Source: https://www.diritto.it/inadempimento-contrattuale-e-causa-impeditiva-ignota/
Timestamp: 2019-03-21 07:54:44+00:00
Document Index: 154466006

Matched Legal Cases: ['art. 1218', 'art. 1218', 'sentenza ', 'art. 1218', 'art. 1173', 'art. 1176', 'art. 1256', 'sentenza ', 'art. 1218', 'art.1218']

L’imputabilità al creditore della causa ignota artt. 40 e 41 c.p. in cui la diligenza sussiste, ma la responsabilità contrattuale è per colpa, ex art. 1218 del c.c., la non rimproverabilità viene oggi fortemente discussa in quanto non coerente con l’art. 1218 c.c.
Come la giurisprudenza affronta la problematica della causa impeditiva ignota: Cassazione, sez. III, sentenza n°17143 del 9.10.2012;. Cassazione Civ. sez. III, n°10297 del 28.5.2004; Cassaz. Civ. sez. III, n°8826 del 13.4.2007 e Cassaz. Civ., sez III n° 20904 del 12.9.2013.
Questa può derivare sia da fatto illecito o da ogni altro fatto idoneo a produrle oltre che, in via prevalente, derivare da contratto. L’art. 1218 del cod.civ. , che stabilisce la responsabilità del debitore per le obbligazioni in generale, viene collocato solo dopo vari articoli al capo III, avendo stabilito appunto quali siano le fonti delle obbligazioni con l’art. 1173 c.c. Affinché si abbia adempimento nell’accezione generale prevista dalla legislazione vigente e’ necessaria l’accortezza prevista dal 1176 c.c., ovvero la diligenza del buon padre di famiglia.
Al 2° comma l’art. 1176 del cod. civ. però, aggiunge una ulteriore accortezza da dover usare, considerando la specificità inerente l’esercizio di un’ attività professionale, cioè che tale diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata.
Difatti, l’articolo in questione, al fine di stabilire la responsabilità afferma che e’ tenuto al risarcimento del danno il debitore che non prova l’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
L’inadempimento non imputabile consente la liberazione del debitore ai sensi dell’ art. 1256 c.c. L’inadempimento e’ imputabile al debitore non solo quando e’ conseguenza di una sua scelta volontaria ma anche quando discende da una sua incapacità finanziaria o tecnica, ovvero da negligenza o da mora nella preparazione dell’adempimento per colposa inettitudine iniziale del debitore e nella esecuzione della prestazione.
Si ha rilevanza della causa ignota quando si rende impossibile la prestazione e non e’ individuabile dal debitore ovvero l’ipotesi in cui il debitore dimostra di aver tenuto un comportamento conforme al modello di diligenza, dimostrando di fatto di averla posta in essere per quel determinato rapporto obbligatorio che lo richiedeva. Tuttavia, non riesce ad individuare quella che e’ la causa specifica che determinato l’impossibilità della prestazione e quando la mancata esecuzione il debitore dimostra, da parte sua, tutto quello che sapeva e poteva fare; e’ stato diligente, ma la causa rimane ignota. La responsabilità contabile rimane, comunque, responsabilità per colpa per il 1218 c.c. Se la diligenza dimostra la non imputabilità ed il fatto che la causa ignota grava sul creditore.
Questi non riceve la prestazione esatta e non sa perché ciò sia accaduto e dall’altra parte un debitore che sa di essersi comportato conformemente agli standard di diligenza e ciò lo salva da responsabilità. L’equazione responsabilità contrattuale uguale responsabilità per colpa solleva il debitore che non ha l’onere di indagare sulla causa determinativa dell’impedimento, e’ oggi fortemente discussa perché non coerente con la formazione letterale del 1218 c.c.
Il 1218 del cod. civ. afferma che il debitore e’ responsabilità dell’inadempimento a meno che l’inadempimento deriva da impossibilita’ della prestazione a lui non imputabile.
E’ onere del debitore questa dimostrazione. Ciò significa che l’onere probatorio del debitore dovrebbe essere scomposto in due momenti: da un lato individuare specificatamente quel fattore che ha determinato l’impossibilità della prestazione e quindi e’ da definire bene cosa si intenda per impossibilità della prestazione, così ad esempio per impossibilita’ oggettiva e assoluta, oppure per impossibilità relativa, o da verificare sotto la luce del criterio della buona fede.
La Corte di Cassazione, sez. III, sentenza n°17143 del 9.10.2012, intervenuta in materia di responsabilità medica c.d. “strutturata”e specialistica, ritiene che la responsabilità professionale vada esaminata con maggior rigore, dovendosi aver riguardo alla peculiare specializzazione richiesta e alla necessità di adeguare la condotta alla natura ed al livello di pericolosità della prestazione.
Il danneggiato è tenuto a provare il contratto e allegare la difformità della prestazione ricevuta ed al danneggiato incombe l’onere di provare che l’inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile, ovvero la prova del fatto impeditivo. Nel caso in cui tale prova non si riesca a dare, ex art. 1218 e 2697 c.c. , il debitore rimane soccombente per causa impeditiva ignota.
