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Timestamp: 2019-05-26 03:39:56+00:00
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Giada Anteghini, 27 anni, mamma. Massacrata con un’accetta mentre dorme, muore dopo 14 mesi di coma. L’ex marito confessa dopo essere stato assolto | In Quanto Donna – Osservatorio sul femminicidio in Italia
Giada Anteghini, 27 anni, mamma. Massacrata con un’accetta mentre dorme, muore dopo 14 mesi di coma. L’ex marito confessa dopo essere stato assolto
By Redazione : 25 novembre, 2016 : Posted on - Donne : : 0 Comment
Jolanda di Savoia (Ferrara) 25 novembre 2004
La serratura viene forzata, qualcuno entra in casa e Giada viene colpita ripetutamente alla testa con un’accetta, mentre dorme.
Denis Occhi, 37 anni, muratore con precedenti penali. Ex marito di Giada e padre della bambina. Dopo essere stato assolto, confessa di essere l’assassino, ma ormai il processo è passato in giudicato e resta libero e innocente.
L’assassino libero per legge – Confessa dopo il processo: «Ho ucciso io mia moglie». Già assolto con sentenza definitiva non è punibile
«Vorrei confessarmi». Ma non è una chiesa, è la questura. Dica, allora. «Ho ucciso mia moglie». Che ha fatto? «Mia moglie… l’ho uccisa io». Quando? Dove? «Nella sua casa». Sì, ma quando? «Quattro anni fa». Quando?? «Gliel’ho detto. Quattro anni fa. Era novembre 2004». L’ispettore e l’agente si guardano. Ha un documento? Ecco il documento. Si chiama Denis Occhi, 33 anni, muratore. Aveva già confessato una volta la stessa cosa. Lei era stata massacrata nella casa dove viveva con il nuovo compagno e Denis aveva ammesso, era stato condannato a vent’anni, però aveva ritrattato, in appello era stato assolto per prove non sufficienti e al suo legale il personale della questura ha specificato: «Non più giudicabile», per ricorso non presentato o respinto. Assolto per sempre. In queste feste tra Natale e l’Epifania ci ha pensato su. Dopo Capodanno va alla polizia e dice: «Sono tormentato perché sono stato io». Dopodiché firma il verbale e torna a casa.
«Coscienza» e «diritto» viaggiano su sentieri che si incontrano davanti alle uniformi ma non possono più incidere l’un sull’altro. In «nome del popolo italiano» è innocente. In nome suo è un altro paio di maniche. «Avvocato, mi crederanno?».
Si costituisce un po’ in ritardo, in piene festività. Chiamano un legale di turno perché lo assista d’ufficio. Giovanni Montalto si sta occupando di arte e musica, organizza un concerto jazz, lascia tutto e corre da questo strano cliente. Stilano una pagina e mezzo di quello che vuole dichiarare: «Ci penserò su. Chissà se è un tormento o è un condizionamento della propria vita, del carcere che ha fatto, di reminiscenze confuse o se è qualcosa che gli ha lavorato dentro». Una cosa è certa: Denis Occhi non sapeva di essere «esente» dalla prigione.
«Adesso verranno a prendermi?», ha chiesto. No, nessuno verrà a prenderti. «Come mai?». Alla spiegazione tecnica non ha reagito: «Davvero funziona così?». Quando si sa della confessione nuova è presto circondato dai giornalisti: «Non so che dire. Ci ho pensato tanto. Ultimamente ci pensavo sempre. Dovevo liberarmi». Giù flash e domande. Alla fine ha avuto una crisi d’ansia, come se liberarsi avesse scatenato un inferno più incontrollabile e grande di quello delle toghe e delle aule di giustizia. Ha negato la confessione appena fatta e si è fatto accompagnare in ospedale, con una crisi d’ansia: «Era una cosa mia».
Il replay di allora: «Sì, va bene, lo ammetto. Sono entrato nella casa…». Era il 25 novembre 2004. Giada Anteghini, 27 anni, con una figlia di 6 anni, si era decisa a lasciare il marito ed era andata a vivere a Jolanda di Savoia col nuovo compagno.
