Source: https://www.avvocatoabologna.it/avvocato-bologna/responsabilita-medica-errata-diagnosi-tumorale-decesso-del-paziente.html
Timestamp: 2020-02-26 20:52:52+00:00
Document Index: 135813075

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 45', 'art. 96']

Il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli 1223 (1), 1226 (2) e 1227 Il lucro cessante è valutato dal giudice con equo apprezzamento delle circostanze del caso. Responsabilità medica - Errata diagnosi tumorale - Decesso del paziente - Risarcimento del danno da perdita da chances - Applicabilità degli artt. 1226 e 2056 c. - Operatività del criterio di liquidazione equitativa - Aspecificità delle doglianze - Inammissibilità
Il risarcimento dovuto al danneggiato si deve determinare secondo le disposizioni degli articoli 1223 (1), 1226 (2) e 1227
Responsabilità medica – Errata diagnosi tumorale – Decesso del paziente – Risarcimento del danno da perdita da chances – Applicabilità degli artt. 1226 e 2056 c. – Operatività del criterio di liquidazione equitativa – Aspecificità delle doglianze – Inammissibilità
COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO?
Risarcimento danno da errore medico
Se non riusciremo a raggiungere un accordo bonario, avvieremo il giudizio nei confronti della struttura ospedaliera e del personale che ha prestato l’attività sanitaria per ottenere il risarcimento da responsabilità medica che ti compete.
La prova della responsabilità dell’ ente o del medico
Quanto asserito in ordine alla responsabilità di natura contrattuale dell’ente, riveste notevole importanza relativamente al così detto onere della prova a carico del paziente di dimostrare la responsabilità dei sanitari in ordine al peggioramento delle proprie condizioni di salute. Ecco quali sono gli eventi più frequenti:
Al paziente spetterà soltanto l’onere di provare l’esistenza del contratto con il medico o del “contatto sociale” con l’ospedale, l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato (Cassazione 23562/11).
“Questa corte regolatrice ha difatti avuto modo di affermare (Cass. 21619/07; Cass. ss. uu. 576/2008 nonchè, nella sostanza, Cass. 4400/04) come la disomogenea morfologia e la disarmonica funzione del torto civile rispetto al reato consenta – e addirittura imponga – l’adozione di un diverso criterio di analisi della causalità materiale, quello, cioè, della probabilità relativa, criterio altrimenti definito del “più probabile che non”, rettamente inteso come analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del singolo processo – nella sua dimensione di “unicità” non ripetibile), della singola vicenda di danno, della singola condotta causalmente efficiente alla produzione dell’evento, tutte a loro volta permeate di una non ripetibile unicità (di talché la conseguente svalutazione della regola statistica e sovente di quella scientifica non appare un metagiuridico cedimento ad ideali aneliti riparatori cui dar respiro tout court in seno al processo, quanto piuttosto una attenta valorizzazione e valutazione della specificità del caso concreto, onde la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica non conduca ipso facto alla aberrante regola del 50% plus unum, bensì alla compiuta valutazione dell’evidenza del probabile (così, esemplificando, se, in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un’incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata – o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all’art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto e addivenire, all’esito di tale giudizio comparativo, alla più corretta delle soluzioni possibili, pur nella non confortante consapevolezza della natura di malinconico ossimoro del sintagma “accertamento del nesso causale”, la cui “incertezza” trova una assai felice rappresentazione nel verso virgiliano felix qui potuit rerum cognoscere causa…)”
Cass. III, 21 luglio 2011, n. 15991
COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAORLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO?
Il risarcimento per malasanità trova accoglimento quando:
L’errore medico ha causato un danno
Il danno ha causato danni gravi e/o permanenti al paziente
Questi elementi vanno comprovati e dimostrati, e quindi rivolgersi a un qualsiasi avvocato può rivelarsi un errore: meglio farsi assistere da uno studio legale preparato a seguire casi di malasanità,
Qui di seguito trovi solo alcuni dei casi, individuati per area medica, per cui è possibile intentare una causa e per cui rivolgerti all’avvocato esperto in responsabilità medica dell’avvocato Sergio Armaroli .
