Source: http://dirittiefrontiere.blogspot.com/2016/01/la-verita-sul-sistema-hot-spot.html
Timestamp: 2017-04-28 08:09:03+00:00
Document Index: 122554400

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.1', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 19', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 14', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 80', 'art. 9', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 11', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 10', 'art.\n5', 'art.\n13', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 13']

Diritti e Frontiere: La verità sul sistema Hot Spot – Violazioni e illegalità a Lampedusa. La denuncia delle associazioni - A Venezia protesta anche il sindacato di polizia per la mancanza di regole sul prelievo forzato delle impronte.
La verità sul sistema Hot Spot – Violazioni e illegalità a Lampedusa. La denuncia delle associazioni - A Venezia protesta anche il sindacato di polizia per la mancanza di regole sul prelievo forzato delle impronte.
A Lampedusa i migranti che protestavano contro il prelievo forzato delle impronte digitali ed il trattenimento prolungato senza basi legali, sono rientrati nel centro di Contrada Imbriacola, ma la loro protesta non è rientrata. Non lasciamoli soli.
Il centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa deve essere riconvertito a centro di soccorso e prima accoglienza (CSPA) come prevede la legge. La modalità Hot Spot imposta dall'Europa con decisioni informali e scelte di organi amministrativi, è priva di basi legali. Occorre una decisione urgente del governo, adesso che le navi umanitarie si sono ritirate e che l'isola di Lampedusa acquista una importanza ancora maggiore che in passato per lo svolgimento delle operazioni SAR ( ricerca e salvataggio della vita umana in mare). http://www.bresciaoggi.it/home/italia/migranti-msf-ultima-nave-in-porto-1.4550121
Chiudere le pratiche HOT SPOT, salvare vite umane in mare e riconoscere a tutti i diritti fondamentali della persona umana e l'accesso informato alle procedure di protezione.
http://it.radiovaticana.va/news/2016/01/07/lampedusa
.agi.it/cronaca/2016/01/07/news/proteste_per_i_migranti_a_lampedusa_sindaco_noi_ignorati
Esistono limiti precisi alla discrezionalità di polizia nello stabilire le modalità ed i tempi di prelievo delle impronte digitali ai fini del fotosegnalamento.
http://www.statewatch.org/news/2015/nov/epthinktank-eu-Fingerprinting-refugees-eurodac-regulation.pdf
Davide Camarrone 8 gennaio 2016
· Hotspot di Lampedusa, la sindaca chiede al Ministero dell’interno una verifica urgente delle procedure UE
“L’isola è luogo di primo soccorso e non può perdere il proprio ruolo per un esperimento inefficace imposto dall’UE”. Queste le parole della sindaca Giusi Nicolini alla luce delle ripetute pacifiche manifestazioni dei migranti eritrei sull’isola. A Lampedusa è stato istituito il primo hotspot d’Europa, contando forse sul fatto che la struttura di Contrada Imbriacola era modello di efficienza. Adesso, proprio a Lampedusa, emergono le criticità e i limiti dell’iniziativa europea e l’acuirsi di attrito tra il sistema hotspot e la convenzione di Dublino. “Ho chiesto che il Ministero dell’interno effettui una verifica urgente dello stato di questo esperimento denominato ‘hotspot’ – spiega la sindaca - al fine di rilevare le necessarie modifiche da apportare alle procedure imposte dall’UE all’Italia”. “Ancora una volta quindi è Lampedusa il punto di sperimentazione delle politiche sui flussi migratori, e – aggiunge Giusi Nicolini – non possiamo più permetterci il lusso di gravi errori sulla pelle dei migranti e di Lampedusa che ha già pagato un caro prezzo negli anni passati”Rientrata la protesta dei migranti eritrei che per due giorni hanno manifestato sul sagrato della chiesa San Gerlando in Lampedusa, restano i segni delle criticità che le direttive europee e l’istituzione dell’hotspot a Lampedusa hanno fin qui palesato. La sindaca di Lampedusa e Linosa aveva già rappresentato alle autorità competenti i punti deboli delle procedure. Aspetti già messi in luce dagli artefici delle ripetute proteste. “Se a protestare sono gli eritrei, che hanno diritto al ricollocamento sul territorio europeo, – aveva già dichiarato Giusi Nicolini – è evidente che qualcosa non funziona circa l’informazione che questi ricevono all’interno del centro di accoglienza”I motivi della protesta sarebbero da imputare alle carenti informazioni circa le destinazioni stabilite dalle quote di ricollocamento, l’impossibilità per i migranti di esprimere preferenze tra i paesi di destinazione e le enormi difficoltà che questi hanno nel richiedere il ricongiungimento al familiare che dopo il soccorso è stato trasferito in una struttura diversa o che già risiede in Europa. Per i due giorni di protesta, i migranti sono stati accolti all’interno della parrocchia per ripararsi dal freddo e dalla pioggia durante la notte e volontari dell’isola hanno provveduto a non fargli mancare acqua e cibo. “Lampedusa si è ancora una volta fatta carico delle mancanze altrui – spiega la sindaca – ma la cosa più importante in questo momento è che l’hotspot pregiudica il naturale ruolo di primo porto sicuro per i migranti soccorsi nel Canale di Sicilia”. La congestione del centro di prima accoglienza impedisce infatti l’ausilio della struttura in caso di necessità prioritaria di approdo dopo il soccorso in mare.
