Source: http://astratto.info/tribunale-ordinario-di-milano-v2.html?page=2
Timestamp: 2018-12-17 00:32:43+00:00
Document Index: 32198429

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2087', 'art. 2059']

B) IL MOBBING a) - Tribunale ordinario di milano
La premessa dalla quale occorre partire è che il fenomeno mobbing manca di una regolamentazione di tipo normativo .
Esso è stato inizialmente analizzato e circoscritto da studiosi psicologi o psichiatri del nord Europa (scandinavi e tedeschi) e successivamente italiani.
Proprio in quanto prende le mosse da studi di natura psicologica o psichiatrica non si può certo prescindere dalle linee generali del fenomeno che sono state tracciate da quelli; solo in un secondo momento sarà poi possibile verificarne la rilevanza dal punto di vista non più solo sociale o medico bensì giuridico, per accertare la riferibilità al datore di lavoro della responsabilità civile dei danni derivatine al lavoratore.
Ebbene il fenomeno è stato variamente definito ma nella sostanza esso può essere ridotto ad alcuni comuni elementi essenziali.
Esaminando le varie definizioni che dagli studiosi della materia sono state offerte, si giunge alla conclusione che gli elementi necessari perchè ci si trovi di fronte ad una fattispecie di Mobbing sono i seguenti: l’aggressione o persecuzione di carattere psicologico; la sua frequenza, sistematicità e durata nel tempo; il suo andamento progressivo; le conseguenze patologiche gravi che ne derivano per il mobbizzato.
Vi sono poi delle definizioni di Mobbing che sono state offerte anche dalle prime pronunce giudiziali in materia.
Con la sentenza in data 16.11.99 (ma anche con quella successiva del 30.12.99) il Tribunale di Torino ha ritenuto sussistente il fenomeno Mobbing: “allorché il dipendente è oggetto di soprusi da parte dei superiori e in particolare vengono poste in essere nei suoi confronti pratiche dirette ad isolarlo dall’ambiente di lavoro e nei casi più gravi ad espellerlo; pratiche il cui effetto è di intaccare gravemente l’equilibrio psichico del prestatore…”.
Invece con la sentenza in data 15.3.01 il Tribunale di Forlì ha definito il Mobbing quale “comportamento, reiterato nel tempo, da parte di una o più persone, colleghi o superiori della vittima, teso a respingere dal contesto lavorativo il soggetto mobbizzato che a causa di tale comportamento in un certo arco di tempo subisce delle conseguenze negative anche di ordine fisico da tale situazione”.
Vi è anche una sentenza della Cassazione n. 143 emessa in data 8.1.00 – peraltro pronunciata in fattispecie avente ad oggetto non direttamente il fenomeno mobbing bensì il licenziamento (ritenuto legittimo) del dipendente che aveva accusato (senza peraltro provarlo) la propria azienda di averlo mobbizato – in cui la Suprema Corte ha qualificato il mobbing conme “quel fenomeno che indica l’aggredire la sfera psichica altrui mutuato dal linguaggio usato in altri paesi in cui il fenomeno stesso da tempo è oggetto di studi particolari”.
Infine vi è una sentenza del Tribunale di Milano (estensore Vitali) del 28.2.03 in Riv. Crit. Dir. Lav. 2003 pag. 655 che individua il mobbing nell’aggressione o vessazione psicologica della vittima con azioni ostili di carattere sistematico, che abbiano una certa durata, che diano vita ad un fenomeno ad andamento progressivo.
Vanno esaminati singolarmente gli elementi che compongono la fattispecie mobbing.
