Source: https://cdcm.wordpress.com/2009/10/
Timestamp: 2017-10-18 01:47:52+00:00
Document Index: 161973023

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.10', 'art.11', 'art.1', 'art. 92', 'art. 1', 'art. 4', 'art.1', 'art. 2', 'art. 3']

ottobre | 2009 | COMITATO DIFESA COSTITUZIONE MERATE
SERVILISMO MAFIOSO E CUMULO DEI POTERI
SITUAZIONE ANOMALA NEL NOSTRO PAESE
Il potere logora chi non ce l’ha. Lo diceva un anziano uomo politico della nostra “serva Italia”, come l’ha chiamata Dante. Forse sarebbe meglio parlare esplicitamente di servilismo degli italiani, sempre pronti ad applaudire acriticamente il vincitore di turno. Questo servilismo, più o meno attinente alla presenza mafiosa, a secoli di dominazione straniera, oltre all’attuale esaltazione del privato con la parallela demonizzazione del pubblico, potrebbe spiegare come sia possibile che nel nostro paese venga contraddetta persino un’altra sentenza della sapienza universale, secondo la quale è possibile ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo, ma è ben difficile ingannare molte persone per molto tempo. Possiamo dunque ritenere di validità più generale l’affermazione che risale a quasi tre secoli fa: Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente. Montesquieu è partito da questa considerazione per elaborare la sua teoria della separazione dei poteri statuali, che oggi si è ormai affermata universalmente. Come è noto si tratta del potere legislativo (fare le leggi), del potere esecutivo (farle eseguire) e del potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per la libertà e la democrazia è che questi tre poteri non siano concentrati nelle stesse mani, ma affidati a persone diverse e indipendenti. È su questa separazione che si regge il moderno stato di diritto, dove tutti sono sottoposti alla legge, compresi i governanti. La separazione dei poteri è pure la base del costituzionalismo universale.
Una difficoltà nell’applicazione di questo classico schema di articolazione del potere pubblico può derivare oggi dall’allargamento dello spazio del settore privato rispetto a quello pubblico. Ciò che non era pensabile 60 anni fa, quando fu redatta la nostra Costituzione repubblicana – e tanto meno ai tempi di Montesquieu – è che il potere privato potesse raggiungere una concentrazione tale da insidiare persino lo stesso potere pubblico (basta pensare che certe multinazionali possono avere budget molto superiori anche a quelli di stati di media grandezza). Il potere privato, come si è visto di recente, può anche operare attacchi speculativi sulle finanze di un paese, spingendolo sull’orlo del fallimento. Pertanto il potere economico può prevaricare sui diversi poteri statuali, imponendo i propri interessi sul bene comune. Questa prevaricazione si avvale oggi in particolare del potere mediatico, in Italia concentrato nelle mani di un ben noto personaggio. Lo sforzo – coronato da successo – è stato quello di realizzare nella politica quello che avviene negli stadi. La realtà viene sovra semplificata, lasciando solo l’alternativa pro o contro. La scelta dei partiti e dei candidati è come quella della squadra del cuore: basata su emozioni, spettacolarità, pregiudizi. Non contano le idee, le capacità, l’onestà dei candidati, ma il numero di apparizioni in televisione, la brillantezza delle battute, il numero degli spot e simili. In altri termini conta più l’apparenza che la realtà. Questa è stata una delle caratteristiche più significative dei fascismi. La prevaricazione del potere mediatico può essere ancor più rilevante se si pensa che è in grado di determinare gli argomenti su cui concentrare l’attenzione, nonché quelli da nascondere, arrivando di fatto a dettare le priorità sociali.
L’intreccio tra poteri: economico, mediatico e quelli statuali, costituisce forse il massimo pericolo per la democrazia, specie nel nostro paese. Probabilmente se ne parla poco proprio perché è uno dei temi che il potere vuole nascondere, così come quello del conflitto di interesse o altri ancora. Nelle mani del presidente Berlusconi, oltre al potere esecutivo, si concentra oggi il potere legislativo, dato che la maggioranza è spesso “blindata” su ciò che è nel suo interesse, tanto che la funzione dei parlamentari e dei partiti è oggi sminuita come non mai. Resta il potere giudiziario, nel quale fortunatamente non tutti i giudici sono berlusconiani. Ma i tentativi di sottomettere anche il potere giudiziario al suo controllo sono noti e ripetuti. Superfluo infine ricordare il potere mediatico ed economico dell’uomo più ricco del paese. Siamo comunque di fronte ad una concentrazione del potere del tutto inedita nel mondo, che farebbe sobbalzare ogni spirito democratico, se non obnubilato da una televisione alienante o da una mentalità mafiosa.
La separazione dei poteri, in definitiva, non è solo un problema di giuristi o esperti. Ogni persona di buon senso ne può comprendere la necessità. Il grande teologo protestante Bonhoeffer, impiccato nel 1945 per aver cospirato contro Hitler, ne ha intuito nella prigione nazista un fondamento teologico: accaparrarsi tutti i poteri è la bestemmia di chi vuole mettersi al posto di Dio.
-i tre poteri statuali;
-la separazione dei poteri proposta da Montesquieu;
-fondamento dello stato di diritto e del costituzionalismo universale;
-la presente crescita del potere privato su quello pubblico;
-la politica come il tifo sportivo o spettacolo;
-il potere mediatico, le convinzioni che diffonde, i temi che nasconde;
-inedita concentrazione di poteri in Italia.
Tag:divisione dei poteri, politica-spettacolo, potere privato, serva Italia, stato di diritto
ALTERNATIVA AL REGIME: UNIAMOCI ORA
di Luigi De Magistris, L’unità, 15 ottobre 2009
Non vi è dubbio che per il bene del Paese Silvio Berlusconi dovrebbe farsi da parte, soprattutto per la decadenza etica che egli incarna e per gli interessi personali che persegue. Al di là delle evidenti implicazioni penali delle sue condotte. Purtroppo questo non accadrà ed anzi il Presidente del Consiglio si sta preparando al colpo di coda più duro del suo regime. Procedere alla disintegrazione della Costituzione, alla delegittimazione violenta di coloro che si oppongono al suo credo, alla modifica in senso peronista dello Stato e della Società. È il momento, quindi, che coloro i quali abbiano a cuore la democrazia e vogliano un’altra Italia costruiscano, in temi rapidi, l’alternativa al berlusconismo. Le risorse nel nostro Paese ci sono e sono anche tante. Il dissenso è però frammentato, va collettivizzato. Dobbiamo costruire un patto sociale tra chi ha un ruolo di rappresentanza politico-istituzionale ed il popolo che agisce attraverso la democrazia partecipativa che, come linfa vitale, sta crescendo giorno dopo giorno nel nostro Paese. Credo che i due principali pilastri dell’alternativa al berlusconismo debbano essere la questione morale e la questione culturale.
