Source: https://www.risarcimentomalattieprofessionali.it/norme-generali-igiene-lavoro-legge-303-1956/
Timestamp: 2019-09-17 12:34:00+00:00
Document Index: 87035962

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 33', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 33', 'art. 37', 'art. 40']

Legge n. 303 del 1956: Norme generali per l'Igiene del Lavoro
Il Decreto n. 303 emanato dal Presidente della Repubblica il 19 marzo del 1956 è una delle leggi fondamentali che regola le “Norme generali per l’igiene del lavoro” in Italia a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
In quanto tale, le norme previste da questa Legge hanno trovato e trovano applicazione anche nel campo delle sentenze riguardanti le malattie professionali causate da esposizione a sostanze nocive sul luogo di lavoro.
L’art. 2 del Decreto n. 303 stabilisce il campo di applicazione delle norme previste, che esclude:
i lavoratori a bordo di navi mercantili ed aeromobili;
le aziende agricole familiari che anche impieghino lavoratori stagionali.
Gli obblighi del datore di lavoro, dei dirigenti, dei preposti e dei lavoratori
Fra gli articoli più importanti del Decreto n. 303 che riguardano i doveri di coloro che soprintendono alle attività dei lavoratori (datore di lavoro, dirigenti, preposti) si colloca certamente l’art. 4, che obbliga costoro:
all’attuazione delle norme contenute nel decreto;
all’informazione e l’aggiornamento dei lavoratori in merito ai possibili rischi sul lavoro;
a fornire adeguati dispositivi di protezione;
ad assicurarsi che i lavoratori adempiano agli obblighi di sicurezza.
L’adeguatezza degli ambienti di lavoro per quanto riguarda aerazione e ricambio d’aria
Quando si parla di sostanze nocive o tossiche uno dei requisiti fondamentali di sicurezza è certamente l’aerazione ed il ricambio d’aria all’interno dei locali che ospitano le lavorazioni.
Il Decreto n. 303, già all’art. 6, richiede una altezza, una cubatura ed una superficie minima dei locali in modo da garantire la ‘respirabilità’ degli ambienti:
altezza netta non inferiore a 3 metri;
cubatura non inferiore a 10 metri cubi per lavoratore;
una superficie di almeno 2 metri quadri per ogni lavoratore occupato in ciascun ambiente.
L’art. 7 inoltre, al comma 1 b), prevede che i locali debbano avere aperture sufficienti per un rapido ricambio d’aria.
Ma è l’art. 9 a definire nel dettaglio le norme relative all’aerazione dei luoghi di lavoro chiusi, in particolare ai commi 1, 2 e 4:
Nei luoghi di lavoro chiusi, è necessario far sì che tenendo conto dei metodi di lavoro e degli sforzi fisici ai quali sono sottoposti i lavoratori, essi dispongano di aria salubre in quantità sufficiente anche ottenuta con impianti di areazione (Articolo così sostituito dall’art. 33, comma 6, D. Lgs. 19 settembre 1994, n. 626).
Se viene utilizzato un impianto di aerazione, esso deve essere sempre mantenuto funzionante. Ogni eventuale guasto deve essere segnalato da un sistema di controllo, quando ciò è necessario per salvaguardare la salute dei lavoratori. […]
La pulizia dei locali e delle dipendenze
Altro aspetto fondamentale al fine di evitare ogni contaminazione dei luoghi di lavoro è la pulizia dei locali adibiti alle lavorazioni e delle loro dipendenze.
Le norme relative alla pulizia sono affrontato principalmente dagli articoli 15 e 17 del Decreto n. 303.
L’art. 15 sancisce infatti che il datore dei lavoro debba:
far ripulire i locali al di fuori dell’orario di lavoro;
ridurre al minimo il sollevamento delle polveri;
eventualmente utilizzare, a tal fine, degli aspiratori.
Si tratta di una norma costantemente richiamata nelle sentenze ad esempio riguardanti l’esposizione ad amianto prima della Legge 257 del 1992. Se infatti all’epoca l’amianto non era proibito, era tuttavia dovere del datore di lavoro la messa in sicurezza degli ambienti di lavoro, specialmente se previsto l’utilizzo di un materiale altamente cancerogeno e volatile quale l’asbesto.
