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Timestamp: 2017-10-22 08:12:24+00:00
Document Index: 184832789

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 41', 'art. 1175', 'art. 414', 'art. 5', 'art. 414', 'art. 163', 'art. 2697', 'art. 18', 'art. 2697']

Grava sul datore di lavoro la prova dell'impossibilità di diverso utilizzo del lavoratore licenziato
Con una recente sentenza, la Cassazione torna a un'applicazione rigida dell'onere della prova a carico del datore di lavoro.
Decisione: Sentenza n. 5592/2016 Cassazione Civile - Sezione lavoro
Parole chiave: licenziamento - repechage - onere della prova
Un dipendente con mansioni di direttore commerciale, che veniva licenziato per giustificato motivo oggettivo in occasione di una riorganizzazione aziendale, impugnava il licenziamento che però veniva confermato in primo grado e in appello.
Nei giudizi di merito veniva anche escluso l'asserito demansionamento che il lavoratore denunciava per il periodo della precedente fase di trasferimento ad altra divisione aziendale prima del licenziamento.
Il lavoratore ricorreva per Cassazione, la quale accoglie il ricorso e rinvia alla Corte di Appello per un nuovo esame della questione.
La Cassazione dapprima ricorda che «l'art. 5 I. 604/1966 è assolutamente chiaro nel porre a carico del datore di lavoro "l'onere della prova della sussistenza ... del giustificato motivo di licenziamento": ed in tale senso esso è interpretato in ordine al controllo giudiziale dell'effettiva sussistenza del motivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, addotto dal datore di lavoro, essendo invece insindacabile la scelta dei criteri di gestione dell'impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'art. 41 Cost. (Cass. 14 maggio 2012, n. 7474; Cass. 11 luglio 2011, n. 15157)».
Poi precisa anche che «in esso rientra il requisito dell'impossibilità di repechage, quale criterio di integrazione delle ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa, nella modulazione della loro diretta incidenza sulla posizione del singolo lavoratore licenziato, derogabile soltanto quando il motivo consista nella generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile (dovendo in tal caso il datore di lavoro pur sempre improntare l'individuazione del soggetto da licenziare ai principi di correttezza e buona fede, cui deve essere informato, ai sensi dell'art. 1175 c.c., ogni comportamento delle parti del rapporto obbligatorio e quindi anche il recesso di una di esse: Cass. 28 marzo 2011, n. 7046) ovvero in caso di licenziamento del dirigente d'azienda per esigenze di ristrutturazione aziendali (per incompatibilità del repechage con la posizione dirigenziale del lavoratore, assistita da un regime di libera recedibilità del datore di lavoro: Cass. 11 febbraio 2013, n. 3175)».
Ad ulteriore conferma, il Collegio afferma che «allora, la domanda del lavoratore è correttamente individuata, a norma dell'art. 414 n. 3 e n. 4 c.p.c., da un petitum di impugnazione del licenziamento per illegittimità e da una causa petendi di inesistenza del giustificato motivo così come intimato dal datore di lavoro, cui incombe pertanto la prova, secondo la previsione dell'art. 5 I. 604/1966, della sua ricorrenza in tutti gli elementi costitutivi, in essi compresa l'impossibilità di repechage: senza alcun onere sostitutivo del lavoratore alla sua controparte datrice sul piano dell'allegazione, per farne conseguire un onere probatorio (offrendogli, per così dire, l'affermazione del fatto da provare). Si tratterebbe di una divaricazione davvero singolare, in quanto inedita sul piano processuale, nel quale l'onere della prova è modulato in coerente corrispondenza con quello dell'allegazione, come inequivocabilmente stabilito dall'indicazione dei requisiti della domanda ("esposizione dei fatti ... sui quali si fonda la domanda" e "indicazione specifica dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi": art. 414 n. 4 e n. 5 c.p.c., con previsione del tutto analoga a quella dell'art. 163, terzo comma, n. 4 e n. 5 c.p.c.), in funzione di una corretta ripartizione dell'onere probatorio secondo la previsione dell'art. 2697 c.c., a norma del quale ciascuna delle parti deve provare i fatti a fondamento delle proprie domande o eccezioni, espressione del rispettivo onere di allegazione, nell'evidente indisgiungibilità dei due piani (Cass. s.u. 16 febbraio 2016, n. 2951: in riferimento ad allegazione e prova della titolarità della posizione giuridica vantata in giudizio; Cass. 15 ottobre 2014, n. 21847 e Cass. 19 agosto 2009, n. 18399: in riferimento all'onere di provare le proprie allegazioni soltanto ove non specificamente contestate da controparte)».
In ogni caso, precisa che «in tema di responsabilità da inadempimento, di cui la normativa di carattere generale in materia di licenziamenti (come principalmente stabilita dalla legge n. 604/1966 e dall'art. 18 della legge n. 300/1970) costituisce specificazione, essendo applicabile agli effetti del licenziamento, qualora non operi detta normativa, la disciplina civilistica dell'inadempimento (Cass. 22 luglio 2004, n. 13731)».
E così riassume: «in base a tali principi, il creditore attore (lavoratore impugnante il licenziamento come illegittimo) è onerato della (allegazione e) prova della fonte negoziale (o legale) del proprio diritto (rapporto di lavoro a tempo indeterminato) e dell'allegazione dell'inadempimento della controparte (illegittimo esercizio del diritto di recesso per giustificato motivo oggettivo), mentre il debitore convenuto (datore di lavoro) è onerato della prova del fatto estintivo (legittimo esercizio del diritto di recesso per giustificato motivo oggettivo nella ricorrenza dei suoi presupposti, tra i quali, come detto, anche l'impossibilità di repechage): in coerenza con i principi di persistenza del diritto (art. 2697 c.c.) e di riferibilità o vicinanza della prova (Cass. s.u. 30 ottobre 2001, n. 13533)».
La Suprema Corte, infine, giunge ad affermare il seguente principio di diritto: «"In materia di illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datare di lavoro l'a/legazione e la prova dell'impossibilità di repechage de/lavoratore licenziato, in quanto requisito del giustificato motivo di licenziamento, con esclusione di un onere di allegazione al riguardo del secondo, essendo contraria agli ordinari principi processuali una divaricazione tra i due suddetti oneri, entrambi spettanti alla parte deducente"».
La Suprema Corte ha preso posizione circa l'onere della prova sulla impossibilità del cd. "repechage", cioè di utilizzare il lavoratore in altra mansione: la Cassazione chiarisce che questo requisito del giustificato motivo oggettivo di licenziamento deve essere provato e allegato dal datore di lavoro, il quale è onerato della prova del fatto estintivo del rapporto di lavoro (cioè il legittimo esercizio del recesso per giustificato motivo oggettivo nella ricorrenza dei suoi presupposti, tra cui l'impossibilità di repechage).