1) La persecuzione di carattere psicologico può essere compiuta in qualunque modo. Essa può consistere:
- in atti di aggressione verbale consumati spesso davanti a terzi dipendenti e non;
- in comportamenti – che possono avere tanto un contenuto omissivo quanto commissivo – che si sostanziano in una esclusione, un allontanamento del mobbizzato dal gruppo con conseguente suo isolamento, evidenziandone le diversità fisica o morale o intellettiva o culturale o religiosa o territoriale (si pensi ai colleghi di lavoro i quali: evitino di parlare con la vittima; facciano circolare pettegolezzi; siano soliti ridicolizzarla; enfatizzino alcuni handicap o caratteristiche etniche o particolarità nel suo modo di parlare, camminare, vestire, ridere, ecc.; oppure ai superiori della vittima che la isolino dal contesto aziendale proprio con un atteggiamento prevaricatore continuativo, demansionandola, emarginandola dal contesto lavorativo aziendale );
- in atti apparentemente poco significativi ma che di fatto ostacolano il normale espletamento dell’attività lavorativa (ad es. la richiesta di restituzione immotivata del cellulare o dell’auto o del computer aziendale);
- in atti di contenuto tipico, compiuti cioè dal datore di lavoro o dai superiori, strettamente inerenti la gestione del rapporto di lavoro (quali demansionamenti, discriminazioni di carattere economico o di carriera, trasferimenti, sanzioni disciplinari, o licenziamenti, questi ultimi purchè disposti contra legem; il controllo esasperato dell’orario di lavoro, del tempo di stazionamento presso la macchina del caffè, del tempo delle telefonate; si pensi ancora : alle visite fiscali inviate in maniera ossessivamente vessatoria; all’esclusione illegittima da concorsi per l’accesso a qualifiche superiori; al caso in cui si costringe il mobbizzato a lavorare ininterrottamente senza godere del riposo settimanale o più in generale senza sosta a causa di un eccessivo carico di lavoro).
Una esemplificazione interessante delle modalità con le quali le aggressioni di carattere psicologico possono atteggiarsi si può anche reperire nell’art. 2 del disegno di legge (tra i vari oggi esistenti) n. 4265 del 13.10.99: “……..gli atti vessatori, persecutori, le critiche e i maltrattamenti verbali esasperati, l’offesa alla dignità, la delegittimazione di immagine, anche di fronte a soggetti esterni all’impresa, ente o amministrazione – clienti, fornitori, consulenti - comunque attuati da superiori, pari-grado inferiori e datori di lavoro…….la rimozione da incarichi, l’esclusione o immotivata marginalizzazione dalla normale comunicazione aziendale, la sottostima sistematica dei risultati, l’attribuzione di compiti molto al di sopra delle possibilità professionali o della condizione fisica e di salute”.
Nella sostanza, ritiene chi scrive che il mobbing sia costituito da un comportamento costantemente aggressivo di tipo psicologico e non, ripetuto nel tempo, di durata apprezzabile sia esso proveniente da superiori o da gruppi di colleghi, che incida sulla dignità della persona del lavoratore intesa questa in tutte le sue componenti ed accezioni.
Non ritiene questo Giudice che tale comportamento debba essere proprio indirizzato verso un determinato lavoratore, ben potendo essere invece diretto verso tutto un gruppo di lavoratori, sì da creare un clima pesante di perdita della fiducia e della dignità che può essere avvertito da alcuno in misura diversa e ben più grave rispetto a tutti gli altri.
Altro elemento fondamentale perché si possa considerare sussistente il fenomeno Mobbing è che l’aggressione psicologica – sia essa effettuata con comportamenti atipici che con atti tipici dell’imprenditore (o dei superiori gerarchici) o con gli uni e gli altri insieme – deve essere sistematica, ripetuta e compiuta per un apprezzabile periodo temporale.
Ma a ben vedere questo elemento è essenziale anche sotto il profilo più strettamente giuridico e sociale.
Gli atti e i comportamenti che si possono definire atipici (vale a dire tutti quelli diversi dagli atti assunti dal datore e dai superiori gerarchici nella gestione del rapporto di lavoro), di per sé presi, non hanno una connotazione necessariamente negativa e comunque qualificabile come facente parte di un disegno persecutorio del superiore o di un gruppo di dipendenti nei confronti di un altro.
La questione è che essi vengono compiuti all’interno di un rapporto - o meglio di una pluralità di rapporti particolarmente complessa in quanto tra loro intersecantisi – che si sviluppa all’interno dei luoghi di lavoro.
Più chiaramente, si tratta di rapporti i quali, traendo origine da strutture in cui convive una pluralità di persone, presentano tematiche – oltre che proprie e tipiche dell’ambiente di lavoro - per altri versi simili a quelle che si rinvengono in ogni ambito sociale (si pensi ai rapporti familiari, a quelli sportivi, ricreativi, di condominio, ecc.).
