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Timestamp: 2018-10-15 17:55:35+00:00
Document Index: 31180229

Matched Legal Cases: ['art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 56', 'art. 609', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 133', 'sentenza ']

Non è concessa l’attenuante ex art. 609-bis e 609-quater, c.p., se il reato sessuale su minore è avvenuto tramite mezzi telematici e quindi in assenza di un contatto fisico (Corte di Cassazione, sez. III Penale, 21.04.2015, n. 16616). – Noi Radiomobile™
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Non è concessa l’attenuante ex art. 609-bis e 609-quater, c.p., se il reato sessuale su minore è avvenuto tramite mezzi telematici e quindi in assenza di un contatto fisico (Corte di Cassazione, sez. III Penale, 21.04.2015, n. 16616).
l Caso: un uomo, T.P., viene condannato per atti sessuali e corruzione di minorenne compiuti a mezzo telematico mediante invio di mms e conversazioni virtuali, previo pagamento di cariche telefoniche.
La Corte d’Appello conferma la condanna ex artt. 609 quater e quinquies c.p., per i fatti commessi ai danni di minori dai 9 ai 14 anni.
L’imputato ricorrente in Cassazione contesta il mancato riconoscimento dell’attenuante del fatto di lieve entità ex art. 609 bis e 609 quater, comma 4, c.p. e l’erronea qualificazione giuridica di parte di quei fatti, da qualificare nella meno grave ipotesi ex art. 609 bis, comma 2, c.p..
L’assenza di contatto fisico, per l’utilizzo dello smartphone come veicolo delle immagini pedopornografiche, non necessariamente concede il riconoscimento dell’attenuante inesame, potendo ad ogni modo le condotte cagionare rilevanti conseguenze psichiche.
Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto di dover negare l’attenuante per il modo subdolo messo in atto dall’imputato nell’invitare le vittime a compiere atti sessuali, con la scusa di una sorta di educazione sessuale da dover impartire al minore, in più occasioni.
La Suprema Corte ha, inoltre, affermato che condotte e atteggiamenti posti in essere tramite “comunicazione telematica”non sono dotati, per il solo fatto di svolgersi in assenza di contatto fisico con la vittima, di minore lesività alla sfera psichica del minore tali da poter rendere applicabile l’attenuante prevista appunto per i casi di minore gravità.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, 21 aprile 2015, n. 16616
1. La Corte di Appello di Napoli, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente, con sentenza del 17.6.2014, assolveva T.P. dal reato di cui al capo F) perché il fatto non sussiste e rideterminava la pena per i reati residui in anni nove di reclusione, confermando nel resto. L’odierno ricorrente era stato processato con la seguente imputazione:
a) del delitto p. e p. agli artt. 81 cpv, 609 quater ultimo comma c.p. perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, mediante l’utilizzo del sociale network MSM attraverso pc e webcam collegandosi in videochiamata tramite i profili “(…)” ((omissis) ) e “(…)” ((omissis) ) compiva atti sessuali con la minore A.A. di anni 9, consistiti nel denudarsi le parti intime e masturbarsi alla presenza della minore e indurre la minore stessa a denudarsi e toccarsi gli organi genitali. Con l’aggravante di avere commesso il fatto con una persona minore degli anni 10.
b) del delitto p. e p. agli artt. 81 cpv, 609 quater ultimo comma c.p. perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, mediante l’utilizzo del sociale network MSM attraverso pc e webcam collegandosi in videochiamata tramite i profili “(…)” ((omissis) ) e “(…)” ((omissis) ) compiva atti sessuali con la minore An.As. di anni 11, consistiti nel denudarsi le parti intime e masturbarsi alla presenza della minore e indurre la minore stessa a denudarsi e toccarsi gli organi genitali. Con l’aggravante di avere commesso il fatto con una persona minore degli anni 14.
