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Timestamp: 2020-07-06 09:04:48+00:00
Document Index: 30944408

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'art. 183', 'sentenza ', 'art. 256', 'art. 183', 'art. 162', 'art. 256', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'sentenza ', 'art. 183', 'art. 162', 'sentenza ']

Cass. Pen. Sez. III 28/11/2019 n. 48411 - Deposito e abbandono incontrollato di rifiuti: la natura del reato - Tuttoambiente.it
Deposito e abbandono incontrollato di rifiuti: la natura del reato
n. 48411
Il reato contravvenzionale di deposito incontrollato di rifiuti da parte di enti o imprese previsto al comma 2 dell'art. 256 del D.L.vo n. 152/2006 ha natura permanente perché riguarda un'ipotesi di deposito "controllabile" cui segue l'omessa rimozione nei tempi e nei modi previsti dall'art. 183, comma 1, lett. b), del D.L.vo citato e cessa solamente a seguito dello smaltimento, del recupero o dell’eventuale sequestro. Il reato di abbandono incontrollato di rifiuti ha invece natura istantanea, in quanto presuppone una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti che esaurisce i propri effetti al momento della derelizione.
1.Con sentenza del 12 ottobre 2018 il Tribunale di Noia ha condannato M. I. in qualità di legale rappresentante della s.r.l. I., alla pena, sospesa, di euro 10.000 di ammenda per il reato di cui all'art. 256, comma 2 in relazione al comma 1 lett. b) d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, con dissequestro e restituzione dell'area previa verifica dell'intervenuta bonifica, riqualificato il fatto come deposito incontrollato di rifiuti non pericolosi.
2.Avverso la predetta decisione è stato proposto ricorso per cassazione articolato su tre motivi di impugnazione.
2.1.Col primo motivo il ricorrente, quanto alla violazione di legge ed alla manifesta illogicità della motivazione, ha osservato che il materiale riposto dalla società nell'autorizzata area di conferimento doveva essere considerato materia prima secondaria e non rifiuto, ed era già pronto per la sua successiva commercializzazione, laddove la modesta presenza di amianto era il verosimile frutto dell'opera di ignoti i quali avevano inteso sversare nel fondo i propri rifiuti contenenti frammenti di eternit, in effetti rinvenuti proprio in superficie.
In ogni caso la fattispecie doveva essere qualificata come deposito temporaneo a norma dell'art. 183, comma 1, lett. bb) d.lgs. 152 cit., ed in tal senso militavano le prove raccolte ed anche le condizioni del sito.
2.2.Col secondo motivo è stata contestata la mancata ammissione all'oblazione di cui all'art. 162-bis cod. pen., nonostante l'accertamento della non pericolosità dei rifiuti ed in considerazione dell'intenzione di attuare il piano di recupero di quanto eventualmente contaminato.
2.3.Col terzo motivo è stata censurata per manifesta illogicità della motivazione la mancata concessione delle attenuanti generiche, nonostante il riconosciuto comportamento responsabile e virtuoso del ricorrente. Mentre lo stesso Giudice aveva al contempo contraddittoriamente affermato l'assenza di comportamenti positivamente valutabili.
4.1.Per quanto riguarda il primo motivo di censura, del tutto corretta si presenta la decisione del Tribunale nolano, in primo luogo in ordine alla qualificazione del fatto e contrariamente ai rilievi del ricorrente.
In proposito, infatti, questa Corte ha già osservato che, in tema di reati ambientali, la contravvenzione di deposito di rifiuti, prevista dal comma 2 dell'art. 256 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, ha natura permanente, perché la condotta riguarda un'ipotesi di deposito "controllabile" cui segue l'omessa rimozione nei tempi e nei modi previsti dall'art. 183, comma 1, lett. b), del d.lgs. citato, la cui antigiuridicità cessa con lo smaltimento, il recupero o l'eventuale sequestro; il reato di abbandono incontrollato di rifiuti ha invece natura istantanea con effetti permanenti, in quanto presuppone una volontà esclusivamente dismissiva dei rifiuti che, per la sua episodicità, esaurisce i propri effetti al momento della derelizione (Sez. 3, n. 6999 del 22/11/2017, dep. 2018, Paglia, Rv. 272632; Sez. 3, n. 7386 del 19/11/2014, dep. 2015, Cusini e altro, Rv. 262410).
