Source: http://giuristiambientali.it/notas.asp?idn=1268&sec=Giurisprudenza&dedonde=http://giuristiambientali.it/ListadoNotas.asp?ids=3
Timestamp: 2018-04-26 16:50:02+00:00
Document Index: 55725922

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 267', 'art. 102', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ']

Nella sentenza emessa dalla Corte di Giustizia nella causa C-129/2016 - all’esito di una richiesta di rinvio pregiudiziale sollevata, ai sensi dell’art. 267 del TFUE, da un Tribunale Amministrativo e del Lavoro ungherese, la Corte di Lussemburgo si è pronunciata su due quesiti:
Nella fattispecie, veniva in rilievo una sanzione (ammenda) imposta – in forza della normativa nazionale ungherese – al proprietario di un’area, che non aveva dimostrato in modo inequivocabile di non essere responsabile del danno/rischio ambientale prodotto nel sito. Il proprietario (una Società) era stato condannato dal Giudice nazionale al pagamento di un’ammenda per inquinamento atmosferico da incenerimento di rifiuti - in particolare metallici - avvenuto in tre siti di stoccaggio. L’area risultava concessa in locazione dal 15 marzo 2014 ad una persona fisica, risultata deceduta pochi giorni dopo (il 1° aprile 2014 ). Ai sensi della disciplina nazionale ungherese (art. 102 par. 1 della legge n. LIII del 1995 recante norme generali in materia di protezione ambientale) la responsabilità di un danno o di un rischio di danno ambientale ricade, salvo prova contraria, in solido su coloro che, dopo che si sia verificato detto danno o rischio, figurino quali attuali proprietari e possessori (utilizzatori) del fondo in cui ha avuto luogo la condotta dannosa o all’origine del rischio per l’ambiente (cfr. sent. in commento, punto 18). Quanto al primo quesito, la Corte ha evidenziato che – ai fini dell’applicabilità della direttiva sul danno ambientale (Dir. 2004/35/CE) – è necessario che il Giudice nazionale verifichi se nel procedimento principale (ossia quello pendente in sede nazionale) l’inquinamento dell’aria abbia potuto causare danno o minaccia di danno alle matrici ambientali, acqua, terreno, specie ed habitat naturali protetti (e ciò in virtù del considerando n. 4 della citata direttiva, cfr. punti 41-46 della sentenza in commento). Quanto al secondo quesito, la Corte ha affermato che spetta al Giudice del rinvio verificare la circostanza di fatto, secondo cui la proprietaria del fondo è stata destinataria di una mera sanzione pecuniaria punitiva e non di misure di prevenzione o di riparazione e che, ove tale circostanza fosse comprovata, la disciplina nazionale (in forza della quale è stata inflitta la citata ammenda) potrebbe non rientrare tra le disposizioni nazionali attuative della Dir. 2004/35/CE. La Corte di Giustizia ha comunque puntualizzato alcuni ed ulteriori elementi rilevanti. In primo luogo, ha evidenziato che l’art. 16 della Direttiva consente agli Stati di mantenere o di adottare disposizioni più severe, in materia di protezione e riparazione del danno ambientale, compresa l’individuazione di soggetti responsabili, ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dalla Dir. 2004/35/CE (punto 56 della sent.). In secondo luogo, ha chiarito che la normativa ungherese – imputando la responsabilità al proprietario, salvo che questi indichi l’utilizzatore dell’immobile e dimostri, al di là di ogni ragionevole dubbio, di non aver causato egli stesso il danno – è idonea a rafforzare il regime di responsabilità previsto dal diritto dell’Unione, poiché ha la finalità di evitare una carenza di diligenza da parte del proprietario e di incoraggiarlo a minimizzare i rischi (cfr. punto 57-58 della sent. cit.). Infine, quanto all’esigenza di compatibilità con i Trattati di una simile normativa nazionale, la Corte – richiamando precedenti pronunce – ha asserito che lo Stato, che intenda adottare misure più severe, deve comunque rispettare il diritto dell’Unione, tra cui figura il principio di proporzionalità (cfr. sentenza del 9 marzo 2010, ERG e a., C-379/08 e C.380/08).