Source: http://lottaperildiritto.blogspot.com/2010_04_01_archive.html
Timestamp: 2013-05-19 17:13:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 327', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 272', 'art 21', 'sentenza ', 'art. 21', 'art.15', 'sentenza ']

Francesco Siciliano Pubblicato da
In questo senso, quindi, per inviolabilità di tali libertà ci si intende riferire all’insopprimibilità delle predette situazioni di libertà pur limitabili nei casi e nei modi previsti dalla legge di rango costituzionale. Ciò impone al legislatore di rango inferiore nell’emanare la legge ordinaria di rispettare in massima misura il dettato costituzionale che rappresenta il parametro di riferimento della validità della legge ordinaria.
Tale è stato l’orientamento più tradizionale ben rappresentato da Corte Costituzionale 11 luglio 1966 n. 100 che dichiarato l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 327 c.p.. Nelle sentenze più recenti, tuttavia, sembra emergere una cauta tendenza al superamento di questo limite logico atteso che nella sentenza 4 maggio 1970 n.65 la Corte, pur confermando la legittimità costituzionale dell’apologia, non ha più fondato la propria argomentazione sul predetto limite logico ma ha sottolineato che l’apologia punibile va vista nel senso di comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti alla stregua, quindi, dell’istigazione a delinquere.
Questo sarebbe il caso della propaganda e della pubblicità commerciale che secondo il predetto autore e il Barile, il Caretti, il Cheli, il De Siervo rientrerebbe nell’art. 21 mentre la Corte Costituzionale con sentenza 17 ottobre 1985 n.231 ha ritenuto di farla rientrare nell’art. 41 Cost nell’ambito della libertà di iniziativa economica privata trattata dal collega D’Alessandro. In conclusione, quindi, può dirsi che l’oggetto della garanzia costituzionale del primo comma dell’art. 21 Cost. ricomprende sotto il diritto in commento qualsiasi forma di manifestazione del pensiero (parola, scritto, disegno, composizione musicale) fino alle forme estreme o più sofisticate che sono la propaganda e la pubblicità oltre, in certi modi, anche l’apologia e l’istigazione.
Per tornare ad un’affermazione che si era già fatta nell’introduzione al tema delle libertà anche la Corte si è costantemente attenuta al principio secondo cui la disciplina delle modalità di esercizio di un diritto non costituisce per se stessa lesione del diritto medesimo e non è pertanto costituzionalmente vietata anche se possa derivarne indirettamente una qualche limitazione, sempre che il diritto non ne risulti snaturato o non ne sia reso arduo o addirittura impossibile l’esercizio. Questo è il principio affermato in Corte Cost. 9 maggio 1985 n.183 ed è più puntualmente ribadito in Corte Costituzionale 2 maggio 1985 n. 126 in cui si afferma con chiarezza che la garanzia costituzionale si estende in linea di principio ad ogni modalità di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, in relazione al particolare valore che questa riveste in ogni ordinamento democratico. Estensione che è stata più volte proclamata da questa Corte sia con riguardo all’uso dei mezzi di esternazione o di diffusione, si a con riferimento alle modalità di esercizio. In proposito questa Corte, pur ammettendo che le dette modalità possano essere oggetto di regolamentazione, con conseguente limitazione all’esercizio del diritto, ha subordinato la legittimità della limitazione alla duplice condizione che essa non renda difficile o addirittura impossibile l’esercizio disciplinato e sia giustificata dalla protezione di altri valori costituzionali. Sempre a livello di impostazione del problema si pone poi l’ulteriore problema di carattere generale se una volta individuati beni con preciso fondamento costituzionale quali l’onore o la riservatezza, si deve riconoscere tali beni solo quali valori di rilievo costituzionale oppure considerarli al rango di diritti assoluti di libertà per i quali, in questa prospettiva, si porrebbe il problema di non considerarli più meri limiti all’esercizio del nostro diritto ma veri e propri diritti per ciò stessi anch’essi limitabili con le strettoie prima viste per la libertà di manifestazione del pensiero. In ogni caso, i limiti che gravano sulla libertà di manifestazione del pensiero, oltre al buon costume, derivano dal rilievo costituzionale di situazioni giuridiche facenti capo ai singoli o ai gruppi sociali o ad interessi di natura pubblicistica.
Tuttavia, esistono anche altre sentenze in cui la Corte sembra attenuare il ricorso al concetto di limite logico tanto da riconoscere la piena liceità ed anzi la garanzia costituzionale dell’art. 21 ad alcune forme di apologia, propaganda così già nella sentenza 6 luglio 1966 n. 87 si legge che la propaganda per distruggere o deprimere il sentimento nazionale, prevista dal secondo comma dell’art. 272 c.p. poi dichiarato incostituzionale, non è indirizzata a suscitare violente reazioni ne è rivolta a vilipendere la nazione o a compromettere i doveri che il cittadino ha verso la patria od a menomare altri beni costituzionalmente garantiti. Non si tratta quindi di propaganda che ha finalità illecite e pertanto qualsiasi limitazione di essa contrasta con la libertà garantita dall’art 21 Cost. Allo stesso modo nella sentenza 2 aprile 1969 n. 84 in tema di boicottaggio si afferma esplicitamente che la libertà di propaganda è espressione di quella manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 Cost e pietra angolare dell’ordinamento democratico. In questa tendenza, quindi, vediamo ciò che si era già affermato e cioè la necessità che libertà di manifestazione del pensiero possa essere limitata solo in funzione della protezione di altri beni costituzionalmente rilevanti e non per effetto di un generale limite dell’ordine pubblico. Si può ora tentare di sintetizzare la posizione della Corte costituzionale, sul punto pare legittimo affermare innanzitutto che la Corte non abbia mai fatto ricorso in modo esclusivo al limite del c.d. ordine pubblico ideale ma abbia fatti invece riferimento, nel valutare la concreta costituzionalità o meno delle varie ipotesi di reato alla nozione, che prima si era affermata, di ordine pubblico materiale, inteso come salvaguardia della pacifica convivenza dai comportamenti violenti e come pubblica incolumità: in una accezione che quindi può essere parificata alla sicurezza pubblica. In secondo luogo le affermazioni di carattere generale che si esprimono in questo senso sembrano risolversi in mera obiter dicta e si potrebbe perfino ritenere così come fa il Paladin nel suo libro libertà di pensiero, che l’ordine pubblico è stato utilizzato dalla Corte come un’espressione sintetica riassuntiva di altri precetti o valori costituzionalmente contrapposti alla libertà di pensiero.
Per prodotto radiotelevisivo come momento di manifestazione del pensiero si deve fare riferimento a tre momenti: a) il prodotto audiovisuale; b) il c.d. palinsesto; c) la propagazione via etere del programma. Il prodotto radiotelevisivo sembra essere il combinato dei due elementi indicati come a e b atteso che il momento della diffusione presuppone un prodotto già finito. La peculiarità più importante di tale bene è che esso è un bene a fruibilità collettiva e che esso non è oggetto di un autentico scambio di tipo economico nel senso che esso è un bene pubblico indivisbile e il costo del servizio per l’utente non è in raffronto al costo di produzione. Stante tale quadro di riferimento è evidente che il futuro rappresentato dalle pay TV anche nella forma della pay per wiew tv muteranno tale inquadramento giuridico del prodotto televisivo. Sul prodotto radiotelevisivo è rilevante la disposizione di cui all’art.15 comma 9 della legge 6 agosto 1990 n.223 che vieta la trasmissione di messaggi cifrati e subliminali. Da ciò si desumono i caratteri della intellegibilità del prodotto e della moderazione della forza di suggestione che naturalmente il mezzo televisivo già di per sé detiene. Il prodotto radiotelevisivo soggiace anch’esso al limite del buon costume che trova il suo riferimento nella legge 223 del 1990 che stabilisce il divieto di trasmissioni di programmi che contengono scene pornografiche e di film ai quali è stato negato il nulla-osta per la proiezione. Altra caratteristica del prodotto radiotelevisivo è la sua uniformità nel senso che la legge impone alle emittenti nazionali di trasmettere lo stesso prodotto su tutto il territorio. Vediamo ora i tipi di prodotti radiotelevisivi. Il primo tipo di prodotto radiotelevisivo è il prodotto di qualità che riceve delle sovvenzioni trattandosi di programmi informativi autoprodotti su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o culturali. Il secondo tipo di prodotto è quello pubblicitario che chiaramente soggiace ai limiti già visti in generale ed ad altri particolari del tipo di prodotto. Terzo tipo di prodotto è la propaganda elettorale su cui esiste la nota questione della par conditio. Altro tipo di prodotto è quello a contenuto vincolato quali i telegiornali. Parliamo, infine della tutela degli utenti con ciò riferendoci al diritto di rettifica previsto dalla legge 223/1990 a mente della quale “chiunque si ritenga leso nei suoi interessi morali e materiali da trasmissioni contrarie a verità ha diritto di chiedere al concessionario privato o alla concessionaria pubblica che sia trasmessa apposita rettifica. Il diritto di rettifica viene individuato come diritto fondamentale dell’uomo nella storica sentenza n.225/1974 pronunciata dalla Corte con riferimento proprio al settore radiotelevisivo. Successivamente il diritto è stato codificato nella legge 103/1975 e nella normativa già citata. Il diritto di rettifica così come codificato è stato inquadrato in dottrina come arricchimento notiziale attraverso uno spostamento dell’angolo di visuale dal diritto del soggetto all’effetto prodotto dall’esercizio del diritto. Su tale diritto, tuttavia, è bene precisare che esso a differenza di quello previsto per la Stampa che si fonda su una visione per così dire soggettiva dell’errore, trova il suo fondamento nell’obiettiva contrarietà del fatto riferito a verità. Sembra a questo punto utile fornire una posizione finale sullo stato della dottrina circa il potere di rettifica di cui si discute. Il punto di partenza è rappresentato dall’affermazione che il diritto di rettifica tutela senza dubbio la persona sia essa persona fisica o giuridica ed è riconducibile ai diritti fondamentali dell’uomo. Altrettanto incontestato è che il diritto di rettifica possiede come effetto quello di realizzare un arricchimento delle fonti notiziali a disposizione dei destinatari dell’informazione. Sul punto e sulla funzione del diritto di rettifica si contrastano più posizioni in dottrina ma sembra preferibile accedere all’impostazione secondo cui il fondamento dell’istituto della rettifica va individuato, come detto, nei diritti fondamentali dell’uomo e che l’arricchimento notiziale è un effetto del diritto. Per la giurisprudenza il diritto cui va ricondotta la rettifica è il diritto all’identità personale (Cass.2852/1990) mentre per altri dovrebbe farsi riferimento all’onore e alla reputazione della persona. avv. Francesco Siciliano