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Divorzio: quanto tempo occorre per ottenerlo?
3 Ottobre 2015 | Autore: Maria Elena Casarano
Causa di divorzio: anche con la legge sul divorzio breve, senza accordo tra i coniugi, i tempi per ottenere la sentenza di divorzio rimangono quelli lunghi di un giudizio ordinario.
“Sono separato dal 2012, nel 2013 ho chiesto il divorzio insieme alla revoca dell’assegno di mantenimento a mia moglie; a luglio 2014 il presidente del Tribunale non me li ha concessi ma ha rinviato la causa a sei mesi dopo davanti allo stesso giudice della separazione (il quale si era comportato male con me) che, però, all’udienza ha rinviato di altri 6 mesi. Poco prima dell’udienza (prevista per l’estate 2015), la causa è stata assegnata ad un altro giudice che ha rinviato a 4 mesi dopo (cioè a novembre). Il mio diritto a divorziare dove va a finire?”.
Dalle informazioni fornite dal lettore (richiesta di revoca dell’assegno e nomina di un giudice istruttore da parte del presidente) emerge che il procedimento di divorzio attualmente in atto tra i coniugi sia giudiziale e non consensuale. Partendo da tale presupposto, per dare risposta al quesito è necessario fare alcune importanti precisazioni.
Divorzio breve non significa in tempi brevi
La recente legge che ha introdotto il cosiddetto divorzio breve [1] non ha inciso (nel senso di velocizzarli), sui tempi necessari per ottenere il divorzio dopo il deposito della relativa domanda in Tribunale.
Tale legge, infatti, ha semplicemente ridotto (a 6 mesi nel caso in cui la separazione sia stata consensuale e a 1 anno, se giudiziale) il termine di tre anni dalla separazione prima necessari per poter proporre la domanda di divorzio.
La riforma ha, invece, lasciato inalterati i termini di durata del processo che continuano ad essere assolutamente variabili e strettamente legati alle domande, prove, eccezioni e deduzioni formulate dai coniugi per il tramite dei loro difensori.
Ciò premesso, va poi aggiunto che, mentre nel caso di divorzio congiunto (che non interessa il caso in esame) i tempi processuali per ottenere la pronuncia definitiva sono più o meno preventivabili in alcuni mesi, atteso che l’unica udienza prevista è quella davanti al presidente del tribunale, la stessa cosa non può dirsi, invece, quando sia stata intrapresa una causa vera e propria (come nella vicenda del lettore).
Nello specifico, infatti, la legge sul divorzio [2] – con particolare riferimento ai termini da osservare – prevede che dopo 5 giorni dal deposito della domanda il presidente del Tribunale fissi:
– la data di comparizione dei coniugi davanti a sé (o ad un suo delegato), che deve avvenire entro novanta giorni dal deposito del ricorso,
– il termine per la notifica del ricorso all’altro coniuge unitamente al suo provvedimento di fissazione d’udienza e quello entro cui il coniuge convenuto può depositare memoria difensiva e documenti.
All’udienza davanti al Presidente, questi deve tentare la conciliazione e, in caso di esito negativo (come nel caso in esame):
– dà i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della eventuale prole,
– nomina il giudice istruttore
– e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo.
La norma prevede solo una riduzione alla metà del termine di 90 giorni [3] che devono decorrere tra la data del provvedimento del presidente e quella di comparizione dinanzi al giudice istruttore . Per il resto, invece, essa stabilisce che il Presidente assegna altresì i termini alle parti per il deposito in cancelleria degli ulteriori atti difensivi, richiamando, per la disciplina, alle norme previste per l’ordinario processo di cognizione anche con riferimento alla trattazione della causa [4].
In parole semplici, dopo l’udienza davanti al presidente (o suo delegato) avrà inizio il vero e proprio giudizio di divorzio davanti al nuovo giudice istruttore. In esso trovano applicazione le regole, i termini di deposito degli atti, i rinvii (spesso di molti mesi tra una udienza e l’altra) analoghi a quelli previsti per una causa ordinaria che, come noto, può durare tranquillamente alcuni anni.
La sentenza parziale
Ciò detto non esclude che i coniugi possano ottenere subito il divorzio, nonostante la causa sia ancora in corso, in quanto la legge sul divorzio stabilisce che nel caso che il processo debba continuare per la determinazione dell’assegno, il tribunale (sempre nella persona del giudice istruttore)emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento del matrimonio, cioè solo sullo “status” di divorziato (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Per ottenere la separazione o il divorzio bisogna attendere la fine della causa?”).
Se dunque – come sembra di poter evincere dal quesito – l’unica questione pendente tra i coniugi riguarda la misura dell’assegno (meglio, la sua revoca), non vi sono ragioni perché il giudice debba negare una sentenza parziale di divorzio. In tal caso le parti otterrebbero il divorzio, continuando ad avere in piedi il giudizio riguardante la questione patrimoniale.
Ciò non toglie che, se per le più svariate ragioni (assegnazione del giudice ad altro ufficio, sovraccarico del ruolo rispetto all’organico esistente, impedimenti del magistrato) la causa subisce frequenti rinvii è anche vero che il nuovo giudice istruttore non ha la concreta possibilità di esaminare il fascicolo e valutare se vi siano o meno i presupposti per pronunciare una sentenza parziale di divorzio e far procedere la causa per le questioni economiche.
