Source: http://www.avvocatomarcocolapinto.it/2017/
Timestamp: 2019-03-20 03:38:53+00:00
Document Index: 17854384

Matched Legal Cases: ['art. 187', 'art. 187', 'art. 354', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 59', 'sentenza ', 'sentenza ', 'in dubio', 'art. 43', 'art. 186', 'art. 40', 'art. 186', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 141', 'art. 49', 'art. 56', 'art. 49', 'art. 482', 'art. 100', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 167', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 167', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 321']

2017 | Avvocato Marco Colapinto
Raccolta delle decisioni giurisprudenziali sui reati stradali nell’anno 2017
OMICIDIO STRADALE – TRIBUNALE DI FIRENZE N. 2838/2017 –
La violazione di una regola cautelare in materia di circolazione stradale da parte di un automobilista non è sufficiente di per sé a far presumere l’esistenza del nesso causale tra il comportamento di quest’ultimo e l’evento dannoso verificatosi a seguito di incidente. Il nesso eziologico tra la condotta colposa e il danno deve escludersi quando sia dimostrato che l’incidente si sarebbe ugualmente verificato anche qualora la condotta antigiuridica non fosse stata posta in essere.
GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI STUPEFACENTI – TRIBUNALE DI VENEZIA 3.11.2017 –
Il reato ex art. 187 C.d.s. non sussiste se, al momento del sinistro, il conducente aveva eliminato dal sangue tutte la cocaina assunta, essendo rimasto soltanto presente un metabolita inattivo.
SOSPENSIONE DELLA PATENTE DI GUIDA A CHI NON CE L’HA AL MOMENTO DELLA VIOLAZIONE O A CHI HA IL FOGLIO ROSA E LA CONSEGUE SUCCESSIVAMENTE AL FATTO ILLECITO – CASS. PEN., SEZ. III, 16.10.2017, N. 47589 –
Non può essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che discenda per legge da illeciti posti in essere con violazione delle norme sulla circolazione stradale, a chi li abbia commessi conducendo veicoli per la cui guida non sia richiesta alcuna abilitazione o, se richiesta, non sia stata mai conseguita; ne’, tanto meno, può essergli precluso, per un periodo corrispondente alla durata della sospensione, il diritto ad ottenerla nel caso in cui non ne sia ancora in possesso.
SINISTRO STRADALE – ACCERTAMENTI MEDICO SANITARI – MANCANZA DI CONSENSO DELL’INTERESSATO – UTILIZZABILITA’ NEL PROCESSO PENALE – CASS. PEN., IV SEZ., 7.9.2017, N. 40709 –
In relazione a un sinistro stradale, è pacificamente ritenuto in giurisprudenza che il prelievo ematico effettuato dai sanitari, su richiesta della Polizia Giudiziaria, per la verifica del tasso alcolemico, sia utilizzabile anche in assenza di consenso verbalmente espresso dall’interessato purché quest’ultimo non abbia opposto un esplicito rifiuto. È tuttavia necessario che il prelievo ematico sia stato eseguito dal personale sanitario nell’ambito di un protocollo medico di pronto soccorso; a tal fine, ovviamente, la valutazione se si debba o meno sottoporre il medesimo a cure mediche e procedere anche al prelievo ematico, onde predisporre adeguate cure farmacologiche, è rimessa agli stessi sanitari ma gli organi di P.G. sono legittimati a richiedere l’accertamento del tasso alcolemico, i cui risultati possono essere utilizzati ai fini penali, indipendentemente dal consenso prestato o meno in tal senso dal guidatore.
STUPEFACENTI – CODICE DELLA STRADA – REVOCA DELLA PATENTE – CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III, 25.7.2017, N. 3673 –
La revoca della patente di guida è una conseguenza automatica nei casi di condanna per detenzione o spaccio di stupefacenti, anche se la condotta è qualificabile come di ‘lieve entità’ e anche a seguito della modifiche del comma 5 del D.p.r. 309/90.
RIFIUTO DELL’ALCOLTEST – ART. 186, CO. 7 C.D.S. – QUANDO E’ LEGITTIMO – CASS. PEN., SEZ. IV, 7.9.2017, N. 40758 –
Non è reato il rifiuto all’accompagnamento presso l’ospedale, per ivi eseguire l’accertamento alcolimetrico, se questo dista molti chilometri dal luogo in cui il conducente è stato fermato.
GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI SOSTANZE STUPEFACENTI – ART. 187 CDS – CASS. PEN., SEZ. IV, 16.6.2017, N. 30237 –
Sebbene il test più attendibile sia quello del sangue, l’accertamento della guida in stato di alterazione per uso di sostanze stupefacenti può avvenire anche sulla base del solo esame delle urine.
CIRCOLAZIONE STRADALE – OMICIDIO COLPOSO – CASS. PEN., SEZ. IV, 27.4.2017, N. 25552 –
L’obbligo di moderare adeguatamente la velocità in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali deve essere inteso nel senso che il conducente deve essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui e tale obbligo trova il suo limite naturale unicamente nella ragionevole prevedibilità degli eventi, oltre il quale non è consentito parlare di colpa.
OMICIDIO STRADALE – CAUSALITA’ – TRIBUNALE DI FIRENZE N. 1446/2017 –
Si deve escludere la responsabilità penale per la morte derivante dalla condotta del conducente, qualora si inseriscano fattori causali autonomi in grado di interrompere il nesso di causalità preesistente.
GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI STUPEFACENTI – TRIBUNALE DI AOSTA, 3.3.2017, N. 117 –
Ai fini della condanna per la contravvenzione prevista dall’art. 187 Codice della Strada, è necessario provare non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti ma, pure, che l’agente abbia guidato in stato di alterazione causato da tale assunzione. Deve, dunque, dimostrarsi che il soggetto si trovi in stato di alterazione psicofisica dovuto all’assunzione di sostanza stupefacente e non semplicemente, e non soltanto, che l’agente abbia guidato in tale stato. Trattasi di principio ormai consolidato che tiene conto che la pregressa assunzione di sostanze stupefacenti può trovare riscontro a distanza di giorni nei liquidi biologici e che non soltanto per tale riscontro è possibile affermare che il soggetto guidi, in quel preciso momento, in stato di alterazione psicofisica.
ACCERTAMENTI URGENTI DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA – RILEVAMENTO DEL TASSO ALCOLEMICO CON IL PRECURSORE PRIMA DELL’ALCOLTEST – CASS. PEN., SEZ. IV, 11.1.2017, N. 20325 –
Deve ritenersi atto irripetibile ex art. 354 c.p.p., perchè soggetto a modificazione, anche l’esecuzione dell’accertamento qualitativo preliminare mediante precursore o pretest. La conseguenza è che l’avviso di farsi assistere da un difensore di fiducia, tenuto conto degli artt. 356 c.p.p. e 114 disp.att. c.p.p., deve essere rivolto all’automobilista già prima del precursore e non soltanto dopo, allorquando allo stesso viene richiesto di sottoporsi ad alcoltest in ragione dell’esito positivo preliminare; pena, la nullità dell’atto di polizia.
GUIDA SOTTO STUPEFACENTI E OBBLIGO DI RECARSI IN OSPEDALE PER ACCERTAMENTI – CASS. PEN., SEZ. IV, 11.1.2017, N. 12197 –
Il rifiuto di sottoporsi agli accertamenti finalizzati alla verifica dello stato di alterazione derivante dall’uso di sostanze stupefacenti presso una struttura sanitaria è tale da integrare il reato previsto dall’articolo 187, comma 8, del codice della strada solo se gli operanti, nell’avanzare la richiesta di accertamento, si siano attenuti al rispetto della procedura di legge, che consente l’accompagnamento presso la struttura sanitaria solo laddove l’accertamento effettuato mediante apparecchi portatili abbia dato esito positivo ovvero laddove si abbia altrimenti ragionevole motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi sotto l’effetto conseguente all’uso di sostanze stupefacenti o psicotrope.
ESAME DEL TASSO ALCOLEMICO IN OSPEDALE – CASS. PEN., SEZ. IV, 27.2.2017, N. 9391 –
Il rifiuto di sottoscrivere il modulo di consenso informato all’accertamento del tasso alcolemico mediante prelievo ematico in ambito ospedaliero costituisce, a norma dell’art. 186, co. 5 e 7, C.d.s., comportamento del tutto analogo al rifiuto all’alcoltest.
PATENTE A PUNTI – DICHIARAZIONE DEL CONDUCENTE – CASS. PEN., SEZ. V, 16.3.2017, N. 12779 –
Integra il falso ideologico in atto pubblico la condotta di chi dichiara che alla guida dell’autovettura al momento dell’infrazione ci fosse un’altra persona, al fine di evitare la decurtazione dei punti e la sospensione della patente.
GUIDA IN STATO DI EBBREZZA – CASS. PEN., SEZ. IV, N. 4234/2017 –
Se i medici ritengono di non sottoporre l’automobilista a cure mediche e a prelievo ematico, la richiesta degli organi di polizia giudiziaria di effettuare l’analisi del tasso alcolemico per via ematica, in presenza di un dissenso espresso dell’interessato, è illegittima e, quindi, l’eventuale accertamento, comunque effettuato a mezzo del prelievo ematico da parte dei sanitari, è inutilizzabile ai fini della responsabilità penale di cui all’art. 186 C.d.s..
Il nesso causale e psichico tra lo stato di ebbrezza e l’evento dannoso del sinistro stradale necessario per la contestazione dell’aggravante ex art. 186, co. 2 bis, C.d.s.
Nelle sentenze di condanna per il reato di guida in stato di ebbrezza è sempre più usuale che i giudici addebitino agli automobilisti la circostanza aggravante di cui all’art. 186, co. 2 bis, C.d.s., ossia l’aver provocato un incidente stradale, soltanto in ragione della misurazione di un tasso alcolemico superiore a quello consentito, senza assolvere adeguatamente l’onere motivazionale loro imposto.
E’ quanto recentemente accaduto in un caso seguito dalla Studio.
Le conseguenze di tale aggravante sono rilevantissime: le sanzioni sono raddoppiate, il conducente non può essere ammesso ai lavori di pubblica utilità, se il tasso alcolemico è superiore a 1,5 g/l la patente di guida è revocata e non può essere evitata la confisca del veicolo di proprietà.
Il principio di diritto da cui dobbiamo partire, nell’esame della questione, è che il mero coinvolgimento in un incidente, da parte di soggetto che trovasi alla guida in stato di ebbrezza, da solo non integra l’aggravante di cui all’art. 186, co. 2 bis, C.d.s. che “pretende che il soggetto abbia ‘provocato’ un incidente e quindi che sia stato accertato un coefficiente causale della sua condotta rispetto al sinistro” (Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 37742 del 2013). Affinchè l’evento-incidente possa dirsi concretamente riconducibile alla condotta dell’imputato è necessario un riscontro inequivoco di un obiettivo nesso di strumentalità – occasionalità tra lo stato di ebbrezza del reo e l’incidente provocato in quanto non sarebbe legittima l’inflizione di un trattamento sanzionatorio aggravato a carico di un conducente soltanto per aver versato – illecitamente – in uno stato alterativo nel corso del suo coinvolgimento in un incidente stradale.
