Source: http://consulenzalegislazionealimentare.it/category/sicurezza-alimentare/
Timestamp: 2018-04-20 14:48:47+00:00
Document Index: 22470853

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.2', 'art.1', 'art. 14', 'art.17', 'art.14', 'art.14', 'art.17', 'art. 17']

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Acrilammide negli alimenti, obblighi per le aziende e livelli di riferimento nel nuovo Reg.UE n.2158/2017
A colazione…caffè e biscotti? Oppure cereali e fette biscottate? A pranzo…un panino veloce? Prima di cena…un aperitivo sgranocchiando patatine e salatini? In molti degli alimenti che consumiamo ogni giorno, da mattina fino a sera, intervalli compresi, è presente una sostanza chimica chiamata acrilammide, che superati certi livelli può diventare pericolosa per la salute e che viene studiata dal 2002 proprio perché individuata in molti cibi di quotidiano utilizzo.
Seguendo la definizione di Efsa, che da anni si occupa di approfondirne la dannosità e stabilire valori di riferimento, l’acrilammide è “una sostanza chimica che si forma naturalmente negli alimenti amidacei durante la cottura ad alte temperature” (ad esempio con la frittura, la cottura al forno e alla griglia e anche durante i processi di trasformazione industriale a oltre 120°C) e bassa umidità, attraverso un processo chimico chiamato “reazione di Maillard”, a partire da alcuni zuccheri e da amminoacidi (soprattutto l’amminoacido “asparagina”) che sono naturalmente presenti in numerosi alimenti, che abbrustolisce conferendo croccantezza e gusto. La sua presenza è stata accertata anche negli alimenti per la prima infanzia e nei cereali utilizzati nei prodotti per lattanti.
I primi risultati scientifici sono stati pubblicati da Efsa nel 2015, e sulla base di prove e studi effettuati su animali hanno confermato che tale sostanza e il suo metabolita glicidammide sono genotossiche e possono aumentare il rischio di sviluppare forme tumorali. Più prudenti sono invece le conclusioni derivate da prove e studi condotti sull’uomo.
Rimane comunque attuale l’allarme per la salute in relazione ai cibi (tanti) contenenti acrilammide, e lo scorso mese di dicembre è entrato in vigore il Regolamento UE n.2158/2017 della Commissione, che sarà applicabile dall’11 aprile 2018, e che “istituisce misure di attenuazione e livelli di riferimento per la riduzione della presenza di acrilammide negli alimenti”.
L’art. 1 elenca i prodotti alimentari rientranti nell’ambito di applicazione del Regolamento, che sono: a) patate fritte tagliate a bastoncino, altri prodotti tagliati fritti e patatine (chips), ottenuti a partire da patate fresche; b) patatine, snack, cracker e altri prodotti a base di patate ottenuti a partire da pasta di patate; c) pane; d) cerali per la prima colazione (con esclusione del porridge); e) prodotti da forno fini: biscotti, gallette, fette biscottate, barrette ai cereali, scones, coni, cialde, crumpets e pane con spezie (panpepato), nonché cracker (galletta secca, ovvero prodotto da forno a base di farina di cereali), pane croccanti e sostituti del pane; f) caffè: i) caffè torrefatto ii) caffè (solubile) istantaneo; g) succedanei del caffè; h) alimenti per la prima infanzia e alimenti a base di cereali destinati ai lattanti e ai bambini nella prima infanzia.
Le aziende alimentari, a seconda delle dimensioni e del tipo di attività concretamente svolta, devono attenersi alle misure di attenuazione rispettivamente contenute negli Allegati I e II e ai livelli di riferimento dell’Allegato IV al Regolamento, ed assolvere ai relativi obblighi anche in materia di metodi di campionamento e analisi di controllo.