E’ certo vero però che, nel caso che ci occupa, la peculiarità e l’ importanza del fenomeno scaturiscono dal fatto che la gestione del rapporto sociale perde l’aspetto della volontarietà e spontaneità per accedere a quello della necessità, in conseguenza del fatto che nessuno può volontariamente sottrarsi all’ineluttabilità del doversi procurare i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia.
Tale riflessione deve indurre a domandarsi quali delle centinaia se non migliaia di atti e comportamenti che compongono una pluralità di rapporti di lavoro devono divenire rilevanti giuridicamente al fine di condurre ad un’affermazione di civile responsabilità del datore di lavoro per la malattia dalla quale il lavoratore risulti essere affetto; da qui la necessità di individuare elementi di specificità che abbiano la funzione di delineare con precisione l’ambito della figura “incriminata” alla cui sussistenza fare conseguire determinati effetti di carattere risarcitorio.
Ebbene, proprio quella sistematica, ripetuta aggressione di carattere psicologico compiuta per un apprezzabile periodo di temporale consente di dare significatività oggettiva a quei comportamenti enucleandoli dalla indeterminatezza che assumono all’interno dei rapporti interpersonali.
Ciò per altro verso accade anche con gli stessi atti tipici: il singolo atto di trasferimento o di demansionamento – di per sé preso – non necessariamente evidenzia la sussistenza di una situazione morbigena che possa portare al fenomeno mobbing; invece la sua ripetizione insieme ad altri atti, anche eventualmente atipici, dà oggettività a quella situazione che assume pertanto connotazioni ben precise.
Ma la sistematicità e ripetitività del comportamento illecito rileva anche ad altro fine: che è quello di dare una certa oggettività al rapporto tra comportamento illecito e malattia o disagio psichico; più chiaramente, consente di affermare, con una certa dose di probabilità, che la malattia psichica o comunque il disagio psicologico in cui sia poi precipitato il mobbizzato sia derivato proprio da quel comportamento ossessivamente illecito e dannoso e non da una particolare e del tutto personale ipersensibilità della persona offesa.
Quando, poi, dai principi si passa a individuare in concreto la misura di quella sistematicità e di quella durata il discorso si fa certo più complicato. Gli studiosi convengono (Leymann, Ege, Zapf) che la ripetitività dell’atto di aggressione consista nel compierlo almeno una volta alla settimana o comunque alcune volte al mese mentre la durata deve consistere in almeno sei mesi.
Naturalmente, pur dovendo tenere necessariamente conto di tali indicazioni, si può qui affermare che quelle sono indicazioni che vanno di volta in volta riesaminate alla luce del caso concreto che può caratterizzarsi per atti di maggiore aggressività psicologica, che possano eventualmente determinare i medesimi effetti anche in periodi di tempo inferiore, o viceversa.
3) Dall’aggressione psichica sistematica, ripetuta e compiuta per un apprezzabile periodo temporale deve poi scaturire una malattia o disagio di carattere psichico del quale sia tenuto a rispondere il datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 e 2049 c.c. secondo quei principi giuridici, di carattere sostanziale e processuale, sufficientemente sviluppati in materia di infortunio sul lavoro e malattia professionale.
La distinzione tra malattia e semplice disagio psichico scaturisce poi dalle diverse conseguenze che può produrre il fenomeno, conseguenze le quali possono essere costituite sia da una vera e propria malattia psichica produttrice di permanenti effetti a carico della vittima sia da disagi di minore gravità che vengono ormai pacificamente qualificati come danno esistenziale.
Ponendo a confronto i requisiti individuati nel fenomeno mobbing con i fatti accertati in sede istruttoria si deve pervenire alla conclusione che la ricorrente è stata certamente vittima di comportamenti mobbizzanti ad opera dei vertici aziendali.
I casi esaminati nel corso del giudizio – e, soprattutto, provati - sono tantissimi e tutti aventi rilevanza al fine della individuazione del comportamento mibbizzante (con le sole eccezioni, come si è visto, dell’episodio dello shatsu, della privatizzazione della scuola, dell’alta temperatura) .
