Source: https://renatodisa.com/2015/03/25/corte-di-cassazione-sezione-vi-sentenza-23-marzo-2015-n-12520-il-delitto-di-concussione-di-cui-allart-317-cod-pen-nel-testo-modificato-dalla-l-n-190-del-2012-e-caratterizzato-dal-punto/
Timestamp: 2018-12-15 02:41:20+00:00
Document Index: 129774089

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 317', 'art. 319', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 317', 'art. 319', 'sentenza ', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 54', 'art. 28', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 marzo 2015, n. 12520. Il delitto di concussione, di cui all'art. 317 cod. pen. nel testo modificato dalla l. n. 190 del 2012, è caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno "contra ius" da cui deriva una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all'alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilità indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall'art. 319 quater cod. pen. introdotto dalla medesima l. n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest'ultimo non si risolva in un'induzione in errore), di pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione penale 2015 Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 marzo 2015, n. 12520. Il...
Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 23 marzo 2015, n. 12520. Il delitto di concussione, di cui all'art. 317 cod. pen. nel testo modificato dalla l. n. 190 del 2012, è caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno "contra ius" da cui deriva una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all'alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilità indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall'art. 319 quater cod. pen. introdotto dalla medesima l. n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest'ultimo non si risolva in un'induzione in errore), di pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico
sentenza 23 marzo 2015, n. 12520
2. Ritiene la Corte che è ineccepibile il giudizio espresso dal Tribunale adito che del tutto correttamente ha applicato il più autorevole e recente arresto del massimo organo di nomofilachia secondo il quale il delitto di concussione, di cui all’art. 317 cod. pen. nel testo modificato dalla l. n. 190 del 2012, è caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno “contra ius” da cui deriva una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilità indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall’art. 319 quater cod. pen. introdotto dalla medesima l. n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest’ultimo non si risolva in un’induzione in errore), di pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico.(Sez. U, n. 12228 del 24/10/2013, Maldera e altri, Rv. 258470). In motivazione, la Corte ha precisato che, nei casi ambigui, l’indicato criterio distintivo del danno antigiuridico e del vantaggio indebito va utilizzato, all’esito di un’approfondita ed equilibrata valutazione del fatto, cogliendo di quest’ultimo i dati più qualificanti idonei a contraddistinguere la vicenda concreta. In particolare, ha spiegato la Corte, « non mancano casi in cui, per assicurare la corretta qualificazione giuridica del fatto come concussione piuttosto che come induzione indebita, non si può prescindere dal confronto e dal bilanciamento tra i beni giuridici coinvolti nel conflitto decisionale: quello oggetto del male prospettato e quello la cui lesione consegue alla condotta determinata dall’altrui pressione. Può accadere, infatti, che il privato, nonostante abbia conseguito, prestando acquiescenza all’indebita richiesta del pubblico agente, un trattamento preferenziale, si sia venuto sostanzialmente a trovare in uno stato psicologico di vera e propria costrizione, assimilabile alla coazione morale di cui all’art. 54, comma terzo, cod. pen., con conseguente decisiva incidenza negativa sulla sua libertà di autodeterminazione. Il riferimento è a quelle situazioni in cui l’extraneus, attraverso la prestazione indebita, intende soprattutto preservare un proprio interesse di rango particolarmente elevato (si pensi al bene vita, posto in pericolo da una grave patologia); oppure, di fronte ad un messaggio comunque per lui pregiudizievole e al di là del danno ingiusto o giusto preannunciato, sacrifica, con la prestazione indebita, un bene strettamente personale di particolare valore (libertà sessuale), e ciò in spregio a qualsiasi criterio di proporzionalità, il che finisce con l’escludere lo stesso concetto di vantaggio indebito.».
2.2. Invero, all’esito di una ampia, analitica ed articolata disamina delle emergenze indiziarie sottostanti ai diversi episodi, il Tribunale ha qualificato i fatti nell’ambito della ipotesi concussiva ritenendo che la volontà delle allieve fu pesantemente coartata oltre che dall’abuso di potere, dall’implicita o esplicita prospettazione che, non aderendo alle pretese di favori sessuali, avrebbero avuto ripercussioni nella vita scolastica e privata, così – senza possibilità di scelta – sacrificando la propria libertà sessuale. Nella specie sono stati correttamente considerati – al fine di individuare l’abuso costrittivo – non solo la minaccia implicita o esplicita di ritorsioni in campo scolastico, ma anche il sostanziale stato di assoggettamento provocato – anche attraverso minacce evocative di conoscenze tra poliziotti e avvocati che avrebbero garantito l’impunità del professore – nelle giovanissime vittime private, in un momento delicatissimo del loro percorso educativo, di qualsiasi libertà di autodeterminazione rispetto al chiesto sacrificio della loro libertà sessuale.
5. Invero, con motivazione del tutto scevra da vizi logici e giuridici, il Tribunale – pur considerando il cospicuo decorso del tempo dai fatti – ha fatto leva sulla gravità dei fatti e sull’attualità del pericolo concreto di reiterazione della condotta con altre violazioni analoghe nonché sul pericolo di inquinamento probatorio. In particolare, ha considerato la natura seriale della sistematica condotta di accerchiamento delle vittime, scelte oculatamente tra quelle non in grado di ribellarsi: l’indagato approfittava della loro condizione di inferiorità psichica per soddisfare la sua concupiscenza ossessivamente presente nel discorrere scolastico quotidiano. Del pari, ha considerato la incidenza di tale condotta sugli stessi colleghi e presidi, cosicchè attraverso la intimidazione il ricorrente è riuscito a rimanere impunito nonostante i suoi comportamenti fossero noti nell’ambito dell’istituto, nel quale le stesse condotte erano temerariamente tenute secondo quello che risulta essere un impulso irrefrenabile. L’attualità del pericolo è corretamente desunta dalla circostanza secondo la quale il ricorrente ha contattato una delle vittime nel 2014, secondo la già rilevata irrefrenata compulsività; inoltre, la non incidenza del decorso temporale è del pari correttamente giustificata dai recentissimi contatti da parte del ricorrente delle sue ex allieve che dovevano essere sentite dalla polizia giudiziaria, inducendo una di esse (J. M.) a dire il falso.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 28 reg. esec. cod. proc. pen.
Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 19 febbraio 2015, n. 7706....