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Timestamp: 2019-07-16 15:23:48+00:00
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Corte d'Appello di Potenza - Sezione Lavoro - sentenza del 28 novembre 2013
Conferimento incarico di struttura semplice "senza struttura"
Un sanitario esponeva con ricorso al giudice del lavoro di essere stato assunto quale Dirigente medico veterinario di I livello presso una azienda sanitaria e di aver diritto al riconoscimento delle funzioni di responsabile di Struttura Semplice da una certa data, avendo a tale data maturato sia la valutazione positiva, sia i cinque anni di anzianita', quali requisiti entrambi necessari.Evidenziava inoltre il dirigente che l'articolazione sanitaria cui era preposto presentava tutte le caratteristiche territoriali, di posizionamento strategico, di competenze aggregate, di varieta' e rilevanza di rapporti verso l'esterno, come consistenza delle risorse da gestire, necessarie per essere qualificata come struttura semplice, avendo egli svolto sia l'attivita' specifica di medico veterinario, che quella amministrativa correlata. Il Tribunale ha rigettato la domanda e da qui il ricorso al giudice d’appello. Deve escludersi che il giudice possa sostituirsi all'amministrazione ed attribuire valenza di struttura semplice ad un ufficio territoriale, che la stessa amministrazione non abbia voluto qualificare come tale.Rispetto, quindi, all'assenza di un atto unilaterale di natura privatistica del datore di lavoro che riconoscesse l’ufficio quale struttura semplice, nessuna posizione giuridicamente tutelabile puo' essere riconosciuta in capo dirigente neanche in termini meramente risarcitori.
Corte d'Appello di Napoli - Sez. III - sentenza del 20 novembre 2013
Un medico in servizio presso il Pronto Soccorso dell'Ospedale e' stato accusato di omicidio colposo a seguito del decesso di un paziente, poiche' aveva omesso di effettuare esami strumentali (eco addome e rx diretta addomee o TAC con mezzo di contrasto) nonostante la presenza di dolori addominali e la precisazione che in precedenza era stato sottoposto ad un primo intervento chirurgico di bypass coronario e ad un secondo di dilatazione aneurismica e ripristino della continuita' aortica con protesi aortica. Il sanitario ha diagnosticato dolore addominale e stipsi e non la presenza di una fistola aorto-enterica, inducendo il paziente ad allontanarsi dal nosocomio senza ricorrere alle cure necessarie. Successivamente, per l'aggravarsi delle condizioni di salute e' stato sottoposto ad intervento chirurgico di duodenorrafia, che non ne ha impedito il decesso.I giudici d’appello hanno confermato l’assoluzione dell’imputato gia' pronunciata dal Tribunale, anche a seguito di una istruttoria supplementare con l’ausilio di un Consulente Tecnico. Non e' emerso con certezza che, in caso di tempestiva diagnosi, ritenuta dal perito esigibile nei confronti del sanitario in base alla storia clinica del paziente ed ai sintomi lamentati, l'esito mortale si sarebbe evitato, ne' in che misura l'inutile trascorrere delle ore ha aggravato incrementandolo il gia' tanto elevato rischio di esito infausto connesso all'intervento chirurgico poi praticato. In definitiva non e' stato accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la tempestiva diagnosi cui si poteva pervenire attraverso gli esami strumentali effettuati soltanto all'atto del secondo accesso avrebbe senz'altro impedito l'evento mortale, o comunque avrebbe aumentato in modo significativo la gia' scarsa probabilita' di riuscita del delicato intervento chirurgico praticato.
Corte d'Appello dell'Aquila - sentenza del 19 ottobre 2013
Paziente sviene a casa dopo l'intervento: responsabili i sanitari
Al termine di un intervento chirurgico di colicistectomia presso una Casa di Cura, al paziente e' stato inserito un tubo di drenaggio, collegato ad una piccola sacca di raccolta liquidi, che, dopo le dimissioni, gli ha causato un violento dolore addominale, tanto da svenire e, cadendo sul pavimento, determinare la ritenzione del tubo nella cavità addominale.In primo grado il Tribunale, decidendo sulla richiesta di risarcimento del danno promossa dal paziente contro la struttura sanitaria per l’errata applicazione del tubo di drenaggio, che lo aveva costretto ad un secondo intervento chirurgico di rimozione, ha ritenuto esistente anche un concorso di colpa dell’attore, per non aver preso tutte le possibili precauzioni per evitare il danno. La Corte d’Appello, riformando la decisione del Tribunale, ha chiarito che non puo' escludersi la responsabilita' dei sanitari, affermando che il distacco del drenaggio si sarebbe verificato a seguito di un evento esterno alla sfera di controllo degli stessi, quale la caduta a terra del paziente. Tale evento accidentale puo' spiegare il distacco della sacca dal tubo, ma non la sua retrazione nell'addome; inoltre, vi e' comunque una responsabilita' dei medici per avere consentito la dimissione, rappresentando lo svenimento del paziente in convalescenza operatoria una evenienza normalmente prevedibile, tanto piu' che questi aveva presentato, alla precedente visita, uno stato febbrile e di intenso dolore.
Corte d'Appello di Taranto - Sezione civile - sentenza n. 269/2013
Nesso causale tra omissione del sanitario e danno - Responsabilità solidale della struttura sanitaria
L’affermazione della responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato, e asseritamente causati dalla ritardata esecuzione del parto, esige la prova, a carico del danneggiato, della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari e il danno. Tale prova sussiste quando, da un lato, non vi è certezza che il danno cerebrale patito dal neonato è derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appare «più probabile che non» che un tempestivo o diverso intervento da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato.
Corte d'Appello di Torino - Sez. III Penale - sentenza del 14 gennaio 2013
Revisione sentenza - prova nuova - conversazione tra presenti registrata dal condannato
La conversazione tra il condannato e l'effettivo responsabile del delitto (già giudicato e assolto dal medesimo reato), registrata clandestinamente dal primo, ben può costituire prova nuova ai fini della revisione della sentenza di condanna. Siffatta rilevanza può sostenersi anche quando la conversazione sia indotta dal condannato stesso che nel corso della conversazione pone domande specifiche, mirate e suggestive. Nel caso di specie il medico ritenuto responsabile per la morte di un paziente a seguito di una trasfusione di sangue proveniente da una sacca sbagliata - poi condannato per omicidio colposo - aveva registrato una conversazione con il collega che ammetteva le proprie responsabilità in merito, scagionando indirettamente.