Source: https://it.scribd.com/document/415075053/La-presunta-ereticalita-di-Papa-Francesco-di-Enrico-Maria-Radaelli
Timestamp: 2020-01-20 08:42:02+00:00
Document Index: 172689553

Matched Legal Cases: ['§ 3', '§ 3', '§ 1', '§ 2', '§ 3', '§ 4', '§ 5', '§ 6', '§ 7', '§ 8', '§ 9', '§ 10', '§ 0', '§\n4', '§ 30', 'in fine', '§ 3', '§ 2']

LA SACRA ORDALIA DOTTRINALE. L’UNICA VIA PER RISOLVERE IL PROBLEMA DELLA PRESUNTA ERETICALITÀ DI PAPA FRANCESCO. CRITICA DELLA LETTERA APERTA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA. E CONTRO-PROPOSTA IN DUE ATTI: IO, UNA DOMANDA; IIO, UNA SUPPLICA.
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Aldo Giannuli - Papa Francesco fra religione e politica. Chi è, quale Chiesa si trova a governare, quali sfide globali dovrà affrontare-Ponte alle Grazie (2013)
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LA SACRA ORDALIA DOTTRINALE.
L’UNICA VIA PER RISOLVERE IL PROBLEMA
DELLA PRESUNTA ERETICALITÀ DI PAPA
CRITICA DELLA LETTERA APERTA AI VESCOVI DELLA CHIESA
E CONTRO-PROPOSTA IN DUE ATTI: IO, UNA DOMANDA; IIO, UNA SUPPLICA.
5 maggio 2019. Letta la Lettera aperta ai Vescovi
della Chiesa cattolica pubblicata il 30-4-2019 su
chiesaepostconcilio. Da condividere pienamente il tono, le
parole appropriate, la contrarietà espressa per le enormi, troppe e
troppo acute nefandezze dottrinali e pratiche rilevate, il senso di
disgusto e di orrore per la situazione sempre più indegna di Dio
nostro Padre, in cui i Pastori e Papi modernisti stanno da
cinquant’anni spingendo la Chiesa.
La Lettera indica una svolta nella percezione
presente nella Chiesa oggi del rapporto tra Pastori e
dogma: è la prima volta che un congruo numero di
fedeli, religiosi e laici, si fa notare per aver saputo
individuare persino nel sommo dei Pastori il principio
delle attuali deviazioni dottrinali dalla fede,
raccogliendo di converso, e con notevole acribia,
l’insegnamento della Chiesa corretto, perenne e vero
da contrapporre.
0 (A). PERCHÉ NON È BENE INTRAPRENDERE, PARTECIPARE O
LA STRADA SCELTA DAGLI AUTORI DELLA LETTERA APERTA AI
Detto ciò, va però rigettata altrettanto decisamente la grave
distorsione dottrinale su cui si regge la Lettera, e ciò sia nelle
premesse teologiche, che, specialmente, nella soluzione semi-
conciliarista che la conclude, che si appoggia su assunti
gravemente eretici, come illustra molto esaurientemente
l’articolo “Deporre il Papa?”, Sì sì no no n. 8, aprile 2019, molto
utile anche sotto l’aspetto bio-biblio-storiografico, cui senz’altro
Dico “soluzione semi-conciliarista” perché questo
è il nome specifico da attribuire all’azione di quei
fedeli che pretendono, come gli autori della Lettera,
di sollecitare dei vescovi, anche se non raccolti
precisamente in un concilio, ma pur sempre in una
compagine di fatto anti-papale, ad « ammonire
pubblicamente » Papa Francesco, il pur odierno
Monarca assoluto per diritto divino, al quale peraltro,
come si vedrà, non è pensabile rivolgere in alcun
caso una qualsiasi ammonizione, rimprovero,
biasimo, richiamo, ma che ciò costoro pretendono,
persino, « ingiungendogli di abiurare », e, qui
rivolgendosi direttamente ai Pastori con parole che
celano neanche troppo velatamente una ingiunzione
pure nei loro confronti, « di compiere il Vostro
dovere – sancito dal Vostro ufficio – di dichiarare
che egli [il Papa] ha commesso il delitto canonico
di eresia e ne deve subire le conseguenze previste
dal Diritto della Chiesa ».
Ma “ammonire un Papa”, “ingiungere qualcosa a
un Papa”, “dichiarare che il Papa ha commesso un
delitto d’eresia”, “dichiarare che il Papa ne deve
subire le conseguenze”, sono tutte azioni che, nel
regime di monarchia assoluta per diritto divino nato
da Mt 16,18, Lc 22,32 e Gv 21,17, restano
decisamente e assolutamente impossibili, ma,
radicando esse tutte dalla stessa convinzione eretica
che diede luogo al conciliarismo, per il quale si ritiene
che la Chiesa offra un organo giuridico superiore al
Papa, le si chiamerà anch’esse con lo stesso nome, o
al massimo con un nome che lo richiami, come “semi-
conciliarismo”.
Sotto tali nomi vanno infatti messe tutte quelle
convinzioni che, pur non formalizzando direttamente
il contrasto con un Papa in un contraltare conciliare,
promuovono contro di lui una qualsiasi azione
contraria al suo governo: dall’ammonizione
all’ingiunzione di una sua ritrattazione, dal giudizio
pubblico e formale sul suo operato al ritenere che
egli stesso con certe sue affermazioni si auto-
espellerebbe dalla Chiesa: queste sono tutte delle
vere e proprie eresie pur non avendo nomi specifici.
Per dar loro un nome si possono però raccogliere
tutte, per appropriazione analogica, nella comune
radice da cui tutte comunque germinano e che ha
dato vita e nome al “conciliarismo”.
Infatti, tutti e tre gli atti sollecitati dagli autori
della Lettera sono macchiati dallo stesso vulnus, il
conciliarismo, perché nessun inferiore, neanche un
vescovo, può pretendere che Pietro compia una
qualsiasi azione in quanto ingiunta da qualcuno; né è
sancito alcun dovere del vescovo di dichiarare a
chicchessia che Pietro deve « subire le conseguenze
» delle sue azioni; né è permesso l’atto di «
ammonire pubblicamente » Pietro, perché anche
quello che parrebbe l’atto meno sovvertitore dei tre
resta sempre atto dove nel fedele o chierico
ammonitore non solo si configura un inaccettabile
sovvertimento della gerarchia conferita da Cristo,
ma, ancor più grave, anche con un atto
apparentemente blando, ancora lontano da
pretenziose ingiunzioni, processi, deposizioni, si
insinua la radice della mentalità protestante, come
illustra bene quell’articolo di Sì sì no no sopra citato,
notando che: « “Se il Concilio, i Vescovi, i Cardinali
e i fedeli, invece, pretendessero di essere non
gregge ma Pastore supremo almeno de facto, non
sarebbero il Pastore scelto da Cristo, che è solo Pietro e i
suoi successori, ma sarebbero un Pastore
“abusivo” o un lupo travestito da Pastore” ( A.
PIOLANTI, Enciclopedia Catt., voce “Primato di san
Pietro e del Romano Pontefice”) ». Se in qualsiasi
modo si fa decadere il Papa da Supremo Giudice,
ognuno si fa giudice, e toglie a Cristo, che ha
conferito la sua vicarietà a quel Giudice, la sua
divina Autorità, quell’Autorità che sa perché a uno
essa dà, e all’altro no.
Per finire, anche quella norma del Codice di
Diritto canonico cui i firmatari si stringono per
legittimare la loro iniziativa e l’azione che sollecitano
dai vescovi, non ha nulla a che vedere con gli atti che
prefigurano, perché essa recita: « I fedeli hanno il
diritto … di manifestare ai santi Pastori il loro
pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa »
(CIC 1983, can. 212 § 3, in vigore anche nel CIC del
2017). E non ha nulla a che vedere perché altro è
manifestare il proprio pensiero, come il CIC
riconosce, altro intraprendere una qualsiasi delle
sopraddette azioni, che oltrepassano tutte una
semplice manifestazione di pensiero.
Sono sintomatiche, d’altronde, di quanto i firmatari
non si rendano conto appieno della materia che
stanno trattando, le parole con cui chiudono la
Lettera. Ecco infatti come, raccogliendo le opinioni
che circolavano all’epoca del Bellarmino sulla
deposizione o meno di un Papa eretico, concludono il
loro elaborato: « Noi non prendiamo posizione su queste
questioni ancora sottoposte a dibattito, la cui soluzione spetta ai
vescovi della Chiesa ». Ma in tal modo attribuiscono ai
vescovi un Munus regendi Ecclesiæ che è e può
essere unicamente e solo del Papa, di Pietro, come
solennemente e senza esitazioni insegna e dichiara la
Costituzione dogmatica Pastor Æternus di cui fra
poco si parlerà.
0 (B). LA PASTOR ÆTERNUS È LA STELLA POLARE CHE ILLUMINA LA
SU OGNI PROBLEMATICA CHE RIGUARDI IL PAPA IN OMNI TEMPORE.
Ora, vorrei che ci si rendesse tutti conto che in
questo momento così particolare della Chiesa,
iniziato con l’elezione al Trono Pontificio di Papa
Giovanni XXIII, il Papa che portò il Modernismo sul
Trono più alto, l’argomento decisivo intorno a cui
gira ogni altra problematica, e risolto il quale si
scioglie insieme ogni altra difficoltà, è senza alcun
dubbio quello posto dalla figura di Pietro: il suo
principato su ogni altro trono o cattedra della terra,
religioso o mondano; l’intangibilità assoluta del suo
potere; l’infallibilità e indefettibilità del suo
insegnamento se dato a certe condizioni; per dire
solo le prerogative più salienti.
Ciò significa che chi vuole davvero risolvere la crisi
della Chiesa deve por mano agli insegnamenti che
essa offre intorno a questa figura centrale: Pietro. E
qual è il documento dottrinale che più di ogni altro
raccoglie con la massima sapienza, completezza,
perfezione e divina infallibilità ogni insegnamento al
Non c’è dubbio: è la Costituzione dogmatica Pastor
Æternus, che Papa Pio IX fece approvare e
promulgare nel 1870 dal Vaticano I.
Stando così le cose, non c’è da fare altro che girare
intorno a quel documento, impossessarsene, entrarci
dentro, farlo proprio, crederci.
Tutto il contrario di ciò che hanno fatto gli estensori della Lettera,
i quali, col più grande e legittimo stupore di chiunque, come il
sottoscritto, si aspetta che, trattando del Papa, si metta subito al
centro di ogni riflessione il documento che più se ne occupa, e che
se ne occupa con la più certa e sicura precisione veritativa, tale
Costituzione dogmatica centralissima non la citano mai. Nemmeno
di tangente. Neppure una volta.
E ciò è male, perché l’inconoscenza e anzi forse qui anche il
silenzioso rifiuto di un tale documento può portare solo a perdere il
senso della materia delicatissima e centrale che si sta trattando.
È come se, volendo discutere p. es. dei rapporti tra
gli ambiti di potere politico, giudiziario e istituzionale
di uno Stato, non si tenesse in alcun conto, nemmeno
di tangente, della sua Carta Costituzionale.
Si ha ragione di temere che tale sconsiderazione
sia dovuta più a una scelta ideologica che a una
semplice svista.
Perché scelta ideologica? Perché, magari anche
senza piena coscienza, non ci si vuole trovare a tu per
tu con un magistero che non permetterebbe in alcun
modo di dare al ragionamento da fare la svolta e il
percorso che si ha in animo di fare, certo anche a
causa di una comprensibile esasperazione per le
sempre più scandalose e incontrollate esternazioni
del Papa felicemente regnante, sicché alcuni – p. es.
il nome de plume Giovanni Servodio su unavox.it –
sono convinti che Papa Pio IX non poteva
immaginarsi neanche lontanamente la terribilità
della situazione attuale, giacché, se l’avesse anche
solo lontanamente immaginata, non avrebbe certo
decretato un documento così assoluto.
Ma questa è un’opinione storicistica, è l’opinione di
una teologia pauperista, tale e quale a quella del
Papa che pur si vuol combattere, è un’opinione cioè
che fa di una decisiva e infrangibile Costituzione
dogmatica come la Pastor Æternus carta straccia,
perché le attribuisce un valore che più effimero non
potrebbe, e fa di Dio, di quel Dio che l’ha permessa e
voluta proprio in quel modo lì e a quel grado lì, che
più infallibile e indefettibile ( = senza alcun difetto,
dunque non “aggiornabile”, ma valido in eterno),
proprio non si potrebbe, ecco: di quel Dio, dicevo, fa
un Autore che più incosciente non potrebbe essere.
Crederci, dunque. E non solo crederci con l’assenso
de fide dovuto, ma con la pienezza di cuore che
meritano quelle manifestazioni della verità che più di
altre si alzano a Stella Polare per la nostra salvezza:
stupisce che non lo abbia fatto almeno uno di quelli
che stanno sbattendo la faccia contro gli stessi
problemi, ma più ancora stupisce che invece a farlo,
e a dimostrarci così quanto sia vero ciò che si sta
suggerendo, siano stati proprio loro: i modernisti, che
seppero girarla a proprio favore con ammirabile
sagacia allorché il cardinale Suenens, raccolte
proprio dalla Pastor Æternus le preziose scoperte
dottrinali compiute con i suoi compari di cospirazione
del cosiddetto “Club di San Gallo”, di cui si dirà più
avanti, seppe dare all’amico absconditus ma Papa
manifesto, il non affatto santo ma modernista ed
eretico Angelo Roncalli-Giovanni XXIII, il quale altro
non attendeva, l’indicazione più astuta che si sarebbe
potuta mai congetturare per, diciamo così, spezzare i
denti al dogma: volgere a proprio favore la regola
che rende infallibile l’asserto papale. Al § 3 si vedrà
Cominciamo ora a raccogliere da quel deposito di
purissimo oro dottrinale ciò che ci interessa
particolarmente a riguardo dei temi che ci stanno
davanti, per vincere le vili e abiette astuzie del
Modernismo con l’intelligenza e la sagacia del Logos
La Costituzione dogmatica Pastor Æternus insegna
I pastori di tutti i ranghi e di tutti i riti e i fedeli, sia singolarmente
che tutti insieme, sono tenuti al dovere della subordinazione
gerarchica [al Romano Pontefice] e della vera obbedienza [a lui],
non solo nelle questioni che riguardano la fede
e i costumi, ma anche in quelle relative alla
disciplina e al governo della Chiesa diffusa su
tutta la terra. … Questa è la dottrina della
verità cattolica, dalla quale nessuno può
allontanarsi senza pericolo per la propria fede
e per la propria salvezza. (Denz 3060).
Inoltre, da questo supremo potere del Romano
Pontefice di governare tutta la Chiesa,
consegue che egli ha il diritto di comunicare liberamente,
nell’esercizio del suo ufficio, coi pastori e i fedeli di tutta la
Chiesa, per poterli istruire e governare sulla via della salvezza.
