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Timestamp: 2020-02-16 21:25:23+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 155', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 140', 'sentenza ', 'art. 140', 'art. 140', 'art. 24', 'art. 160', 'art. 140', 'sentenza ', 'art. 140', 'art. 140']

gennaio 2016 - Assistenza Legale Roma
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Casa coniugale. Perde il diritto all’assegnazione della casa coniugale l’ex coniuge, comproprietario ed affidatario dei figli, che conviva nell’abitazione con un nuovo compagno ?
Di Cristiana Centanni il 13 gennaio 2016 con 0 Commenti
La famiglia italiana raccontata con i dati dell’ISTAT lascia pochi dubbi su quanto l’Italia di oggi sia diversa da quella di cinquanta, ma anche di venti o di dieci anni fa: (i) i matrimoni sono in calo costante; (ii) vi è un divorzio ogni quattro coppie sposate; (iii) quasi metà delle nozze celebrata con rito civile e una coppia ogni dieci composta da conviventi.
In caso di separazione o di divorzio, la persona che viene comunemente tutelata, soprattutto quando vi sono i figli e ove si tratti di genitore affidatario, è la moglie, nella maggior parte dei casi ritenuta il soggetto debole.
Ciò posto, il dubbio che da subito si pone, in casi di separazione o divorzio, riguarda la casa coniugale e, soprattutto, cosa accade quando l’ex coniuge decida di ivi stabilirsi con il nuovo compagno: ci si può opporre ?
Il principio di diritto già affermato in sede di legittimità [Cass. Civ., Sez. I, 15.07.2014, n. 16171; Cass. Civ. 24.06.2013 ord. n. 15753], è quello che, in caso di separazione, la casa coniugale in comproprietà tra i coniugi debba essere assegnata al genitore affidatario dei figli e ciò anche qualora questi vi conviva in modo stabile con un nuovo partner.
Giova anzitutto rammentare che, in argomento, la legge [l’allora art. 155 c.c.] prevedeva che il diritto alla casa familiare veniva meno quando l’assegnatario: (i) non abita più o cessa di abitare stabilmente nella casa familiare; (ii) convive di fatto con un’altra persona o contrae nuovo matrimonio. Si tratta di una norma che è però stata sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale che, nel 2008, con sentenza n. 308, ha stabilito che la decisione circa l’assegnazione della casa coniugale, anche nel caso di nuova convivenza, non vada esclusa a priori, tenuto conto che entrambi i coniugi sono liberi di rifarsi nuovamente una vita dopo la conclusione del proprio matrimonio, e quindi si trattava di una decisione da esaminarsi caso per caso, per ragioni di tutela o per la presenza di figli, il cui superiore interesse non poteva, e non può, mai essere messo in discussione. L’art. 155 c.c. è stato sostituito da ultimo dall’art. 5 D.Lgs. 28.12.2013, n. 154 con decorrenza dal 07.02.2014. Il nostro ordinamento ora non prevede alcuna disposizione che vieti all’ex coniuge di far entrare un nuovo compagno nella casa familiare.
Quindi, l’interesse del figlio minore (al quale va equiparato il figlio maggiorenne, ove questo non sia economicamente autonomo), deve sempre prevalere di talché, qualora l’interesse del figlio lo richieda, il genitore che conviva con un nuovo compagno/a resta in ogni caso assegnatario della casa coniugale.
Quindi, non ci si può opporre alla introduzione nella casa coniugale di una nuova persona, salva la circostanza che, sempre in considerazione del superiore interesse dei figli, si sia in possesso di documentazione valida ed opportuna che dimostri che il nuovo compagno può recare pregiudizio alla crescita del minore presente nell’abitazione. Il Giudice, valutata la documentazione prodotta che dimostri il pregiudizio, potrà così intervenire modificando le condizione della convivenza, vietando l’accesso e quindi il contatto con il minore.
Infine, non può essere sottaciuta la circostanza che, dal punto di vista economico, la presenza di una nuova persona all’intero della casa familiare potrà comportare la riduzione o addirittura la totale eliminazione dell’assegno di mantenimento nei confronti dell’ex coniuge, e non certo nei confronti dei figli [al riguardo, recente è la sentenza della Suprema Corte (Sez. I, 03.04.2015 n. 6855) che ha statuito che la formazione di una nuova famiglia, anche ‘di fatto’, da parte del coniuge divorziato, determina la perdita definitiva dell’assegno divorzile e ciò anche nel caso il legame si sciolga successivamente]. Ma questa è altra cosa ed altro argomento, peraltro già trattato in apposito articolo, sempre pubblicato qui, sul sito Emerlaws.
Notifica valida anche in caso di inesatta indicazione del nome di battesimo del destinatario
Di Cristiana Centanni il 12 gennaio 2016 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Sez. Civ. II, 08.01.2016 n. 137
La errata generalità del destinatario di un atto è causa di nullità della notificazione solo nel caso in cui sia tale da determinare incertezza assoluta sulla persona a cui la notificazione è diretta.
Lo ha sancito la Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, che ha rigettato il ricorso di una donna, convenuta in primo grado in giudizio dal condominio che aveva chiesto venisse disposta la cessazione di ogni comportamento da cui potessero derivare immissioni di odori oltre la normale tollerabilità.