La questione morale non può essere ridotta all’assenza di pregiudizi penali – già di per sé rilevante – ma è molto di più. E’ intendere e praticare l’azione politica come strumento per il bene pubblico e per il perseguimento dell’interesse del Paese. Difendere ed attuare la Costituzione Repubblicana operando con onestà, trasparenza, lealtà. Lottare per i diritti di tutti, in primo luogo dei più deboli.
La questione culturale è proporre un’alternativa di società a quella plasmata da Berlusconi grazie soprattutto agli strumenti della propaganda di regime che operano dagli inizi degli ’80. L’obiettivo della vita non deve essere il profitto, non deve contare l’avere, ma soprattutto l’essere. La tensione ideale e la dignità della persone vengono prima della ricchezza materiale. Non va perseguito il liberismo del consumatore universale, ma un modello economico che tende alla eliminazione delle disuguaglianze e che migliora la qualità della vita rispettando la natura che è all’origine del nostro essere. Il modello dell’apparenza va respinto, favorendo la meritocrazia che deve sostituire le logiche di appartenenza, da quelle politiche a quelle mafiose.
Da questi due pilastri, descritti sinteticamente, si costruisce il resto. Ci confronteremo, saremo anche divisi su diversi punti, ma uniti nello spirito che animò i nostri padri costituenti. La Costituzione deve essere la parte fondamentale del nostro programma. Altra condizione che ritengo necessaria è che la prima linea di questo progetto – che porterà alla fine del berlusconismo – deve essere composta da persone diverse da quelle che hanno sinora fallito deludendo fortemente le aspettative degli italiani onesti. Il nostro popolo vuole un forte cambiamento ed idee che camminano sulle gambe di persone che hanno dimostrato con la loro storia da che parte stare.
Partiti. Italia dei Valori sta facendo la sua parte. È divenuta l’avamposto della difesa della Costituzione, senza se e senza ma, senza ragion di Stato che tenga. Ha avuto il coraggio di aprire le sue porte ad una parte importante della società civile del Paese. Certo ci sono anche aspetti del nostro agire politico che non piacciono, ma non abbiamo mai pensato di possedere il dogma della verità, di certo ci contraddistingue la passione di voler cambiare questo Paese, rompendo con il sistema della casta, per dare un futuro dignitoso e migliore ai nostri figli. Non può esserci l’alternativa senza il PD, il principale partito di opposizione, al quale portiamo sincero rispetto e dal quale ci aspettiamo tanto e che voglia e sappia dare un contributo decisivo, in termini di idee e di persone che all’interno del partito non mancano di certo. Così come non può esserci alternativa senza il contributo della sinistra e del mondo radicale che sono rimasti fuori anche dal Parlamento Europeo nonostante una forte ramificazione nel nostro Paese.
La grande linfa di questo progetto la troviamo fuori dai partiti, in quella parte straordinaria del Paese che opera ogni giorno senza piegare la schiena ed in attesa del fresco profumo di libertà, nei movimenti e nelle associazioni, cattoliche e laiche, nella rete con la quale dialoghiamo costantemente. C’è un Paese che aspetta solo un segnale, purchè sia chiaro ed inequivocabile. Sta a chi ha responsabilità politiche comprendere che è venuto il momento di unire le forze sui valori ed i principi fondanti della democrazia e dello Stato di diritto, con donne ed uomini credibili che hanno il solo intento di mettersi al servizio del Paese e che non possono e non devono deludere chi ci osserva con attenzione e severità in quanto non vuole rimanere ancora una volta deluso da un certo modo di fare politica. Costruiamo subito questa alternativa di governo nei luoghi istituzionali e nelle strade. Agiamo prima che sia troppo tardi.
Tag:disintegrazione della costituzione, dissenso frammentato da collettivizzare, questione culturale, questione morale, respingere il modello dell'apparenza, unire le forze
PROPOSTA DI RANIERO LA VALLE
in un momento di grave pericolo per la Repubblica, ci sembra necessaria una forte iniziativa per riaprire spazi al futuro. Ancora una volta è la società civile che deve indicare la strada. A questo scopo mira il testo che segue, che tutti sono invitati a sottoscrivere, a trasmettere ad altri e a diffondere nel modo più largo possibile. Il documento non è ancora ufficiale, la sua pubblicazione è prevista per il 16 ottobre, data in cui esso sarà anche presentato a tutte le forze politiche democratiche. Le adesioni all’appello possono essere inviate a:
info@sinistracristiana.net
Raniero La Valle, Domenico Gallo, prof. Luigi Ferrajoli, prof. Gianni Ferrara, prof. Roberto Mancini, prof. Francesco Zanchini, Giovanni Pecora, Vasti, scuola di critica delle antropologie, Adista, Koinonia, Centro Studi Erasmo Onlus, Cercasi un fine, Tempi di fraternità, padre Alberto Simoni, domenicano, padre Alessandro Cortesi, domenicano, Marcello Cini, Enrico Peyretti, Giancarlo Zizola, Arnaldo Nesti, Franco Ferrara, Francesco Domenico Capizzi, chirurgo, Maria Teresa Cacciari, docente, Mariacristina Bartolomei, Flavio Pajer, don Giannino Piana, teologo, Gaetano Sabatini, Gilberto Squizzato, padre Aldo Tarquini, domenicano, prof.sa Francesca Brezzi, prof. Roberto De Vita, Gianfranco Monaca, Agata Cancelliere, Fausta Deshormes, Gian Gabriele Verteva
09 10 08 In difesa del popolo sovrano
Tanto meno è al di sopra delle legge chi viene eletto, pur legittimamente, dall’elettorato. È falso dire che egli è un «primus super pares», come dice un dipendente politico di Berlusconi. Addirittura, se si pensa moralmente e democraticamente un “in-carico” politico come un servizio al bene comune, ogni eletto è, in certo modo, «sotto», e non sopra i suoi concittadini, perché è “caricato” del dovere di servirli. Così ha sempre sentito la migliore etica politica.
SOVRANITÀ PAROLA DA ABOLIRE*
PER REALIZZARE UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE
La seconda guerra mondiale rappresenta un tornante nella storia dell’umanità: la lunghezza, l’estensione geografica, la durezza, culminata con l’orrenda strage di civili innocenti a Hiroshima e Nagasaki, resero palese a chiunque che non era più possibile considerare la guerra come strumento giuridico di soluzione dei conflitti – come fino allora era considerata quasi unanimemente. Guerra e violenza dovevano invece essere bandite definitivamente dalla sfera della civiltà. A tal fine bisognava realizzare un nuovo ordine internazionale, nel quale gli stati rinunciassero a parte della loro sovranità e si sottoponessero all’osservanza dei principi del costituzionalismo democratico. In un famoso discorso del 1941, quando gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra, Roosevelt aveva sottolineato che per avere la pace è necessario garantire ovunque nel mondo le quattro libertà fondamentali: di pensiero, di religione, dal bisogno e dalla paura. In precedenza il diritto internazionale era ispirato alla premessa che ogni Stato è sovrano e non riconosce altre sovranità sopra di lui. Con gli altri Stati sovrani interviene la contrattazione, che sfocia nella forma del trattato internazionale. Quando sorgono controversie tra Stati, non essendoci un’autorità superiore (come il giudice per i cittadini), l’unico strumento giuridico per la soluzione dei conflitti era la guerra: ma è chiaro che con questa vince non chi ha ragione, ma chi è più forte.