Perciò noi riproviamo e condanniamo le
opinioni di quanti affermano che si può
lecitamente impedire questa comunicazione
del capo supremo con i pastori e i fedeli. (Denz
E perché il diritto divino del primato apostolico colloca il
Romano Pontefice al di sopra di tutta la Chiesa,
e dichiariamo che egli è il giudice supremo di
tutti i fedeli, e che in tutte le cause di
competenza della giurisdizione ecclesiastica si
può ricorrere al suo giudizio. Nessuno invece potrà
mettere in questione un giudizio pronunziato dalla Sede
Apostolica, alla quale nessuna autorità è superiore, e nessuno ha
diritto di giudicare le sue decisioni. (Denz 3063).
E con ciò, ogni sorta di insubordinazione,
conciliarista o non conciliarista che sia, è servita.
Stando così le cose, che fare? Se il Pastore
Supremo è intoccabile, sarà forse libero di
annientare a suo piacimento la Vigna del Signore?
Uno degli autori della Lettera contattò anche lo scrivente, ma ciò
che qui ho chiamato “semi-conciliarismo”, e le altre carenze
dottrinali, impedendomi ogni convergenza, mi hanno spinto a
elaborare la presente contro-proposta.
Suggerirei di chiamarla “PROPOSTA PIANO-PAOLINA” dal nome
dei due Pastori cui si ispira nei due passaggi in cui è articolata: il
beatissimo Apostolo Paolo per il primo atto e il grandissimo Papa Pio
IX per il secondo.
Ritengo che tale proposta sia L’UNICA ALTERNATIVA POSSIBILE, DA
PERSEGUIRE CON TUTTE LE FORZE, per vincere ogni caduta ereticale
di un Papa, pur sapendo che la vittoria costerà anni di fatiche,
angosce, persecuzioni.
Al § 1 sono esposte le sette asserzioni papali
segnalate nella Lettera come eretiche, ciascuna
seguita prima da una sintesi che ne chiarisce il
concetto base, quindi dal Magistero della Chiesa che
le si oppone; al § 2 si illustra se e quale di esse passa
il vaglio di ‘ereticità’ in se stessa; al § 3 se e quale
supera poi il vaglio di ‘ereticità’ nella sua
esternazione pubblica; al § 4 si rileva che col
Vaticano II, oltre al Papa, tutta la Chiesa modernista
professa dottrine eretiche; al § 5 si espone la dottrina
eretica perseguita da tutti i Papi dal 1962 a oggi e
imposta nel Novus Ordo Missæ; al § 6 se ne rilevano
gli esiti mortali per la Chiesa; al § 7 si passa dalla
parte destruens alla construens e si spiega perché
l’Ordalia, o Giudizio dottrinale di Dio, è la sola via
per far tornare la Chiesa in se stessa; al § 8 se ne
illustra il primo passo: la “Domanda paolina”; al § 9 il
secondo: la “Grande Supplica al Papa”; al § 10 le
vittoriose conclusioni.
1. LE SETTE ASSERZIONI DI PAPA FRANCESCO RITENUTE ERETICHE
DALLA LETTERA APERTA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA,
E LE RELATIVE CONTRO-VERITÀ INSEGNATE DALLA CHIESA.
Queste le sette asserzioni papali considerate nella
Lettera e le relative opposte proposizioni del
magistero della Chiesa (alle quali seguono, nella
Lettera, i dovuti riferimenti dei testimoni, dei tempi e
dei luoghi dei sette reiterati enunciati, qui non
riportati per necessità di spazio):
Bergoglio (d’ora in poi B). I. Una persona giustificata non ha la forza di
osservare – con l'aiuto della grazia di Dio – i comandamenti oggettivi della
legge divina, come se alcuni dei comandamenti di Dio fossero impossibili ad
obbedirsi da parte della persona giustificata; o come se la grazia divina, quando
genera la giustificazione in un individuo, non provocasse invariabilmente e per
la sua stessa natura la conversione da tutti i peccati gravi, o non fosse sufficiente
per convertirsi da tutti i peccati gravi.
In altre parole, il Papa sostiene che è impossibile non trasgredire i
comandamenti di Dio anche per un battezzato, e anche se questi è in
Magistero (d’ora in poi M). [Concilio di Trento, Sess. VI, can. 18: “Se
qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i
comandamenti di Dio sono impossibili ad osservarsi, sia anatema” (Denz 1568).
Vedi inoltre: Gn 4,7; Dt 30,11-19; Eccli 15,11-22; Mc 8,38; Lc 9,26; Eb 10,26-29; I
Gv 5,17; Zosimo, 15° (o 16°) Sinodo di Cartagine, can. 3 sulla grazia, Denz 225;
Felice III, 2° sinodo di Orange, Denz 397; Concilio di Trento, Sess. V, can. 5; Sess.
VI, cann. 18-20, 22, 27 e 29; Pio V, Bolla Ex omnibus afflictionibus, sugli errori di
Michele Baio, 54, Denz 1954; Innocenzo X, Cost. Cum occasione, sugli errori di
Cornelio Jansen, 1, Denz 2001; Clemente XI, Cost. Unigenitus, sugli errori di
Pasquier Quesnel, 71, Denz 2471; Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Reconciliatio et
paenitentia 17, AAS 77 (1985), 222; Veritatis splendor 65-70, AAS 85 (1993), 1185-
89, Denz 4964-67.]
B. II. Un fedele cristiano può possedere la piena conoscenza di una legge divina
e decidere di sua spontanea volontà di trasgredirla in materie gravi, e
ciononostante non trovarsi in stato di peccato mortale come conseguenza di tale
Il Papa cioè sostiene, come i protestanti, che l’uomo può peccare quanto
vuole, basta che abbia fede (come nel motto di Lutero “Pecca fortiter,
sed fortius fide”).
M. [Concilio di Trento, Sess. VI, can. 20: “Se qualcuno afferma che l’uomo
giustificato e perfetto quanto si voglia, non è tenuto ad osservare i comandamenti
di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una
semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei
comandamenti, sia anatema” (Denz 1570). Vedi inoltre: Mc 8,38; Lc 9,26; Eb 10,
26-29; I Gv 5,17; Concilio di Trento, Sess. VI, cann. 19 e 27; Clemente XI,
Costit. Unigenitus, sugli errori di Pasquier Quesnel, 71, Denz 2471; Giovanni Paolo
II, Esort. Ap. Reconciliatio et paenitentia 17, AAS 77 (1985), 222; Encic. Veritatis
splendor, 65-70, AAS 85 (1993), 1185-89, Denz 4964-67.]
B. III. Una persona che osserva una divina proibizione può peccare contro Dio
per via di quello stesso atto di obbedienza.
Il Papa cioè sostiene che la legge di Dio è contraddittoria.
M. [Sal 18,8: “La legge del Signore è senza macchia, rifà le anime”. Vedi inoltre:
Eccli 15,21; Concilio di Trento, Sess. VI, can. 20; Clemente XI, Costit. Unigenitus,
sugli errori di Pasquier Quesnel, 71, Denz 2471; Leone XIII, Encic. Libertas
praestantissimum, ASS 20 (1887-88), 598 (Denz 3248); Giovanni Paolo II, Encic.
Veritatis splendor, 40, AAS 85 (1993), 1165 (Denz 4953).]
B. IV. La coscienza può giudicare con verità e giustizia che i rapporti sessuali
tra persone che hanno contratto un matrimonio civile – nonostante una delle due
sia sposata sacramentalmente con un’altra persona o tutt’e due lo siano –
possano talvolta essere moralmente giusti, o richiesti o persino comandati da
Il Papa sostiene qui che giudice delle proprie scelte e delle proprie azioni,
riguardo al matrimonio, è esclusivamente il soggetto che le compie.
M. [Concilio di Trento, Sess. VI, can. 21: “Se qualcuno afferma che Gesù Cristo è
stato dato agli uomini da Dio come redentore, in cui confidare e non anche come
legislatore, cui obbedire: sia anatema”, Denz 1571; Ibidem, Sess. XXIV, can. 2:
“Chi dirà che è lecito ai cristiani avere nello stesso tempo più mogli e che ciò non è
proibito da alcuna legge divina: sia anatema”, Denz 1802; Ibidem, Sess. XXIV, can.
5: “Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta
o per l’assenza esagerata dal coniuge, si possa sciogliere il vincolo matrimoniale:
sia anatema, Denz 1805; Ibidem, Sess. XXIV, can. 7: “Se qualcuno dirà che la
Chiesa sbaglia quando ha insegnato ed insegna che secondo la dottrina evangelica
ed apostolica non si può sciogliere il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno
dei coniugi, e che l’uno e l’altro (perfino chi, innocente, non ha dato motivo
all’adulterio) non possono, mentre vive l’altro coniuge, contrarre un altro
matrimonio, e che, quindi, commette adulterio colui che, lasciata l’adultera, ne
sposi un’altra, e colei che, cacciato l’adultero, si sposi con un altro: sia anatema”,
Denz 1807. Vedi inoltre: Sal 5,5; 18,8-9; Eccli, 15,21; Ebr 10,26-29; Gc 1, 13; I Gv
3,7; Innocenzo XI, Condanna delle proposizioni dei ‘Lassisti’, 62-63, Denz 2162-
63; Clemente XI, Costit. Unigenitus, sugli errori di Pasquier Quesnel, 71, Denz
2471; Leone XIII, Encic. Libertas praestantissimum, ASS 20 (1887-88), 598, Denz
3248; Pio XII, Decreto del Sant’Uffizio sull’etica della situazione, Denz 3918;
Concilio Vaticano II, Costit. Gaudium et spes, 16; Giovanni Paolo II, Encic.
Veritatis splendor, 54, AAS 85 (1993), 1177; Catechismo della Chiesa Cattolica,
1786-87.]
B. V. È falso che gli unici rapporti sessuali buoni nel loro genere e moralmente
leciti siano quelli tra marito e moglie.
In altre parole il Papa qui sostiene che non vi sono atti sessuali buoni o
cattivi, né che vi sia alcuna restrizione ad essi posta da chi, come e a
qual fine li compie.
M. [I Cor 6,9-10: “Non illudetevi: né fornicatori, né idolatri, né adulteri; né
effeminati, né pederasti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci,
erediteranno il regno di Dio”; Gd 1,7: “Così pure Sodoma e Gomorra e le città
attorno, ree allo stesso modo di fornicazione e di vizi contro natura, ci restano a
esempio, soffrendo la pena di un fuoco eterno”. Vedi inoltre: Rm 1,26-32; Ef 5,3-
5; Gal 5,19-21; Pio XI, Encic. Casti connubii 10, 19-21, 73; Paolo VI, Encic.
Humanae vitae, 11-14; Giovanni Paolo II, Encic. Evangelium vitae, 13-14.]
B. VI. I principi morali e le verità morali contenuti nella divina rivelazione e
nella legge naturale non includono proibizioni di carattere negativo che
proibiscano in modo assoluto certi tipi di atti, in quanto sempre gravemente
illegittimi per via del loro oggetto.
Il Papa cioè sostiene che né la legge naturale né la Rivelazione
proibiscono in assoluto certi atti, i quali però solo per ciò vengono dalla
Chiesa considerati cattivi.
M. [Giovanni Paolo II, Encic. Veritatis splendor 115: “Ciascuno di noi conosce
l’importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell’insegnamento di questa
Enciclica e che oggi viene richiamata con l’autorità del successore di Pietro.
Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le
singole persone ma anche per l’intera società, con la riaffermazione
dell’universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di
quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi”,
DH 4971. Vedi inoltre: Rm 3,8; I Cor 6,9-10; Gal 5,19-21; Ap 22,15; IV Concilio
Lateranense, cap. 22, Denz 815; Concilio di Costanza, Bolla Inter cunctas 14, DH
1254; Paolo VI, Encic. Humanae vitae 14, AAS 60 (1968) 490-91; Giovanni Paolo
II, Encic. Veritatis splendor 83, AAS 85 (1993), 1199, Denz 4970.]
B. VII. Dio non solo permette, ma vuole positivamente il pluralismo e la
diversità delle religioni, tanto cristiane quanto non cristiane.
Il Papa sostiene qui che, oltre agli articoli di fede della Rivelazione,
anche ogni altra nozione religiosa, pur falsa e senza basi reali, è data
da Dio; non esiste dunque un’unica religione, quella rivelata dal Cristo
e insegnata dalla Chiesa.
M. [Gv 14,6: “Io sono la via, la verità, la vita. Nessuno viene al Padre se non per
mezzo mio”. At 4,11-12: “Questa è la pietra, da voi edificatori disprezzata, che è
divenuta pietra angolare. E in nessun altro è salvezza; poiché non c’è sotto il cielo
alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci d’esser salvati”.
Vedi inoltre: Es 22,20; 23,24; II Cr 34,25; Sal 95,5; Ger 10,11; I Cor 8,5-6;
Gregorio XVI, Encic. Mirari vos 13-14; Pio XI, Encic. Qui pluribus 15; Singulari
quidem 3-5; Concilio Vaticano I, Professione di fede; Leone XIII, Encic.
Immortale Dei 31; Encic. Satis cognitum 3-9; Pio XI, Encic. Mortalium animos 1-
2, 6.]
Conclusione: Papa Francesco ritiene che una legge che distingue il
bene dal male non c’è; che se pur esistesse è impossibile obbedirle; e
che ciascuno è in realtà legge a se stesso. In concreto, ciascun uomo è
dio a se stesso: è la propria religione, è la propria legge, è la propria
Va previamente ricordato qui che il caposaldo fondamentale della
fede – da cinquant’anni da tutti i Papi postconciliari, e,
come visto, pur costituendo il punto cardinale intorno
a cui tutto è imperniato, oggi anche da Papa
Francesco caposaldo molto peccaminosamente
dimenticato – è che la religione cattolica è l’unica religione
reale esistente, e ogni nozione che se ne discosta, di
qualsiasi origine, tempo, popolo, o luogo sia, è
unicamente un allontanamento dalla realtà, un suo
Se tale nozione erronea nasce poi nella e dalla
Chiesa, essa dà luogo a una “scelta” senza basi reali,
cioè dà luogo, dall’etimo, a una ‘eresia’, a una tutta e
solo ideologica e mentale ‘elezione’ che si discosta
dalla altissima e santissima verità della realtà, la
quale verità della realtà è garantita unicamente e
soltanto dalla Chiesa, sua depositaria per istituzione
divina, cioè per istituzione voluta dalla stessa e unica
possibile realtà soprannaturale esistente: la
santissima Trinità di Dio.
2. LE SETTE ASSERZIONI DI PAPA FRANCESCO SEGNALATE DALLA
ALLA LUCE DEL CRITERIO DI IDENTIFICAZIONE
DI UN ASSERTO ERETICALE NELLA SUA NUDA FORMULAZIONE
Chiarito ciò, va detto che un primo punto che non quadra
che risulta se si analizzano i sette articoli denunciati
dalla Lettera come papali eresie alla luce del criterio
di identificazione di un asserto dottrinale enunciato
da uno o più Pastori della Chiesa come formale
eresia, e, se il Pastore è un Papa, come formale
eresia papale.
