Source: http://www.forumforpages.com/facebook/esodo-istriano-per-non-dimenticare/foibe-presunti-infoibatori-pensionati/2929390177/0
Timestamp: 2019-04-24 06:17:37+00:00
Document Index: 76404395

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

FOIBE : PRESUNTI INFOIBATORI PENSIONATI - ESODO ISTRIANO, PER NON DIMENTICARE
FOIBE : PRESUNTI INFOIBATORI PENSIONATI
Pubblicherò quello che durante le mie ricerche ho trovato in internet, se ciò sia vero o falso io non lo posso sapere, quindi tutto il materiale e gli articoli che ho trovato, li pubblico solo per informazione.
(Fonte: tratto da internet)
I PRESUNTI INFOIBATORI.
Questa pagina contiene i nomi di alcuni dei presunti infoibatori ed articoli di approfondimento.
Segnalo, inoltre, una interessante mail inviatami da un funzionario in pensione dell'I.N.P.S. (che qui pubblico integralmente) sulla erogazione indebita di pensioni agli infoibatori.
L' Inps eroga 29.149 pensioni nell' ex Jugoslavia spendendo circa 200miliardi l'anno. Fra questi vecchietti che hanno diritto alla "minima" si annidano alcuni " presunti" responsabili della pulizia etnica perpetrata dai partigiani comunisti del maresciallo Tito contro gli italiani alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Crimini di guerra che hanno fatto sparire per sempre, nelle foibe, migliaia di persone e hanno provocato un esodo di 350 mila istriani, fiumani e dalmati. Una tragedia che ha segnato la storia del nostro Paese. Fino ad oggi abbiamo sborsato oltre 5mila miliardi e non sono servite denunce, interrogazioni parlamentari e inchieste della magistratura a bloccare questa vergogna.
- I "presunti" infoibatori:
Franco Pregelj
Giorgio Sfiligoi
Giuseppe Osgnac
Guido Climich
Giovanni Semes
Alojz Hrovat
Avijanka Margitic
Erogazione indebita di pensioni agli infoibatori: ci scrive un funzionario in pensione dell' I.N.P.S. (aprile '05).
A norma dell’art. 19 del Trattato di Pace firmato a Parigi il 10.02.47, entrato in vigore il 15.09.47, i cittadini italiani di età superiore ai 18 anni, residenti al 10.06.40 nei territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia ( 95 Comuni facenti parte delle ex provincie di Trieste, Gorizia, Fiume, Pola e Zara, attualmente appartenenti a Slovenia e Croazia) i quali erano in possesso della cittadinanza italiana alla data del 15.09.47 ed erano di lingua d’uso italiana, avevano la facoltà di optare per la conservazione della cittadinanza italiana entro un anno da tale data e cioè entro il 15.09.48. Tale termine fu poi riaperto per la durata di tre mesi con l’accordo italo-jugoslavo firmato a Belgrado il 23.12.50. I non optanti divennero automaticamente cittadini jugoslavi. A seguito del Trattato di Pace fu concluso fra Italia ed Jugoslavia un Accordo per il regolamento definitivo di tutte le obbligazioni reciproche di carattere economico e finanziario derivanti dal Trattato, dagli accordi successivi e dagli scambi di note. Accordi e scambi di note furono conclusi a Belgrado il 18 dicembre 1954 e l’Italia vi diede attuazione a mezzo del D.P.R. 11 marzo 1955, n. 210 ( G.U. n.82 del 09.04.55 ). L’art. 1 dell’Accordo prevede che “gli Organismi competenti jugoslavi assumeranno a partire dal 15.09.47, il servizio delle pensioni civili e militari”, mentre l’art. 8 stabilisce, al 1° comma, in 94.279.792,59 dollari USA il debito italiano per “riparazioni ed altre questioni” ed al 2° comma che “ il Governo italiano ed il Governo jugoslavo regoleranno tutte le questioni derivanti dall’applicazione delle presenti disposizioni attraverso uno scambio di note che, quando avrà luogo, farà parte integrante del presente Accordo”. Tale scambio di note fu effettuato a Belgrado il 05.02.59, alla fine di una serie di accordi in materia di assicurazioni sociali:
A) La Convenzione italo-jugoslava sulle assicurazioni sociali, firmata a Roma il 14.11.57 e ratificata con legge 11 giugno 1960, n. 885 (G.U. n.210 del 29.08.60).
B) L’Accordo Amministrativo (di attuazione della Convenzione), firmato a Belgrado il 10.10.58.
Lo scambio di note 05.02.59, sulla falsariga del Trattato ed allo scopo di definire una volta per tutte i diritti degli ex abitanti dei territori ceduti, stabilisce uno spartiacque in materia di assicurazioni sociali, individuando due precisi destinatari:
le “persone italiane” e cioè le persone che fino alla data dell’entrata in vigore del Trattato di Pace (15.09.47) avevano la nazionalità italiana e dopo tale data non hanno acquisito la nazionalità jugoslava (in pratica gli optanti con esito positivo);
le “persone jugoslave” e cioè le persone che hanno acquisito la nazionalità jugoslava in forza del Trattato di Pace (in pratica i non optanti e gli optanti con esito negativo).
L’art. 2 dello scambio di note stabilisce che “ i periodi di assicurazione, di contribuzione e di lavoro compiuti prima del 1° maggio 1945 sotto la legislazione italiana in materia di assicurazione invalidità, vecchiaia e superstiti e di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dalle persone che hanno abitato nei territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia, sono presi in considerazione ai fini della liquidazione e del pagamento delle prestazioni:
dalle istituzioni d’assicurazione sociale italiane (INPS e INAIL) se si tratta di persone italiane;
dalle istituzioni di assicurazione sociale jugoslave se si tratta di persone jugoslave.
Con circolare n. 1500 Prs. del 02.08.61 l’INPS ha disatteso tali accordi equivocando il principio di separazione dei diritti sancito nello scambio di note ed interpretandolo nel senso che dovevano essere presi in considerazione “i periodi di assicurazione compiuti nei territori ceduti” e non “i periodi compiuti dalle persone che hanno abitato nei territori ceduti”. Così ha riconosciuto il diritto all’accreditamento figurativo del servizio militare prestato (ante 1.5.45) dagli ex abitanti dei territori ceduti divenuti cittadini jugoslavi in forza del Trattato di Pace perché ha artificiosamente escluso il servizio militare dall’applicazione dello Scambio di Note, considerandolo come servizio prestato per lo Stato italiano e quindi in territorio italiano, escluso dallo scambio di note secondo tale distorta interpretazione (che, si ripete, distingue arbitrariamente i periodi di assicurazione ecc. compiuti nei territori ceduti dagli altri periodi di assicurazione compiuti fuori dei territori ceduti). Invece, nello spirito degli accordi tutti i periodi di assicurazione (anche figurativa) compiuti dagli ex abitanti dei territori ceduti (in qualsiasi territorio) anteriormente al 1° maggio 1945 devono essere presi in carico dall’Italia se trattasi di persone italiane e dalla Jugoslavia se trattasi di persone jugoslave. Non vi è quindi spazio per un riconoscimento di contributi anteriori al 1° maggio 1945 a carico dell’assicurazione italiana per le “persone jugoslave” e cioè per coloro che erano divenuti cittadini jugoslavi. Tant’è vero che gli stessi Organismi assicuratori Jugoslavi, quando trasmettono l’estratto contributivo dei cittadini jugoslavi precisano che i periodi anteriori al 1° maggio 1945 sono a carico della Jugoslavia, come da Scambio di Note 02.05.59, art. 2, lettera b), anche se si tratta di periodi di lavoro compiuti da cittadini ex italiani, quando i territori erano sotto la sovranità italiana. Si è giunti così all’aberrante ingiustizia di negare il diritto a pensione per i periodi di lavoro effettuati nei territori ceduti dagli ex cittadini italiani emigrati in U.S.A. prima di poter esercitare il diritto di opzione (e quindi diventati automaticamente jugoslavi loro malgrado) e di liquidare invece una pensione italiana integrata al trattamento minimo a favore di cittadini jugoslavi infoibatori che avevano un foglio matricolare italiano, magari con poche settimane. Oppure si è riconosciuto il servizio militare prestato nel IX Corpus di Tito, valutato il doppio secondo la legge jugoslava, ad una persona che era disertore dall’esercito italiano ed aveva compiuto il massacro di Porzus (Toffanin Mario alias Giacca). Con tale distorta interpretazione l’INPS si è quindi predisposto ad accreditare i periodi di servizio militare anteriori al 1° maggio 1945 anche alle “persone jugoslave” individuate dalla Scambio di Note 05.02.59, che dovevano invece essere a totale carico degli Organismi assicuratori Jugoslavi. Tuttavia per l’accreditamento della contribuzione figurativa per servizio militare è necessario che vi sia almeno un contributo settimanale di assicurazione obbligatoria (art. 49 l. 153/69 e l. 1827/35), cioè di lavoro effettivamente prestato. Siccome per la quasi totalità dei casi trattati tale requisito non sussisteva perché non potevano far valere contribuzione effettiva in Italia, allora i sindacati hanno convinto il Ministero del Lavoro (Ministro in carica On.Tina Anselmi) che bisognava aggirare l’ostacolo mutuando dalla legislazione comunitaria fra i paesi membri della CEE in tema di assicurazioni sociali una norma che riguardava i lavoratori migranti e cioè la possibilità di tenere conto della contribuzione versata in uno qualsiasi dei paesi CEE , per appoggiarvi i contributi figurativi per servizio militare (art. 13, par.2, lettera D del regolamento CEE n. 1408/71). Tale errata interpretazione fu fornita all’INPS con circ. E I/37/81189 del 18.11.76 del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, Direzione Generale della Previdenza e Assistenza Sociale, che porta la firma del Sottosegretario Nino Cristofori (Ministro in carica On.Tina Anselmi). L’I.N.P.S. si adeguò prontamente, con circ. n. 1045 Ce.N.P.I. – n. 431 C. e V. del 17.05.77, ignorando il 3° comma dell’art. 2 della Convenzione bilaterale italo-jugoslava del 14.11.57 che espressamente escludeva l’applicabilità di Convenzioni internazionali stipulate con terzi Stati. Ottenuta quindi l’illegittima estensione dei Regolamenti CEE alla Convenzione italo-jugoslava, i Patronati di Assistenza Sociale (emanazione dei Sindacati, pagati dal Ministero del Lavoro proporzionalmente alle pratiche trattate con l’INPS) cominciarono a presentare migliaia di domande di pensione in convenzione italo-jugoslava di cittadini jugoslavi che avevano prestato servizio militare quando erano cittadini italiani. Nella maggior parte dei casi questi richiedenti si erano costituiti una posizione assicurativa jugoslava basata su semplice dichiarazione avallata da testimoni: sommando tale contribuzione jugoslava con quella ottenuta dall’accreditamento figurativo del servizio militare (art. 18 della Convenzione italo-jugoslava) maturavano 780 settimane (pari a 15 anni di assicurazione) ed il diritto alla pensione italiana integrata al trattamento minimo più 10 anni di arretrati, più interessi legali e rivalutazione monetaria sugli arretrati. Tutte queste precisazioni sono state oggetto di:
esposto alla Corte dei Conti del 2.11.90 presentato da G. Gambassini (Lista per Trieste) e On.Giulio Camber di Trieste; proposta di istituzione di Commissione di Inchiesta presentata il 29.06.94 dai Senatori R.Bosco, Visentini, Fontanini, Tabladini ed altri;
proposta di legge interpretativa n° 3429 del 16.11.95, presentata dall’On. Roberto Menia di A.N.;
esposto presentato alla Procura della Repubblica di Trieste, in data imprecisata, dallo storico Marco Pirina di Pordenone (Circolo Silentes Loquimur) sul quale lo scrivente è stato sentito per ben quattro volte dalla Polizia Giudiziaria di Trieste, come persona informata sui fatti, nel 1996 e nel 1997;
esposto al P.M. Giuseppe Pititto della Proc.della Rep. di Roma di data 17.02.97 presentato dal Sig. Paolo Biasutti, ex dipendente INPS di Udine, responsabile del Settore Convenzioni internazionali;
esposto alla Corte dei Conti per “danno erariale” provocato dalla circolare Cristofori, presentato nel 1998 dal Sig. Scialpi Vittorio, di Codroipo (UD), membro del Comitato Provinciale I.N.P.S. di Udine. Analogo esposto era stato precedentemente presentato dal Sig. Scialpi alla Procura della Repubblica di Roma.
