Source: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=16&id=00307316&part=doc_dc-ressten_rs&parse=si
Timestamp: 2013-05-23 02:03:36+00:00
Document Index: 135724143

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

RESOCONTO STENOGRAFICO Presidenza del presidente SCHIFANI PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17,08).
AMATI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 17 luglio.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,10).
Sulle ultime dichiarazioni del ministro Umberto Bossi FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare.
PARDI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sembra che siamo chiamati a discutere di una questione di galateo. Non molto tempo fa, quest'Aula é stata investita dei problemi di galateo sollevati - si diceva - da una manifestazione in piazza Navona dove alcuni artisti, autori satirici e teatrali avevano usato espressioni poco confacenti a proposito di alcuni argomenti della politica.
Ebbene, qui abbiamo non un artista satirico, ma un Ministro della Repubblica, che usa espressioni assolutamente inusitate. Mi correggo, non sono inusitate, perché in realtà il ministro Bossi è già stato condannato per espressioni analoghe, a proposito di un uso particolare del tricolore a cui egli l'avrebbe sottoposto in occasione di una manifestazione a Venezia. Dicevo, abbiamo un Ministro della Repubblica che usa espressioni inqualificabili per riferirsi al tricolore e al testo dell'inno nazionale. Non voglio fare retorica patriottica sull'inno nazionale, però osservo di sfuggita che al ministro Bossi manca anche quel minimo di accuratezza filologica, che consiste nella lettura del testo. Il ministro Bossi se la prende con l'idea di un'Italia schiava di Roma, ma ignora che nel testo dell'inno nazionale si fa riferimento alla vittoria schiava di Roma, espressione anch'essa un po' retorica, ma certo molto diversa da quella che ha voluto leggere - o meglio, non leggere - il ministro Bossi.
Tali questioni di galateo, agitate a senso unico e in forma del tutto asimmetrica, dovrebbero interessare di più alla maggioranza, soprattutto se avesse la capacità di guardare dentro il proprio linguaggio. Abbiamo sentito, non molto tempo fa, il Presidente del Consiglio in persona sostenere che i magistrati sono la metastasi della democrazia e un altro eminente personaggio della maggioranza, il Capogruppo del PdL al Senato, sostenere che il Consiglio superiore della magistratura sarebbe una cloaca (Applausi ironici della senatrice Bonfrisco).
Il ministro Bossi, per certe espressioni, non può essere ripreso dal punto di vista del galateo verbale, perché in questo caso ha usato quello che, con eufemismo, si potrebbe chiamare il linguaggio del corpo: il dito medio innalzato non fa parola, è difficile metterlo a verbale, però chi poteva lo ha visto e se ne è fatto un'idea.
Penso che il Governo dovrebbe essere chiamato a dare un chiarimento sul comportamento del suo Ministro. Noi dell'Italia dei Valori pensiamo che il ministro Bossi dovrebbe avere la limpidezza, dopo questo atto, di dare le dimissioni. Ci associamo, comunque, alla richiesta avanzata dalla presidente Finocchiaro, sulla richiesta di chiarimenti al Governo, perché riteniamo questo modo di comportarsi inqualificabile ed offensivo per i simboli del Paese.
Aggiungo un'altra considerazione. Come la collega Finocchiaro ha voluto ricordare le centinaia di migliaia di soldati del Sud morti, spesso inutilmente, nelle guerre di trincea, penso che l'onestà dovrebbe farci riflettere sul fatto che moltissimi studenti italiani sono stati iniziati in maniera appassionante alla matematica, alla storia e alla filosofia da grandi professori provenienti dal Sud, che tutti noi abbiamo avuto modo di conoscere e apprezzare (io stesso nella mia vita scolastica ne ho incontrati parecchi). Ciò ci induce a riflettere sulla semplificazione volgare, sulla trivialità dell'attribuire una connotazione regionale-etnica alla classe degli insegnanti. Gli insegnanti si dividono tra chi sa insegnare e chi non sa insegnare, non tra chi viene dal Sud e chi viene dal Nord. Usare questo metro di giudizio significa adottare un criterio di lettura della realtà profondamente viziato all'origine, che impedisce di percepire la capacità del popolo di produrre cultura in una forma dialettica ed interlocutoria al proprio interno e che svilisce, fino alla trivialità più assoluta, l'arte dell'insegnamento. Ritengo dunque che il Senato dovrebbe censurare apertamente e senza infingimenti l'operato, le parole e il linguaggio del corpo di un Ministro indegno del compito che svolge. (Applausi dai Gruppi IdV, PD e UDC-SVP-Aut). D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Domando di parlare.
