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Timestamp: 2013-05-23 19:48:54+00:00
Document Index: 185335668

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 569', 'art. 567', 'art.8', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 7', 'art 12', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 4', '§ 2']

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Osservatorio delle principali sentenze della giurisprudenza europea e delle corti nazionali
in materia di diritti umani e libertà fondamentali
in collaborazione con l'Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa Le sentenze sono classificate per argomento secondo l'elenco indicatoAmbienteContrattiDiscriminazioneFamigliaImmigrazioneLavoroLibere ProfessioniMinoriPrivacyProcessuale civileProcessuale penalePropriet&agrave;Propriet&agrave; industrialeResponsabilit&agrave; civileRifugiatiin allegato l'elenco delle pronunce selezionate Elenco generale delle pronunce.pdf DISCRIMINAZIONE
DISCRIMINAZIONE – Differenze
linguistiche - Bandi di concorso UE – Mancata pubblicazione nelle lingue
ufficiali - Obbligo di sostenere prove in determinate lingue Corte
di giustizia, Grande sezione - 27 novembre 2012, Italia c. Commissione europea (C-566/10 P)
Corte ha esaminato la richiesta di annullamento di alcuni bandi di concorso
della Unione Europea proposta dallo Stato italiano sulla base di due ordini di
motivi: il primo attinente alla mancata pubblicazione integrale dei bandi in
tutte le lingue ufficiali dell’Unione europea, il secondo alla limitazione
della scelta della seconda lingua ai fini della partecipazione a un concorso.
Per quanto riguarda il primo profilo la Corte ha ricordato che il regime
linguistico dell'Unione europea definisce come lingue ufficiali e lingue di
lavoro delle istituzioni dell'Unione le 23 lingue attuali dell’Unione e che,
secondo lo Statuto dei funzionari dell'Unione, i bandi di concorso generale
devono essere pubblicati nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea che a sua
volta deve essere leggibile in tutte le lingue ufficiali. Ne discende che i bandi
controversi avrebbero dovuto essere pubblicati integralmente in tutte le lingue
ufficiali. Per
quanto attiene al secondo profilo ovvero alla limitazione della scelta della
seconda lingua ai fini della partecipazione a un concorso, a giudizio della
Corte una limitazione siffatta può essere giustificata dalla natura del
servizio. Eventuali regole che limitino la scelta della seconda lingua devono
prevedere criteri chiari, oggettivi e prevedibili, per permettere ai candidati
di conoscere con sufficiente anticipo la lingua richiesta e per potersi
preparare ai concorsi nelle migliori condizioni. I bandi controversi non
contenevano alcuna motivazione giustificante la scelta delle tre lingue
ammesse. Di conseguenza la Corte nell’annullare i bandi di concorso ha
stabilito che la pubblicazione in sole tre lingue dei bandi di concorso UE e
l'obbligo di sostenere le prove di selezione in una di queste tre lingue
costituivano una discriminazione fondata sulla lingua.
