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Timestamp: 2018-08-19 03:45:25+00:00
Document Index: 57058270

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 17', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 51', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 25', 'art. 2215', 'art. 147', 'art. 148', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10']

Novità fiscali del 2 agosto 2011, tra cui privacy, minimi, studi di settore, territorialità IVA | Commercialista Telematico
Novità fiscali del 2 agosto 2011, tra cui privacy, minimi, studi di settore, territorialità IVA
1) Linee guida per la ricostruzione induttiva dei redditi societari
2) Richiesta dei benefici fiscali da parte dei lavoratori dipendenti rientrati in Italia: Pronto il Provvedimento di attuazione
3) Decreto sviluppo: Nota di Assonime su novità dagli appalti pubblici alle semplificazioni in materia di privacy
4) Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge relativa alla parità di accesso agli organi delle società quotate
5) Dal 2012 per gli ex contribuenti minimi si discute sull’applicazione degli studi di settore
6) Territorialità Iva: Niente sanzioni per comportamenti difformi ai dettami comunitari
7) Raddoppio termini per l’accertamento tributario: Circolare di Assonime sulla sentenza della Consulta
8) Licenziamento disciplinare per scarso rendimento: La negligenza può essere provata con presunzioni
9) Onlus: Nuovi chiarimenti dalle Entrate, tra cui quelli sui trust
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16642 del 2011, si è soffermata sulle linee guida da seguire per potere ricostruire induttivamente i redditi societari.
L’accertamento analitico induttivo è legittimo se l’esposizione dei ricavi è molto ridotta rispetto ai costi tanto da far ritenere antieconomica l’attività svolta.
Tuttavia, l’antieconomicità della gestione non giustifica sempre l’intervento dei verificatori fiscali, anche se può diventare una spia delle irregolarità fiscali.
In particolare, detta antieconomicità non può essere dedotta solo da politiche di gruppo che dirottano ricavi da un soggetto all’altro.
Nel caso di specie, l’Amministrazione finanziaria ha recuperato a tassazione, per l’anno 1994, una ingente somma, per la circostanza che la società ha ridotto la percentuale di ricarico sui beni prodotti e ceduti alla società controllante: Da circa 89% a 27% dell’anno successivo. La tecnica, secondo il fisco, sarebbe stata compiuta per aggirare gli obblighi fiscali.
I giudici di merito (commissioni tributarie di primo e secondo grado) avevano dato ragione al contribuente, ma appena la questione è giunta innanzi la Suprema Corte, quest’ultima ha sollevato critiche nei riguardi delle decisioni sottostanti, ritenuti insufficienti nelle motivazioni di merito, non sarebbero state fornite spiegazioni sufficienti a giustificare l’enorme differenza del ricarico (vendita al prezzo di costo degli accessori alla controllante).
Pertanto, secondo la presente decisione della Cassazione, il giudice tributario di merito non può annullare l’atto impositivo, se non sia fornita un’adeguata giustificazione della manifesta antieconomicità della gestione aziendale, desunta dalla drastica riduzione della percentuale di ricarico dell’anno oggetto di controllo rispetto a quelli precedenti.
(Corte di Cassazione, sentenza n. 16642 del 29 luglio 2011)
E’ stato pubblicato, il 29 luglio 2011, il Provvedimento attuativo del Direttore dell’Agenzia delle Entrate (Prot. 97156/2011 del 29 luglio 2011), concernente la richiesta dei benefici fiscali da parte dei lavoratori dipendenti rientrati in Italia e agli adempimenti conseguenti del datore di lavoro.
L’art. 3, comma 5, della Legge 30 dicembre 2010, n. 238, stabilisce che “Il beneficio attribuito ai lavoratori dipendenti, su specifica richiesta di questi ultimi, è computato dal datore di lavoro ai fini del calcolo delle ritenute fiscali. Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni necessarie per l’applicazione del presente comma.”.
