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Timestamp: 2018-01-22 08:16:15+00:00
Document Index: 91522220

Matched Legal Cases: ['art. 118', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 120', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 120', 'art. 8', 'art. 120', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 30', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 123', 'art. 97', 'art. 2', 'art. 73', 'art. 10', 'art. 97', 'art. 5', 'art. 117', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 117', 'art. 27', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 117', 'art. 15', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 119', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 15', 'art. 43', 'art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 43', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 1', 'art. 37', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 33', 'art. 2', 'art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 113', 'art. 115', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 117', 'art. 145', 'art. 4', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 77', 'sentenza ', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 41', 'art. 33', 'art. 182', 'art. 41']

Pronunce d’interesse per le Regioni ordinarie depositate nel periodo maggio-settembre 2011
Nel periodo maggio – settembre 2011 si segnalano 23 sentenze d’interesse per le Regioni a statuto ordinario delle quali: 15 a seguito di ricorsi promossi in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri, 6 conseguenti a ricorsi promossi dalle Regioni e Province autonome nei confronti di leggi statali, 2 promossi in via incidentale da giudici amministrativi. Nessuna decisione risulta depositata nel mese di agosto.
Le materie maggiormente interessate dalle pronunce di questo periodo riguardano la tutela dell’ambiente e in particolare, in più casi, per le interferenze esistenti tra questa materia e la materia della caccia attribuita alla competenza residuale delle Regioni, e la materia della produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia.
Le leggi regionali portate al vaglio della consulta hanno interessato quasi tutte le Regioni, con esclusione dell’Emilia-Romagna, Umbria, Lazio e Molise.
La normativa statale impugnata dalle Regioni ha riguardato il decreto-legge 8 luglio 2010, n. 105 (Misure urgenti in materia di energia), a seguito di ricorsi promossi dalle Regioni Toscana e Puglia, e dalla Provincia autonoma di Trento, e il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), a seguito di distinti ricorsi promossi dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Puglia, che hanno interessato le materie: energia, ordinamento contabile dello stato, ordinamento civile e la violazione del principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 della Cost.
Una pronuncia ha definito un conflitto di attribuzione tra enti, promosso dalla Regione Puglia, sorto a seguito di alcuni decreti del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio con i quali è stata disposta la nomina di un Commissario straordinario di un Ente Parco nazionale.
La giurisprudenza della Corte Costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; maggio – settembre 2011
Sentenza 12 maggio 2011, n. 163 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: coordinamento finanza pubblica
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge della Regione Calabria 13 luglio 2010, n. 16 (Definizione del sistema di finanziamento della Stazione Unica Appaltante), con il quale la Regione, nonostante il Piano di rientro del disavanzo nel settore sanitario stipulato con lo Stato, ha previsto impegni si spesa non in linea con gli obiettivi di rientro, in violazione del principi di coordinamento della finanza pubblica contenuto nell’art. 1, comma 796, lettera b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2007), che prevede come vincolanti per le Regioni gli interventi individuati dal Piano con divieto di adottarne di nuovi che siano di ostacolo alla sua piena attuazione.
Sentenza 12 maggio 2011, n. 165 – (giudizi promossi dalla Regione Toscana, dalla Provincia autonoma di Trento e dalla Regione Puglia)
Materia: produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; esercizio, potere sostitutivo art. 120 Cost.; principio di leale collaborazione
– dichiara la parziale l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, del decreto-legge 8 luglio 2010, n. 105 (Misure urgenti in materia di energia), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 13 agosto 2010, n. 129, nella parte in cui introduce il comma 2 dell’art. 4 del decreto-legge 1 luglio 2009, n. 78 (Provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, con il quale si prevede il potere sostitutivo del commissario del Governo in caso di inerzia delle Regioni ed enti locali che non abbiano rispettato i termini previsti dalla legge, o quelli fissati dallo stesso commissario, per il rilascio dell’autorizzazione e per l’effettiva realizzazione degli interventi connessi alla trasmissione, alla distribuzione e alla produzione di energia elettrica e delle fonti energetiche che rivestono carattere strategico nazionale, o di particolare urgenza.
La Corte rileva che la norma introduce una forma di potere sostitutivo, che non corrisponde ai requisiti richiesti dall’art. 120 Cost. e dall’art. 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l'adeguamento dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), nota come legge “la Loggia”, posto che il potere sostitutivo spetta al Governo che lo può esercitare per mezzo di commissari, ma non è ammissibile prevedere in via generale l’esercizio del potere in questione direttamente ad un organo amministrativo, inoltre in base all’art. 120 Cost. il potere sostitutivo e legittimo solo se ricorrono le gravi edeccezionali ipotesi previste dalla norma e non per la sola mera inerzia degli enti competenti, e sulla base della procedura delineata dalla legge n. 131 del 2003.
Viene pertanto dichiarata l’illegittimità della norma nella parte in cui prevede che: “Ciascun commissario, sentiti gli enti locali interessati, emana gli atti e i provvedimenti, nonché cura tutte le attività, di competenza delle amministrazioni pubbliche che non abbiano rispettato i termini previsti dalla legge o quelli più brevi, comunque non inferiori alla metà, eventualmente fissati in deroga dallo stesso commissario, occorrenti all’autorizzazione e all’effettiva realizzazione degli interventi, nel rispetto delle disposizioni comunitarie”;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, del d.l. n. 105 del 2010, nella parte in cui introduce il comma 4 dell’art. 4 del d.l. n. 78 del 2009, con il quale si prevede un potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento di un’intesa, esercitabile decorsi 30 giorni dalla convocazione del primo incontro tra il Governo e la Regione o Provincia autonoma interessata.
La Corte rileva che nei casi di attrazione in sussidiarietà di funzioni relative a materie rientranti nella competenza concorrente di Stato e Regioni, è necessario il raggiungimento di un’intesa e che, per il rispetto del principio di leale collaborazione, non è legittima una disposizione che contenga una “drastica previsione” della decisiva volontà di una sola parte, in caso di dissenso, essendo necessarie idonee procedure per consentire reiterate trattative volte a superare le divergenze. Solo nell’ipotesi di esito negativo di queste ulteriori attività dirette a raggiungere l’intesa, può essere rimessa al Governo una decisione unilaterale.
Sentenza 19 maggio 2011, n. 170 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: ordinamento civile
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 della legge della Regione Abruzzo 14 luglio 2010, n. 24 (Interventi a sostegno dell’Aeroporto d’Abruzzo) e dell’art. 5, comma 4, della legge della Regione Abruzzo 10 agosto 2010, n. 38 (Interventi normativi e finanziari per l’anno 2010), con i quali la Regione ha previsto la possibilità di proroga di alcuni contratti di collaborazione in essere, senza limiti temporali e senza il rispetto dei requisiti richiesti dall’art. 7, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche).
La Corte rileva che dette disposizioni incidono sulla disciplina di diritto privato afferente i contratti di lavoro e, pertanto, vertendo in materia di ordinamento civile, esulano dalla competenza regionale la quale non è neppure legittimata ad intervenire anche solo riproducendo pedissequamente la disciplina statale.
Sentenza 10 giugno 2011, n. 182 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: coordinamento della finanza pubblica
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge della Regione Toscana 29 dicembre 2010, n. 65 (Legge finanziaria per l’anno 2011), con il quale la Regione, nel dare attuazione alle disposizioni statali sul contenimento delle spese della Pubblica amministrazione contenute nel decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), ha autorizzato la Giunta regionale ad effettuare una modulazione delle percentuali di risparmio, per ciascuna tipologia di spesa, diversa rispetto a quella prevista dalla norma statale per le proprie amministrazioni.
La Corte, pur riconoscendo che le disposizioni impugnate rientrano nell’ambito della materia del coordinamento della finanza pubblica, rileva che lo Stato può legittimamente imporre dei vincoli alle politiche di bilancio delle Regioni individuando un limite complessivo alla spesa. Non gli è invece consentito stabilire, con norme puntuali, l’entità delle singole voci di spesa da ridurre. Viene pertanto riconosciuta legittima la disposizione regionale che, pur nel rispetto del principio di coordinamento della finanza pubblica diretto alla contrazione delle spese, nell’ambito della propria autonomia ha diversificato con norme di dettaglio le percentuali per singola voce di spesa.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 2, lettera b), della medesima legge regionale con la quale la Regione ha disposto che, per l’anno 2011, gli enti ed aziende del servizio sanitario regionale limitino le spese per il personale all’ammontare sostenuto nel 2006, ridotto dell’1,4%, in difformità da quanto previsto dall’art. 2, comma 71, delle legge 23 dicembre 2009, n. 191 concernente la legge finanziaria per il 2010, secondo cui tali spese non possono, per il triennio 2010 – 2012, eccedere il livello raggiunto nel 2004, diminuito dell’1,4%.
La Corte rileva che nell’anno 2006 la normativa statale aveva previsto una lievitazione della spesa sanitaria rispetto all’ammontare raggiunto nel 2004. Pertanto la norma regionale impugnata, nel riferirsi all’anno 2006, permette un incremento della spesa per il personale sanitario per l’anno 2011 rispetto al livello massimo prescritto dalla norma statale, ponendosi in conflitto con quest’ultima che si configura quale disposizione di principio in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 187 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: tutela dell’ambiente; tutela della concorrenza
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 30 della legge della Regione Marche 15 novembre 2010, n. 16 (Assestamento del bilancio 2010), con il quale la Regione ha previsto una tempistica, per la realizzazione e l’adeguamento degli impianti per la depurazione delle acque reflue urbane, diversa e peggiorativa rispetto a quella stabilita dal legislatore statale con il decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152 (Disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti dai fonti agricole).
La Corte, richiamando la propria giurisprudenza, rileva che la tutela delle acque dall’inquinamento è ascrivibile alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e che pertanto, attesa la possibilità che la competenza in materia ambientale sia intercettata dalle competenze, concorrenti o residuali, proprie delle Regioni, queste ultime possono o adeguarsi ai limiti di tutela previsti dallo Stato o determinare limiti di tutela più elevati, ma mai determinarne di nuovi più blandi;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 40, comma 2, della l.r. Marche 16 del 2010 con il quale si prevede che il servizio idrico integrato, in quanto di interesse generale riconducibile ai diritti fondamentali della persona, non rientra tra i servizi pubblici locali a rilevanza economica. Sul punto la Corte ribadisce, richiamando la propria sentenza n. 246 del 2009, che il legislatore statale, in coerenza con la normativa comunitaria e sul presupposto che il servizio idrico integrato si inserisce in uno specifico e peculiare mercato, ha correttamente qualificato tale servizio come di rilevanza economica, conseguentemente escludendo ogni potere degli enti infrastatuali di pervenire ad una diversa qualificazione;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, commi 7 e 9, della l.r. Marche 16 del 2010 con i quali la Regione ha affidato ai Comuni la cura delle procedure relative all’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti prodotti dalle navi e dei residui del carico, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 5 del d.lgs. 24 giugno 2003, n. 182 (Attuazione della direttiva 2000/59/CE relativa agli impianti di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi ed i residui di carico), che assegna dette procedure alla competenza delle Regioni.
Come già precisato con sentenza n. 373 del 2010, la Corte ribadisce che stante la competenza statale in materia di rifiuti ne consegue che non sono ammesse iniziative delle Regioni di regolamentare nel proprio ambito territoriale la materia, e non è pertanto possibile per le Regioni allocare la funzione amministrativa relativa alla cura delle procedure finalizzate all’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti in questione presso i Comuni, laddove lo Stato ha, viceversa, individuato nella Regione il soggetto pubblico cui tale funzione è assegnata.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 188 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Puglia)
Materia: rapporti tra Statuto e legge regionale artt. 122 e 123 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 10, comma 1, lettera j), della legge della Regione Puglia 28 gennaio 2005, n. 2 (Norme per l’elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta regionale), con il quale si recepisce nell’ordinamento elettorale regionale il meccanismo del premio aggiuntivo di maggioranza (c.d. “doppio premio”), con la conseguenza che, ove ricorrano i presupposti per la sua applicazione, può verificarsi un aumento del numero di seggi consiliari rispetto a quelli indicati, in misura fissa, nello Statuto della Regione Puglia.
