Source: http://astratto.info/sezione-quarta.html
Timestamp: 2018-12-12 09:30:23+00:00
Document Index: 130547672

Matched Legal Cases: ['§ 1', '§ 2', 'art. 2232', '§ 4', 'art. 10', '§ 5', '§ 1', 'art. 2082', 'art. 2082', 'art. 631', 'art. 3', 'art. 2082', 'art. 55', 'art. 1', 'art. 2082']

Sommario: § 1. La nozione d’impresa. – 1. La relatività della nozione d’impresa. – 2. L’impresa quale attività produttiva triplicemente qualificata. – 3. Segue: la professionalità. – 4. Segue: l’organizzazione. – 5. Segue: l’economicità. – 6. La completezza della nozione di impresa. – § 2. Le categorie di impresa. – 1. L’impresa come fenomeno produttivo di portata generale e la sua rilevanza normativa. – 2. L’impresa agricola. – 3. La piccola impresa. – 4. Segue: la piccola impresa nella legge fallimentare. – 5. Segue: il problema dell’impresa artigiana. – 6. L’impresa commerciale. – 7. Le implicazioni della natura dell’organizzazione dell’impresa sulla disciplina applicabile. – 7.1 Segue: l’impresa pubblica. – 7.2. Segue: l’impresa privata. – 7.3 Segue: l’impresa sociale. – §. 3. L’impresa e le professioni intellettuali. – 1. Il rapporto tra impresa e professioni intellettuali. – 2. L’art. 2232 c.c. Conclusioni. – 3. Le tendenze a favore dell’assimilazione dei due fenomeni sul piano della fattispecie. La nozione comunitaria di impresa. – § 4. L’inizio e la fine dell’impresa. – I. L’inizio dell’impresa. – 1. Il criterio di effettività. Le operazioni di organizzazione. – II. La fine dell’impresa. 1. Il criterio di effettività. Le operazioni di liquidazione. – 2. La cancellazione dal registro delle imprese. La decorrenza degli effetti ex art. 10 l. fall. (rinvio). – § 5. L’imputazione dell’impresa. – I. Il criterio di imputazione. – 1. La mancanza di un esplicito criterio di imputazione: la soluzione interpretativa. – 2. L’impresa dell’incapace. – II. I casi problematici di imputazione. – 1. I casi di imputazione incerta. – 2. Segue: il criterio della spendita del nome (o formalista). – 3. Segue: il criterio dell’interesse perseguito (o sostanzialista). La teoria dell’imprenditore occulto. – 4. Le conclusioni in ordine all’imputazione dell’impresa.
§ 1. La nozione d’impresa.
Letteratura: Angelici, Diritto commerciale, I, Roma-Bari, 2002; Ascarelli, Corso di diritto commerciale. Introduzione e teoria dell’impresa3, Milano, 1962; Afferni, Gli atti di organizzazione e la figura giuridica dell’imprenditore, Milano, 1973; Asquini, Profili dell’impresa, in Riv. dir. comm., 1943, I, 135; Bigiavi, La professionalità dell’imprenditore, Padova, 1948; Bracco, L’impresa nel sistema del diritto commerciale, Padova, 1960; Buonocore, L’impresa, in Tr. Buonocore, sez. I, tomo 2.1, 2002; Bonfante-Cottino, L’imprenditore, in Tr. Cottino, I, 2001; Capo, La piccola impresa, in Tr. Buonocore, sez. I, tomo 2.III, 2002; Casanova, Impresa e azienda, in Tr. Vassalli, X, 1, 1974; Cavazzuti, voce Rischio d’impresa, in Enc. dir., III aggiornam., 1999, 1093; Cetra, L’impresa collettiva non societaria, Torino, 2003; Corsi, Diritto dell’impresa2, Milano, 2003; De Martini, Corso di diritto commerciale, I, Parte generale, Milano, 1983; Ferri, Delle imprese soggette a registrazione. Art. 2188-22462, in Comm. Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1968; Ferro-Luzzi, L’impresa, in L’impresa, a cura di Libonati-Ferro-Luzzi, Milano, 1985, 8; Id., Lezioni di diritto bancario2, I, Parte generale, Torino, 2004; Fanelli, Introduzione alla teoria giuridica dell’impresa, Milano, 1950; Franceschelli, Imprese e imprenditori3, Milano, 1972; Galgano, L’imprenditore, in Tr. Galgano, II, 1978, 3; Genovese, La nozione giuridica dell’imprenditore, Padova, 1990; Ghidini, Lineamenti del diritto dell’impresa2, Milano, 1978; Gliozzi, L’imprenditore commerciale. Saggi sui limiti del formalismo giuridico, Bologna, 1998; Jaeger, La nozione d’impresa dal codice allo statuto, Milano, 1985; Loffredo, Economicità e impresa, Torino, 1999; Marasà, Contratti associativi e impresa, Padova, 1995; Minervini, L’imprenditore. Fattispecie e statuti, Napoli, 1966; Mossa, Trattato del nuovo diritto commerciale secondo il codice civile del 1942, I, Il libro del lavoro. L’impresa corporativa, Milano, 1942; Nigro, Imprese commerciali e imprese soggette a registrazione, in Tr. Rescigno2, XV, 1**, 2001, 595; Oppo, Scritti giuridici, I, Diritto dell’impresa, Padova, 1992; Piras, Nuove forme di organizzazione dell’attività di impresa, in Giur. comm., 1980, I, 70; Ravà, La nozione giuridica di impresa, Milano, 1949; Rivolta, Gli atti di impresa, in Le ragioni del diritto. Studi in onore di Mengoni, II, Diritto del lavoro – Diritto commerciale, Milano, 1995, 1615; Romagnoli, L’impresa agricola, in Tr. Rescigno2, XV, 1**, 2001, 233; Spada, Note sull’argomentazione giuridica in tema di impresa, in Giust. civ., 1980, 2270; Id., voce Impresa, in Digesto delle materie privatistiche. Sezione commerciale4, Torino, 1992, 32; Id., Diritto commerciale, I, Parte generale. Storia, lessico, istituti2, Padova, 2009; Tanzi, Godimento del bene produttivo e impresa, Milano, 1998; Terranova, L’impresa nel sistema del diritto commerciale, in Riv. dir. comm., 2009, I, 1.
Nell’iniziare un manuale universitario di diritto positivo, qual è senz’altro un manuale di diritto commerciale, sembra opportuno partire dall’individuazione della fattispecie, cioè del destinatario o referente dell’esperienza normativa che ne rappresenta l’oggetto.
In quest’ottica, è evidente che la fattispecie dev’essere ricercata e/o inferita guardando al corpo di norme che contengono la relativa esperienza. E accingendoci alla loro identificazione, giova subito constatare che nell’ordinamento giuridico italiano – a differenza di altri – tali norme – quanto meno per la parte più importante che sarà oggetto di trattazione in questa sede – sono contenute, non già in un codice di commercio (cioè, in una legge organica tematicamente uniforme), bensì nel codice civile (cioè, in una legge organica tematicamente molteplice) e, esattamente, nel libro V (intitolato Del lavoro). Più in particolare, la parte che interessa comincia dal titolo II (intitolato Del lavoro nell’impresa), che si apre con l’art. 2082 (rubricato Imprenditore), che recita: “è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”.
Stando al tenore letterale dell’art. 2082, la conclusione che se ne dovrebbe trarre è di riconoscere il presupposto di vertice dell’esperienza normativa riguardata nella figura di un soggetto, ossia nell’imprenditore1. Del resto, una siffatta conclusione apparirebbe pienamente in linea con la struttura del testo normativo che racchiude il diritto commerciale. Ed invero, tale testo, contenendo perlopiù la regolamentazione giuridica dei rapporti tra persone, presenta una struttura antropocentrica, atteso che non può non essere un soggetto (l’uomo) l’a priori del sistema giuridico dei privati. Basti ricordare che il soggetto entra nel sistema giuridico-privatistico con due qualità fondamentali, idoneità, cioè capacità generali: la capacità giuridica e la capacità di agire. La prima come capacità all’imputazione, alla titolarità di situazioni giuridiche soggettive, situazioni di supremazia o subordinazione rispetto agli altri uomini, del suo interesse alle cose, cioè ai beni della vita, beni che sono il termine oggettivo dei suoi comportamenti leciti o doverosi. La seconda come capacità all’azione, a tutela dei suoi interessi, che si realizza con l’atto di autoregolamentazione degli stessi, producendo la modifica delle situazioni soggettive di cui è titolare2. Ed è agevole constatare come il soggetto sia al centro di tutto il sistema di valori che informa il materiale normativo contenuto nei primi quattro libri del codice civile, non a caso collocabile nelle «aree» appena ricordate: dalle norme sul singolo e sulla sua famiglia (contenute nel libro I intitolato Delle persone e della famiglia) a quelle sui comportamenti leciti o dovuti rispetto al referente oggettivo costituito dai beni (contenute nel libro III intitolato Della proprietà); a quelle, ancora, sul potere di disporre dei propri interessi patrimoniali culminanti nell’atto di autonomia negoziale (contenute nel libro IV intitolato Delle obbligazioni); a quelle, infine, sulle successioni per causa di morte (contenute nel libro II intitolato Delle successioni)3.
Tuttavia, è stato dimostrato ormai da tempo che la suddetta conclusione è senz’altro inesatta, atteso che non è un soggetto, appunto l’imprenditore, il punto dal quale muove e si sviluppa il diritto commerciale, in funzione delle sue caratteristiche e delle sue esigenze4.
Probabilmente, bisogna risalire agli albori dell’esperienza normativa considerata per riscontrare una regolamentazione strutturata su base soggettiva. Infatti, tale esperienza nasce su impulso della casta dei mercanti, che si era fatta istante della pretesa di approntare un diritto, che risultasse per molti versi speciale e derogatorio rispetto al diritto dei privati: ad un diritto, cioè, che, in quanto incentrato sul riconoscimento e sulla tutela della proprietà, era incapace di adattarsi alle esigenze connaturate alle iniziative da questi poste in essere: iniziative finalizzate a far circolare (e non invece a conservare) qualcosa o a produrre qualcosa da vendere (e non invece da consumare). Sicché, il diritto dei mercanti, proprio in quanto diritto speciale e derogatorio rispetto al diritto comune, era destinato esclusivamente nei confronti dei soggetti che appartenevano alla casta dei mercanti (le corporazioni), ed era quindi subordinato ad una qualifica soggettiva, precisamente la qualifica di mercante, che si conseguiva con l’ingresso nelle corporazioni: ingresso riservato a coloro che svolgevano le arti e i mestieri per professione abituale e formalizzato attraverso una dichiarazione solenne di adesione (la professio) sigillata dall’iscrizione nella matricola mercatorum.
Con il passare del tempo, man mano, cioè, che l’economia mercantile e produttiva diventa centrale nella vita sociale, viene meno tuttavia la ragione per la quale il diritto dei mercanti doveva essere considerato diritto derogatorio rispetto al diritto statale. In particolare, si prende atto che il diritto dei mercanti è anzitutto il diritto dei traffici mercantili, cioè un diritto approntato per le esigenze e le caratteristiche di questi ultimi e dei diversi interessi che sono sollecitati e coinvolti, cercando di trovare il giusto equilibrio tra gli stessi. Ed infatti, progressivamente, il materiale normativo prodotto nei periodi precedenti dalle corporazioni – che via via divengono parte integrante dell’ordinamento – viene consolidato in testi scritti che assumono la veste di atti sovrani.
Per di più, in seguito alla rivoluzione francese e, segnatamente, all’abolizione del generale divieto all’esercizio del commercio e delle produzioni e la speculare introduzione del principio di libertà di tali iniziative, l’applicazione del relativo diritto resta subordinato inequivocabilmente al concreto svolgimento del fenomeno produttivo, cioè di un fenomeno riconducibile alla – e, quindi, coincidente con la – descrizione dello stesso fatta dal dato normativo in termini generali e astratti5.
In altre parole, il diritto dei mercanti passa dall’essere un diritto organizzato su base soggettiva ad un diritto organizzato su base oggettiva; da un diritto di una categoria di soggetti, finalizzato a riconoscere e tutelare le relative esigenze, ad un diritto di un fenomeno commerciale e produttivo, finalizzato a disciplinare il suo svolgimento ed a contemperare i diversi interessi coinvolti. Pertanto, il suo presupposto di vertice non è più rappresentato dall’appartenenza ad una certa categoria soggettiva o da una qualifica formale attribuita ad un soggetto ma dallo stesso fenomeno commerciale e produttivo, descritto in termini oggettivi dal dato normativo come modello comportamentale. Cosa che avviene sin dalla prima legge organica, rappresentata dal Code de commerce del 1807, dove il fenomeno testé menzionato viene descritto come acte de commerce (art. 631)6.
Peraltro, il Code de commerce ha influenzato anche le legislazioni di altri paesi, tra le quali la legislazione italiana: a partire dal codice di commercio del 1865 (artt. 2 e 3), per poi passare al codice di commercio del 1882 (art. 3), fino ad arrivare al codice civile del 1942 (art. 2082)7.
Ed invero, la norma di apertura dell’esperienza normativa riguardata definisce, più che l’imprenditore, il fenomeno che l’imprenditore pone in essere, in modo, però, da isolarlo idealmente da esso. Cioè, descrive in termini oggettivi un suo comportamento, che si sostanzia in un un’attività, qualificata come produttiva, a sua volta triplicemente qualificata dai requisiti di organizzazione, professionalità ed economicità, che prende il nome di impresa. Il che al fine di rendere l’impresa per il diritto commerciale ciò che è il soggetto per il diritto privato, ossia di collocare l’impresa al vertice del sistema del diritto commerciale ed assumere la stessa quale referente della disciplina corrispondente, che verrà illustrata a cominciare dalla successiva parte seconda.
Infatti, come sarà agevole constatare, il dato normativo appronta la disciplina proprio muovendo dall’impresa, come attività oggettivamente considerata: disciplina che allora è la disciplina dell’impresa. Si noterà che tale disciplina è dettata in funzione delle caratteristiche e delle peculiarità proprie dell’impresa, risentendo della circostanza che l’impresa si vada o meno ad insediare in un contesto caratterizzato dall’autonomia patrimoniale. In particolare, essa stabilisce le regole comportamentali alle quali occorre attenersi nello svolgimento dell’impresa, in modo da pervenire ad un giusto equilibrio o contemperamento tra i diversi interessi dall’impresa sono coinvolti, nel suo interno (titolare, soci) e nei rapporti esterni che da essa hanno origine (creditori e, per certi aspetti, lavoratori, destinatari della produzione), risolvendo, cioè, eventuali situazioni di conflitto8.
Si coglie allora l’importanza di un esame particolarmente attento della definizione che il dato normativo dà dell’impresa, per comprendere qual è il fenomeno produttivo rilevante per il diritto. Infatti, la definizione di impresa costituisce il riferimento generale e astratto, capace di selezionare i diversi fenomeni produttivi che hanno riscontro nella realtà, individuando quali tra tali fenomeni produttivi hanno dignità giuridica di impresa e, di conseguenza, devono essere assoggettati alla disciplina pensata per l’impresa. In particolare, si tratta di rapportare alla descrizione generale e astratta del fenomeno imprenditoriale il fenomeno che si è verificato in concreto, al fine di accertare se c’è o meno coincidenza: nel primo caso (e non nel secondo) applicando a tale fenomeno (che allora si qualifica come impresa) la disciplina predisposta per lo stesso (cioè dell’impresa).
