Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-10035-del-20-04-2017
Timestamp: 2020-08-04 03:35:45+00:00
Document Index: 93326655

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'art. 24', 'art. 380', 'art. 384', 'art. 380', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 2729', 'art. 360', 'art. 2729', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 10035 del 20/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10035 del 20/04/2017
Cassazione civile, sez. VI, 20/04/2017, (ud. 09/03/2017, dep.20/04/2017), n. 10035
sul ricorso 3110-2016 proposto da:
avverso la sentenza n. 7303/44/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
1. Preliminarmente il Collegio ritiene di non condividere i dubbi di legittimità costituzionale dell’art. 380 bis c.p.c., sollevati dal ricorrente in memoria. E’ già stato, condivisibilmente, statuito (cfr. Cass. del 10.1.2017, n. 395), che “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – sollevata in riferimento all’art. 24 Cost. – dell’art. 380-bis c.p.c. (nel testo introdotto dal D.L. n. 168 del 2016, conv., con modif., dalla L. n. 197 del 2016), costituendo non irragionevole esercizio del potere legislativo di conformazione degli istituti processuali la scelta di assicurare un contraddittorio solo cartolare alla decisione, in sede di legittimità, di questioni prive di rilievo nomofilattico, all’esito di una mera proposta di trattazione camerale da parte del consigliere relatore che, in quanto semplice ipotesi di esito decisorio, non è vincolante per il collegio, il quale, pertanto, ove intenda porre a base della decisione una questione rilevata d’ufficio, può ripristinare l’interlocuzione delle parti secondo il paradigma dell’art. 384 c.p.c., comma 3, deponendo in tal senso una interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata dello stesso art. 380 – bis c.p.c.”.
4.Con il terzo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, per mancata allegazione al verbale di accertamento dell’intero processo verbale.
La censura, oltre che poco intelligibile e dunque inammissibile, muovendo dal presupposto che la C.T.R. abbia indicato l’esistenza di un pvc allegato all’avviso di accertamento e non all’avviso di rettifica che non trova riscontro nella motivazione della sentenza – in cui si parla di avviso di rettifica dell’accertamento e di processo verbale di constatazione- e manifestamente infondata nel merito, avendo questa Corte ripetutamente chiarito che la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, comma 1, nel prevedere che debba essere allegato all’atto dell’Amministrazione finanziaria ogni documento richiamato nella motivazione di esso, non trova applicazione per gli atti di cui il contribuente abbia già avuto integrale e legale conoscenza per effetto di precedente comunicazione (cfr. ex plurimis, Cass. n. 407/2015).
Peraltro, la C.T.R. ha accertato che l’avviso di rettifica motivato per relationem, con riferimento alle risultanze del p.v. di constatazione (e dal quale era conseguita anche richiesta di rinvio a giudizio a carico del C.) ed, in particolare, l’attività di indagine compendiata in quest’ultimo atto aveva ricostruito integralmente la vicenda posta a base della pretesa fiscale in tal modo ritenendo, con accertamento di fatto non contestato dalla parte ricorrente, la piena idoneita dell’atto ad assolvere la funzione di conoscenza degli elementi indicati dall’ufficio a sostegno della richiesta impositiva. Ciò che conferma vieppiu l’infondatezza del motivo.
Orbene, nel caso di specie la C.T.R. ha specificamente collegato la responsabilità del C. all’operazione doganale, individuandolo come soggetto direttamente coinvolto nell’organizzazione transnazionale che, utilizzando società di comodo, importava merci dalla Cina dichiarandone un valore nettamente inferiore a quello reale, realizzando poi i pagamenti effettivi attraverso altre società dislocate in Cina. Ha poi specificamente indicato gli elementi dai quali ha tratto il convincimento che il C. fosse impegnato nella gestione delle società di comodo che avevano effettuato l’importazione, individuandoli specificamente – effettivo trasferimento del denaro all’estero necessario per pagare la merce giunta in Italia sulla base della documentazione bancaria sequestrata, documentazione dalla quale risultava il ruolo svolto all’interno dell’organizzazione del C., indicato col suo nome di battesimo, al quale erano riferibili le societa di comodo che eseguivano le operazioni di importazione.
Certo, il sindacato di questa Corte sulla violazione di legge di cui all’art. 2729 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, permane nell’ipotesi in cui il giudice di merito abbia direttamente violato la norma in questione, deliberando che il ragionamento presuntivo possa basarsi su indizi che non siano gravi, precisi e concordanti. E parimenti questa Corte deve valutare se il giudice di merito abbia fondato la presunzione su indizi privi di gravita, precisione e concordanza sussumendo, cioè, sotto la previsione dell’art. 2729 c.c., fatti privi dei caratteri legali e incorrendo, quindi, in una falsa applicazione della norma, esattamente assunta nella enunciazione della “fattispecie astratta”, ma erroneamente applicata alla “fattispecie concreta”(cfr. Cass. S.U. n. 8054/2014).
Ma, nel caso di specie, gli elementi valorizzati dal giudice di merito, dai quali la C.T.R. ha tratto il convincimento che la singola operazione di importazione realizzata da society di comodo controllate anche dal C., indicato come elemento dell’organizzazione, escludono il prospettato vizio, proprio perchè la C.T.R. ha agganciato al solido compendio indiziario relativo alla partecipazione del ricorrente all’associazione criminosa la diretta responsabilità nell’operazione posta in essere proprio in forza dei principi giurisprudenziali sopra richiamati in ordine alla responsabilità in ambito doganale.
Si da atto della ricorrenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.