Source: https://stalkersaraitu.com/2017/05/07/la-legge-anti-stalking-come-le-purghe-staliniane/
Timestamp: 2018-07-22 02:58:20+00:00
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La legge anti-stalking come le purghe staliniane – Stalker sarai tu
La legge anti-stalking come le purghe staliniane
7 maggio 2017 Davide Stasi Gli abusi della legge anti-stalking, Sentenze della Cassazione Un commento
A giudicare dai messaggi che riceviamo, moltissimi dei nostri lettori faticano a crederci quando sosteniamo che si può finire incriminati e condannati per stalking anche solo a fronte di accuse non provate. C’è una vera e propria incredulità, che arriva sovente all’accusa di falsificare la realtà quando portiamo avanti taluni paradossi che comunque sono del tutto verosimili. Con questo articolo vorremmo dimostrare che non stiamo forzando nulla di nulla, è tutto vero. E, a nostro avviso, ma purtroppo per ora solo al nostro, con l’art. 612 bis siamo nella piena incostituzionalità, borderline alla mostruosità.
Per cominciare, sciogliamo il nodo principale, quello che lascia attoniti quasi tutti i nostri lettori. E’ dunque vero che si può finire sul banco degli imputati con un’incriminazione per stalking anche in assenza di prove? Per dimostrare che quanto sosteniamo è vero, faremo riferimento a due contributi esterni, tratti da un sito specializzato in commenti giuridici. In particolare, in due articoli (qui e qui), il sito esamina due sentenze della Corte di Cassazione, cui due accusati per stalking (uno tra l’altro per un caso che con lo stalking vero non ha nulla a che fare…) avevano fatto ricorso ritenendo ingiusta la loro condanna. Il loro ricorso naturalmente è stato rigettato. Ma non sono i casi specifici a interessarci, bensì le chiavi interpretative usate dalla Corte per rigettare i ricorsi, e dunque confermare le condanne.
Nella prima sentenza il ricorrente sostanzialmente sosteneva (a buon diritto) che lo stato di ansia e paura denunciato dalla querelante non era provato, né tanto meno il fatto che avesse dovuto cambiare abitudini di vita. Come sempre accade nei processi per stalking, la presunta vittima si era cioè limitata ad autocertificare di essere in stato d’ansia, paura, eccetera. La Cassazione ha rigettato il ricorso sostenendo, tra l’altro, che (sottolineature nostre):
“il perdurante stato d’ansia e di paura e il fondato timore per l’incolumità, citati dall’art. 612 bis del C.P., rappresentano eventi che riguardano la sfera emotiva e psicologica della vittima e devono essere accertati attraverso un’accurata osservazione di segni e indizi comportamentali, desumibili dal confronto tra la situazione pregressa e quella conseguente alle condotte dell’agente, che denotino un’apprezzabile destabilizzazione della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”.
Ovvero: si pone sul banco degli imputati e si condanna una persona sulla base di elementi emotivi e psicologici non provati, ma che il giudice deve desumere da segni e indizi comportamentali. Al di là dei margini interpretativi troppo ampi che vengono dati al giudice, e alla sua sostanziale incompetenza nel giudicare fattispecie relative alla sfera psicologica (è un giudice, non un medico…), si potrebbe dire che, data la natura del reato di stalking, tutto ciò potrebbe essere accettabile in linea teorica. In linea pratica no, per il semplice motivo che le espressioni emotive e psicologiche di disagio, con i loro segni e indizi, possono essere facilmente simulabili. In assenza di una professionalità in grado di verificarne la reale sussitenza, una persona brava a far scena potrebbe ottenere incriminazione e condanna di un innocente.
Si dirà: questa anomalia, che può prestarsi ad abusi e che si pone contro qualunque più elementare base del diritto, può essere facilmente ovviata con l’intervento di periti specialistici nominati o dal Tribunale e/o dalle parti. Più volte nei nostri articoli abbiamo sostenuto che lo stato d’ansia della presunta vittima è autocertificato, ma se è supportato da una diagnosi medica è sicuramente meglio. Ebbene, siamo stati troppo rigorosi. E ce lo conferma l’altra sentenza della Cassazione. Anche in questo caso non interessa il merito della questione. Anche qui è un ricorso, poi rigettato, basato sulla mancanza di prove. Il ricorrente sostenne davanti alla Corte che mancava una prova certa del “perdurante stato d’ansia e di paura”, presupposto dall’art. 612 bis ai fini della configurabilità del reato, essendosi basata unicamente su quanto asserito dalla donna. Ora i lettori increduli potranno farsi una ragione di tutto ciò: che bastino le asserzioni di un accusatore non siamo più solo noi a dirlo, ma un avvocato che ha presentato ricorso in Corte di Cassazione. Ed è improbabile che egli fosse un “visionario” come noi siamo spesso accusati di essere.