Peraltro, in quest’ottica, è anche evidente che il manifestarsi di un fenomeno qualificabile in termini di impresa può essere considerato la condizione in grado di sollecitare la disciplina dell’impresa. In altre parole, al ricorrere di un tale fenomeno viene sollecitata e conseguentemente resa operativa la disciplina che ne stabilisce le modalità di attuazione e svolgimento.
Qui di seguito ci si soffermerà allora sull’analisi esegetica della norma che contempla la nozione di impresa, cioè sulla definizione normativa dell’impresa, terminata la quale si dimostrerà come una tale definizione debba considerarsi esaustiva, cioè insuscettibile di essere arricchita di ulteriori elementi (generalmente espressione di profili decisionali o intenzionali del soggetto che pone in essere il fenomeno sottostante) non contemplati dalla norma definitoria.
1. La relatività della nozione d’impresa.
Conviene sin da subito precisare che la nozione di impresa oggetto di studio in questa sede non rappresenta l’unica nozione di impresa contemplata dall’ordinamento. Essa è soltanto una delle nozioni, in particolare la nozione che serve a determinare in termini generali e astratti quali sono i fenomeni che devono essere assoggettati al corpo di norme che nel loro insieme costituiscono lo statuto delle attività produttive qualificabili come imprese. Pertanto, si tratta di una nozione relativa, cioè funzionale alla individuazione del fenomeno destinatario dello statuto testé menzionato, che costituisce la parte più importante dell’esperienza normativa che per tradizione storicamente consolidata si suole contrassegnare con l’espressione diritto commerciale9.
Una nozione diversa o, quanto meno parzialmente diversa, la si può riscontrare al vertice di altre esperienze normative.
A titolo di esempio, possiamo ricordare la nozione elaborata dalla giurisprudenza comunitaria (specialmente, dalla Corte di Giustizia), diretta ad individuare i fenomeni produttivi congrui rispetto all’applicazione della disciplina dell’impresa contenuta nei testi normativi comunitari e, in particolare, nel Trattato di funzionamento dell’Unione europea (artt. 101 ss.), con riguardo ai quali i requisiti qualificativi richiesti dalla nozione che sarà oggetto di attenzione in questa sede o non sono necessari (la professionalità o l’organizzazione) o assumono un significato diverso (l’economicità)10. O ancora la nozione contenuta nell’art. 55 t.u.i.r. (= d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917), finalizzata ad individuare i fenomeni produttivi idonei a produrre redditi da assoggettare al regime di imposizione dei redditi di impresa (artt. 56 ss. t.u.i.r.), con riguardo ai quali non sono necessari alcuni dei requisiti qualificativi richiesti dalla nozione oggetto di attenzione in questa sede (l’organizzazione)11.
Ci sono poi delle nozioni che rappresentano delle specificazioni della nozione che viene in considerazione ai nostri fini: in tali nozioni vengono messi in rilievo, con un significativo grado di dettaglio, alcuni aspetti necessariamente trascurati dalla nozione che qui interessa. In particolare, il riferimento è alle nozioni di impresa bancaria (artt. 10 e 11 t.u.b.) e di impresa di investimento (art. 1, comma 1°, lett. f-h, t.u.f.), poste al vertice della disciplina bancaria e finanziaria12.
In definitiva, possiamo senz’altro affermare che la nozione di impresa è una nozione a geometria variabile, che cambia in funzione della disciplina che deve trovare applicazione e, quindi, delle esigenze e della tipologia di interessi sottostanti alla specifica disciplina.
2. L’impresa quale attività produttiva triplicemente qualificata.
Passando all’esame della nozione di impresa che qui interessa, conviene muovere dal rilievo che l’art. 2082 descrive l’impresa in termini di attività e la qualifica, poi, come produttiva.
L’attività può essere immaginata come un modello comportamentale costituito da tanti singoli comportamenti, che rilevano sul piano normativo, non in quanto tali (pur potendo presentare ognuno di essi attitudine ad essere regolato sul piano giuridico), bensì nel loro insieme (cioè, come accadimento considerato unitariamente)13. E ciò in ragione del fatto che essi rappresentano una sequenza coordinata strutturalmente e funzionalmente, ossia teleologicamente orientata rispetto al raggiungimento di un determinato scopo (o risultato programmato).
L’attività si presta ad essere qualificata a seconda della natura del suo scopo (o risultato che mira a raggiungere). Sicché, atteso che qui interessa l’attività produttiva, la relativa sequenza comportamentale dev’essere orientata al perseguimento di un risultato socialmente riconoscibile come produttivo. Ciò significa che tale sequenza dev’essere rivolta a produrre un’utilità che prima non c’era, quindi ad incrementare il livello di ricchezza complessiva rispetto allo status quo ante. E ciò attraverso lo scambio di beni o la produzione di beni e servizi. Pertanto, nel primo caso, consentendo con lo scambio una diversa composizione dei panieri individuali; nel secondo, rendendo disponibile un bene o un servizio attraverso un procedimento di trasformazione fisico-tecnica di materie prime o trasferendo un bene in un luogo diverso da quello originario (o di produzione) o conservando un bene (magari custodendo il bene nel luogo di produzione) fino al momento in cui lo stesso non formerà oggetto di richiesta sul mercato.
Se allora soltanto i fenomeni che si presentano nella forma dell’attività produttiva interessano in questa sede, si può sin da subito individuare un primo gruppo di fenomeni estranei dai nostri interessi: i fenomeni che si presentano nella forma dell’attività non produttiva, ossia l’attività di godimento. Essa può essere immaginata come una sequenza di comportamenti finalizzati ad un risultato non produttivo, vale a dire a trarre le utilità d’uso o di scambio di qualcosa che già si ha, pertanto senza dar luogo ad alcun incremento di ricchezza preesistente. In altre parole, si tratta del modo attraverso il quale si concretizza essenzialmente l’esercizio del diritto soggettivo su un certo bene14.
Tuttavia, giova subito precisare che la distinzione tra l’attività produttiva e l’attività di godimento è agevole solo in teoria, cogliendosi essenzialmente sul piano dell’orientamento teleologico dei segmenti comportamentali da cui sono costituite: a seconda, cioè, che il risultato perseguito possa essere apprezzato come creazione di nuova utilità o meno. Non è però sempre agevole distinguere in concreto quando abbiamo a che fare con il primo o il secondo tipo di fenomeno. È indubitabile che si tratta di attività di godimento allorché il proprietario di un immobile lo abiti o lo dia in affitto a terzi (utilità d’uso) oppure lo ceda sul mercato (utilità di scambio). Ed è parimenti indubitabile che si tratta di attività produttiva allorché il medesimo proprietario utilizzi l’immobile per farci un albergo o un residence (produzione di servizi). Ma la qualificazione del fenomeno diventa meno certa allorché sempre lo stesso proprietario affitta le singole camere dell’immobile, ciò in quanto non è chiaro se in un tale comportamento prevale il fine dello sfruttamento delle utilità d’uso proprie dell’immobile ovvero il fine della creazione di un servizio connesso con l’affitto delle camere15.
Peraltro, il discorso diventa ancora più complesso quando il comportamento si appunta su un bene c.d. produttivo (in senso stretto), vale a dire su un bene che per sua naturale inclinazione consenta di trarre le sue utilità d’uso in forma produttiva (come ad esempio, la terra, le cave, le miniere, le torbiere). In questi casi, infatti, è di tutta evidenza che l’attività di godimento è inequivocabilmente diversa da un’attività produttiva quando il