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Profili storici, interpretazione sistematica e casistica giurisprudenziale dell' art. 3 CEDU :: Studi per la pace
Hits: 6932 CEDU
Dr. Filomena Paciello
RELATORE: PROF. MARCO ANGELINI
a.a. 2003 /2004
Preso atto della variegata forza cogente che manifesta in nuce il particolare divieto di tortura, pena e trattamento inumani o degradanti, trasfuso nell'ordinamento statale con l. 04 agosto 1955, n. 848, sembra opportuno provare a qualificarne il significato imperativo propriamente recepito ab extrinseco dal sistema internazionale - non altrimenti specifico, sul punto, in difetto di positive regole definitorie ad hoc anche interne - e la sua portata effettiva tra i consociati.
CAPITOLO I. ESEGESI STORICA E COMPARATIVA DEL
DIVIETO DI TORTURA, PENA E TRATTAMENTO INUMANI O
DEGRADANTI	1.	Cenni ermeneutici evolutivi sul tema: l'origine medioevale della tortura quale
procedimento giudiziario.	2.	Operatività pratica degli istituti prerinascimentali degradanti.
3.	Tesi intermedia dell'efficacia giuridica di trattamenti disumani.	4.	Umanesimo e questione morale, illuminismo e rivoluzioni liberali.	5.	Problematiche implicazioni di filosofia del diritto.	CAPITOLO II. INTERPRETAZIONE SISTEMATICA
DELL'ART. 3 DELLA CONVENZIONE EUROPEA PER LA
SALVAGUARDIA DEI DIRITTI DELL'UOMO E DELLE
LIBERTÀ FONDAMENTALI (ROMA, 04.11.1950) NEL
CONTESTO TRANSFRONTALIERO E NAZIONALE
1. Ordinamento internazionale e comunitario vigente in subiecta materia. 2.	Art. 3, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 04.11.1950) e sua generale portata cogente nella Repubblica italiana.	3.	Definizione esegetica positiva e ratio legis del divieto di tortura, pena e trattamento inumani o degradanti, in combinato disposto analogico alla riduzione in schiavitù, per teoria generale criminalistica costituzionalmente orientata.	CAPITOLO III. RILIEVI IN MATERIA DI PROCEDURA
ED ESECUZIONE PENALI 1.	Organi competenti all'applicazione del trattato: Commissione e Corte Europee dei Diritti dell'Uomo e Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa.
2.	Diritti personalissimi in vinculis... 3.	... ed in executivis.	CAPITOLO IV. CASISTICA GIURISPRUDENZIALE ITALIANA ED EUROPEA	1.	Approccio interpretativo sovranazionale.
2.	Nomofilassi applicativa continentale e coinvolgimenti dello Stato italiano.
3.	Questioni pratiche aperte nel nostro Paese.	BIBLIOGRAFIA	Abstract
L'impiego giudiziario di coercizioni, fisiche o morali, della volontà di un soggetto del processo, allo scopo di estorcerne una pretesa verità, risale all'affermazione istituzionale dei criteri di prova cc.dd. razionali.
Quel fenomeno, a prescindere da ogni apprezzamento di valore, postulava in nuce la verifica istruttoria, per così dire sperimentale, delle circostanze oggetto di cognizione autoritativa.
In quanto funzionali alla dimostrazione logica di eventi controversi, gli strumenti di tortura emersero in diritto con il superamento di procedure giurisdizionali svincolate da riscontri oggettivi sul fatto .
Ne rappresentano archètipi di tali modelli passati gli antichi sistemi accusatori genericamente designati come ordalie.
Queste ultime, in vigore fino a tarda epoca medioevale, si caratterizzavano per l'assegnazione di un favorevole esito decisorio sulla scorta di esibizioni constituendae di parte prettamente emotive e sacramentali.
L'epilogo di merito della lite si determinava alla stregua di solenni giuramenti o tradizionali duelli dei contendenti, prescindendo del tutto da ipotesi ricostruttive dell'accaduto .
Trattamenti che oggi definiremmo inumani divennero di uso legale comune dal XIII secolo, pur rilevandosene, già dapprima, sporadiche testimonianze ad es. nei primordiali documenti babilonesi, indiani ed ebrei.
Nella Grecia classica si utilizzavano vessazioni individuali esclusivamente per la convalida di testimonianza degli schiavi, estendendosi a persone libere solo in eccezionali frangenti delle tirannidi ellenistiche.
Anche in diritto romano arcaico ne risulta un generale impedimento soggettivo nei confronti dei cives.
Durante l'esperienza repubblicana, potevano assoggettarsi a coazioni per finalità confessorie unicamente i servi ed a meno che non si vertesse su quaestiones in caput domini.
Trattandosi di rendere dichiarazioni contrarie agli interessi dei relativi padroni (di cui essi apparivano una sorta di longae manus) vi ostava, difatti, un divieto assoluto a loro beneficio.
La regola si sovvertì durante l'età imperiale, quando metodi inquisitori degradanti cominciarono a diffondersi per via consuetudinaria, recependosi poi nella legislazione speciale tramite apposite constitutiones.
Ciò avvenne, all'inizio, per la massima repressione del crimen lesae maiestatis, privilegiata perfino da applicazioni analogiche.
