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Timestamp: 2020-08-13 11:06:56+00:00
Document Index: 53392061

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 97', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 38', 'art. 80', 'art. 6', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 193', 'art. 4', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 1', 'art. 515', 'art. 30', 'sentenza ']

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MODELLO ORGANIZZATIVO 231 ED ENTI NO PROFIT ALLA LUCE DEGLI ORIENTAMENTI ANAC.
L’importanza dei controlli interni nell’ambito degli enti appartenenti al c.d. “terzo settore” è pienamente compresa dall’Autorità Nazionale Anticorruzione che, con la Delibera n. 32 del 2016 ha, di fatto, stabilito un vero e proprio obbligo di adozione del “modello 231” per gli enti del terzo settore affidatari di servizi sociali.
L’ANAC è intervenuta nell’ambito degli affidamenti di servizi da parte di enti pubblici agli enti del terzo settore ed alle cooperative sociali, emanando specifiche Linee Guida, al fine di fornire indicazioni operative sia alle stazioni appaltanti che agli operatori privati. Tale intervento si è reso necessario in quanto, pur in presenza di un frequente ricorso da parte delle Amministrazioni Pubbliche agli organismi no-profit per l’acquisto o l’affidamento di numerose prestazioni sociali, mancava una normativa di settore che disciplinasse in maniera organica la materia.
Applicabilità del d.lgs. 231/2001 al Terzo settore
Tra i numerosi aspetti del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 – spesso oggetto di approfondimento dottrinario e giurisprudenziale – uno in particolare si è posto, negli ultimi anni, all’attenzione degli interpreti, ovvero quello relativo alla corretta individuazione degli enti destinatari della responsabilità amministrativa. Questione che ha assunto notevole rilevanza anche a causa del progressivo ampliarsi del catalogo dei reati-presupposto e, con esso, del sempre maggiore ricorso all’utilizzo del Decreto 231 da parte dei tribunali.
In particolare, il problema si è posto in quanto l’art. 1, comma 1, del d.lgs. 231/2001 si limita a prevedere genericamente la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, senza preoccuparsi di circoscrivere la nozione di “ente” se non specificando, al comma successivo, l’applicabilità della disciplina agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica.
Pertanto, alla luce della formulazione testuale, è dato individuare tra i destinatari della normativa tutte le persone giuridiche (associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato che non svolgono attività economica e che acquistano personalità giuridica ex D.P.R. 10 febbraio 2001, n. 361), le società di capitali e le cooperative, ma anche gli enti privati sprovvisti di personalità giuridica, incluse le società “di fatto” e le società “irregolari”, nonché le associazioni non riconosciute.
D’altronde, la scelta di considerare rilevanti ai fini della norma anche enti a soggettività privata appare logica se si considera che questi possono più agevolmente sottrarsi ai controlli statali e che normalmente non sono previsti controlli legali nei loro confronti, e, pertanto, risultano a maggior rischio di attività illecite.
Anche la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che il contenuto del D.Lgs 231/2001 debba essere applicato ad ogni tipo di soggetto collettivo, ponendo l’attenzione sulla natura effettiva dell’ente. In altre parole, ai fini dell’assoggettamento alla norma appare corretto che la discriminante non debba essere ricercata nella tipologia di soggetto, bensì nell’attività da questo in concreto svolta[1].
Invero, con riferimento all’attività degli enti no-profit, è sufficiente pensare ai valori immobiliari e mobiliari detenuti da alcune fondazioni che ben possono prestarsi a divenire strumento di frodi fiscali, truffe e malversazioni.
In virtù di tali considerazioni, quindi, anche gli enti no-profit sono qualificabili come soggetti a “rischio 231”, considerate, in alcuni casi, le rilevanti conseguenze anche sociali potenzialmente derivanti dalla commissione di un illecito dagli stessi posto in essere.