Discriminazione – Sesso – Contratto di assicurazione
Corte di Giustizia – 1 marzo 2011, causa C-236/09 PPU, Association belge des consommateurs Test-Achats ASBL e altri Discriminazione – Diritti personalità/orientamento sessuale – pensione complementare di vecchiaia
Corte di Giustizia, Sez. Grande, 10 maggio 2011 causa C- 147/08, FAMIGLIA FECONDAZIONE ASSISTITA – portatori sani di fibrosi cistica – divieto di accesso alle pratiche di fecondazione – violazione dell’art. 8 della Convenzione – irragionevolezza della legge italianaCorte Europea dei diritti dell’uomo – 28 agosto 2012 COSTA e PAVAN c. ITALIA (N. 54270/10)La Corte di Strasburgo ha stabilito che il divieto stabilito dalla legge italiana n. 40 del 2004 che impedisce il ricorso alla fecondazione omologa in vitro a una coppia fertile portatrice sana di fibrosi cistica è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. La Corte ha dichiarato la incoerenza del sistema italiano (che nega a tutti i cittadini la diagnosi pre-impianto, e concede possibilità di accedere alla procreazione assistita da un punto di vista medico solamente alle coppie sterili o infertili così come alle coppie di cui l'uomo è portatore di malattie virali trasmissibili) laddove i ricorrenti hanno dovuto naturalmente procreare per poi ricorrere all’aborto terapeutico in quanto il feto era affetto dalla malattia. L’impossibilità di accedere ai sistemi di fecondazione in vitro rappresenta nel caso proposto dai ricorrenti una palese violazione dell’art. 8 della CEDU secondo cui ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, essendovi incluso in tale diritto quello di veder rispettata la loro decisione di diventare genitori.MATRIMONIO – trascrizione - matrimonio estero – coniugi dello stesso sesso – inidoneità alla produzione di effetti giuridici Cass. civ. Sez. I, Sent., 15-03-2012, n. 4184 La Corte di Cassazione interpellata per risolvere una controversia scaturita dal diniego di trascrizione del matrimonio contratto all’estero da due cittadini italiani di uguale sesso ha stabilito che essendo nel nostro ordinamento compresa una norma – nello specifico l'art. 12 della CEDU, come interpretato dalla Corte Europea - che ha privato di rilevanza giuridica la diversità di sesso dei nubendi, la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la diversità di sesso dei nubendi è uno dei requisiti minimi indispensabili per la stessa "esistenza" del matrimonio civile come atto giuridicamente rilevante, non si dimostra più adeguata alla attuale realtà giuridica, essendo stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso è presupposto indispensabile della stessa "esistenza" del matrimonio. La Corte di Cassazione ha dunque sancito che l'intrascrivibilità delle unioni omosessuali dipende non più dalla loro "inesistenza" e neppure dalla loro "invalidità", ma dalla loro inidoneità a produrre, quali atti di matrimonio appunto, qualsiasi effetto giuridico nell'ordinamento italiano.
FAMIGLIA - minori – reato - perdita della potestà genitoriale Corte Cost., 15 febbraio 2012, n. 31
In tale caso la Corte è intervenuta dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 569 cod. pen., nella parte in cui prevede che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato di cui all’art. 567, secondo comma, cod. pen., debba conseguire automaticamente la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto. Nello specifico la Corte ha ritenuto che, a fronte del quadro normativo nazionale e internazionale che considera interesse superiore la salvaguardia del minore così come risulta dai dettami imposti dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo nel 1996, dalla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York (1989) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000 è irragionevole non prevedere un potere discrezionale del giudice che possa valutare un bilanciamento tra gli interessi contrapposti alla luce della importanza della "funzione" genitori.
Famiglia – sottrazione minore – prevenzione – responsabilità del titolare dell’autorità parentale
Corte Europea dei diritti dell’uomo – 3 novembre 2011 Kuşçuoğlu c. Turchia (n. 1235/06).
Secondo la Corte, costituisce violazione dell’art.8 (diritto alla vita privata e familiare) della Convenzione la mancata applicazione da parte dello Stato Turco di misure idonee ad impedire le ripetute sottrazioni di un figlio alla custodia della madre, cui spettava l’autorità parentale, ad opera del padre naturale.
