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Timestamp: 2019-09-19 09:20:47+00:00
Document Index: 18872252

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 139', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 8', 'sentenza ']

Corte Costituzionale - sentenza n. 244/2014
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, commi 98 e 99, della legge 228/2012 che, in attuazione della sentenza n. 223 /2012, dispone l'abrogazione del detto art. 12, comma 10, con sostanziale ripristino del precedente regime del trattamento di fine servizio (TFS) per i dipendenti pubblici, e prevede l'estinzione di diritto dei processi pendenti aventi ad oggetto la restituzione del contributo previdenziale obbligatorio del 2,50%, nonché la dichiarazione di inefficacia delle sentenze già emesse, fatta eccezione per quelle passate in giudicato. Il TFS è, infatti, diverso e normalmente "migliore" rispetto al trattamento di fine rapporto (TFR), per cui il fatto che il dipendente - che (in conseguenza del ripristinato regime ex art. 37 citato) ha diritto all'indennità di buonuscita - partecipi al suo finanziamento, con il contributo del 2,50% (sull'80% della sua retribuzione), non integra un'irragionevole disparità di trattamento rispetto al dipendente che ha diritto al TFR. Inoltre, l'attribuzione ad alcuni dipendenti pubblici del TFS e ad altri del TFR è conseguenza del transito del rapporto di lavoro da un regime di diritto pubblico ad un regime di diritto privato e della gradualità che il legislatore ha discrezionalmente ritenuto di imprimervi. Parimenti non è illegittima la disposta estinzione dei giudizi in corso, atteso che l'interesse dei ricorrenti alla restituzione del contributo del 2,50% è venuto meno con il ripristino (ad opera della normativa impugnata) del previgente regime di TFS.
Corte Costituzionale - sentenza n. 235/2014
La Corte costituzionale ha affrontato il problema della legittimità costituzionale del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico (permanente o temporaneo) da lesioni di lieve entità derivanti da sinistro stradale, introdotto dal (censurato) art. 139 del d.lgs. n. 209 del 2005. La norma, secondo la prospettazione sottoposta al vaglio di costituzionalità, darebbe luogo ad un sistema indennitario che limiterebbe la piena riparazione del danno, ancorandolo a livelli pecuniari riconosciuti normativamente equi, ma che – sia per la rigidità dell’aumento percentuale dell’importo nella misura massima del quinto (20%), sia per la (ritenuta) impossibilità di liquidare l’eventuale, non contemplato, danno morale – non consentirebbe una adeguata personalizzazione del danno e determinerebbe, di conseguenza, una disparità di trattamento in relazione al riconoscimento del diritto al suo integrale ristoro, in base al diverso elemento causativo del danno stesso, oltre che un’ingiustificata prevalenza della tutela dell’esercizio dell’attività assicurativa rispetto alla tutela della lesione del diritto inviolabile alla salute. La Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità.
Corte Costituzionale - sentenza n. 193/2014
Composizione della commisisone centrale per gli esercenti le professioni sanitarie
E' costituzionalmente illegittima la norma che disciplina la composizione della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, nella parte in cui non garantisce che, in caso di cassazione di una decisione resa dalla stessa, nel successivo giudizio di rinvio non facciano parte dell'organo i componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione annullata.
Corte Costituzionale - sentenza n. 162/2014
Illegittimita' del divieto alla Pma di tipo eterologo
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 162 del 10 giugno 2014 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3, della legge 40/2004, n. 40 recante «Norme in materia di procreazione medicalmente assistita», nella parte in cui stabilisce per la coppia in possesso dei requisiti previsti dall’art. 5, comma 1 della medesima legge, il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili.Alla luce dello scopo della legge 40/2004 «di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana», la preclusione assoluta di accesso alla PMA di tipo eterologo introduce un evidente elemento di irrazionalità, poiché la negazione assoluta del diritto a realizzare la genitorialità, alla formazione della famiglia con figli, con incidenza sul diritto alla salute, nei termini sopra esposti, è stabilita in danno delle coppie affette dalle patologie più gravi, in contrasto con la ratio legis.
Corte Costituzionale - sentenza n. 126/2014
Specializzazione medicina e chirurgia, contratti formazione specialistica
La Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale promossa, dal Presidente del Consiglio dei ministri rispetto all'art. 3 della legge Regione Veneto n. 9/2013 in materia di Contratti di formazione specialistica aggiuntivi regionali. La disposizione impugnata stabilisce che “Il medico specializzando assegnatario del contratto aggiuntivo regionale, sottoscrive apposite clausole, predisposte dalla Giunta regionale, sentita la Commissione consiliare competente, al contratto di formazione specialistica di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 6 luglio 2007. “Il ricorrente ha lamentato anzitutto che la disposizione violerebbe l'art. 117 della Costituzione, in quanto, inserendo nei contratti di formazione specialistica non meglio precisate clausole aggiuntive, interverrebbe nella definizione del contenuto di tali contratti, invadendo la potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia. Il giudice delle leggi nel ritenere non fondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione richiamata ha evidenziato che in materia è la stessa disciplina statale a lasciare aperto uno spazio di intervento per il legislatore regionale.
Corte Costituzionale - sentenza n. 27/2014
La Consulta con la sentenza n. 27/2014 ha dichiarato l’illegittimità costituzione di due norme contenute nella Legge Finanziaria 2013 della Regione Molise. La prima misura bocciata (art. 12, comma 1, della legge reg. n. 4 del 2013) autorizza transitoriamente gli enti inseriti in una tabella procedere alla copertura della dotazione organica e del relativo fabbisogno triennale di personale con le modalità indicate nelle leggi istitutive. "La norma impugnata – si legge nella sentenza -, limitandosi a considerare quale unico limite a dette assunzioni quello della pianta organica, risulterebbe non in linea con la normativa statale di riferimento che contempla più rigorosi limiti al contenimento della relativa spesa e di conseguenza contrasterebbe con i principi fondamentali dell’armonizzazione dei bilanci pubblici e del coordinamento della finanza pubblica recati dall’art. 117, terzo comma, Cost".. La seconda norma dichiarata incostituzionale (in modo parziale) è l’art. 34 della legge regionale "Disposizioni concernenti nomine effettuate da organi regionali" nella parte in cui prevede, al comma 1, che "al termine della legislatura decadono tutte le figure nominate a vario titolo, ragione o causa dal Presidente della Giunta, dalla Giunta regionale e dal Consiglio regionale".
Corte Costituzionale - sentenza n. 4/2014
E' illegittima la norma del Friuli-Venezia Giulia che riconosce ai direttori generali delle Asl decaduti dall'incarico il compenso onnicomprensivo dovuto per i casi di cessazione anticipata.Una spesa che configura un vero e proprio diritto soggettivo in capo ai Dg senza prevedere una copertura finanziaria specifica, violando così l'art. 81 della Costituzione. A bocciare l'art. 8, comma 2, della legge regionale 25/2012 sul riordino del Ssr - abrogata in un primo momento dalla legge 5/2013, ma poi ripristinata dalla legge 6/2013 - è stata la Corte costituzionale con la sentenza n. 4/2014. I giudici costituzionali, sollevando la questione di legittimità, hanno denunciato come la normativa regionale abbia introdotto un trattamento economico di favore per i manager della sanità regionale «in netto contrasto con quanto dispone la disciplina dettata dal legislatore statale». Il Dpcm 502/1995 stabilisce infatti che «nulla è dovuto, a titolo di indennità di recesso, al direttore generale nei casi di cessazione dall'incarico per decadenza, mancata conferma, revoca o risoluzione del contratto, nonché per dimissioni».