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Timestamp: 2018-05-27 19:27:19+00:00
Document Index: 1911023

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 117', 'Cass. Sez. ', 'art. 129', 'art. 464', 'art. 464', 'art. 464', 'art. 464', 'art. 133', 'art. 133', 'Cass. Sez. ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 117', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 11', 'art. 7', 'art. 117', 'Cass. Sez. ', 'art. 11', 'art. 22', 'art. 2943', 'art. 454', 'art. 407']

Processo Penale e Giustizia - procedimenti speciali
Cass., sez. III, 29 febbraio 2016, n. 8282
Decreto penale di condanna – notificazione effettuata presso il luogo di lavoro al dipendente addetto alla ricezione postale – invio della raccomandata all’imputato dell’avvenuta notifica – esclusione – equiparazione del dipendente addetto alla ricezione postale alla figura del portiere dello stabile – esclusione
E’ legittima la notifica del decreto penale presso il luogo di lavoro dell’imputato avvenuta “a mani” del dipendente addetto a ricevere la posta; tale figura va equiparata al “convivente temporaneo” e, pertanto, la ricezione dell’atto destinato all’imputato non richiede il conseguente avviso dell’avvenuta notifica tramite lettera raccomandata.
Cass., sez. VI, 18 febbraio 2016, n. 6673
Patteggiamento – cessazione degli effetti penali decorsi 5 anni dall’irrevocabilità della sentenza – declaratoria estintiva del giudice – esclusione – contestazione della recidiva sulla base della sentenza di patteggiamento – illegittimità
Il decorso dei 5 anni dal passaggio in giudicato dell'unico precedente a carico dell'imputato che ha patteggiato comporta l’estinzione degli effetti penali del reato e quindi anche la sua rilevanza ai fini della contestazione della recidiva; conseguenza che si produce in automatico senza declaratoria del giudice dell'esecuzione.
Cass., Sez. VI, 21 settembre 2015, n. 38267
Procedimenti speciali - messa alla prova - applicazione ai procedimenti in corso - mancata previsione di retroattività - violazione art.7 Cedu - esclusione
Con riferimento all'istituto della messa alla prova di cui alla legge n. 67 del 2014 e alla sua applicazione intertemporale, non può invocarsi, quale parametro di legalità costituzionale, il principio di retroattività della lex mitior successiva, in quanto tale principio, come del resto le norme in materia di retroattività contenute nell'art. 7 Cedu, "concerne le sole disposizioni che definiscono i reati e le pene che li reprimono" (Corte edu, 27 aprile 2010, Morabito c. Italia; Corte edu, 17 settembre 2009, Scoppola c. Italia).
Il nuovo istituto della messa alla prova è stato strutturato come un percorso alternativo all'accertamento giudiziario, ma senza«incidere sulla valutazione sociale del fatto, la cui valenza negativa rimane anzi il presupposto per imporre all'imputato un programma di trattamento che, se osservato con esito positivo, conduce all'estinzione del reato». Si è al di fuori, dunque, dell'ambito di operatività del principio di retroattività della lex mitior, escludendosi che "la mancata previsione di un'applicazione retroattiva dell'istituto della messa alla prova si ponga in contrasto con l'art. 7 Cedu come interpretato dalla Corte di Strasburgo e violi l'art. 117, comma 1, Cost. che del primo costituisce il parametro di legalità costituzionale" (Cass., sez. VI, 22 ottobre 2014).
Cass., Sez. III, 15 settembre 2015, n. 37100
Procedimenti speciali – giudizio abbreviato condizionato – mancata acquisizione documentale – revoca dell'ammissione al rito speciale – abnormità
E' abnorme la revoca dell'ordinanza di ammissione del giudizio abbreviato nel caso in cui si verifichi un ritardo nell'acquisizione dei documenti oggetto della richiesta condizionata dell'imputato di accesso al rito.
Cass. Sez. V, 4.6.2015, n. 24011
Procedimenti speciali – messa alla prova – confessione – necessità – esclusione
L'ordinanza con la quale il giudice decide in ordine alla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova presuppone l'accertamento dell'insussistenza, allo stato degli atti, dei presupposti di una pronuncia di proscioglimento a norma dell'art. 129 c.p.p. (art. 464 quater c.p.p., comma 1): detto accertamento, svolto sulla base di un compendio probatorio che può risultare anche particolarmente scarno (alla luce delle scansioni temporali dettate dall'art. 464 bis c.p.p., comma 2, e art. 464 ter c.p.p.), in uno con il consenso espresso dall'indagato/imputato, consente quell'attribuzione del fatto-reato al richiedente necessaria ad offrire un fondamento giustificativo alle misure in cui si concretizza la messa alla prova.
