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Timestamp: 2020-08-04 22:14:28+00:00
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﻿ Delibazione di sentenza canonica e giudizio di divorzio. Quale tutela per il coniuge meno abbiente? | ilfamiliarista.it
Delibazione di sentenza canonica e giudizio di divorzio. Quale tutela per il coniuge meno abbiente?
20 Luglio 2015 | Rita Russo Delibazione di sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio ed effetti
Il quadro normativo | La possibile sovrapposizione dei giudizi di separazione, divorzio e nullità del matrimonio dichiarata dal tribunale ecclesiastico | In conclusione | Guida all’approfondimento |
Le invalidità matrimoniali, secondo la legislazione nazionale, sono disciplinate dagli artt. 117 ss. c.c.. In materia d'invalidità matrimoniale, la dottrina ha sempre messo in evidenza come non si possano applicare i principi e le regole generali elaborate per i contratti, in particolare in merito alla differenza tra negozio nullo e negozio annullabile: è preferibile parlare di invalidità matrimoniale, ovvero, sotto il profilo processuale, di impugnazione del matrimonio. Dal punto di vista pratico la differenza non è particolarmente rilevante; annullato il matrimonio, ne vengono meno gli effetti ex tunc, salva la posizione dei figli e, se i coniugi erano in buona fede o per quello dei due che lo era, si applica la disciplina del matrimonio putativo di cui agli artt. 128, 129 e 129-bis c.c.. Se il matrimonio concordatario è dichiarato nullo dal tribunale ecclesiastico con sentenza resa esecutiva nello Stato italiano tramite il giudizio di delibazione, si ritiene ugualmente applicabile il regime patrimoniale previsto dall'ordinamento civile per il matrimonio putativo. In virtù di queste norme gli effetti del matrimonio valido si producono, fino alla sentenza che pronuncia la nullità, nei confronti dei coniugi in buona fede (cioè che ignoravano la causa di invalidità), oltre che nei confronti dei figli. Il coniuge economicamente debole, se è in buona fede, può ottenere la corresponsione di un assegno periodico, proporzionato alle sostanze dell’altro, per un periodo non superiore a 3 anni; inoltre, anche a prescindere dal requisito assistenziale, può essere disposto a carico del coniuge al quale sia imputabile la nullità del matrimonio, una indennità, in favore dell’altro, indipendentemente dalla prova del danno, che deve essere pari almeno al mantenimento per 3 anni. Il coniuge in mala fede è tenuto anche a prestare gli alimenti (ex art. 438 c.c.) al coniuge putativo se non vi sono altri soggetti obbligati. Inoltre, l’art. 584 c.c. prevede che, nel caso in cui il matrimonio venga dichiarato nullo dopo la morte di uno dei coniugi, il superstite, se in buona fede, conserva i diritti successori, compreso il diritto di abitazione nella casa coniugale ai sensi dell’art. 540 c.c., ma non è legittimario. Il coniuge putativo è però escluso dalla successione se al momento della morte il de cuius era legato da altro valido matrimonio.
La condizione di coniuge putativo è pertanto assai meno garantita, dal punto di vista patrimoniale, di quella del coniuge divorziato. Il divorzio, infatti, presuppone l’esistenza di un matrimonio valido e di una comunione materiale e spirituale di vita che si è costituita tra i coniugi, i quali hanno tenuto una condotta improntata ai doveri matrimoniali fino ad un certo momento: il divorzio scioglie il matrimonio (o ne fa venire meno gli effetti civili) solo con efficacia ex tunc. Ne consegue che il coniuge divorziato, se pure perde i diritti successori, mantiene però il diritto alla solidarietà post coniugale e cioè, ai sensi dell’art. 5 legge n. 898/1970, il diritto all’attribuzione di un assegno di divorzio, qualora non abbia mezzi adeguati alla conservazione del pregresso tenore di vita o non possa procurarseli. Non si tratta di un assegno alimentare, ma di un assegno parametrato al tenore di vita pregresso e nella cui quantificazione si tiene conto anche delle ragioni della decisione, del contributo dato alla famiglia ed alla costituzione del patrimonio familiare, nonché della durata del matrimonio; l’importo dell’assegno può quindi essere anche molto consistente e non ha una durata predeterminata, cessando solo nel momento in cui il beneficiario passa a nuove nozze ovvero intraprende una stabile convivenza more uxorio (Cass. civ., sez. VI, 26 febbraio 2014, n. 4539). Se è stato riconosciuto il diritto all’assegno di divorzio, l’ex coniuge matura anche una serie di diritti patrimoniali di contenuto rilevante, quale il diritto a percepire una quota della indennità di fine rapporto dell’altro coniuge, ai sensi dell’art. 12-bis legge n. 898/1970, pari al 40% dell’indennità maturata negli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio, il diritto ad una quota della pensione di reversibilità, in concorso con l’eventuale coniuge superstite (art. 9 legge n. 898/1970), il diritto a percepire un assegno a carico dell’eredità (art. 9-bis legge n. 898/1970) qualora versi in stato di bisogno.
