Source: https://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/2012/05/22/dossier-sulla-riforma-dei-consultori-familiari-2/
Timestamp: 2017-09-26 01:42:38+00:00
Document Index: 105669324

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.2', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 17', 'art. 24']

DOSSIER SULLA RIFORMA DEI CONSULTORI FAMILIARI (2) | IL BUON MEDICO NON OBIETTA
Nell’ultimo numero della rivista Bioetica abbiamo dato notizia dell’approvazione da parte della regione Piemonte del nuovo Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che chiede l’interruzione volontaria di gravidanza (15/10/2010) . In quell’occasione abbiamo segnalato il ricorso presentato dall’Associazione Casa delle Donne di Torino e dall’Associazione A.C.T.I.V.A. Donna contro quella parte del Protocollo che prevede 1) che le funzioni di competenza dei Consultori familiari e in particolare quelle collegate all’accoglienza della donna in gravidanza possano essere effettuate anche dai centri per la famiglia e dalle altre strutture del Volontariato/privato sociale che abbiano stipulato idonee convenzioni; 2) che possano convenzionarsi con le Asl soltanto ed esclusivamente le organizzazioni di volontariato e le associazioni di privato sociale che abbiano nel loro statuto la previsione della finalità di tutela della vita fin dal concepimento. A sostegno della legittimità del Protocollo e quindi della scelta della Giunta regionale piemontese è intervenuto invece il Movimento per la vita sia torinese che nazionale rappresentato anche in veste di avvocato dall’on. Carlo Casini, suo presidente nazionale. La Regione Piemonte è stata rappresentata dall’avv. Chiara Candiolo, mentre la Casa delle Donne di Torino dall’avv. Arianna Enrichens e all’avv. Mill Caffaratti. Per l’Associazione A.C.T.I.V.A. è invece intervenuta l’avv. Antonio Ciccia. In coincidenza con l’udienza dell’8 giugno in cui è stato discusso il ricorso si è tenuto davanti al palazzo del TAR un presidio che ha visto la partecipazione di tante donne: tra i politici erano presenti Eleonora Artesio (Rifondazione comunista e consigliere regionale), Andrea Stara (Partito democratico e consigliere regionale), Silvio Viale (indipendente PD e consigliere comunale) e Lucia Centillo (PD e consigliere comunale). Con il pronunciamento del 15 luglio il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte ha accolto alcuni ricorsi presentati annullando il protocollo approvato dalla Giunta regionale «nella parte in cui prevede, tra i requisiti soggettivi minimi che devono essere posseduti dagli enti no profit per essere iscritti negli elenchi dell’ASL, “la presenza nello statuto della finalità di tutela della vita fin dal concepimento”». Alla base della decisione una palese violazione del principio di uguaglianza: «Il requisito soggettivo della “presenza nello statuto della finalità di tutela della vita fin dal concepimento”, previsto dal protocollo per l’inserimento negli elenchi formati dalle ASL delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni del privato sociale, s’appalesa, infatti, irragionevolmente discriminatorio e stabilito in assenza di specifiche esigenze di limitazione o differenziazione previste da altre norme costituzionali o di legge e tale da ledere la libertà di associazione della ricorrente». Ma il requisito appare al TAR anche arbitrario in quanto «subordina l’inserimento negli elenchi in questione ad un requisito di ordine meramente formale il quale viene in definitiva a costituire soltanto una incomprensibile e ingiusta barriera frapposta ad associazioni/organizzazioni potenzialmente in possesso di requisiti di carattere tecnico/professionale corrispondenti a quelli, assolutamente necessari, richiesti dalle norme di legge per l’esercizio dell’attività cui aspirano». Non è facile comprendere, cioè, la sua finalità, in quanto sono soltanto i requisiti di professionalità che dovrebbero guidare le scelte dell’ASL nell’individuazione delle strutture del volontariato e/o del privato sociale con le quali sottoscrivere le convenzioni. Altre istanze dei ricorrenti sono state invece dichiarate inammissibili. Innanzi tutto, la presunta violazione da parte del Protocollo della legge 22/5/1978, n. 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza – in relazione agli artt. 2, lettera d), 4 e 5; dell’art. 32 della Costituzione e Risoluzione europea sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi”: «La doglianza è inammissibile, in parte, per difetto d’interesse a ricorrere e, in parte, per genericità». Ugualmente inammissibile, ma per genericità, ancor prima che per carenza d’interesse a ricorrere, viene giudicata la denunciata illegittimità del fine statutario di “tutela della vita fin dal concepimento”, stabilito dal protocollo quale requisito soggettivo necessario per l’iscrizione delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni del privato sociale negli elenchi tenuti dalle ASL per stipulare le convenzioni. Secondo il Tribunale amministrativo, infatti, a prescindere dallo specifico fine statutario perseguito, ogni associazione ritenuta idonea ed ammessa a prestare la propria collaborazione all’ASL è comunque tenuta, nello svolgimento dei delicati compiti di assistenza e supporto alla donna intenzionata ad interrompere la gravidanza: «a norma dell’art. 2, comma 1, lett. d), della legge n. 194, l’assistenza a favore della donna cui sono tenuti i consultori e, conseguentemente, a norma del comma 2 del medesimo articolo, anche le associazioni del volontariato, è, altresì, mirata a contribuire a “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”, fine che, all’evidenza, la stessa associazione ricorrente, laddove eventualmente ammessa al convenzionamento, sarebbe, quindi, obbligatoriamente tenuta a perseguire, così come la controinteressata Pro Vita non potrebbe, ovviamente, sottrarsi dal fornire alla donna in gravidanza anche tutte le informazioni riguardanti l’esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza». Inammissibili per carenza d’interesse a ricorrere appaiono, inoltre, al Tribunale le istanze contro il pt. 2.2. del protocollo laddove prevede che “durante il primo colloquio, per il quale se necessario e richiesto, deve essere presente il mediatore culturale e/o l’operatore del volontariato e del privato sociale”, in quanto in tali casi vengono in rilievo posizioni giuridiche riferibili unicamente alla donna (e non alle associazioni ricorrenti) e, nello specifico, il diritto alla salute, quello sessuale e riproduttivo, nonché quello di svolgere il primo colloquio con i soggetti deputati a farlo. Anche in questo caso, cioè, il TAR non esclude la fondatezza del ricorso, ma fa presente che il ricorso dovrebbe essere presentato dalle donne i cui diritti si presume siano violati dalle previsioni del Protocollo.
