Source: https://canestrinilex.com/risorse/diaz-fu-tortura-impunita-corte-edu-sentenza-7-aprile-2015/
Timestamp: 2019-06-25 23:34:09+00:00
Document Index: 46268756

Matched Legal Cases: ['sentenza ', '§ 2', '§ 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', '§ 3', '§ 155', '§ 59', '§ 51', '§ 93', '§ 37', '§ 41', '§ 69', '§ 47', '§ 116', '§ 90', '§ 197', '§ 100', '§ 120', '§ 102', '§ 103', '§ 104', '§ 105', '§ 107', '§ 108', '§ 13', '§ 71', '§ 59', '§ 43', '§ 40', '§ 38', '§ 102', '§ 131', '§ 57', '§ 81', '§ 60', '§ 60', '§ 182', '§ 62', '§ 62', '§ 76', '§ 135', '§ 132', '§ 31', '§ 134', 'sentenza ', '§ 53', '§ 68', '§ 43', '§ 38', 'sentenza ', '§ 108', 'sentenza ', '§ 116', '§ 48', '§ 28', '§ 79', '§ 79', '§ 98', '§ 53', 'sentenza ', '§ 2', '§ 2']

Diaz, fu tortura impunita (Corte EDU, sentenza 7 aprile 2015)
7 Aprile 2015, Corte europea dei Diritti dell'Uomo
g8 tortura scuola diaz
Quando un individuo sostiene di avere subito, da parte della polizia o di altri servizi analoghi dello Stato, un trattamento contrario all’articolo 3, tale disposizione, combinata con il dovere generale imposto allo Stato dall’articolo 1 della Convenzione di «riconoscere a ogni persona sottoposta alla [sua] giurisdizione i diritti e le libertà definiti (...) [nella] Convenzione», richiede, per implicazione, che vi sia un’inchiesta ufficiale effettiva.
La Corte ritiene necessario che l’ordinamento giuridico italiano si doti degli strumenti giuridici atti a sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura o di altri maltrattamenti rispetto all’articolo 3 e ad impedire che questi ultimi possano beneficiare di misure che contrastano con la giurisprudenza della Corte.
Tenuto conto anche del carattere sistematico e generalizzato dell’aggressione fisica e verbale di cui sono stati oggetto gli occupanti della scuola Diaz-Pertini, la Corte ritiene che siano accertate sia l’aggressione fisica e verbale lamentata dal ricorrente che le conseguenze che la stessa ha comportato, e che costituiscono tortura ai sensi della convenzione.
La Corte rileva anche l’assenza di un qualsiasi nesso di causalità tra la condotta del ricorrente e l’uso della forza da parte degli agenti di polizia.
I poliziotti che hanno aggredito il ricorrente nella scuola Diaz-Pertini e lo hanno materialmente sottoposto ad atti di tortura non sono mai stati identificati. Essi non sono stati neanche oggetto di indagine e sono rimasti, semplicemente, impuniti.
SENTENZA 7 aprile 2015
Sono stati ricevuti i commenti congiunti dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, dall’associazione «Non c’è pace senza giustizia» e dai Radicali Italiani (ex Partito Radicale Italiano) che il vicepresidente della sezione aveva autorizzato ad intervenire nella procedura scritta (articolo 36 § 2 della Convenzione e articolo 44 § 3 del regolamento).
B. La costituzione di unità speciali di forze dell’ordine per arrestare i black bloc
22. La mattina del 21 luglio 2001, il capo della polizia ordinò al prefetto A., vice capo vicario della polizia e capo della struttura plenipotenziaria, di affidare la direzione di una perquisizione della scuola Paul Klee a M.G., capo del servizio centrale operativo della polizia criminale («SCO») (si veda la sentenza n. 1530/2010 della corte d’appello di Genova del 18 maggio 2010 («sentenza d’appello»), pag. 194). All’esito di questa operazione furono arrestate una ventina di persone che vennero immediatamente rimesse in libertà su ordine della procura o del giudice per le indagini preliminari (sentenza d’appello, pag. 196).
23. Dalle dichiarazioni del prefetto A. rese dinanzi al tribunale di Genova risulta che l’ordine del capo della polizia si spiegava con la sua volontà di passare ad una linea di condotta più «incisiva» che doveva portare a degli arresti per cancellare l’impressione che la polizia non avesse reagito dinanzi ai saccheggi e alle devastazioni commessi in città. Il capo della polizia avrebbe voluto costituire grandi pattuglie miste, sotto la direzione di funzionari delle unità mobili e dello SCO e coordinate da funzionari di sua fiducia, allo scopo di arrestare i black bloc (si veda la sentenza n. 4252/08 del tribunale di Genova, emessa il 13 novembre 2008 e depositata l’11 febbraio 2009 («la sentenza di primo grado»), pag. 243; si veda anche la sentenza n. 38085/12 della Corte di cassazione del 5 luglio 2012, depositata il 2 ottobre 2012 («la sentenza della Corte di cassazione»), pagg. 121 122).
24. Il 21 luglio, alle ore 19.30, M.G. ordinò a M.M., capo della divisione investigazioni generali e operazioni speciali (DIGOS) di Genova, di mettere a disposizione alcuni agenti della sua unità affinché fossero formate, con altri agenti dell’unità mobile di Genova e dello SCO, le pattuglie miste (Rapporto finale dell’inchiesta parlamentare, pag. 29).
C. I fatti che avevano preceduto l’irruzione della polizia nelle scuole Diaz-Pertini e Diaz-Pascoli
25. Il comune di Genova aveva messo a disposizione del GSF, tra l’altro, i locali di due scuole adiacenti, situate in via Cesare Battisti, affinché vi fosse installato un centro multimediale. In particolare, la scuola Diaz-Pascoli («Pascoli») ospitava l’ufficio stampa e degli uffici provvisori di avvocati; la scuola Diaz-Pertini ospitava un internet point. A causa del violento temporale che si era abbattuto sulla città e che aveva reso inagibili alcune zone di campeggio, il comune aveva autorizzato l’uso della scuola Diaz-Pertini come luogo di soggiorno e pernottamento per i manifestanti.
26. Il 20 e 21 luglio alcuni abitanti del quartiere segnalarono alle forze dell’ordine che dei giovani vestiti di nero erano entrati nella scuola Diaz-Pertini ed avevano preso del materiale nel cantiere aperto per i lavori in corso.