Sul piano strettamente pratico, dinanzi a questi problemi (invero piuttosto ordinari in ogni Tribunale), l’unico rimedio immediato è rappresentato dalla possibilità, per la parte che ne abbia interesse, di depositare un’istanza di anticipazione d’udienza. Tale istanza, tuttavia, è bene che sia corredata da comprovate motivazioni e non sia basata sulla insofferenza (se pur comprensibile) per i continui rinvii e soprattutto – è bene chiarirlo – non potrebbe essere presentata in occasione di ogni rinvio d’udienza (e una causa è fatta da diverse udienze spalmate nel corso degli anni) in quanto il richiedente si vedrebbe, con tutta probabilità, rigettata la richiesta.
In ogni caso, è bene ricordarlo – anche quando il giudice ritenga di poter pronunciare una sentenza parziale di divorzio, la causa dovrebbe comunque proseguire per la questione dell’assegno (che, sicuramente, riveste per il lettore altrettanta rilevanza al pari della pronuncia sullo “status” di divorziato), con tempi che potrebbero durare alcuni anni (i rinvii tra un’udienza e l’altra sono, infatti, sempre di diversi mesi e, di norma, non si hanno più di 2, al massimo 3, udienze all’anno).
L’accordo è sempre possibile
Il consiglio è quello di cercare di utilizzare nel modo più proficuo possibile questo tempo nella ricerca di una soluzione condivisa dalle parti (tramite i rispettivi difensori); in tal caso, infatti, il giudice dovrebbe prenderne atto (tanto più se – come sembra di capire – non ci sono figli da tutelare) e pronunciare il divorzio, omologando gli accordi raggiunti. Il procedimento si chiuderebbe, così, nel giro di poche settimane in quanto da giudiziale si trasformerebbe in consensuale.
Il giudice del divorzio può essere lo stesso della separazione?
Venendo, poi, alla iniziale scelta presidenziale (affatto condivisa dal lettore) di nominare quale giudice istruttore nella causa di divorzio lo stesso magistrato competente per la separazione, si tratta di un provvedimento che, di per sé, non si pone in contrasto con alcuna norma. Diverso sarebbe il caso in cui uno dei coniugi avesse appellato la sentenza di separazione; l’appello, infatti, è sempre proposto dinanzi ad un giudice diverso da quello competente nel primo giudizio [5].
Anzi, a riguardo, proprio di recente il Tribunale di Milano [6] – con particolare riferimento alle domande di divorzio presentate in pendenza di cause di separazione (oggi possibili, per i ridotti termini della domanda, sul presupposto dell’esistenza di una sentenza parziale di separazione) ha affermato che assegnare la causa di divorzio al giudice della separazione (secondo il cosiddetto principio di connessione) mira a “garantire una gestione razionale ed efficiente (nonché celere) del contenzioso matrimoniale”. In altre parole, poiché il giudice già conosce le vicende dei coniugi, avrà bisogno di meno tempo per studiare la causa.
L’indennizzo per il lungo processo
Resterà, in ultimo, e a conclusione della causa, la possibilità di chiedere allo Stato, ove ne sussistano effettivamente i presupposti, il risarcimento per la irragionevole durata del processo, ai sensi della c.d. legge Pinto [7]. A riguardo, Le preciso che un processo si ritiene abbia avuto una durata ragionevole solo se si conclude in modo definitivo entro massimo sei anni, con 3 anni per il primo grado, 2 per l’appello e 1 per la Cassazione. Perciò, solo al termine di tutta la causa sarà possibile valutare se sussistano i presupposti per chiedere il suddetto risarcimento.
In conclusione, la legge sul divorzio breve non ha ridotto, rispetto al passato, i termini per ottenere il divorzio, ma ha solo ridotto il termine dei 3 anni dalla separazione, necessario prima della riforma, per presentare la relativa domanda.
Se i coniugi non trovano un accordo (anche in corso di causa), il processo ha i tempi di durata di una causa ordinaria (quindi alcuni anni), fatta salva la possibilità per le parti di ottenere una sentenza parziale di divorzio (quindi solo sullo “status”) mentre il processo prosegue in merito alle diverse questioni.
Quando i rinvii di udienza risultino troppo lontani nel tempo (in relazione ai bisogni della parte) sarà possibile presentare delle motivate istanze di anticipazione di udienza; ma la richiesta non potrà divenire la regola per ogni rinvio d’udienza disposto dal tribunale.
In mancanza di accordo e se il processo dovesse essere troppo lungo, sarà possibile – a causa conclusa – presentare una richiesta di indennizzo per la “irragionevole durata del processo” ai sensi della c.d. Legge Pinto.
[1] L. n. 55 del 6 maggio 2015, in vigore dal 26 maggio 2015.
[2] Art. 4 L. 898/1970.
[3] Art. 163 bis. cod. proc. civ.
[4] Art. 166 e 167, 180, 183 e 184, cod. proc. civ.
[5] Art. 341 cod. proc. civ.
[6] Trib. Milano, delibera del 20.05.15.
[7] Legge n. 89/2001 e succ. modifiche.