Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2000/0423s-00.html
Timestamp: 2020-08-13 23:34:26+00:00
Document Index: 170752430

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'sentenza ']

Consulta Online - Sentenza n. 423/2000
Se infatti è vero che quest’ultimo non può e non deve essere pari al risarcimento integrale del danno, essendo diverse le rispettive finalità – di assistenza e solidarietà sociale, in un caso; di reintegrazione per equivalente, nell’altro – e se assumono inoltre rilievo, ai fini dell’indennizzo, le compatibilità e le disponibilità finanziarie dello Stato, tuttavia, ad avviso del Tribunale – a parte la “stranezza” della previsione legislativa, che ricollega l’importo dell’indennizzo al trattamento pensionistico dei militari – può rilevarsi l’inadeguatezza della quantificazione del beneficio, alla luce dell’enunciato della sentenza n. 307 del 1990 della Corte costituzionale, secondo la quale l’indennizzo, per i danni da trattamenti sanitari obbligatori, deve essere corrisposto “... nei limiti di una liquidazione equitativa che pur tenga conto di tutte le componenti del danno stesso”.
La censura di incostituzionalità, la cui rilevanza rispetto al contenuto della domanda giudiziale, prosegue il Tribunale, risulta chiara, si incentra sul raffronto tra l’omissione lamentata e il caso delle persone danneggiate da vaccinazioni (antipoliomielitiche) non obbligatorie ma solo promosse e incentivate dall’autorità sanitaria, caso nel quale, a seguito della sentenza n. 27 del 1998 della Corte costituzionale, il diritto all’assegno una tantum per il periodo anteriore alla vigenza della legge n. 210 è riconosciuto: la situazione di chi, emofilico, si sottoponga a trasfusioni per assicurarsi la stessa sopravvivenza è connotata – sottolinea il rimettente – da uno stato di coartazione e di necessità certo non minore di quello di chi si sottoponga a vaccinazioni “promosse”.
Nel procedimento civile principale, il ricorrente ha chiesto, nei confronti del Ministero della sanità, l’erogazione dell’indennizzo previsto dall’art. 1, comma 1, della legge n. 210 del 1992, perché, essendosi sottoposto a vaccinazione antiepatite B su raccomandazione dell’autorità sanitaria italiana in quanto persona convivente con soggetto HBsAG positivo (cioè affetto da epatite B acuta e cronica), ha contratto, in conseguenza della vaccinazione, una epatopatia cronica; la richiesta – precisa il rimettente – si basa sulla citata norma, quale risultante a seguito della sentenza n. 27 del 1998 della Corte costituzionale, che ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale “nella parte in cui non prevede il diritto all’indennizzo ... di coloro che si siano sottoposti a vaccinazione antipoliomielitica nel periodo di vigenza della legge 30 luglio 1959, n. 695”.
Ciò posto, è rilevante – osserva il Tribunale - la questione di costituzionalità relativa all’omessa attribuzione dell’indennizzo ai soggetti sottopostisi a vaccinazione antiepatite B non obbligatoria ma “promossa” nei loro riguardi, perché è tale lacuna legislativa a impedire l’accoglimento del ricorso; e la questione stessa è, per il Tribunale, non manifestamente infondata, per le considerazioni che seguono.
Anche nel caso in questione, osserva il Tribunale, all’epoca in cui l’interessato si era sottoposto alla vaccinazione antiepatite B – cioè nel dicembre del 1985 – l’amministrazione sanitaria pubblica stava svolgendo una intensa attività di promozione e incentivazione di tale tipo di vaccinazione, in particolare verso chi, come il ricorrente, fosse “a rischio” perché convivente con soggetti positivi al virus.
Questa attività, si precisa nell’ordinanza, si era espressa, già dagli inizi del 1983, fino all’epoca dei fatti di causa e poi oltre, con una serie di atti dell’amministrazione, principalmente circolari e direttive, che il rimettente indica puntualmente: la circolare del Ministero della sanità n. 2 dell’11 gennaio 1983 (Profilassi immunitaria dell’epatite B), che individuava i conviventi di persone affette da epatite B come categoria “a rischio” da sottoporre a censimento e screening per la conseguente vaccinazione; la circolare del Ministero della sanità n. 39 del 22 aprile 1983 (Approvvigionamento vaccini antiepatite B registrati in Italia), circa il programma di approvvigionamento da parte delle autorità sanitarie competenti a livello locale in materia di profilassi delle malattie infettive e diffusive; le circolari del Ministero della sanità n. 51 del 1° giugno 1983 (Programmi di vaccinazione contro l’epatite B) e n. 9 del 19 marzo 1985 (Programmi di vaccinazione contro l'epatite B), relative ai programmi di vaccinazione e alle direttive per le autorità locali; la nota del Ministero della sanità 400.2/41VH/717 del 23 maggio 1985 (Profilassi dell’epatite B. Primi risultati delle campagne di vaccinazione), circa l’andamento delle campagne vaccinali promosse fino ad allora; atti, tutti, orientati nel senso della realizzazione di programmi di censimento e screening da parte delle U.S.L., per individuare i soggetti definibili a rischio e per raccomandare nei loro riguardi la sottoposizione alla vaccinazione, ai quali hanno fatto seguito, nella medesima prospettiva: la circolare del Ministero della sanità n. 31 del 26 luglio 1985 (Vaccinazione antiepatite B); la circolare del Ministero della sanità n. 30 del 15 aprile 1986 (Programmi di vaccinazione contro l’epatite B); la nota del Ministero della sanità 400.2/41V/1190 del 19 luglio 1986 (Profilassi vaccinale dell’epatite B); la nota del Ministero della sanità 400.2/41V/1104 del 4 agosto 1987 (Campagne vaccinali contro l’epatite B); la nota del Ministero della sanità 400.2/41V85/323 del 14 marzo 1988 (Campagna di vaccinazione contro l’epatite B. Approvvigionamento di vaccini).
Il citato art. 1 della legge n. 210 prevede il diritto all’indennizzo (determinato dall’art. 2) per chiunque abbia riportato lesioni o infermità dalle quali sia derivata una menomazione permanente all’integrità psico-fisica, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge. Con la sentenza testé citata, questa Corte – richiamato “il principio che non è lecito [...] richiedere che il singolo esponga a rischio la propria salute per un interesse collettivo, senza che la collettività stessa sia disposta a condividere, come è possibile, il peso di eventuali conseguenze negative” (sentenze nn. 307 del 1990 e 118 del 1996) - ha ritenuto non esservi ragione di differenziare, rispetto a tale principio, “il caso [...] in cui il trattamento sanitario sia imposto per legge da quello [...] in cui esso sia, in base a una legge, promosso dalla pubblica autorità in vista della sua diffusione capillare nella società; il caso in cui si annulla la libera determinazione individuale attraverso la comminazione di una sanzione, da quello in cui si fa appello alla collaborazione dei singoli a un programma di politica sanitaria”. Infatti, si aggiungeva, “una differenziazione che negasse il diritto all’indennizzo in questo secondo caso si risolverebbe in una patente irrazionalità della legge. Essa riserverebbe [...] a coloro che sono stati indotti a tenere un comportamento di utilità generale per ragioni di solidarietà sociale un trattamento deteriore rispetto a quello che vale a favore di quanti hanno agito in forza della minaccia di una sanzione”.