Source: https://milite.jimdo.com/documenti-storiografici/italia/l-armadio-della-vergogna/
Timestamp: 2017-09-23 09:11:42+00:00
Document Index: 103385032

Matched Legal Cases: ['arta 2', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

L'ARMADIO DELLA VERGOGNA - Milite - Uno sguardo nel passato per capire il presente
L'espressione Armadio della vergogna indica un armadio rinvenuto nel 1994 in un locale di Palazzo Cesi, in Via degli Acquasparta a Roma, contenente 695 dossier e il Registro generale riportante 2274 notizie di reato, relativi a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.
Si tratta di materiale documentale (istruttorie), che era stato raccolto dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, incaricato dal Consiglio dei Ministri. All’interno dell’armadio emersero fascicoli sulle più importanti stragi naziste, fra le quali: l’eccidio di Sant'Anna di Stazzema, l'eccidio delle Fosse Ardeatine, l'eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto), di Korica, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato e dell'alto Reno.[1]
2 Le indagini successive
Nel 1994 il procuratore militare Antonino Intelisano (che si stava occupando del processo contro l'ex SS Erich Priebke) rinvenne in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare nel Palazzo Cesi-Gaddi un armadio, rimasto per anni con le ante rivolte verso il muro, nel quale c'erano documenti "archiviati provvisoriamente" decine di anni prima.[2] Tra i documenti ritrovati anche un promemoria prodotto dal comando dei servizi segreti britannici, dal titolo Atrocities in Italy (Atrocità in Italia), con stampigliato il timbro secret, frutto della raccolta delle testimonianze e dei risultati dei primi accertamenti effettuati sui casi di violenze da parte dei nazifascisti, che al termine della guerra era stato consegnato ai giudici italiani[3].
La mancanza di chiarezza sulle modalità e sul luogo del ritrovamento ingenerò una serie di interpretazioni, che fecero parlare di un vero e proprio “armadio della vergogna”, titolo evocativo del libro del giornalista Franco Giustolisi, il primo ad aver fatto emergere il tema dell’occultamento di fascicoli relativi a stragi nazifasciste. In seguito allo scoop giornalistico, grazie al forte impegno delle comunità locali e dell’associazionismo vicino alle vittime delle stragi nazifasciste, si giunse ad una riflessione che coinvolse la magistratura militare, la storiografia e la politica, finalizzata a capire se su quella mole di documenti vi fosse stata una qualunque ingerenza per fermare i processi ai responsabili di stragi.
Il Consiglio della magistratura militare con una relazione finale nel 1999 e poi la II Commissione Giustizia della Camera dei deputati nel 2001 ravvisarono nella gestione dei fascicoli delle anomalie, spiegate da entrambi gli organi con presumibili pressioni della politica per impedire l’azione giudiziaria contro i responsabili tedeschi «per motivi di opportunità politica, in un certo senso una superiore ragione di stato»[4].
Sulla questione fu poi istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazisti, presieduta da Flavio Tanzilli, all'epoca esponente dell'UDC. La Commissione operò dall’ottobre 2003 fino alla primavera del 2006, raccogliendo una mole ragguardevole di documenti, circa 80.000, e interrogando più di trenta militari, giornalisti e politici. Una certa risonanza ebbero le audizioni di Giulio Andreotti e di Oscar Luigi Scalfaro. Come ricostruito dal ricercatore Alessandro Borri, la Commissione lavorò in particolare su tre focus tematici:
la cosiddetta "pista atlantica", secondo cui i processi contro i responsabili tedeschi sarebbero stati fermati per mantenere buoni rapporti con la Germania, che nel periodo della guerra fredda, stava assumendo un ruolo di argine all’avanzata culturale e politica sovietica;
la cosiddetta "pista dei servizi segreti", a dimostrare il legame fra immunità e attività svolta da ex nazisti e fascisti all’interno dei servizi segreti occidentali.
La Commissione inoltre chiarì le modalità del ritrovamento, avvenuto in un locale posto in un ammezzato di Palazzo Cesi, in un armadio e su una scaffalatura; e ricostruito la complessa gestione dei fascicoli: una parte (260 fascicoli) fu inviata ai tribunali ordinari nell’immediato dopoguerra, un'altra (695 fascicoli) fu chiusa con il dispositivo di "archiviazione provvisoria" nel 1960, un’altra ancora (circa 1250 fascicoli) fu inviata alle varie procure militari territorialmente competenti[5].
Il lavoro della Commissione non portò ad una relazione condivisa. Al termine delle attività sono emersi due orientamenti profondamente differenti: la relazione di maggioranza, a firma di Enzo Raisi, ha sottolineato come manchi il documento probante l’ingerenza politica e/o dei servizi segreti sulla magistratura militare, mentre la relazione di minoranza «si è posta in linea di continuità rispetto alle indagini precedenti del Consiglio della magistratura militare e della Commissione Giustizia della Camera, cercando di precisare in che modo la “ragion di stato” e il contesto internazionale abbiano influenzato l’azione penale contro i criminali tedeschi»[6].
ELENCO DEI FASCICOLI TROVATI
ELENCO DEI FASCICOLI TROVATI DENTRO L'ARMADIO DELLA VERGOGNA
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DOCUMENTO CONCLUSIVO APPROVATO DALLA COMMISSIONE
SUL RINVENIMENTO DI FASCICOLI RELATIVI A CRIMINI NAZI-FASCISTI.
a) Obiettivi dell'indagine conoscitiva.
In data 18 gennaio 2001 la Commissione Giustizia ha deliberato una indagine conoscitiva sulle archiviazioni di 695 fascicoli, contenenti denunzie di crimini nazi-fascisti commessi nel corso della seconda guerra mondiale, e riguardanti circa 15.000 vittime.
L'indagine è nata dall'esigenza di verificare le cause di tali archiviazioni, le quali, già da un primo esame, risultano essere anomale in ragione sia del contenuto stesso dei fascicoli rinvenuti sia della modalità della loro conservazione. Questi, infatti, sono stati ritrovati - anziché nell'archivio degli atti dei Tribunali di guerra soppressi e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato - a Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, in un armadio, con le porte sigillate e rivolto verso la parete, situato in uno stanzino, chiuso da un cancello di ferro.
La circostanza che tali documenti sembrerebbero essere stati occultati, piuttosto che archiviati, ha indotto il Consiglio della magistratura militare a deliberare, in data 7 maggio 1996, una indagine conoscitiva per stabilire "le dimensioni, le cause e le modalità della "provvisoria archiviazione" e del trattenimento nell'ambito della Procura Generale Militare presso il Tribunale Supremo Militare di procedimenti per crimini di guerra". L'indagine si è conclusa con la deliberazione di una relazione conclusiva.
