Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20121203.htm
Timestamp: 2018-04-20 00:45:38+00:00
Document Index: 15634579

Matched Legal Cases: ['art. 1283', 'art. 1283', 'art. 2033', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1421', 'art. 1283', 'art. 1421', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283']

Nullità della clausola di capitalizzazione degli interessi e prescrizione. L'anatocismo bancario - Tidona e Associati
Obbligazioni pecuniarie – Anatocismo – Usi contrari – Natura di usi normativi – Diritto alla ripetizione - Prescrizione – Termine di decorrenza
Per i contratti bancari stipulati prima dell’entrata in vigore della delibera CICR del 9 febbraio 2000 deve escludersi l’esistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell’art. 1283 c.c., con la conseguenza che è nulla - anche se oggetto di espressa pattuizione - la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, con diritto per il cliente di ripetere i pagamenti già effettuati ovvero di rifiutare legittimamente la prestazione degli interessi che, in virtù della previsione contrattuale contraria all’art. 1283 c.c., sarebbero ancora dovuti e risultano computati dalla banca.
Affermata la nullità della clausola di capitalizzazione, il cliente bancario può pretendere – secondo la regola generale (art. 2033 c.c.) - la restituzione degli interessi anatocistici che sono stati illegittimamente addebitati. La sentenza in esame si sofferma su tale aspetto, pervenendo al risultato che il termine di prescrizione (decennale) decorre non tanto dai singoli addebiti in conto corrente quanto piuttosto dal momento in cui il conto corrente viene chiuso.
Le evoluzioni giurisprudenziali e normative, che si susseguono ormai da decenni, dimostrano l’estrema sensibilità del tema “anatocismo” per il mondo bancario . Risultando, come ormai afferma la giurisprudenza, l’illegittimità delle clausole di capitalizzazione degli interessi inserite nei contratti prima della riforma del 1999, le banche convenute in giudizio sono costrette a restituire le somme ingiustamente addebitate. Se inoltre, come statuiscono i più recenti orientamenti giurisprudenziali, la prescrizione opera solo a far tempo dalla chiusura del conto, ancora oggi è possibile – in diversi casi - ottenere la condanna alla restituzione degli interessi anatocistici. Gli istituti di credito temono pertanto di vedersi esposti a un elevato numero di citazioni in giudizio. Generalmente le somme per le quali le banche vengono condannate non sono particolarmente elevate; tuttavia l’estrema diffusione dell’anatocismo implica che frequentemente le controparti degli istituti di credito possono ancor’oggi aspirare alla restituzione di quanto illegittimamente addebitato. Non è allora un caso che la sentenza del Tribunale di Palermo in commento torni sul tema dell’anatocismo nei contratti bancari, occupandosi – sotto un primo profilo - dell’invalidità della clausola di capitalizzazione nonché – sotto un secondo profilo – dell’identificazione del momento di decorrenza del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto ingiustamente addebitato al cliente.
Sotto un profilo più strettamente giuridico, considerato che - dall’entrata in vigore della nuova normativa è passata una dozzina d’anni - spesso i tribunali si trovano ad affrontare la questione della prescrizione delle pretese avanzate dai clienti bancari. Anche la sentenza in commento si occupa di simili problematiche, negando peraltro che essa si sia verificata.
La questione della natura degli usi concernenti l’anatocismo è stata da sempre dibattuta, come dimostra la presenza di sentenze contrastanti sul punto. Un primo indirizzo giurisprudenziale, maggioritario fino al 1999, li ha qualificati come usi normativi. A titolo di esempio secondo una sentenza della Corte di cassazione del 1988 gli usi che consentono l’anatocismo, richiamati dall’art. 1283 c.c., sono usi normativi, in quanto operano sullo stesso piano di tale norma come espressa eccezione al principio generale ivi affermato, onde essi hanno l’identica natura delle regole dettate dal legislatore e il giudice può applicarli attingendone comunque la conoscenza (iura novit curia), con la conseguenza che anche in sede di legittimità è ammessa un’indagine diretta sugli usi in questione e, una volta accertata l’esistenza, una decisione sulla base dei medesimi, indipendentemente dalle allegazioni delle parti e dalle considerazioni svolte in proposito dai giudici di merito . Al contrario: un secondo orientamento giurisprudenziale, minoritario fino al 1999, ha qualificato gli usi in materia anatocistica come negoziali. In questa direzione si può citare – sempre a titolo esemplificativo - una sentenza della Corte di cassazione del 1999 : secondo questo intervento dei giudici la clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione degli interessi dovuti dal cliente, deve reputarsi nulla, in quanto si basa su un uso negoziale e non su un uso normativo come esige l’art. 1283 c.c. L’inserimento della clausola nel contratto, in conformità alle norme bancarie uniformi predisposte dall’ABI, non esclude la suddetta nullità, poiché a tali norme deve riconoscersi soltanto il carattere di usi negoziali e non quello di usi normativi.
