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Timestamp: 2019-02-18 06:10:49+00:00
Document Index: 10311014

Matched Legal Cases: ['art. 43', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 34', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 138', 'art. 45', 'art. 41', 'art. 70', 'art. 76', 'art.77', 'art. 67', 'art. 49', 'art. 39']

PREMESSA	2 - E-BookASSEMB pdf - File PDF .it
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Titolo: PREMESSA	2
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NOTE NUOVA EDIZIONE IN E-BOOK
Si Ã¨ ritenuto utile NON apportare alcuna modifica alla versione originale, per sottolineare come,
dopo oltre 20 anni, la situazione politica ed istituzionale non Ã¨ cambiata molto.
Sicuramente sono cambiati i protagonisti, ma molte criticitÃ che si evidenziavano oltre 20 anni fa,
che dovevano portare alla nascita della Seconda Repubblica, sono ancora lÃ¬, irrisolte.
CosÃ¬, abbiamo ancora un sistema di partiti senza regolamentazione democratica, a parte alcuni
tentativi di selezione dei candidati con sistemi vicini alle primarie, un sistema di sindacatocrazia che, ancora,
ingessa il sistema delle Relazioni Industriali, un problema legato al rapporto Magistratura Politica che lascia
invariato il ruolo di Tribunale delle VirtÃ¹ che si sono attribuiti molti Pubblici Ministeri.
Ora abbiamo, perÃ², una nuova Riforma della Costituzione che, seppur perfettibile, sicuramente va
nella direzione di una semplificazione e di una Democrazia Decidente.
Câ€™Ã¨ solo da augurarsi che il referendum previsto per lâ€™autunno di questo anno confermi la riforma,
che, come punto di partenza, dovrÃ , successivamente, dipanare i nodi irrisolti, a partire da quella riforma della
Giustizia che rappresenta, da decenni, una anomalia tutta italiana.
Altopascio, 07 maggio 2016
Lâ€™aspro dibattito che ha animato, e tuttora anima, lo scenario politico italiano a
partire dallo scioglimento delle camere e le successive elezioni del marzo del 1994, ha
evidenziato, in tutta la sua urgenza, la questione della riforma istituzionale in Italia, sia
nella forma di stato (federale o regionale) che nella forma di governo (presidenziale,
semipresidenziale, parlamentare).
GiÃ nelle passate legislature si erano avvicendate ben due Commissioni bicamerali,
una presieduta dallâ€™On. Ilde Jotti e lâ€™altra dallâ€™On. Ciriaco De Mita, con lo scopo di
studiare ed introdurre concrete modifiche alla struttura costituzionale.
Tali tentativi sono falliti, non essendosi verificati i necessari presupposti per
lâ€™approvazione del Parlamento.
Come avremo modo di vedere, dopo la bufera che si Ã¨ abbattuta sui partiti politici
italiani, con lâ€™arresto e la condanna di alcuni personaggi di primo piano della Repubblica,
molte voci si sono levate per reclamare la modifica costituzionale.
Alcuni, come lâ€™on. Umberto Bossi, leader della Lega Nord, puntando ad un sistema
federale molto accentuato con posizioni molto vicine ad una vera e propria secessione, con
la convocazione di unâ€™assemblea provocatoriamente chiamata Parlamento del Nord.
Altri, come lâ€™on. Mariotto Segni, promotore di una campagna referendaria vincente,
che ha consentito il passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad uno maggioritario,
puntando ad un sistema di regionalismo accentuato contemperato dallâ€™elezione diretta del
Altri ancora, come parte del cosiddetto Polo delle LibertÃ , cercando di imprimere una
svolta presidenziale a tutta la struttura istituzionale.
In questo panorama babeliano, i partiti politici oggi esistenti cercano di ritagliarsi un
proprio spazio vitale, disposti a sacrificare i propri principi allâ€™altare di mosse tattiche ed
CosÃ¬, fra una battuta e lâ€™altra, un insulto ed un altro, si buttano lÃ proposte e
controproposte, proclami di guerra e calumet di pace, alimentando quello che ormai, a
buon ragione, viene definito il teatrino della politica italiana.
Come i personaggi dellâ€™avanspettacolo, i nostri politici si alternano sulla scena,
ripetendo gag e battute ormai consunte, rubandosi a vicenda argomenti e proposte, alla
ricerca di un applauso che, ormai, tarda a venire.
CosÃ¬, chi era per un sistema maggioritario, come la Lega Nord, sostiene il ritorno al
proporzionale e chi era per il proporzionale, come Alleanza Nazionale, sostiene il
Chi sosteneva il maggioritario, chiede ora il doppio turno, mentre chi non era nÃ© per
lâ€™uno nÃ© per lâ€™altro... continua a tacere!
Nella sua schizofrenia, la politica italiana vive di messaggi mediali, di pillole da
trenta secondi, da battute alle porte degli ascensori o su palcoscenici con maghi, o davanti
alle scollature procaci di soubrette e presentatrici televisive.
Lustrini e paillettes allietano il teatrino, mentre, come ai tempi della Belle Ã‰poque,
Ormai nessuno Ã¨ piÃ¹ in grado di capire cosa puÃ² accadere, quale tendenza politica
possa prevalere, con partiti di sinistra che candidano ex-missini e partiti di centro destra
che, a loro volta, sostengono candidati ex- socialisti, come Ã¨ accaduto nellâ€™ottobre del 1995
A questo punto, per chi Ã¨ sensibile alle problematiche istituzionali, tutto ciÃ² non puÃ²
che far corre brividi di freddo lungo la schiena.
Ormai siamo allâ€™estemporaneitÃ totale, si contratta un decreto sulla, o meglio, contro
lâ€™immigrazione in cambio del sostegno ad una manovra finanziaria , il che, come diceva un
noto magistrato, non â€œcâ€™azzeccaâ€ niente!
S'ipotizzano scambi di consensi fra doppioturnisti e presidenzialisti, premierati in
cambio di Consigli di Amministrazione radiotelevisivi, siluramenti di ministri sgraditi con
ostacoli alla realizzazione di progetti per i treni ad alta velocitÃ .
Insomma, se prima eravamo al mercato delle vacche dei voti e delle candidature,
ormai siamo allâ€™improvvisazione istituzionale totale.
Dunque, che fare? Se riforma istituzionale deve essere (e deve!), Ã¨ opportuno che sia
realizzata con criteri di logicitÃ , con approfondite analisi e meditate risposte politiche, non
prima di aver ascoltato il parere del popolo sovrano con lâ€™unico strumento democratico
fino ad oggi conosciuto, ovverosia le elezioni!
Nessuno, neppure gli eletti al Parlamento, puÃ² arrogarsi il diritto di costituirsi in
corpo a se stante, a demiurgo di una Costituzione.
Da queste considerazioni nascono le pagine che seguono, poco piÃ¹ di un modesto
pamphlet, un istant book necessariamente conciso e, per propria natura, radicale nella
critica e nella proposta.
Ovviamente non vuole rappresentare, certo, una pietra miliare nella dottrina del
diritto pubblico e costituzionale, ben altri possono farlo.
Lâ€™unica cosa che cerca di fare, Ã¨ suscitare, nei pochi lettori che avranno la voglia e la
ventura di scorrerlo, curiositÃ e, possibilmente, la consapevolezza del fatto che, quando si
trattano questioni costituzionali, nessuno Ã¨ legittimato a cercare scorciatoie.
Il processo di creazione di un modello istituzionale richiede pazienza, ricerca, onestÃ
mentale e, soprattutto, idee chiare circa il modello di Stato che si vuole realizzare.
Si tenterÃ di dimostrare, infatti, che la concezione ideologica che sottostÃ al modello
di Stato progettato dalla nostra Costituzione non appartiene alla tradizione liberale e laica
dello stato di diritto, quanto, piuttosto, a quella degli Stati etici, con ribaltamento della
legittimazione; non Ã¨ il cittadino che dÃ legittimitÃ allo stato, ma Ã¨ lo Stato che legittima o
meno il cittadino-suddito.
Anche la consapevolezza di questa impostazione di fondo Ã¨ importante, non averla
chiara puÃ² comportare scompensi e profonde frustrazioni nellâ€™elettore, il quale richiede una
cosa e, al contrario, si trova ad ottenerne unâ€™altra.
Dâ€™altra parte, sicuramente se fra gli scarsi lettori di questo libercolo vi saranno anime
belle, plagiate dalla retorica costituzionalista, esaltatrice di una Costituzione â€œnata dalla
Resistenzaâ€, non mancheranno di scandalizzarsi, dato che si cercherÃ di comprendere le
vere e profonde radici della nostra Carta, al di lÃ di ogni tentativo di demagogica ricerca di
beatificazione..
Eppure, se ricordiamo il discorso con il quale lâ€™allora presidente del Consiglio,
lâ€™onorevole Amato, si congedÃ² dallâ€™incarico, non dovrebbe suonare offensivo per nessuno
se si sono rintracciate le prove dello stretto legame culturale fra la concezione gentiliana
dello stato e la previsione costituzionale.
Amato affermÃ², in quellâ€™occasione, davanti ai parlamentari che attendevano le sue
dimissioni, che lâ€™Italia vive, da settantâ€™anni, allâ€™ombra di un unico regime, il che
sottolineava come, passato il ventennio fascista, il cinquantennio cosiddetto democratico di
poco si fosse scostato da quello.
Unâ€™affermazione forte, che suscitÃ² perplessitÃ , ma alla quale nessuno si contrappose,
forse perchÃ© non basta richiamarsi alla retorica resistenziale per negare ciÃ² che, alla luce
della disamina che seguirÃ , appare cosa non del tutto errata.
Lâ€™altra finalitÃ che questo scritto vuole perseguire Ã¨ lâ€™affermazione del diritto di ogni
singolo cittadino, sia o meno istruito alla nobile arte della politica, di dire e, soprattutto, di
pensare liberamente sullâ€™assetto istituzionale che egli predilige.
Nessuno puÃ² arrogarsi il diritto di interpretare le nostre volontÃ , i nostri desideri, le
nostre speranze e le nostre volontÃ senza prima averci offerto la possibilitÃ di esprimerci
attraverso i meccanismi democraticamente sanciti, ovverosia attraverso le elezioni.
Non dobbiamo lasciarci intimorire dai tanti politici che, come lâ€™Azzeccagarbugli di
manzoniana memoria, vorrebbero confonderci le idee con un po' di latinorum .
La questione relativa alla forma costituzionale, sia che essa riguardi la forma di stato
che quella del governo, non Ã¨ cosa da addetti ai lavori, da sapienti chiusi in eburnee torri,
intenti a leggere imperscrutabili disegni divini.
Tutto questo riguarda noi, la nostra vita quotidiana, la nostra capacitÃ di spesa e di
PerchÃ© si tratta di decidere chi e come deve prelevare i soldi dalle nostre tasche,
attraverso quali meccanismi concedergli questo diritto, e, una volta prelevati, come devono
PerchÃ© questa Ã¨ la grande novitÃ introdotto dalla concezione laica e liberale dello
stato, lâ€™affermazione dello Stato di diritto contrapposto allo Stato etico; nessuno puÃ²
pretendere dal cittadino piÃ¹ di quanto questâ€™ultimo sia disposto a concedere, esprimendo
questa volontÃ attraverso la scelta di propri rappresentanti i quali liberamente e
rispondendo solo agli elettori, cercano di adoperarsi per soddisfare queste legittime attese.
Se noi, cittadini italiani, siamo legittimati ed in grado di decidere da chi e come farci
rappresentare, siamo consapevoli di ciÃ² che vogliamo e di ciÃ² che chiediamo.
Non importa esprimersi con parole forbite o parlare politichese per avere titolo e
diritto di affermare le nostre opinioni.
Tutti noi, cittadini dello Stato italiano, non per concessione di alcuno, ma per nostro
elementare diritto, siamo, in nuce, costituenti, perchÃ© solo da noi, non da altri, trae
legittimitÃ lo Stato e grazie a noi, ai nostri sacrifici, ai nostri risparmi ed alle tasse che noi
paghiamo i potenti politici che, oggi, si arrogano il diritto di giudicarci possono vivere e,
aggiungerei, vivere bene!
Dunque, che nessuno si spaventi o pensi di non essere allâ€™altezza o giudichi
presunzione la scrittura di queste note; in uno stato libero si Ã¨ tutti legittimati a scrivere di
ciÃ² che riguarda tutti, che poi lo si riesca a fare piÃ¹ o meno bene Ã¨ un altro discorso.
Comunque, ripeto, queste scarne notazioni vogliono solo ottenere un modesto
risultato, suscitare la voglia, in altri, di uscire dalla vuota retorica e dalla demagogica difesa
di una Costituzione inadeguata; se poi la si vuole difendere, lo si faccia pure, ma
contrapponendo fatti a fatti, senza nascondersi dietro alla retorica della Costituzione â€œnata
dalla Resistenza!
La Costituzione italiana venne approvata dallâ€™Assemblea Costituente il 22 dicembre
del 1947 e promulgata il 27 dicembre dello stesso anno.
Lâ€™approvazione e la promulgazione giunsero al termine di un lungo processo iniziato
con il decreto del 25 giugno del 1944, il quale assicurava agli italiani, una volta liberato il
territorio nazionale dalla presenza dellâ€™occupante tedesco, il diritto di scegliere la forma
istituzionale nonchÃ© di eleggere unâ€™Assemblea Costituente per la definizione di nuovi
rapporti politico-istituzionali.
Il 2 giugno del 1946 gli italiani elessero lâ€™Assemblea che avrebbe dovuto scrivere le
nuove norme costituzionali, ovvero le basi, i pilastri sul quale erigere lâ€™intero sistema
politico-sociale nel quale si sarebbero dovuti riconoscere.
