Source: https://renatodisa.com/2014/03/10/corte-di-cassazione-sezioni-unite-sentenza-5-marzo-2014-n-5087-ai-fini-della-disciplina-del-possesso-e-dellusucapione-lazienda-quale-complesso-dei-beni-organizzati-per-lesercizio-dellim/
Timestamp: 2017-06-23 20:50:31+00:00
Document Index: 116180584

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 368', 'art. 112', 'art. 12', 'art. 110', 'art. 12', 'art. 1140', 'art. 2555', 'art. 1140', 'art. 816', 'art. 1160']

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 5 marzo 2014, n. 5087. Ai fini della disciplina del possesso e dell’usucapione, l’azienda, quale complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’impresa, deve essere considerata come un bene distinto dai singoli componenti, suscettibile di essere unitariamente posseduto e, nel concorso degli altri elementi indicati dalla legge, usucapito – Avvocato Renato D'Isa
sezioni unite sentenza 5 marzo 2014, n. 5087
La seconda sezione della corte, con ordinanza 16 maggio 2013, ha rimesso gli atti al Primo Presidente della Corte di Cassazione, per la particolare rilevanza della questione, sulla quale non vi sono precedenti in termini, della possibilità di usucapire l’azienda.
Il ricorso è stato quindi rimesso a queste sezioni unite perché ustione di massima di particolare importanza.
Motivi della decisione 4. Il ricorso è portato all’esame delle sezioni unite della corte essendo stata ravvisata nell’usucapibilità dell’azienda una questione di massima di particolare importanza.
Nella fattispecie di causa, peraltro, tale questione è connessa con l’altra, derivante dalla speciale natura dell’azienda di cui si controverte, che è una farmacia, come tale sottoposta a regime di autorizzazione amministrativa: questione che forma l’oggetto del primo motivo di ricorso.
5. Con il primo motivo, infatti, il ricorrente censura per violazione degli artt. 25 della legge 468 del 22 maggio 1913, 368 e 369 del r.d. n. 1265 del 27 luglio 1934 e 769 ss. c.c. l’affermazione del giudice di merito, che la titolarità della farmacia non comportasse necessariamente la proprietà del complesso dei beni costituenti l’azienda, potendo il diritto dominicale su tali beni essere trasferito indipendentemente dall’autorizzazione all’esercizio della farmacia.
Premesso che nella fattispecie si trattava di farmacia legittima a norma dell’art. 25 della legge 22 maggio 1913, n. 468 – vale a dire, autorizzata secondo le norme anteriori alla legge 22 dicembre 1888, n. 5849, e per la quale l’art. 368 del r.d. 27 luglio 1934, n. 1265 riconosceva al titolare il diritto di continuare, vita durante, l’esercizio della farmacia – si deduce che a B.F. iunior era stata riconosciuta l’autorizzazione alla gestione provvisoria della farmacia, e il padre Br.Ar. non aveva alcun titolo per donare i beni della farmacia, posto che la qualità di coerede dei beni materiali concernenti l’universalità di beni mobili aggregata per l’esercizio della farmacia non è titolo per la disponibilità dell’azienda farmaceutica, che suppone il provvedimento della pubblica amministrazione insuscettibile di trasferimento. Si pone il quesito se la donazione 12 novembre 1957 di Br.Ar. alla figlia El. della quota di comproprietà dei beni costituenti l’azienda farmaceutica comprendesse anche il trasferimento del titolo legittimante l’esercizio dell’attività farmaceutica.
6. Al quesito deve darsi risposta negativa.
In linea di principio, infatti, occorre distinguere l’autorizzazione all’esercizio della farmacia, che è atto pubblico, non trasferibile a norma dell’art. 112 t.u. sanitario, e poi dell’art. 12 L. 475/1968, dall’azienda farmaceutica che è il complesso di beni organizzati per l’esercizio dell’impresa farmaceutica. È bensì vero che la legislazione dello Stato unitario, dopo aver affermato che l’esercizio della farmacia è sottoposto ad autorizzazione prefettizia e non è cedibile, ha mostrato, nel corso di un complesso svolgimento, la volontà di pervenire al risultato di rendere l’esercizio autorizzato della farmacia giuridicamente indissociabile dalla titolarità dell’azienda farmaceutica. Significativi, a questo riguardo, sono, nel tempo, la previsione dell’art. 110 r.d. 27 luglio 1934, n. 1265 t.u. leggi sanitarie, per la quale l’autorizzazione all’esercizio di una farmacia, che non sia di nuova istituzione, importa l’obbligo nel concessionario di rilevare dal precedente titolare o dai suoi eredi gli arredi, le provviste e le dotazioni attinenti all’esercizio farmaceutico, contenuti nella farmacia e nei locali annessi, nonché di corrispondere allo stesso titolare o ai suoi eredi un’indennità di avviamento; e ancor più quella dell’art. 12 della più recente legge 2 aprile 1968 n. 475, per cui il trasferimento della titolarità delle farmacie, a tutti gli effetti di legge, non è ritenuto valido se insieme col diritto di esercizio della farmacia non venga trasferita anche l’azienda commerciale che vi è connessa, pena la decadenza.
Il riconoscimento che l’azienda, come oggetto di diritti, costituisce un bene giuridico non sarebbe sufficiente – si è anche osservato – per considerarla una cosa, che sola può essere oggetto di possesso (e quindi di usucapione) nella definizione dell’art. 1140 c.c.; sicché la considerazione delle cose che compongono l’azienda, con la riconduzione – eventualmente analogica – di questa a un’universitas rerum sarebbe un passaggio indispensabile per l’ammissione del suo possesso. Che al dibattito sul punto possa assegnarsi un ruolo decisivo nella decisione circa l’ammissibilità del possesso dell’azienda non pare tuttavia sostenibile al collegio, oltre che per le ragioni di seguito illustrate a proposito della disciplina generale dell’azienda, già solo per il rilievo, che si legge anche nelle trattazioni tradizionali della materia, che la stessa nozione di cosa non è naturalistica, ma economico-sociale, sicché non sarebbe illogico trattare come cosa tutti quei possibili oggetti di rapporti giuridici che non hanno natura corporea.
Ora, se non può escludersi la configurabilità di un bene costituito da una cosa immateriale, come nei casi comunemente citati di proprietà intellettuale, non sembra che vi sarebbero insormontabili ostacoli di diritto positivo al riconoscimento di una “cosa” (l’azienda) costituita da un “complesso organizzato di beni”, conformemente all’indicazione dell’art. 2555 c.c.
Il fatto che l’art. 1140 c.c. restringa il possesso (e quindi l’usucapione) alla “cosa” non implica necessariamente neppure l’esclusione categorica della cosa immateriale, quale sarebbe, secondo un’opinione dottrinale, il “complesso organizzato di beni”, distinto dagli stessi beni singolarmente considerati, e inteso come “organizzazione”, e precisamente come frutto di attività dell’uomo. Del resto, la complessa storia della concezione del possesso, dalle fonti romanistiche agli ordinamenti moderni, e del suo oggetto o, più precisamente, del modo di intendere la “cosa” che ne può costituire oggetto non sembra autorizzare affermazioni dogmatiche troppo categoriche, fermo restando che il ritorno ad una dilatazione della nozione della cosa che può essere oggetto di possesso, sino ad includervi i diritti o i rapporti giuridici, sarebbe sicuramente incompatibile con la formula del codice civile. Che il “complesso dei beni organizzati” debba essere inteso come un’universalità di beni, o come cosa immateriale o altrimenti non sembra dunque un punto decisivo per affermare o negare la sua qualità di cosa, suscettibile di possesso.
A questo riguardo si è già accennato al fatto che nella giurisprudenza della corte è ricorrente l’affermazione che l’azienda è equiparabile a un’universitas rerum regolata dall’art. 816 c.c. (si vedano, tra le molte, Cass. 13 luglio 1973 n. 2031, 7 ottobre 1975 n. 3178, 22 marzo 1980 n. 1939, 15 gennaio 2003 n. 502).
Questi precedenti, peraltro, se depongono univocamente per un’impostazione unitaria dell’azienda nella giurisprudenza della corte, riguardano tutti fattispecie di acquisto a titolo derivativo (quando non questioni di natura esclusivamente tributaria), per le quali esiste già una disciplina di diritto positivo, sicché la qualificazione giuridica dell’azienda ha il valore di spiegazione teorica ma non di vera e propria ratio deciderteli, come avverrebbe invece se da questa definizione si volesse dedurre la diretta applicabilità dell’art. 1160 c.c. all’usucapione dell’azienda.
19. Il problema di causa si risolve, allora, nell’accertare se non vi siano, nel codice civile, diposizioni incompatibili con l’affermazione che l’azienda è suscettibile di possesso, che per ciò stesso sia utile all’usucapione.
La risposta negativa al quesito è imposta dal riconoscimento che, al contrario, un tale possesso è supposto in diverse disposizioni.
P.Q.M. La corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità
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