Source: https://mooc.federica.eu/l/la_positivita_del_diritto_del_lavoro
Timestamp: 2020-06-06 16:05:58+00:00
Document Index: 111310154

Matched Legal Cases: ['art. 2094', 'art. 35', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 81', 'art.18', 'art. 39', 'art. 1173']

Federica.EU - Diritto del Lavoro - dallo Statuto al Jobs Act - 1. La “positività” del diritto del lavoro
Lezione 1. La “positività” del diritto del lavoro
Unità 1: Un diritto pluriordinamentale
Il nucleo sociale originario
Il tratto caratteristico del rapporto di lavoro è costituito dalla inscindibilità della prestazione lavorativa dalla persona del lavoratore, la cui tutela ha sempre funzionato da contrappeso rispetto ad alcune situazioni di degrado che lo sviluppo industriale determinava. Tra l’800 e il ‘900, dunque, la fisionomia del diritto del lavoro fu prettamente sociale: non a caso si afferma che il suo nucleo originario sia costituito dalla Legislazione Sociale. Le prime leggi in materia concernono i limiti all’orario di lavoro, la tutela delle donne e dei fanciulli in lavori insalubri, pesanti, di notte, e apprestano tutele contro gli infortuni. Con il codice del 1942 il diritto del lavoro è incorporato nel diritto civile e al Libro V è consegnata la speciale disciplina. L’incorporazione nel diritto dei contratti dà vita ad una fattispecie nuova, di cui l’art. 2094 c.c. da la definizione: un contratto la cui causa è data dal coinvolgimento della persona nel vincolo obbligatorio che ne deriva.
Tale assimilazione non è ostacolata dal diritto corporativo-fascista (1922-1942), il quale consolida alcune tutele, anche in campo previdenziale, sebbene l’autoritarismo del regime sopprima la libertà sindacale e di sciopero, considerato quest'ultimo, dal codice penale Rocco del 1930, un delitto contro l'economia nazionale.
Charlie Chaplin in una scena del film Tempi Moderni
Dal film Metropolis
Con il codice civile del ‘42 per la prima volta il lavoro approda a una fattispecie obbligatoria di origine contrattuale dove l’antitesi economica fra capitale e lavoro si proietta anche nel campo giuridico. Lo schema privatistico tradizionale paritario, si presenta, però, inadeguato a fare da cornice esaustiva alle specifiche tutele assegnate al lavoro. Così come inadeguato si dimostra il tentativo di ricondurre il rapporto di lavoro alla logica formale del diritto comune delle obbligazioni. I nuovi bisogni delle classi sociali emergenti non si tengono ristretti nelle logiche contrattuali prevalentemente patrimoniali, e le tecniche di tutela dei diritti dei lavoratori, come si vedrà diffusamente, solo in minima parte saranno riconducibili a quelle civilistiche di natura risarcitoria.
Nella Costituzione del 1948 il lavoro assume una posizione di primo piano. Il Titolo III, “Rapporti economici”, riconosce una serie di diritti fondamentali e quindi riequilibra in senso favorevole al lavoro i rapporti di forza con il capitale. Le norme costituzionali acquisiscono efficacia immediata e diretta nei rapporti privati. Attraverso le norme sul lavoro (Statuto dei lavoratori e molte altre di cui si tratterà) si giunge a un controllo stringente dell’autonomia privata in favore della tutela della dignità sociale del lavoratore.
Firma della Costituzione italiana, 27 dicembre 1947
Le istanze di flessibilità
L'ascesa progressiva dei diritti dei lavoratori incontra un rallentamento per l’irrompere prepotente di esigenze di flessibilità da parte delle imprese che si collegano per un verso ai mutamenti dell’organizzazione della produzione, per altro verso alla crisi economica che ha investito taluni settori tradizionali delle economie dei Paesi più sviluppati.
Dagli anni ‘80 in poi iniziano a calare le resistenze alle istanze di flessibilità in entrata ascrivibili alle esigenze delle imprese, nonché all’esigenza di allargare la base occupazionale attraverso i contratti a termine, il part-time, e soprattutto con contratti di assunzione agevolati per i giovani, i cc.dd. contratti di formazione e lavoro (l. n.863/1984).
