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Timestamp: 2018-11-18 09:43:43+00:00
Document Index: 83841415

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 21', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 10', 'e contrario', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17']

Commercio elettronico: il decreto legislativo 70/2003 (I parte) - Documenti @ IuSReporteR.it
L’attuazione della direttiva europea sul commercio elettronico (PRIMA PARTE)
SOMMARIO: 1. Premessa – 2. Obiettivi e campo di applicazione del D.L.vo 70/2003 – 3. Definizioni – 4. Mercato interno – 5. Regime di stabilimento e di informazione – 6. Comunicazioni commerciali e spamming | SECONDA PARTE>>
Con il decreto legislativo n. 70 del 9 aprile 2003[1], emanato sulla base della delega contenuta nella legge comunitaria 2001[2], l’Italia ha dato finalmente attuazione alla direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno[3].
Come si legge nella relazione illustrativa[4] che accompagna il provvedimento di attuazione, la direttiva europea sul commercio elettronico si fonda sulla clausola mercato interno ed è volta ad assicurare la libera prestazione dei servizi on-line nell'insieme della Comunità, creando regole uniformi per il commercio elettronico, che è, per sua stessa natura, senza frontiere.
“In particolare, anche in considerazione dell’incertezza esistente in molti Stati membri sulla disciplina da applicare a tale forma di commercio e alle divergenze esistenti tra le varie legislazioni nazionali, la direttiva si propone di fornire una base comune di regole alla prestazione di servizi della società dell’informazione e, dunque, a tutte le transazioni in linea, in cui le negoziazioni e la conclusione degli accordi avvengono senza la presenza fisica dei contraenti.
La direttiva 2000/31 è uno dei punti portanti del piano d'azione della Commissione, che ha lanciato, nel dicembre 1999, l'iniziativa eEurope, con lo scopo di ‘mettere l'Europa in rete’, ed ha presentato un rapporto sullo stato d'avanzamento di questo piano nell'incontro di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000.
In questo summit il Consiglio europeo ha fissato un obiettivo ambizioso, divenire l'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, riconoscendo la necessità urgente per l'Europa di sfruttare rapidamente le possibilità offerta dalla new economy e, in particolare, da internet”[5].
Con il provvedimento in esame, il Governo, dunque, “in piena aderenza alla politica europea, attraverso lo strumento di recepimento della direttiva comunitaria, si propone di sviluppare un'economia basata sulla conoscenza, di contribuire allo sviluppo e alla modernizzazione dei mercati facilitando il sorgere di nuove forme di gestione dell'attività imprenditoriale, in particolare di medie o piccole dimensioni, promuovendo nuove tipologie di commercio”.
“Uno degli obiettivi da perseguire è pervenire, attraverso regole chiare e trasparenti, a costi di produzione minori e ad una migliore scelta e qualità dei prodotti consegnati, accrescendo così la fiducia dei consumatori nei contratti telematici.
Tale fiducia, a monte, deve essere riposta su meccanismi che garantiscano la sicurezza, l'affidabilità delle comunicazioni in rete, la certezza dell'integrità del documento, sistemi rapidi di composizione extragiudiziale delle controversie”.
Il decreto sul commercio elettronico si compone di 22 articoli, che saranno brevemente analizzati nel prosieguo.
Le disposizioni dettate dal provvedimento si vanno ad aggiungere al già complesso quadro normativo italiano in materia ed hanno sollevato accese critiche tra i primi commentatori[6].
2. Obiettivi e campo di applicazione del D.L.vo 70/2003
Obiettivo fondamentale del decreto sul commercio elettronico è quello di promuovere la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione (come definiti dall’art. 2), fra i quali il commercio elettronico (art. 1, comma 1), garantendo così il buon funzionamento del mercato.
Non rientrano nel campo di applicazione del provvedimento (art. 1, comma 2)[7]:
a) i rapporti fra contribuente e amministrazione finanziaria connessi con l'applicazione, anche tramite concessionari, delle disposizioni in materia di tributi nonché la regolamentazione degli aspetti tributari dei servizi della società dell'informazione ed in particolare del commercio elettronico[8];
b) le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675[9] e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171[10] e successive modificazioni;
d) le prestazioni di servizi della società dell'informazione effettuate da soggetti stabiliti in Paesi non appartenenti allo spazio economico europeo[11];
g) i giochi d’azzardo, ove ammessi, che implicano una posta pecuniaria, i giochi di fortuna, compresi il lotto, le lotterie, le scommesse i concorsi pronostici e gli altri giochi come definiti dalla normativa vigente, nonché quelli nei quali l'elemento aleatorio è prevalente.
Sono fatte salve dal decreto, inoltre, le disposizioni comunitarie e nazionali sulla tutela della salute pubblica e dei consumatori (come definiti dall’art. 2), sul regime autorizzatorio in ordine alle prestazioni di servizi investigativi o di vigilanza privata, nonché in materia di ordine pubblico e di sicurezza, di prevenzione del riciclaggio del denaro, del traffico illecito di stupefacenti, di commercio, importazione ed esportazione di armi, munizioni ed esplosivi e dei materiali d’armamento di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185 (art. 1, comma 3).
Ai fini del provvedimento in esame valgono le seguenti definizioni (art. 2, comma 1):
Viene specificato che “la presenza e l’uso dei mezzi tecnici e delle tecnologie necessarie per prestare un servizio non costituiscono di per sé uno stabilimento del prestatore”[13].
Come si legge nella relazione illustrativa, infatti, “il concetto di stabilimento non va riferito al luogo in cui si trovano i mezzi tecnici e le tecnologie necessarie ad effettuare la prestazione del servizio: ciò implica che la sede del prestatore dei servizi oggetto della direttiva prescinde dall’ubicazione dei server o dei siti web utilizzati dal medesimo per la prestazione di tali servizi”;
E) consumatore: qualsiasi persona fisica che agisca con finalità non riferibili all’attività commerciale, imprenditoriale o professionale eventualmente svolta;
F) comunicazioni commerciali: tutte le forme di comunicazione destinate, in modo diretto o indiretto, a promuovere beni, servizi o l’immagine di un’impresa, di un’organizzazione o di un soggetto che esercita un’attività agricola, commerciale, industriale, artigianale o una libera professione.
1) le informazioni che consentono un accesso diretto all’attività dell'impresa, del soggetto o dell'organizzazione, come un nome di dominio, o un indirizzo di posta elettronica;
G) professione regolamentata: professione riconosciuta ai sensi dell’articolo 2, del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 115, ovvero ai sensi dell’articolo 2 del decreto legislativo 2 maggio 1994, n. 319[14];
H) ambito regolamentato: le disposizioni applicabili ai prestatori di servizi o ai servizi della società dell’informazione, indipendentemente dal fatto che siano di carattere generale o loro specificamente destinate.
L'ambito regolamentato riguarda le disposizioni che il prestatore deve soddisfare per quanto concerne:
L'ambito regolamentato comprende unicamente i requisiti riguardanti le attività in linea e non comprende i requisiti legali relativi a (art. 2, comma 2)[15]:
a) le merci in quanto tali nonché le merci, i beni e i prodotti per le quali le disposizioni comunitarie o nazionali nelle materie di cui all'articolo 1, comma 3, sopra illustrato, prevedono il possesso e l'esibizione di documenti, certificazioni, nulla osta o altri titoli autorizzatori di qualunque specie;
Sono inoltre fatte salve dal decreto sul commercio elettronico, ove non espressamente derogate, le disposizioni in materia bancaria, finanziaria, assicurativa e dei sistemi di pagamento[16] nonché le competenze degli organi amministrativi e degli organi di polizia aventi funzioni di vigilanza e di controllo, compreso il controllo sulle reti informatiche di cui alla legge 31 luglio 1997, n. 249[17], e delle autorità indipendenti di settore (art. 2, comma 3).
L'art. 3 del decreto sul commercio elettronico introduce il principio in base al quale il controllo dei servizi della società dell’informazione deve essere effettuato all’origine dell’attività[18].
Ai sensi dell’art. 3, comma 1, del provvedimento, pertanto, i servizi della società dell’informazione forniti da un prestatore stabilito – come definito dall’art. 2 – sul territorio italiano devono conformarsi alle disposizioni nazionali applicabili nell'ambito regolamentato, oltre che alle norme del decreto in esame.
Le disposizioni relative all'ambito regolamentato (definito dall’art. 2, comma 1, lett. h), sopra illustrato) non possono d’altra parte limitare la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione provenienti da un prestatore stabilito in un altro Stato membro (art. 3, comma 2).
Si specifica inoltre che alle controversie che riguardano il prestatore stabilito si applicano le disposizioni del regolamento CE n. 44/2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (art. 3, comma 3)[19].
Le disposizioni dei commi 1 e 2 dell'art. 3, appena esaminate, non trovano applicazione nei seguenti casi (art. 4):
d) all’attività assicurativa di cui all’articolo 30 e al titolo IV della direttiva 92/49/CEE (terza direttiva sulle assicurazioni sui danni), agli articoli 7 e 8 della direttiva 88/357/CEE (seconda direttiva sulle assicurazioni sui danni); al titolo IV della direttiva 92/96/CEE (terza direttiva sulle assicurazioni sulla vita) e all’articolo 4 della direttiva 90/619/CEE (seconda direttiva sulle assicurazioni sulla vita), come modificate dalla direttiva 2002/83/CE;
Ai sensi dell’art. 5, comma 1, del decreto sul commercio elettronico, la libera circolazione di un determinato servizio della società dell’informazione proveniente da un altro Stato membro può inoltre essere limitata, con provvedimento dell’autorità giudiziaria o degli organi amministrativi di vigilanza o delle autorità indipendenti di settore, per motivi di:
I provvedimenti di cui sopra possono essere adottati solo se, nel caso concreto, siano (art. 5, comma 2):
a) necessari riguardo ad un determinato servizio della società dell’informazione lesivo degli obiettivi posti a tutela degli interessi pubblici di cui al comma 1 dell’art. 5, ovvero che costituisca un rischio serio e grave di pregiudizio agli stessi obiettivi;
Fatti salvi i procedimenti giudiziari e gli atti compiuti nell’ambito di un‘indagine penale, l’autorità competente, per il tramite del Ministero delle attività produttive ovvero l’autorità indipendente di settore, deve, prima di adottare il provvedimento limitativo (art. 5, comma 3):
a) chiedere allo Stato membro di cui al comma 1 dell’art. 5 di prendere provvedimenti e verificare che essi non sono stati presi o che erano inadeguati;
b) notificare alla Commissione europea e allo Stato membro di cui al comma 1 dell’art. 5, la sua intenzione di adottare tali provvedimenti. Dei provvedimenti adottati dalle autorità indipendenti, è data periodicamente comunicazione al Ministero competente.
In caso di urgenza, i soggetti di cui al comma 3 dell’art. 5 possono derogare a dette condizioni. I provvedimenti, in tal caso, sono notificati nel più breve tempo possibile alla Commissione e allo Stato membro, insieme ai motivi dell’urgenza (art. 5, comma 4).
5. Regime di stabilimento e di informazione
Ai sensi dell’art. 6 del provvedimento in esame, l’accesso all’attività di un prestatore di un servizio della società dell’informazione e il suo esercizio non sono soggetti, in quanto tali, ad autorizzazione preventiva o ad altra misura di effetto equivalente (Principio dell’assenza di autorizzazione preventiva).
Secondo la relazione illustrativa, tale principio “costituisce quasi un postulato del principio di libera circolazione, ribadendo che il prestatore di servizi deve essere libero di accedere all’attività di fornitura di tali servizi in qualsiasi Stato membro, senza necessità di autorizzazione preventiva nello Stato prescelto, essendo soggetto agli adempimenti amministrativi soltanto nello Stato di origine”.
Sono d’altra parte fatte salve le disposizioni sui regimi di autorizzazione che non riguardano specificatamente ed esclusivamente i servizi della società dell’informazione o i regimi di autorizzazione nel settore dei servizi delle telecomunicazioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 1997, n. 318, dalla cui applicazione sono esclusi i servizi della società dell'informazione (art. 6, comma 2)[20].
Ciò posto, il successivo art. 7 del D.L.vo 70/2003 stabilisce le informazioni generali obbligatorie che devono essere fornite dal prestatore di un servizio della società dell’informazione.
La disposizione in parola prevede infatti che il prestatore, in aggiunta agli obblighi informativi previsti per specifici beni e servizi, debba rendere facilmente accessibili, in modo diretto e permanente, ai destinatari del servizio – come sopra definiti – e alle Autorità competenti, le seguenti informazioni:
f) per quanto riguarda in particolare le professioni regolamentate, come definite dall’art. 2:
Si specifica altresì che il prestatore è tenuto a mantenere aggiornate le informazioni di cui sopra (art. 7, comma 2).
In considerazione delle incertezze sorte in proposito, il decreto dispone infine, espressamente, che la registrazione della testata editoriale telematica è obbligatoria esclusivamente per le attività per le quali i prestatori del servizio intendano avvalersi delle provvidenze previste dalla legge 7 marzo 2001, n. 62 (art. 7, comma 3)[21].
Si segnala sin d’ora che, come si vedrà meglio in seguito, la violazione dell’art. 7 appena illustrato, qualora il fatto non costituisca reato, comporta l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria di cui all’art. 21 del provvedimento.
6. Comunicazioni commerciali e spamming
Il provvedimento sul commercio elettronico, in aggiunta agli obblighi informativi previsti per specifici beni e servizi ed alle informazioni generali obbligatorie illustrate, pone inoltre, all’art. 8, specifici obblighi di informazione con riguardo alle comunicazioni commerciali, come sopra definite[22].
Le comunicazioni commerciali che costituiscono un servizio della società dell’informazione o che di esso siano parte integrante, devono infatti contenere, sin dal primo invio, in modo chiaro ed inequivocabile, una specifica informativa, diretta ad evidenziare:
Viene altresì disciplinata dal decreto in esame quella particolare categoria di comunicazioni commerciali costituita dalle comunicazioni commerciali non sollecitate (spamming).
Sono d’altra parte fatti espressamente salvi gli obblighi previsti in materia dal D.L.vo 185/1999 e dal D.L.vo 171/1998, che regolano in ambiti diversi la questione del consenso all’invio di comunicazioni non sollecitate[23].
Occorre ricordare in proposito che un primo schema del provvedimento in parola prevedeva l’istituzione di un registro nazionale presso gli uffici del Garante per la protezione dei dati personali; registro nel quale avrebbero potuto iscriversi i soggetti che non si fossero dichiarati contrari a ricevere e-mail commerciali e che avrebbe dovuto dunque essere consultato dalle società che operano in Internet prima di inviare comunicazioni promozionali.
L’istituzione di un siffatto registro è stata però oggetto di parere sfavorevole del Garante, il quale ha rilevato che essa sarebbe stata innanzitutto “fuori delega”.
Infatti, dice il Garante nel suo parere, “sia in base all’espressa disposizione della direttiva europea sul commercio elettronico, sia in base ai riferimenti contenuti nella legge delega [legge comunitaria 2001], il legislatore italiano non ha ‘competenza’ ad introdurre disposizioni che incidano sul trattamento dei dati personali nell’ambito della disciplina riguardante il commercio elettronico.
L’Italia, come altri Paesi, poi, ha da tempo introdotto la regola secondo cui le comunicazioni on-line commerciali o pubblicitarie richiedono il consenso preventivo del destinatario, piuttosto che la successiva opposizione ad ulteriori invii (opt out).
Tale sistema basato sul cosiddetto ‘opt in’, già in vigore in cinque Paesi europei, è stato prescelto quest’anno come regola comune a livello comunitario ed è ora ‘obbligatorio’ per i Paesi membri dell’Unione europea, a seguito della recente adozione della direttiva 2002/58/CE sulle comunicazioni elettroniche”[24].
Con il testo definitivo del decreto sul commercio elettronico il legislatore ha dunque rinunciato all’istituzione di un simile registro nazionale[25].
In tema di spamming, il D.L.vo 70/2003 stabilisce inoltre, in favore del destinatario dei messaggi, che la prova del carattere sollecitato delle comunicazioni commerciali è onere del prestatore del servizio (art. 9, comma 2).
Viene infine dettata una disposizione specifica circa l’uso delle comunicazioni commerciali nelle professioni regolamentate, come sopra definite: l’impiego di comunicazioni commerciali che costituiscono un servizio della società dell’informazione o che di esso sono parte, fornite da chi esercita una professione regolamentata, deve essere conforme alle regole di deontologia professionale e in particolare, all’indipendenza, alla dignità, all’onore della professione, al segreto professionale e alla lealtà verso clienti e colleghi (art. 10)[26].
Come si vedrà meglio, alla violazione delle disposizioni di cui agli artt. 8, 9 e 10 appena esaminati l’art. 21 fa conseguire, anche in questo caso, l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria ove il fatto non costituisca reato.
[1] Decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico, GU Serie gen. 87 del 14 aprile 2003, Suppl. ord.
Nella medesima GU è stato pubblicato inoltre anche il D.L.vo 9 aprile 2003, n. 68, Attuazione della direttiva 2001/29/CE sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione. Sull’argomento si rimanda all’Osservatorio di www.iusreporter.it dedicato al Diritto d’autore, raggiungibile all’indirizzo www.iusreporter.it/Testi/osservaautore.htm.
[2] La legge comunitaria 2001 (legge 1 marzo 2002, n. 39, Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 2001, GU 72 del 26 marzo 2002, Suppl. ord.) aveva infatti delegato il Governo ad emanare un decreto legislativo per dare attuazione alla direttiva europea sul commercio elettronico.
Si riporta il testo dell’art. 31 della legge comunitaria 2001:
“Art. 31 (Attuazione della direttiva 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno)
m) prevedere che, in caso di dissenso fra prestatore e destinatario del servizio della società dell'informazione, la composizione extragiudiziale delle controversie possa adeguatamente avvenire anche per via elettronica”.
