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Timestamp: 2019-02-20 08:30:28+00:00
Document Index: 32682354

Matched Legal Cases: ['art. 349', 'art. 44', 'art. 81', 'art. 2', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 110', 'art. 29', 'art. 40', 'art. 20', 'art. 44', 'art. 40']

http://www.avvocato-penalista-cirolla.blogspot.com/google4dd38cced8fb75ed.html Avvocato penalista ...: Avvocato penalista - L'abuso edilizio, il reato di cui all'Art. 20 L. 28 febbraio 1985, n°. 47, come sostituito dall'Art. 44 D.P.R. 6 giugno 2001, n°. 380.
" Il reato di abuso edilizio. Disciplina del reato di abuso edilizio: elemento oggettivo, elemento soggettivo, circostanze attenuanti ed esimenti, soggetti attivi.
Il sequestro penale interrompe la permanenza del reato (sicché la prescrizione inizierà a decorrere dalla data di imposizione del vincolo).
Ne deriva che l’eventuale violazione dei sigilli con la prosecuzione dei lavori abusivi, oltre a dare luogo al delitto di cui all’art. 349 cod. pen., integrerà un nuovo ed ulteriore reato ai sensi dell’art. 44 del T.U. n. 380/2001, connesso eventualmente, ove ne ricorrano i presupposti ex art. 81, 2° comma, cod. pen., con quello precedente.
Per la sussistenza dell’elemento soggettivo dei reati in esame, quindi, è sufficiente che il comportamento illecito sia derivato da imperizia, imprudenza o negligenza.Irrilevante, invece, è la circostanza che l’agente non si sia proposto uno scopo speculativo o quello di turbare l’assetto edilizio-urbanistico.
La rilevanza dell’errore.
L’art. 2 della Costituzione impone ai cittadini precisi doveri di informazione sulle leggi, ma le leggi spesso sono disorganiche e di contenuto oscuro: da ciò la necessità di verificare la reale riconoscibilità dei contenuti delle norme, tenendo altresì conto che chi, pur avendo adempiuto con il massimo scrupolo tutti gli obblighi di conoscenza che gli competono «ciò nonostante venga a trovarsi in stato d’ignoranza della legge penale, non può essere trattato allo stesso modo di chi deliberatamente o per trascuratezza violi gli stessi doveri.
La violazione del divieto di commettere reati, avvenuta nell’ignoranza della legge penale, può, pertanto, dimostrare che l’agente non ha prestato alle leggi dello Stato tutta l’attenzione dovuta.
Ma se non v’è stata alcuna violazione di quest’ultima, se il cittadino, nei limiti possibili, si è dimostrato ligio al dovere (ex art. 54, primo comma, Cost.) e, ciò malgrado, continua ad ignorare la legge, deve concludersi che la sua ignoranza è inevitabile e, pertanto, scusabile».
«L’inevitabilità dell’errore sul divieto (e, conseguentemente, l’esclusione della colpevolezza) non va misurata alla stregua di criteri cd. soggettivi puri (ossia di parametri che valutino i dati influenti sulla conoscenza del precetto esclusivamente alla luce delle specifiche caratteristiche personali dell’agente), bensì secondo criteri oggettivi; ed anzitutto in base a criteri (cd. oggettivi puri) secondo i quali l’errore sul precetto è inevitabile nei casi d’impossibilità di conoscenza della legge penale da parte d’ogni consociato.
Tali casi attengono, per lo più, alla (oggettiva) mancanza di riconoscibilità della disposizione normativa (ad es. assoluta oscurità del testo legislativo) oppure ad un gravemente caotico (la misura di tale gravità va apprezzata anche in relazione ai diversi tipi di reato) atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari, etc.
La spersonalizzazione che un giudizio formulato alla stregua di criteri oggettivi puri necessariamente comporta va, tuttavia, compensata, secondo quanto innanzi avvertito, dall’esame di eventuali, particolari conoscenze ed «abilità» possedute dal singolo agente: queste ultime, consentendo all’autore del reato di cogliere i contenuti ed il significato determinativo della legge penale, escludono che l’ignoranza della legge penale vada qualificata come inevitabile.
