Source: http://comma2.it/?view=article&id=123:riflessioni-e-considerazioni-operative-sul-c-d-salario-minimo&catid=16&tmpl=component&print=1&layout=default
Timestamp: 2020-04-06 03:28:10+00:00
Document Index: 130501815

Matched Legal Cases: ['art. 36', 'art. 36', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 39', 'art. 36', 'art. 39', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 36']

Riflessioni e considerazioni operative sul c.d. salario minimo - Comma2 - Lavoro è dignità
Riflessioni e considerazioni operative sul c.d. salario minimo
di Umberto Carabelli
Per il vero anche le organizzazioni confederali più rappresentative del sindacato appaiono preoccupate, in quanto temono di veder messo in pericolo quanto conquistato in tanti anni di lotte sindacali: il loro ruolo fondamentale di riequilibrio negoziale della disparità di mercato dei lavoratori (nel quale il singolo è troppo solo: on the labour side power is collective power…), nonché l’imponente serbatoio di contratti collettivi che, dal dopoguerra ad oggi, essi sono riusciti a stipulare per difendere gli interessi del lavoro dei propri rappresentati. Come dirò più avanti, a me non pare che, salvo che per un paio di questioni, il disegno di legge che assai probabilmente sarà oggetto di discussione parlamentare – sempre che le complesse vicende politiche in atto lo consentano – debba preoccupare particolarmente i sindacati confederali, visto che esso comunque riconosce stabilmente la centralità dei contratti collettivi da essi stipulati ai fini della definizione della retribuzione proporzionata e sufficiente di cui all’art. 36 Cost. Anche se tale giudizio potrà essere meglio dato soltanto a seguito di un’analisi pacata e puntuale del medesimo disegno di legge, che prescinda da battute generiche, inutilmente provocatorie, come quelle che si sprecano in questi giorni nel dibattito politico.
Desidero intanto chiarire subito che condivido in pieno l’opinione di chi dice che, piuttosto che una legge sull’art. 36 Cost., sarebbe meglio che il Parlamento approvasse una legge attuativa della seconda parte dell’articolo 39 Cost., in modo che fosse assicurata a tutti i lavoratori la copertura dell’intero contenuto economico-normativo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Ma ritengo, per contro, che sbagli chi, di fronte all’attuale impossibilità di vedere approvata una siffatta normativa, sostiene che, allora, è meglio non farne nulla, tanto una larga maggioranza di imprese di fatto applica già ai propri dipendenti i contratti collettivi, mentre sarebbe addirittura dannoso per la stessa contrattazione collettiva una ‘legge che si sostituisse ad essa’ nella fissazione di un ‘salario minimo’ inderogabile dalle parti.
È davvero molto semplice, quasi ovvio, rispondere a quest’ultima affermazione con la semplice considerazione che tutto dipende da come si fa una legge sul salario minimo, cioè se essa risulti rispettosa, o addirittura sostenga, l’essenziale e tipica funzione del sindacato di regolare tramite contrattazione il valore di mercato del lavoro. Quanto al resto, può altrettanto agevolmente affermarsi che non può certo far male alla società del lavoro un’estensione a tutti i lavoratori quanto meno della parte economica dei contratti collettivi, poiché in tal modo si eliminano le ‘residue’ sacche di concorrenza sleale fondata sui bassi salari. La previsione legale di un salario minimo risolverebbe d’altronde in radice le profonde incertezze della giurisprudenza che applica anche ai datori di lavoro non iscritti alle associazioni stipulanti i trattamenti economici contrattuali, la quale ha ormai sviluppato troppi limiti e ridimensionamenti (differenziazioni territoriali e costo della vita, composizione del valore minimo, rilevanza del nucleo familiare del lavoratore, etc.).
Ciò detto, la prima considerazione giuridica da effettuare è che l’art. 36 Cost. impone allo Stato di garantire che la retribuzione sia proporzionata alla qualità e quantità del lavoro, nonché sufficiente ad assicurare ai lavoratori e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa. Se ciò è vero, si può indubbiamente concepire una legge che, intendendo dare attuazione a tale articolo, si muova, su due piani. Da un lato, essa potrebbe identificare il salario minimo rinviando in generale ai trattamenti economici complessivi previsti dai contratti collettivi stipulati dai sindacati più rappresentativi (in quanto considerati storicamente garanti del rispetto del parametro della proporzionalità al valore di mercato delle prestazioni, oltre che di quello della sufficienza). Ciò in conformità, d’altronde, con quanto stabilito dalla nota sentenza n. 51/2015 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato adeguata all’art. 36 Cost., e non in contrasto con l’art. 39 Cost., la norma che impone alle cooperative la corresponsione ai soci lavoratori di trattamenti economici complessivi minimi non inferiori a quelli dei contratti stipulati dai sindacati più rappresentativi a livello nazionale. Dall’altro lato, al fine di garantire che il vincolo imposto dall’art. 36 Cost., soprattutto quello della sufficienza, sia rispettato fino in fondo anche dall’autonomia collettiva, la legge stessa potrebbe ben aggiungere che il trattamento economico complessivo contrattuale da valere per tutti i lavoratori del settore non possa comunque essere inferiore ad una somma predeterminata (si consideri che una previsione di questo tipo sarebbe ammissibile, in teoria, finanche qualora si fosse in presenza di contratti collettivi stipulati in conseguenza dell’attuazione della seconda parte dell’art. 39 Cost., visto che l’art. 36 Cost. vive di anima propria…).
