Source: http://www.desimonelawfirm.it/2018/05/
Timestamp: 2020-02-17 00:08:14+00:00
Document Index: 89854560

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1815', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 2945', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2943', 'art. 2945', 'sentenza ', 'art. 487', 'art. 598']

maggio | 2018 | De Simone Law Firm
De Simone Law Firm2018maggio
28 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | News
Gli interessi moratori non vengono rilevati dalla legge in considerazione della loro differente natura di prestazione non necessaria, ma solo eventuale, in quanto destinata a operare solo in caso di inadempimento del mutuatario, nonché in ragione della funzione non corrispettiva, ma risarcitoria del danno derivante dall’inadempimento e, quindi, di una funzione che può portare a quantificare la pattuizione in forza di variabili e di componenti estremante eterogenee e non strettamente e direttamente collegate al costo del denaro e all’erogazione del credito.
È inattendibile la perizia econometrica con riferimento alla pretesa di determinare un tasso effettivo di mora, dal momento che tale nozione muove dal presupposto di sommare spese e oneri agli interessi moratori, effettuando una analogia con il concetto di Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), senza tenere conto che quest’ultimo parametro ha logica solo se riferito agli interessi corrispettivi e agli oneri accessori all’erogazione del credito, dovendo escludere tale accessorietà degli oneri rispetto all’interesse moratorio, che invece dipende non dall’erogazione del credito, quanto piuttosto dall’inadempimento del debitore.
È’ destituita di fondamento ed arbitrario l’operazione di ipotizzare un ritardo nel pagamento della prima rata di ammortamento di 29 giorni e di rapportare poi la mora così maturata alla sola quota capitale della prima rata non pagata tempestivamente.
La pretesa di calcolare un tasso effettivo di mora non ha alcuna base normativa ed è assolutamente priva di attendibilità in quanto la sommatoria tra interessi corrispettivi ed interessi moratori è priva di qualsiasi attendibilità scientifica e logica, prima ancora che giuridica, in quanto si raffronterebbero fra di loro valori disomogenei.
Questo il principio espresso dal Tribunale di Napoli Nord, Giudice Giovanni Di Giorgio, con la sentenza n.1169 del 26.04.2018.
Nella fattispecie processuale esaminata due Clienti agivano in giudizio contro una Banca con la quale avevano stipulato un contratto di mutuo rispetto al quale lamentavano l’applicazione di interessi usurari, nonché l’indeterminatezza dell’ISC.
Resisteva la Banca che chiedeva il rigetto delle domande di parte attrice.
In primo luogo, il Tribunale ha rilevato che le parti svolgevano il tentativo obbligatorio di mediazione, che si concludeva con esito negativo a causa della mancata partecipazione della Banca, la quale non forniva alcuna motivazione per giustificare la sua assenza.
Nel merito il Giudice ha sottolineato l’esigenza di fornire una corretta interpretazione della nota sentenza della Cassazione n. 350/2013, che la parte attrice richiamava a sostegno della propria pretesa, invero con la suddetta pronuncia la Corte chiariva che anche la pattuizione relativa al saggio degli interessi moratori deve essere oggetto di valutazione in ordine al superamento del tasso soglia, ma tale accertamento non può derivare dalla sommatoria di tassi.
Sul punto, l’applicazione congiunta dei tassi nel medesimo periodo temporale è esclusa, in quanto gli interessi convenzionali e moratori sono tra loro ontologicamente differenti e incompatibili anche in ordine alla diversa funzione remuneratoria e sanzionatoria che assolvono.
Peraltro, anche le istruzioni della Banca d’Italia escludono i tassi di mora nel calcolo del TEG, in quanto diversamente opinando si raffronterebbero fra di loro valori disomogenei, posto che gli interessi moratori sono obbligazioni pecuniarie eventuali destinati ad operare solo in caso di inadempimento del mutuatario.
Pur tuttavia, se è vero che anche gli interessi moratori sono suscettibili di usurarietà il legislatore non ha ancora disciplinato un tasso soglia specifico, tale vuoto normativo, in attesa di uno specifico intervento, è stato colmato dalla Banca d’Italia con la nota di chiarimento in materia di applicazione della legge antiusura del 03.07.13 ha precisato che la soglia a cui raffrontare i tassi previsti per gli interessi di mora deve venire calcolata in base ai criteri dettati dai decreti ministeriali con maggiorazione di 2,1 punti percentuali.
Inoltre, la parte attrice deduceva il superamento del tasso soglia anche in relazione al solo tasso effettivo di mora (cd. T.E.MO.), a prescindere cioè dal tasso nominale di mora contrattualmente convenuto.
