Source: http://dirittolavoro.altervista.org/controllo_malattia.html
Timestamp: 2017-10-21 19:40:12+00:00
Document Index: 173365280

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2110', 'art. 2110', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5', 'art.14', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 32', 'art. 2105', 'art. 2104', 'art. 2106', 'art. 2', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il controllo dello stato di mala
1.Nozione di malattia e sua protezione legislativa
2.Permanenza degli obblighi a carico del lavoratore e la questione della certificazione per un sol giorno di indisposizione
3. Il rispetto delle fasce orarie per il controllo
4.Il giustificato motivo di assenza al domicilio durante le fasce orarie
5.La cumulabilità della decadenza dalla retribuzione con le sanzioni disciplinari contrattuali
Secondo la dottrina medica può definirsi “malattia” «una situazione dinamica in cui viene alterato temporaneamente o definitivamente il normale equilibrio dell’organismo; quindi una condizione abnorme caratterizzata dalla presenza di danni organici o di disturbi funzionali, localizzati o generalizzati, ad andamento evolutivo verso un risultato che può essere: la conclusione del processo morboso (cioè la guarigione) ovvero l’adattamento ovvero l’aggravamento dello stato morboso sino all’esito infausto»[1].
La Cassazione ha riepilogato i motivi della protezione accordata dal legislatore allo stato di malattia, sin dalla decisione dell’11 dicembre 1995 n. 12685 [2].
Lo stato di malattia - secondo la sentenza sopracitata il cui orientamento è sempre rimasto fermo e quindi è da qualificarsi consolidato - è un caso di impossibilità temporanea sopravvenuta della prestazione lavorativa. Applicando le norme generali sulle obbligazioni - in particolare gli artt. 1256 e 1463 c.c. - in una situazione del genere nulla dovrebbe essere corrisposto al lavoratore ed il rapporto di lavoro si dovrebbe estinguere, se il datore di lavoro non avesse più interesse alla sua prosecuzione.
In deroga a questi principi, invece, il rapporto continua, come disposto dall’art. 2110, 2° co., c.c., per il periodo di comporto fissato dalla legge, dai contratti collettivi dagli usi o secondo equità, e ciò malgrado sia cessata temporaneamente l’obbligazione principale del lavoratore di prestare la sua collaborazione al datore di lavoro. Sempre in via eccezionale, in deroga ai principi statuiti negli artt. 1256 e 1463 prima ricordati, al lavoratore compete la retribuzione o un’indennità nella misura e per il tempo determinati dalle la leggi speciali, dai contratti collettivi, dagli usi o dall’equità o il trattamento previsto da forme equivalenti di previdenza stabilite dalla legge e dai contratti collettivi (art. 2110, 1°co., c.c.). Permane inoltre, durante tale periodo, il rapporto assicurativo ed il periodo di assenza viene computato ai fini dell’anzianità e del trattamento di fine rapporto. Tutto ciò – secondo l’orientamento consolidato della Cassazione - per «ovviare ad una situazione meritevole di particolare considerazione per il fatto che è indipendente dalla volontà del lavoratore, il quale...trae dal reddito di lavoro i mezzi per il sostentamento suo e della propria famiglia».
2. Permanenza degli obblighi a carico del lavoratore e la questione della certificazione per un sol giorno di indisposizione
Questo non significa - prosegue l’orientamento della Cassazione - che vengano meno (restando sospesa soltanto l’obbligazione principale), i reciproci diritti ed obblighi delle parti e, se il lavoratore ha i diritti prima ricordati (retribuzione o indennizzo, conservazione del posto, ecc.), il datore di lavoro «...non può certo ritenersi disinteressato al comportamento del lavoratore, connesso con la sua persistente qualità di collaboratore dell’impresa e della conseguente sua dedizione funzionale alle esigenze di questa, e rimane titolare di un potere di controllo dello stato di malattia, nei limiti indicati dalla normativa in vigore»[3].
Una delle componenti della variegata normativa in vigore (art. 2 L. n. 33/1980) dispone che il lavoratore è tenuto - entro due giorni dal relativo rilascio -, e salvo giustificato motivo di impedimento, a recapitare o a trasmettere (a mezzo raccomandata a.r.), sia al datore di lavoro sia all’Ente previdenziale (competente per il pagamento dell’indennità di malattia), il certificato del medico curante[4]. Il mancato invio concreta inadempienza passibile, dietro previsione nei ccnl, di sanzioni disciplinari (anche incisive) oltre che la perdita dell’indennità previdenziale o della retribuzione per i giorni di ritardo in conseguenza del quale viene procrastinato l’inizio dell’attività di accertamento e la possibilità di un tempestivo esercizio del potere di controllo sia aziendale sia dell’Ente pubblico erogatore. Ciò secondo un orientamento giurisprudenziale che ha ritenuto estensibile, agli inadempimenti relativi agli atti propedeutici idonei a facoltizzare la visita di controllo, la sanzione legislativamente prevista per l’assenza alla visita domiciliare[5].
Ci si è posti recentissimamente il problema dell’obbligo o meno di certificare all’azienda o ente l’assenza per indisposizione (o malattia) limitata ad un solo giorno, in presenza (o meno) di prassi difformi.
Ha iniziato ad affermarne la doverosità, in ambito del pubblico impiego, il Tar del Veneto[6], nei confronti di un lavoratore invalido sospetto di assenteismo, affermando: «l’obbligo di presentare la certificazione medica doveva essere noto nella specie al ricorrente che per le sue assenze dal lavoro, giustificate o meno dalla condizione di invalidità, era stato inserito nel numero dei dipendenti che per ricorso reiterato e frequente alle assenze brevi per malattia era tenuto a documentare anche quelle di durata giornaliera. Né appare rilevante al Collegio la circostanza che il ricorrente fosse, come è pacificamente riconosciuto, invalido civile con riduzione del 55% della capacità lavorativa, perché ciò che rileva ai fini della sanzione disciplinare inflitta al ricorrente non è la credibilità o meno dell’assenza per malattia accusata dallo stesso dipendente, quanto il preteso diritto da questi rivendicato di fruire dell’assenza per malattia (sino a due giorni) nella forma dell’autocertificazione e senza possibilità per l’amministrazione di richiedere il certificato medico che tale stato impediente comprovi.
Pertanto correttamente l’amministrazione ha richiesto al sig. M.L. la documentazione dell’assenza per malattia nella giornata del 17 gennaio 1993 e altrettanto legittimamente, a fronte del rifiuto di produrre tale certificazione, con la motivazione riportata nel modulo di segnalazione dell’assenza, che “se fornivo certificato, sicuramente non era di un solo giorno”, lo ha deferito alla commissione disciplinare per la contestata violazione dei doveri d’ufficio».
Ha proseguito sullo stesso tenore per il settore dell’impiego privato Cass., sez. lav., 22 agosto 2007 n. 17898[7] (est. Maiorano, in causa Acea SpA), secondo cui:«Nel caso in cui il dipendente non provi che l’assenza dal lavoro, anche se di un solo giorno, è dovuta a causa di malattia, mancano le condizioni che consentono di ritenere dovuta da parte del datore di lavoro una prestazione imponibile a titolo di retribuzione», legittimando quindi la decurtazione dallo stipendio mensile di una giornata per cd. indisposizione, non supportata da certificazione medica.
Prima tuttavia di giungere all’affermazione dell’obbligo in ogni caso, va precisato che l’affermazione della doverosità della certificazione medica per l’indisposizione di un solo giorno cede a fronte della presenza di una prassi aziendale generalizzata di “non richiesta” reiterata per lungo tempo. In tal caso infatti si è strutturata di una condizione di miglior favore, su base di uso negoziale, revocabile solo pattiziamente per il tramite di successive intese contrattuali.
