Source: http://www.rinnovareleistituzioni.it/pentit.html
Timestamp: 2019-05-21 13:42:02+00:00
Document Index: 82843955

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Il “pentito” Valentino Rossin, dissociatosi quasi subito, ha cominciato a rendere interessanti dichiarazioni agli inquirenti. Riprendo la ricostruzione del Gazzettino, il quotidiano del Nordest, dell’8 luglio 2007: “come spiega il giudice Salvini nell’ordinanza del 6 luglio Rossin vuole troncare con il passato e comincia a confessarsi davanti al p.m. Ilda Boccassini. (..) Con la divisa da postino Rossin attende più di un’ora, finché arrivano Bortolato e Massimiliano Toschi con le armi. (..) Svela Rossin che il Kalashnikov era nel davanti dell’auto, la Skorpion era nascosta nella mia macchina, (..) l’Uzi era nascosto sotto il sedile posteriore. Ho preso la macchina e sono tornato a casa dove ho messo le armi nel garage. Nel 2001 è arrivato a Padova il primo carico di armi e mi è stato chiesto di fare da staffetta in questa operazione. In quest’occasione ho incontrato Tonello e Bortolato a Piazzetta Toselli. Nel 2006 Bortolato aveva dato a Rossin tutto il necessario per preparare congegni esplosivi”.
Il progredire delle indagini, reso possibile anche dalla scelta di collaborazione di Valentino Rossin, ha consentito di mettere a fuoco gli episodi già emersi (l'esercitazione allo Scolo Tron, il tentativo di autofinanziamento ad Albignasego) e soprattutto di collocare nel tempo, e quindi retrodatare quantomeno al 2001 e molto probabilmente anche a prima, la formazione della dotazione logistica del gruppo. Ha consentito inoltre di ricostruire lo spostamento da Milano a Padova, nell' agosto del 2006, delle armi più potenti inizialmente nascoste nell' "imbosco" presso i Fontanili di Rho e cioè la mitraglietta Skorpion, l'Uzi e il Kalashnikov.
La pericolosità del gruppo eversivo si desume non solo dai gravi precedenti specifici di alcuni associati (fra cui Bruno Ghirardi, detenuto per oltre 17 anni a seguito della condanna inflitta dalla corte d'Assise di Milano per la sua militanza nei C.O.L.P. all'inizio degli anni '80), ma soprattutto dal fatto che il gruppo dispone di armi funzionanti tra cui anche armi da guerra nonché di materiale esplosivo. Dalle conversazioni ambientali si è appreso infatti che quelli che hanno partecipato al fallito colpo di Albignasego tenevano il colpo in canna ed erano disposti ad affrontare un conflitto a fuoco con le forze dell' ordine. Del resto la pericolosità del gruppo è connaturata al fatto che, raggiunto ormai un discreto livello logistico ed operativo, la sua attività era appena iniziata ed aveva in programma non solo più grosse azioni di autofinanziamento in danno di banche, istituti di vigilanza e trasporto valori, ma anche una serie di azioni di "propaganda armata" in danno di persone, sedi istituzionali, sedi di testate giornalistiche e televisive, uffici e persone legate alle tematiche del lavoro nel quadro ovviamente dello sviluppo con tali azioni di propaganda del progetto politico-militare esplicitato nel foglio L'Aurora.
Era un gruppo, afferma il giudice Salvini (La Stampa dell’8 luglio 2007) che “non può più definirsi neonato e velleitario, ma era giunto a un grado di maturazione e di radicamento ormai abbastanza elevato ed era ormai certamente in grado di passare alla realizzazione del suo progetto eversivo”. Il giudizio di pericolosità è rafforzato dagli ulteriori elementi acquisiti alle indagini, grazie agli accertamenti tecnici e anche alle dichiarazioni di Rossin, da cui si trae certezza che il gruppo disponeva di una dotazione di armi già dal 2001 e addirittura alcune di esse provenivano dalla vecchia dotazione delle Brigate Rosse.
Alcune delle armi di cui parla Valentino Rossin, ritrovate dalla Polizia di Padova, come ricorda La Stampa di Torino dell’8 luglio, venivano da lontano, addirittura dalla colonna milanese “Walter Alasia”. La pistola Sig Suaer e la carabina Winchester le aveva comprate nel 1978 Calogero Diana, allora responsabile logistico della Walter Alasia, condannato a suo tempo all’ergastolo, che appartenne al gruppo di fuoco che gambizzò Indro Montanelli. Diana, interrogato dal p.m., non ha saputo spiegare come quelle armi siano arrivate nel deposito padovano. Deve comunque esistere una rete di fiancheggiatori che ha custodito le armi e poi le ha passate al gruppo attuale. Gli unici legami, se non direttamente con la Alasia, ma almeno con il circuito brigatista (così lo definisce il giudice Salvini) potevano essere soltanto Diana, Latino, Ghirardi o D’Avanzo.
