Source: https://www.tutormagistralis.it/contributi-scientifici/i-limiti-di-ammissibilita-degli-accordi-prematrimoniali
Timestamp: 2020-04-04 07:46:25+00:00
Document Index: 56208278

Matched Legal Cases: ['art. 159', 'art. 215', 'art. 210', 'art. 177', 'art. 1', 'art. 1']

I limiti di ammissibilità degli accordi prematrimoniali | Tutor Magistralis
I limiti di ammissibilità degli accordi prematrimoniali
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Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 si assiste ad un graduale potenziamento del principio di autonomia negoziale nella disciplina del regime patrimoniale della famiglia. In particolare, l’articolo 159 del codice civile, pur prevedendo quale regime patrimoniale ordinario quello della comunione dei beni, regolata dagli articoli 177 e ss. del codice civile, fa salva la possibilità per i coniugi di stipulare una convenzione matrimoniale atta a regolare in maniera differente da quella legale i loro rapporti patrimoniali.
I limiti posti dal legislatore a detta autonomia si rinvengono negli articoli 160 e 161 del codice civile, in forza dei quali si tutelano la famiglia quale formazione sociale in cui l’individuo sviluppa la propria personalità e i diritti di ciascun coniuge costituzionalmente riconosciuti. Infatti, per un verso, gli sposi non possono derogare ai diritti e ai doveri loro spettanti per effetto del matrimonio, per l’altro, essi, qualora vogliano assumere una regolamentazione dei loro rapporti patrimoniali diversa da quella prevista dalla legge, devono specificare appositamente il contenuto della medesima, non limitandosi a un generico richiamo di leggi o usi.
Ulteriore condizione di legittimità è quella posta dall’articolo 162 del codice civile, in virtù del quale le convenzioni matrimoniali devono essere stipulate per atto pubblico e trascritte nell’atto di matrimonio ai fini dell’opponibilità ai terzi.
Nella specie, occorre distinguere tra convenzioni matrimoniali di diritto interno e convenzioni di diritto internazionale.
Le prime si sostanziano in quelle previste dalla legge, come la comunione legale dei beni (art. 159 c.c.), la separazione legale dei beni (art. 215 c.c.), la comunione convenzionale dei beni (art. 210 c.c.) e il fondo patrimoniale (art. 177 c.c.). Quest’ultimo, in realtà, costituito da uno dei due coniugi o entrambi ovvero da un terzo per far fronte ai bisogni della famiglia, è un negozio unilaterale o bilaterale di destinazione patrimoniale finalizzato a istituire un vincolo su determinati beni preposti all’esclusivo soddisfacimento delle esigenze familiari; sotto questo profilo tale istituto non assurge a regime patrimoniale in senso stretto.
Pertanto, è utile distinguere a questo punto tra convenzioni che costituiscono il regime patrimoniale della famiglia e convenzioni che integrano il regime patrimoniale della stessa.Le seconde, invece, sono ricavabili dall’articolo 161 del codice civile testé citato, nella parte in cui la norma richiama “leggi alle quali non sono (i coniugi) sottoposti”.
Alla categoria delle convenzioni matrimoniali non vanno ascritti gli accordi prematrimoniali, ossia quei negozi giuridici bilaterali che disciplinano alcuni aspetti della convivenza successivamente al matrimonio. Per definizione gli accordi de quo vengono stipulati prima della celebrazione del matrimonio e quindi prima che un regime patrimoniale sia istituibile.
Si discute sull’ammissibilità dei patti in questione nel nostro ordinamento.
Il dibattito riguarda essenzialmente il carattere personalissimo e incondizionato dell’atto di matrimonio. In altre parole, la libertà di contrarre matrimonio unitamente al rispetto dei diritti e doveri che ne derivano non può essere sottoposta a condizioni di sorta. Lo stesso principio è del resto richiamato in tema di unioni civili (art. 1, comma sedicesimo della legge 20 maggio 2016, n. 76), nonché a proposito della convivenza di fatto, nella misura in cui il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizioni, prevedendone la nullità in caso contrario (art. 1, comma cinquantaseiesimo, della medesima legge).
Tuttavia, la giurisprudenza e la dottrina maggioritaria sono unanimi nel consentire la stipula di patti prematrimoniali volti alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi in caso di fallimento del connubio, a condizione che essi siano rivolti alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela. La ratio di tale orientamento è da rinvenire nel fatto che la condizione all’avveramento alla quale è subordinata l’efficacia dell’accordo attiene all’eventuale scioglimento del rapporto patrimoniale e, dunque, ad una fase prevista dalla legge, perché appositamente regolamenta con riguardo ai diritti e ai doveri di ciascun coniuge, oltre che alla presenza di determinate obbligazioni patrimoniali a carico di entrambi.
In conclusione, l’autonomia negoziale dei coniugi in questa materia trova, rispetto al passato, più ampia applicazione con riguardo alla scelta del regime patrimoniale della famiglia ma, al tempo stesso, non può estendersi fino al punto di pregiudicare il rispetto dei diritti e dei doveri dei coniugi in tutta la fase del rapporto matrimoniale, fermo restando quanto detto a proposito dei patti prematrimoniali nell’ipotesi in cui disciplinano una eventuale crisi o fallimento del rapporto.
Giovanni Fornabaio2019-10-03T19:01:02+02:00