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Timestamp: 2017-10-20 16:14:01+00:00
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formulario: Clausole abusive - inibizione - condizioni generali dei contratti dei consumatori
Clausole abusive - inibizione - condizioni generali dei contratti dei consumatori
Cass. sentenza n. 13051/2008
Con atto di citazione del 17 dicembre 1997 il MFD ha convenuto davanti al tribunale di Roma l'Associazione Bancaria Italiana (ABI), la Banca F s.p.a. e la Banca P. di M. s.c.r.l. chiedendo che fosse accertata l'abusività di alcune clausole predisposte dall'ABI come condizioni generali di contratto e che, quindi, ne fosse inibita l'utilizzazione, sia nei rapporti futuri sia in quelli pendenti, con ordine alle convenute di rettificarle mediante lettera circolare da indirizzare alla clientela e con pubblicazione integrale, o per estratto, della sentenza su quotidiani nazionali.
Costituendosi, l'ABI ha eccepito la carenza di legittimazione attiva del MFD, perchè privo del requisito della rappresentatività della generalità dei consumatori (anche ai sensi della L. n. 281 del 1998), e la carenza della propria legittimazione passiva, deducendo di non essere associazione di professionisti utilizzatrice delle condizioni generali di contratto.
Analoghe eccezioni e deduzioni sono state svolte dalla Banca P. di M. e dalla Banca F.
E' intervenuto in giudizio il Comitato Consumatori Al., facendo proprie le conclusioni svolte dal MFD. Le convenute hanno eccepito la carenza di legittimazione attiva, per difetto di rappresentatività, e la tardività dell'intervento.
3) ha dichiarato ammissibile e tempestivo l'intervento del Comitato Consumatori Al.;
La corte d'appello di Roma, con sentenza del 24 settembre 2002, ha parzialmente riformato la sentenza - di primo grado, rigettando la domanda di Ci. (già MFD) e del Comitato Consumatori Al. relativamente ad alcune clausole.
Avverso la sentenza della corte d'appello di Roma ha proposto ricorso per Cassazione articolato in tre motivi la Banca P. di M., resistono con controricorsoCi. e l'associazione Al. (già Comitato Consumatori Al.), l'ABI e la Banca F hanno anche proposto ricorsi incidentali "adesivi", ciascuno affidato a due motivi (mediante rinvio ai propri ricorsi autonomi).
L'ABI ha proposto anche autonomo ricorso affidato a due motivi, al quale resistono con controricorsoCi. e Al., Banca P. di M. e Banca F hanno proposto ricorsi incidentali "adesivi" affidati, rispettivamente a tre e a due motivi (mediante rinvio ai propri ricorsi autonomi). Altro ricorso principale, articolato in due motivi, ha proposto Banca F, al quale resistono con controricorsoCi. e Al., l'ABI e Banca Popolare hanno anche proposto ricorsi incidentali "adesivi" affidati, rispettivamente a tre e a due motivi. Banca P. di M., ABI, Cittadinanza attiva e Al. hanno presentato memorie.
Con atto del 28 dicembre 2006 Banca F ha rinunciato al ricorso principale e ai ricorsi incidentali "adesivi" proposti. La rinuncia è stata accettata daCi. e Al..
I tre ricorsi autonomamente proposti, nonchè i ricorsi incidentali della Banca P. di M., dell'ABI e della Banca F, in quanto diretti nei confronti della stessa sentenza, debbono essere riuniti.
1. Il giudizio instaurato con il ricorso di Banca F (r.g. n. 27056/2003) e nel quale hanno proposto ricorsi incidentali "adesivi" la Banca P. di M. (r.g. n. 3073/2003 r.g.) e l'ABI (r.g. n. 30778/2003), deve dichiararsi estinto a seguito della rinuncia della ricorrente principale che riflette i suoi effetti anche sui ricorsi incidentali "adesivi", con compensazione delle spese tra le parti.
2.2. Il motivo, a parte i profili che attengono alla sussistenza in concreto dei caratteri di "raccomandazione" o ®uso" nell'attività svolta dall'ABI, che non sono ammissibili in questa sede, non è fondato.
3.1. Con il secondo motivo dell'autonomo ricorso la Banca P. di M., deducendo la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 118 recante il t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia, dell'art. 1469 ter c.c., comma 3, in relazione all'art. 1469 bis c.c., comma 5 e dell'art. 1469 bis c.c., comma 1, e vizio di omessa e contraddittoria motivazione, censura la dichiarazione di vessatorietà della clausola delle condizioni generali con la quale si prevede che "La banca si riserva la facoltà di modificare le condizioni economiche applicate ai rapporti regolati in conto corrente, rispettando, in caso di variazioni in senso sfavorevole al correntista, le prescrizioni del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385 e delle relative disposizioni di attuazione".
Nè potrebbe attribuirsi efficacia abrogativa del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 118, t.u. bancario all'art. 1469 bis c.c., comma 5 per il fatto di essere entrato in vigore successivamente, perchè l'art. 118 t.u. bancario ha natura speciale rispetto alla disciplina generale dei contratti dei consumatori e, comunque, ha ad oggetto la prestazione non di servizi finanziari e ma di servizi bancari.
Contrariamente a quanto sostenuto dal controricorrente Al., la ricorrente non censura l'accertamento in concreto del carattere vessatorio della clausola, ammesso che un accertamento di tale natura sia possibile rispetto alle condizioni generali di contratto predisposte dal professionista o dall'associazione di professionisti, ma critica l'applicazione delle norme (art. 18 t.u. bancario e art. 1469 bis c.c., comma 5) di cui si tratta, in quanto sarebbe basata su un'erronea interpretazione delle norme stesse.
4.1. Con il terzo motivo la Banca P. di M., deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 1229, 1469 bis, 2697, 2059, 1460 e 1469 ter. c.c. e vizio di motivazione, critica la dichiarazione di vessatorietà delle clausole delle condizioni generali relative al servizio di cassette di sicurezza con le quali il risarcimento dei danni derivanti dalla sottrazione, dal danneggiamento o dalla distruzione delle cose custodite viene limitato ai danni comprovati e obbiettivi, con esclusione del valore d'affezione, tenendo conto del massimale assicurativo adeguato a coprire il rischio della banca che il cliente deve dichiarare e con il riconoscimento del diritto della banca al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della mancata corrispondenza tra l'effettivo valore delle cose contenute in cassetta e il massimale dichiarato.
La sentenza impugnata, nel confermare integralmente la dichiarazione di vessatorietà delle clausole sopra indicate pronunciata dal tribunale - sulla base del duplice rilievo della scarsa chiarezza e trasparenza e del significativo squilibrio dei diritti e obblighi contrattuali che deriva dalla previsione dell'eventuale risarcimento dei danni a carico del cliente - ha limitato il suo esame al profilo relativo al limite della risarcibilità dei danni subiti a causa della perdita delle cose custodite, affermando che sia che si intenda la clausola come esclusione del risarcimento dei danni eccedenti il valore dichiarato, sia che la clausola stessa debba essere interpretata come previsione di un diritto di rivalsa in caso di risarcimento per valori superiori al massimale indicato dal cliente, si verificherebbe un'elusione di quanto disposto dall'art. 1229 c.c. per il caso che la perdita sia conseguenza del comportamento doloso o gravemente colposo della banca. Ma, dopo avere ribadito, in conformità con il costante orientamento di questa corte (a partire dalla sentenza delle sezioni unite n. 6225/1995, seguita da Cass. n. 8820/1995, 750/1997, 1355/1998, 9640/1999, 1682/2000, 4946/2001, 3389/2003, 9902 e 14462/2004) che la clausola di esonero o di limitazione della responsabilità in caso di dolo o colpa grave della banca è nulla, la corte territoriale, richiamando espressamente la sentenza di questa corte n. 4946 del 2001 ha affermato che, indipendentemente da tale nullità (e quindi al di là delle ipotesi di dolo o colpa grave) la clausola è affetta da un concorrente vizio di vessatorietà. Con ciò deve intendersi che la corte territoriale abbia anche fatto rinvio alle argomentazioni utilizzate dalla predetta sentenza n. 4946/2001 secondo cui la clausola di cui si discute, comunque, comporta uno "squilibrio" a carico del cliente - consumatore ex art. 1469 bis c.c., e, ancora più specificamente, anche se ha formato oggetto di trattativa, determina, in caso di inadempimento (per colpa lieve) della banca, una limitazione nella proposizione dell'azione risarcitoria nei confronti della stessa (art. 1469 quinquies c.c., comma 2, n. 2).
A parte dunque la correttezza, riconosciuta dalla ricorrente Banca P. di M., dell'affermazione relativa alla possibile concorrenza del giudizio di validità e di quello di inefficacia per vessatorietà della stessa clausola, con riferimento ai diversi parametri sostanziali previsti, rispettivamente dall'art. 1229 c.c. e dagli articoli 1469 bis e seguenti c.c. e alle diverse tutele, individuali o collettive, all'interno delle quali i parametri possono essere utilizzati, non sussiste la denunciata contraddizione tra la conferma dell'accertamento della vessatorietà delle clausole e il richiamo all'orientamento secondo il quale è nulla la limitazione o l'esclusione del risarcimento dei danni da perdita delle cose custodite in cassette di sicurezza in caso di dolo o colpa grave della banca, trattandosi di affermazioni tra loro compatibili in quanto relative ad effetti giuridici appartenenti a piani diversi.
Per superare la presunzione di vessatorietà di cui all'art. 1469 bis c.c., comma 2, e la sanzione di inefficacia prevista dall'art. 1469 quinquies c.c., comma 2 le ricorrenti affermano che la clausola di cui si tratta sarebbe riproduttiva di norme di legge (art. 1469 ter c.c., comma 3) e che non sussisterebbe il significativo squilibrio tra i diritti e gli obblighi derivanti dal contratto.
5.1. Con il primo motivo del suo ricorso la Banca P. di M., deducendo la violazione e falsa applicazione dell'art. 1469 sexies c.c., comma 1 e art. 12 preleggi e art. 2909 c.c. e vizio di motivazione, censura, con una complessa e articolata argomentazione, l'estensione degli effetti dell'inibitoria ai rapporti contrattuali già in essere al momento della pronuncia.
Infatti, le istituzioni comunitarie, che pure, mostrando di considerare la disciplina di cui all'art. 7 della direttiva uno degli aspetti fondamentali della tutela introdotta, hanno iniziato una procedura d'infrazione riguardante l'aspetto dell'art. 1469 sexies c.c. relativo all'individuazione dei legittimati passivi (esaminato sub 2), che ha portato alla condanna dell'Italia per inadempimento agli obblighi comunitari (sentenza 24 gennaio 2002, in causa 372/99), non hanno ritenuto di contestare alcuna infrazione per la diversità dell'oggetto dell'inibitoria nazionale rispetto a quello previsto dalla direttiva.
Infine, il diritto dell'impresa bancaria di disciplinare i rapporti con i clienti sulla base di contratti standardizzati, che permettono un contenimento dei costi dei servizi, non si pone in contrasto con l'inibizione degli effetti delle clausole stipulate precedentemente all'adozione del provvedimento giudiziario, essendo sufficiente introdurre nei contratti in corso, che resterebbe per il resto conformi agli standard precedentemente elaborati e costiruirebbero per il futuro standard altrettanto efficaci, le modificazioni necessarie per superare il giudizio di vessatorietà. Sarebbe invece contrario alla lettera e alla ratio della norma (art. 1469 sexies c.c.) consentire che le imprese continuassero a usare le clausole dichiarate vessatorie, esercitando i poteri o giovandosi comunque degli effetti che dalle clausole stesse derivano. 6. in conclusione, dichiarato estinto per rinuncia il giudizio promosso con ricorso di Banca F e nel quale sono stati proposti ricorsi incidentali "adesivi" di Banca Popolare Italiana e ABI, debbono essere rigettati i ricorsi principali di Banca P. di M. e di ABI e gli altri ricorsi incidentali dalle stesse proposti.
E' inammissibile la domanda risarcitoria ai sensi dell'art. 96 c.c., comma 1 formulata da Al. nella memoria ex art. 378 c.p.c. (Cass. 17300/2003).
LA CORTE Riunisce i ricorsi; dichiara estinto il giudizio su ricorso della Banca F (r.g. n. 27056/03), con ricorsi incidentali della Banca P. di M. (r.g. n. 30373/03) e dell'ABI (r.g.n. 30778/03 r.g.), compensando le spese tra le parti; rigetta gli altri ricorsi, dichiara inammissibile la domanda ex art. 96 c.p.c. di Al. e condanna la Banca P. di M. e l'ABI, in solido, al pagamento delle spese di questo giudizio che si liquidano in Euro 12.100,00 (di cui Euro 100,00 per esborsi) in favore di ciascuno dei controricorrenti,Ci. e Al..