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Timestamp: 2019-07-24 06:54:36+00:00
Document Index: 167532971

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 64', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 659', 'sentenza ', 'art. 659', 'sentenza ', 'art. 700', 'sentenza ', 'art. 1102', 'art. 20', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 1362', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 669', 'art. 96', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 1051', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 1062', 'art. 1051', 'art. 1051', 'sentenza ', 'art. 1062', 'art. 1027', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 950', 'sentenza ']

Condominio via dei Giudicati 1 - 09131 Cagliari | Uno spazio sul web dedicato ai Condòmini
Condominio via dei Giudicati 1 – 09131 Cagliari
Uno spazio sul web dedicato ai Condòmini
Dal 19 novembre il blog migra sulla piattaforma WordPress
Pubblicato il 15 novembre 2013 da stefanopillai
come già anticipato il 19 novembre ci sarà la migrazione del blog sulla piattaforma WordPress, e da domenica 17 sarà bloccato il servizio di aggiornamento.
Compatibilmente con il mio tempo libero cercherò di aggiornarmi e di rendere il miglior servizio possibile, con lo spirito che ha sempre contraddistinto questo blog: dal 19 novembre quindi il blog sarà in continua evoluzione e mi scuso fin d’ora per gli eventuali problemi che possono verificarsi.
Rimango disponibile a qualsiasi critica e suggerimento volti a migliorare il servizio che rimarrà libero, gratuito e privo di pubblicità.
Pubblicato in avvisi condominiali	| Lascia una risposta
Offendere è un reato. Ma tra condòmini no. O quasi…
Non sempre l’ingiuria al vicino di casa è punibile: vediamo perché.
L’assemblea di condominio: dove il confronto diventa battaglia
La vita di condominio, si sa, spesso non è facile ed i rapporti con gli altri condomini sono molte volte connotati da astio e litigiosità al punto da sfociare in battibecchi che possono purtroppo anche assumere connotati davvero fastidiosi, arrivando finanche a dar vita ad episodi spiacevoli e comportamenti biasimevoli. Chi vive la realtà condominiale sa bene, ad esempio, quanto le assemblee di condominio si trasformino da luogo del confronto tra le opposte esigenze e visioni delle cose a teatro di vere e proprie battaglie verbali (e non solo…): i non più giovanissimi ricorderanno una celebre scena di un film della saga di Fantozzi in cui veniva dipinta, con colori certamente molto forti e poco realistici, quello che accade in una “normale” riunione condominiale, dove pacati e taciturni inquilini si trasformano al “pronti-via” in battaglieri combattenti disposti a tutto pur di sopraffare il condomino di turno.
Orbene, seppur tale rivisitazione cinematografica sia evidentemente colorita e volutamente esagerata, essa ha tuttavia il merito di dare una pur eccessivamente esagerata idea di quello che accade durante una riunione di condominio: proprio in questa sede, infatti, il confronto tra i coinquilini raggiunge i livelli di maggiore pericolosità perché rancori e rabbie per quelli che vengono ritenuti soprusi o cattiverie trovano il momento per essere esternati, incolpandosi a vicenda ed arrivando così facilmente ad aggressioni soprattutto verbali, con inevitabili conseguenze di carattere penale.
……………………………………. continua sul link diretto ………………………………..
http://www.condominioweb.com/condominio/articolo1825.ashx
Amministratore di condominio e revoca giudiziale, il procedimento in tribunale è un affare tra lui e chi lo vuole cacciare
Pubblicato il 13 novembre 2013 da stefanopillai
di Alessandro Gallucci
L’amministratore di condominio deve partecipare personalmente al procedimento giudiziale con il quale si chiede la sua revoca e per farlo non deve chiedere l’autorizzazione all’assemblea, anzi in casi del genere l’assise è sprovvista di alcun potere d‘intervento anche se le conseguenze negative del comportamento dell’amministratore si riverberano sulla compagine stesse. Parola di Cassazione (sent. 22 ottobre 2013 n. 23955).
Nulla di nuovo rispetto al passato ed anche se la sentenza riguarda un caso precedente l’entrata in vigore della così detta riforma del condominio, i principi espressi sono rispecchiati nel nuovo art. 64 disp. att. c.c.
Come dire: anche su questa materia la legge n. 220/2012 piuttosto che riformare, s’è limitata a recepire gli orientamenti giurisprudenziali.
Che cos’ha detto, specificamente, la Suprema Corte di Cassazione?
“Quanto alla posizione del condominio e all’estensione ad esso del favore delle spese, va osservato, invece, che questa Corte ha avuto modo di affermare che nel giudizio promosso da alcuni condomini, per la revoca dell’amministratore per violazione del mandato, interessato e legittimato a contraddire è soltanto l’amministratore e non il condominio il quale non è tenuto nè ad autorizzare nè a ratificare la resistenza in giudizio dell’amministratore medesimo trattandosi di ipotesi estranea a quelle previste negli artt. 1130 e 1131 c.c., e ciò malgrado le ripercussioni nei confronti del condominio degli effetti della pronuncia giudiziale (Cass. nn. 8837/99, 12636/95 e 1274/89)”.
…………………………………… continua sul link diretto …………………………………..
http://www.condominioweb.com/condominio/articolo1821.ashx
Realizzare impianti a energie rinnovabili: quando serve la Comunicazione al Comune?
Pubblicato il 12 novembre 2013 da stefanopillai
Quali sono le procedure per la realizzazione di impianti alimentati con fonti di energia rinnovabili? Iniziamo con questo post una serie di brevi approfondimenti, per analizzare i principali iter autorizzativi necessari alla installazione di impianti FER. Iniziamo dal sentiero più semplice: quello della Comunicazione al Comune.
La Comunicazione al Comune per la realizzazione di impianti alimentati con fonti rinnovabili è un titolo autorizzativo assimilabile a quello previsto per le c.d. attività di edilizia libera e, dunque, si applica nei casi più semplici e modesti.
La Comunicazione al Comune va fatta per via telematica e consente di iniziare subito i lavori per la realizzazione del proprio impianto solare termico, fotovoltaico, di cogenerazione o eolico.
Tale titolo autorizzativo è stato introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento dal d.lgs. 115/2008 ed è stato potenziato con un allargamento del suo campo di applicazione a seguito della conversione in legge del DL 40/2010 (convertito con l. 73/2010).
Le seguenti sono le tipologie di impianti a fonti rinnovabili di modeste dimensioni che richiedono, per la loro realizzazione, la semplice Comunicazione al Comune:
1. Generatori eolici singoli (altezza complessiva non superiore a 1,5 m).
2. Impianti solari termici montati su tetti di edifici (salve le limitazioni eventualmente previste per gli immobili sottoposti a vincolo ambientale o paesaggistico in base al Codice dei Beni Culturali).
3. Impianti solari fotovoltaici montati su tetti di edifici (salve le limitazioni eventualmente previste per gli immobili sottoposti a vincolo ambientale o paesaggistico in base al Codice dei Beni Culturali).
4. Unità di micro-cogenerazione ad alto rendimento di potenza non superiore a 50 kW elettrici.
5. Torri anemometriche realizzate mediante strutture mobili, semifisse o comunque amovibili.
6. Impianti a fonti rinnovabili compatibili con il regime SSP (scambio sul posto) che non alterino volumi, superfici, destinazioni d’uso, numero unità immobiliari e non implichino un incremento dei parametri urbanistici o riguardino le parti strutturali dell’edificio.
Le informazioni per questo post sono state tratte dall’analisi “Per il rilancio del Paese: sussidiarietà e semplificazione”, realizzata a cura del Centro Studi del CNI
Fonte: http://www.ediltecnico.it/23235/realizzare-impianti-a-energie-rinnovabili-quando-serve-la-comunicazione-al-comune/
Immissioni rumorose condominio
http://www.studio-legale-online.net
Avv. Chiara Rossi – Avv. Fabio Ficcadenti
I criteri adottati per definire la normale tollerabilità del rumore, cioè quelli definiti dal Dpcm del 1° marzo 1991, essendo meno rigorosi di quelli desumibili dall’articolo 844 del Codice civile, sono comunque accettabili. Possono cioè essere utilizzati anche per individuare la soglia di tollerabilità delle immissioni rumorose nei rapporti tra privati purché, però, considerati come un limite minimo e non massimo.
Sentenza 6 novembre 2013, n. 25019
COMUNIONE E CONDOMINIO – CONDOMINIO – PARTI COMUNI
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 31149/07) proposto da:
CONDOMINIO (OMISSIS), in persona del suo amministratore pro-tempore, rappresentato e difeso, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dagli Avv.ti (OMISSIS) ed (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);
(OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del controricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. Prof. (OMISSIS), in (OMISSIS);
Avverso la sentenza n. 1144/07 del Tribunale di Ancona, depositata il 12 settembre 2007 e notificata l’11 ottobre 2007;
Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 3 ottobre 2013 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;
uditi gli Avv.ti (OMISSIS) (per delega) nell’interesse del ricorrente e (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della controricorrente;
Con atto di citazione, notificato il 24 aprile 1999, la sig.ra (OMISSIS), condomina del Condominio di (OMISSIS), conveniva, dinanzi al Giudice di Pace di Ancona, lo stesso Condominio, in persona dell’amministratore pro tempore, perche’ fossero dichiarate illegittime le immissioni acustiche provenienti dall’ascensore condominiale e perche’, conseguentemente, ne fosse ordinata la cessazione con condanna del medesimo Condominio alla realizzazione di tutte le conseguenti opere necessarie.