27. All’inizio della serata del 21 luglio, una delle pattuglie miste transitò per via Cesare Battisti, provocando un’accesa reazione verbale da parte di decine di persone che si trovavano dinanzi alle due scuole. Una bottiglia vuota fu lanciata in direzione dei veicoli della polizia (sentenza di primo grado, pagg. 244-249, e sentenza della Corte di cassazione, pag. 122).
28. Di ritorno in questura, i funzionari della polizia che dirigevano la pattuglia riferirono i fatti nel corso di una riunione tenutasi fra i più alti funzionari delle forze dell’ordine (in particolare il prefetto A., il prefetto L.B., il questore C. e M.G.).
29. Dopo essersi messi in contatto con il responsabile del GSF al quale era stata affidata la scuola Diaz-Pertini, essi decisero di effettuare una perquisizione per raccogliere elementi di prova e, eventualmente, arrestare i membri dei black bloc responsabili dei saccheggi. Dopo aver scartato l’ipotesi di un attacco alla scuola con gas lacrimogeni, essi decisero di agire secondo le seguenti modalità: una unità della polizia, costituita principalmente da agenti appartenenti a una divisione specializzata nelle operazioni antisommossa e che aveva seguito una formazione ad hoc (il «VII Nucleo antisommossa», costituito in seno all’unità mobile di Roma) doveva «mettere in sicurezza» l’edificio; un’altra unità doveva eseguire la perquisizione; infine una unità dei carabinieri doveva circondare l’edificio al fine di impedire la fuga delle persone sospettate. Anche il capo della polizia fu informato dell’operazione (sentenza di primo grado, pagg. 226 e 249-252, e Relazione conclusiva dell’indagine parlamentare, pagg. 29-31).
30. Verso la fine della serata, molti agenti delle forze dell’ordine, provenienti da diverse unità e servizi, lasciarono la questura di Genova e si diressero verso via Cesare Battisti (Relazione conclusiva dell’indagine parlamentare, idem). Secondo la sentenza della Corte di cassazione, il numero complessivo dei partecipanti all’operazione era di «circa 500 tra agenti di polizia e carabinieri, questi ultimi incaricati solo della cinturazione degli edifici». La sentenza d’appello (pag. 204) sottolinea che questo numero non è mai stato stabilito con precisione.
D. L’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini
31. Verso mezzanotte, una volta arrivati in prossimità delle due scuole, i membri del VII Nucleo antisommossa, dotati di caschi, scudi e manganelli di tipo tonfa, nonché altri agenti equipaggiati allo stesso modo iniziarono ad avanzare a passo di corsa. Un giornalista e un consigliere comunale, che si trovavano all’esterno degli edifici delle due scuole, furono colpiti con calci e manganelli (sentenza di primo grado, pagg. 253-261).
32. Alcuni occupanti della scuola Diaz-Pertini che si trovavano all’esterno rientrarono quindi nell’edificio e chiusero il cancello e le porte d’ingresso, tentando di bloccarle con dei banchi di scuola e delle tavole di legno. Gli agenti di polizia si ammassarono davanti al cancello che forzarono con un mezzo blindato dopo aver tentato invano di sfondarlo a spallate. Infine, l’unità di polizia descritta sopra sfondò la porta d’ingresso (ibidem).
33. Gli agenti si divisero nei piani dell’edificio, parzialmente immersi nel buio. La maggior parte di loro aveva il viso coperto da un foulard, essi cominciarono a colpire gli occupanti con pugni, calci e manganelli, gridando e minacciando le vittime. Alcuni gruppi di agenti si accanirono anche su degli occupanti che erano seduti o allungati per terra. Alcuni degli occupanti, svegliati dal rumore dell’assalto, furono colpiti mentre si trovavano ancora nei loro sacchi a pelo; altri lo furono mentre tenevano le braccia in alto in segno di resa o mostravano le loro carte d’identità. Altri occupanti tentarono di scappare e si nascosero nei bagni o nei ripostigli dell’edificio, ma furono riacciuffati, colpiti, talvolta tirati fuori dai loro nascondigli per i capelli (sentenza di primo grado, pagg. 263-280, e sentenza d’appello, pagg. 205-212).
34. Il ricorrente, che all’epoca dei fatti aveva sessantadue anni, si trovava a piano terra. Svegliato dal rumore, all’arrivo della polizia si era seduto con le spalle al muro, a fianco di un gruppo di occupanti e aveva le braccia alzate (sentenza di primo grado, pagg. 263-265 e 313). Fu colpito soprattutto sulla testa, le braccia e le gambe, i colpi ricevuti gli provocarono fratture multiple: fratture dell’ulna destra, dello stiloide destro, del perone destro e di varie costole. Secondo le dichiarazioni dell’interessato rese dinanzi al tribunale di Genova, il personale sanitario entrato nella scuola dopo le violenze lo aveva preso in carico per ultimo, nonostante le sue richieste di soccorso.
35. Il ricorrente fu operato presso l’ospedale Galliera di Genova, dove rimase quattro giorni, poi, qualche anno dopo, presso l’Ospedale Careggi di Firenze. Gli venne riconosciuta una incapacità temporanea al lavoro superiore a quaranta giorni. Delle ferite descritte sopra è rimasta la debolezza permanente del braccio destro e della gamba destra (sentenza di primo grado, pagg. XVII e 345).
E. L’irruzione della polizia nella scuola Pascoli
36. Poco dopo l’irruzione nella scuola Diaz-Pertini, una unità di agenti fece irruzione nella scuola Pascoli, dove alcuni giornalisti stavano filmando ciò che succedeva sia all’esterno che all’interno della scuola Diaz-Pertini. Una stazione radio raccontava questi eventi in diretta.
37. All’arrivo degli agenti, i giornalisti furono obbligati a terminare le loro riprese e la trasmissione radio. Alcune cassette che contenevano le riprese filmate raccolte durante i tre giorni del summit furono sequestrate e gli hard disk dei computer degli avvocati del GSF furono gravemente danneggiati (sentenza di primo grado, pagg. 300-310).
F. Gli eventi che seguirono l’irruzione nelle scuole Diaz- Pertini e Pascoli
38. Dopo l’irruzione nella scuola Diaz-Pertini, le forze dell’ordine vuotarono gli zaini e gli altri bagagli degli occupanti, senza cercare di identificarne i rispettivi proprietari né di spiegare la natura dell’operazione in corso. Riunirono una parte degli oggetti così raccolti in un telo nero che si trovava nella palestra della scuola. Nel corso di questa operazione, alcuni occupanti furono portati in questa stessa sala e costretti a sedersi o ad allungarsi per terra (sentenza di primo grado, pagg. 285-300).
41. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, il capo dell’ufficio stampa della polizia italiana, intervistato in prossimità delle scuole, dichiarò che, nel corso della perquisizione, la polizia aveva trovato abiti e cappucci neri simili a quelli utilizzati dai black bloc. Egli aggiunse che le numerose macchie di sangue nell’edificio erano dovute alle ferite che la maggior parte degli occupanti della scuola Diaz-Pertini si sarebbero procurate durante gli scontri verificatisi nel corso della giornata (sentenza di primo grado, pagg. 170-172).
42. Il giorno successivo, nella questura di Genova, la polizia mostrò alla stampa gli oggetti sequestrati durante la perquisizione, soprattutto due bottiglie molotov. Fu anche mostrata la divisa di un agente che aveva partecipato all’irruzione nella scuola Diaz-Pertini; questa presentava una lacerazione netta che poteva essere stata causata da una coltellata (ibidem).
43. I procedimenti penali avviati a carico degli occupanti per i capi di accusa di associazione per delinquere volta al saccheggio e alla devastazione, resistenza aggravata alle forze dell’ordine e porto abusivo di armi si sono conclusi con l’assoluzione degli interessati.
G. Il procedimento penale avviato contro i membri delle forze dell’ordine per l’irruzione nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli
44. La procura della Repubblica di Genova aprì un’indagine per stabilire gli elementi sui quali si era fondata la decisione di fare irruzione nella scuola Diaz-Pertini, e per chiarire le modalità di esecuzione dell’operazione, l’aggressione con il coltello che era stata commessa nei confronti di un agente e la scoperta delle bottiglie molotov, nonché gli eventi che avevano avuto luogo nella scuola Pascoli.
45. Nel dicembre 2004, dopo circa tre anni di indagini, furono rinviate a giudizio ventotto persone fra funzionari, dirigenti e agenti delle forze dell’ordine. In seguito, due procedimenti riguardanti altri tre agenti furono uniti al primo.
46. Il ricorrente si era costituito parte civile all’udienza preliminare del 3 luglio 2004. In totale, le parti civili, fra cui decine di occupanti italiani e stranieri delle due scuole nonché sindacati e altre associazioni non governative, erano centodiciannove.
47. Questo procedimento aveva ad oggetto gli eventi della scuola Diaz-Pertini, luogo in cui alloggiava il ricorrente (paragrafi 31-34 supra), e quelli della scuola Pascoli (paragrafi 36 e 37 supra). Comportò l’audizione di più di trecento persone fra imputati e testimoni (tra cui molti stranieri), due perizie e l’esame di un abbondante materiale audiovisivo.
48. I capi di accusa presi in esame relativamente agli eventi della scuola Diaz-Pertini furono i seguenti: falso ideologico, calunnia semplice e aggravata, abuso di ufficio (soprattutto per l’arresto illegale degli occupanti), lesioni personali semplici e aggravate nonché porto abusivo di armi da guerra.
49. Con la sentenza n. 4252/08 del 13 novembre 2008, depositata l’11 febbraio 2009, il tribunale di Genova dichiarò dodici degli imputati colpevoli dei delitti di falso (un imputato), di calunnia semplice (due imputati) e di calunnia aggravata (un imputato), di lesioni personali semplici e aggravate (dieci imputati) nonché di porto abusivo di armi da guerra (due imputati). Il tribunale li condannò a pene comprese tra 2 e 4 anni di reclusione, all’interdizione dai pubblici uffici per tutta la durata della pena principale nonché, in solido con il Ministero dell’Interno, al pagamento delle spese e al versamento del risarcimento danni alle parti civili, alle quali il tribunale accordò una provvisionale compresa tra i 2.500 e i 50.000 euro (EUR).
50. Per la determinazione delle pene principali, il tribunale tenne conto, in quanto circostanze attenuanti, del fatto che gli autori dei delitti avevano un casellario giudiziale vergine e che avevano agito in condizione di stress e di fatica. Un condannato beneficiò della sospensione condizionale della pena e della non menzione nel casellario giudiziale. Peraltro, in applicazione della legge n. 241 del 29 luglio 2006 che stabiliva le condizioni da soddisfare per ottenere l’indulto, dieci dei condannati beneficiarono di un indulto totale della loro pena principale e uno di loro, condannato a quattro anni di reclusione, beneficiò di un indulto di tre anni.
51. Nella motivazione della sentenza (373 pagine su 527), il tribunale scartò, innanzitutto, la tesi secondo la quale l’operazione sarebbe stata organizzata fin dall’inizio come una spedizione punitiva contro i manifestanti. Dichiarò di ammettere che le forze dell’ordine potessero pensare, alla luce degli eventi che avevano preceduto l’irruzione (in particolare, le indicazioni degli abitanti del quartiere e l’aggressione contro la pattuglia nel pomeriggio del 21 luglio – paragrafi 26-27 supra), che la scuola Diaz-Pertini ospitasse anche dei black bloc. Tuttavia il tribunale ritenne che gli eventi controversi costituissero una violazione chiara della legge e al tempo stesso di ogni principio di umanità e di rispetto della persona. In effetti, secondo lui, anche in presenza dei black bloc, le forze dell’ordine erano autorizzate a utilizzare la forza soltanto nella misura necessaria per vincere la resistenza violenta degli occupanti, e ciò fatto salvo il rispetto del rapporto di proporzionalità tra la resistenza incontrata e i mezzi utilizzati. Ora, sottolineò il tribunale, né il ricorrente né ad esempio un’altra occupante che era di bassa statura avrebbero potuto compiere degli atti di resistenza tali da giustificare i colpi che sarebbero stati loro inferti e che avevano provocato ecchimosi e fatture.
52. Il tribunale sottolineò anche che la procura non aveva richiesto il rinvio a giudizio degli autori materiali delle violenze, tenuto conto della difficoltà di procedere alla loro identificazione, e che la polizia non aveva collaborato efficacemente. Al riguardo notò che alla procura erano state fornite delle foto vecchie dei funzionari accusati e che erano stati necessari sette anni per identificare un agente particolarmente violento - filmato nel corso dell’irruzione – nonostante la sua capigliatura lo rendesse facilmente riconoscibile.
53. Nella valutazione della responsabilità individuale degli accusati, il tribunale ritenne che, tenuto conto delle circostanze della causa, gli autori materiali avevano agito con la convinzione che i loro superiori tollerassero gli atti da loro commessi. Precisò che il fatto che alcuni funzionari e dirigenti, presenti sui luoghi sin dall’inizio dell’operazione, non avessero immediatamente impedito la prosecuzione delle violenze aveva contribuito alle condotte degli agenti del VII Nucleo antisommossa e degli altri membri delle forze dell’ordine. Pertanto, secondo il tribunale, soltanto questi funzionari e dirigenti potevano essere giudicati colpevoli di complicità nel delitto di lesioni.