Per altre esigenze relative a risarcimenti per errore medico e danni da malasanità, Anestesia: morte sopraggiunta nel corso dell’anestesia lesioni dovute all’intubazione
GINECOLOGIA Danni alla madre durante il parto.
Chirurgia: errata esecuzione dell’intervento inefficacia dell’intervento comunicazioni incomplete sul consenso informato scarsa assistenza post-operatoria esecuzione di interventi inadeguati errata o mancata diagnosi patologica Gli errori più frequenti in tale ambito sono:
Oculistica: infezioni contratte durante gli interventi errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia Infezioni durante l’esecuzione di interventi.
Colpevole ritardo nel trattamento di patologie oculari.
Omessa prescrizione di controlli in fase post-operatoria
Oncologia: diagnosi ritardata dei tumori trattamento tumorale ritardato Interventi eccessivamente demolitivi rispetto alla diagnosi.
Ortopedia: errata diagnosi presso il Pronto Soccorso , errata esecuzione dell’intervento per la sintesi delle fratture, sopraggiungere di infezioni nosocomiali, mancata diagnosi dell’infarto del miocardio, errato approccio terapeutico per le fratture, Responsabilità della Struttura Ospedaliera Errata esecuzione di interventi chirurgici per la sintesi delle fratture.
Infezione ospedaliera ed emorragie post-operatorie.
sul ricorso 21517/2017 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) in proprio e quale legale rappresentante del figlio (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS);
AZIENDA SANITARIA DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO, in persona del legale rappresentante pro tempore Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 23/2017 della CORTE D’APPELLO SEZ. DIST. DI BOLZANO, depositata il 11/02/2017;
udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 03/07/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario, che ha concluso per l’inammissibilita’ in subordine rigetto del ricorso;
Il Tribunale di Bolzano, con sentenza in data 26.6.2015 n. 733, ha affermato la responsabilita’ civile dei medici della Azienda sanitaria della Provincia autonoma di Bolzano, per errata diagnosi di patologia tumorale (descritta all’esito dell’esame istologico come “glioblastoma”, anziche’, correttamente, come “medulloblastoma”) di cui era risultata affetta (OMISSIS), poi deceduta il (OMISSIS), ritenendo che l’errore diagnostico da cui era esitato un improprio trattamento terapeutico aveva determinato il danno da “perdita della chances”, valutata nel 35% di probabilita’ di sopravvivenza per ulteriori cinque anni, come accertato nella consulenza tecnica preventiva svolta dalle parti, ed ha quindi liquidato il corrispondente danno “jure successionis” in favore dei familiari superstiti, (OMISSIS) (convivente more uxorio) in proprio e n.q. di rappresentante legale del minore (OMISSIS); (OMISSIS) e (OMISSIS) (genitori); (OMISSIS) (fratello).
La Corte d’appello di Trento sez. dist. Bolzano, con sentenza in data 11.2.2017 n. 23, ha confermato l’accertamento di responsabilita’ del primo Giudice, rilevando come la presenza di metastasi, riscontrata -a seguito di RMN encefalo del (OMISSIS) – in corrispondenza dello stesso focolaio operatorio dell’intervento di asportazione della massa tumorale eseguito a (OMISSIS), induceva a presumere una evoluzione della stessa malattia e non l’interferenza di una causa esterna determinativa in via esclusiva del decesso; la prova della sequenza causale fondante la responsabilita’ civile “errore diagnostico-inappropriato trattamento terapeutico” era stata specificamente dedotta dai danneggiati, attraverso le risultanze della c.t.u. preventiva collegiale, mentre l’Azienda sanitaria non aveva fornito la prova liberatoria ex articolo 1218 c.c..
Il Giudice di secondo grado ha accolto, invece, l’appello della Azienda sanitaria relativamente ai criteri di liquidazione del “quantum”, riducendo gli importi risarcitori del danno da “perdita di chances” liquidato “jure successionis” al minore (in qualita’ di unico erede), e del danno “jure proprio” per la perdita del rapporto familiare relazionata al periodo di probabile sopravvivenza, liquidato in favore del minore e degli altri superstiti, condannando i predetti alla restituzione in favore della Azienda sanitaria delle maggiori somme da quella corrisposte in ottemperanza della decisione di prime cure.
La sentenza di appello, non notificata, e’ stata impugnata da (OMISSIS) in proprio e n. q. di genitore del minore (OMISSIS), nonche’ da (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), con ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.
Le parti ricorrenti hanno depositato memorie illustrative ex articolo 378 c.p.c..
I ricorrenti hanno proposto in via alternativa due censure.
– vizio di violazione e falsa applicazione dell’articolo 1226 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
– vizio di omesso esame di fatto decisivo ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione alla responsabilita’ del medico e della struttura per le terapie apprestate e non fornite.
Deducono inoltre anche il vizio di nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in ordine alla “entita’ del risarcimento spettante in tema di responsabilita’ medica”.
I motivi devono essere dichiarati inammissibili per le seguenti plurime ragioni.
Occorre premettere, in via generale, che il ricorso e’ formulato mediante la cumulativa indicazione nella rubrica dell’unico motivo di plurime censure inerenti vizi di legittimita’ differenti.
Al riguardo deve osservarsi che, la cumulativa denuncia, con il medesimo motivo, di vizi di legittimita’ attinenti alle ipotesi previste dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), (idest: la formulazione di un singolo motivo articolato in piu’ profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo), non impedisce l’accesso del motivo all’esame di legittimita’ allorche’ esso, comunque, evidenzi distintamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3), alla violazione delle norme che regolano il processo (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4), ed ai profili attinenti alla ricostruzione del fatto (ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5), cosi’ da consentire alla Corte di individuare agevolmente ciascuna autonoma critica formulata alla sentenza impugnata in relazione ai diversi vizi di legittimita’ contestati in rubrica (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9793 del 23/04/2013; id. Sez. U, Sentenza n. 9100 del 06/05/2015).
Diversamente, il motivo “formalmente unico” ma articolato in plurime censure di legittimita’ si palesa inammissibile tutte le volte in cui – come si riscontra nel ricorso in esame – l’esposizione contestuale degli argomenti a sostegno delle diverse censure non consenta di discernere le ragioni poste a fondamento, rispettivamente, di ciascuna di esse: in tal caso, infatti, le questioni formulate indistintamente nella esposizione del motivo e concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo ed in genere il merito della causa, costringerebbero il Giudice di legittimita’ ad operare una indebita scelta tra le singole censure teoricamente proponibili e riconducibili ai diversi mezzi d’impugnazione enunciati dall’articolo 360 c.p.c., non potendo evidentemente sostituirsi la Corte al difensore per dare forma e contenuto giuridici alle doglianze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (cfr. Corte cass. Sez. 1, Sentenza n. 19443 del 23/09/2011; id. Sez. 1, Sentenza n. 21611 del 20/09/2013), trattandosi di compito riservato in via esclusiva alla parte interessata, come emerge dal combinato disposto dell’articolo 360 c.p.c., e articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18242 del 28/11/2003 id. Sez. 1, Sentenza n. 22499 del 19/10/2006; id. Sez. 1, Sentenza n. 5353 del 08/03/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 18421 del 19/08/2009; id. Sez. 1, Sentenza n. 19443 del 23/09/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 3248 del 02/03/2012; id. Sez. 6-3, Ordinanza n. 7009 del 17/03/2017).