D'ALIA (UDC-SVP-Aut). Signor Presidente, intervengo solo per fare una considerazione. Non mi avventurerò nell'esame del testo dell'inno di Mameli, né nell'esame delle dichiarazioni del ministro Bossi, che si commentano da sole e che vanno stigmatizzate. Questo è un Paese in cui la libertà di manifestazione del pensiero molte volte, a destra come a sinistra, viene scambiata con la libertà d'insulto: l'insulto non è lecito e non è legittimo sia quando è rivolto al Papa, sia quando è rivolto al Presidente della Repubblica, sia quando è rivolto al tricolore, sia quando è rivolto all'inno di Mameli. Credo però che non sia giusto e corretto liquidare le dichiarazioni del Ministro come la solita, folcloristica, estemporanea uscita per dar sfogo ai sentimenti del popolo padano; c'è la necessità di un chiarimento profondo da parte del Governo, perché il Ministro con le sue parole ha inteso manifestare, al di là della rudezza, una sua visione delle istituzioni e forse anche del federalismo fiscale, di ciò che si vorrà fare, della politica di questo Governo sotto il profilo delle istituzioni e del modo di concepirle, così come, ancorché in maniera colorita e irriguardosa, anche un'opinione su come dovrebbe essere riorganizzato il sistema scolastico nel nostro Paese. Su tali questioni il Presidente del Consiglio, che ha la responsabilità dell'indirizzo politico del Governo, dovrebbe dire una parola chiara su cosa pensa delle opinioni colorite e volgari del ministro Bossi anche qui in Parlamento. (Applausi dai Gruppi UDC-SVP-Aut, IdV e PD). MAURO (LNP). Domando di parlare.
MAURO (LNP). Signor Presidente, intervengo per fatto personale, perché ho sentito dire in quest'Aula dalla presidente Finocchiaro che i meridionali si sono offesi. Vorrei ricordare che sono meridionale e non mi sono sentita offesa: vivo, lavoro e pago le tasse in Padania, al Nord. Ero presente nel contesto politico dove si è tenuto quel dibattito: ad estremizzare oppure a fare la solita falsa informazione si fa in fretta. Voglio ribadire che non mi sono sentita offesa, e sono meridionale. Quando si parla soprattutto di scuola, di insegnare ai nostri ragazzi il proprio territorio, la cultura, la storia delle nostre terre, credo che di questo invece si debba tener conto sia dai meridionali, sia dalla gente del Nord; è giusto che gli insegnanti, perché proprio da lì parte la formazione dei nostri ragazzi, abbiano il dovere di insegnare la cultura del territorio di appartenenza, perché un uomo e una donna senza radici sono come un albero senza radici, e le radici si ricordano. Credo che in questo Paese bisogna imparare ad affrontare i problemi concreti e a non strumentalizzare: se siamo oggi a parlare di riforme e il clima è questo, vuol dire che qualcuno non vuole affrontare il problema delle riforme, vuol dire che bisogna ritornare ancora sulle vecchie strumentalizzazioni. Ci sono dei problemi che vanno affrontati con la dialettica e non con le accuse mirate.
Mi sono sentita di dire questo, signor Presidente, colleghi senatori, proprio per ribadire che qui non c'è stata un'offesa ai meridionali, ma si è solo ricordato che bisogna affrontare il tema delle riforme con il confronto. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).
