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Timestamp: 2019-08-26 09:43:58+00:00
Document Index: 70414797

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ']

Newsletter n. 12 del 6 febbraio 2015, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 12 del 6 febbraio 2015
Proseguono i pagamenti relativi all' "equa riparazione".
La Corte d’Appello di Roma dichiara inammissibile l’appello del Ministero della Salute in tema di risarcimento dei danni da sangue infetto perché non aveva nessuna possibilità di essere accolto.
Adozioni “in grembo”: la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia per la violazione dell’art. 8 CEDU.
La Cassazione sul diritto all’identità sessuale.
Il rapporto tra danno morale e danno biologico (Cassazione Civile, sent. n. 811 del 20 gennaio 2015).
Il ruolo sociale dell’Avvocato nel panorama legislativo contemporaneo.
In questi giorni il Ministero sta proseguendo ad effettuare i primi pagamenti relativi alla c.d. ‘equa riparazione’ ex art. 27 bis del d. legge 90/2014 (convertito in l. 114/2014) per ristorare i soggetti danneggiati da trasfusione con sangue infetto. Ricordiamo che si tratta della somma di € 100.000,00 offerta dallo Stato agli aventi diritto che abbiano presentato domanda di adesione alla procedura transattiva entro il 19 gennaio 2010. L’accettazione di tale importo presuppone la preventiva, immediata e formale rinuncia ai processi pendenti già intrapresi (ivi comprese le procedure transattive), e ad ogni ulteriore futura pretesa di carattere risarcitorio nei confronti dello Stato, tanto di fronte ai giudici italiani quanto di fronte ai giudici sovranazionali (Corte di Strasburgo). La somma a titolo di ‘equa riparazione’ verrà inoltre corrisposta detraendo gli importi eventualmente già percepiti a titolo di risarcimento del danno a seguito di sentenza esecutiva. Si tratta della prima fase relativa alla procedura di liquidazione degli importi che – salvo mancanze di disponibilità annuale nel bilancio statale – dovrebbe concludersi entro il 31 dicembre 2017. I Clienti dello Studio che non vi avessero già provveduto, sono pregati di contattarci senza indugio, una volta ricevuta la lettera da parte del Ministero della Salute contenente la ‘proposta’ di adesione all’‘equa riparazione’, onde valutare, caso per caso, la effettiva opportunità di un’eventuale accettazione alla detta procedura. Parimenti, per chi avesse già espresso al Ministero la propria adesione, segnaliamo che il ricevimento della somma richiamata dovrà essere comunicata per tempo ai singoli uffici giudiziari di fronte ai quali vi siano procedimenti pendenti.
Con un’efficace pronuncia del 30 gennaio scorso, la Corte d’Appello di Roma, prima sezione civile – a seguito di una riserva assunta alla prima udienza di comparizione – ha accolto l’eccezione avanzata dallo Studio Legale Lana Lagostena Bassi in ordine ad un’impugnazione proposta dal Ministero della Salute. Il giudizio aveva ad oggetto il risarcimento dei danni subiti dai congiunti di un bambino deceduto a seguito delle patologie contratte in seguito alla somministrazione di emoderivati infetti. La Corte d’Appello, ritenendo che l’impugnazione non avesse alcuna ragionevole probabilità di essere accolta, ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello proposto dal Ministero. Del resto, precisano i magistrati, costituisce principio indiscusso in tema di risarcimento danni per la perdita del congiunto, che la relativa azione giudiziale si prescriva in dieci anni e che il termine inizi a decorrere dal giorno del decesso del congiunto. Nel caso di specie, gli sfortunati genitori avevano proposto la domanda giudiziale ben prima di tale termine. Con il secondo motivo di appello, il Ministero chiedeva che dalle somme dovute a titolo di risarcimento danni ai congiunti fosse detratto l’indennizzo percepito dal minore poi deceduto ex l. 210/1992. Anche sul punto, la Corte di appello ha accolto l’eccezione proposta dallo Studio Lana Lagostena Bassi: il Ministero non aveva provato in giudizio di avere effettivamente corrisposto il predetto indennizzo, né, inoltre vi è identità tra il soggetto che aveva percepito l’indennizzo (il minore deceduto) e gli aventi diritto al risarcimento del danno (i congiunti). Con tale pronuncia, ottenuta in tempi molto brevi ed a distanza di soli nove mesi dalla sentenza di primo grado, la Corte di Appello di Roma ha dimostrato di disapprovare la condotta del Ministero che molto spesso propone impugnazioni del tutto pretestuose e strumentali, con un aggravio di costi per i soggetti danneggiati.
Con l’importante sentenza Paradiso e Campanelli c . Italia dello scorso 27 gennaio, la Corte di Strasburgo è tornata a pronunciarsi sul tema delle adozioni “in grembo”, condannando il nostro Paese per una violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che sancisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Il ricorso era stato presentato nel 2012 da due coniugi italiani con difficoltà a procreare, i quali che si erano rivolti ad un’agenzia russa per stipulare un contratto di maternità surrogata in base al quale gli spermatozoi del Sig. Campanelli sarebbero stati impiantati nell’utero di una donna che avrebbe portato a termine la gravidanza. Al momento della nascita del bambino, conformemente alle leggi russe ed ai termini del contratto da loro stipulato, i Sig.ri Campanelli erano stati registrati come genitori dello stesso. Tuttavia, una volta rientrati in Italia i coniugi si erano visti negare la trascrizione del certificato di nascita del bambino poiché il consolato italiano di Mosca aveva informato il Tribunale dei minori locale che non vi era alcun legame biologico tra loro ed il bambino. I Sig.ri Campanelli subivano dunque un procedimento penale e, allo stesso tempo, il Tribunale dei minori di Campobasso apriva un procedimento per la dichiarazione di adottabilità del bambino, sottraendolo ai ricorrenti e dandolo in affidamento ad un’altra famiglia dopo un periodo di permanenza di due anni presso una struttura dei servizi sociali. I giudici di Strasburgo hanno dato ragione alla coppia affermando che le misure adottate dallo Stato italiano nel caso di specie hanno in effetti arrecato un grave vulnus alla vita familiare dei ricorrenti poiché il bambino aveva trascorso con loro sei mesi, «un periodo che va a coprire tappe importanti della sua giovane vita e che ha visto [i due ricorrenti] assumere la veste di genitori nei suoi confronti». La Corte ha inoltre ribadito che l’allontanamento di un bambino dall’ambiente familiare è una misura estrema, che può essere giustificata solo in caso di immediato pericolo per il bambino e che, nonostante i Sigg.ri Campanelli fossero stati dichiarati idonei all’adozione nel 2006, essi non erano comunque stati presi in considerazione per l’adozione del minore. La sentenza, in difetto di accoglimento dell’eventuale richiesta di riesame da parte della Grande Camera, diventerà definitiva nei tre mesi dalla pubblicazione.
Lo scorso 22 gennaio la terza Sezione della Cassazione ha accolto il ricorso proposto da un giovane siciliano che, dopo aver dichiarato alla visita di leva di essere omosessuale ed essere stato esonerato dal servizio, si era visto sospendere la patente dall’Ufficio della Motorizzazione Civile. Il giovane, vittima di un comportamento di omofobia, aveva convenuto in giudizio il Ministero della Difesa ed il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, lamentando sia una violazione della privacy, sia una discriminazione sessuale. Il giudizio, arrivato in grado d’appello, si concludeva con una condanna al pagamento di una cifra alquanto irrisoria per entrambi i Ministeri. Tuttavia, la Suprema Corte ha cassato la sentenza della Corte d’Appello (che aveva ridotto l’entità del risarcimento stabilito in primo grado in maniera consistente), stante l’omessa e in ogni caso contraddittoria e insufficiente motivazione con cui i giudici di merito avevano quantificato il danno morale dovuto dalle due amministrazioni al ricorrente. I giudici hanno sottolineato infatti come il comportamento della Pubblica Amministrazione abbia “gravemente offeso e oltraggiato la personalità del soggetto in uno dei suoi aspetti più sensibili, e indotto nello stesso un grave sentimento di sfiducia nei confronti dello Stato, percepito come vessatorio, nell’esprimere e realizzare la sua personalità nel mondo esterno”. Nel caso specifico sono stati violati tanto “il diritto costituzionalmente tutelato alla libera espressione della propria identità sessuale”, ascritto dalla Corte di legittimità “al novero dei diritti inviolabili della persona di cui all’art. 2 Cost., quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità”, quanto “il diritto al proprio orientamento sessuale, cristallizzato nelle sue tre componenti della condotta, dell’inclinazione e della comunicazione (cd. coming out)”, il quale, si legge in sentenza, “è oggetto di specifica e indiscussa tutela da parte della stessa Corte europea dei diritti dell’uomo fin dalla sentenza Dudgeon/Regno unito del 1981”. Alla luce di queste considerazioni, pertanto, la Cassazione ha rinviato la causa alla Corte d’Appello palermitana per una determinazione più congrua del quantum da risarcire.
La Corte di Cassazione – con sentenza dello scorso gennaio – si è espressa, ancora una volta, in merito alle linee interpretative da seguire per il riconoscimento del danno non patrimoniale. Nel caso di specie, i parenti di una vittima deceduta in seguito ad un sinistro stradale ricorrevano in Cassazione dopo che le precedenti pronunce di merito avevano accertato un lieve danno biologico (essendo la vittima deceduta quasi sul colpo) e, di conseguenza, liquidato un importo relativamente basso come danno ‘catastrofale’ (ovvero, il danno derivante dalla “consapevolezza dell’incombere della propria fine”). Il quesito che si poneva alla Suprema Corte riguardava l’autonoma risarcibilità, rispetto al danno biologico, del danno morale subìto dalla vittima. La Cassazione ha accolto il motivo di gravame proposto dai ricorrenti affermando che, anche se in linea generale non è illegittimo che il giudice, nel calcolare il risarcimento da liquidarsi, si basi sulle risultanze del danno biologico, tuttavia, risulta necessario tenere in conto le circostanze del caso concreto, poiché può accadere che, pur non sussistendo un significativo danno biologico, sussista invece un rilevante danno morale. Il danno biologico, dunque, non può costituire un riferimento assoluto nella quantificazione effettuata dal giudice del danno morale con specifico riferimento a casi, come quello di specie, in cui “il danno derivante dalla consapevolezza dell’incombere della propria fine sia del tutto svincolato da quello più propriamente biologico, e postuli una ben diversa valutazione sul piano equitativo, sub specie di una più corretta valutazione dell’intensissima sofferenza morale della vittima.” Alla luce di queste considerazioni, dunque, il ricorso è stato accolto, anche con un giudizio negativo sulla cifra del tutto irrisoria liquidata in secondo grado, ed è stato pertanto rinviato alla Corte d’Appello di Napoli per una nuova e più consona liquidazione che valorizzi la componente morale.
Il prossimo 19 febbraio l’Avv. Anton Giulio Lana, in qualità di avvocato esperto nel patrocinio di cause dinanzi alle Corti internazionali, interverrà nel corso della sessione inaugurale del Primo congresso giuridico di Monza – Como – Lecco, con una relazione sul ruolo dell’avvocato nell’ambito internazionale. Il convegno, organizzato dagli Ordini degli Avvocati di Monza, Como e Lecco con il patrocinio della Fondazione Forense di Monza, dell’AIGA, della Camera Civile di Monza e delle Camera Penale di Monza, si terrà presso il Teatro Manzoni di Monza dalle ore 14:30 alle ore 18:00. Tra i relatori, anche il Prof. Avv. Franco Coppi, il Prof. Avv. Giorgio Costantino, l’Avv. Emanuele Cirillo e l’Avv. Fabio Rusconi.