Source: https://www.mondaq.com/italy/CorporateCommercial-Law/902850/Coronavirus-And-Pending-Contracts-An-Italian-Law-Perspective-In-Italian-March-5-2020
Timestamp: 2020-04-02 22:44:29+00:00
Document Index: 171683621

Matched Legal Cases: ['art. 1256', 'art. 79', 'art. 1218', 'art. 1256', 'art. 1463', 'art. 1463', 'art. 1256', 'art. 1463', 'art. 1467', 'art. 1467']

Coronavirus And Pending Contracts: An Italian Law Perspective (In Italian) - March 5, 2020 - Corporate/Commercial Law - Italy
Italy: Coronavirus And Pending Contracts: An Italian Law Perspective (In Italian) - March 5, 2020
by Sara Biglieri and Roberto Lipari
La recente diffusione del Coronavirus sul territorio nazionale e l'adozione di provvedimenti urgenti per il suo contenimento hanno inciso, e potrebbero ulteriormente incidere, sulla normale operatività delle imprese italiane in settori di vitale importanza per l'economia del Paese (e.g., turismo, trasporti, produzione e commercializzazione di beni e servizi, etc).
In particolare, per effetto di tali provvedimenti o anche soltanto dell'emergenza sanitaria in sé:
da un lato, le imprese potrebbero non essere più in grado di adempiere le obbligazioni contrattuali assunte o, comunque, farlo entro i termini contrattualmente stabiliti;
dall'altro, le stesse parti che dovrebbero ricevere le prestazioni (siano esse imprese o persone fisiche) potrebbero non essere più in grado di utilizzarle o persino rifiutarle, invocando una sopravvenuta carenza di interesse legata all'attuale situazione emergenziale.
Ci sembra, pertanto, utile chiarire quali potrebbero essere le conseguenze giuridiche che l'emergenza sanitaria in corso potrebbe avere sui rapporti contrattuali pendenti.
1.Quali sono i provvedimenti normativi emergenziali con maggiore impatto sui rapporti contrattuali?
Tra i provvedimenti adottati dal Governo per fronteggiare l'emergenza, si segnalano in particolare:
il Decreto Legge 23 febbraio 2020, n. 6 ("Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19");
il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25 febbraio 2020 ("Ulteriori disposizioni attuative del decreto legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19");
il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 1° marzo 2020 ("Ulteriori misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19");
il Decreto Legge 2 marzo 2020 n. 9 ("Misure urgenti per il sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19").
Con tali provvedimenti sono state adottate misure di contenimento del virus diverse a seconda della gravità e dello stato di emergenza riscontrate nelle singole aree, tra cui anche:
misure restrittive della libertà personale e di circolazione (i.e., divieti di allontanamento e di accesso; applicazione della quarantena; limitazione all'accesso o sospensione dei servizi di trasporto terrestre, aereo, ferroviario e marittimo);
sospensione di manifestazioni, eventi e ogni forma di riunione;
sospensione di viaggi organizzati, gite scolastiche e attività turistiche;
sospensione del servizio di trasporto di merci;
chiusura delle attività commerciali.
Sono state altresì introdotte misure urgenti per consentire di ottenere il rimborso di quanto pagato – o, in alternativa, un voucher di pari importo utilizzabile entro un anno – a quanti abbiano acquistato titoli di viaggio o pacchetti turistici e non possano più utilizzarli a causa dell'epidemia in corso (ad esempio, perché contagiati, sottoposti quarantena o destinatari di un divieto di allontanamento). Per un approfondimento su questo tema clicca qui.
2. In che misura tali provvedimenti impattano sull'esecuzione dei contratti?
Pur non riguardando direttamente i contratti pendenti, i provvedimenti indicati potrebbero incidere sulla capacità delle parti di eseguire o ricevere le relative prestazioni.
Essi potrebbero, infatti, determinare l'impossibilità sopravvenuta delle prestazioni (art. 1256 c.c.) per effetto del c.d. "factum principis", che ricorre quando provvedimenti legislativi o amministrativi emanati dopo la conclusione del contratto rendano oggettivamente impossibile eseguire la prestazione.
sopravvenuta impossibilità definitiva di eseguire la prestazione (es. cancellazione di treni diretti verso zone interessate da misure restrittive);
sopravvenuta impossibilità temporanea di eseguire la prestazione (cfr. infra);
eccessiva onerosità sopravvenuta (cfr. infra);
sopravvenuta impossibilità di ricevere la prestazione (fattispecie non disciplinata dal codice civile, ma contemplata dalla giurisprudenza e, da ultimo, anche dalle misure urgenti varate dal Governo in materia di rimborsi di titoli di viaggio e pacchetti turistici; in base a tali misure sono divenute giuridicamente impossibili le prestazioni dovute, in relazione a contratti di trasporto aereo, ferroviario, marittimo o terrestre, in favore di soggetti sottoposti a quarantena, destinatari di un divieto di allontanamento, etc.);
sopravvenuta carenza di interesse a ricevere la prestazione (cfr. infra).