La Corte osserva che gli artt. 122 e 123 Cost. stabiliscono un particolare rapporto tra Statuto e legge regionale in termini di gerarchia, stante il carattere fondamentale della fonte statutaria, e di competenza, considerato che la Costituzione prevede l’esistenza nell’ordinamento regionale di riserve normative a favore della fonte statutaria rispetto alle competenze del legislatore regionale e tra queste rientra anche la determinazione del numero dei membri del Consiglio in quanto la composizione dell’organo legislativo regionale rappresenta una fondamentale scelta politica sottesa alla forma di governo della Regione. Ne consegue che quando lo Statuto prevede un numero fisso di consiglieri, la legge regionale non può prevedere meccanismi elettorali diretti ad attribuire seggi aggiuntivi poiché in tal caso ne discende un contrasto tra norma legislativa regionale e norma statutaria con conseguente violazione dell’art. 123 Cost.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 189 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: accesso al pubblico impiego art. 97 Cost.; previdenza sociale
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 10, della legge della Regione Basilicata 25 ottobre 2010, n. 31 (Disposizioni di adeguamento della normativa regionale al decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150. Modifica art. 73 della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 42. Modifiche della legge regionale 9 febbraio 2001, n. 7. Modifica art. 10 legge regionale 2 febbraio 1998, n. 8 e s.m.i.) con il quale si è prevista la possibilità per la Giunta ed il Consiglio regionale di coprire, temporaneamente, posti di dirigente regionale mediante conferimento di incarico a personale interno privo della qualifica dirigenziale, ancorché già titolari di un rapporto di lavoro subordinato con la Regione, senza aver superato alcuna forma di selezione concorsuale o meno, che li qualifichi per lo svolgimento di tali funzioni.
La Corte rileva che la circostanza che la copertura dei posti dirigenziali sia consentita solo in via temporanea non ne riduce la portata lesiva dal momento che essa nonprevede alcun termine entro il quale la Giunta o il Consiglio regionale debbano mettere a concorso i posti vacanti o coprire gli stessi con altri meccanismi selettivi. Pertanto viene dichiarata l’illegittimità della norma per violazione del principio del pubblico concorso di cui all’art. 97 Cost e, considerato che le funzioni dirigenziali vengono affidate stabilmente a soggetti privi della necessaria attitudine professionale, anche per contrasto con il principio di buon andamento della pubblica amministrazione;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 della medesima l.r. n. 31 del 2010 che dispone, a fini contributivi, l’equiparazione al lavoro subordinato del servizio prestato in via precaria dal personale assunto per chiamata fiduciaria nelle segreterie particolari degli amministratori regionali, incidendo in tal modo nella materia della “previdenza sociale” che rientra nella competenza esclusiva statale ai sensi dell’art. 117, comma secondo, lettera o) della Cost.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 190 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: tutela dell’ambiente (interferenze con la materia “caccia”)
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Lombardia 21 settembre 2010, n. 16 <<Approvazione del piano di cattura dei richiami vivi per la stagione venatoria 2010/2011, ai sensi della legge regionale 5 febbraio 2007, n. 3 (Legge quadro sulla cattura dei richiami vivi)>>, in quanto, non conforme a quanto stabilito dall’art. 9 della direttiva 2009/147/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici), il quale prevede che gli Stati membri possono derogare alle misure di protezione poste dalla direttiva per il conseguimento di una serie di interessi generali tassativamente indicati, tra i quali rientra anche la cattura dei richiami vivi in piccole quantità, sempre che non vi siano altre soluzioni soddisfacenti. La Corte osserva che il rispetto del vincolo comunitario derivante dall’art. 9 della c.d. direttiva uccelli impone l’osservanza dell’obbligo della puntuale ed espressa indicazione della sussistenza di tutte le condizioni in esso specificatamente indicate, e ciò a prescindere dalla natura (amministrativa ovvero legislativa), del tipo di atto in concreto utilizzato per l’introduzione della deroga al divieto di caccia e di cattura degli esemplari appartenenti alla fauna selvatica.
Rilevato che la legge lombarda omette qualsiasi cenno in ordine alla sussistenza delle condizioni e presupposti richiesti dalla direttiva, ne consegue la dichiarazione d’illegittimità costituzionale;
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 della legge regionale della Toscana 6 ottobre 2010, n. 50 <<Disciplina dell’attività di cattura di uccelli da richiamo appartenenti alle specie cacciabili tutto l’anno 2010 ai sensi dell’articolo 4 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio)>>, in quanto, seppure a differenza della legge della Lombardia dichiarata incostituzionale con la medesima sentenza, non omette completamente di motivare in ordine alla deroga al generale divieto di cattura, la legge si fonda su una mera petizione di principio affermando che: “Non esiste al momento altra condizione soddisfacente a fronte delle richieste pervenute se non quella del metodo delle catture”, senza chiarire il perché una campagna di allevamento in cattività, tempestivamente promossa e realizzata, non sia idonea a fornire il fabbisogno necessario di richiami vivi, in tal modo costituendo una valida alternativa alla cattura dei medesimi.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 191 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, della legge della Regione Liguria 29 settembre 2010, n. 15 «Modifica della legge regionale 6 giugno 2008, n. 12: Calendario venatorio regionale triennale e modifiche alla legge regionale 1° luglio 1994, n. 29 (Norme regionali per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio).
La Corte, nel ribadire che la disciplina statale che delimita il periodo entro il quale è consentito l’esercizio venatorio è ascrivibile al novero delle misure indispensabili per assicurare la sopravvivenza e la riproduzione delle specie cacciabili, rientrando nella materia della tutela dell’ambiente, vincolante per il legislatore regionale, dichiara l’illegittimità della norma ligure che consente la caccia da appostamento fisso o temporaneo alla selvaggina migratoria ancora per mezz’ora dopo il tramonto del sole, così oltrepassando di trenta minuti il limite ordinariamente fissato per questa dall’art. 18, comma 7, della 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), in violazione del livello di tutela apprestato dallo Stato nell’esercizio della sua competenza esclusiva in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.
Sentenza 15 giugno 2011, n. 192 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri
Materia: produzione, trasporto e distribuzione di energia
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 27 della legge della Regione Piemonte 3 agosto 2010, n. 18 (Assestamento al bilancio di previsione per l’anno finanziario 2010 edisposizioni finanziarie), con il quale è stata prevista una moratoria delle procedurerelative a impianti fotovoltaici non integrati da realizzare su terreni ricompresi in determinate aree di pregio ambientale, individuate dalla Giunta regionale, sospendendo le procedure autorizzative in corso o attivate successivamente all’entrata in vigore della legge regionale.
La Corte, dopo aver ricordato che la normativa internazionale, comunitaria e nazionale, manifestano ampio favor per le fonti energetiche rinnovabili, nel senso di porre le condizioni per la massima diffusione dei relativi impianti, rileva che la normativa comunitaria è stata recepita dal decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), il cui art. 12 enuncia i principi fondamentali della materia, di potestà legislativa concorrente, della “produzione, trasporto e distribuzione di energia”, cui le Regioni sono vincolate.
In particolare il comma 4 dell’art. 12 citato, ispirato alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità, diretto a garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, le regole del procedimento autorizzativo, fissa in centottanta giorni il termine per la conclusione del procedimento.
