Source: http://finanzieridemocratici.blogspot.it/2014/11/
Timestamp: 2018-02-24 03:51:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Movimento dei Finanzieri Democratici: novembre 2014
Amianto: cosa fa il comando generale della Guardia di Finanza?
AMIANTO: LICENZA DI UCCIDERE?
Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, nei giorni scorsi, ha chiesto ed ottenuto il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione dei reati ascritti a carico del miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, unico imputato per disastro ambientale dopo la morte del barone belga Louis De Cartier.
La Corte, presieduta da Arturo Cortese, ha annullato senza rinvio, dichiarando prescritto il reato, la sentenza di condanna per il magnate svizzero nel maxiprocesso Eternit. Con la sentenza, a quanto pare, sarebbero stati annullati anche i risarcimenti per le vittime, in quanto la prescrizione sarebbe maturata al termine del giudizio di primo grado.
Nel merito di questo episodio di cronaca che si tinge di macabri colori, e che sicuramente farà discutere a lungo, potremmo effettuare una disquisizione socio-politica per dire che, sfogliando i libri di storia, non abbiamo mai visto condannare e finire in galera un barone o un plurimiliardario. Ma preferiamo attenerci ai fatti, facendo soprattutto un’analisi giuridica dell’accaduto, ragionando in astratto e non soffermandoci al caso specifico.
A nostro parere il reato da ipotizzare subito e non a giochi fatti – in fattispecie di questo genere – sarebbe stato quello di strage, previsto dall’articolo 422 del codice penale. Per i non giuristi diciamo subito che l’articolo 422 del codice penale prevede la pena dell’ergastolo, in quanto il reato in argomento contempla l’uccisione volontaria di più persone e, come per l’omicidio di una persona, non è soggetto ad alcuna prescrizione.
Nell’ambito della fattispecie amianto è impensabile che i datori di lavoro di fabbriche dotate di personale ingegneristico e di uffici legali non siano al corrente dei danni mortali che provoca l’amianto. Stessa cosa dicasi per i dirigenti della pubblica amministrazione e per gli alti ufficiali delle Forze Armate e dei Corpi militari o civili dello Stato. Siamo certi di quanto stiamo affermando poiché, della pericolosità dell’amianto, vi è traccia proprio in una sentenza del tribunale di Torino risalente al 1906, ovvero a ben oltre un secolo fa. Questo è quanto si legge nel testo di una sentenza pronunciata «in nome di sua Maestà Vittorio Emanuele III» al termine di una causa civile promossa dalla società inglese British asbestos company limited contro un giornale piemontese, «Il Progresso del Cavanese e delle Valli Stura», per un articolo che parlava dei problemi di una fabbrica amiantifera di Nole (Torino). I giudici respinsero le richieste della società certificando che la lavorazione era dannosa per la salute. La prima legge delega, che delimitava i pericoli dell’amianto, è, invece, del 12 febbraio 1955 e portava il nr. 51. Ma, per tagliare la testa al toro una volta per sempre, la legge nr. 257 del 1992 mette definitivamente al bando l’amianto, vietandone non solo la produzione ma anche l’uso e la manipolazione se non a scopo di bonifica, che deve essere obbligatoriamente ed esclusivamente effettuata da ditte altamente specializzate e con cautele particolari. Quindi nessuna scusa può essere avanzata, anche in virtù del principio che la legge non ammette ignoranza. Se un analfabeta viene trovato in possesso di un’arma atta ad uccidere, lo stesso viene arrestato e non potrà addurre a sua difesa la non conoscenza della legge.
