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Timestamp: 2018-06-20 07:44:06+00:00
Document Index: 140754551

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 1965', 'art. 67', 'art. 41', 'art. 2113', 'art. 25', 'art. 109']

Articolo del 01/03/2013 Autore Dott. Maurizio Calabrò Altri articoli dell'autore
Il trattamento fiscale delle somme ricevute a seguito di conciliazione giudiziale è stato oggetto di approfondito esame, sia da parte della dottrina che della giurisprudenza, con specifico riferimento al rapporto di lavoro subordinato.
In prima analisi, occorre stabilire quale sia stato l'oggetto della conciliazione in modo da verificare la presenza o meno di una "frattura nel nesso di dipendenza del rapporto dall'erogazione pecuniaria, giacché tale collegamento presuppone che l'erogazione stessa trovi diretta ed immediata origine nel rapporto di lavoro (...) venendo meno allorché sia dimostrata l'esistenza di un'autonoma e diversa causa negoziale che giustifica il pagamento" [1].
In sostanza, il corretto inquadramento fiscale delle somme erogate a seguito di conciliazione giudiziale può essere diverso a seconda che la conciliazione stessa abbia avuto ad oggetto il "quantum" oppure l'"an" del rapporto controverso.
Nel caso la conciliazione verta sul quantum, la controversia non involge la prestazione d'opera ma è riferibile unicamente al valore ad essa attribuibile. Pertanto, in virtù dell'esistenza del collegamento negoziale tra quanto stabilito in sede di conciliazione ed il rapporto di lavoro dipendente, la somma erogata deriverebbe, comunque, dall'esercizio della prestazione lavorativa e, quindi, costituirebbe reddito di lavoro dipendente ai sensi dell'art. 6, 49, 50 e 51 del D.P.R. 917/1986.
Nel caso, invece, in cui la conciliazione involga l'an, vale a dire che il negozio conciliativo abbia natura costitutiva di una situazione giuridica nuova certa in sostituzione di quella precedente incerta, occorrerà valutare gli effetti fiscali di quest'ultimo negozio giuridico voluto dalle parti.
Nella pratica, può verificarsi, il caso in cui la società non riconosca le pretese dei lavoratori dipendenti, ma eroga le somme al solo scopo di conciliare la controversia, mentre dall'altro lato, i lavoratori dipendenti, dal momento che accettano le somme in parola, si obbligano a rinunciare a proseguire la lite giudiziale e a far valere le proprie pretese.
Le somme riconosciute son, pertanto, a mero titolo novativo avente la finalità non di eliminare la res dubia oggetto di lite e non contenete un riconoscimento neppure parziale di qualsivoglia diritto vantato dal lavoratore, bensì del tutto autonomo e finalizzato esclusivamente ad evitare un eventuale futuro contenzioso ed al fine di evitare ogni questione che potrebbe sorgere tra le parti.
Se questi sono i termini dell'accordo, trattasi di una vera e propria novazione, che, da un punto di vista civilistico, si qualifica come un contratto con il quale i soggetti di un rapporto obbligatorio sostituiscono un nuovo rapporto a quello originario (art. 1965 co 2 c.c.). Appare, quindi, evidente che la causa negoziale che giustifica il pagamento è diversa e separata rispetto al rapporto di lavoro originario, per cui è necessario individuare gli aspetti fiscali generati dal nuovo negozio giuridico. In questo senso la causa attributiva della somma, derivante da tale negozio, è ravvisabile nella rinuncia sia alle somme a titolo di lavoro dipendente che a future pretese dei ricorrenti nei confronti della società.
Ne deriva, pertanto, che gli effetti fiscali del procedimento conciliativo si sostanziano in un’obbligazione di non fare da parte dei lavoratori dipendenti (essi, infatti, si obbligano a non proseguire la controversia) a fronte del percepimento di una determinata somma di denaro erogata dalla società.
Da un punto di vista fiscale, le somme percepite per obbligazioni di non fare costituiscono autonoma fattispecie impositiva inquadrabile nei redditi diversi, ai sensi dell'art. 67, comma 1, lett. l), D.P.R. n. 917/1986. Da ciò, discenderebbe da un lato, l’assoggettamento a tassazione ordinaria di tali somme e dall’altro, per effetto della modifica apportata dall'articolo 36 comma 24 del Decreto Legge n. 223/2006 all'articolo 25 del Decreto Presidente della Repubblica n. 600/73, l'insorgenza in capo all'erogante sostituto d'imposta, dell'obbligo di effettuare la ritenuta a titolo di acconto dell'Irpef, così come chiarito dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 28/E del 4 agosto 2006 "Per effetto di detta modifica, l'obbligo per i sostituti d'imposta di effettuare la ritenuta a titolo di acconto dell'IRPEF sui compensi per prestazioni di lavoro autonomo, anche non abituali, e' esteso ai casi in cui vengano erogati compensi derivanti dall'assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere, che ai sensi dell'articolo 67, comma 1, lettera l), del TUIR, rientrano nella categoria dei redditi diversi. La ritenuta va effettuata, all'atto del pagamento, con obbligo di rivalsa e a titolo di acconto dell'IRPEF nella misura del 20 per cento del compenso. Si sottolinea che il comma 24 in esame completa, anche sotto il profilo dell'applicazione delle ritenute, l'equiparazione tra redditi derivanti dall’attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente e redditi derivanti dall'assunzione di obblighi di fare, di non fare o di permettere, già esistente sotto il profilo della determinazione delle modalità di concorso al reddito nella categoria dei redditi diversi (articolo 71, comma 2, del TUIR). L'obbligo di operare la ritenuta sorge per i compensi corrisposti a partire dal 4 luglio 2006, data di entrata in vigore del decreto, ai sensi dell'art. 41 del decreto stesso."
Con riferimento alla deducibilità del costo dal reddito di impresa, secondo la Suprema Corte, (Cass. 19.10.2001 n. 12788), gli oneri dovuti a seguito di una controversia di lavoro conclusasi con un verbale di conciliazione sono fiscalmente deducibili nell'esercizio in cui il verbale viene dichiarato esecutivo dal giudice e, per tale motivo, non risulta più modificabile. Infatti, "soltanto con l'intervento dello stesso giudice la controversia può dirsi definitivamente composta, con la conseguenza che soltanto in quel momento può dirsi raggiunta la certezza del diritto per ciascuna delle parti in causa".
Ai sensi dell’art. 2113 co 2 del Codice Civile, infatti, “L'impugnazione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinunzia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione medesima” mentre il comma 3 prevede “Le disposizioni del presente articolo non si applicano alla conciliazione intervenuta ai sensi degli articoli 185, 410 e 411 del codice di procedura civile”.
Ne deriva, pertanto, che nel caso in cui non si sia seguita la procedura di deposito dei verbali di conciliazione presso la Direzione Territoriale del Lavoro, ai sensi degli artt. 410 e 411 del c.p.c., l’impugnazione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto di lavoro o dalla data della rinunzia o della transazione, se intervenute successivamente alla cessazione.
In conclusione, quindi, le somme riconosciute ai lavoratori dipendenti a titolo di transazione novativa a seguito di conciliazione giudiziale dovranno:
- essere assoggettate a ritenuta a titolo d’acconto all’atto del pagamento, nella misura del 20 per cento, ai sensi dell’art. 25 del DPR 600/73;
- essere dedotte dal reddito di impresa nell'esercizio in cui il verbale di conciliazione viene dichiarato esecutivo dal giudice del lavoro, ai sensi dell’art. 109 del DPR 917/86;
- concorrere alla formazione del reddito complessivo del soggetto percettore, in quanto redditi diversi, ai sensi degli artt. 8 e 67 del DPR 917/86.
[1] Cass. 19 gennaio 1985, n. 163; Cfr., inoltre, Cass. 13 agosto1982, n. 4605; 2 febbraio 1985, n. 709; 8 giugno 1985, n. 3479; 2 ottobre 1985, n. 4776. In dottrina G. Ferraù, "Le somme percepite dal lavoratore a seguito di transazione giudiziale" in Corr. Trib. n. 22/1987, pag. 1479 e S. Capilupi e E. Mattesi, "Novità legislative in tema di tassazione delle somme percepite in occasione della risoluzione del rapporto di lavoro dipendente", in Il Fisco n. 30/1995, pag. 7511.
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