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Timestamp: 2019-04-25 06:21:49+00:00
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Diario quotidiano del 22 luglio 2015: le conseguenze del mancato versamento delle ritenute previdenziali | Commercialista Telematico
Diario quotidiano del 22 luglio 2015: le conseguenze del mancato versamento delle ritenute previdenziali
1) Mancato versamento delle ritenute previdenziali: conseguenze, la sanzione raddoppia
2) Accertamento in base agli studi di settore: nuovo intervento della Cassazione
3) E’ stata pubblicata nella G.U. la Legge di conversione del decreto Pensioni
4) Fattura on line per la cessione di energia al GSE
5) Pubblicati i principi italiani di valutazione
6) Esteso il modello F24EP per il versamento delle somme dovute per l’attribuzione d’ufficio della rendita presunta
7) Contributi soci: come chiedere il rimborso all’Inps
8) Trattamenti CIGS: imprese della ristorazione collettiva
Linea dura sull’omesso versamento delle ritenute previdenziali. È infatti lecita la doppia sanzione (civile e condanna penale), esulando il ristoro verso l’Inps dal reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 31378 del 20 luglio 2015, ha reso definitiva la condanna per il reato fiscale a carico di un imprenditore di Brescia. In particolare il reo era stato condannato a sei mesi di reclusione e alla sanzione civile. Per questo la difesa, in applicazione del principio del ne bis in idem, aveva chiesto l’eliminazione di una delle due sanzioni. La tesi non é stata accolta dai giudici supremi che hanno, invece, precisato come in coerenza con i principi esposti nella sentenza Grande Stevens c. Italia, va verificato allora, al di là del nomen iuris attribuito alla sanzione prevista dall’art. 116 comma 8, della legge 689 del 1981, se essa assuma una natura intrinsecamente penale o meno: la risposta, a giudizio del Collegio di legittimità, è negativa poiché mentre la sanzione prevista dall’art. 2 comma 1 bis della Legge 683/38 mira a tutelare il diritto del lavoratore in danno del quale il datore di lavoro si è appropriato delle somme a lui riservate (tanto che comunemente il delitto previsto dalla legge sopra ricordata viene accostato alla figura dell’appropriazione indebita), la sanzione contemplata nell’art. 116 citato ha effetti ristoratori verso l’Inps e dunque assume caratteri sostanzialmente, e non solo formalmente, civilistici.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14787 del 15 luglio 2015, chiarisce che gli studi di settore integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni.
Ovviamente, tutto questo presuppone che venga attivata la fase del contraddittorio con il contribuente, fatto questo poi l’Ufficio non è tenuto ad assolvere nessun ulteriore onere probatorio per dimostrare la legittimità della propria pretesa.
Il tutto è scaturito dal contenzioso instaurato tra una società e l’Agenzia delle entrate.
In particolare, detta Agenzia faceva notificare ad una Srl, società svolgente l’attività di elaborazione elettronica dei dati, un avviso di accertamento con cui, in applicazione degli studi di settore riferiti al gruppo omogeneo di appartenenza nel quale era stata inserita la società, provvedeva in ragione degli scostamenti reddituali riscontrati tra i ricavi dichiarati e quelli puntuali, a rettificare le dichiarazioni IVA, IRPEG ed IRAP della parte per l’anno 2004, determinando il maggior carico fiscale e liquidando imposte, interessi e sanzioni.
Avverso la sentenza di primo grado (che aveva respinto il ricorso della società ritenendo che questa non avesse provato né l’errore nella individuazione dello studio di settore né, malgrado il grave evento traumatico che aveva colpito un dipendente, figlio dell’amministratore unico e preposto al coordinamento delle attività aziendali, la presenza di fatti in grado di giustificare lo scostamento rilevato), la società presentava…
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