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Timestamp: 2020-08-11 07:10:10+00:00
Document Index: 107266508

Matched Legal Cases: ['§29', '§ 28', '§ 27', '§ 26', '§25', '§29', 'art 2441', '§ 28', 'arte 1', 'arte 2', 'art. 108', 'arte 1', 'art. 108', 'arte 2', 'arte 2', '§ 27', '§ 26', 'sentenza ', 'art. 10', '§25', '§ 24', '§ 23', '§ 22', 'art. 2475', '§ 21', 'sentenza ', 'art. 2467', '§ 20', '§ 19', 'art. 123']

DIRITTO SOCIETARIO | I nostri abstract | Dalla biblioteca di Graziadei Studio Legale | Aggiornata al 23/7/2020
§29. Marco Sagliocca, Azioni a voto plurimo nelle società quotate: occasione persa o soltanto rimandata?
§ 28. Alberto Crivelli, La sospensione della vendita e delle operazioni di vendita nel fallimento
§ 27. Giuseppe Colombo, Deliberazione assembleare e diritto alla tempestiva e preventiva informazione del socio di s.r.l. sugli argomenti da trattare
§ 26. Marco Saverio Spolidoro, Fallimento della società scissa nella scissione totale (con uno sguardo alla fusione)
§25. Gian Domenico Mosco, Roboboard. L'intelligenza artificiale nei consigli di amministrazione
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§29. Marco Sagliocca, Azioni a voto plurimo nelle società quotate: occasione persa o soltanto rimandata?, in Le Società, IPSOA, n. 7/2020
Il contributo offre alcuni spunti di riflessione a sostegno dell’introduzione delle azioni a voto plurimo nelle società quotate: una novità legislativa presente nella bozza del Decreto Rilancio, ma eliminata prima della definitiva approvazione.
Come ben chiarito dall’Autore, nel raggiungere un «equilibrio tra potenziamento del voto ed esigenze di tutela delle minoranze azionarie», la primaria finalità dell’istituto in commento sarebbe stata quella di proteggere il mercato borsistico italiano dalla fuga delle società quotate verso ordinamenti che consentono l’emissione di azioni con voto plurimo.
Questo «efficace strumento di corporale governance», che
costituirebbe una deroga alla regola “un’azione un voto”, trova peraltro un suo (parziale) antecedente nel Decreto Competitività del 2014, il quale ha previsto le azioni a voto plurimo limitatamente alle società chiuse, mentre per le società aperte ha disposto, tra l’altro, l’introduzione di azioni a voto maggiorato.
Come esaustivamente spiegato dall’Autore, tuttavia, queste ultime differiscono dalle azioni a voto plurimo per alcune importanti caratteristiche. Nelle azioni a voto maggiorato, infatti, la maggiorazione si lega non all’azione, ma alla persona dell’azionista, come «meccanismo premiale» della sua fedeltà.
Tuttavia, il dato empirico evidenzia che, contrariamente all’obiettivo, l’enfasi personalistica del voto maggiorato ha finito col penalizzare gli azionisti di minoranza, garantendo «ai soci di controllo un incremento della loro influenza in sede assembleare».
Viceversa, con le azioni a voto plurimo, in cui il voto si lega all’azione e non all’azionista, la bozza del Decreto Rilancio introduceva un bilanciamento tra maggioranze e minoranze assembleari. In primo luogo, spiega l’Autore, gli azionisti di minoranza sarebbero stati tutelati attraverso il noto meccanismo del “whitewash”. In secondo luogo, i soci contrari all’emissione di azioni a voto plurimo avrebbero potuto ricorrere al diritto di recesso.
Altra differenza tra azioni a voto maggiorato e a voto plurimo risiede poi nel numero di voti massimi concessi: due nel primo caso, tre nel secondo. Le azioni a voto plurimo, inoltre, avrebbero potuto avere in assemblea carattere generale o relativo a soli argomenti particolari, con possibilità inoltre di subordinare il voto plurimo a condizione non meramente potestativa.