La possibile sovrapposizione dei giudizi di separazione, divorzio e nullità del matrimonio dichiarata dal tribunale ecclesiastico
Non vi è rapporto di pregiudizialità tra il giudizio di separazionee quello canonico di nullità del matrimonio e di conseguenza il primo giudizio non deve essere sospeso per la contemporanea pendenza del secondo. Finché la sentenza di nullità non sia stata delibata dalla competente Corte d’appello, i coniugi, anche separati, continuano ad essere considerati tali: al passaggio in giudicato della sentenza di delibazione, la declaratoria di nullità acquista efficacia nell'ordinamento nazionale e vengono meno gli obblighi economici conseguenti al matrimonio (Cass. civ., sez. I, 21 marzo 2014, n. 6754).
Se la delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio interviene in pendenza del giudizio di separazione, si determina la cessazione della materia del contendere, perché il processo di separazione presuppone l’esistenza di un matrimonio valido, e restano travolti i provvedimenti economici adottati in via provvisoria, ovvero anche con sentenza se ancora non passata in giudicato (Cass. civ., sez. I, 13 gennaio 2010, n. 399).La cessazione della materia del contendere non è totale perché, come ritenuto dalla Corte di Cassazione, il processo può continuare per quella parte in cui si chiede l'accertamento del diritto al mantenimento (temporaneo) o agli alimenti, per l'applicabilità della disciplina del matrimonio putativo. Di conseguenza ove, a seguito di pronunzia di nullità del matrimonio ecclesiastico, un coniuge richieda la caducazione dei provvedimenti provvisori ex art. 708 c.p.c. l'altro coniuge può eccepire, nello stesso processo, la sussistenza del proprio diritto al mantenimento o agli alimenti sulla base dell’art. 128 c.c.; in questi casi lo stesso giudice della separazione può procedere ad un accertamento incidentale nel corso dello stesso giudizio. Questo a meno che la Corte d’appello, giudice della delibazione, non abbia provveduto ad emettere provvedimenti provvisori per il mantenimento del coniuge, ai sensi dell’art. 8 legge 25 marzo 1985, n. 121 (Cass. civ., sez. I, 11 settembre 2008, n. 23402).
Analogamente, se la delibazione della sentenza ecclesiastica interviene prima della pronuncia di cessazione di effetti civili del matrimonio, nel giudizio di divorzio si determina la cessazione della materia del contendere, con i limiti sopra precisati.
Se è già stata dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario con sentenza passata in giudicato può essere successivamente delibata la sentenza ecclesiastica di nullità. Infatti, pur se l’esistenza e la validità del matrimonio costituiscono un presupposto della sentenza di divorzio, nel giudizio di divorzio l’accertamento di validità del matrimonio è compiuto in via incidentale e quindi sul punto non si forma il giudicato. Per questa ragione la sentenza di divorzio, salvo che nel relativo giudizio si sia espressamente statuito in ordine alla validità del matrimonio, non impedisce la delibazione della sentenza dei tribunali ecclesiastici (Cass. civ., sez. I, 23 marzo 2001, n. 4202).
