Source: http://monarchicitoscana.blogspot.com/2010/12/
Timestamp: 2019-06-25 19:45:29+00:00
Document Index: 148379454

Matched Legal Cases: ['art. 22', 'art. 583', 'art. 583', 'art. 578', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 54', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 39', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ']

Monarchici Toscana: dicembre 2010
Nuovo referendum abrogativo in materia di aborto : l. 194 e la falsa questione del vuoto normativo - di Pietro Guerini
di Pietro Guerini – Portavoce nazionale no194
Al fine di disincentivare qualsiasi critica o attacco alla legge 194 si ricorre ad una svariata serie di argomentazioni , che spaziano dal fatalistico al fantasioso .
Le argomentazioni fatalistiche operano per lo più a livello psicologico e mirano ad alimentare il terreno fertile della pigrizia , del pessimismo e della rassegnazione , esprimendosi nella convinzione che ormai il diritto all’aborto sia ineluttabilmente acquisito come tale nella coscienza popolare .
Il che può indurre molti soggetti critici verso il fenomeno abortivo a sentirsi comunque con la coscienza a posto , in quanto l’adesione ad iniziative in linea con le loro convinzioni dovrebbe ritenersi del tutto inutile .
Con le argomentazioni fantasiose , viceversa , si prospettano anche ostacoli oggettivi e assoluti (come tali , non puramente probabilistici) che blinderebbero la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza , spesso confidando in mala fede nella mancata conoscenza di nozioni tecniche che non può che riguardare coloro che non hanno una formazione specifica al riguardo .
Una tematica particolarmente sofisticata diffusa dagli illuminati ed emancipati difensori del diritto di sopprimere un concepito è rappresentata dalla presunta intangibilità formale della 194 , in quanto legge essenziale a scongiurare un vuoto normativo .
Taluni , poi , aggiungono che senza la 194 si potrebbe praticare l’aborto libero ( come se ciò già in pratica non avvenisse , stante il contenuto della legge ed il clima di lassismo diffuso che essa ha introdotto ) .
Premetto che ho già sottolineato ( ad esempio nel pezzo pubblicato il 31-1-2010 ) come la formulazione dei quesiti referendari debba essere circostanziata e tener presente la necessità di scongiurare censure formali da parte della Corte Costituzionale .
Non a caso , già dal primo articolo ( da cui è poi nato il sito http://www.no194.org/ attraverso il quale si può aderire all’iniziativa ) con il quale ho inteso farmi promotore di un nuovo referendum abrogativo della l. 194 , quello pubblicato su http://www.ledestrabergamo.it/ il 18-7-2009 , sito che mi ha gentilmente ospitato nonostante non fossi iscritto a quel ( come a nessun altro ) partito , auspicavo l’abrogazione delle norme “ più significative “ di quella legge .
L’abrogazione totale della legge , quindi , a prescindere dalla sua condivisibilità sostanziale , può non essere opportuna per ragioni formali , stante il pericolo di una declaratoria d’inammissibilità della consultazione .
In particolare , vi è il timore che la Consulta possa subire condizionamenti ( in astratto sempre possibili ) soprattutto di natura politico-giornalistica , alimentati dalle lobbies interessate al fenomeno abortivo , che vanifichino gli sforzi della nostra iniziativa .
Ciò premesso , la tesi della non ammissibilità in sé di un referendum abrogativo totale si fonda per lo più sulle sentenze della stessa Corte nn. 45-49 del 2005 .
Sino a tali decisioni , l’ammissibilità di un referendum di portata integrale veniva escluso per tre categorie di leggi : quelle a contenuto costituzionalmente vincolato , quelle implementanti una tutela minima ad un principio costituzionale e , quale subspecie di quest’ultime , quelle costituzionalmente necessarie ( che riproducono princìpi costituzionali nel solo modo costituzionalmente consentito o che , se abrogate , priverebbero di rilievo un principio o un organo costituzionale ) .
La legge 194 non rientra , all’evidenza, in nessuna delle tre categorie indicate .
Ora , con le pronunce ora menzionate si è sostenuta la non ammissibilità di un referendum abrogativo totale della legge sulla procreazione medicalmente assistita e sono stati , di contro , ammessi quattro referendum di abrogazione parziale , escludendo in modo espresso che le disposizioni di legge del quesito potessero ritenersi a contenuto costituzionalmente vincolato , senza citare neppure le altre due categorie .
Ebbene , la Consulta , nella pronuncia n. 45 , sembra aver introdotto un quarto motivo di inammissibilità , ritenendo non totalmente abrogabile per via referendaria una legge che “assicuri un livello minimo di tutela legislativa“ , quindi semplicemente “legislativa“ e non più “costituzionale“ .
Oggetto del divieto , dunque , sarebbe una legge qualunque essa sia .
Proprio a questo precedente fanno riferimento coloro che intendono negare la praticabilità di un referendum abrogativo totale della 194 , in realtà incorrendo in un clamoroso errore ( se in buona fede ) o ricorrendo ad una palese menzogna ( se in mala fede ) .
Occorre tener presente che la l. 40 sulla procreazione medicalmente assistita è intervenuta , essa sì , a colmare un vuoto normativo , essendo stata la prima ed unica normativa di settore entrata in vigore nel nostro paese .
Il che non può dirsi per la 194 in materia di aborto .
A convincersene è sufficiente leggere l’art. 22 della stessa 194 , con il quale si abrogano espressamente articoli di legge precedenti , segnatamente il titolo X del libro II del codice penale , nonché il n. 3 ) del primo comma ed il n. 5 ) del secondo comma dell’art. 583 c.p. .
Il fenomeno in oggetto , dunque , era già disciplinato , in sede penale .
Con il titolo X del libro II del codice penale , in particolare , si puniva il reato di aborto .
A seguito dell’abrogazione di tale titolo , sono oggi puniti il maltrattamento di animali e di cose altrui ( sotto forma di danneggiamento ) , come l’inquinamento dell’aria ( che può implicare la commissione di reati ambientali ) , ma non la soppressione ( evento estremo , totale ed irreparabile ) di un concepito , che viene così relegato ad uno stato inferiore rispetto a quello di un cane , di una sedia altrui o di mera aria , che vengono viceversa tutelati giuridicamente .
Non a caso Emma Bonino può dichiarare che embrione e feto equivalgono ad una linfa ( liquido chiaro , lattescente che circola nei vasi linfatici ) .
Quanto alla soppressione dei beni non altrui , essa può comunque creare problemi maggiori rispetto a quella di un concepito , legati al compimento di possibili reati ambientali per il loro smaltimento .
Coerentemente con tale configurazione del concepito , sono stati pure abrogati , come detto , il n. 3) del primo comma ed il n. 5) del secondo comma dell’art. 583 c.p. , che contemplavano come aggravanti del delitto di lesioni le circostanze che la persona offesa fosse una donna incinta e che dal fatto fossero derivati l’acceleramento del parto o l’aborto della persona offesa .
Quindi , un eventuale referendum abrogativo totale della legge non implicherebbe nessun vuoto normativo , ma la restaurazione della normativa preesistente , che già non equiparava a tutti gli effetti e sino in fondo il concepito ad un qualsiasi essere umano , poiché , analogamente a quanto ancor oggi previsto per l’infanticidio commesso dalla madre immediatamente dopo il parto in condizioni di abbandono ( art. 578 c.p. ) , il reato di aborto era distinto rispetto a quello di omicidio doloso e la pena era decisamente inferiore a quella prevista per tale ultimo delitto .
E quindi , a maggior ragione , nessun aborto libero , giacché tale pratica verrebbe , all’opposto , sanzionata .
Ad ogni buon conto , essendomi rappresentato sin dall’origine dell’iniziativa il problema in oggetto ed i rischi di una sua strumentalizzazione , ho da subito individuato ed indicato l’oggetto del referendum in più quesiti , relativi ciascuno a singole disposizioni della 194 , a partire dagli artt. 4 e 5 , attorno ai quali si registra un notevole dissenso .
Come ricordato , in particolare , in base ad un sondaggio Eurispes del 2006 :
-il 73,7% degli italiani si dichiara contrario all’art. 4 circa l’ammissione dell’interruzione volontaria di gravidanza nei primi 90 giorni per mere ragioni economiche , morali e sociali ;
-il 78% dei nostri connazionali , in dissenso con l’art. 5 , non condivide che la decisione abortiva possa essere presa in via esclusiva dalla donna , anche se coniugata , senza che il potenziale padre abbia il diritto di essere anche solo informato della sua decisione .
E , non a caso , i quesiti in materia di fecondazione medicalmente assistita aventi come oggetto singole disposizione della l. 40 sono stati ammessi , senza che la questione del vuoto normativo assumesse alcun decisivo rilievo .
Nessuna sopraggiunta ( rispetto alla prima consultazione referendaria del 1981 ) preclusione formale , dunque , osta all’iniziativa referendaria .
Nell’ambito della quale si potrebbe anche prevedere la formulazione aggiuntiva di un quesito abrogativo totale , che sarebbe però a rischio di inammissibilità per le ragioni sopra ricordate .
