Source: http://ildubbio.news/ildubbio/tag/rita-bernardini/
Timestamp: 2019-01-16 22:15:52+00:00
Document Index: 14366614

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 275', 'sentenza ', 'sentenza ']

Rita Bernardini Archivi - Il Dubbio
Tag: Rita Bernardini
carcere Damiano Aliprandi	10 Jan 2019 17:10 CET
Alfonso Bonafede: «Il sovraffollamento è ormai diventato un’emergenza»
Lo ha dichiarato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al termine dell’audizione davanti al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica
«La situazione delle carceri è tragica su tutto il territorio nazionale e il sovraffollamento rappresenta un’emergenza». A dirlo è il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al termine dell’audizione davanti al comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ( Copasir) rispondendo a una domanda sulle recenti tensioni registrate in alcuni istituti italiani. «Ogni giorno apprendiamo di episodi molto gravi – ha ricordato il Guardasigilli – Noi siamo per la certezza della pena, chi sbaglia deve pagare e non sempre in passato è stato così. Detto questo, la detenzione deve avvenire con finalità rieducativa perché solo attraverso un vero percorso rieducativo si tutelano il detenuto e la società quando il detenuto sarà fuori». Il ministro ha sottolineato il problema del sovraffollamento: «È un’emergenza sotto tutti i punti di vista ma la soluzione non può essere uno svuota carceri visto che è dimostrato che rientrano subito dopo, in assenza di autentici percorsi di rieducazione si esce e si torna a delinquere». Il guardasigilli ha spiegato che per superare le criticità intende aumentare il numero degli agenti di polizia penitenziaria. «Un Corpo – ha evidenziato – che è stato dimenticato negli anni passati: nel 2019 è prevista l’assunzione di 1.300 agenti». Poi ha parlato del suo piano per l’edilizia penitenziaria, spiegando che è stata «costituita una task force al ministero e sono state introdotte norme che permettono maggiore flessibilità e accelerazione per gli interventi di manutenzione straordinaria e ordinaria». Bonafede ha spiegato che stanno anche lavorando alla possibilità di costruire nuove carceri ed è già a buon punto l’individuazione di caserme dismesse. «Stiamo impiegando forze, energie e soldi, ma – ha concluso – è chiaro che non abbiamo la bacchetta magica». Il sovraffollamento, come denunciato su queste pagine, ha raggiunto un numero esorbitante. Gli ultimi dati, aggiornati al 31 dicembre, registrano una lieve diminuzione rispetto ai mesi precedenti. Ma Rita Bernardini del Partito Radicale ha spiegato che non sono dati entusiasmanti. «C’è poco da gioire della diminuzione di 347 detenuti tra novembre e dicembre 2018 – sottolinea l’esponente radicale -, perché è dovuta presumibilmente ai permessi che vengono concessi per le festività natalizie e di fine anno». Bernardini snocciola i dati e denuncia che 93 istituti ospitano 37.122 detenuti che vivono in 26.092 posti regolamentari, con un sovraffollamento medio del 142,27%, «pertanto- evidenza – il 62,22% dei detenuti patisce un sovraffollamento del 142,27%». L’esponente del Partito Radicale sottolinea anche che tutti i dati «sono falsati dai 4.500 posti inagibili calcolati dal Ministero della Giustizia nella capienza regolamentare». Rita Bernardini ricorda che l’Italia è ancora sottoposta al monitoraggio europeo la sentenza della Cedu del 29 gennaio 2013 relativa al Caso Cirillo contro Italia ( No. 36276/ 10). Perché è importante questo caso che ha determinato la condanna dell’Italia per la mancanza di cure subite dal detenuto nel carcere di Foggia? L’esponente radicale risponde che in questo caso la Corte europea ha stabilito un legame diretto tra l’assenza di cure regolari e il problema strutturale del sovraffollamento carcerario.
ildubbio Damiano Aliprandi	4 Jan 2019 09:49 CET
Cassazione, al 41 bis i divieti devono essere motivati
Accolto il ricorso di una detenuta al 41 bis alla quale il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila aveva rigettato il reclamo contro il trattenimento della missiva contente un vaglia postale
Il pericolo del collegamento con la criminalità organizzata deve essere concreto per rigettare un reclamo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza di annullamento con rinvio numero 4413 del 2018. A dire il vero è stata già la Corte Costituzionale che, con numerose decisioni, ha a suo tempo chiarito che il regime del 41 bis non è costituzionalmente illegittimo solo nella misura in cui viene interpretato nella piena sindacabilità del Tribunale di Sorveglianza, adito con reclamo, e nella valutazione caso per caso. Sentenze che a suo tempo recepì per primo l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, quando decise – facendo, appunto, singole valutazioni – di non prorogare nel 1993 il 41 bis a 334 detenuti.
La Cassazione con questa pronuncia, accoglie il ricorso e rinvia al Tribunale di Sorveglianza per un riesame, ritenendo fondata la doglianza sull’assenza di motivazione. Scrive la Corte che il Tribunale dovrà provvedere «dando conto delle determinazioni assunte, con adeguata e specifica motivazione». Ha infatti osservato che, il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila – nel rigettare il reclamo contro il trattenimento della missiva contente un vaglia postale, indirizzato ad una detenuta in regime di 41 bis ritenendo che la missiva agevolasse il pericolo del mantenimento del collegamento con l’organizzazione criminale esterna non aveva fornito alcuna motivazione in merito alla «concretezza del paventato pericolo», mancando ad esempio di indicare la somma oggetto del vaglia e la specifica provenienza dello stesso, così che la prospettazione del pericolo rimanesse «una mera asserzione astratta», priva dei necessari ancoraggi alla situazione posta in esame. Ancora una volta la Cassazione si impone al Giudice di merito, perché argomenti nel concreto la paventata sussistenza del collegamento con la criminalità organizzata, come motivo di rigetto alla fruizione dei diritti fondamentali. Solo la concretezza e attualità del collegamento per la Corte giustificano il rigetto: diversamente la Corte impone al Tribunale di motivare nel concreto le sue determinazioni.
In effetti non esiste scritto nessun divieto in tal senso. La Circolare 3676/ 6126 del ministero della Giustizia del 2/ 10/ 2017 era intervenuta ordinando una disciplina di dettaglio con riferimento all’istituto del carcere duro ed in particolar modo al contenuto di tale istituto, con l’intento di uniformare le regole per tutti i penitenziari che ospitano le sezioni del 41 bis. E tra le regole, c’è scritto nero su bianco che sono previste limitazioni a somme, beni ed oggetti che possono essere ricevuti dall’esterno: è vietata la spedizione e ricezione di denaro e valori all’interno della corrispondenza ordinaria, però i detenuti possono ricevere denaro solo in occasione dei colloqui visivi o tramite, appunto, un vaglia postale. Ed è questo il motivo per il quale la detenuta al 41 bis ha fatto ricorso.
A proposito delle corrispondenze al 41 bis giova però ricordare un’altra sentenza della Cassazione, quella n. 28309 del 5 aprile 2018, che aveva ritenuto legittimo il trattenimento di una missiva indirizzata dal detenuto ad una congiunta, precisando che «è sufficiente il ragionevole timore di un pericolo per l’ordine e la sicurezza degli istituti». Nel caso concreto «aveva chiesto a B. di inviare una somma di euro 200 al proprio legale per la iscrizione al Partito Radicale; in realtà era quasi certo che la somma fosse indirizzata a sostenere l’associazione “Nessuno tocchi Caino”, in aggiramento del divieto imposto da una circolare del Dap». I supremi giudici avevano respinto il ricorso perché, come appunto ribadito, è «dettata da ragioni di sicurezza e di ordine nelle carceri in aderenza a quanto permesso dall’ordinamento penitenziario». Per Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti di Nessuno Tocchi Caino si è trattata di una «sentenza inaudita e senza precedenti, che dice l’opposto di quel che siamo e che nega tutto ciò che abbiamo fatto in questi anni».
carcere Valentina Stella	29 Dec 2018 10:56 CET
Capodanno in carcere per il Partito Radicale che supera quota 3000
Rita Bernardini il 31 dicembre e l’1 gennaio visiterà Rebibbia con Roberto Giachetti e una delegazione di Radicali
Il Partito Radicale può continuare a vivere grazie ai 3069 iscritti, finora, per il 2018. Tremila era la soglia da raggiungere per scongiurare la fine del progetto al quale Marco Pannella ha dedicato tutta la sua vita. Per capire cosa accadrà ora abbiamo ascoltato Rita Bernardini, membro della Presidenza del Partito, che – come da tradizione radicale – il 31 dicembre e il 1 gennaio sarà in visita nei due complessi carcerari di Rebibbia, con l’onorevole Roberto Giachetti e una folta delegazione di Radicali.
Con quale spirito farà visita a detenuti e detenenti?
Con l’animo di chi sa che va in visita ad una comunità ferita che rischia di perdere definitivamente la speranza nella Costituzione. Gli indicatori più espliciti di questa sofferenza sono le morti e i suicidi che si verificano in carcere. Quest’anno abbiamo raggiunto i livelli di dieci anni fa: ben 66 detenuti che si sono tolti la vita. Anche fra gli agenti l’esasperazione è tanta: in 73 si sono suicidati negli ultimi dieci anni, per lo più con l’arma di ordinanza.
Che feedback c’è stato alla presentazione del vostro dossier sulle carceri?
Contiamo di inviare al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa la versione del nostro dossier tradotta, aggiornata e firmata, oltre che dal Partito Radicale, anche dall’Unione delle Camere Penali che, con il suo Presidente GianDomenico Caiazza, l’ha molto apprezzato, così come il professor Andrea Saccucci e l’avvocato Giuseppe Rossodivita, autore di centinaia di ricorsi dal caso Torreggiani in poi. Importantissimi sono stati per noi i giudizi del professor Glauco Giostra che ha definito il lavoro “un documento davvero rigoroso ed eloquentissimo ( per chi vuol capire)” e del professor Tullio Padovani che mi ha scritto: “Ho letto il dossier, che rappresenta un ulteriore esempio di ciò che per i Radicali significa agire politico: concreto, rigoroso, documentato, incalzante. La vergogna denudata, resa vera senza scampo. Vedremo se e come cercheranno di sottrarsi alla forza delle cose. Battersi incessantemente affinché i diritti ( almeno quelli elementari!) siano rispettati, credo anch’io sia l’unico modo non solo per evidenziare pragmaticamente le contraddizioni strutturali dell’istituzione, ma soprattutto per alleviare la crudeltà efferata di una pena abominevole”.
La battaglia ci sarà insieme agli oltre 3000 iscritti. Adesso ci sarà un congresso?
Mi auguro che ne arrivino altri entro il 31 dicembre perché gli iscritti 2018 potranno partecipare a pieno titolo al congresso ordinario. Congresso che il Partito Radicale deve convocare, come stabilito dalla mozione dell’assemblea di Rebibbia, entro 90 giorni. Iscritti raccolti in clandestinità, tranne le eccezioni ( che confermano la regola dell’ostracismo) di Radio Radicale, del Dubbio e dell’Opinione. Si tratta perciò di un risultato straordinario, anche per la qualità e la diversità delle persone che hanno deciso di prendere il “passaporto della libertà”, che è la forma della tessera 2018.
Proprio di Radio Radicale ha parlato ieri il premier Conte nella conferenza stampa di fine anno ribadendo il taglio dei fondi e invitando a mettersi sul mercato e a ‘ trovare risorse alternative’. Lei come commenta?
È probabile che il premier si riferisca alla pubblicità che a suo avviso dovrebbe interrompere l’integralità dei documenti, in primo luogo istituzionali, che Radio Radicale manda in onda da 42 anni. Siamo all’abc del “conoscere per deliberare” di cui il presidente Conte pensa di poter fare a meno con disinvoltura pur essendo il suo governo autoproclamatosi “del cambiamento e della trasparenza”. Se ambisce ad essere il primo che cuce la bocca al servizio pubblico per eccellenza che è Radio Radicale, sappia che non sono pochi coloro che in nome della “libertà di parola” sono pronti a rischiare le proprie esistenze.
Quanto è importante che il Partito Radicale continui a vivere dunque nell’attuale situazione politica?
Credo sia vitale, se non vogliamo rassegnarci all’erosione e al degrado dello stato di diritto che colpisce nel mondo e in Europa anche quelle che conoscevamo come democrazie avanzate. Se guardiamo poi al nostro Paese, non abbiamo che da stupirci di quanti oggi si meravigliano di come si stia comportando l’attualegGoverno con il conseguente svuotamento e inerzia del Parlamento. È di dieci anni fa il libro “La peste gialla”; fu scritto nel corso di un Satyagraha che ci vide riuniti attorno a Marco Pannella per analizzare e raccontare il sessantennio di una lunga e continuata strage di leggi, di diritto, di principi costituzionali, di norme e di regole che avrebbero dovuto governare la convivenza civile della democrazia italiana. Credo che siamo fra i più attrezzati – per storia e capacità di resistenza e di lotta nonviolenta- a scongiurare il peggio del peggio che va affermandosi con sempre maggiore vigore ogni giorno di più in primo luogo contro i diritti umani fondamentali. E anche sull’Europa crediamo ( con Pannella che lo affermava più di vent’anni fa) che non ci sia salvezza ecologica, giuridica, economica, sociale e culturale nella illusione minimalista, nella triste, infeconda utopia “realista” dell’Europa che conosciamo, più che mai volta a contrastare la ragionevolezza degli Stati Uniti d’Europa.
carcere Damiano Aliprandi	12 Dec 2018 18:13 CET
Un agente denuncia: detenuti stranieri vessati e sfruttati
È il caso denunciato da Salvatore Morando, agente penitenziario in servizio presso il carcere di Catania
Presunte vessazioni e sfruttamento nel carcere catanese di Bicocca, ferie e riposi non concessi ai detenuti lavoranti, in particolar modo nei confronti degli stranieri. Addirittura i detenuti sarebbero stati costretti a svolgere mansioni diverse rispetto al lavoro per cui erano pagati e, in particolare, venivano mandati a pulire le camere del comandante. Questo e altro ancora si può leggere nel dossier consegnato a Rita Bernardini del Partito Radicale e Sergio D’Elia, presidente di Nessuno Tocchi Caino.
A compiere questa coraggiosa denuncia è Salvatore Morando, un agente della polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Bicocca. «Li facevano lavorare quasi sempre in nero – spiega l’agente penitenziario a Il Dubbio, – senza riposo e addirittura non potevano neppure avere il tempo di lavarsi gli abiti». Morando dice di averlo appreso parlando con loro. «Ho controllato i registri per scrupolo racconta l’agente -, e ho visto che effettivamente avevano ragione». Morando prontamente aveva fatto un rapporto al Direttore del carcere. «Il comandante però non era d’accordo, – spiega l’agente -, contestandomi di fare l’avvocato dei detenuti». Lui non ci sta e reagisce a questa affermazione: «Io sono pagato dallo Stato, non dal comandante e mi sento di difendere chi non può farlo da solo e chi non ha voce: indosso una divisa per dare garanzie a chi è dentro e a chi è fuori, proteggendoli».
In seguito al suo esposto alla Procura di Catania c’è stato un procedimento giudiziario, ma ora rischia l’archiviazione.
Lo scorso 6 dicembre, infatti, si è svolta l’udienza davanti il Gip di Catania che doveva decidere sulla richiesta di archiviazione presentata dalla Procura in relazione all’esposto presentato il 9 maggio dell’anno scorso nei confronti del Comandante dell’Istituto e del suo Vice. La motivazione dell’esposto riguardava, appunto, condotte che gli indagati avrebbero tenuto nei confronti di alcuni detenuti per essere stati irregolarmente impiegati nelle mansioni di pulizia e manutenzione dell’Istituto, al di fuori dei termini dell’ordine di servizio, e in particolare, senza il rispetto del loro diritto di fruire dei giorni di riposo garantitegli dall’art. 20 dell’ordinamento penitenziario. Il Pm, ricevuta la notizia di reato, aveva iscritto il procedimento e rinvenuto i reati di abuso d’ufficio, omissione d’atti ufficio, ma anche maltrattamenti e abuso di autorità contro i detenuti: gli episodi che l’Assistente Capo Morandi ha elencato sono riassunti non solo nella sua denuncia, che fece a sua firma, ma anche nelle sommarie informazioni di testimone che rese innanzi al Pm il successivo 25 gennaio 2018, quando segnalava che i detenuti cosiddetti “sconsegnati” – nel gergo carcerario ci si riferisce a coloro che possono occuparsi dei lavori di ordinaria manutenzione del carcere senza essere controllati dagli agenti – , spesso, anziché come doveva essere previsto dall’ordine di servizio, erano invece impiegati per mansioni ulteriori e diverse da quelle che avrebbero dovuto svolgere. Morandi precisa nel suo esposto che i detenuti in questione erano praticamente quasi tutti extracomunitari.
Attraverso le sommarie informazioni rese nel corso delle indagini agli inquirenti, l’agente penitenziario denuncia tra le altre cose: «Ho assistito a diversi episodi in cui l’Ispettore Capo, all’epoca Vice Comandante, e Comandante facente funzioni, urlava contro i detenuti extracomunitari impartendo disposizioni inerenti al lavoro che stavano facendo, a mio avviso senza motivo e in modo del tutto sproporzionato rispetto a quelle che potevano essere le eventuali mancanze. Devo dire che non ho mai assistito ad episodi analoghi nei confronti di detenuti in regime di Alta Sicurezza».
All’udienza del 6 dicembre, Morando con il suo legale, l’avvocato Salvatore Napoli di Enna, ha quindi rappresentato le sue argomentazioni a sostegno dell’opposizione presentata contro la richiesta di archiviazione che la Pm Tasciotti ha trasmesso al Gip. Così scrive l’accusa a sostegno della sua valutazione di non perseguire i denunciati: «Veniva disposta l’acquisizione dei registri relativi alle giornate di lavoro dei detenuti ammessi a tale regime, da cui emergeva che effettivamente alcuni di essi non avevano fruito del riposo settimanale per periodi di tempo di durata variabile ( da 10 giorni a circa due mesi)», con ciò confermando le denunce di Morando in merito alle violazioni delle norme che impongono il rispetto del diritto al riposo e di quello alla adeguata retribuzione del detenuto. Non solo, lo stesso Pubblico ministero conferma che, dalla visione dei registri acquisiti agli atti, emergevano senza dubbio delle correzioni a penna effettuate in un secondo momento sull’ordine di servizio, ciò a riprova di episodi che aveva denunciato Morando.
Dopo aver riportato le dichiarazioni testimoniali del denunciante e le prove documentali, la Procura giunge ad una conclusione: i fatti non sono sufficienti a provare l’accusa in giudizio perché a fronte di una condotta – che riconosce violazione di legge -, «non si rinviene la volontà di procurarsi l’ingiusto profitto né quella di recare il danno ingiusto altrui». Il Pubblico ministero, nell’argomentare la sua ritenuta assenza della penale rilevanza dei fatti, specifica che il vantaggio sarebbe della struttura carceraria e che comunque non ci sarebbe la prova della vessazione laddove i detenuti starebbero solo provvedendo alle necessità di manutenzione. Sempre l’accusa aggiunge che non c’è la prova che la mancanza di fruizione dei riposi settimanali non sia non occasionale ma continuativa, osservando che la normativa consentirebbe che il riposo venga recuperato con l’astensione dal lavoro per più giorni continuativi.
Il Pm. sul fatto che l’Assistente Capo Morando, dopo la sua denuncia, avesse ricevuto un procedimento disciplinare si limita a osservare, tra l’altro, che «l’irrogazione della sanzione nei suoi confronti appare frutto di un clima di contrasto venutosi a creare sul luogo di lavoro». Morando e il suo legale però si oppongono a queste argomentazioni. In udienza hanno ribadito le motivazioni dell’opposizione precisando che l’assenza del dolo nel reato di abuso d’ufficio si possa anche «presumere dalla macroscopica violazione di un dovere giuridico» – scrive la difesa di Morando nell’atto di opposizione – e che «l’intenzionalità del comportamento contra ius degli indagati risulta ancora più pregnante, esacerbato e pervicace ove si consideri che gli stessi non hanno tenuto conto delle segnalazioni dell’opponente, reiterando il comportamento e pervenendo financo ad alterare i registri di transito ( commettendo falso ideologico) al fine di non incorrere in sanzioni specie quando sono venuti a conoscenza dell’indagine».
Sempre l’avvocato Napoli aggiunge che «sugli altri reati non è stata svolta alcuna indagine», in particolare riferendosi al reato di maltrattamenti con riguardo alle condotte vessatorie illustrate da Morando. Per questo che al Giudice per le indagini preliminari è stato chiesto di procedere ad un supplemento di indagini, assumendo a sommarie informazioni i detenuti indicati nella denuncia – attività investigativa non effettuata come oggetto delle violazioni, considerato che agli atti della Procura, che chiedeva l’archiviazione, oltre alla denuncia dell’agente Morando, c’erano delle «indagini che forniscono un quadro probatorio inequivocabile» ovvero le testimonianze di altri due colleghi di Morando e le registrazioni ambientali che proverebbero quanto esposto.
Ora starà al giudice valutare se sia necessario approfondire con altre attività investigativa. Diversamente, se dovesse sposare la tesi della Procura, il Gip disporrà l’archiviazione.
carcere Damiano Aliprandi	11 Dec 2018 15:48 CET
Il detenuto picchiato a Viterbo è stato visitato: ha perso l’udito
Giuseppe De Felice, ristretto nel carcere di Viterbo ha denunciato di essere stato picchiato da una decina di agenti penitenziari
Ha perso l’udito dopo essere stato picchiato, come ha raccontato alla moglie. Parliamo del 31enne, Giuseppe De Felice, ristretto nel carcere di Viterbo che ha denunciato di essere stato selvaggiamente picchiato da una decina di agenti penitenziari dopo la perquisizione della sua cella. Come ha riportato Il Dubbio, la segnalazione è partita immediatamente dalla moglie Teresa dopo averlo visto, durante il colloquio, pieno di lividi. La moglie ha chiamato l’attivista napoletano Pietro Ioia che si è attivato, consigliandole di contattare Rita Bernardini del Partito Radicale. L’esponente radicale ha inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa. Ma, soprattutto al Dap e al direttore del carcere di Viterbo pregandolo di verificare quanto denunciato dalla signora e di «far visitare urgentemente il detenuto in modo da mettere agli atti della sua cartella clinica il relativo referto».
Sì, perché il detenuto ha anche riferito che dopo il presunto pestaggio, l’hanno spedito per un’ora in isolamento senza refertare la sua condizione fisica.
La buona notizia è che Teresa, ieri, ha ricevuto la lettera di Giuseppe nella quale ha scritto di essere stato chiamato dall’ufficio del comando per sapere cosa gli è accaduto. Ma non solo. Il direttore del carcere ha raccolto la sua denuncia e il direttore sanitario l’ha visitato diagnosticandogli la perdita di udito nell’orecchio. Giuseppe è stato quindi mandato urgentemente all’ospedale per una visita dove i medici gli hanno prescritto delle gocce, ma in carcere non ci sono. Rita Bernardini ha scritto alla direzione del penitenziario laziale per fargliele avere il più possibile.
Dopo aver appreso della denuncia da parte della moglie, è giunto a fargli visita nella giornata di ieri Alessandro Capriccioli, il capogruppo di + Europa Radicali al consiglio regionale del Lazio. «Nell’ambito della visita – spiega il consigliere dei Radicali italiani -, la terza da me effettuata negli ultimi due mesi, ho avuto modo di incontrare anche il detenuto in questione, che ha ribadito la versione dei fatti riportata dalla moglie. Si tratterebbe, se confermato, di un episodio gravissimo, tra l’altro in un carcere che ha fama, tra i detenuti, di essere un istituto “punitivo’”, e in cui negli ultimi mesi si sono verificati due suicidi. Credo sia necessario che le autorità competenti facciano rapidamente luce sull’accaduto, perché avere certezza sulle reali condizioni degli istituti penitenziari nella nostra regione, e in particolare sul rispetto dei diritti delle persone quando si trovano nelle mani dello Stato, è una priorità che non riguarda solo i detenuti ma tutti i cittadini».
Il racconto che il detenuto ha fatto alla moglie è agghiacciante. Giuseppe è ristretto nel carcere di Viterbo da circa un mese – prima era a Rebibbia -, si trovava nel quarto piano D1 quando sarebbe stato picchiato selvaggiamente dagli agenti. «Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e hanno calpestato la foto che ritraeva noi due – ha raccontato Teresa -, mio marito ha reagito urlandogli contro, prendendoli a parolacce».
A quel punto, secondo la versione di Giuseppe De Felice, un agente penitenziario lo avrebbe chiamato in disparte, portato sulla rampa delle scale e una decina di agenti penitenziari, senza farsi vedere in volto, lo avrebbero massacrato di botte. Il marito le ha raccontato che gli agenti avrebbero indossato dei guanti neri e una mazza bianca per picchiarlo. «Lo hanno portato in infermeria – prosegue Teresa –, ma senza visitarlo, dopodiché lo hanno messo in isolamento per un’ora».
Ora, finalmente, la visita è stata effettuata, così come cristallizzata anche nell’attuale riforma dell’ordinamento penitenziario dove si prevede che, fermo l’obbligo di referto, il medico che riscontri «segni o indici che facciano apparire che la persona possa aver subito violenze o maltrattamenti» deve darne comunicazione al direttore dell’istituto e al magistrato di sorveglianza.
carcere Damiano Aliprandi	8 Dec 2018 17:42 CET
«Una decina di agenti hanno pestato mio marito nel carcere di Viterbo»
Il drammatico racconto della moglie del detenuto Giuseppe De Felice, 31enne, ristretto nel carcere di Viterbo
«L’ho visto con il volto tumefatto, pieno di lividi con il sangue all’occhio sinistro e ha detto che è stato pestato da una decina di agenti penitenziari». A denunciarlo a Il Dubbio è Teresa, la moglie del detenuto Giuseppe De Felice, 31enne, ristretto nel carcere di Viterbo. Tre giorni fa è andata a visitarlo ed è rimasta scioccata nel vederlo pieno di lividi. «Ho cominciato ad urlare – racconta la moglie -, ma mio marito mi ha detto di smettere, perché ha paura di subire altre ritorsioni».