Il nuovo ordine internazionale non doveva più essere basato sulla forza, ma sul diritto, come per i cittadini negli Stati costituzionali. Strumento di questo nuovo ordine sarà l’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite). Annunciata nel 1944, viene istituita nel 1945, sulle macerie fumanti della guerra, con lo scopo di creare un ordine internazionale fondato sugli stessi principi che due secoli prima erano stati enunciati e faticosamente perseguiti nelle costituzioni nazionali. Si capisce così perché il primo atto dell’ONU è stata l’elaborazione – col contributo di tutti i paesi partecipanti – della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata nel 1948. Si tratta sostanzialmente degli stessi diritti enunciati allora, pur se con maggior dettaglio e attualizzazione; ciò che è nuovo è il fatto di essere una dichiarazione universale, il tentativo di attuare un universalismo costituzionalistico, estendendolo all’intera umanità. Senza l’estensione universale non ci potrà essere un nuovo ordine mondiale, né si potrà uscire dalla spirale della guerra. L’universalità dei diritti umani diventa così la nuova frontiera del diritto internazionale. La Dichiarazione universale è il primo atto di questo sforzo. Fu approvata senza voti contrari, con 50 Stati favorevoli e 8 astenuti (i 6 del blocco sovietico, Arabia Saudita e Sudafrica). Da allora gli stati aderenti all’ONU sono passati da 58 a 192 (praticamente tutti gli Stati del mondo) e l’adesione all’ONU implica automaticamente la sottoscrizione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, almeno sulla carta. Da notare che tra i 30 articoli della dichiarazione, che sviluppano e completano le 4 libertà fondamentali di Roosevelt, ve ne è uno finale, il 28, che recita: Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati. Tutti gli abitanti della terra hanno diritto a vivere in un paese che aderisce al nuovo ordine internazionale e rifiuta la guerra.
Riduzione delle sovranità. Le costituzioni più recenti, come quella italiana (elaborata contemporaneamente alla Dichiarazione universale), hanno recepito il principio di limitare la propria sovranità. Basti ricordare della nostra costituzione l’art.10, che accetta di conformarsi alle norme del diritto internazionale, e l’art.11, col ripudio della guerra e quindi l’accettazione della limitazione di sovranità per far posto al nuovo ordine internazionale di pace. Altre costituzioni precedenti alla nostra, come quella francese, obbligano invece a modifiche costituzionali quando il paese aderisce a nuovi trattati che ne limitano la sovranità, come quello di Lisbona. Si dice che nei paesi democratici la sovranità appartiene al popolo. A parte gli equivoci che possono essere connessi con quest’ultima parola, neppure il popolo può essere considerato del tutto sovrano, cioè svincolato da ogni potere. Infatti la nostra costituzione, all’art.1 pone dei limiti all’esercizio della sovranità popolare: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non si può non ricordare che punto centrale di ogni costituzionalismo è la divisione dei 3 poteri statuali: legislativo, amministrativo e giudiziario, che non devono mai essere concentrati nelle stesse mani. Tutto ciò consente di concludere che il termine sovranità è da considerare obsoleto in un regime costituzionale. Semmai sembra lecito affermare che gli stessi poteri statuali oggi possono essere appannati dalla potenza di convinzione della pubblicità, del marketing, dei media, gestiti dal potere economico anche multinazionale, o da politici non democratici.
I rischi di crisi dell’idea universalista dei diritti sembrano oggi collegabili prevalentemente con due fattori. Il primo è lo sviluppo del terrorismo, soprattutto di quello suicida di matrice islamica. Specialmente dopo l’11 settembre la necessità di difendersi dagli attentati e ristabilire la sicurezza, hanno indotto a non riconoscere ai terroristi tutti i diritti dell’uomo. Si sono così avuti i fatti disgustosi di Guantanamo e Abu Graib. Il secondo fattore (più intellettuale che pratico) consiste nell’idea che i diritti umani sono frutto dell’occidente e imposti alle altre culture come una sorta di colonialismo culturale. È un grave errore perché i diritti umani non sono legati a particolari ideologie o filosofie, ma rappresentano un problema di ordine storico-pratico. Ogni madre li vorrebbe per i propri figli, anche se appartiene a culture, come quella castale dell’induismo, che sono lontane dalle aperture sociali dell’occidente. Del resto basti pensare a quanto poco radicati fossero nella cultura occidentale certi aspetti, come l’uguaglianza uomo-donna o il rifiuto della guerra, quando furono enunciati inizialmente i diritti umani e le idee costituzionaliste. Molti passaggi sono stati sostenuti da forti istanze utopiche, ma se guardiamo ai progressi compiuti nei due secoli e mezzo di storia del costituzionalismo, si può affermare trattarsi di utopie utili, quelle che fanno progredire l’umanità e che meritano di essere perseguite.
* Dall’intervento del prof. Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
-rinunciare a parte della sovranità statuale;
-quattro libertà fondamentali da garantire a tutti;
-con la guerra vince non chi ha ragione, ma chi è più forte;
-nuovo ordine internazionale basato sul diritto con l’Onu;
-Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo;
-i tre poteri statuali, legislativo, amministrativo, giudiziario, non devono essere concentrati nelle stesse mani;
-universalismo dei diritti messo in crisi dal terrorismo e dal dubbio che siano espressione dell’occidente;
-utopie utili che fanno progredire l’umanità.
Tag:dichiarazione universale dei diritti umani, diritti umani frutto dell'occidente?, neppure il popolo è del tutto sovrano, nuovo ordine internazionale, rischi di crisi, tornante della II guerra mondiale
IL PROGETTO DI RIFORMA COSTITUZIONALE 2005*
MODIFICHE ALLA COSTITUZIONE APPROVATE DAL PARLAMENTO E BOCCIATE DAL REFERENDUM POPOLARE DEL 20 GIUGNO 2006
Il Parlamento italiano aveva approvato una rilevante modifica delle disposizioni dell’attuale Costituzione (una cinquantina di articoli furono modificati da tale legge). Qualora tale riforma fosse entrata in vigore, si sarebbe prospettata la nascita di una Repubblica federale con un esecutivo nettamente più forte. Tra le principali disposizioni di tale (fallita) riforma costituzionale si possono citare in modo non esaustivo le seguenti:
Riduzione delle funzioni del Presidente della Repubblica: deve nominare Primo Ministro chi risulti candidato a tale carica dalla maggioranza uscita dalle elezioni, senza più la (peraltro formale) libertà di scelta attualmente contemplata dall’art. 92 Cost.; può sciogliere la Camera dei deputati solo su richiesta del Primo Ministro, in caso di morte, impedimento permanente o dimissioni dello stesso, se la Camera dei deputati ha approvato una mozione di sfiducia al Primo Ministro senza che la maggioranza risultante dalle elezioni ne abbia espresso uno nuovo, oppure se il voto di sfiducia sia stato respinto col voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni. L’età minima per essere eletto alla carica di Presidente scende da 50 a 40 anni.
