Source: https://www.diritto.it/l-esame-della-pericolosita-sociale-del-tossicodipendente-condannato-quale-presupposto-per-l-affidamento-ex-art-94-dpr-30990/
Timestamp: 2018-11-15 06:17:44+00:00
Document Index: 51395448

Matched Legal Cases: ['art. 94', 'art. 94', 'art. 94', 'art. 4', 'art. 94', 'art. 94', 'art. 94', 'sentenza ', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 67', 'art. 47', 'art. 94']

L'esame della pericolosita' sociale del tossicodipendente condannato quale presupposto per l'affidamento ex art. 94 dpr 309/90
L’esame della pericolosita’ sociale del tossicodipendente condannato quale presupposto per l’affidamento ex art. 94 dpr 309/90
Nulla di nuovo sotto il sole del Supremo Collegio, in materia di criteri di valutazione dell’istanza di affidamento in prova al servizio sociale che venga presentata – ai sensi dell’art. 94 dpr 309/90 – da persona asseritamente tossicodipendente.
Diversamente da quanto affermato dai giudici di legittimità e dissonantemente dalla doglianza del PG presso la Corte d’Appello di Potenza, (impugnazione, peraltro, assolutamente fondata, nella sostanza, in relazione ai profili dedotti), non si può, però, condividere quell’interpretazione che attribuirebbe agli artt. 90 e 94 della L. 49 del 2006 valenze innovative, rispetto al precedente regime.
Tale influssi di mutazione, per vero, appaiono da un esame del testo della novella emergere solo in minima e non certo decisiva parte.
1. il limite di pena da espiare, (considerato anche solo quale residuo di una maggiore sanzione), che non deve superare in via ordinaria i sei anni.
Si tratta di un quantum (che può essere congiunto a pena pecuniaria) che viene abbassato a quattro anni per coloro nei cui confronti il titolo esecutivo comprenda i reati di cui all’art. 4 bis L. 354/75[1];
3. la produzione, in allegato all’istanza ex parte di adeguata certificazione, che deve essere rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata accreditata per l’attività di diagnosi prevista dal comma 2, lettera d), dell’articolo 116, che attesti
Or bene, comparando il testo novellato dell’art. 94[2] a quello della previgente versione si potrà notare in tutta evidenza la circostanza che l’unico effettivo elemento di novità, seppur in pejus [– se così si può dire –] introdotta con la recente modifica è quello concernente la produzione della certificazione relativa alla procedura con la quale sia stato accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche, in capo all’istante.
Nessuna altro nuovo incombente o condizione viene introdotto, fatta evidente eccezione per il ricomputo e rideterminazione dei limiti di pena che permettano l’accesso al beneficio che – come noto e discusso – sono stati discutibilmente (e forse poco avvedutamente) elevati, rispetto al testo ante riforma.
Sicchè si deve concludere che, con la promulgazione e l’entrata in vigore della L. 49 del 2006, in concreto, non è sopravvenuta alcuna innovazione che possa avere modificato la regola di giudizio ed il modus attraverso il quale il magistrato debba esprimere la propria valutazione sul tema specifico.
Né si può sostenere che la previsione, contenuta nel comma 3° dell’art. 94, possa assolvere alla funzione di novità, suonando, quindi, come espressione di uno jus novum, in quanto la stessa, che recita “Ai fini della decisione, il tribunale di sorveglianza può anche acquisire copia degli atti del procedimento e disporre gli opportuni accertamenti in ordine al programma terapeutico concordato; deve altresì accertare che lo stato di tossicodipendenza o alcooldipendenza o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio. Si applicano le disposizioni di cui all’articolo 92, commi 1 e 3”, fatta salva l’ultima frase (aggiunta dalla novella), non muta neppure di una virgola dal testo precedente.
E’, infatti, pacifica la considerazione che al Tribunale di Sorveglianza (organo competente ratione materiae per la decisione), anche nella vigenza del regime anteriore alla legge cd. Fini-Giovanardi, fosse attribuito un potere discretivo e deliberativo ampio, nel senso che la conclusiva valutazione del giudice appariva già connotata dall’assenza di un rigido (od automatico) carattere vincolistico di collegamento con i documenti richiesti (a pena di inammissibilità), dovendo concorrere, nella formazione del provvedimento in questione, da parte del magistrato anche una disamina concreta della personalità dell’interessato condannato.
