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Timestamp: 2020-04-09 19:51:34+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 67']

gennaio | 2016 | De Simone Law Firm
De Simone Law Firm2016gennaio
29 gennaio 2016 | testlaw1 | 0 Comments | News | revocatoria fallimentare
Nel caso di sentenza dichiarativa del fallimento di una società di persone e dei soci illimitatamente responsabili, il curatore fallimentare non può agire una volta in rappresentanza dei creditori della società e l’altra in rappresentanza unicamente di quelli del socio al fine di potersi giovare – a suo piacimento – della sentenza che gli sia più favorevole.
E’ pertanto del tutto indifferente che il curatore promuova l’azione spendendo il nome del solo fallimento sociale o, viceversa, del solo fallimento del socio, posto che, in un caso o nell’altro, il passaggio in giudicato della sentenza emessa nel relativo giudizio fa stato nei confronti dei creditori di entrambe le masse.
Questi i principi enunciati dalla Corte di Cassazione, prima sezione, Pres. Vittorio Ragonesi – Rel. Magda Cristiano, con ordinanza pubblicata il 21/01/2016, nell’ambito di un giudizio di revocatoria ordinaria, promossa dal curatore di una società di persone in accomandata semplice, prima per il fallimento sociale e poi per il solo fallimento personale.
In particolare, la curatela del Fallimento sociale aveva promosso azione ex artt. 66 lf e 2901 cc nei confronti di un Istituto di credito e la domanda era stata respinta.
Successivamente il solo Fallimento del socio accomandatario, aveva proposto la medesima domanda, sul presupposto di essere un soggetto diverso, agendo in rappresentanza dei creditori del socio e la domanda veniva accolta prima dal Tribunale con sentenza, la quale poi veniva confermata anche in appello.
L’istituto di credito proponeva il ricorso per Cassazione, denunciando violazione del principio del ne bis in idem, alla luce del giudicato intervenuto con la prima sentenza di primo grado, eccezione rigettata dalla Corte d’Appello sul presupposto che la detta sentenza fosse intervenuta fra soggetti in parte diversi, non potendosi ritenere che il curatore del fallimento della società avesse agito anche nella veste di curatore del fallimento del socio accomandatario.
La Suprema Corte, nell’affermare la fondatezza del motivo, con l’ordinanza in esame, ha chiarito finalmente i termini della questione concernente la legittimazione ad agire del fallimento sociale in relazione agli atti compiuti dal socio illimitatamente responsabili e i limiti del principio dell’autonomia del patrimonio della società rispetto a quello dei soci, in relazione all’altro della rappresentanza del curatore del fallimento sociale.
Viene evidenziato, infatti, come nel caso di sentenza dichiarativa del fallimento di una società di persone e dei soci illimitatamente responsabili, il fatto che il patrimonio della società resti autonomo rispetto a quello dei soci, e che vadano conseguentemente tenute distinte le diverse masse attive e passive, non implichi che il curatore possa agire separatamente per la revocatoria del medesimo atto di disposizione compiuto dal socio, una volta in rappresentanza dei creditori della società e l’altra in rappresentanza unicamente di quelli del socio, in modo da potersi giovare — a suo piacimento – della sentenza che gli sia più favorevole.
La Corte precisa, poi, come dal principio ripetutamente affermato, secondo cui il curatore del fallimento sociale è attivamente legittimato ad agire in revocatoria anche contro atti di disposizione compiuti dal socio (in considerazione dell’interesse correlato agli effetti positivi che, ai fini del soddisfacimento dei creditori sociali, deriva dall’incremento dell’attivo del fallimento personale del socio) possa, al contrario, agevolmente ricavarsi che la pronuncia che definisce la causa in tal veste instaurata dal curatore è destinata a produrre in primo luogo i suoi effetti sulla massa attiva del socio: il vittorioso esperimento dell’azione comporterà infatti l’acquisizione del bene (o del tantundem) al medesimo patrimonio dal quale è fuoriuscito, con la conseguenza che sul ricavato potranno soddisfarsi anche i creditori particolari del socio.
A questo punto la Corte afferma il rilevante principio secondo cui è del tutto indifferente che il curatore promuova l’azione spendendo il nome del solo fallimento sociale o, viceversa, del solo fallimento del socio, posto che, in un caso o nell’altro, il passaggio in giudicato della sentenza emessa nel relativo giudizio fa stato nei confronti dei creditori di entrambe le masse.
E poiché, nel caso di specie, il curatore del Fallimento della s.a.s. aveva già proposto nei confronti dell’Istituto di credito le domande (di declaratoria di inefficacia ex artt. 66 e 2901 c.c. dell’atto di realizzazione dei titoli costituiti in pegno dal socio accomandatario e di condanna alla restituzione delle somme ricavate dalla vendita dei beni) oggetto anche del presente giudizio e tali domande erano state respinte con sentenza del Tribunale di Napoli passata in giudicato, atteso il principio del ne bis in idem, la Corte rileva come fosse dunque precluso al giudice di pronunciare sulle medesime domande, ancorché riproposte dall’attore nella sola veste di curatore del fallimento del socio accomandatario.
Sulla base di tale iter argomentativo, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e cassato senza rinvio la sentenza impugnata, condannando la curatela al pagamento delle spese di lite dei vari gradi di giudizio.
Ci sono voluti due gradi di giudizio per ottenere il riconoscimento del principio semplice e logico del ne bis in idem, essendo evidente che il medesimo soggetto giuridico non può giovarsi – a suo piacimento – della sentenza che gli sia più favorevole.
REVOCATORIA FALLIMENTARE: la concessione di un finanziamento in pool è espressione di fiducia della banca nell’imprenditore.