Ed anche quando, sempre allo scopo di stabilire l’inevitabilità dell’errore sul divieto, ci si valga di «altri» criteri (cd. «misti») secondo i quali la predetta inevitabilità può essere determinata, fra l’altro, da particolari, positive, circostanze di fatto in cui s’è formata la deliberazione criminosa (es. «assicurazioni erronee» di persone istituzionalmente destinate a giudicare sui fatti da realizzare; precedenti, varie assoluzioni dell’agente per lo stesso fatto; etc.) occorre tener conto della «generalizzazione» dell’errore nel senso che qualunque consociato, in via di massima (salvo quanto aggiungiamo subito) sarebbe caduto nell’errore sul divieto ove si fosse trovato nelle stesse particolari condizioni dell’agente; ma, ancora una volta, la spersonalizzazione del giudizio va compensata dall’indagine attinente alla particolare posizione del singolo agente che, in generale, ma soprattutto quando eventualmente possegga specifiche «cognizioni» (ad es. conosca o sia in grado di conoscere l’origine lassistica o compiacente di assicurazioni di organi anche ufficiali etc.) è tenuto a «controllare» le informazioni ricevute.
Il fondamento costituzionale della «scusa» dell’inevitabile ignoranza della legge penale vale soprattutto per chi versa in condizioni soggettive d’inferiorità e non può certo esser strumentalizzata per coprire omissioni di controllo, indifferenze, etc., di soggetti dai quali, per la loro elevata condizione sociale e tecnica, sono esigibili particolari comportamenti realizzativi degli obblighi strumentali di diligenza nel conoscere le leggi penali».
— «A seguito della sentenza 23 marzo 1988, n. 364 della Corte Costituzionale, secondo la quale l’ignoranza della legge penale, se incolpevole a cagione della sua inevitabilità, scusa l’autore dell’illecito, vanno stabiliti i limiti di tale inevitabilità.
Per il comune cittadino tale condizione è sussistente ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto «dovere di informazione», attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia. Tale obbligo è particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una «culpa levis» nello svolgimento dell’indagine giuridica.
Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza occorre, cioè, che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto.
(Nella fattispecie, relativa a reati urbanistici, la Corte ha confermato l’assoluzione pronunciata dal giudice di merito per mancanza dell’elemento soggettivo del reato, motivata dalla convinzione degli imputati dell’assenza del vincolo di inedificabilità, più volte affermata in provvedimenti del giudice amministrativo, nonché in specifici atti ufficiali del Ministero dei beni culturali e ambientali e del Comune interessato)» (Cass. sez. un., 18 luglio 1994, n. 8154).
— Potrà ritenersi scusabile l’errore sul fatto costitutivo di reato (cioè su un elemento della fattispecie concreta di esso), anche qualora sia la conseguenza di un’erronea rappresentazione di una realtà normativa assunta, però, nella sua veste descrittiva.
In questi casi l’errore sulla normativa assume efficacia scusante in quanto si risolve in un errore sul fatto, pur se alla base di tale errore vi è una falsa rappresentazione della fattispecie astratta.
L’agente, in sostanza, non erra sul divieto penale, bensì sulla condotta attuata, avendo della medesima una rappresentazione diversa dalla realtà a seguito di errore su una norma extrapenale che
riguarda unicamente il fatto, formulato in termini puramente descrittivi, e non anche il precetto.
— Potrà ritenersi scusabile, infine, il vero e proprio errore incolpevole di fatto, allorquando l’agente.
— in perfetta buona fede ed ignorando di porre in essere una condotta oggettivamente antigiuridica ponga in essere un’attività diversa da quella autorizzata e voluta, per fattori del tutto accidentali o per la impossibilità pratica di trasporre sul terreno, con assoluta precisione, le previsioni di progetto.
Esimenti.
Dottrina e giurisprudenza non appaiono concordemente orientate in ordine alla possibilità di ammettere che i comportamenti illegittimi in materia urbanistica ed edilizia possano essere scriminati da particolari situazioni che ne escludano l’illiceità penale.
— «Ai fini dell’art. 54 cod. pen., non è da escludere che tra i beni attinenti la personalità di un minore, e quindi da tutelare allorché sussista una minaccia di grave danno, vi sia quello di una corretta strutturazione della personalità, in sostanza di una adeguata educazione, in modo che il processo di crescita del minore non venga ostacolato o distorto nel senso di impedirgli di divenire un adulto normalmente strutturato.
