Source: http://dirittolavoro.altervista.org/mobbing_tempio_pausania.html
Timestamp: 2017-09-26 09:14:57+00:00
Document Index: 71355279

Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'art. 2087', 'art. 2059', 'art. 185', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1226', 'sentenza ']

MOBBING NEL PUBBLICO IMPIEGO E DANNO ESISTENZIALE
Tribunale di Tempio Pausania (sez. lav. 1° grado) – 10 luglio 2003 – Giud. Ponassi – Fideli Angela Natalia (avv. Mastino) c. Comune di Loiri Porto San Paolo (avv. Arasa).
Mobbing da demansionamento, persecuzione disciplinare, impedimento al conseguimento della qualifica di agente di pubblica sicurezza, isolamento logistico dai colleghi e da comportamento vessatorio posto in essere dal Sindaco (con abuso di autorità) a carico di un agente femmina, protrattosi per 18 mesi – Risarcimento sia del danno patrimoniale, correlato alla perdita di indennità connesse alle mansioni sottratte sia del danno esistenziale (per demansionamento, perdita di immagine, vessazioni, sofferenze da ambiente ostile, ecc.) - Spettanza.
Pur non potendosi qui ripercorrere i vari orientamenti consolidatisi nel tempo, ciò che va, riassuntivamente rilevato è che le fonti della responsabilità del datore di lavoro sono state individuate sia nel generale obbligo del neminem laedere, espresso dall'art. 2043 c.c., la cui violazione è fonte di responsabilità extracontrattuale, sia nel più specifico obbligo di protezione dell'integrità psico-fisica del lavoratore sancito dall'art. 2087 c.c. ad integrazione, ex lege, delle obbligazioni nascenti dal contratto di lavoro, la cui violazione è fonte di responsabilità contrattuale.
Come noto, la giurisprudenza ha da tempo superato la ripartizione del danno non patrimoniale nelle categorie del danno biologico e del danno morale, elaborando la categoria del danno esistenziale che comprende qualsiasi danno che l'individuo subisce alle attività realizzatrici della propria persona (Cass. 7713/00). Vanno richiamate, a questo riguardo, le recenti sentenze della S.C. (8827/03 e 8828/03) con le quali si afferma che la tradizionale restrittiva lettura dell'art. 2059 c.c., in relazione all'art. 185 c.p., come diretto ad assicurare tutela soltanto al danno morale soggettivo, alla sofferenza contingente, al turbamento dell'animo transeunte determinati da fatto illecito integrante reato, non può essere ulteriormente condivisa. In tali sentenze si afferma, infatti, che deve intendersi ormai acquisito all'ordinamento positivo il riconoscimento della lata estensione della nozione di danno non patrimoniale inteso come danno da lesione di valori inerenti alla persona e non più solo come danno morale soggettivo.
Analogamente, la Corte Costituzionale (n. 233/03) ha affermato che può dirsi ormai superata la tradizionale affermazione secondo la quale il danno non patrimoniale riguardato dall'art. 2059 c.c. si identificherebbe con il cosiddetto danno morale soggettivo e – richiamando anch'essa le sentenze della Suprema Corte sopra indicate (n. 8827/03 e 8828/03) rileva che è stato ricondotto a razionalità e coerenza il tormentato capitolo della tutela risarcitoria del danno alla persona, con la prospettazione di un'interpretazione costituzionalmente orientata dall'art. 2059 c.c., tesa a ricomprendere nell'astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona: dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima, sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell'interesse, costituzionalmente garantito, all'integrità psichica e fisica della persona, sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di altri interessi di rango costituzionale inerenti alla persona.
Deve peraltro ricordarsi che, sul punto della liquidazione del danno al lavoratore mobbizzato, la giurisprudenza di merito tende a considerare tra i parametri cui fare riferimento, anche quello dell'ammontare dello stipendio.
Orbene, nel caso oggetto di esame é dato ravvisare, alla luce delle considerazioni sin qui svolte, tutte le caratteristiche tipiche dell'attività di mobbing.
