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Timestamp: 2020-02-27 07:30:47+00:00
Document Index: 99409558

Matched Legal Cases: ['art. 182', 'art. 67', 'art. 160', 'art. 182', 'art. 2', 'art. 182', 'art. 161', 'art. 1', 'art. 182', 'art. 23', 'art. 160', 'art. 182', 'art. 67', 'art. 182', 'art. 182', 'sentenza ']

La controversa natura degli accordi di ristrutturazione previsti dall’art. 182 bis LF.
La gestione della crisi d’impresa è diventata punto focale dell’attività legislativa degli ultimi anni. Gli accordi di ristrutturazione, in particolare, sono al centro di un dibattito giurisprudenziale afferente la natura giuridica. Da ultimo la Corte di Cassazione annovera gli accordi di ristrutturazione tra le procedure concorsuali, con tutto quanto da questa definizione deriva.
Sommario: 1. Uno sguardo d’insieme alla composizione delle crisi d’impresa.- 2. Rapporti tra i diversi istituti deputati alla composizione della crisi. - 3. La discussa natura degli accordi di ristrutturazione.- 4. I recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità.
1.Uno sguardo d’insieme alla composizione delle crisi d’impresa
La riforma del diritto fallimentare ha introdotto negli ultimi anni significative novità nella disciplina dell’insolvenza ed ha istituito numerosi strumenti giuridici finalizzati alla soluzione negoziale della crisi di impresa .
A tale scopo, oltre al requisito dell’insolvenza, il legislatore ha introdotto proprio il requisito della crisi, per cui la procedura può avviarsi non solo in contesti patologici, ma anche in fasi ancora “risolvibili” , privilegiando la continuazione dell’impresa.
- i piani di risanamento (art. 67 L.F.)
- il concordato preventivo (art. 160 e ss. L.F.)
- gli accordi di ristrutturazione dei debiti (art. 182 bis L.F).
Grande rilevanza assumono sono gli accordi di ristrutturazione di debiti, introdotti dal d.l. 14.3.2005 n. 35 ( cd. decreto competitività) all’art. 2.
Si tratta del primo riconoscimento di rilievo giuridico ad un accordo stragiudiziale, strumento, di natura flessibile e disciplinato dalla legge come mezzo di risanamento a cui può ricorrere l’impresa in crisi per ridurre la propria esposizione debitoria e provare un risanamento. L’art. 182 bis L.F., nello specifico, prevede che “l’imprenditore in stato di crisi può domandare, depositando la documentazione di cui all’art. 161, l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti stipulato con i creditori rappresentati almeno il 60% dei crediti”
i) un presupposto di natura oggettiva: lo stato di crisi del soggetto che vi fa ricorso, intendendosi per crisi sia la situazione di difficoltà economica e finanziaria, sia lo stato di insolvenza del debitore;
ii) un presupposto di natura soggettiva : il debitore, cioè, per poter ricorrere a questo istituto, deve rientrare in una delle categorie espressamente indicate dalla legge. In particolare, può trattarsi di un soggetto fallibile secondo le previsioni dell’art. 1 L.F. (che prevede la fallibilità dei soli imprenditori commerciali); di un imprenditore agricolo, ammesso all’accordo di cui all’art. 182 bis L.F. dall’art. 23 co.43 D.L. 98/2011; di un imprenditore in possesso dei requisiti per ricorrere alla procedura di amministrazione straordinaria o di liquidazione coatta amministrativa.
La dottrina ha chiarito, poi, che anche l’imprenditore in stato d’insolvenza può richiedere l’omologa dell’accordo di ristrutturazione dei debiti sulla base dell’art. 160 L.F. il quale previsa che lo stato di crisi comprende lo stato di insolvenza. Finalità primaria dell’istituto è il superamento della crisi d’impresa al fine di tutelare il valore economico del complesso industriale, garantendo la prosecuzione dell’attività aziendale.
Per poter omologare l’accordo, ai sensi dell’art. 182 bis L.F., l’imprenditore deve raggiungere un’intesa con i creditori che rappresentino almeno il 60 % delle passività. I creditori estranei all’accordo, invece, devono essere integralmente soddisfatti. Attraverso il ricorso agli accordi, il creditore, per le operazioni realizzate in rispetto degli accordi e con la finalità di giungere al risanamento dell’impresa, è posto al riparo da azione revocatorie.
