Source: http://www.movimentoperlagiustizia.it/argomenti/diritto-penale/495-penale-riesame.html
Timestamp: 2017-09-25 04:27:25+00:00
Document Index: 181189007

Matched Legal Cases: ['art. 292', 'Cass. Sez. ', 'art. 309', 'art. 292', 'art. 309', 'art.309', 'sentenza ']

Sei qui: Home Argomenti Diritto penale Penale. Riesame
Nel ricorrente dibattito sugli ambiti integrativi del Tribunale del riesame in tema di scrutinio delle ordinanze cautelari adottate dal G.I.P. in ..... replica delle richieste del p.m., un provvedimento del Tribunale del riesame di Napoli che riepiloga gli estremi della questione.
N. 40282/2006 R.G. P.M. Tribunale Napoli
PROVVEDIMENTI RESTRITTIVI LIBERTÀ PERSONALE
Sulle istanze di riesame (successivamente riunite) presentate rispettivamente in data 12.4.2007 3 16.4.2007 nell’interesse di ......, avverso l’ordinanza emessa in data 10.4.2007 dal GIP del Tribunale di Napoli, con la quale veniva disposta nei confronti degli istanti indagati la misura cautelare della custodia in carcere (fattispecie in tema di concorso in rapina, fatti accertati in comuni diversi della provincia di Napoli nel luglio 2006).
Letti gli atti trasmessi dall’autorità procedente, qui pervenuti in data 17.4.2007, ascoltati i difensori, all’esito della camera di consiglio del 24.4.2007 ed a scioglimento della riserva di cui al dispositivo depositato in pari data,
Con ordinanza in data 10.4.2007 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale in sede applicava a ...... la misura coercitiva personale della custodia cautelare in carcere per i reati indicati in epigrafe, meglio descritti ai capi dell’imputazione provvisoria.
Avverso tale ordinanza proponevano istanza di riesame i difensori che all’udienza del 24.4.2007, presenti gli indagati, concludevano come da verbale, chiedendo l’annullamento dell’impugnata ordinanza per carenza di gravi indizi di colpevolezza e difetto di esigenze cautelari.
In particolare il difensore del ...... depositava memoria difensiva in cui in via preliminare eccepiva la nullità dell’ordinanza cautelare per violazione dell’art. 292 comma 2 lett. c) c.p.p., assumendo come il GIP si fosse limitato a riprodurre integralmente il contenuto della richiesta sottoscritta dal p.m., “ottenuta mediante l’utilizzo del medesimo supporto tecnico-informatico, come testimoniato dalla perfetta coincidenza del carattere usato, dei grassetti, degli schemi grafici e degli incipit dei periodi..”
Va in primo luogo disposta la riunione delle due procedure, per evidenti motivi di connessione oggettiva e di economia processuale, afferendo alla medesima ordinanza cautelare ed alle medesime contestazioni.
Preliminarmente devesi affrontare la questione relativa all’eccezione di nullità dell’ordinanza specificamente formulata dalla difesa.
La fattispecie in esame ripropone la problematica dell’obbligo di autonoma motivazione (dimostrazione di vaglio critico rispetto al materiale indiziario portato all’attenzione del giudice) dei provvedimenti impositivi di una misura cautelare personale (artt. 13 co. 2, 111 co. 5 Cost.; artt. 125, 292 co. 2 c.p.p.), oggetto di ripetute pronunzie da parte dei giudici di legittimità.
In proposito possono ritenersi acquisiti alcuni principi-guida di riferimento in sede di scrutinio dei provvedimenti giurisprudenziali impugnati, per cui la motivazione del provvedimento deve ritenersi mancante, non soltanto nell’ipotesi limite di inesistenza di qualsiasi argomentazione, ma anche allorché la motivazione, pur sussistente graficamente, sia però del tutto apparente, in quanto riposi acriticamente su quanto evidenziato dall’organo requirente (cfr. da ultimo Cass. Sez. II, 22.10..004, n. 43646, Nero ed altri, in Cass. Pen. 2006, p. 553, con motivazione e nota, anche per i precedenti giurisprudenziali richiamati).
La questione si intreccia con il più generale, e fortemente dibattuto, problema dell’ampiezza del potere motivazionale (meramente demolitorio oppure integrativo e sanante) riservato al giudice del riesame secondo l’art. 309 comma 9 c.p.p., a fronte dell’accertata nullità del procedimento coercitivo a causa della mancanza assoluta di motivazione in ordine ad uno dei presupposti che legittimano l’applicazione della misura.
Orbene, sotto il primo profilo osserva il Tribunale che è costante in giurisprudenza l’affermazione secondo cui il giudice di merito non ha l’obbligo di soffermarsi a dare conto di ogni singolo elemento indiziario o probatorio acquisito in atti, potendo invece limitarsi a porre in luce quelli che, in base al giudizio effettuato, risultano gli elementi essenziali ai fini del decidere (cfr., ex plurimis, Cass. sez. V, 8 giugno 2000 n. 2459, PM in proc. Garasto); altresì pacifica è la legittimità della motivazione per relationem che faccia riferimento alle ragioni esposte in altri provvedimenti, purché noti all’interessato.
Tuttavia, tale facoltà non può essere ragionevolmente dilatata sino al punto da comportare il mero appiattimento del giudice su valutazioni emergenti da altro provvedimento della parte istante o dal contenuto della informativa di p.g., senza alcun apporto critico e senza prendere in considerazione le specifiche doglianze rivolte dagli interessati (Cass. sez. II, 23 gennaio 1998 n. 6757, Costanzo; Cass. SS. UU. 26.11.2003, Gatto).
Ne deriva che, se in linea di principio è legittima la motivazione per relationem dell’ordinanza impositiva che recepisca, per economia processuale, la richiesta del pubblico ministero, nell’ipotesi in cui l’ordinanza del GIP si limiti alla mera riproduzione del file informatico della richiesta del p.m. (come esattamente nel caso in esame) senza nulla aggiungere, si travalicano i confini stabiliti dai canoni giurisprudenziali cui si è fatto riferimento.
Ed ancora, secondo il costante orientamento giurisprudenziale deve ravvisarsi mancanza di motivazione “non solo quando la motivazione sia graficamente assente, ma anche quando essa sia del tutto apparente: il che, in tema di misure cautelari, si verifica allorché il giudice indichi in modo del tutto generico le fonti dalle quali ha inteso trarre gli indizi di colpevolezza, ovvero si richiami in modo indeterminato al tipo di prova acquisita o, ancora, accenni solo vagamente agli elementi di discolpa dell’interessato, apoditticamente ritenendoli superati da quelli a suo carico” (Cass. sez. I, 7 giugno 1996 n. 2613, Scappatura).
In proposito, appare peraltro opportuno ricordare che l’ordinanza che dispone una misura cautelare deve contenere, ai sensi dell’art. 292 comma secondo lett. c) c.p.p., come modificato dalla legge 8 agosto 1995 n. 332, non solo l’indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti gli indizi, ma la più specifica indicazione dei motivi per i quali assumono rilevanza; l’ordinanza perciò “deve procedere ad un apprezzamento specifico degli indizi e all’illustrazione delle ragioni per cui essi vengono considerati rilevanti a fini cautelari e non ad una semplice elencazione degli elementi di fatto dai quali siano desunti i gravi indizi di colpevolezza” (Cass. sez. V, 19 febbraio 1997, n. 4915, Lipari).
Tanto premesso, compete dunque a questo Tribunale verificare se il giudice a quo abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che lo hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario e l’ineludibilità dei presidi cautelari applicati a carico degli odierni indagati, controllando la congruenza della motivazione sulla scorta degli esposti principi giurisprudenziali.
Tale verifica presuppone, come detto, la definizione dei poteri riservati al giudice del riesame, secondo l’art. 309 comma 9 c.p.p.
Al riguardo, va innanzitutto osservato che la giurisprudenza della suprema Corte ha costantemente affermato il principio secondo cui, ai sensi dell'art.309, comma 9, c.p.p. il Tribunale del riesame ben può confermare il provvedimento impugnato anche “per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del provvedimento stesso”, con la conseguenza che la nullità del provvedimento impositivo di misure cautelari personali o reali sussiste solo nel caso eccezionale in cui manchi radicalmente la motivazione: in tale ultimo caso, infatti, al Tribunale è inibito supplire con proprie autonome ed originali argomentazioni a quelle assolutamente carenti del provvedimento impugnato (cfr. in tal senso, Cass. sez. IV, 26.2.2002, n. 11551, in Dir. & Giust. 2002, n. 17, p. 76; Cass. sez. I, 6.2.1997, n.6868, Lo Russo; Cass. sez. V, 7.12.1999, Molinari).