STRANIERI – Diritto di circolazione e soggiorno – Decisione di allontanamento – Condanna penale – Motivi imperativi di pubblica sicurezzaCorte di giustizia Grande Sezione – 22 maggio 2012 (C-348/09)Il caso è relativo alla domanda pregiudiziale avanzata da un Giudice tedesco nell’ambito di una controversia tra il sig. I., cittadino italiano, e l’Oberbürgermeisterin der Stadt Remscheid (Germania), in merito alla decisione di quest’ultima che ha dichiarato la perdita del diritto di ingresso e di soggiorno di un cittadino italiano stabilitosi nel territorio tedesco per motivi imperativi di pubblica sicurezza derivanti dalla condanna penale da questi subita e dalla gravità della condotta di violenza sessuale da questi commessa ai danni di una minore, per la durata di anni 10. In particolare la questione ha riguardato il concetto di “motivi imperativi di pubblica sicurezza” relativamente al quale la Corte ha stabilito che dev’essere interpretato nel senso che gli Stati membri possono considerare che reati come quelli di cui all’articolo 83, paragrafo 1, secondo comma, TFUE costituiscono un attentato particolarmente grave a un interesse fondamentale della società, tale da rappresentare una minaccia diretta per la tranquillità e la sicurezza fisica della popolazione, e, pertanto, possono rientrare nella nozione di «motivi imperativi di pubblica sicurezza» atti a giustificare un provvedimento di allontanamento in forza di detto articolo 28, paragrafo 3, a condizione che le modalità con le quali tali reati sono stati commessi presentino caratteristiche particolarmente gravi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare sulla base di un esame individuale della fattispecie su cui esso è chiamato a pronunciarsi. Qualsiasi provvedimento di allontanamento è subordinato alla circostanza che il comportamento della persona di cui trattasi rappresenti una minaccia reale e attuale per un interesse fondamentale della società o dello Stato membro ospitante, accertamento che implica, in generale, in capo all’interessato, l’esistenza di una tendenza a ripetere in futuro tale comportamento. Prima di adottare una decisione di allontanamento, lo Stato membro ospitante deve tenere conto, in particolare, della durata del soggiorno dell’interessato nel suo territorio, della sua età, del suo stato di salute, della sua situazione familiare ed economica, della sua integrazione sociale e culturale in tale Stato e dell’importanza dei suoi legami con il paese d’origine.STRANIERI – Domanda d’asilo – cittadino paese terzo - competenza Stato membro – inapplicabilità del regolamento in caso di ritiro della domandaCorte di giustizia, IV Sezione – 3 maggio 2012 Migrationsverket c.Kastrati (C-620/10)La questione affrontata dalla Corte verte sull’interpretazione del regolamento CE n. 343/2003 del Consiglio, del 18 febbraio 2003, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo. In tale caso la persona richiedente asilo aveva provveduto a ritirare la relativa domanda prima che lo Stato membro cui era stato richiesto asilo lo avesse preso in carico. Secondo l’interpretazione della Corte il ritiro di una domanda d’asilo ai sensi dell’articolo 2, lettera c) del regolamento di cui si discute, effettuato prima che lo Stato membro competente per l’esame di tale domanda abbia accettato di prendere in carico il richiedente, produce l’effetto di rendere inapplicabile detto regolamento. In tal caso, spetta allo Stato membro nel cui territorio sia stata presentata la domanda adottare le decisioni necessarie conseguenti al ritiro e, in particolare, sospendere l’esame della domanda con inserimento della relativa nota nella pratica del richiedente l’asilo.
IMMIGRAZIONE -respingimenti massivi- divieto di trattamenti inumani
Corte Europea dei diritti dell’uomo – 23 febbraio 2012, Hirsi c. Italia (n. 22765/09)
La Corte per la prima volta ha condannato l’Italia per aver violato il divieto delle espulsioni clandestine imposto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 oltre che per violazione dell’art. 3 della Convenzione sui trattamenti inumani e degradanti. Tale caso è relativo al respingimento massivo di cittadini somali ed eritrei, partiti dalle coste libiche, intercettati da navi italiane in acque internazionali e respinti verso la Libia. La Corte nel riconoscere che tali soggetti sono stati sotto il continuo ed esclusivo controllo “de iure e de facto” delle autorità ha ribadito il divieto di espulsioni collettive e nel caso di specie ravvisato nel ritorno in Libia la possibilità concreta che i cittadini venissero sottoposti a trattamenti inumani e degradanti e per l’effetto ha riconosciuto all’Italia la relativa responsabilità nel momento in cui ha deciso di respingerli.
Immigrazione – soggiorno irregolare – rimpatrio – ordine di espulsione – ammissibilità
Corte di Giustizia - 28 aprile 2011, causa C-61/2011 PPU, Hassen El Dridi, alias Soufi Karim, Immigrazione – rimpatrio - trattamenti inumani e degradanti
Corte Europea dei diritti dell’uomo – 5 aprile 2011 Toumi c. Italia (no 25716/09) Immigrazione – soggiorno irregolare – ordine di espulsione – assenza di rilevanza penale
Corte di Cassazione, Sez. I penale, 29 aprile 2011 n. 18586 LAVORO
LAVORO – parità di trattamento in materia di condizioni di lavoro – differenze fondata su età – contratto collettivo – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Corte di giustizia, II Sezione – 7 giugno Oberlandesgericht Innsbruck — Tyrolean Airways Tiroler Luftfahrt Gesellschaft mbH/Betriebsrat Bord der Tyrolean Airways Tiroler Luftfahrt Gesellschaft mbH (C-132/11)
La Corte di Giustizia ha ritenuto non in contrasto con l'articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78/CE sulla parità di trattamento in materia di occupazione e, in particolare relativamente alla nozione di discriminazione, una disposizione di un contratto collettivo che considerava idonea, ai fini dell'inquadramento nelle categorie lavorative, solo l'esperienza maturata presso la società di un gruppo (nella specie compagnia aerea) escludendo altra identica maturata presso diversa impresa appartenente allo stesso gruppo. La Corte, pur consapevole che siffatta clausola potrebbe comportare una differenza di trattamento in funzione della data di assunzione, ha però motivato nel senso che detta differenza non è, direttamente o indirettamente, fondata sull’età, né su un evento legato all’età. Domanda di pronuncia pregiudiziale – ferie annuali retribuite – obbligo del giudice nazionale di disposizioni nazionali contrarie al diritto dell’Unione – Direttiva 2003/88/CE
Corte di Giustizia Grande sezione – 24 gennaio 2012 Maribel Dominguez c. Centre informatique du Centre Ouest Atlantique, Préfet de la région Centre (C-282/10)
Secondo la Corte, l’art. 7 par. 1l della direttiva 2003/88/CE, contrasta con una disposizione nazionale che prevede il diritto alle ferie annuali retribuite subordinato ad un periodo di lavoro effettivo minimo di dieci giorni (o di un mese) durante il periodo di riferimento. Tale articolo non osta, invece, ad una disposizione nazionale che disciplina, a seconda della causa dell’assenza del lavoratore in congedo malattia, una durata diversa delle ferie annuali retribuite purché detta durata, in ogni caso, non sia inferiore al periodo minimo di quattro settimane garantito dalla direttiva.
Contratti di lavoro successivi a tempo determinato – rinnovo per ragioni obiettive – necessità permanente o ricorrente di personale sostitutivo
Corte di Giustizia Grande sezione – 26 gennaio 2012 Bianca Kücük c Land Nordrhein- Westfalen (C-586/10)
La Corte di Giustizia ha stabilito che l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato, per esigenze sostitutive, può essere legittimo anche se tali esigenze risultano ricorrenti. A tal proposito, la Corte ha dichiarato che non si può escludere, in linea di principio, che i contratti a termine stipulati per dette necessità siano contrari al diritto comunitario; nello specifico, il solo fatto che un datore di lavoro sia obbligato a ricorrere a sostituzioni temporanee in modo ricorrente – se non addirittura permanente – non comporta necessariamente l’assenza di una ragione obiettiva, né tantomeno la sussistenza di un abuso. La valutazione delle ragioni poste a sostegno dei rinnovi potrà essere effettuata sulla base di diversi elementi, quali le dimensioni dell’impresa o dell’ente interessato, la composizione del personale e il numero e la durata complessiva dei contratti a tempo determinato conclusi in passato con il medesimo datore di lavoro.
Doppia contribuzione – disposizioni di interpretazione autentica - retroattività – soci lavoratori – amministratore e sindaco di società – gestione separata Corte Costituzionale – 26 gennaio 2012 n. 15
La Corte Costituzione ha dichiarato la legittimità costituzionale alla norma di interpretazione autentica, introdotta dal D.L. 78/2010, in ordine all’obbligo della doppia contribuzione quando il socio lavoratore ricopre anche il ruolo di amministratore nella stessa società, e dunque ha il vincolo della doppia iscrizione e contribuzione alle due gestioni previdenziali per il lavoro prestato in qualità di socio, e alla gestione separata, per il compenso percepito in qualità di amministratore. Secondo la Corte l’art 12, comma 11 del D.L. 78/2010, non viola gli artt. 3 e 117 della Costituzione né l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La CEDU non ha mai espresso il principio del divieto assoluto di interventi legislativi retroattivi, ma, in alcuni casi, ha ritenuto legittimo l'intervento del legislatore che, per porre rimedio a una imperfezione tecnica della legge interpretata, aveva inteso, con legge retroattiva, ristabilire un'interpretazione più aderente all'originaria volontà del legislatore stesso. Lavoro - conversione del contratto a tempo determinato – conformità disposizioni CEDU – violazione diritti fondamentali
Corte Costituzionale – 9 novembre 2011 n. 303 La Corte Costituzionale con la sentenza n. 303 ha ritenuto compatibili con l’art. 6 CEDU le nuove disposizioni dalla portata retroattiva volte a regolare, in materia civile, diritti già risultanti da leggi in vigore. La innovativa disciplina in questione è di carattere generale e dunque essa non favorisce selettivamente lo Stato o altro ente pubblico (o in mano pubblica), perché le controversie su cui essa è destinata ad incidere non hanno specificamente ad oggetto i rapporti di lavoro precario alle dipendenze di soggetti pubblici, ma tutti i rapporti di lavoro subordinato a termine. Inoltre sussistono in ogni caso, con riferimento alla giurisprudenza della CEDU, motivi per giustificare un intervento del legislatore con efficacia retroattiva. I "motivi imperativi d’interesse generale", in questa sede rilevanti, e le ragioni di utilità generale possono essere nella specie ricondotte all’avvertita esigenza di una tutela economica dei lavoratori a tempo determinato più adeguata al bisogno di certezza dei rapporti giuridici tra tutte le parti coinvolte nei processi produttivi, anche al fine di superare le inevitabili divergenze applicative cui aveva dato luogo il sistema previgente. Per la Corte non è, dunque, sostenibile che la retroattività degli effetti dell’art. 32, commi 5 e 6, della legge n. 183 del 2010 – come disposta dal successivo comma 7 – abbia prodotto un’ingerenza illecita del legislatore nell’amministrazione della giustizia, onde alterare la soluzione di una o più controversie a beneficio di una parte.
AVVOCATI – Obbligo
di denuncia operazioni a scopo di riciclaggio – Diritto e dovere
di riservatezza – Limiti Corte
europea dei diritti dell’uomo – 6 dicembre 2012, Michaud c. Francia, (n. 12323/11) Il caso riguarda i limiti del diritto/dovere di
riservatezza dell’avvocato nell’esercizio del suo mandato. In particolare la
Corte Europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che l’obbligo di comunicare le
operazioni sospette a carico degli avvocati, previsto dalla direttiva 2005/60
sulla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei
proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, non lede il
principio di segretezza tra avvocato e cliente e per l’effetto non è in
contrasto con l’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al
rispetto della vita privata e alla segretezza della corrispondenza. L’obbligo
di denuncia imposto agli avvocati dalla direttiva 2005/60, diretto ad arginare
il fenomeno del riciclaggio del denaro, prevale infatti sul rapporto di
riservatezza che lega il cliente al professionista.
Libere professioni – avvocato – segreto professionale – libertà di espressione
Corte Europea dei diritti dell’uomo – 15 dicembre 2011 Mor c. Francia (n 28198/09)
La Corte ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione relativamente ad un avvocato giudicato per inosservanza del segreto professionale a seguito di una intervista dallo stesso rilasciata ad un quotidiano. In tale caso la Corte di Strasburgo ha ritenuto che la tutela della libertà di espressione degli avvocati debba tenere in conto dei casi eccezionali in cui l’esercizio del diritto della difesa comporti necessariamente una violazione del segreto professionale.
Libere professioni – avvocato – attività di prestazione di servizi - valore sociale della professione – libertà di espressione
Corte Europea dei diritti dell’uomo – 18 ottobre 2011 Graziani-Weiss contro Austria
La sentenza sottolinea il valore sociale della professione forense, che va distinta nettamente da altre attività di prestazione di servizi. Secondo la pronuncia non costituisce violazione dell’art. 4 § 2 (Proibizione del lavoro forzato) l’obbligo imposto a notai ed avvocati di svolgere attività nell’interesse di soggetti incapaci neanche nel caso in cui sia prevista a titolo gratuito. Successivo