Siamo, quindi, in presenza, nel caso in esame, di ulteriore tranquillizzante conferma dell’orientamento già espresso qualche mese or sono con la pronunzia della stessa Sez. I penale n° 18517 del 10 Maggio 2006 e pubblicata su questa rivista nello scorso luglio.
sul piano soggettivo, nella valutazione della personalità del condannato tossicodipendente istante, onde inferire da esso il giudizio in ordine alla sussistenza della pericolosità sociale,
sul piano più propriamente oggettivo nella ricordata delibazione dell’idoneità del trattamento terapeutico proposto, in ordine al recupero del condannato ed alla prevenzione del pericolo che questi commetta altri reati.
Già, in quell’occasione[3], chi scrive ebbe modo di soffermarsi sulla circostanza che appariva indiscutibile come il recente intervento normativo fondato sulla L. 49/2006 non avesse modificato, né stravolto il tema specifico dell’esecuzione della pena e dell’adozione di misure alternative al carcere per il tossicodipendente.
Con tale pronunzia, infatti, la stessa Corte aveva, infatti, precisato che il testo del nuovo comma 4 dell’art. 94 Dpr 309/90, prevedendo che il programma terapeutico debba assicurare la prevenzione dei reati, dimostra che il legislatore si è uniformato alla giurisprudenza di legittimità “che più volte aveva segnalato come il giudice, ben lungi dall’accettare supinamente il programma stesso, dovesse valutare la pericolosità del condannato, la sua attitudine ad intraprendere positivamente un trattamento, al fine di garantire un effettivo reinserimento nel consorzio civile: cfr. Sezione prima, 4 aprile 2001, Di Pasqua”.
Già in precedenza, la sentenza Bartolomeo (pronunziata dalla Sez. I, in data 24 Maggio 1996), aveva acclarato – pur nella valutazione di un profilo isituzionale differente da quello trattato in questa sede- che la ratio, che sottende all’istituto in oggetto, non è tanto quella di creare una nuova figura di misura alternativa, ma quanto piuttosto di ampliare e parzialmente modificare l’ambito di applicabilità della ordinaria misura dell’affidamento in prova di cui all’art. 47 L. 354/75.
Su tale abbrivio si pose anche la Consulta, la quale con la decisione del 5 Dicembre 1997, n.377[4], da un lato, valorizzò espressamente la preminenza data dalla norma all’intento di cura dello stato di dipendenza, donde l’indubbia essenzialità del programma di recupero come contenuto della misura, mentre, dall’altro lato, sottolineò come non possa non tenersi conto della circostanza che il legislatore ha compiuto una autonoma valutazione dei limiti di ripetibilità di questa particolare "prova", sancendo il divieto di disporre questa forma di affidamento "più di due volte".
a) in primo luogo un error in procedendo consistente nell’assenza di un’approfondita quanto doverosa verifica dell’effettiva sussistenza dei presupposti legittimanti la concessione della misura
In buona sostanza il rimprovero dei giudici di legittimità, nel caso che ci occupa, involge il metodo attraverso il quale il Tribunale di Sorveglianza è pervenuto alla decisione, la quale sarebbe conseguita ad un mero controllo di natura “cartolare sulla ricorrenza delle condizioni di legge”.
Il Collegio avrebbe, così omesso di compiere una verifica autentica e sostanziale dei presupposti legittimanti la concessione della misura, in quanto avrebbe pretermesso ogni tipo di valutazione in ordine alla personalità del condananto, così come agevolmente desumibile dai precedenti penali e dall’esame delle sentenze formanti il titolo di carcerazione, in relazione al quale era stato richiesto l’affidamento.
Parimenti la Corte Suprema sottolinea come il giudice di prime cure avrebbe omesso di fornire conto delle ragioni che sottendono al modus operandi e cioè non avrebbe affatto giustificato in termini motivazionali il perchè delle proprie scelte, nonché “delle modalità e dei criteri di utilizzazione del delicatissimo potere discrezionale concessogli in relazione a condannati”.
La pronunzia in oggetto, forse, non offre niente di nuovo od inedito per lo studioso che sia alla spasmodica ricerca di novità assolute a livello giurisprudenziale, ma certamente riveste indiscutibile importanza perchè – nonostante qualche sbavatura formale – riafferma principi assolutamente condivisibili e spesso oggetto di colpevole disapplicazione.
