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Timestamp: 2019-05-19 21:01:45+00:00
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Interdizione e inabilitazione | psicologo napoli, perizie danno, conciliazione -consulenze psicologo online
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L’interdizione giudiziale è volta a tutelare (contrariamente al comune modo di pensare che in passato considerava l’applicazione di questo provvedimento come “disonorevole”) soggetti individuati in maniera puntuale dalla legge: il maggiore di età e il minore (nell’ultimo anno della sua minore età), che si trovino in condizioni di abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi.
L’unico modo per tutelare queste persone è, pertanto, quello di privarle della capacità di compiere atti suscettibili di avere rilievo giuridico e potenzialmente lesivi dei loro interessi.
È uno strumento di protezione particolarmente incisivo volto a privare della capacità di agire (cioè la capacità, che si acquista con la maggiore età, di compiere atti idonei a costituire, modificare o estinguere la propria situazione giuridica, ad es.: vendere o donare un immobile) soggetti che si trovano in condizioni psicofisiche tali da renderli incapaci a provvedere ai loro interessi.
necessità di un’adeguata protezione.
Si tenga presente che l’interdizione è uno strumento residuale rispetto alla amministrazione di sostegno: si procede ad essa qualora gli altri strumenti di protezione non siano idonei e/o sufficienti.
Chi può attivare il procedimento di Interdizione
L’istanza per richiedere l’interdizione può essere presentata da determinati soggetti:
dallo stesso interdicendo;
dalla persona stabilmente convivente;
dai parenti entro il quarto grado (padre, figlio, fratelli, nonni, nipoti bisnonno, pronipoti, zii);
dagli affini (i parenti del coniuge) entro il secondo grado;
dal pubblico ministero (un magistrato del tribunale).
Procedimento di Interdizione
La richiesta di interdizione è fatta con ricorso, contenente l’esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata, diretto al Tribunale del luogo in cui la persona da interdire ha la residenza o il domicilio effettivi.
Se si tratta di una persona stabilmente ricoverata, la domanda dovrà essere presentata nel Tribunale del luogo dove realmente vive.
Il Presidente del Tribunale dà comunicazione del ricorso al Pubblico Ministero, che può, valutata la domanda, chiedere che la stessa sia respinta con decreto.
Se ciò non si verifica, il Presidente nomina il giudice istruttore (incaricato di istruire la causa vale a dire svolgere gli adempimenti qui di seguito elencati) e fissa l’udienza di comparizione di colui che ha presentato domanda, dell’interdicendo e di tutti coloro che sono nominati nella domanda.
All’udienza il giudice istruttore:
procede all’esame dell’interdicendo (recandosi, se del caso, presso il luogo in cui si trova);
sente il parere delle altre persone citate;
può disporre d’ufficio l’assunzione di ulteriori informazioni.
Provvedimenti del Giudice Istruttore
Fase centrale del procedimento di interdizione è l’esame diretto dell’interdicendo da parte del giudice che può farsi assistere anche da un consulente tecnico (ad es.: un medico).
Dopo detto esame il giudice istruttore può, anche d’ufficio, nominare un tutore provvisorioqualora ne ravvisi la necessità o debbano essere compiuti atti urgenti: in questo modo, durante il giudizio, l’interdicendo è legalmente rappresentato e, in caso di successiva interdizione, gli atti eventualmente compiuti in prima persona dall’incapace dopo la nomina del tutore sono annullabili.
Scelta del Tutore
Con la sentenza che dichiara l’interdizione viene disposta la nomina di un tutore, scelto di preferenza tra il coniuge che non sia separato, il padre, la madre, un figlio maggiorenne o la persona designata con testamento dal genitore superstite, con il compito di rappresentare legalmente l’interdetto e di amministrare il suo patrimonio.
Effetti dell’interdizione e doveri del Tutore
Gli effetti dell’interdizione decorrono dal momento della pubblicazione della sentenza (che corrisponde al momento in cui viene depositata nella cancelleria del Tribunale che l’ha emessa).
La sentenza viene annotata dal cancelliere nel registro delle tutele e comunicata all’ufficiale dello stato civile per essere annotata a margine dell’atto di nascita.
Con la sentenza di interdizione (o previamente con la nomina di un tutore provvisorio in corso di causa) la gestione del patrimonio dell’interdetto e gli atti relativi ad esso sono affidati al tutore, che si sostituisce, per così dire, alla persona incapace.
Il tutore può:
1. compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione (cioè quegli atti che tendono unicamente a gestire un complesso patrimoniale senza intaccarne la consistenza) necessari alla vita quotidiana dell’interdetto;
2. compiere gli atti di straordinaria amministrazione (ad esempio vendita o acquisto di beni immobili o di beni mobili di valore, accettazione di eredità ecc.) solo previa autorizzazione del giudice tutelare o del tribunale, a seconda dei casi di cui agli artt. 412-413 del codice civile.
Il tutore deve, inoltre, tenere la contabilità della sua amministrazione e renderne conto annualmente al giudice tutelare.
L’incarico del tutore non può essere conferito per un periodo maggiore di dieci anni ad eccezione del coniuge, della persona convivente, degli ascendenti e dei discendenti.
Condizione giuridica dell’interdetto
L’interdetto si trova in una condizione simile a quella del minore: non può compiere direttamente nessun atto che abbia una rilevanza giuridica se non quelli necessari a soddisfare le esigenze della vita quotidiana in rapporto alle proprie capacità intellettive.
Il Tribunale, peraltro, con la sentenza che pronuncia l’interdizione o con provvedimento separato, può autorizzare l’interdetto a compiere alcuni atti di ordinaria amministrazione autonomamente o con l’assistenza del tutore.
L’interdizione preclude:
il riconoscimento di figli nati fuori del matrimonio,
la possibilità di fare testamento.
Revoca dell’interdizione
Qualora venissero meno i presupposti che hanno condotto all’interdizione, essa può essere revocata in qualsiasi momento con sentenza del tribunale su istanza del coniuge, del convivente, dei parenti entro il quarto grado, degli affini entro il secondo grado, del tutore, del pubblico ministero.
Se il Tribunale, pur riconoscendo fondata l’istanza di revoca dell’interdizione, non crede che l’interdetto abbia riacquistato la piena capacità, può revocare l’interdizione e trasmettere gli atti al giudice tutelare perché apra una procedura di amministrazione di sostegno (che è uno strumento giuridico di protezione introdotto con la legge 6/2004 al fine di tutelare chiunque si trovi in condizioni di particolare difficoltà e ridotta capacità di autonomia).
L’interdizione giudiziale, da annoverare tra gli strumenti di protezione di soggetti deboli, non va confusa con l’interdizione legale che è un istituto con funzione sanzionatoria previsto come pena accessoria ad una condanna definitiva all’ergastolo ovvero alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni.
L’interdetto legale si trova nella medesima situazione in cui si trova l’interdetto giudiziale, non potendo compiere atti dispositivi del proprio patrimonio.
L’inabilitato, previa dichiarazione del Tribunale della sua parziale incapacità, diversamente dall’interdetto, può compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione da solo, mentre deve essere affiancato dal curatore per gli atti di straordinaria amministrazione e necessita sempre per questi ultimi, della autorizzazione del giudice tutelare.