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Timestamp: 2018-03-19 02:50:46+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 95', 'art. 87', 'art. 62', 'art. 95', 'art. 62', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 95', 'art. 62', 'sentenza ', 'sentenza ']

L'applicazione del diritto e il contenuto obbiettivo della disposizione (alla luce della recente affermazione giurisprudenziale di indeducibilità, ai fini IRPEG, dei compensi pagati da una spa ai propri amministratori) - Postilla
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1. – Tra le questioni che sottopongo, ogni tanto, agli studenti che frequentano il corso di Diritto tributario, v’è quella che attiene alla tecnica legislativa del “rinvio”, alla quale, verosimilmente per semplificare la struttura formale della disposizione, il legislatore fiscale talvolta si affida.
Quando parlo di “rinvio” intendo affermare che il contribuente può trovarsi al cospetto della disposizione alfa, la quale, nel definire la regola, richiama la disposizione beta, che talvolta può addirittura appartenere a un ordinamento diverso da quello nazionale. Esistono rinvii c.d. “fissi” e rinvii “mobili”.
Il rinvio è “fisso” quando la disposizione alfa richiama la disposizione beta nella configurazione che beta ha assunto nel momento in cui il rinvio è stato effettuato, dimodochè eventuali modifiche alla disposizione beta non si traducono in altrettante modifiche alla disposizione alfa. Si parla, invece, di rinvio “mobile” quando la disposizione alfa rinvia alla disposizione beta, rimanendo tuttavia esposta alle modificazioni che beta potrebbe subire nel tempo.
Quale che sia la natura del rinvio, il giudice che, per attribuire il torto o la ragione, utilizzi la disposizione alfa è costretto a decidere sulla base della disposizione beta, che da alfa, appunto, è richiamata.
2. – Ai miei studenti parlo anche dell’esercizio della funzione giurisdizionale e spiego loro, tra le altre cose, che “il giudice conosce la legge” (iura novit curia). Sul punto mi soffermo un poco.
Il giudice conosce la legge, ma non conosce i fatti economici rilevanti ai fini della tassazione.
Tali fatti devono essere provati a cura delle parti che vi abbiano interesse e il giudice è libero di convincersi o meno della loro esistenza, totale o parziale. Ad esempio, se una società di capitali intende dedurre il costo rappresentato dal compenso pagato ai propri amministratori, tale società deve dimostrare che l’esborso è concretamente avvenuto e che trova titolo, appunto, nella prestazione resa da persone le quali abbiano assunto la qualifica di amministratore della società.
Il fatto va pertanto dimostrato a cura delle parti, mentre il diritto, vale a dire la disposizione che su quel fatto deve essere calata, viene individuato dal giudice. Spetta a quest’ultimo il potere di intercettare, di volta in volta, la disposizione da applicare al caso concreto, anche se la parti, per errore, non l’abbiano invocata nei propri atti.
Quando affermo che il giudice ha il potere di individuare la disposizione che regola un determinato fatto non intendo dire che egli può far quel che vuole, ignorando apertamente la disposizione che regola un certo caso oppure scegliendo disposizioni non attinenti al caso che gli è stato rappresentato. Parimenti, quando dico che il giudice “applica” una disposizione, immagino che, prima di quella applicazione, egli si faccia carico anche della sua interpretazione. So bene che l’attività ermeneutica permette, talvolta, di operare con margini di manovra assai ampi. Ritengo, però, che tali margini siano destinati ad assottigliarsi, fino a scomparire del tutto, a mano a mano che la disposizione disvela un contenuto obiettivo.
3. – Mi sembra che queste brevi considerazioni si adattino perfettamente alla recente sentenza con la quale la nostra Corte di Cassazione (sez. trib., 18702/2010) ha affermato, ai fini IRPEG, l’indeducibilità tout court dei compensi pagati da una società di capitali, prima del 2004, ai propri amministratori.
