Source: http://naturagiuridica.blogspot.com/2008/05/
Timestamp: 2019-03-24 05:56:51+00:00
Document Index: 164564811

Matched Legal Cases: ['art. 243', 'art. 243', 'art. 243', 'art. 243', 'sentenza ', 'art. 243', 'art. 185', 'sentenza ', 'art. 243', 'art. 3', 'art. 3']

Natura Giuridica: maggio 2008
Nei precedenti interventi sono state affrontate le tematiche relative alla disciplina transitoria dettata dal T.U.A. in materia di bonifica dei siti inquinati e alla responsabilità dei soggetti coinvolti nella procedura di bonifica.
Nella terza, ed ultima, parte del riassunto in tre puntate del lungo articolo (per un approfondimento analitico si rimanda all’articolo pubblicato sulla rivista Ambiente & Sviluppo, Ipsoa, n. 4/2008) l’analisi si è soffermata, in particolare, sulla nuova disciplina dettata dall’art. 243 T.U. ambientale sulla gestione delle acque di falda, emunte durante la bonifica.
Qui vorrei sottoporre alla vostra attenzione le problematiche sottostanti alla gestione delle acque di falda, emunte nell’ambito dei procedimenti di bonifica dei siti contaminati, che hanno riguardato:
la qualificazione giuridica delle acque de quibus;
il regime autorizzatorio degli impianti di depurazione delle stesse e, infine,
i limiti di emissione applicabili allo scarico.
Tali problematiche interpretative ed applicative sono state acuite, in Italia, dalla mancanza – nella disciplina previgente l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 152/06, il c.d. “Testo Unico Ambientale” (id est: D.Lgs. n. 22/97, in materia di gestione dei rifiuti; D.Lgs. n. 152/99, relativo alla tutela delle acque dall’inquinamento; D.M. n. 471/99, concernente la disciplina sulla bonifica dei siti inquinati) – di una chiara indicazione normativa.
In questa situazione di incertezza giuridica, le Pubbliche Amministrazioni coinvolte nei procedimenti di bonifica, sulla scorta dell’opinione espressa dal Ministero dell’Ambiente, hanno qualificato le acque de quibus come “rifiuti liquidi”, da trattare – ai fini dello smaltimento – in impianti autorizzati ai sensi della normativa sulla gestione dei rifiuti, con conseguente inapplicabilità della disciplina sugli scarichi idrici.
Tuttavia, tale opzione non solo ha contribuito a rendere più farraginosi i procedimenti di bonifica – arrecando ulteriori oneri amministrativi, sanzionatori ed economici in capo ai soggetti imprenditoriali operanti – ma, in alcuni casi, ha anche condotto a conclusioni paradossali.
Nelle situazioni in cui, infatti, le acque di falda, emunte nell’ambito di procedimenti di bonifica, venivano sottoposte a procedimenti depurativi in impianti posti al servizio dell’attività industriale, e ubicati all’interno del sito da bonificare, si arrivava all’irragionevole e contraddittoria conclusione che nello stesso impianto si effettuava, contestualmente:
un’attività di depurazione delle acque di processo (al fine di ricondurle entro i limiti di emissione previsti dalla normativa in materia di scarichi idrici) e
un’attività di trattamento di “rifiuti”, costituiti dalle acque di falda emunte (con caratteristiche simili a quelle di processo), da scaricare entro i limiti, più severi, richiamati dal D.M. 471/99, anche se confluenti nello stesso corpo ricettore mediante la medesima conduttura....
L’articolo intende focalizzare l’attenzione sull’interpretazione giurisprudenziale dell’art. 243 del T.U.A., con il quale il legislatore delegato, nel tentativo di colmare il vuoto normativo, cui si è fatto riferimento, ha stabilito che “le acque di falda emunte dalle falde sotterranee, nell'ambito degli interventi di bonifica di un sito, possono essere scaricate, direttamente o dopo essere state utilizzate in cicli produttivi in esercizio nel sito stesso, nel rispetto dei limiti di emissione di acque reflue industriali in acque superficiali di cui al presente decreto" (art. 243, comma 1, D.Lgs. n. 152/06)
Una pronuncia del TAR Catania (ordinanza n. 788 del 07.06.2007), adottata in sede cautelare, ha ritenuto inammissibile la prescrizione (adottata da un’Amministrazione Pubblica) che imponeva l’obbligo dell’autorizzazione ai sensi della normativa sui rifiuti in relazione alla gestione delle acque emunte, “dovendosi esse, invece considerare acque reflue di provenienza industriale (art. 243 D.Lgs. n. 152/06)”.
