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Timestamp: 2020-06-03 05:34:12+00:00
Document Index: 120832941

Matched Legal Cases: ['art. 1815', 'sentenza ', 'art. 644', 'art. 1815', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 210', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 644', 'art. 644', 'art. 1815', 'art. 1', 'art. 210', 'art. 210', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 42', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario']

Diritto Civile | studio legale Mandolesi
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Autore: Andrea Mandolesi
Ancora sui tassi (usurai) bancari…
Un breve aggiornamento in materia di usura bancaria.
Sono partite le prime contestazioni alle Banche al fine di ottenere chiarimenti sui tassi applicati ai mutui.
La risposta degli istituti di credito non si è fatta attendere, né il suo contenuto ci ha sorpresi più di tanto.
Se qualcuno pensava che la Banca avrebbe “calato le brache” restituendo il maltolto si sbagliava di grosso.
Personalmente, non avevo dubbi sulla sua resistenza. D’altronde, siamo realistici, la Banca ha troppo potere di posizione per mollare l’osso alla prima richiesta del consumatore.
Se si vuole ottenere qualcosa appare più che mai necessario il ricorso all’autorità giudiziaria.
A mio modesto avviso, anche il ricorso al cosiddetto Arbitro Bancario Finanziario, pur essendo non vincolante per il futuro (nel senso che a prescindere dalla sua decisione il consumatore potrà eventualmente ricorrere all’autorità ordinaria), potrebbe risultare una perdita di tempo proprio per effetto del suo non essere vincolante per il destinatario. Ergo, la Banca potrebbe fregarsene e il cliente sarebbe comunque obbligato ad agire giudizialmente.
Ad ogni buon conto, come dicevo, le Banche stanno rispondendo picche, adducendo la non usurarietà dei tassi applicati ai mutui alla luce della impossibilità, a loro dire, di considerare ai fini del calcolo del tasso soglia anche quello di mora (quando quest’ultimo non sia stato richiesto).
Ovvio che non possiamo accettare né tanto meno condividere una simile difesa, stante, come più volte ribadito, l’istantaneità del reato di usura che si consuma immediatamente al momento della pattuizione degli interessi usurari, indipendentemente dalla loro richiesta.
Ovvero, ciò che rileva ai fini del calcolo dell’usurarietà degli interessi è il momento della loro pattuizione indipendentemente da quando (e se) gli interessi oltre soglia siano stati o meno pagati.
Al contempo, la Banca d’Italia, che non è parte coinvolta ma viene semplicemente informata quale organo di controllo, risponde testualmente che “nello svolgimento dell’attività di vigilanza, la Banca d’Italia verifica, in occasione degli accertamenti ispettivi, la funzionalità delle procedure di calcolo del TEG e delle prescritte segnalazioni trimestrali nonché la corretta pubblicizzazione, presso gli sportelli degli intermediari, delle tabelle con i “tassi soglia”; esamina gli esposti presentati dalla clientela bancaria e finanziaria e svolge gli approfondimenti di competenza, adottando nei confronti dell’intermediario le misure ritenute opportune nelle circostanze specifiche e segnalando, ove del caso, all’Autorità giudiziaria gli aspetti di possibile rilevanza penale riscontrati”. Inoltre fa presente che “non rientra fra le sue competenze la risoluzione di eventuali controversie su singole posizioni contrattuali, essendo la verifica dell’usurarietà dei tassi applicati e le conseguenti valutazioni di carattere civile e/o penale rimesse esclusivamente al vaglio dell’Autorità giudiziaria”.
I tassi usurai delle Banche
E’ tutta mattina che il telefono squilla.
Tutti vogliono chiarimenti.
Il servizio televisivo di ieri sera delle Iene.
Il buon Pelazza, inviato della trasmissione, ha svelato un imbroglio “all’italiana” che, qualora venisse confermato, comporterebbe una sensazionale rivolta popolare in termini di richieste di risarcimento agli istituti di credito risultati colpevoli di aver applicato al consumatore un tasso d’interesse superiore al cosiddetto tasso soglia.
Il tasso soglia o di usura, altro non è se non il tasso di riferimento stabilito trimestralmente dalla Banca d’Italia: rappresenta il tasso massimo d’interesse che le banche possono applicare ai clienti. Qualora, però, questa soglia venisse superata la banca commetterebbe un’usura vera e propria ai danni del cliente.
