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Timestamp: 2020-08-04 17:40:23+00:00
Document Index: 45446212

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﻿ INCIDENTE MORTALE MACCHINA , MORTE FAMIGLIARE IN INCIDENTE DANNO DA MORTE CONGIUNTI AVVOCATO ESPERTO PADOVA BOLOGNA ROVIGO VICENZA TREVISO
da Avv. Sergio Armaroli | Dic 20, 2019 | ASSISTENZA INCIDENTI MORTALI, Assistenza Legale, avvocato difesa penale, AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE, Consulenza Legale, News | 0 commenti
INCIDENTE MORTALE MACCHINA , MORTE FAMIGLIARE IN INCIDENTE DANNO DA MORTE CONGIUNTI AVVOCATO ESPERTO PADOVA BOLOGNA ROVIGO VICENZA TREVISO Purtroppo non troppo di rado gli incidenti stradali possono essere anche mortali. In questi momenti terribili , i parenti e i conviventi possono chiedere un risarcimento danni, che viene calcolato prendendo in considerazione le diverse tipologie di danno che la morte di una persona può causare. In specifici casi previsti dalla legge vigente, la morte di una persona può portare a dei danni morali.
incidente con ragione calcolo risarcimento incidente stradale mortale quanto paga l’assicurazione per ogni punto tabella punti invalidità incidente stradale risarcimento danni fisici tabelle risarcimento colpo di frusta 7 giorni di prognosi risarcimento incidente stradale tempi quanto paga l’assicurazione per un polso rotto danno biologico 25 punti invalidità 25 punti invalidità asportazione milza risarcimento danno morale macropermanenti
C’è poi il danno da morte iure hereditatis, che consiste nel danno subìto dalla vittima e che, dal momento che la vittima non è più in vita, può essere ereditato dai familiari o dagli aventi diritto. C’è infine anche il danno esistenziale, che non deve essere trascurato quando si giunge a dover stabilire il risarcimento per l’incidente stradale che è risultato mortale. DA COSA DIPENDE LA QUANTIFICAZIONE DEL RISARCIMENTO? uno dei quali è l’età della persona che viene a mancare. Ci sono, però, anche altri elementi che incidono, ad esempio la morte di un figlio unico e la morte del figlio di una coppia che non può averne altri. INCIDENTE MORTALE LE TIPOLOGIE DEL DANNO: danni morali per la reale sofferenza e il turbamento derivanti dalla morte del congiunto. Questi sono riconosciuti solo se previsto dalla legge e solo per coloro che sono legittimati danni patrimoniali che comprendono sia le spese funerarie che il mancato apporto economico del defunto al bilancio famigliare danno da morte per il danno biologico e morale subito dal defunto e trasmissibile agli eredi per tutta la durata del tempo che va dall’incidente dalla morte. Tale danno comprende le spese mediche ospedaliere, il trasporto, gli esami specialistici etc… danno da perdita della vita quale bene supremo dell’individuo e diritto assoluto e inviolabile danno esistenziale Ed infatti le Sezioni Unite di questa Corte, con sentenza n. 15350 del 2015 emessa in sede istituzionale di risoluzione di contrasto, dopo aver esaminato tutte le questioni rappresentate in ricorso, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo”. A questo principio, risalente a costante orientamento di legittimita’ – ribadito anche nella sentenza a Sezioni Unite del 2008 n. 26972 – non in contrasto con la Costituzione (Corte Costit. n. 372 del 1994), si e’ conformata la sentenza impugnata, e pertanto il ricorso va rigettato. La legge italiana prevede degli specifici risarcimenti del danno per la venuta meno di un parente a causa di un incidente. Come più volte notato dalla Corte di Cassazione italiana, ogni persona ha diritto a una vita privata e familiare, alla cura e al supporto dei genitori. Anche la Costituzione italiana garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali di cui agli articoli 2, 29, 30 e 31, segnatamente l’integrità morale, il matrimonio, la solidarietà e le relazioni familiari. Pertanto, ogni membro della famiglia ha diritto ad un equo compenso per la perdita del rapporto familiare, a seconda del grado di parentela, dell’età della vittima e del parente, della composizione della famiglia, della convivenza, delle singole personalità , della loro capacità di reagire al trauma e da qualsiasi altra circostanza del caso. Se danno biologico della vittima (la perdita della vita) sarà riconosciuto ai membri della famiglia solo a determinate condizioni e in base al diritto ereditario, il danno alla perdita della relazione familiare è un diritto personale di ogni prossimo congiunto.
