Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2038-codice-civile-alienazione-della-cosa-ricevuta-indebitamente
Timestamp: 2018-06-23 06:26:16+00:00
Document Index: 22066801

Matched Legal Cases: ['art. 2038', 'art. 2033', 'art. 2038', 'sentenza ', 'art. 2038', 'art. 2038', 'sentenza ', 'art. 2038', 'art. 2038', 'art. 24', 'art. 2033', 'art. 2037', 'art. 2033', 'art. 2037']

Art. 2038 codice civile: Alienazione della cosa ricevuta indebitamente
Codice civile Art. 2038 codice civile: Alienazione della cosa ricevuta indebitamente
Chi, avendo ricevuto la cosa in buona fede, l’ha alienata prima di conoscere l’obbligo di restituirla è tenuto a restituire il corrispettivo conseguito. Se questo è ancora dovuto, colui che ha pagato l’indebito subentra nel diritto dell’alienante. Nel caso di alienazione a titolo gratuito, il terzo acquirente è obbligato, nei limiti del suo arricchimento, verso colui che ha pagato l’indebito (1).
Chi ha alienato la cosa ricevuta in mala fede, o dopo aver conosciuto l’obbligo di restituirla, è obbligato a restituirla in natura o a corrisponderne il valore. Colui che ha pagato l’indebito può però esigere il corrispettivo dell’alienazione e può anche agire direttamente per conseguirlo. Se l’alienazione è stata fatta a titolo gratuito, l’acquirente, qualora l’alienante sia stato inutilmente escusso, è obbligato, nei limiti dell’arricchimento, verso colui che ha pagato l’indebito (2).
(1) La presente disposizione regola l’ipotesi in cui un soggetto, ricevuta indebitamente una cosa determinata, abbia alienato la medesima, impedendone così la restituzione.
In particolare, il comma 1 della norma stabilisce che, se la cosa è stata ricevuta in buona fede la sua successiva alienazione comporta le seguenti conseguenze: se l’alienazione è stata effettuata a titolo oneroso l’originario alienante ha diritto ad ottenere quanto è stato pagato ovvero a subentrare nel diritto di pretendere il prezzo se questo non è stato ancora pagato; se, invece, la cosa ricevuta indebitamente è stata ceduta gratuitamente, chi ha eseguito la prestazione non dovuta può pretendere da chi abbia acquistato gratuitamente una somma compresa nei limiti dell’arricchimento di questi.
(2) Il comma 2 della norma disciplina, invece, il caso in cui la cosa sia stata ricevuta in mala fede (condizione cui è equiparata la conoscenza dell’obbligo di restituirla); in tal caso, indipendentemente dal fatto che l’alienazione sia intervenuta in buona o in mala fede, colui che ha eseguito la prestazione non dovuta ha facoltà di scegliere fra i rimedi offerti dalla previsione del codice, per rifarsi di quanto indebitamente pagato. Va peraltro osservato che, in caso di alienazione a titolo gratuito della cosa ricevuta indebitamente, se colui che l’ha alienata non è in grado di soddisfare la pretesa dell’autore della prestazione non dovuta, questi potrà agire, nei limiti dell’arricchimento, nei confronti di chi abbia acquistato gratuitamente.
La disciplina degli effetti restitutori derivanti dall’accertamento dell’invalidità o della risoluzione del contratto deve essere tratta dalle norme sulla ripetizione dell’indebito oggettivo (Nella specie, trattandosi di restituzione di cosa determinata, il Trib. ha accolto la domanda, dichiarando il convenuto - il quale aveva alienato a terzi la vettura ricevuta in esecuzione del contratto poi risolto – tenuto alle prestazioni di cui all’art. 2038 c.c., disposizione in rapporto di specialità rispetto all’art. 2033 c.c.).
Tribunale Roma sez. III 18 novembre 2013 n. 23086
In tema di espropriazione per pubblica utilità, la ricezione, da parte dell'ente espropriato, di un bene immobile determinato a seguito di un accordo di cessione che, connesso alla dichiarazione di pubblico interesse, sia successivamente annullato per errore bilaterale essenziale e riconoscibile in ordine ai criteri di determinazione di quella che sarebbe stata l'indennità di espropriazione, in difetto della detta cessione volontaria, comporta il diritto del cedente, in caso di avvenuta alienazione, ad opera dell'ente, del medesimo bene ad un terzo, alla ripetizione - con azione personale alla quale il terzo è estraneo - del prezzo di tale alienazione, ai sensi dell'art. 2038, comma 1 c.c., con detrazione di quanto ricevuto in corrispettivo della cessione annullata, sempre che l'ente medesimo sia in buona fede. Per la sussistenza di tale estremo non è sufficiente l'accertamento dell'errore che ha determinato la risoluzione dell'accordo, essendo necessario anche che questo non derivi da colpa grave, in presenza della quale all'obbligo di restituzione del prezzo realizzato con l'alienazione si sostituisce quello di corresponsione al proprietario cedente del valore venale del bene.
