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Timestamp: 2018-01-18 23:18:57+00:00
Document Index: 126888182

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 437', 'sentenza ', 'art. 62', 'art. 589', 'sentenza ']

Cassazione: l’esposizione del lavoratore all’amianto può configurare l’omicidio colposo a carico del datore di lavoro | LavoroeDiritto.it
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Il datore di lavoro risponde di omicidio colposo per la morte del lavoratore esposto all’amianto anche se il decesso avviene in tarda età. Lo ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 33311/2012, con la quale ha ritenuto “ovvio che a configurare il delitto di omicidio è bastevole l’accelerazione della fine della vita. Pertanto, di nessun significato risulta l’affermazione che taluna delle vittime venne a decedere in età avanzata. La morte infatti costituisce limite certo della vita e a venir punita è la sua ingiusta anticipazione per opera di terzi, sia essa dolosa che colposa”.
C. in ordine al decesso di Ma.; O., R., G., C. e – limitatamente a determinati periodi analiticamente indicati – B., A. e Bi. dal delitto di cui all’art. 437 cod. pen., dichiarava la penale responsabilità di A. e Bi. per omicidio colposo ai danni di Br., ca., D.P.C., F., Sc., Se. e St.; di B., C. e O., per l’omicidio colposo, oltre che a danno dei detti, anche di V.; di G., oltre che per l’omicidio a danno di quest’ultimi, di Ch., Fa., Gi., Ma. e P.; R., per l’omicidio ai danni di Br., ca., D.P.C., F., Ma., Sc., Se., St. e V..
2. La Corte d’appello di Venezia, investita dell’impugnazione, confermando nel resto la statuizione gravata, con sentenza del 13/1/2011 dichiarava non doversi procedere nei confronti del R., nelle more deceduto, revocando le statuizioni civili che erano state poste a carico del detto; dichiarava non doversi procedere nei confronti di A., B., C., G. e O. in ordine agli omicidi colposi di Br. e St., estinti per intervenuta prescrizione, confermando le pertinenti statuizioni civili; assolveva Bi. dai reati di omicidio colposo ascrittigli per non avere commesso il fatto, revocando le statuizioni civili; B. dall’omicidio colposo in danno di V. per non avere commesso il fatto; escludeva per tutti gli imputati la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 62 c.p., n. 3), fermo restando il giudizio di equivalenza; riduceva vanamente la pena a tutti gli imputati, siccome analiticamente in dispositivo, concedendo la sospensione condizionale in favore di O.; dichiarava condonata l’intera pena inflitta ad A., B. e C. nonchè anni tre di reclusione a G..
Il primo aumento a parere del ricorrente appare ingiusto e ingiustificato, una sorta di “continuazione sulla continuazione”, che avrebbe potuto, semmai, trovare una qualche plausibilità nel caso fosse stata contestata la violazione del D.P.R. n. 303 del 1956 e non già l’ipotesi di cui all’art. 589 cod. pen..
V’è, peraltro, da soggiungere che i primi studi dai quali emergeva la detta correlazione risalgono agli anni 30/40 e poi 50 del secolo scorso (in Germania). In Italia risalgono ai lontani anni 1955/1956 i primi approfondimenti resi pubblici da Ro., + ALTRI OMESSI .
Questa Corte ha avuto modo di affermare che in tema di delitti colposi, nel giudizio di “prevedibilità”, richiesto per la configurazione della colpa, va considerata anche la soia possibilità per il soggetto di rappresentarsi una categoria di danni sia pure indistinta potenzialmente derivante dal suo agire, tale che avrebbe dovuto convincerlo ad astenersi o ad adottare più sicure regole di prevenzione: in altri termini, ai fini del giudizio di prevedibilità, deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione “ex ante” dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravita ed estensione (Sez. 4, sentenza n. 4675 17/05/2006, massima).
In ogni caso, non par dubbio che la prevedibilità altro non significa che porsi il problema delle conseguenze di una condotta commissiva od omissiva avendo presente il cosiddetto “modello d’agente”, il modello dell'”homo eiusdem condicionis et professionis”, ossia il modello dell’uomo che svolge paradigmaticamente una determinata attività, che importa l’assunzione di certe responsabilità, nella comunità, la quale esige che l’operatore si ispiri a quel modello e faccia tutto ciò che da questo ci si aspetta (Sez. 4, 1/71992, n. 1345, massima; più di recente e sullo specifico argomento qui in esame, sempre Sez. 4, 1/4/2010, n. 20047). Un tale modello impone, nel caso estremo in cui il garante si renda conto di non essere in grado d’incidere sul rischio, l’abbandono della funzione, previa adeguata segnalazione al datore di lavoro (sul punto, Sez. 4 n. 20047 cit).
Dichiara inammissibile il ricorso di R.C.M..
Così deciso in Roma, il 24 maggio 2010.