Source: http://www.sportolimpico.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2236:doping-&catid=1:focus
Timestamp: 2018-12-19 16:50:02+00:00
Document Index: 82542976

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Doping / Riforme: che fine fara' la giustizia sportiva?
Gli sviluppi del caso Schwazer evidenziano l’urgenza di chiarezza in materia di doping e, soprattutto, di competenze.
di Sandro Aquari
Le “quattro righe” della finanziaria che rischiano – come grida chi è avverso alla riforma Giorgetti – di ridurre il CONI ad una “sorta di agenzia di viaggi”, sollecitano molti interrogativi, soprattutto da parte di chi questo mondo lo vive dal di dentro, riguardo al futuro di tante strutture che oggi sono alla base dello stesso CONI e dello sport italiano. Ci chiediamo: che fine farà la giustizia sportiva? Attualmente, tra Nado (Tribunale antidoping, Procura antidoping, Comitato controlli antidoping, Comitato esenzioni terapeutiche), Procura generale dello sport e Collegio di garanzia, risultano coinvolte, per nomina, circa ottanta persone, con ai vertici il generale Leonardo Gallitelli, responsabile Nado, l’ex-ministro Franco Frattini, responsabile del Collegio di Garanzia, e il prefetto Ugo Taucer, insediatosi al vertice della Procura generale da poco tempo al posto del generale Cataldi.
Se la futura società “Sport e Benessere” sarà una struttura al cento per cento “governativa”, niente impedisce di ipotizzare che la parte più legata alla materia doping vada sotto la tutela del Ministero della Salute, che già in parte se ne occupa, e per quanto riguarda invece la problematica della giustizia ci possa essere un coinvolgimento del Ministero competente che per adesso, con i suoi magistrati, garantisce l’applicazione della legge 376/00, quella sul doping. Vedremo.
L’aspetto doping, materia assolutamente sensibile e non solo perché ha implicazioni internazionali, meriterà un’attenta valutazione in sede di eventuali riforme, anche perché le normative sportive e quelle penali non seguono lo stesso percorso e, anzi, talvolta appaiono in conflitto. Al riguardo è un recente e chiaro esempio la squalifica di quattro anni inflitta al nuotatore Filippo Magnini dal tribunale CONI, a fronte del mancato rinvio a giudizio della procura di Pesaro che pure lo aveva indagato. Quattro anni, senza una pur minima prova che l’atleta si fosse mai dopato (“Ma chi non ha mai pensato di farlo”, disse qualche anno fa un guru del doping come Alex Schwazer), sono apparsi ai più una follia giuridica, anche se è giusto, per capire meglio, aspettare le motivazioni della sentenza.
Che però la giustizia sportiva, in particolare quella relativa ai reati di doping, sia apparsa negli anni contraddittoria, lo dimostra anche il suo atteggiamento nei confronti dei medici Giuseppe Fischetto e Pierluigi Fiorella e della dirigente Rita Bottiglieri, coinvolti, come noto, nella prima positività di Alex Schwazer e condannati in primo grado dal tribunale di Bolzano rispettivamente a due anni i medici e a nove mesi la dirigente. Una sentenza che giudichiamo incomprensibile dopo aver letto tutte le carte e soprattutto le motivazioni – un testo, quest’ultimo, pieno di omissioni riguardo a quanto emerso dal dibattimento (email, testimonianze, regolamenti) – ma dove emerge anche la palese difficoltà da parte del giudice monocratico che l’ha emessa di comprendere i meccanismi dell’antidoping e non certo perché, ad esempio, il dottor Fischetto nella motivazione viene citato addirittura come “responsabile sanitario del CONI”!
Adesso i tre professionisti aspettano il processo di appello per dimostrare che il loro comportamento fu rispettoso dei ruoli e dei regolamenti nei riguardi dell’ex-carabiniere altoatesino che – ricordiamo – è stato poi trovato nuovamente “positivo” nel 2016 e condannato dal Tribunale internazionale (TAS) a otto anni di squalifica. Intanto però Fischetto, Fiorella e Bottiglieri prossimamente si dovranno anche difendere davanti al tribunale sportivo della prima sezione antidoping, essendo stati rinviati a giudizio dal procuratore Mario Vigna. Che questo avvenga a sei anni dai fatti contestati appare di per sé già paradossale, e lo appare ancor di più se si considera che i due medici sono stati già “valutati” in passato dalla procura CONI (e proprio da Vigna!), che ha considerato i loro comportamenti nei confronti dell’ex-carabiniere altoatesino corretti e le loro dichiarazioni attendibili rispetto alle accuse che aveva formulato Alex Schwazer alla ricerca di uno sconto di pena che ovviamente non ha avuto.
