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Timestamp: 2018-06-19 12:02:30+00:00
Document Index: 179463773

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 117', 'art. 9', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 28', 'art. 6', 'art. 30', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 10', 'art. 28', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 267', 'sentenza ', 'art. 267', 'art. 56', 'art. 49', 'art. 2', 'art. 16', 'sentenza ']

Enti on Line - Polizia Locale - Il caso Schmidberger: il giusto contemperamento tra diritti e libertà fondamentali
Il caso Schmidberger: il giusto contemperamento tra diritti e libertà fondamentali
Il caso Schmidberger
il giusto contemperamento tra diritti e libertà fondamentali
Sommario: 1. Fonti del diritto e mercato interno dell’Unione Europea – 2. Il caso Schmidberger: il contesto fattuale – 3. Le conclusioni dell’Avvocato generale – 4. La soluzione adottata dalla Corte di Giustizia.
1. Fonti del diritto e mercato interno dell’Unione Europea
L’ordinamento giuridico degli Stati membri è il prodotto di un insieme composito di fonti del diritto che, accanto alle norme interne, accoglie quelle di produzione del diritto dell’Unione europea che entrano a far parte del loro sistema giuridico, mediante un’attività di carattere istituzionale e non meramente convenzionale.
Nella gerarchia delle fonti interne dell’ordinamento italiano, ad esempio, il diritto comunitario (suddiviso in diritto primario ovvero trattati e principi generali, e diritto derivato in base ai trattati), occupa una posizione di rilievo, per cui con «la ratifica dei Trattati comunitari, l’Italia è entrata a far parte di un ordinamento giuridico autonomo e coordinato con quello interno, ed ha trasferito, in base al citato art. 11 Cost., l’esercizio di poteri, anche normativi, nelle materie oggetto dei Trattati medesimi. Le norme dell’Unione europea vincolano in vario modo il legislatore interno, con il solo limite dell’intangibilità dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inviolabili dell’uomo, garantiti dalla Costituzione»1; invero, la produzione della legislazione nazionale interna si esercita «nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» (cfr., art. 117 Cost.). Analoghe disposizioni si ritrovano in altre costituzioni, si veda quella austriaca che all’art. 9 (alla stregua dell’art. 11 della Costituzione italiana) acconsente a limitazioni di sovranità della Federazione per legge o per accordo internazionale ratificato ad organizzazioni interstatali e sovranazionali (cfr., UE).
La scelta di questo modello affonda le radici nella volontà di creare un ordinamento giuridico sovranazionale dotato di personalità giuridica ovvero l’UE, istituita con il Trattato di Roma del 1957, che aveva posto quale obiettivo immediato la realizzazione di un mercato comune e il ravvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, finalizzato al conseguimento di un’espansione equilibrata con l’idea che le persone, i beni e i servizi possano circolare liberamente attraverso le frontiere.
Questi fini teologici della Comunità Economica Europea sono stati poi integrati nel tempo (si pensi ai Trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Nizza), ma è con l’atto unico europeo del 1986 che inizia ad emergere la tutela dedicata ai cosiddetti diritti fondamentali, per cui l’UE diventa sempre più stretta, decidendo di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni (cfr., si veda il preambolo della CEDU). Ciò ha prodotto una vera e propria metamorfosi del «mercato comune» in «uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali2». Accanto alla produzione normativa, si aggiunge il ruolo sempre più importante che negli anni hanno assunto le Corti sovranazionali come la Corte di giustizia, nata per garantire che il diritto dell’UE venga interpretato e applicato allo stesso modo in ogni paese europeo, per cui incombe in capo a tale organo il gravoso compito di individuare quali diritti considerare fondamentali alla luce delle tradizioni costituzionali comuni e dei trattati internazionali, nonché di delinearne il contenuto e la portata.
Il pluralismo ermeneutico e normativo che ne è derivato ha prodotto inevitabili ripercussioni sulla corretta e uniforme interpretazione del diritto positivo che non può più identificarsi solo con quello dell’ordinamento interno di ogni Stato membro3.
Uno dei temi più accesi in ambito europeo è, sicuramente, il contemperamento tra diritti e libertà, categorie concettuali conosciute e rilevanti per ogni Stato membro.
