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Timestamp: 2017-12-14 00:22:17+00:00
Document Index: 148804732

Matched Legal Cases: ['art. 192', 'art. 192', 'art. 192', 'art. 51', 'art. 192', 'art. 196', 'art. 192', 'art. 196', 'art. 194', 'art. 90', 'art. 91', 'art. 157', 'art. 192', 'art. 192', 'art. 192', 'art. 192', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 35']

Art. 192 codice di procedura civile - Astensione e ricusazione del consulente - Brocardi.it
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Articolo 192 Codice di procedura civile
Dispositivo dell'art. 192 Codice di procedura civile
Il consulente che non ritiene di accettare l'incarico o quello che, obbligato a prestare il suo ufficio, intende astenersi, deve farne denuncia o istanza al giudice che l'ha nominato almeno tre giorni prima dell'udienza di comparizione (1); nello stesso termine le parti debbono proporre le loro istanze di ricusazione, depositando nella cancelleria ricorso al giudice istruttore (2).
Questi provvede con ordinanza non impugnabile [89 disp. att.] (3).
(1) La norma distingue tra il c.t.u. non iscritto nell'albo speciale del tribunale (13 disp. att.), che ha la possibilità di non accettare l'incarico senza dover motivare tale scelta (con l'unico dovere di denunciare tale intenzione al giudice che lo ha nominato) e il consulente tecnico iscritto nell'albo: quest'ultimo, al contrario, ha l'obbligo di prestare il suo ufficio, a meno che sussista un valido motivo di astensione, per l'istanza della quale il consulente deve depositare apposito ricorso.
(2) Le parti possono ricusare il consulente tecnico d'ufficio per i motivi di cui agli artt. 51 e 52 c.p.c. Per la presentazione dell'istanza è previsto un termine di almeno tre giorni antecedenti all'udienza di comparizione: sulla natura perentoria o meno del termine vi è discordanza di opinioni.
(3) Il provvedimento del giudice istruttore relativo all'istanza di astensione o ricusazione è steso in calce al ricorso del consulente o della parte. Il c.t.u. è tenuto a comparire davanti al giudice istruttore anche se è stato nominato dal collegio.
In quanto organo ausiliario del giudice, al consulente tecnico è applicabile la disciplina dell'astensione e della ricusazione, tipici strumenti volti a garantire l'imparzialità del giudice.
Massime relative all'art. 192 Codice di procedura civile
Cass. n. 8406/2014
Cass. n. 7770/2009
La causa d'incompatibilità del consulente d'ufficio, fondata sulla nomina del medesimo ausiliare in primo e secondo grado, non può essere fatta valere in sede di giudizio di legittimità se non sia stata tempestivamente denunciata con richiesta di ricusazione formulata ai sensi dell'art. 192 c.p.c. Tale formale istanza non è equiparabile alla richiesta di revoca e sostituzione del consulente per motivi di opportunità, ancorché formulata, con generico richiamo all'art. 51 cod. proc.civ., nel corso del giudizio di secondo grado, e l'ordinanza di rigetto non è, conseguentemente, censurabile con ricorso per cassazione per vizio di motivazione.
Cass. n. 6039/2000
Non sono deducibili in sede di legittimità le cause di incompatibilità del Ctu qualora le stesse non siano state fatte valere mediante tempestiva istanza di ricusazione ai sensi degli artt. 63 e 51 c.p.c.
Cass. n. 3657/1998
L'art. 192, comma secondo c.p.c., nel prevedere che l'istanza di ricusazione del consulente tecnico d'ufficio dev'essere presentata con apposito ricorso depositato in cancelleria almeno tre giorni prima dell'udienza di comparizione, preclude definitivamente la possibilità di far valere successivamente la situazione di incompatibilità, con la conseguenza che la consulenza rimane ritualmente acquisita al processo. A tale principio non è consentita deroga per l'ipotesi in cui la parte venga a conoscenza solo successivamente della situazione di incompatibilità, potendosi in tal caso solo prospettare le ragioni che giustificano un provvedimento di sostituzione affinché il giudice, se lo ritenga, si avvalga dei poteri che gli conferisce in tal senso l'art. 196 c.p.c. La valutazione operata al riguardo è insindacabile in Cassazione se la motivazione è immune da vizi logici.
