Source: http://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-1256-codice-civile-impossibilita-definitiva-e-impossibilita-temporanea
Timestamp: 2017-01-24 11:08:35+00:00
Document Index: 123428700

Matched Legal Cases: ['art. 1385', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 1385', 'art. 1218', 'art. 1456', 'art. 69', 'art. 1256']

HOME Codice civile Articoli Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015 Codice civile Art. 1256 codice civile: Impossibilità definitiva e impossibilità temporanea L’AUTORE: Redazione
L’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore (1), la prestazione diventa (2) impossibile (3).
Se l’impossibilità è solo temporanea, il debitore, finché essa perdura, non è responsabile del ritardo nell’adempimento (4). Tuttavia l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione (5) ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla (6).
Prestazione: [v. 1174].
Impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile al debitore: causa di estinzione delle obbligazioni, non satisfattoria [v. Libro IV, Titolo I, Capo IV] dovuta al fatto che la prestazione diviene definitivamente impossibile, per ragioni indipendenti dalla colpa del debitore.
(1) L’impossibilità non è imputabile al debitore quando dipende da caso fortuito o forza maggiore, ossia da eventi che non si possono prevenire o prevedere.
(2) L’impossibilità deve intervenire dopo che l’obbligazione è sorta; una prestazione impossibile sin dall’origine impedirebbe addirittura il sorgere del rapporto obbligatorio.
(3) La prestazione deve essere impossibile non solo per quel particolare debitore, ma per ogni soggetto, e deve non essere superabile in nessun modo [v. 1218].
(4) L’impossibilità temporanea non estingue l’obbligazione ma ne sospende l’obbligo dell’adempimento, escludendo comunque la responsabilità del debitore per il ritardo.
(5) Per cui il debitore è liberato quando il trascorrere del tempo ne ha reso più difficile la prestazione, al punto da essere notevolmente sproporzionata rispetto a quanto originariamente stabilito.
(6) Perché, per esempio, nel frattempo il creditore ha raggiunto, mediante altre vie, il risultato voluto.
L'impossibilità sopravvenuta va distinta dalla difficoltà e dall’eccessiva onerosità sopravvenuta [v. 1467]. La difficoltà non impedisce la prestazione ma costituisce soltanto un ostacolo che il debitore è tenuto a superare con la dovuta diligenza [v. 1176, 1218], altrimenti è inadempiente. Anche l’eccessiva onerosità sopravvenuta non impedisce la prestazione, ma la rende più onerosa e consente al debitore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione della prestazione [v. 1467 ss.].
In tema di risoluzione del contratto (nella specie, appalto di opera pubblica), l'impossibilità sopravvenuta della prestazione è configurabile qualora siano divenuti impossibili l'adempimento della prestazione da parte del debitore o l'utilizzazione della stessa ad opera della controparte, purché tale impossibilità non sia imputabile al creditore ed il suo interesse a ricevere la prestazione medesima sia venuto meno, dovendosi in tal caso prendere atto che non può più essere conseguita la finalità essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto, con la conseguente estinzione dell'obbligazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la possibilità di eseguire l'opera commissionata fosse stata impedita dall'esistenza di un vincolo archeologico sull'area interessata dai lavori di costruzione di alloggi, conosciuto dal committente solo attraverso la concessione edilizia rilasciatagli dal comune, per effetto del quale la Soprintendenza aveva ordinato la sospensione dei lavori, disponendo, altresì, per la loro ripresa, prescrizioni tali che, se osservate, avrebbero determinato un rilevante aumento dei costi e la cospicua riduzione degli alloggi originariamente previsti). Rigetta, App. Salerno, 06/07/2006
Cassazione civile sez. I 02 ottobre 2014 n. 20811 È manifestamente inammissibile, per difetto di motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza, la q.l.c. dell'art. 1385, comma 2, c.c., censurato, in riferimento all'art. 3 cost., nella parte in cui, nel disciplinare la caparra confirmatoria, non prevede che in caso di inadempimento il giudice possa ridurre equamente la somma da ritenere o il doppio da restituire, in ipotesi di manifesta sproporzione o qualora sussistano giustificati motivi. Questione identica, infatti, è già stata dichiarata manifestamente inammissibile con sentenza n. 248 del 2013 per difetto di motivazione sia in punto di non manifesta infondatezza che di rilevanza, in quanto il rimettente aveva omesso di considerare che nel recesso disciplinato dall'art. 1385 c.c. a venire in rilievo è un inadempimento gravemente colpevole, cioè imputabile (ex art. 1218 e 1256 c.c.) e di non scarsa importanza (ex art. 1456 c.c.) ed aveva trascurato di indagare la reale portata dei patti conclusi nella specie dalle parti contrattuali, non tenendo conto dei margini di intervento riconoscibili al giudice a fronte di una clausola negoziale che rifletta un regolamento degli opposti interessi non equo e gravemente sbilanciato in danno di una parte (sent. n. 248 del 2013).
Corte Costituzionale 02 aprile 2014 n. 77 In materia di obbligazioni pecuniarie, l'impossibilità della prestazione deve consistere, ai fini dell'esonero da responsabilità del debitore, non in una mera difficoltà, ma in un impedimento obiettivo ed assoluto che non possa essere rimosso, non potendosi ravvisare nella mera impotenza economica derivante dall'inadempimento di un terzo nell'ambito di un diverso rapporto. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso che configuri l'impossibilità obiettiva ed assoluta di adempiere la maturata prescrizione del diritto della medesima parte ad ottenere, a sua volta, la ripetizione di importi corrisposti a terzi a titolo transattivo). Rigetta, App. Roma, 14/09/2009
Cassazione civile sez. II 15 novembre 2013 n. 25777 Opere pubbliche
Il comune, debitore di somme in esecuzione di un contratto di appalto, non può invocare, quale "factum principis" idoneo a determinare l'impossibilità dell'adempimento per fatto a lui non imputabile, l'esistenza di decreti di fermo amministrativo ex art. 69, sesto comma, r.d. 18 novembre 1923, n. 2440, disposti dal Commissario straordinario di governo e volti alla sospensione del pagamento dei propri debiti, ove, da un lato, tali provvedimenti siano stati emessi in totale carenza di potere - perché deliberati da un'amministrazione dello Stato non già in favore della stessa amministrazione, parte del rapporto di credito sul quale il fermo incide, ma in favore della gestione contabile di un altro ente (nella specie, il Comune di Napoli) in assenza di una espressa ed inequivoca disposizione normativa che lo consenta - e, dall'altro, l'ente sia stato consapevole della loro illegittimità. Rigetta, App. Napoli, 22/02/2007
Cassazione civile sez. I 08 settembre 2014 n. 18880 Edilizia ed urbanistica
L'impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile al debitore (che costituisce anche un modo di estinzione dell'obbligazione diverso dall'adempimento, secondo la previsione dell'art. 1256 c.c.), deve possedere i caratteri dell'oggettività e della assolutezza, tali da costituire un ostacolo insormontabile all'adempimento non solo per un particolare debitore ma in genere per tutti i soggetti della medesima condizione. Il richiamo alla crisi economica attuale - che non è certo negata dal Collegio - appare quanto mai generico e vago, essendo svincolato da specifiche situazioni che renderebbero oggettivamente impossibile - non solo alla società esponente ma anche ad altri operatori economici - l'adempimento delle obbligazioni. In questo senso, la difficoltà - o addirittura l'impossibilità - per l'operatore di trovare compratori per gli immobili da realizzare nell'ambito del PII, non costituisce di per sé ragione di impossibilità della prestazione, ben potendo collegarsi ad erronee scelte dell'operatore stesso (rientranti quindi nel normale rischio d'impresa), e non costituendo quindi necessariamente una conseguenza della crisi economica in atto. In altri termini, il richiamo alla crisi non può costituire di per sé ragioni giustificatrice di qualsivoglia inadempimento contrattuale, anche per le convenzioni di attuazione di piani urbanistici di dettaglio, quale è il Programma Integrato di Intervento.
T.A.R. Milano (Lombardia) sez. II 21 maggio 2013 n. 1337 Lavoro subordinato
Cassazione civile sez. lav. 21 ottobre 2013 n. 23783 Successione testamentaria
Cassazione civile sez. II 16 maggio 2013 n. 11906 Art. precedente
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