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Timestamp: 2018-02-23 22:39:07+00:00
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L'avvocato deve impugnare la sentenza anche senza procura
Lo sai che? L’avvocato deve impugnare la sentenza anche senza procura
L’avvocato che riceve il mandato ad agire per tutti i gradi di giudizio, non può giustificare il mancato ricorso in cassazione con l’assenza di una procura speciale per adire la Suprema corte.
L’avvocato ha l’obbligo di segnalare al cliente la possibilità di impugnare la sentenza a lui sfavorevole quando ve ne siano i presupposti. Se non lo fa e, per questo, scadono i termini per appellare o ricorrere in Cassazione, è tenuto a risarcirgli il danno, senza potersi trincerare dietro al fatto di non aver mai ricevuto la procura speciale per il giudizio. Una cosa, infatti, è la procura processuale – necessaria per la validità dell’atto – un’altra è invece il mandato professionale, che scatta già al conferimento dell’incarico (anche orale) da parte dell’assistito.
Pertanto, se il cliente – inesperto del diritto – dà incarico all’avvocato di difenderlo in tutti i gradi di giudizio, quest’ultimo ha l’obbligo di avvisarlo di tutte le successive attività da svolgere per la migliore difesa. Ivi compresa la possibilità di fare appello o ricorso per cassazione.
Se il legale non presenta opposizione contro la sentenza che dà torto al proprio assistito, è personalmente responsabile e tenuto a risarcirgli il danno a meno che non provi di averlo sollecitato a fornire indicazioni sulla sua intenzione di proporre impugnazione, dopo averlo informato delle conseguenze della mancata impugnazione.
La Corte pone, ancora una volta, l’accento sulla differenza tra contratto di patrocinio e procura alle liti. Quest’ultima è un negozio unilaterale con il quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, mentre il contratto di patrocinio è un negozio bilaterale con cui l’avvocato viene incaricato di svolgere la sua attività secondo lo schema del mandato. Quando l’avvocato riceve il cliente nel proprio studio e questi, anche a voce, lo incarica di avviare o difenderlo in un giudizio, non può far scadere i termini e poi giustificarsi con la scusa di non aver mai ottenuto la firma della procura. A meno che non dimostri che tale firma non è stata fornita nonostante le sollecitazioni inviate all’assistito. In buona sostanza, nel momento in cui il cliente conferisce incarico al legale, è quest’ultimo investito di tutta la tutela processuale ed è tenuto a indicare al primo gli adempimenti da svolgere, ivi compreso “firmare le carte”.
Per ottenere l’indennizzo, il cliente non è tenuto a dimostrare di aver conferito un ulteriore mandato per impugnare la sentenza, se ha già provato di aver concluso un contratto di patrocinio con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo e/o in secondo grado.
Facciamo un esempio. Immaginiamo che una persona vada dall’avvocato e gli consegni tutte le carte per avviare una causa contro l’assicurazione. I due, a voce, sono d’accordo su prezzo e modalità di pagamento. Senonché, in quella occasione, il cliente non firma la procura, convinto che sarà poi l’avvocato a spiegargli cosa fare nei giorni successivi, all’esito dello studio del fascicolo. Il professionista, però, proprio perché non ha ottenuto la firma, si ritiene libero di considerare quell’incontro come una semplice richiesta di consulenza e, non ritenendo serie le intenzioni dell’automobilista, non perde tempo a redigere l’atto. I termini di prescrizione scadono e dopo qualche mese il cliente torna allo studio per chiedere a che punto è la causa. In quel momento scopre che l’avvocato non ha fatto nulla. Così gli chiede il risarcimento. Chi ha ragione?
Secondo la Cassazione, la ragione è del cliente il quale, con il conferimento a voce dell’incarico, ha già siglato un contratto con il legale, anche se non ha firmato la procura. Con la conseguenza che la scadenza dei termini ricade solo sull’avvocato il quale, in quanto esperto della materia, doveva avvisare l’assistito dell’adempimento.
Lo stesso discorso vale anche per i successivi gradi di giudizio, ossia nel caso in cui dovesse risultare necessario impugnare la sentenza.
[1] Cass. sent. n. 7410/17 del 23.03.2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 gennaio – 23 marzo 2017, n. 7410
1.Con la sentenza impugnata, pubblicata il 17 gennaio 2013, la Corte d’appello di Torino ha rigettato l’appello principale proposto da B.L. e R.M. nei confronti dell’avv. V.A. , nonché l’appello incidentale di quest’ultima nei confronti degli appellanti e della Compagnia Assicuratrice Milanese S.p.A. (società chiamata in causa dalla convenuta per essere manlevata in caso di soccombenza), avverso la sentenza del Tribunale di Torino del 15 novembre 2007, con la quale era stata rigettata la domanda proposta da B. e M. per responsabilità professionale dell’avv. V. (consistita nella mancata presentazione, nonostante il mandato ricevuto dai clienti, del ricorso per cassazione avverso le sentenze della Corte d’appello di Torino in data 29 maggio 2002 che li avevano visti soccombenti; assumendo gli attori di aver subito perciò la perdita di un migliore trattamento pensionistico, di cui avrebbero potuto beneficiare a seguito del probabile accoglimento del ricorso da parte della Cassazione).
La Corte d’appello -ritenuto che gli attori, poi appellanti, avrebbero dovuto provare di aver conferito uno specifico mandato per proporre il ricorso per cassazione e che non avessero fornito questa prova – ha confermato la sentenza di primo grado, anche quanto alla compensazione delle spese (impugnata con ricorso incidentale). Respinti gli appelli, principale ed incidentale, la Corte ha compensato per intero anche le spese del secondo grado di giudizio.
1.Col primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1176, 2 comma, 1722, 2230, 2236, 2697 cod. civ. (anche in relazione agli artt. 41 e 5 del codice deontologico vigente ratione temporis), nonché degli artt. 115, 228, 116 cod. proc. civ. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 cod. civ. “in ordine alla interpretazione del contratto di mandato professionale, nonché alla distribuzione dell’onere probatorio fra clienti e avvocato circa l’esistenza (od inesistenza od estinzione) di un tale mandato professionale per la tutela giudiziale anche davanti alla Corte di Cassazione”.
1.1.Col secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1176, 2 comma, 1722, 2236, 2697 cod. civ. nonché degli artt. 115, 228, 116 cod. proc. civ. ed, ancora, degli artt. 2727 e 2729 cod. civ. “in ordine al ritenuto mancato raggiungimento della prova circa l’esistenza di un mandato professionale per la tutela giudiziale anche avanti la Corte di Cassazione”.
I ricorrenti addebitano alla Corte di merito di avere invertito l’onere della prova in merito all’esistenza di un “nuovo mandato” per la proposizione del ricorso per cassazione e comunque di non aver valutato correttamente la prova raggiunta circa la portata dell’incarico già conferito all’avv. V. , come comprendente anche quel mandato. Questo sarebbe risultato dalla prova testimoniale e dalla prova documentale, sulle quali sostengono che la motivazione sia incorsa in travisamento del tenore letterale delle deposizioni e la decisione sia stata assunta violando le regole sulla prova presuntiva.
Giova precisare che, contrariamente a quanto si sostiene nei controricorsi, non rileva l’art. 348 ter, comma quarto e quinto, cod. proc. civ., introdotto dall’art. 54, 1 comma, lett. A) del d.l. 22 giugno 2012 n. 83, convertito nella legge 7 agosto 2012 n. 134, per il quale non è ammesso ricorso ai sensi del n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. contro le sentenze di appello che abbiano confermato la decisione di primo grado per le stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata (c.d. doppia conforme). Ai sensi dello stesso art. 54, 2 comma, la disposizione si applica ai giudizi di appello introdotti dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Quindi, non si applica al giudizio a quo, introdotto con atto di citazione del 24 ottobre 2008.
2.1. Nel merito, sull’attività professionale svolta da avvocati è fondamentale la differenza che corre tra contratto di patrocinio e procura alle liti, poiché, mentre quest’ultima è un negozio unilaterale col quale il difensore viene investito del potere di rappresentare la parte in giudizio, il contratto di patrocinio è un negozio bilaterale col quale il professionista viene incaricato di svolgere la sua opera secondo lo schema del mandato (così già Cass. n. 13963/06, nonché, di recente Cass. n. 18450/14 e ord. n. 13927/15).
Le conseguenze in tema di forma e di prova sono le seguenti. Non si può escludere che il rilascio di una procura alle liti assolva all’onere di forma eventualmente richiesto per il contratto (come è per la pubblica amministrazione: cfr. Cass. ord. n. 2266/12, n. 3721/15 e n. 15454/15) ed, al contempo, ne fornisca la prova. Però, di norma, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, non è indispensabile il rilascio di una procura ad litem, essendo questa necessaria solo per lo svolgimento dell’attività processuale, e non è richiesta la forma scritta, vigendo per il mandato il principio di libertà di forma. Né rileva, ai fini della conclusione del contratto di patrocinio, il versamento, anticipato o durante lo svolgimento del rapporto professionale, di un fondo spese o di un anticipo sul compenso, sia perché il mandato può essere anche gratuito, sia perché, in caso di mandato oneroso, il compenso e l’eventuale rimborso delle spese sostenute possono essere richiesti dal professionista durante lo svolgimento del rapporto o al termine dello stesso (così Cass. n. 10454/02).
2.2. In base alla regola di riparto dell’onere della prova in materia contrattuale di cui all’art. 1218 cod. civ., incombe al cliente l’onere di dare la prova del conferimento dell’incarico; incombe al professionista l’onere di provare l’adempimento delle prestazioni, con la diligenza richiesta dal secondo comma dell’art. 1176 cod. civ..
Quanto alle obbligazioni derivanti al professionista avvocato dalla stipulazione di un contratto, col quale gli sia stato affidato, ai sensi degli artt. 2230 e 2236 cod. civ., l’incarico di seguire il cliente ai fini dell’instaurazione di un giudizio, valgono i principi di cui appresso.
c) avere interpretato un fatto noto riferito da tutti i testimoni, senza alcuna eccezione né contrasto (essere il fondo spese destinato sia all’appello che alla cassazione), desumendo da esso l’esatto contrario in forza di una “presunzione” che non si fonda su indizi gravi precisi e concordanti (ma soltanto sulla “modestia della somma” richiesta ai lavoratori-pensionati, dato equivoco, smentito dalla prova testimoniale e privo di ulteriori riscontri fattuali);
4. In sintesi, tenuto conto degli artt. 1218, 1176, comma secondo, 2230 e 2236 cod. civ., nonché della richiamata distinzione tra contratto di patrocinio e procura alle liti, spetta ai clienti provare di avere affidato all’avvocato l’incarico di assistenza professionale relativa ad un determinato affare ed il mandato di agire in giudizio, per conseguire il risultato avuto di mira (nel caso di specie, il più alto trattamento pensionistico richiesto all’INPS); raggiunta questa prova, spetta all’avvocato provare l’avvenuto adempimento del mandato, con la diligenza e la perizia richieste dalla natura dell’attività, e precisamente provare di avere adempiuto alle obbligazione di cui si è detto sopra, quanto agli obblighi di informazione, sollecitazione e cura dell’attività giudiziale nascenti dal contratto di patrocinio, ovvero di non avervi adempiuto per fatto a sé non imputabile o per cessazione del rapporto contrattuale.
5. In diritto, va affermato che “qualora il cliente abbia fornito la prova della conclusione del contratto di patrocinio, con il conferimento dell’incarico all’avvocato di proporre azione in giudizio in primo ed in secondo grado, non è necessario il conferimento di ulteriore mandato per agire in sede di legittimità, della cui prova sia gravato il cliente. La sola circostanza che questi non abbia rilasciato la procura speciale richiesta allo scopo non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione del ricorso, gravando sull’avvocato l’onere di provare di aver sollecitato il cliente a fornire indicazioni circa la propria intenzione di proporre o meno ricorso per cassazione avverso la sentenza sfavorevole di secondo grado e di averlo informato di questo esito e delle conseguenze dell’omessa impugnazione, nonché l’onere di provare di non aver agito in sede di legittimità per fatto a sé non imputabile (quale il rifiuto di impugnare o di sottoscrivere la procura speciale da parte del cliente) ovvero per la sopravvenuta cessazione del rapporto contrattuale”.
La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte d’appello di Torino, in diversa comp