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Timestamp: 2018-03-23 10:57:02+00:00
Document Index: 108809282

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 22', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2598']

Codice civile Art. 2598 codice civile: Atti di concorrenza sleale
Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto (1), compie atti di concorrenza sleale chiunque:
1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente (2);
3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda (4).
Concorrenza sleale: [v. 2599]; Brevetto: [v. 2584]; Azienda: [v. 177].
(1) È interesse generale che lo svolgimento della concorrenza avvenga in modo corretto e leale. È per questo che la legge fissa talune regole di comportamento che devono essere osservate dagli imprenditori per impedire il verificarsi di «colpi bassi» e comportamenti illeciti. I fatti e gli atti che violano tali regole vengono qualificati come atti di concorrenza sleale che integrano il cd. illecito concorrenziale.
(2) Tali atti vengono qualificati come atti di concorrenza sleale per confondibilità. Si tratta di quegli atti in cui la non conformità alla correttezza professionale dipende dal fatto che un’impresa sfrutta l’affermazione sul mercato di altra impresa concorrente.
(3) In queste ipotesi si parla di atti di concorrenza sleale per denigrazione o per vanteria. Un esempio è quello della «reclame menzognera» che si realizza quando si attribuiscono ai propri prodotti qualità che essi non hanno per farli preferire a quelli della concorrenza.
(4) In passato, pur in assenza di un riferimento esplicito, era considerata illecita anche la pubblicità comparativa, consistente nel raffronto del proprio prodotto con quello di un concorrente, con una valutazione positiva del primo ed una conseguente valutazione negativa (anche implicita) del secondo.
Attualmente la pubblicità comparativa è considerata lecita entro i limiti imposti dall’art. 4, d.lgs. 2-8-2007, n. 145, che tutela i professionisti dalle conseguenze sleali della pubblicità; se illecita, è considerata una pratica commerciale ingannevole per il consumatore, ai sensi dellart. 22, d.lgs. 6-9-2005, n. 206 (Codice del consumo).
In tema di concorrenza sleale, l'ipotesi prevista dall'art. 2598, n. 3, cod. civ. - consistente nell'avvalersi direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo «non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda» - si riferisce a mezzi diversi e distinti da quelli relativi ai casi tipici previsti dai precedenti nn. 1 e 2 della medesima disposizione e costituisce un'ipotesi autonoma di possibili casi alternativi, per i quali è necessaria la prova in concreto dell'idoneità degli atti ad arrecare pregiudizio al concorrente. Pertanto, se a fondamento della domanda sono allegati atti di imitazione servile, come tali integranti concorrenza sleale per la loro intrinseca idoneità a creare confusione con i prodotti e l'attività del concorrente, non può il giudice sostituire alla "causa petendi" della domanda una "causa petendi" diversa sia sotto il profilo giuridico che sotto quello dei fatti materiali, né porre i medesimi fatti, invocati dall'attore come atti di imitazione servile, a fondamento dell'accertamento della concorrenza sleale sotto il diverso profilo dell'art. 2598, n. 3, cod. civ. senza con ciò andare oltre i limiti della domanda proposta, sulla quale soltanto si è validamente instaurato il contraddittorio. Cassa con rinvio, App. Venezia, 28/06/2006
Cassazione civile sez. I 04 dicembre 2014 n. 25652
Legittimato all'ordinaria azione di concorrenza sleale di cui all'art. 2598 c.c. è unicamente l'imprenditore concorrente e, nel caso in cui gli atti di concorrenza sleale vengano compiuti in danno di una società, soltanto questa, in persona dell'organo che la rappresenta, è la parte legittimata all'esercizio della relativa azione. Ciò anche nel caso in cui la società concorrente sia una società di fatto, ancorchè irregolare e non munita di personalità giuridica, perchè, essa è un soggetto di diritto, titolare di un patrimonio formato con i beni conferiti dai soci e tale soggettività è idonea ad attribuire alla società di fatto la legittimazione ad agire per esercitare l'azione di concorrenza sleale come pure quella dipendente di risarcimento danni.
Cassazione civile sez. I 07 agosto 2014 n. 17792
L’art. 2598 n. 3 c.c. fissa una nozione di concorrenza sleale ampia che si riferisce all’uso diretto o indiretto di ogni altro mezzo contrario ai principi della correttezza professionale; l’idoneità di tale uso a danneggiare l’altrui azienda, per il suo potenziale effetto di sviamento della clientela, rende irrilevante la confondibilità obiettiva e materiale dei prodotti e delle attività concorrenti. La cosiddetta concorrenza parassitaria, presa in considerazione da tale ultima norma, può essere ritenuta sussistente allorché l’attività commerciale dell’imitatore si traduca in un cammino continuo e sistematico, essenziale e costante, sulle orme altrui, atteso che l’imitazione di tutto o quasi tutto ciò che fa il concorrente, ovvero l’adozione più o meno immediata di ogni nuova iniziativa, seppure non realizzino una confusione di attività e di prodotti, risultano tuttavia contrarie alle regole che presiedono all’ordinario svolgimento della concorrenza.