d) del delitto p. e p. agli artt. 81 cpv, 609 quinquies c.p. perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, all’interno della propria abitazione, mediante l’utilizzo del sociale network MSM attraverso pc e webcam collegandosi alla rete tramite i profili “(…)” ((omissis) ) e “(…)” ((omissis) ), mostrandosi completamente nudo e masturbandosi, dopo essersi assicurato che le minori A.A. di anni 9, An.As. di anni 11 e B.J. di anni 10, lo guardassero tramite webcam,in numerose occasioni, compiva atti sessuali in presenza di persone minori degli anni quattordici, con il fine di farle assistere;
f) del delitto p. e p. agli artt. 81 cpv, 609 quinquies c.p. perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso ed in tempi diversi, all’interno della propria abitazione, mediante l’utilizzo del sociale network MSM attraverso pc e webcam collegandosi alla rete tramite i profili “(…)” ((omissis) ) e “(…)” ((omissis) ), mostrandosi completamente nudo e masturbandosi, dopo essersi assicurato che le minori “(…)” (in corso di identificazione) di anni 12, utilizzatrice del profilo (omissis) , “(omissis) ” (in corso di identificazione) minore degli anni 14, utilizzatrice del profilo (omissis) , “(omissis) ” (in corso di identificazione) di anni 12 utilizzatrice del profilo (omissis) , lo guardassero tramite webcam, compiva atti sessuali in presenza di persone minori degli anni quattordici, con il fine di farle assistere Fatto commesso in (omissis) ed accertato in (omissis) ;
g) del delitto p. e p. agli artt. 81 cpv, 56, 609 quater n. 1 c.p. perché, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in tempi diversi, mediante l’utilizzo del sociale network MSM attraverso pc e webcam collegandosi in videochiamata tramite i profili “(…)” ((omissis) ) e “(…)” ((omissis) ), realizzava atti idonei diretti in modo non equivoco a compiere atti sessuali con la minore G.L. (in corso di identificazione) di anni 13, utilizzatrice del profilo (omissis) , consistiti nel denudarsi le parti intime e masturbarsi alla presenza della minore e nell’indurre la minore stessa a mostrarsi tramite webcam, denudarsi e toccarsi gli organi genitali. Con l’aggravante di avere commesso il fatto con una persona minore degli anni 14.
2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, T.P. , deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
a. NULLITÀ DELLA SENTENZA EX ART. 606 LETT. A) C.P.P. PER ERRONEA APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE IN RELAZIONE AiCAPI A) E B).
Si afferma che, se è infatti indubbiamente vero che l’assenza di congiunzione carnale (come nel caso che ci occupa) non sia da solo motivo idoneo ad integrare l’attenuante di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis c.p.(Sez. 3 n. 10085, 6 marzo 2009; Sez. 3 n. 14230, 4 aprile 2008), ma occorre considerare la “compressione della libertà sessuale” attraverso una valutazione di carattere globale, prendendo in considerazione le modalità esecutive del fatto, allora indiscutibile apparirebbe la possibilità di inquadrare la fattispecie in questione nell’ipotesi attenuata prevista.
b. NULLITÀ DELLA SENTENZA PER ERRONEA APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE IN ORDINE AL CAPO C).
Ed infatti, nel primo capo di imputazione, si contesta, tra l’altro all’imputato, di “indurre la minore stessa a denudarsi e toccarsi gli organi genitali”; nel capo c), l’oggetto della induzione contestata è esattamente lo stesso, ossia un video nel quale la minore mostrava i genitali masturbandosi.
Se proprio si vuole distinguere, infatti, il momento dell’adescamento da quello della esibizione in web cam, allora la condotta dell’imputato andrebbe più esattamente inquadrata nella fattispecie penale di cui all’art. 609 undecies c.p., introdotto con la legge 1 ottobre 2012, n. 172 — che ha ratificato e dato esecuzione alla Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, stipulata a Lanzarote nel 2007 – e che prevede: “Chiunque, allo scopo di commettere i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter e 600-quater, anche se relativi al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quaterl, 600-quinquies, 609-bis, 609-quater, 609-quinquies e 609-octies, adesca un minore di anni sedici, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione da uno a tre anni. Per adescamento si intende qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce posti in essere anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altre reti o mezzi di comunicazione”.
Come reso evidente dalla definizione di adescamento, il reato è a forma vincolata: il soggetto attivo, per essere considerato responsabile, deve compiere un “qualsiasi atto volto a carpire la fiducia del minore attraverso artifici, lusinghe o minacce”. La disposizione lascia dunque intendere che anche una singola azione sia sufficiente ad integrare la condotta vietata. Non paiono esservi dubbi, allora, che il comportamento delnostro imputato possa rientrare nelle nozioni di “lusinghe” richiamate dall’art. 609-undecies c.p., lusinghe volte a carpire la fiducia della minore al fine di commettere il reato di cui al capo A).
c. NULLITÀ DELLA SENTENZA PER ERRONEA APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE IN ORDINE AL CAPO E).
d. NULLITÀ DELLA SENTENZA PER VIOLAZIONE DELLA LEGGE PENALE IN ORDINE AL CAPO G).