De Felice è ristretto nel carcere di Viterbo da circa un mese – prima era a Rebibbia -, si trovava nel quarto piano D1 quando sarebbe stato picchiato selvaggiamente dagli agenti. «Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e hanno calpestato la foto che ritraeva noi due – racconta Teresa -, mio marito ha reagito urlandogli contro, prendendoli a parolacce» . A quel punto, secondo la versione di Giuseppe De Felice, un agente penitenziario lo avrebbe chiamato in disparte, portato sulla rampa delle scale e una decina di agenti penitenziari, senza farsi vedere in volto, lo avrebbero massacrato di botte. Il marito le ha raccontato che gli agenti avrebbero indossato dei guanti neri e una mazza bianca per picchiarlo. «Lo hanno portato in infermeria – prosegue Teresa –, ma senza visitarlo, dopodiché lo hanno messo in isolamento per un’ora».
È preoccupata, non sapeva chi contattare, fino a quando ha visto su internet un video di Pietro Ioia, ex detenuto che però vent’anni fa ha deciso di cambiare vita e si è esposto pubblicamente denunciando anche la famigerata “cella zero” del carcere di Poggioreale. Lo ha chiamato e subito si è attivato, consigliandole di contattare Rita Bernardini del Partito Radicale. L’esponente radicale ha immediatamente inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa. Ma, soprattutto al Dap e al direttore del carcere di Viterbo pregandolo di verificare quanto denunciato dalla signora e di «far visitare urgentemente il detenuto in modo da mettere agli atti della sua cartella clinica il relativo referto». Eppure la legge parla chiaro, cristallizzata anche nell’attuale riforma dell’ordinamento penitenziario dove si prevede che, fermo l’obbligo di referto, il medico che riscontri “segni o indici che facciano apparire che la persona possa aver subito violenze o maltrattamenti” deve darne comunicazione al direttore dell’istituto e al magistrato di sorveglianza.
Il carcere di Viterbo, però, non è nuovo per queste vicende, ancora da riscontrare. Attualmente ci sono indagini in corso per il suicidio di un detenuto italiano avvenuto quest’estate. Indagini per chiarire cosa sia davvero accaduto quel giorno.
C’è la testimonianza di due detenuti, vicini di cella, che si erano fortemente allarmati perché hanno visto che il ragazzo era eccessivamente agitato e avrebbe urlato che si sarebbe suicidato, impiccandosi. Gli agenti penitenziari di turno, sempre secondo la testimonianza dei due detenuti, avrebbero sottovalutato il problema, pensando che facesse finta. A quel punto i detenuti avrebbero urlato che si doveva intervenire subito. Alla fine gli agenti sarebbero ritornati dopo due ore quando oramai il ragazzo era morto con il cappio ricavato dal lenzuolo. Ma a Viterbo, dopo quel fatto, è avvenuto un altro suicidio. Parliamo di Hassan Sharaf, un detenuto egiziano di 21 anni che avrebbe finito di scontare la pena il 9 settembre, ma il 23 luglio scorso è stato trovato impiccato nella cella di isolamento dove era stato trasferito da appena due ore. Parliamo dello stesso ragazzo che, durante la visita di una delegazione del garante regionale dei detenuti, mostrò all’avvocata Simona Filippi alcuni segni rossi su entrambe le gambe e dei tagli sul petto che, secondo il suo racconto, gli sarebbero stati provocati da alcuni agenti di polizia che lo avrebbero picchiato il giorno prima. Il Garante Anastasìa ha fatto un esposto, ad oggi non si sa se la Procura competente abbia avviato le indagini o meno per verificare l’accaduto.
carcere Damiano Aliprandi	28 Nov 2018 19:14 CET
Muore in cella a 42 anni per infarto. Una lettera solleva dubbi sui soccorsi
Giuseppe Viola era detenuto a Noto da luglio e sarebbe uscito a febbraio, secondo un testimone non sarebbe stato soccorso subito
Si chiamava Giuseppe Viola, 42 enne, ed è morto d’infarto nel carcere siciliano di Noto il 19 novembre scorso. A nulla sono valsi i soccorsi che prontamente sarebbero giunti nell’arco di pochi minuti. Ma c’è da usare il condizionale perché questa è la versione data dagli operatori del carcere che, però, presenta punti poco chiari e non combaciano con la testimonianza di altri detenuti che avrebbero assistito alla scena. La moglie di Giuseppe, Sara, non ci crede e ha trovato conferma ai suoi dubbi in una lettera di un detenuto che racconta tutta un’altra storia. «Quel giorno l’avevo sentito al telefono – spiega la moglie a Il Dubbio -, erano le 10 e 30 di mattina ed era tranquillo, poi dopo qualche ora mi è giunta la chiamata dal carcere per dirimi che Giuseppe è morto di infarto». Lei, accompagnata dai familiari e amici, ha raggiunto il carcere la mattina seguente e ha potuto vedere suo marito, sopra il lettino dell’obitorio del carcere. Gli operatori dell’istituto penitenziario hanno raccontato per via informale – ai familiari che Giuseppe si è sentito male e a quel punto sarebbe intervenuto prontamente il medico, con massaggi cardiaci e , all’arrivo del 118, con il defibrillatore. Ma nulla, non sono riusciti a rianimarlo. «Sono stati gentilissimi, fin troppo, – spiega Domenico, il fratello del detenuto -, ci hanno fatto entrare tutti, compresi zii e amici, e quindi ci siamo trovati a nostro agio, e, con il senno di poi dico ingenuamente, abbiamo detto che non c’era bisogno dell’autopsia». Non hanno avuto nessun referto medico, solamente il certificato di morte rilasciato dal comune. Ma è andata veramente così? Che l’assistenza sanitaria nelle carceri, in generale, è problematica, questo è un dato di fatto. Se poi c’è il rischio che qualcuno ci rimetta la vita per un presunto ritardo nel soccorso, o sottovalutazione del problema, il problema si trasforma in un dramma.
La moglie di Giuseppe, a distanza di qualche giorno, ha ricevuto la lettera di un detenuto che le ha raccontato fatti che destano inquietudine. E’ giusto – scrive – che sappiate la verità, anche se fa molto male». Chi scrive è stato testimone dell’evento e si è detto pronto a testimoniare. «A Giuseppe non gli è stato dato subito aiuto – si legge nella lettera –, anche se si trovava vicino in un reparto dove ci sono più guardie». Il detenuto spiega che non sarebbe stato portato subito in infermeria e il medico sarebbe intervenuto dopo più di 20 minuti. Pare che – sempre secondo la testimonianza – , il medico stesse visitando un detenuto che era appena entrato in carcere e quindi non avrebbe avuto tempo per dedicarsi a Giuseppe. Sono testimonianze, non prove. Però il dubbio, atroce, rimane. «Io ho visto il corpo di mio marito – racconta Sara -, e non ho visto nessun segno al petto. Possibile che un defibrillatore non lasci alcuna traccia?».
L’avvocato Silvestro Salvatore , il legale dei familiari di Giuseppe, ha fatto un esposto alla procura di Siracusa, segnalando – attraverso le notizie che gli sono giunte – «la sottovalutazione – riferisce a Il Dubbio – della sintomatologia del detenuto e che sarebbe stato visitato dopo 25 minuti quando oramai era morto».
Sono delle ipotesi, due versioni che non combaciano. Sarà quindi l’autopsia e le eventuali indagini a fare chiarezza. La questione che non lascia dormire la moglie è questa: «Se la testimonianza dei detenuti fosse vera, mio marito poteva essere salvato in tempo». Giuseppe era in carcere da luglio dello scorso anno e sarebbe uscito a febbraio prossimo.
L’assistenza sanitaria, come detto, è un problema nelle carceri. Rita Bernardini del Partito Radicale spiega a Il Dubbio che casi del genere possono benissimo sfociare in tragedia. «Basti pensare – racconta Bernardini – che molti medici sottovalutano le lamentele dei detenuti perché partono con il pregiudizio che ci vogliono marciare. Il che – sottolinea –, alcune volte, è vero visto che è una possibilità per uscire poche ore dalle celle ed entrare in infermeria, ma questo pregiudizio preclude l’accertamento di eventuali gravi malattie». L’esponente del Partito Radicale cita un caso di un detenuto di Padova che zoppicava, sentiva dei dolori, e il medico ha sempre rimandato perché pensava che fingesse, «quando poi si decise a visitarlo – spiega Bernardini – scoprirono che aveva un tumore in stato avanzato».
carcere Damiano Aliprandi	23 Oct 2018 20:13 CEST
Ex detenuto non viene riassorbito dalla nuova società perché ex 416 bis
Michelangelo Misso e il suo collega Ciro Calone, entrambi con un passato
Le vicende della cooperativa “29 giugno, travolta da Mafia capitale, continuano a farsi sentire, soprattutto sui lavoratori. La “Cooperativa 29 giugno” era nata per far lavorare gli ex detenuti e quindi funzionale al reinserimento lavorativo, poi è arrivato il commissariamento e i contratti sono stati interrotti. Uno di questi, quello relativo alla raccolta differenziata dei rifiuti per le utenze non domestiche, è stato affidato alla Avr, la nuova azienda appaltatrice, con l’obbligo di attenersi alla clausola sociale. Ed è a questo punto che spunta fuori l’ipotesi dell’esclusione di alcuni lavoratori a causa del loro percorso giudiziario, nonostante l’obbligo di assunzione inserita nel bando pubblico. A denunciarlo è uno dei due operai esclusi dall’assorbimento di lavoratori nel servizio di raccolta differenziata dei rifiuti da parte dell’Avr. Si tratta di Michelangelo Misso che fin dal 2013 ha sempre lavorato onestamente, concentrato tutti i suoi sforzi per osservare «modalità di vita rispettose delle regole, con umiltà e spirito di sacrificio» come dice la stessa ordinanza della magistratura di sorveglianza che gli aveva revocato la misura di sicurezza dopo che aveva scontato una condanna al 416 bis. Ha lavorato, e lavora, quindi, con spirito di sacrificio nella cooperata romana 29 giugno, settore smaltimento rifiuti, che si trova in difficoltà a causa dei ritardi del pagamento della fatture da parte dell’Ama.
L’interruzione del contratto con la “Cooperativa 29 giugno” per la utenze non domestiche, a cui erano affidati oltre 174 servizi di utenze non domestiche con due operatori e un mezzo ciascuno, ha contribuito ad aumentare i rifiuti per le strade di Roma, per questo l’Ama ha intensificato gli sforzi per rendere operativa subito l’Avr, la nuova azienda appaltatrice con l’obbligo di attenersi alla clausola sociale. Quest’ultima serve per tutelare i la- nei cambi di appalto, per questo motivo le parti sociali hanno previsto una procedura da seguire da parte di entrambe le aziende ed il mantenimento in servizio, ove possibile, dei lavoratori precedentemente impiegati. Parliamo, nello specifico, dell’articolo 50 inserito nei bandi di gara, nel rispetto dei principi dell’Unione europea, volta a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato.