Nella stessa prospettiva, deve rilevarsi che, a norma dell'art. 464 quater c.p.p., comma 3, la sospensione è disposta quando il giudice, in base ai parametri di cui all'art. 133 c.p.p., reputa idoneo il programma di trattamento presentato e ritiene che l'imputato si asterrà dal commettere ulteriori reati. Anche da questo punto di vista, il riferimento ai parametri di cui all'art. 133 c.p.p. e all'oggetto delle valutazioni cui è chiamato il giudice nell'esame della richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova esclude la necessità dell'ammissione del fatto da parte dell'indagato/imputato. Fermo restando che la confessione potrà essere valutata dal giudice quale aspetto della condotta processuale del richiedente, vale per l'istituto in esame quanto affermato dalla giurisprudenza di questa Corte a proposito dell'affidamento in prova al servizio sociale, che rappresenta una forma di probation - non già processuale (come l'istituto in esame), ma - penitenziario, ossia che, ai fini dell'applicazione alla misura, non configura una ragione ostativa la mancata ammissione degli addebiti.
Cass. Sez. III, 27 maggio 2015, n. 22104
Procedimenti speciali – messa alla prova – richiesta - giudizio di appello – inammissibilità
L’istituto della messa alla prova, introdotto nel processo penale ordinario dalla L. n. 67 del 2014, si configura come un percorso del tutto alternativo rispetto all'accertamento giudiziale penale, ma non incide affatto sulla valutazione sociale del fatto, la cui valenza negativa rimane anzi il presupposto per imporre all'imputato, il quale ne abbia fatto esplicita richiesta, un programma di trattamento alla cui osservanza con esito positivo consegua l'estinzione del reato.
Secondo la più recente giurisprudenza non solo della Corte Costituzionale (Corte Cost. n. 236 del 2011), ma anche della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, il principio di retroattività della lex mitior, così come in generale delle norme in materia di retroattività contenute nell'art. 7 della Convenzione EDU, concerne le sole "disposizioni che definiscono i reati e le pene che li reprimono" (Corte E.D.U. sentenza 27 aprile 2010, Morabito contro Italia, nonchè sentenza 17 settembre 2009, Scoppola contro Italia, citata anche in ricorso), trattandosi oltre tutto di principio riconosciuto dalla Convenzione Europea che non coincide, tuttavia, con quello regolato nel nostro ordinamento dall'art. 2 c.p., comma 4.
Si è, dunque, al di fuori dell'ambito di operatività del principio di retroattività della lex mitior ed è pertanto da escludere che la mancata previsione di una applicazione retroattiva dell'istituto della messa alla prova si ponga in contrasto con l'art. 7, par. 1 CEDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo e violi l'art. 117 Cost., comma 1, che del primo (norma interposta) costituisce il parametro di legalità costituzionale.
Cass. Sez. IV, 13 maggio 2015, n. 19761
Responsabilità amministrativa da reato degli enti – sequestro finalizzato alla confisca per equivalente dei beni dell’ente – reati tributari - limiti
Non è possibile la confisca per equivalente di beni della persona giuridica per reati tributari commessi da suoi organi, salva l'ipotesi in cui la persona giuridica stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso cui l'amministratore agisca come effettivo titolare. Soltanto in una simile ipotesi, infatti, la trasmigrazione del profitto del reato in capo all'ente non si atteggia alla stregua di trasferimento effettivo di valori, ma quale espediente fraudolento non dissimile dalla figura della interposizione fittizia; con la conseguenza che il denaro o il valore trasferito devono ritenersi ancora pertinenti, sul piano sostanziale, alla disponibilità del soggetto che ha commesso il reato, in "apparente" vantaggio dell'ente ma, nella sostanza, a favore proprio.
Cass. Sez. II, 4 maggio 2015, n. 18265
Procedimenti speciali – messa alla prova – applicabilità in appello – esclusione
La collocazione sistematica della disciplina sulla messa alla prova porta a ritenere che la stessa costituisca un procedimento speciale, nuovo. Ciò ha conseguenze importanti per quanto riguarda l'applicabilità delle disposizioni in esame ai processi in corso, non avendo il legislatore contemplato alcuna norma transitoria.
