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Timestamp: 2018-03-20 00:09:52+00:00
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Telefonia cellulare. La Corte di Cassazione conferma che sussiste una probabilità qualificata di un ruolo almeno concausale dell’esposizione prolungata alle radiofrequenze nella genesi di alcune neoplasie ed afferma essere logico ritenere più attendibili | AmbienteDiritto.it
Telefonia cellulare. La Corte di Cassazione conferma che sussiste una probabilità qualificata di un ruolo almeno concausale dell’esposizione prolungata alle radiofrequenze nella genesi di alcune neoplasie ed afferma essere logico ritenere più attendibili
Telefonia cellulare. La Corte di Cassazione conferma che sussiste una probabilità qualificata di un ruolo almeno concausale dell’esposizione prolungata alle radiofrequenze nella genesi di alcune neoplasie ed afferma essere logico ritenere più attendibili gli studi scientifici indipendenti non finanziati dai gestori della telefonia
Davvero storica si può definire la recente sentenza della Corte di Cassazione – Sezione lavoro (Presidente La Terza e Relatore Bandini) n. 17438 emessa il 3 ottobre 2012 e depositata il 12 ottobre scorso che ha confermato la decisione della Corte d'appello di Brescia del 10 - 22.12.2009 che condannò l'Inail a corrispondere ad un lavoratore una rendita per malattia professionale (con un’invalidità all'80%) per aver contratto, in conseguenza dell'uso lavorativo di telefoni cordless e cellulari all'orecchio sinistro, una grave patologia tumorale al nervo cranico trigemino.
Il tema è quello delle cosiddette malattie professionali cosiddette “non tabellate”.
A partire dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 179 del 1988 si deve ritenere “malattia professionale” non soltanto quella compresa nelle tabelle allegate al D.P.R. n.1124 del 1965 (con le successive modifiche ed integrazioni), ma ogni malattia di cui sia comunque provata la causa di lavoro, con l’introduzione anche in Italia del c.d. “sistema misto”. La tutela antinfortunistica del lavoratore si estende, pertanto, alle ipotesi di cd. rischio specifico improprio, definito come quello che, pur non insito nell’atto materiale della prestazione lavorativa, riguarda situazioni ed attività strettamente connesse con la prestazione stessa (cfr., ex multis, Cass. 12652/1998, Cass. 10298/2000, Cass. 3363/2001, Cass. 9556/2001, Cass. 1944/2002, Cass. 6894/2002, Cass. 5841/2002, Cass. 7633/2004, Cass. 5354/2002, Cass. 16417/2005, Cass. 10317/2006, Cass. 27829/2009). Con la pronuncia n. 3476/1992 le Sezioni Unite della Cassazione hanno inoltre chiarito che la nozione di rischio ambientale comporta la tutela del lavoro in sé e per sé considerato e non soltanto di quello reso presso le macchine, essendo la pericolosità data dall’ambiente di lavoro.
Ad ulteriore chiarimento dell’innovazione apportata dalla decisione della Corte Costituzionale, con sentenza n. 1919 del 9 marzo 1990 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno, poi, affermato che la distinzione tra le malattie comprese nelle suddette tabelle e quelle non comprese non rileva sul piano indennitario, ma esclusivamente sul quello probatorio. In particolare sotto quest’ultimo profilo la differenza consiste nel fatto che per le malattie tabellate opera a favore del lavoratore il principio della “presunzione legale d’origine”, mentre per le malattie diverse da quelle elencate in tabella, ovvero riconducibili a lavorazioni diverse da quelle descritte nelle tabelle stesse, il lavoratore è tenuto a fornire la prova degli elementi del rapporto causale facendo riferimento alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro e alla durata e intensità dell'esposizione a rischio, ossia all’efficienza quantitativa e qualitativa delle condizioni patogene, alla loro frequenza ed all’assenza di cause non connesse al rischio professionale specifico. Si è quindi precisato che in caso di malattia professionale non tabellata, la prova della causa di lavoro, che grava sul lavoratore, deve essere valutata in termini di “ragionevole certezza”, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità (cfr. ad es. Cass. 18270/2010, Cass. 14308/2006, Cass. n. 12559/2006, Cass. 11128/2004).
Facendo applicazione dei suesposti approdi della Cassazione, la Corte d’Appello di Brescia, con la sentenza 10-22 dicembre 2009 n. 514, condannava l’Inail a corrispondere una rendita per malattia professionale al dipendente di una società che, a seguito di uso intenso del telefono cellulare e del telefono cordless, vale a dire a seguito di esposizione a radiazioni non ionizzanti ad alta frequenza (o radiofrequenza), aveva contratto una grave patologia.
La condanna dell’Inail si basava sull’individuazione di un nesso di causalità tra l’esposizione alle radiazioni emesse dai telefoni utilizzati per svolgere l’attività lavorativa e l’insorgere della patologia accertata dalla CTU che aveva evidenziato che per un periodo di 12 anni il dipendente dell’impresa aveva utilizzato il telefonino per 5/6 ore al giorno per svolgere la sua attività all’interno della società per cui lavorava, che l’esposizione all’apparecchio avveniva sempre sulla parte sinistra del volto, che proprio su questo punto del corpo si era sviluppato la patologia degenerativa e che affidabili studi epidemiologici avevano dimostrato l’esistenza del nesso causale tra l’esposizione alle onde elettromagnetiche e l’insorgenza della patologia.
Tale ultima pronuncia dei Giudici bresciani, che aveva sollevato un vivace dibattito tanto in ambito giuridico che epidemiologico, veniva impugnata dall’Inail dinanzi alla Corte di Cassazione.
Nella recente decisione in esame la Sezione lavoro del Supremo Collegio ha dunque respinto il ricorso proposto dall’Istituto ribadendo la corretta applicazione da parte della Corte territoriale dei sopra ricordati principi enunciati dalla giurisprudenza in materia di “malattia non tabellate”.
A tal proposito interessante appare in primo luogo il richiamo della Cassazione alla necessità che, in relazione alla prova della ragionevole certezza dell'origine professionale della malattia, il giudice deve non solo consentire all'assicurato di esperire i mezzi di prova ammissibili e dedotti, “ma deve altresì valutare le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale, facendo ricorso ad ogni iniziativa ex officio diretta ad acquisire ulteriori elementi in relazione all'entità ed all'esposizione del lavoratore ai fattori di rischio”.
Ma la sentenza della Corte d’appello di Brescia è stata ritenuta immune anche da vizi della motivazione.
A tal proposito la Cassazione chiarisce che la contestazione contenuta nel ricorso fondata sul concetto di "nozione comune" senza precisare le fonti scientifiche in base alle quali avrebbero dovuto ritenersi errate le affermazioni rese dal CTU e seguite dalla sentenza impugnata, in ordine all’efficienza patogenetica, quanto meno probabile, delle onde elettromagnetiche a radiofrequenza per la specifica malattia, risulta inammissibile in quanto si finirebbe per chiedere al Giudice di legittimità una valutazione di merito.
Ma il profilo più rilevante è che la Cassazione non rilevi alcun preteso vizio di mancanza di consequenzialità logica e motivazionale neppure nella circostanza che la sentenza impugnata, seguendo le osservazioni del CTU, ha ritenuto di dover attribuire particolare rilievo a studi epidemiologici diversi da quelli considerati dalla ICNIRP (International Commission on Non-lonizing Radiation Protection), affermando significativamente che la “maggiore attendibilità proprio di tali studi, stante la loro posizione di indipendenza, ossia per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari, costituisce ulteriore e non illogico fondamento delle conclusioni accolte”.
Insomma l’indipendenza economica degli studi costituisce garanzia di imparzialità ed autorevolezza degli stessi lavori scientifici: si tratta di un principio che i Giudici di merito non potranno d’ora in poi non considerare.
Il M. aveva agito in giudizio deducendo che, in conseguenza dell'uso lavorativo protratto, per dodici anni e per 5-6 ore al giorno, di telefoni cordless e cellulari all'orecchio sinistro aveva contratto una grave patologia tumorale; le prove acquisite e le indagini medico legali avevano permesso di accertare, nel corso del giudizio, la sussistenza dei presupposti fattuali dedotti, in ordine sia all'uso nei termini indicati dei telefoni ne! corso dell'attività lavorativa, sia all'effettiva insorgenza di un "neurinoma del Ganglio di Gasser" (tumore che colpisce i nervi cranici, in particolare il nervo acustico e, più raramente, come nel caso di specie, il nervo cranico trigemino), con esiti assolutamente severi nonostante le terapie, anche di natura chirurgica, praticate; sulla ricorrenza di tali elementi fattuali, come evidenziato nella sentenza impugnata, non erano state svolte contestazioni in sede di appello, incentrandosi la questione devoluta al Giudice del gravame sul nesso causale tra l'uso dei telefoni e l'insorgenza della patologia.
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