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Timestamp: 2019-11-15 17:47:07+00:00
Document Index: 60377132

Matched Legal Cases: ['art 2', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 174', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 346', 'art. 7', 'arte 1', 'arte 2', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 6', 'art. 30']

S.T.I. Studio Tecnico Integrato - Part 2
Il D.Lgs. 81/2008 prevede una serie di situazioni dove le prescrizioni riportate si applicano in maniera diversa in base alla tipologia di situazione. Queste situazioni sono individuate all’interno dell’articolo 3.
Il comma 12 richiama il caso delle imprese familiari:
“Nei confronti dei componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del Codice civile, dei coltivatori diretti del fondo, degli artigiani e dei piccoli commercianti e dei soci delle società semplici operanti nel settore agricolo si applicano le disposizioni di cui all’articolo 21.”
Cos’è un’impresa familiare
Prima di tutto, vediamo cosa sono le imprese familiari, andando a recuperare l’articolo 230-bis del Codice Civile, che prevede:
“Salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa stessa. I familiari partecipanti all’impresa che non hanno la piena capacità di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.“
L’impresa familiare, quindi, è una particolare forma di impresa a cui i familiari partecipano non come meri subordinati ma come parte attiva dell’impresa stessa sia per quanto concerne gli investimenti che le decisioni da prendere. Ha, quindi, senso la previsione del D.Lgs. 81/2008 che, nei confronti dei collaboratori familiari, applica le prescrizioni previste per i lavoratori autonomi.
Se le caratteristiche dell’impresa familiare:
– partecipazione agli utili;
– partecipazione ai beni acquistati;
– partecipazione agli incrementi dell’impresa;
Non dovessero essere tutti contestualmente rispettati, si tratterebbe di un’altra forma di collaborazione e come tale andrà trattata.
Per poter avere un’impresa familiare, è necessario “atto pubblico o con scrittura privata autenticata” (art. 5 D.P.R. 29/09/1973, n. 59 come modificato dall’art. 9 Legge 2 dicembre 1975, n. 576).
L’impresa familiare è incompatibile con altre forme societarie in quanto limitano il potere decisionale e di partecipazione agli utili che sono il fondamento dell’impresa familiare.
Quali sono gli obblighi applicabili ai caollaboratori familiari
Appurato che l’impresa è configurabile come impresa familiare, si può decidere, per il singolo collaboratore familiare, di applicare il solo articolo 21 del D.Lgs. 81/2008 che prevede, come obblighi:
“a) utilizzare attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni di cui al Titolo III;
c) munirsi di apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia, contenente le proprie generalità, qualora effettuino la loro prestazione in un luogo di lavoro nel quale si svolgano attività in regime di appalto o subappalto.“
Mentre prevede, ma solo come facoltà:
“a) beneficiare della sorveglianza sanitaria secondo le previsioni di cui all’articolo 41, fermi restando gli obblighi previsti da norme speciali;
b) partecipare a corsi di formazione specifici in materia di salute e sicurezza sul lavoro, incentrati sui rischi propri delle attività svolte, secondo le previsioni di cui all’articolo 37, fermi restando gli obblighi previsti da norme speciali.”
Se l’impresa è costituita esclusivamente dal legale rappresentante e da collaboratori familiari, non sarà obbligatorio procedere alla valutazione dei rischi, attivazione della sorveglianza sanitaria e formazione, salvo casi particolari quali l’abilitazione come operatore addetto all’uso di attrezzature di lavoro previste dall’Accordo Stato Regioni del 22/02/2012.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 07/07/2019 da Ing. Fabio Rosito.
So che vi stupiremo, ma non esiste alcun corso sulla caduta dall’alto. La normativa è chiara, eppure, continua a proliferare questo prodotto, sicuramente utile allo sviluppo delle competenze per ridurre questo rischio, ma non previsto da nessuna normativa attualmente vigente.
Ve lo spieghiamo in questo articolo.
Come accade per molti rischi e per le attrezzature, anche nel caso dei DPI, il D.Lgs. 81/2008 prevede l’informazione, formazione e addestramento:
Informazione (articolo 77 comma 4 lettera c, e ed f). Questo si può realizzare mediante consegna di istruzioni, affissione di cartelli ecc.
