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Timestamp: 2020-08-11 16:34:45+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 25675 del 14/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25675 del 14/12/2016
Cassazione civile, sez. trib., 14/12/2016, (ud. 28/10/2016, dep.14/12/2016), n. 25675
sul ricorso iscritto al n. 3234/2011 R.G. proposto da:
S.P., elettivamente domiciliato in Roma, Via Homs, 37,
presso lo studio dell’Avv. Enrico Lisetti, che lo rappresenta e
sezione staccata di Latina, n. 824/40/2009, depositata il
30/12/2009;
udito per il ricorrente l’Avv. Enrico Lisetti;
udito l’Avvocato dello Stato Carlo Maria Pisana per l’intimata;
1. Con sentenza n. 97/08/2007 la C.T.P. di Latina accoglieva il ricorso proposto da S.P., mandatario SIAE, avverso la cartella di pagamento nei suoi confronti emessa, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 36-bis, per il pagamento dell’Irap dovuta per l’anno 2003, ritenendo trattarsi di attività svolta in regime di parasubordinazione senza autonomia organizzativa.
Avverso tale decisione proponeva appello l’Agenzia delle Entrate, sostenendo la legittimità dell’iscrizione a ruolo in quanto scaturita dalla dichiarazione dei redditi presentata dallo stesso contribuente con la conseguenza che, non trattandosi di diniego di rimborso, era irrilevante verificare la sussistenza o meno dei presupposti d’imposta.
Il gravame era accolto dalla C.T.R. del Lazio, sezione staccata di Latina, con sentenza depositata in data 30 dicembre 2009, sulla base del triplice rilievo, sostanzialmente adesivo alla tesi dell’appellante, secondo cui: a) l’ufficio non poteva far altro che liquidare l’imposta che lo stesso contribuente aveva dichiarato ma poi non versato; b) il contribuente avrebbe dovuto versare l’imposta e solo dopo, eventualmente, chiederne il rimborso, qualora l’avesse ritenuta non dovuta per mancanza dei presupposti; c) ogni considerazione circa la fondatezza della pretesa fiscale era fuorviante, mentre l’intento del contribuente di evitare di dover operare secondo il principio del solve et repete avrebbe potuto condurre a comportamenti fiscali pericolosi.
2. Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso il contribuente sulla base di tre motivi.
3. Con il primo motivo di ricorso il contribuente denuncia violazione e falsa applicazione di legge per avere la C.T.R. omesso di considerare che il presupposto d’imposta era, nella fattispecie concreta, inesistente.
Con il secondo mezzo il ricorrente censura la sentenza impugnata per aver ritenuto sufficiente, quale presupposto d’imposta, l’indicazione in dichiarazione del debito Irap, senza considerare che questa era necessitata dal software ufficiale che non avrebbe altrimenti consentito la presentazione della dichiarazione.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia “contraddittorietà della motivazione e l’omessa pronuncia sul merito” per avere la C.T.R. confermato la legittimità dell’atto impugnato senza esprimere alcuna valutazione sul fatto che il contribuente avesse o meno provato la mancanza del presupposto impositivo, ma fermandosi esclusivamente alla considerazione che egli aveva esposto il debito in dichiarazione.
4. Le tre censure, congiuntamente esaminabili, sono fondate.
Come questa Corte ha chiarito con ferma giurisprudenza, in caso di cartella di pagamento emessa ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, l’atto non rappresenta la mera richiesta di pagamento di una somma definita con precedenti atti di accertamento, autonomamente impugnabili e non impugnati, ma riveste anche natura di atto impositivo, trattandosi del primo ed unico atto con cui la pretesa fiscale è stata esercitata nei confronti del dichiarante, con conseguente sua impugnabilità, D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, ex art. 19, anche per contestare il merito della pretesa impositiva (v. ex aliis Cass., Sez. 5, n. 12288 del 12/06/2015, non mass.; Sez. 5, n. 1263 del 22/01/2014, Rv. 629155).
Per converso, varrà rammentare che, secondo altrettanto pacifico indirizzo, le dichiarazioni fiscali, in particolare quelle dei redditi, non sono atti negoziali o dispositivi, nè costituiscono titolo dell’obbligazione tributaria, ma sono dichiarazioni di scienza e, quindi, salvi casi particolari, possono essere liberamente modificate dal contribuente, anche in sede processuale; pertanto, la dichiarazione, affetta da errore, sia esso di fatto che di diritto, commesso dal dichiarante nella sua redazione è – in linea di principio – emendabile e ritrattabile, quando dalla medesima possa derivare l’assoggettamento del dichiarante ad oneri contributivi diversi e più gravosi di quelli che, sulla base della legge, devono restare a suo carico (v. Sez. 5, n. 29738 del 19/12/2008, Rv. 606025; Sez. 5, n. 1708 del 26/01/2007, Rv. 595660), discendendone altresì, per logica conseguenza, che l’impugnazione della cartella esattoriale, emessa in seguito a procedura di controllo automatizzato ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36-bis, non è preclusa dal fatto che l’atto impositivo sia fondato sui dati evidenziati dal contribuente nella propria dichiarazione.
5. La C.T.R., applicando una regola di giudizio evidentemente opposta, ha ritenuto sostanzialmente inammissibile l’impugnazione del contribuente avverso la cartella esattoriale, in quanto fondata su contestazioni di merito afferenti alla sussistenza dei presupposti impositivi, secondo la tesi accolta invece precluse.
E’ così incorsa in error in procedendo, per inosservanza del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, discendente da una erronea interpretazione dei vizi denunciabili come propri della cartella emessa D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36-bis: inosservanza la cui censura, al di là della mancata o erronea indicazione della tipologia di vizio denunciata, può comunque univocamente ricavarsi dal contenuto sostanziale del ricorso proposto (v. Sez. U, n. 17931 del 24/07/2013, Rv. 627268).
6. La sentenza impugnata va pertanto cassata, con rinvio al giudice a quo il quale dovrà esaminare nel merito le contestazioni svolte dal ricorrente in ordine alla sussistenza, nella fattispecie concreta, dei presupposti d’imposta.
Al giudice di rinvio è altresì demandato il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia alla C.T.R. del Lazio, in diversa composizione, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.