Con il presente Provvedimento è stata data attuazione alla suddetta disposizione e sono state definite le modalità di effettuazione della richiesta del beneficio da parte del lavoratore e gli adempimenti conseguenti del sostituto di imposta.
In particolare, il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, n. 97156 del 29 luglio 2011, stabilisce che la richiesta deve contenere precise indicazioni al fine di consentire al datore di lavoro di applicare i benefici fiscali previsti dalla legge n. 238 del 2010 e di darne evidenza nella dichiarazione dei sostituti d’imposta e nella certificazione unica (art. 4 del D.P.R. n. 322/1998). La richiesta deve essere presentata entro tre mesi dall’assunzione, salvo per il periodo di imposta 2011 in cui il termine della richiesta decorre, per i lavoratori già assunti, dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento.
I benefici sono riconosciuti dal datore di lavoro dal periodo di paga successivo alla richiesta e, in sede di conguaglio, dalla data dell’assunzione.
Il datore di lavoro non applica i benefici quando il lavoratore comunica il trasferimento della residenza o del domicilio all’estero, coerentemente con l’ipotesi di decadenza prevista dall’art. 7 della legge n. 238 del 2010.
Modalità di effettuazione della richiesta dei lavoratori dipendenti al datore di lavoro ai fini del riconoscimento dei benefici fiscali connessi al rientro in Italia
Quindi, i lavoratori dipendenti, in possesso dei previsti requisiti, che intendono fruire del beneficio, in sede di applicazione delle ritenute, devono produrre apposita richiesta scritta al datore di lavoro entro 3 mesi dalla data di assunzione.
Tale richiesta, firmata dal lavoratore dipendente (resa ai sensi del D.P.R. n. 445/2000), deve contenere:
– le generalità (nome, cognome e data di nascita);
– l’indicazione dello Stato dell’Unione europea di cui è cittadino;
– l’indicazione della attuale residenza in Italia risultante dal certificato di residenza ovvero dalla domanda di iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente in Italia, nonché del domicilio, se diverso dalla residenza;
– l’indicazione della data della prima assunzione in Italia, ovvero della data di avvio dell’attività di impresa o di lavoro autonomo in Italia, dal rientro e la dichiarazione di aver trasferito in Italia la residenza e il domicilio entro tre mesi dalla prima assunzione ovvero dall’avvio dell’attività;
– la dichiarazione di possedere, alla data del 20 gennaio 2009, i requisiti previsti dal comma 1 dell’art. 1 del Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze 3 giugno 2011 e di non rientrare nei casi di esclusione di cui al successivo comma 3, ovvero i requisiti previsti dal comma 2 del medesimo art. 1;
– la dichiarazione di non beneficiare contemporaneamente degli incentivi previsti dall’art. 17 del D.L. n.185/2008, convertito dalla Legge n. 2/2009;
– la dichiarazione di non beneficiare del credito d’imposta previsto dall’art. 1, commi da 271 a 279, della Legge n. 296/2006;
– l’impegno a comunicare tempestivamente l’avvenuta iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente, nonché ogni variazione della residenza o del domicilio rilevante per l’applicazione del beneficio da parte del datore di lavoro.
Per il periodo di imposta 2011, fermo restando il rispetto del termine di tre mesi per il trasferimento in Italia della residenza e del domicilio, i lavoratori già assunti alla data di pubblicazione del presente Provvedimento presentano la citata richiesta entro tre mesi dalla data di pubblicazione.
I sostituti d’imposta (soggetti indicati nell’art. 23, comma 1, del D.P.R. n. 600/1973), operano le ritenute sulla parte imponibile delle somme e valori di cui all’art. 51 del TUIR, ridotta al 20% per le lavoratrici e al 30% per i lavoratori, corrisposti dal periodo di paga successivo al ricevimento della richiesta.
A fine anno o alla cessazione del rapporto di lavoro, i sostituti di imposta effettuano il conguaglio tra le ritenute operate e l’imposta dovuta sull’ammontare complessivo degli emolumenti, ridotto alle percentuali sopra indicate, corrisposto a partire dalla data di assunzione del lavoratore.
