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Timestamp: 2020-02-22 13:53:26+00:00
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Carcere di San Vittore, Milano. © Giovanni Mereghetti
Un luogo dove contenere le classi povere e pericolose
Tutto si può dire della prigione, tranne che abbia una qualche funzione riformativa. Le carceri sono un macrocontenitore della devianza e la devianza è il prodotto culturale e giuridico di una particolaresocietà e di una particolare fase di una società. La vicenda storica della popolazione migrante e le oscillazioni della presenza di ‘stranieri’ nelle carceri italiane sono in funzione delle radicali modificazioni legislative al proposito, della esposizione indifesa al supersfruttamento del migrante, delle culture ingenerate a lui avverse. Così è per la legislazione sulle sostanze vietate – prima l’alcool, oggi droghe leggere e pesanti – e i reati, gli arresti, le detenzioni conseguenti: mescolanza di fervori riformatori e interessi di gruppi criminali.
La prigione è lo spazio di riserva, fedele – nella sua modulazione architettonica e territoriale, nella sua qualità – alle modificazioni sociali e allo scontro di classe implicito ed esplicito di una società. Il carcere è il prevalente e centrale terminale delle leggi normative e punitive dello Stato. Convinzioni e consapevolezze tutte presenti nell’intervista sulle carceri a Patrizio Gonnella.
Nel 2010 nelle carceri italiane erano state stipate circa 70.000 persone. Oggi, i detenuti a vario titolo sono circa 54.000 e sono in crescita. Siamo d’accordo sulle cifre?
I detenuti alla data del 31 marzo 2016 sono 53.495. Il tasso di sovraffollamento (numero di detenuti rispetto al numero di posti letto regolamentari) è del 106 % secondo l’amministrazione penitenziaria. Però non si tiene conto delle sezioni provvisoriamente chiuse, per cui probabilmente il tasso di affollamento reale supera il 110%. In Germania il tasso è dell’81,8%, in Spagna dell’85,2%, in Inghilterra e Galles del 97,2%, in Belgio del 118%. Almeno 3.950 persone sono prive al momento di posto letto regolamentare.
Il 30 giugno del 2010 i detenuti erano 68.258, in sei anni i detenuti sono diminuiti di 14.763 unità.
Quali sono le ragioni sociali, economiche, normative, che giustificano questo altalenante diagramma?
Il sovraffollamento italiano fino al 2013 è stato il frutto di una triplice anomalia rispetto alla situazione europea: gli stranieri in carcere erano circa il 10% in più rispetto alla media europea; la percentuale di chi è in carcere per avere violato la legge sulle droghe era quasi doppia rispetto a molti paesi europei; la popolazione detenuta in attesa di giudizio era anch’essa in percentuale molto più alta rispetto a paesi come la Germania o l’Inghilterra. Queste tre anomalie hanno prodotto la quarta anomalia italiana che va sotto il nome di tasso di affollamento. Ogni cento posti letto regolamentari i detenuti erano tra i centoquaranta (fonti ufficiali) e i centosettantacinque (fonti non governative). Era il tasso di sovraffollamento più alto di tutta l’area europea, est compreso. Il sovraffollamento era il frutto sia di una mancata politica di depenalizzazione e decarcerizzazione che di una storica incapacità gestionale. Non sono stati programmati i flussi di politica criminale, l’edilizia penitenziaria è stata lasciata al caso o alla corruzione. Decine di migliaia di persone sono state sistemate in modo provvisorio, a volte per terra senza materasso, impossibilitate a stare contemporaneamente in piedi in cella. Così la dignità umana (con i diritti a essa sottesi) è diventata il concetto filosofico, giuridico e umano su cui costruire una ipotesi di riformismo penale e penitenziario o quanto meno di resistenza al contro riformismo securitario in atto. La dignità umana è stata evocata dalla Corte europea per i diritti umani nel caso Torreggiani nel 2013 per mettere sotto accusa il sistema penitenziario italiano così costretto a riformarsi. Dunque c’è stato un calo significativo dovuto soprattutto al minor peso dei detenuti in custodia cautelare. Un calo che va comunque monitorato visto che negli ultimi 3 mesi c’è stato un incremento in controtendenza di ben 1.331 detenuti. Il populismo penale è sempre alle porte. Un discorso a parte va fatto sui posti letto disponibili. Secondo i dati dell’amministrazione penitenziaria vi sarebbero 49.545 posti, non sempre però sono tutti realmente disponibili. Molti reparti risultano a noi chiusi e i detenuti ristretti in quelli rimanenti. Infine va ricordato che poco meno di 9 mila detenuti vivono ancora in meno di 4 metri quadri pro-capite. Questo è lo standard minimo previsto dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa.
Carcere di San Vittore, Milano
Vogliamo ricordare qui di cosa parliamo quando parliamo di ‘caso Torreggiani’…
La sentenza Torreggiani, trae origine da sette ricorsi, presentati da persone detenute nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, dove scontavano la pena della reclusione. Uno dei ricorrenti è appunto il signor Torreggiani (ricorso n. 43517/09) detenuto nel carcere di Busto Arsizio dal 13 novembre 2006 al 7 maggio 2011. I ricorrenti, detenuti nel carcere di Busto Arstizio, erano costretti ad occupare una cella di 9 metri quadrati, disponendo quindi di un esiguo spazio personale di 3 metri quadrati circa. Inoltre, lamentavano di avere un accesso limitato alla doccia del carcere, a causa della penuria di acqua calda all’interno dell’istituto penitenziario. In modo analogo, i ricorrenti detenuti nel carcere di Piacenza, lamentavano la stessa situazione, in più riportavano la mancanza di luce sufficiente causata dalla barre metalliche apposte alle finestre.
Interessa molto sapere in che condizioni sono le carceri italiane. Gli edifici, le celle, gli spazi d’aria, i servizi…Come Lei dice 4000 persone non hanno un proprio letto e 10.000 circa non hanno spazio vitale…
Non avere spazio significa essere costretti a vivere in condizioni degradate per un tempo insopportabilmente elevato. Significa non poter girare nella stanza. Non poter avere una scrivania dove studiare o leggere. Non poter avere riservatezza in bagno. Significa essere sempre alla mercè visiva di tutti. Significa rischiare la deprivazione di beni e servizi essenziali, la desocializzazione, l’umiliazione. Lo spazio minimo è la precondizione per una detenzione umana e dignitosa. L’assenza di spazio vitale produce alienazione. Il fatto che ben 9 mila detenuti abbiano meno di 4mq a testa significa che possono di fatto solo stare in piedi o a letto.
Le misure alternative sono aumentate, così come la detenzione domiciliare, l’affidamento in prova ai servizi sociali, i lavori di pubblica utilità…Ma sarebbe interessante qui focalizzare sul rapporto tra illegalità, cause sociali ed economiche, carcere, normativa.
Si ritiene in modo manicheo che l’unica punizione possibile e utile sia il carcere così assecondando una cultura di tipo retribuzionista. Negli ultimi anni c’è stata una crescita nella concessione di misure alternative alla detenzione. Oggi sono più o meno 35 mila le persone che stanno scontando la sanzione penale non in carcere. 2500 di queste persone sono controllate con il braccialetto elettronico. Però manca uno slancio deciso verso la decarcerizzazione. Il carcere è una fabbrica di sofferenza e di recidiva. Eppure non si ha il coraggio di investire in pene meno dolorose e stigmatizzanti. Meno dell’1% delle persone in misura alternativa commette un reato durante l’esecuzione di tale misura. Eppure questo dato non condiziona il dibattito pubblico e politico. In Italia vi sono nuove norme ad esempio sull’omicidio stradale e si è affidata alla pena carceraria la dissuasione anche di comportamenti pericolosi alla guida. Invece mi soffermo su una novità positiva. C’è stata una vera e propria esplosione nei numeri della ‘messa alla prova’, misura prevista nel 2014 che è un’alternativa al processo per le persone che hanno commesso un reato non grave ovvero punito con pena detentiva inferiore ai quattro anni. Sono 7.818 le persone adulte che ne hanno fruito. Altre 10.112 sono sotto indagine dei servizi sociali prima della decisione giudiziaria. Si tratta di una misura che ha impedito una nuova ondata di ingressi penitenziari. Solo 2 persone ne avevano usufruito nel 2014.
Il 34% dei detenuti in Italia è in attesa di giudizio. È causata, questa abnormità, dal tipo di processo che c’è in Italia? Quali sono le altre ragioni?
La prima causa è nella durata irragionevole e poco garantista dei procedimenti penali. La custodia cautelare è dunque spesso usata come una sorta di pena anticipata, un assaggio di quella sanzione che a causa della durata del processo forse non arriverà mai o arriverà troppo tardi. Inoltre sino a poco tempo fa per molti reati l’arresto era obbligatorio. Capita che la custodia cautelare sia usata anche come una forma di pressione nei confronti della persona messa in carcere. Detto questo negli ultimi anni la percentuale di persone in custodia cautelare è fortunatamente diminuita di circa il 6%. Speriamo che questo trend continui riportandoci negli standard europei.
Il 37% dei detenuti sono stranieri – la percentuale è in crescita. Quali sono, in ogni caso, le principali ragioni per cui un cittadino straniero viene costretto al carcere?
L’Italia nel gennaio del 2013 ha subito una condanna storica dalla Corte Europea dei diritti umani. La sentenza che ha colpito il Paese, nota, lo sappiamo, con il nome Torreggiani, primo dei detenuti ricorrenti, è stata una sentenza pilota ovvero una sentenza non isolata. Pur partendo da un caso singolo ha riguardato l’intero sistema penitenziario italiano, reso degradato e disumano dal sovraffollamento, dagli spazi minimi, dalle modalità pre-moderne di esecuzione della pena carceraria. Il sovraffollamento non è un evento naturale imprevedibile paragonabile a un terremoto o a un ciclone. È la conseguenza di scelte di politica criminale fatte a monte, il sovraffollamento delle carceri italiane è stato il prodotto di scelte infauste e inique in materia di droghe, recidiva, immigrazione. È stato l’esito finale infausto della dismissione delle politiche di welfare. Nell’estate del 2010, quando l’Italia subì la prima condanna, a causa del sovraffollamento, dalla Corte di Strasburgo (caso Sulejmanovic) per avere violato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani e le libertà fondamentali del 1950 che proibisce la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, i detenuti erano 68.258, ovvero il numero più alto dai tempi del secondo dopoguerra. Gli stranieri erano nel giugno del 2010 ben il 36,58% della popolazione detenuta, una delle percentuali più alte di tutta Europa. Fortunatamente le sentenze Sulejmanovic e Torreggiani hanno messo in moto un circuito normativo virtuoso che ha riguardato – seppur in parte indirettamente – anche la componente immigrata.
Prima vi è stata la legge che ha abrogato, dopo una sollecitazione giudiziaria della Corte europea di giustizia de l’Aja, la norma che prevedeva il reato di inottemperanza all’obbligo di espulsione del Questore, la quale determinava circa 15 mila ingressi penitenziari l’anno. Successivamente sono state approvate norme o emanate sentenze in materia di revisione dell’obbligo di arresto, di riduzione dell’impatto della custodia cautelare, di minore penalizzazione nel caso di violazione della legge sulle droghe (sentenza della Corte Costituzionale del febbraio 2014 che ha abrogato la legge Fini-Giovanardi) e di accesso ampliato alle misure alternative e ai benefici penitenziari (estensione dello sconto di pena fino a 75 giorni a semestre nel caso di regolare condotta durante la detenzione). L’insieme di questi provvedimenti legislativi e giudiziari ha significativamente inciso sui numeri dell’intera popolazione detenuta e in percentuale più ampia sulla componente straniera. Ciò è accaduto in quanto sono state approvate norme deflattive che si sono rivolte prioritariamente agli autori di reati meno gravi, condannati a pene brevi. Gli stranieri rientrano perfettamente in questa macro categoria.
La situazione adesso qual’è?
Al 30 giugno del 2015, i detenuti ristretti nelle 198 carceri italiane sono 52.754, gli stranieri sono 17.207 ovvero il 32,6% del totale, quattro punti in meno rispetto a cinque anni prima. Di fronte a una decrescita della popolazione detenuta, gli stranieri sono diminuiti in misura maggiore rispetto agli italiani, segno che quando si interviene in modo non ideologico in materia di giustizia penale le categorie interessate – nel caso gli stranieri – ne beneficiano. Le riforme approvate dopo il 2013 hanno ridotto il gap di discriminazione nell’uso del carcere che fino ad allora esisteva. Nonostante i numeri segnino un calo della presenza degli stranieri in carcere, il gap di tutela giuridica rispetto agli italiani resta ancora drammaticamente in piedi. I dati sulle loro posizioni giuridiche confermano come essi subiscano una discriminazione. Molto più frequentemente degli italiani, a parità di reato, subiscono provvedimenti restrittivi di custodia cautelare. I detenuti stranieri con sentenza passata in giudicato sempre al 30 giugno 2015 erano il 29,3% del totale dei condannati, mentre erano il 39,5% del totale dei detenuti in attesa di condanna definitiva e addirittura il 40,7% di quelli in attesa di primo giudizio. Dal titolo di reato per cui gli stranieri sono detenuti – siano essi imputati oppure condannati – si capisce che rappresentano la componente responsabile dei reati a più forte connotazione sociale. Commettono – o sono accusati di avere commesso – i reati meno gravi dal punto di vista dei beni o degli interessi costituzionalmente protetti. Nei loro confronti maggiormente opera l’azione di repressione di Polizia (è questo l’esito di quello che gli anglosassoni chiamano ethnic profiling che se negli Usa colpisce i neri da noi colpisce chi dalle sembianze appare straniero). Gli stranieri più facilmente vengono fermati o arrestati rispetto agli autoctoni, di conseguenza più frequentemente incappano nelle maglie strette della giustizia penale per quanto riguarda reati predatori o connessi alla legislazione sulle sostanze stupefacenti.
Chi sono socialmente parlando le persone detenute nelle carceri italiane?
Sono di solito persone con un profilo sociale non alto, appartenenti alle classi meno avvantaggiate, stranieri, con scarsa qualificazione professionale, con problemi psichici o di tossicodipendenza. Insomma i ¾ della popolazione detenuta appartengono alla poor class. Segno questo di un sistema penale fortemente selettivo.
Le cronache sono fitte di scandali, di denunce, di arresti anche, di politici, pubblici ufficiali, quadri amministrativi e imprenditoriali…Ci vanno in carcere queste persone? In che percentuale? Che trattamento hanno?
Non è diffusa l’incarcerazione di persone che hanno commesso reati contro la pubblica amministrazione o di corruzione. Ve ne sono, ma non superano le 500 unità. Il trattamento in carcere però non è privilegiato. Ci finiscono meno perché il sistema processuale italiano è fortemente tecnicizzato e loro dispongono di mezzi per pagare un buon avvocato che usa le dilazioni previste dalla legge. Infine essendo incensurati ottengono la sospensione condizionale della pena o misure alternative al carcere con più facilità.
I reati oggi più frequenti sono quelli contro il patrimonio e contro la persona. Sono questi i dati di bisogni accentuati dalla crisi?
L’Italia è un paese sicuro. Vi sono circa 500 omicidi l’anno. Una percentuale tra le più basse d’Europa e del mondo. Tra il 2006 e il 2014 gli omicidi volontari sono diminuiti da 621 a 475. Gli omicidi colposi da 2.148 a 1.633, i sequestri di persona da 1.608 a 1.278. le violenze sessuali da 4.513 a 4.257. Sfruttamento della prostituzione da 1.422 a 1.100, i furti da 1.585.201 a 1,573.213, le rapine da 50.270 a 39.236.
In ordine, i reati attribuiti ai detenuti ristretti nelle carceri italiane sono i seguenti: reati contro il patrimonio (29.913), contro la persona (21.468), in violazione legge sulle droghe (17.676), violazione legge sulle armi (9.897), associazione a delinquere di stampo mafioso (6.887). Ovviamente a ogni detenuto possono essere imputati anche più di un reato cosa che accade frequentemente nel caso di reati associativi e legati alle droghe. Non c’è un riferimento dimostrabile tra la crisi economica e i crimini contro il patrimonio che comunque come visto non sono in aumento.
Antigone ha una proposta di depenalizzazione per quanto alla legislazione sulle droghe?
Possiamo fare delle previsioni. Un provvedimento di totale depenalizzazione in materia di droghe produrrebbe una riduzione secca di un sesto delle imputazioni e delle condanne. Ci sarebbe poi l’effetto indiretto che si andrebbe a produrre sui reati connessi (in particolare reati contro il patrimonio). Si può presumere che circa un terzo del totale di questi ultimi siano commessi da persone che hanno bisogno di procurarsi le sostanze illegalmente. Dunque la decriminalizzazione delle sostanze stupefacenti potrebbe determinare la riduzione di circa un terzo della popolazione detenuta. Il risparmio sarebbe di circa 930 milioni di euro l’anno che potrebbero essere reinvestiti in misure comunitarie, sostegno socio-sanitario e attività socialmente utili.
Suicidi diminuiti, episodi di autolesionismo diminuiti. Ragioni?
Negli ultimi tre anni la qualità della vita in carcere è migliorata per tutti grazie alle riforme e alla deflazione numerica. Ed è migliorata anche la vita degli agenti di polizia penitenziaria. Nel 2015 ci sono stati 2 suicidi di agenti contro gli 11 del 2014. Conviene a tutti un carcere più umano. Il lavoro del poliziotto è a forte rischio di burn out. Deve essere protetto e seguito da esperti psicologi. E non deve avere armi a disposizione. D’altronde in carcere non le possono fortunatamente portare.
Nel 2015 gli episodi di autolesionismo sono stati poco meno di 7.000. 39 i suicidi. 72 i decessi definiti per cause naturali. Si sono dunque ammazzati 7,4% detenuti ogni 10 mila detenuti mediamente presenti. Nel 2009, quando i detenuti erano 15 mila in più, la percentuale di suicidi fu di 9,2 detenuti morti suicidi ogni 10 mila detenuti mediamente presenti. Anche la percentuale di decessi naturali è scesa dal 15,9 al 13,6%. Il maggiore spazio, il minore affollamento incide sulle prospettive di vita probabilmente grazie a un controllo socio-sanitario maggiore. L’autolesionismo è sempre il segno di una sofferenza, di una incapacità nel chiedere altrimenti. Rappresenta il desiderio di farsi notare seppur in modo drammatico. Fortunatamente è in calo.
Le cronache negli anni Ottanta del secolo scorso cadenzavano con allarmante frequenza assassini e regolamenti di conti nelle carceri, omicidi che si costituivano in logica con le attività esterne delle organizzazioni criminali, dunque omicidi preparati e ragionati. Come vanno adesso le cose da questo punto di vista dentro le carceri?
In carcere non ci si ammazza oramai più. Non c’entra il 41 bis se mai c’entrano le misure alternative. La possibilità di uscire prima del previsto induce tutti a comportarsi meglio. Inoltre come detto anche gli omicidi fuori dalle carceri sono diminuiti rispetto agli anni ’80 del secolo scorso quando erano tre volte di più rispetto a oggi.
Scuole e istruzione nelle carceri. A che punto siamo?
L’educazione è uno straordinario strumento di emancipazione dalla devianza. Non è misurato il suo ruolo di riduzione della recidiva, dovrebbe invece esserlo. Nel corso dell’anno scolastico 2014/2015 nelle carceri italiane sono stati attivati 1.139 corsi scolastici. 17.096 sono stati gli iscritti e 7.096 i promossi alla fine dell’anno. Circa la metà degli iscritti e dei promossi erano stranieri. Al 31 dicembre 2014 erano 413 gli iscritti all’università. Nello stesso anno si sono laureati 72 detenuti. Pochi, ancora. Ogni persona che studia in profondità è una persone sottratta al crimine.
Lei ritiene ragionevoli quelle analisi che assegnano alle carceri un ruolo importante – come spazio e come istituzione – di incontro tra una gioventù ‘senza ragion d’essere’ nei quartieri perifierici e leader spirituali e/o politici dell’area che viene chiamata del terrorismo religioso?
Si diventa terroristi in carcere, insomma? È questo un luogo privilegiato di incontro?
È difficile dire se il carcere sia una scuola di radicalizzazione o di recidiva. Certo è che se il carcere non si impone come il luogo della legalità difficilmente riuscirà a sottrarre spazio alla illegalità.
Antigone è un’associazione nata nel 1991. Promuove elaborazioni e dibattiti sul modello di legalità penale e processuale del nostro Paese; raccoglie e divulga informazioni sulla realtà carceraria attraverso l’Osservatorio nazionale sull’esecuzione penale e le condizioni di detenzione. Dal 1998 è autorizzata a visitare tutti gli istituti di pena italiani per adulti e per minori. Ha sedi in quasi tutte le regioni italiane. A partire dalla fine degli anni ’90 Antigone è stata la prima realtà in Italia ad avanzare la proposta di istituire la figura di un ‘Ombudsman’ nazionale per la tutela dei diritti delle persone private della libertà. È il riferimento nazionale per il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT). Ha un proprio ufficio di difesa civica, promuove azioni di contenzioso strategico, ha aperto sportelli di informazione legale in molte carceri. Antigone aderisce alla European liberties platform (ELP) (liberties.eu). È promotrice della campagna ‘Chiamiamola Tortura’ per l’inserimento del reato di tortura nel codice penale.
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