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Timestamp: 2020-07-08 12:55:18+00:00
Document Index: 104680547

Matched Legal Cases: ['art. 270', 'art. 270', 'art. 1', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 1', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 1', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 280', 'art. 3', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 15', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 280', 'art. 280', 'art. 289', 'art. 289', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 49', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 56', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 289', 'art. 11', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 1', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 280', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 1', 'art. 270', 'art. 270', 'sentenza ', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270']

ASSOCIAZIONE TERRORISTICA E ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MERCOLEDÌ 8 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 14:55
Sui delitti di associazione ex art. 270 bis c.p. ed associazione ex art. 270 c.p.: rapporto di specialità; applicabilità dell’aggravante di terrorismo di cui all’art. 1, l. n. 15/1980; natura monoffensiva e legittimazione all’azione civile
Corte di Cassazione, Sez. V penale, 2 aprile 2012, n. 12252
Delitti con finalità terroristica o eversiva - Associazione con finalità terroristica o eversiva ex art. 270 bis c.p. - Rapporto con associazione sovversiva ex art. 270 c.p. - Specialità tra fattispecie - Aggravante di terrorismo di cui all’art. 1, l. n. 15/1980 - Inapplicabilità - Natura monoffensiva - Legittimazione all’azione civile in capo al danneggiato.
1. La fattispecie di associazione eversiva di cui all’art. 270 bis c.p. è speciale rispetto a quella di associazione sovversiva di cui all’art. 270 c.p. in quanto la natura della violenza che il sodalizio si propone di esercitare assume connotazione terroristica.
2. L’aggravante di terrorismo di cui all’art. 1 della l. n. 15/1980 è incompatibile con il delitto di cui al citato art. 270 bis, in quanto la finalità terroristica è divenuta a seguito delle modifiche apportate dalla l. n. 438/2001 elemento costitutivo della fattispecie, ma altresì con quello di cui all’art. 270, atteso che, qualora la violenza caratterizzante l’intento sovversivo del sodalizio assuma connotazione terroristica, il fatto sarebbe inevitabilmente sussumibile nella prima norma incriminatrice menzionata.
3. I delitti ex artt. 270 e 270 bis c.p. non hanno natura plurioffensiva, posto che tale natura non è compatibile con i delitti contro la personalità dello Stato e, ancor più, in particolare, con i delitti contro la personalità internazionale dello Stato, atteso che tali delitti sono diretti contro gli interessi attinenti alla vita dello Stato nella sua essenza unitaria, tranne le ipotesi in cui la condotta dell'agente si appunti direttamente su di una persona fisica (es. art. 280 c.p.), ovvero consista nella provocazione di un danno materiale diffuso, in grado di attingere una o più persone fisiche.
E' noto che la più risalente elaborazione giurisprudenziale individuava la differenza tra le fattispecie di cui agli artt. 270 e 270 bis c.p. nel fatto che la prima sarebbe stata a forma specifica, la seconda (introdotta dal D.L. n. 625 del 1979, art. 3, conv. in L. n. 15 del 1980) a forma generica (in tal senso ASN 198300302-RV 160960).
Altra pronunzia (ASN 198806952-RV 178588) sottolineava che l'art. 270 c.p. mira ad impedire la "soppressione" degli ordinamenti politici e giuridici della società, mentre l'art. 270 bis c.p. è volto ad impedire la "eversione" dell'ordine democratico, così finalizzandosi, ad obiettività giuridiche rispettivamente diverse, relativamente alle quali il principio di specialità ex art. 15 c.p. impedisce, comunque, pluralità di sanzioni.
Naturalmente, si deve fare riferimento all'assetto normativo dell'epoca: l'art. 270 c.p. reprimeva le condotte di quelle strutture associatile costituite per stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sull'altra, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale, ovvero ancora a sovvertire, sempre violentemente, gli ordinamenti economici e sociali, giuridici, politici dello Stato, o meglio, come si esprimeva la lettera della legge "ogni ordinamento". La specificità della norma, dunque, discendeva dalla specificità dell'obiettivo che si proponevano gli agenti, atteso che l'art. 270 bis, viceversa, puniva chi, costituendosi in associazione, mirava alla eversione -genericamente, appunto- dell'ordine democratico. Le distinzioni intraviste dalle due ricordate sentenze, già di per sè (a giudizio di questo Collegio) non del tutto soddisfacenti (non appare del tutto chiara, nel caso di specie, la contrapposizione genericità/specificità, atteso che anche l,a formula dell'art. 270 appare, a ben vedere, onnicomprensiva, nè si riesce a ipotizzare come si possa sopprimere un ordinamento politico senza avere, per lo meno, in progetto un'alternativa, fosse pure quella anarchica), devono comunque ritenersi "superate" alla luce delle modifiche legislative intervenute, che hanno completamente ridisegnato entrambi gli articoli: il D.L. n. 374 del 2001, conv. in L. n. 438 del 2001: "Disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale", la L. n. 85 del 2006: "Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione", ma -principalmente- ad opera del D.L. n. 144 del 2005, conv. in L. n. 15 del 2005, che, introducendo l'art. 270 sexies c.p., ha definito le "condotte con finalità di terrorismo".
In realtà la "finalità di terrorismo" aveva già fatto la sua comparsa nell'art. 280 c.p. ("Attentato con finalità terroristiche o di eversione", aggiunto dal D.L. n. 625 del 1979 conv. in L. n. 15 del 1980, con il connesso art. 280 bis: "Atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, come sostituito dalla L. n. 85 del 2006), così come era stato introdotto nell'ordinamento lo "scopo di terrorismo", con l'art. 289 bis c.p. (ad opera del D.L. n. 59 del 1978, conv. in L. n. 191 del 1978); al proposito, la giurisprudenza - certamente risalente e in contrasto, per altro, con autorevole dottrina- ribadiva la distinzione tra la finalità di terrorismo e quella di eversione dell'ordinamento costituzionale, che qualificano il sequestro di persona (art. 289 bis), divenendone elemento costitutivo, e devono muovere l'azione del soggetto, della quale il terrorismo o l'eversione costituiscono il particolare obbiettivo (ASN 198703130-RV 175352). La successiva definizione codicistica (anno 2005), tuttavia (art. 270 sexies, appunto), che recepisce, sul punto, le indicazioni emerse in sede sovrannazionale (Convenzione di New York 8.12.1999, ratificata con L. n. 7 del 2003, Decisione-quadro del Consiglio d'Europa n. 164 del 22.6.2002, cfr. ASN 200535427-ftV 232280), è inequivoca, stabilendo che devono intendersi connotate dalla finalità di terrorismo quelle condotte:
1) che "per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno a un Paese o a una Organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici, o un'Organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un qualsiasi atto";
2) che possono "destabilizzare, o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un'Organizzazione internazionale;
3) che siano "definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale vincolanti per l'Italia".
Dunque, la condotta terroristica ha rilevanza penale in sè; tuttavia, quando è tenuta allo scopo di raggiungere gli obiettivi sopra indicati al n. 2 (destabilizzazione/distruzione dei fondamenti politico-costituzionali e/o socio-economici di uno Stato), fa "corpo unico" con tale finalità. Ma tale opera di destabilizzazione/distruzione, ovviamente, altro non è che la sovversione o eversione violenta di cui all'art. 270 c.p. (il sottile "distinguo" etimologico che opera la Corte territoriale di secondo grado non pare, francamente, incidente). Invero, tale articolo descrive la condotta come diretta ad attentare agli ordinamenti economici o sociali del nostro Stato, ovvero a sopprimere il suo ordinamento politico e giuridico.
Orbene, posto che il mutamento di tali assetti non è -in sè- vietato, a tanto ostando il dettato dell'art. 49 Cost., ciò che fa "scivolare" la sovversione nel campo del penalmente rilevante è la violenza ("sovvertire violentamente" per l'art. 270 c.p., "compimento di atti di violenza" per l'art. 270 bis c.p.), vale a dire, per usare ancora le parole del Costituente, l'utilizzo di un metodo non democratico, connotandosi come violenza generica, nel primo caso (art. 270), violenza terroristica, nel secondo (art. 270 bis).
A parere di questo Collegio, invero, quella sopra riportata è l'unica interpretazione che possa giustificare il permanere nell'ordinamento dell'art. 270 c.p., dopo l'introduzione dell'art. 270 bis e il loro "rimaneggiamento" ulteriore.