Orbene, nell’originaria formulazione del disegno di legge n. 658, era previsto proprio così, nel senso che, l’art. 2, co. 1, dopo aver rinviato al trattamento economico complessivo previsto dai contratti stipulati da sindacati più rappresentativi sul piano nazionale, prevedeva che esso non potesse comunque essere inferiore al limite di «9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali». Invece, nella formulazione attuale, il disegno di legge riferisce il limite minimo dei 9 euro lordi non più al trattamento economico complessivo, ma, come si è detto più sopra, al trattamento minimo orario, che evidentemente di quello complessivo è l’elemento base. Questo spostamento, solo apparentemente innocuo, non è affatto di scarso peso.
A questo riguardo, credo sia ampiamente condivisibile l’affermazione secondo cui, avendo assunto la decisione di sancire un limite numerico di base, al di sotto del quale non possa andare nessun trattamento economico complessivo previsto dai contratti collettivi, il legislatore dovrebbe stabilire con molta oculatezza tale valore, trovando un punto di equilibrio che, assicurando l’effettività della funzione di garanzia ultima che intende assolvere, non alteri il difficile equilibrio raggiunto dalle parti collettive nei vari settori economici. Ebbene, stando a dati statistici circolanti, più o meno uniformi tra loro, il valore di 9 euro lordi, ove previsto – come era nell’originale formulazione – quale limite minimo per il trattamento economico complessivo, sarebbe inferiore alla quasi totalità dei trattamenti economici complessivi previsti dagli attuali contratti collettivi stipulati dai sindacati più rappresentativi, i quali dunque vedrebbero confermata in pieno la loro sostanziale ‘autorità’ regolativa. Al contrario, esso risulta squilibrato ove riferito al trattamento minimo orario, visto che in vari settori per alcuni lavoratori si sarebbe al di sotto di tale limite: le relative previsioni sarebbero dunque sostituite ex lege dal minimo legale, con la conseguenza di un incremento ulteriore anche del trattamento economico complessivo, alcune delle cui voci sarebbero incise dalla modifica. Non è mia intenzione spingermi in questa sede a ragionare su scelte di valenza politica, ma certo credo meriti di essere segnalato come risulti di per sé del tutto incongrua la trasposizione automatica del medesimo valore di 9 euro lordi dal trattamento complessivo a quello orario minimo, effettuata nell’ultima versione del disegno di legge, posto che da essa derivano conseguenze di calcolo assai rilevanti. Da un punto di vista sistematico, inoltre, visto che il ‘salario minimo’ ai sensi dell’art. 36 Cost. viene costruito attraverso il rinvio al trattamento economico complessivo contrattuale, sembrerebbe più logico che anche la fissazione di un minimo legale numerico – ai predetti fini di garanzia aggiuntiva – fosse riferita direttamente ad esso. Insomma, a ben vedere, quanto previsto nel testo originario del disegno di legge n. 658 era più coerente col sistema costruito nonché più ragionevole rispetto alle scelte dell’autonomia collettiva, e quindi avrebbe probabilmente preoccupato meno i sindacati confederali, comunque notoriamente restii alla previsione di un valore numerico.
Se quanto detto è vero, occorre sottolineare con forza quello che appare essere l’aspetto più rilevante della disciplina prevista dal disegno di legge, spesso frainteso o travisato nel dibattito in corso. Esso sta nel fatto che a nessuna impresa sarebbe consentito – come avviene invece attualmente (caso FIAT docet!) – di ‘sganciarsi’ dal contratto collettivo cui volontariamente si sia fino ad oggi sottoposta, al fine precipuo di restare vincolata soltanto dal valore limite del trattamento economico minimo orario legale (i 9 euro lordi previsti nell’ultima versione del disegno). Infatti, è vero che l’impresa, in caso di dimissioni dall’associazione stipulante e/o di disdetta, non sarebbe più tenuta al rispetto del contratto collettivo fino ad allora applicato; essa, tuttavia, da quel momento in poi, sarebbe obbligata ex lege al rispetto dei trattamenti economici complessivi previsti per i vari livelli salariali del contratto stipulato dai sindacati (comparativamente) più rappresentativi del settore di riferimento, in quanto tali trattamenti sarebbero sempre e comunque vincolanti per tutte le imprese in esso operanti, identificandosi con il salario minimo legale.
