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Timestamp: 2020-04-04 06:07:52+00:00
Document Index: 49709649

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 738', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 728', 'art. 720', 'art. 6', 'art. 384', 'art. 7', 'art. 384', 'sentenza ', 'art. 738', 'art. 738', 'art. 5']

Sentenza Cassazione Civile n. 20040 del 06/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20040 del 06/10/2016
Cassazione civile sez. II, 06/10/2016, (ud. 13/07/2016, dep. 06/10/2016), n.20040
sul ricorso 16759-2012 proposto da:
D.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA GIORDANO BRUNO 47, presso lo studio dell’avvocato LUISA
MARRAZZO, rappresentato e difeso dall’avvocato CARMELA PERRI;
VIA COLA DI RIENZO 163, presso lo studio dell’avvocato PIETRO ASTA,
rappresentato e difeso dagli avvocati ENRICO AMBROGIO, CARMINE
D.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIORDANO
BRUNO 47, presso lo studio dell’avvocato LUISA MARRAZZO,
rappresentato e difeso dall’avvocato CARMELA FERRI;
D.A., + ALTRI OMESSI
avverso il decreto n. 980/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,
13/07/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;
udito gli Avvocati Bruni Carmine e Ambrogio Enrico difensori di
D.F., i quali hanno chiesto il rigetto del ricorso;
principale, e il rigetto del ricorso incidentale.
Con ricorso in data 25 maggio 1999, D., G. e D.C. citavano avanti al Tribunale di Cosenza U., A., F. e D.A. per ottenere la divisione dell’unità fondiaria denominata (OMISSIS) assegnata dall’ARSSA al padre, D.F., deceduto il (OMISSIS), o, in subordine, per ottenere la liquidazione della quota loro spettante secondo il valore venale del fondo medesimo. A. e F. si costituivano alla prima udienza ed interveniva D.F., figlio di F.: contestavano la domanda assumendo che il fondo era di proprietà esclusiva di F., al quale il padre lo aveva trasferito con atto pubblico del (OMISSIS); rilevavano che F. aveva personalmente formalizzato il riscatto dal riservato dominio dopo le rinunce al subingresso da parte dei coeredi e gestito personalmente il fondo dalla morte del genitore, senza soluzione di continuità. Chiedevano pertanto dichiararsi F. esclusivo proprietario del fondo.
Con decreto del 9 marzo 2001, l’adito Tribunale rigettava la domanda dei ricorrenti e dichiarava che Fedele era subentrato nella titolarità del fondo in questione.
Sul reclamo di C., la Corte di appello di Catanzaro, con decreto del 15 gennaio 2002, rigettava la domanda di F. e confermava nel resto il provvedimento impugnato. Premesso che il fondo doveva essere considerato indivisibile, riteneva che F. non avesse fornito prova di essere in possesso dei requisiti richiesti dalla legge onde subentrare nel rapporto: prova che non aveva dato neppure C., il quale inoltre aveva chiesto la divisione del fondo e non l’attribuzione del cespite a se stesso, se non tardivamente; per cui non poteva essere accolta neppure la di lui domanda di subentro.
Interposto ricorso per cassazione, questa Corte, con sentenza n. 8655/2006, cassava la pronuncia impugnata. Rilevava che il provvedimento impugnato aveva rilevato che esisteva una situazione di compossesso del fondo tra C. e F. e che nel corso del relativo procedimento possessorio, peraltro svoltosi nell’ambito del medesimo giudizio, erano stati assunti testi informatori; detto provvedimento si era poi limitato ad affermare che nessuno dei due contendenti aveva le qualità richieste, rigettandone le domande. A fronte di una situazione, che poteva quanto meno ingenerare, in ragione degli elementi suddetti, una situazione di obiettiva incertezza in ordine ai requisiti di entrambi, o dell’uno o dell’altro dei contendenti, la motivazione adottata doveva consigliare di far uso delle facoltà previste dall’art. 738 c.p.c. o, almeno di specificare le ragioni del mancato ricorso a tale facoltà.
La causa era riassunta e la Corte di appello di Catanzaro, con decreto 1 marzo 2012, in riforma del provvedimento del giudice di prime cure, disponeva l’assegnazione, in favore di C., del fondo controverso, rigettava la domanda di F. e dichiarava il diritto di A., Al., F., U., G. e D.D. ad ottenere dal coerede assegnatario il valore della quota del bene di loro spettanza, liquidata, per ciascuno, nella somma di 14.202,56.
Il provvedimento è stato nuovamente impugnato per cassazione da D.C. che ha fatto valere tre motivi di ricorso. Resiste con controricorso D.F., il quale ha spiegato ricorso incidentale basato su tre motivi. Il ricorrente ha depositato memoria.
