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Timestamp: 2018-01-22 14:00:18+00:00
Document Index: 141785963

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2195', 'art. 2083', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 10']

Cassazione civile, 04/10/2017, (ud. 01/03/2017, dep.04/10/2017), n. 23143 Vedi massime correlate
Dott. CAPPABIANCA  Aurelio                          -  Presidente   -
Dott. VIRGILIO     Biagio                           -  Consigliere  -
Dott. GRECO        Antonio                          -  Consigliere  -
Dott. LOCATELLI    Giuseppe                         -  Consigliere  -
Dott. LA TORRE     Maria Enza                  -  rel. Consigliere  -
BALDUINA 289, presso lo studio dell'avvocato MARIA GLORIA DI LORETO,
l'Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e difende;
MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l'inammissibilità in
udito per il ricorrente l'avvocato DI LORETO che si riporta agli
udito per il resistente l'avv. CASELLI che ha chiesto il rigetto.
La C.T.R. non ha infatti indicato i dati concreti da cui ha tratto il convincimento della congruità dei valori accertati dall'Ufficio, con ciò incorrendo nel denunciato vizio.
Invero il giudice tributario di merito, investito della controversia avente ad oggetto l'atto impositivo, avrebbe dovuto valutare la sussistenza dei caratteri di gravità, precisione e concordanza degli indizi posti a base dell'atto medesimo, esponendo adeguatamente l'esito di tale giudizio nella motivazione e, successivamente, tener conto degli elementi probatori a discarico offerti dal contribuente.
Come emerge dalla lettura della sentenza, la C.T.R., nel confermare la legittimità dell'accertamento, facendo un generico riferimento a "rilevazioni di mercato, annunci pubblicitari" e a "studi specifici sull'argomento e dati reperiti presso le associazioni di categoria", si è in concreto astenuta dall'indicare propriamente in base a quali elementi della fattispecie abbia assunto il proprio deliberato, non facendo così applicazione dei detti principi ed impedendo ogni controllo sull'esattezza e sulla logicità del suo ragionamento, così, peraltro, precludendo alla parte contribuente di potersene avvalere a fini difensivi (Cass. n. 4027/15; n. 3413/15; n. 890/06).
4.1. Il motivo - a parte ogni rilievo sulla sua ammissibilità, riguardando un error in procedendo dedotto come vizio di motivazione e non avendo il contribuente, come emerge dalla sentenza impugnata, fornito la prova della gratuità della cessione - è infondato e va respinto.
4.2. Ai fini del trattamento fiscale del reddito derivante dalla cessione della licenza taxi, va premesso che l'attività esercitata dal tassista, in relazione al dato testuale di cui all'art. 2195, n. 3, che qualifica imprese commerciali le attività di trasporto, è di natura imprenditoriale (basata quindi sul principio di economicità): trattasi specificamente di piccolo imprenditore (ex art. 2083 c.c., v. Cass. 21123/2010), specificamente imprenditore artigiano, come espressamente qualificato dalla L. 15 gennaio 1992, n. 21, art. 7, comma 1, lett. a) (Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea L. n. 21 del 1992: v. Cass. n. 2052 del 2017).
4.3. Va altresì premesso che la "licenza taxi", è un bene strumentale di natura immateriale, che finisce col cartolarizzare l'azienda, diventando presupposto strutturale ed elemento qualificante dell'esercizio dell'attività. Essa soggiace a un regime giuridico speciale, che, per espressa previsione della L. n. 21 del 1992, art. 9 ne consente il trasferimento, su richiesta del titolare, a persona dallo stesso designata (purchè iscritta nell'apposito ruolo di cui all'art. 6 ed in possesso dei requisiti prescritti), qualora il titolare stesso si trovi in almeno una delle condizioni ivi previste, fra cui (lett. c), quella in cui "sia divenuto permanentemente inabile o inidoneo al servizio per malattia, infortunio o per ritiro definitivo della patente di guida".
4.4. Lo stato di salute invalidante del contribuente, pertanto, non può quindi costituire - come erroneamente ritenuto dal ricorrente-una prova della gratuità della cessione; è solo bensì il presupposto per la trasferibilità della licenza, da richiedersi alla competente autorità comunale per rilasciare la licenza alla persona designata dal cedente (c.d. volturazione) nelle ipotesi previste dal cit. art. 9. Tale cessione, inserita in un contesto caratterizzato dal limitato numero di licenze rilasciate dai Comuni e riguardando un bene essenziale all'esercizio dell'attività imprenditoriale, deve ritenersi onerosa, in quanto rientrante tra i "beni relativi all'impresa", il cui trasferimento realizza quindi una plusvalenza che concorre alla formazione del reddito, costituendo peraltro fatto notorio l'esistenza di un vero e proprio mercato di rivendita delle licenze taxi (Cass. n. 17476 del 2017). Per le indicate ragioni la cessione di licenza di autoservizio pubblico non di linea, si presume onerosa ed è idonea a determinare una ricchezza tassabile.
4.5. Il motivo va conseguentemente respinto con assorbimento del quinto motivo, col quale si deduce omessa motivazione sulla richiesta riduzione delle somme richieste a titolo di sanzione (ex L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 2), discendendo l'applicazione della sanzione dall'accertamento dell'omessa dichiarazione di plusvalenza tassabile.
Il sesto motivo va anch'esso respinto in quanto infondato, a parte i profili di inammissibilità per mancanza di autosufficienza, non indicando gli atti dei giudizi di merito nei quali la indicata doglianza è stata proposta.