Source: http://m.adusa.it/1/proposta_di_legge_2709922.html
Timestamp: 2019-02-17 20:22:26+00:00
Document Index: 109929198

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 2', 'art. 53', 'art. 53']

Proposta di legge | Adusa news
In favore delle famiglie monoparentali che si trovano in condizioni di disagio economico, allo scopo di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei genitori soli (quasi sempre donne), prevederne l’inserimento fra le categorie protette previa formazione ed avviamento al lavoro, partecipando ai concorsi per il pubblico impiego e delle assunzioni nel settore privato.
Rappresentano un fenomeno in crescita, la situazione di questo tipo di famiglia affronta problemi di carattere sociale ed economico, in particolare la donna capofamiglia.
Sulla base dei risultati della ricerca riconoscere a questo tipo di famiglia particolari sostegni economici proseguendo sulla strada aperta delle varie direttive a partire dal documento di Nairobi 1984, e delle direttive successive emanate secondo la quale a favore delle famiglie monoparentali vengano tutelate e riconosciute all’ interno quali categorie protette, con il fine di dare continuità alla propria famiglia dignità e rispetto, contemplate dalla attuale vigente Costituzione Italiana. Le figure femminili di capofamiglia, rimaste sole nel percorso della vita, devono avere gli stessi diritti delle figure maschili per l’accesso al lavoro, in base alla loro capacità di efficienza e professionalità, al fine di provvedere a se stesse, in particolare, per coloro che non hanno nessun tipo di mantenimento finanziario o reddito mensile.
Le famiglie con un solo genitore rappresentano una realtà in aumento nella società odierna, su 100 matrimoni realizzati, il 50% rischiano la separazione. La famiglia monoparentale, per sua natura contrassegnata da elementi di vulnerabilità e debolezza a tutti i livelli, nell’ odierna congiuntura economica rischia di subire forti contraccolpi con effetti negativi della crisi. Occorre, pertanto, predisporre misure di sostegno e interventi mirati utili a scongiurare situazioni di grave povertà e degrado sociale nel nostro Paese.
La famiglia monoparentale italiana, formata dal un solo genitore, soprattutto donne con figli, composta da conviventi, single, vedovi, genitori soli, nel 2005 si contano 5 milioni di tali famiglie, il 23% del totale (stima Affari Sociali 2007). Persone sole, spesso donne separate o divorziate che si ritrovano a gestire da sole la crescita e l’educazione dei figli minorenni. In molti casi tali donne sono disoccupate a causa di precedenti scelte. Donne 35-45-55 si ritrovano a vivere con i soli alimenti disposti dal Giudice durante la separazione coniugale, altre donne vivono senza alimenti mensili e senza alcun reddito, minando la conduzione, la crescita, e l’equilibrio familiare, in particolare di se stesse, donne senza un futuro che bussano alla porta del datore di lavoro con dignità, ma senza ottenere i risultati sperati a risolvere il quotidiano vivere. Inverosimilmente, la figura maschile ha più facilità nel trovare lavoro, come risulta dalle indagini Istat, e Censis.
La cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) analizzando la situazione delle famiglie monoparentali delle donne sole nel nostro Paese e in altri Stati membri dell’ Unione Europea, hanno aperto una indagine sul loro legame con la povertà. E’ stato rilevato che, questi nuclei familiari rappresentano una sfida per le politiche sociali non più procrastinabile per via del loro aumento all’ esposizione di precarietà e alla povertà, oggi il mondo del lavoro le tiene fuori. Le donne sole, capifamiglia, combinano in effetti, una serie di fattori che le rendono fragili, quali la rottura coniugale, che si trasforma in perdita di risorse per il genitore affidatario e le difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro. La vulnerabilità delle famiglie monoparentali è un dato da non sottovalutare, soprattutto nell’ attuale crisi economica.
Quasi il 90 per cento delle famiglie monoparentali sono costituite da donne capifamiglia, costrette a prendere su di sé tutte le responsabilità per fornire il sostentamento e le cure per sé e per la prole, versando in situazioni di indigenza e di emarginazione sociale.
La tipica madre sola è spesso disoccupata oppure ha una occupazione precaria o a tempo parziale, composto da un salario e da una sicurezza del posto di lavoro inferiore alla media. Talvolta, a causa della mancanza di adeguate politiche sociali e istituzionali, sembra che, la madre sola sia deliberatamente disoccupata e che, in alcuni casi, voglia trarre impropri vantaggi dal sistema socio assistenziale. In realtà, con i recenti dati, confermano le donne madri sole rappresentano un settore importante della popolazione a rischio di povertà, a causa della disoccupazione dovuto alle discriminazioni datoriali e dai mancati riconoscimenti protettivi dello Stato.