Formazione (articolo 77 comma 4 lettera h). Visto che non si tratta di un corso definito nello specifico, va a finire nella formazione specifica come anche previsto nell’elenco dei Contenuti della specifica che si trova al punto 4 dell’Accordo Stato Regioni del 21/12/2011. Nessun obbligo formativo aggiuntivo: se uno decide di fare una formazione aggiuntiva sul tema, non essendo un corso obbligatorio, non si applicano gli Accordi, quindi il datore di lavoro decide il docente, decide la durata, decide il numero massimo di allievi e se fare o meno il teste. A meno che non si tratti di posizionamento mediante funi che è tutt’altra cosa e lì c’è corso specifico a parte che deve essere organizzato da soggetti ben definiti e con docenti con caratteristiche anch’esse ben definite.
Addestramento (articolo 77 comma 4 lettera h e comma 5). Obbligatorio “solo” per DPI 3 cat che, in base al Regolamento UE 2016/425 comprende anche i DPI contro il rumore nocivo. Le poche indicazioni sulle modalità dell’addestramento si trovano all’articolo 37 comma 5: “L’addestramento viene effettuato da persona esperta e sul luogo di lavoro.”. Non serve aggiungere altro in merito, direi.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 21/06/2019 da Ing. Fabio Rosito.
Il D.I. 06/03/2013 ha definito i requisiti per coloro che intendono erogare formazione come docenti, in corsi in materia di sicurezza e salute dei lavoratori. Quando emanato, il decreto era indirizzato ai docenti dei corsi lavoratori e per i datori di lavoro che intendono svolgere direttamente i compiti del Servizio di Prevenzione e Protezione (articolo 1 comma 2).
L’Accordo Stato Regioni del 7 luglio 2016, specificatamente al punto 12.1, estende l’applicazione del c.d. decreto formatore a “tutti i corsi obbligatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro, fatti salvi quelli nei quali i requisiti dei docenti siano già previsti da norme specifiche”.
L’Accordo Stato Regioni del 22/02/2012, al punto 2, però, riporta appunto nello specifico i requisiti dei docenti che sono:
“personale con esperienza documentata, almeno triennale, sia nel settore della formazione, sia nel settore della prevenzione, sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e da personale con esperienza professionale pratica, documentata, almeno triennale, nelle tecniche dell’utilizzazione delle attrezzature di che trattasi.”
CONCLUSIONI: la docenza nei corsi attrezzature deve essere svolta da personale in possesso dei requisiti di cui al punto 2 dell’Accordo Stato Regioni del 22/02/2012 e non docente secondo i criteri del D.I. 06/03/2013
E’ stata pubblicata la norma UNI ISO 11226:2019, recepimento della norma ISO per la valutazione dei rischi legati alle posture statiche.
In allegato alla news sul sito AimSafe.it, il file Excel per la verifica del rispetto dei requisiti previsti all’interno della norma.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 09/06/2019 da Ing. Fabio Rosito.
La UNI EN ISO 20471 regolamenta la classificazione degli indumenti di prova dando le caratteristiche minime previste per ogni classe e indicazioni per la definizione della classe richiesta.
Gli indumenti ad alta visibilità sono raggruppabili in tre classi in base alla valutazione dei rischi.
Al fine di essere conformi, gli indumenti ad alta visibilità, devono avere queste caratteristiche:
a. Le aree minime di materiale di fondo e di materiale riflettente devono essere conformi alle dimensioni previste in base alla classe di appartenenza. Vanno conteggiate solo le superfici visibili;
b. Le aree minime, di cui alla lettera a, vanno misurate sulla taglia inferiore per garantirne il rispetto in tutti i casi;
c. L’indumento ad alta visibilità lo deve essere su tutti i lati. Le bande riflettenti dovranno girare attorno alla parte del corpo (braccio, tronco, gamba);
d. Il raggiungimento dell’area minima può essere ottenuto con un solo indumento o combinando diversi indumenti in modo che, la somma delle superfici, sia conforme a quanto previsto in base alla classe;
e. Gli indumenti di classe 3 devono, come minimo, avere bande riflettenti sul tronco e sulle braccia e/o sulle gambe.
f. Le superfici coperte da loghi vanno detratte;
g. Il materiale di fondo deve avere una larghezza di almeno 50 mm e girare attorno al tronco;
h. Le bande riflettenti devono avere larghezza di almeno 50 mm
i. Le superfici minime previste sono:
Materiale Classe 3 Classe 2 Classe 1
Materiale di fondo 0,80 0,5 0,14
Materiale riflettente 0,20 0,13 0,10
Materiale a prestazioni combinate n.a. n.a. 0,20
La classe di visibilità va desunta dal prospetto A.1 della norma che prevede:
i. Classe 3 per i lavori sulle strade con velocità superiore a 60 km/h;
ii. Classe 2 per i lavori sulle strade con velocità inferiore a 60 km/h;
iii. Classe 1 per i lavori sulle strade con velocità inferiore a 30 km/h.