Ed anche in tema di misure cautelari reali, la Suprema Corte ha ribadito di recente il medesimo orientamento, affermando che “il giudice del procedimento del riesame non è legittimato a disegnare, di propria iniziativa, il perimetro delle specifiche finalità del sequestro, così integrando il titolo cautelare mediante un’arbitraria opera di supplenza delle scelte discrezionali che, pur doverose da parte dell’organo dell’accusa, siano state da questo radicalmente e illegittimamente pretermesse” (Cass., SS.UU., 28.1.2004, n.5876, Ferrazzi).
La problematica in esame, peraltro, non può trascurare la metamorfosi che nell’evoluzione giurisprudenziale va progressivamente interessando l’istituto del riesame, che non è più visto come la sede in cui deve essere operato un vaglio di portata omnicomprensiva circa la legittimità del provvedimento impugnato, quanto piuttosto come il luogo deputato al controllo sul ragionamento adottato dal giudice delle cautela, sulla base degli atti da questo utilizzati e delle domande in concreto prospettate dalle parti.
Al riguardo, basti considerare che la Suprema Corte ha espressamente e significativamente affermato che “…al giudice del riesame non debba garantirsi in via generale e astratta qualsiasi controllo sulla legittimità del provvedimento impugnato” e che “la funzione del tribunale si compendia e si esaurisce nel controllo del ragionamento adottato dal giudice della cautela” (Cass. SS.UU. 22.03.2002, n. 7, Ashraf).
Attualmente, dunque, la giurisprudenza sembra orientata a ricondurre il riesame, pur con le sue regole peculiari, alla fisionomia tipica del giudizio di controllo circa il fondamento del provvedimento impugnato, individuandone l’essenza nella verifica della valutazione della prova condotta dal giudice cautelare. E l’adesione a questa opzione interpretativa comporta, inevitabilmente, una rivisitazione in chiave restrittiva dei poteri integrativi del tribunale del riesame anche con riferimento al vizio di motivazione del provvedimento impugnato.
Tanto considerato, osserva questo collegio che nell’ambito del presente procedimento deve ritenersi violato il rispetto delle norme fondamentali poste dagli artt. 13 co. 2 e 111 co. 5 della Costituzione, di cui gli artt. 125 e 292 co. 2 c.p.p. costituiscono il precipitato positivo ineludibile, a presidio della legittimità dell’ordinanza cautelare, che nella specie non soddisfa l’onere motivazionale che le citate disposizioni pongono a carico del giudice.
Ed invero, nell’ordinanza impositiva della misura cautelare in esame, il GIP del Tribunale di Napoli, peraltro dopo un prolungato periodo di “valutazione”, si è limitato a riportare il testo della domanda cautelare del PM, incorporandola quale parte integrante della propria ordinanza, anche quanto a valutazione delle risultanze investigative rappresentate, tanto da giungere (nella parte riservata all’analisi degli elementi indiziari emergenti per ciascun indagato) a riportare come proprie autonome determinazioni quelle che (anche graficamente) erano le richieste del PM.
La lettura dell’ordinanza evidenzia l’assenza di ogni parvenza di dialogo cautelare tra postulante e concedente, che si riduce a monologo autoreferenziale.
Non è dato evincere il percorso argomentativo, l’analisi critica, seguita dal GIP nell’individuazione degli specifici elementi indiziari a carico dei singoli indagati.
Al riguardo infatti, appare del tutto insufficiente il richiamo (recte, la incorporazione) per relationem alla richiesta di misura cautelare del PM, senza indicare per quali motivi si ritiene di condividere in toto ed in ogni sua parte la domanda dell’organo requirente.
Le condizioni per il corretto utilizzo di tale tecnica sono state efficacemente elencate dalle sezioni unite della Cassazione con sentenza del 21.6.2000, n.17, Primavera, cui si fa esplicito rinvio.
L’analisi delle risultanze, l’apprezzamento specifico degli indizi, l’illustrazione delle ragioni per cui essi sono stati considerati rilevanti a fini cautelari, in relazione a ciascuno degli indagati, sono tutti percorsi logico-argomentativi cui è tenuto il GIP (e non possono essere pretermessi, se non vuole abdicare alla funzione di garanzia e terzietà che l’ordinamento gli impone) che, sulla scorta degli elementi di fatto offerti dall’accusa, avrebbe dovuto, in autonomia, procedere ad una loro valutazione critica, dando conto del ragionamento probatorio seguito.
