunque utilizza le imprese per conseguire il bene pubblico. Il mercato è ambiente ostile nella sua dimensione globale. E la grande impresa è trattata come i “pescecani” arricchitisi con i profitti di guerra dopo il primo conflitto. Nemici della patria». L’ intervento dello Stato, in questa logica, non è dunque limitato ai soli fallimenti di mercato, alle attività strategiche per le quali esiste un golden power, una riserva di carattere pubblico. È espressione di una rinnovata politica industriale che possiede e promuove più che regolare e incentivare. Alitalia è costata finora al contribuente e agli azionisti nove miliardi. Il passeggero paga per ogni biglietto un po’ dello scivolo verso la pensione di migliaia di dipendenti. Se questa logica venisse estesa a tutti, la catastrofe del Paese sarebbe assicurata. E perché il lavoratore che perde il posto in un’ azienda metalmeccanica di Pordenone, tanto per fare un esempio, non dovrebbe avere gli stessi diritti di un dipendente Alitalia in esubero? E, ancora: perché i cittadini italiani dovrebbero rischiare di perdere altri soldi con l’ intervento delle Ferrovie, pubbliche, nella cosiddetta compagnia di bandiera ormai privata? Si dirà: ma per le banche è stato fatto! Con la giustificazione che la tutela del risparmio è doverosa e nel credito vi è un rischio sistemico. In Monte Paschi lo Stato è entrato con il governo Gentiloni. E lo stesso governo ha utilizzato la Cassa depositi e prestiti (Cdp) per contare di più nella privatizzata Tim. «Ovvero si é schierato – commenta Franco Debenedetti, autore di «Scegliere i vincitori, salvare i perdenti, l’ insana idea della politica industriale» (Marsilio) – a fianco di uno dei due contendenti privati». Vero, ma si potrebbe obiettare che avendo promosso Open Fiber, con Enel e la stessa Cdp, il governo perseguisse l’ obiettivo strategico di avere una rete di telecomunicazioni avanzata e in fibra. «La nostalgia di una politica industriale si è basata in diverse stagioni della vita politica italiana – conclude Debenedetti – sull’ assunto che tutto quello che non va bene possa avere una soluzione pubblica. Il dividendo per la politica è certo come il costo, purtroppo, per l’ ignaro contribuente». Il perdente da salvare oggi è Alitalia. Ma il vincente tra Tim e Open Fiber? Il taglio e la rimodulazione degli incentivi di industria 4.0 rivela poi una scarsa comprensione delle catene del valore nei cicli produttivi. Stupisce questa sottovalutazione da parte della Lega che dovrebbe osservarli da vicino. «L’ equivoco di fondo – osserva Fabrizio Guelpa, responsabile dell’ Industry and Banking Research di Intesa Sanpaolo – sta nel ritenere che le piccole e medie imprese abbiano tutte un accesso al mercato finale. In realtà, la maggior parte di loro è fornitrice di un gruppo più grande. È stato molto utile il programma Industria 4.0, in tutte le sue articolazioni. Le ha coinvolte in programmi di sviluppo e di ricerca portati avanti da imprese più grandi. Ora è opportuno far crescere le piccole imprese in una catena del valore internazionale. All’ interno di un sistema di relazioni, che condivide ricerche e innovazioni, sono in grado di concentrarsi sui prodotti tailor made e incontrare più facilmente la domanda». «Il rapporto tra la grande impresa e la politica – è la riflessione finale di Colli – è sempre stato assai complicato. Una relazione di necessità. Le imprese avevano bisogno di protezione, i governi di posti di lavoro. La politica guardava con sospetto la grande impresa che formava una costituency alternativa e tentava di imporre le sue scelte di potere, mentre le piccole aziende erano considerate una sorta di gregge, incapaci di rendersi autonome e disponibili ad accettare una condizione di vassallaggio rispetto ai partiti». A giudicare dagli ultimi fermenti, anche le piccole si ribellano. I Paesi europei che spingono per il rigore di bilancio hanno gruppi industriali non privi di appetiti sulle aziende italiane, soprattutto le più internazionalizzate. E, in particolare, quelle in cui l’ azionista è pubblico. Se lo Stato fosse costretto a metterle sul mercato certamente non spunterebbe prezzi favorevoli. I buoni affari si fanno anche sulle disavventure dei Paesi più deboli e indebitati. Se poi questi hanno governi con le idee confuse, meglio ancora. di Ferruccio de Bortoli
10/12/2018 – Il Sole 24 Ore
Appalti e processi, trasparenza a maglie strette
I limiti alla consultabilità posti dalla giurisprudenza amministrativa
Chi chiede di accedere ad atti riservati per valutare se iniziare un procedimento davanti a un giudice incontra limiti non solo in ambito bancario. Affiorano spesso in giurisprudenza orientamenti che riducono la possibilità di accesso sia ai fascicoli dei giudizi amministrativi che agli atti delle procedure di appalto. Nell’ individuazione dei limiti la prassi non è inoltre sempre univoca. Con decreto del 21 giugno scorso il presidente del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana ha respinto un’ istanza di accesso agli atti di un fascicolo relativo a un giudizio di cui il richiedente non era parte e rappresentava l’ intenzione di proporre opposizione di terzo contro la sentenza di primo grado. Con altro decreto del 17 maggio la stessa autorità aveva negato l’ accesso agli atti di un fascicolo processuale anche a soggetti che volevano valutare se espletare o meno l’ intervento in giudizio. In entrambi i casi la decisione veniva motivata con il fatto che il diritto di accesso era previsto dalla legge 241/1990 per i documenti amministrativi e non per gli atti del processo; invece il rilascio di copia degli atti ai terzi interessati era contemplato da specifiche norme processuali (articoli 744 del Codice di procedura civile e 7 delle disposizioni di attuazione) in riferimento solo ai provvedimenti del giudice e non agli ulteriori documenti al fascicolo, il cui accesso resta riservato alle parti. Tuttavia il presidente del Consiglio di Stato, con diversi recenti provvedimenti (da ultimo quello del 7 giugno scorso) dinanzi alla dichiarata intenzione