Rimini, lì 24 Novembre 2006
Cassazione – Sezione prima penale (cc) – sentenza 14-20 novembre 2006, n. 38055
Presidente Gemelli – Relatore Santacroce
Ricorrente Pg in proc. Esposito
1. Con ordinanza del 26 aprile 2006, il Tribunale di sorveglianza di Potenza concedeva a Esposito Mario la misura alternativa dell’affidamento in prova in casi particolari ai sensi dell’articolo 94 Dpr 309/90 in relazione alla pena di anni sette e mesi otto di reclusione da espiare per una serie di delitti, con fine pena al 9 dicembre 2009, affermando su un modulo prestampato che era “presente agli atti la certificazione di tossicodipendenza, il programma (di tipo residenziale) c/o la Com. Leo, la certificazione di idoneità del programma.
Ricorre per cassazione il Pg presso la Ca di Potenza, lamentando, sotto il profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, che l’articolo 94 Dpr 309/90, nel testo modificato dalla legge 49/2006 che aveva convertito il Dl 272/05, aveva sottoposto la concessione dell’affidamento in prova in casi particolari al rispetto di condizioni più rigide che in passato, ponendo delle previsioni puntuali e rigorose, laddove il tribunale di sorveglianza di Potenza si era limitato ad operare un controllo meramente cartolare sulla ricorrenza delle condizioni di legge, evitando di compiere una verifica autentica e sostanziale dei presupposti legittimanti la concessione della misura, senza dare inoltre ragione delle modalità e dei criteri di utilizzazione del delicatissimo potere discrezionale concessogli in relazione a condannati, come l’Esposito, che gli organi di polizia descrivevano come persona di elevatissima pericolosità sociale.
Ferma restando la natura discrezionale del provvedimento, l’articolo 90 richiede, ai fini dell’ammissione al beneficio, che la domanda provenga da un condannato tossicodipendente o alcooldipendente, che questi abbia in corso un programma di recupero o che ad esso intenda sottoporsi e che alla domanda sia allegata una certificazione rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata accreditata attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcooldipendenza la procedura con la quale è stato accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche, l’andamento del programma concordato eventualmente in corso e la sua idoneità ai fini del recupero del condannato (comma 1). Peraltro ai fini della decisione, il Tribunale di sorveglianza “può anche acquisire copia degli atti del procedimento e disporre gli opportuni accertamenti in ordine al programma terapeutico concordato e deve altresì accertare che lo stato di tossicodipendenza o alcooldipendenza o l’esecuzione del programma di recupero non siano preordinati al conseguimento del beneficio” (comma 3).
Orbene, nel caso in esame, l’ordinanza non indica innanzitutto dall’assunzione di quali sostanze stupefacenti dipenda lo stato di tossicodipendenza del condannato, né a quale programma di recupero egli sia sottoposto o intenda sottoporsi. Ma c’è di più. Dall’esame degli atti emerge che la prova della tossicodipendenza dell’Esposito risulta dal dato meramente anamnestico fornito il 12 ottobre 2005 dalla Casa circondariale di Potenza, in base al quale il condannato è tossicodipendente da sostanze stupefacenti (non meglio precisate) e non assume terapia, e da tre certificati d’iscrizione al Sert, rispettivamente del 9 febbraio 2001, del 13 marzo 2006 e del 19 aprile 2006, nei quali non è attestata alcuna tossicodipendenza: il primo di questi documenti afferma infatti che l’Esposito ha praticato l’ultima terapia con metadone dal 13 al 18 settembre 1995, mentre il terzo documento rivela che gli esami tossicologici non hanno evidenziato la presenza di sostanze di abuso.
Così stando le cose, è evidente che dagli atti in possesso del tribunale non risulta se il condannato sia attualmente tossicodipendente e se sia abituale l’uso di sostanze stupefacenti da parte sua, e neppure viene spiegato perché si è ritenuto di concedere un beneficio penitenziario di natura chiaramente eccezionale a un soggetto, indicato dagli organi di polizia (il Commissariato di polizia di San Carlo Arena di Napoli) come “persona di elevatissima pericolosità sociale che può contare su una fitta rete di conoscenze dai quali si fa rilasciare certificati di assunzione al lavoro al solo scopo di evitare la carcerazione” e che deve oltretutto espiare ancora un lungo periodo di detenzione (il fine pena è fissato al 9 dicembre 2009).
[1] Art. 4-bis
[2] Articolo 94 (nota)
[3] Cfr. www.ALTALEX.com del 18 Luglio 2006
[4] Nella fattispecie la Corte Costituzionale ha affrontato, rigettandola, la questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 32 cost., dell’art. 67 l. 24 novembre 1981 n. 689, in relazione agli art. 47 bis l. 26 luglio 1975 n. 354 e successive modificazioni, nonchè all’ art. 94 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309.