Le disposizioni non si applicano nel caso in cui il lavoratore comunica al datore di lavoro il trasferimento fuori dall’Italia della propria residenza o del proprio domicilio.
Nella certificazione di cui all’art. 4, commi 6-ter e 6-quater, del D.P.R. n. 322/1998, vanno indicati separatamente l’ammontare complessivo delle somme e valori corrisposti e l’ammontare ridotto alle suddette percentuali.
(Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Provvedimento, prot. 97156/2011 del 29 luglio 2011)
Legge di conversione del Decreto sviluppo: Nota di Assonime dagli appalti pubblici alle semplificazioni in materia di privacy.
Assonime ha pubblicato sul proprio sito, riguardo la Legge di conversione del Decreto sviluppo, la nota del 29 luglio 2011.
In particolare, tale nota è incentrata sulle novità che hanno riguardato gli appalti pubblici, la riduzione degli adempimenti burocratici e le semplificazioni in materia di privacy.
Con la Legge 12 luglio 2011, n. 106 è stato convertito con modificazioni il Decreto Legge 13 maggio 2011, n. 70, concernente il Semestre Europeo- Prime disposizioni urgenti per l’economia (cd. decreto sviluppo).
La legge pubblicata in G.U. n. 160 del 12 luglio 2011, è entrata in vigore il 13 luglio 2011.
Tra le numerose novità, introdotte dal provvedimento, Assonime ha, quindi, illustrato quelle sugli appalti pubblici, contenute nell’art. 4 e quelle sulla semplificazione e riduzione degli adempimenti burocratici, contenute nell’art. 6.
In tema di appalti pubblici, sono state apportate alcune modifiche al Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. n. 163/2006).
Tra esse vengono segnalate in primo luogo quelle relative alle procedure di affidamento degli appalti.
La procedura negoziata previa pubblicazione del bando di gara può essere utilizzata in tutte le ipotesi in cui, dopo l’esperimento di una procedura aperta o ristretta o di un dialogo competitivo, le offerte presentate sono irregolari o inammissibili ovvero non sia stata presentata alcuna offerta.
Non rileva l’importo complessivo dell’appalto.
La disposizione infatti abroga il riferimento agli appalti di lavori di importo inferiore a un milione di euro.
La procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara viene estesa agli appalti di lavori di importo complessivo inferiore a 1 milione di euro. Tuttavia, l’invito dovrà essere rivolto ad almeno dieci soggetti nel caso di lavori di importo pari o superiore a 500 mila euro e ad almeno 5 operatori per i lavori di importo inferiore a 500 mila euro, se sussistono aspiranti idonei in tali numeri.
Il decreto amplia le ipotesi di ricorso alla procedura ristretta semplificata: Essa può essere utilizzata per gli appalti aventi ad oggetto lavori di importo inferiore a 1 milione e 500 mila euro.
Tra misure adottate per semplificare le procedure di affidamento, il decreto dispone che le stazioni appaltanti predispongono i bandi di gara secondo i modelli approvati dall’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici.
In caso di mancata conformità, le stazioni appaltanti, nella delibera a contrarre, devono espressamente indicare le ragioni di deroga al bando tipo. Inoltre le stazioni appaltanti consentono l’utilizzo di moduli di dichiarazione sostitutiva per comprovare i requisiti di partecipazione di ordine generale, e nel caso di contratti di importo pari o superiore a 150.000 euro, i requisiti di partecipazione economico – finanziari e tecnico-organizzativi.
Tali moduli sono predisposti dalle stazioni appaltanti sulla base dei modelli standard definiti dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti.
Per garantire un più efficace sistema dei controlli sulla correttezza nell’espletamento delle procedure di gara, il decreto introduce un elenco di cause tassative di esclusione dalla gara.
