Source: https://www.studiocerbone.com/corte-cassazione-sentenza-03-maggio-2017-n-10699-licenziamento-giustificato-motivo-oggettivo-presupposti-andamento-economico-negativo-dellazienda-prova/
Timestamp: 2019-01-19 10:26:30+00:00
Document Index: 30541443

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 360', 'art. 41', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 41', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 115', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 115', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2112']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 03 maggio 2017, n. 10699 - Licenziamento per giustificato motivo oggettivo - Presupposti - Andamento economico negativo dell'azienda - Prova - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 maggio 2017, n. 10699 – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Presupposti – Andamento economico negativo dell’azienda – Prova
Sei qui: Home » CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 maggio 2017, n. 10699 – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Presupposti – Andamento economico negativo dell’azienda – Prova
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 03 maggio 2017, n. 10699
Licenziamento – Per giustificato motivo oggettivo – Presupposti – Andamento economico negativo dell’azienda – Prova
1. Il Tribunale di Firenze, con sentenza del 12 marzo 2013, ha dichiarato illegittimo il licenziamento intimato a S.P. il 4 marzo 2011 dalla T. Spa per giustificato motivo oggettivo, con le pronunce reintegratorie e patrimoniali conseguenti all’applicazione dell’art. 18 della I. n. 300 del 1970 nella formulazione antecedente alla I. n. 92 del 2012.
Quanto all’aliunde perceptum il Tribunale ha scomputato dal dovuto dell’azienda “le somme percepite dalla ricorrente a titolo di compenso dalla B. dal dicembre 2011 all’ottobre 2012” nonché l’indennità di mancato preavviso.
Con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. del 6 febbraio 2014 la Corte di Appello di Firenze ha dichiarato l’inammissibilità del gravame proposto dalla società per difetto di “ragionevoli probabilità di essere accolto”.
2. Per la cassazione della sentenza del Tribunale ha proposto ricorso ex art. 348 ter, co. 3, c.p.c. – che consente di adire il giudice di legittimità “contro il provvedimento di primo grado” allorquando sia pronunciata in grado di appello ordinanza di inammissibilità – la T. Spa con quattro motivi. Ha resistito S.P. con controricorso.
1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 41 Cost., 3, I. n. 604 del 1966, 30, co. 1, I. n. 183 del 2010, ai sensi dell’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c., censurando le argomentazioni del Tribunale in ordine alla rilevata mancanza di effettività circa le ragioni che avevano determinato il licenziamento della P. Si lamenta che il decidente avrebbe sindacato nel merito le scelte organizzative della società in violazione dell’art. 41 Cost. che sancisce la libertà di impresa. Si sostiene che, in base all’art. 3 della I. n. 604 del 1966, “il controllo giudiziale è … limitato all’esistenza della modifica organizzativa, quale presupposto di legittimità del licenziamento, mentre tutto ciò che la precede esula dai fatti costitutivi del recesso”.
L’articolato motivo di gravame non può trovare accoglimento in quanto la sentenza impugnata non è, nei suoi esiti applicativi, in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale di legittimità cui questa Corte ha dato di recente continuità, al fine di consolidarlo, con la pronuncia n. 25201 del 7 dicembre 2016, esprimendo un principio di diritto che va qui ribadito. In tale decisione si è statuito che, “ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo ai sensi dell’art. 3 della I. n. 604 del 1966, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare”, sì da assurgere “a requisito di legittimità intrinseco” al recesso “ai fini dell’integrazione della fattispecie astratta”, escludendo così che la tipologia di licenziamento in discorso possa dirsi giustificata solo in situazioni di crisi d’impresa.
Posto che le ragioni produttive ed organizzative non coincidono né si identificano con la mera soppressione del posto di lavoro, ma ne costituiscono causa efficiente (cfr. sul punto anche Cass. n. 19185 del 2016), esse non si prestano ad esemplificazioni casistiche che abbiano la pretesa di esaustività, tanto più in sede di legittimità, dovendo necessariamente calarsi nella concretezza di una proteiforme realtà economica, soggetta a continua evoluzione, e modellarsi sulle peculiarità proprie delle singole vicende aziendali; in ogni caso -secondo questa Corte- tra le ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro “non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono ad una migliore efficienza gestionale o produttiva ovvero anche quelle dirette ad un incremento della redditività d’impresa”, non essendo la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del posto di lavoro “sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità”, in ossequio al disposto dell’art. 41 Cost..
Invero, vagliato il materiale probatorio, il giudice toscano ha espresso l’argomentato convincimento circa “l’insussistenza del requisito dell’effettività delle opzioni di gestione sottese al recesso datoriale”, sulla scorta di una serie di indici fattuali (la “non funzionalità della scelta aziendale di soppressione del posto occupato dalla ricorrente”; la contraddittorietà “rispetto alla rilevata esistenza di una strategia aziendale di apertura agli investimenti ed alle nuove assunzioni proprio nel settore delle comunicazioni”; “l’intento di perseguimento di un risparmio di costi di gestione, dalla società datrice espressamente posto a fondamento giustificativo dell’intimato recesso …, nei fatti, … non conseguito, né tantomeno perseguito) dal complesso dei quali, sintomaticamente, è scaturita la persuasione in ordine al giudizio di mancanza di veridicità e di sostanziale pretestuosità delle ragioni formalmente addotte a motivo del licenziamento individuale.
Si tratta di accertamento in concreto che investe pienamente la quaestio facti, rispetto al quale il sindacato di legittimità si arresta entro il confine segnato dal novellato art. 360, co. 1, n. 5, c.p.c., così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014, che non consente una diversa ricostruzione della vicenda storica, soprattutto quando l’apprezzamento del giudice del merito sia il frutto di una molteplicità di elementi fattuali, la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c, solo ove si denunci che la combinazione ed il peso dei dati fattuali, come definiti ed accertati dal giudice di merito, non ne consentono la riconduzione alla nozione legale (cfr. Cass. n. 18715 del 2016)
2. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 41 Cost., 3, I. n. 604 del 1966, 30, co. 1, I. n. 183 del 2010, 15, co. 6, I. n. 264 del 1949, 1175, 1375 e 2697 c.c., 115 e 116 c.p.c., ancora ai sensi dell’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c., criticando quella parte della sentenza impugnata secondo cui “la società avrebbe violato l’obbligo di repechage”.
Si deduce che “il Giudice di prime cure, in violazione degli art. 115 e 116 c.p.c. non ha fondato la propria decisione sulle risultanze delle prove orali”; che la società aveva espressamente contestato che la P. avesse manifestato la disponibilità a ricoprire incarichi anche di livello professionale inferiore, “non potendosi dare credito alle dichiarazioni rese dalla M. (testimone indotta dalla P.); che la “politica di incremento occupazionale” ritenuta dal tribunale “non trova riscontro nelle risultanze istruttorie”; che la T. aveva offerto dimostrazione che “P. non aveva poi assolutamente competenze né generiche né specifiche per poter essere ricollocata in ruoli professionali diversi da quelli all’interno del settore della comunicazione”; che, in definitiva, il Tribunale fiorentino “si è limitato a dedurre circostanze in alcun modo emerse dall’istruttoria di primo grado ma, anzi, risultate smentite dalle risultanze delle prove orali e documentali”.
Il motivo attinge l’altra ratio decidendi che autonomamente sorregge la decisione del Tribunale di Firenze che ha ritenuto l’illegittimità del licenziamento sia perché la ragione posta a fondamento del medesimo non ha superato in concreto il vaglio di “effettività” (con una statuizione che ha resistito al primo mezzo di impugnazione in cassazione), sia per violazione dell’obbligo di repechage.
Esso è dunque inammissibile innanzi tutto perché “in tema di ricorso per cassazione, qualora la motivazione della pronuncia impugnata sia basata su una pluralità di ragioni, convergenti o alternative, autonome l’una dall’altra, e ciascuna da sola idonea a supportare il relativo “dictum”, la resistenza di una di esse all’impugnazione rende del tutto ultronea la verifica di ogni ulteriore censura, perché l’eventuale accoglimento di tutte o di una di esse mai condurrebbe alla cassazione della pronuncia suddetta” (da ultimo: Cass. n. 3633 del 2017).
Inoltre la doglianza colpisce l’accertamento da parte del giudice di merito circa l’esistenza o meno di posizioni lavorative in cui la P. fosse ricollocabile, con censure pervase dal continuo riferimento al materiale probatorio, sicché, nonostante la veste formale, denuncia una errata ricostruzione della vicenda fattuale con una prospettazione nella sostanza riconducibile al vizio di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c., valicando i confini imposti dalle SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014, già citate.
3. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c., lamentando che il tribunale non ha ammesso i mezzi istruttori richiesti dalla società per provare l’aliunde perceptum, scornputando le somme altrimenti guadagnate dalla P. “sulla sola base dei contratti prodotti ex adverso”.
Anche tale gravame non può trovare accoglimento perché le richieste istruttorie riprodotte nel ricorso per cassazione, lungi dall’essere finalizzate alla prova di circostanze specifiche, hanno carattere meramente esplorativo.
4. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione di legge sostenendo che il licenziamento, benché intimato prima della entrata in vigore della I. n. 92 del 2012, sarebbe comunque soggetto alle sanzioni con la medesima introdotte nella novellata formulazione dell’art. 18, perché “la pronuncia della sua illegittimità ricade nella vigenza di quest’ultima”.
La censura è priva di fondamento in ragione del principio di diritto già espresso da questa Corte (v., tra le altre, Cass. n. 16265 del 2015 e n. 10550 del 2013) secondo cui: “Ai sensi del combinato disposto dei commi 47 e 67 dell’art. 1 della I. n. 92 del 2012, nei giudizi aventi ad oggetto i licenziamenti disciplinari, al fine di individuare la legge regolatrice del rapporto sul versante sanzionatorio, va fatto riferimento non al fatto generatore del rapporto, né alla contestazione degli addebiti, ma alla fattispecie negoziale del licenziamento, sicché l’art. 1, comma 42 della legge n. 92 cit. si applica solo ai nuovi licenziamenti, ossia a quelli comunicati a partire dal 18 luglio 2012, data di entrata in vigore della nuova disciplina”.
5. Conclusivamente il ricorso va respinto. Le spese seguono la soccombenza.
Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro 7.000,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in euro 200,00, ed agli accessori di legge.
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 18 aprile 2018, n. 9594 – Pensione erogata dall’Inps in unione alla pensione statale – Indennità integrativa speciale – Base di computo de…
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 agosto 2017, n. 19274 – Contratto di lavoro autonomo – Riconoscimento della natura subordinata del rapporto – Soggezione al potere direttivo d…
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 21 giugno 2017, n. 15376 – Rapporto di lavoro subordinato – Inquadramento – Mansioni corrispondenti alla progressione di carriera – Accerta…
Corte di Cassazione sentenza n. 24462 depositata il 30 novembre 2016 – Nei licenziamento collettivo per riduzione del personale, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in…
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 17366 depositata il 26 agosto 2016 – Costituisce elemento costitutivo della cessione di ramo d’azienda prevista dall’art. 2112 c.c., anche nel testo m…