Source: http://www.laleggepertutti.it/codice-penale/art-113-codice-penale-cooperazione-nel-delitto-colposo
Timestamp: 2016-12-03 09:35:52+00:00
Document Index: 100968312

Matched Legal Cases: ['art. 113', 'art. 43', 'art. 113', 'art. 113', 'art. 113', 'art. 113', 'art. 33', 'art. 348', 'art. 113']

RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Nel delitto colposo, quando l’evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso.
Giurisprudenza annotataCooperazione colposa
La cooperazione nel delitto colposo si distingue dal concorso di cause colpose indipendenti per la necessaria reciproca consapevolezza dei cooperanti della convergenza dei rispettivi contributi all'incedere di una comune procedura in corso, senza che, peraltro, sia necessaria la consapevolezza del carattere colposo dell'altrui condotta in tutti quei casi in cui il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge ovvero da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio o, quantomeno, sia contingenza oggettivamente definita della quale gli stessi soggetti risultino pienamente consapevoli. (Fattispecie in cui è stata ritenuta responsabile di omicidio colposo a titolo di cooperazione la madre della vittima, la quale era salita a bordo dell'autovettura guidata dal coniuge, che versava in evidente stato di ebbrezza alcolica, senza preoccuparsi di collocare nel seggiolino di sicurezza il figlio, che rimaneva ucciso nell'incidente stradale causato dalla condotta di guida del padre). (Dichiara inammissibile, App. Milano, 11/06/2013 )
Cassazione penale sez. IV 13 novembre 2014 n. 49735 La cooperazione nel reato colposo, benché espressamente prevista dall'art. 113 c.p. per i soli delitti colposi, è riferibile anche alle contravvenzioni della stessa natura, come si desume dall'art. 43, ultimo comma, c.p., per il quale la distinzione tra reato doloso e colposo, stabilita dalla legge per i delitti, si applica anche alle contravvenzioni ogni qualvolta da tale distinzione discendono effetti giuridici. (Fattispecie di trasporto e smaltimento abusivi di rifiuti anche pericolosi, in cui è stata ritenuta la responsabilità, in cooperazione, del detentore dei rifiuti e dei soggetti rispettivamente titolare e dipendenti della ditta incaricati dell'illecito smaltimento). (Dichiara inammissibile, App. Lecce, s.d. Taranto, 13/12/2012 )
Cassazione penale sez. III 05 novembre 2014 n. 48016 Ai fini della responsabilità civile del reato di incendio colposo ex artt. 113 e 449 c.p., l'esistenza del parametro dell'imprevedibilità dev'essere accertata ex ante, fondandosi sul principio secondo il quale non è possibile addebitare all'agente di non aver previsto un evento che, in base alle conoscenze che aveva o che avrebbe dovuto avere, non poteva prevedere
Cassazione penale sez. IV 20 febbraio 2014 n. 10938 La cooperazione nel delitto colposo si distingue dal concorso di cause colpose indipendenti per la necessaria reciproca consapevolezza del carattere colposo dell'altrui condotta in tutti quei casi in cui il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge ovvero da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio o, quantomeno, sia contingenza oggettivamente definita della quale gli stessi soggetti siano pienamente consapevoli.
Cassazione penale sez. IV 08 ottobre 2013 n. 26482 La disciplina della cooperazione colposa (art. 113 c.p.) esercita una funzione "estensiva" della responsabilità penale colposa in relazione a condotte che, se astrattamente atipiche (meramente agevolatrici o anche di modesta significatività) rispetto alla produzione dell'evento non voluto, assumono piena rilevanza, ai fini dell'addebito, attraverso il nesso di "indole psicologica" che lega la condotta dell'agente con quella degli altri soggetti "cooperatori" nel delitto colposo, tale da giustificare il riconoscimento di precisi doveri d'indole cautelare anche in relazione alla condotta di tali soggetti. L'elemento di coesione tra le diverse condotte di cooperazione è rappresentato dalla consapevolezza di cooperare con altri, ossia dalla consapevolezza che dello svolgimento di una determinata attività sono investite anche altre persone, senza peraltro che tale consapevolezza debba estendersi sino a cogliere il carattere colposo dell'altrui condotta. Comunque, per evitare il rischio di un'eccessiva estensiva della fattispecie della cooperazione colposa, vale il rilievo che possono assumere rilievo solo le condotte in cui il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge, da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio o, almeno, sia contingenza oggettivamente definita senza incertezze e pienamente condivisa sul piano della consapevolezza. (Affermazione resa in una vicenda in cui si discuteva della responsabilità penale per il decesso di un lavoratore impegnato nell'attività di ripristino della copertura di una stalla ed è stato confermato l'addebito di responsabilità, a titolo di cooperazione in omicidio colposo, anche a carico del titolare della società subaffittuaria della stalla, oltreché a carico del legale rappresentante della società proprietaria della stalla e committente dei lavori).
