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Timestamp: 2017-03-23 08:11:57+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 25', 'art. 11', 'art. 7']

Diritto&Internet | cassazione
Il blog dello Studio Legale Finocchiaro Direttore Scientifico: Prof.ssa Avv. Giusella Finocchiaro Curatrice Editoriale: Dott. Giulia Giapponesi Cassazione: in caso di diffamazione l’utilizzo di Facebook non costituisce aggravante
posted by admin on febbraio 1, 2017
Nei casi di sospetta diffamazione i provvedimenti cautelari di sequestro sono inammissibili tanto per i giornali stampati quanto per i loro corrispettivi online, lo stabilisce la Cassazione.
Pronunciandosi su istanza del Procuratore generale in tema di diffamazione a mezzo stampa e di tutela costituzionale, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno enunciato con la sentenza n. 23469 del 18.11.2016 il seguente principio di diritto:
La tutela costituzionale assicurata dal terzo comma dell’art. 21 Cost. alla stampa si applica al giornale o al periodico pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico, quando possieda i medesimi tratti caratterizzanti del giornale o periodico tradizionale su supporto cartaceo e quindi sia caratterizzato da una testata, diffuso o aggiornato con regolarità, organizzato in una struttura con un direttore responsabile, una redazione ed un editore registrato presso il registro degli operatori della comunicazione, finalizzata all’attività professionale di informazione diretta al pubblico, cioè di raccolta, commento e divulgazione di notizie di attualità e di informazioni da parte di soggetti professionalmente qualificati. Pertanto, nel caso in cui sia dedotto il contenuto diffamatorio di notizie ivi pubblicate, il giornale pubblicato, in via esclusiva o meno, con mezzo telematico non può essere oggetto, in tutto o in parte, di provvedimento cautelare preventivo o inibitorio, di contenuto equivalente al sequestro o che ne impedisca o limiti la diffusione, ferma restando la tutela eventualmente concorrente prevista in tema di protezione dei dati personali.
La Corte ha sottolineato che l’art. 21, comma 3, Cost., dispone che il sequestro della stampa generalmente intesa – cioè, senza specificazioni, sia essa periodica o comune – può essere disposto, con atto motivato dell’autorità giudiziaria, soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi o nel caso di stampa clandestina.
Al riguardo viene citata la decisione della Corte costituzionale del 24 giugno 1970, n. 122 che sancì il divieto di sequestro della stampa (con eccezione dei casi previsti dalla legge sulla stampa stessa) per la prevalenza della libertà di stampa – a causa dell’importanza del suo ruolo in una società democratica – su ogni altro interesse meramente individuale.
La Cassazione ha riaffermato tale principio in relazione al giornale telematico nel caso di contenuti sospettati di essere diffamatori e cioè lesivi della reputazione e dell’onore. Infatti, il solo diritto alla reputazione e all’onore, benché fondamentale, deve intendersi recessivo dinanzi alla tutela della libertà di stampa, anche nella fase cautelare finalizzata all’adozione di misure urgenti (v. Corte cost. 122/70, cit.).
Le misure cautelari proibite dalla lettera del comma terzo dell’art. 21 Cost. sono tutte quelle che impedirebbero la diffusione del materiale già pronto alla circolazione. Pertanto, secondo la Corte, nel caso dei giornali online non sono ammissibili quale oggetto di provvedimento cautelare tutte le misure che tendano ad impedire la persistenza nella Rete o l’ulteriore circolazione o diffusione dell’articolo – o equipollente –ritenuto diffamatorio o, se da esse inscindibile, dell’intera pagina o dell’edizione o, in casi estremi, della testata; misure tra cui devono comprendersi anche quelle indicate come deindicizzazione o altre di analogo effetto.
L’eventuale oscuramento e risarcimento dovrà quindi essere individuato dal giudice, che terrà conto della particolare diffusività degli strumenti adoperati, nel momento del riconoscimento dell’effettiva violazione del diritto individuale all’onore od alla reputazione con pronuncia almeno esecutiva, che potrà eventualmente ribaltare la valutazione di prevalenza tra i due diritti fondamentali.
La Corte sottolinea infine che la pronuncia non riguarda violazioni diverse dalla diffamazione, come quelle in materia di protezione dei dati personali.
Il Garante privacy scrive alla Cassazione: “occultare i nomi nelle sentenze pubblicate sul web”
posted by admin on ottobre 8, 2014
L’iniziativa della pubblicazione integrale sul web delle sentenze pronunciate dalla Corte di Cassazione è da tempo oggetto sia di lodi per la trasparenza sia di critiche riguardo alla violazione della privacy degli imputati.
