Source: https://it.scribd.com/document/338158249/2015-10-Febbraio-Causa-Caggese-Anna-Maria-Mario-Vincenzo-Lauda-Giuseppina-Contro-La-Italcementi-Appellatasi-Alla-Sentenza-304-2013-Risarcimento-Morte
Timestamp: 2019-12-14 16:53:06+00:00
Document Index: 110301909

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13']

SalvaSalva 2015 10 Febbraio Causa Caggese Anna Maria Mario Vi... per dopo
Corte d'Appello di Bari Sez.
Lauda Giuseppina (C.F. LDA GPP 46E27 G125V), Mario Caggese (C.F. CGG
MRA 66B06 D643H) e Anna Maria Caggese (C.F. CGG NMR 70E59 D643Z), in
proprio ed in qualit di eredi di Caggese Giuseppe, rappresentati e difesi
dall'Avv. Angelo Torre (C.F. TRR NGL 66A28 D643U) con studio in Foggia alla
via G. Rosati, 141 fax 0881684673 pec. avv.angelotorre@pec.it, presso cui
potranno essere eseguite comunicazioni e notificazioni, giusta mandato in calce
al presente atto, unitamente agli Avv.ti Federico Gori e Vito Zaccaria, gi
costituiti per i predetti Lauda Giuseppina, Mario Caggese, Anna Maria Caggese,
nonch Vincenzo Caggese.
ITALCEMENTI S.P.A. rappresentata dagli Avv.ti Bruno Amendolito, Paolo
Santinoli e Damiana Lesce
Dati per noti i fatti di causa che qui devono intendersi integralmente
trascritti, con il presente atto si costituisce per Lauda Giuseppina, Caggese
Mario e Caggese Anna Maria, il sottoscritto difensore, il quale, riportandosi
integralmente e facendo propri i contenuti della memoria difensiva a firma
degli Avv.ti Gori e Zaccaria, intende approfondire alcuni aspetti dell'itera
vicenda evidenziando, le incongruenze e talune inesattezze, nonch l'assoluta
infondatezza degli assunti difensivi di parte avversa.
Dall'attenta lettura della sentenza di primo grado emerge chiaramente
che la decisione del Giudice di prime cure stata la conseguenza di una
ricostruzione e valutazione dei fatti assolutamente ineccepibile e dalla quale
gli eredi Caggese, hanno agito per ottenere il riconoscimento della
responsabilit contrattuale, ex art. 2087 c.c., dell'Italcementi e quindi il
risarcimento dei danni patiti a seguito della morte di Caggese Giuseppe;
nel corso dell'istruttoria stato provato:
2a) il nesso di causalit tra la patologia e quindi il decesso del
dipendenze dell'appellante;
2b) le inadempienze dell'Italcementi, per i mancati controlli clinici
annuali e quelli ambientali previsti dagli accordi sindacali sottoscritti sin dal
1974 e riconosciuti necessari, dalla stessa datrice di lavoro, proprio per la
tipologia dei materiali utilizzati durante la produzione dei cementi;
La difesa dell'Italcementi si sarebbe limitata ad affermare, ma
senza provarlo, che:
3a) erano presenti, nei luoghi di lavorazione di tutti gli stabilimenti,
aspiratori idonei ad evitare pericolose inalazioni di polveri, fornendo e facendo
adottare ai dipendenti le opportune protezioni, nel rispetto di norme
inderogabili e accordi sindacali;
3b) la morte del Caggese sarebbe stata la diretta conseguenza del
tabagismo negando la diagnosi di silicosi in considerazione del fatto che
non vi sarebbe stato biossido di silicio nei cementi e durante la
lavorazione degli stessi;
non vi sarebbero stati, dopo il 2005, percentuali elevate di
cromo esavalente nei cementi prodotti;
Questi in sintesi sono i fatti su cui si fondato il percorso logicogiuridico che ha condotto il primo Giudice a riconoscere la responsabilit
della societ e di conseguenza condannarla al risarcimento danni iure
ereditatis e iure proprio
Con ricorso in appello, l'Italcementi, tenta di ricostruire i fatti di causa
attraverso una propria interpretazione a dir poco fantasiosa e contraddittoria.
In particolare, non potendo dimostrare con documentazione clinica, la
circostanza che furono eseguite visite di controllo periodiche (ricordiamo che
emerso inconfutabilmente che dal 1973 al 1983 e dal 1986 al 1989 il
Caggese non fu mai sottoposto a visite, ci che di per se integra
palesemente la violazione di norme e accordi sindacali sottoscritti
dalla Italcementi), l'appellante si riporta alle dichiarazioni testimoniali del
Scandolo,
comportamenti e negare una condotta omissiva grave.
I testi dell'Italcementi per hanno descritto situazioni e ricordato fatti
che contrastano con le tesi difensive di parte avversa, confermando, invero, la
pericolosit dei locali degli stabilimenti e l'utilizzo di strumenti del
tutto inadeguati per la tutela fisica dei lavoratori.
