Source: https://www.osservatoriogenere.ch/quadro-normativo
Timestamp: 2018-09-20 22:40:33+00:00
Document Index: 168286045

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 4', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 4', 'art. 28']

OSA - Quadro normativo
In Svizzera la parità dei sessi è iscritta nella Costituzione federale (Cost.) dal 1981. L'articolo 8 Cost. sull'uguaglianza giuridica obbliga il legislatore ad adoperarsi per realizzare la parità dei sessi di diritto e di fatto e prevede un diritto individuale alla parità salariale.
Nel 1996 è entrata in vigore la legge sulla parità dei sessi che concretizza il mandato costituzionale dell'attuazione delle pari opportunità nella vita professionale, vieta la discriminazione diretta e indiretta in qualsiasi condizione e rapporto di lavoro e mira a garantire la parità in ambito professionale.
Negli ultimi decenni si sono registrati considerevoli progressi nella parità giuridica dei sessi, poiché la maggior parte delle disparità a livello nazionale, cantonale e comunale ha potuto essere eliminata sul piano formale. Nella scelta del cognome e nell'acquisizione della cittadinanza cantonale e comunale tramite matrimonio permangono tuttora – dopo la bocciatura in Parlamento, nel 2001 e nel marzo 2009, di una regolamentazione rispettosa delle pari opportunità – disuguaglianze giuridiche (cfr. 2.6 Famiglie e diritto II:Cognome e cittadinanza dei coniugi).
Sul piano della realizzazione effettiva della parità, invece, permane una grande necessità di intervento. Le concezioni rigide e stereotipate dei ruoli di genere iniziano pian piano ad allentarsi, ma nell'economia, nel mondo scientifico, nell'amministrazione pubblica, nella politica e nell'opinione pubblica le donne non sono ancora rappresentate in misura paritaria rispetto agli uomini e ricoprono posizioni molto meno prestigiose di questi ultimi. Al contrario, le donne continuano a svolgere la maggior parte del lavoro non remunerato nell'economia domestica e in famiglia. Anche in questo contesto urgono interventi legislativi che consentano di realizzare le pari opportunità sul piano economico e sociale.
Negli ultimi anni i tribunali si sono visti confrontati con numerose azioni in svariati ambiti giuridici intentate da donne e uomini a seguito di episodi di discriminazione legata al genere. Soltanto per i procedimenti ai sensi della legge sulla parità dei sessi, il sito Internet della Conferenza svizzera delle delegate e dei delegati alla parità registra 478 casi per la Svizzera tedesca e 61 per la Svizzera romanda (stato al 20 dicembre 2010, cfr. www.gleichstellungsgesetz.ch e www.leg.ch). Il 95 per cento dei ricorsi secondo la legge sulla parità dei sessi è interposto da donne. Da uno studio condotto nel 2004/2005 emerge che la legge è sì efficace, ma non è in grado, da sola, di realizzare la parità nella vita professionale. Alle disposizioni normative vanno affiancate campagne di informazione e di sensibilizzazione mirate, nonché ulteriori misure di accompagnamento.
Fonte: UFU-Ufficio Federale per l'uguaglianza tra donna e uomo / documentazione
Dal 1981 la Costituzione federale prevede una disposizione specifica sulla parità di diritti fra i sessi. Il nuovo art. 4 cpv. 2 Cost. è accettato il 14 giugno in votazione popolare con il 60% di voti favorevoli.
Con il Rapporto sul programma legislativo «uguaglianza dei diritti tra uomo e donna» del 26 febbraio 1986, il Consiglio federale pone le basi per concretizzare la politica della parità. Il rapporto elenca le norme legislative federali che comportano una disparità di trattamento tra donna e uomo, e sottopone alle Camere un programma per eliminare i disposti discriminatori per le donne. L’articolo costituzionale sulla parità (art. 4 cpv. 2 Cost.) è interpretato dal Consiglio federale non solo come un mandato di creare la parità formale, ma anche di creare per donne e uomini uguali possibilità di sviluppo nella realtà sociale. Per raggiungere tale obiettivo, esso ritiene necessario attuare misure mirate a favore del sesso sin qui svantaggiato.
Il primo settembre 1988 diventa operativo l'Ufficio federale per l'uguaglianza tra donna e uomo.