di intervenire in un giudizio già instaurato ma di cui non era parte, ha invece accolto la richiesta per l’ accesso al fascicolo informatico. Una decisione basata sull’ articolo 17, comma 3, del decreto del presidente del Consiglio del 16 febbraio 2016, che disciplina il fascicolo informatico e l’ accesso ad esso e che in effetti contempla anche il caso dei soggetti che vogliano intervenire in giudizio. In materia di appalti l’ accesso agli atti delle procedure ad evidenza pubblica è previsto dalle nuove regole in materia di accesso civico in base alla quale il cittadino può accedere a qualsiasi documento della pubblica amministrazione anche da parte dei cittadini che non hanno diretto interesse al procedimento (Dlgs 33/2013). Ma il Tar di Parma con una decisione del 18 luglio scorso ha ritenuto legittimo il diniego di accesso civico agli atti di una gara pubblica, opposto ad un operatore del settore escluso dalla procedura. L’ amministrazione appaltante aveva motivato il diniego evidenziando che gli atti e le informazioni richieste rientravano tra gli atti delle procedure di affidamento ed esecuzione dei contratti pubblici dell’ articolo 53 del Dlgs 50/2016 (comma 1). E secondo il Tar il provvedimento è corretto perché l’ articolo 53 prevede regole specifiche per l’ accesso agli atti delle procedure di evidenza pubblica che prevalgono su quelle relative all’ accesso civico generalizzato (Dlgs 33/2013). L’ articolo 53 del Dlgs 50 prevede infatti che l’ accesso a questi atti sia sottoposto ai limiti fissati dall’ articolo 24, comma 1 della legge 241/1990. Limiti cui fa però riferimento anche il Dlgs 33/2016, quando indica i casi di esclusione dall’ accesso generalizzato. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
Gare sottosoglia con prezzo più basso e mini-procedura fino a 2,5 milioni
Atteso oggi in Consiglio dei ministri il testo che avvia la riforma degli appalti Il bando può prevedere prima l’ esame delle offerte e poi la verifica dei concorrenti
Le Pa potranno gestire con il criterio del prezzo più basso tutte le gare per opere sotto la soglia comunitaria, utilizzare la procedura negoziata gli appalti di lavori fino a 2,5 milioni, e affidare i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria solo sulla base del progetto definitivo. Le ultime bozze del decreto semplificazioni portano un’ ampia serie di innovazioni alle regole per le gare per aggiudicare appalti di lavori. In vista dell’ entrata in vigore del decreto, quindi, occorre adeguare bandi e disciplinari. Il primo elemento rilevante è nella nuova formulazione della lettera a) dell’ articolo 95, comma 4 del Codice appalti, che estende a tutta la fascia di valore inferiore alla soglia comunitaria per i lavori (5,548 milioni) la possibilità di utilizzo del criterio del minor prezzo, quando i lavori sono affidati in base al progetto esecutivo o sono lavori di manutenzione ordinaria. Conseguentemente, l’ utilizzo del criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa risulterà ora ricondotto solo agli appalti soprasoglia o a quelli sottosoglia solo se l’ affidamento riguarda progettazione ed esecuzione. Per garantire uno sviluppo più agevole delle gare si modifica anche l’ articolo 97, comma 2 che riduce a tre i metodi di rilevazione delle offerte anormalmente basse. Tra questi criteri la stazione appaltante deve sorteggiare quello da applicare. Le modifiche all’ articolo 36 del Dlgs 50/2016 ampliano a 2,5 milioni di euro, nell’ area sottosoglia, il valore intermedio entro cui le Pa e le partecipate possono utilizzare la mini-gara con confronto competitivo tra almeno 15 operatori regolata dall’ articolo 36, comma 2, lettera c). Restando immutata la lettera d), occorrerà utilizzare le procedure aperte nella fascia fra 2,5 e 5,548 milioni. Il decreto interviene anche su questo versante, prevedendo una nuova disposizione (il comma 5-bis) che consente alle stazioni appaltanti, prevedendolo nel bando, di procedere prima con l’ esame delle offerte e poi con la verifica di idoneità dei concorrenti: l’ amministrazione può far precedere la valutazione delle offerte all’ ammissione alla gara. Per utilizzare questa soluzione la stazione appaltante deve garantire che la verifica sia trasparente, rendendo note nel bando le modalità di verifica (anche a campione) dei documenti sull’ assenza dei motivi di esclusione. In caso di applicazione dell’ esclusione automatica delle offerte anomale, se l’ esito della verifica di idoneità ha determinato l’ esclusione di alcuni concorrenti, l’ amministrazione dovrà ricalcolare la soglia di anomalia. Il decreto introduce poi un nuovo comma (il 3-bis) nell’ articolo 23, stabilendo che le amministrazioni possono mettere in gara i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria (fatta eccezione per quelli che prevedono sostituzioni di parti strutturali) sulla base di un progetto definitivo semplificato, costituito dalla relazione generale, dall’ elenco prezzi, dal computo metrico estimativo e dal piano della sicurezza (con individuazione dei costi della sicurezza da non assoggettare a ribasso). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero
Le stazioni appaltanti dovranno adeguare i bandi ai nuovi requisiti generali e valutare le eventuali situazioni critiche sulla base di nuovi parametri. A modificare lo scenario è il decreto semplificazioni atteso oggi in consiglio dei ministri. Il provvedimento, stando alle bozze circolate in questi giorni, riformula l’ articolo 80, comma 5 del Codice dei contratti, chiarendo alcune cause di esclusione dalle gare che avevano creato problemi. In primo luogo, la nuova lettera c) stabilisce che si ha causa di esclusione quando la stazione appaltante dimostri con mezzi adeguati che l’ operatore economico si è reso colpevole di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la sua integrità o affidabilità (rilevabili ad esempio da condanne per reati non gravi, ma attestanti violazioni di obblighi di sicurezza sul lavoro o di norme ambientali). L’ operatore economico sarebbe escluso dalla gara anche