La inammissibilita’ dei motivi discende in ogni caso dalla assenza del requisito prescritto dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4, inteso come requisito di specificita’ e completezza del motivo di ricorso, che costituisce diretta espressione dei principi sulle nullita’ degli atti processuali e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale e’ nullo, ancorche’ la legge non lo preveda, allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo (articolo 156 c.p.c., comma 2): nel giudizio di legittimita’ caratterizzato da una struttura chiusa in quanto l’oggetto della verifica e’ limitato soltanto ad alcuni tassativi vizi del provvedimento giurisdizionale che consentono di veicolare la impugnazione, il motivo di ricorso per cassazione, ancorche’ la legge non esiga espressamente la sua specificita’ (come invece per l’atto di appello), deve necessariamente essere specifico, cioe’ articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 4741 del 04/03/2005; id. Sez. 3, Sentenza n. 15604 del 12/07/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 6184 del 13/03/2009). Ne segue che le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi rispondenti ai requisiti strutturali e funzionali prescritti dall’articolo 366 c.p.c., in quanto la Corte di Cassazione non e’ mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalita’ e logicita’ della decisione che non le consente di procedere ad un “novum judicium” riesaminando e valutando autonomamente il merito della causa, non atteggiandosi il giudizio di legittimita’ come un terzo grado di giudizio (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1317 del 26/01/2004; id. Sez. 5, Sentenza n. 25332 del 28/11/2014).
Il requisito di specificita’ previsto dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 4), puo’ dunque ritenersi soddisfatto soltanto qualora il ricorrente individui con precisione l’oggetto della critica e cioe’ non solo la statuizione della sentenza impugnata ma l’argomento giuridico che la supporta, evidenziandone gli aspetti di difformita’ o contrasto con le regole od i principi di diritto che debbono presiedere alla disciplina della “res controversa” ovvero con la interpretazione che di quella regola ha fornito la giurisprudenza di legittimita’.
Invero, il ricorrente ha l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nella sentenza impugnata, in quanto, per la natura di giudizio a critica vincolata propria del processo di cassazione, il singolo motivo deve rivestire i caratteri di specificita’, completezza e riferibilita’ alla decisione impugnata, assolvendo alla funzione condizionante il “devolutum” della sentenza impugnata, con la conseguenza che il requisito in esame non puo’ ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello, ovvero sulla mera riproduzione di massime giurisprudenziali, o ancora su affermazioni apodittiche non seguite da alcuna dimostrazione, una tale modalita’ di formulazione del motivo rendendo impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione (cfr. Corte cass. Sez. 1, Sentenza n. 10420 del 18/05/2005; id. Sez. 3, Sentenza n. 13066 del 05/06/2007; id. Sez. 1, Sentenza n. 15952 del 17/07/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 20652 del 25/09/2009; id. Sez. 6-5, Ordinanza n. 1479 del 22/01/2018).
Orbene la esposizione degli argomenti in diritto a supporto dei motivi di ricorso si atteggia, nella specie, nella riproduzione – da pag. 5 a pag. 9 – di massime giurisprudenziali della Corte di legittimita’, venendo sviluppato l’argomento critico in una contestazione di 28 righi in cui si assume “meramente apparente” la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui, nel procedere alla liquidazione del danno, il Giudice di appello ha diviso l’importo massimo tabellare per il numero degli anni effettivi della de cuius.
Dall’esame della sentenza impugnata emerge che il Giudice di appello, dopo avere evidenziato come il danno da “perdita di chances” doveva essere commisurato alla perdita della “possibilita'” di sopravvivenza (calcolata percentualmente) del soggetto affetto da patologia tumorale in caso di tempestiva sottoposizione alle appropriate cure mediche, ha fatto ricorso ai valori tabellari della “invalidita’ biologica” come mero parametro di riferimento dell'”importo monetario base” da utilizzare per convertire la possibilita’ di sopravvivenza in equivalente monetario. La Corte distrettuale, considerando che l’interesse leso doveva individuarsi nella conservazione della vita e non della validita’ biologica al momento della errata diagnosi, del soggetto affetto da patologia terminale, ha ritenuto di applicare l’importo corrispondente alla invalidita’ massima (prossima al 100% e quindi alla estinzione biologica della persona fisica) di un soggetto del medesimo genere ed eta’ della vittima, desunto dalle Tabelle milanesi di liquidazione del danno biologico, incrementandolo del 25 % in considerazione della particolare gravita’ del danno relazionata alle condizioni familiari ed alla giovanissima eta’ del figlio (importo base); ha quindi determinato il “valore unitario” di ciascun anno di possibilita’ di sopravvivenza, tenendo conto della effettiva durata della vita fisica della vittima, dividendo l'”importo base” per gli anni di eta’ (trenta), e quindi moltiplicando il “valore unitario” per i cinque anni ipotetici di sopravvivenza, rapportati al dato percentuale statistico (35%) di possibile efficacia delle cure mediche (ove tempestivamente prestate se la diagnosi fosse stata corretta). Identico criterio – fondato sui massimi tabellari previsti per il danno da perdita del rapporto parentale – e’ stato applicato dalla Corte distrettuale per la liquidazione in favore di tutti i superstiti del danno “jure proprio” da perdita delle chances (pari al 35%) di prosecuzione di tale rapporto, per altri cinque anni, ove le cure fossero state tempestivamente somministrate.