La circostanza, che ha indotto, prima, il Consiglio della magistratura militare e, poi, la Commissione Giustizia a deliberare una indagine conoscitiva, risale all'estate del 1994, quando in un locale di palazzo Cesi in via degli Acquasparta 2 in Roma, sede degli uffici giudiziari militari di appello e di legittimità, veniva rinvenuto un vero e proprio archivio di atti relativi a crimini di guerra del periodo 1943-1945. Nella relazione dell'organo di autonomia della magistratura militare si riporta che il carteggio era suddiviso in fascicoli, a loro volta raccolti in faldoni. Nello stesso ambito venivano alla luce anche un registro generale con i dati identificativi dei vari fascicoli e la corrispondente rubrica nominativa. Il materiale rinvenuto era in gran parte costituito da denunce e atti di indagine di organi di polizia italiani e di Commissioni di inchiesta anglo-americane sui crimini di guerra, che risultavano essere raccolti e trattenuti in un archivio, invece di essere inviati, ai magistrati competenti per le opportune iniziative e l'esercizio dell'azione penale. Per quanto il locale del ritrovamento si trovasse tra quelli di pertinenza della Procura Generale presso la Corte Militare d'Appello, sui fascicoli figurava la provvisoria archiviazione adottata dalla Procura Generale Militare presso il Tribunale Supremo Militare, organo giudiziario soppresso nel 1981, le cui funzioni erano passate alla Procura Generale Militare presso la Corte di Cassazione.
L'obiettivo dell'indagine del Consiglio della magistratura militare era naturalmente strettamente connesso ai compiti istituzionali di tale organo, per cui l'indagine mirava a verificare se vi fossero responsabilità di magistrati militari ancora in vita nell'occultamento delle pratiche rinvenute. Nonostante che questo fosse l'obiettivo, dalla relazione risulta che in occasione delle indagini emersero dei fatti estremamente importanti per la ricostruzione storica della vicenda, che si è andata sempre più prefigurando di carattere politico, piuttosto che giuridico.
I gravi dubbi che la relazione suscita circa una presunta volontà politica diretta ad occultare i fascicoli sulle stragi nazi-fasciste e l'insistente disperata ricerca della verità da parte di associazioni dei partigiani, dei parenti delle vittime di tali stragi, dei comuni che ne sono stati tragici teatri ed, in particolare, del Comitato per la verità e giustizia hanno indotto la Commissione Giustizia a deliberare una indagine conoscitiva che chiarisca i termini complessivi della vicenda, che oramai assume una valenza sempre più politica. La delimitazione dell'ambito dell'indagine non ha potuto non risentire dello ristretto margine di tempo a disposizione della Commissione, in ragione dell'imminente conclusione della legislatura. L'indagine è stata deliberata infatti non tanto per verificare se da una analitica lettura dei fascicoli rinvenuti possano emergere nomi e responsabilità degli autori dei crimini, ma soprattutto per comprendere quali siano stati - se vi siano stati - i condizionamenti subiti dalla magistratura militare e se sarebbe stato quindi possibile, a tempo debito, perseguire i colpevoli. Individuare le responsabilità penali dei militari che hanno compiuto i crimini in questione dopo cinquant'anni di ritardo è difficile se non impossibile, poiché molti di essi, così come pure molti dei testimoni, sono deceduti. È possibile invece capire se le diverse Procure militari dei luoghi dove si svolsero i fatti avrebbero potuto individuare e perseguire i responsabili dei reati scoperti, qualora fossero stati loro trasmessi, a tempo debito, i fascicoli. È parsa, pertanto, necessaria e urgente una valutazione parlamentare, attraverso lo strumento dell'indagine conoscitiva, al fine di verificare se vi sia stato un occultamento durato cinquant'anni, e poi valutare l'opportunità di promuovere l'istituzione di una Commissione di inchiesta, che verifichi gli ambiti delle eventuali responsabilità storiche, politiche e giuridiche.
b) Audizioni svolte.
Il programma delle audizioni è stato predisposto tenendo conto della indagine svolta dal Consiglio della magistratura militare, per cui sono stati sentiti la professoressa Paola Severino e il dottor Giuseppe Rosin, quali, rispettivamente, Vicepresidente e membro elettivo, oltre che relatore per l'indagine svolta, dell'organo di autogoverno della magistratura militare, e il dott. Antonino Intelisano, Procuratore militare della Repubblica presso il tribunale militare di Roma, dalla cui richiesta di documenti necessari per il processo Priebke è scaturito poi il ritrovamento dei fascicoli nascosti. Nel corso dell'indagine è emersa l'esigenza di sentire anche il senatore Emilio Paolo Taviani, quale ministro della difesa nel 1956 (data che vedremo essere particolarmente rilevante nel quadro di ricostruzione della vicenda storica oggetto di indagine), ed il professore Paolo Pezzino, Direttore del Dipartimento di storia moderna e contemporanea dell'università degli studi di Pisa e studioso delle vicende storiche relative all'accertamento giudiziario dei crimini di guerra. Tuttavia, proprio in ragione della ravvicinata scadenza della legislatura, la Commissione non è riuscita a sentire il senatore Emilio Paolo Taviani, la cui testimonianza sarebbe stata sicuramente utile per meglio comprendere se la mancata trasmissione agli organi giurisdizionali competenti dei fascicoli relativi a stragi nazi-fasciste debba dipendere, almeno negli anni cinquanta, da "ragion di Stato". Come vedremo, la posizione del senatore Emilio Paolo Taviani, riguardo a tale questione, emerge, comunque, in tutta chiarezza dalle interviste da lui rilasciate ultimamente alla stampa.
Dalle audizioni effettuate risulta che, almeno dal 1947 fino al 1974, la magistratura militare ha seguito una linea unitaria e conforme in ordine al trattamento da riservare ai fascicoli in esame. Tre diversi procuratori generali sono intervenuti in momenti importati di questa vicenda: Borsari per il periodo 1944-1954, Mirabella dal 1954 al 1958 (periodo in cui si colloca un significativo scambio di note tra il Ministero della difesa e quello degli esteri) e Santacroce per il periodo dal 1958 al 1974 (in cui rientrano le archiviazioni del 1960 e i cosiddetti "inoltri selezionati"). La professoressa Paola Severino, ad esempio, ha espressamente affermato che " È ben strano - lo dice la logica - che tre persone che si sono succedute nel tempo abbiano seguito una linea assolutamente conforme: questo farebbe pensare a quella che abbiamo definito "ragion di Stato", ma che naturalmente non potevamo documentare nella nostra relazione perché non avevamo altri argomenti se non quelli derivanti da quei tre documenti e dalla nostra logica, che peraltro mi sembra possa essere condivisa da molti".
