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Timestamp: 2020-06-02 21:54:21+00:00
Document Index: 146790977

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2033', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2033', 'art. 19', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 2033', 'art. 19', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 238', 'art. 14', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 238', 'art. 49', 'art. 238', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 14', 'art. 238', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 19296 del 18/07/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19296 del 18/07/2019
Cassazione civile sez. VI, 18/07/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 18/07/2019), n.19296
S.P., in proprio e quale socio accomandatario di CAFE’ LE
BARCHE SAS, elettivamente domiciliato in ROMA VIA OTRANTO 36 presso
lo studio dell’avvocato MARIO MASSANO, che lo rappresenta e difende
CAFE’ LE BARCHE S.r.l., quale socio accomandante di CAFE’ LE BARCHE
SAS, cancellata in data 7 ottobre 2016;
avverso la sentenza n. 1797/2017 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata
in data 1/08/2017;
Con d.i. n. 208/2013 il Giudice di Pace di Venezia ingiunse alla Veneziana Energia Risorse Idriche Territorio Ambiente Servizi – V.E.R.I.T.A.S. S.p.a. (in seguito indicata, per brevità, VERITAS) di pagare a Cafè Le Barche s.a.s. la somma di Euro 3.903,77, oltre interessi legali e spese, a titolo di restituzione dell’importo dell’IVA indebitamente applicata nelle fatture relative alla TIA1 e, a partire dal 2011, alla TIA2.
Il Giudice di Pace, con sentenza n. 60/2016, rigettò l’opposizione, confermò il d.i. opposto e condannò VERITAS al pagamento delle spese in favore dell’opposta.
Avverso tale decisione VERITAS propose appello dinanzi al Tribunale di Venezia, sostenendo che: 1) il versamento da parte di Cafè Le Barche s.a.s., dell’IVA sulla TIA non costituiva pagamento ai sensi dell’art. 2033 c.c., essendo stata tale IVA portata in detrazione; 2) la TIA2 era assoggettabile ad IVA; 3) il diritto vantato dall’appellata era prescritto; 4) la sentenza impugnata andava censurata anche per non aver il primo Giudice compensato, almeno in parte, le spese di lite.
La società appellata si costituì chiedendo il rigetto dell’impugnazione.
Il Tribunale di Venezia, con la sentenza n. 1797/2017, rigettò l’appello e condannò l’appellante alle spese di quel grado.
L’intimata Cafè le Barche S.r.l., quale socio accomandante di Cafè Le Barche s.a.s., come già detto cancellata in data 7 ottobre 2016, non ha svolto attività difensiva in questa sede.
Tale eccezione è infondata, atteso che a p. 11-12 del ricorso è stato precisato espressamente che l’impugnazione ora all’esame (ed in particolare il secondo motivo del ricorso) riguarda la TIA2 con riferimento, in particolare, alle “somme di cui alle fatture indicate ai numeri da 32) a 39) nella tabella di cui alle pp. 8-9 del ricorso per ingiunzione (che si depositerà quale doc. 4), esponenti IVA per Euro 1.036,95”.
3. Con il primo motivo si deduce “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2033 c.c. e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19,e comunque della normativa concernente la detrazione dell’IVA, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata erroneamente escluso che la detrazione dell’IVA pagata sulla tariffa di igiene ambientale di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, faccia venir meno la natura di pagamento rilevante ai sensi dell’art. 2033 c.c. del pagamento di tale IVA e/o comunque precluda la ripetibilità della stessa IVA”.
Ad avviso della ricorrente, nella fattispecie, l’avvenuta detrazione dell’IVA corrisposta sulla TIA1 non consentirebbe la richiesta di restituzione, potendosi al più ritenere che solo in presenza dell’effettiva esclusione da parte dell’Erario, il che non sarebbe stato neppure sostenuto dalla controparte, potrebbe, se del caso, ipotizzarsi l’esistenza di un debito di cui chiedere la restituzione.