Tale criterio stabilisce che, affinché un’asserzione
in fide et moribus sia eretica, essa dev’essere: «
Una dottrina che contraddice direttamente una
verità rivelata e come tale proposta dalla Chiesa ai
fedeli » (G. ZANNONI, Enciclopedia Catt., voce
Eresia).
Dunque in essa devono essere presenti tre
requisiti: « primo, essa deve riguardare una verità
rivelata, contenuta cioè formalmente almeno in
una delle due fonti della Rivelazione; … secondo,
essa deve riguardare una verità proposta da un
intervento infallibile della Chiesa che attesti e
garantisca assolutamente il suo carattere rivelato;
… terzo, essa deve costituire una opposizione
immediata, diretta e contraddittoria a una tale
verità divinamente rivelata e proposta dalla Chiesa
solo in tal modo supremo » (IBIDEM).
L’asserzione che in fide et moribus non presenta
tutti e tre questi requisiti, pur non rivestendo il
carattere di eresia formale, va comunque giudicata,
secondo i casi, a discendere, o prossima all’eresia, o
erronea, o sapiens hæresim (che sa di eresia), o
offensiva per le pie orecchie, e via calando nella scala
di pericolosità, decadimento della fede e scandalo.
Da questo punto di vista, cinque delle sette asserzioni papali
raccolte nella Lettera sono senz’altro definibili come formali ‘eresie’,
perché urtano direttamente contro alcune verità riscontrabili nelle
Sacre Scritture e proposte con magistero infallibile dalla Chiesa,
mentre sulle Quinta e Sesta si possono esprimere
molti dubbi, perché nessuno dei documenti di
magistero esibiti in loro antitesi ha valore di
infallibilità, come richiesto dalla seconda condizione,
sicché, oltre a non essere nessuno di essi latore di
una precisa conferma che effettivamente anche la
legge naturale manifesti vere e proprie proibizioni a
compiere il male, come richiesto dalla Sesta, il
magistero non si presenta mai col grado di
insegnamento necessario, il grado dogmatico,
infallibile e indefettibile, che è il solo a garantire
Chiesa e fedeli della veridicità assoluta dell’asserto.
La riserva sul valore da dare alla Quinta e alla Sesta asserzione –
come emerge con chiarezza anche dalla sintesi conclusiva che chi
scrive ha ritenuto utile vergare in calce al florilegio delle sette sopra
viste asserzioni papali – non inficia in alcun modo la correttezza e
l’esattezza di giudizio che gli estensori e i firmatari della Lettera
hanno dato alle altre cinque affermazioni di Papa Francesco : queste
cinque affermazioni, stanti le tre condizioni richieste per riconoscere
in un’affermazione una vera e propria eresia formale, sono
senz’altro giudicabili a tutti gli effetti eresie formali, e anche il
sottoscritto aderisce solidamente a tale giudizio su quelle cinque.
3. LE SETTE ASSERZIONI DI PAPA FRANCESCO SEGNALATE DALLA
DI UN ASSERTO ERETICALE NELLA SUA MANIFESTAZIONE PUBBLICA.
Veniamo ora al secondo punto.Qui le riserve si fanno più
estese. Se col primo punto infatti abbiamo circoscritto
con esattezza la definizione di eresia così da poter
valutare se e in che misura le sette asserzioni papali
denunciate dalla Lettera di per sé lo siano, qui
faremo un passo avanti e vedremo un altro aspetto,
da non confondere con quello esaminato.
Valuteremo infatti ora se tali affermazioni papali,
proprio nella loro specifica manifestazione pubblica,
nella loro esternazione orale o scritta, nella loro
esplicitazione magari anche con atti di comando
papale proprio da parte di colui che li ha proferiti e
resi operativi, ossia da Papa Francesco, rivestano il
carattere di formale delitto di pubblica eresia.
In altre parole, si è visto che nella prima analisi è
stata verificata l’ereticità di sette asserzioni in base
alle note che le possono distinguere per sese dalla
verità; inoltre si è visto che cinque di esse
rispondono positivamente all’indagine
confermandone gli assunti, ma che due di esse
invece, pur rivestendo un carattere sommamente
distruttivo e scandaloso, non rispondendo però
pienamente a tutte e tre le note necessarie a
connotare come eretica un’asserzione dottrinale, non
possono essere dette precisamente ‘proposizioni
formalmente eretiche’, ma richiedono di essere
catalogate diversamente, p. es., con ogni probabilità,
‘prossime all’eresia’, giacché esse contraddicono una
dottrina prossima alla fede, una dottrina cioè che,
pur non essendo stata definita ancora
dogmaticamente, potrebbe esserlo facilmente in
Ora invece, ciò appurato, si vedrà se le sette
asserzioni denunciate dalla Lettera sono o non sono
eretiche esaminando i caratteri che conformano il
delitto d’eresia in base al mezzo con cui si
manifestano, ossia verificando se tale mezzo è
appropriato, e, se lo è, in quale misura.
Ebbene, va subito detto: in questa seconda analisi nessuna delle
sette asserzioni papali resiste a tale criterio: nessuna delle
asserzioni papali può essere definita un ‘formale delitto di eresia
papale’. E tale conclusione, contrariamente a quanto possano
pensare estensori, firmatari e simpatizzanti come me dello spirito
della Lettera, atto a ripristinare nella Chiesa la verità necessaria
alla salus animarum, è in verità un gran bene.
Un gran bene per loro, naturalmente. Per loro, per noi, per Papa
Francesco, per la Chiesa, per il mondo, per tutti.
Qui bisogna chiarire bene il valore che si dà ai due
concetti di ‘eresia materiale’ e ‘eresia formale’. Essi
infatti sono fortemente osteggiati da alcuni, p. es. dal
già citato “Servodio” in unavox.it, per i quali il loro
non sarebbe che un « sofistico distinguo » che
trascinerebbe « i teologi … imprigionati dalla loro
stessa teologia », a perdere « il sensus fidei
fidelium ».
Al contrario, il sensus fidei fidelium ha le sue basi
solide e giustificate solo e unicamente se risponde
con quell’assenso assoluto e definitivo che si dice
appunto de fide a ciò che il Magistero dogmatico
della Chiesa richiede loro, e se tale Magistero
stabilisce che i decreti e gli insegnamenti di un Papa
che parla ex cathedra hanno una valenza veritativa
superiore a quelli di un Papa che non parla ex
cathedra, perché con essi la suprema autorità
Apostolica, come dichiara la Pastor Æternus, si
propone di definire una dottrina in materia di fede
o di morale che deve essere ammessa da tutta la
Chiesa, i primi potranno essere definiti decreti e
insegnamenti formali, e i secondi, con i quali la
suprema autorità Apostolica non pretende affatto di
raggiungere tali obiettivi, dovranno essere definiti
decreti e insegnamenti meramente materiali, così da
rispettare i due ben diversi obiettivi e le due ben
diverse volontà decretati dalla Pastor Æternus e tali
nomi dovranno essere applicati anche ai loro
correlativi opposti, le eresie appunto: formali se per
ipotesi assurda venissero enunciate ex cathedra, e
vedremo che non potranno mai esserlo, materiali in
tutti gli altri casi, che sono i casi verificatesi nei
secoli, come si vedrà più avanti, e la cui presenza
rischiò di non permettere a Papa Pio IX di
promulgare il decreto dell’infallibilità pontificia
proprio a causa dell’incomprensione mostrata da
molti vescovi delle due nozioni capitali di ‘eresia
formale’ e ‘eresia materiale’.
E questo è il punto: che c’è una connessione
decisiva tra infallibilità pontifica, plurimi gradi di
magistero, plurimi gradi di erroneità e plurimi gradi
di eresia. Cosa che hanno afferrato benissimo i
navigati modernisti alla Suenens/Roncalli/eccetera-
eccetera/Bergoglio e che non sanno cogliere
nemmeno di una ’nticchia gli estensori della Lettera
e i tanti “Servodio” in giro per il mondo. Ha ragione
Gesù, v. Mt 10,16.
Non sono gli “umili fedeli” a non credere a tali
distinzioni, perché gli “umili fedeli” obbediscono di
slancio al Magistero dogmatico che gliele insegna,
ma sono i teologi-fai-da-te, o, come il Papa
felicemente regnante, chi preferisce al dogma una
teologia pauperista, sempliciotta, tanto attraente per
la sua apparente immediatezza quanto distorta per la
sua totale mancanza di previa adesione alla verità
dogmatica. Già siamo in pochi. Se poi siamo
disattenti, per non dire di peggio, è finita.
Come si è detto al § 0 (B), infatti, la Chiesa ha in
cielo, nell’unica e infallibile Parola che essa stessa
insegna e che la costituisce, una Stella Polare: la
Costituzione dogmatica Pastor Æternus, che ci è
stata già utile a chiarire l’atteggiamento corretto e
viceversa il riprovevole che i fedeli possono avere
verso il Santo Padre anche allorché questi esprima
nozioni o dia disposizioni contrastanti in qualche
modo il dogma.
Qui essa ci sarà utile per risolvere un secondo
problema, perché in essa cogliamo quella regola che
nel 1962 i modernisti seppero individuare per
volgere ingegnosamente a loro favore l’adamantina
dottrina. Cosa stabilisce infatti la definizione
d’infallibilità? Stabilisce (Denz 3074):
Il vescovo di Roma, quando parla ex cathedra, cioè
quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e
di dottore di tutti i cristiani, definisce, in virtù
della sua suprema autorità Apostolica, che una
dottrina in materia di fede o di morale deve
essere ammessa da tutta la Chiesa, gode, per
quell’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona
del beato Pietro, di quella infallibilità, di cui il divino
Redentore ha voluto fosse dotata la sua Chiesa, quando
definisce la dottrina riguardante la fede o la morale. Di
conseguenza queste definizioni del vescovo di
Roma sono irreformabili per se stesse, e non in
virtù del consenso della Chiesa.
E qual è il ragionamento dei cospiratori? Semplice:
se il Papa è infallibile solo quando parla ex cathedra,
ciò significa che quando invece non lo fa, non lo è
più, ossia che se non parla ex cathedra, cioè nella
pienezza del suo e solo suo pronunciamento, o
entelechia, può anche sbagliare, ossia,
estremizzando, può anche dire eresie.
In sintesi: locutio ex cathedra = infallibilità; non locutio ex
cathedra = fallibilità = possibili errori = persino possibili eresie. Ma
attenzione: esse non potranno mai essere considerate eresie
formali, perché non sono mai pronunciate al livello formale proprio
soltanto al Papa, la locutio ex cathedra.
Da qui la regola: se il Papa parla al massimo della
pienezza consentitagli, non può nel modo più
assoluto dire eresie; ma ciò significa, viceversa, che
un’espressione papale può essere considerata
formalmente una papale eresia soltanto quando è
espressa al massimo della pienezza di espressione
consentitagli, perché i gradi di espressione inferiori
non ricevono la formalità nella pienezza che solo il
Papa ha, ma la ricevono nella pienezza che può avere
un qualsiasi vescovo; ma, posto che quando il Papa
parla al massimo della pienezza d’espressione
consentitagli, egli può pronunciare solo verità
adamantine e complete in ogni loro aspetto, un Papa
non potrà mai incorrere in un’eresia.
Questa regola costituirà la spina dorsale della
lobby modernista che, facendo capo ai primitivi
Nouveaux Théologiens, nel ’62 aveva preso possesso
in senso antidogmatico del Vaticano II e dal ’96 aveva
dato vita al “Club di San Gallo”, un ancor più anti-
cattolico e ristretto cenacolo di alti prelati tipo i
cardinali Danneels, Kasper, Lehman, Martini e
Silvestrini, che si incontrava nell’omonima città
svizzera per raggiungere di volta in volta gli obiettivi
prefissi sempre seguendo la medesima regola. Una
regola semplice semplice. E ferrea: se infatti il Papa
convoca un concilio cui toglie ogni possibilità di
enunciare una locutio ex catedra, p. es.
prescrivendogli la forma di magistero cosiddetta
“pastorale”, le definizioni che quel Papa esporrà in
quel concilio “non correranno mai il ‘rischio’ di
essere infallibilmente vere”, ed è questo l’obiettivo
che il card. Suenens e Papa Roncalli hanno
raggiunto: “Non essere costretti a dire verità infallibili, ma, al
contrario, essere certi di poter dire qualsiasi cosa, magari anche
delle eresie (purché non si veda, ma per questo basta equivocare sul
linguaggio), tanto: primo, il Papa non potrà mai essere accusato di
eresia formale, cioè di eresia; secondo, non sarà mai intaccato il
dogma dell’infallibilità, che ci garantisce proprio questo”.
Quello che valse per il Concilio si applicherà poi ai
vari Conclave puntando su uomini che garantissero
l’applicazione della stessa regoletta, come
puntualmente avvenne.
Questo perverso meccanismo non fu mai
pubblicamente segnalato da nessuno, tranne che da
chi scrive, che lo illustra da due decenni sotto il
nome di “Guerra delle Forme”, o “Guerra delle due
Forme”.
Nessuno ha mai discusso, o comunque trattato
pubblicamente la cosa. Sarebbe bene farlo, frigido
pacatoque animo, s’intende. Da cui in ogni caso si
ricavano la terza e quarta condizione di eresia
formale: la congruità con i limiti giuridici cui è
sottoposta ogni espressione di magistero e
l’entelechia o pienezza di magistero permessa al
Detto questo, le condizioni perché si appalesi nella Chiesa
un’eresia, o, che è uguale, che un suo Pastore esprima
manifestamente un’eresia, non sono due, come enumera la Lettera
al secondo paragrafo, ma quattro. Eccole:
- 1), il mezzo con cui un’eresia viene manifestata
dev’essere pubblico (prima condizione,
ravvisata anche dalla Lettera);
- 2), l’eresia dev’essere pertinace (seconda
condizione, ravvisata anche dalla Lettera); la
pertinacia costituisce l’elemento specifico della
colpevolezza morale del Pastore, perché non
consiste solo in una speciale ostinazione, ma
nella precisa consapevolezza di opporsi alla
regola della fede; sicché il peccato sarà formale
se, raccolte le quattro condizioni, è pertinace,
materiale se non lo è;
- 3), poi, tornando al mezzo, esso dev’essere
perfettamente congruo all’ambito giuridico su
cui il Pastore esercita la sua potestà, limitata e
sub condicione per religiosi, preti, parroci,
Vescovi, Cardinali, Superiori, Abati eccetera;
ma universale, diretta e immediata per il Papa
(terza condizione, non ravvisata dalla Lettera),
- 4), l’eresia dev’essere manifestata al massimo
grado di pienezza di magistero permessa a
quel Pastore, o entelechia: entelechia
pastorale per tutti i Pastori della prima
categoria; ma dogmatica per il Papa e solo per
il Papa, o per un Concilio se unito al Papa, da
cui riceve il necessario Munus Clavium di cui il
Papa e solo il Papa è detentore (quarta
condizione, non ravvisata dalla Lettera).