Si costituiva in giudizio il convenuto contestando, nel merito, le deduzioni attoree ed eccependo, inoltre, l’incompetenza e/o inammissibilita’ della domanda diretta ad ottenere la condanna del Condominio ad un “facere”, esulando essa dalla competenza del Giudice. Il Giudice di Pace di Ancona, in parziale accoglimento della domanda attrice, dichiarava che le immissioni acustiche provenienti dall’ascensore erano illegittime, ordinandone la cessazione (demandando all’assemblea, sulla scorta della relazione del c.t.u., di provvedere all’attuazione dei rimedi indispensabili allo scopo), ponendo integralmente a carico del convenuto le spese di lite. Interposto appello da parte del predetto Condominio, nella costituzione dell’appellata, il Tribunale di Ancona, con sentenza n. 1144/07, depositata il 12 settembre 2007 e notificata l’11 ottobre 2007, rigettava l’appello, condannando il Condominio appellante al pagamento delle spese di lite.
Il Tribunale adito, a sostegno della sua decisione, riteneva di accogliere pienamente le valutazioni operate dal c.t.u., il quale aveva rilevato che l’ascensore produceva emissioni rumorose superiori ai limiti imposti dalla specifica normativa, apparendo esse immuni da vizi logici e giuridici, oltre ad essere frutto di rigorose indagini. Pertanto, lo stesso giudice di appello confermava la valutazione di intollerabilita’, in danno dell’appellata, dei rumori prodotti dalla movimentazione dell’ascensore, non potendosi applicare al caso di specie il criterio della normale tollerabilita’ e quello del limite differenziale.
Avverso detta sentenza il Condominio (OMISSIS), ha proposto ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi.
Il difensore del ricorrente Condominio ha, altresi’, depositato memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo il Condominio ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 1, n. 4 e articolo 118 disp. att. c.p.c., comma 1, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4, formulando, ex articolo 366 bis c.p.c. (ratione temporis applicabile alla fattispecie, risultando la sentenza impugnata pubblicata il 12 settembre 2007), i seguenti quesiti di diritto: “dica la Suprema Corte se il giudice sia tenuto a dare un’esposizione concisa ma non sommaria degli elementi in fatto e in diritto posti a fondamento della decisione ed offrire una motivazione logica ed adeguata al dispositivo, evidenziando le norme di diritto e le prove ritenute idonee a confortarla; se la mera ed acritica trasposizione nella parte motiva della sentenza del contenuto di atti difensivi di parte, renda la motivazione inidonea a consentire quell’indispensabile controllo delle ragione che stanno a base della decisione in esito ad un autonomo percorso argomentativo con conseguente nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., n. 4 e articolo 118 disp. att. c.p.c., comma 2″.
2. Con il secondo motivo il Condominio ricorrente ha prospettato la violazione e falsa applicazione dell’articolo 4 DPCM 14/11/97, nonche’ l’insufficiente motivazione su un punto controverso e decisivo per il giudizio, ponendo – con riferimento alla supposta violazione di legge – il seguente quesito di diritto: “dica la Suprema Corte se la norma di cui all’articolo 4, comma 3, DPCM 14/11/1997 abbia portata privatistica e sia diretta a disciplinare i rapporti tra condomini, relativamente alle immissioni prodotte da impianti o servizi di uso comune interni al condominio, introducendo una presunzione di tollerabilita’ delle immissioni che superino il limite differenziale di 5 db (diurno) e 3 db (notturno)”. Quanto al denunciato vizio motivazionale il ricorrente ha inteso censurare la sentenza impugnata nella parte in cui non aveva congruamente spiegato in che cosa consistesse il criterio di normale tollerabilita’ alla luce del relativo quadro normativo che escludeva l’applicazione di qualsivoglia limite differenziale.
3. Con il terzo motivo il ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli articoli 844 – 2728 – 2697 c.c., nonche’ il vizio di omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo ai fini del giudizio, il tutto in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5, formulando i seguenti quesiti di diritto, quanto alla violazione di legge: “dica la Suprema Corte se, nel caso di immissioni sonore contenute nei limiti della specifica normativa sull’inquinamento acustico, sussista una presunzione di liceita’ delle stesse; se sia onere del preteso danneggiato vincere tale presunzione, fornendo specifica prova dell’oggettiva intollerabilita’ delle immissioni nel caso concreto; se il giudice nell’individuazione del limite di normale tollerabilita’ debba valutare la specificita’ del caso considerando anche la durata dell’effettiva esposizione al rumore, la frequenza e gli orari in cui concretamente detta esposizione si manifesta, tenendo anche conto del preesistente e protratto (per oltre 20 anni) utilizzo del medesimo impianto, valutando il tutto sullo sfondo del particolare contesto ambientale e sociale”. In ordine al dedotto vizio motivazionale il ricorrente ha prospettato che, nella sentenza impugnata, non si ravvisava un idoneo percorso argomentativo in relazione al concreto accertamento sulla effettiva intollerabilita’ delle immissioni e sulla loro oggettiva idoneita’ a dar luogo a fenomeni di disturbo (fisici e psichici).
4. Con il quarto ed ultimo motivo il ricorrente ha denunciato la violazione dell’articolo 112 c.p.c., nonche’ l’omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo ai fini del giudizio, il tutto in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5, formulando il seguente quesito di diritto: “dica la Suprema Corte se il giudice sia tenuto a pronunciarsi su tutti i capi della domanda e, in caso di appello, su tutti i motivi di impugnazione autonomamente apprezzabili”.
5. Rileva il collegio che la prima riportata censura e’ manifestamente infondata e deve, percio’, essere respinta.
Si osserva che – secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 17145 del 2006 e Cass. n. 8294 del 2011, ord.) – la conformita’ della sentenza al modello di cui all’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, (nella sua versione “ratione temporis” applicabile nella fattispecie) non richiede l’esplicita confutazione delle tesi non accolte o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio posti a base della decisione o di quelli non ritenuti significativi, essendo sufficiente, al fine di soddisfare l’esigenza di un’adeguata motivazione, che il raggiunto convincimento risulti da un riferimento logico e coerente a quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie vagliate nel loro complesso, che siano state ritenute di per se’ sole idonee e sufficienti a giustificarlo, in modo da evidenziare l’”iter” seguito per pervenire alle assunte conclusioni, disattendendo anche per implicito quelle logicamente incompatibili con la decisione adottata.
Alla stregua di tale principio, la doglianza in esame e’ da ritenersi priva di pregio perche’ il Tribunale di Ancona, con la sentenza qui impugnata e sulla scorta delle complessive risultanze della c.t.u. rinnovata nel giudizio di appello, ha dato sufficientemente conto del ragionamento logico che lo ha condotto al rigetto dell’impugnazione, fondando il suo percorso argomentativo soprattutto – come era lecito attendersi, in relazione alla natura ed all’oggetto della instaurata controversia – sulle conclusioni emergenti dal duplice accertamento tecnico peritale espletato, dai quali, in considerazione delle caratteristiche delle emissioni analizzate e degli altri elementi in proposito rilevanti (quali la conformazione dell’ascensore e le modalita’ del suo funzionamento, anche in relazione alle connotazioni della zona, dell’edificio condominiale e dell’ubicazione dell’appartamento di proprieta’ della (OMISSIS)), era scaturito che i rumori prodotti dall’elevatore condominiale superavano, di gran lunga, la soglia di normale tollerabilita’, in tal modo respingendo – per incompatibilita’ con tali conclusioni decisivamente valorizzate – le avverse difese dedotte nell’interesse del Condominio appellante. In particolare, con la sentenza impugnata, il Tribunale anconetano, proprio sulla scorta degli esiti istruttori, ha concluso per l’intollerabilita’ dei predetti rumori provocati dalla movimentazione dell’ascensore relativi al trascinamento dello stesso lungo le proprie guide, al motore elettrico posizionato nel vano sottotetto ed alle porte a soffietto della cabina oltre a quelle ad anta esistenti al livello dei piani, sprovviste di sufficienti guarnizioni.
In sostanza, dunque, il denunciato vizio di motivazione ricondotto alla supposta violazione dell’articolo 132 c.p.c., n. 4, e’ del tutto insussistente, avendo il giudice di appello indicato adeguatamente le ragioni poste a base del proprio convincimento, non essendosi limitato, genericamente e “per relationem”, a fare rinvio al quadro probatorio acquisito, senza alcuna esplicitazione al riguardo, ma avendo provveduto al una disamina logico-giuridica delle risultanze processuali tale da far trasparire il percorso argomentativo seguito.
6. Anche il secondo e terzo motivo – esaminabili congiuntamente siccome strettamente connessi ed inerenti alla medesima questione giuridica – sono destituiti di fondamento e devono, quindi, essere respinti.
