Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2012/08/
Timestamp: 2017-08-19 09:16:19+00:00
Document Index: 86401128

Matched Legal Cases: ['art. 97', 'art. 28', 'art. 22', 'art. 328', 'art. 73', 'art. 60', 'art. 58', 'art. 60', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 483', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 37', 'art. 43', 'art. 57', 'art. 331', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 5', 'art.46', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2699', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 44', 'art. 43', 'art. 52', 'art. 12', 'art. 43', 'art. 1', 'art. 52', 'art. 1', 'art. 44', 'art. 587', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 2313', 'art. 2288']

Il Commercialista in Rete: 08/2012
Quesito: servizi fatturabili da casa editrice.
sto tirando su un progetto che prevede la pubblicazione di una rivista gratuita e l'offerta di una vasta gamma di servizi in ambito musicale. In una prima fase mi appoggerò ad una casa editrice già esistente grazie alla quale potrò pubblicare la rivista. I servizi invece sono di due tipi: grafici (che realizzerò io personalmente) e di registrazione in studio (che girerò a studi di registrazione).
Ora la domanda è: cosa si può fatturare attraverso la casa editrice? Posso fatturare i servizi grafici (realizzazione di loghi, siti web, layout per album ecc.)? Posso fatturare la registrazione di un album?
Nel caso non possa farlo attraverso la casa editrice come posso farlo?
Spero di essere stato chiaro, ho molta confusione a riguardo.
Appalti pubblici. Liquidazione del saldo finale.
Il Responsabile del Procedimento può procedere ugualmente alla liquidazione del saldo finale, qualora, in sede di verifica di conformità o di regolare esecuzione al termine di un appalto di servizi di durata pluriennale, emerga che la ditta non ha effettuato tutte le prestazioni previste dal contratto?
La L. 07-08-1990, n. 241, agli artt. 4, 5 e 6, ha introdotto e disciplinato la figura del Responsabile del Procedimento amministrativo, disciplinando le sue funzioni nel procedimento stesso e in relazione al provvedimento amministrativo finale.
La figura del Responsabile del Procedimento risponde al principio della trasparenza e dell'efficienza dell'azione amministrativa, grazie al fatto che, con la sua presenza, consente a ciascun interessato di avere un referente nell'Amministrazione, a cui rivolgersi in relazione ai propri interessi coinvolti.
Il Responsabile, dunque, garantisce la finalità prevista dall'art. 97 Cost. (relativa al buon andamento dell'azione amministrativa ed alla determinazione delle sfere di competenza degli uffici) e quella dell'art. 28 Cost. (in materia di responsabilità diretta dei dipendenti pubblici per gli atti compiuti in violazione dei diritti).
I compiti del Responsabile consistono, essenzialmente, nella comunicazione di avvio del procedimento, nella cura dell'istruttoria, nel provvedere alle comunicazioni e le notificazioni e nell'indire Conferenze di Servizi; può richiedere documenti, pareri o valutazioni tecniche, valutare le condizioni di ammissibilità e i presupposti per l'adozione del provvedimento finale.
Nel caso in cui il provvedimento finale sia difforme dalla proposta avanzata dal Responsabile, esso deve essere specificatamente motivato. Deve, cioè, essere indicato il motivo dell'adozione di una soluzione provvedimentale diversa da quella proposta dal Responsabile del Procedimento amministrativo.
Dunque, in relazione alla domanda specifica, bisogna ricordare che il Responsabile del Procedimento risponde, sia civilmente ex art. 22, D.P.R. 10-01-1957, n. 3 ove abbia cagionato ad altri un danno ingiusto con dolo o colpa grave (ed al riguardo potrà essere chiamato dinanzi alla Corte dei Conti, in via di rivalsa, a rispondere del danno erariale indiretto subito dall'Amministrazione) sia amministrativamente per responsabilità contabile per danno erariale diretto. Il Responsabile del Procedimento potrà rispondere anche penalmente ex art. 328 cod. pen. per omissione d'atti d'ufficio ove non provveda a compiere un atto del suo ufficio entro trenta giorni dalla data della richiesta di chi vi abbia interesse né esponga le ragioni del ritardo.
Dunque, bisognerà, prima di non provvedere al pagamento della liquidazione del Responsabile, valutare l'effettiva responsabilità dello stesso, ove manchino le motivazioni per la difformità delle prestazioni poste in essere.
La costituzione di beni in trust rientra nel regime patrimoniale della famiglia?
I beni del trust costituiscono un patrimonio con una specifica autonomia giuridica, sia rispetto al patrimonio personale del disponente, sia rispetto a quello dell’intestatario di tali beni (trustee).
I beni costituiti in trust, infatti, confluiscono in un patrimonio a sé stante, di cui risulta intestatario il trustee (articolo 12 della Convenzione dell’Aja), che di fatto non appartiene né al patrimonio del disponente (che ha costituito su di esso il vincolo) né al patrimonio dello stesso trustee (che può disporne limitatamente alla sua gestione).
L’autonomia del trust è riconosciuta dal legislatore il quale, ai fini delle imposte sui redditi, ha espressamente inserito il trust tra i soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle società (art. 73 del Tuir).
Quando l’irreperibilità è assoluta, resta solo una via: l’albo comunale.
In caso di impossibilità di eseguire la notificazione degli atti tributari presso la sede di una società commerciale, l’applicazione del criterio sussidiario della notificazione al legale rappresentante (ex articolo 145, comma 3, c.p.c.) è condizionata al fatto che tale persona fisica, oltre a essere identificata nell’atto di cui è destinataria, risieda nel comune di domicilio fiscale dell’azienda. In caso contrario, si deve fare ricorso al criterio dell’irreperibilità assoluta, mediante affissione nell’albo del Comune in cui la società contribuente ha il domicilio fiscale (ex articolo 60, comma 1, lettera e), Dpr 600/1973). Lo ha precisato la Cassazione, con l’ordinanza 13016/2012.
In seguito al controllo automatizzato della dichiarazione dei redditi, con due cartelle di pagamento emesse per gli anni di imposta 2000 e 2001 sono state recuperate le ritenute che una società di capitali campana non ha operato in veste di sostituto d’imposta. I giudici di secondo grado, confermando la prima decisione, hanno ritenuto nulla la notifica di tali atti alla contribuente, poiché effettuata mediante affissione all’albo del Comune in cui la società aveva il domicilio fiscale (articolo 60, comma 1, lettera e), Dpr 600/1973) piuttosto che presso il numero civico corrispondente alla residenza effettiva del legale rappresentante (articolo 145 c.p.c.).
Il concessionario ha proposto ricorso per Cassazione, deducendo, tra l’altro, la violazione e falsa applicazione degli articoli 60, Dpr 600/1973 e 145, codice di procedura civile.
La Corte, accolto il ricorso e decisa la causa nel merito, ha ribadito che “la notificazione degli avvisi di accertamento tributario a soggetti diversi dalle persone fisiche non si sottrae alla regola generale, enunciata dal DPR 29 settembre 1973, n. 600, art. 60…” e precisato, tuttavia, che “…in caso d’impossibilità di eseguire la notificazione presso la sede sociale, il criterio sussidiario della notificazione alla persona fisica che la rappresenta è applicabile soltanto se tale persona fisica, oltre ad essere identificata nell’atto, risiede nel comune in cui l’ente ha il suo domicilio fiscale, da individuarsi ai sensi del DPR n. 600 del 1973, art. 58, (Cass. 3618/06, 6325/08). In caso contrario, non potrà che farsi ricorso al criterio di cui all’art. 60, lett. e)…, puntualmente seguito, nel caso, concreto, …sia pure in concorso con il tentativo - non riuscito - di notifica presso il domicilio dell’amministratore della società…”.
Nel caso sottoposto al suo esame, la Corte definisce il luogo in cui devono essere notificati gli atti tributari se ne è destinataria una società commerciale. L’articolo 60, Dpr 600/1973, nello stabilire che alla notificazione degli avvisi e degli altri atti che devono essere notificati al contribuente si applicano le norme stabilite dagli articoli 137 e seguenti del codice di procedura civile per la notifica degli atti processuali, a eccezione di quelle contenute negli articoli 142, 143, 146, 150 e 151, enuncia anche la regola che tale notificazione deve essere fatta nel comune costituente il domicilio fiscale del destinatario – comma 1, lettera c). Domicilio che, per gli enti diversi dalle persone fisiche, va individuato (ex articolo 58, Dpr 600/1973) nel comune in cui si trova la loro sede legale, o in mancanza e in sequenza gradata, la sede amministrativa, una sede secondaria o una stabile organizzazione ovvero dove gli stessi enti esercitano la loro prevalente attività.
Proprio per il rinvio dell’articolo 60 alle disposizioni del codice di procedura civile, la regola del domicilio fiscale deve essere coordinata con le regole generali sulle notifiche contenute nello stesso c.p.c..
Al riguardo, il codice di rito prevede che la notifica a una persona giuridica va normalmente effettuata presso la sua sede (articolo 145, comma 1, c.p.c.) ma, se non può avvenire in tale luogo e dall’atto da notificare è possibile conoscere la persona fisica che rappresenta la società, è consentito, in via sussidiaria, che sia portato a conoscenza del suo legale rappresentante con le modalità previste dagli articoli 138, 139, e 141 (articolo 145, commi 3 e 5) a condizione che la stessa persona fisica risieda nel comune di domicilio fiscale dell’ente.
Se la notifica ha ancora esito negativo, è possibile ricorrere alle modalità previste dall’articolo 140, purché il legale rappresentante sia residente nel medesimo comune ove la società ha la propria sede (Cassazione, 15856/2009, 5483/2008 e 3618/2006).