Detto, fatto. L’Avr ha ricevuto la lista di una settantina di operai che operavano nei lotti ora sotto la loro gestione. Tutti riassorbiti, ad eccezione di Michelangelo Misso e Ciro Calone. Entrambi con un passato al 416 bis. Misso denuncia, quindi, di sentirsi discriminato a causa del suo passato, nonostante la sua accertata riabilitazione. Ed è lui a denunciare a Il Dubbio la sua vicenda. «Ero parte integrante della Cooperativa che aveva l’appalto per la raccolta differenziata – spiega Misso -; nel contratto del Bando pubblico è specificato che tutti gli operatori, i quali erano in servizio per quello specifico settore, avrebbero dovuto essere assorbiti dalla nuova società subentrante. A questo proposito, la società subentrante ha recuperato i certificati del casellario e poi ha riferito ai sindacati che non avrebbero potuto assumere i condannati per reati di associazione a delinquere, perché avrebbero potuto avere l’interdittiva antimafia». Il Dubbio ha contattato il referente della Cgil Lazio che si occupa del passaggio dei lavoratori da un appalto all’altro. «Stiamo tutelando tutti i lavoratori – assicura il sindacalista – che fanno parte del reinserimento sociale, ovviamente ci sono delle problematiche legate ad alcune leggi che permettono alle aziende di andarci cauti su alcune assunzioni». Nel caso di Misso, il sindacalista aggiunge che l’Avr ha richiesto un nulla osta dal prefetto per essere tranquilli onde evitare problemi con l’interdittiva antimafia. Misso però obietta: «Io sono operaio, non un dirigente e l’interdittiva antimafia con la mia posizione non c’entra. Peraltro aggiungo che io sono stato usato come esempio di riscatto, di rescissa contiguità con la criminalità organizzata». Misso si riferisce all’inchiesta Mafia capitale nella quale la Procura di Roma aveva passato al setaccio tutti i dipendenti della cooperativa di Buzzi, per vedere se c’era qualche persona coinvolta ed era emerso l’esempio virtuoso dell’ex detenuto, simbolo di riscatto dalla criminalità organizzata di appartenenza. Ad onor dei fatti, nel caso di Misso il rischio interdittiva per la società che ha vinto l’appalto per i rifiuti è, di fatto, impossibile. Una recentissima sentenza del Consiglio di Stato ( n. 3138/ 2018) ha revocato l’interdittiva emessa dal prefetto contro l’impresa, a cui era stata applicata solo perché aveva dipendenti in odore di mafia. Nel caso di Michelangelo Misso non esiste nemmeno “l’odore di mafia”, visto che il magistrato di sorveglianza – sotto indicazione della Direzione distrettuale antimafia – ha scritto nero su bianco che lui non è più legato al clan di appartenenza, ha riconosciuto di aver “concentrato tutti i suoi sforzi per osservare modalità di vita rispettose’ e ‘ nonostante la condizione di grave indigenza’ di non aver ‘ fatto ricorso al reato per procacciare il sostentamento per sé e la sua famiglia”. Misso ha dichiarato che farà ricorso e ha chiesto sostegno all’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, che più volte, ha sempre denunciato le enormi difficoltà di chi ha scontato una pena con annesso 416 bis e abbia l’intenzione di cambiare strada comportandosi onestamente. «Non può partecipare per legge a pubblici concorsi – denuncia Rita Bernardini – né non intraprendere un’attività e non può nemmeno essere assunto in un’impresa perché quest’ultima se ne guarderebbe bene rischianvoratori do di essere raggiunta da interdittiva antimafia». Della vicenda si è anche interessato il garante regionale di detenuti Stefano Anastasìa, recapitando una lettera alle sede legale dell’Avr segnalando «il profilo discriminatorio che in essa potrebbe rilevarsi qualora dovesse emergere che la violazione della citata clausola sociale contenuta nel Bando di gara fosse motivata dal percorso giudiziario del signor Misso, rispetto al quale, invece l’impiego lavorativo di cui trattatasi è stato fondamentale per garantire la previsione dell’articolo 27 della Costituzione in materia di reinserimento sociale dei condannati». Il Garante del Lazio prosegue esortando l’azienda a valutare «con la massima attenzione la possibilità che il signor Misso, in adempimento a quanto previsto dalle disposizioni normative, venga riassorbito nell’organico di codesta azienda».
Il Dubbio ha contattato il responsabile dell’Avr Generoso Perna, il quale ha specificato che non c’è nessuna discriminazione nei confronti dell’operaio. «Il bando di gara – spiega Perna – detta le regole del procedimento di contrattazione. Nel bando era previsto l’obbligo di assumere i dipendenti dell’azienda che aveva vinto l’appalto con la gara: Michelangelo Misso non è stato assorbito nell’azienda perché è ancora assunto presso la Cooperativa e non aveva fatto la cessazione lavorativa». Diverse sono le spiegazioni, ma che non aiutano a dipanare la vera questione per il quale Misso è rimasto escluso dall’assorbimento lavorativo presso l’azienda appaltatrice.
carcere Damiano Aliprandi	20 Oct 2018 16:20 CEST
Carcere, l’allarme dei garanti: suicidi e sovraffollamento
Riunione della conferenza nazionale dei garanti regionali e comunali dei detenuti a Roma
Sovraffollamento, suicidi in aumento, assistenza sanitaria insoddisfacente, disagi psichici, ancora presenza dei bambini dietro le sbarre, ritardi da parte della magistratura di sorveglianza. Questo è quello che emerge nell’anno 2018 ancora non concluso a proposito del panorama penitenziario.
Proprio ieri, durante la riunione della conferenza nazionale dei garanti regionali e comunali dei detenuti svolta a Roma, è emersa anche la preoccupazione di come la Riforma dell’ordinamento penitenziario non risolva tutte queste problematiche. «I tre decreti di modifica dell’ordinamento penitenziario in materia di sanità, lavoro e minori – ha denunciato il garante regionale della Toscana Franco Corleone a ridosso della conferenza – tolgono ogni speranza di miglioramento delle condizioni carcerarie». Ricordiamo il suo impegno, con i tre giorni di digiuno, per sensibilizzare il governo e l’opinione pubblica l’insostenibile disagio psichico nelle carceri. Alla conferenza è intervenuto il capo del Dap Francesco Basentini che ha annunciato: “In merito alle esigenze di affettività dei detenuti è partito un progetto pilota in tre istituti penitenziari dove verrà usato Skype e più in generale l’informatica. Ed entro sei mesi saranno installati oltre 450 pc in tutte le sezioni detentive. L’obiettivo è di metterne anche di più, ovviamente non nel 41 bis. Oltre a Skype verranno installati programmi come corsi di lingua, apprendimento, passatempi’.
Nel frattempo aumentano i suicidi. Nel 2017 il totale è stato di 52 detenuti che si sono uccisi, mentre il trend di quest’anno ancora non concluso è decisamente in aumento. Sì, perché al 3 ottobre dell’anno scorso, i suicidi risultavano 45. Quest’anno, invece, siamo già a 49. L’ultimo è avvenuto nel carcere siciliano del Pagliarelli, un 37enne si è impiccato dentro la propria cella. Ma potrebbero essere molti di più se non intervenissero gli agenti penitenziari. Secondo il Sappe, il sindacato autonomo polizia penitenziaria, solo nel primo semestre del 2018 ci sono stati nelle carceri italiane 5.157 atti di autolesionismo. E da anni le associazioni che monitorano le condizioni di vita negli istituti sottolineano come non si debba sottovalutare simili atti dato che possono sfociare in tentativi di suicidio.
A questo si aggiunge il sovraffollamento.
Secondo i dati elaborati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 30 settembre di quest’anno risultano 59.275 detenuti su 50.622 posti disponibili. Basti pensare che il mese precedente, al 31 agosto, risultavano 8.513 detenuti in più. Ancor prima, a luglio, erano invece 7.882 i ristretti oltre i posti disponibili. I numeri del sovraffollamento risulterebbero addirittura maggiori se si sottraessero dai posti disponibili circa 5.000 celle inagibili che, invece, vengono conteggiate nei 50.622 posti disponibili. Il sovraffollamento quindi è destinato ad aumentare nonostante che nel passato, grazie a diverse misure adottate dopo la sentenza Torreggiani, si sia ridimensionato. Poi c’è l’assistenza sanitaria. Diversi report nelle carceri, dimostrano come diversi detenuti hanno delle gravi patologie e c’è scarsa presenza del personale sanitario.
Ma non solo. Non rari i casi di detenuti che hanno una incompatibilità con il carcere a causa del loro stato di salute, ma difficilmente riescono ad ottenere i domiciliari per essere assistiti in un ambiente consono. Tutte problematiche che hanno portato Rita Bernardini, del coordinamento di presidenza del Partito Radicale, ad intraprendere uno sciopero della fame già iniziato dalla mezzanotte di martedì scorso. I disagi psichici sono le più diffuse tra le patologie presenti nelle carceri italiane, ma l’assenza del tema nella riforma approvata, peggiora anche le cose. L’ultimo rapporto di Antigone dice che ad oggi, infatti, ci sono 47 sezioni specializzate (‘ articolazioni per la salute mentale’) che ospitano 251 persone ( 21 donne e 230 uomini. Due, invece, i ‘ reparti psichiatrici’ ( entrambi maschili), negli istituti penitenziari di Torino e Milano San Vittore, che ospitano 31 persone. Sebbene il disagio psichico sia la sfera patologica più diffusa nelle carceri italiane, dalle attività di monitoraggio dell’associazione Antigone emerge che negli istituti di pena visitati dai volontari, il numero medio di ore di presenza di medici ogni 100 detenuti è pari a 84,2, mentre quello degli psichiatri scende a 8,9 ore per 100 detenuti. Un quadro che richiede un intervento delle istituzioni.
Giustizia Valentina Stella	6 Sep 2018 14:53 CEST
I radicali “ a doppia tessera”: i diritti sono sotto assedio
Ieri il convegno organizzato dal Partito Radicale «Non possiamo aspettare i tempi della giustizia! Subito la riforma della giustizia»
«Non possiamo aspettare i tempi della giustizia! Subito la riforma della giustizia». Questo il titolo del convegno organizzato ieri dal Partito radicale a Roma, e moderato dal direttore di Radio Radicale Alessio Falconio. La frase chiave è quella pronunciata dal premier Conte subito dopo il crollo del ponte di Genova. Una espressione che ha impensierito Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, a cui è stata affidata la relazione introduttiva: «Stiamo vivendo in tempi di disapplicazione della Costituzione. Per capire come attuare la riforma della giustizia bisogna verificare se le proposte del contratto di governo Lega– Movimento cinquestelle rispecchino i fondamenti della giustizia stessa previsti nella nostra Carta. Non mi sembra che il programma risolva o accolga molte indicazioni costituzionali in tema di giustizia. Quello che non condivido sono l’espressione ‘ rapidità ed efficienza’, la riforma della legittima difesa finalizzata, credo, alla tutela della sicurezza al di sopra di ogni altra cosa, la mancata riforma dell’ordinamento penitenziario, il silenzio sulle misure alternative e sui suicidi dei detenuti, e poi la risposta al sovraffollamento attraverso la futura costruzione di nuove carceri».
È intervenuto poi Giulio Maria Terzi, già ministro degli Esteri: «Marco Pannella denunciava da decenni il problema dell’inattuazione della Costituzione. Con il Global Committee for the Rule of Law, il 20 giugno a Ginevra abbiamo coinvolto ulteriormente gli organismi più interessati delle Nazioni Unite in sostegno dello Stato di diritto e della democrazia liberale in tutto il mondo». Poi è iniziata la tavola rotonda, alla quale sono intervenuti parlamentari di vari schieramenti ma tutti iscritti anche al Partito radicale: primo a prendere la parola è stato Giuseppe Basini, deputato della Lega: «Non so che politica farà il governo in materia di giustizia, difficile mettere insieme chi è garantista come me e chi è sulla scia di Marco Travaglio». Per Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia, «sentire un primo ministro che pronuncia quella frase evoca immagini di forca, di gogna mediatica. La mancata riforma della giustizia è uno dei più grandi fallimenti della Seconda Repubblica. E non c’è da sperare per il futuro sentendo quello che dichiarano ogni giorno i ministri di questo governo». Luigi Vitali, senatore di Forza Italia: «La dichiarazione di Conte fa il paio con quella di Davigo, anima della idea di riforma di giustizia dei cinquestelle per cui non vi sono innocenti ma colpevoli che non sono stati scoperti. C’è da preoccuparsi moltissimo. Mi auguro che in questo esecutivo l’anima garantista della Lega possa quantomeno mitigare o migliorare questa forma di giustizialismo”. Roberto Rampi, senatore del Pd: «Dobbiamo combattere il sovraffollamento nelle carceri, nelle quali troppi magistrati e politici non sono mai entrati. Il problema è culturale, soprattutto quando si parla di depenalizzazione. Mandare in galera qualcuno dovrebbe essere una estrema ratio”. Le conclusioni sono state affidate a Rita Bernardini, della presidenza del Partito radicale: «Siamo molto impegnati sulle 8 proposte di legge di iniziativa popolare contro il regime, nonostante noi come partito continuiamo a essere censurati dall’informazione. In questo Paese non si è mai voluto fare un dibattito sulla riforma della giustizia. A breve comunque porteremo in Puglia la nostra carovana per la giustizia». Sono intervenuti anche Elisabetta Rampelli, presidente dell’Unione italiana forense, e l’avvocato radicale Giuseppe Rossodivita, che ha ricordato che «per Marco Pannella il Parlamento non avrebbe mai potuto fare nulla sulla giustizia perché sarebbe sempre stato piegato ai desideri della magistratura».
carcere Damiano Aliprandi	28 Aug 2018 16:28 CEST
“Ristretti Orizzonti” vittima degli hacker
Grave attacco informatico al sito di Ristretti Orizzonti. Ieri notte, il server della redazione è stata vittima di un hackeraggio che ha distrutto tutto l’archivio. «È la terza volta in 20 anni, ma le altre volte non era stato così grave», spiega Francesco Morelli della redazione di Ristretti Orizzonti e curatore del dossier sulle morti in carcere. «È cosa gravissima, un danno irreparabile per noi tutti», dice Rita Bernardini del Partito Radicale esprimendo solidarietà per l’accaduto. Un sito, quello di ristretti, che fornisce giornalmente una rassegna stampa su tutto ciò che riguarda il sistema penitenziario e giudiziario, oltre a documenti, report, approfondimenti sulle criticità che sistematicamente coinvolgono il mondo carcerario. Un sito che viene spesso utilizzato da varie associazioni, ma anche giornali, per documentare dati statistici, notizie che passano inosservate. Un lavoro che la redazione di Ristretti Orizzonti fa accuratamente, nei minimi dettagli.
