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Timestamp: 2020-01-27 16:49:02+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 54', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ']

Lavoro di pubblica utilità: ammesso anche fuori da provincia di residenza .. - Asaps.it Il Portale della Sicurezza Stradale
Corte Costituzionale , Giurisprudenza 05/07/2013
Lavoro di pubblica utilità: ammesso anche fuori da provincia di residenza
(Corte Costituzionale, del 05 luglio 2013 n. 179)
E' irragionevole il vincolo territoriale imposto al giudice, il quale deve individuare il luogo in cui il lavoro di pubblica utilità deve essere svolto nell’ambito della Provincia in cui il condannato risiede.
E' quanto emerge dalla sentenza 5 luglio 2013, n. 179 della Corte Costituzionale con la quale è stata chiamata a decidere sulla questione di legittimità costituzionale, per contrasto con gli artt. 3, 27 e 29 della Costituzione, dell’articolo 54 del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, a norma dell’articolo 14 della legge 24 novembre 1999, n. 468), nella parte in cui impone lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità nella Provincia di residenza del condannato, ovvero, in via subordinata, nella parte in cui non prevede l’ipotesi che il giudice, su richiesta del condannato, lo ammetta a svolgere il lavoro di pubblica utilità presso un ente non compreso nella Provincia di residenza.
L’art. 54 del d.lgs. n. 274 del 2000, nel disciplinare il lavoro di pubblica utilità, stabilisce, al terzo comma, che l’attività viene svolta nell’ambito della Provincia in cui risiede il condannato e comporta la prestazione di non più di sei ore di lavoro settimanale da svolgere con modalità e tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. A richiesta del condannato, il giudice può ammettere il medesimo a svolgere il lavoro di pubblica utilità per un tempo superiore alle sei ore settimanali. La durata giornaliera della prestazione non può comunque oltrepassare le otto ore.
Tali disposizioni consentono al giudice di disporre di una certa flessibilità nel governare modi e tempi dello svolgimento della pena, in modo di non pregiudicare le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato.
Secondo la Corte Costituzionale, con questo quadro, però, non si concilia, e risulta dunque palesemente irragionevole, il vincolo territoriale imposto al giudice, il quale deve individuare il luogo in cui il lavoro di pubblica utilità deve essere svolto nell’ambito della Provincia in cui il condannato risiede.
Infatti, premesso che "l’attività lavorativa deve essere svolta con modalità e tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato, tali esigenze – costituenti situazioni giuridiche costituzionalmente tutelate – ben possono essere pregiudicate da circostanze (preesistenti o sopravvenute) che le rendano non compatibili, o non più compatibili, col precetto che l’attività viene svolta nell’ambito della provincia in cui risiede il condannato".
Ben più conforme al canone di ragionevolezza, continua il giudice delle leggi, si rivela la previsione di attribuire al giudice, anche in relazione al profilo qui in esame, su richiesta del condannato, la possibilità d’individuare la sede in cui il lavoro di pubblica utilità deve essere svolto, superando l’automatismo dell’ancoraggio al territorio della Provincia di residenza.
La norma censurata, peraltro, non si pone in contrasto solo con l’art. 3 Cost., ma anche con l’art. 27, terzo comma, Cost., alla stregua del quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Secondo l'orientamento dominante nella giurisprudenza costituzionale è costante l’affermazione secondo cui "la funzione rieducativa della pena e la risocializzazione del condannato devono avvenire sulla base di criteri individualizzanti e non su rigidi automatismi". In particolare, si è affermato che "la finalità rieducativa della pena, stabilita dall’art. 27, terzo comma, Cost., deve riflettersi in modo adeguato su tutta la legislazione penitenziaria. Quest’ultima deve prevedere modalità e percorsi idonei a realizzare l’emenda e la risocializzazione del condannato, secondo scelte del legislatore, le quali, pur nella loro varietà tipologica e nella loro modificabilità nel tempo, devono convergere nella valorizzazione di tutti gli sforzi compiuti dal singolo condannato e dalle istituzioni per conseguire il fine costituzionalmente sancito della rieducazione" (sentenza n. 79/2007).
Si tratta di principi che si adattano anche alla fattispecie in esame, nella quale la finalità rieducativa della pena e il recupero sociale del soggetto risulta essere particolarmente accentuata e perseguita mediante la volontaria prestazione di attività non retribuita a favore della collettività.
(Altalex, 18 luglio 2013. Nota di Simone Marani)
Sentenza 1-5 luglio 2013, n. 179