Il teste Scandolo, direttore degli stabilimenti di Salerno e Trento,
all'udienza del 6.2.2009, ricorda bene il Caggese, strabiliante la sua memoria,
in qualit di direttore di due stabilimenti industriali, non certo piccolissimi e con
centinaia di dipendenti, si ricorda bene del Caggese a distanza di oltre un
decennio, ma tutto possibile. A prescindere da ci, il teste, non ha
assolutamente confutata la circostanza che il lavoratore il quale, ricordiamo,
svolgeva mansioni di stivatore, fosse stato esposto a polveri nocive.
Scandolo afferma, dapprima, che il de cuius sostava sui camion dei
clienti e si limitava a stivare i sacchi di cemento perfettamente integri che
sopraggiungevano con i nastri trasportatori (non si mai rotto un sacco
cadendo dal rullo ai cassoni e quindi nessuna polvere esisteva sui camion?) e
per tale motivo, non era a contatto con polveri, poi afferma che non sempre i
camion si trovavano in locali diversi da ove si procedeva al riempimento dei
sacchi, e quindi aggiungiamo noi, molto polverosi, che in tutti i locali degli
stabilimenti vi erano impianti di depolverizzazione e abbattimento polveri ed
infine che gli stivatori, quale appunto il Caggese, essendo tra il
personale maggiormente esposto a polveri indossavano mascherine
A questo punto ci sorgono spontanee due domande: lo stivatore era o
no esposto a polveri e se s, quali tipi di protezione utilizzavano? Le risposte le
fornisce l'altro tese, il sig. Barutta, il quale afferma che tutti i dipendenti
facevano uso di mascherine protettive e ci fa pensare che a prescindere dagli
impianti di abbattimento vi erano comunque polveri, e che tali mascherine
erano del tipo di quelle che utilizzano i medici.
Tale ultima dichiarazione farebbe saltare sulla sedia qualsiasi esperto di
sicurezza sui posti di lavoro. Il direttore di un cementificio ci viene a riferire che
la protezione da inalazioni di polveri nocive predisposta per il personale era
affidata ad una mascherina di carta? Certo non siamo dei tecnici ma ci sembra
veramente assurdo, tenuto conto che oggi, nonostante le polveri nei
cementifici dovrebbero essere, di gran lunga inferiori sia per quantit che per
materiale nocivo, obbligatorio l'uso di facciale filtrante certificato
secondo UNI EN 149 o maschera antipolvere certificata secondo UNI
EN 140, altro che mascherina di carta come quelle che usano i
Ci che emerge che vi erano dei lavoratori, tra essi gli stivatori, che
erano maggiormente esposti a polveri, ma allora bisogna ritenere che gli
impianti di depolverizzazione non erano sufficienti, certo , che se gli opportuni
strumenti di protezione personali erano costituite da mascherine di carta come
quelle usate dai medici, non osiamo pensare cosa dovessero essere stati gli
impianti per l'abbattimento delle polveri.
A prescindere da ci, l'appellante non ha mai prodotto certificazioni
attestante il perfetto funzionamento di detti aspiratori, n l'idoneit degli stessi
ad abbattere quasi completamente le polveri durante la lavorazione e ci
perch non vi sono state, per gli anni in cui il de cuius ha prestato l'attivit
lavorativa, valutazioni dei dati ambientali sulla presenza di inquinanti e polveri
nel rispetto dei limiti imposti dall'American Coference of Governamentl
Industrial Hygenist, che dovevano essere raccolti in registri istituiti presso ogni
Come si pu sostenere in questa sede che tali omissioni non sarebbero
rilevanti ai fini di verificare il corretto comportamento del datore di lavoro ai
sensi dell'art. 2087 cc.; come si pu affermare che non vi erano polveri negli
stabilimenti o che le mascherine di carta e gli aspiratori erano in grado di
eliminare ogni effetto delle sostanze inquinanti e polveri se non vi erano
rilevazioni cliniche ed ambientali, come si pu affermare che dette omissioni
non possano essere correlate alla patologia sofferta per anni dal Caggese,
culminata con la morte del lavoratore?
E' assurdo pensare, anche solo per un attimo, che la ricostruzione della
vicenda operata dal primo Giudice in ordine alla violazione da parte
dell'appellante del citato art. 2087 cc, sia illogica e contraddittoria, atteso che
vi la prova dell'inadempienza e che la stesa stata fornita proprio
dall'Italcementi su un piatto d'argento.
Altro aspetto della vicenda riguarda l'onere della prova a carico degli
eredi Caggese.
