Source: http://www.laleggepertutti.it/122533_se-usi-il-fax-del-lavoro-commetti-abuso-dufficio
Timestamp: 2016-12-11 02:06:28+00:00
Document Index: 163890916

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 314', 'sentenza ']

Se usi il fax del lavoro commetti abuso d’ufficio
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Fax, telefono, cellulare: per il pubblico dipendente l’utilizzo per fini personali di strumenti di lavoro integra un reato.
Non usare mai il fax dell’ufficio per spedire documenti personali, non inerenti cioè con il tuo lavoro: il rischio è quello di essere coinvolto in un procedimento penale e riportare una condanna per il reato di abuso d’ufficio. Il monito viene da una sentenza pubblicata ieri dalla Cassazione [1].
Secondo la pronuncia in commento, il pubblico dipendente che usa il fax dell’ufficio per fini personali commette il reato di abuso d’ufficio [2]. I giudici escludono che si possa invece parlare del diverso reato di peculato d’uso il quale richiede la definitiva perdita del bene da parte della pubblica amministrazione datrice di lavoro. Invece è più consona l’incriminazione a titolo di peculato in quanto il colpevole distoglie l’originaria destinazione del fax dall’uso che gli è proprio per destinarlo, invece, ai propri scopi personali.
Il caso in questione ha visto condannato, al reato di peculato, un poliziotto il quale aveva utilizzato il fax dell’ospedale, presso cui prestava servizio, per inviare, in circa due mesi, 13 fax per una pratica assicurativa di risarcimento del danno.
L’esclusione del peculato, a favore invece dell’abuso, è ulteriormente confermato tutte le volte in cui la condotta colpevole non procuri un vero e proprio danno alla P.A., quantificabile in termini economici, come appunto l’utilizzo della linea fax per pochi minuti. Tuttavia il reato resta ugualmente perpetrato – sebbene in forma meno grave – e quindi il rischio di una fedina penale macchiata per la trasmissione di poche pagine è certamente da non sottovalutare. Secondo infatti la Cassazione, la condotta ha pur sempre una sua rilevanza penale.
Il peculato consiste nell’appropriazione indebita di beni o danaro di cui il responsabile abbia la disponibilità per ragioni d’ufficio. Invece per far scattare l’abuso d’ufficio è sufficiente che si agisca utilizzando mezzi inerenti a una funzione pubblica per scopi diversi da quelli prestabiliti al fine di procurarsene vantaggi personali.
Il discorso può essere esteso dal fax all’uso del telefono, del cellulare o dell’auto di servizio. Può essere così condannato il dipendente che abusi degli strumenti dell’uffici e dei macchinari a disposizione dell’azienda presso cui lavora per scopi meramente privati e per procurarsi un ingiusto vantaggio (anche quello – come nel caso di specie – di velocizzare pratiche infortunistiche favorendo i clienti ai quali evitava di doversi recare presso la sede della società e curando parallelamente, in orario di lavoro, la propria attività privata).
La sentenza Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 26 aprile – 30 maggio 2016, n. 22800
Presidente Carcano – Relatore Criscuolo
– violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione all’art. 314, comma 2, cod. pen.: la Corte di appello avrebbe errato nel non ritenere configurabile il peculato d’uso, ravvisato nel caso di indebito utilizzo del telefono d’ufficio per la non realizzabilità della appropriazione definitiva delle energie costituite dalle onde elettromagnetiche così come della somma al cui esborso l’usoindebito espone l’ufficio né è stato chiarito perché non ricorresse nel caso di specie, stante il carattere occasionale e l’inoffensività della condotta.
Nella sentenza n. 19054/13 le Sezioni Unite hanno chiarito che in caso di utilizzo del telefono d’ufficio non sono oggetto di appropriazione definitiva né il bene materiale né l’energia elettrica, necessaria ad attivare le onde elettromagnetiche, che viene in rilievo quale entità di consumo inscindibilmente legata alfunzionamento dell’apparecchio e, pertanto, non può costituire l’oggetto diretto, specifico ed autonomo della condotta dell’agente, né il costo che la pubblica amministrazione sopporta per l’utilizzo indebito del bene, trattandosi di una conseguenza della condotta dell’agente infedele, il quale non ha il previo possesso delle somme corrispondenti all’onere economico che la pubblica amministrazione sostiene per effetto della sua condotta.
Tuttavia, diversamente da quanto prospettato dal ricorrente, la condotta non è penalmenteirrilevante, residuando l’abuso d’ufficio quale cornice legale nella quale sussumerla.
Si è, altresì, affermato che “Integra il delitto di abuso d’ufficio la condotta del pubblico dipendente di indebito usodel bene che non comporti la perdita dello stesso e la conseguente lesione patrimoniale a danno dell’avente diritto” (Sez. 6, n. 14978 del 13/03/2009, Rv. 243311; Sez. 6, 2.4.1992 n. 10896, Bronte, Rv. 192873; Sez. 6, 12.12.2000 n. 381, Genchi, Rv. 219086; Sez. 6, 9.4.2008 n. 31688, Cannalire, Rv. 240692) ed è indubbio, per come accertato dai giudici di merito, che il M. abbia reiteratamente utilizzato e per un discreto arco temporale il fax dell’ufficio per ricevere e trasmettere documenti ed atti, consegnatigli dai clienti proprio all’interno dell’ufficio, alla società con la quale collaborava per curare pratiche infortunistiche, destinando l’ufficio a succursale della stessa.
Oggettivo è, quindi, il reiterato indebito utilizzo del fax dell’ufficio, di norma destinato alla ricezione di comunicazioni ed atti urgenti presso il posto di polizia dell’ospedale pubblico, per scopi meramente privati in consapevole violazione dei doveri di lealtà e correttezza imposti ad un pubblico ufficiale: in sostanza, l’imputato ha coscientemente e volontariamente realizzato le condotte contestate, strumentalizzando ed abusando dell’ufficio e dei mezzi a sua disposizione per procurarsi l’ingiusto vantaggio di velocizzare pratiche infortunistiche, favorendo i clienti ai quali evitava il disagio di recarsi presso la sede della società e curando, parallelamente,in orario di lavoro, la propria attività privata.
[1] Cass. sent. n. 22800/16 del 30.05.2016.
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