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Timestamp: 2020-06-01 05:22:53+00:00
Document Index: 107011105

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 377', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 16', 'art. 35', 'art. 16', 'art. 159', 'art. 16', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 32']

Sentenza Cassazione Civile n. 16228 del 03/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16228 del 03/08/2016
Cassazione civile sez. VI, 03/08/2016, (ud. 07/07/2016, dep. 03/08/2016), n.16228
sul ricorso 18330-2013 proposto da:
D.A., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIALE DELLE MILIZIE 1, presso in studio dell’avvocato EDOARDO GHERA,
ALFREDO PLACIDI, rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO
GALLIPOLI giusta procura speciale a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 166/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI del
14/1/2013, depositata il 19/1/2013;
7/7/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;
1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex art. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata:
“Con sentenza n. 166/2013, depositata in data 21 gennaio 2013, la Corte di appello di Bari, pronunciando sulle impugnazioni principale e incidentale proposte da D.A. e dal Comune di Altamura, in riforma della decisione del Tribunale di Bari, rigettava l’originaria domanda attorea. Le questioni dedotte in giudizio erano state: l’illegittima stipula di una serie di contratti a termine negli anni 1996-2005 (per lo svolgimento delle mansioni di autista di scuolabus); l’accertamento del diritto all’assunzione a tempo indeterminato, con conseguente risarcimento del danno da determinarsi alla stregua delle retribuzioni non percepite fino alla data di trasformazione del rapporto; – in subordine, il risarcimento del danno D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 36. La Corte territoriale riteneva innanzitutto assorbito il motivo dell’appello del Comune di Altamura “in quanto le nullità contrattuali vengono in rilievo – secondo le stesse prospettazioni ed allegazioni di parte – (solo) in via strumentale alle proposte domande di conversione legale dei contratti e di risarcimento del danno e non rispondono, perciò ad uno specifico interesse della parte”; escludeva, poi, la possibilità di una conversione legale dei contratti sia secondo la disciplina comunitaria sia secondo il diritto interno (evidenziando, in particolare, che nella fattispecie non poteva operare alcuna deroga al meccanismo del reclutamento concorsuale, essendo l’avviamento a mezzo delle liste di collocamento consentito solo per i profili e le qualifiche che richiedono il requisito della scuola dell’obbligo); riteneva che il lavoratore non avesse dato alcuna prova dei danni conseguiti dalla dedotta fattispecie contrattuale nè avesse allegato i relativi elementi costitutivi, in quanto tali ulteriori rispetto alla mera qualificazione della sanzione dell’illecito contrattuale in termini di equivalenza con quella prevista per i rapporti di lavoro alle dipendenze di datori di lavoro privati.
Avverso tale sentenza D.A. ricorre per cassazione con quattro motivi.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia plurime violazioni della legge interna e della normativa comunitaria in tema di contratti a termine dolendosi della ritenuta inapplicabilità al pubblico impiego della sanzione della conversione del contratto. Assume la prevalenza delle norme del D.Lgs. n. 368 del 2001 sul D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 e di quest’ultimo sostiene il contrasto con la normativa comunitaria.
La medesima pronuncia ha richiamato la decisione della Corte costituzionale (sent. 27 marzo 2003, n. 89) che ha escluso ogni contrasto con gli artt. 3 e 97 Cost. del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 nella parte in cui tale ultima norma non consente, a differenza di quanto accade nel rapporto di lavoro privato, che la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori possa dar luogo a rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le pubbliche amministrazioni. E’, infatti, giustificata la scelta del legislatore di ricollegare alla violazione di quelle disposizioni conseguenze di carattere esclusivamente risarcitorio, dato che il principio dell’accesso mediante concorso – enunciato dall’art. 97 Cost., a presidio delle esigenze di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione – rende non omogeneo il rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni rispetto al rapporto alle dipendenze di datori privati. In particolare nella cit. pronuncia la Corte ha enunciato, come criterio generale, che “…1i1 principio fondamentale in materia di instaurazione del rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni è quello dell’accesso mediante concorso, enunciato dall’art. 97 Cost., comma 3”. Ed ha sottolineato che “L’esistenza di tale principio, posto a presidio delle esigenze di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione, di cui allo stesso art. 97 Cost., comma 1 di per sè rende palese la non omogeneità – sotto l’aspetto considerato – delle situazioni poste a confronto dal rimettente e giustifica la scelta del legislatore di ricollegare alla violazione di norme imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego dei lavoratori da parte delle amministrazioni pubbliche conseguenze di carattere esclusivamente risarcitorio, in luogo della conversione (in rapporto) a tempo indeterminato prevista per i lavoratori privati”. In termini inequivocabili la Corte ha quindi escluso, sotto questo profilo, l’esigenza di uniformità di trattamento rispetto alla disciplina dell’impiego privato, cui il principio del concorso è del tutto estraneo. Anche la successiva giurisprudenza costituzionale ha ribadito il principio del pubblico concorso, quale mezzo ordinario e generale di reclutamento del personale delle pubbliche amministrazioni, principio che risponde alla finalità di assicurare “il buon andamento e l’efficacia dell’Amministrazione”, valori presidiati dall’art. 97 Cost., commi 1 e 3 (sentenze n. 190 del 2005, n. 205 e n. 34 del 2004 e n. 1 del 1999).
Non risulta aver formato oggetto di doglianza l’ulteriore ed assorbente ratio decidendi e cioè quella parte della motivazione nella quale, la Corte territoriale, sulla base di un accertamento in fatto che non può essere sindacato in questa sede, ha chiarito che, a termini di disciplina contrattuale, per l’accesso alla 5^ q.f. (poi cat. B3; v. c.c.n.l. 31 marzo 1999, tabella C) era previsto il “diploma di istruzione di 2 grado” con la conseguenza che, nella fattispecie in esame, non si era affatto in presenza di una deroga al sistema concorsuale laddove l’avviamento a mezzo delle liste di collocamento L. n. 56 del 1987, ex art. 16 è consentito unicamente per i profili e le qualifiche che richiedano il solo requisito della scuola dell’obbligo (si veda anche il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35). Si ricorda, del resto, che la professionalità rilevante ai sensi della L. n. 56 del 1987, art. 16 è quella prescritta dalle disposizioni che contengono le declaratorie della qualifica o della categoria o del profilo professionale di cui si tratta e che questa Corte ha anche già affermato, con riguardo ad una ipotesi di assunzione presso le unità sanitarie locali di coadiutori amministrativi, per i quali il D.M. Sanità 30 gennaio 1982, art. 159 richiedente il possesso del titolo di istruzione secondaria di primo grado, che “non trova applicazione il disposto della L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 16 modificato ed integrato dalla L. 20 maggio 1988, n. 160, che prevede l’assunzione per il tramite della Sezione ircoscrizionale per l’impiego con esclusivo riguardo al caso di lavoratori che abbiano requisiti di scolarità non superiori a quelli di avvenuto adempimento dell’obbligo scolastico, per tali intendendosi coloro che abbiano frequentato la scuola dell’obbligo senza conseguire il relativo diploma, ai sensi della L. 31 dicembre 1962, n. 1859, art. 8, comma 2 di guisa che l’effettivo possesso del diploma stesso viene ad integrare una condizione personale eccedente quella considerata dalla citata L. n. 56 del 1987 ai fini dell’imposizione del tramite suddetto” – cfr. Cass. 7 gennaio 1994, n. 102 -.
Con il terzo e il quarto motivo il ricorrente ripropone plurime violazioni della legge interna e della normativa comunitaria in tema di contratti a termine dolendosi del diniego di ogni risarcimento. Censura la sentenza impugnata laddove ha ritenuto che la tutela risarcitoria di diritto comune costituisca misura proporzionata e che il danno de quo non debba essere necessariamente parametrato alla perdita del posto di lavoro. Evidenzia che porre a carico del lavoratore l’onere di una prova rigorosa del danno subito si risolverebbe in una elusione dei principi affermati anche a livello comunitario con riferimento all’adeguatezza delle misure alternative alla conversione, alla effettività del ristoro, alla dissuasività delle misure adottate dal legislatore per contrastare l’utilizzo abusivo dei contratti a termine. Rileva che la tutela apprestata al lavoratore pubblico con il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, non può e non deve avere natura esclusivamente risarcitoria del danno subito ma anche sanzionatoria – indennitaria. Diversamente tale tutela risulterebbe inidonea a reprimere gli abusi secondo quanto disposto dalla giurisprudenza comunitaria.
E’ stato così conclusivamente affermato che: “Il lavoratore pubblico – e non già il lavoratore privato – ha diritto a tutto il risarcimento del danno e, per essere agevolato nella prova (perchè ciò richiede l’interpretazione comunitariamente orientata), ha intanto diritto, senza necessità di prova alcuna per essere egli, in questa misura, sollevato dall’onere probatorio, all’indennità risarcitoria ex art. 32, comma 5. Ma non gli è precluso di provare che le cbances di lavoro che ha perso perchè impiegato in reiterati contratti a termine in violazione di legge si traducano in un danno patrimoniale più elevato”.