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Timestamp: 2019-05-21 12:02:26+00:00
Document Index: 80886323

Matched Legal Cases: ['art. 639', 'art. 635', 'art. 129', 'art. 639', 'art. 529', 'art. 529', 'art. 529', 'art. 33']

Art. 529 codice penale: Atti e oggetti osceni: nozione | La Legge per tutti
Codice penale Aggiornato il 13 Febbraio 2015
Art. 529 codice penale: Atti e oggetti osceni: nozione
Agli effetti della legge penale, si considerano “osceni” gli atti e gli oggetti, che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore.
Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza, salvo, che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto.
Atti e oggetti osceni
Ai fini della valutazione della sussistenza del reato di deturpamento e imbrattamento non rileva la pretesa natura artistica dei graffiti realizzati. Piuttosto, alla stregua della costante giurisprudenza relativa al problema della distinzione del reato di cui all'art. 639 c.p. dalla fattispecie comune di danneggiamento di cui all'art. 635 c.p., il giudizio sulla tipicità del fatto non può prescindere dalla fisionomia estetica e dalla nettezza che sono state attribuite al bene dal proprietario o, in generale, da chi ne ha legittimamente la disponibilità. Pertanto, in applicazione di tali criteri interpretativi, qualora la condotta criminosa sia stata realizzata su beni che avevano una loro ben precisa fisionomia estetica, non può ritenersi evidente, ai sensi dell'art. 129 c.p.p., la non configurabilità del reato di deturpamento e imbrattamento. Se l'autore di tali graffiti è riuscito ad ottenere un riconoscimento nel mondo dell'arte, questo non esclude che il reato sia stato commesso, tanto più che il legislatore, con il recente intervento riformatore dell'art. 639 c.p., non ha certo colto l'occasione per chiarire che il carattere "artistico" dell'opera esclude il reato secondo il modello di tipizzazione del fatto di cui all'art. 529 c.p., ma al contrario ha confermato ed aggravato la scelta sanzionatoria operata dalla norma incriminatrice.
Tribunale Milano sez. VI 12 luglio 2010 n. 8297
Gli atti osceni in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico si configurano come reato di pericolo, per cui va valutata la possibilità in concreto che gli atti siano visti da terzi. (Nella specie, la Corte ha ritenuto congruamente motivato l'apprezzamento del giudice di merito sulla sussistenza del reato, in una vicenda di commissione di una violenza sessuale all'interno di un'autovettura fermata in una zona isolata, su una strada sterrata, nelle cui vicinanze, però, si trovavano delle villette e una cascina, onde non poteva ritenersi puramente teorico il rischio di visibilità, ancorché fugace, dall'esterno, della condotta posta in essere).
Cassazione penale sez. III 01 aprile 2008 n. 20279
Premesso che l'art. 529 c.p. rapporta al comune sentimento non l'oscenità di atti ed oggetti in sè considerata, ma l'offesa che può derivarne al pudore, e che dunque la misura dell'osceno è la capacità offensiva, la quale non è avulsa, ma condizionata dal contesto in cui atti e oggetti si manifestano, deve ancor oggi sicuramente escludersi che si possa considerare non osceno il fatto di consumare un amplesso in una macchina "non velata" e parcheggiata in una pubblica via.
Cassazione penale sez. III 22 febbraio 1999 n. 4337
Nel valutare se un'opera cinematografica contenente scene obiettivamente oscene possa considerarsi "opera d'arte" ai fini dell'esclusione della punibilità ex art. 529 c.p., non si può sindacare la scelta, da parte dell'autore, di un argomento già di per sè scabroso (rievocazione del mondo delle "case chiuse") e ciò in forza della libertà dell'arte (art. 33 cost.), ma occorre accertare se il regista abbia volutamente e con compiacimento oltrepassato i limiti imposti dallo svolgimento della delicata tematica con immagini non necessarie, gratuite, eccessive rispetto a quelle indispensabili per rappresentare con efficacia ed anche con arditezza il particolare ambiente storico - sociale che egli ha inteso portare sugli schermi.
Tribunale Avellino 16 dicembre 1996
Non integra gli estremi del reato di atti contrari alla pubblica decenza il comportamento di una avvocatessa che si sia presentata all'ingresso di un istituto penitenziario in "minigonna colore aragosta che copriva parzialmente i glutei nella parte posteriore, mentre nella parte anteriore si intravedeva uno slip di colore nero" e indossando anche "una maglietta trasparente dalla quale si notava il seno coperto da un reggiseno che lo lasciava intravedere con chiarezza".
Cassazione penale sez. III 30 ottobre 1996 n. 9685
Nel determinare le categorie dell'"osceno" e dell'"indecente", il giudice deve usare parametri variabili nel tempo ma non nello spazio, proprio perché deve tener conto dell'orientamento dell'intera "comunità nazionale", e deve altresì aver riguardo alle diverse, concrete circostanze (la vicenda concreta, il luogo in cui l'atto si manifesta).
Non offende la pubblica decenza la condotta della donna che si presenta all'ingresso di un istituto penitenziario indossando una succinta minigonna e una maglietta trasparente.