Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2011/11/novita-fiscali-del-11-novembre-2011.html
Timestamp: 2018-02-25 08:00:50+00:00
Document Index: 93274773

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 2359']

Novità fiscali del 11 novembre 2011, da valutare il futuro dei collegi sindacali in tante società
Tag: Collegio sindacale Spesometro
1) Niente agevolazioni fiscali in presenza di violazioni alle norme sulla sicurezza dei lavoratori
2) “Spesometro”: è solo uno strumento dotato di presunzioni semplici e non legali
3) Bonus del 36%: Il limite di spesa è limitato all’abitazione e pertinenza
4) In tanti casi scomparirà il collegio sindacale
5) Compenso professionale da stabilire con il cliente liberamente e nascita società di professionisti
6) Tutti i lavoratori (dipendenti ed autonomi) dal 2026 in pensione solo a 67 anni
7) Per le dichiarazioni del dipendente alla GDF non occorre la querela del datore di lavoro
8) Ente non commerciale senza I.C.I. solo se dimostra di svolgere attività istituzionale
9) Nuovo regime della compensazione territoriale nel collocamento obbligatorio: Circolare dei Consulenti del Lavoro
10) Sisma in Abruzzo, spese per gli immobili d’impresa danneggiati: Ulteriori chiarimenti sul trattamento fiscale
Non spettano le agevolazioni fiscali se le piccole e medie imprese che assumono nuovi dipendenti hanno violato le norme sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza 22860 del 3 novembre 2011, secondo cui a ciò non rileva l’entità della sanzione irrogata e la natura formale della violazione accertata.
Pertanto, l’Amministrazione finanziaria può negare all’imprenditore il credito di imposta, previsto dalla Legge 449/1997, quale “bonus occupazionale”.
In particolare, con l’art. 4 sono state previste agevolazioni fiscali, sotto forma di crediti di imposta, a favore delle piccole e medie imprese operanti in determinate aree dei territori del Mezzogiorno d’Italia laddove siano stati assunti dipendenti con contratti a tempo pieno o parziale aventi durata indeterminata, ovvero con contratti a tempo pieno e durata determinata almeno triennale, nel periodo compreso tra il 1° ottobre 1997 e il 31 dicembre 2000.
Il beneficio non spetta (e, quindi, viene revocato in fase di controllo) se, a carico del datore di lavoro, vengono accertate violazioni che prevedono l’irrogazione di una sanzione superiore a 3 milioni di vecchie lire, pari a 1.549 euro.
Nel caso di specie, esaminato dalla Cassazione, poiché l’entità della sanzione irrogata all’imprenditore è risultata inferiore al suddetto limite, si è palesata l’ipotesi che il beneficio fiscale non potesse essere revocato.
Ma la Suprema Corte ha, invece, respinto tale motivo di ricorso presentato dall’imprenditore precisando che, nel caso di specie, il giudice tributario ha accertato che sono state irrogate sanzioni per l’ipotesi di violazioni della normativa sulla salute e sicurezza dei lavoratori, in relazione alle quali la disposizione prevede la revoca delle agevolazioni indipendentemente dall’entità della sanzione e finanche se trattasi di accertate violazioni formali.
2) “Spesometro” quale strumento dotato di presunzioni semplici e non legali
Solo presunzioni semplici per l’accertamento fiscale di tipo sintetico.
Al cd. “spesometro” non può essere attribuita la natura di presunzione legale, con la quale l’Amministrazione finanziaria non avrebbe l’onere di motivare in maniera adeguata l’avviso di accertamento.
E’ quanto è emerso dai recenti pareri dottrinali. Intanto necessita la preventiva instaurazione della fase del contradditorio, ciò anche al fine di applicare il redditometro alla singola realtà del contribuente.
Difatti, il legislatore, con il D.L. n. 78/2010, ha modificato l’art. 38, comma 7, stabilendo espressamente che l’Ufficio, che intenda procedere alla determinazione sintetica del reddito, ha l’obbligo di invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento e, poi, di avviare il procedimento di accertamento con adesione.
L’obbligo di attivazione della fase del contradditorio adesso espressamente prevista dal Legislatore assume, quindi, valenza anche per il regime precedente.
Ed in tema, appunto, di redditometro si discute in dottrina di quali difese dispone il contribuente.
