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Timestamp: 2019-05-20 00:38:37+00:00
Document Index: 6974865

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 17']

NADIA PLASTINA, direttore dell'ufficio Cooperazione internazionale del DAG
Il DPR 28 novembre 2005 n. 289, pubblicato sulla G.U. n. 11 del 14 gennaio 2006, stabilisce e detta le linee da seguire per l'iscrizione nel casellario nazionale delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo. Le novità illustrate nell'editoriale di questa settimana a firma del magistrato Nadia Plastina, direttore dell'ufficio Cooperazione internazionale del dipartimento per gli Affari di Giustizia.
Il 28 novembre scorso il Presidente della Repubblica ha emanato, sulla proposta del Ministro della Giustizia approvata dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 18 novembre 2005, il regolamento n. 289 dal titolo "Modifica al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 novembre 2002 n.313". Il testo normativo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.11 del 14 gennaio scorso.
Il Regolamento in questione, che ha modificato l'art. 19 del Testo Unico sul casellario giudiziale in vigore, integrandolo con l'inserimento di due nuovi commi, ha introdotto il principio assolutamente innovativo per il nostro ordinamento della iscrizione nel casellario giudiziale nazionale delle decisioni definitive della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sui provvedimenti giudiziali e amministrativi definitivi emessi dalle nostre autorità e già iscritti nel medesimo casellario.
Come è noto, la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma nel 1950, ha istituito la Corte sopranazionale permanente di Strasburgo che, adita da qualsiasi interessato, giudica la conformità dei provvedimenti nazionali adottati dalle autorità degli Stati firmatari con gli impegni derivanti per questi ultimi dalla convenzione medesima (e dai suoi protocolli addizionali). L'Italia ha firmato e ratificato la Convenzione di Roma che è entrata in vigore nel nostro Paese il 26 ottobre 1955.
Il problema di come attuare nell'ordinamento interno le decisioni di condanna della Corte non ha trovato soluzioni univoche finora a livello interpretativo, anche perché la Convenzione, che ha posto espressamente l'obbligo per gli Stati contraenti di adottare le misure generali e individuali conseguenti alle pronunce di condanna della Corte, non contiene indicazioni precise al riguardo.
La questione è particolarmente complessa, soprattutto per ciò che riguarda i diritti giudiziari, quelli cioè collegati al principio dell'equo processo (art. 6 CEDU). In altre parole, quando i giudici di Strasburgo accertano che una sentenza dei giudici italiani è stata emessa in violazione dei diritti giudiziari riconosciuti dalla Convenzione agli individui, si pone il problema di quali effetti questa pronuncia produca sul provvedimento nazionale censurato.
Fermo restando il carattere dichiarativo delle pronunce di Strasburgo (nel senso che esse non possono direttamente annullare o abrogare disposizioni nazionali), lo Stato parte non può ignorarle - sottraendosi così agli impegni assunti - e deve porre in essere un'azione riparatrice relativamente al caso individuale, ma talora anche misure generali per prevenire nuove violazioni.
L'obbligazione di cui si tratta è certo un'obbligazione di risultati e non di mezzi, ma sempre più spesso le misure generali non possono che consistere in una novella legislativa o nell'adozione di normazione amministrativa.
Si spiegano così, nel caso delle numerose condanne riportate dall'Italia per la lunghezza dei processi, l'iniziativa del legislatore che, con la legge n.89/2002, meglio nota come legge Pinto, ha stabilito una equa riparazione per i casi in cui è stata accertata la violazione del principio del termine ragionevole di durata dei processi nazionali nonché le iniziative legislative, ancora al vaglio del Parlamento, in materia di ampliamento dei casi di revisione dei processi giudicati "non equi" dai giudici di Strasburgo.
In questo quadro, il recentissimo decreto assume una valenza particolarmente significativa, in quanto traduzione sul piano interno di uno specifico indirizzo comunitario e riaffermazione concreta dei principi del diritto internazionale per i quali la regola di conformazione ha una natura giuridica e trova la sua fonte legale nella Convenzione internazionale e nella legge interna di ratifica.