Ma veniamo alla domanda ricorrente, ovvero quali siano gli strumenti per capire se sia stato o meno applicato un tasso illegale al proprio mutuo.
Reperire i documenti relativi alla propria situazione bancaria è il primo passo e l’istituto di credito è obbligato a fornirli. Una volta consultata la documentazione occorrerà verificare se i tassi applicati dalla banca e comunque risultanti dal contratto di mutuo sottoscritto, siano superiori al predetto tasso soglia e per l’effetto siano da considerarsi usurai e quindi illegittimi.
Come egregiamente spiegato nel servizio televisivo, le voci che dovranno essere prese in considerazione saranno: il Tasso annuo e il tasso di mora. La somma di queste due voci non dovrà essere superiore a quella cosiddetta di soglia, stabilita trimestralmente dalla Banca d’Italia per combattere l’usura.
Se così fosse, infatti, la clausola sarebbe da considerarsi nulla e non sarebbero dovuti interessi di nessun tipo. Ergo, non solo la banca dovrà restituire gli interessi indebitamente già riscossi, ma non potrà neppure pretenderli in futuro per tutta la durata del contratto.
L’art. 1815, comma 2, codice civile, così recita: “se sono convenuti interessi usurari (644,649 c.p.), la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.
Nella recentissima sentenza n. 350 del 2013, la Suprema Corte ha stabilito che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., co. 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori.
Sentenza 9 gennaio 2013, n. 350
1.- I.D. ha convenuto in giudizio la s.p.a. Intesa BCI lamentando che il tasso applicato al contratto di mutuo con garanzia ipotecaria stipulato il 19.9.1996 per l’acquisto della propria casa era da considerare usurario. Il Tribunale di Napoli ha rigettato la domanda volta a sentir accertare l’illegittimità della misura degli interessi stabiliti nel contratto di mutuo, in relazione alla rata di Euro 20.052,48 richiesta con lettera del 6.11.2001, sulla base della considerazione che, ai sensi della L. n. 108 del 1996, art. 2, per la determinazione degli interessi usurari i tassi effettivi globali medi rilevati dal Ministero del Tesoro ai sensi della citata legge devono essere aumentati della metà. Considerato che il D.M. 27 marzo 1998, emesso dal Ministero del Tesoro, prevedeva per la categoria dei mutui il tasso dell’8.29%, ha quindi, escluso che il tasso contrattualmente fissato potesse essere ritenuto usurario.
La Corte di appello, con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione di primo grado evidenziando che i motivi posti a base dell’appello erano aspecifici rispetto alla motivazione della decisione del Tribunale. L’appellante si era limitato ad invocare apoditticamente la natura usuraria degli interessi pattuiti senza contestare i parametri adottati dal primo giudice per valutare la fondatezza della domanda e senza indicare, in concreto, le ragioni di fatto e di diritto idonee a ribaltare la decisione impugnata. Privi di rilevanza erano i riferimenti allo scopo per cui era stato stipulato il mutuo. Infine, la maggiorazione del 3% prevista per il caso di mora non poteva essere presa in considerazione, data la sua diversa natura, nella determinazione del tasso usurario. Da ultimo, ha ritenuto che le richieste istruttorie di ordinare ex art. 210 c.p.c., l’esibizione del carteggio intercorso tra le parti e di ctu contabile che quantificasse le differenze incassate in eccedenza dalla Banca fossero inammissibili per la loro genericità e per il carattere meramente esplorativo nonchè prive di attinenza con i motivi posti a base del gravame.
Resiste con controricorso la s.p.a. Italfondiario quale procuratore della s.r.l. Castello Finance in luogo della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa nonchè quale procuratore della s.p.a. Intesa Gestione Crediti quale procuratore di Banca Intesa.
Il profilo della censura relativo all’anatocismo ù che neppure è menzionato nella sentenza impugnata ù risulta dedotto in appello “in considerazione del fatto che con il piano di ammortamento la Banca ha di fatto applicato l’anatocismo vietato dalla legge” (v. trascrizione in ricorso, pag. 4).
Trattasi di censura affatto nuova - oltre che generica - come tale inammissibile.
3.2.- Quanto al profilo sub b) (usurarietà dei tassi) va rilevato che parte ricorrente deduce che l’interesse pattuito (inizialmente fisso e poi variabile) era del 10.5%, in contrasto con quanto è previsto dal D.M. 27 marzo 1998, che indica il tasso praticabile per il mutuo nella misura dell’8.29%.
