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Timestamp: 2018-10-23 00:46:02+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 84', 'art. 84', 'art. 84', 'art. 84', 'art. 6', 'art. 58', 'art. 21', 'art. 26', 'art. 16']

Novità fiscali del 20 settembre 2011, il rinvio dello spesometro al 31/12 e le novità sul riporto delle perdite | Commercialista Telematico
Novità fiscali del 20 settembre 2011, il rinvio dello spesometro al 31/12 e le novità sul riporto delle perdite
1) Riscritto il regime del riporto delle perdite fiscali dei soggetti Ires
2) Domanda telematica per gli assegni familiari di Coltivatori diretti, Coloni e Mezzadri
3) Attribuzione del codice fiscale ai cittadini residenti all’estero, titolari del diritto alla pensione erogata dall’Inps
4) “Spesometro” ovvero elenco clienti e fornitori relativo al 2010 prorogato di due mesi: dal 31/10/2011 al 31/12/2011
5) Aumento aliquota Iva ordinaria: prioritario l’aggiornamento dei programmi di lavoro
6) La definizione agevolata del reddito della società non garantisce i soc
La recente manovra estiva (D.L. n. 98 del 2011, convertito in Legge n. 111 del 15 luglio 2011), ha riscritto il regime del riporto delle perdite fiscali dei soggetti Ires.
Come mai, invece, alle imprese individuali non è stato modificato il regime del riporto delle perdite ?
Tale circostanza ha creato dei dissapori in dottrina. Su tale novità tributaria si è soffermato l’Istituto di Ricerca del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, all’interno della circolare n. 24/IR del 14 settembre 2011.
Con la modifica arrecata all’art. 84 del Tuir, le perdite fiscali subite in un dato esercizio possono essere computate negli esercizi successivi illimitatamente (non vige più il tetto dei cinque anni stabilito in precedenza), ma entro il limite dell’80% del reddito imponibile di ciascun esercizio.
Come è noto detto art. 84, regola il riporto delle perdite fiscali esclusivamente per le società di capitali (soggetti passivi Ires).
Ciò significa che S.p.A., S.A.p.A. e S.r.l. se hanno perdite fiscali, possono compensarle, in misura non superiore all’80%, con il reddito prodotto negli esercizi successivi, senza limiti temporali.
La novità consiste proprio nei limiti per il riporto; non più periodo limitato, come invece era stabilito in precedenza (5 esercizi successivi), ma periodo illimitato e importo limitato all’80%.
Uno dei problemi, rilevati in dottrina, ancora irrisolto, è quello che il nuovo art. 84 del Tuir obbliga ad applicare il limite quantitativo dell’80% ai periodi successivi, ma se la società sta per chiudere la propria attività, il rischio evidente è quello di non poter usufruire delle perdite pregresse.
Riguardo al regime transitorio, l’Istituto di Ricerca del CNDCEC ritiene che “l’unica soluzione coerente con lo spirito della norma e che presenta profili di sistematicità sia quella di applicare le nuove regole del novellato art. 84 del TUIR anche alle perdite conseguite anteriormente al periodo d’imposta 2011”.
L’Inps, con la circolare n. 121 del 16 settembre 2011, ha reso noto che a decorrere dal 1 ottobre 2011, tutte le domande di Assegni Familiari per i Coltivatori Diretti Coloni e Mezzadri dovranno essere inoltrate attraverso il canale telematico.
La presentazione delle richieste dovrà, pertanto, avvenire attraverso uno dei seguenti canali:
– WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino munito di PIN attraverso il portale dell’Istituto – servizio di “Invio OnLine di Domande di prestazioni a Sostegno del reddito”, funzione AF CD/CM;
– Contact – Center attraverso il numero verde 803.164.
Nella prima fase di attuazione del processo telematizzato, è concesso un periodo transitorio che terminerà il 30 novembre 2011, durante il quale le domande presentate attraverso i canali tradizionali saranno considerate validamente presentate, ai fini degli effetti giuridici previsti dalle norme in materia.
(Inps, nota del 19 settembre 2011)
Nei casi di urgenza, l’Inps può chiedere all’Agenzia delle Entrate l’attribuzione del codice fiscale di cittadini residenti all’estero, titolari del diritto alla pensione erogata dal medesimo Istituto previdenziale.
Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 91/E del 19 settembre 2011.
L’Inps, al fine di accelerare le procedure di liquidazione delle domande di pensione o di ricostituzione del trattamento pensionistico per i cittadini residenti all’estero, peraltro solitamente sprovvisti di codice fiscale e privi di un effettivo domicilio fiscale in Italia, ha chiesto indicazioni all’Agenzia delle Entrate sulla procedura da seguire per ovviare a tale carenza ed agevolare il rilascio del codice fiscale ai soggetti che abbiano maturato il diritto alla pensione da parte dell’Istituto.
Le casistiche rappresentate sono, nel caso di specie, quelle per le quali l’Istituto deve erogare una prestazione con carattere di continuità, quale la pensione di reversibilità a favore di erede; il problema, invece, non si presenta nel caso di erogazione di prestazione una tantum, quale il pagamento all’erede di ratei di pensione o quote di tredicesima non riscosse, situazioni nelle quali si può prescindere dall’indicazione obbligatoria del codice fiscale del beneficiario qualora questo sia residente all’estero e sprovvisto di codice fiscale.
In base al decreto 281/2001, emanato ai sensi della legge 212/2000 (Statuto del Contribuente), il cittadino non residente che sia privo del codice fiscale e ne abbia la necessità, può rivolgersi alla rappresentanza diplomatico-consolare italiana nel paese di residenza.
Solo in caso di obiettive difficoltà del cittadino nel rivolgersi alla rappresentanza diplomatico-consolare italiana – quando ad esempio questa non sia facilmente raggiungibile – o di urgenza dell’INPS di dare seguito ai propri adempimenti, lo stesso Istituto può richiedere l’attribuzione del codice fiscale ad un ufficio dell’Agenzia delle Entrate, ai sensi dell’art. 6 del D.P.R. 605/1973. In tal caso l’Istituto deve indicare sulla domanda i dati anagrafici completi del titolare della pensione, il suo domicilio fiscale e i dati relativi alla residenza estera.
La domanda deve essere completa della motivazione e corredata da una dichiarazione che attesti la corrispondenza dei dati indicati nella domanda con quelli desunti dagli atti in base ai quali l’Istituto eroga la prestazione pensionistica.
L’ufficio dell’Agenzia delle Entrate che riceve la domanda deve acquisire agli atti tutta la documentazione prodotta dall’Istituto ed effettuare preventivamente la ricerca del soggetto negli archivi dell’Anagrafe Tributaria, anche per dati anagrafici parziali; ciò al fine di verificare che questi non sia già titolare di un codice fiscale, registrato però sulla base di dati anagrafici difformi da quelli dichiarati dall’Istituto.
Qualora la domanda riguardi un cittadino per il quale non è possibile determinare il domicilio fiscale, così come definito dalla norma (art. 58 del D.P.R. 600/1973), tale dato può essere omesso; l’ufficio dell’Agenzia può attribuire il codice fiscale senza acquisire il domicilio fiscale ma deve obbligatoriamente acquisire tutte le informazioni relative alla residenza estera.
Tecnicamente, ai fini della registrazione nella banca dati dell’Anagrafe Tributaria, i dati relativi al domicilio fiscale vengono impostati in modo automatico con l’indicazione indirizzo assente, associato al Comune in cui è ubicato l’ufficio che effettua l’attribuzione del codice fiscale.
L’Inps, oltre a comunicare al cittadino il codice fiscale attribuito, dovrà informare l’Agenzia delle Entrate delle eventuali variazioni occorse, in
– delle variazioni di residenza estera del beneficiario;
– della cessazione dell’erogazione della prestazione pensionistica per decesso del beneficiario.
4) “Spesometro” ovvero elenco clienti e fornitori relativo al 2010 prorogato di due mesi: E’ passato dal 31/10/2011 al 31/12/2011
E’ stata spostata (solo) di due mesi la scadenza per presentare all’Agenzia delle Entrate la comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini dell’Iva in relazione al periodo d’imposta 2010, il cui obbligo, come è noto, è previsto soltanto per le operazioni di importo non inferiore a € 25.000,00.
Quindi, per tale periodo, il cd. elenco clienti/fornitori dovrà essere presentato entro il 31 dicembre 2011, in luogo del 31 ottobre 2011.
A ciò ha pensato il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 16 settembre 2011, protocollo n. 133642/2011, pubblicato sul sito web delle Entrate il 19 settembre 2011.
Tale slittamento dei termini si è reso necessario, avverte la nota al Provvedimento stesso, al fine di migliorare, anche sulla base delle indicazioni fornite dalle associazioni di categoria, la qualità delle informazioni trasmesse, le specifiche tecniche.
E’ stato così modificato il precedente Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 22 dicembre 2010.
Sono state sostituite le specifiche tecniche, già, peraltro, modificate con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 21 giugno 2011, per semplificare al massimo gli obblighi di comunicazione da parte dei contribuenti
Per consentire i necessari adeguamenti di tipo tecnologico, è stato quindi modificato il termine ultimo di presentazione della comunicazione telematica di cui all’art. 21 del D.L. 31 maggio 2010, n. 78, riferita al periodo d’imposta 2010.
Tale modifica ha determinato una proroga di detto termine dal 31 ottobre 2011 al 31 dicembre 2011.
Pertanto, i soggetti titolari di partiva Iva dovranno presentare la comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto di importo non inferiore a euro venticinquemila entro il 31 dicembre 2011.
Il neo provvedimento
1. Modifiche al punto 4.3 del provvedimento del 22 dicembre 2010 1.1 Al punto 4.3 del provvedimento del 22 dicembre 2010, prot. n. 2010/184182, le parole “31 ottobre 2011” sono sostituite dalle seguenti “31 dicembre 2011”.
In un primo momento era stata ipotizzata (si veda il Sole 24 Ore, nonché il nostro articolo sulle novità fiscali giornaliere dei giorni scorsi) la proroga del termine in concomitanza con la scadenza prevista a regime e cioè il 30 aprile prossimo.
Ma così, invece, non è stato. Adesso bisognerà accontentarsi della proroga “striminzita” che, peraltro, si innesta con le scadenze fiscali di dicembre, tra cui quelle dei calcoli relativi agli acconti dell’Iva e relativi versamenti.
Ai fini dell’indispensabile aggiornamento dei programmi di lavoro, nessuna sanzione potrà essere irrogata per la prima fase di applicazione dell’aumento dell’aliquota Iva dal 20% al 21%.
Lo ha rimarcato la nota del 19 settembre 2011 del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro che ha messo in risalto il comunicato stampa del 16 settembre 2011, con il quale l’Agenzia delle Entrate ha fornito le prime istruzioni sull’applicazione della nuova aliquota Iva al 21% in vigore dal 17 settembre 2011.
Qualora nella fase di prima applicazione ragioni di ordine tecnico impediscano di adeguare in modo rapido i software per la fatturazione e i misuratori fiscali, gli operatori potranno regolarizzare le fatture eventualmente emesse e i corrispettivi annotati in modo non corretto effettuando la variazione in aumento (art. 26, primo comma, del D.P.R. n. 633 del 1972).
Difatti, è stata data la possibilità di regolarizzare senza sanzioni le fatture emesse ed i corrispettivi eventualmente annotati con l’applicazione della vecchia aliquota IVA (mediante variazione in aumento), sempreché l’imposta collegata all’incremento dell’aliquota venga comunque versata nella liquidazione periodica in cui l’IVA è divenuta esigibile.
Conclude la citata nota affermando che vengono attese ulteriori istruzioni operative.
6) La definizione agevolata del reddito della società non garantisce i soci
Il Condono effettuato dalla società non mette al riparo i soci dall’accertamento fiscale.
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 16982 del 2011, ha, infatti, stabilito che la definizione del reddito effettuata in base all’ex art. 16, Legge n. 289/2002, da parte della società non impedisce l’accertamento ai fini Irpef nei confronti dei soci.
Secondo, la Suprema Corte la definizione della società non influisce sulla posizione del socio, per cui non è possibile, nel caso di specie, dichiarare la cessazione del contendere.
Peraltro, la Cassazione ha osservato che:
– L’esigenza di unitarietà dell’accertamento è venuta meno con l’intervenuta definizione da parte della società;
– ciascun socio si può opporre, alla definizione che costituisce titolo per l’accertamento nei suoi confronti.