Source: https://www.studiolegalevetere.it/category/diritto-civile/
Timestamp: 2020-08-04 11:38:25+00:00
Document Index: 7449102

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1571', 'art. 1460', 'art. 1', 'art. 71', 'art. 20', 'art. 71', 'art. 4', 'art. 6', 'art.16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 16']

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#WeeklyUpdates | Usi Civici, storia e disciplina: il caso del Comune di Belsito
Bisogna andare indietro nel tempo per poter capire di cosa si parla quando si tratta diusi civici. Nell’epoca in cui la proprietà era sottoposta alla forza delle armi e la classe nobiliare esercitava tale diritto, nel tentativo di aumentare la propria ricchezza concedeva l’utilizzo del fondo “privato” al popolo.
È in questa ottica che vennero a costituirsi numerosi diritti reali, in epoca successiva tipizzati e grazie alCode Civil des Françaiso Code Napoléon, inseriti nel codice civile che abbiamo ereditato.
Tra i diritti reali di quell’epoca, infatti, venne introdotto l’uso civico, caratterizzato dal fatto che il concedente del fondo oggetto del diritto reale non è il “signore”, quindi il singolo, bensì una collettività di persone per il quale oggi intendiamo l’ Ente territoriale.
L’uso civico è un diritto di godimento di natura collettiva che si viene a creare su beni immobili sotto forma di diritto di poter esercitare una specifica attività quale ad esempio caccia, pascolo, legnatico, semina e spettanti ai membri di una comunità, su terreni di proprietà pubblica o di privati.
Il diritto d’uso civico solitamente non ha origini legali o convenzionali ma è piuttosto un istituto riconosciuto “di fatto” in base alla prassi tramandata da tempo immemore, e/o precisato e circoscritto ci in base alla sussistenza di particolari condizioni storico-geografiche conservate in ricorrenti e specifiche consuetudini.
Pertanto, nel nostro ordinamento giuridico, gli Usi Civici vengono quasi sempre riconosciuti sulla base della fonte-fatto, ascrivibili di conseguenza nell’alveo del diritto consuetudinario.
Probabilmente, in virtù del fatto che il concetto di uso civico – cioè quello di dare sostentamento vitale alle popolazioni nel momento in cui solo dalla terra le popolazioni potevano ricavare la loro sopravvivenza – oggi ha perso la sua ragion d’essere essendo lo stesso un istituto prevalentemente in disuso, che è diventato complesso individuare al meglio questi diritti da parte degli Enti locali (regioni, province e comuni), che spesso non riescono a quantificare e qualificare le terre su cui vantano i detti diritti civici.
La necessità di tutelare gli usi civici è tuttavia ritenuta fondamentale dalla giurisprudenza che continua a esprimersi in merito con numerose pronunce.
La Legge n. 1766/27 e il Regolamento d’attuazione n. 332/28sono le leggi vigenti che regolano l’istituto e che individuano nel Comune l’ente deputato ad amministrare e tutelare il bene ma solo nella qualità di esponente e rappresentante del diritto dell’intera comunità, di talché il Comune non può quindi disporne in assoluta libertà, come se fosse un qualsiasi bene patrimoniale disponibile: il Comune rappresenta la collettività proprietaria dei beni e che esercita, individualmente o congiuntamente, i diritti di godimento sui terreni sui quali esistono tali diritti.
La Legge n. 168/2017, “ultima arrivata” a disciplinare gli usi civici, parla espressamente di domini collettivi – riconosciuti come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie – e per i quali si intende una situazione giuridica in cui una determinata estensione di terreno (di proprietà sia pubblica che privata) è oggetto di godimento da parte di una collettività determinata, abitualmente per usi prevalentemente agro-silvo-pastorali: il dominio collettivo rappresenta una estensione del controverso concetto di uso civico in senso stretto.
domini collettivi, nello specifico, sono soggetti alla Costituzione e hanno la gestione del patrimonio naturale, economico e culturale che coincide con la base territoriale della proprietà collettiva.
Pronunce giurisprudenziali
Vista la natura assai controversa dell’uso civico, esso è stato oggetto di diverse pronunce giurisprudenziali, una delle più recenti e significative è la sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 2704/2019 con la quale si afferma ancora una volta che “il Comune ha l’assegnazione del bene solo quale Ente esponenziale della collettività: rappresenta tale collettività essendo tenuto ad assicurare l’uso civico di destinazione, al quale non può rinunziare liberamente, dal momento che non gli appartiene”.
