Source: http://adiantum.it/public/3619-assegno-divorzile-e-tenore-di-vita-pregresso.-la-consulta-interviene.asp
Timestamp: 2019-10-20 10:00:44+00:00
Document Index: 154727164

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 2', 'art 3', 'art. 29', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5']

Assegno divorzile e tenore di vita pregresso. La Consulta interviene - Associazione di Associazioni Nazionali per la tutela dei Minori
di GIUSEPPINA VASSALLO (per Altalex) - La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 11 dell’11 febbraio 2015, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Firenze in relazione alla norma di cui all’art. 5 della legge sul divorzio in materia di riconoscimento di assegno divorzile.
Nell’ambito di una causa di divorzio, era stata ritenuta rilevante e non manifestamente infondata la doglianza del difensore del coniuge obbligato a corrispondere l’assegno di mantenimento, poiché secondo “il diritto vivente” l’assegno divorzile deve essere concesso per garantire al coniuge economicamente più debole lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
L’art. 5 comma 6°della legge n. 898/70 sarebbe in contrasto con gli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione. Quanto all’art. 2, il contrasto si porrebbe per “eccesso di solidarietà” perché viene imposto l’obbligo di far mantenere le stesse condizioni godute nel matrimonio al coniuge debole, ben oltre il matrimonio, anche per tutta la vita. In relazione all’art 3, per “contraddizione logica” fra lo scopo del divorzio che è quello di fare cessare il matrimonio e i suoi effetti, e quello della previsione del mantenimento, che spinge molto lontano dal momento del matrimonio, il concetto di tenore di vita in costanza di matrimonio.
Inoltre, la norma contrasterebbe con l’art. 29 perché l’obbligo, così configurato, sarebbe addirittura anacronistico in relazione all’evoluzione sociale della famiglia, del ruolo dei coniugi e dell’incidenza dei divorzi.
Ad avviso della Corte però la questione è infondata per il semplice fatto che il tenore di vita goduto durante il matrimonio non è l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile. L’art. 5 comma 6 indica una serie di elementi che il giudice deve prendere in considerazione, quali la condizione e il reddito dei coniugi, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, la durata del matrimonio e le ragioni della decisione.
Infatti, secondo la Cassazione, che è giudice della nomofilachia (uniformità d’interpretazione delle leggi) e che contribuisce principalmente a formare il diritto vivente, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rileva, per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell’assegno, ma in concreto quel parametro deve essere successivamente bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso art. 5. Secondo il consolidato orientamento della Cassazione, infatti, tutti i criteri “agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto” e possono anche ad azzerarla (Cass. Civ. n. 2546/2014, Cass. Civ. n. 24252/2013 e Cass. Civ. n. 23797/2013).
In particolare, nella citata sentenza del 5 febbraio 2014, la Cassazione ha precisato che l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio si articola in due fasi. In un primo momento il giudice verifica l'esistenza del diritto all’assegno in astratto, con riferimento all'inadeguatezza dei mezzi o all'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ponendoli in raffronto con il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, per poi determinare il quantum delle somme per superare l'inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell'assegno. Nella seconda fase, il giudice deve procedere alla determinazione in concreto dell'assegno in base alla valutazione equilibrata e bilaterale dei criteri indicati nell’art. 5, che possono contenere e diminuire la somma considerata in astratto, e in ipotesi estreme anche azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio sia incompatibile con gli elementi di quantificazione (Cass. Civ. n. 15611/2007 e Cass. Civ. n. 18241/2006).
In ragione di questa solida interpretazione giurisprudenziale, tutte le censure d’incostituzionalità non hanno fondamento.
Fonte: http://www.altalex.com/index.php?idnot=70369
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14:33 di sabato 30/04/2016
scritto da G. Lombardi
Questo infame destino che colpisce gli uomini nei tribunali e sui giornali non nasce dal diritto ma dalle "lotte" femministe a cui non ha corrisposto una lotta degli unomini che hanno continuato a svenarsi per partiti e nei sindacati e comunque in nome di tutti ma mai in difesa di se stessi. Bisogna fare qualcosa per dare agli uomini un luogo per esprimere le loro proteste e le loro idee.
19.59 di domenica 22/02/2015
spiace dover rivelare che neanche la suprema corte abbia sanato questa vergogna!E´ evidente che le dichiarazioni di principio non servano a nulla. tanto più appare evidente come la corte non abbia evidenziato l´incostituzionalità dell´intera norma sul divorzio per manifesta discriminazione dei cittadini sia maschi che donne. e´ infatti chiaro come il divorzio discrimini persino le donne, le quali pur essendo entrambe nubili, la divorziata mantenga i privilegi economici. se l´assegno di divorzio dovrebbe servire a garantire una donna dalla condizione d´indigenza verrebbe da chiedersi se lo stesso diritto non debba essere garantito a qualsiasi altra donna. Per una donna qualsiasi però ci "pensa" lo stato, con l´assegno di disoccupazione o la pensione sociale!nel primo caso l´assegno di disoccupazione è valido se la donna ha lavorato e versato dei contributi, e comunque se le dice bene l´importo è di 750 euro e comunque non oltre i sei mesi! La donna non sposata grava quindi sulla società tutta. la donna divorziata invece ottiene un vitalizio!lo ottiene per dei guadagni che non sono i suoi ma di un altro, il suo importo può crescere molto e segue gli scatti stipendiali dell´ex. Se l´ex si permette di fare carriera lei può richiedere adeguamenti ben oltre l´inflazione. Per la donna non divorziata, l´assegno resta fisso fino ad una riforma degli ammortizzatori sociali. Altra discriminazione, se ad una donna disoccupata gli si offre un lavoro e lo rifiuta non sono certo che ciò non gli comporti la sospensione dell´assegno di disoccupazione, ma se l´ex marito trova pure un lavoro alla ex moglie affinché lei sia autosufficiente, questa si può rifiutare perché non è adeguato a lei! Queste sono cose sancite dalla Cassazione!!!! Cioè è passato il messaggio che il lavoro ora va accettato solo se è adeguato alla mia qualifica! Quindi per concludere è evidente la discriminazione del genere maschile, se uno è celibe ma non divorziato con il proprio lavoro contribuisce allo stato sociale degli indigenti, se invece sono un divorziato, pago per lo stato sociale e mantengo in modo specifico un´indigente volontaria!!!! Se la consulta non ha colto questa occasione per eliminare questa vergogna, possiamo tranquillamente stracciare la costituzione, tanto non serve a nulla!!!!
19.21 di venerdì 20/02/2015
Quando la Consulta interviene per ristabilire la logica del diritto, credo che il giudice censurato, non debba solo fare un passo indietro, ma debba farsi un profondo esame di coscienza: se ancora è in condizioni di ricoprire diligentemente il ruolo di giudicante nelle questioni che toccano diritti fondamentali e vitali del cittadino. Assistiamo, in questa materia a decisioni che non solo sono il risultato di una cultura del rito "di copia ed incolla", ma addirittura di interpretazioni errate e fuori luogo. La legge è chiara: le condizioni patrimoniali ed economiche vanno esaminate non solo caso per caso, ma seguendo l´evoluzione dei tempi. Vi sono ancora Giudici che di fronte a casi estremi di genitori, finiti nella miseria, confermano l´obbligo di corrispondere l´assegno di mantenimento deciso al momento della separazione, pur sapendo che non potrà mantenerlo. Significa: vai a rubare o rapinare,ma mantieni l´impegno ! E´ la fine del diritto.
13.21 di giovedì 19/02/2015
complimenti alla Vassallo, sempre informazioni utilissime