In tale neo contesto normativo la prova è più ampia (a parte la possibilità di sostenere che esistono dati ulteriori che provano che la ricchezza, pur sussistendo nell’ammontare presunto, non costituisce reddito poiché frutto ad es. di smobilizzi patrimoniali, provento di successioni, ecc.), è, infatti, possibile contestare al fisco e provare che, ad es.:
– Il dato bene indice non è stato nella disponibilità del soggetto;
– il bene non viene utilizzato (poiché oggettivamente inutilizzabile oppure per impossibilità soggettiva di utilizzarlo o per mancata utilizzazione di fatto);
– sia nella disponibilità ma le spese (per l’acquisto, la manutenzione e/o il funzionamento) sono state sostenute da altri;
– le spese sono state insussistenti o inferiori;
– il reddito tassabile è in realtà inferiore (poiché determinato catastalmente, o determinato forfetariamente, oppure si riesce a dimostrare, ad es., che il soggetto vive a carico di altri e che, quindi, i coefficienti moltiplicatori previsti dai decreti, che tengono conto anche della quota di reddito da destinare al sostentamento, non può trovare applicazione);
– la spesa sia da imputare a redditi elevati di periodi precedenti;
– si tratta di disinvestimenti patrimoniali;
– si tratta di mutui.
Nella detrazione del 36% sulle ristrutturazioni edilizie, il limite di spesa di 48.000 euro riguarda esclusivamente abitazione e pertinenza.
Viene, quindi, escluso che detto limite possa essere anche utilizzato per fruire della detrazione del 36% sulle spese di realizzazione di box pertinenziali all’abitazione.
Si tratta della risposta al question time (n. 5-05978) in Commissione Finanze della Camera dei deputati rilasciata il 09.11.2011.
Pertanto, non si può computare un ulteriore ed autonomo limite di spesa disgiunto dall’abitazione per la ristrutturazione o la costruzione di box pertinenziali.
In molti casi le società potranno fare a meno del collegio sindacale con relativo risparmio dei costi (ciò almeno secondo intenzioni governative).
Difatti, le SpA con capitale sociale inferiore ad un milione di euro potranno avvalersi di un sindaco unico in luogo dell’attuale organo pluripersonale.
L’organo monocratico potrà, altresì, essere nominato in tutte le Srl attualmente chiamate alla nomina del collegio sindacale, a prescindere da ogni limite dimensionale.
In tutte le società di capitali, il collegio sindacale (ma anche il consiglio di sorveglianza o il comitato per il controllo sulla gestione) potrà essere incaricato delle verifiche di cui alla legge 231/01.
Scompare la norma che consentiva la redazione di atti costitutivi di srl a mezzo di scrittura privata.
Lo prevede l’emendamento al Disegno di Legge di stabilità, presentato il 09 novembre 2011, in tarda serata, dal governo in commissione bilancio al senato, in merito alla nomina ed alle funzioni esercitabili dall’organo di controllo nelle società di capitali.
Professionista e cliente potranno determinare il compenso della prestazione liberamente.
Il tariffario, approvato dal ministero della giustizia, non avrà valore nemmeno come punto di riferimento. Al contrario, il tariffario avrà il suo valore in caso di mancata determinazione consensuale del compenso oppure quando il committente é un ente pubblico. O ancora in caso di liquidazione giudiziale dei compensi (ovvero nel caso in cui il giudice è chiamato a definire le spese legali per la parte soccombente in un processo) e quando la prestazione professionale è resa nell’interesse dei terzi (ovvero nel caso dei consulenti tecnici d’ufficio).
E’ questa la novità in materia di professioni contenuta nella bozza di emendamento al DDL di stabilità.
Resta, invece, invariata la delega di 12 mesi per la revisione del sistema complessivo della disciplina degli ordini professionali.
Viceversa, entro sei mesi si introdurrà la normativa ad hoc per le società tra professionisti.
Come in precedenza, anche con la bozza della legge di stabilità si conferma la volontà del legislatore di introdurre nuove forme di esercizio dell’attività professionale e tra queste vi è quella societaria, soprattutto in un periodo di crisi economica che richiede sinergie e multidisciplinarità e la necessità di individuare strumenti in grado contrastare la concorrenza esercitata da soggetti professionali stabiliti in altri Paesi Ue più attrezzati sul piano delle disponibilità finanziarie e strumentali.
Dunque l’esercizio delle attività intellettuali potrà avvenire tramite società partecipate non solo da professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi (purché in possesso del titolo di studio abilitante) ma anche da soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche o con una partecipazione minoritaria, o per finalità di investimento.