Nel caso in cui ne è stato affermato l’obbligo da Cass. n. 17898/2007, la prassi aziendale di “non richiesta” (sostituita dalla cd. autocertificazione) per un solo giorno era “mitigata” dalla riserva dell’azienda di applicare la disciplina contrattuale non contemplante la condizione di favor aziendale verso la collettività degli ammalati o indisposti, ma all’opposto prevedente contrattualmente l’obbligo della certificazione a giustificazione di qualsiasi tipo di assenza per malattia.
Sintetizzando sul punto va evidenziato pertanto come, stante la generalizzazione a livello collettivo della prassi o uso aziendale negoziale, a partire da Cass. n. 9690 del 6 novembre 1996[8] si sia imposto il seguente orientamento: «… l’uso aziendale… deve essere inserito tra le fonti sociali …costituente quindi fonte di obbligazione e di regolamentazione collettiva dei rapporti di lavoro ai sensi degli artt. 1374 e 1173 c.c. Il trattamento di miglior favore della collettività dei dipendenti infatti, al pari del regolamento d’impresa, costituisce anch’esso espressione del potere di iniziativa economica del datore di lavoro, attuato con atti volontari che rappresentano una fonte di obbligazioni quando integrano la fattispecie di uso aziendale, che si risolve in un nuovo assetto di regolamentazione collettiva dei rapporti di lavoro. La natura di fonte sociale, e quindi collettiva, dell’uso aziendale, desunta dai principi generali dell’ordinamento dei rapporti di lavoro, comporta che sia liberamente modificabile da altre fonti sovraordinate di carattere collettivo (i contratti nazionali e aziendali) anche in pejus; la modifica dell’uso può anche essere l’effetto di accordi individuali (poiché il limite di cui agli artt. 2077 e 2113, co.1°, c.c., opera solo in rapporto ai contratti collettivi), ma limitatamente alle parti stipulanti (in mancanza dell’agente sindacale, gli accordi restano individuali anche se conclusi con tutti i dipendenti interessati: cfr. Cass. n. 2022/1999, che li definisce contratti individuali plurimi). Non però da un successivo uso aziendale di segno opposto (come aveva erroneamente affermato Cass. n.2406/1994, n.d.r.), sia perché la nozione ontologica di uso aziendale presuppone un trattamento di miglior favore, sia perché non è giuridicamente possibile che si formi un uso in virtù di comportamenti che sono qualificabili come inadempimento di preesistenti obbligazioni…. Nei sensi precisati, la Corte conferma dunque l’affermazione già contenuta nel suo già menzionato precedente (Cass. n. 9690/’96), secondo cui l’uso aziendale agisce sul piano dei singoli rapporti individuali allo stesso modo e con la stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale, affermazione condivisa nella sostanza anche da altre decisioni che hanno ritenuto gli usi aziendali governati dal principio della successione temporale di più accordi aziendali (cfr. Cass. 1916/1986 e le altre già citate)».
Ne esce, per tal via, la conclusione che i trattamenti migliorativi da uso aziendale non restano necessariamente in vita sine die, giacché in luogo di essere indifferenti alle modifiche (anche peggiorative) dei contratti aziendali e nazionali – come riteneva una giurisprudenza in via di abbandono - possono dagli stessi contratti collettivi essere soppressi per effetto di valutazioni globali di opportunità tra gli agenti contrattuali antagonisti a livello nazionale o aziendale (in cambio, o meno, di altre concessioni) o dietro convenzione di “non cumulabilità” per intrinseca incompatibilità delle distinte discipline[9].
Ne consegue quindi che l’obbligo di pretendere la certificazione per un sol giorno di malattia (rectius, indisposizione per la quale di norma non ci reca dal medico curante) in presenza di un difforme uso aziendale, può conseguire solo da una esplicita pattuizione modificativa o abrogativa della prassi in sede di contrattazione aziendale o nazionale, restando esclusa la modificazione o dismissione unilaterale della prassi da parte aziendale e conseguentemente atteggiandosi ad illegittima la pretesa della riferita certificazione per un sol giorno di indisposizione.
Notoriamente l’azienda ha il diritto di far controllare - ex art. 5 Statuto dei lavoratori, e cioè attraverso i sanitari delle strutture pubbliche previste dalla legge - l’effettività dello stato di malattia denunciato dal lavoratore.
Prima del 1983 il lavoratore ammalato non era tenuto necessariamente a rimanere presso il proprio domicilio, ma aveva esclusivamente l’obbligo di presentarsi ad una visita ambulatoriale ove fosse risultato assente alla disposta visita di controllo. L’interesse pubblico alla riduzione della spesa sanitaria ed alla repressione dell’assenteismo abusivo, indusse il legislatore ad introdurre l’obbligo - tramite l’art. 5 L. 11 novembre 1983, n. 638 - per il lavoratore ammalato di non assentarsi, senza giustificato motivo, dal proprio domicilio durante le c.d. fasce orarie (10-12 e 17-19 di ogni giorno, anche festivo, di calendario) così definite dal D.M. 25.2.1984 e successivi, fino al D.M. 15.7.1986.
L’assenza ingiustificata risultava sanzionata, nell’originaria previsione legislativa (art. 5, comma 14, legge citata) antecedente all'intervento della Corte costituzionale con sentenza n. 78/1988, con la perdita del diritto a qualsiasi trattamento economico per l’intero periodo di malattia fino a 10 giorni e nella misura della metà (50%) per l’ulteriore periodo. A questi fini sono esclusi dalla nozione di malattia/infermità - in quanto non concorrono a strutturarne la durata utile ai fini della sanzione in questione - i periodi di ricovero ospedaliero e quelli già accertati da precedente visita di controllo. Merita sottolineare che la conseguenza pratica di questa esclusione dal computo è che, nel caso in cui sia intervenuta visita di controllo di una malattia di lunga durata (es. allo scadere di 4 mesi) - sia di natura domiciliare sia, a maggior ragione, per riscontro di veridicità della malattia, tramite visita o convocazione ambulatoriale - e la malattia si protragga ulteriormente, qualora nel corso dell'iniziale periodo di protrazione il lavoratore venga sottoposto pochi giorni dopo a visita domiciliare di controllo (di solito su richiesta datoriale) e risulti assente ingiustificato, i 4 mesi validati dalla precedente visita non entrano più nel computo della durata della malattia, cosicché la sanzione della decadenza del trattamento economico fino a 10 giorni dovrà limitarsi a pochi giorni (inferiori ai precitati 10), per effetto della virtuale "ridecorrenza" della durata della malattia dopo la visita effettuata allo scadere dei 4 mesi sopraipotizzati. Una corretta applicazione di tali principi la si ritrova nella normativa sul controllo medico delle assenze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel cui allegato 1 alla Circ. n.21 del 9 ottobre 2000, si legge: «a)...Ovviamente la trattenuta sarà commisurata alle effettive giornate di assenza, qualora queste siano inferiori al predetto numero di 10; b) qualora nel corso del periodo di infermità siano stati effettuati precedenti controlli sanitari regolarmente eseguiti, la decorrenza della predetta sanzione, in caso di assenza ingiustificata ad ulteriore controllo, sarà calcolata dal giorno successivo all'ultimo accertamento sanitario regolarmente eseguito; c) per l'eventuale successivo periodo di assenza, e cioè a decorrere dall'11° giorno dall'inizio della malattia (ovvero dalla diversa decorrenza conseguente a precedente accertamento sanitario di controllo che ha pacificamente l'effetto di validazione degli antecedenti periodi di assenza), potrà essere operata l'ulteriore trattenuta del trattamento economico nella misura del 50%, esclusivamente nel caso in cui il dipendente si sia sottratto a successiva visita;(...) e) la sanzione dispiega efficacia soltanto nell'ambito dello stesso episodio morboso; pertanto, gli effetti della sanzione per assenza ingiustificata riscontrata durante la prima malattia non hanno rilievo in relazione al secondo episodio morboso costituente ricaduta del precedente; f) la variazione della diagnosi intervenuta durante il periodo di assenza dal lavoro per malattia non produce effetti interruttivi ai fini della operatività della sanzione; g) la sanzione cessa con il termine dell'evento morboso ovvero con la ripresa del servizio, ovvero con l'accertamento dell'inidoneità temporanea al servizio tramite controllo sanitario regolarmente eseguito; h) l'applicazione della sanzione è esclusa esplicitamente dalla legge per i periodi di ricovero ospedaliero nonché per i periodi già accertati di precedente visita di controllo».
