Source: http://www.scuola7.it/2017/32/
Timestamp: 2018-12-13 00:53:56+00:00
Document Index: 178652836

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 42', 'art. 832']

Scuola7 - n. 32
Scuola7 27 febbraio 2017, n. 32
27 febbraio 2017, n. 32
Quale cultura umanistica per il XXI secolo? (P. Di Natale)
Peer observation of teaching: può far bene alla scuola? (M. Renzi)
L'uso del cellulare a scuola (C. Olivieri)
Parliamo diCultura umanistica
Quale cultura umanistica per il XXI secolo?
Una svolta culturale?
Lo schema di decreto legislativo (Atto n. 382 del 16-1-2017) dà attuazione alla norma di delega contenuta nell’articolo 1, comma 181, lettera g) della Legge 107/2015, che conferisce al Governo il potere di intervenire per la “promozione e diffusione della cultura umanistica”, la “valorizzazione del patrimonio e della produzione culturali, musicali, teatrali, coreutici e cinematografici”, nonché per il “sostegno della creatività connessa alla sfera estetica”.
La finalità generale della disposizione, a leggere in modo incrociato il decreto e le premesse alle relazioni allegate, appare quella di assicurare agli alunni, fin dalla scuola dell’infanzia, la conoscenza del patrimonio culturale italiano ed una formazione artistica che comprenda la musica, le arti dello spettacolo e quelle visive, “sia nelle forme tradizionali che in quelle innovative”, allo scopo di svilupparne la sensibilità e di consentire “un armonioso sviluppo delle rispettive personalità”, oltre che di potenziare i talenti, individuando e sviluppando precocemente attitudini ed eccellenze.
Da tale punto di vista, l’intervento sembra essere teso da un lato a riequilibrare la curvatura scientifico-tecnologica di buona parte degli attuali curricoli, soprattutto della secondaria di 2° grado, e a recuperare lo spazio sottratto nel tempo agli insegnamenti di tipo umanistico, in specie alla Storia dell’arte ma anche alla Musica (scomparsa dal Liceo delle Scienze Umane, mentre nel vecchio Istituto magistrale aveva un posto di tutto rilievo), dall’altro a conferire più ampio respiro e regolamentazione alle molteplici esperienze in ambito musicale, teatrale, performativo, pittorico, manipolativo realizzate con successo, e per lo più in progetti extracurricolari, dalle Istituzioni scolastiche.
Cultura umanistica o saperi artistici?
Insomma, dopo anni di insistenza sulle tre “I”, Informatica, Inglese e Impresa, dopo che si è a lungo incoraggiato un taglio settoriale, per lo più misurato sul criterio della ricaduta nel mercato del lavoro e della potenziale incidenza sulla crescita economica, sembra riprendere forza un’idea di formazione più completa ed equilibrata, in cui trovano nuovamente il loro posto l’arte, la bellezza, il gusto estetico, le “attività dello spirito", quelle che danno all'uomo la possibilità di conferire senso alla propria esistenza, di cogliere il proprio posto nel mondo, di rispondere ai propri interrogativi vitali ed esistenziali. Un intento meritorio: peccato che nel Regolamento venga messo in ombra lo specifico della cultura umanistica, la cui promozione dovrebbe costituire l’oggetto principale dell’intervento, vale a dire l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la riflessione speculativa, il colloquio con i classici e con i loro testi, letterari o artistico-architettonici che siano. Il perimetro di tale cultura viene circoscritto al “sapere artistico”, in cui peraltro vengono inseriti non solo il cinema, la danza, la musica, ma anche l’artigianato di qualità.
In vari passaggi comunque si mantiene l’aggancio all’art. 9 della Costituzione, che tra l’altro costituisce il focus di un fortunato progetto-concorso promosso dal MIUR, dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, giunto quest’anno alla quinta edizione. Ad esempio è significativo che all’art. 1 dello schema di decreto si sottolinei la particolare importanza della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale, come è rilevante il fatto che si preveda di incentivare la collaborazione tra scuole e loro reti da un lato e musei, istituti e luoghi della cultura dall’altro, per la cui fruizione da parte degli studenti saranno studiate forme di agevolazione.
Lascia perciò piuttosto perplessi il fatto che la promozione di percorsi relativi alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione non compaia tra le macroaree di attività, elencate all’art. 3: qui si enucleano infatti, introducendo una nuova definizione normativa, quattro “temi della creatività”, definiti “componenti del curricolo, anche verticale”, che interessano gli ambiti musicale-coreutico, teatrale-performativo, artistico-visivo e linguistico-creativo, mentre all’art. 2 si parla, più ampiamente (e forse allargando fin troppo i confini del campo di esperienze possibili), di attività “di studio, approfondimento, produzione, fruizione e scambio in ambito artistico, musicale, teatrale, cinematografico, coreutico, architettonico, paesaggistico, linguistico, storico, storico-artistico, demoetno-antropologico, artigianale”.
