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Timestamp: 2019-02-21 15:50:55+00:00
Document Index: 94462454

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 58', 'art. 2049', 'art. 112', 'art. 113', 'art. 2087', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 2049', 'art. 2049', 'art. 360', 'art. 2049', 'art. 366', 'art. 2049', 'art. 360', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 366', 'art. 366', 'art. 360', 'art. 2059', 'art. 360', 'art. 366']

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 14 gennaio 2014, n. 531. La mancanza di danno biologico non esclude la configurabilità in astratto di una danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno dinamico-relazionale, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto. Inoltre quando il fatto lesivo ha profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come nel caso di specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 14 gennaio 2014, n. 531. La mancanza di danno biologico non esclude la configurabilità in astratto di una danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un danno dinamico-relazionale, quale conseguenza, autonoma, della lesione medicalmente accertabile, che si colloca e si dipana nella sfera dinamico-relazionale del soggetto. Inoltre quando il fatto lesivo ha profondamente alterato il complessivo assetto dei rapporti personali all’interno della famiglia, provocando, come nel caso di specie, una rimarchevole dilatazione dei bisogni e dei doveri ed una determinante riduzione, se non annullamento, delle positività che dal rapporto parentale derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita del genitore in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai bisogni del figlio, sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti, deve senz’altro trovare ristoro nell’ambito della tutela ulteriore apprestata dall’art. 2059 cod. civ. in caso di lesione di un interesse della persona costituzionalmente protetto
suprema CASSAZIONE CIVILE
Sentenza 14 gennaio 2014, n. 531
T.N. e M.E., genitori di T.S., agirono innanzi al Tribunale di Taranto nei confronti dell’ing. L.N., di m.c. e dell’ing. P.V. per il risarcimento dei danni da essi subiti in dipendenza dell’evento dannoso causativo dell’invalidità totale del figlio, esponendo che la ditta Ma. operava su commissione dell’Impresa L. e precisando che, in sede penale, era stato accertato che la caduta dell’impalcato era ascrivibile alle manomissioni degli elementi portanti operate dalla ditta m., nonchè alla carenza di controlli e al comportamento gravemente omissivo dell’Impresa L. e del suo direttore tecnico P.V..
1. In ordine alla responsabilità dell’evento la Corte di appello ha ritenuto che la rovinosa caduta dall’impalcatura di T.S. e le conseguenti gravissime lesioni dallo stesso riportate nell’incidente siano state determinate dalla concorrente condotta, commissiva e omissiva, di m.c., dell’ing. P.V. e di Ma.Ni. e, precisamente: dal m., quale titolare dell’omonima ditta, per le manomissioni operate sull’impalcatura, senza poi provvedere al ripristino a regola d’arte (in particolare aggiungendo due monconi, anzichè sostituire in toto i due traversi tagliati) al termine dei lavori ad essa affidati;
dal Ma., quale titolare dell’omonima ditta, contrattualmente tenuta a dare indicazione sui ponteggi necessari per l’installazione, per avere, con negligenza e imperizia, impartito ordini e disposizioni concernenti anche lo spostamento dei puntelli sull’impalcatura, senza accorgersi o, comunque, senza tenere conto del nuovo assetto creato dalla ditta m..
In ordine alla gravità delle rispettive colpe, costituente lo specifico oggetto dei gravami, la Corte territoriale ha ritenuto che il contributo causale del m. fosse inferiore, in ragione del 20%, rispetto a quello del P. e del Ma., atteso che il primo, dopo la rimozione di parte dell’impalcatura, aveva riconsegnato il cantiere all’appaltatore e al direttore dei lavori, facendo (colpevolmente) affidamento sulla diligenza di quanti avrebbero poi utilizzato l’impalcatura, sicchè la negligenza di questi ultimi ( P. e Ma.), intervenuti successivamente, appariva senz’altro maggiore rispetto a quella della ditta m. e pari al 40% per ciascuno di essi.
2. Il ricorso – avuto riguardo alla data della pronuncia della sentenza impugnata (successiva al 2 marzo 2006 e antecedente al 4 luglio 2009) – è soggetto, in forza del combinato disposto di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 27, comma 2 e della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58, alla disciplina di cui agli artt. 360 cod. proc. civ. e segg. come risultanti per effetto del cit. D.Lgs. n. 40 del 2006.
3. I suddetti motivi, per l’evidente connessione logico-giuridica, sono suscettibili di esame unitario, giacchè, sotto vario profilo, sono prospettati, tutti, sulla base del medesimo assunto e, cioè, che la Corte territoriale, riconoscendo la responsabilità del L. ex art. 2049 cod. civ., per il fatto del proprio dipendente P., abbia accolto altra e diversa domanda rispetto a quella, per fatto proprio, che sarebbe stata proposta nell’atto introduttivo del giudizio nei confronti dell’odierno ricorrente. Ciò avrebbe comportato la violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, nonchè l’inammissibile mutamento del thema decidendum in appello e, in ultima analisi, una decisione “a sorpresa”, per non essere stata previamente sottoposta la questione al contraddittorio delle parti.
3.2. Soprattutto i suddetti motivi di ricorso prescindono totalmente dall’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui il principio – in base al quale sussiste vizio di “ultra” o “extra” petizione ex art. 112 cod. proc. civ. quando il giudice pronunzia oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, ovvero su questioni non formanti oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato – va posto in immediata correlazione con il principio iura novit curia di cui all’art. 113 cod. proc. civ., comma 1, rimanendo pertanto sempre salva la possibilità per il giudice di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite, nonchè all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti (cfr. ex multis, Cass. 19 aprile 2013, n. 9590). Inoltre nell’esercizio del potere di interpretazione o qualificazione della domanda, il giudice di merito non è in alcun modo condizionato dalle formule adottate dalla parte, non deve attenersi alla mera lettera degli atti in cui le domande risultino articolate, ma deve aver riguardo, piuttosto, al contenuto sostanziale delle pretese, desumibile dalla natura delle situazioni dedotte in giudizio; tenendo conto anche delle eventuali precisazioni effettuate nel corso del giudizio medesimo (principio pacifico: cfr. Cass. 14 marzo 2006, n. 5442; Cass. 15 gennaio 1999, n. 383). In particolare l’accertamento del tipo di responsabilità azionato prescinde dalle qualificazioni operate dall’attore, anche attraverso il richiamo strumentale a singole norme di legge, quali l’art. 2087 o l’art. 2043 cod. civ., mentre assume rilievo decisivo la verifica dei tratti propri dell’elemento materiale dell’illecito come enunciato dalla parte entro i limiti fissati per la precisazione del thema decidendum et probandum. E ciò può avvenire anche in sede di gravame, giacchè l’attore, totalmente vittorioso in primo grado, non ha l’onere di proporre appello incidentale al fine di far valere la possibilità che la responsabilità del danneggiante, accertata in primo grado sul piano fattuale, sia riconducibile a una diversa fonte, mentre rientra nel potere ufficioso del giudice di merito, in qualsiasi fase del procedimento, il compito di qualificare giuridicamente la domanda e di individuare conseguentemente la norma applicabile (cfr. Cass. 18 luglio 2011, n. 15724). Inoltre, se è vero che il giudice del merito incontra, comunque, il limite di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, con divieto di sostituire d’ufficio una diversa azione a quella formalmente proposta (onde esorbita dall’ambito della mera interpretazione e qualificazione della domanda quando sostituisca la causa petendi dedotta in giudizio con una diversa basata su fatti diversi da quelli allegati dalla parte), è anche vero che per causa petendi, idonea ad identificare la domanda, debbono intendersi non solo e non tanto le ragioni giuridiche addotte a fondamento della pretesa avanzata, quanto e soprattutto l’insieme delle circostanze di fatto che la parte pone a base della propria richiesta.
