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Timestamp: 2019-07-21 02:05:18+00:00
Document Index: 70946079

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Art. 1367 codice civile - Conservazione del contratto - Brocardi.it
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Articolo 1367 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1367 Codice civile
(1) La regola contemplata nella norma ha valore residuale, poichè opera solo se non risultano utili i criteri interpretativi soggettivi (1362, 1363, 1364, 1365 c.c.). Inoltre, tale regola deve comunque rispettare la volontà delle parti, per cui non può operare se, ad esempio, è chiaro che le parti non intendono conservare gli effetti del negozio.
In base al principio di conservazione del negozio giuridico deve essere preferita, nel dubbio, l'interpretazione contrattuale che produca effetti utili rispetto a quella che non produca alcuna utilità (1419, 1420, 1446 c.c.).
“ Commodissimum est in ambiguis id accipi, quo res, de qua agitur, magis valeat quam pereat (vel in tuto sit) ”
È molto conveniente, nei casi dubbi, che la clausola di cui si tratta conservi un qualche effetto (o sia tutelata) piuttosto di cadere
“ Cum quaeritur in stipulatione quid acti sit, ambiguitas contra stipulatorem est ”
Quando vi sia controversia, in una contrattazione, su cosa sia stato stabilito con una clausola, l'ambiguità si ritorce contro l'autore della clausola stessa
“ Potius ut valeant quam ut pereant ”
Meglio che siano efficaci piuttosto che periscano
“ Ubi est verborum ambiguitas, valet quod acti est ”
Spiegazione dell'art. 1367 Codice civile
Presupposti per l’applicazione dell’art. 1367, relativi alla validità del contratto
Il principio della conservazione del contratto, posto all'art. 1367, si applica in caso di dubbio sul senso del contratto o delle singole clausole. Tale dubbio presuppone la sicurezza che il contratto esista e sia valido, e d'altro canto l'impossibilità di stabilirne un senso sicuro, attraverso le ricerche previste agli articoli 1362-1366.
Di qui due conseguenze:
a) che l'art. 1367 non serve a sanare un contratto inefficace, ma ad evitare che un contratto efficace rimanga inutile;
b) che l’art. 1367 interviene solo allorché il senso del contratto sia rimasto ambiguo, nonostante le ricerche previste agli articoli 1362-1366.
La prima conseguenza vuole essere brevemente illustrata. Un contratto che non si è formato non può produrre effetti; affinché ne produca deve conseguirsi la prova sicura della sua costituzione (art. 2697, 1° comma). Raggiunta tale prova, nessun vizio lo infirma, se non sia provato a sua volta (art. 2697, 2° comma); provato il vizio, la cosiddetta conversione del contratto (art. 1424) non si opera se non ne siano sicuramente provati gli estremi (art. 2697, 1° comma). Fin qui l'articolo 1367 non ha motivo d'intervenire e non interviene, neanche per indurci a scartare l'interpretazione possibile ma non certa, che darebbe luogo al vizio, perché tale interpretazione, appunto in quanto dubbia, non costituisce la prova sicura che l'art. 2697, 2° comma, richiede.
Invece l’art. 1367, che si fonda su un contratto sicuramente valido, (tenuto presente l'art. 2697) concerne non il tema della validità del vincolo, ma quello delle sue concrete conseguenze: il patto che può intendersi in molti sensi, tutti giuridicamente meritevoli di protezione, si deve, nel dubbio, intendere in quel senso che dia alla parte una reale ed utile pretesa. Non è impossibile che le parti abbiano usato parole improprie od ambigue, ovvero che esse abbiano inserito in un contratto delle clausole, senza volere che esse spieghino effetto, a scopo di simulazione, ma l'art. 1367 non permette che se ne tenga conto soltanto in base a dubbi o sospetti, senza prova sicura. Può anche accadere che il sopraggiungere di eventi inattesi creino per le parti vari modi di far fronte ad insospettate difficoltà, nell'adempimento dei loro doveri; in tal caso la modalità, da scegliersi fra le molte, non è stata prevista dal contratto originario, ma l'art. 1367 esige che non si scelga quella modalità per la quale i1 dovere resterebbe privo di pratica efficacia.
La seconda conseguenza conduce ad applicare l'art. 1367 solo quando il dubbio rimanga dopo esaurite le ricerche da compiere in virtù degli articoli anteriori, onde l'art. 1367, come bene fu osservato, concerne non la volontà contrattuale concreta, della quale occorre ottenere sicurezza, ma una volontà astratta che interviene sussidiariamente, in difetto di quella concreta, sicuramente accertata.
