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Timestamp: 2018-05-26 06:06:35+00:00
Document Index: 91335728

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Codice proc. civile Art. 360 cod. proc. civile: Sentenze impugnabili e motivi di ricorso
1) per motivi attinenti alla giurisdizione (1);
2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza (2);
3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto (3) e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro;
Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d’accordo per omettere l’appello; ma in tale caso l’impugnazione può proporsi soltanto a norma del primo comma, n. 3 (4).
Appello: [v. 339]; Giurisdizione: [v. 1]; Competenza: [v. Libro I, Titolo I, Capo I, Sezione I]; Regolamento di competenza: [v. 42]. Ricorso per cassazione: è un mezzo di impugnazione ordinario a critica vincolata. Infatti, la sua proposizione impedisce il passaggio in giudicato della sentenza come avviene anche per l’appello, ma, a differenza di quest’ultimo, il (—) è subordinato alla deduzione dei motivi indicati nell’art. 360. Tali motivi vengono classificati in due categorie: errores in iudicando ed errores in procedendo; nel primo caso la corte è giudice del diritto, nel secondo è giudice del fatto, anche se solo processuale. In nessun caso è possibile far valere con il (—) la generica ingiustizia della sentenza impugnata [v. Formula n. 27].
Contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro: sono la risultante della contrattazione collettiva, a mezzo della quale le parti sociali, ai vari livelli individuati dagli stipulanti, provvedono a regolare i rapporti di lavoro. Gli accordi interconfederali sono stipulati a livello di confederazioni sindacali di lavoratori e datori di lavoro (con la partecipazione dello Stato, rappresentato dal Governo, in funzione di mediatore nelle contrattazioni cd. trilaterali) per la regolamentazione comune di settori economici (es. industria, commercio etc.) e per la disciplina uniforme di alcuni trattamenti del rapporto di lavoro (es. licenziamenti individuali e collettivi, adeguamento dei salari etc.), con ambito di applicazione nazionale o decentrato.I contratti collettivi nazionali di lavoro o «di diritto comune» sono contratti atipici ex art. 1322 c.c. che disciplinano il rapporto di lavoro all’interno di una categoria (es. retribuzione, lavoro straordinario, festivo o notturno, trattamenti di malattia e infortunio etc.).
(1) I motivi in esame riguardano una delle questioni descritte nell’art. 37. La proponibilità di tale motivo resta esclusa nel caso in cui la stessa Corte abbia già statuito sulla giurisdizione in sede di regolamento di giurisdizione (la cui istanza può essere proposta sia in via preventiva, in assenza cioè di pronuncia sulla giurisdizione, sia in presenza di sentenza di primo grado, definitiva e non definitiva, sulla giurisdizione) nonché nel caso in cui, nel corso dello stesso processo, si sia formato il giudicato attorno ad una sentenza, necessariamente non definitiva, sulla giurisdizione. Sul motivo in esame la Corte decide a sezioni unite.
(2) Sono questi i casi in cui il giudice si è pronunciato anche sul merito e non solo sulla competenza, sicché la proposizione del regolamento di competenza è solo facoltativa [v. 42]. Tale motivo potrà, dunque, essere fatto valere contro la sentenza che abbia pronunciato sia sulla competenza sia sul merito, sempre che, contro la sentenza di primo grado (che abbia, anch’essa pronunciato sia sulla competenza sia sul merito), non sia stato anche da altra parte proposto il regolamento facoltativo di competenza (non sia stato, cioè, sempre dalla stessa Corte, pronunciato accertamento definitivo sulla competenza).
(3) L’errore di diritto può riguardare l’individuazione o l’interpretazione della norma ovvero l’applicazione della stessa ad una fattispecie da essa non contemplata. Con tale motivo si sottopone all’esame della Corte «l’error in iudicando», che si assume essere stato commesso dal giudice di merito. Per norme di diritto si devono intendere tutte le fonti del nostro ordinamento, siano esse di diritto sostanziale o di diritto processuale e anche le norme straniere che la parte ritenga applicabili alla fattispecie in virtù delle norme di rinvio contenute nelle disposizioni preliminari del codice civile. In ogni caso non sono impugnabili per il motivo in esame le sentenze pronunciate secondo equità.