Tale tasso dovrebbe ritenersi usurario a norma della L. n. 108 del 1996, art. 1, comma 4, tanto più ove si consideri che fu richiesto per l’acquisto di un bene primario quale la casa di abitazione e che dovrebbe tenersi conto della prevista maggiorazione di 3 punti in caso di mora.
La censura sub b), nella parte in cui ripete l’assunto - già correttamente disatteso dalla Corte di merito - secondo cui la natura usuraria discenderebbe dalla finalità del mutuo, contratto per l’acquisto della propria casa, è infondata in quanto, ai sensi del nuovo testo dell’art. 644 c.p., comma 3, sono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge ovvero “gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all’opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria”.
La stessa censura (sub b), invece, è fondata in relazione al tasso usurario perchè dalla trascrizione dell’atto di appello risulta che parte ricorrente aveva specificamente censurato il calcolo del tasso pattuito in raffronto con il tasso soglia senza tenere conto della maggiorazione di tre punti a titolo di mora, laddove, invece, ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile - senza necessità di specifica motivazione - l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003).
3.3.- Sulla censura sub c) (relativa al mancato accoglimento di istanze istruttorie) va ricordato che “il provvedimento di cui all’art. 210 cod. proc. civ. è espressione di una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, che non è tenuto ad indicare le ragioni per le quali ritiene di avvalersi, o no, del relativo potere, il cui mancato esercizio non può, quindi, formare oggetto di ricorso per cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione” (Sez. 2, Sentenza n. 22196 del 29/10/2010). Peraltro, l’esibizione a norma dell’art. 210 c.p.c., non può essere ordinata allorchè l’istante avrebbe potuto di propria iniziativa acquisire la documentazione in questione (Sez. 1, Sentenza n. 149 del 10/01/2003), come nella concreta fattispecie.
Il ricorrente, poi, nulla deduce in ordine alla decisività di tale mezzo istruttorio, anche in considerazione di ciò, che la domanda era limitata alla rata richiesta con lettera del 6.11.2001 e il cui importo risulta determinato in Euro 20.052,48, in relazione alla quale soltanto erano state formulate le conclusioni in primo grado e in appello (”la non debenza dell’importo reclamato dalla banca”).
E’ vero, infatti, che la deduzione della nullità delle clausole che prevedono un tasso d’interesse usurario è rilevabile anche d’ufficio, non integrando gli estremi di un’eccezione in senso stretto, bensì una mera difesa, che può essere avanzata anche in appello, nonchè formulata in comparsa conclusionale, ma ciò a condizione che “sia fondata su elementi già acquisiti al giudizio” (Sez. 1, Sentenza n. 21080 del 28/10/2005).
Fossi in voi, ci darei un’occhiata…..
Le novità condominiali
Queste le novità in materia di condominio introdotte dalla legge del 11 dicembre 2012 n. 220.
Per fare l’amministratore è necessario essere in possesso di un diploma di scuola secondaria di secondo grado.
Niente registro (previsto dalla disciplina transitoria) ma restano alcuni requisiti necessari (godimento dei diritti civili, titolo di studio, formazione, assicurazione professionale).
La durata in carica dell’amministratore passa da uno a due anni.
La revoca dell’amministratore può essere deliberata in ogni tempo dall’assemblea, con la maggioranza prevista per la sua nomina oppure con le modalità previste dal regolamento di condominio.
Sono inoltre elencati nel dettaglio i casi in cui condomini, anche singolarmente, possono chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare eventuali violazioni e revocare il mandato all’amministratore (quale, ad esempio, la mancata apertura o la mancata utilizzazione del conto corrente condominiale).
Importantissima novità anche in relazione agli animali di compagnia.
Finalmente, infatti, non può essere vietato il possesso di animali domestici.
L’articolo 16 del disegno di legge stabilisce espressamente che “Le norme del regolamento non possono porre limiti alle destinazioni d’uso delle unità di proprietà esclusiva né vietare di possedere o detenere animali da compagnia”.
Anche l’amministratore del condominio dovrà essere assicurato.
L’amministratore, all’atto della nomina deve presentare ai condomini una polizza individuale di responsabilità civile per gli atti compiuti nell’esercizio del mandato i cui oneri sono posti a carico dei condomini.