D’altro canto l’art. 17 proibisce al datore di lavoro l’accumulo di depositi di rifiuti nei luoghi di lavoro, rifiuti che vanno adeguatamente smaltiti secondo i regolamenti sanitari, a meno che non siano adottate misure di sicurezze adeguate alla prevenzione del rischio di esposizione, come nel caso di sostanze tossiche e nocive.
Il Capo II del decreto n. 303 del 1956 è interamente dedicato al tema della difesa dagli agenti nocivi sul luogo di lavoro.
L’art. 18 “difesa dalle sostanze nocive” prevede che:
prodotti e rifiuti non in corso di lavorazione siano custoditi in appositi recipienti;
i materiali pericolosi o nocivi in lavorazione non siano in quantità superiore al necessario;
le attrezzature utilizzate siano costantemente lavate e disinfettate.
Particolare rilevanza poi, per quanto riguarda l’esposizione a sostanze tossiche quali amianto, benzene, formaldeide e gli altri materiali cancerogeni, hanno l’art. 19, relativo alla “separazione dei lavori nocivi”:
Il datore di lavoro è tenuto ad effettuare, ogni qualvolta è possibile, in luoghi separati le lavorazioni pericolose o insalubri allo scopo di non esporvi senza necessità i lavoratori addetti ad altre lavorazioni.
E l’art. 20 “Difesa dell’aria dagli inquinamenti con prodotti nocivi”, ai commi 1 e 3:
Nei lavori in cui si svolgono gas o vapori irrespirabili o tossici od infiammabili, ed in quelli nei quali si sviluppano normalmente odori o fumi di qualunque specie, il datore di lavoro deve adottare provvedimenti atti ad impedirne o a ridurne, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione. […]
Un’attrezzatura di lavoro che comporta pericoli dovuti ad emanazione di gas, vapori o liquidi ovvero ad emissioni di polvere, deve essere munita di appropriati dispositivi di ritenuta ovvero di estrazione vicino alla fonte corrispondente a tali pericoli.
Tali norme dunque vincolano il datore di lavoro a fare in modo che in primo luogo non siano neppure potenzialmente esposti al pericolo i lavoratori che non siano direttamente coinvolti nelle lavorazioni; in secondo luogo lo obbligano a ridurre al minimo il rischio per i lavoratori attraverso l’utilizzo di dispositivi di protezione sia ambientali che personali.
Le norme più importanti rispetto alla tematica amianto ed a qualsiasi sostanza nociva che costituisca un rischio per l’aero-dispersione ed il pericolo di inalazione delle polveri nell’ambiente di lavoro sono contenute nell’articolo 21 del Decreto n. 303 del 1956.
Nei lavori che danno luogo normalmente alla formazione di polveri di qualunque specie, il datore di lavoro è tenuto ad adottare i provvedimenti atti ad impedirne o a ridurne, per quanto è possibile, lo sviluppo e la diffusione nell’ambiente di lavoro.
Ove non sia possibile sostituire il materiale di lavoro polveroso, si devono adottare procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi ovvero muniti di sistemi di aspirazione e di raccolta delle polveri, atti ad impedirne la dispersione. L’aspirazione deve essere effettuata, per quanto è possibile, immediatamente vicino al luogo di produzione delle polveri. […]
Tali norme assumono e hanno assunto particolare rilevanza nelle cause relative a risarcimenti per malattie quali il mesotelioma (pleurico, peritoneale, pericardico), il tumore del polmone, l’asbestosi; malattie professionali legate all’esposizione alle fibre di asbesto.
L’amianto è stato infatti utilizzato in molti siti industriali prima del 1992. Poiché le fibre di asbesto sono estremamente volatili, data la loro ridottissima dimensione, anche prima del bando del materiale il datore di lavoro avrebbe dovuto provvedere alla messa in sicurezza dei lavoratori, come appunto previsto dall’art. 21 del Decreto 303.
Un’intero articolo del Decreto n. 303, il n. 23, è dedicato alla prevenzione del rischio da radiazioni ionizzanti sui luoghi di lavoro.