E che il fenomeno sia in aumento lo rilevano le continue statistiche nazionali, nel 1983 i genitori single erano stimati in 1.371.000, nel 2000 sono diventati 1.787.000 e attualmente si raggiunge il numero di 5 milioni; donne sole, spesso con figli piccoli e senza alimenti o un reddito fisso mensile.
Questa categoria è divenuta socialmente visibile in Italia, queste nuove famiglie sono composte da figli piccoli che hanno all’ origine l’uscita o la perdita del padre o della madre. In Italia, la questione dei genitori soli non sempre è stata affrontata dagli organismi istituzionali preposti con determinazione nel fare fronte almeno nell’ inserimento a lavoro come avviene in alcuni Paesi europei, per dare continuità alla famiglia e di esserlo a tutti gli effetti, senza pesare sulla collettività sociale. Le famiglie con un solo genitore sperimentano con maggiore probabilità condizioni di disagio economico, rispetto ad altre tipologie di famiglie, mostrando altresì una maggiore dipendenza da eventuali sistemi di welfare o di assistenza. Per tali motivi, l’aspetto della percentuale dei nuclei monogenitore è l’aspetto più rappresentativo della cosiddetta (femminilizzazione della povertà).
E’ utile affermare che fino ad oggi le politiche attuale in Italia per soddisfare i fabbisogni delle madri sole intese come soggetti beneficiari siano stati prevalentemente sostenuti dove è stato possibile, dalle amministrazioni locali, per approntare aiuti e sostegno, ma sempre con una frammentarietà, utile a lenire ma non a risolvere completamente il problema della povertà delle donne sole che provengono da un cammino in qualità di capofamiglia, con enormi costi finanziari attualmente ristretti.
Questi nuclei familiari rappresentano una sfida di ogni paese civile per la loro precarietà e alla povertà, un tema al centro delle sfide della Unione Europea, contro l’esclusione sociale, dette famiglie hanno bisogno non di assistenza finanziaria, in quanto non vogliono sostegni finanziari, ma con dignità, esse chiedono un posto di lavoro che gli garantisca una continuità di vita per sé e per la loro famiglia, in quanto non vogliono essere un peso per la società.
Oggi va considerato la maggiore vulnerabilità delle famiglie monoparentali, soprattutto nell’ attuale crisi economica, intervenire per toglierle dall’ esclusione sociale, è un obbligo preciso supportato dalla vigente Costituzione Italiana non più rimandabile, ma è anche un segno di civiltà umana e cristiana nell’ adempiere a tale principio.
La commissione Europea ha segnalato la necessità di orientare le politiche sociali verso i genitori soli e i loro figli attraverso misure di assistenza finanziaria, servizi sociali e una maggiore integrazione nel mondo del lavoro, particolarmente per le figure femminili. E’ evidente che, in una fase congiunturale finanziaria in Italia, i fondi scarseggiano per l’abnorme evasione fiscale, e per il grande deficit finanziario pubblico, ma è anche vero che, è tempo di intervenire attraverso il riconoscimento di queste famiglie italiane naufragate, inserendole nelle categorie protette, attraverso percorsi di formazione lavorativa e successivo inserimento nel mondo del lavoro, del settore pubblico e privato.
Lo afferma la strategia Europa 2020, ovvero il documento che definisce le priorità dell’ Unione Europea per i prossimi dieci anni e che dovrebbe consolidarne la ripresa economica post-crisi, impegna gli Stati membri ad adottare un piano nazionale di riforme volto a dare concreta attuazione agli obiettivi contenuti. Tra gli obiettivi considerati primari è indicata proprio la drastica riduzione delle condizioni di povertà; l’orientamento integrato della Strategia Europa 2020 è di promuovere l’inclusione sociale e la lotta alla povertà e a garantire la sicurezza del reddito per le famiglie monoparentali, oltre per le madri sole e per le donne Over 55, ancora utili per la società lavorativa.
