Source: http://www.litigaction.com/it/il-ritorno-del-falso-in-bilancio/
Timestamp: 2018-03-25 01:29:42+00:00
Document Index: 94346985

Matched Legal Cases: ['art. 2621', 'art. 2622', 'art. 2621', 'art. 1', 'art. 2621', 'art. 131', 'art. 25', 'art. 2621', 'art. 2622']

Il ritorno del falso in bilancio: ddl anticorruzione 2015
Il ritorno del falso in bilancio...
25 maggio 2015 Francesco Lalli Articoli, Diritto penale
Se n’è fatto un gran parlare nell’ultimo decennio; e non solo fra gli “addetti ai lavori”, quanto, soprattutto, nel dibattito politico e culturale del paese.
Per farla breve, si diceva che l’Italia fosse l’unico paese (quantomeno fra le democrazie industrializzate dell’occidente) ad aver, praticamente, abolito i reati di false comunicazioni sociali, meglio noti all’opinione pubblica come “falso in bilancio”.
Ed in effetti, al di là di certe censure, la disciplina degli artt. 2621 e 2622 del codice civile, in materia, appunto, di false comunicazioni sociali, presentava criticità tali, da aver, di fatto, comportato la depenalizzazione delle rispettive fattispecie criminose.
Ebbene, occorre usare l’imperfetto: “si diceva”, “presentava”, perché con il Ddl c.d. anticorruzione, approvato alla Camera nel pomeriggio del 21 maggio 2015 (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0029840.pdf), la disciplina delle false comunicazioni sociali è stata sostanzialmente modificata, lasciando ritenere che il Legislatore abbia inteso tornare a punire (concretamente) il falso in bilancio.
Ma vediamo più da vicino la riforma
Il nuovo testo dell’art. 2621 c.c. (False comunicazioni sociali) dispone che “fuori dai casi previsti dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da uno a cinque anni”.
La nuova formulazione dell’art. 2622 c.c. (False comunicazioni sociali delle società quotate), invece, dispone che “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni”.
E’ stato introdotto l’art. 2621-bis, che prevede pene sensibilmente ridotte (da 6 mesi a 3 anni), nel caso in cui le false comunicazioni sociali riguardino società non quotate ed “i fatti sono di lieve entità”. La lieve entità viene valutata dal giudice, tenendo conto “della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta”. La stessa pena ridotta si applica nel caso in cui il falso in bilancio riguardi le società che non possono fallire (quelle cioè che non superano i limiti indicati dall’art. 1 co. 2 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267).
Infine, l’art. 2621-ter completa in nuovo impianto normativo, disponendo che il Giudice debba valutare “in modo prevalente l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società”, qualora sia chiamato a valutare gli estremi per l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, introdotta di recente dall’art. 131-bis c.p.
L’intervento di riforma incide anche sulla responsabilità amministrativa degli enti, derivante dalla commissione di tali fattispecie criminose. Il provvedimento, infatti, ha modificato l’art. 25 ter, comma 1 del D.Lgs. 231/2001, comportando un sensibile inasprimento delle sanzioni pecuniarie a carico dell’ente, arrivando, nel caso di false comunicazioni sociali da parte di società quotate, a punire gli enti con una sanzione massima di quasi un milione di euro.
Abbozzando un primo, sommario, commento, la nuova normativa sembra modificare radicalmente la disciplina delle false comunicazioni sociali.
La novità principale è che il falso in bilancio torna ad essere un delitto (non più una contravvenzione, come nella vecchia formulazione dell’art. 2621 cc.) ed è sempre procedibile “d’ufficio”.
La minaccia sanzionatoria è tornata ad essere significativa, toccando il massimo edittale di 8 anni di reclusione nel caso delle società quotate; circostanza che comporta, fra gli altri effetti, anche la possibilità di ricorrere allo strumento delle intercettazioni telefoniche in caso di indagini nei confronti di esponenti apicali di società emittenti strumenti finanziari ammessi ai mercati regolamentati.
Di immediata evidenza è anche l’eliminazione delle soglie di punibilità che subordinavano la rilevanza penale delle precedenti fattispecie di reato a criteri di tipo quantitativo, ora del tutto pretermessi.
Altrettanto degna di nota è la rilevanza esclusiva delle sole falsità relative a “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero” che ora comporta l’ininfluenza delle “valutazioni” contabili, le quali non possono più assurgere a veicolo di falsità.
Il nuovo falso in bilancio, infine, diviene tutti gli effetti un reato di pericolo, non rilevando più l’effettivo danno arrecato ai creditori e ai soci (vecchia formulazione dell’art. 2622 c.c.), ma solo la concreta idoneità della condotta ad indurre in errore i terzi.
Insomma, si ha l’impressione di assistere ad una vera e propria “rivoluzione copernicana”.
Una rivoluzione che sicuramente comporterà nuove difficoltà interpretative che dottrina e giurisprudenza saranno chiamate a sciogliere, in un compito che non si presenta affatto semplice.