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Quando il TAR ti fa male: il counseling non psicologico è illegale - AltraPsicologia
Quando il TAR ti fa male: il counseling non psicologico è illegale
Scritto da Mauro Grimoldi | 19 Nov 2015 | Blogger, Tutela | 19 |
Per i counselor e i loro formatori sembra perduto anche l’ultimo bus, quello della legge 4/2013, che riguarda le professioni non riconosciute e che poteva consentire di svolgere di fatto attività di sostegno a soggetti che invece di chiamarsi psicologi si chiamano counselor.
Una pacchia il counseling, si esercita e si può non fare l’università, il tirocinio, l’esame di stato: un sacco di noie… comodo no?
Invece no. Perché l’interferenza, la sovrapposizione del counseling con un’attività sanitaria riconosciuta e normata, la psicologia, è vietata anche dalla liberalissima legge 4. Per questo da un po’ a questa parte i counselor hanno smesso di usare certe definizioni, ad esempio se ne guardano dal dire di svolgere “un’attività professionale in grado di favorire la soluzione di disagi esistenziali di origine psichica” (Sico, 1993). Oggi è quasi una bestemmia, da occultare come i gattini di polvere sotto l’armadio, per nascondere così cosa si faccia realmente, o cosa si aspira a fare. Ma se non lo dici, cosa rimane del counseling? Una descrizione troppo generica per chiunque, ci dice il TAR del Lazio…. quindi? Quindi: beh, quindi a casa.
Da oggi chiunque voglia riprendere il discorso (ad esempio a livello di Consiglio di Stato) sarà obbligato ad affrontare il tema della differenza:
tra sostegno e counseling, ma
tra competenze dello psicologo albo B (ex l.170/05) e counselor.
E sarà dura, anzi durissima.
Intanto, proviamo a fare il punto.
Primo. La legge che stabilisce l’esistenza degli psicologi serve ai cittadini per tutelare il diritto alla salute.
La legge 56/89 esiste per un motivo. Questo motivo è la tutela dei cittadini dalla pratica indiscriminata della psicologia. Che deve essere riservata ad alcuni soggetti che abbiano una laurea, un periodo di tirocinio e un esame di stato. Questo è un primo punto: l’interesse tutelato dalla legge che istituisce la figura professionale dello psicologo è il diritto alla salute dei cittadini che allo psicologo si rivolgono.
Secondo. Solo gli psicologi possono usare strumenti e tecniche di conoscenza e intervento sui processi psichici.
Questo punto emerge chiaramente dalla giurisprudenza e da alcuni importanti documenti, uno a cura dell’OPL e a firma Campanini-Grimoldi, un secondo del CNOP a firma Vannoni, entrambi del 2013.
È un atto psicologico quello che si trova all’intersezione di tre coordinate: è uno strumento, è usato a scopo conoscitivo o di intervento su contenuti psichici, proviene da una tradizione culturale scientifica. Tutto ciò che serve a fare diagnosi, prognosi, terapia è quindi riservato. Tra le azioni concrete compaiono in giurisprudenza come atti riservati il colloquio clinico e i test, anche in ambito di psicologia del lavoro. Non a caso, la prima sentenza per esercizio abusivo della professione (la Platé) riguardava un selezionatore di personale.
Terzo. Se sembri uno psicologo sei abusivo (Corte di Cassazione n° 11545/2011).
L’esercizio abusivo di professione si configura come reato (ndr), “allorché venga realizzato con modalità tali, per continuità, onerosità e organizzazione da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale”.
Quarto. Se fai un lavoro superficiale non serve (ma se lo fai approfondito sei abusivo) (sentenza Conversano, 706/2014)
…“ben difficilmente la persona che si trova è stato di disagio per una causa di rilevanza psichica può trovare benessere per un problema qui e ora senza affrontare la causa del malessere patologico”.
Quinto. Anche solo insegnare strumenti psicologici a non psicologi equivale a facilitare la commissione di un reato (sentenza Zerbetto, 10289/2011)
…poiché l’articolo 1 della l.56/89 stabilisce che “la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento…” deve convenirsi che l’insegnamento dell’uso degli strumenti a persone estranee equivale in tutto e per tutto a facilitare l’esercizio abusivo della professione, ciò che la legge e il codice deontologico (art. 9) tutelano direttamente prescrivendo comportamenti attivi per impedirlo.
Sesto e ultimo. Ci prendete in giro? La sovrapposizione tra psicologi e counselor è evidente (TAR Lazio, 13020/2015).
