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Timestamp: 2017-12-13 18:35:32+00:00
Document Index: 150364484

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 517', 'art. 516', 'art. 517', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 519']

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Nuove contestazioni nella fase dibattimentale e giudizio abbreviato.
marzo 23, 2010 in Diritto processuale penale da Liut & Partners
(Corte Costituzionale , sentenza 18.12.2009 n° 333)
«Si deve ritenere l’illegittimità Costituzionale sia dell’art. 517 cod. proc. pen., nella parte in cui non prevede la facoltà per l’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al reato concorrente contestato nel dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale, che dell’art. 516 cod. proc. pen., nella parte cui prevede la facoltà per l’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al fatto diverso contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale».
Questo è quanto statuito dalla Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen.
La Corte Costituzionale è stato investita della questione di legittimità costituzionale sulle predette disposizione, con ordinanze promosse dal Tribunale di Pinerolo, in composizione monocratica, con riferimento agli artt. 3 e 24, comma 2, Cost..
È opportuno precisare che l’ordinanza del Tribunale di Pinerolo solleva la questione di legittimità dell’art. 517 cod. proc. pen., nella parte in cui « non prevede la facoltà per l’imputato di richiedere al giudice del dibattimento il giudizio abbreviato relativamente al reato concorrente contestato nel dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale»; in quanto implicherebbe una palese violazione del diritto alla difesa dell’imputato, ex art. 24 comma 2 Cost., nonché risulterebbe lesivo, sotto un duplice aspetto, del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost.
Sicchè, a dire del giudice a quo, si stabilirebbe, per un verso. una disparità di trattamento tra imputati in situazioni uguali, a seconda che il pubblico ministero valorizzi integralmente i risultati delle indagini sin dal momento dell’esercizio dell’azione penale, o che ne contesti inizialmente soltanto alcuni, per poi nella successiva fase dibattimentale provvedere ad ampliare ed integrare l’accusa. Per altro verso, invero apparirebbe del tutto irragionevole che l’imputato possa recuperare vantaggi connessi ad alcuni riti speciali, a seguito di una contestazione suppletiva.
Inoltre si evidenzia che nell’ordinanza de quo, viene riportato il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, la quale afferma il principio secondo cui «non è ammessa la richiesta di giudizio abbreviato “parziale”», altrimenti il processo non verrebbe definito nella sua interezza.
Posto ciò, ne segue che i Giudici della Consulta hanno ritenuto nel merito la questione fondata, specificando che il dubbio di costituzionalità nasce dall’istituto della c.d. contestazione suppletiva tardiva.
In limine, giova rammentare che la norma impugnata esprime un principio di coerenza con l’impostazione accusatoria del vigente codice di rito, in quanto mira a conferire un ragionevole grado di flessibilità all’imputazione e consentendone l’adattamento agli sviluppi e agli esiti dell’istruzione dibattimentale, quando alcuni profili di fatto, pur pertinenti o strettamente collegati all’oggetto dell’imputazione, risultino nuovi o diversi rispetto a quelli emersi dagli elementi a suo tempo acquisiti nelle indagini e valutati dal pubblico ministero per l’esercizio dell’azione penale.
Ne segue che gli artt. 516 e 517 cod. proc. pen. riflettono tale finalità, evocando, primo visu, i soli mutamenti dell’imputazione imposti dall’evoluzione istruttoria e permette di qualificarla come speciale e derogatoria con riguardo alle ordinarie cadenze processuali relative all’esercizio dell’azione penale e al suo controllo giudiziale.
Nel corso del giudizio, si è evidenziato che la disposizione censurata impone diverse valutazioni, tuttavia in relazione al caso di specie il punctum pruriens attiene alla perdita da parte dell’imputato della facoltà di accesso ai riti alternativi, rilevato che la nuova contestazione interviene quando il termine ultimo di proposizione per la richiesta de quo risulta ormai decorso, ex artt, 438, comma 2, 446, comma 1, e 555, comma 2 cod. proc. pen..
Nell’affrontare la suesposta vexata quaestio, il Giudice delle Leggi ha richiamato quanto già affermato in precedenti sue pronunce (ex pluribus sentenze n. 129 del 1993, n. 316 del 1992 e n. 593 del 1990; ordinanze n. 107 del 1993 e n. 213 del 1992), nella quali aveva ritenuto che la preclusione alla fruizione dei vantaggi connessi al giudizio abbreviato e all’applicazione della pena su richiesta, che si determina nei confronti dell’imputato nelle ipotesi previste dagli artt. 516 e 517 cod. proc. pen., non fosse censurabile sul piano della legittimità costituzionale.
