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Timestamp: 2018-03-17 18:15:52+00:00
Document Index: 100986995

Matched Legal Cases: ['art. 103', 'art. 248', 'art. 247', 'art. 8', 'art. 248', 'art. 8', 'art. 247', 'art. 247', 'art. 335', 'art. 6', '§ 1', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', '§ 1']

Art. 247 cod. proc. penale: Casi e forme delle perquisizioni
Codice proc. penale Art. 247 cod. proc. penale: Casi e forme delle perquisizioni
1. Quando vi è fondato motivo di ritenere che taluno occulti sulla persona il corpo del reato o cose pertinenti al reato, è disposta perquisizione personale. Quando vi è fondato motivo di ritenere che tali cose si trovino in un determinato luogo ovvero che in esso possa eseguirsi l’arresto dell’imputato o dell’evaso, è disposta perquisizione locale.
1-bis. Quando vi è fondato motivo di ritenere che dati, informazioni, programmi informatici o tracce comunque pertinenti al reato si trovino in un sistema informatico o telematico, ancorchè protetto da misure di sicurezza, ne è disposta la perquisizione, adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione.
2. La perquisizione è disposta con decreto motivato.
3. L’autorità giudiziaria può procedere personalmente ovvero disporre che l’atto sia compiuto da ufficiali di polizia giudiziaria delegati con lo stesso decreto.
Casi e forme delle perquisizioni
Il p.m. , così come la Polizia Giudiziaria, possono, in caso di urgenza, per acquisire o assicurare la prova, procedere a perquisizione senza l'emissione del decreto autorizzativo. (Nel caso di specie il p.m., alla fine dell'udienza aveva perquisito ed ispezionato il fascicolo dell'avvocato, sostituto processuale del difensore nei cui confronti era stato aperto un procedimento penale perché , in concorso con due investigatori ,con minaccia, aveva indotto il medico della struttura sanitaria ove era ricoverato l'imputato a firmare un modulo pre - stampato ove si confutavano le conclusioni del perito sulla capacità d'intendere e volere dell'imputato).
Tribunale Roma sez. I 26 aprile 2013 n. 8526
Per l'esecuzione di un provvedimento di perquisizione e sequestro non occorre avvisare il Consiglio dell'ordine forense, qualora nella commissione del reato sia coinvolto anche un difensore, atteso che le guarentigie previste dall'art. 103 c.p.p., non introducendo un principio immunitario di chiunque eserciti la professione legale, sono applicabili unicamente se devono essere tutelate la funzione difensiva o l'oggetto della difesa.
Cassazione penale sez. II 16 maggio 2012 n. 32909
È legittima la decisione con cui il tribunale del riesame annulli il provvedimento di perquisizione e sequestro delle credenziali di accesso al sistema informatico di prenotazione dei voli on line di una compagnia aerea onde identificare per tempo - in base ad una serie di parametri sintomatici desumibili dalle modalità di prenotazione dei voli - i passeggeri sospettabili di fungere da corrieri internazionali di stupefacenti (c.d. ovulatori), trattandosi di provvedimento preordinato non tanto ad acquisire elementi di conoscenza in ordine ad una o più "notitiae criminis" determinate quanto a monitorare in modo illimitato, preventivo e permanente il contenuto di un sistema informatico onde pervenire all'accertamento di reati non ancora commessi, ma dei quali si ipotizzi la futura commissione da parte di soggetti da individuarsi; né al riguardo può essere invocato l'art. 248 comma 2 c.p.p., novellato dalla l. n. 48 del 2008 - per il quale l'autorità giudiziaria e gli ufficiali di polizia giudiziaria da questa delegati, per rintracciare le cose da sottoporre a sequestro o accertare altre circostanze utili ai fini delle indagini, possono esaminare presso banche atti, documenti e corrispondenza nonché dati, informazioni e programmi informatici - il quale laddove richiama le banche non può che riferirsi agli istituti di credito e non già alle banche dati, per giunta in continuo aggiornamento automatico, presso qualsiasi altro ente o struttura privata o pubblica, tanto più che il termine banca-dati non risulta mai adoperato dall'ordinamento giuridico italiano che utilizza la diversa dizione di sistema informatico o telematico.
