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Timestamp: 2020-04-09 05:32:36+00:00
Document Index: 111430544

Matched Legal Cases: ['art. 195', 'art. 357', 'art. 195', 'art. 195', 'sentenza ', 'art. 425', 'art. 425', 'art. 425', 'art. 125', 'art. 425', 'sentenza ', 'art. 425', 'art. 125', 'art. 425', 'art. 425', 'art. 425', 'sentenza ', 'art. 425', 'art. 125', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 357', 'art. 357', 'sentenza ', 'art. 195', 'art. 512', 'art. 195']

Giurisprudenza di merito - Numero 4-2002, August 2002 - Archivio della nuova procedura penale - Libri e Riviste - VLEX 463996
Numero 4-2002, August 2002
Pagine: 455-467
Prova penale - Testimoni - Testimonianza indiretta - Polizia giudiziaria - Divieto - Casi e condizioni - Misure cautelari personali - Estinzione - Termini di durata massima della custodia cautelare - Computo (...)
@TRIBUNALE DI MACERATA 3 aprile 2002. Est. Potetti - Imp. Buongarzone.
Prova penale - Testimoni - Testimonianza indiretta - Polizia giudiziaria - Divieto - Casi e condizioni.
Poiché la ratio della nuova versione dell'art. 195 comma 4 c.p.p. è quella di voler ripristinare il divieto di testimonianza indiretta della polizia giudiziaria, non può ammettersi che la polizia giudiziaria possa testimoniare sulle dichiarazioni ricevute dal teste, e non verbalizzate ai sensi dell'art. 357 comma secondo lettera c) del c.p.p. Tale ipotesi non rientra pertanto negli «altri casi», per i quali, secondo il medesimo comma dell'art. 195, il divieto testimoniale in questione non opera. (C.p.p., art. 195).
(Omissis). MOTIVI DELLA DECISIONE. - All'esito dell'udienza preliminare, raccolte le conclusioni delle parti, ritiene questo Giudice di dover pronunciare sentenza di non luogo a procedere, con la formula di cui al dispositivo.
In punto di fatto risulta in particolare che, nel corso di specifici servizi di polizia mirati in particolare alla prevenzione e repressione dei reati in materia di stupefacenti, i carabinieri, alle ore 22,15 del 16 dicembre 2000, in Macerata, presso i giardini antistanti alla chiesa di Santa Croce, notavano la presenza di due giovani, i quali stavano dialogando tra loro.
Insospettiti dalla presenza dei giovani, e dal fatto che i medesimi cercavano di nascondersi dietro una siepe di alloro, e poiché uno di questi stentava a stare in piedi, i carabinieri si avvicinavano verso di loro, e ad una distanza di circa cinque metri notavano che uno dei giovani, e cioè l'imputato, alla vista dei militari si disfaceva di un contenitore contenente liquido, versandolo nella siepe attigua, mentre nella mano sinistra teneva qualcosa che riponeva nella tasca sinistra dei pantaloni.
In considerazione di tale gesto i due giovani venivano bloccati, e l'altro giovane veniva identificato in Montecchiari Massimo.
L'imputato riferiva che poco prima si era disfatto di 40 mg di metadone, contenuto in un flacone di plastica con tappo a vite di colore bianco, che infatti veniva rinvenuto e sequestrato.
Da una prima ispezione sommaria dei due, nella tasca anteriore sinistra dei pantaloni dell'imputato si rinveniva una confezione di cinque pastiglie di Temgesic, mentre sulla persona del Montecchiari non veniva trovato nulla.
Inoltre per terra, vicino alla siepe di alloro, si rinveniva un tappo di colore bianco a vite, e all'interno della siepe veniva rinvenuto un contenitore in plastica trasparente ancora bagnato di liquido, del quale poco prima si era disfatto l'imputato.
Si poteva constatare altresì che nel punto in cui era stato lanciato il contenitore le foglie di alloro erano impregnate del liquido esistente nel contenitore medesimo.
I due giovani venivano accompagnati presso gli uffici della polizia giudiziaria, dove il Montecchiari spontaneamente riferiva di essersi incontrato con l'imputato alle ore 22,15 precedenti poiché doveva acquistare pastiglie Temgesic, del metadone e della cocaina.
All'interno del frigorifero dell'imputato, ubicato nel vano cucina dell'abitazione del medesimo, veniva rinvenuto un altro contenitore simile a quello del quale egli si era disfatto nei giardini adiacenti alla chiesa, contenente 60 milligrammi di metadone per uso terapeutico.
Premesso quanto sopra, il proscioglimento dell'imputato deriva dalle seguenti argomentazioni, in parte riprese dalla pregevole memoria difensiva versata in atti.
a) Nel caso di specie, non si ritiene sussistano elementi sufficienti per il rinvio a giudizio.
Occorre però premettere e precisare il criterio di giudizio al quale questo Gup ritiene di conformarsi anche nel presente caso.
Più precisamente, si ritiene che gli elementi acquisiti in senso accusatorio siano insufficienti, o comunque non idonei a sostenere l'accusa in giudizio, nei sensi di cui al novellato art. 425 comma 3 c.p.p.
Più dettagliatamente, il problema della relazione intercorrente fra parametro dell'archiviazione e parametro dell'udienza preliminare (cioè quello di cui all'art. 425 c.p.p.) era già stato risolto soprattutto dalla Corte costituzionale, fra l'altro in una pronuncia (Corte cost., 10 febbraio 1993, n. 41, in Giust. pen. 1993, I, c. 142) con la quale si affermava che la funzione dell'udienza preliminare non è quella di accertare la colpevolezza dell'imputato, bensì quella di evitare la celebrazione di un dibattimento superfluo.