Alla stregua della giurisprudenza di questa Corte (cfr., per tutte, Cass. n. 5679 del 2001), si e’ ritenuto, con riferimento al D.P.C.M. 1 marzo 1991, che i criteri dallo stesso previsti per la determinazione dei limiti massimi di esposizione al rumore, ancorche’ dettati per la tutela generale del territorio, possono essere utilizzati come parametro di riferimento per stabilite l’intensita’ e – di riflesso – la soglia di tollerabilita’ delle immissioni rumorose nei rapporti tra privati purche’, pero’, considerati come un limite minimo e non massimo, dato che i suddetti parametri sono meno rigorosi di quelli applicabili nei singoli casi ai sensi dell’articolo 844 c.c., con la conseguenza che, in difetto di altri eventuali elementi, il loro superamento e’ idoneo a determinare la violazione di tale norma.
Orbene, nella specie, il giudice di appello – valorizzando le risultanze delle effettuate c.t.u. – ha accertato il superamento della normale tollerabilita’ delle emissioni provenienti dall’ascensore condominiale, apprezzabile in relazione all’articolo 844 c.c., prendendo come parametro di riferimento il criterio comparativo tra il rumore con e senza la sorgente disturbante nella differenza massima di 3 db, evidenziandosi, inoltre, come lo stesso giudicante non si sia limitato, ai fini della valutazione di intollerabilita’ delle emissioni, a considerare solo questo criterio, ma ne ha rafforzato la sua rilevanza alla stregua della constatata emergenza di altri univoci criteri oggettivamente riscontrati, riconducibili al livello medio dei rumori della zona (a carattere residenziale e con scarsa presenza di attivita’ commerciali e di servizi), alle rilevazioni ed agli accertamenti effettuati dall’ASL (oltre che, naturalmente, dagli ausiliari tecnici), nonche’ al riconoscimento della loro rumorosita’ (non fisiologica) da parte della medesima assemblea condominiale.
Peraltro, e’ stato chiarito nella giurisprudenza di questa stessa Corte (cfr., ad es., Cass. n. 1151 del 2003 e Cass. n. 17281 del 2005), che i parametri fissati dalle norme speciali a tutela dell’ambiente (dirette alla protezione di esigenze della collettivita’, di rilevanza pubblicistica), pur potendo essere considerati come criteri minimali di partenza, al fine di stabilire l’intollerabilita’ delle emissioni che li eccedano, non sono necessariamente vincolanti per il giudice civile che, nello stabilire la tollerabilita’ o meno dei relativi effetti nell’ambito privatistico, puo’ anche discostarsene, pervenendo al giudizio di intollerabilita’, ex articolo 844 c.c., delle emissioni, ancorche’ (in ipotesi) contenute in quei limiti, sulla scorta di un prudente apprezzamento che consideri la particolarita’ della situazione concreta e dei criteri fissati dalla norma civilistica (invero posta preminentemente a tutela di situazioni soggettive privatistiche, segnatamente della proprieta’), la cui valutazione, ove adeguatamente motivata (come verificatosi nella specie), costituisce accertamento di merito insindacabile in sede di legittimita’.
7. Il quarto ed ultimo motivo si prospetta inammissibile perche’ – al di la’ della genericita’ del formulato quesito di diritto – con esso si riproducono, in effetti, le analoghe doglianze gia’ dedotte con la prima censura (gia’ ritenuta infondata), riferite alla supposta inadeguatezza ed incompletezza della motivazione della sentenza impugnata, che, peraltro, non avrebbero potuto essere sussunte sotto la violazione dell’articolo 112 c.p.c. (come, invece, avvenuto nel caso di specie, anche in relazione al tenore del quesito di diritto indicato), bensi’ come vizio riconducibile all’articolo 360 c.p.c., n. 5.
Oltretutto, recentemente, le Sezioni unite di questa Corte (con la sentenza n. 17931 del 2013) hanno chiarito che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, pur non essendo indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilita’ della fattispecie di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’articolo 112 c.p.c., e’, tuttavia, necessario che il motivo rechi univoco riferimento alla nullita’ della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile l’impugnazione allorche’ sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (proprio come accaduto nel caso in questione). Quanto alla censura sull’assunta immotivata condanna alle spese, deve sottolinearsi che il giudice di appello ha legittimamente applicato il criterio della soccombenza previsto dall’articolo 91 c.p.c., offrendone univoca esplicitazione in dipendenza dell’integrale rigetto del gravame.
8. In definitiva, alla stregua delle complessive ragioni esposte, il ricorso deve essere totalmente respinto, con la conseguente condanna del soccombente ricorrente Condominio anche al pagamento delle spese della presente fase di legittimita’, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo sulla scorta dei nuovi parametri previsti per il giudizio di legittimita’ dal Decreto Ministeriale Giustizia 20 luglio 2012, n. 140 (applicabile nel caso di specie in virtu’ dell’articolo 41 dello stesso Decreto Ministeriale: cfr. Cass., S.U., n. 17405 del 2012).
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi euro 2.200,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre accessori nella misura e sulle voci come per legge.
Fonte: http://www.studio-legale-online.net/2013/11/immissioni-rumorose-condominio/
Prima casa, niente pignoramento ma rimane il rischio dell’ipoteca
Blocco del pignoramento dell’abitazione principale, divieto di fermo amministrativo per i veicoli strumentali e limite di un quinto al pignoramento dei beni indispensabili all’impresa e al professionista. Al di là della chance delle 120 rate, le novità apportate dal Dl 69/13 (decreto «del fare») in materia di riscossione sono molte e di grande impatto operativo.
Cominciando dalle procedure immobiliari, la modifica più rilevante è il divieto di espropriazione dell’abitazione principale. Questo divieto opera in presenza di quattro condizioni. Innanzitutto, deve trattarsi dell’unico immobile posseduto dal debitore. Inoltre, il fabbricato deve avere destinazione catastale abitativa. Ne consegue che se il debitore abita in un immobile a uso ufficio la copertura non opera. Non deve però essere una casa di lusso, a prescindere dalla categoria catastale ufficiale, né appartenere alle categorie A8 (ville) o A9 ( castelli). Infine, il debitore deve avere residenza anagrafica nell’unità in esame.
L’abitazione principale è tuttavia ipotecabile in presenza di un debito a ruolo superiore a 20mila euro. La disciplina dell’ipoteca infatti non è stata modificata. Sempre restando in tema di pignoramenti immobiliari, è stato elevato da 20mila a 120mila euro il limite minimo di importo scaduto in presenza del quale l’espropriazione è ammessa. È inoltre necessario che l’espropriazione sia preceduta dal decorso di sei mesi dall’iscrizione dell’ipoteca. Non è ancora chiaro se le nuove condizioni, molto più favorevoli per il debitore, si applichino anche ai pignoramenti già eseguiti e per i quali la vendita all’incanto del bene non sia ancora avvenuta. In attesa di dirimere la questione, Equitalia ha sospeso tutte le procedure in corso alla data di entrata in vigore del Dl 69/13.
Passando ai pignoramenti mobiliari, una novità riguarda il divieto di apposizione del fermo amministrativo per i veicoli strumentali all’impresa e alla professione. A questo scopo, il contribuente deve provare la qualifica di strumentalità entro 30 giorni dal ricevimento del preavviso di fermo. È stata inoltre recepita con estensioni la disciplina del Cpc in materia di pignoramento di beni indispensabili all’esercizio dell’impresa o della professioni. Questi sono infatti pignorabili nei limiti del quinto del loro valore, solo se l’ufficiale di riscossione non ha rinvenuto altri beni capienti, e anche se il debitore ha forma societaria ovvero presenta prevalenza del capitale investito rispetto al lavoro. Inoltre, in caso di pignoramento di questi beni, il debitore è sempre nominato custode degli stessi e devono decorrere almeno 300 giorni prima della vendita all’incanto.
In tema di pignoramento presso terzi, si è elevato da 15 a 60 giorni il termine entro il quale il terzo pignorato deve versare le somme richieste dall’agente della riscossione. In caso di pignoramento dello stipendio, inoltre, si dispone che con riferimento all’ultimo emolumento accreditato sul conto corrente del dipendente il datore di lavoro sia liberato da qualsiasi obbligo. Ne consegue che il pignoramento esplicherà effetti nei riguardi degli stipendi che matureranno successivamente.
È annunciata l’emanazione di un decreto delle finanze che dovrà elencare i beni assolutamente impignorabili. Sebbene la norma sia collocata nell’ambito dei pignoramenti immobiliari è da ritenersi che la stessa esplichi effetti per le espropriazioni mobiliari.
È stato infine anticipato dal 31 dicembre al 30 settembre scorso il termine entro il quale avrebbe dovuto essere emanato il decreto delle Finanze per fissare le nuove regole di determinazione dell’aggio di riscossione, in riduzione. Fino a quando il provvedimento attuativo non sarà adottato resta però la misura di legge dell’otto per cento.
