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Timestamp: 2017-08-16 23:42:19+00:00
Document Index: 99144242

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 45', 'art. 45', 'art. 45', 'art. 45', 'art. 2', 'art. 2050', 'art. 2051', 'art. 2050']

Silvis Claudio, 24 giugno 2010
1. La colpa presunta del custode e l’esimente del caso fortuito.
2. Il fortuito che qualifica la responsabilità del custode come oggettiva.
Dagli enunciati della pronuncia giurisdizionale sopra ricordata si apprende, in primis, che l’impossibilità di seguitare a configurare in termini di colpa presunta la responsabilità del custode è imposta da un fondamentale dato ermeneutico: il “caso fortuito”, che l’art. 2051 c.c. individua come la sola condizione di esclusione della responsabilità del custode, non influisce sull’aspetto della rimproverabilità del danno al custode, ma al profilo oggettivo della vicenda che consente di ricondurre il danno provocato dalla cosa in custodia nell’alveo della fattispecie di responsabilità aquiliana prevista dall’art. 2051 c.c.
Sulla caratterizzazione dell’azione esimente dispiegata dal fortuito in rapporto alla responsabilità del custode, la sentenza rinvia alla funzione esimente che è oggi prevalentemente assegnata al caso fortuito nel diritto penale. In proposito, il lettore focalizzi l’attenzione sui seguenti brani: << Ai fini della causalità materiale nell’ambito della responsabilità aquiliana la giurisprudenza e la dottrina prevalenti fanno applicazione dei principi penalisti di cui agli artt. 40 e 41 c.p. (…). La dottrina e la giurisprudenza penalistiche tradizionali ritenevano che il caso fortuito presupponesse il nesso causale e che esso operasse nell’ambito della colpevolezza, quale causa di esclusione della stessa. Sennonchè, da oltre quaranta anni, la dottrina penalistica dominante ritiene che il fortuito costituisca una causa di esclusione del nesso causale in quanto l’art. 45 c.p., nel far seguire al verbo “ha commesso” la preposizione “per”, sta ad indicare “a causa di”. All’attore compete provare l’esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l’evento lesivo; il convenuto per liberarsi dovrà provare l’esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale.>>.
Il fortuito, invece, non interrompe alcunché, dato che l’art. 45 c.p. rende non punibile l’agente che abbia “commesso il fatto per caso fortuito”. La condizione per l’operare dell’esimente è che a causare l’evento di reato sia stato proprio l’agente con la sua condotta. Il fortuito, pur implicando (come la causa sopravvenuta) che una condotta sia stata posta in essere dall’agente, presuppone, all’opposto, che quella condotta non fosse idonea a determinare l’evento prima dell’intervento del fortuito stesso e che dell’evento sia divenuta la causa per l’irrompere in scena di un fattore anomalo che ha fatto scaturire dalla condotta un effetto atipico ed imprevedibile. Nella ratio dell’art. 45 c.p., il fortuito s’incunea nel normale processo dinamico di una condotta “neutra”, deviandolo nella direzione dell’evento penalmente rilevante. Pertanto, che si intenda il fortuito come elemento che incide sul nesso di causalità o sulla colpa, la sua azione si concretizza sempre nel trasformare una condotta soggettiva di per sé non idonea a produrre l’evento nel fattore che lo cagiona. Ergo, sul terreno naturalistico, il fortuito non interrompe un legame eziologico fra la condotta e l’evento, ma lo crea ex novo.
In base all’art. 45 c.p., dunque, l’esclusione della riferibilità eziologica all’agente del fatto penalmente rilevante non avviene, come per la causa sopravvenuta, in considerazione di una sopravvenuta inefficienza causale della condotta umana nella causazione del fatto, ma per la ragione opposta. L’appartenenza materiale del fatto all’agente c’è, ma è disconosciuta per una precisa scelta legislativa: quella di individuare nel fortuito il limite generale al principio della “causalità materiale” (o della “condicio sine qua non”) sancito dagli artt. 40 e 41 c.p., principio la cui applicazione porterebbe a considerare il fatto il cui verificarsi è stato influenzato dal fortuito come appartenente all’agente sul piano dell’imputazione oggettiva del reato. Detto altrimenti, la ratio dell’esimente penale costruita sul fortuito è quella di dequalificare sul piano giuridico il comportamento dell’agente che, altrimenti, si qualificherebbe, a norma degli artt. 40 e 41 c.p., come un antecedente causale del fatto, qualificando l’agente come l’autore del reato sul piano oggettivo.
3. La responsabilità di mera posizione del custode: il “fatto della cosa”.
Dal momento che la ragione per cui si afferma l’irrilevanza del comportamento del custode non si desume dall’essere il caso fortuito la causa di esonero della responsabilità, tale ragione dev’essere ricercata altrove. E questa indagine deve prendere le mosse da una precisa affermazione contenuta nella pronuncia giurisdizionale in disamina, ossia quella secondo cui ciò che unicamente rileva ai fini dell’imputazione di responsabilità al custode è il “fatto della cosa” e non quello del custode: <<Solo il “fatto della cosa” è rilevante e non il fatto dell’uomo.>>.
