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Timestamp: 2018-04-21 17:15:30+00:00
Document Index: 84235072

Matched Legal Cases: ['art. 26', 'art. 26', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 2953', 'art. 26', 'art. 3', 'art. 474', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 2953', 'art. 30', 'art. 2953', 'art. 4', 'art. 45', 'art. 92', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 39', 'art. 13', 'art. 45', 'art. 92', 'art. 92', 'art. 45', 'art. 24', 'art. 91', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13']

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 05 maggio 2017, n. 11111 - Riscossione - Crediti previdenziali art. 26, D.P.R. n. 602/1973 - Studio Cerbone
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 05 maggio 2017, n. 11111
Riscossione – Crediti previdenziali art. 26, D.P.R. n. 602/1973
– con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Lecce confermava la decisione del Tribunale di Brindisi che aveva ritenuto prescritti i crediti di cui alle intimazioni di pagamento notificate a R.D.V. da Equitalia S.p.A. per conto dell’I.N.A.I.L., aventi ad oggetto oneri contributivi. Ad avviso della Corte territoriale doveva farsi applicazione, anche per l’ipotesi di cartella esattoriale non opposta, del termine di prescrizione quinquennale;
– per la cassazione di tale decisione ricorrono l’I.N.A.I.L. ed Equitalia Sud S.p.A. affidando le rispettive impugnazioni a più motivi;
– resistono con controricorso gli eredi di R.D.V. e formulano, altresì, ricorso incidentale;
– con i motivi dei ricorsi principali (sostanzialmente analoghi per ciascuno degli indicati ricorrenti) è denunciata la violazione dell’art. 2953 cod. civ., dell’art. 26 del d.P.R. n. 602/73, dell’art. 3, co. 9, della legge n. 335/95, dell’art. 474 cod. proc. civ. sostenendosi che nell’ipotesi di mancata opposizione alla cartella esattoriale e di incontrovertibilità del relativo credito debba farsi applicazione della prescrizione decennale in conformità a quanto previsto per l’actio indicati;
– in tale decisione è stato, infatti, chiarito che “la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. ‘conversione’ del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della legge n. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 cod. civ.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’I.N.P.S. che dal 1° gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (art. 30 del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito dalla legge n. 122 del 2010)”;
– è stato, altresì, precisato che l’indicato principio “si applica con riguardo a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo”;
– quanto al ricorso incidentale, si osserva che è da ritenersi assorbito nella decisione sul ricorso principale il motivo con il quale si reitera l’eccezione di decadenza (art. 4, co. 25, legge n. 350/2005);
– per il resto sono infondate le doglianze con le quali i ricorrenti incidentali criticano la decisione della Corte territoriale di compensare le spese del doppio grado di giudizio;
– il giudizio è stato instaurato con ricorso depositato dinanzi al Tribunale di Brindisi il 18/10/2012 e, dunque, opera la modifica introdotta dall’art. 45, co. 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69, che – per i giudizi instaurati successivamente alla sua entrata in vigore, intervenendo nuovamente sul secondo comma dell’art. 92 cod. proc. civ., dopo la novella di cui alla legge 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, co. 1, lett. a), già applicabile ai procedimenti instaurati a far data dal 1° marzo 2006 (art. 2, co. 4, della medesima legge, come mod. dall’art. 39 quater d.l. 30 dicembre 2005, n. 273, conv. con mod. nella l. 23 febbraio 2006, n. 51), ha previsto che “se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese fra le parti”;
– alla norma è stata apportata successivamente una nuova modifica – di tenore ulteriormente restrittivo – dall’art. 13, co. 1, del D.L. 1 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, in L. 10 novembre 2014, n. 162, applicabile ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione, nel senso che la compensazione è limitata alle ipotesi di soccombenza reciproca “ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti”;
– il testo della norma applicabile ratione temporis alla fattispecie, ossia la versione introdotta dalla dall’art. 45, co. 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69, consente, come detto, la compensazione solo in presenza di soccombenza o nel concorso di “altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione”. La locuzione “gravi ed eccezionali ragioni” è stata ricondotta – nell’interpretazione offerta dalle Sezioni Unite di questa Corte – nell’alveo delle “norme elastiche”, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche (Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2012, n. 2579);
– si richiama, a titolo esemplificativo, quanto da questa Corte già affermato: “In tema di spese giudiziali, in forza dell’art. 92, comma 2, cod. proc. civ. (nella formulazione introdotta dalla l. n. 69 del 2009, applicabile ratione temporis”) può essere disposta la compensazione in assenza di reciproca soccombenza soltanto ove ricorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, che devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa da indicare esplicitamente nella motivazione della sentenza, senza che possa darsi meramente rilievo alla “natura dell’impugnazione”, o alla “riduzione della domanda in sede decisoria”, ovvero alla “contumacia della controparte”, permanendo in tali casi la sostanziale soccombenza di quest’ultima, che deve essere adeguatamente riconosciuta sotto il profilo della suddivisione del carico delle spese” – Cass. 19 ottobre 2015, n. 21083 -; “L’art. 92, secondo comma, cod. proc. civ. (come sostituito dall’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69), nella parte in cui prevede la possibilità di compensare le spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, non consente di disporre la compensazione in parola in base al carattere ufficioso del rilievo dell’interruzione della prescrizione ed alla esiguità della pretesa creditoria, atteso che, quanto al primo profilo, esso integra un normale esito dell’attività valutativa del giudice, mentre, quanto al secondo, specialmente ove l’importo delle spese fosse tale da superare quello del pregiudizio economico che la parte avesse inteso evitare agendo in giudizio per fare valere il proprio diritto, tale statuizione si tradurrebbe in una sostanziale soccombenza di fatto della parte vittoriosa, con lesione del principio costituzionale di cui all’art. 24 Cost., nonché della regola generale dell’art. 91 cod. proc. civ.” – Cass. 1° giugno 2015, n. 11301;
– nel caso in esame la sentenza impugnata, nel respingere l’appello incidentale del D.V. ha legittimamente individuato nell’incertezza giurisprudenziale esistente all’epoca sulla questione, risolta solo con la citata sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte n. 23397/2016, l’elemento sufficiente a determinare la compensazione tanto delle spese del giudizio di primo grado, quanto di quelle del giudizio di appello (cfr. in fattispecie analoghe Cass. 24 aprile 2015, n. 8377, Cass. 9 novembre 2015 n. 22807; Cass. 2 dicembre 2015, n. 24489);
– in conclusione la proposta va condivisa e vanno rigettati i ricorsi principali e quello incidentale;
– va dato atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, co. 17, della l. 24 dicembre 2012, n. 228 in quanto l’obbligo del previsto pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del ricorso (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014);
Rigetta i ricorsi principali e quello incidentale; compensa le spese.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti principali e di quello incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Esonero contributivo previsto dall’articolo 1, com