L’8 ottobre il p.m. Ilda Boccassini, terminate le indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio dei 17 indagati.
La prima sentenza del processo ancora in corso è stata emessa dal giudice Marina Zelante il 4 febbraio 2008, a seguito del giudizio con rito abbreviato cui è stato soggetto Valentino Rossin.
Seguiamo la ricostruzione dei giornali padovani. Il Mattino del 24 aprile riferisce che «Valentino Rossin ha reso dichiarazioni assolutamente utili agli investigatori per il ritrovamento delle armi. E la sua collaborazione si è rivelata altresì preziosa ai fini dell’individuazione di altri soggetti ritenuti interni al sodalizio criminoso». E’ il passo saliente delle motivazioni della sentenza sul pentito delle presunte nuove Br scritte dal giudice per le indagini preliminari di Milano, Marina Zelante, che ha condannato l’imputato, con rito abbreviato, a 3 anni e 4 mesi. Il gup precisa però come l’imputato fosse «perfettamente cognito del fatto che il gruppo non si cimentasse nelle prove di sparo per diletto, ma disponesse di un arsenale per la realizzazione di scopi politici ben precisi che, come è inequivocabilmente emerso dalle intercettazioni ambientali, erano rivolti al sovvertimento dell’ordinamento democratico, attraverso una serie indeterminata di delitti, da compiersi mediante l’uso delle armi, contro l’ordine pubblico, l’incolumità delle persone la fede pubblica e il patrimonio». Nelle 53 pagine che motivano la sentenza del 4 febbraio scorso, il giudice spiega che «Rossin, in qualità di custode delle armi, ha posto in essere una condotta funzionale al perseguimento degli obiettivi del gruppo eversivo». Un gruppo che aveva «in programma l’imminente realizzazione di attentati». Per il suo contributo «spontaneo ed efficace», il gup ha riconosciuto all’imputato l’attenuante speciale prevista dalla legge del febbraio 1980 ma non già le attenuanti previste dalla legge del 1982 che avrebbero richiesto «la piena confessione da parte dell’imputato di tutti i reati contestati». (..)In precedenza, i giudici avevano riunito a quella dei 16 imputati la posizione di Michele Magon, l’ultimo arrestato nell’inchiesta. La Corte milanese ha acquisito agli atti un documento nel quale l’imputato Davide Bortolato, commenta le ultime elezioni politiche. Nel testo, letto in aula dal pm, l’ex sindacalista della Cgil scrive che «il capitalismo non si può riformare, ma si deve abbattere», aggiungendo che «la classe operaia è oppressa dallo Stato borghese».
Secondo la cronaca del Gazzettino dello stesso giorno le motivazioni della sentenza citata costituiranno il binario interpretativo dal quale sarà praticamente impossibile per l'Assise discostarsi, pena un rovinoso deragliamento che vanificherebbe il lavoro d'intelligence degli inquirenti. La sentenza pone alcuni punti fermi. Riconosce il carattere eversivo del sodalizio, dotato di armi e con un programma politico definito e propagandato clandestinamente attraverso l'Aurora, di cui Alfredo D'Avanzo era l'ispiratore. Fin dal numero 0 del foglio clandestino il gruppo si è apertamente proclamato erede della seconda posizione delle vecchie Br, affermando la necessità di una lotta politica in grado di contrastare lo Stato, sovvertendone l'ordine democratico. Nei tre numeri successivi viene individuato il punto d'arrivo: l'insurrezione armata della massa proletaria contro lo Stato borghese. L'omicidio del prof. Marco Biagi è stato definito un'intervento politico militare di grande qualità. Rossin era cosciente del terribile potere di fuoco e consapevole delle finalità eversive del gruppo, il cui programma era a uno stadio di preparazione avanzato. "Al postino Rossin va attribuito il merito - scrive il Gazzettino citando le parole della sentenza - di avere con la sua tempestiva confessione disarmato la banda, privandola del patrimonio logistico indispensabile alla realizzazione degli obiettivi programmati."
Per tutti questi motivi dobbiamo essere estremamente grati a Magistratura e Polizia che hanno impedito a questa formazione eversiva di nuocere.
(Paolo Padoin)