L’analisi dell’auspicata introduzione delle azioni a voto plurimo per le quotate non dimentica poi i potenziali usi opportunistici delle azioni a voto plurimo; a questo proposito, alcuni accorgimenti discussi nel contributo riguardano la necessaria competenza dell’assemblea in materia di aumento di capitale con emissione di azioni a voto plurimo e l’applicazione degli strumenti di garanzia previsti dall’art 2441 c.c. in caso di limitazione o esclusione del diritto di opzione.
§ 28. Alberto Crivelli, La sospensione della vendita e delle operazioni di vendita nel fallimento, in Il fallimento, IPSOA, n. 6/2020
Prendendo le mosse dalla vicenda di una procedura fallimentare riguardante una vendita telematica asincrona, il lavoro svolge una ricostruzione dell’istituto della sospensione della vendita nel fallimento, operando una distinzione tra le ipotesi previste dagli artt. 107, c. 4; 108, c. 1, parte 1; e 108, c. 1, parte 2, della Legge Fallimentare.
In relazione a ciascun istituto l’Autore individua la competenza (del curatore fallimentare nell’ipotesi del 107, del giudice delegato nelle due ipotesi del 108) e, soprattutto, i presupposti applicativi, i limiti e le formalità richieste.
Sul piano dei presupposti, ad esempio, emerge la differenza tra la sospensione della vendita di cui all’art. 108, c.1, parte 1, la quale richiede la presenza di gravi e giustificati motivi, e quella di cui all’art. 108, c. 1, parte 2, che richiede che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello ritenuto giusto, tenuto conto delle condizioni di mercato.
In entrambi i casi è comunque necessaria l’istanza del fallito, del comitato dei creditori o degli altri interessati, che l’Autore identifica, tra l’altro, nei “creditori ipotecari, pignoratizi, sequestranti, parte dei giudizi la cui domanda sia trascritta sul bene, terzi interessati all’acquisto, titolari di diritti minori sul bene”. Si aggiunge, nell’ipotesi del 108, c. 1, parte 2, la quale peraltro è considerabile come “una sostanziale revoca dell’aggiudicazione”, l’esistenza di un termine perentorio di 10 giorni per la presentazione dell’istanza di sospensione, termine decorrente dal deposito della documentazione della vendita presso la cancelleria. Sempre relativamente a quest’ultima ipotesi, peraltro, l’Autore dedica una riflessione al concetto di circostanze sopravvenute o ignote che rendano il prezzo offerto notevolmente inferiore a quello giusto.
Nel lavoro, infine, c’è spazio anche per il tema della sospensione della vendita nel concordato preventivo, un istituto che assume una particolare rilevanza in quanto “l’esecuzione, e quindi la cessione, nel concordato preventivo sono curate di norma dal liquidatore o, in caso di concordato in continuità, dall’imprenditore”, lasciando così ben pochi altri strumenti di tutela.
§ 27. Giuseppe Colombo, Deliberazione assembleare e diritto alla tempestiva e preventiva informazione del socio di s.r.l. sugli argomenti da trattare, in Le Società, IPSOA, n. 6/2020
Commentando un’ordinanza della Cassazione, il lavoro approfondisce in primo luogo le conseguenze della mancata convocazione assembleare del socio di s.r.l.. Da un punto di vista sistematico, tali conseguenze, legate all’assenza assoluta di informazioni, appaiono consistere nella nullità della decisione assembleare.
Ma il ragionamento va oltre, e interessa anche l’assenza di una informazione preventiva ed effettiva in merito all’ordine del giorno. Sul punto l’Autore ricorda che la Cassazione, muovendo dalla centralità del socio nella s.r.l., arriva a far derivare la nullità della delibera anche da tale circostanza. Per risultare effettiva, l’informazione dovrebbe fornire indicazioni chiare e specifiche sugli argomenti all’ordine del giorno, in maniera da consentire al socio una pre-valutazione e, successivamente, una scelta consapevole in sede decisionale. Nel bilanciamento tra certezza del funzionamento deliberativo e diritto a una piena informazione del socio, sembra dunque prevalere il secondo.
Tuttavia il principio non appare applicabile a tutte le tipologie di s.r.l.: non sfugge infatti all’Autore l’ “ibridazione” avvenuta nei modelli societari, tale per esempio da lasciar supporre la prevalenza dell’elemento capitalistico su quello personalistico nella s.r.l. PMI; ciò comporterebbe, in effetti, una differente modulazione delle conseguenze dell’assenza assoluta di informazioni in funzione del tipo concreto di s.r.l..
§ 26. Marco Saverio Spolidoro, Fallimento della società scissa nella scissione totale (con uno sguardo alla fusione), in Le Società, IPSOA, n. 6/2020
Prendendo le mosse da una sentenza della Cassazione, il lavoro qui segnalato tenta di costruire un avvicinamento degli istituti della fusione e della scissione societarie quanto alla possibilità che intervenga una procedura fallimentare tanto sulla società incorporata (nella fusione), quanto sulla società scissa (nella scissione).
Pertanto, alla teoria secondo la quale l’assimilazione delle due tipologie di operazioni societarie non sarebbe possibile sotto il profilo concorsuale, in quanto la fusione porterebbe ad un’aggregazione patrimoniale, mentre la scissione totale porterebbe a una disaggregazione, l’Autore sembra contrapporre una differente valutazione della funzione economica delle due operazioni, in quanto, ad esempio “la scissione può anche essere aggregativa ed è comunque un conferimento”.
Avvicinando i due istituti, dunque, il contributo si sofferma in particolare sul possibile fallimento della società incorporata in una fusione. Rileva sul punto il concetto di continuazione dell’attività: attribuirla nel solo caso della fusione e non anche in quello della scissione, con la conseguenza che solo nel secondo caso si potrebbe applicare l’art. 10 L. Fall. (e il nuovo 33 CCII), significa basare il ragionamento su una differenza tra i due istituti che invece non sembra sussistere. Al punto che, sono queste le conclusioni, “se non vi è alcuna ragione per distinguere, o si dice che possono fallire anche le società estinte per fusione, oppure si nega che possano fallire le società che si estinguono per scissione totale”.
§25. Gian Domenico Mosco, Roboboard. L'intelligenza artificiale nei consigli di amministrazione, in Analisi Giuridica dell'Economia, Il Mulino, Fascicolo 1/2019
Muovendo dai più recenti sviluppi tecnologici in tema di AI, e dal rapporto che lega algoritmi e diritto societario, il lavoro intende indagare quanto e come l’intelligenza artificiale possa influenzare il decision making degli amministratori di società. L’Autore pone innanzitutto una distinzione tra le diverse tipologie di AI (Assisted, Augmented e Autonomous), focalizzando l’attenzione sulle prime due tipologie, cioè quelle che sostengono, senza sostituirlo, l’agire umano: un livello che, di fatto, è già presente nella realtà societaria. È infatti prematuro – sia per la tecnologia, sia per il diritto – ipotizzare la presenza di un algoritmo come vero e proprio componente del board. Vi si oppongono, ad esempio, le basilari regole di corporate governance, che prevedono requisiti soggettivi, doveri e responsabilità degli amministratori.
Con queste premesse, il lavoro si concentra dunque innanzitutto sul chiarire cosa sia l’AI, identificandola, secondo una nota definizione, in quella particolare specie di algoritmi «capaci attraverso l’analisi di grandi quantità di dati di fare cose che … richiederebbero intelligenza se fatte da persone». Algoritmi che, in realtà, presentano capacità di calcolo e di immagazzinamento e analisi dei dati superiori all’uomo. È questa, come ricorda l’Autore, una definizione simile a quella adottata dalla Commissione UE nella sua Comunicazione sull’AI per l’Europa, nella quale i sistemi di machine learning sono considerati «intelligenti» proprio per la loro capacità di adattamento, cioè di risolvere – sulla base dei dati e delle informazioni in loro possesso – problemi nuovi e da loro non già conosciuti.
