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Timestamp: 2020-02-18 11:33:30+00:00
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Corte di Cassazione, sezione IV penale, sentenza 17 ottobre 2016, n. 43861 - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione penale 2016 Corte di Cassazione, sezione IV penale, sentenza 17 ottobre 2016, n. 43861
Chi affitta un immobile risponde per la morte dell’inquilino dovuta al cattivo funzionamento della caldaia anche se detiene l’appartamento a titolo di comodato
sentenza 17 ottobre 2016, n. 43861
1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Appello di Roma ha riformato limitatamente al trattamento sanzionatorio la pronuncia di condanna emessa, a seguito di giudizio abbreviato, dal Tribunale di Roma nei confronti di (OMISSIS), imputato (unitamente al padre (OMISSIS), nei cui confronti il processo si e’ concluso con sentenza ai sensi dell’articolo 444 cod.proc.pen.) del reato di omicidio colposo per aver cagionato il 18 febbraio 2010 la morte di (OMISSIS) e (OMISSIS), ai quali aveva locato, in qualita’ di comodatario, l’immobile sito in (OMISSIS); l’immobile era dotato di caldaia non a norma di legge, sia perche’ il locale di installazione era privo di aperture di ventilazione sia perche’ il sistema di scarico dei fumi aveva geometria inadeguata e tale da provocare reflusso di gas tossico.
2. (OMISSIS) ricorre per cassazione censurando la sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla individuazione a suo carico della posizione di garanzia. Premessa la necessita’ che la posizione di garanzia sia correlata all’effettivo potere di proteggere determinati beni giuridici o di controllare fonti di pericolo, il ricorrente deduce che, in sede di merito, e’ risultato che l’immobile locato alle vittime era stato amministrato e gestito esclusivamente dal proprietario (OMISSIS), che aveva di fatto continuato a gestirlo anche dopo l’unilaterale stipula del contratto di comodato in favore del figlio (OMISSIS). Il proprietario aveva, infatti, stipulato il contratto di locazione con le vittime due giorni dopo la sottoscrizione e l’inoltro al figlio a mezzo lettera raccomandata del contratto di comodato, senza che (OMISSIS) fosse stato in alcuna occasione immesso nel possesso dell’immobile. Difettano, secondo il ricorrente, i presupposti della cooperazione colposa nel delitto, che presuppone la reciproca consapevolezza da parte dei concorrenti della convergenza delle relative condotte verso un identico scopo. Con un secondo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, articolo 11, e vizio di motivazione in merito al subentro di (OMISSIS) nella posizione di garanzia; la norma richiamata, si assume, non esonera il proprietario da ogni responsabilita’ connessa all’impianto termico a servizio dell’immobile e, per altro verso, richiama la figura dell’occupante quale soggetto deputato all’esercizio, alla manutenzione ed alle verifiche periodiche dell’impianto.
1. Il secondo motivo di ricorso, in quanto inammissibile, viene esaminato con priorita’. Trattasi di censura manifestamente infondata laddove e’ stata dedotta la violazione di legge, posto che si invoca la corretta applicazione del “Regolamento recante norme per la progettazione, l’installazione, l’esercizio e la manutenzione degli impianti termici degli edifici ai fini del contenimento dei consumi di energia”, dunque una normativa dettata con l’obiettivo di ridurre il consumo energetico, in quanto tale inidonea ad integrare il precetto penale che tutela il bene della vita da condotte od omissioni dirette a sopprimerlo. La censura inerente al vizio di motivazione sul medesimo punto e’ inammissibile in quanto e’ stata proposta per la prima volta in fase di legittimita’, E secondo quanto, anche recentemente, affermato da questa Suprema Corte, la regola ricavabile dal combinato disposto degli articoli 606 c.p.p., comma 3, e articolo 609 c.p.p., comma 2, dispone che non possano essere dedotte in cassazione questioni non prospettate nei motivi di appello, a meno che si tratti di questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio o di questioni che non sarebbe stato possibile dedurre in grado di appello. Tale regola trova il suo fondamento nella necessita’ di evitare che possa sempre essere dedotto un difetto di motivazione della sentenza di secondo grado con riguardo ad un punto del ricorso non sottoposto al controllo della Corte di Appello, in quanto non devoluto con l’impugnazione (Sez.4, n.10611 del 4/12/2012, dep. 7/03/2013, Bonaffini, Rv.256631). Dalla lettura di tali disposizioni in combinato disposto con l’art.609, comma 1, cod. proc. pen., che limita la cognizione di questa Corte ai motivi di ricorso consentiti, si evince l’inammissibilita’ delle censure che non siano state, pur potendolo essere, sottoposte al giudice di appello, la cui pronuncia sara’ inevitabilmente carente con riguardo ad esse (Sez. 5, n.28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv. 255577; Sez.2, n.40240 del 22/11/2006, Roccetti, Rv.235504; Sez.1, n.2176 del 20/12/1993, dep. 1994, Etzi, Rv.196414).
3. Si pone qui la questione, sia sotto il profilo della violazione di legge che del vizio di motivazione, se la suestesa motivazione sia legittima e satisfattiva a fronte della deduzione, gia’ svolta nell’atto di appello, secondo la quale (OMISSIS) non si era occupato della gestione ne’ dell’amministrazione dell’immobile, avendo l’istruttoria dimostrato che l’immobile era di fatto rimasto nella piena disponibilita’ del padre, proprietario e comodante.
4. Non e’ inutile ricordare che l’assunzione di una “posizione di garanzia” puo’ trarre anche origine da una situazione di fatto o da un atto di volontaria determinazione, tali da fondare il dovere di intervento. Con l’ovvia precisazione che la posizione di garanzia richiede l’esistenza in capo al garante di poteri impeditivi dell’evento, i quali, peraltro, possono essere anche diversi e di minore efficacia rispetto a quelli direttamente e specificamente volti ad impedire il verificarsi dell’evento: nel senso che e’ necessario e sufficiente che il garante abbia il potere, con la propria condotta, di indirizzare il decorso degli eventi proiettandoli verso uno sviluppo atto ad impedire la lesione del bene giuridico da lui preso in carico, esercitando, quindi, i poteri da lui esigibili anche laddove questi non siano da soli impeditivi dell’evento (Sez. 4, n. 31241 del 23/06/2015, Salvia, n.m.; Sez.4, n.38991 del 10/06/2010, Quaglierini, Rv. 248849).
5. Conclusivamente, il ricorso non puo’ trovare accoglimento; segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’ al rimborso delle spese in favore delle costituite parti civili, liquidate come in dispositivo.