Source: https://www.laleggepertutti.it/145906_revoca-donazione-per-ingratitudine
Timestamp: 2018-09-22 21:47:06+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 801', 'art. 801', 'art. 801', 'art. 801', 'art. 801', 'art. 801', 'art. 93']

L’ingiuria grave proferita dal donatario verso il donante, che consente la revoca della donazione, va valutata in base al caso concreto.
Non qualsiasi tipo di offesa rivolta a un soggetto può autorizzare quest’ultimo a revocare, per ingratitudine, la donazione fatta in precedenza nei confronti del primo. Bisogna valutare, infatti, perché l’offesa è stata rivolta, l’eventuale provocazione e il clima familiare che si è venuto a creare. È quanto chiarito dal Tribunale di Benevento con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.
2 La revoca della donazione per grave ingiuria
3 L’ingratitudine del coniuge che si separa
4 Altri comportamenti astiosi
5 Uso di droghe e commissione di reati: si può revocare la donazione?
La donazione è un atto di liberalità che, in linea di massima, non è mai revocabile, salvo alcuni casi specifici, espressamente indicati dalla legge e che non possono essere estesi, in via analogica, ad altre ipotesi per quanto simili.
Una donazione può essere revocata solo per sopravvenienza di figli o per ingratitudine [2]. Per quanto riguarda la «ingratitudine», ne è responsabile [3]:
L’azione va proposta entro cinque anni dal momento in cui il donante ha acquisito la piena consapevolezza del comportamento illecito del donatario.
La revoca della donazione per grave ingiuria
Secondo la sentenza in commento, per potersi configurare l’ingiuria grave, quale presupposto per revocare una donazione per «ingratitudine», è necessario che l’offesa sia tale da ledere, in maniera rilevante, il patrimonio morale del donante e che sia espressiva di un vero e proprio sentimento di odio e avversione del donatario verso il donante. Ciò non si verifica se l’episodio ritenuto ingiurioso sia circoscritto e trovi spiegazione in un clima di acceso contrasto familiare.
La vicenda decisa dal tribunale di Benevento si riferisce a un padre che aveva donato dei propri beni alle sue figlie. Queste ultime, però, si erano successivamente rivolte a lui con toni sprezzanti per via del fatto che, a seguito della separazione con la madre, l’uomo si era completamente disinteressato di loro e dell’ex coniuge, iniziando una relazione con una nuova donna. La presenza, quindi, di un forte contrasto familiare e delle manchevolezze del genitore hanno portato il giudice a ritenere le offese come “giustificate” dalle circostanze (la disgregazione del nucleo familiare, infatti, aveva innestato un progressivo incrinarsi dei rapporti tra il padre e le figlie) e, quindi, non tanto gravi da consentire la revoca della donazione.
L’ingratitudine del coniuge che si separa
L’ingratitudine del coniuge donatario, in caso di separazione, non può consistere nel solo fatto di avere posto fine alla convivenza e di avere intrecciato una nuova relazione, ma va individuata nell’eventuale modo ingiurioso con cui tali fatti, eventualmente, sono stati compiuti. E la ingiuria grave richiesta dal codice civile quale presupposto della revocazione, è ravvisabile in un comportamento con il quale si rechi all’onore ed al decoro del donante un’offesa suscettibile di ledere gravemente il patrimonio morale della persona e che denoti una ingratitudine tale da ripugnare alla coscienza comune. È quanto chiarito un paio di anni fa dal Tribunale di Brindisi [4].
Il precedente è confermato dalla Cassazione [5]: l’ingiuria grave che legittima la revoca della donazione per ingratitudine del donatario, consiste in un qualsiasi atto o comportamento il quale leda in modo rilevante il patrimonio morale del donante, e palesi per ciò solo un sentimento di avversione da parte del donatario. Nella specie la Suprema Corte ha ritenuto che integrasse gli estremi dell’ingiuria grave la condotta della moglie che aveva intrattenuto per lungo tempo una relazione extraconiugale con modalità oggettivamente irriguardose nei confronti del coniuge, sfociata nell’abbandono della famiglia nonostante la presenza di figli.