Ebbene, nel caso concreto la Corte di Appello competente si spingeva a motivare la propria decisione nei seguenti termini: “a fronte di un elevatissimo tasso alcolemico…è ragionevole inferire che sia stata proprio la ridotta capacità psicofisica a menomare gravemente sia la sua capacità di attenzione, che il Codice della Strada impone come massima durante la circolazione notturna, in centro abitato, sia la capacità di adeguare la condotta di guida alle condizioni della strada, tanto più se assai stretta come lo è la via …”.
Come potete osservare tale passaggio della motivazione della sentenza era viziato dall’inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, con riferimento agli articoli 40, 41 e 43 c.p., 186 co. 2 bis C.d.s..
Intanto, perchè si assumeva un dato probatorio inesistente che si sostanzia nella violazione da parte del conducente dei principi informatori della circolazione e delle regole di condotta, quali gli articoli 140, 141 e 142 C.d.s., senza che, concretamente, fossero comminate sanzioni amministrative per le violazioni anzidette da parte degli organi accertatori intervenuti sul luogo del sinistro. Detto assioma non era tale, in quanto abbisognava di dimostrazione, non essendo per sè evidente.
I giudici di appello, inoltre, ritenevano di desumere dalla relazione dell’incidente stradale, indicante il “punto d’urto” e la “posizione dei veicoli assunta dopo l’urto”, una presunta “notevole forza cinetica” certamente “dovuta all’assoluta incapacità del conducente di adeguare l’andatura alle condizioni di tempo e di luogo, ascrivibile all’elevatissimo tasso alcolemico“. Il corto circuito dell’impianto motivazionale è evidente.
Nella fattispecie concreta, il reato-base (art. 186, co. 2, lett. c, C.d.s.) consiste nell’aver guidato un veicolo sotto l’influenza di un tasso alcolemico superiore a quello consentito. Il reato-circostanziato (art. 186, co. 2, lett c, e comma 2 bis C.d.s.) prevede che la pena prevista per il reato-base sia aggravata “se il conducente in stato di ebbrezza provoca un incidente stradale“.
Lo schema è quello del reato aggravato dall’evento.
I reati aggravati dall’evento costituiscono l’espressione forse più tipica dell’antico principio “qui in re illicita versatur tenetur etiam pro casu“: l’evento aggravatore viene accollato all’agente in base al mero nesso causale, perciò a prescindere da qualsiasi requisito di colpevolezza. In passato si riteneva che tali ipotesi di reato rientrassero nel paradigma della responsabilità oggettiva. Dopo la riforma del 1990 il regime di imputazione delle circostanze aggravatrici (art. 59 c.p.) non risponde più alla logica della responsabilità obiettiva, ma presuppone qualcosa di simile alla colpa come coefficiente minimo di responsabilità, sotto forma di conoscenza o conoscibilità del fatto integrante la circostanza. Nei passaggi della sentenza sopra riportati, invece, pare che i Giudici del gravame abbiano seguito un metodo “individualizzante” che, nel ricostruire le vicende, si limita a individuare connessioni tra eventi ben determinati e circoscritti, senza preoccuparsi di rinvenire leggi scientifiche in cui sussumere i singoli accadimenti. O, comunque, pare che si siano limitati a generalizzare immotivatamente il senso comune.
In ogni caso, essendosi posti i giudici di appello in contrasto con la nota sentenza Franzese del 2002, non è condivisibile l’idea che un evento possa essere considerato il risultato di una condotta attiva od omissiva di un soggetto per il solo fatto che la condotta abbia creato, o aumentato, un pericolo giuridicamente non consentito, sempre che lo stesso pericolo si sia anche effettivamente realizzato nel concreto prodursi dell’evento. Ad essa va obiettato che il criterio dell’aumento del rischio finisce per realizzare una surrettizia trasformazione degli illeciti di danno in altrettanti illeciti di pericolo, con la ulteriore conseguenza di ribaltare il principio in dubio pro reo. Peraltro, nei reati colposi di evento, ove è richiesto che l’evento sia conseguenza della violazione di una regola di diligenza, vi sarebbe un’inutile duplicazione concettuale, atteso che nel nostro ordinamento il nesso di rischio è requisito necessario per la sussistenza della colpa nei reati di evento. Il che ci porta ad accennare soltanto alla cd. causalità della colpa, trattandosi la contravvenzione de qua, aggravata dall’evento-sinistro stradale, di una fattispecie eminentemente colposa.
L‘accertamento relativo ad una fattispecie colposa presenta ineluttabilmente una dimensione ipotetica connessa alla verifica – logicamente successiva a quella concernente la sussistenza del rapporto causale – della evitabilità dell’evento in presenza di una condotta in linea con la regola cautelare. Quindi, è necessaria la sussistenza di un rapporto di causalità tra la condotta colposa e l’evento, che nulla ha a che vedere con la “causalità naturalistica della condotta”.
Detto requisito trova fondamento nell’art. 43 codice penale. L’inosservanza della regola cautelare di condotta costituisce, cioè, la causa dell’evento.
