Source: https://servicematica.com/category/pct/
Timestamp: 2020-02-23 08:00:24+00:00
Document Index: 73646897

Matched Legal Cases: ['art.12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.49', 'art.74', 'art 138', 'art. 1', 'art. 634', 'sentenza ']

Pct - SM Servicematica
L’atto in pdf da scansione è valido ai fini della notifica
Posted on 20 Febbraio 2020 | by anna
La terza sezione civile della Corte di Cassazione ha emesso una sentenza, la 532/2020, particolarmente interessante ai fini del processo telematico poiché indica che un atto in pdf da scansione è valido ai fini della notifica.
Ricordiamo che un pdf da scansione è cosa ben diversa da un pdf creato a partire da un documento nativo digitale.
PCT E ATTI NATIVI DIGITALI
Uno dei pilastri del processo telematico è l’invio di atti che siano documenti nativi digitali e non riproposizioni digitali di documenti cartacei.
A spiegare bene il concetto ci pensa l’art.12 comma 1 delle regole tecniche del processo civile telematico, in cui vengono elencate le caratteristiche che gli atti devono rispettare.
– devono essere in formato pdf,
– non devono contenere elementi attivi,
– non devono essere scansioni, al contrario devono nascere come file di testo,
– devono essere firmati digitalmente.
Come si può intuire, nessun atto in pdf da scansione è valido ai fini della notifica.
Almeno nella teoria.
COSA HA DETTO LA CASSAZIONE
Il caso in oggetto della sentenza della Cassazione è incentrato su un ricorso per il quale i controricorrenti hanno formulato alcune eccezioni di inammissibilità.
In particolare, questi hanno fatto notare che il ricorso era stato notificato telematicamente mediante PEC, ma l’atto si presentava in formato pdf non firmato digitalmente e frutto di una scansione.
Secondo loro, l’atto non sarebbe stato quindi «conforme ai criteri e alle modalità previsti per il perfezionamento della notificazione telematica, in quanto la firma digitale utile a caratterizzare il formato pdf p7m non può essere apposta su scansioni di documenti analogici, ma solo su file word convertito in pdf attraverso la procedura di conversione funzionale all’apposizione di firma digitale prima dell’apposizione della firma digitale».
Secondo la Cassazione, invece, tale eccezione è infondata.
La stessa Corte si era pronunciata in maniera simile con la sentenza n. 13857 del 18/06/2014, stabilendo che «lo scopo della notificazione, in qualsiasi forma essa avvenga, è portare l’atto da notificare a conoscenza del destinatario, non certo consentire a quest’ultimo il “copia e incolla”, sicché la conoscibilità dell’atto notificato costituisce il solo parametro in base al quale valutare il raggiungimento dello scopo (Cass. 16/02/2018, n. 3805); in aggiunta alla considerazione generale che il processo telematico deve essere svincolato da quei formalismi fini a se stessi che, in quanto tali, impediscono a detto processo di realizzare la funzione di mezzo per la tutela dei diritti (in ossequio al disposto dell’art. 111 Cost.) (Cass. 15/03/2018, n. 18324).»
PERCHÈ L’ATTO IN PDF DA SCANSIONE È VALIDO AI FINI DELLA NOTIFICA
In altre parole, la sentenza della Cassazione dice questo: tra il rispetto delle regole formali e il principio del raggiungimento dello scopo della notifica, cioè portare l’atto a conoscenza del destinatario, è quest’ultimo a prevalere.
Vi alleghiamo il testo originale della sentenza 532/2020.
Puoi rendere il processo telematico molto più facile! Clicca e scopri la piattaforma Service1.
Quando una notificazione non viene consegnata perché la casella pec è piena
Esame per diventare avvocato: ammessi i codici commentati
Posted on 19 Febbraio 2020 | by anna
Manca ancora molto a dicembre, mese durante il quale si terranno le prove d’esame per diventare avvocato. Eppure, l’argomento è più vivo che mai grazie ad alcune novità.
A essere sinceri, più che di novità si tratta di non-novità.
ESAME PER DIVENTARE AVVOCATO: LA RIFORMA CHE NON ARRIVA MAI
Lo avrete già letto.