Dalla tabella sulle classi, si desume che due indumenti di classe 2 determinano il rispetto della Classe 3.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 23/05/2019 da Ing. Fabio Rosito.
1. Cosa prevede la normativa vigente?
Come sappiamo, l’articolo 17 comma 1 lettera a del D.Lgs. 81/2008 prevede che: “Il datore di lavoro non può delegare le seguenti attività: a) la valutazione di TUTTI i rischi con la conseguente elaborazione del documento […]“.
Se i rischi da Movimentazione Manuale dei Carichi sono, almeno in parte, normati al Titolo VI, dove si richiama specificatamente la movimentazione di CARICHI, sulle posture non ci sono riferimenti significativi tranne che:
Titolo VII – Attrezzature munite di videoterminali – art. 174 comma 1: “il datore di lavoro, all’atto della valutazione del rischio di cui all’articolo 28, analizza i posti di lavoro con particolare riguardo: b) ai problemi legati alla postura […]“. Questo punto, però, è oggetto di specifiche prescrizioni riportate all’Allegato XXXIV quindi non necessità di specifiche valutazioni ma solo di una mera applicazione di quanto previsto all’interno della norma stessa. Le prescrizioni presenti, infatti, derivano dall’applicazione delle indicazioni della normativa tecnica, applicate direttamente alla postazione di lavoro.
Nonostante questa assenza normativa, l’allegato 3B riporta, tra i rischi lavorativi per i quali il medico competente deve “rendicontare” il numero di lavoratori che sono sottoposti a “RISCHI POSTURALI”.
Le procedure standardizzate inseriscono, tra i rischi legati alla “movimentazione manuale dei carichi”, le “posture incongrue” rimandando all’Allegato XXXIII, sebbene, all’interno del suddetto allegato si facciano riferimento a posture solo legate al sollevamento di carichi.
In conclusione, sebbene non vi sia un rimando normativo specifico al rischio legato alle posture incongrue, il rischio deve essere valutato qualora possa rappresentare un pericolo per la salute degli operatori.
2. Quali sono le norme tecniche applicabili?
L’allegato XXXIII rimanda, per i rischi legati alla movimentazione manuale dei carichi, a norme tecniche della serie ISO 11228 ma non richiama, in alcun modo, norme relative alla postura.
Tuttavia, la ISO TR 12295, il techinal report che rappresenta la linea guida per l’applicazione delle ISO 11228, rimanda alla ISO 11226 per la valutazione dei rischi legati alle posture. A differenza delle ISO 11228, la ISO 11226 non è stata tradotta in norma UNI.
A fianco a questa norma, si segnala la UNI EN 1005-4 che è una norma emanata per dare indicazioni a chi progetta o realizza macchinari. Si tratta di una norma armonizzata, quindi obbligatoria proprio per chi deve realizzare macchinari in accordo con la direttiva macchine.
3. Quali sono i rischi legati all’assunzione e mantenimento delle posture incongrue?
I danni derivanti dalle posture incongrue possono avere origine:
a. Prolungata contrazione muscolare che ostacola lo smaltimento dell’acido lattico;
b. Fissità dell’articolazione vertebrale che impedisce il corretto nutrimento dei dischi intervertebrali;
c. Compressione o allungamento del nervo periferico.
Il carico biomeccanico è tanto maggiore quanto maggiore è il discostamento dalle posizioni di equilibrio (neutra) del singolo distretto analizzato. Il rischio è tanto maggiore quanto maggiore è il tempo di mantenimento o la ripetizione nell’arco del turno di lavoro.
