Source: https://nazionalpopolare70.wordpress.com/
Timestamp: 2019-11-18 05:44:19+00:00
Document Index: 127244576

Matched Legal Cases: ['art. 90', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

SPAZIO70 | Uno spazio aperto sugli anni 70
Con l’uccisione in carcere di Ermanno Buzzi (in collaborazione con Mario Tuti) e soprattutto di Carmine Palladino, Pierluigi Concutelli, capo militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, finisce nei cosiddetti «bracci della morte», un regime detentivo particolarmente duro. Per capirne la genesi occorre arrivare fino all’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del luglio 1975: «Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e di sicurezza», dice la norma, «il Ministro di Grazia e Giustizia ha la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione, in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato e strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». Di fatto si tratta della possibilità di sospendere, appunto «per eccezionali motivi di ordine e sicurezza», all’interno di uno o più carceri, una riforma dell’ordinamento penitenziario, come quella del 1975, frutto di un grande ciclo di lotte dei detenuti.
L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di assestare dei colpi decisivi alle organizzazioni combattenti attive lungo gli anni Settanta. Nonostante tutto, le carceri continuano per gran parte del decennio in questione a essere difficilmente governabili. Una particolarità italiana sarà poi il determinarsi di una sorta di comunione d’intenti tra i prigionieri politici e il cosiddetto proletariato extralegale, teorizzato, e in parte realizzato, dai NAP, i Nuclei Armati Proletari.
La risposta dello Stato non si fa però attendere: nel 1977 viene istituito il regime degli «speciali» sorvegliati dai carabinieri. Il famigerato art. 90 inizia a essere applicato pedissequamente a partire dai primi anni Ottanta attraverso l’istituzione, appunto, dei cosiddetti «braccetti della morte», sezioni di massimo isolamento che prevedono una fortissima riduzione, o interruzione, dei contatti con l’esterno. L’attuazione di questo inasprimento del regime penitenziario per i detenuti considerati più pericolosi, o comunque più attivi politicamente, avviene in contemporanea con la modifica del codice penale (approvazione dell’articolo 270 bis – associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e le nuove norme su pentitismo e dissociazione volute da Cossiga.
«Dopo regolari condizioni di isolamento e trasferimenti in diversi penitenziari, la punizione più severa deve ancora sopraggiungere. Se rivendicare l’uccisione di un uomo rappresenta una ben precisa volontà ideologica, in galera tale scelta comporta un prezzo da pagare. L’importo è molto alto, si chiama articolo 90, una misura disciplinare che comporta la permanenza in aree speciali che nel gergo carcerario vengono chiamate “i braccetti della morte”, ovvero sezioni penitenziarie che prevedono una rigida forma di isolamento capace di spaventare anche gli ergastolani dalla pellaccia più dura. Il trattamento comporta una drastica riduzione dei diritti del detenuto ed è riservato a coloro che nonostante la carcerazione continuano ad essere considerati soggetti pericolosi. I braccetti aprono i battenti nel 1982 e prima di diventare illegali saranno a lungo utilizzati dallo Stato come strumento per incoraggiare i prigionieri a diventare collaboratori di giustizia. La routine carceraria che ne consegue è un annientamento psicologico ai limiti dell’umana sopportazione. Non è consentito alcun rapporto con altri detenuti, nemmeno tramite corrispondenza. È fatto divieto di detenere generi alimentari e sono banditi tutti gli oggetti al di fuori degli indumenti. Ogni tipo di attività culturale, sportiva o ricreativa è tassativamente vietata. I colloqui sono drasticamente ridotti e avvengono solo con i parenti più stretti, davanti a un vetro divisore e alla presenza delle guardie. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun contatto con l’esterno.
