Source: https://www.avvocatofrancescodandria.it/corruzione/
Timestamp: 2020-08-04 13:27:19+00:00
Document Index: 183760853

Matched Legal Cases: ['art. 2635', 'art. 2635', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 319', 'sentenza ']

Corruzione: significato, tra privati, atti giudiziari, Palazzo di Giustizia e in Italia
La corruzione disciplinata dal codice penale dagli artt. 318-322 c.p., è un accordo (c.d. pactum sceleris) tra un funzionario pubblico ed un soggetto privato, mediante il quale il primo accetta dal secondo, per un atto relativo alle proprie attribuzioni, un compenso che non gli è dovuto. Del reato ne rispondono sia il corruttore che il corrotto. Leggiamo insieme cos’è il reato di corruzione, qual’è il suo significato e come si disciplina in Italia.
Corruzione: quale significato
Bisogna prima di tutto chiedersi: corruzione, qual è il suo significato? E’ diversa dal reato di concussione? Che differenza esiste fra corruzione e concussione?
Dal latino corruptio -onis, der. «corrompere, disfare dall’interno». Di questi tempi la corruzione è una parola che vive soprattutto negli ambiti della politica e delle istituzioni: l’immagine è quella di una crepa, rispetto all’integrità richiesta da un ruolo.
La corruzione porta alla violazione di simili norme creando un danno economico sia alla collettività che al privato. Nella corruzione il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio percepiscono l’utilità in seguito a un accordo con il privato.
Il reato è punito con pene altissime perché il funzionario pubblico e il soggetto privato realizzano un pactum scelleris ai danni dei competitor i quali verranno esclusi dall’aggiudicazione di lavori. Questo determinerà un’occupazione militare di alcuni lavori non fondando il valore della prestazione sul merito ma su un sistema tangentizio e sugli apparentamenti politico-imprenditoriali, fino a minacciare la stessa tenuta democratica e credibilità delle istituzioni.
Ti faccio un esempio: io posso fare un regalo al mio amico sindaco di un paese del nord Italia, dove vivo, perché mi sta simpatico, perché è il suo compleanno o perché è Natale. Quello che non posso fare, invece, per non incorrere nel reato di corruzione, è regalargli un Rolex alfine di cestinare le mie multe e non farmi pagare le tasse comunali, oppure al fine di farmi vincere una gara di appalto per la costruzione della piazza del mercato.
Si distingue una corruzione attiva ed una passiva, a seconda che la si guardi dal punto di vista del corruttore o del corrotto. Il comportamento dei due soggetti del delitto di corruzione è sostanzialmente identico. Il pubblico ufficiale riceve la dazione o la promessa e dà in cambio l’atto d’ufficio o contrario ai doveri di ufficio; il privato, da parte sua, riceve l’atto di ufficio o l’atto contrario ai doveri di ufficio e dà in cambio denaro o altra utilità
Esempio: abbiamo un pubblico ufficiale che dice al concorrente in un concorso “se vuoi tre punti in più, mi devi dare 1200 euro”.
Si osserva che il pubblico funzionario che si fa corrompere ed il privato che lo corrompe non commettono reati diversi ma risultano essere compartecipi del medesimo reato configurabile solo se sussistono entrambe le condotte convergenti.
Per la realizzazione di tale reato sono necessarie due attività: l’accettazione della promessa e il ricevimento della utilità. E il reato quando si consuma, ti chiederai? Si consuma con il ricevimento dell’utilità (vinco la gara di appalto, grazie alla mazzetta di soldi destinata al mio amico sindaco).
Nonostante ciò, quando la promessa non viene mantenuta (Il sindaco non mantiene la promessa di farmi vincere la gara di appalto), il reato comunque si perfezione con la sola accettazione della promessa.
La fattispecie appartiene quindi alla categoria dei reati propri funzionali, perché elemento di tipicità del fatto è che l’atto o il comportamento occorre siano espressione della pubblica funzione esercitata da quest’ultimo, con la conseguenza che non ricorre il delitto di corruzione passiva se l’intervento del pubblico ufficiale in esecuzione dell’accordo illecito non comporti l’attivazione di poteri istituzionali propri del suo ufficio o non sia in qualche maniera a questi ricollegabile.
