Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/migrdet/castella/cap1.htm
Timestamp: 2014-09-19 05:47:44+00:00
Document Index: 125550003

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 133', 'art. 25', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'sentenza ']

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Il carcere come luogo di pena viene visto come un dato naturale: chi commette un reato deve scontare la pena passando un certo periodo della sua vita rinchiuso dentro uno spazio istituzionale definito "carcere". Eppure questo, come strumento di esecuzione della pena, è una creazione relativamente recente.
Nel medioevo la prigione era solo un luogo dove veniva custodito l'imputato in attesa del processo (1). In un sistema di produzione pre-capitalistico il carcere come pena non esiste; questa affermazione è storicamente verificabile con l'avvertenza che ad essere ignorato non è tanto il carcere come istituzione, quanto la pena dell'internamento come privazione della libertà. Per la società feudale si può correttamente parlare di carcere preventivo e di carcere per debiti, ma non si può altrettanto correttamente affermare che la semplice privazione della libertà, protratta per un periodo determinato di tempo e non accompagnata da alcuna sofferenza ulteriore, fosse conosciuta e quindi prevista come pena autonoma e ordinaria. La pena vera e propria consisteva in qualche cosa di essenzialmente diverso dalla sola privazione della libertà; la pena era rappresentata da una somma di denaro, da una sofferenza fisica, dall'esilio, dalla gogna, dalla morte. È solo a partire dal seicento che queste punizioni cominciano ad essere sostituite dal carcere che lentamente si affermerà come l'unica pena. Tra la fine del settecento e i primi dell'ottocento, sotto la spinta del pensiero illuminista, si compiono i primi passi verso l'umanizzazione della pena e nell'esecuzione penale emerge il ruolo della detenzione in sostituzione delle pene corporali.
Con l'avvio del processo di accumulazione capitalistico, e quindi con una nuova visione della vita basata sulla laboriosità, l'accettazione dell'ordine e la morigeratezza dei costumi, si è potuto assistere ad una evoluzione del concetto di pena, che ha interessato in modo particolare tutti quegli individui appartenenti alla classe dei "non occupati": vagabondi, mendicanti e prostitute.
Verso questi soggetti, all'inizio del XVI secolo si era sviluppata una legislazione fortemente repressiva caratterizzata da durissime pene corporali; solo trent'anni dopo in Inghilterra nasce la prima house of correction con lo scopo di detenere tutta questa massa di "poveri" e rieducarli attraverso la disciplina e il lavoro. L'esempio inglese sarà adottato anche in altre parti d'Europa portando alla comparsa di esperienze simili come l'hopital in Francia o le rasp-huis in Belgio.
Compare dunque un nuovo elemento che va ad arricchire il concetto di pena: la rieducazione. La componente punitiva, tuttavia, anche nelle esperienze delle house of correction resta pur sempre la caratteristica principale della pena: lo dimostrano le pessime condizioni di vita all'interno di questi istituti e i principi su cui si basavano la disciplina e il lavoro.
Nel XVIII secolo, la figura del "povero" da soggetto non rispondente ai valori del tempo, diventa individuo socialmente pericoloso con la conseguente scomparsa della componente rieducativa all'interno del concetto di pena. Il carcere abbandona la logica del lavoro e della disciplina come strumento di rieducazione e si concentra su attività di carattere afflittivo, attraverso la segregazione cellulare e la reintroduzione delle pene corporali.
A partire dal XIX secolo, in Europa le prigioni diventano la norma: costante di questi istituti è l'impronta rieducativa fondata sulla solitudine, sull'isolamento, sul lavoro forzato, sull'umiliazione e sull'indottrinamento religioso.
Originariamente mero strumento di custodia dell'imputato, il carcere ha visto modificata nel tempo la sua funzione. E così si passa dal Panopticon di Bentham (2), fondato sulla sorveglianza totale, che ha come scopo quello di controllare a vista l'essere umano in ogni sua mossa, alle più moderne architetture carcerarie che riproducono un "brano della città" (3) che hanno lo scopo di ripetere parte della struttura urbana.
Numerose sono le posizioni a proposito della funzione della pena carceraria, spesso fra loro discordanti. Innanzitutto la comprensione del significato della pena postula un esame che si colloca a due livelli distinti di riflessione. Ad un primo livello la pena si presenta come coercizione applicata e sofferenza inflitta al colpevole del reato; ad un secondo livello invece la pena assume il significato a seconda della funzione che le si attribuisce.
In base al primo livello la pena è intesa come sanzione criminale irrogata dall'autorità giudiziaria mediante un regolare processo, essa presenta il carattere della afflittività: il castigo inflitto a colui che ha violato la legge (4). In base al secondo livello la pena assume un diverso significato a seconda degli effetti che essa produce ed in vista dei quali essa è adottata dallo Stato.
Le teorie sulla funzione della pena tradizionalmente vengono distinte in assolute e relative. Sono dette assolute quelle dottrine retributivistiche, secondo le quali si punisce quia peccatum est, e cioè perché è stato commesso un delitto; sono invece teorie relative tutte le dottrine utilitaristiche per le quali si punisce ne peccetur, vale a dire, per impedire che nel futuro si commettano altri delitti. Secondo le prime la pena trova la ragione in se stessa; per le altre è un mezzo per conseguire uno scopo estrinseco, e precisamente il bene della società (5).
Dall'analisi della letteratura sull'argomento si ravvisano tre principali correnti di pensiero, le quali sottolineano come determinanti rispettivamente le funzioni retributiva, preventiva, rieducativa.
Il principio su cui si fondava l'idea della retribuzione è che fosse giusto, legittimo e doveroso retribuire il male con il male: la pena è il corrispettivo del male commesso. La pena era considerata come fine a se stessa, e in ciò consisteva la caratteristica della sua assolutezza: la sua giustificazione non risiedeva in uno scopo che essa avrebbe dovuto raggiungere, bensì nella realizzazione dell'idea di giustizia.
Le dottrine assolute o retribuzionistiche vengono divise a seconda del valore morale o giuridico assegnato alla retribuzione penale (6). Per la retribuzione morale la pena è una esigenza etica profonda ed insopprimibile della coscienza umana: poiché il delitto costituisce una violazione dell'ordine etico, la coscienza morale ne esige la punizione. Per la retribuzione giuridica, invece, la pena trova il proprio fondamento non al di fuori ma all'interno dell'ordinamento giuridico. Sostenitore della concezione retributiva della pena, il filosofo Hegel (7) affermava che "il delitto è ribellione all'autorità dello Stato, è la negazione del diritto, la pena è a sua volta la negazione del delitto e quindi la riaffermazione del diritto".
Le dottrine relative o utilitaristiche sono invece distinte tra dottrine della prevenzione speciale, per le quali la pena ha la funzione di eliminare o ridurre il pericolo che il soggetto, cui viene applicata, ricada in futuro nel reato; e le dottrine della prevenzione generale nell'ambito delle quali la sanzione criminale ha la funzione di "prevenire" i delitti mediante l'efficacia intimidatoria che le è inerente. Consistendo in una sofferenza la pena è destinata a distogliere i soggetti dal commettere azioni criminose: il carcere deve mostrare ai detenuti i loro errori al fine di scoraggiare le recidive.
La terza teoria, infine, attribuisce alla pena la funzione di provvedere al ravvedimento del reo "reinserendolo" nella società in modo da favorire il progresso civile. Al fine di prevenire la ricaduta del condannato, occorre correggerlo, migliorarlo, educarlo, ma anche ridargli fiducia nella società che si mostra con lui clemente. Il carcere è visto come un luogo in cui trasmettere agli autori di reati un nuovo quadro di valori.
Le obiezione di natura filosofica al principio della pena come rieducazione del colpevole sono comuni a varie scuole filosofiche e penalistiche. Sono contro la rieducazione in primo luogo le teorie assolute, che vedono nella pena la sola espressione del principio di giustizia; le teorie che, pur seguaci della pena, vedono in essa solo la prevenzione generale dei reati; e sono contro la rieducazione le teorie della prevenzione speciale, che questa prevenzione isolano nel momento della sola intimidazione individuale o nel momento della neutralizzazione del delinquente, o addirittura in quello della sua eliminazione.
Da necessario strumento di controllo e di recupero di soggetti pericolosi, il carcere è divenuto sempre di più la pena per eccellenza in cui il condannato viene abbandonato a se stesso, senza che nulla possa modificare il suo stato. Ci si chiede quali siano le sue reali finalità penali, quali effetti fisici e psichici produca sui detenuti, quale sia il suo rapporto con una società in rapido cambiamento.
