Source: http://www.anpi-vicenza.it/articolo-18/
Timestamp: 2018-11-18 10:47:52+00:00
Document Index: 112414980

Matched Legal Cases: ['art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18']

Articolo 18, storia di battaglie per i diritti – A.N.P.I. Vicenza
Articolo tratto dal sito nazionale dell’ANPI.
Leggo sui giornali, testualmente, un titolo come questo “Addio all’articolo 18” e una dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano che nel dichiararsi soddisfatto, afferma “abbiamo tolto l’articolo 18”. Non mi interessano i distinguo, gli accordi raggiunti in Parlamento e le soddisfazioni manifestate. Mi chiedo solo se tutti ricordino la storia e le origini dell’art.18, pronto a sentirmi dare del conservatore, ma forte del fatto che la storia non si può contestare ed è lì a ricordarci i suoi valori.
Da quel convegno nacque una spinta politica e sindacale, che impiegò degli anni, ma alla fine sfociò nella prima legge italiana sui licenziamenti, quella del 15 luglio 1966, n.604 (norme sui licenziamenti individuali) che introduceva l’obbligo di motivazione e affiancava alla “giusta causa”, già prevista dal Codice civile, il “giustificato motivo”. La legge costituiva un grande passo avanti, rispetto al potere indiscriminato di recesso, ma aveva un limite, nel senso che tutto si poteva risolvere, in caso di licenziamento ingiustificato, col pagamento di alcune mensilità di retribuzione (come alternativa rispetto alla reintegrazione).
Ci vollero ancora degli anni e le battaglie sindacali del così detto” autunno caldo” per arrivare alla legge 20 maggio 1970, n. 300 (“Statuto dei diritti dei lavoratori”) intitolata significativamente come “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori”. Nello Statuto era compreso l’art.18, che superava il limite della legge precedente, prevedendo – in caso di licenziamento ingiustificato – la reintegrazione.
Un percorso lungo, complesso e ricco di lotte per arrivare alla prima vera applicazione delle norme della Costituzione che riguardano il lavoro, facendo della tutela dei diritti di chi lavora un a questione di dignità e di libertà. Da molti quella fu considerata una conquista di straordinaria importanza. Se nel Convegno del 1955 si era affermato che la Costituzione si era fermata fuori dei cancelli delle fabbriche, con lo Statuto e con l’art.18 quella soglia era stata finalmente superata.
Questo spiega perché, quando fu proposto da Marco Pannella un referendum abrogativo dell’art.18, nel 2000, vi fu una vera sollevazione non solo dei lavoratori, ma anche di tanti giuristi e della gran parte della cultura politica del Paese (ricordo, fra l’altro, una lettera della Federazione milanese dei Democratici di sinistra, inviata ad un convegno proprio su quel referendum, in cui si ribadiva con nettezza l’impegno del maggior partito di sinistra per un fermo ”no” alla proposta referendaria).
È passata molta acqua sotto i ponti, persino rispetto al momento in cui – proprio sull’art.18 – Cofferati riempì le piazze di Roma, per esprimere la ferma contrarietà ad ogni ipotesi di riforma. Peraltro, è anche bene ricordare come finì quel referendum per l’abrogazionedell’art.18 a cui ho fatto riferimento più sopra: il referendum non raggiunse il quorum dei votanti necessario, ma di quelli che andarono a votare il 66,6% si espresse contro l’abrogazione.
È davvero togliendo di mezzo la maggior parte dell’art.18 che si otterranno risultati positivi per risolvere una crisi di queste dimensioni?
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