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Timestamp: 2019-01-16 17:24:37+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 1419']

Quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare - Avvocato Walter Mercuri
Avvocato Walter MercuriArticoliDIRITTO DI FAMIGLIAQuota di partecipazione del familiare nella impresa familiare
24 novembre 2017 | AWM | 0 Comments | DIRITTO DI FAMIGLIA
Quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare
La quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare, va determinata, esclusivamente in ragione della quantità e qualità del lavoro prestato nell’impresa, nella stessa misura tanto con rifermento agli utili quanto agli incrementi, ivi compreso l’avviamento.
Questo è il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, Sez. I, con la sentenza n. 27108 del 15.11.2017.
La vicenda riguarda una farmacista che aveva costituito con il proprio coniuge una impresa familiare per la gestione della farmacia di cui era titolare. A seguito della separazione personale dei coniugi agiva in giudizio per sentir accertare lo scioglimento dell’impresa familiare sin dalla data del ricorso introduttivo del giudizio di separazione personale dei coniugi nonché l’avvenuto pagamento al marito della quota di utili prevista nell’atto costitutivo, pari al 49%.
Si costituiva in giudizio il coniuge che domandava che, in caso di accertamento della cessazione dell’impresa, la moglie venisse condannata al pagamento della quota degli utili maturata dal 2003, nonché del 49% del valore del’intera azienda, previa dichiarazione di nullità della clausola contraria contenuta nell’atto costitutivo dell’impresa familiare.
Il Giudice del Lavoro, con sentenza, dichiarava lo scioglimento della impresa familiare dalla data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio, accertava il diritto del marito al pagamento degli utili del primo trimestre del 2013 e liquidava in favore dello stesso una somma pari al 49% dell’intero patrimonio netto dell’impresa familiare.
Proposto appello, la Corte riduceva l’importo riconosciuto al marito a titolo di partecipazione agli incrementi e condannava la farmacista al pagamento degli utili maturati dal primo semestre del 2003.
Secondo la corte territoriale la cessazione della impresa familiare non poteva farsi risalire al giudizio di separazione personale perché la domanda di separazione non implicava necessariamente la manifestazione della volontà di sciogliere l’impresa familiare.
In ordine alla previsione dell’atto costitutivo secondo la quale il marito partecipava agli utili nella misura del 49 %, il collegio riteneva che aveva un valore negoziale e non di mera dichiarazione di verità ai soli fini fiscali.
Per il Giudice di seconde cure tale previsione, in ogni caso, aveva valore di prova, almeno presuntiva, che la quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare spettante al collaboratore in ragione della quantità e qualità del lavoro prestato nell’impresa, era dovuto in quella misura ivi indicata.
Inoltre confermava la dichiarazione di nullità, per contrarietà all’art. 230 c.c., della clausola dell’atto costitutivo che escludeva la partecipazione del coniuge collaborante all’incremento dell’avviamento. Ritenendo l’art. 230 c.c. disposizione che prevede una tutela minima e inderogabile per il partecipante all’impresa familiare.
Per l’avviamento il giudice di secondo grado però non riteneva applicabile la previsione contrattuale della quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare del 49%, in quanto essa riguardava solo gli utili e gli incrementi.
In mancanza di determinazione negoziale la quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare veniva determinata ex art. 230 bis c.c., ovvero in ragione della quantità e qualità del lavoro prestato dal collaboratore familiare, che la Corte quantificava nella misura del 20% tenuto conto del preminente ruolo assunto dalla moglie farmacista nella erogazione dei servizi di farmacia, attività questa inibita al coniuge per l’assenza del titolo abilitante.
Avverso la sentenza di secondo grado veniva proposto ricorso per cassazione da parte di entrambi gli ex coniugi.
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato che la previsione nell’atto costitutivo dell’impresa familiare aveva determinato la quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare nella misura del 49%, valendo tale clausola come prova del valore della collaborazione prestata dal partecipante.
