Source: https://www.laleggepertutti.it/257692_causa-persa-in-partenza-avvocato-responsabile
Timestamp: 2019-02-20 02:19:22+00:00
Document Index: 726646

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'art. 40', 'Cass. Sez. ', 'art. 27', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Se l’avvocato non avvisa il cliente che ci sono poche possibilità di vincere la causa deve risarcirlo?
L’«avvocato delle cause perse» non è quello che le perde tutte ma chi, non riuscendo a trovare clienti seri, assume la difesa di processi “impossibili”, di posizioni indifendibili, sperando di racimolare il necessario per mandare avanti lo studio. Che succede però se il difensore non avvisa il proprio cliente delle scarse chances di vittoria e, anzi, lo incita allo scontro giudiziario? Immaginiamo che una persona debba dei soldi a un fornitore e che perciò riceva un decreto ingiuntivo dal tribunale. Il debitore fa vedere l’atto al proprio legale chiedendogli di fare il possibile per bloccare l’azione esecutiva del creditore o, quantomeno, allungare i tempi. L’avvocato, invece di dirgli che si tratta di una causa persa in partenza, gli fa capire che ci sono dei margini (seppur minimi) per sperare in un accoglimento dell’opposizione e nell’annullamento del decreto ingiuntivo. Salvo poi dimenticare le promesse e defilarsi al momento sentenza di rigetto e condanna. Il cliente può chiedere il risarcimento del danno al professionista? A spiegare se un avvocato è responsabile per la causa persa in partenza è stata una interessantissima ordinanza della Cassazione pubblicata stamattina [1].
La pronuncia, anche se non emessa dalle Sezioni Unite, costituirà d’ora innanzi un precedente di cui tenere conto perché definisce le linee guida dei rapporti tra l’assistito e il suo difensore.
1 Il dovere di informazione dell’avvocato
2 Il dovere dell’avvocato di fornire un’utilità al cliente
3 Causa persa: come l’avvocato evita la responsabilità
Il dovere di informazione dell’avvocato
Partiamo da ciò che dice il codice deontologico degli avvocati attualmente in vigore [2]. Il legale ha una serie di obbligo di informazione nei confronti del proprio cliente tra i quali però non è compreso quello di prevedere le possibilità di vittoria della causa. Difatti la norma dice solo che l’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita delle caratteristiche e dell’importanza dell’incarico, delle attività da espletare, delle possibili soluzioni. Deve poi informarla della prevedibile durata del processo e, in forma scritta, deve indicare l’ammontare della parcella secondo quanto al momento può apparirgli prevedibile.
Questo significa che, dinanzi alla consueta domanda: «Avvocato, che percentuale ho di vincere?» il legale non è tenuto a fornire risposta. Del resto, non è una novità che in Italia le sentenze non hanno valore di precedente e prevedere la possibile interpretazione del giudice è cosa impossibile.
Certo è però vero che, nei doveri generali di correttezza e buona fede che riguardano l’espletamento di qualsiasi mandato professionale – obblighi imposti dal codice civile – è compreso anche il divieto di “vendere” una prestazione impossibile o del tutto inutile: una cura medica contro una malattia inguaribile, un progetto per una casa costruita sulle nuvole, la difesa in una causa senza chance di vittoria. Per cui, quando le ragioni della parte sono inconsistenti e non tutelate dalla legge, il professionista ha l’obbligo quantomeno di riferirglielo e dissuaderla dal coltivare la lite (preferibilmente è meglio che lo faccia per iscritto, in modo da poter provare, anche in un successivo momento, di aver adempiuto a tale obbligo).
Tutto ciò però non toglie che, anche dinanzi a una causa persa in partenza, l’avvocato potrebbe fornire una prestazione utile e, in tal caso, rivendicare il pagamento della propria parcella. Possibile? Assolutamente sì; e qui sta l’importante chiarimento fornito dalla Cassazione. Ecco quando.
Il dovere dell’avvocato di fornire un’utilità al cliente
La Cassazione fa rilevare che l’attività dell’avvocato non può essere confinata solo alla causa in sé, ossia alla difesa giudiziale, ma può consistere anche nel tentativo di trovare un bonario componimento, una transazione o, per dirla con gergo comune, un “saldo e stralcio”. Magari, il legale potrebbe portare il proprio assistito a trattare, nel procedimento di mediazione, delle condizioni a lui più favorevoli (come ad esempio ottenere uno sconto o la dilazione su un pagamento comunque dovuto).
Ecco pertanto che, laddove l’avvocato abbia accettato una causa persa, ma riesca a provare di aver comunque agito in favore del proprio cliente per garantirgli una sia pur minima utilità, non può essere considerato responsabile per la sconfitta in giudizio. E ciò tanto più se l’assistito non ha volontariamente accettato i suoi consigli e, magari, si è sottratto ad ogni tentativo di transazione.
Del resto, l’interesse del cliente che delega l’avvocato a proporre opposizione al decreto ingiuntivo potrebbe già consistere nel non pagare subito l’importo intimatogli.
Causa persa: come l’avvocato evita la responsabilità
In sintesi: se l’avvocato accetta una causa persa deve almeno attivarsi per trovare una soluzione transattiva, altrimenti risponde perché espone il cliente all’aumento del danno iniziale per via della condanna alle spese processuali.
Non può essere condannato a risarcire il danno l’avvocato che accetta di difendere il cliente in una causa persa in partenza. Non esiste, infatti, neppure alla luce del nuovo codice deontologico, un obbligo del legale di fare un pronostico sull’esito della lite, se non richiesto. L’avvocato ha il solo dovere di valutare l’interesse del cliente in rapporto alle caratteristiche della causa , prospettando la prevedibile durata e gli oneri.
Molta importanza viene invece data al dovere di informazione sulla possibilità di percorrere vie alternative alla giurisdizione, come la mediazione o la negoziazione assistita. Circostanza che non presuppone comunque un pronostico sull’esito della controversia, ma solo una valutazione della miglior difesa
[1] Cass. ord. n. 30169/18.
[2] Art. 27 cod. deontologico forense.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 13 settembre – 22 novembre 2018, n. 30169
1.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’articolo 360, 1 comma, numero 5 cod.proc.civ. – insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia – violazione falsa applicazione degli articoli 2733 e 2734 c.c. e degli articoli 115 e 116 cod.proc.civ., ex articolo 360, 1 comma, n. 3 cod. proc. civ. In merito sostiene che la professionista si è resa colpevole di non aver rappresentato al proprio cliente che l’atto di citazione in opposizione a decreto ingiuntivo “appariva fondato su punti di fatto di diritto che avevano poche, se non nulle, probabilità di essere accolte”. Il giudice dell’appello non avrebbe tenuto conto delle risultanze istruttorie, o comunque del fatto che non vi fossero circostanze da cui desumere che la professionista abbia posto in essere una sufficiente opera dissuasiva nei confronti dell’assistito, all’epoca in cui fu conferito il mandato, non essendo rilevante il successivo suggerimento di tentare una transazione, intervenuto in corso di causa, circa sei mesi dopo il conferimento dell’incarico. Tale omessa informazione avrebbe comportato per l’opponente il pagamento di inutili spese giudiziali, ivi incluse le spese legali del giudizio di opposizione.
1.8. Riguardo agli oneri inerenti al mandato alle liti valgono certamente le norme deontologiche che regolano specificamente l’attività professionale dell’avvocato. Secondo Cass. Sez. U., Sentenza n. 26810 del 20/12/2007 “le norme del codice disciplinare forense costituiscono fonti normative integrative del precetto legislativo che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense il potere disciplinare, con funzione di giurisdizione speciale appartenente all’ordinamento generale dello Stato, e come tali sono interpretabili direttamente dalla Corte di legittimità”. Pertanto, ragionando alla stregua delle norme “secondarie” allora vigenti, che costituiscono un parametro per valutare il grado di diligenza cui è tenuto il professionista allorché riceve il mandato alle liti, rileva osservare che da esse non si evince un generale obbligo di preventiva informativa sul possibile esito della lite, bensì una informativa sulle caratteristiche e sulla importanza della lite per cui accetta il mandato, nonché sulle possibili soluzioni della medesima e, se richiesto, sulle previsioni di massima inerenti alla durata e ai costi presumibili del processo.
