Source: http://www.difesadellinformazione.com/21/la-censura/
Timestamp: 2013-05-21 18:33:11+00:00
Document Index: 159405344

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 21', 'art. 1', 'art. 21', 'art. 57', 'art. 32', 'art. 33']

Questa forma di censura trova piena legittimità nell’art. 21 Cost., il cui ultimo comma vieta “le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Per il resto, l’art. 21 Cost. garantisce a tutti il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
A maggior ragione per la stampa, data la sua insostituibile funzione di collegamento tra i fatti e la collettività, in piena sintonia con l’art. 1, comma 2°, Cost. secondo cui “La sovranità appartiene al popolo”. Per questo l’art. 21, comma 2°, Cost. stabilisce che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. La norma vuole instaurare un rapporto diretto tra gli organi di informazione e la collettività. Un rapporto arricchito dal dovere di verità del giornalista, che contraddistingue un sistema democratico, ma che non avrebbe alcun senso in un regime dittatoriale, dove il flusso informativo è interamente mediato dai pubblici poteri.
La censura è l’atto di un potere pubblico. Non è quindi censura il controllo del direttore responsabile di un periodico, imposto dall’art. 57 del codice penale per “impedire che col mezzo di comunicazione siano commessi reati”. Tant’è che in mancanza di controllo, il direttore è punito a titolo di colpa nell’eventualità in cui il reato venga commesso. Non è riconducibile alla censura nemmeno il potere esercitato dal direttore responsabile per raccordare l’operato dei propri collaboratori alle caratteristiche editoriali della testata. Qui il controllo avviene in esecuzione del contratto con l’editore, e può sostanziarsi in un sindacato sul contenuto della pubblicazione. Del resto, è la previsione della clausola di coscienza (art. 32 CNLG, che dà al giornalista la facoltà di “chiedere la risoluzione del rapporto con diritto alle indennità di licenziamento” in caso di “sostanziale cambiamento dell’indirizzo politico del giornale”) a legittimare l’esistenza di un siffatto potere di controllo: la clausola presuppone che il direttore responsabile possa pretendere di conformare l’operato dei propri collaboratori all’indirizzo politico della testata.
Per i gravi casi verificatisi in Rai durante il secondo governo Berlusconi (2001 2006), alcune dichiarazioni assumono certamente un’importanza fondamentale. Basti pensare a quella del leader di An Gianfranco Fini poco prima delle elezioni politiche del 2001, quando, criticando la conduzione della trasmissione “Il raggio verde” di Michele Santoro, affermò che in caso di vittoria della Cdl “faremo piazza pulita alla Rai”. O alla dichiarazione di Agostino Saccà che, poco prima di essere nominato direttore generale della Rai (agosto 2002), affermò in un’intervista al “Corriere della Sera” di votare Forza Italia con tutta la famiglia. O a quella, ingenua ma spontanea, di Alfredo Meocci all’indomani della sua nomina a direttore generale della Rai (agosto 2005): “Ringrazio il presidente del Consiglio per la fiducia”, ossia Silvio Berlusconi, quando la sua nomina avrebbe dovuto essere di esclusiva competenza del consiglio di amministrazione Rai.
Sono dichiarazioni che fanno chiaramente pensare ad una interferenza del potere politico nelle decisioni prese dai vertici Rai. Ma la dichiarazione più eclatante rimane quella resa da Silvio Berlusconi, allora capo del Governo, durante una conferenza stampa tenuta a Sofia il 18 aprile 2002, quando parlò di “uso criminoso della televisione pubblica” da parte di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, nonché di “preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga”. La dichiarazione di Berlusconi è passata alla storia con il termine di “editto bulgaro”, soprattutto per la solerzia con cui sarà eseguito dai nuovi vertici Rai a danno dei menzionati soggetti.
Ma l’elemento presuntivo di maggior importanza è dato dalla circostanza che il programma viene soppresso nonostante il successo di pubblico. Qui vi sono due interessi contrapposti. Da una parte l’interesse di chi gestisce il potere politico, che si ritiene minacciato dalla messa in onda del programma; dall’altra, l’interesse della concessionaria Rai a trasmettere programmi ad alto share, non solo per soddisfare il maggior numero di utenti (si ricordi che la Rai è “servizio pubblico”), ma anche per aumentare la raccolta pubblicitaria. E’ chiaro, quindi, che la soppressione, da parte dei vertici Rai, di un programma che registra alti ascolti è la classica zappa sui piedi, che tuttavia nell’ottica dell’improvvisato censore, che agisce per conto del potere politico, appare l’unico modo per tutelare quest’ultimo. Qui è la stessa natura masochistica dell’atto a far pensare ad una imposizione del potere politico sulla concessionaria pubblica. Imposizione che durante il secondo governo Berlusconi (2001 2006) era certamente stimolata dall’essere il capo del Governo addirittura proprietario delle tre reti Mediaset, principale concorrente della Rai, come tale fortemente interessato a che la stessa perdesse ascolti, quindi raccolta pubblicitaria.
Nel gennaio 2004 uno sketch dell’attrice comica napoletana Rosalia Porcaro (che conteneva alcune pungenti battute su Berlusconi, sul suo conflitto di interessi e sulle sue leggi ad personam) viene soppresso dal direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce a poche ore dalla messa in onda, ufficialmente perché il dialetto napoletano non si addice ad un programma di prima serata di Rai1 ed è difficilmente comprensibile. Ebbene, basti pensare alle intere generazioni cresciute con i film di Totò, Peppino De Filippo, Massimo Troisi ed altri brillanti partenopei per capire quanto la giustificazione fosse pretestuosa, perché diretta unicamente a censurare il contenuto dello sketch.
Naturalmente, quanto detto vale anche per la censura che colpisce una manifestazione artistica, che è tutelata dall’art. 33 Cost. (norma che sancisce la libertà dell’arte). Non va dimenticato, infatti, che tutte le leggi che finora si sono succedute considerano quali principi fondamentali in materia radiotelevisiva la tutela e lo sviluppo del patrimonio artistico e culturale, nonché la valorizzazione delle relative opere. Tra i casi di censura affrontati non compare quello che riguarda Massimo Fini, scritturato dalla Rai per Cyrano, un programma di 15 puntate di cui lo stesso Fini è autore ed interprete, che sarebbe dovuto andare in onda su Rai2 in tarda serata a partire dal settembre 2003. Il caso non è affrontato non perché sia meno grave o importante, ma perché sul caso non vi sono “elementi presuntivi” da ricercare e analizzare. La censura, infatti, fu clamorosamente ammessa dagli stessi vertici Rai, come risulta da una conversazione registrata da Fini nello studio di Antonio Marano, allora direttore di Rai2, che solo pochi giorni prima della messa in onda del programma parlò candidamente di “veto politico aziendale” sullo stesso Fini. Cyrano sarebbe potuto andare in onda, ma i telespettatori non avrebbero dovuto vedere la faccia di Fini, che sarebbe stato comunque indicato come autore del programma. Fini e il regista rifiutarono la proposta e Cyrano non fu mai trasmesso (la registrazione del colloquio tra Fini e Marano è riportata nel libro GOMEZ TRAVAGLIO, Regime, BUR, Milano 2005, pag. 4 ss.).