Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20090318.htm
Timestamp: 2018-01-21 18:43:19+00:00
Document Index: 9601896

Matched Legal Cases: ['art. 2467', 'art. 2467', 'art. 2348', 'art. 2348', 'art. 2369', 'art. 2377', 'art. 2411', 'art. 2420']

Le società di capitali sono state oggetto dell'importante modifica normativa apportata dal decreto legislativo 17 gennaio 2003 n. 6 con il quale il legislatore ha introdotto novità anche sul fronte dei mezzi di finanziamento alle società medesime.
La disciplina previgente dedicava agli strumenti finanziari finalizzati all'aumento del capitale sociale una regolamentazione troppo scarna rispetto alle esigenze del mercato e si basava unicamente sull'assunto che le compagini societarie si autofinanziassero attraverso i propri soci oppure ricorressero alle banche qualora i soci non fossero stati in grado di fronteggiare le esigenze dell’azienda.
Sotto la vigenza del codice civile pre-riforma, infatti, la possibilità che la società potesse cercare finanziamenti all'esterno, quindi anche tra soggetti che, sebbene non direttamente interessati all'impresa, fossero comunque disposti ad investire il proprio capitale in essa, era considerata un'eventualità remota, marginale e, pertanto, disciplinata in maniera non sufficientemente dettagliata.
Le tipologie dei mezzi di finanziamento delle società di capitali, quindi, non sono più solamente l’emissione di titoli di debito (obbligazioni) o di partecipazione (azioni), bensì, anche la diffusione di strumenti di reperimento delle risorse economiche utili all'attività d'impresa che, giuridicamente ed economicamente, posseggono caratteristiche appartenenti sia agli strumenti obbligazionari che a quelli azionari.
Volendo analizzare analiticamente le differenti tipologie di finanziamento alle società, è utile iniziare l'excursus dallo strumento più tipico che è quello del finanziamento effettuato dai soci medesimi, anch'esso oggetto di modifica da parte del d.lgs. 6/2003.
La nuova normativa prevede una maggiore tutela dei creditori sociali in quanto disincentiva la prassi di reperire finanziamenti dai propri soci senza utilizzare la forma del conferimento e garantisce in tal modo la reale consistenza del patrimonio sociale. I requisiti che debbono sussistere affinché un socio possa finanziare la società sono rimasti quelli disciplinati dalla delibera del Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio, in attuazione del decreto delegato 1° settembre 1993 n. 385 e sono: l’iscrizione nel libro dei soci da almeno tre mesi, la partecipazione al capitale sociale pari ad almeno il 2% dell'ammontare del capitale nominale quale risultano dall'ultimo bilancio approvato nonché la previsione di tale possibilità nello statuto.
Per quanto concerne il rimborso dei finanziamenti dei soci, l'art. 2467 del codice civile, norma ad applicazione necessaria che deve essere applicata a prescindere dalle disposizioni statutarie, prevede che esso sia “postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori della società e, se avvenuto nell'anno precedente la dichiarazione di fallimento della società, deve essere restituito”.
La disposizione del primo comma dell'art. 2467 è tuttavia mitigata dal disposto del capoverso, il quale afferma che “si intendono finanziamenti dei soci a favore della società quelli, in qualsiasi forma effettuati, che sono stati concessi in un momento in cui, anche in considerazione del tipo di attività esercitata dalla società, risulta un eccessivo squilibrio dell'indebitamento rispetto al patrimonio netto oppure in una situazione finanziaria della società nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento”e, pertanto, i finanziamenti effettuati fuori dalle summenzionate condizioni sono rimborsabili dalla società liberamente.
Accanto alle azioni che hanno uguale valore e conferiscono ai loro possessori uguali diritti ai sensi e per gli effetti dell'art. 2348, I comma c.c., si ricordano le azioni privilegiate che godono di priorità nella distribuzione degli utili, nella restituzione del capitale e che possono essere postergate in caso di perdite (art. 2348 comma II c.c.). Secondo quanto disposto dall'art. 2369 V comma, tale specie di azione può essere emessa solo a seguito di una delibera dell’assemblea straordinaria e con un quorum deliberativo superiore ad un terzo del capitale sociale, sia in prima che in seconda convocazione.
Lo statuto, inoltre, può prevedere anche azioni prive del diritto di voto, con voto limitato a particolari questioni oppure con voto subordinato al verificarsi di determinate condizioni, senza che sia necessario attribuire vantaggi di natura patrimoniale. I soci cui non è attribuito il diritto di voto e che, pertanto, non possono impugnare le delibere, hanno comunque titolo per ottenere il risarcimento del danno loro arrecato da un'eventuale delibera illegittima ai sensi dell'art. 2377 c.c.
La compagine societaria ha altresì la possibilità di emettere particolari azioni a favore dei propri dipendenti o collaboratori, ma tale facoltà deve essere espressamente prevista dall’atto costitutivo o da una sua modifica. E' utile sottolineare che con il termine “dipendenti” si intendono anche i dipendenti delle società controllanti e controllate dall'emittente.
La novella, contempla anche l'ipotesi dell’emissione di azioni a favore di soggetti non legati alla società da alcun rapporto di lavoro subordinato: ciò può avvenire sia mediante aumento di capitale con esclusione del diritto di opzione, sia attraverso un'assegnazione gratuita di azioni agli amministratori, sia con una vendita di propri titoli azionari a società controllanti o controllate.
Il decreto delegato n. 6/03 ha preveduto anche la possibilità di finanziare le società attraverso le cd. azioni correlate le quali forniscono diritti patrimoniali correlati ai risultati conseguiti dalla società in un determinato settore o ramo di attività. E' disposto che lo statuto debba stabilire i criteri di individuazione sia dei costi che dei ricavi imputabili al settore, le modalità di effettuazione dei rendiconti, i diritti attribuiti a tali azioni nonché le modalità di conversione in azioni di altra categoria.
La dottrina ritiene che la società possa stabilire che tali titoli possano percepire utili se il relativo settore è in utile, anche qualora gli altri settori non lo siano. E' tuttavia escluso che la distribuzione degli dividendi a favore di tali azionisti possa eccedere gli utili che risultano dal bilancio della società. Pertanto se l’attività sociale, nel suo complesso subisce una perdita, i possessori delle azioni correlate non avranno diritto ad ottenere alcunchè.
E' fatto notorio che i titolari di obbligazioni hanno diritto alla restituzione del capitale nonchè alla riscossione degli interessi; secondo il combinato disposto dei commi I e II del nuovo art. 2411 c.c., tale diritto può essere, totalmente o parzialmente, subordinato alla piena soddisfazione dei diritti di altri creditori della società e la tempistica può variare in relazione alle condizioni economiche in cui si trova la medesima.
La competenza ad emettere obbligazioni non convertibili - senza opzione sull'acquisto dell'azione- è attribuita agli amministratori, salvo che la legge o lo statuto non dispongano diversamente. L’emissione di obbligazioni convertibili, invece, rimane di competenza dell’assemblea straordinaria secondo quanto previsto dall'art. 2420 bis c.c.
Per ciò che riguarda i limiti quantitativi posti all’emissione di obbligazioni, per le società quotate in mercati regolamentati non è previsto alcun limite, altrimenti, alla società è consentita l’emissione solo per un ammontare che, complessivamente, non superi il doppio della somma del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili secondo l’ultimo bilancio approvato. Nel caso in cui tali titoli siano sottoscritti da investitori professionali oppure siano garantite da un'ipoteca, questo limite può essere superato, ma solamente fino ai due terzi.