BRICOLO (LNP). Signor Presidente, ha detto bene la collega Rosy Mauro. Ricordo anche che abbiamo un'altra senatrice, Angela Maraventano, che è nata e vive ancora oggi in Sicilia, che è iscritta al Gruppo parlamentare della Lega Nord e non si sente offesa, anzi, perché è evidente quel che sta succedendo in quest'Aula, e cioè l'ennesima polemica strumentale costruita dall'opposizione. Bossi non ha insultato l'inno (Applausi dal Gruppo LNP); ha solo criticato la frase dell'inno "schiavi di Roma". Noi della Lega non vogliamo essere schiavi di nessuno! (Applausi dal Gruppo LNP). Lo diciamo molto chiaramente e credo che nel 2008 si possa tranquillamente affermare che la parola schiavitù è negativa in assoluto: è una parola antidemocratica. Bossi ha detto questa frase in Veneto, parlando al popolo veneto, un popolo che per più di mille anni si è autogovernato; lo ricordo a quest'Aula: per dieci secoli il popolo veneto si è autogovernato con la Serenissima Repubblica di Venezia; è un popolo che chiede più libertà e più federalismo. (Applausi dal Gruppo LNP).
Noi sul territorio ci siamo, conosciamo quello che ci chiede la nostra gente, che non si riconosce nelle parole dell'inno "schiavi di Roma". Se volete essere voi "schiavi di Roma", se vi fa piacere esserlo, è un problema vostro. Noi non abbiamo offeso l'inno d'Italia! (Applausi dal Gruppo LNP).
DI GIOVAN PAOLO (PD). Schiavo di Venezia cambia qualcosa?
BRICOLO (LNP). Da che pulpito, Presidente, vengono queste critiche! PRESIDENTE. Per cortesia, colleghi. Lasciamo completare l'intervento al presidente Bricolo.
BRICOLO (LNP). La settimana scorsa, durante l'incontro organizzato dall'Italia dei Valori - alleati, soci, compagni di merenda di quelli del Partito Democratico che adesso ci stanno criticando - a piazza Navona, a pochi metri di distanza dal Senato, sono state rivolte frasi vergognose, irripetibili per quanto mi riguarda, contro il Papa ed il Presidente della Repubblica, ed ora qui si critica una frase detta, di fronte ad un'assise politica, da Umberto Bossi semplicemente per strumentalizzarla. Dunque, veramente da che pulpito! Vergognatevi di ciò che avete fatto e di quello che avete organizzato voi, a pochi metri di distanza da qui! (Applausi dal Gruppo LNP. Commenti del senatore Garraffa).
Per quanto riguarda la scuola, noi chiediamo semplicemente che gli insegnanti veneti possano insegnare in Veneto; quelli lombardi in Lombardia e quelli siciliani in Sicilia. (Applausi dal Gruppo LNP). Questo ce lo chiedono gli stessi insegnanti che vogliono insegnare nelle loro Regioni. Dunque, basta con le strumentalizzazioni. Pensiamo, invece, ad affrontare i reali problemi del Paese, che non sono questi. (Applausi dal Gruppo LNP).
GARRAFFA (PD). I siciliani hanno vinto i concorsi per insegnare nelle scuole! (Commenti della senatrice Mauro).
PRESIDENTE. La invito alla calma, senatore Garraffa! *QUAGLIARIELLO (PdL). Domando di parlare.
QUAGLIARIELLO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi del Popolo della libertà non abbiamo problemi né tentennamenti: se vi è da evidenziare l'inopportunità di espressioni e gesti lo facciamo senza sconti! Sappiamo, però, anche distinguere il valore di una affermazione dal significato di una linea politica. Non confondiamo un gesto con un giudizio su un uomo e tanto meno su una forza politica. Pensavamo che questo fosse, d'altra parte, lo stesso atteggiamento dei colleghi del Partito Democratico. E così abbiamo letto il loro interessamento alle posizioni della Lega, la richiesta di dialogo ed il tentativo di creare fratture o distinzioni, laddove non ve ne erano.
