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Timestamp: 2020-05-26 04:20:40+00:00
Document Index: 14362643

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 2697', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 11242 del 09/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11242 del 09/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 09/05/2017, (ud. 07/03/2017, dep.09/05/2017), n. 11242
sul ricorso 18935-2015 proposto da:
I.N.P.S. (S.C.C.I.) S.p.A. -C.F. (OMISSIS), elettivamente
MATANO, ANTONINO SGROI, LELIO MARITATO ed EMANUELE DE ROSE giusta
A.M.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA
1, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentata e
difesa dall’avvocato SILVIA CRISTINA TERRACCIANO;
avverso la sentenza n. 1006/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
che, con sentenza del 13 gennaio 2015, la Corte di Appello di Milano, in riforma della decisioni nn. 5281/10 e 770/10 del Tribunale in sede, dichiarava che nulla era dovuto da A.M.P. a titolo di contributi previdenziali per la Gestione Commercianti da settembre 2003 ed annullava la cartella opposta condannando l’INPS alla restituzione di quanto versato dalla A. alla detta Gestione dal settembre 2003 al 2008;
che Corte territoriale rilevava come l’INPS – onerato della prova – non avesse dimostrato la sussistenza dei presupposti necessari ai fini della iscrizione della A. nella Gestione Commercianti, in riferimento al periodo contestato non essendo emerso un apporto della predetta (socia della società OSD s.r.l. ed amministratrice della stessa dal 2003) prevalente rispetto agli altri fattori produttivi nè lo svolgimento da parte sua di attività sconfinanti rispetto ai ruoli di amministratrice;
che per la Cassazione di tale decisione propone ricorso l’INPS – in proprio e nella qualità di mandatario della S.C.C.I. s.p.a. – affidato ad un unico motivo cui la A. resiste con controricorso;
che è stata depositata la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio; che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.
che l’I.N.P.S., con l’unico motivo di ricorso, deduce violazione e falsa applicazione della L. 27 dicembre 1996, n. 662, art. 1, commi 203 e 208 così come interpretato dal D.L. n. 31 maggio 2010, n. 78, art. 12, comma 11, conv. in L. 30 luglio 2010, n. 122 in relazione all’art. 2697 c.c., censurando la sentenza nella parte in cui la Corte territoriale ha ritenuto che esso ricorrente non avesse fornito la prova dello svolgimento, da parte della A., di un’attività lavorativa abituale e prevalente nell’ambito della società rispetto agli altri fattori produttivi;
che il ricorso è manifestamente infondato alla luce dei precedenti di questa Corte (Cass. n. 26976 del 23 dicembre 2016; Cass. n. 24103 del 28 novembre 2016; Cass. n. 10443 del 20 maggio 2016; Cass. n. 8093 del 27 aprile 2016, tra le numerose) nei quali è stato chiarito che per il doppio onere occorre una “coesistenza” di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e che la verifica della sussistenza di requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo – cfr. ex multis Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; Cass. 6 novembre 2009, n. 23600 -) venga compiutamente assolto;
che, nella specie, il decisum della Corte territoriale, incentrato sullo svolgimento da parte della A. della sola attività di amministratrice, senza alcuna partecipazione diretta all’attività materiale ed esecutiva dell’azienda non è stato validamente infirmato dalla parte ricorrente;
che, di per sè, la qualifica di socio di una società di capitali (con responsabilità limitata al capitale sottoscritto e con partecipazione alla realizzazione dello scopo sociale esclusivamente tramite il conferimento di tale capitale) non può essere significativa dell’esercizio di diretta attività commerciale nell’azienda, svolta nell’ambito dell’intero ciclo produttivo da altri dipendenti;
che le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico dell’Inps e vengono liquidate come da dispositivo.
La Corte, rigetta il ricorso e condanna l’INPS al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 1.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.