Una norma come quella impugnata, diretta ad interferire sulla procedura autorizzatoria, procrastinandone, per un periodo di tempo indeterminato, il rilascio della relativa autorizzazione si pone pertanto in contrasto con il principio fondamentale fissato dall’art. 12, comma 4, del d.lgs. n. 387 del 2003 e, conseguentemente, viola l’art. 117. terzo comma Cost.
Sentenza 13 luglio 2011, n. 205 – (giudizio promosso dalle Regioni Liguria ed Emilia-Romagna)
Materia: produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 15, comma 6-ter, lettere b) e d), e comma 6-quater, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 con i quali si è prevista la proroga automatica delle concessioni di grande derivazione d’acqua per uso idroelettrico e, comunque, fino all’adozione di diverse disposizioni legislative da parte delle Regioni.
La Corte rileva che le disposizioni impugnate rientrano nella materia della “produzione, trasporto e distribuzione dell’energia”, attribuita dall’art. 117, comma terzo della Cost. alla competenza concorrente di Stato e Regioni e che, come già dichiarato con sentenza n. 1 del 2008, la previsione di una proroga disposta dal legislatore statale si configura quale norma di dettaglio con conseguente invasione della competenza regionale in materia.
Sentenza 13 luglio 2011, n. 207 – (giudizio promosso dalla Regione Liguria)
Materia: ordinamento contabile dello Stato
– dichiara non fondate le questione di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 1 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione d’impresa), che prevede che le autorizzazioni di spesa i cui stanziamenti annuali non risultino impegnati sulla base del Rendiconto generale dello Stato relativo agli anni 2007, 2008 e 2009 sono definanziate.
La ricorrente, considerato che nel bilancio di previsione della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’anno 2010, era allocata la somma di 44 milioni di euro a favore del Fondo nazionale per la montagna, e dunque, anche a favore delle comunità montane, somme che, sulla base della norma impugnata sono state eliminate dagli stanziamenti, ha ritenuto detta norma lesiva dell’art. 117, comma quarto e dell’art. 119 Cost, in quanto lo Stato avrebbe inciso sulla competenza legislativa residuale delle Regioni in materia di comunità montane e sull’autonomia finanziaria regionale e avrebbe leso, altresì, i principi di leale collaborazione tra istituzioni e di legittimo affidamento, per effetto della alterazione della programmazione già effettuata dalla Regione sulla base degli stanziamenti disposti dallo Stato.
Di diverso avviso la Corte la quale rileva che l’art. 1 del d.l. n. 78 del 2010 trova la sua fonte legittimatrice nella potestà legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera e), Cost., in materia di ordinamento contabile.
Non è poi sostenibile la tesi secondo la quale la norma avrebbe inciso sull’autonomia finanziaria delle Regioni e sul legittimo affidamento atteso che, trattandosi di risorse non ancora impegnate dallo Stato, non è possibile che le somme stanziate in bilancio abbiano dato vita a rapporti già consolidati.
La Corte, pertanto, conclude escludendo che la disposizione impugnata, in ragione del suo contenuto precettivo, sia lesiva della potestà legislativa residuale delle Regioni in materia di comunità montane, ciò in quanto l’ambito delle comunità montane viene in rilievo solo indirettamente, ed in maniera meramente ipotetica per il fatto che siano state allocate risorse nel Fondo per la montagna, nel quadro della manovra di bilancio effettuata dallo Stato con le disposizioni del titolo primo del d.l. n. 78 del 2010.
Sentenza 13 luglio 2011, n. 208 – (giudizio promosso dalle Regioni Toscana ed Umbria)
– dichiara non fondate le questioni legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 15, commi 1 e 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, con i quali è stata prevista l’applicazione di un pedaggio sulle autostrade e sui raccordi autostradali in gestione diretta dell’ANAS S.p.a., in relazione ai costi di investimento e di manutenzione straordinaria, oltre che a quelli relativi alla gestione, con l’individuazione delle tratte da sottoporre a pedaggio, in precedenza a libera percorrenza, e l’applicazione di una maggiorazione tariffaria forfettaria per le autostrade a pedaggio in concessione che si interconnettono con le autostrade e i raccordi autostradali in gestione diretta dell’ANAS.
La Corte, dopo aver ricostruito il quadro normativo delle disposizioni impugnate e, in particolare, che le stesse sono dirette a disciplinare il pagamento del pedaggio in ragione dell’utilizzazione dell’autostrada o del raccordo autostradale gestiti direttamente dall’ANAS S.p.a. appartenenti al demanio statale, rileva che la previsione dell’applicazione di un pedaggio rientra nella disciplina degli aspetti dominicali del demanio stesso e, quindi, anche nella materia “ordinamento civile”, riservata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.
Vengono pertanto dichiarate infondate le censure sollevate sul presupposto che le norme impugnate, in quanto incidenti sulla viabilità alternativa a quella autostradale, determinerebbero una maggiore affluenza del traffico sui percorsi alternativi, con conseguente aggravio dei costi di manutenzione e dei fenomeni di inquinamento dei territori limitrofi e, pertanto, rientrerebbero nelle materie “governo del territorio” e “grandi reti di trasporto e navigazione”.
Sentenza 13 luglio 2011, n. 209 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: tutela dell’ambiente
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 43, comma 6, secondo periodo, della legge della Regione Toscana 12 febbraio 2010, n. 10, «Norme in materia di valutazione ambientale strategica (VAS), di valutazione di impatto ambientale (VIA) e di valutazione di incidenza», con il quale si prevede che le domande di rinnovo di autorizzazione o di concessione relative all’esercizio di attività per le quali all’epoca del rilascio non sia stata effettuata alcuna valutazione di impatto ambientale e che attualmente rientrino nel campo di applicazione delle norme vigenti in materia di VIA sono soggette alla procedura di VIA, secondo quanto previsto dalla medesima legge, e che,per le parti di opere o attività non interessate da modifiche, la procedura è finalizzata all’individuazione di eventuali misure idonee ad ottenere la migliore mitigazione possibile degli impatti, tenuto conto anche della sostenibilità economico-finanziaria delle medesime in relazione all’attività esistente. Tali disposizioni non si applicano alle attività soggette ad autorizzazione integrata ambientale (AIA).
Le censure sollevate dallo Stato riguardano la disposizione regionale nella parte in cui si riferisce ai casi di opere o attività non interessate da modifiche per i quali la VIA è finalizzata solamente ad individuare eventuali misure di mitigazione degli impianti. Secondo il ricorrente in tal modo verrebbe meno l’effetto utile della direttiva 27 giugno 1985, n. 85/337/CEE (Direttiva del Consiglio concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati), e quindi la norma sarebbe in contrasto con l’art. 117, comma primo e secondo, lettera s).
