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Timestamp: 2020-01-27 23:28:45+00:00
Document Index: 116742807

Matched Legal Cases: ['art. 461', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 578', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 111', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 538', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 578', 'sentenza ', 'art. 578', 'art. 198', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 667', 'art. 8', 'art. 129', 'art. 141', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 649', 'art. 464', 'sentenza ', 'art. 464', 'art. 141', 'art. 129', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 129', 'art. 129', 'art. 32']

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da Avv. Sergio Armaroli | Ago 16, 2016 | avvocato difesa penale, avvocato penale bologna Sergio Armaroli, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA FORLI RAVENNA CESENA, Consulenza Legale, News | 0 commenti
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DOMANDA :QUANDO PUO’ ESSERE EMESSO DECRETO PENALE DI CONDANNA ? QUALI PRESUPPOSTI?
che sia stata sporta validamente querela, nei reati perseguibili a quereladi parte.
Tale procedimento non è in ogni caso consentito qualora debba applicarsi una misura di sicurezza personale.
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DOMANDA : COME SI PRESENTE L’OPPOSIZIONE A DECRETO PENALE DI CONDANNA?
Avverso il decreto, l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, possono presentare opposizione nel termine di gg. 15 dalla notifica del decreto stesso.
Ai sensi dell’art. 461 comma 2 c.p.p. la dichiarazione di opposizione deve indicare, a pena di inammissibilita’: “gli estremi del decreto di condanna, la data del medesimo e il giudice che lo ha emesso”.
DOMANDA : SE E’ STATO EMESSO DECRETO PENALE DI CONDANNA PER REATO DEPENALIZZATO?
“Se, in caso di sentenza di condanna relativa ad un reato successivamente abrogato e qualificato come illecito civile, sottoposto a sanzione pecuniaria civile, ai sensi del d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, il giudice della impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, debba revocare anche i capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.
Nella giurisprudenza di legittimità si è formato un primo indirizzo interpretativo, favorevole al mantenimento, in capo al giudice penale della impugnazione contro sentenza di condanna, del potere di decidere il ricorso agli effetti civili.
Esso è stato prospettato per la prima volta da Sez. 5, n. 7124 del 09/02/2016, Portera, non mass., seguita da altre sentenze della stessa Sez. 5 (la n. 14041 del 15/02/2016, Carbone, Rv. 266317-8, e altre non massimate, emesse il 03/03/2016, n. 28643, Gianfreda, n. 25062, Arona e n. 24029, Mancuso), le quali fanno leva, in primo luogo, sul testo dell’art. 2, secondo comma, ultima parte, cod. pen.: norma diretta a disciplinare il fenomeno della abrogazione sopravvenuta a sentenza definitiva di condanna e ritenuta principio-guida laddove statuisce, in caso di abolitiocriminis intervenuta dopo la sentenza di condanna, la cessazione dell’esecuzione di questa e dei relativi effetti penali, desumendosi da tale formulazione, a contrario, che gli eventuali effetti civili non vengono travolti dall’abrogazione.
Una parte minoritaria della giurisprudenza in questione (in particolare la sentenza Arona), nel citare le sentenze Sez. 5, n. 4266 del 20/12/2005, Colacito, Rv. 233598 e Sez. 5, n. 28701 del 24/05/2005, Romiti, Rv. 231866, attribuisce valenza precettiva generale al citato disposto dell’art. 2, secondo comma, cod. pen., riferendolo anche alla ipotesi di abolitiocriminis sopravvenuta a sentenza non definitiva di condanna.
Un secondo argomento è dato dalla evocazione dell’art. 11 delle preleggi, che, nello statuire che “la legge non dispone che per l’avvenire”, farebbe salvo il diritto acquisito dalla parte civile a vedere esaminata la propria azione già incardinata nel processo penale, fatta eccezione per il caso, non messo in discussione, in cui l’abrogazione sopravvenga alla instaurazione del giudizio di primo grado ma sia antecedente alla pronuncia conclusiva del grado stesso: in tal caso la pronuncia della abrogazione travolgerebbe il diritto pure già esercitato dalla parte civile costituita.
