Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-26217-del-16-10-2019
Timestamp: 2020-04-04 13:05:43+00:00
Document Index: 160364228

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2087', 'art. 40', 'art. 1', 'art. 379', 'art. 43', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 4', 'art. 42', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2087', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 40', 'art. 377', 'art. 379', 'art. 366', 'art. 40', 'art. 74', 'art. 43', 'art. 42', 'art. 45', 'art. 4', 'art. 18', 'art. 379', 'art. 40', 'art. 43', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 35', 'art. 4', 'art. 40']

Sentenza Cassazione Civile n. 26217 del 16/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26217 del 16/10/2019
Cassazione civile sez. lav., 16/10/2019, (ud. 26/06/2019, dep. 16/10/2019), n.26217
sul ricorso 29677-2017 proposto da:
M.M., domiciliato ope legis presso la Cancelleria della Corte
di Cassazione, rappresentato e difeso dall’Avvocato MARINO SARRITZU;
avverso la sentenza n. 205/2017 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,
depositata il 25/07/2017 R.G.N. 288/2016.
1. La Corte di appello di Cagliari in accoglimento dell’impugnazione proposta da De Vizia Transfer s.p.a e in riforma della sentenza di primo grado, ha respinto la domanda di M.M., operatore ecologico, di condanna di parte datoriale al risarcimento dei danni da inadempimento di lavaggio e manutenzione dei dispositivi di protezione individuale (D.P.I.).
9. Col secondo motivo di ricorso il ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40; D.Lgs. n. 475 del 1992, art. 1, comma 2; D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 e D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 43, comma 4, e art. 67 comma 2 lett. A) del c.c.n.l. 30 aprile 2003, per avere la sentenza impugnata affermato che gli indumenti forniti ai lavoratori per lo svolgimento della prestazione non avessero alcuna funzione protettiva e quindi non fossero classificabili come D.P.I..
10. Col terzo motivo il lavoratore ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., nonchè l’omesso esame di un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la Corte d’appello erroneamente escluso il rischio alla salute, certificato dalle relazioni dell’Ausl, cui era esposto il lavoratore per il contatto con i rifiuti solidi urbani e per il lavaggio nella propria abitazione degli indumenti usati durante l’attività lavorativa; ha richiamato il verbale ispettivo del 4.8.2005 che aveva evidenziato l’esistenza, nel settore della raccolta e dello stoccaggio dei rifiuti solidi urbani, di un rischio di esposizione degli addetti ad agenti microbiologici, con particolare riferimento al virus dell’epatite B (HBV), e con pericolo di contatto, specie per alcune mansioni come quelle dei portasacchi, riguardante varie parti del corpo tra cui mani, braccia, gambe.
11. Col quarto motivo è stata dedotta erronea valutazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 2, e art. 42, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata considerato attendibile il piano di valutazione dei rischi eseguito dal datore di lavoro.
13. Con il sesto motivo di ricorso il ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di un punto decisivo della controversia ed, esattamente, per avere la Corte d’appello erroneamente disatteso che tra gli indumenti forniti dall’azienda al lavoratore fossero ricomprese le scarpe, i guanti e la pettorina alta visibilità che nel D.V.R. aziendale erano classificati D.P.I..
14. La questione oggetto del presente ricorso è stata già trattata da questa Corte che in numerose cause aventi il medesimo oggetto, e nella quali erano poste le medesime questioni sulle quali è sollecitata la decisione nella controversia odierna, ha ritenuto che “in tema di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, la nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) non deve essere intesa come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate, ma va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, in conformità con l’art. 2087 c.c.; ne consegue la configurabilità a carico del datore di lavoro di un obbligo di continua fornitura e di mantenimento in stato di efficienza degli indumenti di lavoro inquadrabili nella categoria dei D.P.I.”(cfr. Cass. 21/06/2019 n. 16749 e le successive 25/07/2019 nn. 20208, 20207, 20206, 27/06/2019 n. 27354 e 26/06/2019 n. 17132).
15.1. Condivisibilmente, infatti, è stata dichiarata inammissibile la censura con la quale, nel secondo motivo di ricorso, ed in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è stato prospettato un vizio che attiene alla qualificazione e valutazione giuridica di fatti e quindi concerne parti della motivazione in diritto e non l’omesso esame di fatti veri e propri, principali o secondari, come richiesto dal vigente art. 360 c.p.c., n. 5.