Non Ã¨ difficile individuare, nellâ€™impianto generale tracciato dalla nostra Carta, il
frutto delle paure e dei fantasmi che agitavano il mondo politico italiano, reduce da un
periodo molto cupo, iniziato con lâ€™avvento di Mussolini e terminato con la dura sconfitta
La principale preoccupazione che emerge Ã¨, sicuramente, quella di evitare, il piÃ¹
possibile, che un qualche organismo statale possa assumere un ruolo predominante.
Emblematica, in questo senso, Ã¨ la scelta compiuta a proposito del modello
istituzionale, in particolare per quanto concerne la definizione del ruolo e dei metodi
elettivi relativi alla figura del Capo dello Stato.
Esclusa totalmente ogni ipotesi di Repubblica Presidenziale, il ruolo e la figura del
Presidente della repubblica appare come un semplice notaio, una figura rappresentativa, un
custode silente degli equilibri istituzionali, senza alcun potere reale1 e, conseguentemente,
alcuna responsabilitÃ 2.
gli articoli che riguardano il Presidente della Repubblica sono quelli che vanno dal numero 83 al numero 91.
Lâ€™articolo 87 ne elenca le potestÃ .
Dalla lettura di questo emerge chiaramente la sua funzione di â€œesecutoreâ€ notarile, infatti egli puÃ²,
autonomamente, inviare messaggi alle Camere, conferire onorificenze e concedere la grazia, ma, per tutto il
resto agisce in conseguenza dellâ€™azione altrui.
ï‚· Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo
ï‚· Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti
ï‚· Indice i referendum
ï‚· Nomina, nei casi previsti dalla legge, i funzionari dello Stato.
ï‚· Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici.
Questa volontÃ di limitare il potere del massimo organo istituzionale appare evidente
nel meccanismo definito per la sua elezione3.
Esclusa, infatti, la possibilitÃ di una investitura diretta da parte del corpo elettorale,
attraverso lâ€™elezione diretta, si Ã¨ preferito il metodo indiretto, ovverosia lâ€™investitura da
parte del Parlamento alla carica di Capo di Stato.
Per garantire un piÃ¹ marcato distacco da ogni ipotesi di investitura popolare, si Ã¨
inteso allargare ulteriormente il numero dei soggetti al quale affidare la possibilitÃ di
concorrere allâ€™elezione del Presidente.
Infatti, oltre ai membri del Parlamento, vengono chiamati a concorrere allâ€™elezione
anche tre delegati per ogni regione, eletti in modo che venga comunque garantita la
rappresentanza delle minoranze4.
Lâ€™inserimento di questi elementi estranei al Parlamento avrebbe dovuto contribuire,
nellâ€™intenzione del costituente, ad annacquare ancora di piÃ¹ lâ€™eventuale coloritura politica
del Presidente, rendendolo tendenzialmente svincolato da legami politici troppo stretti.
Al fine di accentuare tale caratteristica, si Ã¨ prevista una durata in carica del
Presidente maggiore di quella del Parlamento che lo ha eletto, dato che il Presidente resta
in carica per sette anni5, mentre la legislatura dura, ordinariamente, cinque anni6, cosa che
tende ad aumentare il distacco fra le maggioranze politiche e la massima carica dello Stato,
proprio al fine di caratterizzarne lâ€™indipendenza.
Ad un Capo dello Stato trasformato, dunque, in notaio, corrisponde un Presidente del
Consiglio dei Ministri di chiara estrazione parlamentare, dato che proprio dal Parlamento il
Governo deve ricevere lâ€™investitura per poter governare.
Al di fuori di questo, resta la Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura ed il Comando delle Forze
Armate, anche se resta ancora irrisolta la questione relativa allâ€™effettivo comando delle Forze Armate in caso
Lâ€™articolo 90 recita testualmente:
â€œ il Presidente della repubblica non Ã¨ responsabile degli atti compiuti nellâ€™esercizio delle sue funzioni, tranne
che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
lâ€™articolo 83 recita:
Il presidente della repubblica Ã¨ eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.
Allâ€™elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia
assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle dâ€™Aosta ha un solo delegato.
lâ€™elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi
dellâ€™Assemblea. Dopo il terzo scrutinio Ã¨ sufficiente la maggioranza assoluta.
articolo 85 comma 1
articolo 60 comma 1.
Lâ€™organo di massima garanzia costituzionale, dunque, appare il Parlamento, luogo di
incontro di uomini che, nella previsione costituzionale, rappresentano la Nazione,
esercitando la propria funzione senza vincolo di mandato7.
Questa alta affermazione del principio di indipendenza del singolo deputato, trova un
limite nella mancata previsione di metodi atti a garantire tale indipendenza e sovranitÃ .
In realtÃ , il fatto che venga costituzionalmente previsto un particolare ruolo per i
partiti politici, chiamati a concorrere â€œcon metodo democratico a determinare la politica
nazionale8â€ senza che, per questo, si preveda una regolamentazione democratica della loro
organizzazione interna, fa si che, di fatto, i veri detentori del potere siano, proprio perchÃ©
privi di ogni controllo e contrappeso, proprio i partiti politici.
CosÃ¬, a partire dalla data di promulgazione della nostra Carta costituzionale, per
decenni il sistema istituzionale italiano si Ã¨ retto grazie ai difficili equilibri creatisi fra
partiti politici che, seppur ideologicamente contrapposti, si sono ritrovati uniti in un
generale accordo di spartizione del potere reale, complice anche un sistema elettorale
basato sul principio proporzionale, peraltro
del tutto coerente con lâ€™impianto
costituzionale, inefficace per garantire lâ€™efficienza ma ottimo per la sopravvivenza di
individualitÃ e particolaritÃ non sempre legittime e trasparenti.
Lo sfascio generalizzato provocato da questo sistema politico-elettorale, basato su un
accordo trasversale che, di fatto, ha finito per unire la maggior parte dei partiti politici in un
unico grande Partito Unico della Spesa Pubblica, ha finito per rendere palesi le crepe e le
colpevoli inefficienze della struttura statale italiana.
Applicando la previsione costituzionale contenute nel titolo III, relativo ai rapporti
economici, in particolare quelle degli articoli 419,4210 e 4311, si Ã¨ conservato il sistema di
Lâ€™iniziativa economica privata Ã¨ libera.
Non puÃ² svolgersi in contrasto con lâ€™utilitÃ sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertÃ , alla
dignitÃ umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perchÃ© lâ€™attivitÃ economica pubblica e privata possa
essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
La proprietÃ Ã¨ pubblica o privata.I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietÃ privata Ã¨ riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento
e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietÃ privata puÃ² essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi
dâ€™interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle
ereditÃ .
Ai fini di utilitÃ generale la legge puÃ² riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo
indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunitÃ di lavoratori o categorie di imprese, che si riferiscano a
economia pubblica iniziata dal regime fascista, dando ad esso impulso e spazi sempre
Progressivamente, con la nazionalizzazione della societÃ di produzione ed erogazione
dellâ€™energia elettrica, la nascita di grandi monopoli nel settore delle comunicazioni, un uso
massiccio, specie in ambito locale, dello strumento dellâ€™esproprio previsto dallâ€™art. 43, lo
Stato italiano Ã¨ diventato sempre piÃ¹ proprietario e soggetto attivo dellâ€™economia
Un soggetto che, peraltro, ha vissuto e vive godendo di uno status di assoluto
privilegio, eguagliando quello dei monarchi ante Rivoluzione Francese!
I cittadini italiani, infatti, teoricamente i veri proprietari dei beni pubblici, si sono
trovati a dover acquistare beni e servizi da enti nei quali organi deliberanti, organi di
controllo ed organi esecutivi si trovano, nella sostanza, a coincidere, essendo emanazione
di unâ€™unica entitÃ .
Il soggetto Stato, inoltre, si trova ad affrontare la concorrenza di soggetti privati
avendo la possibilitÃ , essendo lâ€™unico soggetto legittimato, di definire regole,
comportamenti e principi legislativi che, ovviamente, determinano i comportamenti dei
propri concorrenti.
In queste condizioni, nulla impedisce al soggetto Stato di emanare provvedimenti ad
esso favorevole, ponendo i soggetti privati in una condizione di oggettiva inferioritÃ .
Questa commistione di interessi pubblici e di potere pubblico, concentrati in unâ€™unica
entitÃ politica, ovvero, in teoria, il Governo e, quindi, il Parlamento, ha fatto si che su
queste immense ricchezze pubbliche si scatenassero gli appetiti di chi si trova nelle
condizioni di gestire tali risorse.
Il sistema clientelare instauratosi allâ€™ombra dei partiti, i veri padroni dei beni
pubblici, ha teso, per decenni, a premiare coloro si mostravano integrati al sistema stesso,
coloro che ad esso erano confacenti, comprimari e consapevolmente riconoscenti.
In queste condizioni, degenerando sempre piÃ¹ la moralitÃ pubblica, si Ã¨ arrivati ad
assicurare successo, prestigio e garanzia di impunitÃ a coloro che agivano, in piccolo o in
grande, in maniera disonesta, non lesinando, in cambio di voti o soldi, autorizzazioni e
servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente
concessioni edilizie irregolari, compiacenza per evasioni fiscali o contributive, posti di
lavoro nel settore pubblico, false pensioni di invaliditÃ .
CosÃ¬, progressivamente, si Ã¨ raggiunto il livello di guardia, il momento nel quale,
dopo aver sopportato per anni che i partiti politici italiani parlassero della famosa
â€œQuestione moraleâ€12 senza, peraltro, fare alcunchÃ© per evitare episodi di corruzione o di
mala gestione, gli italiani hanno capito che i guasti della corruzione erano piÃ¹ alti dei
vantaggi che, individualmente, potevano sperare.
La piena e totale disponibilitÃ dei beni collettivi, che vanno dalle assicurazioni agli
autogrill, gestiti da un gruppo ristretto di uomini, i segretari dei partiti stessi e la loro
â€œcorteâ€, non poteva che questa conseguenza.
Per poter ottenere i risultati sperati, le oligarchie partitiche potevano contare su due
potenti alleati.
Da una parte vi Ã¨ un sistema legislativo arretrato che consentiva, attraverso la
gestione pubblica, di eludere ogni controllo reale, quale quello che si realizza nelle grandi
public-company della tradizione anglosassone.
In queste, infatti, dove, grazie ad un adeguato sistema di budget , con definizione e
determinazione di obiettivi certi, oggettivi e verificabili, e di controllo dei bilanci da parte
di qualificati investitori istituzionali, si attua un reale controllo del management societario.
Dallâ€™altra una cultura, comune a larga parte della nostra classe politica, dominata
dalla concezione tipica di un certo mondo cattolico, quello, ad esempio, legato al pensiero
di Giorgio La Pira13 o a Dossetti14, i quali hanno espresso movimenti culturali strettamente
alleati alla concezione culturale espressa dalla cultura socialcomunista della sinistra
Che esistesse del marcio gli italiani se ne erano accorti in varie occasioni. Sicuramente lo scandalo di
maggiori proporzioni che sconvolse lâ€™Italia prima dellâ€™operazione mani Pulite di Milano, fu il caso Lockeed,
quando potenti uomini politici come Gui e Rumor vennero chiamati a rispondere davanti ad un tribunale delle
accuse di corruzione.
Ricordiamo che, anche a seguito di questi fatti, divenne segretario della DC Zaccagnini, definito â€œlâ€™onestoâ€, e
che la questione morale venne sbandierata da molti alfieri politici, da La Malfa a Berlinguer.
Giorgio La Pira, morto nel 1977, fu sindaco di Firenze per tre volte dal 1951 al 1964.
RappresentÃ² il mondo cattolico militante, sia personalmente che politicamente.
Come sindaco, si dedicÃ² ad unâ€™intesa attivitÃ a favore dei poveri.
La sua concezione politico-sociale tendeva a caricare di connotati fortemente negativi la societÃ capitalistica
e, quindi, denotava una notevole ostilitÃ verso il profitto individuale.
Uomo politico ed ecclesiastico, nato a Genova nel 1913, Ã¨ il patriarca fondatore della ex sinistra
democristiana (ex nel senso che Ã¨ rimasta orfana di una DC disgregatasi sotto lâ€™effetto dello scandalo di
tangentopoli.)
Una delle massime espressioni di questa cultura cattolico-comunista si ritrova nello
scambio di lettere pubbliche che, nellâ€™ottobre del 1979, avvenne fra lâ€™imprenditore Carlo
de Benedetti ed il vescovo dâ€™Ivrea, monsignor Bettazzi15.
Uno dei passi principali, che illustra chiaramente lâ€™idea della societÃ prefigurata da
una certa cultura cattolica Ã¨ il seguente:
Vorrei ..... considerare - scriveva mons. Bettazzi - quanta speranza e
quanta esemplaritÃ potrebbe costituire, e non giÃ per un piccolo gruppo di
privilegiati, ma per le grandi masse e per l'intera collettivitÃ , lo sforzo di
subordinare le
esigenze della produzione a quelle della collettivitÃ ,
riconoscendo nei fatti il primato dell'uomo, che pure tutti proclamano a
PerchÃ©, se Ã¨ ben vero che l'economia Ã¨ una scienza e come tale ha le
sue leggi ineluttabili, Ã¨ altrettanto vero che queste leggi possono essere
valutate, discriminate, orientate secondo finalitÃ diverse.
La conseguenza diretta di questo insieme di fatti e di ambiti culturali, Ã¨ stata che si Ã¨
negata la necessitÃ , per le aziende pubbliche, di dover rispettare rigidi criteri di bilancio,
considerando il deficit finanziario , da ripianare attraverso la fiscalitÃ , una forma di
redistribuzione del reddito e, quindi, di utilitÃ sociale.
Forte di questa copertura ideologica, la nomenclatura oligarchica e partitocratica ha
avuto buon gioco nella gestione deficitaria dei beni pubblici.