In seguito, dopo la soppressione della regola dell'«evidenza» dal corpo dell'art. 425 c.p.p. (con L. n. 105 del 1993) la stessa Corte costituzionale si impegnava nell'individuare il contenuto della valutazione in rito affidata al giudice dell'udienza preliminare, e in particolare affermava che detta valutazione non si sviluppa secondo un canone, sia pure prognostico, di colpevolezza o di innocenza, ma si incentra sulla ben diversa prospettiva di valutare se, nel caso concreto, risulti o meno necessario dare ingresso al dibattimento, o se invece il dibattimento stesso risulti superfluo (v. Corte cost. 7-15 marzo 1996, n. 71, in Cass. pen., 1996, pp. 2092 e 2093, n. 1201).
Mediante il criterio della superfluità del dibattimento (dalla Corte riferito anche al provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare), la Corte costituzionale aveva quindi già teorizzato la coincidenza dei criteri di giudizio rispettivamente sottesi alle fasi dell'archiviazione (art. 125 att. c.p.p.) e dell'udienza preliminare (art. 425 c.p.p.; v. Corte cost. 28 gennaio-15 febbraio 1991, n. 88, Gatti, in Giur. cost. 1991, da p. 586, nella quale si avvertiva esplicitamente l'esigenza di eliminare la diseguaglianza fra regola dell'archiviazione e regola della sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p.).
Va comunque ormai preso atto che la suddetta coincidenza fra il criterio dell'archiviazione (art. 125 att. c.p.p.) e quello dell'udienza preliminare (art. 425 c.p.p.) è stata infine consacrata dal legislatore nel novellato testo dell'art. 425 c.p.p.
Lo si desume chiaramente dal comma 3 dell'art. 425 c.p.p., il quale (ponendo fine al problema circa la possibilità di emettere sentenza ex art. 425 c.p.p. in tema di prova insufficiente o contraddittoria) prevede (in parallelo con l'art. 125 att. c.p.p.) che «il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere... quando gli elementi acquisiti risultano... non idonei a sostenere l'accusa in giudizio».
Appare ormai acclarato, quindi, che il Gup, in sede di provvedimento conclusivo dell'udienza preliminare, deve porsi nella stessa ottica di cui all'art. 125 att. c.p.p., e quindi deve valutare se esistano elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio, o se invece il dibattimento si palesi (secondo una ragionevole prognosi) superfluo.
b) Premesso quanto sopra, è evidente che le aspettative della pubblica accusa riposano, nel presente processo, essenzialmente sulle dichiarazioni già rese dal Montecchiari alla polizia giudiziaria.
Pertanto è essenziale, nel presente processo, rilevare che la polizia giudiziaria non rispettò le forme di documentazione previste dall'art. 357 comma secondo lettera c) del c.p.p., per il quale la polizia giudiziaria deve redigere verbale fra l'altro delle informazioni assunte a norma dell'articolo 351.
Poiché il Montecchiari Massimo risulta deceduto in data 29 giugno 2001 (c. certificazione in atti), è necessario esaminare se, nonostante tale violazione formale, sussistano elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio, nei sensi predetti (superfluità del dibattimento).
Ebbene, occorre rilevare che le dichiarazioni rese dal Montecchiari, nella prospettiva dibattimentale non possono essere utili all'accusa.
Esse infatti non potranno essere recuperate attraverso la testimonianza indiretta della polizia giudiziaria, ai sensi dell'articolo 195 del codice di rito.
È vero che la nuova versione dell'articolo 195, comma 4, c.p.p. prevede che «Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria non possono deporre sul contenuto delle dichiarazioni acquisite da testimoni con le modalità di cui agli articoli 351 e 357, comma 2, lettere a) e b). Negli altri casi si applicano le disposizioni dei commi 1, 2 e 3 del presente articolo».
Effettivamente la formulazione della disposizione apre la via a molteplici questioni interpretative.
Tuttavia la ratio appare chiara, nel senso di voler ripristinare il divieto di testimonianza indiretta della polizia giudiziaria.
Su tale premessa sarebbe contraddittorio ammettere che, al contrario, la polizia giudiziaria può testimoniare sulle dichiarazioni ricevute dal teste, ma non verbalizzate ai sensi dell'art. 357 c.p.p. (v. Trib. Sondrio, 19 settembre 2001, in G.U. 19 dicembre 2001, 1a Serie Speciale, n. 49, da p. 74).
Ciò equivarrebbe a «premiare» gli inquirenti proprio nel caso di violazione formale commessa dagli stessi, contemporaneamente penalizzando la Difesa, la quale (non disponendo di verbale) non potrebbe nemmeno compiutamente verificare se la testimonianza indiretta resa dalla polizia giudiziaria sia perfettamente conforme a quanto dalla stessa appreso dalla fonte.
Sul punto la recente sentenza n. 32 del 2002 della Corte costituzionale afferma che la disciplina censurata (art. 195 comma 4 c.p.p.), lungi dal determinare una irragionevole disparità di trattamento della testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria rispetto a quella dei privati, risponde all'esigenza, costituzionalmente garantita, di evitare che, attraverso la testimonianza degli operatori di polizia giudiziaria, possa essere introdotto come prova in giudizio il contenuto di dichiarazioni consacrate in verbali di cui è vietata l'acquisizione, salva l'ipotesi, contemplata dall'art. 512 c.p.p., che di tali verbali venga data lettura per essere divenuta impossibile l'assunzione della prova in dibattimento per fatti o circostanze imprevedibili.
In quest'ottica, secondo la Corte, si inserisce anche l'innovazione al testo originario dell'art. 195, comma 4...