Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/08/
Timestamp: 2018-12-12 11:53:25+00:00
Document Index: 34733345

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 98', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'sentenza ', 'art. 1130', 'art. 1136', 'art. 66', 'art 1', 'sentenza ']

Studio Legale Mancino: agosto 2016
Relazione. Nessun dubbio, sia chiaro, sul fatto che la donna «ha intrapreso una relazione, via internet, con un altro uomo», a matrimonio ancora in piedi. Nonostante tutto, però, quel comportamento, pur censurabile, non è valutabile come causa della «rottura coniugale».
Per i giudici, quindi, sia in Tribunale che in Appello, è impossibile «addebitare la separazione» alla donna.
Confermato, invece, l’obbligo dell’uomo di provvedere al «mantenimento della moglie», versandole 500 euro al mese, e a quello «dei due figli», con un assegno mensile da 1.000 euro. A suo carico, peraltro, anche «il 70 per cento delle spese straordinarie», cioè «mediche, scolastiche e ludico-sportive», necessarie per la prole.
Rottura. A chiudere la vicenda provvedono ora i magistrati della Cassazione (ordinanza n. 14414 del 14 luglio 2016). E anche il loro pronunciamento è sfavorevole all’uomo.
Per quanto concerne i rapporti economici, infine, appare evidente la posizione di forza del marito. Significativo anche il «comportamento processuale» da lui tenuto e consistito nella «omessa presentazione della denuncia dei redditi».
Logico, quindi, confermare gli obblighi dell’uomo nei confronti della moglie e dei figli.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Tradisce il marito online: separazione non addebitabile alla moglie - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a agosto 20, 2016
Nel caso in cui il datore di lavoro sia insolvente e non soggetto alle disposizioni della legge fallimentare, il lavoratore potrà ottenere la liquidazione del Tfr, dal Fondo di garanzia dell’Inps. Presupposti perché ciò sia possibile sono: l'esistenza e la consistenza del credito risultante da un titolo, anche giudiziale e l'insufficienza del patrimonio ereditario. E’ quanto disposto dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 8072/16, del 21 aprile 2016.
Nella vicenda in oggetto, alcune dipendenti di una Sas, avevano convenuto in giudizio, il Fondo di garanzia dell'Inps chiedendone la condanna al pagamento, in favore di ognuna, del trattamento di fine rapporto e delle ultime tre mensilità di retribuzione a loro dovute per via della cessazione del rapporto di lavoro e dell'inadempimento di tali obbligazioni da parte della società datrice di lavoro.
Il ricorso proposto, è stato respinto e la sentenza appellata dalle ricorrenti.
La Corte d'appello ha rigettato l'impugnazione ritenendo, con riferimento al trattamento di fine rapporto, non sussistenti i presupposti previsti dal D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 80, art. 2, per il riconoscimento del relativo diritto.
Avverso tale pronuncia, le lavoratrici hanno proposto ricorso per cassazione.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente ai primi tre motivi, previo esame delle censure mosse. In particolare, la Cassazione ha fornito un'esatta interpretazione della L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5, che prevede: "Qualora il datore di lavoro, non soggetto alle disposizioni del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, non adempia, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, alla corresponsione del trattamento dovuto o vi adempia in misura parziale, il lavoratore o i suoi aventi diritto possono chiedere al fondo il pagamento del trattamento di fine rapporto, semprechè, a seguito dell'esperimento dell'esecuzione forzata per la realizzazione del credito relativo a detto trattamento, le garanzie patrimoniali siano risultate in tutto o in parte insufficienti. Il fondo, ove non sussista contestazione in materia, esegue il pagamento del trattamento insoluto".
Inoltre, come confermato da recenti pronunce (v. Cass., 29 maggio 2012, n. 8529, che richiama Cass., 1 aprile 2011, n. 7585; Cass., 1 luglio 2010, n. 15662; Cass. 19 gennaio 2009, n. 1178, non massimata, e Cass., 27 marzo 2007, n. 7466), secondo l’ interpretazione fornita nel senso indicato dalla direttiva CE n. 987 del 1980, la Corte di legittimità ha ritenuto possibile l'ingresso ad un'azione nei confronti del Fondo di garanzia quando l'imprenditore non sia in concreto assoggettato al fallimento e l'esecuzione forzata si riveli infruttuosa. L'espressione "non soggetto alle disposizioni del R.D. n. 267 del 1942" va quindi interpretata nel senso che l'azione della citata L. n. 297 del 1982, ex art. 2, comma 5, trova ingresso quante volte il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi per le sue condizioni soggettive vuoi per ragioni ostative di carattere oggettivo.
Nel caso in esame, la procedura fallimentare era stata chiusa per insufficienza dell'attivo ed in cui il credito non era stato accertato in sede fallimentare per essere stata dichiarata improseguibile l'opposizione proposta dal creditore, L. Fall., ex art. 98, avverso il provvedimento con cui era stata rigettata la sua domanda di ammissione al passivo.