Non è possibile individuare, nell’ordinanza emessa dal GIP in data 10.4.2007, l’iter cognitivo e valutativo seguito dal giudice per giungere al risultato decisorio, per cui può dirsi che i compiti a lui assegnati (anche sulla base della giurisprudenza cui si è fatto riferimento) non siano stati in alcun modo assolti., avendo il giudice riportato per intero un documento preconfezionato, richiamando così in modo acritico ed indeterminato la prova acquisita e senza accennare, nemmeno vagamente, all’iter logico autonomamente seguito nell’affermazione dei (gravi) elementi indiziari e delle esigenze cautelari necessarie per fondare l’applicazione delle misure cautelari poste a carico del ...... e dell’ ......, a norma degli artt. 273 e 274 c.p.p.
Se, dunque, in linea di principio è legittima la motivazione per relationem dell’ordinanza impositiva che recepisce, per economia processuale, la richiesta del pubblico ministero, nell’ipotesi in cui tale ordinanza si limiti però ad una mera riproduzione degli elementi di fatto e delle valutazioni svolte da altro organo, senza alcun autonomo apprezzamento critico-valutativo, non si potrà neppure più parlare di motivazione per relationem, ma più correttamente di incorporazione acritica di altrui deduzioni, argomentazioni, sillogismi.
A non difformi conclusioni perviene anche la giurisprudenza di legittimità che ha affermato come non sia nulla per mancanza di motivazione l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere in cui sia stata trasfusa integralmente e alla lettera la richiesta del pubblico ministero, ma che condiziona pur sempre tale asserzione alla possibilità di verificare “..che il giudice abbia preso cognizione del contenuto del ragionamento dell’atto richiamato, ritenendolo coerente alla sua decisione..,” (Cass. sez. IV, 16.4.2004, rv. 228169).
Detta (necessaria) verifica non è dato rilevare nella fattispecie in esame, difettando – come si è più volte ribadito – qualsiasi considerazione valutativa autonoma da parte del GIP, neppure intervenuto per convalidare l’assunto del p.m., seppure con clausole di stile.
Quindi, se è vero che la dichiarazione di nullità del provvedimento impugnato in sede di riesame debba essere relegata a ultima ratio delle determinazioni adottabili dal Tribunale del riesame, è altrettanto vero che tale nullità ben può essere dichiarata, non solo qualora il provvedimento stesso sia mancante di motivazione in senso grafico, ma anche quando, pur esistendo una motivazione, essa si risolva nella mera acritica riproduzione di argomentazioni e valutazioni altrui, onde non sia possibile, interpretando e valutando l’intero contesto, individuare le condizioni legittimanti la misura cautelare imposta (in tal senso: Cass. sez. VI, 10.1.2000 n.52, Iadadi).
In definitiva ritiene il collegio - per le ragioni esposte - che nel caso di specie si è al cospetto di un provvedimento assolutamente carente di autonoma motivazione.
A questo Tribunale è, dunque, inibito supplire con proprie autonome ed originali argomentazioni a quelle omesse nel provvedimento impugnato (cfr. in tal senso, Cass. sez. I, 6.2.1997, n. 6868, Lo Russo; Cass. sez. V, 7.12.1999, Molinari), vertendosi in ipotesi di totale mancanza di autonoma motivazione.
L’eccezionale singolarità del caso in questione - che va ben al di là delle prassi che pure hanno messo in luce condotte non sempre conformi al tenore delle statuizioni processuali - impone, dunque, una valutazione sulle conseguenze processuali che sia assolutamente “congrua” rispetto all’evidenziata peculiarità: nell’ipotesi in esame, in definitiva, il gip ha compromesso quella funzione garantista che l’architettura complessiva del sistema intende salvaguardare, uniformandosi pedissequamente ed acriticamente sulle valutazioni del pubblico ministero, senza alcun originale apporto personale.
E a tale violazione non può che conseguire - per tutte le argomentazioni di cui sopra – in accoglimento della richiesta della difesa, la declaratoria di nullità dell’ordinanza, risultando superfluo l’esame delle ulteriori motivazioni poste a fondamento dell’impugnazione..
Per l’effetto, va disposta l’immediata liberazione degli istanti, se non detenuti per altro titolo
All’accoglimento dell’istanza consegue la declaratoria di irripetibilità delle spese della presente procedura.
Dispone la riunione al procedimento n. 3541/07 del procedimento n. 3641/07 per motivi di connessione oggettiva.
Dichiara la nullità dell’impugnata ordinanza emessa nei confronti di ...... e, per l’effetto, ne dispone la scarcerazione, se non detenuti per altra causa.
Manda alla Cancelleria per l’esecuzione delle comunicazioni e gli adempimenti di rito.