Cassazione civile sez. I 17 aprile 1993 n. 4553
Il contratto con il quale il fallito, prima della dichiarazione di fallimento, abbia venduto un autoveicolo iscritto nel pubblico registro automobilistico è inefficace nei confronti dei creditori del medesimo fallito se trascritto in tale registro dopo la dichiarazione di fallimento. Colui il quale abbia acquistato un bene mobile registrato dal fallito sulla base di un contratto inefficace nei confronti dei creditori di quest'ultimo perché trascritto dopo la dichiarazione di fallimento e lo abbia poi alienato in mala fede a terzi è tenuto a restituire al fallimento il bene acquistato e, nel caso in cui tale restituzione sia divenuta impossibile, il valore che il medesimo bene aveva al momento della dichiarazione di fallimento, rivalutato e maggiorato dell'importo degli interessi legali, trattandosi di debito di valore.
Tribunale Napoli 05 febbraio 2002
In considerazione del fatto che il ricorso giurisdizionale di annullamento del decreto di espropriazione non è suscettibile di trascrizione, non operano gli effetti della trascrizione della domanda diretta a far dichiarare la nullità del titolo di acquisto dell'"accipiens" e la sentenza di annullamento pronunciata nei confronti dell'espropriante-alienante non è opponibile ai successori a titolo particolare, che abbiano trascritto il loro titolo di acquisto; conseguentemente, resta esclusa ogni pretesa del "solvens" verso il terzo acquirente dell'"accipiens", se non, ai sensi dell'art. 2038 c.c., nei limiti del corrispettivo dal terzo ancora dovuto o nei limiti dell'arricchimento del terzo.
Cassazione civile sez. I 01 febbraio 2002 n. 1289
Nel giudizio avente ad oggetto la domanda nei confronti del terzo acquirente di restituzione del bene acquisito in base ad un decreto di esproprio, poi annullato dal giudice amministrativo, il ricorrente in cassazione che invochi l'applicazione della disciplina in tema di "alienazione della cosa ricevuta indebitamente" (art. 2038 c.c.) prospetta la corretta qualificazione giuridica della pretesa azionata e non introduce una questione nuova non proponibile per la prima volta in sede di legittimità.
Poiché il ricorso giurisdizionale di annullamento del decreto di espropriazione non è suscettibile di trascrizione, non operano gli effetti della trascrizione della domanda diretta a far dichiarare la nullità del titolo di acquisto dell'accipiens e la sentenza di annullamento pronunciata nei confronti dell'espropriante - alienante non è opponibile ai successori a titolo particolare, che abbiano trascritto il loro titolo di acquisto; conseguentemente, resta esclusa ogni pretesa del "solvens" verso il terzo acquirente dell'accipiens, se non, ai sensi dell'art. 2038 c.c., nei limiti del corrispettivo dal terzo ancora dovuto o nei limiti dell'arricchimento del terzo.
L'annullamento di un accordo di cessione nell'ambito di procedura espropriativa di un determinato bene, per errore in ordine ai criteri legali di determinazione del corrispettivo, integra una situazione di indebito oggettivo, fonte autonoma di obbligo restitutorio, che prescinde dal titolo annullato, ed impone, in caso di alienazione del bene dell'ente espropriante a un terzo, ai sensi dell'art. 2038 c.c., l'accertamento della buona fede dell'"accipiens" indipendentemente dal giudicato di annullamento basato sull'errore bilaterale (nella specie, si è ritenuto che l'errore dell'amministrazione comunale nell'applicazione dei criteri per l'indennità di esproprio non escluda che l'ignoranza sia dipesa da mala fede, tenuto conto dell'importanza rivestita dalla questione delle espropriazioni per le amministrazioni comunali, e dunque della necessaria conoscenza delle fonti legislative.
Con riguardo al contratto, con il quale il privato, ai sensi e sotto il vigore dell'art. 24 della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150, abbia ceduto al comune porzioni di suolo per la realizzazione di vie o piazze pubbliche, a scomputo del contributo di miglioria, la sopravvenuta impossibilità della istituzione del contributo medesimo, per effetto della sua abolizione (l. 5 marzo 1963 n. 246), non determina nullità, ma implica l'obbligo dell'ente di corrispondere il prezzo della cessione, corrispondente al valore dei beni ceduti. Peraltro, qualora detto contratto sia stato dichiarato nullo, con pronuncia passata in giudicato, deve ravvisarsi un'ipotesi di indebita ricezione di cosa determinata, la quale comporta l'obbligo di restituzione a carico del comune, secondo la disciplina degli art. 2033, 2037 e 2038 c.c., ovvero, per il caso in cui tale restituzione sia impossibile per l'avvenuta esecuzione dell'opera pubblica, l'obbligo del comune stesso, ai sensi del comma 3 del citato art. 2037, di indennizzare il privato nei limiti del proprio arricchimento (corrispondente all'importo dell'indennità di espropriazione che avrebbe dovuto corrispondere facendo ricorso a procedimento ablatorio), in considerazione della sua buona fede al momento della ricezione del bene, e della non configurabilità di un fatto illecito nella suddetta vicenda di trasformazione del bene privato in bene pubblico.
Cassazione civile sez. un. 17 giugno 1982 n. 3674
La nullità del contratto con il quale il privato abbia ceduto un'area al comune integra una ipotesi di indebita ricezione di cosa determinata, con il conseguente obbligo di restituzione a carico del comune medesimo, secondo la disciplina degli art. 2033, 2037 e 2038 c.c.; pertanto, ove tale restituzione sia resa impossibile per essere stato l'immobile definitivamente destinato alla realizzazione di un'opera pubblica, devono trovare applicazione il comma 2 e 3 dell'art. 2037 c.c.