Tra le tante cose, il Decreto Milleproroghe, D.L. n. 162/2019, va a toccare anche la riforma dell’esame per diventare avvocato, stabilendo una nuova proroga alla sua entrata in vigore.
Nello specifico, il decreto modifica l’art.49, comma 1 della legge 247/2012, spostando l’applicazione delle nuove regole in avanti da 7 a 9 anni dall’entrata in vigore della medesima legge.
Ciò significa che per altri due anni gli esaminandi potranno affrontare le prove scritte di diritto civile e penale, nonché la redazione dell’atto giudiziario a scelta, utilizzando i codici commentati con la giurisprudenza.
La legge 247/2012 prevede diverse modifiche alle modalità di esame di abilitazione forense.
-il divieto di utilizzare i codici commentati,
-la riduzione a 6 ore della prova d’esame,
-l’ottenimento dell’idoneità in tutte e tre le prove scritte (parere civile, parere penale, atto civile-penale-amministrativo)
-l’obbligatorietà all’esame orale di civile, penale, procedura civile e procedura penale.
MEGLIO COSÌ? FORSE NO
L’idea di affrontare l’esame per diventare avvocato avvalendosi ancora dei codici commentati sicuramente allevia le pene degli esaminandi più ansiosi, ma c’è chi fa notare come la mancata entrata in vigore della riforma possa, in realtà, giocare a sfavore di tutta la categoria.
Sulla pagina Facebook ufficiale, il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani fa notare che questo continuo slittamento (4 proroghe finora) porta con sé alcune conseguenze negative:
la disarmonia tra i corsi di preparazione, che da alcuni anni sono ormai costruiti tenendo conto delle nuove modalità d’esame, e l’esame stesso che invece continua a essere organizzato nel vecchio modo;
la necessità di continuare ad acquistare codici commentati, i cui prezzi non sono certo irrisori, a tutto favore delle case editrici.
Oltre a ciò, i Giovani Giuristi fanno anche notare l’assenza di riforme strutturali per l’accesso e il rilancio della professione forense che servirebbero a far fronte ai problemi della professione, come i redditi in calo, le difficoltà del ricambio generazionale, la conciliazione vita-lavoro, la condizione del mercato e l’efficienza del sistema giudiziario.
Sempre meno laureati in giurisprudenza. Che succede?
Il principio di soccombenza anche nel penale: la pdl Costa
Posted on 18 Febbraio 2020 | by anna
La proposta di legge Costa, al vaglio della commissione giustizia della Camera, implementa il principio della soccombenza nel processo penale.
Tale principio prevede che, in presenza di determinate condizioni, sia lo Stato a coprire le spese legali e di giustizia se il giudizio si conclude con il proscioglimento o l’assoluzione dell’imputato con la formula più ampiamente liberatoria.
Al momento, nel penale il principio della soccombenza non è presente e le spese legali sono a carico dell’imputato anche quando questo viene prosciolto o assolto con la formula più ampiamente liberatoria.
Ciò significa che persino quando il giudizio viene portato avanti senza una valida base probatoria, quando sia stata dimostrata estraneità dell’imputato o quando il fatto non ha alcuna rilevanza penale, è l’imputato a dover pagare le spese.
La proposta di legge Costa e l’introduzione del principio della soccombenza hanno dunque come obbiettivo garantire una maggiore tutela di quei soggetti che vengono erroneamente trascinati in giudizio (con tutto ciò che comporta).
IL PRINCIPIO DELLA SOCCOMBENZA. COSA CAMBIA.
La proposta va a modificare l’art.74 del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia (d.P.R. 115/2002), che recita così:
«1. È assicurato il patrocinio nel processo penale per la difesa del cittadino non abbiente, indagato, imputato, condannato, persona offesa da reato, danneggiato che intenda costituirsi parte civile, responsabile civile ovvero civilmente obbligato per la pena pecuniaria.
2. E’, altresì, assicurato il patrocinio nel processo civile, amministrativo, contabile, tributario e negli affari di volontaria giurisdizione, per la difesa del cittadino non abbiente quando le sue ragioni risultino non manifestamente infondate.»