A partire dagli anni novanta, il Parlamento Europeo aveva sottolineato la necessità di portare all’ attenzione della politica questa realtà in mutamento, mediante l’approvazione di importanti risoluzioni tra cui la risoluzione A4-0273/98 sulla situazione delle madri sole e delle famiglie monoparentali è stato più volte al centro dell’ agenda politica e ciò ha condotto alla recente stesura scritta del Parlamento Europeo n. 12/2010 presentata da un gruppo di europarlamentari tale dichiarazione analizza le conseguenze sulla struttura della società e sul benessere economico delle famiglie dovute all’ aumento di divorzi e separazioni, mettendo in evidenza come la crisi dell’ economia globale abbia profonde ripercussioni sulle risorse finanziarie delle famiglie monoparentali, influendo sulle opportunità di studio dei loro figli e di conseguenza, sulle loro prospettive di vita future, in particolare le donne rimaste sole senza un reddito o mantenimento finanziario mensile da parte del partner. Per tali ragioni, l’attenzione politica e legislativa deve incentrarsi sulla predisposizione di misure forti e coraggiose, capaci di incidere a livello economico, giuridico e sociale per il miglioramento delle condizioni familiari che presentano maggiore fragilità delle famiglie monoparentali. Il Parlamento europeo chiede di prestare massima attenzione alla situazione dei genitori soli, dando la priorità rispetto alle considerazioni relative al disavanzo pubblico. Alla luce di tali considerazioni e fermo restando la necessità di predisporre una legislazione organica locale dapprima, e nazionale quale progetto pilota che disciplini e riesamini complessivamente il sistema di tutela e di assistenza in favore dei soggetti più deboli, la presente proposta di legge intende introdurre una normativa semplice ed essenziale che mira a integrare e a migliorare l’ attuale sistema di tutela normativa delle famiglie monoparentali in stato di indigenza, predisponendo l’introduzione delle famiglie monoparentali e le donne sole che versano in stato di povertà senza nessun tipo di reddito mensile ascrivendole nella fascia di categorie protette, per l’accesso al lavoro, al fine di far fronte alle esigenze di base e impellenti delle famiglie monoparentali e delle donne rimaste sole in stato di bisogno.
La presente proposta di legge, contiene le finalità della legge e la definizione di nozione di famiglia monoparentale e l’ operatività di intervento di cura e sostegno di questa grande percentuale disagiata gestita dal progetto Famility della dottoressa Aida Francomacaro.
La presente proposta di legge spiega l’intervento tecnico legislativo, costituzionale e finanziario, delle modalità di accesso per gli aventi diritto ad essere riconosciuti quale categoria protetta.
L’ Articolo 3
La proposta di legge riguarda la copertura finanziaria per l’attuazione delle misure per la realizzazione di accesso al mondo del lavoro, da destinare i proventi finanziari pervenuti in primis dalla lotta dell’evasione fiscale, dai risparmi della gestione finanziaria della P.A. provenienti dalla abolizione di Commissioni di esperti e consulenti nell’ ambito nazionale, Regioni, Province enti locali (Comuni). Gli organismi istituzionali, nazionali, regionali e locali, dovranno a loro volta disporre nei prossimi Consigli regionali e comunali, oltre a inserire negli ordini del giorno di discussione la proposta di legge, e la sua successiva approvazione, dovrà individuare le risorse provenienti dal risparmio della spesa pubblica, individuando eventuali sprechi, tagli negli acquisti e razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica, ed azionare per gli aventi titolo azioni solidali e percorsi positivi al reintegro o l’accesso al lavoro per gli aventi diritto, riconosciuti quali categoria protetta come famiglie mono parentale genitoriali, che non hanno nessun tipo di reddito mensile, o insufficiente nel vivere il necessario quotidiano con dignità e rispetto.
In attesa che diventi legge nazionale, Il Consiglio dei Ministri dovrà individuare la parte finanziaria adeguata per il riconoscimento costituzionale di queste famiglie con un solo genitore per procedere all’ inserimento del lavoro, per non arrestare il processo di crescita di tale istituto. Assumendo queste figure particolari ci sarà un risparmio finanziario della spesa pubblica attuale, in quanto, i soggetti aventi titolo, non versando più in stato di indigenza, possono con il proprio reddito lavorativo pensare autonomamente al proprio mantenimento e proseguire con serenità il cammino della propria vita e dei restanti presenti nel nucleo familiare, tale da raggiungere appieno gli obiettivi nazionali ed europei provenienti dalle direttive e risoluzioni degli accordi comunitari, quello di Strasburgo e di Lisbona, azioni richieste dalla Comunità Europea.
L’ articolo 4
Stabilisce la data della sua entrata in vigore.
FAMITALY: Unità di appoggio per le famiglie monoparentali
FAMITALY:UNITA’ DI APPOGGIO PER LE FAMIGLIE MONOPARENTALI
COORDINATRICE DEL PROGETTO: DR.SSA AIDA FRANCOMACARO
La Famiglia italiana cambia e si trasforma. Sempre più vecchia, con meno figli, ma anche più allargata. Spesso è formata da un solo genitore, soprattutto donne con figli. Composta da conviventi, single, vedovi, genitori soli, coppie non coniugate. Nel 2005 si contano 5 milioni di tali famiglie, il 23% del totale (commissione affari sociali 2007). Persone sole e coppie senza figli da 3,9 a 4,9 milioni. Crescono i single. La Mission dell'Unità di Appoggio è direzionata proprio sui single. Soprattutto single con figli che vanno a costituire le Famiglie Monoparentali.
