Source: https://www.laleggepertutti.it/218624_causa-persa-in-partenza-niente-gratuito-patrocinio
Timestamp: 2018-09-18 20:20:29+00:00
Document Index: 96869567

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 737', 'art. 5', 'art. 4', 'art.\n4', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 122', 'sentenza ', 'art. 2932', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 136', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 15', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 37', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 13']

Causa persa in partenza: niente gratuito patrocinio
Non spetta il gratuito patrocinio se la domanda giudiziale è palesemente infondata.
Chi rientra nei parametri di reddito per ottenere il gratuito patrocinio non se ne può andare in giro a fare causa alla gente per questioni campate in aria «perché tanto l’avvocato lo paga lo Stato» e così, magari, dare fastidio anche a chi ha ragione da vendere. Ci sono due motivi che impediscono uno scenario di questo tipo e a illustrarli è una interessante sentenza della Cassazione [1]. Sentenza che in molti dovrebbero leggere. Perché se è vero che, a volte, col gratuito patrocinio, ci “marciano” alcuni avvocati poco professionali, avviando azioni infondate salvo poi abbandonare l’incarico quando le acque diventano torbide (a volte già dopo la prima udienza), è anche vero che c’è chi, grazie a questo diritto, non si fa remore di agire imprudentemente, anche quando ragioni di opportunità lo sconsiglierebbero. Ecco perché la Corte ha ammonito tutti i soggetti rientranti nella soglia di povertà: attenzione, perché lo Stato non riconosce il gratuito patrocinio se la causa è persa in partenza.
1 Quanto poveri bisogna essere per avere l’avvocato gratis?
2 Quando l’avvocato non rispetta la legge
3 Rischi del gratuito patrocinio: la condanna alle spese
4 Niente gratuito patrocinio se la causa è infondata
Quanto poveri bisogna essere per avere l’avvocato gratis?
Facciamo un salto indietro e ricordiamo in cosa consiste il gratuito patrocinio. Tutti quelli che non guadagnano più di 11.493,82 euro (soglia aggiornata ad oggi), ossia poco meno di mille euro al mese, non devono pagare né l’avvocato, né le tasse, né qualsiasi altro tipo di spesa per avviare o difendersi in un processo. In buona sostanza, la parte sceglie il legale che più lo aggrada tra le liste presenti all’Ordine degli avvocati e la sua parcella poi viene pagata dallo Stato. Per verificare il rispetto della soglia di reddito bisogna sommare quello dell’interessato, del coniuge e di eventuali familiari conviventi. Basta andare a vivere da soli, ossia spostare la propria residenza in un’altra parte, per non dover calcolare anche tutti questi soggetti nella soglia del proprio reddito. In questo modo molta gente riesce – a volte fraudolentemente – a rientrare nel gratuito patrocinio. Ricordiamo loro però che la legge vieta le residenze di comodo.
Quando l’avvocato non rispetta la legge
Esistono degli avvocati – e se lo diciamo è perché conosciamo tantissimi casi a riguardo – che accettano incarichi di gratuito patrocinio in cambio di un fondo spese pagato di tasca dal cliente. La scusa, vera o falsa che sia, è per le fotocopie, i viaggi in auto e tutte quelle spese che lo Stato non rimborsa. A riguardo bisogna dire che un comportamento del genere non solo è vietato dalla legge, ma è anche un illecito deontologico. È vero, anzi sacrosanto, che il compenso riconosciuto dallo Stato per il gratuito patrocinio è così basso da disincentivare la gran parte dei legali dall’accettare incarichi del genere – spesso molto complicati e dispendiosi in termini di tempo – ma è anche vero che l’avvocato deve essere il primo a rispettare la legge. Non può pertanto chiedere alcun fondo spese al proprio cliente.
Rischi del gratuito patrocinio: la condanna alle spese
Dicevamo: ci sono due ragioni che dovrebbero consigliare chi è ammesso al gratuito patrocinio dall’intraprendere cause infondate. La prima: se si perde la causa bisogna pagare le spese processuali. Il gratuito patrocinio infatti copre solo la parcella del proprio avvocato, ma non quella dell’avversario. Così se il giudice dovesse dare torto a chi è stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato potrebbe condannarlo a pagare le spese sostenute dalla controparte per il processo; e in tal caso dovrebbe dar fondo al proprio portafogli. Un rischio non da poco se si considera che spesso si tratta di migliaia di euro.
Niente gratuito patrocinio se la causa è infondata
Il secondo rischio è quello di vedersi revocare, già alla prima udienza, il gratuito patrocinio se la domanda è palesemente infondata. La revoca comporta che bisognerà pagare sia il proprio avvocato che quello avversario. Mica male come punizione per aver fatto una causa senza che ce ne fossero i presupposti. È su questo aspetto che si è soffermata la sentenza della Cassazione qui in commento.
Come noto, quando viene presentata una domanda di ammissione al gratuito patrocinio, il Consiglio dell’Ordine valuta la «non manifesta infondatezza» della causa che si intende avviare e per la quale si chiede il beneficio in commento. Il Consiglio verifica quindi sia il diritto dell’istante che le prove specifiche di cui intende chiedere l’ammissione. Ma questo non toglie che, se l’Ordine ha autorizzato il gratuito patrocinio, il giudice lo possa revocare anche già alla lettura del primo atto.
Da quanto detto si può comprendere come non è sufficiente rientrare nei parametri di reddito per accedere al patrocinio a spese dello Stato; occorre prestare particolare attenzione alle ragioni giuridiche che si sostengono. Se non sono fondate il rischio è quello di una sonora zappata sul piede.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 febbraio – 28 giugno 2018, n. 17037
Presidente Olivieri – Relatore Rossetti
1. Nel 2013 Sa. Bo. convenne dinanzi al Tribunale di Messina la presidenza del Consiglio dei Ministri, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza della. condotta tenuta dagli organi giudiziari che, secondo la prospettazione : attorea, determinarono per colpa la sua soccombenza all’esito d’un processo civile che lo vide contrapposto a tale Gi. Scappa, avente ad oggetto una domanda di risoluzione di un contratto di vendita immobiliare per inadempimento dell’acquirente.
-) il procedimento civile che, secondo la prospettazione attorea, fu per lui causa di danno si concluse con una sentenza della Corte di cassazione pubblicata l’I 1 novembre 2011;
-) Sa. Bo. aveva invece introdotto la domanda con atto di citazione;
-) ciò non era di per sé causa di nullità, ma imponeva di individuare il momento di proposizione della domanda non in quello di notifica della citazione, ma nel momento in cui avvenne la costituzione in giudizio;
-) nel caso di specie la costituzione avvenne il 15 novembre 2013, e quindi quando era già decorso il termine biennale di decadenza previsto dall’articolo 4, comma 2, della legge 13 aprile 1988 n. 117.
-) al presente giudizio non era applicabile il più lungo termine triennale di decadenza, introdotto dalla legge 27.2.2015 n. 18, non avendo tale legge efficacia retroattiva.
4. Il decreto pronunciato dalla Corte d’appello di Messina è stato impugnato per cassazione da Sa. Bo., con ricorso fondato su due motivi.
1.1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c, la violazione dell’articolo 4, secondo comma, della legge 13.4.1988 n. 117.
Sostiene che la legge n. 117 del 1988 nulla dispone al riguardo, sicché correttamente la domanda venne introdotta con l’atto di citazione, “quale mezzo ordinario normalmente utilizzato per l’esercizio di qualsivoglia diritto nel nostro ordinamento”.
Questa Corte infatti ha già stabilito che “la domanda di risarcimento ai sensi della legge 13 aprile 1988, n. 117, sulla responsabilità civile dei magistrati, va proposta con ricorso, e non con citazione, atteso che, dalle caratteristiche della fase iniziale del processo, regolata dall’art. 5 legge cit. e relativa al giudizio di ammissibilità della domanda, si desume che detta fase è improntata alla sommarietà e caratterizzata dalle forme del procedimento camerale, il che lascia trasparire all’evidenza che intenzione del legislatore era quella di prevedere, anche senza espressa indicazione, l’uso del ricorso, come è confermato, altresì, dal principio generale contenuto nell’art. 737 cod. proc. civ., che espressamente stabilisce che i provvedimenti che debbono essere pronunziati in camera di consiglio (come quello che definisce il giudizio di ammissibilità ex art. 5 cit.) si chiedono con ricorso al giudice competente, che pronunzia con decreto” (Sez. 1, Sentenza n. 16935 del 29/11/2002, Rv. 558816 – 01; sostanzialmente nello stesso senso, in motivazione, si veda più di recente Sez. 3 – , Sentenza n. 932 del 17/01/2017, Rv. 642702 -02).
1.3. Non convincono, in senso contrario, i rilievi svolti dal Procuratore Generale nella discussione in pubblica udienza, secondo cui il motivo sarebbe fondato alla luce dell’art. 4, comma 5, D.Lgs. 1.9.2011 n. 150, il quale stabilisce che “gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono secondo le norme del rito seguito prima del mutamento. Restano ferme le decadenze e le preclusioni maturate secondo le norme del rito seguito prima del mutamento”.
La suddetta previsione, infatti, si applica solo alle controversie “previste dal presente decreto” (così stabilisce il comma prima dell’art.
4 D.Lgs. cit.), tra le quali non rientra la domanda di risarcimento del danno proposta nei confronti dello stato per il fatto del magistrato.
2.1. Col secondo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c, la violazione dell’articolo 11 delle disposizioni preliminari al codice civile.
Sostiene che erroneamente la Corte d’appello avrebbe ritenuto non retroattiva la modifica alla legge n. 117 del 1988 introdotta dalla legge 27 febbraio 2015 L. 18, la quale ha elevato il termine di decadenza per la proponibilità della domanda di risarcimento del danno per il fatto del magistrato da due a tre anni.
Questa Corte, infatti, ha già stabilito che “in tema di responsabilità civile dei magistrati, la sopravvenuta abrogazione della disposizione di cui all’art. 5 della L. n. 117 del 1988, per effetto dell’art. 3, comma 2, della L. n. 18 del 2015, non ha efficacia retroattiva, onde l’ammissibilità della domanda di risarcimento danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie deve essere delibata alla stregua delle disposizioni processuali vigenti al momento della sua proposizione. Ne consegue che il giudizio di ammissibilità previsto dall’art. 5 cit. continua ad applicarsi alle domande avanzate con ricorso depositato prima del 19 marzo 2015, data di entrata in vigore della legge n. 18 del 2015”. (Sez. 3, Sentenza n. 25216 del 15/12/2015, Rv. 638090 – 01).
3.1. L’odierno ricorrente risulta essere stato ammesso al beneficio del patrocinio a spese dello Stato con provvedimento del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina dell’8.11.2.016.
L’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, in materia civile, può essere accordata solo a favore di chi vanti una pretesa “non manifestamente infondata”, così come stabilito dall’art. 122 D.P.R. 30.5.2002 n. 115;
3.2. Nel caso di specie Sa. Bo. ha proposto un ricorso per cassazione chiedendo che fosse dichiarata ammissibile la sua domanda di risarcimento proposta nei confronti dello stato per il fatto del magistrato.
(-) di avere chiesto la risoluzione per inadempimento del contratto preliminare di vendita immobiliare da lui stipulato, nella veste di promittente venditore, con tale Gi. Sc.;
(-) che Gi. Sc., costituitosi in giudizio, formulò domanda riconvenzionale di sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c., invocando l’inadempimento dell’attore;
Dopo avere ricordato che ebbe torto sia in primo grado, sia in secondo grado, sia in sede di legittimità, il ricorrente soggiunge che tutte e tre le suddette decisioni (del Tribunale, della Corte d’appello e della Corte di cassazione) sarebbero state pronunciate con colpa grave, ai sensi dell’art. 2 della L. 117/88, perché tutti i giudici si sarebbero dovuti accorgere che egli aveva ragione e il convenuto torto.
Ora, di una pretesa risarcitoria ai sensi della L. 117/88, fondata su allegazioni simili, il meno che si possa dire è che essa ascrive a responsabilità del magistrato una tipica attività di valutazione delle prove e ricostruzione dei fatti, che in quanto tale non può mai dar luogo a responsabilità, ai sensi dell’art. 2, comma 2, L. 117/88.
A ciò aggiungasi che la prospettazione dei fatti contenuta nel ricorso è totalmente priva di qualsiasi apparato critico, risolvendosi in sostanza nella seguente tautologia: “tutti e tre gli organi giudicanti (Tribunale, Corte d’appello e Corte di cassazione) hanno agito con colpa grave perché non si sono avveduti della fondatezza delle mie ragioni”.
La mancanza di tale requisito impone dunque in questa sede la revoca della suddetta ammissione, ai sensi dell’art. 136 D.P.R. 30.5.2002 n. 115.
4.1. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228).
Al riguardo ritiene questa Corte doveroso chiarire come ai fini della dichiarazione di sussistenza dell’obbligo del pagamento del doppio contributo non venga in rilievo l’art. 15 della L. 117/88, il quale stabilisce che nei giudizi aventi ad oggetto la responsabilità dello Stato per il fatto del magistrato “si osserva, in quanto applicabile, l’articolo unico, della legge 2 aprile 1958, n. 319”, norma, quest’ultima, che esonera i giudizi ivi previsti “dalla imposta di bollo e di registro e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura”.
Infatti l’art. 1, comma 212, della legge finanziaria 2009 (L. 23.12.2009 n. 191), ha aggiunto un comma 6 bis all’art. 10 del testo unico sulle spese di giustizia (D.P.R. 115/02), nel quale si stabiliva che “nelle controversie di cui all’articolo unico della legge 2 aprile 1958, n. 319 (…) e in quelle in cui si applica lo stesso articolo, è in ogni caso dovuto il contributo unificato per i processi dinanzi alla Corte di cassazione”.
Due anni dopo, l’art. 37, comma 6, del d.l. 06/07/2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria) modificò ulteriormente l’art. 10, comma 6 bis, sopprimendo le parole «per i processi dinanzi alla Corte di cassazione».
Per effetto delle due novelle del 2009 e del 2011, l’art. 10, comma 6 bis, D.P.R. 115/02 attualmente recita: “nelle controversie di cui all’articolo unico della legge 2 aprile 1958, n. 319, (…) e in quelle in cui si applica lo stesso articolo, è in ogni caso dovuto il contributo unificato”.
Poiché, dunque, al presente giudizio si applica la L. 319/58, resta dovuto il contributo unificato.
(-) condanna Sa. Bo. alla rifusione in favore della Presidenza del Consiglio dei Ministri delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 2.500, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55;
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dall’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte di Sa. Bo. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.