Il bene giuridico tutelato è da rinvenire nell’interesse della Pubblica Amministrazione all’imparzialità, correttezza e probità dei funzionari pubblici e che gli atti di ufficio non siano oggetto di mercimonio o di compravendita privata.
La ratio della incriminazione, infatti, è il discredito che tale reato getta sulla categoria dei pubblici funzionari e, quindi, della stessa Pubblica Amministrazione.
Il dato fondamentale comune a tutte le ipotesi di corruzione è il mercimonio dei doveri inerenti alla pubblica funzione o al pubblico servizio che viene a compromettere il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione ma, poiché tale mercimonio può avere ad oggetto un comportamento di per sé corrispondente ai doveri di ufficio o contrario ai doveri medesimi, il codice configura due differenti forme di corruzione, propria ed a che analizzeremo successivamente nello specifico.
Come si disciplina la Corruzione tra privati
Il 16 gennaio 2019 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la c.d. Legge Anticorruzione (L. 9 gennaio 2019, n. 3) la cui entrata in vigore è fissata per il gennaio 2020. Tra le novità significative si segnala l’abrogazione del comma 5 dell’art. 2635 c.c., disciplinante il reato di Corruzione tra Privati, il quale prevedeva “Si procede a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi”.
Parallelamente, è stato abrogato il comma 3 dell’art. 2635 bis c.c. (“Istigazione alla corruzione tra privati”) che stabiliva “si procede a querela della persona offesa”. La riforma introduce quindi il regime indiscriminato della procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di corruzione e di istigazione alla corruzione tra privati, indipendentemente dall’accertamento della intervenuta “distorsione alla concorrenza”. Il nuovo regime di procedibilità d’ufficio sembra ubbidire alle direttive sovranazionali che impongono agli Stati di adottare tutte le misure per combattere la corruzione tra privati, percepita come un grave strumento di alterazione della concorrenza. La modifica in parola accentua lo spostamento dell’oggetto della tutela penale di natura marcatamente privatistica, verso interessi di carattere pubblicistico.
È bene fare un esempio: siamo nell’ambito di una compagnia telefonica, una S.P.A con sede a Milano, e qui l’amministratore, per coprire una propria responsabilità nella gestione, corrisponde ad un membro del collegio sindacale una somma di denaro pari a 10.000 euro. Succede che il sindaco, in violazione dei suoi doveri, omette di rilevare il problema provocando così un danno alla società. Siamo così di fronte ad un vero e proprio caso di corruzione tra privati.
Corruzione al Palazzo di Giustizia: è possibile?
Cos’è la Corruzione al Palazzo di Giustizia? Sicuramente molti di voi, alla lettura del suddetto titolo, ricorderanno l’omonimo film del regista Aliprandi del 1974, la cui trama racconta l’ordine dettato dal nuovo Ministro di Grazia e Giustizia che si proceda d’urgenza contro l’industriale Carlo Goja, accusato di corruzione ma questi, avvisato della imminente perquisizione, dà fuoco al magazzino contenente un archivio compromettente.
Un giudice viene allora incaricato dal Consiglio Superiore della Magistratura di frugare al palazzo di Giustizia e mettere in stato d’accusa il presidente dello stesso, che con l’industriale ha avuto ambigue relazioni. Dalle ricerche vengono a galla sconvolgenti notizie che troverebbero materia per l’incriminazione di alte cariche.
Corruzione in atti giudiziari: cos’è?
Risulta quindi necessario collegarci al tema della corruzione in Procura, meglio rubricata come “Corruzione in atti giudiziari”.
Infatti risponde del delitto di corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter c.p.) il pubblico ufficiale che commette i fatti indicati negli artt. 318 c.p. (corruzione per l’esercizio della funzione) e 319 c.p. (corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio). In questa ipotesi rileva la natura dell’atto da compiere, che deve essere funzionale ad un procedimento giudiziario, ponendosi come strumento per arrecare un favore o un danno nei confronti di una delle parti di un processo civile, penale o amministrativo.
