Source: https://www.efficaciafiscale.com/il-socio-finanziatore-non-deve-mai-pagare-i-contributi-inps-questo-e-quello-che-ha-stabilito-la-cassazione-in-queste-due-sentenze/
Timestamp: 2020-04-10 04:46:18+00:00
Document Index: 135079942

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il socio finanziatore NON deve mai pagare i contributi Inps – questo è quello che ha stabilito la Cassazione in queste due sentenze | Efficacia Fiscale
Home » Bonus assunzioni collaboratori » Il socio finanziatore NON deve mai pagare i contributi Inps – questo è quello che ha stabilito la Cassazione in queste due sentenze
Quando devi iscrivermi all’Inps commercianti/artigiani e pagare i contributi?
Quanti contributi paga un imprenditore iscritto alla gestione Inps commercianti/artigiani?
Cosa succede in caso di contenzioso con l’Agenzia delle Entrate o con l’Inps?
Quale arma puoi utilizzare per difenderti dagli attacchi dell’Inps quando ti richiede i contributi Inps sugli utili delle S.r.l. in cui NON lavori?
Come utilizzare le sentenze viste in precedenza ed a cosa devi stare attento…
Questa settimana parleremo di un aspetto molto importante per te che sei un imprenditore e hai quote di S.r.l. dove sei solo finanziatore.
Tutti noi in Italia percepiamo che il carico fiscale è alto, e se fosse gestito male, arriverebbe anche al 72% dell’utile.
Quello che pochi sanno è che il carico fiscale si compone di due parti: la parte impositiva e la parte contributiva.
Questo perché ogni imprenditore lavoratore deve essere iscritto ad una posizione contributiva Inps, commerciante o artigiano che sia.
Questo comporta un carico contributivo a suo carico portando ad un aumento del carico fiscale complessivo percepito.
I contributi vanno pagati.
Ma, come è giusto pagare i contributi Inps, è giusto che l’Inps non chieda più di quello che deve chiedere.
Ti dico questo perchè potrebbe capitare che sia l’ente ad avere torto, richiedendo più contributi del dovuto, e quindi c’è bisogno che intervenga il giudice nel condannare l’Inps a non pretendere i soldi eccesso, ed eventualmente, a pagare le spese degli avvocati e del giudizio.
Lo so che può sembrare strano, ma è così, può capitare che gli Enti, in determinate situazioni, chiedano soldi, anche secondo loro direttive trascritte nelle loro istruzioni, ma che poi queste siano annullate in quanto ritenute ingiustificate dai giudici.
Perché è importante conoscere questi aspetti?
La risposta è semplice: perché ti permette di risparmiare imposte o contributi che l’Ente ti potrebbe chiedere, ma che secondo i giudici non sono dovuti evitando così di pagarli.
Quando ti approcci al risparmio fiscale, non devi solo pensare ad utilizzare il maggior numero di strumenti di risparmio fiscale nella tua S.r.l., ma devi anche avere un’idea dei casi in cui il giudice ti dia ragione condannando l’Ente a non richiederti i soldi, in modo che tu possa evitare di pagare le imposte in eccesso.
Come avrai già capito da solo, questo è quello che ti mostrerò in questa circolare.
Nello specifico, illustrerò 2 importanti sentenze della Cassazione del 2019 che danno ragione al contribuente in merito ai contributi eccessivi richiesti dall’Inps.
Tutto ciò ha permesso agli imprenditori di evitare inutili aggravi contributivi, nonostante nelle istruzioni dell’Inps si affermasse il contrario.
In sintesi: l’Inps nelle istruzioni ministeriali ha affermato che vuole i soldi su determinati utili dell’imprenditore, ma la Cassazione ha stabilito che è sbagliato.
Quindi l’imprenditore non li deve pagare.
Attenzione, non dico che sia una cosa automatica o semplice da realizzare, ma sto dicendo che in questo caso specifico i giudici hanno dato ragione al contribuente e quindi, arrivando ad estremi rimedi, dovrebbero nuovamente dare ragione anche a te anche nei prossimi contenziosi.
Ma grazie a questa circolare, saprai quali sono le 2 sentenze della Cassazione che ti consentiranno di difenderti davanti ai giudici nel caso l’Inps ti chieda i soldi nella medesima stessa situazione.
Sono tutte cose che puoi applicare e valutare insieme al tuo commercialista, non sono trucchi segreti, e questa è dimostrazione che il risparmio fiscale, compresa la difesa contro gli Enti, passa attraverso l’utilizzo degli strumenti di risparmio fiscale previsti dalla legge e, in alcuni casi, anche attraverso un contenzioso con gli Enti quando chiedono il pagamento ingiustificatamente.
Questo a dimostrazione del fatto che risparmiare le imposte e contributi è possibile applicando gli strumenti di risparmio fiscale stabiliti dalla legge (oppure quello che hanno stabilito i giudici).
Tuttavia, se voglio essere sincero, il risparmio fiscale non dipende solo dal tuo commercialista e dai suoi consigli su come utilizzare gli strumenti di risparmio fiscale per le S.r.l., ma è anche una tua responsabilità.
Infatti puoi risparmiare il carico fiscale solo nel momento in cui aiuti il tuo consulente nell’applicare questi strumenti nella tua specifica posizione fiscale ed in funzione dei tuoi obiettivi.
Di sicuro, se abbandoni il risparmio fiscale della tua azienda lasciandola a sé stessa, non puoi pretendere che il tuo commercialista sia sempre pronto e disponibile ad applicare gli strumenti di risparmio fiscale senza aver nessun dialogo con te, e magari pretendendo di risparmiare le imposte ed i contributi senza fare nessuno sforzo.
Il tuo consulente può applicare gli strumenti di pianificazione fiscale nella tua S.r.l., ma lo può fare solo grazie ad una tua partecipazione attiva al risparmio fiscale.
Ridurre il carico fiscale è per te importante perché ti permette di ottenere più soldi facendo le stesse cose che facevi prima.
Provo a riscriverlo in modo più semplice: se hai un po’ di accortezza nell’utilizzare gli strumenti di risparmio fiscale, come questo che leggerai qui di seguito in questa circolare, puoi continuare a svolgere il tuo business come sempre, ma avendo più soldi perché diminuisci il carico impositivo o il carico contributivo.
In un certo senso, diminuire il carico fiscale ti consente di aumentare il rendimento dei tuoi investimenti, ossia il ritorno dell’investimento fatto con la tua azienda.
Risparmiare le imposte comporta tante altre conseguenze positive che devi prendere assolutamente in considerazione.
In un certo senso, aumentando il risparmio fiscale, riesci a migliorare tutte le altre aree della tua vita professionale e personale, svolgendo il business proprio come facevi prima, ma semplicemente avendo un po’ di accortezza in più.
Qui di seguito ti faccio degli esempi di come può migliorare la tua vita tutte le volte che diminuisci il carico fiscale e contributivo.
I soldi risparmiati possono essere utilizzati per finanziare la tua azienda, per acquistare nuovi macchinari che rendono la tua azienda più competitiva, guadagnare tempo per cacciare i clienti peggiori che vogliono pagare poco e male, riuscire a pagare meglio i fornitori migliori oppure semplicemente avere tempo per eliminare i fornitori che non si possono adeguare alle tue esigenze, allontanare i collaboratori peggiori che stanno distruggendo la tua azienda, ecc..
Il tutto ti consentirà di incrementare i margini sui prodotti che vendi, migliorare la liquidità percepita dei tuoi prodotti/servizi, al fine di rendere più competitiva l’azienda, cosa che ti consentirà di sconfiggere la concorrenza, e come avrai compreso, generare un circolo virtuoso in cui più risparmi le imposte, più investi, e più migliori la tua azienda generando ulteriore denaro che potrai reinvestire.
Ma non c’è solo un miglioramento della tua azienda.
Infatti avere più soldi ti permette di garantire uno stile di vita migliore alla tua compagna, evitando che questa ti lasci appena scopre che non sei più in grado di garantirgli lo stesso stile di vita di prima, evitando che questa vada dal primo che capita che gli fa credere di garantirgli una vita migliore.
