Source: https://www.laleggepertutti.it/149576_caduta-da-una-scala-di-proprieta-del-comune-la-responsabilita
Timestamp: 2018-07-17 02:05:24+00:00
Document Index: 29509402

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051']

Caduta da una scala di proprietà del Comune: la responsabilità
Professionisti Caduta da una scala di proprietà del Comune: la responsabilità
Può sussistere la responsabilità della P.A. in caso di caduta dallo scalone monumentale di un edificio, di per sé scivoloso, in ragione della sua conformazione curvilinea e dei suoi gradini in pietra lucida, e privo di strisce antisdrucciolo?
In linea generale la responsabilità prevista dall’art. 2051 cod. civ. per i danni cagionati da cose in custodia presuppone la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa; detta norma non dispensa il danneggiato dall’onere di provare il nesso causale tra cosa in custodia e danno, ossia di dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione «iuris tantum» della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità (cfr., ex multis, Cass., 1 aprile 2010, n. 8005 la quale — in relazione ad una controversia per il risarcimento dei danni patiti dai congiunti di persona deceduta a seguito delle gravissime lesioni riportate per la caduta, all’interno di un negozio di elettrodomestici, da una scala che dava accesso ad una zona antistante il locale medesimo – ha confermato la sentenza della corte territoriale che, valutati esaurientemente tutti gli elementi del caso concreto, aveva ritenuto insussistente la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. del titolare dell’esercizio commerciale, per non aver gli attori provato che la morte della propria congiunta era stata conseguenza normale della particolare anzidetta condizione del locale ove era accaduto il sinistro). In definitiva, la norma dell’art. 2051 cod. civ. non dispensa il danneggiato dall’onere di provare il nesso causale tra il bene in custodia ed il danno, ossia di dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa. (Cass., 11 marzo 2011, n. 5910). Quanto al contenuto della prova da darsi da parte del danneggiato, oltre a quella relativa al fatto che l’incidente si sia effettivamente verificato nel luogo d’incidenza delle particolari condizioni della cosa, va fornita la prova che esso appaia come conseguenza normale di queste condizioni, potenzialmente lesive, possedute dalla cosa (cfr. Cass. n. 5977/2012), non necessariamente per la sua intrinseca pericolosità, ma tali che la cosa, per la sua natura o per l’insorgenza in essa di agenti dannosi (cfr. Cass. n. 28811/2008), sia stata causa dell’evento dannoso. Orbene, nel caso di specie il sinistro ebbe a verificarsi durante la discesa di una scala di un edificio monumentale in pietra lucida e ad andamento curvilineo; scalone privo di corrimano e di strisce antisdrucciolo.
Il giudice di merito ebbe a rigettare la domanda risarcitoria, evidenziando la mancanza di prova che la caduta dell’istante si fosse verificata proprio a causa dell’assenza dei suddetti presidi antinfortunistici. In particolare la sentenza di merito ebbe ad osservare che, nel caso di specie, la danneggiata avrebbe sì provato di essere caduta «sulla» scala, ma non «a causa» della scala affermando che questa «non era intrinsecamente pericolosa perché si trovava in ottime condizioni manutentive e di conservazione proprio per le sue caratteristiche di scala monumentale». Quanto poi alla riconosciuta ed incontestata mancanza di presidi antinfortunistici (per essere la scala priva di corrimano e di antisdrucciolo sulla pedana degli scalini), la Corte distrettuale argomentò che per poter ascrivere a responsabilità del custode la caduta occorsa alla danneggiata, questa avrebbe dovuto dimostrare che era stata la mancanza di quei presidi a cagionare la caduta: dal momento che la danneggiata non aveva dimostrato le «modalità» della caduta, sarebbe rimasto indimostrato «il fatto della cosa» quale causa del danno, ai sensi dell’art. 2051 c.c.
Il caso, portato all’esame della Suprema Corte, ha avuto – per contro – un esito favorevole alla parte danneggiata, la quale si è vista limitare l’onere della prova alla condizione potenzialmente lesiva della cosa in custodia. Infatti, qualora, come nella fattispecie, venga in rilievo una cosa di per sè inerte, la cui dannosità può esplicarsi solo congiuntamente all’azione altrui, in occasione dell’uso o del contatto con il comportamento umano, quale ad esempio una strada o una pavimentazione di un locale, una scala, etc., la responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ., richiede la dimostrazione che lo stato dei luoghi presenti peculiarità tali da renderne potenzialmente dannosa la normale utilizzazione (buche, ostacoli imprevisti, mancanza di guard-rail, incroci non visibili e non segnalati, ecc.) (in tal senso Cass., 13 marzo 2013, n. 6306; Cass., 5 febbraio 2013, n. 2660). In proposito è corretto e pertinente il principio di diritto per il quale il giudizio sulla pericolosità delle cose inerti deve essere condotto alla stregua di un modello relazionale, in base al quale la cosa venga considerata nel suo normale interagire con il contesto dato, sicché una cosa inerte in tanto può ritenersi pericolosa in quanto determini un alto rischio di pregiudizio nel contesto di normale interazione con la realtà circostante (Cass. n. 16527/03, nonché Cass. n. 20601/10). Inoltre la cosa va valutata nella sua globalità ed in tutte gli aspetti che la caratterizzano ai fini dell’uso normale di essa.
In tali limiti si espande, allora, l’onus probandi del danneggiato, il quale non è tuttavia tenuto a provare, oltre a quanto appena detto, anche che il sinistro sia l’effetto dell’assenza di presidi antinfortunistici. Dati i principi di cui sopra, rispetto alla prova della intervenuta caduta da una scala avente determinate caratteristiche di pericolosità, il giudice di merito avrebbe dovuto esaminare tutte tali caratteristiche, al fine di verificare se, utilizzata la scala secondo parametri di normalità, esse avessero lasciato tuttavia permanere un margine di rischio di caduta superiore a quello che si sarebbe corso nelle condizioni di normale utilizzazione di una scala. Ove tale rischio fosse sussistito, di esso doveva rispondere il custode ai sensi dell’art. 2051 c.c., essendo funzione della norma quella di imputare la responsabilità a chi si trovi nelle condizioni di controllare i rischi della cosa (cfr. Cass. n. 15429/04, n. 4279/08, n. 11016/11), a prescindere dalla valutazione del suo comportamento in termini di colpa (cfr., tra le tante, Cass. n. 4279/08, n. 20427/08), specificamente per non aver adottato misure idonee a ridurre o eliminare detto rischio.
Nel caso di specie è fondata la domanda risarcitoria proposta ai sensi dell’art. 2051 c.c., sul presupposto che il soggetto danneggiato si limiti a fornire la prova tanto dell’evento dannoso, costituito da una rovinosa caduta dallo scalone monumentale di un edificio, quanto delle peculiari condizioni della cosa che lo ha provocato, trattandosi di scala di per sé scivolosa, in ragione della sua conformazione curvilinea e dei suoi gradini in pietra lucida (in mancanza, peraltro, di prova di un fattore esterno a carattere eccezionale ed imprevedibile, quale sarebbe potuto essere il malore del danneggiato). Per contro non occorre che quest’ultimo giunga a dimostrare che a cagionare la caduta sia stata la mancanza di presidi antinfortunistici (essendo la scala non assistita da corrimano e priva di antisdrucciolo sulla pedana degli scalini) (Cass. 21 marzo 2013 n. 7125).