Quesito abrogativo totale che , tra l’altro , farebbe salva anche l’adozione di una normativa analoga a quella irlandese ( aborto ammesso solo in caso di pericolo di vita della madre , il che casisticamente si verifica in una percentuale insignificante sugli aborti totali ) , considerata l’applicabilità in tal caso della causa di giustificazione comune di cui all’art. 54 c.p. , rappresentata dallo stato di necessità .
A tale ultima disposizione , a mio avviso , si dovrebbe aggiungere un comma specifico in materia , onde offrire alla donna una tutela legislativa e non rimessa agli orientamenti giurisprudenziali .
Il rischio ( considerati gli auspicati effetti abrogativi sull’art. 5 ) sarebbe rappresentato dall’eventualità che un padre possa decidere della vita della madre del proprio figlio per ragioni di gravidanza , in palese violazione , tra l’altro , con il principio di eguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione .
Ricordo , infine , che , a seguito degli interventi della Consulta sull’art. 39 della legge 352 del 1970, un successo referendario e , comunque , l’emanazione di una legge per evitare la consultazione , vincolerebbero il Parlamento ad emettere modifiche legislative in linea con i principi ispiratori dell’iniziativa abrogativa .
Modifiche legislative neppure tentate nel corso di oltre 32 anni dall’entrata in vigore della 194 , da un classe parlamentare molto sensibile agli interessi di comodo degli elettori e per nulla interessata agli interessi vitali dei concepiti , che elettori non sono .
Ecco perché la via referendaria è l’unica praticabile per attaccare la legge di cui trattasi .
Via percorrendo la quale potrebbero conseguirsi ( a seguito di un’unilaterale azione del Parlamento) anche risultati intermedi ( di natura legislativa e diretti a rendere più restrittiva l’attuale disciplina ) rispetto a quello abrogativo , che costituisce , peraltro e comunque , l’unico obiettivo di questa iniziativa , del tutto estranea a squallidi patteggiamenti fatti sulla pelle del nostro prossimo .
Fonte: http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=591:nuovo-referendum-abrogativo-in-materia-di-aborto--l-194-e-la-falsa-questione-del-vuoto-normativo-di-pietro-guerini-&catid=83:numero-15-31-dicembre-2010-&Itemid=131
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 10:53 Nessun commento:
«Suona ancora vero il detto di Abelardo del XII secolo: "La verità non può essere contraria alla verità. Le scoperte della ragione devono accordarsi con le verità della Scrittura, altrimenti il Dio che ci ha date entrambe ci ha ingannati, con l’una o con l’altra". Se Dio non esiste, niente ha senso». Chi ha pronunciato queste frasi? Un teologo di alcuni secoli fa? Un filosofo di oggi, un po’ fuori moda? No, sono stralci di una lunga intervista ad Allan Rex Sandage, uno dei più importanti astrofisici del XX secolo.
Sandage è morto da poche settimane, nel novembre di quest’anno. Era nato ad Iowa City, Iowa, nel 1926, e aveva dedicato la sua vita all’astronomia, occupandosi a lungo di evoluzione stellare e di cosmologia osservativi. Dopo la laurea nel 1948 presso l’Università dell’Illinois e il Ph.D. al CalTech nel 1953, allievo del famoso astronomo tedesco Walter Baade, divenne assistente alle osservazioni di Edwin Hubble, l’astronomo che scoprì l’espansione dell’universo. Alla morte di Hubble nel 1953, Sandage ne proseguì e diresse i programmi di ricerca cosmologica a Mount Wilson e Palomar, con l’obiettivo di determinare la velocità di espansione dell’universo.
Ma Sandage nel corso della sua attività ha svolto importanti ricerche anche nell’ambito della datazione delle stelle e sulla classificazione delle galassie e dei loro processi di formazione ed evoluzione e fu il primo a riconoscere l’esistenza di quasar privi di intensa emissione radio. Nella sua prolifica carriera, Sandage ha ottenuto numerosi riconoscimenti in ambito scientifico: ha ricevuto, tra gli altri, la Eddington Medal della Royal Astronomical Society nel 1963, la medaglia d’oro di Papa Pio IX nel 1966 e la medaglia Elliot Cresson del Franklin Institute nel 1973. Nel 1971 ha ricevuto la National Medal of Science, il maggiore riconoscimento scientifico negli Stati Uniti. Più recentemente ha vinto il Premio Crafoord dell’Accademia Reale svedese delle Scienze nel 1991 e il Cosmology Prize della Fondazione Peter Gruber nel 2000...” (dal notiziario on line dell'Istituto nazionale di Astrofisica )
La morte di Sandage non ha destato molto interesse tra i media, convinti come sono che gli uomini di scienza siano utili solo quando possano essere utilizzati per proporre un riduzionismo scientista che con la scienza vera ha ben poco a che vedere. Odifreddi, Veronesi, Dawkins, Hack, insomma, sono sempre i benvenuti, sui giornali e sulle tv, più per le loro idee politiche e religiose, per il loro materialismo ideologico, che per le loro vere competenze scientifiche. Sandage, che è stato veramente un grande scienziato, assolutamente incomparabile ai nomi suddetti per l'importanza delle sue scoperte, può essere tranquillamente dimenticato, anche quando muore.
Cosa pensava Sandage del rapporto tra scienza e fede? A Sandage era chiarissimo il fatto che «ciascuna tratta un aspetto differente della realtà», nel senso che «la scienza rende esplicito l'incredibile ordine naturale, le interconnessioni a molti livelli tra leggi della fisica, le reazioni chimiche nei processi bioloici della vita ecc.. Ma la scienza può rispondere solo a un tipo fissato di domande, che concernono il cosa, il dove e il come. Con il suo metodo, potente quanto esso sia, non risponde (e in verità non può), al perché».
La scienza dunque descrive: una legge, la nascita stessa dell'universo, la struttura dell'atomo... Ma non risponde alla domanda fondamentale: da chi proviene quella legge? Perché esiste? Cosa c'era prima dell'universo? Quale è la causa prima della materia, della vita, della coscienza umana? A queste domande tentano di rispondere la filosofia, la teologia, e, in modo divino, rivelato, la fede... Lo scienziato, continuava Sandage, vede il grande ordine che esiste nell’universo, il fatto che tale ordine si trova all'interno di ogni singola realtà e tra tutte le realtà nel loro insieme. Ma se «non c'è Dio niente ha senso», perché senza Dio, cioè senza una Intelligenza creatrice ed ordinatrice, non trova risposta la domanda più importante: da dove infatti quell'essere, quell’ordine? Da dove quelle interconnessioni, quel "disegno" dell'universo che appare così "miracoloso"? Non certo dal caso: «Il mondo è troppo complicato in tutte le sue parti e interconnessioni per essere dovuto solo al caso. Sono personalmente convinto che l'esistenza della vita con tutto il suo ordine in ognuno dei suoi organismi è assemblata semplicemente troppo bene. Ogni parte di un corpo vivente dipende da tutte le alte parti (del corpo) per potere funzionare. Come fa ogni parte a saperlo? Come ogni parte si differenzia al concepimento? Più si studia la biochimica, più diventa incredibile che non ci sia una qualche sorta di principio organizzatore, un architetto, per chi crede, o un mistero».
Interrogato poi sulle grandi scoperte astronomiche del suo maestro, e sulle proprie, sull’espansione dell’universo e sulla sua nascita, Allan Sandage notava: l'«espansione dell'universo con le sue conseguenze riguardanti la possibilità che astronomi abbiano identificato l’evento della creazione mette veramente la cosmologia astronomica vicino al tipo di teologia naturale medioevale che ha cercato di trovare Dio identificando la causa prima. Gli astronomi possono aver trovato il "primo effetto", ma non, quindi, necessariamente la causa prima cercata da Anselmo e Tommaso...»(Sandage citato in Bersanelli-Gargantini, Solo lo stupore conosce, Rizzoli 2003, p. 337).
Cosa significano queste affermazioni? Che se l'universo è nato in seguito ad una esplosione di un puntino di luce, posto da Dio al principio del tempo, come credeva il vescovo medievale Roberto Grossatesta; se cioè è nato da qualcosa di simile ad un "atomo primordiale", come lo chiamava all’inizio del Novecento don Lemaitre, padre della teoria del Big Bang, allora questa scoperta non conclude, ma porta con sé necessariamente un'altra domanda: l’universo è il “primo effetto”, ma quale è la “prima causa”?
Questa domanda non è nuova: è la stessa che si facevano i teologi medievali cristiani, che avevano ben compreso, grazie alla fede, che l’universo non si giustifica da se stesso, che non è eterno, che non è Dio, e che quindi, per la sua esistenza, per il suo ordine, per la sua sopravvivenza, ha bisogno di un Dio Creatore e Legislatore.