(4) Si tratta del cd. ricorso per saltum (o omisso medio), la cui previsione risponde ad esigenze di economia processuale posto che è consentito alle parti di ottenere immediatamente una pronuncia della Suprema Corte senza esperire il rimedio dell’appello, ancorché ammissibile. Il ricorso, in questo caso, può essere proposto solo per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro.
Motivi di ricorso. Generalità
Il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata; il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un «non motivo», è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4.
Cass. 11 gennaio 2005, n. 359.
Il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, il che comporta l’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e l’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione, essendo fatto divieto di rinvio ad atti difensivi o a risultanze dei gradi di merito ed essendo estranea al giudizio di cassazione qualsiasi doglianza che riguardi pronunzie diverse da quella impugnata, e, in particolare, la sentenza di prime cure quando sia impugnata quella d’Appello.
Cass. 23 aprile 2004, n. 7779.
Il singolo motivo, infatti, anche prima della riforma introdotta con il D.Lgs. n. 40 del 2006, assume una funzione identificativa condizionata dalla sua formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative di censura formalizzate con una limitata elasticità dal legislatore. La tassatività e la specificità del motivo di censura esigono, quindi, una precisa formulazione, di modo che il vizio denunciato rientri nelle categorie logiche di censura enucleate dal codice di rito.
Cass. 3 luglio 2008, n. 18202.
Pertanto, l’onere della indicazione specifica dei motivi di impugnazione, non può essere assolto “per relationem” con il generico rinvio ad atti del giudizio di appello, senza la esplicazione del loro contenuto, essendovi il preciso onere di indicare, in modo puntuale, gli atti processuali ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché le circostanze di fatto che potevano condurre, se adeguatamente considerate, ad una diversa decisione e dovendo il ricorso medesimo contenere, in sé, tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi e della correttezza e sufficienza della motivazione della decisione impugnata.
Cass. 31 maggio 2011, n. 11984.
Analogamente è inammissibile il motivo di ricorso col quale il ricorrente lamenti la violazione di una serie di norme sostanziali “in relazione all’art. 360, primo comma, c.p.c.”, senza precisare se intenda censurare la sentenza per motivi attinenti la giurisdizione o la competenza, per violazione di norme di diritto o per nullità del procedimento.
Cass. 2 marzo 2012, n. 3248.
Il vizio di genericità ed indeterminatezza dei motivi del ricorso per cassazione, che lo rende inammissibile, non può essere sanato da integrazioni, aggiunte o chiarimenti contenuti nella memoria di cui all’art. 378 c.p.c., la cui funzione è quella di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso e non già di integrare quelli originariamente generici e, quindi, inammissibili.
Cass. 29 marzo 2006, n. 7237; conforme Cass. 7 aprile 2005, n. 7260; Cass. 11 giugno 2003, n. 9387.
È inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360, primo comma, nn. 3 e 5, c.p.c., non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse.
Cass. 23 settembre 2011, n. 19443.
Questioni sottoponibili al sindacato della cassazione
L’inosservanza del divieto di introdurre una domanda nuova in appello, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., e, correlativamente, dell’obbligo del giudice di secondo grado di non esaminare nel merito tale domanda, è rilevabile, anche d’ufficio, in sede di legittimità, con la conseguenza che la Corte di cassazione, rilevata la inammissibilità dell’appello sul quale ha pronunciato la sentenza impugnata in violazione dell’indicato divieto, deve correggere la motivazione, in caso di rigetto nel merito della domanda stessa.
Cass. 17 ottobre 2003, n. 15547; conforme Cass. 2 agosto 2000, n. 10129.
L’interpretazione delle disposizioni collettive di diritto comune è censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione e violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale; le censure basate sulle suddette violazioni devono essere tuttavia specifiche, con indicazione dei singoli canoni ermeneutici violati e delle ragioni della asserita violazione, mentre le censure riguardanti la motivazione devono riguardare l’obiettiva insufficienza di essa o la contraddittorietà del ragionamento su cui si fonda l’interpretazione accolta, potendo il sindacato di legittimità riguardare esclusivamente la coerenza formale della motivazione, ovvero l’equilibrio dei vari elementi che ne costituiscono la struttura argomentativa, e non potendosi perciò ritenere idonea ad integrare valido motivo di ricorso per cassazione una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice di merito che si risolva solamente nella contrapposizione di una diversa interpretazione ritenuta corretta dalla parte.
