Source: http://www.saccuccipartners.com/
Timestamp: 2018-06-23 15:44:23+00:00
Document Index: 154183528

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1475', 'sentenza ', 'art. 1475', 'art. 11', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1']

Nato da un progetto dell’Avv. Prof. Andrea Saccucci, lo Studio legale internazionale Saccucci & Partners (S&P) è un'associazione professionale che si propone nell’attuale mercato dei servizi legali come una realtà dinamica, altamente specializzata, a carattere plurisettoriale e vocazione fortemente internazionalistica, dotata di un’organizzazione evoluta e in grado di offrire una varietà di servizi integrati, di consulenza e assistenza giudiziale e stragiudiziale, in materie particolarmente complesse che richiedono competenze di natura interdisciplinare. Lo Studio S&P opera principalmente nel campo dei diritti umani, del diritto internazionale, del diritto civile, del diritto amministrativo e del diritto sanitario e farmaceutico, assistendo una variegata clientela nazionale e internazionale (privati, società italiane e straniere, enti pubblici, strutture sanitarie pubbliche e private, organizzazioni non governative, associazioni di categoria, ecc.). Negli ambiti di sua specializzazione, lo Studio S&P può contare su solide partnership professionali nazionali e internazionali e su un’ampia rete di qualificati consulenti esterni.
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Ilva: comunicato al Governo italiano
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al Governo italiano il ricorso promosso dallo S...
Legge di stabilità 2015: Proroga del blocco delle...
La Legge di stabilità 2015 (l. 23.12.2014 n. 190, in G.U. n. 300 del 29.12.2014 - Suppl. ord. n. 99)...
Lo Studio S&P è da tempo impegnato nella battaglia per il riconoscimento della libertà di associazione sindacale nell'ambito delle forze armate.
A livello nazionale, la Studio S&P ha difeso l'associazione As.so.di.pro dinanzi alle giurisdizioni amministrative e poi dinanzi alla Corte costituzionale per contestare la legittimità costituzionale del divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni di carattere sindacale, previsto dal Codice militare per tutti gli appartenenti alle forze armate (cfr. art. 1475, commi 2 e 4, del d.lgs. n. 66/2010). Con sentenza n. 8052, depositata il 23 luglio 2014, il TAR Lazio aveva ritenuto tale questione manifestamente infondata, ribadendo sostanzialmente le motivazioni alla base della risalente pronuncia della Corte costituzionale n. 449 del 1999 (per un primo commento su tale pronuncia si veda G. FARES, La libertà di associazione sindacale nell'ordinamento delle forze armate alla prova delle nuove frontiere della CEDU, in Il nuovo diritto amministrativo, 2015).
L'associazione ricorrente (ASSODIPRO) aveva, tuttavia, proposto appello al Consiglio di Stato affinché la suprema istanza amministrativa rivalutasse la questione anche alla luce della CEDU e delle altre norme internazionali a tutela della libertà sindacale.
Con un comunicato stampa pubblicato l'11 aprile 2018, la Corte costituzionale ha annunciato di aver dichiarato parzialmente fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, del Codice dell’ordinamento militare nella parte in cui vieta ai militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale. La specialità di status e di funzioni del personale militare, ha però puntualizzato la Corte, impone il rispetto di “restrizioni”, secondo quanto prevedono l’art. 11 della CEDU e l’art. 5 della Carta sociale europea. Restrizioni che, in attesa del necessario intervento del legislatore, allo stato sono le stesse previste dalla normativa dettata per gli organismi di rappresentanza disciplinati dal Codice dell’ordinamento militare. Si tratta di una pronuncia storica che supera definitivamente la precedente posizione espressa dalla Corte cositutuzionale nella citata sentenza n. 449/1999.
A livello europeo, lo Studio S&P ha promosso un’azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di circa 400 militari della Guardia di Finanza al fine di contestare il divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni di tipo sindacale da parte degli appartenenti ai corpi ad ordinamento militare e l'irragionevole disparità di trattamento cui sono sottoposti i militari della Guardia di Finanza rispetto ad altri corpi di polizia ad ordinamento civile che pure sono preposti allo svolgimento di analoghe funzioni di tutela dell'ordine e della sicurezza.
La fondatezza degli argomenti sostenuti dai legali dello Studio S&P è confermata dalle pronunce rese dalla Corte di Strasburgo (Adefdromil c. France, 2 ottobre 2014, e Matelly c. France, 2 ottobre 2014) con cui è stata sanzionata la legislazione francese, nella parte in cui stabilisce un divieto assoluto di costituzione o partecipazione ad associazioni sindacali da parte dei militari, per violazione del diritto alla libertà di associazione sindacale nell’ambito delle forze armate, nonché dalle decisioni del Comitato europeo dei diritti sociali che hanno ritenuto detto divieto incompatibile anche con il diritto di libertà sindacale e il diritto di contrattazione collettiva sanciti dalla Carta sociale europea (European Council of Police Trade Unions (CESP) v. France, 4 luglio 2016, e European Organization of Military Associations (Euromil) v. Ireland, 12 febbraio 2018).
