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Timestamp: 2018-08-18 04:16:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 56', 'art. 1', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 10']

Novità fiscali del 24 agosto 2011 tra cui addizionale IRPEF e salvadeficit | Commercialista Telematico
Novità fiscali del 24 agosto 2011 tra cui addizionale IRPEF e salvadeficit
1) Anticipata la manovrabilità dell’addizionale regionale IRPEF
2) Facoltà di modificare l’addizionale comunale IRPEF: Cessazione della sospensione
3) Disciplina dell’imposta provinciale di trascrizione: Possibile riduzione dell’onere della manovra posto a carico degli enti territoriali
4) Garanzia dello Stato in favore della società prevista per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro
5) Calciatori e manovra anticrisi: Le società calcistiche non devono il contributo di solidarietà
Il D.L. 13 agosto 2011, n. 138, contenente “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 188 del 13 agosto, è stato presentato per la conversione il giorno medesimo al Senato (Atto Senato 2887) ed è stato assegnato il 17 agosto per l’esame in sede referente alla Commissione Bilancio, nonché della Commissione parlamentare per le questioni regionali.
Il comma 10 dell’art. 1 reca modifiche all’art. 6, commi 1 e 2, del D.Lgs. n. 68 del 2011 al fine di anticipare, all’anno 2012, la possibilità per le regioni di apportare modifiche all’aliquota di base dell’addizionale regionale all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF).
L’Ufficio studi del servizio del Senato (dossier del 20 agosto 2011) ricorda che l’art. 6 del Decreto Legislativo n. 68 del 2011 reca disposizioni in materia di addizionale regionale all’IRPEF disciplinando, in particolare, il potere attribuito alle regioni a statuto ordinario di apportare modifiche nell’ambito dell’autonomia ad esse riconosciuta.
Il comma 1 stabilisce, in primo luogo, la misura dell’aliquota di base dell’addizionale regionale IRPEF e, in secondo luogo, attribuisce alle regioni a statuto ordinario la facoltà di modificarla.
L’aliquota di base viene fissata in misura pari allo 0,905; tale aliquota opera sino alla rideterminazione effettuata con il DPCM da emanare entro il 26 maggio 2012 ai sensi dell’art. 2, comma 1, dello stesso provvedimento.
Il comma 2 si occupa invece delle maggiorazioni di aliquote deliberate dalle regioni prima del 27 maggio 2011 (data di entrata in vigore del decreto n. 68 del 2011).
Pertanto, per effetto della norma in esame a decorrere dall’anno 2012 (anziché
dal 2013 come stabilito dal testo previgente) le regioni a statuto ordinario possono, con propria legge, modificare la misura dell’aliquota di base.
In caso di maggiorazione l’incremento non può essere superiore:
a) allo 0,50%, per gli anni 2012 e 2013 (anziché per il solo 2013);
b) all’1,10%, per l’anno 2014;
c) al 2,10%, a decorrere dall’anno 2015.
Rimangono confermate fino al 31 dicembre 2011 (anziché fino al 31 dicembre
2012) le maggiorazioni di aliquote deliberate dalle regioni prima del 27 maggio
2011, ferma restando la facoltà di provvedere ad una loro eventuale riduzione.
Il D.L. 13 agosto 2011, n. 138, contenente “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 188 del 13 agosto, è in corso di conversione in Parlamento.
Il comma 11 dell’art. 1 prevede la cessazione della sospensione del potere posto in capo ai comuni di estendere ovvero di aumentare l’addizionale comunale all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), disponendo, altresì, l’abrogazione dell’art. 5 del Decreto Legislativo n. 23 del 2011.
In particolare, la norma in esame al Senato dispone la disapplicazione, a decorrere dall’anno 2012, della sospensione prevista dall’art. 1, comma 7, del D.L. n. 93 del 2008 (e confermata dall’art. 1, comma 123, della Legge n. 220 del 2010), con riferimento all’addizionale comunale all’IRPEF di cui al D.Lgs. n. 360 del 1998.
Come è noto l’art. 1, comma 7, del D.L. n. 93 del 2008 ha stabilito che fino alla definizione dei contenuti del nuovo patto di stabilità interno, in funzione della attuazione del federalismo fiscale, è sospeso il potere delle regioni e degli enti locali di deliberare aumenti dei tributi, delle addizionali, delle aliquote ovvero delle maggiorazioni di aliquote di tributi ad essi attribuiti con legge dello Stato.
Per quanto concerne l’addizionale comunale IRPEF, essa è stata introdotta, con
decorrenza 1999, dal D.Lgs. n. 360 del 1998.
L’art. 1 del suddetto decreto attribuisce ai comuni il potere di modificare l’aliquota d’imposta, con apposito regolamento, in misura complessivamente non superiore allo 0,8%.