Come si vede, delle quattro condizioni o note
necessarie affinché si appalesi un delitto d’eresia
nella Chiesa la Lettera ne considera solo due, e
neanche le più significative, sicché l’accusa a Papa
Francesco, di essere autore di sette precisi delitti di eresia formale,
mancando tutte e sette le sue affermazioni di due delle condizioni
che permettono di identificarle precisamente come ‘formali delitti di
eresia’, sotto quest’aspetto decade.
Ciò non toglie che nell’augusto Autore delle sette
affermazioni e degli atti che ne sono seguiti in ordine
al papale Munus regendi si possano ravvisare colpe
che mettono in grave pericolo la Chiesa da lui
condotta: che Papa Francesco stia calpestando da
anni e con la più stolida disinvoltura articoli di fede
primari è sotto gli occhi di tutti ed è cosa di cui da
anni chi scrive è il primo ad aver rilevato
scientificamente metodo, cause, obiettivi e risultati,
v. La Chiesa ribaltata (Gondolin, Verona 2014), e
Street Theology (Fede e Cultura, Verona 2016).
Se qui si ritiene di dover derubricare dei
convincimenti non è perché l’augustissimo Soggetto
non avrebbe commesso i fatti addebitati, affatto, ché
anzi, a mio avviso, come documentato in quei libri e
in altri miei scritti, oltre che in queste pagine, ne ha
compiuti anche di peggiori, ma perché è prima di
tutto necessario che i fedeli che a diverso titolo
hanno elaborato e firmato la Lettera d’accusa non si
trovino a loro volta in torto per non aver valutato con
la massima prudenza, intelligenza e attenzione le
cose, posto che si tratta delle più alte e sante.
Di queste quattro imprescindibili note, assente una sola delle
quali non si può accusare nessuno di aver compiuto un formale
delitto di eresia, il sottoscritto parla da anni in tutti i suoi
libri, specie nel saggio intitolato Che cosa può
cambiare e che cosa non può cambiare nella dottrina
della Chiesa, in Dogma e Pastorale, Edizioni
Leonardo da Vinci, Roma 2015.
Nessuno mi ha mai fatto sapere di una sua
perplessità, o disaccordo, od opposizione su quanto
scrittovi, e il mons. prof. Antonio Livi ha voluto
pubblicare quel mio lavoro proprio perché lo
condivide pienamente, pur se minoritario, ma se a
identificare un’eresia formale non sono necessarie le
note di copertura giuridica (limitata o universale,
secondo se non papale o papale), e di pienezza di
manifestazione, o entelechia, non lo sono neanche
quelle della sua evidente ed esplicita manifestazione
pubblica e della sua cosciente e comprovata
Eppure è proprio a motivo della loro esistenza che
nessun Papa è mai potuto essere accusato
formalmente di un delitto di eresia, e di conseguenza,
stante quest’indubbia purità dottrinale, Papa Pio IX
ha potuto imporre la sua santa e motivata
convinzione a tutto un Concilio facendogli
riconoscere e legiferare il celeberrimo, molto
discusso, ma anche più che sacrosanto dogma
dell’infallibilità pontificia.
Infatti è solo per la mancanza della terza e quarta nota che p. es.
Papa Giovanni XXII non cadde nel delitto formale d’eresia, perché
le sue del tutto false convinzioni, pur essendo state
manifestate in pubbliche e reiterate omelie, proprio
in virtù del mezzo usato, le omelie appunto, non
avevano presentato i caratteri di universalità e di
dogmaticità che le avrebbe incatenate nel peccato
più efferato possibile a un Pastore.
Ciò vale anche per tutti quei Papi, pochi per la
verità, di cui è documentato che come Giovanni XXII si
spinsero a professare dottrine viete: Liberio, (che poi
divenne e venne riconosciuto dalla Chiesa persino
santo), Vigilio, Onorio I e Pasquale II, ma nessuno di
costoro, avessero anche formulato nozioni che
avessero potuto adempiere a tutte e tre le condizioni
necessarie a che fossero inchiodate nella loro
fattispecie di eresia, ne propalò mai almeno una
rispettando tutte e quattro le note necessarie a
incastrarla formalmente come delitto di pubblica
E così il dogma dell’infallibilità del magistero papale è salvo.
Ciò non vuol dire che Papa Bergoglio non sia
riconosciuto autore di orrende e ingiustificate
invenzioni para-teologiche che gridano vendetta a
Dio per la loro inaudita violenza concettuale anti-
cattolica, per la loro inusitata spericolatezza nel
calpestare un articolo di fede dopo l’altro come
farebbe una torma di inferociti cinghiali sguinzagliati
tra i filari di una vigna: la forma è salva, ma
materialmente il Sommo Pastore, tramutato così nel
suo nemico più acerrimo, e sappiamo bene tutti di chi
si sta parlando, un danno maggiore di certo non lo
4. SE PAPA FRANCESCO SIA L’UNICO PASTORE DELLA CHIESA
A MUOVERSI OGGI IN UNA LINEA PIÙ O MENO FORTEMENTE
ERETICALE.
Detto ciò, vi è un terzo punto da considerare. Si rivelerà il più grave.
Il fatto è che proprio ora si è parlato non solo di un
cinghiale solitario, ma di una torma di cinghiali,
perché Papa Francesco può distruggere e sta in
effetti distruggendo con viva protervia e selvaggia
violenza la vigna del Signore non solo perché lui
siede dove siede, ma perché tutti i Pastori che lo
attorniano, tutte le centinaia di cardinali e le migliaia
di vescovi sparsi nel mondo e dalle cui fila lui stesso
proviene sono, nella loro straripante maggioranza,
dello stesso suo sangue, dello stesso suo pelo, dello
stesso suo cuore, e oltre a ciò sono tutti
indistintamente proni fino al midollo alle direttrici e
alle idee-guida poste dal modernistico ed ereticale
concilio Vaticano II, compresi quei cardinali e vescovi
“bi-liturgici” che a parole paiono difendere gli ultimi
baluardi del dogma e del suo Rito, ma che in realtà
obbediscono solo a quel ben ricercato e ambiguo
paradigma di “continuità dottrinale” esposto da
Joseph Ratzinger quand’era Papa nel fin troppo
celebre Discorso alla Curia Romana del 22-12-2005
e il cui escamotage non è altro che la “scoperta” del
vecchio e trito refrain conciliare del « rinnovamento
nella continuità ».
Però si faccia attenzione: a parte il fatto davvero
bislacco per cui a dare le regole del gioco qui è il
disobbediente e non l’obbediente, il modernista cioè
e non il fedele, e con “modernista” ci si sta riferendo
proprio a quel cattivo se pur esimio Autore di un
testo fortemente eterodosso e da lui mai sconfessato,
Introduzione al cristianesimo, Joseph Ratzinger
appunto, a parte ciò, dicevo, si cita sempre questo
famoso discorso, e pure osannandolo, perché nella
sua semplicità parrebbe risolvere tutti i problemi, ma
non si citano mai quelle altre righe che si trovano
nella stessa allocuzione, in cui quel Papa ammette un
fatto gravissimo, cioè tanto grave da tagliare alla
radice tutta la potenza del primo: « [In quel Concilio] sono
stati emanati dei testi ambigui per giungere ad una più grande
maggioranza, ad un consenso maggiore ».
Il già Papa Benedetto XVI ammette qui l’esistenza di
quella che mons. Francesco Spadafora avrebbe
chiamato una “zeppa” da infilare sotto il portale del
Vaticano II così da scardinare l’intero Concilio (e di
conseguenza la Chiesa che ne ha seguito gli assunti):
l’ambiguità è la dolosa scappatoia, o meglio la machiavellica astuzia,
per realizzare il falso ideologico su cui è stato impiantato il Vaticano
II e gli anni a seguire; essa è il – diciamolo pure –
truffaldino escamotage che chi scrive denuncia da
decenni, raccomandato dal cardinale Suenens
all’accorto orecchio del “Papa buono”, di Giovanni
XXIII, che lo mise subito in atto: non utilizzare mai il grado
dogmatico di magistero, ma sempre e solo il grado detto pastorale,
così da non essere costretti in un insegnamento
infallibile (sia straordinario e definitorio che
ordinario e definitivo), che natura sua deve essere
perfettamente vero e sicuro oltre che perfettamente
Utilizzando invece solo il grado pastorale, la
Chiesa, e qui si intende la Chiesa modernista e
antidogmatica salita sul Trono più alto appunto con
Papa Roncalli, si può permettere: primo, di esprimersi
nella doppiezza che si è detta; secondo, di non dire poi
tutta la verità, ma solo quella che interessa mettere
in luce, tralasciando precisazioni e specifiche anche
decisive; terzo, di affermare infine, come già
accennato e in altre sedi ben documentato, veri e
propri errori dottrinali in fide et moribus, vedi i
lavori sul Concilio dei prof. Romano Amerio e
Roberto de Mattei, di mons. prof. Brunero
Gherardini, di S. E. mons. Marcel Lefebvre e di mons.
prof. Francesco Spadafora, per dire dei più insigni.
Benedetto XVI dunque si rende conto, sa, e non è
l’unica volta che raddoppia la sua posizione
enunciando in una prima indicazione quel che
annulla poi nella seconda, come si vedrà a proposito
di liturgia.
Ma nostro Signore proibisce l’ambiguità: « Il
vostro parlare sia sì sì no no. Tutto il resto viene
dal Maligno » (Mt 5,37), e dal Maligno,
disobbedendo all’ordine divino, in quel « tutto il
resto » si deve intendere che viene anche il voler «
giungere ad una più larga maggioranza », perché la
verità non cerca la maggioranza, mai, v. la scelta tra
Gesù e Barabba, e, non bastasse, la maledizione
paolina, cioè divina: « Se anche noi stessi, o un Angelo del
Cielo, venisse ad annunciarvi un Vangelo diverso da quello che vi
abbiamo annunciato noi stessi, sia anatema » (Gal 1,8).
Dunque per la Chiesa vale il principio per il quale la
Parola divina è sempre e in ogni caso da più di qualsiasi parlante
umano che la proferisce, fosse anche l’esito della ricerca
di una maggioranza cui comunque la verità non può
piegarsi nell’ambiguità o altro, e infatti quella
indicata da Papa Ratzinger è una pista falsa, perché
la verità la disse bene padre E. Schillebeekx op., v. il
mio Il domani del dogma (Aurea Domus, Milano
2013, p. 140): « Nous l’exprimons d’une façon
diplomatique, mais après le Concile nous tirerons
les conclusions implicites »: le conclusioni implicite,
una volta approvato dal Concilio l’aspetto cattolico
del testo, saranno quelle che ne emergeranno
leggendolo con gli occhiali modernisti.
Ma oltre all’ambiguità, come si è detto, i testi
conciliari sono pieni di errori dottrinali gravi, tutti
voluti, tutti ben calibrati, tutti ben studiati per i nuovi
orizzonti ideologicamente ecumenici prefissati dai
molto riveriti chierici modernisti della Nouvelle
Théologie: sulla regalità di Cristo e conseguente
diritto pubblico della Chiesa come da Immortale Dei,
in primis, ripudiati per favorire una libertà religiosa
ereticamente inclusivista, sul rapporto con le altre
nozioni religiose come formulato da Nostra Ætate, e
persino sulla sacra liturgia, tutti spostati in un’ottica
modernista e tutti approvati dalla maggioranza
plebiscitaria dei Pastori, nessuno dei quali, salvo quei
due che ora si vedranno, si rifiutò, o, recedendo da
decisioni precedenti, tuttora si rifiuta di
sottoscriverli.
Tutti indistintamente i cardinali, i vescovi e i superiori della Chiesa
sono decisamente convinti della bontà intrinseca degli insegnamenti
dottrinali scaturiti dal Vaticano II e tutti indistintamente hanno
altrettanto erroneamente approvato e sottoscritto la bontà del
conseguente Novus Ordo Missæ.
Gli unici vescovi che, in cinquant’anni e in tutta la compagine
ecclesiastica, si sono rifiutati di concordare sia sull’uno che sull’altro
per la loro intrinseca, gravissima e tutta modernistica ereticità, pur
se esposta a un livello di magistero che ne permette la truffaldina
sopravvivenza invece di impedirglielo, furono a loro tempo i
vescovi Marcel Lefebvre e Antonio de Castro Mayer e poi a seguire,
a tutt’oggi, tre dei vescovi da loro consacrati.
E questo è il punto. Qui ci stiamo cominciando ad avvicinare al
cuore del problema posto dall’ereticità di un Papa nella Chiesa
E il cuore del problema, come si vedrà, travalica di
gran lunga quello che si crede di aver centrato. Ma,
riconosciutolo, sarà facile aggiustare il tiro, mirare,
assestare il colpo: il Dogma vince, questo è sicuro.
Ma bisogna prima riconoscere il bersaglio. E ora lo
Perché di certo cinque delle sette asserzioni di
Papa Francesco segnalate dalla Lettera e qui
analizzate sono chiaramente eresie, in senso tecnico,
cioè formale, ossia sono chiaramente enunciazioni
che contrastano decisamente col dogma cattolico,
sono quelle che, come sopra visto, vanno senz’altro
definite “dottrine che contraddicono direttamente
una verità rivelata e come tale proposta dalla
Chiesa ai fedeli”, così come formalmente lo sono
però anche alcune nozioni enunciate dal Vaticano II,
pur se nessuna di queste, proprio come quelle di
Papa Francesco, può essere identificata e catalogata
come “eresia formale”, e ciò per via della mancanza
di corrispondenza assoluta alle precise richieste del
secondo punto visto, pur corrispondendo a quelle del
Contrastando con l’insegnamento cattolico, sia
quelle formulate dal Papa di oggi che quelle
formulate dal Concilio di ieri sono veri e propri
delitti, colpe, peccati, e gravi anche, di chi li elabora,
li enuncia, li propala, li approva, e di certo esse fanno
scandalo, rovinano la Chiesa, la distruggono, e
questo è ciò che segnalano anche gli elaboratori e i
firmatari della Lettera, ma essi lo fanno solo
limitatamente al Papa di oggi, senza avvertirne
l’infelice e malsana origine nel Concilio di ieri.
Ma esse, e qui torniamo a parlare, oltre che delle
sette odierne, delle ben più gravi elaborazioni di ieri,
ossia di cinquant’anni fa, suscitano poi anche
un’altra conseguenza, che nessuno segnala, che
nessuno ha mai segnalato, ma che è invece più grave
ancora: esse muovono allo sdegno Dio Padre, e lo
muovono allo sdegno sia per essere esse dottrine che
nella loro falsificazione feriscono direttamente il
Logos suo Figlio, sia e ancor più perché portano a
compiere verso di Lui, il Santo, il Sommo, il Terribile
su tutti i Re della terra, una liturgia che, pur
pienamente legittima e valida, è del tutto inadeguata,
non congrua come le è rigorosamente richiesto, alla
sua Maestà, come si vedrà fra poco, al terzo punto
del riassunto della situazione proposto qui sotto.