Senza considerare che eviteresti che questa vada via portandoti via i figli, che ti chieda un cospicuo mantenimento e utilizzi i figli per ricattarti e prendere ulteriori soldi.
In ugual misura, avere più soldi, ti permette di garantire un futuro migliore ai tuoi figli.
Infatti avendo più soldi, potrai garantirgli un’istruzione migliore e cure mediche adeguate, in modo da evitare che questi ti contestino di aver avuto minori opportunità rispetto ai coetanei e che questi ti colpevolizzino a vita di essere la colpa dei loro fallimenti.
In sintesi, applicando maggiori strumenti di risparmio fiscale, puoi ottenere più soldi facendo lo stesso business e quindi migliorare tutte le altre aree della tua azienda e della tua vita.
Ma adesso bando alle ciance e iniziamo ad entrare nel merito di come eliminare l’Inps tutte le volte che sei solo un finanziatore.
Iniziamo a comprendere come e quando paghi l’Inps per poi analizzare come utilizzare queste due sentenze per difenderti da possibili attacchi dell’Inps.
Nel caso in cui tu sia un socio di una S.r.l., e lavori all’interno della società svolgendo un lavoro operativo, allora sei obbligato ad iscriverti all’Inps commercianti/artigiani iniziando a pagare ogni 3 mesi una rata dei contributi fissi Inps.
Un socio che lavora in una S.r.l. è obbligato ad iscriversi all’Inps commercianti/artigiani e quindi a pagare due tipologie di contributi.
In altre parole, quando ti iscrivi ad una posizione Inps dovrai pagare un totale di contributi fissi Inps per euro € 3.832,45 (anno 2019) in rate trimestrali.
Dovrai pagare questo sia che la tua S.r.l. sia in perdita, sia che abbia un utile non superiore a euro € 15.878,00 (anno 2019).
In quel caso tu dovrai pagare sempre questi contributi che si chiamano, appunto, contributi fissi Inps perché li paghi sicuramente come minimo ogni anno, salvo un conguaglio per gli utili più alti rispetto ad € 15.878,00 da individuare in sede di dichiarazione dei redditi.
Esempio di socio lavoratore con S.r.l. utile basso: socio lavoratore di S.r.l. con utile a lui attribuibile di euro € 15.878,00, allora paga € 3.832,45 di contributi fissi Inps in 4 rate di identico importo in queste date, 16 maggio, 16 agosto, 16 novembre e 16 febbraio dell’anno successivo.
Come se non bastasse, per la quota di utile superiore ad € 47.143,00, fino ad € 102.543,00 (importo massimo entro il quale si pagano i contributi Inps), l’aliquota contributiva su cui calcolare i contributi è il 25,09%.
Esempio di socio lavoratore con S.r.l. con utile alto: il socio lavoratore di S.r.l. con utile di euro 25.878,00 paga due tipologie di contributi. Paga i contributi fissi di euro € 3.832,45 in 4 rate durante l’anno per coprire la quota di utile di euro 15.878,00. Siccome la società ha un utile di euro 25.878,00 significa che ci sono ancora euro 10.000 che eccedono rispetto al minimale e sui quali si devono pagare i contributi variabili del 24,09%. In questo caso sui contributi eccedenti il minimale pari ad euro 10.000 bisogna pagare contributi per euro 2.409,00 a saldo a giugno dell’anno successivo in sede di dichiarazione dei redditi, insieme al pagamento delle imposte.
Ogni anno l’Inps emana una circolare in cui delinea gli importi aggiornati da pagare e fa presente che la base imponibile Inps per il calcolo dei contributi variabili eccedenti il minimale comprende anche la quota di utili delle altre S.r.l. in cui tu non lavori (ossia in cui sei un socio lavoratore), questo tutte le volte in cui tu hai una posizione Inps aperta.
In sintesi: se sei già un socio lavoratore in una S.r.l., o socio di una società di persone, oppure titolare di una ditta individuale, allora ti devi iscrivere ad una posizione Inps commercianti/artigiani pagando i contributi sugli utili che sono a te attribuibili.