54. Il tribunale esaminò poi la tesi della procura secondo la quale le forze dell’ordine avevano fabbricato delle false prove e riferito degli eventi non corrispondenti al vero allo scopo di giustificare, a posteriori, sia le perquisizioni che le violenze.
55. In particolare, per quanto riguardava il comportamento degli occupanti prima dell’irruzione della polizia, il tribunale osservò che le registrazioni video acquisite al fascicolo non mostravano lanci di oggetti di grandi dimensioni dall’edificio, ma che si poteva considerare, secondo le dichiarazioni di un testimone e secondo l’atteggiamento degli agenti, filmati con i loro scudi alzati al di sopra della testa, che qualche piccolo oggetto (monete, bulloni, ecc.) era stato verosimilmente lanciato sugli agenti mentre questi tentavano di sfondare la porta d’ingresso della scuola.
58. Infine, il tribunale ritenne che il verbale dell’operazione contenesse una descrizione dei fatti non corrispondente al vero, perché attestava una resistenza violenta da parte di tutti gli occupanti e non menzionava affatto che la maggior parte di costoro erano stati feriti dalle forze dell’ordine.
60. La corte d’appello dichiarò gli imputati colpevoli dei delitti di falso (diciassette imputati), di lesioni aggravate (nove imputati) e di porto abusivo di armi da guerra (un imputato) condannandoli a pene comprese tra tre anni e otto mesi e cinque anni di reclusione, e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. In applicazione della legge n. 241 del 29 luglio 2006, tutti i condannati beneficiarono di un indulto di tre anni.
61. Poiché il termine di prescrizione dei delitti di calunnia aggravata (quattordici accusati), di abuso di ufficio per l’arresto illegale degli occupanti della scuola Diaz-Pertini (dodici imputati) e di lesioni semplici (nove imputati) era scaduto, la corte d’appello dichiarò non doversi procedere nei confronti di costoro. Dichiarò non doversi procedere anche nei confronti del capo del VII Nucleo antisommossa, condannato in primo grado per lesioni aggravate. Infine, la corte d’appello assolse una persona accusata del delitto di calunnia semplice e di porto abusivo di arma da guerra e un’altra persona accusata del delitto di calunnia semplice.
63. Nella motivazione della sentenza (120 pagine su 313), la corte d’appello precisò innanzitutto che, anche se i sospetti relativi alla presenza delle armi utilizzate dei black bloc per i saccheggi potevano giustificare, in linea di principio, la perquisizione nelle scuole, gli indizi che consentivano di concludere che tutti gli occupanti delle due scuole fossero armati e potessero essere considerati appartenenti ai black bloc erano tuttavia molto deboli.
64. La corte d’appello indicò poi che parecchi elementi dimostravano che l’operazione non si prefiggeva affatto l’identificazione dei black bloc e che era di tutt’altra natura.
65. In primo luogo, i più alti responsabili della polizia, fin dalla pianificazione della «perquisizione», avrebbero previsto che le prime linee delle forze dell’ordine sarebbero state costituite dal VII Nucleo antisommossa e da altri agenti armati pesantemente; a queste unità non sarebbe stato dato alcun ordine, soprattutto in merito all’uso della forza contro gli occupanti, in quanto il loro unico compito era quello di mettere in sicurezza l’edificio.
66. In secondo luogo, anche alcune persone che si trovavano all’esterno della scuola Diaz-Pertini e che non avevano mostrato il minimo segno di resistenza sarebbero state immediatamente attaccate dalle forze dell’ordine.
67. In terzo luogo, le forze dell’ordine avrebbero attaccato sfondando le porte senza aver tentato di parlare con gli occupanti per spiegare loro che doveva essere eseguita una «perquisizione inoffensiva», e senza farsi aprire pacificamente la porta, secondo la corte d’appello legittimamente chiusa da questi ultimi. Una volta nell’edificio, gli agenti avrebbero sistematicamente picchiato gli occupanti in maniera crudele e sadica, anche mediante manganelli non regolamentari. Secondo la corte d’appello, le tracce di sangue visibili sulle foto scattate nel corso dell’ispezione sui luoghi erano fresche e non potevano che essere il risultato di queste violenze, contrariamente alla «vergognosa tesi» secondo la quale provenivano dalle ferite verificatesi durante i saccheggi dei giorni precedenti.
Il carattere sistematico e organizzato delle violenze da parte dei poliziotti nonché i suddetti tentativi di giustificarle a posteriori denotavano, secondo la corte d’appello, un comportamento consapevole e concertato piuttosto che una condizione di stress e di fatica.
74. Tuttavia, tenendo conto del fatto che tutta l’operazione in causa era stata disposta su ordine del capo della polizia di eseguire degli arresti e che dunque gli imputati avevano chiaramente agito sotto questa pressione psicologica, la corte d’appello determinò le pene prendendo in considerazione il minimo edittale per ciascuno dei delitti in questione.
75. Gli imputati, il procuratore generale presso la corte d’appello di Genova, il Ministero dell’Interno (responsabile civile) e alcune delle vittime proposero ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello; il ricorrente e altre vittime si costituirono parte civile.
77. Nella motivazione della sentenza (71 pagine su 186), la Corte di cassazione esaminò innanzitutto l’eccezione di illegittimità costituzionale dell’articolo 157 del codice penale, in materia di prescrizione dei reati, sollevata dal procuratore generale in relazione all’articolo 3 della Convenzione e, di riflesso, con l’articolo 117, primo comma, della Costituzione. Essa osservò che – come constatato dalle decisioni di primo e secondo grado e come, peraltro, non sarebbe mai stato contestato – «le violenze perpetrate dalla polizia nel corso dell’intervento presso la scuola Diaz-Pertini [erano] state di una gravità inusitata». L’«assoluta gravità» starebbe nel fatto che queste violenze generalizzate, commesse in tutti i locali della scuola, si erano scatenate contro persone all’evidenza disarmate, dormienti o sedute con le mani alzate; si sarebbe trattato dunque di «violenza non giustificata e, come correttamente rilevato dal Procuratore generale, [esercitata con finalità] punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione ed alla sofferenza fisica e mentale delle vittime». Per la Corte di cassazione queste violenze potevano definirsi «tortura» secondo la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti oppure dei «trattamenti inumani o degradanti» ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione.
3. L’ordine di un superiore o di un’autorità pubblica non può essere invocato a giustificazione della tortura.»
«1. Ogni Stato Parte vigila affinché tutti gli atti di tortura vengano considerati quali trasgressioni nei confronti del suo diritto penale. Lo stesso vale per i tentativi di praticare la tortura o ogni atto commesso da qualsiasi persona, che rappresenti una complicità o una partecipazione all’atto di tortura.
« 1. Ogni Stato Parte adotta le misure necessarie a determinare la sua competenza al fine di giudicare in merito alle trasgressioni di cui all’articolo 4, nei seguenti casi:
c) Qualora la vittima sia un cittadino di detto Stato e quest’ultimo il giudice appropriato
2. Ogni Stato Parte adotta altresì le misure necessarie a determinare la sua competenza al fine di giudicare le suddette trasgressioni, qualora il loro presunto autore si trovi su qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione, ed il detto Stato non lo estradi, in conformità all’articolo 8, verso uno degli Stati di cui al paragrafo 1 del presente articolo.
1. Ogni Stato Parte vigila affinché l’insegnamento e l’informazione relativi all’interdizione della tortura, siano parte integrante della formazione del personale civile o militare incaricato dell’applicazione delle leggi, del personale medico, degli agenti della funzione pubblica e di altre persone che possono intervenire nel corso della custodia, dell’interrogatorio o del trattamento di ogni individuo arrestato, detenuto o imprigionato in qualsiasi maniera.
Ogni Stato Parte vigila affinché le autorità competenti procedano immediatamente ad un’inchiesta imparziale, ogni volta che vi siano motivi ragionevoli di ritenere che un atto di tortura sia stato commesso su qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione.
Ogni Stato Parte garantisce ad ogni persona che pretende essere stata sottoposta alla tortura su qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione, il diritto di sporgere denuncia davanti alle autorità competenti di detto Stato, che procederanno immediatamente ed imparzialmente all’esame della sua causa. Saranno presi provvedimenti per assicurare la protezione dell’attore e dei testimoni contro qualsiasi maltrattamento o intimidazione a causa della denuncia inoltrata o di qualsiasi deposizione resa.
1. Ogni Stato Parte garantisce, nel suo sistema giuridico, alla vittima di un atto di tortura, il diritto di ottenere riparazione e di essere equamente risarcito ed in maniera adeguata, inclusi i mezzi necessari alla sua riabilitazione più completa possibile. In caso di morte della vittima, risultante da un atto di tortura, gli aventi causa di quest’ultima hanno diritto al risarcimento.
1. Ogni Stato Parte s’impegna a proibire in ogni territorio, sottoposto alla sua giurisdizione, altri atti che costituiscono pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che non siano atti di tortura come definiti all’articolo primo, allorché questi atti sono commessi da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. In particolare, gli obblighi enunciati agli articoli l0, 11, 12 e 13 sono applicabili mediante la sostituzione della menzione della tortura con la menzione di altre forme di pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
2. Le disposizioni della presente Convenzione non pregiudicano le disposizioni di ogni altro strumento internazionale o della legge nazionale che vietino le pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, o che siano relative all’estradizione o all’espulsione.
111. Adottati il 7 settembre 1990 dall’ 8o Congresso delle Nazioni Unite per la prevenzione del crimine e il trattamento dei delinquenti, tali principi, nelle loro parti pertinenti, dispongono:
5. Quando l’uso legittimo della forza o delle armi da fuoco è inevitabile, i responsabili dell’applicazione delle leggi:
Ne devono fare uso con moderazione e la loro azione sarà proporzionale alla gravità del reato e all’obiettivo legittimo da raggiungere;
Si sforzeranno di provocare il minore dei danni e delle lesioni all’integrità fisica e di rispettare e preservare la vita umana;
Vigileranno affinché a ogni persona ferita o colpita in altro modo vengano prestati il più rapidamente possibile l’assistenza e i soccorsi sanitari;
7. I Governi faranno in modo che l’uso arbitrario o abusivo della forza o delle armi da fuoco da parte dei responsabili dell’applicazione delle leggi sia punito come un reato, in applicazione della legislazione nazionale.
8. Non può essere invocata alcuna circostanza eccezionale, come l’instabilità della situazione politica interna o uno stato di urgenza, per giustificare una deroga a questi Principi di base.
24. I poteri pubblici e le autorità di polizia devono fare in modo che i superiori gerarchici siano considerati responsabili se, sapendo o essendo tenuti a sapere che degli agenti incaricati dell’applicazione delle leggi sottoposti ai loro ordini fanno o hanno fatto ricorso all’uso illecito della forza o delle armi da fuoco, non hanno adottato tutte le misure in loro potere per impedire, far cessare o segnalare tale abuso.»
19. Il Comitato nota che vi sono degli ostacoli che continuano a ritardare l’adozione dei seguenti testi di legge: inserimento nel Codice penale del delitto di tortura come definito nel diritto internazionale (articolo 7 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici] (...)»
113. Le Osservazioni conclusive del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura («CAT») pubblicate il 1o gennaio 1995 (UN Doc. A/50/44(SUPP)), sono così formulate per quanto riguarda l’Italia:
d) Verificare che le denunce di maltrattamenti e di atti di tortura siano prontamente oggetto di una indagine efficace, e imporre agli eventuali responsabili una pena adeguata, che sarà effettivamente eseguita (...).»
114. Le Osservazioni conclusive del CAT pubblicate il 1o gennaio 1999 (A/54/44(SUPP)), sono coì formulate per quanto riguarda l’Italia:
«5. Benché lo Stato parte affermi che tutti gli atti che possono essere qualificati «tortura» ai sensi del primo articolo della Convenzione sono punibili in virtù del codice penale italiano e prendendo nota del progetto di legge (proposta di legge senatoriale n. 1216) che è stato approvato dalla Camera dei Deputati, attualmente in attesa di esame da parte del Senato, il Comitato è preoccupato dal fatto che lo Stato parte non abbia ancora inserito nel diritto interno il reato di tortura come definito nell’articolo primo della Convenzione (articoli 1 e 4). (...)
