Source: http://www.uilfrosinone.org/2013/09/09/aborto-interruzione-volontaria-della-gravidanza-storia-e-legislazione/
Timestamp: 2018-11-15 11:17:34+00:00
Document Index: 94180870

Matched Legal Cases: ['art. 545', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 54', 'sentenza ']

Aborto, Interruzione volontaria della gravidanza: storia e Legislazione - UIL C.S.P. FROSINONEUIL C.S.P. FROSINONE
Aborto, Interruzione volontaria della gravidanza: storia e Legislazione
Interruzione della gravidanza nel periodo in cui il feto non è capace di vita extrauterina.
L’aborto può essere sia spontaneo sia procurato.
L’aborto spontaneo ha come sintomi principali perdite ematiche e contrazioni dell’utero, anche se sono sintomi poco specifici che non sempre indicano un’interruzione della gravidanza. Questa forma di aborto, d’altra parte, può essere anche completamente asintomatica e la sintomatologia dipende dal tipo di aborto spontaneo cui va incontro la donna. Le cause di tali aborti possono essere di varia natura, potendo dipendere da:
L’aborto procurato è materia di intenso dibattito bioetico, e in Italia è regolato dalla legge 194 del 1978. Tale legge consente l’interruzione volontaria di gravidanza fino al terzo mese e nei successivi novanta giorni per soli motivi terapeutici (il cosiddetto aborto terapeutico). Successivamente, si parla di parto prematuro. L’aborto procurato può essere effettuato in diversi modi, a seconda della fase della gestazione. Nelle prime dodici settimane è possibile operare l’isterosuzione, con anestesia locale ed eventuale dilatazione della cervice. Nelle settimane successive, lo svuotamento avviene per rimozione del feto e successiva aspirazione dei tessuti residui (tra cui il liquido amniotico e la placenta). Un metodo alternativo, la cui introduzione in Italia è oggetto di aspri dibattiti bioetici, consiste nella somministrazione di mifepristone (uno steroide sintetico) e di una prostaglandina (gemeprost), che provocano chimicamente il distacco del feto dall’utero. Le conseguenze dell’aborto, sia spontaneo sia procurato, sulla madre sono soprattutto di natura psicologica (con possibili stati depressivi, fino a sindromi maniacali) e sono direttamente correlati all’ambiente socio-culturale cui appartiene la donna.
La legge 22 maggio 1978 n. 194, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, descrive con chiarezza le procedure da seguire in caso di richiesta di IVG (esame delle possibili soluzioni dei problemi proposti, aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero alla IVG, certificazione, invito a soprassedere per sette giorni in assenza di urgenza) sia entro che oltre i primi 90 giorni di gravidanza.
Obiettivo primario della legge è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto attraverso la rete dei consultori familiari, un obiettivo che si intende perseguire nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne. Nelle ultime finanziarie sono stati stanziati specifici fondi finalizzati al potenziamento degli aspetti sociali di sostegno alla famiglia.
Le complicazioni di ordine fisiologico aumentano con l’età gestazionale: sono comunque quasi nulle nelle prime otto settimane e rimangono sostanzialmente poco comuni se l’aborto è praticato con le dovute precauzioni e in strutture adeguate.
Nel nostro Paese, tuttavia, gli aborti clandestini sono ancora relativamente frequenti, pur se in declino, allo stesso modo del numero totale di interruzioni volontarie della gravidanza. Secondo le statistiche del Ministero della Salute, nel 2007 sono state effettuate poco più di 127.000 interruzioni, con una diminuzione di oltre il 45% rispetto al picco massimo del 1982. Anche il tasso di abortività (numero di interruzioni ogni 1000 donne in età feconda, tra i 15 e i 49 anni) è sceso al 9,1‰, con un decremento del 47,1% rispetto al 1982.
Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in qualsiasi sua forma, era considerata dal codice penale italiano un reato (art. 545 e segg. cod. pen., abrogati nel 1978). In particolare:
Nel 1975 il tema della regolamentazione dell’aborto riceveva l’attenzione dei mezzi di comunicazione, in particolare dopo l’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, della segretaria del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e della militante radicale Emma Bonino, per aver praticato aborti, dopo essersi autodenunciati alle autorità di polizia (azione nonviolenta dei radicali).
Il CISA era un organismo fondato da Adele Faccio che con molte altre donne si proponeva di combattere la piaga dell’aborto clandestino, creando i primi consultori in Italia e organizzando dei «viaggi della speranza» verso le cliniche inglesi e olandesi, dove grazie a voli charter e a convenzioni contrattate dal CISA, era possibile per le donne avere interventi medici a prezzi contenuti e con i mezzi tecnologicamente più evoluti.
Nel 1975 dopo un incontro prima con Marco Pannella e poi con Gianfranco Spadaccia il CISA si federava con il Partito radicale, e in poche settimane entrava in funzione l’ambulatorio di Firenze presso la sede del partito.
Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia.
Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 con un Decreto del Presidente della Repubblica veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, ma lo stesso Presidente Leone il primo maggio fu costretto a ricorrere per la seconda volta allo scioglimento delle Camere. Erano forti i timori dei partiti per le divisioni che poteva provocare una nuova consultazione popolare dopo l’esperienza del referendum sul divorzio dell’anno precedente.
Il bisogno di adeguare la normativa si è presentato al legislatore anche in seguito alla sentenza n.27 del 18 febbraio 1975 della Corte Costituzionale. L’ordinanza di rimessione emessa dal Tribunale di Milano poneva al vaglio della Consulta un dubbio di legittimità costituzionale circostanziato dal fatto che l’ordinamento giuridico, attraverso l’esimente generale di cui all’art. 54 c.p., recideva l’antigiuridicità dell’interruzione della gravidanza, ma allorquando non ricorrono i presupposti dello stato di necessità e sebbene possa essere accertata la pericolosità del protrarsi della gravidanza sul benessere psico-fisico della gestante, si configurava ugualmente un illecito penalmente sanzionato. Difatti, nel caso specifico sottoposto alla cognizione del Tribunale di Milano risultava inapplicabile l’esimente di cui all’art. 54 c. p., giacché la volontà della gestante di ricorrere all’aborto non era giustificata dall’«esigenza di salvare se stessa od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona», ma dalla necessità di salvaguardare la propria persona e quella del nascituro da un pericolo (una malattia) non già attuale ma connesso al protrarsi della gravidanza; ricorreva, in altre parole, un pericolo di danno grave, non attuale (come richiederebbe l’applicazione dell’art. 54 c. p., ma soltanto prevedibile. Con questa sentenza la Suprema Corte, pur ritendendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, consentiva il ricorso alla Interruzione Volontaria di Gravidanza per motivi molto gravi.
(*Fonti: http://www.unibioetica.it
http://www.storicamente.org
http://www.consultoriprivatilaici.net