Source: http://www.licenziamento-dimissioni.com/2016_02_01_archive.html
Timestamp: 2017-04-30 10:54:20+00:00
Document Index: 73951366

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licenziamento e dimissioni: febbraio 2016
Illegittimo il licenziamento del lavoratore demansionato ed assegnato ad un servizio soppresso di lì a poco
Un lavoratore addetto al servizio marketing, per un intero anno, viene sottoposto a dequalificazione professionale.
Dopo di che viene assegnato ad un servizio creato apposta per lui che però, dopo soli 2 mesi, viene soppresso.
A questo punto l'azienda intima il licenziamento per soppressione del posto di lavoro, ma il dipendente impugna il recesso sostenendo che lo stesso è illegittimo.
Chiede altresì che gli venga riconosciuto il demansionamento ed il mobbing subìto.
Dopo vari gradi di giudizio la questione viene esaminata dalla Corte di Cassazione, la quale dichiara l'illegittimità del licenziamento e riconosce il demansionamento.
Secondo la Cassazione, anzitutto va riconosciuto il demansionamento.
Le nuove mansioni, in effetti, non sono aderenti alle competenze del lavoratore e non sono idonee a salvaguardare il suo livello professionale, nonché ad arricchire il suo bagaglio di conoscenze ed esperienze.
Ciò è dimostrato dal fatto che al dipendente non è stato fornito nemmeno un personal computer con il quale navigare in rete alla ricerca di potenziali clienti.
Quanto al licenziamento, esso è illegittimo per motivazione insufficiente, dal momento che il servizio al quale è stato assegnato il lavoratore è stato soppresso dopo appena 2 mesi, sicché è lecito dubitare che l'azienda avesse già programmato il licenziamento del dipendente.
La Cassazione ha quindi rimesso la causa dinanzi alla Corte d'Appello, la quale dovrà ora verificare se il licenziamento è stato premeditato.
Vedremo quindi quale sarà la sorte del lavoratore.
assegnato,
dequalificazione,
nuove mansioni,
premeditato,
programmato,
Indennità di disoccupazione (NASPI) per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa – Destinatari e requisiti
La nuova indennità mensile di disoccupazione (cosiddetta NASPI) è stata estesa, per il 2015, anche ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa che perdano involontariamente il lavoro.
Tali lavoratori devono essere iscritti alla Gestione Separata Inps, non essere pensionati e non essere titolari di partita iva.
Essi potranno beneficiare della nuova indennità di disoccupazione mensile se, oltre alla perdita involontaria del lavoro, presentino congiuntamente i seguenti requisiti:
siano in stato di disoccupazione nel momento in cui presentano la domanda;
possano far valere almeno 3 mesi di contribuzione nel periodo che va dal 1° gennaio dell'anno precedente la cessazione dell'attività lavorativa alla cessazione dell'attività stessa;
possano far valere, nell'anno in cui si verifica la cessazione dell'attività lavorativa, almeno 1 mese di contribuzione, oppure un rapporto di collaborazione di durata almeno pari ad 1 mese dal quale sia derivato un reddito almeno pari alla metà dell'importo che dà diritto all'accredito di 1 mese di contribuzione.
L'erogazione dell'indennità è condizionata alla permanenza dello stato di disoccupazione ed alla regolare partecipazione alle iniziative di attivazione lavorativa e ai percorsi di riqualificazione professionale.
coordinata e continuativa,
La procedura di licenziamento collettivo può essere attivata dopo la messa in liquidazione della società?
Durante la fase della liquidazione, il personale può essere ridotto progressivamente?
Che ruolo ha il sindacato nel licenziamento collettivo per cessazione attività?
Che tipo di controllo svolge il sindacato nel licenziamento collettivo per cessazione attività?
In caso di licenziamento collettivo per cessazione attività, quando i lavoratori hanno diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro?
Qual'è il nesso di causalità che deve sussistere in caso di licenziamento collettivo per cessazione attività?
cessazione attività,
nesso di causalità,
prosecuzione,
Dipendente pubblico patteggia e viene licenziato
Un dipendente pubblico commette un reato.
