Source: http://www.erroreprofessionista.it/avv/legal-malpractice-la-negligenza-professionale/
Timestamp: 2018-03-18 13:43:16+00:00
Document Index: 73630954

Matched Legal Cases: ['art. 2697', 'art. 1176', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1176', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2932', 'sentenza ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ']

Legal Malpractice: la NEGLIGENZA PROFESSIONALE - Errore Avvocato
Legal Malpractice: la NEGLIGENZA PROFESSIONALE
Cassazione civile, sez. II, 02/02/2016, n. 1984
La responsabilità dell’avvocato non può affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla condotta del primo, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone.
Cassazione civile, sez. II, 07/05/2015, n. 9237
In tema di liquidazione del compenso per l’esercizio della professione forense, è il cliente che deve fornire la prova che l’avvocato abbia svolto l’attività defensionale affidatagli con imperizia o comunque con impegno inferiore alla comune diligenza, altrimenti le singole voci ben possono essere liquidate al di sopra del minimo tariffario. Solo se chieda compensi al di sopra del massimo previsto, il professionista deve fornire, a norma dell’art. 2697 c.c., la prova degli elementi costitutivi del diritto fatto valere, cioè delle circostanze che nel caso concreto giustifichino detto maggiore compenso, restando, in difetto, applicabile la tariffa nell’ambito dei parametri previsti.
Cassazione civile, sez. II, 22/07/2014, n. 16690
La responsabilità professionale dell’avvocato, configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e quindi presuppone la violazione del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata. Ne discende che la responsabilità del legale non potrebbe affermarsi per il solo fatto del suo non corretto adempimento dell’attività professionale, ma è necessaria la verifica se l’evento produttivo del pregiudizio lamentato dal cliente sia riconducibile alla sua condotta professionale, se un danno vi sia stato effettivamente ed, infine, se, ove questi avesse tenuto il comportamento dovuto, il suo assistito, alla stregua di criteri probabilistici, avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando, altrimenti, la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale, commissiva od omissiva, ed il risultato derivatone (nella specie, un ingegnere incaricava con mandato un avvocato a procedere al recupero del proprio credito per prestazioni professionali da lui rese per la progettazione di una palazzina edilizia convenzionata. Successivamente l’ingegnere revocava il mandato perchè non aveva gradito la gestione della lite ed avanzava domanda di risarcimento nei confronti del legale; domanda che, però, veniva respinta in quanto non era stato sufficientemente provato che al cliente fosse derivato un danno dall’attività professionale svolta dal legale e dalla scelta di strategie processuali ritenute errate).
Cassazione civile, sez. III, 26/02/2013, n. 4781
In tema di responsabilità dell’avvocato, nell’ipotesi in cui la mancata impugnazione della sentenza, per errore del legale, abbia comportato l’inutilità di tutta l’attività professionale precedente, il legale deve essere giudicato totalmente inadempiente perché la sua prestazione non ha prodotto alcun effetto favorevole per il cliente. Pertanto, nessun compenso è dovuto per la relativa attività (nella specie, relativa ad una causa di risarcimento danni a seguito di sinistro della strada, l’avvocato non aveva impugnato la sentenza omettendo totalmente di informare il cliente della possibilità di proporre appello).
Tribunale Bari, sez. II, 23/01/2012, n. 241
È indubbio che – anche e soprattutto con riferimento alle cd. “cause perse” l’attività del difensore, se bene svolta può essere preziosa al fine di limitare o di escludere il pregiudizio insito nella posizione del cliente (se non altro sollevando le eccezioni relative ad eventuali errori di carattere sostanziale o processuale della controparte). Il difensore può non accettare una causa che prevede di perdere ma non può accettarla e poi disinteressarsene del tutto con il pretesto che si tratta di causa persa. Egli espone in tal modo il cliente all’incremento del pregiudizio iniziale, se non altro a causa delle spese processuali a cui va incontro, per la propria difesa e per quella della controparte. In casi del genere è onere del professionista adoperarsi per trovare una soluzione transattiva, comportamento che è da ritenere doveroso ove si accetti di difendere una causa difficile e rischiosa per il proprio assistito, dovendo ritenersi altamente probabile che l’espletamento di attività difensiva avrebbe consentito un esito più favorevole al cliente giungendo ad una transazione. Va, altresì, aggiunto che l’affermazione della responsabilità professionale dell’avvocato non implica l’indagine sul sicuro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e, perciò, la “certezza morale” che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente. Ne consegue che al criterio della certezza della condotta, può sostituirsi quello della probabilità di tali effetti e dell’idoneità della condotta a produrli (fattispecie in cui è stato ritenuto esistente un danno per il cliente in misura pari ad 1/3 circa della condanna contenuta in sentenza – che può valutarsi come il presumibile risparmio che si sarebbe potuto realizzare a seguito del prodigarsi del difensore nell’attività transattiva – a cui vanno aggiunte le spese conseguenti al precetto che si sarebbero potute evitare se vi fosse stata comunicazione tempestiva della sentenza).
Espressione di matrice anglosassone LEGAL MALPRACTICE si potrebbe tradurre come “malcostume giuridico”, ed sottintende il mancato adempimento di un avvocato nel rendere il proprio servizio professionale con quella necessaria abilità, prudenza e diligenza che un avvocato ordinario e ragionevole utilizzerebbe in circostanze simili.
Cassazione civile, sez. un., 17/11/2011, n. 24080
Commette illecito disciplinare l’avvocato che ponga in essere condotte volte anche semplicemente ad ostacolare l’ex cliente nell’esercizio dei suoi diritti nei confronti della controparte, quale ad esempio la richiesta di copie esecutive di provvedimento favorevole al cliente e la mancata consegna allo stesso.
Cassazione civile, sez. III, 18/04/2011, n. 8863
Essendo le obbligazioni inerenti all’esercizio dell’attività professionale di avvocato obbligazioni di mezzi e non di risultato, ai fini del giudizio di responsabilità nei confronti del professionista, rileva non già il conseguimento del risultato utile per il cliente, ma il modo come l’attività è stata svolta avuto riguardo, da un lato, al dovere primario del professionista di tutelare le ragioni del cliente e, dall’altro, al parametro della diligenza fissato dall’art. 1176, comma 2 c.c., che è quello della diligenza del professionista di media attenzione e preparazione (nell’applicare tale principio, la Corte ha riconosciuto la responsabilità dell’avvocato che aveva ricevuto l’incarico di promuovere una causa contro l’ex datrice di lavoro del cliente, al fine di ottenere il risarcimento di danni subiti. La causa era stata definita con sentenza dichiarativa di difetto di giurisdizione e di condanna alla rifusione delle spese. Nella specie, la Corte ha confermato la decisione dei giudici del merito, secondo cui l’iniziativa giudiziaria intrapresa del professionista costituiva una scelta del tutto erronea frutto di colpa grave e tale da fondare la domanda di risarcimento del danno).
Cassazione civile, sez. III, 12/04/2011, n. 8312
L’omessa comunicazione al cliente dell’avvenuta notificazione della sentenza di condanna (nella specie, al pagamento delle spese processuali per il rigetto della domanda di risarcimento danni a seguito di sinistro stradale), fino a far decorrere il termine per impugnare, costituisce grave negligenza e fonte di responsabilità professionale. (Nella specie, la S.C. ha cassato, per vizio di motivazione, la sentenza di merito che aveva escluso la sussistenza della responsabilità professionale del difensore in forza dell’apodittica affermazione che non sussistevano ragioni sufficienti “a rendere accoglibile un’impugnazione, sia in fatto sia in diritto”).