[3] Gazzetta Ufficiale CE L 178 del 17 luglio 2000 (successiva rettifica in GUCE L 285 del 23 ottobre 2002).
[4] Si farà, più precisamente, riferimento al testo della relazione illustrativa riportato dalla notifica dello schema di decreto legislativo alla Commissione europea, effettuata con nota n. 2003 DAR 0029/I del 24 gennaio 2003.
[5] Su eEurope: http://europa.eu.int/information_society/eeurope/action_plan/index_en.htm.
[6] Si veda M. Cammarata, Troppe norme, occorre un testo unico, in InterLex, www.interlex.it, www.interlex.it/ecomm/troppenorme.htm.
Nello stesso sito, v. M. Cammarata, Le trappole nei contratti di hosting, secondo cui “Il testo [del provvedimento] è criptico, confuso, ridondante, con diversi passaggi che fanno rabbrividire i giuristi più attenti”; G. Scorza, “Testata editoriale telematica”: le sviste del legislatore, secondo cui “Purtroppo il testo del decreto legislativo 70/03 delude le grandi aspettative che attorno ad esso si erano create e non appare neppure rispondente alle finalità ed agli obiettivi individuati dal legislatore comunitario”.
[7] Con riguardo anche ai considerando 12, 13 e 16 della direttiva 2000/31/CE.
[8] Con riguardo in particolare all’IVA, imposta che colpisce numerosi servizi contemplati dal provvedimento sul commercio elettronico, rilevante è la direttiva 2002/38/CE del 7 maggio 2002, che modifica temporaneamente la direttiva 77/388/CEE per quanto riguarda il regime di imposta sul valore aggiunto applicabile ai servizi di radiodiffusione e di televisione e a determinati servizi prestati tramite mezzi elettronici, GUCE L 128 del 15 maggio 2002.
[9] Legge 31 dicembre 1996, n. 675, Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, GU Serie gen. 5 dell’8 gennaio 1997, meglio nota come “legge sulla privacy”.
[10] D.L.vo 171/1998, Disposizioni in materia di tutela della vita privata nel settore delle telecomunicazioni, in attuazione della direttiva 97/66/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, ed in tema di attività giornalistica, GU Serie gen. 127 del 3 giugno 1998.
Deve segnalarsi in proposito che la direttiva 97/66/CE attuata in Italia con il D.L.vo 171/1998 è stata abrogata e sostituita dalla recente direttiva 2002/58/CE del 12 luglio 2002, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche (direttiva relativa alla vita privata e alle comunicazioni elettroniche), GUCE L 201 del 31 luglio 2002.
Le disposizioni del D.L.vo 171/1998 sono pertanto destinate ad essere presto superate dalla normativa di attuazione della direttiva 2002/58/CE.
Sul punto, si veda G. Briganti, Comunicazioni elettroniche. Sicurezza, riservatezza, spamming, in Iusreporter, www.iusreporter.it, www.iusreporter.it/Testi/comunicazionielettroniche.pdf.
[11] Considerando 58 della direttiva 2000/31/CE: “La presente direttiva non deve applicarsi ai servizi di prestatori stabiliti in un paese terzo. Tuttavia, data la dimensione globale del commercio elettronico, è opportuno garantire la coerenza della normativa comunitaria con quella internazionale. La presente direttiva deve far salvi i risultati delle discussioni sugli aspetti giuridici in corso presso le organizzazioni internazionali (tra le altre, OMC, OCSE, Uncitral)”.
[13] Il testo dello schema di decreto legislativo di attuazione notificato alla Commissione europea, prevedeva, in aggiunta, le parole “quando svolgono funzioni meramente ausiliarie e preparatorie”.
A questo proposito, si ricorda quanto contenuto nel parere (favorevole con osservazioni) espresso dalla X Commissione parlamentare sullo schema di provvedimento:
“a) con riferimento all'articolo 2, comma 1, lettera c), si valuti l'opportunità di mantenere nel testo del decreto legislativo la precisazione che la presenza e l'uso di mezzi tecnici e delle tecnologie necessarie per prestare un servizio non costituiscono di per sé uno stabilimento del prestatore «quando svolgono funzioni meramente ausiliarie e preparatorie», atteso che tale precisazione non trova corrispondenza nella direttiva - la quale stabilisce che il luogo di stabilimento è quello in cui le società esercitano la loro attività economica e che, ai sensi dell'articolo 3, comma 1, dello schema, la disciplina nazionale risulta applicabile ai prestatori stabiliti sul territorio italiano”.
Si veda l’Osservatorio di www.iusreporter.it sul Commercio elettronico, sopra citato.
[14] D.L.vo 27 gennaio 1992, n. 115, Attuazione della direttiva n. 89/48/CEE relativa ad un sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore che sanzionano formazioni professionali di una durata minima di tre anni, GU 40 del 18 febbraio 1992, il cui articolo 2 (“Professioni”) prevede:
“1. Ai fini del presente decreto si considerano professioni:
d) le attività attinenti al settore sanitario nei casi in cui il possesso di una formazione professionale rispondente al requisito di cui al comma 3 dell'art. 1 è condizione determinante ai fini della retribuzione delle relative prestazioni o della ammissione al rimborso”.
L’art. 2 (“Professioni”) del D.L.vo 2 maggio 1994, n. 319 (Attuazione della direttiva 92/51/CEE relativa ad un secondo sistema generale di riconoscimento della formazione professionale che integra la direttiva 89/48/CEE, GU 123 del 28 maggio 1994, Suppl. Ord.) così recita:
d) le attività attinenti al settore sanitario nei casi in cui il possesso di una formazione professionale rispondente ai requisiti di cui ai commi 3 e 4 dell'art. 1 è condizione determinante ai fini della retribuzione delle relative prestazioni o della ammissione al rimborso”.
[15] Tenuto conto di quanto enunciato dal considerando 21 della direttiva sul commercio elettronico:
“Il campo d'applicazione dell'ambito regolamentato lascia impregiudicata un'eventuale armonizzazione futura all'interno della Comunità dei servizi della società dell'informazione e la futura legislazione adottata a livello nazionale in conformità della normativa comunitaria.
L'ambito regolamentato comprende unicamente requisiti riguardanti le attività in linea, quali l'informazione in linea, la pubblicità in linea, la vendita in linea, i contratti in linea, e non comprende i requisiti legali degli Stati membri relativi alle merci, quali le norme in materia di sicurezza, gli obblighi di etichettatura e la responsabilità per le merci, o i requisiti degli Stati membri relativi alla consegna o al trasporto delle merci, compresa la distribuzione di prodotti medicinali.
L'ambito regolamentato non comprende l'esercizio dei diritti di prelazione su taluni beni, quali le opere d'arte, da parte delle autorità pubbliche”.
[16] Con riferimento a questa norma, si riporta l’osservazione espressa dalla X Commissione parlamentare nel suo parere sullo schema di decreto legislativo:
“b) con riferimento all'articolo 2, comma 3, che fa salve le specifiche disposizioni relative alla materia bancaria, finanziaria, assicurativa e dei sistemi di pagamento, appare opportuno valutare attentamente - anche alla luce della comunicazione della Commissione europea sul commercio elettronico e i servizi finanziari, del 7 febbraio 2001 - se tale previsione non limiti o escluda di fatto la possibilità di applicare il decreto legislativo al commercio on line di prodotti bancari, finanziari o assicurativi, introducendo un'esclusione non prevista dalla direttiva”.
[17] L. 31 luglio 1997, n. 249, Istituzione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e norme sui sistemi delle telecomunicazioni e radiotelevisivo, GU Serie gen. 177 del 31 luglio 1997, Suppl. ord.
[18] Principio esplicitato nei considerando 22 e 24 della direttiva 2000/31/CE.
“Il controllo dei servizi della società dell'informazione deve essere effettuato all'origine dell'attività, al fine di assicurare una protezione efficace degli obiettivi di interesse pubblico, ed è pertanto necessario garantire che l'autorità competente assicuri questa tutela non soltanto per i cittadini del suo paese ma anche per tutti cittadini della Comunità.
Per migliorare la fiducia reciproca tra gli Stati membri, è indispensabile specificare chiaramente questa responsabilità dello Stato membro in cui i servizi hanno origine.
Inoltre, per garantire efficacemente la libera circolazione dei servizi e la certezza del diritto per i prestatori e i loro destinatari, questi servizi devono in linea di principio essere sottoposti alla normativa dello Stato membro nel quale il prestatore è stabilito” (considerando 22).
“Nel contesto della presente direttiva, nonostante il principio del controllo alla fonte dei servizi della società dell'informazione, è legittimo, alle condizioni stabilite dalla presente direttiva, che gli Stati membri adottino misure per limitare la libera circolazione dei servizi della società dell'informazione” (considerando 24).
[19] Regolamento 44/2001/CE, GUCE L 12 del 16 gennaio 2001; successiva rettifica in GUCE L 307 del 24 novembre 2001.
Il Regolamento, entrato in vigore il primo marzo 2002, ha sostituito la Convenzione di Bruxelles sottoscritta il 27 settembre 1968 (GUCE C 189 del 28 luglio 1990) e la Convenzione di Lugano del 16 settembre 1988.
Si veda T. Ballarino, Diritto Internazionale Privato, Padova, Cedam.
[20] D.P.R. 19 settembre 1997, n. 318, Regolamento per l’attuazione di direttive comunitarie nel settore delle telecomunicazioni, GU Serie gen. 221 del 22 settembre 1997, Suppl. ord.
[21] Legge 7 marzo 2001, n. 62, Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416, GU Serie gen. 67 del 21 marzo 2001.
Critico sulla disposizione dell’art. 7, comma 3, è G. Scorza, “Testata editoriale telematica”: le sviste del legislatore cit., secondo cui “la disposizione – frutto di un cattivo ‘suggerimento’ del legislatore delegante prontamente raccolto dall’esecutivo – è infatti caratterizzata da una concentrazione di errori e sviste linguistiche prima ancora che giuridiche”.
[22] Per un approfondimento sulla disciplina riservata dalla direttiva europea sul commercio elettronico alle comunicazioni commerciali, si veda G. Briganti, Le comunicazioni commerciali nella società dell’informazione, in Iusreporter, www.iusreporter.it, www.iusreporter.it/Testi/comunicazioni2.htm.
[23] A questo proposito, si ricorda che l’art. 10 (“Chiamate indesiderate”), comma 1, D.L.vo 171/1998, con riguardo alla tutela della vita privata nel settore delle telecomunicazioni, stabilisce che “l’uso di un sistema automatizzato di chiamata senza intervento di un operatore o del telefax per scopi di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta, ovvero per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale interattiva, è consentito con il consenso espresso dell’abbonato”.
Il secondo comma della disposizione citata prevede d’altra parte che le chiamate effettuate per le medesime finalità di cui sopra, ma con mezzi diversi da quelli ivi indicati, siano consentite ai sensi degli articoli 11 e 12 della legge sulla privacy (L. 675/1996).
L’art. 10 D.L.vo 171/1998 è però destinato ad essere sostituito dalla futura normativa nazionale di recepimento della già menzionata direttiva 2002/58/CE relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche, il cui art. 13 (“Comunicazioni indesiderate”) prevede quanto segue:
“1. L'uso di sistemi automatizzati di chiamata senza intervento di un operatore (dispositivi automatici di chiamata), del telefax o della posta elettronica a fini di commercializzazione diretta è consentito soltanto nei confronti degli abbonati che abbiano espresso preliminarmente il loro consenso.
5. Le disposizioni di cui ai paragrafi 1 e 3 si applicano agli abbonati che siano persone fisiche. Gli Stati membri garantiscono inoltre, nel quadro del diritto comunitario e della normativa nazionale applicabile, un'adeguata tutela degli interessi legittimi degli abbonati che non siano persone fisiche relativamente alle comunicazioni indesiderate”.
L’art. 10 del D.L.vo 185/1999 (Attuazione della direttiva 97/7/CE relativa alla protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza, GU Serie gen. 143 del 21 giugno 1999), con riguardo ai contratti a distanza conclusi dai consumatori, al primo comma stabilisce invece che “l’impiego da parte di un fornitore del telefono, della posta elettronica di sistemi automatizzati di chiamata senza l’intervento di un operatore o di fax, richiede il consenso preventivo del consumatore”.
L’art. 10, comma 2, D.L.vo 185/1999 prevede d’altra parte che tecniche di comunicazione a distanza diverse da quelle di cui sopra, qualora consentano una comunicazione individuale, possano essere impiegate dal fornitore se il consumatore non si dichiara esplicitamente contrario.
Si veda anche l’art. 10 della recente direttiva 2002/65/CE del 23 settembre 2002, concernente la commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori e che modifica la direttiva 90/619/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE e 98/27/CE, GUCE L 271 del 9 ottobre 2002.
Occorre infine osservare che rimane altresì impregiudicata la disciplina in materia di protezione dei dati personali di cui alla L. 675/1996, la quale contiene norme rilevanti anche in materia di spamming.
Per un approfondimento in tema di spamming si veda G. Briganti, Spamming e diritto, in Iusreporter, www.iusreporter.it, www.iusreporter.it/Testi/doc-spamming.htm. Nello stessso sito v.: G. Briganti, Le comunicazioni elettroniche indesiderate, www.iusreporter.it/Testi/spamming2.htm; Osservatorio sullo Spamming, www.iusreporter.it/Testi/osservaspamming.htm.