Parte avversa afferma che non sarebbe stato provato n il nesso
causale tra la malattia e le sostanze presenti durante le lavorazioni, n
sarebbero state indicate quali misure l'Italcementi avrebbe dovuto adottare per
evitare il decesso. Per tali motivi, il Giudice di prime cure, avrebbe riconosciuto
la responsabilit dell'appellante in assenza di qualsivoglia prova in ordine alla
presunta violazione di norme imperative da parte dell'Italcementi stessa,
ammettendo, apoditticamente, che sarebbero state presenti durante i processi
di lavorazione sostanze di per se necessarie e sufficiente alla causazione
dell'evento morte.
Ricordiamo a noi stessi che allegato al fascicolo di parte di primo grado
vi una CTP che fa risalire la patologia del Caggese all'inalazione di polveri
durante la lavorazione dei cementi, oltre al fatto che vi una copiosissima
documentazione medica, alla quale ci riportiamo, e che conferma l'insorgenza
gi dal 1984 di problemi respiratori riconducibili a silicosi, in pi vi anche una
CTU che conferma il quadro probatorio su cui si fondata la domanda degli
odierni appellati, illustrando i materiali nocivi comunemente presenti nei
cementifici e le conseguenze sulla salute dei lavoratori. Cos'altro si sarebbe
potuto e dovuto provare?
Sui mezzi che avrebbe dovuto predisporre l'appellante a tutela dei
propri lavoratori, sicuramente non vi potevano essere la semplici mascherine di
carta e aspiratori di cui probabilmente neanche parte avversa ne conosce
l'idoneit allo scopo, visto che come detto in precedenza mancano rilevamenti
ambientali che avrebbero potuto fugare ogni dubbio in ordine alla presenza o
meno di concentrazioni di inquinanti.
Tornando, invece alla documentazione clinica in atti, emerge che il
Caggese nel 1984 stata diagnosticata una broncopatia cronica enfitematosa
da inalazione di Biossido di silicio (silicosi?). Da tale data in poi l'apparato
respiratorio del de cuius risultato sempre pi compromesso sino a quando,
nel 1997, venne diagnosticato un cancro probabilmente gi presente da tre
anni e riconducibile all'inalazione di cromo esavalente e biossido di silicio.
Orbene, l'Italcementi, afferma che la broncopatia diagnosticata al
Caggese non sarebbe conseguenza dell'inalazione di biossido di silicio, in
considerazione del fatto che detta sostanza non sarebbe stata presente
durante la lavorazione del cemento ed in particolare del Portland, come se
questo fosse l'unico tipo di cemento prodotto dall'appellante, mentre in realt,
nella forma pura esso costituisce solo l'8% della produzione totale.
A confutazione delle affermazioni dell'Italcementi, sufficiente leggere
un documento dell'Associazione Italiana Tecnico Economica Cementi alla pagina
http://www.aitecweb.com/Cemento/Cos%C3%A8ilcemento/Costituentiprincipal
i.aspx, da dove emerge che nella lavorazione del cemento, il biossido di silicio,
unitamente ad altri silicati pi che presente, ma vi di pi.
Come gi detto, l'Italcementi produce diversi tipi di cementi, tra
questi quello a base di Loppa siderurgica, come il Termocem ed il
Novacem le cui schede tecniche sono riportate in
(http://www.italcementi.it/ITA/I+nostri+prodotti/Cementi+e+Leganti/Cementi
+Grigi+Standard/Termocem.htm)
+Grigi+Standard/Novocem.htm)
Detti prodotti, sono costituiti da 35% 64 % di clinker, mentre la
restante parte costituita da loppa granulata daltoforno (S) ed eventuali
costituenti secondari.
La Loppa siderurgica (o scoria d'altoforno) un sottoprodotto del
processo di produzione della ghisa, durante il quale si formano grandi quantit
di scoria liquida di composizione non lontana da quella del cemento Portland.
La scoria acquista caratteristiche idrauliche se all'uscita dall'altoforno
viene raffreddata bruscamente e trasformata in granuli porosi a struttura
vetrosa (silice amorfa) detti loppa granulare.
Questi in seguito vengono macinati in modo da ottenere una polvere di
finezza paragonabile a quella del cemento al quale viene aggiunta per
attribuire al cemento stesso particolari caratteristiche.
Se si osserva la formula chimica della loppa granulata d'altoforno si
nota che essa costituita per 2/3 circa da ossido di calcio (CaO), ossido di
magnesio (MgO) e biossido di silicio (SiO2), il resto da ossido di alluminio
(Al2O3) e modeste quantit di altri composti.
Appare quindi completamente falsa l'affermazione dell'Italcementi in
ordine all'assenza di biossido di silicio nei cementi da essa prodotta, atteso
che, sia nel prodotto finale che in quello intermedio pi che certa la presenza
di tale silicato e lo sicuramente per i cementi da altoforno.