quando, in base alla nuova lettera c-bis, abbia tentato di influenzare indebitamente il processo decisionale della stazione appaltante o di ottenere informazioni riservate per proprio vantaggio o abbia fornito, anche per negligenza, informazioni false o fuorvianti suscettibili di influenzare le decisioni sull’ esclusione, la selezione o l’ aggiudicazione; stesso esito quando abbia omesso le informazioni dovute per il corretto svolgimento della gara. La terza causa di esclusione è delineata nella nuova lettera c-ter) e si determina quando l’ operatore economico abbia dimostrato significative o persistenti carenze nell’ esecuzione di un precedente contratto di appalto o di concessione che ne hanno causato la risoluzione per inadempimento o la condanna al risarcimento del danno o altre sanzioni comparabili; la stazione appaltante motiva anche con riferimento al tempo trascorso dalla violazione e alla sua gravità. Rispetto alla norma originaria, la nuova versione rafforzerebbe la rilevanza della carenza, che può essere significativa o persistente (ad esempio quando l’ operatore economico è inadempiente per situazioni non gravi, ma per un periodo lungo, producendo quindi disservizi e disagi costanti nell’ esecuzione dell’ appalto), ma soprattutto sancisce che questa si concretizza come causa ostativa a contrarre quando le situazioni critiche hanno determinato la risoluzione per inadempimento o hanno comportato una condanna per risarcimento o altre sanzioni comparabili. L’ ulteriore novità è l’ obbligo per la stazione appaltante di valutare le circostanze e di considerare sia il tempo trascorso dalla violazione sia la sua gravità, a cui si lega l’ obbligo (comma 10) di considerare per l’ esclusione l’ eventuale pendenza di un ricorso sulla risoluzione o sulla sanzione. Le innovazioni inserite nell’ articolo 80 obbligano inoltre le stazioni appaltanti ad adattare il formulario del documento di gara unico europeo o a inserire nell’ istanza, in attesa della revisione da parte del Mit, le dichiarazioni per le nuove fattispecie di requisiti di ordine generale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Al.Ba.
10/12/2018 – Italia Oggi
Ponte Morandi, il 15 dicembre comincia la demolizione
L’annuncio del sindaco di Genova e commissario straordinario Marco Bucci, che oggi ha presentato il progetto in Procura. Dell’associazione temporanea di imprese non farà parte Aspi. Per la ricostruzione avvio dal prossimo 31 marzo
Aprirà “immancabilmente” il 15 dicembre prossimo il cantiere per la demolizione del Ponte Morandi a Genova. Ad assicurarlo è stato oggi il sindaco del capoluogo ligure e commissario per la ricostruzione Marco Bucci che ha consegnato il progetto al procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati. Il piano di “decostruzione” (così lo chiama lui perchè si tratta di un abbattimento controllato) è stato messo a punto da un’Ati, Associazione temporanea di imprese, tra le quali non ci sarà Autostrade per l’Italia. “Abbiamo preso i pezzi migliori dei vari progetti e ne abbiamo fatto uno unico “, spiega Bucci, “per avere il meglio della professionalità e della tecnologia. Negli Stati Uniti la chiamano cherry picking, la raccolta delle ciliege”. Cantiere aperto il prossimo sabato, anche se per la demolizione vera e propria per ora non se ne potrà parlare: si attende l’apertura dell’incidente probatorio prevista per il 17, poi i pareri dei consulenti del giudice, la discussione in aula. “Ma non è detto che non si possa fare per fasi”, precisa Bucci. Comunque, il commissario straordinario è determinato ad andare avanti rapidamente. “Si inizia a costruire il 31 marzo prossimo e voglio vedere in piedi il nuovo viadotto entro il 31 dicembre 2019”.
10/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Ponte Genova/1. Rina Consulting batte Proger: Bucci sceglie il project manager
Incarico da 14 milioni, preferita la società genovese per «personale in loco e conoscenza del territorio». Ecco chi erano gli altri offerenti
Il commissario per la ricostruzione di Genova Marco Bucci ha aggiudicato il 7 dicembre a Rina Consulting, per l’importo di 14 milioni di euro, l’incarico per i servizi di project & construction management (e quality assurance) legati alla demolizione e ricostruzione del ponte Morandi crollato. In dettaglio si tratta dell’incarico di «coordinamento progettuale, direzione lavori, controllo qualità e supporto alla struttura commissariale» nella fase dell’appalto e nella fase dei lavori per demolizione e ricostruzione.
La genove se Rina Consulting, 71 milioni di euro di fatturato, società di ingegneria numero 6 in Italia nel 2017, è stata scelta nell’ambito delle offerte giunte il 26 novembre da parte di: Pina Swiss Engineering, Bedini Claudia, Ccse, Massimo Frontoni avvocati, Icis, Krasovec Lucas Lucia, Proger, Tecnilex Engineering, Parsons, Exenet. Nella lista lo sfidante di assoluto livello è stato Proger, società di ingegneria numero 4 in Italia con 110 milioni di euro di fatturato.
Il decreto 13 di Bucci che sancisce l’aggiudicazione a Rina Consulting spiega che «le attività di negoziazione si sono concluse in data 30 novembre 2018, con l’accordo secondo cui il corrispettivo in favore di Rina Consulting S.p.A. è pari alla percentuale del 5,65% dell’importo dei lavori, con un tetto massimo di Euro 14.000.000».
Questo significa che Bucci mette in conto di spendere, per i lavori di demolizione e ricostruzione, al massimo 247 milioni di euro.
Il gruppo Rina Consulting, sede a Genova, svolge attività di certificazione e consulenza aziendale in molteplici campi, dal settore navale, all’energia, alle infrastrutture, dove è anche società di progettazione. Ha un fatturato (2017) di 70,9 milioni di euro, dato che la colloca al 6° posto tra le società di ingegneria in Italia (si veda la classifica). Ha circa 600 dipendenti stabili ma una rete di collaboratori fatta da 3.700 professionisti in 65 paesi, con 170 uffici operativi. Sia nel 2016 che nel 2017 ha chiuso il bilancio con risultato netto pari a circa lo 0,5% del valore della produzione.
