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Timestamp: 2020-07-07 04:10:18+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 132', 'art. 2935', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 324', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 360', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 19653 del 03/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19653 del 03/10/2016
Cassazione civile sez. III, 03/10/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 03/10/2016), n.19653
sul ricorso 18452/2013 proposto da:
MAZZINI, 27, presso lo studio dell’avvocato PAOLO ZUCCHINALI, che lo
GENERALI ASSICURAZIONI SPA, in persona del suo rappresentante,
studio dell’avvocato PAOLO GELLI, che lo rappresenta e difende
avverso la sentenza n. 1949/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
udito l’Avvocato LORENZO GIUA per delega non scritta;
1. P.G. convenne in giudizio generali assicurazioni S.p.A.. Espose l’attore che aveva prestato la propria attività lavorativa presso la Mapei s.p.a. dal (OMISSIS), data in cui venne ingiustamente licenziato. Dichiarò anche di aver subito, nell’ambito aziendale comportamenti vessatori da parte dei vertici che gli avevano cagionato uno stato morboso ed una inabilità riconosciuta dall’Inail del 13%. Pertanto, essendo beneficiario quale dirigente di una garanzia assicurativa, a copertura delle invalidità conseguenti a malattie professionali, contratta dalla datrice di lavoro in ossequio all’obbligo sancito dal C.C.N.L. di categoria con le Generali assicurazioni S.p.A., chiese a quest’ultima di corrispondergli l’indennità dovuta da calcolarsi sul parametro contrattuale di sei annualità in proporzione al grado d’invalidità riscontrato.
Si difesero le Generali, per quel che qui rileva, deducendo che il disturbo riconosciuto dall’Inail all’ex dipendente fosse estraneo all’oggetto della assicurazione in quanto cagionato da mobbing e che in ogni caso la garanzia non poteva essere attivata perchè la malattia era stata denunciata dopo la cessazione del rapporto di lavoro e, quindi, fuori dai limiti disposti contrattualmente dall’articolo della polizza che prevedeva che l’assicurazione valesse solo per i beneficiari che avessero conservato il rapporto per cui era stata contratta la garanzia, ed, in ogni caso, era comunque decorso il termine di prescrizione.
Il Tribunale di Milano, ritenendo che sull’eccezione di prescrizione sollevata dalla compagnia all’atto della sua costituzione in giudizio vi fosse stata una rinuncia dal momento che quest’ultima nulla aveva mai allegato in merito, accolse la domanda del P. riconoscendogli il diritto di beneficiare della garanzia. Pertanto condannò la convenuta alla corresponsione in favore dell’attore dell’importo di Euro 240.347,31.
2. La decisione è stata riformata dalla Corte d’Appello di Milano, con sentenza n. 1949 del 15 maggio 2013. La Corte ha ritenuto, a differenza del giudice di prime cure, che non potesse sussistere l’asserita rinuncia all’eccezione di prescrizione formulata dalla convenuta dal momento che questa l’aveva reiterata, sia pure in maniera generica, ma tuttavia valida nelle conclusioni definitive. Riteneva del resto che la rinuncia all’eccezione di prescrizione non poteva derivare dal semplice silenzio sul punto, nella comparsa conclusionale, in quanto tale comportamento non sarebbe stato di inequivoca interpretazione. Pertanto la corte ha ritenuto che fosse prescritto il diritto azionato perchè il P. è venuto a conoscenza della malattia professionale in data 4 novembre 2003 quando gli è stata diagnosticata la sindrome depressiva legata a problematiche di lavoro da parte degli Istituti clinici di perfezionamento – Dipartimento di Medicina del lavoro e sicurezza negli ambienti di lavoro. Pertanto il termine prescrizionale di un anno è maturato il (OMISSIS). Ma in ogni caso se anche si volesse far decorrere il termine dalla prima richiesta inviata dal P. alle assicurazioni generali in data (OMISSIS) il termine sarebbe comunque maturato il (OMISSIS) ed, in ogni caso, sempre prima della proposizione della domanda effettuata il (OMISSIS).
3. Avverso tale decisione, P.G. propone ricorso in Cassazione sulla base di sette motivi, illustrati da memoria.
4.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione degli artt. 2935 e 2952, in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.
Lamenta il P. che il termine di prescrizione doveva decorrere da quando ha avuto certezza del momento in cui i postumi permanenti, del danno lamentato, potevano ritenersi consolidati.
4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione del disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 132 c.p.c., in punto decorrenza della prescrizione, art. 2935 c.c.”.
Il ricorrente sostiene che la sentenza della Corte d’Appello è carente laddove non esplicita il processo logico-giuridico su cui fonda il proprio assunto circa il momento del decorso della prescrizione, nonchè le ragioni per le quali abbia ritenuto conferente alla fattispecie la normativa di cui alla Legge 1965, relativa agli infortuni sul lavoro ed all’assicurazione obbligatoria. Inoltre la sentenza non chiarisce neanche perchè non si sia voluta disporre un’autonoma consulenza tecnica d’ufficio al fine di determinare la data in cui si fosse consolidata la invalidità permanente.
4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la ” violazione del disposto degli artt. 2943, 2935, 2697 e 116 c.p.c., in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3″.
4.4. Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la ” violazione del disposto dell’art. 324 c.p.c., in relazione al disposto dell’art. 360, n. 3.
4.5. Con il quinto motivo, il ricorrente si duole della ” violazione del disposto dell’art. 112 c.p.c., in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3″.
motivi sono anche generici. Nel giudizio di legittimità è onere del ricorrente indicare con specificità e completezza quale sia il vizio da cui si assume essere affetta la sentenza impugnata. Sono inammissibili quei motivi che non precisano in alcuna maniera in che cosa consiste la violazione di legge che avrebbe portato alla pronuncia di merito che si sostiene errata, o che si limitano ad una affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione (Cass. 15263/2007).
la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 15.200,00 di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.