Vero è, al riguardo, che - come è stato già ricordato dallo stesso provvedimento impugnato - l'onere della prova relativa alla sussistenza delle condizioni di liceità del deposito cosiddetto controllato o temporaneo, fissate dall'art. 183 d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, grava sul produttore dei rifiuti, in considerazione della natura eccezionale e derogatoria di tale deposito rispetto alla disciplina ordinaria (Sez. 3, n. 35494 del 10/05/2016, Di Stefano, Rv. 267636). Laddove, infatti, ricorre la figura del deposito temporaneo solo nel caso di raggruppamento di rifiuti e del loro deposito preliminare alla raccolta ai fini dello smaltimento per un periodo non superiore all'anno o al trimestre (ove superino il volume di 30 mc), nel luogo in cui gli stessi sono materialmente prodotti o in altro luogo, al primo funzionalmente collegato, nella disponibilità del produttore e dotato dei necessari presidi di sicurezza (Sez. 3, n. 50129 del 28/06/2018, D., Rv. 273965).
4.1.1.In proposito, infatti, del tutto corretta si presenta anche la qualifica del materiale come rifiuti, ancorché di natura non pericolosa, tenuto invero conto che, in tema di gestione di rifiuti, l'accertamento della natura di un oggetto quale rifiuto ai sensi dell'art. 183. d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 costituisce una quaestio facti, come tale demandata al giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione esente da vizi logici o giuridici (Sez. 3, n. 25548 del 26/03/2019, Schepis, Rv. 276009).
Al riguardo, il Tribunale ha ricordato che i materiali ivi presenti, nell'area esterna al sito aziendale vero e proprio ma comunque nella disponibilità della società di cui l'odierno ricorrente era legale rappresentante, non potevano appunto che essere definiti come rifiuti, al di là della possibilità di un loro trattamento e quindi del recupero. Mentre, da un canto, la natura non pericolosa del materiale così sistemato in area di pertinenza di I. derivava dal grado minimo, siccome verificato, di concentrazione dell'amianto ivi rinvenuto. Laddove, dall'altro, in ogni caso era rievocata la dichiarazione testimoniale che aveva sostenuto che nel terreno ove si trovava materiale destinato al recupero non avrebbe dovuto esserci amianto in alcuna concentrazione.
In ogni caso, peraltro, la sentenza impugnata ha dato conto dell'esistenza di un'attività volta non alla mera dismissione del materiale bensì al suo riutilizzo ovvero comunque ad una successiva attività gestoria. In ragione di ciò, non poteva discorrersi di abbandono ma di deposito, ancorché l'imputato non avesse fornito prove circa la ritualità dello stesso anche sotto il profilo del requisito temporale di cui all'art. 183 cit..
Né altra qualificazione poteva intervenire, tanto più che nel grado di merito non è stata fatta questione circa la catalogazione dei materiali come materia prima secondaria, mentre in ogni caso il teste Di Lena aveva riferito che "abitualmente" nell'area era collocato il materiale in esubero già trasformato, in realtà neppure escludendo, in tal modo, che vi fossero depositate altre tipologie di prodotti (in ogni caso il materiale non risultava né catalogato né suddiviso).
D'altronde integra una mera ulteriore ed inammissibile questione di fatto la contestazione, in questa sede, circa le condizioni di detenzione dei rifiuti, mentre non può avere rilievo la lamentela con la quale il ricorrente ha inteso addossare a terzi ignoti la responsabilità dello sversamento di amianto, dal momento che in ogni caso erano a carico della società gli oneri di custodia del materiale, comunque collocato in area nella disponibilità di I.
4.1.2.Riepilogato in tal modo il percorso argomentativo del Tribunale, non si scorgono vizi motivazionali, ed ancor meno quindi vizi motivazionali manifesti.
4.2. Per quanto riguarda invece il secondo motivo di censura, in tema di contravvenzioni punite con pene alternative il giudice, nell'ammettere l'imputato all'oblazione ai sensi dell'art. 162-bis cod. pen., è tenuto ad accertare anche d'ufficio che siano state eliminate, o siano comunque venute meno, le conseguenze dannose o pericolose del reato, ostative all'accoglimento della domanda, giustificando il suo convincimento con una seppur succinta motivazione (Sez. 1, n. 4992 del 20/07/2017, dep. 2018, Salvati, Rv. 272287).
Al riguardo il ricorrente per vero non si confronta appieno con la sentenza impugnata, dal momento che ivi era stato specificato che - a fronte del rinvenimento, nello stabilimento della società del ricorrente, di materiali in cui la concentrazione di fibre di amianto non era superiore alle soglie limite - era altrettanto documentato che nella cava di Tufino dette soglie erano state ampiamente superate, ed i conferimenti risalivano proprio alla I. (circostanza che, a suo tempo, aveva innescato il procedimento penale ai danni dell'odierno ricorrente). Sì che ciò rendeva verosimile la pregressa disponibilità di materiale pericoloso da parte della società.
A nulla rileva, in altre parole, che - quanto al deposito incontrollato - l'amianto fosse stato rintracciato in concentrazioni sotto la soglia.
4.3.In relazione infine al terzo motivo di censura, è stato ripetutamente osservato che, in tema di determinazione del trattamento sanzionatorio, nel caso in cui la richiesta dell'imputato di riconoscimento delle attenuanti generiche non specifica le circostanze di fatto che fondano l'istanza, l'onere di motivazione del diniego dell'attenuante è soddisfatto con il mero richiamo da parte del giudice all'assenza di elementi positivi che possono giustificare la concessione del beneficio (Sez. 3, n. 54179 del 17/07/2018, D., Rv. 275440; Sez. 3, n. 9836 del 17/11/2015, dep. 2016, Piliero, Rv. 266460), essendo onere dell'imputato stimolare efficacemente il potere di iniziativa del giudice con la produzione di documenti, l'indicazione di fonti probatorie ed istanze precise e determinate (cfr. Sez. 5, n. 7647 del 28/05/1984, Pillon, Rv. 165795).
Ancor prima, peraltro, va ricordato che il giudice di merito non è tenuto a riconoscere le circostanze attenuanti generiche, né è obbligato a motivarne il diniego, qualora in sede di conclusioni non sia stata formulata specifica istanza, non potendo equivalere la generica richiesta di assoluzione o di condanna al minimo della pena a quella di concessione delle predette attenuanti, ancorché in tesi sollecitate dal Pubblico ministero (Sez. 3, n. 11539 del 08/01/2014, Mammola, Rv. 258696).
4.3.1.Ciò posto, nelle conclusioni rassegnate avanti al primo Giudice, la cui corrispondenza al vero non è stata in alcun modo revocata in dubbio, la difesa dell'imputato aveva solamente richiesto l'assoluzione perché il fatto non sussiste, in subordine la derubricazione del fatto nell'ipotesi di deposito di rifiuti non pericolosi, con rimessione in termini per accedere all'oblazione.
4.3.2.Alcuna specifica richiesta era stata colà avanzata, pertanto, sì che la motivazione somministrata, che appunto evidenziava la carenza di alcun elemento positivamente valutabile, è pienamente conforme ai principi richiamati.
Né rileva che lo stesso Pubblico ministero si fosse espresso positivamente al riguardo, peraltro nell'ambito di una ben più gravosa richiesta di condanna anche alla pena detentiva.
Alla stregua di quanto precede, pertanto, l'impugnazione non può che essere disattesa. Ne consegue il rigetto del ricorso, con la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese processuali.