Tuttavia, pur sull’onda di un’evoluzione tecnologica positiva, l’Autore mette in guardia il lettore dalle esternalità negative legate all’AI. Queste si presentano, ad esempio, nelle vesti delle possibili discriminazioni che il decision making automatizzato potrebbe realizzare, per il fatto di basarsi esclusivamente sull’analisi di dati preesistenti (come nel caso do algoritmi operanti nel campo della sicurezza che si basino e perpetrino pregiudizi razziali). A ciò si aggiunge poi un’altra considerazione: il percorso che può aver condotto l’AI ad assumere una determinata scelta, infatti, non sempre risulta chiaro e conoscibile passaggio per passaggio.
Dunque, per quanto l’ambizione sia quella di costruire un’AI basata su valori come libertà, uguaglianza e democrazia, con un processo decisionale trasparente, non discriminatorio e improntato alla privacy, ad oggi l’intelligenza artificiale manca ancora «di una vera e propria identità», di una personalità, cioè, che le fornisca – nelle parole dell’Autore – intelligenza emotiva, etica e fantasia.
Dalle suddette implicazioni di natura tecnologica ancor prima che giuridica deriva dunque la necessità di circoscrivere con precisione il ruolo che l’AI può assumere all’interno del board societario. L’esperienza, sul punto, prova che tale tecnologia si sta oggi diffondendo in particolare nei settori ad alto valore tecnologico (es. piattaforme e fintech). Detto che l’AI deve essere supporto, e non sostituto, dell’amministratore, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale dovrebbe mirare in particolare a far evolvere l’efficienza del modello gestorio, non soltanto mediante analisi dei dati, ma anche sulla base di modelli predittivi. L’AI può quindi essere impiegata, ad esempio, per liberare il board da talune incombenze, quali l’analisi dei «flussi informativi» e il «monitoraggio normativo e gestionale», abilitando un modello di amministrazione più snello e innovativo.
Proprio su questo punto, peraltro, l’Autore rileva l’importanza della tecnologia blockchain a fini di trasparenza e certezza dei procedimenti (es. contabilità e libri sociali). Non solo. In prospettiva, la blockchain potrebbe dare luogo a una vera e propria governance decentralizzata, che includa cioè una più attiva partecipazione dei dipendenti (mediante voto in rete) alla definizione delle strategie societarie. Questa ipotesi, tuttavia, non esclude rischi e implicherebbe forse anche un riposizionamento delle autorità di vigilanza.
Il saggio si sofferma poi sul tema dell’AI nell’ambito degli assetti societari, dunque sul rapporto tra AI e regole di corporate governance. In questo senso, l’Autore rileva che i principi di corretta gestione societaria si applicano anche al ricorso degli amministratori agli algoritmi. Ne discende, ad esempio, che gli amministratori dovrebbero anzitutto comprendere il profilo tecnologico della questione (almeno nei suoi aspetti di base), per poter poi individuare i compiti da affidare all’AI e le procedure necessarie ad assicurare che la società mantenga sempre il dovuto grado di controllo sulla tecnologia impiegata nei processi decisionali. Questa considerazione, unita alla necessità che il soggetto che riceve una delega di poteri sia un soggetto di diritto (spesso, specificamente, una persona fisica), esclude che si possano ipotizzare deleghe di poteri amministrativi in favore dei sistemi di intelligenza artificiale.
Nonostante ciò, il ricorso all’AI può rivelarsi fondamentale al fine di porre in essere un’attività di decision making pienamente informata, come tale protetta ai sensi della business judgement rule. I rilievi che precedono aprono però, nell’economia del lavoro, un altro scenario: cosa accade se l’amministratore si discosta dalle valutazioni effettuate dall’AI? In questo caso, si legge nelle parole dell’Autore, un elemento fondamentale va ricercato nella tracciabilità, nell’accountability del sistema di intelligenza artificiale, che agevola «il mantenimento dei margini di discrezionalità degli amministratori» e li protegge da conseguenze negative in caso di un loro rifiuto nel seguire quanto suggerito dall’algoritmo. È dunque la chiarezza del processo decisionale (assetti adeguati e verificabilità) che rende più agevole porre gli amministratori al riparo da responsabilità.
