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Timestamp: 2019-03-24 04:47:06+00:00
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Decreto Legge 6 agosto 2018 nr 103
Modifiche alla Legge 27 giugno 2013 nr 71 – Legge in materia di sostegno allo sviluppo economico – e al Decreto Delegato 24 aprile 2014 nr 63 – Decreto Delegato in applicazione degli articoli 18, 20, 28, 37 della Legge 27 giugno 2013 nr 71 – Legge in materia di sostegno allo sviluppo economico
Si allega testo completo del Decreto Legge riguardante la modifica alla disciplina delle residenze.
Nella vendita di beni e servizi l’Iva segue l’attività principale
Il Sole 24 Ore 01 AGOSTO 2018 di Laura Ambrosi
Il caso dell’impresa italiana che commercializza prodotti di un soggetto Ue
Se a fronte di un compenso determinato unitariamente, un soggetto italiano si impegna sia a vendere i prodotti di una impresa Ue, sia a offrire servizi accessori, ai fini Iva si configura un’unica operazione, con la conseguente applicazione per tutti i servizi del trattamento fiscale previsto per l’attività principale, nella specie in regime di esenzione.
A confermare questo interessante principio è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 20234 depositata ieri.
Una società italiana svolgeva attività di promozione e vendita di prodotti informatici (hardware e software) per conto di un soggetto estero. Emetteva così fatture senza Iva e, trovandosi in una posizione creditoria, presentava richiesta di rimborso. L’agenzia delle Entrate rigettava la richiesta. La società italiana impugnava il diniego e i giudici di merito, in entrambi i gradi, confermavano la legittimità del rimborso.
In particolare, secondo la Ctr, si era in presenza di un contratto di agenzia (e non di mandato come sostenuto dall’Ufficio) con la conseguenza che tutte le fatture emesse alla società Ue non dovevano essere soggette a Iva. Analogo regime andava applicato alle prestazioni accessorie poste a carico dell’impresa italiana, in quanto nella promozi one dei contratti per conto del proponente rientravano molteplici attività volte a sostenere, incrementare e invogliare l’acquisto del prodotto offerto.
L’Agenzia ricorreva per Cassazione lamentando, tra l’altro, la diversa qualificazione del contratto (di mandato e non di agenzia) tra le due società. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso. Secondo l’ordinanza 20234, ha innanzitutto poca rilevanza la qualificazione giuridica del contratto essendo indubbio che la società italiana si interponesse tra l’impresa estera e l’acquirente finale e che lo scopo dei contraenti era la commercializzazione dei prodotti esteri. Tutti gli altri servizi avevano il solo fine di favorire la vendita del prodotto principale.
Il contratto stipulato aveva un’unica finalità, tanto è che il compenso pattuito era unitario rispetto all’attività complessivamente considerata, e non già per singoli servizi offerti. Tali prestazioni (amministrative e tecniche) infatti rientrano nel concetto di servizi accessori essendo unico l’obiettivo economico prefissato dai contraenti e unico anche l’interesse dei destinatari della prestazione, i quali senza i servizi accessori, non acquisterebbero il prodotto principale.
In conclusione, secondo la Cassazione, se il contratto con cui un soggetto italiano si impegna, per un compenso unitariamente determinato, a commercializzare prodotti di altro soggetto appartenente a Paese Ue, offrendo anche altri servizi tecnici e amministrativi costituenti il mezzo per la migliore fruizione dei prodotti commercializzati, ai fini Iva si configura un’unica operazione economica non potendosi scindere l’intermediazione dalle altre prestazioni da ritenersi accessorie. Ne consegue che il regime Iva applicabile è quello relativo al servizio principale nella specie di esenzione.
Conti Ubs, dai giudici svizzeri stop alle liste di nominativi
Il Sole 24 Ore 03 AGOSTO 2018 di Paolo Bernasconi
Accolto il principio in base al quale avere un conto estero non è indice di reato
Se la sentenza fosse confermata a rischio-blocco anche le richieste italiane
La magistratura svizzera ha bloccato la trasmissione delle liste collettive dei contribuenti francesi coinvolti nel caso dei conti Ubs. È stato infatti accolto il ricorso della banca contro la trasmissione dei nomi di oltre 40mila clienti di Ubs residenti in Francia, lista scoperta dal ministero pubblico tedesco durante le perquisizioni del maggio 2012 e nel luglio 2013 in Ubs Germania. Sulle liste trasmesse da Berlino a Parigi mancava solamente il nome, benché fosse indicato chiaramente che si trattava di clienti residenti in Francia. Secondo il fisco francese l’omessa dichiarazione fiscale aveva comportato una perdita di oltre 10 miliardi. L’amministrazione svizzera aveva chiesto ad Ubs i nominativi di questi clienti e aveva deciso di trasmetterli al fisco francese. Ubs ha così presentato ricorso al Tribunale amministrativo federale (Taf) che lo ha accolto, decidendo quindi di respingere la richiesta di assistenza francese. Di conseguenza, nessun nome verrà trasmesso al fisco francese. C’è però da aspettarsi che, come in altri casi recenti, il fisco svizzero ricorrerà al Tribunale federale svizzero, che più volte ha già sconfessato sentenze del Tribunale amministrativo federale.
