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Timestamp: 2017-11-19 19:43:08+00:00
Document Index: 102528082

Matched Legal Cases: ['art. 1176', 'art. 1218', 'art. 1176', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'art 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360']

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prima e fondamentale domanda:come ottenere il risarcimento da malasanità?
Fondamentale è la perizia medico legale
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COME E IN QUALI TERMINI AGIRE IN GIUDIZIO
Per agire in giudizio e veder riconosciuto il risarcimento danni, in base alla normativa, il paziente o gli eredi hanno 10 anni di tempo, in ogni caso è meglio agire tempestivamente e con l’assistenza legale specializzata in malasanità.
I dieci anni decorrono, in base all’articolo 2935 del codice civile, dal momento in cui il diritto può essere fatto valere e quindi nel caso in cui vi sia stata, ad esempio, una fraudolenta omissione di informazioni, è possibile veder decorrere i tempi dal momento in cui si viene a conoscenza dell’errore di malasanità.
In questa materia vi sono importanti rilievi da fare per quanto riguarda l’onere della prova. Si ritiene, infatti, che la prestazione medica sia di tipo contrattuale, ciò implica che in caso di malasanità per ottenere il risarcimento dei danni è necessario che il danneggiato, o i suoi eredi in caso di morte del defunto, provi la fonte negoziale ed il danno patito, mentre spetterà al medico o ai responsabili della struttura ospedaliera, provare di essere esente da colpe e che non vi è nesso causale tra il danno al paziente, o la morte dellostesso, e una cattiva prestazione medica o le carenze strutturali.
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA’ MEDICA BOLOGNA– Cosa fare in caso di malasanità?
-Come chiedere un Risarcimento per danni o per morte di un parente in seguito a erroremedico e Malasanità in Italia ?
-Come ottenere un risarcimento per malasanità, per un errore medico oppure per una negligenza di un ospedale?
Se siete stati vittima di un caso di errore medico o di malasanità, la prima cosa da fare è valutare attentamente l’opportunità di avviare una richiesta di risarcimento da malasanità e responsabilità medica.
Fondamentale e assolutamente neccessario da valutare è il nesso di causa tra l’azione svolta dal medico e il danno subito; inoltre dovete richiedere tutta la documentazione possibile alla struttura medica quindi: cartella clinica completa, radiografie esami per dimostrare la fondatezza del danno da Malasanità.
I settori più esposti al rischio di malasanità sono i seguenti:
· Decesso nel corso di anestesia negli interventi.
· Lesioni durante le intubazioni oro-tracheali.
· Aderenze post-operatorie.
· Clips mal posizionate.
· Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante.
· Errata esecuzione di interventi chirurgici.
· Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema.
· Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi.
· Infezioni post-operatorie.
· Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici.
· Mancata diagnosi di patologie.
· Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato.
· Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento.
· Rottura di denti o protesi durante l’intubazione.
· Scarsa assistenza nel post-operatorio.
· Suture (abnormi, tolte troppo precocemente).
· Aumento labbra: Eccesso di volume, errore di proiezione, asimmetria.
· Blefaroplastica: asimmetria, correzione eccessiva o insufficiente o cicatrici troppo evidenti.
· Lifting: cicatrici grossolane, eccessiva o insufficiente tensione cutanea e presenza di asimmetrie.
· Rinoplastica: piccolo avvallamento, irregolarità nella superficie o piccola asimmetria.
· Risultato difforme da quello prospettato.
· Danni alla madre durante il parto.
· Diagnosi errate o ritardate per malattie ginecologiche.
· Distocia della spalla.
· Errate terapie per la cura della infertilità.
· Erronea diagnosi prenatale.
· Fratture della clavicola.
· Ipossia del bambino al momento del parto.
· Lesioni del plesso brachiale.
· errata o mancata effettuazione di manovre rianimatorie sul bambino.
· Errata o mancata diagnosi di malformazioni fetali durante l’esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l’interruzione di gravidanza.
· Errata o mancata diagnosi di tumori dell’apparato genitale femminile.
· Omessa Diagnosi di malformazione del feto, con conseguente nascita indesiderata.
· Perdita del feto per amniocentesi o villocentesi.
· Prescrizione di terapie senza adeguati controlli.
· Ritardo nell’esecuzione di parto cesareo.
· Ritardo nell’espletamento del parto con morte del neonato.
· Uso di ventosa e di forcipe e relative lesioni.
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA’ MEDICA BOLOGNAOculistica
· Infezioni durante l’esecuzione di interventi.
· Errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia.
· Errata esecuzione di iniezioni intravitreali.
· Omessa prescrizione di controlli in fase post-operatoria.
· Interventi eccessivamente demolitivi rispetto alla diagnosi.
· Interventi incompleti, che rendono necessari nuovi interventi chirurgici.
· Perdita di chance di guarigione o di sopravvivenza per omessa o ritardata diagnosi.
· Prescrizione di accertamenti non idonei.
–errata chemio con dosi non idoenee
· Errata esecuzione di interventi chirurgici per la sintesi delle fratture.
· Infezioni ed emorragie post-operatorie.
· Inserimento o errato inserimento di protesi di dimensioni errate o difettose .
· Lesioni alle terminazioni nervose o al nervo motorio durante le operazioni all’ernia del disco.
· Mancato riconoscimento di fratture.