L'interpretazione data alla norma dalla Cassazione, deriva dalla facoltà, indicata dalla direttiva comunitaria ai legislatori nazionali, di assicurare la tutela dei lavoratori anche nei casi di insolvenza accertati con modalità e in sedi diverse da quelle tipiche delle procedure concorsuali. Tale interpretazione assicura una copertura assicurativa al lavoratore qualora non sia stato possibile accertare il credito in sede fallimentare per la chiusura anticipata del fallimento.
Inoltre, l’esigenza di tutelare il lavoratore, si concilia con la finalità del legislatore del 1982, che, mediante l'istituzione di un Fondo di garanzia dell’Inps, ha inteso compensare la peculiarità della disciplina del t.f.r. - in cui il sistema degli accantonamenti fa sì che gli importi del lavoratore vengano trattenuti e utilizzati dal datore di lavoro - con la previsione di una tutela certa del credito, realizzata attraverso modalità garantistiche e non soggetta alle limitazioni e difficoltà procedurali previste, invece, per la tutela delle ultime retribuzioni (ai sensi del D.Lgs. n. 80 del 1992).
Dunque, Il lavoratore potrà attivarsi per come previsto dalla L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5, dimostrando di avere esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione e, nel caso in cui sussista la possibilità di altre azioni esecutive, di avere esperito tutte quelle che, secondo l'ordinaria diligenza, si prospettino fruttuose. Pertanto, ai fini della tutela prevista dalla L. n. 297 del 1982 in favore del lavoratore, per il pagamento del t.f.r. in caso di insolvenza del datore di lavoro, nel caso in cui l'accertamento del credito in sede fallimentare sia stato impedito a causa della chiusura anticipata della procedura per insufficienza dell'attivo, il credito stesso può essere accertato anche in sede diversa da quella fallimentare e il lavoratore può conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia costituito presso l'Inps alle condizioni previste dalla L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5, essendo sufficiente, in particolare, che egli abbia esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione - salvo che risultino in atti altre circostanze le quali dimostrino che esistono altri beni aggredibili con l'azione esecutiva - sempre che l'esperimento dell'esecuzione forzata non ecceda i limiti dell'ordinaria diligenza ovvero che la mancanza o l'insufficienza delle garanzie patrimoniali del debitore non debbano ritenersi provate in relazione alle particolari circostanze del caso concreto (Cass., 8529/2012, cit.).
Ciò riguarda anche il caso del datore di lavoro non soggetto all'applicazione della legge fallimentare.
Nella vicenda in oggetto, i crediti vantati sono stati accertati in sede giudiziale attraverso la concessione dei decreti ingiuntivi non opposti, e la società datrice di lavoro, in quanto iscritta tra le imprese artigiane, non era soggetta alle procedure fallimentari.
Dalla documentazione prodotta in giudizio, risultava che i beni caduti in successione, sia quelli personali dell'unico socio accomandatario sia quelli della società, erano costituiti solo da beni mobili valutati poco più di tremila euro, e che, a causa dell'incapienza dell'attivo e dell'eccessiva onerosità di una procedura di liquidazione a fronte di tale attivo, la stessa curatrice aveva invitato tutti i creditori della società ad "una rinuncia espressa ed irrevocabile dei loro crediti, possibilmente nel minor tempo possibile".
Inoltre, la dichiarazione del curatore di non poter procedere alla liquidazione concorsuale dei creditori ereditari per mancanza di liquidità e per la sua eccessiva onerosità integra l'ulteriore presupposto previsto per il sorgere del diritto del lavoratore al trattamento di fine rapporto. Per contro, la tesi della Corte, fondata sulla necessità dello stato di graduazione quale unico mezzo di prova dell'insufficienza dell'eredità, è in contrasto con la giurisprudenza comunitaria ovvero, e con i principi generali di effettività, eguaglianza e non discriminazione, rispetto all'analoga posizione dei lavoratori in caso di chiusura del fallimento senza l'esaurimento della fase di verifica del passivo.
Per tali motivi, la sentenza è stata cassata con l'affermazione del seguente principio di diritto: " In caso di insolvenza del datore di lavoro non soggetto alle disposizioni della legge fallimentare, qualora il lavoratore agisca, ai sensi della L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 2, nei confronti del fondo di garanzia per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto gravante sull'eredità giacente, presupposto per l'obbligo di intervento del fondo sono a) l'esistenza e la consistenza del credito risultante da un titolo anche giudiziale, che il lavoratore ha l'onere di precostituire, e b) l'insufficienza del patrimonio ereditario, che può considerasi provata, oltre che con l'esperimento infruttuoso dell'esecuzione o con lo stato di graduazione dei crediti predisposto dal curatore dell'eredità giacente, anche con la dichiarazione del curatore dell'insufficienza delle garanzie patrimoniali del debitore e dell'impossibilità di procedere alla liquidazione concorsuale per incapienza dell'attivo".