E vorrei calcare sul fatto che quello di compiere
una liturgia inadeguata verso Dio Padre non è un
fatto secondario, accidentale, come il lumino che è
stato spostato in una cappella laterale per segnalare
la presenza nelle cattedrali dell’Altissimo e Vivente,
ma, come questa, è il centro cardine della religione, è
il momento che la fa. E ho detto tutto.
5. UNA “REDENZIONE DOLCE”, SVUOTATA DEL SUO MOMENTO
QUESTO È L’ERETICO OBIETTIVO DI TUTTI I PAPI DELLA CHIESA
DAL CONCILIO VATICANO II A OGGI. QUESTO, E NON ALTRO.
Sviluppiamo qui in quattro punti quanto esposto al §
4 appena visto:
- primo: è da cinquant’anni che i Papi abbracciano
con convinzione ed esprimono anche gravi e
inaccettabili eresie, dal Vaticano II a oggi, di cui la
più eclatante, oltre a tutte le altre, esposta prima dal
non affatto santo ma prossimo all’eresia Papa Paolo
VI in Nostra Aetate, poi dal non affatto santo ma
prossimo all’eresia Papa Giovanni Paolo II nei
convegni di Assisi e in Marocco nel 1995, poi ancora
dal non affatto santo ma prossimo all’eresia Papa
Benedetto XVI in Vaticano nel 2006, infine oggi dal
certo non santo ma più scatenato di tutti Papa
Francesco, è che i cattolici adorerebbero lo stesso
Dio adorato da ebrei e islamici, nozione decisamente
ereticale che, nella moltiplicazione e nella
promiscuità dei Numi, ha portato agli sciagurati
convegni di Assisi e che si deve considerare quasi la
“nozione madre” della Settima eresia esposta nella
Lettera, dove Papa Francesco asserisce che « Dio non
solo permette, ma vuole positivamente il
pluralismo e la diversità delle religioni, tanto
cristiane quanto non cristiane ».
Con queste nozioni che pareggiano quello che
dovrebbe risultare per tutti uno iato abissale,
incolmabile, tra l’unicum cristiano e la molteplicità
delle nozioni religiose in giro per il mondo – e ripeto:
nozioni, nient’altro che nozioni, cioè solo fantasie,
invenzioni, che di reale non hanno nulla, e non
possono quindi chiamarsi religioni perché non
“legano” l’uomo ad alcun Dio –, la “Redenzione
dolce” smussa e appiana la differenza tra verità del
reale e falsità ideologica, primo gradino necessario al
continuum teilhardesco elaborato nel 1968
dall’ereticaleggiante prof. Ratzinger nel suo
egualmente ed estremamente ereticaleggiante
Introduzione al cristianesimo, v., di chi scrive, Al
cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, Aurea
Domus, Milano 2017;
- secondo: va ricordato che il pur ereticante e
scandaloso Papa Francesco è stato ben eletto da
qualcuno, ossia da una forte maggioranza di cardinali
riuniti in conclave nel 2013, ed è tuttora in
formidabile compagnia di personalità ereticali come
lui, e questo va detto per chiarirsi bene che la
situazione drammatica odierna della Chiesa non
ricade unicamente sulle spalle di un solo Pastore, se
pur il sommo, ma, fatti salvi i due vescovi di cui
sopra, della totalità della Chiesa stessa, che a questo
è arrivata perché è da cinquant’anni che sta
navigando volutamente, appositamente,
studiatamente, con machiavellico e tortuoso disegno,
ovvero con un falso ideologico e una spudorata
contraffazione del diritto divino, in acque putride ben
sapendo che sono putride, come chi scrive denuncia
da almeno un decennio in ogni suo libro e scritto
anche se nessun Pastore ha mai raccolto
pubblicamente la cosa, condividendo o confutando la
sua denuncia, pur chiarissima, neanche i Pastori
considerati ancor oggi i più osservanti, quali i
cardinali Brandmüller, Burke, Müller, Sarah, i defunti
Caffarra e Meisner, il vescovo Schneider, lo stesso
cardinale Ratzinger, che a furor di popolo si pretende
di mettere tra i Pastori più osservanti e integri, ma
che chi scrive dimostra essere invece, e fin dal 1967,
il più decisivo e profondo teorico della nuova dottrina
della Redenzione, la “Redenzione dolce”, dunque il
più illustre e tenace modernista vivente.
Anche quando Papa Ratzinger pubblicò la Spe
salvi, che con i suoi nn. 45-6-7, come rilevo nei miei
scritti, abolisce Inferno e Purgatorio e tramuta il
Paradiso in un luogo senza corpi, nessuno ha mai
detto niente, pur sapendo che un’eresia, se formulata
in una Lettera Enciclica papale, è certamente più
manifesta, istituzionale e formale di tutte quelle di
cui viene accusato ora Papa Francesco, queste
essendo espresse tutte e sempre comunque in forma
privata (anche l’Amoris Laetitia è una semplice
Esortazione apostolica, sicché non ha veste
magisteriale).
Resta che anche Spe salvi non è in sé una
manifestazione di eresia papale formale, e sono il
primo a dirlo, giacché, pur se i concetti espressi sono
reiterati (sono gli stessi enunciati nel già citato libro
scritto dal prof. Ratzinger nel 1968, Introduzione al
cristianesimo) e naturalmente sono pubblici e
universali, gli errori ivi espressi non sono rivestiti
però dalla pienezza ultima, o entelechia, propria di
una enunciazione papale, per un Papa riscontrabile
solo in una straordinaria locutio ex cathedra. Su
quattro note, anche qui manca la quarta, quindi
Però questo vale per far rilevare a tutti quanto la
situazione di ereticità della Chiesa odierna, tutta
“vaticansecondista”, vada riconosciuta in una vastità che
va ben oltre la singolarità di una persona e di un
momento: è l’ereticità di pressoché tutta la Chiesa, sviluppatasi
continuativamente nei suoi ultimi cinquant’anni.
- Terzo: per non parlare delle ancor più
gravi “eresie liturgiche”, ossia delle ereticali nozioni
simil-protestanti su cui cinquant’anni fa sono stati
appoggiati i nuovi atti liturgici, eresie diffuse in tutto
il mondo attraverso il Novus Ordo Missae, e nozioni
che a mio avviso gridano vendetta a Dio, ma, anche
qui: chi mai ha sollevato il problema opponendovi
tutta la più cattolica forza?
Non lo sollevarono nemmeno i pur molto
encomiabili cardinali Bacci e Ottaviani, che dovettero
riconoscere che malgrado tutto esso delinea un Rito
sia liturgicamente valido che
giuridicamente legittimo, ma non misero in rilievo
che, malgrado ciò, esso presenta almeno due
problemi ereticali enormi, entrambi irrisolti: il primo
è il mancato inginocchiamento del celebrante appena
dopo le parole della Consacrazione e prima
dell’ostensione delle sacre Specie all’assemblea,
come se la transustanziazione del pane e del vino in
Corpo e Sangue di Cristo avvenga solo dopo la loro
ostensione all’assemblea e sia dunque l’assemblea, e
non le parole sacerdotali, a realizzarla e a conferire
al celebrante il motivo di adorare subito, in esse, Dio,
il che è per l’appunto eretico; il secondo con la
soppressione del “placatus” nell’Hanc igitur.
Ripeto: a mio avviso sono entrambi due gravi errori,
ed entrambi irrisolti, ma ritengo in specie gravissima
la soppressione del “placatus”, perché essa sottrae
alla Messa il suo carattere essenzialmente
sacrificale, già annientato da decine di cambiamenti
delle rubriche e dalla stolida definizione di Messa
che si riscontra nel Breviario: « Gloria a te, Signore,
per la mensa del Corpo e del Sangue di Cristo », «
», e così di seguito, ma il Concilio di Trento pone il
problema su un terzo piano, oltre a quelli visti di
validità e legittimità, perché lo pone su quello della
sua congruità, o adeguatezza a essere gradito da
Colui per il quale è compiuto, Dio Padre santissimo: «
Il santo Sinodo – enuncia infatti il dogma – insegna che
questo sacrificio è veramente propiziatorio. … Placato infatti
da questa offerta, il Signore, concedendo la grazia
e il dono della penitenza, perdona i peccati e le
colpe, anche le più gravi » (Dottrina e canoni sul
sacrificio della Messa, Cap. 2, Denz 1743), con
simmetrico anatema: « Se qualcuno dirà che il sacrificio della
Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una
semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, o non
un sacrificio propiziatorio, … e che non deve essere offerto … per i
peccati, le pene, le soddisfazioni e altre necessità, sia anatema »
(Ibidem, Can. 3, Denz 1753).
Ma, come può rilevare ogni persona di buon senso
(e Romano Amerio, essendo tra queste, è così che ne
scrive in Iota unum, Epilogo, §§ 30-1), per negare
qualcosa non è necessario che si affermi positive la
sua negazione, ma basta che di quella tal cosa
comunque non se ne parli, che non la si rilevi, che
non se ne accenni in alcun modo: che ci si passi
sopra come non ci fosse.
Sicché, per stare al Novus Ordo e all’anatema che
colpisce « chi dirà che il sacrificio della Messa è solo
un sacrificio di lode e di ringraziamento… », come
visto, per i modernisti è stato sufficiente che non si
faccia menzione alcuna della necessità che essa
rivesta anche il carattere di « sacrificio propiziatorio
… offerto … per i peccati, le pene, le soddisfazioni »,
così da renderla perfettamente coerente alla nuova
natura di “Redenzione dolce” impressa alla dottrina
dalla Nouvelle Théologie di Rahner, Ratzinger
eccetera: soppresso il “placatus” dell’Hanc igitur, è soppresso il
carattere propiziatorio del sacrificio. È così che, come
suggerito dal modernista Bonaiuti, si vince Roma
senza che Roma se ne accorga.
O faccia finta di non accorgersene.
Quelle sottese da queste scelte liturgiche sono
evidenti eresie, se pur materiali, di cui qui si sono
segnalati solo due esempi sommi, ma sono eresie,
materiali o no, cui da cinquant’anni si sono piegati
tutti i mille e mille vescovi e Pastori della Chiesa con
incredibile inettitudine, tranne quei due e chi oggi li
Qui, in questa liturgia depurata dal suo carattere
drammaticamente e – come lamenta Papa Ratzinger –
“crudelmente” sacrificale (!), si concentra e solidifica la pacificante
“Redenzione dolce” affabulata da Giovanni XXIII, vagheggiata dal
Concilio, massimamente teorizzata da Benedetto XVI, realizzata
infine nelle sue dimensioni più ecumeniche da Giovanni Paolo II e
nelle più individuali da Papa Francesco.
- quarto: c’è da mettere in conto infine, a chiudere
definitivamente la porta a ogni speranza di ritorno
veloce e senza traumi alla situazione in cui bene o
male si trovava la Chiesa prima del Concilio, l’ultima
considerazione, relativa all’insegnamento della
filosofia, della teologia, e, a discendere, del
catechismo a tutti i livelli, da dove ormai da tempo
essa ha espulso dai propri piani di studio la sacra
scienza metafisica e ogni orizzonte che possa
prevedere e anzi proprio imperniarsi su di essa,
giacché ormai in ogni ambito di studio essa ha accolto
con decisione e da tempo l’impostazione opposta,
quella dell’inquadramento storicistico, mosca
cocchiera e supremo vanto della Nouvelle Théologie
malgrado sia riconosciuta essere in realtà il suo
massimo e più evidente contraltare, come si può ben
constatare dagli scritti di Karl Rahner sj e più ancora
dal già citato Introduzione al cristianesimo di
Joseph Ratzinger, libro che, venduto in tutti i
seminari del mondo per decenni in milioni di copie,
offrì a tutti i chierici, vescovi e cardinali della Chiesa
d’oggi la più larga e potente prospettiva per
impostare storicisticamente ogni problematica
teologica scalzando esplicitamente la metafisica a
favore di una lettura teilhardiana, dando come
risultato quella che possiamo senz’altro chiamare ben
a ragione, come visto, “Redenzione dolce”, che ha il
pregio di essere ben più conveniente e ben meno
traumatica di quella insegnata dalla Chiesa fino al
In Introduzione al cristianesimo il suo esimio
Autore afferma che « l’ora della metafisica è ormai
venuta a scadenza » (p. 59), come se possa morire la
scienza, anzi la più alta delle scienze.
Ma è il piccolo Ratzinger che muore, semmai,
cattolicamente parlando, e con lui moralmente
muoiono tutti coloro che, come i vari Piero Coda,
Rinaldo Fabris, José I. Gonzáles Ruiz, Antonio
Staglianò eccetera, credono d’uccidere la metafisica
solo perché è questa la loro molto cattiva e quindi
non affatto intelligente volontà, e dunque a venire “a
scadenza” è chi crede di dare impossibili e mortali
scadenze a realtà immortali, non quelle realtà: i
modernisti, come ogni altro eretico, non si rendono
conto delle enormità che affermano, ma poi sono essi
i primi a pagarne le conseguenze: non è la metafisica
il carapace, il guscio vuoto andato in scadenza, ma
chi ciò insegna.
La polpa del carapace infatti, dell’esoscheletro in
cui si vorrebbe mutare la metafisica, per rimanere in
metafora, non è una polpa qualsiasi, ma, se non lo si
è ancora capito, è Dio. Dio.
6. LA “REDENZIONE DOLCE” HA FATTO DELLA CHIESA UN
UN GUSCIO DI CATTEDRALI E DI POPOLI SEMPRE PIÙ SVUOTATI DI
E INCAPACI PERSINO DI REAGIRE ALLE PROVOCAZIONI DEL MONDO.
In sintesi, chi vede nell’occhio di Papa Francesco una trave, anzi
sette travi, dovrebbe riconoscere piuttosto che, di fronte alle
enormità di quelle che si trovano nell’occhio dei mille e mille Pastori
della Chiesa d’oggi e con tutta probabilità anche nel proprio, quelle
sette gran putrelle segnalate nel bulbo pontificale, al confronto, in
realtà non sono che sette miserrimi moscerini.
“E con tutta probabilità anche nel proprio”, ho
detto, perché, per essere rigorosi fino in fondo, è
necessario che estensori e firmatari della Lettera,
che ben a ragione si scandalizzano e ancor più ben a
ragione denunciano gli errori dottrinali e pratici del
Papa, compiendo così un salto di qualità auspicato e
atteso da anni, siano pronti a rigettare oggi essi per
primi, se non l’han già fatto, la fellonesca
impostazione che si è rilevata riguardo al Vaticano II,
come chi scrive documenta da decenni nei suoi libri,
per non dire di quanto è denunciato dalle profonde,
puntuali e cattolicissime analisi di personalità come
Amerio, de Mattei, Gherardini, Lefebvre, Spadafora,
sciagurata impostazione impiantata da Papi che
quell’Assise hanno voluto, aperto e concluso e poi da
coloro che fino a oggi l’hanno riconosciuta santa,
idonea e impeccabile in ogni suo insegnamento quasi
fosse dogmatica, dopo averla appositamente
snaturata in una forma magisteriale certamente
inadeguata, che però ha permesso loro una libertà
d’espressione e di linguaggio che la forma dogmatica
avrebbe invece di certo loro sbarrato.