1.1.1 La pena del carcere in Italia
L'avvento dello Stato di diritto apre la strada al concetto di internamento istituzionalizzato, perseguendo la certezza del diritto e della pena. La sanzione penale diventa una sofferenza legale che comporta la sottrazione della libertà, per un periodo proporzionato alla gravità del delitto commesso e alla persona ritenuta colpevole.
In Italia la filosofia del carcere è stata caratterizzata da una logica "custodialistica". Nel 1890 entra in vigore il Codice Zanardelli del Regno d'Italia che abolisce la pena di morte. A un anno di distanza, nel 1891 viene approvato il "Regolamento generale degli stabilimenti carcerari e dei riformatori governativi", primo fondamentale documento delle istituzioni penitenziarie dell'Italia post-unitaria. L'approvazione del regolamento del 1891 è il frutto del positivismo criminologico che aveva individuato nel trattamento differenziato, scientifico ed individualizzato, il nuovo cardine della politica penitenziaria e che poneva in primo piano la realtà umana e sociale del condannato.
Con l'avvento del fascismo si ha una netta involuzione sul piano del trattamento carcerario (8): il diritto di punire viene considerato come un diritto di conservazione e di difesa proprio dello Stato, avente lo scopo di assicurare e garantire le condizioni indispensabili della vita in comune (9). Il delinquente altro non è che un "peccatore criminalizzato" (10), nei cui confronti la pena deve operare come strumento di espiazione e di rimorso. Viene reintrodotta la pena di morte per cui la repressione, oltre ad avere un carattere sovrastrutturale, era un'esigenza di politica economico sociale, così che divenne repressione di massa.
Nel 1931 viene approvato il "Nuovo Regolamento per gli Istituti di prevenzione e pena" che recepiva l'attenzione positivista e attribuiva carattere emendativo della pena mantenendone, nel contempo, il carattere afflittivo ed intimidatorio. Il regime disciplinare inaugurato dal regolamento del '31 considera il lavoro, l'istruzione e la religione gli unici mezzi attraverso i quali rieducare e risanare i condannati. Il carcere si configura come un luogo isolato dalla società, in esso i reclusi erano posti in un contesto di totale emarginazione e separazione che andava ben oltre le esigenze di sicurezza.
Il Nuovo Regolamento elencava dettagliatamente tutto ciò che era vietato e ne prevedeva la relativa punizione; ad esempio, erano vietati e puniti: i reclami collettivi, il contegno irrispettoso, l'uso di parole blasfeme, i giochi, il possesso delle carte da gioco, i canti, il riposo in branda durante il giorno non giustificato da malattie o altro, il rifiuto di presenziare alle funzioni religiose, il possesso di un ago, di un mozzicone di matita, la lettura o il possesso di testi o periodici di contenuto politico oppure con immagini di nudi o seminudi; era consentito di scrivere non più di due lettere alla settimana e non alla stessa persona. Mentre era obbligatorio: indossare divise del carcere, a strisce per i condannati definitivi; farsi trovare in piedi vicino alla branda chiusa e sistemata tutte le volte che le guardie entravano in cella per la conta o altro; c'era la censura sui giornali con il taglio degli articoli che la direzione non riteneva adatti al carcerato. Il colloquio con i parenti era previsto con l'ascolto da parte delle guardie e con due reti metalliche distanziate frapposte tra il detenuto e chi lo andava a trovare.
Le punizioni andavano dall'ammonizione del direttore alle celle d'isolamento, ed erano previste sanzioni come il divieto di fumare, di scrivere, di lavarsi, di radersi per alcuni giorni; vi era poi l'interruzione dei colloqui, la sottrazione del pagliericcio, fino al letto di contenzione che era previsto non solo nei manicomi e la camicia di forza.
La situazione di disagio degli istituti penitenziari è destinata a peggiorare nell'immediato dopoguerra per effetto degli elevati indici di sovraffollamento, dovuti sia alla recrudescenza delle manifestazioni della criminalità comune, che all'applicazione della legislazione speciale contro fascisti e collaborazionisti (11).
È solo con l'entrata in vigore della Costituzione che l'idea della rieducazione diventa principio costituzionale: l'esecuzione della pena detentiva deve essere organizzata in modo tale da non rappresentare, nelle sue modalità, un più grande castigo di quello che già si realizza per effetto della privazione della libertà e da consentire tutti quei trattamenti che appaiono più idonei al recupero sociale del condannato.
Il nostro sistema processuale deve adeguarsi all'esigenza che le pene detentive non siano scontate per intero nella forma del carcere, all'interno del quale raramente si può avere un trattamento rieducativo, dato il carattere criminogeno delle carceri: sarebbe bene pensare al superamento dell'equazione pena-carcere.
L'idea rieducativa dovrà guidare il giudice e prima ancora il legislatore nelle scelte di altre sanzioni penali che meglio di quelle detentive possono in certi casi realizzare le finalità scritte nella Costituzione.
1.2 Principi costituzionali in materia di pena
La Costituzione Italiana detta in materia di pene alcuni principi fondamentali.
Il principio di legalità sancito dall'art. 25, ovvero il divieto di irrogare una sanzione penale diversa da quella espressamente prevista dalla legge per un determinato reato e in un'entità diversa rispetto ai minimi e ai massimi edittali. L'articolo 25 della Costituzione, affermando in maniera esplicita la riserva di legge in materia penale, sancisce il principio costituzionale di legalità: del reato, perché non si può essere puniti se non per un fatto previsto dalla legge come reato; della pena, perché questa deve essere inflitta in forza di legge e quindi deve essere certa, nella specie e nella quantità secondo il tenore edittale, prima della commissione del reato; della misura di sicurezza, che si applica in aggiunta o in alternativa alla pena in senso stretto sulla base dell'accertamento della pericolosità sociale dell'autore del fatto, soltanto nei casi previsti dalla legge (12). Tuttavia l'esigenza dell'individualizzazione della sanzione penale in fase giudiziaria e successivamente, in fase di esecuzione, fa si che un ampio spazio venga dato alla discrezionalità giurisdizionale (art. 133 c.p.). Il carattere di legalità comporta che la pena inflitta dall'autorità giudiziaria non possa essere revocata se non nei casi stabiliti dalla legge, e cioè in virtù di una norma legislativa o dall'esercizio di una prerogativa sovrana (amnistia, indulto, grazia).
Il principio di irretroattività previsto dal secondo comma dell'art. 25, per cui non si può applicare una pena che, in relazione ad un fatto, non era prevista nel momento in cui il fatto è stato commesso, salvo il temperamento della legge più favorevole. Hobbes affermava che "se la pena suppone un fatto giudicato come una trasgressione della legge ... il danno inflitto per un'azione fatta prima che esistesse una legge che vietasse, non è una pena ma un atto di ostilità, poiché prima della legge non v'è trasgressione alla legge" (13).
La pena è personalissima, essa colpisce soltanto l'autore del reato e non i suoi parenti e figli. Secondo Ferrando Mantovani l'art. 27 Cost., col sancire che la "responsabilità penale è personale", ha statuito non solo la "personalità dell'illecito penale", ma anche la "personalità della sanzione penale" (14). Questo principio enuncia innanzitutto il divieto di responsabilità penale per fatto altrui, il che equivale all'affermazione che ciascuno può essere punito soltanto per un fatto proprio previsto dalla legge come reato. Il carattere personale della pena ha portato all'abolizione di alcune sanzioni che si ripercuotevano direttamente sui congiunti del reo, come la confisca del patrimonio. A differenza di quanto avveniva nel passato, la pena si estingue con la morte del reo.
Lo stesso articolo 27 della Costituzione, al terzo comma, fissa il principio di umanizzazione della pena: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità". La Costituzione con questo articolo ha inteso bandire ogni trattamento disumano e crudele che non sia inscindibilmente connesso alla restrizione della libertà personale (15). Come corollario del principio di umanizzazione, nello stesso art. 27 della Costituzione è espressamente escluso il ricorso alla pena di morte.
Altro principio costituzionalizzato, è quello della necessità della pena: questa è considerata un elemento garantista del nostro sistema giuridico e perciò stesso non sostituibile. L'abolizione, perciò, dovrebbe considerarsi incostituzionale. Pertanto, finché la Costituzione fonda il nostro diritto penale sul principio di responsabilità individuale, è possibile parlare di sanzioni alternative non alla pena in generale, ma soltanto alla pena detentiva.
La pena è proporzionata al reato. Il principio di proporzionalità della pena è stabilito dagli articoli 3 e 27, primo e terzo comma, della Costituzione che impongono rispettivamente il trattamento differenziato delle singole situazioni diverse e l'ineludibile giustizia della pena, intrinseca al carattere personale della responsabilità e presupposto dell'azione rieducatrice della pena (16). Gli elementi-base per la predeterminazione della pena sono la gravità del fatto, ossia: sotto il profilo oggettivo, il rango dei beni secondo la gerarchia desumibile dalla Costituzione e dall'attuale realtà socio-culturale e il grado e la quantità dell'offesa; e sotto il profilo soggettivo il grado di colpevolezza.
L'articolo 27 della Costituzione enunciando "Le pene (...) devono tendere alla rieducazione del condannato" sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena. Circa il concetto di rieducazione, esso non può essere identificato con il pentimento interiore, l'emenda morale, spirituale, astrattamente possibile con qualsiasi pena ed in qualsiasi condizione carceraria. Ma viene inteso come concetto di relazione, rapportabile alla vita sociale e che presuppone un ritorno del soggetto nella comunità. Secondo Antolisei (17), rieducare il condannato significa riattivare il rispetto dei valori fondamentali della vita sociale; rieducazione non può essere intesa se non come sinonimo di "recupero sociale", di "reinserimento sociale", di "risocializzazione". Il principio costituzionale in esame è sicuramente innovativo rispetto al precedente modo di concepire la pena e per comprenderne appieno il significato non possiamo che partire da un punto obbligato: i lavori della Costituente che hanno condotto alla formulazione dell'art. 27, terzo comma, della Costituzione.
1.2.1 Lavori preparatori
Nel 1947 fu approvato il testo definitivo della Costituzione, elaborato dalla "Commissione dei settantacinque", promulgato da Enrico De Nicola ed entrato in vigore il primo gennaio del 1948.
Nella sua dizione attuale l'articolo 27, terzo comma, della Costituzione recita: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", ma la formulazione iniziale che esso ebbe ad opera dei relatori nominati in seno alla prima sottocommissione dell'assemblea costituente, gli onorevoli Lelio Basso e Giorgio La Pira, iscritti rispettivamente al partito socialista e alla democrazia cristiana, era differente: "Le sanzioni penali devono tendere alla rieducazione del reo. La pena di morte non è ammessa se non nei codici penali militari di guerra. Non possono istituirsi pene crudeli né irrogarsi sanzioni collettive".
L'onorevole Aldo Moro, iscritto al partito della democrazia cristiana, concordò con entrambi i relatori e propose una nuova formulazione, non molto diversa: "non possono istituirsi pene crudeli e le sanzioni penali devono tendere alla rieducazione del condannato". In tal modo si stabilisce che la pena può essere afflittiva soltanto nei limiti in cui essa deve essere irrogata e si segnano i limiti della necessità della sua afflizione.
Sull'argomento si discusse nella seduta del 25 gennaio 1947 in sede di adunanza plenaria delle sottocommissioni e gli onorevoli Umberto Nobile ed Umberto Terracini, entrambi iscritti al partito comunista, presentarono un nuovo testo che recitava: "le pene e la loro esecuzione non possono essere lesive della dignità umana. Esse devono avere come fine precipuo la rieducazione del condannato allo scopo di farne un elemento utile per la società". Tale formulazione, a differenza di quanto era stato deliberato in seno alla prima sottocommissione, tentava di dare alla pena uno scopo e una funzione ben precisa e soprattutto nuova rispetto a tutte le teorie elaborate in dottrina fino ad allora.
Un parere contrario all'inserimento nella Carta Costituzionale della finalità rieducativa venne esposto dall'onorevole Cevolotto, iscritto al gruppo della democrazia del lavoro, sul rilievo che "in seno alla prima sottocommissione non si è voluto risolvere la questione sulla finalità della pena; essa ha, secondo alcuni, un fine di prevenzione, secondo altri ne ha uno d'intimidazione e secondo altri ancora deve avere solo il fine della rieducazione del colpevole".
L'emendamento Nobile - Terracini venne posto a votazione e fu respinto, mentre venne approvato il testo proposto dall'onorevole Giovanni Leone, iscritto al partito della democrazia cristiana, che all'articolo 21 stabiliva: "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità".
Il dibattito in Assemblea registra le voci della prudenza (18). Non mancarono gli interventi a favore del primato della funzione rieducativa (19), ma numerosi costituenti manifestarono il loro dissenso.
L'onorevole Paolo Rossi, iscritto al partito socialista, espresse il suo parere contrario sul seguente rilievo: "... è bene che la Costituzione sia ottimista, ma occorre che non sia ingenua; è noto, infatti, che la rieducazione del condannato è uno degli scopi della pena, ma, purtroppo, non è né l'unico né il principale; lo scopo fondamentale di essa è principalmente la difesa sociale, e tutti sanno che è impossibile parlare seriamente di rieducazione quando si tratti di condannati a venti o a trent'anni di reclusione".
Inoltre occorre ricordare che, nel periodo in cui si svolsero i lavori preparatori della Costituente, il dibattito sulle funzioni della pena ruotava ancora intorno ai contrapposti principi della Scuola classica e della Scuola positiva: la preoccupazione di alcuni costituenti era quella di rischiare, prendendo una posizione costituzionale sulle finalità della pena, di schierarsi a favore di una delle due scuole. Si temeva che una simile formulazione, nella misura in cui attribuiva un primato alla funzione rieducativa, fosse da interpretare nel senso di una concessione alla Scuola positiva.
In effetti, considerata secondo gli orientamenti concettuali di allora, l'idea rieducativa poteva essere ritenuta "figlia del positivismo criminologico" (20): la visione positivistica, infatti, contrapponeva, alla tradizionale impostazione retribuzionistica, l'idea di una prevenzione speciale accentuatamente identificata con la rieducazione e risocializzazione del reo. Al riguardo particolare rilievo ebbe l'intervento di Giovanni Leone e di Aldo Moro, secondo cui la formula della commissione "... può essere considerata da parte dei futuri legislatori e da parte degli scienziati (...) come fondamento di una pretesa ad orientare la legislazione penale italiana in modo conforme ai postulati della scuola positiva" (21).
La conseguenza di tale atteggiamento fu un'inversione della posizione occupata dalle due proposizioni costituenti l'articolo in questione: sicché un fatto assodato, le pene debbono essere conformi al senso di umanità, colloca in secondo piano un dato assolutamente innovativo, le pene debbono tendere alla rieducazione. Come ha osservato Elvio Fassone, il principio della rieducazione risultò "almeno in parte annacquato, in nome della neutralità dello Stato di fronte alle dispute scolastiche".
Nel periodo successivo ai lavori della Costituente la realizzazione e la valorizzazione dell'ideale rieducativo della pena fu ostacolato dai continui mutamenti politici, sociali e culturali che avvenivano in quel periodo. I primi anni cinquanta, infatti, hanno rappresentato un periodo caratterizzato da alti indici di criminalità e questo ha sicuramente costituito terreno fertile per interpretazioni dottrinali tese a comprimere la portata innovativa del principio rieducativo della pena. Significativa fu l'interpretazione di Biagio Petrocelli e Giuseppe Bettiol, entrambi "retribuzionisti", che cercarono di neutralizzare gli effetti dell'articolo 27 della Costituzione. Partendo dalla disposizione dei due enunciati e dalla precedenza data al divieto di trattamenti inumani rispetto alla finalità rieducativa, i due studiosi cercavano di mostrare come la pena, secondo il legislatore costituzionale, continua a mantenere il suo ineliminabile carattere "afflittivo": "Se le pene avessero dovuto avere un contenuto essenzialmente ed esclusivamente rieducativo; se, insomma, le pene non avessero dovuto avere carattere (...) punitivo, il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità non avrebbe avuto ragione di essere, perché una funzione che sia essenzialmente rieducativa esclude da sé, per la sua stessa natura, i trattamenti contrari al senso di umanità, senza bisogno di alcuna dichiarazione esplicita" (22).
Secondo una diversa impostazione l'articolo 27, terzo comma, della Costituzione designerebbe non la funzione della pena bensì solo una sua tendenza. Dall'interpretazione letterale del verbo "tendere" si comprende come la rieducazione non rappresenta lo scopo essenziale della misura, ma solo uno scopo eventuale della pena, da tenere in conto soprattutto nella fase esecutiva (23). Il concetto di rieducazione rischiava di legittimare il ricorso a tecniche trattamentali capaci di limitare l'autodeterminazione del soggetto recluso ledendone, di conseguenza, la dignità umana, in aperto contrasto con il divieto di attuare trattamenti contrari al senso di umanità, espresso nello stesso articolo 27 della Costituzione. Bettiol riteneva che il reinserimento sociale del condannato si realizzerebbe per forza attraverso una meccanica sottomissione dell'individuo a regole precostituite alla sua volontà, sarebbe pertanto un fine contrario alla dignità della persona umana. A queste critiche, i sostenitori dell'istanza rieducativa replicarono facilmente evidenziando che proprio l'utilizzo del verbo "tendere" esprimeva il limite al rispetto del diritto all'autodeterminazione: secondo Petrocelli (24) la possibilità di rieducare si presenta soltanto come obiettivo "tendenziale" perseguibile se ed in quanto il reo sia disposto ad accettare l'offerta rieducativa.
"Tendere" non significa realizzare necessariamente, ma fare il possibile per realizzare la rieducazione stessa. Per il rispetto della libertà morale e della dignità dell'uomo il procedimento di risocializzazione non può essere imposto ma soltanto favorito: la pena tende, non costringe alla rieducazione (25).
Per neutralizzare gli effetti del principio costituzionale, la dottrina (26) degli anni cinquanta è ricorsa anche all'espediente di inserire il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione, fra le norme programmatiche, negando che esso contenga "una direttiva vincolante per il legislatore", per riconoscervi soltanto una massima, che "sarebbe bene che il legislatore rispettasse, in omaggio della consequenzialità logica e sistematica e dello spirito unitario della Costituzione" (27).
Verso la fine degli anni cinquanta, le strategie del controllo penale e le politiche penitenziarie si risolvono in una scelta di fondo repressiva. A partire dall'estromissione della sinistra dall'area di governo, nel maggio del 1947, progressivamente si affermano strategie di controllo penale incardinate esclusivamente sul momento di contrasto coattivo. Il carcere, di conseguenza, viene concepito come un contenitore di condotte devianti.
Stante questo quadro fanno fatica ad entrare nel dibattito sulle pene e sul carcere gli orientamenti che si vanno affermando in campo internazionale. Nel 1950, infatti, il Congresso internazionale di diritto penale dell'Aja, afferma l'esigenza dell'analisi della personalità del recluso, al fine della messa a punto di una strategia differenziata e in funzione dell'opzione di sanzioni congrue al suo reinserimento. Nel Congresso di Roma del 1953 viene avanzata la proposta di riunificare pena e misura di sicurezza, ipotizzando una sanzione unitaria avente un chiaro fine rieducativo, ancora nel 1954 ad Anversa si tiene un congresso che attribuisce il carattere di scientificità all'osservazione della personalità del detenuto; nel Congresso di Ginevra del 1955 si riafferma la finalità rieducativa della sanzione penale. Infine, nel Congresso di Milano del 1956 si auspica un sistema penitenziario funzionalizzato alla prevenzione dei delitti.
L'esecuzione delle pene sulla base del principio costituzionale della rieducazione costituisce per lo Stato un dovere di carattere etico, la cui violazione implicherebbe la negazione di un imperativo categorico che legittimerebbe l'inosservanza dei precetti. Tuttavia non è un'impresa facile combinare carcere e rieducazione.
Bisognerà aspettare le pronunce della Corte Costituzionale del '74 e soprattutto l'Ordinamento penitenziario del 1975 per chiarire il significato e la portata del principio rieducativo, fino ad allora la prospettiva di una umanizzazione della pena ed il fine rieducativo a cui essa deve tendere si limitarono ad una più attenta considerazione delle condizioni materiali dei detenuti e delle loro sofferenze.
1.3 Impatto del principio rieducativo sul codice penale
Il principio del finalismo rieducativo della pena pone interrogativi di legittimità costituzionale per taluni tipi di pena.
Particolarmente controverso è il problema della compatibilità dell'ergastolo con i principi della Costituzione, ed in particolar modo con il principio di rieducazione sancito dall'articolo 27, comma terzo, della Costituzione. Se per rieducazione s'intende acquisizione della capacità di vivere nell'ambiente sociale e non già pentimento interiore del colpevole, non si comprende come siffatto obiettivo possa essere conseguito attraverso una pena perpetua.
Questo interrogativo viene tradotto in eccezione di incostituzionalità solo agli inizi degli anni settanta (28). La Corte Costituzionale con la sentenza 22 novembre del 1974, n. 264 ha ritenuto legittimo l'ergastolo; movendo dalla concezione "polifunzionale" della pena ha affermato che la "funzione della pena non è certo il solo riadattamento dei delinquenti, (...) non vi è dubbio che dissuasione, prevenzione, difesa sociale, stiano, non meno della sperata eme