Ci rivolgiamo alle donne, che rappresentano la fetta più grande della torta della monoparentalità. Spesso sono donne separate o divorziate che si ritrovano a gestire da sole la crescita e l'educazione dei figli minorenni e non. In molti casi tali donne sono disoccupate a causa di precedenti scelte. Donne di 35-45 anni si ritrovano a vivere con i soli alimenti disposti dal Giudice durante la separazione coniugale.
Altra significativa fetta è rappresentata dagli uomini con prole. Ossia separati o vedovi che a causa di una separazione o della scomparsa della propria consorte si trovano a crescere figli anche minorenni e nonostante gli uomini rispetto alle donne hanno meno difficoltà nel trovare lavoro si delinea la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia minando l'equilibrio dell'una e dell'altra realtà.
Separati: secondo una nota consegnata alla stampa, nel 2007 nel Lazio (ricerca Istat), ci sono stati 40,8 separazioni ogni 100 matrimoni e 21,8 divorzi ogni 100 matrimoni.
Nel 2008, nel Lazio risultano esserci state 387 separazioni, ogni mille abitanti e sono stati coinvolti 7.789 minori nelle separazioni e 2.381 nei divorzi. In caso di separazione ha prevalso l'affidamento condiviso nel 77,8 % dei casi, nel 20,9% affidamento esclusivo alle madri e solo il 1% al padre.
Con la Legge del 2006 sull'affidamento condiviso, nonostante i presupposti di una giusta condivisione nella crescita ed educazione nei figli, tale equa divisione tuttavia non può evitare l'allontanamento di uno dei due genitori dalla casa coniugale e quindi dai propri figli, e l'aggravamento per l'altro della totale gestione dei minori. Ci troviamo difronte a variegate situazioni da una parte troviamo situazioni in cui la condivisione è alquanto conflittuale con ritorsioni dell'uno o dell'altro genitore che spesso portano a conseguenze negative quale totale separazione dai figli (maggiormente i papà); dall'altra parte troviamo donne totalmente abbandonate nella gestione dei figli, spesso senza ricevere il mantenimento disposto dal Tribunale; e in altri casi ancora padri che per ragioni particolarmente gravi, hanno ottenuto la gestione totale dei figli, per cui diventa molto difficile conciliare la vita lavorativa con quella familiare.
Vedovi/e: La morte improvvisa o per lunga malattia, di un coniuge impone all'altro la necessità di gestire da solo la famiglia costruita insieme. Se non si può contare sul supporto delle famiglie di origine, può essere un'esperienza oltre che drammatica anche particolarmente difficile. Donne casalinghe che si vedono costrette a trovare un lavoro, oppure mariti che sono improvvisamente spinti nelle responsabilità di una casa, o della crescita dei propri figli.
L'unità di appoggio è rivolta a quelle famiglie considerate nuove, che presentano varie problematicità e bisogni dopo un particolare evento (separazione, lutto, abbandono di un partner, ecc). L'obiettivo principale dell'unità di appoggio è quello di supportare su più livelli la “nuova famiglia”.
• Se a chiedere aiuto è la persona (donna o uomo) che a causa di una separazione dal proprio coniuge o di un lutto si trova senza un lavoro. Nell'attuale società è probabile che tale emergenza venga rappresentata soprattutto dalle donne.
a) L'Unità di appoggio si offre di valutare nella fase di analisi quali siano le competenze, le esperienze e le attitudini della persona tramite un'attenta valutazione;
b) L'unità di appoggio propone un ciclo di formazione per migliorare o insegnare alcune competenze considerate utili per un inserimento lavorativo;
c) L'unità di appoggio si occupa di creare una rete con aziende, uffici, strutture locali ai fini di un inserimento lavorativo.
• Se a chiedere aiuto è una persona che si trova ad affrontare la complicata esperienza della separazione coniugale, soprattutto se molto conflittuale:
a) L'Unità di appoggio offre assistenza legale;
b) L'unità di appoggio offre assistenza Psicologia, sia da un punto di vista Clinico (stati d'ansia e depressione) che di Consulenza PsicoGiuridica supporto anche in Consulenze Tecniche di Parte;
c) L'unità di appoggio offre supporto nella fase di ricerca di lavoro (vedi sopra)
• Se a chiedere aiuto è una persona vedova/o che richiede supporto psicologico, legale e lavorativo.
MODALITA' E FASI DI ATTUAZIONE
1) Analisi della domanda: Analizzare la domanda vuol dire ascoltare i bisogni della persona che si rivolge all'Unità di Appoggio. Raccogliere le informazioni inerenti la situazione. Perché si rivolge a noi? Quali le sue aspettative? Quali le sue difficoltà? Raccogliere tramite schede di raccolta-dati tutte le informazioni utili per la fase successiva, che può variare a seconda del caso. Per una prima valutazione occorrono almeno 2 incontri, nei quali si raccolgono tutte le informazioni e si elabora insieme un programma secondo i riferimenti della coach life. Definire un obiettivo personale.