Oltre a questo, nella base imponibile Inps, le istruzioni ministeriali dell’Inps affermano che bisogna considerare anche gli utili delle società di capitali dove te sei solo socio finanziatore, ossia dovresti considerare anche gli utili delle altre società di capitale dove NON lavori.
Esempio socio lavoratore in una S.r.l. e anche socio finanziatore in una seconda S.r.l.: riprendendo l’esempio precedente, quello in cui il socio lavoratore ha una S.r.l. in cui l’utile complessivo della società in cui lavora è di euro 25.878,00, aggiungiamo che lui è contemporaneamente socio finanziatore al 50% di un’altra S.r.l. dove non sta lavorando, che ha prodotto un utile totale di euro 20.000.
Siccome la quota del socio è del 50%, il socio finanziatore deve calcolare la base imponibile Inps su ulteriori 10.000 euro.
In questo caso il socio lavoratore dovrà calcolare l’Inps su una base imponibile di euro 25.878,00 per la quota di utile che gli genera la sua S.r.l. dove lavora, più euro 10.000 per la quota di utili del 50% della S.r.l. dove è solo socio finanziatore in cui non lavora.
Questo, in sintesi, significa che il nostro socio lavoratore dovrà pagare ulteriori euro 2.409 di contributi per gli utili della S.r.l. dove non lavora.
Esempio socio finanziatore senza lavorare in nessuna S.r.l.: se un dipendente part-time avesse due quote in due diverse S.r.l. e non lavorasse in nessuna delle due società, magari perché ha quelle 2 quote solo come socio finanziatore, allora non pagherebbe né i contributi fissi Inps, in quanto non è un socio lavoratore in nessuna delle due società né i contributi eccedenti il minimale, appunto perché non è iscritto alla gestione commercianti.
So che può sembrare strato, ma le istruzioni dell’Inps sono categoriche, si pagano i contributi Inps anche sulle quote di utili delle S.r.l. nelle società in cui non lavori tutte le volte che hai una posizione Inps commercianti/artigiana aperta.
Ma, c’è un altro aspetto molto interessante per te.
Nel 2019 sono intervenute due sentenze della Corte di Cassazione favorevoli al contribuente in cui hanno dichiarato che gli imprenditori devono pagare i contributi solo sul reddito che generano dalla propria attività imprenditoriale e che tutti gli utili che derivano dal fatto che sono soci finanziatori NON scontano il prelievo dei contributi Inps.
Queste sentenze ti danno un’arma che puoi utilizzare per avere ragione in caso di possibili contestazioni.
Ma prima di vedere come utilizzare al meglio queste sentenze, è fondamentale che tu possa comprendere come funziona il meccanismo delle contestazioni con l’Inps.
Prima di concludere la parte fiscale della circolare illustrando le due sentenze della Corte di Cassazione che danno ragione al contribuente, non posso che farti presente un argomento molto importante, tanto quanto è per nulla discusso su internet.
O, per la precisione, qualche strumento fiscale è poco difendibile, qualcuno sarà molto difendibile, mentre altri strumenti saranno con esito incerto in quanto sia il xcontribuente sia l’Agenzia delle Entrate potrebbero avere ragione.
Ove tu fossi in questa situazione, il funzionario, in caso di controllo, potrebbe contestare lo strumento che hai utilizzato e quindi farti pagare sanzioni e interessi.
Oltre a questo, c’è anche da dire che è impossibile ipotizzare di vivere per 40 anni come imprenditori e pensare di non essere mai controllati e sperare che sia sempre tutto perfetto.
Anche in caso di controlli è normale che nell’esercizio dell’attività ci siano errori piccoli o grandi, e quindi di dover pagare qualcosa in termini di maggiore imposta.
Che se hai ragione o pensi che il funzionario dell’Agenzia delle Entrate ti ha contestato più imposte del dovuto, allora devi ricorrere ai 3 gradi di giudizio, ossia al parere della Commissione Tributaria Provinciale, alla Commissione Tributaria Regionale e alla Corte di Cassazione.
Dopo la sentenza del primo giudice, la parte che perde, può fare un nuovo ricorso in appenllo davanti al giudice tributario regionale.
Dopo la sentenza del secondo giudice, la parte che perde, può far ricorso ad un’apposita sezione della Corte di Cassazione.
Quindi per poter aver possibilità di difenderti, devi prepararti in anticipo, cercando di trovare più elementi di prova a tuo favore, sapendo che per determinati strumenti puoi sempre essere potenzialmente contestato.
In tutti i casi ricordati che te o l’Agenzia delle Entrate (e l’Inps) potete arrivare fino al terzo grado di giudizio che corrisponde ad una sentenza della cassazione.
Ovviamente se devi difenderti devi difenderti, ma questo significa che più l’importo che ti contestano è elevato e più hai vantaggio a fare ricorso fino all’ultimo grado di giudizio, dinanzi alla Corte di Cassazione.
In tutti i casi ricordati che l’Agenzia delle Entrate (o l’Inps) potenzialmente andrà fino agli ultimi gradi di giudizio.
Quindi sappi che in caso di contestazione è bene prepararsi, il fisco (gli Enti in generale) procederà fino agli ultimi gradi di giudizio consentiti dalla legge e potrebbe anche contestarti cose su cui non ha piena certezza di aver ragione.
Quindi sapendo che solo le sentenze della Cassazione sono definitive, sapendo che non è detto che ci siano sentenze precedenti identiche al tuo caso, e sapendo che può capitare che i giudici si esprimano in modo diverso su casi simili, questo non fa altro che aumentare l’incertezza, cosa con cui dobbiamo convivere.
Alcuni strumenti fiscali sono più difendibili, altri meno difendibili.
Sono cose che il contribuente deve valutare insieme al suo commercialista considerando la propria posizione fiscale personale, i propri obiettivi, quelli della S.r.l. e l’ammontare potenzialmente contestabile.
Ogniqualvolta tu leggi una sentenza, devi essere sempre consapevole che ogni contenzioso in tribunale può fare storia a sé, ma che le varie sentenze possono influenzare gli esiti delle sentenza successive.
Soprattutto se queste sono state emesse dalla Corte di Cassazione, ultimo grado di giudizio.
Così, di seguito, ti riporto un estratto delle 2 sentenze della Corte di Cassazione del 2019 in cui è stata data ragione al contribuente e quindi ha ufficializzato che l’Inps NON deve chiedere i soldi per i contributi sugli utili delle quote di S.r.l. dove il socio NON è lavoratore.
Se vogliamo essere più precisi, la Corte di Cassazione ha confermato quanto espresso dai precedenti giudici, ossia la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale e quella della Commissione Tributaria Regionale, che respingevano, annullandolo, l’avviso di accertamento dell’Inps nel quale chiedeva al contribuente i contributi sulla quota di utili eccedenti il minimale calcolato sugli utili delle S.r.l. dove il socio NON lavorava.
Qui di seguito ti riporto degli estratti delle due sentenze della Corte di Cassazione, commentandoti i punti più importanti.
In sostanza, per tutti e 2 i casi, i contribuenti sono imprenditori con una propria iscrizione alla gestione commercianti/artigiani, avevano pagato i contributi fissi Inps, ma non avevano dichiarato nella base imponibile Inps gli utili a loro attribuiti dalle quote delle S.r.l. che avevano in proprietà.
L’Inps gli ha fatto un avviso di accertamento ed i contribuenti lo hanno impugnato facendo ricorso alle Commissioni Tributarie Provinciali.
Le Commissioni Tributarie Provinciali hanno dato ragione al contribuente, annullando l’atto di accertamento dell’Inps, così l’Inps ha fatto opposizione facendo appello alle Commissioni Tributarie Regionali.
La Commissione Tributaria Regionale ha respinto l’appello dell’Inps, confermando l’annullamento dell’atto di accertamento dell’Inps, così essa ha fatto ricorso all’ultimo grado di giudizio andando in Cassazione.
Quindi anche la Cassazione, in tutte e 2 le controversie, ha confermato quanto stabilito dalla Commissione Tributaria Provinciale e Regionale, ossia l’annullamento dell’atto di accertamento dell’Inps.
Questo in quanto i contributi Inps si devono pagare SOLO sulla parte di reddito imprenditoriale e che gli utili generati dalla sola partecipazione al capitale sociale di una società di capitali, appunto la S.r.l., sono utili di capitale e che NON rientrano nella base imponibile soggetta alla contribuzione Inps.
In sintesi: sulle quote delle S.r.l. nelle quali tu NON lavori, eviti di pagare i contributi Inps pari al 24% sulla quota eccedente euro 15.878.
Questo anche se le istruzioni ministeriali dell’Inps affermano che tu devi pagare i contributi su quella quota di utili, e nonostante ti ricevessi un eventuale accertamento per chiederti quei contributi.
Qui di seguito ti riporto gli estratti delle 2 sentenze.
Sentenza Cassazione n. 23790/2019 del 24/09/2019
“Secondo la Corte territoriale l’espressione “territorialità dei redditi di impresa denunciati ai fini Irpef”, di cui all’art. 3 bis del D.L. n.384/91, deve essere intesa, contrariamente alla tesi dell’Inps, come riferita al solo reddito di impresa denunciato ai fini IRPEF per l’anno solare al quale i contributi si riferiscono, purchè derivante dall’attività di impresa che dà titolo all’iscrizione alla Gestione Commercianti. Ne consegue, secondo la Corte d’appello, che gli utili derivanti dal solo fatto di essere socio di società di capitali non rientrano nella nozione di reddito d’impresa ai fini contributivi, per cui la pretesa del loro cumulo, avanzata dall’Inps, era infondata.”
In questa parte, la sentenza fa presente che anche la Corte d’Appello ha affermato che i contributi Inps si devono pagare solo sugli utili Irpef che derivano dall’attività imprenditoriale, e che il fatto di essere socio di capitali non rientra nella nozione di reddito d’impresa.
“Dal quadro giuridico di riferimento appare, quindi, con chiarezza che per i soci di società commerciali la condizione essenziale per far scattare l’obbligo contributivo nella gestione Artigiani/Commercianti, è quella della “partecipazione personale al lavoro aziendale”.
Tuttavia, la sola percezione degli utili derivanti da una mera partecipazione (senza lavoro) in società di capitali, non può far scattare il rapporto giuridico previdenziale, atteso che il reddito di capitale non rientra tra quelli costituzionalmente protetti, per il quale la collettività deve farsi carico della libertà dai bisogni (tra i quali rientra il diritto alla pensione al termine dell’attività lavorativa).”
Qui la sentenza afferma che la sola partecipazione al capitale della S.r.l., senza che il socio lavori nell’azienda, non fa scattare il rapporto previdenziale, dunque il pagamento dei contributi.
“In sostanza, l’obbligo assicurativo sorge nei confronti dei soci di società a responsabilità limitata esclusivamente qualora gli stessi partecipino al lavoro dell’azienda con carattere di abitualità e prevalenza. Diversamente, la sola partecipazione a società di capitali, non accompagnata dalla relativa iscrizione contributiva da parte del socio e senza che emerga lo svolgimento di attività prevalente ed abituale all’interno dell’azienda, non può giustificare il meccanismo di imposizione contributiva prefigurato dall’INPS.”
Ho voluto riportare questo pezzo, in quanto la Cassazione ha fatto presente che se non emerge lo svolgimento dell’attività prevalente ed abituale all’interno dell’azienda, il socio non deve pagare i contributi Inps si questi utili (cosa che, per giunta, la Cassazione ribadisce da anni).
Quindi se l’Inps vuole i soldi, deve dimostrare che il socio lavori all’interno della S.r.l..
“Da quanto fin qui esposto consegue che è corretta la decisione della Corte di merito che si è uniformata ai suddetti principi allorquando ha affermato che gli utili derivanti dall’essere socio di capitale di società di capitale, come quelle in cui l’appellato aveva la proprie quote, non rientrano nella nozione di reddito di impresa di cui all’art. 3 bis del d.l. n. 384/92 (convertito nella legge n. 438/1992), atteso che gli stessi, per le ragioni sopra esposte, non afferiscono al reddito derivante da attività di impresa che dia titolo alla iscrizione alla Gestione commercianti.
Ricorrono i presupposti per la condanna del ricorrente al pagamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’art. 13 del d.p.r. n.115/2002.”
“La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese nella misura di Euro XXXXX, di cui Euro XXXX per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.
Anche questa ultima parte della sentenza è molto importante, in quanto la Corte di Cassazione ha stabilito che l’Inps debba pagare le spese professionali.
In genere i giudici stabiliscono che le spese debbano essere suddivise tra le parti, ma può capitare che i giudici condannino al pagamento solo una parte, nel momento in cui percepisce un eccessivo accanimento e quanto è già più chiaro l’orientamento delle sentenze.
Il fatto che la Corte di Cassazione abbia condannato l’Inps al pagamento delle spese, fa intendere che vuole disincentivare l’Inps nel continuare a fare cause su queste medesime tematiche.
Sentenza Cassazione n. 21540/2019 del 20/09/2019
“poiché la normativa previdenziale individua, come base imponibile sulla quale calcolare i contributi, la totalità dei redditi d’impresa così come definita dalla disciplina fiscale e considerato che secondo il testo unico delle imposte sui redditi gli utili derivanti dalla mera partecipazione a società di capitali, senza prestazione di attività lavorativa, sono inclusi tra i redditi di capitale, ne consegue che questi ultimi non concorrono a costituire la base imponibile ai fini contributivi INPS.”
Anche in questa seconda sentenza della Cassazione si fa presente che gli utili della società di capitali, dove il socio NON lavora, sono esclusi dal calcolo dell’Inps.
“Segue coerente il rigetto del ricorso.
Le spese seguono la soccombenza nella misura indicata in disposto.
P.Q.M. (per questo motivo)
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in euro XXXXX….”
Come nella sentenza precedente, anche in questa l’Inps è condannata a pagare le spese di giudizio, come se volesse penalizzare l’Inps per fare in modo che eviti il comportamento in futuro.
In genere, c’è sempre molta incertezza nell’esito finale, quindi la cassazione, in genere, fa pagare le spese dell’avvocatura ad ognuna la propria parte, quindi è raro che la cassazione stabilisca che le spese siano a carico di una parte.
Se la cassazione ha stabilito che una parte debba pagare le spese del giudizio, potrebbe significare che la Cassazione abbia voluto penalizzare un comportamento eccessivamente temerario da parte dell’Inps nonostante la giurisprudenza sia stata consolidata in precedenza.
Adesso è importante comprendere come utilizzare queste sentenze.
Non puoi credere che questa decisione sia applicata in automatico in tutte le province.
Non credere che questo episodio sia definitivo, in quanto l’Inps, da come ha mostrato in passato, ricorre fino all’ultimo grado di giudizio, nonostante nei 2 precedenti abbia avuto torto e nonostante ci sia stato in precedenza un orientamento della Cassazione a favore del contribuente.
Ma ciò non toglie che queste sono 2 ottime sentenze a tuo favore che puoi utilizzare in sede di contenzioso con l’Inps in tribunale (cosa che prima non avevi).
Per poter comprendere come utilizzare correttamente le sentenze della Corte di Cassazione che hai visto in precedenza, ci sono ancora dei meccanismi che devi conoscere.
L’unica cosa che possono fare le sentenze precedenti è di influenzare il parere delle sentenze successive, oppure che ci siano già più sentenze della Cassazione che ripetono lo stesso esito per più volte in casi simili, diventando “giurisprudenza consolidata”.
I calcoli precisi di quante imposte e contributi puoi risparmiare tutte le volte che hai delle quote di S.r.l. in cui NON svolgi lavoro operativo li puoi fare solo analizzando nel dettaglio la tua personale situazione, con la collaborazione del tuo commercialista ed in funzione dei tuoi obiettivi o possibilità.
Ma in tutti i casi, per comprendere già adesso come utilizzare al meglio le sentenze della Cassazione per limitare l’effetto dell’Inps, condivido questa semplice check list, così da consentirti di poter andare dal tuo consulente per calcolare quanto puoi risparmiare già adesso.
Tutte le volte che sei un socio lavoratore oppure titolare della ditta individuale devi iscriverti all’Inps commercianti o artigiani;
Questo significa che devi pagare i contributi fissi Inps e quelli eccedenti il minimale;
Le istruzioni dell’Inps affermano che devi considerare nella base imponibile anche gli utili attribuibili dalle quote delle altre S.r.l., anche se il socio non lavora all’interno dell’azienda;
Se tu pagassi e rispettassi le istruzioni dell’Inps, ovviamente non avresti potenziali accertamenti.
Se tu non pagassi i contributi Inps, potrebbe capitare che l’Inps ti notifica un accertamento in cui ti chiede i contributi Inps anche su quella parte di utili;
In questo caso puoi ricorrere all’autotutela da fare all’Inps, in modo da cercare di annullare l’atto senza andare in tribunale;
Se non ottieni risposta, oppure in caso di rifiuto, devi fare ricorso presso il giudice tributario provinciale;
Eventualmente fare ricorso in appello presso il giudice regionale
Per ultimo, puoi chiedere la decisione definitiva alla Corte di Cassazione;
Grazie a questa circolare ora conosci due importanti sentenze della Cassazione, che puoi utilizzare come arma di difesa tutte le volte che devi ricorrere a dei giudici tributari per eliminare il pagamento dei contributi Inps per la quota relativa agli utili delle S.r.l., dove NON sei un socio operativo.
Questo ti consentirà di comprendere se e quando puoi limitare il carico contributivo, nel rispetto della legge, nonostante l’Inps ti chieda soldi, ma contrariamente a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione.
4 thoughts on “Il socio finanziatore NON deve mai pagare i contributi Inps – questo è quello che ha stabilito la Cassazione in queste due sentenze”
29 Dicembre 2019 alle 9:19 am
Buongiorno…non ho capito la differenza tra il linck gratuito da scaricate e il libro.
30 Gennaio 2020 alle 10:16 pm
Ciao Angelo, nel libro c’è una procedura con tutta una serie di strumenti di risparmio fiscale da applicare in fase di start up della tua S.r.l., da applicare entro un anno e quelli da applicare entro 2 anni.
14 Gennaio 2020 alle 4:37 pm
sono appena atterrata sul tuo sito, non ho ancora avuto modo di leggere tutto ma ho una domanda da farti data la focalizzazione che hai scelto.
Come mai quando si parla di contributi Inps e di società S.r.l. (pluripersonali), sia tu in questo caso ma anche il 99% dei tuoi colleghi, non menzionate mai il fatto che in alcuni casi la contribuzione può essere facoltativa?
In particolare mi riferisco a tutte quelle società che troppo spesso di default i tuoi colleghi iscrivono all’albo delle imprese Artigiane (e che quindi fa scattare l’obbligo contributivo) senza chiedere prima ai propri clienti se vogliono essere iscritti, oppure far inquadrare la loro S.r.l. come società industriale per cui non sussisterebbe l’obbligo di versamento.
L’impressione generale che mi sono fatta è che questo succede semplicemente perché la verità è che la maggior parte dei tuoi colleghi non sa questa cosa, la ignora.
L’equazione nella loro testa è: produco un redditto (non importa come) = devo versare i contributi.
Ti riporto un estratto qui sotto dal sito dell’Inps e il link della pagina della quale mi piacerebbe conoscere una tua opinione professionale in merito, grazie.
https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=43256
4. società a responsabilità limitata con pluralità di soci (s.r.l. plurinominali)
30 Gennaio 2020 alle 10:32 pm
Ciao Debora, si, hai ragione.
Io non posso parlare degli altri, ma posso parlare di come faccio lavorare il mio studio commerciale.
Prima di iscrivere qualsiasi cosa, albo artigiano o meno, contribuzione Inps o meno, io chiedo prima il parere dell’imprenditore. Ovviamente rimanendo dentro gli obblighi della legge, ci mancherebbe.