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Timestamp: 2019-11-20 12:17:55+00:00
Document Index: 117907546

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 81', '§ 73', '§ 50', '§ 45']

Corte EDU (Stefanetti c. Italia):contano entità del sacrificio, il "compelling general interest"
La sentenza della Corte EDU del 15 aprile 2014 sul ricorso 21838/10 (caso Stefanetti contro Italia) e ricorsi riuniti, aggiorna la sentenza Maggio in base ad una puntuale verifica del caso concreto in ordine all'entità del sacrificio imposto dal legislatore e, più in generale, come si legge al punto 59 della sentenza, in base a "all the relevant elements of the case".
Al punto 68, per negare la ricorrenza di una discriminazione (ex art. 14 CEDU) la sentenza sul caso Stefanetti ricorda che la sentenza Maggio, al punto 73 scriveva: ".73. E’ bene rammentare che la Legge 296/2006 è intesa a livellare qualsiasi trattamento di favore derivante dalla precedente interpretazione della normativa in vigore, che aveva garantito un vantaggio non giustificato a coloro che si trovavano nella situazione del primo ricorrente, tenendo presente le esigenze del regime previdenziale italiano". ..
Così si leggeva nella sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del 31 maggio 2011 (ricorso 46286/09, Maggio e altri contro Italia:
" "60. La Corte ha in precedenza riconosciuto che le leggi aventi effetto retroattivo e giudicate un’ingerenza legislativa, sono comunque compatibili con il requisito di legalità previsto dall’Articolo 1 del Protocollo n. 1 (cfr. Maurice c. France [GC], n. 11810/03, § 81, CEDU 2005 IX; Draon c. France [GC], n. 1513/03, § 73, 6 ottobre 2005, e Kuznetsova c. Russia, n. 67579/01, § 50, 7 giugno 2007). Non vede motivo per discostarsi da questo orientamento nel caso di specie. Inoltre conviene che la promulgazione della Legge 296/2006 perseguiva un interesse pubblico (quello di fornire un metodo di calcolo della pensione armonizzato, al fine di garantire un sistema previdenziale sostenibile e bilanciato).
61. Nel valutare se l’ingerenza abbia imposto un onere individuale eccessivo a carico del primo ricorrente, la Corte tiene conto del particolare contesto in cui il problema è sorto nel caso in esame e, segnatamente, quello del regime della previdenza sociale. Questi regimi sono l’espressione della solidarietà della società nei confronti dei suoi membri più vulnerabili (cfr., mutatis mutandis, Goudswaard-Van der Lans c. Paesi Bassi (dec.), n. 75255/01, CEDU 2005-XI).
62. La Corte osserva che la Legge 296/2006 prevede che la retribuzione pensionabile, relativa al periodo di lavoro svolto all’estero, debba essere determinata moltiplicando l’importo dei contributi trasferiti per cento e dividendo il risultato per l’aliquota contributiva per invalidità, vecchiaia e superstiti, in vigore nel periodo cui i contributi si riferiscono. In conseguenza di ciò, secondo il primo ricorrente, tra il 1996, anno in cui iniziava a ricevere la pensione, e il 2009, egli percepiva una pensione mensile pari a EUR 873 anziché EUR 1.372, che invece avrebbe conseguito, se il suo procedimento non avesse subito ingerenze e avesse avuto esito positivo e nel 2010 incassava una pensione di EUR 1.178 anziché EUR 1.900. Alla luce di questi calcoli, la Corte osserva che il primo ricorrente ha perso molto meno della metà della sua pensione. Pertanto la Corte reputa che il ricorrente sia stato obbligato a sopportare una riduzione ragionevole e commisurata, anziché essere totalmente privato dei suoi diritti (cfr., al contrario, Kjartan Ásmundsson, sopra citato § 45).
63. Di conseguenza, il diritto del ricorrente di beneficiare del regime di previdenza sociale in parola, non ha subito ingerenze tali da pregiudicare i suoi diritti pensionistici nella loro essenza. A questo proposito la Corte rileva che il ricorrente, di fatto, aveva versato in Svizzera contributi inferiori rispetto a quelli che avrebbe versato in Italia e che, pertanto, all’epoca aveva avuto l’opportunità di beneficiare di guadagni più sostanziosi. Inoltre, questa riduzione ha solamente uniformato la situazione, evitando che il ricorrente e chiunque si trovasse nella sua stessa situazione potesse beneficiare di vantaggi ingiustificati (in conseguenza della decisione di andare in pensione in Italia). Ciò considerato, tenuto conto dell’ampio margine di apprezzamento dello Stato nel disciplinare il suo regime pensionistico e del fatto che il ricorrente ha perso solo un ammontare parziale della sua pensione, la Corte ritiene che il ricorrente non sia stato costretto a sopportare un onere individuale eccessivo.
64. Pertanto, pur ipotizzando l’applicabilità della norma, non vi è stata violazione dell’Articolo 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione."