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Timestamp: 2019-01-17 04:57:02+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 9', 'art. 38', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 24']

84 lavoro al femminile, SlideSearchEngine.com
84 lavoro al femminile
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L avoro, s icurezza e b enessere al femminile Il fattore donna al centro delle nuove sfide nel mercato del lavoro Ricerca Edizione 2013
Pubblicazione realizzata da INAIL Settore Ricerca, Certificazione e Verifica Dipartimento Processi Organizzativi U.F. Comunicazione - Redazione Progetto realizzato con finanziamento del Ministero della Salute, Rif. PMS 50/08 Autori Emma Pietrafesa, Chiara Brunetti, Maria Castriotta Gruppo di progetto Coordinatore: Maria Castriotta Tiziana Belli, Chiara Brunetti, Cristina Cianotti, Antonella De Cristofaro, Paolo Di Francesco, Renata Di Leo, Alessandro Di Pietro, Tiziana Grassi, Alfredo Parrinello, Emma Pietrafesa, Valeria Rey, Francesca Romana Romani, Giancarlo Sozi INAIL - Settore Ricerca, Certificazione e Verifica Dipartimento Processi Organizzativi Per informazioni INAIL - Settore Ricerca, Certificazione e Verifica Dipartimento Processi Organizzativi U.F. Comunicazione - Redazione Via Alessandria, 220/E - 00198 Roma redazionedpo@inail.it www.inail.it © 2013 INAIL La pubblicazione viene distribuita gratuitamente e ne è quindi vietata la vendita nonché la riproduzione con qualsiasi mezzo. È consentita solo la citazione con l’indicazione della fonte. ISBN 978-88-7484-342-8 Tipolitografia INAIL - Milano, dicembre 2013
PRESENTAZIONE Un moderno concetto di prevenzione non può prescindere dalla dimensione sociale. La salute e sicurezza del lavoro rimane, sì, un diritto da esigere, ma anche un dovere che ciascuno di noi ha verso se stesso e verso gli altri. In questo senso, è fondamentale la costruzione del consenso intorno all’idea che la promozione e la tutela della salute e della sicurezza non consista nel mero adempimento di norme, ma che sia fondamento di un processo di miglioramento della qualità della vita di ciascuno e dell’intera comunità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale dell’uomo dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale e non la sola assenza di malattia”. La salute viene quindi concepita come uno stato fondamentale per la felicità e il benessere psicofisico degli individui, ma anche come un elemento importante per il contributo al progresso economico e sociale. Ecco perché la prevenzione, soprattutto quella primaria, va intesa a 360 gradi; ecco perché le strategie di prevenzione in materia di salute e sicurezza devono essere orientate a consolidare un più complessivo approccio alla salute e al benessere, non solo in ambito lavorativo, ma nella vita quotidiana, attraverso l’adozione di stili di vita corretti e sani; strategie che impongono di lavorare con messaggi chiari e accattivanti rivolti a gruppi diversi di popolazione. Il presente manuale è dedicato alle donne, lavoratrici e non solo. Oggi più che mai è infatti importante rilanciare l’attenzione alle diversità di genere in ambito lavorativo, anche alla luce del D.Lgs. 81/2008, il cosiddetto Testo Unico sulla Sicurezza, che si propone l’obiettivo di garantire “l’uniformità della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori”. Tale approdo, sicuramente frutto del grande impegno dell’Unione europea sul duplice fronte della sicurezza sul lavoro e dell’eliminazione delle discriminazioni basate sul sesso, è indubbiamente anche una conseguenza dell’impegno costante profuso da esperti, studiosi, parti sociali, nel focalizzare l’attenzione su tali tematiche. Si tratta, certamente, di un punto di partenza e non di un traguardo, ma non c’è dubbio che si sia trattato di una pietra miliare. Un’ultima considerazione va al format di questa pubblicazione: per raggiungere un’ampia platea di lettori, è stata adottata la formula del manuale, che pur garantendo il rigore scientifico dei contenuti, cerca di fornire soluzioni pratiche ed atteggiamenti positivi con l’obiettivo di promuovere concretamente comportamenti corretti e stili di vita sani. Il Direttore del Dipartimento Processi Organizzativi Mauro Gobbi
INDICE INTRODUZIONE 7 Capitolo 1. La tutela della donna: dal sesso al genere 8 1.1 Caratteristiche sessuali o di genere? 8 1.2 La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro 9 1.3 Il telelavoro 14 1.4 I congedi 18 1.5 Maternità e allattamento 23 1.6 Il lavoro notturno 25 1.7 Il fattore economico 27 Schede di approfondimento: - Le pari opportunità - Donne al PIT-STOP 29 31 Capitolo 2. Donna, lavoro e sicurezza 36 2.1 La sicurezza sul lavoro 36 2.2 L’esposizione ai rischi: una piccola premessa 37 2.3 La salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: il rischio non è più neutro 38 Scheda di approfondimento: - Lo stalking 44 2.4 I fattori di rischio nuovi ed emergenti in ottica di genere 46 2.5 Il lavoro non retribuito 49 2.6 La catena dell’assistenza, l’immigrazione 51 2.7 Come tutelarsi dai rischi domestici? 54 Scheda di approfondimento: - Gli aspetti assicurativi 57 2.8 I rischi nel tragitto casa-lavoro 59 Capitolo 3. Donne e benessere 61 3.1 Gli stili di vita e i fattori di rischio per la salute 61 3.2 Il tempo libero 70 LINK UTILI 76 BIBLIOGRAFIA 76
INTRODUZIONE L’intento di questo manuale vuole essere quello di fornire informazioni su varie tematiche, dalla sicurezza in casa e sul lavoro, alla possibilità di conciliare impegni familiari e professionali, a stili di vita sani e tempo libero, utili per migliorare la qualità della vita ed affrontare le criticità quotidiane con rinnovata consapevolezza. Il manuale è articolato in tre capitoli principali. Il primo è dedicato alle donne lavoratrici alle prese con le difficoltà di conciliare impegni familiari, come la cura dei figli e dei genitori anziani con l’attività professionale, delineando alcuni strumenti che possono aiutare e sostenere in questo compito. Il capitolo pone in risalto alcuni aspetti particolarmente delicati della vita di una donna lavoratrice quali l’esperienza della maternità o le difficoltà legate agli orari atipici del lavoro notturno. Nel capitolo successivo il manuale affronta la questione della sicurezza delle donne nei luoghi di lavoro richiamandosi principalmente alla novità introdotta dal Testo Unico sulla Sicurezza (2008) in cui per la prima volta la valutazione dei rischi professionali ha assunto una dimensione di genere, aprendosi alle differenze fisiche e non solo che esistono tra lavoratori di sesso diverso. Tale novità rappresenta un traguardo normativo importante, che segna il passaggio da un atteggiamento di protezione paternalistica verso la donna lavoratrice e limitato soprattutto al periodo della maternità, ad una concezione nuova, non più neutrale rispetto alle differenze di genere ma inclusiva delle stesse, a cui sicuramente la massiccia femminilizzazione del mondo del lavoro italiano ha dato un contributo notevole. Da questo nuovo approccio è scaturito un interesse verso quelli che sono definiti i rischi emergenti in ottica di genere, ossia i rischi legati a professioni svolte principalmente da donne e quelli combinati, ovvero in professioni laddove rientrano nella casistica rischi di vario genere. In chiusura, un capitolo dedicato alla cura e al benessere delle donne illustra stili di vita sani e modalità opportune con cui impiegare il proprio tempo libero limitando al minimo i rischi per la propria salute. 7
Capitolo 1. La tutela della donna: dal sesso al genere 1.1 Caratteristiche sessuali o di genere? La popolazione italiana è costituita da circa 60 milioni di individui con 93,8 uomini ogni 100 donne; questa differenza è dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione e alla maggiore speranza di vita delle donne. Infatti, sebbene nascano più maschi che femmine, esiste una più elevata mortalità che colpisce gli uomini fin dalla giovane età; ciò comporta che nel totale della popolazione le donne siano più numerose degli uomini. Le donne vivono dunque di più degli uomini, ma il numero di anni vissuti in “buona salute” è inferiore a quello del sesso maschile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce il sesso come la somma delle caratteristiche biologiche che definiscono l’uomo e la donna, ed il genere come la somma di comportamenti, attività ed attributi che la nostra società considera e spesso impone come specifici per gli uomini e le donne. Quindi mentre il sesso rimane costante, il genere è in continua evoluzione a seconda dei cambiamenti sociali, politici ed economici in ogni singola società ed è socialmente determinato dalle relazioni di potere che dettano le opportunità e le chance disponibili in ogni realtà, sia per le donne sia per gli uomini. Genere e sesso identificano dunque caratteristiche ben diverse, come evidenziato nella Tabella 1. Tabella 1 - Caratteristiche di genere e sessuali a confronto CARATTERISTICHE DI GENERE • Sono le donne le principali responsabili della cura familiare di figli, nipoti e genitori anziani (generazione sandwich) e di partner malati. • In tutto il mondo la maggior parte dei lavori domestici viene svolto dalle donne. • In molti paesi del mondo, compresa l’Italia, le donne guadagnano in genere, a parità di lavoro, meno. • Le donne si controllano di più e sono più attive nella prevenzione. • Le donne investono di più in cultura, riescono meglio negli studi, danno maggiore rilievo al lavoro. • Le donne rivestono una molteplicità di ruoli nelle diverse fasi della vita che le rende più esposte ai rischi per la salute correlati allo stress prolungato e aggravato dai carichi multipli (ISTAT, 2007). • La disabilità è più diffusa tra le donne (6.1 vs 3.3% degli uomini). 8 CARATTERISTICHE SESSUALI • Il sesso femminile è determinato da una coppia XX di cromosomi sessuali, quello maschile da una coppia XY. • I due sessi usano aree cerebrali opposte per elaborare le emozioni e lo stesso accade per il dolore. • Le donne hanno le mestruazioni. • Le donne hanno le ovaie e l’utero. • Le donne sviluppano le mammelle in grado di allattare. • Le donne hanno le ossa più piccole. • La distribuzione del grasso è differente. • Le donne hanno un minor peso corporeo. • Le donne sono protette dagli ormoni estrogeni fino alla menopausa.
1.2 La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro Sulla base del Libro bianco Delors (1993) il Consiglio europeo ha identificato cinque obiettivi chiave per la crescita, la concorrenzialità e l’occupazione: sviluppo delle risorse umane tramite la formazione professionale; sostegno agli investimenti produttivi per mezzo di politiche salariali; miglioramento dell’efficacia degli interventi sul mercato del lavoro; individuazione di nuove potenzialità di occupazione attraverso iniziative locali; promozione dell’accesso al mercato del lavoro per alcune categorie specifiche come i giovani, i disoccupati di lunga durata e le donne. In seguito, il Trattato di Amsterdam, ha dato vita dal 1997 alla predisposizione di un ruolo specifico per la conciliazione nell’ambito delle politiche del lavoro e della famiglia. Questa iniziativa ha reso il termine conciliazione di uso comune. Un utilizzo più esteso è stato valorizzato successivamente nell’ambito della Carta dei diritti fondamentali, siglata a Nizza nel 2000, dove la conciliazione veniva identificata quale “esercizio combinato di diritti fondamentali”. Il testo della Carta e i successivi atti elaborati dalla Commissione rompono con una tradizione che riteneva le politiche di conciliazione esclusivamente riferite alle donne; non si tratta più solo di combattere le discriminazioni a carico delle donne, ma occorre ridurre gli ostacoli alla loro integrazione all’interno del mercato del lavoro. A tal riguardo, gli interventi legislativi in materia di congedi di maternità e parentali dell’ultimo decennio sono stati senza dubbio significativi. Negli ultimi anni si è assistito ad un cambiamento, anche lessicale, di orientamento: da un approccio volto a sostenere l’equilibrio tra lavoro e famiglia (work-family balance) si è passati ad un modello di sviluppo fondato principalmente sull’armonizzare vita lavorativa e vita privata (work-life balance). Il tema della conciliazione vita-lavoro riguarda molti aspetti della vita quotidiana: le modalità organizzative e i tempi di lavoro, le responsabilità delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro e nel lavoro di cura, i servizi per la famiglia, l’organizzazione dei tempi e degli spazi delle città. Si tratta di un tema complesso che richiede strategie di intervento in grado di incidere contemporaneamente e in modo complementare su più fronti. L’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse umane nelle imprese è uno degli ambiti principali di intervento, poiché è determinante nel penalizzare o, al contrario, favorire l’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, nel bloccare o agevolare le pari opportunità di carriera tra uomini e donne e, più in generale, nel danneggiare o promuovere il benessere psicofisico delle persone. Le politiche volte ad aumentare il livello di partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono definite politiche di incentivazione e vanno distinte da quelle di conciliazione, che fanno riferimento all’elemento tempo e costituiscono in qualche modo un sottoinsieme delle prime. In particolare, sono definite di conciliazione quelle misure che facilitano le attività lavorative alle persone con vincoli familiari; esse sono generalmente basate sulla liberazione di tempo per la cura per l’infanzia o per altri familiari (anziani e disabili) attraverso l’offerta di orari flessibili o ridotti e di servizi pubblici o privati. Le politiche di incentivazione si basano invece, prevalentemente, sull’offerta di un reddito aggiuntivo al fine di acquistare servizi sul mercato che sostituiscano quelli prodotti in casa (home production). 9
Uno dei principali problemi che ostacola l’ingresso nel mercato del lavoro è dovuto alla scarsità dei servizi sociali, con particolare riferimento alle politiche di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, soprattutto nel Meridione. Mentre negli altri paesi europei l’occupazione femminile aumenta al crescere dell’età dei figli, con un tipico andamento a “U” (cioè con una rapida discesa nei tre anni immediatamente successivi alla nascita di un figlio e un successivo graduale ritorno al lavoro), in Italia la curva continua a scendere per diversi anni. La probabilità di non lavorare nei 18-21 mesi successivi alla nascita di un figlio è di quasi il 50%: un rapporto di ManagerItalia del 2010 affermava che “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1%”. Alla base di questo fenomeno vanno poste un insieme di cause, quali ragioni di carattere psicologico come il calo di motivazione, la perdita di contatti, la paura di dover ricominciare da capo - le nuove esigenze di cura dei figli, la mancanza di servizi di cura adeguati, a cominciare dalla scarsità degli asili nido, ma anche il fatto che la maternità continua ad essere un momento critico del rapporto tra il dipendente e il datore di lavoro, ancora purtroppo connesso a rischi di mobbing e di perdita del lavoro stesso. Si segnala che proprio per arginare il fenomeno delle cosiddette dimissioni in bianco, che colpisce soprattutto le lavoratrici al rientro dalla maternità o durante la stessa, la recente riforma del mercato del lavoro realizzata dal Ministro Fornero ha sottoposto la richiesta di dimissioni presentata dalla lavoratrice in stato di gravidanza o durante i primi tre anni di vita del figlio o del minore adottato (mentre il D.Lgs. 151/2001 si limitava al primo anno di vita) alla convalida amministrativa degli ispettorati del lavoro (cfr. Legge 28 giugno 2012, n. 92, art. 4, comma 16), come garanzia della autenticità della volontà della dipendente di recidere il rapporto di lavoro. Le difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro dopo la maternità sono significativamente influenzate dal fattore età: le madri meno