Source: http://patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=256
Timestamp: 2019-10-18 03:42:30+00:00
Document Index: 107588520

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 42', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 36']

Niente pace per i demani civici
Sembra proprio che non ci sia pace per i demani civici in Sardegna. Dopo il tentativo pesantemente contrastato e fortunatamente abortito nel maggio del 2006 di consentire una “svendita” per legge dei terreni ad uso civico, adesso è il turno della medesima proposta di legge regionale finanziaria recentemente esitata dalla Giunta regionale ed inviata in Consiglio. All’articolo 21, comma 9°, lettera c), è testualmente scritto: “ nell’articolo 18 bis, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“1 bis. Possono essere altresì oggetto di sclassificazione dal regime demaniale civico i terreni soggetti ad uso civico a condizione che i medesimi terreni, nel rispetto dei vincoli ambientali, formino oggetto di Intese, Protocolli o comunque di Accordi fra la Regione e il Comune finalizzati a promuovere lo sviluppo socio-economico.”
In sostanza, grazia anche alla terminologia generica utilizzata, sembrerebbe che potesse bastare che una qualsiasi articolazione amministrativa della Regione autonoma della Sardegna si accordi con un Comune per generiche finalità di “sviluppo socio-economico” per poter poi procedere alla sdemanializzazione delle aree oggetto dell’accordo. Nemmeno la previsione del “rispetto dei vincoli ambientali” può esser sufficiente a preservare i demani civici dal pericolo di vere e proprie “amputazioni”. A parte il fatto che anche i vincoli di uso civico sono “vincoli ambientali” per definizione giurisprudenziale (vds. ad es. Corte cost., sentt. n. 345/1997 e n. 46/1995), sarebbe sufficiente un’autorizzazione amministrativa – anche in sede di conferenza di servizi – per giudicare ambientalmente compatibile l’oggetto dell’accordo. Pur essendovi competenza regionale primaria in materia (art. 3 della legge costituzionale n. 3/1948, statuto speciale per la Sardegna), la disposizione appare, quindi, potenzialmente incostituzionale per violazione degli artt. 9 e 117 (lettera s) della costituzione, relativi agli obblighi di tutela dell’ambiente ed alla competenza statale esclusiva in materia di salvaguardia dell’ambiente.
Inoltre, un eventuale tentativo non troppo mascherato di espropriazione delle terre civiche senza interesse pubblico e senza un indennizzo per le popolazioni titolari del diritto sarebbe in palese contrasto con le previsioni dell'art. 42, comma 3°, della costituzione.
Il fatto fondamentale è che la Regione autonoma della Sardegna non ha mai compreso pienamente l’importanza dei demani civici per il proprio territorio, sia in veste di salvaguardia ambientale che per l’economia di molte zone. Il Settore dell’Assessorato regionale dell’agricoltura preposto alla gestione delle competenze regionali in materia è perennemente sotto dimensionato, non sono mai stati effettuati interventi di recupero di terreni abusivamente occupati, varie competenze sono state delegate agli Ispettorati provinciali dell’agricoltura, spesso privi di alcuna conoscenza della materia.
La Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione autonoma della Sardegna ha nettamente evidenziato, con le deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/2004 del 15 novembre 2004, una nutrita serie di carenze gestionali indicando alcune soluzioni per un’efficace gestione dell’importante materia (vds. sul sito internet della Corte dei conti, http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezioni-re/Sardegna/Deliberazi/Anno-2004/allegati-d4/relazione-usi-civici-.doc_cvt.htm). Inutilmente, finora.
L’importanza del tema, in particolare per la Sardegna, è innegabile. I terreni ad uso civico, inclusi o meno in provvedimenti di dichiarazione, assommano a circa 370.000 ettari in Sardegna, circa il 15 % del territorio regionale. Essi, fin dalla legge n. 431/1985, la c. d. legge Galasso, hanno anche acquisito una valenza di tutela ambientale (riconosciuta più volte dalla Corte costituzionale: vds. ad es. sent. n. 345/1997 e n. 46/1995) che si è aggiunta ai tradizionali criteri di inquadramento giuridico. Gli usi civici sono in generale diritti spettanti ad una collettività, che può essere o meno organizzata in una persona giuridica pubblica (es. università agraria, regole, comunità, ecc.) a sé stante, ma comunque concorrente a formare l’elemento costitutivo di un Comune o di altra persona giuridica pubblica: l’esercizio dei diritti spetta uti cives ai singoli membri che compongono detta collettività.