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Nelle tabelle del Tribunale di Milano, tabelle alle quali solitamente si fa riferimento in tutta Italia. Sono dunque previsti dei risarcimenti in base al grado di parentela e all’età della vittima e dei parenti. Secondo la giurisprudenza viene riconosciuto a titolo di danno morale agli eredi il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita. Per vedere riconosciuto anche questo danno, è necessario la prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte. Avvocato per vittime della strada a Bologna Ravenna Imola Forli Cesena Rimini L’savvocato Sergio Armaroli e consulenti, specializzati nella infortunistica stradale e nella cura dei relativi risarcimenti, con particolare riferimento agli incidenti stradali con esiti mortali e dai quali siano esitate lesioni gravi, assistono i familiari e le vittime della strada su tutto il territorio italiano, garantendo un intervento tempestivo La materia del risarcimento danni è in continua evoluzione e le compagnie assicurative, oggigiorno tendono ad effettuare una stima inferiore ai danni subiti, con lo scopo di liquidare il minimo al danneggiato. Visti i numerosi cambiamenti della legislazione in caso di danni a seguito di incidenti, al giorno d’oggi diventa sempre più indispensabile affidarsi ad un avvocato esperto in risarcimento danni ed infortunistica. Garantisce altresì l’assistenza in giudizio, in sede civile e penale, in tal caso attraverso le costituzioni di parte civile nei procedimenti penali per i reati di omicidio stradale, lesioni stradali,. La lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; In considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta. Sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene.
Come già stabilito dalle Sezioni Unite della Corte, infatti, la morte del danneggiato pone fine ipso facto all’esistenza d’un danno permanente alla persona. Ne consegue che, prima della morte, colui il quale in conseguenza d’un fatto illecito sappia di avere una speranza di vita ridotta, patisce un danno (c.d. da formido mortis) non patrimoniale da accertare e liquidare con gli ordinari criteri equitativi (se ne dirà meglio tra breve); post mortem, invece, con la scomparsa del danneggiato svanisce la pensabilità stessa di ulteriori pregiudizi da quest’ultimo patiti. I congiunti d’una persona defunta non possono quindi invocare jure hereditario il risarcimento del danno da “perdita dell’aspettativa di vita” patito dal loro dante causa al momento della morte, per le medesime ragioni per le quali non potrebbero invocare il risarcimento del danno da “lesione del diritto alla vita” del defunto e già ampiamente indicate dalle Sezioni Unite di questa Corte, alle cui motivazioni in questa sede può farsi rinvio (Sez. U, Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985 – 01). Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis. Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto”) ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell’impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n. 11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012). A tale risalente e costante orientamento le sezioni unite intendono dare continuità non essendo state dedotte ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento. Certamente tali ragioni non sono state neppure articolate con la sentenza n. 15760 del 2006(pronunciata su ricorso avente ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni da morte di congiunto avanzata iure proprio) che, con affermazione avente dichiarata natura di obiter “sistematico”, si è limitata ad auspicare che, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed Europei, sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall’intervallo di tempo con l’evento morte causalmente collegato alla lesione stessa. Ma anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste sezioni unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale, che, d’altra parte, risulta essere conforme agli orientamenti della giurisprudenza Europea con la sola eccezione di quella portoghese. La premessa del predetto orientamento, peraltro non sempre esplicitata, sta nell’ormai compiuto superamento della prospettiva originaria secondo la quale il cuore del sistema della responsabilità civile era legato a un profilo di