Tre date possono essere considerate i momenti fondamentali della vicenda al nostro esame: il 20 agosto 1945, il 10 ottobre 1956 ed il 14 gennaio 1960.
La prima è, quindi, il 20 agosto 1945. In tale data si svolse, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri alla presenza di funzionari dei vari ministeri interessati e del procuratore generale militare, che all'epoca era il dottor Umberto Borsari, una riunione con oggetto proprio le molteplici denunce di crimini di guerra, che nel frattempo stavano pervenendo alle autorità. È importante ricordare, ai fini della nostra indagine, che la riunione si tenne anche a seguito dell'invito rivolto all'Italia dal Dipartimento di Stato americano di denunciare alle Nazioni Unite crimini di guerra commessi dai tedeschi. A tale proposito, il professor Pezzino ha opportunamente sottolineato che proprio un'accurata indagine storica sulle relazioni fra l'Italia e gli Alleati potrebbe fornire la chiave di lettura di una vicenda, come quella in esame, sulla quale, a tutt'oggi, gli elementi conoscitivi sono scarsi e confusi, qualora siano ricercati solamente in un ambito ristretto alla politica interna.
Dalla audizione del professor Pezzino è emerso che nel periodo febbraio - giugno 1945 il Governo aveva preventivato di effettuare una azione di ricerca dei colpevoli, che trovava il sostegno degli alleati. Proprio a tal fine, furono intensificati i rapporti a livello istituzionale tra Governo italiano e Quartier generale alleato. Solo nell'estate del 1945, comunque, si sono delineate linee di fondo in ordine alla politica da seguire nei confronti dei criminali di guerra da parte degli alleati. Queste sono fondamentalmente due. Si decide che, per quanto riguarda i gradi più alti (i generali tedeschi), siano gli inglesi ad occuparsi della loro punizione in tribunale, ritenendo che l'Italia non abbia le risorse tecniche necessarie né - ed questa la motivazione più interessante - l'energia per portare avanti un simile processo. L'idea di allora degli alleati, quindi, era di tenere un processo unico per quanto riguarda i comandanti di armata, di corpo e di divisione. Nell'agosto 1945, infatti, gli inglesi avevano acquisito prove sufficienti sul fatto che la condotta bellica dei tedeschi nei confronti delle popolazioni italiane aveva configurato un atteggiamento ed una volontà terroristica nei confronti della popolazione civile tale da giustificare una vera e propria "Norimberga italiana". Accanto a questo processo generale per crimini di guerra si sarebbero dovuti svolgere gli altri processi, la cui competenza sarebbe stata conferita all'Italia. Si riteneva, infatti, che gli italiani avrebbero dovuto effettuare i processi per i responsabili dal grado di colonnello ed inferiori. Emergeva, in sostanza, il concetto di "reati localizzabili" e "non localizzabili": i primi sarebbero stati attribuiti dagli alleati alle giurisdizioni nazionali, mentre i secondi sarebbero stati trattati dai tribunali internazionali.
La riunione del 20 agosto 1945, che nel corso dell'indagine è sembrata essere uno dei momenti decisivi della intera vicenda, non poteva non risentire di tale suddivisione dei compiti tra l'Italia e gli alleati. È da ritenere che la decisione di radunare, presso la procura generale del tribunale supremo militare, tutti i fascicoli, le istruttorie e le notizie che pervenissero in relazione a crimini commessi durante la guerra, sia stata dettata dall'esigenza di accentrare tutto il materiale relativo alle stragi nazi-fasciste, per poi smistarlo agli organi giurisdizionali competenti. Nel 1945 è presumibile che non vi era ancora la volontà di occultare tutti i documenti riuniti. Alla luce di quanto accaduto successivamente, si può comunque rilevare che la decisione del 1945 di accentrare presso la procura militare i fascicoli, ancorché fosse funzionale alla celebrazione dei processi o comunque alla ricognizione compiuta dei fatti che avrebbero potuto essere oggetto di quei processi, si dimostrò estremamente funzionale anche alla decisione opposta. È comunque da ritenere che inizialmente la volontà di perseguire i crimini di guerra non fosse di mera facciata, ma reale e concreta, risulta anche dalle vicende che immediatamente hanno seguito la riunione del 20 agosto. La presidenza del Consiglio dei Ministri, il 2 ottobre 1945, ha emanato una nota con la quale venivano date disposizioni circa l'accentramento delle informazioni presso la Procura generale militare che "provvederà ad esaminarli per estrarne le denunzie del caso" e si invia alla stessa Procura il modello della scheda per denunciare i fatti che fossero di competenza della Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite. Il 7 ottobre 1945 la Procura generale militare istituì un archivio generale nel quale far confluire tutta la documentazione relativa ai crimini di guerra. Le riunioni e le note del 1945 testimoniano, piuttosto, il ruolo protagonista che gli organi di governo e, quindi, la politica assunsero sin dall'immediato dopo guerra in ordine all'accertamento dei crimini di guerra.
Indipendentemente dallo scopo che aveva la riunione dei provvedimenti, si deve rilevare l'illiceità della procedura seguita. Si tratta di illiceità dei comportamenti, piuttosto che di illegittimità degli atti compiuti dagli organi intervenuti nella vicenda, in quanto questa è stata caratterizzata da provvedimenti assunti in mera carenza di potere, essendo stati posti in essere da organi che non avevano il potere di assumerli. Le archiviazioni effettuate successivamente al 1945 dal Procuratore generale militare presso il Tribunale supremo militare sono da considerare, pertanto, non illegittime, ma inesistenti. Tale situazione di illiceità inizia comunque a manifestarsi già nella riunione del 1945, poiché allora si decise di concentrare tutto il materiale presso un organo, quale la Procura generale militare, che non ha alcun potere di indagine.
Fino al 1951, data del processo Reder, sono stati comunque effettuati in Italia dei processi contro i criminali di guerra. Alcuni, fino al 1947, ad opera degli inglesi, altri effettuati dagli italiani. I processi effettuati da Corti militari britanniche in Italia, per i crimini di guerra, sono in tutto 49, tra i quali quelli di maggior interesse sono stati sicuramente quello celebrato nel 1946 nei confronti dei generali Mackensen e Maeltzer, in ordine alla strage delle Fosse ardeatine, e quello che si è tenuto nel 1947 contro Kesserlring. Questi ultimi processi si sono tutti conclusi con condanne a morte successivamente trasformate in ergastolo, per cui ad un atteggiamento di rigore è seguito un altro di parziale clemenza. Riguardo ai processi effettuati dagli inglesi, è importante ricordare anche quello che si è celebrato nel 1947 contro Max Simon, anch'egli condannato a morte e successivamente graziato. Si tratta di un processo poiché si è tenuto proprio quando gli alleati stavano prendendo la decisione di non celebrare più alcun processo con corti militari britanniche in Italia per crimini di guerra. Tale decisione è stata assunta formalmente dal Foreign Office il 10 dicembre 1947. Come ha dichiarato nel corso dell'audizione il professor Pezzino, con il dicembre 1947 si chiude la stagione dei crimini di guerra almeno per quanto riguarda gli alleati. È importante dire che tale decisione è stata presa solamente in ordine all'atteggiamento che gli alleati avrebbero dovuto tenere circa i crimini di guerra avvenuti in Italia, non essendo stata invece pregiudiziale alla volontà dell'Italia di celebrare i processi sui crimini di guerra. Anzi è da ritenere che gli italiani furono incoraggiati a svolgere tali processi, come testimonia la trasmissione da parte degli alleati dei dati relativi una serie di criminali di guerra, come ad esempio Reder, il quale, nel settembre del 1951, è stato processato dagli italiani.