La stazione appaltante esclude i concorrenti in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal Codice e dai regolamenti nonchè da altre disposizioni vigenti; l’esclusione è prevista anche nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l’offerta o la domanda di partecipazione tali da far ritenere che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte.
Ulteriori cause di esclusione, contenute in bandi o lettere di invito, sono nulle.
Tra le misure introdotte per rendere trasparente l’azione amministrativa il decreto prevede che le pubbliche amministrazioni entro il 30 ottobre 2011 devono pubblicare sui propri siti istituzionali, per ogni procedimento amministrativo a istanza di parte che rientra nelle proprie competenze, l’elenco degli atti e documenti che il soggetto istante ha l’onere di produrre in allegato all’istanza.
Nei procedimenti per cui è prevista la segnalazione certificata di inizio attività (Scia) il mancato adempimento di questo obbligo da parte delle Pa legittima comunque il soggetto istante ad iniziare l’attività dalla data di presentazione della Scia.
Sempre ai fini della trasparenza, i regolamenti ministeriali e interministeriali, nonché i provvedimenti amministrativi generali adottati dalle amministrazioni dello Stato per regolare l’esercizio dei poteri autorizzatori, concessori o certificatori, l’accesso ai servizi pubblici o la concessione di benefici, contengono in allegato l’elenco di tutti gli oneri informativi che gravano sulle imprese e i cittadini introdotti o eliminati con gli stessi atti.
Per ridurre gli oneri informativi che gravano su imprese e cittadini, viene introdotto all’interno della disciplina del “taglia-oneri amministrativi” (art. 25 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133), la previsione per cui le regioni, le province e i comuni adottano, nell’ambito della propria competenza e sulla base delle attività di misurazione, programmi di intervento a carattere normativo, amministrativo, organizzativo volti alla progressiva riduzione degli oneri amministrativi.
Riguardo alla disciplina dello sportello unico per le attività produttive, si prevede che se i comuni non hanno provveduto ad accreditare gli sportelli unici entro la data del 30 settembre 2011, prevista dal D.P.R. 7 settembre 2010, n. 160, il prefetto invia entro 30 giorni una diffida e sentita la regione competente, nomina un commissario ad acta affinché adotti gli atti necessari ad assicurare il funzionamento a regime degli sportelli unici.
Viene introdotta una nuova previsione nel testo unico sulla documentazione amministrativa per cui lo sportello unico trasmette alle altre amministrazioni pubbliche coinvolte nel procedimento le comunicazioni e i documenti attestanti atti, fatti, qualità, stati soggettivi, atti di autorizzazione, licenza, concessione, permesso o nulla osta rilasciati dallo stesso sportello unico o acquisiti da altre amministrazioni o comunicati dall’impresa o dalle agenzie per le imprese.
Le amministrazioni non possono richiedere ai soggetti interessati la produzione di questi documenti.
Tenuta informatica delle scritture contabili e dei libri sociali
Il D.L. ha modificato alcune disposizioni dell’art. 2215-bis in materia di tenuta informatica delle scritture contabili e dei libri sociali.
Viene previsto che gli obblighi di numerazione progressiva e di vidimazione previsti dalle disposizioni di legge o regolamento per la tenuta dei libri, repertori e scritture sono assolti in caso di tenuta con strumenti informatici, mediante apposizione, almeno una volta l’anno, della marcatura temporale e della firma digitale dell’imprenditore o altro soggetto delegato dallo stesso.
Nella precedente versione si prevedeva che la firma digitale e la marcatura temporale fossero apposte ogni tre mesi.
Si prevede che le autorità amministrative indipendenti di vigilanza e garanzia, effettuano, la misurazione degli oneri amministrativi a carico delle imprese con l’obiettivo di ridurre questi oneri entro il 31 dicembre 2012, proponendo le misure legislative e regolamentari ritenute idonee a realizzare questa riduzione.
Infine il decreto contiene alcune semplificazioni in materia di privacy.