Tale tendenza di politica del diritto sarà inarrestabile (l. n. 196/97, cd. Pacchetto Treu; l. n. 276/2003, cd. Legge Biagi; l. n. 92/2012, cd. Legge Fornero) e verrà rafforzata da una serie di direttive europee. In conseguenza di ciò, l’intervento eteronomo della legge non è finalizzato soltanto alla promozione e all’espansione delle tutele del tempo indeterminato, ma a introdurre forme di occupazione temporanea e/o somministrata, anche superando la tradizionale avversione delle organizzazioni sindacali.
L’apporto del cd. diritto vivente
Uno degli aspetti più tipici del diritto del lavoro è dato dal fatto che la sua formazione va ben oltre la tradizionale norma di diritto positivo.
La “positività” del diritto del lavoro discende da una pluralità di fattori, legislazione, pratiche sociali, prassi giudiziaria, alla cui produzione concorrono sia gli operatori giuridici sia i soggetti privati, sia le formazioni sociali fra le quali, in particolare, le associazioni sindacali.
Spiegare in cosa concretamente si realizzi tale “positività”, implica perciò dare conto di un intreccio complicato di regole che governano la realtà sociale, e di giustificare i collegamenti tra il diritto originato dalle tradizionali fonti normative statali (ed anche regionali) ed i nuclei di formazione extra-legislativa, tra i quali assumono grande rilevanza i contratti collettivi e la stessa elaborazione della giurisprudenza.
Ciò ha determinato, almeno fino alla grave crisi economica del 2009, un minor peso della legge nella regolamentazione dei rapporti sindacali e di lavoro, a vantaggio delle fonti private.
Le fonti del diritto del lavoro vanno intese come un complesso sistema inter-ordinamentale nel quale le norme poste dall’autonomia regolativa dei soggetti privati acquistano lo stesso valore e forza cogente delle norme eteronome.
Alle fonti legali interne si affiancano quelle internazionali e comunitarie in ragione del carattere universale che talune tutele essenziali del lavoro assumono in tutti gli ordinamenti giuridici.
La predisposizione di regole comuni in Europa è anche finalizzata a realizzare un equilibrato assetto concorrenziale delle economie nazionali e a risolvere i problemi legati alle continue migrazioni di manodopera.
Tra le fonti internazionali vanno menzionate la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e il Patto internazionale sui diritti economici sociali e culturali (NY 1966) che ribadisce e precisa i contenuti della prima.
Dopo la I guerra mondiale nacque l’OIL, persona giuridica internazionale cui l’ONU riconobbe la natura d’istituzione specializzata. L’OIL (sotto la cui direzione opera il BIT – Bureau International du travail) agisce attraverso raccomandazioni agli Stati membri, le quali acquistano efficacia diretta solo se ratificate.
L’influenza mediata dell’OIL sui singoli ordinamenti si è avuta riguardo a materie quali standard minimi di tutela, orario giornaliero e settimanale, ferie annuali e riposi settimanali, salario minimo, protezione delle donne e dei fanciulli, sicurezza sui luoghi di lavoro, diritti sindacali fondamentali e attestati sul concetto universale del diritto di ogni lavoratore - qualunque sia il livello delle garanzie riconosciuto dai singoli ordinamenti - a lavorare in condizioni almeno decenti (cd. decent work).
Le influenze del diritto europeo
Ben diversa incidenza sul diritti interni ha il diritto europeo. Pur appartenendo al diritto delle convenzioni internazionali, esso si distingue dal diritto internazionale, perché prevale sul diritto interno.
Il principio che governa la distinzione delle competenze tra diritto interno e europeo è il principio di sussidiarietà. Gli standard previsti dai trattati europei vincolano gli Stati membri nei risultati, e sono dunque flessibili quanto alle caratteristiche. Ricordiamo i Trattati di Maastricht del 1992, di Amsterdam del 1997, la Carta di Nizza del 2000, e il Trattato di Lisbona del 2009 che hanno fatto evolvere l’Europa dalla mera unione economica e monetaria, ed indicato la prospettiva di un’Europa sociale, che riconosce lo stato di lavoratore quale diritto di cittadinanza.