- esercizio di un determinato diritto di godimento su di un bene fondiario;
- titolarità del diritto di godimento per una collettività stanziata su un determinato territorio;
- fruizione dello specifico diritto per soddisfare bisogni essenziali e primari dei singoli componenti della collettività.
Molte normative regionali, così come anche la legge regionale sarda n. 12/1994 e successive modifiche ed integrazioni, vi hanno aggiunto alcune nuove "fruizioni" (es. turistiche), ma sempre salvaguardando il fondamentale interesse della collettività locale. In particolare sono rimasti invariate le caratteristiche fondamentali dei diritti di uso civico. Essi sono inalienabili (art. 12 della legge n. 1766/1927), inusucapibili ed imprescrittibili (artt. 2 e 9 della legge n. 1766/1927): "intesi come i diritti delle collettività sarde ad utilizzare beni immobili comunali e privati, rispettando i valori ambientali e le risorse naturali, appartengono ai cittadini residenti nel Comune nella cui circoscrizione sono ubicati gli immobili soggetti all’uso" (art. 2 legge regionale n. 12/1994). Ogni atto di disposizione che comporti ablazione o che comunque incida su diritti di uso civico può essere adottato dalla pubblica amministrazione competente soltanto verso corrispettivo di un indennizzo da corrispondere alla collettività titolare del diritto medesimo e destinato ad opere permanenti di interesse pubblico generale (art. 3 della legge regionale n. 12/1994).
Ma la legge regionale n. 4 dell’11 maggio 2006 era riuscita, se possibile, a bissare ed ampliare la già pesante portata negativa delle disposizioni sulla "sclassificazione" dal regime demaniale civico introdotte dalla legge regionale n. 18/1996. La nuova legge aveva previsto norme veramente eversive dei demani civici: il dirigente del competente Servizio dell’Assessorato regionale dell’agricoltura può annullare i decreti di accertamento dei demani civici se i relativi diritti "non siano praticati o formalmente reclamati da oltre un ventennio" (art. 27, comma 13°), senza minimamente porsi il problema di quante centinaia di ettari siano occupati illegittimamente e, soprattutto nelle zone dell’interno, del fatto che spesso tutti stanno zitti – formalmente o meno – per paura di ritorsioni. Il comma successivo è addirittura schizofrenico: "non sono passibili di provvedimento definitivo di accertamento i terreni nei quali: i diritti delle collettività ad utilizzare i beni immobili non siano praticati o reclamati da oltre un ventennio, l’estinzione della pratica dell’uso civico sia avvenuta con violenza o clandestinità, l’uso civico su quei terreni abbia perso irreversibilmente la sua funzione sociale da dimostrarsi tramite inequivocabili atti di disposizione" (art. 27, comma 14°). Che si andava a fare ? Si premiava chi aveva occupato illecitamente i demani civici soffocando i relativi diritti "con violenza o clandestinità" ? Si incentivava l’occupazione abusiva delle terre collettive ?
C’era, infine, un’inguardabile "sanatoria" per le vendite (o svendite) illegittime perché non autorizzate di terreni ad uso civico intervenute prima dell’individuazione dei relativi demani civici o la realizzazione di opere pubbliche e di preminente interesse pubblico o – incredibile – l’inclusione in piani particolareggiati ed in zone "F – turistiche" dei piani urbanistici comunali (art. 27, comma 15°).
Esattamente il contrario di quanto richiesto dalla Corte dei conti, Sezione regionale del controllo, al termine delle due indagini sulla gestione delle funzioni amministrative esercitate dalla Regione autonoma della Sardegna in materia (deliberazioni n. 6/2002 del 31 maggio 2002 e n. 9/04 del 15 novembre 2004).