Raffronto fra il testo del 1865 e quello del 1942 – Rilievi sull’applicazione dell’art. 1367 e sulla sua efficacia
La norma dell'art. 1367 ha origini antiche; già nel Digesto si riportava un patto di Giuliano, secondo il quale «quoties.... ambigua oratio est...» si doveva dare un'interpretazione per la quale «res de qua agitur magis valeat quam pereat». La norma si trovava già nel codice del 1865 e fu conservata in quello del 1942.
Ma fra il testo del 1865 e quello del 1942 vi è differenza, perché quello del 1865 concerneva soltanto la clausola contrattuale singola, mentre quello del 1942 concerne il contratto e le clausole particolari, mentre la ricordata Relazione avverte che, con la innovazione, si vuole «significare che l'interpretazione complessiva delle clausole deve essere fatta in modo che questo (il contratto) risulti efficace anziché senza effetto».
L'innovazione allude al coordinamento delle varie clausole che possono essere contraddittorie fra loro. In tal caso, se l'art. 1363 fascia dubbio sul significato complessivo del contratto, è sempre da escludersi una interpretazione che lo renda inefficace. Già abbiamo visto che inefficace o senza effetto qui non vuol dire viziato; tuttavia l'inefficacia di cui si tratta può essere di diritto o di fatto; è di diritto, se, ferma restando la validità del contratto, ne resta escluso un vincolo obbligatorio che si aggiunga ad altri effetti contrattuali, ovvero restano esclusi altri effetti giuridici che si aggiungono al vincolo; il vizio è di fatto invece, se il vincolo rimane privo di pratico risultato.
Allorché, in osservanza dell'art. 1367, è esclusa l'interpretazione distruttiva degli effetti contrattuali, tale articolo ha esaurito la funzione sua. Ma può rimanere aperta la scelta tra varie possibili interpretazioni, in diverso grado efficaci. Come è stato giustamente osservato, l'art. 1367 non obbliga a preferire l'interpretazione più feconda. Altri criteri soccorrono, forniti dagli articoli seguenti.
216 Il c.d. principio di conservazione scolpito nell'articolo 1132 cod. civ. andava formulato in modo tale che ne risultasse la sua attinenza non solo alle singole clausole, ma anche all'intero contratto; ho accennato, perciò, nell'art. 236, a tutta la convenzione, e così, al principio conservativo si è data quella formulazione che riesce a farlo intendere nel suo massimo contenuto utile.
625 L'art. 1367 del c.c. applica in modo più comprensivo il principio di conservazione, già contenuto nell'art. 1132 del vecchio codice civile, e che risponde ad un'esigenza dell'intero ordinamento giuridico. In. forza di questo suo carattere fondamentale, la portata del principio, per quanto attiene all'interpretazione, si è estesa all'intero contratto, e non solo alle singole clausole, allo scopo di significare che l'interpretazione complessiva delle clausole del contratto deve essere fatta in modo che questo risulti efficace anzichè senza effetto. A tale regola si deve anche ricollegare, per alcuni aspetti, l'altra dell'art. 1371 del c.c., secondo comma, per cui la comune intenzione delle parti deve essere interpretata nel senso più conforme ai principi dell'ordine corporativo; con che si orienta l'interpretazione dei contratti nella direzione del dovere di solidarietà posto dall'art. 1175 del c.c.. Le pratiche generali, che si contrappongono agli usi suppletivi dell'art. 1340 del c.c., sono richiamate nell'art. 1368 del c.c. anche con riferimento ai contratti dell'imprenditore, allo scopo di escludere l'applicazione degli usi interpretativi del luogo in cui il contratto è stato concluso nell'ipotesi in cui solo uno dei contraenti sia imprenditore: il nuovo codice richiama, in tal caso, la pratica del luogo in cui è la sede dell'impresa pure quando il contratto si è perfezionato in altro luogo, e così soddisfa quell'esigenza di uniformità nel contenuto dei contratti d'impresa, alla quale si è accennato a proposito dei contratti per adesione (n. 612). Se poi entrambi i contraenti sono imprenditori, vien meno evidentemente l'eccezione e si applica la regola che richiama gli usi del locus contractus.
