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Timestamp: 2019-04-24 01:12:12+00:00
Document Index: 18995398

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 342', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 370', 'art. 366', 'art. 360', 'art. 342', 'art. 345', 'sentenza ', 'art. 342', 'art. 345', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 14', 'art. 19']

L'Esattore ha 120 giorni per pagare la condanna della sentenza?
L’Esattore ha 120 giorni per pagare la condanna della sentenza?
Agenti per la riscossione esattoriale: il termine minimo per adempiere all’ordinanza di pagamento contenuto in una sentenza?
Chi vince una causa nei confronti della pubblica amministrazione deve dare 120 giorni di tempo a quest’ultima per pagare le somme intimategli dal giudice: tale termine inizia a decorrere dalla notifica della sentenza stessa. Ma cosa succede se la parte soccombente è un agente della riscossione esattoriale? La questione è stata affrontata dalla Cassazione con una recente ordinanza [1] che ha spiegato quale sia il regime applicabile nel caso di società private e quale quello per l’ente pubblico. La Corte ha così risposto al quesito: l’esattore ha 120 giorni per pagare la condanna della sentenza? Ecco qual è stata la risposta.
1 L’Articolo 14 del decreto legge n. 669/1996
2 Rispetto dei 120 giorni da parte di Agenzia Entrate Riscossione
3 Rispetto dei 120 giorni da parte delle società private di riscossione
L’Articolo 14 del decreto legge n. 669/1996
La legge [2] stabilisce che «Le amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici non economici completano le procedure per l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali e dei lodi arbitrali aventi efficacia esecutiva e comportanti l’obbligo di pagamento di somme di danaro entro il termine di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo. Prima di tale termine il creditore non può procedere ad esecuzione forzata né alla notifica di atto di precetto». Questo, in termini pratici, significa che se hai vinto una causa contro l’Inps o contro il Ministero e il giudice ti ha riconosciuto il diritto a un risarcimento, non vedrai i soldi prima di quattro mesi da quando la sentenza è stata notificata alla controparte (sempre che questa adempia spontaneamente).
Il dubbio si è posto per l’agente della riscossione che, fino a ieri, era una società privata (Equitalia Spa) ed ora invece è un ente pubblico: Agenzia Entrate Riscossione. La questione si complica se si considera che i Comuni e le Regioni possono valersi anche di esattori privati, società di capitali che svolgono il compito di riscuotere le imposte locali evase. Se, ad esempio, hai impugnato una cartella esattoriale e il tribunale ti ha riconosciuto il rimborso delle spese processuali, è necessario rispettare i 120 giorni prima di avviare un eventuale pignoramento?
Rispetto dei 120 giorni da parte di Agenzia Entrate Riscossione
Nel 2017 [3] è stata istituita Agenzia Entrate Riscossione. Tale novità ha fatto sì che venisse modificata anche la legge sui pagamenti delle pubbliche amministrazioni [4]. In forza di ciò si è stabilito che il termine dilatorio di 120 giorni da rispettare per poter pretendere, in via esecutiva, il pagamento delle condanne contenute in provvedimenti del giudice si applica non più solo alle «amministrazioni dello Stato e agli enti pubblici non economici», ma altresì, «all’ente Agenzia delle Entrate – Riscossione».
Rispetto dei 120 giorni da parte delle società private di riscossione
La Cassazione ha poi preso in considerazione il caso delle società private di riscossione di cui si valgono gli enti locali per il recupero coattivo dei propri crediti (ad esempio Imu, Tasi, Tari, ecc.) e che sono abilitate, al pari dell’Agenzia Entrate Riscossione, ad emettere e notificare quelle che comunemente vengono chiamate cartelle di pagamento. Ebbene, secondo la Cassazione, seppur tali società svolgono indubbiamente un servizio pubblico (connesso cioè a un interesse pubblico), non possono però rientrare nella cornice di enti pubblici non economici. Con la conseguenza che ad esse non si applica il termine dilatorio dei 120 giorni.
Come si traduce questa decisione nella pratica? Un esempio farà al caso nostro:
se impugni una cartella esattoriale emessa da Agenzia Entrate Riscossione e il giudice condanna quest’ultima al pagamento di alcune somme (ad esempio a titolo di rimborso, di risarcimento del danno o solo di spese processuali) dovrai prima notificare la sentenza e poi attendere almeno 120 giorni per il pagamento; prima di tale termine non potrai avviare un pignoramento;
se impugni una cartella esattoriale emessa invece da un agente locale della riscossione, ossia una società privata, non sarai tenuto a rispettare i 120 giorni ma solo i classici 10 giorni del precetto. Quindi potrai pretendere immediatamente il pagamento delle somme che il giudice ti ha riconosciuto con la sentenza di condanna.
[1] Cass. ord. n. 14739/18 del 7..06.2018.
[2] Art. 14, co. 1, del d.l. n. 669/1996
[3] Art. 1 del d.l. n. 193/2017
[4] Art. 19-octies, comma 3, d.l. n. 148/2017, conv. dalla l. n. 172/2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 12 marzo – 7 giugno 2018, n. 14739
Presidente Vivaldi – Relatore Porreca
La Serit Sicilia s.p.a., quale concessionario per la riscossione dei tributi, si opponeva all’esecuzione minacciata nei propri confronti dagli avvocati N.V.C. ed C.E. , creditori distrattari delle spese liquidate in un giudizio all’esito del quale era stata dichiarata l’inefficacia di un’intimazione di pagamento. Deducevano che il precetto era illegittimo poiché non era stato rispettato il termine dilatorio previsto dall’art. 14, comma 1 del decreto legge 31 dicembre 1996 n. 669, convertito dalla legge 28 febbraio 1997 n. 30, dovendo considerarsi la natura sostanzialmente pubblica dell’esattore.
Gli avvocati N.V.C. ed C.E. si costituivano controdeducendo che la norma invocata non poteva applicarsi a una società per azioni, in alcun modo assimilabile alle amministrazioni statali o agli enti pubblici economici, richiamati dalla norma quale ambito di applicazione soggettivo.
Il giudice di pace, condividendo la tesi degli opposti, rigettava l’opposizione, con decisione riformata dal tribunale ad avviso del quale, invece, la discussa previsione doveva applicarsi al concessionario, quale società per azioni a integrale partecipazione pubblica e svolgente un servizio pubblicistico.
Avverso questa decisione ricorrono N.V.C. ed C.E. , formulando due motivi e depositando memoria.
Resiste con controricorso Riscossione Sicilia s.p.a., già Serit s.p.a..
1. Con il primo motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 342, cod. proc. civ., poiché il tribunale avrebbe omesso di esaminare l’eccezione di aspecificità del gravame formulata in appello, avendo vagliato solo la contestuale deduzione di novità delle questioni normative sollevate in quella sede dal concessionario.
Con il secondo motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 14 comma 1 del decreto legge 31 dicembre 1996 n. 669, convertito dalla legge 28 febbraio 1997 n. 30, in uno all’art. 1, comma 2, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, poiché il tribunale avrebbe errato nel qualificare pubblica amministrazione una società per azioni in alcun modo rientrante nelle articolazioni pubbliche qualificate dalla legge nei suddetti termini.
2. Innanzi tutto va rilevato che, come osservato nella memoria di parte ricorrente, il controricorso è tardivo poiché spedito per la notifica (il 29 settembre 2016) dopo i 40 giorni previsti dall’art. 370 cod. proc. civ., atteso che la notifica del ricorso è del 28 luglio 2016.
Infatti, in tal caso, trattandosi di opposizione esecutiva, in particolare a precetto, alle opposizioni esecutive non si applica la sospensione feriale dei termini (Cass., 22/10/2014, n. 22484, Cass., 22/11/2017, n. 27747).
2.1. Preliminarmente deve poi osservarsi che il ricorso è ammissibile poiché, seppure sono stati trascritti in forma quasi integrale gli atti delle pregresse fasi di giudizio oggetto di necessario richiamo, la natura circoscritta delle questioni in essi esaminate non inibisce la finalità di comprensione della materia del contendere alla luce delle censure svolte, cui la sintesi funzionale di essi è ordinariamente sottesa in ottemperanza dell’art. 366, n. 3, cod. proc. civ. (cfr., utilmente, Cass., 27/10/2016, n. 21750).
Va premesso che nel ricorso si mescolano pretesi profili di omessa pronuncia a pretesi profili di erronea pronuncia (tutti, peraltro, rilevanti ai fini dell’art. 360, n. 4, cod. proc. civ., piuttosto che del precedente n. 3 enunciato in rubrica dalla parte).
Il tribunale, infatti, sollecitato sui temi rilevabili d’ufficio e inerenti per un verso la specificità dei motivi di appello (art. 342, cod. proc. civ.), per altro verso la verifica della natura delle questioni devolute la cui novità è preclusa (art. 345, cod. proc. civ.), ha osservato che (pag. 4 della sentenza): “tenuto conto della sentenza gravata di appello, che fonda il rigetto di quella domanda esclusivamente sul diniego di quella natura pubblica in capo all’opponente, è di tutta evidenza che con l’appello la Riscossione Sicilia s.p.a. – lungi dal prospettare questioni nuove ha specificatamente censurato la superiore motivazione…”.
Nel gravame, riportato in ricorso secondo quanto sopra anticipato, si argomentava variamente, sul piano normativo, a favore della dirimente natura pubblicistica della s.p.a. appellante esclusa in prime cure.
Ne consegue che: a) l’appello era univocamente specifico; b) il tribunale ha escluso, correttamente, sia l’ipotesi di violazione dell’art. 342, cod. proc. civ., che quella di violazione dell’art. 345, cod. proc. civ..
4. Il secondo motivo di ricorso è fondato.
Va subito chiarito che la natura pubblica o meno della s.p.a. in parola non può vagliarsi, neppure ai circoscritti fini qui in questione, solo con riferimento all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001. Come noto, infatti, la giurisprudenza, sia civile che amministrativa, hanno progressivamente e più volte ritenuto che la forma privatistica della società non esclude, a determinate condizioni, la natura pubblica del soggetto.
È agevole fare richiamo a tutta la giurisprudenza (cfr., di recente, Cass., Sez. U., 22/12/2016, n. 26643, Cass., Sez. U., 10/03/2014, n. 5491; Consiglio di Stato, 15/01/2018, n. 182) sul c.d. controllo analogo delle società c.d. “in house”, d’ispirazione comunitaria (v. da ultimo Corte giust. UE, 08/12/2016, Undis Servizi SrI, C-553/15, punti 30 e 31, che rimanda sino a Corte giust. UE, 18 novembre 1999, Teckal, C-107/98, punto 50).
In questi significativi casi, l’autonomia della società (per azioni) privata dall’ente pubblico è superata, ai fini sopra richiamati, valorizzando le circostanze che: a) il capitale sociale sia integralmente detenuto da uno o più enti pubblici per l’esercizio di pubblici servizi e lo statuto vieti la cessione delle partecipazioni a privati; b) la società esplichi statutariamente la propria attività prevalente in favore degli enti partecipanti, in modo che l’eventuale attività accessoria non implichi una significativa presenza sul mercato e rivesta una valenza meramente strumentale; c) la gestione sia per statuto assoggettata a forme di controllo analoghe a quelle esercitate dagli enti pubblici sui propri uffici, con modalità e intensità di comando non riconducibili alle facoltà spettanti al socio ai sensi del codice civile.
Ma anche in altre fattispecie la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto la natura di ente pubblico a s.p.a., in ragione dei controlli pubblici e regimi pubblicistici su di esse ricadenti, espressione della connotazione prettamente pubblicistica del servizio svolto (cfr., in tema di Rai s.p.a., a titolo esemplificativo, Cass., Sez. U., 22/12/2009, n. 27092; cfr., riguardo alla Cassa Depositi e Prestiti s.p.a., Consiglio di Stato, parere 07/11/2012, n. 4659, in numero affare 8178).
