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Timestamp: 2020-08-05 14:13:53+00:00
Document Index: 174260087

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2055', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 324', 'art. 2055', 'art. 6', 'art. 1362', 'art. 1366', 'art. 2043', 'art. 27', 'art. 2', 'art. 42', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 9981 del 20/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9981 del 20/04/2017
Cassazione civile, sez. I, 20/04/2017, (ud. 15/02/2017, dep.20/04/2017), n. 9981
sul ricorso 30450/2011 proposto da:
Inc S.p.a. Costruzioni Generali, (c.f./p.i. (OMISSIS)), elettivamente
domiciliata in Roma, Via Cosseria n. 5, presso l’avvocato Romanelli
Guido Francesco, che la rappresenta e difende unitamente agli
avvocati Montanaro Riccardo, Rava Mario, giusta procura a margine
A.C., A.G., Al.Gi., Comune di Bra;
Al.Gi., (c.f. (OMISSIS)), A.C. (c.f.
(OMISSIS)), A.G. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente
domiciliati in Roma, Via Tacito n. 23, presso l’avvocato De Micheli
Cinzia, rappresentati e difesi dagli avvocati Majocco Francesco,
Menghini Mario, giusta procura a margine del controricorso e ricorso
Inc S.p.a. Costruzioni Generali (c.f./p.i. (OMISSIS)), elettivamente
Comune di Bra, in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato in
Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato Dario Gramaglia,
Al.Gi. (c.f. (OMISSIS)), A.C. (c.f. (OMISSIS)),
A.G. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliati in
Roma, Via Tacito n. 23, presso l’avvocato De Micheli Cinzia,
rappresentati e difesi dagli avvocati Majocco Francesco, Menghini
Mario, giusta procura a margine del controricorso al ricorso
avverso la sentenza n. 942/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
udito, per la ricorrente, l’Avvocato G.F. ROMANELLI che ha chiesto
Bra, l’Avvocato D. GRAMAGLIA che ha chiesto l’accoglimento del
proprio ricorso, rigetto del ricorso principale;
Gi., C. e A.G. nonchè Ar.An., i primi nudi proprietari e la seconda usufruttuaria di un fondo interessato dalla costruzione della nuova strada di collegamento tra una via cittadina e la futura tangenziale, convennero in giudizio davanti al Tribunale di Alba il comune di Bra e la S.p.A. Inc, concessionaria dell’opera, chiedendo la condanna dei convenuti al risarcimento del danno da c.d. occupazione acquisitiva.
Il Tribunale adito accolse la domanda e la decisione venne confermata, con la sentenza indicata in epigrafe, dalla Corte d’Appello di Torino, che, dopo aver ripartito il credito dell’usufruttuaria tra gli A., suoi eredi, ritenne per quanto d’interesse, che: a) entrambi i convenuti erano obbligati in solido a risarcire il danno, in quanto, a mente della convenzione tra gli stessi conclusa, l’Impresa, delegata al compimento degli atti della procedura espropriativa in nome e per conto del Comune, non vi aveva provveduto, e l’Ente non aveva esercitato i poteri di sorveglianza e controllo; b) rigettò la domanda di manleva del Comune, essendo la convenzione riferita al versamento delle indennità e non al danno, e suddivise il debito in ragione della metà ex art. 2055 c.c., comma c) non vi era prova della natura abusiva di alcune unità immobiliari, il cui onere era a carico del Comune; d) le critiche alla relazione di CTU erano del tutto generiche e la valutazione era stata correttamente operata in riferimento alla destinazione urbanistica dell’area alla data di scadenza del periodo di occupazione legittima.
Per la cassazione della sentenza, hanno proposto ricorso, in via principale, l’Impresa, affidato ad otto motivi; in via incidentale, sia il Comune con due motivi che i danneggiati con quattro motivi, la ricorrente principale ha resistito con controricorso ad entrambi i ricorsi incidentali. La Società Inc e gli A. hanno depositato memoria.
1. Col primo ed il secondo motivo, l’Impresa censura la statuizione sub a) della narrativa, per violazione degli artt. 2043 e 2055 c.c., vizio di motivazione e violazione del giudicato intervenuto inter partes a seguito dalle sentenze di questa Corte 13/12/2001 n. 15740, e del TAR Piemonte n. 588 del 2002, con le quali, rispettivamente, era stata esclusa la legittimazione di essa ricorrente nel giudizio di opposizione alla stima, non versandosi in ipotesi di concessione traslativa, ed era stato annullato il provvedimento con cui il Comune aveva prorogato fino al 31.12.1995 i termini per il compimento delle procedure espropriative. I giudici a quo, sostiene la ricorrente, avrebbero, in conseguenza, dovuto affermare che l’occupazione è divenuta illegittima per colpa esclusiva del Comune.
