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Timestamp: 2018-06-25 07:49:01+00:00
Document Index: 161243302

Matched Legal Cases: ['art. 252', 'art. 1', 'art. 74', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 54']

Il Tribunale per i Minorenni di Catania e la legge sull’adozione di minori, n°184/8 « Giambattista Scidà
« Al dott. Mariano Sciacca
Relazione al P.G. per il periodo 1 luglio 1987 – 30 giugno 1988 pag.10 »
Il Tribunale per i Minorenni di Catania e la legge sull’adozione di minori, n°184/8
Posted by Giambattista Scidà su venerdì 10 giugno 2011
Il Tribunale per i Minorenni di Catania e la legge sull’adozione di minori, n°184/83
La legge del 1967 sull’adozione speciale, dagli effetti legittimanti, per i minori infraottenni che versassero in situazione di abbandono, dovette convivere con l’adozione ordinaria, tradizionale, prevista dal codice civile. Nell’adozione speciale era un organo di giustizia ( il TpM) ad accertare l’abbandono e a scegliere la coppia adottante (una coppia e non mai un single) tra gli aspiranti provvisti di certi requisiti e concretamente idonei alla funzione genitoriale; nella ordinaria, erano le parti (gli esercenti la potestà parentale e l’adottante), a volere la costituzione del vincolo: al giudice toccando solo di “dichiararla”, dopo aver accertato che l’adottante avesse buona fama e che l’adozione convenisse all’adottato. Accadde così che abbandoni di minori, in personam certam, promossi da mediatori interessati, venissero consumati attraverso quel canale, con correlativo restringimento dell’ambito di applicazione del nuovo istituto.
Altra e severa contrazione di quello spazio intervenne nel 75, con la riforma del diritto di famiglia, che introdusse riconoscibilità degli adulterini. Aspiranti all’adozione di neonati poterono allora provvedersi mediante falso riconoscimento di bambini non riconosciuti dai genitori (“esposti” o figli di ignoti). In certi ospedali si formò un mercato di tali creature. I Tribunali che cercarono di contrastarlo, con gli strumenti di quel tempo (art. 252 cod. civ.) furono repressi dalle Sezioni Minorenni delle Corti d’Appello. Il Presidente del TpM di Catania, Scidà, fu oggetto (1983) di aspra accusa al CSM, ad opera del Procuratore della Repubblica presso lo stesso Tribunale e del Presidente della Corte Minori.
Tale era la situazione quando la Camera dei Deputati intraprese l’esame del disegno di legge sull’adozione di minori, approvato dal Senato. Quel testo conteneva un’innovazione di portata storica: escludeva la possibilità di applicazione, a minorenni, delle norme sull’adozione ordinaria. Esso cancellava dall’ordinamento il “diritto” dei genitori di cedere ad altri i figli, e la possibilità, per chi non avesse figli, di farseli cedere da chi ne aveva. Il bambino, proclamava l’art. 1, ha diritto di crescere nel proprio ambiente familiare: salvo avvio all’adozione, ad opera del Tribunale, se di un tale ambiente c’era irreversibile mancanza. Altro merito del disegno, licenziato dall’assemblea di palazzo Madama, era questo: che l’art. 74 recava disposizioni in materia di falsi riconoscimenti; anche se lo strumento del quale i giudici potevano avvalersi per la tutela delle vittime non consisteva in altro che nella nomina di un curatore speciale, per l’impugnazione dell’atto davanti al competente giudice civile: troppo poco, in verità, perché il mercato in atto se ne sentisse scoraggiato.
Furono i magistrati del Tribunale Minorile di Catania a dare l’allarme. I giudici La Rosa e Del Core intercettarono il relatore, Casini (omonimo del più noto on.le Pier Ferdinando) che atterrava a Catania e gli chiarirono i termini del problema; il Presidente del tribunale aderì ad una riunione di giudici presso il Tribunale Minorile di Roma, e diffuse una scrittura (de profundis per l’adozione speciale), enunciante con chiarezza le prevedibili conseguenze di quella norma infelice. Per sua parte un parlamentare catanese, penalista dalla varia cultura, ne raccolse le preoccupazioni, proponendo un emendamento. Prevalse però, data l’imminenza dello scioglimento delle Camere, la preoccupazione di impedire che modifiche al testo del Senato, e conseguente necessità di ritorno in quella sede, inducessero caducazione del progetto.
