Source: http://astratto.info/regione-marche.html
Timestamp: 2018-10-18 18:52:43+00:00
Document Index: 78375807

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 29', 'art. 12', 'art. 3', 'art 2', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 20', 'art.25', 'art.21']

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Minori privi del loro ambiente familiare
dell’ infanzia e dell’ adolescenza
Contributo per l’approfondimento del
“Diritto alla Famiglia”
Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Marche
1) Riflessione introduttiva
2) Interesse di ogni minore e responsabilità sociali e genitoriali
3)Convenzione O.N.U. sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e “Diritto alla famiglia”, con riferimento alla chiusura degli Istituti entro il 2006.
4) Comitato sui diritti del fanciullo: “Raccomandazioni allo Stato italiano, in riferimento al diritto di ogni minore a vivere in una famiglia”.
5) Concorso: “Diritto alla famiglia”
In una società attraversata da profonde trasformazioni che riguardano i valori, i riferimenti, le scelte, la garanzia per qualsiasi minore, il “diritto ad una famiglia”, se da un lato appare un principio scontato e condivisibile, dall’altro presenta criticità e problematiche conseguenti a stili di vita, modi di fare, di agire e pensare di questa umanità. Una umanità in cui sembra gradualmente svanire il senso della pace, dell’amore, del rispetto e della solidarietà, che appare invece assorbita da violenze, divisioni ed orrori in cui – il più delle volte – le vittime innocenti sono bambini e bambine che rimangono soli, inermi spettatori di assurde scelte dei più grandi che regalano loro dolori segnando così il percorso di crescita che appare in tal modo più un percorso ad ostacoli, che un cammino naturale proprio di ogni persona che diventa uomo.
E’ questo il significato che desideriamo dare allo slogan “diritto alla famiglia” come uno dei diritti fondamentali per ogni minore circa il quale l’impegno delle istituzioni deve essere rafforzato ed organizzato. Il “diritto alla famiglia” è un tema in perfetta continuità con il “diritto di essere minore” e “il diritto all’ascolto”, che sono stati il filo conduttore dei primi due anni dell’impegno e dell’azione dell’Ufficio del Garante Regionale per l’infanzia e l’adolescenza, ma è anche un diritto che introduce a riflessioni sui grandi temi dell’adozione, dell’affido, della mediazione familiare, scelte spesso conseguenti ad abbandoni, separazioni e divorzi, come anche sulle Comunità di accoglienza e sulla vigilanza dell’applicazione di normative che prevedono la chiusura degli istituti che ospitano minori entro il 2006.
Cosa sottintende il “Diritto alla famiglia”?
Certamente il diritto, proprio di ogni minore, di crescere in un ambiente di affetti, di attenzioni, di stimoli educativi, di esempi su cui impostare il percorso di crescita individuale. La famiglia naturale è la prima sede, se così possiamo definirla, di garanzia di tale diritto ma che non sempre da sola è in grado di assicurarlo senza l’aiuto di una rete di protezione sociale. Che dire però del diritto alla famiglia riferito a minori abbandonati, a minori orfani, a minori adottati o affidati? Come si può conciliare il diritto alla famiglia a chi sa di avere già una famiglia e se ne vede imposta – sebbene per necessità – un’altra?
E’ dunque questo un tema molto problematico, che investe vari livelli, sociali, politici, giudiziali, chiamati a svolgere un’azione che deve essere sinergica e su cui è necessario fare maggiori sforzi per definire gli iter procedurali rapidi, chiari e definiti.
Nell’ambito delle competenze date, l’Ufficio Regionale del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, è impegnato su questo tema che è uno dei principali problemi che si presentano come casistica affrontata quotidianamente.
Tutelare tale diritto è una doverosa “impresa sociale”, in quanto è esso stesso garanzia di rispetto di quei fondamentali diritti che devono accompagnare ogni bambino-ragazzo.
INTERESSE DEL MINORE E RESPONSABILITA’ SOCIALI E GENITORIALI
La Convenzione sui diritti del Fanciullo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre del 1989, e ratificata dall’Italia con Legge 27 maggio 1991, n. 176, si pone come uno strumento di promozione e protezione dei diritti dell’infanzia e modifica l’idea del bambino, che non si configura più come mero oggetto di tutela e protezione, ma come vero e proprio soggetto di diritti, come persona, che ha un proprio valore e una propria dignità e impegna gli Stati che l’hanno ratificata (tutti, ad esclusione di Stati Uniti d’America e Somalia) non solo a garantire ai soggetti in età evolutiva la protezione e l’aiuto per la soddisfazione delle loro esigenze e necessità, ma anche a tener presente, nei provvedimenti presi nei loro confronti, il progressivo sviluppo della loro capacità di autonomia, di autodeterminazione e quindi anche di esercizio attivo dei diritti consacrati in essa.
Con la ratifica della Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo, inizia, nel nostro Paese, una lunga stagione di elaborazioni culturali, programmatiche e soprattutto legislative; le sue norme sono entrate a far parte dell’ordinamento giuridico italiano, facendo sì che anche un principio programmatico come quello dell’art. 3 diventasse un criterio interpretativo delle singole norme.
Il concetto di “the best interest of the child”, reso nella traduzione italiana con la locuzione “superiore interesse del fanciullo”, va quindi inteso non tanto con una valenza comparatistica, con il rischio di incorrere in difficoltà interpretative ed applicative, considerato che, in quanto principio cardine dell’ordinamento giuridico, è esso stesso il fondamentale criterio interpretativo delle singole norme per superare eventuali loro ambiguità.
Tale principio, così inteso, va a sottolineare la “centralità” di ogni singolo minore, considerato nella sua “diversità”.
E’ possibile garantire il “migliore/superiore interesse” solo se questo non viene esaminato in astratto, ma sostanziato nel caso concreto, con riferimento alla situazione specifica e alle dinamiche relazionali in cui quel singolo soggetto in formazione si trova.
Il riferimento al principio del superiore interesse del fanciullo si riscontra anche in numerosi altri articoli della Convenzione, che considerano le situazioni di separazione dalla famiglia d’origine, l’adozione, la privazione della libertà personale, l’educazione.
In particolare, si ritiene importante, per chiarezza interpretativa, combinare l’art. 3 e l’art. 29 della Convenzione ONU, con le norme della Costituzione italiana, per delineare il percorso attuativo dell’interesse del minore al quale deve essere garantito “lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità”, in modo da prepararlo ad assumere “le responsabilità della vita in una società libera”, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
La stessa tutela giurisdizionale del minore non è soltanto tutela dei diritti soggettivi di cui egli è titolare alla stessa stregua di ogni persona fisica, ma è anche “tutela del suo interesse esistenziale” alla formazione della personalità, un interesse qualificato come “superiore”.
Solo in tal modo è possibile configurare una tutela globale del minore, che comprende sia la tutela giurisdizionale dei diritti soggettivi di cui è titolare, sia l’attuazione dell’interesse del minore allo sviluppo della sua personalità.
Un minore che non sia referente dipendente, passivo e a volte invisibile, ma interlocutore attivo, da coinvolgere attraverso il dialogo, la partecipazione, l’informazione e l’ascolto.
Le sollecitazioni proposte dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia sono state rielaborate, riprese e puntualizzate da altri strumenti internazionali: un punto di riferimento in tal senso è costituito dalla Convenzione di Strasburgo del 1996, ratificata dall’ordinamento italiano con l. 77/2003, relativa all’esercizio dei diritti del fanciullo, fondata sul riconoscimento del minore come autonoma parte processuale. Tale Convenzione riconosce al minore non solo la titolarità dei diritti sanciti,, ma anche l’esercizio di essi, “in particolare nei procedimenti familiari che li riguardano”.
Il riconoscimento del diritto del minore ad essere adeguatamente informato così da permettergli di farsi un’opinione e di esprimerla, certo di essere ascoltato, assume una rilevante valenza pedagogica, permettendo al soggetto di “partecipare alla sua tutela”.
Sembra essenziale che, nell’esame dell’interesse preminente del fanciullo, sia presa in considerazione la sua reale opinione, come sottolineato sia dall’art. 12 della Convenzione dell’ONU sia dall’art. 3 della Convenzione di Strasburgo.
Va certamente richiamato che una cosa è il riconoscimento di tali diritti, tutt’altro è la loro attuazione, che è necessariamente demandata a figure adulte di riferimento, intese sia come legami affettivi, sia come organi statali a cui è delegata la responsabilità di garantire e di predisporre strumenti congrui.
Il sottolineare l’esserci del minore come soggetto di diritti evidenzia necessariamente il dovere di tutti gli adulti di garantire il diritto di “essere minore”, nell’intento di condividere azioni di tutela.