I principi enunciati dalla Corte europea e dal Comitato sociale europeo avranno dunque dirette implicazioni anche per l’ordinamento italiano.
Restituzione di imposte e contributi alle imprese piemontesi colpite dall’alluvione del 1994 »
Con la legge finanziaria 2004, è stato consentito alle imprese piemontesi colpite dall’alluvione del 1994 che non avevano corrisposto i tributi, i contributi previdenziali ed i premi assicurativi dovuti nel triennio 1995-97 di regolarizzare la relativa posizione, entro il 31.7.2004 (termine poi differito al 31.7.2007), versando soltanto il 10% dell’importo complessivo. In tal modo, sono stati estesi a tali imprese i benefici già concessi, con la legge finanziaria 2003, ai soggetti colpiti dal sisma siciliano del 1990. In entrambi i casi, tuttavia, il legislatore italiano nulla ha disposto con riguardo a coloro che, nel periodo interessato, avevano versato imposte e contributi in misura superiore al 10%. Detto vulnus normativo è stato colmato con la sentenza della Corte di Cassazione n. 11247/2010, con la quale omesso versamento e versamento in misura superiore al 10% sono stati definitivamente equiparati e, di conseguenza, è stato riconosciuto il diritto alla ripetizione delle somme corrisposte in eccesso.
A seguito della decisione con cui la Corte suprema amministrativa greca ha ritenuto legittima dal punto di vista costituzionale l’introduzione retroattiva delle clausole di azione collettiva che ha reso possibile l’operazione di swap del 2012 ai danni degli investitori privati, lo Studio S&P ha proposto una nuova serie di ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo e dinanzi al Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite per denunciare la violazione del diritto al rispetto dei beni e del divieto di discriminazione. Già nel 2012, centinaia di possessori di titoli greci di varie nazionalità (greci, italiani, francesi, austriaci, tedeschi, inglesi e sloveni), assistiti dallo Studio S&P e da altri studi legali italiani e stranieri, si erano rivolti alla Corte di Strasburgo, la quale però, in una serie di decisioni adottate nei primi mesi del 2013, aveva ritenuto di sospendere l’esame della questione sino a quando le giurisdizioni greche non si fossero pronunciate in modo definitivo sui ricorsi nel frattempo presentati da migliaia di investitori nazionali dinanzi alla Corte suprema amministrativa greca. Per maggiori informazioni sulle azioni a tutela dei risparmiatori colpiti dalla swap del 2012 contatta direttamente il nostro Studio (scrivici).
Lo Studio S&P ha promosso un’azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di decine di alti ufficiali delle Forze armate e dei Corpi di polizia dello Stato ad ordinamento militare per contestare gli effetti discriminatori del blocco totale di qualsiasi incremento o adeguamento retributivo nel settore del pubblico impiego non contrattualizzato, in vigore dal 2011 (per effetto del d.l. n. 78/2010) e poi prorogato dalla Legge di stabilità (l. 23 dicembre 2014, n. 190) sino al 31 dicembre 2015.
Prescrizione anticipata delle vecchie lire e tutela dei diritti di credito »
Lo Studio S&P, insieme allo Studio Monferrino-Massara, ha proposto nel 2012 la prima azione collettiva dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la prescrizione anticipata delle vecchie lire disposta dal Decreto “Salva Italia”, denunciando la violazione del diritto al rispetto dei beni e del principio del legittimo affidamento. La prescrizione con effetto immediato delle vecchie lire ancora in circolazione, decisa “a sorpresa” con un decreto legge entrato in vigore lo stesso giorno della sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, costituisce una misura di “espropriazione valutaria” che è stata adottata tradendo la fiducia di tutti coloro che avevano fatto legittimo affidamento sul termine del 28 febbraio 2012, stabilito dalla legge da ormai 10 anni. Recentemente, il Tribunale di Milano ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma del Decreto Salva Italia che ha previsto la prescrizione delle vecchie lire, rimettendo alla Corte costituzionale la relativa decisione.
Lo Studio S&P ha promosso un’azione dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’interesse di alcuni residenti del Comune di Viterbo per denunciare la violazione del diritto all’acqua e del diritto al rispetto della vita privata e familiare a causa dell’inosservanza, da parte delle autorità statali, regionali e locali italiane, degli standard minimi di qualità delle acque e dell’assenza di informazioni sugli effetti della prolungata esposizione ad acque contaminate da livelli elevati di arsenico. In particolare, i ricorrenti contestano il mancato tempestivo adeguamento ai parametri di arsenico indicati dall’Unione europea (Direttiva 98/83/CE del Consiglio del 3 novembre 1998 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come tollerabili dall’uomo adulto e non nocivi per la salute umana. Lo Studio S&P sta attualmente raccogliendo adesioni per la proposizione di analoghi ricorsi nell’interesse di tutti i residenti delle zone colpite dal problema arsenico. Per maggiori informazioni sulle condizioni e modalità di adesione all’azione contatta il nostro Studio (scrivici).
Per questa ragione, lo Studio S&P è stato incaricato di intraprendere le azioni legali più opportune, anche in forma collettiva, sia dinanzi alle giurisdizioni nazionali sia dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per assicurare la completa restituzione di quanto dovuto in esecuzione della sentenza della Corte costituzionale. (scrivici).
La questione dell’ILVA di Taranto »
Lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, in funzione sin dagli inizi del 1965, costituisce la più grande acciaieria d’Europa. L’impianto si estende su di una superficie complessiva di circa 15.450.000 metri quadrati (quasi il triplo rispetto alla stessa città di Taranto) ed è sito nelle immediate vicinanze del quartiere Tamburi.
I Riva acquistavano dapprima, nel 1989, l’impianto di Cornigliano e successivamente, nel 1995, a seguito della privatizzazione della Società Ilva S.p.A., l’impianto di Taranto.
L’area a caldo dell’impianto di Cornigliano veniva chiusa nel 2005, dopo che uno studio epidemiologico aveva accertato l’esistenza di una stretta correlazione tra le polveri respirabili emesse dall’impianto siderurgico e le condizioni di salute della popolazione residente nelle immediate vicinanze di quest’ultimo.
Tutte le produzioni dell’area a caldo del gruppo Riva vennero, quindi, trasferite presso l’unico impianto ancora attivo, quello di Taranto, nonostante le criticità ambientali del territorio tarantino fossero già note ai pubblici poteri e nonostante lo stabilimento della città ionica fosse già al centro di una serie di inchieste giudiziarie (cfr. Cass. sent. n. 38936 del 28.09.2005, depositata il 24.10.2005).
La grave situazione ambientale della città ionica, monitorata dall’ARPA Puglia, non impediva al Ministero dell’Ambiente di rilasciare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (a.i.a.) per l’esercizio dello stabilimento siderurgico (cfr. DM 4 agosto 2011, n. 450), richiesta dalla stessa Ilva con istanza del 28.02.2007.
Contrariamente a quanto stabilito dall’a.i.a e dal parere istruttorio ad essa allegato circa l’esercizio dell’impianto nel rispetto delle prescrizioni legislative e regolamentari in materia di tutela ambientale, l’Ilva continuava a produrre superando i limiti stabiliti per le emissione degli agenti inquinanti (cfr. relazione tecnica dell’ARPA Puglia n. 5520 del 1.02.2012).
Il Presidente della Regione Puglia (nota n. 1066/SP del 5.03.2012) chiedeva, quindi, al Ministero dell’Ambiente il riesame dell’a.i.a., a seguito del quale furono prescritte una serie di misure di carattere strutturale e gestionale volte a garantire che l’esercizio dell’impianto avvenisse nel rispetto dei valori limite di emissioni indicati nell’allegato parere istruttorio, nonché della vigente normativa in tema di tutela ambientale e sanitaria (cfr. art. 1 del DM 26 ottobre 2012, n. 547).
Neppure le prescrizioni contenute nell’a.i.a. riesaminata furono rispettate. Le ripetute inottemperanze da parte dell’Ilva non mancarono di essere rilevate dalla magistratura tarantina, la quale apriva un’inchiesta (c.d. ambiente svenduto) volta a verificare le responsabilità del disastro ambientale in corso.
Nell’ambito di tale e di altre inchieste la magistratura ha tentato di porre termine alle attività altamente inquinanti dell’Ilva, soprattutto attraverso il sequestro degli impianti, delle lavorazioni e dei conti correnti. Tuttavia il Governo italiano, ricorrendo ripetutamente alla decretazione d’urgenza, i c.d. “Salva Ilva”, ha consentito, e tuttora consente, il proseguimento della produzione da parte dello stabilimento siderurgico.
Numerosi studi epidemiologici – da ultimo lo Studio di coorte sugli effetti delle esposizioni ambientali ed occupazionali sulla morbosità e mortalità della popolazione residente a Taranto dell’agosto 2016 – hanno chiaramente dimostrato l’incidenza dell’inquinamento prodotto dall’Ilva sull’aumento esponenziale delle malattie, dei tumori e dei decessi (in particolare dei minori) nel Comune di Taranto e nelle aree limitrofe. Ciononostante, i residenti di Taranto continuano ad essere esposti agli agenti inquinanti prodotti dal siderurgico.