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Timestamp: 2019-01-24 04:16:49+00:00
Document Index: 69486573

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 114', 'art. 2043', 'art. 2050', 'art. 2729', 'art. 4', 'art. 2700', 'art. 2935', 'art. 2947', 'art. 2947', 'art. 2935', 'sentenza ', 'art. 2051']

Danno da trasfusione. La responsabilità del Ministero della Salute, la prescrizione, il risarcimento. | Avvocato Roma - Studio Legale Bagnardi
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Omissis“…Il Ministero è stato evocato in lite per essere venuto meno ai doveri di vigilanza nella preparazione, distribuzione ed utilizzazione dei prodotti derivati dal sangue umano da destinare a consumo umano nonché ai doveri di diligenza da rispettarsi nella verifica della sua sicurezza.
Poiché la domanda di parte attrice si basa sulla responsabilità del Ministero convenuto per inosservanza dei compiti istituzionali allo stesso spettanti e riguardanti l’adozione di tutte le misure preventive idonee ad evitare il trasmettersi dell’infezione a seguito di trasfusioni, nonché la vigilanza sul loro puntuale adempimento, l’individuazione del soggetto legittimato a resistere passivamente a tale domanda è questione che va risolta attraverso l’esame della vigente normativa.
Nella descrizione del necessario quadro normativo va, così, presa in considerazione la legge n. 592/1967, che attribuisce al Ministero, il compito di emanare le direttive tecniche per l’organizzazione, il funzionamento ed il coordinamento dei servizi inerenti alla raccolta, preparazione, conservazione e distribuzione del sangue umano per uso trasfusionale, alla preparazione dei suoi derivati e di esercitare su dette attività la vigilanza (art. 1), nonché il compito di autorizzare l’istituzione di appositi centri nei quali svolgere materialmente dette attività (artt. 4, 5, 7, 11) e di affidare – fra gli altri – i compiti di ricerca e di consulenza tecnica al Centro nazionale per la trasfusione del sangue, appositamente istituito (art. 8).
Tali poteri, in particolare, risultano essere stati esercitati con l’adozione del D.M. 18 giugno 1971, contenente direttive tecniche per la determinazione dei requisiti, fra gli altri, del sangue umano e dei suoi derivati e con l’emanazione del decreto del Presidente della Repubblica 24 agosto 1971, n. 1256, recante il regolamento di esecuzione della l. 592/67 (le norme del titolo III, artt. 44 e ss., riguardano specificamente la raccolta, la distribuzione e la conservazione del sangue, attività affidate ai centri trasfusionali).
Il D.P.R. 14 gennaio 1972, n. 4, quindi, pur avendo attuato il trasferimento alle Regioni a statuto ordinario delle funzioni amministrative statali in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera, non ha tuttavia inciso sulle competenze attribuite al Ministero della sanità dall’art. 1 l. 592/67, che pertanto sono rimaste immutate.
Ancora la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, ha rimesso alla potestà legislativa dello Stato l’emanazione di norme in materia di raccolta, frazionamento, conservazione e distribuzione del sangue umano, al fine di assicurare condizioni e garanzie di salute uniformi per tutto il territorio nazionale (art. 4, n. 6) ed ha riservato alla competenza dello Stato le funzioni amministrative in materia di produzione, sperimentazione e commercio dei prodotti farmaceutici e degli emoderivati (art. 6, lett. c)).
Tracciato l’indicato quadro normativo di riferimento all’interno dello stesso è irrilevante che nel 1998 – con il d. lgs. 112/98 – funzioni e compiti in materia sanitaria siano stati trasferiti alle Regioni, in quanto l’attrice fonda la proposta domanda sulla responsabilità del Ministero della Salute per inosservanza dei compiti istituzionali ad esso spettanti e riguardanti l’adozione di tutte le misure preventive idonee ad evitare il trasmettersi dell’infezione a seguito di trasfusioni, nonché la vigilanza sul loro puntuale adempimento.
Il medesimo decreto ha trasferito dal Ministero alle Regioni competenze e funzioni in materia di salute umana e sanità veterinaria, ma non ha di certo determinato la successione delle Regioni nei rapporti giuridici facenti capo al Ministero (art. 114).