L’art.2 individua infatti tre diverse categorie-tipologie di operatori del settore alimentare interessati dalla norma:
Gli operatori del settore alimentare che producono e immettono sul mercato i prodotti alimentari dell’art.1
Gli operatori del settore alimentare che producono tali alimenti, svolgono attività di vendita al dettaglio e/o riforniscono direttamente solo esercizi locali di vendita al dettaglio
Gli operatori di cui al punto precedente, che operano in impianti sotto controllo diretto e nel quadro di un marchio o di una licenza commerciale, come parte o franchising di un’azienda interconnessa di più ampie dimensioni e secondo le istruzioni dell’operatore del settore alimentare che fornisce a livello centrale tali prodotti
Tutti gli operatori del settore alimentare interessati dagli obblighi imposti dal Regolamento devono adottare nel manuale di autocontrollo HACCP il proprio piano di prevenzione, un apposito registro per le procedure di attenuazione dei livelli di acrilammide, modalità di campionamento per analisi di laboratorio per il monitoraggio.
Eventuali superamenti dei livelli di riferimento rendono necessaria l’applicazione immediata di manovre correttive.
Additivi autorizzati, preparazioni di carni, fosfati…
La normativa in materia di additivi è contenuta nel Reg. CE n.1333/2008[1] il quale prevede, nell’All.I, l’Elenco degli additivi alimentari autorizzati e le condizioni del loro impiego.
Nello scorso mese di maggio la Repubblica ceca ha ottenuto l’aggiornamento di tale Elenco, a seguito di specifica domanda rivolta alla Commissione con la quale chiedeva l’autorizzazione all’utilizzo di acido fosforico, fosfati, difosfati, trifosfati e polifosfati nelle preparazioni di carni tradizionali (sostanzialmente, delle “salsicce” tipiche della cucina ceca di diversa composizione e granatura) Bìlà klobàsa, Vinnà klobàsa, Svàtecnì klobàsa, Syrovà klobàsa.
Infatti, fino ad oggi l’utilizzo di tali additivi nelle preparazioni di carni era autorizzato solo per “breakfast sausages: in tali prodotti la carne è macinata in modo da mischiare completamente il tessuto muscolare e quello adiposo, così da ottenere un’emulsione di fibre e grasso che conferisce ai prodotti il loro particolare aspetto; prosciutto di Natale finlandese salato, burger meat con un contenuto minimo di ortaggi e/o cereali del 4 % mischiati all’interno della carne, Kasseler, Bräte, Surfleisch, toorvorst, šašlõkk eahjupraad” (All.II, parte E, categoria di alimenti 08.2).
Le “preparazioni di carni” in generale, secondo la definizione resa dal Reg. CE n.853/2004 richiamato dallo stesso All.II, parte E, sopra citato, sono “carni fresche, incluse le carni ridotte in frammenti, che hanno subito un’aggiunta di prodotti alimentari, condimenti o additivi o trattamenti non sufficienti a modificare la struttura muscolo-fibrosa interna della carne e ad eliminare quindi le caratteristiche delle carni fresche”.
L’aggiunta di fosfati faciliterebbe il legame tra i vari ingredienti e servirebbe a mantenere lo stato fisico-chimico per prodotti a lunga conservazione e imballati in atmosfera protettiva.
Poiché l’impiego di fosfati come additivi alimentari è già autorizzato per molti alimenti, e non incide sulla salute umana[2], la Commissione non ha ritenuto necessario un preventivo parere scientifico da parte dell’EFSA.
In breve tempo, quindi, la Commissione ha accolto la domanda proposta dalla Repubblica ceca e ha emanato il Reg. UE n.871/2017[3], ora in vigore, che modifica il Reg. CE n.1333/2008 prevedendo la sostituzione della voce relativa ai fosfati (E 338-452) dell’All.II, parte E, con la nuova versione estensiva, che comprende appunto anche le preparazioni di carni Bìlà klobàsa, Vinnà klobàsa, Svàtecnì klobàsa, Syrovà klobàsa.
[1] Trattasi del Regolamento CE n.1333/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16.12.2008 relativo agli additivi alimentari.
[2] Il Comitato scientifico dell’alimentazione umana aveva già condotto negli anni ‘90 delle valutazioni proprio sulla sicurezza dei fosfati negli alimenti, e aveva stabilito la dose massima giornaliera tollerabile pari a 70 mg/kg di peso corporeo, espressi in fosforo (Relazioni del Comitato scientifico dell’alimentazione umana, 25esima serie, pag.13, 1991).