Di diverso avviso il giudice delle leggi il quale, dopo avere analizzato l’intera disciplina regionale diretta a regolare la c.d. “VIA postuma”, ovvero l’ipotesi in cui la valutazione di impatto ambientale non fosse necessaria quando è stata rilasciata l’autorizzazione o la concessione per l’esercizio di una attività, ma lo sia divenuta al momento del rinnovo dell’autorizzazione o concessione, ricorda che né la direttiva comunitaria né il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, (Norme in materia ambientale), disciplinano espressamente l’ipotesi di rinnovo di autorizzazione o concessione riguardanti un’attività avviata in un momento in cui non era prescritto l’obbligo di sottoposizione a VIA.
Viene anche ricordato che la giurisprudenza comunitaria chiamata a pronunciarsi sulla possibilità – stante il carattere preventivo della VIA, riguardante piani e progetti – di estendere l’obbligo di effettuarla ad opere per le quali tale valutazione non era necessaria al momento della loro realizzazione, ha affermato che: “in mancanza di VIA preventiva, per opere effettuate tuttavia dopo l’entrata in vigore della direttiva di cui sopra, il diritto comunitario non osta alla possibilità, concessa da una normativa nazionale, di regolarizzare ex post operazioni o atti non conformi alle prescritte procedure, a condizione però che la regolarizzazione non offra agli interessati l’occasione di aggirare le norme comunitarie o di disapplicarle, e che rimanga eccezionale” (sentenza Corte di giustizia dell’Unione europea 3 luglio 2008, in causa C-215/06).
La stessa giurisprudenza costituzionale, con sentenza n. 210 del 2010, ha già avuto modo di precisare che, premesso che ai sensi dell’art. 20, comma 1, lettera b), del d.lgs. n. 152 del 2006, riguardo agli impianti esistenti, la VIA può proporsi solo per modifiche dei progetti elencati negli allegati che comportino effetti negativi apprezzabili per l’ambiente – “la necessità della VIA si pone ogni volta che si debba procedere al rinnovo dell’autorizzazione”.
Ciò premesso, la Corte rileva che la norma censurata dallo Stato, correttamente letta ed interpretata, è esente dai denunciati vizi di illegittimità costituzionale atteso che: a) l’art. 43, comma 6, nella prima parte, impone sempre e comunque l’obbligo di assoggettamento a VIA delle domande di rinnovo di autorizzazione o di concessione,sull’intera opera o attività già in essere; b) la valutazione mira a realizzare gli effetti tipici di tale procedura con riferimento alle modifiche intervenute successivamente all’entrata in vigore della direttiva comunitaria e non assoggettate preventivamente a VIA; c) la stessa, con riguardo alle parti di opere o attività non interessate da modifiche, è rivolta alla “individuazione di eventuali misure idonee ad ottenere la migliore mitigazione possibile degli impatti, tenuto conto anche della sostenibilità economico-finanziaria delle medesime in relazione all’attività esistente”.
Pertanto, conclude la Corte, “se si considera che, nel silenzio delle norme scritte, la giurisprudenza comunitaria ha richiesto la VIA postuma, in occasione dell’autorizzazione alla gestione, solo sulle modifiche intervenute successivamente alla scadenza del termine di recepimento della direttiva e non assoggettate, per qualsiasi motivo, a valutazione preventiva, si ricava la conclusione che la disposizione censurata nel presente giudizio non limita in modo illegittimo un controllo a tutela dell’ambiente prescritto dalla normativa comunitaria, quale interpretata dalla Corte di giustizia. Essa aggiunge, a completamento della valutazione sulle modifiche, necessaria e indispensabile nella sua pienezza, una verifica ulteriore anche sulle parti non interessate dalle modifiche stesse, in coerenza con la previsione del periodo precedente, che impone la VIA su tutta l’opera o attività, anche nell’ipotesi di rinnovo dell’autorizzazione o concessione. La prospettiva di quest’ultima valutazione non è l’eventuale cessazione dell’attività, ma la mitigazione dell’impatto ambientale, tenuto conto dell’effetto combinato del tempo trascorso e delle modifiche apportate”.
Sentenza 18 luglio 2011, n. 213 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario in tema di diritto di stabilimento; tutela della concorrenza (durata concessioni demaniali marittime)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, della legge della Regione Marche 11 febbraio 2010, n. 7 (Norme per l’attuazione delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo); dell’art. 5 della legge della Regione Veneto 16 febbraio 2010, n. 13 (Adeguamento della disciplina regionale delle concessioni demaniali marittime a finalità turistico-ricreativa alla normativa comunitaria. Modifiche alla legge regionale 4 novembre 2002, n. 33 «Testo unico delle leggi regionali in materia di turismo» e successive modificazioni); degli artt. 1 e 2 della legge della Regione Abruzzo 18 febbraio 2010, n. 3 (Estensione della durata delle concessioni demaniali per uso turistico-ricreativo).
Le disposizioni regionali censurate dalla Presidenza del Consiglio dei ministri sono tutte dirette, con varie modalità, ad estendere, mediante proroga, la durata delle concessioni demaniali marittime in corso.
La Corte rileva innanzi tutto che la disciplina relativa al rilascio delle concessioni su beni demaniali marittimi investe diversi ambiti materiali, attribuiti alla competenza sia statale che regionale, atteso che particolare rilevanza assumono, quanto ai criteri e alle modalità di affidamento di tali concessioni, i principi della libera concorrenza e della libertà di stabilimento previsti dalla normativa comunitaria e nazionale.
Viene poi ricordato che, a seguito di una procedura d’infrazione comunitaria aperta nei confronti dello Stato italiano per il mancato adeguamento all’art. 12, comma 2, della direttiva 12 dicembre 2006, n. 2006/123/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno), il quale vieta qualsiasi forma di automatismo che, alla scadenza del rapporto concessorio, possa favorire il precedente concessionario, il legislatore statale è intervenuto con l’art. 1, comma 18 del decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 194 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2010, n. 25, determinando le modalità di accesso alle concessioni da parte degli operatori economici.
In particolare l’intervento statale ha adeguato l’ordinamento interno a quello comunitario in materia di concessioni del demanio marittimo, con la soppressione dell’art. 37, secondo comma, del Codice della navigazione che, con riferimento alle procedure di affidamento in concessione di beni del demanio marittimo, prevedeva il c.d. “diritto di insistenza” attribuendo preferenza al concessionario uscente.
E’ stata poi prevista la proroga, sino al 31 dicembre 2015, delle concessioni in scadenza prima di tale data e in atto al 30 dicembre 2009, giorno dell’entrata in vigore dello stesso decreto-legge, e confermata la durata di alcune concessioni della durata tra i sei e venti anni, rilasciate per tale periodo di tempo in ragione dell’entità e della rilevanza economica delle opere realizzate dal concessionario.
L’art. 1, comma 18, citato riconosce la propria natura di disciplina transitoria in attesa della revisione della legislazione in materia di rilascio delle concessioni di beni demaniali marittimi da realizzarsi, quanto ai criteri e alle modalità di affidamento, sulla base di una intesa da raggiungere in sede di Conferenza Stato-Regioni, nel rispetto dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento, di garanzia dell’esercizio, dello sviluppo, della valorizzazione delle attività imprenditoriali e di tutela degli investimenti.
La Corte rileva pertanto che l’intervento normativo statale ha come finalità quella di rispettare gli obblighi comunitari in materia di libera concorrenza e di consentire ai titolari di stabilimenti balneari di completare l’ammortamento degli investimenti nelle more del riordino della materia, da definire in sede di Conferenza Stato-Regioni.
Poste queste premesse, analizzando le singole disposizioni impugnate, il giudice delle leggi osserva che per tutte si configura, anche se a diverso titolo per la diversa soluzione adottata, un contrasto con quanto previsto dall’art. 1, comma 18, del d.l. n. 194 del 2009 per quanto riguarda la durata massima delle concessioni demaniali in essere, ponendosi in tal modo in contrasto con i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario in tema di diritto di stabilimento e di tutela della concorrenza e, conseguentemente con l’art. 117, primo comma e secondo comma lettera e).
Le censure della Corte hanno riguardato anche la legge regionale del Veneto la quale, pur prevedendo come proroga massima lo stesso termine stabilito dal legislatore statale del 31 dicembre 2005, ha disciplinato, nel complesso, una fattispecie diversa da quella statale poiché ha previsto la propria applicazione alle concessioni in corso alla data di entrata in vigore della legge regionale, ovvero il 19 febbraio 2010, nel mentre la proroga prevista dal legislatore statale prende in considerazione le concessioni in corso alla data di entrata in vigore del decreto-legge e cioè il 30 dicembre 2009.
Sentenza 21 luglio 2011, n. 217 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: autonomia universitaria ex art. 33 Cost; principio di leale collaborazione
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, della legge della Regione Puglia 24 settembre 2010, n. 12 (Piano di rientro 2010-2012. Adempimenti), con il quale è stato previsto, in maniera unilaterale, il blocco del turn-over, non consentendo le assunzioni in servizio per il triennio 2010-2012 del personale delle aziende ospedaliero-universitarie, così violando l’autonomia delle università garantita dall’art. 33 Cost, e il principio di leale collaborazione tra università e Regione di cui agli artt. 33, 117 e 118 Cost.
La sentenza richiama per le motivazioni la sentenza n. 68 del 2011, sempre riferita alla medesima Regione Puglia, con la quale è stata dichiarata illegittima una disposizione con la quale si consentiva assunzioni attraverso misure di stabilizzazione, disponendo l’inquadramento in ruolo di personale delle aziende ospedaliere-universitarie, senza prevedere alcuna intesa tra università ed enti ospedalieri.
Sentenza 22 luglio 2011, n. 227 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: tutela dell’ambiente; esercizio attività venatoria (caccia)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 113 e dell’art. 115, commi da 1 a 3, della legge della Friuli-Venezia Giulia 21 ottobre 2010, n. 17, (Legge di manutenzione dell’ordinamento regionale 2010), con i quali, nell’ambito delle procedure in materia di valutazione d’impatto ambientale (VIA) si è previsto rispettivamente:
a) che al progetto preposto per la realizzazione di un opera o di un intervento da sottoporre a VIA, sia allegato l’elenco delle autorizzazioni, intese, concessioni, licenze, pareri, nulla osta ed assensi comunque denominati, già acquisiti o da acquisire ai fini della realizzazione e dell’esercizio dell’opera o intervento, in contrasto con quanto previsto dall’art. 23, comma 2. del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), che prevede che tale documentazione della essere allegata;
b) che il proponente del progetto o dello studio di impatto ambientale entro cinque giorni dal ricevimento della comunicazione con la quale la struttura regionale competente ha comunicato di aver inviato copia della documentazione presentata, alle autorità deputate ad esprimere parere in merito, faccia pubblicare sul quotidiano locale l’annuncio dell’avvenuta presentazione dando successivamente notizia dell’avvenuta pubblicazione alla struttura regionale competente ed alle autorità interessate, in contrasto con quanto previsto dall’art. 23, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006 il quale prevede che la pubblicazione degli avvisi stampa avvenga contestualmente alla presentazione dell’istanza, alla quale deve essere allegata copia.
Con riferimento ad entrambi gli articoli impugnati, la Corte, accogliendo le censure sollevate, rileva che la normativa sulla VIA attiene alle procedure che accertano in concreto e preventivamente la “sostenibilità ambientale” e rientrano nella competenza statale in materia di tutela dell’ambiente sicché le Regioni sono tenute, per un verso a rispettare i livelli uniformi di tutela apprestati in materia; per l’altro a mantenere la propria legislazione negli ambiti di competenza fissati dal c.d. codice dell’ambiente di cui al d.lgs. n. 152 del 2006.
Conseguentemente le disposizioni censurate risultano adottate in violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e, nel caso della Regione Friuli-Venezia Giulia, dello Statuto speciale, trattandosi della disciplina di un procedimento che incide sulla materia tutela dell’ambiente, di competenza esclusiva statale, non compresa tra le materie specificamente enumerate dallo Statuto speciale come di competenza regionale.
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 145, comma 11, lettera c), della legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 17 del 2010, il quale prevede che le annotazioni sul tesserino regionale di caccia relative ai capi abbattuti debbano essere compilate al termine della giornata venatoria, in difformità, secondo il ricorrente, con l’art. 4, primo comma, dello Statuto e l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., poiché, non consentendo i necessari controlli durante l’azione di caccia, si porrebbe in contrasto con gli artt. 18, comma 4, 19, comma 2, e 19-bis, comma 3, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), che prevedono l’indicazione nel calendario regionale del numero massimo dei capi da abbattere in ciascuna giornata di attività venatoria.