Poche le spiegazioni sul perché l’offerta di Rina Consulting è stata preferita alle altre; «la piena aderenza della proposta di Rina Consulting S.p.A. alle specifiche tecniche e alle esigenze commissariali, la dimensione economica più favorevole, la disponibilità immediata sul posto delle strutture dirigenziali e delle risorse specializzate nel settore delle infrastrutture, la conoscenza del territorio e il rispetto dei tempi». Il decreto delega il direttore Roberto Tedeschi alla predisposizione e alla formalizzazione del contratto, coadiuvato dai sub Commissari e dall’esperto ing. Maurizio Michelini.
Con ilDecreto n. 15, inoltre, sempre del 7 dicembre, il commissario per la ricostruzione di Genova Marco Bucci ha individuato le aree di cantiere da destinare alla demolizione e ricostruzione del Ponte sul Polcevera. La tavola allegata al decreto riporta la perimetrazione delle aree di intervento suddivise secondo tre diverse tipologie: 1) un’area di colore azzurro che identifica i terreni e gli edifici inclusi all’interno della zona rossa (delimitata con Ordinanza n.314 del 7.9.2018) che saranno necessari per la demolizione e la ricostruzione dell’infrastruttura autostradale e che potrebbero essere soggetti ad eventuale occupazione o esproprio. Da tale perimetrazione è esclusa la proprietà Ansaldo; 2) un’area di colore arancione, coincidente con le parti di proprietà Ansaldo ricadenti in zona rossa; 3) otto altre aree contrassegnate con il colore verde, localizzate in posizione marginale rispetto alle aree di intervento (quindi esterne alla zona rossa), che potrebbero essere interessate dai lavori di demolizione e costruzione dell’infrastruttura autostradale, in particolare per garantire adeguata accessibilità e connessione tra le aree di cantiere.
Passante Bologna: tre ipotesi «low cost» dal Ministero ad Autostrade, costi da 722 a 200 milioni
Il progetto definitivo di Aspi fu bloccato dal Mit a settembre con il rinvio della conferenza di servizi. «Previsti interventi mirati»
Tre nuove ipotesi progettuali per il potenziamento del Passante autostradale di Bologna, tutte decisamente “low cost” (circa 200 milioni di euro) rispetto al progetto di Autostrade per l’Italia (722 milioni) che doveva andare in conferenza di servizi nel settembre scorso, ma è stato fermato dal Ministero delle Infrastrutture (Mit) per un ripensamento. A comunicare la novità è lo stesso Mit, che annuncia di aver trasmesso le nuove opzioni progettuali al concessionario Autostrade per l’Italia: «L’ipotesi progettuale che il Ministero ha sottoposto al concessionario – si legge nella nota – punta a tener in debito conto tutte le istanze provenienti dal territorio e dunque decongestionare davvero il traffico sulla tangenziale annessa nel nodo di Bologna, ma con una soluzione meno impattante per l’ambiente e anche molto meno costosa delle precedenti, a beneficio delle tasche dei cittadini che viaggiano».
La proposta del Ministero, articolata in tre opzioni tutte dal costo intorno a 200 milioni di euro, non prevede a differenza del vecchio progetto Aspi potenziamenti delle corsie autostradali, ma solo della parte “tangenziale” (a Bologna corrono affiancate). E anche su questa parte gli interventi sono solo sui punti critici, e non su tutto il tracciato. Si punta inoltre al potenziamento della viabilità di adduzione, per evitare gli imbuti agli ingressi in tangenziale. «La soluzione proposta dal Mit – spiega il comunicato – punta a snellire e rendere fluido l’accesso e l’uscita dalla tangenziale senza intaccare il flusso di chi invece deve proseguire il viaggio. Per questo viene prevista la realizzazione di una viabilità di servizio affiancata alla complanare, per una lunghezza molto ridotta rispetto al progetto originario e che, in base alle differenti ipotesi progettuali, si limita fino a un terzo circa dell’estensione complessiva del tracciato».
«Il progetto precedente del Passante – spiega il Ministero – prevedeva la costruzione di una nuova infrastruttura volta ad aumentare le corsie, per tutto il tratto interessato, sia dell’autostrada, che non ne ha esigenza, sia della tangenziale, al fine di alleggerire il traffico e favorire la circolazione. Il costo previsto era di 722 milioni di euro e i tempi di realizzazione stimati in 5 anni e 3 mesi».
I tecnici del Ministero propongono invece «una soluzione mirata al problema, con tre possibili scenari, che garantiscono tutti piena sostenibilità ambientale, un ridottissimo consumo del suolo e costi abbattuti anche del 67% rispetto al progetto in valutazione precedentemente». «Il progetto elaborato dal Mit è capace di raccogliere e convogliare le manovre di ingresso e uscita dalle intersezioni contigue, lasciando che il traffico passante usufruisca della sede attuale della tangenziale senza intralcio, e prevedendo, ripetiamo, un consumo del suolo molto più vantaggioso rispetto alla soluzione precedente».
BONACCINI-MEROLA: «REGIONE E COMUNE NON CONSULTATI, SGARBO ISTITUZIONALE»
Uno “strappo istituzionale molto grave”, per una procedura “oltremodo scorretta”. Il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e il sindaco di Bologna e della Città Metropolitana, Virginio Merola, esprimono il loro “stupore e sconcerto” appena appresa la notizia che il Ministero delle Infrastrutture avrebbe trasmesso a Società Autostrade per l’Italia un nuovo progetto alternativo sul Passante di Bologna senza informare in alcun modo i territori interessati a un’opera fondamentale per la mobilità locale, regionale e nazionale. Reazione che hanno messo nero su bianco in una lettera inviata immediatamente al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro Danilo Toninelli per avere chiarimenti su quanto successo. “Se la notizia fosse confermata – scrivono – si tratterebbe di uno strappo istituzionale molto grave, non risultando coinvolti in alcun modo né la Regione Emilia-Romagna né il Comune, né la Città Metropolitana di Bologna”.