Realizzata nella Casa di Reclusione di Padova, in questi anni Ristretti Orizzonti è diventata in Italia una fra le più qualificate e autorevoli riviste sui temi del carcere e del disagio sociale legato alla carcerazione. E continua a esserlo. Un pungolo, una luce accesa dove molti non guar- dano. È una redazione fatta di volontari e detenuti intorno alla quale, in più di vent’anni d’attività, sono nati progetti straordinari, percorsi culturali che tante cose in meglio hanno cambiato, nel carcere e nelle persone. Ricordiamo che attualmente sta attraversando un periodo difficile, come ha denunciato Ornella Favero, che di Ristretti Orizzonti è direttore. Non solo, per mancanza di fondi, rischia di chiudere e per questo c’è l’invito ad abbonarsi, ma all’interno dell’istituto di Padova ha avuto un drastico ridimensionamento dei suoi progetti, senza che la direzione del carcere si sia confrontato. «Un pungolo dell’Amministrazione penitenziaria, senza il quale l’amministrazione penitenziaria spesso dormirebbe», disse a suo tempo Roberto Piscitello, direttore della Direzione generale Detenuti e Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, riferendosi proprio alle attività di Ristretti.
Un esempio a rischio ridimensionamento è quello relativo al progetto – che dura da 15 anni a questa parte – che si occupa di prevenzione pensando ai giovani studenti e ai loro comportamenti a rischio.
«Protagonisti di questi percorsi – ha scritto Ornello Favero nel suo appello – sono la redazione di Ristretti Orizzonti e i suoi detenuti, che hanno deciso di portare le loro testimonianze mettendosi a disposizione delle classi che entrano in carcere, ma anche il personale della Polizia penitenziaria che accompagna i ragazzi con grande disponibilità e attenzione». Il comune di Padova crede nel valore di questo progetto e lo sostiene da sempre, dai primi incontri dedicati a poche classi, al progressivo coinvolgimento di tantissime scuole. Oggi, come denuncia Favero, c’è il rischio concreto di un ridimensionamento pesante del progetto, da due incontri in carcere a settimana a uno al mese. Altro esempio è la rappresentanza dei detenuti per elezione, non prevista dall’Ordinamento, ma neppure proibita, sperimentata da anni con successo nel carcere di Bollate – e recentemente a Sollicciano, che la scorsa direzione del carcere di Padova aveva approvato: c’erano state le prime elezioni, era in preparazione una formazione per gli eletti, e invece tutto è stato bloccato dal Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto in nome del rispetto della legge. «Ma allora Bollate e Sollicciano sono fuorilegge?», si chiede Ornella. E poi, come ha già riportato Il Dubbio, la sospensione del progetto virtuoso “Mai dire mail”, avviato da più di un anno e apprezzato da tutti, detenuti, familiari, difensori e tutor universitari, perché permette una comunicazione perenne con i familiari, visto che attualmente, nelle carceri italiane, un detenuto può fare una telefonata di dieci minuti a settimana. Ora si aggiunge questo attacco informatico, fatto da professionisti, non certo da persone qualunque e si sta lavorando per ripristinare il sito. A chi può dar fastidio il lavoro di Ristretti Orizzonti?
carcere Damiano Aliprandi	25 Aug 2018 07:06 CEST
Carcere: 20 mila a casa se arrivano i braccialetti
Da ottobre inizieranno ad arrivare i braccialetti elettronici che permetteranno ai magistrati di sorveglianza di utilizzarli per i detenuti che sono nella condizione giuridica di essere scarcerati
Presto i magistrati di sorveglianza avranno lo strumento per poter ridurre il sovraffollamento. Fastweb fornirà, infatti, 1000 braccialetti elettronici al mese fino a un surplus del 20 per cento, con i relativi servizi di assistenza e manutenzione per 36 mesi. Il servizio partirà però dal mese di ottobre, «questo per consentire alle Forze dell’Ordine – spiega Fastweb a Il Dubbio – di completare i corsi di formazione previsti nel corso del mese di settembre per la gestione dei braccialetti che verranno assegnati in base alle indicazioni dei magistrati che disporranno i relativi provvedimenti di limitazione della libertà». Parliamo della gara di appalto a normativa Europea vinta l’anno scorso dalla compagnia telefonica in tandem con l’azienda Vitrociset. Una fornitura più che necessaria visto l’esaurimento dei duemila braccialetti che erano disponibili in tutta la penisola. Molte persone sono in lista d’attesa, ma per molte altre i giudici nemmeno autorizzano i domiciliari, poiché verificano preventivamente l’indisponibilità del prodotto.
A ottobre, quindi, non ci saranno più scuse e potenzialmente ci sono 21.807 detenuti che potrebbero accedere alle misure alternative come la detenzione domiciliari. Perché? A differenza del luogo comune che in carcere non si va a scontare nemmeno un giorno, i dati reali dicono tutt’altro e sono disponibili sul sito del ministero della Giustizia. Al 30 giugno del 2018 sono ben 8.487 i detenuti che devono scontare da 1 giorno a 1 anno; 7.504 quelli che hanno una pena residua tra 1 anno e due anni. Se includiamo anche coloro che devono scontare una pena residua tra due e tre anni, dobbiamo aggiungerne altri 5.816: ed è qui che arriviamo alla cifra di 21.807 detenuti che potrebbero scontare misure alternative. Con la fornitura di 1000 braccialetti elettronici, si potrebbe quindi ridurre notevolmente il sovraffollamento, soprattutto pescando tra quei detenuti che devono scontare pochi mesi. Di questo ha parlato anche l’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini durante un incontro, assieme a Sergio D’Elia di Nessuno tocchi Caino, con il nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini. «Abbiamo parlato soprattutto di quei detenuti – spiega Rita Bernardini – che si ritrovano a scontare una pena breve e molto spesso antica nel tempo se pensiamo a quelli che per un reato commesso anni e anni prima, devono scontare una pena residua con il rischio di perdere il lavoro visto che nel frattempo si sono riabilitati».
Il capo del Dap ha dimostrato molto interesse per quanto riguarda l’utilizzo delle pene alternative per questi casi e ha intenzione di proseguire questo dialogo con il Partito Radicale, indiscusso conoscitore delle criticità del sistema penitenziario. «Se fossero disponibili i braccialetti elettronici – sottolinea sempre Rita Bernardini – i magistrati di sorveglianza si sentirebbero più sicuri per concedere misure alternative». Infatti di sicurezza sociale si parla. Il braccialetto elettronico, previsto dall’art. 275 bis comma 1 del codice di procedura penale, si applica alla caviglia del detenuto. A spiegare il funzionamento è Fastweb. La compagnia telefonica provvederà a fornire l’intera infrastruttura per il collegamento e il controllo a distanza dei dispositivi, installando presso le abitazioni delle persone sottoposte agli arresti domiciliari le centraline ( base station) collegate al Centro elettronico di monitoraggio che segnalano alle centrali delle Forze dell’Ordine l’eventuale allontanamento della persona soggetta a provvedimento restrittivo dal raggio di copertura. Il ricorso al braccialetto elettronico serve, quindi, non solo a sfoltire le carceri dai detenuti per pene brevi e di lieve entità, ma è utile anche alle forze di polizia che possono evitare di impegnare il personale per visitare e controllare giornalmente i detenuti ammessi a fruire di misure detentive domiciliari. Una necessità visto che il numero del sovraffollamento è in crescente aumento. «Se vediamo i resoconti regione per regione – spiega Rita Bernardini – i numeri sono impressionanti, il sovraffollamento è un problema non rinviabile perché determina delle condizioni disumane e degradanti». Anche per questo, il Partito Radicale intende interloquire con le istituzioni come il Dap e anche, prossimamente, chiedere un incontro con il ministro della giustizia Alfonso Bonafede.
Nel frattempo ridurre il sovraffollamento è possibile, applicando le leggi esistenti. Con il decreto legge n. 92 del 28.6.2014 e la successiva legge 16.4.2015 n. 47 è stata rivoluzionata la custodia cautelare sia per sfoltire le carceri che per evitare le sanzioni minacciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo. Si è stabilito che non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena. Non può, altresì, applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni. Abbiamo visto che attualmente ci sono oltre 21mila detenuti in carcere con pena di pochi giorni fino a un massimo di 3 anni. Tutti soggetti che potenzialmente hanno il diritto alle misure alternative. I braccialetti elettronici danno ai magistrati di sorveglianza uno strumento in più per concederle. Ma non solo.
Il nuovo contratto stipulato con Fastweb prevede la possibilità di utilizzare il braccialetto anche in funzione anti- stalking: l’autorità giudiziaria potrà imporre allo stalker l’obbligo di portare un braccialetto elettronico dotato di dispositivo GPS, mentre la potenziale vittima sarà dotata di apparecchio in grado di rilevare la presenza dell’aggressore nelle vicinanze e di generare in tempo reale una segnalazione di allarme verso le Forze dell’Ordine. I dispositivi permettono di tracciare costantemente la posizione del molestatore e notificano immediatamente al Centro di controllo la violazione di una delle zone di sicurezza attorno alla vittima. Esiste inoltre la possibilità di contattare la persona in regime interdittivo per verificarne le intenzioni e dissuaderla. La vittima dello stalker, d’altro canto, è dotata di un dispositivo portatile nel quale è presente un bottone di allarme che attiva anche la chiamata diretta con l’operatore, tale dispositivo può essere chiamato dall’operatore stesso.
In Spagna, dove tale scenario esiste già dal 2009, a fronte di una crescita costante delle denunce per violenza domestica, la diminuzione degli omicidi legati alla violenza di genere nella Comunità Autonoma di Madrid è stato pari al 33,33% ( da sei a quattro) rispetto all’andamento nazionale che ha registrato un calo del 18,75%. Dal 2009 sono stati confermati i successi della prima sperimentazione: nessuna delle vittime sottoposta a controllo elettronico è stata nuovamente oggetto di violenza.
ildubbio Valentina Stella	15 Jul 2018 12:47 CEST
Rita Bernardini: «Ottima presa di posizione di Grillo sulle carceri. Ora non cambi idea»
Intervista a Rita Bernardini: «Mi auguro però che questa volta si tratti di una presa di posizione sincera»
Rita Bernardini, membro della Presidenza del Partito Radicale, appena esce dal carcere di Rebibbia, dove teneva il Laboratorio ‘ Spes contra Spem’, viene a sapere del post di Beppe Grillo sulle carceri. Chi meglio di lei, che con migliaia di detenuti in sciopero, ha combattuto per la riforma delle carceri può analizzare l’insolita uscita di Grillo.
Secondo Lei cosa lo ha spinto a scrivere questo post?
Non posso immaginare quel che frulla nella testa di Grillo che nell’arco degli anni ci ha abituati a dichiarazioni opposte le une alle altre. Comunque, ottima presa di posizione con la quale credo abbia voluto mandare un chiaro segnale ai responsabili del Movimento. Manca nel post di Grillo il richiamo allo stato di diritto e alla legalità costituzionale; nemmeno lo sfiora lontanamente il pensiero che l’esecuzione penale per come viene attuata dallo Stato è fuorilegge, fuori- Costituzione, extra convenzioni e patti solennemente sottoscritti dal nostro Paese.
Leggendo quanto scrive è facile subito individuare delle contraddizioni con quanto invece previsto del contratto di Governo stipulato con la Lega. È un modo per rompere con Salvini?
Non saprei, certo è che i suoi pupilli sono totalmente schiacciati sul programma giustizialista e manettaro della Lega. Non che a i 5 stelle le manette non piacciano, solo che hanno sempre cercato di mettere l’accento su altro: costi della politica e corruzione ( degli altri), no tav, no vax, reddito di cittadinanza. Oggi si trovano a fare i conti con le dichiarazioni di maggiore successo di Salvini che in galera vorrebbe metterci tutti ( tranne i suoi sodali).
Grillo si focalizza sulle misure alternative che sono il fulcro della riforma dell’ordinamento penitenziario. Secondo Lei potrebbe essere una spinta per l’approvazione?
Non credo, anzi sono convinta che oggi la risposta alla barbarie che avanza possa arrivare solo dalle istanze giurisdizionali superiori; in Italia, in particolare, dalla Corte Costituzionale che negli anni recenti e ancor di più oggi con il Presidente Lattanzi, giudicando le leggi italiane, sta emettendo sentenze che si ispirano ai diritti umani universalmente riconosciuti. Vede, l’unico richiamo ideologico del Partito Radicale non è scritto nel suo statuto, ma nel preambolo allo stesso, laddove richiama la difesa attiva di due leggi: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ( auspicando che l’intitolazione venga mutata in “Diritti della Persona”) e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nonché le Costituzioni degli Stati che rispettino i principi contenuti nelle due carte, con il conseguente rifiuto dell’obbedienza e del riconoscimento di legittimità per chiunque le violi, per chiunque non le applichi, per chiunque le riduca a verbose dichiarazioni meramente ordinatorie, cioè a non- leggi.
Grillo per rafforzare la sua tesi ha scomodato il criminologo Nils Christie. Ma andando più vicino avrebbe trovato Marco Pannella e il Partito Radicale. Che ne pensa?
Le rispondo con un’altra domanda: che tenuta avrà la dichiarazione di Beppe Grillo? Dico questo perché non posso dimenticare che nel 2005 sosteneva con la sua firma la lotta di Marco Pannella per l’amnistia e nel 2013 si scagliava contro Napolitano che con il suo messaggio presidenziale alle Camere proprio all’amnistia si rifaceva per far uscire l’Italia da un’esecuzione penale condannata severamente dalla Cedu. Dichiarazioni strumentali a seconda del bersaglio politico da colpire. Mi auguro però che questa volta si tratti di una presa di posizione sincera e portatrice di conseguenti azioni e lotte, magari perché si è reso conto del baratro in cui possiamo precipitare, avendo lui contribuito ad avvicinarci a quella soglia di pericolo senza ritorno.
carcere Damiano Aliprandi	4 Jul 2018 11:03 CEST
Ha un linfoma aggressivo, al quarto stadio, pesa 146 kg e ha gravi difficoltà di movimento sia per il peso che a causa di un’artrosi provocata dalla chemioterapia. Secondo la dottoressa del carcere sarebbe del tutto incompatibile con la detenzione e non si spiegherebbe come mai stia ancora lì. Parliamo dell’ennesima storia di sanità in carcere e a segnalarla è Rita Bernardini, coordinatrice della Presidenza del Partito Radicale. Lui è un detenuto ristretto nella casa circondariale di Velletri, nel Lazio. Secondo quanto riferito dalla madre all’esponente radicale, all’uomo, dopo la detenzione per 8 mesi nel carcere, è stato concesso un anno di domiciliari per incompatibilità del suo stato di salute con il regime carcerario. Passato l’anno, però, è stato riportato nello stesso carcere.
“Fatto sta – denuncia Rita Bernardini – che l’uomo è affetto ( diagnosi di 4 anni fa) da Linfo- ma anaplastico al 4° stadio trattato con chemioterapia e che, in aggiunta, ha subito un intervento per una protesi valvolare all’aorta. Pesa 146 kg e ha gravi difficoltà di movimento sia per il peso che a causa di un’artrosi provocata dalla chemioterapia”. Proprio per via della condizione fisica – sempre secondo quanto riferisce la madre – il detenuto non riesce a mantenere una corretta igiene perché non arriva fisicamente a lavarsi le parti intime e si vergogna di farsi aiutare dal piantone che gli è stato assegnato per un’ora al giorno e che lo aiuta a vestirsi. “Inevitabile – spiega sempre l’esponente del Partito Radicale – che ora sia affetto anche da dolorosissime e sanguinanti emorroidi”. Ma non finisce qui. Sempre secondo quanto ha riferito la madre, l’uomo presenterebbe anche una paresi facciale per la quale avrebbe un occhio sempre aperto il che gli provocherebbe una fastidiosissima secchezza oculare: da quando è entrato in carcere chiede una pomata oftalmica lubrificante che però non gli verrebbe fornita. “A metà luglio – prosegue Rita Bernardini – dovrebbe sottoporsi al controllo semestrale al Gemelli per il tumore, ma non sa se lo porteranno e, comunque, prima di andare dovrebbe eseguire tutta una serie di controlli diagnostici che non gli stanno facendo”. L’esponente radicale ha subito trasmesso queste informazioni per una urgente verifica e intervento al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Garante nazionale delle persone private delle libertà, Mauro Palma, e al Garante regionale, Stefano Anastasìa.
Parliamo dell’assistenza sanitaria in carcere, una delle criticità, enormi, presenti nel sistema carcerario. Non a caso, Rita Bernardini, da anni in prima linea anche con lunghi periodi di sciopero della fame per sollecitare il governo precedente, ha evocato la mancata riforma dell’ordinamento penitenziario. Nel decreto c’è un lungo capitolo dedicato alla sanità. L’articolo 2 della riforma adegua l’ordinamento penitenziario ai principi affermati dal decreto legislativo 22 giugno 1999 di riordino della medicina penitenziaria. In particolare, la lettera a) sostituisce l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario, con particolare riguardo al trasferimento delle competenze di tale settore penitenziario al servizio sanitario nazionale, ribadendo l’operatività del servizio sanitario nazionale negli istituti penitenziari. Si interviene sulla disciplina della competenza per il rilascio delle autorizzazioni in materia di ricoveri in strutture esterne di diagnosi e cura, modificando la norma sulle autorizzazioni a cure e accertamenti sanitari che non possono essere garantiti dal servizio sanitario all’interno degli istituti. Viene esplicitato il diritto di ciascun detenuto o internato di ricevere informazioni complete sullo stato di salute personale e viene garantita la continuità terapeutica, con le indagini e le cure specialistiche necessarie persino riguardo alla medicina preventiva o connessa a patologie già esistenti. Una riforma, necessaria, che però ha una delega che scade tra meno di un mese.
Giustizia Simona Musco	19 May 2018 08:36 CEST
Renzi e Cav si muovono: «Stop al giustizialismo»
A 30 anni dalla scomparsa di Enzo Tortora e a due da quella di Marco Pannella, il dibattito sulla giustizia giusta è tutt’altro che esaurito
«Essere garantisti è un obbligo costituzionale, anche quando va poco di moda come oggi. Noi dobbiamo combattere questa battaglia culturale. Nel nome di Enzo Tortora e di quelli come lui, massacrati mediaticamente pur non avendo commesso alcun reato. Per la giustizia, contro il giustizialismo». Matteo Renzi sceglie i trent’anni dalla morte di Enzo Tortora per piantare la bandiera del garantismo. E non può essere un caso che il vessillo issato dall’ex premier dem sventoli nelle ore in cui Lega e 5Stelle siglano un contratto di governo decisamente poco garantista.E nelle stesse ore, dalla Valle d’Aosta, arriva anche la bordata di Silvio Berlusconi che chiude l’alleanza con Salvini perché, dice, «siamo proprio nella direzione più giustizialista possibile. Ho cominciato a vedere quello che viene chiamato il contratto definitivo – ha detto – e la preoccupazione è molto forte molto profonda perchè ci sono molti punti all’opposto del nostro contratto del centrodestra, a partire dalla giustizia».
Il rapporto tra toghe e stampa, i magistrati innamorati delle proprie tesi, anche a costo della verità, gli aspiranti eroi, che sacrificano la speranza, e una battaglia che oggi la politica rischia di rendere vana. A 30 anni dalla scomparsa di Enzo Tortora e a due da quella di Marco Pannella, il dibattito sulla giustizia giusta è tutt’altro che esaurito. Rischiando di fare un balzo indietro, come se il sacrificio del conduttore televisivo, finito in carcere per colpa di accuse infondate e infamanti, fosse stato vano. Di questi temi si è discusso ieri nella Sala degli atti parlamentari del Senato, con il dibattito “Caso Tortora. Caso Italia”, organizzato dalla Fondazione internazionale per la giustizia “Enzo Tortora” e dall’Unione delle Camere penali italiane. Un dramma personale, ha evidenziato Gianfranco Spadaccia, già segretario del Partito radicale, diventato una grande questione politica e sociale. Tante, ieri, le persone che lo hanno ricordato.A partire da Matteo Renzi, che sulla sua pagina Facebook ha rievocato la vicenda. Tortora «era divenuto – suo malgrado – il simbolo di una giustizia vergognosa. Arrestato senza prove, condannato in primo grado con una sentenza ridicola e con i giornalisti che brindavano, esposto a un linciaggio mediatico e giudiziario senza precedenti. Poi finalmente riconosciuto come totalmente estraneo, totalmente innocente. Quando, da premier, ho firmato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati ho pensato a lui, alla sua storia. Ma sono certo che non basti una legge – scrive Renzi –. Tra le tante battaglie culturali che ci aspettano – nell’Italia del 2018 – c’è anche quella per difendere la giustizia vera, dalle semplificazioni dei talk show, dei social, dei protagonismi. La giustizia non è mai giustizialismo. Non è mai show. Non è mai linciaggio mediatico. Essere garantisti è un obbligo costituzionale, anche quando va poco di moda come oggi. Noi dobbiamo combattere questa battaglia culturale. Nel nome di Enzo Tortora e di quelli come lui, massacrati mediaticamente pur non avendo commesso alcun reato. Per la giustizia, contro il giustizialismo».Giustizia, quella richiamata dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ricordando il debito di riconoscenza dell’Italia nei confronti di Marco Pannella, ha evidenziato la necessità di riformarla. Quanto accaduto a Tortora – questo l’allarme – potrebbe accadere di nuovo e a chiunque, specie in una società in cui la costruzione del mostro conosce strumenti nuovi e dove la presunzione d’innocenza è un diritto «non tutelato». Complici anche i giornalisti, il cui lavoro spesso «si intreccia con quello dei magistrati». A rappresentare la magistratura c’era Giovanni Salvi,procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, che ha sollevato dubbi sui magistrati del caso Tortora, a partire dalla capacità «di resistere alla tentazione di forzare la norma per raggiungere l’obiettivo che si ritiene giusto. È una grande tentazione del pubblico ministero». Una vicenda emblematica anche per i rapporti con i media: giusto mettere la gente nelle condizioni di capire, ma «bisogna evitare di costruire il circuito di retribuzione reciproca. A mio parere, al momento, questo è il rischio maggiore». Così ha messo in guardia i colleghi dalla possibilità di «ripetere degli errori». Come ad esempio, ascoltare pentiti che, dopo anni, cambiano versione, senza chiedersi come mai o avere la pretesa di presentarsi come “cavalieri solitari”, dando un’immagine «disperante» della lotta alla criminalità. Salvi ha poi teso la mano all’avvocatura, dicendo finito il tempo delle barricate, in passato motivate anche dall’aver scambiato «la difesa dell’autonomia con la difesa dei privilegi». Pericolo che ancora esiste, ma superabile col dialogo.Ma le responsabilità sono anche politiche. E le prospettive future tradiscono l’urgenza di rispolverare la questione giustizia per rimaneggiarla nel profondo. L’allarme lo lancia Beniamino Migliucci,presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, che ha criticato il contratto di governo di Lega e Cinque Stelle. «Ci sono parallelismi inquietanti con quel periodo, quando vigeva il processo accusatorio», una prova di come il caso Tortora rappresenti, in realtà, il caso Italia. «Sono circa mille all’anno i casi accertati di ingiusta detenzione», ha evidenziato, con una spesa di quasi 650 milioni dal 1992. Le soluzioni ci sarebbero: basterebbe applicare «il principio della presunzione di innocenza» e della raccolta della prova nel contraddittorio in dibattimento.La malattia del sistema giustizia è però un lascito di 35 anni di politica, secondo Rita Bernardini, coordinatrice della presidenza del Partito radicale, che ha ricordato la vittoria nel 1987 del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, «tradita l’anno successivo con il voto sulla legge Vassalli, pochi giorni dopo la morte di Tortora. La politica – sostiene Bernardini – ebbe paura». Un’ignavia che oggi avrebbe condotto ad un programma di governo che preoccupa anche Gian Domenico Caiazza,avvocato, segretario della Fondazione “Enzo Tortora”, tanto da parlare di un momento anche peggiore rispetto a 30 anni fa, frutto del mancato rispetto delle regole del sistema da parte del sistema stesso. E quando accade, ha evidenziato, il risultato non può che essere una tragedia che rende debole la giustizia. «Noi vogliamo difenderne la credibilità, non parteggiamo per l’imputato contro l’accusatore – ha spiegato –. Il garante che noi invochiamo è il giudice, che deve essere indifferente alle ipotesi accusatorie e difensive». Da qui l’appello ad unire la forze con la magistratura, quella «che ha a cuore le coordinate fondamentali della Costituzione», dato sul quale misurarsi. Stessi timori condivisi dalla senatrice Emma Bonino, che ha paventato il rischio di un «populismo penale» fatto di più pene, più manette e più carceri. «Questo ci deve portare a reagire – ha concluso –. Dobbiamo aprire una stagione di resistenza».
carcere Damiano Aliprandi	24 Mar 2018 10:24 CET
Carcere, ancora una volta i giudici arrivano prima della riforma
La Cassazione ha sollevato alla Corte costituzionale il caso della disparità di trattamento in carcere tra i malati psichici e quelli fisici
Disparità in carcere tra i malati psichici e quelli fisici. Ancora una volta la Corte costituzionale potrebbe arrivare prima della riforma dell’ordinamento penitenziario. Sì, perché se venisse approvato definitivamente il decreto della riforma dell’ordinamento penitenziario, nella parte che riguarda l’assistenza sanitaria, verrà finalmente equiparata l’infermità psichica con quella fisica. Perché è così importante? Abbiamo l’esempio concreto sottoposto dall’ordinanza del 22 marzo scorso emessa dalla Cassazione.
Il Sole 24ore ha dato notizia della richiesta che i giudici della prima sezione penale hanno fatto alla Consulta per poter decidere sull’istanza di un detenuto, con numerosi precedenti penali, con una pena residua di sei anni e 4 mesi, per rapina. L’uomo, al quale era stato diagnosticato un disturbo bordel line della personalità, si era tagliato la gola in due occasioni ed era seguito da uno psichiatra. Il tribunale di sorveglianza aveva respinto la richiesta di differimento facoltativo dell’esecuzione della pena, come previsto dall’articolo 147 del codice penale, però solo per chi ha una malattia fisica. Il tribunale aveva osservato che non c’erano margini neppure per il rinvio obbligatorio dell’esecuzione pena ( articolo 146 del Codice penale) applicabile in altri casi: dalla donna incinta al malato di Aids.
La Suprema corte esclude la possibilità di applicare la norma sull’infermità psichica sopravvenuta che prevede il ricovero negli ospedali psichiatrici giudiziari ( articolo 148 del Codice penale) per la sua ‘ tacita’ abrogazione. Sempre i giudici della Corte suprema – si apprende dall’ordinanza pubblicata dal Sole 24ore – escludono la sostituzione degli Opg con le Rems, posto che le vigenti disposizioni indicano le Residenze come luoghi di esecuzione delle sole misure di sicurezza. Non è rilevante neppure la previsione della legge 103/ 2017, in particolare il punto della delega ( lettera d) articolo 16, comma 1) che prevede l’assegnazione alle Rems anche dei soggetti portatori di una grave infermità psichica sopraggiunta nel corso del- la detenzione in caso di inadeguatezza dei trattamenti praticati all’interno del carcere. La possibilità non torna utile essendo, appunto, indicata nella legge delega della riforma dell’ordinamento penitenziario non ancora approvata definitivamente e quindi applicabile.
La Cassazione prende atto del fatto che, al momento, il nostro ordinamento non prevede una via d’uscita per chi si trova nella situazione del ricorrente – ovvero con una sopraggiunta infermità psichica -, con una pena residua superiore a 4 anni. I giudici però rilevano che questa disparità è in contrasto sia con la Costituzione che la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. I giudici della prima sezione avvertono anche del rischio di scivolare nel divieto di trattamenti inumani e degradanti, e attirano l’attenzione sul diritto fondamentale alla saluta oltre che sulla funzione rieducativa della pena. Per questo motivo, ora sarà la Corte costituzionale a riempire il vuoto lasciato dalla politica.
Ancora una volta emerge il fatto che l’attuale ordinamento penitenziario va aggiornato. Siamo entrati nella nuova legislatura e la riforma deve avere ancora un via libera definitivo da parte del governo. A spiegare bene il passaggio finale è Rita Bernardini del Partito Radicale, colei che con lunghi scioperi della fame ha esercitato pressioni per portare a termine il tortuoso iter della riforma. «A chi mi chiede insistentemente quando finirà ( premesso che occorre vigilare che il tutto si concluda nel migliore dei modi) – spiega l’esponente radicale -, non posso che rispondere ‘ dipende’: dipende dal giorno in cui verrà istituita la Commissione speciale; dipende da momento in cui il governo trasmetterà il testo alla Commissione; passati 10 giorni, dipende da quando si riunirà il Consiglio dei ministri per licenziare il testo definitivo; dopodiché il presidente della Repubblica entro un mese dovrà promulgarlo e, infine, entro 15 gg dalla promulgazione dovrà essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale».
carcere Damiano Aliprandi	17 Mar 2018 10:42 CET
Bernardini: «La speranza? Mai persa: e lo devo a Marco Pannella»
Intervista a Rita Bernardini, che con lunghi scioperi della fame ha esercitato pressioni per portare a termine il tortuoso iter della riforma
Se il governo è riuscito, in extremis, ad approvare il decreto portante della riforma dell’ordinamento penitenziario, il merito – oltre alla volontà del ministro della Giustizia Andrea Orlando – lo si deve allo sforzo del Partito radicale e in particolare a Rita Bernardini, che attraverso lunghi scioperi della fame ha esercitato pressioni per portare a termine il tortuoso iter della riforma.
Utilizzando una sua espressione, in “zona cesarini plus” il governo ha approvato il decreto attuativo della riforma già sottoposto al parere delle commissioni Giustizia. In molti avevano perso le speranze. E lei?
Sinceramente mi sono incazzata un bel po’ di volte perché avevo ben presenti i tempi, che ho monitorato assieme ai miei compagni del Partito radicale fin dall’avvio nel 2015 degli Stati generali dell’esecuzione penale. Ma vengo dalla scuola pannelliana dello “spes contra spem”: come avrei potuto perdere la speranza? So che per non perderla, e anche questo è un insegnamento di Marco, occorre dotarsi via via di strumenti di conoscenza, che sono l’elemento essenziale di un’iniziativa nonviolenta.
Ora il decreto attuativo, trascorsi i 10 giorni di tempo, potrà essere approvato definitivamente anche in assenza dei pareri. Qualcuno parla di strappo istituzionale.
Avrei preferito che la riforma penitenziaria fosse approvata entro la passata legislatura: sarebbe stato certamente molto meglio, ma non c’è alcuna ragione che stia dalla parte dello “strappo istituzionale” visto che questo primo decreto attuativo della legge delega approvata nel giugno 2017 ha già passato un primo importante vaglio delle commissioni Giustizia di Camera e Senato e che manca solo questo ultimo passo che sarà compiuto dalla istituenda commissione speciale, bicamerale, per l’esame degli Atti del governo, prevista dal regolamento nelle more della formazione delle commissioni permanenti nel nuovo Parlamento. Questa commissione, che avrà l’equilibrio rappresentativo della nuova realtà venutasi a formare con le elezioni del 4 marzo, riceverà il decreto così come è stato approvato dal Consiglio dei ministri e avrà 10 giorni per dire la sua, dopodiché il governo attualmente in carica può approvare il testo che riterrà più opportuno perché i pareri delle commissioni sono obbligatori ma sempre non vincolanti per l’esecutivo. Tutto scritto nella legge delega, non è un’invenzione né un escamotage mio, di Orlando o di Gentiloni.
Quali sono gli aspetti positivi di questo decreto?
Restituisce alla pena la sua funzione costituzionale, e in questi tempi bui per la democrazia non è poco. Riconsegna dignità e ruolo al magistrato di sorveglianza, da anni costretto dal legislatore a negare diritti anche a quei detenuti che si rendono protagonisti di esemplari percorsi di riabilitazione. Inoltre dà maggiore sicurezza alla collettività, oggi sempre più minacciata da persone che escono dal carcere peggiori di come sono entrate semplicemente perché l’ozio unito a trattamenti disumani e degradanti non può che dare risultati nefasti, a differenza delle misure alternative; che sempre pene sono, ma sicuramente più risocializzanti.
Quelli negativi?
Non si è avuto il coraggio – ma era un limite della delega – di consentire a tutti i condannati il percorso previsto dalla Costituzione. Chi è condannato per reati di mafia o terrorismo continua a essere escluso da quanto espressamente previsto dall’articolo 27 e quindi privato di qualsiasi possibilità di riscatto.
La riforma, una volta approvata definitivamente e firmata dal presidente Mattarella, sarà comunque incompleta.
Rimangono fuori aspetti fondamentali per un’esecuzione penale legale, come il lavoro e l’affettività, la giustizia riparativa nei confronti delle vittime dei reati, l’amministrazione penitenziaria minorile e le misure di sicurezza.
Il nuovo Parlamento sarà composto prevalentemente da forze, come M5s e Lega, che hanno una visione carcerocentrica: il Partito radicale come affronterà questo scenario?
Siamo pronti ad accedere alle giurisdizioni superiori per denunciare le continue macroscopiche violazioni del diritto così come stiamo per lanciare un pacchetto di proposte di legge di iniziativa popolare sui temi della giustizia e dell’esecuzione penale così come delle inderogabili riforme istituzionali dell’attuale sistema italiano.
carcere Damiano Aliprandi	2 Mar 2018 21:02 CET
«Al Dap qualcosa sta cambiando: passi indietro sulla trasparenza»
«Lasciali passare, tanto dopo il 4 marzo non entreranno più», così ha detto un agente penitenziario all’ingresso della Casa di Reclusione di Padova nei confronti della presidente della cooperativa Altra-Città.
Se è vero che per misurare il grado di civiltà del nostro Paese si misura osservando le condizioni delle nostre carceri, è altrettanto vero che il clima interno ( e esterno) ad esse possono anche essere una profezia di quello che potrebbe accadere, sempre nel nostro Paese, dopo il voto. La frase buttata là nei confronti di Rossella Favero, la presidente di AltraCittà, ha creato inquietudine e, soprattutto, le ha fatto del male visto che opera dentro il carcere da 23 anni. «Mi pare che il clima – denuncia pubblicamente Favero – stia velocemente degenerando anche a Padova, che dove c’erano spazi positivi si cerchi di chiuderli. Faccio male a inquietarmi?».
Ma se il clima è cambiato, questo si evince anche dalle ultime visite effettuate dai militanti del Partito Radicale. «Più che clima interno alle carceri – spiega l’esponente radicale Rita Bernardini a Il Dubbio -, si tratta di quello esterno, e mi riferisco direttamente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da quando il ministro Orlando ha insediato il nuovo vice capo del Dap, il magistrato Marco Del Gaudio. La Bernardini si riferisce agli ordini emanati direttamente da Del Gaudio agli istituti penitenziari. «Ad esempio – spiega l’esponente radicale -, è stato dato ordine ai direttori di non compilare più i questionari che presentavamo in occasione delle nostre visite per conoscere dati sulle professionalità presenti e sugli eventi critici quali i suicidi e gli atti di autolesionismo». Ma non solo. «Ultimamente – denuncia ancora Rita Bernardini -, non ci hanno autorizzato di visitare i reclusi al 41 bis e se ce lo autorizza, lo si fa con la condizione di non parlare con loro per capire i loro problemi e disagi». La denuncia di Rita Bernardini è netta: «Da quando c’è Del Gaudio, si è tornati molto indietro sulla trasparenza relativa alla vita dentro gli istituti».
A questo, però, si aggiunge anche il discorso della fedina penale dei volontari o militanti politici che entrano in carcere. Polemica montata soprattutto da alcuni sindacati di polizia penitenziaria ed esponenti del Movimento 5Stelle. Prima fra tutte, quella nei confronti di Sergio Segio, ex militante dell’organizzazione armata Prima Linea e condannato all’ergastolo. In seguito si dissociò e da un quarto di secolo è impegnato nel volontariato, a partire dal Gruppo Abele di don Luigi Ciotti e nella difesa dei diritti umani. Tra le diverse attività è anche membro del direttivo nazionale dell’associazione Nessuno Tocchi Caino del Partito Radicale e si occupa soprattutto del miglioramento del sistema penitenziario. È proprio per quest‘ ultima sua attività, che lo vede molto spesso partecipe alle iniziative organizzate dentro il carcere, che subisce polemiche da parte di alcuni sindacati di polizia penitenziaria e non solo. Anzi, a partire da questi casi, il deputato grillino Ferraresi aveva proposto di mettere dei filtri per chi fa azioni di volontariato all’interno delle carceri, magari attraverso il nulla osta da parte di un magistrato.
«Eppure – spiega Rita Bernardini – uno come Sergio Segio è l’esempio della funzione rieducativa della pena e quindi chi meglio di lui può fare un discorso sulla necessità di rispettare il dettato costituzionale in carcere. Il problema – conclude l’esponente radicale – è che non si vuole questo». Il volontariato, quindi, rimane una funzione importante nel carcere ed è tuttora fin troppo ostacolato. Proprio per questo, tra i decreti delegati elaborati dalla commissione Giostra per la riforma dell’ordinamento penitenziario, c’è un capitolo dedicato alla valorizzazione e implementazione della figura del volontario.