Numero ridotto di parlamentari (500 deputati + 18 deputati per gli italiani all’estero + fino a 3 eventuali deputati a vita; 252 senatori federali).
Ruolo più specifico all’opposizione (alla Camera) e alle minoranze (al Senato federale).
l’ordinamento della comunicazione (rimangono ambito della legislazione concorrente la “comunicazione di interesse regionale, ivi compresa l’emittenza in ambito regionale” e la “promozione in ambito regionale dello sviluppo delle comunicazioni elettroniche”)
l’ordinamento delle professioni intellettuali
l’ordinamento sportivo nazionale (rimane alla legislazione concorrente l’ordinamento sportivo regionale)
la produzione strategica, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia (alla legislazione concorrente rimane la produzione, trasporto e distribuzione dell’energia di rilevanza non nazionale).
Reintroduzione dell’interesse nazionale come limite della legislazione regionale.
I “membri laici” del Consiglio Superiore della Magistratura non sono più scelti dal Parlamento in seduta comune, ma per metà da ciascuna camera, sempre tra i professori universitari ordinari di materie giuridiche e gli avvocati con quindici anni di esercizio della professione.
La legge era stata approvata a maggioranza assoluta e, successivamente, è stato richiesto un referendum confermativo da tutti e tre i diversi soggetti abilitati a farlo (almeno un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori, cinque consigli regionali) per chiedere all’elettorato la conferma o il rigetto di tale riforma. Attraverso il voto popolare del referendum, svoltosi il 25-26 giugno 2006, il 61,70% dei votanti (53,70% di affluenza) ha espresso la volontà di impedire l’entrata in vigore della riforma, votando NO.
L’analisi del voto ha evidenziato come in Italia il Sì abbia prevalso solo tra gli elettori di Lombardia e Veneto, mentre i voti all’estero hanno visto il prevalere del Sì in tutte le circoscrizioni, eccetto che tra gli Italiani residenti in Europa.
Tag:premierato, repubblica federale, riforma rigettata dal referendum 2006
ORIGINE E ATTUALITÀ ECONOMICA DELL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE
Repubblica democratica fondata sul lavoro: questa è la ben nota dizione con cui inizia la nostra Costituzione, all’art. 1. Nel precedente Statuto albertino la citazione del lavoro era del tutto assente e in ogni caso non è molto frequente nelle costituzioni degli altri paesi. Oggi questa dizione è diventata persino oggetto di scherno: fondata sul lavoro.. precario o nero; sull’eventualità che domanda ed offerta di lavoro si incontrino; e quale lavoro? Anche quello non retribuito, ovviamente. Così – non senza qualche ragione – si è detto che in realtà il fondamento è su altre cose: capitale, privilegio, arbitrio, furbizia, arrivismo, clientelismo, familismo, malaffare, collusione e chi più ne ha più ne metta. Successivi articoli del testo repubblicano sono coerenti con la dizione del primo, in particolare l’art. 4, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, imponendo di promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. È indubbio che siamo di fronte ad affermazioni quasi totalmente disattese.
Ruolo del lavoro nell’economia. Per comprendere come nacque la dizione è opportuno risalire al dibattito originario: fu sostenuta nell’assemblea costituente dai democristiani (in particolare da Fanfani) e dalla sinistra socialcomunista, non senza critiche e riserve specie da parte della componente liberale. Fu ricordata la forte quota di popolazione che non lavora (bambini, anziani, disabili..), l’ambiguità del termine lavoro che non deve essere quello degli schiavi, o dei lager o dei gulag. Si propose di sostituire con la dizione: fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro. Ma la proposta non fu accolta, prevalse la formulazione più “innovativa” di Fanfani, il quale era docente di storia economica all’università Cattolica. Per una migliore comprensione è opportuno aver presente quanto è avvenuto nell’economia e nella riflessione sull’economia stessa. È noto che nell’economia vi è stato, con la rivoluzione industriale, il passaggio da una fase mercantile o di scambio a una fase di produzione manifatturiera. Oggi, da qualche decennio siamo poi passati a una fase terziaria più complessa, in cui si possono individuare due componenti principali: una finanziaria, prevalentemente speculativa, e una tecnologica-informatica-immateriale.
Le riflessioni sull’economia hanno seguito con discontinuità questa evoluzione dell’economia reale. Nello sforzo di individuare il principale fattore di arricchimento (quello che può essere indicato come il paradigma dell’economia), i primi a operare il passaggio dagli scambi commerciali alla produzione sono stati gli economisti “classici”, già dal ‘700; per l’organicità delle loro riflessioni, sono infatti considerati i fondatori della scienza economica. Adam Smith ad es. assegnava al lavoro la misura del valore dei beni economici: se per produrre una tal cosa si impiega doppio tempo rispetto a un’altra cosa, il valore della prima sarà tendenzialmente doppio della seconda. È da sottolineare che questa dottrina, dopo gli sviluppi di David Ricardo, è stata recepita e ripresa anche da Marx, come base della sua elaborazione. Verso la metà del ‘800 però questa costruzione degli economisti classici fu abbandonata dai loro successori non marxisti. Preferirono non dare alcuna indicazione sul valore teorico (o naturale, o tendenziale) dei beni economici – attraverso cui si potrebbero evidenziare fenomeni speculativi o di rendita, non legati al lavoro – limitandosi ad una teoria soggettiva del valore, basata sull’utilità marginale dell’acquirente-consumatore (considerato sovrano). Così il paradigma della scienza economica tornò nuovamente sugli scambi, al di là dei fondamenti oggettivi e astraendo dalla realtà in evoluzione. Si confermò una fiducia incondizionata nel mercato, in un’ottica essenzialmente liberista: la valorizzazione del lavoro e la piena occupazione ne sarebbero stati la conseguenza “naturale”.
Le eleganti formulazioni (anche matematiche) dei neoclassici sono rimaste da allora la base teorica dell’orientamento prevalente tra gli economisti fino ai nostri giorni. Non lo cambiarono nemmeno la grande crisi del ’29, gli sforzi di Keynes per superarla con politiche attive di intervento, nonché le sue indicazioni per reimpostare dalla radice la scienza economica (ricuperando il paradigma della produzione, assumendo un’impostazione oggettiva anziché soggettiva, ponendo la necessaria attenzione all’occupazione e ai consumi..). Più di recente, con il crollo del muro di Berlino e la globalizzazione dell’economia, l’orientamento liberistico è diventato quasi un dogma, universalmente osservato. Nel frattempo le imprese, lungi dalla concorrenza atomistica ipotizzata dalle teorie liberiste, sono andate concentrandosi sempre più, superando i confini per diventare multinazionali. Attraverso il controllo dei media, si è capito che è possibile influire e persino determinare l’opinione pubblica, in particolare quella dei consumatori (oltre che degli elettori).
Domanda manipolata. Parlare di libero mercato e di sovranità del consumatore in questa situazione è davvero azzardato: il mercato in realtà è controllato – dal lato della domanda, oltre ovviamente a quello dell’offerta – dai grossi poteri economici, dalle multinazionali e dai loro manager. Chi può conoscere in anticipo i dati economici delle grandi concentrazioni finanziarie ha ulteriori possibilità di guadagni speculativi. Nella più recente fase del capitalismo, specie con la “finanziarizzazione”, è prevalso il gioco speculativo: anziché investire nella produzione, si preferisce operare su valute, titoli, derivati delle più disparate forme, contando di lucrare sulle variazioni di prezzo, senza lavorare. In proposito però vanno ricordate due cose: 1) i giochi speculativi sono di solito “a somma zero”: quanto guadagnato da qualcuno viene cioè perso da altri; 2) i grandi operatori, potendo influire sul mercato, hanno molte più probabilità di guadagnare, a scapito dei piccoli. Con prezzi crescenti la speculazione e l’indebitamento sembravano diventati il nuovo motore dell’economia. Quando però è scoppiata la bolla, prima immobiliare e poi finanziaria, quando la crisi economica si è estesa a tutto il mondo, si è manifestata chiaramente l’inconsistenza, il vicolo cieco di questo percorso speculativo.
Sul banco degli accusati. Gli economisti appartenenti al main stream liberista (la grande maggioranza) si arrampicano sui vetri per non riconoscere la loro incapacità di prevedere e fronteggiare la crisi, o di individuare per tempo gli errori madornali compiuti dal “mercato”; invocano che il futuro non può mai essere conosciuto, che non poteva essere previsto il fallimento di grandi istituti finanziari senza interventi governativi e altro ancora. Ma nelle loro analisi insoddisfacenti si possono rilevare carenze metodologiche, mentre il liberismo ad ogni costo, che professano, può nascondere scelte ideologiche o, più banalmente, la convenienza dei poteri economici prevalenti.
Tra le poche voci dissenzienti, va segnalata la scuola economica dell’università Cattolica. Dopo Fanfani vi è stata una sorta di associazione intellettuale dei suoi economisti con la scuola di Cambridge, quella di Keynes. Un libro recente del prof. L. Pasinetti, Keynes e i Keynesiani di Cambridge. Una ‘rivoluzione in economia’ da portare a compimento, Roma: Laterza, 2010,, ripercorre il racconto delle vicende connesse col pensiero di Keynes e dei suoi successori, nell’impari sforzo di opporsi al main stream liberista. Anche da questo suggestivo racconto si può giungere a una conclusione di tutto rilievo. L’ulteriore sviluppo della società ed anche dell’economia, non potrà certo discendere da posizioni di rendita o da giochi speculativi. Questi vanno fortemente contrastati, nella misura in cui tolgono risorse agli investimenti e al lavoro produttivo, accentuando gli squilibri sociali. Lo sviluppo potrà derivare solo dal lavoro e dalle attività di impresa, specie da quelli del campo tecnologico e immateriale. In questo contesto la qualità del lavoro risulta essenziale; pertanto, anche dal punto di vista economico, viene ad assumere un ruolo cruciale l’apprendimento personale, attraverso processi formativi e la partecipazione attiva all’evolversi della realtà. L’apprendimento, come sottolineato da Sen, è un aspetto fondamentale dello sviluppo umano di tutti i cittadini per tutta la vita. Solo questo tipo di sviluppo potrà proteggere ad es. contro le adulazioni occulte della pubblicità o dei demagoghi populisti, potrà fare aprire gli occhi sulla gravità del problema ecologico, sui danni del consumismo materiale, sull’impossibilità di perseguire indefinitamente l’attuale modello.
L’attenzione al lavoro, in definitiva, è il fattore determinante per uscire dalle secche della crisi e avere crescita sostenibile. Oggi, come non mai, va garantita a tutti un’attività che consenta la sopravvivenza economica, garantendo in ogni caso l’apprendimento di nuove capacità. La disoccupazione è perdita netta, per sempre, sia per il singolo che per la società. Anche l’occupazione precaria può sfociare facilmente in disoccupazione. Vanno evitate al di sopra di ogni considerazione economica, se è vero che l’economia deve servire l’uomo e non viceversa. Inoltre il lavoro deve essere valorizzato in ogni sua forma. È difficile attendersi dal mercato, spinto unicamente dal profitto, una evoluzione in questo senso. Le evoluzioni sociali, come anche le innovazioni tecnologiche (ad es. in campo energetico o dei trasporti) devono essere in certo senso “imposte” al mercato dalla politica e da una società civile che sappia essere soggetto attivo, anziché oggetto di manipolazione. I brevi cenni sopra riportati bastano per mostrare quanto l’idea di fondare la repubblica sul lavoro sia stata moderna e preveggente. Il quadro complessivo della nostra costituzione appare valido e attuale, in grado di porre freno alle crisi e agli imbarbarimenti in corso. Si tratta di attuare la costituzione, prima e piuttosto che cambiarla.
-fondata sul lavoro o su altro?
-diritto al lavoro disatteso;
-il dibattito all’Assemblea costituente sull’art.1;
-il paradigma dell’economia dagli scambi commerciali alla produzione;
-Smith e la teoria del valore-lavoro;
-abbandonata dai neo-classici a metà ‘800, per un pregiudizio liberista;
-l’impostazione soggettiva del valore;
-la continua concentrazione delle imprese e il controllo dei media;
-la domanda manipolata;
-finanziarizzazione e guadagni speculativi tolgono l’incentivo a investire;
-così aumenta la disoccupazione;
-la scuola economica della Cattolica dopo Fanfani;
-la qualità del lavoro;
-importanza cruciale dell’apprendimento personale;
-da garantire a tutti, anche per uscire dalla crisi economica.