Alla data del 31.12.93 lo stesso Presidente dell’INPS Mario Colombo relazionava al Senato che le domande accolte erano 27.700 per una spesa corrente riguardante il solo 1993 di 192,6 miliardi di lire. Considerando che le domande cominciarono a pervenire all’INPS nel 1985 e che gli arretrati erano corrisposti nell’ambito della prescrizione decennale, si calcola che al 31.12.90 si erano spesi 1.500 miliardi, 3.500 miliardi al 31.12.94, 3.930 miliardi al 31.12.1997. Lo scrivente è andato in pensione nel 1998 e non ha più seguito l’andamento della spesa.
- L'inchiesta di "Panorama" del 3 maggio 2001: "I vecchi boia svernano dietro l'angolo"
Di alcuni dei responsabili del massacro degli italiani si conoscono i nomi.
Ed alcuni di loro, in virtù dello zelo e dell’impegno dimostrato, sono stati ritenuti idonei ad incassare dallo Stato Italiano una pensione dell’INPS.
Ecco un sommario elenco:
Dal maggio 1945 al marzo 1946 Ciro Raner comandò il campo di concentramento di Borovnica in cui sono stati deportati oltre duemila italiani, in gran parte militari che si erano arresi. “Eravamo in fila con un scodellino per avere un mestolo d’acqua sporca e patate (…), quello davanti a me cercò per fame di raschiare il fondo della pentola. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che, dopo aver preso la mira, diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca“. Questo il racconto di Giovanni Prendonzani, sopravvissuto a Borovnica e ancora in vita a Trieste, città nella quale ha rilasciato la sua testimonianza ai Carabinieri. Sempre nel lager di Borovnica: ” Il 15 maggio 1945 due italiani lombardi per essersi allontanati duecento metri dal campo furono richiamati e martorizzati col seguente sistema: presi i due e avvicinati gomito a gomito li legarono con un fil di ferro fissato per i lobi delle orecchie precedentemente bucate a mezzo di un filo arroventato. Dopo averli in questo senso assicurati li caricavano di calci e di pugni fino a che i due si strapparono le orecchie. Come se ciò non bastasse furono adoperati come bersaglio per allenare il comandante e le drugarize (sentinelle, ndr) che colpirono i due con molti colpi di pistola lasciandoli freddi sul posto“. Questo racconto è riportato sul documento n. 62, archiviato nella stanza 30 al primo piano del ministero degli Affari Esteri e consegnato al giudice Pititto.
Pensione INPS:532.500 lire per tredici mensilità. 30 milioni circa di arretrati.
Nerino Gobbo, conosciuto come il comandante “Gino“, ricopriva l’incarico di commissario del popolo delle milizie di Tito, che con il IX Corpus avevano occupato il capoluogo giuliano il primo maggio 1945. Fino a metà giugno fu responsabile di Villa Segré di Trieste. Silvana Spagnol, membro del Comitato di liberazione nel capoluogo giuliano, denunciava agli alleati nel 1946 la scomparsa della professoressa di lettere del liceo Petrarca, Elena Pezzoli, membro della resistenza. “Il 20 maggio 1945, Elena Pezzoli era tradotta in macchina da agenti in borghese a Villa Segré, sede del commissariato del secondo settore dipendente dalla Difesa popolare (le milizie degli occupanti titini, ndr). (…) La Pezzoli fu torturata nella notte del 21 maggio e si sono uditi i lamenti e i rumori di cinghia (…). Il giorno 9 giugno la Pezzoli era scomparsa e con lei il comandante Gino, Nerino Gobbo“. Questo si legge nella denuncia acquisita dalla magistratura di Roma. Acquisita pure la sentenza del 17 gennaio 1948 della Corte d’Assise di Trieste, in cui i giudici scrivevano: “Dopo qualche giorno tutta la squadra si trasferiva à Villa Segré assumendo il nome di squadra volante (…), e passava alle dirette dipendenze del commissario del popolo, Gino, di nome Nerino Gobbo. (…) Come risultò dalle deposizioni dei testi tutti i detenuti venivano bastonati e seviziati, taluni costretti a bastonarsi a vicenda e persino a mettere la testa nel secchio delle feci”. Gobbo fu condannato in contumacia a 26 anni di reclusione.
dal primo maggio al 9 giugno 1945, il comandante “Boro“, alias Franco Pregelj fu il commissario politico del IX Corpus dell’esercito partigiano jugoslavo, che aveva occupato Gorizia. Dei 900 italiani deportati dal capoluogo Isontino, 665 non tornarono più a casa. Fra gli scomparsi anche Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti, entrambi esponenti del Comitato di Liberazione. “La mattina del 5 maggio 1945 furono invitati a salire su una macchina, sulla quale c’era anche il professor Mulitsch e il commissario Boro. Giunti in piazza della Vittoria il professor Mulitsch fu fatto scendere mentre la macchina proseguì verso il palazzo Coronini (comando del IX Corpus titino a Gorizia, N.d.R.). Da allora non sono più tornati”.Questo hanno denunciato i familiari di Sverzutti nel 1946 alla questura del capoluogo isontino. Emilio Mulitsch, responsabile del CLN di Gorizia, ha confermato la vicenda con una relazione conservata nell’Ufficio storico del PCI (documento 4004, pagg. 1-4, reg. C). Lo studioso pordenonese Marco Pirina ha trovato negli archivi sloveni i numeri di matricola di Sverzutti (n. 1728) e Olivi (n. 1799), deportati nel carcere di Lubiana, un ex manicomio. L’ultima registrazione del 30 dicembre 1945 indica che i prigionieri sono stati trasferiti verso “ignote destinazioni“. L’intera documentazione è nei fascicoli della Procura di Roma.
Sergio era il nome di battaglia di Sfiligoi, che dal 1944 al 1945 fu utilizzato come “deportatore” di italiani dal IX Corpus del Maresciallo Tito. “Il 29 aprile 1945 (…) Sfiligoi Giorgio prelevò, presso le proprie abitazioni le seguenti persone: Brurnat Marino, Bullo Giuseppe, Tavian Giovanni, Ronea Enrico, Gasparutti Rodolfo e Pascolat Francesco. All’insaputa del locale Comitato di liberazione furono trasferiti, la notte del 30 aprile a (…) Idria, ove furono consegnati ai partigiani sloveni. Il 1 maggio successivo (…) Mons. Angelo Magrini si recò in Idria, ove ottenne la liberazione dei catturati, i quali fecero ritorno a Cormons presso le loro abitazioni. Nella notte del 6 maggio 1945, i predetti sventurati furono nuovamente prelevati dallo Zulian Nerino, dal Marini Clodoveo e dallo Sfiligoi Giorgio e trasportati – a mezzo di un autocarro – a Caporetto e là consegnati allo Zulian Mario che li freddò“. Ciò è quanto si legge nell’esposto del commissariato di pubblica sicurezza di Cormons del 10 maggio 1949 acquisito agli atti.
