Source: http://studiogalleano.it/parlamento-europeo-audizione-cesi-20-06-18/
Timestamp: 2018-07-22 18:31:32+00:00
Document Index: 36642294

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'sentenza ', 'CGUE ', 'sentenza ', 'CGUE ', 'CGUE ', 'sentenza ']

Galleano | PARLAMENTO EUROPEO – AUDIZIONE CESI – L’INTERVENTO DELL’AVV. GALLEANO (also english version)
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PARLAMENTO EUROPEO – AUDIZIONE CESI – L’INTERVENTO DELL’AVV. GALLEANO (also english version)
18 06 2018	in Pubblico Impiego
CESI – TALK RIUNIONE 20 GIUGNO 2018 (english version: clicca qui)
Ringrazio la CESI ed il Parlamento per l’invito ad intervenire.
Parlerò brevemente della difficile situazione italiana che si presenta in palese contrasto con il “pilastro sociale europeo” approvato al vertice sociale di Göteborg nel novembre del 2017 (clicca qui).
I recenti interventi legislativi italiani, meglio noti come “jobs act”, hanno determinato una grave recessione dei diritti dei lavoratori, non solo in tema di tutele contro i licenziamenti, ma, in maggiore misura, con riferimento ai rapporti flessibili, soprattutto a termine, con palese violazione dell’art. 5, punti a) e d) dl Pilastro.
Sono sparite le ragioni oggettive che rendevano legittima l’apposizione di un termine e dovevano essere specificate nel contratto individuale di lavoro, al fine di poterne verificare l’effettiva ricorrenza.
E’ rimasta unicamente la durata massima dei contratti, indicata in tre anni, ma con modalità e limitazioni tali da consentire alle aziende di aggirare questo termine e consentire così l’utilizzo continuo di contratti a termine per coprire i vuoti di organico, con conseguente maggiore ricattabilità dei lavoratori.
Non è un caso che, negli ultimi anni, la limitata crescita di posti di lavoro in Italia, come risulta dalle stesse fondi governative, abbia riguardato, nell’impiego privato, l’aumento dei contratti a termine e delle somministrazioni.
Il disagio è aumentato dalla cronica mancanza di efficaci strumenti di inserimento al lavoro, presenti negli stati membri del nord europea, in palese contrasto con gli artt. 1 e 4 del Pilastro sociale.
ITALIA – Il pubblico impiego
In Italia però il problema è però soprattutto quello dell’impiego pubblico.
Come risulta dal rapporto 2007-2015 della Ragioneria generale dello Stato Italiano (allegato, pagg. 29 e segg., tabella 5.5) il personale precario italiano sarebbe, complessivamente, pari a quasi 290.000 persone.
Si tratta di dati del tutto sottostimati. Non è una posizione assunta per partito preso: nella tabella ricordata, infatti, si indica un numero di precari pari a 10.392 nelle “regioni a statuto speciale”. Ebbene, nella sola Sicilia, che è una delle cinque a statuto speciale, ancorché la più grande, come risulta dalla relazione del 14 luglio 2015 dell’Assessorato al lavoro di quella regione, allegata al mio intervento, i precari ammontano a 16.768 ai quali vanno aggiunti 5.410 lavoratori socialmente utili (peraltro in Italia, questi ultimi, sottopagati e senza contribuzione sociale effettiva), per un totale, in questa sola regione, di 22.178 precari. Come si vede oltre il doppio.
Lo stesso vale, riteniamo fondatamente, per gli altri settori.
Nel settore sanitario nazionale i precari sono oltre 30.000 unità: il maggior numero di lavoratori precari riguarda il personale infermieristico, ovvero le categorie più deboli, ma non mancano i medici, spesso irregolarmente inquadrati come liberi professionisti, nonostante svolgano ordinaria attività subordinata.
In realtà, i precari sono “equamente” distribuiti in tutti i settori della pubblica amministrazione italiana.
Il periodo di precariato che li riguarda supera nella quasi totalità i 36 mesi ovvero il limite interno che lo Stato italiano si è dato e, nella gran parte dei casi, giunge al decennio, con punte sino a venti, venticinque anni (e quindi qui la crisi del 2008, indicata nel rapporto Eurofound del 2015 come la causa principale della precarizzazione, non centra nulla).
Peraltro, nel pubblico impiego, per via dell’obbligo di concorso per l’accesso ai posti pubblici, in Italia, il superamento del limite massimo non comporta la necessaria stabilizzazione del lavoratore precario. E ciò in una situazione in cui i concorsi non si fanno mai: nella scuola, come rileva la sentenza Mascolo della CGUE sul settore scolastico dal 1999 al 2012 non è stato effettuato alcun concorso. Lo stesso nella regione autonoma della Sicilia, qui addirittura da oltre trent’anni.