Ventitré ore al giorno chiusi in uno stanzino e perquisiti ad ogni accesso all’aria che consiste in un’ora giornaliera in pochi metri quadrati di cortile. Concutelli varca le soglie dell’articolo 90 aggravato dopo il suo secondo omicidio in carcere. Stessa modalità d’uccisione, stesso angolo “buio” di Novara. Questa volta però il comandante ha fatto tutto da solo. La vittima è un altro detenuto neofascista: l’avanguardista Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie, colpevole d’aver “venduto agli sbirri” la vita di Giorgio Vale, militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Secondo più fonti, Palladino avrebbe rivelato alle forze dell’ordine le istruzioni per giungere al nascondiglio del ricercato dei NAR, un appartamento al pian terreno in via Decio Mure a Roma, nella zona del Quadraro. Durante il blitz del 5 maggio 1982, il ragazzo è morto con un proiettile alla testa esploso in circostanze controverse. Alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco, altre di un suicidio, altre ancora di una brutale esecuzione a sangue freddo. Ciò che è certo per Concutelli è che un camerata di soli vent’anni è stato ucciso dagli agenti del regime grazie alle rivelazioni di un delatore. In aula di tribunale Concutelli ribadirà di aver ucciso Palladino da solo e di averlo fatto «perché delatore, dirigente di un’organizzazione che aveva connivenze con il potere ed i servizi segreti». Con l’apertura dei braccetti, la reazione dello Stato è dura e immediata ma lì dentro Concutelli ci sarebbe finito ugualmente. Nel nuovo regime carcerario ogni tentativo di ribellione frutta solo pestaggi dalle guardie. Tolleranza zero. Un passo in avanti nella severità giuridica equivarrebbe soltanto alla pena di morte. Pochi detenuti hanno avuto accesso a quelle sezioni. Stando ai loro racconti, un mese lì dentro rappresenta l’eternità. Tuti e Concutelli vi rimarranno sepolti per cinque interminabili anni»
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La Stasi mette a confronto il rapimento di Martin Schleyer, operato dalla RAF, con il rapimento di Aldo Moro, operato dalle Brigate Rosse. La Rote Armee Fraktion («Frazione dell’Armata Rossa»), abbreviata in RAF e fondata nel 1970, è stato
In un primo momento, i servizi di sicurezza statali raccolsero informazioni sui terroristi, ne osservarono le attività e tollerarono i loro viaggi in Medio Oriente, effettuati dall’aeroporto di Schönefeld, che si trovava a Berlino Est. Negli anni Ottanta, questi contatti si intensificarono e i servizi di sicurezza offrirono rifugio, all’interno della DDR, a dieci persone che si erano allontanate volontariamente dalla RAF. Inoltre, il
Entrambi i casi presentano indubbi parallelismi, in termini di attuazione e scopi dei loro esecutori. All’interno del presente documento, si tratterà del confronto, operato dal Ministero per la Sicurezza dello Stato, tra le due azioni criminali. In appendice sono allegati gli schizzi dei luoghi in cui avvennero i reati e le foto delle vittime dei rapimenti, prelevate dalla stampa tedesca occidentale. La legenda esplicativa riguardante gli schizzi del luogo del rapimento di Aldo Moro è stata compilata dal Ministero per la Sicurezza dello Stato.
congruenza delle caratteristiche delle foto prova quanto i due rapimenti siano simili.
Il 16 marzo 1978, alla periferia di Roma, il presidente del partito democristiano (DC) italiano è stato aggredito e rapito mentre si allontanava dalla propria abitazione e si recava in Parlamento. Questo rapimento a scopi terroristici è stato effettuato dall’organizzazione neofascista delle «Brigate Rosse» che, tramite la divulgazione di ideologie pseudorivoluzionarie, compie in Italia numerosi attentati terroristici.
Alle ore 9:15, Moro lascia il proprio appartamento, nella periferia residenziale di Roma. Oltre a Moro, all’interno dell’automobile si trovano il conducente e un accompagnatore. L’automobile nella quale viaggia Moro è seguita da un’autovettura di sicurezza, occupata dal proprio conducente e da due uomini della sicurezza. A partire da un momento ancora non precisamente identificato, una Fiat 128 con i contrassegni diplomatici inizia a precedere l’automobile in cui viaggia Moro. In corrispondenza di un incrocio (a circa 1500 metri di distanza dall’abitazione di Moro), la Fiat 128, che precede l’automobile di Moro, effettua una frenata a fondo senza motivo apparente, in conseguenza della quale si verifica un tamponamento (tra l’automobile di Moro e la Fiat e tra l’autovettura di sicurezza e l’automobile di Moro). In quello stesso momento, numerosi terroristi, armati di mitragliatrici, aprono il fuoco contro entrambe le vetture. Due terroristi escono rapidamente dall’automobile che aveva bloccato quella di Moro. Quattro o cinque altri terroristi abbandonano l’angolo di un bar, presente sul luogo del rapimento, dietro il quale erano stati nascosti fino a pochi istanti prima dell’attentato. Nel medesimo istante, un’automobile dei terroristi sopraggiunge da dietro e avvicina l’automobile di Moro. Il presidente della DC viene trascinato a forza all’interno di quest’ultima automobile e rapito.