«Con specifico riferimento all’inserimento ed alla definizione formale del reato di tortura nel codice penale italiano, l’assenza di un reato di questo tipo nel codice penale non significa comunque che in Italia esista la tortura. Se, da un parte, la tortura non esiste perché è questa una pratica lontana dalla nostra mentalità, dall’altra alcune sezioni del codice penale puniscono severamente tale comportamento anche se il termine “tortura” in quanto tale non è incluso nel codice stesso. Inoltre, per quanto riguarda l’adeguamento del nostro ordinamento giuridico allo Statuto della Corte penale internazionale, stiamo considerando la possibilità di inserire il reato di tortura nel nostro sistema, attraverso una definizione più ampia e completa rispetto alle pertinenti convenzioni internazionali. Tuttavia la sostanza non cambia; con o senza la parola “tortura” nel codice penale. L’art. 32 del disegno di legge n. 6050 (2005) come presentato al Senato, prevede inter alia: “chiunque procura ad una persona di cui abbia il controllo o la custodia gravi dolori o sofferenze fisiche o psichiche, è punito con la reclusione fino a dieci anni (...)
122. Il Governo eccepisce la tardività della domanda di intervento del Partito radicale non violento transnazionale e transpartito, dell’associazione «Non c’è pace senza giustizia» e dei Radicali italiani (ex «Partito radicale italiano»), affermando che essa è stata sottoposta alla Corte il 21 giugno 2013, ossia più di dodici settimane dopo la data in cui il ricorso sarebbe stato portato a sua conoscenza, cioè il 21 dicembre 2012 (paragrafi 4 e 5 supra). A tale proposito, il Governo invoca l’articolo 44 § 3 del regolamento, ai sensi del quale le richieste di autorizzazione ai fini dell’intervento di terzo «devono essere (...) presentate per iscritto in una delle lingue ufficiali (...) al massimo dodici settimane dopo che il ricorso è stato portato a conoscenza della Parte contraente convenuta».
In effetti, anche se in questo tipo di cause essa è disposta ad esaminare con un occhio più critico le conclusioni dei giudici nazionali (El-Masri c. l’ex-Repubblica jugoslava di Macedonia [GC], n. 39630/09, § 155, CEDU 2012), la Corte deve normalmente disporre di elementi convincenti per potersi discostare dalle constatazioni alle quali questi sono giunti (si vedano, tra molte altre, Vladimir Romanov, sopra citata, § 59, 24 luglio 2008, Georgiy Bykov c. Russia, n. 24271/03, § 51, 14 ottobre 2010, Gäfgen, sopra citata, § 93, Darraj, sopra citata, § 37, Alberti c. Italia, n. 15397/11, § 41, 24 giugno 2014, Saba c. Italia, n. 36629/10, § 69, 1o luglio 2014, e Ataykaya c. Turchia, n. 50275/08, § 47, 22 luglio 2014).
171. In linea di principio, per stabilire se una determinata forma di maltrattamento debba essere definita tortura, la Corte deve tenere presente la distinzione operata dall’articolo 3 tra questa nozione e quella di trattamenti inumani o degradanti. Come la Corte ha già osservato, questa distinzione sembra essere stata sancita dalla Convenzione per marchiare di una particolare infamia alcuni trattamenti inumani deliberati che provocano sofferenze estremamente gravi e crudeli (Batı e altri, sopra citata, § 116, Gäfgen, sopra citata, § 90, con le sentenze ivi citate, e El-Masri, sopra citata, § 197).
Il carattere acuto delle sofferenze è «per la sua stessa natura relativo; esso dipende dai dati della causa considerati complessivamente, in particolare dalla durata del trattamento e dai suoi effetti fisici o psichici nonché, a volte, dal sesso, dall’età, dallo stato di salute della vittima, ecc. » (Selmouni, sopra citata, § 100, e Batı e altri, sopra citata, § 120).
176. Infine, nella causa Gäfgen (sopra citata), la Corte ha tenuto conto: a) della durata del maltrattamento inflitto al ricorrente, ossia circa dieci minuti (Gäfgen, sopra citata, § 102); b) degli effetti fisici o psichici che questo trattamento aveva avuto sul ricorrente; la Corte ha ritenuto che le minacce di maltrattamenti avessero suscitato in quest’ultimo una paura, un’angoscia e delle sofferenze psichiche considerevoli, ma non conseguenze a lungo termine (idem, § 103); c) della questione di stabilire se il maltrattamento fosse intenzionale o meno; la Corte ha ritenuto che le minacce non fossero un atto spontaneo ma fossero state premeditate e concepite in maniera deliberata e intenzionale (idem, § 104); d) dello scopo perseguito dal maltrattamento e del contesto in cui era stato inflitto; la Corte ha sottolineato che gli agenti di polizia avevano minacciato il ricorrente di maltrattamenti allo scopo di estorcergli informazioni sul luogo in cui si trovava un bambino rapito e che essi credevano ancora vivo, ma in grave pericolo (idem, §§ 105-106).
Perciò la Corte, pur tenendo conto della «motivazione che ispirava il comportamento degli agenti di polizia e l’idea che essi [avevano] nell’intento di salvare la vita di un minore» (idem, § 107), ha giudicato che il metodo di interrogatorio al quale il ricorrente era stato sottoposto nelle circostanze della presente causa era stato sufficientemente grave per essere qualificato come un trattamento inumano vietato dall’articolo 3, ma non aveva avuto il livello di crudeltà richiesto per raggiungere la soglia della tortura (idem, § 108).
181. Pertanto, la presente causa si distingue dalle cause nelle quali l’uso (sproporzionato) della forza da parte degli agenti di polizia era da mettere in relazione con atti di resistenza fisica o tentativi di fuga (tra i casi di arresto di una persona sospetta si vedano, ad esempio, Egmez, sopra citata, §§ 13, 76 e 78, e Rehbock c. Slovenia, n. 29462/95, §§ 71-78, CEDU 2000 XII; tra i casi di controlli di identità si vedano, per esempio, Sarigiannis c. Italia, n. 14569/05, §§ 59-62, 5 aprile 2011, e Dembele, sopra citata, §§ 43-47; per casi di violenze perpetrate durante il fermo, si vedano Rivas c. Francia, n. 59584/00, §§ 40-41, 1o aprile 2004, e Darraj, sopra citata, §§ 38-44).
