Source: https://l-jus.it/eroismo-dei-medici-e-colpa-professionale-riflessioni-e-proposte/
Timestamp: 2020-07-14 06:01:19+00:00
Document Index: 175078275

Matched Legal Cases: ['art. 2236', 'art. 3', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2236']

Eroismo dei medici e colpa professionale: riflessioni e proposte - L-JUS
Sommario: 1. L’eccellenza della classe medica italiana – 2. L’importanza del giuramento ippocratico – 3. Gli idòla che minano l’esercizio dell’attività medica ‒ 4. Il problema giuridico della colpa medica ‒ 5. Conclusione.
L’eccellenza della classe medica italiana
Non è di questo che mi posso interessare in questa nota. Il tema richiederebbe per vero una approfondita e rigorosa inchiesta da parte della politica, una volta che i responsabili di questa strategia suicida saranno stati schiodati dai posti di comando che ancora oggi detengono.
Qui desidero dire alcune cose circa i protagonisti sul campo di questo servizio, i medici, in primo luogo, e, poi, gli infermieri professionali e le figure assistenziali che collaborano nella cura dei malati e nell’assistenza a coloro che si trovano prossimi alla soglia della morte.
L’importanza del giuramento ippocratico
Oggi, come accennavo, si è riscoperta l’importanza dei soggetti protagonisti della cura e dell’assistenza. Ma la riscoperta, se pure corredata da riconoscimenti all’eroismo di molti, non coglie l’essenziale. L’essenziale è che è stata perduta quasi completamente la nozione sacrale dell’attività curativa dei medici e – per riflesso – di tutti i loro collaboratori. Il giuramento di Ippocrate, risalente al IV secolo Avanti Cristo, ha reso nel tempo sacra l’opera del medico. Egli si prende cura del bene più prezioso – dopo l’anima immortale – che abbiano gli uomini, la salute del corpo e della psiche. Il giuramento nella formula originaria è una dedicazione di se stesso agli dei della salute – ad Asclepio medico in particolare – di praticare l’arte in modo irreprensibile: di regolare il proprio tenore di vita, anzitutto, per il bene dei malati; di evitare a loro ogni danno od offesa; di non somministrare ad alcuno, neanche su richiesta, dei farmaci mortali; di non consegnare ad alcuna donna un medicinale abortivo; di rispettare la privatezza delle abitazioni e di entrarvi soltanto per il sollievo dei malati; di astenersi «da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi»; in sintesi, di custodire «con innocenza e purezza», si legge nel testo, «la mia vita e la mia arte».
Ancora oggi il giuramento è pronunciato da ogni medico, al momento dell’ingresso nella professione in una forma deliberata dalla Federazione Nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri il 13 giugno 2014. Il giuramento è introdotto con le parole del medico: «Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo giuro…».
Gli obblighi assunti con il giuramento sono nobilissimi. Tra essi spiccano l’impegno a «perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica, il trattamento e il sollievo della sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona cui con costante impegno scientifico, culturale e sociale ispirerò ogni mio atto professionale», nonché di «non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte».
Gli idòla che minano l’esercizio dell’attività medica
Questi tre idoli si sono insinuati nella nostra mente tramite l’enfatizzazione unilaterale di buone idee.
È vero che la tecnologia ha fatto molto per il miglioramento delle cure, eppure, come ogni mezzo, è limitata in quanto non può cambiare la nostra natura creaturale e, pertanto, deve essere limitato dai vincoli etici che preservano la dignità del paziente e del curante.
È vero che il medico assume un obbligo, che può avere anche natura contrattuale, eppure l’obbligo non è assimilabile a quello di un negozio di diritto privato, sia perché non è un obbligo di risultato, bensì di scienza e di diligenza, sia perché non può essere regolato dai criteri del diritto privato, in quanto il fallimento del risultato dipende in larghissima misura da fattori – il decorso della malattia, anzitutto, nel concreto vissuto del paziente – che non sono tutti perfettamente controllabili dal medico.
È vero che il paziente è portatore di diritti e di facoltà che gli spettano in guisa personalissima, eppure anche la sua volontà è limitata, per un verso, dalla mancanza di scienza e competenza e, per un altro verso, dai limiti etici che salvaguardano la sua dignità di persona.