Oscar Piskulic, detto “Zuti” (il giallo), fu dal 1943 al 1947 il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. L’avvocato Augusto Sinagra, che con la sua denuncia ha avviato l’inchiesta sul genocidio delle foibe, accusa proprio Piskulic e altri funzionari dell’Ozna, fra i quali gli italiani Norino Nalato e Giuseppe Domancich. Alla Procura di Roma sono stati consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine dei 1945. “I familiari di alcuni degli uccisi essendosi recati, spinti dall’angoscia, alla sede dell’Ozna a Fiume dove erano raccolti i cadaveri, avevano constatato che i funzionari a cui si erano rivolti erano i medesimi individui che erano penetrati nelle loro case per prelevare i congiunti poscia uccisi. (…) In tal modo l’uomo e la donna che avevano diretto il prelevamento dell’ex deputato della Costituente Sincich vennero identificati nel capo dell’Ozna Oscar Piskulic e nella sua amante (…)” si legge nella testimonianza di Luksic Lanini, membro del CLN di Fiume, consegnata alla Procura di Roma. Il figlio di Giuseppe Sincich, interrogato recentemente dal pubblico ministero Pititto, ha confermato le responsabilità di Piskulic sottolineando che suo padre “era un democratico, un economista, perseguitato dai fascisti, ma i democratici a quel tempo davano molto fastidio”.
l’8 settembre del 1943 l’esercito italiano era allo sbando su tutti i fronti. In Istria ne approfittarono i partigiani di Tito conquistando diverse cittadine. Ivan Motika ricopriva il ruolo di “giudice del popolo“, che decideva il destino degli italiani. “Il castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier generale dei partigiani di Tito, il cui luogotenente (…) era tale Ivan Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti “processi” del “Tribunale del Popolo“, presieduto dallo stesso Motika, che sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani. (…) Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio dell’estensore di questa testimonianza, imprigionati da Motika, n.d.r.) furono riportati alla luce da una cava di bauxite a Villa Bassotti. (…) “Erano nudi, le mani legate con il filo spinato ed erano stati tagliati i genitali e levati gli occhi. In tutto si ricuperarono 23 salme” così si legge nella deposizione alla Procura di Trieste di Leo Marzini, che racconta di aver incontrato in quei giorni tremendi, lo stesso Motika per chiedergli spiegazioni: “Non fece nulla per limitare le sue responsabilità e si limitò a dire che forse si era trattato di un errore“. La deposizione raccolta a Trieste è stata inviata alla Procura di Roma assieme ad altre testimonianze, fra le quali spicca quella di Nidia Cernecca che ricorda ancora il padre decapitato su ordine di Motika, soprannominato “il boia di Pisino”.
GIUSEPPE OSGNACCO
Pensione INPS: 569.750 lire per tredici mensilità, 30 milioni d’arretrati.
Giuseppe Osgnacco, detto “Josko“, ex sergente dell’esercito italiano, era il comandante militare della banda partigiana Beneska Ceta fin dal 13 agosto 1944. La formazione operò nelle Valli del Natisone con l’obiettivo dichiarato di annettere più territorio possibile della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Nel 1959 fu istruito un processo contro gli appartenenti alla Beneska Ceta, ma l’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti nel 1946 fece sì che fosse dichiarato il non luogo a procedere. Nella nuova inchiesta della Procura di Roma i reati di strage ai danni della popolazione italiana, con finalità di pulizia etnica, non possono andare in prescrizione. Le testimonianze raccolte da Giuseppe Vasi, un udinese che ha dedicato gran parte della sua vita a ricostruire i drammatici giorni della guerra sui confini orientali, sembrano confermare che la Beneska Ceta passava quasi sempre per le armi i prigionieri. “Sono state almeno 40 le persone ammazzate nei boschi circostanti le Valli del Natisone tra militari tedeschi, fascisti e anche civili”. Ma la sorte più ingrata toccò a due giovani carabinieri, secondo la testimonianza oculare di Giovanni Lurman consegnata alla Procura di Roma. ” I partigiani ordinarono loro di spogliarsi (…), li legarono mani e piedi e li spinsero nella buca (…).Loro piangevano dentro e più che buttavano terra e sassi si sentiva che urlavano” racconta il testimone che ammette di averli disseppelliti personalmente un mese dopo, all’arrivo delle truppe “alleate” (1945), riscontrando che almeno uno dei militari non aveva la pur minima ferita e quindi era morto dopo essere stato sepolto vivo.
nome di battaglia “Lampo“, Guido Glimich era, alla fine della guerra, il temuto capo della polizia segreta di Tito a Pisino nella penisola istriana. L’Associazione famiglie deportati in Jugoslavia aveva raccolto numerose dichiarazioni sulla sparizione degli italiani, poi consegnate alla questura di Gorizia. “Mio figlio Mechis Giovanni fu prelevato il 3/5/1945 dai partigiani titini (…). Con altri otto paesani furono interrogati da un funzionario dell’Ozna, Guido Climich (…). Circa il 25 o 28 maggio furono portati a Montona e racchiusi nelle carceri (…). Il 12 Giugno 1945 un folto gruppo di prigionieri fu prelevato di notte. (….) Pochissimi fecero ritorno e io non seppi più nulla di mio figlio” scriveva in uno stentato italiano Antonio Mechis il 25 giugno del 1949.
il generale Giovanni Semes, che occupò Zara il 31 ottobre 1944, era comandante militare della piazza e capo della polizia segreta di Tito nella zona. Il giornale croato “Narodni List” ha pubblicato, cinquant’anni dopo, il bando di fucilazione degli abitanti del quartiere di Borgo Erizzo e di altri zaratini. Ventinove italiani erano compresi nel bando firmato dal generale Giovanni Semes, ma altri “settantatrè non hanno avuto la fortuna di essere giudicati perché sono finiti nella fossa marina dell’isola Lavernata nell’arcipelago delle Coronarie” scrive Ivijca Matesie in un’inchiesta giornalistica, acquisita agli atti dal pubblico ministero. Lo studioso Marco Pirina ha segnalato alla Procura di Roma la relazione del secondo reparto della Regia Marina del 20 giugno1945, conservata presso l’archivio centrale dello Stato, che conferma questi tragici fatti imputabili al generale Semes.
Toffanin, nome di battaglia “Giacca“, è il responsabile della strage delle malga Porzus sui monti friulani. Fra l’8 il 13 febbraio del 1945 massacrò con i suoi uomini, tutti partigiani garibaldini rossi, 22 combattenti della Resistenza della brigata “Osoppo“, che si opponeva all’annessione alla Yugoslavia della Venezia Giulia. Nel 1957 Toffanin fu condannato all’ergastolo per l’eccidio di Porzus, ma si nascose prima in Yugoslavia e poi in Cecoslovacchia. Nel 1978 venne graziato dal presidente Pertini. La pensione Inps era la VOS 04908917: nonostante le sanguinose azioni anti-italiane, ha ricevuto 672.270 lire di pensione dall’Inps fino alla morte.
L'ISTITUTO SI DIFENDE : A NOI NON INTERESSA LA FEDINA
quindi per cortesia non scrivete commenti...grazie !
IL PROCESSO AI PRESUNTI INFOIBATORI
Il processo a Piskulic in nove punti.
In data 8.5.96 il P.M. Pititto presso il Tribunale di Roma chiedeva nei confronti dei cittadini croati Piskulic Oskar e Motika Ivan, indagati per l'uccisione di migliaia di cittadini italiani in Istria e Dalmazia, tra il 1943 ed il 1947, la misura cautelare della custodia in carcere. Evidenziava il P.M. che le risultanze acquisite, pur valutate all'ombra del lunghissimo tempo intercorso, chiaramente indicavano come migliaia di persone fossero state uccise non in nome di un ideale o per ragioni di guerra contro il nemico, ma solo perché erano cittadini italiani. Queste risultanze, proseguiva il P.M., portavano alla configurazione del delitto di genocidio, per la cui repressione era stata emanata dal legislatore italiano la legge 9 ottobre 1967, n.962, che, se pur successiva ai fatti in esame, non soffriva del principio della irretroattività della sua applicazione - problema che si proponeva per Motika Ivan - in quanto l'irretroattività trova la sua ratio nell'esigenza di consentire la punibilità di comportamenti che solo da quel momento vengono avvertiti come antigiuridici, ma non allorché si tratti di fatti che scardinano quei principi fondamentali, pregiuridici, che vengono considerati dalla coscienza umana come essenziali al vivere civile e che si risolvono nella tutela e nel rispetto della vita dell'uomo in quanto parte di un gruppo, nazionale, etnico, razziale o religioso che sia.
Quando un intero gruppo di persone viene distrutto solo per l'appartenenza ad una certa nazione, si è in presenza di un delitto contro l'umanità ed allora in questo caso la legge dell'uomo registra, non crea il delitto, ogni diversa conclusione essendo fondata solo su una concezione meramente formale del fatto-reato.
Del resto - osserva al riguardo il P.M. - l'art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, resa esecutiva in Italia con la legge del 4 agosto 1955, n.848, mitiga la portata dell'affermato principio, al comma 1, della irretroattività della norma incriminatrice, nazionale o internazionale che sia, prevedendo espressamente al comma 2 che ciò non potrà valere allorché si sia in presenza di una persona colpevole di un'azione o di una omissione che, nel momento in cui è stata commessa, era criminale secondo i princìpi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili.
Dunque, Motika Ivan è chiamato a rispondere del delitto di genocidio o, comunque, di fatti qualificabili come omicidio pluirimo pluriaggravato, avvenuti in Gimino e Pisino dopo l' 8 settembre 1943.
Con ordinanza 14.5.96 il G.I.P. respingeva la richiesta rilevando, in primis, la carenza di giurisdizione del giudice italiano, non rientrando i reati contestati nell'ambito di operatività dell'art. 6 c.p. ( n.d.r. : reati commessi su territorio nazionale ). Al riguardo, infatti, le sezioni unite della Cassazione, con sentenza 2 luglio 1949, Schwend, avevano statuito che i reati commessi su parte del territorio nazionale, successivamente ceduta al altro stato, devono considerarsi come commessi in territorio straniero, e ciò in forza del principio di diritto internazionale secondo cui la cessione del territorio opera un immediato trasferimento di sovranità, cui accede la giurisdizione. Né poteva essere condivisa la successiva e contraria pronuncia delle stesse sezioni unite, 24 novembre 1956, Salomone, sia per la particolarità del caso trattato - ipotesi di bigamia scaturita da un matrimonio celebrato in Pinzano d'Istria il 20 giugno 1950 - e per lo sviluppo dell'iter argomentativo, da cui risultava una portata contingente della massima e tale da non consentire l'automatica trasposizione ai fatti in questione.