La nuova Costituzione federale entra in vigore il 1° gennaio. Essa riprende il vecchio articolo sull’uguaglianza tra uomo e donna (v. 1981) in forma praticamente inalterata all’art. 8 cpv. 3, precisando che l’ «uguaglianza» si intende «di diritto e di fatto». L’articolo recita: «Uomo e donna hanno uguali diritti. La legge ne assicura l’uguaglianza, di diritto e di fatto, in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore.» Nuovo nella Costituzione è il divieto di discriminazione, in particolare a causa del sesso e del modo di vita (art. 8 cpv. 2).
Il primo luglio del 1996 entra in vigore la legge federale sulla parità dei sessi (LPar) il cui elemento centrale è il divieto generale di discriminazione nella vita professionale. Tale divieto vige in particolare per l’assunzione, l’attribuzione dei compiti, l’assetto delle condizioni di lavoro, la retribuzione, la formazione e il perfezionamento professionali, la promozione e il licenziamento. La legge rileva esplicitamente che non costituiscono una discriminazione i provvedimenti adeguati presi per realizzare la parità effettiva. La molestia sessuale sul posto di lavoro è vietata in quanto forma specifica di discriminazione. L’inversione dell’onere della prova e la facoltà data alle organizzazioni di agire a nome proprio in giudizio contribuiscono a imporre efficacemente le pari opportunità nella vita professionale.
In base alla nuova legge, la Confederazione può sostenere finanziariamente progetti e consultori che promuovono la parità nel mondo del lavoro.
Convenzione internazionale CEDAW
Il 29 dicembre 2008 entra in vigore per la Svizzera il Protocollo facoltativo alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW), ratificato il 29 settembre 2008 (cfr. 29 novembre 2006). L’Assemblea federale ne aveva praticamente deciso all’unanimità la ratifica già nel marzo 2008. D’ora in poi, anche le donne che vivono in Svizzera potranno contare sulle nuove procedure di controllo del rispetto della CEDAW.
A cosa serve la Convenzione ONU sui diritti della donna (CEDAW) per le donne che vivono in Svizzera? Come si possono applicare meglio, nel diritto e nella politica delle pari opportunità, le procedure internazionali di controllo vigenti anche in Svizzera (rapporti degli Stati, protocollo facoltativo ecc.)? La CEDAW introduce sì una nuova dimensione nel diritto svizzero contro la discriminazione, ma la sua applicazione è finora stata ostacolata dalla giurisprudenza del Tribunale federale e dalla concezione giuridica predominante sulla natura legale e l’applicabilità diretta del diritto internazionale nell’ambito dei diritti fondamentali e, in particolare, dei diritti della donna.
Contrariamente alla prassi del Tribunale federale sull’articolo svizzero sulla parità (interpretato in maniera simmetrica), il divieto internazionale di discriminazione tutela in linea di principio le donne quale gruppo tradizionalmente penalizzato (e non gli uomini nei loro privilegi specificatamente maschili). Il Tribunale federale non si è finora rifatto all’articolo 4 capoverso 1 CEDAW, secondo cui i provvedimenti speciali per la realizzazione della parità di fatto non sono considerati discriminatori (nei confronti dell’uomo), negando così indirettamente l’applicabilità diretta dell’articolo. Questa giurisprudenza è in chiaro contrasto con la concezione degli organi di controllo del diritto internazionale (nella fattispecie il Comitato CEDAW). È quindi necessario che gli organi svizzeri preposti alla giustizia, inclusi i tribunali, ripensino il loro approccio e integrino nella loro metodologia interpretativa il diritto internazionale.
Il principio della parità salariale tra donne e uomini è sancito dalla Costituzione federale dal 1981: «Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore» (dal 2000 all'art. 8 cpv. 3 Cost., prima all'art. 4 cpv. 2 vCost.). Con la legge federale sulla parità dei sessi (LPar), entrata in vigore il 1° luglio 1996, ossia 15 anni dopo,l'applicazione sul piano legale del diritto a un salario uguale è stata semplificata.
