Source: http://nuovopci.it/scritti/RS/RS_36_01.2007/RS_36_03_Costituzione.html
Timestamp: 2017-02-24 23:54:32+00:00
Document Index: 25014111

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 21', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 40', 'art. 41', 'art. 51', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 53']

Riforma o difesa della Costituzione? - Rapporti Sociali n. 36 (nuova serie) - gennaio 2007
Rapporti Sociali n. 36 (nuova serie) - gennaio 2007
Questo per la forma. Nella sostanza la Costituzione fu il prodotto della natura, della volontà e delle capacità a farsi valere delle forze politiche e sociali che in quegli anni avevano in Italia una qualche importanza e un qualche ruolo politico e fu un passaggio importante per la creazione del nuovo regime, il regime DC, sotto cui siamo vissuti nei successivi decenni. Le iniziative per la riforma della Costituzione sono uno dei sintomi della putrefazione del regime DC. Il regime DC ha esaurito le sue potenzialità, ma la borghesia imperialista non ha ancora elaborato un nuovo regime con cui sostituirlo. In altre parole sono una manifestazione italiana della crisi politica che la borghesia imperialista attraversa in tutto il mondo. Quale era la situazione in cui fu redatta la Costituzione? Quale fu il regime che dominò il paese ammantandosi di questa Costituzione? In che senso vanno le iniziative per riformare l’attuale Costituzione?
1. In proposito, vedere Il punto più alto raggiunto dalla classe operaia del nostro paese nella sua lotta per il potere, opuscolo edito dai CARC nel 50° anniversario della Liberazione, 1995. Il fascismo aveva trascinato l’Italia nella seconda Guerra mondiale al seguito della Germania nazista e del Giappone militarista, come parte dello schieramento nazifascista mondiale. Nel febbraio 1943 i sovietici conclusero vittoriosamente la battaglia di Stalingrado contro le armate naziste e la guerra volse al peggio per i nazifascisti. In Italia le forze che si erano appoggiate al fascismo (la borghesia industriale e finanziaria, gli agrari, la monarchia e il Vaticano) cercarono un’altra soluzione politica. Il 25 luglio 1943 il re con un colpo di mano fece arrestare Mussolini, lo destituì e lo sostituì col maresciallo Badoglio. Ma l’operazione non fu sufficiente a far uscire l’Italia dalla guerra. La parte meridionale dell’Italia era già occupata dalle truppe angloamericane e i nazifascisti non erano rassegnati a perdere l’Italia. Il re e il suo governo segretamente conclusero un armistizio con gli angloamericani. L’8 settembre 1943 scapparono da Roma e si rifugiarono nella zona già occupata da loro. Abbandonarono così il resto del paese con i relativi organi dello Stato senza alcuna direzione. L’intero edificio del vecchio Stato crollò. Le truppe naziste occuparono gran parte del paese senza incontrare al momento una resistenza consistente.
Il PCI non aveva capito la situazione che si preparava e fu preso alla sprovvista. Tuttavia reagì rapidamente, grazie alla sua natura rivoluzionaria e alla linea e all’esempio del movimento comunista internazionale. Gran parte del paese era occupata dai nazisti sostenuti dai fascisti più ostinati. Qui il Partito comunista costruì poco a poco una nuova struttura politica e militare clandestina: la Resistenza. In tutta la storia del nostro paese, fu la prima volta che, emergendo dalla parte oppressa e sfruttata della popolazione, gli operai e i contadini più avanzati si aggregarono attorno ad un partito ideologicamente e organizzativamente indipendente dalla classe dominante e costruirono una ramificata struttura di potere autonomo. L’iniziativa promossa e capeggiata dal PCI costrinse anche le altre classi, comprese le classi dominanti e le forze politiche che le rappresentavano, a entrare nella Resistenza. Da una parte gli elementi più attivi di quelle parti delle masse popolari su cui esse fondavano il loro potere spingevano in quella direzione. Se non volevano perderli, dovevano in qualche misura assecondarli. Dall’altra, per aver voce in capitolo a guerra finita, non potevano dipendere solo dagli interessi degli imperialisti angloamericani che avrebbero occupato il paese al posto dei nazifascisti. Dovevano precostituirsi proprie posizioni di forza di fronte al potere che si andava costituendo attorno al PCI. Quindi non potevano lasciare al PCI campo libero nell’organizzare la guerra contro il nazifascismo. Con la sua iniziativa, il PCI assunse quindi la direzione di tutto il movimento per uscire dalla crisi politica. Obbligò tutte le classi e le forze politiche che dovevano prendere le distanze dal nazifascismo morente a prendere la strada della Resistenza.
