Source: https://personaedanno.it/articolo/diffonde-online-il-numero-della-persona-che-lo-molesta-telefonicamente-condannato-cass-39682-18
Timestamp: 2019-06-20 01:18:05+00:00
Document Index: 9406655

Matched Legal Cases: ['art. 167', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 62', 'art. 599', 'art. 167']

Diffonde online il numero della persona che lo molesta telefonicamente: condannato – Cass. 39682/18
Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato - Annalisa Gasparre - 07/06/2019
L’imputato ha diffuso il numero cellulare della persona offesa che, a sua volta, lo aveva molestato telefonicamente, anche con molestie a sfondo sessuale (a suo dire, offerte di natura sessuale sgradite ed offensive nei termini e nei modi). Come reazione a tale asserita condotta illecita, invece che adire le vie legali, l’imputato, esasperato, diffondeva il numero della donna.
Durante il processo l’imputato aveva ammesso di aver inserito in chat il numero del cellulare della persona offesa.
L’uomo è stato così dichiarato responsabile per il reato di cui all’art. 167, d.lgs. 196/2003.
Le giustificazioni fornite – nel senso della provocazione da parte della donna per il periodo di un anno – non sono state sufficienti ad evitargli la condanna, perché non provate. Ma la Corte di cassazione aggiunge che se anche fosse stata accertata la grave e concreta provocazione il reato non potrebbe essere escluso: l’aver reagito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui è scriminante per i soli delitti contro l’onore. Il reato di cui si tratta, invece, tutela la riservatezza dei dati personali e non può quindi invocarsi la scriminante della provocazione, perché specifica per altro genere di reati.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 8 giugno – 4 settembre 2018, n. 39682 - Presidente Sarno – Relatore Socci
2.1. Violazione di legge, in ordine alla mancata assunzione di una prova decisiva.
La sentenza impugnata afferma che non può ritenersi scriminante l'assunto, sostenuto dall'imputato, di aver diffuso il cellulare della parte offesa per reazione rispetto alle reiterate molestie telefoniche, anche a sfondo sessuale, subite dall'imputato ad opera della parte offesa.
La mancata acquisizione dei tabulati, relativa al telefono in uso all'imputato ma non a lui intestato, non ha consentito alla difesa di dimostrare la provocazione della parte offesa. La Vodafone, in considerazione della assenza di titolarità del numero telefonico usato dall'imputato, aveva respinto la domanda del ricorrente di fornire i tabulati; quindi solo l'autorità giudiziaria poteva e doveva richiedere i tabulati in oggetto, in particolare per i messaggi SMS. Solo dalla lettura dei messaggi sarebbe emerso il comportamento biasimevole e petulante della parte offesa in danno dell'imputato, «un comportamento caratterizzato da profferte di natura sessuale sgradite ed offensive nei termini e nei modi, le quali sono giunte sulla citata utenza telefonica a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza soluzione di continuità, e con tanto di corredo fotografico a supporto».
La mancata acquisizione dei tabulati e del testo dei messaggi ha comportato una lesione del diritto di difesa. Le dichiarazioni della parte offesa, peraltro costituita parte civile, non hanno ricevuto un vaglio critico, che sarebbe emerso solo con i tabulati e il testo dei messaggi SMS. L'imputato del resto non conosceva la parte civile e ha dichiarato di aver trovato il suo numero a Bologna, e lo stesso De Ma. ha ammesso di aver cercato per primo il ricorrente. Del resto gli stessi messaggi spediti dal ricorrente alla parte civile (curati, sei malato) sono indicativi di una diversa ricostruzione della vicenda. Invero è il ricorrente ad aver subito molestie dalla parte civile, e non il contrario. Infine il ricorrente ha messo il telefono di De Ma. nella CHAT solo dopo un anno di pressanti messaggi e telefonate, «come gesto di estrema reazione temendo -ingenuamente - di adire le vie legali dopo essere stato edotto (con chiari fini intimidatori) dalla stessa parte civile della propria qualifica di legale affermato del foro di ….».
La ritorsione viene infatti prospettata non come attenuante (art. 62, comma 1, n. 2, cod. pen.:
L'aver reagito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui") ma quale scriminante, come previsto dall'art. 599, cod. pen. per i soli reati ivi previsti (contro l'onore).
Nel reato in oggetto non è possibile applicare la scriminante della provocazione, in quanto il reato di cui all'art. 167, comma 1, d. lgs. 196/2003, tutela specificamente un bene costituzionalmente protetto, la riservatezza dei propri dati personali.