Per ci che attiene al nesso di causalit tra l'insorgenza di tumori
polmonari e esposizione a silicati cristallini ricordiamo a noi stessi, che la IARC
nel 1997 ha posto il biossido di silicio nella Classe 1, risultando un'evidente
cancerogenicit di detto minerale e quindi la stretta correlazione con i tumori
nell'uomo al pari dell'asbesto. Su questo argomento ci riportiamo a quanto
scritto dai colleghi Gori e Zaccaria nella memoria di costituzione.
Sempre per escludere la presenza di polveri nocive per la salute,
l'Italcementi, sostiene che nella lavorazione del Portland non vi sarebbe
neanche cromo esavalente, che notoriamente altamente cancerogeno.
A sostegno della propria tesi ha depositato le schede di sicurezza,
risalenti al 2011 in cui risultano tracce nei limiti di legge di cromo esavalente.
dall'appellante, in pi la scheda di sicurezza esibita risale ad epoca successiva
al 2005 data in cui stata vietata in Italia la produzione di cementi con
presenza di cromo esavalente superiore a 2 ppm.
Vi da dire che, il CrVI presente ancora oggi in quantit superiori a
2ppm se non nel prodotto finito, sicuramente durante la fase di lavorazione.
Ci dimostrato dal fatto che per commercializzare il cemento, anche il
famigerato Portland, si fa uso di costosi riducenti del CrVI, che tra l'altro hanno
una scadenza temporale, il che vuol dire che prima dell'utilizzo di tale prodotti
la concentrazione di cromo sicuramente superiore ai limiti di legge, poi viene
ridotta a 2ppm, per
poi ritornare in concentrazioni pericolose a causa della
perdita di efficacia dei riducenti stessi.
A confermarlo la stessa Italcementi nella Scheda di Sicurezza
pubblicata sulla pag. web http://www.italcementi.it/NR/rdonlyres/EBE25F19ECAB-4D99-8E53-5B66B49AA3DC/0/SDSGRIGI1luglio2011.pdf ove al punto
2.3 pag. 2 si legge Linalazione frequente del cemento e delle miscele
contenenti cemento per un lungo periodo di tempo aumenta il rischio
di insorgenza di malattie polmonari. Il contatto ripetuto e prolungato
dellumidit, pu provocare irritazione e/o dermatiti (Bibliografia [4]).
Sia il cemento che le miscele contenenti cemento e i loro impasti, in
sensibilizzazione (a causa della presenza in tracce di sali di cromo VI);
ove necessario, tale effetto viene depresso dallaggiunta di uno
specifico agente riducente per mantenere il tenore di cromo VI
idrosolubile a concentrazioni inferiori allo 0,0002 % (2 ppm) sul peso
totale a secco dello stesso cemento, in ottemperanza alla legislazione
richiamata al punto 15 sempre nella medesima scheda a pag. 6 punto 7.2
si legge Lintegrit della confezione ed il rispetto delle modalit di
conservazione sopra menzionate sono condizioni indispensabili per
garantire il mantenimento dellefficacia dellagente riducente per il
periodo di tempo riportato sul DDT (sia per prodotto in sacco che
sfuso) ed anche su ogni singolo sacco. Tale scadenza temporale
mantenere il livello di cromo VI idrosolubile, determinato
secondo la norma EN 196-10, al di sotto del limite di
0,0002%, imposto dalla vigente normativa (vedere p. 15), fermi
restando i limiti di impiego della miscela dettati dalle regole generali di
conservazione ed utilizzo del prodotto stesso.
Vi di pi.
Come gi detto, la percentuale di 2ppm previsto per il prodotto finito
largamente superata in fase di produzione, a tal proposito si riporta a titolo
meramente esemplificativo ci che emerso da analisi dell'ARPA presso lo
stabilimento di Isola delle Femmine nel 2009.
Da dette verifiche emerso che nei pressi del forno 3 la presenza di
cromo VI era di 6.5ppm cio pi del triplo di quello consentito nel prodotto
finale, concentrazioni di cromo totale
cento volte superiori a quelle rilevate
presso il forno 3 furono riscontrate presso l'abitazione di tale Sig. Farina, in
prossimit dello stabilimento.
Considerato che le concentrazioni di cromo superano di molto quelle
che sarebbero dovute essere presenti nelle materie prime denunciate dalla
fabbrica, clinker e pet coke, si ritiene che dovrebbero esserci altre fonti di
emissione di CrVI, purtroppo non conosciute per non aver, l'Italcementi, fornito
i chiarimenti richiesti e dovuti. Si riporta il sito web ove poter leggere l'intero
verbale di sopralluogo dell'ARPA
http://www.academia.edu/6956870/ARPA_ITALCEMENTI_MARZO_09_CROMOESAVALENTE-VI
E' evidente che il cromo esavalente, anche dopo le limitazioni imposte
dalla direttiva Europea 2003/53 CE e recepita in Italia
con D.M. 10 maggio
2005, resta ancora presente nei cementifici, in percentuali purtroppo
superiori a quelle ritenute dannose per l'organismo, non osiamo immaginare,
quindi, quali fossero state le concentrazioni di tale sostanza prima del limite
imposto e cio proprio durante il periodo in cui il Caggese ha prestato la
propria attivit lavorativa alle dipendenze dell'Italcementi, anche e soprattutto
a seguito dell'utilizzo, come combustibili per i forni di cottura, di CDR ed altri
tipi di rifiuti sulle cui composizioni si sono scritte enciclopedie soprattutto per
l'assenza, almeno per il passato, di specifici controlli su detti materiali da
combustione e relative emissioni di fumi e sostanze nocive.