Il caso del Comune di Belsito
Un caso analogo è rappresentato dalla sentenza n. 2/2020 del Commissariato per gli Usi Civici della Calabria emessa il 15/04/2020 e con cui il Commissario si esprimeva in merito alla vertenza sorta tra alcuni cittadini, rappresentanti della comunità, ed il Comune di Belsito (CS).
In Italia, il Commissario per gli Usi Civici venne istituito con la legge 16 giugno 1927, n. 1766, ed è un magistrato speciale avente il compito di regolare i conflitti in materia di legislazione degli usi civici.
I cittadini del piccolo paese del cosentino si sono rivolti a tale autorità per vedere tutelati i propri diritti e quelli della intera comunità, a seguito della vendita del Fondo su cui vantavano il diritto di uso civico da parte dell’ente territoriale.
Il Commissario ha accolto il ricorso e ritenuto illegittimo il potere esercitato dal Comune e quindi ha dichiarato nullo l’atto di compravendita del Fondo stipulato qualche anno prima ed ha disposto la reintegra nel possesso da parte dei cittadini.
Gli usi civici sono infatti diritti inalienabili e imprescrittibili della collettività e seppur è venuta meno la funzione originaria, oggi l’istituto dell’uso civico ha, nella stragrande maggioranza dei casi, la finalità di garantire il mantenimento di un ambiente naturale, che nel tempo è venuto meno.
La sentenza del Commissario per gli Usi Civici della Calabria può essere appellata esclusivamente di fronte alla Sezione Specializzata per gli Usi Civici della Corte d’Appello di Roma, e in questo caso è stato proposto dal soggetto che aveva acquisito la proprietà del Fondo e che certamente ha necessità di vedere soddisfatti i propri diritti.
Ora si tratta solo di vedere come l’autorità giudicante deciderà di bilanciare i diritti delle parti.
Dott.ssa Marilena Forte
#WeeklyUpdates | Locazione ad uso commerciale ai tempi del Coronavirus: la pronuncia del Tribunale di Bologna
“La locazione è il contratto col quale una parte si obbliga a far godere all’altra una cosa mobile o immobile per un dato tempo, verso un determinato corrispettivo” (art. 1571 c.c.)
Fra i contratti di locazione, sussistono delle differenze tra quelli aventi ad oggetto un immobile ad uso abitativo e quelli ad uso commerciale, in virtù della destinazione d’uso attribuita e riconosciuta all’oggetto in locazione.
In relazione alla locazione c.d. “commerciale” – disciplinata dalle norme generali sulla locazione previste nel codice civile e dalla legge 27 Luglio 1978 n. 392 – essa si riferisce a quei contratti relativi ad immobili destinati ad uso commerciale ovvero utilizzati per avviare o continuare un’attività economica di natura personale e/o imprenditoriale.
La recente pandemia da Coronavirus ha inciso in maniera rilevante anche sui rapporti commerciali e privatistici cosicché da costringere il Governo a regolare, in via emergenziale, anche la materia della locazione ad uso commerciale.
I nostri tribunali si sono trovati improvvisamente a costretti a gestire le numerose istanze promosse dai cittadini più in difficoltà, tra cui emblematico è il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale di Bologna relativo ad un rapporto contrattuale derivante da un contratto di affitto ad uso commerciale per un centro estetico costretto alla chiusura nel periodo emergenziale dell’epidemia Covid-19.
L’adito tribunale bolognese pronunciava, con decreto n. 4976/2020 del 12 Maggio scorso, provvedimento favorevole all’istante ordinando, infatti, al locatore convenuto di non incassare gli assegni del canone locatizio per il periodo afferente ai mesi di lockdown.
A sostegno della propria domanda,la titolare del centro aveva rappresentato l’impossibilità di procedere al pagamento dei canoni per la chiusura dell’attività lavorativa dal 24 febbraio 2020 al 18 giugno 2020, evidenziando di aver avviato concrete trattative con l’affittuario allo scopo di ridurre l’importo del canone per il periodo “cuscinetto” fra il mese di Aprile 2020 fino a Settembre del 2020.
