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Timestamp: 2019-05-27 08:15:18+00:00
Document Index: 81896876

Matched Legal Cases: ['art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 43', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 14', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 36', 'art. 1398', 'art. 38', 'art. 1398', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 1957', 'sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 82', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 38', 'art.38', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ']

Art. 38 codice civile - Obbligazioni - Brocardi.it
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Articolo 38 Codice civile
Dispositivo dell'art. 38 Codice civile
Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l'associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente [1292 ss.] le persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione.
La ratio sottesa alla norma in commento consiste nella tutela del terzo che compia attività negoziale con l'associazione non riconosciuta. A controbilanciare la mancanza di pubblicità tanto dei poteri quanto della effettiva consistenza patrimoniale dell'ente, viene previsto dall'ordinamento la facoltà per il terzo di rivolgersi indistintamente ed illimitatamente anche ai soggetti che hanno speso il nome dell'associazione.
Spiegazione dell'art. 38 Codice civile
Il primo periodo dell'articolo in commento delinea l'autonomia patrimoniale delle associazioni non riconosciute, basata sulla garanzia offerta dal fondo comune per le obbligazioni contratte dagli amministratori nell'esercizio dell'attività sociale. Lo stesso fondo comune, su cui grava un vincolo di destinazione, è indisponibile, distinto ed autonomo rispetto ai patrimoni di coloro che agiscono in rappresentanza dell'ente.
A completamento della prima parte dell'articolo, viene precisato come la ridetta autonomia patrimoniale sia imperfetta, in quanto la garanzia delle obbligazioni di volta in volta assunte viene estesa al patrimonio di coloro che abbiano agito in nome e per conto dell'associazione, intendendosi come tali i soggetti che abbiano concretamente svolto l'attività negoziale, anche se non titolari del potere di rappresentanza. Dell'adempimento di tale obbligazione accessoria, gli amministratori risponderanno personalmente e solidalmente con il fondo comune, alla pari del fideiussore (artt. 1936 ss. c.c.).
61 Relativamente alla responsabilità dei singoli associati, era stato suggerito di affermare il principio che essi dovrebbero rispondere delle obbligazioni dell'associazione entro i limiti del mandato, mentre coloro che hanno agito dovrebbero assumere responsabilità solidale e personale. Non sembra che i soci debbano rispondere secondo le norme del mandato. Se col termine «mandato» si vuol far riferimento agli accordi generali intervenuti fra gli associati al momento della costituzione, sembra più preciso dire che i singoli associati restano obbligati nei limiti del fondo comune. Se invece si intende aver riguardo a un mandato speciale relativo alle singole obbligazioni assunte dall'associazione, è evidente che coloro, i quali hanno dato questo mandato, debbono ritenersi astretti all'adempimento col vincolo solidale, alla pari delle altre persone che hanno agito per conto dell'associazione. Per ciò è stata mantenuta nell'art. 38 la formula del corrispondente art. 43 del progetto.
Massime relative all'art. 38 Codice civile
Cass. civ. n. 8752/2017
La responsabilità personale e solidale prevista dall'art. 38, comma 2, c.c. per colui che agisce in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell'associazione, bensì all'attività negoziale effettivamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra questa ed i terzi, con la conseguenza che chi invoca in giudizio tale responsabilità è gravato dall'onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell'interesse dell'associazione, non essendo sufficiente la dimostrazione in ordine alla carica rivestita all'interno dell'ente. (Nella specie, la S.C. ha escluso la responsabilità patrimoniale di un soggetto solo perché rappresentante di un’associazione di categoria).
(Cassazione civile, Sez. VI-lav., ordinanza n. 8752 del 4 aprile 2017)
Cass. civ. n. 1451/2015
L'associazione non riconosciuta, ove abbia colpevolmente ingenerato nel terzo di buona fede la ragionevole convinzione in ordine all'esistenza di poteri di rappresentanza non corrispondenti a quelli risultanti statutariamente, risponde con il proprio fondo comune, ai sensi dell'art. 38 cod. civ., delle obbligazioni assunte dall'apparente rappresentante. L'accertamento delle condizioni idonee ad integrare, in tale caso, la cd. apparenza di diritto "colpevole" costituisce apprezzamento riservato al giudice di merito, non sindacabile in cassazione, se non nei limiti in cui risulta ancora censurabile il difetto di motivazione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1451 del 27 gennaio 2015)
Cass. civ. n. 12817/2014
La responsabilità personale e solidale prevista dall'art. 38, secondo comma, cod. civ. a carico di colui che agisce in nome e per conto di un gruppo parlamentare, il quale, a norma dell'art. 14 del regolamento della Camera dei deputati, si costituisce all'inizio di ogni legislatura, cessa al termine della stessa ed ha natura di associazione non riconosciuta ai sensi dell'art. 36 cod. civ., non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell'associazione, bensì all'attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori tra questa e i terzi.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 12817 del 6 giugno 2014)
Cass. civ. n. 29733/2011
Nell'associazione non riconosciuta la responsabilità personale grava esclusivamente sui soggetti, che hanno agito in nome e per conto dell'associazione, attesa l'esigenza di tutela dei terzi che, nell'instaurazione del rapporto negoziale, abbiano fatto affidamento sulla solvibilità e sul patrimonio dei detti soggetti, non potendo il semplice avvicendamento nelle cariche sociali comportare alcun fenomeno di successione del debito in capo al soggetto subentrante, con l'esclusione di quello che aveva in origine contratto l'obbligazione. Ne consegue che l'obbligazione, avente natura solidale, di colui che ha agito per essa è inquadrabile tra le garanzie "ex lege" assimilabile alla fideiussione, con conseguente applicazione dei principi contenuti negli artt. 1944 e 1957 c.c..