I possibili danni derivanti dall’assunzione di posture incongrue, ci sono:
1) Danni all’apparato osteo articolare con formazione di periartriti, borsiti, capsuliti, tenosinoviti, artrosi, spondiloartropatie, discopatie;
2) Danni all’apparato muscolo-tendineo con epicondiliti, epitroceliti, entesiti, dito a scatto, malattia di De Quervain;
Danni all’apparato neurologico quali mononeuropatie da intrappolamento, compromissioni del plesso cervicale, compressioni radicolari da protrusioni/ernie.
4. Come si valuta il rischio da posture incongrue?
In assenza di specifiche indicazioni normative, il rischio da posture incongrue va valutato nel rispetto delle norme tecniche applicabili quali la ISO 11226, la UNI EN 1005-4 e la ISO TR 12295.
a. Domanda chiave
In accordo con la ISO TR 12295, il primo passo è verificare se vi sia effettivamente un rischio da posture incongrue o meno. La domanda chiave recita: “Sono presenti posture di lavoro statiche o scomode mantenute per più di 4 secondi consecutivi e ripetute per una parte significativa del turno lavorativo?“.
Ne deriva, quindi, un elemento importante: una postura statica è pericolosa se mantenuta per più di 4 secondi consecutivi e non solo in situazioni occasionali durante l’attività lavorativa. L’assenza di questa condizione, determina l’assenza del rischio e la valutazione si ferma qui.
b. Condizioni accettabili
La stessa ISO TR 12295, prima di rinviare alla norma specifica (ISO 11226), permette di verificare se vi siano le condizioni di accettabilità. Questo avviene rispondendo a 20 domande; la risposta affermativa a tutte queste domande, determina un rischio accettabile e non è necessario procedere con la valutazione dettagliata.
In caso contrario, qualora anche solo una condizione di accettabilità non sia rispettata, si deve necessariamente passare al livello successivo di valutazione.
c. Valutazione dettagliata
Prima di tutto, si deve segnalare che l’ambito di applicazione delle due norme è sostanzialmente diverso:
la ISO 11226 riporta raccomandazioni per l’analisi dei COMPITI LAVORATIVI relativamente a posture STATICHE;
LA UNI EN 1005-4 riporta indicazioni per la progettazione di POSTI DI LAVORO nelle macchine relativamente a posture STATICHE e DINAMICHE.
Riassumendo, per la valutazione delle postazioni statiche, sarà preferibile usare la ISO 11226, in quanto di applicazione generale e non solo alle macchine, mentre per la valutazione delle posture dinamiche, non si può che usare la UNI EN 1005-4.
Entrambe le norme, riportano delle indicazioni relative a:
a. individuazione del punto di scarico: è la situazione alla quale il carico fisiologico e il rischio associato sono nulli;
b. individuazione delle aree da evitare, indicate come non accettabili (UNI EN 1005-4) o non raccomandate (ISO 11226);
c. individuazione di zone accettabili solo in determinate condizioni: in questi casi, intermedi rispetto ai primi, le norme prevedono dei criteri sotto i quali la situazione analizzata è accettabile o meno. Nel caso della ISO 11226, si tratta, per lo più, di curve in funzione di parametri geometrici e tempo, che separano aree di accettabilità da aree di non accettabilità. Nel caso della UNI EN 1005-4, i criteri di accettabilità condizionata sono più qualitativi.
Le due norme, analizzano le suddette condizioni per diversi distretti:
Tronco: 3.4 ISO 11226 e 4.3.2 UNI EN 1005-4;
Testa: 3.5 ISO 11226 e 4.3.4 UNI EN 1005-4;
Arti superiori: 3.6 ISO 11226 e 4.3.3 UNI EN 1005-4;
Arti inferiori: 3.7 ISO 11226 e 4.3.5 (altre parti) UNI EN 1005-4.
Le due norme presentano alcune differenze:
1) nel caso della UNI EN 1005-4, per le posture statiche in zone dubbie, si richiama un generico “evitare compiti di durata prolungata” mentre nella ISO 11226, vengono proposte delle rete, in funzione del parametro geometrico e del tempo, che separano zone di accettabilità da zone di non accettabilità. Pertanto, per le posture statiche è preferibile usare la ISO 11226;
2) per le posture dinamiche, quelle non mantenute per più di 4 secondi ma che vengono ripetute frequentemente, la UNI EN 1005-4 prevede due soglie:
a. inferiore 2 azioni al minuto: anche se incongrue, sono accettabili purchè non per periodi lunghi;
b. superiore a 2 azioni al minuto: accettabili solo per condizioni ottimali.
