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Timestamp: 2020-06-03 06:42:19+00:00
Document Index: 63701011

Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'art.16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.40', 'sentenza ', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ']

ACCERTAMENTO DEL NESSO CAUSALE NELLA RESPONSABILITA’ CIVILE
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MERCOLEDÌ 3 GIUGNO AGGIORNATO ALLE 8:42
Sui criteri di accertamento del nesso causale in materia civile in caso di omissione colposa
Corte di Cassazione, sez. III civile, 14 febbraio 2012, n. 2085
Responsabilità civile – presupposti – nesso causale – accertamento – regole in materia penale – non applicabilità – materia civile – regola del “più probabile che non".
La controversia è stata decisa alla luce dell’art. 2043 c.c..
Risulta provata la caduta della ricorrente sulla scala all'uscita del luogo di lavoro in quanto la teste escussa, pur non avendo assistito al fatto, era vicina al luogo dell’evento ed ha sentito il rumore del capo che urtava contro il muro, intervenendo subito dopo a soccorrere la collega.
Certa è la mancanza del corrimano, integrandosi quindi la violazione da parte del datore di lavoro dell'art.16 del D.P.R. 27 aprile 1955 n. 547, che impone che le scale destinate all’accesso ai luoghi di lavoro, se sono aperte, devono essere dotate di parapetto o di altra difesa, e se sono delimitate da due pareti, come quella in oggetto, devono essere munite almeno di un corrimano.
La norma in oggetto ha certamente la funzione di rendere sicuro l'uso delle scale di accesso ai luoghi di lavoro e di prevenire le cadute,con l’imposizione dell’obbligo di parapetti nelle scale aperte, che hanno anche la funzione di appoggio, o l’installazione di un parapetto delle scale chiuse da pareti.
4.Di recente questa Corte regolatrice, attraverso le sentenze a S.U. n.576 e 581 dell’11 gennaio 2008, è pervenuta ad un importante arresto in tema di responsabilità civile, stabilendo che il nesso causale e' regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano (ad una valutazione ex an ) del tutto inverosimili, fermo restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell'accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell'evidenza o del “più probabile che non', mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”.
Nell’imputazione per omissione colposa il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta omissiva del comportamento dovuto (Cass. n. 20328 del 2006; Cass. n. 21894 del 2004; Cass. n. 6516 del 2004; Cass. 22/10/2003, n. 15789): rilievo che si traduce a volte nell’affermazione dell’esigenza, per l’imputazione della responsabilità, che il danno sia una concretizzazione del rischio, che la norma di condotta violata tendeva a prevenire. Il Giudice pertanto è tenuto ad accertare se l'evento sia ricollegabile all’omissione (causalità omissiva) nel senso che esso non si sarebbe verificato se (causalità ipotetica) l’agente avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, con esclusione di fattori alternativi.
L’accertamento del rapporto di causalità ipotetica passa attraverso l’enunciato “controfattuale” che pone al posto dell'omissione il comportamento alternativo dovuto, onde verificare se la condotta doverosa avrebbe evitato il danno lamentato dal danneggiato.
La fattispecie sottoposta al vaglio della Suprema Corte concerne la richiesta di una lavoratrice volta ad ottenere dal proprio datore di lavoro e dalla compagnia assicuratrice di quest’ultimo il risarcimento per i danni procuratesi in seguito alla caduta all’uscita del luogo di lavoro sui gradini bagnati di una scala, priva del prescritto corrimano. In primo grado la domanda di parte attrice viene accolta, ma la sentenza viene riformata in appello, in quanto si conclude che la ricorrente non avesse fornito la prova delle modalità dell’incidente e del nesso causale tra la mancanza del corrimano e la caduta, né che la presenza di un corrimano avrebbe evitato l'evento dannoso.
Contro questa decisione viene proposto ricorso in Cassazione, che, come si evince dalle motivazioni sopra riportate, ritiene la domanda di risarcimento fondata, disattendendo le argomentazioni del giudice di appello.
La sentenza merita di essere segnalata in quanto ribadisce l’orientamento fatto proprio anche dalle Sezioni unite del 2008[1] dell’autonomia delle regole che reggono l’accertamento della causalità in materia civile.
Al fine di poter meglio apprezzare l’odierno dictum di legittimità appare opportuno richiamare, seppur sinteticamente, l’evoluzione che ha condotto all’emergere dei principi che risultano alla base dello stesso.
Com’è senz’altro noto, in relazione alla causalità nei casi di condotta omissiva[2], rilevano soprattutto alcune indicazioni desumibili dalla prospettiva penalistica: in particolare, dagli art.40 e seguenti c.p.[3]. A quest’ultimo proposito, in modo cursorio, può rilevarsi che il dibattito si è specificato soprattutto, a seguito della sentenza delle Sezioni Unite penali della Cassazione, n. 30328/02, che ha profondamente mutato l’interpretazione di quelle norme codicistiche, in relazione, in particolare, alla responsabilità medica.
