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Timestamp: 2019-03-23 17:13:22+00:00
Document Index: 164966080

Matched Legal Cases: ['art. 151', 'art. 118', 'art. 119', 'art. 120', 'art. 121', 'art. 122', 'art. 124', 'art. 125', 'art. 127', 'art. 128', 'art. 129', 'art. 118', 'art. 122']

Calamandrei: Giustizia, condizione di libertà » Il rasoio di Occam - MicroMega
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Se i «diritti sociali» fecero la loro apparizione nelle carte costituzionali alla fine della prima guerra mondiale, l’idea che l’intervento dello stato nella organizzazione e nella repartizione della ricchezza possa dar luogo a diritti individuali ben definiti, e che questi diritti si debbano classificare non come contrapposti alle libertà politiche, ma accanto ad esse e compresi con esse nella grande categoria dei diritti di libertà, è idea più recente. Solo in questi ultimi anni si è cominciato a sentire che il carattere sociale di questi diritti non doveva farli considerare come negazione delle libertà individuali, ma anzi come uno svolgimento e una prosecuzione di esse: solo in questi ultimi anni, e sopra tutto per merito di Carlo Rosselli, l’esi­genza di giustizia sociale è stata sempre più consapevolmente concepita come un’esi­genza di libertà, come affrancamento da quegli ostacoli di ordine economico che ancora impediscono all’uomo, come già un tempo gli ostacoli di ordine politico, di partecipare liberamente alla vita della comunità e di affermarvisi come persona. Se l’intervento dello stato nella vita economica e la «socializzazione» di certe attività che nel sistema liberista erano rilasciate alla iniziativa privata, può apparire a prima vista come volta a limitare la libertà del singolo e quindi come fondamentalmente antiliberale, si vede, a guardar meglio, che la limitazione imposta per ragioni sociali a certi diritti, concepiti un tempo come proiezione nel campo economico della libertà individuale, mira in realtà ad assicurare, coll’abolizione dei privilegi dei pochi, la libertà al maggior numero.
«Il socialismo… è un liberalismo in azione, è la libertà che si elabora per gli umili… In nome della libertà, per assicurare una libertà effettiva a tutti gli uomini e non soltanto a una minoranza privilegiata, i socialisti reclamano la fine dei privilegi borghesi. In nome della libertà chiedono una più giusta distribuzione delle ricchezze e l’assicurazione per tutti d’una vita degna di questo nome. In nome della libertà parlano della sostituzione del principio egoista nella direzione della vita sociale con il principio collettivo. Tra una libertà media este­sa all’universo e una libertà smisurata assicurata a qualcuno, a scapito della maggioranza, è ancora preferibile una libertà media»[1]. Questo è il significato di certe formule programmatiche — socialismo liberale, giustizia e libertà, liberalsocialismo — in cui si è cercato di esprimere in sintesi non tanto una specie di instabile equilibrio tra due aspirazioni eterogenee e contrapposte, libertà individuale e giustizia sociale, quanto il superamento di questa contrapposizione e il riconoscimento che la giustizia sociale è condizione della liberà individuale, e che, alla fine, giustizia sociale e libertà individuale fanno, sotto l’aspetto politico, una cosa sola.
Di questo riconoscimento già si trova una prima felice formulazione giuridica nella costituzione di Weimar, nella quale si afferma (art. 151) che «la vita economica deve essere organizzata conformemente ai principi, della giustizia, e allo scopo di garantire a tutti un’esistenza degna dell’uomo»[2]: di questa formula si trovano echi in altre costituzioni successive, e perfino in quel projet d’une déclaration des droits, preparato in Francia in questi ultimi anni dal movimento della resistenza clandestina, in cui la formula è stata così allargata: «Tout homme qui ne se refuse pas à la loi du travail, doit jouir du minimum des ressources nécessaires pour le faire vivre, lui et sa famille, d’une vie digne d’un homme»[3]. Esigenza d’ordine spirituale, dunque: un minimo di benessere economico è condizione per garantire nella società la dignità del­l’uomo inteso come persona morale e quindi come soggetto politico attivo.
Ma se, da queste premesse d’ordine politico, passiamo a esaminare sotto l’aspetto tecnico-giuridico la natura di questi diritti sociali, bisogna riconoscere che, per concepirli come diritti di libertà, occorre fare un certo cammino: e che la loro struttura presenta caratteri assai diversi da quelli che già abbiamo riscontrati nei tradizionali diritti di libertà politica. È da avvertire innanzi tutto che nelle costituzioni uscite dalla prima guerra mondiale non sempre a questa esigenza sociale che spinge lo stato a intervenire nel campo economico corrisponde l’esplicita affermazione di veri e propri diritti individuali a tale intervento: e si adoprano preferibilmente formule meno impegnative, nelle quali, piuttosto che di diritti soggettivi del singolo, si parla di poteri o di doveri generici dello stato, che possono avere una rilevanza politica nei confronti della collettività, ma sui quali non possono fondarsi pretese individuali giuridicamente tutelate. Nella costituzione di Weimar[4] la seconda parte, che è intitolata ai «diritti e doveri fondamentali» dei cittadini, è distinta in cinque sezioni: e le disposizioni attinenti all’intervento dello stato per garantire a tutti i cittadini un minimo di giustizia sociale non si trovano nella sezione prima, in cui, sotto il titolo «l’individuo» sono elencate le sole libertà politiche tradizionali, ma in altre sezioni rispettivamente intitolate «la vita sociale», «l’istruzione», «la vita economica», nelle quali, più che di diritti individuali, si tratta di funzioni pubbliche.
La sola costituzione nella quale i diritti sociali siano messi in un unico catalogo e sullo stesso piano colle libertà politiche, è quella sovietica del 1936[5], la quale, nel cap. X, sotto il titolo «diritti e doveri dei cittadini» enumera insieme: il diritto al lavoro (art. 118), il diritto al riposo (art. 119), il diritto all’assistenza nella vecchiaia e nella malattia (art. 120), il diritto all’istruzione (art. 121), il diritto all’uguaglian­za giuridica (art. 122, 123), la libertà di coscienza e di culto (art. 124), la libertà di parola, la libertà di stampa, la libertà di associazione e di riunione, la libertà dei cortei pubblici (art. 125-126), l’inviolabilità della persona (art. 127), l’inviolabilità del domicilio (art. 128), il diritto di asilo ai perseguitati politici (art. 129). I primi quattro sarebbero i «diritti sociali» (art. 118-121); gli altri corrispondono, almeno nella intitolazione, alle tradizionali libertà politiche (art. 122-129).
In maniera ancor più esplicita i «diritti sociali» sono ormai affermati come esigenze di libertà nelle più illuminate correnti del liberalsocialismo inglese e americano. Si legge nel più recente programma dei laburisti inglesi: «Il partito laburista vuole la libertà: libertà di religione, libertà di parola, libertà di stampa, libertà sindacale… Ma vi sono, d’altra parte, alcune cosiddette libertà che il partito laburista non tollererà: esse consistono nella libertà di sfruttare il prossimo, nella libertà di pagare bassi salari e di far aumentare i prezzi per interessi egoistici, nella libertà di privare i cittadini dei mezzi necessari per una vita piena, felice e sana…»[6]. Ma queste limitazioni alla libertà incontrollata di sfruttamento, finora consentita ai pochi, sono a lor volta garanzia di libertà dei molti: «parve altra volta che il maggior pericolo venisse alla libertà dal potere arbitrario dei governi. Oggi, sebbene occorra guardarsi ancora dalla minaccia del potere arbitrario dei governi, sappiamo tutti che il problema non si esaurisce qui… La libertà è più della libertà dell’arbitrario potere dei governi. È libertà dalla soggezione economica all’indi­genza, alla miseria e alle iatture sociali; è libertà da ogni forma di potere arbitrario. Un uomo che ha fame non è libero, perché, fino a quando non si sfami, non può volgere ad altro i suoi pensieri… E non è uomo libero chi non osi resistere all’ingiustizia che gli fanno subire il padrone e il capofabbrica, per timore di condannarsi a perpetua disoccupazione». Queste sono parole di un liberale, il Beveridge[7]: il quale, accanto alle tradizionali libertà politiche, enumera le sei libertà sociali che devono riscattare l’uomo dai mali non necessari della società attuale (miseria e indigenza, malattie e ignoranza, disoccupazione e guerra). E non diversa è la ispirazione della famosa formula delle quattro libertà di Roosevelt: freedom of speech, freedom of religion, freedom from want, freedom from fear; nella quale l’intervento dello stato per assicurare ad ogni cittadino un certo benessere economico, è concepito come una garanzia di libertà individuale. Accanto alle tradizionali libertà politiche, riassunte nei pri­mi due punti della formula (libertà di parola e libertà di religione), la libertà del bisogno, freedom from want, è considerata anch’essa come condizione indispensabile per salvaguardare la dignità morale della persona e per permettere la sua partecipazione attiva alla vita politica della comunità democratica.
Ma anche dalla forma grammaticale della locuzione si vede, rivelata dalla diversità della particella che segue la parola freedom, la diversa natura di questi quattro diritti: nei primi due punti la particella è of, negli ultimi due è from. Anche in italiano c’è la stessa differenza: libertà di parola, libertà di religione; libertà dal bisogno, libertà dal timore. La diversità di significato che passa tra di e da rivela che nella formula i diritti di libertà sono sostanzialmente distinti in due gruppi: le quattro libertà, quantunque poste apparentemente sullo stesso piano, hanno a due a due una diversa funzione, a cui corrisponde una diversa struttura giuridica.