Orbene, rileva il Collegio che, affinche’ sia integrato il vizio di “mancanza della motivazione” agli effetti di cui all’articolo 132 c.p.c., n. 4, occorre che, nella sentenza, manchi del tutto la parte motiva – nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere, risultante dallo svolgimento del processo, segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione – ovvero che essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioe’ di riconoscerla come giustificazione del “decisum” (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20112 del 18/09/2009).
Occorre altresi’ premettere che, in mancanza di espresse prescrizioni di legge, “se il danno non puo’ essere provato nel suo preciso ammontare, e’ liquidato dal giudice con valutazione equitativa”, potere discrezionale, questo, conferito al Giudice dagli articoli 1226 e 2056 c.c., che costituisce espressione del piu’ generale potere di cui all’articolo 115 c.p.c., dando luogo, infatti, non gia’ ad un giudizio di equita’, ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equita’ giudiziale correttiva od integrativa, e che, pertanto, presuppone che sia provata l’esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8615 del 12/04/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 9244 del 18/04/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 20990 del 12/10/2011; id. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 27447 del 19/12/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 127 del 08/01/2016), non essendo possibile, invece, in tal modo surrogare il mancato accertamento della prova della responsabilita’ del debitore o la mancata individuazione della prova del danno nella sua esistenza (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 10607 del 30/04/2010).
Tutto cio’ premesso, osserva il Collegio che la sentenza impugnata rappresenta chiaramente il percorso seguito dal Giudice di merito, essendo specificate le ragioni per le quali si e’ ritenuto al fare ricorso ai parametri tabellari milanesi (in conformita’ ai principi di adeguatezza ed uniformita’ che debbo presiedere al ristoro del danno alla persona: Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011; id. Sez. 3 -, Ordinanza n. 17018 del 28/06/2018; id. Sez. 3 -, Ordinanza n. 1553 del 22/01/2019), ed ha ritenuto di adeguare nel massimo i parametri tabellari (avuto riguardo alla esperienza particolarmente dolorosa per il convivente ed il figlio minore, essendo stata costituita recentemente la famiglia e data la giovanissima eta’ del minore; alla particolare importanza che rivestiva per i superstiti la possibilita’ di proseguire per gli anni ancora consentiti la convivenza insieme alla giovane donna; alla vicinanza di eta’ tra fratello e sorella che denotava un legame intenso: in motivazione pag. 19-20), ai fini della determinazione dell’importo base sul quale operare la liquidazione, non evidenziandosi macroscopiche incongruita’ logiche nel criterio matematico di calcolo utilizzato per la quantificazione del danno, in relazione alle probabili aspettative massime di vita ancora consentite alla (OMISSIS), affetta da malattia terminale, qualora fossero state somministrate tempestivamente le terapie adeguate.
Tale “modus procedendi” non e’, infatti, trasmodato in una liquidazione “equitativa pura”, caratterizzata dalla applicazione di criteri meramente soggettivi, ne’ tanto meno e’ sconfinato nell’arbitrio, inteso come assenza di qualsiasi indicazione dei criteri che hanno orientato la “aestimatio”, atteso che – al contrario – vengono forniti dal Giudice di merito i criteri obiettivi idonei a valorizzare le singole variabili del caso concreto ed a consentire la verifica “ex post” del ragionamento seguito dal Giudice in ordine all’apprezzamento della gravita’ del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entita’ della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20895 del 15/10/2015).
Ne segue che, a fronte di una chiara esposizione nella motivazione della sentenza del criterio di liquidazione applicato dal Giudice di merito, spettava ai ricorrenti dedurre specificamente gli argomenti fattuali e giuridici intesi specificamente ad evidenziare quali aspetti di illegittimita’ inficiassero il criterio di liquidazione integrativa, per violazione di eventuali criteri legali o per assoluta contraddittorieta’ o ancora per conclamato contrasto oggettivo con i dati di comune esperienza (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1529 del 26/01/2010; id. Sez. L, Sentenza n. 12318 del 19/05/2010).
La mera contestazione, contenuta nel motivo di ricorso, secondo cui la sentenza e’ incorsa in errore nel dividere per il numero degli anni della vittima il valore massimo tabellare alla stessa riconosciuto, si traduce in una mera asserzione priva di carattere cognitivo ed in quanto tale meramente anapodittica, non fornendo alcuna indicazione delle ragioni per le quali il criterio di liquidazione adottato non corrisponderebbe all’integrale risarcimento del danno o non risponderebbe ad un corretto impiego delle nozioni di calcolo matematico.
In difetto dell’indispensabile apparato argomentativo critico, le censure formulate con il motivo di ricorso appaiono carenti quanto alla stessa struttura minima richiesta dall’articolo 366 c.p.c. e dunque risultano del tutto inidonee a veicolare il richiesto sindacato di legittimita’ sulla sentenza impugnata.
In considerazione dell’alterno esito dei giudizi di merito le spese del giudizio di legittimita’ debbono dichiararsi interamente compensate tra le parti.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis.
Dispone che, in caso di utilizzazione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalita’ di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa la indicazione delle generalita’ e degli altri dati identificativi di (OMISSIS) riportati nella sentenza.
Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Ordinanza|22 novembre 2019| n. 30516
Responsabilità civile – Circolazione stradale – Stima tabellare del danno – Aggiornamento da parte del giudice di appello se nelle more del giudizio i punti base delle tabelle sono stati modificati
sul ricorso 1866/2018 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 1272/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 05/06/2017;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 10/10/2019 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.
I ricorrenti sono congiunti di (OMISSIS), deceduta a seguito di un incidente stradale, provocato da (OMISSIS) che investiva, a bordo di un veicolo di proprieta’ di (OMISSIS), la vettura a bordo della quale la giovane (OMISSIS) viaggiava come terza trasportata.
Gli eredi della vittima agivano in giudizio contro il conducente ed il proprietario dell’altro veicolo nonche’ la compagnia di assicurazione, (OMISSIS) spa.
Il Tribunale in primo grado riconosceva la esclusiva responsabilita’ dei convenuti e li condannava, unitamente alla compagnia di assicurazione, al risarcimento dei danni sia iure proprio che iure hereditatis.
Proponeva appello la (OMISSIS), lamentando una stima eccessiva del risarcimento riconosciuto ai congiunti, e la Corte di Appello di Firenze, in riforma della decisione di primo grado, riduceva gli importi, ordinando ai danneggiati la restituzione delle somme percepite in eccesso.
Avverso tale sentenza propongono ricorso per cassazione gli eredi, con cinque motivi.
Non v’e’ costituzione degli intimati.
1.- La ratio della decisione impugnata e’ intanto nella determinazione del risarcimento.
Secondo la corte di merito, il giudice di primo grado, nell’applicare le tabelle milanesi del 2008 (all’epoca vigenti), ha riconosciuto importi eccessivi, proprio alla luce di quei parametri; ha inoltre riconosciuto un danno cosiddetto biologico e morale terminale che, invece, considerata la breve sopravvivenza della vittima (15 giorni) in stato vegetativo, non andava riconosciuto.
2.- I motivi di ricorso sono cinque, ma il primo attiene alla eccepita inammissibilita’ dell’appello, per tardivita’.
I ricorrenti avevano eccepito in appello la tardivita’ della impugnazione, sostenendo che si applicasse il rito lavoro (riforma del 2006) anche al giudizio di secondo grado, nonostante il primo fosse soggetto ratione temporis a quello ordinario (perche’ introdotto ante riforma) e che dunque la tempestivita’ della impugnazione andasse verificata con riguardo al momento di deposito della citazione in appello (che andava qualificata come ricorso, proprio in ragione del rito da applicare), e con riferimento a tale momento doveva ritenersi tardiva. La corte di appello ha rigettato tale eccezione ritenendo non applicabile il rito lavoro in ragione della data (anteriore alla entrata in vigore della riforma) in cui era stata introdotta la causa.
Infatti ” in materia di appello, nelle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni personali conseguenti ad incidenti stradali, instaurate prima della data di entrata in vigore della L. 21 febbraio 2006, n. 102 (che prevedeva l’applicabilita’ alle stesse del rito del lavoro, senza pero’ dettare una disciplina transitoria), il gravame deve essere proposto con le forme e nei termini del rito ordinario allorche’ tali cause siano state trattate e decise in primo grado secondo tale rito, non ostando a tale esito neppure la sopravvenienza, nel corso delle stesse, della L. 18 giugno 2009, n. 69, articolo 53, il quale – nel disporre l’abrogazione dell’articolo 3 della L. n. 102 del 2006, ma sancendo la persistente applicabilita’ del rito del lavoro alle cause “de quibus”, pendenti alla data della propria entrata in vigore – ha, tuttavia, sottratto al regime dell’ultrattivita’ del rito del lavoro i giudizi introdotti con rito ordinario per i quali, a tale data, non fosse stata ancora disposta la modifica del rito ai sensi dell’articolo 426 c.p.c.” (Cass. 13311/2015).
La causa e’ stata introdotta dunque prima della riforma (del 2006), con la conseguenza che correttamente il gravame e’ stato proposto con il rito ordinario, e con l’ulteriore conseguenza che, ai fini della tempestivita’, rileva la notifica della citazione e non il suo deposito.
3.- Il secondo motivo lamenta violazione degli articoli 1226, 2056, 2059 c.c.. Secondo i ricorrenti, la corte di appello ha rifiutato di applicare le tabelle aggiornate, in corso di causa, ed ha basato il suo giudizio su quelle non piu’ valide.
Piu’ precisamente, il giudice di primo grado aveva fatto applicazione delle tabelle del 2008, che, pero’ in pendenza del giudizio di appello, erano state sostituite con tabelle piu’ aggiornate (quelle del 2014).
I ricorrenti hanno chiesto che si facesse allora applicazione di queste ultime, e tuttavia la corte ha rivisto il risarcimento alla luce sempre delle tabelle del 2008. Secondo i ricorrenti, il fatto di avere rivalutato il risarcimento sulla base di tabelle non piu’ valide, perche’ sostituite, ha costituito un vizio di valutazione del danno, censurabile come violazione di legge.
Secondo un regola fissata da questa Corte: “in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, quando, all’esito del giudizio di primo grado, l’ammontare del danno alla persona sia stato determinato secondo il sistema “tabellare”, la sopravvenuta variazione – nelle more del giudizio di appello – delle tabelle utilizzate legittima il soggetto danneggiato a proporre impugnazione, per ottenere la liquidazione di un maggiore importo risarcitorio, allorquando le nuove tabelle prevedano l’applicazione di differenti criteri di liquidazione o una rideterminazione del valore del “punto-base” in conseguenza di una ulteriore rilevazione statistica dei dati sull’ammontare dei risarcimenti liquidati negli uffici giudiziari, atteso che, in questi casi, la liquidazione effettuata sulla base di tabelle non piu’ attuali si risolve in una non corretta applicazione del criterio equitativo previsto dall’articolo 1226 c.c.” (Cass. 25485/2016; Cass. 22265/2018).
Con la conseguenza che, la corte di appello, non avendo tenuto conto dell’aggiornamento delle tabelle, al momento in cui doveva decidere, ed avendo invece fatto riferimento a quelle ormai superate, non ha correttamente applicato il criterio equitativo nella stima del danno.
Va osservato che dal ricorso risulta che la questione era stata posta al giudice di appello e che le nuove tabelle di riferimento erano state allegate agli atti difensivi.
4.- Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano sempre violazione degli articoli 1226 e 2056 c.c., ma sotto un diverso profilo.
Lamentano infatti che la corte di appello non ha pienamente riconosciuto il danno cosiddetto terminale (morale e biologico).
La decisione impugnata ha infatti osservato che la ragazza e’, si, sopravvissuta per circa 15 giorni, ma in stato di incoscienza, e che dunque non ha potuto avere percezione della imminente fine o della gravita’ del suo stato, con la conseguente impossibilita’ di percepire una sofferenza morale; ed ha invece liquidato il danno biologico di quei quindici giorni in via equitativa.
Secondo i ricorrenti, invece, ai fini della liquidazione del danno biologico e morale terminale non ha rilevanza la lucidita’ della vittima, quanto la sopravvivenza oltre le 24 ore, quest’ultima accertata e pacifica.
Va premesso che, per quanto diversamente possa apparire, non e’ assorbito dall’accoglimento del motivo precedente: quello, infatti, attiene al quantum, mentre questo motivo attiene all’an, ossia al diritto al risarcimento del danno terminale, parzialmente negato dalla corte di appello.
E’ nota la regola in tema di danno terminale. Altro e’ il danno biologico terminale, che e’ liquidabile iure hereditatis, ove via sia stata una sopravvivenza della vittima oltre le 24 ore, tempo convenzionalmente stimato perche’ il diritto al risarcimento “entri” nel patrimonio del danneggiato e si possa quindi trasmettere agli eredi, e tale danno si liquida a prescindere dalla incoscienza della vittima, trattandosi di una lesione oggettiva della salute, che rileva in quanto tale anche se non e’ percepita dal danneggiato (Cass. 18056/2019; Cass. 21060/2016) ed e’ un danno che si liquida in termini di invalidita’ temporanea (Cass. 16592/2019); altro e’ il danno morale cosiddetto terminale, che invece presuppone uno stato di coscienza della vittima, proprio perche’ consiste nella sofferenza dovuta alla consapevolezza della gravita’ delle lesioni.
Nel caso presente, la corte di appello ha dunque correttamente escluso il danno morale terminale, non essendovi prova dello stato cosciente della vittima, che, anzi, risultava in stato vegetativo, ed ha liquidato il danno biologico con il criterio della invalidita’ permanente, ma facendo riferimento ad un criterio equitativo anziche’ a quello tabellare suddetto.
Cosi che correttamente e’ stato negato il danno morale terminale, mentre e’ stato riconosciuto quello biologico terminale, senza che possa tuttavia, quanto a quest’ultimo avere alcun rilievo il metodo di liquidazione, che invero non e’ contestato specificamente dai ricorrenti.
4.- Quarto e quinto motivo sono assorbiti dall’accoglimento del secondo, poiche’ attengono al soggetto tenuto alla restituzione della somma ritenuta in eccesso dalla corte di appello, restituzione che, alla luce del criterio di stima su indicato, potrebbe essere messa in discussione da una diversa valutazione dell’ammontare.
Il ricorso va pertanto accolto nei termini indicati e la sentenza cassata con rinvio al giudice di appello, che dovra’ nuovamente stimare il risarcimento tenendo conto delle tabelle aggiornate (2014) anche per quanto riguarda il danno biologico terminale.
La Corte accoglie il secondo motivo; rigetta il primo ed il terzo, assorbiti quarto e quinto. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Firenze in diversa composizione, anche per le spese.
Procedimento civile – Responsabilità aggravata – Poteri del giudice in sede di pronuncia sulle spese – Condanna della parte soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata. – Questione di legittimità costituzionale: art. 96, c. 3°, del codice di procedura civile. – Non fondatezza – Inammissibilità
È stato così introdotto, dall’art. 45, comma 12, della legge n. 69 del 2009, il terzo comma dell’art. 96 cod. proc. civ.che – come già ricordato – prevede che «[i]n ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».