· Presenza di infezioni nosocomiali dovute alla mancata sterilizzazione dei ferri di sala operatoria o scarsa igiene delle sale.
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In ambito contrattuale (come del pari ai fini della responsabilità extracontrattuale), la colpa in realtà si sostanzia – oltre che nell’inosservanza di leggi regolamenti, regole e discipline – nell’obiettiva violazione degli aspetti della diligenza, della prudenza e della perizia (colpa obiettiva) al cui rispetto il debitore (nonchè il soggetto nei comuni rapporti della vita comune di relazione, in tal caso valendo a distinguere tra comportamenti obiettivamente leciti ed illeciti) deve improntare la propria condotta.
La diligenza segna dunque la condotta obiettivamente dovuta, la cui violazione ridonda in termini di responsabilità civile (anche) extracontrattuale e obbliga al risarcimento dei danni derivanti dall’evento causalmente ascrivibile alla condotta negligente, e pertanto illecita.
La diligenza va a tal fine peraltro correlata alla qualità del soggetto, e valutata secondo criteri di normalità da apprezzarsi in relazione alle condizioni del medesimo, avuto in particolare riguardo alla relativa qualificazione.
Lo specifico settore di competenza in cui rientra l’attività esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell’attività necessaria per l’esecuzione dell’attività professionale espletata.
In accordo con quanto osservato anche in dottrina, questa Corte ha già avuto più volte modo di porre in rilievo che il debitore è di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata al modello del buon professionista (secondo cioè una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicchè deve escludersi che il debitore privo delle necessarie cognizioni tecniche sia esentato dall’adempiere l’obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell’attività esercitata); mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore (per il riferimento alla necessità di adeguare la valutazione alla stregua del dovere di diligenza particolarmente qualificato, inerente allo svolgimento dell’attività del professionista, v. Cass., 23/4/2004, n. 19133; Cass., 4/3/2004, n. 4400), in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore professionale (v. Cass., 9/10/2012, n. 17143).
Atteso che la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell’attività esercitata (art. 1176 c.c., comma 2), al professionista (e a fortiori allo specialista) è allora richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività da espletare (cfr. Cass., 31/5/2006, n. 12995).
A tale stregua, l’impegno dal medesimo dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale esercitata, giacchè il professionista deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformità alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonchè del relativo grado di responsabilità (cfr. Cass., 9/10/2012, n. 17143).
Lo sforzo tecnico implica anche l’uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia degli strumenti comunemente impiegati nel tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826).
Il normale esito della prestazione dipende dunque da una pluralità di fattori, quali il tipo di patologia, le condizioni generali del paziente, l’attuale stato della tecnica e delle conoscenze scientifiche (stato dell’arte), l’organizzazione dei mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalità, ecc..
La normalità risponde allora ad un giudizio relazionale di valore, in ragione delle circostanze del caso.
E’ pertanto tenuto a mantenere un comportamento leale, osservando obblighi di informazione e di avviso nonchè di salvaguardia dell’utilità altrui – nei limiti dell’apprezzabile sacrificio -, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr., con riferimento a differenti fattispecie, Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 27/10/2006, n. 23273; Cass., 15/2/2007, n. 3462; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/7/2007, n. 16315; Cass., 30/10/2007, n. 22860; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; Cass., 27/4/2011, n. 9404, e, da ultimo, Cass., 27/8/2014, n. 18304).
A tale stregua, il medico (e a fortiori lo specialista) deve, da un canto, valutare con prudenza e scrupolo i limiti della propria adeguatezza professionale, ricorrendo anche all’ausilio di un consulto (se la situazione non è così urgente da sconsigliarlo); e, da altro canto, adottare tutte le misure volte ad ovviare alle carenze strutturali ed organizzative incidenti sugli accertamenti diagnostici e sui risultati dell’intervento, e laddove ciò non sia possibile, deve informare il paziente, financo consigliandogli, se manca l’urgenza di intervenire, il ricovero in altra idonea struttura (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 5/7/2004, n. 12273, V. anche Cass., 21/7/2003, n. 11316; Cass., 16/5/2000, n. 6318).
In particolare, chi agisca in risarcimento dei danni è tenuto a dimostrare: a) l’esistenza del contratto (o del contatto sociale) che ha dato origine al rapporto di spedalità e di cura; b) l’insorgenza o l’aggravamento della patologia a seguito dell’intervento del sanitario; c) l’inadempimento di quest’ultimo ad obblighi di comportamento o agli elementari principi di diligenza, prudenza e perizia propri della disciplina, che siano astrattamente idonei a provocare il danno lamentato.
Grava invece su chi sia convenuto quale responsabile dimostrare o che non vi è stato alcun inadempimento, oppure che esso, pur esistendo, non è stato eziologicamente rilevante ( civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577).
Aosta. responsabilita’ medica avvocato esperto danno cerebrale da parto ,avvocato malasanita’,esperto malasanita’ danno da parto
Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza. responsabilita’ medica avvocato esperto danno cerebrale da parto ,
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Nell’imputazione per omissione colposa, il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta omissiva del comportamento dovuto (Cass. n. 20328 del 2006; Cass. n. 21894 del 2004; Cass. n. 6516 del 2004; Cass. 22/10/2003, n. 15789). Ove sia ravvisabile una tale condotta, il rischio dell’incertezza circa l’effettiva derivazione del danno da quel comportamento grava a carico dell’inadempiente; non a carico del danneggiato.