Le fonti di produzione del diritto europeo sono regolamenti e direttive. I primi hanno carattere generale, obbligatorio ed efficacia diretta. Le seconde sono atti ad efficacia mediata, nel senso che per darvi attuazione occorre un atto normativo del diritto interno; qualora ciò non avvenga, lo Stato membro è suscettibile di una responsabilità per i danni provocati ai cittadini dal mancato recepimento di una direttiva comunitaria (C. Giust. 19.11.1991 C-6/90 C-9/90, Francovich).
Per evitare questo inconveniente, fu emanata la legge La Pergola (l. n.86/1989), che al fine di favorire la sollecita attuazione delle direttive europee, prevede il recepimento annuale dei contenuti favorendo l’adeguamento periodico della legislazione nazionale.
Tra i settori di maggiore influenza: licenziamenti collettivi, trasferimento d’azienda, parità di trattamento uomo-donna, tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, part-time, contratti a termine, lavoro interinale.
Unità 2: Le funzioni della legge
Il lavoro al centro della Carta costituzionale
Dalla Costituzione Repubblicana (artt.1, 2, 3, 4, 35, 36, 37, 39, 40) e attraverso una produzione successiva costante e a tratti convulsa, la legge ha sempre rivestito grande rilievo nella disciplina del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35 cost.) quale fattore finalizzato alla liberazione dal bisogno dell’individuo e allo sviluppo della sua personalità (art. 2 e 3, co. 2 Cost.).
Tale approccio determina il principio secondo cui il lavoro deve essere retribuito in misura proporzionata alla sua qualità e quantità e sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (art. 36 cost.), mentre il lavoro gratuito non è ritenuto ammesso se non in limitatissime e circoscritte ipotesi (lavoro cd. benevolentiae vel affections causa) .
Dalla Costituzione italiana. Archivio Storico della Presidenza della Repubblica.
La parabola di un “diritto diseguale”
Fino alla metà degli anni ‘70 il legislatore ha impresso alle leggi un significato di tutela del lavoratore, quale parte più fragile di un rapporto strutturalmente diseguale, e ha attuato i principi di libertà e dignità della persona, promuovendo la presenza del sindacato sui luoghi di lavoro, configurando lo stesso come un vero e proprio contropotere. Ha fatto sì, inoltre, mediante una radicale riforma del processo (l. n. 533/73), che i diritti connessi alla posizione di lavoratore possano essere azionati in misura efficace in modo che ne sia garantita l’effettività.
Nei decenni successivi, fenomeni macroeconomici rilevanti (inflazione, disoccupazione, debito pubblico) hanno aggravato un quadro che, reso ancor più complesso dall’urgenza del Paese di adeguarsi alle direttive europee, ha finito per sottrarre spazio vitale a una tendenza garantista che sembrava inattaccabile.
Le esperienze europee che meglio hanno resistito ai grandi mutamenti economico-finanziari dell’era globale indicano che si sono di molto ridotti i margini per una considerazione del fattore lavoro in termini ideologi, ma, all’opposto, segnalano quanto le politiche necessitino di un adattamento costante basato sul monitoraggio di dati statistici misurabili.
Per troppi anni, invece, i legislatori – con l’assenso non sempre responsabile delle organizzazioni sindacali – hanno rincorso soluzioni contingenti, rivelatesi un peso insostenibile soprattutto per le generazioni future.
La “crisi dello spread“
È proprio dalla crisi del 2009 che dobbiamo prendere le mosse per giungere a comprendere la svolta - al tempo stesso di tipo politico e culturale - impressa da quel corpus normativo, ancora in piena costruzione, che si è voluto chiamare Jobs Act, anche per meglio sottolinearne lo stretto legame con i modelli europei avanzati.
È noto come la conseguenza dell’attuale assetto istituzionale della UE implica che gli Stati membri aderenti all’area Euro debbano rispettare vincoli precisi per garantire omogeneità alle strutture finanziarie. Tra questi:
a) obbligo di convergere verso il pareggio di bilancio (art. 81 cost.);
b) mantenimento del rapporto fra deficit e PIL al 3% (Trattato di Maastricht);
c) obbligo di migliorare annualmente il deficit dello 0,5%;
d) obbligo per i Paesi il cui debito pubblico supera il 60% del PIL di adottare una riduzione di 1/20 all’anno per raggiungere la quota del 60%.