Il problema che si pone consiste nell’individuare il contenuto del nesso normativo sussistente tra colpa ed evento, verificando quando l’evento si è verificato a causa dell’inosservanza della regola di diligenza, di prudenza o di perizia, prescritta nel caso concreto. Il primo requisito necessario, allora, è quello della concretizzazione del rischio o dello scopo di protezione della norma. Si deve verificare, in particolare, la sussumibilità dell’evento determinato dalla condotta trasgressiva di una regola cautelare nel novero di quegli eventi che la regola stessa mirava a scongiurare: l’accertamento della fattispecie colposa deve collegare la condotta ad un evento alla cui prevenzione è preposta la norma cautelare non osservata. In altri termini, l’imputazione dell’evento è condizionata dalla riconducibilità dello stesso proprio a quella sfera di offese tipiche che le norme di diligenza tendono a contrastare. Non è un caso che la giurisprudenza ha ripetutamente affermato, soprattutto in presenza della violazione delle regole antinfortunistiche poste dal Codice della strada, che l’accertata sussistenza di una condotta antigiuridica di uno degli utenti della strada non può di per sè far presumere l’esistenza della causalità tra il suo comportamento e l’evento dannoso, che occorre sempre provare. E’ stato, infatti, statuito che “per poter affermare una responsabilità colposa, non è sufficiente che il risultato offensivo tipico si sia prodotto come conseguenza di una condotta inosservante di una determinata regola cautelare…ma occorre che il risultato offensivo corrisponda proprio a quel pericolo che la regola cautelare violata intendeva fronteggiare…Si evidenzia così la cd. causalità della colpa e cioè il principio secondo cui il mancato rispetto della regola cautelare di comportamento da parte di uno dei soggetti coinvolti in una fattispecie colposa non è di per sè sufficiente per affermare la responsabilità di questo per l’evento dannoso verificatosi, se non si dimostri l’esistenza in concreto del nesso causale tra la condotta violatrice e l’evento” (Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 38786 del 26 ottobre 2011).
Nella fattispecie concreta, allora, non è possibile inferire dal mero versari in re illecita, ossia dal condurre un veicolo sotto l’influenza di una quantità di alcool non consentita, l’attribuibilità dell’evento dannoso (art. 186, co. 2 bis, C.d.s.) allo stato di alterazione del soggetto ex art. 40, 41 e 43 codice penale, pena una censurabile analogia in malam partem (Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 31360 del 4 luglio 2013).
Devesi poi rammentare che in tema di reati colposi, la natura commissiva della condotta consistente nella trasgressione di un divieto, e quindi in un’azione difforme dal comportamento imposto dalla regola cautelare, implica, per l’accertamento del nesso causale con l’evento, che il giudizio controfattuale sia operato valutando se l’evento si sarebbe ugualmente verificato in assenza della condotta commissiva (Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 15002 dell’1 marzo 2011; conforme, Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 26020 del 29 aprile 2009).
Quindi la Corte di Appello competente avrebbe dovuto concludere, a seguito di un giudizio controfattuale, che se quella sera il conducente non avesse assunto sostanze alcoliche così violando l’art. 186, co. 2, lett. c, C.d.s., il sinistro stradale non si sarebbe certamente (o con ‘elevatissima’ probabilità) verificato.
Ciò che non può difettare è la dimostrazione che un diverso automobilista (il cd. uomo-medio) che non avesse assunto sostanze alcoliche, non sarebbe certamente incorso in un sinistro stradale, nonostante altre cause concorrenti, quali la “circolazione notturna, in centro abitato” e, soprattutto, “condizioni della strada, tanto più se assai stretta come lo è la via…“.
Il ragionamento probatorio utilizzato in sentenza è altresì mancante di uno specifico anello della catena inferenziale. Infatti, la sentenza ha motivato la sussistenza del nesso causale tra la condotta antigiuridica (la guida di un veicolo sotto l’influenza di alcool) ed il sinistro stradale, ritenendo che lo stato di ebbrezza provocato dall’alcool abbia ridotto la capacità psicofisica del conducente, rendendolo incapace di adeguare la condotta di guida alle condizioni della strada e procedere con attenzione. Tuttavia, è un’assioma errato che il ricorrente non fosse capace di attenzione e di adeguare la condotta di guida alla strada, in difetto di una specifica contestazione di illecito amministrativo da parte dei poliziotti intervenuti che effettuavano tutti i rilievi del caso.
Un diverso automobilista, invero, pur non avendo assunto sostanze alcoliche, avrebbe comunque potuto non essere “capace di attenzione” ovvero “di adeguare la condotta di guida alle condizioni della strada” per altri fattori, e, per l’effetto, provocare un sinistro stradale. Si deve rammentare che, a differenza della probabilità statistica, la probabilità logica “seguendo l’incedere induttivo del ragionamento probatorio per stabilire il grado di conferma dell’ipotesi formulata in ordine allo specifico fatto da provare, contiene la verifica aggiuntiva, sulla base dell’intera evidenza disponibile, dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica per il singolo evento e della persuasiva e razionale credibilità dell’accertamento giudiziale” (SS.UU. 2012, Franzese).
Non è allora affatto persuasiva e razionalmente credibile una sentenza quando utilizza dati probatori mancanti (l’asserita incapacità di adeguare la condotta di guida alle condizioni della strada ex art. 141, co 3, C.d.s.) ovvero quando giunge addirittura ad “intuire”, senza l’utilizzo di una legge scientifica di copertura e senza disporre del sapere scientifico di un expert witness, “una notevole forza cinetica“, e quindi un’alta ed inadeguata velocità del veicolo condotto dal ricorrente, dalla mera lettura dei rilievi e delle misurazioni tecniche dai quali, invece, gli accertatori intervenuti non hanno desunto elementi idonei a contestare all’odierno imputato la violazione di specifiche norme comportamentali (artt. 140, 141 o 142 C.d.s.) integranti, appunto, una colpa di tipo specifico.
Ci si domanda, infine, che rilievo assumemesse nella fattispecie la mancata misurazione della velocità del veicolo coinvolto nel sinistro stradale.
Infatti, se gli agenti accertatori avessero misurato e calcolato una velocità elevata, si sarebbe potuto arguire un collegamento tra lo stato di ebbrezza, riduttivo delle capacità psicofisiche, e la provocazione dell’incidente stradale. La mancata contestazione di violazioni di norme di comportamento alla guida, invece, impongono di assumere prudenzialmente che, nonostante lo stato di alterazione dovuto all’assunzione di alcool in misura non consentita, l’andatura durante la guida fosse stata regolare, in ogni caso, non fosse predicabile il contrario al di là di ogni dubbio.
D‘altro canto, la mancanza di un nesso obiettivo tra lo stato di ebbrezza e la provocazione del sinistro stradale è ragionevolmente riconducibile ad altre cause, quali, a titolo esemplificativo: i) il manto stradale di tipo acciotolato; ii) lo stretto passaggio tra le automobili parcheggiate lato destro ed i dissuasori metallici parapedonali a “U” lato sinistro; iii) la sporgenza dello spigolo sinistro del veicolo urtato dall’imputato che, pur in sosta in uno spazio consentito, era poco visibile in orario notturno; iv) una colpa generica.
Non solo. Come anticipato sopra, i giudici di appello, nel caso concreto, preso atto del punto d’urto e della posizione dei veicoli assunta dopo l’urto, giungevano ad inferire, in mancanza di valida motivazione, una “notevole forza cinetica” che doveva esssere addebitata “all’assoluta incapacità del conducente di adeguare l’andatura alle condizioni di tempo e di luogo, ascrivibile all’elevatissimo tasso alcolemico“.
Tuttavia la “notevole forza cinetica“, quindi l’elevata e non adeguata velocità dell’automobile condotta dal ricorrente, non veniva affermata in base ad alcuna legge scientifica di copertura, con la conseguenza che la correttezza della decisione non può essere nemmeno verificata a posteriori (Cass. Pen., Sez. IV, Sentenza n. 18933 del 27 febbraio 2014) per mancanza di motivazione sul punto. La cinetica, infatti, è la parte della meccanica che studia i fenomeni relativi al moto dei corpi e alle grandezze che li caratterizzano: l’avere i Giudici di secondo grado soltanto indicato il punto d’urto e la posizione dei veicoli assunta dopo l’urto non è sufficiente per addivenire ad una tale conclusione. La personale “intuizione” dei giudici di merito del secondo grado assume, invero, i contorni di un personale punto di vista non sorretto da basi sufficientemente chiare e ponderose.
In conclusione, nell’affrontare casi di automobilisti in stato di ebbrezza e coinvolti in un sinistro stradale, è bene verificare che il giudizio di merito relativo al nesso causale e psichico tra lo stato di ebbrezza e l’aggravante di aver provocato un incidente sia sorretto da una motivazione esistente, non tautologica, rispettosa dei principi della logica inferenziale, e, soprattutto, verificabile in punto di correttezza delle leggi scientifiche di copertura utilizzate in ordine al nesso di causa tra una condotta e la produzione di un evento.
La contraffazione della targa di un veicolo ed il cd. falso grossolano
Modificare una targa identificativa di un veicolo integra il delitto di falsità materiale commessa dal privato ai sensi degli artt. 477 e 482 codice penale. Ma quali le conseguenze se dai fotogrammi allegati ad un verbale di sanzione amministrativa per violazione al codice della strada risulti palese la contraffazione?
Come è noto, il principio di offensività subordina la sanzione penale all’offesa di un bene giuridico, tanto nella forma della lesione, intesa come nocumento effettivo, quanto in quella dell’esposizione a pericolo, concepita in termini di nocumento potenziale. Esso ha fondamento in diverse norme costituzionali (artt. 13, 21, 25 co. 2, 27 co. 3). Nella legge ordinaria vengono in rilievo gli artt. 49 co 2 e 115 c.p.
L’art. 49 co. 2, in particolare, esclude la punibilità quando, per la inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso. In dottrina, alla tesi ormai minoritaria che vede nel reato impossibile un doppione del tentativo di cui all’art. 56 c.p., se ne contrappone altra maggioritaria che attribuisce una posizione autonoma all’istituto previsto dall’art. 49 co. 2 c.p.. Secondo questa concezione realistica del reato, dunque, solo dopo aver vagliato la corrispondenza del fatto concretamente posto in essere al modello legale, il giudice dovrà accertare se l’azione abbia realmente determinato una lesione del bene protetto. Se a seguito di tale valutazione il fatto risulti carente di un risultato lesivo si sarà in presenza di un reato impossibile. In giurisprudenza vi sono alcune pronunce concordi secondo cui l’inidoneità dell’azione “va accertata alla stregua delle circostanze obiettive del caso concreto, secondo un giudizio ex post” (v. Cass. Pen., 15 maggio 1989, in Cass. Pen., 1991, I, 572, nota di Castellani). Vi è altro indirizzo, che pare avere maggior seguito, secondo cui l’inidoneità dell’azione andrebbe accertata attraveso un giudizio ex ante ed in concreto, volto a verificare l’incapacità, intrinseca ed originaria dell’azione di cagionare l’evento offensivo.