Abbiamo predisposto un file Excel per la valutazione delle posture statiche. il file può essere gratuitamente scaricato a questo indirizzo:
https://www.aimsafe.it/static/news.php?pk_news=428
Questo articolo è stato pubblicato in News il 05/05/2019 da Ing. Fabio Rosito.
L’Alternanza Scuola Lavoro è un istituto nato nel 2005 con il D.Lgs. n. 77 del 15/04/2005.
Ma è con la c.d. “Buona Scuola” Legge 107/2015 che, all’articolo 1, dal comma 33 al comma 43, ne vengono regolamentate nel dettaglio le modalità di realizzazione.
Non sono mancati, però, casi di abusi di questo istituto e casi di infortuni anche gravi a danno degli studenti. Diventa, quindi, essenziale, comprenderne le meccaniche per poterle governare.
L’elemento essenziale è la “convenzione“: l’alternanza scuola lavoro si basa su una convenzione (comma 40) che le scuole stipulano con le strutture che ospiteranno gli studenti. All’interno della convenzione, sono riportate le regole che legano questi due soggetti. Scrivere una convenzione adeguata significa ridurre significativamente i rischi. Tuttavia, rimane un capitolo importante: l’assegnazione di risorse e competenze necessarie per mettere in atto le misure necessarie.
D.Lgs. n. 77 del 15/04/2005;
Legge 107/2015;
MIUR “Chiarimenti interpretativi” ed. marzo 2017;
Circolare Inail n. 44 del 21/11/2016;
MIUR “Guida operativa per la scuola” 05/10/2015.
Come si applica la normativa in materia di sicurezza e salute dei lavoratori in caso di alternanza scuola lavoro?
L’attività in alternanza scuola lavoro avviene in subordinazione del datore di lavoro dell’impresa ospitante di cui lo studente diventa lavoratore a tutti gli effetti ex art. 2 comma 1 lettera a D.Lgs. 81/08. Questo determina, per il datore di lavoro della struttura ospitante, l’obbligo di adempiere a tutti gli obblighi previsti all’interno del D.Lgs. 81/2008 anche per quanto concerne lo studente. Tra questi:
a. Sorveglianza sanitaria nel caso in cui la mansione prevista per lo studente lo richieda. Se la visita medica è generale, potrà essere svolta anche dall’istituzione scolastica per mezzo di convenzioni territoriali, mentre rimane in carico all’ospitante, eventuali esami di dettaglio legati a specifici rischi lavorativi (es. rumore, rischio chimico);
b. Formazione, informazione e addestramento. Anche in questo caso, al fine di incentivare la partecipazione delle aziende, la Guida del MIUR, invita le scuola a stipulare convenzioni con enti per la formazione generale e specifica in modo da poter sollevare la struttura ospitante da questo impegno finanziario;
c. Fornitura di adeguati DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) individuati per la mansione svolta dallo studente, all’interno del DVR (Documento di Valutazione dei Rischi). Questo punto è confermato dal quesito 10 dei “Chiarimenti interpretativi” – MIUR – Marzo 2017, dove viene indicato l’obbligo, per il datore di lavoro ospitante, di fornire i necessari DPIU, a meno di diversa decisione all’interno della convenzione;
d. Attrezzature: la struttura ospitante deve fornire tutte le attrezzature per lo svolgimento dell’attività e le conoscenze necessarie. Ne consegue che, la struttura ospitante, sarà obbligata al rispetto delle indicazioni di cui al Titolo III, inerente le attrezzature, e per l’addestramento necessario da erogare allo studente.
Si segnala, in merito a quanto sopra, che in caso di lavoratore autonomo, impresa familiare, associazione sportiva dilettantistica, associazione di volontariato, struttura religiosa con solo volontari, per le quali il D.Lgs. 81/2008 prevede, all’articolo 3, la sola applicazione dell’articolo 21, l’arrivo di uno studente in alternanza scuola lavoro, determina la decadenza dell’esonero e l’applicazione dell’interno decreto. Pertanto, nei casi succitati, l’impresa o il lavoratore autonomo, dovranno procedere a individuare RSPP, Medico competente se applicabile, predisporre il documento di valutazione dei rischi ecc.
Sono a capo, invece, del dirigente scolastico, le denunce di infortunio e malattie professionali (Circ. Inail 44 21/11/2016).