Quanto previsto al punto c), relativamente alla subordinazione della sanzione economica del 50% del trattamento economico per l'ulteriore periodo solamente al riscontro di rinnovata trasgressione ad altra visita di controllo costituisce applicazione delle statuizioni della Corte costituzionale[10] che, ancora una volta, ha correttamente mitigato il rigore della normativa ordinaria, eccessivamente vessatoria per le malattie lunghe, meritevoli invece di maggiore protezione ed invece ripagate dal legislatore disaccorto (se non disumano) con una ingentissima privazione dei mezzi di sostentamento in presenza di una "minima" inadempienza del prestatore (mancata permanenza in abitazione nelle fasce orarie) e ciò in controtendenza alla ratio protettiva costituzionale nei momenti di maggior bisogno. L'irragionevolezza della previsione del legislatore ordinario ha indotto nel 1988 la Corte a dichiarare l’illegittimità del comma 14 dell’art. 5 L. n. 638/1983 nella parte in cui non prevedeva una seconda visita di controllo quale condizione per sanzionare il periodo eccedente i 10 giorni di malattia con la perdita del 50% della retribuzione o indennità, legittimando, per converso, la sanzione della perdita dell’integrale retribuzione per i primi 10 giorni di malattia (resa, invero del tutto temporaneamente, inaccertabile per irreperibilità al domicilio del lavoratore durante le fasce orarie).
Per connessione e necessario chiarimento va evidenziato che l’obbligo di permanenza a casa e di reperibilità nelle c.d. “fasce orarie”– introdotto dalla legge n. 638/1983 e disciplinato con appositi decreti ministeriali attuativi – attiene solo alla “malattia" e non all’astensione dal lavoro per infortunio. In una fattispecie di assenza nelle fasce orarie di un lavoratore infortunato, la Cassazione[11] ha avuto modo di chiarire la non sanzionabilità del comportamento del lavoratore “infortunato” assente al controllo medico nelle fasce orarie, in quanto «l’obbligo di permanenza in casa durante le fasce orarie ai fini del controllo – legittimato dall’art.14, co.3°, della Costituzione secondo cui “gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali” - è previsto dalla legge n. 638 del 1983 soltanto per il caso di assenze per malattia e non per quello delle assenze per infortunio». «Si tratta – ha specificato la Cassazione – di una riserva assoluta (e non relativa) di legge con la inevitabile conseguenza della impossibilità di estendere le disposizioni di cui alla legge n. 638 del 1983 e dei decreti ministeriali applicativi, oltre l’ipotesi della malattia in essa prevista». In senso confermativo si è espressa successivamente Cass. n. 1247 del 30 gennaio 2002 (est. Amoroso) asserendo che: «le norme relative alle fasce orarie di reperibilità che il lavoratore deve osservare ai fini dei controlli medici in caso di assenza (art. 5 della l. n. 638 del 1983) devono interpretarsi restrittivamente, dal momento che incidono sul diritto garantito al lavoratore, quale cittadino, dall'art. 16 della Costituzione, alla libertà di movimento nel territorio dello Stato; pertanto esse riguardano solo gli accertamenti espressamente indicati dal legislatore, ossia quelli relativi a malattie ordinarie e non anche quelli sullo stato di inabilità conseguente ad infortunio sul lavoro. In materia può ritenersi sussistente per il lavoratore interessato soltanto un generico obbligo di correttezza e buona fede, che implica un atteggiamento collaborativo per rendere possibile il controllo; questo generico obbligo può anche essere meglio specificato dalla contrattazione collettiva; deve comunque escludersi l'applicabilità delle specifiche prescrizioni recate dalla legge n. 683 del 1983 in materia di reperibilità».
In senso difforme si è espressa invece Cass. 9 novembre 2002, n. 15773 (est. Cuoco, in causa Telecom SpA), che ha dissentito dai precedenti giurisprudenziali sopracitati ed ha legittimato anche per l'infortunato il controllo domiciliare ex art. 5 Stat. lav. nelle fasce orarie per la malattia (previsto, nella fattispecie esaminata, dal ccnl di categoria), sostenendo la sussistenza di un dovere di disponibilità o assoggettamento al controllo dello stato di salute di natura indefinita da parte del lavoratore infortunato (in ragione dei principi generali di correttezza e buona fede), nei cui confronti la norma contrattuale equiparativa dell'infortunio alla malattia si era rivelata garantista e di favore, circoscrivendo nelle sole fasce orarie (della malattia) l'indeterminato stato di disponibilità al controllo medico ex art. 5, riferibile anche all'infortunato. C'è da aspettarsi un intervento delle sezioni unite per dirimere il contrasto all'interno della sezione lavoro.
Va sottolineato, altresì, come risulti prevalente in giurisprudenza l’orientamento secondo cui la perdita della retribuzione (o dell’indennità di malattia) sia correlata al solo evento dell’assenza ingiustificata dal domicilio, a prescindere quindi dall’effettività della malattia, e quindi, dalla successiva presentazione a visita ambulatoriale e dall’esito confermativo di questa, fermo restando che la decurtazione retributiva cessa dal momento, e per il periodo posteriore a quello, in cui viene accertata, tramite visita ambulatoriale, l’effettività della malattia.
Va anche detto che la Cassazione[12] ha legittimato, in costanza di malattia (quindi aldifuori dell'attività lavorativa) il controllo di veridicità della malattia denunciata e certificata (nel caso lomboscialtalgia) ad opera di agenzia investigativa privata. Contro le obiezioni della difesa del lavoratore che sosteneva di non potersi far ricorso, richiamandosi all'art. 5 stat. lav., a strutture diverse da quelle pubbliche, la Cassazione ha sostenuto che il controllo in questione non era di tipo "sanitario" ma afferiva a "comportamenti o circostanze di fatto" tenute dal lavoratore durante l'assenza per malattia dalle quali poter trarre il convincimento della simulazione, dell'aggravamento della sintomatologia denunciata al medico traendolo in inganno ai fini della redazione della certificazione, ovvero della mancata denuncia di un'avvenuta remissione della malattia stessa che, secondo buona fede e correttezza, gli avrebbe imposto il rientro in servizio. Poiché l'agenzia investigativa aveva riscontrato che il lavoratore affetto da lombosciatalgia aveva effettuato frequenti viaggi alla guida della macchina, aperto un club della moglie ove aveva svolto impegnativa attività di ricezione (in pied) della clientela e pubbliche relazioni, la Cassazione ha legittimato il licenziamento per simulazione di malattia, asserendo il principio secondo cui: «Il divieto a carico del datore di lavoro di (far) effettuare accertamenti sanitari relativi all'idoneità e all'infermità per malattia o infortunio del dipendente, stabilito dall'art. 5 della legge 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto dei lavoratori), non si estende alle osservazioni su mere circostanze di fatto, effettuate a mezzo di agenzia investigativa, anche se dalle stesse possano emergere incompatibilità logiche con il dichiarato stato di malattia. L'attendibilità delle certificazioni mediche relative allo stato di malattia del lavoratore dipendente...può essere superata da rilevi relativi a circostanze di fatto che, pur non avendo direttamente ad oggetto l'accertamento della situazione sanitaria del dipendente, dimostrino per deduzione logica l'insussistenza dello stato di malattia denunciato, o, comunque, l'inidoneità della malattia a cagionare l'incapacità lavorativa che giustifica l'assenza».
