Source: http://leg16.camera.it/1001?current_page_16176=5
Timestamp: 2019-07-16 23:29:52+00:00
Document Index: 51272322

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 108', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 288', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 30']

Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 23 gennaio 2014
Causa n.: C-537/11
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull'interpretazione degli articoli 2, punto 3-octies, e 4-bis, paragrafo 4, della direttiva 1999/32/CE sulla riduzione del tenore di zolfo di alcuni combustibili liquidi. Il procedimento principale è stato promosso presso il tribunale di Genova dal comandante della nave da crociera MSC Orchestra, battente bandiera panamense e appartenente alla Compagnia Naviera Orchestra, che ha proposto opposizione avverso la sanzione amministrativa irrogata dalla Capitaneria di Porto di Genova per la violazione del limite massimo di zolfo di 1,5 per cento in massa, previsto dagli articoli 295 e 296 del decreto legislativo n. 152/2006, che hanno recepito la direttiva 1999/32/CE. Sia il diritto internazionale sia la normativa europea prevedono un limite massimo di zolfo nei combustibili per uso marittimo allo scopo di ridurre le emissioni di anidride solforosa, i cui effetti sono nocivi per le persone e per l'ambiente. La Convenzione internazionale per la prevenzione dell'inquinamento causato da navi, firmata a Londra nel '78 e completata dal protocollo del 1978 (cosiddetta convenzione Marpol 73/78) fissa il limite massimo del tenore di zolfo in 4,5 per cento in massa. Tra le parti contraenti la convenzione Marpol figurano anche 27 Stati membri dell'UE, tra cui l'Italia ma non anche l'UE in quanto tale. La direttiva europea 1999/32/CE, invece, fissa tale limite all'1,5 per cento in massa. Essa si applica alle navi passeggeri che svolgono servizio di linea da o verso qualsiasi porto comunitario. Sulla base degli argomenti contenuti nel ricorso, il Tribunale di Genova ha sospeso il procedimento principale e sottoposto alla Corte europea le seguenti questioni pregiudiziali: 1) se il limite dell'1,5 per cento fissato dalla direttiva 1999/32/CE si applichi alle navi battenti bandiera di uno Stato non appartenente alla UE e contraente la convenzione Marpol 73/78, quando queste si trovano nel porto di uno Stato membro dell'UE; 2) se il limite fissato dalla direttiva sia in contrasto con il principio generale di diritto internazionale pacta sunt servanda nonché con il principio di leale collaborazione tra Comunità e Stati membri contraenti la convenzione, in quanto questi sarebbero costretti a venire meno agli obblighi assunti nei confronti degli altri Stati contraenti la convenzione; 3) se la nozione di "servizio di linea", di cui all'articolo 2, punto 3-octies della direttiva debba essere interpretata nel senso che tra le navi esercenti "servizio di linea" si annoverino anche le navi da crociera. Con riferimento all'ultima questione, ad avviso della Corte, la direttiva 1999/32/CE può applicarsi alle navi da crociera, che effettuano crociere, con o senza scali intermedi, che si concludono nel porto di partenza o in un altro porto, a condizione che tali crociere siano organizzate con una determinata frequenza, in date precise e, in linea di principio, a orari di partenza e di arrivo precisi e che gli interessati possano scegliere tra le diverse crociere offerte. Tale ultima circostanza è rimessa all'accertamento del giudice del rinvio. Con riferimento alla questione della violazione dei principi del diritto internazionale, ad avviso della Corte, la validità dell'articolo 4-bis della direttiva 1999/32/CE non può essere giudicata alla luce del rispetto di tali principi, dal momento che l'Unione europea non è parte contraente della convenzione Marpol 73/78 e, quindi, non è vincolata al rispetto della medesima. Il principio generale pacta sunt servanda vincola esclusivamente le parti contraenti un accordo internazionale. Infine, non spetta alla Corte pronunciarsi sulla questione relativa all'incidenza del limite fissato dalla Convenzione Marpol 73/78 sulla direttiva 1999/32/CE, in quanto non tutti gli Stati membri dell'UE sono parti contraenti la convenzione Marpol 73/78.
Sentenza della Corte (grande sezione) del 10 dicembre 2013
Causa n.: C-272/12 P
In data: 22/04/2014
C-272/12 P
Con l'impugnazione proposta il 1° giugno 2012, la Commissione europea ha chiesto alla Corte l'annullamento della sentenza del Tribunale dell'Unione europea del 21 marzo 2012, che ha annullato la decisione 2006/323/CE della Commissione (di seguito, la "decisione controversa"), relativa all'esenzione dall'accisa sugli oli minerali utilizzati come combustibile per la produzione di allumina nella regione di Gardanne, nella regione di Shannon e in Sardegna; in particolare, l'annullamento disposto dal Tribunale riguardava la parte in cui tale decisione accertava che le esenzioni dalle accise sugli oli minerali usati come combustibile concesse fino al 31 dicembre 2003, costituiscono aiuti di Stato a norma dell'articolo 107, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell'UE (TFUE), nonché la parte in cui ordina ai suddetti Stati membri di adottare tutte le misure necessarie per recuperare le esenzioni presso i loro beneficiari nella misura in cui questi ultimi non hanno versato un'accisa pari ad almeno 13,01 euro per 1 000 kg di oli combustibili pesanti.
Le accise sugli oli minerali sono state oggetto di diverse direttive, in particolare la direttiva 92/81/CEE, relativa all'armonizzazione delle strutture delle accise sugli oli minerali, la direttiva 92/82/CEE, relativa al ravvicinamento delle aliquote di accisa sugli oli minerali e la direttiva 2003/96/CE, che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità, che ha abrogato le direttive 92/81 e 92/82 con effetto dal 31 dicembre 2003.
L'articolo 8 della direttiva 92/81 disponeva che:
- il Consiglio, deliberando all'unanimità, su proposta della Commissione, può autorizzare uno Stato membro ad introdurre ulteriori esenzioni o riduzioni in base a considerazioni politiche specifiche. Qualora uno Stato membro intenda introdurre una siffatta misura, ne informa la Commissione. La Commissione informa della misura proposta gli altri Stati membri entro un mese. Si considera che il Consiglio abbia autorizzato l'esenzione o la riduzione proposta qualora, entro due mesi dal momento in cui gli altri Stati membri sono stati informati come stabilito nel secondo comma, né la Commissione, né alcuno Stato membro abbiano chiesto che la questione venga discussa in sede di Consiglio.
- qualora la Commissione ritenga che non possono più essere mantenute le esenzioni o riduzioni, in particolare per considerazioni di concorrenza sleale, di distorsioni nel funzionamento del mercato interno o di protezione dell'ambiente, essa presenta le opportune proposte al Consiglio, che decide all'unanimità.
La direttiva 2003/96 ha autorizzato gli Stati membri a continuare ad applicare, fino al 31 dicembre 2006, le aliquote ridotte o le esenzioni elencate al suo allegato II, incluse dunque quelle previste per produzione di allumina nella regione di Gardanne (dal 1997), di Shannon (dal 1983) e in Sardegna (dal 1993).
Tali esenzioni (di seguito denominate "esenzioni controverse") erano state autorizzate, rispettivamente, dalle decisioni 92/510/CEE, 93/697/CE, e 97/425/CE, più volte prorogate dal Consiglio, da ultimo fino al 31 dicembre 2006 con decisione 2001/224/CE.
Al considerando 5, quest'ultima decisione precisava che essa non pregiudicava l'esito di eventuali procedimenti in materia di distorsioni di funzionamento del mercato unico, che potrebbero essere in particolare intentati a norma degli articoli 107 e 108 del TFUE, e che essa non dispensava gli Stati membri, a norma dell'articolo 108, dall'obbligo di comunicare alla Commissione gli aiuti di Stato che possono essere istituiti.
