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Timestamp: 2020-08-06 07:22:00+00:00
Document Index: 59630989

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 375', 'art. 380', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2108', 'art. 2109', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 1', 'art. 18', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 13', 'art. 1', 'Cass. Sez. ', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 24817 del 05/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24817 del 05/12/2016
Cassazione civile sez. VI, 05/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep. 05/12/2016), n.24817
sul ricorso 26685-2014 proposto da:
N.P., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR
ERNESTO MARIA CIRILLO giusta procura alle liti prodotta in atti;
TELECOM ITALIA S.P.A., CF. (OMISSIS), in persona del legale
ROMEI, FRANCO RAIMONDO BOCCIA giusto mandato in calce al ricorso;
avverso la sentenza n. 3242/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
emessa il 15/04/2014 e depositata il 06/05/2014;
Maresca), per la controricorrente, che si riporta agli atti.
1. La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio, letta la memoria depositata dalla parte ricorrente.
2. Il Tribunale di Napoli dichiarava l’inefficacia della cessione da Telecom Italia S.p.A. a TNT Logistic Italia s.r.l. del ramo d’azienda cui era addetto l’attuale ricorrente e condannava la cedente a ripristinare il rapporto di lavoro.
3. Telecom Italia. S.p.A. non ottemperava all’ordine di ripristinare il rapporto di lavoro malgrado la formale offerta della prestazione ed il lavoratore, che continuava a lavorare per la società cessionaria, chiedeva ed otteneva, dal medesimo Tribunale, decreto ingiuntivo con il quale si intimava a Telecom il pagamento delle retribuzioni maturate.
4. L’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo veniva accolta dal Tribunale di Napoli, con sentenza confermata dalla Corte d’appello.
5. Il lavoratore ha proposto ricorso per la cassazione di tale sentenza, affidato a due motivi.
6. Telecom ha resistito con controricorso.
7. Il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato tenuto conto della giurisprudenza di questa Corte formatasi con riferimento alla medesima vicenda delle cessioni, ritenute illegittime, di rami d’azienda da parte della 1 elecom (v., fra le altre, Cass. 8514/2015, la cui motivazione si richiama integralmente).
8. –La questione degli effetti della dichiarazione di nullità della cessione di ramo d’azienda è stata affrontata da questa Corte nella sentenza n. 19740 del 2008, cui occorre dare continuità, che ha ritenuto che l’obbligazione del cedente che non proceda al ripristino del rapporto di lavoro deve essere qualificata come risarcimento del danno, con la conseguente detraibilità dell’aliunde perceptum.
9. Costituisce infatti un principio che si è andato consolidando nell’elaborazione di questa Corte quello secondo il quale il contratto di lavoro è un contratto a prestazioni corrispettive nel quale l’erogazione del trattamento economico in mancanza di lavoro costituisce un’eccezione, che deve essere oggetto di un’espressa previsione di legge o di contratto, ciò che avviene ad esempio nei casi del riposo settimanale (art. 2108 c.c.) e delle ferie annuali (art. 2109 c.c.).
10. In difetto di un’espressa previsione in tal senso, la mancanza della prestazione lavorativa dà luogo anche nel contratto di lavoro ad una scissione tra sinallagma genetico (che ha riguardo al rapporto di corrispettività esistente tra le reciproche obbligazioni dedotte in contratto) e sinallagma funzionale (che lega invece le prestazioni intese come adempimento delle obbligazioni dedotte) che esclude il diritto alla retribuzione – corrispettivo e determina, a carico del datore di lavoro che ne è responsabile, l’obbligo di risarcire i danni, eventualmente commisurati alle mancate retribuzioni.
11. Proprio perchè si tratta di un risarcimento del danno – ed in assenza di una disciplina specifica per la determinazione del suo ammontare – soccorrono i normali criteri fissati per i contratti in genere, con la conseguenza che dev’essere detratto l’aliunde perceptum che il lavoratore può aver conseguito svolgendo una qualsivoglia attività lucrativa.
12. Tali principi sono stati affermati da questa Corte in relazione a fattispecie che, seppure diverse da quella che ci occupa, sono a questa pienamente assimilabili sotto il profilo esaminato, quali gli intervalli non lavorati nel caso di successione di una pluralità di contratti a termine, nei quali l’apposizione della clausola sia stata ritenuta illegittima (Cass. S.U. n. 2334 del 5 marzo 1991,Sez. L, n. 9464 del 21/04/2009), la dichiarazione di nullità del licenziamento orale (Cass. Sez. U,n. 508 del 27/07/1999), la dichiarazione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro con accertamento della giuridica continuità dello stesso (Cass. Sez. L. n. 4677 del 2006, Sez. L, n. 15515 del 02/07/2009), l’accertamento della nullità di clausola del contratto collettivo prevedente l’automatica cessazione del rapporto di lavoro al raggiungimento della massima anzianità contributiva con conseguente accertamento della continuità giuridica del rapporto di lavoro (Sez. U, n. 12194 del 13/08/2002 e successive conformi tra cui ex multis Sez. L, n. 11758de1 01/08/2003, Sez. L, n. 13871 del 14/06/2007, Sez. L. n. 14387 del 2000).
13. La qualificazione in termini risarcitoti delle erogazioni patrimoniali a carico del datore di lavoro come conseguenza dell’obbligo di ripristino del posto di lavoro illegittimamente perduto risulta peraltro influenzata, in maniera decisiva, dalle modifiche introdotte dalla L. n. 108 del 1990, art. 1 alla L. n. 300 del 1970, art. 18 che ha unificato quanto dovuto per i periodi anteriore e posteriore alla sentenza che dispone la reintegrazione sotto il comune denominatore dell’obbligo risarcitorio (così Cass. Sez. 1, Sentenza n. 4943 del 01/04/2003 e successive plurime conformi tra cui v. Sez. L, n. 16037 del 17/08/2004, Sez. L, n. 26627 del 13/12/2006), con la conseguente detraibilità dell’aliunde perceptum” (così Cass. 8514/2015 cit.; principi ulteriormente ribaditi, da ultimo, da Cass., sez. sesta-L n. 21721/2015 e nn. 7, 8, 9, 10, 68, 11095, 11097,11100, 11101 del 2016 ed altre successive conformi).
14. Peraltro, per quanto fin qui esplicato, la prosecuzione del rapporto di lavoro (seppure solo di fatto) con la società acquirente del ramo di azienda, con la continuazione dell’attività lavorativa in favore della cessionaria ed il godimento della retribuzione pur dopo la declaratoria giudiziale di inefficacia della cessione, ha escluso un inadempimento della controprestazione retributiva a fronte della medesima attività svolta, in via di fatto, in favore della cessionaria, conseguendone solo un pregiudizio economico, il danno, nella vicenda in esame non allegato e dedotto, commisurato alla differente controprestazione retributiva che, per la medesima attività lavorativa, ove svolta in favore di Telecom, quest’ultima avrebbe dovuto adempiere, priva, peraltro, di un’ulteriore valenza di coercizione indiretta.
15. In definitiva il ricorso deve essere rigettato.
I7. La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi).
La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della parte ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.