Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20100716.htm
Timestamp: 2017-11-20 07:36:30+00:00
Document Index: 181605339

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 12', 'art. 4', 'art. 18']

Le nuovissime norme di comportamento e la responsabilità civile dei consulenti finanziari
L’art. 18-bis T.u.f. omette dunque di occuparsi direttamente delle norme di comportamento dei consulenti finanziari e rinvia a un apposito regolamento attuativo. La Consob, dopo aver fatto circolare due documenti di consultazione (uno del giugno 2008[3] e uno del novembre 2009[4]), ha approvato molto recentemente il reg. n. 17130/2010[5]. In questo articolo ci si vuole soffermare sulle norme di comportamento dei consulenti finanziari così come risultanti dal reg. n. 17130/2010. Al fine di sottolineare il rilievo pratico di questa materia, va ricordato che buona parte del contenzioso sorto negli ultimi anni fra investitori e intermediari finanziari è fondato sull’asserita violazione di norme di comportamento, che si sarebbero - invece - dovute osservare nella formazione e nell’esecuzione del contratto[6]. Non si può escludere che, in futuro, anche la categoria dei consulenti finanziari venga chiamata a fronteggiare contestazioni di vario genere da parte dei risparmiatori. Il modo migliore per prevenire tali reclami e possibili azioni in giudizio è l’instaurazione di un corretto rapporto contrattuale[7], rispettoso – sia nella sua fase formativa sia in quella esecutiva - delle diverse norme di comportamento prescritte dall’ordinamento.
Una volta raccolte informazioni dal cliente, il consulente finanziario deve – a sua volta - informare il cliente. Il regolamento stabilisce al riguardo che le informazioni devono essere “corrette”, “chiare”, “non fuorvianti” e “sufficientemente dettagliate”. “Correttezza” dell’informazione significa che l’informazione non può essere contraria a verità (anche se bisogna rilevare che l’aggettivo più appropriato per esprimere questa nozione sarebbe: “vera”). La chiarezza è il secondo requisito dell’informazione prescritto dal regolamento. Una delle funzioni della dazione d’informazioni è trasmettere conoscenza, risultato che si può realizzare solo quando i dati e le notizie sono trasparenti. Secondo il regolamento, inoltre, l’informazione non può essere fuorviante. Un dato è fuorviante quando è in grado di determinare un errore in capo al cliente. Si tratta di un’informazione che in sé può anche corrispondere alla realtà delle cose, ma che – ciò nonostante – può indurre in errore. Questo risultato può realizzarsi in particolare nel caso si combini una serie di dati. Si deve difatti riflettere sulla circostanza che non tutte le informazioni hanno la stessa rilevanza. La sopravalutazione di dati di poca importanza unita a una sottovalutazione d’informazioni importanti può creare una rappresentazione in capo al cliente fuorviante rispetto alla realtà delle cose. L’informazione deve infine, dice il regolamento, essere sufficientemente dettagliata. Non basta dunque una descrizione sommaria, ma occorre un certo livello di specificità. Dall’altro lato non è tuttavia consentito eccedere nella dazione d’informazioni: a ciò osta il requisito del “sufficiente” dettaglio. Nelle materie tecniche capita non di rado che l’interlocutore del professionista debba confrontarsi con informazioni particolarmente analitiche, rispetto alle quali è talvolta difficile operare una sintesi[11]. Complessivamente si deve ritenere che il consulente finanziario che informa “in modo perfetto” è quello che fornisce relativamente poche informazioni al cliente: quelle che sono effettivamente rilevanti per la decisione d’investimento, omettendo di soffermarsi su dettagli.