Il 30 ottobre 2001, la Commissione ha avviato il procedimento previsto all'articolo 108, paragrafo 2, del TFUE nei confronti di ciascuna delle esenzioni controverse. In esito a tale procedimento, la Commissione ha adottato la citata decisione controversa, in forza della quale:
- le esenzioni dall'accisa sugli oli combustibili pesanti utilizzati nella produzione di allumina, concesse dall'Irlanda, dalla Repubblica francese e dalla Repubblica italiana fino al 31 dicembre 2003, costituiscono aiuti di Stato ai sensi dell'articolo 107, paragrafo 1, del TFUE;
- gli aiuti concessi fra il 17 luglio 1990 e il 2 febbraio 2002 (ovvero anteriormente alla data di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE delle decisioni di avvio del procedimento ex art. 108 del TFUE), non sono soggetti a recupero, poiché ciò sarebbe contrario ai principi generali del diritto comunitario, in particolare alla tutela del legittimo affidamento e alla certezza del diritto;
- gli aiuti concessi fra il 3 febbraio 2002 e il 31 dicembre 2003 sono incompatibili con il mercato comune: pertanto, questi ultimi aiuti devono essere recuperati.
Nella sentenza impugnata il Tribunale aveva annullato la decisione controversa, accogliendo i motivi dedotti dalle parti, vertenti sulla violazione dei principi della certezza del diritto e della presunzione di legittimità degli atti dell'Unione europea; con tale motivi le ricorrenti addebitavano in sostanza alla Commissione di avere, con la suddetta decisione, parzialmente azzerato gli effetti giuridici prodotti dalle decisioni di autorizzazione. Esaminando questi motivi, il Tribunale ha ritenuto che tali decisioni impedissero che la Commissione potesse imputare agli Stati membri interessati le esenzioni controverse e, pertanto, che essa potesse qualificarle come aiuti di Stato.
Nella sentenza in oggetto, la Corte innanzi tutto accerta un errore di diritto da parte del Tribunale che ha rilevato d'ufficio il motivo secondo cui le esenzioni controverse sarebbero imputabili non agli Stati membri ma all'Unione, senza che nessuna delle parti ricorrenti avesse fatto valere tale motivo in giudizio.
In secondo luogo, la Corte osserva che la sentenza del Tribunale ha stabilito che, al momento dell'adozione della decisione controversa, la decisione 2001/224 continuava ad essere valida e che essa, nonché le decisioni che l'avevano preceduta e la direttiva 92/81/CE, beneficiavano della presunzione di legittimità inerente agli atti dell'Unione e producevano tutti i loro effetti giuridici. Per il Tribunale, dunque, l'Irlanda, la Francia e l'Italia erano autorizzate a basarsi su tali decisioni per continuare ad applicare le esenzioni controverse, e la decisione controversa violava in tal modo i principi della certezza del diritto e della presunzione di legittimità degli atti dell'Unione.
Tuttavia, ad avviso della Corte il Tribunale ha trascurato le rispettive competenze del Consiglio e della Commissione in materia di armonizzazione delle normative sulle accise, da un lato, e in materia di aiuti di Stato, dall'altro. Infatti, con la scelta di prevedere nel Trattato, all'articolo 108, l'esame permanente ed il controllo degli aiuti da parte della Commissione, si è inteso riservare ad essa un ruolo centrale per il riconoscimento dell'eventuale incompatibilità di un aiuto. Quanto al potere di cui il Consiglio si trova investito in materia di aiuti di Stato in forza dell'articolo 108, paragrafo 2, terzo comma, esso ha carattere eccezionale, il che comporta che debba necessariamente essere oggetto di un'interpretazione restrittiva. Pertanto, una decisione del Consiglio che autorizza uno Stato membro a introdurre un'esenzione dalle accise non poteva produrre l'effetto di impedire alla Commissione di esercitare le competenze ad essa assegnate dal Trattato e, di conseguenza, di attuare il procedimento previsto dall'articolo 108 e di adottare, ove necessario, in esito a tale procedimento, una decisione quale la decisione controversa.
Alla luce di queste considerazioni la Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia la causa dinanzi al Tribunale.
Sentenza della Corte (Settima Sezione) del 10 ottobre 2013
Causa n.: C-353/12
In data: 20/11/2013
C-353/12
La sentenza ha per oggetto il ricorso con il quale la Commissione ha chiesto di condannare l'Italia per non aver preso, nei termini stabiliti, tutti i provvedimenti necessari per recuperare l'aiuto concesso dal Governo italiano in favore di Ixfin S.p.A. (società di diritto italiano che opera nel settore della produzione e assemblaggio di prodotti elettronici), dichiarato illegittimo ed incompatibile con il mercato interno dalla decisione 2010/359/CE del 28 ottobre 2009.
