Source: http://operari.it/2-novita/80-le-novita-interpretative-introdotte-dalla-sentenza-thyssenkrupp.html
Timestamp: 2017-08-18 04:49:45+00:00
Document Index: 184110821

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 25', 'art. 30', 'sentenza ']

Le novità interpretative introdotte dalla sentenza ThyssenKrupp
scritto da Avv. Valentina Esposito
Di recente sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa in data 24 aprile 2014 dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione chiamate a pronunciarsi sul noto caso ThyssenKrupp. Tale sentenza assume un particolare rilievo nel settore del diritto penale d’impresa, poiché segna dei punti fermi in materia di delitti colposi commessi in violazione della disciplina antinfortunistica e traccia la strada da seguire anche nella predisposizione dei modelli organizzativi 231.
La tematica più nota è certamente quella dell’individuazione del confine tra colpa cosciente e dolo eventuale. La Suprema Corte, dopo un excursus storico e metodologico sull’elemento soggettivo, individua l’esatta linea di confine tra colpa cosciente e dolo eventuale, valorizzando la diversità dei rimproveri giuridici che possono muoversi al soggetto: un’inadeguatezza rispetto al dovere precauzionale senza alcuna direzione verso l’evento, nonostante sia prevista la possibilità che esso si compia, nella colpa cosciente; una scelta di attuare la condotta nonostante la rappresentazione dell’evento concreto come verificabile, nel dolo eventuale.
Interessante appare anche la definizione del grado di valutazione richiesto al giudice nell’identificazione della prevedibilità dell’evento nelle fattispecie colpose. Invero, deve trattarsi di una prevedibilità in concreto non solo dell’evento effettivamente occorso, ma anche del decorso causale, verificando che lo svolgimento causale concreto risulti tra quelli che la regola violata mirava a tutelare, con un giudizio che, pertanto, dovrà essere dapprima formulato in astratto e successivamente in concreto.
Di notevole importanza appaiono anche l’individuazione delle caratteristiche della delega di funzioni, perché possa esser efficace ex art. 16 D. Lgs. 231/2001, nonché la corretta individuazione del datore di lavoro.
Sotto il primo profilo, infatti, la Corte ribadisce che la delega deve essere specifica, deve conferire poteri di organizzazione, gestione, controllo e spesa ben definiti, ad un soggetto qualificato per professionalità ed esperienza, consentendo in questo casi di operare la traslazione dal delegante al delegato dei poteri e responsabilità che sono proprie del delegante medesimo.
Ciò implica che il potere di spesa, per essere effettivo, non debba essere illimitato, ma debba consentire di intervenire adeguatamente in materia di prevenzione degli infortuni. Sotto il secondo profilo, invece, il Giudice di legittimità specifica come appaia del tutto errata l’individuazione dell’intero Consiglio di Amministrazione quale datore di lavoro e garante della sicurezza dei lavoratori, mutando, perciò, radicalmente indirizzo sul tema. Nello specifico, si sottolinea come il CdA sia per sua natura composto da persone con diverse competenze che ne assicurino la funzionalità e che anche le deleghe esecutive debbano essere conferite in tale prospettiva.
Per tale ragione, in presenza di una specifica delega in materia di sicurezza, solo il soggetto delegato potrà correttamente essere individuato quale detentore della posizione di garanzia attribuita dalla qualifica di datore di lavoro. Da ultimo, assumono una particolare rilevanza nel nostro settore le indicazioni fornite sull’applicabilità dell’art. 25 septies, i rapporti tra modello di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro redatto ai sensi dell’art. 30 del D. Lgs. 81/2008 e modello organizzativo 231 e l’individuazione del profitto confiscabile. La Corte, infatti, dopo aver ripercorso le argomentazioni dottrinali e giurisprudenziali sul tema, ribadisce la natura ibrida di tale tipo di responsabilità, che trae il suo fondamento sulla ormai nota responsabilità di organizzazione e sull’interesse o vantaggio conseguito dall’ente. Nel caso dei reati colposi, in particolare, tali concetti devono necessariamente essere riferiti alla condotta e non all’evento non voluto, nel senso che la condotta del soggetto facente parte della società può certamente rispondere ad istanze funzionali e strategiche dell’ente, pur non essendo voluto l’evento. Ne deriva, pertanto, che anche la nozione di profitto confiscabile andrà individuata nel risparmio di spesa ottenuto dalla mancata adozione degli onerosi accorgimenti cautelari. Si tratta certamente di una novità che deve ispirare l’ente nelle scelte gestorie.
In conclusione, appare evidente l’importanza della sentenza in esame, i cui principi dovranno essere assunti quali linee direttrici per la predisposizione o implementazione del modello organizzativo 231, affinché l’ente possa andare esente da responsabilità.