Anche oggi, con tutte le nostre conoscenze scientifiche, insegnava Sandage, rimangono valide le domande di sempre, cui la scienza appunto, non può rispondere, perché i suoi limiti sono definiti dal fatto che possiamo conoscere sperimentalmente solo ciò che vediamo e tocchiamo: perché c’è l’universo e non il nulla? Dal momento che non possiamo ipotizzare che l’atomo primordiale, causa prossima dell’universo, sia nato dal nulla, perché dal nulla non nasce nulla, quale è la Causa che ha fatto sì che abbia incominciato ad esistere prima un atomo di energia e poi da esso, tutto ciò che esiste? Perché l’esplosione iniziale, lungi dall’essere foriera di disordine, di caos, ha portato ad un universo ordinato ed “intelligente”?
A queste inevitabili domande, Sandage rispondeva come avevano fatto Copernico, Keplero, Galilei, Newton, Pascal, Mendel, Pasteur, e moltissimi altri padri della scienza: all’origine di tutto non può che esservi Dio stesso, “grande Artefice”, “Pantocrator universale”, “Creatore e Legislatore”, “Causa Prima di tutto ciò che è”….
Fonte: http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=586:sandage-lse-dio-non-esiste-niente-ha-sensor-di-francesco-agnoli&catid=83:numero-15-31-dicembre-2010-&Itemid=131
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 07:40 Nessun commento:
Intanto Stella e Corona “chiama” il ministro Alfano
Data:29/12/2010
Mazzoni: “Venga a rendersi conto di persona”
LUCCA – Anche il movimento monarchico di Stella e Corona guidato in provincia da Mauro Mazzoni, interviene sulla questione del carcere lucchese dopo la visita della vigilia di Natale da parte dei senatori Marcucci e Granaiola. “Come segretario provinciale – afferma Mazzoni – Sono a sottolineare il lodevole atteggiamento e attivismo dei senatori Marcucci e Granaiola nei confronti della comunità del carcere di San Giorgio, una realtà dove i detenuti superano il numero delle guardie carcerarie e della polizia penitenziaria, e che vive grazie al volontariato delle associazioni e all’impegno del sociale del Comune di Lucca. Riteniamo già un primo passo avanti la collaborazione con l’Opera delle Mura per l’utilizzo come manodopera di detenuti che devono scontare meno di un anno di pena, ma i problemi non mancano. La palestra rimande chiusa così come la sala colloqui e un’interna ala del carcere. Con dispiacere noto, però, che gli altri schieramenti politici, anche quelli della mia coalizione di centro destra, sul tema sono latitanti. “Ho letto, infine – chiude Mazzoni – che verrà mandato un dettagliato rapporto al ministro della giustizia Alfano. Come esponente politico chiedo invece che sia il ministro a venire di persona a visitare la realtà del carcere di Lucca”.
Fonte: Il nuovo Corriere di Lucca e Versilia
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 03:32 Nessun commento:
Cristiani perseguitati e discriminati: poca attenzione dai media
Nel giorno in cui si ricorda anche Santo Stefano, primo martire cristiano, la Chiesa si sente particolarmente vicina a tutte le comunità ecclesiali perseguitate nel mondo.
Radio Vaticana - Ieri il Papa, nel suo Messaggio natalizio, ha elevato la sua preghiera a Dio perché “doni perseveranza a tutte le comunità cristiane che soffrono discriminazione e persecuzione” ispirando “i leader politici e religiosi ad impegnarsi per il pieno rispetto della libertà religiosa di tutti”. Già nel discorso alla Curia Romana, il 20 dicembre scorso, Benedetto XVI aveva levato un accorato appello a fermare la cristianofobia nel mondo. D’altro canto, se negli ultimi mesi ha avuto una certa diffusione il caso di Asia Bibi, la madre di 5 figli condannata a morte in Pakistan per blasfemìa, molto spesso le persecuzioni anticristiane non ricevono attenzione dai media. Alessandro Gisotti ne ha parlato con padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia AsiaNews: ascolta
R. – E’ molto buono che il caso di Asia Bibi sia arrivato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo perché finalmente ha mostrato un po’ di luce sulla situazione terribile dei cristiani in Pakistan: sono una minoranza piccolissima ma sono veramente bersagliati come non mai. Non c’è soltanto un’emarginazione dal punto di vista sociale per cui ai cristiani non è concesso avere certi lavori e certe cariche ma c’è questa legge sulla blasfemia che li colpisce in un modo totalmente violento e imprevedibile. Asia Bibi è un po’ il simbolo di tutta questa sofferenza e di tutto questo lavoro di testimonianza che sta facendo la comunità cristiana in Pakistan.
D. – Quali sono le situazioni che destano maggiore preoccupazione guardando soprattutto all’anno che si sta chiudendo?
R. - Una delle situazioni di maggiore preoccupazione nel mondo mediorientale è quella dell’Iraq dove il governo non riesce a garantire assolutamente la sicurezza della vita dei cristiani che pure sono una minoranza così preziosa per la storia dell’Iraq e per lo stesso Paese, per la sua stessa cultura. Bisogna però dire che questa situazione, dove appunto c’è insicurezza in Medio Oriente, ha una sua “fonte” nell’Arabia Saudita dove, non dimentichiamolo, ci sono milioni di cristiani andati lì a lavorare e dove non c’è possibilità di celebrare Messa, di pregare in privato, dove non è possibile neanche finire di costruire una piccola cappellina. Poi, secondo me, la situazione più drammatica e più dolorosa è quella dei cristiani, dei pochi cristiani che ci sono in Nord Corea. Lì c’è una dittatura di tipo ideologico e basta che uno abbia la Bibbia che viene condannato a morte. Direi che la Nord Corea è la punta dell’iceberg di una persecuzione da parte del mondo comunista che ha sempre detto che la religione è l’oppio dei popoli e quindi ha cercato sempre di eliminarla oppure di dominarla in qualche modo. Quindi, dietro la Nord Corea metterei la Cina.
D. – Nel discorso alla Curia Romana il Papa ha levato un forte appello a fermare la cristianofobia nel mondo. Come assumere questo impegno anche nell’informazione?
R. – Nell’informazione è importante che tutti questi fatti e queste violenze vengano denunciate e vengano messe in chiaro perché molto spesso da parte dell’Occidente, in particolare, c’è un po’ la “politica dello struzzo”: non vedere, non parlare, così si può andare avanti a commerciare. L’Occidente e l’Oriente, invece, dialoghino non soltanto sul commercio ma anche sulle rispettive culture e portino l’uno all’altro l’impegno per migliorare la dignità dell’uomo perché, di fatto, i contatti tra i vari Paesi ormai sono soltanto di tipo strettamente economico e questo impoverisce il valore della persona umana. (bf)
Fonte: http://www.laperfettaletizia.com/2010/12/cristiani-perseguitati-e-discriminati.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 09:30 Nessun commento:
Riportiamo discorsi e omelie di Benedetto XVI durante questo tempo di Natale, dagli auguri natalizi alla Curia Romana al Messaggio "Urbi et Orbi" del 25 dicembre.
Solennità del Natale del Signore: Messaggio Urbi et Orbi (Natale 2010)
“L’incarnazione del Figlio di Dio è un avvenimento che è accaduto nella storia, ma nello stesso tempo la oltrepassa. Nella notte del mondo si è accesa “una luce nuova, che si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile di chi attende il Salvatore. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore”.
24 dicembre 2010: Messa di mezzanotte
"L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra".
Udienza generale del 22 dicembre 2010
"Il presepio, come genuina testimonianza di fede cristiana possa offrire anche oggi per tutti gli uomini di buona volontà una suggestiva icona dell’amore infinito del Padre".
Ai cardinali, arcivescovi, vescovi e prelati della Curia Romana, per la presentazione degli auguri natalizi (20 dicembre 2010)
"In noi sacerdoti e nei laici, proprio anche nei giovani, si è rinnovata la consapevolezza di quale dono rappresenti il sacerdozio della Chiesa Cattolica, che ci è stato affidato dal Signore".
Fonte: http://www.opusdei.it/art.php?p=42033
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 01:01 Nessun commento:
Fonte: http://opinionimonarchiche.blogspot.com/2010/12/primavera-di-speranza.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 10:16 Nessun commento:
Il totalismo e i diritti umani: quale rapporto con la bioetica?
Friedrich e Brzezinski, due studiosi che hanno analizzato a fondo il totalitarismo, hanno individuato alcune caratteristiche che, a loro giudizio, sono tipiche del fenomeno:
1. Una ideologia ufficiale totalizzante, che investe tutti gli aspetti della vita umana e tutti i cittadini
2. Un partito unico di massa guidato da un solo uomo
3. Un sistema di terrore sia fisico che psichico (partito, polizia segreta)
4. Un monopolio del partito unico sui mass media
5 Un controllo centralizzato dell'economia
Viene subito da chiedersi: posto che questi elementi sono inequivocabilmente riconducibili all’esperienza totalitaria, è sufficiente questo elenco di requisiti per definire il totalitarismo?