Ne venne una guerra in cui si combinarono varie guerre: la guerra civile delle classi oppresse contro le vecchie classi dominanti che si erano appoggiate al fascismo, la guerra di liberazione dall’occupazione nazista e dai loro collaboratori fascisti, la guerra al servizio del nuovo occupante angloamericano contro i gruppi imperialisti rivali. Questa combinazione era la condizione obbligata della lotta di classe in quella fase. Alla fine della guerra mondiale nella primavera del 1945, per la prima volta nella storia del nostro paese anche le classi oppresse si trovarono con un potere politico dotato di una propria forza armata e forte di un largo seguito di masse popolari in una certa misura organizzate che volevano instaurare un nuovo ordinamento sociale. Era la situazione che nella strategia della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata si chiama fase dell’equilibrio strategico, del doppio potere. Quale sarebbe stato il nuovo ordinamento politico e sociale del paese? 2. In proposito vedere L’attività della prima Internazionale Comunista in Europa e il maoismo, di Umberto C. in La Voce n. 10 (http://www.nuovopci.it). È da ricordare che il PCUS, per bocca di Zdanov, alla fine del 1947 criticò fermamente la linea seguita dal PCI e dal PCF nei rispettivi paesi, per aver liquidato le conquiste della Resistenza.
In questa nuova situazione ebbero un ruolo decisivo i limiti del PCI, che erano anche i limiti con cui il vecchio movimento comunista concepiva la rivoluzione nei paesi imperialisti.(2) Il PCI accettò di fare della Costituente e della redazione della Costituzione il terreno principale dello scontro per regolare i conti tra le classi oppresse e le vecchie classi dominanti. Anziché guidare le masse popolari a instaurare un nuovo ordinamento sociale conforme alle loro aspirazioni e ai loro interessi, il Partito le indusse ad aspettare che la Costituente decidesse quale doveva essere l’ordinamento sociale migliore. Questo passo era già un sostanziale e fatale cedimento alle vecchie classi dominanti. I capi del Partito abbandonarono la costruzione del nuovo ordinamento sociale e si spostarono sul palcoscenico della Costituente, untuoso e inquadrato nel cerimoniale di corte, a recitare il dramma dello scontro tra le concezioni del mondo delle due classi. Anziché contribuire alla trasformazione del mondo, l’arte teatrale la sostituiva e soffocava. Il PCI perse così l’iniziativa e la direzione. La lotta tra le classi si spostava su un terreno dove le vecchie classi dominanti erano molto più forti: per la loro natura, per la forza della tradizione e per la presa che ancora mantenevano su una parte importante delle stesse masse popolari. Il Papa con la sua corte vaticana e la sua Chiesa infatti manteneva ancora in larga misura il controllo che nel corso della storia del nostro paese aveva assunto su gran parte dei contadini e su quasi l’intera componente femminile delle masse popolari.(3) La Costituente e la redazione della Costituzione erano un terreno sul quale meno contavano il numero, l’organizzazione, le aspirazioni, lo slancio e l’iniziativa delle classi oppresse, il ruolo dei loro elementi più avanzati e le forze fino allora accumulate. Le classi dominanti al contrario usavano nella Costituente solo una piccola parte delle loro grandi tradizionali riserve di intellettuali. Con essa impegnarono in discussioni senza fine su quale sarebbe stato il mondo migliore una frazione importante dei pochi dirigenti del movimento popolare. Questi risultò così fortemente indebolito, privato di gran parte dei dirigenti che avrebbero potuto e dovuto mobilitare, organizzare le masse popolari e dirigerle a instaurare il nuovo ordinamento politico e sociale. 3. In proposito vedere Il futuro del Vaticano di Plinio M. in La Voce n. 23, pag. 13 e segg., in particolare le pagine 37 e 38 e pagina 46.