Altra rilevante novità è quella che al comma 7 dell’articolo 1129, così come modificato dall’articolo 9 del disegno di legge, impone all’amministratore di far transitare le somme ricevute a qualunque titolo dai condomini o da terzi, nonché quelle a qualsiasi titolo erogate per conto del condominio, su uno specifico conto corrente, postale o bancario, intestato al condominio.
Ovviamente, ciascun condomino potrà accedervi per prendere visione e/o estrarre copia, a proprie spese, della rendicontazione periodica.
Il nuovo articolo 1117-ter (introdotto dall’articolo 2 del disegno di legge) prevede che in caso di attività che incidano negativamente e in modo sostanziale sulle destinazioni d’uso delle parti comuni, l’amministratore o i condomini, anche singolarmente, possano diffidare l’esecutore e chiedere la convocazione dell’assemblea per far cessare la violazione, anche mediante azioni giudiziarie.
E’ prevista la possibilità per il singolo condomino di rinunciare all’utilizzo delle parti comuni, come l’impianto di riscaldamento e di condizionamento, qualora dalla sua rinuncia non derivino notevoli squilibri di funzionamento né aggravi di spesa per gli altri condomini.
Altra novità in materia digitale.
Su richiesta dell’assemblea l’amministratore è tenuto, infatti, ad attivare un sito internet del condominio ad accesso individuale protetto da una parola chiave, che consenta agli aventi diritto di consultare ed estrarre copia in formato digitale di atti e rendiconti mensili.
Le spese per l’attivazione e la gestione del sito internet sono ovviamente poste a carico dei condomini.
Il valore proporzionale di ciascuna unità immobiliare è espresso in millesimi in apposita tabella allegata al regolamento di condominio.
Tali valori possono essere rettificati o modificati, anche nell’interesse di un solo condomino, con la maggioranza prevista dall’articolo 1136, secondo comma, del codice civile, nei seguenti casi:
1) quando risulta che siano conseguenza di un errore;
Le deliberazioni concernenti l’installazione sulle parti comuni dell’edificio d’impianti volti a consentire la videosorveglianza su di esse sono approvate dall’assemblea con un numero di voti che rappresenti la maggioranza degli intervenuti e almeno la metà del valore dell’edificio.
Mediazione, sinistri e condominio
Dal 20 marzo scorso, è diventato obbligatorio procedere alla mediazione anche nelle materie condominiali e, soprattutto, nelle responsabilità da circolazione stradale, la cui vigenza era stata posticipata di dodici mesi.
Non solo, quindi, non è stata prevista l’eliminazione del nuovo istituto, così tanto aspramente criticato dall’avvocatura tutta, ma il suo utilizzo è stato esteso anche ad altre materie.
Chissà, come si augurano i consumatori, se l’istituto in esame potrà realmente apportare quei benefici tanto sbandierati in termini di speditezza ed economia processuale.
I dati forniti dagli organi a ciò preposti sembrano dare ragione al nuovo istituto di mediazione. Dai predetti dati risulta che vi sarebbe l’adesione dell’invitato solo nel 30,62% dei casi. Ma il dato di assoluto rilievo è che, nei casi in cui il “chiamato” aderisce, il 52,58% delle mediazioni si concludono con un verbale di conciliazione.
Personalmente, nonostante le statistiche sembrerebbero dire il contrario, non sono tanto convinto della bontà della procedura di mediazione. Innanzitutto perché il compito di mediare spetta, in ogni caso ed a prescindere da qualsivoglia obbligo di legge, al legale. Ogni avvocato ha prima di tutto l’obbligo di perseguire gli interessi del proprio assistito. E, per fare ciò, non può che tentare la via della risoluzione amichevole della insorgenda controversia.
L’altro principale motivo che mi fa dubitare sulla reale efficacia dell’istituto de quo è costituito dall’aspetto economico: infatti, attivare la procedura conciliativa non è gratuito. Il consumatore si trova nella condizione di dover sborsare denaro non più una volta sola ma due volte. Come dire, oltre il danno la beffa.
La ratio dell’istituto di mediazione è sicuramente apprezzabile ma ritengo che non si raggiunga lo scopo prefissato. O comunque, anche se parzialmente detto scopo fosse raggiunto, quelli che ne beneficerebbero non sarebbero forse le persone economicamente più deboli.
Ma questo, sia chiaro, è soltanto il mio modestissimo parere.