Per poter determinare l'impossibilità della prestazione, gli ordini o i divieti emanati dell'autorità devono essere:
del tutto estranei alla volontà dell'obbligato (Cass. Civ., n. 21973/07);
non ragionevolmente prevedibili, secondo la comune diligenza, all'atto dell'assunzione dell'obbligazione (Cass. Civ., n. 2059/2000).
I citati provvedimenti sono stati adottati dalle autorità competenti a fronte di un'emergenza sanitaria grave, eccezionale e, previe le valutazioni del caso, imprevedibile. Sono, quindi, del tutto estranei alla volontà dei contraenti e la loro emanazione non avrebbe potuto essere prevista dalle parti al momento della conclusione del contratto.Si rinvia alle risposte successive per ulteriori approfondimenti.
3. Al di là dei provvedimenti emanati, l'emergenza Coronavirus può avere altri effetti sui contratti?
Sì. Il Coronavirus deve considerarsi un'epidemia anche dal punto di vista giuridico, e può configurare a tutti gli effetti una causa di forza maggiore (cfr. infra).
Secondo la giurisprudenza, l'epidemia è una malattia contagiosa che colpisce ad un tempo stesso gli abitanti di una città o di una regione, i cui elementi caratteristici sono: il carattere contagioso del morbo; la rapidità della diffusione e la durata limitata del fenomeno; il numero elevato delle persone colpite, tale da destare un notevole allarme sociale e correlativo pericolo per un numero indeterminato e notevole di persone; un'estensione territoriale di una certa ampiezza, sì che risulti interessato un territorio abbastanza vasto da meritare il nome di regione e, di conseguenza, una comunità abbastanza numerosa da meritare il nome di popolazione (T. Bolzano 13.3.1979; T. Savona 6.2.2008).
L'epidemia può avere effetti sui contratti pendenti anche a prescindere dai provvedimenti urgenti adottati per contenerla, nella misura in cui possa rendere oggettivamente impossibile o eccessivamente oneroso erogare una prestazione contrattuale (es. il cantante che deve esibirsi si ammala e non può essere sostituito, oppure può essere sostituito soltanto a un costo elevatissimo), ovvero oggettivamente impossibile fruirne (es. il soggetto che ha acquistato un biglietto aereo si ammala e non può più partire).
Inoltre, in base ad un recente orientamento della Corte di Cassazione, il soggetto titolato a ricevere una prestazione può rifiutarla e ottenere il rimborso di quanto pagato (benché la prestazione sia ancora del tutto possibile) se, a causa di fatti sopravvenuti, viene irrimediabilmente pregiudicata la causa concreta del contratto. Sul punto, si rinvia alla risposta 8.
4. Quando si può parlare di "forza maggiore"?
4.1 Il concetto di forza maggiore merita un sintetico approfondimento tanto nella prospettiva nazionale quanto in un'ottica internazionale tenuto conto dei sempre più numerosi contratti conclusi con partner stranieri.
Nell'ordinamento italiano, non è dato rinvenire una definizione precisa di forza maggiore. Sul punto, la giurisprudenza ha ritenuto che la forza maggiore deve presentarsi come un particolare impedimento allo svolgimento di una certa azione e deve essere tale da rendere vano ogni sforzo dell'agente per il suo superamento ed inoltre non deve essere a lui imputabile in nessuna maniera. Per sua stessa definizione, la forza maggiore deve essere assoluta e, cioè, non vincibile né superabile in alcuna maniera. E tale non può considerarsi quella situazione che, con intensità di impegno e di diligenza tipica o normale, avrebbe potuto essere altrimenti superata.
4.2 A livello internazionale, invece, esistono testi normativi nei quali è diffusamente delineata la fattispecie della forza maggiore.
(i) La Convenzione di Vienna sulla Vendita Internazionale di Beni Mobili dell'11.4.1980 individua le tre caratteristiche principali che devono essere presenti affinché la clausola di forza maggiore possa trovare concreta applicazione (art. 79, co. 1):
l'estraneità dell'accadimento dalla sfera di controllo dell'obbligato;
la non prevedibilità dell'evento al momento della stipulazione del contratto;
l'insormontabilità del fatto impedente o dei suoi esiti.
