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Timestamp: 2020-08-10 09:05:47+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 13352 del 28/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13352 del 28/06/2016
Cassazione civile sez. II, 28/06/2016, (ud. 02/02/2016, dep. 28/06/2016), n.13352
sul ricorso 26839-2011 proposto da:
D.N.R., (OMISSIS), D.N.F.
(OMISSIS), DI.NA.RO. (OMISSIS), quali eredi
di D.N.D., domiciliati ex lege in ROMA, Piazza Cavour,
difesi dagli avv.ti BARTOLO DE VITA e GIOVANNI LAURITO, come da
C.A., CO.AN., elettivamente domiciliati in
Roma, Via Dei Gracchi 151, presso lo studio dell’avvocato
SEGRETO, rappresentati e difesi dall’avvocato GENNARINO CROCAMO,
avverso la sentenza n. 865/2010 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,
depositata il 02/10/2010;
udito l’Avvocato Adriano Tortora per delega Crocamo, che si
RENZIS Luisa, che conclude per l’inammissibilità del ricorso, e, in
subordine, per il suo rigetto.
“Con sentenza del 21 aprile 2008 il GOT presso il tribunale di Vallo della Lucania, pronunziando sulla domanda proposta da C. A. e Co.An. nei confronti di D.N.D. e per esso dei suoi eredi D.N.R., D.N.F., Di.Na.
R., dichiarava la nullità dell’atto di donazione per notar Vincenzo De Luca del 15 maggio 1996 repertorio 20640, ordinando al dirigente dell’Agenzia del territorio, servizi di pubblicità immobiliare, di annotare la sentenza a margine dell’atto. Con tale atto D.N.D. aveva donato figlio R. il fondo di cui alle particelle n. 182, ex 12 b, 185 ex 13 c, 14 e 15 sito alla località (OMISSIS), dichiarando che Io stesso era di esclusiva proprietà in virtù di intervenuta usucapione ventennale. Il primo giudice aveva accertato che sulla base delle risultante processuali non vi era prova di tale acquisto.
Proponevano appello D.N.R., D.N.F. e D. N.R.. Con la prima censura deducevano che il giudice aveva errato nel dare rilievo alle risultante catastali, omettendo il rilievo ad alti pubblici o ad atti privali ad effetto traslativo, riconosciuti dalle parti. Col secondo motivo deducevano che gli attori avevano omesso di dimostrare la titolarità in capo ad essi del diritto che intendevano tutelare, ossia quello di comproprietà sui beni di cui è causa. Col terzo motivo censuravano la sentenza sul punto in cui vi era stata non corretta valutazione delle risultanze processuali in ordine alla dedotta usucapione ventennale.
Chiedevano pertanto in riforma il rigetto delle domande proposte dagli appellati. Si costituivano in giudizio C.A. CO.AN., che contestavano il gravame sul punto in cui era stata senza giustificato motivo disposta compensazione delle spese processuali.
2. Da Corte di appello respingeva l’appello degli Odierni ricorrenti, confermando la sentenza di primo grado che, in accoglimento della domanda dei C., aveva dichiarato la nullità della donazione quanto ai terreni, per i quali gli attori si dichiaravano proprietari.
3. I ricorrenti impugnano tale decisione con otto motivi. Resistono con controricorso le parti intimate. I ricorrenti hanno depositato memoria.
A. Il ricorso, pur ammissibile, è infondato e va rigettato per quanto di seguito si chiarisce con riguardo a ciascun motivo.
Deve ritenersi, infatti, sanata dall’avvenuta costituzione in giudizio l’eccepita nullità della notifica del ricorso effettuata direttamente a mani dell’avv. Crocamo, difensore dei controricorrenti in appello, presso il suo studio in Vallo della Lucania, invece che nel domicilio eletto in tale grado di giudizio presso l’avv.to Maurizio Scorza in Salerno (vedi Cass. n. 1108 del 2006 – Rv. 586537). Nè sussiste la dedotta incompetenza dell’ufficiale giudiziario di Vallo della Lucania, che ha eseguito la notifica, posto che il luogo della avvenuta notifica si trova nell’ambito della sua competenza territoriale.