Nel merito - proseguiva il G.I.P. - non poteva essere oggetto di contestazione il delitto di genocidio, in quanto introdotto nell'ordinamento italiano in epoca successiva a quella in cui i fatti risultavano, per l'accusa, essere stati commessi. Né poteva il principio dell'irretroattività della legge penale, sancito dal comma 2 dell'art. 25 della Costituzione, essere derogato dall'art. 7 comma 2 della Convenzione per la salvaguardi dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, in quanto tale norma mira a stabilire l'irrilevanza di ogni scriminante riconducibile alla pura “ragion di Stato” e quindi a consentire il perseguimento di crimini contro l'umanità che altrimenti resterebbero privi di sanzione anche dopo la scomparsa dei regimi che quei delitti hanno normativamente giustificato, in una prospettiva quindi del tutto diversa da quella delineata dal P.M. e consentendo detta norma agli Stati aderenti di individuare l' an e il quomodo dell'esercizio del potere punitivo anche in deroga al principio della irretroattività, l'unico precettivo.
In ogni caso - concludeva il G.I.P. - risalendo i fatti ad oltre 50 anni prima ed avendo gli indagati superato il 70° anno di età, la richiesta di applicazione della misura custodiale intramuraria andava respinta non sussistendo esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, tale non potendo considerarsi - come invece sostenuto dal P.M. - né la gravità del reato, elemento amorfo agli effetti cautelari, né la necessità di assicurare la disponibilità degli indagati allo Stato, non essendo questa esigenza di carattere processuale, ma un'impropria anticipazione della sentenza di condanna definitiva. Avverso tale ordinanza ha proposto appello il P.M. censurando in primis, il ritenuto difetto di giurisdizione.
Aggiornamento del 22 ottobre 2002: chiesto l'ergastolo per Piskulic Oskar in appello.
ROMA - Un omicidio scaturito da sentimenti di vendetta e di rappresaglia sullo sfondo di un odio etnico e di un'avversità nei confronti degli italiani. È su questi presupposti che la procura generale di Roma ha chiesto ieri (21 ottobre 2002 n.d.r.) la condanna all' ergastolo dell' ex capo della polizia politica jugoslava Piskulic Oskar, accusato di aver ucciso a Fiume, nel 1944, un autonomista italiano, Sergio Sincich. La pena è stata sollecitata in corte di assise di appello dal pg Giovanni Malerba nell'ambito del procedimento che ha preso spunto dall'inchiesta sulle Foibe, le cavità carsiche in cui le bande di Tito, tra il 1943 e il '47 massacrarono migliaia di italiani. Per l'omicidio Sincich, Piskulic, 80 anni, era stato amnistiato in primo grado in virtù di una norma del 1959 sui reati politici. Ma per il pg Malerba, quello di Sincich non può essere considerato un omicidio di natura politica, ma dettato da sentimenti antitaliani. Rancori, per il rappresentante dell'accusa, tuttora presenti nell'imputato la cui personalità non è neanche «meritevole del riconoscimento delle attenuanti generiche».
In primo grado Piskulic, che ha sempre negato gli addebiti e, in particolare, di essere stato il capo dell' allora polizia politica jugoslava (Ozna), era stato giudicato, e assolto, per gli omicidi di altri due autonomisti avvenuti sempre a Fiume: Nevio Skull e Mario Blasich. A ricorrere contro la sentenza di primo grado erano stati la procura generale e lo stesso difensore dell' imputato. Quest'ultimo punta ad una assoluzione anche per l'uccisione di Sincich. Ultimo di tre imputati ad essere rimasto in vita per alcuni delitti avvenuti negli anni Quaranta in concomitanza con le stragi di autonomisti italiani in Dalmazia e Croazia da parte delle bande di Tito, Piskulic, croato, è da tempo al centro di pronunce, pareri e sentenze da parte dell'autorità giudiziaria italiana. Il rinvio a giudizio fu disposto nel 1998 dopo che la Cassazione aveva annullato una precedente sentenza di non luogo a procedere basata sul presupposto che gli omicidi contestati agli imputati (oltre a Piskulic, Ivan Motika e Avijanka Margitic) fossero avvenuti in territori già passati alla Jugoslavia e, quindi, al di fuori della competenza della giustizia italiana.
Aggiornamento del 6 novembre 2002: la difesa di Piskulic ricusa la corte.
(ANSA) - TRIESTE, 6 NOV - L' avvocato Livio Bernot, difensore di Oskar Piskulic, imputato davanti alla Corte d' Assise di Appello di Roma nel cosiddetto processo delle foibe, cavita' carsiche nelle quali morirono, alla fine della seconda guerra mondiale, migliaia di persone, ha reso noto di avere presentato istanza di ricusazione nei confronti della Corte.
Aggiornamento del 28 marzo 2003: La Cassazione respinge l'istanza di ricusazione.
ROMA - Resta affidato ai giudici della Corte di Assise di Roma il processo a Piskulic Oscar, il croato accusato di omicidio nell'ambito dell'inchiesta sulle foibe. Lo ha deciso la Cassazione che ha respinto l'istanza con la quale il difensore dell'imputato, sulla base della legge Cirami, aveva ricusato i giudici, ritenendo che "abbiano manifestato indebitamente il convincimento sui fatti in oggetto". Piskulic Oscar deve rispondere in appello della morte di un autonomista italiano, Sergio Sinich, avvenuta a Fiume nel 1944. In primo grado Piskulic era stato assolto dall'accusa di aver ucciso altri due italiani.
Aggiornamento del 16 aprile 2003: la Corte d'assise d'appello impedisce di processare Piskulic.
Una beffa per quei 10mila italiani fatti uccidere da Tito. Perché un difetto di giurisdizione ha cancellato di colpo quasi 60 anni di denunce, ricerche e testimonianze. La corte d'assise d'appello di Roma ha negato all'Italia la possibilità di processare Oskar Piskulic, il cittadino croato di 80 anni accusato di aver ucciso a Fiume, nel 1944,l'autonomista italiano Sergio Sincich. Per i giudici romani, titolari dell'inchiesta sulle foibe, la competenza italiana è decaduta in quanto l'omicidio è stato compiuto in un territorio già passato sotto il controllo jugoslavo. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate tra 30 giorni, ma la decisione della Corte si rifà al precedente giudizio del 13 novembre '97 che aveva dichiarato l'incompetenza italiana a giudicare sui fatti. Piskulic, ritenuto dall'accusa il capo dell'Ozna, la polizia politica jugoslava, era stato rinviato a giudizio nel '98 sulla base delle denunce dei familiari delle vittime. Quell'anno, infatti, la Cassazione, annullando una precedente sentenza di non luogo a procedere, aveva affidato ai tribunali italiani la titolarità a giudicare sui fatti. Gli accertamenti riguardarono gli omicidi di Nevio Skull, Mario Blasich e Sergio Sincich, autonomisti italiani che operavano in Dalmazia e Croazia negli anni '40. L' 11 ottobre 2001 la sentenza di primo grado concesse l'amnistia a Piskulic (reato politico) per l'omicidio Sincich, assolvendolo per gli altri due delitti.
Una decisione contestata dal pm dell'epoca che aveva chiesto per il presunto capo dell'Ozna la condanna per concorso in omicidio plurimo continuato e aggravato. Per l'accusa, infatti, i delitti erano animati da sentimenti di vendetta e di rappresaglia figli dell'odio etnico contro gli italiani. Da qui l'impugnazione della sentenza e il ricorso in appello dove il sostituto procuratore generale, Giovanni Malerba, aveva chiesto l'ergastolo per Piskulic.
Contro la pronuncia della Corte si è espresso il deputato di An Roberto Menia: "Il difetto di giurisdizione grida vendetta. Appare sconcertante affermare che i fatti non sarebbero avvenuti in territorio italiano, posto che Fiume continuò a far parte dell'Italia fino al Trattato di pace del 10 febbraio '47 e che gli omicidi furono commessi a danno di italiani". Soddisfatta la difesa: "La pronuncia del difetto di giurisdizione annulla ogni possibilità di addebitare qualsiasi tipo di responsabilità penale a Piskulic". Ma la vicenda non è chiusa. L'avvocato Sinagra, legale di parte civile, ricorrerà in Cassazione.
Articolo riassuntivo dell'intera vicenda (tratto da "Libero" del 12 febbraio 2004).
ROMA - Si fa presto a definirla una storia infinita. Gli esuli istriani la ritengono la vergogna nella vergogna. E quella del mancato processo ai responsabili delle foibe, un processo che non si è fatto. Sul piano delle condanne penali non avrebbe prodotto tanti risultati, ma avrebbe dato una verità giuridica al genocidio contro oltre quindicimila italiani.
Il 16 aprile del 2003, meno di un anno fa, la Corte d' Assise d' Appello di Roma ha messo la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria che riguardava l'ultimo presunto responsabile ancora vivente. Per i giudici romani la competenza italiana è decaduta in quanto l'omicidio è stato compiuto in un territorio già passato sotto il controllo jugoslavo. Una decisione che ha ricalcato un'altra del 1997. Ora tutto è aggrappato all'esile filo del ricorso in Cassazione, la cui decisione verrà resa nota il 20 marzo.
La complessa vicenda giudiziaria era entrata nel vivo nel maggio del 1996 quando il p.m. presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pititto, chiese nei confronti dei cittadini croati Oskar Piskulic e Ivan Motika, indagati per l'uccisione di migliaia di cittadini italiani in Istria e Dalmazia, tra il 1943 ed il 1947, la misura cautelare della custodia in carcere. L' inchiesta di Pititto, magistrato coraggioso che aveva sfidato un santuario inviolabile, era partita nel 1994, a seguito di una circostanziata denuncia dell'avvocato Augusto Sinagra, che aveva raccolto testimonianze dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti.
Il magistrato motivava una richiesta così severa, nonostante fosse trascorso tanto tempo, col fatto che migliaia di persone fossero state uccise non in nome di un ideale o per ragioni di guerra contro il nemico, ma solo perché erano cittadini italiani. E questo faceva configurare il reato di genocidio, perseguito dalla legge italiana.
Oskar Piskulic, soprannominato "Zuti" (il giallo), fu dal 1943 a11947 il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. L' avvocato Augusto Sinagra accusava proprio Piskulic e altri funzionari dell'Ozna. Alla Procura di Roma furono consegnati 553 nomi di connazionali uccisi o scomparsi nel capoluogo quarnerino e dintorni, dal 3 maggio alla fine del1945.
