Source: https://www.diritto.it/il-nuovo-art-89-dpr-30990-rapporto-fra-art-275-c-p-p-e-l-art-89/
Timestamp: 2018-12-19 10:02:15+00:00
Document Index: 161752419

Matched Legal Cases: ['art. 89', 'art. 275', 'art. 89', 'art 89', 'art. 89', 'art. 273', 'art. 274', 'art. 274', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 89', 'art. 276', 'art. 283', 'art. 4', 'art. 407', 'art. 416', 'art. 2', 'art. 80', 'art. 89', 'art. 407', 'art. 96']

Il nuovo art. 89 dpr 309/90 (rapporto fra art. 275 c.p.p. e l’art. 89).
Il nuovo regime dell’art 89 dpr 309/90, così come modificato dalla L. 49 del 21 Febbraio 2006, risente dell’impostazione rigidamente rigoristica e dell’approccio prevalentemente punitivo e restrittivo che il legislatore ha dimostrato nella formulazione delle modifiche al testo sugli stupefacenti.
Non è, infatti, casuale che il nuovo testo della norma in parola sia stato radicalmente mutato nella sua essenza.
La norma in questione aveva, non a caso, ripreso con froza e nettezza il principio che l’uso della misura custodiale estrema debba essere poggiante su motivi di assoluta eccezionalità.
La custodia in carcere non perdeva, così, quel connotato di scelta estrema, e la disciplina del’art. 89 si poneva in coerente sviluppo con il testo dell’art. 273 comma 3° c.p.p.[2], lasciando ampia libertà al giudice, il quale poteva discrezionalmente valutare la necessità di altra misura meno gravosa, o, addirittura, porre in libertà l’inquisito.
Tale misura gradata, stando al tenore letterale del testo normativo (“il giudice, ove non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, dispone gli arresti domiciliari”), viene adottata dal magistrato in modo automatico, cioè non quale diretta conseguenza di un processo delibativo di natura dicrezionale, e come tale contemperante i vari elementi che devono formare oggetto della valutazione de libertate (in special modo le esigenze di cui all’art. 274 c.p.p. ed il criterio di graduazione, proporzionalità ed adeguatezza della misura rispetto alla personalità dell’inquisito ed al fatto contestato).
La disciplina che si contesta, appare, pertanto, rappresentativa di una incomprensibile scelta del legislatore orientata esclusivamente nel senso del rafforzamento delle ragioni di cautela, e come tale, non è accettabile la previsione di deroghe motivate da esigenze unicamente incentrate sulla pseudo tutela della salute dell’interessato.
Parrebbe, cioè, che il giudice possa giungere alla decisione de libertate, senza che si debba dare corso a quella preliminare valutazione delibativa, attinente alla sussistenza, persistenza e spessore delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p. .
Si tratta, quindi, di un criterio inammissibilmente derogatorio al dettato codicistico, sancito quale lex generalis dall’art. 275 comma 1, 1 bis, 2 e 2 bis c.p.p. .
La norma di cui all’art. 275 c.p.p. è, come affermato, portatrice di un principio di carattere assolutamente generale, in quanto, ”…nell’indicare i criteri in forza dei quali il giudice di merito deve scegliere la misura idonea a soddisfare le esigenze cautelari, gli attribuisce, nell’ambito di detti criteri, poteri discrezionali assai estesi nella scelta di quella ritenuta adeguata a soddisfare le esigenze cautelari e proporzionata al fatto concreto..”[5].
Il nuovo articolo 89, sul piano squisitamente processuale, introduce, quindi, un’irrazionale previsione, posto che l’automatica adozione della misura domestica, in vece della misura detentiva estrema, in favore del tossicodipendente, non postula affatto quell’indagine che il giudice deve compiere e che deve essere volta ad accertare l’adeguatezza o meno di quest’ultima.