Se venisse confermata, questa sentenza avrà ricadute sulle domande analoghe presentate da altri Paesi, tra cui l’Italia. La sentenza del Taf sostiene che il solo fatto di essere titolari o di disporre di un conto presso una banca svizzera non costituisce un indizio sufficiente tale da richiedere la trasmissione del nome per permettere al fisco straniero di verificare se i depositi siano stati dichiarati oppure, almeno, siano stati regolarizzati nell’ambito dei programmi di voluntary disclosure.
Per quanto riguarda il rischio dei contribuenti italiani, il diritto svizzero prevede requisiti estremamente elevati per accogliere le «domande di gruppo»riguardanti contribuenti che hanno messo in atto un medesimo modello di comportamento. La sentenza ha esteso questi requisiti restrittivi anche alle cosiddette “domande collettive”, che si fondano su liste dalle quali sia facile risalire con sicurezza al nome di titolari di conti bancari. Una simile domanda italiana è attualmente all’esame del Fisco svizzero riguardo al nome di oltre 9mila clienti della lista Credit Suisse reperita dalla Procura della Repubblica di Milano. Ma questa giurisprudenza potrebbe essere applicabile anche nel caso in cui l’agenzia delle Entrate dovesse richiedere alla Svizzera informazioni e documenti riguardanti le migliaia di contribuenti italiani che, a partire dal 2010, hanno trasferito la loro residenza in Canton Ticino. Anche riguardo a questi nomi, la giurisprudenza potrebbe quindi ritenere che il solo fatto di essersi trasferiti non costituisca motivo sufficiente per una richiesta di assistenza.
Per evitare la doppia tassazione residenza decisa dai trattati
Il Sole 24 Ore 28 AGOSTO 2018 di Marco Piazza
Si applicano le tie break rules che puntano alla sostanza dei fatti
Alcune convenzioni hanno criteri più restrittivi, come quella con la Svizzera
Le convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia (in genere conformi al modello Ocse) contengono regole che consentono di risolvere i cosiddetti conflitti di residenza. Se, infatti, in base alla norma italiana e quella dell’altro Stato contrente, il soggetto si considera residente in entrambi gli Stati, per stabilire in quale Stato sia effettivamente residente si devono applicare le cosiddette tie break rules contenute nel trattato, secondo le quali – di norma – la persona si considera residente:
a) nello Stato in cui dispone di un’abitazione permanente;
b) se ha l’abitazione permanente in entrambi gli Stati, in quello in cui le sue relazioni personali ed economiche sono più strette;
c) se non si può individuare tale Stato, in quello in cui «soggiorna abitualmente»;
d) se soggiorna abitualmente in entrambi gli Stati, in quello della cittadinanza;
e) e in caso di doppia cittadinanza: accordo fra le autorità competenti.
Stando ai trattati, quindi, se un persona fisica è considerata dalle nostre autorità fiscali residente in Italia per il solo fatto di non essersi cancellata dall’Anagrafe di residenti, ma è anche considerata residente nello Stato in cui è emigrato, in base alle leggi di quello Stato (perché vi ha stabilito, di fatto la dimora abituale o il centro degli affari e interessi), l’agenzia delle Entrate non può esimersi dall’applicare le tie break rules contenute nella convenzione, le quali sono basate principalmente su elementi di fatto e non formali.
La supremazia dei trattati è sancita dall’articolo 75 del Dpr 600 del 1973, secondo il quale, nell’applicazione delle imposte sui redditi sono fatti salvi gli accordi internazionali resi esecutivi in Italia. Il principio è tutelato dall’articolo 117 della Costituzione e dalla giurisprudenza della Consulta (sentenze 348 e 349 del 2007).
Per questo, la più attenta giurisprudenza di merito non ha mancato di evidenziare come l’accertamento della residenza fiscale del contribuente non possa prescindere dall’applicazione delle tie break rules previste dai trattati (si vedano ad esempio le sentenze della Ctr Toscana, 506 del 20 febbraio 2017 e 840 del 13 marzo 2018 e quella della Cpt Firenze 131 del 12 gennaio 2016). Ecco quindi che anche l’emigrato che abbia dimenticato di iscriversi all’Aire potrà evitare di essere assoggettato a una doppia imposizione appellandosi alla convenzione fra l’Italia e lo Stato in cui ha trasferito la propria residenza.
Non sempre, però le convenzioni sono applicabili. Alcune presentano clausole contro l’abuso del trattato, per evitare che regole miranti ad evitare doppie imposizioni consentano in realtà di sottrarre ad imposizione i redditi in entrambi i Paesi.
Per esempio, l’articolo 4, paragrafo 5 della convenzione con la Svizzera stabilisce che non è considerata residente di uno Stato contraente, la persona che:
a) pur soddisfacendo le tie break rules, sia soltanto beneficiaria apparente di redditi in realtà di pertinenza di persone non residenti in quello Stato;
b) una persona fisica che non sia assoggettata alle imposte generalmente riscosse in quello Stato, per i redditi provenienti dall’altro Stato Contraente; situazione in cui normalmente si trovano i residenti in Svizzera che hanno optato per il regime cosiddetto “globalista” (si veda con motivazioni diverse, ma non nella sostanza, Cpt Genova, sentenza 620 del 24 marzo 2015).
Srl, presunzione legittima sui conti dei familiari
Il Sole 24 Ore del 2 Agosto 2018 di Alessandro Galimberti
E’ legittima l’imputazione a ricavi dell’attività d’impresa delle movimentazioni riscontrate sui conti correnti dei familiari del socio se la compagine sociale è particolarmente ristretta e se i familiari non hanno altri redditi. Spetta in questi casi al contribuente, su cui è ribaltato l’onera della prova, dimostrare in modo analitico che l’origine degli apporti patrimoniali sui conti dei congiunti ha genesi diversa da quella, appunto, dell’impresa. La Sezione tributaria della Cassazione (ordinanza 20408/18) ha annullato due decisioni della Ctr Campania che avevano respinto la pretesa delle Entrate sulla ripresa a tassazione dei movimenti accertati sul conto del padre di un socio e della nonna – ormai 87 enne – a fini Ivsa, Irap e Ires della Srl, oltre a irrogare sanzioni per la mancata ritenuta alla fonte della quota di utili spettanti allo stesso socio congiunto. Secondo la Ctr, l’Ufficio non aveva adeguatamente motivato l’imputazione a reddito d’impresa delle movimentazioni sui conti di terzi, ma la Cassazione rifacendosi a una serie omogenea di precedenti (14556/18; 4829/15; 27075/17 tra gli ultimi) ha argomentato che, a fronte del padre del socio che non aveva mai presentato dichiarazioni fiscali e dalla di lui madre 87 enne, è legittimo applicare la presunzione dell’articolo 32 del dpr 600/73, superabile solo da prove analitiche contrarie, e comunque a carico del contribuente.
Legge 8 Agosto 2018 nr 104
Variazione al Bilancio di Previsione dello Stato per l’esercizio finanziario 2018 e modifiche alla L 21 Dicembre 2017 nr 147
Si allega testo completo della Legge nr 104 dell’8 Agosto 2018 ricordando che le principali novità riguardano:
la proroga della comunicazione del titolare effettivo al 31 12 18
esenzione dell’imposta di bollo del 3% sulla pubblicità e sull’elaborazione dati per i codici operatori economici che hanno nell’oggetto della licenza tali attività
aumento del II ACCONTO IGR in scadenza al 30 11 18 dal 35% al 55% dell’imposta dovuta
L 104 dell’8 Agosto 2018
Legge 30 Luglio 2018 nr 93 – Legge su crediti monofase e crediti d’imposta alle banche
Si allega testo completo della Legge 30 Luglio 2018 nr 93 il cui obiettivo è porre l’attenzione sui crediti monofase non recuperati negli anni dallo Stato per i quali ora esercita azione di responsabilità.
L 93 del 30 Luglio 2018
Fuori Iva l’auto extra Ue guidata dallo straniero
Il Sole 24 Ore lunedì 2 LUGLIO 2018 di Giorgio Emanuele Degani e Damiano Peruzza
Dazi e imposta non dovuti dal conducente che circola in Italia per meno di 6 mesi
Per i veicoli a uso privato immatricolati in un Paese extra Ue a nome di persone anch’esse stabilite fuori dal territorio doganale, è possibile circolare negli Stati membri in regime di ammissione temporanea e senza assolvere ai dazi doganali e all’Iva, salvo che l’agenzia delle Dogane competente fornisca la prova della mancanza dei requisiti richiesti dalla normativa doganale. Si è espressa in tal senso la Ctp di Varese 120/3/2018 (presidente Soprano, relatore Greco) che ha rilevato la temporanea importazione di una autovettura targata Svizzera, di proprietà di una persona fisica lì residente, condotta da un soggetto anch’egli svizzero.