• Difficoltà economiche e lavorative: se a chiedere aiuto è un genitore monoparentale che è rimasto senza lavoro o non riesce a trovarlo dopo una separazione ed ha difficoltà a provvedere alla propria famiglia. Si delinea un profilo della persona, le sue attitudini, il curriculum cercando di evidenziarne le capacità e competenze verso un settore piuttosto che un altro.
• Difficoltà Psicologiche: ritrovarsi da soli nella gestione della propria famiglia è una conseguenza spesso di una separazione coniugale o della perdita del proprio partner, entrambi gli eventi sono considerato drammatici e secondo il DSM-IV prima il lutto poi la separazione sono le cause più accreditate per la genesi di un Disturbo Post Traumatico da Stress. E' importante in questi casi occuparsi di una prima valutazione degli aspetti psicologici del richiedente ed eventuale intervento in tal senso prima di passare alla seconda fase sulla strutturazione di un programma d'inserimento lavorativo e formativo.
2) Azione: Una volta definito il programma si passa alla realizzazione di esso.
3) Monitoraggio: osservare periodicamente la “nuova famiglia”, con incontri periodici (dopo 1 mese o dopo 6 mesi); partecipazione a gruppi di condivisione anche per supportare quelli che stanno iniziando il cammino.
4) Prevenzione: campagne si sensibilizzazione e formazione rivolte alle istituzioni e ai luoghi di lavoro.
NOTE alla proposta di legge sulla vulnerabilità sociale delle famiglie
NOTE alla proposta di legge sulla vulnerabilità sociale delle famiglie mono genitoriali
La Repubblica, per obbligo costituzionale, promuove misure volte al miglioramento della condizione di vita delle famiglie che versano in condizioni di povertà e/o che presentano speciali caratteri di vulnerabilità sociale (art. 2 e 3 Cost. e comunicazione “COM (2010)”, del 3 marzo 2010 in relazione agli obiettivi definiti nella piattaforma europea contro la povertà, nell’ ambito della Strategia Europa 2020).
Tali misure si intendono estese ai nuclei familiari monoparentali con figli minori. A tal fine prevede misure di solidarietà e d’integrazione sociale. Le risorse economiche necessarie per il raggiungimento di quanto proposto all’art. 3, commi 1, 2, 3, 4 della bozza di legge, sono da reperire all’interno della fiscalità generale, ai sensi dell’art. 53 della Costituzione.
Le famiglie italiane con un solo genitore rappresentano una realtà sempre più diffusa nella società odierna. La famiglia monogenitoriale, per sua natura contrassegnata da elementi di vulnerabilità e debolezza, nell'attuale congiuntura economica, è quella che rischia di subire i contraccolpi e gli effetti più forti e negativi della crisi. È necessario, pertanto, approntare misure di sostegno e interventi specifici volti a evitare situazioni di grave povertà e di disagio sociale, sempre .più in aumento nel nostro Paese, considerando che a farne le spese sono, in prevalenza, le figure femminili mono genitoriali.
Studi condotti dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), analizzando la situazione delle famiglie monogenitoriali nel nostro Paese e in altri Stati membri dell'Unione Europea, che investigano sul loro legame con la povertà, hanno rilevato come questi nuclei familiari rappresentino una sfida per le politiche sociali per via del loro aumento e della loro esposizione alla precarietà e alla povertà.
Le famiglie monogenitoriali combinano, in effetti, una serie di fattori che le rendono particolarmente fragili, come nei casi della rottura dei rapporti familiare che si traduce in una perdita di risorse per entrambi i genitori, soprattutto per il genitore affidatario, con le difficoltà nel conciliare vita familiare e lavoro, se lavoro c’è nella sfavorevole congiuntura attuale. Così, la vulnerabilità delle famiglie monoparentali in Italia è un dato evidente da non sottovalutare di crisi sociale che investe fattori di destabilizzazione non solo economica.
Quasi l’ 87% delle famiglie monogenitoriali è costituito da donne costrette a dover assumere su di sé tutte le responsabilità di capofamiglia per fornire sia il sostentamento finanziario, sia le cure al nucleo familiare senza più la presenza del genitore maschio.
Rispetto alle famiglie nucleari, le famiglie monogenitoriali percepiscono redditi sostanzialmente inferiori per chi ha un lavoro, mentre, per chi non ce l’ha, si è costretti a versare in situazioni di indigenza e di emarginazione sociale. In questi casi, la figura femminile ha bisogno di lavoro per sé pur di mantenere il nucleo familiare naufragato nell’indigenza. Casi di solidarietà sociale disattesi anche dal settore imprenditoriale, sia pubblico, che privato, in mancanza di una norma legislativa appropriata, indotta per consuetudine a privilegiare il lavoro maschile in generale.