Ivan Motika fu il presidente, invece, del "Tribunale del popolo" che decideva il destino degli italiani. Per comprendere il suo ruolo vale la pena leggere alcuni stralci della deposizione di Leo Marzini alla Procura di Trieste. "Il castello di Pisino era diventato in quei giorni prigione e quartier generale dei partigiani di Tito, il cui luogotenente (...) era tale Ivan Motika; nel castello si svolgevano i cosiddetti "processi", presieduti dallo stesso Motika, che sentenziava a decine o centinaia le condanne a morte degli italiani".Il 30 ottobre i resti dei due congiunti (padre e zio dell'estensore di questa testimonianza) furono riportati alla luce da una cava di bauxite a Villa Bassotti. Erano nudi, le mani legate con il filo spinato. Ai loro corpi erano stati tagliati i genitali e cavati gli occhi. In quel luogo si ricuperarono altre 23 salme". Oltre ai due c'era una terza persona inquisita, una donna, Avijanka Margitic.
Il g.i.p. non concesse l'arresto, in considerazione dell'età degli inquisiti (Motika morirà poco dopo). E sulle prime si ritenne che non fosse possibile celebrare questo stesso processo perché i luoghi dove erano avvenuti i fatti, ora, erano in territorio straniero. Ma Pititto non volle demordere, ricorse in Cassazione, ottenendo il riconoscimento delle sue tesi e il 5 maggio del 2000 cominciò il dibattimento, non per genocidio (questo tipo di reato non venne ritenuto sussistente), ma per omicidio plurimo dei leader autonomisti fiumani Nevio Skull, Mario Blasich e Giovanni Sincich.
In primo grado si concluse con l'assoluzione di Piskulic per l'omicidio di Skull e Blasich, mentre per l'assassinio di Giovanni Sincich venne riconosciuta l'amnistia. In appello, invece, tra rinvii di udienze e le solite difficoltà burocratiche della giustizia italiana, si era giunti, nell' ottobre del 2002, alla richiesta di ergastolo per Piskulic formulata dal procuratore generate Giovanni Malerba. I difensori del croato erano anche ricorsi alla famosa legge Cirami, quella sul legittimo sospetto, ricusando la Corte, istanza non accolta dalla Cassazione. Quindi, nell'aprile dello scorso anno, l'ultima decisione, che, sentenziando quello che in gergo tecnico si chiama "difetto di giurisdizione", chiuse il processo. Le motivazioni furono rese note a maggio e riguardavano la cessata giurisdizione italiana sui luoghi interessati. Una scelta, forse, tecnicamente fondata.
Questa è la cronistoria giuridica. Tuttavia, appare evidente che questo processo era un processo scomodo, al quale sono stati frapposti mille ostacoli. E soprattutto un processo sul quale i media hanno steso una coltre di silenzio. Se il problema giuridico è quello della competenza territoriale, perché l'Italia non pretende dalla Croazia, paese che aspira ad aderire all'Unione Europea, di processare i responsabili di allora? Questa domanda come altre resterà senza risposte...
Indiscrezioni raccolte dai giornalisti di "Libero": la Cassazione riaprirà il processo sulle foibe (tratto da "Libero" del 5 marzo 2004).
ROMA - La Corte di Cassazione riapre il processo sulle foibe. Questa è l'indiscrezione che trapela dal "Palazzaccio", anche se la decisione verrà formalizzata il prossimo 20 marzo. In termini tecnici la Prima sezione penale della Suprema Corte non dovrebbe convalidare la decisione con la quale la Corte di Assise di Appello di Roma aveva pronunciato la "cessata giurisdizione dell'autorità giudiziaria italiana" nei confronti di Oscar Piskulic, l'ottantenne croato che, nell'ambito dell'inchiesta sulle foibe era stato processato con l'accusa di aver ucciso a Fiume, nel 1944, l'attivista italiano Giuseppe Sincich.
La tragedia delle foibe proprio in questi giorni ha vissuto un altro momento significativo: l'altro ieri la Commissione affari costituzionali del Senato ha approvato il testo di legge, già passato alla Camera, con il quale si istituisce una Commissione parlamentare d'inchiesta sulle foibe. Martedì prossimo, sempre a palazzo Madama, il provvedimento approderà in aula per la discussione generale e la votazione. La previsione è che la legge passi e, quindi, si proceda alla formazione della relativa Commissione d'inchiesta. "Dopo anni di silenzio storico", afferma il relatore del provvedimento, il senatore di Alleanza nazionale Luciano Magnalbò, "ci è stata restituita la verità storica sulle foibe. Ma è una verità ancora incompleta rispetto alle proporzioni della tragedia, sulla quale è bene andare avanti".
Tuttavia, è la lunga e tortuosa vicenda giudiziaria quella che non riesce ad approdare a un risultato. Il 16 aprile del 2003, meno di un anno fa, la Corte d'Assise d'Appello di Roma aveva chiuso il procedimento nei confronti dell'ultimo presunto responsabile ancora vivente. Per i giudici romani la competenza italiana è decaduta in quanto l' omicidio è stato compiuto in un territorio già passato sotto il controllo jugoslavo, per questo avevano dichiarato quella che si definisce la "cessata giurisdizione dell'autorità giudiziaria italiana". Di tutta l'atroce vicenda delle foibe, trascorsi oltre cinquant'anni, era rimasta in piedi l'accusa per l'uccisione di tre autonomisti italiani di Fiume: Nevio Skull, Mario Blàsich e Giuseppe Sincich. Imputato principale, Oscar Piskulic, soprannominato "Zuti" (il giallo), che fu dal 1943 al 1947, con il grado di maggiore, il capo della temuta Ozna, la polizia segreta jugoslava a Fiume. Le tre vittime non erano fascisti contro i quali c'erano risentimenti e conti da regolare a fine guerra, tutt'altro. La sentenza della Prima Corte d'Assise di Roma li definisce "limpide figure di antifascisti perseguitati dal regime di Mussolini".
I fatti contestati a Piskulic furono commessi tra il 3 e il 4 maggio del 1945. L' Ozna era la polizia segreta di Tito, la sua sigla sta per Odjeljenia Bastite Naroda, "Organizzazione per la difesa della nazione". Nella sentenza di primo grado si afferma che " l'Ozna non poteva essere equiparata alle forze armate", ma ad essa fu "affidato il ruolo decisivo nell'epurazione ...". Non basta. Scrivono ancora i giudici: "L'Ozna, polizia politica segreta, era la longa manus" del Comitato centrale del Partito comunista di ispirazione titina. "Era portata", si legge, "a interpretare tale mandato nella maniera più radicale, provvedendo ad esempio ad un gran numero di liquidazioni sul posto". Il maresciallo Joseph Tito in un discorso ufficiale aveva esortato i suoi agenti: "Se l'Ozna mette il terrore nelle ossa dei nostri nemici, questo va a tutto vantaggio del nostro popolo".
L' 11 ottobre 2001 venne pronunciata la sentenza di primo grado (presidente Francesco Amato). Piskulic venne assolto, per non aver commesso il fatto, in relazione agli omicidi Blasich e Skull, mentre per l'omicidio di Giuseppe Sincich il reato venne dichiarato estinto per una vecchia amnistia del 1959. Ma nella sentenza Oskar Piskulic viene indicato come "il responsabile diretto dell'omicidio di Giuseppe Sincich". Non solo, nella sentenza scrive anche: "Va di conseguenza affermata la responsabilità di Piskulic per l'uccisione di Giuseppe Sincich, uccisione che trae la sua causale ultima dal rifiuto opposto dall'esponente autonomista di appoggiare le mire annessionistiche degli jugoslavi su Fiume". E ancora, a pagina 58, "la sua eliminazione rientrava in un preciso disegno ed era stata sinistramente preannunciata dalle minacce formulate dall'imputato".
Importante, infine, un altro passaggio del dispositivo dei giudici, quello richiamato a pagina 15, dove escludendo la possibilità per l'imputato di richiamare lo stato di guerra, si richiama la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che escluse lo stato di guerra per le SS tedesche, in quanto avevano compiti di persecuzione razziale e repressione. L' Ozna di Tito si è mossa allo stesso modo ed è pari alle famigerate formazioni naziste di Himmler.
Se il primo grado si era concluso con l'applicazione di una vecchia amnistia ma con il riconoscimento nei fatti delle responsabilità, in secondo grado, da parte della Prima Corte di Assise di Appello, c'è stata la pronuncia di cessata giurisdizione. In altre parole, dove è avvenuto il fatto non c'è più la competenza dello Stato italiano. Il procuratore generale aveva chiesto la condanna all'ergastolo.
Aggiornamento del 18 aprile 2004: per la Cassazione: "l'Italia non può giudicare Piskulic".
L'Italia non ha titolo, per difetto di giurisdizione, a giudicare Oskar Piskulic, il cittadino croato di 82 anni che, nell'ambito dell'inchiesta sulle foibe, era stato accusato di aver ucciso a Fiume, nel 1944, l' attivista italiano Giuseppe Sincich. La prima Sezione della Corte di Cassazione - a quanto si è saputo dal legale di Piskulic, Livio Bernot del Foro di Gorizia - ha rigettato ieri il ricorso presentato dalla parte civile contro la sentenza della Corte di Assise d' Appello di Roma, che il 15 aprile 2003 aveva pronunciato la "cessata giurisdizione dell'autorità giudiziaria italiana" nei confronti del cittadino croato
IL PROCESSO A PREGELJ
Archiviata l'inchiesta su 837 morti nelle foibe (tratto da "Il Gazzettino" dell'1/07/2005)
Nei 16 faldoni dell'indagine cominciata a Padova non ci sarebbero elementi per incriminare il titino Pregelj.
Non ci sono elementi idonei per portare davanti a un giudice l'ex commissario politico dell'esercito partigiano jugoslavo Franc Pregelj, ora ottantaseienne cittadino sloveno, con l'accusa dell'omicidio di 837 cittadini e militari italiani scomparsi nelle foibe a Gorizia fra il 14 maggio e il 15 giugno 1945: per questo, accogliendo la richiesta del pm Massimiliano Serpi, il gup di Bologna Pasquale Sibilia ha archiviato l'inchiesta.
