Source: https://anzianiterzomillennio.it/articolo/impossessarsi-di-somme-appartenenti-al-beneficiario-da-parte-dell-ads-integra-il-reato-di-peculato
Timestamp: 2019-12-14 12:52:25+00:00
Document Index: 121312915

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 314', 'sentenza ', 'art. 569', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 521', 'art. 6', 'art. 521', 'art. 521', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 646', 'art. 550', 'art. 491', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Impossessarsi di somme appartenenti al beneficiario da parte dell’AdS integra il reato di peculato
Si segnala la sentenza sotto riportata nella quale un’errata imputazione da parte del Pubblico Ministero è stata confermata dal giudice di prime cure attraverso un’errata qualificazione del fatto nella pronuncia conclusiva del grado di giudizio.
Il reato commesso dall’amministratore di sostegno che, in tale qualità, si appropria di somme appartenenti al beneficiario va, infatti, qualificato come peculato (in quanto commesso da pubblico ufficiale) e non come appropriazione indebita.
Nella fattispecie il provvedimento di primo grado veniva, pertanto, impugnato dal Procuratore Generale della Corte di Appello direttamente in Cassazione e, in quella sede, risultava, come dedotto dallo stesso impugnante nei motivi di ricorso, l’errata qualificazione del fatto.
La sentenza risulta d’interesse per alcune affermazioni in tema di diritto al contraddittorio dell’imputato, anche in sede di cassazione, e per la ribadita tutela delle garanzie processuali conseguenti alla corretta qualificazione giuridica del fatto.
La nuova qualificazione del fatto comporterà dunque, nella situazione considerata, non un mero annullamento con rinvio ma un annullamento senza rinvio con trasmissione degli atti al Pubblico Ministero competente per l’introduzione di un “nuovo” giudizio.
Cass. pen. n. 35146/19
sul ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Lecce nel procedimento a carico di C., nata a omissis, contro la sentenza del Tribunale di Lecce del 12.6.2018;
udito il PM, nella persona del sostituto procuratore generale dott. Perla Loro, che ha concluso per l'annullamento con rinvio al Tribunale di Lecce.
1. Con sentenza del 12.6.2018 il Tribunale di Lecce ha giudicato C. responsabile del delitto di appropriazione indebita aggravata (per essersi costei appropriata degli importi relativi alla indennità da invalidità civile ed alla indennità di accompagnamento spettanti alla zia omissis da lei mensilmente riscossa nella qualità di amministratrice di sostegno) e, ritenute in suo favore le circostanze attenuanti generiche, l'ha condannata alla pena di mesi 6 di reclusione ed Euro 500 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali; ha concesso all'imputata il beneficio della sospensione condizionale e l'ha condannata a risarcire i danni patiti dalla costituita parte civile la cui quantificazione ha rimesso ad altra sede liquidando tuttavia una provvisionale immediatamente esecutiva nella misura di Euro 5.000;
2. ricorre per Cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Lecce lamentando, con un unico motivo, violazione della legge penale sostanziale con riferimento al disposto di cui all'art. 314 cod. pen.: rileva, infatti, che l'imputata si era impossessata degli importi spettanti alla parte civile agendo nella veste di amministratrice di sostegno e, dunque, rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale sicché il fatto addebitatole andava a suo avviso ricondotto nella ipotesi di cui all'art. 314 cod. pen.; richiama, a tal proposito, la giurisprudenza di questa Corte.
1. Non è in primo luogo inutile sottolineare l'ammissibilità, in rito, del presente ricorso.
1.1 Trattasi, infatti, di ricorso "per saltum" proposto dal Pubblico Ministero contro una sentenza di condanna in primo grado che deve comunque ritenersi consentito, ai sensi dell'art. 569, comma 3, cod. proc. pen., poiché incentrato sulla denuncia di un vizio di violazione di legge. Il ricorso, infatti, denuncia l'errore in cui era incorso il Tribunale nell'aver mantenuto ferma la qualificazione del fatto ascritto alla C. in termini di appropriazione indebita e non averlo invece considerato riconducibile nella fattispecie del peculato, con ogni conseguenza di legge anche in merito alla "competenza" del Tribunale in sede collegiale ai sensi del combinato disposto degli artt. 521 e 521bis cod. proc. pen..