L'art. 270 bis c.p., infatti, come è noto e come anticipato, trova applicazione, tanto nella sfera internazionale (tutelando gli Stati esteri e le Organizzazioni internazionali, cfr. comma secondo), quanto nella sfera interna (è collocato nel libro 2, titolo 1, "delitti contro la personalità dello Stato") ed in tale sfera sembra, ad una prima lettura, sovrapporsi al più antico art. 270, entrambi delitti contro la personalità internazionale dello Stato.
Invero, sempre rimanendo nella "sfera interna", a parte l'ampliamento dell'elenco dei soggetti punibili (viene prevista la figura del finanziatore, che non è presente tra i soggetti di cui all'art. 270), si rileva che la fattispecie introdotta posteriormente anticipa la soglia della punibilità e si connota, a sua volta, come delitto di pericolo presunto, volendo reprimere la condotta di chi costituisca, organizzi ecc. associazioni che si "propongano" il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o eversione, mentre l'art. 270 c.p. richiede, per la punibilità, che dette associazioni siano non solo "dirette", ma anche "idonee" a sovvertire - violentemente - l'ordinamento. Si tratta, in ultima analisi, per quel che riguarda la ipotesi criminosa ex art. 270 c.p., dello schema di cui all'art. 56 c.p. (inequivocità e idoneità degli atti); laddove la "nuova" norma incriminatrice (art. 270 bis c.p.) punisce, come si è appena anticipato, il "proposito" (ASN 200624994- RV 234345), sempre che, si intende, esso non sia stato in mente retentun (altrimenti ci si avvicinerebbe pericolosamente alla figura del "tipo d'autore"), ma abbia già dato luogo a una struttura associativa, costituita proprio allo scopo di attuare detto proposito, con atti di violenza "qualificata" (ASN 200003486-RV 216253). Ma, appunto la maggiore ampiezza della previsione ex art. 270 bis potrebbe determinare, anche per questo verso, la "scomparsa" della fattispecie ex art. 270 c.p., "scomparsa", tuttavia, che il Legislatore non ha decretato, con la conseguenza che compete all'interprete individuare il confine tra le due disposizioni normative. Come si diceva, tale discrimen non può che essere individuato nella natura della violenza utilizzata: generica o terroristica. Il terrorismo, invero, anche se qualificato come "finalità" (artt. 270 bis e 280) o come "scopo" (art. 289 bis) nel codice penale, non costituisce, in genere, un obiettivo in sè, ma, ovviamente, funge da strumento di pressione, da metodo di lotta, da modus operandi particolarmente efferato: si diffonde il panico, colpendo anche persone e beni non direttamente identificabili con l'avversario o riferibili allo stesso, per imporre a quest'ultimo una soluzione che, in condizioni normali, non avrebbe accettato.
Per tale ragione, non si concorda con quella giurisprudenza (ad es. ASN 198711382-RV 17694) che, rispettando alla lettera il dato testuale, ritiene concettualmente distinti e fattualmente sempre distinguibili la "finalità" di terrorismo e quella di eversione.
A ben vedere, infatti, solo la seconda - lo si ribadisce - rappresenta un obiettivo, mentre il primo costituisce un mezzo, o più correttamente, una strategia, che si caratterizza per l'uso indiscriminato e polidirezionale della violenza, non solo perchè accetta gli "effetti collaterali" della violenza diretta (ASN 200831389-RV 2411745), ma anche perchè essa può essere rivolta in incertam personam, proprio per generare panico, terrore, diffuso senso di insicurezza, allo scopo di costringere chi ha il potere di prendere decisioni a fare o tollerare ciò che non avrebbe fatto o tollerato.
La repressione del terrorismo, in campo internazionale, risponde a una finalità di tutela dello status quo nei rapporti tra Stati e tra questi e Organizzazioni internazionali (ovviamente il giudice italiano non può e non deve esprimersi sul sistema politico - istituzionale di uno Stato estero cfr. ASN 200336776-RV 226049); nella sfera interna, viceversa, rappresenta una "difesa avanzata" dell'ordine democratico (da intendersi come ordine costituzionale, in base all'interpretazione autentica fornita dalla L. n. 304 del 1982, art. 11).