Da qualche tempo, il sito web istituzionale della Corte di Cassazione ha reso accessibili al pubblico le sentenze pronunciate dalla Corte, negli ultimi cinque anni, in materia civile. Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ha pubblicato una lettera aperta a Giorgio Santacroce, Primo Presidente della Corte suprema di Cassazione, in cui esprime preoccupazione per la violazione dei dati personali dei cittadini coinvolti in cause processuali approdate in Cassazione.
Pur riconoscendo all’iniziativa un indubbio rilievo, Soro esprime perplessità sulla legittimità della pubblicazione dei nominativi, per esteso, delle parti e dei terzi coinvolti a qualunque titolo nel ricorso in Cassazione.
Il Presidente del Garante privacy sottolinea, in particolare, i rischi di indicizzazione, decontestualizzazione, e alterazione dei dati resi indiscriminatamente accessibili online, anche alla luce dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 13 maggio scorso, in re C-131/12 (a cui, su questo blog, abbiamo dedicato un post e un approfondimento di Giusella Finocchiaro).
Soro chiede dunque che venga valutato se “le apprezzabili finalità di promozione della conoscenza, da parte dei cittadini, degli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla Corte di cassazione non siano egualmente realizzabili con modalità maggiormente idonee a tutelare il diritto alla riservatezza degli interessati. In tal senso, potrebbe essere utile riflettere sull’opportunità di espungere dai provvedimenti i dati identificativi, che pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete.”
Il testo completo della lettera è disponibile sul sito del Garante privacy.
Cassazione: chi acquista un computer ha diritto al rimborso del sistema operativo preinstallato
posted by admin on settembre 16, 2014
L’acquisto del computer non implica l’obbligo di accettare il sistema operativo preinstallato, lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che respinge il ricorso della multinazionale dell’informatica Hewlett Packard Italiana.
Con sentenza n. 19161/2014, la Suprema Corte, confermando le decisioni di primo e secondo grado, ha affermato che “chi acquista un computer sul quale sia stato preinstallato dal produttore un determinato sistema operativo ha il diritto, qualora non intenda accettare le condizioni della licenza d’uso del software propostegli al primo avvio del computer, di trattenere quest’ ultimo restituendo il solo software oggetto della licenza non accettata, a fronte del rimborso della parte di prezzo ad esso specificamente riferibili“
La questione era stata portata davanti al Tribunale di Firenze dall’associazione dei consumatori ADUC per conto di un acquirente di un computer portatile Compaq, distribuito da HP, al quale era stato negato il risarcimento del costo del sistema operativo Windows.
L’ADUC ha spiegato che la denuncia nasce dalle dichiarazioni che si trovano nella licenza d’uso di Windows, secondo cui: “qualora l’utente non accetti le condizioni del presente contratto, non potrà utilizzare o duplicare il software e dovrà contattare prontamente il produttore per ottenere informazioni sulla restituzione del prodotto o dei prodotti e sulle condizioni di rimborso in conformità alle disposizioni stabilite dal produttore stesso”.
La Cassazione, confermando i 140 euro di rimborso richiesti dall’utente fiorentino ad HP, ha definito “una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa” la vendita del software insieme all’hardware, “con riflessi a cascata in ordine all’imposizione sul mercato di ulteriore software applicativo la cui diffusione presso i clienti finali troverebbe forte stimolo e condizionamento – se non vera e propria necessità – in più o meno intensi vincoli di compatibilità e interoperabilità (…) con quel sistema operativo, almeno tendenzialmente monopolista”.