Occorre innanzitutto rilevare che il reato di contrabbando nell’importazione di autoveicoli è stato depenalizzato dall’articolo 1, comma 1, Dlgs 8/2016, in linea con l’obiettivo di deflazione del sistema penale e l’introduzione di sanzioni proporzionate; ad oggi è prevista la sanzione amministrativa unica compresa tra 5mila e 50mila euro.
Con specifico riferimento agli autoveicoli ad uso privato, cioè destinati ad usi non commerciali, in base agli articoli 232 e 233 delle disposizioni di applicazione del Codice doganale comunitario (regolamento Ce 2454/93), per i mezzi immatricolati al di fuori del territorio eurounionale è prevista l’esenzione dal pagamento dei diritti di confine al ricorrere di due condizioni.
e Il veicolo deve essere immatrcolato al di fuori del territorio doganale unionale, a nome di una persona stabilita (rectius residente) non in uno Stato membro.
r Il mezzo deve essere utilizzato dall’intestatario, oppure da un congiunto entro il terzo grado di parentela parimenti stabilito al di fuori del territorio doganale unionale; da un’altra persona anch’essa residente extra Ue, purché debitamente autorizzata dal titolare; da ultimo, da una persona stabilita nel territorio unionale, a condizione che il titolare si trovi a bordo del veicolo.
Sussistendo ambedue le condizioni, il veicolo che varca la frontiera del territorio doganale unionale, si considera ammesso temporaneamente: ciò comporta l’applicazione del regime di temporanea importazione, senza dover assolvere i dazi e l’Iva.
La circolazione non è temporalmente illimitata, ma può avvenire per un massimo di sei mesi, anche non consecutivi, a decorrere dal primo ingresso.
Nel caso di specie, l’accertamento muove dall’errato assunto secondo cui il conducente del veicolo fosse residente in Italia, con la conseguente contestazione del delitto di contrabbando.
Tuttavia, nel corso del giudizio il conducente ha provato l’utilizzo occasionale del veicolo e l’assoluta inesistenza del collegamento con lo Stato italiano mediante la produzione delle movimentazioni giornaliere con carte di credito in territorio elvetico, nonché con la certificazione del Comune italiano con cui si comunicava che il conducente era completamente sconosciuto all’anagrafe.
Queste circostanze non sono smentite né contestate dall’agenzia delle Dogane e hanno portato all’annullamento dell’atto di contestazione da parte della Ctp di Varese.
Oltre la presunzione: si può provare la residenza black list
Il Sole 24 Ore 27 LUGLIO 2018 di Marco Croce e Valerio Vallefuoco
Sono elementi utili: il contratto di affitto e le spese per le utenze
La Corte di Cassazione (sentenza 19410 del 20 luglio 2018) ritorna a pronunciarsi sul delicato tema del trasferimento della residenza fiscale all’estero sancendo il principio secondo cui la presunzione di residenza italiana in caso di Paesi a fiscalità privilegiata in giudizio non regge se il contribuente fornisce validi elementi di fatto a prova contraria. Vediamo come.
Ai fini dell’articolo 2, comma 2 del Tuir «si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile». Tuttavia, secondo il consolidato orientamento di prassi e giurisprudenza, la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente e la conseguente iscrizione all’Aire non è un requisito sufficiente per determinare la residenza al di fuori del territorio italiano.
Oltretutto, nei casi in cui la residenza venga trasferita in Stati o territori a regime fiscale privilegiato (black list Dm 4 maggio ’99), la norma rubricata nell’articolo 2, comma 2-bis del Tuir introduce una presunzione legale di residenza in Italia, invertendo, altresì, l’onere della prova a discapito del contribuente. Ricordiamo, però, che tale presunzione, può essere sempre legittimamente superata, fornendo validi elementi di fatto, quali il contratto di affitto relativo a un appartamento nel Paese estero, la regolare corresponsione di affitti e spese accessorie, la congruità delle spese relative alle varie utenze e contratti bancari, che possano essere positivamente valutati dall’Amministrazione.
