Source: https://www.ilbarbuto.blog/2020/03/02/analisi-del-piano-di-rigenerazione-olivicola-in-puglia/
Timestamp: 2020-03-31 07:33:55+00:00
Document Index: 14965351

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 16', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 21']

Analisi del Piano di rigenerazione olivicola in Puglia - Il Barbuto
Analisi del Piano di rigenerazione olivicola in Puglia
2 Marzo 2020 11 Marzo 2020 Il Barbuto
Analizzando il Piano di rigenerazione olivicola della Puglia si nota la volontà di procedere all’accorpamento fondiario, conseguenza dell’espropriazione di fatto delle terre ai contadini e ai piccoli proprietari, realizzando anche in Italia il land grabbing (accaparramento delle terre da parte dei grandi produttori), però utilizzando finanziamenti pubblici e favorendo solo determinati soggetti.
A seguito del Decreto Emergenze, redatto dall’ex ministro al MIPAAF Centinaio (Lega) è stato predisposto il conseguente Piano di rigenerazione olivicola in Puglia, predisposto dagli attuali Ministri Bellanova (MIPAAF), Provenzano (Sud) e Patuanelli (Sviluppo economico) e approvato dalla Conferenza Stato-Regioni.
Da una lettura organica delle disposizioni in esso contenute si evince chiaramente la volontà di facilitare la gestione delle terre da parte di aziende medio-grandi e dunque sottrarle ai piccoli proprietari, sfruttando le risorse pubbliche per realizzare un progetto più volte invocato dalle Associazioni di categoria ed attuato solo a seguito della piaga dei disseccamenti degli ulivi nel Sud della Puglia. In altre parole, attraverso una serie di misure normative e sfruttando diverse situazioni di fatto, il provvedimento tende all’accorpamento fondiario, alla gestione unitaria della terra e alla diversificazione colturale, in un’ottica di industrializzazione del comparto agrario pugliese.
Il percorso che ha portato a tali esiti parte da lontano, stando alle fonti almeno dal 2006, anno in cui le associazioni di categoria più rappresentative del comparto agricolo in Puglia (Confagricoltura e Coldiretti) hanno fatto da cassa di risonanza alle politiche proposte dall’ex Ministro Paolo De Castro (Primo Vice Presidente della Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo), parlando dapprima di superamento della frammentazione fondiaria (e, dunque, ritorno al latifondo) e poi di riconversione agricola, anche a fini energetici, per permettere un’uniforme gestione delle terre in coerenza alle politiche europee (1).
Il ruolo di Paolo De Castro è stato fondamentale per immettere nel tessuto socio-economico pugliese (è originario di San Pietro Vernotico) le visioni di matrice capitalistica, veicolate attraverso le politiche europee, mediante le associazioni di categoria e far passare l’idea che l’accorpamento fondiario sia indispensabile per introdurre le aziende pugliesi nel mercato globale e poter competere, superando le tradizionali colture e puntando su produzioni più appetibili, il tutto fatto passare come necessario per portare benefici al territorio (2).
Tuttavia tali politiche neo-liberiste hanno incontrato spesso l’ostacolo sociale derivante dalla presenza di numerosissimi produttori, piccoli proprietari, i quali detengono ben il 23,82% della quota di SAU (Superficie Agricola Utilizzata) nazionale e rappresentano la maggior parte delle aziende pugliesi. Su poco più di 352.000 aziende pugliesi, quasi 310.000 sono piccoli conduttori, mentre nello specifico, in Provincia di Lecce, su 78.672 aziende, ben 70.274 sono a sola conduzione familiare o manodopera familiare prevalente.
Il concetto di Azienda va spiegato, perché nei dati statistici si fa riferimento a tale termine, ma in realtà, quando è a conduzione familiare o prevalentemente familiare (significa gestione diretta o mediante saltuario ausilio di mezzi altrui), si tratta quasi sempre di privati che detengono un appezzamento di terreno e ne producono i relativi frutti. Buona parte di dette aziende detiene ulivi, conferendone i frutti ai frantoi privati oppure alla cooperativa agricola che gestisce il frantoio. In questo caso sono obbligati ad iscriversi alla cooperativa, ma non partecipano alla vita sociale della stessa.