Fra i 16 faldoni di un'indagine iniziata nel 1997 dalla Procura militare di Padova e i 12 contenitori con gli atti sulle vittime, la Procura emiliana non ha trovato elementi in grado di dimostrare la responsabilità nella catena di comando jugoslava di Pregelj, allora comandante «Boro»: di certo, fu una personalità di spicco, ma secondo il pm non c'è alcun elemento idoneo a dimostrare che fu sua la responsabilità della deportazione e dell'assassinio delle vittime. L'uomo, con rogatoria internazionale, è stato anche sentito dalle autorità slovene, ma ha spiegato che, in quel periodo, era il segretario del partito comunista sloveno a Gorizia. Un'altra rogatoria fu inoltrata per conoscere con precisione la catena di comando delle forze militari jugoslave, ma non è mai arrivata risposta.
La richiesta di archiviazione del pm Serpi è stata vistata anche dal Procuratore capo Enrico Di Nicola. A sessanta anni di distanza, l'indagine è stata ovviamente complessa: con tutti gli eventuali testimoni morti e la versione dei fatti arrivate solo de relato o affidata da resoconti dattiloscritti in clandestinità. Proprio in alcuni di questi si fa riferimento a un certo comandante «Boro», ma ci sono pure versione che indicano la stessa persona come alla base di alcune liberazioni di prigionieri detenuti in campi di concentramento.
L'inchiesta, scattata dalla denuncia di associazioni e centri che si occupavano delle foibe, era arrivata dalla Procura militare di Padova, dove parevano essere stati acquisiti risultati che sembravano preludere a una richiesta di rinvio a giudizio per Pregelj: una eccezione della difesa, accolta dalla Procura generale della Cassazione, aveva però portato il fascicolo alla giustizia ordinaria. Prima a Gorizia, ma visto che una delle vittime era padre di un magistrato che esercita lì, gli atti furono trasmessi ai colleghi bolognesi (competenti ad indagare quando sono coinvolti magistrati del Friuli Venezia Giulia). E la singola posizione si è portata dietro tutto il resto del fascicolo, visto che l'indagato doveva rispondere degli stessi fatti.
Altro materiale utile.
L'avvocato Randazzo, penalista, racconta dei tanti privilegi di cui godono gli assassini comunisti di Tito.
Intervista all'Avv. Randazzo: “Ecco perché il boia delle foibe prende la pensione dallo Stato italiano”.
“La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi”, questa frase di Solone (fondatore della democrazia ateniese, arconte che nel 594-593 avviò riforme, e primo poeta ad usare la lingua attica pregna d’omerismi) è stata scelta dall’avvocato Luciano Randazzo perché sintesi di quanto avverrebbe nelle procure italiane ed in ogni palazzo pubblico del potere. Così Randazzo (vice segretario politico di Italia Moderata) ha tenuto nel suo studio una conferenza stampa, per acclarare che sono stati archiviati gli esposti presentati contro di lui da Oskar Piskulic (tra i maggiori autori del genocidio delle Foibe). L’opinione lo ha intervistato.
Per 60 lungi anni hanno goduto di protezioni politiche italiana. E questo ha dato a Piskulic la sicumera sufficiente a pensare di poter chiedere all’ ordine degli avvocati di Roma misure punitive contro di me e l’avvocato Augusto Sinagra. E perché avremmo, secondo il partigiano titino Piskulic, vilipeso la Repubblica ed il governo italiano difendendo le vittime delle Foibe nell’udienza preliminare, tenutasi il 15 marzo 2000 innanzi ai giudici del tribunale di Roma Roberto Reali e Giuseppe Petitto. Di fatto Piskulic ed i suoi sodali sono assurti, in forza di certa propaganda comunista, ad eroi ed intoccabili, e non hanno sopportato che avessimo chiesto la loro incriminazione per il genocidio 30 mila istriani e per il conseguente esodo di oltre 300 mila italiani dalmati. Addirittura certi partiti politici e certe sigle sindacali li hanno spacciati per eroi della resistenza.
Che ai capi partigiani titini di nazionalità slava l’Italia paga laute pensioni, in alcuni casi sono corrisposte mensilmente e procapite pensioni di oltre 3000 euro, perché alcuni di loro sono stati spacciati come alti dirigenti in pensione d’un noto sindacato italiano. Piskulic la percepisce ancora lui personalmente, ma nei casi di decesso c’è stata una reversibilità della stessa a favore di giovani donne jugoslave sposatesi con gli infoibatori negli anni ’90.
- E l’ordine degli avvocati come s’è comportato?
Ha archiviato il procedimento a carico mio e dell’avvocato Sinagra, e perché i consiglieri dell’ordine hanno ben compreso quanto fosse fuori luogo l’accusa mossa dall’infoibatore. A quest’ultimo, tra l’altro, lo stato italiano ha pagato persino la difesa. Piskulic non è un caso isolato, negli ultimi anni non pochi brigatisti hanno gabbato lo stato italiano.
La signora Sabrina Pietrolongo è stata messa sotto i riflettori della trasmissione televisiva “Un giorno in pretura”, edizione dell’ 11 marzo 2004, ed il Garante per la protezione dei dati personali, in data 7 luglio 2005, ha censurato il programma di Rai Tre. Quindi ha intimato che le immagini relative alla mia assistita non siano nuovamente mandate in onda e, poi, ha inviato il provvedimento al Consiglio regionale e nazionale dell’Ordine dei giornalisti, perché vengano assunti provvedimenti contro il conduttore e gli autori. Questi ultimi hanno strumentalizzato il legame affettivo che c’era stato tra la mia cliente ed un imputato d’omicidio. Credo che in nessuna nazione civile sia consentito quest’uso spregiudicato della professione, e per dappiù da un canale pubblico.
PITITTO: un Pubblico Ministero coraggioso.
E' forse l'inchiesta più ostacolata e osteggiata nella storia giudiziaria italiana. Una pagina vergognosa che resta di monito alle generazioni future. E che dimostra come sia quasi impossibile e soprattutto pericoloso, in Italia, aprire, condurre e cercare di portare a termine, indagini e inchieste sgradite all'establishment politico di sinistra. Era il 1996 quando l'allora procuratore di Roma, Michele Coiro, consegnò nelle mani del p.m. Giuseppe Pititto, appena arrivato alla Procura di Roma, il fascicolo dell'inchiesta sulle foibe che il collega Gianfranco Mantelli aveva aperto dopo la denuncia dell'avvocato Sinagra. Da quel giorno il magistrato romano è finito al centro di una guerra non dichiarata con minacce di morte, tentativi di impedirgli di svolgere l'inchiesta, pressioni di ogni genere, anche istituzionali, denunce, campagne stampa aggressive e provvedimenti disciplinari poi archiviati. Un incredibile fuoco di sbarramento che ha rallentato prima l'inchiesta e poi il processo. E che ha finora impedito la condanna dei colpevoli di un genocidio - si parla di ventimila italiani morti - compiuto dai partigiani titini con tecniche feroci da film dell'orrore.
- Dottor Pititto, quand'è che iniziò a capire che la sua inchiesta avrebbe avuto vita difficile?
Quasi subito, non appena ho iniziato a compiere i primi atti si sono immediatamente prospettate le prime difficoltà. Comprendere che una inchiesta di questo genere potesse avere delle implicazioni, per così dire di natura politica, è stato contestuale alla presa di visione degli atti.
- Lei forse immaginava che questo le avrebbe procurato qualche grana.
Era immaginabile che accertare la verità su questi fatti potesse essere motivo di soddisfazione per i più e motivo, invece, di insoddisfazione e di rammarico per altri. Ma non mi preoccupai.
- Cosa le disse il procuratore Coiro quando le affidò questa inchiesta?
Mi chiese ovviamente di andare a fondo e di cercare chi fossero i responsabili. E mi sostenne poi nelle argomentazioni che io andai a portare al Procuratore generale il quale, invece, aveva dei dubbi sulla mia competenza.
- Che perplessità aveva il Pg?
Mi chiese in base a quali elementi io mi ritenessi competente a svolgere questa inchiesta e sostenne che, a suo avviso invece, era competente il procuratore della Repubblica di Trieste.
- L'intervento del Procuratore generale per chiedere delucidazioni in merito è una costante di tutte le inchieste?
Per quanto mi riguarda fu il primo e unico caso.
- Cosa disse al Pg?
Spiegai le mie ragioni. Per la verità più di una volta. Alla fine dovetti anche Interpellare il procuratore della Repubblica di Trieste. e, per iscritto, gli chiesi se condividesse la mia opinione sul fatto che il competente ero io. Il collega mi rispose affermativamente. Quindi, a questo punto la questione si chiuse.
- Quante volte fu costretto ad andare dal Procuratore generale?
Un paio dl volte.
- Proseguì così con l'inchiesta?
Si, anche se vi erano, naturalmente, delle difficoltà di natura oggettiva. Si andava ad indagare su fatti che risalivano ad oltre mezzo secolo prima. E natualmente fatti di questo genere si possono accertare o attraverso testimoni oppure attraverso documenti.
- Documenti lei ne aveva a disposizione?
Sul piano storico ce ne sono tantissimi. Ma quelli utili sui piano giudiziario, cioè per individuare chi fossero i responsabili di questo o quell'omicidio, erano ben pochi. Quanto ai testimoni non ve ne potevano essere molti. Tuttavia riuscimmo, attraverso la collaborazione della polizia giudIziaria, in particolare della Digos di Trieste, a raccogliere testimonianze e ad acquisire elementi che resero possibile una richiesta di rinvio a giudizio nel gennaio del 97 a carico di tre indagati, Motika Ivan, Piskulic Oskar, e Avianka Margitti.
- Dal momento in cui ci fu l'intervento dei Procuratore generale al momento in cui firmò la richiesta di rinvio a giudizio ci furono altri problemi, lei riscontrò altre pressioni, diciamo così, di carattere istituzionale?
No. Riscontrai, invece, una totale indifferenza istituzionale rispetto alle minacce di morte che mi giunsero da più parti e, soprattutto, rispetto alle dichiarazioni dei ministri degli Esteri della Slovenia e della Croazia i quali dichiararono che io stavo facendo una inchiesta per finalità politiche.
- I ministri del governo italiano non intervennero per tutelarla?