Non si comprende come si possa negare che prima del 2005, il cromo
VI non fosse stato presente durante la lavorazione dei cementi, compreso il
prodotto finito, considerato che, proprio la CE ha ritenuto di intervenire a tutela
dei lavoratori esposti, ponendo dei pesanti limiti alla concentrazione di tale
materiale, e ci evidentemente perch la presenza del cromo era di gran lunga
superiore ai limiti considerati nocivi per l'uomo. Ancora pi strabiliante
comunque tentare di negare l'evidenza, esibendo schede tecniche risalenti a
ben 13 anni dopo la morte del Caggese ed in ogni caso successive al 2005.
Sulla pericolosit e cancerogenicit del cromo VI non riteniamo di
doverci dilungare oltre anche perch stata chiaramente illustrata nella
memoria di costituzione degli Avv.ti Gori e Zaccaria, ma soprattutto dalla CTP
del dott. Quaratino e dalla stessa CTU.
Alla luce di quanto sin qui esposto, bisogna ritenere senza alcun timore
di smentita che il primo Giudice ha ritenuto, correttamente, di non prendere in
considerazione la CTP dell'appellante, perch essa si fonda essenzialmente
sull'assunto che nel 2011 nel cemento Portland non vi era n biossido di silicio
n cromo VI, circostanza, questa, non rilevante ai fini della decisione
trattandosi di dati, qualora fossero veritieri e/o completi, che nulla hanno a che
vedere con il periodo lavorativo incriminato .
Anche le considerazioni successive, presenti nella CTP di parte
appellante, che si basano sulla valutazione di un unico referto medico e tra
l'altro in maniera incompleta, ci riferiamo
a quello del 1992, non avrebbero
mai potuto inficiare le conclusioni a cui pervenuto il CTU, n tale valutazione
pu essere utilizzata per ritenere che la malattia del Caggese fosse
esclusivamente correlata al fumo di sigarette.
La strategia difensiva dell'Italcementi era ed molto chiara: negare la
presenza di sostanze nocive e la diagnosi di broncopatia da silicosi,
condurrebbe a ritenere il tabagismo l'unica causa necessaria e sufficiente per la
causazione della morte del Caggese e quindi ritenere il fumo da sigarette quale
fenomeno antecedente senza il quale, quello della malattia e quindi della morte
non si sarebbe potuto prodursi, avendo il fumo stesso, tutti gli elementi
occorrenti per la produzione del fenomeno susseguente. Ma cos non .
Che il fumo di tabacco sia cancerogeno e/o accelerante di tumori, non
vi sono dubbi, ma al fine di verificare in concreto il nesso di causalit o
concausalit nei casi specifici, occorre provare alcune rilevanti circostanze
relative alla modalit di fumare di una persona, oltre alla presenza di altri
fattori che potrebbero da soli provocare danni alla salute.
Ci spieghiamo meglio. Sicuramente il numero di sigarette giornaliere
incide sul cosiddetto rischio relativo (Rr), orbene a parit di numero di
sigarette tale Rr cambia da persona a persona in base alla presenza o meno
dell'aspirazione del fumo, della frequenza delle aspirazioni, della durata delle
stesse e da quanta sigaretta venga effettivamente fumata, dal tipo di sigaretta,
dalla quantit di catrame (non della nicotina erroneamente ritenuta dal CTP di
parte avversa cancerogena, al massimo un alcaloide che rientra tra i farmaci
da abuso, al pari di altre sostanze psicotrope naturali e non) ecc.
Affermare, quindi, che un grande fumatore chi fuma 20 o pi
sigarette al giorno un'enorme fesseria se non si considerano i suindicati
parametri. Per esempio: posso fumare 40 sigarette al giorno, ma non aspirarne
neanche una o fare solo due brevi aspirazioni, rispetto a chi ne fuma solo 5,
aspirandole completamente, sicuramente inalo meno sostanze cancerogene ed
il mio Rr diminuisce sensibilmente, cos come, a parit di sigarette giornaliere,
se faccio 3 lunghe aspirazioni di fumo per sigaretta, assumer pi sostanze
nocive di chi ne compie 6, ma brevissime e cos via.
