Source: https://www.cinquecorpipolizia.it/il-diritto-alloblio-nellera-digitale/
Timestamp: 2018-09-26 06:59:45+00:00
Document Index: 6522411

Matched Legal Cases: ['art.11', 'art. 7', 'art.21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'CGUE ', 'sentenza ', 'art.17', 'art. 1', 'art. 17']

IL DIRITTO ALL’OBLIO NELL’ERA DIGITALE - Sindacato Nazionale dei Cinque Corpi di Polizia
di Luisella Corda
A partire dal 25 maggio 2018 sarà direttamente applicabile negli Stati membri il nuovo Regolamento (UE) Generale per la protezione dei dati personali 2016/679 (General Data Protection Regulation), del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale europea il 4 maggio 2016) che ha abrogato la Direttiva 95/46/CE e ha riformato la legislazione europea in materia di protezione dei dati personali e ha dato espressa regolamentazione al cosiddetto “ diritto all’oblio”.
Il diritto all’oblio nell’ordinamento giuridico italiano non ha un’espressa regolamentazione ma è un diritto di elaborazione giurisprudenziale, quale diretta espressione del diritto alla riservatezza.
Invero, il diritto alla riservatezza, essendo volto a tutelare l’esigenza che quand’anche rispondenti a verità i fatti della vita privata non vengano divulgati, con l’emanazione del d.lgs n. 196 del 2003 (c.d. codice della privacy, emanato in attuazione della citata Direttiva UE 95/46 ) ha visto ampliarsi il proprio contenuto venendo a compendiarsi anche del diritto alla protezione dei dati personali, il cui trattamento è soggetto a particolari condizioni.
Possiamo dire che il d.lgs n.196 del 2003 ha sancito il passaggio da una concezione statica ad una concezione dinamica della tutela della riservatezza, tesa al controllo dell’utilizzo e del destino dei dati personali. Per cui l’interessato è divenuto compartecipe nell’utilizzazione dei propri dati personali.
Invero, in base al d.lgs n.196 del 2003 l’interessato ha diritto a che l’informazione, oggetto di lecito trattamento, risponda a criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità personale e morale (art.11). Gli è pertanto attribuito il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera, nonché di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta, ovvero di ingerirsi al riguardo, chiedendone la cancellazione, la trasformazione, il blocco, ovvero la rettificazione, l’aggiornamento, l’integrazione (art. 7).
Un diritto che si deve conciliare
Atteso che il trattamento dei dati personali può avere ad oggetto anche dati pubblici o pubblicati, il diritto alla riservatezza deve potersi conciliare con gli altri diritti costituzionalmente garantiti, quale il diritto di cronaca e il diritto all’informazione. Si ritiene che nell’ambito del diritto all’informazione, se anche l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art.21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, al soggetto cui i dati appartengono deve essere correlativamente attribuito il “diritto all’oblio”, e cioè il diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati e non più di interesse pubblico.
In quest’ottica il diritto all’oblio viene a salvaguardare quella che è la proiezione sociale dell’identità personale, l’esigenza del soggetto di essere tutelato dalla divulgazione di informazioni (potenzialmente) lesive della propria identità sociale in regione della perdita di attualità delle stesse (stante il lasso di tempo intercorso dall’accadimento del fatto che costituisce l’oggetto), sicché il relativo trattamento viene a risultare non più giustificato ed anzi suscettibile di ostacolare il soggetto nell’esplicazione e nel godimento della propria personalità. Il soggetto cui l’informazione oggetto di trattamento si riferisce ha, in particolare, diritto al rispetto della propria identità personale o morale, a non vedere cioè “travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale, e pertanto alla verità della propria immagine nel momento storico attuale.
Con l’avvento dell’era digitale, caratterizzata dalla digitalizzazione di gran parte degli accessi all’informazione, che ha contribuito a trasformare i mezzi di comunicazione tradizionali e a crearne di nuovi che consentono di reperire nella rete qualsiasi tipo di informazione, in qualunque momento e senza confini territoriali, è cambiato lo scenario nel quale si pone la necessità di tutelare il diritto all’oblio. Infatti, il problema che si pone nell’era digitale, e che si è iniziato a porre dinanzi ai tribunali, non è più quello della semplice pubblicazione o ripubblicazione di una notizia da parte di un editore, bensì quello della permanenza della notizia nella memoria della rete Internet .