(ii) La Camera di Commercio Internazionale ha emanato la ICC Force Majeure Clause 2003 (ICC Clause), la quale, oltre a richiamare le tre caratteristiche già precedentemente individuate dalla Convenzione di Vienna del 1980 indica una lista di eventi il cui insorgere comporta l'applicazione della clausola di forza maggiore.
5. Il contenuto delle clausole di forza maggiore è tassativo?
Dipende dal tenore della clausola.
Difatti, qualora le ipotesi di forza maggiore siano state indicate in via meramente esemplificativa oppure non esaustiva o sia presente una locuzione nella quale siano ricompresi anche eventi analoghi a quelli specificamente elencati, si può ritenere che qualora dovesse verificarsi un'ipotesi di forza maggiore non compresa nell'elenco contenuto nella clausola contrattuale che le preveda, la parte tenuta all'esecuzione della propria prestazione possa invocare la "nuova" forza maggiore (ossia quella non prevista nel contratto) per giustificare il proprio inadempimento o le altre conseguenze che le parti abbiano voluto attribuire alla forza maggiore (ad esempio, la sospensione degli effetti del contratto, la rinegoziazione dello stesso o la cessazione di tutti i suoi effetti).
In tali ipotesi, quindi, l'elencazione contrattuale non esaurisce i casi in cui sia possibile invocare la forza maggiore, poiché quest'ultima deve sempre essere collegata alla sua nozione generale incentrata sul carattere sopravvenuto, imprevedibile ed inevitabile dell'evento impossibilitante.
Diversamente, qualora sia stata disposta una clausola di forza maggiore con un elenco ben preciso di eventi che le parti considerano come tale, ma non si ammettono interpretazioni estensive di tale clausola o eventi analoghi, si avverte che la mancata previsione dell'ipotesi dell'epidemia (poi verificatasi) non libererebbe automaticamente il debitore dall'esecuzione della propria prestazione. In questo caso bisognerà valutare, alla luce dell'intero contratto, se il debitore si sia assunto, o meno, il rischio di adempiere la propria prestazione anche qualora si fosse verificato l'evento (epidemia) non oggetto della clausola di forza maggiore.
In ogni caso, suggeriremmo di valutare con attenzione, in fase di negoziazione del contratto, il contenuto delle clausole di forza maggiore per minimizzare quanto più possibile interpretazioni discrezionali da parte di Giudici o Arbitri.
A tal proposito, le clausole di forza maggiore considerate più solide sono quelle in cui le parti definiscono espressamente il concetto di forza maggiore ad esempio facendo riferimento – senza individuare singoli eventi – a circostanze eccezionali che sfuggono al controllo delle parti, che le parti non avrebbero potuto ragionevolmente prevedere prima della stipulazione del contratto, inevitabili, insuperabili e non attribuibili ad alcuna delle parti.
6. Quali sono le conseguenze giuridiche nel caso di impossibilità definitiva della prestazione?
In estrema sintesi, in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione:
il debitore non è responsabile per il proprio inadempimento (art. 1218 c.c.);
la sua obbligazione si estingue (art. 1256 c.c.);
il contratto si risolve di diritto, senza bisogno di alcuna iniziativa di parte né di intervento del giudice (che sarà, tuttavia, necessario in caso di contestazioni; art. 1463 c.c.).
Per effetto della risoluzione, nei contratti a prestazioni corrispettive, la parte liberata per sopravvenuta impossibilità della prestazione:
non può richiedere la controprestazione, e
deve restituire la prestazione eventualmente ricevuta (art. 1463 c.c.).
In caso di mancato adempimento spontaneo, la parte contrattuale che vi ha interesse deve agire in giudizio per fare accertare l'impossibilità della prestazione e chiedere la restituzione di quanto pagato.
7. È possibile ritardare o sospendere l'esecuzione di una prestazione contrattuale se ciò è imposto dall'emergenza sanitaria in corso?
Sì. In base all'art. 1256 c.c., il debitore non è responsabile dei danni che la controparte possa subire per un ritardo nell'esecuzione della prestazione dovuto a un'oggettiva impossibilità temporanea.
Il carattere definitivo o transitorio dell'impossibilità non è valutabile in maniera assoluta, ma va valutato caso per caso, in relazione alla natura e all'oggetto del contratto e agli interessi delle parti.