Circa il cd. “giustificato motivo” di assenza, la Cassazione ha esplicitato in diverse decisioni [13] il suo pensiero al riguardo, asserendo che il giustificato motivo di assenza al domicilio idoneo ad escludere la sanzione per il mancato reperimento del lavoratore alla visita di controllo durante le fasce orarie di reperibilità, non si identifica necessariamente con lo stato di necessità o con il caso di forza maggiore ma richiede “un ragionevole impedimento”, “un qualsiasi apprezzabile e serio motivo” consistente in situazioni tali da comportare adempimenti del lavoratore non effettuabili in ore diverse da quelle comprese nelle suddette fasce orarie. Situazioni la cui ricorrenza determini una situazione di “indifferibilità” o di “improcrastinabilità” - il cui onere probatorio è a carico del lavoratore - ad ore diverse da quelle coincidenti con le fasce orarie di reperibilità al controllo. Solo tali situazioni di “indifferibilità” giustificano, secondo un criterio di ragionevolezza, il sacrificio dell’interesse al controllo in favore dell’interesse alla tutela della salute individuale.
Ha statuito la Cassazione nella decisione n. 1668/’96 che, se esiste un’anomala evoluzione della malattia ovvero la necessità di accertamenti urgenti, o il riacutizzarsi di affezioni morbose o anche una ragionevole incertezza determinata dalla soggettiva preoccupazione circa lo sviluppo della malattia e dalle esigenze di chiarimento in proposito da parte del medico curante o specialista, ben può ricorrere il giustificato motivo di assenza, pur nell’orario di controllo, ancorché la prospettata situazione non presenti caratteri di impedimento assoluto, quali quelli che caratterizzano la figura della forza maggiore. Al contrario non costituisce ragionevole impedimento, valevole come giustificato motivo di esonero del lavoratore dall’obbligo di reperibilità alla visita di controllo, quel motivo di assenza che è volto al perseguimento di un pur legittimo interesse, che, senza pregiudizio per lo stesso, può essere ugualmente soddisfatto in orari non coincidenti con quello di reperibilità. Il contemperamento dei due interessi contrapposti - quello di tutela della salute e quello di controllo amministrativo - può ben vedere il secondo sacrificato al primo, quando tale sacrificio risponde ad un criterio di ragionevolezza.
A conclusioni non dissimili è giunto l’INPS[14] secondo il quale tra i “giustificati motivi “ dell’assenza al controllo nelle fasce orarie potevano includersi:
a) oltre che la forza maggiore, la concomitanza di visite prestazioni e accertamenti specialistici (sempre che il lavoratore dimostri che non potevano essere effettuati in ore diverse dalle fasce orarie);
b) i casi di imprescindibile ed indifferibile presenza dell’assicurato altrove, per evitare gravi conseguenze per sé o per i componenti del suo nucleo familiare (ricoveri, funerali, gravi infortuni e simili, o, sotto altro profilo, convocazione di pubblica autorità e partecipazione a pubblici esami).
Nei precitati messaggi dell’85 e del 2004 l’INPS ha avuto modo di precisare che, nel caso di assenza per recarsi all’ambulatorio del medico curante,:
1) l’assenza può essere giustificata solo quando si tratti di accessi all’ambulatorio del medico «che non potevano essere effettuati in ore diverse da quelle corrispondenti alle fasce orarie di reperibilità»;
2) pertanto, qualora l’orario giornaliero di apertura dell’ambulatorio sia articolato in più periodi, uno dei quali non coincidente con le fasce orarie di reperibilità, non s’intende realizzata la condizione di giustificabilità, salvo il caso di urgenza (da valutare anche in relazione alla diagnosi o alla prestazione eseguita) ovvero quello in cui il sanitario effettui la prestazione solo su prenotazione, fissata nell’orario delle fasce. In tali ipotesi, peraltro, sarà cura del lavoratore richiedere al medico, se l’urgenza non risulti altrimenti ovvero non sia stato provveduto al momento della visita, la relativa attestazione entro il primo giorno utile dalla constatazione dell’assenza da parte della USL.
Il messaggio Inps n. 7556/2004 (i cui concetti sono sostanzialmente riconfermati nel successivo n. 9220 del 31.3.2004) premette, poi, che «La normativa in vigore non prevede ipotesi di esclusione dall’obbligo di osservanza delle fasce orarie di reperibilità, per cui all’Inps (così come anche ASL, ospedali, medici vari, ecc.) non è consentito, neppure in presenza di particolari affezioni, rilasciare “autorizzazioni” preventive a non rispettare le fasce: l’eventuale assenza rilevata in occasione del controllo sanitario sarà perciò valutata singolarmente, secondo i normali criteri vigenti, essendo esclusa la rilevanza ai fini giustificativi della sola “autorizzazione” suddetta.
E’ altresì doveroso precisare – prosegue il messaggio Inps – che l’eventuale comunicazione preventiva dell’assenza da parte del lavoratore non può costituire di per sé valida giustificazione, essendo questa fondata sulle condizioni della imprescindibilità e indifferibilità dei motivi che hanno determinato l’assenza stessa, condizioni da comprovare quindi debitamente (dopo la constatazione dell’assenza), essendo le sole previste quali validi motivi di giustificabilità».
Nel testo del messaggio n. 7556/2004 – ferma la premessa sopra riferita – si afferma (in tema di causali di giustificabilità, valutabili a posteriori) che: «Può anche ricondursi all’ipotesi di giustificabilità il caso del lavoratore affetto da particolari malattie neuro-psichiatriche per le quali il divieto di uscire, sia pure limitatamente alle fasce di reperibilità, può determinare nell’ammalato pericolose e gravi reazioni emotive, pregiudizievoli anche sotto il profilo terapeutico (occorre provarlo con certificazione specialistica). Il criterio così individuato può anche applicarsi al lavoratore affetto da malattie che, pur non di natura neuro-psichiatrica, siano di gravità tale che anche il divieto di uscire di casa possa avere riflessi negativi sulla storia naturale dell’infermità. Si tratta in particolare di malattie croniche a prognosi infausta, in cui l’evento morboso acuto può incidere sulla evoluzione propria della malattia stessa, causando un peggioramento del grado di autonomia personale e relazionale del lavoratore».