Codice appalti/1. Oggi il Consiglio dei ministri su decreto legge e Ddl delega
Nel Dl Semplificazioni possibile novità dell’ultim’ora per accorciare la procedura di approvazione di modifiche a progetti già passati al Cipe
È il giorno della verità per le modifiche al codice appalti: le modifiche urgenti contenute nel decreto legge Semplificazioni e quelle nel medio termine, indicate nel Ddl delega. I due provvedimenti erano stati inseriti all’ordine del giorno della riunione convocata venerdì 7, ma sono poi slittati al Cdm che, salvo imprevisti, sarà convocato per oggi.
Il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, ha escluso che il ritardo sia dovuto a qualche problema. «No, ci sono un sacco di provvedimenti utili e interessanti – ha detto ai giornalisti lo scorso venerdì – Se poi arriva venerdì o lunedì non lo so però Conte ci stava lavorando stamattina».
Non sono escluse modifiche dell’ultim’ora alle ultime bozze del testo. Secondo indiscrezioni, si starebbe pensando anche a inserire una norma dedicata a semplificare e abbreviare l’iter di approvazione di modifiche a progetti già approvati e finanziati dal Cipe.
Le principali novità di modifica del codice appalti restano per il momento la stabilizzazione dell’appalto integrato per le opere di manutenzione ordinaria, l’elevazione della soglia della trattativa privata a 2,5 milioni di euro (rispetto all’attuale limite di un milione), la possibilità di aggiudicare al massimo i lavori fino a 5,5 milioni di euro gli appalti di manutenzione e per tutti i lavori con progetto esecutivo, l’eliminazione della terna dei subappaltatori e la riduzione dei casi di grave illecito amministrativo. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Codice appalti/2. Scicolone (Oice): solo danni con il ritorno al progettista pubblico
Il presidente delle società di ingegneria contro le misure a favore dell’appalto integrato e la reintroduzione dell’incentivo del 2% ai tecnici della Pa
Stabilizzazione dell’appalto integrato per le manutenzioni, ritorno dell’incentivo del 2% alla progettazione interna. L’Oice si schiera contro queste novità contenute nelle ultime bozze del decreto legge Semplificazioni che oggi, salvo imprevisti, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare. Novità che vanno ad aggiungersi alla centrale della progettazione, prevista dalla manovra di Bilancio, e che dimostra la volontà di tornare a una stagione di “Stato progettista”. Un rigurgito di statalismo che l’Oice – per bocca del presidente Gabriele Scicolone – considera controproducente per tutti, privati e amministrazioni, ma soprattutto impraticabile.
Presidente Scicolone, partiamo dalle novità del Dl Semplificazioni. Perché non vi piace la norma sull’appalto integrato?
Non è tanto la norma in sé, che è limitata alle manutenzioni, dove in alcuni casi la progettazione esecutiva potrebbe anche essere considerata ridondante. Non è pertanto un’apertura totale all’appalto integrato, ma è un segnale. Temiamo che sia il cuneo su cui far leva per far ripartire l’appalto integrato, che per noi non rappresenta una semplificazione ma un ritorno a un passato estremamente negativo.
Il ritorno dell’incentivo del 2% alla progettazione in house è un altro segnale negativo?
Per noi sì. Non siamo affatto d’accordo. Siamo tornati a cinque anni fa. Pensavamo di aver capito che non era uno scenario positivo per gli appalti, eppure si sta tornando lì. Secondo noi, se si voleva incentivare l’attività dei comuni si doveva intervenire sulla programmazione e sulla pianificazione. Questo sì che sarebbe stato un elemento virtuoso. Invece il 2% alla progettazione in house è un fantasma del passato che ritorna.
Un ritorno di statalismo.
Un ritorno che non sta funzionando. E le vicende del Ponte di Genova lo dimostrano.
Nel senso che lo Stato vuole fare il progettista, allo stesso modo di come a Genova, dopo il crollo del Ponte Morandi, si è voluta subito alzare la bandiera dello Stato costruttore.
Prima si voleva far fare tutto a Fincantieri. Poi si è capito che Fincantieri non poteva fare tutto e si è andati a scegliere un costruttore come Salini Impregilo.
Voglio dire che lo Stato che vuole fare il costruttore è una ipotesi impraticabile, che a Genova ha trovato una conferma: il pubblico deve comunque andare sul mercato a cercare le professionalità. Peraltro, tra le 30 cordate che si sono presentate ci sono molte società molto piccole e del tutto inadeguate a un lavoro così grosso. Mentre invece le grandi imprese internazionali, fatta eccezione per i cinesi, non si sono viste. Parlo per esempio della britannica Acs, le francesi Vinci o Bouygues, la tedesca Hochtief o la svedese Skanska.
Torniamo al 2% alla progettazione in house, misura che si aggiunge a quella della centrale di progettazione
Tutte e due le misure vanno nella direzione di riportare la progettazione nel perimetro pubblico, ma in realtà sono in contrasto tra loro, perché creano un conflitto di interesse tra il funzionario del comune interessato all’incentivo e il comune interessato ad affidare la progettazione alla centrale nazionale.
Concretamente cosa pensa succederà dal 1° gennaio 2019, data di attivazione della centrale di progettazione?
Non so quanto la centrale potrà essere pronta, anche perché ci sono assunzioni da fare. Temo che il primo effetto non sarà positivo. E questo perché, essendo la centrale un servizio gratuito per la Pa, metterà i comuni di fronte alla scelta di mandare in gara il progetto oppure di chiederlo alla centrale statale. Sulla decisione sicuramente peseranno timori di eventuali rilievi della Corte dei Conti. Ci sarà un ingolfamento, causato, per assurdo, anche dalle amministrazioni intenzionate a mettere i bandi sul mercato ma che per paura di vedersi contestato un danno erariale si rivolgeranno allo Stato.
Quindi ci sarà un blocco?
Temiamo molto che questa centrale di progettazione diventerà, alla fine, una centrale di subappalto di servizi e supporti: chi sta sul mercato si ritroverà a fare lo stesso lavoro, non più come progettista affidatario ma come supporto della Pa.