(Fattispecie in cui la Suprema Corte ha ritenuto che esattamente i giudici di merito abbiano reputato che la promiscuità in cui una bambina tredicenne era costretta a vivere, con i genitori e due fratelli in una abitazione di soli due vani, potesse costituire danno grave e causa attuale, cioè sicuramente probabile, di un deterioramento pericoloso della sua personalità. La Corte è pervenuta ad annullamento con rinvio, della sentenza di condanna del padre per costruzione abusiva, sul requisito della non evitabilità del pericolo, non sembrando potersi affermare che unica azione in grado di evitarlo fosse quella di costruire un terzo vano senza concessione edilizia, in quanto, in attesa di questa, la bambina poteva alloggiare presso altri parenti o potevano essere adottate iniziative diverse)» (Cass., sez. III, 4 dicembre 1981, n. 10772, Potenziani).
— «In tema di circostanze del reato, la necessità di sopperire a bisogni familiari, lo scopo di procurare un alloggio alla propria famiglia, l’esigenza di superare le difficoltà esistenti per ottenere una concessione edilizia, essendo caratterizzati da uno scopo egoistico e non da finalità altruistiche, non sono sufficienti a costituire la base per l’applicabilità dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 1, cod. pen.
Tuttavia, possono essere valorizzati per il riconoscimento delle attenuanti generiche. (Fattispecie in materia di abusi edilizi, con particolare riferimento alla costruzione di un fabbricato per uso d’abitazione alla famiglia del reo)» (Cass., sez. III, 25 settembre 1989, n. 12851, Camerlingo).
— «Nel caso di violazione dei sigilli apposti ad una costruzione abusiva non è applicabile al relativo reato l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale per essere stato esso
commesso per realizzare una costruzione diretta a sopperire a ragionevoli ed indilazionabili necessità abitative dell’imputato proprietario e custode della costruzione medesima. Infatti la comune coscienza della società non giustifica la costruzione abusiva di un edificio per dare abitazione alla propria famiglia a ragione del danno che deriva da tale illecita azione ai prevalenti interessi pubblici inerenti alla corretta attuazione degli strumenti urbanistici ed alla esatta osservanza dei vincoli imposti dalle leggi — statali e regionali — a tutela di specifici interessi (paesaggistici, archeologici ecc.)» (Cass., sez. VI, 30 gennaio 1991, n. 1063, Napolitano).
— «Per l’applicazione della circostanza attenuante del motivo di particolare valore morale o sociale, non è sufficiente che il movente dell’azione sia suscettibile d’una valutazione etica o sociale positiva, ma è necessario che l’agente abbia operato per realizzare uno scopo spiccatamente nobile e altruistico in conformità alle direttive e alle finalità della comunità organizzata e quindi ai presenti ordinamenti sociali ed al loro assetto istituzionale.
La circostanza non è dunque applicabile in caso di contravvenzione per costruzione edilizia abusiva, dovuta a gravi esigenze abitative del soggetto in relazione alla scarsità di offerte del mercato
edilizio compatibili con le sue condizioni economiche» (Cass., 7 febbraio 1984, in Giust. pen., 1984, II, 402).
Pertanto, poiché i reati ambientali possono cagionare danni economicamente valutabili, salvo la prova nel caso concreto, e tali danni possono presentare una maggiore o minore gravità, appare ragionevole in sede penale che di questa circostanza si possa tener conto.
(Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, il P.M. aveva lamentato la concessione dell’attenuante «de qua» per reati — opere edilizie in zona soggetta a vincolo paesistico senza concessione e senza nulla osta — dai quali non deriverebbero «danni economicamente valutabili»)» (Cass., sez. III, 1 agosto 1992, n. 1206).
— «La circostanza attenuante della avvenuta riparazione del danno non è applicabile ai reati edilizi quando l’abbattimento volontario dell’opera abusiva sia avvenuto in epoca posteriore all’emanazione
dell’ordinanza sindacale che impone la demolizione delle opere, la cui inottemperanza avrebbe determinato l’acquisizione del sito al patrimonio comunale» (Cass., sez. III, 13 luglio 2011, n. 29991).