L’«AGGIO» CERCA ANCORA LA RIDUZIONE
Le novità del decreto «del fare» (Dl 69/2013) in materia di riscossione
Divieto di pignoramento in presenza delle seguenti condizioni:
• unico immobile posseduto
• fabbricato con destinazione catastale abitativa
• immobile non di lusso né classificabile come A8 (ville) o A9 (castelli)
• immobile di residenza anagrafica del debitore
• Elevazione dell’importo minimo del debito a ruolo da 20mila a 120mila euro
• Obbligo della preventiva iscrizione di ipoteca e del decorso di almeno sei mesi da questa
• In caso di vendita all’incanto, possibilità per il debitore di chiedere la stima dell’immobile da parte di un perito designato dal giudice al fine di valutare l’effettivo valore di mercato
• Previsione dell’emanazione di un decreto dell’Economia contenente i beni impignorabili
Espropriazioni mobiliari
• Divieto di fermo amministrativo dei veicoli strumentali all’impresa o alla professione
• Limite del pignoramento dei beni indispensabili all’impresa o alla professione a un quinto del loro valore, per tutti i contribuenti, anche in forma societaria
• In caso di pignoramento dei beni indispensabili, il debitore è designato custode dei beni e il primo incanto non può essere fissato prima di 300 giorni dal pignoramento
• Elevazione da 15 a 60 giorni del periodo entro il quale il terzo pignorato deve versare le somme dovute all’agente della riscossione
• In caso di pignoramento dello stipendio, l’ultima retribuzione accreditata in banca non è soggetta a vincoli né in capo al dipendente né in capo al datore di lavoro
Aggio di riscossione
È stato anticipato dal 31 dicembre 2013 al 30 settembre scorso il termine per la rideterminazione in riduzione dell’aggio di riscossione, per mezzo di un decreto attuativo delle Finanze
Fonte: http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/condominio/2013-11-12/prima-casa-niente-pignoramento-111628.php?uuid=AbRMDp1I
Quando la musica diventa rumore e disturba i condomini
Il riposo non ha orari. Al di là dei gusti e delle preferenze musicali non a tutti può far piacere avere un provetto Beethoven come vicino di casa: non è infatti scontato che il suono di un pianoforte sia di gradevole compagnia per tutti e soprattutto non è scontato che chiunque lo voglia ascoltare, potendo invece questo risultare molesto, indipendentemente dall’orario in cui il vicino ci dedichi un concerto.
È questo il principio sancito in sintesi dalla Cassazione in una recentissima pronuncia con la quale è tornata a ribadire l’importanza del “riposo delle persone”, concetto cardine e bene tutelato dal reato contravvenzionale previsto dall’art. 659 del cod. pen.: la prima sezione penale del Supremo Collegio, infatti, nella sentenza n. 44916 del 07/11/2013 ha confermato quanto già chiarito in passato, ossia che “il disturbo delle persone ha rilevanza penale anche se consumato nelle ore pomeridiane”.
Invero il reato di cui all’art. 659 cod. pen. è consumato anche se il rumore molesto non giunga nelle ore notturne, “poiché per riposo non deve intendersi esclusivamente il sonno notturno, ma anche il riposo in senso lato che può essere costituito da una pausa del lavoro o, semplicemente, dall’ozio, realizzabile pure in ore diurne” (Cass. Pen. Sez. I, sent. n. 1005 del 12/01/1996): quindi, “ la circostanza della produzione di rumori solo di giorno non può escludere la potenzialità degli stessi ad arrecare disturbi al riposo delle personez” (Cass. Pen. 1005/1996).
…………………………….. continua sul link diretto …………………………………
http://www.condominioweb.com/condominio/articolo1816.ashx
12/11/2013 Avv. Mauro Blonda
Detrazione 50% sul box auto solo se è pertinenza di un’abitazione
Pubblicato il 9 novembre 2013 da stefanopillai
Tra le nuove realizzazioni che possono usufruire della Detrazione 50% sull’imponibile IRPEF del bonus ristrutturazioni vi è anche la costruzione ex novo di un box auto o di un garage. Anche in questo caso, se fosse confermata la proroga nella Legge di Stabilità 2014, ci sarebbe tempo fino al 31 dicembre 2014 per sfruttare l’agevolazione fiscale.
L’elemento fondamentale per l’aggancio al bonus sulle ristrutturazioni è però il vincolo pertinenziale tra il box auto e l’abitazione alla quale risulta in servizio. La pertinenzialità deve risultare già all’atto di compravendita, ma non è obbligatorio che garage e abitazione siano localizzati nello stesso immobile.
L’acquisto del box auto può essere portato in detrazione fino a un massimo tetto di spesa di 96.000 euro e le rate del rimborso saranno ripartite in 10 quote annuali di pari importo. Come già anticipato qualche mese fa, risulta importante per sfruttare la Detrazione 50% sui garage che il versamento degli acconti per l’acquisto sia effettuato con criterio.
In sostanza, nell’ipotesi che l’acquirente effettui il bonifico prima dell’atto notarile e senza un preliminare di acquisto registrato, perde il diritto a usufruire della Detrazione 50% sull’acquisto.
Invece, se l’atto di acquisto definitivo del box viene stipulato dopo il pagamento degli acconti, la detrazione 50% vale per i pagamenti effettuati con bonifico, fino al raggiungimento del costo di costruzione del box dichiarato dalla ditta di costruzione.
Infine, dove non c’è preliminare, per ottenere la detrazione non è sufficiente aver firmato l’atto di acquisto nel periodo in cui è stato fatto il bonifico per il pagamento.
Ricordiamo ai lettori che per tutte le informazioni sul bonus ristrutturazioni è possibile consultare la nostra Pagina Speciale Detrazione 50%.
Fonte: http://www.ediltecnico.it/23230/detrazione-50-sul-box-auto-solo-se-e-pertinenza-di-abitazione/
Sottotetto e regolamento di condominio
La legge regionale che disciplina il recupero dei sottotetti non può autorizzare il singolo condomino a trasformare il sottotetto da deposito in abitazione, specie se il regolamento contrattuale di condominio vieta il cambio di destinazione degli immobili. Nella fattispecie, infatti la disposizione regolamentare è volta a vietare a ciascun condomino di eseguire nella sua proprietà esclusiva mutamenti della naturale destinazione dei locali, fatta salva una specifica autorizzazione assunta con il voto favorevole dei 2/3 dei componenti il Condominio.
È noto, infatti, che le norme contenute nei regolamenti condominiali posti in essere per contratto possono imporre limitazioni al godimento ed alla destinazione di uso degli immobili in proprietà esclusiva dei singoli condomini, disposizioni che si risolvono nella compressione delle facoltà e dei poteri inerenti al diritto di proprietà dei singoli partecipanti ed in quanto costituiscono oneri reali o servitù reciproche (Cass. n. 7003 del 1990; Cass. n. 1681 del 1993) afferiscono immediatamente alla cosa (Cass. n. 16240 del 2003; Cass. n. 2683 del 1994), purché espressamente e chiaramente manifestate dal testo (o comunque risultanti da una volontà desumibile in modo non equivoco da esso) (cfr Cass. 31 luglio 2009 n. 17893).
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 4 giugno – 24 ottobre 2013, n. 24125
Presidente Triola – Relatore Falaschi
Con ricorso proposto ai sensi degli artt. 669 bis e ss. c.p.c. e 1171 c.c., notificato il 30 maggio 2003 R..D.L. , P.A. , Sa..CO. , L.T..S. , D.P.G. , F..C. , F..V. , Z.M. , C..A. , L..D.L. , Ro..MO. e CO.Ba. evocavano, dinanzi al Tribunale di Milano – Sezione distaccata di Legnano, Mi..CA. e MO.Ma. e premesso di essere condomini dello stabile (omissis) , al pari dei convenuti, chiedevano venisse loro inibita la prosecuzione di opere iniziate nell’appartamento di loro proprietà, sito al piano solaio del medesimo edificio, opere che avrebbero concretato violazione del regolamento condominiale, con ripercussioni sulla struttura e sul decoro architettonico dell’immobile.
Instaurato il contraddittorio, nella resistenza dei convenuti, i quali formulavano ai sensi dell’art. 700 c.p.c. richiesta di autorizzazione agli allacci ENEL e AMGA, il giudice adito respingeva l’istanza di sospensione delle opere de quibus e disponeva la prosecuzione del giudizio di merito. Con successivi atti integrativi gli attori chiedevano, in subordine, la costituzione di servitù di passo per l’accesso al tetto in favore dei condomini e in via di ulteriore subordine, che venisse posto a carico dei convenuti l’onere economico delle opere di trasformazione. Con sentenza n. 217 del 2004 il giudice del merito rigettava le domande attoree, accertando il diritto dei convenuti ad effettuare a proprie spese gli allacciamenti ai servizi, posizionando i relativi contatori sulle parti comuni ex art. 1102 c.c..
In virtù di rituale appello interposto dagli originari attori, i quali lamentavano il malgoverno delle risultanze istruttorie, la Corte di appello di Milano, nella resistenza degli appellati, respingeva il gravame.
A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che gli appellati avevano acquistato da t..c. , con scrittura privata autenticata del 23.10.2001 “porzione costituita da un locale rustico al piano sottotetto, distinto con il numero 10″, impegnandosi ad osservare il regolamento di condominio e le tabelle millesimali vigenti; a sua volta il c. lo aveva acquistato dai sigg. So. e co. ; né detto locale era riportato all’art. 20 del regolamento condominiale, laddove stenditoio nel sottotetto risultava depennato.
