Source: http://news.inoperaspa.it/2015/05/17/lavoratori-inidonei-e-tutele-crescenti/
Timestamp: 2020-05-29 18:12:24+00:00
Document Index: 174620490

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 15', 'art. 42', 'art. 4', 'art. 55', 'art. 10', 'art. 42', 'art. 41', 'art. 11', 'art. 15', 'sentenza ']

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Lavoratori inidonei e tutele crescenti
Creato: domenica 17 maggio 2015
La tutela dei lavoratori inidonei nel decreto sulle tutele crescenti
La disciplina della tutela reintegratoria totale per gli assunti a tempo indeterminato a partire dal 7 marzo 2015, prevista dall’art. 2 del D.L. n. 23/2015 nelle ipotesi di licenziamento nullo (nei casi espressamente previsti dalla legge), discriminatorio ( il riferimento e’ ai contenuti dell’art. 15 della legge n. 300/1970) ed inefficace (che ricorre ad esempio, quando lo stesso e’ stato intimato oralmente), trova applicazione anche allorquando, in giudizio, venga accertato che la motivazione addotta dal datore di lavoro, riferita alla impossibilità di mantenere l’occupazione in favore di un lavoratore divenuto inidoneo (o maggiormente inidoneo) allo svolgimento dell’attività, risulta non dimostrata.
Il Legislatore delegato, che intende tutelare i soggetti affetti da disabilità fisica o psichica, ha fatto riferimento ad una casistica che comprende, esplicitamente, gli articoli 4, comma 4 e 10, comma 3, della legge n. 68/1999 ma che, attraverso la parola “anche” sembra sottintendere altre ipotesi che, a mio avviso, non possono che riferirsi, ad esempio, all’art. 42 del D.L.vo n. 81/2008 (inidoneità alla mansione specifica) ed alla inidoneità alla prestazione di lavoro notturno, secondo la previsione contenuta all’interno del D.L.vo n. 66/2003 che disciplina l’orario di lavoro.
L’art. 4, comma, 4 della legge n. 68 concerne i dipendenti che, nel corso della propria attività lavorativa, siano divenuti parzialmente inabili al lavoro, con una riduzione della capacità lavorativa pari o superiore al 60%. Nel caso in cui vengano adibiti a mansioni inferiori (e’ questa una delle ipotesi consentite, nel rispetto della normativa attuale, ed in attesa dell’approvazione dell’art. 55 contenuto nello schema di riordino dei contratti di lavoro per il quale è in corso l’iter procedurale di approvazione definitiva), hanno diritto alla conservazione del più favorevole trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza: il recesso appare possibile soltanto se non vi sia la possibilità di assegnazione a mansioni equivalenti od inferiori.
L’art. 10, comma 3, riguarda, invece, l’ipotesi di aggravamento dello stato di salute del dipendente disabile o, in alternativa, significative variazioni nella organizzazione del lavoro intervenute che ne rendano problematica la utilizzazione. La disposizione prevede una serie di accertamenti sanitari da parte degli organi competenti cosa che non comporta nelle “more degli stessi”, in alcun modo, la risoluzione del rapporto che, invece, può intervenire allorquando venga accertato che, anche attuando specifici adattamenti nella organizzazione del lavoro, non è possibile una occupazione proficua.
La utilizzazione da parte del Legislatore delegato della particella aggiuntiva “anche”, preconizza altre situazioni meritevoli di tutela. E’ il caso della previsione contenuta nell’art. 42 del D.L.vo n. 81/2008: nel corso delle visite mediche obbligatorie effettuate dal medico competente, può ben essere stata accertata una inidoneità totale (o parziale) alla mansione svolta ( art. 41, comma 6). Ebbene il datore di lavoro e’ tenuto ad attuare le misure indicate dal medico competente finalizzate anche alla adibizione del lavoratore a mansioni equivalenti od inferiori con la garanzia del trattamento economico corrispondente alle mansioni di provenienza: se ciò non e’ possibile considerata l’organizzazione aziendale, si può procedere al recesso per giustificato motivo oggettivo.
L’ulteriore ipotesi riguarda, a mio avviso, il lavoro notturno la cui disciplina viene rimessa dal Legislatore al Capo IV del D.L.vo n. 66/2003 e, segnatamente, agli articoli che vanno da 11 a 15. Tutti i dipendenti, fatte salve le eccezioni espressamente previste dalla legge e le carenze di obbligo puntualmente definite dall’art. 11, sono tenuti a prestare la loro attività anche in turni notturni, a meno che non ne sia stata accertata la inidoneità attraverso accertamenti delle strutture sanitarie pubbliche. In presenza di una certificazione che ne attesti lo “status”, il datore di lavoro deve assegnare il prestatore inidoneo, al lavoro diurno, in altre mansioni equivalenti, se esistenti e disponibili (art. 15). Alla contrattazione collettiva, anche aziendale, la norma affida la definizione delle modalità di applicazione alle mansioni diurne e, se per qualche ragione non esistenti o non disponibili, la soluzione applicabile, la quale può ben passare anche attraverso una soluzione incentivata di risoluzione consensuale del rapporto. In mancanza di una determinazione contrattuale che preveda quale iter da seguire, il datore di lavoro può procedere direttamente alla risoluzione del contratto per giustificato motivo oggettivo.
Come dicevo, in tutti questi casi in cui il giudice accerti la insussistenza della motivazione addotta dal datore di lavoro, la tutela reintegratoria e’ piena e si sostanzia nel fatto che lo stesso dispone anche un risarcimento del danno non inferiore alle cinque mensilità dell’ultima retribuzione utile ai fini del calcolo del TFR che comprende il periodo compreso tra la data del licenziamento ed il giorno della effettiva reintegra, dedotto soltanto l’eventuale “aliunde perceptum” per altra attività, svolta durante il periodo di estromissione, con il pagamento di tutti i contributi previdenziali ed assicurativi. Il rapporto di lavoro si intende risolto se il lavoratore non riprende servizio nei trenta giorni successivi all’invito rivolto dal datore di lavoro a meno che non abbia esercitato il c.d. opting out” che consiste nella facoltà di chiedere al datore, in sostituzione della reintegra, una indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento utile ai fini del calcolo del TFR: la richiesta determina la risoluzione del rapporto e non viene assoggettata ad alcun contributo previdenziale od assicurativo. Dal giorno della richiesta economica sostitutiva della reintegra, non matura più l’indennità risarcitoria. La richiesta va presentata entro il termine perentorio di trenta giorni dal deposito della sentenza o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se antecedente.