In conclusione, dunque, secondo l’Autore i sistemi algoritmici sono destinati a ricoprire un ruolo sempre più significativo all’interno dei board societari. E tuttavia il loro uso richiede, intanto, competenze tecniche finalizzate a comprenderne il funzionamento (con un’influenza sulla composizione stessa del board); in secondo luogo, bisogna tenere conto che l’impiego dell’AI resta comunque subordinato ai principi della corporate governance: occuparsi dell’AI rientra dunque tra i compiti degli amministratori, i quali devono pertanto predisporre una «politica di ricorso all’AI», valutandone ruoli e rischi. Un ricorso che da un lato non può essere obbligatorio, né può vincolare gli amministratori a quanto determinato dalla macchina, ma che dall’altro, in alcuni casi, risulta effettivamente necessario nell’agire informato del board e nella conseguente protezione degli amministratori secondo la business judgement rule.
Un maggior ricorso ai sistemi di AI, seppur razionale, responsabile e controllato, potrà agevolare l'evoluzione del board verso modelli meno numerosi e più votati alla gestione piuttosto che al monitoraggio.
§ 24. Angelo F. Nicotra, L’oggetto sociale nelle start-up innovative, in Banca Borsa Titoli di Credito, Giuffrè Francis Lefebvre, n. 2/2020
Partendo dal dato normativo, il contributo svolge una riflessione sui requisiti delle start-up innovative, soffermandosi sull'oggetto sociale - consistente nell'esclusiva o prevalente attività di sviluppo, produzione e commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto tasso tecnologico - e sulle ricadute che esso può avere sulla struttura e sull'organizzazione della società.
Sul punto, l'Autore ricorda in primo luogo le ragioni normative dietro alla disciplina di favore assicurata alle start-up innovative, ravvisabili nel raggiungimento di obiettivi quali la crescita del tasso di innovazione e della competitività imprenditoriale. In questo senso, l'oggetto sociale è un appiglio cui ancorare l'innovazione apportata in concreto dall'impresa, oltre che un riferimento per gli stakeholders. Il lavoro indaga dunque i caratteri dell'innovatività, riferibile al prodotto o servizio, e dell'alto tasso tecnologico, riferibile alla R&S e alla titolarità di privative industriali. La combinazione di tali fattori porta dunque la start-up (e il suo oggetto sociale) a «coniugare in concreto l'innovatività del prodotto o del servizio offerto con l'alto valore tecnologico del processo produttivo».
Vale la pena di notare, infine, che nella ricostruzione offerta dall’Autore l'innovatività appare come un elemento in cui risiede una necessaria componente di rischio, derivante dall'incertezza in merito al risultato finale e al ritorno economico dell'attività.
§ 23. Franco Michelotti, I soci illimitatamente responsabili e le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, in Il Fallimento, IPSOA, n. 3/2020
Commentando il tema dell’ammissibilità del socio illimitatamente responsabile alle procedure di sovraindebitamento, il contributo dà ampia evidenza delle contrapposte teorie sviluppatesi nel dibattito. Sul punto, l’Autore ritiene innanzitutto superata la tesi che, facendo leva sulla «fallibilità per ripercussione» del socio con responsabilità illimitata, ne esclude l’accesso alle dette procedure. Appaiono invece preferibili le tesi, puntualmente illustrate, che lo ammettono. A riprova di ciò, d’altra parte, vale anche il riferimento contenuto nella Legge Delega 155/2017, quale «voluntas legis» che va in senso favorevole all’ammissione in parola.
Appurato quindi che il socio illimitatamente responsabile può accedere all’accordo di composizione della crisi e alla liquidazione del patrimonio, il lavoro muove avanti, valutando la compatibilità con il piano del consumatore, sostanzialmente dipendente dalla natura di persona fisica del socio e dell’origine dell’indebitamento.
La riflessione si sposta poi su alcuni ulteriori dubbi relativi alle «interferenze» e al «coordinamento» tra la procedura riguardante il socio illimitatamente responsabile e quella relativa invece alla società. In chiusura, l’Autore manifesta con chiarezza le problematiche tutt’ora esistenti nella disciplina, a cui tuttavia «potranno porre rimedio i decreti correttivi ed integrativi» del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
§ 22. Gian Domenico Mosco, Il riparto delle competenze gestionali nella S.r.l. dopo il Codice della crisi, in Rivista delle società, Giuffrè Francis Lefebvre, n. 5-6/2019
Il lavoro si inserisce nell’ampio dibattito stimolato dalla nuova «centralità», nella s.r.l., della figura dell’amministratore. L’Autore, pur sottolineando la scarsa portata sistematica della novella introdotta dal Codice della crisi, ne elogia l’intento di fondo, cioè lo sprone all’ «efficienza» e alla «managerialità» della s.r.l., soprattutto con riferimento agli assetti organizzativi adeguati e alla rilevazione tempestiva della crisi d’impresa.
Emerge dunque la necessità di contestualizzare il nuovo art. 2475, co. 1, del Codice Civile, sospeso tra la tradizionale «elasticità» del modello s.r.l. e la novità dell’attribuzione in via esclusiva agli amministratori della gestione dell’impresa. Una scelta legislativa, quest’ultima, che – come dettagliatamente spiegato dall’Autore – ha forse una «funzione più programmatica che reale», ma che tuttavia contribuisce a restringere il quadro delle competenze potenziali dei soci e a sottrarre loro le competenze specificamente assegnate agli amministratori. Ad ogni modo, la disciplina in parola presenta ancora delle ombre, e infatti il contributo auspica un nuovo intervento capace di dare maggiore chiarezza al riparto di competenze di un modello societario, quello della s.r.l., che certo non può definirsi «una piccola s.p.a.», ma che al contempo ribadisce con forza il ruolo centrale degli amministratori.
§ 21. Grazia Maria D’Aiello, Finanziamenti anomali dei soci: postergazione legale e concorso dei creditori, in Il Fallimento, IPSOA, n. 1/2020
Commentando una recente sentenza della Suprema Corte, il contributo qui segnalato offre la propria lettura della postergazione del finanziamento soci di cui all’art. 2467 del Codice Civile.
L’Autrice, pur segnalando in apertura la «vocazione concorsuale» di tale istituto, si focalizza piuttosto sull’applicazione della postergazione al di fuori delle procedure concorsuali. In tal senso, il lavoro dà conto di due differenti orientamenti: il primo, definito «tesi sostanzialista», vorrebbe la postergazione come «condizione di temporanea inesigibilità del credito del socio finanziatore; il secondo, definito, «tesi processualistica», la vedrebbe invece quale semplice fattore operante «sul tempo dell’adempimento».
L’Autrice evidenzia quindi le problematiche insite nella tesi sostanzialista, laddove essa risulta eccessivamente punitiva delle condizioni di rimborso del socio finanziatore, anche rispetto alla disciplina dei finanziamenti ponte e della ristrutturazione societaria, potendo così agire, a contrario, da meccanismo incentivante di una forzata apertura di procedure concorsuali.
La lettura così offerta risulta d’altra parte influenzata dalle riflessioni circa la natura giuridica della postergazione, vista appunto non quale condizione sospensiva del credito postergato, ma quale semplice ‘arretramento’ dei creditori postergati rispetto agli altri creditori. Ne deriva, fra l’altro, l’ammissibilità senza riserve al passivo dei crediti postergati e la legittimazione attiva del creditore postergato nell’apertura della procedura concorsuale, anche in considerazione del fatto che tale tipologia di crediti concorre a formare l’indebitamento e lo stato di insolvenza della società.
§ 20. Michele Mozzarelli, L’Equity Crowdfunding in Italia. Dati empirici, rischi e strategie, in Banca Borsa Titoli di Credito, Giuffrè Francis Lefebvre, n. 5/2019
L’equity crowdfunding (ECF) è notoriamente una forma di finanziamento di start-up innovative e PMI capace di colmare il «funding gap» dovuto agli alti costi del credito bancario e alla carenza nostrana di Angel Investors e di Venture Capitalists.
Partendo dalla prospettiva appena considerata, il lavoro in commento offre una panoramica di rischi e opportunità dell’ECF, tenendo conto soprattutto della posizione dei potenziali investitori, quei «family, friends, fools» che tradizionalmente rappresentano le categorie di investitori non professionali disposti a credere in queste tipologie di progetto. Emerge quindi, in prima battuta, la relazione tra “offerente” ed “investitore”, una relazione mediata dal “portale”, cioè dalla piattaforma digitale che abilita l’aggregazione e l’incontro di domanda e offerta. E proprio un corretto uso degli strumenti digitali, sottolinea l’Autore, potrebbe essere la chiave per ridurre i rischi tipici degli ECF, fra tutti incertezza dell’investimento e asimmetria informativa.
Inoltre, se l’obiettivo è «la costruzione di un mercato efficiente che garantisca uno stabile finanziamento alle PMI più promettenti», sembra necessario aggiornare anche l’assetto regolatorio dell’ECF, un «cantiere aperto» che può svolgere il ruolo di catalizzatore di fondi verso le start-up. L’approccio correttivo all’asimmetria informativa, che ha finora contato principalmente su disclosure del progetto da finanziare e avvertenze sui rischi degli investimenti, potrebbe secondo l’Autore muoversi anche in altre direzioni, prime fra tutte un più ampio ruolo affidato al gestore del portale e un più attivo ruolo dell’investitore stesso, o un più agevole sistema per far emergere l’interesse verso il singolo progetto da parte di investitori professionali o di investitori non professionali ma dotati di specifiche conoscenze rilevanti.
Gli accorgimenti appena citati, pensati soprattutto per tutelare più robustamente l’investitore non professionale, finirebbero per giovare alla maturità e all’affidabilità generale del sistema crowdfunding, una fra le più interessanti forme di finanziamento in grado di «ovviare alla strutturale assenza nel nostro Paese di investitori professionali dedicati alle giovani imprese innovative».
§ 19. Marco Sagliocca, Recesso dai patti parasociali in caso di adesione all’OPA, in Rivista delle società, Giuffrè Francis Lefebvre, n. 2-3/2019
Prendendo spunto da una recente vicenda giunta all’attenzione di un tribunale italiano, il contributo intende fare chiarezza sulla facoltà di recesso da un patto parasociale in pendenza di un’offerta pubblica di acquisto.
La normativa di riferimento (art. 123 t.u.f.) merita, secondo l’Autore, un approfondimento sia sul piano delle tipologie di OPA presupposto del recesso, sia sull’estensione della facoltà di recesso in capo al singolo azionista.
Al netto dei riferimenti giurisprudenziali, il lavoro indaga quindi i limiti letterali e sistematici della costruzione normativa in oggetto, indicandone la ratio nel riacquisto dell’autonomia propria del socio sindacato, quando si sia in presenza di un’OPA. E allora, se l’obiettivo è tutelare la stabilità del controllo in un mercato contendibile (il mercato imprenditoriale), da un lato le medesime garanzie devono necessariamente essere applicate sia all’offerta successiva obbligatoria totalitaria sia all’offerta preventiva volontaria totalitaria; dall’altro, all’azionista deve essere consentito recedere integralmente dal sindacato anche in caso di adesione solo parziale all’OPA. L’elemento dirimente è in tal senso il quantum di azioni conferite in OPA, che deve essere indice della volontà dell’azionista di favorire il nuovo gruppo di controllo.