Cassazione civile, sez. III, 20/11/2009, n. 24544
L’avvocato, nell’adempimento della propria prestazione professionale, è tenuto ad informare il cliente sulle conseguenze del compimento o del mancato compimento degli atti del processo, e, se del caso, a sollecitarlo nel compimento di essi ovvero, sussistendo le condizioni, a dissuaderlo della loro esecuzione. Pertanto, la circostanza che il cliente abbia omesso di fornire indicazioni al proprio avvocato circa la propria intenzione di proporre o meno impugnazione avverso una sentenza sfavorevole non esclude la responsabilità del professionista per mancata tempestiva proposizione dell’appello, se questi non aveva provveduto ad informare il cliente sulle conseguenze dell’omessa impugnazione.
Cassazione civile, sez. II, 12/10/2009, n. 21589
Anche in caso di rinuncia o revoca del mandato, l’obbligo di informazione costituisce manifestazione del più generale dovere di diligenza professionale a cui l’avvocato è tenuto, verso il proprio cliente, per cui il professionista, sostituito da un nuovo difensore, deve comunque comunicare al nuovo difensore stesso l’avvenuta notifica degli atti in relazione ai quali il domicilio era stato eletto.
Cassazione civile, sez. III, 07/07/2009, n. 15895
Cassazione civile, sez. II, 27/03/2006, n. 6967
L’indicazione della data dell’udienza di comparizione in un atto d’appello in materia civile non richiede la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà; pertanto l’avvocato, che abbia redatto e/o notificato un atto d’appello privo di tale indicazione, essendo venuto meno al dovere di diligenza valutato con riguardo alla natura dell’attività esercitata, è responsabile per l’inadempimento della obbligazione di mezzi assunta nei confronti del cliente ed è tenuto a risarcirgli il danno patito, equitativamente liquidabile dal giudice, se non sia possibile la prova del suo preciso ammontare.
Cassazione civile, sez. III, 26/02/2002, n. 2836
Il nesso di causalità tra la condotta colposa di un avvocato, che ha proposto tardivamente un’impugnazione, ed il danno che, per effetto della stessa, il cliente abbia subito, sussiste soltanto se si accerta, sia pure con criteri necessariamente probabilistici, che il gravame, se tempestivamente proposto sarebbe stato giudicato fondato. Il cliente che richieda il risarcimento del danno subito a seguito di una tardiva proposizione di un’impugnazione, derivante da una condotta colposa dell’avvocato, deve specificare le circostanze che avrebbero portato ad un esito favorevole nel giudizio d’appello.
Cassazione civile, sez. III, 15/04/2008, n. 9868
La responsabilità contrattuale dell’avvocato, conseguente alla sua condotta omissiva, non può essere esclusa dall’inattività del cliente, in riferimento alla riassunzione di una causa giudiziaria, esorbitando tale comportamento dal dovere di correttezza che incombe sul creditore ai sensi dell’art. 1227 c.c. Tale omissione, difatti, oltre a comportare inesigibili costi ulteriori a carico del cliente, provoca anche l’assunzione di rischi che non sussisterebbero se l’avvocato svolgesse correttamente il suo incarico.
Tribunale Napoli, 28/05/2008
Ai fini della responsabilità professionale dell’avvocato occorre dimostrare che la sua negligente prestazione abbia pregiudicato i diritti del cliente rimasto soccombente, sicché essa non è configurabile quando l’esito del giudizio sia stato comunque favorevole al cliente medesimo (è stata perciò esclusa la responsabilità del legale che, in un giudizio di risarcimento danni da circolazione stradale in cui il cliente è risultato vittorioso, non ha esteso la domanda di condanna anche nei confronti del responsabile civile, limitandola alla sola compagnia di assicurazione).