Nei procedimenti lavorativi che esigono l’impiego dei raggi X o di sostanze che emettono radiazioni ionizzanti, il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure necessarie a tutelare efficacemente la salute dei lavoratori contro le radiazioni e le emanazioni nocive. […]
Il datore di lavoro è tenuto altresì a provvedere affinché i residui e i rifiuti delle lavorazioni, aventi proprietà ionizzanti, siano convenientemente eliminati o resi innocui.
Le radiazioni ionizzanti sono note per essere causa di gravi patologie tumorali, ad alta probabilità di origine professionale (elenco tumori professionali Lista I INAIL), quali:
il tumore del colon-retto;
il tumore dell’encefalo;
il cancro all’esofago;
il tumore delle ghiandole salivari;
il tumore della mammella;
il tumore del rene;
i tumori del sistema emolinfopoietico;
il cancro allo stomaco;
il tumore della tiroide;
il tumore della vescica.
L’esposizione a radiazioni ionizzanti è possibile soprattutto nel contesto di attività di estrazione e lavorazione di minerali, gas e petroli (industria dei minerali fosfatici e dei fertilizzanti, lavorazione di ferro, stagno, alluminio, sabbie zirconifere, materiali refrattari; lavorazione di terre rare; lavorazione dei composti del torio, vetri ottici, lenti, reticelle per lampade a gas, produzione di pigmento al biossido di titanio; estrazione e raffinazione del petrolio, estrazione di gas, rimozione di fanghi e incrostazioni.
Si veda a tal proposito l’elenco delle attività a rischio come riportate nell’allegato I bis al Decreto Legislativo 230 del 1995 come modificato dal Decreto Legislativo n. 241 del 2000).
Il Decreto n. 303 del 1956, agli artt. 27-35, stabilisce anche i servizi sanitari di cui devono dotarsi le aziende a tutela dell’igiene dei lavoratori.
In particolare, all’art. 33, si introduce la disciplina delle visite mediche cui deve essere sottoposto il lavoratore che possa essere esposto a sostanze nocive:
per verificare l’idoneità del lavoratore, prima di essere adibito alle lavorazioni;
con cadenza periodica a seconda del tipo di lavorazione, come specificato in tabella allegata al Decreto.
Il Capo IV della Legge, agli articoli 36-47, introduce norme relative alla gestione dell’acqua, docce, gabinetti e lavabi, spogliatoi e armadi per il vestiario, refettorio, conservazione e somministrazione vivande, locali di ricovero e di riposo, dormitori, pulizia delle installazioni igienico-sanitarie.
Per quanto riguarda la prevenzione del rischio di esposizione a materiali quali amianto ed altre sostanze nocive si rimanda in particolare al comma 1 dell’art. 37, relativo alla presenza di docce:
Docce sufficienti e appropriate devono essere messe a disposizione dei lavoratori quando il tipo di attività o la salubrità lo esigono.
Nonché al comma 5 dell’art. 40, relativo alle tute di lavoro:
Qualora i lavoratori svolgano attività insudicianti, polverose, con sviluppo di fumi o vapori contenenti in sospensione sostanze untuose od incrostanti, nonché in quelle dove si usano sostanze venefiche, corrosive od infettanti o comunque pericolose, gli armadi per gli indumenti da lavoro devono essere separati da quelli per gli indumenti privati.
Quest’ultimo comma è particolarmente rilevante in merito all’esposizione all’amianto poiché è noto come esistano numerosi casi di esposizione familiare alla sostanza e conseguente insorgenza di malattie asbesto-correlate, quali il mesotelioma, in congiunti dei lavoratori venuti a contatto con asbesto. Si veda a tal proposito questo caso di esposizione familiare.
ottenere un risarcimento danni per malattie da esposizione ad amianto;
l’esposizione ad amianto fra i ferrovieri;
elenco degli agenti e dei tumori professionali per i quali può sussistere la responsabilità del datore di lavoro.
Crediti: foto di Mikhail Pavstyuk su Unsplash. Modificata (ritagliata). Concessa e ridistribuita con licenza CC0 Creative Commons. Immagine di repertorio.