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Timestamp: 2019-08-17 22:34:02+00:00
Document Index: 40201641

Matched Legal Cases: ['art. 360', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2', 'e contrario', 'sentenza ']

Sentenza 24 febbraio – 11 maggio 2016, n. 9635
Presidente Napoletano – Relatore Cavallaro
Il che, peraltro, permette di superare agevolmente l’ostacolo che pure formalmente potrebbe porsi per essere il motivo di ricorso costruito sul testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c. vigente anteriormente alle modifiche apportate dall’art. 54, d.l. n. 83/2012 (cony. con I. n. 134/2012), applicabili in specie per essere stata la sentenza impugnata depositata il 12.3.2013: costituendo reale oggetto della censura l’operazione di sussunzione compiuta dalla Corte territoriale, non v’ha in specie alcuna questione di fatto, bensì solo di diritto, avendo questa Corte di legittimità da tempo superato l’orientamento secondo cui il giudizio sull’esistenza o meno della giusta causa di recesso costituiva giudizio di fatto, denunciabile per cassazione solo se affetto da vizi di motivazione, ed essendosi invece consolidato il principio di diritto secondo cui la giusta causa di licenziamento, quale fatto “che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, dei rapporto”, è una nozione che la legge configura con una disposizione ascrivibile alla tipologia delle cosiddette clausole generali e come tale delinea un modulo generico che richiede di essere specificato in sede interpretativa, mediante la valorizzazione sia di fattori esterni relativi alla coscienza generale sia di principi che la stessa disposizione tacitamente richiama, la disapplicazione dei quali, trattandosi di specificazioni dei parametro normativo aventi natura giuridica, è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, rimanendo invece nell’ambito del giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se non nei limiti dell’art. 360 n. 5 c.p.c., l’accertamento della concreta ricorrenza, nel fatto dedotto in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni, nonché della loro concreta attitudine, sotto il profilo della proporzionalità, a costituire giusta causa di licenziamento (giurisprudenza costante fin da Cass. n. 11109 dei 2002: v. da ult. Cass. n. 5095 del 2011). Ora, è precisamente nella ricostruzione della nozione di insubordinazione che il ragionamento della Corte territoriale mostra la sua fallacia. Posto infatti che detta nozione non può essere limitata al rifiuto di adempiere alle disposizioni impartite dai superiori, ma si estende a qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicarne l’esecuzione nel quadro dell’organizzazione aziendale (giurisprudenza consolidata fin da Cass. n. 5804 del 1987), deve rilevarsi che la critica rivolta ai superiori con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale dei toni e dei contenuti, oltre a contravvenire alle esigenze di tutela della persona umana di cui all’art. 2 Cost., può essere di per sé suscettibile di arrecare pregiudizio all’organizzazione aziendale, dal momento che l’efficienza di quest’ultima riposa in ultima analisi sull’autorevolezza di cui godono i suoi dirigenti e quadri intermedi e tale autorevolezza non può non risentire un pregiudizio allorché il lavoratore, con toni ingiuriosi, attribuisca loro qualità manifestamente disonorevoli. Né contrari argomenti possono ritrarsi dalla circostanza (pure valorizzata dalla Corte di merito) secondo cui il CCNL tipizzerebbe come ipotesi di giusta causa di recesso soltanto condotte non solo verbalmente, ma anche fisicamente aggressive: la “giusta causa” di licenziamento è nozione legale e il giudice non può ritenersi vincolato dalle previsioni dettate al riguardo dal contratto collettivo, potendo e dovendo ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento dei lavoratore contrario alle norme della comune etica o dei comune vivere civile, ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore, e potendo e dovendo specularmente escludere che il comportamento dei lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato (cfr. da jIt. Cass. n. 4060 del 2011). Non essendosi la Corte di merito attenuta ai superiori principi, la sentenza impugnata, assorbito il terzo motivo di censura, va cassata e rinviata per nuovo esame alla Corte d’appello di Salerno, che provvederà anche sulle spese dei presente giudizio di legittimità. Tenuto conto dell’accoglimento dei ricorso, non sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.