Il “modello tipico” delle notifiche alle società commerciali appena descritto non è immune da deroghe. Ne è un esempio la notifica a mani proprie: alla regola secondo cui la notificazione dell’atto tributario deve avvenire nel domicilio fiscale del destinatario (articolo 60, comma 1, lettera c), Dpr 600/1973) viene espressamente anteposta la clausola “salvo il caso di consegna dell’atto o dell’avviso in mani proprie”. Di conseguenza, la notifica che avvenga “a mani” dello stesso rappresentante reperito in luogo diverso dalla sede sociale, ancorché si tratti di comune diverso dal domicilio dell’ente (Cassazione, 19076/2009 e 4785/2007), è regolare sulla base del principio sancito per le persone fisiche dall’articolo 138 c.p.c. (secondo cui la consegna a mani proprie è valida ovunque sia stato trovato il destinatario dell’atto).
Un’ulteriore una deroga allo schema tipico è la notifica eseguita col rito dell’irreperibilità assoluta proprio come si è verificato nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte. Vi è stata sì impossibilità di eseguire la notificazione presso la sede sociale, ma il criterio sussidiario della notificazione al legale rappresentante non era applicabile, poiché tale persona fisica, anche se identificata nell’atto, non risiedeva nel comune in cui l’ente aveva il domicilio fiscale. Trovava applicazione, quindi, la disposizione dell’articolo 60, comma 1, lettera e), Dpr 600/1973: la notifica doveva essere compiuta mediante affissione nell’albo del Comune del luogo un cui la società aveva il domicilio fiscale e si sarebbe perfezionata l’ottavo giorno successivo all’affissione dell’avviso di deposito all’albo (Cassazione, 12007/2011 e 15856/2009).
Ciò in quanto la disciplina delle notificazioni degli atti tributari si fonda sul criterio generale del domicilio fiscale e sull’onere preventivo del contribuente di indicarlo all’ufficio e comunicare le eventuali variazioni. Di conseguenza, il mancato adempimento, originario o successivo, di tale onere di comunicazione, può legittimare l’ufficio a eseguire le notifiche comunque nel domicilio fiscale per ultimo noto, eventualmente nella forma semplificata prevista dall’articolo 60, comma 1, lettera e), Dpr 600/1973 (Cassazione, 1206/2009).
Riforma lavoro: indicazione della causale e proroga.
Il primo contratto di lavoro a termine stipulato con il lavoratore (in assoluto) può essere concluso normalmente con inserimento della causale e con possibilità di succesiva proroga? (ad esempio per l'assunzione di lavoratore in azienda stagionale o per intensificazione dell'attività nella stagione estiva).
Per dare compiuta risposta al quesito occorre, in primo luogo, precisare che la legge 92 del 2012 ha introdotto all'articolo 1 del D.lgs 368/01 il comma 1 bis che concede al datore di lavoro la possibilità di stipulare il primo contratto a tempo determinato con il dipendente senza l'indicazione di una causale, purché la durata del rapporto sia inferiore ai 12 mesi.
In detta ipotesi, però, il contratto di lavoro a termine non potrà essere soggetto a proroga.
Laddove il datore di lavoro non si volesse avvalere della possibilità di cui si è detto, stipulando un contratto di lavoro a termine in cui è specificata la causale giustificativa, esso potrà essere prorogato nei limiti già previsti dal D.lgs 368/01.
Venendo al quesito dell'abbonato, ed in assenza di maggiori specificazioni sul caso concreto, esso riguarda la possibilità - anche fronte delle novità introdotte dalla Legge 92 del 2012 - di stipulare il primo contratto a termine con l'indicazione di una causale giustificativa con conseguente prorogabilità dello stesso.
Avendo a mente quanto detto, la risposta al quesito si ritiene debba essere affermativa.
Reintegrazione dei diritti dei legittimari.
L’atto di reintegra dei diritti di successione dei legittimari è soggetto ad imposizione?
L’atto di reintegrazione della quota di legittima, in quanto atto correttivo del testamento , è qualificato - ai fini tributari - come un atto di successione perchè funzionale alla corretta applicazione dell’imposta di successione.
Pertanto il beneficiario è tenuto a pagare, salva la franchigia, l’imposta di successione sul valore della quota e/o dei beni che con questo atto gli vengono riconosciuti. Tale atto, inoltre, è assoggettato all’imposta di registro in misura fissa, nel rispetto del principio di alternatività tra l’imposta di successione e l’imposta di registro (Commissione tributaria provinciale Aosta, Sentenza, Sez. III, 31/10/2011, n. 18).
Autocertificare un reddito più basso costituisce reato di falso ideologico.
Con la sentenza 33218 del 23 agosto, la quinta sezione penale della Corte di cassazione ha stabilito che rischia la reclusione per falsità ideologica chi autocertifica un reddito più basso in una dichiarazione sostitutiva di certificazione.
La vicenda è quella di un’imputata che aveva reso in una dichiarazione sostitutiva di certificazione false dichiarazioni sul reddito, asserendo di essere titolare di redditi pari a zero. Per questo motivo erano scattate le accuse per falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (articolo 483, codice penale). Ma neppure l’opposizione dell’imputata alla sentenza del tribunale ha fatto breccia sulla Corte d’appello, che ha confermato la condanna di primo grado. Infine, nel conseguente ricorso per Cassazione, la ricorrente ha sostenuto che nella specie del reato ascrittole mancava sia l’elemento soggettivo, in quanto il delitto era stato compiuto per “mera distrazione”, sia l’elemento oggettivo, atteso che l’autocertificazione prodotta non è un atto pubblico.
La falsità ideologica nella giurisprudenza di legittimità
Va premesso che le pronunce della Corte di cassazione, in tema di elemento soggettivo nel reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (ex articolo 483 del codice penale – che punisce chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità), pongono l’attenzione su una particolare necessità di indagine da parte del giudice sulla rappresentazione e la volontà dell’agente del falso.
Già infatti, nella sentenza 47867/2003, il giudice di legittimità aveva affermato che “il dolo integratore del delitto di falsità ideologica di cui all’art. 483 cod. pen. è costituito dalla volontà cosciente e non coartata di compiere il fatto e nella consapevolezza di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero”, precisando, successivamente, in tema di falso ideologico (ex articolo 479 del codice penale) che benché sia richiesto il solo dolo generico per la configurabilità del delitto suddetto “deve tuttavia escludersi che esso possa ritenersi sussistente per il solo fatto che l’atto contenga un asserto obiettivamente non veritiero, dovendosi invece verificare, anche in tal caso, che la falsità non sia dovuta ad una leggerezza dell’agente come pure ad una incompleta conoscenza e/o errata interpretazione di disposizioni normative o, ancora, alla negligente applicazione di una prassi amministrativa” (Cassazione, sentenza 27770/2004).
Pertanto, la verifica sulla sussistenza dell’elemento soggettivo in capo all’agente deve essere oggetto di una attenta analisi da parte dell’organo giudicante, tenuto ad appurare che la mendace dichiarazione sia frutto di una volontaria e consapevole attestazione di un quid falso, escludendosi la punibilità della condotta persino quando la mancata consapevolezza derivi da una ignoranza in materia di disposizioni normative.
Con la sentenza 33218/2012, nel respingere il ricorso dell’imputata, la quinta sezione penale ha reso definitiva la condanna, spiegando che giurisprudenza consolidata (cfr sezioni unite, sentenza 6/1999 e sentenze 19361/2006, 20570/2006, 5365/2007, e 4970/2012) ha stabilito che la norma di cui all'articolo 76 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa (Dpr 445/2000), nello stabilire la sanzione penale per chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal medesimo Dpr, rimanda al codice penale e alle leggi speciali in materia. Ne consegue che risponde del reato di cui all'articolo 483 il privato che renda false attestazioni circa gli stati, le qualità personali e i fatti indicati nell'articolo 46 del citato Testo unico al fine di ottenere determinati benefici.
Il legislatore, dunque, non ha inteso punire qualsiasi dichiarazione o falsa attestazione del privato, ancorandosi al concetto di lesione di un qualsiasi bene vago e indeterminato, ma si é attenuto al valore tipico (di prova) assegnato al documento dall'ordinamento giuridico in relazione al fatto attestato dal privato. Non ha considerato né ha protetto un qualsivoglia valore etico di verità o un interesse sociale genericamente inteso e, di fatto, consegnato alla determinazione dell'interprete, ma, più chiaramente, ha disegnato un interesse connesso alla funzione probatoria specifica che al documento viene assegnata dalle norme giuridiche di qualsiasi natura a prescindere dall'uso concreto dall'atto, uso che non fa parte della struttura normativa né è richiesto per l’incriminazione (Cassazione, sezioni unite, sentenza 28/1999; cfr anche Cassazione, sentenza 19361/2006).
Né nel caso concreto risulta avvalorata dalla Cassazione, per “sconfiggere” la doppia condanna di merito, l’asserita “buona fede” dell’interessata, in quanto la stessa non poteva non avere la consapevolezza che il suo reddito non era pari a zero. Quindi non era neppure necessario che l'accusa provasse il dolo dell'imputata connaturato all'operazione stessa. Infatti, nel delitto di falso, il dolo viene escluso tutte le volte in cui tale falsità risulti essere semplicemente dovuta a una leggerezza o negligenza, dal momento che il vigente codice penale non prevede la figura del falso documentale colposo (Cassazione, sentenze 2593/1990, 1963/2000 e 15485/2009).
Rimpatrio di capitali nel 2009: quali i termini per l'eventuale accertamento?
Rientro di capitali dalla Svizzera nell'anno 2009. I capitali sono stati versati presso una banca in Italia utilizzando lo "scudo fiscale" in un conto secretato. Poiché la Svizzera rientra nei Paesi a fiscalità privilegiata (black list) si vorrebbero conoscere i termini di prescrizione per eventuali accertamenti fiscali se nel corso dell'esercizio 2015 si dovesse procedere alla dissecretazione del deposito oppure se, a causa di un procedimento penale, fossero riscontrati reati tributari.
La questione lascia qualche perplessità nella risposta corretta da fornire su una materia così complessa e su questioni così particolari, per cui si forniranno indicazioni di carattere generale.
Va osservato che con la circolare n. 43/E del 10 ottobre 2009, l'Agenzia delle Entrate ha ufficializzato la propria interpretazione sulla disposizione di cui all'art. 13-bis del D.L. n. 78/2009 come integrato dal D.L. n. 103/2009, convertito dalla L. n. 141/2009 che regola, come noto, il cosiddetto scudo fiscale. Come risaputo, lo scudo fiscale prevede una doppia modalità di accesso rappresentata dal rimpatrio e/o dalla regolarizzazione.
La seconda forma di sanatoria presuppone, ovviamente, il mantenimento dell'attività finanziaria o patrimoniale sul territorio estero, ma risulta limitata da un punto di vista territoriale in considerazione del fatto che la norma consente l'accesso alla regolarizzazione soltanto con riferimento agli Stati UE, ovvero agli Stati facenti parte dello Spazio Economico Europeo nonché extra UE ma soltanto alla condizione che sia in vigore con l'Italia un accordo che consenta un effettivo scambio di informazioni. Sul punto, peraltro, in allegato alla circolare è stato predisposto un elenco degli Stati con i quali risulta possibile il predetto scambio e, dunque, si rivela immediatamente individuabile il perimetro della procedura di regolarizzazione. Tra tali Stati non rientra la Svizzera e, dunque, le disponibilità detenute sul territorio elvetico possono formare oggetto esclusivo di rimpatrio.
Le norme che disciplinano i termini per l'accertamento sono contenute all'interno degli artt. 43, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 , in tema di imposte sui redditi , e 57, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, in tema di imposta sul valore aggiunto, così come risultanti, entrambi, a seguito delle modifiche apportate dall'art. 37, rispettivamente commi 24 e 25, del D.L. 4 luglio 2006, n. 223.
Le disposizioni appena richiamate, di contenuto pressoché identico con riferimento alle condizioni oggettive, ivi previste ai fini del corretto calcolo dei termini entro i quali può essere consentito l'esercizio del potere di accertamento da parte dell'Amministrazione Finanziaria, nonché con riferimento agli stessi termini stabiliti, al primo ed al secondo comma prevedono, in un'ottica di tutela del contribuente dal rischio di soggezione, per un tempo infinito, al suddetto potere impositivo, che gli avvisi di accertamento debbano essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre: del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, ovvero del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, nel caso di omessa presentazione della stessa, ovvero , nel caso di dichiarazione presentata ai fini delle imposte sui redditi , altresì nel caso di presentazione di dichiarazione nulla.
L'art. 43 del D.P.R. n. 600/1973, in tema di imposte sui redditi, e l'art. 57 del D.P.R. n. 633/1972, in tema di imposta sul valore aggiunto , al comma 3, così recitano: "In caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell'art. 331 del codice di procedura penale per uno dei reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, i termini di cui ai commi precedenti sono raddoppiati relativamente al periodo di imposta in cui è stata commessa la violazione". Il D.L. n. 223/2006, dunque, modificando, come visto, integrandoli, gli artt. 43 e 57 appena richiamati, ha previsto che, in caso di constatazione di elementi penalmente rilevanti, per tali intendendosi quegli elementi concernenti i delitti fiscali elencati nel D.Lgs. n. 74/2000, i termini di decadenza dal potere di accertamento sono raddoppiati in relazione al periodo di imposta in cui è stata commessa la violazione.
Trasferimento dell’azienda ai figli.
Il trasferimento dell’azienda individuale ai miei due figli che si costituirebbero in srl genera plusvalenza? Trovano applicazione gli stessi criteri anche in caso di successione per causa di morte?
Il trasferimento di azienda per causa di morte o per atto gratuito non costituisce realizzo di plusvalenze dell'azienda stessa. L'azienda viene, pertanto, assunta ai medesimi valori fiscalmente riconosciuti nei confronti del dante causa. Tali criteri trovano applicazione anche qualora, a seguito dello scioglimento, entro cinque anni dall'apertura della successione, della società esistente tra gli eredi, la predetta azienda resti acquisita da uno solo di essi (articolo 58, comma 1, Tuir).
I debiti fiscali “non consolidati” entrano nel passivo con riserva.
Nell’ambito di una procedura fallimentare, se sorgono contestazioni sul credito alla base del ruolo, portate all’attenzione del giudice tributario e non ancora risolte con sentenza passata in giudicato, il giudice deve comunque ammetterlo con riserva. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza 14617 del 23 agosto.
In seguito all’esclusione del credito, avvenuta ad opera del giudice delegato, conseguente alla domanda di ammissione al passivo dello stesso richiesta mediante ruolo, l’Agente della riscossione e l’Agenzia delle Entrate promuovevano opposizione allo stato passivo dinanzi al tribunale di Monza (ex articolo 98 Rd 267/1942).
Il Fallimento si costituiva in giudizio eccependo la carenza di legittimazione di Equitalia, l’erroneità dell’iscrizione a ruolo del quantum e l’impossibilità di procedere all’ammissione con riserva (ex articolo 88, Dpr 602/1973) a causa della nullità dei titoli giustificativi del credito.
Il tribunale confermava l’esclusione del credito, rilevando che l’avviso di accertamento alla base dell’iscrizione a ruolo era stato annullato in primo grado dalla Ctp competente, per inesistenza della sua notifica. Pertanto, avrebbero dovuto ritenersi nulli sia l’iscrizione a ruolo degli importi basati sul predetto atto impositivo, sia tutti gli altri atti successivi, con conseguente inutilizzabilità del ruolo per l’insinuazione al passivo.
Tale sentenza veniva impugnata dall’ente impositore dinanzi al giudice di legittimità.
Con la sentenza in esame la Corte di cassazione ha, invece, ribaltato il verdetto del tribunale fallimentare affermando che, in realtà, quest’ultimo è incorso in un errore di diritto nel momento in cui ha ritenuto definitivamente accertata l’inesistenza della notifica dell’avviso di accertamento alla base del ruolo in forza della pronuncia di primo grado della Ctp, la quale era, comunque, ancora impugnabile. Pertanto, secondo la Corte suprema, il tribunale avrebbe dovuto correttamente ammettere il credito con riserva applicando il disposto di cui all’articolo 88, Dpr 602/1973.
Sulla base di tale assunto, la sentenza è stata cassata e il giudizio rinviato, anche per la decisione sulle spese di lite, al tribunale di Monza in diversa composizione.
L’ammissione al passivo con riserva è disciplinata, come accennato, dall’articolo 88 del dpr 602/1973, secondo il quale “se sulle somme iscritte a ruolo sorgono contestazioni, il credito è ammesso al passivo con riserva, anche nel caso in cui la domanda di ammissione sia presentata in via tardiva a norma dell'articolo 101 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267. Nel fallimento, la riserva è sciolta dal giudice delegato con decreto, su istanza del curatore o del concessionario, quando è inutilmente decorso il termine prescritto per la proposizione della controversia davanti al giudice competente, ovvero quando il giudizio è stato definito con decisione irrevocabile o risulta altrimenti estinto […] Il provvedimento di scioglimento della riserva è comunicato al concessionario dal curatore o dal commissario liquidatore mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento. Contro di esso il concessionario, nel termine di dieci giorni dalla comunicazione, può proporre reclamo al tribunale, che decide in camera di consiglio con decreto motivato, sentite le parti. Se all'atto delle ripartizioni parziali o della ripartizione finale dell'attivo la riserva non risulta ancora sciolta si applicano, rispettivamente, il numero 3 dell'articolo 113 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, ed il secondo periodo del secondo comma dell'articolo 117 della medesima legge”.
Nel caso concreto, il processo tributario sull’atto impositivo presupposto era pendente, sia al tempo in cui era stata presentata, dall’Agente della riscossione, la domanda di ammissione allo stato passivo sia successivamente al momento dell’opposizione contro il decreto di esecutività dello stesso (sebbene fosse già intervenuta una pronuncia di primo grado sfavorevole all’Amministrazione finanziaria). Pertanto, il giudice fallimentare – poiché si era in presenza di contestazione non ancora definita – avrebbe dovuto ammettere il credito con riserva, così come previsto dalla suddetta normativa.
Tale conclusione è conforme a quanto già affermato dalla Corte suprema in una precedente sentenza, la 12777/2006. Né avrebbe potuto trovare applicazione, in quanto giuridicamente errata, la soluzione della sospensione necessaria del procedimento fallimentare (articolo 295 c.p.c.) in attesa della definizione del contenzioso tributario, considerato causa pregiudiziale (cfrCassazione, sentenza 23001/2004).
Da un’altra angolazione e per completezza, deve sottolinearsi che, secondo il tribunale di Monza, l’unico titolo esecutivo legittimante l’ammissione al passivo, con riserva o senza, sarebbe costituito soltanto dal ruolo (ciò è affermato incidentalmente dallo stesso giudice di legittimità nella motivazione della sentenza in esame). Tale tesi è stata recentemente respinta dalla Cassazione a sezioni unite che, con la sentenza 4126/2012, ha stabilito i seguenti principi di diritto:
1) l’Agente della riscossione fa valere il credito tributario nel fallimento, ma ciò non esclude la legittimazione dell'Amministrazione Finanziaria, titolare del credito azionato
2) la domanda di ammissione al passivo di un fallimento (riguardante un credito di natura tributaria) non presuppone necessariamente, ai fini del buon esito della stessa, la precedente iscrizione a ruolo dello stesso, la notifica della cartella di pagamento e l'allegazione all'istanza di documentazione comprovante l'avvenuto espletamento delle dette incombenze, potendo viceversa essere basata anche su un titolo di diverso tenore.
Deduzione quota Ssn su RC auto solo sopra i 40 euro.
Nella legge di riforma del Lavoro n. 92 2012, l’art. 4, co.76 prevede che il contributo al Ssn che fa parte del premio di assicurazione RC auto non possa essere dedotto dal reddito integralmente ma solo per la parte che supera i 40 euro. Essendo il contributo pari al 10,5% del premio assicurativo, nella maggioranza dei casi, ossia per le polizze sotto i 400 euro in UNICO 2013 , (redditi IRPEF del 2012) , la deducibilità verrà azzerata.
Scrittura privata relativa a più prestazioni: è soggetta a registrazione obbligatoria?
Un'associazione professionale intende consentire a due professionisti, non associati, l'utilizzo esclusivo di una stanza dello studio, e delle attrezzature d'ufficio ivi presenti, nonché dei servizi generali dello studio. L'associazione conduce l'immobile mediante contratto di locazione a sé intestato. Si chiede se, oltre a redigere un contratto in cui si determina il costo di stanza ed in via forfetaria degli oneri generali si deve: registrare il contratto di sublocazione e portare i canoni, privi di ritenuta e cpa, a storno del costo di locazione; fatturare i singoli canoni con iva ordinaria, senza cpa e ritenuta, e portare il costo a storno del costo di locazione.
La fattispecie descritta nel quesito sembra riconducibile a quella di un contratto che reca un coacervo di prestazioni, rispetto alle quali viene pattuito un corrispettivo unico che i professionisti sublocatari di spazi debbano all'associazione che rende tali servizi, e pertanto si deve ritenere che il negozio non debba essere assoggettato a registrazione, in quanto, ai fini IVA, esso configura una prestazione complessa, che non può essere ricondotta a una (sub)locazione accompagnata da un insieme di altre prestazioni.
In tal senso, del resto, si è espressamente pronunciata l'Amministrazione finanziaria (Risoluzione 5 novembre 2002, n. 346/E).
Non si verte, dunque, nell'ipotesi di "operazioni esenti e imponibili ai sensi dell'articolo 10, primo comma, numeri 8), 8-bis), 8-ter) ...", che in base all'art. 5, comma 2, secondo periodo, del D.P.R. n. 131/1986, sono considerate, ai fini dell'obbligo di registrazione, assimilate a quelle non soggette a IVA: si è, invece, nell'ambito di operatività del criterio generale, sancito dal primo periodo della citata norma, in forza del quale "Le scritture private non autenticate sono soggette a registrazione in caso d'uso se tutte le disposizioni in esse contemplate sono relative ad operazioni soggette all'imposta sul valore aggiunto" e, quindi, la presentazione dell'atto all'ufficio sarà una semplice facoltà delle parti (ad esempio, al fine di fornire data certa alle pattuizioni in esso contenute), ma non una necessità.
Affitto dell’abitazione per ragioni di lavoro.
E’ deducibile dal reddito d'impresa il canone corrisposto per l’affitto di un appartamento, concesso in uso al dipendente trasferito in altra città per ragioni di lavoro?
Ai sensi dell'articolo 95, comma 2, del Tuir, i canoni di locazione (anche finanziaria) e le spese di manutenzione dei fabbricati concessi in uso ai dipendenti sono deducibili per un importo non superiore a quello che costituisce reddito per i dipendenti stessi.
Il canone è, invece, integralmente deducibile se l’immobile è concesso in uso al dipendente che ha trasferito la sua residenza anagrafica per esigenze di lavoro nel comune in cui presta l'attività. In tal caso i canoni e spese sono integralmente deducibili per il periodo d'imposta in cui si verifica il trasferimento e nei due periodi successivi.
Per la cigs non basta il fallimento: serve la prospettiva di ripresa
Il D.L. 83/12 all'art.46-bis introdotto dalla stessa legge di conversione (L. n.134/12) impone nuove condizioni per la concessione della cassa integrazione straordinaria. Dal 12 agosto infatti, per il riconoscimento ai lavoratori del diritto all'integrazione guadagni straordinaria (la Cigs), all'impresa non basta più lo stop dell'attività, ma è necessario che sussistano anche prospettive di continuazione o ripresa dell'attività e salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione.
Fonte: Italia Oggi 27/08/2012
Danni materiali e diretti sulle merci trasportate.
Essendo, nel trasporto di cose, la"monetizzazione del rischio" rappresentata dal valore assicurabile delle merci, in caso di sinistro e relativa azione di rivalsa da parte dell'assicuratore nei confronti del vettore, quest'ultimo potrebbe non essere in grado di far fronte con il proprio patrimonio con conseguente pregiudizio in capo al primo?
L'azione di rivalsa messa in atto dal'assicuratore nei confronti del terzo responsabile è diretta conseguenza del diritto di surrogazione dell'assicuratore che, una volta pagata l'indennità (risarcimento) "(...) è surrogato fino alla concorrenza dell'ammontare di essa, nei diritti dell'assicurato verso i terzi responsabili (...)".
Così dice il Codice all'articolo 1905, senza però entrare nel merito della natura e quantità della somma da recuperare. Infatti, tutte le componenti del rischio sono valutate dall'assicuratore compresa quella che può riguardare un probabile mancato realizzo di una o più componenti del valore complessivamente (da egli) assicurato ed elencate all'articolo 516 del C.d.N. che, si ricorda, comprende: "(...) il prezzo delle merci nel luogo e al tempo della caricazione, aumentato del dieci percento a titolo di profitto sperato, nonché delle spese fino a bordo, del nolo dovuto o anticipato a ogni evento, del premio e delle spese di assicurazione".
In regresso (rivalsa), allora, non si esclude che il terzo responsabile non riesca a far fronte all'intera somma compensativa richiestagli dall'assicuratore e in questo caso la compensazione dell'assicuratore risulterebbe parziale e quindi a lui pregiudizievole. Ma è un rischio di impresa che l'assicuratore, in quanto impresa, deve poter considerare in sede di piano finanziario. Tuttavia, esiste pur sempre, la possibilità - per l'assicuratore - di ricorrere alla riassicurazione o co-assicurazione.
Reddito rilevante ai fini ISEE.
Ai fini ISEE, coniuge o familiari residenti all’estero si devono considerare parte del nucleo familiare?
I familiari residenti all’estero e i familiari iscritti all’anagrafe degli Italiani residenti all’estero (AIRE) non fanno parte del nucleo familiare, perché ai fini ISEE è indispensabile l'appartenenza alla famiglia anagrafica che, per definizione, ricomprende solo i familiari iscritti all'anagrafe italiana.
Stock option: plusvalenza tassata quando l’opzione viene esercitata.
Con ordinanza 13088 del 25 luglio scorso la Cassazione, ribadendo quanto stabilito in un’altra recente sentenza (la 11214/2011), ha precisato che in tema di stock option è necessario distinguere i due momenti dell’assegnazione del diritto di opzione e di esercizio dello stesso: le azioni sottostanti, infatti, entrano a far parte del patrimonio del dipendente nel momento in cui l’opzione viene esercitata o ceduta e, dunque, la disciplina applicabile ratione temporis è quella vigente al momento di tale esercizio. Questa conclusione è coerente col criterio con cui vengono tassati i redditi di lavoro dipendente, cioè per cassa.
Con sentenza 27/40/06, la Ctr della Lombardia accoglieva l’appello proposto dalla contribuente nei confronti della pronuncia della Ctp di Milano, con cui era stato rigettato il ricorso della stessa contribuente avverso il silenzio rifiuto dell’Agenzia delle Entrate formatosi in relazione a un’istanza di rimborso di ritenute Irpef. Secondo la ricorrente, infatti, la Nokia Italia, in qualità di datore di lavoro, avrebbe indebitamente operato la ritenuta su una plusvalenza realizzata nel 2001, in conseguenza della vendita di opzioni su azioni assegnate in base a un piano di stock option. La decisione della Ctr si basava sull’impossibilità di applicare il regime introdotto con il Dlgs 505/1999 alle assegnazioni di titoli avvenute prima del 1° gennaio 1998, come nel caso di cui sopra.
Contro la seconda sentenza l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per Cassazione, articolando un unico motivo con il quale denunciava la violazione e falsa applicazione dell’articolo 48, comma 2, lettera g-bis) del Tuir, così come modificato dall’articolo 13 del Dlgs 505/1999, in relazione all’articolo 360, n. 3) del codice di procedura civile.
Cenni sulle stock option
Civilisticamente i piani di stock option configurano una fattispecie eterogenea, complessa, a formazione progressiva. Nella loro forma più comune, al dipendente di una società (solitamente si tratta di dirigenti) viene attribuito, gratuitamente o previo corrispettivo, un diritto di opzione, non cedibile a terzi, per l’acquisto di azioni – della stessa società o di altra facente parte dello stesso gruppo – a un prezzo non inferiore a quello di mercato di queste ultime al momento dell’offerta, prevedendosi contestualmente che l’opzione possa essere esercitata entro determinati limiti, anche temporali.
Di norma, quindi, il piano di stock option prevede un acquisto di titoli articolato in varie fasi: la società effettua una proposta irrevocabile (ai sensi dell’articolo 1329 c.c.) a vantaggio dei beneficiari, conferendo a questi ultimi la possibilità di posticipare l’acquisto delle azioni alle condizioni predeterminate con l’offerta di acquisto.
I piani di azionariato hanno quindi l’intento di fidelizzare i dipendenti legando alcuni componenti della retribuzione all’andamento del titolo sul mercato; in tal modo i dipendenti stessi sono incentivati a migliorare l’efficienza e la redditività dell’azienda migliorandone i risultati gestionali.
Infatti, se il valore dei titoli, in genere quotati nei mercati regolamentati, cresce nel periodo che va dal momento dell’offerta a quello dell’esercizio dell’opzione e quindi dell’acquisto delle azioni, il dipendente avrà il vantaggio di acquisire le azioni al prezzo originario, conseguendo così un reddito potenziale dato dalla differenza fra i due valori.
In relazione a tali diritti di opzione (in particolare quelli non cedibili) il legislatore fiscale, con l’articolo 48 (poi divenuto 51), comma 2, lettera g-bis), e comma 2-bis del Dpr n. 917/1986, prevedeva una normativa di favore, al ricorrere di determinate condizioni in presenza delle quali la tassazione del fringe benefit assegnato al dipendente era solo eventuale e, comunque, rinviata al momento dell’esercizio del diritto di opzione attribuito allo stesso.
In particolare, la lettera g-bis) prevedeva che, in sede di determinazione del reddito di lavoro dipendente, non concorreva alla formazione di tale categoria reddituale “la differenza tra il valore delle azioni al momento dell’assegnazione e l’ammontare corrisposto dal dipendente, a condizione che il predetto ammontare sia almeno pari al valore delle azioni stesse alla data dell’offerta; se le partecipazioni, i titoli o i diritti posseduti dal dipendente rappresentano una percentuale di diritti di voto esercitabili nell’assemblea ordinaria o di partecipazione al capitale o al patrimonio superiore al 10 per cento, la predetta differenza concorre in ogni caso interamente a formare il reddito”.
L’articolo 36, comma 25 del Dl 223/2006, era poi intervenuto ad aggiungere altre condizioni, in mancanza delle quali la differenza costituiva comunque reddito di lavoro dipendente. Le azioni offerte, infatti, a seguito della modifica normativa, non dovevano essere cedute, né costituite in garanzia prima di cinque anni dall’assegnazione e il valore delle azioni assegnate non doveva essere complessivamente superiore, nel periodo di imposta, alla retribuzione lorda annua del dipendente relativa al periodo di imposta precedente. E’ intervenuto, infine, il Dl 112/2008, che ha eliminato il regime di favore prevedendo la tassazione integrale del fringe benefit.
L’abrogazione dell’agevolazione per le stock option ha riguardato non solo i “nuovi” piani, ma anche a quelli già deliberati per i quali, alla data di entrata in vigore dell’ultimo Dl (25 giugno 2008), le opzioni non fossero state ancora esercitate. L’agevolazione continuerà, pertanto, a produrre i propri effetti solo con riferimento ai diritti di opzione esercitati (“azioni già assegnate”) prima dell’entrata in vigore del provvedimento.
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha accolto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria.
In particolare, in materia di plusvalenze realizzate attraverso l'esercizio del diritto di opzione su stock option assegnate a lavoratori dipendenti dal proprio datore di lavoro, si sono succeduti diversi regimi. Un primo secondo cui l'assoggettabilità a tassazione delle plusvalenze relative alle stock option era legato al presupposto dell'esistenza di un "costo specifico" (articolo 48, comma 3, Tuir); un secondo con il quale veniva rimosso il presupposto del costo specifico e introdotto un diverso regime di tassazione delle plusvalenze (articolo 3, Dlgs 314/1997) e, infine, un terzo regime disposto dall’articolo 13 del Dlgs 505/1999, che ha nuovamente modificato l’articolo 48, lettere g) e g bis) del Tuir, nel senso sopra specificato.
Nel caso in esame, la Ctr non ha ritenuto applicabile alla plusvalenza realizzata dalla contribuente la disciplina di cui al Dlgs 505/1999, in quanto l’assegnazione del diritto di opzione è avvenuta nel 1997, con conseguente applicazione del primo regime. Secondo i giudici di merito, infatti, le situazioni giuridiche sorte prima del 1998 sarebbero state escluse dalla nuova disciplina.
In realtà, precisa la Cassazione, “al fine della corretta individuazione della disciplina applicabile è necessario distinguere i due momenti della assegnazione del diritto di opzione, da un lato, e quello di esercizio dello stesso e dunque dell'effettiva assegnazione dei rispettivi titoli, dall'altro. E' condivisibile l'analisi del ricorrente secondo cui le azioni entrano a far parte del patrimonio del dipendente nel momento in cui l'opzione verrà esercitata o ceduta, e che dunque la disciplina applicabile sarà quella vigente al momento di tale esercizio”.
Nel caso concreto l’opzione era stata offerta nel 1997, ma esercitata nel 2001.
Concordato preventivo irregolare: possibile l’arresto del responsabile amministrativo.
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 33230 del 23 agosto 2012 ha confermato la decisione dei giudici di legittimità sull’arresto in via cautelativa del direttore amministrativo di una società in fase di concordato preventivo per distrazione di fondi. La Suprema Corte afferma che gli articoli 223 e 225 della legge fallimentare sulla bancarotta riguardo gli amministratori i sindaci e direttori generali vanno estesi al momento dello stato di insolvenza della società che abbia fatto istanza di fallimento, anche prima della dichiarazione del giudice, con il fine di tutelare i creditori durante la procedura stessa.
Semplificazione per l’avvio di nuove imprese e infrastrutture tra le priorità del Governo al rientro dalle ferie.
Fissato per oggi,24 agosto, il primo Consiglio dei Ministri dopo la pausa di ferragosto. In agenda spiccano i progetti di digitalizzazione ( tra cui l’ e-learning per la formazione dei dipendenti pubblici e ricette mediche on line) e di decisa semplificazione burocratica e fiscale per lo start up di nuove imprese. Si discuteranno anche nuovi capitoli della spending review e un piano di infrastrutture forse esenti da IVA per il rilancio della crescita economica.
Unione europea: per gli ebook l’aliquota Iva è ordinaria.
Leggeri ma ancora pesanti dal punto di vista fiscale. I libri digitali, al contrario di quelli cartacei, continuano a non godere di un’Iva agevolata. È quanto ribadito di recente dalla Commissione Ue con la procedura di infrazione avviata contro Francia e Lussemburgo, colpevoli di aver arbitrariamente applicato un’aliquota ridotta alla vendita degli ebook.
La direttiva comunitaria in materia di Iva 2006/112/EC definisce il quadro normativo sull’applicazione dell’Imposta sul valore aggiunto. L’Iva sui libri cartacei e altri prodotti culturali viene applicata attraverso un’ aliquota ridotta. Gli ebook, invece, rientrano nella categoria dei prodotti elettronici e, pertanto, scontano un’imposta con aliquota ordinaria. Già da tempo però, con la diffusione dell’editoria digitale, si è fatta avanti da più parti la richiesta di uniformare il trattamento fiscale di ebook e libri cartacei.
Nella Comunicazione sul futuro dell’Iva presentata dalla Commissione Ue nel dicembre del 2011, l’esecutivo comunitario ha avanzato la proposta di una convergenza della tassazione su libri cartacei e digitali, sottolineando però come ciò possa avvenire solo attraverso una revisione ufficiale della direttiva del 2006.
Più netta la posizione del vice-presidente della Commissione europea con delega all'Agenda digitale, Neelie Kroes, che, nel giungo scorso, durante una tavola rotonda che si è tenuta a Bruxelles, ha ribadito la necessità di rivedere le norme comunitarie in materia.
Cartellino rosso a Francia e Lussemburgo
Francia e Lussemburgo dallo scorso 1° gennaio sono già passate dalle parole ai fatti. Il Governo d’oltralpe ha applicato un’aliquota ridotta del 7% sugli ebook, che la Legge Finanziaria suppletiva varata nei giorni scorsi ha ulteriormente abbassato al 5,5% dal 2013 sia sui libri di carta sia su quelli digitali. Il Gran Ducato, invece, all’inizio di quest’anno ha introdotto un’aliquota ridotta ancora più bassa, del 3%.
Dure le parole con cui la Commissione si è pronunciata sulle decisione in materia adottate dai due Paesi. Con l’introduzione di un’aliquota Iva agevolata, Francia e Lussemburgo sono “colpevoli”, secondo la nota dell’esecutivo, di aver violato la normativa comunitaria in materia e di aver creato distorsioni significative all’interno del mercato digitale Ue. Sull’acquisto di ebook, infatti, viene applicata l’Iva vigente nello Stato dell’editore e non dell’acquirente e questo, sulla base di dati raccolti nel primo quadrimestre del 2012, ha condotto diversi operatori a investire nei due Stati proprio perché attratti da una tassazione più favorevole, a scapito degli altri Paesi Ue.
Adesso la parola passa ai Governi di Parigi e di Lussemburgo, che hanno la possibilità di difendere le proprie scelte fiscali davanti alla Commissione.
Indicatore ISEEU.
Per il ricalcolo ISEE necessario per accedere alle agevolazioni per la frequenza dell’università, debbono essere considerati anche il valore dei patrimoni dei fratelli? Qual è la norma di riferimento?
Il diritto allo studio universitario rientra nelle prestazioni sociali agevolate dalla disciplina dell’ISEE.
Per richiedere i benefici del diritto allo studio universitario (borsa di studio, posto alloggio, agevolazione tariffa per servizio mensa, agevolazione per tasse universitarie) ci si avvale dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente Universitario (ISEEU). Questo indicatore viene certificato tramite una apposita Attestazione ISEEU, che è frutto del ricalcolo dell’ISEE, effettuato tenendo conto di criteri specifici previsti dal Dpcm 9 Aprile 2001. In particolare, i redditi e i patrimoni dei fratelli dello studente sono computati al 50 per cento.
Sentenze: tempi di impugnazione con start posizionato sul deposito.
Il procedimento di pubblicazione della sentenza si compie con la certificazione del deposito mediante firma e data che il cancelliere appone in calce al documento-sentenza quando l’originale completo gli viene consegnato ufficialmente nella cancelleria del giudice che lo ha pronunciato.
Solo in tal modo il documento-sentenza è reso pubblico per effetto di legge.
Lo hanno chiarito le sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 13794 del 2 agosto.
Il titolare di una ditta di fitofarmaci ha chiesto, a un giudice di pace, la condanna di alcuni acquirenti, coobbligati nei confronti del comune dante causa, al pagamento di una somma corrispondente al prezzo di acquisto dei prodotti. Respinta la domanda, lo tesso titolare ha proposto appello al Tribunale dopo oltre un anno dal deposito della sentenza di primo grado. Quest’ultima riportava due date distinte, apposte con il datario e con sottoscrizione del cancelliere per indicare, una il deposito (16 marzo 2004), l’altra la pubblicazione (22 luglio 2004). Di conseguenza, l’appello è stato dichiarato inammissibile (ex articolo 327, comma 1, c.p.c. – nella formulazione anteriore alla modifica apportata dall’articolo 46, comma 17, legge 69/2009) in quanto era decorso il termine di un anno (e quarantasei giorni – ex articolo 1, comma 1, legge 742/1969) dalla pubblicazione della sentenza, con conseguente scadenza del termine lungo di impugnazione (2 maggio 2005), e tardiva consegna dell’appello all’ufficiale giudiziario (10 giugno 2005).