La delibera ANAC n. 32 del 20 gennaio 2016
Il ruolo fondamentale degli enti no-profit nel comparto dei servizi sociali è ben noto all’Autorità Nazionale Anticorruzione che, con la delibera n. 32/2016 intitolata “Linee Guida per l’affidamento di servizi a enti del terzo settore e alle cooperative sociali”, fornisce importanti indicazioni operative alle Amministrazioni aggiudicatrici e agli operatori del settore, chiamati ad operare nel rispetto della normativa vigente – in materia di contratti pubblici e di prevenzione della corruzione – e dei principi che ne scaturiscono, in primis parità di trattamento, proporzionalità e trasparenza. L’intervento dell’authority deve essere letto nel contesto dell’attuale quadro normativo comunitario e nazionale in materia di affidamenti di servizi sociali, nonché delle disposizioni di settore che prevedono la possibilità di effettuare affidamenti agli enti no-profit in deroga all’applicazione del Codice dei contratti pubblici, prevedendo forme di aggiudicazione o negoziali tali da consentire ai suddetti enti di poter esprimere al meglio la propria progettualità.
L’ANAC sottolinea come, oggi, sempre più frequentemente le amministrazioni pubbliche ricorrano agli organismi non commerciali per l’acquisto o l’affidamento di servizi alla persona.
Il settore no profit, infatti, rappresenta una realtà che negli ultimi anni in Italia ha trovato una sempre più capillare diffusione, tanto da assumere un ruolo primario, oltre che in merito alle attività svolte e agli obiettivi sociali perseguiti, anche sul piano occupazionale e dei servizi svolti. Purtroppo, nonostante il notevole impatto della spesa per i servizi sociali sulle finanze pubbliche, si registra, ancora oggi, l’assenza di una normativa specifica che disciplini in maniera organica l’affidamento di contratti pubblici ai soggetti operanti nel terzo settore.
L’intervento dell’ANAC mira a colmare tale lacuna normativa, prevedendo quanto alle modalità di erogazione dei servizi sociali, determinati strumenti tra cui l’Amministrazione può scegliere discrezionalmente, motivando la propria decisione, ovvero:
a) autorizzazione e accreditamento;
b) convenzione con le associazioni di volontariato di cui alla l. 266/91;
c) acquisto di servizi e prestazioni;
d) affidamento ai soggetti del terzo settore.
Ebbene, con riferimento alla procedura di affidamento della gestione dei servizi sociali agli organismi del terzo settore, questa deve svolgersi nel rispetto dei principi costituzionali di trasparenza, imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa (art. 97 Cost.), nonché del principio di libera concorrenza tra i privati, privilegiando le procedure di aggiudicazione ristrette e negoziate e il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
Onde evitare scelte determinanti effetti distorsivi della concorrenza, particolare attenzione deve essere posta, poi, dalle stazioni appaltanti nell’individuazione dei requisiti di partecipazione e dei criteri di valutazione dell’offerta. A tal fine rileva senz’altro la circostanza di aver già attivato forme di collaborazione con la medesima amministrazione o con altri soggetti pubblici o privati operanti sul medesimo territorio, piuttosto che lo svolgimento di servizi analoghi sul territorio di riferimento.
I requisiti dell’erogatore del servizio
La Delibera, oltre ad analizzare le diverse procedure di assegnazione dei servizi ai soggetti no-profit, indica anche una serie di prescrizioni cui questi ultimi devono uniformarsi al fine di offrire adeguate garanzie alle amministrazioni aggiudicatrici.
Segnatamente, ai fini dell’affidamento dei servizi sociali, l’ANAC richiede ai soggetti del terzo settore:
il possesso di requisiti di moralità;
l’adozione della carta dei servizi[2];
il rispetto delle prescrizioni del d.lgs. 231/2001[3].
Invero, il possesso di requisiti di “moralità professionale” è più volte enfatizzato dall’authority, che ne evidenzia la necessità anche per gli affidamenti in deroga al Codice dei contratti, indicando a titolo di riferimento i requisiti elencati dal non più vigente d.lgs. 163/2006, sostituito dal d.lgs. 50/201[4]6.
Le amministrazioni aggiudicatrici hanno, inoltre, la facoltà di richiedere requisiti minimi di idoneità tecnica ed economica, nel rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.