Appare evidente, pertanto,
che affermare che il Caggese
grande fumatore solo perch fumava 20 sigarette al giorno, in assenza della
prova delle modalit di fumo decisamente errato.
L'indagine che deve essere compiuta, anche ai sensi e per gli effetti del
combinato disposto degli artt. 40 e 41 c.p., consiste nel verificare, considerata
la multifattoriet del tumore in generale, quale sia la causa principale, se
esistono concause o se tali concause possano essere considerate mere
occasioni o coincidenze
Per comprendere meglio: riconoscere che un determinato fatto o
comportamento sia stato causa di un determinato evento, si richiedono nel
primo due requisiti: la necessit e la sufficienza.
Il requisito della necessit implica che senza lintervento del fenomeno
antecedente quello susseguente non avrebbe potuto prodursi; il requisito della
sufficienza importa che il fenomeno antecedente abbia in s gli elementi
occorrenti per la produzione del fenomeno susseguente.
Quando nella seriazione dei momenti in cui si articola una catena
causale si inseriscono coefficienti estranei al comportamento dell'agente, che
tuttavia interferiscono nella produzione dell'evento ultimo, onde questo risulta
diverso da quello che era attendibile data la natura e l'entit di tale
comportamento, si parla di concause.
Teoricamente la differenza tra causa e concausa consiste nel fatto che
mentre alla prima vengono riconosciuti i requisiti della necessit e della
sufficienza nella produzione dell'evento (causa adeguata in senso proprio), la
concausa una condizione necessaria ma non sufficiente.
Nel caso concreto, quando esistano pi condizioni necessarie (bench
non sufficienti) alla produzione dell'evento, chiaro che nessuna di esse pu
dirsi causa in senso stretto, ma tutte sono concause.
Esempio classico quello di un traumatismo addominale in donna
Per occasione si deve intendere un antecedente che si identifica in un
fattore complementare del nucleo eziologico, definito anche circostanza, o
complesso delle circostanze che hanno favorito lentrata in azione della causa,
non del tutto indifferente nella produzione dellevento e che compartecipa,
anche subordinatamente, a promuovere levento.
Un esempio quello del fulmine che colpisce un contadino che andava
sotto il temporale con una zappa sulle spalle. La causa della morte
indubbiamente la folgorazione, ma non si potr negare che il portare la zappa
sulle spalle (occasione) non abbia attivamente contribuito alla produzione del
decesso, senza, peraltro, rappresentare una condizione necessaria, poich la
folgorazione poteva verificarsi anche in mancanza della zappa medesima.
Per coincidenza deve intendersi quel complesso indifferente di
circostanze di luogo e di tempo, nelle quali la causa agisce e l'evento si
produce, e quindi privo di qualsiasi dignit causale, esso implica un rapporto
puramente cronologico o/e topografico tra i due fenomeni ed , quindi, un
evento slegato dai fatti antecedenti e successivi, osservato semplicemente
perch verificatosi simultaneamente ai fatti considerati.
Orbene, nel caso che ci occupa la domanda a cui bisogna rispondere
se le sostanze inquinanti e cancerogene presenti durante la lavorazione siano
state da sole sufficienti e necessarie alla causazione dell'insorgenza dapprima
della patologia e poi della morte del Caggese. La risposta non pu che essere
affermativa vista l'abbondante letteratura scientifica in materia di danni causati
da biossido di silicio e cromo VI, nonch il complessivo quadro clinico del de
cuis e le risultanze istruttorie (CTU e CTP).
Altra domanda da porsi, dopo aver risposto positivamente alla prima,
se il fumo da sigarette abbia inciso come fenomeno necessario ancorch non
sufficiente nella casusazione della malattia, e quindi essere considerato
concausa, oppure una mera occasione o addirittura una coincidenza.
Se si leggono attentamente tutti i referti medici allegati, non ne esiste
uno che faccia ritenere che la broncopatia ed i deficit respiratori siano in
qualche modo riconducibili al fumo n come causa adeguata n come concausa
in senso stretto, al massimo come occasione che in quanto tale non idonea
ad interrompere il nesso eziologico tra esposizione ad inquinanti e cancro
In particolar modo vorremmo soffermarci sul referto del 21/06/1990,
interstiziale...., tale fibrosi altro non che la conseguenza di una
pneumoconiosi da silicio, e non ha alcun rapporto con i danni da fumo di
Anche nel referto del 1992, a seguito della visita medica disposta
dall'INAIL,
un'evoluzione in riduzione del seno costo fenico destro, con disegno
polmonare e delle ombre ilari con aspetto di torace sporco, che in
associazione al murmure vescicolare ridotto e funzionalit respiratoria ai limiti
inferiori alla norma, precedentemente osservate, individuano certamente una
patologia collegata esclusivamente all'inalazione di biossido di silicio, che
sicuramente non rientra tra le sostanze assumibili attraverso il fumo di tabacco
Ebbene, come avrebbe interagito allora il tabagismo? Si parlato di
acceleratore del carcinoma, il che vuol dire una diminuzione dei tempi
dall'esposizione a sostanze inquinanti e cancerogene all'insorgenza del cancro.