Ma c’è di più: Fischetto e Fiorella, quali medici tesserati per la Federazione Medico Sportiva, sono stati già giudicati dal tribunale della citata federazione e assolti, dopo la lettura di tutte le carte emerse dal dibattimento di Bolzano. Né la Procura generale del CONI ha mai fatto appello contro questa sentenza assolutoria, come invece avrebbe potuto fare. Ma la procura antidoping ha l’obbligo di deferire comunque i soggetti davanti a una sentenza di primo grado e quindi appellabile, peraltro dopo aver già fatto una prima valutazione della responsabilità e dopo una sentenza assolutoria da parte della federazione competente in fatto di tesseramento?
Nel regolamento antidoping non ci pare esista questa concatenazione, anche perché l’articolo 40.2.4 del regolamento antidoping precisa che solo una decisione emessa da una corte o da un ordine professionale non oggetto di un appello debba considerarsi prova inoppugnabile da parte del tribunale antidoping. Ipotizziamo: se Fischetto, Fiorella e Bottiglieri venissero squalificati dal tribunale CONI (da precisare che i due medici non risultano al momento tesserati, mentre lo è Bottiglieri, dirigente anche di una società sportiva romana) e poi assolti in appello a Bolzano, che figura farebbe la giustizia sportiva visto che le motivazioni del procuratore Vigna per l’attuale deferimento si basano praticamente su quanto scritto a sostegno della sentenza di Bolzano, dove Alex Schwazer viene considerato un teste assolutamente attendibile e non un “bugiardo” come sostenuto nel 2015 dallo stesso Vigna e dal tribunale che gli ha negato sconti di pena?
Ci ha meravigliato, peraltro, che un procuratore ormai esperto come Vigna non abbia potuto dimostrare in questa occasione una sua indipendenza intellettuale su una materia che conosce come pochi, rispetto alla poca competenza dimostrata più di una volta dai giudici penali, ad esempio come nel caso di Alberico Di Cecco, maratoneta squalificato dalla giustizia sportiva e assolto in tribunale penale nonostante il palese uso di doping. Insomma la giustizia sportiva relativamente al doping non può una volta sentirsi di serie A e un’altra volta chinare il capo per fare da raccattapalle.
Viene anche da domandarsi: perché le sentenze penali vengono utilizzate ad uso e consumo? Perché nei confronti di Fischetto, Fiorella e Bottiglieri una condanna di primo grado diventa l’alibi per un deferimento sportivo a ben sei anni dai fatti, e perché lo stesso metro non è stato usato per Alex Schwazer? L’ex-carabiniere è stato condannato dal TNA a una squalifica di tre anni e sei mesi (poi nel 2015 furono aggiunti altri tre mesi) per i fatti relativi al 2012. Ma il tribunale di Bolzano il 22 dicembre 2014 lo ha poi condannato, previo patteggiamento, a otto mesi più multa per essersi dopato “a Racines tra marzo 2010 e il 30 luglio 2012”, mentre per l’uso della tenda ipossica nel 2008 – non proibita dalla normativa sportiva – scattò la prescrizione.
Perché da parte della Procura CONI non è mai partito un ulteriore deferimento per il dopaggio del 2010 e 2011? Perché la giustizia sportiva non ha chiesto l’annullamento dei risultati del 2010 (e 2011) tanto che Alex Schwazer risulta per la storia dello sport ancora campione europeo della 20 km di Barcellona, nonostante un tribunale penale abbia accertato in via definitiva che nel 2010 si dopava? Addirittura il tribunale antidoping non ha mai chiesto neppure l’annullamento dei risultati del 2012 e in particolare del tempo-record (1h17’30”) che l’ex-marciatore ottenne sulla 20 km di Lugano il 18 marzo in condizioni di pieno dopaggio, come poi ammise lui stesso in tribunale. Successivamente fu necessario l’intervento d’ufficio della IAAF per la cancellazione di quel risultato taroccato.
Comunque, qui di seguito, per avere un quadro preciso di quello che stato il ruolo della giustizia sportiva nei confronti di Fischetto, Fiorella e Bottiglieri, abbiamo cercato di ricostruire cronologicamente i fatti.
L’11 novembre 2014 l’allora UPA (Ufficio procura antidoping), che aveva aperto un’indagine nei confronti del dottor Fiorella, convoca il medico per chiedergli chiarimenti sull’ipotesi accusatoria, ovvero che durante i campionati Europei del 2010 avesse somministrato agli staffettisti della 4x100 azzurra (Collio, Donati, Checcucci e Di Gregorio) farmaci (in particolare il cortisone) in violazione delle leggi antidoping. Fiorella fornisce tutte le risposte del caso, ma si avvale della facoltà di non rispondere sulla questione Schwazer, in quanto è ormai diventato ufficiale il rinvio a giudizio con relativo processo che poi partirà in modo definitivo il 25 novembre 2015. Tre dei quattro staffettisti (Collio, Donati e Checcucci), sentiti in aula a Bolzano, confermano la correttezza del comportamento del dottor Fiorella. L’ipotesi accusatoria non è stata comunque mai inserita tra i capi di accusa.
Il 7 maggio 2015 l’UPA convoca ancora il dottor Fiorella e a seguire, il 29 maggio, chiama come persona informata dei fatti anche il dottor Fischetto. Ad entrambi vengono chiesti chiarimenti sulle accuse poste in essere da Alex Schwazer nella memoria che l’atleta il 27 marzo ha presentato alla Procura di Bolzano e successivamente (24 aprile) alla Procura CONI, con la richiesta di ottenere uno sconto sulla sua squalifica. Sia il dottor Fiorella sia il dottor Fischetto fanno seguire alle loro deposizioni delle memorie.
Il 5 ottobre 2015 il Tribunale CONI nega ad Alex Schwazer la riduzione di pena facendo proprio quanto trasmesso dalla Procura che aveva inviato le sue considerazioni anche a IAAF e WADA: un solido punto fermo a favore dei due medici. Si legge infatti nella sentenza del Tribunale:
“le ultime dichiarazioni dell’Atleta non sono sufficienti a supportare la sua istanza di sospensione di parte della prima sanzione. Siffatte affermazioni non sono supportate da adeguato materiale probatorio e i due dottori (i.e. Fiorella e Fischetto) hanno fornito prova documentale al fine di confutare le affermazioni dell’atleta. È possibile affermare che alcuni membri della FIDAL hanno sottovalutato il comportamento dell’atleta e il suo possibile collegamento a pratiche di doping. Tuttavia non esiste alcuna prova di una delle condotte di complicità previste nell’art. 2.8 del NSA (2.8 Codice WADA 2009 e 2.9 Codice WADA 2015). In questo senso, deve essere notato che l’atleta stesso dichiara che né il dott. Fiorella né il dott. Fischetto lo abbiano assistito nel suo piano dopante. La possibile ‘mancata denuncia’ da parte del dott. Fiorella sembra non essere sufficientemente supportata da prove o non soddisfare gli standard di prova richiesti e, in ogni caso, non costituisce una violazione delle ADR ratione temporis applicabili”.
Per quanto riguarda le accuse al dott. Fiorella, con le quali l’atleta affermava di aver confessato al medico il suo uso di doping nella primavera del 2012, Fiorella aveva contestato le affermazioni di Schwazer (“Mi parlò solo dell’uso della tenda…”), dimostrando anche che il loro incontro era avvenuto in tutt’altre date rispetto a quanto affermato dall’ex-carabiniere. Tuttavia il verbale dell’interrogatorio fu passato anche alla difesa dell’atleta che in tribunale, a Bolzano, ebbe modo di correggersi affermando che nelle precedenti deposizioni e nella memoria aveva “confuso le date”.
Passano due anni nel silenzio più assoluto da parte degli organi di giustizia sportiva. Il processo penale è ormai alle sue fasi conclusive. Il 15 settembre 2017 la Procura della Federazione medici sportivi informa che Fischetto e Fiorella, tesserati FMSI, sono convocati il 19 ottobre per il procedimento contro di loro, formalmente aperto il 25 giugno 2013 solo in base ad articoli di giornali. La Procura FMSI, quando convoca i due medici, ha solo in mano il decreto di citazione a giudizio e la relazione introduttiva della Procura di Bolzano, documenti trasmessi dalla Procura Generale dello sport del CONI, il cui procuratore, il generale Cataldi, sarebbe andato di persona, a luglio, per conferire con gli inquirenti di Bolzano e poi sollecitare l’intervento della procura FMSI. In due fasi successive tutti gli atti ufficiali del processo di Bolzano vengono spontaneamente consegnati alla procura della Federmedici dagli avvocati della difesa.
Tuttavia già Il 26 ottobre, con i documenti a sua disposizione, il procuratore Cesare Martellino (già Procuratore capo a Terni, già rappresentante italiano presso l’Eurojustm, già primo presidente della Commissione di appello della Federcalcio) chiede l’archiviazione per Fischetto e Fiorella (“Dov’è il vulnus?”, dice palesemente sorpreso dalla lettura degli atti). La richiesta di archiviazione viene ribadita nella successiva udienza del 30 novembre. Il Tribunale di giustizia della federazione medico sportiva italiana, presieduto dall’avvocato Andrea Trecapelli, accoglie l’istanza della procura e assolve Fischetto e Fiorella.
La Procura generale del Coni fa passare i trenta giorni previsti senza fare ricorso al Collegio di Garanzia contro la decisione del tribunale FMSI.
Il 25 gennaio 2018 il giudice monocratico del tribunale di Bolzano, Carla Scheidle, emette la sentenza di primo grado nei confronti dei tre imputati, Fischetto, Fiorella e Bottiglieri. Le pene sono superiori a quanto richiesto dallo stesso PM Bramante: due anni per i medici, nove mesi per la funzionaria FIDAL per la quale lo stesso procuratore aveva chiesto l’assoluzione. I tre sono accusati di omissione: secondo la giudice sapevano che Alex Schwazer si dopava ma non avrebbero fatto nulla per evitarlo.
Nel dispositivo della sentenza pubblicato il 10 aprile si legge che la giudice ha motivato la condanna sostenendo l’assoluta credibilità di Alex Schwazer (le sue accuse erano soprattutto nei confronti di Fiorella). Nel dispositivo si dà credito soprattutto e quasi unicamente agli elementi d’indagine, mentre non viene confutato in alcun modo tutto quanto emerso dal dibattimento a favore degli imputati. Inoltre il dispositivo è infarcito di considerazioni del tutto approssimative, se non errate, sui vari meccanismi alla base del sistema antidoping.
Intanto, in attesa del processo di appello, non ancora messo in agenda dal tribunale di Bolzano, si rifà improvvisamente viva la giustizia sportiva. Il 29 maggio 2018 il viceprocuratore capo avvocato Mario Vigna convoca il dottor Fischetto chiedendo una serie di chiarimenti su fatti peraltro non necessariamente primari nello schema generale delle accuse. Sono passati quasi quattro anni dal rinvio a giudizio penale e appena sei mesi dall’assoluzione da parte del tribunale della Federazione medici sportivi.
Fischetto viene chiamato anche una seconda volta il 17 luglio dall’avvocato Vigna per ulteriori chiarimenti. È difficile non credere a un Vigna a disagio, visto che è stato proprio lui la persona che trasmise al TNA, alla IAAF e alla WADA, le valutazioni sulla non attendibilità di Alex Schwazer e sulla mancanza di prove di una condotta di complicità da parte di Fischetto e Fiorella. Valutazioni che, come già detto, il TNA fece proprie per respingere la richiesta di sconto da parte dell’ex-carabiniere.
Peraltro, rispetto alle valutazioni di quei giorni, il dibattimento svoltosi a Bolzano non ha certo portato sostegno, a prescindere da quanto scritto nella sentenza, alle tesi accusatorie di Schwazer, anzi ha evidenziato più volte la poca credibilità dell’ex-carabiniere. Un esempio per tutti: ha dovuto ammettere, di fronte a tre referti di Ospedali e medici diversi e formulati in tempi diversi, di soffrire di asma allergico, fatto che aveva sempre negato, accusando più volte Fischetto di volergli somministrare farmaci per una patologia che non avrebbe avuto.
Il 4 settembre viene invece convocata Rita Bottiglieri. La dirigente, che al tempo dei fatti coordinava il settore sanitario della Fidal, era stata sentita solo come teste, nella primavera del 2016, nel processo sportivo che riguardava i whereabouts e che aveva portato a giudizio ventisei atleti azzurri accusati dalla procura Coni di aver eluso i controlli antidoping. Era stato grazie anche alla testimonianza dell’ex-campionessa che si era fatta chiarezza su molti aspetti, contribuendo in tal modo, nell’aprile 2016, all’assoluzione di tutti.
Il 20 novembre il Viceprocuratore capo Vigna emette richiesta di deferimento alla prima sezione del tribunale antidoping per Fischetto, Fiorella (quest’ultimo mai più sentito dal maggio 2015!) e Bottiglieri. Viene chiesta per Fischetto l’inibizione di tre anni per “favoreggiamento omissivo” o in subordine sei mesi per mancata collaborazione; invece quattro anni (o in subordine sei mesi) per Fiorella accusato anche lui di “favoreggiamento omissivo”. Per Bottiglieri (soggetto tesserato) vengono chiesti sei mesi di squalifica per “mancata collaborazione”. Il fatto stesso che il procuratore nella sua richiesta “ondeggi” tra richieste che vanno da quattro anni (Fiorella) a sei mesi ci appare come ammissione di una evidente carenza di un quadro accusatorio solido, che invece era addirittura assente per la procura della Federmedici.