E’ stata, inoltre, acquisita la prova in ordine al fatto che l'attività mobbizzante posta in essere nei confronti della ricorrente le abbia procurato una serie di pregiudizi, tra cui un danno biologico consistente nell'insorgere di una sindrome depressiva, attestata dalla documentazione versata in atti. Anche se in passato la ricorrente ha presentato sporadici stati ansiosi, reattivi a dinamiche conflittuali relazionali, per i quali ha praticato sporadici controlli di contenimento presso il CIM di Olbia (quattro in tutto tra il 1991 e il 1994) senza necessità di alcuna terapia farmacologica, tale circostanza non vale, però, a far venir meno il nesso causale tra l'attività di mobbing, dalla stessa subita, ed il danno biologico per la sindrome ansioso depressiva derivatane, con conseguente responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 2087 c.c.
Compete ad essa, pertanto, il risarcimento del danno patrimoniale consistente nella perdita dell’indennità mensile lorda di vigilanza per 18 mesi (quantificabile in euro 495,95) nonché dello straordinario (per complessivi euro 206,58). Relativamente al danno non patrimoniale, devono distinguersi, ai fini della sua liquidazione, il danno biologico e quello che, più in generale, rientra nella categoria del danno esistenziale – comprendente, dunque, il danno da demansionamento, il danno all'immagine e, più in generale, le sofferenze patite dalla ricorrente per aver lavorato, per un lasso di tempo di molti mesi, in un ambiente ostile, dove ripetutamente venivano emessi nei suoi confronti provvedimenti, disciplinari e non, aventi natura pregiudizievole. Sulla base di un criterio equitativo – e tenuto conto, quali parametri ai fini della quantificazione, anche del lasso di tempo in cui il mobbing si è protratto e del tipo di patologia insorta a causa di esso (che non ha però comportato, per quanto risulta in atti, effetti permanenti sulla salute della ricorrente), si ritiene di liquidare il danno non patrimoniale subito dalla ricorrente nella complessiva somma di € 10.329,14.
Il primo significativo carteggio (in ordine cronologico) rinvenibile negli atti è quello relativo alla richiesta di mobilità, formulata dalla ricorrente in data 27 maggio 1998 deducendo la sussistenza di motivi familiari – richiesta respinta dal Sindaco con una missiva, datata 28 maggio, che lascia intendere in modo del tutto palese la sussistenza di un rapporto conflittuale tra il Sindaco e l'odierna ricorrente. Mentre la richiesta dell'A.P.M. Fideli appare del tutto sobria e corretta nei toni (“La sottoscritta ... chiede di essere trasferita nei ruoli del Comune di San Teodoro per i seguenti motivi: motivi familiari. Si allega curriculum. Certa di una vostra risposta porgo distinti saluti”), la risposta del Sindaco esprime, con toni esacerbati, un profondo fastidio per lo stato dei rapporti personali con la ricorrente. Questo, infatti, il tenore del provvedimento: “La sua richiesta di trasferimento nei ruoli del Comune di Olbia mi coglie di sorpresa, e ritengo il Suo comportamento censurabile poiché nasce innegabilmente da una Sua, più volte dimostrata, allergia per gli ordini e le decisioni che Le vengono impartiti. Il Suo palese risentimento per non aver ottenuto con immediatezza quanto richiesto, La porta ad avere verso il sottoscritto e verso l'Amministrazione un comportamento astioso oltre che dispettoso. Resta il mio personale rammarico anche per il fatto che Lei non ha sentito il dovere di manifestare il suo intendimento di persona, come altre volte è capitato. La sua richiesta è, per il momento, rigettata. La invito comunque, per l'avvenire, ad astenersi da comportamenti di insofferenza continua nei confronti di tutti, amministratori, dirigenti e cittadini. Colgo altresì l'occasione per sottolinearLe che è dovuto per dipendenza gerarchica o, quanto meno, per rispetto ed educazione, rivolgere il saluto verso gli Amministratori comunali e verso il Segretario comunale.”
