Source: https://www.anief.org/stampa/istituzioni/governo?start=25
Timestamp: 2020-07-11 13:18:40+00:00
Document Index: 176833115

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 59', 'art. 11', 'art. 37', 'art. 2120', 'art. 1']

Boom di licenziati è una sonora bocciatura della riforma Fornero
Appello al nuovo Parlamento di Confedir-Anief: si attivi per modificare il prima possibile la norma sui licenziamenti “facili”, ponendo il tema della tutela del lavoro al centro dell’azione legislativa e avvicinando finalmente l’Italia all’Europa attraverso l’assunzione a tempo indeterminato di decine di migliaia di precari che hanno svolto più di 36 mesi di servizio.
“I dati emessi dal ministero del Lavoro sul sensibile aumento dei licenziamenti praticati nel 2012, rispetto all’anno precedente, rappresentano una sonora bocciatura della riforma Fornero”. A sostenerlo è Marcello Pacifico, delegato Confedir per le alte professionalità della PA e presidente Anief, dopo aver appreso dello storico sforamento di quota un milione di lavoratori italiani licenziati in un solo anno. Si tratta di un dato inequivocabile, che induce lo stesso sindacalista a chiedere ai nuovi parlamentari di attivarsi per modificare il prima possibile la norma sui licenziamenti “facili”, ponendo il tema della tutela del lavoro al centro dell’azione legislativa.
“Per quasi un biennio – continua il rappresentante Confedir-Anief - si è discusso della modifica dell’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori, della necessità di introdurre maggiore flessibilità ai fini di una maggiore occupazione e di introdurre licenziamenti per giusta causa. Siamo stati ‘bombardati’ dai messaggi di un Ministro tecnico che rassicuravano i precari, sia del comparto pubblico che privato. I numeri ci dicono che si trattava di promesse infondate. All’aumento del 13,9% dei lavoratori rimasti senza lavoro, dobbiamo infatti aggiungere le procedure di infrazione trasformatesi in atti di messa in mora per la mancata stabilizzazione per i tanti precari che hanno svolto 36 mesi di servizio negli ultimi 5 anni senza riscuotere alcuna considerazione”.
È davvero deplorevole, inoltre, che ancora oggi il Governo continui ad ignorare le ragioni del suo gap di trattamento dei dipendenti pubblici e privati rispetto all’Europa: a fronte di una filosofia di assunzioni a tempo indeterminato ormai accolta da tutti i Paesi moderni, in Italia si continua imperterriti a fare “orecchie da mercante”. Al punto che il ministro della Funzione Pubblica è arrivato recentemente a proporre un accordo che prevede la proroga dei rapporti a tempo determinato per 10mila dipendenti, senza tenere conto dei “tetti” fissati dall’Ue. Ignorando completamente, inoltre, il dato che esistono diverse decine di migliaia di docenti e Ata della scuola che vantano diversi anni di supplenze di lunga durata.
“È un dato inequivocabile che la privatizzazione dei contratti del pubblico impiego, introdotta 20 anni fa, abbia agevolato questa perdita di diritti - sottolinea Pacifico - preparando il terreno alla normativa derogatoria dei patti contrattuali siglati. E allontanando l’Italia dalle regole condivise in una Repubblica fondata sul lavoro e sulla tutela dei suoi cittadini lavoratori, anche a tempo determinato, che meritano un accesso adeguato al lavoro e alla giusta retribuzione”.
Il sindacato è infine preoccupato per la mancanza di prospettive di sviluppo nazionale, della mancata considerazione e valorizzazione dell’enorme patrimonio culturale di cui dispone il Paese: la politica dei tagli ad oltranza e dei licenziamenti facili sta portando il Paese verso una inesorabile depressione, da cui sarà difficile uscire.
Per 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici niente giorni di congedo per i neonati, valgono solo per i lavoratori privati
Lo ha comunicato la Funzione Pubblica attraverso una nota di chiarimento: manca la normativa nazionale a sostegno. Eppure la Direttiva 2010/18/Ue del Consiglio dell'8 marzo 2010, non fa riferimenti alla natura del rapporto di lavoro, ma solo alla necessità di dare attuazione al diritto “individuale” del congedo parentale e nell'aiutare i genitori che lavorano in Europa ad ottenere una migliore conciliazione. E nemmeno la Legge 28 giugno 2012, n. 92, fa differenziazioni tra pubblico e privato. Pacifico (Confedir-Anief): una grave discrepanza di trattamento, che cade nel ventennale dall’introduzione della privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico.
Sull’assistenza ai neonati lo Stato italiano discrimina 3 milioni e mezzo di lavoratori pubblici, che oggi non possono godere dei giorni di assistenza previsti invece per le mamme e i papà dipendenti del settore privato: lo ha scritto a chiare lettere il Dipartimento della Funzione Pubblica, il quale rispondendo il 20 febbraio ad un quesito del Comune di Reggio nell'Emilia ha spiegato che i padri dipendenti delle pubbliche amministrazioni non hanno diritto al congedo obbligatorio di paternità e ai due giorni di congedo facoltativo, previo accordo con la madre ed in sua sostituzione con un'indennità a carico dell'Inps, introdotti nel giugno scorso dal Governo Monti per l’assistenza dei primi cinque mesi di vita del bambino, né le madri lavoratrici del pubblico impiego hanno accesso ai cosiddetti “voucher per l'acquisto di servizi di baby-sitting”.
Secondo la presidenza del Consiglio del ministri, il sostegno ai neo-genitori per adeguare la normativa italiana a quella europea, approvato attraverso l’art. 4, comma 24, della Legge n. 92 del 2012, “non è direttamente applicabile ai rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, atteso che, come disposto dall'art. 1, commi 7 e 8, della citata l. n. 92 del 2012, tale applicazione è subordinata all'approvazione di apposita normativa su iniziativa del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione. Pertanto, per i dipendenti pubblici rimangono validi ed applicabili gli ordinari istituti disciplinati nel d.lgs. n. 151 del 2001 e nei CCNL di comparto”.
Il risultato di questa interpretazione è che ad oggi tutti i dipendenti pubblici italiani non possono usufruire di un diritto concesso ai colleghi del settore privato. Disattendendo quindi la Direttiva 2010/18/Ue del Consiglio dell'8 marzo 2010, nella quale non si fa alcun riferimento alla natura del rapporto di lavoro, ma solamente alla necessità di dare attuazione al diritto “individuale” del congedo parentale, “garantendo una base comune sull'equilibrio tra vita e lavoro negli Stati membri e svolgendo un ruolo significativo nell'aiutare i genitori che lavorano in Europa ad ottenere una migliore conciliazione”.
Il riferimento della Funzione Pubblica per giustificare tale differenziazione di trattamento tra pubblico e privato, è anche ai commi 7 e 8 dell’art. 1 della stessa Legge 92/2012, nella quale si spiega che “per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni” (…) “il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, individua e definisce, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche”.
Il sindacalista Confedir-Anief ritiene, quindi, che l’adeguamento alle indicazioni Ue - anche se solo poco più che simbolico, di appena un giorno di congedo obbligatorio di paternità e di due giorni di congedo facoltativo per i padri e di una serie di “voucher” per le madri - non può essere negato per basse ragioni di burocrazia: “siamo di fronte ad un abuso – incalza Pacifico -. Lo stesso che lo Stato italiano perpetra nei confronti di decine di migliaia di precari pubblici, in particolare della scuola, utilizzati ben oltre i 36 mesi previsti dalla direttiva Ue 1999/70/CE come soglia massima per giustificare la mancata assunzione a titolo definitivo. È evidente, a questo punto, una seria riflessione sulla necessità di mantenere in vita la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico. Anche perché presto saranno i tribunali, attraverso le sentenze favorevoli ai dipendenti dello Stato, a smantellarla nei fatti”.
DIRETTIVA 2010/18/UE DEL CONSIGLIO dell'8 marzo 2010
a) il padre lavoratore dipendente, entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, ha l'obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di un giorno. Entro il medesimo periodo, il padre lavoratore dipendente puo' astenersi per un ulteriore periodo di due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest'ultima. In tale ultima ipotesi, per il periodo di due giorni goduto in sostituzione della madre e' riconosciuta un'indennita' giornaliera a carico dell'INPS pari al 100 per cento della retribuzione e per il restante giorno in aggiunta all'obbligo di astensione della madre e' riconosciuta un'indennita' pari al 100 per cento della retribuzione. Il padre lavoratore e' tenuto a fornire preventiva comunicazione in forma scritta al datore di lavoro dei giorni prescelti per astenersi dal lavoro almeno quindici giorni prima dei medesimi. All'onere derivante dalla presente lettera, valutato in 78 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013, 2014 e
2015, si provvede, quanto a 65 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013, 2014 e 2015, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 24, comma 27, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e, quanto a 13 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013-2015, ai sensi del comma 69 del presente articolo;
Quella sul Tfr dei dipendenti sta diventando sempre più una vicenda kafkiana
TFR – Ormai siamo alla vicenda kafkiana: la Presidenza del Consiglio dei Ministri smentisce se stessa, sovvertendo quanto stabilito tredici anni fa, facendo finta che nel frattempo non sia accaduto nulla.
Per il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, delle due posizioni solo una può essere esatta: se l’istituzione non ammette di aver sbagliato per tutto questo tempo, allora significa che abbiamo ragione noi a chiedere la restituzione dell’aliquota (in media 5-6mila euro) indebitamente sottratta dalla busta paga dei lavoratori.
Quella sul Tfr dei dipendenti sta diventando sempre più una vicenda kafkiana: l’ondata di diffide dell’Anief ha infatti costretto nelle ultime ore la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad uscire allo scoperto sulla indebita sottrazione dallo stipendio dei lavoratori (in particolare di mezzo milione di dipendenti del Pubblico impiego, la metà dei quali in servizio nella scuola) del contributo previdenziale del 2,5% per l’accantonamento del trattamento di fine rapporto.
Contraddicendo se stessa e la Consulta, che con la sentenza 223 dell’ottobre scorso ha stabilito che lo Stato, in quanto datore di lavoro, non può versare un Tfr inferiore a quello di un’azienda privata, ora dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri giunge una nota web attraverso cui si sostiene che per lei rimane valido l’art. 9, comma 2, del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, in l. 122 del 2010, e che pertanto "non ha competenza ad operare la restituzione degli importi operata in base alla predetta norma che è stata successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte".
Secondo l’Anief si tratta di una spiegazione davvero inadeguata: come fa la Presidenza del Consiglio dei Ministri a dichiararsi incompetente dal momento che, il 20 dicembre del 1999, ha emesso un decreto nel quale si stabilisce che “a decorrere dalla data dell'opzione prevista dall'art. 59, comma 56, della legge n. 449 del 1997 ai dipendenti che transiteranno dal pregresso regime di trattamento di fine servizio, comunque denominato, al regime di trattamento di fine rapporto non si applica il contributo previdenziale obbligatorio nella misura del 2,5 per cento della base retributiva previsto dall'art. 11 della legge 8 marzo 1968, n. 152, e dall'art. 37 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1032”?
Per Marcello Pacifico, presidente del giovane sindacato, tutto questo ha dell’incredibile: “quel decreto, emesso dalla stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri tredici anni fa, stabiliva che a partire dal 1° gennaio 2001 ai lavoratori passati dal regime di TFS al regime di TFR, regolato dall’art. 2120 del Codice civile per i privati, l’aliquota del 2,5% non si sarebbe mai dovuta applicare. Come mai – continua il rappresentante dell’Anief - oggi la stessa istituzione si dimentica quanto stabilito da lei stessa, nero su bianco, a suo tempo? Delle due strade solo una può essere percorribile. E siccome oggi la Presidenza del Consiglio dei Ministri sembra avere cambiato idea, almeno porga le dovute scuse e ammetta le sue colpe. Sostenendo che per tutti questi anni ha sostenuto una posizione sbagliata. Altrimenti sbaglia ora. Ed in tal caso l’Anief ha ragione a chiedere il rimborso di quei soldi indebitamente sottratti dalla busta paga dei lavoratori”.
Legge di stabilità: dal 2014 istituti finanziati in base ai risultati, ma le scuole non sono aziende o università
Patroni Griffi toglie la maschera e dà seguito alle logiche “premiali” introdotte con la Riforma Brunetta della PA nel 2009. Ma l’unico risultato che si potrà raggiungere sarà quello di condannare gli alunni più svantaggiati e i loro docenti a rimanere sempre più indietro.
Per la Scuola italiana la legge di stabilità per il 2013 continua a fornire amare sorprese. Da un esame approfondito dell’ultimo provvedimento licenziato sotto il Governo Monti, si apprende infatti che dal 2014 i 10mila istituti scolastici italiani riceveranno i finanziamenti pubblici non più in base al numero di alunni e docenti, oltre che la complessità delle scuole, ma in proporzione ai risultati conseguiti: attraverso il comma 149 dell’art. 1, il Parlamento ha infatti deciso che “a decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento”.
Ora, al di là del fatto che non si comprende quali “risultati” dovranno conseguire le scuole, visto che il grado d’istruzione raggiunto dagli alunni non può essere legato solo alla bravura dei loro insegnanti e dei dirigenti a capo degli istituti, ma anche a diversi altri fattori - come il contesto familiare, sociale ed economico -, sorprende davvero che si continui ad introdurre “paletti” al fine di perseverare nel taglio di quei finanziamenti per l’organizzazione e la manutenzione ordinaria delle scuole già oggi largamente insufficienti. Tanto è vero che sempre più spesso le scuole devono ricorrere ai finanziamenti facoltativi dei genitori degli alunni, sia per l’avvio di progetti complementari sia per la gestione ordinaria del funzionamento scolastico, come la fornitura di gessetti e carta igienica.
Secondo l’Anief la norma legiferata a fine 2012 non è altro che il continuum di quanto prodotto dal legislatore durante l’ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. In particolare, già la riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione, il decreto 150/09, aveva attribuito carattere imperativo alle logiche “premiali”. Nella fattispecie della scuola, l’ex ministro della Funzione Pubblica aveva agito da una parte attraverso l’annullamento degli scatti di anzianità e dall’altra concedendo i finanziamenti pubblici solo alle scuole ritenute più produttive.
Ma se il sistema Brunetta ha cercato di introdurre il merito attraverso l’assegnazione dei fondi legandole alle prestazioni individuali e a quelle delle singole scuole, nell’ultimo anno il ministro Patroni Griffi ha abbandonato gli incentivi rivolti ai singoli lavoratori per puntare su quelli da assegnare alle scuole-aziende. Contemporaneamente, però, dallo stesso Governo la scuola ha anche subìto il taglio dei fondi rivolti agli istituti: per compensare la cancellazione delle 24 ore di insegnamento settimanali, attraverso la stessa legge di stabilità e per coprire l’una tantum destinata ai docenti per l’anno 2011.
Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, siamo chiaramente di fronte a logiche inapplicabili al mondo della scuola: “prima di tutto perché la scuola non è l’università - sostiene il sindacalista – , visto che la formazione obbligatoria rientra nei servizi pubblici. In secondo luogo, adottando un criterio di meritocrazia all’istruzione pubblica si finirà inevitabilmente per danneggiare le scuole collocate in territori difficili e svantaggiati. Privandole dei pochi fondi che permettono oggi ai docenti di attivare progetti che danno sostegno ad una formazione scolastica svolta in contesti difficili, lo Stato di fatto condannerà gli alunni più svantaggiati, e i loro docenti, ad un percorso di crescita ancora più in salita di quello che il destino gli ha riservato”.
Per l’Anief non si tratta, peraltro, di difendere aree o territori particolari: “se al Sud persistono delle realtà sociali e lavorative particolarmente difficili, al Nord è concentrata un’alta percentuale di stranieri. Che a livello scolastico, attuando il comma 149, penalizzerebbe non poco le scuole frequentate dai figli. Fa pensare che a produrre una norma così inadeguata debba essere stato lo stesso Governo che solo poche settimane fa il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lodava per le decisioni prese con l’intento di ridistribuire ‘competenze e capacità a favore delle zone più povere di mezzi e di saperi’. Ora, dopo questa legge di stabilità, direbbe la stessa cosa?”.
Il governo Monti si conferma sino alla fine il governo degli annunci vuoti di contenuti
Nel documento "Un anno di governo" la Scuola e l’Università compaiono come settori rafforzati. Mentre anche negli ultimi 12 mesi sono stati considerati solo comparti della PA utili a fare “cassa”.
“Non sono certamente questi i provvedimenti che ci aspettavamo da un governo di professori e di tecnici – commenta il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico – che oltre ad aver collaborato al declino culturale e formativo in cui versa il paese, si ricorderà per non aver mai voluto avviare un reale confronto con le parti sociali e i sindacati. Nel settore dell’istruzione, quindi, l’esecutivo uscente avrebbe fatto bene a trovare altri argomenti per riassumere il proprio operato. Prendendo esempio dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel discorso di fine settennato – ha concluso Pacifico - ha insistito sulla necessità di far assumere alla scuola il ruolo di protagonista, in termini di risorse e valorizzazione delle professionalità”.