La Corte territoriale – ricorda il ricorrente – riteneva di non accogliere i motivi di gravame in ordine alle contestazioni di cui al capo G), sebbene non si potesse assolutamente parlare nemmeno di tentativo di reato, così come contestato. Basterà all’uopo rileggere il verbale dell’incidente probatorio reso in data 23.01.13, per valutare se sia possibile, in presenza di mere “proposte” di atti sessuali da compiersi in un ancora indeterminato futuro, individuare gli estremi di un tentativo punibile al metro dell’art. 56 c.p..
Il problema sarebbe di particolare attualità, anche alla luce del nuovo art. 609-undecies c.p., che – punendo le condotte di “adescamento” di minorenni ed in virtù della clausola di riserva “se il fatto non costituisce più grave reato” – presuppone logicamente che tali condotte non siano già autonomamente punibili quali tentativi di violenza sessuale, o di atti sessuali con minorenni.
La mera presa di contatto con la minore sul social network costituirebbe, infatti, un atto troppo lontano – nel tempo e nel decorso logico degli eventi – per essere considerato univocamente diretto alla commissione della violenza sessuale; tanto più che nel caso concreto non fu mai accolta la richiesta di “vedersi” in web!
e. NULLITÀ DELLA SENTENZA PER ERRONEA APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE IN RELAZIONE AL CAPOH).
L’art. 600 quater c.p., benché disposizione certamente di chiusura, è norma che va pur sempre inquadrata nel sistema diretto a combattere il mercato della pedofilia, e che, per contro, l’interpretazione fatta propria dalla Corte di Appello rischia di rinnegare le chiare finalità di una legislazione nata proprio con il titolo di “norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minore, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, e di considerare illecite condotte che il sistema complessivo delle norme penali ha viceversa inteso far rientrare nella sfera delle libertà individuali, di cui, evidentemente, sono portatori anche i minori.
f. NULLITÀ DELLA SENTENZA PER MANCANZA DI MOTIVAZIONE.
Tale omissione risulterebbe viziare la motivazione della Corte di Appello, la quale nulla riferiva in ordine all’aumento di pena di ben 9 anni operata dal giudice di primo grado né a quello di ben 7 anni operata dalla Corte stessa, pur assolvendo il T.
per il capo f) di imputazione!
1. I motivi sopra illustrati appaiono tutti infondati, fatta eccezione per quello sopra illustrato sub c.e pertanto la sentenza impugnata va annullata limitatamente al capo E) dell’imputazione con rinvio per un nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli, con rigetto nel resto.
2. Ritiene il Collegio che sia infondato il primo motivo di doglianza proposto sub a., con cui si lamenta una violazione di legge in relazione al mancato riconoscimento all’imputato dell’ipotesi attenuata di cui all’art. 609 quater co. 4 cod. pen..
La Corte territoriale motiva nella parte de qua in maniera logica e congrua mostrando di fare buon governo della giurisprudenza di questa Suprema Corte in materia, ormai decisamente consolidata nel senso di ritenere che in tema di violenza sessuale, ai fini della configurabilità della circostanza per i casi di minore gravità, prevista dall’art. 609-bis, comma terzo, cod. pen. (ma, mutatis mutandis, come detto, anche in quella di cui all’art. 609-quater, comma quarto, cod. pen.) debba farsi riferimento ad una valutazione globale del fatto, nella quale assumono rilievo i mezzi, le modalità esecutive, il grado di coartazione esercitato sulla vittima, le condizioni fisiche e mentali di questa, le sue caratteristiche psicologiche in relazione all’età, così da potere ritenere che la libertà sessuale della persona offesa sia stata compressa in maniera non grave, e che il danno arrecato alla stessa anche in termini psichici sia stato significativamente contenuto (così sez. 3, n. 23913 del 14.5.2014, C, rv. 259196; conf. sez. 3, n. 38112 del 3.10.2006, Magni e altro, rv. 235031; sez. 3, n. 1057 del 19.12.2006, dep. il 17.1.2007, Sala e altro, rv. 236024; sez. 3, n. 45604 del 13.11.2007, Mannina, rv, 238282). In proposito va operata ad avviso del Collegio qualche ulteriore precisazione.
