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Timestamp: 2018-08-21 16:25:59+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 348', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 434', 'art. 327', 'sentenza ']

Art. 433 cod. proc. civile: Giudice d'appello
Codice proc. civile Art. 433 cod. proc. civile: Giudice d’appello
L’appello contro le sentenze pronunciate nei processi relativi alle controversie previste nell’articolo 409 deve essere proposto con ricorso davanti alla corte di appello territorialmente competente in funzione di giudice del lavoro (1).
Appello: [v. 339]; Sentenza: [v. 132]; Ricorso: [v. 125]; Corte d’Appello: [v. 163]; Notificazione: [v. 137].
(1) Si ritengono applicabili al procedimento d’appello in quanto non espressamente derogate o incompatibili, le norme sulle impugnazioni in generale, nonché l’art. 348, che prevede il rinvio ad altra udienza nel caso che l’appellante, pur essendo costituito non compaia in prima udienza.
Giudice d’appello.
Forma dell’appello; 2. Appello con riserva dei motivi.
Forma dell’appello.
Per il principio dell’ultrattività del rito, ove la controversia sia stata trattata in primo grado con rito ordinario in luogo di quello del lavoro al quale è assoggettata, debbono essere seguite le forme ordinarie anche per la proposizione dell’appello e dell’eventuale appello incidentale; se, invece, la controversia sia stata trattata con il rito del lavoro anziché con quello ordinario, la proposizione dell’appello segue le forme del rito speciale. Cass. 7 giugno 2011, n. 12290; conforme Cass. 14 gennaio 2005, n. 682; Cass. 21 ottobre 1998, n. 10425; Cass., Sez. Un., 10 novembre 1982, n. 5919.
Il provvedimento di trasformazione del rito, ai sensi degli artt. 667 e 426 c.p.c., ha effetto imperativo per tutto l’ulteriore corso del procedimento e non è suscettibile di revoca implicita, con la conseguenza che la pronunzia della sentenza senza l’osservanza della formalità della lettura del dispositivo in udienza costituisce motivo di nullità della sentenza stessa e non può essere considerata, di per sé, idonea a configurare una disposta restituzione della trattazione della causa alle forme ordinarie. L’appello, pertanto, deve essere proposto con atto depositato a pena di decadenza nei termini di cui all’art. 434, secondo comma, c.p.c. (o all’art. 327, primo comma, in difetto di notificazione della sentenza), essendo rimasto fermo il rito speciale. Cass. 16 aprile 2009, n. 9014.
Il rito concretamente osservato per la trattazione della causa è determinante ai fini dell’identificazione del regime dei termini processuali nei soli casi in cui sia di per se stesso rivelatore della natura della controversia - cioè del fatto che essa sia stata considerata, ancorché erroneamente, come ordinaria invece che speciale - e non anche quando detto rito, qualificandosi come speciale non solo rispetto a quello ordinario ma anche rispetto a quello delle controversie di lavoro e previdenziali, assuma un rilievo neutro ai fini dell’identificazione del regime dei termini processuali, alla quale deve dunque procedersi indagando circa la natura della causa. Cass. lav., 19 agosto 2009, n. 18383.
Appello con riserva dei motivi.
L’appello con riserva dei motivi è proponibile solamente nell’ipotesi eccezionale di inizio dell’esecuzione in base al dispositivo e dunque è inammissibile l’appello proposto anteriormente al deposito della sentenza in difetto di inizio di esecuzione; pertanto deve essere dichiarato inammissibile l’appello proposto a seguito della sola notificazione del precetto di rilascio in quanto l’esecuzione per consegna e rilascio ha inizio non con la notificazione del precetto, ma con l’accesso dell’ufficiale giudiziario sul luogo dove debbono compiersi gli atti esecutivi. Cass. 22 luglio 2004, n. 13617.
La dichiarazione di inammissibilità dell’appello con riserva dei motivi per mancato inizio dell’esecuzione forzata, non osta alla valida instaurazione del giudizio di gravame proposto con atto successivo, eventualmente anche con l’atto di presentazione dei motivi, non essendo, viceversa, consentito integrarne il contenuto con elementi del precedente atto nullo e inammissibile. Cass. 31 maggio 2006, n. 13005.