Tag:affermazioni disattese, domanda manipolata, fondata sul lavoro, giochi speculativi, la disoccupazione è perdita netta, paradigma dell’economia, qualità del lavoro, ruolo cruciale dell’apprendimento, teoria soggettiva del valore
LIMITI GLOBALI E IMPLICAZIONI SUL PIANO ETICO E COSTITUZIONALE
Dalla logica del Far West alla logica dell’astronauta. Questa dovrebbe essere un’auspicabile tendenza in atto: è necessario passare da un modello economico che ritiene possibile un’espansione indefinita, contando sull’indefinita disponibilità di risorse (terra, acqua, energia, ecc.) a un modello in cui le risorse sono limitate, vanno risparmiate e riciclate con saggezza e con preoccupazione per il bene comune. Il primo modello, quello del Far West, è di gran lunga prevalente ancor oggi, sia nella pratica che nella cultura politico-economica. Ha una precisa base teorica, un determinato sviluppo storico e pesanti conseguenze pratiche. La base teorica è l’idea liberista secondo cui il bene comune deriva automaticamente dalla ricerca del bene individuale, e che quest’ultimo coincide col massimo profitto privato. Lo sviluppo storico di quest’idea deriva dalla mentalità che può essere sintetizzata col termine di privatizzazione della vita: si è sviluppata soprattutto negli Stati Uniti con un apice che può essere individuato attorno agli anni 1960-70, ed è stata esportata in tutto il mondo soprattutto attraverso i film (in particolare, appunto, quelli del Far West). Le conseguenze concrete possono essere viste oggi, ad es., nella “finanziarizzazione” dell’economia: se con la speculazione finanziaria è possibile guadagnare rapidamente molti soldi, perché mai si dovrebbe investire, lavorare e impegnarsi nelle attività produttive? È qui il motivo di fondo dell’attuale scarsità di lavoro, della sua precarizzazione, della crisi mondiale in atto, ma anche di fenomeni più persistenti, come la distruzione progressiva degli equilibri planetari, sia sul piano ecologico, sia sul piano sociale: tutti fattori che sono al tempo stesso causa ed effetto della carenza paurosa di etica pubblica sia nella pratica che nella teoria economica.
Radici italiane dell’etica pubblica. Il nostro paese ha visto la nascita di una scuola importante di economia attenta al bene comune, che risale a più di mezzo millennio fa: si tratta della scuola francescana. Studiando come conciliare la povertà evangelica e l’incipiente sviluppo mercantile, i francescani teorizzarono come soluzione la “circolazione” del denaro e appunto la tensione verso il bene comune delle attività produttive. Con le attività economiche si deve dare il buon esempio di etica pubblica: dovrebbero cioè avere sempre presente il bene comune. Come si vede questo è l’esatto contrario della teoria e della prassi che hanno portato alla speculazione finanziaria e al modello del Far West. Sta di fatto che ancor oggi quando si parla di etica si pensa subito all’etica privata, individuale: sesso, famiglia, procreazione… L’etica pubblica è quasi scomparsa dal nostro linguaggio. Non era così mezzo secolo fa quando fu elaborata la Costituzione repubblicana. Maggioranza e opposizione, credenti e non credenti seppero trovare un largo accordo su punti centrali della filosofia politica, come la valorizzazione del lavoro o della persona umana, nonché su alcuni punti dell’etica pubblica, come il ripudio della guerra, l’anteposizione degli interessi collettivi su quelli individuali, l’azione riequilibratrice attraverso l’imposizione progressiva, la rimozione degli ostacoli e così via. Così la Costituzione contiene l’indicazione dei principi generali per raggiungere il bene comune, con la conseguente organizzazione del settore pubblico. In particolare va ricordata la divisione dei poteri e la formazione di contropoteri. Il fine è di evitare nuove derive autoritarie, come quella da cui usciva il nostro paese, una causa non secondaria degli orrori bellici. La nostra Costituzione può assumere così la funzione di una religione civile, valida per tutti i cittadini, anche se non ne hanno un’altra.
Quali modifiche alla Costituzione? Da quel momento di forte tensione etica post-bellica molte cose sono cambiate. Da noi e negli altri paesi occidentali si è avuto l’impetuoso sviluppo consumistico, si sono accentuati sempre più gli squilibri col mondo povero, sono arrivate le crisi dell’energia, si fa sempre più evidente la crisi climatica e l’esistenza di limiti fisici allo sviluppo. Ma ancor più marcate sono le modifiche nell’ambito più propriamente politico e sociale. Ai tempi della Costituzione era difficile prevedere una deriva “telecratica” della nostra democrazia, nella quale la politica diventa marketing o spettacolo, l’apparire risulta più importante della realtà o del produrre risultati positivi verso il bene comune. Abbiamo bisogno di molti cambiamenti, ma non certo di cambiare la nostra Costituzione per rendere più squilibrata la ripartizione del potere, ridurre i contrappesi, o renderla facilmente modificabile secondo gli interessi della maggioranza di turno. “Chi vince prende tutto” sembra essere la preoccupazione principale di chi propone oggi le modifiche costituzionali, in linea con la cultura del Far West. Ma questa è una sovra-semplificazione che, con la scusa di una maggiore efficienza, rischia di minare la democrazia alla base: di aprire le porte a forme nuove di derive autoritarie, magari basate sul potere mediatico, la demagogia populistica, il controllo dell’educazione e della cultura. La dittatura della maggioranza è un pericolo che deve sempre tener desta l’attenzione di ogni spirito democratico.
In definitiva, una costituzione deve dettare le regole del gioco: deve quindi essere accettata sia dalla maggioranza che dalla minoranza; deve durare nel tempo, non deve guardare alla contingenza, né scendere troppo nei dettagli organizzativi. Certo necessita ogni tanto di aggiornamenti, ma questi devono essere determinati non già dagli interessi di una parte, specie se quella maggioritaria, ma dai pericoli globali per il bene comune, riconosciuti anche dalle minoranze. Gli Stati Uniti, che sono i maggiori responsabili della privatizzazione della vita, danno un esempio ben diverso: la loro Costituzione risale addirittura al ’700, ma se la tengono ben cara ancora oggi, pur apportando i necessari, limitati aggiornamenti. Massimo pericolo potrebbe essere la decadenza dell’etica pubblica, accentuatasi negli ultimi decenni. Dovrebbe essere ricuperato quell’interessamento per il bene comune che già all’inizio dell’era moderna aveva fatto parlare di economia civile nel nostro paese e di tensione verso il bene comune anche nelle attività produttive. Più che cambiare la Costituzione, sembra oggi necessario una mobilitazione culturale e politica sui temi dei valori pubblici e del bene comune che l’avevano ispirata; contro i pericoli di una demagogia populistica e telecratica, rivelatasi ormai in grado di occultarli alle nostre menti.