Ritornando al tema dell’intervento, anche le controversie in materia condominiale e di risarcimento del danno da circolazione stradale e dei natanti dovranno essere precedute dall’esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione.
Già dal marzo 2011 è entrato in vigore il regime dell’obbligatorietà del tentativo di mediazione per molte della materie indicate nell’articolo 5 D.Lgs. 28/2010, ovvero: diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto d’azienda, risarcimento del danno da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.
C’è stato, inoltre, un progressivo rafforzamento delle sanzioni per la mancata partecipazione si è giunti con la recente modifica all’articolo 8 Decreto Legislativo 28 del 2010 che ha introdotto una sanzione ulteriore per la mancata partecipazione senza giustificato motivo. Essa non rappresenterà più soltanto un argomento di prova ex art. 116 c.p.c. ma determinerà l’obbligo per la parte che non si presenta di corrispondere una sanzione pecuniaria pari al valore del contributo unificato dovuto per la causa.
Le controversie riguardanti la responsabilità per sinistri stradali, che saranno di certo numerosissime, potranno trovare un’efficace soluzione con la mediazione a condizione che le compagnie assicurative aderiscano alla procedura. Fino a questo momento, infatti, nei casi di chiamata quasi sempre le società assicurative hanno sempre rifiutato l’”invito” alla mediazione. Sarà certamente importante la preparazione e la disponibilità delle compagnie di assicurazione al negoziato, affinché la mediazione in RCA non si esaurisca in una sorta di liquidazione di secondo livello, dopo il tentativo di liquidazione stragiudiziale del sinistro.
Quanto alle controversie vertenti in materia di condominio, un primo problema potrà essere determinato dall’individuazione dell’ambito di applicazione della disciplina: la norma sembra riferirsi a qualunque controversia in cui sia interessato un edificio condominiale. Non solo. Altri problemi possono porsi circa i poteri dell’amministratore e circa i rapporti tra riservatezza, accordo e deliberazione assembleare di accettazione dell’accordo di conciliazione eventualmente raggiunto. La efficacia della mediazione in simili casi sarà ancora più complicata se si pensi all’alto numero di persone coinvolte nella conciliazione e al tasso di conflittualità che, di solito, è connaturato in simili controversie.
Parcella e restituzione documenti
Anche se non sono state saldate le competenze del legale, il cliente ha diritto a vedersi restituita la documentazione di causa. In buona sostanza, il mancato pagamento delle spese legali non legittima l’avvocato a negare e/o condizionare i diritti del cliente o l’adempimento delle prestazioni professionali.
Questo è quanto sancito dalla recentissima sentenza in commento.
La sentenza del 17 novembre 2011, n. 24080, in materia di deontologia professionale, ha confermando la natura di illecito disciplinare per quell’avvocato che non consegni al cliente i documenti richiesti, anche nel caso in cui non abbia ricevuto il pagamento delle spese e delle competenze legali. Secondo gli ermellini, infatti, anche la formale messa a disposizione della documentazione non esclude la responsabilità disciplinare del professionista qualora, di fatto, ne venga impedita la materiale apprensione.
Nella sentenza in esame, dopo aver revocato il mandato al professionista, il cliente aveva presentato un esposto nei suoi confronti poiché, dopo la revoca della sua nomina, non si era adoperato affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni, agendo, invece, in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute.
A carico del legale veniva per l’effetto aperto un procedimento disciplinare per aver violato gli artt. 32, 42 e 43 Codice Deontologico Forense, nonché per la violazione degli artt. 5, 6, 7 e 8 c.d.f. in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al suo assistito, che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta, documenti necessari per l’attività di difesa.
Ha osservato il Consiglio Nazionale che risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione dell’assistito perché, in ogni caso, è certo che l’avvocato non potesse non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al cliente di procedere in forma esecutiva.
Sentenza 8 - 17 novembre 2011, n. 24080 (Presidente Vittoria - Relatore Tirelli)
Con atto spedito in data 23/3/2011, l’avv. P.D. ha proposto ricorso contro la decisione in epigrafe indicata, inviatagli a mezzo posta il 21/2/2011 e ritirata il successivo 24/2/2011. Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza non ha svolto attività difensiva e la controversia è stata decisa all’esito della pubblica udienza dell’8/11/2011.
Dalla lettura della sentenza impugnata emerge in fatto che dopo avergli revocato ogni mandato, il sig. L.M. ha presentato un esposto nei confronti dell’avv. D.P., a carico del quale il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza ha poi aperto procedimento disciplinare per i seguenti capi d’incolpazione: 1) per avere violato gli artt. 33, 42 e 43 CDF perché, dopo la revoca della sua nomina a difensore avvenuta con racc. r.r. del 25 luglio 2006, ricevuta il 3 agosto 2006, non si adoperava affinché la successione nei mandati avvenisse senza danni per l’assistito sig. M.L. ed anzi, agiva in senso inverso non consegnando la documentazione né la contabilità delle spese sostenute ed in particolare: a) richiedendo in data 3 novembre 2006 (e cioè a revoca già avvenuta), due copie autentiche con formula esecutiva della sentenza n. 789/2006 dei Giudice di Pace di Monza, pronunciata nella causa M.L./Comune di Villasanta ed Esatri spa e non consegnandole né al cliente né al nuovo difensore precludendo e/o comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa la prosecuzione della difesa ed in particolare l’esecuzione del titolo in esame; b) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia delle fatture relative agli assegni fatti sulla Banca Popolare di Bergamo per l’importo rispettivamente di Euro 250,00, 1.000,00 e 1.400,00, precludendo in tal modo e comunque rendendo più difficoltosa ed onerosa l’eventuale attività di recupero di detti importi e comunque non fornendo al cliente informazioni che è obbligato a fornire ex art. 42 co. II CDF; c) non fornendo al cliente e al nuovo difensore copia della documentazione inerente un sinistro trattato nell’interesse del sig. L..M. con la Fondiaria Ass.ni (e in particolare copia della quietanza che ha definito il sinistro), violando in tal modo il disposto di cui all’art. 42 CDF ed impedendo e/o comunque rendendo più difficoltosa l’attività di verifica inerente la posizione. 2) Per aver violato gli artt. 5, 6, 7 e 8 CDF in quanto, in violazione dei doveri di probità, lealtà, correttezza, fedeltà e diligenza non consegnava al sig. L.M., suo assistito che in più sedi e forme gliene faceva esplicita richiesta a far tempo dal 25 luglio - 3 agosto 2006, i documenti di cui al capo 1)… E ciò nonostante esplicito impegno in tal senso assunto avanti alla Commissione Disciplinare dell’Ordine di Monza in data 26 marzo 2007″. Citato a giudizio per l’udienza del 6 aprile 2009, l’avv. P. ha depositato memoria ed al termine del dibattimento il Consiglio dell’Ordine lo ha assolto da una parte degli addebiti, infliggendogli la sanzione della censura per la mancata consegna delle copie della sentenza del Giudice di pace. L’avv. P. si è gravato al Consiglio Nazionale Forense che, però, ha rigettato l’appello con decisione contro cui l’incolpato ha proposto ricorso per cassazione articolato in quattro motivi, con il primo dei quali ha dedotto violazione di legge ed incongruità della motivazione, in quanto il giudice a quo avrebbe dovuto riconoscere la insanabile contradditto-rietà della pronuncia del Consiglio dell’Ordine, che nel dispositivo aveva riferito la condanna ai capi le e 2, mentre nella motivazione l’aveva assolto da tali addebiti, ritenendolo responsabile di quelli di cui ai punti la e 2. Con il secondo motivo, l’avv. P. ha sostenuto che il sig. M. non gli aveva corrisposto alcun compenso, per cui non poteva aver risentito nessun danno dalla mancata messa in esecuzione della sentenza del Giudice di pace, il quale si era limitato a condannare il Comune di Villasanta solo al rimborso di quelle spese legali che il M. non aveva, in realtà, mai pagato. Con il terzo motivo, l’avv. P. ha nuovamente dedotto la violazione di legge e l’incongruenza della motivazione, sottolineando da un lato che la richiesta delle copie non aveva rappresentato un atto processuale o, in ogni caso, un’iniziativa arbitraria, bensì la semplice attuazione di una precisa volontà del M. e, dall’altro, che dal canto suo non era tenuto ad andare a consegnarle, ma soltanto a metterle a disposizione come, del resto, aveva puntualmente fatto senza frapporre alcun ostacolo al loro ritiro da parte dell’ex cliente che, anzi, aveva dovuto ad un certo punto citare addirittura in giudizio per costringerlo a prendere quanto, solo apparentemente, invocava. Con il quarto motivo, l’avv. P. ha infine