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Timestamp: 2020-03-28 23:16:40+00:00
Document Index: 40128237

Matched Legal Cases: ['art. 2361', 'art 2391', 'art. 2390', 'art. 2355', 'art. 2364', 'art. 2364', 'art. 2364', 'art. 2387', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 2403', 'art. 52', 'art 152', 'art. 152', 'art. 151', 'art. 52']

La governance della S.p.A. Bancaria e il nuovo diritto societario | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
23 Maggio 2005 In Diritto bancario
Con il nuovo codice civile del 1942, il diritto commerciale cessa di avere una propria autonomia e la sua disciplina è inclusa nel V libro del nuovo codice dove appunto al titolo V s’intitola “Delle società”. Nell’attuare l’unificazione del codice civile e del codice di commercio il legislatore avvertì pienamente come il dato economico di riferimento della normativa che ancora oggi, per tradizione, è chiamata “commerciale”, stava subendo uno spostamento dal commercio in senso economico all’industria; recepì tale situazione ponendo al centro della normativa non più l’atto di commercio ma l’impresa. Parallelamente, il fenomeno societario fu costruito come “forma d’esercizio collettivo dell’impresa”, così staccando decisamente l’istituto dalla tradizione romanistica e civilistica . Per le società di capitali, in pratica le società la cui struttura organizzativa fa perno sul dato patrimoniale in evidente connessione con la limitazione di responsabilità, il sistema del Codice del 1942 fece capo a tre modelli: società per azioni, società a responsabilità limitata, società in accomandita per azioni.
Tralasciando la accomandita per azioni, legata a particolari esigenze di scarsa e marginale applicazione pratica, il legislatore del 1942 nell’introdurre la società a responsabilità limitata (figura derivata in principio, se pur non completamente nella disciplina, dall’esperienza tedesca) affermò che la creazione derivava dalla “necessità di apprestare la responsabilità limitata a quelle organizzazioni sociali di minore entità che finora assumevano le forme della società per azioni e che per l’avvenire, di fronte alle imposizioni di un capitale minimo di un milione della società per azioni, questa forma non potrebbero più assumere” (Relazione al Re).
Non può certamente non destare attenzione l’importanza assunta dall’art. 2361 c.c. (Partecipazioni): ”L’assunzione di partecipazioni in altre imprese, anche se prevista genericamente nello statuto, non è consentita, se per la misura e per l’oggetto della partecipazione ne risulta sostanzialmente modificato l’oggetto sociale determinato dallo statuto.
L’assunzione di partecipazioni in altre imprese comportante una responsabilità illimitata per le obbligazioni delle medesime deve essere deliberata dall’assemblea; di tali partecipazioni gli amministratori danno specifica informazione nella nota integrativa del bilancio”. Appare chiara L’intenzione del disposto, volto ad impedire che attraverso acquisizioni indiscriminate risulti nella sostanza alterato l’oggetto sociale definito nello statuto.
Il concetto di “efficienza” del diritto societario non ha evidentemente carattere assoluto e non consente, quindi, di individuare regole generali che possano essere considerate ottimali per qualsiasi impresa.
Sul piano europeo si discute da tempo dell’assetto istituzionale dell’impresa “in Europa”: l’Italia ha contribuito a questo dibattito, non soltanto in termini di studi e di ricerca nei consessi internazionali a cui ha partecipato, ma anche proponendo un proprio modello e un proprio quadro legislativo moderni ed efficienti.
L’esigenza di riforma del diritto societario è divenuta più pressante a seguito di quella realizzata per le società quotate con il T.U.F., opportunamente volta ad adeguare la disciplina italiana ai più elevati standard internazionali di “corporate governance”.
L’obiettivo di muovere verso una riforma che, nella tutela dei diritti dei terzi, favorisca l’imprenditorialità, è confortato dall’analisi economica che mostra come recentemente il contributo maggiore alla crescita sia soprattutto offerto da ciò che viene definito “residuo” (total factor productivity), rispetto all’incremento di capitale e lavoro; esso comprende fattori quali la migliore qualità delle risorse, le nuove modalità organizzative e il progresso tecnico – in termini generali definiti “innovazione” – che sono funzione delle capacità imprenditoriali di un sistema .
Tale “residuo” negli anni novanta ha contribuito per l’80% alla crescita in Germania, per il 60% in Francia e Regno Unito, per l’80% in Italia, per oltre il 90% negli Stati Uniti.
Esiste infatti un trade-off tra “certezza del controllo” e “libertà di iniziativa” imprenditoriale da una parte, e “garanzia per gli investitori” dall’altra, che va risolto in funzione della struttura e delle caratteristiche proprie del soggetto .
