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Timestamp: 2019-04-21 23:03:30+00:00
Document Index: 47372286

Matched Legal Cases: ['art. 105', 'art. 71', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 6', 'art. 83', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 95', 'art. 2233', 'art. 95']

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Di Cristiana Centanni il 12 marzo 2018 con 0 Commenti
Di Cristiana Centanni il 13 febbraio 2018 con 0 Commenti
Con Ordinanza recente il T.A.R. Milano[1], in un giudizio in cui la società ricorrente era stata esclusa dalla procedura di gara per aver superato la percentuale del 30% prevista come limite al subappalto dalla normativa nazionale [art. 105, comma 2, del decreto legislativo n. 50 del 18 aprile 2016], sospendendo il giudizio, ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea la questione relativa alla compatibilità della normativa nazionale sul subappalto con il diritto comunitario (in particolare con l’art. 71 della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 sugli appalti pubblici).
In altri e più chiari termini, per il Collegio, il predetto limite sui subappalti potrebbe non essere conforme alla normativa europea ché, diversamente, non prevede alcuna limitazione quantitativa a riguardo.
Infatti, la vigente direttiva europea affronta il tema del subappalto all’articolo 71 che, secondo il T.A.R., “consente l’introduzione di previsioni più restrittive sotto diversi aspetti, ma non contempla alcun limite quantitativo al subappalto”.
Questo il quesito interpretativo formulato dal Collegio alla Corte di Giustizia:
[1] Sez. I, 19.01.2018, n. 148
Alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà va allegato il documento di identità in quanto elemento indispensabile perché venga ad esistenza l’autocertificazione stessa, come costruita dall’art. 47 DPR 445/2000
Di Cristiana Centanni il 19 ottobre 2017 con 0 Commenti
In sede di partecipazione alla gara pubblica, la produzione della fotocopia del documento d’identità del dichiarante deve essere considerata elemento costitutivo dell’autocertificazione e, trattandosi di requisito formale ad substantiam dell’autocertificazione stessa, la sua mancanza non è regolarizzabile, pena la violazione della par condicio tra i concorrenti, poiché l’allegazione di copia del documento d’identità costituisce adempimento di valore essenziale, vòlto a garantire l’esatta provenienza di ogni singola documentazione esibita.
E’ quanto emerge dalla sentenza del T.A.R. Lazio[1] pubblicata nei giorni scorsi dalla Sezione Prima Quater.
Bocciato il ricorso della Società esclusa dalla gara avendo la Commissione verificato, con determinazione in guisa non censurabile, che alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà non era allegato il documento di identità dell’Amministratore delegato della stessa Società.
Il Collegio ha evidenziato che il disciplinare di gara, nell’enunciare il contenuto dell’offerta tecnica, aveva richiesto espressamente la presentazione, da parte dei concorrenti, di una dichiarazione sostitutiva (ex artt. 38, 46 e 47 d.P.R. n. 445/2000 e s.m.i.) che attestasse una serie di dati ritenuti “elementi necessari dell’offerta tecnica”. «La norma del Disciplinare» – precisava il Collegio – «era altresì chiara (la proposizione è evidenziata in grassetto) nel prescrivere che gli indicati elementi dovessero essere dichiarati con “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000”».
Nel delineato contesto, la Commissione di gara, rilevata, nell’offerta tecnica della ricorrente, l’assenza di copia del documento di identità del dichiarante in allegato alla dichiarazione, ne proponeva l’esclusione, per essere elemento essenziale dell’offerta tecnica, in quanto elemento costitutivo dell’autocertificazione; chiarisce il Collegio poi che, ad essere sanzionata con l’esclusione del concorrente dalla gara, non è stata «la mancanza tout court della copia del documento di identità (in ipotesi reperibile altrove o integrabile con il soccorso istruttorio), bensì la mancanza della “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000” di cui al punto 2 dell’art. 6, ossia di un elemento essenziale dell’offerta tecnica».
Si è trattato di una carenza sostanziale e non già di una incompletezza formale, carenza che, per espressa disposizione di legge (art. 83, comma 9, D.Lgs. 50/2016), non può essere sanata con il soccorso istruttorio (cfr. T.A.R. Liguria, Sez. II, 28 febbraio 2017, n. 145) né con “l’utilizzo” del documento depositato nella busta contenente la documentazione amministrativa, come anche opinato, ricorda il Collegio, dalla ricorrente. «Operazione di “soccorso” quest’ultima che, forse, sebbene forzando il dato normativo, si sarebbe potuta ipotizzare qualora la concorrente avesse almeno inserito, in calce alla dichiarazione de qua, un rinvio espresso al documento depositato nella busta “A”».