Dopo più di 10 anni, tuttavia, in Svizzera si è ancora lontani dall'aver raggiunto un'effettiva parità salariale. Secondo dati forniti dall'Ufficio federale di statistica (Rilevazione svizzera della struttura dei salari 2008, cfr. Strub / Stocker, 2010), nell'economia privata svizzera, le donne guadagnano in media ancora circa il 25 per cento in meno rispetto agli uomini. Le disparità salariali risultano notevoli soprattutto per le donne che occupano posizioni dirigenziali o che possiedono un titolo universitario: a parità di formazione e di posizione professionale, esse guadagnano circa un terzo in meno dei loro colleghi uomini. Nel settore pubblico, la disparità salariale tra donne e uomini è meno pronunciata. Nell'Amministrazione federale, si situa al 16,5 per cento (economia privata: 25%) mentre la partediscriminatoria si aggira attorno al 20 per cento (economia privata: circa il 40%). Le giovani donne che, sei anni dopo aver terminato il loro curricolo scolastico obbligatorio, sono attive professionalmente guadagnano in media, a parità di qualifiche, quasi 500 franchi in meno (ca. il 10%) dei loro coetanei.
Risale al 2002 prima azione giudiziaria vinta per un caso di disparità salariale nell'economia privata. Nel 2005 l’USS Unione sindacale svizzera lancia la campagna «Fairpay – Parità salariale», che propone anche un calcolatore salariale online (www.lohnrechner.ch). Questo strumento mostra che le donne percepiscono, per un lavoro con un profilo equiparabile, fino al 21% di salario in meno rispetto agli uomini.
Nel 2006 l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo UFU mette a disposizione delle imprese che intendono verificare se il loro sistema salariale comporta discriminazioni un test di autovalutazione molto semplice da utilizzare. Con l’aiuto del software gratuito Logib, le datrici e i datori di lavoro con un numero di collaboratrici e collaboratori compreso tra 50 e 10 000 possono effettuare una prima verifica, inserendo tutti i dati necessari che concernono i salari, le qualifiche e le mansioni nella loro impresa.
Nel 2007 La ditta CSEM, all’avanguardia nel settore dell’innovazione tecnologica, ottiene, prima fra le sue omologhe, il certificato equal-salary. Questo garantisce che all’interno dell’impresa venga applicata una politica salariale che impedisce la discriminazione tra donne e uomini. Il progetto «equal-salary» è nato in collaborazione con il professor Yves Flückiger, autore di un metodo scientifico per valutare il livello dei salari che è stato riconosciuto anche dal
Tribunale federale (cfr. 22 dicembre 2003, 6 luglio 2004 e 25 aprile 2006). Il progetto si trova ancora in fase pilota ed è finanziato con fondi stanziati in base alla legge federale sulla parità dei sessi. www.equal-salary.ch (in tedesco, francese e inglese).
Nell'intento di eliminare le disparità salariali discriminatorie, le associazioni mantello dei datori di lavoro (Unione svizzera degli imprenditori, Unione svizzera delle arti e mestieri) e dei lavoratori (Unione sindacale svizzera, Travail.Suisse), congiuntamente con l'Ufficio federale per l'uguaglianza fra donna e uomo UFU, l'Ufficio federale di giustizia UFG e la Segreteria di Stato dell'economia SECO, lanciano nel 2009 il progetto «Dialogo sulla parità salariale». Le imprese che aderiscono al progetto sottoscrivono con il sindacato competente o con la rappresentanza dei lavoratori designata un accordo particolare mediante il quale si impegnano a esaminare il loro sistema salariale sotto il profilo delle discriminazioni sessuali. L'interesse delle imprese per questo progetto è tuttavia modesto: in due anni (a fine 2010) il Dialogo sulla parità salariale è stato concluso con successo da tre grandi imprese e ha ricevuto l'iscrizione di altre tre aziende. www.dialogo-parita-salariale.ch
Nel 2010 il Consiglio federale approva l'ordinanza sul contratto normale di lavoro per il personale domestico (CNL personale domestico) che fissa un salario minimo tra i 18.20 e i 22 franchi l'ora, in funzione della qualifica dei lavoratori. Studi e osservazioni condotti in questo settore, mostrano come sinora nelle economie domestiche private vengano spesso corrisposti salari nettamente inferiori a quelli usuali. Il CNL personale domestico, entrato in vigore il 1° gennaio 2011, sarà valido in tutta la Svizzera ad eccezione del Cantone di Ginevra che ha già introdotto un salario minimo.
La creazione delle assicurazioni sociali è avvenuta in un periodo in cui il modello familiare dominante, perlomeno nelle famiglie borghesi, prevedeva che l'uomo provvedesse al sostentamento economico della famiglia mentre la donna era relegata al ruolo di casalinga e madre. L'impostazione degli enti sociali si conformava a questo modello. Per contro, gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dallo svilupparsi di una pluralità di forme di vita di coppia: sono aumentate le famiglie monoparentali, le unioni libere, le convivenze fra persone del medesimo sesso, le famiglie ricomposte ecc., mentre la famiglia tradizionale da un punto di vista numerico sta perdendo terreno.