L’intersecarsi della disciplina del mercato e di quella societaria in un disegno normativo volto soprattutto a modernizzare il mercato si colloca in una prospettiva che risulta chiara nella stessa indicazione del Prof. Draghi, secondo cui “le regole che disciplinano il governo delle società e il mercato mobiliare sono, in certo senso, la garanzia della qualità dei prodotti che vengono scambiati sul mercato”. Esiste una relazione di causa ed effetto tra qualità delle regole di governo societario e qualità dei prodotti finanziari che vanno sul mercato mobiliare.
Vi è altresì da colmare la lacuna della delega che ha dato luogo al T.U.F. e che non ha consentito di riformare complessivamente il sistema della “corporate governance” delle stesse società quotate.
In un certo senso, dunque, vi è l’urgenza di andare oltre il T.U.F. completandone il disegno riformatore anche sotto il profilo di “corporate governance” delle stesse società quotate, in quella parte della normativa non ancora modificata, pervenendo quindi ad una riforma organica e completa del diritto societario. Per altro verso vi è l’esigenza di introdurre garanzie, tutele e controlli anche per le società che, pur raccogliendo risorse tra il pubblico degli investitori, sfuggono alla disciplina del T.U.F., in quanto negoziano titoli sui mercati regolamentati.
a) nella nuova s.r.l. la forma giuridica della società “chiusa”, (ove si ha la piena coincidenza tra proprietà e gestione) per rispondere alle esigenze imprenditoriali di pochi soci legati da forti vincoli personali e indirizzati ad un’attività di piccola-media impresa, con disciplinato fortemente semplificato ed ampia autonomia nel deliberare il proprio modello organizzativo.
b) nella S.p.A. il modello dell’impresa di grandi dimensioni, caratterizzata dalla divisione tra proprietà e governo societario, e in tal senso definita “aperta”, ultimando, conseguentemente, le regole del governo delle società quotate da applicare, sia pure tendenzialmente e in modo non automatico, a tutto il tipo.
La Commissione ha successivamente scartato l’idea di due rigidi schemi normativi volti a disciplinare l’uno (s.r.l.) la società chiusa e l’altro (S.p.A.) la società aperta, astenendosi altresì dal definire i presupposti del “tipo” (numero dei soci, dimensioni, dipendenti, etc.).
Ci si è invece orientati verso la predisposizione di modelli “flessibili”, lasciando all’imprenditore la scelta del modello più idoneo alla propria attività, ma fissando regole imperative a tutela dei terzi e, conseguentemente, in relazione all’esistenza di determinati presupposti di fatto, rendendo obbligatoria la scelta del tipo e/o l’applicazione di una normativa specifica .
Tuttavia sono presenti nella nuova disciplina delle società dei rilievi critici posti in luce da una attenta dottrina, che si concentrano su di una carente previsione normativa in merito al conflitto d’interessi . Certamente per alcuni versi, come del resto è stato ribadito in sede tecnica, il nuovo art 2391 c.c. (“L’amministratore deve dare notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale di ogni interesse che, per conto proprio o di terzi, abbia in una determinata operazione della società, precisandone la natura, i termini, l’origine e la portata; se si tratta di amministratore delegato, deve altresì astenersi dal compiere l’operazione, investendo della stessa l’organo collegiale. Nei casi previsti dal precedente comma la deliberazione del consiglio di amministrazione deve adeguatamente motivare le ragioni e la convenienza per la società dell’operazione.
Nei casi di inosservanza a quanto disposto nei due precedenti commi del presente articolo ovvero nel caso di deliberazioni del consiglio o del comitato esecutivo adottate con il voto determinante dell’amministratore interessato, le deliberazioni medesime, qualora possano recare danno alla società, possono essere impugnate dagli amministratori e dal collegio sindacale entro novanta giorni dalla loro data; l’impugnazione non può essere proposta da chi ha consentito con il proprio voto alla deliberazione se sono stati adempiuti gli obblighi di informazione previsti dal primo comma. In ogni caso sono salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in esecuzione della deliberazione. L’amministratore risponde dei danni derivati alla società dalla sua azione od omissione. L’amministratore risponde altresì dei danni che siano derivati alla società dalla utilizzazione a vantaggio proprio o di terzi di dati, notizie o opportunità di affari appresi nell’esercizio del suo incarico), migliora la disciplina del conflitto d’interessi nell’impresa e nei conglomerati finanziari .