Il rilievo, come si diceva, è suggestivo e presenta anche dei profili di fondatezza. È evidente, infatti, che per quanto invasiva della propria sfera sessuale, per la vittima sia fisicamente meno devastante la soggezione ad una violenza “virtuale” che reale.
Così, se questa Corte di legittimità, con varie pronunce accompagnate anche da vasto clamore mediatico dovuto evidentemente ad una non chiara comprensione del dictum, ha affermato in relazione a dei rapporti sessuali completi deve escludersi che la sola “tipologia” dell’atto possa essere sufficiente per negare che ricorra la circostanza in questione (cfr. sul punto questa sez. 3, n. 39445 del 1.7.2014, S, rv. 260501 che ha annullato la sentenza impugnata per aver escluso la citata circostanza in base alla unica considerazione che vi era stata la consumazione di rapporto sessuale completato, senza alcuna valutazione del fatto nella sua complessità; conf. Sez. 3 n. 965 del 26.11.2014 dep. 13.1.2015, N. e altro, rv. 261365), per contro non può essere sufficiente ad affermarla.
Va aggiunto che, se come detto, la violenza o gli atti sessuali con minorenne “virtuali” producono, evidentemente, meno danni da un punto di vista strettamente fisico, non può giungersi ad analoga conclusione per quanto riguarda i danni alla psiche della parte lesa, soprattutto nel casi di minori in tenera età.
Oggi lo strumento telematico è diventato di uso comune anche per i minori. Si usa il computer, iltablet, lo smartphone, per raggiungere gli amici, ma anche per studiare, per giocare, per tenersi informati. I social network, che piaccia o no, costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e si intrattenevano i rapporti interpersonali.
Ecco che allora la violenza o gli atti sessuali con minorenne “virtuali” non sono necessariamente caratterizzati da una minore gravità rispetto a quelli reali.
3. La valutazione de quo, come detto, va operata dal giudice del merito, che ne darà conto con motivazione adeguata.
La fattispecie penale indicata, come si ricorda in sentenza, si distingue dalla violenza sessuale di cui all’art. 609 bis c.p. che presuppone, appunto, violenza, abuso o inganno, nonché dalla corruzione dei minorenni che implica una posizione assolutamente passiva della vittima che assiste ad atti sessuali compiuti da altri.
L’ipotesi in commento è configurabile – infatti – anche in assenza di ogni pressione coercitiva e si connota come reato a forma libera, comprensiva di ogni possibile condotta atta ad aggredire il minore.
Con motivazione congrua e logica, perciò, si da atto in sentenza che i danni sulla persona offesa prodotti dalla precoce opera di erotizzazione non possono essere affatto minimizzati, neppure considerato il suo prossimo conseguimento della soglia dei dieci anni, atteso che l’utilizzazione del corpo della piccola, sebbene in difetto di contatti diretti, è stato grave e ancor di più l’insinuazione nella psiche di costei di fantasie non consone, di curiosità non appropriate, di istinti non genuini.
Ebbene, rilevano ancora i giudici partenopei che, se effettivamente, come prospettato dalla difesa (e, come ricordato, è stato recentemente affermato da questa Corte regolatrice) l’attenuante speciale prevista dall’art. 609 quater co. 4 c.p., non può essere esclusa sulla scorta della valutazione dei medesimi elementi costitutivi della fattispecie criminosa (in primis l’età della vittima e la tipologia dell’atto sessuale), essendo, invece, necessario considerare tutte le caratteristiche oggettive e soggettive del fatto che possono incidere in termini di minore lesività rispetto al bene giuridico tutelato, qui rileva il modo subdolo con cui è stato carpito il consenso della persona offesa ad assistere ed effettuare a sua volta autoerotismo.
E, ancora, vengono valorizzati in senso ostativo al riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità; a) la ripetizione delle condotte, sebbene in un tempo limitato di alcuni giorni tra la fine di giugno e l’inizio di luglio 2012; b) l’escalation di perversioni cui la minore è stata iniziata senza alcuna consapevolezza da parte di costei, al punto che correttamente il G.U.P. ha parlato di una turpe “educazione sessuale” ad una sprovveduta spettatrice); c) l’insinuazione in lei della colpa, nel momento in cui ha acquisito contezza della strumentalizzazione del suo corpo di bambina, disvelata dalla necessità di condividere l’esperienza con l’amica, di trincerarsi dietro le sollecitazioni della sorella che, per quanto di appena due anni maggiore, a lei appariva certamente più matura; d) il pianto dirompente durante l’incidente probatorio.
