Source: https://www.asgi.it/notizie/la-tutela-processuale-delle-donne-vittime-di-tratta/
Timestamp: 2019-10-17 12:46:33+00:00
Document Index: 88604198

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 380', 'art. 603', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 380', 'art. 603', 'art. 18']

La tutela processuale delle donne vittime di tratta - Asgi
27/02/2019 Notizie,Tratta degli esseri umani	Giurisprudenza, Rubrica-Diritti-Senza-Confini
Pubblichiamo due contributi sul tema, con allegati numerosi provvedimenti giudiziari. Inauguriamo così anche una nuova modalità di pubblicazione congiunta di più contributi, alla quale ricorreremo ogniqualvolta la portata delle problematiche trattate lo renderà necessario. La pubblicazione avviene nell’ambito della Rubrica Diritti Senza Confini, nata dalla collaborazione fra le Riviste Questione Giustizia e Diritto Immigrazione e Cittadinanza per rispondere all’esigenza di promuovere, con tempestività e in modo incisivo il dibattito giuridico sulle principali questioni inerenti al diritto degli stranieri. Vai alla Rubrica.
Con una virtuosa interpretazione e applicazione delle norme rilevanti, il Tribunale ha riconosciuto lo status di rifugiato ad una vittima di tratta, alla quale la Commissione territoriale competente aveva negato qualsiasi forma di protezione. Il decreto dimostra ancora una volta la rilevanza del ricorso giurisdizionale e, in esso, dell’obbligo di cooperazione istruttoria officiosa del giudice nell’accertamento dei presupposti della protezione.
Al riguardo è noto che la Commissione (come il giudice di merito) non può poggiare la propria valutazione sulla esclusiva base della credibilità soggettiva del richiedente, ma deve esercitare i suoi poteri/doveri di indagine e di acquisizione documentale (Cass. Civ., Sez. VI, 05.03.2015, n. 4522, rel. Bisogni); come sottolineato in giurisprudenza «in conclusione, deve affermarsi che la valutazione di affidabilità del dichiarante alla luce dell’art. 3, quinto comma, del d.lgs n. 251 del 2007, è vincolata ai criteri indicati dalle lettere da a) a d) e deve essere compiuta in modo unitario, (lettera e), tenendo conto dei riscontri oggettivi e del rispetto delle condizioni soggettive di credibilità contenute nella norma» come giustamente affermato da Cass. Civ., Sez. VI, ord. 9.1/4.4.2013, n. 8282 (Pres. dott. Di Palma, Rel. Dott.ssa Acierno).
Se consideriamo, dunque, la definizione di rifugiato politico fornita dalla Convenzione di Ginevra (anche come ripresa dalla Direttiva 2011/95/UE e dal d.lgs 251/07) verifichiamo che lo status di rifugiato va riconosciuto «a chiunque, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».
Nel caso considerato dal Tribunale di Bari, tuttavia, essendo l’organo giudiziale già risoluto nel volere riconoscere lo status di rifugiato sulla base della documentazione in atti, una ulteriore audizione della richiedente, sarebbe risultato assolutamente sconveniente sia per esigenze di tutela della parte (alla quale vanno evitati traumi ulteriori rispetto a quelli subiti, tra cui certamente rientra il “dovere” di raccontarsi intimamente dinanzi a terzi) sia nei confronti delle economie processuali.
– Tribunale di Milano, 23 marzo 2016 – Allegazione davanti al giudice, adesione progetto anti-tratta, status di rifugiato
– Tribunale di Milano, 29 aprile 2016 – Allegazione davanti al giudice, percorso di riabilitazione, protezione sussidiaria
– Tribunale di Milano, 7 giugno 2017 – Allegazione tratta e fuoriuscita dalla tratta, status di rifugiata
– Tribunale di Salerno, 14 marzo 2017 – Tratta allegata e status di rifugiata
– Tribunale di Cagliari, 6 giugno 2013 – Tratta allegata status di rifugiata
– Tribunale di Roma, 9 febbraio 2018 – Indici di tratta, protezione sussidiaria anche per rischio mutilazione
– Tribunale di Messina, 23 febbraio 2018 – Indici significativi di tratta, non allegata, incongruenze, status di rifugiato
– Tribunale di Salerno, 2 febbraio 2017 – Indici significativi di tratta, non allegata, incongruenze, status di rifugiato
– Tribunale di Firenze, 24 gennaio 2019 – Indici significativi di tratta non allegata con riferimento al Paese di origine
– Tribunale di Messina, 14 luglio 2017 – Indici significativi di tratta, non allegata, incongruenze, status di rifugiato
– Tribunale di Milano, 1 luglio 2016 – Indici significativi di tratta solo in Libia, tratta non allegata, sussidiaria
– Corte di appello di Bari, 11 dicembre 2018 – Tratta negata, rigetto con trasmissione atti alla Procura e al Questore di Bari
– Tribunale di Firenze, 23 luglio 2015 – Tratta negata, incongruenze, sintomi di tratta, umanitaria
– Ordinanza del Tribunale di Firenze, 14 dicembre 2017
– Ordinanza del Tribunale di Palermo, 25 luglio 2018
1) Il debt bondage contratto con connazionali, spesso anch’esse donne, che costituiscono un segmento dell’ampio apparato criminale dislocato nei Paesi di transito e di destinazione;
5) L’assenza anche di minima istruzione connessa spesso alla provenienza da contesti rurali o suburbani molto isolati;
Tenendo presente quanto già esposto dai precedenti relatori, in punto di quadro sistematico e disciplina normativa, il mio ragionamento muove dall’analisi dell’art. 32 del d.lgs 25/08 che nel comma 3-bis, prevede che «La Commissione territoriale trasmette gli atti al Questore per le valutazioni di competenza se nel corso dell’istruttoria sono emersi fondati motivi per ritenere che il richiedente è stato vittima dei delitti di cui agli articoli 600 e 601 del codice penale».
