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Timestamp: 2018-05-20 18:22:27+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 55', 'art. 53']

Casco Bianco Difensore dei Diritti Umani Carlotta Bellini - Matteo Mascia - Marco Spinnato - PDF
Casco Bianco Difensore dei Diritti Umani Carlotta Bellini - Matteo Mascia - Marco Spinnato
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1 Casco Bianco Difensore dei Diritti Umani Carlotta Bellini - Matteo Mascia - Marco Spinnato Associazione DIRITTI UMANI SVILUPPO UMANO Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
2 Associazione DIRITTI UMANI SVILUPPO UMANO Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII La presente ricerca è stata realizzata dall Associazione Diritti Umani Sviluppo Umano per conto del Servizio Obiezione e Pace dell Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Un ringraziamento particolare a Giovanni Grandi e Samuele Filippini per il sostegno dato alla realizzazione della ricerca e per il contributo nella revisione finale del lavoro. Si ringraziano la Rete Caschi Bianchi - Caritas Italiana, Volontari nel Mondo Focsiv (Federazione Organismi cristiani servizio internazionale volontario), G.A.V.C.I. (Gruppo autonomo di volontariato civile Italia) per aver partecipato alla distribuzione e alla raccolta dei questionari, tutti i Caschi Bianchi che hanno collaborato e Antenne di pace che promuoverà la ricerca on line. e ad Antenne di pace che promuoverà la ricerca on line La foto di copertina, come molte delle foto riportate nel testo sono state scattate dai giovani in missione, le altre foto del volume sono state scaricate dal sito delle Nazioni Unite (www.un.org). La ricerca e la pubblicazione sono state realizzate grazie al contributo di:
3 Casco Bianco Difensore dei Diritti Umani Carlotta Bellini - Matteo Mascia - Marco Spinnato
4 Presentazione Introduzione 1. Il diritto internazionale dei diritti umani: strumenti e contesti d azione per i difensori dei diritti umani... Pg. 11 Introduzione 1.1 Il sistema tradizionale delle relazioni internazionali 1.2 Il sistema del diritto internazionale dei diritti umani: dalla Carta delle Nazioni Unite al Codice internazionale dei diritti umani Alcune caratteristiche essenziali del diritto internazionale dei diritti umani Il sistema internazionale di implementazione del diritto internazionale dei diritti umani Le procedure fondate sui trattati Le procedure fondate sulla Carta I sistemi universali di tutela giurisdizionale Alcune considerazioni sul sistema di tutela internazionale dei diritti umani 1.3 I diritti umani in Europa: principali strumenti di tutela e sistemi di implementazione Il sistema del Consiglio d Europa Diritti umani: principi e regole per l Unione Europea L Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa: la dimensione umana e le missioni sul campo 2. I difensori dei diritti umani nella prassi delle Nazioni Unite e di alcune organizzazioni nongovernative... Pg La figura del difensore dei diritti umani La Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani 2.2 I difensori dei diritti umani nelle missioni di pacificazione delle Nazioni Unite Le missioni per i diritti umani: l esperienza di MINUGUA I diritti umani sul campo: recenti attività delle Nazioni Unite 2.3 I difensori dei diritti umani nelle organizzazioni nongovernative L attività di fact-finding di Human Rights Watch e Amnesty International Difensori dei diritti umani ed operatori di pace: l esempio delle Brigate Internazionali di Pace L esperienza del Centro di Difesa Diritti Umani, Fray Bartolomè de Las Casas e delle BRICO 5
5 3. I caschi bianchi: pace, nonviolenza e tutela dei diritti umani nelle situazioni di emergenza e di conflitto... Pg. 63 Introduzione 3.1 I caschi bianchi e l azione per la pace e i diritti umani L inscindibile legame tra pace e diritti umani Dalla sicurezza nazionale alla sicurezza panumana L intervento civile nei conflitti e il ruolo delle organizzazioni nongovernative nella costruzione della pace 3.2 I caschi bianchi nei documenti delle Nazioni Unite 3.3 I caschi bianchi in Italia Le prime esperienze italiane La Rete caschi bianchi Norme interne fondamentali 4. Mappatura delle esperienze dei caschi bianchi... Pg Attività e mandato 4.2 Violazioni e fact-finding sui diritti umani 4.3. Pace e nonviolenza 4.4 Sicurezza dei caschi bianchi 4.5 Formazione Conclusioni... Pg. 99 Allegati:... Pg Questionario sulla mappatura dei caschi bianchi - Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società, di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti - Trattato che stabilisce una Costituzione europea (stralci Capo IV: cooperazione con i paesi terzi e aiuto umanitario) - Raccomandazione del parlamento europeo sull istituzione di un corpo di pace civile europeo - Risoluzione del parlamento europeo sulla comunicazione della commissione sulla prevenzione dei conflitti Bibliografia... Pg
6 Prefazione I miei primi contatti con la realtà dei Caschi Bianchi risalgono all inizio degli anni novanta del secolo appena trascorso. Erano venuti a trovarmi a Padova, nella sede del Centro diritti umani dell Università, alcuni giovani della Papa Giovanni XXIII : ricordo per tutti Giovanni Grandi e Samuele Filippini. Mi colpì la loro ricerca, tanto umile quanto pervicace, di dati cognitivi che anche sotto il profilo giuridico avallassero la loro vocazione di costruttori di pace. In Italia, si era ancora in un tempo in cui l obiezione di coscienza al servizio militare stentava ad essere riconosciuta dalla legge come diritto. Negli ambienti dell associazionismo ci si sarebbe accontentati di un diritto soggettivo. Io spiegai agli amici della Papa Giovanni che esiste una differenza sostanziale tra diritti soggettivi e diritti fondamentali della persona. Li informai che sia la Commissione diritti umani delle Nazioni Unite sia il Parlamento Europeo si erano più volte espressi, con apposite Risoluzioni, nel senso di considerare l obiezione di coscienza al servizio militare quale articolazione del diritto umano alla libertà di coscienza. Dunque, l obiezione di coscienza essa stessa diritto umano: come tale, inviolabile e inalienabile, diversamente dal diritto soggettivo, che oggi il legislatore attribuisce ai cittadini ma domani può anche sopprimere. Un successivo momento, incancellabile dalla mia mente (e dal mio cuore), fu quando, nell ottobre del 1994 a Falconara, mi trovai a fianco di don Oreste Benzi per portare un saluto al secondo scaglione di Caschi Bianchi in procinto di partire per i territori della ex Jugoslavia, all interno di un progetto del Consorzio Italiano di Solidarietà. In quella sala, mi colpirono la folta presenza femminile e l atmosfera di intensa, affettuosa partecipazione di tutti. Anche in questa occasione, dissi il mio pensiero su chi è il Casco Bianco e di quale alta legittimazione è rivestito il suo ruolo. A qualche anno di distanza, ribadisco che la prima, più genuina identità del Casco Bianco è quella di una persona che dimostra, con comportamenti di pace coraggiosi e rischiando per così dire in proprio sui campi della sofferenza umana, il suo impegno di dare attuazione all articolo 28 della Dichiarazione universale dei diritti umani: Ogni essere umano ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale tutti i diritti e le libertà enunciati nella presente Dichiarazione possono essere pienamente realizzati. Il Casco Bianco è dunque agente di pace positiva anche e soprattutto in situazioni dove la violenza non è sopita e le violazioni dei diritti umani sono estese e reiterate. Egli testimonia l inscindibilità del binomio vita/pace, servendo e proteggendo vite umane in carne ed ossa, dove e quando queste più soffrono. 7
7 La retorica può facilmente prendere la mano quando si parla di testimonianze così umili e coraggiose allo stesso tempo, ma nel nostro caso dire ad alta voce che il Casco Bianco è uno human rights defender, dunque un costruttore di pace a tutto tondo, è dire la verità. Nel suo testimoniare in parole e, soprattutto, in opere c è per così dire un valore aggiunto: lo speciale risalto conferito alla dignità umana partendo dall esercizio del diritto alla libertà di coscienza. L identità del Casco Bianco è densa di tanti significati, anche e soprattutto per il mondo dell educazione e della formazione. Al riguardo, viene spontaneo integrare la citazione dell articolo 28 della Dichiarazione Universale con quella dell articolo 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, entrato in vigore nel 1976: Gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo all educazione. Essi convengono sul fatto che l educazione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e del senso della sua dignità e rafforzare il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali. Essi convengono inoltre che l educazione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare in modo effettivo alla vita di una società libera, deve promuovere la comprensione, la tolleranza e l amicizia fra tutte le nazioni e i gruppi razziali, etnici o religiosi ed incoraggiare lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace. L educazione di cui si parla è quella che ha come paradigma di riferimento i diritti umani e che, come bene spiega la fondamentale Raccomandazione dell Unesco del 1974 sull educazione a dimensione internazionale, ha un preciso orientamento all azione: action-oriented. L esempio educativo che offre il Casco Bianco ha tutti i requisiti ora evocati. Certo, in un mondo segnato dalla convulsa transizione dal vecchio ordine bipolare ad un nuovo ordine mondiale, il Casco Bianco è, in quanto tale, pietra di contraddizione. Questa è una metafora di altissima valenza etica, stando a significare che c è un bussola per orientare nella direzione giusta l attuale disordinata transizione: è appunto la direzione indicata dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Diritto internazionale dei diritti umani che dalla stessa Carta ha preso origine. Pietra di contraddizione significa ammonire che, per prevenire e risolvere i conflitti, esistono oggi reali alternative alla guerra: a condizione di metterle in atto, ricordando che la guerra è proscritta dal vigente Diritto internazionale tant è che l articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, entrato in vigore nel 1976 e ratificato dall Italia nel 1977, dispone perentoriamente Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge e realizzando integralmente il mandato all human rights for all. Pietra di contraddizione significa anche ricordare che la sicurezza umana (human security), in quanto sicurezza della gente (people security) e a contenuto multidimensionale (multi- 8
8 dimensional security) ha, deve avere, il primato sulla tradizionale sicurezza dello Stato (state security), caratterizzata in senso uni-dimensionale dal militare e dalle armi. Con la loro esperienza, i Caschi Bianchi hanno sostanzialmente anticipato l avvento della filosofia della human security, ne sono a buon diritto gli antesignani. Il presente volume, frutto di ricerca accurata, costituisce un prezioso contributo alla conoscenza di aspetti di una realtà di società civile globale che, lungi dall avere esaurito la propria originale esperienza, si proietta esemplarmente nel presente e nel futuro della pace positiva. Antonio Papisca Direttore Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli Università di Padova 9
10 Introduzione Il presente lavoro nasce come risposta all esigenza dell Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII di rielaborare l esperienza avviata nel 1993 con l impiego di obiettori di coscienza in attività di servizio civile all estero in missioni di pace. Questo percorso ha portato successivamente alla nascita della Rete Caschi Bianchi nella quale, dal 2000, entrano a far parte anche la Caritas, la FOCSIV e il GAVCI. L obiettivo di una lettura sistematica delle esperienze fin qui realizzate è finalizzato alla elaborazione di un nuovo profilo giuridicooperativo di Casco Bianco Difensore dei diritti umani che definisca più chiaramente il ruolo e il mandato di questi giovani operatori di pace. Per fare questo, il lavoro di ricerca si è orientato in una duplice direzione. La prima, rivolta a rielaborare le esperienze realizzate nell ambito del più ampio processo di internazionalizzazione dei diritti umani avviato a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale con l istituzione dell Organizzazione delle Nazioni Unite e il riconoscimento, anche a livello internazionale, dei diritti fondamentali della persona umana. La ricerca, nel capitolo 1, richiama le caratteristiche fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani (superamento delle sovranità statali, diritto di ingerenza negli affari interni di uno stato, legittimazione politica e giuridica ad agire, dentro e fuori gli stati, per la tutela dei diritti umani) e le principali convenzioni in materia a partire dalle quali ogni essere umano è titolare di un insieme di diritti -civili, politici, economici, sociali, culturali, individuali e collettiviche devono essere sempre riconosciuti e tutelati dagli stati. Vengono poi presentate, nel capitolo 2, le principali modalità attraverso cui si realizza sul campo l azione per la tutela e la promozione dei diritti fondamentali; in particolare, il lavoro di ricerca richiama le numerose procedure previste per la verifica e il monitoraggio dell effettiva implementazione dei diritti umani previste dal sistema delle Nazioni Unite e alcune missioni di pacificazione e di ricostruzione della pace dopo un conflitto attuate sempre nell ambito dell ONU. Sono inoltre riportate alcune significative iniziative realizzate dalla società civile attraverso le numerose organizzazioni nongovernative che operano per la difesa dei diritti umani e per la trasformazione nonviolenta dei conflitti. Questa prima parte, infine, analizza, nel capitolo 3, più direttamente la figura del casco bianco alla luce del legame indissolubile tra pace e diritti umani e alla nuova nozione dei concetti di sicurezza e di difesa, ricollegandosi ai documenti delle Nazioni Unite che esplorano possibili forme istituzionalizzate di impiego dei caschi bianchi in missioni internazionali gestite dalle Nazioni Unite. Con questa riflessione si intende fondare la legittimazione ad agire dei caschi bianchi, fornire alcune conoscenze su come concretamente operano i difensori dei diritti umani nella implementazione del loro mandato e presentare esempi pratici sull organizzazione delle 11
11 missioni e sul lavoro per i diritti umani da essi condotto. La scelta di utilizzare il profilo human rights, come chiave di lettura per rileggere le esperienze dei caschi bianchi italiani, consente di evidenziare come questa figura di operatore di pace incarni pienamente la prospettiva assiopratica dei difensori dei diritti umani. La specificità del casco bianco difensore dei diritti umani è infatti quella di partire da una prospettiva teorica per applicare pratiche concrete di promozione della pace e dei diritti umani con mezzi nonviolenti. La seconda direzione, ha riguardato la mappatura, attraverso l elaborazione e la somministrazione di un questionario, delle esperienze svolte dagli obiettori di coscienza e, in alcuni casi da volontari e volontarie in servizio civile, dell Associazione Papa Giovanni XXIII, della Caritas e della FOCSIV, che tra il 2000 e il 2003 hanno svolto parte o interamente il loro servizio civile all estero in aree ad alta conflittualità e a forte violazione dei diritti fondamentali. Il questionario, articolato in quattro sezioni, chiedeva ai caschi bianchi: a) informazioni generali (luogo del servizio, mandato, funzioni svolte, aspettative); b) di indicare l azione svolta a difesa/promozione dei diritti umani; c) di esprimere un giudizio sul ruolo della nonviolenza e delle tecniche nonviolente nell esperienza compiuta; d) di riportare la percezione relativa alla sicurezza personale. L ampiezza dei temi trattati e l elevato numero delle domande poste (complessivamente 30, di cui parte con risposta multipla e parte a risposta aperta) ha reso l elaborazione dei dati raccolti particolarmente complessa. Allo stesso tempo, i dati raccolti (riportati nel capitolo 4), consentono di visualizzare una chiara fotografia della figura del casco bianco e della sua concreta azione sul campo. Infine, offrono importanti spunti di riflessione per migliorarne l efficacia e favorire lo sviluppo di una proposta per istituzionalizzare tale figura nella prospettiva della creazione di un contingente nazionale. Nelle conclusioni, viene poi presentata una riflessione di sintesi dell indentikit del casco bianco difensore dei diritti umani, insieme ad alcune questioni problematiche relative alla figura del casco bianco così come si è realizzate nel contesto italiano e al suo rapporto con quella che emerge dai documenti e dall esperienza internazionale. 12
12 CAPITOLO I Il diritto internazionale dei diritti umani: strumenti e contesti d azione per i difensori dei diritti umani Introduzione Obiettivo di questo primo capitolo è anzitutto comprendere come, a livello internazionale, si sia formata gradualmente l idea per la quale esiste un set di diritti di cui ogni essere umano è titolare e che devono essere riconosciuti e tutelati sempre e comunque da ogni Stato. Questa idea può sembrare un affermazione oggi scontata, priva di novità, ma un lungo cammino è stato percorso per arrivare a tale approdo e, purtroppo, permangono ancora forti sacche di resistenza alla sua effettiva realizzazione. Per comprendere tutto ciò, per capire se ed in che modo sia possibile oggi sostenere che ogni persona gode di una serie di diritti uguali ed inalienabili, viene brevemente ripercorso il lungo processo che ha portato all affermazione di due principi basilari relativi ai diritti umani: in primo luogo, i diritti fondamentali sono diritti che danno fondamento ad ogni sistema giuridico, interno o internazionale; in secondo luogo, i diritti fondamentali, proprio in quanto tali, costituiscono un limite per qualsiasi potere politico, nessuno stato e nessuna maggioranza parlamentare (nemmeno se eletta democraticamente) potrebbe disconoscere o violare questi diritti. Storicamente, si può individuare il momento di nascita di questi principi, a livello internazionale, nell approvazione della Carta delle Nazioni Unite (1945) e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948). Queste carte internazionali, assieme alle molte altre che sono state elaborate successivamente, segnano il punto di svolta, il giro di boa, il mutamento radicale di prospettiva nel modo di intendere funzioni ed essenza del diritto internazionale e, in generale, delle relazioni internazionali. Ciò risulta chiaro ponendo a confronto due sistemi tra loro, per molti versi, incompatibili: il sistema tradizionale delle relazioni internazionali (quello imperante prima della Carta ONU e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) e il sistema del diritto internazionale dei diritti umani. 1 1 Per approfondimenti, vedi, A. Papisca, Democrazia internazionale, via di pace. Per un nuovo ordine internazionale democratico, Angeli, Milano 1995, A. Cassese, I diritti umani nel mondo contemporaneo, Laterza, Bari, 1994, A. Marchesi, I diritti dell uomo e le Nazioni Unite, Angeli, Milano, 1997, N. Bobbio, L età dei diritti, Einaudi,
13 1.1 Il sistema tradizionale delle relazioni internazionali Vengono di seguito presentate le caratteristiche del sistema tradizionale delle relazioni internazionali. In primo luogo, la realtà internazionale è paragonabile ad uno stato di natura, cioè ad una realtà dove non esiste un autorità sovraordinata agli stati, munita del potere di far rispettare le leggi. In altre parole, lo scenario internazionale è caratterizzato dalla presenza esclusiva di soggetti, gli stati, tutti ugualmente sovrani, che regolano i loro rapporti reciproci prevalentemente sulla base dell uso della forza. La sovranità si intende qui nella nozione weberiana di monopolio della forza legittima : in parole povere sovrano è quell ente al quale è da tutti riconosciuto il potere di fare le leggi, eseguirle e farle rispettare, se occorre anche con l uso della forza, della violenza. Ad esempio, la sovranità può essere riconosciuta ad una sola persona, che è titolare di un potere pressoché illimitato su tutti i cittadini e, in questo caso, avremo la figura dello stato assoluto; oppure può essere attribuita a tutti i cittadini indistintamente e allora avremo lo stato democratico (si pensi all art. 1 della Costituzione italiana, secondo il quale la sovranità appartiene al popolo ). Nella realtà internazionale, c è una profonda differenza rispetto a quanto troviamo all interno di ciascuno stato. I soli soggetti esistenti sono gli stati e ciascuno stato è dotato di una pari sovranità. Anche nello scenario internazionale esistono, certo, delle leggi e queste sono i trattati liberamente conclusi dagli stati per regolare i loro rapporti reciproci, ma manca del tutto un autorità sovraordinata agli stessi alla quale sia riconosciuto il potere di coercire, il potere, cioè, di far rispettare i patti conclusi. Tutti sovrani tutti governanti, nessun sovrano nessun governante! In una realtà dove tutti sono sovrani e tutti sono governanti, è ovvio che nessuno avrà il diritto di imporre il proprio potere sugli altri. Per questo motivo la guerra è l istituzione più rilevante del diritto internazionale, 2 nel senso che il rapporto tra i vari stati sovrani è, purtroppo, strutturalmente belligeno, 3 poiché ciascuno stato, dotato di un proprio arsenale bellico ai fini di difesa e di sicurezza, persegue i propri interessi nazionali e, come ultima istanza, nel caso di conflitti con altri stati, non avrà nessun alternativa diversa dal semplice ricorso alla guerra. La seconda caratteristica del sistema tradizionale delle relazioni internazionali è una 2 A. Cassese, op. cit., p A. Papisca, op. cit., p
14 conseguenza di quanto appena descritto. In una società anarchica, qual è quella internazionale, quali principi regolano i rapporti tra stati-sovrani? Non è difficile intuire che questi principi discendono tutti dal fatto che tutti i soggetti sono sovrani e dunque nessuno è sovrano sugli altri. Il principio guida è il principio di reciprocità: le relazioni tra gli stati sono, cioè, improntate alla logica del do ut des. Per comprendere ciò è utile, ancora una volta, fare un confronto con quanto avviene, tra gli individui, all interno dei singoli stati. Qui le singole persone, per perseguire i propri interessi e realizzare le loro aspirazioni, regolano i loro rapporti anche con contratti; lo stesso avviene a livello internazionale. Qui gli stati regolano i loro rapporti con i trattati che altro non sono che contratti internazionali, con la differenza, però, che in caso di inadempimento del contratto, cioè di violazione del trattato, non esiste, in linea di principio, un giudice cui appellarsi dotato del potere di costringere lo stato inadempiente a rispettare gli impegni presi. Ogni stato persegue i propri scopi particolari: le parole chiave sono interesse nazionale, sicurezza nazionale, sovrana eguaglianza tra gli stati, integrità territoriale di ciascuno stato. Tutto questo guida l azione e i rapporti tra gli stati. Gli stessi trattati, dunque, sono fondati sull interesse reciproco e ciò vale in duplice senso: in primo luogo, nessuno stato può essere soggetto a regole che egli stesso non abbia scelto, nel senso che l adesione a qualsiasi trattato è del tutto lasciata alla discrezionalità di ciascuno stato; in secondo luogo, essendo i trattati finalizzati a perseguire gli interessi reciproci dei contraenti e mancando del tutto un autorità sovraordinata agli stessi, ne consegue che nel caso in cui uno stato contraente ritenga che quel trattato non corrisponda più al proprio interesse nazionale, può liberarsi dallo stesso tramite la denuncia del trattato. 4 Nel caso, poi, di inadempimento agli impegni presi con il trattato, l eventuale controversia tra stati che ne consegue è tendenzialmente destinata ad essere risolta non sulla base di regole decise in precedenza (come avviene invece, all interno dei vari stati, tra singoli contendenti in un processo davanti ad un giudice terzo), bensì sulla base degli effettivi e reali rapporti di forza, ad esempio sulla base degli strumenti della rappresaglia e della guerra. Proprio questi ultimi esempi introducono alla terza caratteristica fondamentale del sistema tradizionale delle relazioni internazionali. Occorre porre la seguente domanda: se a determinare l illecito internazionale (cioè la violazione delle norme internazionali) è sempre un governo di uno stato, chi sopporta le conseguenze di questo illecito? Chi, di fatto, subisce le conseguenze degli atti di rappresaglia o di guerra? Queste conseguenze (espulsione di cittadini, bombardamenti, etc.) colpiscono sempre dei soggetti diversi da quelli che hanno posto in essere l illecito, vale a dire che colpiscono sempre individui e popoli. Tutto ciò diventa ancor più paradossale se si pensa che, la realtà internazionale è formata esclusivamente 4 Ogni trattato contiene, infatti, una norma in cui è previsto il potere di ciascuno stato di denunciare il trattato, cioè di manifestare la volontà di recedere dagli impegni presi: esercitando questo potere lo stato in questione esce dal trattato. 15
15 da stati sovrani: unici soggetti di diritto nell ambito internazionale sono gli stati: il sistema internazionale è, in altre parole, un sistema ad ontologia statocentrica. 5 Popoli ed individui non hanno alcun ruolo, non hanno soggettività giuridica; sul piano internazionale non esiste personalità giuridica del singolo essere umano, il che equivale a dire che, giuridicamente, le singole persone non sono, né possono essere titolari di alcun diritto nel campo internazionale: esse semplicemente non esistono. I popoli e gli individui sono sudditi, sono cioè soggetti al dominio dei vari stati. I popoli sono prede nel gioco di conquista politico-territoriale degli stati. Gli individui rimangono in ombra, la sorte di un individuo non è rilevante per il diritto internazionale. Gli individui costituiscono, al limite, un appendice, un prolungamento della sovranità di ciascuno stato. Questo accade quando il cittadino di uno stato si reca all estero: in questo caso quel cittadino, nella sua qualità di straniero, resta comunque soggetto al potere, ma anche alla protezione del suo stato di appartenenza. Per questo motivo lo stato di appartenenza può esercitare la cosiddetta protezione diplomatica, cioè intervenire presso lo stato straniero se quest ultimo calpesta i diritto del suo cittadino. Ma, beninteso! In questo caso, esercitando la protezione diplomatica, lo stato di appartenenza non tutela direttamente il proprio cittadino, ma se stesso, nel senso che la violazione dei diritti di uno straniero è concepita come offesa non alla persona dello straniero, bensì alla sovranità dello stato di appartenenza. Infatti, nessuno stato, nemmeno ai nostri giorni, è obbligato a proteggere i propri cittadini all estero, esso può farlo, ma ciò è lasciato al suo arbitrio e alla sua discrezione. In altre parole, se vengono lesi da uno stato ospite i diritti di uno straniero e lo stato di appartenenza ritiene di non intervenire, decide di non attivare nessun meccanismo previsto per tutelare il proprio cittadino, quest ultimo non ha nessuna arma, nessun diritto a disposizione contro l inerzia del proprio governo. Individui e popoli sono semplici strumenti degli interessi contingenti dei rispettivi governi: essi sono sacrificati o tutelati non in riferimento ad un sistema compiuto di diritti e doveri, ma a seconda di ciò che il singolo governo di turno ritiene rispondente ai dogmi indiscussi dell interesse nazionale e della sicurezza nazionale. Esistono, è vero, norme internazionali che riguardano la protezione dello straniero, ma queste norme regolano soltanto rapporti tra stati sovrani e la singola persona non è titolare di alcun diritto, bensì esclusivamente beneficiaria indiretta, semplice oggetto delle relazioni tra stati. Paradossalmente, l unica categoria di persone che in qualche modo sono riconosciuti come soggetto di diritto nell ambito internazionali sono i pirati, che se si trovano in acque internazionale sono considerati, per consuetudine internazionale, direttamente soggetti a 5 A. Papisca, op. cit., p
16 misure repressive da parte di qualunque stato. Ma, in un senso più ampio e certamente negativo, si può affermare che, nell assetto tradizionale delle relazioni internazionali, il principio per cui gli individui non hanno alcuna soggettività giuridica subisce una deroga in un ipotesi ben più ampia e significativa di quella dei pirati e, cioè, con riferimento all unico diritto riconosciuto alle singole persone sul piano internazionale: il diritto di uccidere e di essere uccisi. 6 In altre parole, da un lato si nega risolutamente che gli individui abbiano soggettività giuridica internazionale, e ciò sia perché il diritto internazionale riguarderebbe soltanto le relazioni tra stati e sia perché gli individui non hanno alcun potere né di denunciare l inadempimento degli obblighi internazionali da parte degli stati, né di pretendere l applicazione delle norme internazionali. Nel contempo, però, ci si dimentica che da sempre popoli ed individui sono i soggetti primari di un processo internazionalistico per eccellenza: la guerra tra gli stati. Il che significa che, per la dottrina internazionalistica tradizionale, agli individui non è riconosciuta alcuna soggettività giuridica internazionale, nessun diritto soggettivo, tantomeno il diritto di attivarsi per costruire la pace; contemporaneamente, però, egli, di fatto, è titolare di uno status belligeno: nasce con il diritto-dovere di fare la guerra. 7 La quarta caratteristica del sistema tradizionale delle relazioni internazionali è il principio di non-ingerenza negli affari interni di ciascuno stato. Nessuno stato può arrogarsi il potere di invadere la sfera di sovranità degli altri stati: come lo stato si comporta all interno dei propri confini, come tratta i suoi cittadini, se viola i loro diritti fondamentali o se li riconosce e li tutela, tutto ciò è questione lasciata al dominio riservato, alla domestic jurisdiction di ogni stato. Ciò vale anche per i diritti umani: nessun governo potrà mai protestare per le violazioni dei diritti umani compiute da un altro stato sul proprio territorio a danno di propri cittadini. Questo è il motivo per cui si afferma da più parti che o i diritti umani sono internazionali, oppure non sono. 1.2 Il sistema del diritto internazionale dei diritti umani: dalla Carta delle Nazioni Unite al Codice internazionale dei diritti umani Gli orrori compiuti durante la seconda guerra mondiale, i milioni di morti civili, la barbarie dei campi di sterminio, fanno emergere l idea che la vera, l ultima, l essenziale causa della guerra debba individuarsi nel disprezzo dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Nasce, quindi, la consapevolezza dell importanza del binomio pace-diritti umani, 8 come concetti imprescindibilmente ed ontologicamente legati 6 Cfr. A. Papisca, op. cit., p A. Papisca, op. cit., p
17 tra loro, cosicché non è possibile ottenere la pace interna ed internazionale senza un effettivo riconoscimento e rispetto dei diritti umani e, viceversa, sorge l idea che il rispetto dei diritti umani, insieme con il mantenimento della pace, debbano costituire il punto di non ritorno della nuova comunità mondiale. 9 Questa idea viene affermata con forza nella Carta delle Nazioni Unite, in cui, all articolo 1, vengono inclusi tra i fini della nascente organizzazione mondiale, lo sviluppo di relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell eguaglianza dei diritti e dell autodecisione dei popoli e il conseguimento della cooperazione internazionale nel promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione. Tale radicale mutamento di prospettiva si evidenzia anche leggendo alcuni passi del Preambolo alla Dichiarazione Universale, il primo catalogo internazionale dei diritti umani, adottato il 10 dicembre 1948: - il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo - è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannide e l oppressione - i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana Insieme alla Dichiarazione Universale e alla Carta delle Nazioni Unite vengono adottati, successivamente, numerosissime dichiarazioni e convenzioni internazionali in materia di diritti umani. In particolare, nel , l Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta 8 A. Cassese, op. cit, p A. Cassese, op. cit., p Risoluzione dell Assemblea Generale 2200 A (XXI), 16 dicembre Il Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali è entrato in vigore il 3 gennaio Il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il suo primo protocollo sono entrati in vigore il 23 marzo 1976, mentre il secondo protocollo è entrato in vigore l 11 luglio
18 il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e il Patto internazionale sui diritti civili e politici. Due protocolli sono stati allegati a quest ultimo: il Primo Protocollo, adottato congiuntamente al Patto, istituisce il meccanismo dei ricorsi individuali in caso di violazione dei diritti in esso stabiliti; il Secondo Protocollo, adottato nel riguarda l abolizione della pena di morte. Questi due Patti internazionali con i relativi protocolli costituiscono, insieme con la Dichiarazione Universale e la Carta delle Nazioni Unite, il Codice Internazionale dei Diritti Umani e sono considerati il fulcro del diritto internazionale dei diritti umani. In seguito, numerose convenzioni sono state adottate, approfondendo i diritti proclamati nel Codice. Tra gli strumenti più importanti adottati nell ambito delle Nazioni Unite, si ricordano: la Convenzione sull eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, CERD, la Convenzione sui diritti dell infanzia, CRC, la Convenzione sull eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne, CEDAW, la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, CAT, la Convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, MWC Alcune caratteristiche essenziali del diritto internazionale dei diritti umani L intero sistema normativo sopra richiamato è noto come diritto internazionale dei diritti umani all interno del quale vengono direttamente sconfessati i principi vetero-statualistici del vecchio sistema giuridico internazionale, fondato sull assenza di autorità sovraordinate agli stati, sul disconoscimento della soggettività giuridica dei singoli individui, sul principio di non ingerenza, sulle nozioni di sicurezza nazionale, interesse nazionale, che giustificano tendenzialmente qualsiasi pretesa e qualsiasi azione dei governi. Pare opportuno richiamare brevemente alcuni aspetti essenziali che producono un radicale mutamento di prospettiva tra vecchio e nuovo ordinamento internazionale e che quindi minano alla base le caratteristiche del sistema tradizionale delle relazioni internazionali richiamate nel paragrafo precedente. 11 Risoluzione dell Assemblea Generale 44/128, 15 dicembre CERD, entrata in vigore il 4 gennaio 1969; CRC, entrata in vigore il 2 settembre 1990; CEDAW, entrata in vigore il 3 settembre 1981; CAT, entrata in vigore il 10 dicembre 1984, Convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, entrata in vigore il 1 luglio
19 In primo luogo, il dogma della sovranità dello stato viene abbondantemente ridimensionato: lo stato non può far tutto, non è titolare di un potere assoluto quando entrano in gioco i concetti di pace e di diritti umani. In altre parole, lo stato che non riconosce e non tutela i diritti fondamentali dell uomo si pone al di fuori della legalità internazionale. Ma vi è di più. Come diretta conseguenza dell adozione del Codice internazionale dei diritti umani, vengono istituiti numerosi organi e autorità sopranazionali finalizzate a controllare il comportamento degli stati in materia di diritti umani, a volte esercitando poteri riconducibili alle prerogative proprie della sovranità; esempi evidenti sono forniti dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottate in conformità del capitolo VII della Carta, dalla Corte Penale Internazionale, dalla Corte Europea dei Diritti dell Uomo. Questi meccanismi di tutela