La ricorrente, inoltre, – che aveva in precedenza già provveduto alla dazione di assegni bancari a garanzia del pagamento dovuto in virtù dei canoni di locazione – evidenziava come, a causa della crisi, l’eventuale l’incasso degli stessi le avrebbe arrecato dei pregiudizi in virtù dell’eccezionalità della situazione che non le aveva permesso di versare il denaro per coprire l’importo degli assegni.
Il Giudice adito, in accoglimento della domanda attrice, ha ordinato di non mettere all’incasso gli assegni: con ciò si è in effetti evidenziata la difficoltà di sostenere costi di tale natura senza poter contare sugli introiti ricavati e ricavandi dalla propria attività lavorativa.
Il caso prospettato non si presenta come isolato ed unico: seppur cessato il periodo rigido di lockdown emergenziale, la crisi si palesa oggi anche in ragione del decremento di redditività subito dalle aziende, oppure per i costi relativi alle misure di sicurezza che l’imprenditoria si è trovata ad affrontare.
E a ben vedere, nonostante la materia della locazione sia stata oggetto di valutazione e interesse del “Decreto Cura Italia” e nonostante la disciplina legislativa per il tramite dell’art. 1460 c.c. prevedeva già una tutela del locatore, le risposte del governo risultano, ad oggi, ancora parziali, insufficienti e insoddisfacenti a garantire una tutela erga omnes.
Il Governo ha previsto, infatti – ma esclusivamente a favore di negozi e piccole botteghe, ovverossia i locali rientranti nella categoria catastale C1– l’imposizione di un credito di imposta pari al 60% dell’ammontare del canone di locazione per il mese di marzo 2020, lasciando senza alcuna disciplina garantista magazzini, uffici, ed altri locali ad uso commerciale non rientranti nella categoria.
E’ vero che, per ipotesi del genere, la disciplina codicistica regola alcuni esperibili rimedi generali (cfr. il recesso per gravi motivi, la proposizione di una domanda di risoluzione per impossibilità sopravvenuta o per eccessiva onerosità sopravvenuta); tuttavia, è bene ricordare che questi ultimi portano inevitabilmente allo scioglimento del vincolo contrattuale, ipotesi che in situazioni del genere non possono ritenersi satisfattive delle esigenze di chi acconsentirebbe ad una rivisitazione temporanea delle condizioni di contratto ma di rado accetterebbe un suo scioglimento.
Quali soluzioni, dunque?
La soluzione più immediata sarebbe un accordo inter partes, che spesso, tuttavia ha poche possibilità di successo nell’essere raggiunto.
In via alternativa, non rimane che applicare l’istituto della “rinegoziazione”: a causa di eventi sopravvenuti alla stipula di un contratto e che ne modificano l’equilibrio iniziale, le parti cooperano alla rinegoziazione del contratto, per poter rendere il contenuto dello stesso quanto più possibile vicino agli interessi sopravvenuti dei contraenti senza venire meno al patto ex antesottoscritto.
Infine, se è vero com’è vero che ogni Giudicante è prima umano, in virtù dei poteri di discrezionalità ad essa riconosciuti, la magistratura, interpellata e chiamata a pronunciarsi in casi similari, non potrà non tenere conto della posizione di debolezza del conduttore che non avendo potuto esercitare la propria attività produttiva, trovandosi in carenza di proventi per far fronte ai propri impegni, confida nella giustizia sostanziale e, prima ancora, nella tolleranza della propria controparte contrattuale.
#WeeklyUpdates| Asseverazione di conformità: come, quando e perché?
Il funzionamento del processo telematico non ha potuto prescindere dalla dematerializzazione degli atti, che, oltre a comportare una rilevante diminuzione dei costi dell’amministrazione pubblica, ha prodotto in tempi modesti un incremento di efficienza nella gestione del fascicolo informatico per avvocati, magistrati e personale di cancelleria.
Il documento informatico è disciplinato dall’art. 1, lett. p) del Codice dell’Amministrazione Digitale, il quale lo definisce come “la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”.
Si intende che tali atti, fatti o dati possono essere rappresentati e memorizzati e allo stesso tempo possono essere visionati dall’utente mediante sistemi informatici.
La normativa di riferimento per la validità, l’efficacia, la sottoscrizione e la validazione temporale di atti e documenti informatici è contenuta nel CAD agli artt. 20 ss., nonché all’art. 71, il quale rinvia alle regole tecniche ministeriali per la formazione, trasmissione, conservazione, copia, duplicazione, riproduzione, validazione temporale dei documenti informatici e per quelle in materia di generazione, apposizione e verifica di qualsiasi tipo di firma elettronica avanzata.