L’associazione Antigone, invece, non ha riscontrato alcun problema con il Dipartimento di amministrazione penitenziaria. A dirlo è il presidente Patrizio Gonnella. «Rispetto, però, a quello che accade nei penitenziari – spiega Gonnella a Il Dubbio -, riferendomi soprattutto sul caso avvenuto a Padova, posso ragionevolmente pensare che ci sia una insofferenza nei confronti della società esterna che vuole entrare». Gonnella spiega che non è la prima volta che accade, perché «quando siamo in una fase di passaggio – sottolinea il presidente di Antigone – c’è chi fa il passo più lungo e pensa già di interpretare il volere dei futuri vincitori delle elezioni politiche». Insomma, si parla di una tendenza che c’è sempre stata. «Quello che dobbiamo augurarci – spiega sempre Gonnella – è che l’amministrazione penitenziaria continui a fornire trasparenza nei regimi penitenziari e, soprattutto, continui ad essere indipendente dal clima politico». Gonnella ricorda che Antigone ha vissuto periodi difficili nella legislatura del 2001 – 2006 quando c’era il ministro leghista Roberto Castelli e Gianni Tinebra come capo del Dap. «Fummo trattati – spiega il presidente di Antigone – come se fossimo dei criminali e, addirittura, fummo accostati agli anarchici insurrezionalisti allertando le sentinelle quando effettuavamo le visite nei penitenziari». Il pericolo, prospettato da Antigone, è quello che certe storie possano ripetersi. «Anche in forme peggiori – aggiunge, visto che le destre attuali sono diventante ancor più estremiste e prendono come punti di riferimento un Orban o un Putin». A questo si aggiunge la resistenza di alcuni sindacati autonomi di polizia penitenziaria ai cambiamenti, come ad esempio la riforma dell’ordinamento penitenziario, oppure, ai cambiamenti – già avvenuti – all’interno della vita penitenziaria dei detenuti come la cosiddetta vigilanza dinamica. «Abbiamo seguito queste opposizioni – spiega Gonnella-, anche le critiche di alcuni sindacati autonomi sia a noi che nei confronti dell’esponente radicale Rita Bernardini. Loro d’altronde sono i legittimi vincitori della non passata riforma dell’ordinamento penitenziario, perché sono stati i primi acerrimi nemici. Si oppongono a qualsiasi riforma, interpretando – conclude il presidente di Antigone – il loro ruolo assolutamente premoderno».
carcere Errico Novi	23 Feb 2018 10:22 CET
Carcere, sì finale dopo il voto: l’iter appeso a un filo
Gentiloni non teme di varare il cuore della riforma del carcere dopo il 4 marzo: «Se vuole, la nuova maggioranza potrà cancellarla»
È una corsa sul filo. Ad altissimo rischio di caduta. L’esecutivo opta per un curioso stop and go sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, forse la più qualificante, in materia di diritti, dell’intera legislatura. Lo fa secondo uno schema insolito, che espone l’intero pacchetto carcere a un nulla di fatto soprattutto nel caso in cui la futura maggioranza fosse di centrodestra o, peggio, di ispirazione pseudolepenista, con Lega e cinquestelle alleati. Si è scelto di non portare neppure in Consiglio dei ministri il decreto principale, quello che elimina finalmente le preclusioni nell’accesso ai benefici. Ma non si tratta di una resa definitiva, spiegano da via Arenula: il testo ieri mattina non era sul tavolo di Palazzo Chigi perché è tornato nelle mani dell’ufficio legislativo del ministero. In queste ore è sottoposto a un ulteriore affinamento. Non si pensa di accogliere le osservazioni della commissione Giustizia del Senato. Non si tratta di dare ragione a Sebastiano Ardita, il pm che teme possa uscirne indebolito il 41 bis. Ci sarà però un’interlocuzione anche con il Parlamento per «migliorare» la selezione dei reati per i quali resteranno le “ostatività” dell’articolo 4 bis. Molto probabile che a restare esclusi dall’accesso a misure alternative, semilibertà e permessi siano molti degli altri reati oggi esposti alle preclusioni: dalla pedopornografia fino, forse, al traffico internazionale di droga. E quando si avrà il nuovo testo? A breve. Prima del 4 marzo. O al massimo per la settimana successiva al voto. Detta così sembrerebbe la conferma del naufragio. E invece pare che non ci sia da disperarsi. Il premier Gentiloni avrebbe preso un impegno solenne con Orlando: si andrà fino in fondo, anche dopo la data delle elezioni. Persino se ci fosse una clamorosa, schiacciante vittoria del centrodestra o dei cinquestelle, di chi insomma osteggia la riforma. Perché, è il ragionamento del presidente del Consiglio, «nessuno potrà accusarmi di abuso istituzionale: se la nuova maggioranza non condividesse il contenuto del decreto, potrà assumere un successivo provvedimento che riporti tutto a com’era prima». Formalmente, non fa una piega, Ma all’attuale capo del governo servirà un coraggio da leone, nel caso in cui il Pd restasse fuori dalla nuova maggioranza. Ed è questo il punto che mette in pericolo la riforma.Anche perché sarà indispensabileconcedere in ogni caso i famosi ulteriori dieci giorni alle Camere per prendere atto del testo finale. Se infatti non saranno testualmente accolte le richieste di modifica di Palazzo Madama, comeprefigurato dal ministero della Giustizia, l’esecutivo sarà costretto ad attendereche i parlamentari in scadenza ricevano le motivazioni addotte dallo stesso governo per spiegare il diniego. Poi finalmente il provvedimento principale, quello che tocca appunto l’articolo4 bis, oltre ad aspetti importanti come le cure mediche, potrà essere emanato in via definitiva. Se tutto va bene si andrà a un passo dall’insediamento delle nuove Camere, fissato per il 23 marzo.In realtà c’è un’altra parolina, a sconcertare i sostenitori della riforma, da Rita Bernardini ai garati dei detenuti, fino agli intellettuali e ai giuristi che hanno firmato l’appello dei giorni scorsi. È quell’espressione, «nei prossimi mesi», che Gentiloni ha pronunciato davanti ai giornalisti. Fonti del governo provano a fornire anche qui una chiave “tranquillizzante”: il premier non si riferiva al decreto principale, quello sull’accesso ai benefici, ma agli altri tre varati ieri in via preliminare. Si tratta delle misure su esecuzione minorile, giustizia riparativa e alcuni aspetti del lavoro dei detenunti. Interventi in apparenza innocui, dinanzi ai quali non si è placato il nervosismo di Giorgia Meloni: «Noi siamo dalla parte delle vittime, non dei delinquenti: potenzieremo le carceri e faremo pagare chi sbaglia». In ogni caso Gentiloni intendeva ricordare come queste parti della riforma debbano seguire l’iter previsto dalla delega ( e dalle norme generali): 45 giorni di tempo massimo a disposizione delle commissioni parlamentari per l’esame dei testi e la formulazione dei pareri. Con tutto ciò che ne consegue, ovvero l’ulteriore eventuale tempo necessario al ( nuovo) Consiglio dei ministri per rimandare eventualmente i decreti alle Camere, i dieci giorni per l’ultima presa d’atto e il varo finale. Se ne parlerà a primavera inoltrata, se non ai primi bagliori d’estate. È chiaro. E se per il decreto principale ci vorrà un miracolo, per questi vascelli più piccoli messi solo ora in mare aperto servirà una vera e propria benedizione.Tutto chiaro? Di certo non sfugge una certa esitazione politica. Legata, è evidente, alla scadenza elettorale. Non ci sarebbe però un conflitto interno all’esecutivo. Non andrebbe letta in questa chiave neppure l’assenza di Orlando in conferenza stampa. In realtà il ministro avrebbe ritenuto di non intervenire giacché la gran parte dell’incontro tra Gentiloni e i cronisti era destinata alle misure economiche. Orlando è andato via anche per rispettare la tabella di marcia della campagna elettorale, che ieri lo ha visto impegnato a Torino. È tutto sotto controllo. Come per gli acrobati sul filo, appunto, anche se stavolta, di sotto, la rete non c’è.
carcere Damiano Aliprandi	23 Feb 2018 10:12 CET
Rita Bernardini: «Sono delusa, ora non resta che rivolgerci all’Europa»
Continua lo sciopero della fame di Rita Bernardini della presidenza del Partito Radicale, dopo lo stop ai decreti attuativi della riforma del carcere
Ci ha messo passione, coraggio, forza fisica e intellettuale per chiedere l’approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario. Non solo ha seguito l’iter, ma ha anche contribuito alla sua formulazione attraverso gli Stati Generali dell’esecuzione penale. Dal 2015 ad oggi, è stata una continua azione nonviolenta attraverso marce, carovane che hanno attraversato tutta la penisola per visitare i penitenziari, ma soprattutto, a più riprese, ha condotto lo sciopero della fame. Durante questa sua lotta nonviolenta che cercava un dialogo con le istituzioni, ha ricevuto delle promesse che puntualmente sono state deluse dai fatti. Parliamo di Rita Bernardini della presidenza del Partito Radicale, giunta oggi al 32esimo giorno dello sciopero della fame.
Che emozioni ha provato, appena si è resa conto della mancata approvazione del decreto attuativo?
Intanto, leggendo l’ordine del giorno, mi sono accorta subito che qualcosa non quadrava. Subito ho notato che si trattava di nuovi decreti e non di quello già esaminato dalle Commissioni giustizia. Poi ho ascoltato la frase di Gentiloni che ha dato certezza alle mie perplessità. In maniera generica, in conferenza stampa ha detto che nei prossimi mesi si occuperanno di completare la riforma. In quel momento ho provato sconcerto, amarezza e una fortissima delusione.
Ma ci sono le elezioni politiche…
Infatti da parte di Gentiloni è stato un gesto di arroganza: ritiene di conoscere già il risultato elettorale e che sarà comunque lui a governare? Come si permette di dire che ci penseranno loro dopo le elezioni? Indirettamente mi aveva fatto sapere che mi sarei dovuta tranquillizzare, perché avrebbe approvato la riforma prima del 4 marzo. Lo ribadì pure in tv rispondendo a Paolo Mieli e indicò proprio la data di oggi.
Anche il guardasigilli l’ha tranquillizzato più volte.
Sì, e ora da parte sua c’è il silenzio più assoluto.
Da via Arenula trapela che il governo sarebbe intenzionato ad approvare la riforma e per quanto riguarda il decreto attuativo già licenziato dalle commissioni, ad esaminarlo la prossima settimana o dopo il 4 marzo per riformularlo e restringere un po’ le maglie del 4 bis. Lo farebbero per non disattendere completamente le osservazioni del Senato.
Se è vero, ribadiscono la loro arroganza. Già sanno che dopo il 4 marzo avranno l’opportunità politica di andare avanti. Anche se il governo attuale rimane in carica fino al 23 marzo, non è detto che abbia la forza necessaria per riunirsi e varare la riforma se c’è nel frattempo una maggioranza diversa. A prescindere da questo, non è una bella notizia l’eventuale riformulazione del decreto attuativo.
Quindi non c’è nessuna speranza? Ma, soprattutto, in quale modo crede di portare avanti la lotta nonviolenta per ottenere l’attuazione della riforma nella sua interezza e versione originale?
Finora, come detto, sia Gentiloni che Orlando sono stati inattendibili. Non si rendono conto di cosa vuole dire accettare uno Stato che si disinteressa dei diritti umani. Loro sanno benissimo che nelle nostre carceri vengono sistematicamente violati i diritti, come sanno che la riforma è la sintesi di quanto già acquisito per normazione nazionale. Sanno anche che i regolamenti penitenziari europei dicono di incrementare le pene alternative e contemplare il carcere come estrema ra- tio. Sapendo tutto questo, decidono comunque di non fare nulla.
Secondo lei, perché hanno deciso di non varare la riforma?
Il motivo è chiaramente elettorale. Vogliono evitare strumentalizzazioni politiche. Però a quanto pare hanno fatto male i conti. Salvini e Meloni hanno comunque protestato e parlato di “svuotacarceri”. Quindi il governo ne è rimasto ugualmente vittima.
Ci sono oltre 10.000 detenuti che attraverso l’azione non violenta erano in attesa della riforma. Ora che è rimasta disattesa, in preda dalla disperazione, potrebbero commettere qualche sciocchezza?
Penso che il governo lo debba mettere in conto. Finora i detenuti hanno utilizzato dei metodi nonviolenti, grazie soprattutto al lavoro che ha fatto negli anni Marco Pannella. Però non vorrei che la disperazione abbia il sopravvento. D’altra parte il governo ha letteralmente calpestato il dialogo messo in moto con il Satyagraha di 10.000 detenuti, di centinaia di cittadini “liberi”, dei Garanti nazionali, del mio sciopero della fame e con la clamorosa presa di posizione a favore della riforma di oltre 300 giuristi, avvocati, magistrati e professori.
In effetti attraverso questa enorme mobilitazione, con il ministro Orlando non solo dialogavate, ma avete offerto degli strumenti per poter andare avanti con coraggio.
A sostenere la riforma non c’erano solo giuristi o intellettuali, ma anche dei magistrati come Armando Spataro. Al ministro Orlando abbiamo offerto un sostegno enorme. Ma ha fallito. E dico di più. Se nonostante questo enorme sostegno da parte della società civile, compresa la magistratura, il governo non c’è stata una tenuta forte, allora vuol dire che non c’è più tenuta per lo Stato di Diritto.
Ora cosa succederà? Quali saranno le prossime azioni?
Non rimane che presentare ricorsi agli organi internazionali come la Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non ci resta che denunciare lo Stato italiano.
Ma a questo punto lei smette lo sciopero della fame?
Per il momento no, ci sto riflettendo con i miei compagni. C’è una cosa che però vorrei sottolineare. Non stiamo parlando solo di detenzione. Noi stiamo parlando in realtà anche di questa campagna elettorale dove da più parti si evoca repressione, inasprimento delle pene, costruzioni di nuove carceri, scardinamento del giusto processo già messo in crisi dalla riforma – questa sì, che è passata – della procedura penale. Proprio per questo motivo ancora sto riflettendo se smettere o meno. Di fronte a tutto questo, in questo preciso periodo storico, io penso che ci debba essere qualcuno che mantenga alta la bandiera dello stato di Diritto.