Il titolare della ditta non si è dato per vinto e ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo che lo stesso venisse assegnato alle sezioni unite per dirimere il contrasto sull’interpretazione dell’articolo 133 c.p.c., con riferimento all’individuazione della data di pubblicazione della sentenza ai fini del decorso del termine di impugnazione. Tale problema assumeva particolare rilevanza in presenza di una scissione temporale tra data di deposito e data di pubblicazione, secondo una duplice attestazione del cancelliere.
I nove giudici di legittimità, respinto il ricorso, hanno enunciato il seguente principio di diritto: “A norma dell’art. 133 cod. proc. civ. la consegna dell’originale completo del documento - sentenza al cancelliere… avvia il procedimento di pubblicazione della sentenza che si compie, senza soluzione di continuità, con la certificazione del deposito mediante l’apposizione, in calce alla sentenza, della firma e della data del cancelliere che devono essere contemporanee alla data della consegna ufficiale della sentenza, in tal modo resa pubblica per effetto di legge. È pertanto da escludere che il cancelliere, nell’espletamento di tale attività preposto alla tutela della fede pubblica (art. 2699 cod. civ.), possa attestare che la sentenza, già pubblicata per effetto dell’art. 133 cod. civ. alla data del suo deposito, è pubblicata in data successiva, e se sulla sentenza sono state apposte due date… tutti gli effetti giuridici derivanti dalla pubblicazione della sentenza decorrono dalla data del suo deposito”.
La contemporanea presenza della data di deposito della sentenza diversa da quella della sua pubblicazione ha dato origine al contrasto tra due diversi orientamenti di legittimità. Per il primo, maggioritario, la sentenza è resa pubblica mediante il deposito risultante dall’annotazione apposta dal cancelliere in calce alla sentenza, con conseguente irrilevanza della diversa attestazione dello stesso cancelliere “sentenza pubblicata”, in data successiva (Cassazione, sentenze 17290/2009, 2740 e 24178 entrambe del 2011), proprio perché non può essere attestato un evento che si è già verificato legalmente.
Per il secondo orientamento, minoritario, se sulla sentenza pubblicata appaiano due date, una di deposito in cancelleria da parte del giudice e l’altra, successiva, di “pubblicazione”, da parte del cancelliere, è solo a quest’ultima che bisogna aver riguardo ai fini della decorrenza del termine lungo per l’impugnazione, dovendosi considerare la prima data corrispondente al deposito della minuta della sentenza (Cassazione, sentenze 12681/2008, 14862/2009 e 13179/2011).
Con la pronuncia in esame, la Corte, aderendo al primo indirizzo, sottolinea che il procedimento di pubblicazione di una sentenza, coincidente con il suo deposito, è unitario nonostante vi concorrano sia l’attività del giudice (di deposito in cancelleria del documento), sia quella del cancelliere (di pubblicazione mediante il compimento di determinate formalità che rendono “certificato” tale deposito), e garantisce, quale effetto legale, la conoscibilità del provvedimento giurisdizionale erga omnes anche ai fini della decorrenza del termine di impugnazione.
Nel processo civile il principio secondo cui la sentenza è pubblicata con il deposito resta valido tanto se la decisione del giudice monocratico o collegiale avviene a seguito di trattazione scritta o mista, quanto se ha luogo a seguito di discussione orale. Il giudice, infatti, può:
- consegnare la minuta al cancelliere o per la redazione dell’originale (previa specificazione sul documento che esso contiene la minuta del documento) o per il completamento di alcune parti della sentenza (articolo 132, numeri 1, 2 e 3 c.p.c. – ad esempio, perché ancora da integrare con “l’intestazione” e cioè con l’epigrafe e le conclusioni delle parti) o perché ancora da “controfirmare” dal presidente
- provvedere direttamente alla redazione integrale della sentenza e consegnare il documento, completo in ogni sua parte e conforme al modello normativo (articoli 132 c.p.c. e 118 delle disposizioni di attuazione del c.p.c.), ufficialmente in cancelleria, o trasmetterlo in formato elettronico per via telematica mediante Pec (articolo 48, Dlgs 82/2005).
In relazione all’una o all’altra attività del giudice, il cancelliere non ha facoltà di scindere il procedimento unitario di pubblicazione della sentenza, segmentando in fasi successive l’attività di deposito (della minuta e dell’originale) e di pubblicazione; né ha margine di discrezionalità sulla data in cui rendere pubblica la stessa sentenza, poiché le norme che ne disciplinano il deposito attribuiscono solo al giudice la responsabilità di stabilire il momento nel quale l’attività giurisdizionale di decisione della causa deve essere compiuta.
L’attività del cancelliere è, quindi, ricognitiva della completezza del documento, in originale, che gli viene consegnato, oltre che vincolata nel quomodo – mediante apposizione di data e firma in calce – e nel quando, dovendo dare atto del deposito, nel luogo e nella data in cui avviene la consegna (attestazione assistita dalla presunzione di veridicità fino a querela di falso: articolo 2700 c.c.; cfr Cassazione, sentenze 9622 e 17290 del 2009).
Va detto, infine, che anche per le impugnazioni delle sentenze dei giudici tributari, il meccanismo è omologo al processo ordinario e quindi, in caso di omessa notifica della sentenza a istanza di parte, il termine lungo per impugnarla decorre dalla sua pubblicazione (articoli 38 e 51, Dlgs 546/1992) che avviene mediante deposito in segreteria, attestato dalla firma e dalla data apposte sulla sentenza dal segretario (articolo 37, Dlgs 546/1992, analogo all’articolo 133 c.p.c. – Cassazione, sentenza 25356/2007).
Quesito: bene con ipoteca firmata da eredi.
il soggetto A ha stipulato un mutuo con ipoteca sul'immobile di proprietà in
parti uguali con i fratelli eredi e la madre coniuge superstite.
Ora la madre vuole donare e dividere l'immobile in parti uguali ai figli. Cosa
succede se il soggetto A dopo questo atto non dovesse pagare qualche rata del
mutuo , ne rispondono lo stesso anche i fratelli o la banca si rivale solo
sulle sue proprietà.
vorrei farvi un quesito: ho acquistato un alloggio 10 anni fa, ove ho la residenza.
Ora vorrei cambiare la residenza, senza vendere l'alloggio.
La nuova residenza la prenderei in un alloggio (in affitto) in altro Comune.
Unico 2012: attenzione alla proroga della rivalutazione delle aree edificabili.
La rivalutazione delle aree edificabili prevista dall'articolo 1, comma 474, della legge 266/2005 prevedeva la decadenza degli effetti fiscali, in caso di mancata utilizzazione entro il 31 dicembre 2010. Per fronteggiare la crisi del settore edilizio il dl 206/2011 ha differito il termine da cinque a 10 anni , ma chi nel frattempo ha ceduto l'area nel corso del 2011, deve fronteggiare i problemi creati dal ritardo della nuova normativa. Ad esempio nel caso l’acquirente non edifichi entro il 2015,una circolare del 2006 prevede che vengano “recuperate a tassazione le imposte non pagate per effetto del maggior valore attribuito”». Inoltre se l'area era un bene merce, e in caso in Unico 2011 sia stata tassata la plusvalenza iscritta, l'unica possibilità è la dichiarazione 'integrativa "a favore", da presentare entro il 1° ottobre.
IVA Immobili: le imprese di gestione penalizzate dalle nuove norme.
L'articolo 9 del Decreto Sviluppo (Dl 83/2012) ha riscritto le norme contenute nei punti 8, 8 bis ed 8 ter dell'articolo 10 Dpr 633/1972 prevedendo la facoltà per le imprese di costruzione di optare per l'applicazione dell'Iva in luogo del regime naturale dell'esenzione. In caso di locazione le imprese di costruzione che affittano le abitazioni invendute, possono ora evitare la perdita della detrazione assoggettando ad Iva i canoni di locazione. Per queste imprese tra l’altro resta il problema dei contratti in corso per i quali l'opzione non può che essere esercitata mediante comunicazione con lettera raccomandata alla agenzia delle Entrate (risoluzione n. 2/E/2008). In questo caso occorre anche coordinare la nuova imposizione IVA con l'imposta di registro,non più dovuta. Tutto ciò non vale però per le imprese di sola gestione immobiliare per le quali l’IVA sugli immobili acquistati risulta un costo indetraibile tranne nel caso di immobili strumentali per i quali è possibile il meccanismo del prorata.
Bollo sulle copie di atti del processo tributario.
Come viene calcolata l’imposta di bollo per il rilascio di copie (semplici, autentiche o con modalità fronte-retro) di documenti del processo
La circolare n. 2/2012 del Dipartimento finanze ha precisato che l’imposta di bollo non si applica per il rilascio di copie autentiche di atti del ricorso assoggettato a contributo unificato. L'applicazione è invece prevista per gli atti non assoggettati a tale contributo (quelli, cioè, che si riferiscono a ricorsi/appelli notificati fino al 6 luglio 2011). Per questi ultimi, il tributo è pari a 14,62 euro sull’istanza e 14,62 euro sulla copia autentica, ogni 4 facciate.
Niente bollo, infine, per le istanze di copie semplici, indipendentemente dalla data di notifica di ricorsi o appelli a cui si riferiscono.
Stesse parti, stesso rapporto e … il giudicato si espande.
La sentenza passata in giudicato in materia di Iva e relativa a operazioni soggettivamente inesistenti non fa stato in materia di imposte sui redditi. Così ribadisce la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14058 del 3 agosto scorso, precisando alcuni importanti principi sulla “capacità espansiva del giudicato” e sulle necessarie condizioni.
La Guardia di Finanza emetteva nei confronti di una società di persone un processo verbale di constatazione dal quale emergevano rilievi ai fini Iva e Ilor relativi all’anno di imposta 1987, recepiti in separati avvisi di accertamento, oggetto di distinte impugnazioni.
