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Timestamp: 2020-03-30 08:15:51+00:00
Document Index: 163721560

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 35', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 8', 'art. 32', 'art. 8']

Sentenza Cassazione Civile n. 6933 del 11/03/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6933 del 11/03/2020
Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6933
sul ricorso n. 7900/2019 proposto da:
M.H., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza dei
difeso per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato presso i cui
uffici aomicilia in Roma, Via dei Portoghesi, 12;
avverso la sentenza n. 1778/2018 della Corte di appello di Ancona
depositata il 17.08.2018.
1. La Corte di appello di Ancona con la sentenza in epigrafe indicata ha rigettato, pronunciando ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 l’impugnazione proposta da M.H. avverso l’ordinanza del locale Tribunale che aveva respinto l’opposizione del primo avverso il diniego della competente Commissione territoriale al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.
La Corte di merito, confermando la decisione del primo giudice, ha ritenuto il racconto generico e contraddittorio e quindi l’impossibilità di ricondurre a tutela la situazione dedotta non essendo a tal fine sufficiente il mero riferimento alle condizioni generali del Paese di provenienza.
M.H. ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza con tre motivi.
1. Con il primo motivo il ricorrente, cittadino (OMISSIS) dell'(OMISSIS) – che nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese dopo le violenze subite dalla setta denominata “(OMISSIS)” che dopo aver ucciso i suoi genitori rapiva il richiedente per costringere il fratello a consegnarsi ai membri della setta – deduce il vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la Corte di appello ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
La motivazione della sentenza impugnata sarebbe stata tautologica, apodittica e meramente apparente nel valutare il fatto controverso, decisivo per la controversia quanto alla sussistenza degli estremi legittimanti il rifugio e la protezione sussidiaria.
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14 e art. 8, comma 3 e art. 11 e vizio di motivazione.
La vicenda personale narrata dal ricorrente, semplice e lineare, era stata svalutata e la Corte dorica aveva erroneamente escluso nella prima i presupposti per la configurazione della persecuzione e del danno grave rispettivamente legittimanti il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria.
I giudici di appello avrebbero omesso di verificare se in concreto gli episodi di violenza riferiti avessero assunto il livello di intollerabilità denunciato a causa del conflitto etnico religioso in atto in Nigeria come riferito da fonti specialistiche e dai “media” con rischio di grave compromissione dei diritti umani fondamentali del richiedente, quali il diritto alla vita, alla salute ed al lavoro, in caso di rientro forzoso.
Gli attacchi terroristici di Boko Haram avrebbero potuto registrarsi ovunque e tanto avrebbe imposto particolare cautela per le zone, tra le altre, poste nel centro-sud e sud-est del Paese ed in particolare nella zona del Delta del Niger e quindi nell’Edo State, area a sud del Delta del Niger, secondo quanto riportato dal rapporto “Nigeria Security Situation” pubblicato sul sito “ecoi.net” in cui si rilevava, dal 2009 al 2016, l’aumento di morti durante i conflitti e di episodi di violenza politica, proteste e dispute sulla terra e di violenza legata al cultismo anche nell’Edo State.
Nonostante la Corte di merito avesse citato le fonti rilevando l’esistenza di una situazione di violenza diffusa ne avrebbe tratto conclusioni opposte a quelle che dovevano essere all’evidenza le risultanze ed avrebbe mancato all’onere di informarsi D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8, comma 3, attraverso l’acquisizione dei dati elaborati dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo secondo quanto fornito dall’ACNUR e dal M.A.E..
3. Con il terzo motivo il ricorrente fa valere la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, dell’art. 3 CEDU e art. 10 Costituzione e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a), b) e c) e vizio di motivazione.
L’accertamento delle attuali condizioni della Nigeria, in relazione al Pil pro-capite, che lo avrebbe reso uno dei Paesi più poveri al mondo, sarebbe poi stato necessario per scrutinare la sussistenza delle condizioni di rilascio di un permesso di soggiorno e tanto insieme alle condizioni personali del richiedente ed al grado di integrazione raggiunto in Italia di cui egli aveva appreso la lingua ed in cui frequentava con assiduità, in Senigallia, la chiesa cristiana “(OMISSIS)”.
4. I motivi sono inammissibili.
4.1. Sul primo motivo.
Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 stabilisce poi che là dove vi sia un difetto di prova, la veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere valutata alla stregua dei seguenti indicatori: a) il compimento di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) la sottoposizione di tutti gli elementi pertinenti in suo possesso e di una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente debbono essere coerenti e plausibili e non essere in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) la domanda di protezione internazionale deve essere presentata il prima possibile, a meno che il richiedente non dimostri un giustificato motivo per averla ritardata; e) la generale attendibilità del richiedente, alla luce dei riscontri effettuati.
4.1.1. Nella fattispecie in esame la Corte di appello di Ancona non si è sottratta all’obbligo di scrutinio delle dichiarazioni rese dal richiedente ed a quello susseguente di integrazione istruttoria o, ancora, di motivazione in relazione alle fattispecie di aiuto reclamate. La Corte di merito ha per vero innanzitutto ritenuto che il richiedente non abbia superato il vaglio di credibilità soggettiva per la genericità e incongruenza del racconto, valorizzando che la polizia è attiva nel perseguire crimini collegati a violenze ed intimidazioni. Trova invero soddisfazione l’obbligo di motivazione che non si espone a censura di apparenza per assertività o apoditticità come denunciata in questa sede e restano, d’altro canto, osservati i criteri, definiti dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità, sul giudizio di stima della credibilità soggettiva del dichiarante e del correlato obbligo di esercizio in via ufficiosa della collaborazione istruttoria.
4.1.2. Sono inammissibili anche i profili del vizio di motivazione diretti a far valere i contenuti del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giusta riformulazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv., con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, e quindi l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Si tratta invero di figura in ragione della quale, nel pieno rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 22/09/2014, n. 19881; Cass. 07/04/2014, n. 8053).
4.1.3. Nè i fatti narrati sono capaci di sostenere i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato che, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, ex lett. e) compete al cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può a causa di tale timore o non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.
4.1.4. Quanto invece alla minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) il ricorrente denuncia la valutazione compiuta dalla Corte di appello sulle condizioni generali della Nigeria, ed il travisamento delle fonti scrutinate quanto alla situazione dell’Edo State.
Il richiamo al sud della Nigeria e quindi al Delta State, contenuto nelle fonti informative apprezzate dalla Corte di merito, avrebbe dovuto intendersi come sud di quest’ultimo Stato e per le relative coordinate geografiche anche all’Edo State con conseguente affermazione nei territori di quest’ultimo di violenze tra gruppi armati sfocianti in violenza indiscriminata tra civili.
Il motivo pone una mera contrapposizione della interpretazione del dato informativo attinto dalle fonti che non comprova della versione dedotta in ricorso la logica preferibilità, in applicazione di quelli che si vorrebbero, nelle deduzioni difensive, criteri di corretta esegesi.
4.1.5. L’ulteriore questione sulla settorialità dei fattori di rischio nel Paese di provenienza è oggetto di un riferimento non pertinente all’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità – formatasi con riferimento all’assetto normativo anteriore alla modifica del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 apportata dal D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018 -, il legislatore nazionale nel dare attuazione alla direttiva 2004/83/Ce con il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 25, si era avvalso della facoltà, prevista dall’art. 8 di essa, di non escludere la protezione dello straniero, che ne abbia fatto domanda, per il solo fatto della ragionevole possibilità di trasferimento in altra parte del paese di origine, nella quale non abbia fondato motivo di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire gravi danni e pertanto non poteva essere rigettata la domanda di protezione per il solo fatto della ravvisata possibilità di trasferimento (Cass. 16/02/2012, n. 2294; Id., 9/4/2014 n. 8399; Id., 27/10/2015 n. 21903).
4.2. Il secondo motivo è inammissibile.
4.2.1. Quanto alla protezione umanitaria ed alla denuncia della mancata valutazione delle situazioni di vulnerabilità soggettiva anche in ragione delle condizioni del paese di provenienza, il motivo è inammissibile in ragione del giudizio espresso dalla Corte di merito – che resta non censurabile per le ragioni esposte in questa sede – sulla inattendibilità del racconto che quelle situazioni descrive.
L’ulteriore situazione descritta dal ricorrente come da egli goduta in Italia viene peraltro genericamente richiamata, come rilevato dalla Corte di merito, per un suo inserimento nel tessuto sociale italiano per conoscenza della lingua italiana e frequentazione di una chiesa cristiana di Senigallia non è capace, come tale, di dare conto di uno degli imprescindibili termini del raffronto cui è chiamato in materia il giudice del merito.
6. Il ricorso è in via conclusiva inammissibile ed il ricorrente va condannato alla rifusione delle spese di lite come da dispositivo, secondo soccombenza in favore dell’Amministrazione resistente.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere all’amministrazione resistente le spese di lite che liquida in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.