Source: https://www.sicurezzacgs.it/corte-costituzionale-fissata-al-06-aprile-2016-la-questione-legittimita-costituzionale-sulla-mancata-retribuzione-del-lavoro-straordinario-prestato-nei-giorni-festivi/
Timestamp: 2019-08-18 05:05:56+00:00
Document Index: 19029363

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 36', 'art. 117', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 25', 'art. 1', 'art. 1']

Posted on 18 Marzo 2016 by Alessandro Margiotta
Siamo quasi alla vigilia di una pronuncia importante che potrebbe ripristinare il diritto dei lavoratori del comparto alla giusta retribuzione per le ore prestate in giornate destinate al riposo.
Ricordo che tutto si fonda sulla legittimità o meno del comma 476 della legge di stabilità 2014, con il quale si interpretava in senso restrittivo la norma contrattuale del D.P.R. n.170/2007 relativa all’indennità di compensazione per la prestazione resa nel giorno del riposo settimanale, al solo malcelato scopo di porre termine ad una serie di legittime sentenze giurisprudenziali che avevano statuito la spettanza dell’indennità ad una pletora di appartenenti alle forze di polizia e la conseguente corresponsione anche delle somme arretrate.
In merito si è avuta nel tempo anche una produzione giurisprudenziale, culminata nell’ordinanza collettiva n. 2062/2015 del 27 aprile 2015 con la quale il Consiglio di Stato, censurando pesantemente la richiamata norma della legge di stabilità per il 2014, ha promosso un giudizio di legittimità della stessa davanti al Corte Costituzionale.
La IV Sezione del Consiglio di Stato ha infatti ritenuto sussistenti le ragioni per sollevare questione di legittimità costituzionale dell’interpretazione autentica di cui alla legge di stabilità per l’anno 2014 (art.1, c.476, Legge n.147/2013), che prevede la corresponsione dello straordinario prestato nei giorni festivi solo per le ore eccedenti l’ordinario turno giornaliero. Tale norma infatti sancisce che “gli articoli 10, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 170 ed 11, comma 8, del decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163, si interpretano nel senso che la prestazione lavorativa resa nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale non dà diritto a retribuzione a titolo di lavoro straordinario se non per le ore eccedenti l’ordinario turno di servizio giornaliero”.
I ricorrenti, tutti agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria, con diversi ricorsi avevano in precedenza agito in primo grado per l’accertamento di spettanze retributive dovute dall’Amministrazione della Giustizia per lo svolgimento di attività lavorativa nei giorni ordinariamente destinati al riposo settimanale.
Più precisamente, i ricorrenti avevano documentato di aver espletato, in periodi di tempo più o meno lunghi ricompresi fra il 2004 e il 2012, plurime ore di attività lavorativa in giorni festivi ovvero da destinare al riposo settimanale, chiedendo pertanto il riconoscimento del compenso per le corrispondenti ore di straordinario prestate, nonché il risarcimento del danno da usura psicofisica patito ovvero – in via subordinata – la determinazione dell’indennità supplementare dovuta sulla base degli accordi sindacali di categoria.
Il T.A.R. adito aveva definito tutte le controversie con sentenze di reiezione, argomentando sulla base dell’orientamento, a suo dire difforme, della Corte di Cassazione, dal quale sarebbero stati ritraibili i seguenti principi:
“è ontologicamente impossibile qualificare come straordinario il lavoro prestato in un giorno festivo, ogni qual volta sia stata comunque rispettata la cadenza di un giorno di riposo per ogni settimana di lavoro”;
“conseguentemente, il computo del lavoro straordinario va effettuato con criterio “verticale”, e quindi tenendo conto delle sole ore eccedenti il normale orario di lavoro nei 6 giorni della settimana in cui viene normalmente prestato, calcolate nell’ambito del mese di riferimento”;
“ferma e impregiudicata resta la diversa questione, da affrontare e risolvere però in sede di contrattazione collettiva, dell’eventuale retribuzione supplementare dovuta per compensare la particolare “penosità” derivante dall’aver dovuto prestare attività lavorativa in una giornata istituzionalmente da dedicare alle esigenze familiari, personali e culturali”.
Nel costituirsi in resistenza in secondo grado, il Ministero della Giustizia, oltre a sostenere la infondatezza degli appelli ed a chiedere la conferma delle sentenze impugnate, aveva richiamato lo jus superveniens di cui all’art. 1, comma 476, della legge 27 dicembre 2013, nr. 147 (“Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014)”), secondo cui: “…L’articolo 10, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 11 settembre 2007, n. 170, e l’articolo 11, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 13 giugno 2002, n. 163, si interpretano nel senso che la prestazione lavorativa resa nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale non dà diritto a retribuzione a titolo di lavoro straordinario se non per le ore eccedenti l’ordinario turno di servizio giornaliero. Sono fatti salvi gli effetti delle sentenze passate in giudicato alla data di entrata in vigore della presente legge”.
In tal modo, secondo la difesa erariale, il legislatore sarebbe intervenuto con interpretazione autentica della vigente normativa, riaffermando l’impostazione seguita dalla giurisprudenza prevalente e smentendo l’indirizzo della IV Sezione del Consiglio di Stato.
A parere del massimo Organo giurisdizionale, invece, la disposizione da ultimo citata poneva “plurimi dubbi di legittimità costituzionale, tali da indurre a rimettere alla Corte Costituzionale la relativa questione, ai sensi dell’art. 23 della legge 11 marzo 1953, nr. 87”.Il Consiglio di Stato ha in merito ritenuto che “il lavoratore il quale abbia prestato attività lavorativa in un giorno festivo, o comunque da destinare all’ordinario riposo settimanale, ha diritto a tre distinti benefici e precisamente:
al “riposo recupero”, che serve a consentire il recupero del riposo settimanale non fruito;
all’indennità prevista dalla contrattazione collettiva di categoria, che serve a compensare del maggior disagio derivante dall’aver svolto attività lavorativa in un giorno che avrebbe dovuto essere dedicato ad altri interessi;
all’eventuale retribuzione per lavoro straordinario, se e nella misura in cui le ore di lavoro svolte nel giorno festivo, sommate a quelle svolte nei sei giorni precedenti, superino il limite delle 36 settimanali.
Secondo il giudice d’appello, infatti, il menzionato orientamento della Corte di Cassazione, non solo non aveva pregiudicato in via di principio l’eventuale spettanza della retribuzione per lavoro straordinario, ma non aveva escluso nemmeno che la speciale indennità prevista dalla contrattazione collettiva potesse non essere ritenuta sufficiente a compensare il lavoratore della particolare “penosità” dell’aver prestato la propria opera per più di sei giorni consecutivi.
Secondo la IV Sezione del Consiglio di Stato quindi, la norma richiamata:
ad onta del proprio autoqualificarsi espressamente come di interpretazione autentica, non poteva non essere considerata innovativa dell’ordinamento;
non presentava alcuna delle caratteristiche legittimanti il carattere interpretativo, trattandosi di una disposizione dal tenore innovativo in materia di computo delle ore di lavoro straordinario ai fini della relativa retribuzione, sia pure con specifico riferimento all’ipotesi in cui il lavoratore abbia prestato servizio in giorno festivo (o ordinariamente dedicato al riposo settimanale), e che si poneva dichiaratamente come retroattiva;
per non incorrere nel il .divieto di retroattività della legge (art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale), avrebbe dovuto trovare adeguata giustificazione nell’esigenza di tutelare prìncipi, diritti e beni di rilievo costituzionale;
ledeva invece il canone di ragionevolezza ex art. 3 Cost., introducendo sotto la veste di un’interpretazione autentica una disciplina innovativa, con valore retroattivo, senza alcuna evidente e ragionevole giustificazione, essendo destinata a condizionare la retribuzione erogata a lavoratori i quali, per la peculiare natura dell’attività svolta, sono costretti a rinunciare al riposo settimanale, e quindi a incidere sull’applicazione del principio della retribuzione equa e proporzionata al lavoro svolto di cui all’art. 36 Cost. in un settore nel quale, come sopra evidenziato, la giurisprudenza – sia ordinaria che amministrativa – si è sempre mostrata alquanto sensibile al problema di un’adeguata compensazione della particolare “penosità” di tale attività lavorativa;
avrebbe dovuto sorreggersi su una chiara e “rafforzata” indicazione dei “motivi imperativi di interesse generale” sottesi all’innovativa previsione, non potendo questi ricondursi sic et simpliciter alla volontà di evitare l’ingente esborso per le casse pubbliche, che potrebbe derivare dall’esito sfavorevole del rilevante contenzioso verosimilmente pendente, sulla base dell’indirizzo giurisprudenziale in passato seguito da questo Consiglio di Stato.
Secondo il Consiglio di Stato poi un secondo possibile profilo di illegittimità costituzionale atteneva alla possibile violazione dell’art. 117 Cost. attraverso la norma interposta di cui all’art. 6 della CEDU, e si ricollegava proprio alla pendenza di un rilevante contenzioso giudiziale in subiecta materia, già in essere al momento in cui era intervenuta l’innovativa disposizione in esame.
Difatti, con riferimento all’introduzione di nuove disposizioni retroattive, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte affermato che se, in linea di principio, nulla vieta al potere legislativo di regolamentare in materia civile, con nuove disposizioni dalla portata retroattiva, diritti risultanti da leggi in vigore, il principio della preminenza del diritto e il concetto di processo equo sanciti dal ricordato art. 6 della CEDU ostano, salvo che per imperative ragioni di interesse generale, all’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia, al fine di influenzare l’esito giudiziario di una controversia.
Spetterebbe quindi alla Corte Costituzionale, nell’ambito del margine di apprezzamento riconosciuto dalla giurisprudenza della CEDU ai singoli ordinamenti nazionali, verificare la sussistenza o meno di “motivi imperativi d’interesse generale” idonei a giustificare l’intervento del legislatore con efficacia retroattiva (fermi i limiti di cui all’art. 25 Cost.), alla stregua di princìpi, diritti e beni di rilievo costituzionale.
In particolare, è stata più volte esclusa la legittimità costituzionale di disposizioni le quali, pur qualificandosi come di interpretazione autentica, introducessero con valore retroattivo regole innovative destinate a incidere su rapporti giuridici maturati e consolidati da tempo, nonché a influenzare situazioni processuali altrimenti indirizzate in modo diverso.
La IV Sezione del massimo Organo giurisdizionale aveva ritenuto pertanto rilevanti per i giudizi all’esame e non manifestamente infondate le questioni di costituzionalità, relative all’applicazione del comma 476 dell’art. 1 della legge nr. 147 del 2013 ai rapporti giuridici in essere alla data di entrata in vigore della legge, con la sola eccezione delle vicende definite con giudicato.
Il Consiglio di Stato, dichiarando rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 476, della legge 27 dicembre 2013, nr. 296, in relazione agli articoli 3 e 117 Cost., aveva quindi sospeso i giudizi, ordinando l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.
Come detto in apertura, la Corte Costituzionale ha fissato la discussione per la Camera di Consiglio del 6 aprile 2016 (rel. Giudice Prosperetti).
L’auspicio è che si torni al riconoscimento pieno dei principi di diritto, sia sotto il profilo giuridico che economico, troppo spesso ormai assoggettati ai principi di cassa.
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