In siffatto delineato contesto normativo risulta evidente che, anche dopo il trasferimento di competenze in materia sanitaria alle Regioni e dopo l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, deve ritenersi sussistente in capo al Ministero della Salute un obbligo di controllo, direttiva e vigilanza in materia di sangue umano per uso terapeutico, essendo lo stesso Ministero tenuto ad emanare tutte le prescrizioni tecniche volte ad impedire la trasmissione di patologie correlate all’utilizzo di sangue o emoderivati infetti, nonché ad eseguire controlli sulla corretta applicazione delle metodiche da parte de Centri trasfusionali e degli operatori sanitari.
Nessuna condotta lesiva, nessun nesso di causalità col danno lamentato e nessun obbligo di vigilanza finalizzato all’effettuazione di appositi screening sul sangue e derivati, competeva invece al personale sanitario e pertanto il soggetto legittimato a resistere passivamente alla presente domanda risarcitoria è il solo Ministero della Salute…”omissis.
Omissis…”Più squisitamente nel merito della vicenda in esame, deve farsi applicazione dei principi riportati dalla più recente giurisprudenza della corte di legittimità (sentenze dalla n. 576 alla n. 585, tutte in data 11 gennaio 2008) in materia di responsabilità, in genere, del Ministero della Salute per i danni conseguenti a contagio infettivo da HBV (epatite B), HCV (epatite C) e HIV (AIDS) contratto per effetto di trasfusioni e/o somministrazioni di sangue ed emoderivati ed ai principi ivi indicati, riassumibili nei termini che seguono.
In caso di infezioni da HBV, HCV, HIV a seguito di trasfusioni con sangue infetto eseguite presso strutture pubbliche o private si configurano i reati di lesioni o di omicidio colposi ed il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno è quindi quinquennale, salvo l’intervenuto decesso del trasfuso, ipotesi in cui il termine di prescrizione del diritto degli eredi al risarcimento dei danni “iure proprio” è quello decennale.
La decorrenza della prescrizione dell’azione di danno nei confronti del Ministero per omessa vigilanza sulla tracciabilità del sangue decorre non dal giorno della trasfusione, né da quello in cui si sono rilevati i primi sintomi della malattia, ma dal giorno in cui il danneggiato ha avuto consapevolezza della riconducibilità del suo stato morboso alla trasfusione: in genere quindi dalla proposizione della domanda di ammissione all’indennizzo previsto dalla l. 210/92.
La responsabilità del Ministero per i danni conseguenti ad infezioni contratte da soggetti emotrasfusi per omessa vigilanza da parte dell’amministrazione sulla sostanza ematica e sugli emoderivati, è inquadrabile nella violazione della clausola generale di cui all’art. 2043 c.c. e non in quella di cui all’art. 2050 c.c..
L’onere della prova della provenienza del sangue utilizzato e dei controlli eseguiti grava non solo sul danneggiato, ma anche sulla struttura sanitaria che dispone per legge o per regola tecnica della documentazione sulla tracciabilità (cd. principio della vicinanza della prova).
La prova del nesso causale tra la specifica trasfusione ed il contagio, ove risulti provata l’idoneità di tale condotta a provocarla, può essere fornita dall’attore danneggiato anche con il ricorso alle presunzioni (art. 2729 c.c.), allorché la prova non possa essere data per non avere la struttura sanitaria predisposto, o in ogni caso prodotto, la documentazione obbligatoria sulla tracciabilità del sangue trasfuso al singolo paziente, cioè per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato.
Il nesso di causalità è regolato dall’applicazione dei principi generali che disciplinano la causalità di fatto, delineati negli artt. 40 e 41 c.p., temperati dalla “regolarità causale”, in assenza di altre norme dell’ordinamento in tema di nesso eziologico configurabile, con applicazione però nel processo civile della regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”. Ne consegue che, sussistendo a carico del Ministero, anche prima dell’entrata in vigore della legge 4 maggio 1990, n. 107, un obbligo di controllo e di vigilanza in materia di raccolta e distribuzione di sangue umano per uso terapeutico, il giudice, accertata l’omissione di tali attività con riferimento alle cognizioni scientifiche esistenti all’epoca di produzione del preparato, ed accertata l’esistenza di una patologia da virus HIV, HBV o HCV in soggetto emotrasfuso o assuntore di emoderivati, può ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione sia stata causa dell’insorgenza della malattia e che, per converso, la condotta doverosa del ministero, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento.
