Source: https://www.diritto.it/onere-della-prova-i-patti-modificativi/
Timestamp: 2020-08-09 23:29:14+00:00
Document Index: 115331410

Matched Legal Cases: ['art. 2698', 'art. 2697', 'art. 2721', 'art. 2698', 'art. 2697', 'art. 50', 'art. 2698', 'art. 33']

Onere della prova: è possibile modificare le regole?
Onere della prova: è possibile modificarlo?
L’art. 2698 c.c., rubricato “patti relativi all’onere della prova”, ammette la validità dei patti con cui i contraenti invertono o modificano l’onere della prova, salvo i casi in cui la controversia abbia ad oggetto diritti indisponibili ovvero la modifica della regola di giudizio stabilita dall’art. 2697 c.c. renda, per una delle parti in causa, eccessivamente difficile l’esercizio del diritto.
Fuori dalle ipotesi tassativamente elencate dall’articolo in questione è dunque consentito all’autonomia dei privati incidere sulle regole di riparto dell’onere della prova, stabilendo ad esempio che spetti al creditore che agisce in giudizio per ottenere la prestazione prevista contrattualmente dimostrare l’inadempimento del debitore. I patti tra le parti possono avere ad oggetto l’inversione dell’onere della prova ovvero la sua modificazione, cioè l’individuazione dei mezzi e delle modalità mediate le quali la parte potrà assolvere l’onere della prova a cui è tenuta. Così, ad esempio, le parti potranno escludere la rilevanza di alcuni mezzi istruttori, oppure derogare ai limiti normativamente previsti per altri (ammettendo ad esempio la prova testimoniale nonostante il valore del contratto sia superiore a quello previsto dall’art. 2721, comma 1, c.c.). Oppure ancora, sarà consentito alle parti attribuire fede privilegiata ad alcuni documenti (come per esempio le scritture contabili dell’imprenditore anche per i fatti a lui favorevoli) ovvero consentire l’utilizzazione in giudizio di un documento nonostante sia privo della sottoscrizione richiesta dalla legge.La validità degli accordi ex art. 2698 c.c. è subordinata a due condizioni. Anzitutto, deve trattarsi di una materia che rientra nella disponibilità delle parti, considerato che, disponendo degli oneri probatori, le parti finiscono col disporre (sia pure indirettamente) del diritto sostanziale azionato in giudizio.
La seconda condizione è quella per cui la situazione che risulta dall’inversione o modificazione degli oneri probatori non sia eccessivamente onerosa per una delle parti in causa. Si tratta evidentemente di una valutazione rimessa alla discrezionalità del giudice di merito, che può vertere su ogni aspetto ritenuto rilevante, come i costi ovvero la difficoltà di procurarsi la prova. La giurisprudenza ammette l’inversione unilaterale dell’onere della prova, consentendo cioè che la modifica della regola di giudizio di cui all’art. 2697 c.c. derivi non già da un accordo tra le parti ma dalla sola volontà di chi potrebbe giovarsene.
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Tuttavia, in queste ipotesi, la volontà di rinunciare ai benefici derivanti dall’onere della prova deve emergere espressamente e inequivocabilmente: secondo la giurisprudenza, infatti, non è sufficiente che la parte su cui non grava l’onere deduca o, fin anche, offra la prova di un fatto ex adverso allegato, «occorrendo, invece, la inequivoca manifestazione della parte medesima di volere rinunciare ai benefici e ai vantaggi che le derivano dal principio che regola la distribuzione dell’onere stesso e di subire le conseguenze dell’eventuale fallimento della prova dedotta od offerta».
Onere della prova: la posizione della giurisprudenza
La giurisprudenza si è spesso occupata dei patti di modificazione dell’onere della prova in materia bancaria, ammettendo che il contratto di conto corrente possa contenere un’espressa previsione che attribuisce ai libri e alle scritture contabili della banca piena efficacia probatoria nei confronti dei clienti. Solo in presenza di questa clausola contrattuale è consentito alla banca di dimostrare, in un giudizio a cognizione piena, l’esatto ammontare del proprio credito attraverso l’estratto conto bancario (altrimenti destinato ad assumere rilevanza probatoria solo nei procedimenti a cognizione sommaria).
«Infatti, ai sensi dell’art. 50 del D. Lgs.1.9.1993, n. 385, l’estratto conto bancario può costituire piena prova dell’ammontare del credito soltanto nell’ambito dei procedimenti monitori giacché, nel caso in cui venga proposta opposizione, assumerà mero valore indiziario salvo l’ipotesi in cui il cliente abbia sottoscritto una clausola, nel contratto di conto corrente, con la quale riconosca che i libri e le altre scritture contabili della banca facciano piena prova nei suoi confronti in quanto la stessa non appare eccedere il principio dell’onere della prova di cui all’art. 2698 del codice civile, né un eccessivo aggravamento dell’esercizio del diritto» (così, Cass. civ., 2.12.2011, n. 25857, in “CED Cassazione”, 2011 e, più di recente, Trib. Latina, 23.2.2018, in “Utetgiuridica.it”).
Il principio appena esposto va ovviamente coordinato con il richiamato art. 33 del Codice del Consumo: qualora la controparte della banca sia un consumatore, l’accordo che attribuisce efficacia probatoria privilegiata all’estratto del conto bancario dovrà ritenersi vessatorio (e dunque invalido), salvo prova contraria che dovrà essere fornita dalla banca (ad esempio dimostrando che la clausola è stata frutto di specifica contrattazione con il cliente).
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