Si ha infatti la convinzione che la responsabilità nella tutela e nella promozione dei diritti passi attraverso un recupero ed una qualificazione del ruolo che ciascuno, nella comunità sociale, può responsabilmente esercitare.
I mutamenti dei contesti di vita del minore, in cui si sviluppano le relazioni e le esperienze e le trasformazioni della rete degli attori sociali, che hanno funzioni educative e di tutela, appaiono, nella nostra società, profondi, rapidi e significativi.
La promozione e la tutela del minore rappresenta una vera e propria “impresa sociale”, che si esprime attraverso adeguate politiche e nuove alleanze, che prevede integrazione e collaborazione interistituzionale tra operatori pubblici e privati, tra culture diverse, quella psicologica, quella giuridica e quella assistenziale, portatrici spesso di obiettivi e valori diversi, ma accomunate da un concetto sostanziale: tutelare un diritto umano significa garantire il soddisfacimento di un bisogno fondamentale.
E’ pertanto inevitabile riflettere sull’importanza di una tutela e promozione dell’infanzia e dell’adolescenza che non sia esclusiva né frammentata, ma condivisa e sinergica.
Ogni adulto, in quanto tale, ha, di fronte a ciascun minore, la precisa responsabilità di garantire un sostegno adeguato all’esercizio dei diritti che sono a lui riconosciuti, nel rispetto del migliore/superiore interesse del fanciullo.
Questo obbligo non è solo di “qualcuno”: la società, lo Stato, le sue istituzioni, i servizi, i genitori o gli esercenti la potestà genitoriale devono condividere una responsabilità comune e non contrapposta nei confronti dei minori: tali soggetti hanno tutti la responsabilità di assicurare la tutela dei diritti riconosciuti ai minori ed un loro effettivo godimento.
Per evitare un approccio “adultocentrico”, che ha caratterizzato il sistema dei diritti dell’infanzia in passato, è opportuno insistere non tanto sul concetto di autorità, che ingenera l’idea di un referente dipendente, passivo e a volte invisibile, quanto piuttosto sull’idea di responsabilità dell’adulto nei confronti del minore, che presuppone l’esistenza di un interlocutore attivo, da coinvolgere attraverso il dialogo, la partecipazione, l’informazione e l’ascolto.
Nell’ambito di ogni iniziativa che riguardi i bambini, promosso da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, o da organi di carattere legislativo, amministrativo o giudiziario, si deve dunque tenere nella dovuta considerazione innanzitutto il migliore/superiore interesse del fanciullo, le cui prerogative devono essere considerate in ogni circostanza.
Il sistema attuale accorda in primo luogo alla famiglia la responsabilità di allevare il fanciullo e di assicurare un adeguato sviluppo delle sue capacità: è necessario in tal senso sensibilizzare i genitori alle loro responsabilità; i principi giuridici relativi ai diritti dei genitori devono tradursi in responsabilità parentale: la responsabilità di agire secondo l’interesse preminente dei loro figli.
In tal senso occorre accogliere favorevolmente la sollecitazione che ci perviene dal Reg. CE 2201/2003, che parla di “responsabilità genitoriale” e non più di potestà parentale: il concetto di responsabilità genitoriale, che viene definito dal regolamento stesso come il complesso di “diritti e doveri di cui è investita una persona fisica o giuridica in virtù di una decisione giudiziaria, della legge o di un accordo in vigore riguardanti la persona o i beni di un minore”(art 2.7), evoca e sottolinea il contesto inter-relazionale nel quale essa deve essere esercitata, mettendo ulteriormente l’accento sui bisogni di un soggetto in crescita.
Lo Stato deve porsi a sostegno del compito primario della famiglia nei confronti dei bambini, assumendo un ruolo suppletivo ed integrativo, che è quello di supportare i genitori nell’esercizio delle loro responsabilità e, ove ciò si renda necessario nel preminente interesse dei minori coinvolti, attraverso un’interposizione, tramite le istituzioni, gli organi e gli istituti previsti dal sistema normativo, qualora la famiglia risulti inidonea a garantire l’educazione e lo sviluppo armonioso della prole.
In una tale prospettiva, il migliore/superiore interesse del fanciullo deve porsi come criterio guida, come parametro di valutazione, da tenere in massima considerazione in ogni azione relativa ai minori, posta in essere a qualsiasi livello.
Ciò può essere realizzato proprio grazie alla spesso lamentata “evanescenza”, propria della nozione di “superiore interesse del fanciullo”, la cui forza sta proprio nella sua flessibilità, “legata a quel carattere di relatività e di conformabilità in funzione delle esigenze di volta in volta concretamente da soddisfare, che pure la rende refrattaria ad ogni tentativo di astratta definizione.[…] Rappresentando il “favor minoris” un valore fondamentale per la nostra società, è necessario renderlo operante regola d’azione. E se l’“interesse del minore” è stato maliziosamente paragonato ad una “formula magica”, il più straordinario prodigio che con essa potrebbe compiersi è forse quello di assicurare ad ogni minore la normalità di una vita serena e protesa verso quel futuro che gli appartiene…”.(E.Quadri).
CONVENZIONE O.N.U. SUI DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA E “DIRITTO ALLA FAMIGLIA”, CON RIFERIMENTO ALLA CHIUSURA DEGLI ISTITUTI ENTRO IL 2006
Con l’adozione della Convenzione ONU del 1989, sui diritti dell’Infanzia, i diritti del minore entrano a pieno titolo nel mondo giuridico internazionale, poiché tale testo accorda piena tutela giuridica alla condizione dell’infanzia.
Già nel Preambolo, la Convenzione riconosce il ruolo fondamentale della famiglia, affermando che la famiglia costituisce “l’unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività”, e riconoscendo che “il fanciullo ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione.”
La Convenzione sottolinea in più di un’occasione il dovere per gli Stati di tutelare il nucleo familiare e sancisce, all’art. 9, che ogni soggetto minore di età non può essere separato dai genitori contro la sua volontà, salvo che le autorità competenti non decidano che la separazione sia necessaria nel suo interesse, quindi solo nel caso in cui sussistano situazioni di negligenza o di abuso da parte dei genitori, nelle quali l’allontanamento appare l’unica misura di protezione possibile.
L’ambiente familiare è infatti un irrinunciabile luogo di “sviluppo armonioso e completo della personalità” di ogni suo membro.
Il ruolo dei genitori consiste in un diritto –dovere, come specificato dall’art. 5, di accompagnare i propri figli nella crescita, assecondando le loro aspirazioni e prestando attenzione al loro sviluppo.
Quando la famiglia non c’è più, lo Stato deve garantire al bambino il suo diritto a crescere in una cerchia di affetti, accordandogli “una speciale protezione ed assistenza, che tengano conto dell’opportunità per il bambino di una continuità di metodi educativi, nonché della sua origine etnica, religiosa, culturale e linguistica”.
L’art. 20 sancisce infatti che tutti gli Stati sono tenuti ad assicurare una forma di cura e di assistenza alternativa, conforme alla legislazione interna, ad ogni bambino “temporaneamente o definitivamente privato del suo ambiente familiare oppure che non può essere lasciato in tale ambiente nel suo proprio interesse”.
Il concetto di responsabilità genitoriale, cui alludono i più recenti strumenti giuridici europei per indicare il complesso di diritti e doveri inerenti alla potestà sui figli minori, evoca e sottolinea il contesto inter-relazionale nel quale essa deve essere esercitata, mettendo ulteriormente l’accento sui bisogni di un soggetto in crescita.
Tale consapevolezza è ampiamente riconosciuta dall’ordinamento giuridico italiano: la legge 149/2001 che modifica la precedente l. 184/1983, relativa alla disciplina dell’adozione, è stata significativamente intitolata “diritto del minore ad una famiglia”, proprio a voler sottolineare il ruolo fondamentale ed imprescindibile che l’ambiente familiare gioca nello sviluppo armonioso del soggetto in età evolutiva.
Tale impostazione è stata fatta propria dalla modifica del 2001, considerata nel suo complesso: la legge 149 prevede che, innanzitutto, siano predisposte forme di aiuto per tutelare la permanenza positiva del minore nel nucleo familiare di origine, valorizzando una genitorialità presente a volte, benché bisognosa di adeguato sostegno.
E’ proprio dalla famiglia e con la collaborazione della famiglia che lo Stato e gli Enti locali possono partire per la realizzazione di una nuova politica per l’infanzia, che deve puntare sulla valorizzazione della famiglia, naturale, affidataria, adottiva, come preziosa risorsa per la tutela dei diritti delle bambine o dei bambini e come alternativa opportuna al ricovero in istituto, qualora la permanenza nella famiglia d’origine non sia più possibile, nell’interesse del bambino stesso, attraverso l’incremento di una cultura dell’accoglienza, che deve permeare ogni azione pubblica e privata a garanzia dei fanciulli.