I reati contro la fede pubblica sono il tradizionale campo di applicazione dell’istituto del reato impossibile. Basti rammentare che nella relazione ministeriale del guardasigilli Rocco si leggeva che “…resta perfettamente vero che falsitas non punitur quae non solum non nocuit, sed non erat apta nocere“.
Tra le falsità cd. tollerabili, e dunque non punibili, si annovera, oltre al falso inutile ed a quello innocuo, il cd. falso grossolano.
Il falso grossolano si ha allorchè la falsità è così immediatamente riconoscibile da non poter far cadere in errore alcuna persona. Si tratta di una contraffazione o alterazione facilmente avvertibile da chiunque, in tal modo essendo più che improbabile l’offesa alla pubblica fede; l’imperizia e cattiva destrezza nell’esecuzione comportano che nessuno dei destinatari dell’atto potrebbe mai scambiarlo per vero. Secondo la giurisprudenza perchè possa dirsi integrato il delitto di cui all’art. 482 c.p. è necessario che si realizzi l’immutatio veri concretante l’alterazione del documento. Detta alterazione, perchè non risulti “grossolana”, ergo non punibile, deve risultare assai sofisticata, non visibile affatto ad occhio nudo e, pertanto, idonea a trarre in inganno anche persone di normale attenzione e diligenza (Cass., Sez. feriale penale, 17 ottobre 2007, n. 38479). Si pensi, al cd. falso nummario: la giurisprudenza ha ritenuto che in tale ipotesi il reato impossibile ricorra “quando il falso sia riconoscibile ictu oculi dalla generalità dei consociati espressa dall’uomo qualunque, di comune esperienza” (Cass., Sez. V, 15 dicembre 1993, in Riv. pen., 1994, 1151).
In generale, si richiede, per qualificare una falsificazione grossolana, che la falsità appaia immediatamente, senza la necessità di una specifica ed accurata indagine tecnica suppletiva; che sia, quindi, percepibile da chiunque, e non solo da un esperto.
Si segnala, di recente e proprio in un caso di falsificazione di targa veicolare, che la Suprema Corte ha escluso che il falso fosse grossolano soltanto perchè “l’alterazione della targa ha reso necessari più accertamenti della Polizia stradale e non sarebbe stata riscontrata da chiunque ad un esame superficiale” (Cass., Sez. V Pen., Sentenza n. 25766 del 7 aprile 2015, dep. il 18 giugno 2015). Secondo la giurisprudenza “quel che rileva è la formazione di una durevole, quand’anche non definitiva, falsa realtà documentale utilizzata per la messa in circolazione del veicolo senza possibilità di puntuale identificazione“.
Da ultimo, vale la pena rammentare un precedente secondo cui nella condotta concreta, non solo non rileva l’interferenza con l’illecito amministrativo di cui all’art. 100, co. 12, C.d.s. (circolazione con veicolo munito di targa non propria o contraffatta), ma nemmeno si realizza la fattispecie incriminatrice “poichè gli atti di falsificazione, di manomissione o di alterazione della targa originaria postulano, come ogni condotta di falso documentale una modificazione durevole, e non soltanto un ostacolo provvisorio alla lettura dello stesso” (Cass., Sez. V Pen., Sentenza n. 1468 dell’11 novembre 2010, dep. 19 gennaio 2011).
Ciò premesso, alla luce di queste considerazioni, la conclusione è che se l’alterazione della targa di un veicolo sia visibile ad occhio nudo, dall’uomo comune, senza necessità di alcuna indagine tecnica, dunque sia imperita e maldestra, ricorre l’ipotesi del falso grossolano, non punibile per inidoneità dell’azione ad offendere o mettere in pericolo il bene giuridico protetto dalla norma penale.
La diffusione di un video in internet: diffamazione online ed illecito trattamento di dati personali
Di recente abbiamo avuto l’occasione di approfondire la cd. diffamazione online: nel nostro caso essa veniva perpetrata nei confronti di un’azienda mediante pubblicazione di un video offensivo su una piattaforma web e successiva sua condivisione su un social network.
La prima riflessione è che l’autore del filmato perseguiva dolosamente un obiettivo: ledere la “reputazione economica” di una società (ma la trattazione che seguirà pertiene anche l’onore ed il decoro di una singola persona). Con l’espressione “reputazione economica” s’intende la reputazione che riguarda l’attività economica, e cioè l’attività di produzione o commercio di beni o servizi, e più precisamente la considerazione o rappresentazione che il pubblico ha delle capacità del soggetto di conseguire risultati positivi soprattutto in termini di bontà dei prodotti o dei servizi di guadagno o profitto. La buona reputazione di un’impresa può essere determinante per influenzare le scelte di mercato dei consumatori. La lesione reputazionale, nel caso concreto, era esponenziale, in quanto su internet non sussiste un generale principio selettivo ordinante la formazione e la diffusione dell’informazione che, conseguentemente, spesso è priva del requisito di obiettività, completezza, autorevolezza o addirittura di verità. Come evidenziato in una recente sentenza di merito, ritenere che l’utente di internet sia un utente smaliziato, che navighi abitualmente, sicuro di ciò che cerca nel sistema informatico ed in grado di discernere i contenuti offerti “è un immagine corrispondente ad una fetta minoritaria degli utenti del sistema, utopistica con riguardo all’utente medio” (v. Trib. Milano, ord., 1 aprile 2011, FI, 2, 2011, 13 ss.). Per comprendere tale concetto basti considerare il recente dibattito sulla cd. “post-verità” nell’ambito dell’ultima campagna elettorale per la designazione del Presidente degli Stati Uniti d’America, o, più vicino a noi, sulle cc.dd. “bufale” (o fake-news) che circolano in rete e che, secondo taluni, hanno condizionato l’esito del recente referendum costituzionale; è di questi giorni, ad esempio, la notizia che il noto social “Facebook” stia predisponendo risorse e nuove procedure per la rimozione dal sito di informazioni false od inesatte.