La descrizione delle attività del counselor fornite da assocounseling (ndr) “… è anche talmente generica da potere comprendere una vasta gamma di interventi sulla persona, sfuggendo ad una precisa identificazione dell’ambito in cui la stessa viene a sovrapporsi all’attività dello psicologo. Certamente, poi, è evidenziabile una interferenza con il settore di intervento degli psicologi cd. Junior.”
Chiaro, no? Sembri uno psicologo, fai azioni da psicologo, ti fai insegnare il mestiere da psicologi, ma non sei abilitato a esercitare: amico mio, emerge ed emergerà sempre di più.
Sei un abusivo, indipendentemente dal nome che ti dai.
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federico	il 20 Novembre 2015 alle 14:50
Ovviamente, gli psicologi dovranno proibire anche l’esercizio della confessione cattolica e di ogni forma di direzione spirituale, anche se sia il beneamato papa Francesco a condurla…e lo yoga, la meditazione e la filosofia…suggerirei, in taluni casi, anche la letteratura, il cinema, la musica e la poesia..roba per pochi eletti..esperti..
Mauro	il 20 Novembre 2015 alle 17:48
No, gentile Federico, nessuna preoccupazione per nessuna delle cose che hai scritto. Ci limitiamo a chiedere che di psicologia si occupino degli psicologi e non degli aspiranti stregoni. Non mi pare poi molto.
Michelangelo	il 21 Novembre 2015 alle 13:31
La questione è semplice: chi fa un lavoro senza averne le competenze, a parte non essere d’aiuto, se non aggravare le situazioni preesistenti, commette un illecito. Questo vale per un Odontotecnico che fa il dentista (di nascosto), o per i santoni che “guariscono” alla wanna marchi senza essere medici, così come per quelle “maghette” che dentro le loro erboristerie tengono una saletta nel retro per aiutare la gente a superare stress, disagi e sofferze con “consigli” e incontri di “consulenza”. Essere uno psicologo è una cosa seria che richiede studio, non è una condizione attitudinale. Non sei psicologo se pensi di “capire le persone”, non sei psicologo se hai empatia, sei psicologo solo se studi molto prima e dopo fai un esame di stato che ti abilita ad esserlo. Bisognerebbe anche distinguere chiaramente le competenze e gli ambiti di intervento di uno Psicologo da uno Psicoterapeuta perchè anche li, purtroppo, abbiamo tanti “abusivi” che come i santoni che criticano tanto, si improvvisano terapeuti dietro la parola sostegno facendo danni infiniti alle persone in prima battuta e naturalmente anche alla categoria.
Sandra Vannoni	il 20 Novembre 2015 alle 17:59
Caro Mauro la frase : ” Sembri uno psicologo, fai azioni da psicologo, ti fai insegnare il mestiere da psicologi, ma non sei abilitato a esercitare: amico mio, emerge ed emergerà sempre di più.
Sei un abusivo, indipendentemente dal nome che ti dai.” è poesia 🙂
Per amore di precisione il Parere su Prevenzione etc.. a mia firma ( e di Luca Pezzulo e altri) è del Novembre 2012 .
Domenico	il 21 Novembre 2015 alle 0:20
Salve a tutti, la distorsione informativa che questo articolo mette in atto è ben più che preoccupante, soprattutto quando penso che tali parole sono generate da chi fa dell’onestà e della trasparenza un cardine della propria professione. Non mi sorprende tuttavia la propaganda senzazionalistica che viene messa in atto, essendo il vostro un “movimento” politico, coerente del resto con quanto la politica ci ha abituato a vivere: manipolazione dei fatti, macchina del fango, enormi sforzi tesi più all’annientamento dell’avversario che ad un miglioramento e sviluppo di sé. Mi ripeto: se penso che tutto ciò è detto e sottoscritto da “psicologi”…mbè…signori…non mi resta che rabbrividire, anche da parte dei vostri pazienti. Basterebbe informarsi giusto un pò, magari visitando il sito della temibile associazione in questione, che le incongruenze di questa sentenza saranno evidenti, e forse comprendere che è “solo una questione di soldi”, che le vecchie corporazioni e lobby, cancro anacronistico italiano, sono terrorizzate nel perdere la dorata poltrona che loro stesse hanno creato; che gli “psicologi” stanno scoperchiando un vaso di Pandora con dentro tutti coloro che della Psicologia si sono cibati, fino a distruggerla, fino a rendere i corsi di laurea un esercizio di stile, preparatorio a rimpinguare le casse degli Ordini. Ed infine…sanitarizzare e medicalizzare ogni aspetto legato all’Aiuto della persona è un atto aberrante, pericoloso e soprattutto impotente.