Questa diversità, espressa in termini giuridici, si può riassumere in questo: che, mentre i tradizionali diritti di libertà hanno, come si è visto, carattere negativo, in quanto ad essi corrisponde l’obbligo dello stato di non ostacolare l’esercizio di certe attività individuali, i diritti sociali hanno carattere positivo, in quanto ad essi corrisponde l’obbligo dello stato di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono alla libera espansione morale e politica della persona umana. Coi primi si mira a salvaguardare la libertà del cittadino dalla oppressione politica; coi secondi si mira a salvaguardarla dalla oppressione economica. Il fine è lo stesso, cioè la difesa della libertà individuale, ma i mezzi sono diversi: perché, mentre per soddisfare i diritti sociali lo stato deve adoperarsi attivamente per distruggere il privilegio economico e per aiutare il bisognoso a liberarsi dal bisogno, il compito dello stato a difesa della libertà non si racchiude più nella comoda inerzia del laissez faire, ma implica una presa di posizione nel campo economico ed una serie di prestazioni attive nella lotta contro la miseria e contro l’ignoranza.
Libertà di pensiero o di parola vuol dire diritto del cittadino a che lo stato non lo perseguiti per le sue opinioni e non lo ostacoli nella pubblica manifestazione di esse; libertà dal bisogno vuol dire diritto del cittadino a che lo stato concorra a fornirgli i mezzi per lavorare e per assicurargli una vita non bestiale ma umana. Per questo, sotto l’aspetto della tecnica giuridica, i diritti «sociali» non potrebbero a rigor di termini essere inclusi nella stessa casella sistematica in cui la dottrina classifica le libertà politiche; perché, mentre queste sono diritti alla indipendenza dalle indebite inframmettenze dell’autorità, quelli sono diritti del singolo ad una prestazione positiva dell’autorità, e rientrano quindi, secondo le classificazioni dei giuspubblicisti, in un’altra casella che è quella dei cosiddetti «diritti civici». E tuttavia, se nella struttura giuridica di queste due categorie di diritti vi è, a parte debitoris, cioè dello stato, la differenza che passa tra la prestazione negativa nel primo caso e la prestazione positiva nel secondo, anche i diritti appartenenti alla seconda categoria si possono esattamente, a parte creditoris, cioè del cittadino, qualificare diritti di libertà: sia perché essi, al pari dei primi, servono a liberare il singolo dagli ostacoli che tenderebbero a impedirgli di partecipare, in condizioni di effettiva uguaglianza iniziale, alla vita politica della comunità; sia perché senza l’accompagnamento di questi diritti sociali le tradizionali libertà politiche possono diventare in realtà strumento di oppressione di una minoranza a danno della maggioranza: sicché si può dire in conclusione che i diritti sociali costituiscono la premessa indispensabile per assicurare a tutti i cittadini il godimento effettivo delle libertà politiche.
[1] Rosselli, Socialismo liberale, pag. 90-91.
[2] Cfr. Doc., n. XXIII.
[3] Cfr. Doc., n. LI.
[4] Cfr. Doc., n. XXIII.
[5] Cfr. Doc., n. L.
[6] Cfr. Il programma industriale dei laburisti, in «Nuova Europa», 19 agosto 1945.
[7] Cfr. Treves, Beveridge maggiore e minore in «Nuova Europa», 12 agosto 1945.
Tag:Calamandrei, democrazia, diritti, giustizia, liberalismo
Scritto venerdì, 2 novembre, 2018 alle 16:21	nella categoria Articoli. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento, o fare un trackback dal tuo sito.
2 commenti a “Calamandrei: Giustizia, condizione di libertà”
Io penso che, oltre a parlare dei doveri (quelli di rimuovere ostacoli dell’eguaglianza) dello stato nei confronti dei cittadini, bisognerebbe ricordare anche i doveri (e non solo i diritti) dei cittadini nei confronti dello stato.
Se in democrazia devono esserci diritto di cittadinanza e partecipazione attiva, allora non può mancare anche l’inderogabile affermazione dei doveri da ciò implicati.
Allora,bisognerebbe riprendere in seria considerazione la preziosa lezione di Giuseppe Mazzini sulla correlatività di diritti e doveri.
Ma lo stesso Norberto Bobbio ebbe a dire che, dopo aver scritto “L’età dei diritti”, avrebbe dovuto scrivere, a completamento, “L’età dei doveri”.
Un diritto senza il necessario bilanciamento della responsabilità personale, quale viene espresso dal dovere, non può rappresentare una reale libertà, né può costituire il raggiungimento di un autentico senso di cittadinanza.
“La cittadinanza è una conquista quotidiana che richiede un dare e un avere; è una adesione consapevole a una comunità intessuta di affetti, e non solo di interessi; è una compartecipazione emotiva e simbolica, il cui collante primario è la solidarietà dei doveri. […] In un contesto di immigrazione massiccia, perseverare sulla strada già tracciata – la scissione fra diritti e doveri, il buonismo assistenzialista – è stato un errore politico clamoroso”. (Edoardo Crisafulli, “La solidarietà dei doveri”) Che purtroppo continua!
6 novembre 2018 alle 14:28
Ah quindi il problema è "il buonismo assistenzialista"?
Va bene dai andiamo tranquillamente avanti con la meritocrazia su base di censo...