5. Ciò posto, deve rilevarsi che:
a) la riscossione dei tributi è transitata, in Italia tranne che in Sicilia, da soggetti concessionari privati all’Agenzia delle entrate che l’ha effettuata tramite la società Equitalia s.p.a. (art. 3 del decreto legge 30 settembre 2005 n. 203, convertito dalla legge 2 dicembre 2005 n. 248);
b) in Sicilia la suddetta riforma è stata attuata con l’art. 2 della legge regionale 22 dicembre 2005, n.19, con il trasferimento delle citate funzioni alla Regione e la correlativa costituzione, ai medesimi fini, di Riscossione Sicilia s.p.a., cui ha poi fatto seguito l’importante riordino attuato con l’art. 20 della legge regionale 12 maggio 2010 n. 11, con gli esiti riassunti sub c);
c) in entrambi i casi la partecipazione e il controllo risultano essere (stati) interamente pubblici (tranne quanto si sta per precisare nel prosieguo riguardo a Equitalia s.p.a.): Agenzia delle entrate (51%) e I.N.P.S. (49%) per Equitalia s.p.a., e Regione Sicilia (90%) e Equitalia s.p.a. (10%) per Riscossione Sicilia s.p.a.;
d) il servizio di riscossione dei tributi, svolto dalle suddette società, è oggettivamente e necessariamente pubblico per finalità, nonché soggetto a un peculiare e variegato regime, in termini di modalità di esercizio del correlativo potere, affatto riconducibile a quello proprio delle attività puramente privatistiche, sicché è ipotizzabile l’attribuzione della natura di enti pubblici strumentali che esercitano le loro funzioni attraverso la forma dell’impresa societaria, produttiva di utili attestati tipicamente dall’aggio: forma, questa, ritenuta dall’ordinamento maggiormente idonea al raggiungimento degli obiettivi indicati, e del resto propria, come visto, di altre tipologie societarie cui è stata riconosciuta la natura pubblicistica nonostante la struttura formale prettamente privatistica.
6. Ai fini delle conclusioni che qui rilevano, il quadro ricostruttivo, d’altra parte, non può fare a meno di registrare che, recentemente, è intervenuta, riguardo al territorio nazionale non siciliano, un’importante e più che indicativa modifica: a Equitalia s.p.a. è succeduta, nelle funzioni ma anche nei rapporti giuridici, Agenzia delle entrate Riscossione, qualificata espressamente ente pubblico economico (art. 1 del decreto legge 22 ottobre 2016 n. 193, convertito dalla legge 1° dicembre 2016 n. 225; art. 1 d.p.c.m. 5 giugno 2017 di approvazione dello Statuto dell’Agenzia delle entrate-Riscossione).
All’esito di tale subentro, l’art. 14, comma 1, del decreto legge n. 669 del 1996, qui in discussione, è stato modificato (dall’art. 19-octies, comma 3, decreto legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito dalla legge 4 dicembre 2017, n. 172) nel senso che il termine dilatorio ivi regolato, suscettibile d’innescare l’opposizione all’esecuzione nelle forme dell’opposizione a precetto (Cass., 23/02/2010, n. 4357), si applica non più solo alle “amministrazioni dello Stato e agli enti pubblici non economici”, ma, altresì, “all’ente Agenzia delle entrate Riscossione”.
Tale previsione normativa sintetizza un decisivo indice idoneo a supportare, ai fini qui in parola, le seguenti conclusioni: a) pur attribuendo natura giuridica sostanzialmente pubblica alle società esercenti il servizio di riscossione dei tributi, essa finisce per iscriversi nella cornice riferibile alla categoria (sostanziale) degli enti pubblici economici; b) seppure il riferimento della norma agli “enti pubblici non economici” possa estensivamente intercettare fattispecie come quella degli enti locali poiché i primi “costituiscono una serie di enti definibile mediante tratti comuni anche” ai secondi (Cass., 16/11/2005, n. 23084), nonostante negli studi siano tenuti distinti, di certo non può includere quella degli enti pubblici economici, per cui la legge ha mostrato essere necessaria una specifica addizione precettiva.
Né si può pensare che vi sia un’irragionevolezza dell’assetto normativo così ricostruito, a sfavore del concessionario siciliano, posto che rientra evidentemente nella discrezionalità legislativa la valutazione dell’opportunità, o meno, di assegnazione del termine dilatorio in discussione, stante la sua finalità di assicurare l’ordinato adempimento “dei provvedimenti giurisdizionali e dei lodi arbitrali aventi efficacia esecutiva e comportanti l’obbligo di pagamento di somme di danaro”.
7. Non essendo necessari altri accertamenti in fatto, la controversia può essere decisa con il rigetto dell’opposizione.
8. Spese compensate per l’intero giudizio stante la novità della questione.
La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta l’opposizione di Riscossione Sicilia s.p.a. Spese compensate.