Source: http://avvocatolavoro-d.blogautore.repubblica.it/2012/07/22/quelli-che-sperano-nel-licenziamento/
Timestamp: 2018-09-20 17:26:47+00:00
Document Index: 12574548

Matched Legal Cases: ['art. 2118', 'art. 2118', 'art. 7', 'art. 2119', 'art. 2033', 'art. 640']

Quelli che..sperano nel licenziamento - Avvocato del lavoro - Blog - Repubblica.it
Quelli che..sperano nel licenziamento
Quesito: Carissimo Avv. Piccari, le scrivo per avere qualche informazione relativa ai licenziamenti disciplinari. La fattispecie che le sottopongo riguarda due lavoratrici che da due mesi non si sono più presentate al posto di lavoro, da un giorno all'altro. Non vogliono più lavorare ma non vogliono neanche licenziarsi, bensì essere licenziate per usufruire dell'indennità di disoccupazione. Mi chiedo come sia possibile che abbiano diritto a tale indennità nonostante perdano il lavoro per una causa a loro imputabile. dato il loro inquadramento professionale infatti hanno causato non pochi problemi alla produzione. Grazie
Risposta: Gentile Eleonora,
premetto che trattasi di fattispecie cui è applicabile, ratione temporis, la disciplina precedente la Riforma Monti-Fornero (l. n. 92 del 2012), entrata in vigore il 18 luglio.
Tale premessa è necessaria perchè la disciplina delle dimissioni è stata notevolmente modificata a seguito dell'emanazione della l. n. 92 del 2012.
Secondo la normativa applicabile al caso di specie, al tempo in cui si sono verificati i fatti, secondo l'art. 2118 c.c., il recesso del lavoratore, ossia le dimissioni, erano considerate dalla legge, semprechè il CCNL nella sua impresa non imponesse oneri di forma scritta, atto a forma libera.
In parole povere, salvo che il Contratto collettivo da Lei applicato in azienda non specificasse anche per il lavoratore l'obbligo di mettere per iscritto le dimissioni, tali dimissioni ben potevano efficacemente essere rassegnate in forma orale.
Dalla Sua esposizione, cara Eleonora, emerge la circostanza secondo cui le lavoratrici avrebbero dichiarato che non volevano più lavorare.
Ebbene, da un primo punto di vista, giuridicamente, tale affermazione equivale ad aver detto: "mi dimetto".
Rebus sic stantibus, avendo la dichiarazione di recesso raggiunto il destinatario, ossia il datore di lavoro, essa ha prodotto i suoi effetti: ergo il rapporto di lavoro si è definitivamente risolto a far data dal primo giorno di assenza.
Anzi, atteso che anche il lavoratore, ai sensi dell'art. 2118 c.c., deve concedere termine di preavviso quando si dimette, la mancata concessione del preavviso (considerato che le lavoratrici sono sparite all'improvviso) comporta l'obbligo per il lavoratore stesso di corrispondere l'indennità di mancato preavviso, pari all'ammontare di retribuzione che avrebbe percepito se avesse rispettato il termine di preavviso.
Da un secondo punto di vista, alcuni contratti collettivi equiparano poi l'assenza ingiustificata e prolungata dal posto di lavoro come comportamento concludente che manifesta la volontà di dimettersi.
In questo caso, perciò, non una dichiarazione, bensì il comportamento (abbandono del posto di lavoro senza farvi più ritorno) è considerato equipollente alla espressa manifestazione di volontà tesa al recesso dal contratto di lavoro. Il datore di lavoro può, rientrando in tale fattispecie, non licenziare il dipendente, bensì, comunicandolo al lavoratore stesso, limitarsi a prendere atto delle dimissioni per facta concludentia.
Qaulora le prime due strade non fossero percorribili (ed in assenza di ulteriori dettagli non mi è possibile offrire più di un educated guess circa la fattispecie concreta), l'impresa sarà costretta suo malgrado a licenziare le due lavoratrici per protratta assenza ingiustificata, ovviamente integrante una fattispecie di giusta causa di licenziamento grande come una casa (anche per evitare future pretestuose richieste di denaro da parte delle due lavoratrici sulla base del fatto che, in assenza di licenziamento, il rapporto di lavoro non si è mai interrotto e pertanto sarebbero dovuto tutte le retribuzioni fino alla data della richiesta).
In tale ultima ipotesi, l'invito è a procedere in tempi brevi all'intimazione del licenziamento, ovviamente rispettando il procedimento di contestazione ex art. 7, l. n. 300 del 1970, perchè il licenziamento per giusta causa implica una certa immediatezza rispetto al grave inadempimento delle obbligazioni contrattuali, che non consente la prosecuzione, "anche provvisoria", del rapporto (cd licenziamento in tronco, art. 2119 c.c.).
Sul diritto a percepire l'indennità di disoccupazione ordinaria, nelle prime due ipotesi, tale diritto è escluso.
Nella terza ipotesi, qualora cioiè fosse costretta a licenziare le dipendenti, l'indennità spetta anche a chi perde il posto di lavoro per causa a lui imputabile e quindi per motivi disciplinari (salvo riduzioni o diverse decorrenze del trattamento in caso di licenziamento per giusta causa).
Certo, un'operazione dolosamente orchestrata (abbandono del posto di lavoro per indurre al licenziamento e poter così ottenere la relativa indennità di disoccupazione) per arrivare al sussidio pubblico, ha poco di disoccupazione "involontaria" e nella migliore delle ipotesi ha il sapore di frode alla legge, e ad un pagamento indebito da parte dell'INPS (art. 2033 c.c.), se non addirittura di truffa ai danni dello Stato (art. 640, comma 2, n. 1 c.p.). Ma questa è un'altra storia..