Nel caso di specie, tuttavia, non avendo il ricorrente effettuato detto rinvio, alla Commissione non restava altra scelta che considerare giuridicamente inesistente la dichiarazione sostitutiva, e a una tale constatazione non poteva non seguire l’esclusione dalla gara, non essendo necessario che la sanzione fosse prevista espressamente dalla disciplina di gara.
Alla Società ricorrente non resta che pagare le spese di lite.
[1] 04.10.2017, n. 10031
Le cause di esclusione dalla gara devono essere ritenute di stretta interpretazione
E’ quanto emerge dalla sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia[1] che ha ribadito che le cause di esclusione devono essere ritenute di stretta interpretazione, senza che possa ritenersi consentita l’estensione analogica del contenuto delle stesse.
«La disposizione precitata», afferma il Collegio Friulano, «in realtà codifica l’orientamento sostanzialista già invalso nella più recente giurisprudenza amministrativa, per cui le cause di esclusione dalla gara, in quanto limitative della libertà di concorrenza, devono essere ritenute di stretta interpretazione, senza possibilità di estensione analogica (cfr., C.d.S., Sez. V^, sentenza n. 2064/2013), con la conseguenza che, in caso di equivocità delle disposizioni che regolano lo svolgimento della gara, deve essere preferita quell’interpretazione che, in aderenza ai criteri di proporzionalità e ragionevolezza, eviti eccessivi formalismi e illegittime restrizioni alla partecipazione (cfr., T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. IV^, sentenza n. 208/2017)».
[1] Sezione I, 06.06.2017, n. 202
Illegittima la scelta dell’Amministrazione di procedere con il criterio del prezzo più basso per i compensi relativi ai servizi legali messi a gara
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia[1] ha accolto il ricorso di alcune associazioni di categoria e di alcuni legali sulla base delle previsioni del nuovo codice degli appalti pubblici (D.Lgs. 50/2016), e prima ancora della direttiva 2014/24/UE, che attribuisce una netta preferenza per l’applicazione di criteri di aggiudicazione che si fondino su un complessivo apprezzamento del miglior rapporto qualità/prezzo, relegando il tradizionale criterio del prezzo più basso ad ipotesi tassativamente individuate al comma 4 dell’art. 95 del D.Lgs. 50/2016 secondo cui “Può essere utilizzato il criterio del minor prezzo: a) per i lavori di importo pari o inferiore a 1.000.000 di euro, tenuto conto che la rispondenza ai requisiti di qualità è garantita dall’obbligo che la procedura di gara avvenga sulla base del progetto esecutivo; b) per i servizi e le forniture con caratteristiche standardizzate o le cui condizioni sono definite dal mercato; c) per i servizi e le forniture di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 35, caratterizzati da elevata ripetitività, fatta eccezione per quelli di notevole contenuto tecnologico o che hanno un carattere innovativo”.
In altri e più chiari termini, precisa il T.A.R., «il criterio di aggiudicazione fondato sul rapporto qualità/prezzo costituisce un principio immanente al sistema che consente l’applicazione del prezzo più basso solo nei casi espressamente previsti».
E ciò vale soprattutto con riferimento al contratto d’opera intellettuale, al quale è pur sempre riconducibile l’attività legale, disciplinato dall’art. 2233 c.c. che, al secondo comma, così recita: «In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione».
Per questi motivo, i giudici di Lecce hanno ritenuto illegittima la scelta dell’amministrazione comunale di procedere, per l’affidamento messo in gara concernente sia il contenzioso sia l’attività stragiudiziale, con il criterio del prezzo più basso, risultando esso incompatibile con le disposizioni dell’art. 95 del codice dei contratti pubblici, secondo cui “salve le disposizioni legislative, regolamentari o amministrative relative al prezzo di determinate forniture o alla remunerazione di servizi specifici, le stazioni appaltanti, nel rispetto dei principi di trasparenza, di non discriminazione e di parità di trattamento, procedono all’aggiudicazione degli appalti e all’affidamento dei concorsi di progettazione e dei concorsi di idee, sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo o sulla base dell’elemento prezzo o del costo, seguendo un criterio di comparazione costo/efficacia quale il costo del ciclo di vita, conformemente all’articolo 96” (comma 2).
[1] Lecce, Sezione II, 13.05.2017, n. 875