Altri comportamenti astiosi
Secondo la Corte di Appello di Perugia [6], ai fini della revoca della donazione per ingratitudine non costituisce ingiuria grave l’attribuzione al donante degli epiteti «ladro e truffatore», il lancio di una scarpa e l’avergli impedito l’ingresso in un edificio.
Uso di droghe e commissione di reati: si può revocare la donazione?
La revoca della donazione per ingratitudine sotto il profilo della ingiuria grave richiede un’azione consapevole e volontaria del donatario direttamente volta contro il patrimonio morale del donante, risolvendosi in una manifestazione di perversa animosità verso il donante idonea a giustificare il pentimento rispetto al compiuto atto di liberalità. Per contro i comportamenti del donatario (nella specie, interruzione degli studi, uso di stupefacenti e commissione di reati) che, pur potendo comportare dolorose reazioni nell’animo del donante, non sono tuttavia volti direttamente a colpirlo, non giustificano la revoca della donazione elargita in epoca anteriore [7].
[1] Trib. Benevento, sent. n. 2043/16 del 15.09.2016.
[2] Art. 800 cod. civ.
[3] Art. 801 cod. civ.
[4] Trib. Brindisi, sent. del 26.05.2014.
[5] Cass. sent. n. 14093/2008.
[6] C. App. Perugia, sent. del 3.02.1998.
[7] Cass.sent. n. 10614/1990.
Tribunale di Benevento – Sezione civile – Sentenza 15 settembre 2016 n. 2043
Il Tribunale di Benevento, in persona del Giudice Unico, Dott. A. Genovese ha pronunciato la seguente
Nella causa iscritta al n. 6591 R.G.A.C., anno 2010, avente ad oggetto: Revoca donazione, vertente
Ma.Do., el.te dom.to presso lo studio dell’avv. Ro.Pr., che lo rapp.ta e difende giusta mandato a margine della citazione
Ma.Ma. e Ma.Va., el.te dom.te presso lo studio dell’avv. Ma.Lu., che le rapp.ta e difende giusta mandato a margine della comparsa di risposta
Ma.Do. conveniva in giudizio Ma.Ma. e Ma.Va. per sentire disporre la revoca, ai sensi dell’art. 801 c.c., della donazione di cui all’atto notarile indicato in citazione, per sentire dichiarata simulata l’intestazione della quota della società Ce. S.r.l. in capo a Ma.Ma. o per sentire dichiarare, in proposito, l’esistenza di una donazione indiretta, con conseguente inefficacia della stessa. Instauratosi il contraddittorio, le convenute eccepivano la inammissibilità del cumulo di domande avanzate da parte attrice e nel merito contestavano la domanda.
Si procedeva all’istruttoria della causa e all’esito la stessa veniva riservata in decisione
L’eccezione di inammissibilità del cumulo di domande avanzate da parte convenuta, appare priva di fondamento, apparendo evidente, dall’esame dell’atto introduttivo, che le domande sono state proposte in maniera subordinata l’una all’altra ed appaiono, comunque, strettamente collegate. Conseguentemente l’attore aveva di certo la facoltà di intentare le varie azioni facendo riferimento a più istituti giuridici.
Nel merito, e passando all’esame della prima domanda avanzata, di revoca della donazione, deve premettersi che la domanda di revocazione della donazione per ingratitudine del donatario, fondata sul presupposto di una condotta del convenuto risolventesi in un grave pregiudizio per patrimonio del donante (art. 801 c.c.), va rigettata se nel corso dell’istruttoria non si rilevi né un comportamento irriconoscente del donatario (arrecante pregiudizio
economico al donante) né uno stato di bisogno economico del donante.(Tribunale Roma, sez. VIII, 10/01/2015, n. 456).