Cass. lav., 23 agosto 2006, n. 18375; conforme Cass. 31 marzo 2006, n. 7597; Cass. lav., 17 giugno 2005, n. 13067.
In tema di spese processuali, solo la compensazione dev’essere sorretta da motivazione, e non già l’applicazione della regola della soccombenza cui il giudice si sia uniformato, atteso che il vizio motivazionale ex art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., ove ipotizzato, sarebbe relativo a circostanze discrezionalmente valutabili e, perciò, non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella assunta.
Cass. 23 febbraio 2012, n. 2730.
Questioni sottratte al sindacato della cassazione
In tema di spese processuali e con riferimento al testo dell’art. 92 c.p.c. nella sua versione anteriore alla sua sostituzione intervenuta per effetto dell’art. 2, comma primo, lett. a) della legge 28 dicembre 2005, n. 263 (e successive modifiche ed integrazioni), la valutazione dell’opportunità della compensazione totale o parziale delle stesse rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, senza che sia richiesta una specifica motivazione al riguardo. Pertanto, la relativa statuizione, quale espressione di un potere discrezionale attribuito dalla legge, è incensurabile in sede di legittimità, salvo che non risulti violato il principio secondo cui le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa ovvero che la decisione del giudice di merito sulla sussistenza dei giusti motivi ai sensi del citato art. 92 c.p.c. sia accompagnata dall’indicazione di ragioni palesemente illogiche e tali da inficiare, per la loro inconsistenza od la evidente erroneità, lo stesso processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto.
Cass. 20 ottobre 2006, n. 22541; conforme Cass. 30 marzo 2006, n. 7514; Cass. 15 febbraio 2006, n. 3282.
Il convincimento espresso dal giudice di merito, competente per la fase di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario, sulla conoscenza o conoscibilità da parte del coniuge della riserva mentale unilaterale dell’altro costituisce, se motivato secondo un logico e corretto “iter” argomentativo, statuizione insindacabile in sede di legittimità, sebbene la prova della mancanza di negligenza debba essere particolarmente rigorosa e basarsi su circostanze oggettive e univocamente interpretabili che attestino la inconsapevole accettazione dello stato soggettivo dell’altro coniuge.
Cass. 5 marzo 2012, n. 3378.
Legittimazione ad agire e capacità processuale
La legittimazione a proporre ricorso per cassazione o a resistervi spetta per il solo fatto d’avere assunto la qualità di parte nel giudizio di merito conclusosi con la decisione impugnata, indipendentemente dall’effettiva titolarità del rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio. Deriva, da quanto precede, pertanto, che è inammissibile il ricorso per cassazione proposto contro una parte il cui intervento, nel giudizio di primo grado, sia stato dichiarato da quel giudice inammissibile per tardività con statuizione non censurata (né da quella parte né contro la stessa, dalle altri) in grado di appello, ancorché proposto da soggetto che ritenga sussistere, nei confronti di quel terzo, un’ipotesi di litisconsorzio necessario.
Cass. 14 luglio 2006, n. 16100; conforme Cass. 5 agosto 2005, n. 16504; Cass. 19 maggio 2006, n. 11844; Cass. 19 novembre 2003, n. 17504; Cass. 16 ottobre 2002, n. 14680; Cass. trib., 17 gennaio 2002, n. 442.
Va dichiarato inammissibile, per difetto di rituale instaurazione del processo, il ricorso per cassazione proposto da o contro soggetti diversi da quelli che sono stati parti nel giudizio di merito.
Cass. 16 giugno 2006, n. 13954; conforme Cass., Sez. Un., 28 novembre 2001, n. 15145.
Il ricorso per cassazione proposto nei confronti di soggetto privo di legittimazione “ad causam” è affetto da nullità, la quale è, peraltro, sanabile, con effetto “ex tunc”, dal momento della costituzione in giudizio del soggetto passivamente legittimato, impedendo detta costituzione sempre e comunque l’inammissibilità per tardività del gravame, anche se il controricorso risulti notificato oltre il termine di cui all’art. 370 c.p.c., non avendo tale termine iniziato il suo decorso a causa della nullità della notifica del ricorso.
