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Timestamp: 2020-08-09 05:03:52+00:00
Document Index: 137904706

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 2015']

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Come spiega bene il titolo, la S.C. ha affrontato il tema di una lavoratrice – neomamma, licenziata dal proprio datore di lavoro prima che la di lei figlia spegnesse la prima candelina.
Gli Ermellini nella recente sentenza numero 475/2017 hanno dichiarato illegittimo il provvedimento espulsivo comminato dal datore di lavoro, affermando il principio per cui in una fase delicatissima della vita del neonato (che non ha ancora compiuto neanche un anno di vita) e della lavoratrice/madre stessa (in cerca di nuovi equilibri che tutelino il figlio), solo una condotta gravemente colpevole possa legittimare siffatto provvedimento datoriale: diversamente, si è in presenza di un abuso del potere gerarchico e direttivo del datore, sanzionabile con la declaratoria di illegittimità del licenziamento e conseguente reintegra sul posto di lavoro.
Nella citata sentenza, che richiama diverse altre sentenza della S.C. (Cass. n. 18357/04; Cass. n. 24349/10), si legge testualmente “ [omissis] il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’inizio del periodo di gestazione sino al compimento di un anno di età del bambino è nullo ed improduttivo di effetti ai sensi dell’art. 2 della legge 1204/71; per la qual cosa il rapporto deve ritenersi giuridicamente pendente ed il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio ed a pagarle tutti i danni derivanti dall’inadempimento in ragione del mancato guadagno“.
Tanto è bastato agli Ermellini per cassare la sentenza impugnata, spiegando come l’errore del Giudice di Merito sia rinvenibile nell’aver “erroneamente applicato l’art. 8 della l. n. 604/66, poiché la disciplina legislativa di cui al D.lg.vo n. 151/01 non effettua alcun richiamo alle leggi n. 604/66 e 300/70; la nullità del licenziamento è comminata quindi ai sensi dell’art. 54 del d.lgs. n. 151/01 e la detta declaratoria è del tutto svincolata dai concetti di giusta causa e giustificato motivo, prevedendo una autonoma fattispecie idonea a legittimare, anche in caso di puerperio, la sanzione espulsiva, quella, cioè, della colpa grave della lavoratrice“.
Venerdì, 28 Luglio 2017 21:24
Si può sporgere denuncia contro il proprio datore di lavoro senza rischiare di essere licenziati?
Si, dicono gli Ermellini!
Il dipendente che abbia denunciato il proprio datore di lavoro ovvero un suo superiore gerarchico, non può per questo stesso motivo essere licenziato, a patto che la denuncia-querela, così come presentata, non configuri ipotesi di calunnia, cioè non contenga fatti non veritieri, riferiti alla Competente Autorità Penale con la piena consapevolezze, dunque, di mentire.
Così si è espressa l’8 Luglio scorso la S.C. con sentenza 17735/17 sul caso di un lavoratore licenziato per aver denunciato alle Autorità Penali la circostanza per cui il proprio datore di lavoro aveva fatto ricorso a procedure di mobilità nonostante non vi fosse, per la società, alcuno stato di difficoltà economica (anzi si era avuta una crescita!).
Gli Ermellini, partendo dalla norma contenuta all’art. 2015 C.C. che disciplina l´obbligo di fedeltà per cui ogni dipendente è tenuto ad usare lealtà e deve evitare di tenere comportamenti conflittuali con gli interessi del proprio datore di lavoro, o che comunque possano ledere il rapporto fiduciario con quest’ultimo, ribadiva con fermezza l’esistenza in capo ad ogni individuo del diritto di critica, delineandone il raggio di azione e chiarendo quindi, una volta per tutte, che ove tale ultimo diritto venga esercitato correttamente mediante esposizione, nei modi più civili, di fatti realmente verificatisi, non possa legittimare un licenziamento, tanto per giusta causa quanto per giustificato motivo.
Dunque, risulta legittimamente consentito al lavoratore muovere critiche verso il proprio datore di lavoro, nei limiti, però, per cui le stesse si pongano a difesa della propria posizione lavorativa, esplicitino fatti di totale verità, e siano espresse con linguaggio civile e rispettoso della immagine, dignità e decoro del “criticato”.
Senza che ciò metta a repentaglio la prosecuzione del rapporto lavorativo in essere.