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Tribunale di Savona, 30 gennaio 2008 - testo integrale Sentenza
Tribunale di Savona, 30 gennaio 2008
Salute · contagio · partner · penale · lesioni · reato preterintenzionale · malattia · contagio
31.1.2008, diritto-in-rete.com
"il concetto clinico di malattia richiede il concorso del requisito essenziale di una riduzione apprezzabile di funzionalità, a cui può anche non corrispondere una lesione anatomica, e di quello di un fatto morboso in evoluzione, a breve o lunga scadenza,verso un esito che potrà essere la guarigione perfetta, l'adattamento a nuove condizioni di vit aoppure la mort"
Tribunale di Savona, in composizione monocratica, Sentenza 6 dicembre 2007 (dep. 30 gennaio 2008) est. Aschero
Pacifico poi che il contagio da Hiv comporti una malattia intesa in senso giuridico.
Con una bella recentissima sentenza del 18 gennaio 2008 il Tribunale di Milano si e’ espresso in senso analogo , con argomentazioni pienamente condivisibili :
“Il Collegio ritiene che la trasmissione del virus HIV integri la nozione di “malattia” nel soggetto che viene infettato.
Come ha affermato la giurisprudenza, “il concetto clinico di malattia richiede il concorso del requisito essenziale di una riduzione apprezzabile di funzionalità, a cui può anche non corrispondere una lesione anatomica, e di quello di un fatto morboso in evoluzione, a breve o lunga scadenza,verso un esito che potrà essere la guarigione perfetta, l'adattamento a nuove condizioni di vit aoppure la morte” (così, di recente, Cass., sez. IV, 14.11.1996, n. 10643, P.C. in c. Franciolini ed altri, in C.E.D. Cass., n. 207339).
Come sopra si è evidenziato, la malattia in esame costa di tre stadi: la trasmissione del virus e il radicamento nel soggetto infettato, la latenza, la fase acuta - a.i.d.s. in senso proprio; dopo il radicamento del virus, un’appropriata terapia farmacologia può impedire il verificarsi della fase di a.i.d.s. conclamata, che ha esito letale.
Non vi dubbio, pertanto, la trasmissione del virus h.i.v. rappresenta un sicuro danno alla salute – e quindi costituisce “malattia” - posto che il virus h.i.v. determina dei danni, genericamente intesi, all'organismo ospite, dando luogo ad una molteplicità di eventi biologici nei termini di uno stato patologico peggiorativo, specie sotto il profilo dell’immunodeficienza e dei danni ad essa conseguenti, rispetto ad un quadro non morboso delle funzioni fisiche.
- nella prima fase, a distanza di 2-6 settimane dal contagio, nel soggetto infetto si manifesta una “una sindrome acuta di tipo influenzale, contraddistinta da febbre, sonnolenza, astenia, cefalea, faringodinia, linfoadenopatia, eruzioni cutanee simultanea ad un’elevata presenza di virus nel sangue (viremia)”.
- nella successiva fase, detta di latenza clinica, non si manifestano sintomi specifici, e tuttavia “si verifica in questo periodo la progressiva riduzione dei linfociti CD4+, associata all’alterata funzione degli altri componenti cellulari del sistema immune (linfociti T8, macrogai e monoliti)”.
Quanto al caso in esame, se, nella V., il virus allo stato - e fortunatamente - è allo stadio di latenza (e quindi non in fase conclamata), nondimeno è riscontrabile una “malattia”, solo che si consideri il suo attuale stato di immunodeficienza (come attestato dalle analisi in atti), e dal fatto che, per impedire l’evoluzione del virus allo stadio conclamato di a.i.d.s., alla parte offesa devono essere somministrati farmaci antivirali, che, appunto bloccano il virus, ciò che non avverrebbe se il soggetto fosse “sano”.
Del resto, la Suprema Corte ha (addirittura) ravvisato il reato di tentato omicidio nel caso in cui un soggetto affetto da a.i.d.s. emetta volontariamente dal cavo orale saliva mista a sangue con la quale raggiunga, allo scopo di trasmettere il contagio, parti sensibili (nella specie, le mucose della bocca e la congiuntiva dell'occhio), della persona presa di mira (così Cass., Sez. I, 3 maggio 2000, n. 9541La Marina, in Dir. pen. proc., 2001, 1397 ss.).”
Provato pertanto risulta l’elemento oggettivo del reato.
Le lesioni sono state contestate come dolose.
E’ risultata provata documentalmente ( vedi cartella medica in atti ) e riconosciuta dallo stesso R. la sua consapevolezza sia della sieropositivita’ fin dal 1986 sia delle modalita’ di contagio. Si aggiunga che il dr Anselmo del reparto infettivologia ha precisato che il R. e ‘ soggetto seguito dal suo reparto dal 1997 – data antecedente all’inizio del rapporto con la vittima - in quanto sieropositivo e che allo stesso era stato spiegato il rischio e le modalita’ del contagio. La stessa teste ed ex moglie del R. ha riferito che lo stesso era ben consapevole della modalita’ di trasmissione e che durante la sua gravidanza , proprio per il rischio derivante dalla infezione, fu particolarmente seguita.
L’aver pertanto consumato numerosissimi rapporti sessuali non protetti con questa consapevolezza porta a ritenere sicuramente provato il dolo eventuale .
Il R., infatti, pur conoscendo il rischio cui sottoponeva la compagna , lo ha accettato sperando non si verificasse. In sostanza , pur non volendo l’evento lesivo , lo ha accettato come conseguenza eventuale della sua condotta , in altri termini ancora , pur non intendendo realizzarlo, ha consentito al suo verificarsi .
Dagli atti la figura del R. ed in particolare l’atteggiamento dello stesso nei confronti della malattia ed in sostanza della vita propria e altrui emerge in modo abbastanza chiaro.
Il R. fu tossicodipendente, e divenne sieropositivo , atteggiamento gia’ questo indicativo di una scarsa attenzione alla propria salute. Nel 1986 scopre la propria sieropositivita’ ma per anni non si sottopone piu’ a controlli. Dalla cartella clinica dell’imputato emerge che lo stesso dopo la prima ricerca di anticorpi HIV effettuata nel 1986 non si sottopone piu’ ad alcun controllo fino al 2005 ( p. 114 ), segnale o di una rimozione psicologica del problema o di una accettazione fatalistica del destino. Questo stesso atteggiamento psicologico lo porta ad avere un figlio con la moglie. Questo stesso atteggiamento lo portera’ poi all’episodio in questione, episodio che non risulta averlo in alcun modo sconvolto o anche solo minimamente fatto ravvedere, atteso che lo stesso ha ammesso di continuare a tenere analogo comportamento con la nuova compagna non potendo ritenere di aver rapporto protetti con chi ha un rapporto stabile.
E proprio questo suo complessivo atteggiamento nonche’ in particolare la sua reazione ( o meglio la sua “non reazione” ) alla notizia del contagio e la sua successiva indifferenza , confermata dalla dr. Carozzi e da altri testi sentiti ( v. sit T. ), portano a ritenere altamente verosimile la versione della G. che riferisce di non aver saputo dal R. che lo stesso era sieropositivo.
Evidente pertanto in tale atteggiamento il dolo eventuale , ‘ossia la non volonta’ del contagio ma l’accettazione consapevole dell’elevato rischio . Cio’ che in sostanza si rimprovera al R. e’ di essersi volontariamente determinato alla condotta nonostante la previsione di realizzare un illecito penale . Diverso sarebbe stato il caso in cui il R. , consapevole del suo stato, avesse avuto rapporti con la G. , cosi’ infettandola, pur avendo preso le precauzioni disponibili ( uso di profilattico ) e quindi nel giustificato e preciso convincimento che il contagio non si sarebbe verificato. Solo in una simile ipotesi si poteva ritenere provato il convincimento del non verificarsi dell’evento; nel caso contrario appare evidente la accettazione del rischio del contagio , sebbene detto rischio fosse stato probabilmente “psicologicamente rimosso”.
L’analisi psicologica degli stati affettivi ( speranza , desiderio ) , delle motivazioni profonde o addirittura inconsce che hanno portato il R. ad un simile comportamento esulano da un accertamento giudiziario sull’elemento soggettivo di un reato , accertamento che deve fondarsi su dati concreti e non su mere supposizioni non ancorate su alcun dato riscontrabile.
Sul punto particolarmente argomentata appare la sentenza n. 30425/01 della Suprema Corte trovatasi ad affrontare in sede di legittimità un caso analogo al presente ed i cui punti salienti si ritiene di dover richiamare .
“Il problema della individuazione dei criteri distintivi tra colpa cosciente e dolo eventuale – si legge in quella sentenza - è da tempo oggetto di attenzione da parte della dottrina, ma non appare opportuno riportare in questa sede tutte le teorie che sono state elaborate in proposito. Appare invece più utile e proficuo un breve esame della giurisprudenza più recente di questa Corte, formatasi sul tema. Da tale esame, sia pure con qualche diversità di accenti e sfumature, emergono essenzialmente due principali filoni giurisprudenziali.
Il primo, decisamente prevalente, privilegia la tesi che l'elemento che differenzia il dolo eventuale dalla colpa con previsione dell'evento si basa sul cosiddetto criterio dell'accettazione del rischio: si afferma cioè che risponde a titolo di dolo l'agente che, pur non volendo l'evento, accetta il rischio che esso si verifichi come risultato della sua condotta, comportandosi anche "a costo di determinarlo", mentre risponde a titolo di colpa aggravata l'agente che, pur rappresentandosi l'evento come possibile risultato della sua condotta, agisce nella ragionevole speranza che esso non si verifichi.
In tal modo, si dice generalmente, accettare il rischio di produrre l'evento equivale a volerlo, e in tal modo si rispettano ed applicano le norme vigenti in tema di elemento psicologico (artt. 42 e 43 C.P.), che, ai fini della sussistenza del dolo, richiedono comunque come indefettibile l'esistenza dell'elemento volitivo sotto l'aspetto della consapevole volontarietà dell'evento.( omissis)
Il secondo, pur non escludendo del tutto l'aspetto del rischio, pone tuttavia l'accento sulla prevedibilità dell'evento, ed afferma che si ha dolo eventuale nel caso in cui il verificarsi dell'evento si presenti come concretamente possibile, mentre si versa in ipotesi di colpa cosciente allorché la verificabilità dell'evento rimane una ipotesi astratta. L'aspetto dell'accettazione del rischio rimane relegato in secondo piano come un elemento implicito nella volizione dell'azione.
...( omissis )...
Vi sono poi alcune correnti giurisprudenziali minori. Una di esse fa riferimento al cosiddetto criterio dell'indifferenza:
"In tema di omicidio, si configura la colpa con previsione allorché il soggetto si pone in una concreta situazione di indifferenza rispetto all'evento, sperando che esso non abbia a realizzarsi ritenendolo evitabile per abilità personale o per intervento di altri fattori. Si configura, invece, il dolo eventuale allorché l'agente si rappresenta due determinate conseguenze della sua condotta, entrambe volute come possibili o probabili come effetto del rischio della sua attività." (Sez. 4^, sent. n. 27 del 5-10-1987, Margheri).
Un'altra ritiene comunque indispensabile l'accertamento della reale previsione e volizione dell'evento: "Al fine di accertare la ricorrenza del dolo eventuale o della colpa con previsione dell'evento non è sufficiente il rilievo che l'evento stesso si presenti come obiettivamente prevedibile, dovendosi avere riguardo alla reale previsione e volizione di esso ovvero all'imprudente o negligente valutazione delle circostanze di fatto. Ne consegue che non può rispondere di lesioni volontarie, sulla base esclusiva dell'obiettiva prevedibiliià dell'evento, il militare che avendo rovesciato dal suo letto un commilitone, ne abbia provocato l'urto violento contro il muro e una conseguente commozione cerebrale. Sez. 1^, sent. n. 6581 del 15-7-1988), Sartori).
Da questo exursus emerge chiaramente che nel caso di specie mai si potrebbe ravvisare la colpa cosciente come invece ritiene di poter ravvisare la Suprema Corte nella sentenza ora citata .
Questo giudice ritiene di dover aderire al primo e prevalente filone giurisprudenziale ( nonche’ dottrinale ) della accettazione del rischio E nel caso la piena accettazione del rischio vi fu , attese le conoscenze dello stesso che il R. aveva delle modalita’ di contagio , da poter ormai ritenere notorie per una persona di media cultura, ma a lui in particolare spiegate dai medici sia dei reparti infettivi, sia dai ginecologi che seguirono la moglie durante la gravidanza
Ma , anche seguendo il secondo filone giurisprudenziale , vi e’ la prova del dolo in quanto per aversi colpa era necessario che l’evento potesse rimanere una ipotesi astratta, mentre sappiamo come l’evento non potesse non essere considerato altamente probabile per le cognizioni che ormai sul punto il R. concretamente aveva e comunque ogni persona minimamente acculturata ha .
Neppure seguendo le correnti minori si arriva a poter sostenere un atteggiamento colposo in quanto il R. – come sopra spiegato- nulla ha fatto per poter confidare in sue particolari abilita’ a non contagiare il partner.
Si noti d’altra parte che l’unica sentenza che in materia ravvisa la colpa ( ossia quella sopra citata ) perviene a questo convincimento trovandosi dinanzi a persona in situazione di evidente degrado ambientale e di livello culturale assai scadente, ossia del tutto differente dal R. , affermato imprenditore.
Si legge, infatti, nella sentenza :” Ciò, in quanto, anche in base al suo modesto livello culturale e nonostante le informazioni avute dai medici nella pochissime occasioni nelle quali egli li aveva consultati, aveva maturato la convinzione, poggiante sulla considerazione che il suo stato di salute non aveva negli anni subito alcun processo peggiorativo e godeva, tutto sommato, "buona salute", che niente di male avrebbe potuto succedere alla moglie”
Correttamente le lesioni sono state contestate come gravissime trattandosi di malattia insanabile per le motivazioni gia’ sopra riportate a proposito della nozione di malattia .
Piu’ attenzione merita la possibilita’ di riconoscere le circostanze attenuanti generiche .
Sul punto rilevante appare soffermarsi sulla sussistenza o meno del consenso della vittima, che si ritiene rilevante come circostanza da prendere in considerazione ai sensi dell’art 62 bis c.p. dovendosi ritenere ben diverso in termini di gravita’ la condotta di colui che informa il partner del suo virus da cui non lo informa, lasciandolo inconsapevole dei rischi cui va incontro.
Nessun elemento agli atti porta a ritenere che la G. fosse consapevole della sieropositivita’.
Non vi e’ dubbio che alcuni atteggiamenti tenuti dalla donna dopo la scoperta del contagio possano far ritenere il contrario , ma l’insieme degli elementi raccolti porta ad escluderlo.
Quando lo comunica all’ex compagno , sicuramente ancora innamorata , spera in un conforto , forse anche ad una ripresa del rapporto atteso che il contagio ormai e’ avvenuto , conforto che non arriva. Di qui le email appassionate agli atti , compatibili con quelle di una donna perdutamente innamorata, disperata e , ormai consapevole del contagio, disposta a proseguire il rapporto in cambio dell’amore del compagno perduto . Email attestanti anche una cieca gelosia nei confronti della nuova convivente. Ma sicuramente mai attestanti una pregressa consapevolezza della malattia del compagno .
In particolare la C. riferisce di aver avvicinato il R. dopo l’accertamento del contagio e di aver chiesto spiegazioni , ma costui , lungi dal giustificarsi riferendo che la G. era consapevole di tutto, nega addirittura di essere sieropositivo.
Anche la teste N.conferma la non consapevolezza della sieropositivita’ del R. da parte della G. ricordando di essere stata presente al telefono quando lei comunicava al R. il contagio e costui , all’insaputa di una presenza terza , rispondeva egualmente che lui non era affetto dal virus. Risposte queste che assolutamente non si attagliano ad una persona che riteneva di aver tenuto un rapporto con la G. trasparente e consensuale sul punto.
Inoltre nessun ravvedimento del reo e’ emerso dagli atti, ne’ mai e’ stata palesata una volonta’ risarcitoria .
Si ritiene pertanto di dover concedere le attenuanti generiche solo per la incensuratezza
Peraltro, in un giudizio complessivo di valutazione del fatto e di bilanciamento delle circostanze ex art 69 c.p., l’aggravante contestata di malattia insanabile appare piu’ pesante e pregnante delle circostanze attenuanti concesse sulla base della sola formale incensuratezza.
Alla luce di quanto premesso sia circa le modalita’ e la gravita’del fatto, sia del comportamento del reo tenuto prima e dopo l’evento, congrua appare la pena di anni sei di reclusione ridotta per il rito ad anni quattro di reclusione .
Trattandosi di fatto commesso prima del maggio 2006 e per reato non escluso dal provvedimento , la pena va dichiarata condonata per anni tre ex art 1 l. 241/06
RISARCIMENTO DEI DANNI E PROVVISIONALE
L’accertamento della responsabilita’ penale porta conseguentemente all’accertamento della responsabilita’ civile ed alla condanna al risarcimento dei danni , danni che peraltro per la loro natura in evoluzione non possono che essere quantificati in separata sede come richiesto dalla P.C.
Atteso il tempo intercorso senza che in alcun modo il R. abbia mai proposto anche solo un simbolico risarcimento del danno , va disposta una provvisionale che alla luce dei parametri di cui alle tabelle del danno biologico , ma tenuto conto anche del danno morale e/0 esistenziale puo’ essere quantificata in € 250.000,00.
Le spese legali si liquidano come da dispositivo nei parametri di legge .
Visto l’art. 442 , 533 SS C.P.P.
R. A. responsabile del reato a lui ascritto e , concesse le attenuanti generiche , ritenuta peraltro prevalente l’aggravante contestata e operata la riduzione per il rito , lo condanna alla pena di anni quattro di reclusione , oltre le spese.
Pena condonata per anni tre
Visto l’art 538 c.p.p.
Dichiara R. A. tenuto e lo condanna al risarcimento dei danni patiti dalla parte civile costituita da liquidarsi in separata sede, oltre alla rifusione delle spese legali da questa incontrate, che si liquidano in € 3000,00 oltre IVA e CPA .
Lo condanna per l’intanto al pagamento immediato a favore della Parte Civile di una provvisionale pari a € 250.000,00 ( duecentocinquantamila )
Si riserva per i motivi gg 90
Savona 6.12.07
Dott.ssa Donatella Aschero
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