Source: https://studiolegaleramelli.it/2020/05/15/integra-il-reato-di-sottrazione-fraudolenta-al-pagamento-delle-imposte-la-cartolarizzazione-delle-giacenze-di-conto-corrente-mediante-emissione-di-assegni-circolari-che-crea-una-falsa-rappresentazione/
Timestamp: 2020-05-24 22:06:30+00:00
Document Index: 67259180

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 14', 'art. 2506']

Integra il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte la cartolarizzazione delle giacenze di conto corrente mediante emissione di assegni circolari che crea una falsa rappresentazione della realtà patrimoniale del contribuente – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Integra il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte la cartolarizzazione delle giacenze di conto corrente mediante emissione di assegni circolari che crea una falsa rappresentazione della realtà patrimoniale del contribuente.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza 14217.2020, depositata l’11 maggio 2020, resa dalla III Sezione penale della Corte di Cassazione, segnalata dall’Ufficio del massimario, con la quale il Collegio del diritto, esprimendosi in merito ad un caso di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte realizzato mediante cartolarizzazione delle giacenze di conto corrente tramite emissione di assegni circolari, chiarisce la struttura del delitto tributario e la natura del concetto di atto fraudolento, enunciando il principio di diritto secondo il quale, ai fini dell’integrazione del reato, è necessario che l’atto fraudolento posto in essere sia idoneo a rappresentare ai terzi una realtà non corrispondente al vero, facendo apparire all’Erario che il bene sia effettivamente uscito dal patrimonio del debitore e rendendone impossibile o comunque difficoltoso il recupero.
Nel caso di specie, agli imputati era contestato il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte ex art. 11 D.lgs. 74/2000, per aver cartolarizzato le giacenze di conto corrente mediante emissione di assegni circolari.
La Corte di appello di Milano confermava la decisione di primo grado di condanna dei prevenuti per il reato loro ascritto.
La difesa dei giudicabili proponeva ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte territoriale, articolando plurimi motivi di ricorso, tra i quali, ai fini del presente commento, riveste maggiore interesse quello relativo all’inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 11 D.lgs. 74/2000.
Secondo la tesi difensiva, la condotta posta in essere dall’imputato non era qualificabile come fraudolenta, attesa la immodificata consistenza della garanzia patrimoniale e l’assenza di fraudolenza nell’effettuazione di prelievi dal conto corrente con modalità trasparenti e tracciabili.
La Suprema corte rigetta il ricorso, enunciando i principi di diritto che tratteggiano il perimetro dell’atto fraudolento idoneo a configurazione il reato tributario oggetto dello scrutinio di legittimità.
<”In conformità alla “ratio” della norma, per “atto fraudolento” deve intendersi qualsiasi atto che, non diversamente dalla alienazione simulata, sia idoneo a rappresentare ai terzi una realtà (la riduzione del patrimonio del debitore) non corrispondente al vero, mettendo a repentaglio o comunque rendendo più difficoltosa l’azione di recupero del bene in tal modo sottratto alle ragioni dell’Erario.
Si è così affermato che integra la condotta, rilevante come sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte dovute da società, la messa in atto, da parte degli amministratori, di più operazioni di cessioni di aziende e di scissioni societarie simulate finalizzate a conferire ai nuovi soggetti societari immobili, dal momento che nella fattispecie criminosa indicata rientra qualsiasi stratagemma artificioso del contribuente tendente a sottrarre, in tutto o in parte, le garanzie patrimoniali alla riscossione coattiva del debito tributario (Sez. 3, n. 19595 del 09/02/2011, Vichi, Rv. 250471), la costituzione di un fondo patrimoniale (Sez. 3, n. 5824 del 18/12/2007, Soldera, Rv. 238821; si veda però Sez. 3, n. 9154 del 2015, infra), la vendita simulata mediante stipula di un apparente contratto di “sale and lease back” (Sez. 3, n. 14720 del 06/03/2008, Ghiglia, Rv. 239972); ma anche la costituzione fittizia di servitù, di diritti reali di godimento, la concessione di locazione, la ricognizione di debito, insomma ogni atto di disposizione del patrimonio che abbia la sua causa nel pregiudizio alle ragioni creditorie dell’Erario».
E’ piuttosto importante precisare (e ribadire) che oggetto di immediata tutela dell’incriminazione della condotta non è il patrimonio in sé del contribuente, che costituisce garanzia (generica) del debito erariale contratto, quanto, piuttosto, la necessità di preservare la riscossione del credito erariale da qualsiasi attività volta a depauperare in modo fraudolento tale garanzia così da ostacolare l’attività di riscossione coattiva del credito.
L’interpretazione della norma non dà adito a dubbi posto che la natura simulata ovvero fraudolenta, rispettivamente della vendita o dell’atto, qualifica l’azione sotto il profilo della sua offensività. Occorre, cioè, che per effetto della condotta si determini una situazione tale per la quale il bene simulatamente alienato o in relazione al quale sono stati compiuti atti fraudolenti appaia all’Erario effettivamente uscito dal patrimonio del debitore sì da rendere impossibile o comunque più difficile il recupero. Non rilevano, dunque, i fisiologici atti di disposizione del proprio patrimonio che il contribuente può liberamente compiere (si veda, sul punto, Sez. 3, n. 25677 del 2012, di cui oltre si dirà); rileva la disposizione fraudolenta, quella cioè oggettivamente idonea a ingannare il terzo sulla reale consistenza del patrimonio stesso.
Sotto questo profilo, le deduzioni difensive che fanno leva sulla immutata consistenza patrimoniale della società non colgono nel segno perché la fattispecie di reato presuppone proprio tale immutata consistenza che solo ai terzi non appare più tale>.
E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di ottenere per se’ o per altri un pagamento parziale dei tributi e relativi accessori, indica nella documentazione presentata ai fini della procedura di transazione fiscale elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi per un ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila. Se l’ammontare di cui al periodo precedente è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni.
Cassazione penale sez. III, 16/05/2017, n.10161
Non può ritenersi configurabile il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte (art. 1l d.lg. n. 74/2000) per il solo fatto che il debitore d’imposta abbia posto in essere atti dispositivi di propri beni, pur così rendendo maggiormente difficoltosa ed incerta l’esazione del credito da parte del fisco, occorrendo invece, perché possa dirsi integrata la finalità fraudolenta necessaria per la sussistenza di detto reato, che l’atto dispositivo sia caratterizzato da un “quid pluris”, ovverossia dalla modalità ingannevole attraverso la quale esso viene realizzato giacché, altrimenti, il concetto di atto fraudolento verrebbe a dilatarsi oltre misura fino a far coincidere i presupposti del reato con quelli dell’azione revocatoria civile, frustrando, in contrasto con la stessa “littera legis”, la finalità perseguita dal legislatore penale che consiste nella punibilità del contribuente che intenzionalmente sottrae con modalità fraudolente i beni facenti parte del proprio patrimonio riducendo la garanzia del Fisco e così neutralizzando, secondo una prognosi da effettuarsi ex ante, in tutto od in parte la fruttuosità di una eventuale procedura esecutiva. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha censurato la decisione del giudice d’appello che, in riforma della pronuncia assolutoria di primo grado, aveva affermato la sussistenza del reato in un caso in cui l’imputato aveva effettuato la vendita, a prezzo di mercato, delle attrezzature della società da lui amministrata destinando quindi la somma ricavata al soddisfacimento di debiti diversi da quello erariale).
Si è ritenuto che le operazioni compiute dalle società (scissioni, cessioni di azienda, conferimento di immobili) siano pienamente idonee a rendere in tutto o in parte inefficace la successiva procedura di riscossione coattiva dei crediti tributari vantati dallo Stato nei confronti delle “originarie” società. Anche se le società nate con le operazioni di scissione sono obbligate in solido con la cedente al pagamento delle imposte e delle sanzioni accertate a carico di quest’ultima, l’operazione fraudolenta avrebbe raggiunto lo scopo di far gravare su altri i debiti di imposta, anche perché l’art. 14 comma 1 d.lg. n. 472 del 1997 limita l’operatività dell’obbligazione solidale dei cessionari all’anno della cessione ed ai due anni precedenti, mentre la garanzia ex art. 2506 quater c.c. risulta solo parziale in quanto operante nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto.
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