2. Col terzo, il quarto motivo ed il quinto motivo, la ricorrente principale deduce la violazione degli artt. 2043 e 2055 c.c., vizio di motivazione in riferimento alla statuizione sub b). La ricorrente lamenta che la ripartizione a metà del risarcimento non considera che la procedura di esproprio non è stata completata per fatto del Comune, unico titolare del potere espropriativo, che l’opera realizzata è stata acquisita dall’Ente territoriale, che deve perciò sopportare un onere maggiore, correlato al vantaggio conseguito e che, comunque, la norma contrattuale ha posto a carico di essa Impresa, solo, le indennità quali già determinate dal Comune.
3. Col primo articolato motivo del ricorso incidentale, il Comune lamenta, per converso, in riferimento alle medesime statuizioni sub a) e b) la violazione degli artt. 1362 e segg. nell’interpretazione della convenzione, ed il vizio di motivazione, per non avere la Corte ravvisato la legittimazione unica della concessionaria, e per avere ritenuto esistente un potere di controllo, che non sarebbe stato esercitato correttamente. Secondo la comune intenzione delle parti, la convenzione era volta a trasferire tutti gli obblighi relativi agli espropri alla concessionaria, che, non avendo chiesto tempestivamente l’emissione del decreto di espropriazione, era per l’effetto tenuta a corrispondere l’indennità sostitutiva, id est il risarcimento da occupazione acquisitiva. Essendo la Società inadempiente, e non essendo ravvisabile alcun illecito di esso Comune, le conseguenze negative dovevano essere poste a carico della concessionaria, e doveva, pertanto, riconoscersi l’obbligo della stessa di rivalerlo.
4. I predetti motivi vanno esaminati congiuntamente per la loro connessione e perchè propongono, da opposte prospettive, le medesime questioni. Corretta è anzitutto l’affermazione della concorrente responsabilità dei ricorrenti nei confronti degli A.. Al riguardo, va osservato che la natura del rapporto intercorrente tra la Società ed il Comune risulta già accertata, peraltro negli stessi termini cui sono pervenuti i giudici a quo, da questa Corte, che, con la menzionata sentenza n. 15740 del 2001, resa nel giudizio d’opposizione alla stima, ha escluso trattarsi di un’ipotesi di concessione traslativa, ed ha ritenuto che “con la convenzione stipulata il 17 febbraio 1992, l’amministrazione ricorrente avesse affidato alla società la realizzazione in concessione di una nuova strada di collegamento fra due zone di quel comune, perciò ponendo in essere una mera concessione di opera pubblica, in tutto e per tutto equiparabile ad un contratto di appalto (sez. un. 8647/1996; 5299/1997) e, con riferimento alle espropriazioni necessarie a realizzarla, limitandosi a delegare alla Società il compito di richiedere ed ottenere gli opportuni provvedimenti ablativi in nome e per conto del comune committente”. 5. La circostanza che sia stato, in conseguenza, individuato nel Comune, il soggetto obbligato al pagamento dell’indennità (di occupazione) verso il proprietario, e come tale legittimato passivo nel giudizio di opposizione alla stima, non giova, però, nel presente giudizio risarcitorio alla Società INC, dovendo qui farsi applicazione del consolidato principio di questa Corte resa anche a sezioni Unite, per cui il fatto generatore del danno è costituito – anzitutto e comunque – dalla condotta illecita del soggetto che ha appreso gli immobili senza alcun titolo e/o che senza il necessario titolo li ha irreversibilmente trasformati mantenendone la detenzione abusiva ed irreversibile senza più rimetterli nella disponibilità dei proprietari; in tal caso, il nesso di causalità con l’evento dannoso è ravvisato alla stregua dell’art. 2043 c.c. esclusivamente in relazione al contenuto dell’attività lesiva suddetta nonchè all’attitudine di questa a produrre danno, che perdura sino a quando permanga la situazione illegittima posta in essere (Cass. SU. n. 24397/2007; n. 6769/2009; Cass. n. 5630 del 2012 e succ.). 6. A tale stregua, va riaffermato il principio, secondo cui colui che ha proceduto alla materiale apprensione del bene, al compimento delle attività anche giuridiche necessarie a tal fine, nonchè all’esecuzione dell’opera pubblica -sia delegato ovvero concessionario o semplice appaltatore L. n. 2248, del 1848, All. F, ex art. 324, – riveste la titolarità passiva del rapporto obbligatorio collegato all’illecito dalla stessa provocato, dato il carattere personale delle relativa responsabilità che riverbera i suoi effetti anzitutto su chi agisce per realizzare tale risultato. Il Comune è del pari tenuto al risarcimento, ai sensi degli artt. 2043 e 2055 c.c., avendo perseverato nell’occupazione del terreno pur essendo a conoscenza dell’illegittimità dell’occupazione, potendo, così, individuarsi tutti gli elementi della responsabilità aquiliana: la condotta attiva od omissiva, l’elemento psicologico della colpa, il danno, il nesso di causalità tra condotta e pregiudizio, non essendogli, perciò, consentito di invocare la non imputabilità in ordine alla mancata o ritardata pronuncia del decreto ablativo, anche quando sia dipesa da omissione o inerzia del soggetto delegato, che egli in qualità di delegante era tenuto a sorvegliare.
7. In relazione alla ripartizione della responsabilità nei rapporti interni tra i due coobbligati, va, invece, accolta, la censura del Comune in quanto la distribuzione dell’onere risarcitorio a carico di ciascuno di essi postula il concreto accertamento e la precisa quantificazione delle rispettive responsabilità, e la relativa indagine non può esser condotta sulla base dei soli criteri indicati dall’art. 2055 c.c., a causa dell’esistenza di un rapporto contrattuale tra le parti la cui esecuzione sia stata causa o occasione della commissione del fatto illecito, e del conseguente dovere di esaminarne il contenuto (cfr. Cass. 27/02/2009 n. 4817). La ricostruzione dell’assetto negoziale, quale desumibile, in ispecie dall’art. 6, trascritto per autosufficienza, è stata operata dalla Corte in violazione del canone ermeneutico di cui all’art. 1362 c.c., che impone di tener conto della comune intenzione delle parti, senza fermarsi al solo significato letterale, e del principio di buona fede di cui all’art. 1366 c.c. A tanto, va aggiunto che l’elaborazione giurisprudenziale in materia di occupazione espropriativa (nella specie applicabile, nonostante l’istituto sia stato sconfessato da Cass. SU n. 735 del 2015, non essendo più in contesa il passaggio di proprietà a tale titolo) si è, peraltro, mossa nel senso di accostare il relativo regime giuridico a quello dell’espropriazione (salvo proprio per il titolo d’acquisto). Ogni ulteriore questione al riguardo resta assorbita.
8. Col sesto ed il settimo motivo del ricorso principale, si censurano, ex art. 2043 c.c. e vizio di motivazione le statuizioni sub c) e d) della narrativa. L’onere della prova della legittimità della costruzione (anche in riferimento all’epoca della sua realizzazione) incombeva ai danneggiati, afferma la ricorrente, che aggiunge come la Corte abbia omesso di pronunciarsi sulle censure, tutt’altro che generiche, mosse alla CTU, nella determinazione del dovuto.
9. Col secondo motivo, il Comune: a) aderisce e fa proprio il sesto motivo dell’impugnazione principale; b) aggiunge che, con motivazione apparente, i giudici territoriali avevano negato l’autonoma valutazione dell’area utilizzata come giardino adiacente al fabbricato realizzato con la concessione in deroga L.R. Piemonte 2 dicembre 1977, n. 56, ex art. 27, comma 10.
10. Col primo ed il secondo motivo del proposto ricorso incidentale, gli A. deducono la violazione o falsa applicazione della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 89, ed il vizio di motivazione in relazione alla statuizione sub d). Al riguardo, evidenziano che la Corte non aveva considerato nè che le aree espropriate erano in parte residenziali ed in parte soggette a vincoli espropriativi, nè aveva dato conto delle caratteristiche della zona nell’ambito del perimetro comunale, sicchè il risarcimento non copriva il valore venale delle aree.
11. Col terzo motivo, i danneggiati deducono l’omessa motivazione e l’omessa pronuncia sulla domanda con la quale avevano lamentato che non era stato attribuito alcun valore alle aree pertinenziali dei fabbricati stessi.
12. Col quarto motivo, gli A. deducono, in via condizionata all’accoglimento delle censure avversarie, riferite al risarcimento per i fabbricati asseritamente abusivi, la violazione di legge per non esser stato riconosciuto il ristoro riferito all’area di sedime.