Un Piano per le Arti
Le specifiche misure organizzative sono demandate al “Piano delle Arti” (art. 5), da adottarsi a cadenza triennale con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che dovrebbe prevedere anche l’incentivazione di tirocini e stage artistici all’estero, nonché la promozione internazionale di giovani talenti attraverso gemellaggi tra istituzioni formative artistiche italiane e straniere.
La progettazione di attività è affidata alle Istituzioni scolastiche, all’interno però di un sistema coordinato di cui gli altri attori sono, ovviamente oltre al MIUR, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, l’INDIRE, le Istituzioni AFAM, gli Istituti tecnici superiori e gli Istituti di cultura italiana all’estero, nonché soggetti pubblici e privati specificamente accreditati dai due Ministeri (art. 4); ciò sulla base del presupposto che la promozione della conoscenza e della pratica delle arti quale “requisito fondamentale del curricolo di ciascun grado di istruzione” richiede necessariamente il raccordo interistituzionale.
Alla logica di una reale governance sembra rispondere anche la previsione, all’art. 11, di “Poli ad orientamento artistico e performativo”, cioè di scuole del primo ciclo del medesimo ambito territoriale che abbiano realizzato buone pratiche, adottando curricoli verticali in almeno tre temi della creatività, e che fungeranno da capofila di rete per realizzare la progettualità relativa al settore musicale ed artistico.
La strada stretta della nuova offerta formativa
Le scuole sono chiamate a progettare, ovviamente anche in rete, e ad inserire nel Piano triennale dell’offerta formativa, iniziative e percorsi relativi ai “temi della creatività”, cioè alla musica, al canto ed alla danza (area musicale-coreutica), al teatro ed al cinema (area teatrale-performativa), alla pittura, alla scultura, alla grafica, alle arti decorative, al design e ad altre forme artistiche “anche connesse con l’artigianato artistico e con le produzioni di qualità del Made in Italy” (area artistico-visiva), alla scrittura creativa, alla poesia, alla lingua italiana, ai linguaggi ed ai dialetti (area linguistico-creativa).
Considerato che non si prevede alcuna variazione degli assetti ordinamentali vigenti, né implementazione delle risorse finanziarie, strumentali ed umane (art. 1, c. 3), le strade percorribili sono limitate: o inserire i percorsi nel curricolo obbligatorio, utilizzando la quota di autonomia, articolando in modo flessibile gli orari, prevedendo attività per gruppi e a classi aperte, anche in verticale (ed è la strada più difficile ma più sfidante ed auspicabile), oppure proseguire sui sentieri già battuti dei progetti extracurricolari, o ancora prevedere un ventaglio di attività opzionali, tra cui i ragazzi saranno chiamati a scegliere. In ogni caso va tenuto presente che i processi organizzativi, le pratiche adottate e gli obiettivi raggiunti per l’attuazione dei temi della creatività costituiranno un ulteriore ambito del procedimento di valutazione delle Istituzioni scolastiche previsto dal D.P.R. 80/2013, tanto che nello schema di decreto si afferma esplicitamente che tramite l’Invalsi si studieranno in merito specifici indicatori (art. 5, c. 2).
La filiera artistico-musicale
Ampio spazio nel decreto è riservato ai percorsi formativi della “filiera artistico-musicale”. Interventi specifici sono previsti infatti all’art. 12 per le scuole secondarie di primo grado ad indirizzo musicale, che si vuole riequilibrare a livello territoriale e potenziare, definendo indicazioni nazionali per l’inserimento dell’insegnamento dello strumento, la tipologia degli strumenti insegnati (almeno 4 per ogni corso, anche in coerenza con quelli previsti nei curricoli dei licei musicali), le prove d’esame, la correlazione delle competenze in uscita degli allievi con quelle richieste per iscriversi ai licei musicali e coreutici. A questi ultimi viene consentito di rimodulare il monte orario complessivo del secondo biennio e dell’ultimo anno, “al fine di offrire agli studenti la possibilità di scelta tra diversi insegnamenti, prevedendo specifici adattamenti del piano di studi” (art. 14); in ogni caso, i loro curricoli dovranno essere armonizzati ai requisiti di accesso ai corsi accademici di primo livello che saranno definiti con apposito decreto MIUR. Come nella sezione dedicata alla promozione della pratica artistica e musicale nel primo ciclo (artt. 9 e 10) si insiste dunque, in maniera convincente, sull’esigenza di assicurare continuità ai percorsi.
I punti critici: risorse e tempi
Un primo punto di criticità è rappresentato dalla sostanziale esiguità delle risorse previste. Si precisa solo che per l’attuazione del “Piano delle arti” è istituito un apposito fondo, con una dotazione di 2 milioni di euro annui, parte dei quali sarà destinata alle Istituzioni scolastiche del 1° ciclo costituite in “Poli ad orientamento artistico e performativo” ed alle scuole di 2° grado che abbiano nell’organico dell’autonomia posti per il potenziamento coperti da docenti impegnati nei temi della creatività (art. 13, c. 2).
In secondo luogo, l’attuazione concreta dei vari punti del dispositivo richiede ulteriori provvedimenti. Il più urgente riguarda il “Piano delle arti”, che deve essere adottato con DPCM, su proposta del Ministro dell’istruzione, università e ricerca, di concerto con il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo; decreti ministeriali sono necessari per avviare i Poli a orientamento artistico e performativo, per regolare le modalità di funzionamento delle scuole secondarie di 1° grado ad indirizzo musicale, per armonizzare i percorsi formativi della filiera artistico-musicale; ancora, soggetti pubblici e privati potranno collaborare al sistema coordinato di progettazione (compresa la formazione dei docenti) solo dopo la stipula di un protocollo di intesa.
Una creative economy?
I nodi più consistenti vanno comunque cercati in profondità. Anzitutto si esordisce affermando che il sapere artistico è garantito agli alunni “come espressione della cultura umanistica, finalizzata a riconoscere la centralità dell’uomo, affermandone la dignità, le esigenze, i diritti e i valori” (art. 1, c. 1), ma nel seguito questo assunto viene abbandonato. Invece si insiste sull’importanza dello “sviluppo della creatività”, cui viene riconosciuta una funzione di mediazione per assicurare ai giovani l’acquisizione delle competenze negli ambiti individuati (art. 1, c. 2).
Ora, è vero che la creatività costituisce un argomento “caldo” degli orientamenti dell’Unione europea: basta pensare al documento del Consiglio di Bruxelles del 2009 su “Istruzione, gioventù e cultura”, in cui si afferma l’esigenza di puntare ad un’interazione più stretta dei “tre poli del triangolo della conoscenza perfettamente funzionante”, cioè istruzione, ricerca, innovazione, in particolare reimmettendo nell’istruzione gli obiettivi e i risultati della ricerca e dell’innovazione, in modo che l’insegnamento e l’apprendimento siano sostenuti da una solida base di ricerca e possano svilupparsi in un ambiente che incorpori maggiormente il pensiero creativo e gli approcci innovativi. In quel documento, però, non si manca di rimarcare opportunamente non solo il valore essenziale della ricerca (cui solo en passant si fa cenno nel decreto in esame), ma anche il ruolo svolto nell’innovazione dalle scienze sociali e dagli studi umanistici.
L’impressione è che, partendo dalla promozione della cultura umanistica, si sostenga in fondo il nuovo paradigma della Creative economy, che considera la creatività, insieme con la conoscenza e l’accesso alle informazioni, come potente motore trainante della crescita economica nel mondo globalizzato. Nulla di male, sia chiaro, in questo approccio: non intendiamo tessere l’elogio del sapere disinteressato, o assumere posizioni “passatiste”; ci limitiamo sommessamente a rilevare che sarebbe stata necessaria maggiore chiarezza, e soprattutto maggiore coerenza tra i principi enunciati, ridotti a mera cornice di sfondo, e la successiva esplicitazione di indicazioni concrete.
Dal patrimonio culturale al made in Italy: un arco (troppo) ardito?
Non si può, infine, non osservare che nel decreto la conoscenza del patrimonio culturale viene posta sostanzialmente sullo stesso piano di quella delle produzioni di qualità del “made in Italy”; arte e artigianato, Raffaello e griffe della moda, Brunelleschi e interior design sembrerebbero forme in una certa misura equipollenti del “sapere artistico” da garantire agli studenti. Ancora, scorrendo l’elenco delle aree in cui le scuole sono chiamate a cimentarsi dimostrando capacità progettuali (art. 2, c.1), ci si chiede perché siano collocate nell’alveo del “sapere artistico” di cui all’incipit le attività in ambito storico e demoetno-antropologico, che peraltro non rientrano nei quattro “temi della creatività” proposti.
Insomma, una serie di scollamenti, cambiamenti di rotta, opacità, che si auspica possano essere superati e composti. In ogni modo, da un decreto così significativo nelle intenzioni ci si poteva attendere qualcosa di più: magari un intervento volto a superare finalmente il dannoso dualismo tra le cosiddette due culture, umanistica e scientifica, che rimarcasse da un lato l’opportunità di un approccio storico-ermeneutico ai contenuti scientifici - mirante sia ad illuminare le tradizioni di ricerca, i problemi, i limiti da cui nascono le ipotesi, sia a scoprire il senso propriamente umano dell’impresa conoscitiva -, dall’altro la necessità di avvicinare i giovani alla comprensione critica e, perché no, alla pratica delle varie forme di arte, anche attraverso la conoscenza delle basi tecnico-scientifiche delle civiltà del passato, che ci hanno lasciato opere sublimi ma purtroppo esposte al degrado, soprattutto quello che nasce dall’ignoranza, dal disinteresse o da prospettive puramente economicistiche.
