Source: http://www.dirittofamiglia.it/nullita-del-termine-e-regime-della-decadenza.htm
Timestamp: 2018-05-28 04:55:48+00:00
Document Index: 161280767

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 32', 'art. 1']

nullità del termine e regime della decadenza
I termini di decadenza per impugnare i contratti a termine regime transitorio, regime a seguito del milleproroghe e regime post Fornero
L'impugnazione del contratto a termine dopo la legge n 92/2012
il contratto a tempo determinato e la nullità dell'apposizione dei termini
clausole di contingentamento dei contratti a termine
L’art. 6, 2° comma, l. n. 604/1966, come modificato dall’art. 32, comma 1, l. n. 183/2010, richiamato dal successivo comma 4, lett. b), della medesima legge n. 183/2010 prevede che “Le disposizioni di cui all’articolo 6 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, si applicano anche: a) […] b) ai contratti di lavoro a termine, stipulati anche in applicazione di disposizioni di legge previgenti al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e già conclusi alla data di entrata in vigore della presente legge, con decorrenza dalla medesima data di entrata in vigore della presente legge”.
L’art. 6 della legge n. 604/1966, come modificato dall’art. 32, comma 1, della legge n. 183/2010, nella sua formulazione quindi antecedente alle modifiche apportate dall’art. 1, comma 11, lett. a), della legge n. 92/2012, dispone: «Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso. L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso. […]».
L’estensione di tale disposizione anche alle azioni volte a far accertare l’invalidità del termine apposto al contratto di lavoro comporta l’onere, a regime, di impugnare la clausola entro sessanta giorni dalla scadenza del termine (art. 32, comma 3, lett. d). In via transitoria, invece, il termine è iniziato a decorrere dalla data di entrata in vigore della nuova legge, cioè il 24 novembre 2010, e si è consumato il 23 gennaio 2011 (prorogato al 24 gennaio 2011, cadendo il 23 di domenica).
Trattandosi di termine posto a pena di decadenza, una volta decorso, la persona onerata dell’impugnazione perde definitivamente la possibilità di provvedervi in seguito.
A prescindere dalla questione relativa alla interpretazione del citato art. 6, 2° comma, l. n. 604/1966 nella parte in cui indica il momento di decorrenza del termine di 270 giorni soltanto con l’aggettivo “successivo”, sicché si è dubitato se tale termine decorra dalla scadenza del primo termine di sessanta giorni ovvero dalla data di impugnazione del licenziamento o, addirittura, direttamente dalla data di comunicazione del licenziamento, deve rilevarsi che sia operante il differimento di efficacia della norma previsto dall’art. 32, comma 1-bis, della stessa legge n 183/2010, introdotto dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10 di conversione del d.l. 29.12.2010, n. 225, in virtù del quale «In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui all’articolo 6, primo comma, della legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011».
E’ vero che la citata disposizione stabilisce il differimento di efficacia con riferimento espresso al solo 1° comma dell’art. 6 l. n. 604/1966 e non già anche al 2° comma, ma un’interpretazione strettamente letterale priverebbe di significato la norma, giacché, essendo previsto il termine di sessanta giorni per impugnare il licenziamento fin dal 1966, non avrebbe avuto senso alcuno differire l’efficacia della disposizione del 1° comma dell’art. 6 che ribadisce l’onere di impugnare il recesso nel termine di sessanta giorni già stabilito dal medesimo art. 6 nella sua versione originaria.
Tale differimento dell’efficacia del termine decadenziale per l’impugnativa dei licenziamenti deve cioè ritenersi applicabile a tutte le ipotesi contrattuali indicate nell’art. 32 della L. 183/2010, in considerazione sia degli espressi richiami contenuti nei successivi commi 3 e 4 della medesima disposizione, sia della chiara ratio della norma stessa, introdotta al solo fine di evitare che un gran numero di soggetti intenzionati a contestare la legittimità della cessazione dei rapporti contrattuali o delle altre tipologie di atti datoriali ivi menzionati incorressero in una decadenza inconsapevole, e non certo per introdurre, nel solo anno 2011, una inspiegabile sospensione del termine per l’impugnazione dei licenziamenti esistente fin dal lontano 1966 (e dunque da tutti ampiamente conosciuto e conoscibile).
Il differimento, invero, sebbene letteralmente riferito al solo termine di sessanta giorni, essendo collegato alla intervenuta modifica per effetto della legge n. 183/2010, acquista significato se appunto si tiene conto che volontà del legislatore del 2010 è stata quella non solo di ribadire l’onere della preventiva impugnazione anche stragiudiziale, ma di sollecitare il lavoratore ad agire in giudizio entro un ulteriore termine, esso pure a pena di decadenza, al fine di impedire che, non agendo in prevenzione il datore di lavoro, la proposizione del giudizio potesse essere “ad arte” procrastinata così da rendere via via più gravoso l’onere di risarcimento a carico del datore di lavoro in caso di soccombenza in giudizio (situazione ora almeno in parte impedita dal nuovo sistema di tutela contro i licenziamenti illegittimi stabilita dall’art. 18 l. n. 300/1970 modificato dall’art. 1, comma 42, legge n. 92/2012).
In sostanza i due termini del nuovo art. 6 l. n. 604/1966 sono strettamente connessi in quanto non solo il secondo comma fa riferimento all’impugnazione di cui al primo comma per dichiararla inefficace ove non seguita dalla proposizione del giudizio o del tentativo di conciliazione, ma esso acquista significato solo se collegato al primo costituendo anzi la sua “sanzione” posto che commina l’inefficacia dell’impugnazione in caso di mancata proposizione del giudizio o del tentativo di conciliazione.
Pertanto, la disposizione dell’art. 32, comma 1-bis, l. n. 183/2010 deve intendersi riferita al nuovo sistema di impugnazione-decadenza.
Inoltre, poiché il comma 4 dell’art. 32 estende detto nuovo sistema, tra l’altro, ai contratti di lavoro a termine già conclusi alla data di entrata in vigore della legge n. 183/2010, venuta meno l’efficacia della disposizione dell’art. 6 l. n. 604/66, come novellato, deve reputarsi che anche per tali contratti a termine, sempre che siano stati tempestivamente impugnati, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione n. 10/2011 non è possibile, e per tutto l’anno 2011, fare applicazione delle disposizioni contenute nell’art. 6, l. n. 604/66.
Opinando diversamente, dovrebbe inammissibilmente affermarsi che il ricorrente sia decaduto dall’azione ad ottobre del 2011 in virtù di una disposizione di legge che allora era divenuta priva di efficacia, stante la evidenziata stretta connessione tra le disposizioni del primo e del secondo comma dell’art. 6 l. n. 604.
Conseguentemente, per i contratti a termine scaduti dopo la data di entrata in vigore della legge n. 10/2011 o anche prima a condizione che a tale data fossero già stati tempestivamente impugnati per cui era già iniziato a decorrere, ma non si era certo ancora consumato (considerata la data di entrata in vigore della legge n. 183/2010), il termine di 270 giorni, la decadenza connessa a tale termine non può operare durante tutta il restante periodo dell’anno 2011.
In definitiva, prima del 2012, a fronte di contratti a termine illegittimi, la decadenza introdotta dall'art. 32 della l. n. 183 del 2001 è ipotizzabile solo nel caso in cui il contratto non sia stato impugnato, in via stragiudiziale, nel termine di sessanta giorni e tale termine risulti interamente decorso tra la data di entrata in vigore della l. n. 183 del 2010 (24 novembre 2010) e quella dell'entrata in vigore della legge 26 febbraio 2011, n. 10 di conversione del d.l. 29.12.2010, n. 225.
Ciò può verificarsi solo nel caso di contratti a termine già scaduti alla data di entrata in vigore della l. n. 32 del 2010 e non impugnati e per contratti a termine scaduti nell'arco temporale compreso tra il 24 novembre 2010 e il 26 dicembre 2010 non impugnati nel termine di decadenza di sessanta giorni.
Deve, peraltro, ricordarsi che tale scansione di termini è variata con riferimento ai contratti a termine cessati con decorrenza dall'1.1.2013, per effetto della legge n 92/2012 che ha stabilito, con l'art. 1 comma 11, un termine di decadenza per l'impugnativa stragiudiziale di 120 giorni e un termine di decadenza per promuovere il successivo ricorso in giudizio di 180 giorni.