natura soggettiva e psicologica, che ha riguardo all’agire dell’autore dell’illecito e vede nel risarcimento una forma di sanzione analoga a quella penale, con funzione deterrente (sistema sintetizzato dal principio affermato dalla dottrina tedesca “nessuna responsabilità senza colpa” e corrispondente alle codificazioni ottocentesche per giungere alle stesse impostazioni teoriche poste a base del codice del ’42). L’attuale impostazione, sia dottrinaria che giurisprudenziale, (che nelle sue manifestazioni più avanzate concepisce l’area della responsabilità civile come sistema di responsabilità sempre più spesso oggettiva, diretto a realizzare una tecnica di allocazione dei danni secondo i principi della teoria dell’analisi economica del diritto) evidenzia come risulti primaria l’esigenza (oltre che consolatoria) di riparazione (e redistribuzione tra i consociati, in attuazione del principio di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost.) dei pregiudizi delle vittime di atti illeciti, con la conseguenza che il momento centrale del sistema è rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva ” (Corte cost. n. 372 del 1994). Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue è rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente (Cass. n. 1633 del 2000; n. 7632 del 2003; n. 12253 del 2007). La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte, diverse essendo, ovviamente, le perdite di natura patrimoniale o non patrimoniale che dalla morte possono derivare ai congiunti della vittima, in quanto tali e non in quanto eredi (Corte cost. n. 372 del 1994; Cass. n. 4991 del 1996; n. 1704 del 1997; n. 3592 del 1997; n. 5136 del 1998; n. 6404 del 1998; n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 2134 del 2000; n. 517 del 2006, n. 6946 del 2007, n. 12253 del 2007). E poichè una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso, come ritenuto da Cass. n. 6938 del 1998, poichè, come esattamente rilevato dalla sentenza n. 4991 del 1996, ciò di cui si discute è il credito risarcitorio, certamente trasmissibile, ma) dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (Cass. n. 4991 del 1996). E’ questo l’argomento che la dottrina definisce “epicureo”, in quanto riecheggia le affermazioni di Epicuro contenute nella Lettera sulla felicità a Meneceo (“Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perchè quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perchè per i vivi essa non c’è ancora, mentre per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci”) e che compare nella già indicata sentenza delle sezioni unite n. 3475 del 1925 ed è condiviso dalla sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994, – che ha escluso la contrarietà a Costituzione dell’interpretazione degli articoli 2043 e 2059 c.c. secondo cui non sono risarcibili iure hereditatis i danni derivanti dalla violazione del diritto alla vita, potendo giustificarsi, sulla base del sistema della responsabilità civile, solo le perdite derivanti dalla violazione del diritto alla salute che si verificano a causa delle lesioni, nel periodo intercorrente tra le stesse e la morte – e dalla costante giurisprudenza successiva di questa Corte. 3.3. La negazione di un credito risarcitorio della vittima, trasmissibile agli eredi, per la perdita della vita, seguita immediatamente o a brevissima distanza di tempo dalle lesioni subite, è stata ritenuta contrastante con la coscienza sociale alla quale rimorderebbe che la lesione del diritto primario alla vita fosse priva di conseguenze sul piano civilistico (Cass. n. 1361 del 2014), anche perchè, secondo un’autorevole dottrina, se la vita è oggetto di un diritto che appartiene al suo titolare, nel momento in cui viene distrutta, viene in considerazione solo come bene meritevole di tutela nell’interesse dell’intersa collettività. Ora, in disparte che la corrispondenza a un’indistinta e difficilmente individuabile coscienza sociale, se può avere rilievo sul piano assiologico e delle modifiche normative, più o meno auspicabili, secondo le diverse opzioni culturali, non è criterio che possa legittimamente guidare l’attività dell’interprete del diritto positivo, deve rilevarsi che, secondo l’orientamento che queste sezioni unite intendono confermare, la morte provoca una perdita, di natura patrimoniale e non patrimoniale, ai