Nel dettaglio, l’art. 20, comma 1 del CAD prevede che il “documento informatico da chiunque formato, la memorizzazione su supporto e la trasmissione con strumenti telematici conformi alle regole tecniche di cui all’art. 71 sono validi e rilevanti agli effetti di legge, ai sensi delle disposizioni del presente codice”.
Ma cosa accade quando occorre produrre in giudizio la copia di un documento nativo analogico piuttosto che di un altro nativo digitale?
Per quanto concerne la trasmissione dei documenti informatici è intervenuto il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 13 novembre 2014 dettando le regole tecniche in materia di formazione, trasmissione, copia, duplicazione, riproduzione e validazione temporale dei documenti informatici delle pubbliche amministrazioni ai sensi del Codice dell’Amministrazione Digitale.
L’art. 4 del decreto succitato prevede che la copia per immagine su supporto informatico di un documento analogico deve essere comunque prodotta mediante processi e strumenti che assicurino che il documento informatico abbia contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto.
La copia de qua, poi, può anche essere sottoscritta con firma digitale o firma elettronica qualificata da chi effettua la copia.
All’art. 6, al contrario, viene riconosciuto pieno valore legale alle copie e agli estratti informatici di documenti informaticisottoscritti con firma digitale o con firma elettronica qualificata, prevedendo che essi siano prodotti mediante conversione dei formati riconosciuti ex lege mediante processi e strumenti che assicurino la corrispondenza del contenuto della copia o dell’estratto informatico alle informazioni del documento informatico originale.
Che cosa è l’asseverazione di conformità?
Esplicativi della cosiddetta Asseverazione di conformità dei documenti sono gli artt. 16-decies e 16-undecies introdotti con dall’articolo 19, comma 1, lettera b), del D.L. 27 giugno 2015 n. 83, convertito, con modificazioni, dalla Legge 6 agosto 2015, n. 132 .
In prima battuta, ad introdurre il potere di autentica di difensori e ausiliari del giudice nell’ambito del processo telematico è stato il comma 9-bis dell’articolo 16-bis del D.L. n. 179/2012.
Tale disposizione ha riconosciuto a determinati soggetti del processo – difensore, al consulente tecnico, al professionista delegato, al curatore e al commissario giudiziale– la possibilità di estrarre con modalità telematiche duplicati, copie analogiche o informatiche di atti e provvedimenti e di attestarne in maniera autonoma la conformità agli atti contenuti nel fascicolo informatico.
Con l’avvento dell’art.16-decies, che dispone il potere di certificazione di conformità delle copie degli atti e dei provvedimenti, viene ufficialmente riconosciuto agli stessi soggetti di cui sopra il potere di attestare anche la conformità di un atto processuale di parte o di un provvedimento del giudice notificati con modalità non telematiche e da depositare in copia informatica, anche per immagine (c.d. scansione di un file nativo cartaceo).
Infatti, nello specifico, l’art. 16-decies consente al difensore di attestare autonomamente la conformità della copia informatica di un atto formato su un supporto analogico e notificato con modalità non telematiche dall’ufficiale giudiziario cosicchè la stessa sarà appunto copia conforme all’originale dell’atto notificato; di contra l’art. 16-undecies che determina le modalità dell’attestazione di conformità, prevede, per le copie informatiche, l’apposizione dell’attestazione di conformità da apporsi su un documento informatico separato (“…e’ apposta in calce o a margine della copia o su foglio separato, che sia però congiunto materialmente alla medesima”).
Nello specifico, l’attestazione deve essere inserita in un documento informatico in formato .pdf mediante una sintetica descrizione del documento di cui si sta attestando la conformità.
Quando è necessario attestare la conformità di una copia analogica?
a) notifica tramite UNEP o a mezzo del servizio postale;
b) deposito cartaceo di un atto o una sentenza;
c) deposito cartaceo della prova dell’avvenuta notifica tramite posta elettronica certificata nei casi in cui quello telematico non sia possibile.
Quando è necessario attestare la conformità di una copia informatica?