Il 19 luglio 2011 – e quindi a soli quattro giorni dalla sentenza del TAR e rinviando la discussione sull’applicazione dei ticket previsti dalla nuova Finanziaria – la Giunta regionale del Piemonte ha rettificato la parte del Protocollo relativa al coinvolgimento delle associazioni di volontariato e del privato sociale, riconoscendo la possibilità di convenzionarsi con le Asl alle organizzazioni che presentano nello statuto «la finalità di tutela della vita fin dal concepimento e/o di attività specifiche che riguardino il sostegno alla maternità e alla tutela del neonato»: si aggiunge, inoltre, che «in assenza del presente requisito soggettivo è sufficiente il possesso di un’esperienza almeno biennale nell’ambito del sostegno alle donne e alla famiglia».
Il nuovo requisito è stato di nuovo impugnato in quanto considerato ancora discriminatorio nei confronti delle associazioni o delle organizzazioni che non hanno nel proprio statuto la difesa della vita e della famiglia, escludendole dalle convenzioni (se non hanno esperienza nel sostegno alla famiglia o nella tutela del neonato) o prevedendo per esse un’esperienza maggiore di quella richiesta alle associazioni pro-life. Questa volta il ricorso è stato presentato oltre che dall’Associazione Casa delle donne, dai sei donne utenti dei Consultori e quindi parti direttamente interessate dal Protocollo. Il Movimento per la difesa della vita che nel precedente ricorso era stato rappresentato dall’On. Carlo Casini, questa volta, invece, ha scelto di non costituirsi. Nella sentenza del 10 febbraio il Tar ha giudicato inammissibile il ricorso della Casa delle donne in quanto la rettifica della Giunta non la escluderebbe dall’accesso ai Consultori: è vero che nella delibera approvata il 19 luglio si afferma che le associazioni che vogliono stipulare convenzioni con i Consultori devono avere esperienza almeno biennale nell’ambito del sostegno «alle donne e alla famiglia», tuttavia – afferma la sentenza – nelle reali intenzioni della Giunta regionale la congiunzione «e» rappresenta «una relazione disgiuntiva inclusiva, con la conseguenza che l’esperienza biennale richiesta per l’inclusione negli elenchi in questione, può essere posseduta anche in uno solo dei due ambiti di riferimento contemplati». Dunque, secondo il Tar, la Casa delle donne è ammessa a pieno titolo al convenzionamento con le ASL in quanto ha una lunga esperienza a tutela delle donne. Inoltre, il Tar afferma che le singole donne che hanno presentato il ricorso insieme alla Casa delle donne non hanno interesse a ricorrere e pertanto non avevano alcun titolo a farlo, in quanto, al momento del ricorso, non erano né gravide né madri.
Nel frattempo, il 14 settembre 2011, è stata presentata da Augusta Montaruli (PDL) presso il Consiglio del Piemonte la proposta di Legge regionale n. 160 «Norme e criteri per la programmazione, gestione e controllo dei servizi consultoriali». Gli obiettivi della proposta sono simili a quella della proposta Tarzia: riconoscimento del valore primario della famiglia composta da un uomo e da una donna («La Regione Piemonte riconosce il valore primario della famiglia, intesa quale società naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna» articolo 1), tutela della vita nascente e riconoscimento del concepito come membro della famiglia (art.2); riorganizzazione delle funzioni dei Consultori a favore delle famiglie («I consultori familiari promuovo e svolgono attività formative rivolte alle famiglie ed ai loro singoli componenti aventi ad oggetto la tutela della vita familiare…», art. 4); coinvolgimento delle Associazioni pro life nelle attività di competenza dei Consultori («Le aziende sanitarie locali danno avvio alle opportune collaborazioni con i Centri per la tutela della maternità e alla vita nascente (…). A tal fine stipulano con detti Centri, su impulso dei medesimi, appositi Accordi per la gestione dei servizi e delle consulenze di cui al presente articolo che consentano la presenza dei volontari nei Centri…», art. 9, comma 2): coinvolgimento delle Associazioni pro life nelle procedure previste dalla legge 194 del 1978 per l’interruzione di gravidanza («In presenza di richiesta di interruzione volontaria di gravidanza, accertata entro il 90° giorno, il personale del consultorio, nel rispetto dei tempi che consentano comunque di ricorrere all’aborto nei termini di cui all’art. 4, legge 22 maggio 1978, n. 194, procede a colloquio con la donna e, con il di lei consenso, con la copia. Ove la donna lo consenta partecipano al colloquio i volontari dei Centri per la tutela della maternità e della vita nascente», art. 9, comma 5); registrazione della decisione della donna (art. 9); privatizzazione delle attività dei Consultori («La Giunta regionale autorizza l’istituzione di servizi consultoriali da parte di istituzioni o enti pubblici e privati che abbiano finalità sociali, sanitarie ed assistenziali, senza scopo di lucro, sempreché rispondano a tutte le finalità ed alla metodologia di intervento di cui alla presente legge», art. 17, comma 1). Viene prevista infine l’istituzione di un Fondo regionale per la vita finalizzato al sostegno economico della maternità e della natalità («La Giunta regionale stabilisce annualmente l’ammontare del sostegno economico spettante ad ogni madre, tenuto conto anche del reddito familiare, con decorrenza dal momento dell’accertamento della gravidanza, fino al compimento di un anno d’età del bambino. Il sostegno economico di cui sopra può essere prorogato fino al compimento del quinto anno d’età, qualora le condizioni socio – economiche del nucleo familiare siano tali da non consentire altrimenti un’esistenza sufficientemente dignitosa», art. 24, comma 3) coperto con uno stanziamento pari a 3milioni di euro per il biennio 2012-2013.
Le reazioni alla proposta regionale di legge dei Consultori non sono naturalmente mancate. La proposta è stata aspramente criticata dal Consigliere regionale Andrea Stara (PD) secondo il quale essa non soltanto rappresenterebbe un oltraggio ai diritti delle donne conquistati con anni di impegno e di esperienza, ma non presterebbe alcuna attenzione alla salute e al benessere delle donne che sarebbero per l’appunto sacrificate a vantaggio della presunta vita nascente, del tutto decontestualizzata dal rapporto affettivo e psicologico tra madre e bambino. Secondo Andrea Stara se questa proposta fosse approvata i Consultori diventerebbero da luoghi di cura e prevenzione ai Centri di propaganda ideologica delle Associazioni in difesa della vita e della maternità. Critiche alla proposta sono state espresse anche da Sinistra Ecologia e Libertà attraverso la consigliera regionale Monica Cerutti la quale ha parlato di un’iniziativa oscurantista che intende limitare il diritto all’autoderminazione delle donne e dall’ex assessore alla Sanità piemontese, la consigliera Eleonara Artesio (Rifondazione comunista) secondo la quale siamo davanti all’ennesimo tentativo di limitare l’autonomia della donne e il suo diritto a decidere se e quando avere un figlio. Secondo la Montaruli, invece, il suo non è un provvedimento ideologico ma una proposta concreta che andrebbe a risolvere le principali cause dell’interruzione di gravidanza in attuazione della legge 194: la consigliera regionale della PDL si augura, perciò, che intorno alla sua proposta si costruisca un dialogo libero da steccati ideologici capace di dare alle donne un’alternativa concreta all’interruzione di gravidanza. Un sostegno alla Montaruli è invece venuto dall’iniziativa di Gianluca Vignale (PDL) che ha proposto un emendamento alla legge finanziaria regionale del Piemonte prevedendo per la donna un contributo di 250 euro al mese dal terzo mese di gravidanza al diciottesimo mese del bambino (per un totale, quindi, di 6.000 euro). La proposta di Vignale è stata approvata in commissione bilancio grazie al voto di 22 consiglieri della PDL: la Lega invece non l’ha votata rimandando qualsiasi decisione all’Aula. Non è comunque ancora chiaro se potranno aver diritto al contributo soltanto le donne che hanno un reddito basso o che appartengono a famiglie in difficoltà.
.A mio parere la legge 194 va modificata.: Il medico del consultorio ha solo il compito di verificare lo stato evolutivo della gravidanza. La donna dopo colloquio con la psicologa e l’assistente sociale se intende abortire fa un autocertificazione di richiesta di aborto che dopo una settimana le permette di abortire in ospedale. In questo modo non si pone piu’ il problema dell’obiezione di coscienza o meno del personale dei consultori. La donna accertato il suo stato di gravidanza é libera di decidere mediante un propia richiesta scritta.