Lettera aperta del Vescovo di Ivrea al Vice-Presidente dellâ€™Olivetti pubblicata sul settimanale della diocesi
di Ivrea Il Risveglio popolare del 10 ottobre 1979 riportata da Giorgio Invernizzi in â€œCasi e materiali di
Strategia dâ€™Impresaâ€, Etas Libri 1980 pag.53
.non potremmo ... accusare le masse operaie di aderire ad ideologie &quot;materialiste&quot;, che per loro significano
invece l'impegno realista per la sopravvivenza e la corresponsabilitÃ sociale se chi preme sulla societÃ
dall'alto delle proprie responsabilitÃ davvero ritenesse che il solo guadagno materiale va visto come norma
delle proprie decisioni, e che il lavoro umano non Ã¨ che una &quot;merce&quot; tra le altre merci, da comprare e da
vendere secondo l'andamento del mercato. In tal caso Marx riceverebbe una puntuale conferma delle sue
Quando le classi imprenditoriali prendono decisioni che colpiscono duramente le categorie dipendenti, tanto
piÃ¹ se con effetti di intimidazione, in realtÃ fanno dichiarazioni di guerra, esprimono giÃ una decisione di lotta
La lotta delle classi dipendenti diventa cosi' non un'affermazione ideologica, ma una &quot;difesa di classe&quot;, per il
lavoro e la sopravvivenza, assurgendo a testimonianza efficace e a contributo indispensabile per il
rinnovamento profondo di una societÃ cosi' ingiusta e disumana.
Vorrei invece considerare quanta speranza e quanta esemplaritÃ potrebbe costituire, e non giÃ per un piccolo
gruppo di privilegiati, ma per le grandi masse e per l'intera collettivitÃ , lo sforzo di subordinare le esigenze
della produzione a quelle della collettivitÃ , riconoscendo nei fatti il primato dell'uomo, che pure tutti
proclamano a parole.
PerchÃ©, se Ã¨ ben vero che l'economia Ã¨ una scienza e come tale ha le sue leggi ineluttabili, Ã¨ altrettanto vero
che queste leggi possono essere valutate, discriminate, orientate secondo finalitÃ diverse.
CosÃ¬ nessuna rilevanza Ã¨ stata data alle voragini che , anno dopo anno, si aprivano in
tutte le grandi proprietÃ di stato, dallâ€™IRI allâ€™INPS.
La cosa importante, infatti, non era garantire una corretta gestione, quanto poter
contare sulla direzione di questi enti, per potervi collocare clientes e, come dimostrano le
indagini giudiziarie tuttora in corso, per consentire gigantesche appropriazioni private di
beni pubblici attraverso tangenti e sprechi.
A partire dal 1991, con il primo referendum per eliminare la possibilitÃ di preferenze
multiple sulla stessa scheda elettorale, il sistema dei partiti cominciava a perdere colpi16
Con il successo del referendum che aboliva la quota proporzionale nel sistema
elettorale per il Senato, veniva inferto un colpo decisivo (almeno questa era lâ€™intenzione
dei proponenti) al sistema partitocratico.
Il soprassalto di dignitÃ che ha pervaso la magistratura, dopo anni di quieta
accettazione dellâ€™esistente, ha portato allo scoperto quanto era a conoscenza di tutti gli
italiani, politici e non, ovverosia un enorme sistema politico-economico basato su
corruttela e clientelismo.
Lâ€™insieme di questi avvenimenti politici e giudiziari, ha provocato un forte terremoto
Di fatto di Ã¨ verificata la scomparsa di interi partiti politici, la delegittimazione di
molti potenti personaggi, a partire dallâ€™onnipotente segretario del Partito Socialista italiano,
quel Bettino Craxi che aveva fortemente caratterizzato il mondo politico per circa un
quindicennio.
In pochi mesi, i partiti storici si sono disgregati, lasciando vuoti profondi nel
panorama sociale e politico italiano.
La Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Liberale Italiano, i
cui vertici sono stati letteralmente falcidiati dalle indagini giudiziarie, sono scomparsi.
I leader politici di maggior spessore, a partire da Andreotti e Forlani per la DC,
passando per Craxi, Martelli, De Michelis del Psi, fino ad Altissimo del PLI, sono stati
inquisiti e politicamente distrutti.
Attraverso il sistema della preferenza multipla, il metodo elettorale permetteva due cose.
Da una parte un controllo sul voto, realizzato assegnando alle persone combinazioni di numeri (preferenze)
diversi, in modo tale da poter verificare se dallâ€™interno delle urne tali â€œcombinazioniâ€ uscissero o meno.
Dallâ€™altra permetteva la realizzazione di cordate, consentendo il successo di candidati meno conosciuti che,
comunque, si legavano al carro di un candidato piÃ¹ â€œquotatoâ€.
Lâ€™unico partito che, pur avendo contato un certo numero di inquisiti, ha conservato la
propria identitÃ Ã¨ stato il Partito Comunista Italiano, che, trasformatosi nel Partito
Democratico della Sinistra (PDS) ha conservato, quasi integralmente, il proprio potenziale
sia elettorale che istituzionale17.
A partire dal 1992, gli avvenimenti politici, caratterizzati da questi eventi, si sono
succeduti ad un ritmo incalzante, convincendo alcuni dellâ€™esistenza di una forma di
rivoluzione strisciante, seppure incruenta; in tale un situazione alcuni hanno ipotizzato la
sostituzione della Prima repubblica con la Seconda, mentre il solo Marco Pannella, leader
dei Riformatori, ha sempre sostenuto che, tuttâ€™al piÃ¹, si tratta del secondo tempo della
Dalle elezioni del 27 marzo 1994, conclusesi con la vittoria del Polo delle LibertÃ al
nord e del Polo del Buongoverno al sud, che hanno visto il nascere ed il morire del governo
del Presidente Berlusconi, Ã¨ tornato alla ribalta un problema che, negli ultimi decenni, era
stato accuratamente accantonato, quello dellâ€™equilibrio istituzionale regolato e dettato dalla
Tutte le vicende interne ed esterne del ministero Berlusconi, conclusesi con le
dimissioni dello stesso e la costituzione del governo Dini, hanno contribuito a rendere
surriscaldata lâ€™atmosfera politica italiana.
Ricordiamo, a titolo dâ€™esempio, la questione delle nomine RAI, quella del metodo
elettorale delle Regioni, le esternazioni - al limite dellâ€™opportunitÃ se non della legalitÃ del Pool di Mani Pulite, con il loro susseguirsi d'interventi polemici e la conseguente
divisione in fazioni del mondo politico e di parte della societÃ civile; il dibattito sulle
regole e sulla democraticitÃ o meno della destra italiana.
Molte di queste vicende, in veritÃ , non erano novitÃ assolute, da sempre, ad esempio,
sono stati i partiti politici a decidere delle nomine degli Enti pubblici, RAI inclusa, nÃ© la
questione elettorale puÃ² dirsi recentissima, essendo in discussione da vari anni.
Eppure, politici scafati e mass media hanno accreditato ogni piccolo avvenimento di
unâ€™aurea di novitÃ , di eccezionalitÃ , di evento inaudito, di mai visto prima, tutte espressioni
molto in auge in questo periodo!
Pur avendo subito una scissione, il potenziale elettorale del PCI si Ã¨ suddiviso fra il PDS, maggioritario, e il
Partito della Rifondazione Comunista (il quale, a sua volta, ha visto nascere la diaspora dei Comunisti
Unitari), rimanendo sostanzialmente invariato.
Quali novitÃ erano dunque state introdotte dal governo Berlusconi, tali da suscitare
tanto clamore?
In realtÃ , nessuna, se non il fatto che, dopo alcuni decenni, per la prima volta
arrivavano a decidere vertici e spartizione di posti coloro che, nella maggioranza dei casi,
si affacciavano per la prima volta alla ribalta del panorama politico italiano o che, come nel
caso di Alleanza Nazionale, formazione nata dopo lo scioglimento del MSI, erano state per
anni relegate in una sorta di ghetto politico.
Questa sÃ¬ era una novitÃ , ma ciÃ² spingeva molti a confondere causa ed effetto; il fatto
che fossero nuove le facce e le persone che si proponevano come tese alla gestione di
nomine e distribuzione di cariche accreditava la tesi che fossero novitÃ la spartizione di
queste allâ€™interno delle aree dâ€™influenza dei partiti che queste nomine erano chiamati a fare.
Nulla di tutto ciÃ², dunque, poteva apparire come nuovo, anzi, contrariamente a
quanto molti si attendessero, rappresentava la perfetta continuitÃ con un passato che ci si
affrettava a rimuovere.
Lâ€™unica differenza consisteva nel fatto che, ad una logica spartitoia legata ai vertici
dei principali partiti del centro sinistra e di sinistra, se ne andava sostituendo unâ€™altra legata
ad unâ€™area di centrodestra.
Protestando e proclamando lâ€™inaudita novitÃ del sistema, si cercava di dimenticare
che quello che veniva applicato era nullâ€™altro che il diritto che, di fatto, la legge prevedeva
per i detentori del potere politico.
Un diritto affermato e praticato per decenni, ratificato da unâ€™interpretazione
costituzionale tesa a comprimere le libertÃ economiche individuali a vantaggio di quelle
dello Stato e di chi lo Stato regge, ovverosia i partiti politici e la loro espressione piÃ¹ alta,
le potentissime Segreterie politiche.
La progressiva ingerenza dei partiti politici, con la conseguente occupazione d'ogni
spazio economico, politico e sociale, dall'informazione alle USL fino alle grandi industrie
di proprietÃ dello stato, ha, di fatto, consentito la nascita e lâ€™affermazione di una
Costituzione materiale che, gemmata ma profondamente diversa dallâ€™originaria Carta
fondamentale, lâ€™ha progressivamente sostituita e resa obsoleta, inapplicata ed inapplicabile
La Costituzione Materiale, stravolgendo lo spirito della Carta, ha contribuito alla
nascita ed alla proliferazione di un regime politico caratterizzato da un alto tasso di
antidemocraticitÃ , indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti istituzionali,
svuotando di significato buona parte della Costituzione formale.
Il sistema politico basato su questa seconda Costituzione, mai sancita dalla volontÃ
popolare, riconosceva il partito politico come vero ed unico organo capace di concepire i
bisogni dello Stato, quindi di tutti i cittadini.
PoichÃ©, come vedremo, la Costituzione formale lascia ampi spazi di manovra
allâ€™inserimento
statalistici
progressivamente i partiti politici si sono sostituiti agli organi amministrativi dello stato,
determinando indirizzi politici ed economici , inserendosi nella gestione diretta o mediata
di tutti gli enti che, progressivamente, venivano creati per gestire attivitÃ che, in una
corretta visione di democrazia economica, avrebbero dovuto essere gestiti da enti privati.
politico-economico-sociale,
paradossale, pre cui, alla fine, controllori e controllati finivano per coincidere e nella quale
gli interessi degli uni erano complementari e non conflittuali con gli altri, ha consentito la
degenerazione in malaffare della gestione di buona parte dellâ€™Amministrazione pubblica.
Alla diffusa illegittimitÃ si Ã¨ risposto tardi e male, non con iniziative politiche ma
solo con indagini da parte di una magistratura che, dopo anni di latitanza, sembra aver
ricordato la propria funzione ed il proprio dovere.
Purtroppo, la decadenza e l'imbarbarimento morale che sembra aver permeato la
societÃ italiana, hanno trasformato in eroismo ciÃ² che era dovere.
Di pari passo, la pubblica opinione ha finito per attribuire potere legislativo a chi
rappresentava solo un ordine giudiziario, fino ad al punto di delegittimare i rappresentanti
eletti dal popolo a vantaggio di una legittimazione del tutto impropria di singoli magistrati.
In questo clima, si cerca, da alcune parti, di forzare la volontÃ popolare, operando su
fronti contrapposti.
Da una parte, cercando di imbalsamare lo statu quo, modificando le maggioranze
qualificate necessarie per modificare le norme costituzionali, presentando proposte come la
Bassanini-Elia18, dallâ€™altra, come propone il senatore Miglio, proponendo di utilizzare
La proposta di legge presentata da Bassanini, costituzionalista del PDS e da Elia, costituzionalista del PPI,
giÃ Presidente della Corte Costituzionale, consiste nella revisione dellâ€™art. 138 della Costituzione, sostituendo
la parte che prevede la possibilitÃ di modificare la Costituzione stessa con maggioranza semplice.
I giuristi dello schieramento di centrosinistra, infatti, propongono, in virtÃ¹ dellâ€™introduzione del sistema
maggioritario, di aumentare il quorum necessario ai due terzi dei membri delle camere.
Ricordiamo il testo dellâ€™art. 138:
proprio la previsione dellâ€™art. 138 per introdurre profonde modifiche allâ€™assetto
istituzionale anche solo con una maggioranza semplice; proposta sicuramente legittima ma
poco opportuna, per le ragioni che vedremo, da un punto di vista politico, democratico e
Molte, di fatto, sono le questioni sollevate, in maniera piÃ¹ o meno palese, in materia
di riforma istituzionale.
A nessuno puÃ² sfuggire come la nostra Costituzione non sia piÃ¹ adeguata, nelle sue
previsioni di forma di stato e di governo, a regolare i rapporti sociali di una comunitÃ ormai
alle porte del duemila e, piÃ¹ ancora, verso una dimensione non piÃ¹ nazionale, ma europea.
Troppi sono stati i mutamenti avvenuti nella societÃ negli ultimi cinquantâ€™anni,
rapidamente passata da una realtÃ contadina ad una industriale avviandosi, decisamente,
lungo una strada non di deindustrializzazione ma sicuramente di profonda ristrutturazione,
perchÃ© non si ponga mano alla riforma della nostra Carta.
Le principali questioni sono, ad oggi, quelle relative al federalismo, al metodo per
lâ€™elezione del Presidente o, piuttosto, del Primo Ministro, la questione della legge
elettorale, la divisione o meno della carriera nell'ambito dei magistrati, la riforma del
Consiglio Superiore della Magistratura, il concetto di eleggibilitÃ e le cause di
ineleggibilitÃ elettive.
La stessa composizione del Parlamento Ã¨ oggetto di discussione, dato che alcuni
auspicano il passaggio dal bi al monocameralismo ed una riduzione del numero dei
Tutte questioni alle quali non possiamo non aggiungere quelle relative alla politica
delle comunicazioni, del rapporto fra proprietÃ pubblica e proprietÃ privata e che implicano
un profondo ripensamento dei valori ai quali deve ispirarsi un nuovo modello istituzionale.
La realtÃ contemporanea impone una serie innumerevoli di sfide, sia in ambito
internazionale che in quello nazionale, alle quali nessuna nazione, men che meno la nostra,
â€œLe leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con
due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta
dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne
regionali. La legge sottoposta a referendum non Ã¨ promulgata, se non Ã¨ approvata dalla maggioranza dei voti
Non si fa luogo a referendum se la legge Ã¨ stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle
Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
puÃ² permettersi di sottrarsi e la nostra Carta sembra non essere adeguata per consentire di
affrontarle e vincerle.
Molte voci autorevoli si levano a difesa della Carta Costituzionale, esaltandone i
valori, la genesi ed i principi ispiratori.
Molti di questi autorevoli personaggi appartengono, di fatto, alla nomenklatura, ossia
a quel gruppo di potere che, allâ€™ombra delle regole costituzionali vigenti, Ã¨ cresciuto
occupando, in maniera sempre piÃ¹ marcata, ogni spazio vitale della nostra societÃ , sia a
livello politico che culturale ed economico.
Pochi, degli attuali difensori dâ€™ufficio della nostra Carta, possono vantare una statura
morale come quella di Piero Calamandrei, il quale, in un meditato discorso tenuto a Milano
nel gennaio del 1955, sottolineÃ² gli aspetti positivi della nostra Costituzione.
In particolare, egli sottolineÃ² la valenza sociale dellâ€™art. 34, nella parte in cui recita
che â€œ i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi
piÃ¹ alti degli studiâ€.
Egli si chiedeva:
â€œEh, e se non hanno mezzi? allora nella nostra Costituzione câ€™Ã¨ un
articolo châ€™Ã¨ il piÃ¹ impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto
per voi giovani che avete lâ€™avvenire davanti a voi. Dice cosÃ¬ :â€ Ã¨ compito della
limitando di fatto la libertÃ e lâ€™uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e lâ€™effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
allâ€™organizzazione politica, economica e sociale del paese.19â€
Calamandrei si soffermÃ², in quellâ€™occasione, soprattutto sui compiti istituzionali
dello Stato, quelli di garantire a tutti i cittadini il lavoro, la giusta retribuzione, la
possibilitÃ dellâ€™emancipazione attraverso la pubblica istruzione.
Una cosa, perÃ², tese a sottolineare,:
â€œPerÃ², vedete - continuÃ² - la Costituzione non Ã¨ una macchina che una
volta messa in moto va avanti da sÃ©. La Costituzione Ã¨ un pezzo di carta, la
lascio cadere e non si muove: perchÃ© si muova bisogna ogni giorno rimetterci
dentro il combustibile; bisogna metterci dentro lâ€™impegno, lo spirito, la volontÃ
di mantenere queste promesse, la nostra responsabilitÃ â€
Dunque, una Carta nata imperfetta, rigida nella forma, mutevole nella sostanza.
Generatrice di un sistema istituzionale che, per funzionare, richiede ai cittadini un
costante sforzo di adattamento e di costante vigilanza, che non affida ai puri meccanismi
costituzionali il proprio corretto funzionamento, ma richiede degli attori perfetti, degli
Ottimi che sopperiscano con la propria virtÃ¹ e le proprie capacitÃ alle intrinseche debolezze
Si appella, infatti, piÃ¹ alla buona volontÃ , allâ€™eticitÃ dellâ€™uomo e del politico che alla
semplicitÃ ed allâ€™efficienza della propria struttura, immaginando una classe politica di
ottimati, pronti a sacrificare il proprio interesse personale per il bene della nazione.
La nostra Carta Ã¨ qualche cosa di ancora diverso; essa proclama una serie di alti
principi, disegna un percorso istituzionale, ma, in definitiva, Ã¨ strutturata per consentire
distorsioni e omissioni.
Sostanzialmente, non si configura come una Costituzione laica, quanto, piuttosto,
come la pietra fondante di uno stato etico, del quale il singolo cittadino appare, al tempo
stesso, sacerdote e suddito.
Uno Stato, cioÃ¨, in cui il cittadino Ã¨ libero ma subordinato alle esigenze collettive;
quale senso dare, infatti, alle parole dellâ€™art. 2, nella parte in cui recita che la repubblica
â€œrichiede lâ€™adempimento dei doveri inderogabili di solidarietÃ politica, economica e
socialeâ€?
Quale entitÃ definisce lâ€™inderogabilitÃ di questi doveri? E, soprattutto, che cosa vuol
dire il richiamo alla solidarietÃ politica, economica e sociale?
Ancora, lâ€™art. 4 secondo comma, prescrive che
â€œOgni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilitÃ e
la propria scelta, unâ€™attivitÃ o una funzione che concorra al progresso
materiale o spirituale della societÃ â€
Dunque, se una persona intende passare la propria vita pescando ed arando il proprio
campo, si puÃ² trovare in contrasto con la Costituzione, dato che non contribuisce certo al
progresso materiale o spirituale della societÃ ?
PiÃ¹ in generale , che cosa significa concorrere al progresso materiale o spirituale?
Come puÃ² adempiere a questo dovere, quindi obbligo, il cittadino italiano?
Quale spazio puÃ² avere, in questo contesto, la persona disabile, colui che non Ã¨ in
condizione, per handicap mentale o fisico, di operare liberamente per concorrere al
progresso della societÃ ?
PuÃ² sembrare vuota e retorica polemica, in realtÃ questi due esempi indicano in
maniera estremamente chiara i presupposti sui quali si regge lâ€™impianto ideologico che
sottostÃ alla costruzione della nostra Carta.
Inutile ricordare come la stessa Costituzione preveda un importante limite ad una
delle principali libertÃ individuali, quella della proprietÃ .
Infatti lâ€™articolo 42 rimanda alla legge ordinaria per determinare â€œi limiti allo scopo
di assicurarne la funzione sociale â€œ, arrivando allâ€™assurdo di prevedere che, per legge, si
possa rendere accessibile a tutti la proprietÃ 20.
Difficilmente si puÃ² capire quale significato abbia questa norma, dato che la legge
puÃ² impedire che qualcuno privi unâ€™altra persona della proprietÃ , ma come puÃ² consentire
la nascita del diritto di proprietÃ se ne mancano i presupposti soggettivi?
Se poi, invece, la norma intende affermare che non si possono frapporre ostacoli
legali allâ€™acquisizione di diritti di proprietÃ da parte di chiunque, per ragioni politiche,
religiose, sociali o altro, si puÃ² ben dire che, nella migliore delle ipotesi, il concetto Ã¨
espresso malamente.
Appare, infatti,
inutile e tautologico, essendo sufficiente, se altri non fossero i
presupposti, fermarsi alla prima dizione, ovverosia che â€œla proprietÃ privata Ã¨ riconosciuta
e garantita dalla leggeâ€.
Evidentemente si Ã¨ voluto sottolineare, proseguendo, che tale libertÃ appare
subordinata a principi etici; gli stessi principi che hanno indotto il costituente a scrivere il
terzo comma dello stesso articolo 42, il quale recita che
la proprietÃ privata puÃ² essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo
indennizzo, espropriata per motivi dâ€™interesse generale
Una concezione dello Stato, dunque, che, per quanto ispirata da due culture
antitetiche e complementari, come quella marxista e quella cattolica, risulta estremamente
affine alla concezione propria dellâ€™idealismo gentiliano, ispiratore dello stato fascista e
Recita il secondo comma dellâ€™articolo 42
â€œLa proprietÃ privata Ã¨ riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento
Molte volte si parla di Stato etico contrapposto allo Stato di Diritto ed alla
concezione laica dello Stato, riferendosi ad una concezione ormai superata o, semmai,
affine alle teocrazie che si sono affermate nelle cosiddette repubbliche islamiche.
In realtÃ , lo stato etico continua a sopravvivere in molte nazioni, colorandosi, molte
volte, di nazionalismo o, altre volte, come stato sociale.
Lo Stato assurge, in questo contesto, a valore piÃ¹ alto, si rivela il mezzo ed il fine, lo
strumento attraverso il quale la Nazione, intesa come unitarietÃ di popolo e cultura, puÃ²
raggiungere i propri obiettivi in termini di affermazione di sÃ©, sia che si proponga il
raggiungimento di una purezza etnica - come nel caso degli Stati sorti nella ex-Jugoslavia sia che voglia perseguire, come fine, il raggiungimento di valori immateriali come la
felicita o la giustizia.
Interessante Ã¨ riportare, a proposito del concetto di Stato elaborato dai tecnici legati
al movimento fascista, quanto scritto nellâ€™Enciclopedia Italiana, edita dallâ€™Istituto della
Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, che ebbe Gentile come Presidente:
â€œNon vâ€™Ã¨ fatto grande nella vita del genere umano che esso (lo Stato
N.d.R.) ignori. NonchÃ© indifferente nelle lotte che dilacerano la societÃ , di
continuo prende partito, suscitando i piÃ¹ alti valori di umanitÃ .
Se la precedente filosofia, soprattutto col Kant, poteva concepire uno
stato limitato ad assicurare la paritaria coesistenza esterna dei soggetti, la
esclusiva tutela giuridica, il nuovo stato il diritto vede forma del piÃ¹ vivo
contenuto umano e questo nelle infinite guise fa suo.
Tutti i fini divengono il fine dello Stato, il quale, trasportandosi su un
piano che travalica le generazioni, le sottrae alla contingenza.
Economia, morale, arte, religione, sono per lo Stato, sicure nello Stato.
La vita stessa nei piÃ¹ nobili tratti, quelli per cui lâ€™uomo piÃ¹ si avvicina a
Dio, Dio puÃ² celebrare, Ã¨ condizionata dalla sublime realtÃ dello Stato21
A proposito della concezione fascista dello Stato, si legge ancora che
Enciclopedia Italiana, edita dallâ€™Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani vol. XXXII
pag.617
il fascismo ... nega esservi diritti fuori dallo Stato, che lo Stato non
configuri e renda efficienti ai fini di una vita non atomisticamente, bensÃ¬
unitariamente e organicamente intesa
Questa concezione organica confluisce poi, successivamente, nella teoria del sistema
corporativo, dato che, come si legge sempre nellâ€™Enciclopedia Italiana
â€œLâ€™individuo...viene organizzato in corpi sociali ognora piÃ¹ comprensivi,
come lo stato, sottratto allâ€™isolamento del despota, Ã¨ sospinto ad adeguarsi
agli scopi sociali in cui lâ€™individuo si organizza.
Lâ€™essenza dellâ€™individuo vuole che esso tenda alla corporazione, a
spiegarsi nellâ€™organizzazione corporativa...
Il corporativismo fascista costituisce la piÃ¹ affinata coscienza di questa
essenza assoluta dello stato e lo sforzo piÃ¹ efficiente di una sua realizzazione
su piano storico.
Intendiamo ora perchÃ© lo stato per il fascismo Ã¨ etico, etico perchÃ©
corporativo, corporativo perchÃ© etico.
Nulla di ciÃ² che nello spirito e dallo spirito fiorisce Ã¨ a lui estraneo,
dalla filosofia alla religione, allâ€™arte, che in esso sono perchÃ© ad esse danno
coscienza e valore.
Lâ€™individuo, nello stato fascista Ã¨ tutelato e protetto, elevato
dallâ€™empiria alla sublimitÃ dellâ€™associazione, valorizzato.
La tutela proclamata va oltre la vita individuale e riguarda lâ€™uomo
nella continuitÃ della specie.
Una qualche eco del sistema corporativo si ritrova anche nella Costituzione italiana,
in particolare nella previsione dellâ€™articolo 99, relativo al Consiglio nazionale
dellâ€™economia e del lavoro (CNEL).
recita infatti lâ€™articolo 99:
Il Consiglio nazionale dellâ€™economia e del lavoro Ã¨ composto, nei modi
stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in
Eâ€™ organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e
secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge.
Ha iniziativa legislativa e puÃ² contribuire alla elaborazione della
legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti
Di fatto, scarsa importanza ha assunto questo istituto, prevalendo un sistema
neocorporativo che, come vedremo meglio in seguito, attraverso il sistema della cosiddetta
concertazione22, taglia fuori gran parte dei canali istituzionali per prevedere un accordo
diretto far Governo e parti sociali (sindacati ed associazioni imprenditoriali).
CosicchÃ© non si Ã¨ avuto bisogno di ricorre ad uno strumento di compensazione come
quello previsto dalla Costituzione, potendo agire attraverso un colloquio diretto, con un
Parlamento che, di fatto, si Ã¨ trovato in condizione subordinata rispetto ad accordi stipulati
al di fuori della prassi istituzionale.
Lâ€™accostamento della concezione dello Stato etico gentiliano con la nostra Carta
suscita, sicuramente, piÃ¹ di un risentimento, ma Ã¨ indubbio che le principali componenti
dellâ€™Assemblea Costituente, la marxista e la cattolica, si trovassero a condividere, seppure
con presupposti diversi, una comune visione dello stato.
Per entrambi, infatti, lâ€™entitÃ statuale non appare come un ente astratto, una mera
sovrastruttura che riceve la propria legittimitÃ dalla comune volontÃ di cittadini di
investirla di un compito preciso, quanto, piuttosto, una struttura ben precisa, viva,
portatrice di valori propri.