Melting Pot Europa, Action Diritti in Movimento (Roma), Confederazione Cobas, Terre des Hommes, LasciateCIEntrare, Cidis Onlus, Collettivo Askavusa Lampedusa, Arci Sicilia, La Gatta di Pezza, MiscelArti, ADIF (Associazione Diritti e Frontiere), Emmaus Villafranca, Naga Onlus, Associazione Città Migrante (Reggio Emilia), Arci Nazionale, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Rete Antirazzista Fiorentina, Accoglienza Degna (Bologna), Sportello Migranti TPO (Bologna), Umanisti di Cremona, SEL- Sinistra Ecologia e Libertà, ParalleloPalestina (Milano), Le Mafalde – Associazione interculturale di Prato, Rete Milano Senza Frontiere, Emmaus Palermo, Campagna Miseria Ladra, Palermo, Comunità Emmaus Ferrara, Associazione Laboratorio 53, Associazione Oltre il Mare Onlus, Ora in silenzio contro la guerra (Genova)
Prime adesioni individuali: Vincenzo Viviani, Martina Tazzioli (Université Aix-Marseille), Alessandra Sciurba (L’Altro Diritto Sicilia), Luca Casarini (Presidenza Sel), Leonardo Cavaliere (Minori Stranieri Non Accompagnati), Manfred Bergmann, CADI (Comitato Antirazzista Durban Italia), Caterina Donattini, Elisa Marini, Paola La Rosa, Alessio Di Florio (Associazione Antimafie Rita Atria), Orazio Irrea (Université Paris 1 – Panthéon La Sorbonne), Diletta Moscatelli, Doriana Goracci, Costanza Dolce, Enzo Arighi, Alberto Soave, Paola Sarzo, Calogero Lo Piccolo, Vincenzo Cadoni, Letizia Palumbo (Università di Palermo), Barbara Stagno, Filippo Miraglia (Vicepresidente Arci), Walter Massa (coordinatore immigrazione Arci) , Salvo Lipari (Presidente regionale ARCI Sicilia), Serena Romano (Università di Palermo), Carmelinda Cannilla (Avvocato Diritto Immigrazione), Nicola Fratojanni (Sinistra Italiana e Coordinatore Nazionale SEL) Stefano Galieni (Responsabile nazionale immigrazione Prc), Francesca Helm (Università di Padova), Vittoria Pagliuca, Luisa Gaetti, Mariangela Calderone, Emanuela Maria Bussolati, Francesco Andreini, Oana Parvan (Goldsmiths University of London), Roberto Traverso, Erasmo Palazzotto (Sinistra Italiana – SEL – Vicepresidente Commissione Esteri), Jacopo Landi (Haiticherie onlus), Federico Oliveri (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace, Università di Pisa), Maria Romano, Luca Guzzetti (Universita’ di Genova), Antonio Bruno, Norma Bertullacelli, Edo Facchinetti
http://www.centroastallipalermo.it/la-verita-sul-sistema-hot-spot-violazioni-e-illegalita-a-lampedusa-la-denuncia-delle-associazioni/
Il sindacato di polizia UGL protesta a Venezia contro il prelievo forzato delle impronte digitali, ma solo per difendere il diritto dei poliziotti a non essere indagati, e denuncia anche "associazioni dei migranti, buonisti, ecc. contro la polizia". Insomma, se ci sono magistrati e dirigenti si può anche usare la forza, basta che gli agenti non rischino di prendere denunce.
Occorre invece ripristinare lo stato di diritto, nell'interesse di tutti contro il diritto della forza che spesso sfocia nella violenza privata ed in altri reati più gravi.
Questo l'articolo de "La Nuova Venezia". Siamo avvertiti, anche i cittadini solidali che denunciano sono adesso nel mirino.
VENEZIA. «Non useremo la forza contro nessuno, se prima non ci saranno regole chiare e scritte e non interpretabili, a tutela degli operatori della polizia scientifica e dell’ufficio immigrazione. Durante le operazioni di identificazione e fotosegnalamento ci sia la presenza di un dirigente della polizia e anche del pubblico ministero di turno». A dirlo a nome del sindacato di polizia Ugl il vicesegretario nazionale, Mauro Armelao.