1.9. Difatti il codice deontologico degli avvocati Europei allora vigente, all’art. 2.7 dispone: “- Interesse del cliente – Fatto salvo il rigoroso rispetto di tutte le norme di legge e deontologiche, l’avvocato deve sempre difendere nel miglior modo possibile gli interessi del suo cliente e deve anteporli ai propri o a quelli dei suoi colleghi”. Il codice deontologico del Consiglio Nazionale Forense (CNF), vigente al 2007 (applicabile ratione temporis), all’art. 40 Obbligo di informazione – prevedeva che “l’avvocato è tenuto ad informare chiaramente il proprio assistito all’atto dell’incarico delle caratteristiche e dell’importanza della controversia o delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione possibili. L’avvocato è tenuto altresì ad informare il proprio assistito sullo svolgimento del mandato affidatogli, quando lo reputi opportuno e ogni qualvolta l’assistito ne faccia richiesta. I. Se richiesto, è obbligo dell’avvocato informare la parte assistita sulle previsioni di massima inerenti alla durata e ai costi presumibili del processo. II. È obbligo dell’avvocato comunicare alla parte assistita la necessità del compimento di determinati atti al fine di evitare prescrizioni, decadenze o altri effetti pregiudizievoli relativamente agli incarichi in corso di trattazione. III. Il difensore ha l’obbligo di riferire al proprio assistito il contenuto di quanto appreso nell’esercizio del mandato se utile all’interesse di questi”.
1.11. Pertanto, al di fuori dello specifico incarico (stragiudiziale) di esprimere un parere legale riguardo a una questione posta dal cliente, in riferimento al tema della strategia processuale scelta dal difensore, l’obbligazione dell’avvocato riacquista il normale carattere di obbligazione di mezzi, ove il comportamento diligente si misura in relazione alle caratteristiche della lite e all’interesse del cliente a coltivarla, e non solo in base al prevedibile esito della lite. Per questo aspetto, rileva il precedente reso da Cass. Sez. 3, Sentenza n. 11906 del 10/06/2016, ove esprime che “in tema di responsabilità dell’avvocato verso il cliente, è configurabile imperizia del professionista allorché questi ignori o violi precise disposizioni di legge, ovvero erri nel risolvere questioni giuridiche prive di margine di opinabilità, mentre la scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità purché la sua inadeguatezza al raggiungimento del risultato perseguito dal cliente sia valutata (e motivata) dal giudice di merito ex ante e non ex post, sulla base dell’esito del giudizio, restando comunque esclusa in caso di questioni rispetto alle quali le soluzioni dottrinali e/o giurisprudenziali presentino margini di opinabilità – in astratto o con riferimento al caso concreto – tali da rendere giuridicamente plausibili le scelte difensive compiute dal legale ancorché il giudizio si sia concluso con la soccombenza del cliente” (v. anche Sez. 3, Sentenza n. 10289 del 20/05/2015 che ha sancito che “costituisce compito esclusivo del legale la scelta della linea tecnica da seguire nella prestazione dell’attività professionale”).
1.14. Né dal testo di deontologia pubblicato di recente dal CNF, nel 2018, è ravvisabile un’evoluzione nella direzione di imporre al professionista oneri d’informazione più stringenti, là ove, all’art. 27 del Codice di deontologia forense, la norma deontologica si limita ancora a indicare che “l’avvocato deve informare chiaramente la parte assistita, all’atto dell’assunzione dell’incarico, delle caratteristiche e dell’importanza di quest’ultimo e delle attività da espletare, precisando le iniziative e le ipotesi di soluzione che prevede”. Dunque, anche oggi, la norma deontologica non si spinge a enunciare un obbligo dell’avvocato che accetta il mandato alle liti di formulare un pronostico sull’esito della lite, se non richiesto, bensì un onere di valutare l’interesse del cliente in rapporto alle caratteristiche della lite e di prospettare la prevedibile durata del processo e gli oneri di spesa ipotizzabili, informando il cliente dello svolgimento del mandato a lui affidato. Molta importanza, poi, nel nuovo testo, è data agli oneri informativi relativi alla possibilità per il cliente di accedere a modalità alternative di soluzione della lite (procedimenti di mediazione o di negoziazione assistita), il che ovviamente non presuppone solo un pronostico sul possibile esito della lite, essendo questa una valutazione inerente alla miglior difesa degli interessi del cliente sottesi alla controversia in atto, in relazione ai costi e alla prevedibile durata del processo, a prescindere dalla fondatezza o meno della pretesa del cliente.
1.17. In definitiva, la Corte di merito, in tale ambito, ha esaurientemente valutato il complessivo comportamento nell’accettare e nell’espletare il mandato alla lite tenuto dall’avvocato, che ha dimostrato di avere valutato prima il concreto interesse del cliente in rapporto alle caratteristiche della lite, e ha coltivato poi possibilità transattive, non più accettate dal cliente, ed è quindi pervenuta alla corretta conclusione che, sotto il profilo della diligenza cui era tenuta la professionista, il comportamento assunto fosse conforme ai parametri di correttezza professionale. Difatti, l’accettazione del mandato a svolgere un’opposizione a decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo riposta su basi giuridiche pressoché inconsistenti, e la successiva iniziativa processuale di tentare una composizione bonaria della controversia in corso, sono tutte scelte professionali di tipo discrezionale che, valutate ex ante – a prescindere dall’errore processuale commesso nell’avviare l’opposizione nelle forme rituali previste e dal contenuto delle difese-, rientrano nello schema di un comportamento professionale rientrante canone di correttezza professionale richiesta e pretendibile, certamente non iscrivibile nell’ambito di un atteggiamento spericolato o di inerzia, contrastante con l’interesse del cliente.
2. Con il secondo motivo si denuncia ex articolo 360 numero 4 cod. proc.civ. motivazione apparente – omessa pronuncia – violazione dell’articolo 132 cod.proc.civ. ovvero, in subordine, erronea o insufficiente motivazione, laddove la Corte d’appello ha ritenuto di non accogliere la domanda di risarcimento del danno da perdita di chance, “malgrado la stessa fosse stata avanzata fin dall’atto di citazione del 2 agosto 2011, atto che la Corte dimostra di non aver neppure letto limitandosi ad adagiarsi, in modo acritico, su quanto asserito dalla difesa dell’appellata in ordine alla novità della domanda”.
3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione di articoli 91 e 92 cod.proc.civ. in relazione all’articolo 360, I co., numero 3 cod.proc.civ. – apparente o insufficiente e contraddittoria motivazione -, deducendo che la Corte ha ritenuto parte appellante sostanzialmente soccombente, in tal modo compensando per 1/3 le spese di lite, mentre gli ulteriori 2/3 sono stati posti a carico dell’appellante, laddove invece l’appello è stato accolto per una minima parte, con una condanna che ha superato il valore del bene conseguito, in contrasto con quanto statuito da questa Corte di legittimità (citando, tra le tante, Cass. 16.704/2015). Con il quarto motivo il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione di articoli 91,92, 336 cod.proc.civ.. in relazione all’articolo 360 numero tre cod.proc.civ. e omessa pronuncia, in quanto la Corte d’appello avrebbe omesso di statuire sulla regolamentazione delle spese processuali di primo grado pur avendo riformato in parte la sentenza.
4.4. Il quarto motivo è anch’esso infondato, in quanto la Corte ha inteso regolare non solo le spese del secondo grado, ma quelle del primo grado, disponendo per l’intero giudizio una diversa regolamentazione delle spese di lite (con condanna ai due terzi delle spese a carico della parte appellante sostanzialmente soccombente e con compensazione della restante parte) che vale globalmente per entrambi i gradi di giudizio. La giurisprudenza costante di questa Corte è nel senso che, in tema di regolamentazione delle spese processuali, il giudice d’appello è tenuto a sindacare il provvedimento sulle spese processuali adottato dal primo giudice, anche d’ufficio, in quanto il relativo onere è ripartito in relazione all’esito complessivo della lite (vedi Cass. Sez. 3 -, Ordinanza n. 9064 del 12/04/2018;Cassazione Sezione lavoro 11423/2016; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 17523 del 23/08/2011; Cassazione. numero 4052/2009; Cassazione numero 15.483/2008). Tale potere è diretta conseguenza del cosiddetto “effetto espansivo” della pronuncia in sede di impugnazione di cui all’articolo 336 cod.proc.civ., che prevede che la riforma della sentenza esplichi i suoi effetti anche sulle parti dipendenti da essa.
23/11/2018 @ 09:31
A me è successo che il giudice con sentenza ha rigettato un ricorso per usocapione di un locale sito in un centro urbano e che il mio legale ha fatto per locale rurale. Il mio legale non ammette di aver sbagliato e dopo 9 anni di udienze non mi ha neanche rimborsato delle spese che ho sopportato, negando le sue responsabilità. Come posso farmi valere nei suoi confronti ? Grazie e distinti saluti.