Alcuni rilevano per la loro ripetitività nel tempo, sì da dare all’atteggiamento mobbizzante continuità nel tempo (si pensi al linguaggio offensivo gratuito e della Campa paragrafo “epiteti offensivi”) e legare tutti insieme gli altri comportamenti che si sono via via svolti nel corso degli anni;
Altri invece rilevano perché colpiscono la ricorrente in maniera specifica nella sua professionalità e nella sua qualità di insegnante : si pensi alla scaramuccia tra Armonia e capatina, all’allergia dell’Armonia, ai prescruitini, alle esigenze fisiologiche della Carrisi, al progetto di estetista. In tutti questi casi la ricorrente viene moritifcata davanti alle allieve ed esibita quale insegnate incapace di svolgere il proprio lavoro e quindi perdendo credibilità ai loro occhi. Viene pertanto pregiudicata la sua credibilità verso le allieve e verso se stessa con caduta dell’autostima. Lo stesso avviene quando viene ripetutamente – accompagnato da imprecazioni ed urla – respinto il progetto di estetista dal Gambardella oppure nel caso dei prescrutini in cui si mortifica il lavoro svolto da lei nel corso dell’anno.
Altri episodi invece sono espressione di pura e semplice prevaricazione e volontà di discriminare la ricorrente rispetto alle colleghe, ponendola in una situazione di diversità ed isolamento: si pensi al turno di lavoro domenicale, alla valutazione dei rischi, ai corsi regionali, all’orario di lavoro del 2000. In tutti questi casi la ricorrente è sempre la vittima da sacrificare.
Altri rilevano invece quali fattispecie di pura e semplice prevaricazione quale sistema di gestione della scuola che riguarda tutti indistintamente i lavoratori: è il caso dell’episodio della RSU e di quello dei cartellini marcatempo.
Vi sono poi episodi di pura e semplice aggressione psichica di tale intensità da somigliare ad una aggressione fisica, peraltro del tutto ingiustificati e pertanto a maggior ragione gratuiti: sono i casi della teoria professionale, dello screening, degli epiteti offensivi, del Gambardella e delle allieve maleducate.
Infine vi sono gli episodi (l’aspettativa ed il LEI; quello del LEI) nei quali si intende chiaramente punire la ricorrente isolandola, escludendola dal normale contesto lavorativo in cui ci si dà familiarmente il TU per passare al LEI.
Pertanto si può senz’altro dire che l’aggressione psicologica che ha colpito la ricorrente è stata diversificata, per intensità e tipo, ma costante nel tempo, periodicamente attuata da parte degli organi della Direzione aziendale.
Non rileva che in alcuni episodi abbiano avuto quali vittime tutti gli insegnanti.
Per un verso - si è visto – in alcuni casi la ricorrente è stata la sola ad essere la diretta destinataria dell’aggressione; in altri casi, pur essendo in compagnia degli altri – è stata la diretta interlocutrice del vertice aziendale: la Direzione pertanto l’ha sempre individuata quale la lavoratrice simbolo da colpire e vessare psicologicamente.
Non a caso è stata la lavoratrice che ha sin da subito cominciato ad avvertire il peso di quell’aggressione ammalandosi.
Proprio il fatto che abbia più volte avuto malori a scuola esprime proprio il rapporto di stretta causalità tra quelli e le pressioni psicologiche che subiva.
Ciò è confermato oltre che dai documenti anche dalle dichiarazioni testimoniali sul punto .
“Mi è capitato più di una volta di assistere al fatto che la Barozzi stesse male a scuola. Una volta ricordo che ciò è accaduto nel giugno 2000, mentre facevo gli esami sono stata avvertita che la Barozzi stava male : Sono accorsa e l’ho vista a terra svenuta. E’ poi arrivata l’ambulanza. Ricordo che una collega voleva andare in ambulanza con lei ma la Campa glielo ha impedito. Era già capitato anche nel 99, forse era luglio, che la Barozzi stesse male a scuola. Quella volta è arrivato il marito perché non si reggeva in piedi”.