Peer observation of teaching: può far bene alla scuola?
È utile l’osservazione tra pari?
È la domanda ma anche il tema che ha impegnato la Rete Interregionale “Valutazione in progress”[1] durante il corso di formazione tenutosi a Fiuggi il 17 e il 18 febbraio scorsi.
I lavori, introdotti da una serie di interventi che si sono soffermati su esperienze internazionali e su ciò che sta accadendo in Italia circa la valorizzazione della professionalità docente, hanno coinvolto i partecipanti alla Rete attraverso confronti serrati e gruppi di lavoro, con un approfondimento sull’osservazione dei processi d’aula nell’ambito del progetto Invalsi “Valutazione e Miglioramento”.
La sperimentazione Invalsi e il lavoro della rete
‘’Valutazione e Miglioramento’’ è la sperimentazione che nel 2014 ha visto la formazione di 190 docenti e professionisti della ricerca sociale per l’osservazione in classe. Un’esperienza che restituisce oggi un quadro di riferimento utile per costruire, o ricostruire, strumenti di osservazione tra pari. Ed è proprio dalla griglia per l’osservazione in classe SSGC (Strategie, Sostegno, Gestione, Clima), costruita dal comitato scientifico Invalsi coordinato da Donatella Poliandri, che i lavori della rete ‘Valutazione in progress’’ hanno preso l’avvio, per poi entrare nelle classi e sottoporre la lezione ad attenta analisi, con l’obiettivo di spacchettare contenuti e processi. Ciò che avviene all’interno dell’aula non è osservabile se non in particolari circostanze (come il tutoraggio dei neoassunti, il tirocinio universitario o la compresenza).
L’imperscrutabilità della lezione non favorisce il confronto, la diffusione di pratiche che funzionano, l’osmosi tra gli insegnanti “bravissimi” e quelli (solo?) “bravi”. Il lavoro d’aula del docente, quasi sempre, scaturisce dall’esperienza personale o dall’intuito, piuttosto che da una preparazione a monte o da una condivisione/formazione durante tutto l’arco dell’esperienza lavorativa. Fermo restando che non esiste la lezione perfetta, così come non esiste il docente dai poteri magici, osservare e osservarsi fa bene alla scuola.
La Rete, dunque, vuol vederci chiaro e costruire strumenti adeguati all’osservazione, al fine di diffondere ed esportare dispositivi e pratiche osservative.
I quattro ambiti della griglia di osservazione
La scheda SSGC è il trampolino di lancio della Rete per costruire strumenti innovativi utili alla peer observation. In particolare i partecipanti si sono concentrati su quattro ambiti di riferimento, che fotografano la lezione da altrettante angolature:
l’ambiente di apprendimento, che mostra quali strategie didattiche si pongono in essere;
la gestione della classe, nei suoi vari aspetti di organizzazione del tempo, dello spazio, e di costruzione e condivisione di regole comportamentali;
il supporto ai bisogni degli studenti;
il clima di apprendimento che l’insegnante, di ogni ordine e grado, riesce ad instaurare favorendo coinvolgimento, impegno e buoni rapporti interpersonali tra studenti, e tra studenti e docente.
Osservare per osservarsi
L’osservazione tra pari, possiamo esserne convinti, sollecita feedback che agiscono direttamente anche sull’auto-osservazione di chi osserva, facendo scaturire domande che impongono riflessioni: come imposto la lezione frontale? Quale pianificazione emerge dai contenuti che espongo? Utilizzo codici comunicativi monodirezionali, oppure impiego linguaggi e strumenti in grado di superare le difficoltà dei variegati approcci cognitivi e di apprendimento degli studenti?
L’osservazione tra pari, a parere degli animatori della Rete, si pone come efficace strumento di autoanalisi, che affianca e completa il percorso di autovalutazione, già avviato con la somministrazione di questionari di autovalutazione e gradimento all’utenza.
L’evento di Fiuggi, cui seguiranno altri incontri formativi e di laboratorio nei mesi di marzo e aprile, dimostra che qualcosa sta cambiando: la formazione seminariale lascia il passo alla ricerca-azione, al cooperative learning e writing, e alla condivisione di buone pratiche, ma soprattutto il docente diventa protagonista e promotore della propria formazione.
I lavori della Rete, infatti, sono proseguiti in modalità cooperativa a piccoli gruppi, con la restituzione di approfondimenti e proposte funzionali alla costruzione di apposite griglie di osservazione. Dunque: confronto, condivisione, ricerca-azione.
Nell’era del bonus scolastico mettersi in gioco, aprire la porta dell’aula e disporsi in modalità osservativa non è cosa da poco. Non tanto, ovviamente, per valorizzare lo spirito esibizionistico dell’insegnante, quanto invece per gratificare la disponibilità a rendere trasparenti le azioni che il docente è in grado di realizzare, e la disponibilità ad imparare osservando e facendo osservare.