I tumori, sia a grandi che a piccole cellule, a seguito di esposizione a silicio o
cromo, mediamente insorgono, in assenza di altre concause, dopo 10 anni.
Se consideriamo come data iniziale dell'insorgenza dei primi sintomi di
silicosi nel Caggese, intorno ai primissimi anni 80 e la data del cancro 1997, si
nota che il quadro evolutivo proprio quello tipico di detta malattia in tumore,
ergo, neanche sotto l'aspetto temporale sembra che il tabagismo abbia inciso
In conclusione possiamo confutare con certezza quasi matematica che
vi sia stata concausa tra tabagismo e l'evento finale della morte del Caggese.
risarcimento del danno biologico iure ereditatis.
Sembra che parte avversa ritenga che gli eredi del Caggese non
avrebbero diritto a tale risarcimento, adducendo argomentazioni di difficile
comprensione anche in considerazione della giurisprudenza richiamata, che in
parte smentisce quanto ex adverso sostenuto ed in parte , non solo datata,
ma largamente superata da altre statuizioni anche recentissime.
Ci sembra opportuno chiarire che a seguito di un evento mortale si
producono delle conseguenze risarcitorie direttamente nel patrimonio della
vittima destinate a trasmettersi in favore degli eredi secondo le ordinarie
regole della successione mortis causa. Oltre ai danni patrimoniali (es.
autovettura di propriet del defunto andata distrutta nell'incidente stradale,
che verr risarcita agli eredi), sono risarcibili anche i danni non patrimoniali.
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimit,
perch possa ravvisarsi un risarcimento del danno biologico iure hereditatis in
favore degli eredi del soggetto deceduto, necessario che tra la data del fatto
e quella del decesso, sia decorso un lasso di tempo sufficiente a permettere un
consolidamento del danno in oggetto, trattandosi di soluzione che oltre ad
avere trovato l'avallo della giurisprudenza costituzionale nella sentenza n. 372
del 1994, non si pone in contrasto con le varie Convenzioni internazionali a
tutela dei diritti dell'Uomo, avendo la Suprema Corte affermato che uno
strumento di tutela del diritto alla vita comunque apprestato dalla sanzione
penale, non essendo possibile al giudice nazionale, non gi disapplicare la
norma interna in contrasto con quella sopranazionale, ma creare un diritto ex
novo, come accadrebbe laddove si riconoscesse il diritto al risarcimento del cd.
danno biologico da morte (cfr. Cassazione civile 23 febbraio 2004 n. 3549).
In altri termini, come recentemente chiarito dalla Corte di Nomofilachia,
"la lesione dell'integrit fisica con esito letale, intervenuta immediatamente o a
breve distanza dall'evento lesivo, non configurabile come danno biologico,
giacch la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla
salute, ma incide sul diverso bene giuridico della vita, a meno che non
intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni subite dalla vittima del
danno e la morte causata dalle stesse, nel qual caso, essendovi un'effettiva
compromissione dell'integrit psico-fisica del soggetto che si protrae per la
durata della vita, configurabile un danno biologico risarcibile in capo al
danneggiato, che si trasferisce agli eredi, i quali potranno agire in giudizio nei
confronti del danneggiante "iure hereditatis"" (cfr. Cassazione civile, sez. III,
17 gennaio 2008, n. 870).
Sul concetto di apprezzabile lasso di tempo, o, meglio, sulla sua
quantificazione, la Suprema Corte l'ha individuato, in pi occasioni, in un
tempo pari a 24 ore o anche tre giorni, idoneo a consentire la risarcibilit del
danno biologico in capo alla vittima primaria e trasmissibile in via ereditaria (di
recente per ha ritenuto che anche tre giorni non siano sufficienti a integrare il
lasso di tempo utile: si veda Cass. 458/2009).
Esclusivamente in tale ipotesi, dunque, "il danneggiato acquisisce il
diritto al risarcimento del danno biologico subito per l'effettiva durata della sua
sopravvivenza....e si tratta di un danno alla salute, che se pure temporaneo,
massimo nella sua entit ed intensit (cd. danno biologico terminale)"(cfr.
Cass. civ, n. 18305/2003 cit., p. 5; Cass. civ. 16 maggio 2003 n. 7632).
Si evidenzia peraltro che la sentenza della Corte di Cassazione, sezione
n.1361/2013
(depositata
contestato tale approccio.