A confermare lo stesso orientamento, nella sentenza del TAR Puglia – Sezione di Lecce n. 2247 del 4 aprile 2007 si legge che «al fine di determinare il regime dei limiti di emissione applicabili alle acque trattate con il sistema di emungimento occorre stabilire con precisione quale sarebbe la destinazione delle acque trattate, ovvero:
a) se esse siano destinate, a seguito dell’emungimento e del trattamento, ad essere scaricate nei corpi idrici superficiali (in tale ipotesi i limiti di emissione dovrebbero effettivamente coincidere con quelli (meno rigidi) previsti per gli scarichi idrici nei corpi recettori, oppure
b) se esse siano destinate alla reimmissione in falda (in tale ipotesi i limiti di emissione dovrebbero, invece, coincidere con quelli (più rigidi) previsti dal D.M. 471 del 1999.
Più di recente, il TAR Catania, Sez. I, 29 gennaio 2008, n. 207, ha ribadito che l’art. 243 del D.Lgs n. 152 del 2006 individua una disciplina per queste tipologie di acque reflue che può dirsi speciale rispetto alla nozione di scarico ordinaria e dalla quale si evince l’intenzione del legislatore di riferirsi, per la gestione delle acque di falda emunte nelle operazioni di MISE/bonifica, alla normativa sugli scarichi idrici e non a quella sui rifiuti.
Da ciò consegue la non applicabilità, per le stesse acque, della disciplina sui rifiuti, che è incompatibile con la prima ai sensi ai sensi dell’art. 185, comma 1, lett. b) del d.lgs n. 152 del 2006.
Infine, anche il TAR Friuli Venezia Giulia (sentenza n. 90 del 28 gennaio 2008) ha affermato che “le acque di falda emunte dalle falde sotterranee, nell’ambito degli interventi di bonifica si un sito, sono riconducibili al paradigma delle acque reflue di provenienza industriale, a termini dell’art. 243, c. 1 del D.Lgs. n. 152/2006: pertanto, i limiti da rispettare allo scarico sono quelli della emissione in acque reflue industriali in acque superficiali"
Il 23 maggio 2008 è stato pubblicato sul sito Greenreport un articolo relativo all’emergenza rifiuti in Campania, in cui si afferma – in relazione alle ultime decisioni del Governo relative all’emergenza rifiuti – che “lo smaltimento militarizzato dimentica la gestione integrata dei rifiuti”.
Bertolaso ha affermato che per l’esercito «non ci sono e non ci saranno regole d’ingaggio per i militari» perché il loro compito sarà di «sorveglianza, tutela e protezione» dei siti che saranno adibiti a discarica.
Compiti che, peraltro, evidenzia Bertolaso, le forze dell’ordine hanno già svolto in maniera egregia nel passato.
"Ma le parole di Bertolaso – si evidenzia sul sito Greenreport – non sembrano aver tranquillizzato i contrari all’apertura di nuove discariche, che non sono solo facinorosi manifestanti ma anche i sindaci che si sono già detti pronti a farsi arrestare piuttosto di vedere ulteriori discariche sorgere sui propri territori".
Festival Internazionale dell'Ambiente. Milano verso l'Expo 2015, per una consapevole sensibilità individuale e collettiva
La prima iniziativa del Comune di Milano, della Provincia di Milano e della Regione Lombardia sulla via dell’Expo 2015 è il Festival Internazionale dell’Ambiente, che promuove la riflessione scientifica e politica sulle sfide più urgenti in materia di
e una più diffusa e consapevole sensibilità individuale e collettiva.