Fonte: www.altalex.com//Tfr, se l’impresa è insolvente lo paga l’Inps | Altalex
Fisco, l'Agenzia delle Entrate lancia l'allarme su possibili truffe nel Lazio
Nuovi tentativi di truffa ai danni dei contribuenti. Nei giorni scorsi, fa sapere l'Agenzia delle Entrate, alcuni cittadini residenti nel Lazio hanno ricevuto una falsa lettera di richiesta di chiarimenti sulla base di presunti controlli automatizzati delle dichiarazioni e redditometro. Nella lettera, che ricalca quelle ufficiali dell'Agenzia delle Entrate con il logo e la riproduzione della firma di un dirigente, si chiede ai contribuenti di regolarizzare la propria posizione versando una somma superiore a 4.000 euro tramite conto corrente postale o bonifico bancario ad una societa' denominata GE.RI. L'Agenzia precisa che non si tratta di comunicazioni ufficiali da parte dell'Amministrazione e ricorda che non chiede mai pagamenti tramite conto corrente postale o bonifico bancario, ma solo con l'utilizzo dei modelli di pagamento F23 o F24. L'Agenzia invita, inoltre, a non dare seguito alle richieste della falsa lettera e invita i destinatari a denunciare il tentativo di truffa, rivolgendosi quanto prima a qualsiasi ufficio delle Entrate e alle forze di polizia.
Fonte: www.italioggi.it//Fisco, l'Agenzia delle entrate lancia l'allarme su possibili truffe nel Lazio - News - Italiaoggi
Moglie succube e prestazioni sessuali dovute: marito condannato
Soggezione totale, fisica e morale: moglie completamente succube del marito. E l’uomo considera i rapporti sessuali come una prestazione obbligata da parte della consorte. Il rifiuto opposto in un’occasione dalla donna, però, lo inchioda: per la Cassazione è legittima la condanna per violenza sessuale (sentenza n. 28492 del 12 luglio scorso).
Soggezione. Ricostruita nei dettagli la vita coniugale della coppia. Inimmaginabile l’incubo vissuto per anni dalla donna, costretta a sopportare le angherie e i maltrattamenti del marito, spesso ubriaco.
Tutti gli elementi a disposizione portano alla condanna dell’uomo, che dovrà scontare quasi quattro anni di reclusione.
A inchiodarlo, ovviamente, sono i racconti fatti dalla moglie. Ella ha portato alla luce il «problematico rapporto coniugale». E significativo è stato anche il richiamo a precedenti «denunce» nei confronti del marito, già condannato in passato per «maltrattamenti in famiglia».
Per i Giudici, in sostanza, è evidente «lo stato di completa soggezione fisica e morale» della donna, frutto del «comportamento aggressivo» tenuto dal coniuge.
Violenza. In questo contesto si inseriscono anche «le prestazioni sessuali» pretese dall’uomo.
Su questo fronte anche i Magistrati della Cassazione ritengono evidente il «reato di violenza sessuale».
Certo, si è trattato di un solo episodio, ma la dinamica è inequivocabile: «quella notte la donna era a dormire in un’altra stanza della casa coniugale» quando «è stata letteralmente prelevata» dal marito che poi l’ha sottoposta ai propri istinti sessuali senza fare ricorso «a particolari mezzi di costrizione». La terribile violenza fisica è stata anch’essa frutto della «vita coniugale», in cui la donna era la ‘schiava’ e l’uomo il ‘padrone’, che riteneva «l’attività sessuale una prestazione dovuta dalla moglie».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Moglie succube e prestazioni sessuali dovute: marito condannato - La Stampa
Canone Rai, rimborsa il fisco
Se un contribuente cambia società elettrica e ha fatto richiesta di rimborso del canone Rai, perché erroneamente addebitato sulla bolletta, non sarà l’impresa elettrica a restituire l’importo non dovuto ma l’Agenzia delle entrate stessa. Questo è quanto prevede il provvedimento dell’Agenzia delle entrate sul rimborso (n. 125604/2016 pubblicato il 2 agosto 2016). Nel caso in cui, quindi, si cambi operatore elettrico (e il «vecchio» operatore non deve emettere più alcuna fattura a nome del soggetto in questione) o la stessa società elettrica fallisce, sarà compito delle Entrate stesse occuparsi del rimborso (per il mese di luglio pari a 70 euro). Se si è fornito un Iban, gestito dal circuito Sepa, allora l’erogazione avverrà con accredito sul conto corrente bancario o postale che è stato comunicato dal beneficiario.
Fonte: Canone, rimborsa il fisco - News - Italiaoggi
Guard-rail divelto, motociclista lo centra e muore. Esclusa la responsabilità della società autostradale
Sono discutibili le condizioni del guard-rail: dopo un incidente, difatti, la struttura non è stata riparata. E purtroppo essa è causa della morte di un motociclista: una ‘due ruote’ si scontra col piantone divelto del guard-rail, e il conducente riporta lesioni gravissime. Nonostante la dinamica del drammatico episodio, però, per la Corte di Cassazione non è addebitabile nessuna responsabilità ad ‘Autostrade per l’Italia’ (sentenza n. 13948 del 7 luglio 2016).
