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Timestamp: 2019-02-17 15:48:20+00:00
Document Index: 102904955

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 21', 'art. 700', 'art. 700', 'art. 18', 'art. 2050']

4. Gli strumenti di tutela della reputazione.
E' intuitivo che le offese alla reputazione personale o artistica attuate mediante la diffusione di notizie o foto diffamatorie possono comportare rilevanti danni tanto alla vita di relazione e ai rapporti personali, quanto a quella professionale per quanto riguarda la perdita di occasioni di lavoro. Per fare un esempio, si pensi al caso di estrema attualità di un’attrice la cui immagine sia indebitamente inserita in un sito Internet a carattere pornografico, provocandone il discredito nel suo ambiente professionale.
A tutela degli interessi personali e professionali delle persone l'ordinamento ha previsto una serie di strumenti di protezione della reputazione di seguito passati in rassegna.
A) Il diritto di rettifica.
A norma dell'art. 8 L. n. 47/1948, «il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.
Nel caso in cui non sia pubblicata la rettifica o la dichiarazione nei termini sopra indicati, ovvero lo sia stata in violazione delle modalità sopra descritte, l'autore della richiesta di rettifica può chiedere al tribunale con procedura di urgenza che sia ordinata la pubblicazione richiesta.
La mancata o incompleta ottemperanza all'obbligo di rettifica è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a lire 25.000.000.
Infine, la stessa legge in esame stabilisce che nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, la persona offesa può chiedere, oltre il risarcimento dei danni patrimoniali e morali, una somma a titolo di riparazione che è determinata in relazione alla gravità dell'offesa ed alla diffusione dello stampato.
Trascorso detto termine senza che la rettifica sia stata effettuata, l'interessato può trasmettere la richiesta al Garante per la radiodiffusione e l'editoria, che provvede come segue.
Fatta salva la competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria a tutela dei diritti soggettivi, nel caso in cui il concessionario privato o la concessionaria pubblica ritengano che non ricorrono le condizioni per la trasmissione della rettifica, sottopongono entro il giorno successivo alla richiesta la questione al Garante che si pronuncia nel termine di cinque giorni.
Se il Garante ritiene fondata la richiesta di rettifica, quest'ultima, preceduta dall'indicazione della pronuncia del Garante stesso, deve essere trasmessa entro le ventiquattro ore successive alla pronuncia medesima.
Infine, il diritto di rettifica dei dati personali è previsto in generale anche dalla legge n. 675/96 (c.d. legge sulla privacy), secondo la quale ogni soggetto può esercitare il diritto di ottenere l'aggiornamento, la rettificazione ovvero, qualora vi abbia interesse, l'integrazione dei propri dati personali. In caso di rifiuto espresso o tacito, ovvero di risposta non soddisfacente, ci si può rivolgere alternativamente all’autorità giudiziaria o al Garante per la protezione dei dati personali per ottenere l’attuazione in via coattiva di tali diritti.
B) La denuncia penale.
Nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, la querela presentata contro il direttore o vice – direttore responsabile, l'editore o lo stampatore, ha effetto anche nei confronti dell'autore della pubblicazione per il reato da questo commesso.
Se la persona offesa muore prima che sia decorso il termine per proporre la querela, o se si tratta di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l'adottante e l'adottato.
C) La tutela cautelare civile.
I rimedi preventivi o cautelari sono quelli che intervengono prima che la lesione al diritto alla reputazione si sia verificata. La tutela cautelare della reputazione personale e artistica si identifica con la c.d. azione inibitoria che serve ad ottenere una pronuncia giudiziale che ordini ad un soggetto di astenersi da un comportamento illecito, ovvero di interromperlo se è già in atto. La sua funzione è di impedire che il fatto lesivo della reputazione abbia inizio o di interrompere l’esecuzione dell’attività già in atto con rimozione degli effetti già prodotti e l’impedimento di essi per il futuro, per esempio, attraverso il sequestro del mezzo materialmente utilizzato per recare offesa alla reputazione e all'onore (salvi i limiti posti dall'art. 21 Cost. al sequestro preventivo della stampa periodica. Peraltro, è necessario precisare che tale limitazione riguarda solo il materiale stampato e non anche quello strumentale alla stampa, come fotografie e nastri).