L’approccio in cooperative learning dei gruppi di lavoro della Rete – gruppi la cui costruzione ha seguito principi di casualità – favorisce inoltre la restituzione di punti di vista singolari, e l’emersione di pratiche didattiche che dimostrano competenza, e una genuina e geniale risoluzione di problematiche complesse. Si tratta di pratiche e soluzioni che nascono spontaneamente nelle aule scolastiche, ma che in genere rimangono nascoste nei cassetti dell’esperienza di una stretta cerchia di addetti ai lavori. Oppure favoriscono l’emersione di “segnali” che mostrano processi e meccanismi di osservazione validi come, per fare un esempio, l’osservazione di ciò che accade quando in classe si cambia attività o disciplina: gli studenti sanno cosa fare? Sanno dove andare e come disporsi all’attività successiva? Oppure si evidenzia una generale improvvisazione, con perdita di tempo e difficoltà a riportare la classe sui binari del lavoro scolastico? Nel primo caso avremo un gruppo di studenti che ha acquisito meccanismi utili al lavoro, nel secondo caso evidentemente occorre lavorare sull’organizzazione e la gestione dei “riti” di passaggio. Giusto per fare un esempio sulla concretezza dei temi affrontati dalla Rete.
Scuola come officina
Al termine della formazione-ricerca-azione, dunque, non abbiamo un nuovo strumento condiviso utile per l’osservazione in classe, ma una serie di strumenti, una pluralità di accorgimenti e argomentazioni che mettono in discussione il nostro modo di essere docenti. Strumenti non casuali, non banali, ma utili per la realizzazione di un modello di scuola inclusiva, non autoreferenziale, non competitiva, cooperativa e che pone al centro, con rigore, l’alunno con i suoi bisogni e le sue debolezze. Pratica e teoria, questa al servizio di quella e viceversa, con dirigenti e ispettori che “si sporcano le mani” e docenti che mostrano la scatola nera della quotidiana lezione in classe. Peer observation of teaching sì, ma... soprattutto per osservare se stessi.
Link del sito internet della Rete: http://www.valutazioneinprogress.it/
Gruppo Facebook “Peer observation teaching V.I.P.” creato appositamente per discussioni e condivisione di materiali: https://www.facebook.com/groups/415786542087274/?fref=ts
[1]Le Rete contiene una cinquantina di scuole del Lazio, della Toscana e dell’Emilia Romagna, e ha visto scendere in campo, work in progress nella città delle acque termali, circa trecento docenti, dirigenti scolastici e ispettori, coordinati dalle tre scuole capofila e dai rispettivi dirigenti scolastici: Alessandra Silvestri per il Lazio, Lucia Bacci per la Toscana, Stefania Giovanetti per l’Emilia Romagna.
Lo ha comunicato il Miur con nota 22 febbraio 2017, prot. n. 3761. La rendicontazione andrà effettuata con le modalità già illustrate con nota 29 agosto 2016 prot. n. 12228, e utilizzando esclusivamente il modello B allegato alla citata nota. In particolare:
Il quadro normativo: portabilità, uso scorretto, sanzioni
Nel 2007, a seguito di fatti di cronaca che avevano interessato la scuola, furono emanati alcuni provvedimenti che introdussero importanti innovazioni normative in ambito disciplinare.
Con il DPR 235/2007 si modificò il DPR 249/1998 (Statuto delle studentesse e degli studenti), in particolare nella parte relativa ai regolamenti ed alle sanzioni disciplinari, all’organo di garanzia ed alle impugnazioni, e fu introdotto il patto educativo di corresponsabilità; con la Direttiva Ministeriale 5 febbraio 2007, n. 16 si dettarono le “linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo” e con la direttiva del 15 marzo 2007, n. 30 si introdussero specifiche “linee di indirizzo ed indicazioni in materia di utilizzo di telefoni cellulari e di altri dispositivi elettronici durante l’attività didattica, irrogazione di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti”.
La direttiva n. 30/2007, estendendo agli studenti quanto già previsto per il personale docente (Circolare n. 362 del 25 agosto 1998), ha nello specifico esplicitato il divieto di utilizzo del cellulare durante le ore di lezione quale norma di correttezza, in quanto “elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente configurando, pertanto, un’infrazione disciplinare sanzionabile” per contrarietà ai doveri previsti dal DPR 249/1998.
La violazione comporta l’irrogazione di sanzioni disciplinari che devono essere appositamente ed analiticamente disciplinate dal regolamento di istituto, secondo il criterio di proporzionalità e quindi tenendo conto dello specifico comportamento che deve essere punito.
Tra queste è previsto il ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso.