Secondo la giurisprudenza più accreditata “In tema di donazione, va precisato che l’ingiuria grave, che l’art. 801 cod. civ. prevede quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, si distaccò concettualmente dalle previsioni penalistiche di cui agli artt. 594 e 595 cod. pen. ed assume, nell’ambito civilistico, i tratti di un comportamento suscettibile di ledere in modo rilevante il patrimonio morale del donante ed espressivo di un reale sentimento di avversione da parte del donatario, tale da ripugnare alla coscienza collettiva.(Tribunale Milano, sez. IV, 05/09/2014, n. 10805). Infatti, “l’ingiuria, per assurgere a causa di revocazione della donazione per ingratitudine, deve essere espressione di un sentimento di avversione nei confronti del donante connotato da un carattere di durevolezza, non apparendo a tal fine sufficiente l’aggressione che però si esaurisca in un singolo episodio e che possa eventualmente trovare spiegazione in un clima di acceso contrasto sorto per una specifica situazione.(Tribunale Napoli, sez. VIII, 07/07/2011). Secondo la S.C., ad esempio “non ricorre ingratitudine nel comportamento della figlia donataria, che, a fronte della sopravvenuta intollerabilità della convivenza tra i suoi genitori e nella pendenza del giudizio di separazione personale con addebito instaurato dalla madre, inviti il padre, con una lettera formale, a lasciare l’immobile di sua proprietà, acquistato con il denaro ricevuto dalla donazione paterna e materna, destinato a casa familiare. Tale comportamento si risolve in una presa d’atto, da parte della figlia, della frattura tra i suoi genitori, dipendente dalla loro disaffezione e distacco spirituale e quindi nel sopravvenire di una condizione tale da render incompatibile la prosecuzione della convivenza di entrambi i donanti nell’abitazione acquistata con il denaro ricevuto in donazione.(Cassazione civile, sez. II, 31/03/2011, n. 7487).
L’importanza del contesto in cui è inquadrata la vicenda assume un rilievo fondamentale, cerne ribadito dalla Corte, per la quale “l’ingiuria grave richiesta, ex art. 801 c.c., quale presupposto necessario per la revocabilità di una donazione per ingratitudine, pur mutuando il suo significato intrinseco dal diritto penale è, purtuttavia, da questo autonoma sotto il profilo della concreta rilevabilità, risultando, piuttosto, connessa ad una valutazione sociale ed etica del comportamento, che andrà rivolto, per l’effetto, contro la sfera morale e spirituale del donante in modo diretto ed esplicito, secondo manifestazioni e connotazioni di gravità e di potenzialità offensiva non soltanto oggettive, ma anche (e soprattutto) disvelanti un reale e perdurante sentimento di avversione, espressione di una ingratitudine verso il beneficiario tale da ripugnare alla coscienza comune. (Nella specie, la S.C., nell’enunciare il principio di diritto di cui in massima, ha confermato la decisione di merito che aveva escluso la sussistenza degli estremi dell’ingratitudine, nel comportamento del donatario che aveva schiaffeggiato per due volte la madre donante, essendo l’episodio maturato a seguito di provocazione in un contesto di rapporti familiari deteriorati per contrasti riconducibili alle scelte di vita del donatario, disapprovate dai genitori donanti). (Cassazione civile, sez. II, 05/04/2005, n. 7033). In altra decisione, la Corte ha ritenuto non costituire ingiuria grave il fatto della donataria, consistito nell’aver proposto querela contro il donante per lesioni personali sulla base di indizi, poi risultati insufficienti a sorreggere l’accusa; e nell’avere intentato contro il donatario una causa civile, nella quale era rimasta soccombente).
(Cassazione civile, sez. II, 05/11/2001, n. 13632). Alla luce della concorde giurisprudenza sopra richiamata, appare evidente che il comportamento delle convenute non integri gli estremi della ingiuria grave di cui all’art. 801 c.p.c., non trattandosi di condotte dirette a ledere il patrimonio morale del donante; relativamente alle lettere, infatti, esse hanno ad oggetto soprattutto sensazioni comunicate al proprio genitore e scaturenti dal clima di contrasto insorto a seguito della separazione; neanche può parlarsi di ingiuria nella proposizione di azioni e querele non rivelatesi calunniose. Le stesse sono connesse a diritti e facoltà che la Ma. aveva la piena facoltà di esercitare.