Nel novembre 2005 un decreto del Ministero per lo sviluppo economico concede alla Ixfin S.p.A. la garanzia dello Stato su un prestito di 15 milioni di euro dalla BancApulia S.p.A. Nell'agosto 2006 l'Italia informa la Commissione che la Ixfin è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Napoli. Dopo indagine formale, la Commissione nell'ottobre 2009 adotta la decisione 2010/359/CE, in cui dichiara che l'aiuto accordato alla Ixfin S.p.A costituisce un aiuto di Stato incompatibile con il mercato interno (dal momento che la garanzia sui prestiti concessa all'azienda non è stata seguita da un piano di ristrutturazione comprovante il ripristino della redditività della società, come prevedono gli Orientamenti comunitari sugli aiuti di Stato per il salvataggio e la ristrutturazione di imprese in difficoltà) e stabilisce che l'Italia, entro 4 mesi dalla notifica della decisione, proceda al recupero dell'aiuto. Inoltre, entro 2 mesi dalla notifica della decisione, l'Italia dovrà provvedere ad informare la Commissione circa l'importo complessivo dell'aiuto, i provvedimenti adottati e previsti per dare esecuzione alla decisione e i documenti attestanti che al beneficiario è stato ingiunto di rimborsare l'aiuto. Nel luglio 2012 la Commissione, sulla base del rilievo che al 1° marzo 2010, data di scadenza del termine di esecuzione della decisione 2010/359, la Repubblica italiana non ha recuperato l'aiuto di cui trattasi, presenta ricorso per inadempimento presso la Corte. La Commissione addebita all'Italia anche il fatto di essere venuta meno all'obbligo di informazione che le incombeva in base all'art. 4 della summenzionata decisione.
L'Italia argomenta che quando il beneficiario di un aiuto è stato dichiarato fallito, la domanda di iscrizione del credito al passivo è sufficiente a far considerare recuperato tale aiuto. Nel caso di specie, la domanda risalirebbe al novembre 2006, cioè prima della stessa adozione della decisione. E' vero che l'iscrizione del credito è stata effettuata solo successivamente e cioè dopo la scadenza del termine fissato dalla decisione per il recupero dell'aiuto, ma ciò è avvenuto a causa della complessità delle procedure fallimentari italiane. Infine, la Repubblica italiana ritiene di aver costantemente tenuto informata la Commissione di tutte le misure dirette all'esecuzione della decisione.
La Corte dichiara la fondatezza del ricorso della Commissione, poiché l'Italia non ha emanato, entro il termine prescritto, tutte le misure necessarie per procedere al recupero degli aiuti dichiarati illegittimi ed incompatibili con il mercato comune. La Corte, richiamando la sua precedente giurisprudenza, ribadisce che lo Stato membro destinatario di una decisione che gli impone di recuperare aiuti illegittimi è tenuto, ai sensi dell'art. 288, quarto comma, del TFUE, ad adottare ogni misura idonea ad assicurare l'esecuzione di tale decisione e il fatto che un'impresa sia in difficoltà o in stato di fallimento non ha alcuna incidenza sull'obbligo di recupero. In linea di principio, l'eliminazione della distorsione della concorrenza risultante dagli aiuti illegittimamente erogati può essere attuata mediante l'iscrizione al passivo fallimentare del credito relativo alla restituzione degli aiuti in questione; nel caso specifico, tuttavia, tale iscrizione è intervenuta dopo la scadenza del termine fissato nella decisione 2010/359 per il recupero dell'aiuto. Con riferimento all'argomento addotto dall'Italia della complessità delle procedure nazionali di fallimento, la Corte ribadisce che il solo mezzo di difesa che uno Stato membro può opporre ad un ricorso per inadempimento è quello relativo all'impossibilità assoluta di dare correttamente esecuzione alla decisione 2010/359; nella fattispecie, l'Italia non solo non ha invocato tale impossibilità assoluta, ma non ha assunto alcuna vera iniziativa nei confronti delle imprese interessate ai fini di recuperare l'aiuto né ha proposto alla Commissione modalità alternative di esecuzione della decisione.