Il mutamento della politica degli alleati non è stato comunque senza conseguenze per l'Italia, come si evince dagli eventi che si sono successivamente susseguiti. Sembrerebbe infatti che la "ragion di Stato", alla quale si è fatto prima riferimento come comune denominatore della vicenda in esame, trovi la sua giustificazione in quelle stesse esigenze, che hanno portato gli alleati ad abbandonare l'idea di una "Norimberga Italiana". Questo mutamento di rotta avrebbe la sua giustificazione nella "guerra fredda" - La "dottrina Truman", sui due blocchi di Stati contrapposti, diventa, infatti, la linea guida della politica occidentale dal marzo del 1947. In questo contesto politico la Germania, seppure divisa, diventa il tassello di un mosaico importante, assumendo un ruolo difensivo antisovietico, per cui agli Stati Uniti d'America ed all'Inghilterra non conviene insistere sul tema dei crimini di guerra tedeschi. Occorre una Germania forte con un efficiente esercito da contrapporre al blocco orientale. In questa ottica devono essere valutate le conversioni della pena di morte in ergastolo delle quali hanno beneficiato molti generali tedeschi.
In piena "guerra fredda" si colloca l'altra data di fondamentale importanza per la nostra indagine: il 10 ottobre 1956. A questa data è legato un documento emblematico della rilevanza che la situazione politica internazionale assume per la vicenda in esame. Si tratta di una nota inerente ad un carteggio tra il Ministero degli esteri, Gaetano Martino, e quello della difesa, Emilio Paolo Taviani, relativo ad una richiesta di estradizione dalla Repubblica federale di Germania, che era stata indirizzata al Ministero degli esteri. Questi, con nota del 10 ottobre 1956, diretta al ministro della difesa e riguardante proprio l'estradizione ipotizzata dal procuratore militare, nell'esporre i vari argomenti contrari all'iniziativa, si è soffermato su alcune circostanze di notevole interesse. Martino, in particolare, ha evidenziato gli "interrogativi che potrebbe far sorgere da parte del Governo di Bonn una nostra iniziativa che venisse ad alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco. Proprio in questo momento, infatti, tale Governo si vede costretto a compiere presso la propria opinione pubblica il massimo sforzo allo scopo di vincere la resistenza che incontra oggi in Germania la ricostruzione di quelle forze armate, di cui la NATO reclama con impazienza l'allestimento". La nota di risposta del ministro della difesa in data 29 ottobre 1956 era pienamente adesiva. Per la costituzione dell'Alleanza atlantica si ritenne che fosse politicamente inopportuno iniziare processi per crimini di guerra che avrebbero messo in crisi l'immagine della Germania e soprattutto la ricostituzione di una forza armata in quel Paese. La "ragion di Stato", come ha confermato ultimamente il senatore Taviani in un'intervista rilasciata all'Espresso, ha condizionato, in negativo, l'accertamento delle responsabilità per i crimini di guerra.
Data importante è anche quella del 14 gennaio 1960, quando il dottor Santacroce, procuratore generale militare, dispose l'archiviazione provvisoria dei fascicoli conservati a Palazzo Cesi. È sintomatica di una vera e propria deviazione dalla legalità la circostanza che l'archiviazione dei fascicoli si accompagnò ad una accurata selezione degli stessi, alla quale seguì, negli anni dal 1965 al 1968, la trasmissione alle procure di circa 1.300 fascicoli. In realtà, si trattava solo di quelli nei confronti di soggetti non noti o supportati da prove di spessore poco rilevante, che comunque non potevano dar luogo all'istruttoria di processi destinati a conclusione. Pertanto, alla concentrazione del 1945, seguì l'archiviazione degli anni sessanta e la successiva selezione dei fascicoli meno rilevanti. L'archiviazione del gennaio 1960, comunque, non è solo un atto adottato da un organo non competente, ma anche un'iniziativa assolutamente discutibile nel merito, in quanto non vi erano gli estremi per l'archiviazione, dal momento che i fascicoli contenevano indicazioni di nomi, fatti, circostanze e quant'altro. Non si tratta, quindi, di un'archiviazione, ma di un mero occultamento. In ciascuna delle pratiche è impressa la dicitura di "archiviazione provvisoria", facendo riferimento ad un istituto che non trova riscontro nell'ordinamento. In Commissione si è sostenuto che il dottor Santacroce abbia utilizzato tale formulazione non perché ne ignorasse la sua non correttezza, sotto il profilo giuridico, ma in quanto intendeva dare corso politico - e non giuridico - ad un orientamento che risponde ad esigenze di mera opportunità politica.
Vi è un'altra data di rilievo, il 1965. In quell'anno scadevano i termini di prescrizione per quella tipologia di crimini. Vari Governi, tra cui anche quello tedesco, formularono un richiamo affinché tutto ciò che, non essendo ancora caduto in prescrizione, potesse essere portato all'attenzione delle magistrature venisse raccolto. Questa richiesta di raccogliere notizie, informazioni, dati su possibili procedimenti per crimini di guerra ricevette risposta da parte del procuratore generale in una nota diretta al ministro della difesa del 16 febbraio 1965 in cui si affermava che "l'autorità giudiziaria italiana conserva il pieno esercizio della propria giurisdizione" per questi reati e che "la legge italiana è più rigorosa in materia di prescrizione dei reati in questione". Quanto alla richiesta della documentazione, si comunicava che dal riesame del materiale dell'archivio emergevano "casi - peraltro non numerosi - di crimini tuttora impuniti, per i quali vi è una sufficiente documentazione". Questi casi si rivelarono essere venti, accuratamente selezionati e trasmessi, non si sa con quale esito, all'autorità tedesca.
Dalla metà degli anni sessanta fino al 1994 non accaddero eventi direttamente rilevanti per l'indagine conoscitiva.