Nell’agosto 2011 l’Italia fu oggetto di un attacco da parte dei mercati finanziari (cd. crisi dello spread). Una lettera della BCE all’allora presidente del Consiglio Mario Monti indusse, dunque, il Governo ad adottare severe misure restrittive relativamente ad assunzioni e licenziamenti dei lavoratori, riformando l’intervento dello Stato a tutela della disoccupazione e potenziando le cd. politiche attive del lavoro, autentico “tallone di Achille” del mercato del lavoro italiano. A esse seguirono la riforma delle pensioni e politiche di rigore di bilancio che resero possibile al nostro Paese rinegoziare il meccanismo di difesa (cd. scudo europeo) da una posizione di minore debolezza.
Le “riforme Fornero”: una cura rinforzata
Le tanto discusse «riforme Fornero» furono emanate, in realtà, per tamponare le conseguenze, a livello europeo, del grave vulnus cui il nostro Paese era in quel momento soggetto in ambito internazionale, dove si faceva sempre più diffusa la convinzione che l’Italia fosse avviata lungo la strada di un cupio dissolvi che avrebbe seriamente minacciato i già fragili equilibri nell’area Euro.
La legge Fornero sulle pensioni (d.l. n. 201/2011 cd. Salva Italia, conv. in l. 214/2011) determinò, tuttavia, anche alcuni “cortocircuiti”: ricordiamo a tal proposito il caso dei cd. esodati, una platea di alcune decine di migliaia di lavoratori già fuoriusciti dal mercato del lavoro in virtù di accordi sindacali che prevedevano la possibilità di anticipare di qualche anno, rispetto alle leggi vigenti al momento della loro conclusione, l’andata in quiescenza, ma considerati troppo “giovani” per percepire la pensione in seguito all’allungamento dell’età pensionabile da parte della stessa legge Fornero.
Tali riforme rappresentarono senza dubbio una «cura rinforzata» per una fase eccezionalmente critica; di esse andrebbe rivisto il giudizio allo stato assai severo. Esse hanno interrotto una lunga stagione di sostanziale disinteresse tanto da parte dei Governi che dell’attore sindacale per un adeguamento in senso europeo del mercato del lavoro, la cui assenza è stata una delle cause riconosciute della particolare gravità della condizione dell’Italia nell’area Euro.
A tal proposito, si tenga presente che con il il cd. Two Pack (reg. n. 472 del 2013), il Parlamento europeo, su proposta della Commissione europea, rafforza la sorveglianza economica e di bilancio sugli Stati membri, costringendo questi ultimi a non abbassare l’attenzione sulle riforme strutturali, di cui quella del mercato del lavoro rappresenta uno dei cardini.
Riforme del mercato del lavoro e politiche di bilancio
Quando le riforme del governo Monti intervennero nel clima turbolento descritto, l’apparato garantista di principi e regole che avevano fino allora retto il sistema del lavoro e sindacale, apparve improvvisamente invecchiato per le esigenze del mercato del lavoro europeo. Tuttavia, l’attuazione repentina di ben due manovre legislative che intervenivano su caposaldi quali licenziamenti, disoccupazione, contratti di lavoro, allungamento dell’età per la pensione di vecchiaia, sortì l’effetto di esasperare i toni di una discussione che trascinava i temi del lavoro nella deriva di uno scontro ideologico senza soluzione, in un periodo dai presupposti totalmente diversi da quelli in cui era nata e si era nutrita la cultura del garantismo. A questo punto, il Governo Renzi, insediatosi nel 2014, ha avuto aperta la strada per l’introduzione di una riforma aderente ai modelli europei ritenuti più virtuosi. Al cd. decreto Poletti in materia di contratti a termine viene affidato il compito di inaugurare la nuova stagione. A esso segue legge delega n. 183/2014 e i decreti di attuazione (d. lgs. n. 23/2015 sul contratto a tutele crescenti; d. lgs. n. 22/2015 e d. lgs. n. 148/2015 sulla riforma degli ammortizzatori sociali; d. lgs n. 80/2015 sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; d. lgs. n. 81/2015 sul riordino dei contratti di lavoro e sulla disciplina delle mansioni; d. lgs. n. 149/2015 sulla riforma dell'attività ispettiva; d. lgs. n. 150/2015 sul riordino dei servizi per il lavoro; d. lgs. n. 151/2015 sulle pari opportunità). In essa, il Governo conferma il profondo legame tra modifiche del mercato del lavoro e politiche di bilancio, e l’impostazione cui aderisce è di sacrificare alcune tutele del contratto aumentando le protezioni nel mercato del lavoro (cd. flexicurity). A proposito dell’equilibrio tra le fonti, ciò conferma una controtendenza degli ultimi anni a ristabilire la centralità della fonte legislativa nella materia del lavoro, a discapito del contratto collettivo.
Le linee direttrici del Jobs Act
Ci si chiede se una maggiore protezione dei non occupati sia sufficiente a compensare le forti riduzioni delle tutele per gli occupati assunti dopo l’entrata in vigore del Jobs Act (come la discussa “revisione” dell’art.18 st. lav., o le nuove norme sull’inquadramento professionale o quelle sui controlli a distanza, di cui il dettaglio nelle lezioni successive).
La linea del Governo attuale va nella direzione di mantenere gli impegni con l’Europa, scambiando riforme strutturali come quella sulla liberalizzazione dei contratti a termine o sull’introduzione del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti con una maggiore flessibilità delle regole di bilancio (vedi il rallentamento della riduzione del rapporto tra debito e Pil presente nella legge di bilancio per il 2015 che ha ottenuto l’assenso di Bruxelles).
La priorità data alle misure di sostegno del reddito, è confermata dalla scelta del governo di incrementare le retribuzioni medio-basse di 80 euro mensili e avviare la tanto attesa riduzione del costo del lavoro (infra lezione 6 di questo corso).
Altra scelta di segno europeista è quella dell’estensione dei diritti di genitorialità ai lavoratori a progetto, al fine di sostenere il diritto fondamentale alla conciliazione dei tempi di lavoro e familiari, soprattutto delle giovani coppie (infra lezione 13 di questo corso).
Attraverso questa "nuova" legislazione lo Stato si concentra su politiche di “rigenerazione sociale” del mercato e delle istituzioni a esso finalizzate, lasciando maggiori spazi di libera concorrenza alla dialettica contrattuale (collettiva), proponendosi di migliorare la produttività del lavoro e la valorizzazione del merito senza lasciare, però, prive di protezione quelle posizioni che dovessero rivelarsi più fragili e meno resistenti ad un mercato frammentato e segmentato.
Unità 3: Costituzione e autonomia collettiva
Costituzione e autonomia collettiva
Caratteristica peculiare del diritto del lavoro è di derivare la propria disciplina non solo dalla legge ma, altresì, dal contratto collettivo, riconosciuto ormai unanimemente come una fonte d’integrazione cogente del contratto individuale di lavoro.
L’art. 39 Cost., pur riconoscendo la cd. autonomia collettiva, come libertà di azione dei sindacati per la tutela degli interessi del gruppo rappresentato, non ha mai inverato la prospettiva di un sindacato come soggetto pubblicistico, produttivo di contratti collettivi con efficacia erga omnes (inattuati sono rimasti, infatti, i commi 2, 3, 4 della norma).
Il problema dell’efficacia erga omnes è stato risolto attribuendo valore normativo alla fonte giurisprudenziale, nel senso che essa per prassi estende i trattamenti minimi previsti dai contratti collettivi alla totalità dei rapporti di lavoro qualora una delle parti ne faccia richiesta in giudizio (infra lezione n. 7 di questo corso).
Ciò fa sì che i contratti collettivi, oltre che essere di norma inderogabili da parte dei contratti individuali (cd. inderogabilità inpejus) siano altresì considerati una fonte potenzialmente ad efficacia generale. Tale fenomeno è stato oggetto di numerose ricostruzioni teoriche rivolte a spiegare il fenomeno singolare per cui uno strumento come il contratto collettivo, stipulato da associazioni sindacali di natura privatistica, possa operare alla stregua di una fonte di diritto pubblico ed essere riconosciuta come tale non solo dai soggetti firmatari ma anche dai pubblici poteri (infra lezione n. 11 di questo corso).