Si prenda il caso, ad esempio, di un fornitore esterno che debba eseguire una consegna di merci in una "Zona Rossa" e vi sia impossibilitato a causa del divieto di accesso imposto dalle autorità. Ove il termine per la consegna non costituisca elemento essenziale del contratto e l'acquirente abbia ancora interesse a ricevere tali merci, il fornitore non potrà essere ritenuto responsabile del ritardo nella consegna, finché vige tale divieto.
l'impossibilità viene meno (cessa lo stato di emergenza ed è nuovamente possibile accedere nel comune ed effettuarvi le consegne). In tal caso, il persistere della mancata consegna della merce diviene imputabile al fornitore e costituisce inadempimento; ovvero
l'impossibilità diventa definitiva, ossia perdura fino a quando viene meno l'interesse che la prestazione in concreto è diretta a realizzare (ad esempio, le merci in questione potrebbero non essere più utili o utilizzabili dopo un certo periodo di tempo). In tal caso, l'obbligazione si estingue con conseguente scioglimento del vincolo contrattuale (artt. 1256 e 1463 c.c.).
8. È possibile rifiutare la prestazione di un determinato contratto?
È teoricamente possibile, benché non previsto da alcuna previsione di legge, rifiutare la prestazione di un determinato contratto e attivare i rimedi restitutori (art. 1463 c.c.) quando l'interesse creditorio sia venuto meno per effetto della sopravvenuta oggettiva impossibilità di utilizzare la prestazione.
Come chiarito dalla Corte di Cassazione, infatti, l'impossibilità di utilizzare la prestazione da parte del creditore, pur se non disciplinata in modo espresso dal legislatore, costituisce – analogamente all'impossibilità di esecuzione della prestazione da parte del debitore – una causa di estinzione dell'obbligazione (Cass. Civ. 26958/2007, 18047/2018, 8766/2019).
In particolare, "l'impossibilità sopravvenuta della prestazione si ha non solo nel caso in cui sia divenuta impossibile l'esecuzione della prestazione del debitore, ma anche nel caso in cui sia divenuta impossibile l'utilizzazione della prestazione della controparte, quando tale impossibilità sia comunque non imputabile al creditore e il suo interesse a riceverla sia venuto meno, verificandosi in tal caso la sopravvenuta irrealizzabilità della finalità essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto e la conseguente estinzione dell'obbligazione".
In virtù di tale principio, applicato anche dalle corti di merito (Trib. Firenze, 22 maggio 2019, n. 1581), il contratto potrebbe essere risolto anche quando la prestazione è in astratto ancora eseguibile, ma sia venuta meno la "possibilità che essa realizzi lo scopo dalle parti perseguito con la stipulazione del contratto" e, quindi, la "causa concreta" dello stesso.
Ad esempio, il soggetto che ha acquistato un pacchetto turistico al di fuori di una "Zona Rossa", pur potendo astrattamente usufruire di tutti i servizi turistici previsti dal pacchetto, potrebbe non avere più interesse a farne uso, a causa del ragionevole timore di essere contagiato. In tal caso, pur essendo la prestazione in astratto ancora eseguibile, verrebbe meno la finalità turistica del contratto di viaggio da questi stipulato, e cioè la realizzazione del benessere psico-fisico che il pieno godimento della vacanza come occasione di svago e di riposo è volto a realizzare.
9. Quali sono le conseguenze giuridiche dell'eccessiva onerosità sopravvenuta?
Nei contratti a esecuzione continuata o periodica, ovvero differita, se la prestazione di una delle parti è ancora possibile, ma è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di eventi straordinari e imprevedibili, la parte che deve eseguire tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto, salvo che tale eccessiva onerosità non rientri nella sua normale alea (art. 1467, commi 1 e 2, c.c.).
Il concetto di "eccessiva onerosità" non è definito dal legislatore ma, secondo la giurisprudenza e la dottrina, va valutato alla stregua di criteri rigorosamente oggettivi e distinto dalla mera difficoltà di adempimento.
In particolare, l'"eccessiva onerosità" rileva esclusivamente in quanto dovuta ad avvenimenti straordinari ed imprevedibili (tali sono sia i provvedimenti urgenti emanati dal Governo che l'emergenza sanitaria in sé) e nei limiti in cui imponga all'obbligato un sacrificio economico che eccede la normale alea del contratto (da valutarsi caso per caso).
Può farsi il caso, ad esempio, di un produttore/fornitore che, per poter far fronte alle consegne, è costretto a sostituire i produttori di beni intermedi o di componenti, le cui fabbriche sono temporaneamente chiuse in quanto localizzate all'interno di una "Zona Rossa", sostenendo un costo eccessivamente elevato.
A differenza dell'impossibilità, l'eccessiva onerosità sopravvenuta non produce alcun effetto liberatorio automatico (e, quindi, non risolve di diritto il contratto), ma va accertata e la risoluzione dichiarata in giudizio.
La parte cui è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto (art. 1467, comma 3, c.c.).
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