Alle suddette conclusioni la giurisprudenza in questione perviene sia richiamando l’analogo “meccanismo” procedurale creato dal coevo d.lgs. n. 8 del 2016, in tema di depenalizzazione, sia proponendo un’applicazione analogica, a tali limitati fini, dell’art. 578 cod. proc. pen. che, in tema di cause di estinzione del reato sopravvenute a sentenza di condanna, attribuisce al giudice della “sola” impugnazione il potere di decidere agli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.
Lo stesso orientamento afferma che, nel caso descritto, la sanzione pecuniaria civile è destinata a non essere applicata perché l’esercizio dell’azione civile nella sede propria, che ne costituirebbe il presupposto, sarebbe stato “consumato”.
Allo stesso filone si ascrivono le sentenze della Sezione 2, n. 14529 del 23/03/2016, Bosco, Rv. 266467 e n. 29603 del 27/04/2016, De Mauri, Rv. 267166; inoltre le sentenze, non massimate, rispettivamente del 03/05/2016, n. 33058, Competiello e n. 33544, Rizzuti, nonché quella n. 21598, del 24/05/2016, Panizzo e n. 24299 del 27/05/2016, Cascarano.
Si tratta di un compendio giurisprudenziale organizzato attorno alla comune elaborazione del rilievo secondo cui tra i reati oggetto del decreto di abrogazione e quelli oggetto del decreto di depenalizzazione non vi è alcuna differenza ontologica, tale da giustificare la diversità della disciplina sulla sorte dei capi concernenti le statuizioni civili.
Il principale argomento logico-sistematico è quello secondo cui la legge-delega n. 67 del 2014 ha dato luogo, con i decreti legislativi nn. 7 e 8, a provvedimenti, in entrambi i casi, di depenalizzazione, sicché la disciplina dettata dal decreto legislativo n. 8 ha “valenza generale” e il relativo art. 9, comma 3, facendo riferimento generico a tutte le ipotesi in cui il giudice dell’impugnazione dà atto dell’intervenuta depenalizzazione con il dovere aggiunto di decidere sulla domanda civile proposta nello stesso procedimento, si applica anche alla materia regolata dal d.lgs. n. 7.
A sostegno di tale ricostruzione ermeneutica, si rappresenta che le nuove forme di illecito civile, con sanzioni non parametrate all’entità del pregiudizio subito dall’attore, si porrebbero in “continuità normativa” con i reati abrogati; sicché la formale abrogazione nasconderebbe una sostanziale “depenalizzazione diversa” dalla quale discenderebbe la necessità di far operare allo stesso modo, in relazione ad entrambe le normative delegate, la disciplina sui poteri del giudice dell’impugnazione in tema di risarcimento del danno.
Oltre all’argomento dato dalla ricognizione del principio posto dall’art. 2, secondo comma, ultima parte, cod. pen., il terzo pilastro del ragionamento delle dette sentenze è costituito dalla necessità di una interpretazione costituzionalmente conforme, posto che una diversa lettura darebbe luogo alla violazione del principio di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.), obbligando la parte civile ad adire il giudice civile nonostante che il fatto sia già stato acclarato, con problemi di diseconomia processuale e di pericolo di contrasto di giudicati, poiché il giudice civile sarebbe chiamato ad una completa rivalutazione del medesimo fatto.
Secondo tali sentenze, argomenti utili possono trarsi dalla disposizione transitoria del d.lgs. n. 7 del 2016, ossia dall’art. 12, comma 1, che, nello stabilire, per i procedimenti in corso, la soggezione alle disposizioni relative alle sanzioni pecuniarie civili, letto in combinato disposto con l’art. 3 dello stesso decreto – che configura la soggezione al pagamento della sanzione pecuniaria civile, per i fatti dolosi descritti nell’art. 4, come aggiuntiva alla capacità dei fatti stessi di dare luogo alle restituzioni e al risarcimento del danno -, starebbe a dimostrare che anche nel d.lgs. n. 7 è contemplato in via transitoria il potere del giudice dell’impugnazione di decidere sui capi concernenti le disposizioni civili.
Il contrasto giurisprudenziale si è prodotto per effetto di sentenze, di tenore opposto, emesse dalla Sezione Seconda e dalla Sezione Quinta.
