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Timestamp: 2018-11-15 10:45:41+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 345', 'art. 564', 'sentenza ', 'art. 345', 'sentenza ', 'art. 342', 'art. 347', 'art. 345', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 345', 'art. 345', 'art. 345', 'sentenza ', 'art. 345', 'art. 54', 'art. 345', 'art. 345']

DECADENZA DELLA PROVA IN PRIMO GRADO E DIVIETO DI RIPROPOSIZIONE IN APPELLO
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Sulla decadenza della prova in primo grado e sul conseguente divieto di riproposizione della medesima in sede di gravame poiché trattasi di prova già dedotta e poi abbandonata
Francesco FRADEANI
Corte di Cassazione, Sez. II Civile, 20 febbraio 2013, n. 4270
Decadenza dalla prova – Chiusura istruzione – Precisazione conclusioni – Preclusione – Prova nuova – Appello civile.
(Cod. proc. civ., artt. 189, 208, 209 e 345)
La pronuncia di decadenza dalla prova (nella specie, testimoniale) può legittimamente essere contenuta nel provvedimento di chiusura dell'istruzione e nell'invito rivolto alle parti alla precisazione delle conclusioni, con conseguente preclusione, per la parte interessata, di ogni ulteriore richiesta di articolazione dello stesso mezzo istruttorio in secondo grado; infatti, allorché il giudice dichiara chiusa l'istruttoria ed invita le parti alla precisazione delle conclusioni, le stesse decadono dai mezzi istruttori non assunti indipendentemente da una espressa dichiarazione di decadenza e la prova non può essere riproposta in appello proprio in quanto non si tratta di prova nuova, ma di prova già dedotta in prime cure e abbandonata.
1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c. e l'omesso esame di un documento decisivo con riferimento: a) alla mancata ammissione di un documento costituito da una lettera in data 19/4/1982 nella quale S.M.T. scrive al fratello pregandolo (a dire della ricorrente) di parlare con gli altri e di procedere velocemente alla co-intestazione del bene riconoscendo alla scrivente M.T. i 2/9 dell'immobile; nel documento è contenuto un riferimento alla vendita al padre, che, secondo la ricorrente significherebbe retrocessione; il documento sarebbe pervenuto nella disponibilità della ricorrente solo pochi giorni prima dell'udienza di precisazione delle conclusioni in appello; b) alla mancata ammissione dei verbali di inventario, comprovanti, a suo dire, l'accettazione dell'eredità materna.
La ricorrente sostiene: - che il giudice di appello aveva l'obbligo di ammettere ed esaminare i nuovi documenti trattandosi di prove precostituite e non di prove costituende alle quali ultime solamente si applica il divieto di nuove prove; - che la produzione della lettera 19/4/1982 non poteva essere effettuata al momento della costituzione nel giudizio di appello perché reperita solo prima della precisazione delle conclusioni; - che il documento era decisivo; - che la mancata ammissione del documento ne ha comportato la mancata valutazione e, quindi, il vizio di motivazione.
1.1 Il motivo è manifestamente infondato sotto ogni profilo.
In primo luogo, la censura relativa alla mancata ammissione dei verbali di inventario, comprovanti, a suo dire, l'accettazione dell'eredità materna è inammissibile per manifesta irrilevanza in quanto i documenti, asseritamente diretti a provare la sua accettazione della eredità con beneficio di inventario, sono del tutto irrilevanti rispetto alla ratio decidendi per la quale non si è esclusa l'ammissibilità della domanda di riduzione (la convenuta aveva sostenuto che ai sensi dell'art. 564 c.c., essendo la erede pretermessa, per l'esercizio dell'azione di riduzione nei suoi confronti occorresse l'accettazione con beneficio di inventario). La Corte territoriale, invece, ha rigettato la domanda per la mancata prova che l'immobile fosse stato acquistato con una contribuzione in denaro della madre delle due sorelle (rispettivamente attrice e convenuta); pertanto viene meno lo stesso interesse a dolersi della mancata ammissione dei verbali di inventario in quanto l'azione di riduzione, rigettata nel merito, è stata implicitamente ritenuta ammissibile.