All’inadeguatezza della nuiova legge (n°184/183) pose in seguito rimedio la Cassazione, con una sentenza del 1987, dovuta a Paolo Vercellone, già Presidente del Tribunale per i Minori di Torino, la quale insegnò potersi adottare dal giudice minorile, in esito alle indagini previste da quell’articolo 74, ogni opportuna misura (allontanamento del minore; affidamento dello stesso ad altri), esclusa restando solo la dichiarazione di adottabilità, sinché non accertata la non veridicità del non riconoscimento dal giudice delle questioni di stato delle persone.
Mentre la legge, e la provvida interpretazione della Corte Suprema sbarrava quei due luoghi elettivi della pratica fraudolenta, la malizia degli aspiranti adottanti, privi dei requisiti per adottare, se ne apriva un altro, abusando di un istituto (l’affido eterofamiliare) che proprio quel nuovo corpo di norme aveva introdotto (art. 2), come alternativa al ricovero a convitto di minori temporaneamente privi di idoneo ambiente familiare.
Sapevamo bene, a Catania, come quella pratica del ricovero assistenziale, nociva, fosse localmente estesa: 200 gli istituti nel Distretto Giudiziario, e ben 5000, all’inizio del decennio, i ricoverati: che è come dire il 10% del totale nazionale, laddove la popolazione, di un milione ottocentomila abitanti, non superava il 3,5% di quella del paese. E non eravamo rimasti a guardare. Con una nota del 1981 ai Sindaci dei 96 Comuni della Circoscrizione la Presidenza del Tribunale aveva fatto presente l’inammissibilità di quel modo di assistenza, anche se gradito dalle famiglie, fuori dai casi di necessità non fronteggiabile diversamente: il ricovero doveva serbare carattere di residualità. In quello stesso ambito – proseguiva il documento – di ogni ricovero andava seguito lo svolgimento, da un competente servizio sociale, anche al fine di farlo cessare non appena possibile; l’ idoneità della struttura andava preventivamente accertata; la scelta doveva cadere sull’istituto più vicino alla residenza della famiglia, ed esser la stessa per minori dello stesso sesso, appartenenti alla stessa fratria. Era il prologo della “campagna” per la deistituzionalizzazione che il Tribunale avrebbe condotto sempre più sistematicamente e con largo anticipi sulla legislazione regionale (L.22/86) sulla base di ben più esigenti criteri ispiratori*.Non mancò in quella comunicazione il suggerimento di promuovere, quando possibile, il temporaneo affido di minori ad altre famiglie, che le famiglie di appartenenza dei minori vedessero bene.
La legge184/83 regolò la materia all’art. 2, prevedendo che affidi del genere potessero essere disposti dai servizi locali e resi esecutivi dal Giudice Tutelare. E fu di queste norme che subito si paventò, dai più avvertiti, la non applicazione o l’applicazione falsa. Era da temere che minori dalla ormai certa situazione d’abbandono venissero collocati in affido, invece che segnalati al Tribunale; e che decorso qualche tempo si gridasse all’abbandono, come sopraggiunto: per pretendere che il Tribunale, costatata l’ormai innegabile realtà, dei rapporti costituitisi tra gli affidati e gli affidatari, pronunciasse adozione in favore di questi ultimi: applicando, se essi eran privi dei requisiti di legge, la norma (art. 54 c) scritta per il caso di abbandonati ai quali non fosse stato possibile trovare adottanti che ne fossero provvisti.
Era pure da temere che altri affidi, legittimi all’origine perché prevedibilmente temporanea la mancanza di idoneo ambiente familiare, venissero gestiti in tal modo da far maturare, proprio essi, l’abbandono che inizialmente non c’era: sottilmente ostacolando, invece che agevolarli i rapporti tra i minori e congiunti. Anche in questi casi, le relazioni frattanto costituitesi con gli affidatari sarebbero state dette irreversibili e come tali impeditive dell’affidamento preadottivo ad altri adulti;
e anche in questi casi si sarebbe reclamata l’applicazione dell’art. 54 c. SI può comprendere che prospettive del genere non minacciassero dovunque allo stesso modo, perché diverso da Distretto a Distretto il livello di audacia nell’organizzazione di callide intese, e perché diversa la capacità dei giudici minorili di allarmarsene. Lo confermano le statistiche distrettuali, con notabili diversità di frequenza delle adozioni ex art. 54.
Esponiamo qui di seguito, per il nostro paziente lettore, quanto avvenne in Distretto di Catania.
*Si veda per tutto ciò, in questo stesso blog, lo scritto di prossima pubblicazione Il Tribunale per i Minori di Catania ed il ricovero dei minori a convitto
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