«Oramai tutti lo sanno che l’Europa ha bacchettato l’Italia per il mancato fotosegnalamento di numerosi migranti provenienti dall’Africa. Ovvio che il nostro Ministro, dovendo correre ai ripari emana opportune direttive al fine far fotosegnalare obbligatoriamente tutti i migranti, tant’è che agli stessi profughi, viene consegnato un modulo multilingue, che li avvisa chiaramente che dovranno essere identificati e fotosegnalati», spiega Armelao.
«Fin qui sembra tutto bello, facile e tranquillo, ma quello che ha attirato la nostra attenzione è che nella parte finale dello stesso modulo si dice anche che: “In ogni caso la polizia procedera’ all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario”.Uso della forza con chi? Con un profugo che siamo andati a prendere in mare per salvargli la vita e che dobbiamo accudire per almeno un anno o più? Esistono protocolli operativi scritti in maniera chiara e non interpretabili a tutela degli operatori della Polizia Scientifica e degli Uffici Immigrazione delle Questure, chiamati rispettivamente a fotosegnalare e ad identificare i migranti? Cosa accadrebbe agli operatori della Polizia se a qualche profugo che si rifiuta di sottoporsi al fotosegnalamento, viene causata una lesione o un trauma (distorsione polso e/o dita della mano ecc) mediante l’uso della forza? Apriti cielo!!! Bisognava fare così, dovevate fare colà, dovevate parlare, trattare, discutere, ecc ecc, le parole e i consigli di chi è seduto comodamente su una sedia in un ufficio caldo e sicuro si sprecherebbero e avanti colleghi indagati e associazioni dei migranti, buonisti ecc contro la polizia. Vogliamo da subito regole chiare, protocolli operativi, norme a tutela degli operatori di polizia e oltre a tutto questo chiediamo anche che durante le operazioni di identificazione e fotosegnalamento ci sia Sempre, e non come ora a Venezia, la presenza di un Dirigente o di un funzionario delegato che assista a tutte le operazioni e ci sia anche la presenza del Pubblico Ministero di turno che possa assistere alle operazioni e che possa rendersi conto di come gli operatori di polizia siano costretti a lavorare a mani nude per sottoporre, in maniera forzosa, al fotosegnalamento magari un migrante di 20 anni alto due metri del peso di 120 kg. Secondo noi è giusto che questo “fardello” sia equamente diviso in parti uguali e con medesime responsabilità per tutti, agenti operanti, ispettori, funzionari, Dirigenti e anche Procura della Repubblica, perché sarebbe chiamata ad intervenire in caso d’arresto o denuncia di un migrante o peggio ancora, vedere denunciato un poliziotto per aver causato delle lesioni di cui si parlava prima. Altrimenti venga il Ministro dell’Interno Alfano ad insegnarci come dobbiamo comportarci con questa tipologia dì intervento. Sempre troppo facile parlare e dare ordini. La realtà dei fatti è ben altra cosa. Qui non parliamo dell’uso della forza durante una manifestazione, qui stiamo parlando di un’eventuale uso della forza, all’interno di un ufficio, per fotografare una persona che deve rimanere ferma e seduta su una sedia e deve mettere successivamente tutti i polpastrelli e i palmi delle due mani su uno scanner apposito. Vi sembra semplice? Credeteci se una persona decide di fare resistenza passiva è pressoché impossibile che nessuno si faccia male. Quindi? Il problema sta nel Regolamento di Dublino, se la politica europea cambiasse queste regole i problemi sarebbero risolti. I migranti che si rifiutano di farsi fotosegnalare in Eurodac lo fanno solamente perché non vogliono rimanere in Italia, quindi se si cambiassero le regole, questi migranti potrebbero essere sottoposti a fotosegnalamento nel paese di arrivo, esempio in Italia, ma poi lasciati andare verso il paese europeo prescelto che dovrà curare successivamente la richiesta di asilo politico. Diciamo noi ci vuole tanto? E’ inutile voler intestardirsi nel trattenere una persona, contro la sua volontà, in un paese in cui non ha nessun amico o parente. Sapete quanta minor spesa di soldi pubblici per mantenere i profughi in Italia in attesa del riconoscimento di rifugiato? Purtroppo è tutta una questione di scelte politiche, solo la politica a livello europeo può cambiare le cose....."
http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2016/01/06/news/gli-agenti-non-fotosegnaliamo-piu-i-profughi-senza-ordini-chiari-1.12729189
Anche in Francia stato di eccezione per affrontare l'emergenza migranti nel territorio di Calais.
http://france3-regions.francetvinfo.fr/nord-pas-de-calais/delocalisation-du-camp-de-migrants-de-grande-synthe-decision-lundi-897689.html
http://www.lavoixdunord.fr/region/migrants-de-calais-le-nouveau-collectif-de-riverains-de-ia33b48581n3201074
Riceviamo dalla rete Migreurop ed inoltriamo. I cittadini solidali vengono perseguiti ovunque.