Questi idòla hanno inquinato la professione medica e intorpidito la sua comprensione da parte della collettività. Gli effetti della fallace credenza negli idòla si ripercuotono pesantemente sull’esercizio della professione, creando difficoltà nel compimento delle attività curative.
In questo momento particolare, nel pieno sviluppo della pandemia, alcuni sciacalli, indegnamente appartenenti all’avvocatura, cercano di approfittare della situazione, ricercando clienti sui social dietro promessa di perseguire casi di presunta malasanità che potrebbero essere avvenuti in questa fase convulsa di contenimento della malattia e di cure prestate in condizioni di emergenza, in molti casi privi di mezzi e dispositivi di protezione necessari per salvaguardare la propria salute.
Il problema giuridico della colpa medica
A monte vi è stata l’impropria disapplicazione da parte della giurisprudenza dell’art. 2236 del codice civile[1], che contemplava un limite circa il grado della colpa al fine di configurare la responsabilità penale per colpa professionale. I “geometri legali” – magistrati e teorici astratti del diritto – facendo leva sul principio dell’unità dell’ordinamento giuridico, ritennero che la limitazione della colpa medica alla colpa grave fosse discriminatoria e avvantaggiasse arbitrariamente i medici rispetto agli altri cittadini. Come se fosse paragonabile la colpa in materia di circolazione stradale, radicata sulla violazione di regole certe di prudenza e di diligenza, alla colpa medica, in relazione a situazioni in cui il medico deve risolvere problemi tecnici di speciale difficoltà, ove le scelte diagnostiche e terapeutiche non sono univocamente predeterminabili, in relazione a quadri patologici complessi e suscettibili di diversificati percorsi terapeutici, ciascuno dei quali aperto a controindicazioni di rilevante spessore!
Ora è difficile ritornare indietro. Negli anni recenti sono intervenute due riforme legislative che miravano proprio a contenere gli eccessi di iniziative giudiziarie derivanti dall’eccessiva ampiezza delle fattispecie colpose nell’ambito dell’attività sanitaria. Vero che l’Autorità Giudiziaria provvede a eliminare le ipotesi in cui la colpa è talmente sfumata da scolorare nel caso fortuito. Vero però che, allo scopo di addivenire alla soluzione corretta, si rendono necessarie lunghe investigazioni che sottopongono i medici al rischio penale, che viene vissuto come una ingiusta anticipazione di pena. L’art. 3, 1° comma del d.l. n. 158/2012, convertito con modificazioni nella legge n. 189/2012, stabiliva che l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attenesse a linee-guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non dovesse rispondere penalmente per colpa lieve, fermo restando l’obbligo risarcitorio ex art. 2043 c.c.
Tale normativa divideva il giudizio di colpa medica in due fasi: dapprima il giudice penale era chiamato a valutare il rispetto delle linee-guida da parte del personale sanitario; in un secondo momento, doveva effettuare il giudizio sulla colpa, che avrebbe avuto come filtro la culpa lata (in ipotesi di ottemperanza alle linee-guida), ovvero la culpa levis (in ipotesi di inottemperanza alle linee-guida). Controverso era inoltre se la limitazione di responsabilità ivi prevista riguardasse solamente i profili di imperizia, o anche gli aspetti di negligenza o imprudenza caratterizzanti l’operare del personale sanitario.
La legge n. 24/2017 ha abrogato l’art. 3, 1° comma, del d.l. n. 158/2012 e ha introdotto nel codice penale, al 2° comma del nuovo art. 590 sexies («Responsabilità colposa per morte o lesioni in ambito sanitario»), una causa di non punibilità «qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia» e al contempo siano state «rispettate le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto». Anche tale riforma non ha conseguito il fine ricercato. Innanzitutto, perché l’ambito di possibile applicazione della causa di non punibilità è ristrettissimo e di difficile verificazione in concreto; in secondo luogo, perché, abrogata la clausola della “colpa lieve”, per il personale medico-sanitario che pur abbia rispettato le linee-guida potrà sempre permanere una residua responsabilità per colpa, anche lieve o lievissima, per imprudenza o negligenza.