Nell’area dell’intermediazione finanziaria il problema del conflitto d’interessi ricorre, in particolare, quando le banche che svolgono attività d’intermediazione sono - allo stesso tempo - finanziatrici (e dunque creditrici) del soggetto emittente. Alcune vicende degli ultimi anni hanno evidenziato la rilevanza di questa problematica (paradigmatico al riguardo è il caso delle società emittenti facenti parte del gruppo Cirio). La banca esposta con un emittente, al fine di rientrare dalla propria esposizione debitoria, può spingere l’emittente a emettere obbligazioni che vengono poi collocate presso il pubblico[17]. L’intermediario collocatore si trova in una situazione di conflitto rispetto ai compratori finali delle obbligazioni. Il contrasto sussiste in quanto la banca, mediante il collocamento delle obbligazioni, consente all’emittente di ottenere quelle risorse che gli permettono di ripianare i debiti esistenti nei confronti della medesima banca. Questo meccanismo è stato ben descritto in una sentenza del Tribunale di Milano del 2006[18]. Il conflitto d’interessi, lampante nel caso appena esposto, è certamente più sfumato nell’ipotesi dei consulenti finanziari. La legge dice difatti espressamente che i consulenti finanziari operano “senza detenere somme di denaro o strumenti finanziari di pertinenza dei clienti” (art. 18-bis comma 1 T.u.f.). I consulenti inoltre non agiscono come finanziatori dei propri clienti. Ciò nonostante la Consob vuole evitare qualsiasi possibile situazione di conflitto e statuisce la disposizione che si sta esaminando[19].
In primo luogo, secondo l’art. 12 comma 1 lett. f reg. n. 17130/2010, i consulenti finanziari devono rispettare tutte le leggi che li riguardano. Questa disposizione è inutile. Non si capisce difatti come possa un regolamento “ordinare” a certi soggetti di rispettare la legge. Attesa una precisa gerarchia delle fonti - nel nostro ordinamento - che fa prevalere le leggi rispetto ai regolamenti (l’art. 4 comma 1 delle preleggi recita: “i regolamenti non possono contenere norme contrarie alle disposizioni delle leggi”), il regolamento non può derogare alla legge ed è dunque inutile affermare in un regolamento che un certo soggetto deve rispettare la legge. Tuttavia la disposizione, per quanto forse non particolarmente riuscita dal punto di vista formale, non nuoce e ha una duplice funzione: “mnemonica” (ricordare che è necessario osservare la legge) e “pedagogica” (invitare al rispetto della legge). Nulla cambierebbe nell’ordinamento se non vi fosse il richiamo all’osservanza delle leggi; tuttavia nulla nemmeno cambia se si ripete ad abundantiam che non si possono violare le leggi.
Anzitutto giova rilevare che il dovere di riservatezza del consulente finanziario opera non solo nei confronti dei clienti attuali (rispetto ai quali è già venuto a esistenza un rapporto contrattuale), ma anche nei confronti dei clienti potenziali. Può cioè capitare che un consulente intrattenga trattative con un determinato soggetto, ricevendo dallo stesso informazioni, e che poi il rapporto contrattuale non si perfezioni, in quanto – ad esempio - il cliente alla fine preferisca non avvalersi di tale consulente. Il consulente non può comunque fare uso delle informazioni ricevute.
Il regolamento fa un’eccezione in riferimento all’art. 18-bis, comma 6, lettere e) ed f) T.u.f. Tali disposizioni prevedono che l’organismo “può richiedere agli iscritti nell’albo la comunicazione di dati e notizie e la trasmissione di atti e documenti , secondo le modalità e nei termini dallo stesso determinati” (lett. e); inoltre “può effettuare nei confronti degli iscritti ispezioni e richiedere l’esibizione dei documenti e il compimento degli atti necessari, nonché procedere ad audizione personale” (lett. f). Il divieto di dare informazioni relative ai clienti non opera dunque nei confronti dell’organismo e l’eccezione è ben comprensibile, in quanto - altrimenti - l’organismo avrebbe considerevoli difficoltà nell’esercitare la sua funzione di controllo.
Un’ulteriore eccezione viene fatta dal regolamento per i casi in cui l’ordinamento “consente” oppure “impone” la rivelazione di certi dati. La disposizione è vaga, facendo riferimento all’”ordinamento”. L’ordinamento opera attraverso delle regole, che possono avere fonte diversa. Se si tratta della legge, è evidente che il regolamento non può a essa derogare (e la disposizione è dunque sostanzialmente inutile). La norma in commento può invece risultare di utilità pratica nei casi in cui siano altre disposizioni regolamentari a consentire o imporre la rivelazione di certi dati: la regola chiarisce, a scanso di equivoci, che la rivelazione d’informazioni è consentita o – addirittura - imposta.