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Ciononostante, diversi sono gli orientamenti che si sono avvicendati, in dottrina e in giurisprudenza. Secondo la tesi della responsabilità oggettiva (per la quale si applica l’art. 1218 c.c.), affinché si configuri l’inadempimento del debitore è sufficiente la mancata esecuzione della prestazione dovuta, a prescindere da ogni valutazione sull’elemento psicologico; per la tesi della responsabilità soggettiva, il debitore è inadempiente soltanto se ha violato, colposamente o dolosamente, il dovere di diligenza di cui all’art. 1176 c.c.; secondo la tesi mediana, i criteri di imputazione e l’onere della prova dell’inadempimento sono differenti a seconda che si tratti di obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato.
Per le prime, infatti, il debitore si considera adempiente se ha svolto l’attività dedotta nell’obbligazione con la diligenza richiesta, a prescindere dal conseguimento del risultato. Nelle seconde, invece, il debitore assume anche l’obbligo di realizzare un certo risultato, per cui egli è inadempiente se, nonostante l’osservanza dell’obbligo di eseguire la prestazione diligentemente, non realizza l’effetto voluto dal creditore.
In realtà, la giurisprudenza ha statuito che gli artt. 1176 e 1218 c.c. devono essere letti in combinato disposto tra loro, in modo da individuare l’unico criterio di imputazione contrattuale, che è di tipo soggettivo (la colpa) e allo stesso tempo un unico parametro di valutazione dell’adempimento (la diligenza).
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responsabilita medica diritto civile
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la responsabilita civile medica dopo la legge balduzzi
la responsabilita professionale medica
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Negligenza (contrario della diligenza), sta ad indicare una condotta caratterizza­ta da trascuratezza
Superficiale si rivelerà quel medico che incorrerà in errore per non aver approfondito un dato anamnestico; distratto sarà il medico che riporta in ricetta il nome di un farmaco al posto di un altro;
Imprudenza (contrario della prudenza), si riferisce ad una condotta improntata ad avventatezza e si concretizza, in particolare, quando pur conoscendo i rischi che si corrono si decide comunque di procedere oltre i limiti del lecito..
Imperizia (contrario della perizia), consiste nella scarsa preparazione professio­nale quale deriva da insufficienti conoscenze tecniche ovvero da un inadeguato baga­glio di esperienza specifica od ancora da un difetto di capacità.
Imperito sarà quel medico che non sappia ovvero non sappia fare, mentre esso apparirà imprudente quando non saprà valutare ex ante le conseguenze delle proprie azioni, negligente in­fine quando farà o non farà senza l’attenzione e l’impegno che il caso richiede.
la responsabilita’ medica mediazione
2947 c.c.
si ritiene che il diritto ad agire in giudizio in sede civile, al fine di farsi riconoscere il risarcimento del danno patito in seguito a un caso di malasanità e di errore medico si prescriva, normalmente, in 10 anni.
Si tratta in particolare della situazione in cui viene a trovarsi chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di terzi.
In questi casi infatti può benissimo essere che dal momento dell’avvenuto contagio all’esteriorizzazione della malattia passi molto tempo; ma altrettanto tempo può passare prima che il paziente sia in grado di percepire la malattia come conseguenza del danno ingiusto.
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colpa medica perdita di chance
principi affermato da questa Corte in tema di danno consistente nella perdita di chance ed, in specie, con il risultato applicativo raggiunto in un caso affine al presente, per il quale si è affermato che “in tema di danno alla persona, conseguente a responsabilità medica, integra l’esistenza di un danno risarcibile alla persona l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, allorché abbia determinato la tardiva esecuzione di un intervento chirurgico, che normalmente sia da praticare per evitare che l’esito definitivo del processo morboso si verifichi anzitempo, prima del suo normale decorso, e risulti inoltre che, per effetto del ritardo, sia andata perduta dal paziente la chance di conservare, durante quel decorso, una migliore qualità della vita nonché la chance di vivere alcune settimane od alcuni mesi in più, rispetto a quelli poi effettivamente vissuti” (Cass. n. 23846/08). La Corte territoriale, nella seconda parte della motivazione, dopo aver bene individuato la perdita di chance come termine di riferimento della causalità (quale evento dannoso distinto ed autonomo rispetto all’esito letale della malattia), ha tuttavia equivocato sul concetto di chance risarcibile come perdita della possibilità di conseguire un risultato utile o, comunque, migliore, finendo per rapportarne il concetto, pur enunciato in termini di possibilità, alla probabilità di conseguire il risultato.
Ha infatti ritenuto che per risarcire la perdita della chance di una vita più lunga, l’intervento chirurgico scorretto si sarebbe potuto considerare un significativo antecedente causale della perdita (quindi dell’evento dannoso) se questa chance fosse stata probabile e non soltanto possibile, cioè se la percentuale astratta di sopravvivenza fosse stata superiore al 50%.
È palese il fraintendimento della giurisprudenza di legittimità in tema di risarcimento da perdita di chance, così come venuta delineandosi quanto meno a far data dalla sentenza n. 4400 del 2004, sulla quale pure la Corte d’Appello di Trieste ha dichiarato di voler fondare il decisum.
Ed invero, il modello d’indagine del nesso causale in caso di perdita di chance è si fondato sulla regola probatoria c.d. del “più probabile che non” (cfr. Cass. S.U. n. 576/08, per la quale, “in tema di responsabilità civile aquiliana, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano – ad una valutazione ex ante – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non, mentre nel processo penale vige la regola della prova oltre il ragionevole dubbio”), ma non nel senso in cui l’ha intesa la sentenza impugnata, bensì nel senso che è l’evento perdita di chance a costituire il termine di riferimento della causalità, quale evento di danno risarcibile.
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La giurisprudenza, ha tracciato tre orientamenti in materia di colpa medica da lavoro di equipe:
2. È attribuita una funzione di indirizzo e controllo al capo dell’equipe, sul quale grava una posizione di garanzia maggiore rispetto agli altri membri del gruppo (Cass. Sez IV 1.12.2004)
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la S.c. ha precisato che in tema di responsabilità professionale omissiva del medico, il meccanismo controfattuale, necessario per stabilire l’effettivo rilievo condizionante della condotta del medico e, quindi, segnatamente, l’effetto salvifico delle cure omesse, deve affidarsi su affidabili informazioni scientifiche nonché sulle contingenze significative del caso concreto. In una tale prospettiva, occorre comprendere quale è solitamente l’andamento della patologia, quale è normalmente l’efficacia delle terapie e quali sono i fattori che influenzano il successo degli sforzi terapeutici: sulla base di tali elementi di giudizio, l’esistenza del «nesso causale» può essere ritenuta quando l’ipotesi circa il sicuro effetto salvifico dei trattamenti terapeutici non compiuti risulti caratterizzata da «elevata probabilità logica»
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In particolare, per la tesi cosiddetta ontologica, la chance deve intendersi riferita ad un danno emergente comunque attuale e concreto, trattandosi di bene suscettibile di valutazione patrimoniale in sé e per sé: viene così risarcita la perdita della mera opportunità, possibilità ed anche solo speranza, di conseguire un’utilità, con la conseguenza che la probabilità di verificazione dell’utilità incide solo sul quantum risarcitorio, non sull’an.
Ciò è stato sostenuto inizialmente dalla Sezione Lavoro della Cassazione per risarcire i dipendenti illegittimamente esclusi dalla partecipazione ad un concorso interno (tra le più recenti, Cass. n. 5119/2010 e Cass. n. 14820/2007), ma il principio è stato utilizzato anche da diverse sentenze civili (Cass. Sez. Un. n. 1850/2009, Cass. n. 23846/2008 est. Frasca, Cass. n. 17167/2007, Cass. n. 12243/2007, Cass. n. 15522/2006, Cass. n. 1752/2005, Cass. n. 4400/2004 est. Segreto, Cass. n. 18945/2003, Cass. n. 11322/2003).
La qualificazione della chance come danno emergente comporta la divaricazione dal nesso causale: la prova della chance non attiene più al nesso eziologico tra condotta ed evento, ma riguarda la consistenza percentuale di un bene già presente nel patrimonio del soggetto. Quindi, la perdita di chance opera sul danno e non sul nesso causale, che va accertato nella sua interezza: va prima accertato il nesso causale tra lesione e perdita di opportunità favorevole, poi la ragionevole probabilità della verificazione del danno inteso come perdita chance.
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Così accertata l’omissione da parte del medico degli accertamenti diagnostici suggeriti dalla comune esperienza per approfondire l’esame della concreta patologia da cui sia affetto il paziente cardiopatico, la Corte soggiunge che “…la condotta del sanitario non appare censurabile sotto il profilo della negligenza e dell’imperizia nè può avere avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del probabile evento morte, causato verosimilmente da aritmia cardiaca che è imprevedibile e spesso non preceduta da sintomi, con la conseguenza che lo I. non avrebbe potuto avere buone possibilità di sopravvivenza qualora fosse stato ricoverato nell’astanteria dell’ospedale, atteso che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non esistono indicatori di rischio certi che possano far prevenire siffatta morte…”.
Ai fini della corretta determinazione del rapporto di causalità, trovano applicazione, anche in sede civilistica, i principi espressi nelle norme penali di cui agli artt. 40 e 41 cod. pen., in conformità con quanto affermato dalla giurisprudenza della Cassazione[2].
Il nodo che il disposto normativo lascia irrisolto, e sul quale dottrina e giurisprudenza hanno prodotto gli sforzi interpretativi più consistenti, è quello dell’esatta configurazione del rapporto tra evento dannoso e l’azione od omissione. Secondo la formulazione tradizionale della teoria[3] della condicio sine qua non sono <<causa>> dell’evento gli antecedenti senza il verificarsi dei quali l’evento non si sarebbe prodotto, individuati sulla scorta del processo della c.d. eliminazione mentale secondo il quale la condotta è condicio sine qua non dell’evento <<se non può essere mentalmente eliminata senza che l’evento stesso venga meno
Pertanto sarà da analizzare, sotto il profilo etiologico, l’iter etiopatogenetico, riferendosi al modello della c.d. sussunzione sotto leggi scientifiche, secondo il quale l’antecedente storico assume rilievo, dal punto di vista della ricerca etiologica, quando può affermarsi, sulla scorta delle risultanza scientifiche, che entra a far parte del novero di quegli antecedenti che, secondo una <<successione regolare, omogenea e conforme ad una legge dotata di validità scientifica>>, determinano eventi del tipo di quello in concreto verificatosi.
Per quanto concerne l’aspetto dell’imputazione relativo all’esecuzione dell’atto chirurgico, si considera che l’accusa riguarda un presunto errore nella esecuzione di una facile manovra di tracheotomia. Per il primo giudice invece l’addebito e’ quello di non essersi opposto per iscritto alla scelta degli anestesisti ovvero per non essersi allontanato dalla sala operatoria; mentre secondo il giudice d’appello e’ responsabile perche’ avrebbe dovuto preoccuparsi di preparare l’intervento e di allontanare dalla sala operatoria gli anestesisti.
Vi e’ dunque mancanza di correlazione tra il capo d’imputazione e le diverse opinioni che hanno condotto all’affermazione di responsabilita’. L’imputato si e’ infatti difeso dall’accusa che gli era stata mossa, dimostrando che l’intervento terminale era tutt’altro che agevole.
E tuttavia l’affermazione di responsabilita’ e’ basata su fattori non contestati in ordine ai quali non e’ stato possibile esercitare la difesa, tanto piu’ che i giudici di merito hanno espresso valutazioni tra loro contrastanti e comunque collidenti con l’indubbio dato di fatto che nella situazione data, in sala operatoria avrebbero dovuto trovarsi tanto gli otorino quanto gli anestesisti.
A tale riguardo si rammenta che la disciplina legale prevede in via ordinaria la presenza di due chirurghi, un anestesista ed un infermiere e che inoltre la figura dell’anestesista ha una riconosciuta autonomia e responsabilita’ afferente appunto all’anestesia ed al suo andamento. Si assume a tale riguardo che occorre provvedere alla separazione dell’ambito di responsabilita’ delle due indicate figure mediche. All’una e all’altra non possono essere accollati rischi specifici che vanno oltre le loro funzioni e le conoscenze derivanti dalla loro specializzazione.
In ogni caso, ove si verifichi contenzioso decisionale tra chirurgo e anestesista, non e’ possibile far ricadere sul chirurgo la responsabilita’ decisionale finale, costringendolo ad indagini di controllo sull’operato del collega anestesista o addirittura costringendolo a richiedere pareri e consulti esterni. La diversita’ di conoscenze specialistiche circoscrive l’ambito della responsabilita’ alle competenze specifiche dei singoli. Insomma, il chirurgo dovra’ esprimersi solo sul rischio chirurgico e solo per questo sara’ responsabile, come l’anestesista lo sara’ solo per il rischio anestesiologico. In caso di dissenso deve prevalere l’opinione del piu’ esperto in materia, non potendo sostenersi che il chirurgo debba abbandonare la sala operatoria quando non condivide la scelta anestesiologica o, come abnormemente vorrebbe la Corte d’appello, fare allontanare l’anestesista.
A tale riguardo si sottolinea che la Corte d’appello dimentica che in sala operatoria erano presenti ben quattro anestesisti e tre parteciparono all’individuazione del tipo di anestesia. Inoltre la Corte pretenderebbe dal ricorrente l’impegno di svolgere un intervento chirurgico senza il tecnico del respiro su una ragazza che aveva avuto poche ore prima una crisi respiratoria e che era stata portata in sala per effettuare una tracheotomia
RESPONSABILITA’ ONERE PROVA
in tema di responsabilita’ del medico per i danni causati al paziente, l’inadempimento del professionista alla propria obbligazione deve desumersi dal mancato riconoscimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, oppure deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell’attivita’ professionale e, in particolare, del dovere di diligenza ex articolo 1176 c.c., comma 2? Il rapporto di causalita’ tra azione ed evento dannoso deve considerarsi escluso qualora intervenga una causa autonoma e successiva che si inserisca nel processo causale in modo anomalo ed imprevedibile? La prova liberatoria (ex articoli 1218 e 2697 c.c.) deve essere desunta esclusivamente da quanto dimostrato dalla parte onerata, oppure e’ possibile utilizzare altri elementi acquisiti al processo? Il principio di acquisizione, vigente nel nostro ordinamento processuale, deve essere inteso nel senso che le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale si sono formate, concorrono tutte, indistintamente, alla formazione del convincimento del giudice? La CTU puo’ costituire fonte oggettiva di prova allorquando si risolva in uno strumento di accertamento di situazioni rilevabili solo con il concorso di determinate cognizioni tecniche?”.
Si tratta di quesiti che peccano di genericita’ e si risolvono in enunciazioni di carattere generale ed astratto, non contenendo alcun riferimento al caso concreto.
In tal modo, la Corte di legittimita’ si trova nell’impossibilita’ di enunciare un o i principii di diritto che diano soluzione allo stesso caso concreto (Cass. ord. 24.7.2008 n. 20409; S.U. ord. 5.2.2008 n. 2658; Sez. Un. 5.1.2007 n. 36, e successive conformi).
Ne’ il quesito, correttamente posto, puo’ essere desunto dal contenuto e dall’illustrazione del motivo che lo precede, e neppure puo’ essere integrato il primo con il secondo. Diversamente, si avrebbe la sostanziale abrogazione della norma dell’articolo 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis nella specie (Sez. Un. 11.3.2008, n. 6420 e successive conformi).
Pur essendo assorbenti le conclusioni cui si e’ pervenuti, e’ utile ripercorrere le tappe giurisprudenziali in tema di responsabilita’ medica.
E’ ormai consolidato il principio affermato dalla Corte di legittimita’ per il quale la responsabilita’ dell’ente ospedaliero deve essere inquadrata nella responsabilita’ contrattuale, sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi).