Riproponiamo ancora una volta quelle che dovrebbero essere le regole da seguire nelle procedure di fotosegnalamento nel rispetto delle norme vigenti e dei principi costituzionali.
ASGI AL
MINISTERO DELL’INTERNO: Modificare
subito le prassi amministrative per garantire sempre i diritti di ogni straniero soccorso in mare e sbarcato:
ricevere informazioni complete e comprensibili sulla sua condizione giuridica,
manifestare la volontà di presentare domanda di asilo, non essere respinto o
espulso soltanto per la sua nazionalità, non essere trattenuto soltanto per
Consiglio direttivo del 21/10/2015
che il Consiglio europeo ha approvato nel settembre 2015 le decisioni sulla
ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia verso altri Stati dell’Unione
europea, in Italia le forze di polizia e le autorità di pubblica sicurezza
sembrano avere modificato le prassi circa il soccorso, l’identificazione e
l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei migranti stranieri soccorsi e
sbarcati.
nuove prassi paiono motivate anche dall’obiettivo imposto dal Ministero
dell’Interno di attuare in Italia gli Hot Spot (metodi o luoghi, la cui
istituzione e attività è di per sé priva di alcuna efficacia giuridicamente
vincolante in Italia perché nessuna norma italiana o dell’UE li precisa) e gli
impegni presi dal Governo italiano nella Italy’s road map inviata il 15
settembre alla Commissione europea per poter fruire della ricollocazione dei
richiedenti asilo sbarcati in Italia (impegni privi di qualsiasi efficacia
giuridica diretta nel diritto nazionale perché sono inseriti in un mero
documento di lavoro riservato).
nuove prassi adottate spesso comportano atti illegittimi e lesivi dei diritti
di cui godono i migranti e i richiedenti asilo soccorsi in mare e sbarcati sul
suolo italiano. In
particolare si segnalano molti casi di provvedimenti di respingimento adottati
dai Questori nei confronti di stranieri soccorsi in mare e sbarcati sul
territorio italiano, attuati prima che potessero effettivamente manifestare la
loro volontà di presentare domanda di asilo. Tali provvedimenti sono stati
adottati soprattutto in Sicilia e nell’ambito dei cd. “Hotspot” di
recente attivazione (a Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani e Lampedusa), che
sembrano configurati come luoghi chiusi nei quali operano le forze di polizia
italiane, supportate dai rappresentanti delle agenzie europee (Frontex,
Europol, Eurojust ed EASO, l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo), in cui
gli stranieri appena sbarcati in Italia sono sottoposti a rilievi
fotodattiloscopici ai fini della loro identificazione e sarebbero poi distinti
e qualificati come richiedenti asilo o migranti economici e a seconda di questo
tipo di “catalogazione” sommaria sarebbero poi inviati alle strutture di
accoglienza per richiedenti asilo oppure sarebbero destinatari di un
provvedimento di respingimento per ingresso illegale e poi lasciati sul
territorio italiano senza alcuna misura di accoglienza non essendo comunque
possibile alcun rimpatrio.
proposito occorre ribadire l’esigenza di garantire sempre i diritti
fondamentali degli stranieri soccorsi e sbarcati, nei cui confronti invece
talvolta si adottano atti illegittimi e perciò si chiede al Ministero
dell’Interno di intervenire subito per farli cessare immediatamente e per
provvedere in modo generale a colmare eventuali lacune e a prevenire
interpretazioni o prassi non conformi alle norme vigenti in modo da evitare
discrezionalità eccessiva e il ripetersi di atti illegittimi, anche impartendo
precise direttive o circolari o predisponendo norme regolamentari.
straniero soccorso in mare e sbarcato ha il diritto di ricevere informazioni
complete e comprensibili sulla sua situazione giuridica e ha il diritto di
manifestare in qualsiasi momento (anche quando già si trova da tempo in Italia)
la volontà di presentare domanda di asilo.
tale fine le autorità che provvedono al soccorso e allo sbarco devono con la
massima cautela e comprensione (anche in rapporto alle condizioni di salute e
ai traumi patiti nel viaggio e nel salvataggio) dedicare tempo per comprendere
la situazione di ogni persona straniera soccorsa e la sua provenienza, la sua
età, i suoi legami familiari, i motivi del viaggio verso l’Italia, la presenza
di familiari in Italia o in altri Stati UE, le circostanze del viaggio e
dell’eventuale naufragio.
