Source: http://www.avvsamanthamendicino.it/la-attivita-di-antitaccheggio-della-agenzia-investigativa-la-parola-ad-un-investigatore-approfondimento/
Timestamp: 2020-05-30 08:30:29+00:00
Document Index: 6952657

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 5', 'art. 256', 'art. 256', 'art. 383', 'art. 5']

Il confronto tra professionisti, seri intellettualmente, è sempre sinonimo di miglioramento. Ecco gli approfondimenti delle differenze tra G.P.G. (guardia particolare giurata) e collaboratore investigativo: un breve ma concreto rapporto, esplicato con esempi pratici, tra le due figure.
In merito all’argomento, il titolare dell ‘Investigazioni Alfa’ di Trieste, Fabrizio Fara, ha chiarito ulteriori elementi distintivi tra il G.P.G., più noto come guardia giurata che svolge attività di vigilanza privata, ed il collaboratore investigativo (cfr. La attività di antitaccheggio della agenzia investigativa).
Si deve anticipare che la Investigazioni Alfa di Fara, sito in via D’Angeli n. 35/b a Trieste (Licenza n. 0008937), svolge da anni investigazioni per conto di privati ma anche indagini in ambito commerciale ed aziendale: una voce, dunque, con l’esperienza necessaria per far addentrare anche dei neofiti nell’argomento.
In realtà -inizia a spiegare Fabrizio Fara- la G.P.G. svolge un’attività tipo ‘antifurto’ ma non può esercitare in borghese dovendo usare sempre la divisa. E solo su autorizzazione del questore può svolgere il servizio in borghese ma con il distintivo esposto. Il G.P.G., poi, non può pedinare le persone nè fare finta di fare la spesa per non farsi individuare. Queste, infatti, sono attività di polizia giudiziaria o dell’investigatore privato. Inoltre, la G.P.G. se è vero che possa intervenire nella flagranza di un reato parimenti, in questa occasione, deve palesarsi e fare opera di deterrenza.
Ed ancora: a ben leggere il D.M. n. 269/2010, con riferimento agli istituti di vigilanza si parla di “vigilanza privata antitaccheggio” (1) (art. 3, comma 2, lett. d). Agli istituti di investigazioni private, se hanno la licenza specifica, è consentito l’espletamento del cosiddetto “antitaccheggio investigativo”, o, più tecnicamente (art. 5, comma 1, punto a-III), l’ “attività di indagine in ambito commerciale” che si concretizza nell’attività volta all’individuazione ed all’accertamento delle cause che determinano le differenze inventariali nel settore commerciale (2).
Conseguentemente l’antitaccheggio strictu sensu, inteso come attività preventiva volta ad evitare la sottrazione e/o il danneggiamento di beni esposti alla pubblica fede, deve ritenersi patrimonio esclusivo della vigilanza privata ovvero, come previsto dall’art. 256 bis del Regolamento d’esecuzione TULPS, dei servizi di portierato, quando non ricorrono le condizioni previste dal 5° comma del citato art. 256 bis ovvero quelle di cui al punto 3.b.1 dell’Allegato D del Decreto in esame.
Ecco che si evince che l’antitaccheggio può essere svolto sia da guardie giurate che da prestatori d’opera come i portieri anche se questi ultimi sono privi di qualsiasi autorizzazione di polizia. Le agenzie investigative, invece, sono relegate e guardare i ladri che si intascano la merce senza, tra l’altro, avere la possibilità di poter intervenire in flagranza di reato anche se l’ art. 383 del C.P.P. autorizza il cittadino all’arresto della persona in flagranza di reato se rientra nei reati perseguibili d’ufficio. Ma, guarda il caso, il furto, la rapina impropria e la rapina sono reati perseguibili d’ufficio, infatti l’articolo in questione recita: ‘Art.383.Facoltà di arresto da parte dei privati. 1. Nei casi previsti dall’articolo 380 ogni persona è autorizzata a procedere all’arresto in flagranza, quando si tratta di delitti perseguibili di ufficio. 2. La persona che ha eseguito l’arresto deve senza ritardo consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria la quale redige il verbale della consegna e ne rilascia copia’.
Ecco che il D.M. 269/2010 ignora, di fatto, questa disposizione e non vedo il perché l’investigatore privato, che è un cittadino, non possa applicare questa legge sacrosanta. Tanto anche perché, nella personale esperienza decennale in ambito della security nei centri commerciali, ho potuto constatare le differenze, in termini numerici, tra gli interventi annui di antitaccheggio svolti dalle G.P.G. rispetto a quelli che venivano effettuati dalle agenzie investigative: per fare un esempio, in un grosso centro commerciale si effettuavano in media ogni anno circa 1000 interventi ad opera degli investigatori. Dunque, 1000 persone fermate per furto, con un recupero totale del valore della merce di oltre 30.000 euro. Nello stesso periodo (1 anno) e nel medesimo centro commerciale le G.P.G. hanno fermato circa 300 persone per un recupero di meno di 5.000.
Direi che i numeri parlano chiaro. Si può dire, partendo da presupposti astratti e teorici, che le G.P.G. potrebbero anche non avere interesse a fare risultati, potendo avere come mero obiettivo il ‘collezionare ore’ per aumentare il compenso dovuto. Anche qui qualche esempio chiarirà meglio il concetto. Ricordo che una G.P.G. costa al negoziante 25 euro l’ora ed alla unità di G.P.G. vanno in tasca 6 euro lordi. Mentre un agente in borghese, dipendente di un istituto di investigazione, costava al negoziante 15 euro l’ora e l’operatore si metteva in tasca quasi 8 euro lorde. Alla fine dei conti: chi ci ha rimesso? I negozianti e gli istituti di investigazione privata. Al contrario, il monopolio delle G.P.G. cresce a dismisura’.
(1) E’ l’attività che normalmente viene svolta presso ipermercati, semplici negozi, supermercati ecc. finalizzata alla prevenzione di reati come furto, sottrazione o appropriazione indebita dei beni esposti, danneggiamento ecc.
(2) E’ l’ “… indagine in ambito commerciale, richiesta dal titolare dell’esercizio commerciale ovvero dal legale rappresentante o da procuratori speciali a ciò delegati volta all’individuazione ed all’accertamento delle cause che determinano, anche a livello contabile, gli ammanchi e le differenze inventariali nel settore commerciale, anche mediante la raccolta di informazioni reperite direttamente presso i locali del committente.” (art. 5, co.1, punto a.III).
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