Gli olivicoltori che producono olive per olio, in Puglia, sono 267.203, in Provincia di Lecce sono 67.553
Dunque la numerosa presenza di piccoli produttori, le tecniche di produzione tradizionali e l’inefficacia delle cooperative agricole, spesso costituite al solo fine di gestire il frantoio ma incapaci di fare massa e far cooperare i rispettivi proprietari, hanno rappresentato un ostacolo alla realizzazione delle visioni centralistiche incentivate dalle politiche europee, diretta emanazione del modo di produzione capitalistico, tendente a fagocitare i mezzi di produzione e accentrarne le gestioni.
Nel 2012 Confagricoltura Puglia ha diffuso un rapporto sull’olivicoltura pugliese, dichiarando che la produzione olivicola in Puglia, specie nell’area salentina, è farraginosa, onerosa e incapace di produrre olio di qualità e che gli ulivi monumentali si conciliano male con un esercizio efficiente e redditizio, dunque i costi di produzione, per queste aziende, sono proibitivi specie per quelle che puntano alla qualità, ponendo spesso l’accento sulla dimensione strutturale delle imprese, piccole e talmente tante da rendere poco competitiva l’industria olearia pugliese.
Hanno sottaciuto, però, che negli anni i frantoiani hanno progressivamente aumentato i costi di molitura, mentre la GDO ha ridotto i prezzi d’acquisto, contribuendo pesantemente all’abbandono delle terre. Perché se è vero che gestire un piccolo appezzamento di terreno richiede maggiori costi, è anche vero che questi sarebbero stati ottimizzati grazie alla collaborazione delle aziende e al coordinamento da parte delle associazioni di categoria, potendo così contrattare il prezzo di vendita con la GDO o trovare filiere alternative. Invece si è andati in tutt’altra direzione, lasciando che il libero mercato determinasse al rialzo i costi di produzione e al ribasso il costo del prodotto finito.
Come molti produttori olivicoli della provincia di Lecce sanno, i grossisti della GDO preferivano acquistare olio ad alta gradazione a 1,50 €/L (da correggere, poi) anziché olio vergine o extra-vergine (a 2,50/3,00 €/L) di altissima qualità e i frantoiani, di conseguenza, impedivano ai piccoli olivicoltori di superare le antiquate tecniche di raccolta delle olive, retaggio di un passato in cui la Provincia di Lecce era prima produttrice di olio lampante.
il 21 ottobre 2013 l’Italia informò la Commissione europea sulla presenza del batterio di Xylella fastidiosa nel territorio della Provincia di Lecce (precisamente nel gallipolino). Il fatto venne subito ricondotto ad un fenomeno, chiamato CoDIRO (Complesso del disseccamento rapido dell’Olivo), la cui definizione si ritrova nella Deliberazione della Giunta della Regione Puglia del 18 ottobre 2013 e presupponeva un nesso di causalità tra la diffusione del batterio di Xylella fastidiosa, sub specie pauca, e la presenza di numerosi altri patogeni i quali provocavano congiuntamente il disseccamento dell’Ulivo (definito “rapido”). Nel giro di poco tempo, però, si attribuì al solo batterio la causa dei disseccamenti (qui una breve ricostruzione dei fatti).
Tuttavia la Procura di Lecce ha dimostrato inconfutabilmente che gli enti preposti, inclusi i funzionari regionali, erano a conoscenza dei disseccamenti degli ulivi già da diversi anni e che vi erano in corso sperimentazioni su diversi terreni. E’ stato anche dimostrato che diversi ricercatori del CNR di Bari avevano prodotto, nel settembre 2013, una pubblicazione dal titolo “Identification of dna sequences related to xylella fastidiosa in oleande, almond and olive trees exibiting leaf scorch symptoms in apulia (Southern italy)”, antecedente alla scoperta del batterio in cui si dava atto di sperimentazioni e ricerche già effettuate – presumibilmente da tempo – quando, invece, ufficialmente, il batterio è stato rinvenuto ad ottobre 2013, successivamente all’acquisto dei primer per l’identificazione. Tuttavia sono numerose le altre incongruenze emerse dalle indagini della procura, che qui non possono essere prese in considerazione per motivi di spazio e necessitano di un articolo separato. Qui basti riflettere su un dato importante: la presenza del batterio era già conosciuta ben prima della denuncia ufficiale.