1.2 Non è allora del tutto inutile ribadire, anche in questa occasione, che spetta al giudice dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella contenuta nell'imputazione; il principio, come chiarito da questa Corte, ha una portata generale (cfr., ad esempio, il combinato disposto degli artt. 521 e 597 comma 3 cod. proc. pen.) e deve ritenersi immanente al sistema processuale e, per questo, operante anche nel giudizio di Cassazione dove l'esatto inquadramento del fatto storico nella corretta cornice normativa è compito precipuo della Corte (cfr., Cass. Pen., 2, 20.12.2013 n. 3.211, Racic Cardazzi; Cass. Pen., 2, 22.5.2009 n. 39.841, Castellano).
1.3 Se non ché, l'esercizio di siffatto potere-dovere deve essere come è noto coordinato con i principi affermati dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che, nella nota sentenza 11 dicembre 2007, Drassich contro Italia, resa in un caso in cui una diversa definizione giuridica in peius era stata adottata proprio dalla Corte di Cassazione (e, quindi, alla conclusione dell'intero "iter" processuale), ha affermato il principio secondo cui l'imputato ha il diritto di essere informato preventivamente anche in merito alla qualificazione del fatto e deve essere posto in condizione di interloquire anche in ordine a questo aspetto tutte le volte in cui esso venga in rilievo. Questa Corte ebbe dunque a segnalare che la regola di sistema espressa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo cui la garanzia del contraddittorio deve essere assicurata all'imputato anche in ordine alla diversa definizione giuridica del fatto operata dal giudice ex officio, è coerente con il principio statuito dall'art. 111, secondo comma Cost., che investe non soltanto la formazione della prova, ma anche ogni questione che attiene la valutazione giuridica del fatto commesso. Ne consegue che si impone al giudice una interpretazione dell'art. 521 comma primo cod. proc. pen. adeguata al "decisum" del giudice europeo e ai principi costituzionali sopra richiamati (cfr., Cass. Pen., 6, 12.11.2008 n. 45.807, Drassich). La stessa Corte ha spiegato, qualche anno dopo, che il diritto del ricorrente a essere informato in modo dettagliato in merito alla natura ed ai motivi dell'accusa elevata a suo carico deve ritenersi soddisfatto quando l'eventualità di una diversa qualificazione giuridica del fatto operata dal giudice "ex officio" sia stata rappresentata al difensore dell'imputato, in modo che la parte abbia potuto beneficiare di un congruo termine per apprestare la propria difesa (cfr., Cass. Pen., 2, 15.5.2013 n. 37.413, Drassich in cui era stato inoltre precisato che l'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione EDU, così come interpretato dalla giurisprudenza della Corte Edu, può ritenersi rispettato con l'informazione al solo difensore, tenendo conto della natura tecnica del giudizio di legittimità). Nelle decisioni successive, la Corte ha chiarito che nel giudizio di legittimità, il potere della Corte di attribuire una diversa qualificazione giuridica ai fatti accertati non può avvenire con atto a sorpresa e con pregiudizio del diritto di difesa, imponendo, per contro, la comunicazione alle parti del diverso inquadramento prospettabile, con concessione di un termine a difesa, in attuazione del principio di diritto espresso dalla Corte Europea Diritti dell'Uomo (cfr., Cass. Pen., 6, 24.11.2015 n. 3.716, Caruso; Cass. Pen., 4, 12.12.2017 n. 9.133, Giacomelli, in cui la Corte ha ritenuto rispettato il principio sopra enunciato in quanto la diversa qualificazione giuridica dei fatti, operata dalla Corte medesima, era stata rappresentata, nel giudizio di cassazione, dal procuratore generale nel corso della sua requisitoria ed era stata oggetto di discussione, all'esito della quale le parti avevano rassegnato le loro rispettive conclusioni).
2. Va inoltre rilevato che il potere di qualificazione, pur esercitato nei limiti desumibili dagli arresti della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, deve comunque tener conto delle regole sulla competenza; rileva, dunque, lo stesso art. 521 cod. proc. pen. che richiede che il reato non ecceda la competenza del giudice né risulti attribuito alla cognizione del tribunale in composizione collegiale anziché monocratica mentre l'art. 521bis cod. proc. pen., a sua volta prevede che se a seguito di una diversa qualificazione giuridica il reato risulta tra quelli attribuiti alla cognizione del Tribunale per cui è prevista l'udienza preliminare e questa non si è tenuta, il giudice dispone con ordinanza la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero.
3. Venendo allora al caso di specie, le due sentenze di merito hanno confermato la condotta ascritta alla C. nell'essersi costei essersi appropriata di somme relative alla indennità civile e di accompagnamento di pertinenza della zia omissis che l'imputata procedeva a riscuotere mensilmente nella qualità di amministratrice di sostegno. Ed allora, occorre far riferimento a quanto questa Corte ha più volte avuto modo di far presente nel senso che l'amministratore di sostegno riveste la qualifica di pubblico ufficiale e perciò integra il delitto di peculato la condotta con cui si appropria delle somme di denaro di pertinenza della persona sottoposta all'amministrazione (cfr., Cass. Pen., 6, 19.5.2016 n. 29.617, Piermarini; conf., Cass. Pen., 6, 12.11.2014 n. 50.724, Insolera, nella quale si è precisato che la disciplina applicabile all' amministratore di sostegno, in particolare avendo riguardo alle disposizioni del cod. civ. che ne regolano l'attività, l'obbligo annuale di rendiconto, le limitazioni alla capacità di ricevere per testamento e per donazione, ecc., consente di attribuire a quest'ultimo, negli stessi termini del tutore, la qualifica di pubblico ufficiale). La Corte ha anzi chiarito che la natura plurioffensiva del reato di peculato implica che l'eventuale mancanza di danno patrimoniale conseguente all'appropriazione non esclude la sussistenza del reato, atteso che rimane pur sempre leso dalla condotta dell'agente l'altro interesse protetto dalla norma, diverso da quello patrimoniale, cioè quello del buon andamento della pubblica amministrazione (cfr., Cass. Pen., 6, 17.5.2018 n. 29.262, C. che, in applicazione di tale principio di diritto, ha ritenuto infondato il motivo con cui il ricorrente, condannato per il reato di cui all'art. 314 cod. pen. per essersi appropriato, quale amministratore di sostegno, del denaro destinato all'acquisto di una cappella cimiteriale per conto dell' amministrato, aveva dedotto l'assenza di qualunque danno conseguente alla propria condotta avendo lo stesso successivamente provveduto ad effettuare il pagamento dell'importo dovuto; cfr., anche, Cass. Pen., 6, 11.7.2017 n. 47.003, Sica, secondo cui non esclude il reato di peculato la circostanza che il pubblico ufficiale si appropri di somme di danaro pubblico in compensazione di crediti vantati nei confronti della amministrazione di appartenenza in quanto, salvi i casi espressamente contemplati dalla legge, non è previsto il riconoscimento dell'autotutela per la realizzazione dei propri diritti).
La condotta della C., dunque, avrebbe dovuto essere ricondotta nella fattispecie di cui all'art. 314 cod. pen..
4. In tal modo, tuttavia, finisce con l'essere ravvisato un reato punito con pena edittale massima ben superiore ad anni cinque di reclusione e per il quale, pertanto, sarebbe stata necessario celebrare l'udienza preliminare, non tenuta in quanto non necessaria per il reato di cui all'art. 646 cod. pen. originariamente contestato. E' vero che l'art. 550, comma 3, cod. proc. pen. prevede uno sbarramento, nel senso che nel caso di esercizio dell'azione penale mediante citazione diretta per reato per il quale è prevista l'udienza preliminare la relativa eccezione è proposta entro i termini di cui all'art. 491, comma 1, cod. proc. pen.; altrettanto vero che tale regola vale solo quando il reato - come originariamente qualificato - avrebbe richiesto di per sé l'udienza preliminare e non quando la necessità di siffatto passaggio procedurale consegue alla riqualificazione operata in sede di giudizio (cfr., tra le altre, Cass. Pen, 1, 4.11.2009 n. 43.230, PG in proc. Pigozzi). Deve allora concludersi nel senso che quando la Corte di Cassazione attribuisce al fatto una nuova e diversa qualificazione giuridica, con conseguente riconducibilità del reato nelle attribuzioni del tribunale in composizione collegiale e nel novero di quelli per i quali è prevista la celebrazione dell'udienza preliminare, e questa non si sia tenuta, deve annullare senza rinvio la sentenza impugnata e trasmettere gli atti al pubblico ministero presso il tribunale competente in primo grado (cfr., così, ad esempio, Cass. Pen., 6, 3.5.2016 n. 22.813, Majer). In tal modo, peraltro, con la regressione del processo, vengono ad essere salvaguardati tutti i principi posti dall'insegnamento della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo giacché, proprio per effetto di tale regressione, viene ampiamente garantito l'esercizio del diritto di difesa anche con riguardo alla conoscenza dell'esatta qualificazione del fatto.
5. In conclusione deve essere annullata la sentenza impugnata, compresa quella di primo grado, e deve essere ordinata la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero presso il Tribunale di La Spezia per l'ulteriore corso.
annulla senza rinvio la sentenza impugnata e trasmette gli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce per l'ulteriore corso.
Così deciso in Roma il 27 giugno 2019