Source: https://www.scribd.com/document/80399315/esposto-taranto
Timestamp: 2018-10-16 15:15:52+00:00
Document Index: 130576759

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 434', 'art. 437', 'art. 434', 'art. 437', 'art. 434', 'sentenza ', 'art. 434', 'art. 589', 'art. 449', 'art. 434', 'art. 437', 'art. 582', 'art. 674', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 408']

ON. LE PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI TARANTO ESPOSTO Il sottoscritto dr.
Ippazio Stefàno, in qualità di sindaco della città di Taranto, espone a questo Ufficio fatti riguardanti il territorio del Comune dallo stesso amministrato, che hanno suscitato grande allarme nella cittadinanza, e che ritiene necessario vengano fatti oggetto di attenta indagine da parte di questa Autorità giudiziaria. 1) I fatti La situazione che vogliamo sottoporre all’attenzione di questa ecc.llma Procura della Repubblica ha ad oggetto la drammatica incidenza di patologie oncologiche tra la popolazione residente nell’area della Provincia, e soprattutto del Comune di Taranto, incidenza del tutto anomala rispetto a quella che si riscontra in Province o Regioni limitrofe. Tale realtà – da lungo tempo data per nota da parte dell’opinione pubblica, e ragione di enorme allarme per tutta la cittadinanza – ha ormai trovato definitivo riscontro scientifico in una pluralità di pubblicazioni in argomento. 1.1) Gli studi epidemiologici del 2007 Per quanto riguarda gli studi meno recenti , due ci paiono i contributi più significativi, di cui è utile esporre sinteticamente i risultati. Il primo, del 2007, è un documento del Registro Tumori Jonico Salentino (doc. 1), che propone un’analitica ricostruzione dei tassi di incidenza delle diverse forme tumorali nei territori di pertinenza. Per quanto riguarda la provincia di Taranto, il lavoro di raccolta dei casi, relativo al triennio 1999-2001, è stato condotto analizzando ben 40.460 schede di dimissione ospedaliera nel triennio, e circa 4460 schede di morte per ciascun anno, per un numero di casi incidenti l’anno pari a circa 2500. Le conclusioni di tale studio sono molto chiare, e ci pare utile riportarne ampie citazioni letterali: “ I dati di incidenza per il triennio 1999-2001 ribadiscono la presenza di una condizione specificamente preoccupante a carico della cosiddetta area a rischio e, in particolare, del comune di Taranto. In quest’ultimo, infatti, per il sesso maschile, il tasso standardizzato di incidenza dei tumori della cavità orale, del rinofaringe, del fegato, dell’apparato respiratorio nel suo complesso, di trachea, bronchi e polmoni, della pleura, dei tessuti molli e dei linfomi di Hodgkin è sistematicamente superiore al dato nazionale, nonché a quello osservato non solo nel resto della provincia di Taranto ma anche nell’area a rischio (andamento analogo si rileva per tasso del tumore della vescica, dei reni e della prostata che però non supera quello nazionale). In particolare, l’aumento del tasso di tutti i tumori, dei tumori dell’apparato respiratorio e del polmone raggiunge la significatività statistica nel confronto con l’analogo tasso provinciale e per la pleura anche nel confronto con il tasso dell’area a rischio (p. 38)”. “Gli eccessi evidenziati per entità e tipologia delle malattie interessate suggeriscono un ruolo importante di pregresse esposizioni a fattori di rischio di natura professionale ed ambientale nella definizione della situazione epidemiologica fin qui descritta, anche in considerazione del fatto che si presentano prevalentemente a carico del sesso maschile. Come è noto, dopo l’abitudine al fumo di sigaretta, i più importanti fattori di rischio per tumore polmonare sono le esposizioni a inquinanti
chimici di origine industriale, come gli idrocarburi policiclici aromatici, che originano, tra l’altro, da processi di combustione come quelli che si realizzano negli insediamenti industriali presenti nelle aree a rischio. Lo stesso discorso vale per il tumore alla vescica, ma ancora più incontestabile è l’associazione tra mesotelioma pleurico ed esposizione all’amianto. Il mesotelioma è infatti una rarissima neoplasia della pleura, praticamente assente nella popolazione generale, la cui comparsa si configura come “evento sentinella”, e comporta l’attuazione di misure preventive su tutti coloro i quali hanno condiviso la medesima esposizione. E’ facilmente presumibile, ed in alcuni casi, dimostrato, che l’amianto sia stato ampiamente utilizzato in passato nelle aree produttive dei territori in studio. Anche per il linfoma non Hodgkin, in eccesso rispetto al dato nazionale nel sesso maschile a Taranto, che mostra un chiaro gradiente comune – area a rischio – provincia in entrambi i sessi, sia a Brindisi che a Taranto, è possibile individuare, oltre a fattori di rischio individuale, possibili fattori di rischio ambientale rappresentati, tra gli altri, dalle diossine e dei polriclorobifenili, presenti come additivi in vernici e pesticidi emessi nell’aria da industrie quali inceneritori, cementifici e impianti di agglomerazione come quello operante nello stabilimento siderurgico” (p. 44-45). Il secondo lavoro sul quale vogliamo ora richiamare l’attenzione è una pubblicazione del 2007, avente sempre ad oggetto la mortalità per tumore in Puglia, e specificamente nella Provincia e nel Comune di Taranto (doc. 2). Lasciando ancora la parola agli autori, “scopo di questo lavoro è stato quello di effettuare un’analisi dei tassi di mortalità, nel quinquennio 2000-2004, per valutare eventuali scostamenti dall’atteso dei tassi per tutti i tumori maligni e per i tumori maligni organo-specifici nelle cinque Province della Regione Puglia e nei cinque Comuni Capoluogo di Provincia. Per la provincia di Taranto, che con l’emanazione del DPR 196/98 è stata inclusa ufficialmente come “Area ad elevato rischio ambientale”, è stata effettuata un’analisi spaziale attraverso l’aggregazione dei Comuni in quattro aree concentriche disposte a corona intorno al polo industriale dei comuni di Taranto e Statte” (p. 1) . Uno studio, dunque, dedicato all’incidenza dei tumori in Puglia, che – ed il dato ci pare significativo – individua come specifico oggetto di analisi le zone adiacenti al polo industriale, di cui si vuole valutare l’effettivo legame con l’incidenza delle patologie tumorali. Le conclusioni in ordine alla situazione del Comune di Taranto sono esattamente le stesse cui era giunto lo studio citato sopra: “va notato che dei 15 tumori maligni che presentano un eccesso di mortalità nella Provincia di Taranto, 11 lo fanno registrare nel gruppo di Comuni a ridosso del polo industriale. Inoltre, ad esclusione delle leucemie, tutti i tumori maligni dovuti a probabile esposizione professionale, mostrano eccessi di mortalità nell’area del Comune Capoluogo di Provincia” (p. 9). Se identiche sono le conclusioni, identici sono anche gli auspici con cui si concludono i due studi presi in esame. Per il primo, “la situazione descritta configura criticità consistenti che