A fronte di tale situazione si evidenzia (tabella 5.6, pag. 38, rapporto Ragioneria dello Stato italiano) che le stabilizzazioni, dopo il picco di 30.000 circa, effettuate negli anni 2007-2009, in applicazione della cd. leggi Prodi (dal nome dell’allora Presidente del Consiglio) a seguito della sentenza CGUE Marroso e Sardino, si sono ridotte alle poche migliaia degli anni successivi.
Da tali dati si desume facilmente come in realtà i contratti a tempo determinato (ma anche gli altri di natura flessibile e gli LSU) siano utilizzati per coprire posti dell’amministrazione stabili e permanenti; e ciò in un settore, la pubblica amministrazione, in cui la crisi economica del 2008 ha poco influito sulla fornitura dei servizi pubblici (qui la crisi è stata affrontata soprattutto con il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici).
A ciò si aggiunga che non figurano, nei dati ufficiali, alcuni settori di non poco conto, sia sotto il profilo numerico che sotto quello organizzativo, come i quasi 5.000 magistrati onorari, ora all’esame della CGUE a seguito di un rinvio pregiudiziale, o il caso emblematico degli ex dirigenti delle Agenzie fiscali, utilizzati per oltre 15 anni con contratti a termine per coprire posti vacanti ed improvvisamente rimossi e dequalificati a seguito di un intervento della Corte costituzionale, con disastrose conseguenze sulla situazione del recupero dell’evasione fiscale.
E’ vero che lo Stato italiano, nell’ambito di una riforma del pubblico impiego, ha recentemente approvato il d.lgs. 75 del 25 maggio 2017 che prevede un processo di stabilizzazione (cd. legge Madia). Tale normativa è però del tutto insufficiente: riguarda, nella gran parte dei casi, solo il 50% dei posti disponibili. Interessa solo chi ha più di tre anni di precariato e prevede la mera possibilità degli enti utilizzatori e non l’obbligo, con la conseguenza che non si ha alcuna idea di quanti saranno i soggetti stabilizzati. Non risolve quindi, se non parzialmente, la situazione futura di gran parte dei precari.
Non posso qui esimermi, pur nel breve tempo concesso, dal ricordare come la condizione del precario comporti conseguenze pesantissime sulla vita di centinaia di migliaia di persone e non solo di natura psicologica.
La condizione di insicurezza che contraddistingue il precario impedisce di accedere al credito bancario, ad esempio per l’acquisto della prima casa e, conseguentemente, la possibilità di costruirsi una vita autonoma ed una famiglia. Senza contare la possibilità di avere dei figli (si veda lo studio “Flessibilmente giovani” di Silvia Bertolini sul precariato italiano che si allega).
Sono situazioni che questo legislatore europeo, con la Direttiva UE 1999/70 aveva ben presente e ha cercato di evitare prevedendo sanzioni per l’abuso nell’utilizzo dei contratti a termine che purtroppo non trovano applicazione nel regime pubblico italiano, nel quale il concorso è ormai divenuto un feticcio il cui unico scopo è quello di difendere una casta di coloro che hanno avuto la fortuna di poterlo espletare; le rare volte che è stato indetto e salvo, per le posizioni più vicine al potere politico (si veda, per tutte, la sentenza Valenza della CGUE), dove è avvenuta una stabilizzazione per mera raccomandazione.
Occorre dunque che la CESI e le altre organizzazioni sindacali, di concerto con questo Parlamento, vigilino in modo costante sull’applicazione della Direttiva nel settore pubblico ed in quello privato, invitando anche la Commissione europea, che dovrebbe essere il braccio armato contro le violazioni della disciplina dell’Unione, affinché si attivi più efficacemente attraverso gli strumenti istituzionali suoi propri, attivando le procedure di infrazione che la situazione richiede.
Gli avvocati del libero foro, che qui io anche rappresento, non smetteranno di lottare, con tutti gli strumenti istituzionali che hanno a disposizione, insieme ai lavoratori abusati, per l’applicazione piena del diritto dell’Unione.
Rapporto Ragioneria Stato italiano lavoro pubblico 2007-2015 (clicca qui)
Nota Assessorato Regione Sicilia 14.07.2015 (clicca qui)
Studio “Flessibilmente giovani” di Sonia Bertolini, ed. Il Mulino (clicca qui)