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Timestamp: 2020-08-13 11:09:30+00:00
Document Index: 50730411

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'art. 110', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2435', 'art. 2435', 'sentenza ', 'art. 324', 'art 127', 'art. 324', 'art 325', 'art. 24']

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In tema di reati ambientali, il titolare di un fondo può rispondere, a titolo di concorso, nel reato di realizzazione di discarica abusiva di cui all’art. 256 comma 3 d. lgs. 52/2006. Ciò, laddove collabori consapevolmente al fatto illecito altrui con il proprio contegno omissivo. A nulla rileva, infatti, la circostanza che questi non ricopra una posizione di garanzia.
A tal proposito, i giudici di legittimità hanno stabilito che l’art. 110 c.p. trovi applicazione anche nell’ipotesi in cui si riscontrino gli estremi di una figura concorsuale, sebbene solo psichica.
Ebbene, se il proprietario “inerte” è consapevole di collaborare con il proprio contegno omissivo al fatto illecito di terzi, costui risponderà di concorso nel reato di discarica abusiva a prescindere dall’esistenza o meno di una posizione di garanzia.
Tanto ha previsto la Cassazione Penale, Sez. III con sentenza 13 gennaio 2020, n. 847, della quale può prendersi visione al link che segue.
http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20200113/snpen@s30@a2020@n00847@tS.clean.pdf
E’ stato presentato al Senato il disegno di legge n. 726, che prevede una rilevante modifica al d.lgs. 231/2001.
L’iniziativa è stata assunta dai senatori Valente, Cucca, D’Alfonso, D’Arienzo, Fedeli, Giacobbe, Malpezzi e Rampi. L’idea di fondo è quella di tutelare in maniera più efficace la cultura della legalità d’impresa e prevenire ogni abuso dell’iniziativa economica pubblica e privata.
Il disegno prevede una rivoluzione epocale: l’obbligatorietà del modello organizzativo 231.
Attualmente, l’adozione del modello di organizzazione, gestione e controllo previsto dal d.lgs. 231/01 è una mera facoltà, rimessa alla discrezionalità dell’impresa. Il ddl, invece, prevede la nascita di un vero e proprio obbligo, la cogenza e imperatività del quale è garantita da sanzioni piuttosto esose.
Il d.d.l. nel dettaglio
Nel dettaglio, il d.d.l. prevede l’introduzione di un comma 3-bis all’art. 1 del d.lgs. 231/01 così strutturato:
«3-bis. Tutte le società a responsabilità limitata (Srl), le società per azioni (SpA), le società in accomandita per azioni (SApA), le società cooperative (Sooc. Coop.) e le società consortili che anche solo in uno degli ultimi tre esercizi abbiano riportato un totale dell’attivo dello stato patrimoniale non inferiore a 4.400.000 euro, o ricavi delle vendite e delle prestazioni non inferiori ad 8.800.000 euro, nonché le società che controllino ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile una o più Srl, SpA, SApA, Sooc. Coop. e società consortili che superino i predetti limiti, approvano con delibera del consiglio di amministrazione, dell’organo amministrativo o dell’assemblea dei soci il modello di organizzazione e gestione di cui al presente decreto e nominano l’organismo di vigilanza di cui all’articolo 6, comma 1, lettera b), depositando presso la camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di appartenenza la delibera consiliare o la decisione dell’organo amministrativo o la delibera assembleare di approvazione del modello di organizzazione e gestione e di nomina dell’organismo di vigilanza ai sensi del presente comma entro dieci giorni dall’adozione della stessa».
E’ bene sin da subito notare che l’obbligo non è esteso a tutti gli enti che possono essere chiamati a rispondere di responsabilità amministrativa ex d.lgs 231/01, ma solo ad una parte limitata degli stessi ed invero alle società di capitali, cooperative e consortili che non rientrino nei limiti dimensionali e reddituali previsti dall’art. 2435-bis c.c. Sono dunque escluse anche le società che possono redigere il bilancio in forma abbreviata ex art. 2435-bis c.c.
Il disegno di legge, inoltre, prevede delle sanzioni ingenti per le società inadempienti:
200.000,00 euro nel caso in cui le società non ottemperino all’obbligo di deposito presso la camera di Commercio della della delibera di approvazione del modello;
200.000,00 euro nel caso in cui non provvedano alla nomina dell’Organismo di Vigilanza;
50.000,00 euro nel caso di deposito tardivo della delibera di approvazione.
La disciplina transitoria permette un termine d’adeguamento e quindi dispone che le sanzioni siano applicate dal 30.10.2019.
Orbene, anche in passato si è discusso della facoltà o meno di adozione del modello organizzativo 231: in realtà, infatti, i fattori incentivanti sono sì importanti da ridurre drasticamente lo spazio di scelta, soprattutto per le imprese di medie e grandi dimensioni. Il modello è previsto come unico salvacondotto in grado di offrire una via d’uscita alla società indagata per responsabilità amministrativa da reato ex d.lgs 231/01. Non solo: il legislatore ha previsto benefici premiali anche nel caso in cui il modello venga adottato in fase successiva alla contestazione, poiché è ben vista la volontà dell’impresa di adeguarsi e industriarsi per prevenire l’ulteriore commissione di reati della specie di quello verificatosi.
Sostanzialmente, dunque, gran parte delle società coinvolte dal nuovo disegno di legge si risolvono già spontaneamente all’adozione del modello. Vè da aggiungere che molte normative di settore e legislazioni regionali spesso lo richiedono ormai come requisito imprescindibile. Non solo: l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato nel regolamento per l’attribuzione del rating di legalità ha posto come criterio anche l’adozione e l’efficace attuazione del modello 231, nonché l’assenza di condanne per i reati di cui al decreto citato.
La dottrina, quindi, aveva da tempo esposto perplessità circa l’effettiva libertà di questa scelta, ma è innegabile che pur sempre di una scelta si trattasse. Se invece il d.d.l 726 divenisse legge, in capo all’impresa sorgerebbe un obbligo secco: gli imprenditori potrebbero non vedere di buon grado una tale compressione delle loro scelte organizzative. Tuttavia è noto che, in tempo di crisi, il legislatore tende a comprimere l’autonomia dei consociati, al fine di sopperire egli stesso alle loro mancanze: probabilmente la crescente attenzione internazionale al dilagare dei fenomeni corruttivi in Italia, il Corruption Perception Index che si attesta su valori pessimi, la pressione dell’opinione pubblica circa la necessità di una rinnovata diffusione della legalità rappresentano mutatis mutandis quello che può essere considerato un momento di crisi.
Quel che è certo è che prevenire è meglio che curare e nei tempi d’attesa dell’iter legislativo, sarebbe certamente auspicabile che tutte le imprese coinvolte iniziassero a valutare la necessità dell’adozione del modello organizzativo 231, al fine di porsi al riparo da ogni genere di freccia punitiva.
Misure cautelari reali: quali poteri ha la parte civile? Le Sezioni Unite rispondono
Di recente le Sezioni Unite hanno depositato la motivazione della sentenza n. 15290/2018 con cui hanno risposto ad alcuni quesiti circa i poteri della parte civile in merito alle misure cautelari reali, in particolare rispetti al sequestro conservativo di beni.
Nel caso di specie, il Tribunale del Riesame aveva disposto l’annullamento di un’ordinanza di sequestro di alcuni beni immobili. La parte civile non era neanche stata informata della data di fissazione dell’udienza. Il difensore faceva quindi ricorso per Cassazione, lamentando la violazione dei principi del contraddittorio.
Il Procuratore Generale aveva richiesto la declaratoria di inammissibilità del ricorso, poichè la parte civile non avrebbe diritto all’impugnazione dell’annullamento del sequestro conservativo disposto dal Tribunale del Riesame, come sancito dalle Sezioni Unite n. 47999/2014. La Quarta Sezione della Cassazione decideva, tuttavia, di rimettere la questione alle Sezioni Unite poichè ha ritenuto che il ruolo della parte civile nel processo penale meritasse un approfondimento – e magari un cambio di rotta – anche con riguardo alla materia delle misure cautelari reali.
Le Sezioni Unite hanno deciso di sdoppiare la domanda in due sotto-questioni, sebbene collegate.
Innanzitutto, occorreva accertare l’esigenza o meno di notificare alla parte civile la fissazione dell’udienza camerale davanti al Tribunale del Riesame. Per rispondere, la Corte è partita dall’analisi del dato normativo: l’art. 324 c.p.p. fa espresso richiamo all’art 127 c.p.p.: nei soggetti interessati alla decisione rientrerebbe anche la parte civile, le cui ragioni sarebbero state accolte con l’ordinanza di sequestro conservativo.
La Corte ritiene, dunque, che escludere dal contraddittorio dell’udienza del riesame la parte civile, titolare del diritto di garanzia cautelare riconosciuto con l’ordinanza applicativa del sequestro causerebbe evidenti e fondati profili di incostituzionalità. Quindi, sebbene, la lettera dell’art. 324 c.p.p. possa destare ambiguità, la lettura sistematica e costituzionalmente orientata rende il contraddittorio imprescindibile.
Fatta questa premessa, la Cassazione giunge ad esaminare il secondo problema sorto in merito alla vicenda: la parte civile può impugnare per Cassazione ex art 325 c.p.p. solo con riferimento alla violazione delle regole sul contraddittorio: ragion per cui, se non le viene notificata la fissazione dell’udienza, può impugnare per questa ragione. Non ha, invece, un autonomo potere d’impugnazione, al di fuori di quest’ipotesi: non può ricorrere in Cassazione per le ordinanze pronunciate in maniera contraria ai suoi interessi. Essa, infatti, non è ricompresa fra le parti legittimate nè può essere adottata una lettura tanto estensiva della norma. Ciò, secondo la citata pronuncia, non appare in contrasto con l’art. 24 Cost.: la Corte Costituzionale, infatti, fin dal 1988 ha affermato che la scelta del legislatore è compatibile con il ruolo dell’azione civile in sede penale, espressione di un sistema decisamente votato al favor separationis. Nel caso in cui la parte civile ottenga un diniego alla richiesta di sequestro conservativo, ben può far valere le sue ragioni in sede civile: non rimane, dunque, priva di tutela. E questo è l’unico dato che conta.