La riforma aggiungerebbe un nuovo comma, il 2 bis, in cui viene stabilito quanto segue:
«In ogni caso, se il fatto non sussiste, se l’imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, l’imputato ha diritto di ripetere dallo Stato tutte le spese sostenute per il giudizio».
Nel testo della proposta si invita il Governo ad adottare, entro 3 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi che disciplinino le condizioni e le forme di riconoscimento e di esercizio di quanto previsto nel nuovo comma, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:
a) garantire modalità celeri e trasparenti per ottenere la ripetizione delle spese sostenute per il giudizio;
b) prevedere idonee modalità per assicurare anche il pagamento dell’onorario e delle spese del difensore.
Non è la prima volta che si tenta di introdurre il principio della soccombenza anche nel penale.
Lo stesso CNF, per anni, ha spinto in una direzione simile.
La proposta del Consiglio prevede la detraibilità al 19% delle «spese legali sostenute in un procedimento giudiziale ovvero per l’assistenza stragiudiziale, certificate dalla fattura del difensore».
Nel penale la detraibilità diventerebbe integrale poiché «l’attività difensiva ha un costo che ricade sempre sull’indagato e/o imputato, sebbene l’assistenza tecnica sia obbligatoria e non gratuita, salvo l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato»
Qui trovate il testo completo della proposta di legge Costa n. 2186.
Posted on 17 Febbraio 2020 | by anna
La mail PEC è uno strumento indispensabile per la gestione delle pratiche del processo telematico. È infatti attraverso la casella di posta certificata che è possibile esaminare le ricevute di deposito.
Oltre a ciò, la PEC è dotata di valore legale esattamente come una raccomandata ed è pertanto il mezzo ideale per comunicazioni ufficiali e rilevanti.
Scopri di più sulla PEC Servicematica cliccando sull’immagine
Cosa succede quando una notificazione non viene consegnata perché la casella pec è piena? Può considerarsi perfezionata o no?
COSA SUCCEDE SE LA NOTIFICAZIONE NON VIENE CONSEGNATA PERCHÉ LA CASELLA PEC È PIENA
La Cassazione, con l’ordinanza 2755/2020, offre diverse interpretazioni.
Il riferimento è un caso di ricorso notificato via PEC accettato dal sistema ma non consegnato a causa della casella di destinazione piena.
Ecco dunque le 3 possibilità prospettate dalla Cassazione.
1) La notificazione non è perfezionata.
Se il primo tentativo non va a buon fine è obbligo del notificante procedere nuovamente nel rispetto di quanto indicato negli articoli 137 e seguenti cpc. Il secondo tentativo deve essere eseguito in un tempo contenuto tenendo conto del principio della ragionevole durata del processo.
2) La notificazione è perfezionata.
La mancata consegna della PEC è da imputarsi al titolare delle casella, ma la consegna è perfezionata perché la mail è entrata nella casella.
Infatti, il titolare di una casella mail PEC non è tenuto solo a leggere i messaggi che riceve ma anche a mantenere la casella funzionante. Lasciarla piena può essere interpretato come volontà di non ricevere notifiche via PEC, in modo simile a a quanto indicato nell’art 138 comma 2 cpc.
Se avete una casella PEC con Servicematica, vi invitiamo a visionare la nostre guide PEC.
3) Ordine di rinnovo giudiziale.
La notifica non è andata a buon fine e il giudice può disporre il rinnovo della notificazione sempre nel rispetto del principio di ragionevole durata del processo.
Vi alleghiamo il testo originale dell’ordinanza 2755/2020.
LE PEC NEL DEPOSITO TELEMATICO
Ci teniamo a concludere questo articolo ricordandovi che la procedura di deposito di un atto tramite PCT prevede la generazione di 4 mail PEC, dette anche ricevute, che contengono informazioni molto importanti per il buon esito dell’iter.
– la prima PEC attesta che l’atto è stato inviato ed accettato dal sistema;
– la seconda PEC certifica che l’invio è stato consegnato nella casella PEC del destinatario;
– la terza PEC indica l’esito dei controlli automatici effettuati dal sistema. Potete approfondire il tema leggendo l’articolo dedicato agli errori terza pec.
– la quarta PEC attesta l’esito del controllo da parte del Cancelliere.
[Fonte: Studio Cataldi]
Vuoi un software che ti offra webmail PEC, fatturazione elettronica, Processo Telematico e molto altro? Scopri Service1!
Posted on 17 Gennaio 2020 | by anna
Il 15 gennaio 2020, la commissione Giustizia alla Camera ha approvato la soppressione della proposta di legge Costa che puntava a bloccare la riforma della prescrizione Bonafede.
Ma, indipendentemente da quanto successo, Piercamillo Davigo, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte di Cassazione e membro del Consiglio superiore della magistratura, pensa ci siano altri interventi utili a ottenere processi più brevi.
In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, il magistrato ha espresso le sue idee. Tra queste, stabilire pene più alte per chi ostacola la giustizia e rendere responsabili gli avvocati.
Vediamo più in dettaglio quanto ha detto.
Un punto importante per avere processi più brevi, secondo Davigo, è abolire il divieto di reformatio in peius in appello prendendo come riferimento la Francia, paese in cui il divieto già non sussiste.
L’abolizione avrebbe un effetto deterrente, poiché, se si viene condannati e ci si appella, lo si fa con la consapevolezza di una possibile condanna più alta. In altre parole, prima di ricorrere in appello al solo scopo di rallentare la conclusione del processo, ci si penserebbe due volte.
«Il fatto che in Italia chi ricorre in appello non rischi nulla e, anzi, possa beneficiare di un’eventuale prescrizione, è un incentivo a provarci e, quindi, contribuisce ad allungare i tempi dei processi».
Davigo l’ha spiegato chiaramente: «qui [in Italia] patteggiano in pochissimi e negli Usa quasi tutti: lì, se l’imputato si dichiara innocente, sceglie il rito ordinario e poi si scopre che era colpevole, lo rovinano con pene così alte che agli altri passa la voglia di provarci. In Italia puoi patteggiare senza dirti colpevole e poi financo ricorrere in Cassazione contro il patteggiamento che hai concordato».
LA RESPONSABILITÀ IN SOLIDO DELL’AVVOCATO
Contro i ricorsi pretestuosi Davigo propone di rendere responsabile in solido l’avvocato:«così, quando il cliente gli chiede di ricorrere, gli fa depositare fino a 6 mila euro e poi, in caso di inammissibilità del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente».
Questo stratagemma permetterebbe di superare il limite della sanzione pecuniaria (2000,6.000 euro) che quasi nessuno paga.
L’OLTRAGGIO ALLA CORTE
Un altro passaggio per avere processi più brevi consisterebbe nel lasciare al giudice la possibilità di valutare se un impugnazione è portata avanti al solo scopo di perdere tempo e, conseguentemente, di aumentare la pena.
Davigo ha avuto modo di parlare anche del gratuito patrocinio.
Secondo lui, uno dei problemi del gratuito patrocinio, così come organizzato oggi, risiede nel concetto di ‘non abbienza’:«La non abbienza è una categoria fantasiosa, perché molti imputati risultano nullatenenti [NdR: anche se non lo sono]».
Lo Stato paga gli avvocati del gratuito patrocinio in base agli atti compiuti, pertanto questi cercano di compiere più atti possibile per far aumentare la propria parcella. La soluzione di Davigo è il forfait:«fissare un forfait una tantum secondo i tipi di processo: così gli avvocati perdono interesse a compiere atti inutili. E lo Stato, con i risparmi, può difendere gratis le vittime che invece la dichiarazione dei redditi la presentano e di rado accedono al gratuito patrocinio».
LE REAZIONI ALLA RICETTA DAVIGO PER PROCESSI PIÙ BREVI
Le dichiarazioni rilasciate dal magistrato hanno sollevato diverse perplessità.
L’Avv. Giovanni Malinconico, presidente dell’Organismo congressuale forense, ha dichiarato ad Adnkronos che «Il discorso di Davigo è un racconto giustizialista che avvalora la concezione della giurisdizione come potere, non sistema di tutele per i cittadini».
Sulla stessa linea, l’Avv. Antonino Galletti, presidente del Consiglio degli avvocati di Roma: «La ricetta di Davigo si risolve in una formula molto semplice ed inaccettabile: ridurre i diritti e le garanzie per abbreviare i processi».