[24] Pertanto, solo in sede di recepimento della direttiva 2002/58/CE, prosegue il Garante nel suo parere, “potranno prevedersi disposizioni più articolate, mentre lo schema attuale di decreto legislativo sul commercio elettronico potrebbe, al massimo, rinviare alle disposizioni nazionali sulla privacy”.
“Il sistema ipotizzato nei primi lavori preparatori sul commercio elettronico imporrebbe, quindi, un inutile obbligo di consultare il registro da parte di chiunque desidera inviare e-mail commerciali ovvero di milioni di persone, non potendo incidere sulle norme vigenti che impongono alle società di raccogliere il preventivo consenso informato dei destinatario.
Oltre a queste contraddizioni, il Garante evidenzia anche insuperabili difficoltà di realizzazione del meccanismo proposto.
Difficoltà di aggiornamento, praticamente quotidiano, e di consultazione imporrebbero ingenti oneri finanziari, sia sotto il profilo delle spese da sostenere per la gestione del sistema, sia per le risorse umane da dedicare al suo funzionamento, tali da renderlo da subito del tutto ingestibile”.
Garante per la protezione dei dati personali, Newsletter 28 ottobre – 3 novembre 2002, www.garanteprivacy.it.
[25] In tema di spamming, il legislatore non ha poi accolto l’osservazione formulata dalla X Commissione parlamentare nel parere più volte citato, in cui si legge quanto segue:
“d) in relazione a quanto disposto dall'articolo 9, che disciplina le comunicazioni commerciali non sollecitate, appare opportuno prevedere sistemi di filtraggio delle informazioni da parte delle imprese, in conformità a quanto previsto dall'articolo 31, comma 1, lettera b), della legge di delega”.
[26] Con riferimento all’art. 10, nel parere espresso dalla X Commissione parlamentare sullo schema di decreto di attuazione si legge quanto segue:
“e) con riferimento all'articolo 10, relativo all'uso delle comunicazioni commerciali nelle professioni regolamentate, si valuti l'opportunità di prevedere forme e procedure di consultazione con gli ordini professionali, secondo quanto stabilito dall'articolo 31, comma 1, lettera c), della legge di delega”.
Sull’uso delle comunicazioni commerciali nelle professioni regolamentate si veda G. Briganti, Le comunicazioni commerciali nella società dell’informazione, cit., par. 5.
Con riguardo in particolare alla professione forense, si ricorda che in data 26 ottobre 2002 il Consiglio Nazionale Forense ha introdotto nuove regole in materia di pubblicità informativa dell’avvocato, modificando l’art. 17 del vigente Codice deontologico.
Il nuovo testo della disposizione citata (“Informazioni sull'esercizio professionale”) consente all’avvocato di dare informazioni sulla propria attività professionale, secondo correttezza e verità, nel rispetto della dignità e del decoro della professione e degli obblighi di segretezza e riservatezza.
Quanto ai mezzi di informazione, prosegue l’art. 17, devono ritenersi consentiti, per quel che qui interessa:
- le brochures informative inviate anche a mezzo posta a soggetti determinati;
- gli annuari professionali, le rubriche, le riviste giuridiche, i repertori e i bollettini con informazioni giuridiche;
- i rapporti con la stampa (secondo quanto stabilito dall’articolo 18 del Codice deontologico);
Devono al contrario ritenersi vietati, tra l’altro, i giornali e gli annunci pubblicitari in genere; i mezzi di divulgazione anomali e contrari al decoro; le sponsorizzazioni; le telefonate di presentazione e le visite a domicilio non specificatamente richieste; l’utilizzazione di Internet per offerta di servizi e consulenze gratuite, in proprio o su siti di terzi.
Quanto ai contenuti della informazione, il nuovo testo dell’art. 17 del Codice deontologico forense consente l’indicazione dei seguenti dati:
In particolare, è espressamente consentita l’utilizzazione della rete Internet e del sito web per l'offerta di consulenza, nel rispetto dei seguenti obblighi:
È vietata invece l’indicazione di dati che riguardano terze persone; dei nomi dei clienti (il divieto deve ritenersi sussistente anche con il consenso dei clienti); delle specializzazioni (salvo le specifiche ipotesi previste dalla legge); dei prezzi delle singole prestazioni (è vietato pubblicare l’annuncio che la prima consultazione è gratuita); delle percentuali delle cause vinte o l’esaltazione dei meriti; del fatturato individuale o dello studio; di promesse di recupero; di offerte comunque di servizi (in relazione a quanto disposto dall’articolo 19 del Codice deontologico forense).