Al fine di porre termine ai contrasti giurisprudenziali, si è pronunciata – nel 2004 - la Corte di cassazione a Sezioni Unite , con una decisione di grande rilievo per lo svilupparsi di tutta la successiva giurisprudenza e non a caso citata nella sentenza in commento. Le Sezioni Unite affermano che gli “usi contrari” suscettibili di derogare al precetto dell’art. 1283 c.c. sono veri e propri “usi normativi”, consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratta di comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento giuridico (opinio). Secondo la Cassazione, dalla comune esperienza emerge che i clienti si sono nel tempo adeguati all’inserimento della clausola anatocistica non in quanto ritenuta conforme a norme di diritto oggettivo già esistenti o che sarebbe auspicabile fossero esistenti nell’ordinamento, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituiva al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari.
Infine, dal punto di vista processuale si può osservare che la nullità - secondo la regola generale (art. 1421 c.c.) - può essere rilevata d’ufficio dal giudice . In un intervento molto recente, la Corte di cassazione ha ribadito che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, ottenuto da una banca nei confronti del correntista, la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente sul saldo passivo, in quanto stipulata in violazione dell’art. 1283 c.c., è rilevabile d’ufficio ex art. 1421 c.c., anche in sede di gravame, qualora vi sia contestazione - ancorché per ragioni diverse - sul titolo posto a fondamento della domanda degli interessi anatocistici, rientrando nei compiti del giudice l’indagine in ordine alla sussistenza delle condizioni dell’azione .
Anche la questione del momento di decorso del termine di prescrizione (come quella relativa alla natura degli usi anatocistici esaminata sopra) è divenuta oggetto di una – importante - sentenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione . La Cassazione ha deciso che se - dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente - il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.
La Corte di cassazione continua affermando che, qualora – invece - durante lo svolgimento del rapporto il correntista abbia effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, in tanto questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da poter formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca. Questo accadrà qualora si tratti di versamenti eseguiti su un conto in passivo cui non accede alcuna copertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento. Non è così, viceversa, in tutti i casi nei quali i versamenti in conto, non avendo il passivo superato il limite dell’affidamento concesso al cliente, fungano unicamente da atti ripristinatori della provvista della quale il correntista può ancora continuare a godere.
Con atto di citazione notificato in data 5.2.2008 … – premesso di essere titolare di un conto corrente bancario con facoltà di scoperto aperto dapprima presso … e, successivamente, in esito alla incorporazione della predetta banca con quella adita, presso … - conveniva in giudizio quest’ultima, chiedendo dichiararsi la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale di interessi, competenze e spese apposta al contratto e, per l’effetto, la restituzione delle somme indebitamente percepite dalla convenuta nel periodo dal 1.1.1980 al 30.6.2000.
- deve escludersi l’esistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dettato dall’art. 1283 c.c.;
- è dunque nulla, anche se oggetto di espressa pattuizione, la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, con conseguente diritto per il cliente di ripetere i pagamenti già effettuati (ove vi siano stati), ovvero di rifiutare legittimamente la prestazione degli interessi che, in virtù della previsione contrattuale contraria all’art. 1283 c.c., sarebbero ancora dovuti e risultino computati dalla banca.
- “l’unitarietà del rapporto contrattuale ed il fatto che esso sia destinato a protrarsi ancora per il futuro non impedisce di qualificare indebito ciascun pagamento non dovuto, se ciò dipende dalla nullità del titolo giustificativo dell’esborso, sin dal momento in cui il pagamento abbia avuto luogo ed è sempre da quel momento che sorge il diritto del solvens alla ripetizione e che la relativa prescrizione inizia a decorrere”;
- “il pagamento, per dar vita ad una eventuale pretesa restitutoria di chi assume di averlo indebitamente effettuato, deve essersi tradotto in uno spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens e lo si può definire indebito quando difetti di una idonea causa giustificativa”;
- “l’annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati dalla banca al correntista comporta un incremento del debito o una riduzione del credito di cui egli ancora dispone, ma in nessun modo si risolve in un pagamento perché non vi corrisponde alcuna attività solutoria in favore della banca”;
- “occorre dunque avere riguardo alla natura e al funzionamento del contratto di apertura di credito bancario che in conto corrente è regolata”.