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Timestamp: 2017-02-20 10:54:31+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 2103']

Lavoro, no disoccupazione se il contratto cessa di comune accordo
Lo sai che? Pubblicato il 25 agosto 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Lavoro, no disoccupazione se il contratto cessa di comune accordo L’AUTORE: Redazione
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In caso di dimissioni al dipendente licenziatosi non spetta l’indennità di disoccupazione a meno che non dimostri l’esistenza di cause che rendevano impossibile proseguire il rapporto: tra queste non rientra l’impossibilità di fare carriera.
Solo a chi si dimette per giusta causa spetta l’assegno di disoccupazione; diversamente, in caso di cessazione del rapporto di lavoro con il reciproco accordo del datore di lavoro e del dipendente, quest’ultimo non può presentarsi all’Inps e pretendere l’indennità per la perdita del lavoro. È quanto ricorda la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].
“Se mi licenzio mi spetta la disoccupazione?”, una domanda che spesso si pone il dipendente quando l’ambiente lavorativo non è più stimolante o presenta delle criticità tali da renderlo non più conveniente. Di certo l’assegno di disoccupazione (che attualmente si chiama Naspi) spetta sempre a chi viene licenziato, anche se il licenziamento avviene per motivi disciplinari (leggi “Disoccupazione anche ai licenziati per giusta causa”). Invece, nel caso di dimissioni, solo quelle motivate da serie ragioni, che risiedano in comportamenti addebitabili al datore di lavoro o a cause comunque dipendenti dall’ambiente lavorativo, danno diritto all’assegno dell’Inps. Un esempio sono il mancato pagamento dello stipendio, il mobbing, le avances del capo, il demansionamento, la mancata tutela della salute sul posto di lavoro. Invece, nel caso di dimissioni dovute a valutazioni personali del dipendente, come l’impossibilità di fare carriera, non rilevano e, in tali casi, non si ha diritto alla disoccupazione.
La Cassazione [2] ha quindi ricordato che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro per risoluzione consensuale, il dipendente non ha diritto alla Naspi. Se il lavoratore se ne va dall’azienda in assenza di una giusta causa, ma perché, effettuando delle considerazioni di opportunità e convenienza personale, ritiene che non vi siano possibilità di progressione in carriera e di crescita professionale (anche se conseguenti alla chiusura di un reparto di cui il dipendente è responsabile) allora non può richiedere l’assegno di disoccupazione.
I giudici hanno più volte ricordato che, in caso di dimissioni volontarie, non spetta l’indennità di disoccupazione a chi, avendo la possibilità di proseguire il proprio rapporto di lavoro, rinuncia al posto ponendosi spontaneamente nella posizione di disoccupato. Opposta è la conclusione, invece, nel caso di dimissione per giusta causa, la quale, però, ricorre solo a seguito di un gravissimo inadempimento dell’azienda o di un’altra causa oggettivamente idonea a ledere il vincolo di fiducia tra l’azienda e il dipendente.
[1] Cass. sent. n. 17303/2016 del 24.08.2016.
[2] Cass. sent. n. 1590/04.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 25 maggio – 24 agosto 2016, n. 17303
Presidente Mammone – Relatore Cavallaro
Con sentenza depositata il 4.6.2009, la Corte d’appello di Torino rigettava l’appello proposto da B.S.F. avverso la pronuncia con cui il giudice di prime cure gli aveva negato l’indennità di disoccupazione.
La Corte in particolare riteneva che, essendo esclusa la spettanza dell’indennità in questione nel caso di dimissioni, ad analoga soluzione dovesse pervenirsi per il caso in cui il rapporto di lavoro fosse cessato a seguito di risoluzione consensuale, tanto più che nella specie non era stata provata la sussistenza di alcuna giusta causa di recesso.
Contro questa pronuncia ricorre B.S.F. affidandosi a due motivi. Resiste l’INPS con controricorso, illustrato da memoria.
Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 34, comma 5, l. n. 448/1998, per avere la Corte di merito ritenuto che la disposizione citata, nella parte in cui prevede che il diritto all’indennità di disoccupazione non sorga per il caso di dimissioni, potesse applicarsi analogicamente all’ipotesi di risoluzione consensuale consacrata in una transazione.
Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della medesima disposizione dianzi cit., per avere la Corte territoriale ritenuto che l’impossibilità di progressione in carriera e di crescita professionale non costituissero giusta causa di risoluzione del rapporto di lavoro.
Entrambi motivi possono trattarsi congiuntamente, stante l’intima connessione delle censure svolte, e sono infondati. L’art. 34, comma 5, L. n. 448/1998, abrogando le previgenti disposizioni di cui agli artt. 75 e 76, r.d.l. n. 1827/1935, ha stabilito, per quanto qui interessa, che la cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni non dà diritto all’indennità di disoccupazione ordinaria, e sulla scorta di un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione cit., che induce a ritenere che l’esclusione dal beneficio non si estenda alle ipotesi in cui le dimissioni non siano riconducibili alla esclusiva e libera scelta del lavoratore, in quanto indotte da comportamenti altrui idonei ad integrare la condizione della improseguibilità del rapporto (v. in tal senso Corte cost. n. 269 del 2002), questa Corte di legittimità ha già avuto modo di ritenere che codesta esclusione riguarda essenzialmente chi, avendo la possibilità di proseguire il proprio rapporto di lavoro, rinunzia al posto, ponendosi in tal caso spontaneamente nella posizione di disoccupato (cfr. Cass. n. 1590 del 2004).
Se dunque per un verso deve convenirsi con la sentenza impugnata allorché afferma che, ai fini in discorso, la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro è sostanzialmente equiparabile alle dimissioni, nessuna differenza concettuale sussistendo fra la dichiarazione di volontà necessariamente recettizia con cui il lavoratore pone unilateralmente fine al rapporto di lavoro e quella destinata a confluire, in uno con la speculare dichiarazione del datore di lavoro, nell’accordo relativo ad un contratto di transazione, deve per altro verso escludersi che il mero condizionamento derivante dalla sussistenza di trattative volte a prevenire o por fine ad una lite possa di per sé solo inficiare la libera determinazione del volere del lavoratore: ciò che conta è la sussistenza in concreto della possibilità che egli prosegua il rapporto di lavoro. E se ciò spiega in positivo il motivo per cui l’indennità in questione ben può essere riconosciuta allorché risulti provato che l’adesione del lavoratore alla proposta risolutiva del rapporto, intervenuta nel corso di un processo di ristrutturazione aziendale della società datrice di lavoro, fosse da ricollegarsi allo scopo di prevenire il licenziamento (come nel caso deciso da Cass. n. 1590 del 2004, cit.), induce a contrario a ritenere che, in assenza di prova in concreto di una giusta causa di dimissioni, nessun diritto al trattamento di disoccupazione possa pretendere il lavoratore che sia unilateralmente receduto dal rapporto o vi abbia comunque posto negozialmente (e dunque volontariamente) fine.
Vale piuttosto precisare che una siffatta giusta causa, contrariamente a quanto assunto da parte ricorrente, non è certamente ravvisabile nell’asserita impossibilità per il lavoratore di progredire in carriera e di crescere professionalmente in conseguenza della legittima determinazione aziendale di chiudere il reparto di cui egli era responsabile: la nozione di giusta causa, infatti, è da ricollegare o ad un gravissimo inadempimento (cfr. da ult. Cass. n. 25384 del 2015) ovvero ad un’altra causa oggettivamente idonea a ledere il vincolo fiduciario (v. in tal senso Cass. n. 3136 del 2015) e tanto non può dirsi per la lesione delle pur legittime aspettative di progressione in carriera e di crescita professionale che un lavoratore normalmente ricollega allo svolgersi del rapporto di lavoro, trattandosi – almeno fintanto che la condotta datoriale non sconfini in una violazione dell’art. 2103 c.c. – di aspettative di mero fatto.
Il ricorso, pertanto, va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 2.100,00, di cui Euro 2.000,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.
PRECEDENTI FAVOREVOLI 7 Ago 2016 | di Redazione
Se mi licenzio prendo la disoccupazione?
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