Rimane un senso evidente di insoddisfazione: pensiamo all'ipotesi di uno Stato democratico, come accadde alle democrazie scandinave, che decide di sterilizzare i malati di mente d'autorità. E' una condotta totalitaria o democratica? Pensiamo al caso dell’Olanda, se pretendere qui di dare una risposta affrettata: legalizzare l’eutanasia è un fatto meramente tecnico-giuridico, oppure influisce sul concetto stesso di democrazia, costringendoci quanto meno a ripensarlo radicalmente?
Torniamo al totalitarismo così come noi lo abbiamo conosciuto nel Novecento: esso presenta alcune peculiarità che possiamo riassumere con alcuni pensieri emblematici. “Tutto è nello stato e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dallo Stato" (Benito Mussolini, 1932). Fine del totalitarismo è trasformare la natura umana" (Hanna Arendt). Il totalitarismo è un fenomeno post democratico" (Leonard Shapiro, 1975). Per il totalitarismo vale il principio “nullum crimen sine poena" — che si contrappone al principio “nullum crimen sine lege; nulla poena sine lege" unito al principio della irretroattività della legge penale. Questi aspetti “storici” del totalitarismo, innegabili, non debbono distrarre la nostra attenzione da un problema sostanziale con cui le moderne democrazie sono costrette a fare i conti, che può essere riassunto in un’unica domanda, che ne genera molte altre, assai spinose: esiste un limite al principio di maggioranza legittimamente espresso nelle forme prescritte dall’ordinamento? Questa è, in fondo, la domanda delle domande anche quando si rifletta di bioetica con riferimento al diritto e ai diritti umani in particolare. Ogni scelta in campo bioetico è soddisfacente e democratica a patto che sia accolta dalla maggioranza degli aventi diritto? La questione è estremamente complessa, ma possiamo tentare alcune considerazioni che riassumono il senso della nostra riflessione.
1. Lo Stato non è la fonte della verità e della morale. Se credessimo il contrario, saremmo di fronte a uno “stato etico", ancorato a una ideologia basata sulla razza, sul popolo, sulla classe, o su altro, eventualmente (ma non necessariamente) in spregio alla maggioranza (=Stato assoluto)
2. Lo scopo dello Stato non può essere una libertà priva di contenuto e di _destinazione". Come sa benissimo ogni educatore, non basta essere “liberi da”, ma occore essere “liberi per”, cioè orientare l’autonomia dei singoli verso un’idea condivisa di bene. Altrimenti ogni convivenza civile diviene impossibile.
3. Non c'è un ordine della convivenza sensato e vivibile senza il riferimento a una misura pur minima di verità circa il bene, non manipolabile e non negoziabile.
4. Lo Stato deve guardare fuori di sé — e diremmo sopra di sé, davanti a sé, verso la realtà ontologica dell'uomo - per ricevere quel minimo di verità intorno al bene.
5. Questo “esterno" è la ragione, pur nella consapevolezza che non tutto è sempre chiaro ed evidente;
6. Questa ragione deve stare attenta a non diventare autoreferenziale e quindi sterile (razionalismo); l’antidoto può essere riconoscere la rilevanza del sentimento, intesa come attenzione naturale all’altro: possiamo capire solo ciò che voglianmo conoscere, e vogliamo conoscere solo ciò che ci interessa. L’uomo, la sua dignità, il suo senso, la sua tutela, devono interesarci sopra ogni altra preoccupazione
7. Lo Stato rispetta l’uomo quando si riconosce limitato. E questo senso di impotenza benefica è più facile in una civiltà giuridica che senza compiere pericolose confusioni di piano, riconosce un valore antropologico, e quindi sociale, e quindi anche giuridico, alla dimensione religiosa. Quando si entra in una logica espressa dal pensiero di Nietsche : “Fratelli, restate fedeli alla terra"; oppure da Bertolt Brecht: “Non perdiamo tempo con il cielo, lasciamolo ai passeri"; ebbene, in questa dimensione sono gettate le premesse per la trasformazione dello Stato in regime. Se lo stato perde ogni tensione escatologica, allora scivola nell'assolutismo.
In sintesi: secondo la propsettiva giusnaturalistica esistono una serie di principi, valori, norme “metagiuridiche" invariabili nel tempo e valide ad ogni latitudine: la legge positiva deve tendere ad avvicinarsi per quanto possibile a questi principi. Pensiamo alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789, o alla prima dichiarazione di indipendenza americana. Nasce qui la dottrina dei diritti dell'uomo? In realtà, già Tommaso d'Aquino aveva lucidamente elaborato la dottrina della “legge ingiusta", che costituisce un pilastro nell’ambito della dottrina giusnaturalistica: se una legge positiva contraddice la legge naturale, non è più legge ma corruzione della legge.
Sant'Agostino si chiedeva: che differenza esiste fra lo Stato e una banda di ladri? Nessuna, se lo stato non pratica la giustizia.
Nel Medioevo i due capisaldi del diritto erano lo ius naturale e la aequitas
a) ius naturale: diritto inderogabile, così come sono inderogabili le regole naturali che regolano la rotazione astri o il volgere delle stagioni.
Lo scienziato “scopre", riconosce regole che sono già esistenti, non è lui a inventarsele. Così il legislatore “riconosce" certi diritti fondamentali: pensiamo ad esempio all'art. 2 della nostra Costituzione
Qui lo Stato viene ridimensionato a mera funzione di garanzia dell’ordine pubblico e del bene. Le uniche vere istituzioni di diritto naturale sono “pre-statali": la famiglia, la comunità; e così i diritti fondamentali, come il diritto alla vita, all'esistenza, al nome, all'identità... lo Stato non li elargisce, ma deve tutelarli perché esistevano prima di lui.
b) aequitas: garantisce la congruenza del diritto positivo con la lex naturalis (la legge non solo deve essere “valida", ma “giusta", con attenzione alle particolari circostanze di ogni singola controversia legale). L’aequitas ricomprende anche l'opera di mediazione tra la considerazione oggettiva dell'atto e la valutazione delle circostanze soggettive che lo accompagnano, affidata al giudice.
Nel Novecento la dottrina della legge naturale ha subito alcune significative “spallate”. Il positivismo giuridico ha conosciuto un crescente successo presso la dottrina, ma ha anche dovuto fare i conti con i drammatici esiti dei totalitarismi realizzati. Di fronte a questi esiti paradossali - per cui la legge positiva è giusta per il solo fatto che esiste - il positivismo è corso ai ripari proponendo un nuovo positivismo: i diritti umani esistono.
Quali sono? Quelli che lo Stato, gli Stati più “evoluti" decidono di riconoscere in un certo momento e in certi luoghi.
Sono diritti umani che qualcuno ha ironicamente definito “pastorizzati a lunga conservazione": con una data di scadenza.
Alla crisi del giusnaturalismo non è estraneo il contributo di Max Weber: egli parla di politeismo etico, aprendo la strada alle conclusioni che, in campo bioetico, trae ad esempio Engelhardt Jr.
Il neopositivismo propone in sostanza una soluzione basata sul “diritto debole”. Cioè il diritto ridotto a semplice regolamento, al rispetto di alcune procedure. In campo bioetico, esempi classici di norme procedurali sono la legge 194. L'aborto è reso lecito dal rispetto delle procedure, la forma modifica il significato di un atto sostanziale.
L’altra “arma” del neopositivismo è la “sacralizzazione” della carta costituzionale in vigore in un dato periodo e contesto politico: valgono come inderogabili i principi sanciti dai padri costituenti. E' un criterio insufficiente, perché apertamente positivistico. Presenta molpteplici debolezze: le norme scritte si prestano a possibili interpretazioni diverse; ogni costituzione può essere cambiata; la costituzione non è la legge naturale, semplicemente perché i padri costituenti non sono figure mitiche, o almeno non dovrebbero diventarlo.
Concludendo: qual è allora il rapporto fra democrazia e diritti umani? lo si capisce bene osservando per un momento il ruolo delle Corti Costituzionali rispetto ai Parlamenti. Le prime possono contraddire i secondi, anche quando una legge venga approvata a schiacciante maggioranza. Significa allora che esiste una verità sulla legge che trascende la dialettica maggioranza-minoranza; esistono valori sottratti al gioco della conta, ai referendum, alle votazioni in aula e fuori, ai sondaggi. Bisogna scegliere: quale definizione di democrazia vogliamo ammettere? Comunità dove comanda la maggioranza; o, in alternativa: Comunità dove sono rispettati - almeno nei codici -i diritti fondamentali di tutti.
La prima definizione è inadeguata e insufficiente. Non ci può essere vera democrazia se non si riconosce la dignità di ogni persona e non se ne rispettano i diritti e i doveri. L'intero edificio della legalità e le stesse libertà fondamentali vengono compromesse se le istituzioni non difendono dall'arbitrio del più forte la vita anche di un solo uomo dal concepimento fino al suo termine naturale. Sono del tutto evidenti le conseguenze di simili considerazioni sul dibattito bioetico in atto in questi anni.
