Source: https://www.meltingpot.org/articolo14315.html
Timestamp: 2019-09-15 16:29:23+00:00
Document Index: 25448206

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 5', 'art. 15', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5']

Prolungamento della detenzione: ci riproveranno e falliranno di nuovo - Progetto Melting Pot Europa
Prolungamento della detenzione: ci riproveranno e falliranno di nuovo
Alcune riflessioni sull’allungamento della detenzione amministrativa
In occasione della conversione del decreto legge n. 11, emanato il 23 febbraio scorso, “recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori”, nel quale era stato inserito, con una manovra pretestuosa al limite della costituzionalità, anche la norma che prolungava fino a 180 giorni la detenzione amministrativa per gli immigrati irregolari in attesa di espulsione, il governo è stato battuto proprio sull’art. 5 che prevedeva la estensione del tempo massimo di trattenimento degli immigrati irregolari nei CIE. L’emendamento contrario presentato dall’opposizione è stato approvato a scrutinio segreto con 232 voti a favore e 225 contrari. Dodici gli astenuti, di cui dieci dell’Italia dei valori (su 22 presenti).Un voto che colloca una parte di Italia dei Valori in una posizione di incolmabile distanza rispetto alle battaglie per i diritti fondamentali dei migranti che in questi anni sono state fatte per la chiusura o quantomeno il “superamento” dei CIE. Un voto di astensione che peserà alle prossime elezioni europee. Sarebbero 17 invece i deputati del Pdl che hanno votato con l’opposizione contro l’art. 5 del provvedimento, una norma che nei giorni passati aveva suscitato forti riserve anche nel Consiglio Superiore della Magistratura. Una norma che si doveva approvare ad ogni costo anche per dare una copertura “a posteriori” alle prassi illegittime adottate nell’isola di Lampedusa, dove si trovano ancora migranti rinchiusi da gennaio in un CIE “provvisorio”, che non è neppure un vero CIE, perché non è stato costituito secondo le procedure indicate dall’art. 14 del Testo Unico sull’immigrazione, ma con un decreto “fantasma” del Ministro dell’Interno. Mentre i lavori per la costruzione del nuovo CIE alla vecchia base Loran sono stati bloccati dopo un esposto della Lega Ambiente che lamentava il mancato rispetto dei vincoli ambientali.
In base alla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, se l’art. 5 comma 1 lettera f.della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU) ammette la detenzione amministrativa “regolare” di una persona “contro la quale è in corso un procedimento d’espulsione o d’estradizione”, occorre tuttavia che la misura limitativa della libertà sia “proporzionata ed adeguata”, e che abbia una durata commisurata all’esigenza di assicurare le misure di allontanamento forzato.
Gli accordi di Schengen non impongono in Italia i centri di permanenza temporanea (oggi definiti come centri di identificazione ed espulsione CIE), ma solo che i singoli paesi che aderiscono all’intesa si dotino di misure di accompagnamento forzato “efficaci”. Anche se la direttiva (2008/115/CE) sui rimpatri forzati che l’Unione Europea ha approvato alla fine del 2008, contiene la previsione della detenzione amministrativa per gli immigrati irregolari, addirittura fino ad un periodo di diciotto mesi, la stessa direttiva richiama il principio della adeguatezza e della proporzionalità delle misure di allontanamento forzato ( art. 15) ed afferma che il rimpatrio forzato deve costituire la soluzione estrema dopo il tentativo di rimpatrio volontario che va comunque tentato.
3. La presentazione e la Relazione tecnica del Disegno di legge n. 2232 di conversione del Decreto legge n.11 del 2009, con particolare riferimento all’art. 5 che riguardava il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa nei CIE, conferma la portata demagogica del provvedimento, i costi assai rilevanti e la sua efficacia nulla, se non i suoi effetti controproducenti rispetto alle ansie di questo governo e della maggioranza che lo sostiene, di liberarsi nel più breve tempo possibile del maggior numero di immigrati irregolari. Quando forse sarebbe più rispettoso per la dignità delle persone e più conveniente per le finanze pubbliche introdurre percorsi di emersione dalla irregolarità e di regolarizzazione permanente a regime. Oltre al doveroso ripristino delle quote di ingresso annuali per lavoro a tempo indeterminato. Ma tutta l’attenzione di questo governo è allocata oggi sulle misure di allontanamento forzato e di detenzione amministrativa, con i costi che ne conseguono.
La nuova disciplina prevista dall’art. 5, oggi bocciato dalla Camera, contenuta nel decreto legge n. 11 del 23 febbraio 2009, appariva “urgente perché vi è l’elevata probabilità che nella sola isola di Lampedusa centinaia di stranieri irregolari, proprio per le difficoltà relative alle modalità di rimpatrio, tornino in circolazione entro la fine di marzo”. In realtà molti di quei migranti sono stati “spalmati” in diversi CIE italiani e da quel momento le proteste ed i tentativi di autolesionismo non si contano più. Solo una minima parte dei migranti sbarcati in questi primi mesi dell’anno in Sicilia è stata effettivamente rimpatriata nei paesi di origine.
Nella relazione allegata al Disegno di legge n.2232 all’esame della Camera dei Deputati, nella parte dedicata all’art. 5, si legge che “attualmente i centri di identificazione e di espulsione (CIE) operativi sono dieci, per un totale di 1160 posti disponibili”. Una notizia molto interessante, seguita da proiezioni non meno interessanti. Sulla base dei dati relativi al 2007 si sostiene quindi che il tempo medio di permanenza sarebbe stato di 27 giorni e che “ con il prolungamento previsto dalla disposizione si ritiene che una stima prudenziale per determinare un nuovo tempo medio di permanenza possa individuarsi in quattro volte il tempo medio attuale ( 30 giorni per 4 = 120 giorni)”. Sempre secondo la relazione tecnica “ ipotizzando, pertanto un periodo di trattenimento medio pari a centoventi giorni - corrispondente a quattro mesi di trattenimento - per garantire la stessa capacità recettiva con il nuovo tempo di permanenza il sistema dovrà avere un incremento di 3.480 nuovi posti”.
Soltanto per la realizzazione dei “nuovi” CIE per 1500 posti, ammesso che le Regioni non si oppongano, l’art. 5 oggi bocciato dal Parlamento avrebbe comportato una spesa di 117 milioni di euro, mentre 22 milioni di euro sarebbero stati necessari per la ristrutturazione degli edifici esistenti. Ed a queste somme si dovrebbero aggiungere altre decine di milioni di euro per realizzare i mille nuovi posti previsti dalla legge 186 del 28 novembre 2008, questi già utilizzabili, con i “brillanti” risultati che si possono verificare con i lavori di adattamento fermati a metà nella ex base Loran dell’isola di Lampedusa.
Insomma sarebbero stati (e forse saranno) necessari oltre duecento milioni di euro per moltiplicare i CIE e finanziare un prolungamento dei tempi della detenzione amministrativa che non farebbe aumentare significativamente, come si può verificare dopo il fallimento degli accordi con la Tunisia, il numero degli immigrati effettivamente accompagnati in frontiera. Tralasciamo i maggiori costi da prevedere per le convalide “a ripetizione” da parte dei giudici di pace, per i difensori d’ufficio e per gli interpreti, anche perché nell’immediato non sembra proprio che il numero degli stranieri complessivamente internati nei CIE possa aumentare in modo significativo. Si tratta di altre centinaia di migliaia di euro, per i primi anni e poi dal “2012 e seguenti”, quando l’intero sistema andrà a regime… anche alcuni milioni di euro all’anno (esattamente nel 2012 4.872.000 per il patrocinio a spese dello stato e per l’interpretariato). Ma si potrà risparmiare sempre sul patrocinio legale “ in considerazione della contenuta complessità dell’assistenza legale connessa alla ripetitività delle udienze di convalida ogni sessanta giorni di permanenza”. Che noia, con gli avvocati di ufficio che non dicono neppure una parola per difendere i loro assistiti, al punto che nei moduli prestampati non c’è neanche un rigo per le loro opposizioni. Ed i diritti di difesa degli immigrati?
La Relazione tecnica del Disegno di legge di conversione del D.L. 11 del 2009 distribuisce infatti in un quadriennio (2009-2012) gli oneri previsti per l’aumento dei posti nei centri di identificazione ed espulsione, e dunque solo in questo periodo si sarebbe verificata la effettiva attivazione di tali posti, e degli stessi CIE che li dovrebbero contenere. Ed è ben nota la lunga durata di “costruzione” o di “riadattamento” di un CIE, come conferma l’esperienza di Torino, di Modena, ed adesso anche di Lampedusa, con il blocco dei lavori alla ex base Loran per violazione delle norme sull’ambiente. Dunque erano stati previsti almeno quattro anni perché le misure che il governo voleva, e ancora vuole, adottare con la massima urgenza, addirittura utilizzando lo strumento della decretazione di urgenza, potessero trovare copertura finanziaria e strutture idonee per la loro concreta realizzazione.
Il dato più sconcertante contenuto nella relazione tecnica riguardava proprio il 2009: “in tale anno non si renderanno operativi nuovi posti nei CIE”, e dunque si resterà ai 1160 posti attualmente disponibili, o al massimo, in realtà, se ne potranno attivare un migliaio, in virtù della legge 186 del 2008 che permette di ristrutturare edifici già esistenti, come caserme o basi militari, sempre troppo poco per “reggere” l’aumento della durata della detenzione amministrativa, soprattutto se il governo, per “vendicarsi” della sonora sconfitta di oggi, riproporrà nello stesso decreto un prolungamento ulteriore dei tempi di detenzione amministrativa.
[ 9 aprile 2009 ]