I diritti dell’uomo sono - da sempre - una delle principali priorità del Parlamento europeo, valori sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali (Nizza, 20 dicembre 2000), che con il Trattato di Lisbona (dicembre 2009) hanno acquistato un valore giuridico vincolante: l’art. 2 del TUE afferma che «l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze»; per cui l’espressione “libertà”, rievoca il pilastro sul quale si fonda l’intera disciplina dell’UE, tra cui si annovera la libertà di circolazione che consente e realizza la pienezza del mercato interno, nei diversi ambiti: merci, persone, stabilimento, servizi e capitali4.
2. Il caso Schmidberger: il contesto fattuale
Nel caso Schmidberger, la Corte di giustizia ha affrontato, per la prima volta, «il problema della necessaria conciliazione tra le esigenze di tutela dei diritti fondamentali nella Comunità con quelle derivanti da una libertà fondamentale sancita dal Trattato». È evidente che trattasi di una questione che dischiude molte problematiche in quanto è difficile raggiungere un perfetto equilibrio tra libertà economiche, che rappresentano una componente essenziale nella stessa realizzazione del mercato interno e diritti fondamentali, la cui tutela è innegabile all’uomo, sia come singolo sia come membro di una comunità.
Il rinvio pregiudiziale sollevato dinanzi alla Corte di giustizia scaturiva da una controversia che opponeva un’impresa tedesca di trasporti internazionali, la Schmidberger, alle autorità austriache, proposta dalla Corte d’appello regionale di Innsbruck (cfr., Oberlandesgericht, Austria).
La Schmidberger è un’impresa di trasporti di medie dimensioni con sede in Germania, che effettua spedizioni fra la suddetta regione e il Nord d’Italia utilizzando l’autostrada del Brennero; si segnala sin da subito che, in questo tratto, le principali vie di transito tra l’Italia settentrionale e la Germania meridionale passano proprio attraverso le Alpi, con chiara limitazione del numero di strade alternative percorribili.
Questa collocazione geografica, oggettivamente, determina una concentrazione dei passaggi degli automezzi in quel punto, con possibili ripercussioni sulla qualità della salute ambientale; per questi motivi, nel 1996 venne siglata una Convenzione alpina (approvata dall’UE) per sensibilizzare il rischio derivante da danni ecologici a causa dall’eccessiva concentrazione di automezzi su quel tratto e questi impegni vennero recepiti delle autorità austriache e tradotti in regole finalizzate alla regolamentazione del traffico (es. il divieto generale per il traffico degli automezzi pesanti dalle ore 15 alla mezzanotte del sabato, dalla mezzanotte alle ore 22 della domenica e durante i giorni festivi e, per gli autoveicoli che superano determinati livelli di rumorosità, tutte le notti dalle ore 22 alle ore 5 del mattino). La suddetta convenzione, come è stato recentemente affermato dagli organi EU, svolge un ruolo importante per promuovere lo sviluppo sostenibile nella regione alpina […] è un importante strumento internazionale per la tutela dell’ecosistema alpino, che garantisce l’integrazione delle istanze ambientali e sociali in vari settori diversi della vita economica (cfr., Interrogazione parlamentare scritta E-1951/01 e E-1952/015).
Il 15 maggio 1998, il Transitforum Austria Tirol (associazione per la difesa dell’ambiente), annunciava alle competenti autorità austriache l’intento di organizzare una manifestazione su un tratto dell’autostrada del Brennero adiacente al confine italiano, che avrebbe prodotto un blocco nella circolazione stradale tra le ore 11 di venerdì 12 giugno 1998 e le ore 15 di sabato 13 giugno 1998; la scelta del giorno, tuttavia, si poneva a cavallo tra la festività del giovedì 11 giugno di quell’anno (festa nazionale in Austria) e dei giorni successivi alla manifestazioni che cadevano di sabato 13 e domenica 14 giugno per i quali sarebbero scattate le ordinarie restrizioni del fine settimana.
Gli scopi della manifestazione, tuttavia, apparivano meritevoli ovvero sensibilizzare le autorità nazionali e l’UE nell’adozione di procedure finalizzare a rafforzare le misure dirette a limitare e a ridurre il traffico di automezzi pesanti sull’autostrada del Brennero, nonché il conseguente inquinamento; proprio per questi motivi, le autorità austriache non riscontravano ragioni ostative all’evento e ne autorizzavano lo svolgimento, adoperandosi di rendere edotti i cittadini mediante divulgazioni e l’indicazione delle strade alternative di percorrenza ovvero mezzi di trasporto alternativi (cfr., treni supplementari).
Il giorno della manifestazione l’autostrada rimaneva completamente chiusa al traffico dalle ore 9 del 12 giugno fino alle ore 15.30 del 13 giugno e veniva riaperta al traffico di mezzi pesanti alle ore 22 del 14 giugno. Di fatto, la festività del giovedì e la sopravvenienza delle ordinarie restrizioni del weekend si traducevano in una contrazione del traffico di quattro giorni. L’adozione delle precauzioni non riusciva a scongiurare, quindi, una paralisi della circolazione sull’autostrada per quasi trenta ore che, coinvolgeva, anche automezzi dell’impresa Schmidberger.
A questo punto, l’azienda tedesca conveniva lo Stato austriaco dinanzi ai giudici nazionali, accusandolo di non aver ottemperato al proprio obbligo di garantire la libera circolazione delle merci, per cui era responsabile per non aver attivato tutte le procedure volte al mantenimento delle vie nodali di transito per garantire la libera circolazione delle merci nello spazio interno EU; per cui la Schmidberger invocava un risarcimento dei danni subiti in costanza dei tempi di immobilizzazione dovuti al blocco del traffico e, di conseguenza, del mancato guadagno.
Il ricorso, in primo grado, veniva respinto in quanto a detta degli organi giudicanti la ricorrente non era riuscita a dimostrare che le perdite subite fossero dipese dal blocco del traffico; ed invero, il diritto austriaco esigeva una prova effettiva e non ipotetica affinché potesse sorgere un diritto al risarcimento.
In sede di appello, tuttavia, l’organo giudicante decideva di sottoporre alla Corte di giustizia alcune questioni pregiudiziali ed, in particolare, se i principi fondamentali della libera circolazione delle merci in ambito comunitario vadano applicati nel senso di imporre ad uno Stato membro l’obbligo di garantire vie nodali di transito almeno possibili e praticabili e, conseguentemente, valutare la legittimità di una previsione di uno Stato membro in materia di diritto di riunione e libertà di riunione che non richiami il rispettato dei principi del diritto comunitario.
I poli dialettici del conflitto erano stati così evidenziati nel punto n. 4 delle richieste pregiudiziali sollevate con ordinanza 1 febbraio 2000 dalla Corte austriaca (cfr., Oberlandesgericht, Innsbruck) ovvero «Se l’obiettivo di una manifestazione a carattere politico autorizzata dalle autorità, consistente nell’attivarsi per un ambiente salubre e nel richiamare l’attenzione sui pericoli per la salute della popolazione connessi al traffico di automezzi pesanti costantemente in aumento, debba essere collocato a un livello di importanza maggiore rispetto alle norme del diritto comunitario in materia di libera circolazione delle merci ai sensi dell’art. 28 CE».
Si poneva l’esigenza di valutare interessi entrambi meritevoli di tutela per il diritto comunitario e per lo stesso Stato membro: la libertà di circolazione delle merci6 e la libertà di sciopero, concepito come il prodotto congiunto della libertà di espressione e di riunione dall’altro.
A propria difesa, il governo austriaco sosteneva di aver deciso in modo ragionevole, applicando la normativa in materia7, adottando tutte le precauzioni possibili (annunciando l’evento e proponendo soluzioni alternative), ritenendo che, nel caso di specie, veniva in rilievo l’espressione dell’inalienabile diritto democratico di riunione dei manifestanti; non c’erano ragioni ostative per applicare l’ipotesi di cui all’art. 6 della Legge sulle riunioni austriache per cui «Devono essere vietate dall’autorità le riunioni il cui scopo sia contrario alle leggi penali, od il cui svolgimento metta in pericolo la pubblica sicurezza o il pubblico interesse».
Il punto nodale della questione può essere così sinterizzato: la compressione di una libertà fondamentale dell’UE può essere legittima con un’autorizzazione da parte delle autorità austriache che richiami solo il diritto nazionale? Lo Stato austriaco - di fatti - a sostengo delle sue argomentazioni non invocava i motivi di cui all’art. 30 TCE (cfr., moralità pubblica, ordine pubblico, pubblica sicurezza, tutela della salute e della vita delle persone e degli animali, ad esempio) ma l’esigenza di tutelare i diritti fondamentali, sanciti dalla propria Costituzione. Ergo, la pretesa risarcitoria da parte dell’azienda si fondava sul mancato richiamo alla normativa del diritto comunitario che imponeva un obbligo di cooperazione ex art. 10 CE tra Stati membri.
L’Avvocato generale, in primo luogo, evidenziava la legittimità della pretesa risarcitoria dell’impresa sciogliendo i dubbi di ricevibilità avanzati dal governo austriaco8, sostenendo che «fin dalla sentenza Francovich è stato chiaro che gli Stati membri possono essere chiamati a rispondere dei danni causati ad un soggetto a causa del mancato rispetto del diritto comunitario» (punto 20)9 e che viene corrisposto in presenza «di tre condizioni, vale a dire che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire diritti ai singoli, che si tratti di violazione sufficientemente caratterizzata e che esista un nesso causale diretto tra la violazione dell’obbligo incombente allo Stato e il danno subito dai soggetti lesi»10.
Successivamente, passava al cuore delle pregiudiziali, ricordando, in primis, che le «disposizioni del Trattato sono dotate di efficacia diretta e non hanno bisogno di essere specificamente trasposte nel diritto interno», focalizzando la questione nei seguenti termini: «occorre decidere nel presente caso non […]di un conflitto» tra libertà ma valutare se «uno Stato membro può essere colpevole di una violazione del diritto comunitario quando ostacoli alla libera circolazione delle merci […] conseguenza del fatto che esso non si è attivato per impedire simili atti»; per cui è l’obiettivo perseguito dalle autorità nel consentire lo svolgimento della manifestazione (punto 59) che deve essere valutato onde comprendere se e in che misura queste ultime abbiano violato il diritto comunitario.
Fatte queste premesse, l’Avvocato generale, tuttavia, «concorda con il governo austriaco sul fatto che non può sussistere un obbligo assoluto di garantire che, anche sulle vie di transito nodali, le merci possano circolare senza ostacoli in ogni momento e a qualunque costo e che il mancato adempimento di tale dovere costituisce sempre una violazione del diritto comunitario», ma nel caso di specie, «il blocco non era inevitabile […] e poteva in linea di principio costituire una restrizione della libera circolazione delle merci» (punto 63) anche in considerazione del fatto che in «tutto il commercio via terra tra l’Italia e il resto della Comunità transita attraverso una delle pochissime strade alpine».
Queste considerazioni, portano alla considerazione che gli eventi così come presentati avevano - oggettivamente - comportato «un ostacolo alla libera circolazione delle merci troppo rilevante» (punto 67)11; la violazione del diritto comunitario era potenzialmente ipotizzabile – tra l’altro – anche invocando il regolamento EU n. 2679/98 che definisce gli obblighi degli Stati membri in materia di libera circolazione delle merci che possono dare origine ad ipotesi di responsabilità derivante sia da azione che da inazione, quando non si adottino misure necessarie e proporzionate al fine di rimuovere ostacoli che impediscano il godimento della libertà.
Fatte queste premesse, l’Avvocato generale prima di offrire la sua conclusione, segnala come il caso potesse essere annoverato tra «il primo in cui uno Stato membro ha invocato la necessità di tutelare diritti fondamentali per giustificare la restrizione ad una delle libertà fondamentali del Trattato», richiamando, tuttavia, la «propria costituzione» (punto 89). A questo punto, riconosce che esistono delle naturali «divergenze fra le categorie dei diritti fondamentali degli Stati membri, che sovente sono il riflesso della storia e della particolare cultura politica di un determinato Stato» (punto 97) ma, nel caso in questione, gli interessi rilevanti in conflitto erano pienamente riconosciuti anche dai Trattati (cfr., art. 28 CE e dalla CEDU (art. 10 e 11, tutela la libertà di opinione e di riunione); ne consegue che «se uno Stato membro intende tutelare i diritti fondamentali sanciti dal diritto comunitario, esso necessariamente persegue un obiettivo legittimo. Il diritto comunitario non può impedire agli Stati membri di perseguire obiettivi che sono imposti dalla stessa Comunità» (punto 102), quand’anche non li abbia espressamente richiamati ma, nel concreto, ne faccia proprio il contenuto.
La mancata restrizione invocata dell’impresa ricorrente, avrebbe compromesso un’altra libertà, tutelata allo stesso modo anche in ambito comunitario. Unica strada percorribile, quindi, è la valutazione ex post del potere discrezionale di cui sono titolari le autorità (austriache): una restrizione di una libertà (di circolazione merci) per essere legittima deve essere proporzionale rispetto allo scopo perseguito (ovvero la tutela di un’altra libertà, di opinione e di riunione).
In definitiva, per l’Avvocato generale, «nelle circostanze del caso in esame non vi è stata alcuna violazione dell’art. 28 CE» (punto 112).
4. La soluzione adottata dalla Corte di Giustizia
La Corte di giustizia, superata preliminarmente la questione sulla ricevibilità del ricorso rilevando anch’essa che «s’i inserisce incontestabilmente nell’ambito di una controversia reale ed effettiva» (punto 36)12, offre una soluzione ermeneutica che passa per l’adozione del criterio del contemperamento degli interessi in conflitto.
Considerato il ruolo fondamentale attribuito alla libera circolazione delle merci nel sistema comunitario (cfr., artt. 3, 7, 30, 34 del Trattato CE), ciascuno Stato membro ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie ed appropriate per eliminare qualsiasi ostacolo che s’interpone a tutte le forme di circolazioni e tale obbligo «è ancor più essenziale quando si tratta di un asse stradale di primaria importanza, quale l’autostrada del Brennero, che rappresenta una delle principali vie di comunicazione terrestri per gli scambi tra l’Europa settentrionale ed il nord dell’Italia» (punto 64).
Tali libertà, riconducibile nei principi cardine su cui si fonda l’UE vanno, tuttavia, rilette e valutate alla luce di altri interessi ovvero i c.d. diritti fondamentali dell’UE, confluiti nella CEDU che, alla stregua dei primi, «fanno parte integrante dei principi generali del diritto dei quali la Corte garantisce l’osservanza» (punto 71) e arricchiscono i criteri di valutazione cui far riferimento nelle decisioni adottate dalle Corti sovranazionali; ne discende che «la tutela di tali diritti rappresenta un legittimo interesse che giustifica, in linea di principio, una limitazione degli obblighi imposti dal diritto comunitario, ancorché derivanti da una libertà fondamentale garantita dal Trattato, quale la libera circolazione delle merci» (punto 74); è pur vero, infatti, che la libera circolazione delle merci rappresenta uno degli assi portanti del sistema europeo ma il Trattato (si veda l’art. 36, ad esempio) prevede anche l’ipotesi di restrizioni e lo stesso vale per i diritti fondamentali; questa previsione, viene interpretata dalla Corte di giustizia nel senso che il legislatore europeo, in questi casi, non ha disciplinato «prerogative assolute» ma il contenuto di questi interessi va considerato «alla luce della loro funzione sociale» (punto 80).
Un passo significativo della sentenza che si annota, si legge proprio nel definitivo superamento da parte della Corte di giustizia nell’adozione di una medesima valutazione rispetto agli interessi fondamentali su cui si poggia l’UE, per cui non tutti i diritti ovvero i principi, ancorché qualificati come fondamentali, hanno la stessa valenza ma si deve distinguere tra quelli “assoluti” (che non ammettono deroghe, come ad esempio il diritto alla vita), e quelli “relativi” (cui è prevista la derogabilità).13
Su queste premesse, i giudici di Lussemburgo, approdano ad una soluzione già paventata dall’Avvocato generale (sebbene nei termini in precedenza esaminati) ovvero che, in questi casi, occorre effettuare un bilanciamento tra gli interessi in gioco che passa, necessariamente, per la valutazione del potere discrezionale esercitato dagli Stati membri rispetto all’obiettivo perseguito.
Sebbene la Corte evidenzi che la decisione adottata dalle autorità competenti austriache abbia comportato «normalmente taluni inconvenienti per le persone che non vi partecipano» (punto 91), l’adozione di un divieto puro e semplice della manifestazione avrebbe rappresentato «un’inaccettabile interferenza nei diritti fondamentali dei manifestanti di riunirsi e di esprimere pacificamente la loro opinione in pubblico» (punto 89).
Il provvedimento adottato dalle autorità austriache, quindi, non poteva essere giudicato illegittimo rispetto agli artt. 30 e 34 del Trattato, letti in combinato disposto con l’art. 5, per cui non era addebitabile nessuna responsabilità dello Stato membro (punto 95).
La Corte di giustizia arriva a questa soluzione dopo aver riconosciuto che i diritti fondamentali, in quanto principi generali dell’EU, devono essere collocati sul medesimo piano delle libertà sancite nel Trattato EU, valori implicitamente riconosciuti da tutti gli ordinamenti che, in quanto Stati membri esprimo una parte integrante di un medesimo “progetto di unione europea”. È di palmare evidenza che solo ipotizzando un’analoga collocazione gerarchica tra interessi in gioco è possibile l’adozione del criterio del giusto contemperamento e ciò ha portato ad un approccio esegetico che si inserisce nella rinnovata stagiona operativa della Corte di giustizia che si propone agli Stati membri con il ruolo di giudice “costituzionale”14.
La Corte sovranazionale, infatti, dopo aver valutato che gli interessi in conflitto erano meritevoli di tutela nonché «fondamentali» ma nessuno di essi poteva essere definito «assoluto», ha ritenuto di non poter risolvere il contrasto con la preminenza di uno piuttosto che di un altro, ma attraverso un contemperamento15.
Tra gli aspetti più interessanti della sentenza Schmidberger si segnala, inoltre, il profondo cambiamento nell’approccio dalla Corte di giustizia in materia di primato del diritto comunitario sugli Stati membri; ed invero, piuttosto che invocare sic et simpliciter il “mero” rispetto della supremazia del diritto comunitario, i giudici di Lussemburgo, hanno preferito intraprendere una soluzione alternativa, rilevando che il conflitto tra un principio fondamentale EU ed un diritto fondamentale EU aveva ad oggetto non norme appartenenti a sistemi giuridici diversi ma allo stesso ordinamento ovvero quello comunitario che ingloba il diritto di tutti gli Stati membri non per mera soggezione ma per mezzo di una cooperazione responsabile tra Stati membri.
Questa impostazione si traduce in una nuova lettura del principio del primato del diritto dell’UE che viene sostanzialmente mitigato proprio dall’introduzione del criterio del bilanciamento e cede il passo ad un atteggiamento della Corte di giustizia che, in veste di giudice nomofilattico europeo, ricerca soluzioni ermeneutiche dimostrino e rafforzino la compatibilità tra i valori giuridici dell’ordinamento dell’UE e quello degli Stati membri.
L’applicazione del primato del diritto comunitario su quello interno - di fatto - tenderebbe ad imporre una rigida uniformità delle norme dell’Unione con un conseguenziale appiattimento delle realtà degli ordinamenti degli Stati membri; a tal proposito, si ricordino le osservazioni dello stesso Avvocato generale che riconosce l’esistenza di «naturali divergenze fra le categorie dei diritti fondamentali degli Stati membri, che sovente sono il riflesso della storia e della particolare cultura politica di un determinato Stato» (punto 97).
Ciascuna Corte e ciascun ordinamento è e rimane, quindi, espressione di una propria cultura identitaria e di proprie peculiarità costituzionali di ciascuno Stato membro che va armonizzandosi nel mercato comune dove ogni cittadino europeo, con la sua “diversità” ritrova la sua “identità” europea.
Le naturali differenze tra Stati possono trovare una naturale convergenza proprio attraverso il criterio del contemperamento che, attraverso un approccio universale non neghi dell’esistenza di differenze tra ordinamenti degli Stati membri ma ne ricomponga un significato democraticamente riconoscibile a tutti e valido per tutti. Se è evidente che i giudici di Lussemburgo non siano “formalmente” competenti ad interpretare le norme costituzionali degli Stati membri nazionali ed a definire quali siano quelle disposizioni che caratterizzano l’identità di uno Stato membro, è essenziale, allora, lo sviluppo di un dialogo sempre più diretto tra Corti costituzionali e Corte di giustizia al fine di far convergere le decisioni verso l’unità e la certezza del diritto europeo.
La pronuncia in commento, attenuando il principio di preminenza del diritto dell’UE si traduce, di fatto, nel riconoscimento di un pluralismo giuridico convergente tra Stati membri; ed invero, anche la Corte costituzionale ha, nel tempo, aperto la via al contemperamento tra principi di diversa origine, utilizzando il criterio di bilanciamento tra diritti fondamentali garantiti da Trattati e Convenzioni internazionali che, per il tramite dell’art. 117 cost. assumono una rilevanza costituzionale alla stregua delle norme costituzionali, vincoli che s’impongono anche al legislatore nazionale e regionale16. Questo non significa subordinazione rispetto al legislatore europeo ma corretta definizione di ruoli e funzioni tra organi che appartengono ad un’unica realtà ovvero l’UE; a tal proposito, la Consulta, si è espressa nei seguenti termini: «Alla stregua della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e di questa Corte, sono ormai stati definiti con chiarezza i ruoli che, rispetto al rinvio pregiudiziale d’interpretazione, prefigurato dall’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), sono attribuiti ai giudici nazionali comuni, alla Corte costituzionale ed alla Corte di giustizia. I giudici nazionali le cui decisioni sono impugnabili hanno il compito di interpretare il diritto comunitario e se hanno un dubbio sulla corretta interpretazione hanno la facoltà e non l’obbligo di operare il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia per ottenerla e farne applicazione, se necessario a preferenza delle contrastanti norme nazionali. Il giudice di ultima istanza, viceversa, ha l’obbligo di operare il rinvio, a meno che non si tratti di una interpretazione consolidata e in termini o di una norma comunitaria che non lascia adito a dubbi interpretativi (Corte di giustizia, CILFIT S.r.l. ed altri contro il Ministero della sanità, causa C-283/81, sentenza 6 ottobre 1982). Quanto alla Corte costituzionale, essa, con l’ordinanza n. 103 del 2008, ha chiarito il suo ruolo alla stregua dell’art. 267 del TFUE in un giudizio principale, conservando la propria competenza ad interpretare il diritto comunitario quando non sia necessario il rinvio alla Corte di giustizia. La questione pregiudiziale di legittimità costituzionale sarebbe invece inammissibile, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ove il giudice rimettente chiedesse la verifica di costituzionalità di una norma, pur esplicitando un dubbio quanto alla corretta interpretazione di norme comunitarie ed un contrasto con queste ultime; il dubbio sulla compatibilità della norma nazionale rispetto al diritto comunitario va risolto, infatti, eventualmente con l’ausilio della Corte di giustizia, prima che sia sollevata la questione di legittimità costituzionale, pena l’irrilevanza della questione stessa (sentenze n. 284 del 2007 e n. 170 del 1984)».17
In definitiva, i diritti e le libertà fondamentali dell’UE svolgono una funzione guida sia per le Corti nazionali sia per le Corti sovranazionali, la cui ratio va ricondotta nell’identificazione di un’identità condivisa da tutti gli Stati membri, per cui i valori che costituiscono espressione delle identità nazionali non costituiscono limiti invalicabili da opporre alle norme europee ma principi che vanno contemperati con altri principi.
1 Corte Costituzionale, 2 aprile 2012, n. 86.
2 Mercato interno, Commissione europea Direzione generale della Comunicazione Informazioni per i cittadini, Lussemburgo, 2014.
3 MANES, Il giudice nel labirinto. Profili delle intersezioni fra diritto penale e fonti sovranazionali, Roma, 2012.
4 Cui si aggiunge il diritto alla libertà e alla sicurezza, rispetto della vita privata e della vita familiare, protezione dei dati di carattere personale, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di espressione e d’informazione, libertà di riunione e di associazione, libertà delle arti e delle scienze, diritto all’istruzione, libertà professionale e diritto di lavorare, libertà d’impresa, diritto di proprietà, diritto di asilo, protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione.
5 Il 14 maggio 1991 il Consiglio EU autorizzato la Commissione a partecipare ai negoziati per la stesura della convenzione alpina e dei relativi protocolli. Il protocollo viene aperto alla firma delle parti contraenti (tra cui l’Austria) firmato a Lucerna 31 ottobre 2000; tale convenzione è stata modificata dalla Decisione del consiglio del 12 ottobre 2006 (2007/799/CE).
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex:32007D0799
6 Le libertà di circolazione di merci, servizi, capitali e persone, rientrano tra le disposizioni fondamentali del TCE, principi cardine dell’UE, per cui il Trattato sancisce, relativamente a dette libertà, diversi regimi giuridici, in rapporto di mutua esclusione tra loro, con l’effetto che l’attuazione delle norme riferite ad una libertà non consente un ‘applicazione concorrente delle disposizioni relative alle altre. Il fondamento della libertà di Circolazione di servizi è rintracciabile nell’art. 56 TFU quale risulta a seguito delle modifiche adottate dal trattato di Lisbona e la libertà di stabilimento è regolata all’art. 49 TFU.
7 L’art. 2 del Versammlungsgesetz (Legge sulle riunioni) del 1953, come in seguito modificato dispone: «Chiunque intenda organizzare una manifestazione pubblica, o in generale una riunione aperta al pubblico non limitata a persone designate, deve darne preavviso per iscritto all'autorità (art. 16) almeno 24 ore prima della data prevista, indicando lo scopo, il luogo e la data della riunione. Il preavviso deve pervenire all'autorità, al più tardi, 24 ore prima della data della riunione in programma».
8 Martines, Il mercato intero dell’Unione Europea, Maggioli, 2014.
9 Conclusioni presentate dall’Avvocato generale Jacobs, l’11 luglio 2002, relativamente alla C-112/00, Eugen Schmidberger Internationale Transport Planzüge contro la Repubblica d’Austria.
10 A tal proposito, evidenziava, che il rigetto della pretesa risarcitoria da parte dei giudici nazionali dipendeva, essenzialmente, dalla mancata acquisizione di una prova invocata dall’attore ovvero un resoconto delle cognizioni e dell’opinione di un consulente di parte in quanto la normativa nazionale imponeva un obbligo di presentare prove direttamente e verbalmente al giudice; tale previsione, a giudizio dell’Avvocato generale, rendeva eccessivamente difficile l’esercizio di un ricorso.
11 L’Avvocato generale richiama a sostegno di tale orientamento anche un’altra pronuncia ovvero la sentenza 9 dicembre 1997, causa C-265/95, Commissione/ Francia, dove fu constatata l’inerzia delle autorità francesi rispetto ad atti di violenza commessi da singoli e da movimenti rivendicativi di agricoltori francesi contro prodotti agricoli provenienti da altri Stati membri. Tali atti consistevano, in particolare, nell’intercettazione di camion che trasportavano dette merci nel territorio francese e nella distruzione del loro carico, in violenze contro i conducenti, in minacce profferte contro supermercati francesi che vendevano prodotti agricoli originari di altri Stati membri, nonché nel danneggiamento di tali merci esposte negli esercizi commerciali francesi. Conclusioni presentate dall’Avvocato generale Jacobs, l’11 luglio 2002, relativamente alla C-112/00, Eugen Schmidberger Internationale Transport Planzüge contro la Repubblica d’Austria.
12 CGCE, 12 giugno 2003, C-112/00, Eugen Schmidberger Internationale Transport Planzüge contro la Repubblica d’Austria.
13 Proprio su quest’ultimo aspetto si colloca una posizione di parte della dottrina che ha rilevato che questa nuova chiave di lettura abbia fatto emergere una sorta di “doppia anima” della Carta dei diritti fondamentali, spezzando in due il tessuto dei diritti fondamentali dell’UE. Trucco, Carta dei diritti fondamentali e costituzionalizzazione dell’Unione Europea: Un’analisi delle strategie argomentative e delle tecniche decisorie a Lussemburgo, Giappichelli, 2013.
14 Biondi, Free Trade, a Mountain Road and the Right to Protest: European Economic Freedom and Fundamental Individual Rights, in EHRLRew., 2004.
15 Orlandi, L’evoluzione del primato del diritto dell’Unione Europea, Utet, 2012.
16 Corte Costituzionale, 2 aprile 2012, n. 86.
17 Corte Costituzionale, 21 marzo 2012, n. 75.