I soci professionisti dovranno osservare il codice deontologico del proprio albo, così come la società sarà soggetta al regime disciplinare dell’ordine al quale risulterà iscritta.
L’emendamento in questione, però, non lascia la previsione senza una data ma fissa in sei mesi il tempo in cui il ministro dello sviluppo economico dovrà adottare un regolamento per disciplinare la materia.
Dal 1° giugno 2024 i lavoratori autonomi, uomini e donne, andranno in pensione di vecchiaia all’età (almeno) di 65 anni e 6 mesi; dal 1° dicembre 2024 i dipendenti, uomini e donne, all’età (almeno) di 66 anni. Lo stabilisce la bozza di emendamento al DDL di stabilità.
Dal 1° gennaio 2026 sarà vietato l’accesso alla pensione all’età inferiore di 67 anni, a prescindere dal tipo di pensione di vecchiaia (retributiva, mista o contributiva), dal sesso dei lavoratori (uomini e donne) e dalla tipologia d’impiego (dipendenti, parasubordinati, autonomi).
Il minimo di 67 anni andrà garantito tenendo conto del regime delle decorrenze (la finestra mobile) e degli incrementi dei requisiti dovuti alla speranza di vita. Mentre il regime delle decorrenze è un dato noto (vale 12 mesi per i lavoratori dipendenti e 18 mesi per quelli autonomi), la speranza di vita non è prevedibile con certezza: Scatterà, infatti, dal 2013 e si riproporrà ogni tre anni in una misura calcolata dall’Istat.
Pertanto, la sola condizione che consente di rispettare il vincolo dei 67 anni dal 1° gennaio 2026 è questa: 12 mesi prima di tale data (dipendenti) o 18 mesi prima (autonomi) devono sussistere requisiti di accesso alla pensione tali da garantire la decorrenza della pensione a quella età (67 anni).
Il maxiemendamento al DDL stabilità ha anche confermato il pacchetto di misure per il lavoro già annunciate.
Previsti incentivi per l’occupazione di giovani e donne disoccupati, il via libera alle Regioni per il 2012 di ridurre dalla base imponibile Irap la parte di costo del lavoro legato alla produttività, l’aumento di un punto percentuale dei contributi a carico dei co.co.co.
Per le aziende con meno di 10 addetti viene poi confermata l’esenzione per tre anni dei contributi sui nuovi contratti di apprendistato stipulati tra il gennaio 2012 e il dicembre 2016.
Incentivati il telelavoro e il part-time. Per i dipendenti della pubblica amministrazione in esubero viene prevista la mobilità. A questi sarà garantito lo stipendio base all’80%, per 24 mesi.
Le dichiarazioni rese dal dipendente alla Guardia di finanza per denunciare irregolarità fiscali in azienda non hanno fede privilegiata.
Pertanto, per contestarle non occorre la querela da parte del datore di lavoro.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 23397 del 9 novembre 2011, con la quale ha accolto il ricorso di un artigiano.
A seguito di mancato versamento delle ritenute d’acconto è scaturito da dichiarazioni, raccolte dalla Guardia di Finanza in una piccola azienda artigiana, che il dipendente era stato assunto nel 2011, subito contestate dal Datore di lavoro artigiano il quale ha, invece, sostenuto che l’assunzione sia avvenuta solo nel 2004.
A parere dei giudici di merito (C.T.P. e C.T.R.) le dichiarazioni del dipendente rese in sede di processo verbale di constatazione, secondo le quali aveva iniziato la propria attività nel giugno 2001, prevalevano, per la fede privilegiata dell’atto pubblico in cui erano contenute, rispetto a quelle rese con la successiva dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, secondo cui sarebbe stato assunto il 19 marzo 2004.
Adesso, invece, la sezione tributaria della Suprema Corte di Cassazione ha ribaltato completamente l’esito.
La Cassazione ha, infatti, accolto il ricorso dell’artigiano che aveva provato con altri mezzi, senza querela di falso, il versamento delle ritenute.
Ciò poiché “l’atto pubblico fa fede fino a querela di falso solo relativamente alla provenienza del documento dal pubblico ufficiale che l’ha formato, alle dichiarazioni dal medesimo rese e agli altri fatti dal medesimo compiuti o che questi attesti essere avvenuti in sua presenza; tale efficacia privilegiata non si estende, invece, alla intrinseca veridicità delle dichiarazioni rese al pubblico ufficiale da terzi (nella specie dal lavoratore), che costituiscono materiale probatorio liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, unitamente alle ulteriori risultanze istruttorie”.