Anche in questo caso, la motivazione del provvedimento è assai vaga, facendo riferimento ad episodi indicati molto genericamente (“Incresciose situazioni di conflittualità con gli utenti...”) che se, da un lato, non vengono formalmente contestati sotto il profilo disciplinare, pure sembra vengano ascritti a mancanze (o all'inadeguatezza) della ricorrente – con il risultato pratico che quest'ultima viene privata delle mansioni più qualificanti della propria funzione senza venire previamente posta in condizione di poter fornire elementi a propria discolpa.
E' lo stesso Sindaco, peraltro, che con il provvedimento in data 6 luglio 1999 (in cui contesta all'A.P.M. Fidel una serie di illeciti disciplinari) evidenzia l'importanza fondamentale, nella vicenda de qua, del deterioramento dei propri rapporti personali con la predetta – deterioramento che egli stesso ascrive, in buona misura, al fatto che ella non aveva accettato di buon grado l'archiviazione della pratica volta ad ottenere la qualifica di agente di pubblica sicurezza.
Si pensi all'episodio avvenuto in data 2 novembre 1999, allorché la ricorrente stava parlando di una questione di lavoro con l'addetta all'Ufficio Servizio Elettorale, P. C.; il Sindaco ha apostrofato entrambe le dipendenti dicendo loro ”Smettete di fare salotto e lavorate” e si è poi rivolto alla sola ricorrente urlandole “Questo non è il tuo posto di lavoro. Torna al tuo posto di lavoro!” Il fatto, come dedotto in ricorso, è stato pienamente confermato dalla teste P. C., la quale ha altresì precisato quanto segue: che la ricorrente si trovava nell'Ufficio Elettorale in quanto doveva ritirare un atto da notificare ad uno scrutatore risultato irreperibile e che, in un successivo incontro con il Sindaco (incontro sollecitato dalla P. C. per chiedere spiegazioni sull'accaduto, ed al quale ella si era recata con un proprio rappresentante sindacale), costui si era limitato ad affermare che non ce l'aveva con lei, bensì con la F.. Anche il teste P. (Responsabile dei Vigili Urbani all'epoca dei fatti) ha deposto che quel giorno aveva egli stesso dato disposizioni alla ricorrente affinché si recasse presso l'ufficio della P. C., per ragioni di servizio.
A tale quesito può, ad opinione di questo Giudice, rispondersi positivamente, sol che si consideri che il mancato saluto, da parte della ricorrente, si inserisce in una situazione di conflitto personale ormai esacerbato (tra il Sindaco e la ricorrente) originato, secondo quanto affermato in più occasioni dallo stesso Sindaco, proprio dall'intervento posto in essere dal medesimo per ottenere l'archiviazione della pratica avviata dalla ricorrente per ottenere la qualifica di agente di pubblica sicurezza – e, dunque, ad opinione di questo Giudice, da un atto sicuramente illegittimo. In tale situazione di accentuata tensione, la richiesta di sanzionare il mancato saluto (verificatosi in un'occasione) con la multa di importo pari a 4 ore di retribuzione pare, comunque, eccessiva – anche perché, da un lato, sembra che neppure il Sindaco abbia rivolto il saluto alla ricorrente, e, dall'altro, non può sottacersi che egli, per primo, non ha improntato il proprio comportamento, nei confronti della ricorrente, secondo canoni di formale rispetto. Basti pensare, a questo proposito, al fatto che le contestazioni orali sono state talvolta formulate, alla ricorrente, alla presenza di terzi e alzando la voce, nonché al fatto che mentre la ricorrente si rivolge al Sindaco usando il “lei” (v. quanto riferito dal Sindaco nello stesso provvedimento del 13 dicembre 1999) il Sindaco, nei confronti della ricorrente, usa disinvoltamente il “tu” (v. dichiarazioni della teste P. C., in relazione all'episodio del richiamo orale in data 2 novembre 1999).
Alle deposizioni da ultimo menzionate (F. e V.) questo Giudice ritiene di non dover attribuire alcun rilievo, ai fini della presente decisione, posto che, stante la genericità degli episodi riferiti, non è dato accertare se, effettivamente, nei confronti dei predetti testi siano state poste in essere delle condotte persecutorie.