Con riferimento alla responsabilità amministrativa degli enti, la Delibera in esame riporta al paragrafo 12.3 rubricato “Il rispetto delle prescrizioni del d.lgs. 231/2001” quanto segue: “Sempre nell’ottica di garantire l’affidabilità del soggetto erogatore e di assicurare che la prestazione affidata venga svolta nel rispetto della legalità, le stazioni appaltanti devono verificare l’osservanza, da parte degli organismi no-profit, delle disposizioni di cui al d.lgs. 231/2001 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’articolo 11 della l. 29 settembre 2000, n. 300), applicabile agli stessi in ragione, sia del tenore letterale delle relative previsioni (rivolte agli enti forniti di personalità giuridica, alle associazioni anche prive di personalità giuridica e alle società private concessionarie di un pubblico servizio) sia della natura dei servizi erogati”.
Pertanto, l’attrazione dei soggetti appartenenti al mondo del no-profit nel perimetro applicativo della disciplina della 231 – già sancita a più riprese dalla giurisprudenza – ha trovato confermata da parte dell’ANAC.
A parere dell’Autorità anticorruzione, il modello di organizzazione degli enti no-profit, deve prevedere:
idonee procedure per la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente nelle attività definite a maggior rischio di compimento di reati;
l’adozione di modalità di gestione delle risorse economiche idonee ad impedire la commissione dei reati; – un appropriato sistema di trasmissione delle informazioni all’organismo di vigilanza;
misure di tutela dei dipendenti che denunciano illeciti;
Inoltre, devono procedere alla nomina di un organismo deputato alla vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del modello e all’aggiornamento dello stesso (cui attribuire autonomi poteri di iniziativa e di controllo), oltre a prevedere ed attuare adeguate forme di controllo sull’operato dell’organismo medesimo. Specificazione che appare superflua, in quanto l’esistenza dell’OdV ex art. 6, co. 1, lett. b), del d.lgs. 231/2001 è condizione indispensabile ai fini della stessa validità del modello adottato.
Allo stesso tempo, l’ANAC esorta anche le stazioni appaltanti “a verificare l’osservanza, da parte degli organismi no-profit, delle disposizioni di cui al d.lgs. 231/2001”[5].
Tale previsione, per le stazioni appaltanti potrebbe comportare una significativa riduzione di partecipazione alle gare per servizi sociali, dal momento che il numero di enti no-profit dotati di modello 231 è verosimilmente – almeno allo stato attuale – più che limitato. Potrebbe, dunque, discenderne ulteriormente una riduzione dei margini di offerta, con conseguenze sotto il profilo tecnico ed economico delle proposte.
Importante, poi, non dimenticare che, qualunque sia la natura dell’ente, la costruzione del modello è votata alla finalità di “esimente“.
Il modello è stato, infatti, introdotto dal d.lgs. 231/2001 proprio con l’intento di “schermare” l’ente in caso di commissione di uno dei reati-presupposto, consentendo in alcune ipotesi l’esenzione dalla responsabilità, evitando altresì la comminazione delle sanzioni (sia di tipo pecuniario che interdittivo), previste nel caso in cui si configuri una condotta illecita(art. 6, comma 1), o determinando, in altre circostanze, il cosiddetto “sollievo sanzionatorio”[6].
Costruire un modello adeguato alle prescrizioni del Decreto, significa pervenire alla definizione di un sistema di controllo al quale possa essere attribuita efficacia esimente in sede di valutazione giudiziale.
In conclusione, con la Delibera n. 32 del 20.01.2016 è stato introdotto, di fatto, l’obbligo a carico degli enti no profit affidatari di servizi sociali di adozione del modello di organizzazione e gestione previsto dal d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231.
Il reato di riferimento è, nel caso specifico, la corruzione ai danni della pubblica amministrazione senza escludere la possibile estensione ad altre fattispecie di illecito.
Infatti, sulla scorta di quanto finora analizzato, la richiesta dell’ANAC di dotarsi di un modello organizzativo ai sensi del D.Lgs. 231/2001 appare certamente comprensibile ed opportuna anche per gli organismi no-profit, soprattutto in considerazione della tipologia di rapporti che intercorrono con gli enti pubblici e delle peculiarità degli affidamenti dei servizi, che in molti casi possono anche derogare dalla disciplina ordinaria. Si tratta, in definitiva, di un importante intervento in direzione di una maggiore tutela della Pubbliche Amministrazioni, che mira a garantire l’affidabilità del soggetto erogatore dei servizi, oltre che la trasparenza e la legalità nello svolgimento delle prestazioni affidate.
