Source: https://renatodisa.com/2013/10/10/corte-di-cassazione-sezione-iii-sentenza-8-ottobre-2013-n-41486-condanna-a-sei-anni-e-sei-mesi-di-reclusione-senza-alcuno-sconto-di-pena-a-carico-di-un-giovane-marito-che-per-tre-ann/
Timestamp: 2018-12-19 10:05:51+00:00
Document Index: 150782271

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 133', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 ottobre 2013, n. 41486. Condanna, a sei anni e sei mesi di reclusione, senza alcuno 'sconto’ di pena a carico di un giovane marito che per tre anni aveva obbligato la moglie a continui rapporti sessuali, più volte al giorno - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 8 ottobre 2013, n. 41486. Condanna, a sei anni e sei mesi di reclusione, senza alcuno ‘sconto’ di pena a carico di un giovane marito che per tre anni aveva obbligato la moglie a continui rapporti sessuali, più volte al giorno
4. Il primo motivo di ricorso è infondato: a fronte della contestazione del reato continuato di cui all’art. 609 bis c.p. operata al capo d) dell’imputazione specificamente ricondotta ad un arco temporale racchiuso tra il (OMISSIS) e caratterizzata espressamente da una frequenza giornaliera ed anche per più volte nella stessa giornata, il Tribunale ha, in sentenza, espressamente ricordato la descrizione dettagliata da parte della persona offesa degli abusi subiti, appunto, “con frequenza quasi quotidiana, spesso più volte nel corso della stessa giornata e perfino durante la gravidanza” (pag. 12), aggiungendo in particolare quanto ulteriormente riferito circa il fatto che il marito la svegliasse, talvolta, nel cuore della notte pretendendo rapporti sessuali e, esemplificativamente, circa quanto accaduto il primo luglio del 2005, allorquando, il giorno stesso del suo ricovero per partorire, C. l’aveva costretta a subire un rapporto sessuale completo. Da ciò lo stesso Tribunale ha tratto la sufficiente contestualizzazione nello spazio e nel tempo di almeno una parte degli amplessi non voluti.
Né può apprezzarsi la censura volta a denunciare una pretesa “apodittica selezione del materiale ritenuto univoco”, senza spiegazione del perché lo stesso dovesse ritenersi prevalente su quello conducente “verso altri approdi e in ultima analisi verso l’esistenza di un dubbio rilevante”; anche in tal caso, infatti, null’altro si pretenderebbe se non una nuova valutazione delle risultanze da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità delle fonti di prova.
Parimenti infondata è la doglianza circa il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, stante anche in tal caso la corretta valorizzazione della protrazione nel tempo degli abusi, della pervicacia peculiare dimostrata e dell’assenza di freni inibitori nelle violente aggressioni perpetrate anche in presenza della figlia di pochi mesi. Del resto, costituisce ius receptum nella giurisprudenza di questa Corte il fatto che le attenuanti generiche non possono essere intese come oggetto di benevola e discrezionale “concessione” del giudice ma come il riconoscimento di situazioni non contemplate specificamente, non comprese tra le circostanze da valutare ai sensi dell’art. 133 cod. pen. e che presentano connotazioni tanto rilevanti e speciali da esigere una più incisiva, particolare considerazione ai fini della quantificazione della pena (cfr. Sez. 6, n. 8668 del 28/05/1999, Milenkovic e altro), considerazione nella specie correttamente non rinvenuta dai giudici di merito.
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