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Timestamp: 2020-05-30 21:52:27+00:00
Document Index: 82252221

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 5', 'art. 15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 360', 'art. 4', 'art. 24', 'art. 360', 'art. 15', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 5', 'art. 360', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 348', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 1345', 'art. 360', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art.13']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 03 dicembre 2019, n. 31523 - Nei licenziamento collettivo il limite del controllo giudiziale è circoscritto alla verifica dell'effettività e della ragionevolezza della riduzione del personale - Studio Cerbone
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 dicembre 2019, n. 31523
Procedura di licenziamento collettivo – Limite del controllo giudiziale, circoscritto alla verifica dell’effettività e della ragionevolezza della riduzione del personale – Irrilevanza delle ragioni economiche che hanno indotto l’azienda a disporre la riorganizzazione produttiva – Sufficiente la verifica della sussistenza del nesso causale tra il progettato ridimensionamento e singoli provvedimenti di recesso
1. La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 505/2018 dell’8 maggio 2018, respingeva il reclamo proposto da P. F. e Filctem Cgil e così confermava la sentenza del Giudice del lavoro del Tribunale di Modena che, respingendo l’opposizione del F., aveva rigettato l’impugnativa del licenziamento che la società G.C. R. p.a. aveva intimato al ricorrente in data 10 dicembre 2014 all’esito di una procedura di licenziamento collettivo avviata il 17 settembre 2014.
1.1. La Corte territoriale evidenziava che i punti sottoposti al suo esame erano i seguenti: insussistenza del presupposto giuridico del licenziamento collettivo, ossia la riduzione o trasformazione dell’attività (art. 24 legge 223 del 1991); natura discriminatoria e/o ritorsiva del licenziamento; insussistenza della asserita chiusura del “Laboratorio Tecnologico Controllo Qualità”; insussistenza della asserita chiusura dell’area relativa al controllo della qualità delle materie prime dell’anzidetto Laboratorio; mancata comparazione della posizione del F. con quella del tutti gli altri dipendenti del gruppo e della società; violazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare (art. 5 legge n. 223 del 1991).
1.3. Quanto al dedotto carattere discriminatorio per ragioni di età o per ragioni sindacali ai sensi dell’art. 15 legge n. 300 del 1970, osservava la Corte di appello che si trattava di vizi solo apoditticamente enunciati e non supportati da elementi più specifici. Non risultavano neppure indicati i lavoratori più giovani e meno costosi che avrebbero sostituito il F. nell’attività da lui svolta. Era ininfluente l’attività sindacale svolta dal ricorrente, ma risalente agli anni 1990/1996, periodo oltremodo distante del tempo.
1.4. Quanto alle censure relative alla soppressione del Laboratorio Controllo Materie Prime, osservava che dalla accurata ricostruzione contenuta nella sentenza di primo grado, condivisa dalla Corte, detto Laboratorio – cui era addetto al F. – era dotato di una propria autonomia rispetto agli altri due laboratori esistenti presso la società, ossia il Laboratorio Tecnologico Produzione e il Laboratorio Ricerche e Sviluppo. Nella procedura di licenziamento collettivo era stata individuata proprio l’esigenza di chiudere il Laboratorio Materie Prime con il licenziamento dei quattro addetti, poiché la relativa attività era stata esternalizzata, mentre non aveva trovato riscontro in giudizio la tesi secondo cui il predetto laboratorio costituisse una frazione del più complesso Laboratorio Tecnologico Controllo Qualità. Anzi, gli stessi organigrammi aziendali avevano evidenziato l’esistenza di un Laboratorio Materie Prime, già Laboratorio Impasti, al servizio di tutti gli stabilimenti del gruppo.
2. Per la cassazione di tale sentenza FILTEM-CGIL e L. F. hanno proposto ricorso affidato a tredici motivi, cui ha resistito con controricorso la soc. G.C. R. s.p.a..
3. Parte ricorrente ha altresì depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
1. Il primo motivo denuncia nullità della sentenza ai sensi dell’art. 132 n. 4 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ., per avere la Corte di appello affermato l’oggettiva complessità e particolarità della vicenda dedotta in causa, con altrettanto oggettiva opinabilità delle questioni trattate”.
2. Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 4, commi 2, 3 e 9 e dell’art. 24 legge n. 223 del 1991 (art. 360, primo comma n. 3, cod. proc. civ.) per il mancato controllo giudiziale sulla correttezza procedurale dell’operazione e sull’effettività della scelta imprenditoriale.
Si assume che dal contenuto della comunicazione del 17 settembre 2014 (trascritta da pag. 27 a pag. 30 del ricorso) era desumibile l’assenza di indicazioni circa un’analisi concreta e specifica della situazione economico- finanziaria del gruppo R. e che dai bilanci degli ultimi anni e dalla consulenza tecnica di parte era emerso un miglioramento nell’anno 2014, da cui l’insussistenza della asserita crisi.
3. Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 15 lett. B) legge n. 300 del 1970, degli artt. 2727 e 2729 cod. civ. e degli artt. 115 e 116 cod. proc.civ. per mancato riconoscimento della natura discriminatoria del licenziamento per motivi sindacali.
4. Il quarto motivo denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.) consistito nel demansionamento per ragioni sindacali. Con tale motivo si reitera sub specie di vizio di omesso esame di un fatto decisivo il medesimo argomento di cui al terzo motivo.
5. Il quinto motivo censura la sentenza per violazione dell’art. 15 legge 300 del 1970 e degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. per non avere accertato il carattere discriminatorio per ragioni di età del licenziamento intimato.
6. Il sesto motivo denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.), sempre vertente sul carattere discriminatorio del licenziamento per ragioni di età, per avere la sentenza omesso di considerare l’intenzione dell’azienda di raggiungere un risparmio di spesa eliminando le posizioni addette al laboratorio e occupate da lavoratori più onerosi per l’azienda.
7. Il settimo motivo denuncia (da pag. 67 a pag 90 del ricorso) omesso esame di un fatto decisivo del giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.) costituito dall’esistenza di un laboratorio, denominato “Laboratorio Tecnologico Controllo Qualità”, inteso come complesso di personale dotato di competenze specifiche e investito del compito di controllare la qualità delle materie prime, dei semilavorati e dei prodotti finiti.
8. Con l’ottavo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 29 d.lgs. 276 del 2003 in materia di appalto di manodopera, in quanto il dott. G., professionista geologo al quale società R. aveva appaltato il “controllo delle materie prime”, prestava la propria opera nei locali aziendali e si avvaleva di un’organizzazione di mezzi non propria.
9. Con il nono motivo si denuncia violazione degli artt. 4 e 24 d.lgs. n. 223 del 1991 per avere la sentenza violato i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità con la sentenza n. 5592 del 2016 per cui spetta al datore di lavoro l’allegazione e la prova dell’impossibilità di repechage del lavoratore.
10. Il decimo motivo denuncia (da pag. 99 a pag. Ili del ricorso) violazione e falsa applicazione degli artt. 4, comma 9 e 5 legge n. 223 del 1991 per avere la sentenza violato tali norme, laddove ha ritenuto corretta la determinazione aziendale di limitare il novero dei lavoratori destinatari del provvedimento espulsivo ai soli addetti al reparto soppresso, anziché estendere la comparazione tra tutti gli addetti all’intero complesso aziendale e per non avere spiegato come i criteri di scelta fossero stati applicati nella specie.
11. Con l’undicesimo motivo si denuncia nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 n. 4 cod. proc. civ. (art. 360, primo comma, n. 4 cod. proc. civ.) per avere affermato l’infungibilità delle prestazioni lavorative del F. sulla base di una motivazione apparente, ovvero contraddittoria ovvero incomprensibile ovvero perplessa, in quanto dall’intero complesso motivazionale della sentenza si comprende come il giudizio di infungibilità sia stato compiuto soltanto in sede giudiziale e non invece, come sarebbe stato necessario, all’atto di intimazione del licenziamento, cioè nell’ambito della procedura di licenziamento collettivo.
12. Con il dodicesimo motivo si denuncia (dal pag. 114 a pag. 119 ricorso) omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.) costituito dall’avere il F., nel suo lungo percorso professionale, svolto tutta una serie di altre mansioni all’interno della R., “precisamente emerse in modo incontestabile dalla risultanze istruttorie”.
13. Con il tredicesimo motivo ci si duole (da pag. 119 a pag. 125 ricorso) della violazione o falsa applicazione dell’art. 5 legge n. 223 del 1991.
16.1. Secondo costante giurisprudenza di questa Corte, in ipotesi di licenziamenti collettivi impugnati giudizialmente, il giudice, investito della valutazione di legittimità dei recessi, non può sindacare le scelte imprenditoriali nel dimensionare il livello occupazionale in riferimento alla programmata ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale, sicché non vi è valutazione di merito sulla giustificatezza del recesso datoriale come nella fattispecie del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Al riguardo, l’accertamento del giudice, investito della valutazione della legittimità del licenziamento collettivo, riguarda la sussistenza dell’imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento singoli provvedimenti di recesso (cfr., ex plurimis, Cass. n. 19347 del 2007, n. 6385 del 2003).
17.1. Premesso che l’effettiva soppressione del laboratorio con esternalizzazione del servizio costituisce l’esito di un accertamento di merito compiutamente svolto dal giudice di appello, va osservato che il terzo e il quinto motivo censurano la valutazione delle prove, omettendo di considerare che il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità. La denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito è configurabile come un errore di fatto che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., come riformulato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012 (cfr. Cass. n. 23940 del 2017).
17.2. Il quarto e il sesto motivo che censurano la sentenza per omesso esame di fatto decisivo per il giudizio (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.) investono la soluzione di merito che la Corte di appello ha espresso condividendo integralmente e ribadendo il giudizio del giudice di primo grado.
In proposito, va osservato che opera la previsione di inammissibilità del ricorso per cassazione, di cui all’art. 348-ter, comma 5, cod. proc. civ., che esclude che possa essere impugnata ex art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ. la sentenza di appello “che conferma la decisione di primo grado”. Tale disposizione si applica, agli effetti dell’art. 54, comma 2, del d.l. n. 83 del 2012, conv. in I. n. 134 del 2012, ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione successivamente all’11 settembre 2012. Nel caso in esame, il ricorso in appello venne proposto nel 2018 per cui la disposizione trova applicazione. Tali motivi sono dunque inammissibili.
In proposito, ferma restando l’inammissibilità di cui si è detto in precedenza, va pure aggiunto che il motivo illecito addotto ex art. 1345 cod. civ. deve essere determinante, cioè costituire l’unica effettiva ragione di recesso, ed esclusivo (tra le tante, v. da ultimo, Cass. n. 9468 del 2019). Dunque, ove il licenziamento sia da ritenere legittimo perché conforme al modello legale (nella specie, il modello dettato dalla legge n. 223 del 1991), deve escludersi la ritorsività, la quale deve costituire l’unica effettiva ragione del recesso.
18.1. Preliminarmente, quanto al settimo motivo, vertente su omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.), va ribadito che si verte in ipotesi di c.d. “doppia conforme”, per cui opera la previsione di inammissibilità del ricorso per cassazione, di cui all’art. 348-ter, comma 5, cod. proc. civ.. La sentenza impugnata ha argomentato, con accertamento di merito, l’autonomia del laboratorio cui era addetto il ricorrente, come pure la non fungibilità delle posizioni degli addetti alle varie aree. Tale giudizio di merito non è più sindacabile in questa sede ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ..
18.4. Tanto premesso, va osservato che, nel licenziamento collettivo per riduzione di personale, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad una singola unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, la comparazione, al fine di individuare i lavoratori da avviare alla mobilità, può essere limitata – ove sia giustificata dalle ragioni tecnico-produttive che hanno condotto alla scelta di riduzione del personale – agli addetti delle singole unità produttive interessate alla ristrutturazione, dovendosi intendere come tali ogni articolazione dell’azienda che si caratterizzi per condizioni imprenditoriali di indipendenza tecnica e amministrativa ove si esaurisca per intero il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività, con esclusione delle articolazioni aziendali che abbiano funzioni ausiliari o strumentali. (Cass. n. 13705 del 2012).
Tuttavia il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto o settore se essi siano idonei – per il pregresso svolgimento della propria attività in altri reparti dell’azienda – ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti, con la conseguenza che non può essere ritenuta legittima la scelta di lavoratori solo perché impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto, trascurando il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative (Cass. 203 del 2015; conf. Cass. n. 19105 del 2017). Il criterio delle esigenze tecnico-produttive può essere utilizzato per la creazione di graduatorie anche trasversali tra i vari settori ove ricorrano professionalità fungibili (cfr. Cass. n. 23041 del 2018).
18.5. Nel caso in esame, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi, poiché ha positivamente accertato, alla stregua delle risultanze di causa: a) che il progetto di ristrutturazione aziendale si riferiva in modo esclusivo ad uno specifico settore dell’azienda, interessato dalla soppressione per essere il servizio stato esternalizzato con riduzione dei costi dell’impresa; b) l’articolazione dell’azienda interessata dalla procedura si caratterizzava per autonomia operativa ed esauriva un particolare ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività; c) la determinazione del datore di lavoro di limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità era giustificata dal carattere non fungibile rispetto alle posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti, ossia dall’esclusione di professionalità equivalenti; d) erano stati licenziati tutti i lavoratori addetti a tale settore, per cui non vi era alcuna necessità di comparazione tra gli stessi.
Come più volte affermato da questa Corte (cfr. tra le tante, Cass. n.7394 del 2010, n. 8315 del 2013, n. 26110 del 2015, n. 195 del 2016), è inammissibile una doglianza che fondi il presunto errore di sussunzione – e dunque un errore interpretativo di diritto – su una ricostruzione fattuale diversa da quella posta a fondamento della decisione, alla stregua di una alternativa interpretazione delle risultanze di causa.
18.7. L’undicesimo motivo risulta scarsamente comprensibile, poiché non chiarisce per quale motivo la sentenza impugnata, logicamente argomentata e coerente, sarebbe nulla perché apparente o contraddittoria. Deve comunque considerarsi che l’accertamento della legittimità del licenziamento non può che essere compiuto in sede giudiziale.
18.8. Quanto al tredicesimo motivo, l’esigenza della operatività dei criteri di scelta di cui all’art. 5 legge n. 223 del 1991, in concorso tra loro, si sarebbe posta solo ove il numero dei lavoratori in esubero fosse stato inferiore a quello degli occupati rientranti nel novero della selezione, ma nella specie – una volta delimitato (per le ragioni già dette) l’alveo della selezione ai soli addetti all’unità “Laboratorio Materie Prime” – non si poneva alcuna esigenza di comparazione, essendo stati licenziati tutti e quattro gli addetti a tale settore.
19. In conclusione, il ricorso va rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi dell’art. 2 del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.
20. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1 -quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1 -bis dello stesso art. 13 (v. Cass. S.U. n. 23535 del 2019).
Rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in euro 5.000,00 per compensi e in euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per spese generali e accessori di legge.
Ai sensi dell’art.13 comma 1 -quater del d.P.R. n.115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.
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