Aggiungeva che non risultava violata neanche la clausola di cui all’art. 27 del Regolamento condominiale emergendo dallo stesso “patto speciale”, riportato nel rogito del 20.1.1976 relativo all’unità abitativa posta al primo piano, la intrinseca destinazione abitativa, almeno potenziale, delle mansarde. In tal senso deponeva anche la legge regionale 15.7.1996 n. 15, vigente all’epoca, finalizzata al recupero a fini abitativi dei sottotetti, non immutata nella specie la superficie e la volumetria preesistente.
Concludeva che non sussistevano le condizioni per desumere l’acquisto per usucapione della servitù di passaggio, in particolare il requisito dell’apparenza.
Avverso la indicata sentenza della Corte di appello meneghina hanno proposto ricorso per cassazione R..D.L. , P.A. , Sa..CO. , L.T..S. , D.P.G. , F..C. , F..V. e CO.Ba. , articolato su quattro motivi, al quale hanno replicato il CA. e la MO. con controricorso. Nel corso della pubblica udienza i controricorrenti hanno formulato istanza di responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c..
Il primo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1102, 1122, 1120, comma 2, 1138, ult. comma c.c., nonché vizio di motivazione, per incorrere l’attività realizzata dai controricorrenti sul bene di proprietà esclusiva nel divieto contenuto nell’art. 27 del regolamento condominiale contrattuale di mutamento della destinazione d’uso del sottotetto ad uso deposito, senza il consenso assembleare. Il motivo culmina nel seguente quesito di diritto: “è legittima la disapplicazione, da parte di un condomino, di una norma del regolamento condominiale contrattuale, che vieti – come nella specie l’art. 27-ogni mutamento di destinazione delle unità in condominio senza la preventiva autorizzazione assembleare adottata con la maggioranza per le innovazioni?”.
Il motivo è meritevole di accoglimento.
Non è, infatti, condivisibile l’applicazione che la corte d’appello ha fatto, al caso di specie, dei principi in tema di interpretazione del regolamento condominiale.
Secondo la prospettazione dei ricorrenti la sentenza della Corte meneghina avrebbe violato, nell’interpretazione del rogito dedotto in controversia del 20 gennaio 1976, il canone principale dell’interpretazione letterale di cui all’art. 1362 c.c., così incorrendo anche nel vizio motivazionale riconducibile alla diversa scelta dell’interpretazione logica con il rilievo della genericità del testo contrattuale e della mancanza di riferimenti concreti. Tale motivazione risulterebbe smentita – ad avviso dei ricorrenti – dalle risultanze documentali, in particolare dalla descrizione del sottotetto contenuta nel rogito, per notaio Rossi, del 23 ottobre 2001 che la definisce “porzione costituita da un locale rustico al piano sottotetto”, avente categoria C/2, che notoriamente individua la destinazione dell’immobile a deposito e magazzino.
Sul piano generale si osserva che, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di questa Corte, dal sistema delle regole ermeneutiche in materia di contratti si desume l’esistenza di un principio di gerarchia secondo cui le norme interpretative vere e proprie di cui agli artt. 1362-1365 c.c. prevalgono su quelle interpretative integrative di cui agli artt. 1366-1371 c.c., nel senso che la determinazione oggettiva del significato e della portata da attribuire alla dichiarazione negoziale non ha alcuna ragione di essere quando la ricerca soggettiva conduce ad un utile risultato. È altresì pacifico (cfr., ad es., Cass. 22 dicembre 2005 n. 28479; Cass. 22 febbraio 2007 n. 4176; Cass. 28 agosto 2007 n. 18180 e, da ultimo, Cass. 26 febbraio 2009 n. 4670) che, in tema di interpretazione del contratto (che costituisce operazione riservata al giudice di merito, le cui valutazioni sono censurabili in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale e per vizio di motivazione), ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto; tuttavia, occorre evidenziare che il rilievo da assegnare alla formulazione letterale deve essere verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale, e le singole clausole vanno considerate in correlazione tra loro, dovendo procedersi al loro coordinamento a norma dell’art. 1363 c.c., e dovendosi intendere per “senso letterale delle parole” tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale, in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone, e non già in una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato.
Nell’impiego della tecnica ermeneutica basata sul contesto letterale dell’atto, occorre considerare, poi, che l’esatto significato lessicale delle espressioni adoperate può non corrispondere all’intenzione comune delle parti allorché i singoli vocaboli utilizzati possiedano un preciso significato tecnico-scientifico, che rimandi ad una branca dello scibile umano non necessariamente a conoscenza dei dichiaranti in tutte le sue implicazioni. Ne deriva che, salvo una precisa e comune volontà delle parti di rinviare all’esatta valenza semantica propria di determinate nozioni specialistiche, l’interpretazione letterale deve essere contestualizzata in maniera da scontare una ragionevole approssimazione alla materia richiamata. Diversamente, ne risulterebbe vulnerata la stessa portata soggettiva del canone d’interpretazione letterale, in quanto l’espressione indagata non sarebbe più storicizzabile, ma risulterebbe sostituita da un dato oggettivo e astratto (e per di più potenzialmente mobile) dipendente non dalla comune intenzione delle parti, ma da fattori significanti ad esse sostanzialmente estranei (v., da ultimo, Cass. 30 giugno 2011 n. 14460).
Nello specifico la sentenza impugnata mostra di aver adoperato il canone ermeneutico dell’interpretazione letterale in maniera non conforme agli enunciati anzi detti e di non avere motivato in modo sufficiente in ordine alla concreta destinazione dell’immobile ad un uso contrario alla regola condominiale, anch’essa di riflesso insufficientemente indagata.
Infatti, il giudice distrettuale non ha tenuto conto dell’intero contenuto della clausola di cui all’art. 27 del regolamento di condominio, di più ampio tenore, il cui spirito è volto ad imporre a ciascun condomino il rispetto della destinazione naturale dei locali di proprietà esclusiva, così come riportato dai ricorrenti, da porre in relazione al contenuto del contratto di compravendita in discorso (di cui al rogito 23 ottobre 2001), che descrive la porzione posta al piano sottotetto come locale rustico, appartenente alla categoria catastale C/2, ma si è limitato ad interpretare gli atti pubblici separatamente, tralasciando l’indagine sul complessivo tenore letterale, oltre a decontestualizzare il richiamo contenuto nell’atto di alienazione alla categoria catastale di appartenenza del bene de quo, ricavando le proprie conclusioni unicamente dalla circostanza astratta che i locali venduti ai CA. – MO. avessero come loro destinazione naturale quella abitativa. In altri termini, non ha accertato quale fosse l’effettiva destinazione dell’immobile, traendo quest’ultima non da un elemento di fatto, ma in modo assolutamente generico e, soprattutto, senza alcun riferimento a situazioni concrete (invece esattamente determinate sulla scorta dei già richiamati riferimenti catastali e planimetrici), ma solo dalla potenziale vocazione delle mansarde ad essere abitate, come desumibile dal c.d. patto speciale posto a conclusione della nota di trascrizione relativa al trasferimento dell’unità abitativa posta al primo piano (con rogito del 20 gennaio 1976), dato viepiù insufficiente in assenza di una complessiva interpretazione dell’atto di acquisto dei locali sottotetto, con riferimento all’art. 27 del regolamento condominiale, da cui emerge con limpida chiarezza che la disposizione è volta a vietare a ciascun condomino di eseguire nella sua proprietà esclusiva mutamenti della naturale destinazione dei locali, fatta salva una specifica autorizzazione assunta con il voto favorevole dei 2/3 dei componenti il Condominio.
È noto, infatti, che le norme contenute nei regolamenti condominiali posti in essere per contratto possono imporre limitazioni al godimento ed alla destinazione di uso degli immobili in proprietà esclusiva dei singoli condomini, disposizioni che si risolvano nella compressione delle facoltà e dei poteri inerenti al diritto di proprietà dei singoli partecipanti ed in quanto costituiscono oneri reali o servitù reciproche (Cass. n. 7003 del 1990; Cass. n. 1681 del 1993) afferiscono immediatamente alla cosa (Cass. n. 16240 del 2003; Cass. n. 2683 del 1994), purché espressamente e chiaramente manifestate dal testo (o comunque risultanti da una volontà desumibile in modo non equivoco da esso) (cfr Cass. 31 luglio 2009 n. 17893).
Il secondo motivo denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1322, 1372, 1138, ult. com., 832 c.c. per avere la corte territoriale attribuito efficacia di ius superveniens alla legge Regionale n. 15 del 1996, che prevarrebbe sui principi previsti dagli artt. 1322 e 1372 c.c. e sulle disposizioni del regolamento condominiale contrattuale, in particolare la clausola di cui all’art. 27. Proseguono i ricorrenti che il legislatore regionale è tenuto a rispettare la riserva di legge a favore dello Stato in detta materia; inoltre, come è noto ogni autorizzazione e/o concessione amministrativa farebbe comunque salvi i diritti dei terzi, per cui nella specie né la legge regionale n. 15/1996 né la DIA potevano in alcun modo autorizzare la deroga all’art. 27 del regolamento condominiale. A conclusione del motivo è posto il seguente quesito di diritto: “Può una legge urbanistica regionale, in tema di recupero edilizio dei sottotetti, dettare disposizioni derogatorie dei principi privatistici, relativi all’autonomia contrattuale delle parti e al diritto di proprietà di queste ultime?”.