Per tale ragione l'Amministrazione apre un procedimento disciplinare a suo carico che va ad affiancarsi a quello penale.
Nell'ambito del procedimento penale, il lavoratore chiede di poter patteggiare; il Tribunale accoglie la richiesta ed emette una sentenza di patteggiamento.
Senonché l'Amministrazione, appena avuta conoscenza della sentenza di patteggiamento, chiude il procedimento disciplinare con il licenziamento del dipendente pubblico.
A questo punto il lavoratore impugna la decisione e, dopo vari gradi di giudizio, la questione finisce dinanzi alla Corte di Cassazione, la quale però conferma la legittimità del licenziamento.
Secondo la Cassazione, la sentenza di patteggiamento costituisce indizio di giusta causa e su di essa può quindi basarsi il licenziamento disciplinare.
Tutto quello che viene accertato, cioè, in sede penale, può essere messo alla base del procedimento disciplinare.
Nel caso di specie, la sentenza di patteggiamento costituisce un giudicato rilevante (simile alla sentenza penale irrevocabile), il quale può valere anche nel procedimento disciplinare che interessa il dipendente pubblico.
Il principio che si ricava dalla decisione, dunque, è che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una sentenza penale di condanna passata in giudicato, e quindi dalla stessa può evincersi l'ammissione di responsabilità del lavoratore.
Certo il dipendente pubblico potrà sempre difendersi in sede civile (cioè in sede di impugnazione del licenziamento) e lì far accertare elementi di fatto a se favorevoli, ma tali circostanze non possono mai contrastare con il giudicato penale.
dipendente pubblico,
sentenza di condanna,
Dimissioni nel rapporto di lavoro e lettera di dimissioni
Che rapporto c'è tra dimissioni e:
orario di lavoro?
pretese del datore di lavoro?
ambiente di lavoro?
attività lavorativa prestata durante il giorno?
trattamenti di integrazione salariale?
tredicesima?
superminimo?
integrazione salariale,
lettera di dimissioni,
superminimo,
Compatibilità tra indennità di disoccupazione (NASPI) e svolgimento di nuovo lavoro subordinato
Nel caso in cui il lavoratore che percepisce la NASPI (che quindi è in stato di disoccupazione) instauri un rapporto di lavoro subordinato (cioè in sostanza trovi un nuovo lavoro come dipendente), è prevista:
la revoca della prestazione NASPI, se il nuovo rapporto di lavoro ha durata superiore a 6 mesi e attraverso di esso il lavoratore percepisce un reddito annuale superiore al reddito minimo escluso da imposizione fiscale, oppure
la sospensione della prestazione NASPI fino ad un massimo di 6 mesi, se il nuovo rapporto di lavoro ha durata inferiore a 6 mesi, oppure
la riduzione della prestazione NASPI, se il nuovo rapporto di lavoro produce un reddito annuale inferiore al reddito minimo escluso da imposizione fiscale, a condizione che il lavoratore comunichi all'Inps, entro 30 giorni dall'inizio della nuova attività, il reddito annuo previsto, e che il nuovo datore di lavoro sia diverso da quello per il quale il lavoratore prestava la sua attività quando è cessato il rapporto di lavoro che ha determinato il diritto ad ottenere la NASPI.
Nel caso in cui il lavoratore sia titolare di più rapporti di lavoro subordinato a tempo parziale (c.d. part time) e per uno di questi si trovi nelle condizioni per poter beneficiare della NASPI, ha diritto ad ottenere un'indennità ridotta, a condizione che comunichi all'Inps, entro 30 giorni, il reddito annuo che prevede di percepire.
Il lavoratore, in ogni caso, decade dalla fruizione della NASPI nel caso in cui:
inizi a svolgere nuova attività lavorativa subordinata senza comunicarlo all'Inps;
raggiunga i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato (cioè di anzianità);
acquisisca il diritto all'assegno di invalidità, a meno che il lavoratore non opti per la NASPI.
indennità ridotta,
nuova attività,
reddito annuale,
Illegittimo il licenziamento del lavoratore demans...
Compatibilità tra indennità di disoccupazione (NAS...