Il primo motivo di ricorso principale lamenta violazione degli artt. 99, 101 e 112 c.p.c.. Assume il ricorrente che F. e D.A. non avevano mai richiesto la liquidazione della loro quota, sicchè la Corte di merito non avrebbe potuto provvedere alla relativa liquidazione.
Il secondo motivo lamenta violazione degli artt. 112, 342 e 346 c.p.c.. Rileva l’istante che G. e D.U. si erano costituiti soltanto in primo grado e che i medesimi, benchè avessero formulato richiesta di liquidazione della quota, dopo la decisione di primo grado, che aveva disatteso le loro richieste, avevano definitivamente abbandonato il giudizio. Secondo il ricorrente, quindi, la Corte di Catanzaro non avrebbe potuto statuire con riferimento alla loro quota in assenza di impugnazione.
Col terzo motivo è lamentata omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con riferimento alla indicata statuizione relativa all’attribuzione del valore delle quote di F., A., G. e D.U..
I tre motivi possono essere esaminati congiuntamente.
Vanno tutti disattesi.
Con la sentenza n. 8655 del 2006, da cui si è originato il giudizio di rinvio, è stato affermato che il de cuius D.F. era proprietario del fondo, avendo effettuato l’affrancazione attraverso il pagamento delle prime quindici rate annuali L. n. 386 del 1976, ex art. 10 sicchè la successione nel fondo risultava regolata dalla L. n. 1078 del 1940, artt. 4, 5 e 6. Infatti, come chiarito da questa Corte, per effetto del pagamento della quindicesima annualità del prezzo di assegnazione l’assegnatario diventa ipso iure proprietario, sicchè, alla sua morte, purchè essa avvenga dopo l’entrata in vigore della norma ed il pagamento della quindicesima annualità, il podere, stante la permanenza del vincolo di indivisibilità (ridotto a trenta anni senza effetto retroattivo dalla L. n. 191 del 1992, art. 1), deve essere assegnato all’erede disposto al subentro che sia in possesso dei prescritti requisiti e sia stato designato dal de cuius o, in mancanza, dagli stessi interessati o, in caso di disaccordo, dall’Autorità giudiziaria a norma degli artt. 5 e segg. della 1. n. 1078/1940 cit. (Cass. 22 gennaio 2002, n. 678; Cass. 18 luglio 2008, n. 19917).
Trova quindi applicazione, l’art. 6 della nominata legge, secondo cui i coeredi esclusi dall’assegnazione del fondo sono soddisfatti dalle rispettive quote con gli altri beni mobili o immobili caduti in eredità e, in mancanza, hanno diritto di ottenere dall’assegnatario, o solidalmente dagli assegnatari dell’unità poderale, la quota di loro spettanza o la parte di essa non soddisfatta con l’attribuzione degli altri beni ereditari.
La Corte di appello, oltre a disporre l’assegnazione del fondo a D.C., ha operato l’accertamento del diritto di A., Al., F., U., G. e D.D., o i loro eredi, ad ottenere dallo stesso C. il valore della quota del bene di loro spettanza, liquidata per ciascuno nella somma di Euro 14.202,56.
Ora, il pagamento previsto dalla L. n. 1078 del 1940, art. 6 costituisce liquidazione del credito dei coeredi esclusi dall’assegnazione, corrispondente al valore delle quote di loro spettanza. L’accertamento della quota costituisce, dunque, una conseguenza diretta e necessitata dell’assegnazione disposta a favore di uno dei coeredi dell’unità poderale. Pertanto, il diritto al pagamento della somma corrispondente alla quota del coerede va accertato indipendentemente dalla domanda della parte, salvo, naturalmente che questa non rinunci al diritto stesso: ciò che, però, deve risultare da una condotta processuale chiaramente espressiva dell’intento abdicativo.
Può osservarsi che, in materia di divisione ereditaria, questa S.C. ha ritenuto che sia la determinazione del conguaglio in denaro, ai sensi dell’art. 728 c.c., a carico di colui cui viene attribuita la porzione in natura di maggior valore ed a favore del condividente al quale è attribuita la porzione di minor valore, sia l’addebito dell’eccedenza, ai sensi dell’art. 720 c.c., a carico del condividente assegnatario dell’intero bene ed a favore di quello non assegnatario, prescindano dalle singole domande delle parti (cfr. Cass. 26 marzo 2008, n. 7833; Cass. 23 maggio 2013, n. 12779). In questi ultimi casi, infatti, il giudice non fa che perequare le varie quote degli eredi: operazione, questa, affatto coincidente con quella prevista dal cit. art. 6.
Deve pure escludersi che sul punto del diritto alla quota si sia formato un giudicato: va osservato, al riguardo, che nessun accertamento giudiziale risulta essersi prodotto sul tema del diritto di G. e D.U. a conseguire la quota loro spettante per effetto dell’assegnazione del fondo a C.. La questione afferente la liquidazione della quota era stata prospettata con riferimento alla domandata divisione del fondo e risultava inoltre assorbita nella statuizione del Tribunale di Cosenza del 9 marzo 2001, che ebbe a rigettare tale pretesa: decisione, questa, che però non passò in giudicato, essendo stata superata dalle successive pronunce e, in ultimo, da quella qui impugnata.
Parimenti da disattendere è, poi, la censura motivazionale, oggetto del terzo motivo. Il ricorrente fa valere, sul punto, gli stessi argomenti spesi nei primi due motivi e lamenta, quindi, l’errato od omesso esame delle questioni processuali che si sono precedentemente esposte. Nondimeno, in tema di errores in procedendo non è consentito alla parte interessata di formulare, in sede di legittimità, la censura di omessa motivazione, spettando alla Corte di cassazione accertare se vi sia stato, o meno, il denunciato vizio di attività, attraverso l’esame diretto degli atti, indipendentemente dall’esistenza o dalla sufficienza e logicità dell’eventuale motivazione del giudice di merito sul punto (Cass. 10 novembre 2015, n. 22952).
Con il primo motivo di ricorso incidentale è denunciata la violazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2 non essendosi uniformata la Corte di merito a quanto statuito da questa Corte di legittimità del provvedimento di rinvio; è denunciata pure la contraddizione interna alla sentenza. Si deduce, in sostanza, che il giudice del rinvio avrebbe operato in pieno contrasto con quanto disposto dalla Corte regolatrice, in quanto aveva ritenuto di non essere obbligata a dar corso ad un’attività istruttoria.
Col secondo motivo è dedotta la contraddittorietà della motivazione circa un fatto decisivo. ricorrente rileva che la Corte distrettuale aveva mancato di prendere in considerazione un documento che aveva prima qualificato essenziale per la decisione; assume altresì che lo stesso giudice distrettuale aveva omesso di procedere agli indispensabili approfondimenti istruttori.
Il terzo motivo lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 379 del 1967, art. 7 nonchè insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. Secondo l’istante la Corte di appello aveva disconosciuto il diritto del ricorrente incidentale al subentro nei confronti del defunto genitore attribuendo impropriamente rilievo a una malattia professionale non invalidante, insorta nel (OMISSIS), e a una condizione patologica subentrata solo nel (OMISSIS). Inoltre il giudice di rinvio aveva impropriamente valorizzato elementi acquisiti da un procedimento possessorio intercorso tra le parti.
Anche tali motivi si prestano a una trattazione unitaria.
Non può condividersi l’assunto secondo cui la Corte di appello, non procedendo all’acquisizione di nuovi elementi di prova, non si sarebbe conformata a quanto prescritto dalla corte regolatrice che aveva cassato la sentenza. Infatti, i limiti dei poteri attribuiti al giudice di rinvio sono diversi a seconda che la pronuncia di annullamento abbia accolto il ricorso per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, ovvero per vizi di motivazione in ordine a punti decisivi della controversia: nella prima ipotesi, il giudice deve soltanto uniformarsi, ex art. 384 c.p.c., comma 1, al principio di diritto enunciato dalla sentenza di cassazione, senza possibilità di modificare l’accertamento e la valutazione dei fatti acquisiti al processo, mentre, nella seconda, non solo può valutare liberamente i fatti già accertati, ma anche indagare su altri fatti, ai fini di un apprezzamento complessivo in funzione della statuizione da rendere in sostituzione di quella cassata, ferme le preclusioni e decadenze già verificatesi (Cass. 7 agosto 2014, n. 17790; Cass. 6 aprile 2004, n. 6707): ebbene, la pronuncia di annullamento resa da questa Corte nel presente giudizio si basava sul vizio di motivazione, onde il giudice di rinvio era libero di operare una nuova valutazione del materiale probatorio di causa e, nel caso avesse maturato – come è poi accaduto – un convincimento sulla scorta di tali elementi, ben poteva astenersi dal far uso dei poteri istruttori previsti dall’art. 738 c.p.c.. Come correttamente rilevato dalla Corte distrettuale, del resto, l’assunzione di informazioni consentita dalla menzionata disposizione, palesandosi oggetto di una mera facoltà, non implica alcun obbligo per il giudice, sicchè la mancata estensione dell’indagine non determina l’inosservanza delle norme disciplinanti il procedimento camerale e risulta incensurabile in cassazione, sotto il profilo della violazione di legge, in ordine al mancato esercizio della predetta facoltà, soprattutto quando la decisione si fondi sopra elementi istruttori raccolti aliunde rispetto alle informazioni dell’art. 738 e dei quali il giudice, attraverso la motivazione, abbia dato esauriente conto (Cass. 28 luglio 2004, n. 14227; Cass. 8 marzo 1999, n. 1947).
Ciò posto, la decisione impugnata non appare sindacabile sul versante motivazionale, dal momento che la Corte di appello ha dato conto, in modo congruo ed esauriente, delle “condizioni e attitudini personali” che, a mente della L. n. 1078 del 1940, art. 5 giustificano l’attribuzione del fondo a uno dei coeredi. Ha rilevato, infatti: che D.C. aveva conseguito fin dall’anno (OMISSIS) la qualifica di bracciante agricolo; che risultavano comprovati numerosi ordinativi di aratura, fresatura e altro, con correlative ricevute di pagamento a nome del medesimo, per prestazioni eseguite sul fondo; che tali risultanze risultavano concordanti con ulteriori elementi acquisiti attraverso la prova orale; che, all’opposto, dal libretto di lavoro di D.F. emergeva che quest’ultimo aveva la qualifica professionale di manovale e aveva svolto in via pressochè prevalente le mansioni corrispondenti a tale qualifica; che il medesimo aveva denunciato all’INAIL nell’anno (OMISSIS) una propria malattia professionale; che da certificazione sanitaria rilasciata nell’anno (OMISSIS) lo stesso Fedele risultava affetto da una condizione patologica che ne determinava un deficit deambulatorio.
L’accertamento di fatto compiuto dal giudice del rinvio non può essere d’altra oggetto di revisione in questa sede, dal momento che, come è ben noto, il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale esclusiva, il compito di individuare proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità, e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. 4 novembre 2013 n. 24679; Cass. 16 novembre 2011, n. 27197; Cass. 6 aprile 2011, n. 7921; Cass. 21 settembre 2006, n. 20455; Cass. 4 aprile 2006, n. 7846; Cass. 9 settembre 2004, n. 18134; Cass. 7 febbraio 2004, n. 2357). Nè il giudice del merito, che attinga il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, è tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (ad es.: Cass. 7 gennaio 2009, n. 42; Cass. 17 luglio 2001, n. 9662).
Non si vede, poi, come il lamentato vizio di motivazione possa argomentarsi sulla scorta del rilievo per cui la Corte di merito abbia prima disposto l’acquisizione degli atti di un procedimento possessorio e poi non considerato quanto documentato in un verbale del procedimento stesso: infatti, come si è appena detto, compete al giudice del merito il giudizio circa il valore da attribuire ai singoli elementi acquisiti al processo; peraltro, il mancato esame di elementi probatori, contrastanti con quelli posti a fondamento della pronunzia, costituisce vizio di omesso esame di un punto decisivo solo se le risultanze processuali non esaminate siano tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia probatoria delle altre risultanze sulle quali il convincimento è fondato, onde la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base (ex plurimis: Cass. 24 ottobre 2013, n. 24092; Cass. 12 luglio (OMISSIS), n. 15604; Cass. 21 aprile 2006, n. 9368): ciò che nella fattispecie non può certo affermarsi.
La decisione impugnata appare corretta anche nell’apprezzamento della proiezione temporale dell’attività comprovante il possesso dei requisiti condizionanti il subentro. La Corte distrettuale ha infatti evidenziato come la situazione invalidante insorta in capo a D.F. escludesse il possesso, da parte di lui, dell’attitudine necessaria alla conduzione del fondo. Affermazione, questa, che si conforma al principio per cui in tema di riforma agraria, i requisiti richiesti dalla legge in capo all’erede, designato dal de cuius, ovvero che chiede di subentrare al genitore deceduto nell’assegnazione del fondo, devono esistere al momento dell’apertura della successione e persistere fino a tutto il tempo della decisione (Cass. S.U. 16 novembre 2004, n. 21632; Cass. 23 settembre 2011, n. 19498; Cass. 29 luglio 2005, n. 16097).
Inammissibile è, da ultimo, la censura contenuta nel terzo motivo, vertente su alcune prove prese in considerazione dal giudice del rinvio. Si evidenzia, sul punto, un’evidente difetto di autosufficienza, dal momento che il ricorrente incidentale nemmeno chiarisce quale sia il preciso contenuto delle contestate risultanze istruttorie.
In conclusione, il ricorso incidentale, nei tre motivi di cui si compone, deve essere integralmente rigettato.
Stante la soccombenza reciproca dei contendenti, le spese del presente giudizio di legittimità vanno compensate per l’intero.
rigetta il ricorso principale e quello incidentale; compensa le spese.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 luglio 2016.