[3] Regolamento UE n.871/2017 della Commissione del 22.05.2017 che modifica l’Allegato II del Regolamento CE n.1333/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda l’uso di acido fosforico – fosfati – di-tri- e polifosfati (E 338-452) in alcune preparazioni di carni.
ISO 22000 (Food Safety Management Systems – Requirements for any organization in the food chain) nasce nel 2005 e, basandosi essenzialmente sui principi del sistema HACCP, prevede l’elaborazione e l’applicazione di un sistema di gestione per la sicurezza alimentare di livello internazionale, per consentire agli operatori del settore e agli interessati di perseguire (certificandola) la sicurezza alimentare.
La ISO 22000 può essere applicata anche in concomitanza ad altre misure e sistemi di qualità, interagisce con le norme e i principi in materia di igiene e sicurezza alimentare, e serve ad esternare e documentare a tutti i soggetti coinvolti nella filiera (dal produttore al consumatore finale, oltre ai fornitori di imballaggi o di materiali, distributori di alimenti o materie prime, operatori del trasporto e della logistica …) l’assolvimento degli obblighi e dei requisiti stabiliti dalle diverse fonti come il “pacchetto igiene” e il Codex Alimentarius.
I principali punti caratterizzanti il sistema ISO 22000 sono:
Come già visto, consente di certificare la conformità dell’impresa alle norme vigenti
Gestire in maniera completa, aggiornata, controllata ed efficace un sistema finalizzato alla sicurezza alimentare
Soddisfare le richieste e le aspettative del cliente che richieda e pretenda il mantenimento di specifici standard di igiene e sicurezza
Comunicare e quindi esternare la propria rispondenza ai requisiti di igiene e sicurezza previsti dalla norma, orientati secondo i principi di igiene e sicurezza alimentare
Possibile interazione con altri sistemi e metodi, come la ISO 9001 e la gestione del rischio dell’HACCP
La norma ISO 22000, come tutti gli standard, è stata periodicamente monitorata al fine di verificare eventuali cambiamenti o nuove esigenze da parte dei consumatori o degli altri soggetti diversamente coinvolti nella filiera, tali da richiedere eventuali adeguamenti o modifiche. Nel 2014, dunque, è iniziato un percorso di revisione da parte di esperti con la presentazione di una proposta (proposal stage), passato nel 2015 alla fase preparatoria e di elaborazione, a quella successiva (Committee stage) nel 2016 fino alla fase DIS, conclusa alcuni giorni fa, che ha previsto lo svolgimento di una consultazione pubblica sulla bozza di revisione. La pubblicazione della versione revisionata definitiva è attesa per giugno 2018.
Cosa prevede la revisione?
Principalmente, chiarezza e semplificazione espositiva, specificazione delle definizioni dei termini più utilizzati, per consentire una maggiore comprensibilità e fruibilità da parte degli operatori, e modifiche alla propria struttura e formato.
Adeguamento alle nuove esigenze e caratteristiche del mercato alimentare, dal punto di vista della domanda e dell’offerta.
Vuole fornire un nuovo approccio alla gestione del rischio, in particolare distinguendo il rischio operativo che viene monitorato attraverso l’HACCP e il diverso rischio imprenditoriale, connesso alle strategie e agli obiettivi dell’impresa.
Nella nuova versione revisionata sarà seguita la nuova impostazione (High-Level Structure-HLS), ormai riferimento per tutti gli standard di gestione, che consente agli operatori di integrare con più facilità più sistemi di gestione contemporaneamente.
Contenuto minimo nelle bevande analcoliche a base di succo di frutta…arancia!
Senza categoria, Sicurezza alimentare
Cosa beviamo veramente quando al bar ordiniamo un bicchiere di succo di frutta? La frutta, in quel bicchiere, c’è davvero? E se davvero c’è, in quale percentuale?
