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Timestamp: 2020-08-13 00:55:41+00:00
Document Index: 140193374

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 9', 'art. 27', 'art. 39', 'art. 2', 'art. 42', 'art. 39', 'art. 39', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 3610 del 10/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3610 del 10/02/2017
Cassazione civile, sez. I, 10/02/2017, (ud. 29/09/2016, dep.10/02/2017), n. 3610
V.M.L., Elett. domiciliata in Roma, via Maria Cristina,
n. 2, nello studio dell’avv. Giovanni Corbyons; rappresentato e
difeso dall’avv. Francesca Mazzonetto, giusta procura speciale a
ATTREZZATA DEL BASSO POLESINE,ome sopra rappresentato;
– corrente in via incidentale –
V.M.L., come sopra rappresentata;
avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia, n. 1107,
depositata in data 16 maggio 2012;
1. Con atto di citazione notificato il 2 luglio 2009 la signora V.M.L. conveniva davanti alla Corte di appello di Venezia il Consorzio tra gli enti locali per la realizzazione dell’area industriale del Basso Polesine (d’ora in avanti, per brevità, A.I.A.) chiedendo, ai sensi del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 39 l’attribuzione dell’indennità relativa alla reiterazione, con delibere adottate a partire dal 1985, di vincoli espropriativi imposti su terreni di sua proprietà siti nel Comune di Loreo con il piano per gli insediamenti produttivi.
3. E’ stato rilevato, in particolare, che l’area di proprietà della V., che in precedenza aveva destinazione agricola, con il suo inserimento nel P.I.P. aveva assunto le qualificazioni in parte D1 (aree produttive da completare) e in parte D2 (aree produttive di nuovo impianto).
La statuizione in esame è conforme al principio, già affermato da questa Corte, secondo cui la competenza a conoscere delle controversie concernenti il riconoscimento del diritto all’indennizzo per reiterazione di vincoli di inedificabilità assoluta sostanzialmente espropriativi, nella ricorrenza dei presupposti indicati dalla Corte costituzionale n. 179 del 1999, appartiene al Tribunale e non alla Corte d’appello, come previsto dal degli artt. 39 e 57 art. 39, quando gli atti di rinnovo del vincolo espropriativo sono anteriori al 30 giugno 2003, data di entrata in vigore del decreto citato (Cass., 26 gennaio 2007, n. 1741).
Il Collegio condivide tale indirizzo, al quale intende dare continuità, in considerazione della normativa transitoria e del carattere non retroattivo della disposizione contenuta nel degli artt. 39 e 57 art. 39, con conseguente piena operatività del criterio, sancito dall’art. 9 c.p.c., comma 1, secondo cui, in assenza di specifiche attribuzioni ad altro giudice, deve ritenersi sussistente la competenza del tribunale.
3. Il secondo mezzo si riferisce al rigetto della domanda di indennizzo per il periodo successivo al 28 maggio 2008: si denuncia violazione e falsa applicazione della L. 22 ottobre 1971, n. 865, art. 27 e della L.R. Regione Veneto 22 aprile 1977, n. 33, artt. 3 e 5 affermandosi, in sostanza, l’erroneità dell’affermazione secondo cui il piano per gli investimenti produttivi imprima ai terreni in esso compresi una destinazione edificatoria realizzabile anche da parte del privato. In realtà, in virtù della normativa sopra indicata, la realizzazione del P.I.P. può avvenire solo attraverso l’espropriazione delle aree in esso comprese da parte dei comuni e dei loro consorzi, ragion per cui il riconoscimento delle caratteristiche di area industriale sarebbe in ogni caso frustrato dal fatto che la relativa attuazione può essere attuata soltanto dalla pubblica amministrazione attraverso l’esercizio del potere di espropriazione.
