Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-389-del-13-01-2020
Timestamp: 2020-02-24 03:24:30+00:00
Document Index: 67395421

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 5', 'art. 8']

Sentenza Cassazione Civile n. 389 del 13/01/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 389 del 13/01/2020
Cassazione civile sez. I, 13/01/2020, (ud. 26/11/2019, dep. 13/01/2020), n.389
sul ricorso n. 17289/2018 r.g. proposto da:
H.K., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta
1. Con “decreto” reso il 30 aprile 2018, il Tribunale di Caltanissetta confermò il provvedimento reiettivo delle istanze di protezione – internazionale ed umanitaria – emesso dalla competente Commissione Territoriale nei confronti del cittadino pakistano H.K.. In particolare: i) ritenne assolutamente non credibili le sue dichiarazioni; considerò che in Pakistan, regione del Punjab, distretto di (OMISSIS), zona di provenienza del richiedente protezione, non esisteva alcuna situazione di “conflitto armato interno o internazionale” nel senso fatto proprio dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza Diakitè del 30 gennaio 2014; iii) giudicò insussistenti i presupposti per la concessione della protezione umanitaria.
2. Contro il descritto “decreto” H.K. propone ricorso per cassazione, affidato a sette motivi. Il Ministero dell’Interno è rimasto solo intimato.
III) la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. f), per avere il tribunale a quo ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento, in favore dell’istante, della protezione sussidiaria venendo meno al suo obbligo di cooperazione istruttoria nel disattendere la corrispondente;
3.2.2. Rileva, però, il Collegio che, come ancora recentemente chiarito da Cass. n. 22717 del 2019, Cass. n. 31481 del 2018 e da Cass. n. 16295 del 2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del Paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, benchè sfornita di prova (perchè non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perchè il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. n. 21668 del 2015; Cass. n. 5224 del 2013. Principio affatto analogo è stato, peraltro, ribadito dalla più recente Cass. n. 17850 del 2018). Infatti, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16295 del 2018; Cass. n. 7333 del 2015). Inoltre, Cass. n. 30105 del 2018 ha sancito che il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati…”, deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo, per contro, addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte.
3.2.3. Nella specie, il tribunale nisseno ha espresso un giudizio negativo sulla credibilità del richiedente (cfr., amplius, pag. 2-3 del decreto impugnato) sulla base di plurimi elementi ritenuti rilevatori dell’inverosimiglianza ed incoerenza della sua narrazione, in maniera del tutto conforme ai parametri cui l’autorità amministrativa e, in sede di ricorso, quella giurisdizionale, sono tenute ad attenersi ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5. Si tratta, come appare evidente, di accertamenti in fatto, che non possono essere in questa sede messi in discussione se non denunciando, ove ne ricorrano i presupposti (qui, invece, insussistenti), il vizio di omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (qui applicabile ratione temporis, risultando impugnato un decreto reso il 30 aprile 2018), come delimitato, quanto al suo concreto perimetro applicativo, da Cass., SU, n. 8053 del 2014.
3.2.5. Inoltre, la decisione oggi impugnata ha, sebbene sinteticamente, esaminato la situazione socio-politica del luogo (Pakistan, regione del Punjab, distretto di (OMISSIS)) di provenienza del richiedente, specificamente indicando le fonti informative a tal fine consultate, onde i motivi in esame sono insuscettibili di accoglimento, in quanto, sostanzialmente, sono volti ad ottenere la ripetizione del giudizio di fatto, attività qui preclusa in virtù della funzione di legittimità.
3.2.6. Circa, infine, la invocata protezione umanitaria, – e premettendosi che tale doglianza va scrutinata alla stregua della disciplina, da ritenersi applicabile ratione temporis (cfr. Cass., SU, nn. 29459-29461 del 2019), di cui al D.Lgs. n. 286, art. 5, comma 6 – va soltanto rimarcato che il tribunale siciliano ha affermato non essere state dedotte gravi ragioni di protezione o situazioni soggettive specifiche, non bastando, al riguardo, lo svolgimento di attività lavorativa, e che questa Corte ha già avuto occasione di chiarire (cfr. Cass. n. 17072 del 2018; Cass. n. 22979 del 2018), che, se assunto isolatamente, il contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani nel paese di provenienza non integra, di per sè solo ed astrattamente considerato, i seri motivi di carattere umanitario, o derivanti da obblighi internazionali o costituzionali, cui la legge subordina il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, in quanto “il diritto al rispetto della vita privata tutelato dall’art. 8 CEDU (…) – può soffrire ingerenze legittime da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione ed il rispetto delle leggi in materia di immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero (…) non goda di uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che venga definita la sua domanda di determinazione dello status di protezione internazionale (cfr. Corte EDU, sent. 08.04.2008, ric. 21878/06, caso Nnyan.zi c. Regno Unito, par. 72 ss.)”.