La questione dei disseccamenti e la presenza del batterio hanno dato un’accelerata ai progetti più volte invocati dalle associazioni di categoria e infatti nel biennio successivo diversi imprenditori, agronomi e ricercatori diffusero in modo massiccio la notizia per cui a fronte dei disseccamenti delle specie autoctone, la cultivar Leccino non presentava segni di disseccamento. Tale dichiarazione non veniva sostenuta da alcuna evidenza scientifica, ma tanto bastò per diffondere la notizia che occorreva puntare sul Leccino (a cui, successivamente, si aggiunse il portainnesto FS-17) e sulla diversificazione colturale. Va evidenziato che Leccino ed FS-17 sono cultivar a diffusione nazionale e la loro gestione richiede mezzi di produzione standardizzati e, dunque, minori costi.
Il tema della sostituzione olivicola, della diversificazione e dell’accorpamento fondiario, dunque, non sarebbero stati attuabili senza il preventivo abbattimento degli ulivi autoctoni, iniziato già nel 2014 e tutt’ora in corso, i quali non solo erano protetti dalle leggi nazionali e regionali (L. 144/1951 e L.R. 14/2007), ma soprattutto dalla collettività, la quale traeva riconoscimento storico-simbolico, sostentamento della propria economia locale oltre che giovamento ambientale a motivo della massiccia presenza di ulivi che contribuisce all’assorbimento di CO2.
Dato che la fase degli abbattimenti coattivi non ha prodotto i risultati sperati, la classe politica, di concerto con i rappresentanti del partenariato economico-sociale, son passati alla fase successiva, concentrata nella c.d. zona infetta (Provincia di Lecce, parte delle Province di Brindisi e Taranto nonché il comune di Locorotondo): immettere ingenti finanziamenti a sostegno del reddito delle Aziende del comparto olivicolo (micro-imprese, PMI e frantoi) e realizzare l’accorpamento fondiario attraverso diverse fasi, predisposte dal Piano, che ora andiamo a vedere. Va detto che nelle altre zone, ossia zona di eradicazione, focolai puntiformi e zona cuscinetto vigono le norme in tema di abbattimento coattivo.
Il Piano di rigenerazione olivicola in Puglia nel dettaglio
Analizziamo più in dettaglio il Piano. Per un commento più prettamente politico sull’argomento, vedi qui.
Il Piano attua l’art. 8-quater del Decreto Emergenze e reca una dotazione finanziaria di 300 milioni di euro, di cui 150 nell’anno 2020 e 150 nell’anno 2021, con una ripartizione dei fondi secondo lo schema seguente:
Il progetto è suddiviso in 5 azioni: 1) contrasto alla diffusione della Xylella; 2) ripristino potenzialità produttiva; 3) rilancio economia rurale aree danneggiate; 4) azioni orizzontali; 5) monitoraggio e rete laboratori.
In questa sede ci concentreremo sulle azioni 2) e 3) che rappresentano la struttura del Piano.
Onde evitare incomprensioni, va detto che queste azioni saranno realizzate man mano che verranno sbloccati i fondi, sia attraverso specifici bandi sia mediante gestione diretta da parte dei ministeri competenti, ma il progetto va letto unitariamente e le singole azioni non saranno consecutive, bensì conseguenti in termini di causa-effetto.
Così, per capirci, è probabile che a seguito di concessione di contributi per rimuovere le piante disseccate, il piccolo proprietario decida di (s)vendere il proprio appezzamento all’azienda interessata ad acquistarlo, su suggerimento dell’ente che gestirà le pratiche, realizzando così due distinte misure del piano. Oppure può capitare che chi decida di reimpiantare le specie resistenti – sempre a seguito di rimozione delle piante disseccate – sia costretto a seguire un determinato disciplinare al fine di percepire il contributo di reimpianto e sia di fatto costretto, in mancanza di mezzi di produzione, a dare in gestione il proprio terreno all’azienda, sempre su suggerimento del passacarte che si occupa delle pratiche. Vicende simili ce ne possono essere tante, ma sono tutte riconducibili alla medesima finalità del Piano.
Inoltre, per rendere più agevole la comprensione della tipologia di aiuti e dei destinatari, si specificherà se il tipo di finanziamento è aperto a tutti gli interessati (piccoli olivicoltori, aziende, ecc.) o solo a determinate categorie.