Cass. 19 novembre 2008, n. 27452.
L’interesse all’impugnazione, il quale costituisce manifestazione del generale principio dell’interesse ad agire (sancito, quanto alla proposizione della domanda ed alla contraddizione alla stessa, dall’art. 100 c.p.c.) va apprezzato in relazione all’utilità concreta derivabile alla parte dall’eventuale accoglimento del gravame e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi sulla decisione adottata sicché è inammissibile, per difetto d’interesse, un’impugnazione con la quale si deduca la violazione di norme giuridiche, sostanziali o processuali, che non spieghi alcuna influenza in relazione alle domande o eccezioni proposte, e che sia diretta quindi all’emanazione di una pronuncia priva di rilievo pratico.
Cass., Sez. Un., 23 maggio 2008, n. 13373; conforme Cass. 26 luglio 2005, n. 15623; Cass. trib., 8 settembre 2003, n. 13091; Cass. 18 aprile 2001, n. 5702.
L’esercizio del diritto di impugnazione non può prescindere dall’esistenza, in capo a chi se ne avvale, di un interesse che, dovendo essere concreto e attuale e configurandosi come condizione dell’azione, deve desumersi dal raffronto fra il contenuto della sentenza ed il gravame, e, in caso di ricorso per cassazione con cui si censuri la determinazione del danno da occupazione appropriativa, deve estrinsecarsi secondo il requisito dell’autosufficienza, che impone, da un lato, che la normativa di cui si invoca l’applicazione sia stata richiamata nel giudizio di appello e, dall’altro, che ivi sia stato fatto specifico riferimento ad un eventuale esito più favorevole in termini monetari mercè l’applicazione dei criteri e della normativa di cui si invochi l’applicazione in sede di legittimità.
Cass. 6 ottobre 2005, n. 19510.
L’art. 360 c.p.c. consente il ricorso per cassazione solo contro le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado ovvero contro le sentenze appellabili del tribunale quando le parti siano d’accordo per omettere l’appello.
Cass. 10 aprile 2004, n. 4495.
Dall’assetto scaturito dalla riforma di cui al D.Lgs. n. 40 del 2006 e particolarmente dalla nuova disciplina delle sentenze appellabili e delle sentenze ricorribili per cassazione, emerge che, riguardo alle sentenze pronunciate dal giudice di pace nell’ambito del limite della sua giurisdizione equitativa necessaria, l’appello a motivi limitati, previsto dal terzo comma dell’art. 339 c.p.c., è l’unico rimedio impugnatorio ordinario ammesso, anche in relazione a motivi attinenti alla giurisdizione, alla violazione di norme sulla competenza ed al difetto di radicale assenza della motivazione.
Cass., Sez. Un., 18 novembre 2008, n. 27339.
Per l’impugnazione delle sentenze del giudice di pace pubblicate in data anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 (2 marzo 2006), invece, in base al combinato disposto degli artt. 339, terzo comma, e 113, secondo comma, c.p.c., sono da ritenersi inappellabili (e, dunque, immediatamente ricorribili per cassazione) tutte le sentenze pronunciate in controversie non eccedenti il valore di euro 1.100,00, a prescindere dal fatto che esse siano emesse secondo diritto o secondo equità, dovendo considerarsi a tal fine non il contenuto della decisione, ma, per l’appunto, soltanto il valore della controversia, da determinarsi applicando analogicamente le norme di cui agli artt. 10 e ss. c.p.c. Ne consegue che è ricorribile per cassazione, e non già appellabile, la sentenza pronunciata sulla domanda avente ad oggetto la richiesta di una somma di denaro proposta, avanti al giudice di pace, con l’espressa determinazione dell’ammontare nei limiti anzidetti, nonché con la richiesta degli interessi e della rivalutazione monetaria dall’introduzione del giudizio, come tale non incidente ai fini della determinazione del valore della domanda stessa.
Cass. 27 settembre 2011, n. 19724.