2. Rapporti tra i diversi istituti deputati alla composizione della crisi
Per quanto qui di maggiore interesse, in un’ottica comparativa con il concordato preventivo, si assiste ad una graduazione del controllo esercitato dal Tribunale, del tutto assente nei piani di risanamento di cui all’art. 67 L.F. e non particolarmente incisivo negli accordi di cui all’art. 182 bis L.F. Tuttavia, gli effetti obbligatori per i creditori dissenzienti in un concordato omologato, rendono più semplice il raggiungimento di un accordo in sede concorsuale. Come detto, infatti, l’accordo non è vincolante per i creditori dissenzienti e per avere validità deve intervenire con almeno il 60% dei creditori stessi. Sovente, però, soprattutto nei casi di imprese con un alto numero di creditori, l’ottenimento della maggioranza richiesta dall’art. 182 bis L.F. risulta molto difficile e la necessità di disporre delle liquidità necessarie a liquidare interamente i creditori dissenzienti, impone spesso quale unica soluzione alla crisi la proposizione della domanda di concordato preventivo.
3. La discussa natura degli accordi di ristrutturazione.
In dottrina ed in giurisprudenza si discute sulla natura degli accordi. Come noto, sul punto sono emersi tre filoni interpretativi:
- gli accordi di ristrutturazione sono da assimilare al concordato preventivo;
- gli accordi di ristrutturazione divergono dal concordato, ma restano procedure concorsuali;
- gli accordi di ristrutturazione hanno natura negoziale e sono espressione di autonomia privata.
- non vi è un procedimento ed un provvedimento di apertura;
- non vi è la nomina di organi appositi (giudice delegato, commissario, comitato dei creditori);
- il dissesto non è regolato concorsualmente (non tutti i creditori sono coinvolti e gli accordi non sono obbligatori per i creditori dissenzienti) ;
- i creditori non sono organizzati come collettività con interessi omogenei ; - il debitore non è privato della gestione dell’impresa;
- gli atti del debitore non sono soggetti né a controlli né a vincoli.
- la modalità di formazione dell’accordo che richiama quella del concordato preventivo ;
- la competenza del tribunale fallimentare per l’omologazione;
- il blocco delle azioni esecutive e cautelari - la previsione dell’esenzione da revocatoria fallimentare degli atti posti in essere in esecuzione dell’accordo omologato.
4. I recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità.
Di recente, anche la Corte di Cassazione ha imposto un deciso cambio di rotta per quanto attiene alla qualificazione giuridica della natura degli accordi di ristrutturazione del debito (Cass. 1182/2018; Cass. 9087/2018; Cass. 163472018).
Secondo la Suprema Corte, in particolare, gli accordi in esame sono procedure concorsuali e non uno strumento privatistico, in quanto regolati da precisi meccanismi che li contraddistinguono e tutti riportati sopra. Nel dettaglio, la Corte di Cassazione, con sentenza 12.4.2018, n. 9087 definisce il sistema fallimentare chiarendo che “la sfera della concorsualità può essere oggi ipostaticamente rappresentata come una serie di cerchi concentrici, caratterizzati dal progressivo aumento dell’autonomia delle parti man mano che ci si allontana dal nucleo (la procedura fallimentare) fino all’ordita più esterna ( gli accordi di ristrutturazione dei debiti), passando attraverso le altre procedure di livello intermedio, quali la liquidazione degli imprenditori non fallibili, le amministrazioni straordinarie, le liquidazioni coattive amministrative, il concordato fallimentare, il concordato preventivo, gli accordi di composizione della crisi da sovraindebitamento degli imprenditori non fallibili, gli accordi di ristrutturazione con intermediari finanziari e le convenzioni di moratoria. Restando all’esterno di questo perimetro immaginario solo gli atti interni di autonomia riorganizzazione dell’impresa, come i piani attestati di risanamento e gli accordi di natura esclusivamente stragiudiziale che non richiedono nemmeno un intervento giudiziale di tipo omologatorio”.
Sul punto, non è dirimente nemmeno la riforma della disciplina di crisi e insolvenza (nuovo codice della crisi di impresa), anche se questa prevede che a talune condizioni, precisamente individuate, gli effetti del concordato preventivo possano travalicare la dimensione puramente negoziale ed estendersi ai dissenzienti. Sembra, allora, che la giurisprudenza stia cercando già una sintonia con la riforma della disciplina di crisi varata con lo schema di decreto attuativo approvato dal Consiglio dei ministri l’8 novembre 2018, in attuazione della legge n.155 del 2017 (“Delega al Governo per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza” in GU Serie Generale n. 254 del 30/10/2017).