Ciò premesso, valutiamo quali sono i reati che l’uploader di un filmato denigratorio dell’altrui reputazione compie su una piattaforma web. Il primo illecito che viene in rilievo e’ quello di diffamazione online o a mezzo internet, previsto e punito dall’art. 595 codice penale. In particolare, la fattispecie è aggravata ex art. 595, co. 3, c.p. secondo cui la pena e’ aumentata “Se l’offesa e’ recata col mezzo della stampa, o con qualsiasi altro mezzo di pubblicita’, ovvero in atto pubblico“. Si rammenta che “La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca ‘facebook’ integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiche’ trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone” (Cass. Pen., Sez. I, Sent. n. 24431 del 28 aprile 2015, dep. 8 giugno 2015, Rv. 264007). Per comprendere la portata di una simile condotta appare fondamentale citare anche la sentenza 25 ottobre 2011, cause riunite C 509/09 e C 161/10, della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha affermato che la diffamazione conseguente alla pubblicazione di contenuti offensivi su Internet presenti aspetti differenziati ed autonomi rispetto alla diffusione di un testo a stampa, in quanto quest’ultima e’, per definizione, territorialmente circoscritta, mentre i contenuti via web possono essere consultati istantaneamente da un numero indefinito di utenti, ovunque nel mondo. Nessun dubbio, poi, che persona offesa del delitto in esame possa essere anche una persona giuridica. Infatti “Nel reato di diffamazione in cui sia persona offesa un ente commerciale, il concetto di reputazione deve ritenersi comprensivo anche del profilo connesso all’attività economica svolta dall’ente ed alla considerazione che esso ottiene nel contesto sociale, sicche’ la condotta lesiva puo’ attenere anche al buon nome commerciale del soggetto giuridico” (Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 43184 del 21 settembre 2012, dep. 8 novembre 2012, Rv. 253773; e cfr. precedenti ivi citati, segnatamente vedasi Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 19368 del 14 febbraio 2006, Rv. 234539 sulla qualifica di ‘persona offesa’ in capo ad una societa’ di capitali, qual e’ il caso in esame). Sotto il profilo oggettivo e’ evidente che la pubblicazione online di un filmato dal contenuto denigratorio ed offensivo della reputazione personale e commerciale di terzi integri l’elemento materiale del reato in esame. Il dolo di fattispecie consiste nella coscienza e volonta’ di offendere l’altrui reputazione ed e’ palese la sussistenza dell’elemento psicologico del delitto nella condotta di chi, nel montaggio di un video, artatamente manipoli immagini filmati e parole al preciso scopo di offendere l’onore ed il decoro altrui, la reputazione personale e professionale, ed economica di una società commerciale.
Ma la condotta in disamina perfeziona altresì il reato di illecito trattamento di dati personali ex art. 167 del D. Lgs. 196 del 2003. L’art. 4 del citato D. Lgs. 196 definisce trattamento “qualunque operazione o complesso di operazioni, effettuati anche senza l’ausilio di strumenti elettronici, concernenti la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la conservazione, la consultazione, l’elaborazione, la modificazione, la selezione, l’estrazione, il raffronto, l’utilizzo, l’interconnessione, il blocco, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati, anche se non registrati in una banca dati“; definisce dato personale “qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale“.
Nella fattispecie concreta, ci soccorre l’importantissima sentenza della Corte di Cassazione, n. 5107 del 17 dicembre 2013 (dep. 3 febbraio 2014), Rv. 258520, sul CASO GOOGLE – Vivi Down, relativo alla pubblicazione online di un video riproducente atti di bullismo ai danni di un diversamente abile. Secondo la Suprema Corte, aderendo alla sentenza della Corte di Appello di Milano, I Sez., 27 febbraio 2013 oggetto di ricorso, e’ il titolare del trattamento ad avere l’obbligo di acquisire il consenso al trattamento dei dati personali, dunque “toccava … all’uploader, che caricando il video si assumeva la responsabilità del trattamento dei dati… chiedere ed ottenere il consenso prescritto“. Tuttavia, la piattaforma web non è esente da responsabilità penale in via assoluta. La succitata sentenza della Corte di Cassazione sul caso Google, infatti, che per ragioni espositive non può certamente essere qui illustrata, aveva escluso la responsabilità penale “a carico degli amministratori e dei responsabili di una società fornitrice di servizi di Internet hosting provider che memorizza e rende accessibile a terzi un video contenente dati sensibili (…) omettendo di informare l’utente che immette il file sul sito dell’obbligo di rispettare la legislazione sul trattamento dei dati personali, qualora il contenuto multimediale sia rimosso immediatamente dopo le segnalazioni di altri utenti e la richiesta della polizia“. La conseguenza è che la piattaforma può essere considerata titolare del trattamento dei dati personali, e cioè responsabile per l’inerzia nella rimozione del contenuto multimediale, quando abbia effettiva conoscenza della sua illiceità, secondo quando disposto dal D. Lgs. 9 aprile 2003, n. 70. Su questa linea si pone il recentissimo arresto della Cassazione Penale, Sez. V, Sentenza n. 54946 del 27 dicembre 2016, che ha sancito la sussistenza di un obbligo di rimozione, in capo ai gestori dei siti internet, di ogni contenuto potenzialmente offensivo pubblicato dagli utenti di cui il gestore sia venuto a conoscenza (anche in via potenziale).