Anche il presidente del CNF Mareschin ha commentato le tesi di Davigo parlando del giusto processo che «non è fatto di sanzioni a carico di chi si difende, non è fatto di strumenti a compressione del diritto di difesa, compreso quello delle parti lese, non è fatto di durata indeterminata e indeterminabile dei procedimenti, e che si fonda sul riconoscimento del ruolo costituzionale dell’avvocato oltre che sulla necessaria autonomia e indipendenza della magistratura.
Ora, l’avvocatura per vocazione e convinzione rispetta le tesi di chiunque, nella rigorosa applicazione del principio dialettico, e quindi anche quelle del consigliere Davigo, che propongono un’idea di giurisdizione e di società che pare essere fondata sulla presunzione di colpevolezza, sulla funzione esclusivamente retributiva della pena, sulla superfluità dell’esercizio del diritto alla difesa.
Una tesi astrattamente legittima […] impossibile da condividere da parte dell’avvocatura italiana, che vede ogni giorno uccisi, imprigionati, scomparsi, centinaia di colleghi che nel mondo si battono per le libertà.
In definitiva, non va sanzionata la difesa dell’imputato, come quella della parte lesa, che al contrario vanno gelosamente tutelate tramite un sistema giustizia all’altezza di una democrazia evoluta, senza rischiare di far pagare ai cittadini le eventuali carenze statali».
Le procedure del Processo Telematico ti tormentano? Scopri Service1, il software che ti facilita il lavoro!
Posted on 9 Gennaio 2020 | by anna
La digitalizzazione della giustizia è in corso da diversi anni, ma chi vi si avvicina per la prima volta potrebbe avere dei dubbi su quali siano i requisiti per eseguire il processo civile telematico.
In questo articolo cercheremo di darvi una panoramica generale, sia dal punto di visto tecnico che organizzativo, nonché offrirvi le nostre soluzioni.
UNA CASELLA DI POSTA ELETTRONICA CERTIFICATA
La mail PEC è indispensabile per le procedure del PCT, poiché è l’unico mezzo attraverso il quale è possibile comunicare con la Cancelleria ed è anche necessaria per l’iscrizione al ReGIndE.
Le mail PEC hanno lo stesso valore legale delle raccomandate con ricevuta di ritorno.
Per saperne di più sulle caselle di posta elettronica certificata o per ottenerne una, clicca qui.
Il ReGIndE è il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici ed è gestito dal Ministero della Giustizia.
Questo registro contiene i dati essenziali (nome e cognome, codice fiscale e indirizzo PEC) dei SAE, i soggetti abilitati esterni.
Ai fini del Processo Telematico, l’iscrizione al ReGIndE è indispensabile per rapportarsi agli uffici giudiziari e ricevere le notifiche da parte della Cancelleria.
Gli avvocati vengono iscritti al ReGIndE direttamente dagli Ordini, mentre gli altri SAE devono procedere autonomamente.
Iscriversi è facile, gratuito ed è possibile farlo attraverso il portale https://pst.giustizia.it.
Una volta registrati è bene verificare periodicamente la correttezza dei dati.
ISCRIZIONE A UN PUNTO DI ACCESSO
Un altro dei requisiti per eseguire il processo civile telematico è l’iscrizione a un PDA, Punto di Accesso.
Il Punto di Accesso permette di entrare nel portale dei servizi telematici, di vedere e consultare il fascicolo processuale, di effettuare i pagamenti telematici, di fare richiesta di copie di atti e molto altro.
Il già citato portale http://pst.giustizia.it è un PDA, ma ce ne sono altri offerti dagli Ordini degli Avvocati, da Enti pubblici o da società private.
È possibile visionare l’elenco completo di tutti i PDA qui.
La firma digitale è il corrispettivo informatico della firma autografa ed è indispensabile per firmare gli atti telematici da inviare tramite PCT, per accedere al ReGIndE e per consultare i fascicoli telematici.
La firma digitale è composta da un dispositivo fisico USB, detto token, e da un certificato digitale rilasciato da un ente certificatore dopo aver accertato l’identità del proprietario.
Con Servicematica puoi acquistare il kit di firma completo di tutto oppure Token e Certificato separatamente. Leggi di più.