In primo luogo il Codice sulla protezione dei dati personali (decreto legislativo n. 196/2003) non trova applicazione ai trattamenti dei dati relativi alle persone giuridiche, imprese enti o associazioni effettuati, per finalità amministrativo-contabili, nell’ambito di rapporti intercorrenti esclusivamente tra tali soggetti.
I trattamenti effettuati per finalità amministrativo-contabili sono quelli connessi allo svolgimento di attività di natura organizzativa, amministrativa, finanziaria e contabile; perseguono tali finalità le attività funzionali all’adempimento di obblighi contrattuali e precontrattuali, alla gestione del rapporto di lavoro, alla tenuta della contabilità e all’applicazione delle norma in materia fiscale, sindacale, previdenziale, di salute, igiene e sicurezza sul lavoro.
Inoltre il decreto prevede alcune semplificazioni per la gestione dei curricula inviati spontaneamente.
In questi casi l’adempimento dell’obbligo di informativa è differito al momento del primo contatto tra il titolare del trattamento e l’interessato successivo all’invio.
I dati forniti tramite invio spontaneo di curricula possono essere trattati senza il consenso dell’interessato.
Il consenso dell’interessato non è richiesto per le comunicazioni di dati di persone fisiche tra società appartenenti allo stesso gruppo o da parte di Rti, Ati o consorzio verso i soggetti aderenti, se la comunicazione è effettuata per finalità amministrativo- contabili e tali finalità sono rese note all’interessato
all’atto dell’informativa.
Non sono tenuti alla redazione del documento programmatico sulla sicurezza i soggetti che trattano come unici dati sensibili e giudiziari, quelli relativi ai propri dipendenti e collaboratori, compresi quelli relativi al coniuge e ai parenti.
Il documento programmatico sulla sicurezza (DPS) è sostituito da un’autocertificazione redatta dal titolare del trattamento.
Infine il decreto estende il regime dell’opt-out all’utilizzo dei dati degli abbonati contenuti negli elenchi telefonici per invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta mediante l’impiego della posta cartacea.
(Assonime, nota del 29 luglio 2011)
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28 luglio 2011, la Legge 12 luglio 2011, n. 120 recante le disposizioni concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati.
Il provvedimento modifica gli articoli del Testo Unico della Finanza (Decreto Legislativo 24 febbraio 1998, n. 58) relativi alla composizione degli organi di amministrazione (art. 147-ter) e controllo (art. 148), richiedendo per entrambi la partecipazione di almeno un terzo del genere meno rappresentato.
Ai fini dell’operatività delle nuove disposizioni, gli statuti delle società interessate dovranno prevedere che il riparto degli amministratori e dei componenti dell’organo di controllo sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi e garantisca che quello meno rappresentato ottenga almeno un terzo dei posti.
Gli statuti devono, inoltre, disciplinare le modalità di formazione delle liste e i casi di sostituzione in corso di mandato al fine di garantire il rispetto del criterio di riparto previsto.
Per consentire una più graduale applicazione delle nuove previsioni, in sede di primo rinnovo, dovrà essere riservato al genere meno rappresentato almeno un quinto dei posti disponibili.
Le nuove previsioni saranno in vigore dal 12 agosto 2011, ma troveranno applicazione in sede di rinnovo degli organi di amministrazione e controllo deliberati dalle assemblee a partire dal 13 agosto 2012.
La manovra estiva 2011 (Legge n. 111/2011), come è noto, ha ridisegnato il regime dei minimi.
Dal 1° gennaio 2012 l’accesso sarà riservato solo a piccoli imprenditori e professionisti che iniziano l’attività nel nuovo anno o che hanno aperto dal 2008.
Tale regime si applica nell’anno di inizio dell’attività e nei successivi quattro. Dal nuovo regime dei minimi andrà distinto il regime semplificato “residuale”, destinato ai contribuenti in possesso dei requisiti per fruire del vecchio regime dei minimi (ma non di quelli necessari per accedere al nuovo).