L’art. 40 c.p. equipara il non impedire al cagionare, riconoscendo il valore causale dell’omissione. Prima della sentenza delle Sezioni Unite del 2002 da ultimo richiamata, si erano enucleati, nella giurisprudenza della stessa Suprema Corte relativa in particolare alla responsabilità medica, due filoni interpretativi “quasi” opposti[4]. Il primo filone interpretativo basava l’accertamento causale sulla verifica della sussistenza “di serie ed apprezzabili probabilità di successo” della condotta non tenuta dal medico ed era giunto alla conclusione che un nesso di causalità potesse ritenersi verificato, anche nel caso in cui le probabilità di sopravvivenza non fossero superiori al 30%[5]. Tale presupposto, a sua volta, ha prodotto una spaccatura all’interno della Suprema Corte. Quest’ultima, infatti, con tre sentenze del 2000[6], “ha inagurato” un nuovo filone interpretativo, sviluppatosi, però, lungo due direttrici. Da un lato, si è tout court evidenziata l’esigenza di verificare il rapporto di causalità tanto nei reati omissivi che in quelli di azione; dall’altro, si è posta la necessità di rispettare sempre i principi di tassatività e di stretta legalità ex art. 25 Cost.[7], con la conseguenza che il giudice potrebbe “affermare il rapporto di causalità, anche nei reati omissivi, in quanto abbia accertato che, con probabilità vicina alla certezza, con probabilità vicino a cento, quella condotta, azione od omissione, è stata causa necessaria dell’evento come verificatosi hic et nunc”[8].
Per comporre il contrasto giurisprudenziale così determinatosi, sono intervenute le Sezioni Unite penali, con la sentenza Franzese, nella quale, partendo da una netta distinzione tra “probabilità statistica” e “probabilità logica”, si è escluso che sia “consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell'ipotesi accusatoria sull'esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell'evidenza disponibile, così che, all'esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l'interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con 'alto o elevato grado di credibilità razionale' o 'probabilità logica'”.
La giurisprudenza civilistica, di contro, con riguardo alla possibilità di ricostruire il profilo del nesso di causalità in termini probabilistici, è stata, all’inizio, e, precisamente, prima della spaccatura verificatasi in seno alle sezioni penali nel 2000, più rigida di quanto sia stata in materia penalistica. Infatti, nei casi in cui non si fosse riuscito a dimostrare l’esistenza di altri fattori idonei a provocare l’evento, si faceva riferimento a un «serio e ragionevole criterio di probabilità scientifica»[9]. Con il tempo, però, pur facendosi formalmente sempre riferimento a tale criterio, la giurisprudenza civile si è sempre più avvicinata ai criteri, globalmente più contenuti, seguiti da quella penale[10].
[1] 11 gennaio 2008, n. 576 e 581.
[2] Per una disamina dei principi che sorreggono la responsabilità contrattuale e quella medica in particolare, cfr.: Gorla, Sulla cosiddetta causalità giuridica, in Riv. dir. comm., 1951, I, 405 s.; Carnelutti, Perseverare diabolicum, in Foro it., 1952, IV, 97 s.; Forchielli, Il rapporto di causalità nell’illecito civile (Padova 1960) 21 e ss.; Di Majo, Delle obbligazioni in generale, Comm. Scialoja- Branca-Galgano (Bologna-Roma 1988), 409 s.; Iamiceli, La responsabilità civile del medico, La responsabilità civile, in La responsabilità contrattuale, Il diritto privato nella giurisprudenza, a cura di Cendon (Torino 1998), 459 s.; Stanzione-Zambrano, Attività sanitaria e responsabilità civile, in Il diritto privato oggi, a cura di Cendon (Milano 1998), 207 s.; Visintini, Trattato breve, cit. 589 s.; Paradiso, La responsabilità medica: dal torto al contratto, in Riv. dir. civ., 2001, 325 s.; Ciatti, Responsabilità medica e decisione sul fatto incerto (Padova 2002), 29 s.; Proto Pisani, La natura della responsabilità del medico, in Il danno risarcibile, a cura di Vettori, II (Padova 2004), 1345 s.; Rossetti, Errore, complicanza e fatalità: gli incerti confini della responsabilità civile in ostetricia e ginecologia, in Danno e resp., 1, 2001, 12 s.
[3] In effetti non tutta la dottrina è concorde nel ritenere che nell’illecito civile ed in quello penale varrebbero le medesime regole causali: cfr. Zeno-Zencovich, La responsabilità civile da reato, (Milano 1989), 43 s.
[4] Per un approfondimento, non possibile in questa sede, sulla problematica de qua, cfr. in part. Blaiotta, La causalità ed i suoi limiti: il contesto della professione medica, in Cass. Pen., 1, 2002, 181 e ss.; Blaiotta, Con una storica sentenza le Sezioni unite abbandonano l’irrealistico modello nomologico deduttivo di spiegazione causale di eventi singoli. Un nuovo inizio per la giurisprudenza, in Cass. Pen., 4, 2003, 1176 s.; Bilancetti, La responsabilità penale per colpa professionale medica è destinata a ridimensionarsi anche in Italia?, in Giur. It., 2003, 1982 s.; Garbolino, Dall’effetto probabile alla causa probabile. La valutazione del nesso causale, in Cass. Pen., 1, 2004, 298 s.
[5] Cass. 17-1-1992, Silvestri, Nuova giur. comm., I, 1992, con nota di Zeno-Zencovich; Cass. 12-5-1989, Prinzivalli, Riv. pen., 1990, 119. Cass. 12-5-1983, Melis, Cass. Pen., 1984, 1142.
[6] Si tratta di Cass. 28-9-2000, n.1688, Baltrocchi; Id , 28-11-2000, n. 2123, Di Cintio; Id, 29-11-2000, n. 2139, Musto; tutte e tre le sentenze sono state pubblicate in Cass. Pen., 2002, 159 s., in part. con nota di Blaiotta.
[7] Su cui, diffusamente, cfr. Mantovani, Diritto penale, Parte generale3, (Padova 1992), 39 e ss e 97 e ss.
[8] Cass. 28-9-2000, n.1688, cit.
[9] Cass. 13-5-1982, n.3013, Mass. Foro it., 1992.
[10] Cass. 13-1-1992, n. 317, Foro it., 1993, 2330.