Cassazione civile, sez. III, 24/04/2008, n. 10659
Non c’è negligenza, ma dolo, nel comportamento dell’avvocato che informa il proprio cliente sull’andamento di una causa inesistente, facendo così maturare la prescrizione del diritto di quest’ultimo, atteso che, ai fini della configurabilità del dolo nell’illecito contrattuale, è sufficiente la consapevolezza di dovere una determinata prestazione ed omettere di darvi esecuzione, accettando il rischio di impedire il soddisfacimento della pretesa creditoria, senza che occorra l’ulteriore requisito della consapevolezza e volontà di arrecare il danno. Ne consegue che, il legale non potrà avvalersi della copertura assicurativa da responsabilità professionale per i danni che dovrà risarcire al suo assistito, qualora la polizza escluda, per legge, i danni derivanti da fatti dolosi (nella fattispecie, la Corte ha respinto il ricorso di un avvocato condannato, in sede di merito, al pagamento dei danni in favore di suoi clienti, per condotta omissiva tenuta nella qualità di professionista incaricato di promuovere un’azione di risarcimento conseguente al decesso di una loro congiunta per incidente stradale; il legale aveva omesso di svolgere l’attività necessaria ad impedire il maturarsi della prescrizione del loro diritto al risarcimento, facendo così perdere definitivamente ai suoi assistiti il risarcimento dovuto).
Cassazione civile, sez. II, 27/07/2007, n. 16658
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da responsabilità professionale inizia a decorrere non dal momento in cui la condotta del professionista determina l’evento dannoso, bensì da quello in cui la produzione del danno è oggettivamente percepibile e conoscibile dal danneggiato. In caso di dedotta negligenza dell’avvocato per omessa trascrizione dell’atto di citazione in un’azione ex art. 2932 c.c., la prescrizione inizia a decorrere non dalla cessazione del rapporto professionale ma dal momento in cui, il cliente sia stato posto nella condizione di conoscere le lamentate inadempienze del suo difensore. (Nel caso di specie, la Corte ha confermato la sentenza dei giudici di merito che avevano stabilito la decorrenza della prescrizione dal trasferimento coattivo della proprietà del bene al cliente, perché in quel momento il danno era divenuto percepibile, conoscibile ed azionabile al fine di esercitare il diritto al risarcimento del danno nei confronti del legale).
Tribunale Bari, sez. III, 17/05/2010, n. 1759
L’avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, ai sensi degli art. 2236 e 1176, c.c., in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui, per negligenza od imperizia, compromette il buon esito del giudizio, mentre nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la sua responsabilità, a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave. Pertanto, l’inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell’attività esercitata, ragion per cui l’affermazione della sua responsabilità implica l’indagine – positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l’onere di fornire – circa il sicuro e chiaro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta, e diligentemente coltivata, e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimo. Inoltre la responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del medesimo professionista ed il danno del quale è chiesto il risarcimento.
Cassazione civile, sez. III, 08/05/2006, n. 10493
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da responsabilità professionale inizia a decorrere non dal momento in cui la condotta del professionista determina l’evento dannoso, bensì da quello in cui la produzione del danno si manifesta all’esterno, divenendo oggettivamente percepibile e riconoscibile da chi ha interesse a farlo valere. (In applicazione del suindicato principio la S.C. ha ritenuto che, in un’ipotesi di responsabilità professionale per avere il proprio difensore in altra causa di risarcimento danni erroneamente evocato in giudizio soggetto diverso da colui che risultava essere il vero responsabile, correttamente il giudice del merito aveva considerato la prescrizione dell’azione nei confronti del suddetto legale iniziare a decorrere dalla notificazione della sentenza del definitivo accertamento giudiziale della carenza di legittimazione del soggetto in quell’altro processo convenuto, quale momento in cui il danno si era manifestato all’esterno nella sua oggettività, divenendo percepibile, conoscibile ed azionabile sul piano della domanda risarcitoria).
