Source: http://www.giurcost.org/decisioni/trVII/AltaCorte/0080-55.html
Timestamp: 2020-02-17 13:34:41+00:00
Document Index: 174313518

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 81']

Consulta OnLine - Alta Corte per la Regione siciliana - Decisione n. 80 del 1955
Decisione 21 dicembre 1954 - 6 maggio 1955, n.80
sul ricorso del Commissario dello Stato contro la legge approvata dall’Assemblea regionale in data 22 luglio 1954: «Provvidenze in favore dell’Azienda siciliana trasporti »
Presidente: PERASSI; Relatore: SANDULLI; P. M.: EULA; Commissario dello Stato (Avv. ARIAS) - Regione siciliana (Avv. PUGLIATTI).
Il Commissario dello Stato per la Regione siciliana, in persona del dott. Attilio Gargiulo, con ricorso proposto nei termini ha impugnato la legge approvata dall’Assemblea regionale il 22 luglio 1954, dal titolo: « Provvidenze in favore dell’Azienda siciliana trasporti ».
Con tale legge la Regione, a carico del proprio bilancio, aumenta a lire 200 milioni il fondo di dotazione dell’azienda; autorizza l’Assessore per le finanze a eliminare dal conto finanziario dell’anno in corso la somma anticipata dall’azienda a termini dell’art. 9 legge regionale 22 marzo 1948, n. 3 (si tratta di altre lire 200 milioni); e autorizza altresì la concessione, a favore dell’azienda, di un contributo straordinario di L. 900 milioni. Si tratta in totale di un aggravio, per la Regione, di L. 1.300 milioni.
Della detta somma, è previsto che L. 150 milioni (corrispondenti alla quarta parte dell’aumento del fondo di dotazione, oltre alla nona parte del contributo straordinario) facciano carico sul bilancio dell’anno finanziario 1954-55, mentre i rimanenti tre quarti dell’aumento del fondo di dotazione dovrebbe far carico sui bilanci dei due anni 1955-57, e i rimanenti otto noni del contributo straordinario dovrebbero far carico sui bilanci dei quattro anni a 1955-59.
Non si spiega con quali fondi si fronteggi la somma di lire 200 milioni già anticipata dall’azienda, e che l’Assessore alle finanze è autorizzato a eliminare dal conto finanziario per l’anno in corso. Ma al riguardo non è stata proposta alcuna impugnativa.
L’art. 5 della legge dispone che « al fine di consentire una rapida sistemazione economico-finanziaria dell’azienda siciliana trasporti » è autorizzata « ai termini del decreto legislativo presidenziale 9 maggio 1950, n. 17, convertito nella legge regionale 14 dicembre 1950, n. 96, l’iscrizione, nella categoria III del bilancio della Regione », delle quote di spesa, per aumento del fondo di dotazione e per contributo straordinario, ricadenti negli anni finanziari successivi a quello in corso.
Con l’unico mezzo d’impugnativa il Commissario dello Stato ha osservato che il riferito art. 5 sarebbe « in evidente contrasto col disposto di cui all’ultimo comma dell’art. 81 Costituzione». E ha precisato: « Si vorrebbe infatti provvedere alla copertura di dette quote di spesa effettiva (copertura che sarà soltanto certa allorquando risulterà dagli stati di previsione delle entrate degli esercizi finanziari relativi) con un provvedimento meramente figurativo; non ricorre infatti, nel caso, la natura giuridica della partita di giro, nè soccorre il richiamo al provvedimento legislativo regionale del 1950, n. 17, che non può prevedere tale caso ».
Ha resistito al ricorso la Regione. Essa ha eccepito, in via preliminare, l’inammissibilità del ricorso, « per carenza assoluta di potere di impugnativa e di legittimazione attiva nel sottoscrittore », in quanto il dott. Attilio Gargiulo, al momento della sottoscrizione del ricorso, avrebbe « perduto la qualifica » di Commissario dello Stato per la Regione siciliana, acquistando quella di prefetto in carica nella provincia Torino, ove tra l’altro si è trasferito.
Nel merito ha dedotto poi la infondatezza del ricorso, osservando che la categoria III del bilancio regionale costituisce una specie di riserva di cassa, pur essendo inserita in un bilancio di competenza, e che non è dubbio che essa possa essere utilizzata con riferimento al movimento finanziario degli esercizi futuri.
Impostando, infatti, una partita nella sezione entrata e nella sezione spesa della cat. III, con riferimento ad impegni relativi ad esercizi futuri, si otterrebbe un duplice risultato: da un lato, la possibilità di sostenere la spesa utilizzando la disponibilità di cassa; dall’altro il ricupero della somma erogata con l’iscrizione nel bilancio preventivo degli esercizi successivi della spesa effettiva a ciascuno di essi relativa.
Nella specie, l’equilibrio del bilancio non verrebbe minimamente compromesso e non vi sarebbe ragione d’invocare l’art. 81 della Costituzione, dato che il meccanismo adoperato con riferimento alla concreta struttura del bilancio regionale garantisce, non solo la corrispondenza tra spesa ed entrata, in via di competenza, bensì addirittura l’immediata disponibilità in cassa.
