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Timestamp: 2018-03-19 22:09:07+00:00
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Lavoro e Previdenza | Avvocato Armando Castagna – Studio Legale Castagna Roma
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13 maggio 2016 Avv. Armando Castagna
Nota a sentenza n. 8896 del 04 maggio 2016, Cassazione Civile sez. VI
Per la liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, a seguito di un sinistro stradale di chi percepisce un reddito da lavoro, la base del calcolo deve essere costituita dal reddito effettivamente perduto dalla vittima e non dal triplo della pensione sociale.
In applicazione dell’art. 137 C.d.A., il criterio sopra citato è consentito soltanto allorchè il Giudice di merito abbia accertato che il lavoratore al momento del sinistro percepiva un reddito così modesto e saltuario da rendere costui del tutto assimilabile ad un disoccupato.
Per la liquidazione del danno patrimoniale futuro da incapacità di lavoro il reddito del lavoratore che deve formare la base del calcolo deve a sua volta essere aumentato rispetto a quello concretamente percepito quando sia probabile che negli anni successivi il medesimo sarebbe aumentato.
La valutazione dell’incremento incombe al Giudice di merito e deve fondarsi su elementi oggettivi che il danneggiato ha l’onere di dedurre.
Ciò statuisce la sentenza n. 8896 della Corte di Cassazione, depositata il 4 maggio 2016.
Il Giudice di merito, nella fattispecie, accertava la menomazione della capacità lavorativa liquidando il relativo pregiudizio tenuto conto del reddito più elevato percepito dalla vittima nel triennio precedente il sinistro. Ciò in ossequio all’art. 137, primo comma, Codice delle Assicurazioni Private.
Il lavoratore leso aveva proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza affermando che il Giudice avrebbe dovuto applicare il criterio del triplo della pensione sociale poichè il reddito era inferiore a questa.
La Suprema Corte, rigettando la tesi del lavoratore, ha statuito che il criterio del triplo della pensione sociale non costituisce una soglia minima di risarcimento: qualora la vittima dell’infortunio sia un lavoratore, e non offra la prova del suo reddito, il danno non può essere risarcito.
Diversamente, qualora il danneggiato offra la prova di percepire un reddito inferiore al triplo della pensione sociale il risarcimento dovrà essere pari al guadagno perduto.
Qualora il reddito sia modesto la vittima del sinistro è equiparabile a un disoccupato con conseguente utilizzo del criterio del triplo della pensione sociale ma, in questo caso, egli deve dimostrare l’occasionalità del reddito.
È onere della vittima del sinistro di provare come il reddito percepito al momento dello stesso fosse suscettibile di incremento, a tal fine non è sufficiente dimostrare di aver iniziato da poco tempo l’attività lavorativa.
4 marzo 2016 Avv. Armando Castagna
Nota dell’avvocato Armando Castagna a sentenza Cassazione civile, 14 dicembre 2015 n. 25199 sez VI
La corretta applicazione dell’art. 152 disp. Att. C.p.c.
Il ricorrente proponeva ricorso dinanzi al Tribunale Civile – Giudice Unico del Lavoro al fine di vedersi riconosciuto il relativo assegno di invalidità civile. Egli allegava al ricorso la dichiarazione di esenzione dal pagamento delle spese processuali in ipotesi di rigetto del ricorso ex art. 152 delle disposizioni di attuazione del c.p.c.. Il giudizio dinanzi al Tribunale veniva definito con una pronuncia di inammissibilità.
Il ricorrente – soccombente in primo grado – proponeva appello, ma la Corte d’Appello respingeva il gravame con condanna al pagamento delle spese processuali del secondo grado all’INPS.
Avverso tale pronuncia ricorreva in Cassazione il soccombente nei due gradi di giudizio.
La ratio dell’art. 152 delle disposizioni di attuazione del c.p.c. è quella di evitare che in materia previdenziale, la parte soccombente nel processo debba corrispondere le spese processuali allorchè “risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito ai sensi degli articoli 76, commi da 1 a 3, e 77 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della repubblica 30 maggio 2002, n. 115.”
Per far ciò la parte è tenuta a formulare la dichiarazione sostitutiva di certificazione da includere nel ricorso.
Qualora intervengano mutamenti nel reddito della parte che incidano sul venir meno del beneficio questa è tenuta a comunicarlo.
La dichiarazione de qua deve essere contenuta nel ricorso in primo grado: nella sentenza fatta oggetto di ricorso in Cassazione, la Corte d’Appello afferma che la dichiarazione in parola debba essere contenuta nelle conclusioni del ricorso e sottoscritta dalla parte personalmente, statuendo l’insufficienza della sottoscrizione del solo difensore, pertanto riteneva la Corte d’appello che la dichiarazione del solo difensore non fosse corretta in quanto tesa ad eludere soltanto il pagamento del contributo unificato ma del tutto inconferente relativamente all’esenzione disposta dalla norma citata.
Oggetto del motivo di ricorso in Cassazione è l’interpretazione della norma citata, il ricorrente, infatti deduce che la dichiarazione in parola era stata regolarmente proposta e che nel prosieguo del giudizio non erano intervenute modificazioni nel reddito.
La Cassazione accoglie il ricorso statuendo che in tema di esenzione dal pagamento delle spese del giudizio per prestazioni previdenziali la corretta interpretazione dell’art. 152 disp. Att. c.p.c. va individuata nel fatto che
l’esistenza delle condizioni di esonero deve necessariamente essere indicata nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado ed ivi contenuta.
Tale dichiarazione effettuata in primo grado ha efficacia, allorchè non venga reiterata anche nelle fasi successive, e con la stessa permane l’obbligo fino all’esito definitivo del giudizio di comunicare le variazioni reddituali che influiscono sul venir meno delle condizioni di esonero.
La Corte d’Appello ha quindi errato omettendo di prendere in considerazione l’autocertificazione svolta in primo grado e prendendo in considerazione soltanto la dichiarazione di valore ai fini del contributo unificato del giudizio d’appello, non applicando quindi correttamente i principi giuridici sopra evidenziati.
Ne deriva, quindi, l’accoglimento del ricorso proposto con esonero del ricorrente del pagamento delle spese processuali.
6 febbraio 2016 Avv. Armando Castagna
Il Tribunale di Bologna veniva adito da due lavoratori, i quali chiedevano che venisse ingiunto alla Società datrice di lavoro di pagare loro differenze retributive, ferie, permessi, straordinari, tredicesime, quattordicesime ecc. Alla base dei ricorsi depositati dinanzi al Giudice felsineo venivano posti i verbali di accertamento svolti dall’Inps, il quale, a fronte di un inquadramento formale part-time, aveva riconosciuto la sussistenza di un rapporto di lavoro full-time tra le parti, quantificando altresì il credito dei due lavoratori.
I decreti ingiuntivi venivano concessi esclusivamente sugli esiti del verbale di accertamento ispettivo INPS, dal quale emergeva come il verbalizzante avesse fondato tali esiti esclusivamente sulle dichiarazioni rilasciate dai lavoratori opposti.
Nei giudizi di opposizione promossi dalla Società datrice di lavoro, il Tribunale di Bologna, previa riunione degli stessi, richiamava un costante orientamento della Suprema Corte, per il quale “Nel giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione irrogativa di sanzione amministrativa, il verbale di accertamento dell’infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale rogante come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre la fede privilegiata non si estende agli apprezzamenti ed alle valutazioni del verbalizzante né ai fatti di cui i pubblici ufficiali hanno avuto notizia da altre persone, ovvero ai fatti della cui verità si siano convinti in virtù di presunzioni o di personali considerazioni logiche” e ancora “I verbali redatti da pubblico ufficiale incaricato di ispezioni circa l’adempimento degli obblighi contributivi, mentre fanno piena prova, fino a querela di falso, dei fatti che lo stesso pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o essere stati da lui compiuti, non hanno invece alcun valore precostituito, neanche di presunzione semplice, riguardo alle altre circostanze in detti verbali indicate o riferite, sicché il materiale raccolto dal verbalizzante deve passare al vaglio del giudice, il quale non può esimersi dalla valutazione complessiva di tutte le risultanze probatorie, offerte anche dai suddetti verbali, e può valutare nel suo libero e prudente apprezzamento (ex art. 116 cod. proc. civ.) l’importanza da conferire a dette circostanze per determinare l’eventuale rilevanza delle stesse ai fini probatori, senza però potere attribuire ad esse il valore di un vero e proprio accertamento in punto di fatto, dal quale conseguirebbe, inammissibilmente, l’onere, a carico della parte che l’Ente previdenziale ritiene obbligata, di fornire la prova della insussistenza dei fatti a lei contestati. Ne consegue che ben può la valutazione del complesso delle risultanze probatorie operata direttamente dal giudice risultare in contrasto con quanto indicato nell’accertamento ispettivo” (Cfr. ex multis Cass. Sez. Lav. N. 23800 del 7.11.2014; Cass., Sez. lav., sent. n. 17555 del 2002).
Partendo dal suddetto orientamento della Corte di legittimità, il Tribunale di Bologna rilevava che nella fattispecie portata alla sua attenzione l’Ispettore Inps, in sede di accertamento, aveva appreso e verbalizzato tutte circostanze riferitegli de relato, peraltro dagli stessi lavoratori. Tali circostanze erano state tutte contestate dalla Società datrice di lavoro nei giudizi di opposizione (poi riuniti), all’interno dei quali gli opposti non riuscivano a provare in alcun modo i loro crediti, se non avvalendosi di ulteriori testimonianze de relato.
Riguardo alle testimonianze che i lavoratori stessi avevano reso, invece, il Tribunale di Bologna differenziava tra incapacità a testimoniare ed inattendibilità, richiamando all’uopo principi espressi dalla Suprema Corte, secondo cui “la valutazione in ordine all’attendibilità di un testimone deve avvenire soprattutto in relazione al contenuto della dichiarazione e non aprioristicamente per categorie, in quanto, in quest’ultima ipotesi, il giudizio sull’attendibilità sfocerebbe impropriamente in quello sulla capacità a testimoniare in rapporto a categorie di soggetti che sarebbero, di per sé, inidonei a fornire una valida testimonianza laddove la capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 cod. proc. civ., dipende dalla presenza di un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e la completezza delle dichiarazioni, le possibili contraddizioni ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti e anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite” (Cass. n. 16529/2004; n. 27722/2005; n. 12362/2006; n. 7763/2010; n. 20731/2007).
Sulla base di tali principi il Giudice Felsineo riteneva che le testimonianze rese dagli opposti andavano ritenute inattendibili, in quanto gli stessi erano entrambi portatori di un interesse di fatto all’esito a loro favorevole del procedimento. Venivano dunque accolte le opposizioni a decreto ingiuntivo per “un’evidente carenza di prova dell’effettiva sussistenza dei fatti e delle circostanze così come verbalizzate e attestate”.