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Permessi 104: l'abuso porta al licenziamento per giusta causa
29 Giugno 2016 | Autore: Lorenzo Mari
Il licenziamento per giusta causa del lavoratore che abusa dei permessi della Legge 104 è legittimo. Ecco la decisione della Cassazione.
Il lavoratore che ha diritto a fruire dei permessi relativi alla Legge 104/92 non può abusarne utilizzando solo parte del tempo per l’assistenza al familiare. La Cassazione conferma difatti che questa violazione costituisce per l’azienda una causa di licenziamento legittima. Ecco i fatti, ma prima chiariamo chi sono i beneficiari della legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, principale normativa di riferimento in materia di permessi di lavoro retribuiti nel nostro Paese.
Chi ha diritto ai permessi della Legge 104?
I beneficiari della legge 104 sono le persone che presentano una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione. Sono ammissibili ai benefici della legge anche i congiunti dei disabili.
disabili con contratto individuale di lavoro dipendente;
parenti o affini entro il terzo grado lavoratori dipendenti.
Cassazione: licenziamento per giusta causa per abuso dei permessi legge 104
Lo scorso marzo [1] la Cassazione è intervenuta sul tema dei permessi concessi in forza della Legge 104/92, ovvero la Legge che permette ai disabili e ai familiari degli stessi di usufruire di ore di permesso destinate all’assistenza o a visite di controllo.
Chiamata a pronunciarsi sul caso di un lavoratore licenziato dall’azienda perchè in tre giornate aveva usufruito di permessi richiesti ai sensi della Legge 104/92 ma aveva prestato assistenza al parente solo per 4 ore e 13 minuti, un tempo che era pari al 17,5% del totale tempo concesso e di conseguenza retribuito.
Licenziato per giusta causa, il lavoratore aveva presentato ricorso tuttavia anche in secondo grado il giudice aveva fatto propria la sentenza del Tribunale di primo grado ammettendo che la condotta fosse indice di un “reiterato disinteresse del lavoratore rispetto alle esigenze aziendali e dei principi generali di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, senza che potesse rilevare in senso contrario, stante l’idoneità della condotta a ledere il rapporto fiduciario, la sussistenza di un marginale assolvimento dell’obbligo assistenziale”.
La Cassazione nella sentenza depositata lo scorso marzo ha ammesso la presenza di una condotta poco consona e non conforme al principio di buona fede: ha dunque confermato la sentenza emessa dal secondo grado.
[1] Cass. sent. n. 5574/16 del 22.06.2106.
Corte di Cassazione, Sezione L
Sentenza 22 marzo 2016, n. 5574
Data udienza 15 dicembre 2015
(Dott. STILE Paolo – Presidente; Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere)
LAVORO ED OCCUPAZIONE – LICENZIAMENTO – DISCIPLINARE
sul ricorso 28512-2014 proposto da:
(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
(OMISSIS) – (OMISSIS) S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 737/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 22/09/2014 R.G.N. 743/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/12/2015 dal Consigliere Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto.
Con sentenza n. 737/2014, pubblicata il 22 settembre 2014, la Corte d’appello di L’Aquila, in accoglimento del reclamo proposto da (OMISSIS) – (OMISSIS) S.p.a. e in riforma della sentenza del Tribunale di Lanciano in data 7/7/2014, respingeva la domanda di (OMISSIS) volta alla dichiarazione di illegittimita’ del licenziamento disciplinare intimatogli il 13/12/2012 per giusta causa, consistita nella condotta di abuso posto in essere nella fruizione dei permessi ai sensi della Legge 5 febbraio 1992, n. 104 nei giorni 22, 26 e 28 novembre 2012, allorquando il lavoratore era stato visto recarsi presso l’abitazione del parente assistito soltanto per complessive quattro ore e tredici minuti, pari al 17,5% del tempo totale concesso.
La Corte osservava a sostegno della propria decisione come la sanzione irrogata dovesse ritenersi proporzionata all’evidente intenzionalita’ della condotta e alla natura della stessa, indicativa di un sostanziale e reiterato disinteresse del lavoratore al rispetto delle esigenze aziendali e dei principi generali di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, senza che potesse rilevare in senso contrario, stante l’idoneita’ della condotta a ledere il rapporto fiduciario, la sussistenza di un marginale assolvimento dell’obbligo assistenziale.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza l’ (OMISSIS), con tre motivi; la societa’ ha resistito con controricorso, illustrato da memoria.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della Legge 4 novembre 2010, n. 183, articolo 24 per avere la Corte, pur riconoscendo che, a seguito dell’entrata in vigore di detta norma, erano venuti meno i requisiti della “continuita’ ” e della “esclusivita’ “, affermato che l’assistenza dovesse comunque uniformarsi ai criteri di sistematicita’ e di adeguatezza, gia’ elaborati dall’INPS nell’ambito della disciplina previgente.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia: deduce al riguardo che la Corte aveva ritenuto insufficiente un’attivita’ assistenziale pari al 17,5% del tempo complessivo dei permessi, cosi’ implicitamente riconoscendo che potrebbe essere sufficiente prestare assistenza anche per una percentuale inferiore al 100% del monte ore e peraltro in difetto di una normativa che indichi quale sia il livello percentuale minimo richiesto affinche’ la condotta assistenziale possa legittimamente rapportarsi ai permessi.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1175, 1375 e 2119 codice civile per avere la Corte di appello trascurato di considerare, nella necessaria valutazione complessiva della condotta del lavoratore, che egli non aveva avuto alcuna intenzione di non prestare assistenza al familiare, essendosi anzi regolarmente recato da lui e non essendosi allontanato dalla propria abitazione per momenti di svago o per andare a svolgere altre attivita’ lavorative; con la conseguenza che la condotta posta in essere, ove pure suscettibile, per ipotesi, di rilievo disciplinare, non poteva certamente, in assenza di un consapevole intento elusivo, condurre all’applicazione della sanzione espulsiva.
Il primo motivo e’, infatti, del tutto inconferente rispetto alla decisione adottata dalla Corte territoriale, la quale si fonda non sul tipo di assistenza Legge 5 febbraio 1992, n. 104, ex articolo 33, comma 3, cosi’ come modificato dalla legislazione successiva, che il lavoratore avrebbe dovuto prestare alla persona con handicap, ma sulla utilizzazione dei permessi mensili “per scopi estranei a quelli per i quali sono stati concessi”: comportamento, questo, nelle valutazioni della Corte, “oggettivamente grave, tale da determinare nel datore di lavoro la perdita della fiducia nei successivi adempimenti e idoneo a giustificare il recesso per giusta causa (v. sent. impugnata, penultima pagina, ove e’ sintetizzata la ratio decidendi).
Il secondo motivo di ricorso e’ palesemente inammissibile, posto che, con lo stesso, viene dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia e cioe’ un vizio che rispecchia la formulazione dell’articolo 360 codice procedura civile, n. 5 anteriore alla modifica apportata dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito con modificazioni nella Legge 7 agosto 2012, n. 134, e che si applica alle sentenze che, come quella impugnata con il ricorso in esame, risultano pubblicate a decorrere dall’11/9/2012.
Al riguardo si deve preliminarmente osservare che il piano assistenziale, e pertanto della sussistenza dei requisiti per la concessione del beneficio (nella specie, 3 giorni di permesso mensile retribuito), e quello della condotta successiva del lavoratore, che abbia conseguito tale beneficio e durante il tempo della sua fruizione, restano distinti, ben potendo il datore di lavoro procedere ad una propria e autonoma valutazione di tale condotta nell’ottica del rispetto del canone di buona fede che presiede all’esecuzione del contratto di lavoro, come di ogni altro (articolo 1375 c.c.).
Su tale premessa e’ da osservare come la sentenza impugnata si sottragga alla censura in oggetto.
La Corte territoriale, infatti, dopo avere richiamato la circostanza, peraltro pacifica, che l’ (OMISSIS) – a fronte di 24 ore di permessi retribuiti concessi nei giorni 22, 26 e 28 novembre 2012 – aveva tenuto una condotta compatibile con le motivazioni assistenziali poste a sostegno della richiesta solo per quattro ore e 13 minuti, pari al 17,5% del tempo totale (v. sentenza, p. 5), ha sottolineato come tale condotta, dimostrando “un sostanziale disinteresse del lavoratore per le esigenze aziendali”, fosse tale da integrare “una grave violazione dei principi di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto di lavoro di cui agli articoli 1175 e 1375 codice civile, idonea a legittimare il recesso per giusta causa del datore di lavoro” (pp. 6-7).
Ne’ puo’ dubitarsi della conclusione cosi’ raggiunta dalla Corte di appello sul rilievo che l’ (OMISSIS) si e’ comunque sempre recato in ognuno di tali giorni presso l’abitazione del parente da assistere, il carattere abusivo della condotta dal medesimo posta in essere, e conseguentemente la sua idoneita’ a integrare la violazione dei canoni richiamati e’ una giusta causa di recesso datoriale, risultando dagli indici di fatto accertati nella sentenza impugnata, sia relativi alla percentuale del tempo destinato all’attivita’ di assistenza rispetto a quello totale dei permessi, sia relativi alle altre modalita’ temporali in cui tale attivita’ risulta prestata, caratterizzate – come la sentenza ha posto in rilievo (p. 3) – da un’evidente, quanto anch’essa non contestata, irregolarita’, sia in termini di fascia oraria, sia in termini di durata della permanenza.
la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in euro 100,00 per esborsi e in euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.
Riccardo Calò ha detto:
09/01/2017 alle 17:55
Peccato che la Legge non sia uguale per tutti.
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