E con ciò non credano, Papa Francesco e i Pastori che lo
appoggiano, che quegli stessi cattolici osservanti che ne denunciano
le malefatte dottrinali, “litigando tra loro” e rilevando che molti di
essi risulterebbero essere eretici tanto quanto il Papa che accusano,
abbiano loro tolto le castagne dal fuoco.
Al contrario, proprio la bianca veste che estensori e
firmatari della Lettera son pronti oggi a indossare
riconoscendo ogni devianza commessa e
convertendosi alla più santa e pura dottrina, essi: gli
estensori, i firmatari e poi tutti noi che conduciamo
questa santa battaglia per far tornare il Dogma e le
leggi di Dio a forma della Chiesa, si fanno qui nuovi e
sani portatori dell’unica cosa da fare: prendano
esempio, Vescovi e Papa, e lo prendano proprio da
coloro che, al sommo della loro miserabile pienezza
d’espressione, privata per i semplici fedeli, pastorale
per religiosi, diocesani e monsignori, hanno rigettato
qui tutte le ereticità, le ambiguità e le omissioni
eventualmente abbracciate finora, insegnate dal non
e anzi anti-dogmatico Vaticano II e presenti nel
Novus Ordo Missæ, e ogni anche minima traccia poi
di conciliarismo, la più scaltra e subdola delle eresie,
mossa come parrebbe da un sacro e santissimo
amore proprio per la purezza della Chiesa e dei suoi
Noi miserrimi fedeli siamo più uniti che mai: tutti
stringendoci, cattolici osservanti come professiamo
d’essere, alla dottrina cattolica insegnata
dogmaticamente nei secoli dalla Chiesa e alle verità
connesse insegnate da tutti quei Papi che con animo
semplice, cioè non doppio, ne hanno sviluppato la
necessaria estensione negli ambiti più casuistici.
A questo punto, proprio per la potente svolta data
da quella Lettera, tutto il problema del Papa eretico
merita ora d’essere impostato più largamente di
quanto lì fatto, perché solo a partire da un orizzonte
come quello che qui si sta indicando si potrà
giungere presto, chiaramente e correttamente
all’unica soluzione atta a far tornare la Chiesa in se
stessa, tutta una col dogma, tutta una sola cosa,
quasi, col Logos.
Ora, se la Chiesa oggi è invece come le sue
cattedrali: un carapace, un guscio vuoto, è perché
non la riempie lo Spirito di Dio, non la riempiono i
suoi fedeli, non la riempiono il dogma e le virtù che
ne promanano, e se questo carapace non riesce
neanche più a reagire almeno per istinto di
sopravvivenza ai fendenti che gli danno da decenni,
di continuo e sempre più duramente i suoi nemici, da
fuori e da dentro, è perché i suoi Pastori restano
ostinatamente stretti tutti a quel Rito che pur tanto
sdegno solleva in Dio malgrado sia stato proprio uno
di loro, e torniamo al cardinale Ratzinger, ad aver
messo a nudo la nuova liturgia come non avevano
fatto neanche i cardinali Bacci e Ottaviani.
« La riforma liturgica – era giunto infatti a
scrivere l’esimio Porporato – nella sua realizzazione
concreta, si è allontanata sempre di più da questa
origine [della liturgia gregoriana]. Il risultato non è stato
una rianimazione ma una devastazione. Da una parte si ha una
liturgia degenerata in show, nella quale si tenta di rendere la
religione interessante con l’aiuto della stupidità, della moda e di
massime morali provocanti, con successi momentanei nel gruppo
dei fabbricatori liturgici. Ciò che è accaduto dopo il
Concilio significa tutt’altra cosa; al posto della liturgia,
frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia
fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo
per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il
divenire e la maturazione organica di Dio che vive
attraverso i secoli e lo si è sostituito a mo’ della
produzione tecnica, con una fabbricazione banale
del momento » (J. RATZINGER, Prefazione a K.
GAMBER, La réforme liturgique en question, ed.
Sainte Madeleine, Le Barroux 1992).
Queste non sono parole. Sono sciabolate. Sono
eccezionali e ammirevoli sciabolate che dove calano
non lasciano più niente.
Ma la domanda è: e allora, quando poi colui che
calò quei fendenti, proprio lui, salì sul Trono da cui
poteva troncare le detronizzazioni, bloccare le
devastazioni, annientare le fabbricazioni banali del
momento, sgominare per sempre i frutti della
stupidità, delle mode e delle massime morali
provocanti, così da arrestare finalmente il sempre più
forte e motivato sdegno di Dio Padre verso i
malfattori che sempre di meno gli rendevano il culto
dovuto, perché mai non lo ha fatto?
Perché mai si è limitato a quell’insensato e
fellonesco contorcimento, cui peraltro quasi tutti i
vescovi e vescovucci del mondo hanno girato
infastiditi le terga, che, chiamando Rito Straordinario
l’Ordinario e Ordinario lo Straordinario, sovverte la
verità e dà al culto unico e santo il nome del
devastante e al devastante quello dell’unico e santo?
Perché mai ha lasciato che il Vetus Ordo, in realtà
Perennis Ordo, restasse appeso al filo sottile e
incerto di una volontà soggiacente ai più volubili
capricci umani, invece di riconoscergli il diritto di
essere celebrato come dovuto in qualsiasi tempo e
luogo, come era fino al 1969?
Le finalità del Rito della Messa sono quattro:
propiziatoria, latreutica, eucaristica, impetratoria.
Perché mai ha lasciato che all’unico e vero Dio ogni
giorno salissero quasi cinquecentomila Messe
clamorosamente e peccaminosamente deprivate della
prima delle finalità, probabilmente la più
imprescindibile, per le quali il Cristo ha compiuto il
suo Sacrificio e con quelle Messe ne ha istituito poi il
vivo memoriale?
Temeva forse uno scisma, un sollevamento
universale? E allora perché Dio Padre non ha temuto
lo scisma universale che poi infatti si è avuto, e che
scisma, con processo-farsa e crocifissione
dell’Agnello, allorché, v. Mt 3,17, ha proclamato Gesù
Cristo suo Figlio diletto?
Perché mai infine egli stesso non ha mai, e dico
mai, neanche una volta, celebrato un solenne
Pontificale Romanum nella Basilica maggiore di San
Pietro, come avrebbe pur dovuto, né lo ha fatto
almeno nella cappelluccia più dimessa e sperduta
della Città del Vaticano, di cui è stato per ben otto
anni il pur assoluto e sommo Sovrano?
Ecco cosa dico quando parlo di carapaci, di gusci
vuoti, di spolpati esoscheletri che nemmeno
reagiscono più, anestetizzati, quasi morti e sempre
più insensibili da anni e decenni allo Spirito, alla
Grazia, a Dio.
Il fatto è che, come si può vedere anche solo da queste poche
righe, è evidente che la reazione ai cataclismatici soprusi realizzati
cinquant’anni fa è su tutta la linea decisamente inadeguata, come
se la Chiesa fosse sotto morfina, sedata da anestesisti endogeni, e
bisogna dire che, se non fosse per il carattere marcatamente
conciliarista delle sue conclusioni, la Lettera aperta ai Vescovi della
Chiesa cattolica segnerebbe anche un giro di boa, perché evidenzia
una grande acribia e nell’individuazione dei punti di problematicità
sollevati dal Papa, e nella raccolta dei documenti che comprovano
per ciascuno la corretta posizione del Magistero, così dando la
misura dell’alto livello di coscienza dell’origine dottrinale della crisi
morale che pervade la Chiesa.
7. L’UNICA COSA DA FARE DAVANTI A UN PAPA “QUASI ERETICO”:
IMPLORARE QUEL PAPA DI ESPRIMERSI AL MASSIMO
DELL’ENTELECHIA
PERMESSA A UN SUO PRONUNCIAMENTO: LA LOCUTIO EX
È L’ORDALIA, IL GIUDIZIO DI DIO SULL’ERETICITÀ DI UNA DOTTRINA.
Ma la via d’uscita a una situazione della Chiesa come
questa, che più drammatica non potrebbe essere, la
via d’uscita c’è, ed è una sola: sia bandita ogni
tentazione “conciliarista”, ogni tentazione di
prevaricare, magari anche con i più apparentemente
innocenti sotterfugi giuridici, un Trono che
provvidenzialmente è e resta nei secoli
imprevaricabile, e ci si ponga sulla via aperta da san
Paolo – cioè da Dio attraverso san Paolo – e
straordinariamente illuminata da Papa Pio IX – cioè
sempre da Dio, ma stavolta attraverso Papa Pio IX, e
più avanti se ne capirà il perché –, via che tornerà a
garantire la stabilità della verità nella sua Chiesa, e
proprio a partire dal Trono più alto, come dev’essere.
E allora, qual è questa via? Come si chiama questa
strada benedetta che tanto bene si appoggia su Sacre
Scritture e Tradizione?
Si chiama Ordalia. Essa nasce proprio dai quattro
requisiti sopra visti che delimitano le definizioni di
eresia nella sua manifestazione esterna: tutti noi
fedeli osservanti, uniti agli estensori e ai firmatari
della Lettera, dobbiamo farci latori di una pressante
richiesta ai Pastori più sicuri della più solida
ortodossia, posto che ancora qualcuno ve ne sia,
risvegliato dal suo sonno dall’agitazione della stessa
Tragedia in cui vive, di pregare pubblicamente e con
grandi penitenze il Santo Padre di prendere
finalmente la decisone che mette in gioco
pienamente e apertamente il suo Munus Clavium e si
esprima così, finalmente, in una santa, doverosa e
ormai decisamente improcrastinabile locutio ex
Vediamo bene la cosa. Dobbiamo chiarire i due
aspetti sotto cui si pone. In primo luogo dobbiamo
capire in cosa consista l’Ordalia. In secondo
dobbiamo vedere come attuarla nella precisa
fattispecie odierna.
Si è già visto che le quattro ‘condizioni d’infallibilità’ escludono
che i Papi possano essere autori di un delitto d’eresia formale, pur
se alcuni vi si sono accostati pericolosamente. Queste quattro
condizioni danno la dovuta giustificazione filosofica e
teologica al dogma dell’infallibilità pontificia, che
garantisce la Chiesa che mai, mai e poi mai un Papa
può incorrere in un flagrante delitto di eresia, e si
intende di ‘eresia formale’.
Per questo motivo è chiaro che dunque cadono
tutte le varie opzioni relative alla casuistica che
vorrebbe far fronte alla realtà di un Papa eretico,
perché, non realizzandosi la cosa, il problema non si
1), non si pone il problema se sia o no possibile
ammonire un Papa;
2), né se sia o non sia possibile deporlo;
3), né se, con le sue espressioni, un Papa si auto-
deponga o non si auto-deponga “in automatico”,
ovvero per via delle sue stesse enunciazioni, latæ
In altre parole, come si vede, se ben utilizzate, le
quattro ‘condizioni d’infallibilità’ mettono al riparo
tutti i sottoposti, tutti i sudditi, da ogni tentazione di
concliarismo, patente o latente che sia, nella loro
santa opera di correzione del loro Superiore, il Papa
felicemente regnante.
Perché il punto critico che farebbe scattare uno qualsiasi di questi
tre terribili e quasi apocalittici atti non è stato e non sarà mai
Ai Pastori della Chiesa non si porrà mai il problema – viceversa
molto sentito nella Lettera – di cosa fare davanti a un Papa eretico,
neanche come ipotesi di scuola, perché il dogma dell’infallibilità
papale esclude in senso assoluto che un Papa possa cadere in
un’eresia formale (ciò potrebbe avvenire se il Papa non fosse vero
Papa, almeno formalmente, ma ciò è impossibile, perché si
dovrebbero dimostrare invalidità e illegittimità di elezione, il che, se
essa non è stata impugnata all’indomani del conclave responsabile,
è improponibile), e la quarta condizione d’infallibilità si pone a
strategica barriera di garanzia della cosa sia sul terreno teoretico
che sul piano storico-pratico.
Ecco perché i Papi degli ultimi cinquant’anni, e ora
l’attuale, hanno voluto e vogliono tutt’ora utilizzare
sempre e solo il grado “pastorale” di enunciazione
magisteriale invece del dogmatico anche allorché
sarebbe stato o sarebbe doveroso l’uso di
quest’ultimo: ciò permetteva, permette e sempre
permetterà loro, che non sentono alitare sulle loro
sacre mozzette il fiato vivo della Giustizia divina, che
pur gli imporrebbe di legiferare sempre e comunque
secondo il dogma, anche allorché non è impegnato
direttamente, permetteva, permette e sempre
permetterà, dicevo, di dribblare la quarta e decisiva
Ma così comportandosi, tutti questi Papi, dal 1962 a oggi, hanno
tentato e tentano Dio perché, facendo passare per
dogmatici e dunque per assolutamente veridici anche
insegnamenti, nozioni e dottrine che viceversa
possono non esserlo affatto, rigettano su Dio una
responsabilità, un onere, una causalità che Dio non
ha affatto e a cui, anzi, la natura di Dio è
essenzialmente, intimamente, cioè proprio per sese
Non so se qualche Pastore si rende conto
dell’efferatezza compiuta verso lo Spirito Santo.
Dalle recenti canonizzazioni di Papi, da nessun
Pastore rigettate come pur sarebbe stato doveroso,
Con il macroscopico e ben articolato sotterfugio di
utilizzare il livello pastorale di magistero invece del
dogmatico, la Chiesa modernista si sta comportando
come Anania e Saffira con san Pietro nel celebre
episodio di At 5,1-10: i due, infatti, avevano fatto
passare l’offerta che avevano deciso di fare alla
Chiesa come se fosse tutto il provento della vendita
del loro campo mentre lo era solo in parte. E così
oggi: il grado pastorale non copre tutta la garanzia
di veridicità e certezza di insegnamento coperta dal
grado dogmatico, ma solo una parte. Sicché per
l’uno e per l’altro falso ideologico vale il tremendo
giudizio dato da Pietro ad Anania: « Tu non hai
mentito [solo] agli uomini, ma a Dio » (At 5,4).
Si rendono conto, i vescovi e tutti i chierici d’oggi,
della gravità della cosa? Sono coscienti o non sono
coscienti che le menzogne fatte a Dio sul piano del
Munus docendi dalla Chiesa modernista del Vaticano
II e di oggi sono in tutto analoghe alla menzogna
fatta a Dio sul piano del Munus sanctificandi da
Anania e Saffira, e che fino a quando ciascuno di loro
non rigetterà gli insegnamenti distorti del Vaticano II
e non riconoscerà l’estrema inadeguatezza del Novus
Ordo Missæ, ciascuno di essi sarà correo dello stesso
misfatto nei confronti di Dio?