L’art. 32, comma 3-bis, d.lgs 25/08 si riferisce espressamente alle persone vittime di reati di cui agli artt. 600 e 601 cp, sebbene, rinviando essa all’art. 18 del d.lgs 286/98, si possa ritenere che tale procedura possa essere disposta ogni qualvolta la Commissione si trovi ad esaminare la domanda di una persona che sia stata vittima di uno dei reati indicati in tale disposizione e dunque anche il reato di cui all’art. 3, legge 75/58 e di quelli previsti dall’art. 380 cpp. Una simile interpretazione consente di estendere tale procedura e dunque l’eventuale riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi sociali in favore di tutte quelle richiedenti asilo che risultino vittime di condotte non idonee ad integrare i delitti della tratta di persone o del mantenimento o riduzione in schiavitù ma comunque riconducibili a situazioni di «violenza o grave sfruttamento» (si pensi ad esempio alle situazioni di grave sfruttamento in ambito lavorativo riconducibili all’art. 603-bis cp) [3].
1) se con il comma 3-bis, si sia prevista la possibilità o, melius, l’obbligo per la Commissione territoriale ed eventualmente per il giudice, ove ravvisino i presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno ai sensi dell’art. 18 d.lgs 286/98 nel corso del procedimento, di trasmettere gli atti al Questore, anche qualora essi ritengano di poter riconoscere la protezione internazionale ad una persona presunta vittima del reato di tratta ovvero di atti connessi;
La prima soluzione risulta preferibile, perché solo in tal modo si favorisce il percorso più adatto a personalizzare la protezione in relazione al rischio concretamente vissuto dal/dalla richiedente e dunque a perseguire l’adempimento degli obblighi internazionali del nostro Paese in materia di tratta. Come infatti si è già rilevato supra al par. 1, lo statusdi rifugiato, la protezione sussidiaria, la protezione umanitaria non sono sufficienti, da sole, a liberare il beneficiario della protezione dall’asservimento alla tratta.
– il percorso previsto dall’art. 18 d.lgs 286/98 che, pur apparendo, per durata e stabilità, una tutela minore, potrebbe al contrario avere una efficacia maggiore, essendo rivolto ad avviare la vittima verso un percorso socio-assistenziale, vale a dire un percorso che l’aiuta ed accompagna ad emanciparsi;
– il provvedimento di riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria che, pur attribuendo al richiedente un articolato sistema di diritti e di prestazioni sociali connessi alla permanenza in Italia, rischia di lasciare sola la vittima della tratta e priva di quella peculiare assistenza della quale invece molto spesso necessita [4].
Tale argomentazione non è condivisibile perché le vittime di tratta hanno diritto alla protezione internazionale anche se escono, in alcuni casi spontaneamente, dalla tratta che le ha soggiogate. Esse hanno usualmente diritto alla protezione internazionale perché restano esposte ad un rischio elevatissimo in caso di rimpatrio, sia per il pericolo di violenta vendetta, sia per il timore di nuovo assoggettamento. Ci si soffermerà a breve su quale soluzione adottare in questi casi. Si è dunque riconosciuto in moltissimi provvedimenti giudiziari che le vittime di tratta di esseri umani, in un’accezione inclusiva, incoraggiata come sopra detto dalle direttive europee tanto in materia di asilo che di tratta, potrebbero essere esposte a rischio di persecuzione e dunque essere meritevoli di un riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi dell’art. 2 d.lgs 251/07 o trovarsi in una situazione di rischio di danno grave di cui all’art. 14 dello stesso decreto legislativo e dunque avere titolo per beneficiare della protezione sussidiaria.