Azione 2: Ripristino potenzialità produttiva
A tale azione corrisponde il Capo III del Piano (Artt. 4-15).
Articoli 4 e 5. Prevedono un contributo forfettario per le operazioni di espianto degli ulivi non più produttivi e della relativa rimozione del materiale legnoso. Si precisa che il contributo si riduce qualora vi siano ricavi dalla vendita del legname.
Finanziamento totale: 20 milioni di euro
Chi emana il regolamento: Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, su proposta non vincolante regionale, previo parere del Comitato di sorveglianza (3).
Data l’ingente movimentazione di materiale legnoso (si stima che gli abbattimenti, solo nella zona infetta, riguardano un numero compreso tra 3 e 5 milioni di ulivi), è molto probabile che ad acquistare la legna (a fini energetici) saranno le aziende collegate ai passacarte che predisporranno la documentazione per l’erogazione dei contributi e dunque terranno per sé il contributo al netto dell’importo di acquisto della legna. In buona sostanza i piccoli olivicoltori si vedranno riconoscere solo il corrispettivo per la vendita della legna di ogni ulivo abbattuto e il contributo compenserà il minor ricavo. Non vanno infatti sottaciuti due aspetti: il primo, di tipo normativo, è contenuto nel Decreto Emergenze, che prevede che la legna derivante dagli espianti possa essere stoccata nei frantoi (v. art. 8-ter, comma 4); il secondo è relativo al recente accordo tra Eni e Coldiretti per progetti sulle biomasse e l’economia circolare, tra i quali spicca l’uso di biomasse agricole per la produzione di biocarburanti. Tale logica risponde ad un altro progetto di matrice europea, riguardo la c.d. bioeconomia circolare.
Articolo 6. Prevede contributi per il reimpianto di cultivar Leccino e FS-17 (o altre che dovessero rivelarsi resistenti o tolleranti).
Destinatari: tutti (comma 3); imprenditori agricoli professionali (comma 4 lett. a)
Finanziamento totale: 40 milioni di euro
Chi emana il regolamento: Regione Puglia, con provvedimento regionale, previo parere del comitato di sorveglianza e ai fini dell’accesso alla misura 5.2 del PSR 2014-2020.
Agli imprenditori agricoli è attribuita priorità nella concessione dei contributi, mentre ai piccoli proprietari – non imprenditori – è concesso un contributo per reimpianto pari al 100% dei costi per superfici fino a 1 ettaro, all’80% fino a 5 ettari e al 50% con estensione superiore ai 5 ettari.
Ma cosa succede qualora il piccolo olivicoltore decida di accedere ai contributi?
Premesso che non è stato ancora emanato il regolamento regionale (comma 5), possiamo già anticipare che qualora il piccolo proprietario decidesse di procedere ai reimpianti, accedendo ai relativi contributi, sarà condizionato a rispettare un determinato disciplinare, che riguarderà il numero minimo di piante per ettaro (ossia si favorirà la produzione intensiva), il tipo di gestione del fondo, i mezzi da utilizzare (inclusi acqua e fitofarmaci), ecc., con ciò costringendo il proprietario a dare in gestione il fondo a chi detiene i mezzi per gestirlo. In altre parole molti piccoli proprietari decideranno di accedere ai contributi, ma si accorgeranno solo successivamente che il regolamento prevederà oneri di mantenimento del fondo eccessivi e quindi, di fatto, saranno costretti a darlo in gestione, magari con la promessa di riceverne una rendita.
albero varietà Leccino secco in agro di Gallipoli
Difatti un impianto di ulivi delle specie definite resistenti (ma che non lo sono, come si evince dalla foto, che ritrae un ulivo specie Leccino, anch’esso disseccato) richiede ingenti risorse idriche per essere gestito e pochissimi piccoli produttori dispongono di tali risorse, le quali, com’è noto, scarseggiano in Puglia.
Inoltre le piante di Leccino ed FS-17 (che è un portainnesto) hanno un ciclo di vita breve (10/15 anni se usata in modo intensivo, 30/40 anni se in modo tradizionale) e nessun piccolo produttore si potrà sobbarcare in futuro i costi di un nuovo reimpianto, anche considerando il complesso dei costi che già oggi rende antieconomica la produzione di olio.
Come già detto, si è puntato tutto su Leccino ed FS-17 perché sono cultivar nazionali, hanno una crescita che può essere controllata con fitofarmaci, possono essere gestiti in modo intensivo o superintensivo e in commercio esistono macchinari in grado di trattarne la manutenzione e la raccolta con l’impiego di poche risorse umane. Infine vanno sostituite spesso, con notevoli benefici per la bioeconomia circolare. Insomma, sono piante destinate ad abbattere i costi, anche se producono un olio di scarsa qualità rispetto alle cultivar locali.
Articolo 7. Prevede contributi per la riconversione verso altre colture.
Destinatari: solo gli imprenditori agricoli professionali (il comma 5 però precisa: PMI, con ciò, forse, escludendo le micro-imprese) (4)
Finanziamento totale: 25 milioni di euro
Chi emana il regolamento: Regione Puglia, ma con provvedimento emesso dal MIPAAF, su proposta non vincolante regionale e previo parere del comitato di sorveglianza.
L’aver escluso dai contributi i piccoli produttori è indice del fatto che si vuole puntare a razionalizzare il futuro latifondo (di cui all’azione 3) secondo un disegno unitario, coinvolgendo solo le imprese medio-grandi del territorio, dunque un numero ristretto di soggetti, i quali, spesso, rispondono a logiche di mercato.
Ciò ricorda la vicenda di una nota cantina vitivinicola che, nel 2015, fu costretta ad abbattere un numero elevato di alberi d’olivo ma l’anno successivo presentò alla Regione richiesta d’autorizzazione per nuovi impianti viticoli su una superficie di 2 ettari.
Tra l’altro diverse grosse aziende vivaistiche (una in particolare, di origine israeliana) da anni ormai spingono per la riconversione colturale, puntando in particolare su melograni, mango e avocado. Detta azienda detiene il brevetto di due varietà di melograno.
Astrattamente non sarebbe sbagliato puntare sulle varietà colturali, ma ciò che nella realtà sta avvenendo è una precisa pianificazione della riconversione colturale che non solo esclude dai processi decisionali le comunità di riferimento, ma si pone nell’ottica di espropriarne le terre e sfruttare le (scarse) risorse naturali al fine di competere sul mercato globale (al ribasso), non solo per la produzione di beni alimentari, ma anche di semi lavorati bio, destinati alla produzione industriale o alle bio-energie.
Articolo 8. Dispone la salvaguardia degli ulivi monumentali.
Destinatari: i proprietari sui cui fondi insistono ulivi monumentali censiti dalla Regione Puglia
Anzitutto la Regione Puglia, dal 2007, anno di pubblicazione della L.R. 14 (tutela degli ulivi monumentali) non ha mai terminato il censimento, quindi non tutti gli ulivi monumentali e plurisecolari saranno oggetto di salvaguardia. Poi va detto che tutelare qualche sparuto ulivo, isolatamente preso al di fuori dal suo contesto, è un’operazione di mera facciata che stravolge comunque il delicato assetto idrogeologico (ed ovviamente paesaggistico) pugliese. Ad ogni modo la norma prevede che per accedere al contributo si potrebbero prevedere innesti di Leccino o FS-17 su detti ulivi, al fine di salvaguardarli. Tuttavia i fatti hanno dimostrato che tali pratiche hanno fallito.
Articolo 9. Sostegno al reddito per le imprese agricole
Destinatari: Imprese agricole (in qualsiasi forma giuridica costituitesi)
Finanziamento totale: 120 milioni di euro
Chi emana il regolamento: Provvedimento emesso dal MIPAAF, la Regione provvede solo a delimitare le aree e quantificare i danni
La norma prevede che le aziende che hanno perso più del 30% della produzione lorda vendibile (ricavo della produzione al lordo degli autoconsumi e al netto de reimpieghi) possono accedere al contributo che copre una sola annualità, ma se s’impegnano a proseguire l’attività, ripiantando alberi (sicuramente quelli di cui all’art. 6, anche per accedere agli ulteriori contributi), il contributo coprirà ben 3 annualità, anziché una.
Questa norma va letta insieme alle seguenti (aiuti ai frantoi oleari) perché rappresenta l’ossatura del piano, con gran parte dei finanziamenti destinati a detti soggetti. Salta subito all’occhio la mancanza di aiuti ai braccianti agricoli, che rappresentano la forza lavoro delle aziende e sono quelli che maggiormente hanno sofferto per la perdita di giornate lavorative, mentre i finanziamenti sono destinati esclusivamente alle imprese.
Eppure è stata proprio Coldiretti a denunciare, qualche mese fa, che in Puglia si sono persi ben 5.000 posti di lavoro nella filiera olearia, denuncia alla quale, però, non sono seguite specifiche richieste di aiuto diretto ai braccianti agricoli.
Dunque si teme che tali contributi andranno sì a compensare i redditi persi (redditi prodotti dall’uso di forza-lavoro non dall’azienda in sé), ma finiranno per essere reinvestiti nell’acquisto di terre, oggi svendute dai piccoli proprietari, nonché nella crescita dimensionale – accorpamenti, acquisizioni, ecc. – con ciò producendo maggiori disequilibri sociali (piccoli proprietari che diventano forza-lavoro e accrescimento dimensionale dell’impresa che porta a riduzioni salariali o aumento dello sfruttamento del lavoro).
Già oggi, cercando sui siti di compravendita immobiliare, è facile notare come siano crollati i prezzi dei terreni agricoli, specie nel Salento, scesi anche a meno di 2,00 € al metro quadrato. Dunque sarà relativamente facile procedere all’accorpamento fondiario, che vedremo tra poco.
Articoli 10-14. Le norme disciplinano dettagliatamente gli interventi compensativi a favore dei frantoi oleari, confrontando l’annualità 2018-2019 con quella precedente all’ufficializzazione della presenza del batterio di Xylella in Puglia, ossia l’annualità 2012-2013.
Destinatari: Frantoi oleari (in qualsiasi forma giuridica costituitesi)
Finanziamento totale: 35 milioni di euro
Chi emana il regolamento: Provvedimento emesso dal MIPAAF, che trasferisce i finanziamenti ad Agea, reponsabile per l’istruttoria delle domande
Va intanto specificato che alcuni frantoi oleari sono costituiti come azienda agricola, altri come cooperativa (come abbiamo visto sopra). Alcuni gestiscono anche la raccolta di olive, altri invece trasformano solo il prodotto, ossia gestiscono olive conferite da altri (è il caso di molte cooperative). Dunque il contributo è limitato solo alla quantità di olive non provenienti dalla propria azienda, sulla base dei registri di entrata ed uscita, detenuti dall’azienda, su cui vengono annotate le quantità di olive proprie, quelle altrui e i rispettivi oli prodotti.
L’ingente finanziamento, che prevede un massimale di 200 mila euro per 3 esercizi finanziari (cumulabile con altri aiuti) non è legato ad alcuna ripresa produttiva (appare ovvio, dato che al momento ci sono poche olive da molire) né riconversione aziendale, sia perché il progetto di cui al Decreto Emergenze prevede di utilizzare i frantoi come siti di stoccaggio della legna (destinata molto probabilmente alle biomasse) ma soprattutto perché i frantoiani, insieme a buona parte delle aziende agricole della PMI, rappresentano lo zoccolo duro delle associazioni di categoria e il loro ruolo sarà determinante anche per realizzare la seconda parte del piano, unitamente alle imprese agricole della PMI.
Articolo 15. La norma prevede un sostegno alle imprese vivaistiche.
Destinatari: Imprese vivaistiche (in qualsiasi forma giuridica costituitesi)
Chi emana il regolamento: Regione Puglia
La norma specifica solo che i contributi serviranno a dotare dette imprese dei migliori dispositivi di protezione presenti sul mercato. Tuttavia è indubbio che il rafforzamento delle imprese vivaistiche della PMI sarà orientato al rafforzamento della diversificazione colturale.
Azione 3: Rilancio economia rurale aree danneggiate
A tale azione corrisponde il Capo IV del Piano (Artt. 16-17).
Nonostante la brevità delle norme, quest’azione rappresenta il cuore del Piano, in quanto prevede due fasi: finanziamento dei contratti di filiera e di distretto (art. 16) e diversificazione dell’economia rurale e accorpamento fondiario (art. 17).
Articolo 16. Contratti di filiera e di distretto.
Destinatari: la norma non li prevede espressamente, ma si riferiscono esclusivamente alle imprese operanti nella produzione, trasformazione, commercializzazione e distribuzione dei prodotti agricoli e agroalimentari.
Chi emana il regolamento: i contratti sono definiti dall’articolo 66 della legge n. 289/2002 e i criteri sono già stabiliti dalla Decisione UE, Aiuto di Stato SA 42821
Il contratto di filiera è un partenariato pubblico-privato che prevede finanziamenti pubblici sulla base di un accordo tra i diversi soggetti della filiera che operano in un ambito territoriale multiregionale. Così, per esempio, il contratto può prevedere un accordo tra Azienda 1 che produce olio in Puglia, Azienda 2 che lo molisce in Basilicata, Azienda 3 che lo confeziona in Toscana, Azienda 4 che lo trasporta, Azienda 5 che lo distribuisce alla GDO. Il contratto si basa dunque su una visione export-oriented, una gestione della filiera più economica, efficiente e parcellizzata, sull’interdipendenza aziendale e sullo sfruttamento della tecnologia, che non tengono conto dell’economia locale, ma solo della riduzione dei costi (principalmente del lavoro) e dell’aumento del profitto.
Il contratto di distretto è anch’esso un partenariato pubblico-privato che prevede finanziamenti pubblici sulla base di un accordo sottoscritto tra diverse imprese che operano nel territorio, al fine di ottimizzare e diversificare le produzioni, renderle più efficienti ed entrare nei mercati nazionali ed internazionali. Così, per esempio, Azienda 1 si occupa solo di coltivare melograni e Azienda 2 solo di coltivare mais destinato alla produzione di bioplastica e l’accordo prevede lo scambio dei mezzi di produzione, della forza lavoro e del know-how aziendale.
L’indebitamento connaturato a tali contratti
Entrambi i contratti sono intimamente legati e rispondono all’obiettivo di industrializzare il comparto, soddisfare la GDO, ridurre i costi, standardizzare le procedure e coinvolgere gli istituti bancari. Sembrerebbe un aspetto positivo, tuttavia è sotto gli occhi di tutti quanto è avvenuto in Spagna, nella provincia di Almeria, in cui, accedendo a tali modi di produzione e di controllo pubblico-privato, si è aperta la strada alle coltivazioni intensive, all’uso indiscriminato delle risorse naturali, all’indebitamento, che ha portato alla progressiva spoliazione di terre e aziende da parte della grande industria (che è più facilitata a controllare aziende già strutturate, indebitate, rispetto ad un numero elevato di piccoli produttori) e all’ingresso di organismi geneticamente modificati.
Quello che conta sapere è che mediante tali accordi si porta le aziende ad essere più competitive, ma tale competitività ha un costo: attraverso l’indebitamento (obbligatorio, sia per accedere ai finanziamenti che per restare competitivi), per acquisire mezzi di produzione o procedimenti più tecnologici, le aziende diventano schiave di se stesse e così sfruttano maggiormente il lavoro dei propri salariati e le risorse naturali, si indebitano con le banche, devono competere con prezzi più bassi imposti dalla GDO e sono portate a ridurre i propri profitti, finché non s’indebitano nuovamente per aumentare tecnologia e profitti (riducendo ancora di più i prezzi) e a sfruttare lavoro e risorse, in un ciclo continuo, fin quando non subentrano le crisi o le risorse non si esauriscono.
Di fatto le imprese che accederanno a tali contratti, oltre ad essere costrette all’indebitamento, non saranno più libere di determinare il tipo di coltura da impiantare, il mercato di riferimento, le tecniche di produzione, perché tutti questi aspetti saranno decisi dall’alto, dai singoli contratti di filiera e distretto, secondo le esigenze dettate dalla pianificazione della bioeconomia circolare, dunque dalle aziende transnazionali, investitori pubblici e privati, banche. Va rimarcato che in tale ottica non è detto che le terre saranno usate per produrre alimenti, ma anche biocarburanti, prodotti chimici biobased, biolubrificanti, materiali biobased (inclusi i materiali da costruzione).
Ecco che tali contratti serviranno, in prospettiva, a garantire un’omogeneità dei mezzi di produzione su scala quantomeno nazionale (in ottica di arrivare su scala europea e globale) e a distribuire le risorse biologiche ai protagonisti della filiera (bioraffinerie incluse).
Per chi avesse ancora dubbi, suggerisco la lettura della Decisione della Commissione europea avente ad oggetto Aiuto di Stato–Italia SA.42821 Contratti di filiera e di distretto (richiamata dall’articolo in esame).
Articolo 17. Intervento dei GAL
Destinatari: GAL (Gruppi d’Azione Locale)
Chi emana il regolamento: Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, su proposta non vincolante regionale, previo parere del Comitato di sorveglianza.
La norma in questione coinvolge i GAL, ossia società private al cui interno, come molti di noi sanno, s’annidano logiche clientelari. A loro spetta incentivare l’accorpamento fondiario, ossia rendersi soggetti ausiliari delle aziende della PMI, dei frantoiani e delle associazioni di categoria per favorire la cessione delle terre da parte dei piccoli proprietari, in qualsiasi maniera: o vendendo o concedendo in gestione. I GAL, dalla loro introduzione, hanno rappresentato un’anomala commistione tra politica, imprenditoria e lobbismo locale e hanno contribuito fortemente ad orientare le scelte dei piccoli imprenditori attraverso finanziamenti e favori ad personam, bypassando le procedure pubbliche. Il loro ruolo sarà quindi fondamentale per fare da amalgama tra imprese, politica locale e piccoli produttori-proprietari.
Infine l’art. 19 dimostra ancora una volta come i gruppi di potere egemonici, attraverso la politica, orientino la ricerca scientifica: un ingente finanziamento di 20 milioni di euro è condizionato alla produzione di programmi di ricerca orientati ad individuare altre cultivar resistenti o tolleranti, con ciò limitando fortemente la libertà della ricerca scientifica.
Ai lettori più attenti non sarà certo sfuggito che il Piano accentra presso il MIPAAF (e il Comitato di Sorveglianza) ogni definizione dettagliata in numerose materie, in particolare: contrasto alla diffusione del batterio (art. 3), abbattimenti (art. 4), riconversione verso altre colture (art. 7), salvaguardia degli ulivi secolari o monumentali (art. 8), diversificazione dell’economia rurale e accorpamento fondiario (art. 17), ricerca e sperimentazione (art. 19), potenziamento rete laboratori pubblici (art. 20), monitoraggio (art. 21). La Regione è di fatto tagliata fuori dalle scelte strategiche, limitandosi a gestire parte dei finanziamenti e marginali interventi normativi. Ciò dipende in larga parte dalla volontà di restringere la cerchia di decisori e limitare quanto possibile l’uso del metodo democratico nella realizzazione del progetto.
Inoltre non sarà certo sfuggito che sul totale dei finanziamenti delle azioni 2) e 3), pari a 260 milioni (su 300) solo 20 milioni sono destinati a tutti gli olivicoltori, ma per operazioni di espianto, 40 milioni si ripartiranno tra tutte le categorie, per le operazioni di reimpianto e 5 milioni andranno solo per la tutela di ulivi monumentali (censiti), mentre il resto sarà destinato ad una ristretta categoria di operatori professionali, con ciò escludendo ogni forma di aiuto a braccianti, piccoli coltivatori diretti o, comunque, lavoratori del comparto qualunque sia il loro inquadramento giuridico. Non occorrono altre considerazioni – oltre a quelle già espresse – per comprendere le reali finalità del Piano di rigenerazione olivicola.
V. Terra salentina, periodico coldiretti, luglio e agosto 2006.
V. Paolo De Castro, Verso una nuova agricoltura europea. Quale politica agricola nell’Ue allargata?, Roma, Agra, 2004.
il Comitato di Sorveglianza è presieduto da un rappresentante del MIPAAF e ne fanno parte: un rappresentante del Ministero dello Sviluppo economico, uno del Ministero del Sud e un rappresentante della Direzione Agricoltura della Regione Puglia.
micro impresa: aziende con meno di 10 dipendenti; fatturato o bilancio annuo uguale o inferiore a 2 milioni di euro; piccola impresa: aziende con dipendenti tra 10 e 50; fatturato o bilancio annuo inferiore a 10 milioni di euro; media impresa: aziende con dipendenti tra 51 e 250; fatturato inferiore o uguale ai 50 milioni di euro o bilancio annuo non superiore a 43 milioni di euro.
Economia, Politicaagricoltura, capitalismo, land grabbing, latifondo, puglia, regioni, salento, xylella
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