Source: http://dirittolavoro.altervista.org/dequalificazionequantitativa.html
Timestamp: 2018-03-20 03:58:04+00:00
Document Index: 104232914

Matched Legal Cases: ['art. 2103', 'art. 2103', 'art. 2103', 'art. 2103', 'art. 2103', 'sentenza ']

La sintesi che sotto riportiamo dovrebbe essere indubbiamente apprezzata ed utile: a) per i lavoratori che ritengono (o nutrono il sospetto) di essere stati oggetto di tale pratica aziendale (da riscontrare con una necessaria probabilità di certezza prima che essi si determinino ad adire la magistratura per azionare una rivendicazione per demansionamento); b) per i gestori delle risorse umane che spesso e volentieri (più che essere attori volontari) sono sollecitati dal management di vertice a porre in essere vere e proprie lesioni del ruolo o posizione professionale del lavoratore (raramente per ignoranza, più spesso – secondo ultratrentennale esperienza sul campo, non già come esecutore ma come soggetto leso – per soddisfare esigenze di favoritismo con l’aderire supinamente e senza rimorsi di coscienza a richieste clientelari volte a far progredire in carriera taluni segnalati o favoriti per c.d. “comunanza di cordata”, creando loro una posizione ed aprendogli un sentiero di carriera a danno di altri più meritevoli ma non “coperti” dalla segnalazione, ai quali vengono inopinatamente carpite e sottratte le mansioni ed i compiti più qualificanti e gratificanti); c) per i magistrati che, all’oscuro della concreta realtà aziendale e delle lotte che in essa si dispiegano ed attualizzano con le armi più svariate, non escluse le subdole pratiche di mobbing di recente scoperto nel nostro Paese, debbono istituzionalmente riscontrare la fattispecie del demansionamento, stigmatizzarne la illegittimità e disporre, anche per dissuadere la futura reiterazione della pratica vessatoria, le misure riparatorie – che proprio per finalità disincentivanti si auspicano incisive e non, come sinora rileviamo, quasi in forma meramente simbolica per il danneggiato, talora irreparabilmente - consistenti nell’imposizione ai gestori aziendali di riassegnazione del demansionato alle stesse mansioni o ad altre equivalenti ex art. 2103 c.c. ed al connesso risarcimento di danno alla professionalità, all’immagine, alle chanches di carriera ecc.
La S. corte – nella precitata decisione – pur cassando con rinvio al altro Tribunale la decisione del Tribunale di Alessandria (in quanto nel condividere, ed anche ridimensionare sotto il profilo risarcitorio, le rimostranze di un quadro amministrativo non avrebbe adeguatamente motivato il suo pensiero, vizio che a nostro modesto avviso non ci è parso di poter riscontare in quanto sia il primo giudice sia il giudice d’appello ci è sembrato avessero ben colto gli aspetti della dequalificazione qualitativa, valorizzato anche inequivoche testimonianze in ordine alla emarginazione subita dal suddetto responsabile amministrativo in occasione del “cambio della guardia” al vertice dell’azienda), ha colto l’occasione per affermare comunque principi nettamente condivisibili cui si dovrà, nella fattispecie attenere, il Tribunale del rinvio (con l’effetto, sempre a nostro avviso di pervenire alle stesse conclusioni del tribunale precedente, salva una maggiore articolazione ed accortezza nella motivazione).
Afferma la Cassazione: “L'art. 2103 c.c. nella stia originaria stesura subordinava l'interesse dei lavoratore a quello dell'impresa in quanto, come è stato precisato in dottrina, in caso di conflitto tra le esigenze dell'impresa e le esigenze di difesa del patrimonio professionale dei lavoratori le prime prevalevano sulle seconde sia pure “nei limiti fissati dalle regole (non scritte) della normalità tecnico-organizzativa”.
Il disposto dell'art. 2103 c.c. finisce, così, per essere violato non solo allorquando il dipendente sia assegnato a mansioni inferiori ma anche quando il medesimo (ancorché senza conseguenze sulla retribuzione) sia lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, costituendo il lavoro non solo un mezzo di guadagno ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità dei soggetto (cfr. sul punto: Cass., 4 ottobre 1995, n. 10405, cit., cui adde Cass., 13 agosto 1991, n. 8835, in Not. giurisp. lav. 1991, 740, che ha osservato come l'accertamento relativo alla sussistenza o meno di circostanze giustificativi della condotta del datore di lavoro - che rileva indipendentemente da una specifica volontà di declassare o svilire il lavoratore e che, comunque, non è giustificabile neppure per le comprovate esigenze organizzative e tecniche - si risolve in una valutazione di fatto che, se correttamente motivata, è incensurabile in Cassazione),
Per concludere può, alla luce di quanto sinora detto, fissarsi il principio di diritto secondo cui, allorquando venga dal lavoratore denunziata una violazione del disposto dell'art. 2103 c.c. con conseguente dequalificazione professionale, il Giudice di merito deve ricostruire l'anamnesi lavorativa del denunziante al fine di stabilire se le modifiche delle mansioni dallo stesso svolte finiscano per impedire la piena utilizzazione e l'ulteriore arricchimento delle professionalità acquisita nella fase pregressa del rapporto. In un tale contesto non ogni modifica quantitativa delle mansioni, con una riduzione delle stesse - sovente giustificata dall'esigenza di pervenire ad una più efficiente organizzazione imprenditoriale - si traduce automaticamente in una “dequalificazione professionale”, incombendo al Giudice accertare, di volta in volta, se l'effettuata “sottrazione” di mansioni sia tale - per la sua natura e portata, per la sua incidenza sui poteri del lavoratore e sulla sua collocazione nell'ambito aziendale - da comportare un abbassamento del globale livello delle prestazioni del lavoratore, una sotto utilizzazione delle capacità dallo stesso acquisite ed un conseguenziale impoverimento della sua professionalità. Un siffatto accertamento si traduce in una valutazione di fatto che, se sorretta da motivazione adeguata e logica, si sottrae ad ogni censura in sede di legittimità”.
P.s. - Nello stesso senso si è espressa successivamente Cass. 19 maggio 2001, n. 6856 - Pres. Santojanni - Rel. Spanò - Xerox Spa c. Picardi, secondo cui: "Quando venga dal lavoratore denunziata la violazione dell'art. 2103 cod. civ., allegando di aver sofferto una dequalificazione professionale, il giudice deve stabilire se le mansioni dallo stesso svolte finiscano per impedire la piena utilizzazione e l'ulteriore arricchimento della professionalità acquisita nella fase pregressa del rapporto, tenendo conto che non ogni modifica quantitativa delle mansioni, con riduzione delle stesse, si traduce automaticamente in una dequalificazione professionale in quanto tale fattispecie implica una sottrazione di mansioni tale - per natura, portata ed incidenza sui poteri del lavoratore e sulla sua collocazione nell'ambito aziendale - da comportare un abbassamento del globale livello delle prestazioni del lavoratore con una sottoutilizzazione delle capacità dallo stesso acquisite e un conseguenziale impoverimento della sua professionalità. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva considerato dequalificante per una addetta alle vendite che si occupava anche della stipulazione dei contratti l'affidamento di compiti limitati a prendere contatti telefonici con la clientela, sul principale rilievo che le comunicazioni telefoniche "de quibus" non costituivano, nel caso di specie, un diverso sistema di conclusione dei contratti ma esclusivamente un'attività preliminare rispetto all'attività negoziale vera e propria che era stata affidata ad altri venditori i quali si occupavano dei contatti personali diretti con i clienti onde raccoglierne le sottoscrizioni)".