Gli altri terroristi fuggono con un’altra autovettura, che nel frattempo si era avvicinata al luogo del rapimento. Entrambi i conducenti e due uomini della sicurezza rimangono uccisi dai circa 70 colpi sparati dai terroristi, mentre un altro uomo della sicurezza muore poco tempo dopo, a causa delle ferite. L’intera azione, dal momento in cui l’automobile viene bloccata fino alla fuga dei terroristi insieme alla vittima del rapimento, si svolge in circa un minuto. La minuziosa e attenta preparazione dell’attentato risulta ancora più chiara dal confronto con il rapimento Schleyer.
2. Le automobili utilizzate dai rapitori erano state rubate e munite dei contrassegni della polizia, alla quale da molto tempo e per svariate ragioni sono stati restituiti.
7. Prima del rapimento, alcuni dei terroristi si incontrarono in un bar che si affacciava sull’incrocio, con indosso l’uniforme della compagnia aerea nazionale italiana, «Alitalia». Portavano con sé i mitra all’interno delle sacche di servizio, utilizzate dalla compagnia aerea.
8. Per escludere ogni fattore che potesse compromettere lo svolgimento dell’operazione, i terroristi avevano fissato due postazioni di sicurezza.
9. Come manovra diversiva per la polizia, gli attentatori avevano parcheggiato, poco distante dal luogo del rapimento, un’automobile con una bomba a orologeria.
Dal confronto tra il rapimento di Moro e il rapimento di Schleyer, emergono le seguenti corrispondenze:
1. Il rapimento delle due personalità doveva avvenire conformemente ai piani, in quel momento e in quel percorso.
2. Entrambi i personaggi erano accompagnati da autovetture di sicurezza.
3. I luoghi dove avvennero i rapimenti si trovavano all’interno di un percorso poco frequentato, sia da persone sia da automobili (si trattava in entrambi i casi di quartieri residenziali).
4. L’arresto delle automobili è stato effettuato tramite la simulazione di una normale situazione di traffico cittadino.
5. Gli attentatori hanno aperto immediatamente il fuoco sui conducenti e sulle autovetture della sicurezza.
6. I due personaggi sono stati sequestrati e obbligati a salire all’interno dell’automobile dei terroristi.
7. A pochi chilometri di distanza dal luogo del rapimento, gli attentatori cambiarono automobile.
8. Il luogo in cui i terroristi permasero e condussero i due personaggi rimase sconosciuto.
9. Gli attentatori uccisero i due personaggi sequestrati.
10. I cadaveri dei due personaggi vennero ritrovati all’interno di un’automobile, in territorio urbano.
11. Le comunicazioni dei sequestratori vennero ogni volta recapitate, in molteplici copie, a varie istituzioni.
12. Il contenuto delle comunicazioni, all’interno di lettere scritte a mano, era essenzialmente il medesimo.
Dall’analisi dei fatti, per cui di norma sono sempre gli assalitori ad essere in vantaggio, emerge che i seguenti fattori potrebbero aver favorito l’attuazione dei sequestri:
1. A fronte dell’ingorgo stradale, né i conducenti né i membri della sicurezza si aspettavano di essere mira di obiettivi nemici. Per questo motivo, da parte loro non vi furono reazioni per allontanarsi dal pericolo.
2. I membri della sicurezza (cinque nel caso di Moro, quattro nel caso di Schleyer) riuscirono a sparare alcuni colpi alla cieca solamente da una delle autovetture di sicurezza.