[1] Cass., 21 luglio 2010, n. 28699, ove si afferma la responsabilità ex d.lgs. 231/2001 delle società a partecipazione pubblica quando svolgono attività economica.
[2] L’adozione della Carta dei Servizi da parte dell’ente rappresenta l’impegno assunto da questo nei confronti del soggetto accreditante e degli utenti. La predisposizione della carta dei servizi è elemento essenziale ai fini della valutazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa, dal momento che il mancato rispetto di quanto in essa prescritto è fonte di responsabilità contrattuale. Non solo, la carta garantisce la qualità delle prestazioni, vincolando il soggetto erogatore al mantenimento degli standard predefiniti e consentendo al contempo all’utente di richiederne il rispetto. Nella carta sono infatti definiti i criteri per l’accesso ai servizi e le modalità di funzionamento dei medesimi, nonché le condizioni per facilitare agli utenti la valutazione del servizio ed attivare, se del caso, ricorsi, reclami e segnalazioni nei confronti dei responsabili della gestione dello stesso.
[3] ANAC, delibera n. 32/2016, pp. 35-37.
[4] In dettaglio, la delibera fa riferimento all’art. 38 del d.lgs. 163/2006 (Requisiti di ordine generale), i cui contenuti sono in linea di massima riproposti nell’art. 80 (Motivi di esclusione) del d.lgs. 50/2016, che elenca analiticamente tutti i motivi di esclusione di un operatore economico dalla partecipazione a una procedura d’appalto o concessione: condanne definitive, delitti, sussistenza di cause di decadenza/sospensione/divieto, violazioni di obblighi tributari e delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, pendenza di procedure concorsuali, illeciti professionali tali da rendere dubbia l’integrità o l’affidabilità dell’operatore; situazioni di conflitto di interesse; distorsioni della concorrenza; sanzioni interdittive.
[5] ANAC, delibera n. 32/2016, p. 37.
[6] Cfr. Cass. Pen., 23 giugno 2006, n. 32627.
INTERDITTIVA ANTIMAFIA: L’INEDITA ALLEANZA NEL NOME DEL LAVORO
L’art. 6 del contratto collettivo nazionale del lavoro per imprese e società esercenti Servizi Ambientali (F.I.S.E. ASSOAMBIENTE) prevede quello che è comunemente noto come “obbligo di passaggio di cantiere”. La norma dispone che:
“L’impresa subentrante assume ex novo, con passaggio diretto, dal giorno iniziale della nuova gestione in appalto/affidamento previsto dal bando di gara, senza effettuazione del periodo di prova, tutto il personale addetto in via ordinaria o prevalente allo specifico appalto/affidamento, il quale, alla scadenza del contratto di appalto, risulti in forza presso l’azienda cessante per l’intero periodo di prova di 240 giorni precedenti l’inizio della nuova gestione”.
Questa disposizione, definita <<clausola sociale>>, comporta il transito, quasi automatico, dei dipendenti dell’azienda cessante nella subentrante ed è stata fortemente voluta dai sindacati, per evitare la continua dispersione di posti di lavoro, in seguito all’avvicendamento delle imprese che vincono l’appalto.
In questo caso, l’assunzione del dipendente non passa attraverso le ordinarie dinamiche della scelta e valutazione dell’impresa, ma accade per effetto di un <<obbligo>> imposto dal contratto collettivo. Quest’ultimo, com’è noto, gode di un’efficacia rinforzata.
Da qui nasce il suo rapporto controverso con la misura interdittiva di cui al codice antimafia. Il d.lgs. 159 del 2011, infatti, prevede all’art. 91 la c.d. “informazione antimafia interdittiva”. Il comma 6 del citato articolo dispone che il Prefetto può adottare questa misura sulla base di “concreti elementi da cui risulti che l’attività d’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata”. Fra questi elementi rientra anche la situazione giudiziaria dei dipendenti. Sul punto la giurisprudenza è granitica, ex plurimis: “Il condizionamento si può altresì desumere anche dalla assunzione o dalla presenza di dipendenti aventi precedenti legati alla criminalità organizzata, pur quando non emergano specifici riscontri oggettivi sull’influenza delle scelte dell’impresa” (CdS, sentenza n. 3299/2016).
Nel solco dello stimolante apprendimento, è stato pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia l’articolo a firma dell’Avv. Michele Bonsegna
Articolo edito sul Nuovo Quotidiano di Puglia il 04.04.2018
Novità sui formulari per la micro raccolta di rifiuti ferrosi e non ferrosi.
Il 23 febbraio 2018 è entrato in vigore il Decreto del Ministero dell’Ambiente 1 febbraio 2018 recante “Modalità semplificate relative agli adempimenti per l’esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi” (pubblicato nella GU Serie Generale n.32 del 08-02-2018).
Il nuovo Decreto definisce, in particolare, all’art. 1, le modalità di compilazione del Formulario di Identificazione Rifiuti, nel caso della c.d. “microraccolta dei rifiuti”, di cui all’art. 193 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
Il suddetto articolo del Testo Unico Ambientale prevede la procedura della cosiddetta microraccolta dei rifiuti, intesa come la raccolta di rifiuti da parte di un unico raccoglitore o trasportatore presso più produttori o detentori, svolta con lo stesso automezzo, vale a dire una disciplina di favore – per le società con una ristretta produzione di rifiuti – che permette di smaltire gli stessi presso impianti di stoccaggio provvisori, ovvero di depositarli temporaneamente presso una piattaforma autorizzata e attrezzata a riceverli, al fine di accumularli e avviarli presso l’impianto finale per mezzo di un unico conferimento.
La norma citata dispone, in particolare, che la microraccolta:
debba essere effettuata nel più breve tempo tecnicamente possibile;
nei formulari di identificazione dei rifiuti debbano essere indicate, nello spazio relativo al percorso, tutte le tappe intermedie previste;
in caso di variazione del percorso, nello spazio relativo alle annotazioni debba essere indicato a cura del trasportatore il percorso realmente effettuato.
Ebbene, il nuovo D.M. n. 1 del 2018 introduce alcune semplificazioni, rivolte ai soggetti che esercitano – nelle modalità sopra descritte – attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi iscritti all’Albo nazionale gestori ambientali, relative alla compilazione del FIR, alla tenuta dei registri di carico e scarico e alla raccolta e trasporto occasionali.
In particolare, per il caso qui ad oggetto della microraccolta presso più produttori o detentori, eseguita con lo stesso veicolo, e sempre che si concluda nella giornata in cui è iniziata, è stato predisposto l’apposito modello contenuto nell’allegato A al decreto – consistente in un unico formulario di identificazione rifiuti, da compilare secondo le modalità indicate nell’allegato B. Seguono, nei commi successivi, ulteriori specificazioni di natura operativa.
Con riferimento, inoltre, al registro di carico e scarico, l’art. 4 stabilisce che i soggetti interessati dal decreto potranno assolvere all’obbligo di tenuta del registro conservando, in ordine cronologico, per 5 anni, i FIR così compilati.
L’art. 5, infine, è dedicato alle operazioni di raccolta e trasporto occasionali, intese quali attività svolte per non più di quattro giornate annue, anche non consecutive, e che non superino le cento tonnellate annue complessive, effettuate da associazioni di volontariato ed enti religiosi.
Per ciò che concerne, invece, le procedure di compilazione del FIR e tenuta dei registri, relativamente a rifiuti di natura diversa da quelli oggetto del decreto, permane l’orientamento inquadrato dalla Circolare GAB/DEC/812/1998, che al punto 2 lett. m) precisa che “in caso di raccolta di rifiuti speciali della stessa tipologia ed individuati con lo stesso codice (CER) da parte di un unico raccoglitore/trasportatore presso più produttori/detentori, il raccoglitore/trasportatore provvede ad effettuare un’unica annotazione sul proprio registro di carico e scarico. La registrazione unica, però, dovrà riguardare le utenze servite nell’arco della stessa giornata e dovrà contenere gli estremi dei formulari emessi nell’arco della medesima giornata”.
Per quanto, invece, riguarda il numero dei Formulari da utilizzare, nella medesima fattispecie sopra analizzata, non sono, ad oggi, previste dalla normativa vigente semplificazioni in merito. A supplire tale mancanza è, però intervenuta la dottrina che è sostanzialmente concorde nel ritenere che occorra utilizzare e compilare tanti FIR quanti sono le prese dei rifiuti, anche se questi ultimi appartengono alla medesima tipologia.