Al proposito, la giurisprudenza (ASN 200839504- RV 241859) ha chiarito che non qualsiasi azione politica violenta può farsi rientrare nel concetto di eversione, previsto dal codice penale, ma solo quella che miri al sovvertimento dei principi fondamentali, che formano il nucleo intangibile dell'assetto ordinamentale.
La maggiore dannosità, il più intenso allarme sociale, il più grave pericolo che rappresenta la violenza terroristica per gli assetti istituzionali giustificano una più severa repressione della stessa, rispetto alla generica violenza eversiva (ex art. 270 c.p.).
Il nucleo del problema, dunque, non si identifica con la contrapposizione tra concretezza e attualità della condotta pericolosa, da un lato, e mera progettualità o potenzialità della stessa, dall'altro, come si adombra nella censura sub 24). Si è già detto, infatti, che trattasi di reati di pericolo presunto, richiedendosi, in un caso, la inequivocità e la idoneità dei mezzi predisposti dalla associazione sovversiva (art. 270 c.p.), nell'altro, la serietà del proposito eversivo da perseguirsi con atti di terrorismo, in vista dei quali la societas contro fegem è stata costituita.
La differenza, si ripete, consiste, per questo Collegio, nella natura della violenza che si intende esercitare (terroristica o "comune").
Per quel che riguarda la c.d. aggravante di terrorismo (L. n. 15 del 1980, art. 1) e la sua compatibilità con i delitti contestati, si possono prendere le mosse dalla risalente giurisprudenza di questa Corte, la quale ebbe ad affermare (ASN 199803241-RV 210681), che, non essendo il terrorismo elemento costitutivo della fattispecie ex art. 270 bis c.p., l'aggravante in questione ben poteva essere contestata in relazione alla predetta figura criminosa.
E tuttavia, proprio tale considerazione, rende evidente che, una volta modificato l'art. 270 bis c.p. (ad opera, come si è visto della L. n. 438 del 2001), una volta, vale a dire, che la violenza terroristica è entrata a far parte della struttura del reato -anche se l'azione è diretta, non contro uno Stato estero o un'Organizzazione internazionale, ma contro lo Stato italiano- il medesimo elemento non può essere considerato come circostanza aggravante dello stesso.
Nè vale dire che, se la ipotesi correttamente contestabile fosse quella di cui all'art. 270 c.p. (e non art. 270 bis c.p.), allora la predetta aggravante potrebbe trovare luogo.
Sulla base di tutto quanto premesso, invero, è di tutta evidenza che, se la violenza di cui all'art. 270 avesse connotazioni terroristiche, dovrebbe immediatamente trovare applicazione proprio l'art. 270 bis.
E' allora evidente che l'aggravante de qua è inapplicabile tanto alla figura incriminatrice ex art. 270 bis c.p., perchè ne è elemento costitutivo, quanto al delitto ex art. 270 c.p., integrando quel quid pluris che costituisce la nota di specialità che distingue i due delitti.
Contrariamente a quanto ritenuto nel 2009 da questa stessa Sezione (ASN 200900075-RV 242355), questo Collegio ritiene che i delitti ex artt. 270 e 270 bis c.p. non abbiano natura plurioffensiva.
Tale natura non è compatibile con i delitti contro la personalità dello Stato e, ancor più, in particolare, con i delitti contro la personalità internazionale dello Stato, atteso che tali delitti sono diretti contro gli interessi attinenti alla vita dello Stato nella sua essenza unitaria, tranne le ipotesi in cui la condotta dell'agente si appunti direttamente su di una persona fisica (es. art. 280 c.p.), ovvero consista nella provocazione di un danno materiale diffuso, in grado di attingere una o più persone fisiche (es. artt. 280 bis e 285 c.p.).
A ben vedere, oltretutto, gli stessi reati associativi non ammettono quali PP.OO. soggetti fisici, tanto che, ad es., in relazione al delitto ex art. 416 bis c.p., si è giunti a riconoscere la possibilità di costituirsi PC ad enti e associazioni esponenziali di interessi pubblici o diffusi (il comune, le associazioni antiracket ecc. es. ASN 199510371-RV 202736, A5N 199208381-RV 191448), non certo al singolo, vittima, eventualmente, di uno o più reati-fine e, con riferimento ad essi, certamente legittimato alla costituzione di PC. Il fatto è che va distinta la vittima del reato dalla persona danneggiata dal reato.