Si consideri che, proprio in mancanza di norme di tutela, non si tiene conto degli effetti di riequilibrio sociale, economico ed esistenziale che si avrebbe nella coppia separata-divorziata nella perequazione dei trattamenti economici, attualmente così sbilanciati e quasi sempre a favore della figura maschile. Non si sottovaluti l’importanza dell’effetto di riequilibrio economico nella coppia separata-divorziata nella sua dimensione monogenitoriale, avanzata con questa proposta di legge, per l’incidenza che potrebbe indurre sulle cause di violenza sulla donna, fino ai casi estremi di femminicidio noti alle cronache dei nostri tempi.
In sostanza, la tipica madre sola è spesso disoccupata, oppure ha un'occupazione precaria, o a tempo parziale, caratterizzata da un salario e da una sicurezza del posto di lavoro inferiore alla media, anche rispetto al resto dei Paesi Europei, in special modo, quando si trovi in cassa integrazione.
Talvolta, a causa della mancanza di adeguate politiche sociali opportunamente normate, si fa strada l'idea, del tutto errata, che la madre sola sia deliberatamente disoccupata e che, in alcuni casi, voglia trarre impropri vantaggi dal sistema socio-assistenziale. Da un’indagine presa a campione, le figure femminili non vogliono essere un peso per la società civile e chiedono in modo dignitoso un lavoro che consenta loro di continuare il cammino per dare un futuro al nucleo superstite, costretto a vivere di insostenibili sacrifici materiali ed esistenziali. Come i recenti dati statistici confermano, le nostre donne madri sole, rappresentano un segmento importante della popolazione a rischio di povertà.
Che il fenomeno sia in aumento lo rivela le statistiche del settore che, nel 1983, rileva come i genitori single fossero stimati in 1.371.000; diventati 1.787.000 nel 2000, cresciuti ancora fino ai 7 milioni attuali. Nella gran parte dei casi si tratta di mamme single, la cui condizione, è giusto sottolineare, deriva da una necessità e non da una libera scelta.
Questa «categoria» è divenuta socialmente visibile in Italia, a partire dagli anni ottanta, quando il fenomeno ha cominciato, anche se molto lentamente rispetto agli altri Paesi europei, a crescere. Queste nuove famiglie monogenitoriali si presentano composte da figli piccoli o adolescenti, che hanno all'origine l'uscita dal nucleo della figura maschile, il padre.
In Italia la questione dei genitori soli è di origine eterogenea, cambia, infatti, a seconda dei contesti territoriali, culturali ed economici di riferimento. Comunque, anche se diverse le motivazioni che vedono un maggior numero di donne sole a capo delle famiglie, prevalente è il ruolo sociale attribuito alla donna di essere prima di tutto madri cui attribuire la custodia dei figli in caso di divorzio o di separazione coniugale.
Le famiglie con un solo genitore sperimentano con maggiore probabilità condizioni di disagio economico rispetto ad altre tipologie familiari. Per questo la crescita progressiva della percentuale dei nuclei familiari con un solo genitore è l'aspetto più evidente della cosiddetta «femminilizzazione della povertà».
Le politiche attuate in Italia per soddisfare i fabbisogni delle madri sole, intese come soggetti beneficiari di interventi socio-assistenziali, sono state realizzate prevalentemente dalla buona volontà di poche Regioni e Comuni, spesso sostituendosi allo Stato, in assenza di leggi e norme da parte del legislatore attinenti a norme costituzionali, ignorando che la famiglia italiana è un bene sociale. Infatti, sono rare le leggi a livello nazionale a sostegno della famiglia, della genitorialità o dell'infanzia, che fanno esplicito riferimento alla categoria di «madri sole»; tra queste si rileva la legge n. 53 del 2000 sui congedi parentali. La frammentarietà e la inadeguatezza delle leggi, non solo rende il quadro normativo più confuso, ma non garantisce neanche equità di trattamento e quindi possibilità di risoluzione.