I Papi dribblano la quarta e decisiva condizione,
dicevo, e in tal modo credono di sottrarsi al loro
dovere morale di avvicinarsi sempre il più possibile,
per quanto cioè lo permettano le situazioni e le
discipline cui debbono appoggiarsi, alla più rigorosa
e obbediente esattezza e completezza veritativa
anche in tutti quegli insegnamenti che, per
intrinseche necessità di aggiornamenti gnoseologici,
debbono confrontarsi con dati scientifici, storici o
altro, quali gli effetti teologici dei fatti dogmatici, le
canonizzazioni stabilite in osservanza alle norme
canoniche, la legislazione liturgica e disciplinare,
l’approvazione di ordini e congregazioni religiose, e,
per tali commistioni con verità passeggere, non
possono essere direttamente dogmatici, cioè di
valore eternale.
Questi Pastori che tentano Dio peccano dunque, con questo atto
di subdola, non dichiarata ribellione, come fosse sottotraccia, in
peccati di omissione e di falsità, ma, loro e tutti i Pastori che pur
osservandoli non li disobbediscono, renderanno certo conto a Dio di
questa loro condotta altamente immorale che svuota la Chiesa e i
suoi insegnamenti della verità del Logos.
8. ECCO COME DOVREBBE MUOVERSI LA CHIESA PER COMPIERE
SULLE SETTE ERESIE PAPALI DENUNCIATE NELLA LETTERA AI
PRIMO PASSO: I VESCOVI, SULLE ORME DI SAN PAOLO, AIUTANO IL
A PRENDERE COSCIENZA DELLA CATTIVA STRADA CHE STA
PERCORRENDO.
Vediamo il primo aspetto dell’Ordalia. Si diceva che il
riferimento scritturale cui è bene ispirarsi è dato dal
confronto tra san Paolo e san Pietro nel celebre
episodio di Antiochia citato dall’Apostolo in Gal 2,11-
Cosa fa quel grande? Quel grande, san Paolo appunto, cioè, in
quel caso, il sottoposto, rivolgendosi a san Pietro, suo Superiore, gli
fa solo una domanda.
E fa solo una domanda, a Pietro, perché Pietro non solo è un
generico suo Superiore, ma per diritto divino è il Superiore di tutti i
regni della terra.
E solo una domanda devono cominciare a fare i vescovi al Papa,
formulata precisamente sul calco di quella dell’Apostolo: « Se tu,
che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei,
come puoi costringere i pagani a vivere come i Giudei? » (Gal 2,14).
E qui l’interrogativo che dobbiamo farci è: come
mai il sottoposto san Paolo fa questa domanda a quel
tanto particolare suo Superiore?
Gliela fa per riportare quello specialissimo
Superiore in sé, alla presenza della sua coscienza, la
quale coscienza, se fosse stata ascoltata, gli avrebbe
ricordato con esattezza quegli insegnamenti del
Signore che invece, per amore del quieto vivere,
della placidità, e, diremmo oggi, dell’inclusione, egli
aveva voluto “dimenticare”, contagiato dalla stessa
anche mortale malattia da cui si lasceranno
ammorbare prima il “Papa buono”, poi il professor
Ratzinger, ora Papa Francesco.
Con ciò si dimostra che: 1), lo Spirito aleggia dove
vuole, come ricorda Gv 3,8, qui però abbandonando il
Superiore e andando ad albergare nell’inferiore; 2),
ma anche satana soffia dove gli è permesso dal
Signore, v. Gb 1,13; 2,6, facendosi spazio nel
Superore che per propria convenienza aveva chiuso
il proprio cuore a Dio, anteponendo il timore del
prossimo al timore di Dio, cioè peccando di placidità.
Di placidità?! Ma come, si può peccare di
placidità? Certo: come ricorda il profeta Ezechiele,
che Romano Amerio annota diligentemente
nell’Aforisma 427 del suo Zibaldone proprio a
proposito di Papa Roncalli, si può peccare di
placidità: « Il postulatore della causa di
beatificazione di Giovanni XXIII dice che “il
principio del Papa era di ‘non dispiacere a
nessuno’. Ma questa è la massima di quella gente
che è biasimata. Ez 13,18: “Guai a coloro che
fanno cuscini per ogni gomito e guanciali per ogni
testa”. Il proposito di piacere a tutti implica la
persuasione erronea che non ci siano uomini
malvagi né parti malvagie in uomini buoni ».
E il bisogno di piacere implica per terzo,
specialmente, di sottomettere il timore di Dio a
quello degli uomini, che si blandiscono e si
accattivano mostrando loro una bonomia che rifugge
in tutti i modi dall’offenderli, così da non provocare
in loro ritorsioni o vendette, a costo di non mettere in
alcun conto le leggi di Dio, con le quali soltanto,
viceversa, si dovrebbe voler stare sempre in pace,
anche a costo di inimicarsi gli uomini, come rileva il
mistico san Giovanni d’Avila commentando gli atroci
patimenti subiti da san Paolo e da questi esposti in II
Cor 4,8-11: « Non solo [l’Apostolo] non mormora e
non si lamenta di Dio – nota il mistico spagnolo –,
come fanno i deboli; non solo non si contrista come
coloro che amano la gloria e i piaceri, né domanda
a Dio di esserne liberato, come fanno gli insipienti
che rifuggono dalle sofferenze, … ma benedice Dio
proprio quand’è in mezzo alle pene ». Altro che
bonomia e placidità.
Chissà che idea si saranno mai fatta, i vari Papi
Roncalli, Ratzinger e Bergoglio, e a seguire, poi, tutti
quei chierici e fedeli che ne sono rimasti avvinti, di
questo terribile passo delle Sacre Scritture (Ap
19,11-6):
Io, Giovanni, vidi il cielo aperto, ed ecco un
cavallo bianco, e colui che lo cavalcava si
chiamava “Fedele e Verace”: egli giudica e
combatte con giustizia. I suoi occhi sono
come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo
molti diademi; porta scritto un nome che
nessuno conosce all'infuori di lui. È avvolto
in un mantello intriso di sangue e il suo
nome è Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo
seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino
bianco e puro. Dalla bocca gli esce una
spada affilata per colpire con essa le genti.
Egli le governerà con scettro di ferro e
pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa del Dio
« Dalla bocca gli esce una spada affilata », dice,
perché quando il Verbo parla è la giustizia che parla,
ed è la giustizia che divide le genti.
Una giustizia affilata, quella divina, e che non
risparmia nessuno.
Dunque san Paolo riporta san Pietro in sé, lo
riporta a Gesù Cristo, al Testimone Fedele e Verace
che con il coltello affilato della verità divide chi è con
lui da chi non lo è: nel caso della disputa di Antiochia,
di là i circoncisi nella carne, di qua i circoncisi nello
Provvidenzialmente però, la domanda fatta a
bruciapelo dall’inferiore al Superiore di tutti i
Superiori, che è uomo di animo onesto e al fondo
fedele a quel Gesù cui aveva per tre volte giurato
fedeltà invitta, riporta il primo Papa alla realtà, a
quella chiarezza cioè il cui soprannaturale splendore
non sempre si ha presente quando si sta in mezzo
alle realtà pratiche e quotidiane.
Allo stesso modo, sulle orme di san Paolo, come primo passo
obbligato per compiere con Papa Francesco quell’atto di humilis
correctio filialis compiuto ad Antiochia dall’Apostolo, si potrebbe
formulare la cosa così:
I. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“Una persona giustificata non ha la forza di osservare – con l'aiuto della grazia di Dio – i
comandamenti oggettivi della legge divina, come se alcuni dei comandamenti di Dio
fossero impossibili ad obbedirsi da parte della persona giustificata; o come se la grazia
divina, quando genera la giustificazione in un individuo, non provocasse
invariabilmente e per la sua stessa natura la conversione da tutti i peccati gravi, o non
fosse sufficiente per convertirsi da tutti i peccati gravi” ,
cioè ritieni e
insegni che è impossibile, anche a chi è in grazia di
Dio, non trasgredire le sue leggi, come puoi
convincere i pagani a vivere come i Cattolici, che
loro malgrado paiono quasi costretti a vivere come
i pagani? »;
II. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“Un fedele cristiano può possedere la piena conoscenza di una legge divina e decidere di
sua spontanea volontà di trasgredirla in materie gravi, e ciononostante non trovarsi in
stato di peccato mortale come conseguenza di tale azione” ,
insegni che un Cattolico, per salvarsi, se ha la fede
può peccare quanto vuole, come potrai mai
alla fin fine vivono come i pagani? »;
III. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“Una persona che osserva una divina proibizione può peccare contro Dio per via di quello
stesso atto di obbedienza”,
cioè ritieni e insegni che la legge
di Dio è contraddittoria, come puoi aspettarti che i
Cattolici, liberati dalle contraddizioni, non vivano
come i pagani? »;
IV. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“La coscienza può giudicare con verità e giustizia che i rapporti sessuali tra persone che
hanno contratto un matrimonio civile – nonostante una delle due sia sposata
sacramentalmente con un’altra persona o tutt’e due lo siano – possano talvolta essere
moralmente giusti, o richiesti o persino comandati da Dio” ,
insegni che ciascun uomo è legge a se stesso, come
puoi aspettarti che i Cattolici poi non vivano come
i pagani, tanto è uguale? »;
V. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“È falso che gli unici rapporti sessuali buoni nel loro genere e moralmente leciti siano
quelli tra marito e moglie” ,
cioè ritieni e insegni che gli atti
sessuali non sono buoni o cattivi per il motivo di
chi, di come e a qual fine si compiono, come puoi
aspettarti che i Cattolici non vivano e non si
comportino come i pagani, comodamente “legge a
se stessi”? »;
VI. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che
“I principi morali e le verità morali contenuti nella divina rivelazione e nella legge
naturale non includono proibizioni di carattere negativo che proibiscano in modo
assoluto certi tipi di atti, in quanto sempre gravemente illegittimi per via del loro
oggetto”, cioè ritieni e insegni che legge naturale e
Rivelazione non proibiscono davvero e in assoluto
alcuni comportamenti sessuali, come puoi
aspettarti che i Cattolici poi non vivano come i
pagani? »;
VII. « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni
che “Dio non solo permette, ma vuole positivamente il pluralismo e la diversità delle
religioni, tanto cristiane quanto non cristiane” , cioè ritieni e insegni
che non esiste solo una religione, la religione
cattolica rivelata da Dio Trinità per opera di Gesù
Cristo, come puoi aspettarti che i Cattolici poi non
abbiano gli stessi idoli dei pagani, tanto è uguale?
Cioè, in sintesi: « Se tu, che sei Cattolico, ritieni e insegni che ogni
uomo è legge a se stesso, come puoi aspettarti che esista ancora
una religione, una legge, una morale, magari anche un Dio? ». Che
nemmeno Nietzsche.
Fatto questo passo preliminare, i vescovi potranno
anche passare al successivo, che è il cuore
dell’Ordalia: il cuore del “Giudizio di Dio”.
9. SECONDO PASSO: I VESCOVI IMPLORANO IL PAPA DI ENUNCIARE
UNA QUALSIASI O ANCHE TUTTE LE PROPOSIZIONI IN OGGETTO
AL MASSIMO DELL’ENTELECHIA O PIENEZZA DI ENUNCIAZIONE
PERMESSAGLI:
IN UN’INFALLIBILE E INDEFETTIBILE LOCUTIO EX CATHEDRA.
L’Ordalia, come si sa, è un “Giudizio di Dio” su cause
che il giudizio degli uomini non sa risolvere, e tale è
il caso dei Papi “quasi eretici”.
Come ottenere il “Giudizio di Dio”, nel nostro caso?
Avendo i vescovi posto Papa Francesco, sull’esempio
di san Paolo, dunque ponendosi nel più rigoroso e
umile rispetto della Somma Autorità davanti al cui
scettro devono inchinarsi tutti i re della terra, di
fronte alla più chiara realtà dei sette punti di caduta
compiuti, lo si ottiene implorandolo ora in tutta
umiltà di compiere un atto che implichi di certo,
ossia come realtà riconosciuta de fide, l’intervento di
Dio: l’infallibilità di una dottrina è garantita per via
che quella dottrina non origina dagli uomini, ma da
Dio, come visto nella Cost. dogm. Pastor Æternus (v.
Con tale supplica si concreterà la funzione del
primo dei due nomi della presente proposta “Piano-
Paolina”, giacché con Papa Pio IX, che dà corpo
all’infallibilità pontificia, si realizza il secondo atto
della Ordalia, o “Giudizio di Dio”. E si noti che anche
con tale secondo moto è escluso ogni minimo atto
che non sia degno e più che degno del Trono più alto,
ed escluso sul nascere qualsiasi atto che possa
suonare a sua offesa, mancanza di rispetto,
esuberando invece di amore filiale.
Quelli che poi affermano che tale supplica al Trono
più alto, di avvalorare con una locutio ex cathedra la
perfetta e assoluta veridicità degli insegnamenti e
delle disposizioni impartiti, sarebbe in realtà
addirittura « tentare lo Spirito Santo », sono in
errore come credere notte il giorno e giorno la notte,
perché a tentare lo Spirito Santo sono da
cinquant’anni i Suenens-Roncalli eccetera, cioè i
modernisti, che proprio guardandosi bene
dall’usufruire della facoltà offerta precisamente dallo
Spirito Santo – attraverso la bocca del loro
Predecessore di santa memoria Papa Pio IX – di
godere, « per quell’assistenza divina che gli è stata
promessa nella persona del beato Pietro, di quella
infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la
sua Chiesa, quando definisce la dottrina riguardante
la fede o la morale ». Come si fa a pensare di «
tentare lo Spirito Santo » proprio quando si supplica
il Santo Padre – non ‘costringe’, signor “Servodio”,
ma ‘supplica’ –, a godere di un bene eccelso,
immenso, « di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la
sua Chiesa »?
Detto ciò, si può capire che alle umilissime
implorazioni dei sottoposti il Superiore può replicare
solo in due modi, e a loro volta questi due modi
possono essere risolti ciascuno secondo due
possibilità, sicché in conclusione ci si apre davanti un
ventaglio di quattro possibilità:
- 1a), il Papa accoglie benevolmente le preghiere
dei sottoposti ed enuncia ex cathedra una, o
più, o tutte le sue sette affermazioni in oggetto;
- 2a), il Papa accoglie benevolmente le preghiere
dei sottoposti ed enuncia ex cathedra il rigetto
assoluto di tutte le sue sette affermazioni in
- 1b-2b), il Papa non accoglie le implorazioni dei
sottoposti, dando luogo a due interpretazioni
del suo rifiuto, il quale rifiuto con ogni
probabilità non sarà seguito da alcuna
giustificazione ufficiale. Queste due ipotesi
interpretative si vedranno più avanti.
Dunque, a partire dalla prima risposta papale, potrebbe
succedere che il Papa voglia benevolmente
soddisfare la prima e più positiva aspettativa dei
vescovi, e con ciò quindi degli estensori e firmatari di
questa nostra, chiamiamola così, Seconda Lettera
“Piano-Paolina”, dal nome dei due sommi nostri
Suggeritori.
