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Timestamp: 2017-09-24 19:28:42+00:00
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Non è pronto il carcere francese ai disturbi border lineDiritti Europa
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Posted by: Teresa Vozza in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Tortura e violenze 3 agosto 2012
Diritto alla vita e Divieto di trattamenti disumani e degradanti – Sentenza Ketreb v. France, 19 Luglio 2012
“Non ho alcun sostegno da nessuno. Chiedo scusa a mia moglie che amo. Sono stanco della vita. Siamo trattati come meno di niente. Mi scuso con i miei genitori e fratelli e sorelle che amo così tanto. Ci vediamo presto o nella prossima vita. ” Sono le ultime parole di Kamel Ketreb, cittadino francese, milionesima vittima delle carceri moderne. La Francia è accusata di non averlo aiutato, di non aver adempiuto al l’ obbligo principale di proteggere il suo diritto alla vita.
IL CASO – Il 10 giugno del 1998 Kamel Ketreb viene incarcerato al Sanità di Parigi con l’accusa di violenza aggravata nei confronti della sua concubina. Il cittadino francese mostra da subito un carattere agitato, iperattivo, particolarmente sofferente alla reclusione. Gli psichiatri, interrogati di definire la sua personalità fin dall’ arresto, individuano con facilità dei disturbi border line. Nonostante il lungo e costante percorso con i medici, il periodo di carcerazione di Ketreb si presenta complicato: molti i richiami disciplinari e le punizioni in isolamento. Tenta più volte atti di autolesionismo e anche di violenza nei confronti sia degli altri prigionieri che contro le autorità. Fino a giorno 24 maggio 1999 quando la guardia del carcere trova Ketreb impiccato con una cintura ed affianco la suddetta lettera di addio.
L’indagine preliminare si chiude presto con la dichiarazione di morte per suicidio. Il 27 Lugio la sorella di Ketreb propone ricorso al Tribunale di Grande Istanza di Parigi denunciando l’omicidio colposo del fratello, dato dalla deliberata violazione degli specifici requisiti di sicurezza e prudenza imposti dal codice di procedura penale francese. Non si riesce a spiegare come Ketreb fosse in possesso di una cintura con fibbia in metallo all’interno della cella e che nessuno se ne fosse accorto prontamente.
Il 22 Luglio 2003 il tribunale di Parigi invoca il licenziamento del direttore del carcere e lo accusa di omicidio colposo: il suo comportamento negligente aveva esposto Ketreb ad un rischio troppo grave per la sua incolumità. In termini di sicurezza nel non aveva impedito al detenuto di avere una potenziale arma per il suicidio e nel non aver concesso una adeguata assistenza psichiatrica al fine di prevenire comportamenti tipici delle personalità border line.
LA CORTE EDU – Nel giugno del 2009 le sorelle di Kamel si appellano alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo invocando la violazione degli art. 2 CEDU– diritto alla vita e art. 3 CEDU– divieto di trattamento disumano e degradante.
La questione posta all’attenzione della Corte verteva sulla responsabilità dello stato francese nell’aver adottato tutte le misure idonee a tutelare il diritto alla vita di Kamel, nella parte in cui tale obbligo impone un facere allo Stato: poteva il direttore del carcere non essere a conoscenza del rischio di suicidio del proprio detenuto o era suo obbligo esserne al corrente e prendere adeguate misure?
L’orientamento dei giudici in materia è ben noto, gli stati aderenti alla Convenzione EDU devono assumere un comportamento di protezione nei confronti degli individui, a maggior ragione per coloro che si trovano in condizione di vulnerabilità come i detenuti. Non solo, nel caso di specie il destinatario delle cure statali avrebbe dovuto essere ancor più tutelato dal momento in cui soffriva di disturbi border line.
Violazione art 2 CEDU- Diritto alla vita
La Corte rileva che indici di rischio di suicidio erano presenti molto tempo prima del giorno nefasto: Ketreb aveva già tentato di procurarsi lesioni profonde rompendo vetri e tentando di impiccarsi. Fino ad arrivare alla depressione profonda in cella di isolamento. Per i giudici la scelta di questo provvedimento disciplinare doveva essere sorretta da valutazioni mediche, in grado di definire lo stato psichico detenuto. A maggior ragione una volta preso atto della degenerazione di Ketreb era onere verificare che all’interno della cella non vi fosse nulla attraverso cui procurarsi la morte.
Violazione art 3 CEDU- divieto di trattamenti disumani e degradanti
Ai fini di dichiarare la violazione dell’art.3 CEDU è necessario che si verifichi una situazione di malessere superiore a quello inevitabile all’interno del carcere. Il detenuto ha diritto a dover espiare la pena in condizioni conformi alla dignità umana, che non lo sottopongano a disagio o difficoltà. Non solo, nel caso specifico bisogna verificare se le misure disciplinari adottate siano state proporzionali al fatto commesso e adeguate alla personalità del reo.
A tal proposito il Comitato europeo per la prevenzione contro la tortura (CPT) ha recentemente sottolineato che, dato il potenziale molto dannoso per l’isolamento, un’applicazione conforme ai principi dello stato di diritto debba essere eccezionale e di periodo più breve possibile. il CPT ritiene che non avrebbe dovuto superare i quattordici giorni per un reato simile -se non meno- e costantemente monitorata dai medici.
La scelta della Corte di ribadire la responsabilità dello stato francese, già individuata dai tribunali nazionali, mostra uno sviluppo del livello di protezione richiesto agli stati moderni per gli individui. Le persone rinchiuse hanno diritto fondamentale: quello di ricevere le cure e l’aiuto necessari per poter affrontare la pena e superarla con successo. Di ricevere quegli strumenti necessari alla rieducazione e risocializzazione. Solo quando gli stati e le società riusciranno a ottenere tale feedback dai propri detenuti e concittadini, potremmo considerarci cittadini di paesi moderni.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Ketreb c. Francia del 19 luglio 2012
Art 2 CEDU Art 3 CEDU Dean Spielmann Francia Quinta Sezione	2012-08-03
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