Quanto alla lettera 19/4/1982 che S.M.T. avrebbe inviato al fratello M., il vizio di motivazione non sussiste perché il giudice di appello ha rilevato l'inammissibilità delle produzione e quindi non doveva valutare il documento; quanto alla motivazione sull'inammissibilità della produzione, la stessa si ricava inequivocabilmente dall'espresso riferimento al fatto che la produzione era avvenuta solo in sede di precisazione delle conclusioni in appello e dal richiamo alla sentenza n. 5463/2002 di questa Corte che, come sopra riferito, ha ritenuto che la facoltà di produrre nuova documenti in appello deve essere esercitata, a pena di decadenza, con la costituzione in giudizio ed entro il termine all'uopo fissato dagli artt. 165 e 166 c.p.c.. L'art. 345 c.p.c. (nella formulazione vigente ratione temporis e anteriore alla riforma di cui alla L. n. 69 del 2009), in ordine alle nuove prove in appello (comprese le prove documentali: v. Cass. S.U. 20/4/2005 n. 8203) fissa presupposti perché tali documenti, al pari degli altri mezzi di prova, possano trovare ingresso in sede di gravame, ossia, alternativamente, la dimostrazione che le parti non hanno potuto proporli nel giudizio di primo grado per causa ad esse non imputabile, ovvero il convincimento del giudice della indispensabilità degli stessi per la decisione, ma sempre che essi siano prodotti, a pena di decadenza, mediante specifica indicazione degli stessi nell'atto introduttivo del giudizio di secondo grado, a meno che la loro formazione non sia successiva e la loro produzione non sia stata resa necessaria in ragione dello sviluppo assunto dal processo.
Nella sentenza impugnata l'inammissibilità è stata ritenuta non già perché il documento è stato prodotto per la prima volta in appello, bensì perché la produzione è avvenuta solo nel corso del giudizio di secondo grado, anziché in sede di costituzione come prescritto dal codice di rito a pena di decadenza. Tale statuizione non merita censura, essendo conforme all'orientamento - già espresso da questa Corte in molteplici pronunce antecedenti al citato arresto delle sezioni unite del 2005 (cfr. ex multis n. 12731/2011 e, ivi, i richiami a Cass. n. 6528/2004; n. 5463/2002; n. 7510/2001) che fonda le sue ragioni, da un lato, sul disposto degli artt. 163 e 166 c.p.c. richiamati dall'art. 342 c.p.c., comma 1 e art. 347 c.p.c., comma 1 e dall'altro sull'esigenza di concentrare, ancor più nel processo di appello, le attività assertive e probatorie nella fase iniziale del procedimento (sempre che ovviamente la formazione dei documenti da esibire non sia successiva). Nel ricorso per cassazione si afferma che il documento non poteva essere prodotto anteriormente perché "non in possesso della sig.ra S.L., ma reperito dopo l'introduzione del giudizio di appello". L'affermazione è priva dell'indicazione di qualsiasi elemento che possa consentire la verifica della sua veridicità così che non integra la necessaria dimostrazione che non era stata possibile una tempestiva produzione.
Per completezza di motivazione va ulteriormente osservato che siccome è stata dedotta in sede di legittimità la violazione di norma processuale (art. 345 c.p.c.) e, quindi, un error In procedendo (malgrado l'erroneo richiamo, in ricorso, all'art. 360 c.p.c., n. 3 che attiene agli errores in iudicando), per la mancata ammissione di un documento che la ricorrente ritiene decisivo la Corte di cassazione, chiamata ad accertare un "error in procedendo", è giudice anche del fatto, ed è quindi tenuta a stabilire essa stessa se il documento è indispensabile; cfr. Cass. 16/10/2009 n. 14098; Cass. 15/11/2011 n. 23963). Ma anche sotto questo diverso profilo il motivo è manifestamente infondato perché dall'ipotetica ammissione di non essere proprietaria dell'intero bene e dal riferimento alla possibile vendita al padre non può in alcun modo desumersi un riconoscimento che l'acquisto è avvenuto con la contribuzione della madre Pertanto la prova documentale manca anche di ogni ragionevole indicazione circa il requisito di indispensabilità del documento, tale da comportare il ribaltamento della sentenza di prime cure.
2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c. e sostiene che il giudice di appello avrebbe errato nel ritenerla decaduta dalla prova testimoniale in quanto i fatti che essa intendeva provare non erano fatti nuovi e, quindi, non era applicabile il divieto di prove nuove in appello di cui all'art. 345 c.p.c..
2.1 Il motivo è manifestamente infondato. La prova testimoniale richiesta con l'atto di appello non poteva e non doveva essere ammessa proprio per la mancanza del requisito della novità e per la decadenza in cui era incorsa l'appellante per avervi, sia pur implicitamente, rinunciato in primo grado. Come più volte affermato nella giurisprudenza di questa Corte, la pronuncia di decadenza dalla prova (nella specie, testimoniale) può legittimamente essere contenuta nel provvedimento di chiusura dell'istruzione e nell'invito rivolto alle parli alla precisazione delle conclusioni, con conseguente preclusione, per la parte interessata, di ogni ulteriore richiesta di articolazione dello stesso mezzo istruttorie) in secondo grado; infatti, allorché il giudice dichiara chiusa l'istruttoria ed invita le parti alla precisazione delle conclusioni, le stesse decadono dai mezzi istruttori non assunti indipendentemente da una espressa dichiarazione di decadenza (Cass. 22/5/1991 n. 5751; Cass. 30/5/2005 n. 11394; Cass. 25/10/2006 n. 22843) e la prova non può essere riproposta in appello proprio in quanto non si tratta di prova nuova, ma di prova già dedotta in prime cure e abbandonata. A tali principi si è uniformata la Corte territoriale.
La pronuncia in rassegna si occupa di confermare, nonché precisare la portata applicativa, anche ratione temporis visti i recenti interventi del legislatore, di taluni importanti principi in materia di istruzione probatoria in senso stretto e relative preclusioni in appello. Segnatamente, si pronuncia la Suprema Corte in relazione, da un lato all’esatta interpretazione dell’art. 345 c.p.c., in tema di produzione documentale, nella versione previgente all’attuale testo in vigore, dall’altro all’onere che le parti hanno in sede di precisazione delle conclusioni di insistere per l’ammissione di tutte quelle prove che pur tempestivamente richieste non sono state accolte e quindi escusse nel corso del giudizio. Questo argomento, come noto, si inserisce, tra l’altro, nel quadro di una serie di interventi di grande rilievo, anzitutto della giurisprudenza: su tutti la famosa sentenza delle Sez. Un. n. 8203 del 20 aprile 2005 secondo cui, «nel rito ordinario, con riguardo alla produzione di nuovi documenti in grado di appello, l'art. 345, comma 3, c.p.c. va interpretato nel senso che esso fissa sul piano generale il principio della inammissibilità di mezzi di prova "nuovi" - la cui ammissione, cioè, non sia stata richiesta in precedenza - e, quindi, anche delle produzioni documentali»; in secondo luogo, come noto, è intervenuto il legislatore, dapprima novellando il terzo comma del citato articolo nel solco dell’orientamento della Suprema Corte poc’anzi richiamato e cioè inserendo l’inciso «non possono essere prodotti nuovi documenti», con l. n. 69 del 2009, ed ora da ultimo ancora intervenendo, stavolta con l’art. 54, D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con L. 7 agosto 2012, n. 134 che ha soppresso le parole «il collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa ovvero che» (v. per approfondimenti Costantino, Le riforme dell’appello civile e l’introduzione del “filtro”, in www.treccani.it, 10 settembre 2012).
Il giudizio che ha dato luogo alla decisione in epigrafe nasceva da una fattispecie concreta avente ad oggetto un’azione di riduzione per lesione di quota legittima in conseguenza di un’ipotesi di donazione indiretta. In proposito, avevano proposto citazione in primo grado due fratelli nei confronti della sorella chiedendo al Tribunale di Rovigo di accertare l’esistenza di un atto lesivo dei loro diritti successori e tuttavia la domanda veniva rigettata per mancanza della necessaria prova. Stessa sorte aveva l’appello di fronte alla competente Corte territoriale di Venezia che non si limitava a confermare la mancanza di prova ma anche, in nuce, riteneva non sussistere la prospettata ipotesi di donazione indiretta. Sotto il primo profilo, peraltro, veniva respinta anche la strategia processuale promossa in sede di gravame e funzionale ad introdurre nel giudizio di secondo grado, con l’atto d’appello la richiesta di una prova per testi ed all’udienza di p.c. nuovi documenti. Da quest’ultimo punto di vista in particolare, riteneva il collegio inammissibile perché tardiva la produzione (v. Cass. civ., Sez. I, 16 aprile 2002, n. 5463), mentre la prova testimoniale non poteva essere riproposta in appello perché già formulata in primo grado ma ivi abbandonata e, comunque, non confermata in sede di p.c.
A questo punto, veniva proposto ricorso in Cassazione, per quanto qui può più interessare, per due specifici motivi d’impugnazione: con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c. e l'omesso esame di un documento decisivo da non ritenersi tardivo poiché pervenuto nella disponibilità della ricorrente solo pochi giorni prima dell'udienza di precisazione delle conclusioni in appello ed ancora perché comunque trattasi di prova precostituita e non prova costituenda cui solamente si applicherebbe il divieto di prove nuove previsto dall’art. 345 c.p.c. ratione temporis.
La Corte ha ritenuto infondato il motivo d’impugnazione per ragioni di legittimità che ci sentiamo di condividere pienamente.
Come noto, infatti, proprio le Sezioni Unite sopra richiamate hanno avuto il pregio di chiarire, appunto ben prima del legislatore, ciò che taluno in dottrina aveva già osservato (v. tra gli altri Socci, La produzione dei documenti in appello e in primo grado nel rito del lavoro, in Giur. it., 2003, 6, 1096 ss., ed anche Carnevale, Le produzioni documentali in appello: qualche rilievo critico, in Nuova giur. civ. comm., 2003, 92), cioè che non appare costituzionalmente legittimo distinguere le prove precostituite da quelle costituende con riferimento al maturare del termine preclusivo per introdurle legittimamente nel processo di primo grado ovvero anche d’appello.