Da quanto analizzato brevemente finora si potrebbe, dunque, desumere che l’introduzione di tale decreto disciplinante le agevolazioni sopra descritte, seppur destinate alla sola tipologia di rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi raccolti e trasportati con un unico automezzo presso diversi produttori, potrebbe, tuttavia, costituire il punto di partenza per una estensione delle suddette semplificazioni anche a rifiuti di diversa natura.
Dott.ssa Federica Striani
Il 28 febbraio 2018 la Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza n. 9072/2018 con cui ha dato una prima, seppur scarna, risposta al quesito circa il rapporto controverso fra l’esclusione della punibilità per particolare tenuità ex 131-bis c.p. e la responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. 231/01.
La Procura Generale presso la Corte d’Appello di Firenze ha proposto ricorso per Cassazione avverso la sentenza del 7 marzo 2017 del Tribunale di Grosseto, lamentando che la non punibilità ex 131-bis c.p. “è irrilevante per l’applicazione delle sanzioni all’ente; invero la particolare tenuità del fatto comporta la sussistenza del reato e la sua riconducibilità agli indagati”.
La Corte di Cassazione coglie, dunque, l’occasione per esprimersi circa la questione fortemente dibattuta in dottrina.
Dapprima ricostruisce brevemente quali sono i due orientamenti contrapposti.
Il d.lgs. 231/01 definisce la responsabilità amministrativa dell’ente come autonoma rispetto alla responsabilità penale dell’autore del reato, segnatamente all’art. 8 del citato decreto. Tuttavia la norma recita: “La responsabilità dell’ente sussiste anche quando: a) l’autore del reato non è stato identificato o non è imputabile; b) il reato si estingue per una causa diversa dall’amnistia.”
Nulla dice, dunque, sulla causa di non punibilità: il primo orientamento ritiene, quindi, che l’esclusione della responsabilità ex d.lgs. 231/01 derivi proprio dal fatto che l’art. 8 non ricomprende le cause di non punibilità fra quelle che lascerebbero sussistere la responsabilità dell’ente. Si tratta di un’impostazione che valorizza il dato letterale e che è stata accolta dalla sentenza impugnata.
Il secondo orientamento, di converso, ritiene che una tale interpretazione non sia plausibile. Invero, considera irragionevole che la responsabilità amministrativa dell’ente sussista nel caso di estinzione del reato e venga meno per via delle cause di non punibilità.
La Terza Sezione della Corte di Cassazione decide di aderire a questo secondo orientamento: la dichiarazione di non punibilità avrebbe dei risvolti esclusivamente sul piano sanzionatorio, ma lascerebbe intatto l’accertamento del reato. Sottolinea, al fine di rimarcare la soluzione proposta, che la “la sentenza che applica la particolare tenuità deve iscriversi nel casellario giudiziale”.
Tuttavia, ammonisce la Suprema Corte, l’efficacia di giudicato della dichiarazione di non punibilità si dispiega unicamente nei giudizi civili ed amministrativi di danno ex 651 c.p.. Ciò significa che, in sede penale, la dichiarazione di non punibilità per particolare tenuità non costituirà un accertamento autonomo del reato presupposto a base della responsabilità amministrativa dell’ente: “il giudice deve procedere all’accertamento autonomo della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio il reato fu commesso; accertamento di responsabilità che non può prescindere da una opportuna verifica della sussistenza in concreto del fatto reato, in quanto l’applicazione dell’art. 131 bis c.p. non esclude la responsabilità dell’ente, in via astratta, ma la stessa deve essere accertata effettivamente in concreto; non potendosi utilizzare, allo scopo, automaticamente la decisione di applicazione della particolare tenuità del fatto, emessa nei confronti della persona fisica“.
Secondo la Terza Sezione della Cassazione, infatti, ritenere automaticamente accertato il fatto di reato costuirebbe un’autentica violazione del diritto di difesa dell’ente. Nè, l’interprete, in via estensiva, può estendere l’efficacia prevista per il giudizio civile e amministrativo anche a quello penale, nel silenzio della norma.
