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Timestamp: 2020-01-23 08:22:07+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 19036 del 31/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19036 del 31/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 31/07/2017, (ud. 06/04/2017, dep.31/07/2017), n. 19036
sul ricorso 27888-2011 proposto da:
CALIULO, ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN, GIUSEPPINA GIANNICO,
VIALE DELLE MILIZIE 76, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA
INFASCELLI, rappresentato e difeso dall’avvocato STEFANO BARTALOTTA,
avverso la sentenza n. 969/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 16/11/2010 R.G.N. 1770/2008;
udito l’Avvocato BARTALOTTA STEFANO.
Con sentenza depositata il 16.11.2010, la Corte d’appello di Milano confermava la statuizione di primo grado che aveva condannato l’INPS a riliquidare la pensione spettante a M.E. sulla base della media pensionabile delle ultime 260 e 520 settimane di retribuzione, considerando peraltro tutto il periodo assicurato come se fosse stato soggetto alla contribuzione dell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti.
La Corte, in particolare, riteneva che la L. n. 289 del 2002, art. 42 che, sopprimendo l’INPDAI e trasferendo le relative posizioni all’INPS, aveva stabilito che il regime pensionistico dei dirigenti di aziende industriali venisse uniformato a quello degli iscritti al Fondo pensioni per i lavoratori dipendenti con effetto dal 1.1.2003, si applicasse soltanto ai lavoratori che, alla data di soppressione dell’INPDAI, erano ancora assicurati presso quest’ultimo e non anche a quelli che, come l’assicurato, era nelle more passata alla gestione INPS per aver mutato il proprio rapporto di lavoro; conseguentemente, riteneva che la retribuzione pensionabile andasse calcolata con riferimento a quella maturata negli ultimi cinque e dieci anni, essendo la disposizione dell’art. 42 dettata per salvaguardare le aspettative pensionistiche dei dirigenti.
Ricorre contro tali statuizioni l’INPS, formulando un unico motivo di censura. M.E. resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Con l’unico motivo di censura, l’Istituto ricorrente si duole di violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 42 e della L. n. 297 del 1982, art. 3 per avere la Corte di merito ritenuto che la prima delle due disposizioni citate, nel prevedere che “il regime pensionistico dei dirigenti di aziende industriali è uniformato, nel rispetto del principio del pro-rata, a quello degli iscritti al Fondo pensioni per i lavoratori dipendenti con effetto dal 1 gennaio 2003”, si applicasse solo ai dirigenti che, alla data di soppressione dell’INPDAI, fossero ancora assicurati presso quest’ultimo, e non anche a quelli che, come parte controricorrente, erano nelle more passati alla gestione INPS per effetto del mutamento del proprio rapporto di lavoro, e conseguentemente che, per questi ultimi, la retribuzione pensionabile andasse calcolata con riferimento a quella maturata negli ultimi cinque e dieci anni, non già in relazione alle retribuzioni maturate durante il periodo di iscrizione all’INPDAI, nonostante che l’art. 42 cit. preveda che la quota di pensione corrispondente alle anzianità contributive maturate al 31.12.2002 presso l’INPDAI sia determinata “applicando, nel calcolo della retribuzione pensionabile, il massimale annuo di cui al D.Lgs. 21 aprile 1997, n. 181, art. 3, comma 7”, pari a L. 250 milioni.
Il motivo è fondato. Questa Corte, infatti, ha già avuto modo di chiarire che, dal momento che la L. n. 289 del 2002 ha operato il trasferimento dei contributi dall’INPDAI all’INPS mediante iscrizione “con evidenza contabile separata”, ossia in carenza di un’unificazione assimilabile alla ricongiunzione dei contributi prevista dal D.P.R. n. 58 del 1976, l’art. 42 comma 3, prima parte, della legge citata, disponendo che il regime pensionistico dei dirigenti di aziende industriali è uniformato, nel rispetto del criterio del pro-rata, a quello degli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti con effetto dal 1 gennaio 2003, ha introdotto un principio di carattere generale, senza distinzione tra soggetti ancora iscritti e soggetti non più in costanza di assicurazione INPDAI alla data del 31.12.2002, con la conseguenza che, ai fini della liquidazione della pensione, la retribuzione pensionabile propria dell’assicurato già iscritto all’INPDAI deve essere individuata in relazione alle retribuzioni che sarebbero state utili nel caso di un’ipotetica liquidazione del trattamento pensionistico da parte dell’INPDAI, non anche con riguardo alle retribuzioni percepite negli ultimi cinque e dieci anni calcolati a ritroso dalla data del pensionamento, in quanto il rinvio della L. n. 289 del 2002, art. 42, al D.Lgs. n. 181 del 1997, art. 3, comma 7, nonchè lo stesso meccanismo del pro-rata adottato nell’art. 42 cit., costituiscono manifestazione della volontà del legislatore di tenere distinti i due periodi assicurativi, in considerazione della diversità dei sistemi di calcolo adottati per ciascuno di essi, dando luogo a due distinte quote di pensione da determinare secondo autonomi criteri (Cass. n. 4897 del 2017).
Nè appare decisivo, al fine di inficiare la consistenza del superiore principio di diritto, l’assunto di parte controricorrente secondo cui la soppressione dell’INPDAI avrebbe in realtà comportato una sorta di ricongiunzione ex lege delle posizioni contributive dei dirigenti già iscritti all’INPDAI nell’assicurazione generale obbligatoria, al punto che l’INPS non avrebbe dato ulteriore corso alle domande di ricongiunzione della posizione previdenziale presentate dopo il 1.1.2003: ciò che rileva è piuttosto che, avendo il legislatore manifestato la volontà di uniformare il regime pensionistico dei dirigenti industriali a quello dei lavoratori dipendenti “nel rispetto del principio del pro-rata” (L. n. 289 del 2002, art. 42, comma 3), non vi è spazio alcuno per sostenere che, per i dirigenti che alla data della soppressione dell’INPDAI avevano una posizione contributiva presso tale ultimo ente, il calcolo della retribuzione pensionabile non debba essere pro parte riferito (anche) alle retribuzioni sulle quali è stata versata la contribuzione presso l’INPDAI. Nè miglior sorte merita l’ulteriore assunto di parte controricorrente secondo cui, così operando, i dirigenti ex INPDAI subirebbero un trattamento discriminatorio e deteriore, essendo impossibilitati a chiedere la ricongiunzione gratuita D.P.R. n. 58 del 1976, ex art. 22, e dovendo per contro subire un calcolo della pensione meno favorevole di quello previsto dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 3: in disparte il rilievo, quì invero decisivo, che parte controricorrente non ha offerto alcun elemento per effettuare codesto giudizio comparativo, che deve aver riguardo non solo all’anzianità ed alla retribuzione, ma anche alla contribuzione (Cass. n. 4897 del 2017, cit.), vale la pena di evidenziare che siffatta interpretazione – come del resto quella patrocinata dalla Corte territoriale – poggia sull’assunto, invero indimostrato, secondo cui il regime introdotto dalla L. n. 289 del 2002, art. 42 costituirebbe una misura di salvaguardia delle aspettative pensionistiche maturate dei dirigenti industriali, laddove appare piuttosto una misura per porre argine al notorio e crescente disavanzo cagionato dal pregresso regime di favore di cui essi beneficiavano, caratterizzato da basse aliquote di calcolo dei contributi, alte aliquote di rendimento e più elevate fasce di retribuzione pensionabile.
Il ricorso, pertanto, va accolto. La sentenza impugnata va conseguentemente cassata e, non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito con il rigetto della domanda proposta da M.E.. Tenuto conto che il principio di diritto cui il Collegio ha inteso dare continuità è stato affermato in epoca successiva alla proposizione della domanda, si ravvisano giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell’intero processo.
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da M.E.. Compensa le spese dell’intero processo.