Source: https://www.laleggepertutti.it/95686_diagnosi-tardiva-e-responsabilita-medica
Timestamp: 2018-09-20 03:53:00+00:00
Document Index: 95635665

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360']

Diagnosi tardiva e responsabilità medica
Danno alla salute per diagnosi sbagliata anche in presenza di malattia terminale: un diverso approccio medico avrebbe potuto “regalare” al malato un palliativo contro il dolore.
C’è sempre responsabilità medica in presenza di una diagnosi tardiva: e ciò anche se la malattia del paziente è infausta e terminale. Questo perché una corretta terapia potrebbe, quantomeno, evitare al paziente il dolore degli ultimi momenti di vita. Lo ha detto la Cassazione con una sentenza di recente pubblicazione [1]. Stretta di vite, quindi, contro i medici che prendono “alla leggera” la sintomatologia lamentata dal paziente, errando o ritardando nel corretto inquadramento della malattia e nella relativa cura.
Risultato: nonostante l’aggressività del morbo e l’ineluttabilità dell’esito della patologia – l’errore nella diagnosi comporta la responsabilità medica del professionista e, per gli eredi, il diritto al risarcimento del danno morale terminale patito dal parente deceduto.
La responsabilità del medico, dunque, non scatta solo in presenza di una omissione che, pur con la possibilità di salvare il malato, non impedisca invece l’evento infausto. Al contrario, anche in presenza di malattie terminali si può parlare di risarcimento per colpa professionale. Se è vero, infatti, che per far scattare l’obbligo al risarcimento del danno è necessario aver prodotto un danno, è anche vero che tale danno potrebbe anche consistere nella perdita di una chance di vivere (anche di poco) più a lungo e, soprattutto, di patire minori sofferenze fisiche.
Inevitabile il riferimento alle patologie tumorali, come proprio nel caso di specie deciso dalla Suprema Corte. Un medico non aveva saputo riconoscere, nelle perdite ematiche di una donna, un tumore alla cervice dell’utero: malattia aggressiva e quasi sempre mortale, ma una corretta diagnosi avrebbe potuto evitare alla malata una inutile sofferenza e, forse, allungarle (sebbene di poco) la vita.
Si legge nelle pagine della sentenza: “anche la denegata possibilità di un intervento palliativo – conseguente ad una diagnosi tempestiva – cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne e dovendo inoltre sopportare il dolore che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso. Il corretto intervento del medico, anche se non avrebbe potuto salvare la vita, avrebbe comunque concesso al paziente la chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” intesa quale possibilità di programmare (…) il proprio essere persona e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito”.
Ebbene, tale tipo di lesione dà diritto agli eredi di agire, in causa, contro il medico, per ottenere il risarcimento per danno morale terminale.
[1] Cass. sent. n. 16993/2015.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 28 aprile – 20 agosto 2015, n. 16993
Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 40, 41 c.p., in relazione all’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c.; nonché “omessa ed insufficiente motivazione” su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1 co. n. 5, c.p.c..
Con il 2 motivo denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 1681, 2054 c.c. nonché “omessa applicazione” degli artt. 2055, 1292, 1294 c.c., in relazione all’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c..
Con il 3 motivo denunziano “omessa, insufficiente e contraddittoria” motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1 co. n. 5, c.p.c..
È rimasto nella specie accertato che “il Dott. C. ebbe in cura la signora D. per un periodo di cinque mesi, dal settembre ’92 al febbraio ’93, durante il quale la paziente presentò episodi di perdite ematiche dai genitali, e che il medico.. effettuò controlli clinici per cinque volte (si tratta… delle visite del 29 settembre 1992, in cui venne controllata la spirale, dell’ottobre del 1992, in cui la spirale venne rimossa, del dicembre 1992, in cui venne eseguita un’ecografia, del gennaio 1993, in cui vennero prescritti antibiotici e utero tonici, e del febbraio 1993, in cui venne eseguita un’ecografia). Il 23 febbraio del 1993 la donna si ricoverò quindi all’Istituto Materno Infantile per tre giorni, ove le fu diagnosticato il carcinoma, mediante biopsia del canale cervicale, ciò da cui può desumersi, con certezza, che il carcinoma era già presente all’atto delle visite del Dott. C. ”.
A tale stregua, l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale assume allora rilievo causale non solo in relazione alla chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto ma anche per la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195), intesa – come detto – quale possibilità di programmare (anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure: cfr. Cass., 16/10/2007, n. 21748) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846).
L’erroneità dell’assunto e della conclusione trattane dalla corte di merito si è quindi riverberata nel mancato riconoscimento di un ristoro dei danni subiti dalla D. , e fatti valere iure hereditatis dagli odierni ricorrenti, avuto in particolare riguardo alla suindicata perdita di chance di sopravvivenza ovvero anche solo della possibilità di meglio prepararsi alla proprio fine vivendo consapevolmente, pur in tale contingenza, il proprio essere persona.