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Timestamp: 2020-08-06 21:41:51+00:00
Document Index: 119339793

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Nullità del c.d. contratto quadro e offerta fuori sede: l’orientamento della Corte d’Appello di Venezia - Iusletter
Nullità del c.d. contratto quadro e offerta fuori sede: l’orientamento della Corte d’Appello di Venezia
La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza 1377 del 15-6-2016, ha proposto interessanti spunti in merito al tanto attuale tema della nullità del c.d. contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento, per assenza della firma della banca, nonché in tema di offerta fuori sede degli strumenti finanziari.
In particolare, la pronuncia in esame ha il pregio di prendere in esame i più recenti orientamenti espressi dalla Corte di legittimità in tema di nullità per violazione della forma scritta conseguente alla mancata produzione in giudizio del contratto sottoscritto da parte del rappresentante della banca (da ultimo, Cass. Civ., Sez. I, 19-5-2016, n. 10331), nonché il tema dell’offerta fuori sede di strumenti finanziari nei termini delineatisi a seguito della pronuncia nomofilattica della Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. Unite, 3-6-2013, n. 13905).
Sul primo tema, il Collegio Veneziano ha condotto la propria analisi partendo proprio da quanto motivato dalla Corte di legittimità in merito alla nullità contrattuale per asserita forma ad substantiam del contratto, riferendo che “pur prendendo atto della pronunce richiamate in comparsa conclusionale dall’appellante in ordine alla nullità per carenza di sottoscrizione da parte della banca del contratto-quadro dalla stessa prodotto in causa (si tratta di Cass, 5919/16 e 7068/16) e delle altre decisioni pure assunte dal giudice di legittimità in materia (Cass.10331/2016; 8396/2016; 8395/2016), pare alla corte che la questione meriti un approfondimento”.
Il Collegio di secondo grado ha quindi evidenziato le differenze sostanziali che si pongono a fondamento alla base della nullità di protezione prevista dall’art. 23 TUF, rispetto alla disciplina codicistica della nullità, precisando che: “Occorre muovere dal rilievo – di natura sostanziale – che la funzione solo informativa del requisito della forma scritta del contratto quadro si traduce, sul piano processuale, nella legittimazione dell’unico soggetto al quale è riconosciuto un interesse a dedurre in giudizio la nullità negoziale, in ragione della asimmetria della sua posizione, rispetto all’intermediario finanziario”; tale differenza: “[…] trova la propria ragion d’essere e, ad un tempo, il proprio limite di operatività nella protezione di una parte, ritenuta dal legislatore bisognosa di tutela in ragione della sua posizione di soggetto non qualificato, non professionista, non dotato di particolari cognizioni tecniche, a fronte di una controparte professionalmente dedita allo svolgimento di attività tecniche che necessitano di peculiari conoscenze e informazioni”.
La sentenza ha poi proseguito nel processo argomentativo ritenendo che la disciplina (sostanziale e processuale) dell’art. 23 TUF trova fonte nella peculiare asimmetria soggettiva tra intermediario e investitore al fine di garantire un certo grado di informazione (e, dunque, di tutela) al soggetto non professionale: “Ciò conforta la tesi, ormai accreditata, che la funzione della previsione di tale nullità vada principalmente rinvenuta nella esigenza di assicurare al cliente una adeguata informazione, garantendogli che, attraverso la formalizzazione scritta degli obblighi della banca e dei diritti dell’investitore, costui sia posto in grado di avere un termine chiaro e indiscutibile di riferimento idoneo a colmare quella asimmetria informativa che connota siffatti rapporti contrattuali”.
Partendo da tale presupposto la Corte ha però rilevato che, nel caso di specie, l’investitore non aveva mai contestato carenza informative o documentali così risultando inapplicabile l’invalidità in esame: “ […] il cliente non si è doluto di non aver prestato un consenso informato alla conclusione del contratto, né ha addotto che sia carente un documento contrattuale che rappresenti puntualmente le sua volontà negoziale e neppure ha potuto sostenere che il rapporto non si sia svolto regolarmente e che la banca non abbia dato corso all’esecuzione di esso, ma si è unicamente avvalso della legittimazione di cui al terzo comma dell’art. 23 t.u.f. per dedurre ed eccepire la mancanza della sottoscrizione in calce a quel contratto da parte della banca”.
Di conseguenza, la decisione ha rigettato l’appello in quanto proposto in violazione della stessa ratio dell’art. 23 TUF: “Ponendosi nella prospettiva della funzione che alla previsione di forma è stata assegnata dal legislatore l’eccezione del cliente circa la mancanza di sottoscrizione della banca non può che risultare del tutto priva di fondamento, siccome non pertinente all’esigenza che quella prescrizione formale è volta ad assicurare, finendo per trasformare un presidio posto a tutela della informata e consapevole partecipazione dei clienti in un formalistico strumento per conseguire risultati del tutto al di fuori delle previsioni e dello scopo della norma”.
L’esegesi argomentativa della Corte di merito trae spunto proprio dalla più recente pronuncia di legittimità che non si limitava alla mera conferma del recente orientamento giurisprudenziale di legittimità, ma chiudeva l’esame della questione affermando che “la predisposizione del contratto ad opera dell’intermediario e la teorica delle c.d. formalità di protezione possano indurre ad ulteriori riflessioni sul punto”: le “riflessioni” che il Collegio di secondo grado propone sono quindi quelle appena esaminate.
Pregevoli, sotto altro ulteriore aspetto, sono le argomentazioni in punto di diritto che il Collegio pone riguardo alla ratio ed applicazione della disciplina afferente l’offerta fuori sede.
Ed infatti, anche in questo caso, la Corte esamina la pronuncia nomofilattica dell’anno 2013, e ne rende una applicazione coerente rispetto alla ratio del diritto di recesso dell’investitore nel caso di offerta fuori sede: “[…] mette conto rilevare che presupposto per l’applicabilità della disciplina del collocamento (pur inteso nel senso ampio fatto proprio dalla s.corte nel ricordato orientamento (Cass. ss.uu.13905/2013), è che “il risparmiatore sia raggiunto fuori sede da una proposta contrattuale avente ad oggetto titoli che l’intermediario possiede od acquista da terzi (c.d. negoziazione)” ovvero che gli “siano offerti in vendita strumenti finanziari che l’intermediario si sia preventivamente obbligato nei confronti dell’emittente a collocare (ovvero rivendere a terzi)”. Sul punto la sentenza della s.corte in composizione allargata chiarisce quale sia la ratio sottesa alla previsione normativa di nullità, ossia che, trattandosi di operazione conclusa dal cliente fuori sede “ciò significa che, di regola, l’iniziativa non proviene da lui”, è allora “logico presumere che, in simili casi, l’investimento non sia conseguenza di una premeditata decisione dello stesso investitore, il quale a tale scopo si sia recato presso la sede dell’intermediario, ma costituisca invece il frutto di una sollecitazione, proveniente dai promotori della cui opera l’intermediario si avvale; sollecitazione che, perciò stesso, potrebbe aver colto l’investitore impreparato ed averlo indotto a una scelta negoziale non sufficientemente meditata”.
La pronuncia pone al centro la ratio della tutela del risparmiatore imposta dalla norma, ravvisata nella necessità di una “adeguata riflessione”, al quale si vuole accordare la tutela dall’effetto “sorpresa” derivante dalla negoziazione fuori sede.
Corte d’Appello di Venezia, 15 giugno 2016, n. 1377 (leggi la sentenza)