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Timestamp: 2017-12-12 02:46:37+00:00
Document Index: 51785748

Matched Legal Cases: ['art. 46', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 46', 'e contrario', 'art. 3', 'art. 46', 'art. 20', 'sentenza ', 'art. 46']

Corte dei Conti. Conti giudiziali: accolto l'appello della Procura del Lazio contro il concessionario Snai - Jamma - Jamma
Corte dei Conti. Conti giudiziali: accolto l’appello della Procura del Lazio contro il concessionario Snai
8 gennaio 2014 - 16:06
(Jamma) La Corte dei Conti, Sezione Terza Centrale d’Appello, in merito alla vicenda dei cosiddetti conti giudiziali, ovvero l’obbligo di rendicontazione degli esercizi (per gli anni 2004-2005 e successivi) da parte dei concessionari di rete Newslot, ha accolto in parte l’appello presentato dalla Procura regionale del Lazio nei confronti della SNAI Spa condannandola al pagamento della pena pecuniaria prevista dall’art. 46 del R.D. 1214 del 1934, liquidata in complessivi euro 5.000 .
L’eccezione preliminare della società appellata, proposta come primo motivo dell’appello incidentale presentato in unico contesto con l’atto di costituzione in giudizio (in disparte l’inammissibilità dell’atto quale appello incidentale, in difetto di notifica alla controparte e di successivo deposito del gravame presso il Ruolo generale dei giudizi d’appello) è palesemente inammissibile e deve essere pertanto respinta.
La Società appellata insiste nel ritenere sussistente il difetto di giurisdizione di questa Corte, non condividendo neppure la soluzione offerta dalla Corte di Cassazione in sede di esame della specifica questione sottoposta al suo vaglio da due delle società concessionarie; richiama altresì, a sostegno della propria tesi, il parere espresso dalle Sezioni riunite sullo schema di conto giudiziale della specifica gestione, deducendone che, non essendo ancora oggi approvato il relativo schema di rendiconto, non è sanzionabile SNAI Spa che ha riferito dei propri conti e delle relative movimentazioni, con modalità ritenute non aderenti allo schema legale.
Entrambi gli argomenti – invero contraddittori, negandosi da una parte l’obbligo di rendere il conto ed affermandosi, dall’altra, di averlo reso, sia pure con modalità peculiari – sono da respingere.
Il primo, per l’ovvia non contestabilità, in questa sede, della pronuncia sulla giurisdizione resa dalla Corte di Cassazione su ricorsi proposti proprio da società concessionarie della gestione telematica del gioco lecito; il secondo per il fatto che la stessa sottoposizione al parere della Corte dei conti dello schema di conto giudiziale presuppone necessariamente l’avvenuto accertamento, nel soggetto che ne è il naturale destinatario, della qualità di agente contabile e, quindi, del conseguente suo obbligo di resa del conto giudiziale. Quanto, poi, all’idoneità o meno ed alla sufficienza o insufficienza della documentazione depositata dopo la scadenza del termine assegnato ad integrare i contenuti di un vero e proprio conto giudiziale, tale da consentire l’effettuazione di riscontri necessari per il discarico del contabile, trattasi di problematica avulsa dall’ambito del presente giudizio, tuttora – per quanto risulta dagli atti di causa acquisiti al fascicolo processuale – sub iudice.
La verità è che la problematica relativa alla qualifica di agenti contabili dei gestori della rete telematica del gioco lecito è ormai risolta in via definitiva, nel senso della sussistenza di tale qualifica.
Sul punto, peraltro, la sentenza impugnata ha esaurientemente e correttamente motivato e alla stessa, quindi, si può rinviare per l’affermazione della natura di agente contabile della società appellante e del conseguente suo obbligo di deposito dei conti giudiziali, relativi a tutti gli esercizi di durata della concessione.
