Source: http://blogs.professionegiustizia.it/Diritto_e_Informatica/post.php?id=17
Timestamp: 2019-09-18 04:52:22+00:00
Document Index: 28350608

Matched Legal Cases: ['art. 1122', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 234', 'art. 11', 'art. 11']

﻿ Le riprese video condominiali fanno prova anche se acquisite in modo illegittimo?
Ricordo che la recente riforma sul diritto condominiale ha introdotto una specifica norma che dirime ogni perplessità sulle maggioranze con le quali l'assemblea può decidere l'installazione di un sistema di videosorveglianza condominiale. La nuova norma è l'art. 1122-ter del codice civile, titolato "Impianti di videosorveglianza sulle parti comuni" e che precisamente recita «Le deliberazioni concernenti l'installazione sulle parti comuni dell'edificio di impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall'assemblea con la maggioranza di cui al secondo comma dell'articolo 1136 e cioè "la maggioranza degli intervenuti e almeno la meta' del valore dell'edificio".
Il Garante Privacy, tuttavia, si è occupato in particolare del caso in cui sia il singolo condomino ad installare l'impianto video per la sorveglianza della propria unità immobiliare, restringendo le facoltà di installazione con delle regole puntuali, giusto per evitare che con la scusa della tutela del proprio bene il singolo condomino non cominci, invece, a sorvegliare il vicinato. Regole severe, quindi, anche al fine di evitare di incorrere nel reato di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.).
Ecco allora prevedersi che:
l'angolo di ripresa deve essere limitato alla tutela della proprietà con l'unico scopo di tutelare il proprio patrimonio o la propria sicurezza personale;
deve essere data idonea segnalazione della presenza dell'impianto di videosorveglianza, avvisando con dei cartelli gli interessati prima che entrino nel raggio di azione delle telecamere;
la conservazione della registrazione video deve essere limitata nel tempo a un massimo di 24 ore;
devono poi essere adottata ogni idonea misure di sicurezza.
Nel caso in cui non vengano rispettate queste indicazioni vi è lesione della sfera privata degli interessati con possibilità di dover rispondere delle sanzioni predisposte dalla normativa in materia, sia in ambito civilistico che penale.
Ciò di cui si è occupata una recente sentenza della Corte di Cassazione (la numero 28554/13 pubblicata il 3/7/13) riguarda il valore probatorio da attribuirsi alle riprese video effettuate in abito condominiale (del singolo condomino o del condominio nel suo complesso) quando, tuttavia, le prescrizioni dell'autorità garante o del codice per la protezione dei dati personali non erano state rispettate.
Il caso affrontato dalla Suprema Corte prende il via dalla assoluzione (con sentenza del giudice di Pace di Latina) di un imputato di danneggiamento di una autovettura parcheggiata a ridosso di un'area condominiale che era stato ripreso proprio da delle telecamere ivi installate. Il Giudice di Pace aveva ritenuto non utilizzabile la ripresa video in quanto effettuata senza il rispetto nelle indicazioni su indicate e, quindi, illegittima. Lo stesso giudice prime cure richiamava la sentenza 26795/06 delle Sezioni unite con la quale appunto si era decisa la non utilizzabilità di riprese video non autorizzate (quella volta, tuttavia, riprese video delle autorità di pubblica sicurezza e non di un privato).
La Corte di Cassazione rigetta l'impostazione del giudice del primo grado ritenendo inconferente il richiamo alla sentenza delle Sezioni unite in quanto riferito a registrazioni effettuate con strumenti posti in opera dall’autorità giudiziaria e non da privati cittadini nell’ambito di spazi domiciliari. E, aggiunge la Suprema Corte: "... la giurisprudenza di questa Corte si è già espressa nel senso che le videoregistrazioni costituiscono una prova documentale, la cui acquisizione è consentita ai sensi dell'art. 234 cpp essendo inoltre irrilevante che siano state rispettate o meno le istruzioni del Garante per la protezione dei dati personali, poiché la relativa disciplina non costituisce sbarramento all'esercizio dell'azione penale (Cas. sez. II 31.1.2013 n. 6813)".
L'indicazione chiarissima della Suprema Corte, tuttavia, non tiene conto delle disposizioni dell'art. 11 (secondo comma) del Codice sulla protezione dei dati personali che riportiamo per esteso:
La norma non distingue il trattamento da parte di privati o di pubbliche autorità, dice semplicemente che i dati acquisiti in modo non legittimo non possono essere utilizzati. Utilizzati in tutti i modi. Farne uso ai fini probatori non è forse "utilizzare"? Ci si potrebbe chiedere anche questo, effettivamente. Ma se questo è il principio, allora possiamo fare distinzione fra prova civile o prova penale? Direi di no.
Ecco allora che pare ragionevole pensare sia necessaria una modifica al comma 2 dell'art. 11 Cod. Privacy per chiarirne la portata normativa.
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