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 29733 del 29 dicembre 2011)
Cass. civ. n. 15394/2011
L'associazione non riconosciuta è responsabile del fatto illecito commesso da persona del cui operato debba rispondere, ai sensi dell'art. 38 c.c., senza che al terzo danneggiato possano essere opposti eventuali accordi statutari che limitino tale responsabilità. Ne consegue che, se il danno è stato causato da persona appartenente ad una struttura associativa complessa, costituita da un'entità nazionale articolata in varie diramazioni locali, ai fini della responsabilità aquiliana la legittimazione passiva rispetto alla domanda di risarcimento è unica e spetta all'entità nazionale
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15394 del 13 luglio 2011)
Cass. civ. n. 16344/2008
In tema di associazioni non riconosciute, la responsabilità dell'ente sussiste, ai sensi dell'art. 38, primo comma, c.c., per le obbligazioni ed i rapporti assunti dai soggetti che ne sono rappresentanti di diritto ed anche di fatto e che, spendendo la ragione sociale, determinano con i loro atti ed in concreto l'oggetto sociale, a prescindere dalle possibili indicazioni formali; ne consegue che tale regola, di carattere generale, si applica anche ai debiti tributari.
(Cassazione civile, Sez. V, sentenza n. 16344 del 17 giugno 2008)
Cass. civ. n. 858/2008
In tema di associazioni non riconosciute, la responsabilità personale e solidale delle persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione, prevista dall'art. 38 c.c. in aggiunta a quella del fondo comune, è volta a contemperare l'assenza di un sistema di pubblicità legale riguardante il patrimonio dell'ente con le esigenze di tutela dei creditori e trascende, pertanto, la posizione astrattamente assunta dal soggetto nell'ambito della compagine sociale, precisandosi, in ogni caso, che detta norma si riferisce ad obbligazioni assunte nei confronti dei terzi da persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione; ne consegue che l'annunciato è legittimato a proporre azione di responsabilità extracontrattuale nei confronti dei responsabili dell'associazione per omessa custodia riconducibile all'art. 2051 c.c. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha rigettato il motivo proposto dai ricorrenti gestori di una palestra evocati in giudizio da un associato a titolo di responsabilità per omessa custodia cui era conseguito un suo infortunio, sul corretto presupposto indicato nella sentenza impugnata alla stregua del quale il danneggiato aveva agito sulla base di una responsabilità extracontrattuale nei confronti dei predetti gestori quali titolari dell'associazione in relazione all'omesso controllo sulla sicurezza degli attrezzi in uso nella palestra).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 858 del 17 gennaio 2008)
Cass. civ. n. 718/2006
La responsabilità personale e solidale, di cui all'art. 38 c.c., delle persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione non grava su tutti coloro che, essendo successivamente a capo di questa, ne assumano la rappresentanza, ma riguarda esclusivamente le persone suddette, a tutela dei terzi che con essi siano venute in rapporto negoziale facendo affidamento sulla loro solvibilità e sul loro patrimonio personale, sicché il semplice avvicendarsi nelle cariche sociali del sodalizio non comporta alcun fenomeno di successione nel debito.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 718 del 16 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 455/2005
La responsabilità personale e solidale di colui che agisce in nome e per conto di un'associazione non riconosciuta (collegata non alla mera titolarità della rappresentanza dell'associazione, ma all'attività negoziale concretamente svolta per conto di essa, concretantesi nella creazione di rapporti obbligatori fra questa ed i terzi) non è riferibile, neppure in parte, ad un'obbligazione propria dell'associato, ma ha carattere accessorio rispetto alla responsabilita primaria dell'associazione stessa, di talché detta obbligazione (di natura solidale) è legittimamente inquadrabile fra quelle di garanzia ex lege assimilabili alla fideiussione. Ne consegue che tale responsabilità grava esclusivamente sui soggetti che hanno agito in nome e per conto dell'associazione, attesa l'esigenza di tutela dei terzi che, nell'instaurazione del rapporto negoziale, abbiano fatto affidamento sulla solvibilità e sul patrimonio dei detti soggetti, non potendo il semplice avvicendamento nelle cariche sociali del sodalizio comportare alcun fenomeno di successione nel debito in capo al soggetto subentrante, con esclusione di quello (attualmente sostituito) che aveva in origine contratto l'obbligazione. (Nell'affermare il principio di diritto che precedere, e nello specificare, ancora, che, per l'effetto, il