fare ciò è evidente che lo straniero deve potersi esprimere nella sua lingua e
deve ricevere informazioni precise e complete sulla sua condizione giuridica
nella sua lingua.
particolare deve comprendere modi e tempi per manifestare la volontà di
presentare domanda di asilo e deve comprendere tempi e modi delle procedure di
presentazione della domanda in Italia, incluse le procedure di identificazione,
nonché delle possibilità (o impossibilità) di presentare domanda di asilo in
altri Stati dell’UE e delle possibilità di essere ricollocato come richiedente
asilo in altro Stato UE.
ricorda che il decreto legislativo n. 142/2015 (attuativo della Direttiva
2013/33/UE sull’accoglienza dei richiedenti la protezione internazionale e
della Direttiva 2013/32/UE sulla qualifica della protezione internazionale)
qualifica come richiedente asilo/protezione internazionale colui che ha “manifestato
la volontà di chiedere tale protezione” (cioè prima ancora di avere
verbalizzato la richiesta) e chiarisce che le misure di accoglienza si
riferiscono ai “richiedenti protezione internazionale nel territorio nazionale, comprese le frontiere e le relative zone di transito, nonché le acque territoriali, e dei loro familiari inclusi nella domanda di protezione internazionale”
(art. 1, comma 1) e che le misure di accoglienza “si applicano dal momento della manifestazione della
volontà” (art.1, comma 2).
proposito si ricorda che le navi italiane in mare aperto sono comunque
considerate territorio italiano dall’art. 4 del codice della navigazione,
sicché di queste misure la persona deve potere fruire fin dal suo soccorso a
bordo delle navi. Nessuno
può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di
respingimento o di espulsione, lo straniero sia stato effettivamente informato
in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di manifestare la
volontà di presentare domanda di asilo, alla quale consegue il diritto ad avere
tutte le informazioni sull’accoglienza e sulla possibilità di contattare le
organizzazioni umanitarie, anche ai centri alle frontiere (come prescrive
l’art. 10-bis d.lgs. n. 25/2008, introdotto dal d.lgs. n. 142/2015).
sa, dunque, se lo straniero abbia potuto effettivamente manifestare la volontà
di chiedere la protezione internazionale, in quanto non vi è alcun controllo né
sulle navi, né negli uffici di polizia, né nei centri di accoglienza.
straniero soccorso in mare e sbarcato in Italia e sprovvisto di titoli per il
soggiorno non può essere respinto od espulso senza una valutazione completa
della situazione della persona o soltanto perché le autorità di pubblica
sicurezza presumono che la sua nazionalità o lo Stato di provenienza non abbia
alcuna rilevanza ai fini di un’ipotetica domanda di asilo o sulla base di
accordi bilaterali conclusi in forma semplificata con gli Stati di origine
è possibile comprendere quali siano i criteri in base ai quali ogni straniero
soccorso e sbarcato è poi distinto tra richiedente asilo o migrante economico e
a tal fine non può essere sufficiente neppure ciò che dice lo straniero stesso
senza un accertamento approfondito della sua situazione. Anche la Cassazione ha ribadito il dovere della
Pubblica amministrazione di informare tutti i cittadini stranieri al loro
arrivo della possibilità e del significato di avanzare una domanda di
protezione internazionale ed anzi ha espressamente affermato il principio
secondo cui “qualora vi siano indicazioni che cittadini stranieri o apolidi,
presenti ai valichi di frontiera in ingresso nel territorio nazionale,
desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, le autorità
competenti hanno il dovere di fornire loro informazioni sulla possibilità di
farlo, garantendo altresì servizi di interpretariato nella misura necessaria
per favorire l'accesso alla procedura di asilo, a pena di nullità dei
conseguenti decreti di respingimento e trattenimento” (Cass., sez. VI civ.,
ord. 5926 del 25.03.2015).
i provvedimenti di respingimento disposti dai Questori sono motivati in modo
assai sommario senza alcuna descrizione precisa e individualizzata della
situazione dell’interessato che potrebbe essere comunque inespellibile a
seguito di altre circostanze che le autorità devono rilevare d’ufficio anche a
prescindere da una sua manifestazione di volontà di presentare domanda di
asilo, perché p.es. nel suo Paese sarebbe oggetto di persecuzione (divieto di
espulsione o respingimento previsto dall’art. 19, comma 1 del d. lgs. n.
286/1998) o di violenze o di conflitti o di torture o di trattamenti inumani o
degradanti (divieto imposto ad ogni Stato dall’art. 3 CEDU).
ogni caso una persona che entri irregolarmente nel territorio dello Stato,
ma che manifesta la volontà di presentare domanda di asilo in via generale
non può mai essere destinatario di un provvedimento di
respingimento (art. 10, comma 4, e art. 19, comma 1 d. lgs. n. 286/1998).
allorché una persona manifesti volontà di presentare domanda di asilo dopo che
ha già ricevuto un provvedimento di respingimento ha comunque diritto di
restare sul territorio dello Stato fino alla decisione definitiva sulla sua
domanda (art. 7 d. lgs. n. 25/2008) e il Questore deve comunque revocare il
provvedimento che in base all’art. 10, comma 4 d. lgs. n. 286/1998 cessa di
avere efficacia in caso di applicazione delle norme sul diritto di asilo; in
tali ipotesi va altresì revocato, perché privo di ogni base giuridica anche
l’ordine di lasciare il territorio nazionale impartito dal questore ai sensi
dell’art. 14, comma 5-bis d. lgs. n. 286/1998 e dunque in tali casi non si può
neppure disporre il trattenimento di questo straniero per il solo fatto che non
ha ottemperato a tale ordine.
ogni provvedimento di respingimento deve ritenersi comunque nullo allorché lo
straniero sia stato ammesso nel territorio dello Stato per necessità di
pubblico soccorso quando è stato soccorso in acque internazionali ed è
giunto in Italia soltanto perché trasportato in Italia da una nave che
l'ha soccorso in virtù degli obblighi previsti dal diritto internazionale del
ogni caso, le persone salvate e sbarcate che sono oggetto di respingimento (ma
ciò avviene anche in diversi aeroporti e porti italiani) sono stranieri che
avrebbero dichiarato di essere migranti economici e che perciò consapevolmente
dichiaravano di non volere protezione e di essere quindi migranti economici.
più probabilmente si è trattato di casi di fraintendimento
derivante dal fatto che taluni stranieri sono analfabeti o non comprendono bene
la lingua con cui si parla loro o i moduli che sono loro forniti, il che è
stato verosimilmente favorito dalle forze di polizia, che (tra l'altro) in
questi giorni hanno apprestato un formulario da sottoporre ai richiedenti al
loro arrivo, strutturato in forma di risposta multipla relativa alle ragioni
per le quali si è deciso di venire in Italia, in cui compaiono diverse possibili
risposte legate a motivazioni economiche, ma non l'intenzione di richiedere
protezione internazionale. Al contempo, è noto come nel corso dell'ultimo anno
moltissimi cittadini egiziani e tunisini sbarcati in Sicilia siano stati
rimpatriati forzatamente nell'immediatezza del loro arrivo, subito dopo una
intervista condotta tramite un mediatore delle forze dell'ordine dalla quale
emergeva che l'interessato non voleva avanzare domanda di protezione
internazionale ma era giunto in Italia per ragioni esclusivamente economiche.
L'intervista era condotta senza la presenza di un avvocato o di un organo di
garanzia. Appare poco plausibile che nessuno di questi stranieri avesse voluto
presentare la domanda di protezione internazionale, mentre è ragionevole
supporre che le forze di polizia abbiano indotto lo straniero ad essere
definitiva, nessuna norma attribuisce alle forze di polizia la facoltà di
distinguere tra richiedenti asilo (inespellibili) e migranti economici
irregolari (espellibili), sicché i fatti che si ripetono con costanza in
questi giorni sono realisticamente da imputare a una prassi illegittima delle
forze dell'ordine contraria alla normativa italiana ed europea e configurante
verosimilmente un comportamento illecito. Occorre
dunque cambiare fin da subito questa prassi, modificare i formulari di
pre-identificazione prevedendo espressamente anche la richiesta di asilo e di
protezione internazionale ed anzi fare in modo che in tutti i
valichi di frontiera e nei luoghi preposti alla raccolta delle domande di asilo
e/o all'identificazione degli stranieri giunti irregolarmente sia comunque
previsto in modo chiaro e riconoscibile (anche scritto in varie lingue
conoscibili agli stranieri) un canale o uno sportello che consenta sempre la
presentazione delle domande di asilo. In
ogni caso è forte il dubbio che la selezione tra richiedenti asilo e “migranti
economici” avvenga sulla base di affermazioni fatte nell’immediatezza del
soccorso dagli stranieri che spesso si trovano in situazione di disorientamento
o di impaurimento e che non sono completamente informati delle conseguenze
delle loro affermazioni oppure sulla base della nazionalità dichiarata dagli
stranieri sbarcati o meramente supposta, il che però viola sia il diritto
d’asilo (che consente a chiunque di avere accesso alla procedura per l’esame