Coerente e logica conclusione, in sintonia con la giurisprudenza citata a pag. 9 della sentenza impugnata (in particolare sez. 4 sent. 9178/2011 e sez. 3 n. 24250/2010, appare dunque la conclusione cui perviene la Corte territoriale di giudicare che gli atti sessuali contestati non andassero per nulla valutati di “minore gravità”, giudizio che può essere destinato a quelli che hanno – in fatto -comportato una più lieve compromissione della libertà sessuale della vittima e dello sviluppo della minore.Inoltre viene ritenuto ostativo al riconoscimento dell’attenuante de qua la stessa reiterazione della condotta, giudicando il giudice del merito in tal senso l’arco temporale – di alcuni giorni e di numerosi contatti – certamente significativo.
4. Infondato è anche il profilo di doglianza sub b. con cui si deduce un’erronea applicazione della legge penale in relazione al capo C) dell’imputazione (art. 600 ter co. 1 cod. pen. in danno della minore A.A. .
I giudici del gravame del merito ne danno conto ricordando, in primis, a pag. 9 della sentenza impugnata, come la norma in questione abbia inteso fissare per i minori una tutela anticipata della loro libertà sessuale, sanzionando, indipendentemente da finalità di lucro o di vantaggio, la “utilizzazione” dei minori stessi nella produzione di materiale pornografico, ma anche la mera induzione a partecipare ad esibizioni pornografiche.
Ne deriva che non assume alcun rilievo scriminante l’eventuale consenso del minore al fatto, considerando che esso sarebbe comunque promanante da persona immatura e priva della disponibilità di diritti inalienabili quali la libertà psicofisica (corretto è il richiamo in proposito al precedente costituito dalla sentenza di questa sez. 3 n. 39872/2013).
Si tratta, in altre parole, viene ancora precisato in sentenza, comunque di una “eterodeterminazione” e di un consenso viziato da palese incapacità.
Nel provvedimento impugnato si ricordano le concrete sollecitazioni o blandizie cui era sottoposta la minore, e quindi l’effettiva induzione a trasmettere immagini di contenuto pedopornografico, il tenore di alcuni messaggi intercorsi tra la piccola Alice e l’imputato tra il 12, 13 e 14 giugno 2012 in cui l’adulto, rivolgendosi alla bambina, la istruiva.
E viene ricordato come la proposta inducente, all’esito di una lezione di sesso particolarmente odioso, avesse sortito l’effetto sperato, al punto che la piccola Alice, nella conversazione delle 23,08 del 17 giugno 2012, si era preoccupata di capire chi l’uomo volesse vedere in webcam, se lei o la sorella maggiore.
Ed alla preferenza espressa verso quest’ultima, verosimilmente più sviluppata, aveva poi chiesto “dopo mi vuoi vedere anche a me?”, ottenendone una risposta affermativa che – per la modalità dimostrativa di un’attenzione e di un riconoscimento – implica – secondo la condivisibile valutazione operata dai giudici del gravame del merito – indiscutibilmente una lusinga.
La Corte territoriale ricorda che, oltre alla ripresa suddetta, quel medesimo giorno A. ha inoltrato, alle ore 18,01, con il nickname (…), al T. un video-messaggio “della vagina”.
Incontestato, evidentemente, è il fatto che le immagini ivi contenute abbiano contenuto pornografico, stanti le modalità con cui è ritratta la minore nell’atto di esibire i genitali. In sentenza si da anche conto che la dichiarazione del T. di non avere ricevuto il video non è credibile perché smentita dall’analisi del suo computer eseguita dai Carabinieri del RACIS che hanno tracciato i passaggi delle immagini (memoria del reperto distinto con la sigla (omissis) e indici dei file “(omissis) “) e contrasta con il compiacimento nella conversazione del (omissis) in cui istruisce Alice su dove toccare, e così ulteriormente il (omissis) , ove si rinvengono altre esibizioni pornografiche realizzate con l’utilizzazione di un minore.
Non casualmente – ricordano i giudici partenopei- il nuovo testo del primo comma dell’art. 600 ter c.p., come modificato dalla L. 38/2006, ha sostituito al termine “sfruttare” quello di “utilizzare” i minori di anni diciotto, in modo da ampliare la portata della norma così da non lasciare spazio all’azione di chi commetta simili reati.