presidente di un sodalizio non riconosciuto è passivamente legittimato all'azione del creditore anche dopo la cessazione della carica con riguardo alle obbligazioni risalenti al periodo in cui egli aveva esercitato le funzioni di presidente, la Corte Cass. ha così cassato la sentenza della Corte di merito che aveva invece ritenuto, con riferimento ad un contratto di locazione sottoscritto, illo tempore dall'allora presidente di un'associazione non riconosciuta in nome e per conto di quest'ultima, che tutte le relative obbligazioni, ivi inclusa quella della riconsegna alla scadenza — nonché quella risarcitoria riconnessa all'eventuale ritardo nella consegna — non gravassero su quest'ultimo, bensì sull'attuale legale rappresentante dell'ente).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 455 del 12 gennaio 2005)
Cass. civ. n. 8919/2004
Ai sensi dell'art. 38 c.c., non è configurabile responsabilità personale e solidale con l'associazione non riconosciuta, del rappresentante della stessa in ordine agli obblighi retributivi nei confronti dei dipendenti dell'associazione, ove i relativi rapporti di lavoro non siano stati instaurati (mediante stipulazione dei relativi contratti) dal rappresentante predetto, non valendo a fondare la responsabilità del medesimo (ai sensi della citata norma) la prova del rapporto previdenziale instaurato con l'ente assicuratore.
La responsabilità personale e solidale prevista dall'art. 38, comma secondo c.c. per colui che agisce in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta non è collegata alla mera titolarità della rappresentanza dell'associazione, bensì all'attività negoziale concretamente svolta per conto di essa e risoltasi nella creazione di rapporti obbligatori fra questa ed i terzi, con la conseguenza che chi invoca in giudizio tale responsabilità è gravato dall'onere di provare la concreta attività svolta in nome e nell'interesse dell'associazione, non essendo sufficiente la prova in ordine alla carica rivestita all'interno dell'ente.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 8919 del 11 maggio 2004)
Cass. civ. n. 11772/2003
Affinché, ai sensi dell'art. 38 c.c., possa operare il rifacimento all'associazione non riconosciuta della dichiarazione negoziale resa da chi abbia agito in nome e per conto della stessa, con conseguente obbligazione principale dell'associazione patrimonialmente responsabile con il fondo comune e obbligazione solidale, senza beneficio di escussione, di chi abbia agito per l'associazione, è necessario che quest'ultimo sia effettivamente abilitato a spendere il nome dell'associazione, o secondo lo schema tipico della rappresentanza, o secondo lo schema dell'immedesimazione organica ex art. 36 c.c., fermo restando che l'associazione può assentirne l'operato anche con comportamenti concludenti, così ratificando l'attività negoziale posta in essere. In mancanza di tali presupposti, il falsus procurator non impegna l'associazione ma è responsabile direttamente nei confronti dell'altro contraente secondo l'art. 1398 c.c., non prevedendo l'art. 38 c.c. alcuna deroga all'art. 1398 cit.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 11772 del 2 agosto 2003)
Cass. civ. n. 11759/2002
La responsabilità solidale prevista dall'art. 38 c.c. per colui che ha agito in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta non concerne, neppure in parte, un debito proprio dell'associato, ma ha carattere accessorio, anche se non sussidiario, rispetto alla responsabilità primaria dell'associazione stessa; consegue che l'obbligazione, avente natura solidale, di colui che ha agito per essa è inquadrabile fra quelle di garanzia ex lege, assimilabili alla fideiussione, e che il diritto dei terzo creditore è assoggettate alla decadenza di cui all'art. 1957 c.c. secondo i principi riguardanti la fideiussione solidale, per cui non si richiede la tempestiva escussione del debitore principale ma, ad impedire l'estinzione della garanzia, è indispensabile che il creditore eserciti tempestivamente l'azione nei confronti, a sua scelta, del debitore principale o del fideiussore.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11759 del 6 agosto 2002)
Cass. civ. n. 10213/2001
La responsabilità aquiliana per fatto illecito di un'associazione non riconosciuta chiamata a rispondere con il proprio fondo comune (art. 17 c.c.) si fonda sul rapporto organico e sul generale principio che rende responsabili le persone fisiche e gli enti giuridici per l'operato dannoso di coloro che sono inseriti nell'organizzazione burocratica o aziendale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10213 del 26 luglio 2001)
Cass. civ. n. 6554/2001
Il creditore — già associato — viene a trovarsi nella stessa posizione di qualsiasi terzo estraneo alla compagine associativa ed è perciò meritevole della garanzia sussidiaria apprestata dall'art. 38 c.c. per chi contratta con un'associazione non riconosciuta; ne consegue che egli può far valere i propri diritti, oltre che sul fondo comune, invocando la responsabilità personale e solidale di coloro che hanno agito in nome e per conto dell'associazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6554 del 11 maggio 2001)
Cass. civ. n. 6350/2000
Delle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi da un associato di un'associazione non riconosciuta il quale, ancorché sfornito dei relativi poteri rappresentativi, abbia agito in nome dell'associazione, rispondono sia il fondo comune dell'associazione sia, personalmente e solidalmente, le singole persone che hanno agito in nome e per conto dell'associazione, secondo quanto stabilito dall'art. 38 c.c. Infatti, in mancanza di ogni forma di pubblicità sui poteri di rappresentanza secondo l'ordinamento interno delle associazioni non riconosciute, per i terzi, ai quali sia obiettivamente impossibile verificare i poteri rappresentativi della controparte, non può che operare il principio all'apparenza, in base al quale il convincimento, non derivante da errore colpevole, di trovarsi in presenza di persona legittimata ad impegnare l'associazione è sufficiente alla valida stipulazione del contratto e al sorgere delle conseguenti obbligazioni sia per il terzo stipulante sia per l'associazione non riconosciuta. Ciò non esclude, peraltro, che il suddetto difetto di poteri rappresentativi comporti, sul piano dei rapporti interni, una responsabilità dell'associato medesimo nei confronti degli altri associati e dell'associazione. (Fattispecie relativa ad un rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze di un'associazione sindacale instaurato e gestito da associati privi di poteri rappresentativi).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6350 del 16 maggio 2000)
Cass. civ. n. 7111/1998
La responsabilità personale e solidale, ex art. 38 c.c., di colui che agisce in nome per conto dell'associazione non riconosciuta è collegata non alla titolarità della rappresentanza dell'associazione, ma all'attività negoziale concretamente svolta per conto di essa; ove con tale attività siano stati instaurati rapporti di lavoro subordinato per lo svolgimento di prestazioni in favore dell'associazione, il lavoratore può far valere i corrispondenti crediti direttamente nei confronti di tali soggetti che hanno agito in nome e per conto dell'associazione, senza essere tenuto alla preventiva escussione del fondo comune.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 7111 del 20 luglio 1998)
Cass. civ. n. 1933/1997
L'associazione di studi notarili, ai sensi dell'art. 82 legge 16 febbraio 1913, n. 89 (che la limita alla sola comunione e suddivisione dei proventi professionali) e dell'art. 1 legge 23 novembre 1939, n. 1815 (che, con riferimento alle attività professionali esercitabili soltanto col possesso dei relativi titoli di abilitazione o di speciali autorizzazioni, in caso di associazione fra professionisti ne rende inammissibile lo svolgimento impersonale, sotto qualasiasi norma, distinta da quella svolta da ogni singolo associato) non è configurabile né come ente collettivo o centro di imputazione di interessi, fornito di personalità giuridica, né come azienda professionale, che rivesta una sua autonomia strutturale e funzionale, e quindi non può sostituire singoli studi, in persona dei relativi titolari, nei rapporti con i terzi, siano essi i clienti o i lavoratori dipendenti, ma delineandosi soltanto come un patto interno avente a contenuto anche la divisione delle spese, tra cui i compensi personali, non ne assume la titolarità del relativo obbligo, continuante a gravare sui notai associati, anche se tenuti all'apporto contabile relativo. (Nella specie, relativa a prestazioni di lavoro subordinato svolte presso una cassa cambiali gestita da tre notai, la sentenza impugnata, confermata dalla Suprema Corte, ha escluso che la titolarità del rapporto di lavoro possa essere riferita ad un'associazione di studi notarili).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1933 del 5 marzo 1997)
Cass. civ. n. 354/1991
Il principio per cui la responsabilità personale e solidale di coloro che hanno agito in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta non può giovare agli associati creditori dell'associazione, cessa di essere di ostacolo all'operatività di siffatta forma di garanzia sussidiaria apprestata dall'art. 38, secondo comma c.c. allorché, in relazione ad obblighi assunti dall'associazione nei confronti dell'associato, intervenga, quando questi abbia perduto tale sua qualità, una convenzione che, stipulata con persone agenti in nome e per conto dell'associazione medesima, comporti una novazione di detti obblighi, per effetto della quale il creditore (già associato) viene a trovarsi nella stessa posizione di qualsiasi terzo estraneo alla compagine associativa e perciò meritevole di quella garanzia.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 354 del 16 gennaio 1991)