Lo Stato, come si puÃ² capire anche dalla lettura della Costituzione, Ã¨ chiamato a
svolgere una funzione di indirizzo, di salvaguardia, di controllo dellâ€™operato dei singoli
cittadini, ai quali richiede di operare per il bene collettivo, sia materiale che morale.
Uno stato quindi che non si pone al servizio del cittadino, che non trae legittimazione
dalla volontÃ popolare, ma che, piuttosto, legittima con la propria esistenza e le proprie
regole, lâ€™operato dei cittadini, ai quali richiede lâ€™adempimento dei doveri di solidarietÃ ,
concede il privilegio della proprietÃ , purchÃ© subordinata ai propri interessi, garantendo, in
compenso, almeno sulla carta, lavoro e benessere.
Si intende definire con tale termine una prassi ormai consolidata da decenni, in virtÃ¹ della quale molti
importanti provvedimenti legislativi, soprattutto in campo economico ma anche politico e sociale, vengono
preliminarmente discussi dal Governo con le cosiddette parti sociali, in particolare i sindacati confederali CGIL, CISL, UIL- e le rappresentanze imprenditoriali - Confindustria, Confcommercio etc. - .
Una volta definito un certo tipo di accordo, il governo emana un decreto legge o, piÃ¹ raramente, un disegno di
legge; il Parlamento poi si troverÃ , di fatto, a svolgere un ruolo notarile, limitandosi, con rare e non incisive
modificazioni, a prendere atto di quanto stabilito al di fuori dei normali canali istituzionali.
Dunque, uno stato etico, come concepito dallâ€™idealismo gentiliano, dal materialismo
marxiano, dalla dottrina sociale della Chiesa.
Ben lontano da quei modelli di stato laico ai quali, secondo i proclami, si ispirerebbe
larga parte del mondo politico italiano.
Nella concezione di Stato laico, infatti, lâ€™accento viene posto sulla libertÃ del singolo
cittadino, sul suo diritto allâ€™uguaglianza giuridica, allâ€™affermazione dei precetti dello Stato
di diritto, allâ€™interno del quale non vi Ã¨ alcun privilegio per lâ€™Ente statale, ma esso appare
soggetto alla legge esattamente come il cittadino comune.
Lo Stato, in questa concezione, trae la propria legittimazione dai cittadini, che in esso
si riconosco ed al quale chiedono lâ€™assolvimento di un compito preciso, quello di
amministrare i beni comuni.
Non giÃ , quindi, lo Stato come portatore di valori, bensÃ¬ come insieme di volontÃ ,
coordinatore e gestore dei beni comuni, regolatore del mercato attraverso lâ€™emanazione di
leggi e non come soggetto attivo.
La difesa della Carta Costituzionale Ã¨ anche la difesa di una concezione etica dello
stato, magari identificando lo stato etico con lo stato sociale, assumendo come valore
assoluto, guida dellâ€™attivitÃ statuale, la tutela del cittadino, anche a costo di gravi costi
sociali, in termini di deficit pubblico, inefficienza e disservizio.
In realtÃ , proprio grazie alla mistificazione dello stato etico-sociale, si Ã¨ potuto
sostenere un sistema istituzionale che, andando oltre la lettera della Costituzione,
interpretandone, comunque, perfettamente lo spirito originario, ha garantito potere alle
oligarchie partitiche e finanziarie, strettamente legate in un sistema di reciproco interesse.
Da una parte un mondo politico teso a sfruttare al meglio le opportunitÃ offerte da
uno regime di socialismo reale, dallâ€™altro un sistema economico e finanziario legato ad una
concezione protezionista dellâ€™economia, refrattario alle leggi di mercato, poco propenso ad
affrontare il mare aperto della concorrenza internazionale senza il paracadute offerto
dallâ€™intervento e dal sostegno dello stato.
La convergenza di interessi fra oligarchia politica e oligarchia finanziaria ha prodotto
un sistema istituzionale apparentemente fragile, in realtÃ in grado di garantire una certa
stabilitÃ , poco importa se basandosi sul disavanzo pubblico e sullo spreco sistematico di
La difesa retorica della nostra Costituzione, contrabbandata come la piÃ¹ avanzata del
mondo, la piÃ¹ sensibile ai problemi sociali, nasce da questa comune volontÃ di
conservazione dello statu quo.
CosÃ¬, facendo leva sulla previsione costituzionale, non si accetta che venga rimesso
in discussione lâ€™intero impianto costituzionale, ma si pretende di far credere che si possano
risolvere le molteplici contraddizioni istituzionali attraverso semplici ritocchi, quali quelli
realizzabili con i tempi ed i modi previsti dallâ€™articolo 138.
Ben diverso impatto potrebbe avere, al contrario, una revisione radicale e sistematica
dellâ€™intera Costituzione; revisione realizzabile perÃ², solo attraverso la convocazione di una
nuova Assemblea Costituente, dato che solo attraverso questo sistema si potrebbero
affrontare compiutamente tutte le problematiche fin qui esposte, a partire dalla concezione
di stato che deve sottostare alla costruzione legale.
Coloro che si trovano a difendere strenuamente la Carta si ritrovano insieme,
puntualmente, in una serrata opposizione ad ogni ipotesi di convocazione di una nuova
Questa opposizione Ã¨ una conseguenza logica della difesa costituzionale, dato che in
essa non vi Ã¨ alcuna previsione di questo tipo, anzi, vi Ã¨ una specifica previsione
procedurale nellâ€™ipotesi in cui si dovesse provvedere ad una qualsiasi modifica.
Questa forma procedurale Ã¨ quella richiamata dall'art. 138 che recita testualmente:
sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad
intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre
mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di
una Camera o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non
Ã¨ promulgata, se non Ã¨ approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge Ã¨ stata approvata da ciascuna
delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
Al di lÃ di questo aspetto specifico, si afferma , piÃ¹ in generale, che la nostra Carta
Costituzionale rappresenta il punto di arrivo delle concezioni ideali che promossero la
resistenza al regime fascista e che, allâ€™interno dei 139 articoli dai quali Ã¨ composta, vi si
ritrovano altri concetti di giustizia sociale, tutela delle libertÃ individuali ed una equilibrata
presenza di tutela dellâ€™iniziativa privata senza ledere il principio solidaristico.
Oltre a questo, si dice, il meccanismo istituzionale disegnato e preordinato dalla
Carta esalta i principi democratici, regolando in maniera corretta i rapporti fra i poteri e
garantendo, quindi, ampia rappresentativitÃ agli organi parlamentari.
Si afferma che certi principi, quali ad esempio quello stabilito dallâ€™art. 45 - a
proposito della tutela della cooperazione - o quanto stabilito dallâ€™art. 41- in base al quale
lâ€™iniziativa privata viene riconosciuta libera purchÃ© non in contrasto con lâ€™utilitÃ sociale - ,
rappresentino un merito essenziale della nostra Carta.
Attraverso queste asserzioni i costituenti cercarono, quindi, di coniugare
lâ€™accettazione di un sistema economico, che si preannunciava integrato con i sistemi
economici occidentali, basati su principi capitalistici, con una concezione piÃ¹
solidaristica, se non addirittura anticapitalista, propria sia della dottrina sociale della Chiesa
Cattolica che dellâ€™opposizione socialista e comunista.
Lo Stato etico, dunque, viene concepito come entitÃ che possiede unâ€™anima ed un
pensiero proprio, al di sopra dei cittadini, i quali sono chiamati a contribuire, con le loro
forze, siano esse fisiche che economiche, al suo mantenimento, al fine di consentirgli di
raggiungere lo scopo per il quale esso esiste.
Uno scopo, un fine, che sembra sfuggire alla maggior parte di coloro che nello Stato
vivono e del quale sono, per certi aspetti, sudditi, ma del quale non possono che essere
Allâ€™interno di questa struttura, coloro che incarnano la missione statale, ne
interpretano il pensiero, ne coordinano le azioni, non possono che essere coloro che, al
contrario della maggioranza dei cittadini, in virtÃ¹ di doti particolari, riescono ad
immedesimarsi con esso, a diventare un tuttâ€™uno con lo spirito dello Stato, in definitiva,
persone che appartengono ad una ristretta Ã©lite di
inevitabilmente posti al di sopra di tutti gli altri.
Come potrebbe, altrimenti, esprimersi lo spirito dello Stato, se non attraverso dei
qualificati esegeti, dei fedeli interpreti, selezionati non giÃ attraverso metodi di selezione
democratica, bensÃ¬ con la selezione e la cooptazione dei migliori da parte dei migliori?
Per quanto tutto questo possa apparire, a prima vista, del tutto paradossale, lontano
dalla struttura politica disegnata dalla nostra Costituzione, in realtÃ , come i fatti degli
ultimi cinquantâ€™anni dimostrano, proprio questo Ã¨ avvenuto e proprio su questo si regge il
sistema politico italiano.
Se solo ripensiamo alle segrete ed occulte vicende che avvengono allâ€™interno delle
stanze chiuse delle segreterie dei partiti, con lâ€™incrociarsi di lotte sotterranee per la
conquista dei gangli vitali dei partiti, delle prebende e degli ostracismi con i quali si
premiano o si penalizzano vincitori e vinti delle cordate politiche, si puÃ² capire che la
democrazia, in effetti, non abita qui.
Quali possibilitÃ di controllo democratico puÃ² esercitare, oggi, il singolo cittadino,
lâ€™elettore che non puÃ² influire sulla scelta dei candidati, che non puÃ² concorrere alla
letteralmente: Belli e buoni, come definivano gli antichi greci coloro che erano gli aristocratici, i migliori.
formazione della linea politica del proprio partito dâ€™elezione, neppure iscrivendosi a
GiÃ nel 1300 Marsilio da Padova scriveva che
&quot; Noi diciamo che il legislatore, ovvero la causa effettiva, prima e
propria della legge, Ã¨ il Popolo, ossia l'universalitÃ dei cittadini o, almeno, la
maggioranza di essi&quot;24.
Se si pensa che questo sia vero, si comprende subito quale abisso separi lo Stato di
Diritto dallo Stato Etico, perchÃ© nel primo Ã¨ il cittadino la pietra base, il principio fondante
dello stato stesso, non giÃ un semplice orpello, il mero esecutore di una volontÃ aliena che
gli si sovrappone e che, in alcuni casi, gli si oppone.
Nello Stato di diritto, tutti, a partire dallâ€™organizzazione statale, sono sottoposti
allâ€™osservanza delle leggi e, questâ€™ultime, vengono emanate da rappresentanti del popolo,
in nome e per conto del popolo, al servizio del popolo.
Uno Stato di diritto non si pone come fine, non persegue il raggiungimento di ideali,
di unificare nazioni, obbedire a precetti divini.
Esso, piÃ¹ semplicemente, tenta di assolvere a quello che ritiene un preciso dovere,
garantire l'efficienza della macchina dello stato; efficienza necessaria soprattutto per
garantire veri servizi e, quindi, veri spazi di democrazia.
Una funzione, dunque, di pura amministrazione di quello che Ã¨ lâ€™unico patrimonio
collettivo, il benessere e la ricchezza dei singoli cittadini, la soddisfazione delle loro
richieste legittime, nel rispetto della volontÃ della maggioranza e della tutela delle tante
minoranze, sociali, culturali, religiose che in esso si trovano a convivere.
Dunque, non dovendo perseguire obiettivi sovrannaturali, lo stato laico non ha
bisogno di faraoniche burocrazie autoriproducentesi, di tecnostrutture spersonalizzate; ha,
piuttosto, la necessitÃ di una struttura semplice e snella ,allo scopo di avvicinare sempre di
piÃ¹ lo stato al cittadino.
Il regionalismo, nel caso italiano, poteva rispondere a questa esigenza, se solo non si
fosse scelta la strada della loro burocratizzazione, la ripetizione in ambito piÃ¹ ristretto,
delle inefficienze centrali.
Marsilio di Bonmatteo Mainardini, nato a Padova tra il 1275 ed il 1280, morto tra la fine del 1342 ed i primi
mesi del 1343, autore del Defensor Pacis, la maggiore opera di teoria politica scritta nel Medioevo,
affondando le proprie radici nellâ€™esperienza dei Comuni ed affermando la paritÃ dei cittadini, senza
distinzione di censo e status.
Se alle Regioni, cosa che non Ã¨ stata fatta fino ad oggi, si affideranno molte delle
competenze che, attualmente, sono prerogativa dello stato, lasciando ad esso una funzione
di coordinamento e composizione di eventuali controversie su questioni ambientali o di
utilizzo di risorse comuni (vedi fiumi, laghi, strade), si potrÃ cominciare a parlare di vera
nuova democrazia.
In questa ottica, la democrazia dovrÃ essere sempre di piÃ¹ di base; il cittadino-elettore
dovrÃ essere chiamato a decidere direttamente su chi, ad esempio, dovrÃ gestire le strutture
sanitarie locali, chi sarÃ il Provveditore agli studi locali, chi dovrÃ gestire la polizia
comunale, e cosÃ¬ via.
Progressivamente, cosÃ¬ operando, si prosciugherebbero i mille rivoli che portano
acqua al fiume dellâ€™oligarchia partitocratica, restituendo dignitÃ ai cittadini, finalmente
liberi di scegliere e di sbagliare, ma con la certezza di correre pochi rischi, potendo
rimediare dopo pochi anni con una nuova tornata elettorale.
Per quanto riguarda la gestione dello Stato, ovverosia l'amministrazione di quanto di
residuale spetta all'ente centrale (difesa, esteri, interni, pubblica istruzione, finanza
pubblica - ovverosia gestione delle entrate e delle spese -) al fine di garantire efficienza a
questa gestione, si tratterÃ di valutare, in unâ€™armonica ridefinizione della forma di stato e di
governo, quale struttura dare al sistema politico istituzionale italiano, scegliendo fra i tanti
modelli esistenti, dal parlamentarismo puro al presidenzialismo nordmericano.
Sicuramente, dato che nessuno puÃ² essere legittimato a rappresentare lâ€™idea dello
Stato, la burocrazia statale dovrebbe subire una profonda modifica, riportando il Governo
alla sua funzione primaria, quella di responsabile della Pubblica Amministrazione.
CosÃ¬ i Direttori Generali dei Ministeri dovrebbero essere nominati dal governo, per
coerente gestione amministrativa e restare in carica per la durata del mandato governativo.
Il parlamento potrebbe benissimo essere monocamerale, eletto con metodo
uninominale ad un turno unico, in presenza di una normativa elettorale che imponga lo
svolgimento, con metodo predefinito ed obbligatorio, di elezioni primarie.
Dovrebbero essere eletti con metodo proporzionale, invece, i membri degli alti organi
di controllo, come ad esempio la Corte Costituzionale.
Stesso criterio potrebbe essere definito per l'elezione del presidente delle Regioni,
lasciandole libere di definire i criteri per l'elezione dei consigli regionali.
Insomma, applicando il principio caro allâ€™ex ministro delle Finanze, lâ€™onorevole
Tremonti, passando dal complesso al semplice, recuperando lo spirito e lâ€™originario
compito che la concezione dello Stato di diritto affida ai governanti ed ai legislatori, lâ€™Italia
e molte altre repubbliche, europee e non, potrebbero diventare delle vere democrazie.
Una Rivoluzione Copernicana che si affermerebbe qualora passasse il principio, giÃ
prospettato, di una diffusione della democrazia, rendendo eleggibili molte delle cariche
che, oggi, sono affidate ai patteggiamenti fra i partiti o per iter burocratico.
Pensiamo all'elezione di un Direttore sanitario, responsabile della gestione
amministrativa e della politica sanitaria di un Comune (Area Metropolitana) o di un
Provveditore agli Studi.
Al minor tasso di clientelismo ed alla maggiore trasparenza ed efficienza nella
gestione delle risorse che potremmo avere eliminando le Provincie, i Coreco, gli organi di
controllo statali sulle regioni, i Prefetti.
Al fiorire di nuove professionalitÃ , opportunitÃ e mobilitÃ territoriale, circolazione di
idee, culture ed esperienze professionali con la nascita di professionisti non piÃ¹ legati alle
logiche clientelari bensÃ¬ alla necessitÃ di ben operare per poter essere eletti.
Ad esempio, un Provveditore agli studi, il mandato del quale durasse 3 anni
rinnovabile al massimo per altri 3, dovrebbe ben operare perchÃ© solo cosÃ¬ potrebbe sperare
di essere eletto in un altro Comune; lo stesso dicasi per un Dirigente sanitario.
Periodi brevi, per impedire il radicarsi di clientele, ma sufficientemente lunghi per
impostare politiche scolastiche e sanitarie.
In quest'ottica di decentramento democratico e di reale coinvolgimento e
partecipazione dei cittadini, la paura di una figura forte, quella del Presidente, verrebbe a
perdere consistenza.
Se poi pensiamo ad organi di controllo eletti con il metodo proporzionale, con un
adeguato sistema di contrappesi, potremmo cominciare a pensare e sperare di vedere la fine
di un lungo tunnel nel quale, oggi, rischiamo tutti di morire soffocati.
Nellâ€™ambito di questa rivoluzione copernicana, il cittadino si troverebbe, finalmente,
ad essere il vero motore, il fulcro dello Stato.
Non piÃ¹, quindi, soggetto passivo, mezzo attraverso il quale si esprime lo spirito
dello Stato, ma causa prima di ogni azione statale.
Sicuramente si tratterebbe del ritorno allâ€™antico, alle concezione democratiche dei
primordi, al contratto sociale di J.J Rousseau, a Montesquieu25, fino ad Hobbes e Smith.
A chi ritenga ciÃ² utopistico o contrario ai proclamati principi di solidarietÃ e di stato
sociale, tanto cari a parte delle dottrina economica e politica contemporanea, si dovrÃ
ricordare che, basandosi su questi principi, sono sorte le grandi democrazie moderne, con
la loro negazione si Ã¨ dato vita ai mostri hitleriani, staliniani ed alle teocrazie
In questo contesto di riappropriazione della sovranitÃ da parte del popolo, che senso
avrebbe, ad esempio, mantenere i limiti imposti dallâ€™attuale Costituzione ai diritti
referendari?
Ricordiamo che, a norma del comma 2 dellâ€™articolo 75 della Costituzione, non si
possono richiedere referendum in materia di leggi tributarie e di bilancio nÃ© per
lâ€™autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
In pratica, i cittadini sono limitati nella loro capacitÃ di esprimersi su due materie
specifiche, quelle tributarie e quelle relative alla politica estera.
La prima limitazione poggia su di un preciso presupposto, che i cittadini siano tutti
potenzialmente contrari a contribuire, attraverso la fiscalitÃ , al mantenimento dello Stato.
Questa impostazione negativa, rende palese la diffidenza che permea il mondo
politico italiano nei confronti dei cittadini; da anni, sistematicamente, tutti i politici hanno
bacchettato il popolo italiano, accusandolo di essere, nella propria maggioranza produttiva,
un assieme di evasori fiscali.
Nel suo De Lâ€™esprit des lois, Montesquier esprime il concetto di reddito dello Stato come parte del reddito
privato del quale i cittadini si privano per poter godere, con sicurezza, del rimanente.
Questa accusa serviva, in pratica, a giustificare un regime fiscale dei piÃ¹ terroristi che
mai si siano visti, almeno da quando sono cadute le monarchie assolute e si Ã¨ sviluppato il
principio dello Stato di diritto.
In nessunâ€™altra nazione del mondo occidentale, infatti, il cittadino-contribuente Ã¨
obbligato al rispetto di regole ed adempimenti come in Italia, oltretutto senza alcuna
certezza e con pesanti sanzioni per banali errori anche solo di carattere formale.
Questa diffidenza trova la propria radice proprio nella nostra Carta, la quale,
rifiutando il diritto dei cittadini di esprimersi nei confronti delle leggi fiscali, sceglie una
filosofia di finanza pubblica molto simile a quella delle monarchie pre Rivoluzione
Eppure, lâ€™articolo 81, allâ€™ultimo comma, recita che â€œ Ogni altra legge (al di fuori
della legge finanziaria N.d.R.) che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi
per farvi fronteâ€
Riecheggiando, cosÃ¬, quanto scritto da Wicksell26, il quale, illustrando il principio
della volontarietÃ dellâ€™approvazione delle imposte, scrisse che
â€œLâ€™attuazione pratica di ciÃ² che vorrei chiamare il principio della
volontarietÃ e dellâ€™unanimitÃ dellâ€™approvazione delle imposte richiede
contemporaneamente si siano decisi i mezzi necessari per la sua copertura27â€
Ancora, lâ€™impostazione dellâ€™articolo 53, al primo comma, recita che â€œ Tutti sono
tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacitÃ contributivaâ€,
ricalcando quanto scritto da Smith, ovverosia che
â€œ i sudditi di ogni Stato dovrebbero contribuire a mantenere il Governo,
in proporzione quanto piÃ¹ possibile stretta alle rispettive capacitÃ : ossia in
proporzione al reddito di cui rispettivamente godono sotto la protezione dello
Statoâ€.
Eppure, nonostante i richiami palesi a concezioni di economia classica, il fatto stesso
che si statuisca, a livello costituzionale, che il sistema tributario debba essere informato a
criteri di progressivitÃ 28, che si preveda lâ€™utilizzo dello strumento dellâ€™esproprio29, della
Knut Wicksell, nato a Stoccolma il 20 dicembre del 1851 e morto il 3 maggio 1926 fu economista di grande
valore e prestigio.
Knut Wicksell â€œIntorno a un nuovo principio di giusta tassazioneâ€ in â€œTeorie della Finanza Pubblicaâ€.a cura
di Franco Volpi, Franco Angeli Editore, Milano 1975, pagg. 134 e seg.
articolo 53 2 comma
limitazione, per legge, ai diritti di successione consentendo allo Stato di poter vantare
diritti sugli stessi30 ed altre limitazioni ai principi di proprietÃ e di libertÃ dâ€™impresa, ci
induce a riflettere sulla reale matrice culturale sottostante alla Carta.
Una matrice che si evidenzia proprio nel momento in cui, paradossalmente, la nostra
Carta cerca di presentarsi come tesa a tutela i diritti dei cittadini, attraverso lo strumento
Proprio il fatto che venga negata la possibilitÃ di sottoporre a referendum le leggi
tributarie ci dice quanto essa sia lontana dalla concezione di democrazia economica.
Il principio di volontarietÃ e dâ€™unanimitÃ delle imposte, infatti rappresenta la chiave
di volta, la cartina di tornasole del carattere di democrazia liberale o meno di una Carta
Secondo tale principio, rivoluzionario nella sua espressa semplicitÃ , partendo dal
presupposto che, essendo lâ€™attivitÃ dello Stato riconosciuta come di utilitÃ generale, dunque
dovendosi confrontare lâ€™utilitÃ attesa, con il necessario sacrificio richiesto ai singoli
cittadini, si puÃ² sempre giungere a trovare una ripartizione dei costi
â€œtale da far apparire a tutti i partiti...come indubbiamente conveniente e
da farla approvare allâ€™unanimitÃ . Se ciÃ² con Ã¨ possibile in alcun modo, allora
câ€™Ã¨ la dimostrazione a posteriori, anzi lâ€™unica dimostrazione possibile, che
lâ€™attivitÃ pubblica in questione porterebbe alla collettivitÃ solo un utile non
corrispondente al sacrificio necessario per realizzarla e quindi deve essere
razionalmente respinta.31
Secondo tale impostazione, proprio la volontaria accettazione dellâ€™imposizione,
strettamente correlata con la convinzione che il gettito di questa vada a finanziare opere
precise e generalmente accettate, farebbe si che non mancassero mai i mezzi per la
realizzazione di tali opere.
Esattamente il contrario di quanto si sta facendo in Italia in campo fiscale, dove si ha
una pressione fiscale elevata e servizi non allâ€™altezza di quanto il cittadino Ã¨ chiamato a
Situazione che, di fatto, legittima il ricorso allâ€™evasione fiscale, non percepita come
atteggiamento antisociale, bensÃ¬, quasi, come legittima difesa contro un apparato
articolo 42 ultimo comma
Knut Wicksell op.cit.
burocratico rapace, esattamente come veniva percepito dai contadini che nascondevano
grano ed animali per difenderli dalle razzie degli ufficiali e dagli sgherri dei sovrani e
feudatari medioevali32.
Portando a termine lâ€™auspicata rivoluzione copernicana, passando dal complesso al
semplice, consentendo ai cittadini un effettivo controllo sulle spese dello Stato, attraverso
un rafforzamento delle autonomie locali (regioni e comuni), sicuramente sarebbe molto piÃ¹
agevole di quanto lo sia oggi rendere effettivi questi principi di democrazia economica.
Non Ã¨ qui il caso di approfondire le teorie economiche che si possono basare sul
principio della volontaria accettazione, sicuramente, comunque, appare evidente che la
previsione costituzionale tesa a negare la possibilitÃ , ai cittadini, di intervenire
direttamente, su questioni di bilancio e fiscali, pone il nostro sistema tributario e di finanza
pubblica al di fuori di tale previsione.
Il fatto che gli elettori non possano influire su decisioni di questa importanza,
attraverso le quali si decide della vita di tutti i cittadini, basta a farci comprendere la
struttura fortemente oligarchica, elitaria ed etica della nostra attuale Costituzione.
Prima di analizzare in dettaglio alcuni aspetti particolarmente significativi della
nostra Carta fondamentale, preme riportare alcuni commenti di Sergio Ricossa, scritti in
tempo reale, dato che egli, allora studente, fu testimone attento ed accorto dei lavori della
Secondo illustri opinionisti, politici e sindacalisti, lâ€™Italia sarebbe un paradiso per gli evasori e tali sarebbero,
secondo questa linea di illuminato pensiero, solo ed esclusivamente imprenditori, artigiani, commercianti e
liberi professionisti in genere.
Virtuosi forzati del fisco sarebbero, sempre secondo questi illuminati, i soli lavoratori dipendenti, in virtÃ¹ del
meccanismo delle trattenute obbligatorie sulle retribuzioni.
Come molte volte accade, la realtÃ Ã¨ ben piÃ¹ complessa della sua rappresentazione schematica ed
Se sicuramente si nascondo ampi spazi di evasione fra queste categorie, non si puÃ² dire che ne sia immune
almeno una buona parte dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati.
Troppo diffusa, infatti, appare la pratica del cosiddetto doppio lavoro, consistente nello svolgere un lavoro
parallelo a quello ufficiale, rigorosamente â€œal neroâ€, cosÃ¬ vediamo operai comunali che si improvvisano
giardinieri privati, operai meccanici che imbiancano o si improvvisano idraulici, insegnanti che danno
ripetizioni e cosÃ¬ via.
Per non dire, poi, che chiunque si trovi nella condizione di acquistare un immobile prova lâ€™irresistibile
tentazione di dichiarare un minor imponibile per risparmiare sullâ€™imposta di Registro o sullâ€™IVA o, se dovuta,
sullâ€™INVIM.
La complicata impostazione burocratica italiana, poi, rende inevitabile che una serie di piccoli lavori
domestici, come ad esempio lâ€™attivitÃ di baby-sitter, sia svolta regolarmene in nero, anche perchÃ© nessuna
possibilitÃ di detrazione viene concessa a chi tale spesa deve sostenere, dovendo lavorare o non potendo
contare su famiglie estese.
Questi commenti sono riportati nel suo libro â€œCome si Manda in rovina un paeseâ€
(ed. Rizzoli 1995).
Scriveva nel suo diario Ricossa nel 1948:
Come si fa a prendere sul serio una costituzione che esordisce: â€˜Lâ€™Italia
Ã¨ una Repubblica fondata sul lavoro'? Giustamente Arturo Labriola, che ha
letto Marx, si Ã¨ rifiutato di votare lâ€™articolo. Il lavoro, se non Ã¨ sfruttamento, Ã¨
pena, a parte i pochi privilegiati, che lavorano per il piacere di lavorare.
Lâ€™esaltazione del lavoro duro Ã¨ solo di una certa borghesia, per lo piÃ¹
Marx e Keynes volevano la fine dell'obbligo del lavoro e l'inizio della
libertÃ , del lavoro puramente spontaneo.
La sinistra chiese un articolo ancora piÃ¹ stupido: 'L'Italia Ã¨ una
repubblica di lavoratori.â€
Toglieva la cittadinanza a bambini, vecchi e benestanti33.
Proprio su questo aspetto, Piero Calamandrei, nellâ€™intervento sopra citato, affermava:
â€œ...dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una
scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignitÃ di uomo. Soltanto quando questo
sarÃ raggiunto si potrÃ veramente dire che la formula contenuta nellâ€™articolo 1
.... corrisponderÃ alla realtÃ .
PerchÃ© fino a che non câ€™Ã¨ questa possibilitÃ per ogni uomo di lavorare e
di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da
uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrÃ chiamare fondata sul lavoro,
ma non si potrÃ chiamare neanche democraziaâ€
Sicuramente un intervento apprezzabile, e tale sarebbe se solo questo sottendesse
lâ€™articolo 1; in realtÃ , inserito nel contesto globale della Carta, esso richiama una ben
diversa impostazione.
Viene in mente, infatti, lâ€™articolo 1 della Costituzione della ex URSS, approvata nel
testo definitivo dallâ€™VIII Congresso dei Soviet del 1937, il quale recita:
â€œLa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Ã¨ uno stato
socialista di operai e contadini...â€
Sergio Ricossa â€œCome si manda in rovina un paeseâ€ Rizzoli 1995 , pag.19
Ancora riecheggiano, alla mente, le seguenti parole:
â€œIl lavoro con cui lâ€™uomo vince la natura e crea il mondo umanoâ€ Ã¨
inteso come strumento di elevazione, creatore di umana dignitÃ , via alla
morale, â€œvalore essenzialeâ€.
Lâ€™individuo, uomo, cittadino, lavoratore, in una sempre piÃ¹ concreta
qualificazione storica, viene non giÃ annullato bensÃ¬ moltiplicato nello stato
dei cittadini lavoratoriâ€
Quanto sopra non Ã¨ la prosecuzione della costituzione sovietica, nÃ© un discorso
illustrativo della Costituzione italiana, neppure un ricordo di quel â€œIl lavoro rende liberiâ€,
tragico epitaffio per i milioni di innocenti sacrificati nei lager nazisti, ma, piÃ¹
semplicemente, quanto compare nellâ€™Enciclopedia Treccani, sempre a proposito del
sistema corporativo, e le parole fra virgolette sono di Benito Mussolini, che per questa curÃ²
le pagine dedicate allâ€™illustrazione della dottrina del fascismo34
Se, a ciÃ², aggiungiamo quanto sopra ricordato a proposito dellâ€™articolo 4 della
nostra Costituzione, si comprende che il quadro dâ€™insieme che si vien delineando si
inserisce perfettamente in un modello culturale tipico degli anni trenta.
Da una parte, infatti, il mito di Stakanov, il minatore russo che, nel 1935, divenne
un eroe nazionale dellâ€™Unione Sovietica per essere riuscito ad estrarre piÃ¹ carbone di
quanto fossero riusciti a fare altri, dallâ€™altra lâ€™esempio dato da Benito Mussolini, ritratto
dallâ€™agiografia ufficiale mentre, a torso nudo, partecipa alla raccolta del grano.
Insomma, una retorica del lavoro tipica della cultura socialista, dove si afferma che
â€œchi non lavora non mangiaâ€ e dove lâ€™unico lavoro concepito Ã¨ quello dellâ€™operaio e del
contadino, senza alcuna stima per quello imprenditoriale ed intellettuale, concepito come
sfruttamento lâ€™uno e parassitario lâ€™altro.
Ricossa proseguiva, nel 1949, con la seguente chiosa:
La costituzione italiana ammette tutto, proclama che l'iniziativa privata Ã¨
libera, ma aggiunge che non puÃ² svolgersi in contrasto con l'utilitÃ sociale.
PoichÃ© l'utilitÃ sociale Ã¨ ciÃ² che vogliono i partiti al potere, lâ€™iniziativa
privata Ã¨ costituzionalmente fottuta se al governo vanno i comunisti.
pag.619 a cura di F.Battaglia e vol. XIV pag. 847 e segg.
Sintesi della morale capitalistica: chi ha, Ã¨. Chi non ha, hai. Ma il bello
del capitalismo Ã¨ proprio quando consente libertÃ avventurose, picaresche, da
Le libertÃ della Fortuna.
Il barbone che diventa miliardario e il miliardario che diventa barbone.
Il palazzo dorato, che alla fine crollerÃ e la soffitta bohÃ¨me.Il meglio del
capitalismo sono i suoi vizi.35
Prolusione di Giuseppe Maranini all'UniversitÃ di Firenze.
Mi insegna due cose. La prima Ã¨ che non basta saper leggere, si rimane
analfabeti finchÃ© non si contrae il vizio di leggere.
La seconda, Ã¨ che l'Italia si avvia ad essere non una democrazia, bensÃ¬
una partitocrazia.
Poscritto: Da lui sentii per la prima volta la parola 'partitocrazia', che
diverrÃ un luogo comune. Ora mi Ã¨ chiaro che il seme della partitocrazia era
nella costituzione. La massa dei costituenti volle una 'democrazia dei partiti' ,
che implicava lottizzare le risorse e il potere politico. niente governabilitÃ del
Paese senza coalizione di partiti cementate dall'antifascismo.
La Dc vinse le elezioni del 1948, non vinse la possibilitÃ di governare da
sola, nemmeno per un po' di tempo. poche le scappatoie permesse dalla
costituzione: per esempio, il referendum popolare abrogativo, che infatti i
partiti odiano.36
Dunque non tutto Ã¨ cosÃ¬ perfetto come vorrebbero gli apologhi costituzionali; alcune
crepe nellâ€™impianto generale della Carta sono emerse con il tempo, lasciando intravedere,
dietro una facciata dallâ€™apparenza perfetta, una grande quantitÃ di lati oscuri, impalcature
mal disposte, strutture portanti mal costruite.
Di fronte a simili obiezioni, di solito gli affezionati costituzionalisti ribattono con un
secco: â€œ La colpa non Ã¨ della nostra Costituzione, ma dei nostri politici: la Carta Ã¨ rimasta
per larga parte inattuataâ€.
ibidem pag. 21
ibidem pag. 23
Ma puÃ² dirsi valida una Carta Costituzionale che si presta e consente tali
inadempienze?
Soprattutto, Ã¨ ancora valida una Costituzione che riporta, in maniera cosÃ¬ vistosa, i
segni di una sedimentazione di concezioni illiberali dello stato, siano esse mutuate dalla
dottrina fascista, comunista o cattolica?
Una Costituzione che, oltretutto, vive di proprie contraddizioni, palesi anacronismi,
poco comprensibili distorsioni.
Ricordiamo che, a distanza di cinquantâ€™anni, una Costituzione che afferma la
responsabilitÃ soggettiva e non oggettiva in campo penale, lascia sopravvivere una norma,
la XIII disposizione transitoria e finale, la quale priva ab aeterno dei diritti civili tutti i
membri ed i discendenti di Casa Savoia37.
Cosa sarebbe successo se, come rischiÃ² di accadere, il referendum istituzionale
avesse avuto un esito favorevole alla Monarchia?
Cosa si direbbe di una norma che, al contrario dellâ€™attuale, avesse previsto lâ€™esilio per
i repubblicani proponenti il referendum e per i loro figli?
Sicuramente la Monarchia aveva grosse responsabilitÃ nellâ€™avventura fascista, prima,
e bellica successivamente; ma questo non giustificava lâ€™esilio eterno per tutti i componenti
la famiglia reale, la loro incapacitÃ elettorale, dato che tale sanzione poteva benissimo
colpire il Re direttamente coinvolto, ma non i suoi figli.
Almeno cosÃ¬ vorrebbe la concezione laica, repubblicana dello Stato di diritto!
Ma ancora, mentre lâ€™articolo 3 proclama lâ€™uguaglianza di tutti i cittadini â€œsenza
personali e socialiâ€ e lâ€™articolo 8, al primo comma, proclama che â€œtutte le confessioni
religiose sono egualmente libere davanti alla leggeâ€, lâ€™articolo 7 concede alla religione
cattolica uno status privilegiato.
Infatti, dopo un pleonastico riconoscimento del fatto che â€œlo Stato e la Chiesa
cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovraniâ€, concede ai patti
Recita la XIII disposizione:
â€œi membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici nÃ© cariche
Agli ex re di Casa Savoia e ai loro discendenti maschi sono vietati lâ€™ingresso e il soggiorno nel territorio
I beni esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti
maschi, sono avocati allo Stato.
Lateranensi, firmati da Mussolini nel 1929, una valenza costituzionale, affermando che i
rapporti fra Stato e Chiesa sono regolati da questi e che loro eventuali modifiche non
richiedono un procedimento di revisione costituzionale, purchÃ© siano accettate dalle due
Un modo per affermare che, di fatto, i rapporti fra Stato e Chiesa sono
costituzionalmente tutelati, dato che solo il reciproco accordo puÃ² evitare il ricorso alle
necessarie revisioni costituzionali.
Per rimediare, al secondo comma del sopracitato articolo 8, sottolinea il fatto che le
confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i loro
statuti, in quanto non contrastino con lâ€™ordinamento giuridico italiano.â€
In definitiva, nella prospettiva di una societÃ italiana improntata ad una sempre
maggiore apertura agli interscambi culturali, sociali ed umani, in rapporto ai sempre piÃ¹
massicci flussi migratori, lâ€™articolo 7 e lo stesso articolo 8 rappresentano due ostacoli non
indifferenti allâ€™equilibrato sviluppo di una societÃ multietnica, multiraziale e, soprattutto,
A riequilibrare tale scompenso, non valgono le previsioni dellâ€™articolo 1938, relativo
alla libertÃ di professione della fede e lâ€™articolo 20, secondo il quale â€œIl carattere
ecclesiastico e il fine religioso o di culto dâ€™una associazione od istituzione non possono
essere causa di speciali limitazioni legislative, nÃ© di speciali gravami fiscali per la sua
costituzione, capacitÃ giuridica e ogni forma di attivitÃ â€
Se, infatti, occorre tenere conto della tradizione culturale italiana che affonda le
proprie radici in quella cattolica, Ã¨ necessario ricordare che non spetta allo Stato tutelare
questa, ma semplicemente far sÃ¬ che essa, come altre tradizioni, possano armonicamente
convivere e prosperare.
Istituire meccanismi di regolamentazioni soggettivi, ad personam, in virtÃ¹ dei quali lo
stato, attraverso patti o accordi, concede o nega privilegi o parificazioni, rappresenta la via
I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali su beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono
Articolo 19 â€œTutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma,
individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purchÃ© non si
tratti di riti contrari al buon costumeâ€
Resta fuori dalla previsione costituzionale la definizione di ciÃ² che Ã¨ buon costume, formula estremamente
vaga e che potrebbe valere, ad esempio, per impedire battesimi pubblici di certe religioni di matrice gnostica,
con immersione in acqua nudi o per altri riti.
Come sempre, la nostra Costituzione si preoccupa di tutelare sempre un certo tipo di cultura ed un certo tipo
di religione, pur dando lâ€™impressione di essere libera e democratica.
principale per lâ€™istituzione di uno stato potenzialmente confessionale o, altrettanto
potenzialmente, antireligioso.
Se non esistessero, nelle attuali articolazioni, nÃ© lâ€™articolo 7 nÃ© lâ€™articolo 8, ma in
aggiunta al primo comma dellâ€™articolo 3 fosse stato aggiunto, semplicemente che â€œtutte le
confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla leggeâ€, il costituente avrebbe
compiuto un passo avanti non indifferente.
Essendo tutte uguali alla legge, non sarebbe stato necessario fare accordi separati con
ogni confessione religiosa, essendo sufficiente una regolamentazione generale.
CosÃ¬, ad esempio, nellâ€™assegnazione dellâ€™otto per mille, i cittadini non si troverebbero
piÃ¹ a dover operare una scelta limitata, ma potrebbero scegliere liberamente la chiesa o il
movimento religioso al quale far confluire questo finanziamento.
Ancora, la norma che regola la deducibilitÃ fiscale per i contributi al sostentamento
del clero avrebbe automaticamente valore generale, per tutte le confessioni.
NÃ© si porrebbe il problema dellâ€™ora di religione, con le immancabili polemiche e
discriminazioni fra chi puÃ² restare in aula a seguire la lezione di religione cattolica e chi,
non essendo cattolico, si trova a doverla abbandonare senza poter seguire, ad esempio,
unâ€™ora di religione buddista, mussulmana o induista.
Insomma, anche considerando lâ€™aspetto delle libertÃ fondamentali del cittadino, fra le
quali la libertÃ di religione rappresenta una delle principali, la nostra Carta appare lacunosa,
insensibile, sostanzialmente e al di lÃ delle proclamazioni, alla tutela delle minoranze e,
potenzialmente, foriera di notevoli conflitti di carattere religioso..
Infatti, rimandando alla legge ordinaria o ad un rapporto contrattualistico ad hoc fra
Stato e Confessioni, consente, potenzialmente, il sorgere di rapporti preferenziali a favore
di una di queste.
Il richiamo, generico, che fa lâ€™articolo 19 al concetto di buon costume rappresenta
una potenziale mina vagante proprio per tutte le religioni, a partire, paradossalmente,
proprio da quella cattolica.
Teniamo conto del fatto che vi sarÃ un sempre maggiore afflusso di extracomunitari,
la maggior parte dei quali di religione mussulmana, che si troveranno appoggiati,
corteggiati e coccolati da coloro che, in base ad un puro calcolo di egoismo elettoralistico
ed utilitaristico nonchÃ© di miopia, vedono nel fondamentalismo islamico una barriera
contro il cosiddetto imperialismo occidentale e la cultura borghese, come fa tanta parte
dellâ€™intellighentia di sinistra.
Questa situazione, progressivamente, anche in virtÃ¹ di un andamento demografico a
forbice, con il calo delle nascite degli italiani del centro-nord ed una maggiore prolificitÃ
degli extracomunitari, potrebbe portare lâ€™Italia ad essere popolata da una maggioranza di
fede islamica.
Se cosÃ¬ fosse, in virtÃ¹ del generico richiamo al concetto di â€œbuon costumeâ€, quello
stesso che ha consentito a certi sindaci nostrani, in cerca di facile pubblicitÃ estiva, di
inventarsi le cose piÃ¹ strane, come le ordinanze anti-brutte39, se si addivenisse nella
convinzione che, per la maggioranza della popolazione, il fatto che le donne non indossino
lo Chador rappresenti unâ€™offesa a questo buon costume, non si potrebbe giungere a
dichiarare fuori legge quelle religioni che non prevedano tale obbligo?
Se dovesse essere applicato questo principio in un contesto islamico, chi garantirebbe
i cattolici da eventuali sanzioni per il fatto, ad esempio, che durante il rito della Santa
Messa il sacerdote beve il vino, simbolo del sangue del Cristo, poichÃ© Ã¨ noto che per i
mussulmani tale assunzione rappresenta un divieto assoluto?
Tale assunzione non potrebbe, a ragione, essere giudicato contrario al buon costume?
Se riusciamo a guardare le cose da un punto di vista diverso, ponendoci dallâ€™altra
parte, da quella che oggi Ã¨ minoranza, ben possiamo comprendere il grande limite che si
nasconde in questi articoli costituzionali, i quali, quando vennero scritti, certo non si
potevano porre tali problematiche, dato che allora lâ€™Italia era una nazione di emigranti e
non di emigrati e le grandi masse diseredate non bussavano certo alle nostre porte.
Ma oggi cosÃ¬ Ã¨, ed Ã¨ necessario riflettere e, per quanto possibile, prevenire.
Ricordiamo, solo per inciso, che alcuni comuni liguri hanno emanato ordinanze nelle quali si proibiva il
passeggio in bikini alle donne â€œBrutteâ€, arrivando addirittura ad istituire una commissione per la definizione
dei criteri di â€œDonna Bellaâ€.
Per non parlare dei blitz anti-topless e di altre amenitÃ , fino ai divieti assurdi di fare castelli di sabbia in
spiaggia, di sostare la notte in riva a l mare eccetera eccetera, tanto per dire che, se lasciamo i nostri
legislatori liberi di legiferare, sono in grado di partorire qualsiasi amenitÃ , piÃ¹ o meno dannosa.
Il principale difetto della nostra Carta Costituzionale, al di lÃ di quanto sopra esposto,
Ã¨ che essa risulta priva di ogni difesa contro eventuali usi distorti che possano essere fatti
dei suoi principi basilari.
La struttura dellâ€™ordinamento costituzionale riflette la classica ripartizione fra potere
Lâ€™art. 70 prescrive, infatti, che lâ€™esercizio della funzione legislativa venga esercitata,
collettivamente, dalle due Camere.
Gli artt. 76 e 77 prescrivono i limiti della funzione legislativa delegata al governo.
Il primo, lâ€™art. 76, chiarisce che il Governo puÃ² emanare leggi solo se il Parlamento
lo ha delegato â€œcon determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo
delimitato e per oggetti definitiâ€
Il secondo, lâ€™art.77, al secondo comma, prevede la possibilitÃ , per il Governo, di
emanare decreti con valore di legge ordinaria, purchÃ© dettati da necessitÃ ed urgenza e
vengano successivamente convertiti in legge dalla Camere entro sessanta giorni.
Questi articoli, inseriti nel contesto generale dellâ€™ordinamento costituzionale, insieme
agli artt. 83-91 che definiscono i poteri del Presidente della Repubblica, chiariscono che la
Costituzione prevede per il Parlamento un ruolo centrale.
Ricordiamo solo lâ€™art. 67, il quale recita testualmente:
A nessuno, quindi, puÃ² sfuggire lâ€™alto ruolo che, ad ogni singolo componente delle
due Camere, la Costituzione assegna.
A fronte di tanta investitura di importanza e, quindi, di responsabilitÃ , nessuna norma
della nostra Carta si preoccupa di chiarire lo status ed i criteri di selezione di questi
importanti soggetti istituzionali.
Lâ€™unico riferimento allâ€™esistenza di forme organizzate per influire sulla scelta ed il
coordinamento dei membri delle assemblee parlamentari lo ritroviamo allâ€™art. 49, il quale,
laconicamente, si limita a recitare:
Il riferimento al metodo democratico sembra limitarsi al confronto elettorale ed al
criterio al quale deve ispirarsi la legge elettorale.
Nulla si prevede a proposito del metodo democratico che, al contrario, dovrebbe
regolare anche la vita di questi organismi cosÃ¬ essenziali per lâ€™equilibrio istituzionale.
Che lâ€™osservazione non sia peregrina lo dimostra lâ€™art. 39, il quale, al secondo e terzo
comma recita testualmente:
Ai sindacati non puÃ² essere imposto altro obbligo se non la loro
Eâ€™ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un
Al comma successivo, recita, in maniera ancora piÃ¹ esplicito:
I sindacati registrati hanno personalitÃ giuridica. Possono, rappresentati
unitariamente, in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di
Quindi, quando la Costituzione vuole richiamarsi a criteri di democraticitÃ interna di
associazioni che rivestano particolare importanza, lo esplicita chiaramente.
Il fatto che taccia, a proposito dellâ€™organizzazione dei partiti,
organismi ed
associazioni al quale viene affidato un compito non secondario, cioÃ¨ la determinazione
della politica nazionale, lascia intendere che i costituenti si trovarono dâ€™accordo nel
lasciare liberi questi organismi di gestirsi come meglio credevano.
Da qui le radici della partitocrazia, ovverosia di un sistema politico di fatto dominato
Una vera e propria oligarchia che vede arrivare al proprio vertice soggetti non sempre
e non chiaramente rappresentativi della volontÃ della totalitÃ degli iscritti.
La nostra Costituzione, quindi, non detta regole per la democrazia interna dei Partiti
politici, neppure richiamandosi ad una affermazione di principio, come, invece, fa a
proposito dellâ€™organizzazione sindacale.
Interessante, a questo punto, Ã¨ riportare le argute riflessioni di Pietro Zullino40 sulla
molteplicitÃ dei metodi elettorali, sulle loro conseguenze, nonchÃ© sulle controversie che
sorsero intorno al testo costituzionale
In una formulazione dellâ€™articolo 49 precedente allâ€™attuale - ricorda Zullino -, in una
proposta dalla Dc, tutte le parole erano uguali meno il verbo associarsi, al cui posto si
leggeva organizzarsi.
Di fronte al fuoco di sbarramento delle sinistre (che guidate dall'azionista
Calamandrei, non accettarono assolutamente organizzarsi e difesero con accanimento
associarsi) il giurista Mortati decise di proporre un testo capace di far emergere la
differenza e smascherare il pensiero recondito di chi si opponeva:
&quot;tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al
metodo democratico nell'organizzazione interna e nell'azione diretta alla determinazione
della politica nazionale.41&quot;
Questa formulazione incontrÃ² la strenua opposizione delle sinistre, dato che,
caratterizzate da partiti legati alla concezione del cosiddetto Centralismo democratico,
questi partiti compreso che nella frase di Mortati :&quot;partiti che si uniformino al metodo
democratico nell'organizzazione interna&quot; câ€™era una trappola.
In questa versione, infatti, si metteva in chiaro ciÃ² che si intendeva con il giÃ
aborrito verbo organizzarsi, con in piÃ¹ la possibilitÃ che, un domani, qualche organismo
pubblico potesse avere titolo per intervenire nelle private e segrete faccende d'un partito,
magari con il pretesto di dover accertare se rispondente o meno al criterio &quot;democratico&quot;.
I politici compresero immediatamente che qualche parola dall'apparenza innocente
puÃ² compromettere ogni loro possibilitÃ di dominare in concreto la repubblica.
Sottoporsi a una inquisizione, ad un esame di democrazia interna? L'idea non
piacque, ovviamente, al PCI, in quegli anni fortissimamente legato all'imperialismo
Ma il bello Ã¨ , come sottolinea Zullino, che per qualche altra e piÃ¹ misteriosa
ragione non piacque neppure ai democristiani.
Un giovanissimo Aldo Moro afferma che sarebbe sommamente pericoloso stabilire
norme o procedimenti volti ad accertare il carattere democratico o antidemocratico di un
partito: â€œVa escluso ogni controllo attorno ai programmi ed alle mire remote dei partiti,
perchÃ© ciÃ² darebbe luogo a pericoli che vogliamo evitare42.&quot;
Non va bene dunque Mortati e non va bene neppure organizzarsi, verbo pesante che
lascia supporre esistenza di regole cogenti atte a suscitare qualche indebita curiositÃ .
I cittadini non si organizzeranno in partiti, tutt'al piÃ¹ potranno associarsi, dando
luogo a club privati che fino a notitia criminis non dovranno rendere conto a nessuno.
Come disse Tristano Codignola del partito d'Azione:
Pietro Zullino &quot;Forza, riscopriamo l'acqua calda&quot; Il Carabiniere maggio 1995
&quot;Se in sede costituzionale si dovesse entrare nel merito del problema, allora la
discussione dovrebbe essere molto piÃ¹ ampia: dovremmo stabilire i limiti di attivitÃ dei
partiti e i loro poteri, dovremmo porre la questione del riconoscimento della loro
personalitÃ giuridica e tutta una serie di altre questioni... se questo non si fa, allora Ã¨
meglio astenersi...&quot;
Nacquero in quei giorni le arroganze di varie obbedienza, i genitori del
consociativismo e la nonna di Tangentopoli.
Dal combinato disposto di due omissioni, lâ€™una relativa allâ€™affermazione di un
principio di democrazia interna dei partiti, lâ€™altra alla definizione dello status del membro
parlamentare, con conseguente regolamentazione dei criteri di selezione e scelta dei
candidati, discende un controllo ferreo e soffocante delle segreterie dei partiti sullâ€™attivitÃ
dei singoli parlamentari.
Il fatto che la scelta dei candidati da presentare nelle liste elettorali sia diventata
prerogativa delle segreterie dei partiti, rende subordinati, come vassalli, gli eletti alle
cariche parlamentari.
Solo coloro che obbediscono ai comandi delle segreterie possono sperare di avere la
possibilitÃ di essere rieletti, perchÃ© saranno questi vertici oligarchici che decideranno se il
singolo deputato o senatore potranno essere inseriti di nuovo in lista.
Da qui discendono le forti influenze delle stesse correnti che, allâ€™interno dei partiti,
si creano e proliferano.
Infatti, se da una parte vi Ã¨ lâ€™obbedienza come primo requisito del membro
parlamentare, dallâ€™altra vi Ã¨ la capacitÃ del candidato di attirare voti.
Questa capacitÃ , molte volte frutto di una gestione clientelare del collegio elettorale,
viene potenziata dalla coesione di alcuni personaggi, i quali, sfruttando la popolaritÃ una
persona particolarmente nota, si alleano, dando vita ad una cordata che, sfruttando le
opportunitÃ offerte dalla legge elettorale proporzionale, quando prevede la possibilitÃ di
fare scelte di preferenza multiple, puÃ² consentire loro di essere eletti, anche se poco
conosciuti e, molte volte, ancor meno stimati.
La necessitÃ di crearsi una certa autonomia, un proprio potere contrattuale nei
confronti delle segreterie, induce il membro del Parlamento a cercare di ottenere, nel
proprio collegio elettorale, quante piÃ¹ preferenze possibili, in modo da poterle â€œspendereâ€
nelle trattative per lâ€™eventuale rielezione.
I Signori delle Preferenze si trovano, quindi, di fronte a due necessitÃ , da una parte
quella di avere sufficienti fondi per poter organizzare adeguate campagne elettorali,
dallâ€™altra creare una rete di collegamenti, allâ€™interno del collegio, tale da consentir loro di
poter contare su persone inserite nella Pubblica Amministrazione per dispensare quei
favori essenziali per poter accontentare la propria clientela.
Queste due esigenze confluiscono, quindi, nellâ€™organizzazione di una struttura che
possa garantire, al tempo stesso, un costante afflusso di denaro per lâ€™organizzazione delle
campagne elettorali e la possibilitÃ di gestione del Potere.
Un potere che consenta di assegnare appalti agli amici, collocare clientes all'interno
degli apparati pubblici, siano essi Comuni, Provincie, Regioni, USL e quantâ€™altro la
fantasia dei politici possa creare, passando per fantomatiche ed inutili ComunitÃ Montane,
Associazioni Intercomunali, Consorzi piÃ¹ o meno inefficienti e cosÃ¬ via.
Unico limite l'illimitata capacitÃ di indebitarsi, cosa nella quale, in definitiva, la
nostra classe politica ha eccelso.
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