Source: https://www.docsity.com/it/dispensa-su-mediazione-familiare-francesco-janes-carratu/376611/
Timestamp: 2017-08-23 02:27:40+00:00
Document Index: 23864195

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 342', 'art. 8', 'art. 712', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 22', 'art. 709', 'art. 21', 'art. 708', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 708']

Dispensa su Mediazione familiare - Università di Napoli Federico II
myworld18 luglio 2013
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Dispensa su Mediazione familiare - Università di Napoli Federico II, Esami di Sociologia. Università di Napoli Federico II
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Dispensa del professor Francesco Janes Carratù sulla mediazione familiare per l'esame di Diritto di famiglia
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Il nostro Paese è decisamente in ritardo nella elaborazione di una disciplina legislativa della mediazione familiare rispetto ad altre nazioni in particolare di quelle di derivazione anglo sassone e francese ove, la mediazione familiare, ormai, ha forti radici sia sociali che legislative. In questi ultimi anni, però, molti Enti Locali, più sensibili alle problematiche, sociali in genere e della famiglia in particolare, hanno istituito servizi o finanziati corsi di formazione di mediazione familiare, come del resto dimostra il patrocinio del Comune di Napoli e dell’Assessorato alla Cultura della Regione Campania a questo convegno.
Ancor oggi l’attuale legislazione in materia di separazione personale dei coniugi e di divorzio continua ad essere inidonea per la risoluzione delle controversie familiari, quando non è addirittura aggravante delle stesse. L’iter procedurale, infatti, per la sua stessa struttura può talvolta acuire i conflitti già esistenti tra i coniugi separandi. Poiché, però, oltre quella giudiziaria si va affermando, come via per la soluzione dei conflitti, la mediazione familiare, sarebbe opportuno che il ricorso a questo strumento, nuovo per l’ordinamento giudiziario, venisse sancito legislativamente.
Premetto che continuo ad essere convinto che la prima opera di mediazione debba essere posta in essere dall’avvocato, e ciò non a difesa della categoria, ma perché è all’avvocato che i separandi, nel raccontare la loro storia manifesteranno le proprie aspettative sull’affidamento dei figli, sul diritto all’assegno di mantenimento e alla sua quantificazione, sull’assegnazione della casa coniugale e sui vari altri problemi che il dissolvimento dell’unione coniugale comporta. E quasi sempre le aspettative dei coniugi sono parzialmente o del tutto infondate, per cui compito dell’avvocato dovrebbe essere quello di chiarire subito al cliente, i diritti e i doveri conseguenti alla separazione.
Invece, proprio quando l’avvocato illustra al cliente con equilibrio e obiettività quali sono i suoi diritti e quali delle sue pretese sono giuste e quali, invece, manifestamente infondate, secondo me, fa opera di mediazione, perché costringe la parte a misurarsi non con i propri desideri, ma con quello che, in mancanza di accordo, verrà deciso dal magistrato nel rispetto della legge. Ritengo che gli avvocati, se e quando si adoperino a che le parti possano ottenere una risposta corretta ai loro problemi legali, pongano in essere quell’opera di mediazione che dovrebbe mirare a risolvere il problema.
Fatta questa precisazione, forse non condivisa dagli esperti in mediazione familiare, è opportuno ribadire che da più parti, si sollecita una compiuta regolamentazione legislativa della mediazione familiare. Un primo riconoscimento normativo lo si trova nella legge 28 agosto 1997 n. 285 - Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza - il cui art. 4, nel prevedere le modalità attraverso cui possono essere perseguite le finalità dei progetti di cui all’art. 3 della stessa legge, alla lett. i) nomina anche i servizi di mediazione familiare. Un richiamo alla mediazione familiare lo si trova poi nel d.p.r. 13 giugno 2000 il quale, nell’approvare il Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva per il biennio 2000/01, riconosce la necessità "di sostenere lo sviluppo e la creazione di servizi di mediazione familiare generalizzando le esperienze positive già compiute in alcuni comuni".
Un nuovo importante e più recente riconoscimento legislativo della mediazione familiare è oggi nell’art. 2 della legge 4 aprile 2001 n. 154 - Misure contro la violenza nelle relazioni familiari - il quale inserendo nel codice civile l’art. 342 ter., prevede che "il giudice possa disporre ove occorra l’intervento deiservizi sociali del territorioo di un centro di mediazione familiare, ...." .
Rinvio generico, alternativo a quello dei servizi sociali, ma che sancisce normativamente la possibilità per il giudice di utilizzare i servizi di mediazione familiare. Un suo spazio autonomo trovava, invece, la mediazione familiare nel testo unificato del comitato ristretto (proposte di legge nn. 173 - ter. e abbinate) del maggio 1998 "Nuove norme in materia di separazione personale dei coniugi e di scioglimento del matrimonio" il cui art. 8, modificando l’art. 712 del codice di procedura civile, intitolato correttamente "tentativo di mediazione" disponeva che "In ogni stato e grado dei giudizi di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di successiva modifica delle relative condizioni, in presenza di figli minori, nonché nei procedimenti di competenza del tribunale per i minorenni o del giudice tutelare, qualora ne ravvisi la necessità, il giudice, sentite le parti ed ottenuto il loro consenso, può disporre un rinvio non superiore a tre mesi onde consentire che i coniugi, anche avvalendosi di esperti, tentino una mediazione in ordine alle condizioni di separazione, con particolare riferimento alla migliore tutela dell’interesse morale e materiale dei figli". In questa norma, risultava recuperato così il contenuto dell’art. 155 - quinquies che, come formulato dal deputato Cento nella sua proposta di legge n. 4725 presentata il 31 marzo 1998, però, si intitolava espressamente "mediazione familiare" e che, nello stabilire l’istituzione di appositi consultori specializzati nella mediazione familiare, attivati presso il Tribunale civile prevedeva testualmente che "ove il giudice abbia richiesto, ai sensi del comma quinto dell’art. 155, l’intervento di un consultorio familiare, lo stesso, entro venti giorni dal conferimento dell’incarico, convoca l’intero nucleo familiare, compresi i figli, al fine di poter fornire al giudice le ipotesi di accordo, onde poter effettivamente disporre l’affidamento ai genitori. Gli esiti della mediazione saranno riportati in un verbale sottoscritto dalle parti, da inviare al giudice dal consultorio".
Alla fine dell’anno 2000, - quindi, sempre nel corso della precedente legislatura - la mediazione familiare, per la prima volta, veniva addirittura definita legislativamente nel testo licenziato dalla Commissione di studioe revisione della normativa in materia di diritto di famiglia e dei minori, presieduta dall’on.le Marietta Scoca.
Questo testo, intitolato "Istituzione presso i tribunali e le Corti d’appellodi sezioni specializzate per la famiglia e i minori. Disciplina dei procedimenti di separazione di divorzio, dei procedimenti camerali e disposizioni in tema di esecuzione dei provvedimenti relativi a minori, all’art. 22 prevedendo la sostituzione dell’art. 709 del codice di procedura civile, così definiva la mediazione familiare. "La mediazione familiare è un percorso di riorganizzazione delle relazioni tra genitori separati o separandi in un contesto strutturato e autonomo rispetto all’ambito giudiziario e con l’aiuto di un mediatore neutrale e con formazione specifica che, sollecitato dalle parti e nella garanzia del segreto professionale, permetta loro di elaborare un programma di esercizio della comune responsabilità genitoriale in modo soddisfacente per ambedue e per i figli".
Rimetto a Voi ogni valutazione sulla validità e sulla compatibilità di questa definizione con quella data dalla Corte Europea dei mediatori familiari redatta nel 1992, ripresa e aggiornata dal Forum Europeo dei Centri di formazione alla mediazione familiare nel 1997, secondo cui "per mediazione familiare, in materia di separazione e divorzio, si intende "un processo" nel quale un terzo con una preparazione specifica, è sollecitato dalle parti ad intervenire per
affrontare le questioni conflittuali connesse con la riorganizzazione familiare in vista o a seguito della separazione personale dei coniugi".
E’, comunque, da apprezzare lo sforzo della Commissione di definire legislativamente uno strumento a cui sempre più spesso fanno ricorso gli operatori del diritto e in particolare quelli che si interessano di diritto di famiglia per tentare di risolvere la conflittualità tra coniugi. Nello stesso testo Scoca, ma all’art. 21, si prevedeva quale modifica del l’art. 708 del codice di procedura civile al n. 3: "Se il coniuge convenuto non compare o se la conciliazione non riesce, il giudice (e/o) il presidente invita i coniugia rivolgersi a consultori pubblici o privati convenzionati autorizzati per un intervento di mediazione e, ad istanza di parte, dispone che il processo rimanga sospeso per un periodonon superiore a tre mesi, ma, anche se uno solo dei coniugi dichiara di nonvolersi avvalere di tale intervento, dà, anche d’ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse dei coniugi e della prole. E al n. 6 "Se i coniugi non hanno raggiunto un accordo a seguito dell’intervento di mediazione, il giudice adotta, anche d’ufficio, i provvedimenti urgenti di cui al comma terzo".
La lettura di queste norme richiama l’attenzione dell’interprete su alcuni punti già al centro di vari dibattiti. Il primo riguarda la volontarietà o l’obbligatorietà della mediazione per i coniugi. Ritenendo che un’opera di chiarimenti e di sostegno sia particolarmente opportuna proprio quando il conflitto è più forte e radicato, una parte degli operatori ritiene necessario prevedere l’obbligatorietà per i coniugi di esperire il tentativo di mediazione, altrimenti potrebbero rimanere esclusi da un simile utile strumento proprio coloro che più ne avrebbero bisogno. Secondo altri, invece, la mediazione non potrebbe essere imposta come percorso responsabilizzante contro il volere anche di uno solo dei coniugi. Un altro punto molto dibattuto riguarda il momento in cui debba svolgersi la mediazione familiare: se nella fase strettamente giudiziale o, invece, anche in quella precedente e/o successiva. Allo stato pare che la mediazione familiare venga comunemente utilizzata sia nel momento precedente la separazione che durante il processo o anche dopo la sentenza di separazione per rivedere gli accordi.
A tutt’oggi, però, nessuna di queste elencate ipotesi normative si è tradotta in legge, per cui si deve, purtroppo, constatare che la mediazione familiare non è ancora entrata a pieno titolo nel nostro ordinamento giudiziario. Tale introduzione sembra addirittura allontanarsi, considerando che nel disegno di legge recante "Misure urgenti e delega al Governo in materia di diritto di famiglia e dei minori" approvato dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 1° marzo 2002, non vi è alcun cenno o richiamo alla mediazione familiare. L’art. 12 di tale disegno di legge, infatti, che anch’esso, come la norma citata del testo della Commissione Scoca, prevede la modifica dell’art. 708 c.p.c., non fa alcun riferimento alla mediazione familiare così come nessun cenno emerge dalla lettura dell’intero articolato. Tale omissione potrebbe indurre quei giudici che sino ad oggi hanno fatto ricorso alla mediazione familiare ad astenersi dall’invitare i coniugi separandi a ricorrervi. E’ auspicabile che si sia stata solo una svista dell’esecutivo, a cui senz’altro in sede parlamentare potrà porsi rimedio, sempre che l’omissione non si sia stata voluta. Il che in vero andrebbe contro gli interessi delle coppie in crisi, considerando che la mediazione familiare è uno strumento la cui utilità nella composizione dei conflitti coniugali, non può più essere disconosciuta, come dimostra la sua vasta utilizzazione nelle altre Nazioni.
Il 24 gennaio 2006 il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge contenente "Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli", che riconosce al figlio minore il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di loro; di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi; di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo. Pertanto, i provvedimenti adottati dal giudice fanno esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale della prole. Il giudice, infatti, valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quale dei due i figli debbano essere affidati; determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore; fissa la misura e il modo con cui ciascun genitore deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli. La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni relative all'istruzione, all'educazione e alla salute dei figli sono assunte di comune accordo, tenuto conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente. Per il godimento della casa familiare il giudice terrà conto prioritariamente dell'interesse dei figli. Il giudice, tuttavia, può disporre l'affidamento dei figli ad uno solo dei genitori, qualora ritenga che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore. In favore dei figli maggiorenni: se non sono indipendenti economicamente, il giudice può disporre il pagamento di un assegno periodico; se sono portatori di handicap grave, si applicano le disposizioni previste in favore dei figli minori. Ciascuno dei genitori può sempre chiedere l'affidamento esclusivo quando ne sussistano le condizioni, nonché la revisione delle disposizioni concernenti l'affidamento, l'attribuzione dell'esercizio della potestà e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo.
Se il decreto di omologazione dei patti di separazione consensuale o giudiziale, di scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili del matrimonio è stata già emessa alla data di entrata in vigore della presente legge, ciascuno dei genitori può richiedere l'applicazione delle disposizioni della presente legge. Le disposizioni della presente legge si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati.
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