Tiziana	il 21 Novembre 2015 alle 6:17
Sentenza storica, è vero. dura la frase “Sembri uno psicologo, fai azioni da psicologo, ti fai insegnare il mestiere da psicologi, ma non sei abilitato a esercitare…..”. Ma mi viene in mente che sono gli psicologi e psicoterapeuti che creano scuole e insegnano psicologia e strumenti ai non addetti. Non criminalizziamo chi opera da counsuellor ma sopratutto chi “Insegna” la psicologia e dà titoli da counselor.
Mauro	il 21 Novembre 2015 alle 22:50
Grazie per tutti i commenti all’articolo. La nostra giovane professione disegna a livello di giurisprudenza i confini delle competenze riservate, competenze che la legge professionale, la 56/89 non ha specificato (al pari di molte altre leggi professionali). Ovviamente si parla solo di tecniche, di azioni, mentre ben venga il dialogo e lo scambio culturale con altre discipline. Il mio articolo vuole essere didascalico e riassuntivo di alcuni passaggi importanti ma non si impegna in speculazioni filosofiche né nel diritto comparato. Certo a chi ha come riferimento culturale unico il sito di assocounseling consiglio almeno di andare a leggere le sentenze che ho citato per farsi un’idea propria. Mentre il consiglio per chi è interessato a ricevere pazienti, si iscriva all’università e non alla scuola di Pippo, Pluto e Topolino. Non per preservare una setta, ma la salute dei pazienti.
giuseppe	il 21 Novembre 2015 alle 10:23
Messo in questi termini più che un discorso fatto da psicologi mi sembra una difesa estrema fatta da seguaci di una “setta” che vuol restare estremamente segreta e pronta ad ogni difesa per non venire “contaminata” e “disonorata” da contatti e vicinanze esterne. Come mai tutte queste certezze? Come mai questa repulsione al dialogo, al confronto, all’esplicitare i propri punti di vista senza dover ricorrere all’ostracismo e alla condanna con pure il “piacere della vittoria”. Si possono ricercare le diversità e ribadire le differenze con uno atteggiamento più consono alla natura della nostra disciplina che per sua definizione non giudica, non condanna ma cerca di capire e consapevolizzare. Come psicologo mi piacerebbe che anche tutti i colleghi si ponessero in questo modo nei confronti della realtà.
Roberta	il 21 Novembre 2015 alle 13:35
seppur virtualmente ti stringo la mano con profonda stima, soprattutto per la frase conclusiva che mi vede pienamente daccordo…una volta per tutte basta continuare ad essere sempre troppo diplomatici sulla questione e chiamiamo le cose con il loro nome: sono degli ABUSIVI! Spero che davvero si metterá fine a questa triste storia nel migliore dei modi, nel rispetto di chi come noi questa Professione se l’è sudata e se la suda duramente tutti i giorni!
Marina	il 22 Novembre 2015 alle 13:21
Visto che insegnare ai Counselor è vietato come mai non radiate dal vostro albo tutti gli psicologi e psicoterapeuti che lo fanno? Non è difficile trovare che siano (qualche nome ve lo posso fornire anche io). Forse vi vanno più comodo i pochi Euro della loro tessera associativa annua?
Mauro	il 24 Novembre 2015 alle 12:15
Gentile Marina, lei ha in parte ragione, nel senso che insegnare strumenti e tecniche psicologiche a non psicologi è un tema trattato dagli articoli 21 e 8 del nostro Codice Deontologico. Badi bene: non la psicologia, ma gli strumenti e le tecniche che consentono di applicarla nel trattamento dei pazienti. Tuttavia la deontologia professionale, proprio perché incide sulla vita delle persone prevede numerose garanzie. E’ regolata da un’apposito Codice e da un regolamento disciplinare. Le responsabilità, come per i reati penali sono individuali e il giudizio prevede due valutazioni collegiali. La “caccia alle streghe” non si fa non perché vi sia un interesse a evitarlo, anzi: consideri che ad esempio in Lombardia su 16.000 iscritti all’Ordine vi sono tra 100 e 150 formatori di abusivi, dei quali personalmente non sentirei per nulla la mancanza nella nostra comunità professionale. Tuttavia su tutto prevale lo stato di diritto, che tra l’altro prevede di comminare la sanzione della radiazione solo in circostanze veramente estreme. Detto tutto questo, se ha segnalazioni da fare, sono a sua disposizione. Saluti cordiali. Mauro Grimoldi
Nadia	il 22 Novembre 2015 alle 15:40
E’ vergognoso. Ci troviamo di fronte a un problema serio: furbacchioni che vogliono fare gli psicologi senza formazione, senza titolo ma con mania di onnipotenza, invasati, senza etica. In alcuni casi si fanno chiamare terapisti invece che terapeuti. Furbetti… Giocano con le parole. Vogliono fare gli psicologi… Ma andate a studiare e a fare un po’ di analisi prima di rischiare, come sta avvenendo, di riversare sugli altri il marcio che potreste avere dentro. I danni possono essere gravissimi come nel caso in cui una persona abbia un profondo malessere o disturbo e venga seguita da un counselor. Counselor che dicono che non curano il disagio psichico, la psicopatologia… Appunto: gli altri problemi psicologici, in qualche modo di minor gravità, sono di competenza degli psicologi, non certo dei counselor. Che ne sanno? Non hanno gli strumenti ma la cosa grave è che pensano di averli. Incoscienti, irresponsabili. Vergogna
Mauro	il 24 Novembre 2015 alle 12:20
Vero Nadia. Il gioco di parole è lo strumento principale degli abusivi dal 1989 ad oggi. In fondo l’idea di chiamare il sostegno psicologico con il nome che viene ad esso riservato nei paesi anglosassoni, ovvero “counseling” rispecchia niente altro se non il tentativo di aggirare la legge 56 ed esercitare senza abilitazione. I difensori sono infatti formatori di counselor, che sono coloro che guadagnano di più, e con maggiore certezza dalla vendita dell’illusione di immunità. Mauro Grimoldi
Vincenzo	il 28 Novembre 2015 alle 0:49
Letti gli articoli non vi affiderei nemmeno il gatto. Fate la figura di personcine misere. piccole piccole. Il counseling non sa che farsene della psicologia e se c’è una figura che ha fatto danno nelle scuole di counseling in cerca di soldi facili è quella dello psicologo o psicoterapeuta che nulla, ma proprio nulla sa del counseling che è infatti annoverabile a un’arte, perché aver a che fare con esseri umani è un’arte alla quale la vostra presunzione impedisce evidentemente l’accesso. Un counselor vero, cioe non formato da psicologi, non avrebbe mai avuto l’animo di scrivere simili bassezze come quelle contenute in questi articoli e nei numerosi commenti.
Federico Zanon	il 4 Dicembre 2015 alle 17:31
Le sue sono argomentazioni di notevole spessore. La ringraziamo per il contributo, irrinunciabile.
Mara	il 29 Novembre 2015 alle 16:41
Mi chiedevo come mai consentite ancora l’accesso all’attività di bagnino a coloro che non sono laureati in psicologia? Eppure è evidente che il bagnino è un ABUSO della professione psicologica in quanto chi sta per annegare dopo il salvataggio ha bisogno di un intervento di aiuto per ridurre il danno post traumatico!!!
Ormai siete alla frutta, non avete pazienti, non siete credibili e non avete nessuna competenza specifica.
Evviva le discipline filosofiche … quelle si che hanno uno spessore culturale e professionale.
Mauro Grimoldi	il 4 Dicembre 2015 alle 21:44
Gentile Mara, qualunque attività clinica richiede un percorso formativo specifico stabilito dallo Stato. Nessun dubbio invece sullo spessore della filosofia.
Andrea	il 21 Gennaio 2016 alle 11:11
Faccio counseling gratuito da anni e non sono laureata in psicologia. Sono una “fuori legge”?
Mauro Grimoldi	il 26 Gennaio 2016 alle 16:15
La gratuità delle sue prestazioni non esime. Tuttavia premesso che dire “faccio counseling” non significa quasi nulla in Italia, occorre capire cosa in concreto lei fa con i suoi “clienti” per rispondere alla sua domanda. Ad esempio: a quale tipo di richieste/aspettative risponde? quali sono i suoi strumenti di lavoro? come esclude la presenza di disturbi psicopatologici in chi si rivolge a lei? il suo intervento prevede un setting (un luogo, una durata, certe regole) o è invece del tutto libero? Tanto per suggerirle le prime che mi sovvengono alla mente.