3.3. Orbene, nella specie, per quanto è dato desumere dall’atto introduttivo del giudizio e dalla stessa sentenza impugnata (in difetto di specifiche e diverse indicazioni di parte ricorrente), la domanda è stata concepita in termini tali da abbracciare ogni titolo idoneo ad ottenere la reintegrazione del proprio patrimonio, posto che risulta evidenziato che tutti i convenuti erano “ciascuno per quanto di competenza e ragione nei loro rapporti, comunque, solidalmente responsabili” e sottolineato, con specifico riferimento all’odierno ricorrente, “il comportamento gravemente omissivo dell’Impresa L. e del suo direttore tecnico, l’altro convenuto P.”, in tal modo alludendo, in modo sufficientemente chiaro, a situazioni di fatto suscettibili di essere valutate come idonee, in quanto compiutamente precisate, ad integrare la fattispecie contemplata dall’art. 2049 cod. civ..
4. Con il quarto motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2049 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 per avere la Corte territoriale erroneamente affermato la responsabilità del L. ai sensi dell’art. 2049 cod. civ.. A conclusione del motivo si chiede a questa Corte ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ. di dire “se, ove taluno (nella specie, il Ma.Ni.), per eseguire un determinato lavoro (nella specie: la posa in opera degli ascensori) impartisca direttive a persona non alle proprie dipendenze, debba essere considerato committente, ai fini della responsabilità ex art. 2049 c.c., solo colui che ha fatto eseguire il lavoro (nella specie: il Ma.Ni.)”.
5. Con il quinto motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 342, 343 e 345 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. A conclusione del motivo si chiede a questa Corte ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ. di dire “se la decisione del Giudice di appello può dar luogo ad una reformatio in peius in danno dell’appellante principale nonostante il rigetto dell’appello incidentale proposto nei suoi confronti e se l’impugnazione con la quale uno dei soggetti riconosciuti responsabili censuri il fatto del riconoscimento della sua responsabilità possa – per il caso di rigetto di tale doglianza – giustificare una statuizione diversa rispetto alla sentenza di primo grado sulla ripartizione pro quota della sua responsabilità”.
6. I motivi sesto, settimo, ottavo e nono sono, tutti, diretti a contestare la responsabilità del P. per mancanza del nesso causale tra la condotta ascrittagli e l’evento lesivo, nonchè per mancanza di colpa.
6.3. Con l’ottavo motivo di ricorso si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 sul presupposto che la Corte di appello abbia fatto incoerente riferimento ad un diniego di autorizzazione da parte del P. in ordine alle manomissioni operate dalla ditta m..
7. Tutti i predetti motivi sono inammissibili per mancanza del necessario momento di sintesi che, ai sensi della seconda parte dell’art. 366 bis cod. proc. civ., deve corredare la censura motivazionale, come quelle all’esame. Invero “la chiara indicazione”, richiesta dalla seconda parte dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 deve consistere in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, da cui risulti non solo “il fatto controverso” in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ma anche – se non soprattutto – “la decisività” del vizio, e cioè le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (cfr. Sez. Unite, 1 ottobre 2007, n.20603; Cass. ord., 18 luglio 2007, n.16002;
Cass. ord. 7 aprile 2008, n.8897). Tale requisito non può, dunque, ritenersi rispettato quando solo la completa lettura dell’illustrazione del motivo – all’esito di un’interpretazione svolta dal lettore, anzichè su indicazione della parte ricorrente – consenta di comprendere il contenuto ed il significato delle censure (Cass., ord. 18 luglio 2007, n. 16002).
8. Con il decimo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 cod. civ. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. A conclusione del motivo si chiede a questa Corte ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ. di dire “se il danno esistenziale è suscettibile di autonoma valutazione rispetto al danno biologico o se invece va considerato nell’ambito di quest’ultimo come componente di esso”.
Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 24 febbraio 2014, n....