La deducibilità di tali compensi era all’epoca regolata dall’art. 95 del DPR n. 917/1986, che così disponeva: <<Il reddito complessivo delle società (…) di cui alla lettera a) (…) del comma 1 dell’art. 87, da qualsiasi fonte provenga, è considerato reddito di impresa ed è determinato secondo le disposizioni degli artt. da 52 a 77 (…)>>. A sua volta, l’art. 62 del medesimo testo unico 917/1986 stabiliva che i compensi spettanti agli amministratori delle società di persone dovevano essere dedotti nell’esercizio della loro corresponsione. Vigeva, dunque, la regola di deduzione per cassa.
E’ difficile non rendersi conto che siamo al cospetto di un rinvio perfettamente riconducibile allo schema astratto al quale ho fatto riferimento più in alto, quando ho sostenuto che se la disposizione alfa risolve una questione richiamando la disposizione beta, beta diviene, per il soggetto che ricade in alfa, regola iuris. Se l’art. 95 richiama l’art. 62, la deduzione effettuata dalla società di capitali deve essere vagliata alla luce delle regole previste per la deduzione da parte delle società di persone.
L’art. 62 del TUIR, riferendosi ai compensi degli amministratori, qualifica tali componenti negative di reddito con l’espressione <<deducibili>>. Il contenuto obbiettivo di questa disposizione, per quanti sforzi si facciano, mi sembra granitico ed insuperabile. <<Deducibili>> significa che quei costi concorrono alla determinazione del reddito d’impresa, quale che sia la personale opinione del giudice. È vero che il giudice è padrone dell’interpretazione, ma quest’ultima non deve trasmodare in creazione del diritto e deve rispettare il contenuto obbiettivo della norma.
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9 Commenti a “L’applicazione del diritto e il contenuto obbiettivo della disposizione (alla luce della recente affermazione giurisprudenziale di indeducibilità, ai fini IRPEG, dei compensi pagati da una spa ai propri amministratori)”
fabrizio dominici scrive:
Scritto il 15-9-2010 alle ore 18:30
Finalmente Dottrina che non confonde la normativa con la giurisprudenza e che distingue i diversi poteri e le diverse funzioni. Il prof. con coraggio e lucidità, (e non è la prima volta e mi riferisco al “conio” dell’abuso del diritto), ricorda la funzione della legge e non le infondate e poco edificanti asserzioni di vertice.
Scritto il 15-9-2010 alle ore 21:08
Mi pare che nella distinzione “fatto diritto” prospettata da Mauro ci sia troppo meccanicismo , perchè le interdipendenze, e le correlazioni reciproche, tra fatto e diritto sono ben più complesse della contrapposizione secondo cui “iura novit curia” e invece i fatti devono essere allegati dalle parti. Un ex magistrato di cassazione (non faccio nomi) mi disse seriamente che valutare le obiettive condizioni di incertezza ai fini della disapplicazione delle sanzioni era una questione di fatto!! E decidere sull’esercizio normale dell’agricoltura, o sull’abitualità, o sulla organizzazione in forma di impresa sono di fatto o di diritto? DIpende da quale punto di vista ti poni, se vuoi informazioni sui beni prodotti, sulla ripetitività delle prestazioni, sei nel fatto, ma è una domanda di fatto rivolta da chi ha in mente una idea sul tema di diritto, il che vuol dire sul senso della possibile decisione, sul ruolo della legge in funzione del problema, sul rapporto tra legge e buonsenso, valori, convivenza sociale su quello specifico punto. Non può capire la legge chi non ne comprende l’obiettivo, nel caso particolare la determinazione della ricchezza ai fini tributari. Non quindi che i giudici miracolosamente “conoscano la legge”, ma non conoscano i fatti economici. Se non sanno che la legge serve a determinare la ricchezza ai fini tributari, e non mettono a fuoco la questione tra ricavi, costi, indeducibilità dovute a ragioni tecniche , come quella diretta alla remunerazione dell’imprenditore, indeducibilità dovute a riprovazioni morali come i costi da illecito penale, sono privi dei presupposti per decidere. Che dovrebbe dare la dottrina. Che finchè si tratta di studenti puoi contare su una buona dose di pazienza, perchè -come scriveva satta- essi vedono lo studio come “strumento di facili conquiste pratiche, una fabbrica di titoli accademici da concedere come corrispettivo delle tasse pagate”. Il successo o il fallimento di una disciplina si vedono dalla sua capacità di imporsi alle istituzioni, alle classi dirigenti, ai giudici. E se questi vedono l’accademia che paluda di complicazioni le banalità, non cercano di sostituire l’accademia, ma si sentono in diritto di scrivere nelle leggi, nelle sentenze, nelle risoluzioni e simili, quello che gli viene in mente lì per lì: se lo fanno quelli che sono pagati per pensare perchè non lo dovremmo fare noi?. La cassazione ha sbagliato, ma è la cassa di risonanza di una disorientamento generale della società sulla determinazione della ricchezza ai fini tributari! ma dove sta scritto che la cassazione deve sapere tutto per concorso? Dalla sentenza è palese che l’avvocato non ha saputo dire quello che si sarebbe dovuto dire. E l’avvocato sapete chi è. Tra l’altro scriveva che l’ufficio avrebbe potuto modificare la motivazione in corso di causa. E’ rimasto vittima delle sue stesse squinternate teorie…come stiamo scrivendo su dialoghi….
Scritto il 15-9-2010 alle ore 23:07
Il rinvio dell’art. 95 all’art. 62 è banale per gli addetti ai lavori, e certo è imperdonabile che alla Corte sia sfuggito. L’aspetto più grave della vicenda è però un altro: finché le norme verranno concepite (prima di tutto dalla dottrina) come un sudoku senz’anima, saremo condannati ad altri infortuni giurisprudenziali.
Anche l’intervento di Mauro si sofferma sulla tecnica del rinvio dell’Irpeg all’Irpef, ma il problema è che qui per affermare la deducibilità dei compensi una norma non serviva affatto! Si tratta di costi inerenti, imputati a CE, la cui deduzione non necessita di norme espresse, mentre la norma sull’imprenditore individuale c’entrava niente. Nelle società c’è quella dualità di soggetti che giustifica il binomio deduzione/tassazione, e l’asserita mancanza di un rapporto di lavoro dipendente è totalmente irrilevante ai fini della deducibilità (i giudici, non trovando “valori” di riferimento all’interno delle regole fiscali, li cercano in altri settori dell’ordinamento, come se questi potessero fornire risposte ai problemi della tassazione; e anche in questo la dottrina ha le sue colpe). L’indeducibilità del compenso all’imprenditore individuale non dipende dalla mancanza di un rapporto di lavoro dipendente, ma dalla indeducibilità del profitto d’impresa da se stesso. Non si può dedurre un salario figurativo dell’imprenditore, giacché questo si appropria comunque dell’intero utile, e su questo è tassato.
Il compenso degli amministratori remunera invece un fattore produttivo, e la ricchezza da tassare si manifesta in capo agli amministratori che percepiscono i compensi: se la società non li deducesse, lo stesso reddito sarebbe tassato due volte. E’ su questi temi che i tributaristi devono impegnarsi, non sulle tecniche di rinvio normativo (che la Cassazione conosce benissimo, se solo si accorgesse delle norme di rinvio!): senza un connubio tra diritto ed economia, diritto tributario non andrà mai da nessuna parte.
E’ giusto il riferimento di Raffaello ai “valori”, che qui sono l’oggetto economico della materia e la determinazione della ricchezza ai fini tributari, bussola senza la quale ci troveremo tra breve a commentare qualche altro infortunio giurisprudenziale.
Scritto il 15-9-2010 alle ore 23:28
Se il giudice accerta, sulla base dei fatti provati dalle parti, che si è verificato un determinato fatto, semplice o complesso che sia, disciplinato da una determinata previsione di legge che lo ha assunto a fattispecie, deve applicare ad esso la relativa disciplina, vincolando le parti ad osservare il contenuto della sentenza o altro provvedimento decisorio che sia. Questo in teoria.
In concreto potrebbe succedere che: il giudice accerti fatti diversi rispetto a quelli provati dalle parti, oppure che il giudice applichi una disciplina prevista per altra fattispecie o, financo, che il giudice commenta un errore logico nell’interpretare la corretta disciplina applicabile. Non si può escludere che il giudice scriva male la sentenza, sia nella parte in motivazione che in quella in diritto.