Quando uno sconosciuto entra in casa, la bimba dorme in una stanzetta, lei in un’altra. Quasi non si accorge dell’irruzione, subito un’infinità di colpi d’accetta su tutto il corpo e alla testa. La portano via ancora viva, rimane in coma, 14 mesi di agonia in ospedale. Muore il 23 gennaio 2006. Fin dall’inizio le indagini dei carabinieri si chiudono a circonferenza intorno all’ex marito. Arrivano gli uomini del Ris da Parma, si confrontano rilievi, testimonianze. E Denis cede, confessa ai carabinieri di Comacchio: «Sì, sono stato io». Lo sottopongono a una perizia psichiatrica, che rileva un disturbo di personalità border line, che non significa automaticamente «incapacità di intendere e volere».
Il 15 febbraio 2007, in primo grado, il pm Nicola Proto chiede – con il rito abbreviato – vent’anni di carcere. Il giudice per l’udienza preliminare Silvia Giorgi accoglie la richiesta: vent’anni, quattro da scontare in un istituto di cura, per omicidio volontario. Ma ci sono la ritrattazione e il ricorso in Corte d’appello, a Bologna. Dopo tre ore di camera di consiglio, il 27 febbraio 2008, il presidente Aldo Ranieri legge una sentenza che ribalta tutto: non ci sono prove a sufficienza. Ventiquattro ore dopo Occhi torna in libertà. E’ un po’ spaurito e disorientato, non sa bene come muoversi. Si presenta alla redazione del giornale locale, «La Nuova Ferrara»: «Mi hanno assolto, dice. Però la gente ha paura di me, non mi crede. Aiutatemi a far capire che io non faccio del male a nessuno, voglio solo fare la mia vita di muratore». Fine della vicenda giudiziaria.
Il muratore di Migliaro, altro piccolo centro del Ferrarese, riprende la sua quotidianità, un po’ discosto dagli altri e un po’ tra gli altri per scrutare se gli credono o no, se lo temono, se parlano quando si allontana. E che dicono? Dicono che è stato lui? Questi pensieri lo pungono, lo trafiggono, lo avvolgono quando arriva Natale. Per i detenuti era un assassino, per quelli di fuori anche. Lo è anche per se stesso? Si è convinto o si è solo pentito di aver negato? Si è pentito di essere stato assolto per qualcosa che ha fatto davvero? L’avvocato Montalto non entra nel merito della sentenza: «L’ho assistito per questa spontanea confessione». Tutto lì? «In verità no. Mi ha impressionato, mi sono anche un po’ preoccupato dopo che è tornato a casa e l’ho risentito. Subito era come non toccato dalla sorpresa, dal fatto che non sarebbe successo nulla. Ma non come uno che l’abbia messa in conto. Come uno che ha fatto quel che riteneva meglio per star bene, vero o falso che sia. Come legale preferisco discorsi tecnici alle confessioni». Pensa che possa aver mentito adesso? «Lo conosco troppo poco. Certo è che è un soggetto molto fragile, facile alla confusione, al convincimento». A lei hanno confermato che non è più perseguibile? «Sì. Esatto». Denis Occhi, ma allora perché l’hai fatto? «E’ stato quel momento». Avevi ritrattato: «Ma ora mi sono liberato. Ho detto la verità. Dovevo dirla». E, confuso, va all’ospedale col fiato che manca ma per questo assedio, per le domande, per i fotografi che lo cercano, non per il 25 novembre 2004
di Marco Neirotti
Assolto per l’omicidio della ex moglie – dopo sentenza confessa: “L’ho uccisa io”
L’uomo era stato assolto con sentenza definitiva a febbraio. Adesso, nonostante la confessione, non potrà più essere processato
Le Feste di Natale hanno riacceso in lui il tormento di questi ultimi anni. Un pensiero fisso, il suo, rivolto alla morte dell’ex moglie, Giada Anteghini. Per quel decesso, Denis Occhi, 33 anni, processato per omicidio, è stato assolto con sentenza definitiva. Ma i suoi pensieri lo tormentano ancora. A Natale, a Capodanno. Così ha deciso di rivelare il suo segreto. Il 2 gennaio, venerdì scorso, si è presentato in questura a Ferrara e davanti agli ispettori di turno della polizia, sorpresi ed allibiti, ha dichiarato: «Voglio confessare l’omicidio di mia moglie».