Le Linee guida dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati relative all’applicazione dell’art. 1A(2) della Convenzione di Ginevra alle vittime di tratta e alle persone a rischio di tratta del 2006 [5], sotto il profilo del «fondato timore di persecuzione», evidenziano come le vittime di tratta talvolta subiscano azioni (tipicamente lo sfruttamento sessuale, il rapimento, la detenzione, lo stupro, la riduzione in schiavitù) e fatti particolarmente atroci, tali da assurgere a gravi violazioni dei diritti umani di carattere persecutorio.
In esse si suggerisce che, anche quando l’esperienza della tratta della richiedente sia ormai conclusa, è corretto riconoscere lo status di rifugiato perché in caso di ritorno nel Paese di origine il richiedente potrebbe essere esposto a violazioni dei diritti umani fondamentali, in particolare essere oggetto di ritorsioni in danno proprio o dei familiari e/o di nuove esperienze di tratta (re-trafficking) [6].
Tra queste, in particolare, l’essere donna in determinati contesti sociali e culturali privi di protezione effettiva può costituire un fattore di forte vulnerabilità; in particolare, donne sole, vedove, divorziate o analfabete, così come il minore, soprattutto orfano o bambino di strada, possono essere considerate persone appartenenti ad un determinato gruppo sociale [7]. Addirittura, secondo l’interpretazione dell’Alto Commissariato, coloro che sono stati vittime di tratta in passato potrebbero essere considerati come un gruppo sociale «basato sulla caratteristica immutabile, comune e storica dell’essere stati vittime di tratta».
Nel procedimento amministrativo il decisore non è vincolato dalle allegazioni, può superare, andare oltre la negazione della tratta e riconoscere la tratta e la protezione exart. 18 o (per quanto riguarda la protezione internazionale e, per ora, la protezione umanitaria richiesta anteriormente al 4 ottobre 2018).
Ma, v’è di più, perché il referral del giudice ha, come appare evidente, anche una funzione e giustificazione istruttoria e diviene, dunque, vero e proprio strumento probatorio. Funzione probatoria che potrà trovare riscontro a seguito dei numerosi incontri e colloqui alla presenza di mediatori culturali, che sono richiesti dal procedimento amministrativo finalizzato all’inserimento della persona nel programma di emersione, assistenza e integrazione sociale di cui all’art. 18, comma 3-bis, d.lgs 286/98.
[1] L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, in una nota pubblicata in occasione dell’ultima giornata europea contro la tratta, il 18 ottobre 2016 , ha evidenziato come circa i tre quarti dei migranti che affrontano il Mediterraneo hanno vissuto situazioni di sfruttamento e pratiche riconducibili alla tratta. «The findings, based on an in-depth analysis of close to 9000 survey responses taken over the last ten months along the Central and Eastern Mediterranean routes, provide strong evidence of predatory behaviour by smugglers and traffickers and the kinds of enabling environments within which trafficking and associated forms of exploitation and abuse thrive».
[2] Si segnala, per un’analisi approfondita del tema, il rapporto di EASO, pubblicato nel mese di ottobre 2015, Country of Origin Information. Nigeria, sex trafficking of women.
[3] La legge 199 del 29 ottobre 2016 contenente Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo, all’art. 4 ha introdotto una modifica nell’art. 380 cpp prevedendo il reato di cui all’art. 603-bis cp tra i delitti per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Di conseguenza tale reato rientra tra quelli per i quali è applicabile, in favore delle vittime, l’istituto dell’art. 18 d.lgs 286/98.
[4] Sul punto diffusamente, E. Santoro, Asilo e tratta: il tango delle protezioni, in Questione Giustizia trimestrale, n. 2/2018
[5] Unhcr, Linee Guida di protezione internazionale – L’applicazione dell’articolo 1A (2)della Convenzione del 1951 e/o del Protocollo del 1967 relativi allo status dei rifugiati alle vittime di tratta e alle persone a rischio di tratta,https://bit.ly/2N1HzsK.
[6] Le Linee guida chiariscono inoltre che la vittima potrebbe temere di subire, nel caso di ritorno nel Paese di origine, emarginazione, discriminazione o una punizione della propria famiglia o della comunità di appartenenza, fatti che possono assurgere a livello di persecuzione nel singolo caso individuale specialmente se rese particolarmente gravi dal trauma sofferto durante l’esperienza di tratta. Anche dove tali fatti non assurgano al livello di persecuzione possono comunque accrescere il rischio di subire una nuova esperienza di tratta o di essere esposti a ritorsioni.
– Unhcr, Linee Guida sulla protezione internazionale. Appartenenza a un particolare gruppo sociale nel contesto dell’articolo 1 A(2) della Convenzione di Ginevra del 1951 e del protocollo del 1967 relativi allo status di rifugiati, 2002, https://bit.ly/2URHDOM;
– Linee Guida sulla protezione internazionale. La persecuzione di genere nel contesto dell’articolo 1 A(2) della Convenzione di Ginevra del 1951 e del protocollo del 1967 relativi allo status di rifugiati, 2002, https://bit.ly/2SpyNuH.