Con tale innovativa pronuncia la Suprema Corte individua, per la prima
volta, come categoria di danno non patrimoniale risarcibile ex se il danno da
perdita della vita, quale bene supremo dell'individuo, oggetto di un diritto
assoluto e inviolabile: tale danno, che altro e diverso dal danno alla salute, in
ragione del diverso bene tutelato, deve ritenersi di per s ristorabile in favore
della vittima che subisce la perdita della propria vita, e in relazione ad esso
sono del tutto irrilevanti sia il presupposto della permanenza in vita per un
apprezzabile lasso di tempo successivo all'evento morte sia il criterio
dell'intensit della sofferenza della vittima per avere ella la percezione
dell'imminente sopraggiungere della propria fine. La vittima acquisisce il diritto
al risarcimento per la perdita della vita subto, nel momento stesso in cui si
verifica la lesione mortale e quindi anche in caso di morte immediata o
istantanea, in deroga al principio dell'irrisarcibilit del danno evento: tale
diritto, avendo poi natura compensativa, trasmissibile iure hereditatis.
Nel caso di specie indubbio che non vi sia stata una morte improvvisa
o meglio istantanea, quindi alla luce di quanto innanzi detto e della
giurisprudenza richiamata, appare evidentissima la infondatezza dell'eccezione
di parte avversa.
A dir il vero, la liquidazione operata dal primo giudice di gran lunga
inferiore a quella a cui si sarebbe pervenuti ove fossero stati applicati
correttamente i principi ormai consolidati in giurisprudenza in ordine non solo
al danno da perdita della vita come innanzi specificato, ma anche al danno
morale risarcibile iure ereditatis.
A tal proposito vorremmo ricordare che nel caso in cui la morte segua le
lesioni dopo breve tempo, la sofferenza psichica patita dalla vittima delle
lesioni fisiche integra un danno che deve essere qualificato, e risarcito iure
haereditatis (con liquidazione ancorata alla gravit dell'offesa ed alla seriet del
pregiudizio), come danno morale e non come danno biologico, giacch una tale
sofferenza, di massima intensit anche se di durata contenuta, non
suscettibile, in ragione del limitato intervallo temporale tra lesione e morte, di
degenerare in patologia (cfr. Cassazione civile, sez. III, 12 febbraio 2010, n.
Tuttavia, affinch possa riconoscersi tale pregiudizio morale, detto
anche danno tanalogico, come tale trasmissibile "jure haereditatis", la
giurisprudenza unanime nel richiedere la prova che la vittima sia stata in
condizione di percepire il proprio stato, lucidamente assistendo allo spegnersi
della propria vita, dovendosi escludere la risarcibilit del danno morale quando
all'evento lesivo sia conseguito immediatamente lo stato di coma e la vittima
non sia rimasta lucida nella fase che precede il decesso (cfr. Cassazione civile,
sez. III, 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. 17 gennaio 2008 n. 870; Cass.
24 ottobre 2007 n. 22338; Cass. 28 agosto 2007 n. 18163; Cassazione civile,
sez. III, 13 gennaio 2009, n. 458).
Orbene, anche in questo caso non si pu certo affermare che il Caggese
non fosse stato in grado di percepire il proprio stato lucidamente.
Per tutte le altre questioni trattate nel ricorso in appello ci si riporta
integralmente alla memoria difensiva degli Avv.ti Gori e Zaccaria che qui deve
intendersi integralmente trascritta.
affinch l'On.le Collegio adito voglia rigettare in toto l'appello formulato
dall'Italcementi in quanto infondato in fatto e diritto e quindi confermare la
sentenza di primo grado accogliendo invero l'appello incidentale proposto con
memoria di costituzione del 09/12/2013.
Con vittoria di competenze del presente giudizio con distrazione a
favore del sottoscritto procuratore per dichiarata anticipazione.
Bari 10/02/2015
Nella qualit, ed in proprio, conferisco il potere di rappresentanza e difesa, in ogni
fase, stato e grado del giudizio ed atti inerenti, conseguenti e successivi, ivi compresa
leventuale fase esecutiva ed il giudizio di opposizione, allAvv. Angelo TORRE, (C.F. TRR NGL
66A28 D643U) con studio in Foggia alla via G. Rosati, 141 fax 0881684673 pec.
avv.angelotorre@pec.it, ivi compreso il potere di proporre domande riconvenzionali,
chiedere provvedimenti cautelari, chiamare terzi in causa, farsi sostituire, transigere,
conciliare, abbandonare il giudizio e rilasciare quietanze. Lautorizzo, ai sensi dellart. 13 D.L.
196/03, ad utilizzare i dati personali per la difesa dei miei diritti e per il perseguimento delle
finalit di cui al mandato, nonch a comunicare ai Colleghi i dati con lobbligo di rispettare il
segreto professionale e di diffonderli esclusivamente nei limiti strettamente pertinenti
allincarico conferito Le ratifico sin dora il Suo operato e quello di eventuali Suoi sostituti.
Eleggo domicilio presso il Suo studio in Foggia alla via Rosati n. 141.
Foggia Bari _____________
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