La norma introdotta con la L. 49/2006, quindi, sancisce il superamento e l’accantomento di quel doveroso iter logico che, invece, appare necessario ed indifferibile, poichè presuppone l’individuazione delle esigenze cautelari da soddisfare e l’indicazione delle ragioni per le quali essa viene ritenuta, in ipotesi, non idonea allo scopo né proporzionata all’entità e gravità dei fatti in contestazione.
Emerge, come sottolineato in precedenza, l’esistenza di un duplice regime custodiale, formato da un lato da una decisione obbligata – quella dell’arresto domiciliare per il tossicodipendente – che viola qualsivoglia parametro valutativo, non essendo informata al principio di uguaglianza, e dall’altro dall’usuale regime discretivo sostenuto dal codice di procedura penale.
Emerge che l’arresto domiciliare può essere eseguito sia presso il domicilio dell’inquisito, che potrà seguire un piano terapeutico nelle forme del day-hospital, sia cpresso una struttura residenziale.
Non sfugge, invece, alle perplessità in precedenza manifestate anche il comma 2° dell’art. 89, il quale prevede, sempre in favore delle persone già indicate al comma precedente (tossicodipendente o alcooldipendente), che si trovinosottoposti alla misura custodiale estrema, la possibilità di ottenere la sostituzione della misura estrema – in assenza di esigenze cautelari di natura eccezionale -, a condizione che l’interessato intenda sottoporsi ad un programma di recupero presso i servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti, ovvero una struttura privata autorizzata.
Il tipo di documentazione da produrre non ha, invece, patito siginficative modificazioni.
E’ evidente che l’accesso alla misura coercitiva gradata domiciliare, impone, comunque, al tossicodipendente oneri che, se violati, impongono il ripristino della misura della custodia cautelare in carcere ai sensi dell’art. 276 c.p.p. (Cfr. Cassazione, Sez. II, 11 Febbraio 2003, n.20105, Tomasino[7]).
Per quanto, invece, concerne gli obblighi – misure di minore afflizione per l’inquisito, ma irrilevanti ed il cui periodo di sottoposizione ed applicazione non è scomputabile dall’eventuale pena – si deve osservare che l’art. 283 comma 5, condiziona la misura, ove si sia in presenza di un programma terapeuticodi recupero.
Tale ultima dispozione nega la possibilità di derogare al regime carcerario estremo, ove sussista la pendenza – a carico dell’interessato – di un procedimento avente ad oggetto uno dei delitti di cui all’art. 4- bis L. 26.7.1975 n. 354[9]di quelli di cui agli articoli 628, terzo comma, e 629, secondo comma, del codice penale purche´non siano ravvisabili elementi di collegamento con la criminalita` organizzata od eversiva., fatta eccezione
Viene sostituita la previsione precedentemente vigente e che prendeva a parametro i reati ricompresi nell’art. 407 comma 2 lett. a), nn. 1, 2, 3, 4, 5 e 6 c.p.p. .
3) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo;
4) delitti commessi per finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonche’ delitti di cui agli articoli 270, terzo comma, 270-bis, secondo comma, e 306, secondo comma, del codice penale;
5) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’art. 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 11;
6) delitti di cui agli artt. 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’art. 80, comma 2, e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.
b) all’articolo 291-quater del testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43.
[1] – Si riporta il testo dell’art. 89 del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, senza le modifiche apportate dalla legge 49/2006:
«Art. 89 (Provvedimenti restrittivi nei confronti dei tossicodipendenti o alcooldipendenti che abbiano in corso programmi terapeutici). – 1. Non puo’ essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputata e’ una persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma terapeutico di recupero presso i servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti, ovvero nell’ambito di una struttura autorizzata, e l’interruzione del programma puo’ pregiudicare la disintossicazione dell’imputato. Con lo stesso provvedimento, o con altro successivo, il giudice stabilisce i controlli necessari per accertare che il tossicodipendente o l’alcooldipendente prosegua il programma di recupero.