Malgrado l'idea che sia necessario adeguare le assicurazioni sociali e la previdenza professionale a questa evoluzione si è ampiamente affermata, la ristrutturazione degli istituti sociali è largamente in ritardo sugli sviluppi della società. La previdenza per la vecchiaia e l'invalidità fa riferimento in primo luogo all'attività lucrativa. Questa impostazione comporta due conseguenze negative per le donne: fino alla 10a revisione dell'AVS (1997) il lavoro non retribuito svolto
dalla donna in casa e in famiglia non era riconosciuto come lavoro che permette di maturare una rendita; la penalizzazione delle donne nella vita professionale, d'altro canto, (discriminazione salariale, minori opportunità di carriera, lavoro a tempo parziale ecc.) si traduce direttamente in rendite inferiori.
I passi finora compiuti in direzione di una parità (formale) fra i sessi hanno non di rado prodotto effetti sfavorevoli alle donne, come per esempio l'innalzamento dell'età di pensionamento o le limitazioni per donne vedove o divorziate. Fra i miglioramenti più importanti intervenuti a favore delle donne vanno ricordati l'introduzione nell'AVS degli accrediti per compiti educativi e assistenziali (dal 1997) e l'estensione della previdenza professionale ai redditi modesti (2005). Lo sviluppo demografico (aumento dei beneficiari di rendite e diminuzione dei giovani) è sempre più preso a pretesto per imporre misure di risparmio e riduzioni delle prestazioni sociali che, ancora una volta, vanno a scapito soprattutto delle donne. Per quanto riguarda l'AVS, l'11a revisione che si prefiggeva questi obiettivi
è stata affossata dal Parlamento. Vista anche la bocciatura di un'iniziativa per un'età di pensionamento flessibile senza ripercussioni economiche per i redditi medi e bassi, nel quadro del prossimo disegno di revisione si dovranno rinegoziare le condizioni perun pensionamento paritario ma flessibile per donne e uomini.
Quasi 60 anni dopo l’inserimento nella Costituzione (1945) dell’articolo sulla protezione della famiglia, che prevedeva l’istituzione di un’assicurazione per la maternità, nel 2004 si è finalmente riusciti a concretizzare in Svizzera tale assicurazione. La soluzione scelta garantisce alle madri che esercitano un’attività lucrativa l’80 per cento del salario durante 14 settimane dal parto. Tutte le proposte precedenti, in parte miranti a una garanzia sociale della maternità molto più estesa, sono state bocciate in Parlamento o in votazione popolare.
Se paragonata a quella di altri Paesi, l’attuale assicurazione maternità svizzera risulta modesta.Una direttiva europea sulla tutela della salute delle lavoratrici incinte esige almeno 14 settimane di congedo maternità con il versamento di un’indennità come in caso di malattia. Tuttavia, la maggior parte degli Stati europei accorda alle madri un congedo di durata maggiore e indennità più elevate; altri prevedono che il congedo possa essere ripartito fra madre e padre, oppure concedono ai padri un congedo supplementare. Infine, in alcuni Paesi i genitori possono beneficiare di un congedo parentale durante il quale il posto di lavoro rimane garantito e percepiscono dallo Stato un’indennità per figli.
Anche in Svizzera proseguono gli sforzi destinati a potenziare le prestazioni sociali per le madri e i genitori. In particolare si chiedono prestazioni per i padri, poiché la ripartizione del lavoro in famiglia può consolidarsi soltanto se anche loro partecipano fin dall’inizio all’educazione dei figli.