Mentre ha ritenuto che la sentenza della Corte di appello aveva violato l’art. 230 bis c.c. nella parte in cui ha ritenuto che la quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare possa essere diversa, da un lato, per gli utili e gli incrementi materiali, e, dall’altro, per gli incrementi immateriali (c.d. avviamento).
Invero il diritto attribuito al familiare dall’art. 230 bis c.c. è unitario e, segnatamente, è ugualmente commisurato sia per gli utili che per incrementi unicamente alla “quantità e qualità del lavoro svolto” e cioè all’apporto di lavoro familiare nella conduzione complessiva dell’impresa.
In altri termini, il criterio di determinazione della quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare è quello della quantità e qualità del lavoro svolto dal familiare collaboratore nella gestione dell’impresa e non della sua effettiva incidenza causale sul conseguimento degli utili ed incrementi, che rappresentano soltanto l’effetto e non la misura dell’attività svolta.
In sostanza, cessata l’impresa familiare, la liquidazione della quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare deve avere per dividendo gli utili, i beni acquistati con essi e gli incrementi e per divisore (unico) la quantità e qualità del lavoro prestato, rispetto alla quale le percentuali indicate nella scrittura di costituzione della impresa assumono quantomeno valore indiziario.
La ratio dell’art. 230 bis c.c. risiede nel fatto che gli utili ed incrementi non sono che due diverse modalità di impiego dello stesso risultato economico prodotto attraverso la collaborazione familiare: l’utile rappresenta l’incremento risultante dallo svolgimento dell’attività economica nel corso dell’anno, gli incrementi patrimoniali derivano dal reinvestimento nell’azienda degli utili conseguiti e non distribuiti.
Infatti l’art. 230 bis c.c. precisa che il diritto del familiare si estende agli utili nonché ai beni acquistati con gli utili, aggiungendo che il diritto comprende gli incrementi e cioè tutti i miglioramenti apportati con l’uso degli utili che non si siano concretizzati in un acquisto di beni ma in un aumento di valore tanto di singoli beni aziendali quanto dell’azienda nel suo complesso. Di talché tra gli incrementi la norma include testualmente l’avviamento onde precisare l’estensione del diritto anche sui beni immateriali dell’impresa. A tal proposito è stato precisato, con riferimento al momento di maturazione del diritto del familiare collaborante a percepire gli utili, che nell’impresa familiare gli utili sono naturalmente destinati, salvo diverso accordo, non alla distribuzione tra i partecipanti ma al reimpiego nella azienda.
Con riferimento alla nullità della clausola che prevedeva esclusione del coniuge dall’incremento dell’avviamento, la Suprema Corte ha precisato che la fattispecie costitutiva dell’impresa familiare è un fatto giuridico – ovvero nasce dall’esercizio continuativo di attività economica da parte di un gruppo familiare in funzione di imprenditore oppure di partecipante – sicché non occorre per la sua configurazione l’esistenza di atto costitutivo. Questo non esclude che un contratto possa intervenire a regolamentare la fattispecie; in tale eventualità, precisa la Corte, ove il negozio stesso oppure singole clausole di esso – pur risultando compatibili con la configurabilità dell’impresa familiare- siano in contrasto con le norme imperative di cui all’art. 230 bis c.c. le relative previsioni sono affette da nullità, con la conseguenza che nella ipotesi di nullità parziale le clausole nulle sono sostituite di diritto dalle norme imperative che ne risultano violate, ex art. 1419 c.c.
Alla luce degli indicati principi, per quanto qui interessa, la Corte ha ritenuto che la quota di partecipazione del familiare nella impresa familiare, va determinata, esclusivamente in ragione della quantità e qualità del lavoro prestato nell’impresa, nella stessa misura tanto con rifermento agli utili quanto agli incrementi, siano essi materiali o immateriali.
Vedi anche “Impresa familiare: immobile acquistato dal familiare partecipante”