Il Giudice di Pace, dichiarata la contumacia della parte, aveva accolto la domanda del condominio. Ricorsa in appello, la donna chiedeva venisse dichiarata la nullità del giudizio e della sentenza di primo grado per inesistenza o nullità della notifica dell’atto introduttivo, effettuata con le modalità previste dall’art. 140 c.p.c.. La tesi difensiva della ricorrente si basava sulla seguente, curiosa circostanza: «Essa deduceva che nel procedimento notificatorio era stato commesso un errore sulla reale identità del destinatario; che la convenuta, dopo aver ricevuto il prescritto avviso, si era comunque recata presso l’ufficio postale, ove però l’addetto allo sportello, nel rilevare che destinatario della cartolina era persona recante un nome diverso da quella che ne chiedeva la consegna, aveva rifiutato di consegnare la busta contenente l’atto di citazione», circostanza, questa, che le aveva pregiudicato l’esercizio del diritto di difesa e di essere venuta a conoscenza dell’esistenza del procedimento soltanto al momento della notifica della sentenza di primo grado. Nonostante ciò, i giudici di seconde cure hanno rigettato il gravame, pronunciandosi nel senso che l’inesatta indicazione del nome della destinatario, contenuta nella sola raccomandata informativa ex art. 140 c.p.c., non aveva inciso sulla validità della notificazione dell’atto di citazione di primo grado.
La soccombente ha proposto ricorso dinanzi alla Suprema Corte, affidandolo ai seguenti tre motivi: (i) violazione degli artt. 140 c.p.c. e 48 disp. att. c.p.c., per avere il Tribunale ritenuto valida la notifica dell’atto di citazione effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. nonostante nell’avviso di ricevimento della raccomandata informativa fosse indicato un nominativo diverso da quello del destinatario; (ii) violazione dell’art. 24 Cost., per l’asserita lesione del diritto di difesa, appunto costituzionalmente garantito; (iii) violazione dell’art. 160 c.p.c. che sancisce la nullità della notificazione nel caso in cui il destinatario sia incerto ovvero non siano state osservate le disposizioni circa la persona alla quale deve essere consegnata la copia.
Gli Ermellini hanno ritenuto infondati i suddetti tre motivi e rigettato il ricorso, anzitutto ricordando che la notifica di un atto, ai sensi dell’art. 140 c.p.c., è valida a condizione che risultino adempiute tre formalità: (i) deposito della copia dell’atto nella casa comunale dove la notificazione deve eseguirsi; (ii) affissione dell’avviso dell’eseguito deposito alla porta della abitazione, ufficio o azienda del destinatario, (iii) notizia a quest’ultimo per raccomandata con avviso di ricevimento. Quindi gli Ermellini hanno richiamato la sentenza della Corte Costituzionale, n. 3 del 2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma in esame nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomanda informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione. Per effetto di detta pronuncia, la notificazione effettuata ex art. 140 c.p.c. si perfeziona, per il destinatario, con il ricevimento della raccomandata informativa, se anteriore al maturarsi della compiuta giacenza, ovvero, in caso contrario, con il decorso del termine di 10 giorni dalla spedizione. «Nella specie, è pacifico che l’erronea indicazione del nome del destinatario riguarda esclusivamente la raccomandata informativa, e non anche gli altri atti del procedimento notificatorio ex art. 140 c.p.c. (deposito presso la casa comunale e affissione dell’avviso alla porta dell’abitazione). Tanto premesso, si rammenta che, secondo un principio più volte affermato da questa Corte, l’errore sulle generalità del destinatario di un atto è causa della notificazione solo nel caso in cui sia tale da determinare incertezza assoluta sulla persona cui la notificazione è diretta (Cass. 22-1-2004 n. 1079; Cass. 8-10-2001 n. 12325; Cass. 19-3-2014 n. 6352)». Gli Ermellini, nella specie, ricordavano quindi che «essendo stato affisso sulla porta dell’abitazione della convenuta l’avviso dell’eseguito deposito dell’atto di citazione presso la casa comunale, ed avendo la stessa ricorrente dato atto, a pag. 2 del ricorso, della inesistenza di altri condomini di cognome M nel Condominio di via X di Caltanissetta, deve ritenersi che l’errata indicazione, nella raccomandata informativa, del nome di battesimo della destinataria (ME anziché MEG), non era tale da rendere impossibile alla convenuta di rendersi conto di essere l’effettiva destinataria della notifica».
Ciò posto, con riferimento alla tesi, sopra definita curiosa, della ricorrente, uno dei rilievi alla stessa mossi è stato quello che, come si evinceva dall’esame degli atti, in un primo momento la cartolina di ricevimento della raccomandata dell’avviso di deposito era stata firmata dalla ricorrente e sulla stessa era stato apposto dall’addetto dell’ufficio postale il timbro del medesimo ufficio, con la relativa data, timbro e firma, successivamente cancellati a penna. Tali emergenze rendevano poco plausibile la tesi difensiva della ricorrente «secondo cui l’addetto dell’ufficio postale presso cui essa si era recata a ritirare l’atto, essendosi avveduto della non corrispondenza del suo nominativo con quello indicato sull’avviso di ricevimento, avrebbe rifiutato la consegna dell’atto e cancellato la firma e il timbro precedentemente apposti. Rientra, infatti, nella comune esperienza che il funzionario dell’ufficio postale verifichi prima della consegna l’identità della persona e solo dopo faccia sottoscrivere la ricevuta; sicché appare ben più verosimile ritenere, in conformità del giudizio espresso dal giudice di appello, che sia stata proprio la M, una volta accortasi dell’errore, a rifiutare il ritiro dell’atto e a restituirlo al dipendente delle Poste, chiedendogli di cancellare o cancellando direttamente la propria sottoscrizione e il timbro postale».
In conclusione, e con riferimento alla fattispecie in esame, la Suprema Corte ha escluso che l’errore materiale dedotto abbia inciso sulla ritualità della notificazione dell’atto di citazione, con la conseguenza che il procedimento si era validamente perfezionato, senza alcuna lesione del diritto di difesa della convenuta.
Alla condomina, quindi, non resta che pagare le spese ed attenersi a quanto richiesto dal condominio.