L’impressione, molto spesso e anche senza leggere l’etichetta e senza chiedere informazioni sul prodotto, è che prevalgano acqua e zucchero e di frutta ve ne sia davvero poca.
Eppure, quello rimane “succo di frutta”.
…e se parliamo di succo di arancia?
Il 24 maggio 2017 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n.119 la “Comunicazione del perfezionamento, con esito positivo, della procedura di notifica alla Commissione europea dell’articolo 17 della legge 30 ottobre 2014, n. 161, recante disposizioni in materia di bevande a base di succo di frutta”, mediante comunicato emanato dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
In particolare, la Presidenza del Consiglio dei Ministri rende noto che si è perfezionata con esito positivo la procedura di notifica alla Commissione europea n.2014/0316/I, ai sensi della Direttiva 98/34/CE, relativa al progetto «Disegno di legge europea 2013, secondo semestre (AC 1864 A) – art. 14, concernente: disposizioni in materia di bevande a base di succhi di frutta. Caso EU pilot n. 4738/13/ENTR[1]».
La soluzione del caso, che riguardava appunto la composizione delle bibite analcoliche vendute con il nome di arancia a succo o recanti denominazioni che a tale agrume si richiamino, ha portato all’inserimento dell’art.17 (ex art.14) nella L. n.161/2014 recante Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2013-bis.
Tale art.14, poi diventato l’attuale art.17, prevede dunque che “Le bibite analcoliche di cui all’articolo 4 del Decreto del Presidente della Repubblica 19 maggio 1958, n. 719, e successive modificazioni, prodotte in Italia e vendute con il nome dell’arancia a succo, o recanti denominazioni che a tale agrume si richiamino, devono avere un contenuto di succo di arancia non inferiore a 20 g per 100 cc o dell’equivalente quantità di succo di arancia concentrato o disidratato in polvere, fatte salve quelle destinate alla commercializzazione verso altri Stati dell’Unione europea o verso gli altri Stati contraenti l’Accordo sullo Spazio economico europeo, nonché verso Paesi terzi”.
La stessa comunicazione del 24.05.2017 prevede che l’art. 17, comma 1, sarà applicabile dal 6 marzo 2018, ma le bevande prodotte fino a tale data posso essere commercializzate fino all’esaurimento delle scorte.
[1] In data 5 marzo 2013 la Commissione europea richiese talune informazioni alle Autorità italiane rilevando che le norme contenute nel D.Legge n.158/2012 erano state introdotte in violazione della procedura di notifica di cui alla Dir. 98/34/UE, considerato che la misura notificata era riferita esclusivamente alle bibite analcoliche con il nome di uno o più frutti e non quelle di fantasia a base di agrumi, introdotte durante l’esame parlamentare del decreto, e che, comunque, non è stata disposta la sospensione di tre mesi dell’efficacia delle norme. Inoltre, rilevava che le restrizioni alla libera circolazione delle merci, in assenza di regole armonizzate a livello europeo, può essere giustificata solo per motivi di interesse pubblico come la tutela della salute in tal caso occorre supportare le argomentazioni a favore dell’introduzione della misura con evidenze scientifiche che, nell’occasione, non sono state prodotte. La normativa fa riferimento al succo naturale, senza più far riferimento alle altre alternative di succo “concentrato”, “liofilizzato” o “sciroppato”, con un’indebita limitazione della materia prima utilizzabile, non riscontrabile nella normativa europea di riferimento (Dir. 2001/112/UE).
In vigore la Revisione n. 4 della POS 11 per i prodotti importati non animali
Il 31 maggio 2017 è entrata in vigore la Revisione n.4 della Procedura Operativa Standard unificata (POS11) “Rilascio N.O.S./DCE sull’importazione di alimenti di origine non animale”, come da comunicazione del Ministero della Salute che fornisce indicazioni operative sulle attività da effettuare per i controlli su tali prodotti, compresi gli alimenti dietetici, quelli destinati al consumo particolare e i materiali a contatto con gli alimenti (MOCA). Le tre precedenti revisioni risalgono al 2009, 2010 e 2011.
Il campo di applicazione si estende “ai MOCA e a tutti gli alimenti di origine non animale (come definite dal Reg. CE 178/2002) provenienti da Paesi Terzi e destinati al commercio e/o all’uso personale. Il controllo viene eseguito dagli USMAF-SASN competenti per territorio (Porto, Aeroporto, Punto di confine, Dogana interna)”.
Inoltre, sempre nel Documento si legge espressamente che “scopo della procedura è quello di sottoporre a controllo ufficiale, ai sensi dei Regolamenti (CE) 882/2004, (CE) 669/2009, (CE) 884/2014, e successive modifiche e integrazioni, in maniera uniforme e a tutela della salute pubblica, tutte le partite di alimenti di origine non animale, in arrivo presso i punti di confine del territorio italiano, dove operano gli Uffici di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera strutture periferiche del Ministero della Salute”.
Dopo lo scopo, il campo di applicazione, le definizioni, i riferimenti normativi, il cuore del documento è la vera e propria descrizione della procedura dove vengono riportati i requisiti, i soggetti, e i passaggi pratici per lo svolgimento concreto delle operazioni (sostanzialmente, l’inserimento e lo scambio di informazioni e dati attraverso una piattaforma dedicata a cui possono accedere solo i soggetti autorizzati).
È inoltre specificato che la procedura sarà integrata con specifiche “Istruzioni operative locali” per descrivere nel dettaglio specifiche attività svolte nell’ambito della Funzione interessata la cui compatibilità sarà valutata dalla DGISAN mediante audit interno.
Vengono individuati, e descritti, tre diversi livelli di verifica attraverso i quali svolgere i controlli oggetto della procedura:
1) documentale: l’esame dei documenti commerciali e di ogni altra documentazione, che accompagnano la partita e che ne attestino l’idoneità all’ingresso in territorio nazionale e quindi comunitario, che deve essere rilasciata dall’Autorità sanitaria pubblica competente o da una struttura da questa autorizzata del Paese terzo di provenienza. Nel caso di trasporto via mare, i controlli possono essere effettuati nelle 24 ore antecedenti l’arrivo della nave in porto (Preclearing – sdoganamento in mare).
2) di identità: una verifica mediante ispezione visuale sui documenti di accompagnamento e sui certificati, per assicurare che corrispondano alla partita in esame.
3) materiale: può essere esteso anche ai mezzi di trasporto, agli imballaggi, all’etichettatura e alla temperatura, e può comprendere anche il campionamento a fini di analisi e prove di laboratorio necessari per verificare la conformità alla normativa in materia.
L’esito dei controlli comporta il rilascio di un atto che, a seconda dei casi, ha diversa entità e significato: NOS (nulla osta sanitario) che attesta la verifica effettuata sulla merce e la possibilità del suo ingresso nel territorio nazionale e quindi comunitario, da utilizzare per i materiali a contatto con alimenti, nonché per gli alimenti di origine non animale solo in caso di vincolo sanitario o di campionamento a scopo di monitoraggio, DCE-NOS (documento comune di entrata a seguito di controllo non accresciuto, così indicato nel sistema informatico dell’Agenzia delle Dogane), DCE (documento comune di entrata a seguito di controllo accresciuto ai sensi di disposizioni comunitarie, provenienti da Paesi Terzi ed in importazione in Italia).
Il responsabile del procedimento è il Medico di Porto/Aeroporto (Ufficiale sanitario governativo per gli atti di vigilanza in tema di profilassi internazionale e sulle merci, Dirigente Medico di II fascia del Ministero della Salute ovvero Dirigente Medico delle Professionalità Sanitarie del Ministero della Salute); La responsabilità nella gestione della singola pratica, quindi accoglienza dell’utente, ricezione dell’istanza, archiviazione dei dati è del personale tecnico e amministrativo dell’ufficio, a seconda delle rispettive attribuzioni; La responsabilità delle direttive operative, comprensiva dei criteri e delle modalità della programmazione dei prelievi nel rispetto delle percentuali previste, è del Dirigente Medico cui è demandata la direzione dell’Ufficio.