La conclusione a cui perviene la Suprema Corte, tuttavia, non appare pienamente convincente e, scarna com’è, non sembra mettere un punto alla questione che potrebbe essere in futuro riproposta e magari dare adito a una pronuncia delle Sezioni Unite. Del resto, la querelle è alimentata in dottrina da valide argomentazioni, sicché lo scenario sembra ancora aperto.
Dal 30 agosto, gli avvocati dovranno obbligatoriamente presentare ai propri clienti un preventivo scritto. Tanto è stato sancito dalla recente Legge 4 agosto 2017, n. 124, la c.d. legge annuale sulla concorrenza e sul mercato che, modificando l’articolo 9 del decreto legge numero 1/2012, ha imposto a chi esercita la professione forense una stima preliminare del costo della causa, da fornire al cliente per iscritto, tenendo conto della complessità dell’incarico e della eventua
le specializzazione del professionista .
Afferma, in particolare, il testo della Riforma (art. 1, comma 150): “all’articolo 9, comma 4, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, al secondo periodo, dopo le parole: «Il professionista deve rendere noto» sono inserite le seguenti: «obbligatoriamente, in forma scritta o digitale,» e, al terzo periodo, dopo le
parole: «la misura del compenso e’ previamente resa nota al cliente» sono inserite le seguenti: «obbligatoriamente, in forma scritta o digitale»”.
«La frode alimentare nei settori olio e vino: responsabilità penale e rischio per le imprese». Convegno sul tema.
Il Centro Studi Giuridici Michele De Pietro, sezione giovanile, ha organizzato l’incontro formativo sul tema «La frode alimentare nei settori olio e vino: responsabilità penale e rischio per le imprese», che si terrà presso il Palazzo Michele De Pietro, in Lecce, alla Via Umberto I, il prossimo venerdì 28.04.2017, dalle ore 16.
L’incontro formativo- patrocinato dalla Regione Puglia, dall’Ordine degli Agronomi e degli Avvocati di Lecce – sarà introdotto dall’Avv. Pasquale Corleto, Presidente del Centro Studi Giuridici Michele De Pietro ed allo stesso prenderanno parte, come relatori, il dott. Antonio Negro, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, da anni titolare di importanti indagini sulla criminalità di impresa; il dott. Agronomo Cristian Casili, Consigliere Regionale; il dott. Agronomo Fabio Ingrosso, Presidente del Copagri, il dott. Agronomo Rosario Centonze, Presidente dell’ Ordine degli Agronomi di Lecce – esperti della materia e strenui difensori delle politiche di contrasto alla contraffazione alimentare –
e l’Avv. Michele Bonsegna, avvocato penalista specializzato nella difesa degli Enti indagati ai sensi del D. Lgs. 231/2001.
L’evento è realizzato per approfondire, partendo da un’analisi del tessuto socio economico regionale, la tematica dei reati che hanno per oggetto i prodotti agroalimentari – con particolare approfondimento della frode in commercio,
disciplinata dall’art. 515 c.p. – e che maggiormente possono interessare le società del settore. Nel corso del Convegno, si segnaleranno le aree dell’attività d’impresa più esposte alla possibilità di commissione di condotte illecite e gli strumenti organizzativi offerti dal Decreto Legislativo 8 giugno 2001 n. 231 per permettere alla società virtuosa di prevenire la verificazione di reati-presupposto.
L’evento è stato accreditato dall’Ordine degli Avvocati e degli Agronomi di Lecce.
«Sicurezza sui luoghi di lavoro: responsabilità del datore e potere di delega».
Si terrà il prossimo il prossimo 21.04.2017, dalle ore 15 alle ore 18, presso Arthotel & Park Lecce, il convegno sul tema: «Sicurezza sui luoghi di lavoro: responsabilità del datore e potere di delega».
Organizzato dal Centro Studi Giuridici Michele De Pietro, sezione giovanile, l’incontro verterà sul tema della sicurezza sui luoghi di lavoro e sulla responsabilità penale omissiva riferita all’attività di impresa esercitata nell’ambito delle organizzazioni complesse, dove è possibile rinvenire un’articolata rete di posizioni di garanzia volte alla salvaguard
ia di interessi penalmente rilevanti. Come noto, infatti, le organizzazioni complesse palesano l’intrinseca esigenza di divisione del lavoro e di ripartizione dei compiti, a mezzo della c.d. delega o trasferimento di funzioni, ex art. 30 D.Lgs. 81/08.