L'art. 2087 è sicuramente una norma che ben si attaglia alle fattispecie di mobbing, posto che essa, trasferendo in ambito contrattuale il più generale principio del neminem laedere, ripartisce l'onere della prova così che grava sul datore l'onere di provare di aver ottemperato all'obbligo di protezione dell'integrità psico-fisica del lavoratore, mentre grava su quest'ultimo il solo onere di provare la lesione dell'integrità psico-fisica ed il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l'espletamento della prestazione lavorativa (in questo senso, tra le altre: Cass. 12763/1998).
E’ stata, inoltre, acquisita la prova in ordine al fatto che l'attività mobbizzante posta in essere nei confronti della ricorrente le abbia procurato una serie di pregiudizi, tra cui un danno biologico consistente nell'insorgere di una sindrome depressiva, attestata dalla documentazione versata in atti.
E’ stata prodotta, infatti, un ampia relazione a firma del dottor Francesco Ganau (Dirigente I^ livello psichiatria dell'A.S.L. n. 2 di Olbia) il quale – analizzati i dati anamnestici, documentali (cartella clinica ambulatoriale), obiettivi (esame psichico) e psicometrici (test di personalità MMPI) – ha diagnosticato uno stato ansioso depressivo reattivo alle problematiche nell'ambiente di lavoro (“disturbo dell'adattamento con ansia e umore depresso misti”), escludendo, invece, l'evidenza di psicopatologia cronica di alcun genere e segnatamente psicosi, nevrosi o psicopatia.
E’ stato osservato – negli studi di Leymannn, Hyrigoyen, Ege e Gilioli – che se, da un lato, il soggetto che pone in essere l'attività di mobbing (c.d. mobber) si distingue per uno spiccato egocentrismo e per la mancanza di empatia nel rapporto con il prossimo, per la vittima non emerge una sola tipologia, ma spesso si tratta di un soggetto responsabile, ordinato e scrupoloso, sensibile tanto ai riconoscimenti quanto alle critiche.
-) condanna il Comune di Loiri Porto San Paolo, in persona del Sindaco, al pagamento, in favore di Fideli Angela Natalia , di € 702,53;
-) condanna inoltre il Comune di Loiri Porto San Paolo, in persona del Sindaco, al pagamento, in favore di Fideli Angela Natalia , di € 10.329,14, a titolo di risarcimento del danno conseguente all'attività persecutoria posta in essere nei confronti della ricorrente;
Il Giudice Dr. Paola Ponassi
La sentenza n. 157/2003 del Tribunale di Tempio Pausania, nella causa Fidelicontro Comune di Loiri Porto San Paolo presenta un interesse notevole per tutti coloro che si occupano, a vario titolo, di mobbing. E per diverse ragioni. A chi scrive risulta, infatti, sino a prova contraria, la prima volta che, in una causa di lavoro del pubblico impiego, viene liquidato un risarcimento del danno specificamente ed esplicitamente per mobbing. L'operatore che consulti i testi in materia e che dedichi qualche ora a navigare in tutti i siti web disponibili che trattano l'argomento, noterà che sinora le sentenze conosciute riguardanti il mobbing (non tante, invero) sono soprattutto relative all'impiego privato e, quand'anche riguardino il pubblico, sono – nella migliore delle ipotesi – sentenze di ricognizione di una situazione persecutoria cui deve ancora seguire una causa di merito. Per non parlare di tutti quei casi in cui si è cercato di curare la “malattia mobbing” trattandola in modo sintomatico, ovvero portando avanti cause per dequalificazione professionale o per altri motivi di lagnanza.
La sentenza di Tempio è, invece, senza riserve e senza sottintesi di alcun genere, un pronunciamento del Giudice sulla concreta esistenza di mobbing in un ente locale che ha liquidato alla vittima la cifra di diecimila Euro. (Forse non una cifra enorme, ma circa il doppio di quanto liquidato nella prima sentenza sul mobbing del Tribunale di Torino.)
Per valutare il contenuto della sentenza è necessario richiamare i fatti della causa, che, unitamente ai nomi delle persone interessate, sono di dominio pubblico, essendo stati riportati più volte da quotidiani locali.
Angela Fideli è un vigile urbano presso il Comune di Loiri. Una ragazza appassionata del suo lavoro, al quale si dedica con energia ed entusiasmo.
Tuttavia il suo modo di operare, poco incline a compromessi, non piace e nascono discussioni con l'amministrazione, in particolare con il sindaco di allora, il quale afferma che lei esagera “nel proprio servizio il ruolo repressivo e trascura quello preventivo”. In parole povere, fa troppe multe, scontentando la gente.
I rapporti tra Angela ed il sindaco diventano sempre più tesi. Viene sottoposta a procedimenti disciplinari per futili motivi, le viene negata la qualifica di agente di pubblica sicurezza, tolta dal servizio in strada e posta a lavorare in un luogo separato dagli uffici della polizia municipale, in una specie di sottoscala.
Ma Angela non è donna che si arrende facilmente. Seguendo i consigli del suo avvocato e sostenuta sia dal fidanzato che dalla famiglia, combatte colpo su colpo le vessazioni ricevute, rispondendo ad ogni contestazione con memorie precise e circostanziate, rifiutandosi di compiere atti che esulano completamente dal suo profilo professionale e mettendo da parte una precisa documentazione di tutto quello che avviene.
Quando la pressione su di lei supera i limiti della sopportabilità, cade in depressione, si rivolge ad una struttura pubblica e si mette in malattia per il tempo necessario. A questo punto comincia la vertenza del lavoro, ora decisa dal giudice di Tempio Pausania.
Il Tribunale ha dato ragione alla Fideli praticamente su tutto, riconoscendo l'esistenza del mobbing nei suoi confronti e del danno patito, ma nel far questo ha anche dato alcune utili indicazioni a chi, nel futuro, voglia seguire la strada del processo civile per affrontare problemi analoghi.
La sentenza segue fedelmente il nuovo orientamento della Cassazione che considera superato la ripartizione del danno non patrimoniale nelle categorie del danno biologico e del danno morale, elaborando la categoria del danno esistenziale che comprende qualsiasi danno che l'individuo subisce alle attività realizzatrici della propria persona (Cass. 7713/00). Richiama, a questo riguardo, “le recenti sentenze della S.C. (8827/03 e 8828/03) con le quali si afferma che deve intendersi ormai acquisito all'ordinamento positivo il riconoscimento della lata estensione della nozione di danno non patrimoniale inteso come dano da lesione di valori inerenti alla persona e non più solo come danno morale soggettivo”.
Questa interpretazione ha, tuttavia, la sua maggiore ricaduta sul piano probatorio, laddove fornisce utili indicazioni su quali possano essere i criteri per stabilire se vi è o meno condotta mobbizzante.
Innanzitutto, volendo stabilire un metodo di lavoro, il giudice sostiene doversi ricostruire “gli episodi lamentati dalla ricorrente, onde stabilire se gli stessi, esaminati singolarmente, siano viziati da illegittimità e se, considerati nel loro complesso, appaiano inseriti in una strategia persecutoria, nell'ambito della quale la ricorrente sia stata sottoposta ad una serie di condotte o di provvedimenti finalizzati ad uno scopo ingiusto, consistente nel danneggiarla, emarginarla e discriminarla, sino a provocarle danni alla salute.”
Occorre partire, quindi, dalla valutazione dei singoli episodi lamentati ma senza fermarsi ad essi, considerandoli sinergicamente, in modo da stabilire se si può quantomeno intravedere una strategia persecutoria a danno del lavoratore.
L'art. 2087 c.c. ricopre, quindi, il ruolo di norma più adatta ad applicarsi alle fattispecie di mobbing, “posto che essa, trasferendo in ambito contrattuale il più generale principio del neminem laedere, riparte l'onere della prova così che grava sul datore l'onere di provare di aver ottemperato all'obbligo di protezione dell'integrità psico-fisica del lavoratore, mentre grava su quest'ultimo il solo onere di provare la lesione dell'integrità psico-fisica ed il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l'espletamento della prestazione lavorativa”.
Considerando quelle che sono normalmente le difficoltà di carattere probatorio tipiche delle cause di mobbing, dovute all'innalzamento di un muro di gomma di fronte alla vittima da parte dei colleghi e di tutte le persone che potrebbero far conoscere al giudice la verità, l'impostazione di questa sentenza ha sicuramente il merito di una provvidenziale semplificazione.
Avv. Casimiro Mastino
Ringraziamo l'avv. Mastino per aver portato in emersione un'altro - tra i tanti che restano in ombra - caso di mobbing, incentrato sull'abuso di autorità nel pubblico impiego. Il titolo della sua nota è corretto, in quanto anche a noi risulta che sia la prima sentenza di condanna al risarcimento danni, per mobbing o bossing nel settore della P.A. . Ma altre sentenze, nel pubblico impiego, l'hanno preceduta sul tema del mobbing o del bossing, stabilendo ad esempio il significativo diritto del giudice ordinario di comprimere il potere organizzativo della P.A. tramite l'ordine incisivo di garantire alla mobbizzata la riammissione nel proprio posto di lavoro e nelle mansioni sottrattele a seguito di reiterate vessazioni ed angherie poste in essere dal dirigente, proprio superiore [(cfr. Trib. Lecce, 31 agosto 2001 - ord. - Ministero del lavoro c. Claudi, (in Lav. prev. oggi n. 10/2001, 1428 e nel nostro sito al link http://dirittolavoro.altervista.org/trib_lecce.html) di cui fu estensore l'ottimo Buffa che ritroviamo relatore in un Convegno prossimo sul "mobbing nel pubblico impiego". L'attuale sentenza di Tempio Pausania del giudice Ponsatti è ottima, condivisibilissima in diritto ed aggiornata sui nuovi orientamenti in tema di responsabilità per fatto illecito (menzionando anche Corte cost. n. 233/2003, Cass. sez. civ. n. 8828/2003 e Cass. sez. lav. n. 5539/2003). Tuttavia va notato che - pur trattandosi di un bossing della durata non esigua di 18 mesi con conseguenze (non cronicizzate) sull'integrità dello stato di salute - l'entità del risarcimento è alquanto esigua e non ci consola il fatto che sia doppia rispetto ai 10 milioni di vecchie lire stabiliti nelle sentenze di fine 1999 del Tribunale di Torino ad opera del dr. Ciocchetti (ove peraltro i periodi di mobbizzazione erano molto più contenuti). Anche all'epoca manifestammo la nostra insoddisfazione per un danno che comunque sfociò nella perdita - senz'altro indotta da esigenze di sottrazione alle persecuzioni e non da scelta volontaria - del posto di lavoro, strumento imprescindibile di realizzazione individuale e fonte di sostentamento personale e familiare. Lamentammo il fatto dell'essere passati nel corso del tempo da indennizzi, con effetto realisticamente deterrente, dei 500 milioni per il caso del vicedirettore generale Calzolari, mobbizzato dalla Banca Nazionale del lavoro (cfr. Pret. Roma 17.4.1992, nel nostro volume "Danni da mobbing e loro risarcibilità", Ediesse, Roma 2002, p. 349, in http://dirittolavoro.altervista.org/meucci_gratuito.html ) e tramite il ricorso al parametro della mensilità intera, alla decina di milioni degli altri casi successivi e regredendo al parametro risarcitorio di una porzione percentuale della mensilità ordinaria sempre più ridotta. Non si rendono conto i magistrati che - aldilà delle affermazioni di principio in positivo - tramite simili indennizzi non combattono il fenomeno del mobbing ma lo legittimano nella sostanza, in quanto - svuotati i risarcimenti del carattere della deterrenza alla reiterazione - indirizzano ai "concreti" datori di lavoro il messaggio (tutt'altro che subliminale) che possono cavarsela con poche decine di milioni per perseverare in comportamenti illeciti (che, se vanno silenziosamente in porto, conducono alle dimissioni del soggetto inviso e se non vanno in porto si pagano con importi pari a modeste sanzioni amministrative, quando per mancato versamento di ritenute previdenziali rischiano la galera!); comportamenti che ledono i primari diritti della personalità dei prestatori di lavoro e che pregiudicano e segnano indelebilmente il mobbizzato (o demansionato), nella carriera, nella salute, nella vita familiare e relazionale. C'è nel nostro Paese una sottostima - a differenza che nel mondo anglosassone - verso le lesioni