Dinamica. Già in Tribunale e in Corte d’appello sono state ritenute non plausibili le «richieste di risarcimento» avanzate dai familiari del motociclista.
Respinta la tesi secondo cui il conducente della ‘due ruote’ abbia perso la vita a causa delle condizioni precarie del «guard-rail, divelto a causa di un vecchio incidente» e non riparato.
Tale visione è condivisa ora dai magistrati della Cassazione. Anche a loro avviso, difatti, «la perdita di controllo della moto è avvenuta prima e a prescindere dall’impatto con il guard-rail», la cui «deformazione» peraltro «era segnalata e visibile». Ciò significa che, alla luce del «rapporto della Polizia stradale» e della «testimonianza dell’automobilista che seguiva a breve distanza la vittima», è evidente la responsabilità dell’uomo alla guida della moto, la cui «condotta», sottolineano i giudici, «ha avuto efficienza causale esclusiva e autonoma nella produzione dell’incidente».
Escluso, quindi, ogni addebito nei confronti della società autostradale. Anche perché, viene aggiunto dai giudici, «la funzione assorbente propria del guard-rail ben poco avrebbe potuto contro la violenza dell’impatto».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Guard-rail divelto, motociclista lo centra e muore. Esclusa la responsabilità della società autostradale - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a agosto 05, 2016
Mantenimento a moglie e figli: l’uomo venda i propri immobili
Rapporto conflittuale con la moglie, con liti e rappacificamenti. Una volta sancita però la rottura definitiva, l’uomo provvede solo parzialmente ai propri “obblighi di mantenimento” in favore della coniuge e dei figli.
Inevitabile la condanna. Anche perché la tesi difensiva, centrata sulle presunte difficoltà economiche dell’uomo, è clamorosamente smentita dalle sue proprietà immobiliari.
Immobili. Ricostruita, documenti alla mano, la condotta tenuta dall’uomo. Egli ha «solo parzialmente versato l’importo dovuto per il mantenimento della coniuge e dei tre figli minori», facendo loro mancare «i mezzi di sussistenza» per «oltre sei anni». Non caso, vista la situazione familiare complicata, è dovuto intervenire «il Comune» in aiuto del «nucleo familiare», osservano i giudici.
Logica è l’accusa di “violazione degli obblighi di assistenza familiare”, e consequenziale è la condanna dell’uomo.
Su questo fronte concordano ora anche i magistrati della Cassazione che, nella sentenza n. 34211 di ieri, condividono le valutazioni compiute prima in Tribunale e poi in Corte d’appello.
Poco plausibile, difatti, l’obiezione difensiva secondo cui l’uomo «versava in una situazione di notevole incapacità economica». Egli, difatti, risulta «proprietario, tra l’altro, di beni immobili», dalla cui «vendita», osservano i magistrati, «avrebbe potuto ricavare quanto necessario per il mantenimento dei figli minori».
Resta, quindi, assolutamente non comprensibile il versamento ‘a singhiozzo’ delle somme destinate alla moglie.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Mantenimento a moglie e figli: l’uomo venda i propri immobili - La Stampa
Assenze ingiustificate e nessuna comunicazione all’azienda: eccessivo il licenziamento
Assente da lavoro per tre giorni consecutivi. Nessuna giustificazione da parte del dipendente. Nessuna comunicazione all’azienda.
Condotta discutibile, quella del lavoratore, ma non così grave da spingere la società ad optare per il licenziamento.
Assente. Decisione drastica da parte dell’azienda, operativa nel settore delle “arti grafiche”: dipendente «licenziato in tronco». Decisiva «l’assenza» dell’uomo – non presentatosi «per tre giorni» in ufficio –, «assenza ingiustificata» e «non comunicata» alla società.
Per i giudici, sia di Tribunale che di Corte d’appello, però, il ragionamento aziendale è viziato: «la condotta addebitata al dipendente», difatti, è sì «contemplata dal contratto collettivo» – quello delle «aziende grafiche» – ma valutata solo come «infrazione disciplinare» punibile con una «sanzione conservativa».
Irrilevante, peraltro, aggiungono i giudici, anche il fatto che l’«assenza ingiustificata» era stata accompagnata anche dalla «mancata comunicazione» all’azienda.
Ciò significa che il «licenziamento disciplinare» è da considerare un abuso.
Contratto. A porre il ‘sigillo’ definitivo sulla vittoria del lavoratore provvedono i magistrati della Cassazione con la sentenza n. 13787 dello scorso 6 luglio. Anche loro, come già i giudici in Tribunale in Appello, utilizzano il «contratto collettivo» come strumento fondamentale per fare chiarezza sull’intera vicenda. E anche loro ritengono eccessivo il «licenziamento».
Nessun dubbio sull’irregolare condotta tenuta dal lavoratore. Egli è «risultato assente dal servizio per tre giorni». Ma, sottolineano i giudici, il contratto stabilisce che «può essere licenziato con preavviso il dipendente che abbia effettuato assenze ingiustificate oltre cinque giorni consecutivi». Invece, per le «assenze» relative a un periodo massimo di cinque giorni, sono previste «sanzioni» meno dure, come «rimprovero, multa, sospensione».
E la omessa «comunicazione» all’azienda non rende più grave la posizione del lavoratore.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Assenze ingiustificate e nessuna comunicazione all’azienda: eccessivo il licenziamento - La Stampa
Canone tv, tre vie per i rimborsi
Tre strade per il rimborso del canone Rai non dovuto: oltre all’accredito (una sorta di compensazione) in bolletta, anche il bonifico bancario o l’assegno. E’ quanto trapela dalle società elettriche in assenza di precise indicazioni da parte dell’Agenzia delle entrate. L’amministrazione martedì scorso ha pubblicato il provvedimento n.125604/2016 inerente al rimborso del canone tv erroneamente addebitato. Ma non ha fornito indicazioni su alcuni punti che restano quindi ancora oscuri. Ad esempio: nel caso in cui il contribuente abbia deciso di non eseguire il pagamento di 70 euro (ritenuti non dovuti) sulla bolletta di luglio, cosa succede? La strada, va detto, è stata ritenuta percorribile dalle stesse Entrate il 25 luglio scorso in un post sulla propria pagina Facebook, tralasciando tuttavia un’analisi della sanzione in cui si incapperebbe nel caso in cui la pratica del “non pagamento” non presentasse tutti i requisiti necessari.
Pokemon Go: prima disamina dei problemi legali
Il 15 luglio anche l'Italia ha visto l'uscita dell'attesissimo e molto discusso Pokemon Go, un'applicazione per smartphone in cui ogni utente deve materialmente spostarsi per il mondo reale alla ricerca di pokemon da catturare, i quali vengono visualizzati sullo schermo del proprio dispositivo attraverso un sistema che sfrutta la fotocamera dello smartphone e la geolocalizzazione.
Rispetto a questa nuova applicazione si presentano però dei possibili profili problematici dal punto di vista legale, sotto diversi aspetti.
Un primo profilo critico riguarda la possibile violazione della proprietà privata che il meccanismo di gioco potrebbe comportare. I pokemon che i singoli utenti cercano di catturare sono virtualmente posti in varie località, generalmente luoghi pubblici come ad esempio monumenti; tuttavia, si è già registrato negli Stati Uniti un caso in cui un'area privata è stata indicata come palestra del gioco, e cioè luogo di incontro in cui i pokemon possono combattere tra loro e allenarsi.
Ci si chiede quindi se in questo modo non si contribuisca in qualche modo alla violazione della proprietà privata, che è un diritto assoluto di cui il titolare può godere in modo pieno, escludendone gli altri. Innanzitutto ci si chiede se sia possibile apporre su proprietà materiali degli elementi che siano solo virtuali e se il diritto di proprietà del singolo si estenda in qualche modo anche allo spazio virtuale. In secondo luogo, qualora vi fosse una responsabilità penale dei singoli giocatori che, pur di raggiungere gli obiettivi di gioco, violino la proprietà privata, ci si chiede se qualche forma di responsabilità possa essere riconosciuta anche ai designers dell'App e quindi alla società sviluppatrice, la Niantic, per aver indotto gli utenti a violare la proprietà privata.
Un altro profilo problematico riguarda i problemi di sicurezza e di conseguenti possibili sinistri legati al gioco.
Pokemon Go sta raggiungendo tali livelli di frenesia che spesso i singoli utenti sono così concentrati da non prestare la dovuta attenzione al mondo che li circonda, giungendo persino a utilizzare il cellulare mentre sono alla guida. Non si tratta di un problema da sottovalutare, dal momento che già si è verificato negli stati Uniti il caso di un ragazzo che, assorto nel gioco, ha diretto la propria autovettura contro un albero. Il codice della strada prevede all'art. 173 comma 2 uno specifico divieto all'uso di apparecchi radiotelefonici mentre alla guida, dovendosi estendere tale divieto non solo alle comunicazioni telefoniche ma anche a tutte le operazioni che siano idonee a distrarre il conducente in modo tale che non abbia il controllo sul veicolo.
È chiaro che in caso di sinistro stradale la responsabilità cadrebbe unicamente sull'utilizzatore che liberamente scelga di usare l'applicazione al volante; tuttavia, la possibilità che si verifichino sinistri non si ferma qui. Si pensi ad esempio al caso in cui venga designata come luogo in cui trovare pokemon un'area potenzialmente pericolosa per gli utenti. Nel caso in cui il giocatore, nel tentare di raggiungere tale luogo pericoloso, effettivamente si procuri un danno, ci si chiede se qualche forma di responsabilità possa ricadere sul designer che ha scelto quel luogo e quindi sulla società. In particolare, la domanda che suscita un tale scenario è se forse non esista un dovere di diligenza a carico della società per evitare che gli utenti incorrano in possibili eventi dannosi.
Tali questioni non sono poi così astratte e lontane. Nella pagina web dedicata ai termini di utilizzo del gioco viene ricordato agli utenti di "restare consapevoli dell'ambiente circostante e giocare in tutta sicurezza", così come viene raccomandato di non violare o tentare di violare la proprietà privata senza autorizzazione. E non solo. È prevista la condizione per cui il singolo utente, accettando i termini di utilizzo, rinunci al proprio diritto ad essere attore principale in cause o parte in azioni collettive contro la Niantic, rimettendo la questione ad un arbitrato individuale e vincolante, fatta eccezione soltanto per alcuni tipi di controversie e per il caso in cui rinunci espressamente a tale condizione entri trenta giorni dall'accettazione. Risulta spontaneo chiedersi se tali clausole siano idonee ad escludere qualsiasi forma di responsabilità della società, che, in questo modo, sembra riconoscere implicitamente le possibili problematiche dell'applicazione.
Non si devono infine dimenticare i problemi di privacy legati in generale al mondo delle applicazioni, che nel caso di Pokemon Go sono sembrati ancora più critici. Nei giorni scorsi si sono sollevate diverse voci di preoccupazione legate alla violazione della privacy degli utenti, dal momento che il download richiedeva tra le varie modalità per registrarsi l'accesso completo all'account Google del singolo utente. In realtà la Niantic ha presto risposto alle paure di intrusione nella sfera privata dei singoli users, attivandosi per far si che Pokemon Go richieda solo l'accesso a informazioni basilari come il nome utente e l'indirizzo mail e affermando che si era trattato di un mero errore.
Tuttavia, anche se la problematica sembra risolta, restano i dubbi in materia di tutela della privacy che riguardano le applicazioni in generale, ma ancor più Pokemon Go, che viene spesso utilizzata da minori e che sfrutta il meccanismo della geolocalizzazione, tracciando il giocatore in ogni momento.
Fonte: www.ilsole24ore.com/Pokemon Go: prima disamina dei problemi legali
By Avv. Emiliano Mancino a agosto 03, 2016
“Ti faccio fare un ‘Tso’!”: lo sfogo del medico può diventare una minaccia
Parole frutto, in apparenza, di un momento di rabbia. Esse, però, sono pronunciate da un medico e rivolte a una paziente. Tale legame tra le due persone coinvolte cambia la valutazione della frase.
Rapporto. Per il Giudice di pace l’espressione utilizzata dall’uomo, per quanto «minacciosa» in apparenza, non è comunque «idonea a produrre effetti intimidatori». Le parole pronunciate, cioè «Io chiamo la polizia e ti faccio fare un ‘Tso’», non potevano avere ripercussioni sulla persona a cui essa erano rivolte.
Ciò ha giustificato «l’archiviazione del procedimento penale» nei confronti del medico.
Decisione messa ora in discussione, però, dai magistrati della Cassazione con la sentenza n. 27915 depositata lo scorso 6 luglio. A loro dire, difatti, è stato trascurato il contesto della vicenda, ossia il rapporto esistente tra le persone coinvolte: lui «medico» e lei «paziente». Questo elemento, secondo i giudici, deve far riconsiderare il peso delle parole impiegate dall’uomo. Lui, da «medico», «poteva attivare le procedure prospettate», ossia il ricorso al ‘Tso’, e la donna era consapevole della propria posizione di debolezza…
Rimane in piedi, quindi, l’ipotesi del «reato di minaccia», su cui dovrà nuovamente pronunciarsi il Giudice di Pace, valutando con attenzione le posizioni delle due persone coinvolte.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/“Ti faccio fare un ‘Tso’!”: lo sfogo del medico può diventare una minaccia - La Stampa
Unioni civili e convivenze assumono rilievo anche per la vita in condominio
La legge n. 76/2016, c.d. Cirinnà, introduce due nuove forme di unione quali specifiche formazioni sociali ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione, che rilevano anche nell’ambito del condominio. L’amministratore del condominio dovrà considerare anche le coppie legate da unione civile e quelle regolate da rapporto di convivenza ai fini della tenuta del registro di anagrafe condominiale e per la convocazione alle assemblee.
Tra le numerose incombenze dell’amministratore condominiale vi è anche quella di avere piena conoscenza dell’identità dei condomini: tra i nuovi compiti che il novellato art. 1130 n. 6) c.c. attribuisce all’amministratore vi è quello di curare la tenuta del registro di anagrafe condominiale, che deve contenere le generalità dei singoli proprietari e dei titolari di diritti reale o di diritti personali di godimento, comprensive del codice fiscale e della residenza o domicilio, i dati catastali di ciascuna unità immobiliare, nonché ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza delle parti comuni dell’edificio. La citata norma pone a carico del condomino l’onere di comunicare all’amministratore ogni variazione, in forma scritta ed ante entro sessanta giorni: in caso di inerzia, in mancanza o in presenza di dati incompleti, l’amministratore deve richiedere con raccomandata le informazioni necessarie alla tenuta del registro di anagrafe. Ove nonostante ciò, la risposta del condomino non pervenga o sia incompleta, l’amministratore è legittimato ad acquisire le informazioni necessarie addebitandone il costo ai responsabili.