B. La motivazione della sentenza impugnata.
Prima di esaminare i motivi di ricorso, appare opportuno riportare di seguito la motivazione della sentenza impugnata.
“Oggetto del presente giudizio è l’accertamento in ordine alla validità (o efficacia) dell’atto di donazione del 15 maggio 1996 per notar De Luca nel quale D.N.D. donava al figlio D.N. R. un fondo rustico catastalmente indicato in comune di (OMISSIS). Nello stesso atto, ai fini della provenienza, il donante dichiarava che gli immobili erano di sua proprietà in virtù di usucapione maturata per possesso ultraventennale. E gli attuali appellati deducono la inefficacia o la nullità dell’atto per la carente veridicità dell’assunto del donante in ordine alla proprietà acquisita per maturata usucapione.
Di qui la pronuncia di nullità da parte del primo giudice che escludeva l’esistenza di possesso ultraventennale esclusivo in capo al donante. Tanto premesso è evidente che il presente giudizio non tende all’accertamento della proprietà dei fondi in virtù di titoli, da esperirsi con azione reale, ma solo alla valutazione in ordine alla legittimità dell’indicato atto di liberalità. E’ noto infatti che la donazione di bene altrui, secondo parte della giurisprudenza è atto semplicemente inefficace e, secondo altra parte. è atto nullo in assenza sia dell’elemento soggettivo (spirito di liberalità) sia di quello oggettivo (incremento del patrimonio del donatario con depauperamento del donante). E sulla base di tali principi devono essere valutate le censure poste dagli appellanti che deducono: a) carenza di legittimazione attiva degli attori; b) errore nella valutazione esclusiva delle risultanze catastali; c) errata valutazione dell’istruttoria svolta in tema di accertamento della intervenuta usucapione. Le censure tuttavia non si appalesano fondate. Il CTU officiato nel corso del giudizio accertava che le particelle originarie 12 e 13, generatrici delle particelle 182, 183, 184, 185 come pure le particelle 14 e 15 erano catastalmente riferibili agli attori quali comproprietari dei beni prima della stipula dell’atto notarile indicato. Ora tale incontrastato elemento fornisce la prova piena della legittimazione attiva di C. A. e Co.An. e del loro conseguente interesse ad ottenere sua pronuncia favorevole, a nulla elevando la limitata valenza delle risultanze catastali ai fini dell’accertamento del diritto di proprietà. Pertanto l’aggetto della controversia va limitato al solo accertamento della intervenuta usucapione dei fondi a seguito di possesso esclusivo ultraventennale. E’ noto che l’acquisto della proprietà per usucapione ha per fondamento la situazione di fatto caratterizzata dal mancato esercizio del diritto da parte del proprietario e dalla prolungata signoria di fatto sulla cosa da parte di chi si sostituisca a lui nella utilizzazione di essa, nella pienezza di esclusività del potere. Ed è altresì noto che colui che afferma di aver usucapito il bene deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva.
Nella fattispecie oggetto della prova in ordine al possesso è un fondo collinare di ampie dimensioni in gran parte impervio ed accidentato. Ora a fronte delle concordi deposizioni dei testi N.F., S.A. e C.N.M., che hanno affermato che i terreni furono sempre coltivati e posseduti da C.A. e Co.An., vi sono le deposizioni di senso opposto di Ma.Ag., C.G. e M. G.. Ma le stesse da sole non sono idonee a fornire prova convincente in ordine al possesso ultraventennale sia per la circostanza che i due testi Ma. e C. hanno affermato di vivere e di aver vissuto a (OMISSIS), onde la diretta conoscenza si appalesa limitata, sia per la difficoltà manifestata di riconoscere, sia pure a mezzo fotografia i luoghi di causa, sia per la generica indicazione della data di inizio del possesso. E giova altresì considerare che il fondo oggetto di causa ha dimensione di circa 5 ettari, è prevalentemente boscoso onde la allegazione di possesso impone specifiche indicazioni. Va altresì valutato che le parti in causa sono parenti, vivono negli stessi luoghi e che gli appellati sono incontestabilmente proprietari di fondi finitimi, onde tale situazione imponeva ben diversa prova. Nè può attribuirsi rilievo alla scrittura privata non autenticata sottoscritta il 13 ottobre 1968, sia per la genericità dell’atto che si riferisce ad una estensione minore, sia per l’evidente inefficacia in assenza della sottoscrizione di un proprietario sia per la inutilizzabilità della stessa a fornire la prova dell’usucapione. Pertanto l’appello principale deve essere rigettato.”.