E’ molto probabile che a tali conclusioni l’Inps sia stato sospinto oltre che da buon senso anche da quella (invero scarsa) giurisprudenza di merito e di cassazione che – per le sindromi depressive - aveva giudicato illegittima la pretesa sanzionatoria dell'Inps della perdita dell'indennità di malattia, qualora l'assenza dipendeva da esigenze fondate e ragionevoli ovvero rispondeva a prescrizioni mediche che specificavano e consideravano "controindicata" e "terapeuticamente" pregiudizievole (specificatamente per le malattie a sfondo neuro-psichiatrico) la costrizione in casa e, invece, indicato lo svago e le passeggiate all'aperto. In un caso del genere così si è espressa la Corte d'Appello di Bari del 24 gennaio 2002 (est. Nettis): «Costituisce impedimento giustificato e ragionevole (non già espediente dell’ultimo momento) l’allontanamento quanto più possibile dalla propria abitazione – per sottrarsi ai rumori provenienti da un adiacente laboratorio clandestino (poi chiuso dalle forze dell’ordine), causa certificata dal medico di base della nevrosi d’ansia sofferta dal lavoratore in cura con psicofarmaci – che ha determinato l’irreperibilità al domicilio da parte del medico di controllo Inps e la sanzione della privazione dell’indennità di malattia dall’Inps (che va pertanto erogata in conseguenza dell’accoglimento dell’appello in riforma della decisione del tribunale). La decisione del Collegio risponde ai principi asseriti, in casi analoghi o similari, dalla Suprema Corte, secondo cui: a) “il principio secondo cui l'assenza alla visita di controllo, per non essere sanzionata dalla perdita del trattamento economico di malattia ai sensi dell' art. 5, 14° comma, d.l. n. 463/83 può, essere giustificata oltre che dal caso di forza maggiore, da ogni situazione, la quale, ancorché non insuperabile e nemmeno tale da determinare, ove non osservata, la lesione di beni primari, abbia reso indifferibile altrove la presenza personale dell'assicurato” (cfr. Cass. 8544/2001)”; b) “in aderenza al valore costituzionale attribuito alla salute da parte dell'art. 32 Cost., l'assenza dal domicilio durante le fasce orarie di reperibilità non dà luogo a perdita della retribuzione quando il soggetto interessato è affetto da patologie (nella specie, di natura nervosa) tali per cui anche il divieto di uscire di casa, sia pure limitatamente agli orari previsti dalle fasce di reperibilità, possa avere riflessi negativi sul decorso naturale della infermità”(Cass. 8642/99)».
Si deve comunque far presente una impostazione più restrittiva nei confronti del lavoratore afflitto da depressione o malattia neurologica che, in ragione della patologia, si ritenga dispensato (o venga consigliato con generiche formule del medico curante prescrittive di "passeggiate, svaghi e distrazioni" e non invece supportato da certificazione specialistica circostanziata) dall'osservanza delle fasce orarie entro le quali essere disponibile alle visite di controllo medico aziendalmente disposte tramite le pubbliche strutture. In un recentissimo caso del genere, un'azienda di trasporto aereo - a fronte di reiterate assenze alle visite mediche di controllo - ha irrogato il licenziamento, incontrando il conforto (in contenzioso) di Cass., sez. lav., 19 febbraio 2007 n. 3790 (est. Roselli, in causa South African Airways), che ha dichiarato del tutto incensurabile la CTU medica che aveva accertato non sussistente l'esigenza addotta dal lavoratore di non poter restare in casa per le visite di controllo, affermando che: «l'opportunità di curare il sistema nervoso in luogo diverso dalla propria residenza è cosa diversa dall'impossibilità di rimanere in casa per la visita» e, conseguentemente, ha ritenuto del tutto giustificato il licenziamento aziendale, in ragione delle reiterate violazioni ad un obbligo di legge.
Non sono al riguardo mancate reazioni dei commentatori [15], di uno dei quali si riporta integralmente il pensiero così espresso – previa sintesi della fattispecie - sulla decisione (e oltre…): «Un dipendente di una compagnia aerea si assentava dal servizio per malattia consistente in disturbi del sistema nervoso, a seguito della quale si doveva curare al di fuori del proprio domicilio. Per tale motivo il dipendente si riteneva in diritto di uscire di casa anche nelle cosiddette fasce orarie di reperibilità per l’effettuazione delle visite medico legali di controllo. Stante che l’assenza alle visite legali si ripeteva più volte, la ditta datrice di lavoro intimava al dipendente il licenziamento. Avverso tale decisione l’interessato ricorreva al Tribunale di Roma. Ma sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano il ricorso. Il dipendente si è rivolto pertanto al Tar della Regione Lazio. Ma anche il Tar gli ha dato torto. Ad avviso dei giudici, infatti, l’opportunità di curare il sistema nervoso in luogo diverso dalla propria residenza è cosa diversa dall’impossibilità di rimanere in casa per la visita; pertanto, la violazione reiterata di un dovere imposto dalla legge e dal contratto collettivo, a tutela di elementari esigenze del datore, è incompatibile con la persistenza del rapporto di lavoro.
A questo punto ci preme fare alcune considerazioni. Le visite medico legali di controllo sono regolate, oltre che dai contratti collettivi, dalla L. n. 833/1978 e successive modifiche e integrazioni. Come asserisce il Tar, a parte la scarnezza della motivazione, la visita fiscale rappresenta una esigenza del datore di lavoro. Tuttavia, a nostro avviso, ci deve pur essere un contemperamento tra le esigenze del datore di lavoro e quelle del lavoratore. Infatti tale contemperamento è previsto da norme civilistiche. Non si comprende perché, nel caso delle visite fiscali, non si tiene conto di tale contemperamento di esigenze per cui si obbliga un libero cittadino a rimanere recluso in casa in determinate ore del giorno. Ciò appare inammissibile. Il controllo non deve riguardare se il dipendente rimane o non rimane a casa, perché, se ad esempio, un lavoratore si frattura un braccio, ciò gli può impedire di lavorare, ma non di uscire di casa. Il controllo deve riguardare l’esistenza o meno delle patologie dichiarate e certificate dal dipendente. Ora per effettuare tale controllo, il datore di lavoro, secondo quanto disposto dalla normativa può rivolgersi ai cosiddetti medici legali. Ma perché il dipendente non dovrebbe essere avvisato prima di tenersi a disposizione in un dato giorno e in una data ora per l’effettuazione di tale controllo anziché essere costretto a rimanere a casa per tutta la durata della malattia in determinate ore del giorno ?
Stante poi che le visite fiscali prima obbligatorie, ora sono una facoltà del datore di lavoro, il dipendente è costretto a rimanere a casa per una circostanza che non si sa se avverrà. Questo è davvero troppo. Senza considerare poi che le visite potrebbero essere disposte ambulatorialmente, ossia, nei casi in cui è possibile, il dipendente potrebbe recarsi presso gli ambulatori di medicina legale per effettuare la visita di controllo. Qui si potrebbe fare anche un discorso sui costi sostenuti dal SSN per le visite fiscali. Una visita domiciliare ha un costo per la sanità e di conseguenza per il cittadino pari a oltre il doppio di una visita ambulatoriale.
Ci preme un’altra considerazione. I certificati medici sono in genere rilasciati da medici del SSN, i medici di base. Qui sorge anche una contraddizione: il SSN dubita dei medici di base ma non dei medici legali. A che titolo i secondi sarebbero più attendibili dei primi? Non prestano un giuramento particolare. Pertanto siamo di fronte al caso di un sistema che dubita di se stesso. E’ paradossale.
Da ultimo poniamo una questione costituzionale. E’ costituzionale quanto dettato dalla normativa sulle visite fiscali o per caso sono violati alcuni diritti sanciti dalla Carta Costituzionale, quali quelli stabiliti ad esempio agli artt. 3, 13, 14 della Costituzione?»
Ciò riferito, va detto che - nonostante la presenza di indubbie considerazioni condivisibili - non ci si può, tuttavia, sottrarre alle angustie e alle contraddizioni conseguenti a quello che è l’ordinamento positivo italiano in materia tramite le scelte effettuate dal legislatore, la cui interpretazione vincolante è affidata alle statuizioni della magistratura, potendo da parte nostra solo auspicare l’introduzione (o, meglio, il ripristino, stante la scelta abrogativa del 1983) dei suggeriti correttivi ad iniziativa di un nuovo legislatore.