Tuttavia la Costituzione approvata alla fine del 1947 fu ancora una Costituzione di compromesso: le vecchie classi dominanti sottoscrissero un patto in cui alcuni interessi delle classi oppresse erano messi nero su bianco come diritti riconosciuti che il nuovo Stato era impegnato a soddisfare. La Costituzione non si limitava a proclamare “la pari dignità sociale e l’eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso (nel 1946 per la prima volta anche le donne erano state ammesse a votare), razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”. Questa proclamazione rientrava infatti grossomodo nella tradizione democratico-borghese. La Costituzione prescriveva l’obbligo per la Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Prescriveva il diritto di tutti ad avere un lavoro e il dovere della Repubblica di “rendere effettivo questo diritto”. Prescriveva il dovere per ogni cittadino di “svolgere, secondo le sue possibilità e le sue scelte, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Insomma nei principi fondamentali e nei diritti e doveri dei cittadini (rapporti civili, rapporti etico-sociali, rapporti economici, rapporti politici) enunciati dalla Costituzione, venivano indicati diritti e doveri che, se onestamente realizzati, erano incompatibili con il capitalismo e con i privilegi del Vaticano e di tutte le vecchie classi dominanti. Le vecchie classi dominanti non avevano alcuna intenzione di realizzarli. Con la Costituzione esse non cedettero nulla del loro potere. Assunsero solo impegni da realizzare nel futuro. Accettarono che quei diritti e doveri venissero messi nero su bianco, perché la loro opposizione aperta avrebbe rafforzato il PCI e la parte più rivoluzionaria delle masse popolari: l’aspirazione a una vita migliore era forte anche tra le masse che le vecchie classi dominanti ancora egemonizzavano. I rapporti di forza consigliavano di dare qualche soddisfazione di facciata alle classi oppresse, con cui guadagnare tempo per rafforzare le proprie posizioni di forza fino a poter schiacciare i tentativi di realizzare le promesse scritte nella Costituzione. Quanto ai portavoce delle classi oppresse, il PCI e in una certa misura il PSI, essi già avevano accettato di demandare il potere delle masse popolari alla Costituente e alle istituzioni che ne sarebbero derivate e avevano convinto buona parte dei loro seguaci ad accettare questa strada. Chi per ingenuità e incomprensione, chi per rassegnazione e sfiducia, chi per tradimento di una causa a cui fingeva di aderire, lasciarono che le cose andassero come andarono. Alcuni si illusero che imboscando le armi e mantenendo i collegamenti tra i membri delle formazioni partigiane salvavano l’essenziale dei risultati conseguiti con la Resistenza. Alla luce della coscienza di oggi, diremmo che le concezioni militariste sono dure a morire. Alcuni credevano che nel breve periodo si sarebbero create situazioni interne e internazionali di maggiore crisi e instabilità per le vecchie classi dominanti.(4) Si illusero che la classe operaia e il resto delle masse popolari sarebbero quindi riuscite a guadagnare col tempo posizioni di forza più favorevoli. In un caso del genere sarebbe stato certamente possibile far leva anche sulla Costituzione per instaurare un ordinamento sociale conforme agli interessi delle classi oppresse. Le promesse e gli impegni iscritti nella Costituzione sarebbero diventati motivi ideali utili per mobilitare più largamente e più facilmente a favore delle trasformazioni economiche, culturali e politiche necessarie. In realtà negli anni successivi al 1947 la situazione internazionale e nazionale non offrì alcuna occasione importante di ripresa generale delle ostilità di classe. Anzi la ripresa dell’accumulazione del capitale e l’espansione dell’apparato produttivo consentirono alle vecchie classi dominanti di cedere ad alcune delle più pressanti e risolute rivendicazioni di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Esse riuscirono anzi ad usare questa concessioni per disgregare e corrompere le forze popolari e lo stesso PCI.
È un fatto che nel movimento comunista italiano la sinistra mancava di una strategia per la conquista del potere e l’instaurazione del socialismo. La destra (impersonata da Togliatti) aveva invece una concezione articolata, organica e sistematica (riforme di struttura, avanzata graduale e pacifica verso il socialismo, democrazia progressiva) che ben si accordava con via che le vecchie classi dominanti aprivano, via di restaurazione del loro potere. La destra cercava solo di ottenere compensazioni per le masse popolari in termini di miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro. In cambio si opponeva allo sfruttamento delle occasioni (attentato a Togliatti, ingresso nella NATO, ecc.) che offrivano qualche appiglio per la ripresa su grande scala delle ostilità delle classi oppresse contro le classi dominanti. 4. Sia i maggiori esponenti del movimento comunista (Stalin, Mao Tse-tung, ecc.), sia i maggiori esponenti del campo imperialista erano convinti che la guerra aveva prodotto una pausa nella terribile crisi economica e sociale degli anni ’30 e che questa crisi sarebbe ripresa a guerra finita. L’incomprensione delle crisi generali per sovrapproduzione assoluta di capitale che caratterizzano l’epoca imperialista ebbe un peso rilevante nelle decisioni dei partiti del movimento comunista cosciente e organizzato. Sulla natura di queste crisi, vedasi il n. 17/18 della prima serie di Rapporti Sociali. La Costituzione violata
Le parti della Costituzione che la borghesia era stata costretta ad inserire a causa dei rapporti di forza allora esistenti, non vennero mai attuate. Vennero attuate solo le trasformazioni che le lotte puntuali imposero e che le condizioni economiche generali dei decenni successivi alla guerra permettevano alla borghesia. Non solo non venne dato alcuno sviluppo pratico ai principi e alle promesse generali sopra viste. Anche impegni più dettagliati e precisi o non sono stati affatto realizzati, o sono stati realizzati solo nel corso degli anni a fronte di lotte specifiche e tenaci: ad es. l’abolizione delle restrizioni all’eguaglianza civile delle donne (la parità di uomini e donne nei diritti all’eredità, l’abolizione del delitto d’onore, il diritto a divorziare, il diritto all’assistenza in caso di aborto, ecc.), il diritto a cambiare residenza, il diritto al passaporto per andare all’estero, il diritto allo studio, il servizio sanitario nazionale, lo Statuto dei lavoratori, ecc. Altri (ad es. le Regioni a statuto ordinario che l’art. VIII delle Disposizioni transitorie prescriveva fossero attuate entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione) sono stati realizzati solo negli anni ’70 quando furono create le condizioni perché non minacciassero più il potere delle vecchie classi dominanti. Altri (ad es. la limitazione dei diritti e degli arbitri individuali dei grandi capitalisti e dei proprietari fondiari nell’esercizio del diritto di proprietà, il diritto al lavoro, il diritto ai beni minimi necessari alla sussistenza, ecc.) sono stati realizzati in modo monco e distorto, aggirando la Costituzione, dando interpretazioni di comodo della lettera della Costituzione, violando lo spirito della Costituzione. Inoltre dalla fine degli anni ’70 la borghesia imperialista – tutta, non solo Berlusconi e la sua banda, ma anche il circo Prodi - sta cancellando uno a uno, a pezzi e a mozziconi (“programma comune” della borghesia imperialista) quei diritti democratici passati dalla carta costituzionale alla realtà. È il programma enunciato già negli anni ‘70 quegli da Giorgio Benvenuto (segretario generale della UIL): “I lavoratori devono rendere ai padroni una parte di quello che hanno strappato”. Impegni e diritti iscritti nella Costituzione, che erano stati in parte realizzati (ad es. il diritto allo studio, i diritti dei lavoratori sul luogo di lavoro, il diritto alla salute, i servizi pubblici, ecc.) sono sottoposti a limitazioni o addirittura cancellati.