L’istanza di rinvio della trattazione di questo giudizio all’esito del parallelo giudizio di responsabilità amministrativo contabile promosso, in appello, da SNAI Spa, che ha all’uopo presentato istanza di definizione agevolata su cui si è pronunciata la Sezione con decreti del 31 ottobre e dell’11 novembre 2013, non può essere invece accolta, per l’erroneità delle argomentazioni che la sorreggono, sulle quali il Collegio, conformemente a quanto rilevato in udienza dal Pubblico Ministero, non può assolutamente convenire.
Sono evidenti la diversità e il differente regime del giudizio oggi in discussione (che non è neppure un giudizio di conto, bensì un giudizio per resa di conto, rispetto al primo solo eventuale e la cui necessità scaturisce dal mancato spontaneo assolvimento dell’obbligo di deposito del conto incombente all’agente contabile) da quello che sarà discusso nella ricordata udienza – già da tempo fissata – del 31 gennaio 2014 (il cui esito potrà effettivamente comportare l’estinzione di quel giudizio, se risulteranno verificate le condizioni di legge cui tale effetto è subordinato).
Altrettanto evidente è il regime di separatezza di tali procedimenti e la conseguente indifferenza dell’esito del secondo sulle sorti del primo.
Le argomentazioni svolte dall’appellata società nell’atto scritto, riproposte dal difensore nel suo odierno intervento orale, impongono al Collegio di precisare che la definizione agevolata di cui all’art. 1, commi 231 e seguenti della legge 23 dicembre 2005, n. 266, così come interpretati autenticamente ed integrati dall’art. 14 del decreto legge 31 agosto 2013, n. 102, convertito con modificazioni con legge 28 ottobre 2013, n. 124 non comporta affatto una “vera e tombale abdicazione del pubblico erario dinanzi agli organi di giustizia contabile”, sia nell’ambito dell’azione di danno erariale che nelle collegate censure di matrice contabile e con riferimento, dunque, all’intera gamma dei comportamenti legati allo svolgimento del servizio.
Un tale effetto è del tutto incompatibile con la natura dell’istituto, che è e rimane quella – come precisato anche dalla Corte Costituzionale – di strumento acceleratorio della definizione dei giudizi d’appello, il quale mantiene inalterati i poteri cognitori della Corte dei conti e la correlata potestà di graduare il quantum da pagare (sia pure entro la percentuale massima del 30%) in considerazione di parametri individuabili, coma ha da tempo precisato la giurisprudenza della Sezione, nella minore gravità della colpa (e, quindi, in un giudizio di più attenuta riprovevolezza del comportamento antigiuridico del condannato in prime cure) oppure nella particolare tenuità del pregiudizio erariale arrecato e del conseguente minore allarme sociale scaturente dai fatti contestati. Parametri non ricorrenti nel caso della società appellata, come chiaramente esplicitato nei menzionati decreti del 31 ottobre e dell’11 novembre 2013, “trattandosi di fattispecie di particolare gravità (come si desume dalla motivazione della sentenza) ancorché non esplicitamente qualificata dolosa né oggetto di condanna in sede penale della richiedente”.
A conclusione di quanto fin qui evidenziato, ritiene il Collegio di dover ricordare che in tutti i casi di definizione agevolata la Sezione ha sempre posto a carico dell’appellante le spese di giudizio del doppio grado, sulla base delle concorrenti considerazioni che sia l’attivazione del procedimento (ad istanza della parte che intende beneficiare della definizione agevolata del giudizio) sia la sostanziale rinuncia condizionata al giudizio d’appello sia la permanenza del giudizio di disvalore della sentenza di primo grado, configurano altrettanti elementi che militano nel senso della ascrizione all’appellante delle spese di lite di entrambi i gradi.
Ciò premesso, si rileva che la Procura regionale appellante adduce, a sostegno del proposto gravame, che l’esito del ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione proposto dalle altre due società concessionarie, deciso nel senso della configurabilità della loro qualifica di agenti contabili e della sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti, era in qualche modo scontato, perché basato su consolidati indirizzi interpretativi che la Cassazione ha ancora una volta seguito, mai dubitando della loro piena applicabilità anche al caso di specie.