Scopo del convegno è quello di discutere e provare ad individuare i requisiti formali, necessari e sufficienti a perfezionare il trasferimento del potere, al fine di liberare il delegante dagli obblighi dai quali potrebbero discendere eventuali profili di responsabilità.
Orbene, la materia riveste in dubbio carattere di attualità ed è trasversale alle competenze di organizzazione aziendale che riguardano sia il mondo delle imprese che quello dei professionisti specializzati nell’assistenza alle persone giuridiche.
All’incontro formativo prenderanno parte, come relatori, la Dott.ssa Paola Guglielmi, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, il Dott. Giovanni De Filippis, Direttore Servizio Spesal Area Nord, Asl Lecce, il Dott. Giuseppe Tamborrino, Commercialista ed esperto contabile e l’Avv. Michele Bonsegna, penalista d’impresa e Organo di Vigilanza ex D. Lgs. 231/2001.
Per informazioni e iscrizione è possibile contattare la sig.ra Elvira De Giorgi al n. 0833.567880.
Nell’udienza preliminare sono cadute tutte le accuse in relazione alla questione delle zone sottoposte a vincolo scaduto.
LECCE – Si è conclusa con un non doversi procedere, perché il fatto non sussiste, l’udienza preliminare, dinanzi al gip Giovanni Gallo, per l’ex dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Nardò Piero Formoso, in relazione alla questione delle zone sottoposte a vincolo scaduto. Il pubblico ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per l ’imputato per il reato di omissione di atti d’ufficio. L’accusa era di non aver accolto le istanze di alcuni proprietari
di aree che avevano sollecitato l’adozione di un atto di riqualificazione urbanistica a seguito della decadenza dei vincoli pre espropriativi imposti dal Piano regolatore. Il gip, invece, ha condiviso le argomentazioni dei difensori dell’ingegner Formoso, gli avvocati Antonio Quinto e Michele Bonsegna, e ha stabilito che nessun addebito potesse essere mosso nei confronti del di
rigente, evidenziando che il fatto non sussiste. Nessun risarcimento per i proprietari che si erano costituiti parte civile e avevano invocato un indennizzo di oltre 190 mila euro.
A seguito di una sentenza del Tar di Lecce del gennaio 2014, che aveva accertato l’avvenuta decadenza delle zone F del Piano regolatore, alcuni proprietari di quelle aree si erano rivolti all’ufficio tecnico chiedendo l’adozione di un nuovo atto di pianificazione per le zone “bianche”. Il dirigente aveva rimesso la questione alla giunta anche in considerazione del fatto che con una precedente deliberazione del consiglio comunale era stato stabilito che tutti i privati potevano attuare in via diretta e senza intervento comunale le previsioni di Prg nel rispetto delle destinazioni di zona. La giunta aveva quindi deliberato di proporre appello al Consiglio di Stato. Solo successivamente alla pronuncia cautelare del Consiglio di Stato di conferma della decisione del Tar e alla notifica di un ricorso per ottemperanza da parte degli stessi proprietari era stata predisposta la deliberazione per la riqualificazione dell’area, poi regolarmente adottata dal Consiglio Com
unale. I proprietari avevano denunciato il dirigente dell’Ufficio tecnico, imputandogli il ritardo nell’adozione degli atti di riqualificazione e i danni derivanti dal mancato sfruttamento commerciale dei suoli.
Nell’udienza di oggi nessun reato è stato ravvisato dal gip nella condotta di Formoso, che è stato assolto da ogni addebito. Ed è stata rigettata la richiesta risarcitoria. La vicenda si è chiusa anche sul piano amministrativo perché alcuni giorni fa il Consiglio di Stato, accogliend
o le eccezioni difensive dell’avvocato Quinto per conto del Comune di Nardò, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dagli stessi proprietari delle zone in questione contro la deliberazione consiliare con la quale è stata disposta la conferma delle previsioni rivenienti dal Prg e l’introduzione del meccanismo dell’intervento edilizio diretto dei privati ed ha respinto l’ulteriore richiesta risarcitoria questa volta rivolta nei confronti del Comune
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