Se la sentenza di divorzio è passata in giudicato anche sui punti relativi alle statuizioni economiche rimangono ferme le decisioni sui rapporti patrimoniali tra coniugi ivi contenute; in particolare l'assegno di divorzio che è stato deciso rimane fermo se su questo punto si è formato il giudicato, né può essere chiesta la revisione delle condizioni di divorzio ai sensi dell’art. 9 l. n. 898/1970, dal momento che la successiva delibazione della sentenza ecclesiastica non costituisce giusto motivo di revisione. Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, pur se le sentenze di divorzio (e di separazione) passano in giudicato rebus sic stantibus, per operare la revisione delle condizioni di divorzio è necessario che sopravvenga un fatto nuovo, mentre la rilevanza dei fatti pregressi (come la invalidità del matrimonio) rimane esclusa in base alla regola generale secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile (Cass. civ., sez. I, 5 giugno 2009, n. 12982; Cass. civ., sez. I, 18 settembre 2013, n. 21331). Questa posizione è stata criticata da parte della dottrina (si veda infra: Guida all’approfondimento).
È da chiedersi se lo stesso principio possa applicarsi al caso dei coniugi separati. Infatti, passata in giudicato la sentenza di separazione che attribuisce un assegno di mantenimento, alla successiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, venendo meno lo status coniugale, resterebbe priva di causa giustificatrice la attribuzione di un assegno di mantenimento, e cioè la conservazione del tenore di vita proprio della convivenza matrimoniale. Tuttavia la Corte di Cassazione di recente ha ritenuto che, pur incidendo la sentenza ecclesiastica delibata sullo status, restano ferme le statuizioni già passate in giudicato anche sull’assegno di mantenimento stabilito nel giudizio di separazione (Cass. civ., sez. VI, 13 marzo 2015, n. 5133).
Infine, si deve ricordare che la delibazione della sentenza canonica di nullità del matrimonio concordatario non determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di divorzio o di separazione per quanto concerne i provvedimenti che il giudice è chiamato ad adottare in ordine all'affidamento, alle modalità e misura del contributo al mantenimento dei figli minori (Cass. civ., sez. I, 14 luglio 2011, n. 15558). Il matrimonio dichiarato nullo ha comunque gli effetti di un matrimonio valido rispetto ai figli, e le norme di cui agli artt. 337 ss. c.c. si applicano anche in caso di annullamento e nullità di matrimonio.
È possibile la contemporanea pendenza dei giudizi di separazione o divorzio e di accertamento della nullità matrimoniale da parte dei tribunali ecclesiastici. Il giudice civile non deve in tali casi sospendere il procedimento di separazione e divorzio. La mera pronuncia dei tribunali ecclesiastici non assistita dalla delibazione da parte della Corte d’appello nazionale competente per territorio non ha alcun effetto nell’ordinamento italiano. La delibazione della sentenza ecclesiastica fa acquistare ai coniugi la libertà di stato, ma non ha effetto sulle decisioni relative all’assegno di mantenimento per il coniuge o all’assegno divorzile se si è formato il giudicato. In tal caso dette decisioni non sono soggette neppure a revisione ex art. 701 c.p.c. e art. 9 legge n. 898/1970. Se invece le statuizioni economiche delle sentenze di separazione o divorzio non sono passate in giudicato al momento della delibazione della sentenza ecclesiastica, restano travolte, salva l’applicazione della disciplina del matrimonio putativo. Il matrimonio dichiarato nullo ha comunque gli effetti di un matrimonio valido rispetto ai figli, e le norme di cui agli artt. 337 ss. c.c. si applicano anche in caso di annullamento e nullità di matrimonio.
- Finocchiaro M., Sentenza di divorzio, delibazione della pronuncia ecclesiastica di nullità di quel matrimonio e (inesistenza di) giustificati motivi per la revisione delle disposizioni concernenti l’assegno periodico, nota a Cass. civ., sez. I, 23 marzo 2001, n. 4202, in Giust. civ., 6, 2001, 1482;
- Canonico M., Nullità matrimoniale e pretesa sopravvivenza dell’assegno divorzile, nota a Cass. civ., sez. I, 18 settembre 2013, n. 21331, in Diritto di Famiglia e delle Persone (Il), 1, 2014, 124.