Nel 1994 vi fu poi il ritrovamento dell'"armadio della vergogna". Si è innanzitutto provveduto a dissolvere l'archivio, perché esso non doveva trovarsi in quel luogo, che cinquant'anni prima doveva essere stato distribuito alle procure militari. Come vi ha già detto la professoressa Severino, i fascicoli sono risultati essere circa 700 (per la precisione 695) e sono stati distribuiti secondo il criterio della competenza territoriale: 2 a Palermo, 4 a Bari, 32 a Napoli, 129 a Roma, 214 a La Spezia, 108 a Verona, 119 a Torino e 87 a Padova. Sinora tale trasmissione ha determinato tre condanne all'ergastolo per tre stragi di grande rilievo: due sono del tribunale di Torino e una del tribunale di Verona. Tutti e tre i condannati sono contumaci (due sono tuttora in Germania ed un terzo è in Canada), per cui è stata chiesta, ma non ancora ottenuta, l'estradizione. Un altro processo è ancora in fase istruttoria. Si tratta forse di quello più rilevante, relativo alla strage di Sant'Anna di Stazzema, che ha coinvolto più di 500 civili, più di 100 dei quali bambini. Naturalmente il tempo trascorso rende molto difficili gli accertamenti, ma la magistratura militare ha svolto compiutamente il suo lavoro dopo il ritrovamento dei fascicoli.
Dalle audizioni svolte e dal materiale raccolto nel corso della indagine conoscitiva, in primo luogo, risulta evidente la responsabilità della magistratura militare ed, in particolare, dei Procuratori generali militari che si sono succeduti dal 1945 al 1974. L'illegalità ha avuto inizio dal primo dopo guerra, quando, anziché trasmettere i fascicoli alle procure militari competenti per territorio, si è preferito accentrarli presso un organo, quale la Procura generale militare presso il Tribunale supremo militare, che non aveva competenza al riguardo, non avendo alcuna competenza e responsabilità di indagine e di esercizio dell'azione penale. Come si è detto, l'esito della riunione del 20 agosto 1945 molto probabilmente non è stato quello di occultare i fascicoli, ma di accentrarli per poi smistarli, secondo il disegno tracciato dagli Alleati, secondo il quale la competenza per l'accertamento dei crimini di guerra si doveva suddividere tra l'Italia e gli Alleati, secondo criteri legati alla localizzazione del fatto incriminato od al grado dei militari coinvolti. Occorreva quindi una operazione di smistamento dei fascicoli. Tuttavia, neanche dopo il 1954, quando al dottor Borsari era succeduto il dottor Mirabella, i fascicoli vennero distribuiti alle procure competenti, così come peraltro non avvenne quando nel 1958 al dottor Mirabella subentrò il dottor Santacroce, il quale, anzi, adottò dei provvedimenti formali di "archiviazione provvisoria". In realtà, da nessun documento risulta che vi sia stata una volontà diretta, da parte dei magistrati militari, ad insabbiare i fascicoli relativi ai crimini di guerra. Tuttavia la costante violazione della legge a causa della mancata trasmissione dei fascicoli alle procure competenti, da parte di tre diversi soggetti, non può non far pensare ad un disegno unitario volto ad impedire la celebrazione di processi sui crimini di guerra. È da ritenere che i magistrati militari furono in realtà uno strumento in mano ai politici ed, in particolare, del governo. A tale proposito è opportuno ricordare che sino alla riforma del 1981 la magistratura militare non godeva delle guarentigie della indipendenza, terzietà ed imparzialità proprie della magistratura ordinaria e delle magistrature speciali. Prima di tale data la magistratura militare era organizzata verticalmente, per cui i magistrati dipendevano dal Procuratore generale militare, il quale veniva nominato dal Consiglio dei Ministri, che costituiva, nella persona del Presidente del Consiglio, il vero ed ultimo vertice della piramide. Solo con una direttiva politica dal vertice la vicenda in esame, con tutta l'illegalità che la caratterizza, può essere spiegata. Alla base della inspiegabile inerzia della magistratura militare vi fu, infatti, la "ragion di Stato", la quale, come abbiamo visto, dovrebbe essere stata determinata dalla "guerra fredda" che caratterizzava negli anni '50 e '60 non solo la politica internazionale degli Stati, ma anche quella interna. È da chiedersi se la scelta politica di non procedere all'accertamento dei crimini di guerra sia stata condizionata anche dal timore che l'Italia venisse coinvolta per la condotta di guerra antecedente all'8 settembre soprattutto nei Balcani. Si tratta di una considerazione espressa dagli alleati nel 1946, che però non ha trovato alcun riscontro nella realtà dei fatti.
A circa cinquanta anni di distanza dall'accadimento dei fatti è quanto mai arduo raggiungere la verità processuale sugli stessi. Gran parte dei procedimenti scaturiti dalle denunzie contenute nei fascicoli sono stati definiti con archiviazioni o sentenze di non luogo a procedere. Purtroppo la prescrizione dei reati, nei casi in cui operi, la dispersione negli anni delle fonti di prova, il decesso degli autori o l'impossibilità del loro riconoscimento sono tutti fattori che rischiano di lasciare impunite stragi naziste come, ad esempio, quelle di Cefalonia, di Fossoli e di S. Anna di Stazzema.
All'inerzia colpevole dello Stato, che per cinquanta anni non ha voluto cercare e perseguire i colpevoli, la magistratura militare sta cercando di porre oggi rimedio effettuando tutti quei processi, relativi ai crimini di guerra, che è ancora possibile svolgere. Vi è un debito morale di giustizia postuma nei confronti delle migliaia di vittime delle stragi di guerra, che le istituzioni devono oggi pagare, assicurando loro giustizia e tenendo vivo il ricordo di quanti si sono sacrificati per il bene della Patria e delle vittime inermi di raccapriccianti e vigliacche rappresaglie, espressioni della ingiustificata e inaudita ferocia delle forze naziste alleate della dittatura fascista. Bellona, le Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves e Fossali sono solo alcuni dei luoghi in cui sono state compiute le atrocità nei confronti di bambini, donne, anziani e uomini inermi. Proprio in riferimento a tali stragi, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricevuto una delegazione composta dai sindaci di Carpi e di S. Anna di Stazzema e dai presidenti delle Associazioni partigiane combattentistiche, realtà promotrici del Comitato per la verità e la giustizia, il cui scopo è fare piena luce sulle 695 stragi nazifasciste oggetto della indagine conoscitiva. In tale occasione il Presidente della Repubblica, come ha affermato il sindaco di Carpi, ha confermato il suo impegno affinché si ottengano verità e giustizia sulle stragi compiute dai nazifascisti in tante parti d'Italia a partire dal 1944, facendo peraltro riferimento anche alla indagine conoscitiva in corso presso la Commissione giustizia della Camera dei Deputati
Accanto alle stragi delle quali è stata vittima la popolazione civile vi sono poi gli eccidi dei soldati italiani e dei partigiani. Non si può non ricordare la strage di Cefalonia, nella quale 6.500 soldati italiani furono massacrati dalle truppe tedesche.