Tag:bene comune, carenza paurosa di etica pubblica, deriva telecratica, dittatura della maggioranza, evitare nuove derive autoritarie, modello del Far West, regole del gioco
60 ANNI DI “SANA E ROBUSTA” COSTITUZIONE*
MODERNITÀ DELLA COSTITUZIONE ITALIANA PER LA SUA COERENZA CON IL COSTITUZIONALISMO UNIVERSALE
Si dice spesso che la nostra Costituzione è frutto di un compromesso tra le 3 grandi componenti della politica italiana: marxista, liberale e cristiana. Essendosi ormai sciolte queste componenti, molti sostengono che anche la Costituzione oggi dovrebbe poter essere riveduta e aggiornata alle nuove esigenze. Ma la nostra Costituzione repubblicana non parla soltanto la lingua italiana, né quella del periodo storico in cui fu scritta, il secondo dopoguerra, dopo la vittoria dei paesi basati sul principio democratico rispetto a quelli basati su altri principi: razza, gerarchia del capo… La sua validità è dovuta all’aver raccolto i frutti migliori della nostra storia, ma soprattutto all’averli riportati sul piano del costituzionalismo universale. Questo può essere fatto risalire alla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, in cui si affermava che tutti gli uomini sono stati creati uguali, dotati di alcuni diritti inalienabili come la vita, la libertà e la ricerca della felicità. Analoghi principi riemergeranno poi nella Rivoluzione francese e nelle conquiste civili successive, fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, emessa lo stesso anno della nostra Costituzione, il 1948. Questa pertanto si colloca in un ambito spaziale e temporale assai più ampio di quello domestico nazionale. Vediamone alcuni altri aspetti fondamentali.
Legge delle leggi. La nostra Costituzione ha accettato il principio della superiorità del dettato costituzionale rispetto alle leggi ordinarie, le quali, se lo contraddicono, vanno abolite: la Corte costituzionale è il tribunale preposto a questo giudizio. Viene così limitato l’arbitrio del legislatore, che non può uscire dai principi dettati dalla Costituzione stessa. Quest’ultima ovviamente può essere modificata, ma attraverso procedure più complesse e maggioranze più qualificate rispetto alle leggi ordinarie e nel rispetto di alcuni limiti di contenuto (i principi supremi non sono modificabili) .
Poteri e contropoteri. Uscendo dalla barbarie del totalitarismo fascista, i costituenti si sono preoccupati di dividere accuratamente i poteri, creando controlli e contropoteri per evitare che qualcuno potesse operare soprusi e prendere il sopravvento, ritornando così a derive totalitarie. Questa divisione del potere è del resto il frutto della democrazia americana e delle altre che si rifanno al costituzionalismo universale. Nella riforma costituzionale tentata dal precedente centrodestra e bocciata dal referendum del 2006, veniva fortemente rafforzato un potere, quello del Presidente del Consiglio, contravvenendo così a questo fondamentale principio del costituzionalismo universale.
Solidarietà. È un principio sancito dall’art. 2: “La Repubblica (..) richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Il tanto declamato “federalismo fiscale” non dovrà contravvenire a questo inderogabile dovere, così come eventuali sforzi per distruggere del tutto lo stato sociale.
Personalismo. È particolarmente sottolineato nella nostra Costituzione. In base a questo principio lo Stato è per la persona e non viceversa. Così “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli (..) che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).
Quali motivazioni sono portate per modificare la nostra carta costituzionale? Si parla spesso di efficienza e modernità, particolarmente urgenti nell’era della globalizzazione. È ovvio che l’esigenza di controlli e contropoteri appesantisce l’attività pubblica, può favorire una tendenza – che nel nostro paese è endemica – alla burocratizzazione e alla lentezza. Il caso più eclatante è l’inefficienza della giustizia, che si manifesta proprio nell’estrema lentezza del suo operare. Non sembra però che queste inefficienze si possano risolvere con modifiche costituzionali, essendo piuttosto da attribuire alla scarsa motivazione degli operatori, alla mancata valorizzazione del merito, alle spinte corporative e simili. Altrettanto può dirsi per la scarsità delle tecniche moderne, come l’informatica, che potrebbero accelerare i ritmi burocratici: non è solo dovuta alla magrezza dei mezzi economici, ma anche alla mancanza di responsabilizzazione, di senso civico, di ideali.
Avere o essere? È questo il piano sul quale dovremmo spostarci per valutare adeguatamente le istanze di modifica costituzionale. Lunghi decenni di consumismo e di televisione hanno abbassato le tensioni ideali della gente, in particolare delle masse operaie e dei giovani. La squadra del cuore, le gambe delle modelle, l’acquisto dell’auto o di vestiti si sono lentamente sostituiti nell’immaginario collettivo agli ideali della Resistenza, da cui è nata la nostra Costituzione. Così oggi si vincono le elezioni non affermando ideali di giustizia, di redistribuzione, di pace, di ambiente, ma accarezzando gli interessi “viscerali” degli elettori, come il bisogno di sicurezza contro gli immigrati, la demagogia di pagare meno tasse e così via. In una parola la cultura dell’avere ha soppiantato quella dell’essere e viene continuamente alimentata non soltanto dal potere mediatico, ma dallo stesso dibattito politico. Come sarà possibile, in una simile situazione, risalire la china e spostare l’attenzione su ideali più nobili? Forse non si dovrà prescindere dall’aprire gli occhi di fronte alla realtà globale: assai più che da qualche immigrato che delinque, la nostra sicurezza è minacciata dai rischi di guerre e di attentati scatenati dagli squilibri crescenti e dall’incombente disastro ecologico. Ma tutto ciò è conseguenza della cultura dell’avere, dell’”one way” liberista portata dovunque dalla globalizzazione. Forse qui sta il nuovo fascismo contro cui opporre oggi una nuova Resistenza.
In definitiva la nostra Costituzione repubblicana può essere suscettibile di alcuni ritocchi per rendere più snelli alcuni apparati e procedure, ma il suo impianto di fondo è sempre “sano e robusto”. I suoi principi di fondo sono attuali più che mai e andranno difesi strenuamente se dovessero di nuovo essere attaccati. Quello che è importante è invece procedere alla attuazione della Costituzione nei punti rimasti sulla carta, dare consistenza ad es. al diritto al lavoro o ad una giustizia efficace.
*Dall’incontro col prof. Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, del 16 aprile 2008 presso il comune di Osnago con Anpi e associazione La semina.
-la Costituzione italiana ricalca i principi del costituzionalismo universale;
-si colloca pertanto in un ambito spazio-temporale più vasto di quello del primo dopoguerra italiano;
-legge delle leggi: le leggi ordinarie non possono contraddirla;
-divisione dei poteri, controlli e contropoteri: per evitare derive autoritarie;
-solidarietà politica, economica e sociale;
-personalismo: lo Stato è per la persona e non viceversa;
-la Giustizia italiana non si sveltisce con modifiche costituzionali, ma motivando i giudici e premiandone i meriti;
-cultura dell’avere e pensiero unico liberista potrebbero costituire oggi il nuovo fascismo, contro cui opporre una nuova Resistenza;
-è importante attuare la Costituzione nei punti rimasti sulla carta.
Tag:costituzionalismo universale, cultura dell'avere, inefficienza della giustizia, legge delle leggi, personalismo, poteri e contropoteri, solidarietà
ORIGINI UNIVERSALISTE DEL COSTITUZIONALISMO*
SFORZO GRADUALE DI ESTENDERE I DIRITTI VINCENDO AUTORITARISMI E REGIMI ANTICOSTITUZIONALI
“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. In questa frase, tratta dal secondo capoverso della Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776, sono già contenute tutte le enunciazioni-base del costituzionalismo, cioè di quel movimento che darà luogo al nascere delle costituzioni in diversi paesi del mondo. Si tratta, in particolare:
1) dell’uguaglianza degli esseri umani, quella che oggi potremmo tradurre come il principio del personalismo o della pari dignità di ogni uomo;
2) l’esistenza di diritti inalienabili dell’uomo;
3) il fatto che l’autorità, cioè il potere nella società, si esercita anzitutto per garantire i diritti degli individui;
4) l’idea che l’autorità si fonda sul consenso dei governati.
In questo, che è tra i primi documenti del costituzionalismo, è evidente l’esistenza di principi universalisti, nel senso che queste enunciazioni si riferiscono non solo ai cittadini statunitensi, ma a tutti gli uomini. Si può anche intravedere una matrice religiosa, là dove si parla di uomini creati uguali dal loro Creatore.
Sviluppo faticoso. Se il costituzionalismo nasce da queste matrici universaliste, si sviluppa per due secoli in ambiti soltanto nazionali, dando luogo, appunto, alle costituzioni dei singoli stati nazionali. La dichiarazione francese del 1789, ad es., è stata chiamata Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: l’ispirazione è universalista, ma l’applicazione è per il cittadino francese. Si possono individuare alcune linee evolutive nella storia del costituzionalismo. Anzitutto che molte enunciazioni non vengono di fatto applicate, se non con grossi ritardi. In diversi Stati americani, ad es., è stata mantenuta legale la schiavitù per quasi un secolo dopo la sopra ricordata dichiarazione di indipendenza (e di eguaglianza). In modo analogo, nonostante l’affermazione che l’autorità emana dal consenso dei cittadini, per diversi decenni e paesi solo una piccola percentuale di popolazione ha potuto votare, prima di arrivare al suffragio universale. Anche il colonialismo, operato in gran parte dalle democrazie occidentali, è una palese negazione dei principi costituzionalisti. Un secondo percorso evolutivo può essere individuato nella consistenza dei diritti. Inizialmente furono evidenziate le garanzie del cittadino nei confronti di possibili arbitrii delle autorità, per passare in seguito alle conquiste sociali (diritto al lavoro, all’istruzione, alla partecipazione…) per realizzare un ordine più giusto. Infine si passa dall’applicazione dei principi agli individui, alla loro espansione anche ai gruppi sociali e alle nazioni. Uno sviluppo lento e faticoso del costituzionalismo, attraverso le contraddizioni della storia.
Il tornante della seconda guerra mondiale. La guerra del 1915-18 può essere considerata l’ultima guerra tra le nazioni e per le nazioni (avendo segnato il crollo degli imperi multinazionali austro-ungarico e turco-ottomanno e avendo portato a compimento l’aspirazione di molti popoli a costituirsi in Stato nazionale). La seconda guerra mondiale segna invece un tornante nella storia, introducendo un fattore più ideologico. La discriminante tra le potenze in guerra era infatti proprio il costituzionalismo: da una parte c’erano le potenze alleate che ne riconoscevano i principi; dall’altra i regimi autoritari che non solo non li riconoscevano nella prassi, ma li rifiutavano pure ideologicamente. Dicevano che è sbagliato affermare che tutti gli uomini sono uguali, che hanno diritti inalienabili, che l’autorità è per l’individuo, ecc., ma che invece bisogna partire dal principio opposto, che quello che conta è la collettività, la nazione, il gruppo. L’autorità viene prima dell’individuo, il potere non si fonda sul consenso dei governati, ma sul principio del capo, sul principio di autorità. Possiamo tecnicamente affermare che questi regimi erano anticostituzionali: di fatto non avevano costituzioni, o non le osservavano (come l’Italia fascista nei confronti del vecchio Statuto albertino, formalmente ancora in vigore). Gli alleati invece erano tutti paesi costituzionali, anche quelli del blocco sovietico. Questi ultimi avevano una costituzione con i principi democratici sopra ricordati, ma differivano dai paesi occidentali per una sopra-valutazione dell’uguaglianza economica nel raggiungimento degli stessi ideali democratici. Ritenevano – poi smentiti dalla storia – che a questa uguaglianza si possono sacrificare le garanzie di libertà politica. Ma c’è una netta differenza tra la deviazione di regimi che, fondandosi sugli stessi principi democratici giungono a rifiutarne alcuni, rispetto ai regimi autoritari che li rifiutano tutti in blocco già dall’inizio.
Forse la vicenda dei paesi del blocco sovietico insegna che i principi del costituzionalismo sono indivisibili, sono sempre necessari tutti, anche se talvolta sembrano ostacoli, sembra che le democrazie debbano lottare con una mano legata dietro la schiena. Forse sono da considerare altrettanti fini e mai mezzi. Spesso si negano i diritti umani perché non vi è concordanza sui loro fondamenti teorici. Si può obiettare che, al di là del loro fondamento, i diritti umani del costituzionalismo hanno ormai una verifica pratica e storica. Non se ne può prescindere pertanto se si vogliono – e si devono – raggiungere sempre nuove conquiste democratiche. Nella sintesi che ne ha fatto in un famoso discorso del 1941, enunciando le quattro libertà: di pensiero, di religione, dal bisogno e dalla paura, il presidente Roosevelt sottolineava come compito della sua generazione fosse quello di portarle ovunque nel mondo: una premessa per la pace. Riprendeva l’idea universalistica che c’è alla base dei diritti umani fin dall’origine.
*Dall’intervento del prof. Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, alla settimana estiva di Motta 2008 su: Pace, giustizia e riconciliazione, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.
-tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti;
-principio del personalismo;
-autorità per l’individuo o prima dell’individuo?
-autorità fondata sul consenso dei governati;
-principi universalisti del costituzionalismo, non solo per i cittadini di un Paese;
-ritardi nell’applicazione dei principi;
-colonialismo come negazione dei principi costituzionalisti;
-dalle garanzie alle conquiste sociali;
-attraverso le contraddizioni della storia;
-il tornante della seconda guerra mondiale;
-democrazie contro regimi anticostituzionali;
-sopra-valutazione dell’uguaglianza economica nei Paesi del blocco sovietico;
-indivisibilità dei principi del costituzionalismo;
-sintesi delle 4 libertà enunciate da Roosevelt.
Tag:contraddizioni della storia, costituzionalismo come discriminante, enunciazioni-base del costituzionalismo, indivisibilità dei diritti umani, linee evolutive nella storia del costituzionalismo, principio di autorità
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