La responsabilità del Ministero decorre per tutte le infezioni (HBV, HCV, HIV) dalla scoperta del virus dell’epatite B, trattandosi in tutti i casi di un unico evento lesivo (lesione dell’integrità fisica dell’individuo), a nulla rilevando che i singoli virus responsabili delle infezioni HIV e HCV siano stati scoperti, rispettivamente, nel 1985 e nel 1989…”omissis.
Omissis…”I verbali delle Commissioni medico ospedaliere di cui all’art. 4 l. 210/92 fanno prova, ex art. 2700 c.p.c, dei fatti che la Commissione attesta avvenuti in sua presenza o da essa compiuti, mentre le valutazioni, le diagnosi o le manifestazioni di scienza o di opinione in essi contenute – ivi compreso il giudizio sulla sussistenza del nesso causale tra trasfusione e infezione – costituiscono meri indizi soggetti al libero apprezzamento del giudice, che non può mai attribuire ad essi il valore di vero e proprio accertamento.
Il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HCV, HIV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto ha natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla l. 210/92; tuttavia, nel giudizio risarcitorio promosso contro il Ministero per omessa adozione delle dovute cautele, l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno (“compensatio lucri cum damno”), venendo altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento consistente nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo…”omissis.
Omissis…”il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma dell’art. 2935 c.c. e art. 2947 c.c., comma I, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita – dal danneggiato – quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche” (Cass. Civ. s.u. n. 576/2008).
In adesione a quell’orientamento che già ben aveva trovato espressione nelle pronunce della sezione lavoro della Cassazione in tema di malattie professionali (Cass. Lav. n. 2002/2005; Id., 23110/2004), l’accostamento al tema dell’individuazione del “dies a quo” della prescrizione viene cosi a spostarsi dal mero dato obiettivo ed esteriore della manifestazione dell’illecito (art. 2947 primo comma c.c.), e quindi dall’analisi “dell’evolversi e dello snodarsi nel tempo delle conseguenze lesive del fatto illecito o dell’inadempimento” nel “passaggio dal danno “occulto” a quello che si manifesta nelle sue componenti essenziali ed irreversibili”, alla valutazione (art. 2935 c.c.) delle “informazioni, cui la vittima ha avuto accesso o per la cui acquisizione si sarebbe dovuta diligentemente attivare, della loro idoneità a consentire al danneggiato una conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio (non solo il danno, ma anche il nesso di causa e le azioni/omissioni rilevanti)” (Cass. n. 581 cit.).
Per gli indicati passaggi il termine di decorso della prescrizione non muove, pertanto, dalla mera conoscibilità da parte del soggetto danneggiato della patologia, ma lo stesso viene temperato dalla contestuale applicazione di “due parametri obiettivi, l’uno interno e l’altro esterno al soggetto, rappresentati dall’ordinaria diligenza e dal livello di conoscenze scientifiche dell’epoca”.
Resta quindi al giudice del merito vagliare quale fosse la misura di diligenza esigibile dal soggetto danneggiato e quindi quali fossero le informazioni in suo possesso o quali fossero quelle alle quali egli doveva essere posto in condizione di accedere o che doveva comunque attivarsi per procurarsi.
Nel tracciare tale percorso interpretativo, i giudici di legittimità hanno individuato come momento di acquisita conoscenza della riconducibilità da parte del danneggiato del proprio stato patologico alla trasfusione in genere, in quello, almeno, della proposizione della domanda di ammissione all’indennizzo prevista dalla legge 210/1992…”omissis.
Tribunale di Roma, Sez. II, sentenza n. 16564 del 28/07/2010, Giudice Dott.ssa Laura Scalia, inedita.
(Inserita il 03/11/2010)
Sullo stesso argomento vedasi: La responsabilità civile per danni conseguenti a emotrasfusioni o emoderivati.
Responsabilità presunta ex art. 2051 c.c. – Prova da parte del danneggiato.Immobile privo di certificato di agibilità. Insussistenza della responsabilità professionale del notaio.