Con la previsione generale della iscrizione delle sentenze della CEDU nel casellario nazionale, il nostro Paese non solo ha adottato una azione riparatrice nel caso specifico che ha dato origine alla condanna dell'Italia per violazione dei principi dell'equo processo (si tratta del caso del cittadino cileno Rojan Morales portato dinanzi alla Corte europea di Strasburgo e, per l'appunto, conclusosi il 16 novembre 2000 con una sentenza che stabiliva il carattere non equo della procedura penale italiana), ma ha inteso assicurare a tutti coloro che adiranno con successo la Corte sopranazionale un effetto riparatorio in sé, che si aggiungerà a quello riveniente da eventuali altre misure satisfattive, rappresentato evidentemente dalla immediata visibilità della sentenza di Strasburgo tutte le volte che il ricorrente esibirà il proprio certificato penale.
Dal punto di vista strettamente giuridico, con il nuovo regolamento, studiato dal dipartimento Affari di Giustizia del ministero, che comprende, come è noto, l'ufficio del Casellario, si è data concreta attuazione all'art. 3 comma 1 lett. u) del TU sul casellario giudiziale in vigore, laddove è stabilito che sarà iscritto, per estratto, oltre che i provvedimenti nominativamente elencati alle lettere a-t, "qualsiasi altro provvedimento che concerne a norma di legge i provvedimenti già iscritti, come individuato con decreto del Presidente della Repubblica ai sensi dell'art. 17 comma 1 L. 23.8.1988 n. 400 su proposta del Ministro della Giustizia".
In concreto, in base al regolamento n. 289, il compito di iscrivere le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo spetterà all'Ufficio centrale del casellario - articolazione del dipartimento per gli Affari di Giustizia del ministero della Giustizia - su richiesta, in via generale, proprio di quest'ultimo dipartimento. E' stata altresì prevista dal comma 2 ter di nuova introduzione la concorrente legittimazione del ricorrente vittorioso a Strasburgo a richiedere direttamente l'iscrizione della decisione che lo riguarda all'Ufficio centrale del Casellario e, solo qualora quest'ultima si riferisca a provvedimenti giudiziali, anche all'ufficio iscrizione del casellario presso l'autorità giudiziaria che lo ha emesso. L'ufficio iscrizione locale dovrà trasmettere tempestivamente l'istanza all'Ufficio centrale, che provvederà, dopo aver acquisito il parere del dipartimento Affari di Giustizia, all'operazione. Il coinvolgimento, anche in questa seconda evenienza, del dipartimento ministeriale si giustifica con il fatto che solo quest'ultimo ha le conoscenze idonee ad assicurare la fondatezza e correttezza di quanto richiesto dall'interessato all'Ufficio centrale che diviene, dunque, l'unico organo legittimato alle iscrizioni in materia.
Quanto alle modalità di iscrizione, il Regolamento stabilisce che l'estratto della decisione della Corte di Strasburgo sarà iscritto di seguito alla preesistente iscrizione nazionale cui si riferisce. In tal modo, collocati in una medesima menzione il provvedimento nazionale e quello sopranazionale, si otterrà in concreto quell'effetto riparatorio di cui si diceva dianzi.
Entrata in vigore la nuova normativa, v'è da attendere la valutazione che di essa farà il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, organo che periodicamente controlla l'esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo da parte degli Stati membri.
Occorrerà, altresì, attendere del tempo per verificarne l'applicazione e gli effetti pratici.
Si può affermare sin d'ora, però, che esso costituisce una iniziativa di grande portata innovatrice nel nostro sistema e, altresì, un importante passo avanti dell'Italia verso l'adeguamento dell'ordinamento interno alle norme convenzionali internazionali relative ai diritti della persona e del processo penale.
direttore dell'ufficio Cooperazione internazionale del dipartimento per gli Affari di Giustizia