Invero, dopo la sentenza capofila dell’indirizzo interpretativo in questione – Sez. 5, n. 15634 del 19/02/2016, Guerzoni, Rv. 266502 – si registra, accanto ad altre decisioni allineate alla prima (n. 14044 del 09/03/2016, Di Bonaventura, Rv. 266297, n. 16147 del 01/04/2016, Favaloro, Rv. 266503 e n. 32198, del 10/05/2016, Marini, Rv. 267002), un nutrito gruppo di pronunce della stessa Sez. 5 non mass. (Sez. 5, n. 26862, del 01/06/2016, Raiti; Sez. 5, n. 31643, del 01/06/2016, Lombardo; Sez. 5, n. 31646, del 01/06/2016, Lana; Sez. 5, n. 26840, del 20/05/2016, De Mercato; Sez. 5, n. 19516, del 15/04/2016, Pianta; Sez. 5, n. 31617 del 01/04/2016, Bonzano) e quelle massimate della Sez. 2, n. 26091, del 10/06/2016, Tesi, Rv. 267004 e n. 26071, del 09/06/2016, Rossi, Rv. 267003.
Tale filone interpretativo ha preso le mosse dal recente intervento della Corte costituzionale (sent. n. 12 del 2016), volto ad affrontare i dubbi di legittimità costituzionale dell’art. 538 cod. proc. pen. nella parte in cui, al comma 1, collega in via esclusiva la decisione sulla domanda della parte civile alla condanna dell’imputato.
Il Giudice delle leggi ha ritenuto tale impostazione codicistica in linea con la scelta di rendere tendenzialmente autonomo il giudizio penale da quello civile sullo stesso fatto, sicché la evenienza della costituzione di parte civile nel processo penale ha natura accessoria e subordinata alla finalità del processo, che è quella dell’accertamento della responsabilità penale dell’imputato. Eccezioni a tale regola possono essere poste ed esse sono ravvisabili negli artt. 578 e 576 cod. proc. pen..
L’orientamento in questione sottolinea la non conferenza dell’art. 2, secondo comma, ultima parte, cod. pen. – e della giurisprudenza che su tale norma si è espressa -, riferibile al caso, diverso da quello in oggetto, della cessazione dei soli effetti penali in caso di abrogazione sopravvenuta ad una sentenza di condanna definitiva.
Rileva, altresì, che l’art. 9, comma 3, d.lgs. n. 8 del 2016, che prevede, in materia di depenalizzazione, il potere del giudice dell’impugnazione di pronunciarsi sui capi relativi alle statuizioni civili, non trova applicazione nella materia del d.lgs. n. 7 – caratterizzata da una diversa ratio -, poiché si tratterebbe di applicazione analogica di norma eccezionale, come tale vietata in base agli stessi principi già enunciati in relazione all’art. 578 cod. proc. pen. dalla giurisprudenza di legittimità.
L’assenza di eadem ratio con riferimento ai due decreti impone di valorizzare come differenziale, e non come frutto di una “svista”, la circostanza che solo nel d.lgs. n. 8, a differenza che in quello n. 7, il legislatore delegato ha positivamente disciplinato, in via transitoria, la sorte dei capi concernenti le statuizioni civili.
In quarto luogo, si è osservato che il meccanismo processuale delineato nel d.lgs. n.7 prevede che il giudice del risarcimento del danno sia lo stesso che irroga la sanzione pecuniaria civile, e ciò anche con riferimento ai fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto, salvo il caso che la sentenza sia divenuta irrevocabile. Sottrarre al giudice civile il giudizio sul risarcimento del danno significherebbe mandare esente il responsabile del fatto doloso, configurato come reato abrogato, dalla sanzione civile prevista anche in via transitoria. L’ipotesi alternativa, dell’attribuire al giudice della impugnazione penale il potere di decidere, assieme alla domanda relativa alle statuizioni civili, anche sulla sanzione pecuniaria civile, eventualmente disponendola, significherebbe consentire un procedimento che, quando l’impugnazione è il giudizio di legittimità, finirebbe per attribuire alla Corte di cassazione valutazioni di merito, peraltro in assenza di un contraddittorio sulla formazione delle prove rilevanti.
. Si aggiungono considerazioni sulla impossibilità di applicare analogicamente il disposto dell’art. 578 cod. proc. pen., dato il carattere eccezionale della norma, e si richiama il principio, dettato nel codice penale (art. 198 cod. pen.) per cui la estinzione del reato o della pena non importa la estinzione delle obbligazioni civili derivanti dal reato.
Quest’ultimo è l’orientamento che le Sezioni Unite ritengono corretto, alla luce, in primo luogo, della lettera della normativa che ha dato luogo al contrasto.