Sul punto, ai fini del calcolo del tasso effettivo occorre la conoscenza ex ante degli interessi pagati, che non è evidentemente possibile in caso di mora, essendo un costo eventuale e incerto del quale non si conosce né la base di calcolo, né la durata.
Più nello specifico, la pretesa di calcolare un tasso effettivo di mora non aveva alcuna base normativa e risultava inattendibile, dal momento che tale nozione muove dal presupposto di sommare spese e oneri agli interessi moratori, effettuando una analogia con il concetto di Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), senza tenere conto che quest’ultimo parametro ha logica solo se riferito agli interessi corrispettivi e agli oneri accessori all’erogazione del credito, dovendo escludere tale accessorietà degli oneri rispetto all’interesse moratorio, che invece dipende non dall’erogazione del credito, quanto piuttosto dall’inadempimento del debitore.
Tenuto conto delle suddette argomentazioni, il Giudice ha rilevato che le pattuizioni contrattuali risultavano lecite non sussistendo alcun superamento del valore soglia.
Quanto all’indeterminatezza dell’ISC e alla censura di parta attrice secondo cui sarebbe stato applicato un tasso diverso rispetto a quello pattuito, il Tribunale ha precisato che un’eventuale difformità non comporta l’applicazione dell’art. 117 co. 7 lett. a) TUB.
Più nello specifico, l’ISC non costituisce un costo da applicare al contratto di finanziamento, ma svolge unicamente una funzione informativa finalizzata a mettere il cliente nella posizione di conoscere il costo totale effettivo del prestito prima di accedervi.
In altri termini, l’ISC costituisce un mero elemento informativo e non una regola di validità da cui deriverebbe la nullità del contratto.
Alla luce delle suesposte considerazioni il Tribunale ha rigettato la domanda dei Clienti con condanna alle spese di lite, nonché condanna della Banca al versamento all’entrata del bilancio dello Stato per non aver partecipato al procedimento di mediazione.
24 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | Senza categoria
23 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | News
La cd. clausola contrattuale di salvaguardia per la determinazione del tasso di mora che prevede espressamente la riduzione automatica al tasso soglia elide sin dall’origine ogni profilo di usura.
Ove, al momento della promissio, la misura degli interessi di mora sia superiore al limite fissato ai sensi dell’art. 2 comma 4 della l. 7/3/1996 n. 108, la clausola di salvaguardia li riduce automaticamente al limite soglia.
Questi i principi espressi dal Tribunale di Napoli Nord, Giudice Maria Grazia Lamonica, con la sentenza n.1425 del 22.05.2018.
Nella fattispecie processuale esaminata un Cliente agiva in giudizio contro una Banca con la quale aveva stipulato un contratto di mutuo fondiario rispetto il quale lamentava l’applicazione di interessi usurari e per l’effetto chiedeva la restituzione dell’indebito.
Si costituiva in giudizio la Banca che chiedeva il rigetto della domanda attorea.
Più nello specifico, il Cliente deduceva l’usurarietà del contratto di mutuo fondiario, in quanto sommando tutti i costi (TAEG+ MORA+ PENALI) risultava un TEG contrattuale superiore al tasso soglia, con conseguente gratuità del mutuo ex art. 1815 secondo comma c.c.
Sul punto, il Tribunale ha osservato che la tesi attorea che postulava la cd. sommatoria di tassi risultava erronea, in quanto gli interessi di mora non sono considerati ai fini dell’individuazione del tasso medio praticato, vale a dire che sono esclusi dalla base di calcolo della soglia d’usura.
A tal riguardo, il TEG rappresenta un indice del costo annuale del contratto ed in esso vanno compresi tutti gli oneri annuali sostenuti dal mutuatario, tra questi non vi rientrano gli interessi di mora che, viceversa, trovano applicazione nell’eventualità in cui il mutuatario non paghi le rate di ammortamento.
In altri termini, gli interessi di mora possono rientrare nel calcolo del TEG solo nella misura in cui essi siano stati concretamente addebitati al mutuatario inadempiente.
In termini ancor più espliciti il Magistrato ha rilevato che il tasso di mora indicato in contratto avrebbe inciso per l’intero nel TEG solo nell’ipotesi limite in cui il mutuatario fosse stato inadempiente sin dal primo giorno della prima rata, per tutte le rate seguenti e per l’intero periodo di ammortamento.
Applicando tali principi al caso in esame, il tasso di mora del 6,40 % che la parte attrice indicava nell’atto introduttivo avrebbe inciso per l’intero sul TEG solo nel caso di inadempimento totale del contratto.
Sul punto, il Tribunale ha avuto cura di precisare che l’impostazione da lui accolta non risultava in contrasto con il recente orientamento espresso dalle S.U. sull’irrilevanza dell’usura sopravvenuta in quanto l’usurarietà dipenderebbe dall’illiceità degli interessi di mora originariamente pattuiti per il superamento della soglia vigente all’epoca della conclusione del contratto.
L’unica peculiarità consiste nel fatto che, per gli interessi di mora, il controllo di usurarietà non può essere fatto ex ante, ma solo successivamente alla concreta applicazione della clausola che ne stabilisce la misura.
In virtù di tali considerazioni l’impostazione metodologica seguita dall’attore non risultava corretta neanche con riguardo alla penale di estinzione anticipata che non costituisce un corrispettivo del mutuate per la messa a disposizione del denaro, bensì la remunerazione per il minor guadagno dovuto all’esercizio del diritto potestativo del mutuatario di estinguere anticipatamente il rapporto.
Ebbene, mentre il mutuatario risulta sin dall’inizio obbligato al pagamento degli interessi corrispettivi e degli altri oneri connessi all’erogazione del credito, che in quanto costi sono inclusi nel TEG, la penale di estinzione anticipata si applica solo qualora il mutuatario scelga di avvalersi dell’opzione di estinguere anticipatamente il rapporto.
Ne consegue che anche tale clausola non può essere inclusa nel TEG, identificandosi come elemento accidentale ed eventuale del rapporto contrattuale.
Neppure risultava meritevole di pregio la deduzione formulata da parte attrice secondo cui nel caso di specie sarebbe stato lo stesso regolamento contrattuale a prevedere una sommatoria tra interessi corrispettivi e di mora.
Invero, dal momento dell’inadempimento della rata le due originarie obbligazioni pecuniarie di capitale ed interessi si trasformano in un unico debito su cui operano gli interessi di mora.
Peraltro, nel caso di specie il regolamento contrattuale prevedeva una clausola volta ad elidere ogni possibile addebito illegittimo.
Più nello specifico l’art. 6 del contratto di mutuo statuiva che la misura degli interessi di mora, al momento della promissio, non poteva mai essere superiore al limite fissato ai sensi dell’art. 2 comma 4 della l. 7/3/1996 n. 108, dovendosi intendere, in caso di teorico superamento di detto limite, che la loro misura si riduceva automaticamente al limite soglia.
In altri termini, il contratto di mutuo controverso prevedeva una clausola di salvaguardia che evitava ab origine l’applicazione di interessi di mora usurari.
Inoltre, i criteri di matematica finanziaria utilizzati dalla parte attrice erano privi di valenza normativa riferendosi a costi fittizi ed ipotetici, non verificabili nel caso di specie, pertanto se ne deduceva la carenza dell’impianto probatorio, che neppure poteva essere colmato attraverso l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio di carattere meramente esplorativo.
Il Tribunale ha poi rilevato che la parte attrice non aveva neppure provato la sussistenza dell’usura soggettiva, infatti, nessuna deduzione o prova veniva fornita in ordine alla sussistenza di condizioni di difficoltà economica o finanziaria del mutuatario.
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/usura-valida-la-clausola-di-salvaguardia-che-prevede-la-riconduzione-intra-soglia-dei-tassi-di-mora-convenuti
http://www.expartecreditoris.it/provvedimenti/usura-la-clausola-di-salvaguardia-contiene-in-automatico-gli-interessi-entro-il-tasso-soglia
17 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | News
16 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | News
14 maggio 2018 | testlaw1 | 0 Comments | News
PROCESSO ESECUTIVO: si conclude con l’emissione dei mandati di pagamento del cancelliere
Il momento conclusivo del processo esecutivo corrisponde allo stadio equipollente a quello che l’art. 2945, comma 2, cit., individua, per la giurisdizione cognitiva, nel passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio. Esso corrisponde all’attuazione concreta del diritto del creditore procedente e che si realizza non nell’ordinanza che conclude il processo espropriativo di approvazione del progetto di distribuzione, ma alla concreta attuazione del provvedimento giudiziale che conclude il processo esecutivo, mediante l’intervento del cancelliere cui spetta il compito di emettere i cosiddetti mandati di pagamento.
Questo il principio espresso dal Tribunale di Avellino, Giudice Maria Cristina Rizzi con la sentenza n. 836 del 03.05.2018.
Nel caso di specie i mutuatari si opponevano all’ingiunzione di pagamento che il Tribunale di Avellino avevo emesso nei loro confronti, a titolo di restituzione delle rate del mutuo concesso dalla Banca, eccependo la inidoneità dei documenti depositati a corredo del ricorso monitorio ai fini della emissione del decreto, la prescrizione, l’anatocismo, l’usura.
La Banca aveva avviato il procedimento monitorio chiedendo il pagamento dell’importo residuo a titolo di rate impagate di un mutuo fondiario, non essendo stato satisfattivo il ricavato della espropriazione immobiliare già posta in essere in danno degli debitori.
L’eccezione di prescrizione sollevata dagli opponenti secondo cui dal giorno in cui la procedura esecutiva si era conclusa e la data della prima missiva di costituzione in mora erano trascorsi oltre dieci anni; ha offerto l’occasione al Giudice di merito per soffermarsi sugli effetti prescrizionali degli atti della procedura esecutiva.
In particolare, il Giudice ha distinto l’effetto prescrizionale interruttivo istantaneo del precetto che, “non costituendo atto diretto alla instaurazione di un giudizio, interrompe la prescrizione senza effetti permanenti, che si protrae anche nel caso in cui, dopo la notificazione del precetto, l’intimato abbia proposto opposizione; e l’efficacia interruttiva permanente e sospensiva della prescrizione, ai sensi del combinato disposto degli art. 2943, comma 1, e 2945, comma 2, c.c., tipica invece dell’atto con il quale viene iniziata la procedura esecutiva, che si protrae sino a quando la procedura esecutiva possa dirsi conclusa.
Lo stadio di chiusura della procedura esecutiva, secondo il Tribunale di Avellino, corrisponde al “momento equipollente a quello che l’art. 2945, comma 2, cit., individua, per la giurisdizione cognitiva, nel passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio”. Tale momento corrisponde allo stadio in cui il processo esecutivo abbia fatto conseguire al creditore procedente l’attuazione coattiva del suo diritto.
Occorre, dunque, individuare tale momento concreto ovvero quando la realizzazione della pretesa esecutiva possa dirsi conseguita e soddisfatta.
Orbene, secondo il Tribunale di Avellino: “tale momento non può semplicisticamente individuarsi nell’ordinanza di approvazione del piano di riparto del ricavato dalla vendita forzata, ma va ricondotto al momento in cui il creditore è stato soddisfatto e, dunque, le somme sono state riscosse distinguendo il momento conclusivo del processo espropriativo che si individua nell’approvazione del progetto di distribuzione, dal momento in cui ha concreta attuazione il provvedimento giudiziale che conclude il processo esecutivo, attuazione che si realizza mediante l’intervento del cancelliere cui spetta il compito di emettere i cosiddetti mandati di pagamento” (cfr. Cass. n. 23572/04, che distingue tra conclusione della fase espropriativa, che si ha con l’ordine di pagamento, e conclusione del processo esecutivo, che si ha con l’emissione dei mandati di pagamento).
Il Giudice aderisce alla linea seguita dalla dottrina che ammette l’astratta ed estrema conseguenza della revocabilità del progetto di distribuzione fino a che non abbia avuto esecuzione, ex art. 487 cod. proc. civ., vale a dire fino a che il cancelliere non abbia emesso i mandati di pagamento e questi non siano stati riscossi: infatti, “l’ordine di pagamento che, nella procedura esecutiva immobiliare, segue l’approvazione del progetto di distribuzione ex art. 598 cod. proc. civ., non può dirsi satisfattivo, se non dopo che abbia avuto concreta esecuzione”.
Il Tribunale affronta un altro argomento di estrema importanza e cioè quello relativo alla applicabilità della legge antiusura ai contratti stipulati in epoca antecedente all’entrata in vigore della normativa L.108/1996 ossia dell’emanazione del primo D.M. emanato il 22.03.1997 ed ha ritenuto che tale conflitto vada risolto aderendo all’impostazione ormai confermata dalla Corte di Cassazione per cui la “legge antiusura che non conosce applicazione retroattiva” (Cass. sez. un.24675 del 2017).
Ad analoga conclusione perviene il Tribunale quanto all’anatocismo, secondo cui “se il mutuo è successivo al decreto legislativo del 1° settembre 1993 n. 385, entrato in vigore il 1° gennaio 1994, non è mai legittima la richiesta e/o il calcolo di interessi anatocistici”.
Alla luce delle suesposte articolate argomentazioni il Tribunale di Avellino, sebbene abbia ritenuto opportuno revocare il decreto ingiuntivo in quanto emesso per un maggiore importo, ha condannato i debitori al pagamento di quanto dovuto ed alla rifusione in favore dell’opposta dei 2/3 delle spese di lite.