Considerazioni similari possono valere anche per quanto riguarda il divieto di concorrenza posto a carico degli amministratori, art. 2390 c.c. (Gli amministratori non possono assumere la qualità di soci illimitatamente responsabili in società concorrenti, né esercitare un’attività concorrente per conto proprio o di terzi, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salvo autorizzazione dell’assemblea.
Per l’inosservanza di tale divieto l’amministratore può essere revocato dall’ufficio e risponde dei danni), connesso con la disciplina del conflitto di interessi, che oggi rispetto al passato viene esteso anche all’assunzione in società concorrenti della qualifica di direttore generale. Si ritrovano nella normativa delle limitazioni del dovere di lealtà che tuttavia non danno luogo a innovazioni significative, anzi la dottrina qualifica come eccessivamente prudenziale le opzioni normative seguite.
Tale conclusione pare particolarmente sicura quando la legge demanda allo stesso statuto la possibilità di prevedere una competenza, senza predeterminare l’organo a cui spetta; ad esempio, nessun dubbio può sorgere sul fatto che lo statuto potrà definire con assoluta libertà a quale organo competa concedere o negare il mero gradimento introdotto da una clausola statutaria ai sensi dell’art. 2355-bis, comma 2 “…Le clausole dello statuto che subordinano il trasferimento delle azioni al mero gradimento di organi sociali o di altri soci sono inefficaci se non prevedono, a carico della società o degli altri soci, un obbligo di acquisto oppure il diritto di recesso dell’alienante; resta ferma l’applicazione dell’articolo 2357. Il corrispettivo dell’acquisto o rispettivamente la quota di liquidazione sono determinati secondo le modalità e nella misura previste dall’articolo 2437-ter…”
Dunque: le lacune create nel sistema dualistico con lo smembramento dei poteri dell’assemblea ordinaria e la loro ripartizione tra assemblea e consiglio di sorveglianza, devono essere colmate con un sapiente ricorso all’autonomia statutaria e, in difetto, con il riconoscimento della competenza residuale del consiglio di sorveglianza ( quando il potere da attribuire non attiene né alla destinazione dell’utile, ne al mantenimento e all’efficienza del consiglio stesso). Una conferma di questa impostazione può certo essere ritrovata nella mancata replica, all’interno dell’art. 2364-bis“. (Assemblea ordinaria nelle società con consiglio di sorveglianza). Nelle società ove è previsto il consiglio di sorveglianza, l’assemblea ordinaria:
Si applica il secondo comma dell’articolo 2364”, del riconoscimento, riportato nell’art. 2364, n. 5 che “ nelle società prive di consigli di sorveglianza, l’assemblea ordinaria… delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge alla competenza dell’assemblea”.
Le soluzioni adottate dalla nuova normativa societaria sono solo in parte coerenti con quanto fin ora detto. Il modello tradizionale, assegna un ruolo centrale agli amministratori nella gestione sociale con un certo ridimensionamento delle funzioni assembleari e sotto questo aspetto diviene importante la nuova formulazione dell’art. 2364 al n. 5 “…delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge alla competenza dell’assemblea, nonché sulle autorizzazioni eventualmente richieste dallo statuto per il compimento di atti degli amministratori, ferma in ogni caso la responsabilità di questi per gli atti compiuti…” che sottrae allo statuto la possibilità di attribuire all’assemblea poteri gestionali rilegandola ad una più ridotta funzione autorizzativa . Non volendo certo entrare nel merito di questa scelta, che viene da molti criticata per il fatto di non trovare dei validi contrappesi alla riduzione della tutela delle minoranze e alla svalutazione del ruolo dell’assemblea, rimane certamente innegabile che nella disciplina speciale bancaria da tempo viene delineata una forte accentuazione della responsabilità esclusiva di gestione dell’organo amministrativo, unico referente dell’apparato di controllo.
Per quanto riguarda la composizione dell’organo amministrativo la nuova disciplina all’art. 2387 c.c. stabilisce: ”lo statuto può subordinare l’assunzione della carica di amministratore al possesso di speciali requisiti di onorabilità, professionalità ed indipendenza…”; questa disposizione era già presente in termini simili nel T.U.B. all’art. 14 let. e, ma fino all’intervento del d.lgs n. 37/2004 mancava del requisito “indipendenza”. Ora il nuovo art. 14 let.e recita nel seguente modo “i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo abbiano i requisiti di professionalità, onorabilità ed indipendenza indicati nell’articolo 26”; l’indipendenza a cui si fa riferimento viene riferita al cumulo delle cariche, aiutando a rafforzare i presidi alla sana e prudente gestione .Un sensibile scostamento dalla disciplina del T.U.B. si può riscontrare per quanto riguarda il settore dei controlli interni. La questione riguarda non certo il collegio sindacale così come viene configurato nel sistema tradizionale, in quanto il nuovo art. 2403 c.c. (Doveri del collegio sindacale) “Il collegio sindacale vigila sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione ed in particolare sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento. Esercita inoltre il controllo contabile nel caso previsto dall’articolo 2409-bis, terzo comma”, chiaramente include tra le competenze dei sindaci anche quelle relative alla adeguatezza dell’assetto amministrativo, organizzativo e contabile, ponendosi in un solco di continuità con quanto previsto in materia bancaria.