giovani rientrano più frequentemente al lavoro, mentre quelle sotto i 25 anni sperimentano maggiori difficoltà. Per le donne non occupate la probabilità di entrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio è praticamente nulla a qualsiasi età. Le ragioni di questa triste realtà risiedono nel fatto che tutta la legislazione sulla maternità si rivolge alle lavoratrici tradizionali, ossia dipendenti a tempo indeterminato, che oggi rappresentano una piccola parte delle giovani donne che lavorano, per lo più assunte come collaboratrici a progetto, professioniste a partita IVA, o altre forme di contratti precari. Secondo una recente ricerca dell’ISTAT il 43% delle donne italiane con meno di 40 anni (e il 55% di quelle con meno di 30) non gode dei diritti previsti dalla legge in caso di maternità. Da qui il bivio appare evidente: o la rinuncia ad avere figli, o l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita di un bambino per la mancanza di adeguate tutele. Anche il grado di istruzione è un fattore molto importante: sono le donne con elevata istruzione quelle che rientrano nel mercato del lavoro a pochi mesi dalla nascita del figlio, mentre quelle con bassa e media istruzione spesso non rientrano affatto. In generale le donne con un titolo di studio più elevato tendono a conciliare meglio lavoro e famiglia: sono in grado di mobilitare più risorse, beni e servizi di mercato e tempo dei familiari (inclusi i partner che collaborano di più nelle coppie più istruite) e 10
di utilizzarle in maniera più efficiente e razionale. Dedicano inoltre meno tempo ai lavori domestici e più ai figli, contribuendo in questo modo a ridurre gli effetti negativi sui bambini piccoli dovuti all’assenza di ambedue i genitori per diverse ore nell’arco della giornata lavorativa. La normativa italiana cardine in materia è rappresentata dalla Legge 8 marzo 2000, n. 53 che introduce i congedi parentali, favorendo un maggior coinvolgimento dei padri nella cura dei figli e focalizza l’attenzione delle regioni e degli enti locali sull’importanza di riorganizzare i tempi di vita nelle città, promuovendo, tramite l’art. 9, anche la sperimentazione di azioni positive per la conciliazione sul luogo di lavoro, sensibilizzando in tal senso aziende e parti sociali. Tale articolo di legge ha carattere sperimentale ed ha quindi subìto nel tempo diverse modifiche al fine di intercettare anche i nuovi bisogni di conciliazione emergenti in corso di attuazione. Una delle ultime modifiche (art. 38 della Legge 18 giugno 2009, n. 69) ha ampliato la platea dei potenziali beneficiari ed aggiornato il novero degli interventi finanziabili nell’ambito del Fondo per le politiche per la famiglia, rendendo necessaria la stesura di un nuovo regolamento di attuazione, che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 101 del 3 maggio 2011 (serie generale) ed è entrato in vigore il 18 maggio 2011. Lo sapevi che... Sono previste misure di conciliazione distinte in favore dei lavoratori dipendenti e dei soggetti autonomi. La conciliazione per i dipendenti (art. 9, comma 1). In base alla nuova disciplina, il 90% delle risorse annualmente disponibili è riservato al finanziamento di datori di lavoro privati, purché iscritti in un pubblico registro (es. registro delle imprese, albi professionali, ecc.), e, ove residuino fondi, alle aziende sanitarie locali e alle aziende ospedaliere, anche universitarie, che intendano attivare, in favore dei propri dipendenti, una delle seguenti misure di conciliazione: a) nuovi sistemi di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro, quali part-time reversibile, telelavoro, orario concentrato, orario flessibile in entrata o in uscita, flessibilità su turni, banca delle ore, ecc; b) programmi e azioni per il reinserimento di lavoratori/lavoratrici che rientrano da periodi di congedo di almeno 60 giorni; c) servizi innovativi ritagliati sulle esigenze specifiche dei lavoratori e delle lavoratrici. Quest’ultima tipologia di azione è attivabile anche da parte di una pluralità di datori di lavoro consorziati, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di reti territoriali che per un verso consentono di allargare il bacino d’utenza del servizio, abbattendone i costi, e per un altro verso permettono l’integrazione con altre politiche, aventi ricadute sui tempi di vita, realizzate a livello locale. I destinatari degli interventi progettati possono essere i dipendenti con figli minori o con a carico un disabile, un anziano non autosufficiente o una persona affetta da documentata grave infermità. 11
Purtroppo i tassi di natalità e di occupazione femminile italiani sono ancora tra i più bassi In Europa. Diventare madre costringe a volte a scegliere tra lavoro e cura dei figli poiché mancano servizi di sostegno alla famiglia, gli orari di lavoro sono rigidi ed orientati sempre più al lavoro a turni, l’organizzazione delle aziende è troppo poco flessibile in relazione alle esigenze delle famiglie. È inoltre utile evidenziare come negli ultimi decenni sia mutata la composizione della famiglia “tradizionale”. Nel 2009 erano 6 milioni e 866.000 i monogenitori single non vedovi; 12 milioni di persone in Italia, pari al 20% della popolazione, vivono in famiglie composte da coppie non coniugate o separate e ricostituite in forme cosiddette non tradizionali, un dato raddoppiato rispetto al decennio passato. I nuclei familiari monogenitoriali erano 1 milione e 775.000 nel 1993, 2 milioni circa 10 anni dopo. Tra i monogenitori, l’86,1% sono donne, mentre i single non vedovi sono nel 55,3% dei casi uomini. Nel 39,5% dei casi i nuclei monogenitoriali sono sotto la responsabilità di donne separate o divorziate, nel 52,8% di vedove e solo nel 7,7% di nubili. Il mutamento delle forme familiari è dovuto in parte all’aumento di separazioni e divorzi e, parallelamente, alla diminuzione dei matrimoni celebrati nel nostro paese. Una tendenza in atto già dall’inizio degli anni Settanta, che ha registrato però nel biennio 2009-2010 un calo del 6% delle nozze celebrate, con una media di 3,6 matrimoni ogni 1000 abitanti. Questi dati confermano come la gestione familiare, tradizionale o ricomposta in forme alternative, resti comunque nella maggioranza dei casi sulle spalle delle donne, sole o accompagnate. Nel biennio 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie era ancora a carico delle donne, mantenendo intatta una forte disuguaglianza di genere. Vengono genericamente definite “famiglie monoparentali”, ma raccontano situazioni diverse, eterogenee, complesse, come complesse sono le condizioni che hanno portato alla loro esistenza. Diverse dovrebbero poter essere anche le forme di assistenza, i servizi, le soluzioni per rendere più semplice la loro vita. La genitorialità, nella famiglia monoparentale, è uguale ma più difficile. Alcune donne la scelgono, altre si trovano costrette ad affrontarla, tutte sono accomunate dal tentativo di crescere adeguatamente i propri figli portando sulle proprie spalle, da sole, il peso della responsabilità e della serenità. Ma che cosa significa nella prassi quotidiana crescere figli completamente sole? Quali sono le difficoltà maggiori a fronte di un sistema di welfare inadeguato? Il numero di donne che vive sulla propria pelle questa condizione, in Italia, è costantemente in crescita. Queste madri si trovano a dover sostenere sulle proprie spalle l’intero ménage familiare, sia a livello organizzativo che economico, a fronte di un’inadeguatezza reale del sistema di aiuti alle famiglie. Basta guardare i costi e l’accessibilità degli asili nido in Italia. Perché monofamiliare vuol dire anche monoreddito, una questione economica centrale, che si somma alle difficoltà psico-emotive non meno importanti, e messe in coda solo per necessità. Tra queste donne che affrontano con consapevolezza la propria condizione: Mina, nel 2001 resta incinta del primo figlio e, suo malgrado, capisce che vivrà gravidanza e maternità da sola. Pregiudizi verso la sua condizione Mina in questi anni non ne ha sentiti, ma certo crescere uno o più figli vuol dire affrontare da sole tutto quel 12