13. I primi due motivi del ricorso degli A. relativi al risarcimento dei terreni, che, per comodità espositiva, vanno ora esaminati, sono infondati. A seguito delle sentenze nn. 348 e 349 del 2007 e 181 del 2011, della Corte cost., emesse anche per conformare il diritto interno ai principi della CEDU, il serio ristoro che l’art. 42 Cost., commma 3 riconosce al sacrificio della proprietà per motivi d’interesse generale si identifica col valore venale del bene (Cass. n. 11480 del 2008; n. 14939 del 2010; n. 6798 del 2013; n. 17906 del 2014); ma tanto non comporta che la distinzione tra suoli edificabili e non edificabili sia venuta meno e l’inclusione dei suoli nell’uno o nell’altro ambito va effettuata in ragione del criterio dell’edificabilità legale, posto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, tuttora vigente, e D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37, in base al quale un’area va ritenuta edificabile solo quando la stessa risulti così classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici (Cass. 7987/2011; 9891/2007; 3838/2004; 10570/2003; sez. un. 172 e 173/2001). Se, dunque, a torto i ricorrenti incidentali lamentano essersi fatto riferimento al certificato di destinazione urbanistica, va rilevato che non solo la questione della natura espropriativa del vincolo è affatto nuova ed è esposta in modo generico, ma non tiene conto che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, l’indicazione delle opere di viabilità nel piano regolatore generale (e risulta dall’impugnata sentenza che, in base al PRG del 1975, il fondo era in parte destinato a sede stradale) comporta, di regola, un vincolo di inedificabilità delle parti del territorio interessate e non ha carattere espropriativo, implicando una limitazione di ordine generale ricadente su una pluralità indistinta di beni e per una finalità di interesse pubblico trascendente i singoli interessi dei proprietari delle aree, in assenza di specifiche deduzioni circa l’assimilazione del vincolo stradale ad un vincolo imposto a titolo particolare, tramite l’indicazione delle reti stradali all’interno e a servizio delle singole zone, come tali riconducibili a vincolo avente carattere espropriativo (Cass. 3/10/2016 n. 19687; 25/9/2007, n. 19924; 24/11/2005, n. 24837). Siffatta indicazione nella specie, è stata, del tutto, pretermessa.
14. Il settimo motivo del ricorso principale è inammissibile per la sua genericità: la ricorrente omette, infatti, di trascrivere le censure rivolte alla stima del consulente su cui si è fondata la decisione impugnata, così precludendo a questa Corte di apprezzarne il carattere di decisività.
15. Il sesto motivo del ricorso principale ed il quarto sub a) del ricorso incidentale del Comune sono fondati. Il riconosciuto diritto al risarcimento del danno per la perdita di alcune unità immobiliari, di cui il Comune non aveva provato la natura abusiva, pur “nell’inesistenza di provvedimenti autorizzatori della loro edificazione… in assenza di ordinanza di demolizione” sovverte i principi generali in tema di onere della prova, che impongono a colui che agisce per il risarcimento di provarne i relativi presupposti, nè tiene conto che l’ordinamento tutela solo le situazioni di fatto che risultino meritevoli di apprezzamento, perchè maturate nel rispetto di norme giuridiche, non essendo configurabile un pregiudizio che non corrisponda ad interessi legalmente protetti, e che è stato disciplinato di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 16, comma 9, secondo cui: “Se la costruzione è stata eseguita senza licenza o in contrasto con essa o in base ad una licenza annullata… l’indennità è determinata in base al valore della sola area” disposizione che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 27/9/2006 n. 25523; 05/06/2014 n. 12700), costituisce un precetto generale ed inderogabile, applicabile dunque, anche al caso del risarcimento del danno da occupazione acquisitiva (cfr. Cass. 12/02/2009 n. 8729), onde elidere qualsiasi concreta incidenza del fenomeno dell’abusivismo.
16. Il motivo secondo sub b) del ricorso del Comune è inammissibile: esso non incide sulla ratio decidendi dell’impugnata sentenza che ha ritenuta l’area asseritamente non computata (ai fini dell’incremento patrimoniale connesso con la concessione in deroga) non rientrante nell’ambito revisionale di cui alla L.R. Piemonte n. 56 del 1977, art. 27, comma 10 e su tale accertamento in fatto il Comune nulla ha dedotto.
17. Il terzo motivo del ricorso incidentale degli A. va accolto tenuto conto che, ai fini qui in rilievo, le pertinenze, in ordine alle quali la Corte non ha espressamente statuito, conservano la propria individualità fisica e giuridica, con conseguente applicabilità della disciplina ad esse inerente, anche se diversa da quella della cosa cui accedono.
18. La sentenza va in conclusione cassata, in relazione ai motivi accolti, restando assorbito l’esame dell’ottavo motivo del ricorso principale, (con cui si chiede la restituzione di quanto versato in esecuzione della sentenza di primo grado) ed il quarto motivo del ricorso incidentale degli A. (relativo alla liquidazione dell’area di sedime), con rinvio per un nuovo esame e per la liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità alla Corte d’Appello di Torino, in diversa composizione.
Accoglie il sesto motivo del ricorso principale, il primo, nei sensi di cui in motivazione, ed il secondo sub a) del ricorso incidentale del Comune, il terzo del ricorso incidentale degli A., assorbiti l’ottavo motivo del ricorso principale ed il motivo di ricorso incidentale condizionato degli A., rigetta nel resto, cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione.