Source: http://www.magistratiamministrativi.it/serve-discontinuita-col-passato/
Timestamp: 2019-03-19 19:26:29+00:00
Document Index: 178445489

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art.23', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 23']

Serve discontinuità col passato - Magistrati Amministrativi
L’Associazione nazionale magistrati amministrativi invita a non indietreggiare sull’art. 23-ter
Limiti ai super-trattamenti retributivi frutto del cumulo
di Roberto Valenti segretario generale ANMA
Chi nei giorni scorsi ha avuto modo di leggere sui maggiori quotidiani nazionali alcuni articoli di stampa, avrà avvertito la sensazione di una distonia nei dati riportati che risulta però del tutto apparente.
Da un lato infatti l’agenzia di statistica dell’Unione europea Eurostat ha certificato che, secondo i dati del 2009, lo stipendio medio dei lavoratori italiani è al 12° posto nella classifica dell’area euro. In Italia il livello dello stipendio annuo è in media la metà di quanto si guadagna in Lussemburgo, in Olanda o in Germania, e finanche al di sotto di quanto in media si percepisce in Irlanda, Spagna, Cipro e (persino) Grecia. Secondo Eurostat, la retribuzione dei lavoratori italiani è aumentata, negli ultimi quattro anni, in media del solo 3,3% a fronte del +29,4% della Spagna, dal +22% del Portogallo, del +16,1%del Lussemburgo, +14,7% Olanda, +11,0% del Belgio, +10,0% della Francia e +6,2% della Germania. Su questi dati è intervenuto, per alcune precisazioni, Palazzo Chigi diffondendo una nota tecnica dell’Istat che traccia una quadro in parte differente.
Per converso, invece, il livello del trattamento retributivo delle massime cariche burocratiche, sia statali che degli enti locali, risulta ben superiore a tale media e anche maggiore dello stipendio percepito dal primo presidente della Corte di cassazione. Non è un caso che sul punto, anche considerata la possibilità di cumulo tra trattamenti retributivi differenti, il governo abbia ritenuto di intervenire con l’art.23-ter della legge 22/2011 n.214, di conversione del dl 201/2011, dettando «Disposizioni in materia di trattamenti economici».
Sulla stessa materia, con alcune sostanziali differenze, il legislatore si era già espresso con l’art. 1 dl 98/2011 (come modificato in sede di conversione con legge 15/7/2011 n. 111) utilizzando quale parametro la media ponderata rispetto al pil degli analoghi trattamenti economici percepiti annualmente dai titolari di omologhe cariche e incarichi negli altri sei principali stati dell’area Euro. Tuttavia con il comma 6 dello stesso articolo se ne è dilazionata l’applicazione a decorrere solo dalle prossime elezioni, nomine o rinnovi e, comunque, per i compensi, le retribuzioni e le indennità non ancora determinati alla data di entrata in vigore del dl.
Mentre non si rinvengono allo stato, attesa la previsione in ultimo richiamata, problemi di conflitti di norme (fermo restando il principio della prevalenza della norma successiva rispetto a quella pregressa in contrasto), pur auspicandosi un loro coordinamento, l’art. 23-ter legge 214/2011 necessiterebbe quanto meno di una modifica che ne riconoscesse il valore quale norma di principio in materia di coordinamento della finanza pubblica cui le regioni, comprese quelle a statuto speciale, sono tenute ad adeguarsi. Ed invero manca nel contesto dell’art. 23-ter una analoga disposizione a quella contenuta nel comma 4 art. 1 dl 98/2011. Solo per tale via, infatti, si eviterebbe l’anomalia di consentire agli enti territoriali diversi dallo stato di mantenere livelli retributivi del proprio apparato burocratico superiori a quelli previsti in sede statale.
Ciò non di meno, l’ANMA ha già manifestato lo stupore e il disagio che deriva dalla lettura, sul sito della Camera, del resoconto del 14/2/2012 delle Commissioni riunite I e XI, chiamate ad esprimere un parere sulla bozza di Dpcm in tema appunto di definizione del limite massimo del trattamento economico annuo onnicomprensivo per i pubblici dipendenti ex art. 23-ter legge 214/2011. Le commissioni parlamentari hanno infatti manifestato alcune perplessità sulla immediata operabilità dei tagli indotti dall’emanando Dpcm facendo leva sul principio del divieto di «reformatio in peius». Risulta davvero incomprensibile, però, come detti argomenti vengano solo oggi spesi in sede parlamentare, mentre gli stessi non siano stati ritenuti degni di nota in occasione dei tagli disposti sugli emolumenti economici, già in essere, della restante parte del pubblico impiego, ivi compresi i magistrati le cui retribuzioni di istituto hanno subito rilevanti ridimensionamenti sin dall’emanazione del dl 78/2010. Tagli che, oltre sull’indennità giudiziaria, incidono per il 5% sulla retribuzione superiore a 90 mila euro lorde, nonché per un ulteriore 10% per la parte superiore a 150 mila euro lordi. Ogni tentativo di dilazionare l’immediata operabilità del Dpcm in premessa renderebbe ancora più evidente la mancanza di equità che, in un’ottica di sistema, è oggi amplificata dai tagli che sono stati imposti di recente, a titolo di forzoso contributo di solidarietà, sui tutti trattamenti pensionistici e – in relazione al comparto pubblico – anche sulla modifica del trattamento di fine servizio. Permane, invece l’urgente necessità che il governo e le forze politiche diano e mantengano vivo un segnale di discontinuità con il passato, ponendo dei limiti ai trattamenti retributivi ingiustificatamente elevati che derivano dallo svolgimento di incarichi che consentono ancora oggi il cumulo di retribuzioni. Tali limiti già individuati dal governo, del quale si plaude la scelta di non fare applicazione delle deroghe previste dal comma 3, art. 23-ter, svolgono infatti l’irrinunciabile funzione di rendere socialmente sostenibili i sacrifici imposti a tutti i cittadini con le ultime manovre.