La dottrina ha elaborato diverse teorie per spiegare il fenomeno:
la prima, di derivazione privatistica, postula che il contratto collettivo, al pari delle altre manifestazioni di autonomia privata costituisca fonte di obbligazioni (art. 1173 c.c.), e sia, dunque, capace di regolare concrete situazioni soggettive. Tale teoria che poggia su una visione liberista si spinge fino a riconoscere al contratto collettivo una funzione integrativa del contenuto del contratto individuale. Cosicché il contratto collettivo – sia pure per via mediata dalla legge – sarebbe sostanzialmente equiparabile a quest’ultima.
La seconda teoria - sicuramente più originale e innovativa e nata all’interno della migliore tradizione giuslavorista - riconosce un ruolo predominante all’autonomia collettiva del sindacato, che trae la propria forza dal consenso che si manifesta attraverso il mandato conferito a esso da parte dei singoli. Tale autonomia sarebbe produttiva di un proprio ordinamento, (ordinamento intersindacale) del quale il contratto collettivo costituirebbe la fonte di produzione principale. Tra la legge (fonte di diritto pubblico) e il contratto collettivo (fonte dell’ordinamento intersindacale) s’istituirebbe un rapporto non già di tipo gerarchico-verticistico, bensì paritario-orizzontale. In altri termini, l’ordinamento intersindacale riconosce la rilevanza al proprio interno, della fonte normativa e, dal suo canto, l’ordinamento statuale riconosce al contratto collettivo valenza normativa originaria di fonte.
La legislazione di sostegno nello Statuto
La prospettiva pluriordinamentale sopra indicata, riceve la sua più compiuta valorizzazione con lo Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970), ritenuto la prima vera legge di sostegno dell’autonomia sindacale. Esso arricchisce, in effetti, il sindacato di una molteplicità di funzioni organizzative e normative, e, di fatto, avvia il profondo processo di “giuridificazione” delle relazioni sindacali, caratterizzato da una costante interazione tra poteri sindacali e poteri pubblici.
Diritto statuale e diritto dei privati interagiscono nel diritto sindacale reale, chiamato anche con una suggestiva espressione “diritto vivente”, e questo processo d’interazione trova un ampio riconoscimento nella dottrina e nella giurisprudenza. In questa prospettiva pluriordinamentale trova una spiegazione tecnicamente valida anche il tema dell’efficacia soggettiva erga omnes del contratto collettivo, in quanto la giuridificazione del diritto sociale non è appannaggio della sola fonte pubblicistica, ma anche dell’autonomia dei gruppi organizzati, così come riconoscono tanto la giurisprudenza quanto la legge stessa. Questa dialettica tra fonti pubbliche e private costituisce, in conclusione sul punto, una caratteristica tipica del diritto del lavoro.
Filmografia I
Il percorso didattico può essere piacevolmente integrato dalla visione dei seguenti film:
Tempi moderni, Charlie Chaplin (1936)
Filmografia II
La classe operaia va in paradiso, Elio Petri (1971)
Carla's song, Ken Loach (1996)
Full Monty, Peter Cattaneo (1997)
Filmografia III
Brad and Roses, Ken Loach (2000)
North Country, Niki Caro (2005)
Il grande capo, Lars von Trier (2006)
La loi du marché, Vincent Lindon (2015)
E. Ghera, Il contratto collettivo tra natura negoziale e di fonte normativa, RIDL 2012, 195 ss.
M. Cinelli, D. Garofalo, G. Tucci, «Esodati», «Salvaguardati», «Esclusi» nella riforma pensionistica Monti-Fornero, Giorn. Dir. Lav. Rel. Ind., 2013, 337 ss.
S. Sciarra, L’Europa e il lavoro. Solidarietà e conflitto in tempi di crisi, Bari, Laterza, 2013
Garilli, Occupazione e diritto del lavoro. Le politiche del lavoro del governo Renzi, W.P.C.S.D.L.E. Massimo D’Antona –IT 226/2014
Il pubblico impiego contrattualizzato
Classificazione del personale e inquadramento professionale
L'obbligo retributivo
Il recesso individuale
L'attore sindacale
Lezione 1 (slide n. 1) - Unità 1: Un diritto pluriordinamentale
Lezione 1 (slide n. 8) - Unità 2: Le funzioni della legge
Lezione 1 (slide n. 15) - Unità 3: Costituzione e autonomia collettiva