Cassazione penale sez. IV 17 aprile 2012 n. 19618
La perquisizione di sistemi informatici o telematici, ai sensi del comma 1 bis dell'art. 247 c.p.p., introdotto dall'art. 8 comma 2 l. 18 marzo 2008 n. 48, non può essere disposta per il perseguimento di finalità meramente esplorative e di mera investigazione, in assenza di una già acquisita notizia di reato, rimanendo altresì escluso che possa, in contrario, invocarsi il disposto di cui al comma 2 dell'art. 248 c.p.p. (quale risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 8 comma 3 della citata l. n. 18 del 2008), ai sensi del quale è consentita l'acquisizione, tra l'altro, di dati, informazioni e programmi informatici presso "banche", dovendosi ritenere che con tale ultima espressione il legislatore abbia inteso riferirsi ai soli istituti di credito e non, quindi, genericamente ed indifferentemente, alle cd. "banche dati" da chiunque possedute (principio affermato, nella specie, con riferimento ad un caso in cui si lamentava, da parte del p.m. ricorrente, che fosse stato annullato il decreto di perquisizione avente ad oggetto il sistema informatico di prenotazione dei voli di una compagnia di navigazione aerea, a suo tempo disposto al fine di individuare possibili "corrieri della droga", sulla base dell'osservazione che costoro avrebbero frequentemente fatto ricorso a prenotazioni "last minute" con rientro programmato entro pochissimi giorni dall'arrivo).
La perquisizione prevista dall'art. 247 comma 1 bis c.p.p. è consentita quando vi è fondato motivo di ritenere che dati, informazioni, programmi informatici o tracce pertinenti al reato si trovino in un sistema informatico o telematico, ancorché protetto da misure di sicurezza. Ne deriva che tali dati devono essere già presenti nel sistema al momento in cui viene disposta ed eseguita la perquisizione dovendosi escludere che essa possa autorizzare, in mancanza di una "notitia criminis", il monitoraggio illimitato, preventivo e permanente di un sistema informatico.
La perquisizione prevista dall'art. 247, comma 1 bis, c.p.p. è consentita quando vi è "fondato motivo" di ritenere che dati, informazioni, programmi informatici o tracce pertinenti al reato "si trovino" in un sistema informatico o telematico, ancorché protetto da misure di sicurezza. Ne deriva che tali dati devono essere "già" presenti nel sistema al momento in cui viene disposta ed eseguita la perquisizione. (Da queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso del procuratore della Repubblica avverso l'ordinanza del tribunale del riesame che aveva annullato il decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla procura nei confronti di una compagnia area avente a oggetto le "credenziali di accesso" al sistema informatico di prenotazione dei voli on line, motivato dall'esigenza di poter identificare per tempo - in base a una serie di parametri sintomatici desumibili dalle modalità di prenotazioni dei voli - i passeggeri sospettabili di fungere da corrieri internazionali; la Cassazione ha evidenziato che tali credenziali non potevano farsi rientrare in una delle categorie di dati prese in considerazione dalla norma e, in ogni caso, non potevano ritenersi "pertinenti" a un reato non ancora concretizzatosi e neppure delineato).
I provvedimenti di perquisizione e sequestro, rientrando fra i mezzi di ricerca della prova, presuppongono l'esistenza di una precisa notizia di reato e l'iscrizione della stessa nel registro di cui all'art. 335 c.p.p. Essi, collocandosi nella fase delle indagini per sua natura fluida e dinamica, richiedono comunque una sintetica indicazione della concreta fattispecie di reato ascritta all'indagato negli estremi essenziali di azione, di tempo e di luogo (annullata, nella specie, l'ordinanza che aveva respinto l'istanza di dissequestro del materiale rinvenuto presso lo studio di un geometra, atteso che, nel provvedimento che disponeva la perquisizione e il sequestro, risultava rinvenibile solo l'asettica indicazione degli articoli del codice penale riferiti all'indagato, ma nulla era detto, neppure in maniera approssimativa, sulla contestazione e sulle modalità esecutive della condotta).
Cassazione penale sez. VI 31 gennaio 2012 n. 5930
I provvedimenti di perquisizione e sequestro rientrano tra i mezzi di ricerca della prova, onde presuppongono l'esistenza di una "notitia criminis" e l'avvenuta iscrizione del procedimento nel relativo registro. Ne deriva che per l'emissione di tali provvedimenti è richiesta la forma del decreto motivato che deve necessariamente contenere l'indicazione della fattispecie concreta nei suoi estremi essenziali di tempo, luogo e azione nonché della norma penale che si intende violata, non essendo sufficiente la mera indicazione del titolo di reato.
Deve ritenersi che quando i dati contenuti in un sistema informatico siano condivisi con unità periferiche allocate in diversi contesti nazionali (nel caso di specie, coi terminali installati presso l'aeroporto di Pisa), l'autorità giudiziaria italiana possa legittimamente accedervi senza necessità di ricorrere alla cooperazione internazionale dal momento che l'intera attività di acquisizione probatoria è destinata a svolgersi sul territorio dello Stato.
Tribunale Pisa sez. riesame 23 settembre 2011
L'illegittimità della perquisizione non invalida il conseguente sequestro, qualora vengano acquisite cose costituenti corpo di reato o a questo pertinenti, dovendosi considerare che il potere di sequestro, in quanto riferito a cose obbiettivamente sequestrabili, non dipende dalle modalità con le quali queste sono state reperite, ma è condizionato unicamente all'acquisibilità del bene e alla insussistenza di divieti probatori espliciti o univocamente enucleabili dal sistema. Annulla in parte senza rinvio, Trib. lib. Macerata, 30 ottobre 2009
Cassazione penale sez. II 23 aprile 2010 n. 26819
Ancora un caso nel quale la Corte europea si è occupata del rapporto tra violazione delle regole per l'acquisizione della prova e giusto processo. I ricorrenti erano stati arrestati poiché sospettati di aver preso parte in una rapina; al momento dell'arresto era stata anche loro sequestrata un'autovettura. Questa, custodita presso la locale stazione di polizia, era stata perquisita una prima volta in presenza dei difensori degli arrestati. Qualche giorno dopo era stata nuovamente aperta, questa volta senza che gli indagati o i loro difensori ne fossero stati avvisati, al fine di prelevare un campione per il prosieguo delle indagini. In tale sede, era stato ritrovato all'interno della stessa un pezzo del blocco di accensione di un'altra vettura, impiegata nella commissione della rapina. Gli indagati erano stati processati per la rapina e condannati. In tutti i gradi di giudizio avevano denunciato l'inammissibilità quale prova del ritrovamento del blocco di accensione nel corso della seconda perquisizione del loro autoveicolo, effettuata in violazione di legge. Il tribunale di primo grado, in ordine a tale doglianza, aveva sentito quali testimoni gli operanti che avevano effettuato tale seconda perquisizione: tutti avevano dichiarato che essa si era resa necessaria per integrare le risultanze della prima, eseguita nell'urgenza del fatto e dunque in modo superficiale, e che comunque il ritrovamento del pezzo appartenente alla vettura utilizzata per la rapina era stato del tutto legittimo, non essendovi dubbi in merito alla genuinità della scoperta. Di tale indagine suppletiva relativa alle circostanze della perquisizione i tribunali avevano dato atto nelle motivazioni delle sentenze di condanna. I ricorrenti si erano rivolti alla Corte europea dei diritti dell'uomo lamentando la violazione dell'art. 6, § 1, Cedu, in quanto la loro condanna sarebbe stata basata, almeno in parte, su prove ottenute in violazione dei requisiti di un processo equo. La Corte europea ha preliminarmente ricordato che, secondo la sua giurisprudenza, nonostante l'ambito primario di applicazione dell'art. 6 Cedu sia la fase processuale propriamente detta, ciò non vuol dire che tale articolo non abbia alcuna rilevanza nella fase delle indagini, nella misura in cui gli atti ed i comportamenti posti in essere in questa fase possono influenzare l'equità del processo. Ciò posto, non è compito della Corte europea, né dell'art. 6 Cedu, disciplinare i casi di inammissibilità di una prova, compito che spetta esclusivamente alla giurisdizione nazionale: piuttosto, la Corte deve giudicare se la procedura, complessivamente intesa, abbia rispettato i canoni del giusto processo. Per ciò che riguarda le prove, tale esame consiste nella duplice verifica del fatto che al ricorrente ed al suo difensore sia stata data la possibilità di contestare l'utilizzo di un dato mezzo di prova, nonché della "qualità della prova": in tale concetto è inclusa la verifica di eventuali circostanze che possano far dubitare della sua affidabilità o accuratezza. Secondo la Corte, il primo parametro doveva dirsi rispettato: i ricorrenti avevano potuto sollevare la questione in tutti i gradi di giudizio ed il tribunale di primo grado aveva condotto una verifica effettiva sulle loro allegazioni. Per quanto invece riguarda la verifica sulla qualità della prova, la Corte ha osservato che il rispetto di un minimo di garanzie difensive nel corso delle perquisizioni, consistente almeno nell'offrire alla difesa la possibilità di assistervi, deve ritenersi fondamentale per salvaguardare l'apparenza di imparzialità delle investigazioni. Secondo la Corte, in materia di giustizia penale non occorre solo "fare giustizia", ma anche "mostrare di fare giustizia": ne va della fiducia che, in una società democratica, i tribunali devono ispirare al pubblico. Nel caso in esame, le circostanze della seconda perquisizione erano tali da legittimare oggettivamente i dubbi sull'affidabilità del ritrovamento del reperto sfuggito alla prima perquisizione. Non vi era alcun motivo d'urgenza, date le circostanze del caso, che legittimasse l'esecuzione della perquisizione senza dare avviso agli indagati ed ai loro difensori. Quanto all'incidenza della prova sul giudizio, benché la condanna dei ricorrenti fosse stata basata anche su altri elementi, quello relativo al ritrovamento nella loro autovettura di un componente di quella utilizzata per la rapina aveva avuto un peso significativo, come evidenziato dalle stesse motivazioni delle sentenze. La maniera in cui tale elemento di prova era stato utilizzato nel procedimento contro i ricorrenti non era consona ai principi del processo equo, ritenendo pertanto la Corte all'unanimità l'avvenuta violazione dell'art. 6, § 1, Cedu.
Corte europea diritti dell'uomo sez. I 25 febbraio 2010 n. 20100