Cioè la centrale diventerà un grande centro di subappalti di Stato?
Secondo me sì. Alla fine diventerà una committenza delegata, perché non avrà la forza di realizzare da sola tutti i progetti.
Lo dicono i numeri. Solo contando i progettisti delle società aderenti all’Oice parliamo di 17mila professionisti. Ipotizzando che circa la metà lavorano nel mercato pubblico, non si capisce come i 300 progettisti della centrale statale possano sostituirli. Non crediamo sia possibile. La centrale farà in casa qualche grande progetto ma per tutto il resto cercherà supporto all’esterno. Come Oice avevamo invece suggerito di creare una struttura dedicata alla programmazione, con il compito di affiancare e sostenere i comuni, colmando delle grandi lacune nel sistema degli appalti.
Se vogliamo accorciare i tempi delle procedure suggeriamo una soluzione molto semplice: prevedere nei bandi un termine per la valutazione delle offerte da parte della stazione appaltante, allo stesso modo di come esiste un termine per presentare l’offerta. Questo termine oggi non c’è, e secondo noi rappresenta una stortura. Sarebbe invece una soluzione efficace ed estremamente semplice per ridurre i tempi delle procedure di gara: prevedere la nullità della gara se si supera un termine definito per l’aggiudicazione.
Il Dl Semplificazioni prevede, nelle gare sottosoglia, l’inversione procedimentale: la Pa, se vuole potrà esaminare prima l’offerta e poi verificare i requisiti. Questo non contribuisce ad accorciare i tempi?
Sì, questa novità andrebbe nella direzione di una accelerazione. Dobbiamo però pensare a cose semplici.
Cosa pensate del Ddl Delega di riforma del codice?
Siamo d’accordo sul ritorno a un regolamento attuativo. Mi pare che tutta la filiera sia d’accordo sul fatto che la soft law non ha portato i risultati sperati; e che forse non è proprio nel nostro dna. Probabilmente ha pesato anche il ritardo e la farraginosità nella definizione dei provvedimenti attuativi.
Codice appalti/3. Fondazione Inarcassa sulle modifiche nel Dl: non c’è semplificazione ma un passo indietro
Egidio Comodo: «Il ridimensionamento dell’Anac previsto dal Ddl delega è un passo indietro che non possiamo permetterci»
Sulla reintroduzione dell’appalto integrato (progettazione e realizzazione) nel codice dei contratti, prevista dallo schema del Dl Semplificazioni preparato dal governo, Fondazione Inarcassa esprime «forte disappunto». «La bozza del decreto-legge che verrà discusso lunedì – dice in una nota il presidente di Fondazione Inarcassa, Egidio Comodo – contiene modifiche che non vanno certo nella direzione auspicata, cioè la semplificazione del Codice degli Appalti». Comodo segnala in particolare la modifica che «amplia la possibilità di ricorrere all’appalto integrato» consentendo «l’esecuzione dei lavori pubblici a prescindere dall’approvazione del progetto: una eventualità, questa, che oltre a facilitare varianti in corso d’opera rischia di delegittimare anche il ruolo del progettista, che lavora nell’interesse della stazione appaltante».
Inoltre il presidente di Fondazione Inarcassa definisce la reintroduzione dell’incentivo alla progettazione in house come un «ritorno al passato che comporterebbe uno svilimento del ruolo e della qualità del lavoro garantita dai liberi professionisti che operano nei confronti della pubblica amministrazione». «Se da una parte – aggiunge Comodo – siamo molto soddisfatti che il governo sia al lavoro per mettere finalmente mano al Codice degli Appalti, così come dichiarato ieri mattina dal sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia, dall’altra, riteniamo che queste modifiche e il drastico ridimensionamento dell’Anac previsto invece dalla bozza del Ddl deleghe, costituisca per il settore degli appalti pubblici un passo indietro che non possiamo permetterci».
Sicurezza opere/1, ecco l’Anagrafe del Mit (Ainop): inserimento dati dal 15 dicembre
Previsto dal decreto Genova. Quasi pronta la bozza di decreto attuativo. Dello Buono: «Entro il 30 aprile un primo screening»
Una nuova banca dati nazionale sulle infrastrutture pubbliche (strade, ferrovie, porti, dighe, aeroporti, metropolitane, edifici pubblici) che contenga per la prima volta non solo dati amministrativi e finanziari sulle opere in corso o programmate, ma anche dati fisici sullo stato di conservazione e manutenzione delle opere già esistenti. L’Ainop, l’Archivio nazionale informatico delle opere pubbliche, previsto dall’articolo 13 del decreto Genova , è in fase di avvio al ministero delle Infrastrutture. Facciamo il punto della situazione con Dimitri Dello Buono, capo della segreteria tecnica del Ministro Danilo Toninelli. «Stiamo lavorando al decreto attuativo previsto dall’articolo 13 comma 5 – spiega Dello Buono – la bozza è quasi pronta, poi dovrà andare all’intesa in Conferenza unificata. Stiamo facendo di tutto per emanare queste istruzioni operative in tempo per rispettare il termine fissato dal Dl Genova (dal 15 dicembre l’inserimento dei dati nell’Ainop, ndr), ma alla peggio si potrà partire a gennaio. L’importante è che l’inserimento dei dati avvenga entro il 30 aprile, come previsto sempre dall’art. 13 c. 5».
L’obiettivo di fondo dell’Ainop è avere una mappatura dello stato di conservazione delle infrastrutture pubbliche in Italia, che oggi a livello nazionale non c’è (ogni gestore ha – o non ha – la sua), per poi programmare l’eventuale necessità di ulteriori rilievi tecnici e/o di interventi di manutenzione straordinaria o di demolizione/ricostruzione nei casi più gravi. «Tutto nasce dopo il crollo del Ponte – spiega Dello Buono – cercavamo informazioni sul ponte Morandi ma erano sparse, non coordinate, non disponibili on line, o non disponibili per nulla. Oggi ci sono mille problemi nello scambio di informazioni sulle opere pubbliche, anche quando a chiederlo è il Mit. A volte sono problemi tecnici, a volte del tutto pretestuosi. Vogliamo invece che tutte le informazioni siano inserite dagli enti gestori di ogni opera in un’unica piattaforma informatica, e siano condivisi e scambiabili. Stiamo ragionando se l’Ainop, una volta raccolti i dati, debba avere una parte aperta a tutti e una riservata alle amministrazioni pubbliche. Fosse per me metterei tutto aperto. L’Ainop deve diventare il Google delle opere pubbliche».
Il nodo però è “quali informazioni” sono effettivamente ad oggi disponibili. E soprattutto la diversa qualità delle informazioni disponibili, ad esempio tra quelle che manderanno Anas e Rfi e quelle delle Province o dei piccoli Comuni sulle loro strade ed edifici. Il decreto Mit in preparazione definirà i contenuti tecnici e amministrativi da inserire, compresa una sorta di “classificazione” circa «lo stato e il grado di efficienza» dell’opera, come previsto dal Dl Genova. «Stiamo definendo un livello minimo di informazioni necessarie – spiega Dello Buono – tutti dovranno inserire i dati ma è chiaro che il piccolo ente inserisce quello che ha, anche solo le informazioni di base e i documenti in pdf. Poi dopo questo primo screening, da maggio in poi, potremo capire cosa e quanto serve per approfondire le conoscenze e poi per intervenire con la manutenzione straordinaria. Vedremo quanti soldi serviranno e poi ci porremo il problema di dove reperirli». I nuovi fondi per gli investimenti inseriti nella legge di Bilancio, 97 miliardi di euro in 15 anni, dovrebbero fornire una capienza sufficiente.
Cos’è l’Ainop, quali opere censisce
Il decreto Genova (decreto legge 28 settembre 2018, n. 109, convertito dalla legge 16 novembre 2018, n. 130) prevede l’istituzione presso il Ministero delle infrastrutture e dei
trasporti dell’Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche, composto da nove sezioni (cioè le tipologie di opere):
c) strade archivio nazionale delle strade, di seguito ANS;
d) ferrovie nazionali e regionali, metropolitane;
L’ultima voce è pressoché illimitata, sembra cioè comprendere tutti gli edifici realizzati da soggetti pubblici, dalle scuole i Municipi, gli edifici sanitari, le sedi di ministeri ed enti pubblici, le case popolari, etc…
Quali informazioni per ogni opera
È sempre il decreto Genova a indicare quali informazioni devono essere inserite nell’Ainop, per ogni opera:
d) lo stato e il grado di efficienza dell’opera e le attivita’ di manutenzione ordinaria e straordinaria, compresi i dati relativi al controllo strumentale dei sistemi di ritenuta stradale in acciaio o in cemento;
e) la collocazione dell’opera rispetto alla classificazione
Il coordinamento con le banche dati esistenti. La Bdap
Il decreto Genova stabilisce che «i dati e le informazioni» che dovranno confluire nell’Ainop, «già rilevati dalla banca dati delle amministrazioni pubbliche (BDAP)» dovranno essere «forniti dalla Bdap all’Ainop». La Bdap è gestita dal Ministero dell’Economia e principalmente rileva la spesa sui progetti in corso, sui progetti di investimento (nel caso delle infrastrutture le nuove opere o le manutenzioni straordinarie). Tradizionalmente la Ragioneria dello Stato è gelosa dei dati della Bdap e poco propensa a condividerli “in automatico” con altre banche dati pubbliche. Dopo anni di insistenza solo nell’agosto scorso il Dipe (Presidenza del Consiglio) è riuscito a firmare con la Rgs un accordo per condividere sulla stessa piattaforma i dati della Bdap (Mef) e del Cup (Dipe).
Il caricamento dei dati e l’aggiornamento
L'”alimentazione” dell’Ainop, con i dati sopra previsti e gli aggiornamenti, deve essere fatto dagli enti gestori delle diverse infrastrutture: le Regioni, le Province autonome di Trento e di Bolzano, gli enti locali, l’Anas, Rete Ferroviaria Italiana, i concessionari autostradali, i concessionari di derivazioni, i Provveditorati interregionali alle opere pubbliche, l’ente nazionale per l’aviazione civile, le autorità di sistema portuale e logistico, l’Agenzia del demanio e i soggetti che a qualsiasi titolo gestiscono o detengono dati riferiti a un’opera pubblica o all’esecuzione di lavori pubblici.
Sulla base dei dati forniti, l’Ainop dovrà generare un codice identificativo della singola opera
pubblica (Iop), «riportandone le caratteristiche essenziali e distintive quali la tipologia, la localizzazione, l’anno di messa in esercizio e l’inserimento dell’opera nell’infrastruttura».
Da scioglilingua questo passaggio del decreto Genova sul dialogo tra banche dati: «L’AINOP, attraverso la relazione istituita fra Codice IOP e CUP, assicura
l’interoperabilita’ con la BDAP».
Il decreto Mit
Un decreto del Ministero delle Infrastrutture deve definire le modalità con gli enti gestori delle infrastrutture inseriscono i dati nell’Ainop, o rendono disponibili i dati informatici già caricati sulle infrastrutture nelle eventuali già esistenti banche dati informatiche. Il Dm – che deve avere l’intesa nella conferenza unificata – deve precedere l’avvio operativo dell’Ainop, ma i tempi sono stretti, perché il Dl Genova stabilisce che il caricamento deve cominciare dal 15 dicembre, per concludersi entro il 30 aprile 2019.
Il Dl Genova stabilisce che l’Ainop deve essere «sviluppato tenendo in considerazione la necessita’ urgente di garantire un costante monitoraggio dello stato e del grado di efficienza delle opere pubbliche, in particolare per i profili riguardanti la sicurezza». Una volta costituito la prima volta, entro aprile, l’Ainop deve cioè essere costantemente aggiornato con le informazioni circa lo stato di manutenzione e sicurezza delle infrastrutture.
Sistema di monitoraggio dinamico
L’articolo 14 del Dl Genova stabilisce che il Mit dve curare «la realizzazione e gestione, in via sperimentale, di un sistema di monitoraggio dinamico da applicare alle infrastrutture
stradali e autostradali, quali ponti, viadotti, rilevati, cavalcavia e opere similari, individuate dal Ministero stesso con apposito decreto, che presentano condizioni di criticità connesse al
passaggio di mezzi pesanti». Il riferimento è a sensori e altri sistemi di monitoraggio strumentale in tempo reale, anche tramite il Bim.
È prevista una sperimentazione di 12 mesi, poi il Mit dovrà stabilire se e come rendere automatiche e obbligatorie queste rilevazioni.
Scali ferroviari e palazzi storici, così Bolzano rigenera i suoi spazi: ecco i progetti
Dalla riqualificazione degli scali ferroviari, il cosiddetto progetto Arbo, all’ampliamento dei NoiTech Park: la città guarda al futuro
Dalla riqualificazione degli scali ferroviari, il cosiddetto progetto Arbo, all’ampliamento dei NoiTech Park, il parco tecnologico dell’Alto Adige inaugurato un anno fa al posto dell’ex Alumix che tra qualche mese ospiterà anche università e uffici pubblici. La città di Bolzano guarda al suo futuro con maxi-progetti di rigenerazione urbana e recupero di aree ex industriali con una forte regia pubblica (è di meno di un mese fa la notizia dell’acquisto, da parte della Provincia autonoma di Bolzano, della Sgr operante nel territorio “PensPlan Invest”) e coinvolgimento dei privati.
Nel cuore del centro storico, in Piazza Walther si lavora nel cantiere del Palais Campofranco: un’operazione da 25,3 milioni di euro promossa da Georg Graf Kuenburg, che porterà alla riconversione di una corte interna privata in uno spazio pubblico urbano con negozi, servizi e aree dedicate alla ristorazione. «Sono passati 15 anni dall’avvio dello sviluppo – racconta il project manager Franz-Ferdinand Graf Huyn – ne sono serviti 13 per la prima concessione edilizia e i lavori sono iniziati un anno fa». L’architettura, che si distingue per il recupero della storia (con uno scavo di 12 metri) e l’innesto contemporaneo, con un forte protagonismo del paesaggio, è firmata dallo studio romano MdAa -Architetti Associati (scelto attraverso un concorso privato) e sarà pronta per l’inizio del 2020.
Sotto i riflettori c’è anche la valorizzazione del quartiere fra la stazione ferroviaria, piazza Verdi e piazza Walther, promossa dalla società Signa, fondata da René Benko, che un anno fa si è aggiudicata il bando per realizzare un insediamento con un centro commerciale, un hotel, delle abitazioni, spazi ad uso ufficio e ampie zone verdi nell’ambito di un piano urbanistico di mobilità che prevede anche lo spostamento della stazione degli autobus. Il concept del progetto Walther Park è di David Chipperfield e si va ad integrare con il masterplan dell’areale ferroviario frutto di un concorso vinto da Boris Podrecca con i romani Abdr.
Sono passati più di 8 anni dal concorso che punta a congiungere due parti della città oggi divise dalla ferrovia. Il progetto è stato ottimizzato ed è diventato la base per l’accordo di programma per un’area che inizialmente era di 35 ettari ed oggi riguarda un sedime di 47. La fase propedeutica è terminata e da mesi si annuncia il bando per trovare l’operatore privato che dovrà occuparsi della progettazione/costruzione, della finanza e della gestione. Dal Comune, il vice-sindaco Christoph Baur fa sapere che «si conta di arrivare entro un paio di mesi alla firma dell’accordo, ma il passaggio della gara sarà più lungo, non meno di un anno. Bisogna fare un market test per verificare i numeri dell’operazione (che dovrebbe aggirarsi intorno a 1 miliardo di euro, considerando anche le opere accessorie e le urbanizzazioni, ndr) e per fare in modo ci siano tutte le garanzie, quando si parte, di costruire un nuovo quartiere, di qualità».
Recentemente l’imprenditore austriaco Benko ha acquistato anche l’area del Virgolo, abbandonata da anni e, attraverso un concorso privato, ha affidato allo studio norvegese Snøhetta il progetto che tiene insieme architettura, infrastruttura e paesaggio e che prevede due stazioni della funivia che collegheranno Piazza Walther e il Virgolo in soli 5 minuti. Avanzano intanto anche i cantieri del progetto europeo Sinfonia, che coniuga aspetti di risanamento di edifici, ambiente ed efficienza energetica e che vede Bolzano come uno dei distretti pilota con 37mila mq di alloggi sociali degli anni ’50 e ’70 da ristrutturare. Oggi il progetto è circa a metà della sua attuazione.
Intanto il mercato immobiliare a Bolzano si attesta su valori decisamente superiori rispetto alla media nazionale: per comprare casa in centro bisogna considerare un range di 4-5 mila euro al mq che possono arrivare anche a 6-7,5 mila euro al mq per le nuove realizzazioni in Classe A Nature. Le aree di maggior pregio sono quelle del centro storico (anche in relazione al trend turistico e all’impulso dei B&B) come zona Gries, Via San Quirino, e via Castel Roncolo. Meno di appeal le parti più periferiche come ad esempio il quartiere Don Bosco o zone di espansione in via Resia. Nel mentre, anche nei Comuni della Provincia qualcosa inizia a muoversi in relazione alla volontà della Provincia di avviare un profondo recupero anche in chiave sociale delle ex caserme acquisite negli ultimi anni dal ministero della Difesa. In questo caso ha affidato alla PensPlan Invest Sgr lo studio di ipotesi di trasformazioni verificando il coinvolgimento di Invimit, Cdp e Fondi pensione.
18/09/2018 – Giornale di Brescia Energia, A2A è in corsa per il fotovoltaico di Glennmont MILANO. Stretta finale sulla cessione degli asset […]
17/12/2018 – Giornale di Lecco Un patto per incentivare le Smart City EDILIZIA E IMPIANTI Siglato nei giorni scorsi l’ accordo fra […]
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