DOPO LA CONFESSIONE, LA SMENTITA
Giada Anteghini, 27 anni, era stata aggredita il 25 novembre 2004 nella casa che divideva col nuovo compagno e massacrata durante il sonno nella camera accanto a quella dove dormiva la figlia di 6 anni che aveva avuto con Occhi. La donna, entrata subito in coma per la gravità delle ferite alla testa, era morta 14 mesi più tardi. Denis Occhi in un primo momento aveva confessato il delitto, ma subito dopo aveva ritrattato. Al processo di primo grado l’uomo era stato condannato a 20 anni, ma la Corte d’appello, a febbraio del 2008, aveva rovesciato la sentenza e lo aveva assolto.
Gli ispettori di turno in questura hanno colto all’istante la gravità di quelle dichiarazioni e «hanno preso a verbale» Occhi – come si dice in gergo – raccogliendo la sua autoaccusa con l’assistenza di un legale d’ufficio. Autoaccusa che, per paradosso, non cambierà nulla della sua vita attuale: Occhi, infatti, pur confessando l’omicidio non potrà più essere processato per questo fatto, per il principio del «ne bis in idem», affermazione fondamentale del diritto internazionale che significa «non due volte per la medesima cosa». Nessun nuovo processo, dunque, nessuna sentenza che potrà portarlo in carcere.
Palese è la gravità della vicenda, in quanto nonostante le dichiarazioni di Occhi dopo l’assoluzione e le sue promesse «di non far male a nessuno», le carte processuali indicano che l’uomo – come è stato definito dagli psichiatri che lo hanno esaminato – è persona border line, socialmente pericolosa. Ora, pur essendosi autoaccusato dell’omicidio dell’ex moglie, potrà vivere in libertà come se nulla fosse successo. Ci si può chiedere se, al di là del «ne bis in idem», non sarebbe possibile processarlo con una revisione del processo, nonostante la sentenza di assoluzione.
Ma nel nostro sistema giudiziario la revisione di un processo prevista all’articolo 629 del codice di procedura penale è possibile solo qualora la persona «condannata» (e non assolta) presenti nuove prove per tentare di ottenere il prosciogliemento dal reato per cui è stata punita. Il paradosso e l’apparente assurdità del caso Occhi, destinato – si può già ipotizzare – a diventare un precedente giudiziario nazionale (e forse non solo), è che non è possibile chiedere ed ottenere il rifacimento di un processo per la situazione contraria, cioè per una persona assolta che chiede un nuovo giudizio per essere condannata. Sarebbe, secondo gli esperti, il sovvertimento basilare dei principi del diritto. Si tratta di una circostanza non prevista neanche in altri ordinamenti, pertanto è improprio persino parlare di «buco normativo». Difficile “saltare” un principio cardine del diritto.
Ma è attendibile la nuova confessione di Occhi?
Gli inquirenti si trincerano dietro il «no comment» e rimandano alla copiosa documentazione processuale: Occhi non è mai stato dichiarato incapace di intendere e volere, e dunque le nuove affermazioni sono ritenute del tutto attendibili, anche alla luce del travagliato e discutibile iter processuale che ha portato un «colpevole» ad essere assolto. E’ probabile che verranno cercati riscontri alle sue dichiarazioni. Del resto, Occhi era stato ritenuto del tutto credibile in merito alla prima confessione, che aveva presentato con una lettera, il giorno dopo che trovarono la moglie massacrata nella camera da letto della casa di Jolanda dove la donna abitava col suo nuovo compagno, Maurizio Fiore, e sua figlia. Aveva già confessato tutto, anche allora, logorato dai pensieri e tormentato da una verità che lui stesso ha più volte negato. Venerdì scorso ha ripetuto quelle stesse parole («Ho ucciso io mia moglie») che il tribunale di Ferrara aveva ritenuto valide e credibili. I giudici d’appello le avevano invece sconfessate, con una sentenza di assoluzione.
di Gioele Caccia e Daniele Predieri
“Così Giada è stata uccisa due volte” – I familiari della giovane uccisa sotto choc dopo la sentenza d’appello. Denis Occhi, condannato in abbreviato a 20 anni per l’omicidio dell’ex moglie, è stato scarcerato in appello
IL COLPO di scena arriva dalla corte d’Appello di Bologna. Per l’imputato Denis Occhi — condannato in abbreviato a 20 anni per l’omicidio dell’ex moglie Giada Anteghini, aggredita la notte del 25 novembre 2004 a Jolanda di Savoia — i giudici hanno deciso per l’assoluzione con formula piena «per non aver commesso il fatto». Una sentenza choc per la famiglia della ragazza (che oggi avrebbe 30 anni), quasi insperata invece per l’avvocato Pietro Gabriele che dal 4 febbraio scorso ha ricevuto il mandato di difendere Occhi.
«SCANDALO». Alla lettura della sentenza il fratello di Giada, Simone Anteghini, è uscito in lacrime dall’aula bolognese. «E’ uno scandalo — le sue prime parole —, non è possibile una cosa del genere. Così mia sorella è stata uccisa una seconda volta. Questa è la giustizia italiana? E’ una roba scandalosa, bisogna vergognarsi. Chi è che ha ammazzato Giada? No, questa non è giustizia». Distrutta la madre, Maria Emanuela Natali: «Denis è una persona pericolosa, ora abbiamo paura. Peggio di così non poteva andare, sono schifata. Grido allo scandalo. Giada si è ammazzata per caso da sola? Il nostro è un sistema giudiziario schifosissimo».
ALIBI. Nel ricorso, la difesa del 32enne di Migliaro, ha puntato l’attenzione sulle testimonianze di due bariste che l’avrebbero visto nel loro locale a Migliaro entrare «dopo le 21» ed uscire «tra le 22.15 e le 22.30». In più, ha spiegato l’avvocato Gabriele, «c’è una telefonata di Occhi dalle 21.27 fino alle 21.41 fatta in un luogo lontano da Jolanda dove accadde il delitto». Delitto che, in base alla sentenza di primo grado, sarebbe avvenuto alle 22 e durato 20 minuti.
«INNOCENTE». «Con i tempi non ci siamo — dice soddisfatto il legale di Occhi —, il mio assistito non può essere stato. Per me questa è stata una battaglia di giustizia, questo cristiano non è un mostro». Gabriele ricorda come abbia difeso Occhi solamente dal 4 febbraio assistendolo con il gratuito patrocinio dello Stato. «Ho lavorato non meno di 6 ore al giorno e i soldi qui non c’entrano nulla. Non sono state trovate tracce di sangue nei vestiti, nell’auto e nella casa di Occhi perchè è innocente».
“Da 5 anni aspetto la verità” – La rabbia del fratello di Giada Anteghini, uccisa con un colpo alla testa nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2004: “Riaprite l’inchiesta” “Quell’inchiesta va riaperta, lo Stato italiano deve dirmi chi ha ucciso mia sorella. Denis Occhi è stato assolto? Bene, allora trovatemi l’assassino perché Giada non può essersi ammazzata da sola”. Sono trascorsi più di cinque anni (era il 25 novembre 2004) da quando Giada Anteghini, 26 anni, venne colpita alla testa mentre dormiva nella sua casa di Jolanda di Savoia e rimase in coma 14 mesi prima di morire. In primo grado venne condannato a 20 anni l’ex marito Denis Occhi poi assolto in appello.
Un caso giudiziario arrivato alla ribalta di tv e giornali nazionali ma che oggi non ha ancora colpevoli. In tutto questo tempo nessuno è riuscito a stabilire chi entrò in via Colombara Nuvolè quella notte con la precisa volontà di ammazzare. “Sono andato in televisione — racconta il fratello Simone —, abbiamo parlato con la parlamentare Alessandra Mussolini, abbiamo cercato un contatto con il ministro Angelino Alfano ma non si è mai mosso niente. La nostra legge è quella che è, sono schifato di essere italiano”.
Il suo è un affondo durissimo, quello di una persona che ha tentato in ogni modo di far emergere la verità. “La giustizia, mi chiedo tutti i giorni, dov’è? E non ditemi che è uguale per tutti, una grande balla. Non ho mezzi e soldi per andare avanti, per arrivare al colpevole: questa non è certo giustizia. Chi ha soldi va avanti, chi non li ha rimane fregato come sempre. Se non è stato Occhi ad ammazzare mia sorella, allora lo Stato deve trovarmi chi l’ha colpita”.
Trentuno anni compiuti, oggi Simone vive e lavora a Ferrara: “Quasi ogni giorno — dice — vado a pregare sulla sua tomba e le chiedo di aiutarmi a capire chi è stato. L’inchiesta deve essere riaperta, ricominciamo dall’inizio io e la mia famiglia ne abbiamo diritto. Siamo italiani, paghiamo le tasse come tutti gli altri, non siamo cittadini di serie B. Perché in Italia esiste una diversità enorme tra i due gradi di giudizio? Vent’anni in primo grado, assoluzione in secondo. E’ possibile questo?”.
Una parola commossa Simone la rivolge a Nicola Proto, il pm che portò a termine l’inchiesta ed arrivò alla condanna di Occhi. “Lo ringrazio e lo ringrazierò sempre, il dottor Proto è stato molto vicino a tutti noi”. Ora, confida, lo vorrebbe incontrare nuovamente. “Mi piacerebbe molto e credo proprio che lo farò per capire se esistono margini per riaprire il caso. Voglio il colpevole, sono pronto a tutto per mia sorella”.
NESSUN COLPEVOLE DOPO CINQUE ANNI – Era la notte tra il 24 e il 25 novembre 2004: Maurizio Fiore (il convivente di Giada) dopo una serata trascorsa con gli amici tornò a casa. Trovò la porta d’ingresso spalancata, la serratura forzata, chiamò la ragazza senza avere risposte. Corse nella stanza matrimoniale, scoprì Giada con la testa fracassata. Il sangue dappertutto. Per quel fatto, oltre all’ex marito Denis Occhi, anche Fiore finì sul registro degli indagati. Ma da quell’incubo si svegliò qualche mese più tardi quando i giudici lo ritennero totalmente estraneo alla vicenda.
La sua vita inevitabilmente cambiò fino alla tragica fine, il 16 ottobre del 2006, quando si schiantò con la moto in una strada di Migliarino dove perse la vita. L’attenzione si spostò su Occhi. Lui, 34 anni, soggetto definito “personalità borderline” e “socialmente pericolosa” da una perizia psichiatrica, condannato a 20 anni in primo grado poi assolto definitivamente dalle accuse di aver ucciso la sua ex moglie, tornò alla ribalta ad inizio anno confessando, e poi smentendo per l’ennesima volta, di essere il colpevole. “Denis Occhi è una persona che attualmente è seguita dall’azienda Usl — spiegò il suo avvocato — ed è ospitata presso un centro che si prende cura della sua sopravvivenza. Questo è un ragazzo che va seguito dai servizi sanitari e sociali, non servono misure poliziesche ma semplicemente va recuperato dal punto di vista medico”.
La sentenza d’appello, con la quale Occhi il 27 febbraio 2008 venne assolto, oggi è diventata irrevocabile perché il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Bologna non ha mai proposto un ricorso per Cassazione. Per questo il 34enne di Migliaro non potrà essere processato nuovamente per quell’omicidio nonostante la confessione (la quarta in ordine di tempo) resa il 2 gennaio scorso in questura. “Ho colpito mia moglie in un raptus per tre, quattro volte all’altezza della testa — disse ai poliziotti — con l’utensile che tenevo nella mano destra. Poi sono scappato verso Migliaro portandomi dietro quell’attrezzo”. Una confessione piena di particolari, che il giorno dopo lo stesso ritrattò – come aveva fatto in altre occasioni – affermando di aver parlato per far contenti i poliziotti.
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