Anche detto mezzo è fondato.
Costituisce “ius receptum” nella giurisprudenza di questa Corte il postulato secondo il quale la regolarizzazione di una costruzione mediante il c.d. “condono” delle violazioni di norme urbanistiche perpetrate nel realizzarla, esplica effetti soltanto sul piano pubblicistico, precludendo alla pubblica amministrazione l’applicazione delle sanzioni a dette violazioni correlate, ma non incide in alcun modo sui diritti dei terzi direttamente pregiudicati dalla attività costruttiva illecita oggetto di sanatoria (nelle pronunce si è fatto riferimento alla legge 28 febbraio 1985 n. 47: cfr., “ex multis”, Cass. 18 gennaio 2008 n. 992). La declaratoria risultante dalla sentenza impugnata secondo la quale la legge regionale 15 luglio 1996 n. 15, finalizzata al recupero ai fini abitativi dei sottotetti con l’obiettivo di contenere il consumo di nuovo territorio e favorire la messa in opera di interventi tecnologici per il contenimento dei consumi energetici, autorizza gli interventi di recupero dei sottotetti (purché non eccedano le trasformazioni riconducibili al concetto di ristrutturazione edilizia prevista dall’art. 31 lett. d) legge n. 457/1978), per cui avrebbe sortito l’effetto di far venire meno le conseguenze della violazione del regolamento contrattuale condominiale commessa dai condomini Ca. – Mo. con le immutazioni effettuate nella zona di sottotetto acquistata, provocando la caducazione del diritto spettante agli odierni ricorrenti di pretendere la puntuale osservanza di detto regolamento, si pone in patente contrasto con il principio più sopra enunciato.
Le conseguenze delle violazioni edilizie si sviluppano, infatti, su due piani ben distinti di rapporti giuridici, uno, pubblicistico, tra il soggetto costruttore e gli organi pubblici amministrativi preposti alla prevenzione e repressione degli illeciti, l’altro, privatistico, tra lo stesso soggetto e i titolari di diritti soggettivi che possono rimanere lesi dall’attività edificatrice del primo; pertanto, non interferendo tra loro i due ordini di rapporti, la previsione di attività di regolarizzazione delle opere attiene al punto di vista amministrativo, penale e fiscale, ovvero ai soli effetti dell’interesse pubblico, ma non pure ai fini privatistici, cosicché nelle controversie tra i privati, detta regolarizzazione non può incidere negativamente sui diritti dei terzi direttamente pregiudicati dalla attività edilizia in questione.
Erroneo quindi risulta il convincimento espresso nella sentenza impugnata dal giudice distrettuale, e, perciò, la relativa statuizione va ravvisata meritevole di cassazione.
Con il terzo motivo è dedotta la omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine alla domanda di danno temuto, in tema di violazione del compossesso da parte dei resistenti sulle parti comuni, spettanti a tutti i condomini, avendo la corte di merito del tutto confuso la tutela dello stato di fatto, propria delle azioni possessorie e nunciative, con la tutela propria delle azioni petitorie in tema di servitù, non pronunciando sull’eccepito spoglio o turbativa, nonostante fosse stata acquisita agli atti la concreta prova dello spoglio e/o turbativa, comunque non contestata. Prosegue la censura riportando le dichiarazioni dei Ca. – Mo. e delle ipotesi in cui si sono resi necessari interventi di recupero del sottotetto.
La censura è da disattendere, in quanto la corte di appello ha correttamente spiegato le ragioni per le quali l’azione intrapresa dai condomini, da qualificarsi come petitoria, non meritava considerazione, affermando che dall’istruttoria espletata era emerso il difetto nella fattispecie di segni idonei a dimostrare l’asservimento della zona solaio alle necessità del Condominio, quale ente di gestione, e pertanto andava esclusa l’esistenza del diritto di servitù e conseguentemente il relativo possesso.
Tale affermazione appare idonea e sufficiente a spiegare il rigetto della domanda attorea sotto il profilo dell’eccepito spoglio o turbativa dell’asserito diritto reale ed è stata confutata solo genericamente dai ricorrenti, senza indicare, al fine di consentire il controllo del Collegio sull’operato del giudice di merito, gli elementi risultanti dagli atti e non considerati dal giudicante, idonei a contrastarla sul piano logico-fattuale.
Il quarto motivo, con il quale è dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 669 septies c.p.c. con riferimento agli artt. 91 e 92 c.p.c., nonché omessa motivazione sulla mancata liquidazione delle spese di soccombenza relative alla procedura cautelare d’urgenza in sede di reclamo (e che culmina nel seguente quesito di diritto: “Nella liquidazione delle spese di soccombenza, di cui agli artt. 91 e 92 c.p.c., il giudice deve tenere conto, oltre che di altre soccombenze parziali, anche delle spese di soccombenza relative ai connessi procedimenti cautelari di urgenza, non liquidate dal giudice della cautela?”), risulta assorbito dal parziale accoglimento delle questioni di merito poste con i primi due mezzi.
L’accoglimento del ricorso esclude, inoltre, una qualsivoglia responsabilità dei condomini per avere agito in giudizio e pertanto deve essere rigettata la domanda dei controricorrenti di condanna dei ricorrenti al risarcimento per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., peraltro proposta solo in sede di discussione in pubblica udienza.
Per quanto sopra, in accoglimento dei primi due motivi di ricorso, rigettato il terzo ed assorbito il quarto, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano, che deciderà la causa attenendosi ai principi anzi detti, provvedendo, altresì, a regolare le spese del presente giudizio di cassazione.
La Corte, accoglie il primo ed il secondo motivo del ricorso, rigettato il terzo, assorbito il quarto;
cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di Cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.
Fonte: http://www.studio-legale-online.net/2013/11/sottotetto-e-regolamento-di-condominio/
Servitù di passaggio coattivo
L’esenzione dall’imposizione del passaggio (peraltro non assoluta) di case, cortili, giardini ed aie prevista dall’ultimo comma dell’art. 1051 c.c., non è estensibile oltre i casi espressamente previsti.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 luglio – 11 ottobre 2013, n. 23160
Presidente Triola – Relatore Piccialli
Con atto notificato il 6.7.1996 Lu..Gu. , M.M.P. , R..F. , I..L. , Fr.Gi. , S..P. , M.L..S. e S.R. , proprietari degli immobili siti nel fabbricato condominiale c.d. (omissis) , citarono al giudizio del locale tribunale G..G. , proprietario di un fondo confinante, nonché A..B. , titolare di un’impresa edile, quale ritenuto esecutore dell’intervento di seguito indicato sub b), chiedendo: a) accertarsi l’esistenza di una servitù di passo pedonale e carrabile, a favore del condominio, costituita per destinazione del padre di famiglia o per usucapione, sulla strada privata di collegamento, attraverso l’area di proprietà del convenutola le vie R. e L. , lamentando l’avvenuta chiusura degli accessi da parte del G. ed instando per il ripristino del relativo esercizio; b) condannarsi quest’ultimo al ripristino della pavimentazione in cemento di una striscia di terreno, di assunta proprietà del condominio, ascrivendone la demolizione, avvenuta tra gennaio e febbraio 1995 al B. su incarico del G. ; c) condannarsi entrambi i convenuti in solido al risarcimento dei danni. Costituitisi i convenuti, chiesero ciascuno il rigetto della domande, il B. eccependo di essere stato incaricato del lavoro dall’attore Gu. , il G. negando l’esistenza della servitù, segnatamente opponendo la natura cortilizia dell’area oggetto della pretesa, mentre della striscia di suolo di cui sub b) si assumeva esclusivo proprietario, quanto meno per usucapione. All’esito di istruttoria orale e consulenza tecnica il Tribunale di Verona con sentenza n. 987 del 2003 dichiarò l’esistenza della pretesa servitù, in quanto costituita per destinazione del padre di famiglia ed esercitata per oltre venti anni dai partecipanti al condominio, fino all’epoca della chiusura posta in essere dal G. , condannando quest’ultimo a consentire agli attori il libero transito attraverso i cancelli terminali, accertò inoltre l’appartenenza al condominio della striscia di terreno, già pavimentata, dichiarando al riguardo che nessuna domanda di usucapione il convenuto aveva formulato, rigettò la domanda risarcitoria nei confronti del B. , ritenendo che avesse agito per ordine altrui, condannando il solo G. al pagamento della somma occorrente per il ripristino della pavimentazione, regolò, infine, le spese secondo soccombenza. Proposti appelli, principale dal G. , resistito dagli appellati, ad eccezione
della Fr. e del B. rimasti contumaci, incidentale da parte del Gu. e della M. (per la quantificazione in Euro 2065,83 della spesa occorrente per il ripristino della pavimentazione), la Corte di Venezia con sentenza del 21.11.06, pubblicata il 26.3.07, accoglieva parzialmente il gravame principale e rigettava l’incidentale, eliminando la condanna relativa al pagamento delle spese per il ripristino della pavimentazione della striscia di terreno condominiale, ritenendo testimonialmente provato che la relativa rimozione fosse avvenuta per ordine del condominio stesso, o comunque, del Gu. , rigettava nel resto l’appello del G. , condannandolo al pagamento dei due terzi delle spese del doppio grado del giudizio, per il restante terzo compensate. La conferma della decisione di primo grado sui rimanenti capi veniva motivata nei seguenti essenziali termini: 1) non vertendosi in ipotesi di costituzione coattiva, ma di accertamento di servitù costituita per destinazione del padre di famiglia, non era fondatamente eccepibile, ai fini dell’esenzione ex art. 1051 u.c. cod.civ., la natura cortilizia dell’area, essendo invece rilevante il requisito dell’apparenza; 2) sotto tale ultimo profilo, peraltro, le accertate (come da documentazione fotografica) e risalenti caratteristiche dell’area, delimitata sui lati opposti da due cancelli e connotata da un tracciato sterratole evidenziavano l’effettiva natura di strada, tale qualificata anche in atti e accertamenti delle autorità locali ed in una sentenza pretorile possessoria (del 14.3.95); 3) la pregressa appartenenza di entrambi i fondi in contesa ad un originario unico proprietario, dante causa comune delle parti, l’indicazione della strada interna nel piano di lottizzazione da lui predisposto e la relativa conservazione dell’assetto dei luoghi all’atto del frazionamento del compendio, integravano gli estremi della citata fattispecie costitutiva della servitù, peraltro successivamente e di fatto esercitata, come da prova testimoniale, per oltre un ventennio dagli appartenenti al condominio; 4) inammissibili, perché tardivamente proposte soltanto in comparsa conclusionale, erano le eccezioni contestanti l’accessio possessionis e l’insussistenza dell’utilitas, comunque essendo palese quest’ultimo requisito, consentendo la strada al condominio il vantaggio di un diretto collegamento tra due pubbliche vie; 5) altrettanto fondata era la domanda relativa alla striscia di terreno, la cui appartenenza al condominio, in difetto di altri contrari elementi, doveva ritenersi sulla base della situazione catastale, evidenziante quale confine tra i due suoli l’allineamento del ciglio del marciapiede, poi demolito, con lo spigolo nord del pilastro di accesso alla proprietà G. , conclusione confortata anche dal riscontro in un frazionamento redatto nel 1952, quando l’intero compendio apparteneva all’originario unico proprietario, in cui la porzione dell’area risultava graficamente descritta; 6) infondata, infine, era risultata l’eccezione di usucapione (tale soltanto proposta nella comparsa di costituzione e risposta dal G. , che soltanto in sede di conclusioni aveva, inammissibilmente, formulato la domanda riconvenzionale), non avendo il convenuto provato l’esercizio di alcun esclusivo potere di fatto sulla striscia di suolo e risultando irrilevante che la stessa fosse stata, tra il 1986 ed il 1987, lasciata all’esterno della recinzione dello scoperto condominiale, tanto più che era stata, come riferito dai testi, sistematicamente utilizzata dai vari condomini quale area di parcheggio, e, prima di essi, da abitanti di altri edifici antistanti, collocandovi anche piante.
Avverso tale sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad otto motivi. Hanno resistito, con distinti controricorsi, il F. , il P. , la L. e S.M.L. , nonché il Gu. e la M. , proponendo questi ultimi ricorso incidentale.
Non hanno svolto attività difensive, benché intimati, la F. e R..S. .
Sono state infine depositate memorie illustrative per il G. e per i Gu. – M. .
Va preliminarmente disposta ai sensi dell’art. 335 c.p.c. la riunione dei ricorsi. Ancora in via preliminare, va disattesa l’eccezione sollevata nella memoria del G. , con riferimento alla validità del mandato difensivo conferito dai controricorrenti Gu. e M. , per essere stata la relativa sottoscrizione autenticata soltanto da uno dei tre difensori, l’avv. Cerutti, non abilitato al patrocinio in cassazione.
Tale eccezione risulta superata, alla luce della giurisprudenza di questa Corte, secondo cui la mancata certificazione dell’autografia della sottoscrizione del mandato rappresentativo e difensivo apposto in margine o in calce al ricorso per cassazione, costituisce una mera irregolarità, che non comporta la nullità della procura ad litem, non essendo tale invalidità comminata dalla legge, né incidendo sui requisiti indispensabili per il raggiungimento dello scopo dell’atto, individuabile nella formazione del rapporto processuale attraverso la costituzione in giudizio del procuratore nominato, salvo che la controparte non contesti, con valide ragioni e prove, l’autografia della firma (v. sez. 2^, n. 27774/12 ed, in precedenza, S.U. n. 10732/03, relativa ad un caso in cui, come nella specie, l’autenticazione era stata apposta soltanto da un avvocato non patrocinante in cassazione, ma il ricorso risultava firmato anche da altro difensore validamente abilitato, che si era poi costituito in giudizio).
Con il primo motivo del ricorso principale si deduce “violazione dell’art. 1051 c.c., nonché erronea e/o insufficiente motivazione, per non aver applicato il divieto di costituzione delle servitù coattive sull’area cortilizia del G. “, sostenendosi che lo stesso, in mancanza di alcun accordo tra le parti (nella specie escluso con sentenza n. 1938/1998 del Tribunale di Verona, intervenuta tra il P. ed il Fl. ), sarebbe applicabile “anche in caso di mancata interclusione del fondo dominante…qualora il proprietario del suddetto fondo agisca in giudizio per ottenere un più comodo collegamento tra vie pubbliche sulla proprietà del ricorrente” (v. quesito ex art. 366 bis).
Il motivo è manifestamente infondato, in quanto frutto di confusione concettuale tra l’azione dichiarativa della servitù già sussistente, in virtù di acquisto a titolo originario, quale è la destinazione del padre di famiglia prevista dall’art. 1062 c.c., e quella ex art. 1051 c.c., diretta alla pronunzia di natura costitutiva, con la quale la servitù, sussistendone le condizioni, viene coattivamente imposta sul fondo da asservire, in virtù del provvedimento del giudice, che invece nella prima ipotesi – come nella specie – ha soltanto natura di accertamento, ricognitivo di una situazione di assoggettamento di un fondo all’altro per utilità di quest’ultimo, già esistente nel mondo giuridico. Solo alla seconda ipotesi si riferisce l’esenzione (peraltro non assoluta) di case, cortili, giardini ed aie prevista dall’ultimo comma dell’art. 1051 c.c., con disposizione di carattere eccezionale, come tale non estensibile oltre i casi espressamente previsti.
Palesemente inconferente è, altresì, in considerazione della natura originaria e non convenzionale del titolo dell’accertata servitù, il profilo di censura deducente la mancanza di accordo tra le parti che sarebbe stato accertato con la citata sentenza del 1998.
Con il secondo motivo si censura, per violazione degli artt. 1061 c.c. e 116 c.p.c. e per connessa erroneità ed insufficienza di motivazione, l’accertamento del requisito dell’apparenza delle pretesa servitù, sostenendo che l’area interessata sarebbe soltanto un cortile interno recintato chiuso da due cancelli ed inaccessibile a terzi, priva di alcun tracciato stradale.
Il motivo non merita accoglimento, risolvendosi nella inammissibile formulazione di censure in fatto, avverso l’accertamento congruamente motivato dai giudici di merito.
La corte di merito, in particolare, basandosi essenzialmente sulle caratteristiche dell’area evidenziate dalle fotografie e dalle stesse testimonianze, pur dando atto che alcuni testi l’avevano qualificato “corte” o “cortile”, ha tuttavia ritenuto non decisiva tale definizione, non essendo in concreto la stessa assolutamente incompatibile con l’assoggettamento dell’area al passaggio, desumendo il carattere dell’apparenza, in relazione alla relativa servitù, sia dalla esistenza di un evidente tracciato stradale, in passato sterrato, all’interno dell’area, sia dalla stessa esistenza dei due cancelli alle estremità del percorso, in precedenza non chiusi, che consentivano il collegamento tra le due strade pubblicherà vie (OMISSIS) (su cui affaccia il condominio) e la via (OMISSIS), attraverso un percorso interno a quello che, in origine, era un unico fondo.
Tale situazione evidenziava una, quanto meno concorrente, destinazione del tracciato suddetto al passaggio dall’una all’altra estremità dell’area, poi frazionata lasciando immutato l’assetto in questione, con conseguente asservimento ex art. 1062 c.c. al transito di una parte, a vantaggio dell’altra, su cui si è poi insediato il condominio.
Tale ricostruzione dello stato dei luoghi e delle relative vicende, in quanto integrante un accertamento di merito esente da lacune o vizi logici, è incensurabile in sede di legittimità.