3. Nel caso di Schleyer, risultò evidente come l’automobile svoltò a elevata velocità in una strada precedentemente senza buona visibilità e si avvicinò a un ostacolo, che già si trovava sulla strada.
4. Nel caso di Moro, risultò evidente come l’automobile dei sequestratori arrivò a una distanza di sicurezza minima rispetto all’automobile che la precedeva (ovvero, quella che all’incrocio sarebbe stata bloccata).
Fotografie delle vittime dei rapimenti inviate dai sequestratori: Aldo Moro – vittima del sequestro e Hanns Martin Schleyer – vittima del sequestro
Posted in Uncategorized on 11 settembre 2018 by spazio70. Lascia un commento
Nell’eversione nera le quote rosa sono solo un pettegolezzo. Se il ruolo della donna nell’estrema destra ha sempre avuto difficoltà a emergere, figuriamoci cosa ha dovuto fare Jeanne Cogolli che quel ruolo doveva guadagnarselo in una città non certo amica verso i neri qual era Bologna. Nata a Roma nel 1946 ma felsinea d’adozione, la Cogolli frequenta le scuole magistrali; grazie al padre co-fondatore di Retaggio, un circolo culturale vicino a Ordine Nuovo, la Cogolli assimila ben presto le idee dei «fascisti senza Mussolini»; la sporadica frequentazione della locale sezione del MSI le causa un rinvio a giudizio per ricostituzione del partito fascista, dal processo che ne segue la Cogolli ne esce praticamente indenne: probabilmente è questo episodio che fa nascere nella donna l’esigenza di impegnarsi a favore dei detenuti di estrema destra, dando vita a una sorta di «soccorso nero». Nella seconda metà degli anni Settanta la Cogolli inizia a seguire le udienze del processo contro Ordine Nero bolognese durante le quali si innamora di Fabrizio Zani, ex militante toscano di Avanguardia Nazionale poi confluito in Ordine Nero. Insieme a Zani, la Cogolli fonda Quex, che diventa la più celebre rivista per detenuti neofascisti dove, fra le altre cose, si sostiene l’importanza della ripresa dello spontaneismo armato e l’eliminazione di ogni tipo di ostacolo che dovesse sovrapporsi al progetto, come ad esempio i troppi gruppi disomogenei che costituiscono in quel momento la destra radicale.
Nell’aprile del 1981 Mario Tuti e Pierluigi Concutelli uccidono Ermanno Buzzi nel carcere di Novara: poco tempo prima sulle colonne di Quex, Buzzi era stato etichettato come un «infame da schiacciare». L’omicidio Buzzi e il relativo reato di istigazione a mezzo stampa spingono la Cogolli, ormai signora Zani, e suo marito a lasciare Bologna per Torino, scelta per la sua vicinanza con la frontiera francese. Dalla città della Mole la Cogolli e Zani tentano di organizzare un gruppo formato da elementi rimasti ai margini di Terza Posizione e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Sempre lontana da azioni armate, la dedizione verso suo marito è talmente assoluta che, durante un colpo in una banca dove partecipa anche Zani, come una mamma in apprensione per il figlioletto che sta partendo per il servizio militare, la Cogolli si reca sul posto della rapina a chiedere notizie sul coniuge al complice rimasto fuori a fare il palo; nella divisione di qualsiasi refurtiva, la Cogolli impone che una parte sia sempre destinata ad aiutare i fascisti detenuti nelle carceri. Secondo la DIGOS, la Cogolli fa parte del gruppo di otto persone che, nel 1982, tentano senza successo di sequestrare un gioielliere torinese. Fuggita in Francia, al suo rientro viene arrestata e nel maggio del 1986 la Cogolli viene condannata in primo grado a quattordici anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Mauro Mennucci, giustiziato quattro anni prima dagli «amici di Mario Tuti», questa la firma della rivendicazione, per aver segnalato alla Polizia il rifugio francese del geometra empolese; un anno dopo viene assolta per insufficienza di prove. Il suo nome entra anche nell’inchiesta per la strage di Bologna: l’accusa principale mossa alla Cogolli è sostanzialmente quella di essere venuta a conoscenza dell’imminente tragedia per l’avviso ricevuto qualche giorno prima da Massimiliano Fachini, importante esponente padovano di Ordine Nuovo il quale, secondo gli inquirenti, aveva suggerito alla Cogolli che sarebbe stato meglio lasciare alla svelta la città felsinea perché sarebbe accaduto qualcosa di grave; contro di lei ci sono le testimonianze di fascisti pentiti come Mauro Ansaldi, Sergio Calore e Paolo Stroppiana i quali sono pronti a giurare su una presunta dichiarazione della Cogolli risalente al 1982 a proposito di Fachini, dichiarazione che vuole che l’estremista padovano sia uno degli artefici della strage.