congiunti che di tal perdita sono risarciti, mentre non si comprende la ragione per la quale la coscienza sociale sarebbe soddisfatta solo se tale risarcimento, oltre che ai congiunti (per tali intendendo tutti i soggetti che, secondo gli orientamenti giurisprudenziali attuali, abbiano relazioni di tipo familiare giuridicamente rilevanti, con la vittima) per le perdite proprie, fosse corrisposto anche agli eredi (e in ultima analisi allo Stato). Come è stato osservato (Cass. n. 6754 del 2011), infatti, pretendere che la tutela risarcitoria “sia data anche al defunto corrisponde, a ben vedere, solo al contingente obiettivo di far conseguire più denaro ai congiunti”. Coglie il vero, peraltro, il rilievo secondo cui oltre che oggetto di un diritto del titolare, insuscettibile di tutela per il venir meno del soggetto nel momento stesso in cui sorgerebbe il credito risarcitorio, la vita è bene meritevole di tutela nell’interesse della intera collettività, ma tale rilievo giustifica e anzi impone, come è ovvio, che sia prevista la sanzione penale, la cui funzione peculiare è appunto quella di soddisfare esigenze punitive e di prevenzione generale della collettività nel suo complesso, senza escludere il diritto ex art. 185 c.p., comma 2, al risarcimento dei danni in favore dei soggetti direttamente lesi dal reato, ma non impone necessariamente anche il riconoscimento della tutela risarcitoria di un interesse che forse sarebbe più appropriato definire generale o pubblico, piuttosto che collettivo, per l’evidente difficoltà, tutt’ora esistente per quanto riguarda la tutela giurisdizionale amministrativa, di individuare e circoscrivere l’ambito della “collettività” legittimate a invocare la tutela. Ulteriore rilievo, frequente in dottrina, è che sarebbe contraddittorio concedere onerosi risarcimenti dei danni derivanti da lesioni gravissime e negarli del tutto nel caso di illecita privazione della vita, con ciò contraddicendo sia il principio della necessaria integralità del risarcimento che la funzione deterrente che dovrebbe essere riconosciuta al sistema della responsabilità civile e che dovrebbe portare a introdurre anche nel nostro ordinamento la categoria dei danni punitivi. L’argomento (“è più conveniente uccidere che ferire”), di indubbia efficacia retorica, è in realtà solo suggestivo, perchè non corrisponde al vero che, ferma la rilevantissima diversa entità delle sanzioni penali, dall’applicazione della disciplina vigente le conseguenze economiche dell’illecita privazione della vita siano in concreto meno onerose per l’autore dell’illecito di quelle che derivano dalle lesioni personali, essendo indimostrato che la sola esclusione del credito risarcitorio trasmissibile agli eredi, comporti necessariamente una liquidazione dei danni spettanti ai congiunti di entità inferiore. Peraltro è noto che secondo la giurisprudenza costituzionale (Corte cost. n. 132 del 1985, n. 369 del 1996, n. 148 del 1999) il principio dell’integrale risarcibilità di tutti i danni non ha copertura costituzionale ed è quindi compatibile con l’esclusione del credito risarcitorio conseguente alla stessa struttura della responsabilità civile dalla quale deriva che il danno risarcibile non può che consistere che in una perdita che richiede l’esistenza di un soggetto che tale perdita subisce. Del pari non appare imposta da alcuna norma o principio costituzionale un obbligo del legislatore di prevedere che la tutela penale sia necessariamente accompagnata da forme di risarcimento che prevedano la riparazione per equivalente di ogni perdita derivante da reato anche quando manchi un soggetto al quale la perdita sia riferibile. Da quanto già rilevato, inoltre, la progressiva autonomia della disciplina della responsabilità civile da quella penale ha comportato l’obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza (v., tra le tante, Cass. n. 1704 del 1997, n. 3592 del 1997, n. 491 del 1999, n. 12253 del 2007, n. 6754/2011) e l’affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria (oltre che consolatoria), tanto che si è ritenuto non delibabile, per contrarietà all’ordine pubblico interno, la sentenza statunitense di condanna al risarcimento dei danni “punitivi” (Cass. n. 1183 del 2007, n. 1781 del 2012), i quali si caratterizzano per un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito. 