lamentato che pur avendo egli dedotto la inammissibilità della motivazione dal Consiglio dell’Ordine, che aveva giustificato l’applicazione della censura con l’esistenza di altri procedimenti disciplinari non ancora conclusi, il Consiglio Nazionale non aveva minimamente risposto, ma si era limitato a confermare la sanzione sulla base di argomentazioni diverse da quelle utilizzate dal Consiglio locale. Così riassunte le difese del ricorrente, osserva il Collegio che secondo il Consiglio Nazionale Forense, l’inesatto richiamo dei capi d’incolpazione operato dal dispositivo della decisione del Consiglio dell’Ordine era stato il frutto di un mero errore materiale che aveva determinato una semplice discrepanza chiaramente percepibile e, perciò, incapace d’ingenerare ragionevoli dubbi sul contenuto e le ragioni della condanna dell’incolpato che, infatti, aveva impugnato in modo ampio ed articolato, mostrando così di non aver risentito alcun pregiudizio del suo diritto di difesa. Trattandosi di valutazione di merito non inficiata da vizi logici o giuridici né adeguatamente contestata dall’incolpato, che in violazione del principio di autosufficienza del ricorso non ha nemmeno riprodotto il testo del provvedimento del Consiglio dell’Ordine, il primo motivo del ricorso dev’essere di conseguenza rigettato. Parimenti da rigettare è anche il secondo motivo, a proposito del quale è sufficiente sottolineare che l’inadempimento del M. agli obblighi su di lui gravanti nei rapporti interni con il proprio difensore, non poteva comportare il venir meno del suo interesse a disporre del titolo esecutivo per ottenere, nei rapporti esterni con il Comune, il pagamento delle somme da quest’ultimo dovute. Quanto al terzo motivo, giova innanzitutto precisare che il Consiglio Nazionale non si è interrogato sulla natura, processuale o meno, della richiesta delle copie né ha sostenuto che l’avv. P. avrebbe dovuto spingersi a consegnarle anziché limitarsi a metterle a disposizione, ma si è attenuto alle risultanze istruttorie, ritenendo ampiamente dimostrato dalle raccomandate in atti, nonché dalle dichiarazioni del M. e del suo nuovo difensore, che ad un certo punto della vicenda l’incolpato aveva cominciato a porre in essere una condotta finalizzata ad ostacolare il suo ex cliente. In un quadro del genere, ha osservato il Consiglio Nazionale, risultava irrilevante accertare se la richiesta delle copie fosse stata o meno fatta su sollecitazione del M., perché anche a prescindere dal fatto che la presentazione dell’istanza era avvenuta tre mesi dopo la revoca del mandato e, cioè, quando l’ex dente aveva già più volte domandato la restituzione della documentazione, quello che in realtà contava era che l’avv. P. non poteva non sapere che la loro mancata acquisizione avrebbe impedito al M. di procedere in forma esecutiva. Malgrado tale consapevolezza, l’avv. P. si era però “univocamente mosso nella direzione di evitare la consegna delle copie della sentenza, ed” era “questo l’atteggiamento sostanziale che” andava iscritto a suo carico, “nessun rilievo potendosi dare a declaratorie di disponibilità” cui, al di là delle forme, erano “puntualmente seguiti atteggiamenti di segno” esattamente contrario. In considerazione di quanto sopra, il Consiglio Nazionale ha quindi concluso per la sussistenza della responsabilità disciplinare dell’avv. P., esprimendo in tal modo un giudizio che non può essere sindacato in questa sede perché basato su di una ricostruzione dell’accaduto immune da errori logici o giuridici. Pure il terzo motivo del ricorso dev’essere, pertanto, rigettato al pari, d’altronde, del quarto, in relazione al quale sembra sufficiente rilevare che a fronte di una motivazione incongrua del Consiglio dell’Ordine, il CNF non era certo vincolato a darne atto e ad annullare di conseguenza la sanzione della censura, in quanto essendo anche lui giudice del merito (C. Cass. n. 8429 del 2004 e 15972 del 2009), ben poteva legittimamente confermarla sulla base di considerazioni diverse che, nel caso di specie, sono state ragionevolmente indicate nella “rilevanza del comportamento illecito” e nel mancato compimento di “alcun atto emendativo” da parte dell’incolpato. Nulla per le spese, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Monza e la natura di parte in senso solo formale del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.