Peraltro, dalle risultanze processuali, ed in particolare dall’esame delle deposizioni testimoniali, non solo non sono emersi comportamenti delle convenute tali da integrare quella ingiuria grave richiesta dall’art. 801 c.p.c., ma è apparso evidente che il contesto in cui è maturato il progressivo incrinarsi dei rapporti tra l’attore e le figlie non è a queste ultime, o non solo a loro, imputabile, ravvisandosi anche in capo al Ma. una palese incapacità a gestire il rapporto con le figlie in una situazione sicuramente per le stesse dolorosa, che avrebbe richiesto una delicatezza ben maggiore di quella manifestata dal Ma.
In siffatto contesto, le parole versate dalle figlie nelle missive allegate da parte attrice, si rivelano come l’espressione della loro sofferenza per il disgregarsi della famiglia e delle sensazioni provate nel corso della vita. E’ del tutto naturale che la situazione creatasi a seguito della separazione dei genitori, e l’ingresso di un terzo soggetto (la Ri.) con un ruolo sempre più preminente nella vita del padre, abbia coinvolto emotivamente le convenute: le lettere allegate rendono evidente il profondo attaccamento delle Ma. al padre e il loro dolore nel constatarne il progressivo allontanamento, tanto più che, dai comportamenti assunti, il Ma. sembrava – in taluni momenti – avere più a cuore la nuova che la vecchia famiglia. Ne consegue l’assoluta mancanza degli elementi costitutivi dell’ingiuria per poter parlarsi di revoca della donazione.
Quanto alla domanda di simulazione, appare evidente che la stessa non è provata, in assenza di controdichiarazione scritta, trattandosi di prova inter partes. Ad abundantiam, deve aggiungersi che, peraltro, dall’esame degli atti di causa, non sono emersi elementi idonei a ritenere raggiunta la prova della tesi attorea, non risultando dimostrato che la Ma. venne fittiziamente inserita nella compagine sociale, come dopo si dirà, a proposito della donazione indiretta. Alcuna prova sussiste in merito alla pretesa esistenza di negozio fiduciario. In proposito, “deve rilevarsi che, la S.C. ha osservato “che il “pactum fiduciae” comportante il trasferimento indiretto di beni immobili attraverso l’intestazione di quote di partecipazione della società proprietaria di tali beni deve essere stipulato per iscritto e non può essere provato con testimoni) (Cassazione civile, sez. I, 26/05/2014, n. 11757).
In ogni caso, deve rilevarsi che il negozio fiduciario rientra nella categoria più generale dei negozi indiretti, caratterizzati dal fatto di realizzare un determinato effetto giuridico non in via diretta, bensì indiretta.
Secondo la S.C. “L’intestazione fiduciaria di un bene – frutto della combinazione di effetti reali in capo al fiduciario e di effetti obbligatori a vantaggio del fiduciante – comporta che il trasferimento vero e proprio in favore del fiduciario sia limitato dall’obbligo, “inter partes”,
del ritrasferimento al soggetto fiduciante, oppure al beneficiario da lui indicato, in ciò esplicandosi il contenuto del “pactum fiduciae”, laddove manca in detta figura qualsiasi intento liberale del fiduciante verso il fiduciario e la posizione di titolarità creata in capo a quest’ultimo si rivela soltanto provvisoria e strumentale al ritrasferimento a vantaggio del fiduciante (Cassazione civile, sez. II, 14/07/2015, n. 14695). Ricorrendo il c.d. pactum fiduciae, va esclusa l’ipotesi della simulazione, anche assoluta, in un atto di compravendita quale negozio principale, posto che il negozio fiduciario si realizza mediante il collegamento di due negozi, l’uno di carattere esterno, realmente voluto e con efficacia verso i terzi, e l’altro di carattere interno – pure effettivamente voluto – e obbligatorio, diretto a modificare il risultato finale del primo negozio per cui il fiduciario è tenuto a trasferire il bene al fiduciante o a un terzo.(Cassazione civile, sez. II, 29/01/2014, n. 1944).