A partire dal 5 giugno 2008, data simbolo perché si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, per una settimana, Milano e il territorio regionale diventeranno un grande palcoscenico, sul quale andrà in scena un ricco cartellone di appuntamenti, nel quale si intrecceranno incontri di taglio scientifico, destinati a coinvolgere in un confronto tecnico, culturale e politico gli “addetti ai lavori” (ricercatori, politici e amministratori pubblici, imprese, associazionismo ambientalista, metropolitano, imprenditoriale, ecc.), ed eventi di taglio divulgativo ed edutainment, volti a favorire e diffondere una cultura dell’ambiente presso la popolazione locale, i volontari e gli appassionati che arriveranno da ogni parte del Paese.
Qualche settimana, alla vigilia delle elezioni politiche, fa sulle pagine del Sole 24 Ore Giulio Tremonti cominciava il suo panegirico sul nucleare con uno dei suoi “celebri giochi di Parole” (virgolettato del giornalista, Alberto Orioli), e si chiedeva, retoricamente – sull'onda della presa di coscienza che la strategia delle riforme ha perso il suo effetto magico: “finora abbiamo delocalizzato il lavoro, perché ora non delocalizziamo il nucleare per localizzare il lavoro? ».
Dopo un rapido excursus, infarcito di citazioni dotte e riferimenti storici, su un libro di Giuseppe Vitaletti («La fiera delle tasse»), in cui l'Autore “sosteneva una tesi visionaria”; in seguito alle ovvie accuse alla sinistra, colpevole di aver voluto e attuato una riforma costituzionale che ha fermato l'Italia; dopo aver accennato alla crisi delle infrastrutture in generale, Tremonti ha cominciato a delineare il piano di quello che sarebbe stato fatto dal nuovo (sicuro) Governo, dal momento del suo insediamento, in materia di infrastrutture energetiche...
In sostanza: due, dice l'attuale Ministro dell'Economia, sono le anomalie del nostro Paese (specificando, forse a mo' di…scusa, “se vedi l'Italia da fuori”), vale a dire “l'alto debito pubblico e l'alto debito energetico su cui noi paghiamo una bolletta energetica di 30 miliardi che vanno all'estero. Un fatto che spiazza l'industria e penalizza la domanda con un effetto di impoverimento della struttura produttiva e sociale italiana”.
L'Italia, si sa, è un paese in perenne emergenza, e sempre “a corto di energia”, che importiamo in grandi quantità dall'estero: cosa fare, allora, per renderci indipendenti dal debito energetico di cui sopra?
“Nel futuro – dice Tremonti – ci sono due ipotesi, forse tra di loro non in alternativa: il solare o l'idrogeno”.
Espletato questo richiamo in un certo senso dovuto (come possibile ignorarlo?) a due delle molteplici fonti rinnovabili, spuntava il primo “ma”....
“Ma tra lo stato di necessità attuale e l'eventuale futuro radioso c'è un intervallo, diciamo di medio periodo, colmabile solo con il nucleare”...
Ma il punto più “virtuoso” dell'intervista si raggiungeva quando l'attuale Ministro dell'Economia, distinguendo tra tempi tecnici e tempi politici (i primi sempre più corti, a differenza dei secondi...), disquisendo sul paradosso italiano (abbiamo la tecnologia e i capitali, ma una forte refrattarietà industriale, figlia di un referendum...“manicheo”...), arrivava a pronunciare il suo “celebre gioco di parole”...: “finora abbiamo delocalizzato il lavoro, ora possiamo delocalizzare il nucleare per rilocalizzare il lavoro”.
Semplice: “se l'industria paga meno l'energia aumenta la competitività, quindi anche la produttività che può anche essere redistribuita al fattore lavoro. Si toglie così la tassa energetica, la prima tassa da ridurre sia per le imprese sia per le famiglie”.
Semplice anche in questo caso: attraverso joint ventures nucleari fra paesi al di là dell'Adriatico – che avrebbero grandi difficoltà tecnologiche a creare le centrali (e, aggiungerei, una normativa ambientale meno...pregnante della nostra, quantunque quest'ultima possa essere definita confusa e confusionaria...) e l'Italia, che ha il know how.
In conclusione, questo era il Tremonti-pensiero: costruire centrali nucleari fuori dall'Italia, con meno “complicazioni” burocratiche e piena sostenibilità dei costi per il trasporto dell'energia così prodotta.
Un “pensiero laterale” che finge di tener conto di quanto detto da molti, Carlo Rubbia in primis, sull'unica fonte alternativa duratura, il sole.
Dico finge perchè, dietro le parole di Tremonti scorgo un “intanto cominciamo a costruire le centrali nucleari, poi si vedrà....”
Della serie: e “chi si è visto si è visto”, con buona pace delle fonti rinnovabili…
Il neo Ministro dello Sviluppo Economico, all’indomani delle elezioni, in concomitanza con il discorso di Emma Marcegaglia nel giorno del suo insediamento alla presidenza della Confindustria, ha tuonato: “entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione [...] un solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione e determinazione".
Per migliorare le infrastrutture energetiche, si legge sulle pagine del Giornale, il ministro intende semplificare gli iter autorizzativi e premiare con incentivi le popolazioni interessate ai nuovi insediamenti…
Si tratta di un argomento complesso, che richiede sicuri e futuri approfondimenti…per il momento mi limito a porre alla vostra attenzione due domande...
Al di là delle mie personali convinzioni (diversificazione, certo, ma rinnovabile prima di tutto, con finanziamenti, ricerca, sviluppo, abolendo gli "incentivi" più o meno “leciti” ai soliti produttori di fonti fossili), al di là della divergenza intergovernativa sul dove e quando realizzare le centrali nucleari, la tecnologia sbandierata da Tremonti (e Scajola) è quella, già vecchia prima di nascere, della “terza generazione”?
Se i tempi di approvazione-costruzione-collaudo di una centrale sono dell’ordine di grandezza di tre lustri, è proprio necessario riempirsi la bocca di frasi e progetti senza futuro?
Indipendentemente dalle scelte che si faranno, al nostro Paese serve una politica lungimirante, che sappia prevedere e prevenire il futuro, e non personaggi (in cerca di autore o di un’effimera gloria?) capaci solo di rincorrere il passato.
Certo, qualcuno potrebbe subito obiettarmi che le conclusioni dell’Avv. Generale della Corte di Giustizia, Juliane Kokott , non sono giurisprudenza…avrebbe sicuramente ragione, ma sta di fatto che, molto spesso, tali conclusioni vengono recepite in toto nelle sentenze della CGCE, perché si inseriscono sulla linea di continuità evolutiva della giurisprudenza della Corte stessa…per tale motivo ho deciso di inserirle in questa categoria…
Oggi vi voglio accennare ad una problematica quanto mai attuale: quella relativa all’incenerimento dei rifiuti, argomento quanto mai scottante in periodi di acutizzazione dell’emergenza….e soprattutto fonte di serrato scontro fra i fautori dei termovalorizzatori e i nemici giurati degli inceneritori…come vedete, anche la semantica gioca il suo ruolo!
Per cominciare ad affrontare questo argomento, “approfitto” delle conclusioni dell’Avvocato generale Juliane Kokott, presentate lo scorso 22 maggio 2008 nella causa C-251/07 (Gävle Kraftvärme AB contro Länsstyrelsen i Gävleborgs län), relativa ad una domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dall’Högsta domstol, Svezia.
Una società svedese, che gestisce un impianto per la produzione di energia termica ed elettrica, sta organizzando una trasformazione dell’impianto, e ha programmato di installare una o due ulteriori caldaie per una potenza calorica di combustione complessiva di 85 MW: una per i rifiuti per un massimo di 50 MW, l’altra per l’incenerimento dei rifiuti domestici e industriali.
Pertanto, la società ha chiesto un’autorizzazione per l’attività dell’impianto per una potenza calorica di combustione complessiva massima di 170 MW.
- l’autorizzazione per continuare a far funzionare l’attuale caldaia a combustibile solido […] nonché
- quella per installare e mettere in funzione sia una nuova caldaia per la combustione dei rifiuti.
La domanda contempla la combustione nella caldaia 1 e nella caldaia 2 di 150.000 tonnellate al massimo di combustibili solidi a base di rifiuti per ogni anno: di tale quantità di rifiuti, un massimo di 10.000 tonnellate sarebbe costituito da rifiuti pericolosi, sotto forma di legname trattato in superficie oppure di legname rivestito.
L’amministrazione provinciale competente ha ritenuto che lo scopo principale dell’impianto consistesse nella produzione di energia: pertanto lo ha autorizzato, proprio come richiedeva la società, come impianto di coincenerimento.