Inoltre la direttiva n. 16/2007 chiarisce che il limite dell’allontanamento superiore a 15 giorni, posto dall’art. 4, comma 7 del DPR 249/1998, può essere derogato in presenza di fatti di rilevanza penale o in caso di pericolo per l’incolumità delle persone. Quindi il DPR 235/2007 ha attribuito alla competenza del consiglio di istituto, in casi tassativamente individuati dal regolamento, la possibilità di comminare una sanzione che comporti persino l’esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di Stato conclusivo del corso di studi.
Sulla scia emotiva, durante la XV legislatura è stata anche presentata una proposta di legge: la PDL 2164 - “Regolamentazione dell’uso del telefono cellulare nelle scuole di ogni ordine e grado appartenenti al sistema nazionale di istruzione”, la quale, dopo aver stabilito (art. 1) il divieto dell’uso del telefono cellulare nelle scuole secondo le modalità stabilite dal consiglio di istituto con regolamento, prevedeva, in caso di violazione di tale divieto (art. 2), il sequestro temporaneo del telefono cellulare (dello studente) con restituzione al termine dell’anno scolastico, ovvero, in caso di recidiva, il sequestro definitivo con successiva vendita in apposita asta pubblica, il cui ricavato doveva essere versato al bilancio dell’istituzione scolastica. L’uso era tuttavia consentivo (art. 3) fuori delle aule scolastiche, in appositi spazi, nonché durante le gite scolastiche nei momenti di sosta destinati allo svago. Era prevista poi in ogni scuola l’attivazione di un apposito numero telefonico verde per le comunicazioni urgenti delle famiglie con gli studenti.
L’ipotesi del sequestro anche con successiva vendita, o dell’istituzione di un numero verde, desta perplessità, ma comunque è rimasta mera proposta.
La valenza didattica dello smartphone
Oggi internet svolge un ruolo di primaria importanza nell’istruzione, tanto che si stanno investendo enormi risorse nel “Piano Nazionale Scuola Digitale”.
I moderni smartphone hanno una elevata valenza tecnologica e possono essere destinati ad un uso positivo (si pensi alle opportunità in alcuni casi di disabilità).
Per l’effetto, rispetto alla scelta del rigido divieto d’uso, sembra auspicabile piuttosto rafforzare le iniziative di educazione ad un uso consapevole.
Il comportamento sanzionabile
La direttiva, ferma restando l’autonomia scolastica, prevede il divieto d’uso durante le ore di lezione. Perciò non può essere sanzionato uno studente se tiene il proprio telefonino spento, o in modalità silenziosa, non consultandolo né utilizzandolo, quindi senza arrecare disturbo.
Ne consegue che non è vietato portare il cellulare a scuola.
La precisazione appare tutt’altro che superflua, giacché non è escluso che i regolamenti giungano a proibirne persino il “porto”.
Essendo poi il divieto limitato alle ore di lezione, non può essere vietato o sanzionato l’uso al di fuori di esse.
Pertanto i regolamenti non possono limitarsi al un divieto tout court, ma devono precisare sia i tempi che gli spazi di possibile utilizzo. Invero anche l’aula o la palestra, al di fuori delle ore di lezione, non possono costituire area pregiudizialmente inibita all’uso.
Per aiutare le scuole ad individuare il comportamento sanzionabile e non, il Garante della privacy pubblica periodicamente una Guida che analizza vari aspetti relativi alla privacy a scuola, offrendo anche suggerimenti di comportamento.
Ebbene, l’uso del cellulare, come di altri strumenti per la registrazione di suoni ed immagini, è consentito, nello specifico ad esempio durante le recite, le gite e i saggi scolastici, per fini personali, e nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone coinvolte … in particolare della loro immagine e dignità.
È invece vietato diffondere o comunicare sistematicamente i dati di altre persone (ad esempio pubblicandoli su Internet) senza averle prima informate adeguatamente e averne ottenuto l’esplicito consenso.
Sono lecite quindi le riprese destinate ad un ambito familiare o amicale, ma anche la registrazione della lezione per motivi di studio individuale.
Proprio a proposito dell’utilità del mezzo va precisato che ormai la registrazione rientra tra gli strumenti compensativi previsti nei piani didattici personalizzati, che gli alunni con diagnosi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) o altre specifiche patologie devono aver diritto di utilizzare.
A cosa dunque occorre prestare attenzione in particolare?
Alla diffusione di suoni ed immagini, perché attraverso gli attuali strumenti tecnologici essa può essere praticamente illimitata, con il rischio di un uso improprio.
Al contenuto degli stessi, che non sia lesivo dell’immagine e della dignità delle persone.
Al previo consenso informato in caso di diffusione.
Il sequestro del cellulare
La direttiva prevede il possibile sequestro in caso di “uso scorretto”.
È demandato quindi al regolamento di istituto indicare in quali casi questo uso possa essere definito scorretto e sia seguito dal sequestro.
Lo strumento dissuasivo della violazione è la sanzione disciplinare, a cui il sequestro non dovrebbe conseguire automaticamente, costituendo piuttosto elemento accessorio nei casi più gravi.