Di certo la Cogolli il 2 agosto non è a Bologna, avendo lasciato la città alle prime luci dell’alba. Del suo presunto rapporto con Fachini di cui parla Calore con i magistrati, la Cogolli ha sempre respinto l’accusa di conoscerlo e di aver distribuito su suo incarico la rivista Costruiamo l’azione. Per i reati di rapina, tentata rapina e detenzione di armi, nella primavera del 1994 vengono arrestati la Cogolli, Zani, altri tre neofascisti e Alessandra Codivilla, vecchia amica della Cogolli, che anni prima aveva ospitato Zani nella propria cascina di San Giovanni in Persiceto, vicino Bologna; essendo la Codivilla un perito giudiziario, gli avvocati del foro bolognese incrociano le braccia in segno di protesta verso il suo arresto che sarà comunque breve, con l’accusa poi diventata un nulla di fatto. Quando i magistrati le chiedono quali segreti possa conoscere Zani sulla strage di Bologna, la Cogolli fermamente risponde che se suo marito sapesse davvero qualcosa, lo lascerebbe all’istante. Cioè quello che, poco tempo dopo, farà Zani per un’altra donna.
Corte d’Assise di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di primo grado, 11 luglio 1988
Seconda Corte d’Appello di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di appello, 18 luglio 1990
Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza di Cassazione, 12 febbraio 1992
Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza definitiva cassazione, 23 novembre 1995
Corte d’Appello, Strage di Bologna-Ciavardini, estratto della sentenza di Corte d’Appello, 13 dicembre 2004
Ugo Maria Tassinari Guerrieri 1975/1982 storie di una generazione in nero Immaginanapoli, Napoli 2005
Riccardo Bocca Tutta un’altra strage Rizzoli, Milano 2007
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In una città moderna e spettrale, una dittatura sanguinaria elimina i ribelli lasciando i loro cadaveri per strada, impedendo a chiunque di seppellirli, pena la morte. Le autorità vogliono che quei corpi facciano da monito per eventuali altre rivolte. Questo in sintesi è l’incipit di «I cannibali», film di Liliana Cavani, girato nel 1969 a Milano con un giovane Gianni Amelio assistente alla regia; fra le comparse ci sono due uomini somiglianti fra loro che fino a quel momento hanno avuto sporadiche esperienze nel mondo dello spettacolo e che nel lungometraggio della regista carpigiana interpretano un poliziotto e un anarchico: il primo è Pietro Valpreda, il secondo è Antonino Sottosanti, meglio conosciuto come «Nino il fascista». I due ignorano che di lì a pochi mesi i loro nomi resteranno legati per sempre, ma non nella storia del cinema.
Nato nel 1928 a Verpogliano, un paesino non lontano da Gorizia, che dopo la guerra diventerà sloveno, Sottosanti è figlio di siciliani; suo padre, fascista convinto, era temuto dalla comunità slava del posto per la violenza con cui imponeva l’uso della lingua italiana anche ai bambini che all’occorrenza puniva con un sputo in bocca: l’uomo verrà trovato assassinato quando Nino ha solo due anni. La tragica morte del padre fa di Nino un figlio di martire fascista; pochi anni dopo, insieme alla sorella, Nino si fa immortalare in una foto accanto al Duce.
Terminata la guerra Sottosanti non abbandona l’amore viscerale che ha verso il fascismo e soprattutto verso Mussolini; di scarsa cultura se non quella giuridica, Sottosanti passa ore e ore a leggere il Codice Penale, l’unico libro che ha sul comodino. Dopo essere stato abbandonato dalla moglie per fare la ballerina in un night club, verso la fine degli anni Cinquanta, Sottosanti si arruola nella Legione Straniera col nome di Alfredo Solanti e viene spedito in Algeria, inquadrato nell’Equipe Reinsegnement Action, il servizio segreto della Legione. Dopo il suo rientro in Italia, nel 1966 Sottosanti diventa segretario della sezione milanese di Nuova Repubblica, il movimento politico conservatore fondato da Randolfo Pacciardi; ma è sul finire di quel decennio che Sottosanti si avvicina prima all’area nazimaoista di Lotta di Popolo, poi al mondo anarchico del capoluogo lombardo dove ben presto conosce uno dei suoi leader, il ferroviere Giuseppe Pinelli.
Nell’ambiente tutti sanno del passato di Sottosanti, soprannome compreso, ma la cosa non costituisce alcun problema per nessuno a cominciare dallo stesso Pinelli che anzi accetta l’offerta di Sottosanti di testimoniare in un processo a favore di un giovane anarchico, accusato di un attentato dinamitardo: l’autore si chiama Tito Pulsinelli, ha 21 anni, su lui e Sottosanti circolano voci di una presunta relazione omosessuale. Se non la relazione, di certo è il denaro promesso a spingere Sottosanti a testimoniare il falso per scagionare Pulsinelli, ritenuto innocente da Pinelli. La famiglia Pulsinelli è ben lieta di ospitare Sottosanti nella loro casa di Pero, periferia di Milano, elargendo all’ex legionario la somma di trenta mila lire come argent de poche.
Il 28 novembre 1969 Sottosanti arriva così a Milano da Piazza Armerina, una cittadina vicino Enna dove si è da poco trasferito nella casa della madre; in un paio di settimane Sottosanti porta a termine la sua missione, pronto a fare ritorno in Sicilia. Durante la notte fra l’11 e il 12 dicembre, la signora Pulsinelli sente che Sottosanti non riesce a chiudere occhio, non fa altro che camminare su e giù per la camera da letto impregnandola col fumo delle sigarette. Nella tarda mattinata del 12 Sottosanti si reca da Pinelli per ritirare un assegno di quindici mila lire ricevuto dal ferroviere a titolo di rimborso spese; i due pranzano insieme, poi si recano in un bar per una tazzina di caffè seguita da una veloce partita a carte; infine arriva il momento di dividersi con Sottosanti che si reca in banca a riscuotere l’assegno, per proseguire subito dopo per Pero dove i Pulsinelli lo vedono arrivare fra le 16.30 e le 17.00, cioè quando a piazza Fontana esplode un ordigno che uccide diciassette persone.
Nino Sottosanti
Al momento di essere interrogato, Pinelli tace su Sottosanti e sulla ragione del suo soggiorno milanese: confessare in quel momento di aver pagato qualcuno per testimoniare il falso a favore di un attentatore anarchico, significa mettersi nei guai. Quando il ruolo di Sottosanti viene alla luce, la somiglianza fra lui e quello che fino a quel momento è il principale accusato della strage, è più che evidente: Valpreda e Sottosanti sarebbero due gocce d’acqua se non fosse per quei pochi centimetri in più di altezza e per i pochi capelli in meno che ha l’ex legionario rispetto all’ex ballerino. Secondo un giornalista dell’Unità lo stesso Cornelio Rolandi, il tassista teste a carico di Valpreda, avrebbe riconosciuto quest’ultimo in una foto che in realtà ritraeva Sottosanti. Soltanto nel febbraio del 1970 Licia Pinelli parla per la prima volta di Sottosanti e della sua presenza il 12 dicembre a casa del marito, dopo cioè che i giornali hanno scoperto l’esistenza di questo misterioso sosia di Valpreda: fino a quel momento la vedova Pinelli aveva taciuto su Sottosanti come aveva fatto precedentemente suo marito.
