Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-19783-del-04-10-2016
Timestamp: 2020-04-03 02:00:26+00:00
Document Index: 12282948

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 395', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 19783 del 04/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19783 del 04/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 04/10/2016, (ud. 05/07/2016, dep. 04/10/2016), n.19783
sul ricorso 14392-2011 proposto da:
D.V.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIALE MAZZINI 11, presso lo studio dell’avvocato ROSANNA SERAFINI,
rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONIO MAZZEO, giusta delega
VIA L. MANTEGAZZA 24, presso lo studio del Dott. MARCO GARDIN,
rappresentato e difeso dagli avvocati ANGELO VALENTE, ELIO PERRONE,
avverso la sentenza n. 2952/2010 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
depositata il 29/11/2010 R.G.N. 1508/2008;
udito l’Avvocato VALENTE ANGELO;
Con sentenza depositata il 29.11.10 la Corte d’appello di Lecce rigettava il gravame di D.V.F. contro la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva respinto per difetto di prova la sua domanda proposta contro M.A. per ottenerne la condanna a pagargli la somma di Euro 54.229,80 per crediti retributivi vari.
Per la cassazione della sentenza ricorre D.V.F. affidandosi a due motivi.
1- Il primo motivo denuncia violazione ed errata applicazione degli artt. 2094 e 2697 c.c., nonchè vizio di motivazione, per avere la sentenza impugnata ritenuto carente la prova d’un rapporto di lavoro fra le parti, nonostante che fosse emerso in maniera inequivocabile il continuativo inserimento del ricorrente, per ben sei anni, nell’organizzazione e nel funzionamento del laboratorio di lavorazione in cartapesta della ditta M., sotto le direttive dell’odierno controricorrente. In particolare – prosegue il ricorso – la Corte territoriale ha trascurato le ammissioni fatte in sede di libero interrogatorio dallo stesso M.A., che ha riconosciuto che il D.V. utilizzava stabilmente, in una stanza del laboratorio artigiano, materiali e arnesi di proprietà del M. medesimo e che trasportava anche le statue in cartapesta ivi prodotte; i giudici di merito – prosegue il ricorso – si sono altresì basati su parziali estrapolazioni di quanto dichiarato dai testi C. e T. in relazione alla retribuzione corrisposta e all’orario di lavoro, nonchè di altri testi ( Me., De.Mi. e D.) circa la presenza del ricorrente nella bottega, il tutto in un quadro di riferimento ad indici e parametri secondari della subordinazione, tralasciando – invece – quello fondamentale dell’inserimento in modo stabile ed esclusivo del lavoratore nell’organizzazione aziendale, sotto le altrui direttive e con utilizzo di materiali ed attrezzature del M..
Il secondo motivo prospetta violazione ed errata applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, in ordine alla maggior valenza probatoria conferita alla deposizione del teste Ce.Da. (sol perchè militare della Guardia di Finanza) rispetto al complesso delle risultanze istruttorie che lo smentivano (testi Q., T. e C.), senza considerarne l’oggettiva inattendibilità e i vincoli di amicizia con la famiglia dell’odierno controricorrente.
2- I due motivi di ricorso – da esaminarsi congiuntamente perchè connessi vanno disattesi perchè in sostanza sollecitano – ad onta dei richiami normativi in essi contenuti – una mera rivisitazione del materiale istruttorio affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione.
In altre parole, il ricorso si dilunga nell’opporre al motivato apprezzamento della Corte territoriale proprie difformi valutazioni delle risultanze processuali, ma tale modus operandi non è idoneo a segnalare un vizio di motivazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nel testo, applicabile ratione temporis, previgente rispetto alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134).
Ciò detto, si noti che nel caso di specie il ricorso non evidenzia l’uso di inesistenti massime di esperienza nè violazioni di regole inferenziali, ma si limita a segnalare soltanto possibili difformi valutazioni degli elementi raccolti e della maggiore o minore attendibilità dei testimoni escussi, il che costituisce compito precipuo del giudice del merito, non di quello di legittimità.
Nè il ricorso isola (come invece avrebbe dovuto) singoli passaggi argomentativi per evidenziarne l’illogicità o la contraddittorietà intrinseche e manifeste (vale a dire tali da poter essere percepite in maniera oggettiva e a prescindere dalla lettura del materiale di causa), ma ritiene di poter enucleare vizi di motivazione dal mero confronto con determinate dichiarazioni (rese in sede di libero interrogatorio o di testimonianza), vale a dire attraverso un’operazione che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentiti innanzi a questa Corte Suprema.
E’, poi, appena il caso di aggiungere che al ricorrente non gioverebbe nemmeno intendere le censure summenzionate come di denuncia di travisamento del fatto, per il quale l’ordinamento appresta – ove mai, s’intende, effettivamente ne ricorrano i presupposti – il rimedio della revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4 e non quello del ricorso per cassazione (giurisprudenza costante: cfr., e pluribus, Cass. n. 3535/15; Cass. n. 24834/14; Cass. n. 15702/10; Cass. n. 213/07).
Per quel che concerne, poi, gli indici sintomatici della subordinazione, non è esatto affermare che la gravata pronuncia ne abbia fatto erronea applicazione: la Corte territoriale si è limitata a rilevare l’esistenza di risultanze fra loro contraddittorie proprio in ordine a quelli che sono i consueti indici di subordinazione giurisprudenzialmente elaborati, per ritenere violati i quali sarebbe necessario – a monte – avere preliminarmente accertato le circostanze di fatto poste a base dell’asserito rapporto di lavoro subordinato.
Ma è proprio ciò che la sentenza impugnata ha negato, ritenendo non provato (con apprezzamento in punto di fatto non emendabile in sede di legittimità) che la presenza dell’odierno ricorrente presso il laboratorio artigiano fosse riconducibile ad un rapporto di subordinazione anzichè ad un saltuario utilizzo per proprio conto, da parte del D.V., della bottega del M. (come riferito da vari testi).
Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza e si distraggono in favore dei difensori antistatari del controricorrente.
rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge, spese da distrarsi in favore degli avvocati Elio Perrone e Angelo Valente, antistatari.