La Guida Operativa per le scuole, prevede che sia in capo all’istituto “verificare le condizioni di sicurezza connesse all’organizzazione dell’alternanza scuola lavoro, e ad assicurare le relative misure di prevenzione e di gestione, garantendo i presupposti perché gli studenti siano il più possibile tutelati, sul versante oggettivo, attraverso la selezione di strutture ospitanti “sicure”, e sul versante “soggettivo”, tramite l’informazione degli allievi.”. Ne consegue che l’istituto non dovrà solo attivare la convenzione ma farsi parte attiva anche nel verificare che la struttura ospitante rispetti le condizioni di sicurezza. Questo non può che avvenire mediante una sorta di verifica di idoneità tecnico professionale, come capita per le imprese appaltatrici, e mediante sopralluoghi presso la sede di svolgimento dell’attività di alternanza scuola lavoro. Questo, però, richiede necessariamente che le persone incaricate di questa attività possano attingere a risorse e competenze, interne ed esterne all’istituto, in grado di poter effettuare questa attività.
In quest’ottica, la guida richiama l’importanza di attivare convenzioni con soggetti per quanto concerne la formazione, sorveglianza sanitaria e la copertura assicurativa dell’allievo.
Tutor interno (art. 5 comma 2 D.Lgs. 77/05)
E’ il docente (non possono essere soggetti esterni Chiarimenti interpretativi Marzo 2017) che viene incaricato, per l’istituto scolastico, di occuparsi della convenzione e della sua applicazione. Ruoli e responsabilità sono determinati all’interno della convenzione.
E’ di primaria importanza che, nel definire proprio i compiti del tutor, si tenga conto delle risorse disponibili e delle competenze necessarie per svolgere questo compito. Assegnare importanti responsabilità ad un soggetto privo di adeguata formazione e senza un adeguato stazionamento economico, fosse anche solo per pagare i trasferimenti necessari e le ore di lavoro, possono determinare scarsa efficacia con gravi rischi sia per l’istituto che per il tutor.
Se, all’interno della convenzione saranno previste attività di vigilanza da parte del tutor interno, questi svolgerà i compiti di preposto e dovrà essere formato come tale. E’ una figura essenziale in quanto sarà il soggetto che collaborerà con il dirigente per valutare le strutture con cui stipulare o rinnovare una convenzione. Il tutor interno dovrà dimostrare competenza circa: organizzazione del lavoro, basi di contrattualistica, basi di gestione del personale, conoscenze specifiche tecniche legate alla tipologia di strutture ospitanti, conoscenze di sicurezza sul lavoro per renderlo in grado di valutare l’affidabilità delle strutture ospitanti. In questo ambito, si consiglia di predisporre, all’interno delle schede di valutazione, anche elementi specifici legati alla sicurezza e salute dei lavoratori.
Tutor esterno (art. 5 comma 3 D.Lgs. 77/05)
E’ il soggetto, facente parte della struttura ospitante o esterna ad essa, che fungerà da riferimento per l’istituto e che seguirà il percorso dello studente. Questo, fatto salvo che si tratti di funzioni prettamente amministrative, sarà individuabile come preposto. A questo spetta il compito di garantire adeguata formazione e informazione dello studente circa i rischi specifici aziendali.
Comportamento dello studente
All’interno della convenzione, viene anche inserito il patto formativo, destinato allo studente, dove è importante andare a indicare regole comportamentali che lo studente deve rispettare durante il periodo di alternanza. Qui si deve fare riferimento, specificatamente, ai contenuti dell’articolo 20 che andranno ad essere esplicitati e integrati con elementi specifici definiti dai due soggetti: istituto e struttura ospitante.
Attività da mettere in atto
a. All’interno della convenzione inserire elementi specifici legati ad una sorta di verifica di idoneità tecnico professionale delle imprese ospitanti, come già succede per gli appalti. Si dovrà richiedere: copia della visura camerale valida, copia del documento di valutazione dei rischi (all’interno del quale deve essere richiamata la presenza di studenti in alternanza scuola lavoro con specifiche indicazioni sui rischi legati a questa specifica “tipologia contrattuale”), autocertificazione di aver provveduto ad adempiere agli obblighi di cui al D.Lgs. 81/08 con indicazione del nominativo di: Datore di lavoro, RSPP, Medico competente, RLS, nome del tutor e che questi sono adeguatamente formati per svolgere i compiti loro assegnati;
b. Verificare che, all’interno del documento di valutazione dei rischi, siano riportati le indicazioni relative ai rischi legati alla specifica tipologia contrattuale legata proprio all’alternanza scuola lavoro. La valutazione dei rischi dovrà prevedere un percorso di addestramento e una vigilanza costante dell’allievo durante la permanenza in azienda;
c. All’interno del patto formativo, inserire le regole per lo studente, derivate dall’articolo 20, ma esplicitate con specifico richiamo alle attività che andrà a svolgere. Al suo interno, la struttura ospitante dovrà inserire elementi specifici legati all’informazione in materia di sicurezza e salute dei lavoratori;
d. Nominare il tutor interno come preposto e garantirgli risorse e competenze per poter valutare l’andamento dell’alternanza anche attraverso un piano di audit periodici sul luogo di svolgimento dell’attività di alternanza;
e. Segnalare all’RSPP e all’RLS qualsiasi nuova convenzione e fornire loro risorse per effettuare eventuali sopralluoghi volti a valutare le condizioni di sicurezza in cui si svolge l’alternanza;
f. Prevedere un sistema di verifica presso la sede dell’azienda ospitante, circa le condizioni di sicurezza e salute dei lavoratori e rispetto della convenzione e del patto formativo.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 10/04/2019 da Ing. Fabio Rosito.
Il Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231, recante “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’art. 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300” ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento la responsabilità amministrativa (rectius penale) degli Enti con o senza personalità giuridica, che si aggiunge a quella della persona fisica che ha realizzato materialmente il fatto illecito, a “vantaggio dell’organizzazione”, o anche solamente “nell’interesse dell’organizzazione”, senza che ne sia ancora derivato necessariamente un vantaggio concreto.
1.2 Dopo il varo del 2001, circoscritto ai reati commessi nei rapporti Ente privato-Pubblica Amministrazione quindi corruzione, concussione indebita percezione di finanziamenti pubblici, il passo più rilevante è stato compiuto l’anno successivo. Nel 2002, infatti, nell’ambito della più ampia riforma del diritto societario, è stata prevista la responsabilità dell’Ente per illeciti come il falso in bilancio, quello in prospetto, l’ostacolo al controllo della Consob.
1.3 Dal 2003 sono stati introdotti altri reati e, al 31.12.2018 i reati sono 136. L’ultimo reato presupposto è stato introdotto con l’approvazione in via definitiva del Disegno di Legge (DDL) Anticorruzione (18.12.2018). Il catalogo dei reati 231 è stato ampliato con l’introduzione del delitto di traffico di influenze illecite (art. 346-bis c.p.) punito con la sanzione pecuniaria fino a 200 quote. Infatti l’art. 7 del DDL (“Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché in materia di prescrizione del reato e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”) ha introdotto modifiche al D.Lgs. 231/01.
2 – Programma
1a Giornata (17/05/2018): l’assetto organizzativo dell’impresa alla luce delle norme tecniche e giuridiche applicabili al 01.03.2019; collocazione del “MODELLO 231” nell’ambito di una visione sistemica e introduzione al capo I (artt. 1-26) del D.Lgs. 231/01.
2a Giornata (28/05/2018): responsabilità dell’organo amministrativo nelle imprese private, nei gruppi di imprese, nelle rete di imprese, nelle imprese partecipate o controllate dalla P.A.; la progettazione e la documentazione del “MODELLO 231” (parte 1^).
3a Giornata (31/05/2018): la progettazione e la documentazione del “MODELLO 231” (parte 2^); l’Organismo di Vigilanza: caratteristiche, funzionalità e operatività.
Dettaglio Programma 1a Giornata (17/05/2018)
1. Introduzione all’assetto organizzativo dell’impresa in riferimento alle norme tecniche e giuridiche (nazionali ed europee) applicabili sia ai sistemi gestionali che ai prodotti.
[esempi pratici con particolare attenzione alla piccola e media impresa].
1.1. Sviluppo di una mappa cognitiva con relativi flussi comunicativi per individuare il ruolo del D.Lgs. 231/01 nell’organizzazione d’impresa.
2. Presentazione del D.Lgs. 231/01 con riferimento particolare a:
2.1. SEZ. I – Principi generali e criteri di attribuzione della responsabilità amministrativa (artt. 1-7). 2.1.1. Individuazione dei “soggetti apicali” e “soggetti sottoposti all’altrui direzione”.
[esempio pratico di formalizzazione].
2.1.2. Definizione di “interesse”, “vantaggio” e “colpa di organizzazione”.
[esempi pratici dalle sentenze giurisprudenziali].
2.1.3. Formalizzazione del Modello di Organizzazione e Gestione.
[presentazione linee guida di Confindustria 2014 – Principi consolidati CNDCEC/ABI/CNF 2019].
2.1.4. Modifiche all’art. 6 co. 2 – bis ex D.Lgs. 231/01.
[Whistleblowing ed esempi pratici per la sua gestione].
2.1.5. L’art. 7 per i “soggetti sottoposti all’altrui direzione”.
[interpretazione ed applicazione pratica dei requisiti giuridici].
2.2. SEZ. II – Sanzioni in generale (artt. 9-23). 2.2.1. Particolare riferimento all’art. 17 ex D.Lgs. 231/01 relativo alla riparazione delle conseguenze del reato.
[esempio pratico di gestione di un “MODELLO 231” ex post].
2.3. SEZ. III – Responsabilità amministrativa da reato (artt. 24-26): 2.3.1. Principali reati presupposto.
[esempi pratici di rilevazione del rischio di commissione dei reati presupposto e commento di sentenze giurisprudenziali per individuare i contenuti efficaci dei protocolli di prevenzione].
Dettaglio Programma 2a Giornata (28/05/2018)
3. Modalità di adozione del “MODELLO 231” e responsabilità dell’organo amministrativo dell’impresa.
[esempio pratico di come si deve adottare il “MODELLO 231” e responsabilità nei vari tipi di impresa.
4. Principi di progettazione e documentazione del “MODELLO 231”.
[esempio pratico di progettazione e documentazione].
5. Fasi di formalizzazione per la documentazione dimostrativa delle attività svolte.
6. Progettazione e documentazione dell’analisi dei rischi di commissione dei reati presupposto in riferimento agli artt. 24 e 25 ex D.Lgs. 231/01.
[esempio pratico di documentazione].
7. Progettazione e documentazione dei “…protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire…” [art. 6 co. 1 lett. b)].
[esempi pratici di protocolli].
8. L’art. 30 (Modelli di organizzazione di gestione) ex D.Lgs. 81/08 e s.m.i. con particolare riferimento all’applicazione del co. 5-bis.
[esempio pratico di modello: vantaggi e limiti].
Dettaglio Programma 3a Giornata (31/05/2018)
9. Codice Etico e Codice Comportamentale: come integrarli nell’ambito del “MODELLO 231”.
[esempio pratico di redazione del Codice Etico].
10. Sistema Disciplinare e CCNL.
[esempio pratico di redazione del Codice Disciplinare].
11. L’Organismo di Vigilanza (OdV): caratteristiche dei componenti, nomina, ruoli e responsabilità.
[esempio di Statuto dell’OdV ed esempio di Regolamento Interno dell’OdV].
12. Flussi Informativi da e verso l’Organismo di Vigilanza.
[esempio di redazione del documento di rilevazione dei flussi informativi].
13. Organismo di Vigilanza: conferimento dell’incarico ai componenti e accettazione, pianificazione degli incontri. Modalità di formalizzazione degli incontri, relazione annuale, incontri con l’organo amministrativo e l’organo di controllo.
[esempi pratici dell’operatività dell’OdV].
3 – Informazioni generali
Sede: il corso avrà una durata complessiva di 24 ore e sarà erogato c/o sede STI in Via Sempione 128 – Torino.
Certificato di attestazione: attestato di frequenza con profitto individuale per ciascun partecipante (previo superamento esame finale).
Iscrizione al corso: dovranno pervenire entro il 5 Aprile 2019 a mezzo PEC all’indirizzo direzione@pec.asqconsulenza.it.
Modalità e termini di pagamento: 500,00 Euro + I.V.A.; all’atto della conferma di iscrizione saranno forniti gli estremi bancari per il versamento che sarà suddiviso nel seguente modo: 50% da versare entro il 12 Aprile come acconto e il restante 50% a saldo da versare entro il 10 Maggio. In caso di rinuncia, in seguito ad iscrizione avvenuta, l’acconto non sarà restituito.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 08/04/2019 da admin.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 03/04/2019 da Carlo Musso.