2. Se una persona tossicodipendente o alcooldipendente, che e’ in custodia cautelare in carcere, intende sottoporsi ad un programma di recupero presso i servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti, ovvero una struttura autorizzata residenziale, la misura cautelare e’ revocata, sempre che non ricorrano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. La revoca e’ concessa su istanza dell’interessato; all’istanza e’ allegata certificazione, rilasciata da un servizio pubblico per le tossicodipendenze, attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcooldipendenza, nonche’ la dichiarazione di disponibilita’ all’accoglimento rilasciata dalla struttura.
Il servizio pubblico e’ comunque tenuto ad accogliere la richiesta dell’interessato di sottoporsi a programma terapeutico.
3. Il giudice dispone la custodia cautelare in carcere o ne dispone il ripristino quando accerta che la persona ha interrotto l’esecuzione del programma, ovvero mantiene un comportamento incompatibile con la corretta esecuzione, o quando accerta che la persona non ha collaborato alla definizione del programma o ne ha rifiutato l’esecuzione.
4. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano quando si procede per uno dei delitti previsti dall’art. 407, comma 2, lettera a), numeri da 1) a 6), del codice di procedura penale.
5. Nei confronti delle persone di cui al comma 2 si applicano le disposizioni previste dall’art. 96, comma 6.».
1. Qualora ricorrano i presupposti per la custodia cautelare in carcere il giudice, ove non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, dispone gli arresti domiciliari quando imputata e`una persona tossicodipendente o alcooldipendente che abbia in corso un programma terapeutico di recupero presso i servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti, ovvero nell’ambito di una struttura privata autorizzata ai sensi dell’articolo 116, e l’interruzione del programma puo` pregiudicare il recupero (disintossicazione) dell’imputato. Quando si procede per i delitti di cui agli articoli 628, terzo comma, o 629, secondo comma, del codice penale e comunque nel caso sussistano particolari esigenze cautelari, il provvedimento e` subordinato alla prosecuzione del programma terapeutico n una struttura residenziale. Con lo stesso provvedimento, o con altro successivo, il giudice stabilisce i controlli necessari per accertare che il tossicodipendente o l’alcooldipendente prosegua il programma di recupero ed indica gli orari ed i giorni nei quali lo stesso puo`assentarsi per l’attuazione del programma.
4-bis. Non può essere disposta ne’ mantenuta la custodia cautelare in carcere quando l’imputato e’ persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell’articolo 286-bis, comma 2 , ovvero da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere.
4-ter. Nell’ipotesi di cui al comma 4-bis, se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza e la custodia cautelare presso idonee strutture sanitarie penitenziarie non e’ possibile senza pregiudizio per la salute dell’imputato o di quella degli altri detenuti, il giudice dispone la misura degli arresti domiciliari presso un luogo di cura o di assistenza o di accoglienza. Se l’imputato e’ persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria, gli arresti domiciliari possono essere disposti presso le unita’ operative di malattie infettive ospedaliere ed universitarie o altre unita’ operative prevalentemente impegnate secondo i piani regionali nell’assistenza ai casi di AIDS, ovvero presso una residenza collettiva o casa alloggio di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 1990, n. 135.
4-quinquies. La custodia cautelare in carcere non può comunque essere disposta o mantenuta quando la malattia si trova in una fase cosi’ avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative.
[8] Il comma 4 e` sostituito dal seguente:
"4. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 non si applicano quando si procede per uno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 Luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, ad eccezione di quelli di cui agli articoli 628, terzo comma, e 629, secondo comma, del codice penale purche´ non siano ravvisabili elementi di collegamento con la criminalita` organizzata od eversiva ";
[9] Come già detto in altra parte si tratta di delitti di particolare gravità, in relazione alla commissione dei quali si deve accertare la pericolosità dell’autore, ma soprattutto, per ottenere l’accesso ai benefici dell’ordinamento penitenziario gli interessati devono collaborare con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter della L. 354/75