Il ricorso venne discusso all’udienza del 4 ottobre 1954.
Con ordinanza 6 ottobre questa Alta Corte dispose che la Regione depositasse il bilancio di previsione 1954-55. La Regione ottemperò, depositando la legge 9 novembre 1954, n. 38, con la quale era stato approvato il bilancio fin allora esercitato in via provvisoria in virtù di precedente provvedimento legislativo.
Nella legge depositata, mentre la spesa di L. 150 milioni a carico dell’esercizio finanziario in corso risulta fronteggiata da entrate effettive, le spese di L. 950 milioni a carico degli esercizi futuri, iscritte tuttavia tra le spese della cat. III del bilancio 1954-55, nel cui esercizio devono essere anticipate (capitoli 672 bis e ter), risultano fronteggiare in entrata dai diversi capitoli 177 bis e ter delle partite di giro, rispettivamente di L. 150 milioni e L. 800 milioni, riguardanti, il primo « ricupero di quote di spese relative al conferimento del fondo di dotazione dell’azienda siciliana trasporti », e il secondo « ricupero di quote di contributo a favore dell’azienda predetta ».
Con note illustrative la difesa della Regione ha sostenuto che, in tal modo, risulterebbe osservato il precetto dell’art. 81 della Costituzione, mentre la difesa dello Stato ha opposto che la procedura seguita eluderebbe tale precetto risolvendosi nella copertura di spese da sostenere effettivamente nell’esercizio 1954-55 con entrate che in tale esercizio non si avranno, e che non possono comunque farsi rientrare nella categoria delle partite di giro.
Nella discussione orale, all’udienza del novembre 1954, la difesa della Regione ha, fra l’altro, osservato che, in ogni caso, qualsiasi eventuale originario vizio dell’impugnato provvedimento legislativo sarebbe stato sanato dall’essere stata la spesa prevista nella sopravvenuta legge del bilancio, non impugnata.
1.- Sulla eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso per carenza di potere di impugnativa e di legittimazione da parte del sottoscrittore Commissario dello Stato per la Regione siciliana, dott. Gargiulo, in conseguenza della di lui nomina a prefetto della provincia di Torino, osserva la Corte che essa è infondata. È vero che la carica di Commissario dello Stato per la Regione e di prefetto della Repubblica hanno entrambe carattere residenziale, e che può dubitarsi della conciliabilità con l’esercizio delle funzioni di Commissario dello Stato per la Regione siciliana (tra le quali rientra l’impugnativa di leggi statali) del contemporaneo esercizio delle funzioni prefettizie, le quali importano un immediato rapporto di subordinazione col Governo dello Stato. A parte il fatto che alla Corte non risulta che il decreto di nomina del dott. Gargiulo a prefetto della provincia di Torino sia stato perfezionato anteriormente al ricorso, nè risulta che esista un provvedimento in forza del quale alla data di proposizione del detto ricorso lo stesso dott. Gargiulo fosse stato sostituito nella carica di Commissario dello Stato, (onde, quanto meno in forza di proroga dei poteri, a tale data egli era da considerare investito della carica), occorre comunque tener presente come decisivo, nel senso della infondatezza della eccezione, il principio generale per cui le norme sulla incompatibilità degli uffici, e sulla sede di questi, sono poste nell’interesse pubblico generale e nell’interesse degli enti cui gli uffici appartengono, ma non nell’interesse di coloro che sono soggetti alla potestà degli uffici stessi: non tutelando interessi di questi, tali norme non possono dunque da essi venire invocate.
2. - Passando al merito, osserva preliminarmente la Corte, in conformità della sua precedente giurisprudenza (sentenza 18 maggio - 10 dicembre 1951), che non v’ha dubbio che l’ultimo comma dell’art. 81 della Costituzione sia da considerare norma operante e vincolante anche pel legislatore regionale.
Nessuna violazione è da riscontrare, peraltro, nel fatto che la legge impugnata abbia disposto delle spese a carico di futuri esercizi finanziari senza prevedere per tali esercizi mezzi corrispondenti.
Come risulta anche dalla prassi legislativa della Repubblica, è comune opinione, infatti, che il precetto dell’ultimo comma dell’art. 81 riguardi le sole leggi ordinarie emanate in corso di esercizio finanziario, che prevedono «nuove o maggiori spese» rispetto a quelle autorizzate dalla legge di approvazione del bilancio riflettente l’esercizio stesso, e non si riferisca anche alle spese da erogare in altri esercizi. Sua finalità non è, cioè, quella di assicurare, nè temporaneamente, nè in perpetuo, il pareggio del bilancio, obiettivo che, se deve, per evidenti ragioni di sana politica finanziaria, essere sempre tenuto di mira dal legislatore, non è stato tuttavia elevato a precetto costituzionale; bensì è semplicemente quella di evitare che, una volta che il Parlamento - nella sede della solenne e approfondita discussione sul bilancio, la quale investe l’intero programma di governo - abbia cristallizzato in un certo modo, per quel dato esercizio, l’equilibrio (anche se non necessariamente il pareggio) delle pubbliche finanze, l’equilibrio stesso, e quindi l’intero programma di politica finanziaria relativo a quell’esercizio, sia esposto, nel suo corso, a facili turbamenti dovuti a cause occasionali, sopravvenute e incontrollate.
Il precetto in esame non riguarda, dunque, la previsione di maggiori spese a carico di esercizi futuri.
Così chiarito che, nel porre a carico di esercizi finanziari futuri delle spese non bilanciate da entrate corrispondenti, la legge impugnata non incorreva in difetto di costituzionalità, sorge però il problema se essa vi incorresse nel consentire l’anticipazione delle stesse nell’esercizio finanziario in corso, senza prevedere i mezzi per far fronte a tale anticipazione (la quale indubbiamente costituisce una spesa da affrontare appunto coi fondi dell’esercizio in corso).
La questione va posta nonostante che al momento dell’approvazione della legge impugnata la legge del bilancio relativa all’esercizio in corso non fosse stata ancora approvata, e si fosse in regime di esercizio provvisorio. In tale regime l’ultimo comma dell’art. 81 Cost. non è infatti meno vincolante che in regime di esercizio definitivo: per cui, anche in tempo di esercizio provvisorio, non è possibile introdurre con una legge spese non contemplate dallo stato di previsione provvisoriamente esecutivo, senza indicare i mezzi per farvi fronte.
Ciò precisato, è da aggiungere che il grave problema di fondo sottoposto alla Corte - e sulla cui importanza questa non ha mancato di portare tutta la sua attenzione, conscia com’è che ogni cedevole condiscendenza nell’interpretazione del precetto costituzionale in questione importerebbe seri rischi per la pubblica finanza e per l’economia generale - è da considerare superato in fatto al momento in cui interviene la presente decisione.
Ogni eventuale violazione del precetto dell’ultimo comma dell’art. 81 Cost. (e sulla cui sussistenza la Corte non ha più ragione di indagare) sarebbe infatti venuta ormai a cessare con la promulgazione e pubblicazione, sopravvenuta nelle more del presente giudizio, della legge regionale 9 novembre 1954, n. 38, contenente gli Stati di previsione della entrata e della spesa della Regione siciliana per l’anno finanziario dal 1° luglio 1954 al 30 giugno 1955 e non impugnata, la quale prevede ai capitoli 672 bis e ter l’anticipazione di spesa disposta a suo tempo dalla legge impugnata, e in questa non fronteggiata da mezzi corrispondenti.
È vero che nella stessa legge del bilancio l’anticipazione a carico dell’esercizio in corso viene definita come spesa per partita di giro, e viene fronteggiata, in entrata (cosa che è essenziale alla categoria delle partite di giro), coi ricuperi nei confronti degli esercizi futuri (sui quali dovrebbero teoricamente gravare le spese ora anticipate), indicati nei capitoli 177 bis e ter della cat. III delle entrate. Nel che consiste, appunto, la critica mossa dal ricorso, il quale giudica fittizio e artificioso tale procedimento condannandolo come volto a eludere il precetto di far corrispondere, a spese effettive, entrate del pari effettive.
Ma, come si è già spiegato, non esiste un obbligo costituzionale di fronteggiare, in sede di bilancio, le spese con le entrate. Nulla di incostituzionale vi è quindi nel procedimento seguito dalla Regione in sede di approvazione del bilancio, anche se esso, sul piano contabile, si presenti come artificioso e si presti a esser discusso. Dunque, con l’entrata in vigore della legge del bilancio, che prevede il necessario stanziamento di spesa, la legge impugnata in questa sede non si trova, per jus superveniens, a disporre nuove e maggiori spese rispetto a quelle indicate nel bilancio.
Pertanto, essa non può attualmente esser dichiarata costituzionalmente illegittima. Non può, infatti, esser recato in dubbio che, a differenza dei casi in cui la decisione debba intervenire nei confronti di leggi già perfezionate, allorquando (come nel caso in esame) al momento della decisione giurisdizionale le leggi regionali impugnate innanzi a questa Alta Corte non siano state ancora promulgate e pubblicate, esse debbano esser valutate alla stregua della situazione giuridica esistente proprio in quel momento, anche se questa, per ragioni sopravvenute, sia diversa da quella del momento dell’impugnativa. In base ai principi generali, il momento cui bisogna aver riguardo per giudicare della rispondenza di un fatto al diritto è quello in cui esso si perfeziona e diviene operante, cosa che per la legge avviene soltanto con la promulgazione e la pubblicazione.
Respinge il ricorso del Commissario dello Stato avverso la legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana nella seduta del 22 luglio 1954, concernente «provvedimenti in favore dell’azienda siciliana trasporti».