Mi limito a ricordare i casi in cui la Costituzione è stata più chiaramente e più a lungo violata o lo è tuttora o lo è nuovamente. L’astensione dal ricorso alla guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11), l’accettazione delle limitazioni della sovranità solo in condizioni di parità con gli altri Stati (art. 11), l’inviolabilità della persona e del domicilio (art. 13 e 14), la libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15), la libertà di cambiare residenza e la libertà di espatriare (art. 16), l’esenzione della stampa da autorizzazioni e censure (art. 21), la tutela della salute come diritto fondamentale del cittadino (art. 32), l’esenzione di oneri per lo Stato per le scuole cattoliche (art. 33), il diritto all’istruzione (art. 34), la tutela dei lavoratori (art. 35), il diritto ad un salario “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36), la parità salariale delle donne con gli uomini a parità di lavoro (art. 37), il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale per chi è sprovvisto dei mezzi necessari (art. 38), la libertà di organizzazione sindacale (art. 39) e la libertà di sciopero (art. 40), i limiti fissati per l’iniziativa economica individuale e privata e per la proprietà privata perché non contrastino con la sicurezza, la libertà e la dignità umana e siano indirizzate al benessere sociale e accessibili a tutti (art. 41 e 42), la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne nell’accesso alle cariche pubbliche (art. 51), il dovere universale al servizio militare (art. 52), il carattere democratico delle Forze Armate (art. 52), la partecipazione alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva (art. 53) che esclude le imposte indirette (IVA, ecc.). Enrico Berlinguer ad un certo punto della sua sciagurata carriera di liquidatore del vecchio PCI dichiarò che l’Italia era il paese più democratico del mondo e che la Costituzione italiana era la costituzione più avanzata del mondo. In realtà si trattava di demagogia nazionalista e di un imbroglio. Cose analoghe a quelle successe a proposito della Costituzione in Italia, sono successe anche in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania e altri che hanno dovuto affrontare problemi analoghi. La Costituzione della repubblica francese, approvata nell’ottobre 1946, andava molto più in là della Costituzione della repubblica italiana. Introduceva apertamente il diritto e il dovere del lavoro per ogni cittadino, sanciva il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende, stabiliva la nazionalizzazione di ogni servizio pubblico e di ogni monopolio, il diritto universale all’istruzione, alla assistenza sanitaria, alla sicurezza economica, al riposo, ecc. Addirittura sanciva per l’eternità il divieto di usare le Forze Armate della repubblica contro la libertà di altri popoli. Tutti principi trascritti anche nella nuova Costituzione approvata nell’ottobre 1958, dopo il colpo di Stato di De Gaulle, in piena guerra d’Algeria. Tanto disinvolta è diventata la borghesia imperialista nell’uso delle parole e delle costituzioni! Il regresso in corso negli ultimi 30 anni in ogni paese europeo (le privatizzazioni dei servizi pubblici e delle imprese pubbliche, le restrizioni dei diritti civili e politici degli individui e delle loro associazioni, le restrizioni in tema di assistenza sanitaria, istruzione pubblica, previdenza, sicurezza sociale, regolamentazione dello sciopero, imposte indirette, libertà individuali, ecc.) non ha richiesto la modifica della costituzione né in Francia, né in altri paesi.
Alla crisi politica gli esponenti della classe dominante e i suoi portavoce tentano di trovare una soluzione concentrando i poteri nelle mani dell’esecutivo e i poteri dell’esecutivo nelle mani di un individuo, di sottrarre le istituzioni alle assemblee elettive e alle elezioni che a loro volta sono ridotte ad esercitazioni demagogiche e pubblicitarie in cui il fattore decisivo della vittoria è il denaro. Le misure che delegano poteri agli enti locali (regioni, province, comuni, ecc.) sono tutte accompagnate da misure che rafforzano i poteri di governatori, presidenti e sindaci e indeboliscono i poteri delle assemblee elettive. Questa è la sostanza di tutte le proposte di “riforma della Costituzione”, che vengano da Gelli, da Berlusconi o da D’Alema. Dal punto di vista del proletariato il compito realistico che si pone oggi non è trovare una buona riforma dell’attuale Costituzione, né “la Costituzione non si tocca”, né “attuazione della Costituzione”. Il compito realistico è instaurare un nuovo ordinamento sociale del paese. Le cose buone scritte nella Costituzione del 1947 e non attuate che in scarsa misura (e ora via via rimangiate) possono essere riprese e attuate nell’ambito (e solo nell’ambito: la realtà lo ha dimostrato) della lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista e quindi della rinascita del movimento comunista.