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Timestamp: 2018-12-15 11:45:23+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 8', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Mancata partecipazione al procedimento di mediazione e argomento di prova nel successivo giudizio
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L’art. 8 D.lgs 28/10, relativamente alla mancata partecipazione senza giustificato motivo della parte convocata al procedimento di mediazione, prevede che il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile.
Sul punto, appare di non trascurabile interesse la recente pronuncia 5 luglio 2012 del Tribunale di Roma, sezione distaccata di Ostia, nella quale, con riferimento all’ipotesi di mancata partecipazione della parte ritualmente convocata al procedimento di mediazione (nella fattispecie mediazione delegata), si procede ad una valutazione critica degli orientamenti emersi in giurisprudenza in ordine alla nozione, e al conseguente possibile utilizzo, dell’argomento di prova di cui all’art. 116, co. 2, c.p.c.
Il Giudice, pronunciata sentenza non definitiva, con separata ordinanza invitava le parti ad avviare il procedimento di mediazione nel termine ivi previsto. Quest’ultimo risultava ritualmente avviato dalla parte attrice, ma i convenuti decidevano di non aderire al tentativo, asserendo di essere intenzionati a proporre appello immediato contro detta pronuncia, in quanto a loro dire manifestamente erronea, e ritenendo, quindi, superflua la partecipazione alla procedura di mediazione.
Si trattava, quindi, di valutare le conseguenze della mancata partecipazione dei convenuti ritualmente convocati al procedimento di mediazione attivato, nella fattispecie, dall’attore su impulso del giudice ex art. 5 D.lgs n. 28 del 2010, in particolare alla luce di quanto previsto dal menzionato art. 8 dello stesso decreto legislativo, secondo il quale, ove la mancata partecipazione non dipenda da un giustificato motivo, il giudice può desumerne argomento di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’art. 116, co. 2, c.p.c.
All’interno dell’apparato motivazionale della pronuncia in esame, il giudice rileva innanzitutto il fatto che, “…quanto alla possibilità di valorizzare, nel processo, come argomento di prova a sfavore di una parte determinate condotte della stessa (nella specie la mancata comparizione in mediazione, senza giustificato motivo, della parte convocata) si confrontano nella giurisprudenza due diverse opinioni.
Secondo una prima tesi la decisione del giudice non può essere fondata esclusivamente sull’art. 116 c.p.c, cioè su circostanze alle quali la legge non assegna il valore di piena prova, potendo tali circostanze valere in funzione integrativa e rafforzativa di altre acquisizioni probatorie.
È espressione della prima teoria l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui la norma dettata dall’art. 116 comma 2 c.p.c., nell’abilitare il giudice a desumere argomenti di prova dalle risposte date dalle parti nell’interrogatorio non formale, dal loro rifiuto ingiustificato a consentire le ispezioni da esso ordinate e, in generale, dal contegno delle parti stesse nel processo, non istituisce un nesso di consequenzialità necessaria tra eventuali omissioni e soccombenza della parte ritenuta negligente, ma si limita a stabilire che dal comportamento della parte il giudice possa trarre argomenti di prova, e non basare in via esclusiva la decisione, che va comunque adottata e motivata tenendo conto di tutte le altre risultanze (fra le tante Cassazione civile, sez. trib., 17/01/2002, n. 443)”.
La motivazione prosegue osservando come “…la norma in questione merita senz’altro una maggiore utilizzazione anche se a differenza di altri casi in cui da una determinata circostanza è consentito ritenere provato tout court il fatto a carico della parte che tale circostanza subisce, in questo caso la legge prevede che il giudice possa utilizzarla per trarre dalle circostanze valorizzate argomenti di prova.
La norma dell’art. 116 c.p.c. viene richiamata dal legislatore della mediazione (art. 8 decr. lgs. cit.) nell’ambito della ricerca ed elaborazione di una serie di incentivi e deterrenti volti a indurre le parti, con la previsione di vantaggi per chi partecipa alla mediazione e di svantaggi per chi al contrario la rifugge, a comparire in sede di mediazione al fine di pervenire a un accordo amichevole che prevenga o ponga fine alle liti.
Ne consegue, tali essendo le finalità dell’inserimento nel decreto lgs. 28/10, che equivarrebbe a tradire l’intento del legislatore svalutare la portata di tale norma considerandola una mera e quasi irrilevante appendice nel corredo dei mezzi probatori istituiti dall’ordinamento giuridico.
Va considerato che nell’attuale situazione della giustizia civile, affetta da una endemica ed apparentemente insuperabile crisi principalmente nei tempi di risposta alla domanda di giustizia, causata dalla imponente mole di cause iscritte nei tribunali e delle corti, e viste le sempre più gravi conseguenze, economiche ed ordinamentali, derivanti dal ritardo nella definizione dei processi, sia necessario rivalutare, senza forzature ma con la doverosa umiltà dell’interprete, ciò che è scritto nella legge.
È necessario tuttavia fissare delle regole precise al riguardo. Deve essere ben chiaro in primo luogo che giammai la mancata comparizione in sede di mediazione potrà costituire argomento per corroborare o indebolire una tesi giuridica, che dovrà sempre essere risolta esclusivamente in punto di diritto.
Con ciò non si intende svalorizzare quella giurisprudenza della Suprema Corte che ha ritenuto che l’effetto previsto dall’art. 116 c.p.c può – secondo le circostanze – anche costituire unica e sufficiente fonte di prova (Cassazione civile, sez. III, 16/07/2002, n. 10268, che così si esprime: , Cass. 6 luglio 1998 n. 6568; 1 aprile 1995 n. 3822; 5 gennaio 1995 n. 193; 14 settembre 1993 n. 9514; 13 luglio 1991 n. 7800; 25 giugno 1985 n. 3800).
Ritiene infatti il giudice che secondo le circostanze del caso concreto gli argomenti di prova che possono essere tratti dalla mancata comparizione della parte chiamata in mediazione ed a carico della stessa nella causa alla quale la mediazione, obbligatoria o delegata, pertiene, a seconda dei casi possano costituire integrazione di prove già acquisite, ovvero unica e sufficiente fonte di prova”.
Sulla base delle considerazioni che precedono, il Giudice ha conseguentemente condannato la parte convenuta, ritenendo la mancata partecipazione al procedimento di mediazione finalizzata al perseguimento di intenti meramente dilatori, dal momento che, “…quanto al giustificato motivo dell’assenza, l’affermazione della convenuta circa la sussistenza dello stesso in relazione alla ritenuta erroneità della sentenza parziale, da essa appellata, non può essere condivisa.
L’esponente non si avvede che in tal modo sussisterebbe sempre un giustificato motivo di non comparizione, se è vero com’è vero che se la controparte condividesse la tesi del suo avversario (o come in questo caso, le ragioni della sentenza non definitiva emessa a suo carico) la lite non potrebbe neppure insorgere e se insorta verrebbe subito meno. La ragione d’essere della mediazione si fonda proprio sulla esistenza di un contrasto di opinioni, di vedute, di volontà, di intenti, di interpretazioni etc. che il mediatore esperto tenta di sciogliere favorendo l’avvicinamento delle posizioni delle parti fino al raggiungimento di un accordo amichevole”.