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Timestamp: 2020-08-12 06:17:22+00:00
Document Index: 177293626

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Danno all’immagine per l’assessore e il dirigente finanziario per erogazione illegittima di incentivi da ristrutturazione del debito - Bilancio e contabilità
Danno all’immagine per l’assessore e il dirigente finanziario per erogazione illegittima di incentivi da ristrutturazione del debito
La Corte dei conti, Sezione giurisdizionale di appello (sentenza n.148/2020) ha confermato il danno all’immagine per l’assessore al bilancio, in solido con il dirigente finanziario, per l’erogazione di indebiti incentivi distribuiti al personale a seguito della ristrutturazione del debito, dopo aver condannato il dirigente finanziario al danno erariale (pari a circa 350 mila euro).
A seguito della ristrutturazione del debito complessivo con la Cassa Depositi e Presiti, l’ente su impulso della Giunta Comunale aveva avviato e concluso l’emissione di un prestito obbligazionario atto a estinguere il debito da mutui contratti, dando mandato al dirigente finanziario di attivare tutte le procedure necessarie all’operazione finanziaria. In tale contesto, l’Assessore al bilancio presentava proposta per l’adozione di un regolamento comunale per la ripartizione degli incentivi per la progettazione di interventi di finanza innovativa. Il dirigente sulla base del regolamento sugli incentivi adottato, aveva provveduto a individuare il personale che avrebbe dovuto far parte del citato gruppo di lavoro, nominando ben ventotto componenti (tra cui anche una tirocinante non legata all’ente locale da alcun tipo di rapporto di lavoro). Il dirigente, conclusa l’operazione finanziaria ha proceduto alla liquidazione degli incentivi economici al gruppo di lavoro. Su tale vicenda la Corte dei conti, con propria sentenza (n.600/2011) aveva condannato il dirigente finanziario al danno erariale per l’illegittima erogazione degli incentivi per circa 350.000 euro. Per i medesimi fatti, tuttavia, l’assessore ed il dirigente finanziario sono stati condannati per peculato in sede penale. Il giudice contabile, a seguito della condanna penale divenuta definitiva, condannava l’assessore al bilancio, in solido con il dirigente finanziario al danno all’immagine per 50.000 euro.
Avverso la sentenza di condanna del giudice contabile di primo grado, l’assessore al bilancio ha proposto appello, evidenziando sia come il danno all’immagine è stato dal legislatore indicato esclusivamente nei confronti dei dipendenti dell’ente e non certo nei confronti degli amministratori, inoltre non può non essere considerato che, già in sede penale il ricorrente sarebbe stato condannato dal giudice alla somma di 100.000 euro per danni morali. In altri termini, quel titolo giudiziale avrebbe già svolto le sue funzioni in quella sede e non potrebbe costituire presupposto per una nuova condanna, anche se in una sede giudiziaria differente, poiché si finirebbe per duplicare la voce del danno non patrimoniale.
I giudici contabili di appello confermano la sentenza di primo grado, considerando le doglianze dell’assessore prive di fondamento. In particolare non merita accoglimento l’errata applicazione delle disposizioni di cui all’art.17, comma 30-ter, d.l. n. 78/2009 secondo le quali si fa espresso riferimento ai “dipendenti” delle pubbliche amministrazioni. La norma, secondo la Corte di appello, non ha affatto un valore esclusivo né esprime una scelta restrittiva operata dal legislatore che, nel riscrivere i presupposti dell’azione per il danno all’immagine, ha dettato una disciplina generale che comprende dipendenti e amministratori pubblici. Infatti, considerato che la responsabilità amministrativa (nel cui ambito si iscrive quella per il danno all’immagine) “non richiede necessariamente l’esistenza di un rapporto di impiego o la qualità di dipendente, ma il semplice inserimento nell’organizzazione della pubblica amministrazione con lo svolgimento di funzioni proprie della stessa amministrazione” (Corte cost. 24 ottobre 2011 n. 340), il rinvio alla nozione di “dipendente” non può prescindere dalla costante interpretazione che di essa è stata fornita dalla giurisprudenza contabile, si da ricomprendere nei confini soggettivi dell’azione risarcitoria non solo la platea dei soli “impiegati”. Anzi, per il Collegio contabile di appello, il danno all’immagine dell’amministrazione è maggiore proprio quando derivi dal comportamento illecito di un suo amministratore, perché in tal caso nell’opinione pubblica tende a essere più intensa l’identificazione tra soggetto agente e amministrazione da esso rappresentata.
Inoltre, la condanna penale a titolo di “danno morale” pari a complessivi euro 100.000,00 non ha rappresentato affatto uno dei parametri di riferimento per la liquidazione del danno da parte dei primi giudici (i quali anzi hanno evidenziato la diversità ontologica tra le due fattispecie in termini di possibile ne bis in idem, alla stregua dei principi enunciati dai giudici di legittimità: Cass. n. 14632/2015), ma l’innegabile epilogo della vicenda giudiziaria penale, idoneo ex se a convalidare la sussistenza e la ben maggiore consistenza dei danni non patrimoniali derivati dalla consumazione degli illeciti in esame. Sul punto, osserva la Corte di appello, le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno, ripetutamente affermato e ribadito l’esistenza di una reciproca autonomia e indipendenza tra giurisdizione civile e penale, da un lato, e giurisdizione contabile, dall’altro, precisando che le occasionali interferenze derivanti dalla possibilità che l’ordinamento giuridico consenta una pluriqualificazione giuridica dei medesimi fatti materiali oggetto della cognizione dei diversi plessi giurisdizionali, pongono esclusivamente un problema di proponibilità dell’azione a fronte di un titolo giudiziale già perfezionatosi, eseguito e totalmente satisfattorio della pretesa esercitata, risolvibile secondo i principi della preclusione, ma non un problema di giurisdizione.
In conclusione la sentenza di condanna di primo grado deve essere interamente confermata.