In particolar modo, si evidenziava che «l’interesse dell’imputato ai riti alternativi trova tutela solo in quanto la sua condotta consenta l’effettiva adozione di una sequenza procedimentale che, evitando il dibattimento, permetta di raggiungere l’obiettivo di una rapida definizione del processo. La modifica dell’imputazione o la contestazione suppletiva, d’altronde, è una eventualità non infrequente, in un sistema processuale imperniato sulla formazione della prova in dibattimento, e non imprevedibile, anche quando si tratti di contestazione suppletiva di reato concorrente, dato lo stretto rapporto che intercorre tra imputazione originaria e reato connesso, tanto più che, ai fini della contestazione suppletiva, concorrente è solo il reato connesso ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale, vale a dire in concorso formale o in continuazione con quello oggetto dell’imputazione. Il relativo “rischio” rientra, perciò, nel “calcolo” che l’imputato effettua allorché si determina a chiedere o meno i riti semplificati: “onde egli non ha che da addebitare a sé medesimo le conseguenze della propria scelta”» (Cfr.: sentenza n. 129 del 1993).
Nel proprio iter logico-argomentativo la Corte ha, inoltre, sottolineato che in relazione all’ipotesi di contestazione dibattimentale tardiva, le valutazioni ut supra esposte non possono trovare spazio, se non parzialmente. In particolare richiama il principio per cui: « Le valutazioni dell’imputato in ordine alla convenienza dei riti alternativi al dibattimento vengono, infatti, a dipendere anzitutto dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero: sicché, quando, in conseguenza di una evenienza patologica del procedimento, quale è quella derivante dall’errore sulla individuazione del fatto e del titolo del reato in cui è incorso il pubblico ministero, l’imputazione subisce una variazione sostanziale, risulta lesivo del diritto di difesa precludere all’imputato l’accesso ai riti speciali. In tale ipotesi, la libera scelta dell’imputato verso il rito alternativo, scelta che rappresenta una delle modalità di espressione del diritto di difesa (ex plurimis, sentenze n. 219 e n. 148 del 2004), risulta sviata da aspetti di “anomalia” caratterizzanti la condotta processuale del pubblico ministero, collegati all’erroneità dell’imputazione (il fatto è diverso) o alla sua incompletezza (manca l’imputazione relativa a un reato connesso), riscontrabili già sulla base degli elementi acquisiti dall’organo dell’accusa nel corso delle indagini» (Cfr.: sent. n. 265 del 1994).
Inoltre, la stessa preclusione ai riti alternativi è da ritenersi contrastante con l’art. 3 Cost. «venendo l’imputato irragionevolmente discriminato, ai fini dell’accesso ai procedimenti speciali, in dipendenza della maggiore o minore esattezza o completezza della discrezionale valutazione delle risultanze delle indagini preliminari operata dal pubblico ministero nell’esercitare l’azione penale alla chiusura delle indagini stesse».
Con la sentenza in commento la Consulta, altresì, ha posto l’accento sulle differenze tra il patteggiamento e il rito abbreviato. Infatti, se il primo si traduce in un semplice accordo sulla pena, con effetti di immediata definizione del processo, donde l’assenza di ostacoli ad una sua collocazione in corso di dibattimento, il rito abbreviato «si realizza attraverso una vera e propria “procedura”», risultando alla luce delle rilevanti modifiche introdotte con la legge 16 dicembre 1999, n. 479, compatibile con la fase del dibattimento.
Sicchè, l’accesso al rito alternativo per il reato oggetto della contestazione suppletiva tardiva, anche quando avvenga in corso di dibattimento, risulta comunque idoneo a produrre un effetto di economia processuale, giacché consente al giudice del dibattimento di decidere sulla nuova imputazione allo stato degli atti, evitando il possibile supplemento di istruzione previsto dall’art. 519 cod. proc. pen..
Ne segue che alla stregua delle sopra esposte argomentazioni, la Corte ha ritenuto l’illegittimità costituzionale degli artt. 516 e 517 cod. proc. pen., nella parte in cui non prevedono la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento detta applicazione, relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale.
(Altalex, 1 febbraio 2010. Nota di Natalina Stamile)
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