Cass. n. 2125/1985
I motivi di ricusazione del consulente tecnico conosciuti dalla parte dopo la scadenza del termine per proporre l'istanza di ricusazione prevista dall'art. 192 c.p.c., o sopravvenuti al suindicato termine, non possono di per sè stessi giustificare una pronuncia di nullità della relazione o di sostituzione del consulente, ma possono soltanto essere prospettati al giudice al fine di una valutazione, a norma dell'art. 196 c.p.c., dell'esistenza di gravi ragioni che giustifichino un provvedimento di sostituzione; tale valutazione va compiuta in concreto, con riferimento alla relazione del consulente, e, in quanto rientra nell'apprezzamento del giudice del merito, è insindacabile in Cassazione
relativi all'articolo 192 Codice di procedura civile
Argomento: Articolo 192 Codice proc. civile - Astensione e ricusazione del consulente | Quesito Q201616157
Rossana S. chiede
venerdì 13/05/2016 - Campania
“Il nostro unico bene, una proprietà composta da villa di 500mq più agrumeto di 5.000mq sito in località amena sulle colline di Salerno e sul quale grava una causa di divisione ereditaria (3 sorelle, 3 parti), dovrà andare all'asta per poter pagare il debito contratto con l'avvocato di 2 delle 3 parti in causa. Escamotage utilizzato per porre fine ad una causa che si protrae oramai da 12 anni e per mettere alle strette 1 delle 3 parti in causa, che è all'origine della disputa e che occupa senza alcun titolo la proprietà da più di 20 anni, obbligandola per evitare la vendita all'asta a riscattare il valore della proprietà ed arrivare ad una divisione ereditaria congrua (ella vuole accaparrarsi la totalità senza nessuna valida ragione se non l'avidità). Il nuovo perito nominato dal tribunale che ha effettuato la perizia da solo per sua espressa richiesta (!!!), ha dato una valutazione per la base d'asta sconcertantemente bassa rispetto all'ultima, effettuata dal nostro perito di parte che data di 1 anno circa: circa il 30% del reale valore del bene!!! Ciò mi fa sospettare un falso (la causa è stata costellata da episodi di furti commissionati di documenti, tentativi riusciti o meno di corruzione ecc...i soggetti costituenti la terza parte in causa sono noti per questa propensione all'illegalità, la signora ha tutt'ora una causa PENALE in corso...). Come fare? Posso ricusare il tecnico? Posso oppormi a questa valutazione? Prendo l'iniziativa di rivolgermi ad un consulente esterno per non inquinare le procedure in atto e perché questo mi da l'impressione che un parere altro e lontano dal garbuglio oramai sedimentato possa essere più lucido...Desidero altresì acquisire una maggiore consapevolezza prima d'intraprendere altre azioni (so che si può denunciare il falso in consulenza). Grazie.”
Consulenza legale i 20/05/2016
Per offrire una risposta esauriente al quesito è opportuno in primo luogo ripercorrere brevemente le norme del codice di procedura civile (e relative disposizioni attuative) in materia di consulenza tecnica d’ufficio.
La prima, art. 194 del c.p.c., recita: “Il consulente tecnico assiste alle udienze alle quali è invitato dal giudice istruttore; compie, anche fuori della circoscrizione giudiziaria, le indagini di cui all'articolo 62, da sé solo o insieme col giudice secondo che questi dispone. Può essere autorizzato a domandare chiarimenti alle parti, ad assumere informazioni da terzi e a eseguire piante, calchi e rilievi.
Anche quando il giudice dispone che il consulente compia indagini da sé solo, le parti possono intervenire alle operazioni in persona e a mezzo dei propri consulenti tecnici e dei difensori, e possono presentare al consulente, per iscritto o a voce, osservazioni e istanze”.
A quest’ultima norma si accompagnano poi le seguenti: “Il consulente tecnico che, a norma dell'articolo 194 del Codice, è autorizzato a compiere indagini senza che sia presente il giudice, deve dare comunicazione alle parti del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni, con dichiarazione inserita nel processo verbale d'udienza o con biglietto a mezzo del cancelliere.” (art. 90 delle disposizioni attuative del c.p.c.) ed ancora: “Nella dichiarazione di cui all'articolo 201 primo comma del Codice deve essere indicato il domicilio o il recapito del consulente della parte. Il cancelliere deve dare comunicazione al consulente tecnico di parte, regolarmente nominato, delle indagini predisposte dal consulente d'ufficio, perché vi possa assistere a norma degli articoli 194 e 201 del Codice. (art. 91 delle predette disp. attuat. al c.p.c.).
Già dalla lettera delle suddette norme risulta evidente che l’assistenza delle parti allo svolgimento delle operazioni peritali è un diritto, non certo una facoltà rimessa alla decisione del CTU. Infatti, se è vero che le parti hanno un preciso onere di attivarsi per partecipare alle attività del CTU successive alla prima ed essere aggiornate sull’andamento di queste ultime (“in tema di consulenza tecnica d'ufficio, alle parti va data comunicazione del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni peritali, mentre l' obbligo di comunicazione non riguarda le indagini successive, incombendo alle parti l'onere d'informarsi sul prosieguo di questo al fine di parteciparvi.” Consiglio di Stato, sez. VI, 23/05/2012, n. 3035), è altrettanto vero che – quando sia stata fatta una precisa richiesta in proposito – vi è in capo alle stesse un vero e proprio diritto di partecipazione alle operazioni peritali.
Va tuttavia tenuto presente che, in generale, vale nell’ambito della consulenza tecnica d’ufficio il principio per cui ogni irregolarità sulla CTU, anche se si tratti di eccezione di nullità, dev’essere sollevata entro un determinato e tempestivo termine. A tale proposito la Corte di Cassazione ha affermato: “La nullità della consulenza tecnica, derivante dalla mancata comunicazione alle parti della data di inizio o di proseguimento delle operazioni peritali, ha carattere relativo e - in quanto tale - non solo deve essere eccepita nella prima udienza, istanza o difesa successiva al deposito della relazione - rimanendo altrimenti sanata ai sensi dell'art. 157 comma 2 c.p.c. - ma qualora detta eccezioni venga disattesa, l'interessato ha l'onere di riproporla in sede di precisazione delle conclusioni e nei successivi atti di impugnazione, dovendosi, altrimenti, ritenere rinunciata” (Cassazione civile, sez. III, 11/06/2014, n. 13230) ed ancora: “Eventuali irritualità dell'espletamento di una consulenza tecnica d'ufficio ne determinano la nullità soltanto se procurano una violazione in concreto del diritto di difesa. In ogni caso la nullità, derivante da vizi procedurali, ha carattere relativo e va eccepita tempestivamente, a pena di decadenza”.(Cassazione civile, sez. II, 31/10/2011, n. 22653); infine “ la mancata proposizione dell'istanza di ricusazione del consulente tecnico d'ufficio nel termine di cui all'art. 192 c.p.c., preclude definitivamente la possibilità di far valere successivamente la situazione di incompatibilità, con la conseguenza che la consulenza rimane ritualmente acquisita al processo” (Cassazione civile, sez. lav., 25/05/2009, n. 12004).
In ogni caso, tutti i motivi (compreso quello sopra accennato dell’esclusione dei consulenti di parte dalle operazioni) per i quali il CTU della causa in questione può essere legittimamente ritenuto imparziale, incapace o altro, possono essere fatti valere (anzi, questa è l’unica via, che si accompagna ad un preciso onere di prova delle motivazioni per cui si avanza tale richiesta) attraverso una formale istanza di ricusazione.
Quest’ultima è disciplinata dall’art. 192 del c.p.c.: “Il consulente che non ritiene di accettare l'incarico o quello che, obbligato a prestare il suo ufficio, intende astenersi, deve farne denuncia o istanza al giudice che l'ha nominato almeno tre giorni prima dell'udienza di comparizione; nello stesso termine le parti debbono proporre le loro istanze di ricusazione, depositando nella cancelleria ricorso al giudice istruttore (art. 192 c.p.c.) (…)” Come si vede, anche in questo caso occorre una certa tempestività nella richiesta (almeno tre giorni prima dell’udienza di comparizione del CTU deve avvenire il deposito del ricorso contenente la domanda di ricusazione).
Afferma sul punto la Cassazione: “La mancanza di imparzialità del consulente tecnico d'ufficio può essere fatta valere esclusivamente mediante lo strumento della ricusazione, nel termine di cui all'art. 192 cod. proc. civ.” (Cassazione civile, sez. lav., 06/06/2014, n. 12822).
Pertanto, nella fattispecie in esame, le possibilità rimangono solo due: o si deposita una formale istanza di ricusazione, nella quale illustrare e comprovare a mezzo documenti – come la perizia di parte – le ragioni della richiesta stessa; tuttavia, ciò solo se si è ancora in termini per avanzarla. Diversamente, si potrà/dovrà procedere per la via “ordinaria”, ovvero contestare le risultanze della CTU attraverso le osservazioni alla relazione peritale e, eventualmente, all’udienza di esame dell’elaborato nonché – nel caso permangano le divergenze con il CTU – anche in sede di precisazione delle conclusioni.
La nomina di un tecnico esterno alla causa può essere senz’altro utile. Ha affermato in proposito la giurisprudenza: “Nel caso emerga un giudizio contrastante tra l'accertamento sanitario effettuato da un ente e la consulenza disposta in pendenza del processo, il giudice di merito è tenuto a confrontare le differenti risultanze al fine di stabilire quale sia più attendibile e convincente, con un potere discrezionale insindacabile qualora sia correttamente e logicamente motivato.” (Cassazione civile, sez. lav., 17/06/2015, n. 12489).
Va tenuto presente, tuttavia, che le osservazioni di un tecnico di parte (che non sia il CTP nominato in sede di istruttoria in affiancamento al CTU all’interno del giudizio) che vogliano essere utilizzate come argomento di prova devono essere introdotte nel processo come tali sin dal principio: in primo luogo perché nel processo civile maturano delle preclusioni che impediscono il deposito di nuovi documenti successivamente ad un determinato momento; in seconda battuta perché il CTU ha il divieto di utilizzare, per lo svolgimento del suo incarico, documenti estranei agli atti di causa.
Da ultimo, per completezza, va citata la norma che individua le responsabilità specifiche del consulente tecnico, le quali non sono solamente civili ma anche penali. Recita infatti espressamente l'art. 64 del codice penale:
“Si applicano al consulente tecnico le disposizioni del codice penale relative ai periti (c.p. 314 ss., 366, 373).
In ogni caso, il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda fino a lire venti milioni. Si applica l’articolo 35 del codice penale. In ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti.” (art. 64 c.p.c.).
Tra le varie ipotesi di reato, nel caso di specie può forse venire in considerazione più delle altre la fattispecie di cui all’art. [[n373]] c.p., che riguarda la falsa perizia o interpretazione, e stabilisce la pena della reclusione da 2 a 6 anni per il perito che, nominato dall’autorità giudiziaria, offra pareri o interpretazioni mendaci o affermi fatti non conformi al vero.
Ugualmente rilevanti sono i vari casi di colpa grave da parte del CTU nell’esecuzione del mandato ricevuto. Questi sono regolati dall’art. 64 c.p.c., e si verificano quando:
- il CTU smarrisce documenti originali e non più riproducibili dal contenuto dei fascicoli di parte;
- il CTU perde o distrugge la cosa controversa o documenti affidatogli;
- il CTU omette di eseguire accertamenti irripetibili;
- il CTU non avvisa le parti sulla data d’inizio delle operazioni peritali provocando l’annullamento della consulenza su istanza di parte;
- il CTU redige una consulenza non idonea o incompleta con conseguente innovazione della stessa;
- il CTU assume l’incarico conferitogli dal Giudice pur non avendo un’adeguata e specifica conoscenza tecnica nel settore oggetto della consulenza richiesta e redige pertanto un elaborato viziato da errori.
Il citato art. 64, comma 2, c.p.c., punisce il consulente che commette le fattispecie di reato ivi richiamate con l’arresto fino ad 1 anno oppure con l’ammenda fino a 10.329 euro, oltre alla pena accessoria della sospensione dall’esercizio della professione da 15 giorni a 2 anni (art. 35 c.p.).
In presenza, quindi, di fatti documentabili che possano rientrare nelle suddette ipotesi, vi sarà senz’altro margine sia per la ricusazione che per una richiesta risarcitoria derivante da responsabilità civile inerente al mandato ricevuto in giudizio, fino ad arrivare al più grave caso della denuncia penale nel caso si sia verificata una delle ipotesi di reato previste dalla legge.