Ai fini dell’esenzione dall’ICI sugli immobili è l’ente non commerciale che si deve attivare al fine di provare di non avere esercitato attività commerciale.
Difatti, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23314 del 09 novembre 2011, ha stabilito che per fruire dell’esenzione dall’I.C.I. sugli immobili degli enti ecclesiastici non è sufficiente che i responsabili di quest’ultimi certifichino di svolgere attività che giustifichino l’esenzione dall’imposta, occorre, invece, verificare che l’attività sia concretamente svolta senza le caratteristiche di un’attività commerciale.
Per questa verifica però l’onere della prova non può gravare sull’ufficio del Comune ed è, invece, il contribuente che deve dimostrare che l’attività assistenziale (o equiparata) non è svolta con caratteristiche commerciali.
Pubblicata la circolare della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro n. 6 del 10 novembre 2011 sul nuovo regime della compensazione territoriale nel collocamento obbligatorio.
Ciò poiché, l’art. 9 del D.L. n. 138/2011 – ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo, c.d. manovra bis 2011 – ha modificato l’art. 5, comma 8 della legge n. 68/99.
L’intervento normativo ha ridefinito le regole per la compensazione territoriale nell’ambito del collocamento obbligatorio, stabilendo che gli obblighi di cui agli articoli 3 (assunzione dei disabili) e 18 (assunzione delle categorie protette) della legge n. 68/99 devono essere rispettati a livello nazionale.
La nuova impostazione normativa consente, di conseguenza, in ambito nazionale:
– Ai datori di lavoro privati – che occupano personale in diverse unità produttive – di poter assumere in un’unità produttiva un numero di lavoratori aventi diritto al collocamento obbligatorio superiore a quello prescritto, portando in via automatica le eccedenze a compensazione del minor numero di lavoratori assunti nelle altre unità produttive;
– alle imprese che sono parte di un gruppo, secondo la definizione dell’art. 31 del D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, di poter assumere – ferme restando le aliquote d’obbligo di ciascuna impresa – in una impresa del gruppo avente sede in Italia, un numero di lavoratori aventi diritto al collocamento mirato superiore a quello prescritto, portando in via automatica le eccedenze a compensazione del minor numero di lavoratori assunti nelle altre imprese del gruppo aventi sede in Italia.
Per quanto concerne i gruppi di impresa, il legislatore, nell’operare un rinvio all’art. 31 del D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, si riferisce alle disposizioni dettate dall’art. 2359 c.c. e dal D.Lgs. 2 aprile 2002, n. 74, improntate al criterio del potere di controllo societario.
(Fondazione Studi Consulenti del Lavoro circolare n. 6 del 10 novembre 2011)
Le spese di riparazione degli immobili d’impresa, danneggiati o distrutti dal terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009, non vanno dedotte obbligatoriamente nel limite del 5%.
I costi di questa natura, infatti, se sono capitalizzati nel costo di beni strumentali ammortizzabili, partecipano al reddito fiscale sotto forma di quote d’ammortamento più alte.
Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 50/E del 10 novembre 2011, con la quale è tornata sul tema della ripresa degli adempimenti e dei versamenti post-sisma con particolare riferimento agli immobili delle imprese, inclusi i contributi ricevuti per le riparazioni dei danni.
Deduzione da derivazione
In generale non sussiste alcun obbligo di comprendere ogni spesa, sostenuta per le riparazioni dei beni strumentali delle imprese colpite dal sisma, tra quelle deducibili nel limite del 5% del costo complessivo di tutti i beni ammortizzabili (con l’eccedenza poi deducibile in un massimo di 5 anni).
Anche in questa ipotesi, infatti, possono applicarsi le regole ordinarie in materia, secondo cui il vincolo del 5% scatta solo per i costi che in contabilità non sono stati portati direttamente a incremento del bene riparato.
Contributo da costo
In mancanza di indicazioni specifiche contenute nella legge agevolativa, il contributo è considerato “in conto impianti” quando la spesa di riparazione e ripristino è stata capitalizzata.
In ogni caso, ricorda l’Agenzia, i contributi concessi per la riparazione degli immobili non abitativi, danneggiati o distrutti dal sisma, non concorrono alla formazione della base imponibile Irpef, Ires e Irap, così come stabilito dal D.L. n. 39/2009 recante: “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile”.
(Agenzia delle Entrate, comunicato n. 182 del 10 novembre 2011)