carico di incertezze, dubbi, insicurezze e timori solitamente condivisi. “Le paure, la solitudine nel prendere decisioni importanti, l’ansia per la stabilità economica sono i punti più impegnativi del percorso di una mamma single. Le famiglie monogenitoriali sono in tutto e per tutto come quelle tradizionali, ma il carico di preoccupazioni e lavoro sono moltiplicati”. Serena, 28 anni, un bimbo di 18 mesi e tanta voglia di entrare nel mondo del lavoro descrive così la sua situazione apparentemente priva di via di uscita: “se non lavori, non ti prendono il bambino al nido, allo stesso tempo, se in sede di colloquio esce fuori che il bambino non va al nido, finisce che non ti prendono a lavoro”. Fortunatamente, alcune esperienze di vita infondono fiducia: Angela, 42 anni, 2 bimbe di 3 e 2 anni, contabile presso una società farmaceutica, racconta: “Quando ho avuto la seconda figlia, sebbene amassi molto il mio lavoro, ero disposta a licenziarmi perché l’impegno delle due bambine, con appena 13 mesi di differenza, era davvero enorme. Fortunatamente i miei datori di lavoro, anche grazie al rapporto di stima e fiducia che si era istaurato negli anni in cui avevo lavorato per loro, si sono dichiarati aperti a qualche forma di compromesso e alla fine abbiamo concordato la seguente formula: sarei passata ad un contratto part-time e mi sarebbero state pagate come ‘straordinario’ tutte le ore che sarei riuscita a dedicare al lavoro da casa”. Camilla italiana, Ben americano: sposati e con una bimba piccola, hanno scelto di vivere a Roma. Ricercatrice lei, dottorando lui, invece di ripiegare sui nonni o pagare una tata hanno deciso che a casa con la figlia sarebbe rimasto il papà. Ben è quello che, in un paese fortemente ancorato alle tradizioni e penalizzato dalla disparità di genere, viene definito mammo. “Durante tutta la settimana è Ben a portare la bimba al parco. A fargli compagnia di solito un esercito di tate e nonni. Quando nel fine settimana sono io a dedicarle più tempo, il parco si riempie di papà. Non è questione di pregiudizi, ma di come è impostata la società”. Nel panorama internazionale l’Italia rappresenta ancora un’eccezione anche rispetto all’uso del tempo. Le donne italiane, sommando sia il tempo per il lavoro remunerato che quello per il lavoro non remunerato, lavorano molto più degli uomini. Il 77% del tempo dedicato al lavoro familiare è a carico femminile, a testimonianza di una persistente e significativa asimmetria di genere; pur essendo i padri un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli ancora molto rigida. I dati recenti mostrano, infatti, che i maggiori cambiamenti nella divisione 13
del lavoro tra i due generi sono avvenuti nell’ambito della cura dei figli, molto meno invece nell’ambito dei lavori domestici veri e propri. L’effetto finale è che la donna italiana lavora, in media, un’ora e un quarto al giorno in più rispetto agli uomini. Esistono comunque soluzioni affinché quella tra figli e lavoro non sia un’alternativa secca, ma una combinazione conciliabile e, in alcuni casi, possono essere le stesse lavoratrici a proporle giacché uno degli aspetti fondamentali della conciliazione vita-lavoro è proprio l’organizzazione del lavoro. Oggi, anche grazie ai progressi delle nuove tecnologie, si potrebbe permettere al lavoratore di beneficiare di nuove forme di flessibilità dell’orario di lavoro, aumentando al contempo la produttività. Part-time, flessibilità degli orari, tele-lavoro: le possibilità che si stanno dischiudendo sono tante ed è importante conoscerle, per poter essere promotori nei propri luoghi di lavoro dei cambiamenti in corso. Si pensi ad esempio a come si sono velocizzati i tempi di comunicazione, di trasferimento di documenti di qualsiasi tipo, di accesso a documenti condivisi e a spazi virtuali, indipendentemente dal fatto che i colleghi di lavoro si trovino in ufficio o a casa. Queste nuove modalità di lavoro si chiamano e-work e va da sé che si tratta di soluzioni che permetterebbero di risparmiare moltissimo tempo, iniziando dai trasferimenti casalavoro che, soprattutto nelle grandi città, possono richiedere tempi molto lunghi nonché rappresentare una notevole fonte di stress. Un’altra soluzione economica e pratica, riguardante i servizi alla famiglia, è rappresentata dalla Tagesmutter, termine tedesco che letteralmente significa “mamma di giorno”: si tratta di una figura professionale appositamente formata che può accogliere in casa propria sino ad un massimo di cinque bambini (compresi i figli propri), offrendo un servizio flessibile in base alle esigenze dei genitori. Molti comuni italiani si stanno attrezzando per poter offrire questo servizio, presentandolo come una valida alternativa agli insufficienti asili nido comunali ed impegnandosi sia sul fronte della formazione delle operatrici sia su quello dei periodici controlli sulla qualità del servizio stesso. Quella della Tagesmutter potrebbe essere anche un’interessante opportunità per donne in cerca di un’occupazione alternativa… 1.3 Il telelavoro La sempre più capillare diffusione del lavoro intellettuale, atipico e autonomo, porta un numero crescente di persone a lavorare dalla propria casa. Questo avviene anche in un paese come il nostro, dove il telelavoro è, per tradizione, meno diffuso in rispetto ai paesi nordeuropei, come la Svezia, la Norvegia, la Danimarca e la Finlandia, in cui è un’abitudine consolidata ormai da decenni. Telelavoro è un termine sul quale si potrebbe discutere molto a lungo e non è affatto semplice poter darne una definizione esaustiva, soddisfacente e condivisibile; ma la necessità di individuare tale definizione non deve sembrare un mero vezzo linguistico poiché quando si parla di lavoro, a seconda di determinate definizioni, possono esserci determinate conseguenze sul piano legislativo piuttosto che altre; basti pensare alle notevoli difficoltà di tipo sindacale che si riscontrano nella gestione dei telelavoratori ai quali è difficile, a seconda della tipologia di telelavoro svolto, applicare normative di tipo collettivo. Se le definizioni possono dare adito a discussioni di vario tipo, meno 14
incertezze sembrano esserci sul fatto che il telelavoro è, a prescindere dalle varie definizioni, una soluzione lavorativa profondamente diversa da quella tradizionale; sicuramente è una soluzione lavorativa in cui si ha una larga indipendenza dal luogo della struttura aziendale, indipendenza invece non presente qualora il lavoro venga svolto all’interno della struttura stessa. Esistono infatti diverse tipologie di telelavoro; classicamente ne vengono identificate cinque: telelavoro domiciliare, telelavoro mobile, telelavoro da centro satellite, telelavoro office-to-office e azienda virtuale. Il telelavoro, istituito nel 2002 con accordo quadro europeo, è una forma di organizzazione e/o di svolgimento dell’attività lavorativa regolarmente svolta fuori dai locali dell’azienda in ambienti nella disponibilità del lavoratore che spesso coincidono con l’abitazione che comporta vantaggi tanto per l’azienda quanto per il lavoratore. Nel nostro paese il telelavoro è stato recepito a partire dal 2004, attraverso l’Accordo interconfederale - tra Confindustria, Confartigianato, Confesercenti, Cna, Confapi, Confservizi, Abi, Agci, Ania, Apla, Casartigiani, Cia, Claai, Coldiretti, Confagricoltura, Confcooperative, Confcommercio, Confinterim, Legacoop, Unci, Cgil, Cisl e Uil - che ne regolamenta lo svolgimento. Successivamente, nel 2011 il Governo ha introdotto incentivi per i datori di lavoro che adottano il telelavoro per migliorare la conciliazione fra lavoro e famiglia, norme perfezionate nel 2012 dalla Legge di Stabilità. Sono previste particolari sovvenzioni nel caso in cui si favorisca la flessibilità dell’orario di lavoro a particolari categorie di lavoratori e lavoratrici (di qualsiasi categoria con figli minori, prioritariamente in caso di disabili o minori di età inferiore ai 12 anni, o 15 anni se adottati o affidati, o in alternativa con parenti disabili o non autosufficienti a carico, o affetti da infermità grave). Gli obblighi stabiliti dalla Legge 68/1999 riguardanti l’obbligatorietà delle assunzioni di lavoratori disabili si ritengono rispettati anche attraverso il ricorso al telelavoro. Ma quali sono i pro ed i contro di questa modalità lavorativa? I vari studi che negli anni sono stati compiuti sul telelavoro hanno cercato di metterne in evidenza pregi e difetti valutando entrambi sia dal punto di vista del lavoratore sia dal punto di vista dell’azienda datrice di lavoro. Per il lavoratore e la lavoratrice i vantaggi principali sono: • riduzione (e talvolta eliminazione) dei tempi necessari agli spostamenti; • riduzione delle spese per gli spostamenti; • aumento del tempo libero; • maggiore vicinanza ai familiari, agli amici e al proprio ambiente; • libera scelta del luogo di residenza; • gestione dell’orario di lavoro in base alle proprie esigenze. Gli svantaggi rilevati sono: • riduzione del tempo libero (patologia del workaholic); • rischio di non distinguere adeguatamente la casa e l’ufficio; • riduzione della vita relazionale esterna; • incremento delle spese domestiche (aria condizionata, illuminazione artificiale, ecc.); • minore tutela sindacale (dovuta alla personalizzazione del contratto); 15
• minori possibilità di carriera a causa della minore visibilità (problema riguardante coloro che lavorano per realtà aziendali di un certo livello). Dal punto di vista aziendale i vantaggi che vengono generalmente evidenziati sono: • incremento della produttività; • riduzione dei costi aziendali legata alla riduzione delle dimensioni aziendali; • maggiore motivazione dei lavoratori; • riduzione del numero di intermediari; • incremento della flessibilità organizzativa. Tra gli svantaggi si ricordano: • difficoltà nel gestire i lavoratori a distanza; • incremento delle spese per le apparecchiature necessarie alla telecomunicazione; • aumento dei costi di formazione; • variazioni nell’organizzazione aziendale. Il telelavoro è dunque un’opportunità a cui nessuna azienda dovrebbe rinunciare, implementandolo con una personalizzazione della proposta al dipendente che esalti i vantaggi della strategia, eliminando o limitando gli svantaggi. Aspetti del telelavoro dipendente: • essendo una tipologia di svolgimento della prestazione lavorativa, esso può essere pattuito al momento dell’assunzione ma anche successivamente, forte della sua natura reversibile: dopo un periodo di sperimentazione, si può infatti tornare alla tipologia tradizionale; • deve comunque sempre essere volontario: la controparte, datore di lavoro o lavoratore, deve essere d’accordo rispetto alla nuova tipologia di svolgimento del lavoro. Inoltre il rifiuto non può in alcun caso essere causa di licenziamento o di modifica delle condizioni contrattuali; • deve essere riservata una mole di lavoro analoga a quella di un pari grado che eserciti in maniera tradizionale le proprie mansioni, anche se il telelavoratore ha più ampi margini di discrezionalità circa i tempi di organizzazione del lavoro; • il datore di lavoro deve inoltre fornire al telelavoratore tutte le informazioni inerenti: contratto collettivo applicato, tipologia di prestazione da eseguire, unità a cui deve fare riferimento e superiore diretto al quale rivolgersi in caso di bisogno; • il datore di lavoro ha l’obbligo di mettere in atto tutte le misure necessarie al fine di evitare che il telelavoratore sia oggetto di isolamento, garantendo anche le possibilità di incontro con i colleghi e l’accesso alle informazioni contenute in azienda, in ottemperanza ad accordi aziendali e regolamenti interni. Il telelavoratore ha gli stessi diritti dei colleghi, avendo diritto agli stessi avanzamenti di carriera e potendo accedere ai medesimi percorsi formativi; in più ha diritto a una formazione specifica che gli consenta di padroneggiare gli strumenti necessari per la particolare tipologia di svolgimento del proprio lavoro; 16
• il lavoro da casa non esonera dall’osservanza dei criteri di salute e sicurezza, infatti il datore di lavoro è responsabile anche del dipendente che svolga mansioni in telelavoro, illustrandogli i criteri di sicurezza applicati in ufficio e le politiche aziendali in materia, cui il lavoratore deve obbligatoriamente attenersi anche da casa (o dove svolge l’attività); • il datore di lavoro può avere accesso al posto di tele-lavoro ma, nel caso in cui si tratti dell’abitazione del dipendente, deve richiederne il consenso come indicato dai contratti collettivi. Di contro, anche il dipendente può richiedere l’esecuzione di ispezioni. Un nodo da stabilire preventivamente è la proprietà dei mezzi a disposizione del telelavoratore: se sono forniti dal datore di lavoro, è in capo al dipendente l’obbligo di averne cura, non utilizzarli per divulgare in rete file a contenuto illegale e avvisare tempestivamente il superiore in caso di malfunzionamenti che potrebbero compromettere lo svolgimento dell’attività, anche presso la sede dell’azienda. Il datore di lavoro può monitorare la produttività del telelavoratore attraverso l’utilizzo di software, il cui impiego - trasparente - deve però tenere conto in maniera proporzionale dell’obiettivo che ci si prefigge e della privacy del lavoratore. Invece la responsabilità della protezione dei dati è in capo a entrambi i soggetti: • il datore di lavoro deve adottare misure in grado di garantirne la sicurezza (anche attraverso software specifici), informare il telelavoratore delle norme di legge da seguire e di eventuali regole previste al livello aziendale per la protezione dei dati; • il lavoratore deve attenersi alle direttive fornite e rispettare regole e norme che il datore di lavoro gli sottopone; • al datore di lavoro sono riservati i costi derivanti direttamente dal lavoro: collegamento Internet, apparecchiatura hardware utilizzato per lo svolgimento delle mansioni lavorative ed eventuali spese causate da smarrimento o danneggiamento di dati e strumenti, a meno che non sia riconoscibile una negligenza grave da parte del dipendente. Aspetti peculiari del telelavoro autonomo: si rende conto solo a se stessi del proprio operato. Si è completamente liberi di organizzarsi come meglio si crede, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta, soprattutto per chi non è abituato ad organizzare e a gestire al meglio il proprio tempo. Meno costi di gestione: chi lavora da casa con una posizione IVA ha l’opportunità di scaricarsi parte dell’affitto, delle utilities e tutti i costi che sostiene per dedicarsi alla sua attività. Non male, se si considera che un lavoratore autonomo può definirsi come un ‘socio’ dello Stato al 50%. Il Fisco, infatti, finisce con l’assorbire almeno il 50% dell’utile della sua attività, fra tasse e contributi (con la recente riforma le stime salgono verso l’alto). Si può lavorare con un orario flessibile: chi lavora da casa ha davvero l’opportunità di osservare un orario di lavoro tagliato su misura delle proprie esigenze e della propria famiglia (ha il tempo per portare i figli a scuola o all’asilo, per cucinare e fare la spesa). Nel caso di emergenze o di imprevisti, può abbandonare il lavoro senza dover dare spiegazioni a nessuno. Ma a patto che tenga sempre presente i tempi di consegna e le scadenze. 17
La routine può essere sconosciuta: chi lavora da casa ha l’opportunità di definire in autonomia, giorno per giorno, come trascorrere ed organizzarsi la giornata. Si risparmia denaro: gli investimenti, per chi lavora da casa, nella stragrande maggioranza dei casi, si riducono all’acquisto di un computer con i relativi software, ad una stampante e alla promozione. Ad attività già avviata, i costi di gestione sono minimi e si spendono meno soldi per i trasferimenti da casa all’ufficio, per il caffè consumato al bar, per il pranzo e persino per l’abbigliamento. Il fallimento è inoltre un avvenimento quasi impossibile. Il massimo rischio che si corre dedicandosi ad un’attività da casa, consiste in scarsi guadagni. È possibile prendersi delle pause quando si è troppo stressati: chi lavora da solo è libero di concedersi piccole pause quando ne avverte la necessità, per eccesso di stanchezza o di stress. Può telefonare ad un amico, stendere il bucato, cucinare o andare a farsi una passeggiata per riordinare le proprie idee. I flussi di lavoro sono discontinui: nei momenti di overjob, si alternano momenti in cui sembra di non avere nulla da fare. Un buon lavoratore autonomo deve essere in grado di organizzarsi per non venire mai meno ai propri impegni ed essere disponibile a lavorare anche 10/12 ore al giorno quando il lavoro è più intenso, ed essere pronto ad investire il proprio tempo per acquisire nuovi incarichi quando questi sembrino ridursi. Si finisce per lavorare a cottimo: il lavoratore autonomo, come per esempio un giornalista, oppure un traduttore, viene spesso retribuito in maniera inadeguata, considerata la forte concorrenza con cui occorre misurarsi. La tentazione, è quindi quella di lavorare oltremisura, senza soluzione di continuità, spesso anche la sera e durante i weekend, per riuscire a mettere insieme un guadagno mensile accettabile. 1.4 I congedi La Legge 53/2000 e il successivo D.L. 151/2001, meglio noto come “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”, hanno introdotto elementi di novità rispetto al passato e avevano come obiettivo la maggior fruizione dei congedi da parte dei padri e una maggiore equità nella ripartizione del lavoro di cura tra i genitori. Tuttavia, tali iniziative legislative mostrano ancora forti limiti, essendo prevalentemente disegnate per la lavoratrice/il lavoratore dipendente, mentre insufficiente appare ancora la tutela dei lavoratori atipici, il cui numero invece sta aumentando specie tra le coorti più giovani che entrano nel mercato del lavoro, e dunque quelle potenzialmente più interessate ai congedi legati alla nascita di un figlio. Non solo, ma l’indennità percepita durante il periodo di astensione facoltativa o per malattia del bambino appare insufficiente a consentirne un pieno utilizzo da parte della madri (specie quelle con salari più bassi) e ancor più dei padri. In base a quanto stabilito dal D.L. 151/2001, il congedo di maternità ha una durata di 5 mesi e spetta alle lavoratrici dipendenti, alle lavoratrici domestiche (che devono però aver versato almeno un anno di contributi nei due anni precedenti il periodo di assenza obbligatoria o almeno sei mesi di contributi nell’anno precedente) e alle lavoratrici agricole (che devono però aver effettuato un minimo di 51 giornate di lavoro nell’anno 18
precedente il periodo di assenza obbligatoria). Durante questo periodo un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione media giornaliera viene pagata alle lavoratrici dipendenti. Tale indennità è aumentata al 100% per talune categorie, a seconda dei contratti collettivi e per il pubblico impiego. Se il datore di lavoro ha omesso il versamento l’indennità non viene pagata. L’importo è variabile e dipende dal reddito percepito nell’anno precedente. Per ottenere l’indennità di maternità è necessario che risultino accreditate almeno tre mensilità di contribuzione nei dodici mesi precedenti il periodo di maternità. Alle lavoratrici autonome spetta un’indennità pari all’80% della retribuzione calcolata sull’anno precedente. Il D.M. 12 luglio 2007 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 247 del 23 ottobre 2007 ha previsto l’estensione dell’astensione obbligatoria, in favore delle seguenti forme contrattuali: lavoratrici a progetto e categorie assimilate (collaboratrici coordinate e continuative), associate in partecipazione, libere professioniste iscritte alla gestione separata, lavoratrici che svolgono prestazioni occasionali (ossia di durata inferiore a 30 giorni nell’anno solare e con un compenso inferiore a 5.000 euro con lo stesso committente), lavoratrici riconducibili alle categorie “tipiche” (amministratore, sindaco, revisore di società, di associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica), lavoratrici titolari di rapporti di “lavoro autonomo occasionale”, venditori “porta a porta”. Per le lavoratrici a progetto e categorie assimilate è stato previsto il diritto alla proroga della durata del rapporto di lavoro per un periodo di 180 giorni. L’indennità di maternità per i lavoratori iscritti alla gestione separate dell’INPS spetta alle madri naturali, madri affidatarie (o padri qualora le madri non ne facciano richiesta), padri (in caso di morte o grave infermità della madre) a condizione che non siano iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie e versino una contribuzione maggiorata dello 0,50%, salita allo 0,72% dal luglio del 2007 a seguito dell’aliquota aggiuntiva. Il diritto al congedo parentale spetta ai lavoratori e alle lavoratrici dipendenti (esclusi quelli a domicilio o gli addetti ai servizi domestici) titolari di uno o più rapporti di lavoro in atto. Il Testo Unico regolamenta esplicitamente i congedi parentali della lavoratrice o del lavoratore, ossia dei “dipendenti, compresi quelli con contratto di apprendistato, di amministrazioni pubbliche, di privati datori di lavoro nonché i soci lavoratori di cooperative” (art. 2). La Legge prevede per i genitori un periodo di congedo parentale complessivo di 10 mesi, elevabili a 11 mesi qualora il padre lavoratore si astenga dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi. In particolare, alla madre compete, trascorso il periodo di congedo obbligatorio di maternità di cinque mesi, un periodo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi. Al padre compete un periodo facoltativo continuativo o frazionato non superiore ai 6 mesi elevabile a 7 se questi fruisce del congedo parentale per almeno 3 mesi. Il padre può astenersi facoltativamente dal lavoro per 7 mesi a patto che la madre si astenga per soli 4 mesi. L’opportunità di poter usufruire di un mese in più di congedo ha la precisa finalità di incentivare il lavoratore padre a usufruire del congedo parentale. Il limite complessivo non può comunque superare 11 mesi. Per le lavoratrici autonome, madri di bambini nati a decorrere dal 1° gennaio 2000 il Testo Unico ha esteso il diritto al congedo parentale, compreso il relativo trattamento 19
economico, ma limitatamente ad un periodo di tre mesi, entro il primo anno di vita del bambino. I padri lavoratori autonomi non hanno invece diritto al congedo parentale, mentre lo stesso limite dei tre mesi e lo stesso trattamento economico si applica ai lavoratori parasubordinati. Con il Testo Unico del 2001, viene inoltre introdotta una importante innovazione, ossia la possibilità della fruizione contemporanea del congedo parentale da parte dei due genitori: il padre può utilizzare il proprio periodo di congedo parentale durante il periodo di congedo della madre oppure mentre la madre usufruisce dei riposi giornalieri (due ore di permesso per allattamento fino al compimento del primo anno di vita del bambino). Secondo la Legge 53/2000 per i lavoratori dipendenti l’indennità per astensione facoltativa è pari al 30% della retribuzione media giornaliera fino al terzo anno di vita del bambino per un periodo massimo complessivo tra i genitori di 6 mesi. In caso di superamento dei 6 mesi complessivi tra i genitori, e fino al compimento dell’ottavo anno di vita del bambino, un’indennità pari al 30% della retribuzione si ha solo per redditi molto bassi. La Legge 53/2000 estende poi il diritto al congedo parentale anche ai genitori affidatari o adottivi. La durata del congedo è estesa poi nel caso di bambini portatori di handicap. Per quanto riguarda i genitori soli, il Testo Unico prevede un congedo parentale, continuativo o frazionato, pari a 10 mesi. Si rileva che le difficoltà maggiori a sfruttare a pieno tale congedo si hanno da parte di donne a basso reddito a causa della bassa indennità prevista. Secondo alcune recenti stime, infatti, un incremento della durata del congedo parentale non avrebbe quasi nessun effetto per le lavoratrici con qualifiche più basse, che non possono permettersi di usufruire del congedo, perché questo comporta una retribuzione molto ridotta rispetto al salario normale. Anche per quanto riguarda gli uomini, avendo questi solitamente salari più elevati, la fruizione del congedo comporterebbe una riduzione del reddito familiare ancora maggiore, circostanza che contribuisce a scoraggiare tale scelta. Sono note, inoltre, le conseguenze negative sugli sviluppi di carriera legate alla nascita di un figlio. Il risultato è che, per incentivare una differente ripartizione dei carichi all’interno della famiglia, le soluzioni proposte devono essere sostenibili. Infine la Legge 53/2000 introduce inoltre per le lavoratrici autonome il sostituto d’impresa (art. 9). Questa figura professionale, scelta tra gli iscritti ad un apposito albo, ha il compito di sostituire il lavoratore autonomo che si debba assentare (anche part-time) per motivi familiari o di maternità. Questo strumento ha riscosso però poco successo ed è stato scarsamente utilizzato. Per completare il quadro normativo in materia di congedi si segnalano le due novità introdotte dalla Riforma del Lavoro del Ministro Fornero legate ai temi della conciliazione vita-lavoro e della promozione di una gestione paritaria della cura dei figli: il congedo obbligatorio di paternità e la distribuzione di voucher per far fronte alle spese degli asili nido privati o servizi di baby-sitting per le madri che decidano di rientrare a lavoro alla fine del congedo di maternità, in alternativa al ricorso al congedo parentale (Legge 28 giugno 2012, art. 4, comma 24). Il primo provvedimento introduce l’obbligo di un giorno di astensione dal lavoro per il lavoratore dipendente divenuto padre entro i primi 5 mesi di vita del figlio; a tale assenza è possibile aggiungere un periodo di ulteriori due giorni previo accordo con 20
la madre, dal momento che tali giorni saranno sottratti al congedo della stessa. Si tratta chiaramente di un provvedimento di carattere simbolico, che da solo dà un contributo molto limitato all’accrescere nei padri del senso di responsabilità e di impegno alla cura dei figli e che non può affatto competere con le 52 settimane di congedo parentale autonomamente spartite tra madri e padri e retribuite all’80% previste ad esempio dalla legislazione della Danimarca, ma è comunque un segnale di qualche cosa che si sta muovendo e che ci fa ben sperare. Anche la portata del secondo provvedimento è stata fortemente ridimensionata man mano che sono state rese pubbliche le modalità e le forme con cui esso verrà realizzato, a partire dalla notizia che i fondi stanziati a tale fine saranno 20 milioni di euro per il triennio 2013-2015: quante donne che sceglieranno di rinunciare al congedo parentale e rientrare a lavoro subito dopo i 5 mesi di congedo obbligatorio potranno effettivamente beneficiarne? Secondo quanto stabilito dal decreto, i voucher avranno un valore di 300 euro mensili, saranno elargiti per un massimo di sei mesi e potranno essere usati o per pagare una baby-sitter (in questo caso saranno versati in forma di buoni lavoro) o per pagare il nido (in questo caso l’INPS verserà direttamente la somma alla struttura scelta); le lavoratrici autonome o con contratti ‘atipici’ potranno avere i voucher solo per tre mesi. Le lavoratrici che sceglieranno di accedere questo servizio potranno farlo anche in una forma ibrida, chiedendo ad esempio di avere il bonus solo per due o tre mesi e per il resto beneficiare del congedo parentale. Un rapido calcolo - 20 milioni di euro equivalgono a circa 11.000 voucher per sei mesi intrecciato con i dati sull’occupazione femminile (le lavoratrici che hanno avuto un figlio nel 2011 sono state 312.000) ci fa stimare che i voucher saranno disponibili per il 3,5% del totale. La graduatoria nazionale sarà stilata in base all’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) - a parità di ISEE varrà la precedenza nell’invio della domanda. Il provvedimento, teso a favorire la conciliazione e agevolare il rientro delle donne al lavoro dopo la maternità, non può esimersi da alcune criticità: se, ad esempio, viene proposto come un alternativa al congedo parentale, congedo che può essere richiesto da entrambi i genitori, perché i voucher sono rivolti solo alle madri e non anche ai padri? L’aiuto dei padri è aumentato in modo rilevante in quei paesi europei dove è stato incentivato economicamente: in Svezia e negli altri paesi scandinavi la sostituzione tra i due genitori avviene per un massimo di 12 mesi consecutivi (o 24 frazionabili) e gli effetti positivi si sono avuti anche sull’indice di natalità e sui risultati scolastici e comportamentali dei figli. Il congedo viene inoltre adeguatamente indennizzato ed è pari ad almeno il 60-80% della retribuzione. In particolare, l’esperienza svedese suggerisce che la flessibilità nell’utilizzo dei congedi parentali e la possibilità di congedi part-time per entrambi i genitori, anche contemporaneamente, vanno nella direzione di una più equa distribuzione dei carichi di cura nella famiglia e di una maggiore simmetria nel mercato del lavoro, riducendo le penalizzazioni di carriera e di salario per le donne ed agevolandone la produttività. A livello di Unione europea, nel tentativo di armonizzare le diverse legislazioni e di stimolare politiche più generose nei paesi dove più limitato è il diritto al congedo parentale, nell’estate del 2009 è stato stipulato dalle parti sociali europee un nuovo accordo quadro per prolungare la sua durata, portandolo da 3 a 4 mesi per genitore con 21
obbligo di applicazione a tutti i lavoratori dipendenti, a prescindere dalla forma del loro contratto. In base all’accordo, ai genitori che ritornano al lavoro dopo il congedo parentale viene poi offerta la possibilità di chiedere l’adattamento delle loro prestazioni di lavoro (ad esempio la flessibilità dell’orario di lavoro). La nuova direttiva è entrata in vigore dal 2010. Dalle esperienze effettuate, si è rilevato che gli individui rispondono agli incentivi; e questo determina i comportamenti. In Italia il modello prevalente è ancora quello in cui le attività di cura sono una questione di donne: le donne lavorano meno degli uomini, e anche quando lavorano si occupano di più dei figli. Come è stato dimostrato da molti studi, le soluzioni più efficaci prevedono un’offerta adeguata di asili nido combinata con congedi parentali non troppo lunghi (6-8 mesi), ma meglio pagati. La sostituzione può essere per un massimo di 12 mesi consecutivi o 24 frazionabili. Investire sui servizi all’infanzia riguarda la possibilità del nostro paese di tornare a crescere e di pensare al futuro. I dati internazionali confermano come i primi anni di vita siano un passaggio tanto cruciale al punto di determinare il percorso di ciascuno nella vita adulta. Ed è proprio in questa fascia di età, infatti, che si costruiscono le pari opportunità. Lo sapevi che... In Svezia fino al compimento dell’ottavo anno di età del figlio, entrambi i genitori, a turno, possono richiedere il congedo parentale. La durata è media ma il congedo è ben retribuito: quello di maternità all’80%, il parentale al 66%. Esiste anche la possibilità di richiedere dei congedi part-time, anche di alcuni giorni la settimana, da parte dei genitori. I parttime possono essere richiesti contemporaneamente e simultaneamente da entrambi: ad esempio la madre lavora solo il mattino e il padre solo il pomeriggio o viceversa, consentendo loro di rimanere entrambi sul mercato del lavoro senza rinunciare ad accudire i figli piccoli. Negli ultimi anni si è andata affermando la consapevolezza della necessità di servizi di qualità che pongano come fulcro il benessere della persona/bambino e che consentano a tutti i bambini di vivere esperienze sociali stimolanti, sino ad arrivare alla previsione di un sistema integrato di servizi anche per i più piccoli. Tale esigenza nasce, peraltro, anche da altri fattori, tra i quali il principale è senza dubbio rappresentato dall’insufficiente disponibilità di posti negli asili nido. Ancora oggi i tassi di accoglimento della domanda delle famiglie rispetto a questa tipologia di servizi è solo marginalmente soddisfatta; essi sono riservati, nel nostro paese, ad una minoranza di bambini (14.6-21%), con qualche eccezione per alcune Regioni del Centro-Nord (27-28%). Per di più, il non avere tenuto presente nelle politiche statali degli indirizzi della Commissione europea - Rete per l’infanzia (Quaranta obiettivi di qualità per i servizi per l’infanzia, 1996) - che consigliava di impegnare almeno l’1% del PIL per creare servizi per la prima e seconda infanzia (obiettivo 7) - ha trattenuto l’Italia nei livelli bassi tra i paesi della Comunità per l’offerta di servizi educativi, in par22
ticolare per la prima infanzia. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al D.Lgs. 151/2001 -Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità e alla Legge n. 92 del 28 giugno 2012 - Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita. 1.5 Maternità e Allattamento Il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità approvato dal Parlamento nel marzo del 2001 ha raccolto tutte le norme emanate nel corso degli anni sui temi della maternità e della salute e sicurezza delle lavoratrici in stato di gravidanza o allattamento. Ancora una volta l’input decisivo è venuto dall’Unione europea: la Direttiva 92/85 ha definito gli obblighi a carico del datore di lavoro in caso di gravidanza/puerperio/allattamento delle sue dipendenti, obblighi che si concretizzano in una serie di misure preventive volte a proteggere il nascituro anche nelle prime settimane successive al concepimento, quando ancora la gravidanza non è nota alla stessa madre. Alla base delle linee direttrici UE e del Decreto 151 c’è la consapevolezza che condizioni accettabili in situazioni normali possono non esserlo più durante la gravidanza. Lo sapevi che... L’attuale riforma del mercato del lavoro proposta dal Ministro Fornero era da tempo attesa e più volte ci è stata sollecitata dall’Europa. La riforma, una volta a regime, si propone di introdurre cambiamenti importanti anche in merito al lavoro per le donne ed in particolare: Conciliazione e disciplina del congedo di paternità obbligatorio Per favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia, sono previste alcune modifiche al T.U. sulla maternità e l’introduzione del congedo di paternità obbligatorio è riconosciuto al padre lavoratore entro 5 mesi dalla nascita del figlio e per un periodo pari a 3 giorni continuativi. Agli oneri derivanti da tali interventi, si provvederà con l’utilizzo parziale delle risorse del fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento dell’occupazione giovanile e delle donne (art. 24, comma 27, Legge 214/2011). Misure volte a favorire la conciliazione vita lavoro Al fine di promuovere la partecipazione femminile al mercato del lavoro, si intende disporre l’introduzione di voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting. Le neo mamme avranno diritto di chiedere la corresponsione dei voucher dalla fine della maternità obbligatoria per gli 11 mesi successivi in alternativa all’utilizzo del periodo di congedo facoltativo per maternità. Il voucher è erogato dall’Inps. Tale cifra sarà modulata in base ai parametri dell’indicatore della situazione economica equivalente della famiglia (ISEE). Le risorse a sostegno di questo intervento saranno reperite nell’ambito del già citato a fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento dell’occupazione giovanile e delle donne. 23
Pertanto, una volta constatata la gravidanza, il datore di lavoro è tenuto a modificare temporaneamente le condizioni o l’orario di lavoro della lavoratrice per evitare di esporla a rischi. Tali rischi potenzialmente dannosi per la gravidanza si dividono in: • chimici (esposizione a sostanze pericolose come metalli pesanti, pesticidi, disinfettanti, solventi, ecc.); • fisici (rumore, radiazioni ionizzanti e non, vibrazioni, alte temperature, ecc.); • biologici (esposizione a batteri, virus, tossine, ecc.); • fattori organizzativi del lavoro stesso (postura, movimentazione di carichi o qualsiasi altro disagio fisico e mentale dovuto all’attività svolta) potenzialmente dannosi per il nascituro. Ovviamente le conseguenze dell’esposizione a questi fattori di rischio per la gravidanza variano in base alla durata dell’esposizione stessa, alla sua intensità, ad eventuali combinazioni sinergiche con altri fattori pericolosi (ad es. il fumo, l’alcool, ecc.) ed anche alla predisposizione individuale della lavoratrice e del lavoratore. Questi agenti di rischio possono provocare effetti dannosi di diverso tipo sulla salute riproduttiva di uomini e donne: si parla di tossicità riproduttiva per quegli agenti che provocano disordini ormonali, anomalie negli spermatozoi o difficoltà nel concepimento, mentre di tossicità dello sviluppo per quelli i cui effetti si manifestano sulla salute del feto (morte dell’embrione, alterazione della crescita, nascita prematura o anomalie congenite). È importante sapere che alcune sostanze tossiche, come i pesticidi, si possono anche concentrare nel latte materno ed essere così trasmesse al neonato durante l’allattamento. Infine, anche i capelli, le mani e gli indumenti possono trasportare sostanze nocive dal posto di lavoro all’ambiente domestico: il cambio degli abiti e un’accurata pulizia personale prima di lasciare i luoghi di lavoro possono contribuire a proteggere la salute propria e dei propri figli! Così ad esempio, per quanto riguarda i fattori chimici, l’esposizione a metalli pesanti altamente tossici quali il piombo - di frequente impiego nei settori: ceramica, metalmeccanica, elettronica, lavorazione del petrolio, distribuzione della benzina, grafica o il mercurio che può provocare aborti, malformazioni congenite o deficit nella crescita intrauterina; lo stesso vale per alcuni solventi, pesticidi, gas anestetici e per i farmaci antiblastici quotidianamente manipolati dal personale sanitario, dei quali alcuni sono riconosciuti come teratogeni e mutageni. Quanto ai fattori fisici, diversi studi sul più diffuso di essi, il rumore (fattore di rischio che interessa: settore tessile e confezionamento meccanizzato, ambiente scolastico, lavori su strada, settori commerciali rumorosi), è stata rilevata una riduzione nella crescita del feto, in caso di esposizione a rumore durante la gravidanza, con alta probabilità di nascita prematura e neonati sottopeso. Diminuzione della fertilità, aumento di aborti e complicanze in gravidanza sono emersi invece come rischi connessi alle vibrazioni sul lavoro (presenti in: industria tessile, agricoltura, lavoro sui mezzi di trasporto); quanto all’esposizione a radiazioni ionizzanti, che riguarda in particolare il personale medico 24
e paramedico di radiodiagnostica e radioterapia, i cui effetti nocivi, se non contrastati potrebbero configurarsi con sterilità, aumento di aborti, insorgere di malformazioni e tumori nei figli. Si ricorda inoltre che, in nome del principio di precauzione e prevenzione, le stesse misure protettive o di allontanamento vanno applicate anche per sostanze e fattori solamente ‘sospetti’ di rischio, per i quali non c’è ancora certezza di pericolosità. Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, ecco alcuni fattori legati alla gravidanza che possono ripercuotersi sul lavoro: mal di schiena c postura eretta/movimentazione manuale dei carichi malessere mattutino c primi turni/esposizione ad odori forti/spostamenti vene varicose/problemi circolatori c postura eretta o seduta per tempi prolungati visite frequenti alla toilette/fame/ sete c vicinanza ai servizi/ possibilità di nutrirsi e bere impedimento nei movimenti/velocità/agilità difficoltà nel chinarsi/spostare carichi/provocato dall’aumento del peso c lavoro in spazi ristretti stanchezza e fatica c straordinari/lavoro notturno/orari di lavoro lunghi Qualora le modifiche alle condizioni di lavoro non fossero possibili, deve esse
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