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Timestamp: 2019-11-14 21:46:50+00:00
Document Index: 57838242

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 52', 'art. 4', 'art. 17', 'art. 4', 'art. 52', 'art. 74', 'art. 178', 'art. 93', 'art. 4', 'art. 52', 'art. 7', 'art. 9']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 7 febbraio 2019, n.6130
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 7 febbraio 2019, n.6130MASSIMA
Il proprietario di un albergo a Milano ometteva di versare al Comune le somme introitate per la tassa di soggiorno: riveste l’albergatore la qualifica di incaricato di pubblico servizio richiesta per l’integrazione del reato di peculato? Questa la questione all’attenzione della Suprema Corte nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione la Suprema Corte ritiene di condividere i recenti orientamenti sul tema che hanno dato risposta positiva, evidenziando che 1a disciplina dell’imposta di soggiorno è contenuta nel D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, art. 4, contenente disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale. Il legislatore, ha definito i contorni della disciplina del tributo, individuandone il presupposto, costituito dal soggiorno nelle strutture ricettive localizzate entro il territorio degli enti locali impositori, nonché i soggetti passivi, rappresentati dagli ospiti di tali strutture. In conformità al principio della riserva di legge vigente per la materia tributaria, sancito dall’art. 23 Cost., sono state individuate la misura massima dell’aliquota nonché i criteri di modulazione della medesima, per cui il tributo deve applicarsi "secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 Euro per notte di soggiorno". Inoltre, l’unico obbligo previsto dal D.Lgs. n. 23 del 2011, art. 4 in capo al soggetto passivo dell’imposta di soggiorno, ossia dell’ospite della struttura ricettiva, è quello del pagamento dell’imposta, non essendo, infatti, previsto a suo carico alcun obbligo dichiarativo proprio in virtù dell’intervento del gestore della struttura ricettiva. La qualifica assunta dai gestori delle strutture ricettive esula dall’ambito della responsabilità d’imposta, sicché il gestore è un terzo rispetto all’obbligazione tributaria ed il suo coinvolgimento avviene ad altro titolo, ossia quale destinatario di obblighi formali e strumentali all’esazione del tributo comunale. Ne discende che il rapporto tributario intercorre esclusivamente tra il Comune (come soggetto attivo) e colui che alloggia nella struttura ricettiva (soggetto passivo), mentre il Comune si rapporta con il gestore non come soggetto attivo del rapporto tributario, bensì quale destinatario giuridico delle somme incassate dal gestore a titolo di imposta di soggiorno, nell’ambito di un rapporto completamente avulso dal rapporto tributario, sebbene ad esso funzionalmente orientato e correlato. In una recente pronuncia anche le SS.UU. hanno affermato che tra il gestore della struttura ricettiva (o "albergatore") ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili, che implicano il maneggio di denaro pubblico. L’attività di accertamento e riscossione dell’imposta comunale ha, in altri termini, natura di servizio pubblico e l’obbligazione del concessionario di versare all’ente locale le somme a tale titolo incassate ha natura pubblicistica, essendo regolata da norme che deviano dal regime comune delle obbligazioni civili in ragione della tutela dell’interesse della pubblica amministrazione creditrice alla pronta e sicura esazione delle entrate. Ne consegue che il rapporto tra società ed ente si configura come rapporto di servizio, in quanto il soggetto esterno si inserisce nell’iter procedimentale dell’ente pubblico, come compartecipe dell’attività pubblicistica di quest’ultimo. Muovendo da tali premesse, la Suprema Corte ritiene che il gestore della struttura, incaricato della riscossione dell’imposta di soggiorno in esame, rivesta la qualità di incaricato di pubblico servizio, anche in assenza di un preventivo e specifico incarico da parte della pubblica amministrazione, in considerazione della natura prettamente pubblicistica della sua attività, di compartecipe dell’attività amministrativa del Comune quale ente impositore, anche in considerazione degli obblighi gravanti sugli albergatori, tenuti alla presentazione delle dichiarazioni relative all’imposta di soggiorno versata dai clienti e all’integrale riversamento della stessa al Comune.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 7 febbraio 2019, n.6130 - Pres. Petruzzellis – est. Calvanese
In modo contraddittorio ed erroneo, la Corte di appello da un lato avrebbe ritenuto che le attività attribuite agli albergatori dal Regolamento comunale della città di Milano in ordine all’imposta di soggiorno sia attività amministrativa disciplinata da nome di diritto pubblico, conferendo agli stessi la qualifica di agenti contabili, e dall’altro, mutuando gli arresti della giurisprudenza amministrativa sul tema (che tuttavia non attribuivano una qualifica pubblicistica agli albergatori), avrebbe definito i medesimi obblighi 'adempimenti strumentali, non eccessivamente onerosi o complessi', tali da non richiedere la riserva di legge.
L’imposta di soggiorno propriamente denominata è esclusivamente quella individuata dal primo comma dell’art. 4, il quale dispone che 'i comuni capoluogo di provincia, le unioni di comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte possono istituire, con deliberazione del consiglio, un’imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio'.
In conformità al principio della riserva di legge vigente per la materia tributaria, sancito dall’art. 23 Cost. e riaffermato, nel contesto della ripartizione dei poteri tra Stato centrale ed enti locali, dal D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, comma 1, sono state individuate la misura massima dell’aliquota nonché i criteri di modulazione della medesima, per cui il tributo deve applicarsi 'secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 Euro per notte di soggiorno'.
Il legislatore è altresì intervenuto con riguardo alla destinazione del gettito del tributo, disponendo che le entrate sono destinate a 'finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali'.
La disciplina di dettaglio - demandata dall’art. 4 D.Lgs. cit. all’adozione di un regolamento governativo da emanare entro il termine di sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, d’intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, ai sensi del L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, comma 1, - non è ancora stata varata, con la conseguenza che, in sede di regolamentazione del tributo da parte delle singole municipalità, i comuni capoluogo di provincia (e le unioni di comuni) sono espressamente autorizzati, dal comma 3 del su citato art. 4, secondo periodo, a disporre, con proprio regolamento, ai sensi del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 52, 'ulteriori modalità applicative del tributo', nonché a prevedere 'esenzioni e riduzioni per particolari fattispecie o per determinati periodi di tempo'.
Il quadro normativo di riferimento si completa con il necessario richiamo alla norma generale sancita dal R.D. 18 novembre 1923, n. 2440, art. 74, comma 1, e R.D. n. 827 del 1924, art. 178, i cui principii sono peraltro ribaditi nel T.U.E.L. n. 267 del 2000, che, in particolare, all’art. 93, comma 2, recita: 'il tesoriere ed ogni altro agente contabile che abbia maneggio di pubblico denaro o sia incaricato della gestione dei beni degli enti locali, nonché coloro che si ingeriscano negli incarichi attribuiti a detti agenti devono rendere il conto della loro gestione e sono soggetti alla giurisdizione della Corte dei conti secondo le norme e le procedure previste dalle leggi vigenti'.
Si tratta di un principio generale dell’ordinamento, senza alcuna eccezione di carattere settoriale, che trova conferma anche nel D.Lgs. n. 118 del 23 giugno 2011 - entrato in vigore dal 10 agosto 2011, che nel dettare 'Disposizioni in materia di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni degli Enti locali e dei loro organismi', nell’allegato n. 4/2, al punto 4.2, introdotto con il D.Lgs. n. 126 del 2014, dispone espressamente che: 'Gli incaricati della riscossione assumono la figura di agente contabile e sono soggetti alla giurisdizione della Corte dei conti, a cui devono rendere il conto giudiziale. Agli stessi obblighi sono sottoposti tutti coloro che, anche senza legale autorizzazione, si ingeriscono di fatto, negli incarichi attribuiti agli agenti anzidetti.' Si prevede, altresì, nella medesima prospettiva e ad ulteriore conferma di quanto ora illustrato, che 'Gli agenti contabili devono tenere un registro giornaliero delle riscossioni e versare all’amministrazione per la quale operano gli introiti riscossi secondo la cadenza fissata dal regolamento di contabilità. Il regolamento di contabilità disciplina le modalità di esercizio del riscontro contabile e le modalità di riscossione e successivo versamento in tesoreria delle entrate a mezzo degli agenti della riscossione'.
A ciò deve aggiungersi che anche la Corte dei conti ha affermato che 'I soggetti operanti presso le strutture ricettive, ove incaricati - sulla base dei regolamenti comunali previsti dal D.Lgs. n. 23 del 2011, art. 4, comma 3, della riscossione e poi del riversamento nelle casse comunali dell’imposta di soggiorno corrisposta da coloro che alloggiano in dette strutture, assumono la funzione di agenti contabili, tenuti conseguentemente alla resa del conto giudiziale della gestione svolta' (Sezioni riunite in sede giurisdizionale, n. 22/2016/QM del 8 giugno 2015, dep. 2016).
In tal senso giova anche richiamare il recente arresto in tema di imposta di soggiorno delle Sezioni Unite civili della Corte cassazione (ord. 19654 del 24/07/2018, Rv. 649978), secondo cui tra il gestore della struttura ricettiva (o 'albergatore') ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili, che implicano il maneggio di denaro pubblico. Ne consegue che ogni controversia intercorrente con l’ente impositore avente ad oggetto la verifica dei rapporti di dare e avere, e il risultato finale di tali rapporti, dà luogo ad un giudizio di conto, sul quale sussiste, pertanto, la giurisdizione della Corte dei Conti.
Quanto al presupposto dell’iscrizione all’albo richiesto dal D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 52, è sufficiente rilevare esso si riferisce alla diversa ipotesi in cui sia affidata dai comuni a terzi la 'gestione' del servizio di accertamento e riscossione dei tributi ed entrate.
Il D.Lgs. n. 267 del 2000, sull’ordinamento degli enti locali, ha previsto in via generale che 'per le violazioni delle disposizioni dei regolamenti comunali e provinciali si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 25 Euro a 500 Euro', facendo comunque salva una 'diversa disposizione di legge' (art. 7-bis).
Pertanto non siamo in presenza di una disposizione 'speciale' ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 9, quanto piuttosto di una disposizione di portata generale e residuale, recessiva pertanto in presenza di una 'diversa disposizione di legge'.