Sempre più spesso i cittadini hanno iniziato a lamentare la lesione del proprio diritto alla protezione dei dati personali derivante dalla permanenza indefinita e a libera disposizione di chiunque su Internet – anche a distanza di anni – di articoli giornalistici online recanti notizie (spesso di cronaca giudiziaria) risalenti nel tempo. In questi casi la lesione del “diritto all’oblio” (e l’impossibilità dell’interessato di tornare nell’anonimato) è resa ancor più grave quando le informazioni riprodotte sulle reti di comunicazione elettronica a distanza di molto tempo (o comunque disponibili in maniera permanente negli archivi online, anche se non riprodotte), anche se in origine legittimamente pubblicate, risultano poi nel tempo incomplete, come nel caso di una persona menzionata in un articolo giornalistico in quanto indagata, ma successivamente assolta senza che di questa positiva evoluzione sia data notizia.
Il problema del trattamento dei dati personali trasferiti nel mondo digitale e della possibilità di ottenerne la cancellazione da parte di un motore di ricerca, al fine della tutela del diritto all’oblio, è stato affrontato per la prima volta dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza del 13 maggio 2014.
In questa sentenza la Corte di Giustizia Europea ha enunciato per la prima volta il principio per cui un motore di ricerca è responsabile del trattamento dei dati personali da esso effettuato anche se gli stessi appaiono su pagine di terzi e che ogni interessato può chiedere che una determinata informazione presente sul web non venga più messa a disposizione degli utenti. La prevalenza del diritto all’oblio del singolo individuo rispetto all’interesse economico del gestore del motore di ricerca e a quello del pubblico ad usufruire delle informazioni, viene meno solo in presenza di un attuale interesse pubblico alla conoscenza del fatto.
In particolare, ha precisato che “esplorando Internet in modo automatizzato, costante e sistematico alla ricerca delle informazioni ivi pubblicate, il gestore di un motore di ricerca “raccoglie” i dati personali, che egli “estrae”, “registra” e “organizza” successivamente nell’ambito dei suoi programmi di indicizzazione, “conserva” nei suoi server e, eventualmente, “comunica“ e “mette a disposizione” dei propri utenti sotto forma di elenchi dei risultati delle loro ricerche.
Più precisamente, il motore di ricerca, nello specifico Google quale search engine provider, svolge un’attività di trattamento dati differente rispetto a quello degli editori e dei siti web (che agiscono per scopo giornalistico), in particolare, tale trattamento ha un’ingerenza più rilevante nel diritto fondamentale al rispetto della vita privata della persona interessata che non la pubblicazione da parte dell’editore della suddetta pagina web. Infatti, il trattamento del motore di ricerca, recuperando moltissimi eventi relativi ad un individuo (in quanto associati ad un nome), crea un ordine strutturato che è in grado di mappare il profilo dettagliato di una persona, tramite appunto il servizio di ricerca on line, cosa che non si verifica, se non in maniera estremamente parziale, quando un evento viene pubblicato da un giornale.
In particolare, la CGUE ha stabilito che il gestore del motore di ricerca (Provider) poiché “determina le finalità e gli strumenti di tale attività di “trattamento di dati personali”, appunto, che egli stesso effettua nel suo ambito, è soggetto agli oneri di protezione previsti dalle nome europee, pur non avendo alcun controllo sui dati pubblicati in rete da terzi. Infatti, ha un ruolo decisivo nella loro diffusione globale, perché consente di reperire tutti i dati presenti in rete su una certa persona, anche quelli che la stessa non vorrebbe rendere pubblici.
Diritto alla privacy prevalente su quello economico
Il principio che emerge dalla pronuncia della Corte di giustizia europea e quello per cui vista l’importanza dei diritti garantiti, nel bilanciamento degli interessi, quelli del cittadino alla propria privacy prevalgono su quelli economici del provider. Per cui il soggetto interessato può chiedere direttamente ai motori di ricerca di rimuovere i risultati specifici relativi a ricerche che includono il loro nome, qualora la rilevanza di tali risultati sia meno importante del diritto alla privacy, in caso di mancato riscontro può ricorrere direttamente all’autorità garante e all’autorità giudiziaria.
Con il nuovo Regolamento Generale per la protezione dei dati personali 2016/679 (GDPR) viene espressamente introdotto il diritto alla cancellazione come evoluzione dei principi sanciti dalla citata sentenza della Corte di Giustizia Europea, facendo riferimento al diritto all’oblio fin dalle premesse nei consideranda 65-67 e nell’art.17, intitolato appunto “diritto alla cancellazione (“diritto all’oblio”)”.
Il nuovo regolamento, più esplicito rispetto alla direttiva 95/46/CE, proclama la tutela del diritto alla protezione dei dati personali come diritto fondamentale delle persone fisiche (art. 1 par. 2 “Il presente regolamento protegge i diritti e le libertà fondamentali delle persone fisiche, in particolare il diritto alla protezione dei dati personali”).
In quest’ottica il principio cardine del nuovo regolamento è costituito dall’autodeterminazione informativa quale condizione necessaria per il libero sviluppo della personalità del cittadino quale elemento essenziale di una società democratica.
In base al nuovo regolamento l’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato ritardo qualora ricorrano alcune condizioni previste dal Regolamento: i dati sono trattati solo sulla base del consenso; i dati non sono più necessari per le finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati; l’interessato abbia ritirato il proprio consenso e si sia opposto al trattamento dei dati che lo riguardano; il trattamento dei dati personali non sia conforme alle norme del regolamento. Tale diritto è particolarmente rilevante se l’interessato ha prestato il consenso quando era minore, e quindi non pienamente consapevole dei rischi derivanti dal trattamento, e vuole successivamente eliminare tale tipo di dati personali, in particolare da Internet.
Il titolare del trattamento nei casi indicati è obbligato a procedere alla cancellazione dei dati e ad adottare le misure ragionevoli per informare gli altri titolari del trattamento che stanno trattando i dati in questione di procedere alla cancellazione. L’art. 17 precisa, inoltre, che il diritto all’oblio potrà essere limitato solo in alcuni casi specifici: per esempio, per garantire l’esercizio della libertà di espressione o il diritto alla difesa in sede giudiziaria; per tutelare un interesse generale (ad esempio, la salute pubblica); oppure quando i dati, resi anonimi, siano necessari per la ricerca storica o per finalità statistiche o scientifiche.
Diritto “all’oblio” come diritto rafforzato
Il diritto “all’oblio” si configura quindi come un diritto alla cancellazione dei propri dati personali in forma rafforzata. Si prevede, infatti, che per rafforzare il “diritto all’oblio” nell’ambiente online, il diritto alla cancellazione sia esteso in modo tale da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato i dati personali a informare i titolari del trattamento che trattano tali dati personali di cancellare qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati personali Nel fare ciò il titolare del trattamento deve adottare misure ragionevoli tenendo conto della tecnologia disponibile e dei mezzi a disposizione del titolare del trattamento, comprese misure tecniche, per informare della richiesta dell’interessato i titolari del trattamento che trattano i dati personali.
Avv. Luisella Corda
L’Avv. Luisella Corda è nata a Nuoro nel 1969 e vive a Monterotondo (Roma).
Diplomata al Liceo Scientifico, si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Sassari nel 1994. Abilitata all’esercizio dell’avvocatura, è iscritta all’Albo degli Avvocati del Foro di Nuoro.
Specializzata in Diritto Civile, nella continuità della professione forense, ha insegnato discipline giuridiche ed economiche presso Istituti Tecnici Commerciali, è Giudice Onorario di Tribunale, è iscritta all’Albo Speciale Cassazionisti, è stata collaboratrice nella redazione di “Rapporto di Italia” di Eurispes, ed è coordinatrice del Gruppo di Studio corso “Magistratura Onoraria e tirocini formativi: nuovi assetti degli Uffici Giudiziari”, organizzato dalla Scuola Superiore della Magistratura.
L’Avv. Corda si rende disponibile per consulenze per i nostri soci e abbonati per il disbrigo di controversie varie in materia civilistica.
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