È proprio sulla possibilità del contribuente di fornire elementi utili ad individuare la propria effettiva residenza che si fonda la sentenza 19410. La Cassazione ha, infatti, affermato che tutti gli elementi di fatto rilevanti, e attinenti ai legami personali e professionali dell’interessato, debbano essere presi in debita considerazione e la relativa valutazione espressa nelle motivazioni di merito.
I fatti discussi riguardano un tennista che dal 1998 aveva spostato nel principato di Monaco la propria residenza. Le Entrate avevano sottoposto il contribuente ad accertamento fiscale per l’anno 2000 proprio in virtù del comma 2-bis dell’articolo 2 del Tuir. I giudici di merito avevano sostenuto la tesi erariale. Con la decisione in commento, però, i giudici di Piazza Cavour hanno rimandato il giudizio ai giudici della Ctr, accogliendo, così, i motivi del ricorso presentato dal contribuente.
La Cassazione ha ritenuto, infatti, che l’insieme dei dati fattuali esposti dal contribuente, quali il contratto di affitto relativo ad una appartamento sottoscritto a nome dello stesso, la regolare corresponsione degli affitti e delle spese accessorie, la congruità delle spese relative alla varie utenze in uso in detto appartamento, l’utilizzo da parte dello stesso delle strutture di allenamento Atp del principato, nonché l’evidenza che il principato fosse la base abituale dei trasferimenti del contribuente, frutto dell’espletamento della sua attività, fossero elementi decisivi al fine di individuare la residenza effettiva dello stesso.
Il Sole 24 Ore 19 LUGLIO 2018 di P.Mac.
Ininfluente l’avvertimento alla clientela di agire solo in base all’esperienza
Esercizio abusivo della professione di commercialista per il titolare di una società che svolge consulenza aziendale e tributaria senza abilitazione. La Cassazione (sentenza 33464/2018) respinge il ricorso contro la condanna a un mese di reclusione e al risarcimento danni in favore dell’Ordine dei commercialisti, parte civile nel processo a carico del “capo” di una Srl che esercitava abusivamente prestazioni per le quali era richiesta l’iscrizione all’albo.
La Suprema corte respinge tutte le obiezioni della difesa. Per l’imputato, la Corte d’appello ha illegittimamente sottratto la generica attività di consulenza tributaria e aziendale al raggio d’azione della legge 4/2013 che ha liberalizzato le professioni senza albo. Il criterio da individuare, per la regolamentazione dello svolgimento dell’attività, era dunque quello della libertà di iniziativa economica, tutelata dall’articolo 41 della Costituzione, rispetto alla quale, sempre ad avviso del ricorrente, si doveva leggere la disciplina contenuta nell’articolo 33, quinto comma della Carta costituzionale, nella parte in cui subordina l’esercizio della professione al conseguimento dell’abilitazione. Un’ipotesi limitata soltanto alle professioni per le quali la legge prescrive l’iscrizione ad Albi a tutela della clientela.
L’attività contestata sarebbe invece rientrata tra quelle liberamente esercitabili, in linea con la legge 4/2013. L’imputato sottolinea anche di aver informato i suoi clienti di essere privo di abilitazione e di agire in virtù di un’esperienza maturata con gli anni, evitando così di violare l’affidamento dei terzi come interpretato dalle Sezioni unite con la sentenza 11545/2012. Per finire, a riprova della buona fede, c’era l’autorizzazione a operare nel servizio telematico dell’agenzia delle Entrate.
Tesi tutte respinte dalla Cassazione, che basa il suo verdetto proprio sui principi affermati dalle Sezioni unite nel 2012. Correttamente la Corte d’appello, per sostenere la rilevanza penale delle condotte contestate, ha analizzato i meccanismi con i quali lavorava la ditta. La Srl, priva di dipendenti e riconducile all’imputato, si relazionava direttamente con i clienti finali e nel suo centro studi aziendali non c’erano lavoratori abilitati. I giudici ricordano che l’abuso scatta in presenza di una pluralità di atti che, pur non riservati in esclusiva alla competenza specifica di una professione, «nel loro continuo coordinato ed oneroso riproporsi ingenerano una situazione di appartenenza evocativa dell’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato, con conseguente affidamento incolpevole della clientela». In questo quadro è dunque ininfluente la pretesa, e non provata, avvertenza data ai clienti.
La Corte territoriale ha correttamente compreso le attività svolte dal ricorrente tra quelle tipiche in base al Dlgs 139/2005, sulla «costituzione dell’ordine dei dottori commercialisti» riserva a questi ultimi. Anche se per la Cassazione non c’è, nello specifico, differenza tra tipiche e riservate. Lo stesso vale per le norme sull’ordinamento dei consulenti del lavoro dettate dalla legge 12/1979.