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Timestamp: 2019-07-16 21:09:33+00:00
Document Index: 1685610

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 379', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 379', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 130', 'art. 370', 'art. 2110', 'art. 7', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 18', 'art. 7', 'art. 1362', 'art. 112', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7']

GERONIMADOS: settembre 2012
GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - ETILOMETRO - MISURAZIONI DISCORDANTI
1. La Corte di appello di Trento ha confermato la sentenza del tribunale della medesima città che aveva ritenuto tizio colpevole del reato di cui all'art. 186 comma 2, lett. c) del codice della strada, per aver guidato una autovettura in stato di ebbrezza in conseguenza dell'uso di bevande alcoliche, tasso alcolemico accertato pari a 1,54 e 1,33 g/l.
2. Ha presentato ricorso per cassazione il difensore di omissis adducendo, a sostegno, l'inosservanza ed erronea applicazione della legge penale ed in particolare dell'art. 186 del codice della strada e dell'art. 379 del regolamento per errata qualificazione del reato. Il ricorrente rileva che l'art. 186 nella formulazione vigente, prevede tre distinte fattispecie in rapporto al tasso alcolemico accertato; una corretta interpretazione della norma avrebbe imposto alla corte d'appello di considerare integrata la fattispecie più lieve prevista dall'art. 186, comma 2, lett. b), e non quella di cui alla lett. c) come ritenuto, perchè quest'ultima può considerarsi integrata solo qualora entrambe le misurazioni etilometriche abbiano dato un risultato che rientra nella fascia considerata; nella specie invece la prima misurazione era stata di 1,54 e quindi superiore al limite necessario per integrare la fascia c), ma la seconda era stata inferiore; richiama in proposito la sentenza di questa corte, IV sezione del 24 novembre 2009, n. 3346. Con un secondo motivo deduce mancanza e manifesta illogicità in ordine alla motivazione addotta dalla corte d'appello per motivare la propria decisione; la corte ha ritenuto che ai fini della qualificazione del reato si debba prendere in considerazione il primo valore accertato in quanto più vicino al momento della guida mentre il secondo valore sarebbe inevitabilmente più basso perchè fisiologicamente l'ubriachezza viene smaltita col trascorrere del tempo e quindi l'indice è destinato a diminuire; il ricorrente contesta tale ricostruzione ritenendo che si tratti di considerazioni suggestive ma non condivisibili. Unico dato certo è che nel momento dell'accertamento il soggetto si trovava in fase discendente di smaltimento dell'alcol; non sarebbe invece possibile affermare con certezza che al momento della guida il tasso alcolemico era quello superiore; infatti tale ragionamento trascura il fatto che vi è una curva di assorbimento dell'alcol che dura, secondo la dottrina medico-legale, tra i 30 e i 120 minuti e nulla può escludere che il primo valore accertato costituisse l'apice di tale curva, sicchè proprio al momento della guida il valore del tasso alcolemico poteva essere inferiore a 1,5 g per litri; il ragionamento della corte si rivela arbitrario.
Deve premettersi che a seguito delle modifiche intervenute con il decreto legge 3 agosto 2007, n. 117, convertito in legge 2 ottobre 2007, n. 160, il reato di guida in stato di ebbrezza è articolato in tre distinte ed autonome o fattispecie a seconda del tasso alcolemico accertato.
Fermo restando che ai fini della configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, lo stato di ebbrezza può essere accertato, per tutte le ipotesi attualmente previste dall'art. 186 con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, indipendentemente dall'accertamento strumentale, (sez. IV 9.6.2011 n. 28787 rv. 250714), si pone il problema di stabilire quale reato si configuri in presenza di due misurazioni alcolimetriche che abbiano dato valori diversi, dovendosi in tale situazione stabilire quale è la fattispecie applicabile. Questa Corte ha già affrontato il problema, osservando (sez. IV 24.11.2009 n. 3346 Rv. 246390) che a norma dell'art. 379 comma 2 del regolamento, la concentrazione necessaria per ritenere sussistente lo stato di ebbrezza deve risultare da almeno due determinazioni concordanti effettuate ad un intervallo di tempo di cinque minuti. Non è possibile dunque ritenere la sussistenza di una delle specifiche fattispecie attualmente previste all'art. 186 comma 2, lett. a), b) e c) se non in presenza di due risultati rientranti nelle fasce rispettivamente previste. Una diversa interpretazione sarebbe, oltre che in contrasto con il tenore letterale della disposizione, in evidente contrasto con il principio del favor rei. Non vi è ragione per discostarsi da tale orientamento.
2.Conclusivamente il fatto deve essere qualificato come violazione dell'art. 186 comma 2, lett. b), e la sentenza impugnata deve essere annullata relativamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bolzano.
Qualificato il fatto come violazione dell'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b), annulla la sentenza impugnata relativamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bolzano.
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LAVORO - MALATTIA - OBBLIGHI DEL LAVORATORE E DEL DATORE
1. Con ricorso ritualmente notificato C.C. esponeva:
che era dipendente dell'Agenzia delle entrate; che in data 16.12.97 veniva sottoposta - su sua stessa richiesta - a visita collegiale della ASL e dichiarata permanentemente inidonea al servizio; che era stata assente dai servizio per malattia dal marzo 1998 al 21.11.98, dietro presentazione di regolari certificazioni mediche; che aveva richiesto in data 11.11.98 il rientro anticipato dalla malattia, presentando certificato medico che attestava le migliorate condizioni di salute; che l'amministrazione non consentiva il rientro fino alla nuova visita collegiale della ASL, avvenuta nel febbraio '99, che verificava l'idoneità al servizio; che illegittimamente l'Agenzia per il periodo dal 17.11.98 al 19.2.99 procedeva alla decurtazione del trattamento stipendiale. Chiedeva dichiararsi l'illegittimità di tale provvedimento non essendo imputabile alla ricorrente l'assenza dal 17.11.98 in poi.
Si costituiva ritualmente l'Agenzia delle Entrate e deduceva che: il rientro in servizio della ricorrente non era consentito in presenza di un accertamento di inidoneità permanente; che l'amministrazione si attivava immediatamente a richiedere la nuova visita collegiale;
che alla ricorrente era stato applicato il trattamento economico previsto in caso di assenza per malattia, con le relative riduzioni previste dopo i primi nove mesi, (10%); dopo i successivi tre mesi (50%), nessuna retribuzione dopo i successivi 6 mesi.
2. Avverso la pronuncia di primo grado proponeva appello l'Agenzia delle Entrate rilevando che il Tribunale non aveva considerato: che l'Amministrazione ai sensi del D.P.R. 1957, art. 130, era vincolata al giudizio tecnico di dispensa; che dopo appena tre giorni dalla richiesta di rientro in servizio si era attivata per chiedere la nuova visita alla ASL; che il ritardo nell'espletamento della visita non era imputabile al datore di lavoro; che in mancanza di prestazione non poteva essere riconosciuto l'intero trattamento retributivo.
C.C. si costituiva nel procedimento di secondo grado chiedendo il rigetto dell' impugnazione.
Con i primi due motivi la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 3 del 1957, artt. 129, 130, 131 e 132, nonchè vizio di motivazione per quanto concerne il soggetto cui attribuire le conseguenze del ritardo della ASL nell'effettuare la visita medico - legale e per quanto concerne la ritenuta irricevibilità della prestazione lavorativa sino all'esito della visita medico - legale. La corte d'appello ha erroneamente ritenuto che dovessero gravare sulla dipendente le conseguenze del ritardo con il quale l'azienda sanitaria aveva dato seguito alla richiesta di visita da parte dell'agenzia delle entrate. In ogni caso l'esito positivo della visita medica doveva retroagire al momento della presentazione della richiesta di rientro in servizio da parte della dipendente.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione per quanto concerne il momento di effettuazione della visita medica.
Secondo la ricorrente la corte d'appello erroneamente ha escluso l'erogazione del trattamento retributivo pieno prima del rientro.
2. Preliminarmente va dichiarata l'inammissibilità del controricorso perchè tardivo in quanto notificato oltre il termine previsto dall'art. 370 c.p.c..
In diritto deve considerarsi che la condizione di malattia del dipendente costituisce giustificato impedimento che esclude l'inadempimento dell'obbligo di prestazione lavorativa (art. 2110 c.c.); ma nel momento in cui cessa la malattia, il lavoratore è tenuto all'adempimento di tale obbligo e, ove offra la prestazione lavorativa, è il datore di lavoro inadempiente (mora credendi) ove ingiustificatamente la rifiuti.
La peculiarità del caso di specie è data dal fatto che la malattia della dipendente era espressione di un'inidoneità al lavoro inizialmente valutata (dall'ASL che aveva sottoposto la dipendente a visita collegiale medica) come permanente. Ciò però non aveva portato l'agenzia delle entrate, pubblica amministrazione datrice di lavoro, ad adottare un provvedimento di dispensa dal servizio. La dipendente quindi si è assentata dal servizio in una condizione di malattia tout court, sicchè, cessata la malattia per il miglioramento delle sue condizioni fisiche, che quindi faceva venir meno il carattere permanente dell'inidoneità al lavoro inizialmente certificata dalla ASL, non si poneva un problema di riammissione in servizio per revoca di un provvedimento di dispensa, mai intervenuto, ma c'era soltanto la mera riattivazione dell'obbligo di prestazione lavorativa.
L'agenzia delle entrate poteva sì verificare la riacquistata idoneità al lavoro della ricorrente prima di ammetterla in servizio una volta che inizialmente (in data 16 dicembre 1997) era stata certificata la sua permanente inidoneità al servizio da parte dell'azienda sanitaria. Ma l'agenzia delle entrate - rifiutando nell'immediato la prestazione lavorativa e contestualmente richiedendo alla stessa azienda sanitaria di sottoporre nuovamente a visita medica la dipendente a distanza di poco più di un anno al fine di verificare se esistesse, o no, la condizione di inidoneità al servizio che inizialmente era stata valutata come "permanente" - ha assunto il rischio dell'esito del controllo sanitario, che non poteva gravare sulla dipendente.
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Etichette: Lavoro - Malattia
G.A. esponeva al Tribunale di Bergamo di essere dipendente della s.r.l. Carrara Legnami; di essere stato da questa licenziato con effetto immediato, con lettera del 12 luglio 2007, per "avere avuto un comportamento assolutamente non idoneo nei confronti dei suoi colleghi e soprattutto verso il datore di lavoro, insultandolo pesantemente davanti al personale". Lamentava l'illegittimità del provvedimento per contrasto con la L. n. 300 del 1970, art. 7, non essendo stato proceduto da alcuna contestazione disciplinare, ed in ogni caso perchè privo di giusta causa di giustificato motivo.
Chiedeva pertanto la reintegra nel suo posto di lavoro, con le ulteriori conseguenze di cui all'art. 18 della legge menzionata.
Si costituiva la società convenuta deducendo che il licenziamento in questione non era disciplinare, e che comunque, in base al principio della rinnovabilità degli atti affetti da vizi formali, esso era stato reiterato con lettera del 14 maggio 2008.
Il Tribunale, con sentenza depositata il 27 aprile 2009, rigettava le domande attoree.
Proponeva appello il G. lamentando che il primo giudice, ritenendo che fosse stato comunicato un secondo licenziamento, era incorso nel vizio di ultra petizione; che comunque la lettera del 14 maggio 2008 non conteneva alcun licenziamento; che in ogni caso il licenziamento era ingiustificato e sproporzionato.
La Corte d'appello di Brescia, con sentenza depositata il 22 dicembre 2009, dichiarava illegittimo il licenziamento ed ordinava la reintegra del G. nel suo posto di lavoro.
Osservava la Corte che il licenziamento del 12 luglio 2007 aveva senza dubbio natura disciplinare, e come tale doveva essere preceduto dalla contestazione degli addebiti, nella specie non avvenuta; che seppure era ammissibile la rinnovazione dell'atto affetto da vizi di forma, la lettera del 14 maggio 2008 non conteneva alcun licenziamento, ma solo la contestazione degli addebiti, riservando ad un momento successivo, all'esito delle eventuali giustificazioni, la decisione di risolvere il rapporto; che tale manifestazione di volontà non era mai intervenuta, sicchè l'unico licenziamento intimato dalla società era quello del 12 luglio 2007, da ritenersi in contrasto con la L. n. 300 del 1970, art. 7. Ordinava pertanto la reintegrazione del G. nel suo posto di lavoro, con le conseguenze di cui all'art. 18 Stat. Lav..
Propone ricorso per cassazione la s.r.l. Carrara Legnami, affidato a tre motivi, poi illustrati con memoria.
1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 1362 c.c. e ss., artt. 116 e 132 c.p.c.; oltre ad omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Lamentava in particolare l'erronea interpretazione e valutazione della lettera di licenziamento del 12 luglio 2007, contenendo essa legittimamente sia la contestazione dell'addebito, sia il contestuale licenziamento.
Con il secondo ed il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell'art. 112 c.p.c., per avere la Corte di merito ritenuto illegittimo il licenziamento per non essere stato concesso il termine minimo di cinque giorni a difesa, motivo mai sottoposto all'esame dei giudici di appello da parte del ricorrente. Denuncia anche la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, nonchè degli artt. 116 e 132 c.p.c., oltre ad omessa ed illogica motivazione su punti decisivi della controversia, con riferimento all'interpretazione della lettera del 14 maggio 2008, che la Corte di merito erroneamente escluse contenesse un licenziamento, ma solo la rinnovazione della contestazione disciplinare.
3. I motivi, che per la loro stretta connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono infondati. Non v'è infatti dubbio che il licenziamento motivato da una condotta colposa o comunque manchevole del lavoratore, indipendentemente dalla sua inclusione o meno tra le misure disciplinari dalla specifica disciplina del rapporto, debba essere (ontologicamente) considerato disciplinare e, quindi, deve essere assoggettato alle garanzie dettate in favore del lavoratore dalla L. n. 300 del 1970, art. 7, commi 2 e 3, circa la contestazione dell'addebito ed il diritto di difesa ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 7, (ex multis, Cass. ord. n. 9422 del 2010;
Cass. n. 17652 del 2007). La società ha sostenuto che ben poteva ritenersi legittima la contestuale contestazione degli addebiti e la manifestazione di recesso. La Corte d'appello, cui dunque la questione era stata devoluta, ha evidenziato che in tal caso è comunque necessario il rispetto del termine a difesa di cui alla citata L. n. 300 del 1970, art. 7, comma 2, (in conformità al pacifico orientamento di questa Corte: tra le tante, Cass. 23 giugno 2005 n. 13486; Cass. 4 luglio 2007 n. 15050; Cass. ord. 21 aprile 2010 n. 9422); che nella specie la lettera del 12 luglio 2007 conteneva, illegittimamente, la contestazione degli addebiti ed il coevo licenziamento. Quanto alla lettera del 14 maggio 2008, la Corte di merito ha congruamente motivato che essa conteneva solo la reiterazione, pur a distanza di quasi un anno, della contestazione disciplinare, rinviando tuttavia all'esito delle eventuali giustificazioni, la manifestazione di una volontà risolutoria, nella specie mai intervenuta. La ricorrente lamenta un errore di interpretazione della detta missiva, rimessa invece alla valutazione del giudice di merito, ed incensurabile in sede di legittimità se, come nella specie, congruamente motivata, implicando valutazioni di fatto che la Corte di Cassazione - così come avviene per ogni operazione ermeneutica - ha il potere di controllare soltanto sotto il profilo della giuridica correttezza del relativo procedimento e della logicità del suo esito (Cass. 9 settembre 2008 n. 22893; Cass. 1 febbraio 2007 n. 2217; Cass. 22 febbraio 2005 n. 3538).
Nella specie la Corte di merito ha, in modo congruo ed immune da vizi logici, evidenziato che nella lettera in questione, dopo una serie di contestazioni disciplinari, la società invitava il dipendente "ad inviare giustificazioni scritte entro i termini previsti dall'art. 7 dello Statuto dei lavoratori, con espresso avviso (che) in caso di mancata risposta o comunque di giustificazione inadeguata, si procederà all'immediato licenziamento". Ha pertanto correttamente ritenuto che tale comunicazione non conteneva alcun licenziamento, ma solo la necessaria contestazione degli addebiti e la concessione del termine a difesa di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 7, senza che a ciò sia seguito alcun licenziamento.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 40,00 per esborsi, Euro 3.000,00 per onorari, oltre spese generali, i.v.a. e c.p.a..
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