Nelle cause di responsabilità medica, è evidente che rimane a carico del medico la prova che la prestazione sia stata eseguita con la dovuta diligenza e che l’esito peggiorativo sia stato determinato da un evento imprevedibile, così come affermato dalla Cassaz. Civ. sez. III, n°10297 del 28.5.2004.
La questione che si pone all’interprete è quello di definire l’esatto contenuto di tale ultima prova: si dovrà stabilire se il debitore possa limitarsi a provare la diligenza spiegata nella esecuzione della prestazione o se, al contrario, lo stesso sia tenuto a fornire la ben più difficile prova dello specifico fattore causale che ha prodotto l’esito infausto.
La dottrina risalente ha sempre fatto riferimento alla distinzione mezzi-risultato, sul presupposto che conservi una sua utilità ai fini descrittivi, pur avendo perso ogni rilievo sul piano probatorio.
Nelle obbligazioni di comportamento, come quella del medico, il debitore ha il dovere di agire diligentemente in vista di uno scopo che resta fuori dall’oggetto dell’obbligazione, pur coincidente con l’interesse finale del creditore. Si esige che il medico abbia rispettato i canoni di diligenza, prudenza e perizia, nonché, secondo il Tribunale di Milano, 22.4.2008, “i protocolli e le linee-guida più accreditate nel proprio settore di competenza”. Il creditore, fornita tale dimostrazione, non potrebbe invocare l’art.1218 c.c., pretendendo la prova della specifica causa impeditiva. Infatti tale norma presuppone un inadempimento, che non sussiste quando risulti provata la condotta diligente.
Una corrente dottrinale ( Cappai e Izzo) ha giustamente rilevato come la varietà che connota le prestazioni sanitarie impedisca di dare una soluzione univoca alla questione. All’interno di tale vasta area di riferimento, è possibile distinguere prestazioni caratterizzate da diversi gradi di aleatorietà. Si è così ritenuto di individuare il discrimen della diversa modulazione della prova liberatoria proprio nell’incertezza del risultato.
Si è osservato come nelle prestazioni dall’esito più incerto, il debitore, a fronte della prova del danno che può consistere in un peggioramento o mancato miglioramento delle condizioni di salute, abbia una duplice alternativa di difesa. Lo stesso potrebbe liberarsi mediante la prova dell’agire diligente oppure tramite quella causa non imputabile.
Nelle prestazioni con elevate probabilità di successo e margini di rischio prossimi allo zero, al contrario, il medico non potrà liberarsi che dimostrando il fatto imprevedibile e inevitabile che ha ostacolato la realizzazione del risultato convenuto.
Il maggior rigore verso quest’ultimo ordine di ipotesi si spiega con la natura altamente vincolata delle prestazioni di routine, che, è risaputo, consentono di inferire la negligenza dal risultato fallimentare dell’atto terapeutico, “con un grado di probabilità prossima alla certezza” (Cappai). Tale presunzione, non potrebbe, di fatto, essere superata che con l’individuazione del fattore causale eccezionale.
Nelle prestazioni ad esito più incerto, diversamente, in cui entrano in gioco molteplici fattori estranei alla sfera di controllo del debitore, la prova del danno induce a ritenere la sua derivazione causale da un errore medico, con un grado di probabilità molto più contenuto. In una simile situazione risulta più semplice per il professionista convincere il giudice della certezza del proprio operato e,quindi dell’esatto adempimento, non rendendosi a tal fine necessaria l’individuazione della causa impeditiva.
La dottrina (Izzo) ha messo in luce come il consolidamento dei ragionamenti presuntivi, applicati nelle ipotesi di interventi routinari, è reso possibile dal progresso della medicina, che consente di diminuire drasticamente il rischio iatrogeno e la percentuale di insuccesso.
Si rinviene traccia dell’ipotesi ricostruttiva appena delineata nella casistica giurisprudenziale. In molte decisioni, in effetti, in cui la prova del fatto impeditivo risulta posta a carico del medico, vengono in considerazione ipotesi in cui risulta provata la condotta inadempiente, come nelle sentenze n°8826, Cassaz. Civ. sez. III, 13.4.2007 e Cassaz. Civ., sez III n° 20904 del 12.9.2013.
E’ evidente che una volta accertato l’inadempimento, anche per presunzioni, come nel caso di routine, il debitore non possa andare esente da responsabilità se non provando il fatto eziologico, estraneo alla sua capacità di controllo.
Non sembra, invece, sostenibile una tesi che addossasse sistematicamente al convenuto la prova dell’evento non imputabile, a fronte della mera allegazione di parte attorea del danno derivato dall’intervento. Quando i fattori di rischio sono molteplici, infatti, imporre un simile onere al medico avrebbe l’effetto pratico di imputargli una automatica responsabilità, stante l’impossibilità, spesso, di individuare la specifica causa impeditiva.
Appare dunque equo ed idoneo all’equilibrio del sistema Giustizia il non applicare una simile regola ad ambiti di rischio totalmente differenti.