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Timestamp: 2019-09-19 03:04:29+00:00
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Cassazione sentenza 21972/2015: si a prestazioni gratuite per parenti e amici
Il professionista può legittimamente effettuare servizi professionali a parenti ed amici senza per questo dover chiedere il pagamento di corrispettivi. Questo è quanto stabilito dalla Cassazione, con la sentenza 21972/2015, che ha respinto il ricorso presentato dall'ufficio contro la sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, n. 92/29/2008. L'ufficio, nel 2005, emetteva un accertamento relativo al 2001, chiedendo imposte, sanzioni e interessi, in quanto un professionista, esercente l'attività di consulente fiscale, non aveva emesso fatture a 72 clienti per prestazioni che aveva effettuato gratis. Per l'Agenzia delle Entrate, invece, era impossibile che il professionista effettuasse le prestazioni senza chiedere alcun compenso.
I giudici di primo grado avevano dato ragione all'ufficio. A seguito della sentenza di primo grado il contribuente proponeva appello, che invece veniva accolto in quanto i giudici di secondo grado avevano sostenuto che, a fronte di una corretta contabilità tenuta dal contribuente congrua e coerente, fosse giustificata l'asserita gratuità dell'opera svolta in favore di 71 soggetti, peraltro indicati dallo stesso professionista, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi, nonché del fatto che il 70% di tali soggetti fossero soci di società di persone, la cui contabilità era affidata allo stesso professionista, con la conseguenza che l'eventuale compenso rientra in quello corrisposto dalla società di appartenenza. Inoltre, la prestazione gratuita è giustificata dall'accertata circostanza che l'attività svolta in favore dei predetti soggetti riguardava solo l'invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata "all'incremento della clientela".
Nel ricorso per Cassazione, l'ufficio ripete la contestazione circa l'impossibilità di quanto asserito a propria difesa dal professionista, considerato l'enorme numero dei predetti soggetti. Per l'ufficio, il fatto che si trattava di imprese o professionisti con i quali vi era continuità di rapporti e per alcuni dei quali i compensi erano stati fatturati nel precedente anno d'imposta, e l'invio telematico delle dichiarazioni dei redditi fosse fatto in favore dei predetti soggetti (49 su 71), non giustificavano in alcun modo che si potessero considerare tali prestazioni non fatturabili. L'ufficio considerava inoltre irrilevante il fatto che il professionista avesse dimostrato il pagamento dei compensi da parte delle società di persone di cui erano soci alcuni dei predetti clienti. I giudici di secondo grado, nell'accogliere l'appello del professionista, con motivazione congrua e non contraddittoria, a fronte delle mere supposizioni dell'ufficio, avevano ritenuto plausibile «la gratuità dell'opera svolta dal professionista, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi clienti, nonché del fatto che il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello corrisposto dalla società di appartenenza ... e della circostanza, accertata oltre che pacifica, che l'attività svolta in loro favore riguardava soltanto l'invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata all'incremento della clientela, cosicché la semplicità della prestazione in sé rende verosimile l'assunto del contribuente circa la sua gratuità». In conclusione, la Cassazione, confermando la sentenza dei giudici di secondo grado, ha respinto il ricorso presentato dall'ufficio.
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