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Timestamp: 2019-11-14 21:35:54+00:00
Document Index: 425068

Matched Legal Cases: ['art. 533', 'art. 533', 'art. 112', 'art. 533', 'art.112', 'art. 7', 'art. 553', 'art. 112', 'art. 553', 'art. 99']

Sull’ammissibilità del giudizio di ottemperanza riguardo ad un’ordinanza di assegnazione del credito adottata ai sensi dell’art. 533 c.p.c.
Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, 10 aprile 2012, n. 2
Processo amministrativo – Giudizio di ottemperanza – Condizioni di ammissibilità.
Processo amministrativo – Giudizio di ottemperanza – Riguardo ad un’ordinanza di assegnazione del credito ai sensi dell’art. 533 c.p.c. – È ammesso.
1. Il giudizio di ottemperanza, ai sensi dell’art. 112, comma 2, lett.c) c.p.a., ha per oggetto le sentenze passate in giudicato e gli altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario, al fine di ottenere l’adempimento dell’obbligo della pubblica amministrazione di conformarsi, per quanto riguarda il caso deciso, al giudicato. Si richiede pertanto un provvedimento giurisdizionale del giudice ordinario con il carattere della decisorietà e passato in giudicato, rivolto alla pubblica amministrazione o soggetta ad essa equiparato dall’ordinamento.
2. L’ordinanza di assegnazione del credito resa ai sensi dell’art. 533 c.p.c. nell’ambito di un processo di espropriazione presso terzi, emessa nei confronti di una pubblica amministrazione o soggetto ad essa equiparato ai sensi del c.p.a., avendo portata decisoria (dell’esistenza e ammontare del credito e della sua spettanza al creditore esecutante) e attitudine al giudicato, una volta divenuta definitiva per il decorso dei termini di impugnazione, è suscettibile di esecuzione mediante giudizio di ottemperanza (art.112 comma 3, lett.c), art. 7, comma 2, c.p.a.).
1. Il prevalente orientamento sinora espresso dal Consiglio di Stato è nel senso dell’ammissibilità del rimedio del giudizio di ottemperanza per conseguire l’esecuzione di una ordinanza di assegnazione del credito, emessa a carico di una pubblica amministrazione [Cons. St., sez. IV, 1° aprile 1992, n. 352; Id., sez. IV, 15 novembre 2004, n. 7401; Id., sez. IV, 6 novembre 2008, n. 5485; Id., sez. V, 12 ottobre 2009, n. 6241; Id., sez. V, 13 ottobre 2010, n. 7463]; tale orientamento è seguito anche da una parte della giurisprudenza dei Tar [Tar Campania – Napoli, sez. V, 20 gennaio 2005 n. 247].
Tale orientamento risulta contrastato sia dal precedente del Consiglio di giustizia ammistrativa per la Regione Siciliana [14 giugno 1999 n. 262], sia da decisioni di Tar [Tar Campania – Napoli, sez. V, 10 ottobre 2008 n. 14692, non appellata; Id., 13 novembre 2009 n. 7373, riformata da Cons. St., sez. V, n. 7463/2010; Tar Lazio – Roma, sez. II, 8 luglio 2009, n. 6667, non appellata; Tar Sicilia – Palermo, sez. I, 5 luglio 2006, n. 1575, non appellata; Tar Sicilia – Catania, sez. II, 30 giugno 2009, n. 1202, non appellata].
Occorre poi stabilire, ove si riconosca a detta ordinanza carattere decisorio e attitudine al giudicato, se la stessa possa esere considerata fonte di un obbligo di conformazione in capo ad una pubblica amministrazione, suscettibile di ottemperanza.
9.2. Tale argomento non può essere condiviso, ove si consideri che il giudizio di ottemperanza va ammesso in relazione a qualunque giudicato del giudice ordinario in cui sia parte una pubblica amministrazione, anche per crediti privatistici.
Con la pronuncia in rassegna l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato interviene a dirimere il contrasto giurisprudenziale in atto riguardo alla questione se l’ordinanza di assegnazione di un credito, adottata dal giudice dell’esecuzione civile ai sensi dell’art. 553 c.p.c. nell’ambito di un processo di espropriazione presso terzi in cui l’amministrazione abbia la veste di debitor debitoris, sia o meno suscettibile di ottemperanza ai sensi dell’art. 112, comma 2, lett. c) del Codice del processo amministrativo, norma ove si fa riferimento (come oggetto del giudizio ivi disciplinato) alle sentenze passate in giudicato ed agli altri provvedimenti ad esse equiparati del giudice ordinario.
La questione appena riassunta è pregiudicata da quella se il provvedimento di che trattasi abbia (o meno) i caratteri della decisorietà e dell’attitudine al giudicato, solo in presenza dei quali può ritenersi sussistente un obbligo di conformazione in capo alla pubblica amministrazione suscettibile di ottemperanza.
La controversia che ha dato luogo al pronunciamento del Massimo Consesso della giustizia amministrativa è, nei suoi tratti essenziali, così sintetizzabile: un’impresa conveniva in giudizio un proprio debitore per vederlo condannato al pagamento della somma di circa 150.000 euro; a seguito della condanna (irrogata sulla base di un decreto ingiuntivo non opposto) il creditore – rimasto insoddisfatto – azionava il procedimento esecutivo di cui agli artt. 543 e ss. c.p.c. (pignoramento presso terzi), essendo il debitore condannato al pagamento a sua volta creditore del Comune di Messina. Il giudice dell’esecuzione civile assegnava, ai sensi dell’art. 553 del Codice di rito, il credito vantato dal debitore esecutato verso l’ente locale al creditore esecutante, ma nonostante una formale diffida, il Comune rimaneva inerte. L’impresa quindi agiva innanzi al Tar affinché, nelle forme del giudizio di ottemperanza, fosse ordinato all’amministrazione di conformarsi al detto provvedimento giudiziale.
Riguardo al se tale provvedimento giudiziale sia o meno suscettibile di ottemperanza, l’adito Tribunale amministrativo regionale ha concluso nel senso dell’inammissibilità, ritenendo di aderire ad uno degli orientamenti espressi in thema dalla giurisprudenza amministrativa [vedi ad es. Cons. St., Sez. IV, 1° aprile 1992, n. 352; Id., Sez. IV, 15 novembre 2004, n. 7401; Id., Sez. IV, 6 novembre 2008, m. 5485; Id., Sez. V, 13 ottobre 2010, n. 7643]. Constando però un diverso orientamento pretorio [C.G.A.R. Sicilia, 14 giugno 19999, n. 262; T.A.R. Campania, Napoli, Sez. V, 10 ottobre 2008, n. 14692; Id., 13 novembre 2009, n. 7373, riformata da Cons. St., Sez. V, 13 ottobre 2010, n.7463; T.A.R. Sicilia, Palermo, Sez. I, 5 luglio 2006, n. 1575; T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, 30 giugno 2009, n. 1202], il Giudice innanzi al quale la pronuncia di inammissibilità resa dal Tar veniva appellata chiedeva un chiarimento all’Adunanza Plenaria, ai sensi dell’art. 99 del Codice del processo amministrativo.
Per comprendere esattamente i termini della questione risolta dal Massimo Consesso della giustizia amministrativa non sembra un fuor d’opera una breve panoramica sulla disciplina, contenuta nel Codice di procedura civile, dell’espropriazione presso terzi. Si dà luogo a tale procedura esecutiva quante volte l’espropriazione riguarda beni che il debitore detiene presso terzi (ma dei quali non possa direttamente disporre: in quest’ultimo caso l’esecuzione ha luogo nelle forme del pignoramento presso il debitore) ovvero crediti che il debitore vanta verso uno o più terzi. Il tratto essenziale di questa procedura consiste nella necessità di citare il terzo onde metterlo in condizione di rendere la dichiarazione circa il se ed in che misura sia effettivamente debitore dell’esecutato ed onde consentire che rispetto a tali diritti (vantati dall’esecutato verso il terzo) divenga immediatamente operante il vincolo di indisponibilità che è proprio del pignoramento (ciò per evitare che il terzo, magari colludendo con il debitore esecutato, anticipi la prestazione nei riguardi di quest’ultimo, rendendo vana l’azione del creditore). Per realizzare tali eterogenee finalità, il Codice configura l’atto di pignoramento presso terzi come un atto complesso, “sia nel senso che in esso sono presenti caratteri propri degli atti del processo esecutivo insieme con altri che sono propri del processo di cognizione; e sia nel senso che esso è posto in essere dall’attività coordinata di due soggetti (il creditore e l’ufficiale giudiziario) nei confronti di altri due soggetti (il debitore ed il terzo)” [così MANDRIOLI, Corso di diritto processuale civile, XI ed., Torino 2011, vol. III, spec. 86]. In estrema sintesi le finalità del pignoramento presso terzi sono: intimare al terzo di non disporre delle somme o delle cose senza ordine del giudice; ingiungere al debitore di astenersi da ogni atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito i suoi beni; invitare il terzo a fare la dichiarazione relativa al suo debito nei confronti del debitore principale.