Su tale potere è intervenuta la legge finanziaria 2003 che, al fine di non contrastare la manovra introdotta con la medesima legge finanziaria tendente a non elevare la pressione fiscale, ha disposto il blocco del potere comunale di incrementare l’aliquota dell’addizionale IRPEF.
La disposizione è stata oggetto di proroghe, da ultimo, dalla legge di stabilità per il 2011 (art. 1, c. 123) ai sensi della quale “resta confermata, fino all’attuazione del federalismo fiscale, la sospensione del potere delle regioni e degli enti locali di deliberare aumenti” delle addizionali.
In deroga al blocco è ammesso l’incremento dell’addizionale IRPEF nel solo Comune di Roma al fine di fronteggiare le esigenze finanziarie relative al piano di rientro di Roma Capitale.
La norma in esame del Senato dispone, di conseguenza, l’abrogazione dell’art. 5 del Decreto Legislativo n. 23 del 2011, con il quale è stata prevista una graduale cessazione del blocco in materia di facoltà di modifica dell’addizionale comunale IRPEF, facendo salve tuttavia le deliberazioni dei comuni già adottate nella vigenza dello stesso articolo.
Nello specifico, la norma soppressa rinvia ad un decreto regolamentare per l’individuazione delle modalità relative al graduale sblocco del potere dei comuni di istituire o incrementare l’aliquota dell’addizionale IRPEF.
Il decreto deve essere adottato su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze e d’intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore.
Qualora il decreto non risulti adottato entro il richiamato termine, lo sblocco opera automaticamente in favore dei comuni che non hanno istituito l’imposta ovvero in favore dei comuni che applicano un’aliquota inferiore allo 0,4%. Tali comuni possono incrementare fino ad un massimo di 0,2 punti percentuali annui la misura dell’aliquota applicata entro un limite massimo, per i primi due anni, pari allo 0,4%.
L’articolo stabilisce, infine, che le deliberazioni di incremento dell’addizionale comunale IRPEF per l’anno 2011 non rilevano ai fini della determinazione dell’acconto d’imposta dovuto entro il 30 novembre 2011.
I primi due periodi del comma 12 dell’art. 1 prevedono la possibilità di ridurre le misure previste a carico degli enti territoriali dal nuovo patto di stabilità interno per effetto delle maggiori entrate di cui all’art. 7 del presente provvedimento.
I periodi successivi intervengono, invece, sulla disciplina dell’imposta provinciale di trascrizione (IPT) stabilendo che sia soppressa a decorrere dall’entrata in vigore della legge di conversione del testo in esame la misura della tariffa concernente l’IPT per gli atti soggetti ad IVA, e che, per i medesimi atti, la misura dell’IPT sia determinata secondo quanto previsto dalla stessa tabella per gli atti non soggetti ad IVA.
Più in dettaglio, i primi due periodi del comma12 prevedono la possibilità che l’importo della manovra a carico degli enti territoriali prevista dal comma 8 dell’articolo in esame per l’anno 2012 possa essere complessivamente ridotto di un importo fino al 50% delle maggiori entrate previste dall’art. 7, comma 6 dello stesso testo.
Detta riduzione verrà ripartita tra i comparti interessati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con la Conferenza unificata.
Il comma 8 del decreto in esame prevede il concorso delle autonomie territoriali alla manovra di finanza pubblica per ulteriori 6.000 milioni di euro per l’anno 2012 e 3.200 milioni di euro per l’anno 2013, ripartiti in maniera differenziata tra regioni a statuto ordinario, regioni a statuto speciale e province autonome di Trento e di Bolzano, province e comuni con popolazione superiore ai 5.000 abitanti.
Inoltre, l’art. 7 del decreto in esame prevede un’estensione dell’addizionale IRES prevista dall’articolo 81, commi da 16 a 18, del D.L. n. 112 del 2008 posta a carico dei soggetti con un volume di ricavi superiore a 10 milioni di euro in dipendenza dell’andamento dell’economia e dell’impatto dell’aumento dei prezzi e delle tariffe del settore energetico, nonché un aumento di quattro punti percentuali di tale addizionale per gli anni d’imposta 2011-2013.
Il comma 6 dell’art. 7 prevede che dall’attuazione dello stesso articolo derivino maggiori entrate non inferiori a 1.800 milioni di euro per l’anno 2012 e a 900 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014.
I periodi dal terzo al quinto del comma 12 prevedono invece che, relativamente all’imposta provinciale di trascrizione, la soppressione della misura della tariffa per gli atti soggetti ad IVA – prevista dall’art. 17, comma 6, del Decreto Legislativo n. 68 del 2011, nella tabella allegata al decreto ministeriale n. 435 del 1998 – acquisti efficacia dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
Tale soppressione è efficace anche in assenza del decreto ministeriale previsto dal citato art. 17, comma 6.