della propria domanda da parte della competente autorità, cioè in Italia le
internazionale), sia il divieto di espulsioni o respingimenti collettivi,
previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione europea dei diritti
umani, reso esecutivo in Italia con d.p.r. 14 aprile 1982, n. 217, la cui
violazione da parte dell’Italia è già stata accertata più volte dalla Corte
europea dei diritti dell’uomo, che l’ha condannata perché sulle navi o nei
centri di primo soccorso e accoglienza il respingimento è stato disposto senza
alcuna forma di esame individuale di ogni straniero o da parte di personale
impreparato per effettuare delle interviste a ciascuno e senza che i respinti
abbiano avuto a disposizione degli interpreti o dei consulenti legali e ciò per
la Corte è sufficiente per affermare l’assoluta assenza di garanzie sufficienti
per valutare realmente ed individualmente la situazione dei migranti presi a
bordo o soccorsi a terra. (si vedano le sentenze della Cedu 21.10.2014, caso
16643/09 Sharifi e altri contro Italia e Grecia, caso 27765/09 23.02.2012 Hirsi
Jamaa ed altri c. Italia). In
particolare, la Corte, proprio a proposito di respingimenti disposti dal
Questore nei confronti di stranieri (tunisini) soccorsi e ospitati in un centro
di primo soccorso e accoglienza, ha affermato che il divieto di espulsioni
collettive è violato ogniqualvolta decreti di respingimento siano disposti nei
confronti di stranieri della medesima nazionalità che si trovino in analoghe
circostanze e non contengano alcun riferimento alla situazione personale degli
interessati ovvero non si possa provare
che i colloqui individuali sulla situazione specifica di ogni straniero si
siano svolti prima dell'adozione di questi decreti, ovvero allorché gli accordi
bilaterali con i loro Stati di provenienza non sono stati resi pubblici e
prevedano il rimpatrio dei migranti irregolari tramite procedure semplificate,
sulla base della semplice identificazione della persona interessata da parte
delle autorità consolari (si veda la sentenza della CEDU 1.09.2015 Khlaifia e
altri c. Italia nella causa n. 16483/12).
proposito è inquietante che nel documento Italy’s Roadmap si affermi che
il Ministero dell’Interno sta cercando di stipulare Accordi veloci con alcuni
paesi per agevolare i rimpatri forzati; tra essi vi sono Paesi dai quali
provengono gran parte dei richiedenti asilo in Italia (Gambia, Costa d’Avorio,
Pakistan, Bangladesh) e che hanno diritto di accesso alla procedura per l’esame
della domanda ed eventualmente a rivolgersi all’Autorità giudiziaria in caso di
tratta, in ogni caso, di accordi che comportano atti di natura politica
(trattandosi spesso di accordi con regimi non democratici) o che incidono su
materia coperta da riserva di legge e perciò devono essere comunque sottoposti
a legge di autorizzazione alla ratifica da parte delle Camere ai sensi
dell’art. 80 Cost., in mancanza della quale la loro applicazione è del tutto
straniero soccorso in mare e sbarcato può essere sottoposto ad identificazione
soltanto nei casi, nei modi e nei termini previsti dalle norme UE e dalle norme
italiane, ma in generale non può essere
sottoposto a misure coercitive per i rilievi fotodattiloscopici, né può essere
trattenuto con misure coercitive al solo fine di essere identificato Il regolamento UE n. 603/2013 del Parlamento europeo
e del Consiglio del 26 giugno 2013 (entrato in vigore il 20 luglio 2015)
istituisce il sistema EURODAC e prescrive di effettuare i rilievi
fotodattiloscopici nei confronti di stranieri di età non inferiore a 14 anni
che abbiano presentato domanda di protezione internazionale (art. 9), o che siano fermati dalle
competenti autorità di controllo in relazione all'attraversamento irregolare
via terra, mare o aria della frontiera in provenienza da un paese terzo e che
non siano stati respinti, o che rimangano fisicamente nel territorio e che non
siano in stato di custodia, reclusione o trattenimento per tutto il periodo che
va dal fermo all'allontanamento sulla base di una decisione di respingimento
(art. 14) e in entrambi i casi i rilevamenti devono essere effettuati quanto
prima e devono essere trasmessi al sistema centrale EURODAC entro 72 ore.
In presenza di tali obblighi identificativi da parte delle autorità la
legislazione italiana consente agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza al
più di accompagnare gli stranieri per l’identificazione (art. 4 testo unico
delle leggi di pubblica sicurezza, art. 6, comma 4 d. lgs. n. 286/1998) e in
particolare l’identificazione del richiedente asilo può essere effettuata
presso luoghi aperti e non già presso luoghi “chiusi”, cioè deve avvenire
presso i centri di primo soccorso e accoglienza (art. 8, comma 2 d. lgs. n.
142/2015) o presso i centri governativi di prima accoglienza (art. 9 d. lgs. n.