3.5. Pur non contestando il principio pacificamente seguito dalla giurisprudenza di questa Corte (in adesione a un’autorevole dottrina e in conformità con quanto affermato da Corte cost. n. 372 del 1994) secondo il quale i danni risarcibili sono solo quelli che consistono nelle perdite che sono conseguenza della lesione della situazione giuridica soggettiva e non quelli consistenti nell’evento lesivo, in sè considerato, si è affermato con la sentenza n. 1361 del 2014 che il credito risarcitorio del danno da perdita della vita si acquisirebbe istantaneamente al momento dell’evento lesivo che, salvo rare eccezioni, precede sempre cronologicamente la morte cerebrale, ponendosi come eccezione a tale principio della risarcibilità dei soli “danni conseguenza”. Ma, a parte che l’ipotizzata eccezione alla regola sarebbe di portata tale da vulnerare la stessa attendibilità del principio e, comunque, sarebbe difficilmente conciliabile con lo stesso sistema della responsabilità civile, fondato sulla necessità ai fini risarcitori del verificarsi di una perdita rapportabile a un soggetto, l’anticipazione del momento di nascita del credito risarcitorio al momento della lesione verrebbe a mettere nel nulla la distinzione tra il “bene salute” e il “bene vita” sulla quale concordano sia la prevalente dottrina che la giurisprudenza costituzionale e di legittimità. Peraltro, se tale anticipazione fosse imposta dalla difficoltà di quantificazione del lasso di tempo intercorrente tra morte (da intendersi sempre processo mortale e non come evento istantaneo) e lesione, necessario a far sorgere nel patrimonio della vittima il credito risarcitorio, sarebbe facile osservare, da un lato, che da punto di vista giuridico è sempre necessario individuare un momento convenzionale di conclusione del processo mortale, come descritto dalla scienza medica, al quale legare la nascita del credito, e dall’altro, che l’individuazione dell’intervallo di tempo tra morte e lesione, rilevante ai fini del riconoscimento del credito risarcitorio, è operazione ermeneutica certamente delicata e che presenta margini di incertezza, ma del tutto conforme a quella che il giudice è costantemente impegnato ad operare quando è costretto a fare applicazione di concetti generali e astratti. Il Supremo consesso ha infatti (ri)affermato che il bene giuridico “vita” costituisce un bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare ed é insuscettibile di essere reintegrato per equivalente. La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte. E, poiché una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessariamente rapportata ad un soggetto legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, la risarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso, ma) dall’assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza dl utilità di uno spazio di vita brevissimo. E’ quello che la dottrina definisce l’argomento “epicureo”, condiviso anche dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 372/1994, che ha escluso la contrarieta’ a Costituzione di questa interpretazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. In forza della quale non sono risarcibili iure hereditatis i danni derivanti dalla violazione del diritto alla vita potendo giustificarsi, sulla base del sistema della responsabilita’ civile, solo le perdite derivanti dalla violazione del diritto alla salute che si verificano a causa delle lesioni nel periodo intercorrente tra le stesse e la morte. 6.2. – La stessa Corte ha poi richiamato la giurisprudenza della Corte costituzionale (Corte Cost., n. 132/1985, n. 369/1996, n. 148/1999) la quale ha più volte ribadito che il principio dell’integrale risarcibilita’ di tutti i danni non ha copertura costituzionale ed è dunque compatibile con l’esclusione del credito risarcitorlo conseguente alla stessa struttura della responsabilità civile, dalla quale deriva che il danno risarcibile deve consistere in una perdita che richiede l’esistenza di un soggetto che tale perdita subisce. 6.3. – Da queste affermazione di principio questo Collegio non intende discostarsi, non ravvisando nella difesa del ricorrenti elementi di novità tali da indurre ad un ripensamento e, quindi, ad una nuova rimessione della questione alle Sezioni Unite, come previsto dall’ art. 374 c.p.c. , comma 3.