richiedono attenzione e interventi straordinari da parte delle autorità competenti. E’ opportuno infatti specificare che queste considerazioni sono fondate su indagini di epidemiologia descrittiva, che non tengono conto di informazioni a livello individuale e devono pertanto essere utilizzati per la generazione di ipotesi che vanno successivamente verificate con studi ad hoc di epidemiologia analitica, in grado di fornire indicazioni per la valutazione del nesso causale tra esposizione lavorativa/ambientale e patologia. Per l’esecuzione di tali studi, che devono essere corredati da accurate valutazioni dell’esposizione a inquinanti, è indispensabile ottenere la massima integrazione delle competenze e la più ampia collaborazione tra le istituzioni ed i portatori di interesse” (p. 45). Più sintetiche, ma dello stesso tenore, le raccomandazioni del secondo studio: “Risulta, pertanto, importante indagare i determinanti dell’esposizione professionale, per definire le responsabilità legate alla presenza sul territorio della Provincia di Taranto di uno dei poli industriali
più grandi d’Europa. Un’ultima considerazione è legata alla necessità di condurre adeguati approfondimenti epidemiologici sull’incidenza dei tumori esaminati, essendo i dati di mortalità riferiti ad esposizioni avvenute molti anni prima del decesso dell’individuo” (p. 9). 1.2) Lo studio del 2009 Ulteriore conferma di tali evidenze viene, infine, da una recente rielaborazione statistica dei dati relativi al triennio 1999-2001, pubblicata su una delle più importanti riviste nazionali di epidemiologia (doc. 3), di cui ci pare utile riportare integralmente le conclusioni: “ I risultati globalmente confermano le criticità osservate nella parte iniziale del lavoro, ma offrono altresì ulteriori spunti di riflessione. In particolare, dal momento che sono stati confermati nel sesso maschile gli eccessi per il tumore del polmone, della vescica e della pleura nell’area di Taranto, è verosimile ipotizzare che le esposizioni professionali che si realizzano nell’area industriale abbiano un ruolo rilevante. Come è noto, dopo l’abitudine al fumo di sigaretta, i più importanti fattori di rischio per tumore polmonare sono le esposizioni a inquinanti chimici di origine industriale, come gli idrocarburi policiclici aromatici, che originano, tra l’altro, da processi di combustione come quelli che si determinano nella cokeria dello stabilimento ILVA di Taranto. Lo stesso discorso vale per il tumore alla vescica, ma ancora più incontestabile è l’associazione tra mesotelioma pleurico ed esposizione all’amianto. Nella città di Taranto, oltre ai vasti insediamenti industriali dove è facilmente presumibile che l’amianto sia stato ampiamente utilizzato in passato, si trovano i cantieri navali, siti in cui l’esposizione ad amianto è stata ben documentata. Per quanto riguarda il linfoma non Hodgkin, in eccesso in entrambi i sessi, appare verosimile chiamare in causa le imponenti emissioni di diossine che originano dall’impianto di agglomerazione dello stabilimento siderurgico, responsabile nel 2005 – sulla base delle dichiarazioni della stessa azienda – del 93% delle emissioni globali in Italia di questi inquinanti e oggetto nel 2007 di una campagna di rilevazioni di parte di ARPA Puglia che ha evidenziato valori largamente più elevati degli standard adottati a livello europeo. Più complicata appare l’interpretazione degli eccessi, sia negli uomini sia nelle donne, del tumore dell’encefalo registrati in un comune a nord di Taranto e confermati anche dopo aver considerato l’indice di deprivazione socio-economico. Le prove riportate in letteratura circa l’associazione con fattori di rischio ambientali e occupazionali e che riguardano pesticidi impiegati in agricoltura, formaldeide, cloruro di vinile monomero, campi elettrici e magnetici a bassa e/o alta frequenza non sono conclusive. Tali risultati sono senz’altro meritevoli di specifico approfondimento soprattutto in relazione ai diversi isotipi rilevati” (p. 42-44). 2) Il significato dell’evidenza epidemiologica I dati posti in evidenza da tali studi sono di estrema gravità, e forniscono di base scientifica una “sensazione” che ormai da anni è pervasivamente diffusa nell’opinione pubblica tarantina, ed è stata più volte posta in rilievo anche da mezzi di informazione di rilievo nazionale: per gli abitanti di Taranto, e specie per chi risiede in certi quartieri a ridosso dell’area industriale, è molto più alta la probabilità di ammalarsi di tumore rispetto agli abitanti di Province o Regioni anche limitrofe. Il “comune sentire” per cui in alcune aree del comune di Taranto si “muore di più di tumore” si è tradotto dunque nel dato epidemiologico posto in evidenza da tali studi, che attestano un aumento dell’incidenza di numerose patologie oncologiche non solo e non tanto tra i lavoratori del polo industriale, ma più in generale tra la popolazione residente in quartieri particolarmente esposti al contatto ambientale con le sostanze tossiche immesse nell’atmosfera dai processi industriali. Assumiamo ora come affidabili le ricerche di cui abbiamo riferito sopra: affidabilità che del resto è legittimo presumere in considerazione tanto della qualifica dei loro autori (membri di organismi istituzionalmente deputati ad accertare tali fenomeni), quanto della assoluta concordanza nell’analisi dei dati. Oggi dunque possiamo, con ragionevole credibilità scientifica, affermare che in
alcune aree prossime al polo industriale tarantino si è registrato un eccesso di mortalità per malattie oncologiche. Ma che cosa significa, in concreto, che in una popolazione si è attestato un “aumento dell’incidenza” di determinate patologie? “Aumento dell’incidenza”, “eccesso di mortalità”, “eccesso di morti rispetto agli attesi”: espressioni tecniche, neutre, ma che esprimono un dato terribilmente concreto, il dato per cui, rispetto al numero di vittime per tumore che era scientificamente logico attendersi, sono morte decine, centinaia di persone in più. Come sottolineano gli stessi autori degli studi, la natura descrittiva, e non analitica, di tali studi non consente ancora di individuare con sufficiente grado di precisione e di certezza le cause di queste morti: ma sappiamo già ora che un certo numero di persone in carne ed ossa si è ammalato ed è morto per ragioni inerenti al luogo ove si trovava a risiedere. In conclusione, gli studi epidemiologici sinora pubblicati non mettono in luce solo un “rischio” di danni alla salute degli abitanti di certi quartieri, ma fanno emergere la verificazione di un vero e proprio “danno” subito dalla popolazione; ancora non conosciamo con precisione i determinanti dell’aumento di tumori, ma si profila la possibilità che il polo industriale abbia cagionato delle morti, abbia ucciso delle persone. 3) Il rilievo del dato epidemiologico quale notitia criminis A questo punto la questione centrale da risolvere, nella prospettiva di questo esposto, è se il dato appena messo in luce configuri fatti che devono essere oggetto di indagine da parte di questa Autorità inquirente, o se invece la rilevazione di un aumento dell’incidenza di tumori in una certa popolazione – per quanto si tratti di un fenomeno che cagiona enorme preoccupazione nella pubblica opinione – non sia di interesse per l’ufficio del pubblico ministero, perché non integrante gli estremi di una notitia criminis. Le ricerche epidemiologiche mostrano che un certo numero di persone è morto in maniera anomala, per cause non naturali allo stato soltanto ipotizzabili, ma non ancora individuate in maniera univoca. Pensiamo invece al caso in cui in un reparto ospedaliero si verifichino nel giro di pochi giorni diversi casi di decessi inattesi, al momento non spiegabili; pur in mancanza di una chiara individuazione dell’eziologia di tali morti, è ovvio che qualsiasi Procura aprirebbe immediatamente un’indagine per accertare la precisa causa degli eventi ed i soggetti eventualmente responsabili. Che cosa allora fa sì che il dato epidemiologico, benché faccia emergere – esattamente come nel caso dei morti in reparto – una pluralità di vittime di cui è da individuare la causa, non appare altrettanto nitidamente configurare un possibile reato? La differenza tra le due situazioni risiede nel particolare contenuto conoscitivo della ricerca epidemiologica. In un caso “classico” come quello del reparto io non conosco ancora le cause delle morti, ma conosco univocamente l’identità delle vittime di cui è da indagare il decesso. La conoscenza epidemiologica, invece, assicura che alcune persone sono morte per cause non naturali, ma per definizione – occupandosi di popolazioni, non di individui – non è in grado di stabilire univocamente le vittime, nel nostro caso cioè non è in grado di indicare chi – tra i residenti vicino al polo industriale che hanno contratto, ad esempio, il tumore al polmone – rientra nella quota di coloro che si è ammalata proprio per gli effetti dell’inquinamento, o invece nella quota di coloro che si sarebbero ammalati comunque, per ragioni indipendenti dalle esposizioni ambientali. L’epidemiologia, in sostanza, ci attesta che ci sono delle vittime di cui indagare le cause, ma non ci indica univocamente chi sono tali vittime, perché l’accertamento di nessi eziologici individuali è al di fuori delle capacità euristiche del metodo epidemiologico. Sappiamo quindi con ragionevole certezza che ci sono state, tra le morti di tumori avvenute in una certa popolazione, alcune riconducibili a fattori non naturali, ancora da indagare: l’impossibilità di individuare le singole patologie cagionate dall’esposizione deve condurre a ritenere che gli studi epidemiologici posti a fondamento di questo esposto non facciano
emergere circostanze rilevanti come notizia di reato? Noi crediamo fermamente – per le ragioni che andremo subito ad esporre – che a tale interrogativo vada fornita una risposta negativa. 3.1) La possibilità di accertare la causalità individuale Innanzitutto – e ci perdoni questa ecc.llma Procura se ci soffermiamo su argomenti giuridici a Lei ben noti – tutti i processi che si sono svolti in materia di malattie professionali di natura oncologica (a partire dal mega-processo del Petrolchimico di Porto Marghera, per arrivare ai moltissimi procedimenti pendenti in materia di amianto presso vari Tribunali di tutta l’Italia, e presso il Tribunale di Taranto in particolare ) hanno preso il via proprio dalla constatazione di un eccesso epidemiologico di alcune patologie nella popolazione degli esposti al fattore di rischio. La presenza di un aumento dell’incidenza di una patologia tra i lavoratori esposti ad una certa sostanza rappresenta da un punto di vista sia scientifico, che giudiziario, il campanello di allarme che giustifica l’avvio di approfondimenti scientifici volti a rinvenire le cause di tale eccesso da un punto di vista epidemiologico, e – ove possibile – l’ulteriore indagine relativa alla possibilità di individuare nessi eziologici individuali rispetto ai singoli eventi patologici. Tale modus procedendi è del resto coerente con lo schema di accertamento delineato dalla notissima sentenza delle Sezioni Unite del 2002 in materia di nesso eziologico, ove la Corte dispone che la relazione causale espressa dalla legge scientifica di copertura (nell’ipotesi di malattie professionali che ci interessa, sempre leggi di natura epidemiologica) debba venire confermata nel singolo caso concreto dalla possibilità di escludere la presenza di spiegazioni alternative del verificarsi dell’evento. Una causalità generale, che può avere natura epidemiologica, cui deve seguire per la condanna in sede penale l’accertamento oltre ogni ragionevole dubbio della causalità individuale. Nello schema tradizionalmente utilizzato dalla giurisprudenza, quindi, la conoscenza epidemiologica non basta per l’accertamento di un nesso causale individuale rilevante in sede penale, ma può certamente essere qualificata come notizia di reato, perché costituisce il primo, necessario gradino per l’imputazione causale dell’evento, ed indizia la possibile esistenza di relazioni eziologiche singolari, queste sì sicuramente rilevanti in sede penale. Insomma, se si verifica un eccesso di mortalità per patologie tumorali tra i lavoratori di una fabbrica, è pacifico che ciò costituisca una notizia di reato sulla cui base iniziare delle indagini. Le indagini epidemiologiche che sono a fondamento di questo esposto non riguardano i lavoratori, ma la generalità della popolazione residente in determinate aree: non vediamo ragione per ritenere che la medesima evidenza epidemiologica nel primo caso costituisca legittimamente uno spunto per dare avvio ad indagini volte ad individuare eventuali responsabilità penali, mentre nel secondo (che è quello che ora ci interessa) dovrebbe reputarsi estranea all’area di intervento della magistratura penale. 3.2) La maggiore complessità dell’esposizione ambientale rispetto a quella lavorativa e la difficoltà di accertare nessi causali individuali Una possibile (e non irragionevole) obiezione a tale argomentazione potrebbe fondarsi sul rilievo che, nel caso di patologie che colpiscono la popolazione generale, e non i lavoratori, è molto più difficile che partendo dalla rilevazione di un’eccedenza epidemiologica di tumori si possa poi giungere ad identificare nessi causali individuali. Gli elementi che rendono più difficile l’accertamento sono evidenti: ad esempio, la maggiore difficoltà di stimare quantitativamente un’esposizione ambientale ad un fattore di rischio rispetto ad un’esposizione avvenuta all’interno di un luogo chiuso e circoscritto come una fabbrica; la minore difficoltà di stimare i periodi di esposizione alla sostanza tossica di un singolo lavoratore, di cui è noto il tempo di permanenza nell’ambiente di lavoro, rispetto ad un singolo abitante in un quartiere, per cui è quasi impossibile stabilire con ragionevole precisione le ore trascorse a contatto con il fattore di rischio presente nell’ambiente dove risiedeva; ecc.
Ma bastano tali ostacoli a far sì che l’evidenza probatoria sottoposta con questo esposto alla Vostra attenzione (cioè l’evidenza epidemiologica di una maggiore incidenza di malattie oncologiche in una certa popolazione) perda la qualità di notitia criminis, sul presupposto che sarà comunque impossibile provare quei nessi causali individuali, senza i quali non può sussistere alcuna responsabilità penale? A tale domanda crediamo si debba fornire risposta negativa, in primo luogo perché è semplice obiettare – anche se non riteniamo questa la sede per discutere i dati relativi all’incidenza delle singole forme tumorali riscontrate in eccesso nella popolazione di Taranto – che alcune delle malattie in eccesso sono univocamente note come correlate a determinati agenti tossici: ad esempio, e come sottolineato negli studi citati in apertura, l’amianto per il mesotelioma pleurico e la diossina per il linfoma di Hodgkin costituiscono fattori di rischio ben noti, e non è escluso che – anche per i soggetti la cui esposizione è solo ambientale, e non lavorativa – almeno in questi casi sia possibile dopo i necessari approfondimenti arrivare ad imputare all’inquinamento ambientale singoli eventi patologici. 3.3) La rilevanza penale della mera evidenza epidemiologica Ma ipotizziamo pure che in relazione ad altre forme tumorali in eccesso, come il tumore al polmone, che sono molto diffuse anche nella popolazione generale, e non sono dunque univocamente correlate al fattore di rischio ambientale, sia ragionevole stimare poco probabile l’eventualità di pervenire ad accertare singoli nessi causali. Ipotizziamo, in altri termini, di reputare prevedibile che gli accertamenti scientificamente esperibili siano in grado di dimostrare solo una correlazione epidemiologica tra, ad esempio, l’aumento di tumori polmonari e l’esposizione ambientale, senza poter affermare con ragionevole certezza che quel singolo caso di tumore non si sarebbe sviluppato in mancanza dell’esposizione: l’impossibilità di provare nessi causali individuali basta davvero per ritenere inutile l’avvio di un’indagine di natura penale, perché i fatti ragionevolmente accertabili sarebbero comunque privi di rilevanza penale? In relazione a questa eventualità, ci permettiamo di richiamare all’attenzione di questa Procura alcuni recenti tentativi (di matrice tanto giurisprudenziale, che dottrinale) di superare il tradizionale insegnamento per cui l’epidemiologia “serve ma non basta” per l’accertamento della responsabilità penale, arrivando ad attribuire rilevanza penale alla prova che un’esposizione (anche ambientale) ha cagionato un aumento dell’incidenza di una certa forma patologica, senza dover provare quali singole morti siano attribuibili alla sostanza. 3.3.1) La contestazione del reato di disastro (doloso o colposo) In giurisprudenza, l’attenzione non può che andare al processo attualmente in fase dibattimentale presso il Tribunale di Torino, relativo a cittadini (e non solo a lavoratori) morti per malattie correlate all’amianto nel comune di Casale Monferrato, dove si trovava una importante fabbrica produttrice di questo materiale, la Eternit. Si tratta – a quanto ci risulta – del primo caso in Italia in cui una Procura abbia chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio (doc. 4) per la morte non solo (come di consueto) di soggetti esposti al fattore di rischio per ragioni lavorative (o comunque connesse all’ambiente di lavoro, come i processi per le mogli di operai che erano entrate in contatto con l’amianto lavando gli abiti da lavoro del marito), ma anche per le morti dovute all’esposizione ambientale di tutta la popolazione residente nei dintorni dell’impianto. Un procedimento, dunque, che presenta molti profili di affinità con lo scenario che questo esposto ha delineato, e sul quale ci pare utile soffermarci, tanto più che – ed è questo il dato che più ci preme sottolineare – il rinvio a giudizio è stato ottenuto sulla base della sola evidenza epidemiologica, ed il processo anche in fase dibattimentale si sta sviluppando nel senso di ritenere non rilevante la prova della derivazione causale delle singole forme patologiche.