Questi principi devono informare anche l’attivazione di strumenti adeguati a livello legislativo e di intervento finanziario per rendere possibile la chiusura degli istituti per minori entro il 2006, come richiesto dalla stessa l. 149/2001, così da individuare programmi e interventi alternativi all’istituzionalizzazione, che siano idonei a sviluppare esperienze innovative di accoglienza familiare e risposte integrative o sostitutive alla famiglia temporaneamente o definitivamente assente.
L’ambiente familiare deve poter costituire, per ogni minore, un punto di riferimento costante e rassicurante; i rapporti familiari si stabiliscono gradatamente, con dedizione e applicazione, con impegno fermo e con la presenza costante ed incoraggiante di un adulto nella vita di un bambino, che lo accompagni, passo dopo passo, a diventare un uomo.
2. Gli Stati parti vigilano affinché questi diritti siano attuati in conformità con la loro legislazione nazionale e con gli obblighi che sono imposti loro dagli strumenti internazionali applicabili in materia, in particolare nei casi in cui, se ciò non fosse fatto, il fanciullo verrebbe a trovarsi apolide.
3. Gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo.
1. Gli Stati parti faranno del loro meglio per garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo. La responsabilità di allevare il fanciullo e di provvedere al suo sviluppo incombe innanzitutto ai genitori oppure, se del caso, ai suoi tutori legali i quali devono essere guidati principalmente dall’interesse preminente del fanciullo.
3. Gli Stati parti adottano ogni appropriato provvedimento per garantire ai fanciulli i cui genitori lavorano il diritto di beneficiare dei servizi e degli istituti di assistenza all’infanzia, per i quali essi abbiano i requisiti necessari.
3. Tale protezione sostitutiva può in particolare concretizzarsi per mezzo dell'affidamento familiare, della kafalah di diritto islamico, dell’adozione o, in caso di necessità, del collocamento in adeguati istituti per l’infanzia. Nell’effettuare una selezione tra queste soluzioni si terrà debitamente conto della necessità di una certa continuità nell’educazione del fanciullo, nonché della sua origine etnica, religiosa, culturale e linguistica.
Gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l’adozione si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia e:
b) riconoscono che l’adozione all’estero può essere presa in considerazione come un altro mezzo per garantire le cure necessarie al fanciullo, qualora quest’ultimo non possa essere affidato a una famiglia affidataria o adottiva oppure essere allevato in maniera adeguata nel paese d'origine;
e) perseguono le finalità del presente articolo stipulando accordi o intese bilaterali o multilaterali a seconda dei casi, e si sforzano in questo contesto di vigilare affinché le sistemazioni di fanciulli all’estero siano effettuate dalle autorità o dagli organi competenti.
CRC/C/15/Add.198, 18 marzo 2003
Ambiente familiare e protezione di collocamento
33. Il Comitato nota con preoccupazione che la legge 184/1983 (come modificata dalla legge 149/2001) relativa all’adozione e all’affidamento presso una famiglia d’accoglienza, non è stata ampiamente applicata nell’insieme dello Stato e che sono più numerosi i minori collocati presso istituti che non i minori collocati presso famiglie accoglienti. Il Comitato esprime ugualmente la sua preoccupazione di fronte alò gran numero di bambini collocati in istituto, a scopi di protezione sociale, talvolta in coabitazione con delinquenti minorenni. Inoltre il Comitato costata con inquietudine che uno studio condotto nel 1998 dal Centro nazionale di documentazione ed analisi dell’Infanzia e l’Adolescenza mostra che la permanenza in istituto può protrarsi a lungo, che il contatto con la famiglia non sempre è garantito e che il 19,5% di tali istituti non è autorizzata come covrebbe.
34. Tenuto conto dell’articolo 20 della Convenzione, il Comitato raccomanda allo Stato parte:
di prendere tutte le misure che si rendono necessarie per assicurare l’applicazione della l. 184/83;
a titolo di misura preventiva, di migliorare la qualità dell’aiuto sociale e del sostegno alle famiglie per aiutarle a far fronte alle loro responsabilità educative, in particolare attraverso la predisposizione di programmi educativi e orientativi dei genitori su scala collettiva;
di impegnarsi energicamente per porre in essere modalità di presa in carico diverse dal collocamento in istituto, quali il collocamento presso una famiglia d’accoglienza, o una comunità di tipo familiare e altre misure di protezione di collocamento basate sulla famiglia, prevedendo l’istituzionalizzazione come estrema misura;
di assicurare l’ispezione regolare delle istituzioni da parte di organismi indipendenti;
di predisporre meccanismi abilitati a ricevere ed istruire i reclami provenienti dai fanciulli dimoranti, di controllare la qualità delle cure prestate e, in applicazione dell’art.25 della Convenzione, di porre in essere un sistema di riesame periodico della decisione di collocamento.
35. Il Comitato nota con soddisfazione che lo Stato parte ha ratificato la Convenzione de L’Aja del 1993 sulla protezione dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale , ma resta preoccupato per il fatto che le procedure e i costi dell’adozione internazionale variano a seconda degli organismi accreditati.
36. Tenuto conto dell’art.21 della Convenzione, il Comitato raccomanda allo Stato parte di prendere le misure necessarie:
per armonizzare su tutto il territorio dello Stato parte le procedure e i costi relativi all’adozione internazionale e i diversi organismi accreditati;
per concludere accordi bilaterali con i Paesi (di origine) che non hanno ratificato la Convenzione de L’Aja sopra menzionata.
60100 Ancona- Via Giannelli 36- tel. 071/5010703 fax- 071/5010701
e-mail garanteminori@regione.marche.it
CONCORSO PER IL MIGLIOR PRODOTTO GRAFICO E/O DI TESTO E/O AUDIO-VIDEO SUL TEMA “DIRITTO ALLA FAMIGLIA” NELL’AMBITO DELLA GIORNATA PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA 2005.
OGGETTO : E’ indetto un concorso regionale riguardante il tema “Il diritto alla famiglia”.
Tre sono le sezioni di concorso:
Grafica (es. disegno, logo ecc.)
Testuale (es. testi, frasi ecc.)
Audio/Video (es. spot)
PARTECIPANTI : Il concorso è aperto a tutti gli alunni, in forma individuale o collettiva (classe), delle scuole pubbliche e private Elementari e Medie inferiori e superiori delle Marche.
Ogni scuola potrà concorrere con un massimo di 3 lavori complessivamente.
MODALITA’ DI I lavori dovranno essere spediti, a cura della scuola, all’Ufficio del Garante
PRESENTAZIONE per l’Infanzia e l’Adolescenza- Via Giannelli 36- Ancona con plico
DEI LAVORI raccomandata AR entro e non oltre il 31 Marzo 2005.
Il lavoro può essere presentato in forma libera purché esaminabile facilmente.
- cognome e nome- indirizzo dell’autore o riferimento della classe
- numero telefonico della scuola.
RESTITUZIONE Gli elaborati non saranno restituiti.
ELABORATI: Gli autori acconsentiranno, previa liberatoria dei genitori, assicurata a cura della scuola, alla divulgazione delle opere e dei propri dati personali ai sensi della legge 675/96 ai fini della
Realizzazione degli obiettivi del concorso
IMPORTANTE: I lavori sprovvisti di tale dichiarazione non saranno presi in esame.
DEL CONCORSO : Il concorso sarà pubblicizzato attraverso inserzione nel sito:
garanteminori@regione.marche.it
ORGANIZZATIVA : La segreteria organizzativa è costituita presso l’ Ufficio del Garante
Tel. 0715010703 Fax 0715010701
GIURIA : Tutti i lavori saranno sottoposti ad una selezione.
La giuria sarà composta da tre esperti della comunicazione e dal Garante per l’Infanzia.
La Commissione esaminatrice, a suo insindacabile giudizio, individuerà il miglior elaborato da premiare per ogni sezione.
PREMIO : All’autore/i del miglior lavoro di ogni sezione la giuria assegnerà un premio
del valore di 200 Euro a titolo di borsa di studio.
Ai successivi 2 autori dei lavori qualificati per ogni sezione la giuria
assegnerà un premio di 100 euro ciascuno a titolo di borsa di studio.
Alle scuole di appartenenza degli autori premiati la giuria assegnerà un
premio di 200 Euro ciascuna.
PREMIAZIONE E L’elenco dei vincitori sarà pubblicato sui principali quotidiani regionali, gli
PUBBLICAZIONE: autori e le relative scuole saranno informate mediante apposita
lavori saranno pubblicati sul sito web ed eventuale pubblicazione realizzata a cura del Garante per l’Infanzia e l’adolescenza