internazionale dei diritti umani, per il solo fatto di esistere, contraddicono alla radice il dogma della sovranità assoluta degli stati. In secondo luogo, popoli ed individui non sono più relegati nel ruolo di semplici spettatori passivi delle politiche dei loro governi. In forza delle norme sui diritti umani, popoli ed individui costituiscono nuova soggettività giuridica internazionale. Le singole persone, in quanto titolari di diritti e doveri internazionalmente riconosciuti, sono veri e propri soggetti di diritto internazionale. Il fulcro di questa rivoluzione internazionale è rappresentato dall art. 28 della Dichiarazione Universale, il quale stabilisce che ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati. Come rileva Antonio Papisca: l art. 28 legittima pertanto gli individui, i gruppi, le associazioni, nazionali e internazionali, ad esercitare ruoli politici all interno e all esterno dei rispettivi sistemi nazionali d appartenenza affinché l ordine sociale e l ordine internazionale dispongano di strutture in grado di assicurare il rispetto dei diritti umani fondamentali L art. 28 legittima a fare la rivoluzione internazionale nonviolenta 13. In questa direzione si pone anche la Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società, di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti, adottata dalla Assemblea Generale nel Questo documento rappresenta la carta d identità del difensore dei diritti umani, in quanto stabilisce che l esercizio del diritto a promuovere e proteggere i diritti umani può essere esercitato, con metodi e strumenti pacifici, dentro e fuori il proprio paese, al di là e al di sopra dei confini nazionali. In terzo luogo e, di conseguenza, lo stesso principio della non-ingerenza negli affari interni di ciascuno stato perde gran parte del suo valore giuridico quando si tratti di diritti fondamentali degli esseri umani. In forza delle norme e delle procedure di tutela internazionalmente sancite 13 A. Papisca, op. cit., pp Risoluzione dell Assemblea Generale 53/144, 85 th plenaria, 9 dicembre
20 e funzionanti, si può affermare che tendenzialmente ormai nessuno stato, nessun governo può più appellarsi alla domestic jurisdiction per legittimare le violazioni dei diritti umani da esso perpetrate. E ciò in senso propriamente giuridico, non meramente politico. Abbiamo visto che, tradizionalmente, lo stato se è vincolato da norme internazionali quanto al trattamento degli stranieri, è invece libero di trattare i propri cittadini come meglio crede, senza che nessun altro stato possa ingerirsi in tali questioni. Orbene, è evidente che questo principio è destinato a cadere in riferimento a tutti quegli stati che hanno ratificato il codice universale dei diritti dell uomo: essendosi obbligati al rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, i governi non potranno più trincerarsi dietro lo scudo della sovranità nazionale e del dominio riservato. Ciò vale ovviamente per le norme convenzionali. Ma esiste anche una parte del diritto internazionale non scritto, il diritto consuetudinario (o diritto internazionale generale), che costituisce jus cogens, vale a dire diritto internazionale imperativo, cogente, che non può essere derogato nemmeno dai trattati: 15 tra queste norme imperative rientrano, appunto, il divieto della minaccia o dell uso della forza nei rapporti internazionali, il rispetto della dignità umana, il principio di autodeterminazione dei popoli, il divieto delle cosiddette gross violations, cioè delle violazioni gravi e diffuse dei diritti umani, come il genocidio e l apartheid. 16 Più in generale si può dire che la questione diritti umani non è più una questione di dominio riservato, in quanto si è affermato, anche a livello giuridico, il principio che lega indissolubilmente pace e diritti umani. L art. 55 della Carta delle Nazioni Unite, consacra il rispetto e l osservanza universale dei diritti dell uomo e delle libertà fondamentali per tutti al rango di condizione necessaria per avere rapporti pacifici ed amichevoli tra le Nazioni. La logica conseguenza di tutto ciò è che con la positivizzazione dei diritti umani fondamentali nel codice internazionale dei diritti dell uomo, la sistematica violazione dei diritti all interno dei confini di uno stato, può legittimare l intervento delle Nazioni Unite. Sia ben chiaro: a due imprescindibili condizioni di legalità internazionale: 1) che l intervento sia delle Nazioni Unite e non di gruppi di stati autoproclamatisi comunità internazionale; 2) che l intervento avvenga nel rispetto delle norme e delle procedure sancite dal capitolo VII della Carta. In mancanza di una di queste condizioni, si avrà soltanto una mera strumentalizzazione dei diritti umani ai fini del perseguimento degli interessi nazionali Il sistema internazionale di implementazione del diritto internazionale dei diritti umani Dopo aver presentato gli elementi fondamentali costituenti il diritto internazionale dei diritti umani e aver riflettuto sulle caratteristiche essenziali di tale sistema normativo, pare opportuno 15 Cfr. art. 53 Convenzione di Vienna sul Diritto dei trattati 16 B. Conforti, Le Nazioni Unite, Cedam, Padova, 1993, pp , 181 ss, 209, 239 ss. 21