La Cassazione riconosce come reato di diffamazione un insulto su Facebook anche se privo del nome dell’offeso:
“Facebook, linea dura della Cassazione “Insulti anonimi sono diffamazione – Annullata l’assoluzione di un finanziere che aveva offeso un collega senza nominarlo: la reputazione è lesa se la vittima è riconoscibile anche da pochi”. [articolo su La Stampa]
Allarme Heartbleed:
“Il bug Heartbleed è in gran parte stato sanato, ma ci sono ancora più di 20.000 siti vulnerabili“. [articolo in inglese su Business Insider]
“In manette il primo cracker di Heartbleed”. [articolo su Il Sole 24 Ore]
Notizie dal Datagate:
“Il botta e risposta tra Snowden e Putin. L’ex dipendente della Nsa ha partecipato a un dibattito televisivo russo, chiedendo esplicitamente a Putin se la Russia eseguisse operazioni di sorveglianza di massa”. [articolo su Wired]
“Nsa smentisce, non sapevamo del bug Heartbleed. Secondo alcune fonti lo avrebbe sfruttato per due anni”. [Articolo su ANSA]
L’attività di Google, è nuovamente motivo di preoccupazione in rete:
“Le email di Gmail verranno analizzate per favorire annunci pubblicitari mirati. Il 14 aprile Google ha aggiornato i suoi termini di servizio, informando gli utenti che tutte le loro email verranno analizzate automaticamente da un software per creare degli annunci pubblicitari mirati”. [articolo su Internazionale]
“Axel Springer contro Google: «E’ un estorsore» - In una lettera aperta il ceo del gruppo editoriale tedesco, Mathias Doepfner: «Mountain View ci fa paura. Le big company troppo potenti». Ma presto la situazione si ribalterà: «La storia insegna che i monopoli non durano mai troppo a lungo»”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]
Il Consiglio d’Europa pubblica un documento che elenca i diritti degli utenti della rete:
“Quali sono i diritti dei navigatori? Ecco la guida online. A firma del Consiglio d’Europa il vademecum per orientarsi fra questioni spinose quali privacy, libertà d’espressione, contrattualistica”. [articolo su Corriere delle Comunicazioni]
Buona lettura e buone festività pasquali!
posted by admin on gennaio 31, 2013
Una recente sentenza del Tribunale di Chieti ha suscitato un vivace dibattito in Rete: il Tribunale ha stabilito che, una volta soddisfatti gli interessi pubblici sottesi all’esercizio del diritto di cronaca, su quest’ultimo prevalga il diritto alla protezione dei dati personali dell’interessato ed in particolare, il diritto di chiedere la cancellazione delle informazioni a lui relative.
Il caso all’origine del contenzioso si potrebbe definire di scuola: nel 2010 un ristoratore cita in giudizio il direttore di un web magazine per ottenere la rimozione di un articolo relativo ad una vicenda giudiziaria, iniziata nel 2008 e non ancora conclusa, che coinvolge il ristorante. Nel corso del processo, il direttore della testata decide spontaneamente di rimuovere l’articolo nel tentativo di chiudere la vicenda giudiziaria. Il ricorrente tuttavia non rinuncia alla domanda e il giudizio si conclude a sfavore della testata, condannata al risarcimento dei danni non patrimoniali, derivanti dal riconosciuto illecito trattamento di dati personali, nonché al pagamento delle spese processuali. Va sottolineato che il fulcro su cui si fondano le argomentazioni del Tribunale non sia il diritto all’oblio, cui peraltro il Tribunale non fa espresso riferimento, quanto un asserito limite temporale del diritto di cronaca, non aprioristicamente definito, trascorso il quale e sempre che possa dirsi soddisfatto l’interesse pubblico a conoscere la notizia, deve prevalere il diritto alla protezione dei dati personali del soggetto interessato.
Si potrebbe essere indotti ad affermare che, secondo questa decisione, i presupposti legittimanti il diritto di cronaca non siano validi a tempo indefinito, bensì decadano dopo un certo periodo trascorso il quale prevalgono le disposizioni del Codice in materia di protezione dei dati personali. Secondo l’iter argomentativo del Tribunale, la mancata rimozione dell’articolo da parte della testata viola il principio di necessità sancito dall’art. 11 del Codice, secondo cui il trattamento dei dati personali può avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per cui i dati sono stati raccolti e trattati, e conseguentemente il disposto dell’art. 25, che vieta la diffusione dei dati oltre il periodo stabilito dall’art. 11. Il Tribunale, inoltre, rinvia al diritto dell’interessato di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati in violazione di legge (art. 7 del Codice).
Si legge, infatti, nella decisione: “la facile accessibilità e consultabilità dell’articolo giornalistico, molto più dei quotidiani cartacei tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giornale online, consente di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale sia trascorso sufficiente tempo perché le notizie divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica, e che quindi, almeno dalla data di ricezione della diffida, il trattamento di quei dati non poteva più avvenire ai sensi degli artt.11 e 15 citati”.
In un articolo recentemente pubblicato, il magazine ha espresso incredulità per “l’incredibile principio della scadenza delle notizie”. Il giornalista si sofferma in particolare sull’indeterminatezza del tempo in cui il diritto di cronaca si può ritenere valido, affermando che: “tale scadenza non è stabilita da alcuna legge in vigore nello Stato italiano e non è dunque chiaro quale sia il tempo entro il quale eventualmente rimuovere articoli corretti”.
Non resta che attendere il ricorso in Cassazione.
posted by Giulia Giapponesi on ottobre 3, 2012