Il giudice, anche, conosce la legge ma non conosce i fatti; l’allegazione di questi ultimi così come la loro prova è nella disponibilità delle parti. Questo in teoria.
In concreto potrebbe succedere che: il giudice, nonostante una carente attività delle parti, proceda, per un motivo o per l’altro, come se esse gli avessero fatto conoscere i fatti. Questo, ad ogni modo, potrebbe non essergli sufficiente, in quanto, il medesimo, pur conoscendo i fatti non li sa interpretare, nel senso che non ha sufficiente esperienza di essi per poter decidere in modo opportuno.
Come si vede il giudice è una persona e come tale ne rappresenta in modo pieno tutti i limiti: psicologici, di percezione, di sensazioni, di emozioni, di preparazione, di moralità, di buon senso, ecc. ecc.
Non dimentichiamoci che ogni decisione viene dapprima presa istintivamente e solo dopo giustificata a se e agli altri da un punto di vista razionale.
Certo è che la dottrina, cioè coloro che hanno quel particolare privilegio di poter esercitare il mestiere di insegnare agli altri, più o meno, come si pensa stiano le cose, dovrebbe essere la più chiara e semplice possibile, diversamente da come ho fatto io in alcune parti di questo intervento.
Talvolta, per giustificare errori miei od altrui, ricorro a questo aforisma che una volta mi disse un mio carissimo amico: la perfezione consiste nella imperfezione mentre la imperfezione consiste nella perfezione.
Infine, in ossequio al noto ed universale principio di causa ed effetto possiamo anche essere certi che l’ordinanza di cui si discute non sia affatto un evento isolato avendo invece esso radici che affondano nel circostante ambiente sociale di riferimento
Giusepppe Gargiulo scrive:
Scritto il 16-9-2010 alle ore 03:33
Purtroppo credo anche io che nel caso in esame non si sia trattato di un problema di errrata dialetttica tra fatto e dirittto nella attivita interpretaiva dei giudici o di un loro eccesso di libertà di attribuzione di significato alle parole delle disposizioni legislative al di la del loro “contenuto obiettivo”. Temo piuttosto che il problema e’ che non esiste purtroppo in natura (al di fuori dellla umana interpretativa) un “significato obietttivo” delle disposizioni al di fuori del contesto in cui sono date ed e’ facile per r un giudice generalista, se non conosce bene l’oggetto economico della nostra materia e le “simmetrie” che lo governano, prendere lucciole per lanterne, appiiatendosi sulla sterile esiegesi letterale delle disposizio i e acritica sulla trasposizione al nostro setttore di regole iuris che hanno il fine di regolare la validita’ dei rapporti tra privati e non certo quello di determinare la capacita’ economica individuale (evitando doppi imposizioni e salti d’imposta).
Certo quando si studiano certi manuali di diritto tributario in cui il reddito viene definito come variazione, in un dato arco temporale, del complesso dei rappporti giuridici patrimoniali facenti capo all’impresa, etc. Mi domando come può’ un giudice generalista che si e’ occupato di diritto civile, penale e amministrativo generale non cadere in confusione e giungere a conclusioni correttte e sensate quando e’ chiamato ad occuparsi di questo presunto “oggetto oscuro” che e’ la nostra materia (ma che in realtà’ sarebbe facilissimo da comprendere se qualcuno glielo spiegasse con i termini comprensibili e meno bizantini) ?
Non vale forse il detto secondo cui: “chi sa di essere profondo si sforza di essere chiaro. Chi vuole apparire profondo alle folle, si sforza di essere oscuro. La folla infatti ritiene profondo solo quello di cui non riesce a vedere il fondo…”
Sarebbe infine interessante se qualcuno di Voi professori riuscisse a parlate del con uno dei giudici della Cassazione e tenerci informati su questo blog circa l’evoluzione del loto pensiero.
Scritto il 16-9-2010 alle ore 08:34
Giuseppe quella frase “chi sa di essere profondo…etc.” è un riflesso dell’accessibilità del sapere umanistico sociale, una delle sue caratteristiche che sto cercando di teorizzare…è una riflessione intelligente che coglie un punto di vista importante. Che spiega molto, ma non tutto, però perchè non ci llumini e ci dici se è di qualcuno famoso in particolare? Mi ci inserisco con la teoria dell’imbroglio aspetto ricorrente nel sapere umanistico sociale, dove ci si deve ricollegare a qualcosa di conosciuto dall’interlocutore, confondergli le idee con prosopopea, cercando di apparire in possesso di qualche conoscenza che gli sfugge, e il gioco è fatto, è la tecnica degli stregoni come questa scenetta da riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico scomparso in africa…
http://www.youtube.com/watch?v=k0dheh4sIcs
Scritto il 16-9-2010 alle ore 08:56
quella frase e’ di Nietzsche ….era nel cassetto della memoria delle mie letture giovanili (in “La Gaia Scienza” o qualcosa di simile…) quando la filosofia mi incuriosiva (saggiamente) più del diritto tributario (…poi mi sono “ammalato di diritto” strada facendo)…non so se l’ho citata correttamente. Ora sono fuori Roma, quando torno potrò darti con piacere gli estremi precisi (se di interesse). Il suo ricordo mi mi è stato sollecitato, come spesso accade, proprio riflettendo sulle tue riflessioni ….come dire pensieri di “secondo grado” ma sinceri
Scritto il 16-9-2010 alle ore 12:52
Al di là della brillante analisi del post, mi sembra che si stia sviluppando,nel corso degli interventi, una ricognizione psicologica ( ancor di più: “gnoseologica”, se mi permettete la parolaccia): perchè i giudici arrivano a certe conclusioni ?
a) Affermare che i giudici non conoscano la legge mi pare azzardato: certo invece la legislazione tributaria, così come quella lavoristica e previdenziale, assume un aspetto di gigantismo ed equivocità (norme troppo elaborate e spezzetate,rimandi, interpretazioni, poca chiarezza , etc.) non facile per i non addetti ai lavori. Ed un buon giudice in materia giurica ordinaria può tuttavia trovarsi spiazzato di fronte ad una specialità che magari non gli appartiene.
Questo però rappresenta un problema, perchè questo “imbarazzo specialistico” determina danni al vivere civile (quale che sia) e deve essere affrontato con determinati criteri.
b) Escludendo motivazioni di carattere meramente ideologico (che pure hanno, purtroppo, un discreto peso), cosi come i politici e/o certi studiosi o dottrinari (ovviamente esclusi i presenti), anche i giudici danno a volte l’impressione di aver smarrito quel sano “contatto con la realtà” che porta, di fronte sia alla valutazione del fatto che alla conseguente scelta dell’ambito e del percorso giuridico, a conclusioni che non stanno nè in cielo nè in terra o i cui contenuti fallaci potrebbero essere facilmente sorpresi prima della finale tragica determinazione con un paio di riscontri pragmatici o con l’applicazione del sempreverde principio di fallibilità .
Si possono sorprendere percorsi di carriera che tendono a provocare questo distacco i cui effetti perversi sono sotto gli occhi di tutti, sia nell’applicazione delle leggi (giudici) ma ancor prima nella loro elaborazione.
In ultima analisi, tuttavia, se il lavoro dei giudici può essere appesantito da una legislazione difficile (ma nel caso in argomento nemmeno più di tanto, suvvia …) questo non può essere un alibi e nemmeno, come qualcuno ipotizza, autorizza i giudici a lanciare eventuali “messaggi ” al legislatore strampalato attraverso l’emissione di sentenze ancora più strampalate.
Riprendiamoci la vecchia stilografica (per scrivere di diritto) | Il Blog di Mauro Beghin scrive:
Scritto il 17-9-2010 alle ore 10:36
[…] sembra emblematico, in questa prospettiva, il caso affrontato attraverso la sentenza n. 18702/2010 (http://maurobeghin.postilla.it/2010/09/15/lapplicazione-del-diritto-e-il-contenuto-obbiettivo-della-…), con la quale la nostra Corte ha considerato tout court indeducibili, in sede di determinazione […]