Source: http://associazionesuperpartes.it/it/blog?from=2017-09-01&to=2017-09-30
Timestamp: 2019-02-24 00:57:26+00:00
Document Index: 69373126

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art 1027', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ']

Sì alla configurabilità della servitù di...
Corte di Cassazione, II sez. civ., sentenza n. 16698 del 6 luglio 2017 Cosa cambia per il cittadino Con tale pronuncia, la Corte di Cassazione compie un revirement giurisprudenziale in tema di servitù volontarie, affermando l'inesistenza, nella sua assolutezza, di un divieto di servitù di parcheggio. La servitù, la cui disciplina codicistica (art 1027 c.c.) descrive come un peso imposto ad un fondo per l'utilità di un altro appartenente a diverso proprietario, costituisce un diritto reale contenutisticamente atipico, e ciò significa che, nei limiti della struttura legale, è lasciata ampia libertà all'autonomia privata di stabilire il contenuto del vantaggio per il fondo dominante, cui corrisponda il peso a carico del fondo servente. La cosiddetta utilitas derivante dal fondo servente può consistere in qualsiasi cosa attribuisca maggiore comodità e amenità al fondo dominante, essendo la tipicità delle servitù volontarie solo di carattere strutturale e non contenutistico; ed è proprio in virtù di tale principio, che si può ritenere configurabile anche una servitù di parcheggio. Tuttavia, stante il carattere reale della servitù, il legame di asservimento deve coinvolgere direttamente i due fondi, ossia l'incremento di utilità deve riguardare il fondo nella sua oggettiva destinazione, e non essere a vantaggio esclusivamente dell'attività personale del singolo proprietario. Così nel caso di una servitù avente ad oggetto il diritto di parcheggiare nello spazio di proprietà del vicino, deve essere valutata la destinazione del fondo dominante: se esso è un fondo con una casa di abitazione, il vantaggio è evidente se non altro in termini di valorizzazione economica. Per approfondimenti chiedi ai Notai SuperPartes http://associazionesuperpartes.it/notai/ Il fatto La Società x, proprietaria di un immobile facente parte di edificio condominiale, convenne in giudizio Tizia proprietaria dell'immobile confinante, per l'accertamento della servitù di parcheggio sull'area scoperta di proprietà di Tizia con conseguente condanna dei predetti a mantenere aperti i cancelli di accesso per tutto il giorno e a cessare ogni attività di turbativa e impedimento all'esercizio della servitù di parcheggio, oltre al risarcimento dei danni derivati dall'impedimento al parcheggio. Tizia eccepì che il diritto di parcheggiare era un diritto personale spettante alla precedente proprietaria dell'immobile, ossia la dante causa della società x, e che per la natura dell'utilità , non può costituire oggetto di servitù. Le ragioni giuridiche Le precedenti pronunce della giurisprudenza di legittimità , avevano escluso la configurabilità della servitù di parcheggio perché si riteneva che essa difettasse del requisito della realitas, risolvendosi il diritto di parcheggiare l'automobile sempre in una comodità del proprietario del fondo dominante (e non del fondo in sé), e dunque in un rapporto personale obbligatorio. L'ammissibilità in astratto della servitù di parcheggio, comporta invece che, per comprendere se ci si trovi dinanzi ad una servitù di parcheggio o ad un diritto (personale) di parcheggiare, occorre valutare le circostanze del caso concreto, e segnatemente vedere se, da un alto, il fondo dominante goda di un vantaggio che ne incrementi l'utilizzazione a prescindere da chi ne sia proprietario e, dall'altro, che l'asservimento del fondo servente debba essere tale da permettere al proprietario di poter continuare a fare qualsiasi uso del fondo che non confligga con l'utà­litas concessa. Solo in questo caso si sarà in presenza di una servitù di parcheggio. Per leggere gli altri articoli SuperPartes clicca qui: http://associazionesuperpartes.it/extra/blog/ Dott.ssa Eleonora Baglivo
La societa' semplice come regime societario...
Si ammette la gestione del mero godimento anche in forma diversa dalla comunione. La società semplice non è più soltanto il regime residuale per l'esercizio di attività economiche collettive non commerciali, ma anche un regime facoltativo del godimento collettivo. La affermazione della legittimità della costituzione di società semplici di mero godimento passa necessariamente attraverso una preliminare disamina delle norme cardine in materia e della evoluzione, più o meno esplicitamente formalizzata, dello stesso paradigma funzionale della società . Il concetto di società si è venuto a modificare nel corso degli anni a seguito degli interventi del legislatore in materia, pur non essendo state modificate le norme originarie che fissano le definizioni. E' opportuno, a tal fine, partire da tre norme del codice civile, e precisamente: l'articolo 2247, che contiene la nozione del contratto di società e sancisce che per esservi società vi deve essere «l'esercizio in comune di una attività economica allo scopo di divederne gli utili». l'articolo 2248, che stabilisce che «la comunione costituita o mantenuta al solo scopo del godimento di una o più cose è regolata dalle norme» che il codice civile dedica alla comunione (e, cioè, gli articoli 1100 e s.s.); l'articolo 2249, che prevede che, quando si intende esercitare una attività commerciale, occorre utilizzare la forma societaria almeno della società in nome collettivo, mentre, se si intende esercitare una attività "diversa" da quella commerciale, si può utilizzare la società semplice. Questo è l'impianto normativo originario e mai formalmente finora modificato: le norme restano scritte come appena riportate. Occorre, tuttavia, fare riferimento a quegli interventi del legislatore che, nel corso degli anni, hanno man mano modificato il concetto stesso di società. Andando in ordine cronologico: la legge n. 377/1976 ha introdotto la società consortile, che è per definizione una società che opera per favorire l'attività delle imprese consorziate e non per conseguire lucro (articolo 2615-ter c.c.), e comporta che il fine di "divisione degli utili" non è più un elemento caratteristico indefettibile della società; la legge n. 88/1993 ha consentito la costituzione di società in forma unipersonale per la società a responsabilità limitata e ha comportato che per l'esistenza di una società non occorra più necessariamente l'esercizio "in comune", così come il d.lgs. n. 6/2003 ha esteso anche alla societa' per azioni la possibilita' dell'atto costitutivo unilaterale. Per l'effetto delle norme appena riportate, si ha da tempo per legge <> anche senza il perseguimento del fine della divisione degli utili tra i soci; in altri termini, perché si abbia una societa' è sufficiente anche una sola persona fisica che eserciti attivita' economica e il fine di divisione degli utili non e' piu' elemento caratteristico della societa'. Fatta questa doverosa premessa, ci sono alcuni nodi da sciogliere per giungere a superare gli (apparenti) ostacoli al riconoscimento della costituzione della societa' semplice di "mero godimento". Tre appaiono le sostanziali problematiche: che cosa significa «attività economica» - articolo 2247 c.c., che cosa significa «scopo» di «solo godimento» - articolo 2248 c.c, in cosa consiste l'attività economica «diversa» da quella commerciale indicata nell'articolo 2249 c.c. Se tradizionalmente si qualificava come attivita' "economica" ogni attivita' che fosse produttiva, attualmente il requisito della economicità , per effetto dell'evoluzione legislativa, va piu' correttamente inteso non piu' unicamente come attività che immette sul mercato beni e servizi, bensì piu' genericamente come attivita' diretta al conseguimento di un utile anche in assenza di una organizzazione. Ne è derivato che la societa' sia diventata lo strumento idoneo sia per l'attività produttiva tradizionalmente intesa, sia per l'attivita' di godimento[1]. La giurisprudenza, sia di merito sia di legittimità , individua nella comunione una attività svolta soltanto funzionale alla conservazione statica del bene comune ai membri, al fine di assicurarne il godimento da parte dei comproprietari. Nella comunione è il bene comune che forma l'oggetto del godimento – godimento che rappresenta il fine della comunione, mentre nella società il godimento è soltanto il mezzo per esercitare l'attività di impresa.[2] Un argomento determinante ai fini del riconoscimento della legittimita' della societa' semplice di mero godimento si è inoltre ricavato dalla reiterazione di provvedimenti normativi fiscali volti a favorire la trasformazione di societa' di mera gestione di beni in societa' semplici. A partire dalla legge n. 449/97, il legislatore fiscale ha, infatti, negli anni costantemente dettato, e tuttora[3] detta, agevolazioni in favore delle societa' di mero godimento che si trasformano in societa' semplici: la agevolazione di un'operazione significa dare per presupposto la ammissibilità dell'operazione stessa, cioè, qui dello svolgimento dell'attivita' di gestione statica dei beni nella forma della societa' semplice. La norma si riferisce a societa' diverse dalla societa' semplice che abbiano per oggetto principale o addirittura esclusivo la mera gestione di beni immobili non strumentali e che si trasformano in societa' semplice. La legge agevola e, quindi, ammette testualmente la trasformazione che avvenga entro un limitato periodo di tempo. Il punto è: si puo' dedurre da tale constatazione le legittimità anche della costituzione ex novo della societa' semplice di mero godimento? Alla luce della previsione di legge della fattispecie della "trasformazione" non appaiono, tuttavia, ragioni in punto di diritto per escludere la liceità , accanto alla "trasformazione in" societa' semplice di mero godimento, della "costituzione ex novo" di una societa' semplice di mero godimento. Cio' che viene consentito dalla legge in sede di trasformazione deve ritenersi consentito anche in sede di costituzione ex novo. Per le considerazioni fin qui svolte, si puo' ricavare che: si ha attivita' commerciale quando c'è esercizio con modalita' complesse che presuppongano utilizzo e coordinamento di mezzi di produzione e quando si affianca l'attivita' di godimento con la prestazione di servizi: qui siamo fuori dall'ambito di utilizzo della societa' semplice; si ha attivita' non commerciale quando non c'è coordinamento di mezzi di produzione e in assenza di qualsiasi organizzazione di tipo industriale ed erogazione di servizi accessori: cio' avviene quando una societa' è proprietaria di beni immobili (uno o piu') che destina alla locazione stabile e i singoli soci non utilizzano direttamente i beni sociali; si ha, poi, una mera comunione di godimento, quando, in vece, i comproprietari utilizzano personalmente i beni comuni, anche disponendone per la propria rispettiva quota[4]. Il riconoscimento della legittimita' delle societa' semplici di gestione immobiliare sollecita ad interrogarsi, altresì, sulla possibilita' di societa' semplici aventi ad oggetto la gestione di beni mobili e, specificamente, di partecipazioni sociali, attraverso societa' semplici holding. In questo ultimo ambito, tuttavia, la linea di demarcazione tra una attivita' di mera gestione di partecipazioni ed attivita' commerciale appare estremamente sottile ed impone una attenta riflessione. Notaio Rubina De Stefano [1] Vedi: Tribunale di Roma – Sezione specializzata imprese – Decreto del dì 8 novembre 2016 [2] Vedi: Cassazione n. 6361/2004; Tribunale di Mantova 3 marzo 2008; Tribunale di varese 31 marzo 2010 [3] Cfr., da ultimo, l'art. 1/565 della Legge 11 dicembre 2016, n. 232, che ha prorogato al 30 settembre 2017 le disposizioni di cui alla Legge del 28 dicembre 2015, n. 208 -Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016) - L'art. 1, comma 115, prevede che <
attività economiche collettive non commerciali
TAR Toscana: “l’accesso agli atti è la...
Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, sez. I, sentenza n. 200 del 10 febbraio 2017 Cosa cambia per il cittadino L'accesso è la regola, il rifiuto è l'eccezione. Il silenzio è ipotesi ancor più eccezionale. Questo è quanto in sostanza affermato dal TAR Toscana in una recente sentenza che ha analizzato l'ipotesi di una richiesta di accesso agli atti in relazione a un concorso docenti rimasta inevasa da parte della Pubblica Amministrazione. Il TAR ha colto l'occasione per ribadire che l'accesso agli atti, e la conseguente possibilità di estrarre copia, deve essere sempre garantito al cittadino quando necessario a tutelare le sue ragioni, a meno che non vi siano motivate esigenze di riservatezza. La possibilità di accedere agli atti deve essere intesa, infatti, quale corollario di una "qualsiasi vera democrazia in cui la burocrazia è al servizio del cittadino e non di se stessa". Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes Il fatto Tizio partecipava a un concorso per l'assunzione di docenti rispetto al quale apprendeva dal sito web dell'amministrazione di non avere superato gli scritti e richiedeva l'accesso agli atti ai sensi della L. 241/1990, con riferimento ai propri elaborati scritti ed ai presupposti criteri di valutazione. A fronte del silenzio dell'amministrazione, impugnava il provvedimento implicito di rigetto dell'istanza d'accesso, proponendo ricorso contro il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca e il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca Ufficio Scolastico Regionale per la Toscana, per l'annullamento del diniego tacito, nonché per l'accertamento del diritto di prendere visione ed estrarre copia integrale della documentazione suddetta e la condanna all'ostensione dei documenti richiesti. Le ragioni giuridiche Il TAR Toscana ha evidenziato come la giurisprudenza sia pacifica nel ritenere che l'accesso ai documenti amministrativi, la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici, debba essere garantito ai richiedenti ai sensi dell'art. 24, comma 7, della L. n. 241/90 senza che l'Amministrazione possa legittimamente sindacare la fondatezza ovvero la pertinenza delle azioni che l'interessato intenda intraprendere e potendo l'Amministrazione limitare il diritto di accesso solamente per motivate esigenze di riservatezza. Questa affermazione, frutto di acquisizioni consolidate "dopo quasi un ventennio di esperienze e affermazioni giurisprudenziali" può, secondo la sentenza in esame, sintetizzarsi come segue: "l'accesso è la regola ed il rifiuto è l'eccezione, da dimostrare sempre e comunque con chiara, esauriente e convincente motivazione. Corollario di tale regole è che il silenzio serbato su istanze d'accesso è ipotesi ancor più eccezionale, da circoscrivere in ambiti limitatissimi di domande palesemente pretestuose, incerte, vaghe, emulative. Si tratta di regole semplici e fondamentali, ispirate, secondo l'ormai noto insegnamento dei giudici amministrativi, a valori fondanti di qualsiasi vera democrazia in cui la burocrazia è al servizio del cittadino e non di se stessa, secondo una logica perversa di autoreferenzialità in base alla quale il cittadine è suddito e non referente dell'azione amministrativa". Alla luce di tutte queste considerazioni, non rimane al TAR che concludere per la sussistenza di un'inspiegabile violazione di tale principio nel caso di specie, con un silenzio tanto più eclatante laddove si consideri che l'oggetto della richiesta riguardava esclusivamente gli elaborati del solo richiedente e non quelli di altri, ipotesi per la quale tra l'altro le stesse norme interne dell'amministrazione prevedevano l'immediata accessibilità . Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes