Source: http://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_processuale_civile_e_delle_procedure_concorsuali/Costantino_riforme_appello_civile.html
Timestamp: 2018-06-21 06:50:42+00:00
Document Index: 106583566

Matched Legal Cases: ['art. 618', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 29', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 55', 'art. 25', 'art. 195', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 708', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 347', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 21', 'art. 25', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 30']

LE RIFORME DELL&#039;APPELLO CIVILE E L&#039;INTRODUZIONE DEL &#034;FILTRO&#034; (*) | Treccani, il portale del sapere
LE RIFORME DELL'APPELLO CIVILE E L'INTRODUZIONE DEL "FILTRO" (*)
2. – L’appello nel sistema delle impugnazioni. Novum judicium o revisio prioris instantiae. – A tal fine, appare opportuno ricordare sinteticamente le regole che governano l’appello e che debbono essere integrate e coordinate con le disposizioni sopravvenute.Nell’ordinamento positivo vigente in Italia la previsione dell’appello è rimessa alla valutazione discrezionale del legislatore. Le tecniche mediante le quali l’appello può essere escluso consistono nella espressa previsione della non appellabilità ovvero nella attribuzione della competenza, quale giudice di unico grado, alla corte di appello: sono esempi del primo tipo l’art. 618 c.p.c., per quanto riguarda le opposizioni agli atti esecutivi, l’art. 14, co. 4°, d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda la liquidazione degli onorari di avvocato, l’art. 15, co. 6°, per quanto riguarda la liquidazione dei compensi agli ausiliari del giudice; sono esempi del secondo l’art. 29 d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda l’opposizione alla stima in materia di espropriazione per pubblica utilità, l’art. 13, co. 2°, d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, per quanto riguarda la riabilitazione del debitore protestato, l’art. 3, co. 1°, l. 24 marzo 2001, n 89 (ora novellato dall’art. 55, co. 1°, lett. c, d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134), per quanto riguarda la liquidazione dell’indennità per irragionevole durata del processo; nonché l’art. 25, co. 4°, d.lgs. 27 gennaio 2010, n. 39, per quanto riguarda le opposizioni contro le sanzioni amministrative a carico delle società di revisione, sfuggito all’opera di revisione della materia compiuta con il codice del processo amministrativo e con il decreto sulla «semplificazione dei riti». Sono anche ritornate di competenza della corte di appello quale giudice di unico grado le opposizioni contro le sanzioni amministrative in materia finanziaria, ai sensi dell’art. 195 d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, trasferite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo dall’art. 133, co. 1°, lett. l), c.p.a. di cui al d.lgs. 2 luglio 2010, n. 104, e dichiarato costituzionalmente illegittimo per eccesso di delega. A queste tecniche potrebbe aggiungersene una terza, consistente nella previsione di una prima fase a cognizione sommaria, attribuita alla competenza di un giudice di primo grado, che si conclude con un provvedimento avverso il quale è previsto l’«appello»; in tal caso, nonostante il nomen juris del rimedio, si è in realtà al cospetto di un processo con un unico grado di merito; l’«appello» è l’unico grado a cognizione piena; equivale a un «reclamo», quale quello previsto, ad esempio, contro la sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi dell’art. 18 l.f., o contro i provvedimenti presidenziali in materia di separazione e di divorzio, ai sensi dell’art. 708, co. 4°, c.p.c.. Come si vedrà, la riforma in esame orienta verso questa ricostruzione.
Prima dell’ultima riforma, dunque, non vi erano dubbi che l’appello fosse una revisio prioris instantiae e non un novum judicium; che fosse governato dalla regola tantum devolutum quantum appellatum; che fosse necessaria, a pena di inammissibilità, la specificità dei motivi e la completezza degli atti introduttivi.
La risposta positiva al primo quesito trae fondamento dall’orientamento giurisprudenziale per il quale «l’impugnazione di una pluralità di sentenze con un unico atto è consentita solo quando queste siano tutte pronunciate fra le medesime parti e nell’ambito di un unico procedimento, ancorché in diverse fasi o gradi - (come nel caso della sentenza non definitiva oggetto di riserva di impugnazione e della successiva sentenza definitiva; della sentenza revocanda e di quella conclusiva del giudizio di revocazione; della sentenza di rinvio e di quella di rigetto della istanza di revocazione, allorché le due impugnazioni siano rivolte contro capi identici o almeno connessi delle due pronunzie, ovvero di sentenze di grado diverso pronunciate nella medesima causa, che investano l’una il merito e l’altra una questione pregiudiziale)». Nell’ipotesi considerata, si tratta, appunto, di provvedimenti di grado diverso pronunciati nella medesima causa, che investono l’uno il merito e l’altro una questione pregiudiziale.