Per tali atti soggetti ad IVA, le misure dell’IPT sono pertanto determinate secondo quanto previsto per gli atti non soggetti ad IVA.
Si ricorda che il comma 6 dell’art. 17 del Decreto Legislativo n. 68 del 2011 ha stabilito che, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sono modificate le misure dell’IPT in modo tale da:
a) sopprimere la previsione specifica relativa alla tariffa per gli atti soggetti a IVA;
b) conseguentemente, rideterminare la relativa misura dell’imposta secondo i criteri vigenti per gli atti non soggetti ad IVA.
Pertanto la norma in esame fa venir meno la necessità di procedere alla emanazione del decreto ministeriale previsto dal predetto art. 17, comma 6.
Infine si prevede che, sempre a decorrere dall’entrata in vigore della legge di
conversione, le province percepiscano le somme dell’IPT loro spettanti di conseguenza.
Si ricorda peraltro che l’IPT è dovuta alla provincia per la maggior parte delle richieste presentate al pubblico registro automobilistico.
Secondo l’art. 56 del D.Lgs. n. 446 del 1997 le province possono, con regolamento, istituire l’imposta provinciale sulle formalità di trascrizione, iscrizione e annotazione dei veicoli richieste al pubblico registro automobilistico, avente competenza nel proprio territorio.
L’imposta è dovuta per ciascun veicolo al momento della richiesta della formalità.
Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze è stabilita la misura dell’imposta provinciale di trascrizione per tipo e potenza dei veicoli.
Le province possono deliberare di aumentare l’importo stabilito dal ministero fino ad un massimo del 30%.
Con il D. M. 27 novembre 1998, n. 435 è stato emanato il regolamento che ha
determinato le misure dell’imposta provinciale di trascrizione secondo apposita tariffa.
La tabella allegata al suddetto decreto ministeriale prevede, per gli atti soggetti a IVA, che l’IPT sia dovuta in misura fissa per l’importo 150,81 euro.
Come ricordato dalla Relazione tecnica la modifica della disciplina dell’IPT per la tassazione degli atti soggetti ad IVA, il cui trattamento fiscale verrà equiparato a quello previsto per gli atti non soggetti ad IVA, comporterà il passaggio dal pagamento di una tariffa in somma fissa (150,81 euro) a quello di una tariffa modulata sulla base delle caratteristiche di potenza e portata dei veicoli soggetti ad immatricolazione con conseguente incremento di gettito a livello provinciale.
La disposizione recata dal comma in esame è sostanzialmente attuativa di quanto già previsto dal Decreto Legislativo n. 68 del 2011.
Il comma 15 dell’art. 1 è diretto ad ampliare le ipotesi di prestazione della garanzia da parte dello Stato in favore della società – prevista dall’art. 17, comma 1, del decreto-legge n. 78 del 201031 – che dovrà essere costituita insieme agli altri Stati membri dell’area euro per la salvaguardia della stabilità finanziari dell’euro.
In particolare, il comma in esame interviene con una novella all’art. 17, comma 2, del D.L. n. 78 del 2010, con il quale si autorizza il Ministro dell’economia e delle finanze a concedere la garanzia dello Stato sulle passività della società che, ai sensi del comma precedente, dovrà essere costituita insieme agli altri Stati membri dell’area euro per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro.
Per effetto delle modifiche apportate viene precisato che:
– le suddette passività possono essere non solo “emesse” ma anche “contratte” al fine di costituire la provvista finanziaria necessaria per la concessione dei prestiti;
– tali passività possono essere emesse o contratte sia per concedere prestiti sia “per altre forme di assistenza finanziaria” agli Stati membri dell’area euro.
In generale, il comma 1 dell’art. 17 del D.L. n. 78 del 2010 ha autorizzato il Ministero dell’economia e delle finanze ad assicurare la partecipazione dell’Italia, per una spesa massima di 20 milioni di euro per l’anno 2010, al capitale sociale della società che dovrà essere costituita insieme agli altri Stati membri dell’area euro per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro, in
conformità con le conclusioni del Consiglio dell’Unione europea del 9-10 maggio 2010.
Il comma 2 – nel testo previgente alla modifica introdotta dal testo in esame – ha pertanto autorizzato il Ministro dell’economia e delle finanze a concedere la garanzia dello Stato sulle passività della suddetta società dirette a costituire la provvista finanziaria per la concessione di prestiti agli Stati dell’area euro.
A copertura degli eventuali oneri, che presentano una natura eccezionale, si provvede con emissione di titoli di Stato a medio-lungo termine, analogamente a quanto previsto dall’art. 2, comma 2, del D.L. n. 67 del 2010.
Sul motivo per cui il contributo di solidarietà non sia dovuto dalle società di calcio, la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro ha dedicato il parere n. 17 del 18 agosto 2011.
I contenuti del D.L. 138/2011, con cui, come è noto, sono state approvate alla vigilia di Ferragosto le misure necessarie a fronteggiare la crisi dei mercati, hanno aperto un acceso dibattito anche nel mondo del calcio.
Il motivo della disputa apertasi tra società e calciatori nasce dalla reciproca mancanza di volontà di accollarsi il nuovo onere.
Situazione ibrida e non usuale nella gestione degli altri rapporti di lavoro, ma ormai il mondo del calcio ci ha abituato a certe digressioni giuridiche che nulla hanno a che vedere con il diritto del lavoro.
Dunque, la disputa esistente non è tale in quanto a livello giuridico la situazione non presenta margini di dubbio.
Secondo la citata Fondazione studi sono i calciatori a dovere versare il contributo di solidarietà e non le società.
La relazione tecnica di accompagnamento all’art. 2 del D.L. 138/2011 del 13 agosto 2011, già entrato in vigore, stabilisce che per fronteggiare la situazione dell’attuale crisi economica di portata internazionale e al fine di realizzare gli obiettivi di finanza pubblica che sono stati concordati in sede europea, la norma introduce – per il periodo che va dal 2011 e fino al 2013, in deroga all’articolo 3 dello Statuto del contribuente – un contributo di solidarietà a carico dei contribuenti con reddito complessivo superiore a 90.000 euro annui.
In particolare, il comma 1 dell’articolo 2 stabilisce che il predetto contributo è dovuto dalle persone fisiche ed è calcolato sull’ammontare del reddito complessivo di cui all’articolo 8 del TUIR dalle stesse prodotto nell’anno di riferimento.
La misura percentuale del contributo da applicare al reddito complessivo è pari al 5% della parte eccedente 90.000 euro e fino a 150.000 euro e al 10 per cento sulla parte di reddito che eccede 150.000 euro.
Il medesimo comma 1 prevede, inoltre, la deducibilità – ai sensi dell’art. 10 del citato TUIR, del contributo di solidarietà che, pertanto, riduce il reddito complessivo ai fini della determinazione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle relative addizionali regionale e comunale.
La natura del contributo di solidarietà
Si tratta di un “contributo a carico dei contribuenti” e quindi dei calciatori che percepiscono il reddito.
Pertanto occorre distinguere due rapporti: il primo, tra contribuenti e fisco; il secondo, tra calciatore e società.
E’ il contribuente che deve pagare il contributo per espressa previsione della legge.
Peraltro, il contributo può essere deducibile dal reddito complessivo che gli stessi calciatori dichiarano al fisco italiano. Caratteristica che differenzia in modo assoluto il contributo dall’Irpef.
Viene poi precisato che il contributo non è dovuto solo sul reddito che il calciatore percepisce dalla società, ma esso va calcolato sull’intera ricchezza prodotta dal calciatore derivante anche da introiti indiretti come, ad esempio, i redditi di fabbricati e/o di sponsorizzazioni.
Altro aspetto è il rapporto contrattuale tra società e calciatore e la modalità
con cui è stata scritta la clausola economica.
Si possono verificare sostanzialmente tre casi:
a – Se le parti , pur avendo concordato una somma netta da erogare, hanno redatto un contratto indicando la rispettiva somma lorda; in tal caso il contributo rimane a carico del calciatore;
b – Ad analoghe conclusioni si giunge se il contratto indica un corrispettivo sia lordo che netto, poiché la somma netta normalmente viene riportata solo a titolo indicativo e non sostanziale;
– Se invece, il contratto sottoscritto indica solo una somma netta da erogare, va analizzato caso per caso se tale somma netta è stata individuata esclusivamente depurando le imposte e non di altri oneri.
Infatti, il contributo di solidarietà assume natura straordinaria che le parti sicuramente non avevano previsto in sede di sottoscrizione dell’accordo e quindi, se ne deve far carico il contribuente che percepisce la somma.
Solo nel caso in cui la norma avesse qualificato il contributo come un’aggiunta di aliquota all’Irpef (opzione possibile), si sarebbe potuta prospettare l’imposizione in capo alla società calcistica.
Dunque, potrebbe trovare diversa valutazione il singolo contratto che regoli la posizione individuale di ogni calciatore ove lo stesso preveda la disciplina specifica di eventualità come quella in discorso. In tal caso sarà quella clausola a determinare l’assetto delle parti.
Caso contrario, che vige per la stragrande maggioranza dei contratti stipulati tra società di calcio e giocatori, si applicano le regole generali sopra descritte che assegnano al calciatore l’onere di corrispondere all’erario il contributo di solidarietà.
(Fondazione studi Consulenti del lavoro, parere n. 17 del 18 agosto 2011)