Source: http://www.dbnmagazine.it/fiscalita/231-lavoro-autonomo-occasionale-e-di-tipo-accessorio
Timestamp: 2018-08-15 19:08:16+00:00
Document Index: 43305454

Matched Legal Cases: ['art. 2222', 'art. 61', 'art. 70', 'art. 2222', 'art. 5', 'art. 44', 'art. 67', 'art. 61', 'art. 70']

Lavoro autonomo, occasionale e di tipo accessorio - DBN Magazine | La rivista delle Discipline Bio Naturali, Discipline Olistiche, Discipline Orientali
A cura del dottor Biagio Notario, Brescia. Pubblicato dicembre 2014
Solitamente, quando parliamo di attività lavorative svolte senza particolari formalità e per un periodo limitato di tempo utilizziamo il termine “prestazioni occasionali”. La terminologia è però troppo generica perché non chiarisce a quale delle seguenti fattispecie ci riferiamo:
- lavoro autonomo occasionale ex art. 2222 del codice civile;
- collaborazione occasionale ex art. 61, comma 2, del D.Lgs. n. 276/2003;
- lavoro occasionale di tipo accessorio ex art. 70 del D.Lgs. n. 276/2003.
Se non viene individuata l’esatta tipologia di prestazione sarà impossibile applicare la normativa in maniera corretta, con tutte le conseguenze del caso.
Il lavoro autonomo occasionale è disciplinato dall’art. 2222 del codice civile: “Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente, si applicano le norme di questo capo, salvo che il rapporto abbia una disciplina particolare nel libro IV.”
Nel rapporto troviamo due figure:
- il committente: soggetto che richiede la prestazione;
- il lavoratore autonomo: colui che effettua la prestazione.
I caratteri peculiari del lavoro autonomo occasionale, che dimostrano l’inesistenza del vincolo di subordinazione, sono:
- assenza di coordinamento con l’attività del committente;
- mancato inserimento funzionale nell’organizzazione aziendale;
- l’assunzione del rischio del risultato;
- completa autonomia del lavoratore circa il tempo (nessun vincolo d’orario) e modalità di svolgimento della prestazione;
- compenso non commisurato alla durata della prestazione.
Dette prestazioni devono soddisfare il requisito della “occasionalità”, la prova di tale circostanza è a carico del contribuente. Situazione non facile da dimostrare per via dell’assenza di una chiara definizione di “occasionalità” all’interno della normativa fiscale e contributiva. Conseguentemente, è importante che risultino chiaramente gli elementi che dimostrino quando siamo in presenza di questo particolare rapporto di lavoro.
Il tutto deve risultare da precise condizioni “oggettive” e non semplicemente dalle affermazioni verbali delle parti (committente e lavoratore autonomo).
Una prestazione è occasionale se resa in forma:
- episodica oppure sporadica: contrariamente siamo in presenza di un’attività continuativa, anche se vengono svolte poche prestazioni a settimana. Purtroppo non esiste un parametro numerico;
- non programmata o organizzata: l’utilizzo di proprie attrezzature (o propri locali), pubblicità su volantini, biglietti da visita o in siti internet configurano, anche singolarmente, l’esistenza di una certa professionalità al punto da mettere in discussione l’occasionalità della prestazione.
In caso di contestazioni da parte degli enti preposti ci si troverà in una delle seguenti situazioni:
- committente con partita IVA (impresa o professionista): il rapporto viene considerato di lavoro dipendente;
- committente privato: l’attività del lavoratore è considerata di natura “professionale e continuativa” con obbligo di attribuzione della partita IVA (ed in alcuni casi anche con l’iscrizione alla CCIAA).
Non vi è incompatibilità tra essere già lavoratore dipendente e svolgere prestazioni occasionali con altri soggetti diversi dal datore di lavoro, o essere titolare di una partita IVA per un’attività svolta fuori dall’orario di lavoro.
I dipendenti pubblici, al contrario, possono svolgere una seconda attività solo “previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza”.
La prestazione occasionale non richiede la sottoscrizione di un contratto scritto, è sufficiente l’accordo verbale tra le parti. Quando il committente è un soggetto con partita IVA, o comunque “non un privato”, è consigliabile stipulare un accordo scritto per meglio chiarire l’oggetto della prestazione e gli obblighi delle parti (meglio se timbrato con data certa presso un qualsiasi ufficio postale).
L’accordo scritto dovrebbe contenere i seguenti elementi minimi:
- generalità delle parti (committente e prestatore);
- definizione dell’oggetto, dei tempi e dei luoghi di esecuzione della prestazione;
- compenso pattuito, modalità e termini di pagamento;
- previsione di eventuali rimborsi di spese sostenute dal prestatore;
- eventuali cause di risoluzione anticipata del rapporto giuridico tra le parti;
- foro competente in caso di controversia;
- dichiarazione del lavoratore che attesti la sua non assoggettabilità: alla normativa IVA (per mancanza dei requisiti soggettivi di cui all’art. 5 del D.P.R. n. 633/1972); all’iscrizione alla Gestione Separata (per mancato superamento del tetto di 5.000 € annui previsto dall’art. 44, comma 2 del D.L. n. 269/2003), e impegno, da parte dello stesso lavoratore, a comunicare al committente l’eventuale superamento del predetto limite;
- dichiarazione del lavoratore circa eventuali sue iscrizioni a ordini professionali (da non confondere con le iscrizioni in associazioni professionali non regolamentate).
L’accordo scritto è di fondamentale importanza per evitare le sanzioni in materia di lavoro sommerso (c.d. maxisanzione) che ricordiamo va:
- da euro 1.500 ad euro 12.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo;
- da euro 1.000 ad 8.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorata di euro 30 per ogni giornata di lavoro irregolare, nel caso in cui il lavoratore risulti regolarmente occupato per un periodo lavorativo successivo.
Al riguardo si segnala una recente nota del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (n. 16920 del 09.10.2014) nella quale si afferma che la maxi sanzione non troverà applicazione nel caso in cui il datore di lavoro sia in grado di dimostrare che non vi fosse alcuna volontà di occultare il rapporto di lavoro.
In alcune occasioni sarà facile fornire tale prova (per esempio aver già pagato una parte della prestazione con relativo versamento della ritenuta d’acconto), al contrario, soprattutto all’inizio del rapporto, l’esistenza del contratto scritto rinvenibile durante l’ispezione sarà l’unico modo per dimostrare la propria trasparenza.
Le prestazioni di lavoro autonomo occasionale costituiscono redditi diversi ai sensi dell’art. 67 co. 1 lett. l) del TUIR. Il lavoratore autonomo dovrà dichiarare i compensi incassati in occasione della presentazione della dichiarazione dei redditi.
Quando il committente è sostituto d’imposta (soggetto diverso dal privato):
- i compensi vanno assoggettati a ritenuta a titolo di acconto, da applicarsi in misura pari al 20%. La ritenuta va versata entro il giorno 16 del mese successivo al pagamento con codice tributo 1040;
- entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello di corresponsione dei compensi, il committente dovrà rilasciare una certificazione riassuntiva degli importi erogati, delle ritenute operate e versate e degli eventuali contributi trattenuti e versati;
- entro i termini di legge il committente deve presentare il Mod. 770 per le ritenute operate nell’anno precedente.
Dal punto di vista contributivo, vi è un obbligo previdenziale in capo al committente (quando questo non è un privato) solo se, nel corso del medesimo anno, il totale lordo delle somme percepite eccede l’ammontare di 5.000,00 euro (indipendentemente dal numero dei committenti).
Al momento dell’incasso va emessa una ricevuta (anche su carta bianca) contenente le seguenti informazioni:
- generalità delle parti (complete di indirizzo e codice fiscale);
- natura e durata della prestazione effettuata;
- importo delle prestazione;
- ammontare della ritenuta d’acconto (se applicabile).
Il rapporto di collaborazione occasionale è disciplinato dall’art. 61, comma 2, del D.Lgs. 10 settembre 2003 n. 276 (cd. Riforma Biagi) e riguarda quelle prestazioni rese nei confronti dello stesso committente che:
- hanno durata complessiva non superiore a 30 giorni nel corso dell’anno solare;
- determinano un compenso complessivamente percepito nello stesso anno non superiore a 5.000,00 euro.
Il collaboratore occasionale deve poter svolgere la sua attività autonomamente e senza un orario prefissato, pur coordinandosi con l’attività del committente.
I compensi percepiti generano reddito assimilato al reddito di lavoro dipendente con tutte le implicazioni del caso (cedolino, CUD e Mod. 770). I redditi derivanti dalla collaborazione occasionale vanno sommati ad eventuali altri redditi soggetti ad IRPEF, formando così il reddito complessivo annuale del soggetto.
Gli adempimenti contributivi sono simili a quelli già indicati per i lavoratori autonomi occasionali con la sola particolarità che non vi è la franchigia dei 5.000 euro. Il reddito del collaboratore occasionale sarà assoggettato per intero alla contribuzione INPS.
Per le collaborazioni occasionali non vi è l’emissione di una ricevuta con ritenuta d’acconto del 20%, bensì l’emissione di un vero e proprio cedolino paga.
La Riforma del lavoro ha modificato la nozione di prestazioni di lavoro accessorio contenuta nell’art. 70 del D.Lgs. n. 276/2003, qualificandole quali “attività lavorative che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell’anno precedente.”
Per il 2014, il compenso complessivamente percepito dal prestatore che lavora per un’associazione non può superare l’importo di 5.050 € nette (6.740 € lorde). Altri limiti sono fissati quando il committente è un imprenditore commerciale o un libero professionista, oppure se il prestatore beneficia di misure di sostegno.
Il compenso, per le prestazioni fornite, avviene tramite l’utilizzo di buoni lavoro (c.d. voucher). L’importo è da considerarsi netto per il prestatore di lavoro ed è pari al 75% del valore del buono. In presenza di altri redditi non vi è cumulo ai fini della tassazione.
Non vi sono ulteriori contributi da versare o adempimenti a carico del lavoratore e del committente.
Si fa un gran parlare di riforme. Il Presidente de...
Parlare di importanza di attestato di qualità o d...
Buongiorno, sono un operatore Shiatsu in possesso ...