142/2015) o presso le questure (art. 11,
comma 4 d. lgs. n. 142/2015), salve le ipotesi di richiedente asilo che sia
trattenuto in un centro di identificazione ed espulsione. Infatti, i rilievi fotodattiloscopici non possono
avvenire con misure limitative della libertà personale fuori delle ipotesi
previste dalla legge di trattenimento in un centro di identificazione e di
espulsione disposto nei confronti di straniero già espulso (art. 14 d. lgs. n.
286/1998), o nei confronti di richiedenti asilo che abbiano presentato la
domanda di asilo quando erano già destinatari di provvedimenti di espulsione o
sottoposti a provvedimento di trattenimento (cioè che chiedano asilo dopo quei
provvedimenti), o che siano ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza
pubblica (avendo subito condanne per determinati reati) o se pericolosi
socialmente o sospetti terroristi, o nel caso di rischio di fuga (se il
richiedente asilo ha, precedentemente alla domanda di asilo, fornito
sistematicamente false generalità al solo scopo di impedire l’esecuzione o
l’adozione del provvedimento di espulsione) (art. 6 d. lgs. n. 142/2015).
Al di fuori di quelle ipotesi, dunque, non è
legittimo alcun trattenimento dei richiedenti asilo.
Anche il regolamento UE che istituisce EURODAC
ingiunge di effettuare i rilievi quanto prima, mentre il termine di 72 ore
riguarda soltanto la trasmissione dei rilievi già fatti agli organismi europei
e non autorizza di per sé alcuna forma di trattenimento.
Inoltre ogni eventuale imposizione al richiedente
asilo a non lasciare un determinato luogo o a soggiornare in un altro
determinato luogo può derivare soltanto dagli obblighi di permanenza notturna
nei centri governativi di accoglienza (art. 10 d. lgs. n. 142/2015), mentre in
tutti gli altri casi altri vincoli non sono previsti e al singolo richiedente
asilo non trattenuto in un CIE può essere al più soltanto imposto l’obbligo di
un determinato luogo di residenza o di una area geografica in cui circolare, ma
tali eventuali restrizioni devono essere prescritte volta per volta dal
Prefetto del luogo in cui la domanda è stata presentata o in cui si trova il
centro con atto scritto e motivato e comunicato ad ogni richiedente asilo (art.
5, comma 4, d. lgs. n. 142/2015).
Perciò, qualsiasi altra forma di privazione della
libertà in questa fase è da considerarsi illegittima per violazione dell’art.
13 Cost. (probabilmente configurando un reato di sequestro di persona) al
di fuori delle ipotesi di accompagnamento presso gli uffici di polizia previsti
per tutti coloro (italiani o stranieri) che rifiutino di farsi identificare
(art. 11 d.l. 21.03.1978, n. 59, conv. in legge n. 191/1978) e al di fuori del
fermo identificativo previste per tutti i cittadini (anche italiani), ipotesi
nelle quali l’accompagnamento e il fermo sono da effettuarsi sotto il controllo
costante della magistratura penale e con la possibile partecipazione di un
difensore e comunque per un periodo non superiore alle 24 ore. Non sono
previste, in altre termini, nuove forme di detenzione o di trattenimento.
Conseguentemente, sono da ritenersi illegittime le pratiche occasionalmente
utilizzate nel centro di Pozzallo nel recente passato (e testimoniate da
importanti organizzazioni no profit) e soprattutto sono illegittime
le intenzioni del Governo italiano che nella RoadMap ha assicurato
alle istituzioni europee che in questi centri di primo soccorso i cittadini
stranieri saranno privati della loro libertà fino al momento della
La normativa italiana non consente in alcun modo di
utilizzare la forza per vincere la resistenza passiva dei cittadini stranieri
che si rifiutano di farsi identificare. L'Asgi ha già avuto modo di
stilare un documento in cui dettagliatamente si evidenzia l'impossibilità da
parte delle forze dell'ordine di fare uso della forza per costringere i
cittadini stranieri a sottoporsi al rilevamento delle impronte. I comportamenti
contrari a tale divieto assumono un rilievo penale (maltrattamenti, lesioni o
Pertanto si chiede che il Ministero dell’Interno
provveda immediatamente e nelle apposite linee guida sui centri di accoglienza
per richiedenti asilo chiarisca la natura giuridica degli hotspot, fermo
in ogni caso il rispetto del diritto di asilo garantito dall’art. 10, comma 3
Cost. e delle riserve assolute di legge e delle riserve di giurisdizione per le
misure restrittive della libertà personale previste dall’art. 13 Cost., e che
negli “hotspot” sia consentita una immediata e completa informazione circa il
diritto di chiedere la protezione internazionale, senza che in essi avvenga
alcuna forma di artificiosa selezione tra richiedenti asilo e migranti
economici senza discriminazioni basate su criteri vietati dalla legge e
consentendo che in tali strutture sia sempre garantita la presenza dell’UNHCR e
delle associazioni umanitarie.