IL REDATTORE ATTI
Nel Processo Civile Telematico, gli atti vengono depositati tramite l’invio di una busta telematica che altro non è che un file xml.
Per creare la busta è indispensabile procurarsi un software, detto redattore atti.
Un redattore atti, come Service1, permette non solo di depositare rispettando le disposizioni tecniche previste dalla legge, ma possiede anche altre funzioni che facilitano il lavoro di avvocati e CTU.
Scopri Service1.
Tutto ciò che abbiamo appena elencato è realizzabile solo se si hanno degli strumenti informatici performanti.
– un computer,
– uno scanner,
– una stampante.
Scanner e stampante possono essere scelti con assoluta libertà.
Per quanto riguarda il computer, i requisiti per eseguire il processo civile telematico sono preferibilmente i seguenti:
– sistema operativo: Windows 7 o successivi, macOS 10.12 o successivi,
– RAM: minimo 2 GB,
– spazio libero in memoria: 10 GB,
– una porta USB libera.
È anche indispensabile avere una connessione internet stabile.
Oltre al redattore atti, per eseguire le procedure del PCT c’è bisogno di:
– un buon browser: suggeriamo Firefox,
– Java aggiornato all’ultima versione,
– un antivirus che non interferisca con il Redattore Atti (qui trovate la nostra offerta),
– un programma di elaborazione testi: suggeriamo OpenOffice che è gratuito è molto buono,
– Acrobat Reader per aprire file pdf.
Se vuoi migliorare le prestazioni del tuo computer, puoi affidarti alla nostra assistenza tecnica informatica oppure scegliere uno dei nostri pc creati ad hoc per il PCT.
ATTENZIONE: questo articolo è stato scritto al solo scopo di darvi alcune informazioni indicative sui requisiti per eseguire il processo civile telematico. Per una corretta valutazione di quali siano le vostre esigenze, vi preghiamo di contattarci.
Errori in fase di deposito pct. cosa significano warn, error e fatal
Notifica telematica dopo le 21: valida o no?
Posted on 12 Dicembre 2019 | by anna
In un precedente articolo abbiamo già parlato della validità della fattura elettronica ai fini del decreto ingiuntivo. Allora perché ne parliamo ancora?
Per offrirvi qualche informazione in più, anche a fronte delle diverse reazioni da parte della giurisprudenza.
SULLA VALIDITÀ DELLA FATTURA ELETTRONICA
Il dibattito sulla validità della fattura elettronica ai fini del decreto ingiuntivo ruota intorno a quanto diposto dagli artt. 23 e 25 D.P.R. 633/1972, ove si indica che un decreto ingiuntivo è ammissibile qualora si fornisca prova scritta dell’esistenza del diritto da parte del ricorrente. Tale prova è data dagli estratti delle scritture contabili che il ricorrente deve presentare.
Con l’introduzione del processo telematico e della fattura elettronica, questo obbligo ha iniziato a risultare superabile.
Il perché lo ha spiegato l’Agenzia delle Entrate con il Provvedimento n. 89757/2018 del 30 aprile 2018.
Nel provvedimento, l’Agenzia ricordava che il formato della fattura elettronica, l’xml, assicura che gli atti, i fatti e i dati contenuti nel file non possano essere modificati.
Inoltre, ricorda anche che i documenti generati dal Sistema di Interscambio sono originali informatici.
Pertanto, coloro che sono tenuti a emettere fattura esclusivamente via SdI sono esonerati dall’obbligo di annotazione nei registri cartacei (art. 1, comma 3-ter, D.Lgs. 127/2015), in quanto una sorta di registro digitale si “forma” in automatico a partire dalla stessa attività di fatturazione elettronica
E se tali soggetti non sono obbligati a tenere le scritture, è chiaro che non sono nemmeno tenuti a rispettare l’obbligo di presentare le proprie scritture ai fini dell’ottenimento del decreto ingiuntivo (previsti dall’art. 634 comma 2 c.p.c.). Basterà la fattura elettronica e la ricevuta dello SDI.
LE RECENTI SENTENZE
A conferma della validità della fattura elettronica ai fini del decreto ingiuntivo vi sono le sentenze emesse dal Tribunale di Padova l’8 agosto 2019 e dal Tribunale di Verona il 29 novembre 2019.