Si tratta di una norma la cui funzione rispetto al primo caso non si comprende bene: una volta che si sia stabilita l’applicazione all’impresa ‘in fuga’ dal proprio sistema contrattuale della regola del salario minimo legale (cioè del trattamento economico complessivo del contratto collettivo del settore cui appartiene), non si spiega poi questo incremento annuale automatico. Tale impresa – al pari, ad esempio, di tutte quelle che, non facendo parte di un sistema contrattuale, siano state subito assoggettate, dal momento dell’entrata in vigore della nuova legge, alla predetta regola – resterebbe vincolata al trattamento economico complessivo del contratto settoriale di riferimento con tutte le sue eventuali disposizioni di evoluzione dinamica, ivi compreso il recupero annuale dell’inflazione, ove mai previsto, fino alla scadenza naturale del contratto stesso.
Infine, qualche osservazione relativa ad alcuni ulteriori aspetti problematici del disegno di legge n. 658. In primo luogo, va segnalata un’incertezza interpretativa derivante dalla formulazione dell’art. 2, co. 1, il quale, dopo aver fatto riferimento, ai fini dell’individuazione del salario minimo, ai trattamenti economici complessivi dei contratti stipulati dai sindacati più rappresentativi, «in vigore per il settore in cui opera l’impresa», aggiunge poi, con qualche ambiguità, un ulteriore criterio selettivo, mediante l’espressione «il cui am­bito di applicazione sia maggiormente con­nesso e obiettivamente vicino in senso qua­litativo, all’attività svolta dai lavoratori in maniera prevalente». Orbene, la norma parrebbe stabilire (il periodo ipotetico è d’obbligo) che, nel caso in cui, in ragione dell’attività produttiva a molteplici facce svolta da un’impresa, vi siano contratti collettivi di più settori – ovviamente tutti stipulati da sindacati (comparativamente) più rappresentativi – cui potrebbe farsi riferimento, deve applicarsi a ciascun lavoratore il contratto connesso all’attività da lui svolta in maniera prevalente. In conseguenza di ciò ne deriverebbe, che, pur essendo tutti i lavoratori dipendenti dalla medesima impresa, a ciascuno di essi potrebbe applicarsi ex lege un contratto differente. Questo tipo di soluzione mi risulta già rinvenibile in varie realtà produttive, e deriva da una precisa scelta dell’autonomia collettiva, la quale potrebbe anche decidere diversamente, ed applicare a tutti i lavoratori lo stesso contratto collettivo, normalmente quello connesso all’attività prevalente svolta, questa volta, dall’impresa. In questo caso, peraltro, trattandosi di salario minimo legale, è comprensibile che sia la legge ad effettuare la scelta di quale contratto collettivo sia applicabile ai fini del trattamento economico complessivo.
Due ultime disposizioni sono ancora da segnalare. La prima è quella contenuta nell’art. 2, co. 2, secondo la quale le previsioni sul salario minimo «si ap­plicano anche ai rapporti di collaborazione di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, ad eccezione di quelli previsti alle lettere b), c) e d) del comma 2 del medesimo articolo». Si tratta delle c.d. collaborazioni ‘etero-organizzate’, le quali già oggi sono soggette, per legge, alle disposizioni dettate per il lavoro subordinato, salvo nei casi del comma 2. La previsione sembra, pertanto, un po’ ultronea, ma, come si suole dire, melius abundare quam deficere. La seconda disposizione di particolare interesse è invece quella prevista dall’art. 4-quater, la quale introduce un forte sistema di repressione delle condotte elusive, fondato su un’azione processuale sindacale ispirata all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori.
Alla luce dell’analisi che precede, io credo si possa concludere affermando che i meccanismi delineati nel disegno di legge in questione siano sostanzialmente rispettosi dell’autonomia collettiva e conformi alla sentenza n. 51/2015 della Corte costituzionale. Tali meccanismi, inoltre, per come costruiti, non sembrano affatto incentivare fughe dal sistema di contrattazione volontaria attualmente in vigore: il regime legale previsto dal disegno di legge, come si è visto, lo impedirebbe. Infine, si può ribadire quanto già accennato in apertura in relazione al fatto che un salario legale minimo eviterebbe le incertezze della giurisprudenza sull’art. 36 Cost. Insomma, l’assetto normativo al momento proposto sembra mirare effettivamente a raggiungere l'obiettivo di rendere il mercato del lavoro italiano più equilibrato, senza ‘depredare’, ma anzi riconoscendo ancora la primazia della funzione salariale dell’autonomia sindacale. Probabilmente, con qualche correttivo il disegno potrebbe migliorare, e forse – ma la questione è tutt’altro che certa, in quanto incisa da tante variabili – essere perfino più accettabile per i sindacati confederali; sempre che il dibattito parlamentare non ne stravolga il contenuto.