Sia la risalente giurisprudenza di questa Corte (ASN 198808425-RV 178967) ebbe modo di chiarire che, nella categoria delle persone che subiscono pregiudizio dalla commissione di un reato, occorre distinguere la figura del danneggiato da quella del soggetto passivo.
Il primo si identifica in colui che subisce dal reato un danno patrimonialmente valutabile, mentre il soggetto passivo si identifica nel titolare del bene-interesse tutelato dalle norme penali, che viene offeso o posto in pericolo, in via diretta ed immediata, dalla condotta dell'agente.
Conseguentemente, il soggetto legittimato all'azione civile non è solo il soggetto passivo del reato, ma anche il danneggiato, ossia chiunque abbia riportato un danno eziologicamente riferibile all'azione od omissione del soggetto attivo del reato (ASN 201004816- RV 246280; ASN 200804060-RV 239189; ASN 2G057259-RV 231210).
Insomma: legittimato all'azione civile è sempre il danneggiato, il quale ben può identificarsi (e in genere così accade) con il soggetto passivo del reato in senso stretto, ma anche con chiunque abbia riportato un danno eziologicamente riferibile all'azione o all'omissione del soggetto attivo del reato (ASN 200005613-RV 216115).
Ovviamente, mentre, per la vittima del reato, la dimostrazione del danno patito è facilmente desumibile dalla stessa titolarità del bene o dell'interesse tutelato dalla norma e violato dall'agente, detta dimostrazione deve essere data, in maniera stringente dal danneggiato che non sia anche persona offesa.
La Corte di Cassazione, nella sentenza in epigrafe, affronta alcuni profili problematici attinenti alle fattispecie di associazione con finalità di terrorismo o di eversione di cui all’art. 270 bis c.p. e di associazione sovversiva ex art. 270 c.p.
In particolare, gli aspetti presi in esame sono tre:
1. la differenza tra le due fattispecie e l’eventuale rapporto di specialità tra esse;
2. l’applicabilità ad entrambe le fattispecie dell’aggravante di terrorismo di cui all’art. 1, l. n. 15/1980;
3. la natura monoffensiva o plurioffensiva dei delitti ex artt. 270 e 270 bis e la legittimazione all’azione civile.
Giova esaminarli distintamente.
1. Rapporto di specialità tra associazione terroristica ex art. 270 bis c.p. e associazione sovversiva ex art. 270 c.p.
Le due fattispecie analizzate dalla sentenza in esame hanno subito, nel corso del tempo, modifiche normative che hanno inciso significativamente sulla loro struttura.
L'art. 270 c.p., nella originaria versione, reprimeva le condotte di quelle strutture associative costituite per stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sull'altra, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale, ovvero ancora a sovvertire, sempre violentemente, gli ordinamenti economici e sociali, giuridici, politici dello Stato, o meglio, come si esprimeva la lettera della legge "ogni ordinamento".
L'art. 270 bis, viceversa, puniva chi, costituendosi in associazione, mirava genericamente alla eversione dell'ordine democratico.
Alcune modifiche legislative successivamente intervenute hanno completamente ridisegnato entrambi gli articoli.
- il D.L. n. 374 del 2001, conv. in L. n. 438 del 2001 ("Disposizioni urgenti per contrastare il terrorismo internazionale") ha modificato l’art. 270 bis c.p. che ora punisce “Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico”, nonché la partecipazione a tali associazioni;
- la L. n. 85 del 2006 ("Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione") ha sostituito interamente l’art. 270 c.p.. Il vigente articolo punisce “Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette e idonee a sovvertire violentemente gli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato ovvero a sopprimere violentemente l'ordinamento politico e giuridico dello Stato”;
- il D.L. n. 144 del 2005, conv. in L. n. 15 del 2005, ha introdotto l'art. 270 sexies c.p., recante la definizione delle "condotte con finalità di terrorismo". La norma stabilisce che devono intendersi connotate dalla finalità di terrorismo quelle condotte: