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Timestamp: 2019-08-21 00:09:17+00:00
Document Index: 28605881

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La soppressione e la distruzione di atti veri configurano diverse modalità di una condotta sostanzialmente unitaria - Obiettivo Magistrato - Corso Caringella
La soppressione e la distruzione di atti veri configurano diverse modalità di una condotta sostanzialmente unitaria
Cass. pen., Sez. V, 26 giugno 2019, n. 28052
I prevenuti ricorrevano in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Napoli, che, in parziale riforma della sentenza del GUP del Tribunale di Napoli, ne aveva ritenuto, tra l’altro, la responsabilità per i reati di falso materiale (art. 476 c.p.) e di falso per soppressione (art. 490 c.p.) e per il reato di falso ideologico di cui all’art. 480 c.p., commessi nell’esercizio della professione medica ed aggravati dalla natura fidefacente dell’atto, ritenuta per il reato di falso ideologico nella cartella clinica (art. 476, comma 2 c.p.).
In disparte il motivo, risultato dirimente ai fini dell’annullamento senza rinvio, con il quale gli imputati censuravano la mancata contestazione dell’aggravante di cui all’art. 476, comma 2 c.p. nel capo di imputazione della sentenza impugnata, con i residui motivi di ricorso si deduceva l’incorretta qualificazione giuridica del fatto relativo al tracciato cardiografico e l’errata affermazione della responsabilità per il reato di falso per soppressione.
Il giudice di legittimità ha disatteso il primo motivo, considerata la richiamata natura pubblicistica di detto atto, assistito da idoneità probatoria quanto allo svolgimento ed all’esito di indagini diagnostiche; e la comprovata natura materiale della contraffazione posta in essere.
Il Collegio chiarisce infine come i diversi termini indicati nell’art. 490 c.p. identifichino una condotta sostanzialmente unitaria nel suo risultato, sebbene in tesi realizzabile in forme differenti.
In tema di soppressione di atti veri, la soppressione costituisce un genus comprendente le species della distruzione e dell’occultamento, confluendo tutte le condotte nel risultato della sottrazione del documento dell’avente diritto. Pertanto, la soppressione, la distruzione e l’occultamento sono indicativi di diverse modalità di un’azione di sottrazione, che si consuma nel momento in cui il documento è tolto dalla disponibilità della pubblica amministrazione.
Va osservato, premettendo l’esame del relativo motivo, che la censura proposta dal ricorrente M. sulla mancata contestazione della circostanza aggravante della natura fidefacente dell’atto, ritenuta per il falso ideologico nella cartella clinica, è fondata.
Non vi è dubbio che l’efficacia fidefacente dell’atto non era oggetto di una esplicita menzione nelle imputazioni contestate agli imputati, le quali neppure contenevano l’espressa indicazione dell’art. 476 c.p., comma 2, che prevede l’aggravante in esame, fra le norme di legge violate. L’aggravante era di conseguenza ritenuta contestata in fatto nella descrizione di atti aventi tale efficacia. Tuttavia, secondo il principio recentemente affermato dalla Corte Suprema, questa modalità di contestazione non è consentita per l’aggravante in esame; essendo di contro necessario che la natura fidefacente dell’atto sia esplicitamente indicata nell’imputazione con la precisazione di tale natura o con formule alla stessa equivalenti, ovvero con l’indicazione della norma di legge di cui sopra (Sez. U, n. 24906 del 18/04/2019, Sorge).
In conseguenza dell’accoglimento del motivo, che evidentemente si estende anche alla posizione del ricorrente D. , dell’aggravante in questione, per quanto detto non validamente contestata, non può in particolare tenersi conto nella quantificazione del termine di prescrizione dei reati contestati. Per effetto di ciò, detto termine risulta decorso il 22 maggio 2018, successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata; che deve pertanto essere annullata senza rinvio agli effetti penali, dovendosi esaminare gli ulteriori motivi sulla responsabilità degli imputati ai soli fini civili.
2. In questa prospettiva, i residui motivi dedotti dal ricorrente M. sono infondati.
2.1. Sul ritenuto concorso fra i reati contestati, si osservava nella sentenza impugnata che i fatti non davano luogo ad un reato progressivo e neppure ad una progressione criminosa, in considerazione dell’autonoma offensività verso la fede pubblica, rispetto al falso ideologico nella formazione della seconda cartella clinica, del falso per soppressione della prima cartella e del falso materiale nella formazione del tracciato cardiografico. Quest’ultimo, come in particolare sottolineato dalla Corte territoriale, aveva infatti valore attestativo dell’operazione compiuta, a prescindere dal suo inserimento o meno in una cartella clinica; mentre la soppressione della prima cartella aveva sottratto attestazioni rilevanti con riguardo al referto ecografico ed agli accertamenti nell’imminenza del parto della A. .
Queste argomentazioni, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, rispondevano adeguatamente alla deduzione difensiva per la quale le condotte sarebbero state progressivamente concatenate nell’unica finalità della produzione della falsa cartella clinica. La funzionalità a questo scopo unitario, se giustifica il riconoscimento della continuazione fra i reati, non rileva ai fini dell’effettività del concorso fra questi ultimi, ove non incida sull’autonomia fattuale delle singole condotte e sulla loro altrettanto autonoma offensività. Essendo evidente per il primo aspetto come i fatti addebitati fossero nella specie distinti, riguardando atti diversi e manifestandosi nelle differenti condotte della materiale falsificazione, della soppressione e della falsa attestazione, i giudici di merito evidenziavano coerentemente i separati effetti lesivi dei reati, in quanto concernenti attività sanitarie diverse sulle quali la fede pubblica subiva pregiudizio.
2.2. Sull’affermazione di responsabilità dell’imputato per il falso materiale nel tracciato cardiografico, la natura pubblicistica dell’atto era ritenuta nel corretto riferimento al principio affermato in tal senso dalla giurisprudenza di legittimità con riguardo alla similare fattispecie della falsificazione dei reports di stampa di esami clinici (Sez. 5, n. 22192 del 12/02/2008, Perrini, Rv. 240427). La validità del principio per l’ipotesi qui esaminata non è inficiata dal rilievo del ricorrente per il quale il precedente citato si riferirebbe ad esami diagnostici destinati ad integrare la cartella clinica, in quanto tale profilo era esposto in quella sede come meramente aggiuntivo rispetto al dato essenziale della finalità probatoria dell’atto relativamente allo svolgimento ed ai risultati di indagini di laboratorio effettuate da operatori sanitari pubblici e al decorso dello stato del paziente, situazione ricorrente anche per il tracciato cardiografico. Nè è significativa in contrario l’obiezione del ricorso per la quale detto tracciato avrebbe valenza informativa ristretta al rapporto fra il medico e il paziente, nel momento in cui il principio era affermato dalla Corte di legittimità non discutendo dell’essere l’atto interno alla struttura ospedaliera, ma evidenziando l’irrilevanza di tale aspetto a fronte del descritto contenuto attestativo dell’atto stesso.
Una volta confermata la fondatezza della qualificazione del tracciato come atto pubblico, la questione posta dal ricorrente in ordine alla riconducibilità della condotta ad una contraffazione ideologica piuttosto che materiale perde rilevanza nella prospettiva finale indicata nel ricorso nella ravvisabilità del diverso reato di falsità ideologica in certificato di cui all’art. 480 c.p.. La natura materiale della contraffazione era peraltro affermata nella sentenza impugnata in base all’appostazione nel tracciato di date diverse e di segni che lo rendevano riferibile alla A. in luogo della diversa paziente alla cui degenza il tracciato era in origine pertinente. La circostanza segnalata nel ricorso, per la quale la finalità di ricondurre l’intervento sanitario a persona diversa integra comunque una falsità ideologica, non eliderebbe le note di falsità materiale indicate dai giudici di merito, ma condurrebbe al più a individuare nell’atto falsità sia materiali che ideologiche; e in una situazione siffatta, secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, la falsità ideologica è assorbita in quella materiale, divenendo irrilevante la veridicità o meno dell’atto a fronte della sua contraffazione (Sez. 5, n. 12400 del 13/11/2015, dep. 2016, Caramanno, Rv. 266700; Sez. 5, n. 38083 del 27/09/2005, Strada, Rv. 233076).)
2.3. Sull’affermazione di responsabilità dell’imputato per il reato di falso per soppressione, è in primo luogo infondata la censura di violazione della contestazione, esplicitamente riferita ad una condotta di soppressione del documento, nella ritenuta sussistenza della diversa condotta di distruzione, prevista dall’art. 490 c.p. in alternativa a quelle della soppressione, oltre che all’ulteriore condotta dell’occultamento dell’atto. Il dibattito dottrinale sui rapporti fra tali condotte, evocato dal ricorrente, non ha avuto esito univoco nell’asserita diversità delle condotte di distruzione e soppressione, intendendosi la prima come smaterializzazione del documento e la seconda come privazione del valore giuridico dello stesso; rimanendo d’altra parte sfuggente, in questa prospettiva, l’ipotizzabilità di una soppressione limitata agli effetti giuridici dell’atto, che non sia realizzata mediante la materiale eliminazione o l’occultamento dello stesso, configurabile come tale anche ove abbia oggetto registrazioni o altre tracce documentali dell’atto. Si è altresì autorevolmente ritenuto che la soppressione costituisca in realtà un genus comprendente le species della distruzione e dell’occultamento, confluendo tutte le condotte nel risultato della sottrazione del documento all’avente diritto. E quest’ultima lettura ha trovato sostanziale accoglimento nella giurisprudenza di legittimità, laddove i riferimenti terminologici del citato art. 490 alla soppressione, alla distruzione ed all’occultamento sono stati intesi come indicativi di diverse modalità di un’azione di sottrazione, che si consuma nel momento in cui il documento è tolto dalla disponibilità della pubblica amministrazione (Sez. 5, n. 3404 del 11/02/2000, Famulare, Rv. 215588); interpretazione, questa, in effetti conforme al significato letterale della previsione normativa nei termini “distrugge, sopprime e occulta”, dove il secondo di detti termini esprime chiaramente il senso della sottrazione a tutti gli effetti del documento, risultato comune alle condotte di chi distrugge o occulta l’atto.
I diversi termini indicati nella norma disegnano, in altre parole, una condotta sostanzialmente unitaria nel suo risultato, pur se eventualmente realizzabile in forme differenti. Ai fini che qui interessano, tanto comporta che l’espressa contestazione di taluna di dette forme di manifestazione non preclude l’affermazione di responsabilità per una condotta corrispondente ad altra di esse, soprattutto laddove, come nel caso di specie, il comportamento esplicitamente contestato sia quello della soppressione, definita con un termine in sé riassuntivo degli effetti della condotta complessivamente incriminata. La sentenza impugnata era pertanto correttamente motivata sul punto, nel momento in cui la Corte territoriale osservava che all’imputato era sostanzialmente addebitata la rimozione della preesistente cartella clinica.
L’ulteriore censura di omessa valutazione del motivo di appello, per il quale il documento soppresso non era in concreto esistente trattandosi di una cartella clinica non compiutamente compitata, trascura la corretta argomentazione della sentenza impugnata per la quale, sussistendo il reato anche nel caso di soppressione parziale di un documento, tanto si verificava nella specie nel momento in cui la precedente cartella clinica conteneva già componenti attestative quali l’anamnesi ostetrica e l’esame ecografico, la cui eliminazione integrava pertanto il reato. Ben lungi dal non essere esaminata, la deduzione difensiva era dunque ritenuta superata in base a considerazioni alle quali il ricorso non oppone specifici rilievi contrari.
3. I motivi dedotti dal ricorrente M. sul trattamento sanzionatorio, e dal ricorrente D. sulla sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 2 per il reato di falso ideologico, sono assorbiti dall’annullamento della sentenza impugnata agli effetti penali.
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