Se queste esigenze di autonomia debbano in qualche modo mettere in forse la sana e prudente gestione occorreranno dei correttivi che in un certo senso già sono presenti nel T.U.B. a seguito dell’aggiornamento apportato dal d.lgs n. 37/2004, dove al novellato art. 52 al comma I si dice “…A tali fini lo statuto della banca, indipendentemente dal sistema di amministrazione e controllo adottato, assegna all’organo che svolge la funzione di controllo i relativi compiti e poteri…”; si cerca così di bilanciare l’autonomia con i vari interessi protetti nel sistema bancario.
Ma la disciplina speciale detta delle novità che in parte si discostano parecchio da quelle del codice civile. All’art 152 Bis T.U.B. introdotto dal d.lgs n. 37 (Poteri del Consiglio di Sorveglianza) assegna delle specifiche competenze e diritti ai singoli componenti del consiglio di sorveglianza; infatti si dice:”…possono, anche individualmente, chiedere notizie ai consiglieri di gestione, anche con riferimento a società controllate, sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Le notizie sono fornite a tutti i componenti del consiglio di sorveglianza…”.
Ma l’art. 152 bis assegna anche ai componenti del consiglio di sorveglianza poteri individuali ai fini della convocazione del comitato di gestione; la richiesta di convocazione viene inoltrata al presidente, che deve convocarla senza ritardo. Il consiglio di sorveglianza può, previa comunicazione al presidente del consiglio di gestione, convocare l’assemblea dei soci, il consiglio di gestione ed avvalersi di dipendenti della società per l’espletamento delle proprie funzioni. I poteri di convocazione e di richiesta di collaborazione possono essere esercitati anche da almeno due membri del consiglio. Il consiglio di sorveglianza, o un componente dello stesso con una delega, può procedere in qualsiasi momento ad atti d’ispezione e di controllo nonché scambiare informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito ai sistemi di amministrazione e controllo ed all’andamento generale dell’attività sociale.
In un certo senso anche per quanto riguarda l’adozione del sistema monistico il T.U.B., novellato dal d.lgs n. 37, ci dà delle differenze rispetto al diritto comune; infatti all’art. 151-ter, modellato sul 151 bis, (Poteri del comitato per il controllo sulla gestione), si dà ai componenti del comitato per il controllo sulla gestione diritto, anche individuale, di chiedere agli altri amministratori notizie sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Le notizie vengono fornite a tutti i componenti del comitato per il controllo sulla gestione.
Può inoltre, previa comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione convocare il comitato esecutivo di gestione ed avvalersi di dipendenti della società per l’espletamento delle proprie funzioni. I poteri di convocazione e di richiesta di collaborazione possono essere esercitati anche da almeno due membri del comitato.
Anche il comitato per il controllo sulla gestione, o un componente dello stesso appositamente delegato può procedere in qualsiasi momento ad atti d’ispezione e di controllo.
Ogni riferimento al collegio sindacale o ai sindaci presente nelle leggi speciali è da intendersi effettuato anche al consiglio di sorveglianza e al comitato per il controllo sulla gestione o ai loro componenti, ove compatibile con le specificità di tali organi”. A questo si aggiunge il novellato T.U.B. nel primo comma dell’art. 52 “…A tali fini lo statuto della banca, indipendentemente dal sistema di amministrazione e controllo adottato, assegna all’organo che svolge
la funzione di controllo i relativi compiti e poteri…”; anche in questo caso sembra che il legislatore corra ai ripari predisponendo, giustamente, in capo all’organo di controllo delle competenze sulla falsa riga di quelle già attribuite al collegio sindacale nel modello tradizionale.
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Capriglione – Montedoro, voce “Società e Borsa” (Consob) in Enc. dir., VI, 2002
Concetta Brescia Morra, “Verso un sistema bancario e finanziario europeo?” in riv. Le fonti del diritto finanziario in Europa e il ruolo dell’autoregolamentazione (2003), pp. 18-23
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