Di tutt’altro parere è un altro foro veneto, il Tribunale di Vicenza che, con la sentenza del 25 ottobre 2019, si è espresso in senso contrario a quanto detto finora.
Secondo il Tribunale, la presentazione dell’estratto delle scritture contabili permetterebbe il controllo della regolare tenuta di tali scritture, verifica che non può essere effettuata a partire dalla sola fatturazione elettronica.
Il Sistema di Interscambio garantisce infatti solo l’autenticità delle fatture, non la regolare tenuta delle scritture. Ai fini della prova scritta, il ricorrente è quindi sempre tenuto a presentare l’estratto autenticato delle scritture contabili.
Vuoi gestire le tue fatture elettroniche in maniera più semplice? Scopri la fatturazione elettronica di Servicematica.
Valore delle fatture elettroniche come documenti da allegare al ricorso per decreto ingiuntivo
Cos’è la fatturazione elettronica e come funziona
Posted on 10 Dicembre 2019 | by anna
La riforma del processo civile trova il via libera con la seduta del 5 dicembre 2019 del Consiglio dei Ministri.
Gli obiettivi della riforma si possono riassumere nelle parole del premier Conte: «garantire un servizio della giustizia civile ancora più efficiente e attrarre più investitori».
In sostanza, si vogliono ridurre i tempi della giustizia e semplificare le regole che governano la procedura civile, in modo da rendere lo scenario più appetibile alle imprese che decidono di investire nel nostro paese.
Ma qual è il rapporto tra una giustizia efficiente e la presenza di investimenti stranieri?
Semplice: un ambiente legale efficiente aumenta la competitività del paese.
Correva l’anno 213 quando Edward Luttwak, politologo ed esperto statunitense di strategie militari, in un’intervista rilasciata a Panorama criticava la giustizia italiana additandola come una delle principali cause della mancanza di investimenti stranieri nel nostro paese. A suo parere, 3 i motivi:
– la lentezza del sistema, incompatibile con la certezza del diritto,
– l’arbitrarietà dei magistrati e la possibilità di arrestare le persone senza le prove richieste dal principio dell’habeas corpus,
– l’ “imperialismo giurisprudenziale”, ovvero la criminalizzazione di attività economiche o di eventi che in altri paesi sono soggetti alla sola giustizia civile.
La riforma che entrerà in vigore il prossimo gennaio 2020 è partita proprio dall’analisi di cosa non funziona.
Sono emersi 2 ostacoli:
– troppi tempi morti durante i processi;
– troppe regole diverse in base al tipo di procedimento.
L’ovvia conclusione è che meno regole (e meno passaggi) renderanno il sistema più snello e, conseguentemente, più veloce.
Immagine tratta dal video della conferenza stampa del Presidente Conte e del Ministro Bonafede, Consiglio dei Ministri n. 15, 5/12/19.
LE PRINCIPALI NOVITÀ DELLA RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE
Ecco alcune delle novità introdotte dalla riforma del processo civile.
– I riti di riferimento passano da 3 a 1 solo (riduzione già prevista dal d.lgs 150/2011).
– Vi è un unico atto introduttivo, il ricorso.
– Viene cancellata l’udienza di precisazione delle conclusioni così da ridurre il numero delle udienze.
– Il perimetro della causa deve essere definito prima della prima udienza e il calendario del processo deve essere fornito alle parti fin da subito.
– Anche il processo d’appello e rito collegiale vengono riformati su misura dell’unico rito sopravvissuto.
– Anche il rito davanti al giudice di pace viene semplificato: viene eliminato l’obbligo del tentativo di conciliazione in quei settori in cui si è spesso rivelato poco performante. Contemporaneamente, l’obbligo viene esteso ad altre controversie.
– Si investe nella digitalizzazione del processo civile.
Alle parti viene richiesto di depositare i documenti e gli atti esclusivamente con modalità telematiche.
Viene inserito il divieto per l’ufficiale giudiziario di notifica cartacea se il destinatario possiede un domicilio digitale o un indirizzo pec.
La digitalizzazione riguarda anche la Cassazione e i processi davanti al giudice di pace.