La parità giuridica fra donna e uomo nel matrimonio è stata realizzata con il nuovo diritto matrimoniale del 1988, a eccezione tuttavia della questione del cognome. Al riguardo, nel marzo 2009 il Parlamento ha nuovamente bocciato una normativa che rispettava la parità dei sessi (cfr. 2.6 «Famiglie e diritto II: cognome e cittadinanza dei coniugi»). Successivamente, con il crescente numero di coppie di conviventi, è diventato di attualità un nuovo tema: la parità di trattamento fra coppie sposate e coppie non sposate. Di fatto i coniugi godono, per quanto riguarda il diritto successorio, il diritto degli stranieri e le assicurazioni sociali, di vantaggi di cui i conviventi non possono beneficiare. Per contro nelle questioni fiscali le persone sposate sono, a determinate condizioni, svantaggiate rispetto alle coppie non sposate e tassate separatamente. Risultava particolarmente inaccettabile la disparità di trattamento delle coppie omosessuali, alle quali non è data la possibilità di sugellare giuridicamente il proprio rapporto tramite matrimonio. Perciò, da tempo, le organizzazioni delle lesbiche e dei gay rivendicavano la possibilità del partenariato registrato per coppie omosessuali e in singoli Cantoni erano riuscite a ottenerlo. Dal 2007 anche a livello federale esiste l’unione domestica registrata, che in ambiti importanti, benché non in tutti, parifica le coppie omosessuali alle coppie di coniugi.
Anche il riveduto diritto in materia di divorzio, in vigore dall’inizio del 2000, ha prodotto, di principio, la parità di trattamento fra i sessi. Importanti innovazioni sono state la regolamentazione del mantenimento dopo il divorzio indipendentemente dalla colpa, la ripartizione a metà dei crediti di previdenza acquisiti durante il matrimonio, nonché la custodia congiunta dei figli su comune richiesta. Nell’attuazione di tutti questi punti sono sorte anche difficoltà ed è risultato evidente che, nella pratica, soluzioni che rendono giustizia a entrambi i sessi non sono ovvie.
Le opinioni divergono fortemente soprattutto nell’ambito della custodia congiunta dei figli. I padri divorziati si lamentano di non avere voce in capitolo, senza il consenso della madre, nell’educazione dei figli e di essere degradati a padri paganti. Il Consiglio federale ha reagito a questo rimprovero e ha proposto una nuova normativa, per cui in caso di divorzio la custodia congiunta dei figli diverrebbe la regola. Secondo le organizzazioni femminili e le specialiste e gli specialisti delle pari opportunità l’affido congiunto dei figli può diventare una soluzione sostenibile, unicamente se la responsabilità di genitori era già condivisa prima del divorzio e la capacità cooperativa dei genitori nelle questioni che riguardano i figli è un dato di fatto realmente vissuto.
Mentre il numero complessivo di reati registrati in Svizzera è in diminuzione, nel corso degli ultimi anni i reati contro l'integrità sessuale sono invece aumentati. Le vittime sono, per la grande maggioranza, donne e bambine e bambini. Secondo le statistiche, tre quarti delle e degli utenti dei servizi statali di aiuto alle vittime sono donne. All'origine di queste richieste di soccorso sono, in molti casi, lesioni personali o violazioni dell'integrità sessuale. Più della metà dei dossier familiari gestiti dai servizi statali di aiuto alle vittime concernono atti di violenza perpetrati nell'ambiente domestico. Non va dimenticato, inoltre, che i casi registrati dalla polizia e dai consultori rendono conto solo di una parte del fenomeno.L'aumento dei delitti registrati può, in parte, essere dovuto anche a un cambiamento di sensibilità, a una migliore informazione in merito alle offerte di consulenza e al fatto che le vittime di questi reati sono maggiormente propense a sporgere denuncia.
Negli scorsi anni, la lotta alla violenza all’interno della coppia ha compiuto notevoli passi avanti, tanto nei fatti quanto a livello giuridico. Nell’aprile del 2004 è entrata in vigore una revisione di diversi articoli del Codice penale, grazie alla quale la coazione sessuale e la violenza carnale all’interno del matrimonio hanno ufficialmente assunto lo statuto di delitti. Ora sono perseguite d’ufficio anche le lesioni personali semplici, le vie di fatto
ripetute e le minacce che hanno luogo tra coniugi o compagne e compagni di vita. Leautorità competenti, tuttavia, possono provvisoriamente sospendere su richiesta della vittima la procedura, che potrà essere riavviata solo con l’accordo di quest’ultima. Poiché le sospensioni sono molto correnti, da diverse parti si chiede ora una revisione dellanormativa, che vincoli l’interruzione definitiva della procedura a criteri obiettivi, ad esempio alla condizione che l’autrice e l’autore di violenze segua un programma di apprendimento
Sostenuta da una campagna della Prevenzione Svizzera della Criminalità (2003 – 2005), la polizia applica attualmente una nuova strategia di intervento, fondata sul principio «Investigare invece di mediare». Per intervenire in modo più efficace in caso di violenza domestica e proteggere meglio le vittime, quasi tutti i Cantoni hanno adeguato le loro legislazioni in materia di polizia e i loro codici di procedura penale, oppure hanno adottato nuove leggi specifiche per la protezione dalla violenza. Hanno inoltre predispostoservizi di intervento e organismi cooperativi che coordinano il lavoro di polizia, giustizia, enti di consulenza, case delle donne e così via. Gli sforzi della polizia per perseguire in modo più coerente le autrici e gli autori di violenze e per proteggere in modo più efficace le vittime, possono ora far leva su una protezione di diritto civile a medio termine,mgrazie a un complemento della protezione della personalità garantita dal Codice civile (art. 28b ss.): la giustizia può così allontanare l’autrice e l’autore di violenze dalla sua abitazione e comminarle o communicargli un divieto di contatto e di accesso a un determinato
Molti Cantoni hanno sviluppato servizi di consulenza e programmi di apprendimento specifici per le persone che commettono atti di violenza all’interno della coppia, parallelamente a molte altre misure importanti per lottare contro questo fenomeno. Negli ultimi tempi trovano sempre più spazio nel dibattito pubblico anche alcune forme di violenza contro le donne che colpiscono soprattutto le migranti. È il caso ad esempio
del matrimonio forzato, della mutilazione genitale o della tratta delle donne. Iniziative private e organizzazioni internazionali (ONU, Consiglio d’Europa, UE) si occupano (anche) di queste tematiche già da anni. In Svizzera, Governo e Parlamento stanno ora
muovendo i primi passi nella lotta contro queste forme di violenza. In concreto, prevedono di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, di introdurre misure di diritto civile e penale, e di rafforzare la prevenzione.
Dall'introduzione della soluzione dei termini, nel 2002, l'interesse dell'opinione pubblica per il tema dell'interruzione della gravidanza è andato scemando fino a scomparire praticamentedel tutto. Di fatto la quota di aborti si è fortemente ridotta rispetto agli anni Sessanta, quando il dibattito sull'interruzione della gravidanza si riaccese. Grazie all'educazione sessuale e a mezzi contraccettivi migliori e più facilmente accessibili, le gravidanze indesiderate sono divenute più rare.
Oggigiorno, più della metà degli aborti avviene per via farmacologica. Questo metodo può essere applicato fino a cinque settimane dopo la fecondazione. Per le gravidanze dalla 5a alla 14a settimana si ricorre al metodo operatorio (aspirazione). Grazie a un cambiamento di mentalità nella società e alla facilità con cui si può accedere a offerte di consulenza, in Svizzera gli aborti in stato avanzato di gravidanza sono episodi molto rari.
Con il 72 per cento di voti a favore, il 2 giugno 2002 il Popolo si esprime chiaramente per la soluzione dei termini proposta dal Parlamento per disciplinare l’interruzione della gravidanza. L’iniziativa popolare «Per madre e bambino», anch’essa oggetto di votazione nella medesima occasione, viene nettamente respinta con l’82 per cento dei suffragi. Diventa così legale in tutta la Svizzera una prassi adottata da anni nella maggior parte dei Cantoni e degli Stati europei.
La nuova legge depenalizza l’interruzione della gravidanza durante le prime 12 settimane.
L’articolo 119 del Codice penale riveduto prevede in proposito due condizioni: 1) che la gestante richieda l’interruzione della gravidanza per scritto, facendo valere uno stato di angustia e 2) che prima dell’intervento, il medico tenga personalmente un colloquio approfondito con la gestante e le fornisca tutte le informazioni utili. Le nuove disposizioni prevedono inoltre che i Cantoni designino gli ospedali e gli studi medici abilitati a praticare l’interruzione della gravidanza. Dalla 13a settimana in poi, l’aborto è ancora possibile, ma soltanto per ragioni di ordine medico. La nuova regolamentazione entra in vigore
il 1° ottobre 2002.
Un anno dopo l’entrata in vigore della soluzione dei termini, tutti i Cantoni hanno creato le premesse per poter effettuare interruzioni della gravidanza sul proprio territorio. Secondo l’Unione svizzera per decriminalizzare l’aborto SVSS, la nuova regolamentazione non ha prodotto alcun aumento del numero di interruzioni di gravidanza.