Ciò detto, e tornando al caso in esame, l‘uploader aveva il preciso obiettivo, manifestato dalla manipolazione di immagini, video, parole, di diffamare, denigrare terze persone, dunque “recare ad altri un danno“. La violazione dell’art. 23 del D. Lgs. 196 del 2003 (mancata acquisizione del consenso delle persone interessate al trattamento di dati personali) ha, pertanto, integrato, con la pubblicazione online del video incriminato, il reato di cui all’art. 167, in combinato disposto con l’art. 4, del D. Lgs. 196 del 2003, reputandosi certamente integrati gli elementi essenziali della precitata fattispecie penale.
Un’ultimo aspetto che possiamo qui sinteticamente affrontare è il seguente. Trattasi della possibilità, nel presentare un atto di denuncia querela alla polizia postale o direttamente all’Autorità giudiziaria, della persona offesa da questi reati di chiedere una tutela urgente per rimuovere da internet il filmato e limitare i danni che una sua diffusione incontrollata comporta. Si pensi al recente caso di suicidio di una donna che non era riuscita psicologicamente ad affrontare la diffusione di un filmato erotico che la riguardava e che, pare, tuttora circoli in rete; ricordiamo che nel caso del disabile vittima di bullismo, il video, tra quelli più “divertenti”, era rimasto in rete per circa due mesi. Prima ancora dell’intervento dell’Autorità giudiziaria, comunque, evidenziamo che le principali piattaforme web consentono agli utenti di segnalare, con moduli standard, la presenza di filmati dal contenuto illecito caricati sui loro server.
Se ciò non portasse alla rimozione del video, la Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, in tema di sequestro preventivo ha affermato che “l’autorità giudiziaria, ove ricorrano i presupposti del fumus commissi delicti e del periculum in mora, può disporre, nel rispetto del principio di proporzionalità, il sequestro preventivo di un intero sito web o di una singola pagina telematica, imponendo al fornitore dei servizi internet, anche in via di urgenza, di oscurare una risorsa elettronica o di impedirne l’accesso agli utenti ai sensi degli artt. 14, 15 e 16 del D. Lgs. 9 aprile 2003, n. 70, in quanto la equiparazione dei dati informatici alle cose in senso giuridico consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato” (Cass. Pen. Sezioni Unite, Sentenza n. 31022 del 29 gennaio 2015, dep. 17 luglio 2015, Rv. 264089). Se l’ipotesi di reato è fondata e si riesce a dimostrare il pericolo ed i potenziali danni che la diffusione del filmato comporta, l’Autorità giudiziaria, quindi, ha la facoltà di disporre la misura cautelare reale del sequestro preventivo. D’altronde, alla luce della sentenza delle Sezioni Unite n. 31022 del 2015 “deve ritenersi ormai per definitivamente acquisito che il dato informatico in sè, in quanto normativamente equiparato ad una cosa, può essere oggetto di sequestro, da eseguirsi, avuto riguardo al caso concreto, secondo determinate modalità espressamente previste dal legislatore e nel rispetto del principio di proporzionalità“. Ciò vale sia per il sequestro probatorio sia per il sequestro preventivo “non essendo concepibile sul piano logico una differenziata valutazione al riguardo“. Le Sezioni Unite succitate hanno individuato anche le concrete modalità esecutive della cautela reale che ha ad oggetto risorse telematiche o informatiche. Gli Ermellini dovevano, infatti, scegliere tra due opzioni: i) la sola adprehensio, in senso fisico della “cosa”; ii) una vera e propria inibitoria rivolta al fornitore di connettività, che deve impedire agli utenti l’accesso al sito o alla singola pagina web incriminati ovvero rimuovere il file che viene in rilievo, con l’effetto di arrestare l’attività criminosa in atto o scongiurare la commissione di ulteriori condotte illecite. La scelta è ricaduta sulla modalità operativa più ampia, ritenendo che “il sequestro preventivo di risorse telematiche o informatiche sia compatibile con la detta inibitoria, la sola in grado di assicurare effettività alla cautela“.
Ne consegue che, ricorrendo i presupposti applicativi stabiliti dall’art. 321 c.p.p., in relazione alla pubblicazione online di un contenuto multimediale illecito ed integrante più fattispecie penali, l’Autorità Giudiziaria italiana può e deve chiedere alla società dell’informazione, anche con gli strumenti della rogatoria all’estero, provvedimenti inibitori quali: 1) il blocco dell’accesso degli utenti alle risorse elettroniche incriminate (i.e. l’indirizzo URL), intervenendo tecnicamente in modo consequenziale, rendendo concretamente indisponibili tali risorse; 2) la rimozione del file multimediale lesivo che viene in rilievo e che è accessibile dagli utenti (all’URL segnalato).