A sua volta, anche l’obbligazione del medico dipendente dall’ente ospedaliero nei confronti del paziente, ancorche’ non fondata sul contratto, ma sul contatto sociale, ha natura contrattuale (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi). In ogni caso, in ipotesi di responsabilita’ da intervento effettuato da medico dipendente da struttura sanitaria pubblica o privata, trova applicazione la disciplina dettata dall’articolo 1218 c.c. e segg., sia nei confronti di quest’ultima, sia nei confronti del medico (S.U. 11.1.2008 n. 577 e successive conformi).
Pertanto, in base alla regola di cui all’articolo 1218 c.c., il paziente – creditore ha il mero onere di allegare il contratto ed il relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria e la relativa gravita’ (v. ad es. Cass.7.6.2011 n. 12274).
Al debitore, invece, presunta la colpa, incombe l’onere di provare che l’inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile; la prova, cioe’, del fatto impeditivo, in difetto della quale – secondo le regole generali degli articoli 1218 e 2697 c.c. – egli soccombe.
E la ragione e’ da ricercarsi nella maggiore possibilita’ per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto piu’ marcata quanto piu’ l’esecuzione della prestazione consista nell’applicazione di regole tecniche sconosciute al creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore.
Cio’ che avviene nell’esecuzione di una professione protetta. In sostanza, opera il principio di c.d. vicinanza alla prova o di riferibilita’ (v. Cass. 9.11.2006, n. 23918).
Il medico e’ in particolare tenuto ad una prestazione improntata alla diligenza professionale qualificata dalla specifica attivita’ esercitata ex articolo 1176 c.c., comma 2, e articolo 2236 c.c., nel cui ambito va distinta una diligenza professionale generica e una diligenza variamente qualificata, giacche’ chi assume un’obbligazione nella qualita’ di specialista, o un’obbligazione che presuppone una tale qualita’, e’ tenuto alla perizia che e’ normale della categoria. Lo specifico settore di competenza in cui rientra l’attivita’ esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell’attivita’ necessaria per l’esecuzione dell’attivita’ professionale.
I limiti di tale responsabilita’ sono quelli generali in tema di responsabilita’ contrattuale (S.U. 30.10.2001 n. 13533), presupponendo questa l’esistenza della colpa lieve del debitore, e cioe’ il difetto dell’ordinaria diligenza.
A tal fine, il criterio della normalita’ va valutato con riferimento alla diligenza media richiesta, ai sensi dell’articolo 1176 c.c., comma 2, avuto riguardo alla specifica natura e alle peculiarita’ dell’attivita’ esercitata.
La condotta del medico specialista va, poi, esaminata, non gia’ con minore ma, al contrario, semmai con maggior rigore ai fini della responsabilita’ professionale, dovendo aversi riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessita’ di adeguare la condotta alla natura ed al livello di pericolosita’ della prestazione (v. anche Cass. 9.12.2012 n. 17143). Ora, la Corte di merito ha riconosciuto che la condotta del medico nell’occasione, era stata gravemente colposa, sia sotto il profilo della “negligenza grave” , sia dell’imperizia; motivando correttamente e puntualmente le ragioni del convincimento raggiunto.
Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l’obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico
Dopo pochi mesi il paziente peggiorava e moriva.
Gli eredi intentavano causa al medico che non aveva tempestivamente diagnosticato il male. Tuttavia, in primo ed in secondo grado la giustizia dava ragione al medico, il quale si era difeso affermando che durante il processo non era stato possibile accertare, tramite apposita CTU, né la sussistenza di un qualche rapporto tra l’intervento al ginocchio ed il crollo delle condizioni del paziente, né se la tempestiva diagnosi avrebbe permesso di sottoporre il paziente a cure tali da evitarne il decesso.
La Corte di Cassazione, con la citata sentenza, ha ribaltato tale decisione affermando che “l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, anche se si tratta di un male incurabile e sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze“.
Avvocato responsabilita’ medica Bologna ripartizione dell’onere probatorio in caso di responsabilita’ medica, in cui si e’ affermato:
I principi sopra richiamati sono stati recentemente ribaditi da Cass. n. 22222 del 2014, gia’ citata in precedenza. Ì
Avvocato responsabilita’ medica Bologna Il paziente che assuma di aver riportato un danno durante la sua permanenza ospedaliera ben puo’ e deve, prima dell’inizio del giudizio o comunque prima della scadenza del termine per le produzioni documentali, chiedere alla struttura sanitaria entro la quale e’ stato operato di rilasciargli la cartella clinica. Se avesse incontrato un ingiustificato rifiuto da parte della struttura ospedaliera, avrebbe potuto chiedere al giudice remissione di un ordine di esibizione.
Avvocato responsabilita’ medica Bologna INFORMATIVA DEL MEDICO
Cosa diversa dalla durata della prescrizione e’ l’individuazione del momento di decorrenza iniziale di essa, che in ipotesi potrebbe iniziare a decorrere in un momento successivo all’evento afflittivo subito dalla vittima principale, qualora uno dei parenti lamentasse che il danno iure proprio si e’ verificato, in tutto o in parte, solo successivamente alla operazione con esito infausto, per l’aggravarsi delle condizioni della vittima, per le ricadute della invalidita’ post-operatoria sulla vita familiare e l’aumento dei degli impegni legati ala necessita’ di assistenza del congiunto, per la depressione sopraggiunta insieme alla consapevolezza del radicalizzarsi e cronicizzarsi di una condizione di infermita’ in capo al danneggiato principale.
responsabilita’ civile nell’attivita’ medico-chirurgica Avvocato responsabilita’ medica Bologna
Avvocato responsabilita’ medica Bologna
In tema di responsabilita’ civile nell’attivita’ medico-chirurgica, il contenuto dell’onere probatorio a carico del paziente- danneggiato si limita, in caso di esito peggiorativo dell’intervento, alla prova di essersi sottoposto all’intervento presso la struttura e di aver riportato, a causa dell’intervento, un obiettivo peggioramento delle proprie condizioni fisiche che si trovi in rapporto di causalita’ con l’intervento stesso. Spetta invece al medico o alla struttura sanitaria dimostrare non soltanto che non siano stati compiuti errori nella esecuzione dell’intervento ma anche che l’obiettivo aggravamento sia dovuto a una causa individuata non imputabile alla struttura;
Cassazione civile sentenza n. 11522 del 23 maggio 2014 Omissis
—-, nel ricoverarsi presso la Casa di Cura ——- per un intervento di gonartrosi, venne sottoposto ai consueti esami di routine, tra cui una
radiografia del torace, il cui referto, redatto in data —–, recava la dicitura sospetta nodulazione della regione intercleidoilare di sinistra meritevole di ulteriore valutazione TAC. Tale indicazione diagnostica sarebbe nuovamente comparsa nel foglio di consenso informato all’anestesia (nella parte relativa
all’apparato cardiocircolatorio) che il paziente aveva sottoscritto il giorno
precedente l’intervento al ginocchio.
Operato dal Dott. —- il —–, e dimesso il successivo —-, attesane la
completa guarigione clinica, —– che nel frattempo era dimagrito di 12 chili ed accusava dolori al torace – venne sottoposto, il ——-, ad un visita di controllo dallo stesso chirurgo, che non dette alcun peso nè al dimagrimento nè ai dolori
lamentati dal paziente.
Il —–, su prescrizione del proprio medico curante, il —– eseguì una
radiografia al torace, che evidenziò un tumore al polmone, confermato dalle
successive analisi di laboratorio – non operabile per l’avanzato stato in cui si
trovava, e che lo avrebbe condotto alla morte due mesi dopo.
I figli —- e —-, nel dicembre dello stesso anno, convennero dinanzi al Tribunale di Brescia il Dott. —- e la Casa di Cura, addebitando loro la omessa
comunicazione della grave malattia già diagnosticata l’11 marzo 1996, che ne aveva provocato in anticipo la morte, anche perché l’intervento al ginocchio
aveva avuto un sicuro effetto debilitante, come dimostrato dalla considerevole
perdita di peso ad esso successiva.
Il giudice di primo grado, ammessa la chiamata in causa della —–, compagnia assicurativa della —–, respinse la domanda, ritenendo il —- esente da colpa perché, da chirurgo ortopedico, non conosceva né poteva conoscere la patologia tumorale da cui era stato colpito il paziente – non rientrando l’esame specifico da eseguire nella sua competenza professionale – mentre la visita di
controllo aveva riguardato i soli esiti post-operatori dell’intervento al ginocchio.
Venne assolta dalla domanda risarcitoria anche la struttura sanitaria, per avere il CTU concluso il proprio accertamento nei sensi della impossibilità di pervenire ad una dimostrazione scientifica dello stato della neoplasia al momento dell’intervento, e della conseguente impredicabilità di un ragionevole rapporto
tra la patologia ortopedica e quella tumorale dal punto di vista della reciproca interazione.
La Corte di appello di Brescia, dinanzi alla quale venne proposta impugnazione della sentenza di primo grado da parte degli eredi —-, la rigettò (ad eccezione del capo riguardante le spese, che vennero integralmente compensate in entrambi i gradi di giudizio) osservando:
Che occorreva pertanto accertare se ed in che termini l’omessa diagnosi avesse influito sul decorso e sulla successiva morte del paziente;
Che, in particolare, andava verificato se una tempestiva diagnosi ne avrebbe permesso la sottoposizione a cure mediche o chirurgiche che gli avrebbero salvato o quantomeno prolungato la vita;
Che, mancando la prova (spettante agli appellanti) del nesso causale fra l’omessa diagnosi e il verificarsi – o anche la semplice anticipazione – dell’evento morte, la domanda risarcitoria non poteva essere accolta.
Resistono con controricorso illustrato da memorie la Casa di Cura —–, la Compagnia di assicurazione —- e —–, che propone altresì ricorso incidentale condizionato (cui resiste con controricorso la Casa di Cura).
Che la problematica posta dal processo non atteneva, sotto alcun profilo, alla mancanza o inesattezza del consenso informato, ma a quella ben diversa della omessa diagnosi relativa ad una patologia tumorale che nulla aveva a che vedere con quella per la quale il —- era stato operato, scoperta del tutto
causalmente nel corso degli esami di routine;
Che la questione era stata affrontata dal CTU il quale, dopo approfondito esame e puntuale valutazione di tutti i dati clinici, aveva concluso nel senso che “nulla poteva dirsi circa la possibilità che sarebbe stata offerta al paziente
se la patologia polmonare fosse stata indagata dal primo momento”;
La sentenza della Corte territoriale è stata impugnata da —- e —- con ricorso
per cassazione sorretto da due motivi di censura.