I nuovi minimi non potranno durare più di 5 anni, unica eccezione è per i giovani che potranno andare oltre ma fino a quando abbiano raggiunto i 35 anni.
Tali soggetti, che dal 2012 diverranno ex contribuenti minimi (nei casi previsti dalla novella norma), saranno soggetti alla disciplina degli studi di settore.
Tuttavia, come osservato in Dottrina (per ultimo, Gianfranco Ferranti in Il Sole 24 Ore del 01 agosto 2011), la circolare n. 38/E del 2010 (punto 6.1) ha precisato che, in presenza dei requisiti per l’applicazione del regime dei minimi (quello in vigore fino al 31 dicembre 2011), si possono configurare dei regimi di marginalità economica ( scarsi beni strumentali, volume d’affari ridotto, ecc.) idonei a rendere giustificabile lo scostamento dei ricavi e compensi dichiarati rispetto a quelli presunti (elaborati da Gerico).
Sul punto si attendono i necessari chiarimenti ministeriali.
Disciplina IVA in materia di territorialità delle prestazioni di servizi: Non saranno sanzionabili i comportamenti tenuti dai contribuenti in difformità dal Regolamento comunitario.
Intervento dell’Amministrazione finanziaria sul tema della territorialità IVA dei servizi.
Difatti, l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 37 del 28 luglio 2011 è intervenuta sul tema della territorialità delle prestazioni di servizi e di reverse charge.
Una nota del 01 agosto 2011 del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, pubblicata in pari data sul proprio sito, ha messo in evidenza l’importante notizia che fino alla data della citata circolare non saranno sanzionabili i comportamenti tenuti dai contribuenti in difformità dal Regolamento comunitario.
Nuovi criteri base di localizzazione delle prestazioni di servizi
La citata circolare ha ricordato che le nuove regole in materia di localizzazione delle prestazioni di servizi cd. generiche prevedono due criteri basilari, differenziati in ragione dello status del destinatario.
In linea generale, infatti, fatti salvi i criteri speciali previsti per determinate prestazioni, l’art. 7-ter del D.P.R. 633/72 prevede che:
– le prestazioni rese nei confronti di soggetti passivi Iva (b2b) si considerano effettuate nel territorio dello stato quando il committente è ivi stabilito;
– le prestazioni rese nei confronti di privati (b2c) si considerano effettuate nel territorio dello stato quando il prestatore è ivi stabilito.
Per quanto concerne le prestazioni rese a soggetti passivi, la medesima circolare ha osservato che al fine di verificare l’ambito di operatività della norma assumono rilevanza solamente tre circostanze:
– il fatto che il committente sia un soggetto passivo (ossia lo “status”)
– il fatto che il committente agisca nella veste di soggetto passivo (ossia, secondo il regolamento, la “qualità”)
– il luogo di stabilimento del committente.
Sono invece del tutto irrilevanti, nei rapporti “b2b”, il luogo di stabilimento del prestatore e il luogo di utilizzazione del servizio.
Lo status del committente
In ordine alla prova dello status, il compito è più agevole nel caso di prestazioni rese da soggetti nazionali a soggetti passivi comunitari, poiché l’elemento fondamentale è rappresentato dal numero identificativo Iva che il destinatario deve comunicare al prestatore, il quale dovrà però ottenere la conferma della validità del numero mediante il sistema Vies.
Solo nel caso in cui il committente abbia comunicato al prestatore di avere fatto richiesta del numero di partita Iva, ma di non averlo ancora ottenuto, il fornitore si potrà basare su qualsiasi altra prova ottenuta dal destinatario, sulla quale dovrà però effettuare una ”verifica di ragionevole ampiezza… applicando le procedure di sicurezza commerciali normalmente in uso (come, per esempio, le procedure relative ai controlli di identità o di pagamento)”.