Inizia intanto la campagna stampa in favore dell’innocenza di Valpreda che trova nel celebre pamphlet La strage di stato la punta di diamante: il libro è scritto da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare autonominatosi Comitato di Controinformazione; pubblicato nel giugno del 1970, in poche settimane vende ventimila copie, altrettante dopo la prima ristampa, per arrivare a quota cinquecentomila sette anni più tardi, un libro memorabile che tanto ha influenzato e influenza ancora oggi il metodo di lettura dei fatti di piazza Fontana.
Fra i documenti che il Comitato si ritrova fra le mani ci sono anche le due famigerate veline del SID del 16 e 17 dicembre che inchiodano Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale e Mario Merlino, ex avanguardista poi diventato anarchico, alle loro responsabilità di autori degli attentati avvenuti a Roma; oggi sappiamo che la gran parte del materiale presente nel libro è di provenienza del SID, lo conferma il suo editore Giulio Savelli il quale, giurando sulla buona fede di tutti, ammette l’intossicazione provocata dai servizi anche con i buoni uffici di Giovanni Ventura, poi imputato per la strage, un’intossicazione il cui odore acre era stato invece fiutato da Giangiacomo Feltrinelli da fargli rifiutare la proposta di pubblicazione.
Se dovessimo riassumere in poche parole quali sono stati gli obiettivi verso i quali la maggior parte delle tesi del libro si sono scagliate, questi sono Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale e Delle Chiaie, con il presunto grand commis Federico Umberto D’Amato dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, «acerrimo» nemico del SID. È la magistratura a scoprire la genesi di La strage di stato: Vittorio Occorsio lo fa capire in un’intervista al Giornale d’Italia ma soprattutto sono le indagini del giudice Gerardo D’Ambrosio a fornire le prove dell’intervento del SID nella stesura di quel libro, dando modo a Giorgio Bocca di definirlo una raccolta di «notizie del diavolo». Ma ormai i «buoi sono scappati dal recinto» e ancora oggi molti ritengono La strage di stato un masterpiece del giornalismo d’inchiesta, utile per comprendere i fatti di piazza Fontana e la cosiddetta strategia della tensione.
Ma torniamo a Sottosanti e a quel 1970. Ai redattori di Controinformazione non pare vero di avere fra le mani la storia di un fascista presente a Milano il giorno della strage e che, guarda caso, somiglia al principale accusato che fascista non è; il teorema è quello di una diabolica macchinazione che vuole Sottosanti reclutato per mettere nei guai gli anarchici, lui che nella realtà dei fatti ha appena rischiato la galera con la testimonianza a favore di uno di loro; l’ipotesi è quella di Sottosanti presente a piazza Fontana al posto di Valpreda, tesi questa chissà se influenzata dal film della Cavani. Insieme a molti dei protagonisti citati loro malgrado nel libro, anche Sottosanti querela la casa editrice; nessuno tiene conto della testimonianza dei Pulsinelli che confermano la presenza dell’ospite nella loro casa proprio nel momento in cui scoppia la bomba. Sottosanti diventa l’attentatore materiale al servizio degli apparati dello Stato, ma non verrà mai rinviato a giudizio. Se non ci fossero di mezzo diciassette morti e quasi cento feriti, questa storia sarebbe piaciuta a Georges Feydeau, specie nel suo volgersi a farsa quando, dopo Sottosanti, di gemelli di Valpreda la Controinformazione ne scova altri due, manco a dirlo sempre di estrema destra, per un totale di un anarchico e tre fascisti gemelli per un attentato. All’intelligenza.
Gianni Flamini Il partito del golpe (vol. III tomo 1) Bovolenta, Ferrara 1983
Francesco Buscemi Invito al cinema di Liliana Cavani Mursia, Milano 1996
Luciano Lanza Bombe e segreti Eleuthera, Milano 1997
Giorgio Boatti piazza Fontana Einaudi, Milano 1999
Corriere Della Sera, 19 giugno 2000
Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini (a cura di) La strage di Stato Odradek, Roma 2000 (riedizione)
Pierangelo Maurizio piazza Fontana Maurizio Edizioni, Roma 2001
Diario, 30 agosto 2002
Aldo Giannuli Bombe a inchiostro Rizzoli, Milano 2008
Posted in Anni di Piombo., Biografie., Dossier., Politica. on 19 luglio 2018 by spazio70. Lascia un commento
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