Non dobbiamo dimenticare che il diritto di proprietà riceve una tutela costituzionale (art. 42) ed è “pieno ed esclusivo” (art. 832 c.c.). Quindi un tale provvedimento limitativo, non disposto dall’autorità giudiziaria, potrebbe rischiare di concretare una ipotesi di abuso.
Pertanto al termine dell’attività didattica il cellulare deve essere restituito al possessore.
Sarebbe da evitare anche la previsione della restituzione al genitore, perché di fatto si configura comunque come sequestro oltre l’orario di lezione, specie laddove il familiare sia impossibilitato a ritirarlo tempestivamente di persona.
Non possono essere autorizzate perquisizioni (materia disciplinata dal codice penale agli articoli 247 e ss. che ne stabiliscono termini e modalità).
Può essere richiesta la consegna (ed anche tale aspetto va regolato) al docente, prima dello svolgimento di un compito in classe ad esempio, ma in caso di rifiuto dello studente nessuna coazione può essere esercitata, salvo in caso questi venga colto in flagranza.
Si evince che si tratta di una materia in evoluzione, che non può essere racchiusa nel mero divieto. L’alleanza educativa presuppone una condivisione sul corretto utilizzo dello strumento, per esaltarne piuttosto gli elementi di positività. Del resto la realtà ci mostra come un uso lesivo possa essere realizzato anche e soprattutto al di fuori dell’orario di lezione o degli ambiti scolastici, che ne costituiscono spesso solo un’occasione.
Una testimonianza unica e premonitrice
L'esperienza di Barbiana si è conclusa con la morte del Priore, avvenuta il 26 giugno 1967. Da allora è passato mezzo secolo, eppure la lezione di don Lorenzo Milani è ancora estremamente attuale, perché rappresenta una delle testimonianze educative più straordinarie del Novecento. Egli ha anticipato molte problematiche che il nostro sistema d'istruzione avrebbe nei decenni successivi parzialmente accolto: il tempo pieno, il lavoro cooperativo, il peer tutoring, la lingua straniera, ...
Com'è successo per tutti i grandi educatori, il suo insegnamento divide ancora oggi la platea dei critici, molti dei quali parlano del prete fiorentino senza conoscerlo affatto, o avendo letto svogliatamente Lettera a una professoressa. Manca in molti il giusto approccio a questa figura, persona scomoda e difficilmente catturabile. Don Raffaele Bensi, suo consigliere spirituale, definisce la sua personalità "dura e trasparente come un diamante".
Per comprendere l'eredità di don Milani occorre partire dalla scelta radicale che egli compie, quando nei primi anni Quaranta del secolo scorso decide di entrare in seminario. Lui, di famiglia ebrea, "per salvare il corpo" ed evitare le conseguenze delle leggi razziali del 1938, si converte al cristianesimo e decide di farsi prete. Era però un "convertito" speciale. "Era un cristiano, ma anche un ebreo: un piede a suo modo nell'Antico Testamento l'ha sempre tenuto – dice don Bensi. – Di qui il suo rigore, le sue collere e la sua spaventosa intransigenza". Don Milani è un uomo che scuote le coscienze senza lasciare vie di mezzo ai suoi interlocutori. La sua parola richiama da vicino le stesse forme e la medesima intensità dei gesti e dei discorsi di Cristo.
In effetti il nostro Priore di Barbiana è stato prete, educatore, ma soprattutto profeta. Difficilmente può essere capito da chi non è disposto a mettersi totalmente a disposizione degli altri. Per comprendere la sua lezione occorre guardare l'albero dalla parte delle radici; se si osservano solo il tronco e i rami sfuggirà la carica della sua straordinaria intelligenza premonitrice.
Istruzione e fede vanno di pari passo
La radicalità della conversione religiosa è parte integrante della sua scelta educativa. Fede e istruzione finiscono così per coincidere. Don Milani riprende spesso questa relazione. In Esperienze pastorali afferma: "Le corde che più vibrano nel cuore del prete non fanno vibrare nulla nel cuore del sottoanalfabeta". E ancora, sempre in questo straordinario libro (secondo me molto più importante di Lettera a una professoressa): "Se nel mondo calmo e silenzioso di ieri l'analfabeta si poteva fare santo, scaraventato nel frastuono di ogg, si gioca sicuramente la fede".
La scuola nella concezione di don Milani è lo spazio nel quale i ragazzi costruiscono conoscenze, attribuiscono significati, assumono responsabilità, si fanno carico l’uno dei problemi dell'altro. Ma è soprattutto il luogo del riscatto sociale e dell'acquisizione di una coscienza critica senza la quale non si può essere né cittadini né cristiani. Senza un'elevata istruzione i giovani restano prigionieri in un limbo di analfabetismo che li condanna all'ignoranza e ad un cristianesimo di facciata. Non si può, secondo lui, costruire la fede del cristiano sulla inferiorità intellettuale e culturale dei ragazzi.