Ne deriva che anche il semplice impiego di minori per realizzare esibizioni pornografiche o produrre materiale pornografico è rilevante per la sussistenza del reato de quo, senza che occorra la prova dell’immissione del materiale nel circuito della pedopornografia per un vantaggio economico dalla cessione dello stesso.
E ciò basta, secondo il ricordato dictum di questa Corte regolatrice per cui ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, le nozioni di “produzione” e di “esibizione” richiedono l’inserimento della condotta in un contesto di organizzazione almeno embrionale e di destinazione, anche potenziale, del materiale pornografico alla successiva fruizione da parte di terzi (così la ricordata sez. 3, n. 27252 del 5.6.2007, Aquili; sez. 3 n. 17178 dell’11.3.2010, Flak, rv. 246982 e, ancor prima, sez. 3, n. 49604 del 1.12.2009, rv. 245749).
5. Infondato è il motivo di ricorso sopra ricordato sub d. in relazione al delitto tentato ex artt. 56, 609 quater n. 1 cod. pen. in danno di G.L. di cui al capo G) dell’imputazione. La Corte territoriale risponde all’analoga doglianza oggi riproposta a pag. 14 della sentenza impugnata evidenziando con motivazione logica e congrua come a nulla rilevi il fatto che la ragazza non abbia raccolto l’invito, per altro esplicito (“mi fai vedere il tuo culetto”), e che ne abbia immediatamente riferito ai genitori.
6. Inammissibile è il motivo di doglianza sopra ricordato sub e. in relazione al capo H dell’imputazione, in quanto trattasi di violazione di legge che non risulta dedotta nei motivi di appello (lo si evince dai motivi di appello a firma dell’Avv. Pasqualina Laviano del 10.2.2014 e ricorda anche la Corte territoriale a pag. 12 dell’impugnata sentenza ove si legge che “l’imputazione per i fatti del capo H) stata fatta oggetto di alcuno specifico motivo di gravame”).
7. Infondato è anche il motivo sub f. in cui ci si duole della mancata motivazione in ordine agli operati aumenti per la continuazione.
Viene ricordata in proposito la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità secondo cui il giudice di merito non è tenuto ad una specifica ed analitica motivazione qualora ritenga di infliggere una pena non superiore – come nel caso de quo – a quella media fra minimo e massimo edittale (nella specie, tra i sette ed i quattordici anni di reclusione), dovendosi in tal caso ritenere sufficiente a soddisfare l’obbligo della motivazione anche un’espressione sintetica (del tipo: “pena equa”), dovendosi, da un lato, ritenere che siano stati globalmente considerarsi gli elementi indicati nell’art. 133 c.p. e, dall’altro, escludere che il potere discrezionale nel dosare la risposta sanzionatoria sia degenerato in arbitrio.
Quanto ai singoli aumenti per la continuazione questa Corte regolatrice ha più volte affermato il principio secondo cui, in tema di determinazione della pena nel reato continuato, deve ritenersi congruamente motivata la sentenza che faccia riferimento alle modalità dei fatti ed ai precedenti penali specifici degli imputati; non sussistendo, invece, l’obbligo di specifica motivazione per gli aumenti di pena a titolo di continuazione, valendo a questi fini le ragioni a sostegno della quantificazione della pena-base (cfr. sez. 2, n. 49007 del 16.9.2014, lussi ed altri, rv. 261424; sez. 5, n. 27832 del 28.4.2011, Franceschi e altro, rv. 250465).
Evidentemente in tal senso, le sentenze di primo e secondo grado vanno valutate come un tutt’uno.
8. Fondato, invece, è il motivo di doglianza in premessa illustrato sub c. in relazione al reato contestato sub E.
La Corte territoriale evidenzia che la conoscenza di alcuni dettagli del T. (tra cui la residenza e la composizione del suo nucleo familiare) da parte della ragazza – che non avrebbe potuto averne conoscenza se non dal diretto interessato – attestano oltre ogni ragionevole dubbio l’effettività del contatto e tranquillizzano del fatto che alcuno scambio di persona possa esservi stato. Il resto – si rileva- è evidente dagli atti, in quanto il rapporto telematico, difficile a credersi data la notevole differenza di età (il fatto che l’uomo abbia mandato immagini della sua famiglia non giustifica una diversa intenzione al contatto con una adolescente) si è connotato per la cessione “onerosa” di fotografie in abiti succinti ed in un MMS di tenore erotico in cui la ragazzina mostra i glutei.
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