Massime relative all'art. 1367 Codice civile
Cass. civ. n. 3293/1997
In tema di interpretazione del contratto, l'art. 1367 c.c. non impone di attribuire all'atto un significato tale da assicurare la sua più estesa applicazione, ma richiede soltanto, per il principio di conservazione cui attende, che il significato attribuitogli possa avere un qualche effetto, specie se l'interpretazione comportante la più estesa applicazione dell'atto è da escludersi sulla base di una lettura che tenga conto degli altri, prioritari, criteri ermeneuti codificati. (In applicazione del suddetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza d'appello che aveva interpretato la clausola di un contratto intervenuto tra una società di costruzioni e il Comune di Fiuggi non come deroga convenzionale alla competenza arbitrale prevista dall'art. 43 D.P.R. n. 1063 del 1962, bensì come semplice indicazione del foro competente nelle ipotesi di responsabilità extracontrattuale per danni cagionati a terzi).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3293 del 17 aprile 1997)
Cass. civ. n. 2773/1996
Nel caso in cui un contratto (nella specie, di assicurazione contro i danni) contenga due clausole che disciplinano in modo diverso, e ciascuno esaustivo, lo stesso fatto, correttamente il giudice del merito attribuisce prevalenza a quella che ritiene più congrua alla soddisfazione degli interessi di entrambe le parti, atteso che, così operando, egli osserva sia il principio di conservazione del contratto (art. 1367 codice civile) — perché se le parti hanno attribuito ad un fatto una tale rilevanza da fame oggetto di due diverse clausole, entrambe esaustive, deve ritenersi che sia conforme alla volontà delle parti che almeno una clausola rimanga efficace — sia il principio di buona fede (art. 1366 codice civile), che nella scelta impone di preferire la clausola che soddisfi (meglio) l'interesse di entrambe le parti.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2773 del 27 marzo 1996)
Cass. civ. n. 5862/1987
Il contratto verbale costitutivo di una società di fatto, senza determinazione di tempo, con il conferimento del godimento di beni immobili essenziali al raggiungimento dello scopo sociale, è affetto da nullità, ai sensi dell'art. 2251 c.c., in relazione all'art. 1350 n. 9 c.c. il quale contempla la forma scritta ad substantiam per detti conferimenti immobiliari ove siano ultranovennali od a tempo indeterminato. Per escludere detta nullità non è invocabile il principio della conservazione del negozio giuridico, di cui all'art. 1367 c.c., al fine di circoscrivere il patto societario nei limiti del novennio per cui non è necessaria la forma scritta, in quanto ciò esulerebbe dalla mera interpretazione della volontà delle parti, traducendosi in un'arbitraria sostituzione del loro effettivo intento.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5862 del 4 luglio 1987)
Cass. civ. n. 6896/1983
Alla stregua del generale principio della conservazione, il quale importa che, attraverso l'interpretazione, debba attribuirsi al negozio la portata conforme alla effettiva volontà del suo autore, ancorché manifestata in forma impropria ed imprecisa e non perfettamente adeguata allo scopo perseguito, un atto formulato quale semplice ricognizione o conferma (o anche quale convalida o ratifica) di un precedente atto nullo ben può implicarne la rinnovazione con effetti costitutivi ex nunc, ove in via di interpretazione si possa ritenere ordinata a tale fine la manifestata volontà della parte (o delle parti), in funzione della sua intrinseca essenza.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6896 del 19 novembre 1983)
Cass. civ. n. 1348/1977
Il disposto dell'art. 1367 c.c., secondo cui, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno, non può essere inteso nel senso di escludere assolutamente, e in ogni caso, che le parti possano aver impiegato dei mezzi negoziali oggettivamente inidonei a costituire qualsiasi vincolo giuridico.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1348 del 8 aprile 1977)
Cass. civ. n. 1100/1977
L'interprete deve ricorrere al criterio ermeneutico integrativo fissato dall'art. 1367 c.c. soltanto quando, esaurita l'interpretazione ricognitiva, rimanga ancora in dubbio, il che non si verifica se alla clausola da interpretare egli abbia già attribuito con certezza un senso determinato, ancorché tale da svelarne il carattere pleonastico.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1100 del 21 marzo 1977)
Cass. civ. n. 869/1977
Il criterio di ermeneutica contrattuale contenuto nell'art. 1367 c.c. circa la conservazione delle clausole contrattuali dubbie, va inteso non già nel senso che è sufficiente il conseguimento di un qualsiasi effetto per una clausola che può dar luogo a più conseguenze possibili, bensì nel senso che deve preferirsi l'effetto di maggiore e più sicura ampiezza sulle varie ipotesi prospettate come possibili e perciò dubbie.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 869 del 2 marzo 1977)
Cass. civ. n. 2130/1975
Ai fini dell'interpretazione di una dichiarazione unilaterale di volontà oscura ed ambigua, rispetto alla quale sia dubbio se la parte abbia inteso porre in essere una rinunzia abdicativa ovvero una mera proposta contrattuale, il principio della conservazione del contratto, applicabile anche all'interpretazione, degli atti unilaterali, secondo cui, a norma dell'art. 1367 c.c., il negozio deve essere interpretato nel senso in cui possa avere qualche effetto, anziché in quello secondo il quale non ne avrebbe alcuno, non può essere utilizzato al fine di attribuire all'anzidetta dichiarazione — in mancanza di ogni altro elemento — il valore di rinunzia invece che di semplice proposta, poiché le proposte contrattuali non sono, di per sé, prive di qualsiasi effetto giuridico, potendo comportare a carico dei loro autori, quanto meno una responsabilità precontrattuale.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2130 del 27 maggio 1975)