dei diritti della personalità che va ripensata seriamente da parte della magistratura che in essi si imbatte, anche se sembra invece che sia sensibile all'opposto rischio del "troppo concedere" tramite una duplicazione risarcitoria di un danno, seppure con componenti ontologicamente diverse (quali il danno biologico, esistenziale e morale soggettivo), in capo alla stessa persona, come si legge nella recentissima Cass. n. 8828/2003. Su tale "sensibilità" monetaria a detrimento del danneggiato, facciamo nostra e rendiamo ancor più pubblica la critica rivolta alla Cassazione dal Prof. Cendon (nella nota a Cass. n. 88828/03 dal titolo " Anche se gli amanti si perdono l'amore non si perderà. Impressioni di lettura su Cass. n. 8828/2003"in http://www.altalex.it/index.php?idstr=38&idnot=6335 ) il quale afferma:"Peccato però non dichiarare apertamente – per converso – che, qualora il danno non patrimoniale arrecato a una persona risulti in concreto serio, grave, profondo, esiziale, duraturo, stravolgente, il risarcimento dovrà anch’esso essere adeguato, non simbolico, non spilorcio, non derisorio, non ridicolo, non oltraggioso, non platonico: qui la Cass. mostra forse di nutrire un po’ di timore per la supposta capricciosità e prodigalità dei giudici italiani (?), soffre un po’ della sindrome del pompiere, pare eccessivamente ansiosa di mettere “paletti”; i quali giudici nostrani - bisogna dire - nel corso del passato risarcivano semmai troppo poco in almeno il 30% dei casi e forse più (detto altrimenti: perché solo il colpo da parte della S.C.8828/2003 alla "botte", della temibile prodigalità/faciloneria delle nostre corti; e non anche il colpo al "cerchio", degli eccessi passati di austerità, di tirchieria?) - omissis - Peccato, anzi, non cogliere l’occasione per invitare più scopertamente i giudici italiani a redigere sentenze – non già prolisse, inclini agli obiter, alle esibizioni culturali, ai compitini dimostrativi, quanto piuttosto - analitiche soprattutto sul terreno del quantum, rigorose, documentate su ogni riflesso, trasparenti, pragmatiche nella fotografia della vita di ogni giorno, controllabili, particolareggiate, fenomenologiche, punteggiate proprio sul terreno dell’art. 1226 c.c. di considerazioni minuziose per il tempo, lo spazio, i decibel, le fatture, gli scontrini, i cespiti, gli indizi, le caselle, i numeri; orientate appunto a distribuire i vari filamenti negativi, volta a volta accusati dalle vittime, lungo alcuni crinali leader, unificanti (ecco a cosa servono le voci!)".
on siamo né così giovani né così ingenui da non sapere che anche i magistrati meno strutturalmente orientati verso il conservatorismo più gretto e borghese, non sono poi così liberi nelle loro determinazioni come in astratto la loro autonomia (costituzionalmente garantita) farebbe presumere; e ciò per effetto di pressioni, quantomeno psicologiche, interno/esterne, come ebbe a testimoniarmi in confidenza uno di loro che aveva "sanzionato" incisivamente il mobbing perpetrato a danno di un lavoratore colpito in conseguenza da infarto miocardico, il quale si sentì dire autorevolmente che aveva redatto una sentenza "rifondarola" (da Rifondazione comunista, sic!) ricevendo al tempo stesso la "promessa" che non sarebbe più stato investito dell'esame di situazioni analoghe. Ma, per contro, essi debbono tener conto del fatto che il rispetto e la solidarietà dei cittadini-utenti si guadagnano (specie in questi frangenti di aggressione alla categoria da parte della compagine di maggioranza pro-tempore) mostrando determinazione, coraggio ed equilibrio, mantenendo cioè integra quella indipendenza di giudizio e quella dignità che fa camminare ciascuno di noi a testa alta, piuttosto che barattarla con la compiacenza agli "ordini"o alle esigenze o anche alle sole aspettative dei "poteri forti".