Da rigorosi ambiti di perseguibilità delittuosa, originariamente circoscritti, per es., in tema di magia, falsificazione di moneta od adulterio, la tortura fu estesa quale ordinario sistema di esperimento testimoniale, contemplato negli appositi titoli De quaestionibus dei Digesta (XLVIII, 18) e del Codex (IX, 41).
Nei testi citati si dà atto che in materia di esecuzione penale, il ricorso alla violenza fungeva particolarmente ad indurre la rinnegazione del culto cristiano in osservanza del paganesimo ufficiale in vigore.
L'assetto giudiziario fu sovvertito, peraltro, al crollo dell'Impero d'Occidente, con l'insediamento di popolazioni barbariche, nel V secolo d.C., sui medesimi territori .
I cc.dd. judicia Dei borgognoni, visigotici, alemanni, salici, longobardi o bavarici, recuperando una concezione vendicativa privata della pena, rimessa al gruppo familiare - gentilizio - della vittima di un illecito, ripristinarono così criteri probatori alògici.
La profusione normativa germanica segnò, allora, un basilare regresso dei cruenti metodi imperiali di indagine, riservandoli ex novo alle inferiori classi censitarie od a singolari figure criminose di estremo allarme sociale.
La carenza storiografica dei cc.dd. secoli bui, a decorrere dal IX, non consente di enucleare lo sviluppo delle dinamiche in questione fino alla prima metà del Milleduecento, con la diffusione di una riforma inquisitoria del procedimento penale, tra i mutamenti politici, sociali, economici e culturali del periodo .
Il definitivo consolidamento di regimi o tipologie strutturali amministrative - come ad es., l'apparato burocratico centralizzato della monarchia francese, o le autonomie locali nella penisola italica e la disgregazione mitteleuropea di poteri feudali - favorirono l'avvento di una tecnocrazia giurisprudenziale, tanto laica, sia ecclesiastica .
L'apporto della scienza romanistica favorì l'elaborazione di una disciplina organica dei supplizi, sia negli Stati nazionali assoluti - come quelli del sovrano d'oltralpe Luigi XIV e di Re Alfonso X di Castiglia - che illuminati, o cc.dd. di polizia - per es., con la reggenza siciliana di Federico II -.
Si evince, altrettanto, anche dagli Statuti comunali del tempo - sulla falsariga antesignana di Verona, nel 1228 - ed infine, nelle consuetudini di jus commune delle cittadine tedesche e fiamminghe prerinascimentali .
Pure l'ordinamento della Chiesa, d'altronde, accolse gradualmente simili istituti, ancorché osteggiati dall'interno per oltre un millennio dalla nascita del Salvatore.
Sotto la rubrica Quod vero, intorno al 1140, un Decretum di Graziano (C, XV, 6) rifletteva una palese ambiguità della fase di transizione descritta, con l'enunciativa secondo cui "confessio... cruciatibus extorquenda non sit", laddove ammetteva di seguito afflittive violenze contro gli accusatori di alti prelati e sui testimoni di ranghi indigenti, od in condizione di schiavitù in caput dominorum.
Una essenziale ambivalenza teoretica contraddistinse canonistica e regolamentazione ecumenica fino alle Decretali di Gregorio IX, promulgate nel 1234.
Una netta cesura con l'anteriore tradizione garantista cattolica fu invece adottata a fronte delle vicissitudini ereticali, dalla seconda metà del XIII secolo.
Nel 1252 una Bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV (can. 25) ingiungeva addirittura alla magistratura civile - su istanze conservatrici ecclesiastiche - di sottoporre a martirio i sospetti dissenzienti dall'ortodossia religiosa cristiana.
Il rinnovato dicastero sacerdotale avallò, dunque, l'introduzione di procedure violentissime nei tribunali della Santa Inquisizione, notori per le aberrazioni messe in atto (specialmente in territorio ispanico) e sistematizzate nei primi anni del Milletrecento, in una Decretale - Multorum querela - del Pontefice Clemente VI .
Non possono disconoscersi, sull'argomento, pure voci discordi di ispirazione evangelica, sino dalla Patristica all'alto Medioevo : basti menzionare le opere De corona (cap. 11) e De idolatria (cap. 17) di Tertulliano, che vi tacciava di empietà consimili officia; Sant'Agostino, premonitore del divieto di condanne afflittive ante judicium nel saggio De civitate Dei (XIX, 6); San Gragorio Magno, il quale denegò, per diffuse vie epistolari, ogni validità confessoria di dichiarazioni non spontanee; Papa Nicolò I, infine, artefice politico - tra le sue Epistolae et decreta (XCVII, 86) - nell'anno 886, della prima abrogazione al mondo di un intero sistema di tortura, da parte del Re dei Bulgari Boris I .
Ex adverso, tra i giureconsulti che - nei secoli seguenti - concorsero a studi e riforme ordinamentali sia pubblicistiche che confessionali incentrate sui supplizi, possono ricordarsi Accursio, Azzone, Baldo e Bartolo, nonché l'ignoto redattore di un Tractatus de tormentis, appena precorso a Francesco dal Bruno, autore nel 1495 di una fondamentale monografia sul tema intitolata De indiciis et tortura.
Agli albori del Rinascimento sul territorio italiano, l'umiliazione morale e lo strazio psico - fisico di uomini e donne si erigevano, così, a sistema procedimentale di rito anzitutto criminalistico e della Chiesa.
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