Il quadro giurisprudenziale e normativo di riferimento così ricomposto comporta che il principio della lex mitior va ricondotto, in via generale, alle norme concernenti le fattispecie penali e le sanzioni ivi previste, con esclusione delle norme processuali che invece trovano il loro primo principio di riferimento nel diverso canone normativo del tempus regit actum di cui all'art. 11 preleggi. Dal momento che la lex mitior di cui si discute è "costituita dalla previsione di una ulteriore causa di estinzione del reato tuttavia caratterizzata dalla stretta connessione con un rito peculiare che ne impedisce ogni rilievo nei giudizi di impugnazione", bisogna concludere che quando il processo è ormai giunto davanti al giudice dell'impugnazione, non vi è spazio sistematico alcuno per dare ingresso ad una procedura che, come e nei termini in cui si è prima argomentato, è strutturalmente alternativa ad ogni tipo di giudizio su una determinata imputazione. Questo ancor più quando il processo pende nel giudizio di legittimità.
Il nuovo istituto della messa alla prova si configura come un percorso del tutto alternativo rispetto all'accertamento giudiziale penale, ma non incide affatto sulla valutazione sociale del fatto, la cui valenza negativa rimane anzi il presupposto per imporre all'imputato, il quale ne abbia fatto esplicita richiesta, un programma di trattamento alla cui osservanza con esito positivo consegua l'estinzione del reato.
Si è, dunque ed all'evidenza, al di fuori dell'ambito di operatività del principio di retroattività della lex mitior ed è pertanto da escludere che la mancata previsione di una applicazione retroattiva dell'istituto della messa alla prova si ponga in contrasto con l'art. 7, par. 1 CEDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo e violi l'art. 117 Cost., comma 1, che del primo (norma interposta) costituisce il parametro di legalità costituzionale (nello stesso senso v. Cass. Sez. Feriale n. 11 del 31/07/2014, Paladino).
Cass., Sez. VI, 30 aprile 2015, n. 18257
Responsabilità degli enti – prescrizione – decorrenza del termine – notifica del decreto di citazione a giudizio
La L. n. 300 del 2000, art. 11 (Delega al Governo per la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche) alla lett. r) espressamente dispone "prevedere che le sanzioni amministrative di cui alle lettere g), i) e l) si prescrivono decorsi cinque anni dalla consumazione dei reati indicati nelle lettere a), b), c) e d) e che l'interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile". Le disposizioni del decreto legislativo (art. 22) sono conformi a tale previsione disciplinando la prescrizione in modo diverso rispetto alla prescrizione penale - del resto, se non vi fosse ottemperanza alla previsione della applicabilità della disciplina del codice civile scatterebbero le conseguenze della contrarietà alla legge delega.
Nella disciplina dell'interruzione della prescrizione del diritto civile (art. 2943 c.c.) l'effetto di interruzione si ottenga con la portata a conoscenza dell'atto nei confronti del debitore, in particolare con la notifica degli atti processuali; del resto la ragione è che, in quel caso, l'atto introduttivo rappresenti la richiesta al debitore che non può che decorrere dalla effettiva conoscenza, mentre, nel processo penale, la prescrizione rileva in quanto mancato esercizio dell'azione penale, tenendosi perciò conto del compimento delle attività relative, ovvero dell'emissione dei provvedimento, e non della notifica.
Cass., Sez. VI, 3 aprile 2015, n. 14040
Giudizio immediato – termine di 90 giorni – decorrenza – iscrizione tardiva nel registro notizie reato – conseguenze
L'inosservanza dei termini di novanta e centottanta giorni, assegnati al p.m. per la richiesta, rispettivamente, di giudizio immediato ordinario e cautelare, è rilevabile solo dal g.i.p., non essendo previsto dalla disciplina processuale un controllo ulteriore rispetto a quello tipico (ex art. 454 c.p.p.) a lui attribuito al momento della decisione sulla formulazione della richiesta di giudizio immediato. Il termine di durata delle indagini preliminari decorre dalla data in cui il pubblico ministero ha iscritto, nel registro delle notizie di reato, il nome della persona cui il reato è attribuito, senza che al g.i.p. sia consentito stabilire una diversa decorrenza, sicchè gli eventuali ritardi indebiti nell'iscrizione, sia della notizia di reato sia del nome della persona cui il reato è attribuito, pur se abnormi, sono privi di conseguenze agli effetti di quanto previsto dall'art. 407 c.p.p., comma 3, fermi restando gli eventuali profili di responsabilità disciplinare o penale del magistrato del P.M. che abbia ritardato l'iscrizione.
La decisione con la quale il giudice per le indagini preliminari dispone il giudizio immediato non può essere oggetto di ulteriore sindacato, atteso che il provvedimento in tal senso adottato chiude una fase di carattere endo-processuale priva di conseguenze rilevanti sui diritti di difesa dell'imputato.