L'amministrazione regionale competente ha impugnato tale decisione, perchè a suo giudizio la caldaia 2 doveva essere classificata come impianto di incenerimento e non di coincenerimento.
In seguito all'accoglimento di tale ricorso, la società ha proposto ricorso, ritenendo che l’installazione debba essere considerata come un unico impianto; il giudice remittente, l’Högsta domstol (Corte di cassazione svedese), ha sollevato due questioni pregiudiziali.
1) In base all’interpretazione della direttiva incenerimento, qualora una centrale per la produzione di energia termoelettrica sia costituita da più unità (caldaie), ogni unità deve essere considerata quale impianto, ovvero la valutazione complessiva deve riferirsi alla centrale termoelettrica nella sua totalità?
2) Un impianto costruito per l’incenerimento dei rifiuti, ma avente come obiettivo principale la produzione di energia, deve, in base all’interpretazione della detta direttiva, essere classificato come impianto di incenerimento ovvero come impianto di coincenerimento?
Tralasciando l'analisi delle questioni giuridiche, per le quali si rimanda alla lettura del testo completo, in questa sede riporterò le conclusioni dell'Avvocato Generale Juliane Kokott:
Nell’applicare la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 4 dicembre 2000, 2000/76/CE, sull’incenerimento dei rifiuti, a un impianto termoelettrico composto di più unità (caldaie), si deve considerare sostanzialmente ogni unità, cioè ogni caldaia e relative attrezzature, come un impianto a sé. È tuttavia possibile considerare più impianti tra loro connessi come uno solo ai fini di singole disposizioni della direttiva, a condizione che con ciò non vengono aggirate le disposizioni a tutela dell’ambiente e della salute.
La classificazione di un impianto in cui sono bruciati rifiuti come impianto di incenerimento ai sensi dell’art. 3, n. 4, della direttiva 2000/76/CE o come impianto di coincenerimento ai sensi dell’art. 3, n. 5, della stessa dipende dallo scopo principale così perseguito, se il trattamento termico dei rifiuti oppure la produzione di energia o di altro. Lo scopo principale deve risultare da circostanze oggettive.
Per leggere il testo completo delle conclusioni dell'Avvocato generale, clicca qui.
Anche Beppe Grillo dice nelle pagine del suo Blog: "J'accuse"
Ho appena visitato il blog di Beppe Grillo – era qualche giorno che non lo facevo – e ho visto questo post, intitolato: “Campania. J’accuse”.
Inutile dire che ho provato un po’ di orgoglio, nel leggere (innanzitutto) il titolo del post, pubblicato poco prima che il mio, in fase di ultimazione, entrasse nella rete...
Orgoglio, certo, ma soprattutto totale condivisione per quanto detto da Beppe Grillo: un intervento che condivido in toto, perché rispecchia il senso, lo spirito di quanto ho detto nel mio post J'accuse: l’Italia è incastrata nella sua disonestà. Occorre una rivoluzione culturale.
Il malcostume sociale di cui parla Beppe fa il pari con la disonestà cui faccio accenno io, commentando la puntata di Anno Zero del 22 maggio 2008; la verità di cui parla Grillo non è che quella rivoluzione culturale che auspico possa avvenire, a cominciare dal basso, lontano, cioè, da questa classe politica autoreferenziale e irresponsabile; le responsabilità cui accenna il comico genovese vanno a braccetto con la disinformazione che, nel mio piccolo, ho “denunciato”…
"Solo dopo l’accertamento di queste verità, si potrà procedere a porre sotto segreto di Stato le discariche, a militarizzare la Campania, a inviare la Polizia contro i cittadini, anche a manganellarli, se necessario.
Solo dopo l’accertamento di queste verità si potrà pretendere dai campani un comportamento rigoroso, ispirato alla correttezza civile senza alcuno sconto verso le Istituzioni e verso la propria coscienza.
Solo dopo l’accertamento di queste verità, caro Presidente, solo do po la cacciata dei primi responsabili politici dello sfascio, si potranno chiedere sacrifici ai cittadini, prima si devono porgere loro le scuse dello Stato che non ha saputo proteggerli e che oggi li criminalizza.
Quanto alla gente che accuso, non ho contro di loro né rancore né odio.
Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale.
E l'atto che io compio non è che un mezzo per accelerare l'esplosione della verità e della giustizia.
Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell'umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità.
L'evoluzione del danno ambientale nella politica europea (3)
Nel precedente post ho cominciato ad analizzare le prime due tappe dell’evoluzione della politica della Comunità europea in materia di danno ambientale (dal Trattato CEE al vertice di Stoccolma; dal vertice di Parigi all’Atto Unico europeo).
Oggi comincerò ad analizzare la terza fase, inauguratasi con l'entrata in vigore dell'Atto Unico Europeo il primo luglio del 1987, e protrattasi fino al Trattato di Maasticht.
In questa fase si è assistito alla proposta di direttiva comunitaria sui danni all'ambiente causati da rifiuti, alla Convenzione di Lugano e al Libro Verde sulla responsabilità civile per danno all'ambiente.
Questa fase, inoltre, ha segnato un importante punto di svolta: per la prima volta, infatti, è stata introdotta una espressa competenza della CEE in materia ambientale, mediante l'inserimento nel testo del trattato del titolo VII, dedicato all'ambiente.
Il quarto programma d'azione (1987/1992), oltre a ribadire obiettivi di tutela già contenuti nei precedenti programmi, lanciò il nuovo concetto dell'integrazione della politica ambientale con le altre politiche comunitarie, nell'intento di diffondere una maggiore convergenza di interessi e di comportamenti degli Stati membri, dell'opinione pubblica e di tutti i settori interessati nei confronti dei problemi ambientali.
In questo periodo, in sostanza, emerse l'esigenza di dettare delle regole uniformi, mediante le quali la comunità potesse affrontare in maniera più efficace i problemi ambientali, in considerazione dell'incapacità delle sole misure pubbliche di tipo preventivo, adottate da ciascuno stato, di scongiurare episodi di disastro ambientale, specie se imprevisti.
Inoltre, si cominciarono a prendere in considerazione, nell'ambito degli strumenti internazionali sul risarcimento del danno da determinate attività pericolose, profili economici e giuridici di danno all'ambiente, che non si esauriscono nelle conseguenze pregiudizievoli cagionate a cose o persone.
Il primo settembre 1989, la Commissione presentò al Consiglio dei Ministri della Comunità economica europea una proposta di direttiva sulla responsabilità per danni causati da rifiuti.
Per la prima volta venne affrontato, a livello comunitario, il problema della definizione di un regime di responsabilità per danno all'ambiente, che si aggiungeva a quello relativo ai danni (tradizionali) a persone e cose.
Le linee portanti della proposta possono essere sintetizzate così:
la responsabilità civile venne canalizzata sul produttore dei rifiuti, il quale, oltre che dei danni alle persone e alle cose, era considerato responsabile delle lesioni all'ambiente, dal momento della produzione sino al momento dell'evento lesivo, indipendentemente dalla colpa, e quindi in stretta correlazione con il sistema della responsabilità oggettiva;
il legislatore utilizzò la formula lesione (che deve essere persistente e rilevante) all'ambiente, intendendo così esprimere un istituto diverso dal danno alle persone ed ai beni;
la proposta di direttiva - in relazione all'oggetto della richiesta di riparazione della lesione all'ambiente - dettò una disciplina speciale, in base alla quale i soggetti legittimati a promuovere l'azione contro l'illecito ambientale (i poteri pubblici e i gruppi o le associazioni di interesse collettivo) potevano richiedere il divieto preventivo o l'interdizione del fatto generatore delle lesioni all'ambiente, il rimborso del costo delle misure adottate per prevenirlo o per attenuarne la gravità, il ripristino dell'ambiente nello stato immediatamente precedente a quello determinato dalle lesioni, ovvero il costo sopportato per l'esecuzione di tale misura.
Si trattò, in sostanza, di una proposta incentrata sul chiaro obiettivo della prevenzione della lesione all'ambiente.
Mancava una qualsiasi previsione del risarcimento in termini monetari, sia nell'ipotesi in cui il ripristino della situazione ambientale preesistente all'evento lesivo fosse tecnicamente impossibile, sia in quella in cui, dall'evento di danno sino al momento del ripristino, fosse trascorso un periodo di tempo non irrilevante.