Il contenuto della citata disposizione si pone nel solco di quel gruppo di norme che hanno disciplinato in modo preciso gli obblighi di informativa e di reperimento, aggiornamento e conservazione attribuiti all’amministratore in funzione del rafforzamento della trasparenza e della completezza di informazioni che devono caratterizzare secondo la riforma della disciplina condominiale, introdotta con la legge 220/2012, non solo i rapporti tra i condomini e l’amministratore, ma anche i rapporti tra il condominio ed i terzi: da qui l’espressa previsione dell’obbligo di tenuta e aggiornamento del registro di anagrafe condominiale ove annotare le generalità e i dati dei condomini proprietari, nonché titolari di diritti reali, nonché le generalità dei titolari di diritti personali di godimento quali i conduttori o i comodatari di unità immobiliari ubitace ne condominio.
Individuare i soggetti che dimorano nell’edificio condominiale in qualità di proprietari o di titolari di diritti personali di godimento è indispensabile per la regolare convocazione dell’assemblea: ai sensi dell’art. 1136, comma 6, c.c. tutti gli aventi diritto devono essere convocati alla riunione, pena l’annullabilità delle delibere, con avviso da comunicare a ciascuno di essi almeno cinque giorni prima della data fissata per l’adunanza. Presupposto per avere diritto ad essere convocato all’assemblea condominiale, compito a cui è tenuto istituzionalmente l’amministratore, ex art. 66 disp. att. c.c., ma che in sua mancanza può essere svolto da ciascun condomino, e pur in sua presenza può essere assunto da almeno due condomini che rappresentino un senso del valore millesimale, è dunque essere un avente diritto, per tale intendendosi non solo il proprietario di una unità immobiliare sita in condominio, ma anche il titolare di un diverso diritto reale, quale è il nudo proprietario e l’usufruttuario, nonché colui che proprietario in comunione indivisa.
Questi aspetti della organizzazione e della vita condominiale devono ora tener conto delle nuove situazioni personali che implicano necessariamente una relazione con il bene casa quale luogo di realizzazione e svolgimento della vita famigliare.
La recente disciplina sulle unioni civili, costituite da due persone maggiorenni delle stesso sesso, che viene in essere con la dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni, ricalca le disposizioni previste in materia di matrimonio, con un limite generale espressamente indicato al comma 20 dell’art 1 della legge 76/2016 ed uno particolare in relazione alle disposizioni di cui alla legge in materia di adozione (la c.d. stepchild adoption). Il regime patrimoniale dell’unione civile, in mancanza di diversa convenzione, è costituito dalla comunione dei beni: ove la casa famigliare consista in un alloggio in condominio, l’amministratore dovrà provvedere a convocare tutti i comproprietari, dunque i soggetti uniti civilmente, informandoli che solo uno di loro potrà partecipare con diritto di voto che sarà vincolante anche per l’altro comproprietario. In sostanza, l’avviso di convocazione dovrà essere indirizzato ad entrambi i componenti dell’unione civile (al pari dei coniugi in regime di comunione), anche se solo uno dei due potrà partecipare ed esprimere il proprio voto.
Per la validità dell’assemblea è necessario che siano convocati tutti gli aventi diritto, perciò la prova della valida convocazione può essere fornita con ogni mezzo, anche attraverso la presunzione che l’avviso inviato ad uno dei componenti della coppia, coniugi o uniti civili, sia giunto a conoscenza dell’altro: ciò vale salvo l’ipotesi in cui sia stato reso noto all’amministratore dell’intervenuta separazione tra i coniugi o dell’intervenuta scioglimento dell’unione civile.
Ove la coppia unita civilmente conduca in locazione un’unità abitativa ubicata in condominio, occorrerà verificare chi sia il soggetto conduttore, il quale ha diritto di partecipare all’assemblea condominiale, ma solo in relazione ad alcuni determinati argomenti rispetto ai quali ha diritto di esprimere il voto in sostituzione del proprietario/locatore: l’avviso di convocazione, però, deve pur sempre essere inviato al proprietario condomino/locatore che è tenuto ad informare il conduttore, senza che le conseguenze della mancata convocazione del conduttore si possano far ricadere sul condominio, che rimane estraneo al rapporto di locazione. In sintesi, il conduttore ha diritto di partecipare con diritto di voto nelle delibere concernenti le spese e le modalità di gestione dei servizi di riscaldamento e di condizionamento d’aria; di partecipare, senza diritto di voto, nelle delibere concernenti la modificazione degli altri servizi comuni.
Va poi evidenziato che i conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza che può contenere: l’indicazione della residenza; le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; il regime patrimoniale della comunione dei beni.
Nuove famiglie e nuovi soggetti devono dunque essere considerati dall’amministratore di condominio diligente per evitare l’insorgere di contestazioni.
Fonte: www.quotidianogiuridico.it/Unioni civili e convivenze assumono rilievo anche per la vita in condominio | Quotidiano Giuridico
Come presentare l’istanza di rimborso del canone Rai
Per scaricare il modello cliccare qui: Ric_RIMB_RAI_mod.pdf
Punti della patente finiti, revisione immediata
Il conducente che esaurisce i punti della patente deve richiedere tempestivamente alla motorizzazione di poter sostenere l'esame di revisione della licenza di guida, con tanto di rilascio di foglio rosa. Ma per chi non si presenta poi alle prove scatterà la sospensione della patente oppure la revoca per i più negligenti. Lo hanno chiarito i Trasporti con circolare n. 16729 del 22/7/2016, in vigore dal 3 novembre 2016. Il 1° luglio 2016 sono entrati in vigore i nuovi programmi d'esame per gli esami di teoria per la revisione delle patenti di guida e della carta di qualificazione del conducente. Per sostenere l'esame di revisione, specifica la nota, il candidato dovrà presentare una domanda, redatta su un modello ad hoc, con allegata una copia del provvedimento di revisione e il certificato medico, se richiesto. La richiesta ha validità annuale, specifica il ministero. Alla scadenza l'interessato dovrà presentare una nuova istanza se non ha ancora superato entrambe le prove. La domanda dovrà essere presentata entro 30 giorni dal ricevimento del provvedimento di revisione della licenza di guida, prosegue la circolare. Pena la sospensione della patente di guida fino al superamento delle prove. Gli esami di revisione della licenza di guida si svolgeranno in due giorni diversi. Prima quello teorico, con revoca della patente in caso di mancato superamento. La prova pratica, conseguente al superamento di quella teorica, verrà invece disposta successivamente, previo rilascio del foglio rosa per consentire al conducente di esercitarsi alla guida con un istruttore a fianco. Se il candidato non riuscirà a superare la prova pratica scatterà la revoca della licenza e il conducente potrà eventualmente tentare di conseguire nuovamente tutte le categorie, o solo alcune. La revisione della carta di qualificazione del conducente, infine, scatterà all'esaurimento totale del punteggio speciale a disposizione dei conducenti professionali. Se il conducente risulta titolare sia della cqc trasporto cose che persone scatterà il programma d'esame attinente alla materia in cui il trasgressore ha commesso più violazioni.
Fonte: www.italiaoggi.it//Punti finiti Revisione immediata - News - Italiaoggi
Si sente vessato dal carabiniere: lo filma e gli promette una denuncia. Condotta non punibile
Armato di telefono cellulare. Obiettivo puntato sul carabiniere, in procinto di redigere un “verbale”. Esplicita l’intenzione dell’uomo: filmare il militare – all’interno della caserma, per giunta – e poi utilizzare il video a corredo di una denuncia.
Condotta sicuramente poco ortodossa, ma non catalogabile per la Corte di Cassazione come “minaccia a pubblico ufficiale”.
Telefonino. A dare il ‘la’ alla vicenda un controllo in strada effettuato dai Carabinieri, anzi, più precisamente, la «contravvenzione» nei confronti del «conducente di un’autovettura». Pochi giorni dopo il «proprietario del veicolo» si presenta «in caserma», munito di «carta di circolazione», per chiarire la propria posizione.
Di fronte alla irregolarità – «mancata revisione» dell’automobile – contestatagli dal militare, però, l’uomo reagisce in maniera scomposta: prende il telefono e intima al carabiniere «di stare attento, perché lo stava filmando» e di «non fargli il verbale», preannunciandogli poi una «denuncia».
Per i giudici d’Appello, contrariamente a quanto stabilito in Tribunale, l’uomo è responsabile di «minaccia a pubblico ufficiale». Conseguente la condanna a «2 mesi e 20 giorni di reclusione».
Minaccia. Di avviso completamente opposto, invece, i magistrati della Cassazione, ovviamente per la gioia dell’uomo finito sotto accusa (sentenza n. 27955 depositata il 6 luglio).
Per i giudici è fondamentale valutare il contenuto dello scontro col militare, frutto della presunta illegittimità della «sanzione amministrativa» applicata al proprietario dell’automobile. Ciò consente di stabilire, secondo i giudici, che «la minaccia di riprendere con il telefono quanto stava accadendo e di sporgere denuncia» non è idonea a «coartare il pubblico ufficiale». Manca, difatti, la «potenzialità costrittiva» in «una minaccia generica, reattiva e dettata dalla percezione di sentirsi vessato dai militari».
Cadono, quindi, definitivamente le accuse nei confronti dell’uomo.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Si sente vessato dal carabiniere: lo filma e gli promette una denuncia. Condotta non punibile - La Stampa
Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 281 del 3 dicembre 2018 il cd. decreto Sicurezza con entrata in vigore dal 4 dicembre. Infatti, il 28...