Nel giudizio di legittimità non può essere proposto nessun motivo, né di fatto né di diritto, che comporti l’allargamento della materia del contendere, con la modificazione delle azioni o delle eccezioni già proposte, o con la deduzione di nuove azioni o eccezioni, oppure che presupponga l’accertamento di nuovi elementi di fatto, ulteriori rispetto a quelli già dedotti nelle fasi di merito, oppure ancora che sia oggetto di una preclusione specifica derivante da un giudicato interno. Possono sempre essere proposti, invece, nuovi profili e nuove argomentazioni di diritto a sostegno delle azioni o delle eccezioni già precedentemente dedotte in causa, a condizione che non presuppongano l’accertamento di nuovi elementi di fatto rispetto a quelli già acquisiti alla materia del contendere.
Cass. 14 ottobre 2005, n. 20005; conforme Cass. 26 marzo 2012, n. 4787; Cass. 9 agosto 2005, n. 16742; Cass. 12 agosto 2004, n. 15673; Cass. lav., 11 agosto 2004, n. 15597; Cass. 13 luglio 1996, n. 6356; Cass. 30 marzo 2000, n. 3881; Cass. 22 gennaio 1998, n. 570.
Motivi di ricorso attinenti alla giurisdizione
Il difetto di giurisdizione del giudice adito, attenendo all’ordine pubblico, può essere fatto valere da qualsiasi parte, e, quindi, anche dall’attore che a tale giudice si sia rivolto per errore, salva l’incidenza di tale condotta sulle spese; parimenti, lo stesso difetto può essere dedotto anche dalla parte che nelle precedenti fasi del giudizio abbia sostenuto la tesi contraria.
Cass., Sez. Un., 12 marzo 2004, n. 2409.
È ammissibile un ricorso per cassazione che eccepisca il difetto di giurisdizione qualora esso riveli nel suo complesso inequivocabilmente l’intenzione di riproporre tale questione, benché essa non sia formalmente oggetto di un autonomo mezzo di impugnazione.
Cass., Sez. Un., 19 novembre 1998, n. 11718.
È, invece, inammissibile il motivo di ricorso per cassazione, inerente a questione di giurisdizione, che, richiamando genericamente l’art. 360 n. 1 c.p.c., non abbia indicato le norme o i principi di diritto per i quali la giurisdizione (avente ad oggetto, nella specie, il diritto vantato dal privato al risarcimento del danno da occupazione appropriativa) apparterrebbe, contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’appello, al giudice amministrativo.
Cass., Sez. Un., 4 maggio 2006, n. 10220; conforme Cass., Sez. Un., 9 giugno 2004, n. 10980.
In applicazione del terzo comma dell’art. 360 c.p.c., come modificato dall’art. 2 del D.Lgs. n. 40 del 2006, la sentenza emessa in grado d’appello da un giudice speciale può essere impugnata con ricorso per cassazione, per motivi attinenti alla giurisdizione del giudice stesso, solo nell’ipotesi in cui il detto giudice speciale abbia affermato la propria giurisdizione ed abbia definito, sia pure parzialmente, il giudizio.
Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2012, n. 2575; conforme Cass., Sez. Un., 25 novembre 2010, n. 23891.
Motivi di ricorso attinenti alla violazione delle norme sulla competenza
La deduzione, come motivo di ricorso per cassazione, di una questione riguardante la competenza non può farsi sotto il profilo del vizio di motivazione, atteso che, in ordine alla detta questione, come in ordine ad ogni questione che involga l’applicazione di una norma processuale, la Corte di cassazione è giudice anche del fatto, potendo essa procedere all’apprezzamento diretto delle risultanze istruttorie e degli atti di causa con piena possibilità di riscontrare negli atti rimessi alla Corte, con il fascicolo d’ufficio e presenti nei fascicoli di parte pure con esso rimessi o ritualmente depositati, l’intero «fatto processuale» e con il solo limite di quanto da tali fascicoli risulta.
Cass. 8 giugno 2007, n. 13514.
Motivi di ricorso attinenti alla violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro
In materia di procedimento civile, nel ricorso per cassazione il vizio della violazione e falsa applicazione della legge di cui all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., giusta il disposto di cui all’art. 366, comma 1, n. 4, c.p.c. deve essere, a pena d’inammissibilità, dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione.
Cass. 19 ottobre 2006, n. 22499; conforme Cass. 20 febbraio 2006, n. 3654; Cass. 8 novembre 2005, n. 21659; Cass. 3 dicembre 2004, n. 22775; Cass. 12 maggio 1998, n. 4777.
Pertanto, il discrimine tra violazione di legge in senso proprio ed erronea applicazione della legge per allegazione di una erronea ricognizione della fattispecie concreta è costituito dalla circostanza che solo in questo secondo caso la censura è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa.
Cass. 5 marzo 2007, n. 5076.
Inoltre, ne consegue che risulta inammissibile il motivo di ricorso con il quale la parte lamenti «l’iniquità della decisione» perché assunta, in violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo, sulla base di «una serie di argomentazioni capziose, ovvero di stretta interpretazione della legge».
Cass. 27 giugno 2007, n. 14832.
Quando nel ricorso per cassazione è denunziata violazione e falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360, 1º comma n. 3, c.p.c. deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti, intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina; diversamente il motivo è inammissibile, in quanto non consente alla Corte di cassazione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione. Risulta, quindi, inammissibile, la deduzione di «errori di diritto» individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati per mezzo di una circostanziata critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata.
Cass. 16 gennaio 2007, n. 828; conforme Cass. 17 maggio 2006, n. 11501; Cass. 8 novembre 2005, n. 21659.
Motivi di ricorso attinenti alla nullità della sentenza o del procedimento
L’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice che comportino la nullità della sentenza o del procedimento, non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce soltanto l’eliminazione del pregiudizio concretamente subito dal diritto di difesa della parte in dipendenza del denunciato “error in procedendo”. Ne consegue che, ove il ricorrente non indichi lo specifico e concreto pregiudizio subito, l’addotto “error in procedendo” non acquista rilievo idoneo a determinare l’annullamento della sentenza impugnata.
Cass. 12 settembre 2011, n. 18635; conforme Cass. 21 febbraio 2008, n. 4435.
Motivi di ricorso attinenti a vizi della motivazione
In tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, poiché secondo l’art. 366-bis c.p.c., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360, n. 5, c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.
Cass., Sez. Un., 1º ottobre 2007, n. 20603.
Il motivo di ricorso per cassazione ex art. 360, n. 5, c.p.c. è inammissibile allorquando il ricorrente non indichi le circostanze rilevanti ai fini della decisione, in relazione al giudizio espresso nella sentenza impugnata.
Cass., Sez. Un., 12 maggio 2008, n. 11652.
Il motivo di ricorso per cassazione che non indichi le circostanze rilevanti ai fini della decisione, in relazione al giudizio espresso nella sentenza impugnata, si risolve in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni effettuate e, in base ad esse, delle conclusioni raggiunte dal giudice del merito; cui, per le medesime considerazioni, neppure può imputarsi d’aver omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte e/o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio ritenuti non significativi, giacché né l’una né l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo.
Cass. lav., 23 maggio 2007, n. 12052; conforme Cass. 12 febbraio 2008, n. 3267.
Il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360, comma primo, n. 5), c.p.c., non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa.
Cass. 28 marzo 2012, n. 5024.
Ricorso «per saltum»
L’accordo diretto all’immediata impugnazione in sede di legittimità della sentenza di primo grado costituisce un negozio giuridico processuale, quantomeno sotto il profilo della rilevanza della manifestazione di volontà dei dichiaranti, il cui effetto è quello di rendere non appellabile la sentenza oggetto dell’accordo; pertanto, qualora detto accordo non sia stato concluso dalle parti, o dai loro difensori muniti di procura speciale (non risultando sufficiente allo scopo l’intervento dei difensori muniti di mera procura ad litem), il ricorso per cassazione, proposto per saltum, deve essere dichiarato inammissibile.
Cass. lav., 12 febbraio 2008, n. 3321; conforme Cass., Sez. Un., 26 luglio 2006, n. 16993; Cass. lav., 22 aprile 2004, n. 7707; Cass. lav., 29 aprile 1998, n. 4397.