Tale risultato è conseguenza dell’innovativa scelta qualificatoria operata dalla Procura torinese, che ha deciso di contestare agli amministratori della Eternit non già – come di consueto – i reati di omicidio o di lesioni colpose riguardo alle singole vittime dell’esposizione, bensì delitti dolosi di pericolo per la pubblica incolumità (l’art. 434 c.p., Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi, per le vittime nella popolazione generale; l’art. 437, Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, per le patologie incorse tra i lavoratori), aggravati dalla verificazione del disastro (art. 434 co. 2) o dalla causazione di un disastro o di un infortunio (art. 437 co. 2). A quanto è possibile intuire da un capo d’imputazione peraltro formulato in termini molto sintetici, il ragionamento che sta a fondamento di tale contestazione ci sembra di notevole interesse. La Procura di Torino pare aver ritenuto che il riscontro di un aumento dell’incidenza nella popolazione generale di patologie (come il mesotelioma pleurico) univocamente legate ad una sostanza, non basti per contestare ai responsabili dell’esposizione i reati di omicidio o lesioni colpose, per il cui accertamento risulterebbe necessario verificare i nessi causali individuali rispetto a ciascuna delle centinaia di morti contestate nel capo di imputazione. Tale riscontro è tuttavia sufficiente per la responsabilità penale, perché il dato epidemiologico dell’aumento di incidenza di certi tumori integra gli estremi della nozione di disastro, elemento costituivo – se cagionato con dolo, come ipotizzato a Torino – del reato di cui all’art. 434 (che punisce con la pena della reclusione da uno a cinque anni “chiunque commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o una parte di esso ovvero un altro disastro, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità), aggravato dalla circostanza prevista al co. 2 (“la pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene). Benché possa apparire singolare la qualificazione a questo titolo della morte di centinaia di persone, di cui nel capo di imputazione vi è un lunghissimo e drammatico elenco, l’opzione qualificatoria proposta dalla Procura di Torino ci pare in effetti perfettamente compatibile con la nozione di disastro abitualmente adottata dalla giurisprudenza ordinaria, che di recente ha ricevuto anche l’autorevole avallo della Corte Costituzionale con la nota sentenza 327/2008. Secondo tale pronuncia, due sono le caratteristiche proprie di tale nozione: “da un lato, sul piano dimensionale, si deve essere al cospetto di un evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti gravi, complessi ed estesi; dall’altro lato, sul piano della proiezione offensiva, l’evento deve provocare – in accordo con l’oggettività giuridica delle fattispecie criminose in questione (la ‘pubblica incolumità’) – un pericolo per la vita o per l’integrità fisica di un numero indeterminato di persone”. Sulla base di tale definizione, è usuale in giurisprudenza la contestazione del reato di disastro in ipotesi di gravi danni all’ambiente (il cd. disastro ambientale), come nel caso – oggetto del procedimento in cui è stata proposta la questione di costituzionalità, poi dichiarata infondata dalla Corte – in cui siano stati utilizzati dei terreni come discarica abusiva. Nel processo in corso a Torino, l’unica peculiarità è che non si contesta a titolo di disastro un danno all’ambiente, indirettamente pericoloso per la salute pubblica, ma si contesta direttamente un danno alla salute della popolazione, evidenziato dagli studi epidemiologici disponibili. Comunque, è ovvio che non serva provare la causalità individuale rispetto alle singole morti per ritenere integrato il disastro, se ad integrare il reato è addirittura sufficiente il mero pericolo per l’integrità della salute della popolazione. Anzi, il dato epidemiologico è sufficiente per contestare anche l’aggravante della verificazione del disastro, posto che esso testimonia che dal pericolo è effettivamente derivato un danno alla popolazione, consistente proprio in quelle centinaia di vittime elencate nel capo di imputazione. Se poi il disastro è doloso – come ritenuto dalla Procura di Torino nel caso di specie – si applicano le pene di cui all’art. 434 co. 2 (pene che, nella loro cornice edittale, sono assai simili a quelle che sarebbero state applicabili qualora la Procura avesse optato per la tradizionale qualificazione del fatto a titolo di omicidio colposo plurimo: reclusione da tre a dodici per il disastro aggravato, reclusione non superiore ad anni quindici nelle ipotesi di omicidio colposo plurimo ex art. 589 co. 4); qualora invece il disastro venga ritenuto
imputabile solo a titolo di colpa, si applicherà l’art. 449 (pena della reclusione da uno a cinque anni per “chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo”). Anche il Tribunale di Torino, presso cui è appena iniziato il processo, pare, per quanto è possibile intuire dai primi provvedimenti istruttori, condividere l’impostazione della pubblica accusa, almeno per quanto riguarda il profilo che qui interessa, e cioè la possibilità di accertare la responsabilità penale per tali reati (anche nella loro forma aggravata dalla verificazione dell’evento) anche in mancanza di prova in ordine alla causazione dei singoli eventi patologici. Il Tribunale doveva decidere se ammettere la richiesta delle difese degli imputati di sentire come testimoni tutte le centinaia di persone offese (lavoratori della Eternit e semplici abitanti di Casale Monferrato) indicate nel capo d’imputazione, richiesta avanzata sul presupposto che, almeno ai fini dell’accertamento della circostanza aggravante consistente nell’effettiva causazione del disastro e degli infortuni, fosse necessario verificare per ciascuna vittima se la sua malattia fosse o meno riconducibile all’esposizione all’amianto. In un’ordinanza del 12 aprile 2010 (doc. 5) , il Tribunale ha respinto le richieste delle difese, argomentando che ai fini della prova della causazione del disastro non è affatto necessario individuare le singole morti o lesioni addebitabili all’amianto, in quanto “nessuno dei due reati contestati richiede, ai fini della relativa integrazione, la verificazione – e dunque l’accertamento – di lesioni personali o di morte delle persone. Di certo non il delitto di disastro, nel caso in esame cd. innominato, perché la giurisprudenza della Corte di Cassazione è unanime nel ritenere che il reato descritto nell’art. 434 sia reato di pericolo, nel primo comma, e di danno nell’ipotesi aggravata del secondo comma, ma il danno non consiste nella lesione personale o nella morte di una o più persone, bensì nella verificazione del disastro” (p. 5). Quanto poi all’aggravante dell’art. 437 (in cui elemento costitutivo è la causazione di “infortuni”), la Corte reputa anche in questo caso superfluo l’accertamento dei singoli infortuni-malattie, argomentando che “l’aggravante è costituita dal conseguimento di un infortunio al quale è equiparata la malattia professionale del lavoratore che, tuttavia, non si identifica con le specifiche lesioni personali subite da singoli lavoratori e ben può essere accertato in modo assolutamente impersonale, ad esempio anche attraverso accurate indagini epidemiologiche” (p. 6). Proprio l’ultimo brano ci pare chiarissimo in ordine al ruolo che, nel processo di Torino, il Tribunale ritiene di assegnare alla conoscenza epidemiologica. Trattandosi di un processo non per i delitti di omicidio o lesioni, ma per il delitto di disastro cd. innominato, bastano “accurate indagini epidemiologiche” non solo per ritenere integrato l’elemento del disastro, ma anche per reputare sussistente l’aggravante della causazione del “disastro” o di “infortuni”: l’evidenza epidemiologica, quindi, a fondamento non solo del reato di pericolo di cui agli artt. 434 e 437 co. 1, ma anche del reato aggravato di danno punito al co. 2 dei medesimi articoli. 3.3.2) La contestazione dei reati di omicidio o lesioni mediante accertamento alternativo dell’evento Un’altra possibilità per attribuire rilievo penale all’evidenza epidemiologica, anche in mancanza di prova circa la causalità individuale, è stata prospettata dalla dottrina tedesca, e ripresa recentemente in Italia da una monografia dedicata proprio al tema dei rapporti tra epidemiologia e responsabilità penale per l’evento. La tesi in questione reputa possibile condannare per i reati di omicidio o lesioni (qualora ovviamente sia riscontrato il necessario coefficiente soggettivo rispetto all’evento) anche in presenza di una mera evidenza epidemiologica, cioè di un evento dannoso per la popolazione degli esposti, senza necessità di provare i singoli nessi di causalità individuale. A tale risultato questa dottrina perviene attraverso il ricorso all’istituto giuridico – ben noto alla giurisprudenza ed alla dottrina tedesche, poco utilizzato invece nel nostro ordinamento – dell’accertamento alternativo, che permetterebbe di affermare la
responsabilità penale per omicidio anche quando non sia possibile accertare quali, all’interno di una determinata pluralità di vittime, siano da attribuire all’esposizione al fattore di rischio, purché tuttavia risulti scientificamente certo che una quota di tali vittime ha contratto la sua patologia proprio in ragione di tale esposizione. Volendo fornire un’approssimativa definizione del senso di tale istituto, che in quanto facente parte delle categorie di parte generale trova applicazione in una pluralità di contesti prasseologici fra loro i più diversi, esso serve per gestire in modo razionale le diverse situazioni in cui l’istruzione probatoria abbia condotto ad un risultato di certezza oltre ogni ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell’imputato, rimanendo tuttavia un dubbio sulla ricostruzione del fatto oggetto di accertamento. In queste ipotesi, la categoria dell’accertamento alternativo (proprio o improprio, a seconda che il dubbio sul fatto comporti o meno anche un’incertezza sulla qualificazione giuridica dello stesso) consente di evitare l’assurda conseguenza per cui il dubbio che residua sul fatto conduca all’assoluzione di un sicuro colpevole, e di giungere invece al ragionevole esito di condannare l’agente almeno per il meno grave dei reati a lui alternativamente ascrivibili. Un esempio – tratto dalla prassi – di accertamento alternativo, che crediamo possa essere utile per esplicitare la logica di tale istituto pur in una situazione del tutto diversa da quella che ora ci interessa. Il medesimo soggetto dichiara in distinte occasioni a pubblici ufficiali generalità diverse, e nel processo per false dichiarazioni circa la propria identità personale non si accerta la sua vera identità, rimanendo dunque possibile che una delle due dichiarazioni sia vera, ma essendo peraltro assolutamente certo che almeno una delle due dichiarazioni contraddittorie sia falsa. L’accertamento alternativo consente di condannare l’imputato per il reato di false generalità che egli ha sicuramente commesso, anche se non è possibile stabilire con certezza con quale delle sue dichiarazioni egli abbia realizzato la fattispecie tipica (con entrambe, se la sua vera identità non è alcuna di quelle dichiarate; oppure con una sola delle due dichiarazioni, se l’altra era veritiera): il dubbio sulla condotta costitutiva del reato è compatibile con la condanna, se risulta comunque certo che l’imputato ha commesso il reato contestatogli. Conclusione cui è giunta di recente anche la nostra giurisprudenza di legittimità senza fare riferimento all’istituto dell’accertamento alternativo, del quale peraltro l’argomentazione ricalca in buona sostanza le orme. La medesima logica, che giustifica in questi casi la condanna anche se non è possibile individuare univocamente la condotta che ha integrato il reato, è alla base della categoria dell’accertamento alternativo dell’evento (o della vittima), che interessa le ipotesi in cui l’unica conoscenza a disposizione del giudice abbia natura epidemiologica. In queste situazioni, la disponibilità dell’evidenza su popolazione permette di accertare con ragionevole certezza che la condotta dell’imputato ha provocato una pluralità di morti o di lesioni, ma la mancanza di una conoscenza eziologica individualizzante impedisce di indicare univocamente le vittime di tale condotta. Siamo certi, in altre parole, che la condotta ha cagionato delle vittime, ma in ragione del tipo di conoscenza disponibile non possiamo specificare quali – tra le persone che hanno subito il danno – sono quelle che lo avrebbero subito ugualmente anche in assenza della condotta, e quali invece sono quelle il cui danno è proprio da addebitare a tale condotta. Gli articoli del nostro codice in materia di omicidio puniscono la causazione della morte di “un” uomo, l’art. 582 in tema di lesioni punisce il cagionare “ad alcuno” una malattia: nessuna necessità, dunque, di identificare univocamente l’identità della persona offesa, se è comunque certo che l’imputato ha cagionato la morte o le lesioni di qualcuno. Nel caso dell’evidenza epidemiologica, vi è la certezza che l’esposizione ha cagionato un certo numero di vittime, anche se permane incertezza quanto all’identità delle singole vittime: il ricorso all’accertamento alternativo consente in tali casi – secondo questa dottrina – di condannare l’imputato per i reati di omicidio o lesioni, impedendo che la discrasia tra conoscenza epidemiologica e categorie giuridiche tradizionali porti all’ingiusto risultato di assolvere un soggetto che ha certamente contribuito causalmente alla morte o alle lesioni di una pluralità di
individui. 3.4) Conclusioni Il dato epidemiologico fornito dagli studi posti a fondamento di questo ricorso – per cui in alcune zone della provincia di Taranto prossime al noto polo industriale si riscontra nella popolazione generale un aumento dell’incidenza di molte patologie tumorali – rappresenta una circostanza di fatto tale da integrare sicuramente gli estremi di una notizia di reato. Infatti, anche a voler ritenere che la natura ambientale (e non solo lavorativa) dell’esposizione renda improbabile l’accertamento di nessi causali individuali, la possibilità che – all’esito degli accertamenti auspicati dagli stessi autori degli studi citati in apertura – si giunga ad accertare un nesso causale tra certe sostanze e l’aumento dell’incidenza di certi tumori, basta per giustificare l’inizio di un procedimento penale, dal momento che anche la mera evidenza epidemiologica può (almeno secondi alcuni recenti indirizzi evolutivi di matrice sia giurisprudenziale che dottrinale, che ovviamente ci sentiamo di condividere) costituire prova sufficiente per la condanna per reati di evento. 4) I possibili soggetti responsabili e l’elemento soggettivo del reato Prima di esplicitare le richieste che reputiamo di avanzare a questa Procura, ci pare utile soffermarci ancora brevemente su alcuni aspetti, utili a circostanziare meglio questo esposto. La prima questione concerne l’individuazione dei soggetti responsabili ed il coefficiente soggettivo del reato che si ipotizza compiuto. Anche una volta riscontrato che determinate sostanze tossiche hanno cagionato a Taranto l’aumento di determinati tumori, in prospettiva inquirente risulta decisiva la questione dell’individuazione dei soggetti responsabili: chi risponde penalmente (se qualcuno deve risponderne) dei danni alla salute della popolazione derivanti, ad es., dalla abnorme diffusione di diossina nell’aria di alcuni quartieri vicino al polo industriale? Si tratta di un problema all’evidenza assai complesso, e che tuttavia non crediamo richieda particolari approfondimenti in questa sede. In effetti, il tema delle responsabilità personali per l’inquinamento ambientale verificatosi nelle vicinanze del polo industriale, ed in specie nel rione Tamburi, è già stata oggetto di attenzione da parte della giurisprudenza penale. Il riferimento è ovviamente al procedimento – istruito da questa Procura – per le contravvenzioni di cui all’art. 674 c.p. (Getto pericoloso di cose) e all’art. 13 co. 5 D.P.R. 203/88, svoltosi in primo grado presso il Tribunale di Taranto, e concluso in sede di legittimità dalla sentenza della Terza sezione penale della Cassazione del 28.9.2005, n. 38936. In questa occasione, i giudici hanno già avuto modo di affrontare il problema della responsabilità penale per le emissioni inquinanti provenienti dallo stabilimento dell’ILVA, ed hanno ritenuto – pur nella complessità degli intrecci di responsabilità individuali propria di ogni impianto industriale di quelle dimensioni – che fosse possibile individuare delle persone fisiche cui rimproverare penalmente la condotta di inquinamento ambientale contestata. Il procedimento cui questo esposto mira a dare avvio ha ad oggetto reati diversi (e di ben maggiore gravità) rispetto a quelli oggetto del processo conclusosi nel 2005, ma quanto al problema dell’individuazione delle responsabilità individuali non presenta problematiche differenti rispetto a quelle proprie di qualsiasi processo in tema di danno ambientale. In relazione alle diverse tipologie di tumori riscontrate in eccesso, bisognerà cercare di individuare la (o le) sostanza tossica cui sia causalmente riconducibile questo eccesso; una volta individuata tale correlazione, i soggetti di cui sarà da valutare la responsabilità penale per tale evento saranno tutti i dirigenti delle imprese responsabili dell’emissione di tale sostanza, ciascuno in relazione alle proprie competenze all’interno del processo produttivo cui è riconducibile l’emissione nociva. I nomi dei possibili indagati, in sostanza, stanno negli organigrammi delle società che hanno contribuito all’inquinamento dell’area limitrofa al polo industriale: in primis¸ ovviamente, i dirigenti dell’ILVA, che – come già dimostrato dalla sentenza della Cassazione citata sopra – era
responsabile prevalente dell’inquinamento da polveri proprio nelle aree dove è poi stato riscontrato l’eccesso di tumori. Andare più a fondo, in questa sede, nell’indicazione personale dei possibili responsabili, ci pare un’operazione inutile, e comunque allo stato prematura: innanzitutto bisogna verificare le derivazioni eziologiche degli eccessi di tumori scientificamente riscontrati, solo a questo punto sarà sensato porsi un problema di identificazione dei responsabili del danno, problema che peraltro – lo ripetiamo – non presenta particolari profili di complessità rispetto a procedimenti conclusisi con esito definitivo di condanna presso lo stesso Tribunale tarantino. La scelta di non procedere ora ad indicare le singole persone fisiche che si potrebbero ipotizzare come responsabili porta con sé, quale logica conseguenza, l’impossibilità di formulare anche considerazioni relative all’elemento soggettivo del reato indiziato dai dati oggi disponibili, elemento che andrà valutato in capo a ciascuno dei soggetti individuati a vario titolo come responsabili dell’inquinamento. In termini generali, i criteri da utilizzare per l’accertamento della colpa sono i medesimi usati in tutti i processi per malattie professionali, e la natura epidemiologica dell’evidenza disponibile non ha ripercussioni sull’accertamento dell’elemento soggettivo. Come di consueto, bisognerà valutare se – al momento in cui è avvenuta l’esposizione che ha cagionato la malattia – fosse o meno conoscibile dall’imputato la pericolosità per la salute di tale esposizione; irrilevante risultando poi – almeno secondo la giurisprudenza prevalente – che non fossero prevedibili le singole forme patologiche effettivamente cagionate dall’esposizione, se era comunque nota l’idoneità di tale esposizione a provocare gravi danni alla salute della popolazione. Nel caso che ci interessa, tale accertamento non pare – almeno prima facie – di particolare difficoltà, essendo noti ormai da decenni i pericoli per la salute pubblica derivanti dalle emissioni nocive degli stabilimenti del polo industriale tarantino; al punto che non ci pare neppure da escludere la possibilità di contestare agli imputati – come ha fatto la Procura torinese nel caso dell’Eternit – delitti dolosi, sul presupposto che la nocività delle emissioni non solo fosse prevedibile, ma sia stata anche concretamente prevista ed accettata come possibile conseguenza dagli stessi imputati. 5) Il momento consumativo del reato ed i periodi di esposizione Il tema dell’individuazione dei soggetti responsabili è strettamente connesso a quello dell’individuazione del momento consumativo del reato, problema rilevante anche nell’ottica di valutare il termine di prescrizione dei reati per cui si chiede di indagare. Dal momento che le patologie oggetto di questo esposto, avendo natura oncologica, hanno tutte un lungo periodo di latenza, cioè si sviluppano a distanza di molti anni dall’esposizione cui sono eziologicamente riconducibili, è necessario in primo luogo distinguere il momento di insorgenza della patologia o di verificazione della morte (rilevante per individuare il momento consumativo dei reati che si andranno ad ipotizzare), ed il periodo in cui le vittime sono state esposte alla sostanza oncogena (rilevante ai fini dell’identificazione dei soggetti responsabili). Quanto al primo aspetto, va innanzitutto chiarito che – benché gli studi al momento disponibili facciano riferimento a specifici periodi temporali (1999-2001; 2000-2004) – è assolutamente plausibile immaginare che il fenomeno ivi descritto (l’eccesso di mortalità per patologie tumorali) sia tuttora in corso, e che dunque ancora oggi un certo numero di abitanti di Taranto si ammalino o muoiano per cause riconducibili all’inquinamento ambientale. Il disastro rappresentato in questi studi non è un fenomeno che appartiene al passato, ma un fenomeno del presente, in relazione al quale non si pone di conseguenza nessun problema in ordine all’eventuale decorso del termine di prescrizione. Quanto invece al periodo cui far risalire l’esposizione che ha cagionato l’insorgere delle patologie, esso andrà determinato tenendo conto del tempo medio di latenza di ciascuna forma patologica di cui sia stato possibile provare la correlazione epidemiologica con l’inquinamento. In termini generali, considerato che tutte le malattie in esame hanno un periodo di latenza medio-lungo, è plausibile che le cause vadano ricercate nelle esposizioni verificatesi almeno venti o trent’anni fa, e
dunque negli anni Settanta, Ottanta e nei primi anni Novanta: con la conseguenza, quanto all’individuazione dei soggetti responsabili, che andranno vagliate le posizioni di coloro che in quegli anni rivestivano posizioni dirigenziali nelle società operanti nel polo industriale. Comunque, la circostanza che le esposizioni incriminate siano assai risalenti nel tempo non rileva – come già accennato sopra – ai fini della prescrizione, posto che le morti o le lesioni derivanti da tali esposizioni continuano tutt’oggi a verificarsi. 6) Il Comune di Taranto quale persona offesa dal reato Solo un accenno, infine, al ruolo che il Comune di Taranto intende svolgere nel procedimento cui auspichiamo venga dato avvio. Crediamo appaia evidente, alla luce della diffusività e della localizzazione del fenomeno posto in luce con questo esposto, come il Comune di Taranto rivesta la qualità di persona offesa dai fatti su cui si chiede di indagare. Tale qualità, e la possibilità che ne discende di chiedere il risarcimento del danno quale parte civile, viene comunemente riconosciuta agli Enti territoriali in processi in materia ambientale, dove il danno provocato dall’inquinamento riguarda il territorio, e non vediamo davvero alcuna ragione per non riconoscere tale qualità quando il danno attinga direttamente la vita e la salute dei cittadini residenti nel Comune. In questa direzione, del resto, si è risolto il Tribunale di Torino nel processo sopra ampiamente citato; respingendo le richieste delle difese degli imputati secondo cui i Comuni che avevano richiesto l’ammissione come parti civili non avevano in realtà alcun danno proprio di cui chiedere il risarcimento, la loro azione trovando fondamento solo nel sostegno all’azione dei singoli, in un’ordinanza del 1.3.2010 (doc. 8) il Tribunale ha affermato che “tali Comuni non agiscono, come prospettato dalle difese, per sostenere le ragioni dei singoli cittadini, ma per ottenere il ristoro del danno subito dalla collettività con riferimento all’integrità del territorio, all’equilibrio dell’habitat naturale e alla salute, nonché della lesione del diritto dell’ente territoriale esponenziale alla propria identità culturale, politica ed economica” (p. 24). Qualora, dunque, questa Procura intenda avviare un procedimento penale in relazione ai fatti oggetto di questo esposto, anticipiamo sin da ora la ferma intenzione del Comune di Taranto di prendere parte attiva in questo procedimento, esercitando in fase di indagini preliminari le facoltà riconosciute dalla legge alla persona offesa, e chiedendo in sede di giudizio l’ammissione come parte civile, per vedere risarcito l’enorme danno subito dall’intera cittadinanza (e non solo dai suoi singoli membri) in ragione dei fatti sopra descritti. Questa ci pare anche l’occasione per garantire a questa Procura il più ampio sostegno da parte del Comune nelle svolgimento dei complessi approfondimenti scientifici, di cui auspichiamo l’avvio. Per quanto sarà concretamente possibile, il Comune di Taranto si impegna a fornire, nella sua qualità di persona offesa dal reato, tutto l’apporto tecnico-scientifico che gli uffici comunali saranno in grado di esprimere, nei limiti di quanto potrà risultare utile ai fini dell’indagine. 7) Conclusioni e richieste Gli studi scientifici che sono a fondamento di questo esposto si concludono tutti, senza eccezioni, con l’auspicio che vengano approfondite le cause dell’anomala e preoccupante incidenza di molte forme tumorali nella popolazione residente nel comune di Taranto. Noi crediamo che tale auspicio debba essere accolto con urgenza, e che sia dovere di questa Procura assumere il controllo e la gestione delle investigazioni necessarie ad individuare quanto prima possibile le cause di questa aumentata incidenza, ed i soggetti che ne siano eventualmente responsabili in sede penale. E ciò in quanto – per le ragioni che si sono sopra esposte – riteniamo che l’evidenza epidemiologica rappresentata da tali studi costituisca una notizia di reato in relazione a tutte le patologie tumorali riscontrate in eccesso nella popolazione tarantina.
Siamo ben consapevoli che il compito che si chiede a questo Ufficio di assumere è assai oneroso e dall’esito incerto, per le molteplici ragioni di complessità (tecnica e giuridica) che in questo esposto non abbiamo esitato a porre in luce; tuttavia, crediamo di aver altresì indicato le ragioni per cui a nostro avviso è ragionevole attendersi che tali indagini conducano ad individuare delle precise responsabilità penali. Il procedimento che si chiede di avviare presenta profili di eccezionalità (per quanto non sarebbe il primo, considerata l’esperienza torinese), perché del tutto eccezionale è la situazione in cui versa la comunità tarantina, costretta da anni a convivere con la tragica realtà di un’abnorme frequenza di malattie gravissime, molto spesso mortali. Conoscendo l’impegno che questa Procura ha sempre profuso e continua a profondere a tutela della vita e della salute dei lavoratori e dei cittadini della città di Taranto, confidiamo che anche in questa occasione Essa farà quanto in suo potere per accertare le cause per cui così tanti nostri concittadini continuano ancora oggi ad ammalarsi e a morire. Siamo convinti che solo mediante l’attivazione dei poteri di indagine di cui questo Ufficio istituzionalmente dispone sarà possibile soddisfare quelle esigenze di verità e di giustizia, che la popolazione di Taranto da tempo manifesta, e che in qualità di Sindaco avverto profondamente il dovere di promuovere e sostenere. Per tutte le ragioni esposte sopra, chiediamo in conclusione a questa ecc.llma Procura di voler dare avvio alle indagini necessarie per accertare eventuali responsabilità penali in ordine all’aumento di patologie oncologiche nella popolazione di Taranto, riscontrato negli studi posti a fondamento di questo esposto; il sottoscritto dichiara, infine, di volere essere informato, ai sensi dell’art. 408 c.p.p., qualora questo Ufficio decida di chiedere l’archiviazione del procedimento. Con osservanza Taranto, Il Sindaco di Taranto Dott. Ippazio Stèfano
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