Cassazione penale sez. IV 03 ottobre 2013 n. 43083 È responsabile ai sensi dell'art. 113 c.p. di cooperazione nel delitto colposo l'agente il quale, trovandosi a operare in una situazione di rischio da lui immediatamente percepibile, pur non rivestendo alcuna posizione di garanzia, contribuisca con la propria condotta cooperativa all'aggravamento del rischio, fornendo un contributo causale giuridicamente apprezzabile alla realizzazione dell'evento, ancorché la condotta del cooperante in sé considerata, appaia tale da non violare alcuna regola cautelare, essendo sufficiente l'adesione intenzionale dell'agente all'altrui azione negligente, imprudente o inesperta, assumendo così sulla sua azione il medesimo disvalore che, in origine, è caratteristico solo dell'altrui comportamento. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha confermato la responsabilità, ex artt. 113, 589, comma 2, c.p., del socio amministratore di una società subaffittuaria di una stalla unitamente all'amministratore unico di una s.r.l., proprietaria della medesima stalla e committente dei lavori di sostituzione di lastre di fibrocemento nella copertura del tetto della predetta stalla, nel corso dei quali un lavoratore precipitava dal tetto e perdeva la vita).
Cassazione penale sez. IV 03 ottobre 2013 n. 43083 Perché possa realizzarsi la cooperazione nel delitto colposo, prevista dall'art. 113 c.p., è necessario che l'agente sia consapevole della partecipazione di terzi, ma non che sia a conoscenza dell'identità dei cooperanti né della natura colposa della condotta altrui; occorre inoltre che il coinvolgimento integrato di più soggetti sia imposto dalla legge, da esigenze organizzative connesse alla gestione del rischio o almeno sia contingenza oggettivamente definita e consapevolmente condivisa; in presenza di queste condizioni, si realizza l'estensione della responsabilità penale a titolo di colpa rispetto a condotte di soggetti che non rivestono posizioni di garanzia e che non hanno personalmente violato regole cautelari, ma si sono trovati ad operare, fornendo un contributo causale al verificarsi dell'evento, in situazioni di rischio percepibile (nella specie, la corte ha confermato l'affermazione di responsabilità non solo del datore di lavoro che aveva consentito che il lavoratore operasse in situazione di pericolo per la mancata adozione delle misure di prevenzione antinfortunistica atte ad impedirne la caduta dall'alto, ma altresì della persona che aveva cooperato, pur non rivestendo alcuna posizione di garanzia, per la predisposizione di quanto necessario per il compimento del lavoro in una situazione di pericolo immediatamente percepibile). Conferma App. Brescia 12 dicembre 2012
Cassazione penale sez. IV 03 ottobre 2013 n. 43083 In tema di cooperazione nel delitto colposo, perché la condotta di ciascun concorrente risulti rilevante ai sensi dell'art. 113, c.p., occorre che essa, singolarmente considerata, violi la regola di cautela, e che tra le condotte medesime esista un legame psicologico. Il responsabile di uno studio medico (nella specie direttore responsabile della struttura medica), per la peculiarità della funzione posta a tutela di un bene primario, giusta testuale disposto dell'art. 33 della Carta costituzionale, ha l'obbligo di verificare, in via prioritaria ed assorbente, non solo i titoli formali dei suoi collaboratori, curando che in relazione ai detti titoli essi svolgano l'attività per cui essi risultano abilitati, ma ha altresì l'ulteriore, concorrente e non meno rilevante, obbligo di verificare in concreto, che, al formale possesso delle abilitazioni di legge, corrisponda un accettabile standard di "conoscenze e manualità minimali", conformi alla disciplina ed alla scienza medica in concreto praticate. Una volta accertato il mancato rigoroso adempimento degli obblighi di verifica formale dei titoli abilitanti il concreto esercizio della professione, il direttore dello studio medico, non solo risponde del concorso nel reato di cui all'art. 348 c.p., con la persona non titolata, ma risponde del pari, ex art. 113 c.p., degli illeciti, prevedibili secondo l'“id quod plerumque accidi"t e derivati dalla mancata professionalità del collaboratore la cui competenza formale e sostanziale non sia stata convenientemente verificata.
Cassazione penale sez. VI 24 aprile 2013 n. 21220 Art. precedente
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