Docente Facoltà di Bioetica UPRA di Roma
http://www.portaledibioetica.it/temi.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 09:36 Nessun commento:
Un anno di battaglie a difesa dell'ambiente, azioni rischiose, ricerche scientifiche, inchieste e denunce. Dalla marea nera nel Golfo del Messico alla marea rossa in Ungheria, dallo scandalo degli OGM in Friuli, alle proteste per difendere le balene del Santuario dei cetacei del Mar Ligure, dalla protezione delle ultime foreste primarie ai primi passi per salvare il clima a Cancun, ecco i principali successi del 2010.
Greenpeace - CAMPAGNA MARE
- Greenpeace insieme alle comunità locali ottiene la firma di un accordo storico tra Italia e Francia a tutela delle Bocche di Bonifacio;
- Greenpeace denuncia il forte degrado del Santuario dei cetacei: inquinamento e traffico marittimo tra le cause principali. E le Regioni si impegnano a farsi portavoce presso il Ministero dell'Ambiente della tutela dell'area;
- Dopo il lancio della campagna Tonno in Trappola, le aziende del settore tonno in scatola iniziano a muoversi per garantire la sostenibilità dei propri prodotti; - Le tonnare volanti italiane rimangono in porto.
CAMPAGNA OGM
- Coltivazione di mais OGM illegale in Friuli: in pochi giorni abbiamo testato e individuato due campi OGM illegali, e abbiamo proceduto a isolare, tagliare e mettere in sicurezza la parte terminale del mais che produceva polline;
- Moratoria sugli OGM: in soli sette mesi, Greenpeace e Avaaz raccolgono oltre un milione di firme per chiedere una moratoria a livello europeo sugli OGM. Il 9 dicembre la petizione è stata consegnata alla Commissione europea, per la prima volta sotto forma di "iniziativa dei cittadini", un nuovo strumento introdotto dal Trattato di Lisbona.
- Firmato un accordo senza precedenti che renderà possibile la protezione di settantadue milioni di ettari di foresta canadese;
- Dopo poco meno di tre mesi di campagna, Nestlè si impegna a identificare e a escludere dalla propria filiera prodotti derivanti da deforestazione (carta per il packaging e olio di palma) e cancella i propri contratti con i criminali forestali Sinar Mas e APP;
- In seguito al lancio della classifica Salvaforeste, il Gruppo Feltrinelli si impegna a stampare libri solo su carta a Deforestazione Zero. Seguono l'esempio altre case editrici come Minimum Fax, Marsilio e Baldini Castoldi e Dalai. Primi passi anche di Mondadori.
- A un giorno dall'incidente in Ungheria, un team di Greenpeace preleva campioni di fanghi tossici e pubblica i primi risultati delle analisi;
- A giugno entra in vigore il decreto che obbliga i negozianti hi-tech a ritirare gratis il prodotto usato a fronte di un nuovo acquisto. Ora Greenpeace indaga sull'effettiva applicazione della norma da parte dei negozi;
- Dopo anni di battaglie contro l'uso di Bisfenolo-A, composto che altera il normale funzionamento del sistema ormonale, l'Unione europea decide di vietarlo nei biberon a partire dal 2011.
CAMPAGNA CLIMA
- Nel Golfo del Messico, la nave Arctic Sunrise indaga sulla reale dimensione della marea nera e sulle vere cause del disastro;
- A Cancun si salva in extremis il percorso negoziale. Ora i governi possono collaborare per giungere a un impegno vincolante;
- Greenpeace allaccia impianti solari termici presso abitazioni del Comune di Barete, (L'Aquila) duramente colpito dal terremoto. Gli impianti consentono alle abitazioni di avere acqua calda durante tutto l'anno a costo zero e senza emissioni inquinanti.
- più di 80.000 firme raccolte sul sito www.nuclearlifestyle.it hanno "convinto" tutti i candidati a esprimersi contro il nucleare: o "in toto" (centrosinistra) o "non nella mia regione" (centro destra). Con l'eccezione di Cota (Piemonte), i Governatori eletti hanno mantenuto la loro posizione: in particolare Formigoni in Lombardia e Zaia in Veneto, mentre nel Lazio è passata una risoluzione formale in Giunta contro il nucleare.
Fonte: http://www.laperfettaletizia.com/2010/12/greenpeace-un-anno-in-azione.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 08:59 Nessun commento:
L’attenzione mondiale è stata richiamata dalle recenti elezioni brasiliane. Questa attenzione era giustificata, vista la crescente importanza del Paese. Ma era anche strumentale alle aspettative che vincesse il candidato della sinistra, Dilma Rousseff, epigono del presidente uscente Lula. Dilma ha vinto, ma non nel modo aspettato. E, soprattutto, nel corso della contesa elettorale sono venuti fuori fattori che hanno sbaragliato i progetti della sinistra.
La sinistra prospettava una schiacciante vittoria già al primo turno, sospinta da diversi fattori. Il principale era la fiorente situazione economica del Paese.
Brasile è oggi la sesta economia del mondo. Ma questo non è affatto merito di Lula. Anzi. Il Brasile ha raggiunto questo status malgrado i suoi disegni socializzanti. In otto anni di mandato Lula non ha potuto alterare la struttura economica del gigante latinoamericano. I successi economici del Brasile non sono da accreditare a Lula né al governo del PT (Partito dei lavoratori), come dicono molti in Italia, bensì all’enorme dinamismo dell’impresa privata.
Un altro fattore che faceva la sinistra sperare in una facile vittoria già al primo turno erano le politiche demagogiche mese in atto da Lula, come la “bolsa família”. Oggi in Brasile chi non vuole lavorare può ricevere sussidi statali che possono raggiungere l’equivalente a quasi 1.000 euro al mese. Questo ha creato, soprattutto nel Nordest povero, un’immenso bacino elettorale-clientelare per il PT.
Un terzo, rilevante fattore in favore della sinistra era la vistosa assenza di un candidato di centro-destra, il ché ha lasciato senza espressione politica l’opinione pubblica conservatrice.
Emergono i veri problemi
La campagna elettorale era stata contrassegnata dalla mancanza di dibattito dottrinale e programmatico, inducendo il settimanale «Veja» a pubblicare una copertina totalmente in bianco.
Confidando che questo vuoto ideologico potesse attutire eventuali reazioni, Lula aveva lanciato il Terzo Piano nazionale dei diritti umani, adottato poi dalla candidato Dilma Rousseff. Si tratta di un vero progetto di legge costituzionale che, tra le altre cose, contempla l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’adozione di bambini da parte di queste coppie omosessuali, colpisce il diritto di proprietà, le libertà individuali, istituisce un regime di soviet in ogni categoria, e via dicendo.
E allora è successo l’imprevedibile: l’opinione pubblica conservatrice, che per ben otto anni era rimasta in silenzio, è esplosa. Usando ogni mezzo a disposizione, è cominciato un tam-tam di protesta che è andato in crescendo fino a imporre i temi che veramente interessano il pubblico, in primo luogo l’aborto.
Dilma Rousseff è subito corsa ai ripari, dichiarandosi contraria all’aborto e garantendo che non avrebbe presentato nessun progetto in questo senso. Questo in barba alle sue ben note posizioni reiterate anche nel corso della campagna politica.
Questo dibattito ha squarciato dall’alto in basso il tessuto dell’opinione pubblica. Secondo recenti sondaggi, ben il 73% degli elettori è contrario alla depenalizzazione dell’aborto.
Parlano i vescovi
Nonostante il suo orientamento sinistrorso, il PT contava sul massiccio appoggio di settori ecclesiastici, contaminati dalla Teologia della liberazione. Questo appoggio era, anzi, il fondamento della sua forza politica. I vescovi conservatori non facevano sentire la loro voce. “Vescovi silenziosi” li aveva chiamato Plinio Corrêa de Oliveira nel 1976.
Questo è cambiato da quando mons. Aldo Pagotto, vescovo di Paraíba, è intervenuto affermando che i cattolici erano moralmente tenuti a difendere i valori morali anche in campo politico, dovendo quindi negare il voto ai candidati abortisti o laicisti.
Come un pianto liberatorio, diversi vescovi e sacerdoti, e perfino organismi della Conferenza episcopale, hanno cominciato ad alzare la voce denunciando il PNDH3 come fortemente nocivo ai valori cristiani. In senso contrario si sono pronunciate certe burocrazie ecclesiastiche per cercare di indebolire questi vescovi.
In questo modo, non solo l’opinione pubblica, ma anche il mondo ecclesiastico, finora presentato come favorevole al PT, o quantomeno silenzioso, si è pure spaccato da cima in fondo, facendo venir fuori energie conservatrici che più di uno aveva dichiarato ormai perse.
Si pronuncia il Vaticano
Stando così le cose, i vescovi della Regione Nordest si sono recati in Vaticano in visita ad limina. Cogliendo l’occasione, Benedetto XVI ha indirizzato alla Chiesa in Brasile un’allocuzione che non pochi ritengono storica.
“Quando i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime lo esigono, i pastori hanno il grave dovere di emettere un giudizio morale, persino in materia politica — ha detto il Papa — Sarebbe totalmente falsa e illusoria qualsiasi difesa dei diritti umani politici, economici e sociali che non comprendesse l’energica difesa del diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale”.