Tribunale Napoli 18 febbraio 2014
Costituisce condotta di concorrenza sleale per violazione dei principi della correttezza professionale la condotta, potenzialmente dannosa, volta a carpire notizie riservate, anche non costituenti segreto industriale, relative ai processi produttivi e alle sostanze utilizzate per realizzare un dato prodotto da parte di un'impresa concorrente, senza necessità di accertare la presenza di prodotti simili sul mercato (nella specie, la Suprema corte ha confermato la sentenza di merito che aveva accertato l'illecito concorrenziale, a danno di una impresa produttrice di yogurt, desumendolo in via presuntiva da elementi concomitanti relativi alla condotta di un concorrente, quali: a) l'acquisto di ingenti quantitativi, in un ristretto periodo di tempo, di quel prodotto; b) l'acquisizione, da un ex dipendente dell'altra impresa, dell'elenco aggiornato di tutti i fornitori delle materie prime, comprendente tutti i dati relativi a quest'ultime, tra cui un aroma con un codice segreto, e alla loro composizione, nonché ai corrispondenti preparati, informazioni carpite nella parte finale e in quella immediatamente successiva di quel rapporto di lavoro; c) il tentativo di ottenere dai fornitori dell'altra impresa campioni di preparati forniti in esclusiva a quest'ultima, nonché informazioni sui macchinari dalla stessa utilizzati). Conferma App. Bologna 22 novembre 2010
Cassazione civile sez. I 20 gennaio 2014 n. 1100
Costituisce concorrenza sleale, a norma dell'art. 2598, n. 3, cod. civ., l'acquisizione, tramite storno di dipendenti, di notizie riservate di pertinenza di un'impresa concorrente, così da risparmiare sul costo dell'investimento in ricerca ed in esperienza ed alterando significativamente la correttezza della competizione, e ciò a prescindere dall'accertamento dell'eventuale presenza sul mercato di prodotti ottenuti sfruttando tali notizie. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata rilevando che, attraverso le conoscenze di un lavoratore trasmigrato dall'una all'altra azienda, un'impresa produttrice di gelati aveva indebitamente acquisito notizie che - in quanto concernenti l'elenco dei fornitori, delle materie prime usate, della loro composizione e delle procedure di lavorazione - sono per loro natura riservate, in quanto valgono ad assicurare la qualità dei prodotti di un'impresa e a differenziarli da quelli delle altre imprese operanti sul mercato). Rigetta, App. Bologna, 22/11/2010
L'assunzione di dipendente è atto di concorrenza sleale a norma dell'art. 2598, n. 3, c.c. se preordinato al trasferimento di informazioni riservate relative (come nella specie) a ricette, ingredienti e modalità produttive, al fine di sottrarre informazioni che, seppur non coperte da segreto, costituiscono nozioni capaci di connotare il ciclo produttivo, la qualità ed il prodotto, quindi, per loro natura costituenti elemento caratterizzante e vitale per l'azienda.
L’approfittamento parassitario degli sforzi di accreditamento commerciale compiuti dal concorrente nel mercato è attività contraria alla correttezza professionale. In particolare limitarsi a offrire al mercato una collezione di borse di plastica palesemente imitative di tutti i modelli della concorrente con minime e poco percettibili differenze, nonché effettuare una campagna pubblicitaria in grande stile sovrapponibile nella modalità a quella del concorrente, costituisce condotta illecita ai sensi dell’art. 2598 n. 3 c.c.
Tribunale Milano Sez. spec. Impresa 24 dicembre 2013
Lo storno dei dipendenti di impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale allorché sia perseguito il risultato di crearsi un vantaggio competitivo a danno di quest'ultima tramite una strategia diretta ad acquisire uno staff costituito da soggetti pratici del medesimo sistema di lavoro entro una zona determinata, svuotando l'organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del "modus operandi" dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell'immagine in sé di operatori di un certo settore. Ne consegue che, al fine di individuare tale "animus nocendi", consistente nella descritta volontà di appropriarsi, attraverso un gruppo di dipendenti, del metodo di lavoro e dell'ambito operativo dell'impresa concorrente, nessun rilievo assume l'attività di convincimento svolta dalla parte stornante per indurre alla trasmigrazione il personale di quella. Rigetta, App. Milano, 30/01/2007
Cassazione civile sez. I 04 settembre 2013 n. 20228