C. I motivi del ricorso.
1. – Col Primo motivo si deduce “nullità sentenza per omessa pronuncia in violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4″. Chiariscono i ricorrenti che l’atto di donazione impugnato del 15.5.96 fra D.N.D. e D.N.R. (…) aveva ad oggetto 5 particelle di terreno site in (OMISSIS)”, alcune delle quali non oggetto di contestazione. Il Tribunale prima e la Corte di appello poi avevano dichiarato la nullità della donazione anche con riguardo ai terreni non oggetto di contestazione.
1.1 – Il motivo è inammissibile e comunque infondato. Da questione non risulta essere stata prospettata specificamente in appello ed in ogni caso l’oggetto del giudizio era stato chiaramente definito, fin dal primo grado, con riguardo alla richiesta di declaratoria di nullità dell’atto di donazione esclusivamente quanto alle particelle di terreno delle quali gli odierni ricorrenti assumevano di essere proprietari per intervenuta usucapione. In tal senso è anche la pronuncia di appello. Sicchè la validità dell’atto di donazione con riguardo a beni diversi da quelli controversi non viene in discussione.
2 – Col secondo motivo si deduce “omessa motivazione in merito alla carenza di legittimazione degli attori ad agire in negatoria nonchè di interesse ex art. 100 c.p.c., con riferimento al mancato esame dell’atto pubblico di stralcio di quota ereditaria 13.1.60 ed in parte omessa, con riferimento al mancato esame, sotto tale profilo, della scrittura privata 13.10.68 tra D.N.D. e C. A., ed in parte incongrua ed illogica motivazione sul punto, il tutto in relazione al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.”.
Chiariscono i ricorrenti, anche in memoria, che i terreni in questione, unitamente ad altri, erano tutti di proprietà di C.G., padre non solo dei controricorrenti, ma anche di C.M., madre e nonna degli odierni ricorrenti. Aggiungono che nel 1960 vi fu stralcio di quota ereditaria in favore di M. (di cui non si discute in giudizio) e che, successivamente, nel 1968, intervenne l’acquisto della quota di An. con “scrittura privata mai impugnata o disconosciuta”.
Aggiungono che il restante terzo della successione “è rimasto ad A. e non è in discussione” (vedi memoria pag. 3 in fondo).
2.1 – Il motivo è infondato. Come si rileva agevolmente dalla riportata motivazione della sentenza impugnata, i giudici di appello hanno specificamente affrontato, con adeguata e sufficiente motivazione, tale questione, così motivando: “Va altresì valutato che le parti in causa sono parenti, vivono negli stessi luoghi e che gli appellati sono incontestabilmente proprietari di fondi finitimi, onde tale situazione imponeva ben diversa prova. Nè può attribuirsi rilievo alla scrittura privata non autenticata sottoscritta il 13 ottobre 1968, sia per la genericità dell’atto che si riferisce ad una estensione minore, sia per l’evidente inefficacia in assenza della sottoscrizione di un proprietario sia per la inutilizzabilita0′ della stessa a fornire la prova dell’usucapione”. In assenza di un titolo valido per il trasferimento della quota allora indivisa (mancando la sottoscrizione della sorella A., titolare col fratello della restante quota indivisa dei 2/3 dell’eredità paterna, a seguito dello stralcio della quota di 1/3 di cui si è detto a favore di M.), restava da affrontare la sola questione dell’usucapione. E così ha fatto il giudice dell’appello. Sulla valenza della scrittura del 1968 vedi anche settimo e ottavo motivo.
3 – Col terzo motivo si deduce “omessa insufficiente e contraddittoria motivazione in merito alla carenza di interesse e legittimazione degli attori ex art. 100 c.p.c. con riferimento al mancato esame della scrittura privata del 4 marzo 1999, in relazione al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5.
Chiariscono i ricorrenti che si tratta di una transazione intercorsa tra L.A., C.A. e D.N.R., all’esito di un giudizio iniziato dal D.N. nei confronti dei coniugi L. – C., per “ottenere la reintegra nel possesso della servitù di passaggio pedonale e carrabile su una strada sito in agro del Comune di (OMISSIS), in a Fol. 1, p.lla 13/a, di proprietà dei coniugi”. Da tale scrittura, non considerata dai giudici di appello, risultava che i coniugi in questione concedevano a D.N. R. “servitù di passaggio pedonale e carrabile, a carico del fondo di loro proprietà in c.t. Comune di Cannalonga. fol 1. plla 13/a in favore del Fondo in cit. Fol 1 p.lla 13/b)”. Osservano che la particella 13/b era una di quelle oggetto del giudizio e che con tale scrittura l’attrice C.A., per transigere la lite possessoria insorta, riconosceva a D.N.R. servitù di passaggio attraverso un proprio fondo (13/a) ed in favore della particella 13/b, al fine di consentire a D.N.R. di continuare a raggiungere dalla propria particella 13/c la particella 13/b, da essa separata da meno di cento metri. Queste due particelle erano entrambe comprese nella donazione, e con la predetta scrittura l’attrice ne riconosceva apertamente l’altruità”.
3.1 – Anche tale motivo è infondato. Il documento in questione, pure in atti, non risultava rilevante per la questione sottoposta all’esame dei giudici, posto che si controverteva della proprietà dei terreni in capo al D.N.D., padre del D.N.R., che tale scrittura invece ha sottoscritto. Sicchè, la stessa non poteva risultare decisiva ai fini della valutazione della fondatezza o meno della dedotta usucapione in capo al D. e non già al R., che è il destinatario della donazione. E ciò anche in relazione al solo aspetto possessorio di una servitù di passaggio, dedotto in quel giudizio certamente non da solo decisivo ai fini della statuizione sulla proprietà su altri terreni.
4 – Col quarto motivo si deduce “nullità della sentenza per violazione dell’art. 116 c.p.c., valutazione del giudice di merito secondo criteri diversi da quelli previsti dalla legge, ovvero con attribuzione di un valore legale tipico previsto per risultanze probatorie diverse in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4”. Rilevano i ricorrenti, sempre con riguardo alla dedotta carenza di legittimazione attiva, che la Corte territoriale ha errato avendo attribuito maggiore importanza al dato catastale rispetto alla documentazione depositata in giudizio. La Corte locale non ha attribuito la necessaria valenza, ai sensi degli artt. 2700 e 2702 c.c., ai seguenti documenti versati in giudizio: “allo pubblico di stralcio di quota del 1960, scrittura privata del 1968 riconosciuta ex art. 215 c.p.c., ed anche transazione giudiziale del 4.3.1999”.
4.1 – Il motivo è infondato. La Corte di appello ha correttamente valutato la questione di legittimazione con riguardo alla domanda di usucapione di beni ereditari tra parenti ed ha dato rilevanza al dato catastale ed a quello incontestato della comune provenienza ereditaria, esaminando poi specificamente nel merito i soli atti indicati dai ricorrenti con valenza anche ai fini della verifica della fondatezza della domanda di usucapione, come chiarito con riguardo ai precedenti motivi. In particolare, per quanto riguarda lo stralcio della quota in favore di M. non risulta che essa rilevi ai fini della proprietà dei terreni in questione. Per quanto riguarda la scrittura privata del 1968, per la quale la Corte di appello ha rilevato anche il difetto di sottoscrizione di una delle parti necessarie (trattandosi di quota indivisa) non possono essere invocati gli effetti derivanti dal mancato disconoscimento della sottoscrizione non apposta.
5 – Col quinto motivo si deduce “errore di diritto: violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2700 e 2702 c.c. e artt. 214 e 213 c.p.c. nonchè art. 949 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”. Rilevano i ricorrenti l’errore della Corte di appello non avendo gli attori dato prova del loro diritto di proprietà. L’esame degli atti più volte citati avrebbe dovuto portare la Corte locale a ritenere fondati i loro diritti sulla base di tali atti con conseguente rilievo del difetto di legittimazione degli attori, che tale prova non avevano fornito.
5.1 – Anche tale motivo è infondato. Proprio l’assenza di titoli utili a provare la titolarità dei beni in questione (per quanto già più volte detto) ha portato i giudici di merito a valutare la sussistenza della dedotta usucapione, domanda proposta in via subordinata, potendosi, quanto alla legittimazione di chi agiva per la declaratoria della nullità dell’atto di donazione, limitare agli accertamenti a quelli effettuati, una volta chiarito il contesto di cui si è detto.
6 – Col sesto motivo si deduce “omessa, apparente, insufficiente e contraddittoria motivazione sulla prova del possesso utile ad usucapire in merito alla valutazione delle risultante processuali in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. La Corte locale ha errato, avendo ritenuto non attendibili le testimonianze che confermavano l’avvenuta usucapione in capo al donante.
6.1 – Anche tale motivo è infondato. Si contesta il risultato della valutazione compiuta dalla Corte di merito circa l’esame delle prove testimoniali ai fini dell’usucapione, in definitiva contrapponendosi una propria valutazione a quella dei giudici dell’appello, che hanno invece adeguatamente motivato le loro conclusioni, risultando la motivazione, anche se in tesi opinabile, adeguata logicamente e giuridicamente e come tale incensurabile in questa sede. Ad abundantiam, va rilevata l’ininfluenza nell’attuale giudizio della prodotta sentenza della Corte di appello di Salerno, sezione penale, del 21 luglio 2014, che ha riconosciuto, ai soli fini civili, la responsabilità di L.A. per le dichiarazioni testimoniali rese nel giudizio civile in questione all’udienza dell’11 marzo 2003, dichiarazioni complessivamente ritenute false, perchè genericamente effettuate con riguardo a tutti i fondi in località (OMISSIS). Al di là della ammissibilità di tale produzione e della prova del passaggio in giudicato di tale sentenza, decisiva appare la circostanza che, come risulta dalla riportata motivazione della Corte locale, quest’ultima, nell’esaminare il materiale probatorio ai fini dell’usucapione, non ha fatto alcun riferimento alle dichiarazioni rese dal L..
7 – Col settimo motivo di ricorso si deduce incongrua e lavunosa motivazione in merito alla presunta inutilizzabilità della scrittura privata del 13 ottobre 1968 tra D.N.D. ed C. A. ai fini della prova dell’usucapione in relazione al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5”.
8 – Con l’ottavo motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 1325, 1350 e 1142, nonchè art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.
8.1 – Il settimo e l’ottavo motivo vengono trattati congiuntamente dai ricorrenti e sono infondati.
Riguardano entrambi la scrittura privata del 1968 cui la Corte ha negato rilievo ai fini dell’usucapione. La Corte locale al riguardo, come già detto, ha così motivato “Nè può attribuirsi rilievo alla scrittura privata non autenticata sottoscritta il 13 ottobre 1968, sia per la genericità dell’atto che si riferisce ad una estensione minore, sia per l’evidente inefficacia in assenza della sottoscrizione di un proprietario sia per la inutilizzabilità della stessa a fornire la prova dell’usucapione. Non sussiste il vizio di motivazione nè con riguardo alla genericità dell’atto (mancata chiara individuazione dell’oggetto della compravendita, posto che si fa riferimento ad una estensione di terreno diversa, minore, rispetto a quella controversa), nè per l’inefficacia della stessa con riguardo al soggetto che non l’aveva sottoscritta nè infine per l’usucapione, nel senso che da sola non poteva essere sufficiente a fornirne la prova, riguardando la scrittura la eventuale titolarità e non già il possesso dei terreni in questione. In tal senso, la pronuncia non è in violazione delle norme richiamate.
D. Le spese seguono la soccombenza.