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Timestamp: 2018-05-20 19:45:30+00:00
Document Index: 91033703

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 276', 'art. 310', 'art. 310', 'art. 94', 'art. 94', 'art 385']

Arresti Domiciliari - Pagina 2 di 3 - Il primo sito gestito da un avvocato che parla esclusivamente dei domiciliariArresti Domiciliari | Il primo sito gestito da un avvocato che parla esclusivamente dei domiciliari | Pagina 2
Corte di Cassazione Sez. Sesta Pen. – Sent. del 16.09.2011, n. 34281
1. Deve premettersi che nei confronti di A. A. accusato del reato di cui agli art. 73 e 80 dpr n. 309/90, per il quale aveva già riportato condanna in primo grado, era stata disposta, in data 2/9/2010, la sostituzione -ex art. 276 cod. proc. pen.- della misura cautelare degli arresti domiciliari a cui era sottoposto con quella più rigorosa della custodia in carcere, in quanto i Carabinieri addetti al controllo, recatisi presso la sua abitazione la notte del precedente 15 agosto, pur avendo ripetutamente bussato al citofono, non avevano ricevuto alcuna risposta e ne avevano dedotto l’arbitrario allontanamento dell’imputato dal luogo di restrizione domiciliare.
2. Il Tribunale di Bari, con ordinanza 17/1/2011, decidendo in sede di appello ex art. 310 Cod. proc. pen., confermava il provvedimento 9/9/2010 della Corte d’Appello di Bari, che aveva rigettato la richiesta, avanzata dall’imputato, di revoca della custodia in carcere e di ripristino degli arresti domiciliari.
Il Tribunale riteneva accertata, sulla base di quanto riferito dai Carabinieri, la trasgressione da parte dell’imputato alle prescrizioni degli arresti domiciliari, considerato che l’assunto difensivo del presunto guasto al citofono non era stato dimostrato e, anzi, era smentito dalla circostanza che i verbalizzanti, in occasione del controllo eseguito la notte del 15/8/20lO avevano notato altra persona entrare nello stabile dopo avere citofonato.
3. Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l ‘imputato, deducendo il travisamento della prova in ordine al ritenuto funzionamento del citofono e l’illogicità della motivazione nella parte in cui non aveva dato alcun rilievo alle allegazioni difensive. La difesa ha, inoltre, depositato memoria con la quale ha eccepito l’omessa notifica all’imputato dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale dinanzi al Tribunale.
4. Il ricorso è fondato per le ragioni di seguito precisate.
Preliminarmente va disattesa l’eccezione in rito, dedotta con la memoria difensiva, considerato che l’avviso dell’udienza camerale ex art. 310 cod.. proc. pen. dinanzi al Tribunale risulta essere stato regolarmente e tempestivamente notificato all’imputato a mani proprie presso la Casa Circondariale di Lecce.
Pertinenti e rilevanti sono, invece, le censure mosse all’apparato argomentativo su cui riposa l’ordinanza impugnata, che, in maniera frettolosa e superficiale, ritiene provata la violazione da parte dell’imputato del divieto di allontanarsi dal luogo di restrizione domiciliare, sulla base della sola inferenza conseguente alla mancata risposta al citofono ripetutamente azionato dai Carabinieri addetti al controllo. Tale conclusione, basata su una mera presunzione, omette di analizzare specificamente, sia pure per disattenderle motivatamente, le articolate allegazioni difensive e non è conseguentemente sorretta da adeguato e logico percorso argomentativo.
Ed invero, l’imputato, a dimostrazione del guasto del citofono che serviva la sua abitazione, ha allegato la corrispondente dichiarazione dell’amministratore del condominio, A. P., incaricato di attivarsi per la relativa riparazione, non potuta tempestivamente eseguire per le difficoltà incontrate, dato il periodo feriale, nel reperimento del tecnico. Non ha mancato l’imputato di sottolineare, a propria difesa, le seguenti ulteriori circostanze. non prive di rilievo: a) dal constatato funzionamento regolare del citofono che serviva l’appartamento di altro condomino non poteva inferirsi anche l’efficienza dell’impianto relativo al proprio appartamento; b) il numero di utenza mobile .che pure i Carabinieri avevano inutilmente tentato di contattare, per verificare la sua presenza in casa, non era nella sua disponibilità, ma in quella di un suo familiare che, all’epoca, era in Albania; c) la mancata affissione al citofono di un cartello che ne segnalasse il guasto non dimostrava la trasgressione alle prescrizioni inerenti alla misura cautelare; d) i Carabinieri sarebbero comunque potuti entrare nello stabile in cui era ubicato il suo appartamento, facendo aprire il cancello dagli addetti alla vigilanza, che prestavano servizio continuativo.
A tali specifici rilievi l’ordinanza in verifica non dà alcuna risposta e deve, pertanto, essere annullata con rinvio al Tribunale di Bari, che dovrà, con ampia libertà di giudizio riesaminare il caso e motivare adeguatamente e logicamente la decisione che andrà ad adottare.
Non comportando la presente decisione la rimessione in libertà del ricorrente, la cancelleria provvederà agli adempimenti di cui all’art. 94/l 0ter disp. att. cod. proc. pen.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Bari. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94/1°ter disp. att. cod. proc. pen.
Depositata in Cancelleria il 16.09.2011
Nonostante ciò, per evitare problemi, qualora sia possibile, ritengo sia meglio rispondere.
Pubblicato il 5 maggio 2014 da avvocatopenalista
L’articolo di oggi si concentrerà su quello che ritengo un consiglio pratico, basilare, al quale però, purtroppo, non tutti pensano.
Come ho più volte detto nei miei articoli, l’unico vero testo a fare legge nei casi di un applicazione di una misura cautelare, è proprio il provvedimento del Giudice dal quale ne deriva l’applicazione della misura cautelare.
Nel 99% dei casi questo provvedimento ce lo ritroviamo a casa, essendo obbligata la cancelleria del Giudice a notificare il presente atto, che vieni quindi presentato dalla Polizia Giudiziara al momento dell’applicazione della misura cautelare.
Visto il momento in cui viene notificata, capita spesso che la persona sottoposta a misura cautelare, presa da un attimo di ira, la butti o la strappi o comunque si dimentichi dove l’abbia messa.
Questo non è un problema, quel documento può sempre essere richiesto in Tribunale. Ciò che conta è che una copia resti a casa ed ora spiegherò il perchè.
Come dicevo prima, il provvedimento con cui viene applicata la misura cautelare è l’unico documento dove vi sono scritti e vari obblighi, divieti, ma soprattuto permessi (Ad esempio di lavoro, o di salute, come ad esempio la cura al SERT).
Non molti sanno che può capitare, e anzi, purtroppo, capita abbastanza spesso, che la Polizia Giudiziaria denunci l’indagato per non averlo trovato nella propria abitazione durante il controllo…anche se questa persona era fuori casa a segueto di un permesso!
Naturalmente poi al processo penale che ne deriverà si capirà presto l’errore…ma prevenendo si risparmierebbero soldi (di avvocato), salute (non fa piacere essere accusati di “evasione”) ed eventuali errori giudiziali.
Ricordate che purtroppo la sola parola di un detenuto non conta molto per un agente di Polizia Giudiziaria in sede di controllo.
Per questo motivo ritengo estremamente necessario tenere il provvedimento del Giudice dentro casa.
Frequente l’attribuzione degli arresti domiciliari chi vive all’interno di un palazzone, resta da capire se l’area comune del condominio, quindi pianerottoli, scale, terrazzi e qualora vi sia un cortile o giardinetto, sia utilizzabile dall’indagato agli arresti.
Vi è quindi la possibilità di passeggiare nel cortile ?
A favore della tesi potrebbe esserci l’analogia logica che potrebbe farsi immaginando un soggetto agli arresti domiciliari in una villa da 200 metri quadri e un ettaro di terreno…in tal caso infatti l’indagato avrà la possibilità di muoversi per tutta la sua proprietà, salvo limitazioni specifiche del Giudice in sede di Ordinanza applicativa della Misura Cautelare.
Ma purtroppo questo collegamento logico non va bene, ed è dello stesso avviso la Corte di Cassazione (Cass. sez. VI penale del 5 febbraio 2013 n. 7780) la quale ha sottolineato il concetto che l’abitazione, individuata come luogo dove deve rimanere agli arresti, deve correttamente intendersi come il luogo in cui la persona conduce la vita domestica e privata, con esclusione di ogni altra appartenenza, quali cortili, giardini, terrazze che non rappresentino sostanziali e formali pertinenze in senso civilistico dell’immobile in cui si è agli arresti domiciliari, ossia elementi integranti non solo caratteri di essenziale funzionalità dell’immobile ma di questo costituente staticamente elemento imprescindibilmente collegato in detto carattere di funzionalità alla cosa principale”.
Non è quindi possibile passeggiare nel cortile, salvo diversa disposizione del Giudice.
Nonostante ciò è possibile, qualora ve ne siano i presupposti, richiedere al Giudice la modifica delle condizioni della Misura Cautelare al fine di poter passeggiare nel cortile o più semplicemente prendere un po’ d’aria senza far del male a nessuno.
Come si apprende dal sito della Polizia di Stato (http://www.poliziadistato.it/articolo/view/32680/) un tunisino di 42 anni è stato arrestato pochi giorni fa a Messina per non essere stato trovato nella propria abitazione durante il controllo di routine.
Ricordo che qualora un soggetto, destinatario di una misura cautelare degli Arresti Domiciliari, esca dalla propria abitazione senza permesso, dato che sarà ritenuta come una fuga dagli arresti…non si leverà semplicemente la misura cautelare (con conseguente trasferimento dell’individuo in carcere) ma si aprirà un ulteriore procedimento con il capo d’imputazione del reato di evasione.
Riportiamo integralmente il testo dell’art 385 del Codice Penale:
Chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade, è punito con la reclusione da sei mesi ad un anno.
Seppur scontato, è doveroso dire che sarebbe meglio non trovarsi in questa situazione, dato che si complicherebbero non uno, ma ben due processi distinti (immaginate quanto sia dura per un Giudice assolvere un soggetto “fuggito” dagli arresti domiciliari).
Pubblicato il 25 marzo 2014 da avvocatopenalista
Sono di oggi due diverse notizie che hanno un qualcosa in comune…la volontà dell’arrestato di restare in carcere rifiutando così gli arresti domiciliari!
Questo è quanto successo oggi nelle aule dei Tribunali di Lucca e di Treviso.
Il primo caso riguarda un Maghrebino di 27 anni, indiziato per una rapina avvenuta ai danni di una signora ad ottobre del 2013.
Il ragazzo avrebbe preferito la permanenza al carcere al posto di scontare gli arresti a casa della suocera, dopo che uno zio, destinazione a lui gradita, avrebbe rifiutato di accogliere il nipote.
Si è così proposta la suocera, di certo non aspettandosi un “no” così secco da parte del genero.
Il secondo caso riguarda invece un italiano di 38 anni, anche lui arrestato per essere indiziato in un processo avente ad oggetto una rapina.
In questa diversa situazione l’indiziato avrebbe avuto paura della convivenza forzata con la sua fidanzata.
Riporto le sue dichiarazioni, prese dal sito de Il Messaggero: “Avvocato si fermi. Non voglio andare ai domiciliari dalla fidanzata nel Montebellunese o da quei parenti. Sto meglio in carcere.”
Come sappiamo, spesso la scelta tra passare gli arresti in carcere o a casa è forzata per mancanza di un domicilio valido o di un parente o fidato che decida di accogliere l’indiziato.
Altre volte invece capita, come in questi casi, che ciò avvenga dopo una scelta volontaria con il rifiuto dei domiciliari.
Sospetto vivamente, non augurandomelo, che la scelta dei due signori abbia leggermente inclinato i loro rapporti di coppia.