Come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in occasione della commemorazione dei caduti italiani a Cefalonia tenuta il 1o marzo 2001, "l'inaudito eccidio di massa, di cui furono vittime migliaia di soldati italiani denota quanto profonda fosse la corruzione degli animi prodotta dalla ideologia nazista".
Il debito che ogni cittadino italiano ha nei confronti di chi è morto per la libertà della Patria può essere pagato ricordando i sacrifici compiuti. A tale proposito è opportuno richiamare nuovamente quanto affermato dal Presidente della Repubblica ultimamente a Cefalonia "Ai giovani di oggi, educati nello spirito di libertà e di concordia fra le nazioni europee, eventi come quelli che commemoriamo sembrano appartenere a un passato remoto, difficilmente comprensibile. Possa rimanere vivo, nel loro animo, il ricordo dei loro padri, che diedero la vita perché rinascesse l'Italia, perché nascesse l'Europa di libertà e di pace. Ai giovani italiani, ai giovani greci e di tutte le nazioni sorelle dell'Unione europea, dico: non dimenticate".
d) Interventi proposti.
Dalla breve indagine che la Commissione Giustizia ha svolto è emersa con tutta evidenza che l'inerzia in ordine all'accertamento dei crimini nazifascisti sia stata determinata dalla "ragion di Stato", le cui radici in massima parte devono essere rintracciate nelle linee di politiche internazionali che hanno guidato i Paesi del blocco occidentale durante la "guerra fredda". Si tratta di un tema che merita di essere approfondito nella prossima legislatura, al fine di delineare con maggiore precisione gli ambiti di responsabilità degli organi dello Stato coinvolti. Lo strumento più adeguato per raggiungere tale obiettivo è sicuramente l'inchiesta parlamentare ai sensi dell'articolo 82 della Costituzione.
La Commissione di inchiesta, della quale si auspica l'istituzione, non dovrà procedere all'accertamento delle responsabilità delle stragi di guerra, il cui compito spetta alla magistratura militare, ma verificare quali siano stati gli ostacoli che hanno impedito alla giustizia di fare il suo corso, anche nominando un Comitato composto da storici, al quale affidare il compito di procedere ad una esauriente ricostruzione storica del fenomeno. In tal senso, al termine dell'indagine conoscitiva, la Commissione giustizia sottolinea l'esigenza che agli storici italiani, studiosi di quella vicenda, sia messa a disposizione la documentazione custodita negli archivi italiani, (Ministero degli esteri, della difesa, della giustizia, dell'Arma dei carabinieri, della Procura generale militare). Il lavoro di ricostruzione storica di quel periodo è stato sinora affidato alla possibilità di consultare archivi stranieri (in particolare inglesi ed americani).
La desegretazione, ove non rechi pregiudizio agli interessi dell'ordinamento tutelati dal segreto di Stato, appare oggi, da parte del Governo italiano, un atto concreto e affermativo di una volontà del paese di ricercare la verità storica di quei fatti, così facendo, insieme, un atto di giustizia.
735a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO GIOVEDÌ 31 MAGGIO 2012 (Pomeridiana) _________________
Presidenza del vice presidente CHITI FINOCCHIARO, CHITI, DELLA MONICA, CASSON, ZANDA, LATORRE, MARINI, ADAMO, ADRAGNA, AGOSTINI, AMATI, ANDRIA, ANTEZZA, ARMATO, BARBOLINI, BASSOLI, BASTICO, BERTUZZI, BIANCO, BIONDELLI, BLAZINA, BOSONE, BUBBICO, CABRAS, CARLONI, CAROFIGLIO, CECCANTI, CERUTI, CHIAROMONTE, CHIURAZZI, COSENTINO, D'AMBROSIO, DE LUCA Vincenzo, DE SENA, DEL VECCHIO, DELLA SETA, DI GIOVAN PAOLO, DONAGGIO, D'UBALDO, FERRANTE, FILIPPI Marco, FIORONI, FONTANA, FRANCO Vittoria, GALPERTI, GARAVAGLIA Mariapia, GARRAFFA, GHEDINI, GIARETTA, GRANAIOLA, ICHINO, INCOSTANTE, LEDDI, LEGNINI, LIVI BACCI, LUMIA, MAGISTRELLI, MARCENARO, MARCUCCI, MARINARO, MARINO Ignazio, MARINO Mauro Maria, MARITATI, MAZZUCONI, MERCATALI, MICHELONI, MONACO, MONGIELLO, MORANDO, MORRI, MUSI, NEGRI, NEROZZI, PAPANIA, PASSONI, PEGORER, PERDUCA, PERTOLDI, PIGNEDOLI, PINOTTI, PORETTI, PROCACCI, RANDAZZO, ROILO, ROSSI Paolo, RUSCONI, SANGALLI, SANNA, SCANU, SERAFINI Anna Maria, SIRCANA, SOLIANI, STRADIOTTO, TOMASELLI, TONINI, TREU, VIMERCATI, VITA, VITALI, ZAVOLI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri degli affari esteri, della giustizia e della difesa - Premesso che: con legge n. 107 del 2003 fu istituita la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell'occultamento dei fascicoli, ritrovati nel 1999 a palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, in quello che è stato chiamato l'armadio della vergogna, contenenti denunzie di crimini nazifascisti commessi nel corso della seconda guerra mondiale, che hanno causato circa 15.000 vittime; la Commissione ha concluso i suoi lavori nel febbraio 2006 con la presentazione di due relazioni, una di maggioranza, approvata, e l'altra di minoranza; gli atti della Commissione (audizioni, resoconti stenografici desecretati, elenco delle località e delle vittime, relazioni finali) sono stati raccolti e resi pubblici in quattro volumi editi dalla Camera dei deputati, ad esclusione degli atti su cui la Commissione ha posto il segreto funzionale, nonché dei documenti formalmente classificati "riservati" o "segreti" dalle autorità di Governo; con la legge 3 agosto 2007, n. 124, è stata definita la nuova disciplina del segreto di Stato. Nel 2013 verrà a scadenza inoltre il termine di 70 anni previsto dall'art. 19 del codice di deontologia per i dati personali cosiddetti sensibili (provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali n. 8/P/21 del 14 marzo 2001), il che consentirà di fare piena chiarezza su tutti gli aspetti di quanto è avvenuto; considerato che: il lungo tempo trascorso dai tragici avvenimenti bellici consente una riflessione obiettiva, non emotiva, sulle stragi del 1943-1945; il dovere della memoria è imposto dall'esigenza di chiudere la vicenda delle stragi con il rispetto che esse meritano, e con il risarcimento, almeno morale, ai pochissimi superstiti ed ai loro familiari; la memoria ragionata delle stragi è indispensabile oggi, in un contesto in cui i rigurgiti neofascisti in tutta Europa trovano il proprio humus nell'ambiguo e pericoloso revisionismo storiografico, che da decenni ormai viene ad evidenziarsi sempre più sino a
posizioni di vero e proprio negazionismo. Diventa sempre più preoccupante la crescita di movimenti di estrema destra in tutta Europa, dell'antisemitismo, dell'antislamismo, della xenofobia, dell'intolleranza, delle chiusure di tipo sciovinistico e nazionalistico, di esibizioni purtroppo non ostacolate e di esternazioni sempre più arroganti e violente di simboli e di atteggiamenti revanscisti di stampo nazifascista. Di qui l'esigenza di non dimenticare le aberrazioni e le nefandezze compiute, affinché non venga meno la ricerca della verità e delle responsabilità; è già in corso nel Paese una serie di ricerche per la creazione di un "atlante delle stragi" ed è stato realizzato un accordo tra l'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) e l'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia sulle stragi del 1943-1945 al fine di raggiungere almeno una completa verità storica. Tale ricerca, peraltro, allo stato non risulta dotata di tutti i mezzi necessari per compiere un'opera veramente conclusiva, che chiuda una pagina oscura della nostra storia; rilevato che occorre quindi chiudere definitivamente, ma con dignità, una pagina tremenda della storia del Paese non per spirito giustizialista o di vendetta, né per suscitare sentimenti antitedeschi, ma per contribuire a costruire quella Europa democratica della Resistenza, tanto auspicata da chi ha combattuto per la libertà, perché non abbia a ripetersi la catastrofe umanitaria della seconda guerra mondiale con tutti i suoi massacri e i suoi olocausti e per radicare nella coscienza delle nuove generazioni i valori alti della Costituzione repubblicana nata dalla lotta di Liberazione; considerato inoltre che: con la sentenza del 3 febbraio 2012 la Corte internazionale di giustizia de L'Aia ha accolto il ricorso della Germania contro le sentenze di tribunali italiani, che affermavano il principio del risarcimento delle vittime delle stragi da parte anche della Repubblica federale di Germania, motivando tale decisione in base al principio di diritto internazionale comunitario per cui uno Stato sovrano non può essere soggetto alla giurisdizione di un tribunale straniero, senza possibilità di deroghe: questa tesi, in astratto, può avere anche un fondamento nell'esigenza di evitare menomazioni della sovranità di uno Stato, ma in concreto finisce per equiparare alle azioni belliche i crimini veri e propri contro l'umanità, che vanno al di là delle atrocità connaturate in ogni guerra; la necessità di una deroga al principio dell'immunità degli Stati rispetto alle giurisdizioni straniere è stata più volte affermata dalla giurisprudenza italiana ed in particolare dalle Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza n. 5004 del 2004, ordinanza n. 14201 del 2008 ed ancora sentenza del 22 ottobre 2008 della prima sezione penale); tuttavia, anche alla luce dell'intervenuta sentenza de L'Aia resta aperta una strada: quella delle intese tra i due Stati, per le quali occorre l'esplicazione di una precisa volontà politica da entrambe le parti. Occorre pertanto che lo Stato italiano non consideri chiusa, con un nulla di fatto e senza alcuna misura concreta, la questione dei risarcimenti delle vittime e dei loro familiari, ed esperisca a tal fine tutte le possibili vie politiche e diplomatiche. Infatti, sulla base della stessa decisione de L'Aia, le sentenze emesse dai tribunali italiani restano valide per la parte che riguarda l'affermazione della responsabilità penale e civile dei singoli, per cui, se non è possibile svolgere azioni nei confronti del Governo tedesco, è possibile comunque ottenere giustizia nei confronti dei colpevoli; in ogni caso, accanto e prima dei risarcimenti, molto importanti per le vittime, per i loro familiari e per tutti coloro che hanno subito danni dalle stragi, e che hanno anche un valore simbolico oltre che patrimoniale, occorrono azioni riparatorie, occorre attuare cioè quella che viene ormai definita come la giustizia riparativa, mettendo in atti azioni positive di memoria attiva, di riflessione comune; l'Italia è il Paese che meno di altri ha fatto i conti con i crimini del nazifascismo, come LutzKlinkhammer, autore di vari saggi sull'occupazione tedesca in Italia, ha più volte affermato, perché, al di là dei casi Kappler e Reder, tanti altri criminali di guerra hanno beneficiato di un'amnistia occulta. Ne costituiscono prova il ridottissimo numero dei processi celebrati nel dopoguerra, l'insabbiamento delle istruttorie e gli stessi indugi registratisi, anche dopo l'apertura dell'armadio della vergogna, nel mandare avanti i processi. Va da sé che le indagini, gli accertamenti, le istruttorie per molte delle stragi
nazifasciste sono rimaste ferme per molti anni. Questo ha prodotto enormi difficoltà, ritardi nell'acquisizione delle prove e per lo svolgimento dei processi a distanza di tempo, quando le prove stesse svaniscono e le testimonianze vengono progressivamente a mancare; non può essere sottaciuto il comportamento omissivo né è possibile ignorare le negligenze e le responsabilità di alcuni procuratori militari dell'epoca, che non inviarono alle Procure territoriali competenti i fascicoli, impedendo così l'esercizio dell'azione penale attraverso lo strumento antigiuridico e abnorme dell'archiviazione provvisoria nonostante l'identità e la residenza degli autori risultasse negli atti, e con il trattenimento di 270 fascicoli con un non luogo a provvedere. La Commissione parlamentare di inchiesta ha avuto più volte modo di riscontrare tali negligenze anche dopo il rinvenimento dell'armadio; di qui la ferma decisione dell'ANPI nazionale, successore a pieno titolo di chi ha combattuto per la libertà, come ha stabilito l'ordinanza 19 aprile 2010 del Tribunale di Verona, confermata poi dalla sentenza dello stesso Tribunale del 6 luglio 2011, depositata il 4 ottobre 2011, nel procedimento contro Wankler ed altri, di costituirsi come parte civile in tutti i processi ancora in itinere ed in quelli eventuali riguardanti le stragi nazifasciste; considerato inoltre che un comunicato del 7 febbraio 2012, pubblicato sul sito del Ministero degli affari esteri, dà atto che il ministro Giulio Terzi, al termine di un incontro alla Farnesina con le associazioni dei familiari delle vittime, ha reso noto che «L'Italia avvierà con la Germania un ''percorso di consultazione'' per risolvere la questione dei mancati risarcimenti per le vittime italiane delle stragi naziste». Secondo il Ministro, difatti, se è vero che «il tribunale internazionale dell'Aja [con la sentenza del 3 febbraio 2012] aveva dato ragione a Berlino, affermando che l'Italia non aveva riconosciuto l'immunità garantita alla Germania dal diritto internazionale», tuttavia «la sentenza ha sì ''confermato un principio di diritto internazionale'', ma allo stesso tempo la ''decisione della Corte incoraggia i due paesi ad approfondire le modalità attraverso cui alcuni fatti specifici, alcune categorie particolari debbano essere rispettate in termini di risarcimento dei danni e soprattutto del riconoscimento della memoria». In conclusione del comunicato il ministro Terzi ha assicurato che il Governo vuole «''assistere in ogni modo possibile le associazioni delle vittime'' e alle famiglie ha voluto ''riaffermare la grande solidarietà di tutte le istituzioni e autorità italiane per la sofferenza di questi gruppi così numerosi di persone, di cittadini, di vittime che hanno pagato con la vita questa ondata di barbarie che si è abbattuta in Italia ed in Europa durante la seconda guerra mondiale"», si chiede di conoscere: se il Governo italiano abbia effettivamente avviato con la Germania un ''percorso di consultazione'' per risolvere la questione dei mancati risarcimenti per le vittime italiane delle stragi naziste, come affermato dal ministro Terzi e quali siano i risultati fino ad ora raggiunti; in quale modo e con quali tempi si stia, comunque, adoperando perché vengano rimossi gli ostacoli esistenti sul piano dei risarcimenti e delle azioni civilistiche di esecuzione sui beni dei colpevoli, ovunque si trovino e come proceda il lavoro avviato con la Repubblica federale di Germania per raggiungere un'intesa su una forma di risarcimento in termini economici alle vittime e loro familiari nonché un'intesa su forme di giustizia riparativa; quali iniziative intenda assumere in relazione a quanto acquisito e proposto dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause dell'occultamento dei fascicoli ritrovati nell'armadio della vergogna e se intenda, dando seguito alla presente interpellanza, sollecitare un'ampia discussione alla Camera e al Senato, perché il Parlamento abbia piena contezza di tutto il materiale raccolto dalla Commissione nella sua integrità e delle conclusioni cui essa è pervenuta; se e quali iniziative intenda promuovere perché sia assicurata la piena accessibilità al materiale, dal momento che molti documenti restano "riservati" o "segreti";
se intenda in particolare rimuovere il segreto di Stato anche sugli elenchi nominativi dei "presunti" criminali di guerra, nonché sulla documentazione della Nato in suo possesso relativa alle stragi; se intenda altresì accelerare le procedure relative al riordino di tutti i fondi archivistici, siano essi depositati presso l'Archivio centrale dello Stato o presso gli archivi del Ministero degli affari esteri e del Ministero della difesa relativi alle stragi nazifasciste: il mancato riordino di alcuni di tali fondi costituisce un ostacolo di fatto alla conoscenza ed all'approfondimento di momenti cruciali della storia nazionale, da parte dell'opinione pubblica e degli studiosi; se intenda promuovere l'istituzione, eventualmente in collaborazione con la Repubblica federale di Germania, di una fondazione per la memoria e la storia delle stragi e dei crimini nazifascisti compiuti negli anni 1943-1945, che persegua le seguenti finalità: 1) ricostruzione degli eventi relativi ad ogni strage ed eccidio, classificazione dei materiali con riferimento alla data, al luogo e alla tipologia del reato denunciato, presunto o accertato dalla magistratura; 2) istituzione dell'archivio nazionale di tutte le stragi, degli eccidi e delle vittime dei crimini nazifascisti compiuti negli anni 1943-1945; 3) creazione di una "mappa" delle stragi nazifasciste al fine di conseguire un quadro storicamente valido e completo delle stesse; 4) promozione di ricerche storiche, studi ed iniziative territoriali anche in collaborazione con soggetti pubblici e privati, italiani e stranieri; se, infine, intenda compiere un atto di riparazione morale nei confronti delle vittime delle stragi nazifasciste avvenute in Italia ed all'estero anche rimuovendo gli ostacoli frapposti nel nostro Paese all'accertamento della verità. (2-00477p. a.)
Mancano ancora tanti documenti nell' "armadio della vergogna”
I senatori del Pd riaprono il capitolo delle stragi nazifasciste. La Germania non collabora
ROMA - In un’interrogazioni orale con carattere d’urgenza, l’intero gruppo Pd del Senato ha chiesto ai Ministri della giustizia, degli affari esteri e della difesa di sapere quali e quante stragi nazifasciste siano ancora sepolte impunite nell’ “armadio della vergogna”e cosa intenda fare il governo per sollecitare la collaborazione di un paese amico, come la Germania. Sicuramente ieri Mario Monti si sarà guardato bene dal parlare di quest’infamia con Angela Merkel.
Resta il fatto che a 70 anni da quegli eccidi efferati che causarono al nostro Paese almeno 15.000 vittime accertate ed altrettante neppure finite in quell’ “armadio” (Massa Lombarda, Saonara, Trasaghis, Bologna, Arezzo, Onna, eccetera) restano ancora sul tavolo dei rapporti italo-tedeschi diversi problemi irrisolti, come quello dei mancati risarcimenti per le vittime italiane delle stragi nazifasciste, o quello relativo alla mancata esecuzione delle pene dell’ergastolo inflitte da tribunali militari italiani ad oltre venti cittadini stranieri, ex militari tedeschi, residenti all’estero. Su tutto questo la Germania non solo non ha mai collaborato, ma non ha neppure mai risposto e in qualche caso si è limitata a comunicare che non si poteva ottemperare dato che si trattava di processi (quelli italiani) celebrati in contumacia.
A fine 2010 gli ergastolani condannati con sentenza definitiva dai tribunali militari italiani erano 21. Nel frattempo ne sono morti 6. I procuratori militari italiani che hanno condotto inchieste assai difficili, anche ovviamente per il tempo trascorso hanno compiuto tutti gli atti necessari attraverso Interpol e i rituali canali ministeriali per ottenere l’esecuzione della pena. Il procuratore generale militare presso la Corte d’appello, Fabrizio Fabretti, si è rivolto ripetutamente al Ministro della difesa pro tempore, chiedendo un intervento del Governo per questa situazione paradossale. Nemmeno lui, però, è riuscito ad avere un qualche contributo dalla repubblica tedesca.
Per questi motivi, gli interroganti si rivolgono ancora una volta ai ministri competenti per sapere “quanti e quali dei provvedimenti restrittivi della libertà personale risultino essere stati trasmessi all’autorità tedesca e quale risulti essere stata la sua risposta”.