Costituisce fonte di responsabilità professionale il comportamento dell’avvocato che, in una causa di risarcimento dei danni da incidente stradale, chieda fissarsi udienza di precisazione delle conclusioni senza aver dato corso alle prove sulle modalità del fatto e sulla responsabilità, nonché sull’entità dei danni (nella specie, la S.C. ha specificato che non era onere del cliente provare di aver fornito al difensore la lista dei testimoni, ma spettava all’avvocato dimostrare di aver sollecitato al cliente tale comunicazione, in tempo utile per poterla utilizzare in giudizio o, quanto meno, di aver chiesto al giudice la fissazione del termine per provvedere all’indicazione, secondo l’istanza già formulata nell’atto di citazione).
È oggettivamente colposo e irresponsabile il comportamento del difensore che, in una causa di risarcimento dei danni da incidente stradale, chiede al giudice di fissare la data dell’udienza di precisazione delle conclusioni senza aver dato corso alle prove sulle modalità del fatto e sulla responsabilità, nonché sull’entità dei danni (nella specie, il legale, vista respinta la proposta della compagnia assicuratrice di controparte, chiedeva la fissazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni, senza chiedere l’ammissione delle prove. Da qui il rigetto della domanda con la condanna del cliente al pagamento delle spese processuali. Inoltre, l’avvocato ometteva anche di informare il cliente della sentenza notificata presso il suo studio, lasciando decorrere il termine per l’impugnazione. Alla luce di tale condotta, la Corte ha accolto la richiesta di risarcimento dei danni da responsabilità professionale avanzata dall’assistito, inizialmente respinta sia dal g.d.p. che dal tribunale).
Cassazione civile, sez. III, 02/07/2010, n. 15718
In tema di responsabilità del professionista, in caso di errore dell’avvocato, il fatto che la decisione sia ricorribile in appello non esclude il risarcimento in favore del cliente, qualora quest’ultimo abbia subito un danno e continui a subire gli effetti negativi della negligenza del professionista (accolto, nella specie, il ricorso della vittima di un incidente stradale rimasta senza ristoro, che poi aveva chiesto senza successo il risarcimento ai suoi difensori. A causa di un difetto di legittimazione passiva – l’evento lesivo era avvenuto all’estero – il danneggiato aveva perso la possibilità di essere indennizzato dai responsabili stranieri del sinistro dopo il passaggio in giudicato della sentenza).
Cassazione civile, sez. III, 20/04/2012, n. 6277
Se la condotta del legale, chiamato a neutralizzare le conseguenze pregiudizievoli dell’errore di altro avvocato, costituisce fatto dotato di efficacia causale autonoma, in quanto di per sé preclude che i propri clienti ottengano una sentenza ad essi favorevole, a prescindere dall’errore del primo legale, viene interrotto il nesso causale tra condotta del primo difensore e danno lamentato (nella specie, avente ad oggetto una domanda di risarcimento danni a seguito di sinistro, un primo avvocato non aveva messo in mora la compagnia di assicurazione ex art. 22 L. n. 990/69, sicchè la domanda era stata dichiarata improponibile, mentre il secondo legale, chiamato a neutralizzare le conseguenze pregiudizievoli del pregresso errore, tra la scelta di riproporre la domanda e quella di presentare appello, aveva optato per quest’ultima soluzione. A detta della Corte, la scelta di proporre appello avverso la sentenza che aveva dichiarato improponibile la domanda di risarcimento doveva ritenersi, di per sé, idonea ad interrompere il nesso causale tra la pregressa condotta negligente e il danno subito dai congiunti, sulla base della considerazione fattuale che la scelta professionalmente corretta sarebbe stata quella, ancora possibile, di riproporre l’azione risarcitoria).
Cassazione civile, sez. II, 23/03/2006, n. 6537
La responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il danno del quale è chiesto il risarcimento. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva condannato un avvocato al risarcimento del danno, liquidato in via equitativa in nove milioni di lire, nei confronti di un cliente, relativamente alla detenzione di un mese e diciassette giorni da questi subita a seguito della mancata attivazione della procedura inerente alla rimessione in termini per proporre gravame).