Solo alcuni mesi fa, invece, il colonnello in congedo della Guardia di Finanza, Giuseppe Fortuna, all’epoca dei fatti responsabile di una associazione parasindacale del Corpo, denunciava pubblicamente la presenza di personale delle Fiamme Gialle nelle discariche di amianto, inviatovi per servizio ma senza le tutele previste dalla legge: tute speciali, guanti e mascherine. In sostanza il personale della Guardia di Finanza operava a mani nude, e questo era ampiamente dimostrato dalle centinaia di fotografie pubblicate dai giornali e dalle decine di filmati postati su You Tube da comuni cittadini o dagli stessi finanzieri. Come mai, allora, non ci risulta che la magistratura abbia aperto dei fascicoli a carico di chi aveva una responsabilità oggettiva di comando ed ha consentito delle operazioni che appaiono – almeno ai nostri occhi – in violazione del combinato disposto della legge 257/1992 e della legge 626/1994? E’ stata garantita a questi finanzieri, a questo personale operante, ogni sicurezza nell’ambiente di lavoro? Alle nostre semplici domande nessuno ha mai dato risposta, la nostra associazione non ha mai ricevuto delle dovute assicurazioni in merito. Analogo comportamento è stato adottato dal Comando Generale del Corpo, e da alcuni Comandi da esso dipendenti, quando abbiamo chiesto spiegazioni riguardo alle morti per mesotelioma della pleura e per altre patologie asbesto correlate verificatesi tra il personale dipendente. Nel solo Friuli Venezia Giulia ci sono oltre 50 finanzieri, o ex tali, iscritti nel Registro degli Esposti, unitamente a due loro consorti che, lavando le divise intrise di fibre di amianto, hanno anche loro ottenuto il riconoscimento dell’avvenuta esposizione.
Tutto ciò premesso ci chiediamo e chiediamo, sia all’opinione pubblica sia alla magistratura, perché ai finanzieri esposti – tra i quali anche un colonnello in congedo – non è stato neppure rilasciato il previsto curriculum lavorativo, necessario per iniziare l’iter procedurale riguardante il risarcimento previsto dalla legge 257/1992? E’ come se un ospedale si rifiutasse di rilasciare la cartella clinica ad un paziente perché con questa potrebbe ottenere il riconoscimento di una invalidità. Ci chiediamo: nella fattispecie, la Guardia di Finanza non ha travalicato i suoi compiti? Ci dicano di no, se le cose non stanno così, ma abbiano almeno la buona educazione di risponderci, di farci sapere se e quanto sta a cuore dei vari comandanti la salute dei propri dipendenti o ex tali. Le nostre richieste non sono strumentali ma del tutto in buona fede, vorremmo che qualcuno ci dicesse ci dispiace dei ritardi che abbiamo accumulato nell’effettuare le bonifiche e siamo rammaricati dal fatto che molti di voi soffrono di patologie asbesto correlate. Costa tanto scusarsi? Costa tanto cercare di rimediare? Costa tanto procedere con riconoscimento d’ufficio delle patologie asbesto correlate, nei casi in cui a destreggiarsi nei meandri della burocrazia sono le vedove dei finanzieri deceduti durante, o subito dopo, il periodo di servizio?
Lorenzo Lorusso – presidente dell’Associazione Nazionale Finanzieri Esposti all’Amianto
Associati al Coordinamento Nazionale Amianto
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Sentenza Eternit, la dura presa di posizione del presidente del Piemonte, Chiamparino
«Di fronte alla sentenza della Cassazione ci si vergogna un po' di essere italiani, ma poi ci si riprende perché per fortuna gli italiani non sono quei giudici, ma i cittadini come voi, come quei sindaci che sono qui con la fascia tricolore», sono le parole forti (raccolte dall'Ansa) che il presidente della Regione Piemonte, Chiamparino, ha pronunciato ieri a Casale Monferrato, nel corso della fiaccolata di protesta promossa dai cittadini dopo la decisione della Cassazione di annullamento della sentenza di condanna sul caso Eternit-amianto.
Etichette: amianto, Casale Monferrato, Corte di Cassazione, Eternit, magistratura, Piemonte, Sergio Chiamparino
Massimiliano Quirico ("Sicurezza e lavoro"): "Eternit, licenza di uccidere"
Sulla sentenza Eternit, ospitiamo volentieri un contributo di Massimiliano Quirico, direttore del periodico "Sicurezza e Lavoro":
Eternit, licenza di uccidere
Per la strage silenziosa dell’amianto, una sentenza che fa molto rumore: nessuna condanna.
Reato prescritto. Annullata senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Torino, emessa il 3 giugno 2013 (www.sicurezzaelavoro.org/sentenza_appello_eternit3giu13.pdf). Un lavoro immane di indagine, raccolta di documenti e testimonianze, consulenze mediche ed epidemiologiche, un carico di sofferenze indicibile. Tutto inutile per la Suprema Corte, presieduta da Arturo Cortese.
La sentenza della Cassazione del 19 novembre 2014 pone una pietra tombale sulle aspettative di chi ha già pianto tanti morti per colpa dell’amianto e aspettava finalmente giustizia, dopo decenni di attesa.
Tutto questo tempo – secondo la giustizia italiana – è servito solo a far prescrivere i reati di disastro ambientale doloso permanente e di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. E a lasciare impunito il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, amministratore delegato della multinazionale Eternit.
Anche se il polverino giace ancora nascosto in innumerevoli siti, anche se la gente continua ad ammalarsi e a morire a distanza di decine d’anni dall’esposizione alla fibra killer, i reati non ci sono più: si sono prescritti. Giustizia e diritto – ha spiegato il procuratore generale Francesco Iacoviello, che ha chiesto la prescrizione – in questo caso non coincidono.
Mi auguro allora che il Governo Renzi intervenga quanto prima per una riforma sulla prescrizione e sui reati ambientali, affinché il diritto si trovi di nuovo a coincidere con la Giustizia. La situazione di oggi non giova né ai lavoratori, né alle imprese sane e produttive che si comportano secondo le norme: la sentenza Eternit di Cassazione ha beffato entrambi.
“Che cosa terribile – scriveva Sofocle nell’Antigone – quando il giudice equo dà una sentenza iniqua”.
Intanto, si sono concluse le indagini per il processo “Eternit bis” (e probabilmente ci sarà anche un “Eternit ter” e chissà quanti altri ancora, dato che si continua a morire di amianto). L’accusa stavolta è di omicidio volontario, doloso: vedremo se la storia sarà diversa, se le vittime otterranno la Giustizia che meritano…
(Massimiliano Quirico, direttore rivista Sicurezza e Lavoro)
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Sentenza Eternit, il procuratore Guariniello: "noi non demordiamo"
Una notizia, come la decisione della Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza di condanna per il proprietario dell'Eternit (per prescrizione) per la morte di tremila persone a causa dell'esposizione all'amianto, indigna e addolora, ma la cosa, secondo me, che ha dello straordinario, è stata la reazione composta e civile dei familiari delle vittime, che non si sono dati per vinti e che non hanno perso le speranze che un giorno i responsabili di ciò che è avvenuto possano essere riconosciuti colpevoli delle loro azioni e omissioni. In ciò avranno ancora dalla loro parte il sostituto procuratore di Torino, Raffaele Guariniello: dieci anni tra indagini e tre gradi di giudizio conclusisi con l'annullamento della condanna in appello non lo hanno sfiancato, il suo lavoro proseguirà, ipotizzando, per un'analoga inchiesta in corso, il reato di omicidio volontario, «questo non è il momento della delusione, ma della ripresa. Noi non demordiamo», sono state le sue parole (leggere qui).
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Una mappatura dell'amianto in Piemonte, 13 mila siti interessati
Segnalo, dal sito diggita.it, la notizia della mappatura della presenza di amianto effettuata dall'Arpa del Piemonte, che ha portato alla rilevazione della fibra killer di 12956 casi su 23382 controllati.
Etichette: amianto, Lorenzo Lorusso, Piemonte
Tangenti per il Mose: il generale Spaziante patteggia
L'ex comandante in seconda della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, ha patteggiato, con quattro anni di carcere e una confisca di 500 mila euro, l'imputazione per corruzione contestatagli dai magistrati milanesi nell'ambito di un filone dell'inchiesta veneziana riguardante il Mose (per i particolari della notizia e per una sintesi del caso, cliccare qui, dal sito donnemanagerdinapoli.com)
Sulla vicenda, il presidente del Movimento dei Finanzieri Democratici, Lorenzo Lorusso, ha così commentato:
«Mentre l'evasione fiscale galoppa a ritmi da guinness dei primati, continuano a verificarsi - da più di 30 anni a questa parte - scandali per reati di corruzione e concussione che hanno sovente coinvolto i vertici del Corpo. Ovvero dei generali e dei colonnelli che godono di grandi privilegi e benefit, mentre i pensionati al minimo muoiono di fame e pagano le tasse per quelle opere pubbliche dietro le quali, molto spesso, si nascondono delle tangenti e del malaffare. Possibile che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan stiano zitti di fronte ad episodi così gravi quali il patteggiamento del generale Emilio Spaziante? Lo sapevano che è stato comandante in seconda dell'intero Corpo? Renzi e Padoan hanno già dimenticato lo scandalo dei petroli che vide coinvolto l'allora comandante generale Raffaele Giudice? Hanno già dimenticato la Tangentopoli milanese che vide coinvolto il generale Cerciello? Sanno nulla della Tangentopoli veneta di circa una dozzina di anni fa?
E' necessario, a nostro avviso, istituire un organismo di controllo efficace, che potrebbe essere un vero sindacato e non lo specchietto per le allodole della cosiddetta Rappresentanza Militare (si legga Cocer, Coir e Cobar, alla cui presidenza viene nominato d'ufficio un ufficiale che non rappresenta le esigenze della base, è come se il manager Sergio Marchionne rappresentasse gli operai della FIAT).
Sarebbe anche opportuno smilitarizzare la Guardia di Finanza, perché in Europa non esiste un'altra polizia economico-fiscale con struttura militare. A cosa serve una polizia finanziaria che possiede strumenti da guerra (navi, aerei ed elicotteri) analoghi a quelli in dotazione all'Esercito? Non è forse un paradosso».
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Caso Cucchi: dalle istituzioni una risposta alla richiesta di giustizia
«Vorrei fare un appello. Ci sono dei rappresentanti delle istituzioni che sono certamente coinvolti in questo caso. Quindi, chi sa parli. Che si abbia il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, perché lo Stato non può sopportare una violenza impunita di questo tipo».
Sono parole pronunciate dal presidente del Senato, Pietro Grasso (qui, dal sito di Rainews) martedì 4 novembre, sul caso della morte di Stefano Cucchi, dopo che la Corte d'Assise d'Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati.
Dopo quella sentenza, i familiari di Stefano hanno avuto la forza di non chiudersi in sé stessi, proseguendo nella loro richiesta di giustizia, incontrando il presidente del Senato, il procuratore della Repubblica di Roma, parlandone sui media. La foto di Stefano Cucchi morto, ogni volta che viene mostrata in televisione, è lì a ricordarci, come ha detto il presidente Grasso, che il caso non può, non deve, considerarsi chiuso.
Attendiamo tutti di vedere, ora, che qualcosa accada.
Etichette: magistratura, Pietro Grasso, Rainews, Stefano Cucchi
Sentenza Cucchi: per il segretario del Sap, la sua morte conseguenza di una "vita dissoluta" (sic!)
É di ieri la sentenza della Corte d'Assise d'appello di Roma sulla morte di Stefano Cucchi. Gli imputati - medici, infermieri e poliziotti penitenziari - sono stati tutti assolti. Rimane inspiegabile come la giustizia non abbia trovato i colpevoli della morte di Stefano. Le foto di come era stato ridotto a seguito della detenzione esibite dal pubblico ministero durante la requisitoria parlano chiaro, i genitori e la sorella di Stefano non demordono, andranno avanti per ottenere "giustizia", anche ricorrendo, se del caso, alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
Molte le dichiarazioni a commento della sentenza, quella che emerge - in senso negativo - è quella del segretario del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), Gianni Tonelli, che all'Ansa, tra l'altro, ha detto:
«Tutti assolti, come è giusto che sia [...]. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie» (qui dal sito del Sap).
In poche righe un concentrato di luoghi comuni e di difesa corporativa, che denotano una sottocultura che si sperava non albergasse più tra i rappresentanti delle forze dell'ordine.
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