Da ciò l’appellante trae elementi ulteriori per qualificare come grave la colpa della società, che ha lasciato scadere il termine assegnato per il deposito senza fornire alcuna plausibile giustificazione, avendo fatto pervenire alla Sezione soltanto una nota controdeduttiva con la quale si limitava a negare la propria qualità di agente contabile e il conseguente obbligo di compilazione e deposito del conto: con ciò disattendendo, con evidente trascuratezza (per non avere neppure autonomamente proposto, come altre società avevano fatto, ricorso per regolamento di giurisdizione) l’ordine impartitole dalla Sezione con il decreto n. 7 del 2008, ritualmente notificatole per l’esecuzione, e ciò nonostante il lungo termine di 120 giorni concesso per l’esecuzione.
L’affermata circostanza (dall’appellata società non del tutto dimostrata, come dagli atti di causa il Collegio è indotto a ritenere) che l’Amministrazione dei Monopoli di Stato già disponesse dei necessari dati contabili, sufficienti a dimostrare la correttezza della gestione, non esimeva comunque il concessionario dall’obbligo di compilare e presentare i conti giudiziali alla Corte, sua sponte o quanto meno in esecuzione dell’ordine scaturente dal decreto della Sezione: ed anzi, proprio perché essa già disponeva – come rappresentato – di tutti i dati destinati a confluire nei conti, la mancata compilazione e presentazione degli stessi conti costituisce un ulteriore indice di grave trascuratezza e della consapevole inosservanza di un obbligo, derivante dal precetto contenuto nel decreto suddetto.
La Sezione territoriale, con la sentenza impugnata, ha ritenuto sostanzialmente irrilevanti tali passaggi, attribuendo invece preminente rilievo ad altri elementi, di cui si è detto nell’esposizione in fatto e tra questi sembra assumere preminente rilievo il contrario avviso espresso dal Pubblico Ministero, in sede di discussione del ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione innanzi la Corte di Cassazione; tali conclusioni favorevoli alle società ricorrenti avrebbero reso non scontato l’esito a loro afavorevole della controversia, quale sarebbe poi risultato dalle ordinanze n. 13330 e n. 14891, rispettivamente del 1° giugno e del 21 giugno 2010. Facendo leva anche su tale circostanza, la Sezione ha quindi ritenuto di escludere la gravità della colpa del concessionario, il quale avrebbe avuto – a suo giudizio – buoni motivi per ritenersi estraneo alle regole contabili che disciplinano la materia dei conti giudiziali e dei correlati obblighi facenti carico ai contabili che, in qualsiasi modo, abbiano maneggio (anche non materiale) di pubbliche risorse.
In definitiva, con la sentenza appellata si ritiene che la mancata compilazione e presentazione del conto – pure formalmente richieste con il decreto sopra citato dalla stessa Sezione Lazio – sarebbe, tutt’al più, imputabile a titolo di colpa lieve, con conseguente esclusione della possibilità di applicazione della sanzione prevista per l’inottemperanza ai suddetti obblighi facenti carico ai contabili, richiesta dalla Procura con citazione emessa ai sensi dell’art. 46 del RD n. 1214 del 1934; e ciò anche in considerazione del fatto che il decreto di fissazione del termine per il deposito costituiva pur sempre un provvedimento interlocutorio, di portata esclusivamente istruttoria, insuscettibile di per sé di alcun tipo di valida impugnazione.
Il Collegio non concorda con tale benevola soluzione della controversia, che in qualche modo sorvola sul chiaro disposto normativo al quale si aggancia l’atto di citazione, il quale testualmente dispone che “spirato il termine stabilito dalla Corte, questa, citato l’agente dell’amministrazione ad istanza del pubblico ministero, può condannarlo a ragione della mora ad una pena pecuniaria”.
Trattasi, dunque, di una pena pecuniaria irrogata in ragione della mora, una volta spirato il termine stabilito dalla Corte: il che trova giustificazione nella obbligatorietà – anche in assenza di un preciso ordine della Corte – della resa del conto (con la presentazione del quale, è appena il caso di ricordarlo, il contabile è costituito in giudizio) e nella sopravvenuta necessità – per l’inerzia del contabile – dell’instaurazione di un giudizio non necessario e solo eventuale, qual è appunto il giudizio per resa di conto.
La procedura “per resa di conto” (come questa Sezione ha già avuto modo di precisare con decreto n. 14 del 2013) può svolgersi inizialmente, tenuto conto delle circostanze che la rendono necessaria, anche senza il contraddittorio della parte e ciò non può essere visto come limite alla difesa del contabile, perché, nell’ambito del successivo giudizio di conto (in cui si trasforma fisiologicamente ogni giudizio per resa di conto, una volta che il conto stesso sia stato presentato, con contestuale costituzione in giudizio dell’agente contabile) bene e meglio potrà dispiegarsi ogni sua difesa, potendosi, in tale sede, perfino contestare la qualità di agente contabile e la stessa giurisdizione della Corte, se non lo si è già fatto mediante l’attivazione dello strumento processuale del regolamento preventivo di giurisdizione.
Tali peculiarità della materia di cui si discute costituiscono l’ovvio portato della regola generale della contabilità pubblica in base alla quale la pura e semplice apprensione di denaro di pertinenza pubblica (e tale qualificazione pubblicistica è stata correttamente individuata dal primo giudice, con riferimento non tanto alla provenienza, che è squisitamente privata, quanto piuttosto al titolo di legittimazione alla giocata, che rende lecito per legge – legge n. 326 del 24 novembre 2003, di conversione del decreto legge n. 269/2003 – il gioco d’ azzardo , altrimenti vietato) ingenera, di per sé, l’obbligo di rendere il conto della gestione, per ottenerne il “discarico” da parte dell’organo giurisdizionale a ciò deputato, all’esito favorevole del giudizio di conto; giudizio che è – come a tutti noto – per sua naturale configurazione necessario, come plasticamente evidenziato dal fatto che il contabile è costituito in giudizio con la presentazione del conto e nel momento stesso della presentazione.
Tutto ciò considerato, il Collegio è dunque propenso a ritenere che nel caso di specie sussista effettivamente la colpa grave della società concessionaria e che dunque, per tale ragione, l’appello della Procura regionale debba considerarsi fondato e meritevole di accoglimento, sia pure entro i limiti, quanto all’entità della pena pecuniaria da applicare, di cui appresso si dirà.
Induce a tale soluzione anche l’intrinseca debolezza della tesi di fondo della Sezione giudicante, quando afferma in motivazione, tra l’altro, che l’esito del ricorso in Cassazione non era del tutto scontato, in ragione del parere contrario – poi disatteso dalla Corte – del Procuratore generale: affermazione che si pone in netto contrasto con quanto ritenuto dalla stessa Sezione in sede di emissione del decreto di fissazione del termine per il deposito dei conti, atto che presupponeva necessariamente la piena convinzione dell’accertata natura di agente contabile della società chiamata a rendere il conto della gestione di un servizio, del quale, con procedimento di selezione ad evidenza pubblica, la società in questione si era aggiudicata la concessione.
Convinzione fondata, è il caso di aggiungere, su pacifici orientamenti interpretativi, ai quali la stessa Corte regolatrice della giurisdizione ha fatto riferimento nella sua decisione; sicché nessuna resipiscenza appare plausibile e giustificabile, non ravvisandosi la sussistenza di valide ragioni per dubitare della piena fondatezza di quel convincimento che era a base del decreto, con il quale veniva ordinato al concessionario la compilazione e il deposito dei conti.
Non è neppure di ausilio a tale tesi, ovviamente fatta propria e sostenuta dalla società appellata, il riferimento al parere reso dalle Sezioni riunite, nell’adunanza del 31 ottobre 2012, sullo “schema di conto giudiziale per la gestione degli apparecchi e congegni automatici relativo ai concessionari della rete telematica”, contenuto nella memoria della società del 1° marzo 2013.
Nel suddetto parere la Corte rileva, in via pregiudiziale, che i concessionari dell’A.A.M.S. – i quali operano per l’attivazione e la conduzione operativa della rete per la gestione telematica dei giochi, anche assicurando che la rete stessa contabilizzi le somme giocate, le vincite e il prelievo erariale unico, nonché la trasmissione periodica di tali informazioni al sistema centrale – rivestono alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, anche antecedente la citata ordinanza n. 13330 del 2010 (cfr. Cass. S.U. sent. N. 15658 del 2006 e su analoga posizione Cass. S.U. sentenze n. 237/1999 e n. 8580/2003) la qualifica di agenti della riscossione tenuti al versamento di quanto riscosso e, quindi, al conto giudiziale degli introiti complessivamente derivanti dalla gestione del gioco, compreso il compenso del concessionario.
Aggiungono le Sezioni riunite che il concessionario svolge il duplice compito di garantire nei confronti dell’Amministrazione la liceità del gioco espletato con gli apparecchi collegati alla rete telematica e di raccogliere il prelievo erariale unico con versamento all’Erario, in applicazione dell’art. 3 del regolamento per la gestione telematica degli apparecchi con vincite in denaro, approvato con decreto ministeriale 12 marzo 2008, n. 86.
Tutto ciò conferma, senza alcuna possibile residua perplessità, la natura pubblica del servizio prestato dai concessionari, che si riflette nella gestione del denaro raccolto, parte del quale versato per l’adempimento di un’obbligazione tributaria e della garanzia offerta dallo Stato per il predetto servizio, reso in regime di monopolio; conferma altresì la sussistenza dell’obbligo di compilazione e presentazione dei conti giudiziali della gestione gravante sui soggetti assegnatari della concessione, in relazione alla qualifica di agenti contabili loro propria.
Conclusivamente, l’appello deve essere accolto, con rideterminazione peraltro dell’entità della pena pecuniaria applicabile che, in accoglimento delle argomentazioni al riguardo espresse dalla società appellata, va commisurata non già all’importo percentuale massimo, pari alla metà della remunerazione dell’agente contabile per gli anni in riferimento indicato dalla Procura in euro 73.957.577,32 per gli anni 2004/2005, in euro 85.204.159,28 per l’anno 2006 e, per gli anni dal 2007, fino allo scadere della concessione, negli importi che verranno liquidati a seguito della formazione dei conti, bensì nella misura fissa di lire due milioni di cui all’art. 46 del RD 1214 del 1934 (importo già elevato di 1.000 volte ai sensi del’art. 20 del “Regolamento recante semplificazione e accelerazione delle procedure di spesa e contabili” approvato con DPR 20 aprile 1994, n. 367) per un ammontare complessivo in euro, arrotondato per difetto, di euro 5.000,00 (cinquemila/00) così ripartito: mille euro per gli anni 2004/2005 e mille euro per ciascuno degli anni – dal 2006 al 2009 – in cui si è protratta la mora.
Sulla somma suddetta sono dovuti gli interessi legali, dalla data di pubblicazione della presente sentenza al soddisfo.
Alla soccombenza segue la condanna alle spese del doppio grado, liquidate come da dispositivo.
La Corte dei conti – Sezione Terza Centrale d’Appello, definitivamente pronunciando, in parziale accoglimento dell’appello ed in riforma dell’impugnata sentenza, condanna la società SNAI Spa al pagamento della pena pecuniaria prevista dall’art. 46 del R.D. 1214 del 1934, liquidata in complessivi euro 5.000,00 (cinquemila/00) come specificato in motivazione.
La Sezione condanna altresì la società SNAI Spa al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, che si liquidano in complessivi euro 192/00 (CENTONOVANTADUE/00).