Ma la cosa più rilevante, in questo ricorso, è la risposta della Cassazione, secondo cui (sottolineature nostre):
la prova del “perdurante stato d’ansia e di paura”, non necessita un accertamento di tipo medico. Osservava la Corte, infatti, come tale elemento [la prova N.d.A.] prescinda dall’accertamento di uno stato patologico, “essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima”.
Tutto abbastanza chiaro, no? Il certificato medico che accerti lo stato d’ansia della presunta vittima non è necessario. Basta che esso si possa vedere in modo oggettivo. Sì, ma come lo si vede? Semplice: lo si ricava dalle dichiarazioni della vittima, dai testimoni che porta (e che valore possono avere???) e dai suoi comportamenti, naturalmente anch’essi autocertificati. Ecco, in questo caso, di nuovo, non siamo noi a dire che basta un’accusa non provata, e non è nemmeno un avvocato di parte. E’ la Corte di Cassazione a sostenerlo. Come se niente fosse. Come se non fosse incostituzionale e semplicemente mostruoso.
Esageriamo a chiamare tutto questo “mostruoso”? A noi non pare. Tutto ciò, per come è impostato, fa venire in mente le purghe staliniane operate in gran parte attraverso delazioni (prive di prove) e processi sommari. Fu così che si regolarono i conti tra avversari dentro il partito unico: furono in tanti a eliminare il proprio diretto concorrente alla corsa al potere inventando contro di esso accuse di slealtà. Non c’era bisogno di prove, si accusava, la polizia politica arrivava, e tanti saluti. Non siamo in un regime totalitario (apparentemente), ed è l’unica differenza. Per il resto, così com’è, questa legge sembra voler dare uno strumento libero di purga generalizzata. Chi siano i probabili destinatari di questo “regalo illegale” e perché è stato così concepito l’abbiamo già chiarito molte volte, l’ultima qui.
Qualcuno ci ha provato a portare la questione di fronte alla Corte Costituzionale (vedremo in futuro qualche dettaglio di questi casi), purtroppo mai ponendo la questione dell’incriminabilità e condannabilità di una persona sulla base di dichiarazioni del querelante imperniate su aspetti emotivi e psicologici non verificati e non oggettivi. Di solito ci si è lamentati della scarsa definizione del reato rilevabile nell’art. 612 bis (il che è anche un altro difetto, ma non il principale), e infatti la Corte Costituzionale ha poi rigettato i ricorsi. Altri prima di noi sostennero che una modifica dell’art. 612 bis dovrebbe prevedere una perizia psichiatrica a carico del querelante, e anche di questo parleremo in futuro, essendo una proposta che, se debitamente ponderata, può avere un senso.
Di fatto, ciò che conta è che, così com’è, l’art. 612 bis “anti-stalking” disintegra in un baleno un principio giuridico generale affermato e valido nientemeno che dal XII secolo dopo Cristo: l’onere della prova è a carico dell’accusante. Ovvero X che accusa Y di aver compiuto l’atto Z deve portare delle prove oggettive (che è il contrario di soggettivo). Y ha poi il diritto di portare controprove a discolpa, ed è comunque innocente finché un giudice non ritiene quelle prove fondate oltre ogni ragionevole dubbio. Tutti principi affermati da leggi e convenzioni moderne: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, nonché dalla Costituzione Italiana.
Piccolo problema, di cui ancora nessuno sembra essersi accorto: l’art. 612 bis del Codice Penale, cosiddetto “anti-stalking”, non richiede alcuna prova oggettiva. Un accusato può essere colpevole e come tale condannato perché il querelante, quando lo vede, dice di avere mal di stomaco. Non è nemmeno medievale, questa norma. Siamo all’età della pietra del Diritto.
Corte CostituzionaleCorte di Cassazioneincostituzionaleonere della provapurghesentenzestalinstalking
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7 maggio 2017 alle 12:54
bravissimi, io discuterei anche del fatto che è aberrante che venga dato per scontato il nesso causale tra sensazioni totalmente soggettivi e fatti oggettivi sempre che ci siano… la cosidetta vittima puo essere gia di suo patologicamente ansiosa quando non portattrice di reale psicopatologia, oggigiorno ansia panco e depressione sono diffusissimi… e quindi per agitare una persona gia ansiosa basterebbe veramente poco, e cmq credo sia l unico reato ad essere basato s sensazioni soggettive… è assurdo