204. La Corte rammenta che, quando un individuo sostiene in maniera difendibile di avere subito, da parte della polizia o di altri servizi analoghi dello Stato, un trattamento contrario all’articolo 3, tale disposizione, combinata con il dovere generale imposto allo Stato dall’articolo 1 della Convenzione di «riconoscere a ogni persona sottoposta alla [sua] giurisdizione i diritti e le libertà definiti (...) [nella] Convenzione», richiede, per implicazione, che vi sia un’inchiesta ufficiale effettiva. Tale inchiesta deve poter portare all’identificazione e alla punizione dei responsabili. Se così non fosse, nonostante la sua importanza fondamentale, il divieto legale generale della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti sarebbe inefficace nella pratica, e sarebbe possibile in alcuni casi per gli agenti dello Stato calpestare, godendo di una quasi impunità, i diritti di coloro che sono sottoposti al loro controllo (si vedano, tra molte altre sentenze, Assenov e altri c. Bulgaria, 28 ottobre 1998, § 102, Recueil 1998 VIII, Labita, sopra citata, § 131, Krastanov, sopra citata, § 57, Vladimir Romanov, sopra citata, § 81, Ali e Ayşe Duran c. Turchia, n. 42942/02, § 60, 8 aprile 2008, Georgiy Bykov, sopra citata, § 60, El-Masri, sopra citata, §§ 182 e 185 e gli altri riferimenti ivi contenuti, Dembele, sopra citata, § 62, Alberti, sopra citata, § 62, Saba, sopra citata, § 76, e Dimitrov e altri c. Bulgaria, n. 77938/11, § 135, 1o luglio 2014).
213. Tenuto conto dei principi sopra riepilogati e, in particolare, l’obbligo imposto allo Stato di identificare e, eventualmente, sanzionare in maniera adeguata agli autori di atti contrari all’articolo 3 della Convenzione, la Corte ritiene che la presente causa sollevi tre tipi di problema.
215. Certamente, l’obbligo di inchiesta che deriva dall’articolo 3 è piuttosto un obbligazione di mezzo che di risultato (Kopylov, sopra citata, § 132, Samoylov, sopra citata, § 31, e Batı e altri, sopra citata, § 134), dal momento che l’indagine può chiudersi in un nulla di fatto nonostante tutti i mezzi e gli sforzi debitamente dispiegati dalle autorità
216. Resta comunque il fatto che, nel caso di specie, secondo la sentenza di primo grado, l’assenza di identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere ad identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari (paragrafo 52 supra).
La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura.
217. Inoltre, dalle decisioni interne risulta che il numero esatto degli agenti che avevano partecipato all’operazione è rimasto sconosciuto (paragrafo 30 supra) e che i poliziotti, almeno quelli che erano in testa al gruppo che portava i caschi di protezione, hanno fatto irruzione nella scuola avendo, la maggior parte di loro, il viso coperto da un foulard (paragrafi 29 e 33 supra).
Secondo la Corte, queste due circostanze, che derivano dalle fasi di pianificazione e realizzazione dell’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini, costituiscono già degli ostacoli non trascurabili ad ogni tentativo di inchiesta efficace sugli eventi in questione.
La Corte rammenta, in particolare, di aver già dichiarato, sulla base dell’articolo 3 della Convenzione, che l’impossibilità di identificare i membri delle forze dell’ordine, presunti autori di atti contrari alla Convenzione, era contraria a quest’ultima. Parimenti, ha già sottolineato che, quando le autorità nazionali competenti schierano i poliziotti con il viso coperto per mantenere l’ordine pubblico o effettuare un arresto, questi agenti sono tenuti a portare un segno distintivo – ad esempio un numero di matricola – che, pur preservando il loro anonimato, permetta di identificarli in vista della loro audizione qualora il compimento dell’operazione venga successivamente contestato (Ataykaya, sopra citata, § 53, nonché i riferimenti ivi contenuti).
218. Per l’irruzione nella scuola Diaz-Pertini, per le violenze che vi sono state commesse e per i tentativi di nascondere o giustificare queste ultime, alcuni alti dirigenti, alcuni funzionari e un certo numero di agenti della polizia sono stati perseguiti e rinviati a giudizio per vari delitti. É accaduto lo stesso per i fatti che si sono verificati nella scuola Pascoli (paragrafi 45 e 47 supra).
219. Tuttavia, per quanto riguarda gli eventi che si sono verificati nella scuola Diaz-Pertini, i delitti di calunnia, di abuso di ufficio (soprattutto in ragione dell’arresto illegale degli occupanti), di lesioni semplici nonché, nei confronti di un imputato, di lesioni gravi, si sono prescritti prima della decisione d’appello (paragrafo 61 supra). Il delitto di lesioni gravi, per il quale dieci e nove imputati erano stati condannati rispettivamente in primo e secondo grado (paragrafi 49 e 60 supra), è stato dichiarato prescritto dalla Corte di cassazione (paragrafi 76 e 79 supra)
Per quanto riguarda gli eventi che si sono verificati nella scuola Pascoli, i delitti che sono stati ivi commessi allo scopo di cancellare le prove dell’irruzione e delle violenze perpetrate nella scuola Diaz-Pertini si sono ugualmente prescritti prima della decisione d’appello (paragrafo 83 supra).
220. Sono state dunque pronunciate soltanto delle condanne per falso ideologico (diciassette imputati) e per porto abusivo di armi da guerra (un imputato) a pene che vanno da tre anni e tre mesi a quattro anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per una durata di cinque anni (paragrafo 60 supra).
221. In definitiva, al termine del procedimento penale nessuno è stato condannato per i maltrattamenti perpetrati nella scuola Diaz-Pertini nei confronti, in particolare, del ricorrente, in quanto i delitti di lesioni semplici e aggravate si sono estinti per prescrizione. In effetti, le condanne confermate dalla Corte di cassazione riguardano piuttosto i tentativi di giustificazione di questi maltrattamenti e l’assenza di base fattuale e giuridica per l’arresto degli occupanti della scuola Diaz-Pertini (paragrafi 76, 79 e 80 supra).
Per di più, in applicazione della legge n. 241 del 29 luglio 2006, che stabiliva le condizioni da soddisfare per ottenere l’indulto, le pene sono state ridotte di tre anni (paragrafi 50 e 60 supra). Ne consegue che i condannati dovranno scontare, nella peggiore delle ipotesi, pene comprese tra tre mesi e un anno di reclusione.
222. Per quanto sopra esposto, la Corte ritiene che la reazione delle autorità non sia stata adeguata tenuto conto della gravità dei fatti. Di conseguenza ciò la rende incompatibile con gli obblighi procedurali che derivano dall’articolo 3 della Convenzione.