II ricorso incidentale è infondato.
Il ricorso principale è fondato quanto al suo secondo motivo.
IL RICORSO PRINCIPALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa pronuncia, violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Violazione dell’art. 112 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).
La censura è corredata dal seguente quesito di diritto (formulati ex art 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, essendo stata la sentenza d’appello depositata nel vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006):
Se il giudice di merito sia tenuto a giudicare su ogni domanda che venga proposta nel corso del giudizio e se la violazione di tale obbligo, e dunque l’omessa pronuncia, imponga la cassazione della sentenza di merito. Inoltre, se il giudice di merito, nel decidere tutte le domande proposte, possa riconoscere i petita reclamati dalle parti anche qualificando diversamente le azioni proposte.
Il motivo è inammissibile per patente inammissibilità del quesito che ne conclude l’esposizione.
La risposta astrattamente positiva che può conseguirne, difatti, non giova al ricorrente, considerato che questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo di affermare come il quesito di diritto vada formulato, ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della questione, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a chiarire, in concreto, l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Cass. 19-2-2009, n. 4044) in una richiesta del tutto generica (quale risulta quelle di specie) rivolta al giudice di legittimità di stabilire se sia stata o meno violata – o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, – una norma di legge. Il quesito deve, di converso, investire ex se la ratio decidendi della sentenza impugnata con riferimento, sia pur sintetico, ai fatti essenziali di causa, proponendone una alternativa di segno opposto destinata ad una soluzione che, partendo dalla fattispecie concreta, e poi trascendendo la medesima, come sottoposta all’esame del giudice di legittimità, ne dia specifico conto ed esaustiva esposizione: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato Difetto di motivazione.
La censura è corredata dal seguente quesito di diritto: Se nell’ambito della responsabilità contrattuale da inadempimento di una prestazione sanitaria la prova del nesso causale tra l’omessa diagnosi (nel che consiste l’inadempimento) ed il verificarsi o anche la semplice anticipazione dell’evento dannoso (morte) gravi il creditore attore, tenuto a dare la prova positiva, o il
debitore convenuto, tenuto invece a dare la prova liberatoria.
Ed inoltre se il danno derivante dall’errata o intempestiva od omessa diagnosi medica possa essere determinato anche in termini di perdita di chance di sopravvivenza o guarigione e se la prova della perdita di ciance gravi l’attore o
La decisione della Corte di appello contrasta, di fatto, con il dictum di queste sezioni unite che, con la sentenza n. 577 del 2008, si sono pronunciate funditus sulla questione del riparto degli oneri probatori in tema di nesso causale, risolvendola nel senso esposto dai ricorrenti (non senza considerare che, nella specie, si discorre di responsabilità contrattuale “pura”, e non da contatto sociale).
Quanto al tema dell’an e del quantum del danno risarcibile, questa stessa Corte ha avuto in più occasioni modo di affermare (Cass. 23846/2008 ex multis),
che, in tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia
possibile intervenire soltanto con un intervento cosiddetto palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le
conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la
tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza
la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze.
Non essendosi attenuta a tali principi, la sentenza d’appello va pertanto
IL RICORSO INCIDENTALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (art. 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto – artt. 183, 189, 345 c.p.c. (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4).
Dica la Corte se, nella qualificazione della domanda risarcitoria formulata dalla parte, il giudice debba fare necessario riferimento ai fatti causati
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RIABILITAZIONE REATI FISCALI TRIBUNALE SORVEGLIANZA.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
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← Guida in stato di ebbrezza, confisca, veicolo ,sospensione patente Guida in stato di ebbrezza, confisca, veicolo ,sospensione patente durata TASSO ALCOLEMICO SUPERIORE A 0,50 E NON SUPERIORE A 0,80 GRAMMI PER LITRO AMMENDA da € 500 a € 2.000 ARRESTO NO SOSPENSIONE DELLA PATENTE DA 3 A 6 MESI DECURTAZIONE PUNTI 10 PUNTI FERMO SI TASSO ALCOLEMICO TASSO ALCOLEMICO SUPERIORE A 0,80 E NON SUPERIORE A 1,50 GRAMMI PER LITRO AMMENDA da € 800 a € 3.200 ARRESTO FINO A 6 MESI SOSPENSIONE DELLA PATENTE DA 6 A 12 MESI DECURTAZIONE PUNTI 10 PUNTI FERMO SI TASSO ALCOLEMICO TASSO ALCOLEMICO SUPERIORE A 1,50 GRAMMI PER LITRO AMMENDA da € 1.500 a € 6.000 ARRESTO DA 3 MESI A 12 MESI SOSPENSIONE DELLA PATENTE DA 12 A 24 MESI DECURTAZIONE PUNTI 10 PUNTI CONFISCA DEL VEICOLO CONFISCA DEL VEICOLO CON SENTENZA DI CONDANNA. NON SI APPLICA LA CONFISCA DEL VEICOLO NEL CASO IN CUI IL VEICOLO APPARTENGA A PERSONA ESTRANEA AL REATO. IN TAL CASO È PREVISTO IL RADDOPPIO DELLA DURATA DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE DA UN MINIMO DI 2 ANNI FINO AD UN MASSIMO DI 4 ANNI. AVVOCATO assistenza Consulenza legale per richiesta risarcimento danni da errori medici e malasanità →