Secondo la struttura dell’art. 319 ter, per la consumazione del reato è sufficiente che il soggetto attivo si faccia retribuire o accetti la promessa con lo scopo dell’ingiusto giudizio o dell’ingiusta condanna, indipendentemente dalla verificazione di questi obiettivi e persino senza che si verifichi l’omissione o il ritardo o l’atto contrario ai doveri di ufficio che l’agente considerava come mezzo per realizzare il fine illecito.
Si tratta così di un’autonoma fattispecie incriminatrice dovuta all’esigenza di «evitare, in considerazione della particolare gravità delle fattispecie regolate, che i sensibili aggravamenti di pena già oggi previsti possano essere vanificati dal gioco della comparazione delle circostanze» ed inoltre «la specifica figura della corruzione in atti giudiziari è oggetto di autonoma incriminazione in molte legislazioni».
Si è notato che l’elevazione della corruzione in atti giudiziari a figura autonoma tende a sottolineare l’accentuato disvalore dei comportamenti corruttivi commessi nell’esercizio dell’attività giurisdizionale.
Il co. 2 dell’art. 319 ter c.p. prevede poi due circostanze aggravanti per le ipotesi in cui dal fatto derivi l’ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni ovvero superiore a cinque anni o all’ergastolo: operano solo rispetto ad una ingiusta condanna in un processo penale (e non civile o amministrativo), non necessariamente di un innocente, ma anche quando venga inflitta una pena maggiore di quella meritata . Si ritiene poi che la condanna debba essere passata in giudicato.
Occorre specificare anche che la corruzione in atti giudiziari è un delitto plurioffensivo in quanto determina la lesione non soltanto di quella che è l’imparzialità e il buon andamento, ma anche della correttezza dell’esercizio delle funzioni giudiziarie considerato che «l’interesse alla correttezza dell’esercizio delle funzioni giudiziarie viene compromesso da una decisione inquinata e alterata dal fatto corruttivo» (Cass. pen., 4.5.2006, n. 33435 ).
Ritengo sia fondamentale, per una buona comprensione dell’argomento farvi alcuni esempi riguardanti l’inchiesta su presunte sentenze pilotate nelle commissioni tributarie milanesi in cambio di mazzette, che portò all’arresto di quattro giudici tributari. Al centro dell’indagine vi fu una tangente da 60mila euro divisa in banconote da 500 euro e nascosta all’interno di pacchi natalizi. La presunta corruzione riguardava due sentenze, una della commissione tributaria provinciale, l’altra quella regionale.
Caso simile fu quello relativo ai 14 arresti da parte della Guardia di Finanza di Salerno: tra gli imputati due giudici tributari, uno presidente della IV sezione e l’altro vicepresidente della II sezione, i quali avrebbero intascato tangenti per velocizzare l’esame del ricorso relativamente alle posizioni di sei aziende della provincia.
Le indagini svolte dalle fiamme gialle hanno consentito di riprendere le dazioni di denaro a titolo di corruzione, che tramite i due dipendenti amministrativi venivano consegnate ai due giudici tributari. Gli importi pagati ai due giudici per ottenere le sentenze favorevoli superavano addirittura i 30mila euro. Sono state persino individuate dieci procedure il cui iter è stato condizionato dalla corruzione.
Ma sicuramente il caso più importante degli ultimi anni di corruzione in atti giudiziari è il Caso Squillante. Si tratta di una complessa vicenda giudiziaria riguardante la mancata vendita della SME (comparto agro-alimentare dell’Istituto per la ricostruzione industriale, il cui presidente era Romano Prodi) alla Società Compagnie Industriali Riunite S.p.A di De Benedetti. Tra gli imputati vi fu anche Silvio Berlusconi.
La vicenda SME risale al 1985, quando l’IRI e la Buitoni raggiunsero un’intesa per la vendita del 64,36% del capitale sociale della SME ad un valore di mercato in linea con le perizie disposte dal Ministro Darida. Il valore venne stabilito in 497 miliardi di lire. Una perizia successiva effettuata dal professor Guatri confermò la stima. Tuttavia le perizie private fatte dalla controparte e presentate successivamente durante lo stesso processo, attestarono un valore commerciale della SME pari a 472,6 miliardi. Altre ditte erano interessate alla trattativa: oltre alla cordata Barilla-Ferrero-Fininvest che aveva presentato una offerta di 600 miliardi, vi erano offerte ancora più elevate da parte della Lega delle Cooperative, dell’Unicoop e della Cofima. Accadde poi che fu aperta un’inchiesta giudiziaria dalla Procura di Milano mentre indagava sui conti del finanziere Franco Ambrosio, conosciuto come il «re del grano». I magistrati, risalirono ai conti di Barilla e ne scoprirono uno usato da Barilla per pagare tangenti a DC e PSI.
Da quel conto partirono due bonifici (750 milioni e un miliardo di lire) destinati all’avvocato Attilio Pacifico.
Secondo l’accusa il primo bonifico fu consegnato in parte al giudice Filippo Verde mentre con il secondo bonifico 850 milioni finirono sul conto intestato a Previti, mentre 100 milioni andarono al conto del giudice Squillante.
Il processo SME cominciò il 9 marzo 2000 al Tribunale di Milano dal sospetto che la sentenza di primo grado del 1986 fosse stata comprata attraverso il versamento di tangenti da parte di Silvio Berlusconi , al giudice Filippo Verde, presidente del Tribunale civile di Roma, al giudice Renato Squillante, agli avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico.
Dopo un lungo iter processuale, nel 2006 la Corte di Cassazione stabilì che la Procura di Milano non avrebbe mai dovuto iniziare le indagini annullando le sentenze emesse dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Milano.
Come si configura la corruzione in Italia?
Corruzione in Italia, come si configura? La classifica di Transparency International, l’organizzazione che ogni anno monitora l’indice di corruzione percepita in 180 Paesi nel mondo rivela che l’Italia è nel 2017 è risalita al 54esimo posto rispetto al 60esimo del 2016 nella lista dei paesi più corrotti. Cifre dietro le quali hanno trovato alloggio la scarsa trasparenza della Pubblica Amministrazione, la fame di denaro dei partiti politici così anche come pratiche illegittime plurime.
Nell’indagine sulla sicurezza dei cittadini 2015-2016, anche l’Istat ha introdotto un modulo volto a studiare il fenomeno della corruzione.
Si tratta di un approfondimento che per la prima volta vuole offrire una stima del numero di famiglie coinvolte nel corso della propria vita in dinamiche corruttive: sono state intervistate 43mila persone tra i 18 e gli 80 anni di età a cui è stato chiesto se a loro stessi o ad un familiare convivente sia stato suggerito o richiesto di pagare, fare regali o favori in cambio di facilitazioni nell’accesso a un servizio o di un’agevolazione. Al contempo è stata anche rilevata la conoscenza indiretta di casi di corruzione, cioè se si è venuti a conoscenza, nel proprio ambiente, di persone che abbiano ricevuto richieste di denaro, favori o regali in cambio di servizi.
Si stima che il 7,9% delle famiglie abbia ricevuto richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni nel corso della vita. Ma, sebbene questi casi non rappresentino nella definizione giuridica italiana circostanze di vera e propria corruzione, sono rappresentativi di situazioni in cui per avere un servizio disponibile in realtà si è indotti a “pagare”.
Quanto al settore giustizia, sono il 2,9% le famiglie che hanno avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di pubblici ufficiali collegati con il mondo giudiziario.
Queste richieste di denaro si verificano più frequentemente nei settori lavoro, sanità e uffici pubblici nel complesso; tuttavia la graduatoria cambia per i casi registrati più di recente. Il Sud detiene il primato di casi di corruzione, seguono il Centro e le Isole.
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