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Timestamp: 2019-09-20 11:46:32+00:00
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Art. 12 codice di procedura civile - Cause relative a rapporti obbligatori, a locazioni e a divisioni - Brocardi.it
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Articolo 12 Codice di procedura civile
Dispositivo dell'art. 12 Codice di procedura civile
Il valore delle cause relative all'esistenza, alla validità o alla risoluzione di un rapporto giuridico obbligatorio [1173 c.c.] si determina in base a quella parte del rapporto che è in contestazione (1) (2).
[Nelle cause per finita locazione d'immobili il valore si determina in base all'ammontare del fitto o della pigione per un anno, ma se sorge controversia sulla continuazione della locazione, il valore si determina cumulando i fitti o le pigioni relativi al periodo controverso].
Il valore delle cause per divisione [713, 1111 c.c.] si determina da quello della massa attiva da dividersi (3).
(1) La norma regola l'ipotesi in cui nel processo si discute solamente di una parte del rapporto obbligatorio e pertanto in base a quella porzione del rapporto in contestazione dovrà essere determinato il valore della causa, non considerando le eccezioni sollevate dal convenuto (112) eccetto quelle che, dando luogo ad un accertamento incidentale, possono comportare la modificazione della competenza per valore (34).
(2) Secondo l'opinione prevalente in giurisprudenza, nel caso di azione di risoluzione valore della causa va determinato sulla base della domanda solo quando tale azione costituisce la premessa della domanda di risarcimento dei danni; diversamente, se l'azione di risoluzione è fine a se stessa il valore della causa è quello dell'intero rapporto. Per ciò che concerne l'azione di rescissione per lesione (1447-1448 c.c.) i valore della causa si determina relativamente al prezzo indicato nella domanda dall'attore come equo. Per le cause di simulazione assoluta della compravendita il valore della causa si calcola in forza del prezzo indicato nell'atto che si assume simulato; per quelli di simulazione relativa, invece, va considerato il valore del bene oggetto del negozio dissimulato.
(3) Secondo l'opinione dottrinale prevalente, nella massa attiva da dividersi non possono essere calcolati anche i frutti maturati e percepiti, ossia i beni mobili che derivano in maniera periodica da altro bene, sia direttamente come prodotto dello stesso bene, sia indirettamente come utilità collegata alla destinazione economica dello stesso (come ad esempio i frutti civili). Inoltre, è bene considerare che nel giudizio di divisione rientrano anche i debiti comuni, e di conseguenza anche il loro valore deve essere computato nei limiti delle quote richieste.
Spiegazione dell'art. 12 Codice di procedura civile
Il primo comma di questa norma, contrariamente al sistema di determinazione del valore fondato ordinariamente sul petitum, attribuisce espressa rilevanza al rapporto giuridico su cui si fonda la domanda giudiziale.
Secondo la tesi prevalente in dottrina, nel concetto di “rapporto giuridico obbligatorio” va ricompreso qualunque tipo di obbligazione, sia essa contrattuale o meno.
Per quanto concerne, invece, il tipo di azione a cui la norma si riferisce, si ritiene che possa trattarsi non soltanto delle azioni di accertamento, di condanna o costitutive (riferite sempre, anziché all’intero rapporto obbligatorio, soltanto ad una parte di esso), ma anche delle azioni personali relative a beni immobili, le quali, ai fini della competenza per valore, non vengono regolate né dall’art. 14 del c.p.c. (riferito alle cose mobili) né dall’art. 9 del c.p.c. (relativo alle cose di valore indeterminabile).
Per “parte del rapporto che è in contestazione” deve intendersi quella parte che abbia originato la controversia, a prescindere dall’eventuale più ampia estensione del sindacato del giudice, che può riguardare anche antecedenti logici inerenti all’intero rapporto obbligatorio, ma la cui decisione non è idonea ad acquisire efficacia di giudicato.
Ancora più nel dettaglio, con l’espressione “in contestazione” non devono intendersi le questioni controverse, bensì l’oggetto della domanda; ciò porta a concludere che il convenuto non ha alcun potere di incidere sulla competenza attraverso la contestazione e che l’art. 12 in esame è norma sulla competenza astratta, che ha come destinatario soltanto l’attore.
A questo punto, vediamo di capire come concretamente va determinato il valore applicando questa norma e con riferimento ai singoli tipi di azione.
Azioni di accertamento o di condanna: occorre fare riferimento a ciò che viene effettivamente richiesto; così, ad esempio, se viene chiesto il pagamento di una rata residua, il valore della controversia sarà determinato non dall’importo dell’intera rata, ma proprio da quel residuo.
Azioni costitutive: secondo parte della dottrina quando la norma parla di “cause relative alla risoluzione di un rapporto giuridico obbligatorio”, intende fare riferimento all’intera categoria delle sentenze costitutive, per le quali si sostiene che il valore viene determinato sulla base del valore del rapporto giuridico che la sentenza costitutiva viene a far cessare o a costituire.
In particolare, con riferimento alla domanda di risoluzione, si distingue a seconda che la risoluzione venga chiesta in relazione a rapporti a tratti successivi o meno; così, mentre nel primo caso, in cui la risoluzione avrà efficacia ex nunc, il valore della controversia andrà determinato in base al valore delle rate scadute e non pagate e di quelle da scadere, nel diverso caso in cui la risoluzione venga chiesta con efficacia ex tunc, il valore della causa dovrà desumersi dal valore dell’intero rapporto.
Diverso, sempre secondo la dottrina, è il caso delle domande di annullamento, per le quali il valore della causa è dato dal valore dell’intero rapporto, e ciò in quanto la sentenza che accoglie la domanda pone nel nulla l’intero rapporto (salvo che l’annullamento, con riferimento ad un rapporto ancora in esecuzione, venga chiesto solo ai fini futuri, senza che possa avere alcuna incidenza sulle prestazioni già eseguite, ipotesi in cui il valore si determina sulla base del residuo).
Per le azioni di rescissione si sono sviluppate le seguenti tesi:
secondo la tesi maggioritaria il valore della causa va determinato tenendo conto del prezzo indicato come giusto dall’attore nella domanda;
secondo altra tesi, il valore sarebbe dato dalla differenza tra il prezzo pattuito e quello indicato come equo dall’attore;
una terza tesi ritiene che, poiché con tale azione si mira a far decadere l’intero vincolo contrattuale, occorre fare riferimento al valore dell’intero contratto, desumibile dal prezzo pattuito;
un’ultima tesi è dell’idea che il valore dell’azione di rescissione sia dato dal valore reale del bene.
Azione revocatoria: in questo caso, secondo la tesi giurisprudenziale prevalente, il valore della causa si determina non sulla base dell’atto impugnato, ma sulla base del credito per il quale si agisce in revocatoria, a prescindere dal fatto che il valore dei beni sottratti alla garanzia del creditore risulti superiore.
Azione surrogatoria: qui è discusso se il valore della causa debba individuarsi nel valore del credito in forza del quale si agisce o se debba esser dato solo dal valore del rapporto fino a concorrenza del valore del credito.
L’ultimo comma della norma si occupa della determinazione del valore delle cause per divisione, disponendo che il riferimento debba esser fatto al valore della massa attiva da dividersi.
Ciò deve intendersi nel senso che i debiti sono già divisi di diritto tra i partecipanti (in proporzione alle loro quote di partecipazione alla successione) e che il valore della causa di divisione sarà determinato soltanto dai rapporti giuridici attivi, cioè da diritti reali e crediti.
Si ritiene che tale norma trovi applicazione non soltanto nel caso di divisioni ereditarie, ma anche in caso di divisione di patrimoni caduti a qualunque titolo in comunione (secondo la giurisprudenza alle cause di divisione sono assimilabili anche le cause di riduzione per lesione di legittima, considerato che anche queste presuppongono l’accertamento della consistenza dell’intero asse ereditario).
Massime relative all'art. 12 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 2737/2012
In tema di competenza per valore, l'art. 12, primo comma, cod. proc. civ. - secondo il quale "il valore delle cause relative all'esistenza, alla validità o alla risoluzione di un rapporto giuridico obbligatorio si determina in base a quella parte del rapporto che è in contestazione" - subisce deroga nell'ipotesi in cui il giudice sia chiamato ad esaminare, con efficacia di giudicato, le questioni relative all'esistenza o alla validità del rapporto, che va, pertanto, interamente preso in considerazione ai fini della determinazione del valore della causa.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2737 del 23 febbraio 2012)
Cass. civ. n. 1201/2010
Ai fini della determinazione della competenza per valore in relazione ad una controversia avente ad oggetto il riparto di una spesa approvata dall'assemblea di condominio, se il condomino agisce per sentir dichiarare l'inesistenza del suo obbligo di pagamento sull'assunto dell'invalidità della deliberazione assembleare, quest'ultima viene contestata nella sua globalità, sicché la competenza deve determinarsi con riguardo al valore dell'intera spesa deliberata; ove, invece, il condomino deduca, per qualsiasi diverso titolo, l'insussistenza della propria obbligazione, il valore della causa va determinato in base al solo importo contestato, perché la decisione non implica una pronuncia sulla validità della delibera di spesa nella sua globalità.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1201 del 22 gennaio 2010)
Cass. civ. n. 26592/2009
Poichè il valore delle cause relative ai rapporti obbligatori dev'essere determinato, ai sensi dell'art. 12 c.p.c., in base a quella parte del rapporto che è in contestazione, con riferimento ad un contratto di vendita, l'entità economica in contestazione comprende le obbligazioni sia del venditore che del compratore, speculari tra loro, con la conseguenza che se il primo agisca per il pagamento del prezzo e il secondo chieda la consegna del bene compravenduto, tale domanda non comporta un aumento del valore della causa per sommatoria dell'entità economica del bene a quella del prezzo richiesto "ex adverso", rappresentando esse due diverse indicazioni dell'unico valore oggetto del contratto dedotto in contestazione. (Principio affermato dalla S.C. ai fini della determinazione del regime di impugnazione di una sentenza del giudice di pace cui era applicabile il codice di rito nella versione anteriore alle modifiche apportate dal D.L.vo 2 febbraio 2006, n. 40).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 26592 del 17 dicembre 2009)
Cass. civ. n. 1467/2008
In tema di determinazione del valore della causa ai sensi dell'art. 12 c.p.c., nel testo vigente dal 30 aprile 1995, a seguito della riforma recata dalla legge n. 353 del 1990, in ipotesi di domanda di risoluzione di un rapporto di locazione per morosità, il valore è rappresentato dall'ammontare dei canoni del residuo periodo della locazione che la domanda dell'attore mira a far cessare anticipatamente.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1467 del 23 gennaio 2008)
Cass. civ. n. 10573/1998
Nelle cause relative alla divisione di un bene immobile, non può considerarsi l'immobile privo di rendita catastale e determinare il valore della causa secondo quanto emerge dagli atti solo perché lo stabile sia stato ampliato, essendo invece necessaria ai fini indicati, una totale trasformazione a seguito di modifiche talmente radicali da farlo considerare una entità distinta dalla preesistente non più confondibile ne identificabile con quella.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10573 del 24 ottobre 1998)
Cass. civ. n. 1004/1993
La norma dell'art. 12, primo comma, c.p.c. — secondo cui il valore delle cause relative alla validità, all'esistenza o alla risoluzione di un rapporto obbligatorio si determina in base a quelle parti del rapporto stesso che è in contestazione — non trova applicazione in casi in cui la stessa domanda introduttiva del giudizio sia formulata in guisa tale da postulare l'accertamento con efficacia di giudicato, ai sensi dell'art. 34 c.p.c., in ordine all'intero rapporto, con la conseguenza che, in tal caso, ove la domanda appartenga alla competenza per valore del giudice superiore, è inidoneo a fondare la competenza di quello inferiore il frazionamento in più domande, ciascuna delle quali avente un petitum mantenuto entro i limiti di competenza di tale ultimo giudice e tutte poi riunite davanti a lui.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 1004 del 27 gennaio 1993)