Al riguardo, la neo circolare ha precisato comunque che in mancanza di elementi che dimostrino palesemente l’assenza dello status di soggetto passivo, il prestatore potrà basarsi sulla richiesta di attribuzione della partita Iva che il committente gli abbia messo a disposizione.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, il prestatore potrà considerare il destinatario come privato consumatore qualora dimostri che questi non gli ha comunicato il proprio numero di partita Iva.
Revisori contabili: Pubblicate le osservazioni dal CNDCEC
Sul sito del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, il 01 agosto 2011 sono state pubblicate le osservazioni al Decreto Legislativo n. 39 del 2010.
Si tratta di un file in PDF scaricabile dal sito www.cndcec.it
La Consulta, con sentenza n. 247 depositata il 25 luglio 2011, ha sancito la costituzionalità della norma, disposta dal D.L. n. 223/2006, che ha raddoppiato i termini di decadenza dell’azione di accertamento ai fini delle imposte sui redditi e Iva in caso di violazioni che implicano l’obbligo di denuncia del codice di procedura penale.
Assonime, con la circolare n 20 del 2011 ha, infatti, commentato la sentenza n. 247 del 25 luglio 2011 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Commissione tributaria provinciale di Napoli sulla questione del raddoppio dei termini per l’accertamento tributario in presenza di violazioni fiscali per le quali vi è l’obbligo di denuncia.
L’incertezza della decadenza dei termini di accertamento determinata dalla suddetta sentenza n. 247/11 impone al contribuente di far valere in tutte le sedi opportune le proprie ragioni per evitare impieghi strumentali da parte dei verificatori della notizia di reato con lo scopo di conseguire termini di rettifica più ampi di quelli ordinari.
Il contribuente, in presenza dei presupposti, potrà ricorrere al giudice tributario se dovrà eccepire la decadenza dell’azione di accertamento quando questa sarà stata effettuata a termini scaduti; potrà rivolgersi alla Procura della Repubblica, quando con palese ritardo, la denuncia sarà inoltrata alla Procura da parte dei verificatori o dell’ufficio; potrà inoltrare una richiesta di danni se proverà che è stata presentata una notizia di reato del tutto insussistente e solo strumentale al raddoppio dei termini di accertamento.
In tema di licenziamento disciplinare per scarso rendimento, la Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro, con il parere n. 16 del 01 agosto 2011, ha precisato che l’inadempimento del lavoratore (negligenza) può essere provato mediante presunzioni.
Ciò poiché, dalla (enorme) sproporzione dei risultati si presume l’inadempimento del lavoratore, e tale prova rientra tra le valutazioni di fatto che sono di competenza del giudice di merito, con giudizio incensurabile in sede di legittimità se congruamente motivato (Cass. 22 gennaio 2009, n. 1632).
Lo scarso rendimento è una violazione del dovere di diligenza del lavoratore che può configurare un’ipotesi di giustificato motivo soggettivo di licenziamento.
Perché ciò accada, però, il datore di lavoro deve provare non solo il mancato raggiungimento del risultato atteso, ma anche che la causa di esso derivi da negligente inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del lavoratore nella sua normale prestazione.
Tuttavia, denota ulteriormente la Fondazione studi, in base al più recente orientamento della giurisprudenza (Cass. 1 dicembre 2010, n. 24361), il datore
di lavoro può dimostrare l’inadempimento del dipendente anche mediante la comparazione tra i risultati produttivi dello stesso dipendente con il rendimento medio dei suoi colleghi.
In tale prospettiva, affinché si configuri l’inadempimento per scarso rendimento, è necessario che tra i risultati del lavoratore e quelli degli altri vi sia una “enorme sproporzione”, cioè uno scarto molto significativo, che dimostri in modo oggettivo ed inequivocabile la mancanza di diligenza.
Ammessa la partecipazione maggioritaria alle Onlus di società commerciali ed enti pubblici.
Via libera alla partecipazione di società ed enti pubblici alle Onlus, che a loro volta possono avere partecipazioni in un’impresa sociale.
Sono Onlus solo i trust opachi e non anche quelli “trasparenti”. Previsto, inoltre, l’esonero dall’imposta di registro degli atti costitutivi delle organizzazioni di volontariato anche prima dell’iscrizione negli appositi registri. Questi i chiarimenti contenuti nella circolare n. 38/E del 01 agosto 2011, con cui l’Agenzia delle Entrate ha fornito indirizzi interpretativi su alcuni aspetti rilevanti legati alla qualifica di organizzazione non lucrativa di utilità sociale.
“Enti “esclusi” partecipano nelle Onlus
Gli “enti esclusi” dalla qualifica di Onlus (enti pubblici, società commerciali, ecc.) possono costituire (o partecipare a) un soggetto giuridico autonomo avente la qualifica fiscale di Onlus, indipendentemente dal fatto che gli “enti esclusi” esercitino un ruolo determinante nella definizione degli atti di indirizzo della Onlus stessa.
Questo principio non si applica alle Organizzazioni Non Governative per le quali la legge speciale prevede espressamente il divieto di partecipazione ad esse da parte di enti pubblici e società commerciali.
Come il trust si iscrive nell’Anagrafe delle Onlus
I trust opachi, cioè senza beneficiari di reddito individuati possono assumere la qualifica di Onlus perché il reddito prodotto è tassato direttamente in capo al trust stesso come avviene con il regime di favore proprio delle Onlus.
E’, invece, precluso il riconoscimento della qualifica di Onlus al trust c.d. “trasparente”, ovvero al trust con beneficiari di reddito individuati giacché a fruire del regime fiscale agevolato previsto per le Onlus sarebbero i beneficiari di reddito e non la Onlus.
Al riguardo, la neo circolare ha ricordato che il trust può essere:
– Con beneficiari individuati (trust trasparenti);
senza beneficiari individuati (trust opachi).
Il sistema di tassazione proprio dei trust “trasparenti” (nel quale gli effettivi possessori del reddito sono i beneficiari, in capo ai quali i proventi sono tassati quali redditi di capitale) è incompatibile con le modalità impositive delle Onlus, che presuppongono l’imputazione direttamente ed esclusivamente in capo all’organizzazione.
Il riconoscimento della qualifica di Onlus per il trust trasparente comporterebbe, infatti, che a beneficiare del regime fiscale di favore (detassazione dei proventi derivanti dalle attività istituzionali e connesse) sarebbe un soggetto diverso rispetto all’organizzazione che svolge l’attività di utilità sociale.
Il riconoscimento della qualifica di Onlus, dunque, è precluso al trust trasparente.
Diversamente, al trust opaco può essere riconosciuta la qualifica di Onlus, essendo il reddito prodotto imputato direttamente al trust stesso e assoggettato a tassazione in capo a quest’ultimo.
Tuttavia, la stessa circolare ha precisato che per la qualifica di Onlus i trust opachi devono essere in possesso di tutti i requisiti prescritti dall’art. 10 del D.Lgs. n. 460/1997; l’atto costitutivo, cioè, deve prevedere espressamente: Lo svolgimento di determinate attività (assistenza sociale, beneficienza, istruzione, ecc.), il perseguimento di finalità solidaristiche, il divieto di distribuzione degli gli utili, l’obbligo di destinare gli utili alla realizzazione delle attività istituzionali e così via.
La Onlus può partecipare in un’impresa sociale
Il carattere non lucrativo dell’impresa sociale e l’obbligo di svolgere la sua attività in particolari settori di rilevanza sociale fanno sì che la Onlus possa avere partecipazioni in una impresa sociale. Infatti, la partecipazione non altera la natura solidaristica della Onlus.
Registrazione delle organizzazioni di volontariato senza imposta di registro
Le organizzazioni di volontariato possono fruire dell’esonero dall’imposta di registro sugli atti costitutivi anche prima dell’iscrizione nei registri del volontariato tenuti dalle regioni o dalle province autonome a patto che, in seguito, comunichino tempestivamente l’avvenuta iscrizione nei predetti registri all’ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate.
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