Sulla base di questi argomenti, la Corte dichiara l'Italia inadempiente alla decisione 2010/359, per non avere adottato entro i termini prescritti tutti i provvedimenti necessari per recuperare gli aiuti concessi - oltre che per non avere comunicato alla Commissione, entro il termine assegnato, le informazioni elencate all'articolo 4 di tale decisione - e la condanna alle spese.
Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 10 ottobre 2013
Causa n.: C-94/12
La domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte dal Tribunale amministrativo regionale per le Marche verte sull'interpretazione dell'articolo 47, paragrafo 2, della direttiva 2004/18/CE, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi. Tale domanda è stata proposta nell'ambito di una controversia fra la Swm Costruzioni 2 S.p.A. e la Mannocchi Luigino DI - che hanno costituito un raggruppamento temporaneo di imprese (RTI) - e la Provincia di Fermo, relativamente alla decisione di quest'ultima di escludere detto RTI dalla procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico di lavori.
La Provincia di Fermo ha avviato una procedura di appalto di lavori di ammodernamento ed ampliamento di una strada provinciale, del valore stimato superiore alla soglia di applicazione dell'art. 7 della direttiva 2004/18, in cui si richiedeva ai concorrenti di dimostrare le relative capacità tecniche e professionali presentando un'attestazione SOA corrispondente alla natura e all'importo dei lavori oggetto dell'appalto. Il raggruppamento temporaneo di imprese (RTI) formato dalla Swm e dalla Mannocchi Luigino DI ha partecipato alla gara attraverso la mandataria Swm che, al fine di soddisfare il requisito relativo alla classe di attestazione SOA necessaria, si è avvalsa delle attestazioni SOA di due imprese terze. Il RTI, escluso dalla gara in considerazione del divieto generale di avvalimento plurimo all'interno della medesima categoria di qualificazione (articolo 49, comma 6, dlgs. n. 163/2006), ha quindi adito il TAR Marche con un ricorso avverso la decisione di esclusione.
Il DPR n. 34, del 25 gennaio 2000 - Regolamento recante istituzione del sistema di qualificazione per gli esecutori di lavori pubblici - stabilisce che gli appalti pubblici di lavori di importo superiore a 150.000 euro possono essere eseguiti unicamente da imprese in possesso delle attestazioni emesse dalle società di attestazione (SOA). Il decreto legislativo n. 163, del 12 aprile 2006, recante Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE, dispone che per i lavori il concorrente può avvalersi di una sola impresa ausiliaria per ciascuna categoria di qualificazione. Il bando di gara può ammettere l'avvalimento di più imprese ausiliarie in ragione dell'importo dell'appalto o della peculiarità delle prestazioni.
Il TAR Marche ha richiamato alcune pronunce del Consiglio di Stato secondo le quali, da un lato, il divieto in parola non è applicabile alle imprese costituenti un RTI quando quest'ultimo sia esso stesso candidato o offerente; d'altro lato, un concorrente non può cumulare la propria attestazione SOA e quella di un soggetto terzo per raggiungere la classe richiesta per un determinato appalto. Il TAR ha deciso quindi di sospendere il procedimento e di chiedere alla Corte di giustizia se la direttiva 2004/18 tolleri una disposizione nazionale che vieta agli operatori economici partecipanti ad un appalto pubblico di lavori di far valere, per una medesima categoria di qualificazione, le capacità di più imprese.
La Corte nella sua sentenza ricorda che, ai sensi dell'articolo 44, paragrafo 1, della direttiva 2004/18, l'amministrazione aggiudicatrice - cui spetta verificare l'idoneità dei candidati conformemente ai criteri della direttiva - può richiedere ai candidati stessi di provare la loro capacità economica e finanziaria (mediante una dichiarazione concernente il fatturato globale nonché il fatturato del settore di attività oggetto dell'appalto) e le loro capacità tecniche (presentando l'elenco dei lavori eseguiti negli ultimi cinque anni). L'amministrazione aggiudicatrice deve tuttavia tener conto del diritto che gli articoli 47, paragrafo 2, e 48, paragrafo 3, della direttiva 2004/18 riconoscono all'operatore economico di fare affidamento sulle capacità di altri soggetti, a prescindere dalla natura dei suoi legami con questi ultimi, purché dimostri che disporrà dei mezzi necessari per eseguire l'appalto.
Secondo la Corte, la direttiva riconosce ad ogni operatore economico la facoltà di avvalersi di mezzi appartenenti ad uno o a svariati altri soggetti, eventualmente in aggiunta ai propri mezzi. Un'interpretazione del genere è conforme peraltro all'obiettivo dell'apertura degli appalti pubblici alla concorrenza nella misura più ampia possibile, obiettivo perseguito dalle direttive a vantaggio non soltanto degli operatori economici, ma anche delle amministrazioni aggiudicatrici, facilitando l'accesso delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici. Non si può escludere l'esistenza di lavori che presentino peculiarità tali da richiedere una determinata capacità che non si ottiene associando capacità inferiori di più operatori e, in un'ipotesi del genere, l'amministrazione aggiudicatrice potrebbe legittimamente esigere che il livello minimo della capacità in questione sia raggiunto da un operatore economico unico o da un numero limitato di operatori economici, laddove siffatta esigenza sia connessa e proporzionata all'oggetto dell'appalto interessato. Tuttavia, tale ipotesi costituisce una situazione eccezionale e non può essere assurta a regola generale nella disciplina nazionale.
Per questi motivi, la Corte dichiara che la direttiva 2004/18/CE osta ad una disposizione nazionale, la quale vieta agli operatori economici che partecipano ad una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico di lavori di avvalersi, per una stessa categoria di qualificazione, delle capacità di più imprese.
Sentenza della Corte (Prima Sezione) del 3 ottobre 2013
Causa n.: C-369/11
C-369/11
La Commissione con il suo ricorso sostiene, in primo luogo, che la normativa italiana non rispetti il requisito dell'indipendenza di gestione del gestore dell'infrastruttura (Rete Ferroviaria Italiana SpA - RFI), requisito previsto dall'art. 4, paragrafo 1, della direttiva 2001/14/CE relativa alla ripartizione della capacità di infrastruttura ferroviaria e all'imposizione dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura ferroviaria. RFI è infatti incaricata del calcolo dei diritti di accesso alla rete ferroviaria e della loro riscossione, ma sulla base delle tariffe fissate dal Ministero dei Trasporti.
In secondo luogo la Commissione ritiene che la normativa italiana non rispetti l'indipendenza dell'organismo di regolamentazione (l'Ufficio per la regolazione dei Servizi Ferroviari - URSF), in quanto costituito da funzionari del Ministero dei Trasporti, ministero che continuerebbe ad esercitare un'influenza decisiva sul gruppo delle Ferrovie dello Stato, il quale comprende la principale impresa ferroviaria italiana (Trenitalia), e quindi anche su quest'ultima.
Per ciò che riguarda la prima censura, la Corte rammenta che secondo il summenzionato art. 4 spetta agli Stati membri stabilire un quadro per l'imposizione dei diritti, mentre la determinazione di questi ultimi e la loro riscossione spettano al gestore dell'infrastruttura. Il ruolo del gestore non puòpertanto limitarsi a calcolare l'importo del diritto applicando una formula fissata da un decreto ministeriale, ma deve poter disporre di un certo grado di flessibilità nella fissazione di tale importo. Il ricorso della Commissione appare quindi fondato.
Per quanto riguarda la seconda censura, invece, la Corte sostiene che la Commissione non può far leva sulla sola circostanza che che l'URSF appartiene al Ministero dei Trasporti per concludere che esso non è indipendente. Gli argomenti addotti dalla Commissione rivestono tutti carattere generico e si concentrano essenzialmente sul fatto che l'URFS è un soggetto facente parte del Ministero, ma una siffatta appartenenza non è vietata dalla direttiva 2001/14 - che anzi la prevede espressamente all'art. 30, paragrafo 1 della direttiva 2001/14/CE - e la Commissione non fa valere altri argomenti circostanziati a sostegno della sua censura, che pertanto è respinta.