4. La cumulabilità della decadenza dalla retribuzione con le sanzioni disciplinari contrattuali
La Cassazione[16] ritiene inoltre che il datore di lavoro, oltre a dare esecuzione - quale anticipatore ex lege dell’indennità previdenziale Inps o erogatore in proprio della retribuzione medesima - alla sanzione della decadenza retributivo/indennitaria, possa in aggiunta adottare nei confronti del dipendente, che si sia reso ingiustificatamente assente alla visita di controllo, sanzioni disciplinari nell’ambito del rapporto di lavoro, tuttavia soltanto se la contrattazione collettiva gli riconosca, in tal caso, l’esercizio del potere disciplinare per tale trasgressione.
Permangono, infatti - ad avviso della Corte - durante la malattia i doveri derivanti dall’art. 2105 c.c. (obbligo di fedeltà, e cioè di non fare concorrenza al datore di lavoro e di non divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa e di non farne uso che possa danneggiarla) nonché l’obbligo generale di diligenza ex art. 2104 c.c. oltre all’obbligo di osservanza del contratto secondo le regole della correttezza e buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c. Quando l’art. 2106 c.c. - afferma la Corte - prevede l’applicazione delle sanzioni disciplinari per la violazione degli obblighi di fedeltà e di diligenza, è a questi obblighi intesi in senso lato come sopra che intende riferirsi.
E in base a questi concetti la Corte ha giudicato legittimo che un contratto collettivo possa rendere contrattuali i poteri legali di controllo del datore di lavoro e i relativi obblighi del lavoratore e quindi sanzionare disciplinarmente le violazioni di questi ultimi, in aggiunta alle sanzioni economiche (la decadenza dal trattamento economico di malattia disposta dalla legge per il lavoratore irreperibile, senza giustificato motivo, al controllo nelle fasce orarie) previste dalla L. n. 638/’83 che non stabilisce, invece, sanzioni disciplinari.
E’ questa l’opinione della giurisprudenza prevalente e di più recente emanazione anche se non mancano sentenze che prevedono questa possibilità di doppia irrogazione anche in mancanza di previsione espressa contrattualmente.
Roma settembre 2007 (pubblicato in Consulenza, Buffetti ed. n. 36/2007, p.52)
[1] Castellino, La malattia del lavoratore subordinato...ecc., suppl. a Not. giurisp. lav. 1988, 22 e ss.
[2] In Not. giurisp. lav. 1995, 893.
[3] Così, per tutte, Cass. 11 dicembre 1995 n. 12685, cit. (e successive conformi).
[4] Il certificato medico viene rilasciato al lavoratore per effetto del’art. 2 d.l. n. 663/1979 (convertito nella l. n. 33/1980) con le modifiche introdotte dall’art. 15 l. n. 155/1981.
[5] Corte cost. 1143/1988, in Not. giurisp. lav. 1988, 809.
[6] TAR del Veneto - sentenza n. 7 del 9.1.2007 – Pres. Zotti – M.L. c. ULSS n. 36 di Venezia (inedita in cartaceo, allo stato).
[7] Vedine la massima e il commento adesivo in Guida al lav. n.38/2007,18 con annotazione di P. Scognamiglio.
[8] In Mass. giur. lav. 1997, 7, con nota di S. Liebman, Ancora in tema di usi aziendali e contrattazione collettiva.
[9] Come hanno fatto le parti stipulanti il ccnl 13.6.2000 per il settore trasporti all’art. 49 (Sostituzione degli usi) quando hanno stabilito la loro caducazione implicita, in ragione della pattuizione secondo cui: «il presente contratto sostituisce ed assorbe tutti gli usi o consuetudini anche se più favorevoli ai lavoratori, da considerarsi pertanto incompatibili con l’applicazione di qualsiasi delle norme poste nel contratto stesso».
[10] Corte cost. n. 78/1988, in Riv. it.dir. lav. 1988, II,305.
[11] Cass. n. 1452 del 20 febbraio 1999 (est. Filadoro) ma in precedenza anche Cass. 2.6.1998, n. 5414.
[12] Cass. sez. lav. n. 6236 del 3.5.2001 (est. Toffoli), in Guida lav. n.27/2001, 17, con nota.
[13] Cass.4.3.1996, n. 1668, conforme a Cass. 27.6.1994, n. 6166 e a Cass. 16.4.1994, n. 3642, entrambe (quest’ultime) in Not. giurisp. lav. 1994, 734 e 342 rispettivamente. Per una interessante casistica delle ipotesi di giustificazione,approdate all’esame della Cassazione, si rinvia a L. Seghieri, Controlli di malattia: casistiche, in Consulenza (Buffetti ed.), n.27/2007,62; vedi anche, R. Cirillo, Il controllo delle assenze per malattia, ivi, n. 24/2007, 51.
[14] Con circ. n. 134421 dell’ 8.8.1984; messaggio n. 20773 del 9.8.1985. messaggio n. 7556 del 2004 e n. 9220 del 31.3.2004.
[15] A.T. Paciotti, Dipendenti assenti per malattia, nel sito http://www.studiolegalelaw.it/new.asp?id=1335 .
[16] Cass. n. 12686 dell’ 11.12.1995, cit. e Cass. 10.3.1992, n. 2880, ecc.
Che negli ultimi anni il fenomeno dell’assenteismo si sia notevolmente ridimensionato è un fatto certo e indubbiamente positivo. Mi riferisco in particolare alle malattie brevi, di durata inferiore a tre giorni, il cui effetto disgregante per l’organizzazione è certamente superiore a quello prodotto dalle malattie di lunga durata. Merito di due fattori concomitanti: la crisi economica e la maggiore intensità / efficienza dei controlli. Quando l’azienda è in difficoltà, si va a lavorare anche con il raffreddore o il mal di schiena; soprattutto se le disposizioni contrattuali, che riflettono puntualmente la normativa, impongono di rimanere presso il domicilio nelle ore canoniche (10-12 e 17-19 di tutti i giorni, compresi i festivi) a disposizione del medico accertatore.
Oggi l’imprenditore ha a disposizione armi molto concrete per reprimere gli abusi e per scoraggiare il ricorso alle malattie di comodo. Anzitutto la certificazione. Posto che per malattia s’intende l’alterazione, acuta o cronica, dello stato di salute psicofisica del lavoratore, tale da determinare l’impossibilità di attendere - senza grave pregiudizio - alle proprie mansioni, i contratti pongono dei vincoli estremamente rigidi circa i termini di giustificazione dell’assenza. In genere il dipendente indisposto deve comunicare al più presto (di norma entro la mattinata) all’azienda il proprio stato di malattia, con l’obbligo di far pervenire il certificato medico recante la prognosi entro 24 ore dall’inizio dell’evento morboso o della ricaduta. Non si parla, naturalmente, di diagnosi in quanto ciò che rileva legalmente è l’esistenza di una condizione patologica effettiva che impossibilita il lavoratore a rendere la prestazione; non la sua natura né la sua entità. Ricevuta la comunicazione dell’assenza a titolo di malattia (quindi prima ancora di venire in possesso del certificato), il datore di lavoro è già nella condizione - giuridica e operativa - di disporre l’accertamento del titolo dell’assenza, richiedendo - anche per via telefonica - alla sede competente dell’Inps l’effettuazione della visita medica di controllo.
I lavoratore deve sottostare a due semplici obblighi: rispettare le prescrizioni del medico curante e farsi trovare a casa (o al diverso domicilio che dovrà sempre notificare per tempo all’azienda, pena sanzioni disciplinari anche estreme) dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 di tutti i giorni, compresi i festivi. Il dipendente in malattia che risulti assente, senza giustificato motivo, alla visita di controllo perde il diritto al relativo trattamento economico per i primi 10 giorni e alla metà per il periodo successivo. Una sanzione fortemente dissuasiva, dunque, che però si stempera molto grazie alla possibilità, opportunamente prevista dalla legge (e dai contratti), di sottoporsi alla vita ambulatoriale presso la struttura sanitaria pubblica. L’inciso "salvo giustificato motivo" ha scatenato un contenzioso enorme e paradossale, fatto di citofoni che non funzionano, di sonniferi che impediscono di sentire il campanello, di corse dal veterinario o di partecipazioni a funerali in concomitanza delle fasce orarie predette. In effetti è impossibile stabilire a priori una casistica esauriente dei "giustificati motivi" che non fanno scattare la sanzione economica. Complessivamente, però, il sistema tiene, e i risultati sono nelle statistiche: l’assenteismo "breve" (cioè il vero assenteismo) è sceso a livelli nordeuropei. Anche se:
- gli operai, in quanto percepiscono l’indennità di malattia direttamente dall’Inps, risultano nettamente svantaggiati rispetto agli impiegati;
- vi sono troppi margini d’incertezza;
- i costi non sono indifferenti;
- non si sono quasi mai visti dei medici fiscali che non abbiano confermato la prognosi del medico curante, facendo anticipare la data del rientro al lavoro.
Ma dagli strumenti normativi, per quanto migliorabili, non ci si può aspettare di più. Questa procedura mira, con accettabili risultati, alla repressione dell’assenteismo. Io credo che tutte le imprese, piccole e grandi, dovrebbero porsi come fine la prevenzione dell’assenteismo. E questa si fa lavorando sul clima, rendendolo il più possibile positivo sia sul piano fisico ambientale che sul piano psicologico. Facendo consulenza a un’azienda tessile, ho visitato uno stabilimento penalizzato da un’assenteismo medio superiore al 10%: rumorosità intollerabile, gelo d’inverno e caldo infernale d’estate; al tutto si aggiungeva l’incertezza sulle prospettive occupazionali, visto che il management ne minacciava periodicamente la chiusura, a causa della "produttività insufficiente". Era evidente che le visite di controllo "a tappeto" sarebbero servite a ben poco.
Un problema particolarmente avvertito (e quasi mai risolto) nella stragrande maggioranza delle aziende è quello della gestione "politica" degli accertamenti domiciliari. Gli interrogativi sono due: chi li dispone? E su quali categorie di dipendenti? (ricordo per inciso che la normativa di legge vale per tutti i lavoratori subordinati e quindi, almeno in via di principio, anche per quadri e dirigenti). Di norma la direzione del personale stabilisce delle linee guida, entro le quali dovranno poi muoversi i responsabili delle funzioni e dei reparti. Nessuno meglio di loro, del resto, è in grado di percepire se l’assenza è sospetta e se la visita è opportuna. Quando il dipendente, rientrato dalla malattia, si risente con il suo capo perché gli ha mandato il medico fiscale, si sente dire quasi sempre che è stata la direzione del personale a disporre l’accertamento. E in alcuni casi è vero, perché certi direttori del personale, per non far torto a nessuno, mandano la vista a tutti i collaboratori assenti per malattia.
Delegare il controllo
A me non pare una scelta illuminata; la gestione del personale è (e sarà sempre di più) gestione delle persone, perciò ha poco senso trattare tutti allo stesso modo, senza distinguere in base alla storia del rapporto individuale con l’azienda. Estremizzo: se un collaboratore che è con me da trent’anni si ammala una tantum, che senso ha amareggiargli la malattia (molto probabilmente vera) con un’indisponente visita domiciliare? Non è meglio fidarsi? All’opposto, quando esiste un fondato sospetto, la vista medica è un ottimo deterrente. Ma sarà il manager funzionale a decidere. Ed è giusto che la funzione personale assuma su questa partita un ruolo neutro, che si limita all’indirizzo politico e all’amministrazione delle visite. Perché sono i capi a gestire, di fatto, le loro persone. L’importante è che non ci siano sperequazioni tra una funzione e l’altra né "vacche sacre" (tipo "agli operai sempre e ai quadri mai"). E soprattutto che l’uso degli accertamenti sanitari risulti in linea con la politica generale (o per meglio dire, la filosofia globale) dell’azienda. I casi sono due: o ci si fida dei dipendenti fino a prova del contrario (e quindi si attuano dei controlli spot, salvo che vi siano dei sospetti obiettivamente giustificati), oppure non ci si fida mai (e li si sottopone a dei controlli vessatori, che in quanto tali non sono più nemmeno dei controlli). Ma in quest’ultima ipotesi l’azienda rischia grosso. Il pericolo, infatti è di ridurre marginalmente l’assenteismo fisico e di fare andare alle stelle l’assenteismo psicologico. Un rimedio molto peggiore del male.
(fonte: www.virgilio.it )
Legittimità della richiesta di certificazione medica anche per un sol giorno di malattia
TAR del Veneto - sentenza n. 7 del 9.1.2007 – Pres. Zotti – M.L. c. ULSS n. 36 di Venezia
L’assenza del lavoratore per malattia, anche per un solo giorno, non esclude lo stesso dall’obbligo dal produrre all’amministrazione la certificazione medica giustificatrice dell’assenza medesima; inoltre, in sede di procedimento disciplinare non risulta violato il principio del contraddittorio quando l’interessato regolarmente convocato per l’audizione non si presenta, non producendo valida documentazione che ne giustifica l’assenza. A queste conclusioni è giunto il TAR del Veneto nella sentenza n. 7 del 9.1.2007. La questione ha riguardato un dipendente di una struttura sanitaria di Venezia che, assente per malattia per un giorno, non ha prodotto il relativo certificato medico giustificativo dell’assenza dal servizio. All’interessato veniva comminata la sanzione disciplinare della riduzione di 1/10 dello stipendio per la durata di mesi cinque e, pertanto, lo stesso impugnava il provvedimento al TAR del Veneto adducendo, tra l’altro, tra i motivi di doglianza l’eccesso di potere in quanto l’amministrazione, in luogo della certificazione medica non prodotta dall’interessato, poteva disporre comunque degli strumenti idonei per ottenere il medesimo risultato attraverso la verifica fiscale della malattia e per violazione di legge, considerato il tipo e l'entità della sanzione disciplinare irrogata ritenendo leso in particolare il criterio di ragionevolezza e proporzionalità della sanzione in relazione alla gravità del fatto commesso. Lamentava, altresì, la violazione del principio del contraddittorio, per avere l’amministrazione consentito la trattazione orale del procedimento disciplinare senza la presenza del dipendente impedito. Per il TAR adito, la normativa in tema di assenza per malattia così come prevista dall’art. 28 del D.P.R. 270/87 e dall’art. 8 del D.P.R. 348/1983, che fissa il termine per la presentazione del certificato medico entro il terzo giorno di assenza, non esclude la obbligatorietà del dipendente a produrre, se l’amministrazione lo richieda, il certificato medico anche per un’assenza più breve. Il fatto che l’amministrazione disponga del potere di controllo ispettivo, attraverso la visita medico-fiscale – sempre ad avviso del Tribunale amminitrativo – “non per questo la richiesta del certificato è superflua e gravatoria, perché, com’è noto, il controllo fiscale non sostituisce la certificazione dell’assenza ma ne verifica, quando ciò è possibile, l’effettiva sussistenza e indirettamente la regolarità della certificazione medica che tale assenza giustifica”. Il Collegio, in merito all’asserita violazione del contraddittorio in sede disciplinare, fa altresì osservare che il dipendente nella seduta in cui è stato convocato, per una seconda volta, aveva giustificato la sua assenza adducendo la sussistenza di generici “concomitanti” impegni non documentati e quindi (giustamente) non ritenuti validi dalla commissione di disciplina che d’altra parte ha rilevato che l’incolpato aveva presentato una memoria difensiva. La sanzione, pertanto, ad avviso del TAR, è giustificata ed anche nella misura, posto che il ricorrente risultava recidivo per lo stesso motivo, per cui era stata irrogata la sanzione della censura, inoltre, dalla documentazione prodotta in giudizio risultava aver cumulato nel biennio precedente una serie cospicua di assenze per una o due giornate, rendendo così nel complesso coerente e proporzionata la sanzione della trattenuta stipendiale di 1/10 per cinque mesi in rapporto all’infrazione accertata. (nt. Gesuele Bellini)
sul ricorso n. 853/94 proposto da M.L., rappresentato e difeso dall’avv. Giuliano Crescente ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Venezia-Mestre, Via Pepe n. 100, come da mandato a margine del ricorso;
Il sig. Luciano M.L. ha impugnato il provvedimento con il quale l’amministratore straordinario della ULSS n 36 di Venezia ha inflitto al ricorrente – allora operatore tecnico centralinista applicato alla portineria del presidio ospedaliero di Mestre – la sanzione disciplinare della riduzione di 1/10 dello stipendio per la durata di mesi cinque, per non aver prodotto il certificato medico giustificativo dell’assenza dal servizio per malattia nella giornata del 17 gennaio 1993.
