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Timestamp: 2019-07-21 02:55:15+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2704', 'art. 2704', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 2704']

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Il mantenimento della ex moglie casalinga, anche se in grado di lavorare.
Corte di Cassazione Sentenza n. 789 del 13/01/2017
La Corte di Cassazione, ha esaminato il caso di una casalinga quarantenne che, anche se in grado di lavorare, non ha perso l’assegno di mantenimento.
Nel caso in questione, infatti, la donna mantiene questo diritto per una ragione particolare: nel caso di specie la sua condizione (appunto di casalinga) non le ha permesso di acquisire una concreta e specifica professionalità e, per questo motivo, non ha ricevuto proposte lavorative.
Secondo quanto stabilito dalla Corte, bisogna dunque tener presente la potenziale capacità di guadagno dei coniugi, l’effettiva possibilità di svolgere attività lavorativa e ogni altra circostanza concreata e non limitarsi a valutazione astratte o ipotetiche.
Nel caso trattato è stato anche chiarito che la circostanza di aver creato una nuova famiglia così come la nascita di un figlio dal nuovo compagno/a non determina automaticamente l’esclusione del diritto al mantenimento dell’ex coniuge, poiché anche questo fatto sopravvenuto deve essere valutato al fine di verificare e accertare in concreto la effettiva revoca o la modifica delle condizioni già stabilite in precedenza.
Qui potete leggere la sentenza per esteso (da cassazione.net)
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La corte Costituzionale si pronuncia sul cognome materno ai figli.
Come è noto (e ce ne eravamo già occupati qui) la Corte Costituzionale, con sentenza 286/2016 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno.
Tale preclusione, secondo il giudice delle leggi,
1) pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo,
2) costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
Infatti, la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.
E in questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
E ancora, il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, secondo il giudice delle leggi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.
Anzi è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo, poiché l’unità si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità (sentenza n. 133 del 1970).
La perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, secondo la Corte, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.
Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli, continua la Corte, in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica.
Tale pronuncia si inserisce nel vuoto normativo lasciato dal legislatore, dopo anni di dibattiti, di sentenze-monito della stessa Consulta e dopo una condanna dell’Italia in sede europea per violazione della CEDU.
Già nel 2006 (ma anche molto prima in realtà) la Corte Costituzionale si era occupata di questo stesso tema nella sentenza 61, nella quale evidenziava proprio l’incompatibilità dell’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, con i valori costituzionali dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
L’automatica attribuzione veniva definita come il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, che affondava le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente (già allora!) con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.
Fonte: sentenza 286/2016
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Come spedite la vostra corrispondenza? ATTENZIONE! Il timbro apposto da una posta “privata” non può rendere la DATA CERTA.
Posted on 08/03/2017 by mibalex
Nell’ormai lontano 1999 i servizi postali sono stati liberalizzati, dunque anche operatori privati, previo rilascio di un’apposita licenza da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, possono svolgere attività proprie di fornitori del servizio postale con alcune limitazioni.
Tali operatori non possono occuparsi di notificazioni di atti giudiziari di cui Poste Italiane è affidatario in via esclusiva.
Ma la data apposta sulla corrispondenza affidata ai vari privati può dirsi certa?
La Cassazione in una recente pronuncia ha precisato, infatti che tutti i fornitori di servizi postali all’attualità possono certamente eseguire “invii postali”, cioè curare la trasmissione della corrispondenza – fatta eccezione per gli atti giudiziari -, ma l’eventuale timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi qui di una attività d’impresa resa da un soggetto privato, il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.
sul ricorso 14274-2010 proposto da ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A. (C.F. 00079760328), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. S. S., elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. S. B.i in Roma, via C.. – ricorrente
– contro FALLIMENTO T…S.R.L. (C.F. 03577470879), in persona del curatore pro tempore. – intimato – avverso
udito l’avv. Fabrizio De Marzi per la ricorrente;
udito il P.M. in persona del sostituto procuratore generale dott. Alberto Cardino, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
Assicurazioni Generali s.p.a. impugna il decreto del Tribunale di Catania depositato il giorno 8 aprile 2009, che respinse la sua opposizione allo stato passivo del fallimento della Trasporti Malatino s.r.1., dal quale era stato escluso un suo credito di circa 100 mila euro, vantato in ragione di una polizza fideiussoria sottoscritta dalla società poi fallita. Secondo il tribunale tutta la documentazione prodotta dall’opponente era priva di data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento, non soccorrendo come prova il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata su alcune lettere scambiate tra il terzo garantito e la società assicuratrice.
1. Con l’unico motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2704 c.c. e del d.lgs. 22.7.1999, n. 261, avendo il tribunale erroneamente ritenuto che il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata non fosse idoneo a conferire data certa alle missive sulle quali risultava apposto.
2. – Il motivo è infondato. Trova applicazione nella vicenda in esame il primo comma dell’art. 2704 c.c., che consente nei confronti dei terzi la prova della data della scrittura privata – che non sia stata autenticata, né registrata, né riprodotta in atti pubblici – dal giorno in cui si sia verificata la morte o la sopravvenuta impossibilità fisica di chi l’ha sottoscritta, ovvero un fatto che stabilisca “in modo egualmente certo” l’anteriorità della formazione del documento. Ora, secondo il risalente orientamento di questa Corte, formatosi quando il servizio postale era espletato in via esclusiva dallo Stato tramite sue aziende (artt. l e 3 d.p.r. 29.3.1973, n. 156-Codice Postale) e le persone addette ai servizi postali erano considerate pubblici ufficiali ovvero incaricati di pubblico servizio, secondo le funzioni loro affidate (art. 12 Codice postale), se la scrittura privata non autenticata forma un unico corpo con il foglio sul quale è stato impresso un timbro postale, la data risultante da quest’ultimo deve ritenersi come data certa della scrittura, perché la timbratura eseguita in un pubblico ufficio deve considerarsi equivalente ad un’attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita (Cass. l ottobre 1999, n. 10873; Cass. 23 aprile 2003, n. 6472; Cass. 14 giugno 2007, n. 13912; Cass. 28 maggio 2012, n. 8438).
Com’è noto, peraltro, oggi il d.lgs. 22 luglio 1999, n. 261, emanato in attuazione della direttiva 97/67/CE che ha liberalizzato i servizi postali, da un lato, consente alle imprese private che abbiano ottenuto apposita licenza dall’Amministrazione (art. 5, comma l, d.lgs. cit.), di svolgere l’attività di “fornitore di un servizio postale” e, dall’altro, ha previsto che per esigenze di ordine pubblico siano affidati in via esclusiva al “fornitore del servizio universale”, id est all’organismo che fornisce l’intero servizio postale su tutto il territorio nazionale – oggi Poste Italiane s.p.a. – soltanto i servizi inerenti le notificazioni o le comunicazioni di atti a mezzo posta, connesse con la notificazione di atti giudiziari di cui alla legge 20 novembre 1982, n. 890, e successive modificazioni (art. 4, lett. a), d.lgs. cit.).
Nella vicenda all’esame di questa Corte, allora, correttamente il Tribunale etneo ha ritenuto che il timbro datario apposto su talune lettere da una società privata, che aveva curato l’inoltro della corrispondenza fra l’odierno ricorrente e un terzo, fosse inidoneo a dimostrare, ai sensi del primo comma dell’art. 2704 c.c., la certezza della data di formazioni di tali atti nei confronti del curatore fallimentare, non trattandosi di un fatto equipollente a quelli richiamati in via esemplificativa dalla cennata norma, cioè di una circostanza oggettiva, esterna alle parti, idonea a stabilire “in modo egualmente certo” quando fosse stato formato il documento.
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