In tale contesto, le ragioni che hanno indotto la corte d’appello a determinare le pene sulla base del minimo edittale per ciascuno dei delitti in questione (ossia il fatto che tutta l’operazione aveva ad origine l’ordine del capo della polizia di eseguire degli arresti e che gli imputati avevano quindi agito sotto questa pressione psicologica – paragrafo 74 supra) non sembrano paragonabili a quelle che la Corte ha denunciato in altre cause (si veda, ad esempio, Ali e Ayşe Duran, sopra citata, § 68, dove gli autori degli atti contrari all’articolo 3 della Convenzione avevano beneficiato di una riduzione della pena in ragione della loro asserita collaborazione nel corso dell’indagine e del dibattimento, mentre in realtà si erano sempre limitati a respingere ogni accusa; si veda anche Zeynep Özcan, sopra citata, § 43, dove le autorità giudicanti avevano riconosciuto agli imputati delle circostanze attenuanti tenuto conto del loro comportamento nel corso del processo mentre in realtà gli interessati non avevano mai assistito alle udienze).
225. La Corte considera pertanto che è la legislazione penale italiana applicata al caso di specie (paragrafi 88-102 supra) a rivelarsi inadeguata rispetto all’esigenza di sanzionare gli atti di tortura in questione e al tempo stesso privata dell’effetto dissuasivo necessario per prevenire altre violazioni simili dell’articolo 3 in futuro (Çamdereli, sopra citata, § 38).
Del resto, nella sentenza Alikaj e altri c. Italia (n. 47357/08, § 108, 29 marzo 2011), la Corte, dopo aver affermato che «le azioni intraprese dalle autorità incaricate dell’indagine preliminare (...) poi dai giudici di merito durante il processo non [davano adito] a contestazione», ha anche ritenuto che «l’applicazione della prescrizione rientra senza dubbio nella categoria di «misure» inammissibili secondo la giurisprudenza della Corte riguardo al profilo procedurale dell’articolo 2 della Convenzione, in quanto ha avuto come effetto quello di impedire una condanna».
227. Non risulta dalla documentazione che i responsabili degli atti di tortura subiti dal ricorrente e degli altri delitti connessi a quest’ultimo siano stati sospesi dalle loro funzioni nel corso del procedimento penale. La Corte non dispone neanche di informazioni sull’evoluzione della loro carriera nel corso del procedimento penale e sulle azioni intraprese sul piano disciplinare dopo la loro condanna definitiva, informazioni che sono ugualmente necessarie ai fini dell’esame del rispetto dell’articolo 3 della Convenzione (paragrafo 210 supra).
229. Tenuto conto delle constatazioni che precedono, la Corte ritiene che le varie misure adottate delle autorità interne non abbiano pienamente soddisfatto alla condizione di una inchiesta approfondita ed effettiva, come esige la sua giurisprudenza. Questa circostanza è determinante ai fini dell’eccezione che il Governo solleva relativamente alla perdita della qualità di vittima del ricorrente perché, in particolare, i giudici hanno già riconosciuto la violazione in causa nell’ambito del procedimento penale e hanno accordato una riparazione all’interessato (paragrafo 131 supra).
230. In effetti, come rammentato dalla Grande Camera nella sentenza Gäfgen (sopra citata, § 116), «in caso di maltrattamenti deliberati inflitti da agenti dello Stato ai danni dell’articolo 3, la Corte ritiene in maniera costante che», oltre al riconoscimento della violazione, «sono necessarie due misure affinché la riparazione sia sufficiente» per privare il ricorrente della sua qualità di vittima. «In primo luogo, le autorità dello Stato devono condurre una indagine approfondita ed effettiva che possa portare all’identificazione e alla punizione dei responsabili (si vedano, tra altre, Krastanov, sopra citata, § 48, Çamdereli, [sopra citata] §§ 28-29 (...), e Vladimir Romanov, sopra citata, §§ 79 e 81). In secondo luogo, il ricorrente deve, eventualmente, ottenere un risarcimento (Vladimir Romanov, sopra citata, § 79, e, mutatis mutandis, Aksoy, sopra citata, § 98, e Abdülsamet Yaman, [sopra citata], § 53 (...) (queste due sentenze nel contesto dell’articolo 13)) o, almeno, avere la possibilità di chiedere e di ottenere un indennizzo per il danno che gli è stato causato dal maltrattamento».
236. La Corte conclude per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione – a causa dei maltrattamenti subiti dal ricorrente che devono essere qualificati «tortura» ai sensi di questa disposizione – sia sotto il profilo sostanziale che procedurale. In queste circostanze, essa ritiene di dover rigettare tanto l’eccezione preliminare del Governo relativa alla perdita della qualità di vittima (paragrafi 131 e seguenti supra) quanto l’eccezione preliminare relativa al mancato esaurimento delle vie di ricorso interne (paragrafi 139-140 supra).
237. Ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione,
238. Nelle sue parti pertinenti al caso di specie, l’articolo 46 della Convenzione è così formulato:
Tuttavia, nell’ambito dell’analisi che riguarda il rispetto degli obblighi procedurali che derivano dall’articolo 3 della Convenzione, la Corte ha dichiarato che la reazione delle autorità non è stata adeguata (paragrafi 219-222 supra). Dopo aver escluso negligenze o compiacenze da parte della procura o degli organi giudicanti, la Corte ha concluso che è la legislazione penale italiana applicata al presente caso ad essersi rivelata «inadeguata rispetto all’esigenza di sanzionare gli atti di tortura in questione e al tempo stesso priva dell’effetto dissuasivo necessario per prevenire altre violazioni simili dell’articolo 3 in futuro» (paragrafi 223-225 supra).
Unisce al merito l’eccezione preliminare del Governo relativa alla perdita della qualità di vittima, e la rigetta;
Unisce al merito l’eccezione preliminare del Governo relativa al mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, nella misura in cui essa riguarda la mancata introduzione di un’azione civile in aggiunta alla costituzione di parte civile, e la rigetta;
Dichiara, il ricorso ricevibile per quanto riguarda i motivi relativi all’articolo 3 della Convenzione;
Dichiara che vi è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione sotto il profilo sostanziale;
Dichiarache lo Stato convenuto deve versare al ricorrente, entro tre mesi dal giorno in cui la sentenza sarà divenuta definitiva conformemente all’articolo 44 § 2 della Convenzione, 45.000 EUR (quarantacinquemila euro) più l’importo eventualmente dovuto a titolo di imposta, per il danno morale;
Fatta in francese, poi comunicata per iscritto il 7 aprile 2015, in applicazione dell’articolo 77 §§ 2 e 3 del regolamento.
Violenza nei confronti degli osservatori al G8 è reato (Cass. 46787/13)
Osservatori trattati col gas urticante dopo ordine di sgombero illegittimo è reato.
In occasione dell'omicidio di carlo Giuliani, il ricorso alla forza omicida è stato «assolutamente necessario» nelle circostanze particolari del caso di specie e e non vi è stata violazione degli obblighi positivi di tutelare la vita.
g8 tortura