In questo caso il Papa non si fa scrupolo di accogliere le ferventi
preghiere dei vescovi che in tal senso lo implorano, e si appresterà a
formulare uno qualsiasi dei suoi insegnamenti, o magari tutti, nella
forma più straordinaria, alta e solenne possibile a un Papa, che è la
forma della locutio ex cathedra.
In tal caso, immediatamente, universalmente e
direttamente la Chiesa si dovrebbe prostrare con
profonda e perfetta obœdientia de fide al sommo e
vincolante comando papale, certa della sua più
inconfutabile verità, proclamata urbi et orbi nella
forma più straordinaria e solenne.
Questa funestissima eventualità, comunque NON POTRÀ
AVVERARSI MAI (come visto ai §§ 3 e 7, da « Ai Pastori… »): infatti
il dogma dell’infallibilità papale preserva il Papa, la
Chiesa, il mondo tutto, dalla più remota, rovinosa e
studiata possibilità che un benché minimo errore
possa mai infiltrarsi anche solo per sbaglio – e
figuriamoci se con la più ferma e cattiva volontà –
nella santa Cittadella del Dogma, nella centrale e
soprannaturale Torre del Maschio – questa la
straordinaria e solenne papale locutio ex cathedra –
che si alza al centro della già molto fortificata e
comunque nei secoli inespugnabile Cittadella della
divina Verità.
il Papa, presa coscienza
C’è poi una seconda possibilità:
della realtà delle cose suggeritagli dalle sette terribili
domande dei vescovi che abbiamo visto appena
sopra, si appresta persino a dogmatizzare il contrario
di ciascuna e di tutte le affermazioni denunciate, il
che sarebbe di sicuro l’unica santa iniziativa che un
Papa oggi dovrebbe avere.
Qui sarebbe però facile dire che questa si pone solo
come ipotesi di scuola, come si dice. Se non che, alla
luce di At 12,6-10, suggerirei di ritenere la cosa non
così impossibile: se il primo Pietro fu, precisamente
per le preghiere di tutta la Chiesa, liberato in quel
modo così portentoso descritto, e dalle catene e dalle
guardie che pur tanto rigorosamente lo
imprigionavano, cosa potrà mai impedire l’Angelo del
Signore dallo sciogliere un altro Pietro da altri ferri,
demoni, ideologie e false convenienze, per la viva e
universale preghiera piena di fede che si eleverà da
tutta la Chiesa per impetrare tale e tanto immensa
Dunque si tenga realisticamente in considerazione
l’ipotesi e non si tenti Dio: Dio non ha mai deluso,
mai, chi ha veramente fede in Lui.
Personalmente, chi scrive ritiene questa, di tutte, l’ipotesi più
La terza ipotesi è che il Papa si rifiuti di esporsi in un
pronunciamento ex cathedra: il Papa, pur dopo aver
ascoltato e ponderato la formulazione dei suoi sette
insegnamenti come propostagli dai vescovi calcando
le orme di san Paolo, si rifiuta di compiere il fatidico
passo. Si apre allora una forbice di due possibili
interpretazioni di tale rifiuto. Eccole.
Prima interpretazione del rifiuto papale di esporsi in una locutio
ex cathedra: il Papa reputa che i suoi insegnamenti non
meritino la garanzia di certezza massima implorata,
lasciando ogni Pastore libero di intraprendere la via
ritenuta in coscienza più giusta e veridica, ma ciò
spingerebbe sicuramente la Chiesa a spaccarsi in
uno scisma che la dividerebbe irrimediabilmente,
perché è impossibile che la schiera di vescovi – e di
tutti i chierici e fedeli che li seguono – sia disposta a
scendere a patti su un terreno decisivo per la fede
come lo è uno qualsiasi dei sette insegnamenti
segnalati, a fronte dei quali la Chiesa, come rilevato
al nostro § 2, tranne che per il Quinto e Sesto, si è
già espressa autorevolmente, senza tentennamenti, e
specialmente in forma infallibile.
Con un’aggravante: che il Papa, almeno stando alle
posizioni assunte anche all’epoca in cui ricoprì la
carica di arcivescovo di Buenos Aires, si troverebbe a
capo della schiera modernista, e non della schiera
cattolica, il che complicherebbe terribilmente la
cosa, stante che il livello magisteriale che permane è
ancora quello di ‘magistero pastorale’, nel quale livello
l’entelechia di deliberazione permessagli non è
Il Papa stesso non può non rendersi conto di ciò e
non può certo permettersi di trovarsi dalla parte
sbagliata, che la prospettiva di uno scisma porrebbe
in tutta evidenza.
Come ai tempi della crisi ariana, o del grande
scisma d’Occidente, è necessario qui per tutti
estremizzare, è necessario essere decisi a polarizzare
le posizioni in modo che la verità evangelica abbia
con chiarezza i suoi strenui sostenitori e siano
manifesti all’opposto i sostenitori dell’errore: solo
davanti al pericolo, al massimo pericolo, “chi deve”,
pur essendo forse bruciato da passioni contrarie, pur
di scongiurare l’indubbia sciagura di un possibile
scisma dove lui, ripeto, si troverebbe però dalla parte
sbagliata (e oltre tutto ne sarebbe considerato dalla
Storia poi, se non l’autore, l’incapace suo suscitatore
o in qualche modo e misura il suo responsabile),
finalmente si esporrà oltre l’umano.
Metterà mano cioè al sacro carisma del pronunciamento ex
cathedra, che però lo porterà fatalmente alla soluzione n. 2, con suo
forzato ravvedimento e con vittoria definitiva del dogma.
D’altronde, nell’ambito della terza ipotesi, per la
quale il Papa, almeno in via presunta, si schiererebbe
dalla parte sbagliata, ossia manterrebbe sine die le
sue attuali posizioni ereticali, è verosimilmente
opzione che non si può affatto escludere a priori:
delle due, è la più probabile.
Conservando però il grado del suo magistero a
livello “pastorale”, la Chiesa non ne subirebbe che gli
effetti già subiti sinora dalla linea vaticansecondista,
se pur aggravati dall’evidenza dell’errore data dalla
consumazione dello scisma: uno scisma ci sarebbe, il
Papa sarebbe dalla parte sbagliata, e tutti
vedrebbero che la situazione di stallo che si avrebbe
per la prima volta nella Chiesa non può durare a
lungo, come non durò a lungo, ma qualche anno sì, la
situazione di tre Papi – di un Papa vero e di due
antipapi – ai tempi del concilio di Costanza.
Ora come allora, la Chiesa non è preparata. Ma ora
come allora essa ha gli strumenti per far vincere la
verità. È possibile infatti che nella Chiesa si possa
consumare uno scisma causato da una divergenza
dottrinale anche di tipo pratico come fu quella dei tre
Papi, senza che ciò non porti anche all’anatema
dell’eresia e di chi la sostiene, come avvenne infatti
anche ai tempi di Costanza?
È proprio su ciò che possiamo riporre tutte le nostre speranze per
giungere a un pronunciamento dogmatico, giacché un anatema può
essere proferito unicamente in regime dogmatico, sicché il Papa, per
anatemizzare i chierici che si opponessero alla sua linea modernista,
e con loro la loro dottrina così da imporre la propria, sarebbe
finalmente costretto a utilizzare proprio quel grado di magistero da
cui starebbe volentieri lontano e che, con l’inevitabile plurale
maiestatis pontificale e la messa in atto delle quattro condizioni con
cui si attua il carisma petrino, la locutio ex cathedra, lo porrebbe in
difficoltà nel sostenere gli insegnamenti che lo hanno portato fin là.
Sicché ben venga il pericolo di uno scisma. Ho detto
pericolo, non scisma: la santa Vergine lo stornerà, e
il miracolo di Costanza – dovuto all’umiltà del grande
Gregorio XII – si ripeterà per suo mezzo con la
rinnovata umiltà, ancora una volta, Deo gratias, del
Trono più alto.
Seconda interpretazione del rifiuto papale di esporsi in una
locutio ex cathedra: il Papa rifiuta di pronunciarsi in
magistero dogmatico, ovvero di esporre in una
solenne e straordinaria locutio ex cathedra le
dottrine problematiche, perché non se la sente,
perché cioè non è poi così sicuro della teologia
proposta, ossia, per dirla con parole chiare, perché ha
il ben comprensibile timore che la gloria dello Spirito
Santo, che egli sa bene che sarebbe direttamente
chiamato in causa unicamente e soltanto da tale
forma straordinaria di magistero, potrebbe
mostrare chiaramente, in un qualche modo solo da
Lui conosciuto e solo a Lui permesso, di non tollerare
che un Papa si pronunci impegnandosi solennemente
e infallibilmente a favore di qualcosa che potrebbe
essere anche per un solo iota censurabile, anche per
un solo iota non aderente come sempre dev’essere
alla santissima Verità, al sacro e unico Dogma.
Questo perché a Dio è dato di intervenire sulla
salute del Soggetto, magari anche utilizzando opzioni
“estreme”: la storia della Chiesa è piena di luminosi
interventi in questo senso dello Spirito Santo, come
viceversa è piena di altri momenti in cui, non essendo
stato richiesto dal Sommo Pastore un Suo pur
necessario intervento, rimasero tremendamente
brucianti i Suoi sdegnati, severi, castiganti silenzi.
Quello attuale ne è un icastico esempio, sempre che
qualcuno sappia leggere le orme infuocate di Dio nel
sempre doppio e triplo ordito della storia.
Ma la scelta di mantenere un basso profilo al
proprio magistero non è più percorribile, perché la
pressione del dogma è oggi massima: la Chiesa, oggi,
è a una svolta, e la svolta ci sarà.
Parlo di pressione del dogma sulla Chiesa, in specie sul Papa suo
Conduttore e unico Pastore in grado di enunciare infallibilmente,
intendendo la pressione dei vescovi sul Papa, i quali a loro volta
sono mossi perché pressati dagli estensori e dai firmatari di una
Seconda Lettera aperta ai vescovi della Chiesa cattolica che ha
raccolto e fatta propria la presente proposta.
Anche in questo caso un Papa modernista sarebbe
in angolo, ci vuole solo tempo: i vescovi, se sono
coscienti che a questo punto il Papa non può esimersi
prima o poi di chiudere la partita, e che ciò egli può
fare solo con la locutio ex cathedra a lui fatale,
perché ogni altro mezzo si rivelerebbe per lui solo
una più o meno peronista e più o meno gravemente
dolosa gherminella denunciabile in ogni momento, i
vescovi, dico, hanno già vinto, perché non debbono
far altro che insistere e ancora insistere nella
preghiera al Sommo Pastore di cedere e di
pronunciarsi una volta per tutte nell’unica forma
possibile capace di fugare ogni più minimo dubbio
Ripeto: la forza dell’Ordalia sta nella sua intransigenza, nella sua
assolutezza. E nella sua fermezza: l’importante, in un’Ordalia, è non
cedere. Mai, per nessun motivo. È il Papa che deve cedere, è il Papa
che cederà: è per lui che prega Cristo – la preghiera di
Cristo è vincente natura sua –, ed è lui che dunque,
ravveduto, di certo confermerà i suoi fratelli, v. Lc
22,32.
10. CONCLUSIONE: SI FACCIA AL PIÙ PRESTO L’ORDALIA.
CON LA SANTA ORDALIA LA CHIESA NON PUÒ CHE VINCERE.
SEMPRECHÈ CI SIANO DEI VESCOVI CATTOLICI, NON
VATICANSECONDISTI,
A CONTRASTARE L’ULTIMO PAPA VATICANSECONDISTA DELLA
Questa è l’Ordalia: un “Giudizio di Dio” da cui non si
scappa, e da cui il Papa, un Papa “quasi eretico”,
modernista e traditore, non ha linee di fuga plausibili
e realistiche per far passare una che sia una delle
sue molte e molto erronee, distruttrici e scandalose
L’Ordalia porta a un solo risultato, perché delle
quattro e solo quattro opzioni che offre abbiamo visto
che la prima, quella che Papa Francesco tanto
sognerebbe, è proprio quella semplicemente
impossibile, dunque è azzerata; la seconda, che
sognerebbero invece tutti i cristiani, è l’unica
auspicabile, e infatti è proprio quella che,
analogamente al miracolo intervenuto a san Pietro e
narrato in At 12,6-10, si attende con più fervore che
si realizzi, anche perché è la più in linea con il
carattere soprannaturale della Chiesa; la terza e la
quarta infine sono le più probabili secondo le attese
umane, una per l’altra, dipende da quanto Papa
Francesco senta la pressione dei vescovi su di sé, ma
entrambe portano comunque, se pur in tempi non
immediati e con mille tergiversazioni, furbizie e
peronismi vari, al pronunciamento fatidico, tutto
dipende dai vescovi, dalla loro perseveranza, dalla
loro purezza.
E questo è il problema: i vescovi.
Abbiamo visto che su più o meno cinquemila
vescovi sparsi sulla terra, solo due di loro, e dico due,
trenta-quarant’anni fa hanno preso le dovute
distanze dal Vaticano II e dal Novus Ordo Missæ.
Eppure si è visto che due vescovi bastarono a
sollevare il problema. Dunque ancora una volta non è
il numero che conta.
Ma per esser realisti, ammesso che non li si possa
avere tutti e cinquemila, ci vorrebbe almeno un
numero eloquente, p. es. cinquecento: se
cinquecento vescovi si muovessero concordi sul
percorso qui tracciato e tale lo mantenessero, se
necessario, anche per anni, richiedendo con
inflessibilità e persistenza al Santo Padre la salita in
cattedra fino al suo cedimento, la vittoria del dogma
sarebbe comunque assicurata.
Purtroppo non è pensabile che oggi cinquecento
vescovi siano così spiritualmente e cattolicamente
forti, così da ottenere tre risultati: primo,
riconoscere la verità di tutto ciò che qui si è detto del
concilio Vaticano II; secondo, ridare alla Liturgia
Romana perenne il posto ordinario che le spetta e
cestinare per sempre la Montiniana; terzo,
ripristinare nei propri seminari e atenei la
metodologia tomista tanto vivamente sollecitata da
Papa Leone XIII e contestualmente rigettare con
eguale fermezza anche il più garbato ma falsificante
e stolido storicismo.
Se però dovessero contarsene anche solo
cinquanta, di vescovi, sarebbe già utile, perché
diventerebbe piuttosto complicato per un Papa, già
tanto discusso – e discusso proprio per i motivi che lo
vedrebbero in contrasto con quei suoi sottoposti che
però sarebbero dalla parte del Logos divino –,
sospenderne a divinis cinquanta in un colpo solo.
Il problema è che ci siano, questi tali e santi
cinquanta vescovi.
Dunque forza vescovi: tocca a voi. Non è Papa Francesco il
problema, per ora: siete voi. Cominciamo a organizzarci con i primi
* * * DEUS SANCTA TRINITAS FIRST * * *
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