15.2. Con riguardo agli altri profili denunciati, invece, sono state ritenute fondate le censure osservando che, ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, recante attuazione delle direttive 89/391/CEE, 89/654/CEE, 89/655/CEE, 89/656/CEE, 90/269/CEE, 90/270/CEE, 90/394/CEE e 90/679/CEE riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro, per dispositivo di protezione individuale si intende “qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonchè ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.” Si è quindi rammentato che “non sono dispositivi di protezione individuale: a) gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore;..”. E’ stato evidenziato poi come tale previsione si ponga in continuità con quelle già dettate dal D.P.R. n. 547 del 1955 che all’art. 377, relativo a “Mezzi personali di protezione”, prevedeva che “il datore di lavoro, fermo restando quanto specificatamente previsto in altri articoli del presente decreto, deve mettere a disposizione dei lavoratori mezzi personali di protezione appropriati ai rischi inerenti alle lavorazioni ed operazioni effettuate, qualora manchino o siano insufficienti i mezzi tecnici di protezione. – I detti mezzi personali di protezione devono possedere i necessari requisiti di resistenza e di idoneità nonchè essere mantenuti in buono stato di conservazione” e all’art. 379, relativo agli “Indumenti di protezione”, disponeva che ” Il datore di lavoro deve, quando si è in presenza di lavorazioni, o di operazioni o di condizioni ambientali che presentano pericoli particolari non previsti dalle disposizioni del Capo 3″ del presente Titolo (art. 366 ss.), mettere a disposizione dei lavoratori idonei indumenti di protezione”). E’ stato rammentato che l’art. 40 cit. è stato poi sostituito dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 74, che ne ha ricalcato interamente il testo.
18. Ritiene il Collegio che si debba perciò dare continuità all’affermazione contenuta in quelle ordinanze secondo cui, “da tali premesse discende come la previsione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 43, commi 3 e 4, secondo cui “3. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori i DPI (dispositivi di protezione individuale) conformi ai requisiti previsti dall’art. 42 e dal decreto di cui all’art. 45, comma 2″; 4. Il datore di lavoro: – a) mantiene in efficienza i DPI (dispositivi di protezione individuale) e ne assicura le condizioni d’igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie)”, non possa essere letta in senso limitativo del contenuto e del novero del D.P.I., come ha fatto la Corte d’appello, bensì quale previsione di un ulteriore obbligo di carattere generale, posto a carico del datore di lavoro, di adeguatezza dei D.P.I. e di manutenzione dei medesimi” (cfr. per tutte la citata Cass. 21/06/2019 n. 16749).
19. Condivisibilmente inoltre è stato ritenuto che non fosse rilevante la circostanza della previsione o meno degli specifici D.P.I. nell’ambito del documento di valutazione dei rischi. L’obbligo posto dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5 di fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, costituisce un precetto al quale il datore di lavoro è tenuto a conformarsi a prescindere dal fatto che il loro utilizzo sia specificamente contemplato nel documento di valutazione dei rischi, confezionato dal medesimo datore di lavoro (in tal senso, con riferimento alla omologa previsione di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 18, lett. d), cfr. Cass. pen., n. 13096 del 2017).
21. Va allora qui ribadito che anche sotto il vigore del D.Lgs. n. 626 del 1994, come “in tema di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, ed in particolare di fornitura ai lavoratori di indumenti, alla stregua della finalità della disciplina normativa apprestata dal legislatore, per “indumenti di lavoro specifici” si debbono intendere le divise o gli abiti aventi la funzione di tutelare l’integrità fisica del lavoratore nonchè quegli altri indumenti, essenziali in relazione a specifiche e peculiari funzioni, volti ad eliminare o quanto meno a ridurre i rischi ad esse connessi (come la tuta ignifuga del vigile del fuoco), oppure a migliorare le condizioni igieniche in cui viene a trovarsi il lavoratore nello svolgimento delle sue incombenze, onde scongiurare il rischio potenziale di contrarre malattie, come appunto deve reputarsi per la divisa dell’operatore ecologico (cfr. oltre alle ordinanze già citate Cass. n. 11071 del 2008; nello stesso senso Cass. n. 23314 del 2010).
22.1. Si è in particolare precisato come “l’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 fino alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626 del 1994 e ai sensi dell’art. 40, art. 43, commi 3 e 4, di tale decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (art. 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni”, (cfr. Cass., n. 11139 del 1998; n. 22929 del 2005; n. 14712 del 2006; n. 22049 del 2006; n. 18573 del 2007; n. 11729 del 2009; n. 16495 del 2014; n. 8585 del 2015).
24. Condivisibilmente, poi, nelle ordinanze più volte ricordate ed a cui il Collegio intende adeguarsi, non è stato attribuito alcun rilievo alle pronunce di legittimità richiamate nella sentenza impugnata e nel controricorso (Cass. nn. 2625, 5176, 13745 del 2014), in quanto relative a lavoratori non addetti alla raccolta dei rifiuti, bensì a mansioni di giardiniere. Neppure paiono significativi i precedenti di questa Corte (sentenze Sez. 6, nn. 13931 – 13936, 13707, 14033 14035, tutte pronunciate all’udienza del 15.4.2014) in cui è precisato come fosse estraneo al giudizio trattato il thema decidendum “della tutela della salute, della conformità degli indumenti forniti alla normativa vigente e, quindi, della violazione dell’art. 2087 c.c., dell’art. 35, punti 1 e 3 (b e c), art. 4 (c) e D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40…”; peraltro, nelle fattispecie decise con le sentenze del 2014 appena richiamate non risulta che l’azienda avesse accettato di farsi carico del lavaggio settimanale degli indumenti da lavoro, come invece avvenuto da parte della società attuale controricorrente, a seguito delle prescrizioni contenute nel verbale ispettivo dell’Asl.