Appare evidente come tale assunto costituisca il frutto di una inammissibile generalizzazione, che contrasta con l’elaborazione giurisprudenziale, poi confluita in una specifica previsione normativa, costituita dal citato D.P.R. n. 327 del 2001, art. 39. L’individuazione dell’ubi consistam del vincolo esclusivamente nella realizzabilità del piano soltanto attraverso l’ablazione dei terreni in esso ricompresi comporta la pretermissione di ogni distinzione fra vincolo conformativo ed espropriativo, come elaborata, soprattutto dalla giurisprudenza costituzionale, anche, ma non soltanto, ai fini della indennizzabilità della c.d. espropriazione di valore. Sotto tale profilo vale bene ricordare che l’indennizzo per i vincoli urbanistici, come alternativa non eludibile al termine di efficacia posto dalla L. 19 novembre 1968, n. 1187, art. 2 è dovuto allorchè la possibilità di reiterazione del vincolo scaduto, riconosciuta all’Amministrazione per giustificate ragioni di interesse pubblico, comporta che si superi la durata fissata dal legislatore come limite alla sopportabilità del sacrificio da parte del soggetto titolare del bene. Non tutti i vincoli urbanistici, tuttavia, sono soggetti a decadenza, e conseguentemente alla possibilità di indennizzo allorchè reiterati, ma soltanto quelli aventi carattere particolare, per i quali la mancata fruibilità del bene protratta nel tempo e non indennizzata determina violazione dell’art. 42 Cost., comma 3: in particolare non sono indennizzabili i vincoli posti a carico di intere categorie di beni, e tra questi i vincoli urbanistici di tipo conformativo, nochè i vincoli paesistici (Corte cost., 20 maggio 1999, n. 179).
Quanto ai vincoli di natura conformativa, costituisce ius receptum in giurisprudenza il principio per cui il carattere conformativo dei vincoli non dipende dalla collocazione in una specifica categoria di strumenti urbanistici, ma soltanto dai requisiti oggettivi, per natura e struttura, dei vincoli stessi, ricorrendo in particolare tale carattere ove gli stessi vincoli siano inquadrabili nella zonizzazione dell’intero territorio comunale o di parte di esso, sì da incidere su di una generalità di beni, nei confronti di una pluralità indifferenziata di soggetti, in funzione della destinazione dell’intera zona in cui i beni ricadono e in ragione delle sue caratteristiche intrinseche o del rapporto, per lo più spaziale, con un’opera pubblica. Al contrario, il vincolo, se incide su beni determinati, in funzione non già di una generale destinazione di zona, ma della localizzazione di un’opera pubblica, la cui realizzazione non può coesistere con la proprietà privata, deve essere qualificato come preordinato alla relativa espropriazione (cfr. Cons. Stato, sez. 4, 30 luglio 2012 n. 4321).
7. Appare del tutto evidente l’aporia che si determina ove si aderisca alla tesi proposta dal ricorrente – per il vero confortata da alcune pronunce di altra sezione di questa Corte (cfr. ad es., Cass., 21 dicembre 2011, n. 27902, non massimata) e della giurisprudenza amministrativa -: il vincolo inerente al piano in esame avrebbe natura conformativa e contemporaneamente determinerebbe l’indennizzabilità ai sensi del D.P.R. n. 327, art. 39; la trasformazione, dovuta al suddetto effetto conformativo, di un terreno agricolo in edificabile, vale a dire il significativo incremento del suo valore di mercato, si tradurrebbe, per usare un’espressione solitamente ricorrente in tema di applicazione del suddetto D.P.R. n. 327 del 2001, art. 39 in un’espropriazione di valore.
8. Non può omettersi di considerare che, come emerge dalla sentenza impugnata, i terreni in questione sono stati classificati in parte come “aree produttive da completare” (D1) e in parte “aree produttive di nuovo impianto” (D2), e che, quindi, l’allocazione del PIP in zona territoriale omogenea che, in base allo strumento generale di pianificazione, prevede il riconoscimento dell’edificabilità legale ai suoli in quale piano inclusi, esclude già in linea generale che la ricorrente sia stato attinta da previsioni urbanistiche di contenuto sostanzialmente espropriativo rispetto alle proprie facoltà dominicali, e perciò suscettibili d’indennizzo ai sensi degli artt. 9 e 39 citato T.U..
11. Non può escludersi, per altro, che, in relazione a determinati beni ricompresi nel piano vengano imposti, per la realizzazione di opere specifiche (ad es., di natura infrastrutturale), dei vincoli particolari, che rientrano nel paradigma tracciato dalla Corte costituzionale, come sopra richiamato. Nel caso di specie, tuttavia, tale ipotesi non risulta nè dedotta, nè allegata, discendendo la domanda di indennizzo, come emerge anche dalle argomentazioni difensive sviluppate in questa sede, dalla mera approvazione del piano per gli insediamenti produttivi.
La Corte rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale, e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 7.200,00, di cui Euro 7000,00 per compensi, oltre accessori di legge.