Diverso orientamento era stato espresso, invece, sempre dalla III sezione della Cassazione, con la sentenza 1 luglio 1983, n. 6181, Tornabene, ove era stato affermato che «in tema di destinatari del precetto di cui all’art. 17, lett. b), della legge 28 gennaio 1977, n. 10, sull’edificabilità dei suoli, la norma predetta incrimina “i casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o in assenza della concessione edilizia”, senza apposita qualificazione dell’agente.
Pertanto deve essere compreso nella sfera dei destinatari qualunque operatore che comunque esplichi una condotta causalmente rilevante nella modificazione della realtà proibita dalla norma, con la consapevolezza della mancanza o della difformità del titolo legittimativo o con colpevole omissione del relativo accertamento».
si riferiscono, inoltre, alla stessa dogmatica del reato proprio, rilevando che in esso la norma incriminatrice, attraverso il riferimento al soggetto qualificato, attribuisce rilevanza ad una situazione che mette detto soggetto nelle condizioni di aggredire il bene tutelato in modo particolarmente intenso ovvero secondo modalità che ad altri soggetti non sono accessibili. In particolare, per le contravvenzioni edilizie, si assume che «il riferimento alla particolare qualità soggettiva sembra rispondere all’esigenza di individuare un centro di imputazione di obblighi» finalizzati alla tutela dell’interesse protetto. Il legislatore sarebbe così pervenuto alla delimitazione di specifici soggetti dotati dei poteri necessari ad assicurare detta tutela effettiva.
Significativo è, anzitutto, lo stesso testo delle norme incriminatrici, formulato impersonalmente, ma (non essendo sufficiente arrestarsi alla espressione della legge) anche un accurato esame del complessivo sistema sanzionatorio penale porta ad escludere una generalizzata configurazione quali «reati propri» delle contravvenzioni in esame.
Si pensi, ad esempio, che non può essere considerato «committente» né «costruttore» colui che esegua personalmente i lavori abusivi (realizzazione monosoggettiva dell’illecito nei casi di più modeste trasformazioni urbanistiche).
— «L’amministratore di una società di capitali ha il dovere di garantire l’integrità del patrimonio sociale e deve intervenire tutte le volte in cui tale integrità può essere compromessa.
La commissione di reati da parte di amministratori può esporre la società al rischio di azioni risarcitorie nei suoi confronti.
Sicché, l’amministratore di diritto di una società di capitali risponde di concorso nei reati edilizi commessi dall’amministratore di fatto se per dolo o per semplice negligenza (ossia il fatto di avere omesso di vigilare) non ha impedito che l’evento si verificasse» (Cass., sez. III, 26 gennaio 2009, n. 3475, Pistelli).
In caso di mancanza del permesso di costruire è stato ritenuto, pertanto, che anche i meri esecutori materiali possono rispondere direttamente per colpa con riferimento alla disciplina posta dall’art. 110 cod. pen. (salvi i casi di erroneo convincimento scusabile), dovendo essi sottostare all’onere di accertare l’intervenuto rilascio del provvedimento abilitante, onere che — come si è detto — non incombe soltanto sui soggetti indicati dall’art. 29 del T.U. n. 380/2001 (vedi, in tal senso, Cass., sez. III: 13 maggio 2013, n. 20383, in Riv. giur. edilizia, 2013, I, 714; 26-8-2004, n. 35084, Barreca, in Dir. pen. e proc., 2005, 581).
Non è in questione, pertanto, la individuazione della sussistenza di un obbligo giuridico di impedimento dei reati ai sensi dell’art. 40 cpv. cod. pen.
— «In materia edilizia, risponde del reato di cui all’art. 20 L. 28 febbraio 1985, n. 47, ora sostituito dall’art. 44 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, il dirigente dell’area tecnica comunale che abbia rilasciato una concessione edilizia (ora permesso di costruire) illegittima, atteso che questi, in quanto incaricato in ragione del proprio ufficio del rilascio di quello specifico atto, è titolare in via diretta ed immediata della relativa posizione di garanzia che trova il proprio fondamento normativo nell’art. 40 c.p.» (Cass., sez. III, 25 marzo 2004, D’Ascanio). "
http://www.laleggepertutti.it/107695_il-reato-di-abuso-edilizio
Pubblicato da Cirolla Salvatore alle ore 3:53:00 PM