Fortunatamente, dopo forti proteste delle associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico, la Giunta regionale – all’oscuro dell’emendamento che aveva dato origine alla disposizione abnorme, presentato su pressione di alcuni sindaci dell'Oristanese, così come pare sia anche la proposta normativa attuale – propose ed il Consiglio regionale approvò le disposizioni di cui alla legge regionale n. 9/2006 (art. 36) che abrogarono le norme “incriminate”, mantenendo la possibilità di sdemanializazione per le sole aree dove erano stati realizzati i siti per gli investimenti residenziali (P.E.E.P.) o produttivi (P.I.P.) di iniziativa pubblica.
Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico da anni – troppi anni, purtroppo – contrastano in tutte le sedi possibili, in primo luogo quelle legali, i vari tentativi che si sono succeduti nel tempo di legalizzare vendite, svendite, speculazioni edilizie su terreni appartenenti ai demani civici. Ricordiamo, giusto per dare un’idea, quanto accaduto a Costa Rey, sul litorale di Muravera, oggi sempre più un triste "alveare" dominato dal cemento. Era ovvio, scontato. Quando un Comune, come quello di Muravera, fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso aveva svenduto illegittimamente centinaia di ettari ad uso civico su quelle coste per far giungere l’agognato turismo a base di villette e mattoni che cosa ci si poteva aspettare ? Gli imprenditori belgi, in buona parte provenienti dall’appena indipendente Zaire, l’ex Congo belga, fecero quello che sapevano. Lucrare. E costruirono sulla costa ed in collina, per vendere. Spesso senza le necessarie opere di urbanizzazione, tanto a questo avrebbero pensato le amministrazioni pubbliche. Privatizzare gli utili e pubblicizzare le uscite, non è soltanto uno slogan….. E, nel tempo, ottenevano le varie autorizzazioni per costruire in ogni dove. Per chi fosse stato distratto, negli anni scorsi, quasi esclusivamente le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico cercarono di opporsi nelle necessarie sedi legali a questa marea montante di cemento: davanti al Commissario per gli usi civici fermarono (1996) il tentativo di "legittimazione" delle occupazioni abusive del demanio civico sostenuto dal Comune di Muravera, consentirono alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, grazie al prezioso lavoro del pubblico ministero dott. Paolo De Angelis, di aprire indagini sulle svendite illegittime di terreni ad uso civico a fini speculativi. Arrivò la legge regionale n. 18 del 1996 per aprire la porta alle "sclassificazioni" dei terreni edificati abusivamente sui demani civici e a salvare notai curiosamente distratti ed imprenditori, nonché incolpevoli acquirenti. Ma arrivarono anche le ruspe per demolire complessi abusivi a Piscina Rey in seguito a sentenze penali passate in giudicato (2001). E giunsero in questi ultimi anni anche i dovuti atti di recupero di centinaia di ettari al demanio civico di Muravera. Vogliamo forse dimenticarlo ? Oggi l’amministrazione comunale di Muravera, guidata dal sindaco Salvatore Piu cerca porre un freno all’edificazione sulla collina di Costa Rey, anche se si tratta di cantieri regolarmente autorizzati. Tardi, ma è un segnale positivo.
E le medesime vicende si sono viste a Cabras, a Narbolìa, a Gonnesa, a Fluminimaggiore, a Baunei. Ed in tanti altri paesi della Sardegna. Per certi versi anche molto peggio a Lula. Vogliamo dimenticare tutto questo e premiare chi non ha rispettato la legge ? I diritti di uso civico sono imprescrittibili, non soggetti ad usucapione e inalienabili. Il rimedio appare peggiore del male: quante occupazioni illegittime o, peggio, illecite e violente saranno così sanate, soprattutto nelle "zone del malessere" ?
Chiediamo e ci auguriamo un ripensamento della Giunta e del Legislatore regionale, aiutato, se del caso, da un ricorso alla Corte costituzionale da parte del Governo. Noi, nel nostro piccolo, faremo la nostra parte.