L’interpretazione letterale della legge, infatti, è il canone ermeneutico prioritario per l’interprete, pur ricavandosi dall’art. 12 delle preleggi che l’ulteriore canone dato dall’interpretazione logica e sistematica soccorre e integra il significato proprio delle parole, arricchendole della ratio della norma e del suo coordinamento nel sistema nel quale va ad inserirsi.
Ma tale criterio non può servire ad andare oltre quello letterale quando la disposizione idonea a decidere la controversia è chiara e precisa.
Viceversa, solo se si riscontri un ingiustificato vuoto di disciplina capace di menomare la precisione della disposizione, l’interprete ha agio di ricorrere all’interpretazione analogica, tranne che nel caso (art. 14 preleggi) in cui siffatta operazione ermeneutica miri alla “attrazione” di disposizioni di leggi che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi.
5.1. Ebbene, il primo dato letterale nel quale ci si imbatte esaminando il d.lgs. n. 7 del 2016 è quello della presenza di una disciplina transitoria (art. 12) ma, anche, della mancanza, in questa, di qualsiasi cenno all’eventuale potere del giudice dell’impugnazione di decidere l’appello o il ricorso con riferimento ai capi concernenti le statuizioni civili.
Il secondo dato letterale è che con la novella sono state introdotte inedite sanzioni pecuniarie civili (art. 3 e segg.) con riferimento ai fatti che hanno preso il posto dei reati abrogati, prevedendosene l’applicazione retroattiva anche a quelli già commessi (art. 12), per i quali il giudice penale deve dichiarare la intervenuta abrogazione, e stabilendo, con norma che riguarda il procedimento in generale (art. 8), che il potere di irrogarle spetta al giudice competente a conoscere della azione di risarcimento del danno che, di regola, è il giudice civile.
Quest’ultima disposizione, in particolare, si pone in linea di stretta correlazione col silenzio normativo precedentemente evidenziato, potenziandone la eloquenza nella direzione del brocardo ubinoluit non dixit, atteso che se si riconoscesse in capo al giudice della impugnazione penale – in sede di declaratoria di abrogazione – il potere di pronunciarsi anche sugli interessi civili, si dovrebbe ammettere che gli è conferito anche il potere-dovere di irrogare, al responsabile del danno, la sanzione pecuniaria civile, la quale soggiace a criteri di commisurazione (art. 5) involgenti accertamenti e giudizi di fatto che sono assolutamente impropri nella sede della legittimità.
Ciò posto, appare utile effettuare una verifica controfattuale del silenzio del legislatore e del modo col quale viene qui inteso, accertando se possano essere individuati dati normativi o indicatori di altro genere capaci di "falsificare" la tesi qui accreditata.
Giova cioè procedere alla analisi sistematica che deve tenere in conto, tra l’altro, il fatto che, nel coevo d.lgs. n. 8 - originato al pari del d.lgs. n. 7 del 2016 da una comune finalità di deflazione del sistema penale, sostanziale e processale, espressa nella comune legge-delega di riferimento - esiste la disposizione (pur non qualificata formalmente come transitoria) che mantiene, in capo al giudice che dichiara la depenalizzazione, il potere di decidere sulla impugnazione penale ai soli effetti civili (art. 9, comma 3).
In tale prospettiva, la differenza delle discipline transitorie rispecchia la più generale scelta di congegnare due sistemi con opzioni tecnico-normative differenziate ed autonome, l’uno per realizzare le abrogazioni con introduzione delle sanzioni civili e l’altro per le depenalizzazioni, con seguito nella sede di applicazione delle sanzioni amministrative: scelta resa palese dal fatto di avere, il Governo, fatto ricorso a due strumenti legislativi diversi anche per estremi formali di identificazione.
6.1. Si nota che, come evidenziato nella Relazione illustrativa del relativo Schema, con le norme confluite nel d.lgs. n. 7 il legislatore delegante ha inteso eliminare dall’ambito della rilevanza penale alcune ipotesi delittuose che hanno la caratteristica di incidere su interessi di natura privata e di essere procedibili a querela, ricollocandone il disvalore sul piano delle relazioni private; al contempo, ha voluto riconsiderare il ruolo tradizionalmente compensativo attribuito alla responsabilità civile, affiancando alle sanzioni punitive di natura amministrativa un ulteriore e innovativo strumento di prevenzione dell’illecito, nella prospettiva del rafforzamento dei principi di proporzionalità, sussidiarietà ed effettività dell’intervento penale.
6.2. Per proseguire nella trattazione del tema della autonoma fisionomia del d.lgs. n. 7, va notato che il legislatore delegato ha provveduto ad indicare i criteri di commisurazione delle sanzioni pecuniarie e ha indicato la competenza a provvedere su di esse, a regime, in capo al giudice civile adito per la domanda di risarcimento del danno e titolato a decidere in base alle norme del codice di procedura civile (art. 8).
6.3. L’art. 12, nel silenzio della legge-delega, ha poi dettato disposizioni transitorie con le quali, in deroga alla regola generale sull’efficacia della legge nel tempo indicata dall’art. 11 preleggi, è stata assunta la determinazione di disporre la retroattività delle norme in tema di sanzioni civili, anche rispetto ai fatti commessi antecedentemente alla entrata in vigore del decreto, salvo che si sia formato il giudicato.
Per questa ultima ipotesi si è previsto, a cura del giudice della esecuzione, "la revoca della sentenza o del decreto" col procedimento semplificato di cui all’art. 667, comma 4, cod. proc. pen..
In tema di competenza a provvedere in via transitoria, la Relazione illustrativa dello Schema di decreto legislativo, valorizzando la disposizione dell’art. 8, comma 1, ribadisce che la disciplina per i fatti commessi in epoca anteriore alla data di entrata in vigore del presente decreto, per i quali non sia già intervenuta una pronuncia irrevocabile, "prevede l’applicazione della sanzione pecuniaria civile quando la parte danneggiata decida di agire in sede civile per ottenere il risarcimento del danno".
COSA E' UN DECRETO PENALE?
COME SI OPPONE UN DECRETO PENALE DI CONDANNA?
COME SI FA UNA OPPOSIZIONE A DECRETO PENALE DI CONDANNA?
PER QUALI REATI VIENE   EMESSO IL DECRETO PENALE DI CONDANNA?
. Con ordinanza emessa in data 8 luglio 2015 il GIP del Tribunale di Napoli Nord ha sollevato conflitto negativo di competenza con il locale Tribunale nell'ambito del procedimento a carico di D. L.
b) con tempestiva opposizione D.L. articolava due istanze. La prima contiene una richiesta di improcedibilità dell'azione penale posto che per il medesimo fatto si sostiene essere stato emesso decreto penale di condanna da parte del GIP del Tribunale di Cassino in data 8.10.2014, con successiva ammissione alla oblazione. In subordine D.L. chiedeva di essere ammesso alla oblazione;
c) a fronte di tale opposizione il GIP disponeva il giudizio, affermando che "l'esistenza del bis in idem potrà essere apprezzata soltanto in sede dibattimentale mediante la verifica della eventuale definitività del decreto penale di condanna emesso dal GIP del Tribunale di Cassino", in data 20 febbraio 2015;
decreto penale condanna benefici
opposizione decreto penale di condanna sospensione feriale dei termini
decreto penale di condanna opposizione del querelante
decreto penale di condanna estinzione riabilitazione
decreto penale di condanna menzione casellario giudiziale
decreto penale di condanna non notificato all'imputato
decreto penale di condanna non notificato
opposizione decreto penale condanna termini feriali
Sentenza 15 fennaio - 8 giugno 2016, n. 23856
Dott. VECCHIO Massimo - Presidente -
Dott. MAGI Raffaello - rel. Consigliere -
con l'ordinanza n. 304/2015 GIP TRIBUNALE di NAPOLI NORD, del 08/07/2015;
Con ordinanza emessa in data 8 luglio 2015 il GIP del Tribunale di Napoli Nord ha sollevato conflitto negativo di competenza con il locale Tribunale nell'ambito del procedimento a carico di D. L.
d) il Tribunale, in sede di questioni preliminari, dichiarava la nullità del decreto di citazione a giudizio e disponeva la restituzione degli atti al GIP con ordinanza emessa il 3 giugno 2015, sostenendo che non poteva essere validamente instaurato il giudizio ordinario senza la previa definizione della domanda di obiezione, nel cui ambito - peraltro - il GIP ben avrebbe potuto vagliare la fondatezza della richiesta di improcedibilità dell'azione penale.
- la richiesta di ammissione all'oblazione è espressamente subordinata, nell'atto di opposizione, alla verifica della improcedibilità per violazione della regola del ne bis idem e pertanto, non essendovi alcun potere del GIP, dopo l'emissione del decreto penale di condanna di emettere tale tipologia di decisione non poteva essere emesso alcun provvedimento di ammissione all'oblazione, dovendosi - di contro - demandare al giudice dibattimentale la verifica circa la fondatezza della domanda "principale". Ciò anche in rapporto ai contenuti di Corte Cost. n. 14 del 2015 (decisione interpretativa che ha ritenuto possibile l'emissione di pronunzia ex art. 129 c.p.p. nell'ambito del procedimenti di oblazione conseguente ad opposizione a decreto penale) in virtù del fatto che la causa di improcedibilità non emergeva in modo pacifico dall'istanza difensiva (peraltro formulata in modo da rendere inammissibile l'istanza subordinata) ma necessitava di una verifica istruttoria, circa la definitività della decisione emessa dall'A.G. di Cassino.
Di contro, con atto successivo alla proposizione del conflitto, il Tribunale evidenziava come i contenuti della decisione n. 14 del 2015 Corte Cost. abbiano reso possibile l'applicazione - da parte del GIP ed in sede di sub-procedimento di obiezione ex art. 141 disp. att. c.p.p. - della 2 regola generale di cui all'art. 129 c.p.p. e pertanto ben potevano le due istanze essere valutate in modo congiunto senza emissione del provvedimento di impulso processuale.
Ritiene questa Corte che il conflitto negativo insorto vada risolto con l'attribuzione della competenza al GIP del Tribunale di Napoli Nord, per le ragioni che seguono.
In sede di opposizione al decreto penale di condanna è stata proposta dall'opponente una duplice richiesta (emissione di sentenza di improcedibilità per precedente giudicato relativo al medesimo fatto e, in subordine, ammissione alla oblazione) e tale modalità di formulazione dell'atto di opposizione ha determinato, come si è detto in parte narrativa, la decisione del GIP di disporre il giudizio.
Il presupposto logico e giuridico di tale decisione risiede - a ben vedere - nella qualificazione di inammissibilità della richiesta di ammissione alla oblazione - successiva alla emissione del decreto penale di condanna e formulata in sede di opposizione - "condizionata" alla previa verifica della esistenza di una causa di improcedibilità dell'azione penale tale da condurre, in tesi, al proscioglimento (art. 649 c.p.p., comma 2).
Tale opzione interpretativa era di certo sostenibile in rapporto agli orientamenti espressi da questa Corte di legittimità (in casi analoghi Sez. 3, n. 39350 del 12.10.2006, rv 235499; Sez. 3, n. 12518 del 24.2.2011, rv 249788) e relativi ai contenuti dell'art. 464 c.p.p., comma 2 (il giudice se è presentata domanda di oblazione contestuale alla opposizione decide sulla domanda stessa prima di emettere i provvedimenti a norma del comma 1) posto che la decisione emessa dalle Sezioni Unite di questa Corte n. 21243 del 25 marzo 2010, intervenendo sul tema, aveva qualificato come abnorme la sentenza di proscioglimento emessa dal GIP successivamente alla opposizione al decreto penale di condanna (affermando, tra l'altro che dopo che il decreto di condanna sia stato emesso, il giudice per le indagini preliminari è spogliato di poteri decisori sul merito dell'azione penale, incombendo sullo stesso, ove sia proposta opposizione, esclusivamente poteri-doveri di propulsione processuale, obbligati nell'an e nel quomodo, con la sola eccezione rappresentata dalla decisione sulla eventuale domanda di oblazione).
In tal senso, il GIP aveva ritenuto inammissibile la domanda di oblazione in quanto condizionata ad una verifica esorbitante dai suoi poteri (l'apprezzamento del precedente giudicato) atteso che esclusivamente la inammissibilità di una domanda di parte facoltizza il giudice a non esaminarne i contenuti.
Tuttavia va ritenuto che su detto quadro interpretativo ha inciso, con portata innovativa, la decisione interpretativa di rigetto n. 14 emessa dalla Corte Costituzionale in data 28 gennaio 2015 e depositata il 13 febbraio 2015 (data antecedente, sia pure di pochi giorni, al deposito dell'atto di opposizione).
Con tale arresto il giudice delle leggi ha ritenuto infondato il dubbio di legittimità costituzionale dell'art. 464 c.p.p., comma 2 in tal sede proposto, affermando che lì dove venga, in sede di opposizione, richiesta l'ammissione alla oblazione ciò non preclude l'applicazione da parte del giudice - nell'ambito del relativo subprocedimento di cui all'art. 141 disp. att. c.p.p. - della particolare decisione di cui all'art. 129 c.p.p. invocata dall'opponente in modo specifico e argomentato nel medesimo atto di opposizione.
La decisione testè citata offre, in tutta evidenza, una particolare chiave di lettura del rapporto tra atto di opposizione al decreto penale, domanda di ammissione all'oblazione e recupero di poteri decisori da parte del Giudice per le Indagini Preliminari in riferimento ad una specifica sollecitazione della parte (nel particolare procedimento monitorio in esame) lettura da ritenersi preferibile, posto che una diversa opzione interpretativa delle norme coinvolte andrebbe a scontrarsi con la ratio della pronunzia, in ciò eludendo i contenuti dell'autorevole precedente (v. Sez. U n. 25 del 16.12.1998, rv 212075).
Viene - pertanto - ritenuta idonea la "sede procedimentale" introdotta da un atto di opposizione al decreto penale di condanna contenente una domanda di oblazione (domanda il cui accoglimento prescinde, come è noto, dalla verifica di colpevolezza) allo scopo di ampliare le potenzialità cognitive del giudice, con potenziale approdo decisorio non più finalizzato alla esclusiva verifica della ricorrenza dei presupposti di legge per l'ammissione alla oblazione (artt. 162 e 162 bis c.p.) ma esteso a tutte le ipotesi contemplate dall'art. 129, sia pure nei limiti della indicazione contenuta e sostenuta nell'atto di opposizione.
La pregnante correlazione tra la domanda di ammissione all'oblazione e l'obbligo della immediata declaratoria delle cause di non punibilità, rilevata nel citato arresto della Corte Costituzionale, impone pertanto, di ritenere senz'altro consentito l'innesto - in via incidentale nella richiesta di oblazione della istanza (di carattere assolutamente preliminare) orientata alla verifica dell'aspetto di maggior favore per l'instante (sentenza ex art. 129 c.p.p.) con irretrattabilità della domanda di oblazione lì dove il giudice investito della richiesta ritenga di disattendere la prioritaria prospettazione (quanto alla irrevocabilità della domanda di oblazione, in termini generali, Sez. 1, n. 29359 del 14.5.2009, rv 244826).
Ciò, peraltro, appare il frutto di una scelta tendente alla valorizzazione delle facoltà difensive nell'ambito esclusivo del procedimento per decreto, caratterizzato dalla assenza di contraddittorio sino al momento della notifica dell'atto giudiziale idoneo, se non opposto, a divenire irrevocabile, il che esclude la possibilità di esportare la ratio decidendi al di fuori del procedimento monitorio e della particolare sequenza di atti del giudice e poteri delle parti che lo caratterizza.
Tornando al caso in esame, è dunque evidente che l'atto di opposizione, nel suo duplice contenuto, non risulta essere estraneo al sistema e non può, seppure in parte (la domanda di oblazione) essere dichiarato inammissibile ma deve essere in quanto tale valutato nei suoi contenuti dal giudice funzionalmente competente, che resta il Giudice per le Indagini Preliminari.
In tal senso, la declaratoria di nullità dell'atto di impulso processuale - che ha dato luogo al conflitto - appare consentita, posto che la opzione sottostante non ha tenuto conto della ritualità (e correlata irretrattabilità) della richiesta di ammissione alla oblazione formulata dalla parte privata.
E', infine, questione che esula dalla presente decisione - regolamento di competenza - quella della compatibilità, nel caso in esame, tra applicazione immediata della norma invocata in via preliminare dall'instante (art. 129 c.p.p.) e verifica delle condizioni di fatto e di diritto per l'operare di tale norma, rappresentate dalla identità storica del fatto e definitività o meno della decisione indicata come vertente sul medesimo fatto.
Va pertanto dichiarata la competenza del GIP del Tribunale di Napoli Nord, Ufficio cui vanno trasmessi gli atti ai sensi dell'art. 32 c.p.p..
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