Che io sappia nessuno è intervenuto per dire che il pubblico ministero Pititto stava facendo ciò che era obbligato a fare. Ci fu certamente questa indifferenza.
- E arriviamo alla richiesta di rinvio a giudizio...
Si, nel gennaio del 91, finalmente, formulai questa richiesta nella quale, in particolare, segnalavo al gip, testualmente, le eccezionali esigenze di giustizia trattandosi di crimini che risalgono ad oltre mezzo secolo fa e attesa l'età degli indagati. Chiedevo, per questo, che l'udienza preliminare avesse luogo il più presto possibile...
- Andò così?
Per la verità no, perché all' udienza preliminare, il gup dichiarò il difetto di giurisdizione dei giudice italiano. Disse, in sostanza, che il giudice italiano non aveva giurisdizione a giudicare questi fatti perché i territori, su cui questi fatti si erano verificati, erano stati successivamente ceduti ad altro Stato.
- Quando furono compiuti i fatti però i territori erano italiani?
Certamente. Ed io infatti, a seguito di questa sentenza, dovetti fare il ricorso in Cassazione denunciando anzitutto la abnormità del provvedimento del giudice, perché era stato emesso a mio avviso in violazione delle nonne del codice di procedura penale, e sostenendo, poi, che bisognava tener conto del momento in cui i fatti si erano verificati. In quel momento i luoghi in cui i reati erano stati commessi, erano sotto la sovranità dello Stato italiano.
- Cosa accadde a quel punto?
La Cassazione accolse il mio primo motivo di ricorso, cioè disse che il provvedimento era abnorme perché era stato emesso in violazione delle norme che disciplinavano lo svolgimento dell'udienza preliminare e, tra le righe, rilevò che la questione della giurisdizione si poneva e le mie argomentazioni meritavano di essere approfondite e valutate in maniera adeguata.
- Quindi, in sostanza, diede torto al gip - mi sembra - Alberto Macchia.
Sì. La Cassazione annullò infatti il provvedimento del giudice Macchia e rinviò gli atti a me. Quindi, per la seconda volta, io formulai una richiesta di rinvio a giudizio.
- Che finisce sempre al giudice Macchia?
No, stavolta è il giudice Tortora. Che accoglie la mia richiesta e dispone il rinvio a giudizio degli imputati. Arriviamo così, finalmente, davanti alla Prima Corte d'Assise di Roma per l'udienza del 7 gennaio del 1999.
- Finalmente sta per partire il processo...
No, perché la Corte di Assise rileva e ritiene che il giudice Tortora non avesse regolarmente notificato l'avviso di fissazione dell'udienza preliminare agli imputati e quindi dichiara la nullità della notificazione e restituisce ancora una volta - e siamo alla seconda volta - gli atti a me. Io formulo la terza richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo, però, due degli imputati, Motika e la Avianka erano deceduti. E il processo finisce davanti ad un altro giudice, il dottor Reali, che, finalmente, dispone il rinvio a giudizio dell' unico imputato sopravvissuto, ossia del Piskulic.
Attualmente questo processo pende davanti alla Corte d'Assise.
- Lei che idea si è fatto di questa difficoltà che sono state frapposte?
lo debbo rilevare che se non ci fosse stata quella sentenza che dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice italiano, il processo sarebbe giunto a dibattimento molto prima. Naturalmente questo ha comportato un maggiore impiego di tempo.
- Lei parla di sorte come se fosse una serie di concatenazione, diciamo casuali, invece, mi sembra di capire, ci sono state argomenta zioni radicalmente smentite, poi, da diversi collegi.
lo rappresento i fatti poi se questi fatti siano concatenati o meno è una valutazione che lascio ad altri.
- Sinceramente non si è mai vista un'inchiesta così travagliata.
Travagliata anche per quello che direttamente mi ha riguardato. Per come è stata gestita la questione attinente alla mia sicurezza a seguito delle minacce che ho ricevuto.
- Lei ha avuto una scorta?
Per un certo periodo sono stato tutelato. Però poi si è verificato un fatto quanto meno strano.
L'udienza in Corte d'Assise era stata
fissata per il 7 gennaio del '99. Sussistevano rischi particolari per la mia incolumità e in ragione di ciò io confidavo che, nonostante tutto, alla vigilia della celebrazione del processo, le misure di sicurezza in atto sarebbero state rafforzate.
- Cosa che invece non accadde.
Non solo non accadde ma, molto stranamente, il 31dicembre del 98, cioè sette giorni prima dell' inizio del processo in Assise, cessò ogni misura di tutela a mio carico perché, mi dissero, non correvo più alcun pericolo.
- Questo sulla base di quale valutazione?
Non riesco ad immaginarlo perché è veramente strano che, proprio nel momento in cui il pericolo diveniva oggettivamente maggiore, lo si sia invece potuto ritenere come cessato. lo andai a fare il processo in Assise privato oramai di ogni tutela.
- Lei ebbe poi altre minacce?
No, ma subii un procedimento disciplinare per questa inchiesta.
- Cosa accadde?
L'inchiesta sulle foibe ha provocato, come si può immaginare, diverse reazioni. E ha indotto alcuni parlamentari a presentare numerose interpellanze e interrogazioni. Alcune di queste mi vennero trasmesse dall'allora procuratore della Repubblica, Coiro, con la richiesta di unirle agli atti. Cosa che io feci.
- Coiro glielo disse a voce?
No, lo scrisse. C'è un documento in proposito. Bene, il 21 novembre del '97, in mattinata, arrivò ad una persona della mia segreteria una telefonata in cui si diceva: "pubblico ministero, dottor Pititto, messaggio: lasci perdere le foibe, non si appelli altrimenti l'ammazziamo come un cane". Sostanzialmente mi si diceva di non impugnare la sentenza del giudice che dichiarava non doversi procedere per difetto di giurisdizione, altrimenti avrei fatto questa fine. Io invece feci ricorso e le cose andarono come andarono. Comunque feci fare una relazione di questa telefonata alla mia collaboratrice e la mandai al procuratore della Repubblica.
- Il dottor Coiro?
No, nel 97 era l' attuale procuratore della Repubblica, il dottor Secchione. Ad ogni modo non ottenni risposta. Però, incredibile a dirsi, lo stesso giorno ricevetti una lettera del procuratore che mi chiedeva conto del perché io avessi inserito nel fascicolo quelle interrogazioni.
- Il procuratore sapeva che Coiro le aveva chiesto di inserire queste interpellanze agli atti?
Risultava dal fascicolo. Comunque per aver inserito questi atti, che mi erano stati trasmessi proprio a tal fine, ho subito un procedimento disciplinare al Csm.
- Dove ha potuto dimostrare, lettera del procuratore alla mano, che in effetti tutto era in regola?
Infatti il Csm mi ha assolto.
- Quanto invece alle minacce ha mai più avuto risposta dal procuratore?
A seguito di quella relazione? No. Nulla.
- Ora, comunque, il processo è finalmente in Corte d'Assise. Sarà soddisfatto?
Si, certo. Ma è seguito da un altro pubblico ministero, non da me.
- Come mai questa scelta?
Non è stata una mia scelta, è stata un'istanza, accolta dal procuratore di Roma, del difensore dell'imputato il quale ha chiesto la mia sostituzione poiché io avevo iniziato una causa civile per diffamazione nei confronti dell'autrice e dall'editore di un libro sulle foibe in cui venivano espressi giudizi che a mio avviso erano offensivi della mia reputazione. E questo nonostante avessi scritto al Csm che ero disposto a rinunciare al giudizio a condizione che mi si lasciasse continuare a fare il pm. Ciò nonostante io sono stato, sostituito.
- Quindi alla fine sono riusciti ad estranearla dal processo.
- Qual è li bilancio a distanza di tanti anni dall'inizio di quell' inchiesta?
Posso dire di avere affrontato questa inchiesta tra difficoltà non lievi. Ma certamente il bilancio è positivo. Non bisogna guardare a quelle che sono state le mie vicende personali, anche le minacce e i pericoli che ho corso. L'importante, invece, è che oggi si sia davanti alla Corte d'Assise. Ai giovani dico di guardare ai risultati positivi per la società che si possono conseguire facendo il proprio dovere anche tra difficoltà forti. Io ritengo che questa inchiesta abbia contribuito - lo dico naturalmente senza alcuna presunzione sapendo che era il lavoro che dovevo fare, nulla di più - a illuminare una pagina tragica della nostra storia. Una pagina che è stata sempre tenuta nascosta.
Altra intervista a Pititto (di Simone Navarra).
La Giustizia, fatta di merito e scrupolosità, attenzione, a volte viene fermata per antipatia, voglia di rimozione. È il caso del magistrato Giuseppe Pititto nel processo che vede - o vedrà, o dovrebbe vedere - sul banco degli imputati il solo Oskar Piskulic, ma che dovrebbe accusare tutti coloro che per 55 anni non hanno indagato sui fatti delle foibe. Per primo sarebbe lo Stato italiano, i suoi troppi governi in tutto questo tempo, i professori di storia che scrivono i libri di testo facilmente dimentichi di quei luoghi e quelle date. Per ora il magistrato che per cinque anni ha provato a portare in aula questo pezzo di storia rischia di vedersi togliere l'inchiesta. Motivo? Il cittadino Giuseppe Pititto ha querelato - dunque in una causa civile - tal Claudia Cernigoi, autrice del libro "Operazione foibe a Trieste" in cui molte cose vengono messe in dubbio, a cominciare dall'operato del giudice Giuseppe Pititto. A difendere la Cernigoi è l'avvocato Livio Bernot, già difensore di Piskulic. Questo potrebbe ingenerare un conflitto, perciò provvedimento di revoca. Il magistrato precisa: "Oggi 27 giugno ho presentato il ricorso sull'illegittimità di quel provvedimento, se comunque non dovesse essere ammesso ho già detto: datemi il processo e vi darò la causa civile".
- In questo caso quanto è difficile fare il giudice?
Molto. A volte sembra che diventi un fatto eccezionale fare il proprio dovere. Per anni non s'è voluto fare niente. Quando abbiamo cominciato questo cammino nel 1995 non c'erano documenti ufficiali e abbiamo dovuto fare appelli attraverso i media per arrivare a delle testimonianze.