In ogni caso, tra i requisiti di ammissibilità del ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado è compresa la valutazione del rispetto dei «limiti dei motivi specifici esposti con l’atto di appello»: i motivi specifici dedotti con questo atto, in funzione dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, debbono essere ricondotti alla denuncia degli errores in procedendo e degli errores in iudicando indicati dall’art. 360, co. 1°, c.p.c. In considerazione di ciò, ricorrendone i presupposti, potrebbe anche essere strategicamente opportuno valutare l’opportunità di accordi per omettere proprio l’appello e proporre il ricorso per saltum, ai sensi dell’art. 360, co. 2°, c.p.c.: in tal caso, però, con il ricorso sono denunciabili soltanto gli errores in iudicando, ai sensi del n. 3 del primo comma dello stesso articolo.
Per superare tale preclusione ed impugnare la sentenza di primo grado anche ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., il ricorso, in osservanza del principio di autosufficienza, deve, quindi, indicare le ragioni di fatto poste a fondamento della decisione impugnata, quelle poste a fondamento dell’ordinanza dichiarativa dell’«inammissibilità» dell’appello o della sentenza di rigetto e dimostrarne la diversità. A tal fine, però, non è possibile riprodurre nel ricorso l’intera motivazione della sentenza di primo grado e dell’ordinanza o della sentenza di appello. «Una tecnica espositiva dei fatti di causa realizzata mediante la pedissequa riproduzione degli atti processuali non soddisfa il requisito di cui all’art. 366, n. 3, c.p.c., che prescrive “l’esposizione sommaria dei fatti di causa” a pena di inammissibilità [...] la pedissequa riproduzione dell’intero, letterale contenuto degli atti processuali è [...] inidonea a tener il luogo della sintetica esposizione dei fatti, in quanto equivale ad affidare alla Corte, dopo averla costretta a leggere tutto (anche quello di cui non serve affatto che sia informata), la scelta di quanto effettivamente rileva in relazione ai motivi di ricorso».
La puntuale analisi della nuova disciplina conferma altresì che non era privo di fondamento l’uso, nel corso del breve iter parlamentare della riforma, dei termini «appellicidio» e «cassazionicidio»: si può ragionevolmente dubitare che le corti di appello, che, attualmente, non sono spesso in grado neppure di aprire i fascicoli sopravvenuti (qualora questi siano stati acquisiti, ai sensi dell’art. 347, co. 3°, c.p.c.) e rinviano le cause a grande distanza di tempo, possano farsi carico del maggiore impegno richiesto dalla normativa sopravvenuta; e si può anche dubitare che la Corte di cassazione, faticosamente impegnata nello smaltimento dall’arretrato, possa reggere il maggior flusso di ricorsi.
Sennonché, con il d.lgs. 1° settembre 2011, n. 150, il procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 702 bis ss. c.p.c. è diventato l’unica forma di tutela giudiziale per le controversie in materia di liquidazione degli onorari e dei diritti di avvocato (art. 14) e agli ausiliari del giudice (art. 15); nonché per diverse controversie in materia di immigrazione (artt. 16 – 20), per l’opposizione alla convalida del trattamento sanitario obbligatorio (art. 21), per le azioni popolari e per alcune controversie in materia elettorale (artt. 22 – 24), per le controversie in materia di riparazione a seguito di illecita diffusione del contenuto di intercettazioni telefoniche (art. 25), per l’impugnazione dei provvedimenti disciplinari a carico dei notai (art. 26) e per quelle del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (art. 27); per la tutela contro le discriminazioni (art. 28), per l’opposizione alla stima nelle espropriazioni per pubblica utilità (art. 29) e per le controversie in materia di attuazione di sentenze e provvedimenti stranieri di giurisdizione volontaria e contestazione del riconoscimento (art. 30).