Pertanto correttamente l’amministrazione ha richiesto al sig. M.L. la documentazione dell’assenza per malattia nella giornata del 17 gennaio 1993 e altrettanto legittimamente, a fronte del rifiuto di produrre tale certificazione, con la motivazione riportata nel modulo di segnalazione dell’assenza, che “se fornivo certificato, sicuramente non era di un solo giorno”, lo ha deferito alla commissione disciplinare per la contestata violazione dei doveri d’ufficio.
Invero, in merito all’asserita violazione del contraddittorio in sede disciplinare il Collegio osserva che una prima assenza del sig. M.L. è stata giustificata perché ascritta a validi e documentati motivi medici, mentre così non è stato per l’assenza accusata nella successiva seduta del 23 novembre, per la quale l’incolpato ha addotto la sussistenza di generici “concomitanti” impegni che non sono stati documentati né prima né dopo la richiesta e quindi (giustamente) non ritenuti validi dalla commissione di disciplina che d’altra parte ha rilevato che l’incolpato aveva presentato una memoria difensiva; non risulta invece che il M.L., che di ciò si duole, abbia mai incaricato alcun difensore né, ove l’avesse fatto, la ragione dell’assenza di quest’ultimo.
Pertanto non sussiste alcuna lesione del contraddittorio né alcun vizio formale nella decisione della commissione di disciplina la quale ha accertato che il sig. M.L. dopo aver segnalato all’ufficio l’assenza alle 11,30 di domenica 17 gennaio 1993 non ha fornito prova né di avere chiamato la guardia medica, come pare aver sostenuto nella memoria difensiva, né di essersi recato il giorno successivo dal proprio medico per ottenere la certificazione dello stato di malattia, rifiutandosi di produrle nella convinzione, destituita di fondamento, nonostante il contrario parere espresso dagli uffici regionali e dimesso in atti, che per le assenze brevi l’amministrazione non potesse pretendere alcuna certificazione medica.
Così deciso in Venezia, nella Camera di consiglio addì 22 giugno 2006 (depositata il 9.1.2007)
Cass., Sez. lav. 19 febbraio 2007, n. 3790- Pres. Ianniruberto – Rel. Roselli- PM Fedeli (conf.) - Benazzi – c. South African Airways
Che con sentenza del 20 novembre 2003 il Tribunale di Roma confermava la decisione pretoriale di rigetto della domanda proposta da Vittorio Benazzi contro la datrice di lavoro Linee aeree sudafricane ed intesa alla dichiarazione di illegittimità di un licenziamento intimatogli, per quanto qui ancora interessa, a causa delle reiterate ed ingiustificate assenze a visite mediche di controllo del suo stato di salute, a suo dire impeditivi della prestazione lavorativa;
che contro questa sentenza ricorre per cassazione il Benazzi mentre l’impresa intimata resiste con controricorso, ulteriormente illustrato da memoria;
Che col primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli articoli 3 legge 604/66, 2119 Cc 7 legge 300/70, negando che la gravità dei fatti addebitati fosse tale da giustificare la sanzione espulsiva, ma la censura è manifestamente infondata poiché la violazione reiterata di un dovere imposto dalla legge e dal contratto collettivo a tutela di elementari esigenze del datore è incompatibile con la persistenza del rapporto di lavoro;
che incensurabile è la valutazione, compiuta dai giudici di merito, della consulenza tecnica medica disposta d’ufficio e negativa dell’impossibilità, per il lavoratore, di essere presente in casa per la visita di controllo (l’opportunità di curare il sistema nervoso in luogo diverso dalla propria residenza è cosa diversa dall’impossibilità di rimanere in casa per la visita);
che la sentenza di questa Corte 9262/05 non giova al ricorrente che la invoca poiché in essa si afferma come, in caso di più fatti illeciti del lavoratore, anche solo di essi può giustificare la sanzione disciplinare, mentre nel caso qui in esame trattasi di sanzione inflitta per una reiterata violazione;
che con altro motivo il ricorrente sostiene che la mancata irrogazione di una sanzione amministrativa da parte dell’Inps, ai sensi dell’articolo 5 comma 14 legge 638/83, indicherebbe l’assenza dell’illecito, ma la doglianza è manifestamente infondata sia perché la valutazione dell’istituto ha finalità diverse e perciò non incide su quella del datore di lavoro, sia perché il ricorrente non indica l’atto processuale con cui egli avrebbe dato prova della decisione dell’Inps;
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali in euro 30 oltre ad euro 3000 per onorario, nonché spese generali, Iva e Cpa.
Un dipendente di una compagnia aerea si assentava dal servizio per malattia consistente in disturbi del sistema nervoso, a seguito della quale si doveva curare al di fuori del proprio domicilio. Per tale motivo il dipendente si riteneva in diritto di uscire di casa anche nelle cosiddette fasce orarie di reperibilità per l’effettuazione delle visite medico legali di controllo. Stante che l’assenza alle visite legali si ripeteva più volte, la ditta datrice di lavoro intimava al dipendente il licenziamento. Avverso tale decisione l’interessato ricorreva al Tribunale di Roma. Ma sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano il ricorso. Il dipendente si è rivolto pertanto al Tar della Regione Lazio. Ma anche il Tar gli ha dato torto. Ad avviso dei giudici, infatti, l’opportunità di curare il sistema nervoso in luogo diverso dalla propria residenza è cosa diversa dall’impossibilità di rimanere in casa per la visita, pertanto, la violazione reiterata di un dovere imposto dalla legge e dal contratto collettivo, a tutela di elementari esigenze del datore, è incompatibile con la persistenza del rapporto di lavoro.
Ci preme un’altra considerazione. I certificati medici sono in genere rilasciati da medici del SSN, i medici di base. Qui sorge anche una contraddizione : il SSN dubita dei medici di base ma non dei medici legali. A che titolo i secondi sarebbero più attendibili dei primi ? Non prestano un giuramento particolare. Pertanto siamo di fronte al caso di un sistema che dubita di se stesso. E’ paradossale.
Da ultimo poniamo una questione costituzionale. E’ costituzionale quanto dettato dalla normativa sulle visite fiscali o per caso sono violati alcuni diritti sanciti dalla Carta Costituzionale, quali quelli stabiliti ad esempio agli artt. 3, 13, 14 della Costituzione?