Il terzo motivo, con il quale si censura per violazione degli artt. 1144 c.c. e 116 c.p.c., nonché per erronea valutazione delle risultanze probatorie, l’accertamento del prolungato possesso ad usucapionem, essendo in realtà il passaggio riferito dai testi avvenuto per mera tolleranza, è inammissibile per difetto d’interesse, censurando una ratio decidendi subordinata e, pertanto, ultronea, che la corte ha ritenuto di dover aggiungere, a guisa di obiter dictum, a quella confermata e decisiva, della pregressa costituzione per destinazione del padre di famiglia del diritto reale, in cospetto della quale non sarebbe stato anche necessario il successivo prolungato esercizio del possesso da parte dei soggetti che ne erano già titolari dall’epoca del frazionamento del fondo originariamente unico, o dagli aventi causa di costoro.
Il quarto motivo, con il quale si censura, per violazione dell’art. 1027 c.c., la ritenuta sussistenza dell’utilistas che nella specie sarebbe stata erroneamente individuata in un vantaggio meramente personale dei condomini e non del condominio, già dotato di un comodo accesso alla pubblica via e privo di porte o garage comunicanti con l’area del G. , è privo di fondamento.
Il requisito dell’utilità non va confuso con quello della necessità, per cui può consistere anche nella maggiore comodità, che l’asservimento di un fondo procuri agli utenti dell’altro Nella specie, sulla base di accertamento di fatto non censurabile in questa sede, i giudici di merito hanno evidenziato come il tracciato stradale in questione, avente uno dei due estremi sulla via (OMISSIS), in corrispondenza del condominio, consenta ai componenti di quest’ultimo l’agevole raggiungimento anche dell’altra strada pubblica, assicurando così, conformemente alla destinazione impressa dall’originario unico proprietario dei fondi, una possibilità di uscita alternativa, palesemente vantaggiosa per la collettività condominiale, non limitata soltanto a taluni partecipanti alla stessa.
Il quinto motivo denuncia violazione degli artt. 342 c.p.c., 2909 c.c. ed omessa motivazione, per non avere la corte affrontato la questione, sollevata sia in primo, sia in secondo grado, del giudicato costituito dalla sentenza n. 1938/98 del Tribunale di Verona, prodotta in copia, che pronunziando tra Fl.Gi. , originario proprietario dei “vecchi fabbricati” e successivamente, di un solo appartamento nel condominio XXXXXXX, poi venduto a P.S. , aveva negato al primo la titolarità del diritto di passaggio sul cortile, chiuso dal secondo.
Anche tale motivo va disatteso, tenuto conto che, non avendo al precedente giudizio partecipato tutti i condomini attori nel successivo, o il condominio, ma soltanto un soggetto che si assume dante causa di uno dei predetti (del P. ), l’efficacia preclusiva avrebbe potuto al più verificarsi soltanto nei confronti di quest’ultimo, ove nella sentenza fosse stato rinvenibile un accertamento sull’insussistenza del diritto di servitù. Ma tale accertamento negativo neppure vi fu, poiché, come si rileva dal contenuto della sentenza, che pur da atto dell’esistenza del passaggio, la domanda di Gi..Fl. venne respinta non perché fosse stato escluso l’asservimento di un fondo all’altro, ma soltanto perché il medesimo (come l’altro attore Um..Fl. ) non era stato in grado di provare la propria legittimazione a rivendicarlo, non avendo fornito alcuna prova del diritto di proprietà sugli “appezzamenti di terreno serviti dal passaggio in questione”, della cui esistenza dunque il giudice aveva dato atto. Il sesto motivo, con il quale si censura per violazione degli artt. 345 c.p.c. e 1146 co. 2 c.c., con connessi vizi di motivazione, la ritenuta inammissibilità dell’eccezione deducente l’insussistenza dei requisiti dell’accessio possessionis ai fini dell’usucapione della servitù, è inammissibile per difetto d’interesse, per le stesse ragioni esposte con riferimento al terzo motivo Con il settimo motivo si deduce violazione degli artt. 116 c.p.c. e 1146 c.c., per erronea valutazione delle prove in ordine alla proprietà della striscia di terreno, attribuita al condominio, e per mancata applicazione del principio dell’accessio possessionis tra il G. ed il suo dante causa, al riguardo sostenendo che le risultanze istruttorie avrebbero evidenziato che tale striscia di terreno non avrebbe potuto essere utilizzata dai componenti del condominio XXXXXXX, non avendovi alcuna possibilità di accesso, come anche prima della costituzione del condominio, mentre l’unica testimonianza favorevole alla tesi attrice sarebbe stata imprecisa; Per converso sarebbe risultato dimostrato che soltanto il G. , e prima di lui il suo dante causa, avrebbero posseduto la suddetta area da tempo immemorabile.
Si confuta, infine, con il finale quesito di diritto ex art. 366 bis c.p.c., la possibilità da parte delle giudice di merito di porre a fondamento del proprio convincimento un frazionamento contenuto in una consulenza tecnica svoltasi in un diverso giudizio.
Il motivo è inammissibile, perché, a parte la inadeguatezza del quesito, attinente soltanto ad uno dei vari elementi probatori utilizzati dai giudici di merito, pur denunciando la violazione di norme di diritto, si risolve, in realtà, nell’esposizione di palesi censure in fatto avverso la valutazione delle risultanze istruttorie compiuta dalla corte territoriale.
Quest’ultima (come già il primo giudice), nel contesto di una situazione di obiettiva incertezza in ordine al confine tra le due proprietà provenienti da un unico originario compendio immobiliare (circostanza che, anche in tema di rivendicazione comporta, per la ben nota e consolidata giurisprudenza di legittimità, l’attenuazione del relativo rigore probatorio), ha ritenuto, con adeguata motivazione esente da vizi logici e conforme al dettato di cui all’art. 950 c.c., di individuare la linea di demarcazione tra i due fondi non solo sulla base di un frazionamento redatto dal comune dante causa delle odierne parti, ma anche da una serie di altri elementi di prova, di cui ha dato ampio conto nella articolata motivazione e che non hanno formato oggetto di specifiche censure nel mezzo d’impugnazione, con il quale, oltre a formulare la menzionata infondata censura corrispondente al quesito, si tenta, per il resto, di accreditare, segnatamente con riferimento all’esito della prova orale, una valutazione, ai fine dell’eccezione di usucapione, delle relative risultanze diversa da quella esposta, in termini esaurienti e coerenti, dalla corte di merito.
Con l’ottavo motivo si censura per violazione degli artt. 167 e 189 c.p.c. e, quindi, per erronea valutazione del contenuto della comparsa di costituzione e risposta, l’esclusione della “domanda di usucapione” che, “anche se in via di eccezione”, sarebbe stata ivi “ritualmente formulata”, per poi essere “altresì, confermata in sede di precisazione delle conclusioni”.
Il motivo, di non agevole comprensione, resta assorbito dalla reiezione del precedente, laddove si è dato atto che la corte, pur dando correttamente atto che la domanda riconvenzionale in questione era stata abbandonataci è fatta tuttavia carico di esaminare, correttamente rigettandola, la corrispondente eccezione.
Il ricorso principale, conclusivamente, va respinto.
Con il ricorso incidentale il Gu. e la M. deducono “omessa o insufficiente motivazione” in ordine al fatto controverso e decisivo, ai fini della disattesa domanda risarcitoria, costituito dall’ordine all’impresa B. di demolire la pavimentazione in cemento (dalla corte di merito confermata di appartenenza condominiale), che secondo la sentenza impugnata sarebbe stato impartito dal Gu. , per conto del condominio, e non invece dal G. , come sostenuto dagli attori.
Si lamenta, in particolare, la mancata valutazione di altre due testimonianze che sarebbero state di segno contrario rispetto a quelle menzionate dalla corte di merito).
Trattasi tuttavia, come si rileva dal riportato tenore letterale, di deposizioni non decisive, in quanto una (quella resa da Fl.Gi. ) de relato, l’altra (quella fornita da Fl.Fe. )
assolutamente generica (“mi risulta che”), la cui mancata valutazione da parte della corte di merito non può inficiarne il relativo giudizio, assolutorio del convenuto G. dalla domanda risarcitoria, considerato che la maggiore attendibilità delle altre due, valorizzate, testimonianze di segno contrario, risulta giustificata dalla considerazione che le stesse, ammissive della provenienza condominiale dell’ordine in questione, provenissero proprio da stretti congiunti di due condomini (da un figlio del Gu. e dalla madre delle S. ).
In ogni caso, l’eventuale contrasto tra le testimonianze di segno opposto, avrebbe comunque comportato, in un contesto di palese incertezza probatoria, il rigetto del capo di domanda in questione, in virtù del principio actore non probante, reus absolvitur.
Va pertanto respinto anche il ricorso incidentale.
Tenuto conto, infine, dell’esito del giudiziose spese vanno totalmente compensate, per reciproca soccombenza, tra il ricorrente principale G. ed i ricorrenti incidentali Gu. / M. , mentre il primo, totalmente soccombente nei confronti degli altri controricorrenti, va condannato al rimborso delle stesse a tali parti.
La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta sia quello principale, sia l’incidentale, dichiara interamente compensate le spese del giudizio tra G..G. , Lu..Gu. e M.M.P. e condanna il G. al rimborso, in favore degli altri controricorrenti, di tali spese, che liquida in misura di complessivi Euro 3.200,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.
Fonte: http://www.studio-legale-online.net/2013/11/servitu-di-passaggio-coattivo/
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