In Italia, infatti, abbiamo una serie di leggi che tutelano la madre lavoratrice, la madre in stato di bisogno, la madre a rischio di esclusione sociale, ma manca una normativa organica che tuteli e aiuti la donna in quanto «madre sola», al fine di realizzare continuità e ripresa del cammino nella dignità del nucleo familiare superstite, e se,pre per motivi di insufficienza, o di mancanza assoluta, di risorse finanziarie ed economiche. E neanche la spesa pubblica a sostengno di settori vitali, in particolare, nella sanità, nella disciplina scolastica, nel sociale, è di sostegno e sovviene alla donna sola, risucchiata dalle deprivazioni all’esclusione sociale, alla depressione, agli attacchi di panico, alla paura, alla solitudine, fino all’alcolismo, alle droghe, se non peggio. Figuriamoci la prole, i figli, che già vivendo in uno stato di precarietà economica e psicologica, cresceranno in condizioni estreme fin dalla minore età, alimentando le statistiche sull’abbandono scolastico, della delinquenza minorile, della mancanza di valori a sostegno dell’etica sociale, diventando potenziali soggetti che avranno un costo notevole per la nostra società e per responsabilità che non hanno mai appartenuto alla loro vita di soggetti sociali protetti dallo Stato di diritto di cui sono parte, anche se la più debole e da tutelare.
Cosa significhi tutto questo? Che la famiglia deve essere vista come un bene sociale e non una cosa privata, abbandonata a se stessa. Il legislatore deve fornire al più presto leggi adeguate e dirette alla coppia uomo-donna per risolvere, fino ad eliminare, in forza di legge, conflittualità, disparità di trattamento economico finanziario, deprivazioni, al fine della pari responsabilità e opportunità consapevole.
Non a caso, in Europa, solo l’Italia è inadempiente sul modello della famiglia, con grosse perplessità e critiche da parte della UE. Servono politiche sociali forti in linea con le aspettative delle classi più disagiate, prima di tutto per quei segmenti tanto sottili che a stento le statistiche ufficiali riescono a classificare, come i nuclei con un solo genitore e, in particolare, con un capofamiglia donna. Questi nuclei familiari rappresentano una sfida per le politiche sociali di ogni Paese civile per via del loro aumento e della loro esposizione alla precarietà e alla povertà.
La vulnerabilità delle famiglie monogenitoriali è un dato da non sottovalutare; le famiglie sono l’unico istituto responsabile del ricambio generazionale di una Nazione che si definisce civile e democratica. Senza il ricambio, nessuna nazione crescerà, ma tendenzialmente continuerà a impoverirsi, lo sappiamo bene noi italiani, fanalino di coda alla voce sulle nascite.
La riduzione di vecchie e nuove povertà rappresenta un tema al centro anche delle sfide dell'Unione europea. Uno studio della Commissione europea sulla povertà e l'esclusione sociale delle famiglie monogenitoriali, ha messo in evidenza come il 20% dei bambini europei viva con un solo genitore. È stato calcolato che, in media, il rischio che questi bambini diventino poveri è del 34%, contro il 19% per cento dei bambini di famiglie “normali”. L'OCSE ha, inoltre, pubblicato una statistica sulla composizione delle famiglie nei 30 Stati membri, da cui risulta che la media delle famiglie monogenitoriali in tali Paesi è del 9,1%, dato che tende a salire nei prossimi anni se non si interviene. In risposta a questa realtà, la Commissione europea ha segnalato la necessità di orientare le politiche sociali verso i genitori soli e i loro figli, attraverso misure di assistenza finanziaria, servizi sociali e una maggiore integrazione nel mondo del lavoro.
La Strategia Europa 2020, definisce le priorità dell'Unione Europea per i prossimi sette anni, che dovrebbe consolidare la ripresa economica post-crisi, impegnando gli Stati membri ad adottare un piano nazionale di riforme volto a dare concreta attuazione agli obiettivi in essa contenuti. Tra gli obiettivi considerati «iniziative faro», è indicata proprio la drastica riduzione delle condizioni di povertà; di promuovere l'inclusione sociale e la lotta alla povertà; incoraggiando a dare vita a politiche nazionali volte a proteggere in particolar modo le donne dal rischio di povertà e a garantire la sicurezza del reddito per le famiglie monogenitoriali, oltre che per le madri sole e per le donne anziane.
Già a partire dagli anni novanta, il Parlamento Europeo aveva sottolineato la necessità di portare l'attenzione politica su questa realtà in mutamento, anche mediante l'approvazione di importanti risoluzioni (tra cui la risoluzione A4-0273/98 del 18 settembre 1998 sulla situazione delle madri sole e delle famiglie monogenitoriali). Da allora a oggi, il dibattito è stato più volte al centro dell'agenda politica e ciò ha condotto alla stesura della recente dichiarazione scritta del Parlamento Europeo n. 12/2010 (presentata il 14 giugno 2010 da un gruppo di europarlamentari romeni del Gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici – S&D). Tale dichiarazione analizza le conseguenze sulla struttura della società e sul benessere economico delle famiglie. Inoltre, il Parlamento europeo chiede agli Stati membri di prestare particolare attenzione alla situazione dei genitori soli, segnalando la necessità di migliorare la situazione delle famiglie monogenitoriali, quale priorità rispetto alle considerazioni relative al disavanzo pubblico.