Per l’Ilor, l’Agenzia delle Entrate notificava alla società un atto contente il recupero di componenti negativi relativi ad acquisti per operazioni soggettivamente inesistenti, nonché un maggior imponibile determinato da omessa fatturazione. Conseguentemente veniva rettificato anche il reddito da partecipazione dei due soci.
Società e soci ottenevano, in entrambi i gradi di merito, l’accoglimento del ricorso, limitatamente al solo recupero di ricavi.
Nelle more del termine per l’impugnazione della sentenza di secondo grado, passava in giudicato un’altra sentenza della Ctr, che decideva sull’avviso di accertamento ai fini Iva, annullandone il recupero.
La società e uno dei due soci ricorrevano, quindi, in Cassazione sostenendo che:
il giudicato relativo al giudizio Iva coprirebbe l’accertamento sull’esistenza ed effettività delle operazioni di acquisto
tale giudicato esplicherebbe i suoi effetti anche nei confronti dei soci, per essere il reddito di partecipazione dipendente da quello societario.
La decisione e i precedenti conformi
Le censure mosse dai ricorrenti vengono sterilizzate dalla Corte di cassazione che precisa a chiare lettere che la detraibilità dell’Iva può essere risolta secondo criteri di fatto diversi da quelli riguardanti la deducibilità dei costi in materia di imposte sui redditi. Pertanto, qualora vi siano due avvisi di accertamento, fondati sull’inesistenza soggettiva di operazioni commerciali ed emessi l’uno ai fini Iva e l’altro per il recupero delle imposte sui redditi, la sentenza pronunciata in uno dei giudizi non può spiegare effetto anche sull’altro.
Alla radice della questione – affrontata anche in modo simmetricamente inverso (capacità espansiva del giudicato relativo alle imposte dirette in materia di Iva) e risolta in modo conforme (Cassazione, sentenze nn. 25200/2009 e 15396/2008) – vi sarebbe la diversità oggettiva e soggettiva del fondamento delle differenti imposte.
Per la Cassazione occorre, infatti, che il rapporto giuridico dedotto nei giudizi sia unitario.
Punto di partenza la sentenza delle sezioni unite, la n. 13916/2006, seguita da numerose altre pronunce sostanzialmente conformi, rese in materia di presupposti impositivi relativi a diverse annualità di imposta, nelle quali viene affermata la necessità:
“…a - che "due giudizi tra le stesse parti abbiano riferimento al medesimo rapporto giuridico";
b - che "uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato";
c - che sussista "un punto fondamentale comune ad entrambe le cause", formante "la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza" definitiva, sicchè ne risulti precluso il riesame nell'altra causa…” (Cassazione, sentenza n. 25200/2009).
Di conseguenza, in difetto dell’unitarietà del rapporto giuridico, non è possibile l’estensione del giudicato ancorché la seconda lite richieda accertamenti di fatto già avvenuti nella prima, poiché l’efficacia oggettiva del giudicato non può investire singole questioni di fatto o diritto (Cassazione, sentenza n. 2594/2010).
Non osta, invece, all’estensione del giudicato la diversità degli atti impugnati nei giudizi, ad esempio, avviso di accertamento e cartella, sempre che l’oggetto dei giudizi sia il medesimo (Cassazione, sentenza n. 19310/2011).
Non va, ancora, sottaciuto che ben vi possono essere elementi costitutivi della fattispecie a carattere tendenzialmente permanente e, su questi, il giudicato relativo a un anno di imposta può far stato in quelli antecedenti o successivi. Il riferimento va, in particolare, a quegli “elementi preliminari” per l’applicazione di una specifica disciplina tributaria, cioè alle qualificazioni giuridiche che il legislatore ha definito per il trattamento tributario (quali, ad esempio, la natura di ente commerciale, la qualità di soggetto residente, la natura di bene di interesse storico-artistico, la categoria e la rendita catastale, la spettanza di un’esenzione o di un’agevolazione pluriennale), restando inderogabilmente escluse la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti (Cassazione 13897/2008 e ss.uu. 13916/2006).
Acquisti da espropriazioni forzate: le tasse si calcolano sul “pagato”.
I giudici toscani – confermando la pronuncia dei colleghi fiorentini – hanno stabilito che non è dovuto al contribuente il rimborso dell’imposta di registro asseritamente assolta in eccesso, perché calcolata in relazione al valore di trasferimento (e non a quello catastale), sulla base del decreto emesso dal tribunale di Firenze, a seguito di fallimento. In proposito, la Ctr ha accolto la tesi dell’ufficio, respingendo la censura di legittimità costituzionale sull’articolo 1, comma 497, legge 266/2005, avanzata dal ricorrente, che riteneva tale regime discriminatorio per gli aggiudicatari di aste pubbliche rispetto ai “normali” acquirenti di beni immobili (Ctr Toscana, sentenza n. 41/21/2012).
Un contribuente acquistava, tramite asta presso il tribunale fallimentare di Firenze, un bene immobile di categoria A3 (abitativo), in cui stabiliva la propria residenza, al prezzo di 370mila euro.
Al momento dell’aggiudicazione definitiva, il contribuente, quale persona fisica “che non agiva nell’esercizio di attività commerciali, professionali o artistiche”, dichiarava al cancelliere di avvalersi, per la compravendita in questione, delle disposizioni di cui all’articolo 1, comma 497 della legge 266/2005 (la Finanziaria 2006), con ciò chiedendo che la base imponibile ai fini delle imposte di registro, ipotecarie e catastali fosse determinata secondo la regola contenuta nell’articolo 52, commi 4 e 5 del Dpr 131/1986, e cioè seguendo il valore automatico originato dalla rendita catastale dell’immobile.
L’ufficio, invece, tassava l’atto sulla base del prezzo di aggiudicazione del bene (370mila euro) e non sul valore catastale (139.431,60 euro).
Pertanto, in fase precontenziosa, il contribuente aveva inoltrato istanza di rimborso all’ufficio che, a sua volta, gli aveva notificato il diniego per mancanza di un presupposto, previsto dalla citata norma della Finanziaria 2006, e cioè, l’intervento di un notaio per l’atto.
L’interessato ricorreva, quindi, presso la Ctp di Firenze, eccependo di essere in possesso di tutti i requisiti previsti dalla normativa di riferimento, per usufruire del beneficio fiscale, sia soggettivi (essendo persona fisica che non agiva nell’esercizio di attività commerciali, artistiche o professionali) sia oggettivi (applicazione del valore automatico per le cessioni aventi a oggetto “immobili ad uso abitativo e relative pertinenze”).
In più, la forma e le modalità del trasferimento della proprietà (nel caso specifico, atto notarile) non erano poste dal legislatore come condizioni essenziali per beneficiare dell’agevolazione richiamata. Il sistema della “valutazione automatica” sarebbe, infatti, esteso anche agli atti giudiziari, poiché la disciplina contenuta nella Finanziaria 2006 non conterrebbe ostacoli in tal senso.
Inoltre, continuava il contribuente, l’articolo 52, comma 4, del Tur, nel sancire l’impossibilità di accertare un maggior valore rispetto a quello individuato dal valore catastale automatico, non prevede affatto una discriminazione per alcuni tipi di formalità o di trasferimento della proprietà rispetto ad altri.
Nel ricorso, poi, sollevava anche la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1, comma 497 della Finanziaria 2006.
Tale norma sarebbe, infatti, discriminatoria poiché non consentirebbe il calcolo dell’imposizione indiretta sul valore catastale a chi acquista tramite aste giudiziarie e procedure concorsuali in genere, con ciò violando il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
L’ufficio, di contro, evidenziava come ogni tentativo di interpretare il dettato normativo in maniera estensiva non era ammissibile, atteso che la norma “agevolativa” è una norma speciale e di stretta interpretazione e, in quanto tale, non ammette deroghe. Dalla lettera della norma della Finanziaria 2006 emergeva, infatti, la necessità che la parte acquirente rendesse al notaio, all’atto della cessione, la richiesta di determinazione catastale della base imponibile.
Tale circostanza portava a escludere che la stessa potesse applicarsi anche a fattispecie diverse, nelle quali non interveniva la figura del notaio e, quindi, anche nelle ipotesi di trasferimento coattivo disposto con sentenza (ex articolo 2932 c.c.).
Pertanto, la deroga di cui all’articolo 1, comma 497, della legge 266/2005 non poteva applicarsi ai suddetti trasferimenti. In tal senso, si era espressa pure l’Amministrazione finanziaria, con la risoluzione n. 102/2007.
I giudici di primo grado respingevano il ricorso del contribuente che si appellava alla Ctr.
L’ufficio, nel costituirsi in giudizio, allegava una sentenza della Corte di legittimità, la 13217/2007, secondo cui l’articolo 44 del Tur “costituisce una deroga espressa alla regola generale prevista nel precedente art. 43, comma 1, lettera a), secondo cui la base imponibile dell’imposta di registro è rappresentata dal valore dell’immobile trasferito. Nei trasferimenti coattivi – invece – la base imponibile per l’imposta di registro non è mai il valore dell’immobile ma il prezzo pagato: e ciò per quelle ragioni di pubblico affidamento che garantisce la procedura. Consegue che, se nei trasferimenti disciplinati dall’art. 44 non trova applicazione la regola del precedente art. 43 (base imponibile=valore), non possono neppure trovare applicazione le disposizioni il cui funzionamento presuppone l’applicabilità di tale regola, cioè il successivo art. 52 sulla rettifica del valore dichiarato ed il collegato art. 12 della legge 154/1988”.
In particolare, la Ctr rigetta la questione di legittimità costituzionale, sottolineando che “la deroga dell’art. 43 del TUR, prevista dall’art. 1, comma 497 della legge 23/12/2005 n. 266, riguarda le cessioni di immobili ad uso abitativo fra persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività commerciali, artistiche e professionali. Deve trattarsi di cessioni per le quali sia previsto un corrispettivo e risultanti da atto notarile (atto pubblico o scrittura autenticata) e la base imponibile ai fini dell’imposta di registro, ipotecarie e catastali è costituita dal valore dell’immobile determinato ai sensi dell’art. 52, commi 4 e 5 del TUR, indipendentemente dal corrispettivo pattuito indicato nell’atto.
In sintesi, l’art. 1 comma 497 sopra citato richiede alcuni particolari presupposti”, così riassunti dalla Ctr:
Infatti, anche il richiamo fatto dal comma 4 agli atti dell’autorità giudiziaria, riguarda gli atti dell’autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono parzialmente il giudizio, i decreti ingiuntivi esecutivi, i provvedimenti che dichiarano esecutivi i lodi arbitrali e le sentenze che dichiarano efficaci nello Stato sentenze straniere”.
I secondi giudici concordano con la Ctp sulla circostanza che “la normativa di riferimento … è quella disposta dall’art. 44 TUR, il quale al primo comma stabilisce che, per la vendita di beni mobili e immobili fatta in sede di espropriazione forzata ovvero all’asta pubblica, la base imponibile è costituita dal prezzo di aggiudicazione, diminuito, nell’ipotesi prevista dall’art. 587 c.p.c., della parte già assoggettata ad imposta”.
L’importanza della norma di cui all’articolo 44 del Tur “è data dalla circostanza che essa, in relazione alle fattispecie descritte, esclude il potere dell’ufficio di procedere alla rettifica ai sensi dell’art. 52: ciò sul presupposto che le particolari circostanze in cui è avvenuto il trasferimento mobiliare o immobiliare eliminano ogni possibile intento di evasione; intento, altresì, escluso dal rilievo che il trasferimento avviene sotto il controllo di un’autorità amministrativa o giudiziaria”.
In questo senso, i giudici regionali respingono la domanda di rimborso del preteso surplus versato dal contribuente nella registrazione dell’acquisto effettuato nell’asta fallimentare.
Infine, evidenziano come la norma agevolativa, di cui all’articolo 1, comma 497 della Finanziaria 2006, non consenta interpretazioni estensive: in tal senso, respingono la questione di legittimità costituzionale sollevata dall’appellante.
La scadenza della patente il giorno del compleanno.
Anche la patenti non soggette a regole particolari, quali l’ AM (ciclomotori e quadricicli) A1, A, B1 e BE, scadranno il giorno del compleanno.
Lo ha chiarito una circolare del Ministro della Funzione pubblica n. 0029981P del 20 luglio12 che ha equiparato la patente agli altri documenti di identità.
L’allineamento non vale per le patenti C e D.
Il calcolo della nuova scadenza va effettuato prolungandola fino al giorno del compleanno salvo che nei casi di rinnovo tardivo dei documenti.
Le novità si applicano solo sui documenti rilasciati ex novo o rinnovati a partire dalla data di entrata in vigore del decreto semplificazioni e cioè il 10 febbraio scorso.
Resta il problema del rapporto tra il decreto semplificazioni e il Codice della strada anche se il ministro ritiene che il problema non si pone.
La nuova ricetta medica a partire dal 15 agosto.
La nota del Ministero della Salute del 3 agosto spiega come deve essere inteso il nuovo obbligo, per il medico, di indicazione nella ricetta del principio attivo.
L’indicazione del principio attivo serve in sostanza, per i medicinali che vengono pagati dal servizio sanitario, a permettere al farmacista di dare un medicinale equivalente scegliendolo tra i meno costosi.
Nulla cambia per quelli che non hanno prodotti equivalenti e per quelli non rimborsabili dal Ssn.
L’indicazione della terapia e del principio attivo vale per cure iniziate dal 15 agosto, i pazienti già in cura precedentemente possono seguire le vecchie regole.
Sarà a cura del farmacista fornire al paziente la medicina con il principio attivo ma di minor costo per il Ssn. Se il paziente vuole quello piu’ costoso si accollerà la differenza
Cartella di pagamento relativa al contributo unificato.
La competenza a pronunciarsi sui vizi della cartella di pagamento, emessa in esito all’iscrizione a ruolo del contributo unificato, spetta alla commissione tributaria?
Il contributo unificato ha natura tributaria (cfr. Corte Cost. n. 73/2005 e Cass. SS.UU., nn. 3007/2008 e 3008/2008).
Pertanto la competenza a pronunciarsi sui vizi della cartella di pagamento emessa in esito ad iscrizione a ruolo del contributo unificato rientra nella competenza giurisdizionale del giudice tributario.
Essendo, infatti, le cartelle esattoriali atti di riscossione e non di esecuzione forzata, il controllo della loro legittimità spetta, quando le cartelle riguardino tributi, al giudice tributario in base alla previsione degli articoli 2, comma 1, e 19, Dlgs n. 546/1992 (cfr Cass.. SS.UU. nn. 9840/11 e 5994/2012).
Istruzioni per determinare l'imponibile IRAP.
Quando l’uscita non si formalizza il socio è sempre responsabile.
In tema di opponibilità all’Amministrazione finanziaria delle cause di esclusione automatica del socio, l’ordinanza 14002 del 3 agosto 2012 della Cassazione, ha stabilito che se la cessione della partecipazione in una società di persone non viene trascritta, non vi è opponibilità ai terzi, quindi permane la responsabilità solidale e illimitata del socio.
In seguito al fallimento di una società in accomandita semplice, il curatore si opponeva alla cartella di pagamento, recante l’iscrizione a ruolo per Iva, interessi e accessori, emessa nei confronti del socio accomandatario e coobbligato di tale società per le pendenze verso il Fisco della stessa società.
Il relativo ricorso veniva accolto in primo grado e confermato dalla Commissione tributaria regionale, la quale evidenziava che, a norma dell’articolo 2382 del codice civile, il contribuente, a seguito del suo personale fallimento, era “automaticamente” decaduto dall’incarico ricoperto in ambito societario, circostanza che precludeva la nascita di obblighi a suo carico.
Insoddisfatta dell’esito del giudizio, l’Amministrazione finanziaria ricorre per la cassazione della sentenza nei confronti del socio, frattanto ritornato in bonis, denunciando violazione dell’articolo 2313 in relazione agli articoli 2288, 2290 e 2300 c.c., con la formulazione nel ricorso del seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte se l’art. 2313 cod. civ. che prevede la responsabilità illimitata e solidale del socio accomandatario per le obbligazioni sociali, possa applicarsi anche nell’ipotesi in cui si sia verificata una causa di esclusione di diritto ex art. 2288 cod. civ., allorché lo scioglimento del rapporto associativo non sia in concreto verificato (per avere il socio continuato ad operare nella qualità di amministratore) e lo stesso non sia stato, comunque, portato a conoscenza dei terzi mediante l’iscrizione nel registro delle imprese o con altro mezzo”.
Decidendo nel merito, la sezione tributaria della Corte suprema accoglie l’opposizione dell’ente impositore e sostiene che – contrariamente all’assunto della Commissione del riesame – la responsabilità solidale e illimitata del socio, prevista dall’articolo 2291, comma 1, codice civile, per i debiti delle società di persone, e per i soci accomandatari (articolo 2313 c.c) opera, in assenza di espressa previsione derogativa, anche per i rapporti tributari, cosicché il socio, dopo l’iscrizione a ruolo a carico della società per un’imposta che grava sulla stessa, resta sottoposto all’esazione del debito, ancorché estraneo agli atti impositivi rivolti alla formazione del ruolo (cfr Cassazione nn. 12022/2006 e 11228/2007).
Al riguardo vige, infatti, il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità (per tutte, Cassazione 20447/2011) secondo cui, in forza della previsione di cui agli articoli 2267, 2290, 2300 del codice civile, nelle società di persone la perdita della qualità di socio (ad esempio, conseguente a recesso, esclusione, cessione della partecipazione), integra una modifica dell’atto costitutivo (articolo 2295, codice civile) – che deve essere richiesta, entro trenta giorni, dall’amministratore, ovvero, se quest’ultimo non provvede, da ciascun socio, il quale può anche limitarsi a chiedere la condanna dell’amministratore a eseguirla (ex articolo 2300, comma 1, e 2296 c.c.) – e per questa ragione è soggetta a iscrizione presso il Registro delle imprese, a meno che non si riesca a dimostrare che i terzi ne erano a conoscenza, ai sensi dell’articolo 2300, comma 3, codice civile (Cassazione 11045/1999). Ciò a pena di inopponibilità ai terzi medesimi della conoscenza dell’intervenuta modifica, essendo il socio gravato, medio tempore, dell'onere di comunicare all'Amministrazione l'intervenuto recesso (cfr Cassazione 2812/2002 e 11569/2002).
L'indicata pubblicità costituisce, dunque, fatto impeditivo di una responsabilità altrimenti normale, sicché essa deve essere allegata e provata dal socio che opponga la cessione al fine di escludere la propria responsabilità per le obbligazioni sociali, con la conseguenza che rientra nei poteri ufficiosi del giudice valutare se siano state allegate e provate le condizioni di opponibilità ai terzi della cessione e, con esse, dell'irresponsabilità del socio (Cassazione 2215/2006).
Pertanto, se non vi è stata la trascrizione nel Registro delle imprese, il socio risponde inequivocabilmente dei debiti fiscali anche successivi alla causa di esclusione. Queste sono le conclusioni desumibili dall’ordinanza 14002/2012.
In precedenza era stato affermato (Cassazione 11228/2007) che, ai fini fiscali, il socio di una s.n.c. risponde solidalmente dei debiti tributari di quest'ultima, a nulla rilevando che sia rimasto estraneo agli atti di accertamento e impositivi finalizzati alla formazione del ruolo. È, quindi, legittimo che – anche senza preventiva escussione del patrimonio sociale (Cassazione 12799/2011) – l'Amministrazione finanziaria proceda alla riscossione coattiva nei confronti del socio, ancorché receduto, il cui diritto di difesa è garantito dalla possibilità di opporre, in sede di impugnativa dell'avviso di mora, tutte le ragioni che avrebbe potuto far valere avverso l'avviso di accertamento, in quanto socio all'epoca in cui il debito tributario è sorto (Cassazione 10093/2003).
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