Il Pontefice chiude con un monito: “Quando i progetti politici contemplano, in modo aperto o velato, la decriminalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia, l’ideale democratico — che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana — è tradito nei suoi fondamenti. Pertanto, cari Fratelli nell’episcopato, nel difendere la vita «non dobbiamo temere l’ostilità e l’impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo»”.
Sbaragliando tutti i pronostici, Dilma Rousseff non ce l’ha fatta al primo turno, fermandosi al 46%. “La disfatta dei profeti”, titolava il settimanale «Veja». La sinistra, che fino a quel punto aveva liquidato la mera ipotesi di un ballottaggio come “un delirio dell’opposizione”, si è dovuta piegare.
Al ballottaggio, la candidata di Lula è stata eletta col 56% dei suffragi, mentre il suo avversario, José Serra, si fermava ai 44%. Vittoria, dunque, del PT. Ma i numeri vanno presi con le molle.
Nelle elezioni del 2006, Lula aveva ottenuto un 60,83%, contro un magro 39,17% dell’oppositore Geraldo Alckmin. Il PT ha quindi sofferto un netto calo di consensi. Dilma ha ottenuto, in numeri assoluti, 47.651.434 voti, il ché rappresenta appena il 35,08% degli elettori. Ben lontano dall’80% di popolarità sbandierata dalla sinistra. L’opposizione ha vinto negli Stati del centro-sud, responsabili per l’80% del PIL nazionale, mentre il PT si è aggiudicato quelli più poveri del Nordest, beneficiari dei sussidi.
Ma, soprattutto, c’è il fatto che, per spuntarla nel secondo turno, Dilma Rousseff ha dovuto proclamare ai quattro venti di non essere a favore dell’aborto, né delle unioni omosessuali, né contraria alla proprietà privata, né ai simboli religiosi nei luoghi pubblici, ecc., ecc. Vale a dire, ha dovuto smentire clamorosamente se stessa, pagando un pesante tributo all’opinione conservatrice che nel frattempo si era fatta sentire.
La TFP: polo di pensiero
Oltre alla rinascita d’una opinione pubblica conservatrice, nella contesa elettorale brasiliana si è palesato un altro importante fattore: la continuità della TFP come polo di pensiero nazionale.
Per dipingere i due candidati correndo ai ripari davanti alla valanga conservatrice, il maggiore quotidiano brasiliano, la Folha de S. Paulo, ha pubblicato la vignetta che riproduciamo sopra. In essa, Dilma Rousseff appare come una signora un tanto bacchettona che, inginocchiata, accende candele ai santi, a simboleggiare la sua frenetica caccia al voto cattolico. Il suo oppositore, José Serra, è invece rappresentato come un militante della TFP in campagna di strada, con in mano lo stendardo rosso col leone rampante.
Questo non corrisponde affatto alle posizioni di Serra, piuttosto social-democratiche, ma dimostra comunque una profonda verità: nell’inconscio dei brasiliani l’idea di cattolicesimo militante coincide con quella del membro della TFP.
Ciò conferma, del resto, una convinzione del prof. Plinio, cioè che nel Brasile il suo movimento costituiva “un polo di pensiero”. Questo vuol dire che quando si pensa ai grandi problemi nazionali o della Chiesa, il brasiliano si fa quasi automaticamente la domanda: “e che posizione prenderà la TFP al riguardo?”
Un’altro esempio. Reagendo all’allocuzione di Benedetto XVI ai vescovi brasiliani sopra citata, un organo della sinistra radicale inveiva contro “questo patetico Papa il cui orizzonte mentale è quello di un attivista della TFP”. In altre parole, il criterio per definire conservatrice la posizione del Pontefice, è il paragone con la TFP.
E anche qui da noi, il Manifesto, organo di Rifondazione comunista, ritiene la TFP un criterio di destra in Brasile. “Dilma ha vinto. Per fortuna — commenta Maurizio Matteuzzi — Sarebbe stato un disastro se avesse perso e fosse passato Serra, il prestanome delle pessime destre autoctone come Tradizione Famiglia Proprietà” (il Manifesto, 2-11-10).
Fonte: http://www.atfp.it/2010/87-dicembre-2010/402-brasile-la-maggioranza-non-e-piu-silenziosa.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 11:09 Nessun commento:
La natura ha leggi inflessibili. Per diventare genitori occorre, ad esempio, che una qualunque coppia costituita da un maschio e da una femmina agisca in modo tale da unire il seme maschile con il seme femminile.
L'artificio scientifico può sostituire l'accoppiamento secondo natura, ma non può far diventare genitore chi non ha combinato il proprio seme con il seme del partner.
In altre e confortanti parole: la scienza, per quanti sforzi facciano gli scienziati, non è in grado di uscire dal solco tracciato dal senso comune.
La cultura moderna, peraltro, si è dimostrata capace delle più ardite e vertiginose acrobazie, ma non ha mai potuto elevarsi all'altezza dove si dimostra scientificamente la verità della sentenza che attribuisce la fecondità agli sterili, ossia l'essere al non essere.
La fecondità di una coppia (comunque assortita) non può far diventare fecondità la sterilità di un'altra coppia. La fecondazione eterologa pertanto è un'utopia.
Assurda e più che assurda comica è l'attribuzione della paternità e della maternità a due soggetti che hanno delegato a due altri soggetti la funzione di conferire quei semi fecondi, che danno inizio alla vita di un nuovo soggetto umano.
Infatti nessuno può avere più di due genitori. Anche i profani sanno che in ginecologia gli embrioni sono sempre e comunque figli di due soli genitori. Un tempo in ambienti reazionari si diceva perfino che i figli non si fanno in gruppo.
La titolare dell'utero che ospita il figlio concepito da due genitori-donatori, pertanto, non è madre ma vivente incubatrice. Incubatrice di un figlio e nutrice di un'illusione patetica.
Nel migliore dei casi la sua è una gravidanza isterica premiata (o meglio illusa) dall'artificio di un ginecologo d'avanguardia.
A ben vedere la madre eterologa è autrice di un'adozione attuata con mezzi innaturali aggirando ma non superando le indeclinabili leggi della natura.
Perché allora si ricorre alla procreazione eterologa? Perché si pretende che la legge riconosca il diritto all'illusione di diventare genitori di figli concepiti da altri?
Alle coppie sterili la cultura realista offre un mezzo semplice e diretto per accedere alla paternità e alla maternità, l'adozione. Se non che gli aspiranti alla procreazione eterologa piuttosto che un figlio desiderano la soddisfazione dei loro sogni malsani.
E' di qui che ha origine il problema che i giudici del tribunale fiorentino hanno rinviato alla corte costituzionale: dalla cultura mitologica, che solletica l'aspirazione impossibile, il desiderio onirico, e promuove la sua finta soddisfazione.
Ora l'aspirazione alla paternità e alla maternità eterologa ha lontana origine e giustificazione dal progetto ultra rivoluzionario che intorno al Sessantotto era inteso al capovolgimento del principio di realtà.
L'istigazione a immergersi nella torrida finzione, che rappresenta il superamento della realtà si legge, ad esempio, nell'accusa di fascismo che il guru sessantottino Herbert Marcuse rivolgeva contro il principio di identità e non contraddizione codificato da Aristotele; nell'escandescenza del pensiero selvaggio scatenata da Claude Levy-Strauss; nelle teorie di Theodor Adorno sulla musica eversiva e psichedelica; nelle teorie psichiatriche che nel delirio invece della malattia contemplavano la profezia sociale.
Il risultato finale di queste istigazioni all'irrealismo e alla follia è l'esplosione del consumo di prodotti (ad esempio la cocaina e il viagra) che procurano al qualunque uomo l'illusione di possedere i poteri del superuomo ludico.
Illusione in cui non è difficile intravedere il passaggio del pensiero rivoluzionario dalla scienza di Marx alla fantasticheria dionisiaca di Nietzsche.
E' dunque difficile pensare che la corte costituzionale possa risolvere il problema posto dal desiderio dei fecondatori eterologi. La corte costituzionale, infatti, agisce nel solco di una concezione positivista del diritto, cioè in una condizione che impedisce di vedere che il problema ha origine da una cultura avvelenata dall'irrealismo.
La corte costituzionale, in definitiva, non ha la facoltà di uscire dal teatrino della politica, dove misura del giusto e dell'ingiusto sono i numeri dell'opinione corrente.
Opinione che oggi corre nelle acque maggioritarie delle discariche inquinate dalla presenza massiccia della cocaina.
Il compito di rovesciare l'incubosa dittatura dell'irrealtà compete pertanto alla Chiesa cattolica, baluardo della ragione e tradizionale argine alla barbarie del pensiero.
In ultima analisi il futuro della nostra civiltà, oggi sotto lo schiaffo del delirio, dipende dal rigore con cui Benedetto XVI conduce la restaurazione della cultura cattolica, finalmente in uscita dai compromessi con la modernità un tempo suggeriti dallo spirito del concilio.
Fonte: http://riscossacristianaaggiornamentinews.blogspot.com/2010/10/la-fecondazione-eterologa-unutopia.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 07:47 Nessun commento:
Cina: la legge del figlio unico schiavizza il corpo delle donne
Un rapporto di Chrd denuncia l’assoluto controllo sulla vita delle donne a causa della legge del figlio unico: visite ginecologiche forzate; aborti fino al nono mese; sterilizzazioni; impianti contraccettivi. L’arbitrio dei capi locali che usano le multe per arricchirsi. La legge del figlio unico “ancora per 5 anni” almeno.
Pe chino (AsiaNews/Agenzie) – Le donne cinesi non hanno alcun potere di scelta sul loro corpo e sono sottoposte a continue umiliazioni e sofferenze a causa della legge sul figlio unico. Almeno tre volte all’anno devono presentarsi obbligatoriamente a una visita ginecologica (per verificare che non siano incinte); dopo il primo figlio, sono forzate a usare la spirale intrauterina; sono costrette alla sterilizzazione e all’aborto forzato (anche fino a nove mesi del feto).
È il quadro agghiacciante che emerge da un rapporto pubblicato ieri dal Chrd (China Human Rights Defenders), dal titolo “Non ho alcuna scelta sul mio proprio corpo”, che elenca le violazioni ai diritti umani subiti da uomini e donne – ma soprattutto dalle donne - a causa della legge sul figlio unico, varata 30 anni fa per il controllo drastico della popolazione.
La pubblicazione verifica la sua incidenza negli ultimi cinque anni. Sebbene da molte parti si parla di una sua edulcorazione, e vi sono voci su una sua possibile cancellazione, il rapporto mostra invece che il controllo sulla popolazione e la legge sul figlio unico sono tuttora attuati con violenza.
Il rapporto è pieno di testimonianze che mostrano:
a) la pressione che si esercita sulle donne maritate e già con un figlio, perché inseriscano la spirale o si facciano sterilizzare, privandole di ogni scelta sulla scelta dei metodi di controllo delle nascite;
b) una lunga serie di aborti forzati per tutte le donne incinte fuori delle quote previste dagli uffici per il controllo della popolazione. Molte ragazze adolescenti, coinvolte in rapporti prematrimoniali sono costrette ad abortire anche al sesto o nono mese di gravidanza. Il rapporto cita l’esempio di Liu Dan, una ragazza di Liuyang (Hunan), incinta prima dell’età del matrimonio. Il suo bambino avrebbe dovuto nascere il 5 marzo 2009. Una settimana prima di quella data, Liu è stata presa dagli impiegati del family planning e forzata ad abortire. Liu e suo figlio sono morti sul lettino della sala operatoria.
c) Uomini e donne che hanno violato la legge del figlio unico sono stati puniti con detenzioni arbitrarie, battiture, multe, esproprio di beni; altri sono stati licenziati; ai loro bambini nati fuori dalla “quota” viene negata la registrazione anagrafica (e l’esclusione dalle cure sanitarie, dalla scuola, ecc..). Spesso le punizioni vengono operate anche su tutti i familiari. Tutto ciò mostra che – contrariamente a quanto la Cina giura nelle assemblee internazionali – la politica del figlio unico e il controllo sulla popolazione avviene ancora attraverso mezzi coercitivi.
Nel rapporto, si mostra che la legge non è applicata ovunque allo stesso modo, e la sua interpretazione è lasciata al volere o al sentimento dei capi locali. Ma ovunque i burocrati del family planning ricevono premi e incentivi se riescono a raggiungere le quote stabilite in sterilizzazioni, aborti, spirali, ecc…: un vero mercato sulla pelle delle persone.
Anche le multe che vengono comminate differiscono da luogo a luogo, ma rimangono una fonte importante di introiti per i governi locali, soprattutto nelle zone rurali. L’arbitrio con cui vengono maneggiate le multe apre un ampio spazio alla corruzione.
Chrd conclude il suo rapporto domandando al governo cinese di perseguire i burocrati che hanno violato i diritti dei cittadini con la scusa di attuare la legge del figlio unico, e di abolire il programma di controllo sulla popolazione.
Tale programma ha di fatto distorto la demografia della Cina, creando un grave sbilanciamento nell’equilibrio fra maschi e femmine e un rapido invecchiamento della popolazione.
Proprio alcuni giorni fa, il 20 dicembre, il capo del family planning a Pechino, Li Bin, ha ribadito che la politica del figlio unico resterà immutata almeno “per i prossimi cinque anni”.
Fonte: http://www.laperfettaletizia.com/2010/12/cina-la-legge-del-figlio-unico.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 00:48 Nessun commento:
Calisto Tanzi, Cavaliere del Lavoro dal 1984 e Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana dal 1999 (onorificenze revocate nell’agosto e nel settembre 2010), amico, quanto meno in passato, dell’On. Ciriaco De Mita e del Sen. Giulio Andreotti, è il primo responsabile del furto di 14 miliardi di euro perpetrato ai danni di 150 mila risparmiatori, la gran parte dei quali tanto consapevole di aver perso definitivamente tutto e, quindi, di non avere possibilità di recuperare i propri soldi, da non essersi costituita, se non parzialmente in 32 mila, in giudizio contro di lui ed i suoi complici tra i quali membri della sua famiglia.
Già condannato dalla Corte d’Appello di Milano a dieci anni di reclusione per aggiotaggio, Calisto Tanzi, ex patron della Parmalat, ha commentato con un vergognoso “Non mi aspettavo una punizione così severa”, la notizia che il Tribunale di Parma lo ha condannato a 18 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Bernard Madoff, altro bel truffatore di quasi 73 anni, denunciato dai due figli (uno dei quali recentemente suicidatosi, probabilmente per la vergogna) e prontamente arrestato l’11 dicembre 2008 dagli agenti federali, sta scontando in carcere i 150 anni ai quali è stato condannato 7 mesi dopo, il 29 giugno 2009, dalla giustizia statunitense, nel mentre il poco più giovane Tanzi a sette anni dal fallimento Parmalat, il maggior crac di tutti i tempi della finanza italiana, continua ad abitare nella lussuosa villa di Strada delle Chiaviche a Parma (anziché, come giustamente vorrebbero le decine di migliaia di risparmiatori che ha ridotto in miseria e fatto piangere, languire a vita nella più sordida prigione italiana), contando di non finire in carcere grazie alla legge ex Cirielli che permette a chi ha più di 60 anni di scontare ai domiciliari le pene detentive definitive.
Ai 32 mila risparmiatori truffati che si sono costituiti davanti il Tribunale di Parma dovrebbe andare il 5% del valore nominale delle obbligazioni o azioni acquistate, ma il condizionale è più che d’obbligo dato che con ogni probabilità non vedranno nemmeno un euro; prima di loro andrà risarcita l’attuale nuova Parmalat e non saranno certamente sufficienti a tal fine il tesoretto in quadri d’autore scoperto dalla Guardia di Finanza nel dicembre 2009 a casa di familiari di Tanzi, né gli altri beni ad oggi recuperati.
La presa in giro dei risparmiatori da parte di chi ne ha ridotti decine di migliaia in miseria, potrà comunque essere ancora maggiore ove, a causa della spaventosa lentezza della giustizia italiana, non si pervenga entro il 2015 ad una sentenza definitiva, facendo scattare la prescrizione degli infami reati commessi da Calisto Tanzi e dalla sua banda di truffatori.
Avv. Roberto Vittucci Righini
Presidente Nazionale dell’Alleanza Monarchica
Fonte: http://www.alleanza-monarchica.com/bancarotta-parmalat-calisto-tanzi-condannato
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 04:14 Nessun commento:
Svegliarsi dal sonno di una grande crisi. Il discorso di Benedetto XVI del 20 Dicembre 2010 alla Curia Romana
Benedetto XVI ha creato un nuovo genere letterario con i discorsi annuali alla Curia Romana per gli auguri di Natale, dove ogni anno mette in luce quelli che considera gli aspetti essenziali del suo Magistero nel corso dei dodici mesi trascorsi. Il 20 dicembre 2010, il Papa ha utilizzato come filo conduttore l'espressione liturgica «Excita, Domine, potentiam tuam, et veni», affermando che risale al «periodo del tramonto dell’Impero Romano». Un'epoca che assomiglia molto a quella di oggi: «Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce».
Anche oggi «il mondo con tutte le sue nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso». Perfino «la fede dorme» e a Dio va chiesto «di svegliarci dal sonno di una fede divenuta stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti - cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo».
Il filo rosso che lega tra loro gli interventi del Papa nel 2010 è dunque quello di una crisi che è globale, totale, dominante e si estende ad ambiti solo apparentemente diversi. Comune è infatti la radice: la mancanza di un «giusto ordine» negato nelle sue fondamenta dal relativismo morale. Benedetto XVI cita in particolare tre aspetti della crisi, di cui appunto si è occupato in discorsi e documenti dell'anno trascorso. Il primo riguarda i preti pedofili. Mentre la Chiesa si era impegnata a celebrare le grandezze del sacerdozio con l'Anno Sacerdotale, «siamo stati sconvolti quando, proprio in quest’anno e in una dimensione per noi inimmaginabile, siamo venuti a conoscenza di abusi contro i minori commessi da sacerdoti, che stravolgono il Sacramento nel suo contrario: sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita».
