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Timestamp: 2018-11-14 13:37:36+00:00
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 7554 dell'1/4/2011. Società collegate: si presume quando nell'assemblea ordinaria possa essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo, se si tratta di società quotate in borsa - può sussistere anche in presenza di società a ristretta base azionaria e familiare, in virtù del vincolo di complicità. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza n. 7554 dell’1/4/2011. Società collegate: si presume quando nell’assemblea ordinaria possa essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo, se si tratta di società quotate in borsa – può sussistere anche in presenza di società a ristretta base azionaria e familiare, in virtù del vincolo di complicità.
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Corte di Cassazione, sezione III, Sentenza n. 7554 del 01 aprile 2011. Società collegate: si presume quando nell’assemblea ordinaria possa essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo, se si tratta di società quotate in borsa – può sussistere anche in presenza di società a ristretta base azionaria e familiare, in virtù del vincolo di complicità.
Così deciso dalla terza sezione della S.C. con la sentenza n 7554 dell’ 1 aprile 2011
Difatti a norma dell’art. 2359, terzo comma, cod. civ., (che, peraltro, stabilisce una regola generale valida per tutte le società di capitali, ancorché essa si collochi nella disciplina della società per azioni) si considerano collegate le società sulle quali un’altra società esercita un’influenza notevole; tale situazione – che la norma considera presunta ove nell’assemblea ordinaria possa essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo, se si tratta di società quotate in borsa – può sussistere anche in presenza di società a ristretta base azionaria e familiare, in virtù del vincolo di complicità che – secondo l'”id quod plerumque accidit” – connota i rapporti dei parenti di primo e secondo grado, facendone derivare intese dirette a realizzare finalità comuni.
Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso tale collegamento in presenza di due società, appartenenti a soggetti legati da vincolo di parentela entro il secondo grado, nelle quali uno stesso componente era titolare di un quinto del capitale di una delle società e, assieme al proprio padre, del novantacinque per cento del capitale dell’altra.
sul ricorso 5239-2009 proposto da:
**************, elettivamente domiciliato in ROMA, **************, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ************* giusta mandato in calce al ricorso;
AZIENDA ************** SRL, Sig. C.F.;
AZIENDA ************* SRL ************, in persona dell’Amministratore pro tempore dott. F. G., elettivamente domiciliato in ************, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ********* giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;
F. A., elettivamente domiciliato in *************, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ********* giusta delega in calce al ricorso principale;
avverso la sentenza n. 1570/2008 della CORTE D’APPELLO di MILANO, Sezione 1 Civile, emessa il 23/04/2008, depositata il 28/05/2008;
R.G.N. 1660/05; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/02/2011 dal Consigliere Dott. GIOVANNI CARLEO; udito ******; udito *********;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DESTRO Carlo che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e del ricorso incidentale.
Con atto 11.7.02 la Srl Azienda *********** conveniva in giudizio il notaio A. F. esponendo che con atto di compravendita 9.1.1996 aveva acquistato dalla ********* Immobiliare srl tre villette e che dall’atto rogato dal notaio A. F. gli immobili risultavano gravati solo da ipoteca a favore della **********Fondiario Spa mentre non risultava un’altra ipoteca, giudiziale, iscritta il 14 marzo 1995 per 300 milioni derivante da decreto ingiuntivo a favore di **********, ora Banco di ******** Spa.
Aggiungeva che due delle tre villette erano state rivendute mentre un’altra era rimasta in sua proprietà e che gli inviti rivolti alla ********** Immobiliare per sanare la situazione erano rimasti infruttuosi. Ciò premesso, la società attrice chiedeva che il convenuto fosse condannato ad estinguere l’obbligazione del venditore e a cancellare l’ipoteca ovvero a pagare quanto l’acquirente dovesse essere tenuto a versare al Banco di **********, oltre a risarcirle il danno subito. Si costituiva ritualmente il notaio F., il quale dopo aver dedotto che la compravendita era intervenuta tra due società appartenenti allo stesso gruppo familiare tant’è che il sig. C. F., amministratore della ********** Immobiliare e di fatto dell’Azienda ********** aveva coordinato l’operazione di vendita conoscendo perfettamente la situazione ipocatastale dei beni, chiedeva di chiamare in causa lo stesso C. F. al fine di sentirlo condannare in manleva. In esito al giudizio, in cui si costituiva altresì il chiamato, il Tribunale di Varese rigettava la domanda avanzata dall’attrice nei confronti del F.
Avverso tale sentenza interponeva appello l’Azienda ************ srl ed in esito al giudizio, in cui sì costituivano altresì le altre parti, la Corte di Appello di Milano, in riforma della decisione di primo grado, condannava il F. al risarcimento in favore dell’appellante oltre alla rifusione delle spese con sentenza depositata il 28 maggio 2008. Avverso quest’ultima decisione, il F. ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi. Resiste con controricorso proponendo a sua volta ricorso incidentale l’Azienda ***.
Il F. ha quindi depositato controricorso e memoria difensiva ex art. 378 c.p.c.
Procedendo all’esame del ricorso principale, proposto dal notaio A. F., giova osservare che la prima doglianza, articolata sotto il profilo della violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. in relazione ai principi in materia di collegamento tra imprese, si fonda essenzialmente sulla considerazione che la Corte territoriale avrebbe errato quando ha ritenuto che non fosse stata acquisita, in base all’art. 2729 c.c., la prova della conoscenza della formalità pregiudizievole, non indicata nel rogito notarile, in capo all’acquirente. Ed invero – questa in sintesi la conclusione del ricorrente – ai fini di desumere l’esistenza di un collegamento tra due società ai sensi della norma citata e dei principi derivanti dall’art. 2359 c.c. costituirebbero elementi gravi, precisi e concordanti i seguenti fatti: 1) la proprietà delle quote delle due società suddivise tra soggetti facenti parte del medesimo gruppo con vincoli di parentela di primo grado; 2) la titolarità di quote, in entrambe le società, in capo allo stesso soggetto, avente peraltro posizione dominante in una di esse per essere titolare di oltre il 90% del capitale; 3) la gestione dell’operazione di compravendita immobiliare da parte del legale rappresentante della società venditrice anche nell’interesse della società acquirente.
La censura merita attenzione.
Al riguardo, giova premettere che il giudice di primo grado aveva
opportunamente posto in risalto la base familiare delle società coinvolte nell’operazione, evidenziando, per una parte, che “******”, società acquirente delle tre villette, aveva un capitale sociale di L. 50.700.000, di cui erano titolari oltre a F. G., che fungeva altresì da amministratore, anche F. M. R., F. N. H., G. M. e F.L., ciascuno per L. 19.500.000 pari ad un quinto del capitale sociale; e per l’altra parte, che la “***** Immobiliare”, società alienante, aveva un capitale sociale di L. 20.000.000, del quale erano titolari per L. 19.000.000, vale a dire il 95% del capitale sociale, F.L., titolare altresì di un quinto del capitale della società acquirente, e suo padre F. C. per L. 1.000.000.
Il Tribunale aveva altresì posto in risalto il fatto che F. C., padre dell’amministratore della prima società, a sua volta fungeva da amministratore della società alienante, che sarebbe successivamente fallita in data 22.11.2001 ed era stato promotore dell’operazione di compravendita seguendo tutta la fase della predisposizione del rogito. Doveva quindi presumersi con i caratteri della gravità, della certezza e della concordanza che il detto F., in virtù dei rapporti personali intercorrenti con l’amministratore della società acquirente, avesse avvertito il figlio dell’esistenza dell’ipoteca – così aveva argomentato il Tribunale – e tale presunzione trovava riscontro nel fatto che lo stesso F. G., in sede di interrogatorio libero, aveva dichiarato che era stato il padre a suggerirgli l’operazione, di cui egli aveva poi parlato con le tre sorelle, tra le quali era presente la sorella L., socia in misura di un quinto del capitale sociale della società acquirente ed in misura del 95% del capitale della società alienante.
Ora, a fronte degli elementi evidenziati dal giudice di prime cure, la Corte territoriale ha negato ogni rilievo al fatto che la ****** Immobiliare e l’Azienda ******** appartenessero a persone dello stesso gruppo familiare limitandosi, ad osservare che “Azienda ********* srl è società dotata di personalità giuridica e quindi è irrilevante l’assetto societario”.
L’affermazione è censurabile in punto di diritto.
E ciò, innanzitutto, nella misura in cui con tutta evidenza trascura il disposto dell’art. 2359 c.c., comma 3 in tema di collegamento societario.
Ed invero, vale la pena di sottolineare a riguardo che, in base alla previsione della norma citata, si considerano collegate le società quando, reciprocamente o non, su ciascuna di esse l’altra esercita una influenza notevole.
Il valore precettivo, che esprime la suddetta norma (che, peraltro, stabilisce una regola generale valida per tutte le società di capitali, ancorché essa si collochi nella disciplina della società per azioni), è, quindi, nel senso che il collegamento deve consistere in un rapporto intercorrente tra società o imprese, tale da giustificare la situazione della “influenza notevole”. Ora, tale situazione è ritenuta sussistente per presunzione di legge, qualora nell’assemblea ordinaria può essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo se la società ha azioni quotate in borsa (comma 3 della norma in esame), circostanza riscontrabile nella fattispecie ove si tenga presente la posizione di F. L. che era socia in misura di un quinto del capitale sociale della società acquirente ed in misura del 95% del capitale della società alienante che sarebbe successivamente fallita.
Ciò, senza considerare che, anche al di fuori della suddetta presunzione di legge, una reciproca influenza di non poco conto tra due società, sia pure di capitali, è parimenti presumibile nelle società a ristretta base azionaria e familiare in virtù del vincolo di complicità che, quanto meno secondo l’id quod plerumque accidit, connota i rapporti dei parenti di primo e di secondo grado, facendone derivare intese dirette a realizzare finalità comuni, attraverso una convergente politica societaria e mediante l’utilizzazione delle risorse patrimoniali di ciascuna delle società.
Alla stregua delle pregresse considerazioni, deve ritenersi, pertanto, assolutamente ragionevole la presunzione di conoscenza dell’ipoteca gravante sugli immobili oggetto della compravendita, derivante per una parte dall’accennata “notevole influenza” presunta ex lege a norma dell’art. 2359 c.c., comma 3 in tema di collegamento societario e per l’altra dal dato oggettivo, costituito sia dallo scarso numero dei soci delle due società – che si converte nel dato qualitativo della più agevole conoscibilità degli affari societari e del più facile controllo reciproco – sia dallo strettissimo rapporto di parentela e dal conseguente vincolo di complicità che poteva legare i soci delle due persone giuridiche.
Ne consegue che in applicazione di questo principio la censura formulata merita di essere accolta, ritenendosi in essa assorbiti gli altri motivi del ricorso principale nonché i motivi del ricorso incidentale, fondati questi ultimi, riguardo al primo, sull’omessa motivazione sulla domanda istruttoria formulata nelle conclusioni depositate nel giudizio di appello (istanza di ctu e prove testimoniali) e, riguardo al secondo, sulla violazione dell’art. 115 c.p.c. e dell’art. 1226 c.c. in relazione al rigetto della domanda di risarcimento dei danni, conseguenti all’impossibilità di finanziarsi e di operare sul mercato per la segnalazione sul circuito bancario, nonché del danno all’immagine commerciale.
La sentenza impugnata, che ha fatto riferimento, in modo non corretto, ad una regula iuris diversa, deve essere cassata, con l’ulteriore conseguenza che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa deve essere decisa nel merito con il rigetto dell’appello proposto da Azienda *********** srl avverso la sentenza n. 949/04 del Tribunale di Varese. L’alternarsi delle decisioni di merito e la relativa novità delle questioni trattate giustificano la compensazione delle spese dell’intero giudizio tra le parti.
La Corte riunisce i ricorsi, accoglie il primo motivo del ricorso principale, assorbiti gli altri ed il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata nei limiti e, decidendo nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, rigetta l’appello proposto da Azienda ***** srl avverso la sentenza n. 949/04 del Tribunale di Varese. Compensa tra le parti le spese dell’intero giudizio.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-08-09T11:47:36+00:0027 luglio 2011|Cassazione civile 2011, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Societario|0 Commenti