La tutela di natura cautelare proveniente dall'azione inibitoria non può ottenersi al di fuori di un procedimento giurisdizionale ed è disciplinata dagli artt. 669 bis e seguenti del codice di procedura civile, con particolare riferimento all’art. 700, il quale richiede due requisiti:
- il c.d. periculum in mora, cioè l’impossibilità di ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa. Questo requisito si riscontra in pieno per la reputazione che, come tutti i diritti della personalità, è facilmente esposta al pregiudizio irreparabile (cioè irreversibile) richiesto dall’art. 700 c.p.c., durante il tempo occorrente per lo svolgimento e la conclusione di un processo ordinario. Infatti, una volta avvenuta la lesione (ad esempio la pubblicazione di notizie diffamatorie), è praticamente impossibile ottenere un integrale ripristino della situazione esistente anteriormente all’offesa, a differenza dei diritti a contenuto patrimoniale che non possono mai essere pregiudicati dalle more del giudizio;
- l'altro requisito è il c.d. fumus boni iuris, cioè la parvenza del buon diritto accertata attraverso una valutazione meramente probabilistica della sua esistenza.
Come esempi di tutela cautelare si possono citare la richiesta di impedire la trasmissione da parte di un'emittente televisiva delle immagini offensive della reputazione della persona interessata, oppure di sequestrare e ritirare dal commercio le copie di riviste contenenti foto o notizie diffamatorie.
D) Il risarcimento dei danni patrimoniali e morali.
Il risarcimento del danno c.d. "per equivalente" consiste nella attribuzione alla persona offesa una somma di danaro che vada a compensare il pregiudizio sofferto ed è la via percorribile quando non è possibile ottenere un risarcimento in forma specifica per l'impossibilità di fare regredire la situazione al momento precedente il danno attraverso gli strumenti cautelari sopra descritti.
Per quanto riguarda questa forma di risarcimento, il danno viene tradizionalmente distinto in patrimoniale se comporta una perdita o un mancato incremento del patrimonio in termini di valutazione economica (ad esempio, perdita di occasioni di lavoro), oppure non patrimoniale o morale (es. sofferenze, risentimento, compressioni o turbamenti della personalità, dolore, stress, imbarazzo, preoccupazione, menomazione delle potenzialità relazionali e così via). E' evidente che l'offesa della reputazione personale e artistica comporta danni di entrambe le specie.
Bisogna inoltre tenere presente che i comportamenti diffamatori a mezzo stampa configurano un "trattamento di dati personali" ai sensi della legge n. 675/96 (c.d. legge sulla privacy). Tale legge introduce una particolare ipotesi di risarcimento danni stabilendo all'art. 18 che «chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell'articolo 2050 del codice civile». L'art. 2050 c.c., a sua volta, prevede che «chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un'attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati , è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno».
In altre parole, l'attività di trattamento di dati personali (come è anche la diffusione di notizie mediante pubblicazione) è equiparata all'esercizio di una attività pericolosa. La norma è importante perché determina un'inversione dell'onere della prova tra danneggiante e danneggiato: il danneggiato dovrà solo provare l'esistenza del danno, mentre la colpa del danneggiante si presume, a meno che quest'ultimo non provi di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno stesso.
Per fare un esempio concreto, si pensi al giornalista che pubblica notizie diffamatorie su un personaggio che non erano rispondenti a verità in quanto il giornalista stesso non aveva diligentemente verificato la fonte della notizia. In questo caso sussiste pienamente una responsabilità ai sensi delle norme sopra indicate e quindi spetterà al giornalista (e non alla persona offesa) provare di avere compiuto tutte le verifiche necessarie.
Per gentile concessione di: Dirittoproarte