3.2. In tema di IVA, questa Corte ha affermato che “ai sensi del D.P.R. 23 ottobre 1972, n. 633, art. 19, ed in conformità con la Dir. del Consiglio del 17 maggio 1977, n. 77/388/CEE, art. 17, nonchè con gli artt. 167 e 63 successiva Dir. del Consiglio del 28 novembre 2006, n. 2006/112/CE, non è ammessa la detrazione dell’imposta pagata a monte per l’acquisto o l’importazione di beni o servizi – ovvero per conseguire la prestazione di servizi necessari all’impresa – per il solo fatto che tali operazioni attengano all’oggetto dell’impresa e siano fatturate, poichè è, invece, indispensabile che esse siano effettivamente assoggettabili all’IVA nella misura dovuta, sicchè, ove l’operazione sia stata erroneamente assoggettata all’IVA, restano privi di fondamento il pagamento dell’imposta da parte del cedente, la rivalsa da costui effettuata nei confronti del cessionario e la detrazione da quest’ultimo operata nella sua dichiarazione IVA, con la conseguenza che il cedente ha diritto di chiedere all’Amministrazione il rimborso dell’IVA, il cessionario ha diritto di chiedere al cedente la restituzione dell’IVA versata in via di rivalsa, e l’Amministrazione ha il potere-dovere di escludere la detrazione dell’IVA pagata in rivalsa dalla dichiarazione IVA presentata dal cessionario” (Cass. 13/06/2018, n. 15536; Cass., 15/05/2015, n. 9946; v. anche Cass. 30/07/2014, n. 17299, Cass. 2/12/2014, n. 25531).
3.4. Alla luce di quanto sopra evidenziato, non rileva che l’amministrazione non abbia previamente proceduto a rettifica (rettifica che la ricorrente assume essere ormai impossibile), negando la detrazione, posto che: a) il pagamento indebito dev’essere come visto “neutralizzato” in modo circolare, coerentemente al regime dell’imposta in questione; b) nessuna rettifica potrebbe farsi a fronte di un pagamento del tributo effettuato in ragione della rivalsa, mentre è a seguito della pronuncia qui in scrutinio che dovrà viceversa procedersi alla richiamata neutralizzazione.
3.5. Si osserva che, nella specie, è ormai incontroverso tra le parti che l’IVA sulla TIA1 non dovesse essere affatto versata, trattandosi di una prestazione di natura tributaria (v., Cass., sez. un., 15/03/2016, n. 5078; Cass., sez. un., ord., 10/04/2018, n. 8822, v. anche Cass. 21/06/2018, n. 16332).
3.6. In memoria la società ricorrente osserva, in particolare (p. 6), che il rapporto in questione in questa sede è quello tra cedente e cessionario e non quello tra fisco e contribuente. Tale osservazione non è dirimente, poichè, come appena visto, l’erroneo assoggettamento ad IVA esclude la sussistenza di base legale per il relativo pagamento, per la rivalsa e per la detrazione, proprio in applicazione della circolarità correlata alla neutralità dell’imposta indiretta in parola, sicchè non vi è, all’evidenza, alcun dubbio anche sulla conformità della operata ricostruzione alla sopra richiamata normativa comunitaria.
Inoltre, nel caso in scrutinio non può neppure considerarsi pacifica la circostanza posta a base del motivo all’esame, ossia l’avvenuta detrazione, che parte istante indica in ricorso come incontroversa ma non è espressamente ammessa in controricorso e non risulta accertata in sentenza (che, a p. 3, ultimo capoverso, ne discorre in via eventuale), nè la società ricorrente ha riportato in ricorso in quali esatti termini essa abbia eventualmente affermato tale circostanza di fatto e in quali esatti termini si sia difesa la controparte al riguardo nel giudizio di merito, da cui poter desumere la dedotta non contestazione.
4. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente denuncia la “violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 1, 3, e art. 4, commi 2 e 3, del D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 238, e D.L. n. 78 del 2010, art. 14, comma 33, convertito, con modificazioni, nella L. 30 luglio 2010, n. 122, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per avere la sentenza impugnata erroneamente accomunato la tariffa disciplinata dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 238 (c.d. TIA2) a quella disciplinata dal D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49 (c.d. TIA1) e/o per averne escluso la natura corrispettiva e/o comunque il suo assoggettamento all’IVA”.
4.2. Con l’ordinanza n. 16332 del 21 giugno 2018, questa Corte si è pronunciata in ordine al differente regime a cui soggiacciono le c.d. TIA1 e TIA2.
4.3. Ritiene il Collegio che il principio affermato con l’ordinanza n. 16332/18, ampiamente motivata sul punto in questione e in cui si ripercorre tutta l’evoluzione normativa e giurisprudenziale in tema di c.d. TIA 2, vada ribadito in questa sede.
4.4. In particolare, come chiarito nell’arresto in parola, con cui è stato deciso analogo ricorso della Veritas S.p.a., la disciplina della c.d. TIA 2 quale delineata nel citato art. 238, differenziandosi significativamente dal regime della c.d. TIA 1, da un lato individua il fatto generatore dell’obbligo del pagamento nella produzione di rifiuti, ancorando dunque il debito all’effettiva fruizione del servizio, nonchè commisurando l’entità del dovuto alla quantità e qualità dei rifiuti prodotti, e, dall’altro, afferma, in modo netto e innovativo insieme, la natura di “corrispettivo” della tariffa in parola (v. ordinanza richiamata p. 8).
Nè rileva, in contrario, la circostanza che il pagamento della c.d. TIA 2 (come quello della c.d. TIA 1) sia obbligatorio per legge, atteso che il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 3, prevede che “le prestazioni verso corrispettivo dipendenti da contratti d’opera, appalto, trasporto, mandato, spedizione, agenzia, mediazione, deposito e in genere da obbligazioni di fare, di non fare e di permettere” costituiscono prestazioni di servizi (ai fini della assoggettabilità all’IVA ex art. 1 medesimo decreto) “quale ne sia la fonte” (v. p. 8 del precedente di questa Corte appena richiamato).
La natura privatistica della c.d. TIA 2, e, quindi, la sua portata innovativa e ontologicamente diversa rispetto alla precedente c.d. TIA 1, già desumibile dal tenore della norma istitutiva, è stata poi definitivamente confermata dal D.L. n. 78 del 2010, art. 14, comma 33, come convertito, che ha previsto che “le disposizioni di cui al D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 238, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria. Le controversie relative alla predetta tariffa, sorte successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria”, sicchè, a fronte del chiaro disposto di tale norma, è evidente che, a seguito della sua emanazione, non è più dato neppure interrogarsi sulla natura di corrispettivo, e non di tributo, della c.d. TIA 2, e sulla conseguente sua assoggettabilità ad IVA (v. p. 9 dell’arresto del 2018 già sopra richiamato).
Secondo il primo dei due arresti appena menzionati e richiamati pure dalla parte controricorrente, l’addizionale provinciale sulla cd. TIA2 ha natura tributaria, come si evince dalla stessa formulazione letterale della disposizione istitutiva, la quale prevede un sistema di reperimento, attraverso un tributo, della provvista necessaria all’esercizio, di utilità generale, di funzioni di interesse pubblico, mancando un rapporto di corrispondenza economica tra la prestazione dell’amministrazione e il vantaggio ricevuto dal privato (che condurrebbe a escluderne la natura di tassa).
E’ pur vero che nella pronuncia si accomunano, in relazione ai presupposti, la c.d. TIA1, la c.d. TIA2 e la TARI, sotto il profilo della “mancanza di nesso diretto tra prestazione e corrispettivo”, e sotto quello per cui “il compenso ricevuto dal prestatore dei servizi non è il controvalore effettivo del servizio prestato al destinatario” (v. p. 8), ma è altrettanto vero che (v. p. 9) della tariffa in parola, invece, secondo quanto anticipato, viene indicata la “natura privatistica”.
4.6. Alla luce di quanto sopra evidenziato, consegue che è legittima l’imposizione e riscossione dell’IVA sulle fatture relative alle cd. TIA2 di cui si discute in causa a partire dall’anno di riferimento 2011 (v. ricorso p. 3).
6. Stante l’accoglimento del ricorso, va dato atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.