Preventivamente, occorre distinguere tra copia informatica di documento analogico (ovvero quel documento informatico che generiamo e otteniamo in formato PDF dopo aver effettuato la scansione di un documento cartaceo), copia per immagine su supporto informatico di documento analogico e copia informatica di documento informatico (ovvero copie documenti estratte dal fascicolo telematico).
In secondo luogo, l’asseverazione deve essere apposta nello stesso documento informatico o in un documento informatico separato.
Di base, l’attestazione della copia informatica è utilizzata per:
a) depositi telematici;
b) notifiche a mezzo PEC (in questo caso l’attestazione va inserita nella relata);
c) invio della copia informatica e dell’attestazione a mezzo PEC.
In conclusione, di cosa attestiamo la conformità?
delle COPIE INFORMATICHE di ATTI E PROVVEDIMENTI estratte dal fascicolo telematico;
degli originali o delle copie conformi in formato ANALOGICO (native cartacee).
NON OCCORRE ATTESTARE, invece, la conformità:
a) dei DUPLICATI INFORMATICI;
b) dei documenti, benchè allegati al fascicolo informatico.
Dott.ssa Martina Vetere
#WeeklyUpdates| Contributo unificato e diritti di cancelleria – Via ai “pagamenti telematici”
Il decreto legge 8 marzo 2020 n. 11, contenente le Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attività giudiziaria, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 60 dell’8 marzo 2020 ed entrato in vigore in pari data, ha decisamente ampliato la portata del Processo Telematico la cui importanza, in questo periodo di smart-working forzato, si è rivelata fondamentale all’interno del sistema giustizia.
Ed, invero, il predetto D.L., foriero di disposizioni volte al differimento delle udienze nonché alla sospensione dei termini dei procedimenti civili, penali, tributari e militari (v. art. 1), al comma 6 dell’articolo 2 così recita:
“Dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 maggio 2020, negli uffici che hanno la disponibilità del servizio di deposito telematico, anche gli atti e documenti di cui all’articolo 16-bis, comma 1-bis, del decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, sono depositati esclusivamente con le modalità previste dal comma 1 del medesimo articolo. Gli obblighi di pagamento del contributo unificato di cui all’articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, nonché l’anticipazione forfettaria di cui all’articolo 30 del medesimo decreto, connessi al deposito degli atti con le modalità previste dal periodo precedente, sono assolti con sistemi telematici di pagamento anche tramite la piattaforma tecnologica di cui all’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 7 marzo 2005 n. 82[1]”.
È ormai noto il contenuto dell’articolo 16 bis, comma 1 bis[2], del decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, il quale ha previsto – fin da subito innanzi ai Tribunali e dal 30 giugno 2015 anche innanzi le Corti d’Appello – la possibilità del deposito telematico di ogni atto diverso da quelli previsti dal comma 1 e dei documenti che si offrono in comunicazione.
In virtù del combinato disposto delle due norme succitate, è oramai evidente che, a causa dell’emergenza sanitaria in corso, dal giorno 8 marzo e fino (almeno!) al 31 maggio 2020, negli uffici giudiziari ove risulta attiva la funzione di deposito telematico degli atti (quindi ad esclusione degli Uffici dei Giudici di Pace e la Suprema Corte di Cassazione), tutti gli atti e i documenti del processo debbano essere depositati attraverso la modalità telematica.
L’obbligo del deposito telematico, prima di ciò e in osservanza dell’art. 16-bis comma 1, riguardava – salvo alcune eccezioni – prevalentemente gli atti processuali e i documenti depositati da parte dei difensori delle parti già costituite (i c.d. atti endoprocedimentali), mentre rimaneva facoltativo il deposito telematico degli atti introduttivi.
Oltre ad ampliare, quindi, la portata del deposito telematico, ulteriore novità introdotta dalla norma in commento è la previsione circa le modalità di “pagamento telematico” del contributo unificato.
Ebbene, dall’8 marzo 2020, gli obblighi di pagamento del contributo unificato di cui all’articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, nonché l’anticipazione forfettaria di cui all’articolo 30 del medesimo decreto, connessi al deposito telematico degli atti introduttivi del giudizio sono assolti con sistemi telematici di pagamento anche tramite la piattaforma tecnologica di cui all’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 7 marzo 2005 n. 82.
In effetti, tra le sue molteplici funzioni, oltre a consentire l’accesso e la consultazione delle vertenze giudiziarie, permettendo di conoscere in tempo reale lo stato e l’iter del procedimenti e il contenuto documentale del fascicolo processuale in formato elettronico previa identificazione tramite token crittografico per accedere ai servizi riservati, il processo telematico consente altresì di eseguire in modalità telematica i pagamenti relativi alle spese di giustizia, ai diritti e al contributo unificato.
L’atto con cui si otterrà l’attestazione di avvenuto pagamento (la c.d. RT, ricevuta di pagamento) è un documento informatico rilasciato dal soggetto autorizzato e da questi firmato digitalmente e ha a tutti gli effetti di legge valore liberatorio per il soggetto a nome del quale è stato eseguito il pagamento.
Sul portale dei Servizi Telematici alla Sezione Pagamenti, è stato pubblicato un Vademecum per gli utenti con l’obiettivo di guidarli nell’utilizzo della funzionalità dei pagamenti telematici.
Come si effettuano i pagamenti telematici?
Il pagamento telematico dei diritti e delle spese di giustizia è eseguito secondo le regole tecniche di cui al DM 44/2011 e le relative specifiche tecniche definite nel provvedimento del 18 luglio 2011.
Il pagamento telematico può essere eseguito utilizzando l’apposito servizio a disposizione nella sezione Servizi del Portale, previa autenticazione tramite smart-card o chiavetta oppure attraverso funzionalità messe a disposizione da un Punto di Accesso (ad es. CLIENS).
Il versamento può essere eseguito attraverso i seguenti canali: Poste Italiane – (utilizzando come strumenti di pagamento Carte di credito Visa o MasterCard, Carta Postepay o addebito su conto corrente postale) o un Circuito bancario.
Al fine di completare l’operazione di pagamento occorre inserire tutte le informazioni necessarie tra cui: l’ufficio giudiziario competente, la causale del pagamento: (es. contributo unificato, diritti di cancelleria, diritto di copia), l’importo totale da versare, il nominativo del soggetto che esegue materialmente il pagamento ma anche quello del soggetto versante (il vero debitore nei confronti della pubblica amministrazione).
Una volta effettuato il pagamento, il sistema restituisce una ricevuta di avvenuto versamento (ricevuta telematica, RT) che può essere utilizzata sia nell’ambito di un flusso telematico (a norma del DM 44/2011) sia in modalità tradizionale, consegnando all’ufficio giudiziario la stampa della ricevuta come attestazione dell’avvenuto pagamento.
Ad esito dell’operazione, la ricevuta telematica riporta un codice attestante l’esito dei versamenti eseguiti :
– esito 0, tutti i pagamenti si sono conclusi con esito positivo;
– esito 1, tutti i pagamenti si sono conclusi con esito negativo;
– esito 2, il versamento è stato eseguito parzialmente ovvero alcuni pagamenti hanno avuto esito negativo.
Infine, per ogni pagamento concluso con esito positivo, vengono riportati: importo versato, descrizione del pagamento, data e causale del pagamento.
In conclusione, nonostante i pagamenti telematici fossero previsti ormai da tempo con l’avvento del Codice dell’Amministrazione Digitale, fino ad ora l’uso di tali strumenti era devoluto alla discrezionalità del singolo utente.
L’emergenza Covid-19, aprendoci gli occhi sull’importanza del fenomeno dell’informatizzazione dell’attività giudiziaria, ci sta avvicinando sempre di più all’obbligatorietà di questi strumenti, semplificativi della nostra attività lavorativa quotidiana.
[1]“- Effettuazione dei pagamenti con modalità informatiche: 1. A decorrere dal 30 giugno 2007, le pubbliche amministrazioni centrali con sede nel territorio italiano consentono l’effettuazione dei pagamenti ad esse spettanti, a qualsiasi titolo dovuti, con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.”
[2]“1-bis. Nell’ambito dei procedimenti civili, contenziosi e di volontaria giurisdizione innanzi ai tribunali e, a decorrere dal 30 giugno 2015, innanzi alle corti di appello è sempre ammesso il deposito telematico di ogni atto diverso da quelli previsti dal comma 1 e dei documenti che si offrono in comunicazione, da parte del difensore o del dipendente di cui si avvale la pubblica amministrazione per stare in giudizio personalmente, con le modalità previste dalla normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. In tal caso il deposito si perfeziona esclusivamente con tali modalità”.