Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/rifiuti/?s_item=1cd138d0499a68f4bb72bee04bbec2d7
Timestamp: 2019-07-22 01:08:24+00:00
Document Index: 66233392

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'sentenza ', 'art. 256', 'art. 216', 'art.568', 'sentenza ', 'art. 131']

Cass. Pen. Sez. III 20/06/2018 n. 28493 - Non adempiere ad una prescrizione equivale a non avere l’autorizzazione? - Tuttoambiente.it
n. 28493
La contravvenzione di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, di cui all'art. 256, comma quarto, del D.L.vo 152/2006, è un reato formale di pericolo, che si configura in caso di violazione delle prescrizioni imposte per l'attività autorizzata di gestione di rifiuti. Questo significa che la valutazione circa il pregiudizio al bene giuridico protetto, vale a dire l'integrità dell'ambiente, va retrocessa al momento della condotta inosservante, secondo un giudizio prognostico "ex ante": è, infatti, irrilevante l'assenza in concreto, anche qualora successivamente riscontrata, di qualsivoglia lesione al bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice, essendo sufficiente la mera inosservanza delle prescrizioni.
1.Con sentenza in data 13.7.2016 il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato P.B. , in qualità di legale rappresentante e direttore tecnico dell'omonima impresa individuale, alla pena di C 3.000 di ammenda in quanto responsabile del reato di cui all'art. 256, 4 comma d. Igs. 152/2006 per aver effettuato operazioni di recupero di rifiuti non pericolosi non rispettando una pluralità di prescrizioni contenute nella comunicazione presentata ai sensi dell'art. 216 del medesimo decreto legislativo all'ente provinciale in data 24.7.2008, quali il rispetto delle aree funzionali dell'impianto, la cubatura dei materiali stoccati, l'ispezionabilità del sistema di raccolta delle acque meteoriche, l'apposizione della segnaletica di identificazione dei rifiuti, ed la dotazione di vari strumenti necessari all'attività di stoccaggio e raccolta.
a) i "variegati materiali presenti nell'area" erano quasi esclusivamente costituiti da oggetti ferrosi e in quantità marginale di alluminio, della cui raccolta soltanto si occupa la ditta B. come attestato dai codici identificativi dei rifiuti indicati nell'autorizzazione provinciale, la cui dislocazione in aree dell'impianto diverse da quelle previste nell'autorizzazione non aveva comunque creato alcun danno all'ambiente, con conseguente mancanza dell'elemento oggettivo del reato;
c) la difficoltà incontrata nell'ispezione del sistema di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche non configura di per sé alcun illecito posto che i presidi necessari al corretto funzionamento dell'impianto erano presenti e che l'impedimento all'ispezionabilità era esclusivamente costituito, come riferito dal perito, solo dalla presenza momentanea di materiali di ferro che, a richiesta, l'imputato avrebbe potuto spostare con l'utilizzo di un ragno;
1. In via preliminare occorre rilevare che l'istituto della conversione della impugnazione previsto dall'art.568, comma 5, cod.proc.pen., ispirato al principio di conservazione degli atti, determina unicamente l'automatico trasferimento del procedimento dinanzi al giudice competente in ordine alla impugnazione secondo le norme processuali e non comporta una deroga alle regole proprie del giudizio di impugnazione correttamente qualificato. Pertanto, l'atto convertito deve avere i requisiti di sostanza e forma stabiliti ai fini della impugnazione che avrebbe dovuto essere proposta in quanto il principio di conservazione del mezzo di impugnazione non può in nessun caso consentire deroghe alle norme che formalmente e sostanzialmente regolano i diversi tipi di impugnazione (ex multis Sez. 1, n. 2846 del 08/04/1999 - dep. 09/07/1999, Annibaldi R, Rv. 213835).
Così ridelineato il perimetro del sindacato di legittimità riservato a questa Corte, va rilevato che le doglianze svolte con il primo motivo si traducono per lo più in censure in fatto volte a contestare, in via del tutto generica, le risultanze istruttorie costituite dai verbali di sopralluogo e dalle deposizioni dei tecnici intervenuti, ovverosia un agente del Corpo Forestale e un'impiegata dell'ARPA, che hanno nel dettaglio evidenziato le condizioni dell'impianto in relazione alle singole violazioni contestate, con le quali la prospettazione difensiva omette ogni confronto, trincerandosi dietro pretese illogicità motivazionali prive del benché minimo fondamento.
Del pari coerente risulta il ragionamento seguito dal Tribunale in ordine al superamento della volumetria consentita per lo stoccaggio dei rifiuti, basato sui dati comparativi forniti dal dipendente dell'ARPA, senza che occorra ai fini della stima alcuna operazione di pesatura trattandosi di un'eccedenza in termini di metri cubi e non di peso che non lascia alcuno spazio alle disquisizioni, meramente assertive, svolte dalla difesa, in ordine alla genericità delle deposizioni, di cui neppure viene riprodotto o allegato il contenuto„ in violazione del principio di autosufficienza del ricorso.
Ciò posto immune da censure si profila il diniego della causa di non punibilità da parte della sentenza impugnata. Invero, la valutazione dell'offensività della condotta in relazione al profilo dell'entità del pericolo rappresentata dalla protrazione sul piano spaziale temporale delle violazioni poste in essere, di cui è indice lo stesso arco di tempo, pari a circa un anno, per il ripristino dell'impianto in conformità alle prescrizioni amministrative violate, ed avvalorata anche dalla scelta di comminare una pena superiore al minimo edittale, è già di per sè elemento sufficiente, senza che il relativo giudizio, in quanto sindacato di fatto, sia censurabile in sede di legittimità, ad escludere la punibilità per la particolare tenuità del fatto. A ciò si aggiunge anche l'elemento della abitualità della condotta a fronte della pluralità delle violazioni contestate:
in conformità a quanto già affermato da questa Corte, la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis cod. pen. non può essere applicata, ai sensi del terzo comma del predetto articolo, qualora l'imputato abbia commesso più reati della stessa indole, ovvero plurime violazioni della stessa o di diverse disposizioni penali sorrette dalla medesima "ratio punendi", poiché è la stessa previsione normativa a considerare il "fatto" nella sua dimensione "plurima", secondo una valutazione complessiva in cui perde rilevanza l'eventuale particolare tenuità dei singoli segmenti in cui esso si articola. (Sez. 5, n. 26813 del 10/02/2016 - dep. 28/06/2016, Grosoli, Rv. 267262). Nulla autorizza a ritenere che, con tale previsione, il legislatore abbia voluto riferirsi solo ai casi in cui l'autore del reato sia gravato da precedenti penali specifici, posto che altrimenti si sarebbe espresso in termini di recidiva specifica, apparendo, invece, logicamente coerente dedurre dalla stessa disposizione normativa, che menziona congiuntamente le "condotte plurime, abituali e reiterate", che la pluralità delle violazioni commesse integri in sè il concetto di abitualità, inteso in senso diacronico, dovendo essere considerate espressione del carattere seriale dell'attività criminosa e dell'abitudine del soggetto a violare la legge.