La mia opinione personale è che la responsabilità colposa medica debba essere riservata esclusivamente al foro civile. E ciò per una pluralità di ragioni: sia perché la responsabilità colposa medica si accerta normalmente tramite un contraddittorio cartolare tra i consulenti delle parti; sia perché lo strepitus fori che si verifica nel processo penale è controproducente per la lucida trattazione degli ardui temi tecnici oggetto della responsabilità medica, sia, infine, soprattutto, perché occorre sottrarre i medici alla pena del processo.
Tutti ormai riconoscono che il processo penale è una pena anticipata per il colpevole, ma ancor peggio, che è una pena ingiusta per l’innocente. E, all’esito dei procedimenti penali, la grandissima parte dei medici viene prosciolta; eppure ha subìto la denigrazione dei media, particolarmente virulenti specie in sede locale; ha patito il sospetto dei colleghi; ha vissuto con sofferenza la diffidenza delle autorità amministrative sanitarie; ha, infine, atteso per anni che si concludesse il faticoso itinerario necessario per la formazione della prova, non sempre celermente ricercata dagli organi della pubblica accusa e talora verificata con ritardo dall’autorità giudicante.
Comprendo che questa proposta sia radicale e possa apparire a molti, soprattutto se magistrati e se teorici astratti del diritto penale – inaccettabile. La mia esperienza di avvocato – ed anche le mie convinzioni di esperto di diritto penale – mi inducono con forza a ritenere che la scelta proposta è l’unica ragionevole al fine di consentire ugualmente, da un lato, l’affermazione della giustizia nell’ambito di un contraddittorio in sede civile e, dall’altro, di liberare la classe dei medici dal timore di essere gettati dentro la ruota stritolatrice del processo penale.
Non si comprende, peraltro, per quale ragione la giustizia civile sembrerebbe non idonea a valutare la colpa medica. Nella gran parte dei casi, invero, in cui l’azione penale non è officiosa, ma è lasciata all’iniziativa delle parti, l’esperienza narra che gli interessati al risarcimento del danno si rivolgono proprio al giudice civile e non a quello penale. Segno quest’ultimo che coloro che denunciano un danno come derivante da colpa medica hanno piena fiducia nell’Autorità Giudiziaria civile.
La trattazione in sede penale non va in alcun modo a vantaggio delle persone offese, le quali, avviata dal pubblico ministero l’indagine, si trovano impigliate in una serie di difficoltà procedurali, non potendo peraltro costituirsi parte civile fino all’udienza preliminare. I giudici civili, inoltre, possono lavorare molto serenamente perché non sono infastiditi dalle indiscrezioni giornalistiche e dalle continue richieste di informazioni che i giornalisti sono soliti rivolgere ai pubblici ministeri. Quindi, la giustizia civile è una garanzia per tutte le parti, che godono dei medesimi diritti fin dall’inizio del procedimento.
Né va trascurato il carico di lavoro di cui sono oberate le Procure della Repubblica per le più svariate materie nell’interesse della collettività, che spesso impedisce il tempestivo svolgimento delle indagini nelle materie della colpa medica.
Infine, la riserva al giudice civile di tutte le cause mediche costituirebbe un significativo passo in avanti verso la liberazione dal vizio panpenalistico che sta soffocando la giustizia italiana.
[1] La Corte costituzionale, con sentenza interpretativa di rigetto, dichiarò non fondata la questione di costituzionalità, per contrasto con l’art. 3 Cost., degli artt. 589 e 42 del codice penale, in relazione all’art. 2236 c.c., nella parte in cui consentono che nella valutazione della colpa professionale il giudice attribuisca rilevanza penale soltanto a gradi di colpa di tipo particolare, sul rilievo che «la deroga alla regola generale della responsabilità penale per colpa ha in sé una sua adeguata ragione di essere e poi risulta ben contenuta, in quanto è operante, ed in modo restrittivo, in tema di perizia e questa presenta contenuto e limiti circoscritti». Cfr. Corte cost, sent. 28 novembre 1973, n. 166, in Giur. cost., 1973, p. 1795.
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