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Timestamp: 2020-01-21 10:14:41+00:00
Document Index: 143056942

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 39', 'art. 63', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1367', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 19108 del 01/08/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19108 del 01/08/2017
Cassazione civile, sez. lav., 01/08/2017, (ud. 05/04/2017, dep.01/08/2017), n. 19108
sul ricorso 27885-2011 proposto da:
R.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE
DI VILLA PAMPHILI 59, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO
SALAFIA, rappresentato e difeso dagli avvocati VITALIANA VITALETTI
BIANCHINI, RENATO BIANCHINI, GUIDO BIANCHINI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 506/2011 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,
depositata il 07/06/2011 R.G.N. 250/2010;
udito l’Avvocato VITALIANA VITALETTI BIANCHINI.
La Corte d’Appello di Ancona in data 7/06/2011, confermando la sentenza del Tribunale di Urbino n. 66/2010, ha condannato l’Inps a reinquadrare ai sensi della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49, nell’area della dirigenza R.C., segretario comunale, trasferito nei ruoli dell’Inps in seguito a esercizio del diritto di opzione di cui al D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18, comma 11.
Avverso tale decisione interpone ricorso in Cassazione l’Inps, affidando le sue ragioni a un unico motivo, cui resiste R.C. con controricorso. Entrambe le parti hanno presentato memoria.
Nell’unico motivo di censura l’Inps deduce la violazione di una pluralità di norme di legge e dei contratti collettivi (D.P.R. n. 749 del 1972, artt. 4, 8 e 11; D.P.R. n. 465 del 1997, artt. 12,18 e 19; L. n. 311 del 2004, art. 1, commi 48 e 49; L. n. 246 del 2005, art. 16; artt. da 31 a 35 e art. 39 del c.c.n.l. dei segretari comunali e provinciali per il quadriennio normativo 1998/2001 in relazione al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 5,; art. 1, comma 3 e 6 c.c.n.l. di settore per il biennio economico 2000/20101), in base alla cui errata interpretazione la Corte d’Appello avrebbe ritenuto che la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49 avesse inteso disporre il diritto dei segretari comunali – trasferiti da tempo presso le amministrazioni pubbliche di destinazione ed ivi inquadrati con la qualifica di funzionari – ad ottenere il diverso e più favorevole inquadramento come dirigenti presso i medesimi enti in cui già da tempo prestano servizio in presenza di due presupposti: un’anzianità di servizio nel ruolo superiore a tre anni e esercizio del diritto di opzione volontaria alla mobilità presso altre pubbliche amministrazioni, previsto dal D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18.
Le Sezioni Unite, in seguito a una dettagliata ricostruzione del quadro normativo e contrattuale in materia di procedure di mobilità dei segretari comunali (disciplinate, inizialmente, dal D.P.R. n. 465 del 1997, artt. 18 e 19 e successivamente dall’art. 32 del c.c.n.l. dei segretari comunali e provinciali 1998-2001; dalla L. n. 186 del 2004, di abrogazione del D.P.R. n. 465 del 1997, art. 18; dalla L. n. 246 del 2005 d’interpretazione autentica della L. n. 311 del 2004) hanno ritenuto che la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49, – che stabilisce la possibilità di reinquadramento e di accesso alla dirigenza a seguito del passaggio ad altra P.A. – non sia applicabile ai segretari comunali o provinciali trasferiti per effetto di procedure di mobilità già esaurite alla data di entrata in vigore della citata legge.
Interpretare, pertanto, la L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 49 in maniera così estensiva, tale da imporre una generalizzazione dell’accesso alla dirigenza sulla base dei due requisiti ivi previsti (servizio di segretario svolto per almeno tre anni ed esercizio dell’opzione per la mobilità, prevista dal D.P.R. n. 465 del 1997) equivarrebbe a introdurre un fattore di stridente contraddizione con l’intera evoluzione normativa e contrattuale in materia di mobilità dei segretari comunali e provinciali. Nè varrebbe, a ben vedere, invocare il principio di conservazione degli atti negoziali affermato dall’art. 1367 c.c., il quale rappresenta un criterio sussidiario che non si attaglia all’interpretazione delle fonti esterne, sia eteronome sia autonome, anche ammesso che sussistessero casi di procedure di mobilità ancora in corso all’entrata in vigore della L. n. 311 del 2004.
Ragioni analoghe portano a escludere ogni eventuale contrasto con il principio di non discriminazione sancito dall’art. 14 della CEDU, giacchè, anche a voler prescindere dalla questione dell’applicabilità della norma nelle sole ipotesi in cui vengano in rilievo le altre norme sostanziali della Convenzione preposte a tutela dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (fra le più recenti Corte EDU 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, p. 54; 7 febbraio 2013, Fabris contro Francia, p. 47; 22 marzo 2012, Konstantin Markin contro Russia), la giurisprudenza della Corte è costante nell’affermare che una disparità di trattamento assume valenza discriminatoria solo qualora “manchi di una giustificazione oggettiva e ragionevole”, “quando non persegua un fine legittimo” ovvero non sussista “un rapporto di ragionevole proporzionalità tra i mezzi impiegati ed il fine perseguito” (Corte EDU 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, p. 59; 25 ottobre 2005, Niedzwiecki contro Germania; 27 marzo 1998, Petrovic contro Austria, p. 30; 1° febbraio 2000, Mazurek contro Francia, p. 46 e 48).
Ciò porta, pertanto, a escludere qualsiasi profilo discriminatorio della disciplina in oggetto.
Il ricorso è fondato e va accolto. La sentenza impugnata va cassata, con l’adozione di pronuncia ai sensi dell’art. 384 c.p.c. di rigetto dell’originaria domanda.
Le ragioni che hanno portato all’intervento delle Sezioni Unite, giustificano la compensazione delle spese dell’intero processo.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., rigetta l’originaria domanda;
le spese si compensano tra le parti per l’intero processo.
Così deciso in Roma, nella Udienza, il 24 maggio 2017.