Poi nel 1997, quando presento la prima richiesta di rinvio a giudizio, mi si dice che i giudici italiani, visto che ormai quelle terre sono appartenenti a un altro paese, non possono decidere in merito. Perciò ricorro in Cassazione e i magistrati della suprema corte mi danno ragione. Si arriva alla prima udienza in corte d'Assise il 5 maggio del 2000 e finalmente viene fissata la data dell'inizio. Il 25 settembre.
-Proprio finalmente?
No, perché nel frattempo due dei tre imputati sono morti, e uno di questi - Ivan Motika - era il principale, visto che era un capo partigiano.
- Quale è il problema reale di fronte a percorsi di questo tipo? Così travagliati, quasi osteggiati da chi dovrebbe aiutare?
Si sente una forte crisi di legalità, nella quale troppe volte ci si sente soli, senza riferimenti. E questo comunque non accade solo per questa vicenda, anche nel procedimento sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin - di cui ho condotto tutte le indagini e che poi, prima di andare in dibattimento, mi è stato tolto - il percorso è stato simile.
-La politica non aiuta?
Le foibe sono un altro esempio di come la giustizia abbia precorso la politica, interessata il più delle volte a difendere o rappresentare i propri interessi e le proprie convenienze più che il desiderio e il sentimento delle persone.
Altro...(fonte: internet)
LIBERTA' E VITALIZI PER I RESPONSABILI DELLE STRAGI
NELLA VENEZIA GIULIA E DALMAZIA
A distanza di anni dalle stragi avvenute in Venezia Giulia e in Dalmazia, viene alla luce una realtà inimmaginabile. Infatti, numerosi autori responsabili di drammatici eventi avvenuti in quelle regioni, non solo sono in libertà, ma percepiscono dei vitalizi a fronte di contributi irrisori versati, dagli stessi, allo Stato.
Mario Toffanin - "Giacca" il suo nome di battaglia - ad esempio, si rese responsabile dei "Gap" nell’Alto Friuli: nel 1945, guidava il commando che, alla malga di Porzus, trucidò i partigiani bianchi della brigata Osoppo che si opponevano all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Processato in contumacia e, successivamente, condannato all’ergastolo, venne graziato dal Presidente Pertini e alla sua morte, avvenuta un paio di anni fa, si è scoperto che percepiva una pensione di quasi 700mila lire mensili, erogata dall’INPS a fronte di soli sette anni di contributi.
Franc Pregelj, residente in Slovenia, percepisce 600mila lire mensili per aver lavorato 75 settimane in Italia. Noto come "Boro" deportò circa 900 goriziani, dei quali 665 non fecero mai ritorno e, secondo Emilio Mulitsch - responsabile del Pci nel Cln di Gorizia - arrestò e fece sparire i membri del Cln, Licurgo Olivi e Augusto Sverzutti. Ciro Raner, poi, comandava il lager titino di Borovnica, che aveva tra i suoi internati circa tremila italiani e, secondo la testimonianza di un militare italiano lì prigioniero – Giovanni Predonzani – fu visto infliggere il colpo di grazia a un internato colpito da una guardia con una fucilata al torace, per aver raschiato il fondo della pentola.
Oggi Ciro Raner, residente in Croazia, percepisce un vitalizio di quasi 600mila lire, per sole 72 settimane di contributi pagati.
La stessa cifra è percepita da Giuseppe Osgnac, detto "Josko", noto membro della formazione partigiana filo-slava "Beneska Ceta" che, nelle Valli del Natisone e nella provincia di Gorizia, utilizzava sistemi sanguinari e terroristici per uccidere gli italiani che si opponevano all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia.
Infine, il "Comandante Gino" - Nerino Gobbo - vive in Slovenia dove incassa una pensione di oltre mezzo milione di lire. Era responsabile della "Villa Segrè" dove si incarceravano e torturavano i deportati e gli arrestati dai seguaci di Tito. La Corte di Assise di Trieste, il 17 gennaio 1948, lo condannò in contumacia a 26 anni di carcere, ma il carcere non lo ha mai visto e nessuno si è interessato a chiederne l’estradizione. Qualcun altro, invece, si è attivato per consentirgli di percepire un vitalizio a nostre spese.
FOIBE, MOTIKA MUORE PRIMA DEL PROCESSO
----------------------------------------------------------------- Uno dei due croati rinviati a giudizio Foibe, Motika muore prima del processo POLA (Croazia) - Il processo per i massacri delle foibe rischia di rimanere senza imputati. Secondo la stampa croata Oskar Piskulic sta facendo gli scongiuri: e' rimasto l'unico in vita tra coloro che il 7 gennaio saranno chiamati davanti alla Corte d'Assise di Roma per rispondere di quei crimini. Domenica all'ospedale di Pola e' morto Ivan Motika, il secondo dei tre imputati, a 91 anni. Alcuni mesi fa era deceduta Avijanka Margitic, 75 anni, compagna dello stesso Piskulic. Questi, 78 anni, sara' quindi il "Priebke jugoslavo" in un processo che avra' il medesimo valore simbolico: accusato di omicidio plurimo pluriaggravato, ben difficilmente si presentera' in aula ne' in futuro esisteranno le condizioni per estradarlo. Motika aveva fatto parte delle formazioni partigiane di Tito durante la seconda guerra mondiale. Il 15 settembre 1943, 7 giorni dopo la resa dell'Italia, era stato nominato presidente del tribunale popolare di Pisino, in Istria (oggi in Croazia), e anche in quella veste, secondo l'accusa che ora la sua morte ha estinto, sarebbe stato uno degli autori dei massacri delle Foibe: abissi caratteristici del Carso, tristemente noti per l'uso che ne fecero i partigiani jugoslavi durante e dopo la seconda guerra mondiale. Li' vennero gettati i cadaveri di migliaia di italiani, da 3 a 5 mila, fascisti e antifascisti e anche sloveni e croati, che si opponevano al disegno di annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia da parte di Tito: un disegno che prese corpo fin dall'immediato dopoguerra, quando le truppe jugoslave occuparono Trieste per 40 giorni.
(7 ottobre 1998) - Corriere della Sera
(tratto da internet-Corriere della sera 39/8/1996)
Parla Toffanin, il " garibaldino " squadrista di Tito responsabile della strage di Porzus nel 1945: furono assassinati 22 partigiani bianchi
" Io, pensionato delle Foibe, non mi pento "
Fece uccidere anche il fratello di Pasolini, una morte che imbarazza la sinistra...
Parla Toffanin, il "garibaldino" squadrista di Tito responsabile della strage di Porzus nel ' 45: furono assassinati 22 partigiani bianchi TITOLO: "Io, pensionato delle Foibe, non mi pento" Fece uccidere anche il fratello di Pasolini, una morte che imbarazza la sinistra - - -
SCOFJE (Capodistria) . "Pentito io? Via, giovanotto, non scherziamo. Io sono un comunista, sa? Onesto e tutto d' un pezzo. Sono stato squadrista di Tito, io, prima che quello si vendesse a Churchill e tradisse la causa. Cercai di uccidere Tito, organizzai trecento compagni per farlo, ma non ci riuscii. E pensare che avevo dormito con lui. La pensione italiana? Ne ho diritto e me la tengo, sono stato un combattente. Per quelle poche lire, poi...". Si lamenta, il comandante "Giacca" Mario Toffanin. Che diamine, lo Stato italiano avrebbe potuto essere piu' generoso verso di lui, ergastolano pluriomicida graziato da Pertini. Toffanin e' l' autore dell' eccidio di Malga Porzus, una delle pagine piu' nere della Resistenza, e oggi fra gli indagati dal pm romano Giuseppe Pititto per le Foibe. Fra l' 8 e il 13 febbraio ' 45, a capo di un gruppo di partigiani garibaldini "rossi", Toffanin ordino' ed esegui' il massacro di ventidue partigiani "bianchi" della Brigata Osoppo, fatti prigionieri nella Malga Porzus, sulle montagne friulane. Tra le vittime, il fratello maggiore di Pasolini. "Giacca" e i suoi volevano l' annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia e delle valli orientali udinesi. I partigiani della "Osoppo" difendevano l' italianita' delle terre. Fu una strage segnata da orribili sevizie, per la quale Toffanin e i compagni furono condannati all' ergastolo. Nel ' 78 la grazia di Pertini. Oggi Toffanin, 84 anni ben portati, e' fra i trentamila sloveni e croati che percepiscono le "pensioni in regalo", su cui Pititto ha appena aperto una seconda inchiesta: nel suo caso 670 mila lire al mese, di cui 30 mila per meriti militari. Proprio ieri il magistrato ha fatto sapere che nel giro di un mese e mezzo preparera' le richieste di rinvio a giudizio per i massacri. Fra gli imputati, probabilmente, ci sara' anche lui. "Paura? Ma figuriamoci. Se Pititto mi chiama e mi paga il viaggio io ci vado, a Roma. Non ho niente da nascondere. Ma tanto lo so, che e' tutta una manovra fascista", dice nella sua casa di Scofje. Raccontavano che fosse sparito, abbandonata la residenza di Capodistria, che si fosse nascosto per le minacce. Invece vive tranquillamente a cinquecento metri dal confine italiano, da dove scende con regolarita' a Trieste per incontrare il figlio e fare lo shopping. Ottenne la pensione per aver lavorato tredici anni ai Cantieri di Trieste e per tre mesi di servizio militare nel ' 40. Poi si fece riformare, riparo' in Jugoslavia e capeggio' i partigiani. I quattro anni di guerra gli son valsi otto anni contributivi e la pensione jugoslava, e al tempo stesso parte di quella italiana. "Se non avessi ammazzato io "Bolla" (Francesco De Gregori, zio dell' omonimo nipote cantautore, ndr) e gli altri, mi avrebbero ucciso loro. Si erano venduti ai nazisti. La sua famiglia riceve una pensione inferiore alla mia? Tanto sono ricchissimi". Ieri, nel frattempo, il consigliere napoletano di An, Alfonso Bernardini, ha iniziato una raccolta di firme per chiedere all' Inps la restituzione delle pensioni indebite. E il senatore leghista Antonio Serena ha ripresentato una proposta di legge per interrompere i pagamenti.