“Sono stata presente ai due malori che la ricorrente ha subito a scuola. Nella prima occasione ricordo che ebbe dei tremori e appariva colta da crisi di ansia; fu chiamato il marito che infatti venne e la portò a casa. Credo che fosse maggio o giugno. Credo che fosse l’anno scolastico 99/2000. Nella seconda occasione invece la ricorrente è stata colta da malore mentre era impegnata in commissione d’esame. Noi tutte eravamo state chiamate dal Gambardella il quale ci aveva consegnato un libro dal titolo “lettera ad una professoressa” di Don Mazzi ; l’intento del Gambardella era chiaro, quello cioè di mostrarci che non eravamo in grado di fare le insegnanti e con quel libro ci avrebbe voluto mostrare invece in qual modo avremmo dovuto espletare il nostro lavoro. Ce lo disse chiaramente….. Invece in una seconda occasione la ricorrente è stata male a un punto tale che fu chiamata l’ambulanza e la portò in ospedale. Questa seconda vicenda credo che sia accaduto lo stesso giorno o il giorno dopo la consegna del libro. Io sono stata presente ad entrambi i malori. In questa seconda occasione la seduta della commissione di esame fu sospesa e pertanto risulta anche a verbale dei lavori”.
“So che in alcune occasioni la ricorente era stata mala ma non ricordo se è stata proprio nell’occasione dello screening; ricordo che la ricorrente si era lamentata con me perché era stata mandata da sola invece che accompagnata come accade di solito; ciò è avvenuto – ed ero presente – quando vi erano gli esami e lla ricorrente era stata male”.
“So che in quel periodo la ricorrente ogni tanto aveva delle crisi ansiose, ma non ricordo se fossi presente in quella particolare circostanza. Confermo che è capitato che mi avessero riferito che avesse subito quelle crisi anche a scuola; io non sono mai stata presente a quelle crisi ma ne sentivo parlare”.
In ogni caso si deve rilevare che il CTU Dr. Ege ha chiarito che la patologia maturata dalla ricorrente ha proprio natura professionale e si sostanzia in un’evidente fattispecie di mobbing.
Il CTU Dr. Ege ha chiarito che la patologia maturata dalla ricorrente ha proprio natura professionale e si sostanzia in un’evidente fattispecie di mobbing.
Ha rilevato che dal comportamento mobbizzante è derivato un danno biologico di natura permanente pari al 15%, una inabilità temporanea al lavoro specifico di 140 giorni; e uno stato di malattia di cinque anni di cui dodici mesi con una incapacità temporanea parziale al 50% ed il restante periodo al 25%.
Circa la riferibilità del comportamento di Campa e Gambardella all’ENFAP non sipuò dubitare in considerazione dle ruolo che questi rivestivano nell’Ente.
Il Gambardella era Direttore Regionale dell’ENFAP mentre la Campa era vice direttrice con compiti di gestione del personale.
“Anzi preciso che in Pestalozzi sono arrivata nel 97-98. Prima e cioè nel 95 ero in via Cittadini quale vice direttrice. Dal 98 in poi sono stata trasferita in via Pestalozzi. Tuttavia già quando ero in via Cittadini mi occupavo, insieme alla Brugnatelli dei rapporti col personale e con le allieve, per quanto attiene alla sede di via Pestalozzi. La gestione del personale era attribuita alla Direzione Regionale in persona del Gugliotti prima e di Gambardella poi per quanto atteneva alle questioni di maggiore importanza come ad es. licenziamenti o dimissioni.Escludo che sia vera la circostanza di cui al capitolo 16 ricorr.Io ho sempre stimato la Barozzi pertanto non vedo perché mai avrei dovuto vessarla di fronte alle allieve”.
“La Brugnatelli e la Campa erano due vicedirettrici (ma nella sostanza erano direttrici) che hanno svolto anche tale compito nello stesso periodo ma su sedi diverse. Credo che non esistesse una lettera formale di assegnazione della direzione anche se nella sostanza svolgevano tali funzioni (nel senso che facevano funzioni di coordinamento di sede, tenevano i rapporti con tutto il personale e nei confronti degli allievi e genitori, o nei confronti degli enti esterni); erano nella sostanza miei vice che avevano funzioni operative”.
Da ciò si evince pertanto che il comportamento mobbizzante va direttamente riferito all’Ente convenuto che ne deve rispondere per i risvolti civilistici scaturenti dalla malattia della ricorrente.
LE CONSEGUENZE DI CARATTERE RISARCITORIO
In conseguenza delle patologie accertate e di cui si è dato prima conto, Enfap Lombardia va condannato a pagare alla ricorrente le seguenti somme, calcolate in via equitativa e all’attualità, come tali comprensive della rivalutazione monetaria :
€ 30.000,00 a titolo di danno biologico da inabilità permanente ( tenuto conto che la ricorrente aveva 44 anni al 2000 e che è stato accertato un pregiudizio di natura permanente del 15%) comprensivo di rivalutazione monetaria e quindi calcolato all’attualità ritenendo equo il risarcimento nella misura di circa € 2.000 a punto di invalidità nonché alla luce delle tabelle del Tribunale di Milano;
€ 4.200,00 a titolo di danno biologico da inabilità temporanea assoluta (140 giorni per 30€ al giorno);
€ 7.300,00 a titolo di danno biologico da inabilità temporanea parziale al 50% (365 giorni per 20 € giornalieri) ed € 14.600,00 a titolo di danno biologico da inabilità temporanea parziale al 25% (1460 giorni per 10 € giornalieri) per complessivi € 21.900,00;
€ 28.00,00 a titolo di danno esistenziale.
Com’è noto, a seguito delle sentenze della Corte di Cassazione del maggio 2003 (n. 8828 e 8827 del 31 maggio) e della Corte Costituzionale n. 233 dell’11.7.03 il danno esistenziale – inteso come danno “derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona” – ha torvato cittadinanza nel nostro ordinamento accanto al danno biologico e al danno morale nell’ambito dei danni di natura non patrimoniale regolati dall’art. 2059 c.c.
Non si può dubitare che nelle fattispecie accertate di mobbing – ed in particolare in quella che ha colpito la Barozzi – sia oggettivamente leso l’interesse alla “dignità personale” del lavoratore nonchè alla sua immagine ed identità.
La mortificazione crescente della dignità della Barozzi come persona e come lavoratrice, per un periodo di tempo lungo 5 anni, ha inciso negativamente sulla qualità della sua vita all’interno del posto di lavoro ed anche all’esterno in considerazione delle implicazioni che quelle mortificazioni hanno nella vita privata di ognuno.
Va pertanto risarcito quel pregiudizio che questo giudice ritiene equo liquidare in circa la metà del danno biologico in considerazione proprio del lungo periodo di tempo nel corso del quale quelle offese sono state perpetrate.
Enfap Lombardia va pertanto condannato a corrispondere alla Barozzi la somma di € 28.000,00 a titolo di danno esistenziale oltre interessi di legge dalla domanda al saldo.
Vanno pertanto rigettate le altre domande.
Vanno poste definitivamente a carico della convenuta le spese del CTU Dr. Ege che si liquidano in € 2.421,29
In quanto soccombente la convenuta va poi condannata a rimborsare alla ricorrente le spese di lite determinate in € 12.000,00 ( di cui € 50,00 per spese, € 2.750,00 per dirittti e € 9.200,00 per onorari).
dichiara la civile responsabilità di Enfap Lombardia per i comportamenti mobbizzanti subiti dalla ricorrente; condanna Enfap Lombardia a pagare alla ricorrente le seguenti somme, calcolate in via equitativa e all’attualità, come tali comprensive della rivalutazione monetaria :
€ 30.000,00 a titolo di danno biologico da inabilità permanente;
€ 4.200,00 a titolo di danno biologico da inabilità temporanea assoluta;
€ 21.900,00 a titolo di danno biologico da inabilità temporanea parziale;
€ 28.00,00 a titolo di danno esistenziale;
oltre interessi di legge dalla domanda al saldo.
Condanna Enfap Lombardia a rimborsare alla ricorrente le spese di lite che liquida in € 12.000,00; pone definitivamente a carico di Enfap Lombardia le spese del CTU Dr. Ege che liquida in € 2.421,29. Sentenza esecutiva.
Milano, 29.6.04
dr. R.Atanasio