Anche per tali ragioni l'attenzione politica e legislativa deve incentrarsi sulla predisposizione di misure forti e coraggiose, capaci di incidere a livello economico, giuridico e sociale per il miglioramento delle condizioni familiari che presentano caratteri di maggiore fragilità, rappresentati dalle famiglie monogenitoriali.
Alla luce di tali considerazioni e fermo restando la necessità di predisporre una legislazione organica nazionale che disciplini e riesamini complessivamente il sistema di tutela e di assistenza in favore dei soggetti più deboli, la presente proposta di legge nazionale, intende introdurre una normativa semplice ed essenziale che miri a integrare e a migliorare l'attuale sistema di tutela normativa delle famiglie monogenitoriali italiane.
Si tratta di predisporre una corsia preferenziale protetta per i soggetti capofamiglia soli, allo scopo di dare una possibilità di lavoro per far fronte alle esigenze impellenti ed essenziali dei loro nuclei familiari in stato di bisogno, per non essere un peso per la collettività nazionale. Si analizzino lo stato attuale in rapporto ai costi e ai benefici che lo Stato ricava dagli interventi a macchia di leopardo che non tendono a risovere definitivamente il problema, in assenza di una reale programmazione che serva a tutelare e a porre in sicurezza questa categoria chiamata famiglia, sia essa nucleare o monogenitoriale italiana.
Misure volte al miglioramento della condizione di vita delle famiglie che versano in condizioni di povertà e che presentano speciali caratteri di vulnerabilità sociale
(Finalità e definizione).
1. La Repubblica, per obbligo costituzionale, promuove misure volte al miglioramento della condizione di vita delle famiglie che versano in condizioni di povertà e/o che presentano speciali caratteri di vulnerabilità sociale (art. 2 e 3 Cost. e comunicazione “COM (2010)” -del 3 marzo 2010 in relazione agli obiettivi definiti nella piattaforma europea contro la povertà, nell’ ambito della Strategia Europa 2020). Tali misure s’intendono estese ai nuclei familiari monogenitoriali con figli minori.
A tal fine prevede misure di solidarietà e d’integrazione sociale attraverso forme di sostegno e di lavoro. Le risorse economiche necessarie per il raggiungimento di quanto al successivo Art. 3, commi 1, 2, 3, 4, sono da reperire all’interno della fiscalità generale, ai sensi dell’ art. 53 della Costituzione.
2. Ai fini della presente legge è definita famiglia monogenitoriale, quella composta da un solo genitore con uno o più figli minorenni.
(Riconoscimento delle famiglie monogenitoriali nelle categorie protette da inserire al lavoro e dell'assegno di solidarietà momentaneo
1. Lo Stato garantisce un percorso preferenziale per l’avviamento al lavoro da ascrivere alle categorie protette nelle liste lavorative, previa formazione, o secondo le qualifiche professionali esperienziali già svolte.
2. Lo Stato è tenuto a corrispondere un assegno di solidarietà provvisorio, pari a 1200 euro in favore del capo famiglia delle famiglie disoccupate e monogenitoriali che si trovino in condizioni di disagio grave, economico ed esistenziale, per garantire loro continuità di vita dignitosa.
Modalità della corresponsione dell’assegno mensile di solidarietà momentanea e criteri per l’erogazione
1. L'assegno di solidarietà momentanea è erogato fino a quando il soggetto beneficiario non abbia una occupazione stabile.
2. Sono esclusi da quanto previsto dal comma 1 i soggetti che per motivi di salute sono impossibilitati a svolgere mansioni lavorative, o quelli che percepiscono un reddito sociale di invalidità o pensionistico in cui l’assegno di solidarietà momentaneo venga erogato fino alla concorrenza di 1200 Euro mensili.
3. Nei casi previsti dal comma 2, qualora i figli maggiorenni, titolari dell’assegno di solidarietà momentanea, abbiano un lavoro stabile, decadranno dalla erogazione dell’assegno.
4. Entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, adotta, con uno o più decreti, le disposizioni per l'attuazione della presente legge, stabilendo, in particolare, le specifiche modalità per l'erogazione dell'assegno di solidarietà e per l'accertamento della sussistenza dei requisiti richiesti per la sua erogazione ai soggetti beneficiari.
Agli oneri derivanti dall'attuazione della presente legge si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2016-2018, nell'ambito del fondo speciale di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell'Economia e delle Finanze per l'anno 2016, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. Le risorse finanziarie devono essere reperite dalla lotta all’evasione fiscale previa riforma del sistema tributario in applicazione dell’ art. 53 della Costituzione.
Ulteriori risorse finanziarie possono derivare da misure volte alla riduzione della spesa delle Pubbliche Amministrazioni dello Stato.