Cass. civ. n. 4084/1978
La responsabilità di colui che abbia agito in nome e per conto di un'associazione non riconosciuta, di cui all'art. 38 c.c., presuppone nell'agente la veste di rappresentante, ma non è connessa giuridicamente a siffatta qualifica, venendo solamente in rilievo l'attività spiegata in concreto dai singoli agenti, investiti dai relativi poteri, e nei limiti delle obbligazioni da essi assunte in nome e per conto dell'associazione non riconosciuta; ove tali poteri manchino, la responsabilità di chi abbia agito in nome e per conto di un'associazione non riconosciuta può derivare eventualmente da un altro titolo, ma non già dal predetto art. 38 c.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4084 del 9 settembre 1978)
Cass. civ. n. 4747/1976
La responsabilità personale e solidale per le obbligazioni di una associazione non riconosciuta, prevista dall'art. 38 c.c. a carico di chi abbia agito in rappresentanza dell'associazione medesima, permane anche dopo la perdita del potere di rappresentanza. Ne consegue che il presidente di un'associazione non riconosciuta è passivamente legittimato all'azione del creditore, anche dopo la cessazione dalla carica, con riguardo alle obbligazioni che risalgano al periodo in cui ha esercitato le funzioni di presidente.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4747 del 29 dicembre 1976)
relative all'articolo 38 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 38 Codice civile - Obbligazioni | Quesito Q201719308
“L’associazione XYZ è un’associazione no-profit di tipo ludico-culturale, registrata ma non riconosciuta. Le domande sono le seguenti.<br />
1) Quali sono i riferimenti legislativi applicabili alle associazioni no profit?<br />
2) All’interno di una comunità di gioco l’associazione riceve donazioni di piccola entità (a partire da 5 euro), e l’utente-donante riceve come “riconoscimento” alcuni punti donazione spendibili in “potenziamenti” ottenibili all’interno del gioco stesso. Il negozio può comunque essere qualificato come una donazione oppure si tratta di fatto di una compravendita (con relativa normativa applicabile)? Per esempio, è applicabile la disciplina dell’aliud pro alio, oppure, dato che il negozio è qualificato espressamente come donazione, l’utente non può avere le stesse pretese che avrebbe se fosse un acquirente? E’ in sostanza sufficiente che sul sito l’operazione sia qualificata come “donazione” per renderla tale?<br />
3) Esiste un qualche limite alle donazioni? Come detto sopra, al momento i donanti sono centinaia di utenti, non tesserati, che contribuiscono con piccole e saltuarie donazioni. E’ invece necessario essere anche membri dell’associazione? Attualmente infatti non esistono membri tesserati che contribuiscano con una quota annuale fissa.<br />
4) La donazione ricevuta dall’associazione è in qualche misura vincolata agli scopi espressi dell’associazione? Se per esempio il denaro venisse speso, invece che in scopi ludico-culturali, in beneficenza per le zone terremotate, il donante potrebbe opporsi?<br />
5) Qual è il tipo di responsabilità degli associati? Ipotizziamo che l’associazione sia chiamata a pagare dei danni ad un soggetto terzo. Risponderebbe l’associazione con il suo patrimonio attuale, oppure anche gli associati? E inoltre, è associato solo chi espressamente tesserato, oppure (per esempio) tutti i membri dello “staff” che gestisce la comunità di utenti sono anche essi associati e, quindi, potenzialmente corresponsabili patrimonialmente?”
Consulenza legale i 02/09/2017
Nell’ordinamento italiano siamo in presenza di enti no profit (altrimenti detti enti senza scopo di lucro o anche, utilizzando un termine di natura fiscale, enti non commerciali), quando ricorrono i seguenti elementi:
organizzazione di uomini e/o di cose per perseguire uno scopo di natura ideale in assenza di finalità lucrative, ossia senza voler realizzare un profitto personale;
divieto di distribuzione di utili: è fondamentale che un ente no profit utilizzi i propri fondi per il perseguimento dei fini previsti nello statuto.
Fatta questa brevissima premessa di carattere generale, cercheremo adesso di rispondere alle singole domande nell’ordine in cui sono state poste.
La disciplina degli organismi sociali attualmente noti come enti non profit trova intanto le sue fondamenta nella Carta Costituzionale del 1948, che tutela esplicitamente il diritto di associarsi sancendo, da un lato, l’impegno della Repubblica a riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo anche all’interno delle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 cost.).
Le disposizioni costituzionali coesistono però tuttora con l’antecedente disciplina in materia contenuta nel codice civile del 1942 e composta da pochi articoli del libro I, oggi peraltro in parte abrogati, che formano il solo impianto civilistico di riferimento.
Per questo, a partire dagli anni novanta, il legislatore, in attuazione del dettato costituzionale e nel tentativo di colmare le lacune del codice civile, ha approvato una serie di disposizioni di carattere speciale volte a disciplinare le principali tipologie di enti non profit presenti nel tessuto sociale.
Tali interventi legislativi, effettuati senza coordinamento e a distanza di anni, hanno generato un insieme di disposizioni incoerenti, che rendono estremamente confuso il quadro della legislazione nazionale e regionale in materia di enti non profit.
Per tale ragione si ritiene opportuno effettuare una distinzione tra disciplina di carattere generale e disciplina di carattere speciale:
1) La disciplina generale, oltre alle disposizioni di cui agli articoli 2 e 18 della Costituzione, comprende gli articoli da 12 a 42 del codice civile con le successive modificazioni e integrazioni, delle quali la più rilevante è quella che concerne il procedimento per il riconoscimento giuridico ora previsto dal DPR 361/2000;
2) la disciplina c.d. speciale comprende invece le leggi approvate per disciplinare determinate tipologie di enti non profit tra le quali ricordiamo:
a) la Legge 49 del 1987, “Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i paesi in via di sviluppo”;
b) la Legge 266/91, “Legge quadro sul Volontariato”
c) il Decreto Legislativo n.460 del 1997, “Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale”
d) la Legge 383 del 2000 “ Disciplina delle associazioni di promozione sociale”
e) il Decreto Legislativo 155 del 2006 “ Disciplina dell’impresa sociale”
f) l’articolo 73 comma 1, lett. c) del DPR n. 917 del 1986 (Testo Unico Imposte Sui Redditi), nel quale ritroviamo la definizione di ente non commerciale e che si riferisce a “…Enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali”.
A tale normativa occorre aggiungere:
il Decreto 8 ottobre 1997 del Ministero del Tesoro, contenente “Modalità per la costituzione dei fondi speciali per il volontariato presso le regioni” (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 241 del 15 ottobre 1997)
il Decreto 14 febbraio 1992 del Ministero Industria, Commercio e Artigianato, contenente "Obbligo alle organizzazioni di volontariato ad assicurare i propri aderenti, che prestano attività di volontariato, contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell'attività stessa, nonché per la responsabilità civile per i danni cagionati a terzi dall'esercizio dell'attività medesima" (pubblicato in G. U. 22 febbraio 1992, n. 44).
Il riconoscimento di quelli che nel quesito vengono definiti come “punti donazione spendibili in “potenziamenti” ottenibili all’interno del gioco a favore del donatario” non snaturano il carattere del negozio di donazione, potendo il contratto di donazione essere gravato da un onere, ossia prevedere a carico del donatario una prestazione:
a favore dello stesso donante;
a favore di terzi estranei al contratto;
a favore della comunità o della collettività.
L’unica regola che occorre rispettare è quella secondo cui il donatario è comunque tenuto all’adempimento dell’onere entro i limiti del valore della cosa donata, problema che nel nostro caso non può senza dubbio sussistere.
In conseguenza di ciò può chiaramente affermarsi che il donante non può vantare alcuna pretesa a carico del donatario al pari della parte di un contratto di compravendita.
Non esiste un limite alle donazioni né occorre che i donanti entrino a far parte dell’associazione quali associati.
Generalmente gli statuti delle associazioni, infatti, prevedono che le risorse economiche dell'Associazione siano costituite da:
E’ proprio sotto le voci "donazioni" e “contributi di privati o di enti pubblici” che dovranno farsi rientrare le singole donazioni.
Sembra opportuno ricordare che quando una associazione riceve soldi (quote e contributi associativi, donazioni, corrispettivi per attività non commerciali), dovrà rilasciare, se richiesta, una ricevuta.
E’ naturale che le donazioni ricevute dall’associazione siano vincolate a quello che risulta essere il suo scopo sociale, quale risulta dal relativo statuto.
Normalmente, una clausola statutaria tipo prevista in materia di scopo sociale, risulta così formulata:
Art…. (Scopi)
1. L'Associazione di volontariato ".........." persegue esclusivamente fini di solidarietà sociale, e non persegue scopi di lucro.
3. Per raggiungere gli scopi suddetti l’Associazione potrà svolgere le seguenti attività:
Se, pertanto, lo statuto dell’associazione di cui si discute prevede quale finalità generale quella di perseguire fini di solidarietà sociale, nulla esclude che una parte delle somme raccolte a seguito delle varie donazioni possano essere destinate in beneficenza per le zone terremotate.
Per una maggiore certezza di quanto sopra asserito, comunque, sarebbe opportuno conoscere quanto dispone lo Statuto sociale al riguardo.
Per quanto concerne le domande poste al n. 5), premesso che può considerarsi associato soltanto chi risulta avere versato la quota associativa e, quindi, acquisito la posizione di c.d. tesserato, va poi chiarito che nel linguaggio del codice civile del 1942 sono da intendersi come “enti non profit”:
1) le “persone giuridiche private” di cui all’articolo 12 e 14, cioè le associazioni riconosciute e le fondazioni;
2) i c.d. “enti di fatto” di cui agli articoli 36 e 39, cioè le associazioni non riconosciute e i comitati.
Questa suddivisione è ancora valida in quanto l’articolo 12 c.c. è stato abrogato dal D.P.R. 361/2000 che ha semplificato il procedimento per l’acquisto della personalità giuridica, mantenendo però l’originaria distinzione terminologica secondo cui: “... le associazioni, le fondazioni e le altre istituzioni di carattere privato acquistano la personalità giuridica mediante il riconoscimento determinato dall’iscrizione nel registro delle persone giuridiche, istituito presso le prefetture”.
Sul punto va così chiarito che quando si parla di “associazioni riconosciute” e “associazioni non riconosciute” in entrambi in casi ci si riferisce allo stesso tipo di organizzazione, a base democratica e priva di scopo di lucro, in cui l’elemento della partecipazione personale è prevalente; l’unica differenza è data dall’avere o no il riconoscimento da parte dello Stato.
Il riconoscimento della personalità giuridica fa sì che per le obbligazioni assunte verso terzi risponda solo l’associazione con il suo patrimonio, rimanendo esclusa la responsabilità personale di coloro che hanno agito in nome e per conto della stessa.
Nell’associazione non riconosciuta invece i componenti dell’organo direttivo rimangono personalmente e solidalmente responsabili per le obbligazioni assunte in suo nome una volta che il fondo comune risulti insufficiente a soddisfare le esigenze creditizie dei terzi (art. 38 c.c.).
Poiché nel nostro caso siamo in presenza di una associazione non riconosciuta, sarà a quest’ultima norma che occorrerà fare riferimento per quanto concerne il regime della responsabilità per le obbligazioni sociali.
In termini pratici, e così rispondendo alla domanda posta, se l’associazione viene chiamata a pagare dei danni ad un terzo, ne risponderà l’associazione con il suo patrimonio e, nel caso in cui questo risulti insufficiente, saranno personalmente responsabili i componenti dell’organo direttivo, ossia coloro che hanno agito in nome e per conto dell’associazione.
Norma di riferimento: Articolo 38 Codice civile - Obbligazioni | Quesito Q201616619
Ignazio B. chiede
venerdì 05/08/2016 - Piemonte
sono firmatario di una delibera di un'associazione non riconosciuta (sindacato di lavoratori) con la quale la Segreteria ed il Direttivo davano mandato ad un Avvocato per intentare una causa nei confronti di altra associazione sindacale.
A risultato finale, terzo grado, la mia associazione è stata dichiarata soccombente e condannata a pagare le spese legali e processuali.
Il nostro legale è sempre stato, nel tempo, regolarmente pagato e rimborsato, mente la mia associazione, esecutata dal vincitore della causa, è risultata non avere fondi sufficienti per pagare le spese processuali agli avversai, alle quali è stata condannata in Cassazione.
Quindi ora essi si accingono ad inviare un precetto, per ottenere il pagamento di quelle stesse spese SOLTANTO al sottoscritto, co-firmatario di quella delibera (la cui assemblea era stata da me presieduta per attribuire il mandato al nostro legale ), invocando l'applicazione dell'art.38 cc.
La mia domanda è: la delibera assembleare da me firmata come Presidente della stessa, su carta intestata dell'associazione, regolarmente prodotta in causa, con la quale si incaricava il legale di agire per l'associazione, è documento sufficiente agli avversari per richiedere contro di me un'ingiunzione per il pagamento delle spese processuali e legali sentenziate nei confronti del sindacato? La sentenza della Cassazione può essere, assieme alla delibera legittimamente prodotta in Tribunale contro di me per ottenere ingiunzione, esecuzione e successivo pignoramento della pensione?
Attendo vostra cortese risposta, grazie.
I sindacati dei lavoratori, essendo inattuato l’art. [[n39 Cost]] Cost., trovano la loro disciplina giuridica nel novero delle associazioni non riconosciute previste dal Codice Civile.
In particolare, patrimonio dell’associazione non riconosciuta è, ai sensi dell’art. 37. c.c., il fondo comune, una forma di comunione atipica poiché i comunisti (vale a dire, gli associati) non possono richiederne la divisione finchè l’associazione non riconosciuta resta in vita.
L’art. 38 c.c. precisa che i creditori non possono far valere i loro diritti sul patrimonio dei singoli associati, bensì sul fondo comune. Sussiste però una responsabilità personale e solidale di chi abbia agito in nome e per conto dell’ente ai sensi del medesimo articolo e anche se questi sia un semplice associato (così C. Cass., sent. 18188/2014). In altre parole, il Presidente dell’Assemblea sarà responsabile solidalmente e personalmente con il fondo comune. Si legge però che il Presidente era “co-firmatario” della delibera: la responsabilità riguarderà pertanto anche gli altri soggetti coinvolti nell’adozione della delibera, anch’essi responsabili in via personale e solidale.
Si sottolinea altresì come non sussista il beneficio di preventiva escussione nei confronti del fondo comune, posto che la responsabilità di cui all’art. 38 c.c. assume le vesti di una obbligazione fideiussoria di garanzia (così C. Cass., sent. 11759/2002).
Norma di riferimento: Articolo 38 Codice civile - Obbligazioni | Quesito Q201513538
Carlo D. chiede
lunedì 29/06/2015 - Sicilia
“Nella qualità di presidente pro tempore di ASD ho stipulato a Settembre contratto di subaffitto relativo ai locali nei quali avrebbe operato l'associazione. In data 30 marzo per motivi di salute che mi impedivano di affrontare tutti i problemi di inadempimento degli affittanti (certificati anche da CTU) mi sono regolarmente dimesso dopo essermi accertato della regolarità dell'affitto ed altro . Il mio successore ha ritenuto opportuno sospendere il canone in attesa del riconoscimento dei danni che non ci hanno mai permesso di fruire completamente del bene. A questo punto vengo anche io citato in Tribunale per il risarcimento dei danni sostenuti da questi signori e derivanti dallo sfratto dagli stessi ricevuti dai proprietari del bene. Ma io che obblighi ho se durante la mia permanenza come presidente ho adempiuto a tutto. E' giusto che io venga chiamato in causa ? Rimango in attesa di Vostra cortese risposta.”
Consulenza legale i 06/07/2015
Per dare una risposta precisa al quesito si dovrebbe innanzitutto sapere se l'associazione in esame è persona giuridica riconosciuta oppure opera come associazione non riconosciuta.
Nel primo caso, la responsabilità dell'associazione è limitata al patrimonio sociale, quindi non si pongono particolari problemi (i rappresentanti dell'associazione non rispondono in prima persona con il proprio patrimonio, salvo siano rilevate responsabilità di natura personale, naturalmente).
Nel secondo caso, invece, la responsabilità di tipo contrattuale è regolata dall'art. 38 del c.c., che sancisce: "per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione, i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione".
Questa, quindi, la regola da applicarsi nel caso di specie.
In particolare, poiché il contratto di subaffitto è stato stipulato dal presidente dell'epoca, la controparte ha legittimamente convocato in giudizio anche quest'ultimo, in quanto la legge, del tutto astrattamente (indipendentemente da responsabilità personali), afferma che colui che ha assunto delle obbligazioni per l'associazione sia tenuto a rispondere anche personalmente nei confronti dei terzi.
Secondo la giurisprudenza, la responsabilità permane anche in caso di cessazione della carica, per le obbligazioni sorte anteriormente a tale cessazione: il fatto che le cariche sociali vengano trasmesse a persone diverse non determina una c.d. "successione nel debito", ma solo che a rispondere di fronte ai terzi saranno più soggetti.
In tal senso possiamo leggere la sentenza della Cass. Civ., sez. III, 12 gennaio 2005 n. 455: "la detta responsabilità permane in capo a chi ha agito anche dopo la perdita del potere di rappresentanza, onde il presidente di un'associazione non riconosciuta é passivamente legittimato all'azione del creditore anche dopo la cessazione dalla carica, con riguardo alle obbligazioni che risalgano al periodo in cui ha esercitato le funzioni di presidente".
Anche il presidente non più in carica, quindi, risponde personalmente e solidalmente, dell'inadempimento imputabile all'associazione, come fosse un inadempimento proprio. Si tratta di una garanzia predisposta dalla legge a tutela dei terzi.
Naturalmente, il fatto che esista effettivamente un danno da risarcire e che esso sia imputabile all'associazione è tutto da provare in sede giudiziale, non basta affermarlo. Pertanto, nel processo si potranno adottare tutte le opportune difese atte a dimostrare l'assenza di responsabilità contrattuale dell'associazione, in tal modo liberando da ogni responsabilità anche chi rivestiva cariche sociali all'epoca della sottoscrizione del contratto di locazione.