Source: https://www.avvocatocavalea.com/rapporti-di-collaborazione-coordinata-e-continuativa-e-concorrenza-sleale/
Timestamp: 2020-05-25 18:24:36+00:00
Document Index: 182073881

Matched Legal Cases: ['art. 2125', 'art. 1175', 'art. 1375', 'art. 1743', 'art. 1746', 'art. 2598', 'art. 2125', 'art. 2596', 'sentenza ', 'art. 2596', 'sentenza ', 'sentenza ']

Rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e concorrenza sleale. - Avvocato Cavalea
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Si applicano le norme sulla concorrenza anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa? Il collaboratore co.co. gode di un particolare regime di autonomia che connota la sua attività.
Alla collaborazione coordinata e continuativa infatti non è riconducibile il disposto dell’art. 2125 c.c. Tale articolo vale solo per il lavoratore subordinato alla cessazione del rapporto.
In realtà la legge non impone al lavoratore autonomo e parasubordinato un dovere di fedeltà, ma è altrettanto vero che:
il dovere di correttezza della parte in un rapporto obbligatorio (art. 1175 c.c.) e
il dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto (art. 1375 c.c.)
vietano alla parte di un rapporto collaborativo di servirsene per nuocere all’altra.
Di conseguenza l’obbligo di astenersi dalla concorrenza permea come elemento connaturale ogni rapporto di collaborazione economica. Ciò trova, peraltro, dimostrazione:
per il rapporto di agenzia, nel diritto di esclusiva, attribuito a tutte le parti dall’art. 1743 c.c.
dal dovere di lealtà e buona fede imposto all’agente dal successivo art. 1746, primo comma, c.c., nonchè
dal divieto di concorrenza gravante sul socio della società in nome collettivo o del socio accomandatario ai sensi degli artt. 2301 e 2318 c.c. e più in generale,
nelle regole di correttezza e lealtà di cui all’art. 2598 c.c.
Il divieto di concorrenza nel rapporto di lavoro parasubordinato non è perciò riconducibile direttamente all’art. 2125 c.c. ma rientra nella previsione dell’art. 2596 c.c.
Evidente ne risulta la ratio legis, che come emerge anche dai lavori preparatori, consiste nell’intenzione del legislatore di “evitare una eccessiva compressione della libertà individuale nel perseguimento di un’attività economica”. Così, testualmente, la relazione ministeriale al codice civile, n. 1045, richiamata dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 988 del 2004.
con la ratio prospettata, oltre che
con la lettera della disposizione in esame (l’art. 2596 c.c.),
è l’imposizione di condizioni di validità ed efficacia alle limitazioni pattizie della concorrenza. Ciò in funzione di tutela della libertà di concorrenza che costituisce:
espressione della libertà di iniziativa economica e
persegue la protezione dell’interesse collettivo,
impedendo restrizioni eccessive della concorrenza e della positiva influenza che ne deriva alla qualità dei prodotti ed al contenimento dei prezzi.
La Corte di Cassazione, confermando la sentenza emessa dalla Corte di Appello, ha condannato al pagamento della penale contrattualmente prevista per violazione del patto di non concorrenza un collaboratore di una società in quanto inseriva nel mercato durante la vigenza del patto prodotti della concorrenza.
(Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 7141 pubblicata il 21-03-2013, presidente F. Miani Canevari).
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