"Perciò - afferma don Milani in Esperienze Pastorali - la scuola mi è sacra come l'ottavo sacramento. Da lei mi attendo la chiave non della conversione, perché questo è segreto di Dio, ma certo l'evangelizzazione di questo popolo ... La povertà dei poveri non si misura a pane, casa e caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale. La distinzione in classi sociali non si può fare sull'imponibile catastale, ma sui valori culturali".
È del tutto inutile sottolineare la lungimiranza di queste parole; è come se esse fossero state scritte soltanto qualche giorno fa, tanto sono attuali.
Solo la lingua ci fa uguali
La centralità della scuola va di pari passo con la valorizzazione della cultura dei poveri. Don Milani rigetta quell'humus borghese che aveva respirato a pieni polmoni nella sua famiglia. Sente questa cultura sempre più estranea alla missione educativa che intende realizzare. Così Barbiana, una chiesa, una canonica e un grappolo di case, da luogo di punizione, si trasforma in una finestra sul mondo con cui tutti dovranno fare i conti. La cultura di provenienza viene vissuta in misura crescente come una condizione di incoerenza per la soluzione dei problemi reali dei suoi parrocchiani.
La missione che egli si è imposto era quella di riconsegnare ai poveri la coscienza della loro dignità e della loro cultura. L'unico mezzo disponibile affinché questo potesse accadere era la creazione di una scuola. Non una scuola qualsiasi, come quella statale che riproduce le disuguaglianze d'origine, ma una scuola dove ad ognuno sia garantita la conquista della parola. "Non la parola qualsiasi di conversazione banale, quella che non impegna nulla in chi la dice e non serve a nulla per chi l'ascolta. Non la parola come riempitivo di tempo, ma la parola scuola, la parola che arricchisce" (Esperienze Pastorali). Il libro dei ragazzi di Barbiana Lettera a una professoressa è il frutto di questo straordinario progetto educativo.
NdR: L’autore con una serie di interventi su Scuola7.it contribuirà a ricostruire l’esperienza e il pensiero pedagogico di Don Milani, nel 50° anniversario della sua scomparsa.
Per quanto riguarda il diritto allo studio, il Ministro ha parlato di una no tax area per gli studenti meno abbienti, e di un calmiere per un’ulteriore fascia di studenti, sottolineando l’incremento dei relativi finanziamenti e l’impegno a rimediare ai ritardi con cui vengono erogate le borse di studio.
La materia dell’edilizia scolastica deve far fronte con la situazione di alto rischio sismico in cui versa una rilevante quantità di edifici (circa 2900 in zone a rischio sismico 1 e circa 14.000 circa in zone a rischio sismico 2). Tanto c’è ancora da fare, e verranno stanziati 100 milioni di euro per finanziare le indagini di vulnerabilità sismica degli edifici scolastici nelle suddette aree.
Un accenno al cyberbullismo e all’uso consapevole della rete da parte degli studenti: il Ministro ribadito l’esigenza di un patto educativo per l’adolescenza, sottolineando l’importanza di educare i ragazzi a un approccio didatticamente informato all’utilizzo del web.
Per quanto concerne il pagamento degli stipendi dei supplenti, viene confermato l’impegno a rispettare i tempi: dopo alcune intoppi legati alla fase di prima attuazione del nuovo modello di pagamento, ora il funzionamento della nuova procedura è regolare, e sarà sottoposto a continuo monitoraggio.
Il reclutamento dei docenti, e relativa formazione iniziale, prevede una fase transitoria in cui i precari abilitati potranno entrare in ruolo sui posti disponibili previo superamento di un esame orale, mentre i precari non abilitati, ma con almeno 36 mesi di servizio, potranno entrare in ruolo tramite un concorso semplificato, con una sola prova scritta invece di due. In ambedue i casi è previsto un tirocinio ridotto rispetto a quello di 3 anni richiesto ai nuovi laureati vincitori di concorso.
Tutte le procedure del concorso docenti 2016 si concluderanno entro il prossimo settembre. Al più presto verrà emanato il bando relativo al concorso per dirigenti scolastici.
Sulla questione dei docenti di sostegno è prevista la trasformazione piena da organico di fatto a organico di diritto. Inoltre, grazie ai 400 milioni stanziati dalla Legge di Bilancio, verranno assunti docenti presenti in graduatorie e da molto tempo precari.
Infine un doveroso accenno alla mobilità, che vede un ritorno alle regole del passato. L’unica percentuale ridotta è quella della mobilità professionale, che passa dal 20 al 10% poiché in passato non si è mai arrivati a consumare per intero la disponibilità del 20%. Per ovviare ai ritardi verificatisi quest’anno nelle operazioni propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico, per il 2017/18 tali operazioni saranno realizzate con un mese di anticipo.
Il video integrale dell'audizione è disponibile sul sito della Camera dei Deputati.