Nondimeno, “affinché ricorra l’intestazione fiduciaria di un bene – frutto della combinazione di effetti reali in capo al fiduciario e di effetti obbligatori a vantaggio del fiduciante – occorre che il trasferimento vero e proprio in favore del fiduciario sia limitato dall’obbligo, inter partes, del ritrasferimento al fiduciante o al beneficiario da lui indicato, in ciò esplicandosi il contenuto del pactum fiduciae (nella specie, la controversia riguardava la domanda di un soggetto interdetto legale, il quale aveva chiesto l’accertamento del carattere fiduciario dell’intestazione di un’azienda in capo alla figlia, e dunque l’obbligo in capo a questa di trasferire la proprietà al padre. La Corte ha confermato al decisione dei giudici del merito, che avevano evidenziando come mancasse la prova sulla sussistenza di un patto di trasferimento, sussistendo al più solo la consapevolezza che l’azienda fosse stata acquistata con il denaro del padre tramite una donazione indiretta).Cassazione civile, sez. II, 29/02/2012, n. 3134). In conclusione, “Chi rivendica la titolarità di quote sociali e di un conto corrente bancario, deducendo la natura meramente fiduciaria della loro formale intestazione ad altro soggetto (nella specie, si trattava del coniuge che, quanto alle partecipazioni ad una S.r.l. trasferitegli da un terzo, doveva ritenersi legittimato, in virtù dell’annotazione nel libro dei soci, ad esercitare i diritti inerenti allo status di socio, mentre, quanto al conto corrente, aveva stipulato con la banca il relativo contratto), deve dimostrare l’esistenza e il contenuto del negozio interno in base al quale le parti dell’asserito “pactum fiduciae” avrebbero regolato i loro rapporti, stabilendo gli obblighi posti a carico del fiduciario nei confronti del fiduciante (Cassazione civile, sez. II, 06/05/2005, n. 9402).
Nella specie, alcuna prova sussiste della pretesa dei due negozi sopra suddetti e dall’esistenza di quel pactum fiduciae necessario per la configurazione del negozio fiduciario, non ravvisandosi, neanche dall’esame delle prove testimoniali, alcun elemento che faccia ritenere posto in essere il collegamento negoziale sopra indicato( intestazione e patto di ritrasferimento).
Passando infine alla presunta donazione indiretta, la domanda si appalesa, anche sotto tale profilo, sfornita di riscontri; l’unico elemento a supporto della tesi attorea emerge dalla deposizione della Ri. (peraltro non pienamente attendibile alla luce del contesto cui in precedenza si è fatto cenno); altri testi di parte attorea si sono limitati a dichiarazioni de relato. Elementi contrari alla tesi del Ma. emergono invece dagli atti di causa, ed in particolare dalle deposizioni di quei testi che hanno riferito di avere assistito personalmente al
versamento del denaro da parte della Ma. Il teste Ci.An. ha dichiarato di avere assistito alla circostanza in cui il Ma. chiese alla Ri. e alla figlia Ma. di costituire una società di sole donne per sfruttare gli incentivi per l’imprenditoria femminile; ha riferito altresì che, in sua presenza, Ma.Ma. consegnò a Ri.Gi. una somma di denaro che disse essere il versamento per il pagamento della quota dei 3/10 di sua spettanza( ha peraltro confermato che la Ma. non si disinteressò della società, indicando una serie di attività dalla stessa compiute).
La circostanza è stata confermata peraltro dalla deposizione del teste Su., che ha riferito “quando si dovevano versare i 3/10, mia nipote mi chiese di aiutarla e io le prestai dei soldi”.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da Ma.Do., con atto di citazione notificato il 15/16.12.2010, nei confronti di Ma.Ma. e Ma.Va., così provvede:
1) Rigetta la domanda
3) Condanna l’attore al pagamento delle spese del giudizio in favore delle convenute, che liquida in Euro 1200,00 per la fase di studio, Euro 800,00 per la fase introduttiva, Euro 2000,00 per la fase istruttoria, Euro 2000,00 per la fase decisoria, oltre Iva cpa e rimborso forfetario, con distrazione in favore dell’avv. Ma.Lu., ai sensi dell’art. 93 c.p.c.
Così deciso in Benevento l’11 settembre 2016. Depositata in Cancelleria il 15 settembre 2016.