5. L’emersione in via interpretativa della colpa come elemento qualificante della responsabilità.
E, allora, come si giustifica la tesi (in via di galoppante consolidamento giurisprudenziale) secondo cui la fattispecie si qualifica alla stregua di una responsabilità oggettiva e, per di più, di “mera posizione”del custode?
6. Le basi metagiuridiche della supposta responsabilità di mera posizione del custode.
Per altro verso, quelle tesi appaiono perfino preferibili a certi loro “più moderni affinamenti”, ai quali pure fa cenno la pronuncia giurisdizionale attenzionata e che individuano il nucleo fondante della responsabilità di posizione del custode nel fatto che, in virtù della stessa posizione, egli può scegliere se agire o non agire in modo da evitare che la cosa sia fonte di danno. L’incoerenza di questa premessa giustificativa rispetto a ciò che con essa si vuole dimostrare è addirittura sconcertante: al custode il danno deve essere accollato a prescindere da cosa abbia o non abbia fatto per evitarlo, ma si individua la ragione di tale accollo nel fatto che il custode deve sopportare il danno perché ha deciso di non adottare le misure che lo avrebbero evitato. In parole povere, il succo del discorso è più o meno questo: “Caro custode, visto che sei nelle condizioni di evitare che la cosa provochi danni, di questi devi rispondere perché non hai scelto di agire in modo da evitare il danno prodotto dalla cosa; se poi hai fatto quanto di meglio per evitarlo ma esso si è ugualmente verificato, beh….ti arrangi e paghi lo stesso!”. Oltretutto, gli argomenti che dovrebbero convincere del fatto che si tratta di responsabilità oggettiva pongono in luce come l’elemento determinante che dovrebbe giustificare il carattere oggettivo della responsabilità è individuato in un aspetto che connota tipicamente ed esclusivamente la responsabilità per fatto colposo: l’avere il responsabile scelto di agire in modo da non evitare il danno.
V’è poi chi, volendo spiegare perché il custode deve rispondere “a prescindere”, va a scomodare il dovere di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost., compiendo, né più né meno, che un’operazione di mero maquillage delle suddette teorie applicative dei principi della deep pocket e della richesse oblige. Del resto, i caldeggiatori dell’idea che sul custode debba gravare il rischio di posizione imposto da quel dovere, oltre a non considerare la strutturale assenza, nella fattispecie, dei pre-requisiti eticamente e socialmente richiesti perché tale rischio valga a fondare un’imputazione di responsabilità per i danni che ne sono manifestazione (su tale aspetto ci si intratterrà maggiormente al termine del presente scritto), non sanno spiegare il perché questo rischio, ad esempio, dovrebbe gravare sul quivis de populo per i danni che potrebbero provocare i pur modestissimi beni personali da lui posseduti (ogni oggetto è potenziale fonte di danni) e non grava sull’imprenditore che organizza e gestisce redditizie attività pericolose, posto che costui, a mente dell’art. 2050 c.c., non risponde per la propria posizione ma per colpa presunta, ossia qualora non provi di avere tenuto il comportamento che avrebbe evitato il pregiudizio derivato dallo svolgimento dell’attività pericolosa o dai mezzi impiegati. Vero è che la ratio della prevista responsabilità per colpa e non oggettiva di costui risiede nella valutata opportunità di non inibire eccessivamente lo stimolo verso lo svolgimento di attività socialmente utili anche se pericolose; ma è altrettanto vero che se il criterio della colpa denota la responsabilità per i danni provocati da oggetti latori di elevate potenzialità di rischio, un’interpretazione razionale del sistema obbligherebbe a ritenere che il criterio della colpa non può che denotare anche il livello della più generica responsabilità ex art. 2051 c.c., la quale, per esclusione, copre i rischi correlati alla custodia di cose meno pericolose di quelle prese in considerazione dall’art. 2050 c.c.
Non è da escludere che l’intento di ricostruire il criterio d’imputazione del danno della cosa intorno alla pura e semplice posizione del custode tragga spinta motivazionale dall’esigenza di superare nei soli confronti dei custodi “soggetti forti” il criterio ancorato alla suitas soggettiva ed oggettiva del danno. Ma, come tutti intendono, una volta ancorato alla mera posizione custodiale quel criterio, esso non può che rimanere fissato per tutti i custodi, unica essendo la norma che regola la responsabilità del custode ed unica dovendo essere la sua interpretazione per tutti ed in tutti i casi. Sicché, volendo colpire il custode “forte” per proteggere il danneggiato “debole”, si colpisce il custode “debole” proteggendo il danneggiato “forte” le volte che il destino decida di invertire le parti della commedia.
Silvis Claudio