In tema di revocatoria fallimentare,per il raggiungimento della prova della scientia decoctionis con il mezzo delle presunzioni, non è sufficiente un’astratta conoscibilità oggettiva corroborata da un presunto dovere di conoscere a carico della banca.
Ne consegue che, qualora un creditore, come un istituto bancario, abbia la possibilità di ottenere informazioni sulla situazione patrimoniale dei propri debitori in misura superiore a quella comune, non è possibile sostenere che, solo in quanto soggetto qualificato, quel creditore abbia, sempre e comunque, effettiva e concreta cognizione dell’irreversibile incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni, in tal modo illegittimamente escludendo ogni dovere di allegazione, da parte del curatore, di elementi sintomatici della reale consapevolezza della crisi dell’imprenditore o, addirittura, determinando una vera e propria inversione dell’onere della prova, con la banca investita della necessità di dimostrare la propria inscientia decoctionis.
La mera qualità di intermediario bancario assume rilevanza non di per sé ma solo in presenza di concreti collegamenti di quel creditore con gli indici sintomatici dello stato di insolvenza.
Non dimostra la conoscenza dello stato di insolvenza la partecipazione della banca convenuta ad un pool di istituti di credito che concessero all’imprenditore, poi fallito, di un finanziamento ipotecario, costituendo di contro la stipulazione di tale contratto espressione di una preventiva verifica della sussistenza, in capo al soggetto beneficiario, di risorse economiche e finanziarie tali da garantirne la solvibilità e l’adeguata capacità di rimborso.
Il conferimento di due mandati irrevocabili all’incasso di crediti tributari non costituisce, ex se, manifestazione esteriore di uno stato di insolvenza, integrando, di norma, una forma di pagamento o di garanzia propria della prassi commerciale, con particolare riferimento alle operazioni di finanziamento a breve termine.
Questi i principi espressi dal Tribunale di Salerno, giudice dott. Alessandro Brancaccio, con la sentenza n. 4636 del 6 novembre 2015, nell’ambito di un giudizio di revocatoria ex art. 67 lf.
Di seguito i fatti di causa.
Un imprenditore di importanza primaria ebbe a stipulare con un pool di banche un finanziamento ipotecario ed inoltreconferì mandati irrevocabili all’incasso.
Successivamente,dopo circa due anni,presentava domanda di concordato preventivo, poi risolto, motivo per il quale la quale il Tribunale dichiarava il fallimento della società.
Il curatore proponeva azione revocatoria fallimentare in danno della banca, chiedendo la dichiarazione di inefficacia delle rimesse pervenute sul conto corrente, sul presupposto che la banca fosse a conoscenza dello stato di insolvenza per aver stipulato un finanziamento in pool e per concesso finanziamenti dietro la cessione di credito di natura tributaria (cessioni Iva).
Si costituiva in giudizio l’istituto di credito, il quale contestava la sussistenza del requisito soggettivo, sul presupposto, in primis, della circostanza di aver sempre avuto la massima fiducia nel cliente, per averlo – ad esempio – sostenuto con il piano di finanziamento per il rilancio dell’impresa con altre aziende di credito, anche con la concessione di altre linee di credito aggiuntive.
La Banca contestava, altresì, gli altri elementi posti a supporto della dedottascientia decotionis, per essere gli stessi cronologicamente successivi alle rimesse bancarie oggettio di declaratoria di inefficacia.
Il Tribunale,dopo una analitica disamina di tutti gli elementi forniti dalla curatela, ha rigettato la domanda con condanna del fallimento al pagamento delle spese di lite.
La conoscenza dello stato di insolvenza richiede la presenza di concreti collegamenti di quel creditore con gli indici sintomatici dello stato di insolvenza, qualirisultanze dei bilanci, protesti, iscrizioni ipotecarie, procedimenti esecutivi, dovendosi valorizzare le condizioni in cui l’accipiens si è trovato ad operare in una determinata situazione.
Non si possono ultilizzare a ritroso – come spesso avviene –elementi cronologicamente successivi per sostenere che la banca, in quanto operatore qualificato, avrebbe dovuto conoscere sempre e comunque lo stato di insolvenza, con imposizione a carico dell’istituto di credito del dono della chiaroveggenza ed esonero della curatela dall’assolvimento dell’onere della prova.
IL RICORSO ALLE PRESUNZIONI NON PUÒ TRADURSI IN UNA PRESUNZIONE DI ESISTENZA FONDATA SULLA MERA POSSIBILITÀ DI ACQUISIZIONE.
Sentenza Tribunale di Napoli, dott.ssa Alessia Notaro 09-01-2015 n.28
Sentenza Tribunale di Nola, Giudice dott.ssa D’Inverno 17-03-2015
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/revocatoria-fallimentare-l-affidamento-di-un-rapporto-bancario-puo-desumersi-dalla-centrale-rischi-della-banca-d-italia.html
REVOCATORIA FALLIMENTARE: ESCLUSI I PAGAMENTI E LE GARANZIE POSTI IN ESSERE IN ESECUZIONE DEL CONCORDATO PREVENTIVO
IL LEGISLATORE HA PRIVILEGIATO LA CONTINUITÀ AZIENDALE E IL SALVATAGGIO DELLE IMPRESE IN CRISI RISPETTO ALLA PAR CONDICIO CREDITORUM
Sentenza Tribunale di Salerno, dott. Alessandro Brancaccio 21-10-2014 n.4928
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/revocatoria-fallimentare-esclusi-i-pagamenti-e-le-garanzie-posti-in-essere-in-esecuzione-del-concordato-preventivo.html