Qui si deve citare un brano non brevissimo, in cui il Papa si spiega con una visione di una santa medioevale a lui molto cara. «In questo contesto, mi è venuta in mente una visione di sant’Ildegarda di Bingen [1098-1179] che descrive in modo sconvolgente ciò che abbiamo vissuto in quest’anno. “Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: ‘Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!’ E proseguì: ‘Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa.Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità’. E sentii una voce dal cielo che diceva: ‘Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: 'Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura' (Mc 16,15)” (Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale: PL 197, 269ss)».
Così il Papa commenta questa impressionante rivelazione privata: «Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato - per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva».
Ma il Magistero del Papa sui preti pedofili, se non ha nascosto la gravità dei peccati, ha anche indagato a proposito delle cause della crisi, che non sono tutte e solo interne alla Chiesa. Aggiunge ora Benedetto XVI che «non possiamo neppure tacere circa il contesto del nostro tempo in cui è dato vedere questi avvenimenti. Esiste un mercato della pornografia concernente i bambini, che in qualche modo sembra essere considerato sempre più dalla società come una cosa normale. La devastazione psicologica di bambini, in cui persone umane sono ridotte ad articolo di mercato, è uno spaventoso segno dei tempi. Da Vescovi di Paesi del Terzo Mondo sento sempre di nuovo come il turismo sessuale minacci un’intera generazione e la danneggi nella sua libertà e nella sua dignità umana. L’Apocalisse di san Giovanni annovera tra i grandi peccati di Babilonia - simbolo delle grandi città irreligiose del mondo - il fatto di esercitare il commercio dei corpi e delle anime e di farne una merce (cfr Ap 18,13). In questo contesto, si pone anche il problema della droga, che con forza crescente stende i suoi tentacoli di polipo intorno all’intero globo terrestre - espressione eloquente della dittatura di mammona che perverte l’uomo. Ogni piacere diventa insufficiente e l’eccesso nell’inganno dell’ebbrezza diventa una violenza che dilania intere regioni, e questo in nome di un fatale fraintendimento della libertà, in cui proprio la libertà dell’uomo viene minata e alla fine annullata del tutto».
Sbaglierebbe chi pensasse che si tratti solo di una somma d'immoralità individuali, che non sarebbero di per sé nuove. Dopo il 1968 invece qualche cosa di nuovo c'è stato, una vera e immensa rivoluzione culturale che è penetrata persino nella teologia cattolica. «Per opporci a queste forze - spiega il Papa - dobbiamo gettare uno sguardo sui loro fondamenti ideologici. Negli anni Settanta, la pedofilia venne teorizzata come una cosa del tutto conforme all’uomo e anche al bambino. Questo, però, faceva parte di una perversione di fondo del concetto di ethos. Si asseriva - persino nell’ambito della teologia cattolica - che non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto un “meglio di” e un “peggio di”. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e dal fine inteso. A seconda degli scopi e delle circostanze, tutto potrebbe essere bene o anche male. La morale viene sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di esistere. Gli effetti di tali teorie sono oggi evidenti. Contro di esse Papa Giovanni Paolo II [1920-2005], nella sua Enciclica "Veritatis splendor" del 1993, indicò con forza profetica nella grande tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi essenziali e permanenti dell’agire morale. Questo testo oggi deve essere messo nuovamente al centro come cammino nella formazione della coscienza».
Il secondo aspetto della crisi mondiale in atto, affrontato dal Sinodo delle Chiese del Medio Oriente, sembra molto lontano dal primo. In Asia, come in Africa, il 2010 è stato un «annus horribilis» per le persecuzioni contro i cristiani. «Siamo testimoni - ha detto Benedetto XVI - di atti di violenza nei quali non si rispetta più ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le regole più elementari dell’umanità. Nella situazione attuale, i cristiani sono la minoranza più oppressa e tormentata». Eppure qualcosa di comune tra la rivoluzione culturale che ha prodotto anche il dramma dei preti pedofili e l'esplosione di odio anticristiano in Africa e in Asia c'è. Senza trascurare altri problemi, talora «anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro ed accecamento ideologico». L'ideologia è diversa, ma comune è il rifiuto di un impegno verso la verità garantirò dall'equilibrio tra fede e ragione. Si leva allora, da parte del Papa, «un forte grido rivolto a tutte le persone con responsabilità politica o religiosa perché fermino la cristianofobia».
Un terzo tema, che il Papa ha collegato al viaggio nel Regno Unito del settembre 2010 e ai recentissimi interventi sulla libertà religiosa, è quello della cristianofobia che, pure senza arrivare alla persecuzione cruenta, è presente in forme sottili anche in Occidente, dove si cerca d'impedire alla Chiesa di ricordare che i principi non negoziabili in tema di vita, famiglia e libertà di educazione derivano dalla ragione prima ancora che dalla fede e sono le regole comuni del gioco chiamato società le quali vincolano tutti, credenti e non credenti. Ancora una volta Benedetto XVI ha citato un pensatore non credente del secolo XIX, «Alexis de Tocqueville [1805-1859], [il quale] a suo tempo, aveva osservato che in America la democrazia era diventata possibile e aveva funzionato, perché esisteva un consenso morale di base che, andando al di là delle singole denominazioni, univa tutti. Solo se esiste un tale consenso sull’essenziale, le costituzioni e il diritto possono funzionare. Questo consenso di fondo proveniente dal patrimonio cristiano è in pericolo là dove al suo posto, al posto della ragione morale, subentra la mera razionalità finalistica di cui ho parlato poco fa [in tema di pedofilia]. Questo è in realtà un accecamento della ragione per ciò che è essenziale. Combattere contro questo accecamento della ragione e conservarle la capacità di vedere l’essenziale, di vedere Dio e l’uomo, ciò che è buono e ciò che è vero, è l’interesse comune che deve unire tutti gli uomini di buona volontà. È in gioco il futuro del mondo».
Quale sia la dinamica perversa che ha portato a sostituire regole condivise fondate sulla verità e sulla ragione con il relativismo, e come la si possa superare, il Papa lo illustra ritorna do su quella che chiama la «prima conversione» del beato John Henry Newman [1801-1890] il quale riscopre, molti anni prima di diventare cattolico, anzitutto la fede in Dio come essenziale. «Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili. Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno».
«La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione era in Newman la coscienza». Ma, come il Papa ha spiegato più volte nel 2010, corrono oggi molti equivoci a proposito della nozione di coscienza del beato Newman e del famoso brano della sua «Lettera al Duca di Norfolk» in cui scriveva che, se proprio avesse dovuto inserire la religione in un brindisi, avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Si scambia la nozione di coscienza del beato Newman, che viene dalla sua profonda conoscenza del pensiero cristiano del Medioevo, con quella moderna. «Nel pensiero moderno - afferma il Papa - la parola “coscienza” significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero, in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la parola “coscienza” si esprime, appunto, questo: in questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con le sue intuizioni ed esperienze. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza - religione e morale - una verità, la verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza - un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che passo passo si apriva a lui».
Per questo Newman lascia la Comunione Anglicana e si converte al cattolicesimo. Questa conversione, nota il Papa, «esigeva da lui di abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami familiari e molti amici [...] Nel gennaio del 1863 scrisse nel suo diario queste frasi sconvolgenti: “Come protestante, la mia religione mi sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la mia vita è misera, non però la mia religione”».
Dove sta, allora, l'equivoco? «Per poter asserire l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e la moderna comprensione soggettiva della coscienza, - continua appunto Benedetto XVI - si ama far riferimento alla sua parola secondo cui egli - nel caso avesse dovuto fare un brindisi -avrebbe brindato prima alla coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione, “coscienza” non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità».
Il rapporto fra brindisi alla coscienza (naturale) e al Papa, garante della coscienza soprannaturale che nasce dalla fede, non è dialettico ma cronologico. Prima viene la natura, poi la grazia. Prima la ragione, che arriva fino a dichiarare ragionevole la fede, poi l'atto di fede che per il cattolico comprende la Chiesa e il Papa. Per chi ha la grazia della fede l'itinerario cronologico diventa anche logico: i due brindisi, se conoscono un rapporto che prevede un prima e un dopo, sono però uniti per il cattolico in un matrimonio indissolubile dove il Papa diventa il garante della coscienza per così dire dal suo interno, dove svela le ragioni della crisi, richiama alla verità e si fa sentinella contro ogni relativismo. Questa funzione Benedetto XVI ha voluto nuovamente e solennemente esercitare il 20 dicembre 2010.
Fonte: http://www.cesnur.org/2010/mi_papa20.html
Pubblicato da Mauro Mazzoni a 11:36 Nessun commento: