Source: https://www.laleggepertutti.it/275158_comuni-no-al-debito-per-finanziare-la-spesa-corrente
Timestamp: 2019-03-19 02:51:37+00:00
Document Index: 157621174

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 243']

15 Febbraio 2019 | Autore: Paolo Rosa
Si scarica sulle generazioni future e viola il principio di rappresentanza democratica: la sentenza della Corte Costituzionale.
È incostituzionale la disposizione che consente agli enti locali in stato di predissesto di ricorrere all’indebitamento per gestire in disavanzo la spesa corrente per un trentennio. Lo ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n. 18 depositata il 14 febbraio (relatore Aldo Carosi).
La pronuncia della Consulta. La procedura di prevenzione dal dissesto degli enti locali è costituzionalmente legittima solo se supportata da un piano di rientro strutturale di breve periodo. Il legislatore statale – sulla base dei principi del federalismo solidale – può destinare nuove risorse per risanare gli enti che amministrano le comunità più povere ma non può consentire agli enti, che presentano bilanci strutturalmente deficitari, di sopravvivere per decenni attraverso la leva dell’indebitamento. Quest’ultimo, ha rilevato la Corte, deve essere riservato, in conformità all’articolo 119, sesto comma, della Costituzione, alle sole spese di investimento (cosiddetta regola aurea). Per la prima volta la Consulta è stata chiamata a pronunciarsi su una questione incidentale promossa da una sezione regionale della Corte dei conti in sede di controllo sulla corretta attuazione della procedura di predissesto degli enti locali. La disposizione annullata è stata dichiarata in contrasto con gli articoli 81 e 97 della Costituzione sotto tre diversi profili: violazione dell’equilibrio del bilancio, in relazione alla maggiore spesa corrente autorizzata nell’arco del trentennio; violazione dell’equità intergenerazionale, per aver caricato sui futuri amministrati gli oneri conseguenti ai prestiti contratti nel trentennio per alimentare la spesa corrente; violazione del principio di rappresentanza democratica, in quanto sottrae agli elettori e agli amministrati la possibilità di giudicare gli amministratori sulla base dei risultati raggiunti e delle risorse effettivamente impiegate nel corso del loro mandato. “La regola aurea contenuta nell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione dimostra – si legge nella sentenza – come l’indebitamento debba essere finalizzato e riservato unicamente agli investimenti in modo da determinare un tendenziale equilibrio tra la dimensione dei suoi costi e i benefici recati nel tempo alle collettività amministrate. Di fronte all’impossibilità di risanare strutturalmente l’ente in disavanzo, la procedura del predissesto non può essere procrastinata in modo irragionevole, dovendosi necessariamente porre una cesura con il passato”.
L’ordinamento finanziario – contabile prevede, in via gradata:
a) l’immediata copertura del deficit entro l’anno successivo al suo formarsi;
b) il rientro entro il triennio successivo, in chiaro collegamento con la programmazione triennale, all’esercizio in cui il disavanzo viene alla luce;
c) il rientro in un tempo comunque anteriore alla scadenza del mandato elettorale nel corso del quale tale disavanzo si è verificato.
Correttamente la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della norma censurata perché avrebbe consentito di aggirare il principio d’intangibilità della procedura di prevenzione del dissesto.
La lunghissima dilazione temporale, nel caso di specie trentennale, finisce per confliggere con elementari principi di equità intergenerazionale, atteso che sugli amministrati futuri verranno a gravare sia risalenti e importanti quote di deficit, sia la restituzione dei prestiti autorizzati nel corso della procedura di rientro dalla norma impugnata.
Ciò senza contare gli ulteriori disavanzi che potrebbero maturare negli esercizi intermedi, i quali sarebbero difficilmente separabili e imputabili ai sopravvenuti responsabili.
Uno scenario di tal genere mina alla radice la certezza del diritto e la veridicità dei conti, nonché il principio di chiarezza e univocità delle risultanze di amministrazione più volte enunciato dalla Corte Costituzionale.
Così facendo si viene altresì a eludere il principio di responsabilità nell’esercizio della rappresentanza democratica che risiede innanzitutto nel consentire agli Enti locali coinvolti nella procedura di predissesto, e che non sono in grado o non intendono rispettare i termini e le modalità del piano di rientro:
a) di non ottemperare alle prescrizioni della Magistratura vigilante e di evitare comunque la dichiarazione di dissesto;
b) di scaglionare in un trentennio gli accantonamenti inerenti al rientro del disavanzo;
c) di confermare il programma antecedente di pagamento dei creditori;
d) di aggirare le complesse procedure di verifica di congruità e sostenibilità del piano.
La Corte Costituzionale è già intervenuta in passato per ammonire circa l’incremento del deficit strutturale e dell’indebitamento per la spesa corrente affermando l’impraticabilità di soluzioni che trasformino il rientro dal deficit e dal debito in una deroga permanente e progressiva al principio dell’equilibrio del bilancio.
La Corte Costituzionale ha già sottolineato la pericolosità dell’impatto macroeconomico di misure che determinino uno squilibrio nei conti della finanza pubblica allargata e la conseguente necessità di manovre finanziarie restrittive che possono gravare più pesantemente sulle fasce deboli della popolazione.
Ciò senza contare che il succedersi di norme che diluiscono nel tempo obbligazioni passive e risanamento sospingono inevitabilmente le scelte degli amministratori verso politiche di corto respiro, del tutto subordinato alle contingenti disponibilità di cassa.
L’equità intergenerazionale comporta, altresì, la necessità di non gravare in modo sproporzionato sulle opportunità di crescita delle generazioni future, garantendo loro risorse sufficienti per un equilibrato sviluppo.
Trattasi di principi assolutamente condivisibili e molto puntuali che, mutatis mutandis, possono essere traslati nel campo previdenziale proprio per garantire l’equità intra e intergenerazionale.
Corte Costituzionale sentenza 5 dicembre 2018 – 14 febbraio 2019, n. 18
L’originario ordito normativo, sulla base del quale era stato approvato dalla Corte dei conti e dalla commissione per la finanza e gli organici degli enti locali (art. 155 del T.U. enti locali) il piano di rientro per prevenire il dissesto, presentava adeguati caratteri strutturali.
Il piano si basava, infatti, sulla verifica ex art. 243-quater del T.U. enti locali ed era articolato su un arco di tempo decennale, più vasto di quello ordinario, ma comunque inferiore di due terzi rispetto alla previsione della norma censurata. Inoltre, era asseverato da analisi indipendenti dei due organi sopra citati in termini di sostenibilità e adeguatezza temporale delle condizioni finalizzate a superare le situazioni di squilibrio evitando così il dissesto.