Abbiamo anche apprezzato, dandogli legittimamente un significato differente, il riferimento che oggi il segretario della Lega, Umberto Bossi, ha fatto alla canzone del Piave. Non ci sembrava una contrapposizione all'inno di Mameli ma un modo per affermare comunque l'appartenenza a quell'identità nazionale che, nel corso della Prima Guerra mondiale, dal 1915 al 1918, è stata messa in forse più che in ogni altro momento ed ha dimostrato la sua forza attraverso il sangue di 500.000 italiani (un numero incredibile e impressionante tenendo conto quanto ancora fosse giovane il nostro Stato unitario). Vogliamo dire che da parte nostra c'è questa serenità di giudizio: la capacità di individuare dei punti di caduta, ma anche di metterli in relazione alla solidità di una linea politica e soprattutto di un'uniformità di comportamenti. Colleghi dell'opposizione, voi non vedrete parole dette in quest'Aula smentite poi la sera con dichiarazioni, come purtroppo abbiamo dovuto constatare in occasione della manifestazione di piazza Navona, quando le scuse che sono state formulate, ed in maniera apprezzabile, all'interno di quest'Aula hanno trovato la sera autorevoli smentite sulle agenzie di stampa. Questo comportamento da noi non lo vedrete. Come abbiamo detto, sappiamo valutare le questioni come forza di Governo. Per tale ragione queste saranno le parole pronunciate in questa Aula ed anche al di fuori di essa. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP).
PRESIDENTE. Colleghi, rispondendo innanzi tutto alla richiesta rivolta al Governo di riferire, formulata dalla senatrice Finocchiaro e condivisa da altri colleghi d'opposizione, comunico che la Presidenza si farà carico di inoltrare tale richiesta. Inoltre, la Presidenza, certa di interpretare il sentimento di tutta l'Assemblea, desidera ribadire che i simboli della Patria e dell'unità dello Stato sono sacri, in quanto essi riassumono la nostra storia e sono perciò parte costitutiva della nostra stessa identità nazionale. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, IdV e UDC-SVP-Aut ). Sono certo, comunque, che quanto accaduto nella giornata di ieri, in occasione del convegno di un partito, sia frutto del clima particolare che in tali circostanze spesso si realizza. Infatti, a mia memoria, fatti come quelli di ieri non si sono mai verificati in ambito parlamentare. Per quanto dapprima ricordato, sono quindi convinto che ai nostri simboli nazionali sia dovuto, da parte di tutti, il massimo, reverente rispetto. Ciò, in particolare, in un momento in cui è avanzato tra le forze politiche un dibattito su un nuovo assetto del nostro Stato, che riconosca il valore dell'idea federale e sappia realizzarla in una cornice di unità e, in particolare, di solidarietà tra le diverse aree del Paese. Auspico che il rispetto per i nostri simboli al quale ho fatto riferimento venga assicurato da tutti, specialmente da chi è investito di cariche istituzionali o da cariche di Governo, ruoli e funzioni che richiedono attenzione, non soltanto nel quotidiano esercizio del mandato stesso, ma anche nell'ordinaria dialettica del linguaggio politico. Non ho dubbi che così avverrà nel futuro, anche perché - aggiungo - giorni fa, in occasione della commemorazione della strage Borsellino, ho manifestato l'auspicio, rivolto a tutte le forze politiche, di abbassare i toni e, rifacendomi alle osservazioni di un collega della maggioranza, invito le forze politiche a guardare alla sostanza delle linee politiche, al di là del linguaggio. Credo che a settembre quest'Aula sarà chiamata a svolgere una funzione costituente, quella di tentare per l'ennesima volta - e auspico, con grande fermezza e convinzione, che sia veramente quella definitiva - di procedere ad una modernizzazione del nostro sistema Paese, con l'approvazione di una riforma federale del Paese nella logica dell'unità. (Applausi dal Gruppo LNP). E non vi è dubbio che di questa iniziativa, dell'attuazione della riforma federale, un partito ne sia stato, nel tempo, protagonista e iniziatore. Tuttavia, in occasione di questo convegno di partito, al di là dello spiacevole episodio del quale si è dibattuto in quest'Aula, vi è stata anche una dichiarazione politica che aveva una forte rilevanza: quella di una volontà di apertura e di dialogo del partito della Lega, iniziatore e protagonista, in anni non sospetti, di un percorso federale, e quindi di una modernizzazione in senso federale del Paese, nei confronti dell'opposizione, anzi una richiesta di confronto costruttivo con l'opposizione. Si tratta di una richiesta che questa Presidenza ha auspicato e a cui ha manifestato favore sin dal primo momento dell'insediamento. Mi permetto, pertanto, di rivolgere nuovamente un forte appello, rifacendomi alle parole da me pronunciate in un momento altamente simbolico, quale quello di sabato in via D'Amelio: facciamo in modo, tutti noi, uomini di buona volontà, chiamati a svolgere un'alta funzione legislativa, in una legislatura che ritengo sarà di carattere costituente, di abbassare i toni e di lavorare nell'interesse del Paese, perché il Paese ci guarda, ci osserva ed è pronto a criticarci; è pronto a valorizzarci nel momento del voto, ma naturalmente auspica soltanto che si possano creare convergenze nel proprio interesse. Allora, abbassiamo i toni e diamo valenza politica a ciò che non è soltanto un linguaggio politico, ma una volontà di dialogo. In quel convegno di partito sono state adoperate espressioni non condivisibili da molti, e devo dire che nella mia introduzione ho manifestato amarezza per alcuni passaggi da parte di un componente dell'Esecutivo, ma egli fa parte di una forza politica che, contestualmente, lanciava un forte messaggio di confronto e collaborazione con l'opposizione. E a questo la Presidenza non può che guardare con apprezzamento e interesse, perché va a favore di una logica di riforma costruttiva e condivisa che tutela i cittadini. (Applausi dai Gruppi PdL e LNP). Discussione del disegno di legge: (903) Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato (Approvato dalla Camera dei deputati) (ore 17,37) PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 903, già approvato dalla Camera dei deputati.
La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo ai relatori, senatori Vizzini e Berselli, se intendono integrarla.
BERSELLI, relatore. Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi senatori, per evitare inutili ripetizioni non riproporrò le questioni trattate dal presidente Vizzini e relative al quadro costituzionale complessivo ed ai punti della legge 20 giugno 2003, n. 140, recante «Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato», dichiarati illegittimi dalla sentenza n. 24 del 20 gennaio 2004 della Corte costituzionale, che appaiono superati dai commi 1, 2 e 5 dell'articolo 1 del disegno di legge al nostro esame, che introduce un meccanismo di sospensione processuale diretto a tutelare l'interesse al sereno svolgimento delle funzioni che fanno capo alle più alte cariche dello Stato: Presidente della Repubblica, Presidente del Senato della Repubblica, Presidente della Camera dei deputati e Presidente del Consiglio dei ministri. La ratio risiede nei principi di continuità e di regolarità nell'esercizio delle più alte funzioni pubbliche, nel pieno rispetto del principio di eguaglianza, che consente di prevedere un regime differenziato, anche riguardo all'esercizio della giurisdizione, purché risultino concretamente tutelati anche gli altri concorrenti valori costituzionali, secondo le indicazioni fornite dalla Corte costituzionale nella già citata sentenza n. 24 del 2004. I commi dell'articolo 1, che mi accingo ad affrontare, sono peraltro di agevole comprensione. Il comma 3 consente al giudice, qualora ne ricorrano i presupposti, di acquisire nel processo sospeso le prove non rinviabili, con esplicito riferimento alle ipotesi di incidente probatorio e di atti urgenti. Si tratta di una vera e propria valvola di sicurezza che, escludendo la paralisi assoluta delle attività processuali, salvaguarda il diritto alla prova e impedisce che la sospensione operi in modo generale e indifferenziato sul processo in corso. Il comma 4 prevede che, in caso di sospensione del processo, è sospeso anche il corso della prescrizione dei reati in esso contestati, secondo il meccanismo generale previsto dall'articolo 159 del codice penale. La prescrizione riprende comunque il suo corso dal giorno in cui è cessata la causa della sospensione. Il comma 6 prevede la possibilità, per la parte civile, di trasferire l'azione in sede civile, in deroga all'articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale. Tale deroga non soltanto è compatibile con i principi generali - posto che la rinuncia agli atti del giudizio, derivante dal trasferimento dell'azione civile nel processo penale, non preclude la riproposizione della domanda - ma è una scelta costituzionalmente obbligata, secondo quanto indicato dalla Corte costituzionale nella citata sentenza n. 24 del 2004, al fine di evitare che la posizione della parte offesa subisca gli effetti della sospensione del processo penale. Per apprestare una piena tutela del diritto della parte civile viene, inoltre, previsto che, in caso di riproposizione della domanda in sede civile, la causa debba essere trattata con priorità, attraverso la riduzione del termine per comparire.
Il comma 7 contiene una disposizione transitoria, che estende la sospensione anche ai processi penali già in corso, in ogni fase, stato e grado, alla data di entrata in vigore della legge.
Infine, il comma 8 stabilisce che la legge entri in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Dalla legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato; si è omesso - pertanto - di predisporre la relazione tecnica. Nelle Commissioni riunite 1a e 2a vi è stato uno stringente ed ampio dibattito che ha registrato posizioni obiettivamente e profondamente contrapposte tra chi, come la maggioranza, riteneva che si trattasse di un provvedimento necessario, anzi indispensabile per garantire - come già detto - il sereno svolgimento delle funzioni che fanno capo alle più alte cariche dello Stato, che non possono essere ulteriormente esposte alle più estemporanee e bizzarre iniziative di qualche magistrato e chi, come le opposizioni, lamentando che si trattava - in realtà - di un disegno di legge in qualche modo ad personam, ne individuava la soluzione in una inaccettabile vera e propria proposta emendativa contra personam, ignota a qualsiasi Stato di diritto quanto meno a noi conosciuto. Si tratta quindi di un disegno di legge nell'interesse generale, e cioè di tutti coloro che hanno ora o che avranno in futuro il consenso maggioritario del nostro Paese e che hanno il diritto-dovere di governare le nostre istituzioni senza strumentali condizionamenti di chicchessia. Il governo del Paese spetta al potere esecutivo e non certo all'ordine giudiziario, o meglio, a qualche suo politicizzato esponente o a qualche sua bene individuata componente. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Hanno chiesto di parlare i relatori di minoranza, senatori Ceccanti e Li Gotti per integrare la relazione scritta.
Ha facoltà di intervenire il relatore di minoranza, senatore Ceccanti.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il relatore di minoranza, senatore Li Gotti. LI GOTTI, relatore di minoranza. Signor Presidente, nel corso dei lavori svoltisi nelle Commissioni i signori relatori e anche il Governo hanno richiamato l'attenzione sul fatto che il testo presentato in Aula era rispettoso dei principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004 in merito alla legge che aveva introdotto un analogo provvedimento di sospensione dei processi. Noi abbiamo seguito con attenzione l'impostazione data dai relatori e riteniamo che il dibattito svoltosi in merito al fatto che la Corte costituzionale nell'ambito della suddetta sentenza n. 24 non abbia dato una risposta sullo strumento da adottare, ossia una risposta che tenesse conto dell'articolo 138 della nostra Carta costituzionale, sia fuorviante. Infatti, ha poco senso dire come deve interpretarsi il silenzio della Corte costituzionale, se si tratti di un silenzio assenso o se si tratti di un silenzio rigetto. Sappiamo benissimo che nel petitum del giudice remittente il problema di costituzionalità dello strumento adottato non era stato posto, sicché, consequenzialmente, la Corte costituzionale non era tenuta a rispondere su un profilo di costituzionalità non posto. Ciononostante, in quella sentenza vi sono affermazioni che conducono a determinate conclusioni. I problemi che noi intendiamo affrontare in questa fase della discussione sono di duplice natura. Un problema riguarda lo strumento adottato, l'altro è se, indipendentemente dallo strumento adottato, siano state o no superate le questioni di costituzionalità che erano state ravvisate dalla Corte. Ebbene, nella sentenza che viene citata come guida del provvedimento in esame vi è l'affermazione secondo cui «la situazione in cui si riconnette la sospensione disposta dalla norma censurata è costituita dalla coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque più alte cariche dello Stato ed il bene che la misura in esame vuol tutelare deve essere ravvisato nell'assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche». Individuato quindi qual è il bene che il legislatore intendeva e intende perseguire, la Corte costituzionale aggiunse: «(...) emerge anzitutto che la misura predisposta dalla normativa censurata crea un regime differenziato riguardo all'esercizio della giurisdizione». Aggiunge quindi la Corte: «Il principio di eguaglianza comporta infatti che, se situazioni eguali esigono eguale disciplina, situazioni diverse possono implicare differenti normative». Scendendo nel concreto, che è la parte che a noi interessa, la Corte disse: «(...) ha decisivo rilievo il livello che l'ordinamento attribuisce ai valori rispetto ai quali la connotazione di diversità può venire in considerazione. Nel caso in esame sono fondamentali i valori rispetto ai quali il legislatore ha ritenuto prevalente l'esigenza di protezione della serenità dello svolgimento delle attività connesse alle cariche in questione». Ha quindi concluso, ed è il punto più importante: «Alle origini della formazione dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione, il cui esercizio, nel nostro ordinamento, sotto più profili è regolato da precetti costituzionali». Una consequenzialità logica e giuridica ci consente di affermare che la norma crea un regime differenziato. La differenziazione può essere giustificata solo dalla prevalenza di un interesse apprezzabile, quale la protezione della serenità, cui si assegni un livello di valore idoneo a giustificare la connotazione di diversità. L'interesse apprezzabile, che giustifica il regime differenziato, può essere tutelato solo in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Il principio della parità di trattamento è alle origini della formazione dello Stato di diritto, configurandosi quale principio fondamentale. La parità di trattamento rispetto alla giurisdizione è regolata da precetti costituzionali, e primo tra essi quello dell'articolo 3 della Costituzione, contenente una specifica norma principio.
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto. Dichiaro aperta la discussione generale. Onorevoli colleghi, quanto all'organizzazione dei nostri lavori, per la seduta odierna formalmente non era previsto un termine di chiusura, ma è ovvio che dobbiamo indicarlo. Propongo pertanto all'Aula di concludere i nostri lavori alle ore 21,30, in maniera tale da dedicare due ore e mezzo alla discussione generale e di concludere, al fine di consentire a tutti gli iscritti di parlare entro l'orario sopraindicato, con l'intervento del senatore Tonini. INCOSTANTE (PD). Domando di parlare.
Sul 7° anniversario dei gravi fatti accaduti a Genova durante il G8 NEGRI (PD). Domando di parlare.
NEGRI (PD). Signor Presidente, proprio in questi giorni (ieri, per la precisione) ricorrono i sette anni dai gravissimi fatti di Genova, i disordini, la sospensione della legalità realizzatasi nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz. E proprio in questi giorni si sta concludendo il dibattimento e sta giungendo a sentenza, dopo Bolzaneto, anche il procedimento che riguarda le gravissime sospensioni di legalità avvenute nella scuola Diaz. Questo processo, per quanto si evince dalla lettura dei giornali, coinvolge importantissimi funzionari delle forze dell'ordine che rivestono tuttora responsabilità politiche di altissimo profilo. I nomi si leggono sui giornali.
Non compete al Parlamento commentare le sentenze e dare o revocare giudizi, ma certo compete anche al Parlamento e a quest'Assemblea rivolgere un pensiero a quei giorni tremendi in cui fu messa a ferro e fuoco una città, ma furono anche sospese in modo gravissimo, come mai era avvenuto nella storia d'Italia, le garanzie repubblicane. Il nostro pensiero corre ai giovani della scuola Diaz, sorpresi da un blitz delle forze di polizia durante la notte e anche all'importante lavoro di ricucitura che la sindaca di Genova, Marta Vincenzi, ha fatto in questi giorni ricevendo i giovani e facendo azione di dialogo e di pace. Che queste cose non accadano più. Auguriamoci che abbiano torto i giornalisti inglesi del "Guardian", che stanno denunciando di fronte all'opinione pubblica, che forse, se saranno sospesi i processi per i fatti avvenuti prima del 2001, anche questo potrebbe cadere in prescrizione. (Applausi dal Gruppo PD).
per le sedute di martedì 22 luglio 2008 PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, martedì 22 luglio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
(Vedi ordine del giorno) La seduta è tolta (ore 20,55).