Nel merito la Corte, nel dichiarare infondata la questione rileva, ricordando quanto già affermato con sentenza n. 332 del 2006, che con l’art. 12 della legge n. 157 del 1992 il legislatore statale si è limitato ad indicare la necessità, ai fini dell’esercizio dell’attività venatoria, del possesso di un apposito tesserino rilasciato dalla Regione di residenza, nel quale sono indicate le specifiche norme inerenti al calendario regionale, nonché le forme e gli ambiti territoriali di caccia ove è consentita l’attività venatoria, senza dettare alcuna prescrizione sulle modalità dell’annotazione del capo abbattuto.
Ne consegue pertanto che la norma impugnata “si limita a disciplinare aspetti strettamente attinenti all’attività venatoria, espressione della potestà legislativa residuale della Regione”.
Sentenza 22 luglio 2011, n. 229 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 6 della legge della Regione Sardegna 19 novembre 2010, n. 16 (Disposizioni relative al patto di stabilità territoriale), con il quale la Regione, nell’ambito delle procedure dirette a disciplinare il patto di stabilità degli enti locali ai sensi dell’art. 77-ter del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), ha previsto un termine per la trasmissione da parte degli enti locali all’Amministrazione regionale delle richieste di modifica degli obiettivi dei singoli enti locali, posteriore rispetto a quello stabilito dal legislatore statale per la comunicazione da parte delle Regioni al Ministero dell’economia e delle finanze, con riferimento a ciascun ente locale, degli elementi informativi occorrenti per la verifica del mantenimento dell’equilibrio dei saldi di finanza pubblica.
La Corte, dopo aver rilevato che la norma impugnata si colloca all’interno di un quadro normativo, statale e regionale, volto ad assicurare il rispetto dei vincoli posti dal patto di stabilità, sia a livello nazionale, sia a livello comunitario e che, pertanto, le norme impugnate sono riconducibili all’ambito del coordinamento della finanza pubblica, piuttosto che a quello dell’ordinamento degli enti locali o della finanza locale, ricorda che la giurisprudenza costituzionale ha elaborato una nozione ampia di principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica e che la competenza statale in materia non si esaurisce con il potere legislativo, ma implica anche l’esercizio di poteri di ordine amministrativo, di regolazione tecnica, di rilevazione di dati e di controllo (Sentenza n. 376 del 2003).
Viene inoltre ricordato che con la sentenza da ultimo indicata la Corte ha messo in rilievo il carattere finalistico dell’azione di coordinamento e, quindi, l’esigenza che a livello centrale si possano collocare anche poteri puntuali eventualmente necessari perché la finalità di coordinamento venga concretamente realizzata.
Su queste premesse il giudice delle leggi riconosce la competenza statale a fissare una tempistica uniforme per tutte le Regioni, circa la trasmissione di dati attinenti alla verifica del mantenimento dei saldi di finanza pubblica.
Invero, “tempi non coordinati delle attività di monitoraggio – strumentali, queste ultime, allo scopo di definire, per ciascun anno, i termini aggiornati del patto di stabilità – provocherebbero difficoltà operative e incompletezza della visione d’insieme, indispensabile perché si consegua l’obiettivo del mantenimento dei saldi di finanza pubblica”.
Tuttavia, precisa la Corte, non sono le singole date stabilite dalle leggi statali a costituire principi fondamentali, “ma il necessario allineamento cronologico, che consenta lo svolgimento armonico e coordinato di tutte le procedure atte a rendere concreto l’impegno ad osservare il patto di stabilità”.
Sentenza 22 luglio 2011, n. 230 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: professioni
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 3, comma 1, lettera m), 11, commi 5, 6 e 7, e 17, comma 1, lettere a) e b), della legge della Regione Calabria 22 novembre 2010, n. 28 (Norme in materia di sport nella Regione Calabria), con i quali la Regione, in parte ha disciplinato in materia di professioni, individuando figure professionali ignote al legislatore nazionale, in contrasto con l’art. 117, comma terzo della Cost. che riserva allo Stato l’individuazione delle figure professionali quale principio fondamentale della materia professioni, in parte, con riferimento alle figure professionali dei fisioterapisti e dei massaggiatori, è intervenuta con disposizioni che non hanno alcun collegamento con peculiari esigenze della realtà territoriale “in relazione alle quali soltanto si giustifica l’intervento legislativo di dettaglio nella materia delle professioni (sentenza n. 153 del 2006)”.
Sentenza 22 luglio 2011, n. 232 – (giudizio promosso dalla Regione Puglia)
Materia: principio di sussidiarietà, art. 118 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 43 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), come convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui è destinata ad applicarsi anche ai procedimenti amministrativi che si svolgono entro l’ambito delle materie di competenza regionale concorrente e residuale.
La Regione aveva impugnato la disposizione statale con la quale sono state istituite nel Meridione d’Italia, zone a “burocrazia zero” prevedendo che all’interno di dette zone per le nuove iniziative produttive i provvedimenti conclusivi dei procedimenti amministrativi di qualsiasi natura ed oggetto avviati su istanza di parte, fatta eccezione per quelli di natura tributaria, di pubblica sicurezza e di incolumità pubblica, sono adottati in via esclusiva da un Commissario di Governo che vi provvede, ove occorrente, previe apposite conferenze di servizi.
La Corte, accogliendo in parte le censure sollevate, rileva che la disposizione impugnata è destinata ad applicarsi in tutti i procedimenti concernenti le nuove iniziative produttive, a prescindere dalla materia nel cui contesto hanno rilievo tali procedimenti, i quali possono essere destinati ad esplicarsi nei più svariati ambiti materiali, sia di competenza statale che di competenza concorrente o residuale.
Benché, come chiarito sin dalla sentenza n. 303 del 2003, lo Stato possa allocare funzioni amministrative nelle materie di cui ai commi terzo e quarto dell’art. 117 della Cost., avocandole a se stesso, in virtù dell’art. 118, primo comma, Cost., è necessario che la legge statale detti una disciplina idonea a regolare le suddette funzioni, che risulti limitata a quanto strettamente indispensabile a tale fine e che sia adottata a seguito di procedure che assicurino la partecipazione dei livelli di governo coinvolti attraverso strumenti di leale collaborazione o, comunque, attraverso adeguati meccanismi di cooperazione per l’esercizio concreto delle funzioni amministrative allocate in capo agli organi centrali.
Rilevato che la disposizione impugnata non contiene alcun elemento dal quale sia possibile dedurre l’esigenza dell’esercizio unitario perseguito attraverso tali funzioni, sia della congruità dell’avocazione delle funzioni, né si evince il motivo per il quale le funzioni amministrative non potrebbero essere adeguatamente svolte dai livelli inferiori, la Corte ne dichiara l’illegittimità costituzionale nella parte in cui è destinata ad applicarsi anche ai procedimenti amministrativi che si svolgono entro l’ambito delle materie di competenza regionale concorrente e residuale.
Sentenza 22 luglio 2011, n. 235 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: tutela dell’ambiente; ordinamento civile; tutela della concorrenza
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, comma 1, nella parte in cui riformula il comma 13 dell’articolo 1 della legge regionale 21 gennaio 2010, n. 2 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della regione Campania – Legge finanziaria anno 2010), periodi terzo, quarto e quinto, lettera c) e ultimo capoverso, e 2 della legge della Regione Campania 25 ottobre 2010, n. 11 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione Campania – Legge finanziaria anno 2010).
In particolare viene dichiarata l’illegittimità di una disposizione con la quale si prevedono deroghe alla pianificazione paesaggistica e apposite procedure di autorizzazione paesaggistica, così invadendo la competenza statale in materia di tutela del paessaggio, posto che le Regioni non possono prevedere, per l’autorizzazione paesaggistica, procedure diverse da quelle dettate dalla legislazione statale.
Viene poi chiarata illegittima una disposizione con la quale si stabilisce il divieto di prevedere biglietti d’ingresso per l’accesso alla battigia ove l’unico accesso alla stessa sia quello dell’uso in concessione ai privati. Sul punto la Corte rileva che “la battigia fa parte del demanio marittimo e la relativa disciplina rientra nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla potestà legislativa esclusiva statale”.
La legislazione regionale non può pertanto disciplinare le modalità di accesso alla battigia, che sono regolate dal decreto legge 5 ottobre 1993, n. 400 (Disposizioni per la determinazione dei canoni relativi a concessioni demaniali marittime), convertito in legge 4 dicembre 1993, n. 494.
Infine vengono dichiarate fondate anche le censure all’art. 2 della legge impugnata con il quale la Regione, nel fornire un’interpretazione delle norme relative al rinnovo delle concessioni in materia di utilizzazione delle acque minerali e termali, delle risorse geotermiche e delle acque di sorgente, sottrae queste ultime dall’applicabilità delle disposizioni del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 (Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno), in quanto ritiene che le norme in questione siano afferenti alle attività sanitarie e, come tali, non soggette, per effetto dell’art. 7 del citato decreto legislativo che espressamente le sottrae, all’applicabilità della direttiva 2006/123/CE.
Trattandosi di disposizioni che incidono sulla disciplina relativa ai servizi nel mercato interno, che rientra nella competenza legislativa statale in materia di tutela della concorrenza, ne discende l’illegittimità dell’intervento interpretativo formulato dalla Regione.
Sentenza 25 luglio 2011, n. 244 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Veneto)
Materie: tutela dell’ambiente; vincoli alla libertà d’iniziativa economica privata art. 41 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 2, della legge della Regione Veneto 21 gennaio 2000, n. 3 (Nuove norme in materia di gestione dei rifiuti), nella parte in cui prevede che nelle discariche per rifiuti speciali è riservata una quota, “non superiore al venticinque per cento della capacità ricettiva”, per lo smaltimento di rifiuti speciali conferiti da soggetti diversi da coloro che hanno realizzato la discarica.
La Corte, nel dichiarare fondata la questione sollevata, ricorda che la disciplina dei rifiuti rientra nell’ambito della materia della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, di competenza esclusiva statale, pertanto la norma regionale, fissando dei limiti riferiti al soggetto produttore dei rifiuti speciali non pericolosi, alla possibilità di smaltimento diquesti ultimi nelle discariche ubicate nella Regione ha individuato un autonomo principio estraneo alla legislazione statale in materia ambientale, che non è espressione di alcuna competenza regionale.
Viene inoltre rilevato che la norma, riducendo la possibilità di fruire delle discariche, determina una maggiore movimentazione dei rifiuti sul territorio e, pertanto, si pone in contrasto con il principio contenuto nell’art. 182-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), in base al quale, tenuto conto del contesto geografico e della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti, si deve tendere a ridurre i movimenti dei rifiuti stessi.
Considerato che i rifiuti rientrano tra i beni commercialmente rilevanti, essendo le operazioni dirette al loro smaltimento suscettibili di formare oggetto dello svolgimento di attività imprenditoriale, la Corte rileva altresì il contrasto della disposizione censurata anche con l’art. 41 della Cost. poiché, prevedendo un limite, rapportato alla complessiva capacità dell’impianto, alla possibilità di ricevere rifiuti speciali prodotti da soggetti diversi dal gestore della discarica, determina un ingiustificato vincolo, a carico del gestore medesimo, alla sua libera facoltà di svolgere un’iniziativa economica.
Sentenza 30 settembre 2011, n. 255 – (giudizio per conflitto di attribuzione tra enti promosso dalla Regione Puglia)
Materia: principio di leale cooperazione
– dichiara che non spettava allo Stato e, per esso, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, la nomina del Commissario straordinario dell’Ente Parco nazionale del Gargano in quanto avvenuta senza che fosse avviato e proseguito ed effettivamente espletato il procedimento per raggiungere l’intesa con la Regione Puglia per la nomina del Presidente.
La Corte ritorna sulla questione della legittimità della nomina di un Commissario straordinario da parte dello Stato, nel caso in cui non venga raggiunto un accordo sulla nomina del Presidente di un ente per il quale la disciplina di settore stabilisca che debba essere raggiunta un’intesa tra lo Stato e la Regione nel cui territorio l’ente svolge le proprie funzioni.
In tali casi, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza costituzionale, la nomina di un Commissario straordinario è legittima solo se, in applicazione del principio di leale cooperazione, le parti si siano effettivamente adoperate al fine di raggiungere un’intesa sulla nomina del Presidente dell’ente, anche attraverso reiterate trattative volte a superare le divergenze che ostacolino il raggiungimento di un accordo.
Nel caso sottoposto al vaglio della Corte, la nomina del Commissario dell’Ente Parco nazionale del Gargano è avvenuta il giorno dopo che il Ministero competente ha richiesto alla Regione formale intesa sull’unico nome proposto per la Presidenza da parte dello Stato, peraltro lo stesso poi nominato Commissario, senza quindi dare il tempo alla Regione di esprimere il proprio parere, e nonostante le richieste d’incontro formulate dal Presidente della Regione al Ministro, al fine di addivenire ad un’intesa sulla nomina del Presidente dell’Ente in questione, alle quali il Ministero non ha dato alcun riscontro.