– Viene abrogato il rito Fornero, che offriva una corsia preferenziale alle controversie sul licenziamento illegittimo, e si ritorna al rito unico, sempre nell’ottica di accelerare le tempistiche dei procedimenti.
– In tema di espropriazione immobiliare vengono introdotte nuove norme per garantire una maggior tutela del debitore e la possibilità, per quest’ultimo, di ottenere l’autorizzazione da parte del giudice a vendere direttamente il bene pignorato.
– La riforma si muove a favore della leale collaborazione delle parti. Significa che si vuole disincentivare l’uso della giustizia come mezzo per ledere i diritti altrui.
Con la riforma, ha spiegato il Ministro Bonafede durante la conferenza stampa della scorsa settimana, si vuole che «Il ‘fammi causa’ [ndr: tanto il processo durerà all’infinito] non sia più una minaccia possibile. Chi fa una causa temeraria o chi resiste in una causa non solo paga il risarcimento, ma deve pagare una sanzione a favore della Cassa delle Ammende perché ha creato un danno anche allo Stato».
Il risultato finale della riforma del processo civile sarà un processo con una struttura, come dice Bonafede, ‘a fisarmonica‘: se la causa è semplice, dovrà essere risolta in poche udienze, impiegando la metà del tempo necessario oggi.
Guarda il video integrale della conferenza stampa ufficiale.
https://www.youtube.com/watch?time_continue=334&v=lYNS3QefhJk&feature=emb_logo 15:45
Rendi il processo civile telematico ancora più semplice con Service1: tutti gli strumenti di cui hai bisogno in un’interfaccia facile da usare. Scopri di più.
L’UNCC chiede la cancellazione delle società di capitali dagli albi degli avvocati
Posted on 2 Dicembre 2019 | by anna
È di pochi giorni fa la notizia che l’Unione Nazionale delle Camere Civili ha inoltrato ai Consigli dell’Ordine degli avvocati competenti per territorio una «istanza di cancellazione delle società di capitali iscritte nei loro albi».
L’Uncc ritiene infatti illegittime alcune disposizioni previste dalla legge 124/ 2017, in particolare quelle che consentono l’esercizio della professione forense a società di capitali, composte da una pluralità di soggetti, non solo avvocati, ma anche professionisti iscritti ad altri albi e soci di capitale».
Come ha sottolineato Antonio de Notaristefani, presidente dell’Uncc, le società di capitali sono guidate da interessi di tipo economico e commerciale.
L’Uncc spiega quindi che dalla normativa del 2017 «discende una commistione di interessi tra avvocati e imprese commerciali che ha conseguenze dirette sull’esercizio dell’attività forense, non più libera e indipendente, ma condizionata da strategie commerciali esterne. Un contesto che viola apertamente il diritto di difesa, la libertà di iniziativa economica e il diritto a un giusto processo previsti espressamente dagli articoli 24, 41 e 111 della Costituzione».
L’istanza ha l’obiettivo di superare una normativa considerata illegittima e ripristinare la la piena autonomia della classe forense, prerequisito essenziale per poter garantire lo svolgimento di un giusto processo.
SOCIETÀ DI CAPITALI E AVVOCATI
La forma societaria per gli avvocati era stata introdotta una prima volta dal D. lgs. 96/2001 in attuazione della direttiva 98/5/CE, ma non aveva trovato grande diffusione. Le cause? Probabilmente la concessione di unica forma societaria (società in nome collettivo) e la scarsa convenienza fiscale.
La Legge 124/2017 ha poi concesso la possibilità di costituire di società di capitali, ovvero società aperte anche a soggetti non professionisti, a patto che gli avvocati rappresentassero almeno i 2/3 del capitale e costituissero la maggioranza degli aventi diritto al voto.
Già all’epoca, parte del mondo forense reagì con preoccupazione.
A sollevare particolari timori vi era l’idea che i soci di capitali avrebbero investito risorse negli studi più grandi (più redditizi) decretando la fine di quelli più piccoli (che rappresentano la forma tipica nel nostro paese) e che l’indipendenza e l’autonomia degli avvocati sarebbero state assoggettate alle regole del profitto.
A quanto pare, nonostante sia passato qualche anno, tali preoccupazioni sono ancora vive.