Source: http://studiolegalebolognesi.it/stipendi_lavoratori_esternalizzati
Timestamp: 2019-10-23 13:47:55+00:00
Document Index: 29698119

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Diritto alla retribuzione per i lavoratori esternalizzati e non ripristinati tempestivamente dopo l’ordine giudiziale | Studio Legale Bolognesi - Avvocati Giuslavoristi - Cessione ramo d'azienda, Contratto di lavoro a termine, Trasferimento, esuberi, Demansionamento, Lavoratore in mobilità, Licenziamento dipendente, Studio legale diritto del lavoro, pubblico impiego, esecuzioni mobiliari, esecuzioni immobiliari, risoluzione consensuale, negoziazione in uscita, corti europee, legge pinto, licenziamento disciplinare, jobs act, lavoro, dirigenti, incentivo all'esodo, naspi,
Diritto alla retribuzione per i lavoratori esternalizzati e non ripristinati tempestivamente dopo l’ordine giudiziale
La Suprema Corte di Cassazione, in data 3 luglio 2019, su ricorsi patrocinati dall'Avv. Riccardo Bolognesi, ha esteso anche al caso di illegittima cessione d'azienda o suo ramo, con illegittima esternalizzazione dei lavoratori, i principi di diritto scaturiti dalle decisioni delle Sezioni Unite (sentenza n. 2990/2018) della Corte costituzionale (sentenza n.29/2019).
Nelle sentenze che si allegano (Cass., sezione lavoro, n. 17785 e 17786 del 3 luglio 2019), la Corte di cassazione ha dunque affermato che, dopo la sentenza che abbia pronunciato l'illegittimità della cessione dell'azienda o suo ramo per difetto dei requisiti di cui all'art. 2112 c.c., e costituito in mora l'illegittimo cessionario mediante offerta formale delle prestazioni lavorative, sono dovute da quest'ultimo tutte le retribuzioni, essendo irrilevanti (o meglio: indetraibili) gli stipendi o altri emolumenti percepiti dai lavoratori dalla illegittima cessionionaria o da soggetti terzi.
La Suprema Corte, dunque, conferma quanto era già stato espresso negli uffici di merito - in particolare dalle Corti d'appello di Roma e di Napoli) -, che già avevano giudicato «inevitabile» una tale soluzione, l'unica che permetta di evitare «svuotamenti di tutela per la mancanza di ogni deterrente idoneo ad indurre il datore di lavoro a riprendere il prestatore a lavorare ovvero affievolimenti della forza cogente della pronuncia giudiziale che risulterebbe in concreto priva di efficacia per il protrarsi dell'inosservanza senza reali conseguenze».
Qualora il datore di lavoro non adempia l'ordine di ripristino pronunciato dal Giudice del lavoro, dunque, il lavoratore, previa messa in mora, avrà diritto a ottenere da questi la piena retribuzione anche in assenza di prestazione lavorativa, come pure nel caso in cui egli presti la propria attività presso altro soggetto, incluso il cessionario ormai dichiarato illegittimo, non potendosi detrarre tali emolumenti da quanto dovuto dal datore di lavoro accertato dal Giudice.
Entrambe le Sentenze, inoltre, danno continuità ad altri principi già precedentemente affermati, e che ormai possono definitivamente essere considerati consolidati e, in particolare, alla natura retributiva e non risarcitoria delle prestazioni dovute dall'illegittima cedente del supposto ramo o azienda, a seguito di messa in mora da parte del lavoratore, nonché la non unicità del rapporto ricostituito di diritto dalla sentenza che accerti l'illegittimità della cessione con quello proseguito alle dipendenze della cessionaria, tal per cui sono irrilevanti le vicende estintive che lo possano riguardare, quali dimissioni, licenziamento o risoluzioni consensuali che non prevedano clausole di profittabilità.
Cass., sez. lav., sentenza 3 luglio 2019, n. 17785
Cass., sez. lav., sentenza 3 luglio 2019, n. 17786