Source: https://www.docsity.com/it/proc-penale-europea-riassunto/582980/
Timestamp: 2018-12-19 01:14:49+00:00
Document Index: 16116380

Matched Legal Cases: ['art 82', 'art 5', 'art 2', 'art 82', 'art 34', 'art 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 19', 'art 117', 'art. 117', 'art 46', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 41', 'sentenza ', 'art 6', 'art 51', 'artt 6', 'art 52', 'art 52', 'art 53', 'art 6', 'art 6', 'art 6', 'art 6', 'art 82', 'art 2', 'art 117', 'art 4', 'art 53']

Proc penale europea riassunto - Docsity
Sintesi Procedura Penale
mup1985 2 ottobre 2015
Proc penale europea riassunto, Sintesi di Procedura Penale. Università degli Studi di Camerino
riassunto completamente sostitutivo del testo Kostoris procedura penale europea
IL SISTEMA DELL’UNIONE
L’unione europea dopo Lisbona, tra cooperazione giudiziaria penale e armonizzazione legislativa.
il punto di avvio del processo che ha condotto agli assetti attuali nasce dalla volontà di rafforzare, la cooperazione economica tra gli stati con l’istituzione da parte di sei stati ( Francia Germania Italia Belgio Olanda e Lussemburgo) nel 1951 della Ceca ( Comunità europea del carbone e acciaio) a cui seguono nel 57 l’Euratom ( comunità europea dell’energia e dell’acciaio) e la Cee ( comunità economica europea) finalizzata a garantire una libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali tra stati. L’unione europea verrà istituita con il trattato di Maastricht del 1992 attraverso la nota struttura a tre pilastri: il primo, strettamente comunitario, per le materie riservate alla Comunità europea, nella quale si fondevano Cee e Ceca, il secondo attinente alla cooperazione intergovernativa in materia di politica estera e sicurezza comune, il terzo, dedicato alla cooperazione intergovernativa in materia di giustizia e affari interni. Negli anni successivi la comunità si allarga e molti eventi ne segna lo sviluppo. Nel 1997 viene sottoscritto il trattato di Amsterdam entrato in vigore nel 99; esso accentua la connotazione politico sociale della costruzione europea, soprattutto sul versante del riconoscimento dei diritti umani e dello stato di diritto quali principi fondamentali dell’unione. Si è così giunti al trattato di Lisbona del 2007 che risulta composto da due corpi legislativi: il trattato sull’unione europea ( Tue) e il trattato sul funzionamento dell’unione europea ( Tfue), che però costituiscono un complesso normativo unitario, in cui viene dislocata la materia prima disciplinata nel vecchio TUE risalente a Maastricht. Pur non riproponendo l’idea di una costituzione il trattato di lisbona recepisce molti dei profili che avevano caratterizzato il precedente progetto costituzionale. Esso ridisegna la stessa impalcatura dell’unione abolendo il sistema dei tre pilastri fondendo l’unione e la comunità in un unico soggetto, rendendo il metodo comunitario non il metodo di funzionamento di un solo pilastro bensì dell’intera unione. La materia dell’ex pilastro cioè, dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, diventano a pieno titolo diritto dell’unione. Con lisbona, la materia penale sorpassa per importanza quella dell’integrazione economica sino a quel momento considerata prioritaria. I due poli attorno al quale la materia si sviluppa sono rappresentati dalla cooperazione giudiziaria e dal ravvicinamento delle legislazioni nazionali. La cooperazione giudiziaria, ha sinora rappresentato l’asse portante dell’edificio: parlare di giustizia penale significa parlare di cooperazione, prima si parlava di cooperazione intergovernativa, poi con lisbona di cooperazione giudiziaria. Con tale trattato è stato possibile fissare per la prima volta un’esplicita base legale su cui fondare un’opera di armonizzazione. L’art 82 Tfue, collegando alla cooperazione giudiziaria ad armonizzazione, prevede che quando ciò serva per facilitare il mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie e la cooperazione giudiziaria e di polizia, possono essere varate in sede di unione norme minime comuni, che dovranno tener conto delle differenti tradizioni giuridiche degli stati membri, su profili di garanzia del processo penale, dalla disciplina sull’ammissibilità reciproca delle prove, ai diritti della persona nella procedura penale, ai diritti delle vittime, fino ad ogni altro aspetto processuale che possa essere ritenuto rilevante. Con la comunitarizzazione della materia penale sostanziale e processuale si ripropongono per questi settori tutti i problemi centrali della politica di integrazione europea: i rapporti Unione- stati membri, con le conseguenti ripartizioni di competenza e le procedure legislative e decisionali a livello di unione, il primato del diritto dell’unione con gli effetti che ne derivano sul piano degli ordinamenti interni, il ruolo della corte internazionale di giustizia. Con lisbona e la comunitarizzazione dell’ex terzo pilastro, l’unione diventa competente a legiferare in materia penale e processuale penale. Competenza riservata alla sovranità statuale e che
ora gli stati dovranno condividere con l’unione, restando comunque vincolati alla scelte dell’unione quando essa abbia esercitato i suoi poteri.
La competenza dell’Unione.
A. Il principio di attribuzione. A tal fine occorre partire dalla premessa che l’unione europea non è strutturata come uno stato federale ma integra un ordinamento autonomo al quale gli stati membri hanno trasferito settori o porzioni della loro sovranità. Da ciò discende il primo principio che è quello dell’attribuzione appunto, in forza del quale l’art 5.2 stabilisce “ l’unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono state attribuite dagli stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da loro stessi stabiliti. Qualsiasi competenze non attribuita all’unione appartiene agli stati. ( la clausola di flessibilità rappresenta lo strumento per esercitare i c.d. poteri impliciti dell’unione, cioè i poteri che ritengono necessari per raggiungere gli scopi dell’unione definiti dai trattati.
B. Le competenze concorrenti. Nell’ambito delle competenze concorrenti è esplicitamente ricompreso lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia. A differenza di quanto avviene per le competenze esclusive, nelle concorrenti il rapporto tra stati e unione appare complesso e dinamico. Alla luce dell’art 2.2 Tfue, la competenza a legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti nel settore preso in esame coesiste sia per l’unione, sia per gli stati membri, gli stati hanno pieno potere di agire finchè l’unione resta inerte, tuttavia, man mano che l’unione si attiva esercitando la propria competenza, essi perdono progressivamente il loro potere e lo riacquistano nella misura in cui l’unione decide di esercitare la propria competenza. ( il principio di leale collaborazione stabilisce che gli stati devono astenersi da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obbiettivi dell’unione.
C. L’esercizio delle competenze concorrenti. Il principio di sussidiarietà e proporzionalità. Mentre il principio di attribuzione serve a delimitare le competenze dell’unione, l’esercizio di quelle competenze si fonda su due principi: di sussidiarietà e di proporzionalità. Il primo attiene specificatamente alla competenza concorrente, implica che l’unione sia legittimata ad intervenire “ soltanto se e in quanto gli obbiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli stati, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione essere conseguiti meglio a livello di unione. Il secondo mira a contenere un’ingiustificata espansione dell’attività dell’unione; esso stabilisce che: il contenuto e la forma dell’azione si deve limitare a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati.
È il caso di concludere con la panoramica sui principi che governano le competenze dell’unione. L’art 82 .2 Tfue in tema di cooperazione giudiziaria e di polizia penale stabilisce che laddove sia necessario per facilitare il riconoscimento reciproco delle sentenze e delle decisioni giudiziarie e la cooperazione di polizia, gli organi legislativi dell’unione possono tramite direttive ( di armonizzazione) stabilire norme minime per materie non solo imperniate su una relazione tra ordinamenti diversi, ma anche destinate ad estendersi ad ampio raggio e con le più varie declinazioni sull’intero complesso del diritto interno in quanto tale.
Gli organi di produzione normativa e le procedure legislative.
Il parlamento europeo, il consiglio, il consiglio europeo e la commissione europea, sono istituzioni politiche, la corte di giustizia dell’unione europea è l’organo di controllo con funzione giurisdizionale. Il parlamento europeo, organo democratico per eccellenza rappresenta i cittadini degli stati membri, il consiglio rappresenta i loro governi, la commissione europea rappresenta l’interesse unitario dell’unione. Tali istituzioni collaborano e interagiscono nel quadro delle più importanti funzioni. In una posizione particolare si pone il consiglio europeo, organo misto composto dai capi di stato e di governo degli stati membri dal suo presidente e dal presidente della commissione. Esso non esercita funzioni legislative ma si presenta come superiore organo di indirizzo dell’intera unione. Nei loro rapporti le istituzioni dell’unione devono conformarsi a due principi fondamentali: quello di equilibrio istituzionale, il quale implica che ognuna possa agire solo nei limiti di attribuzione che le sono state conferite dai trattati. Un assetto ben diverso da quello che scandisce negli ordinamenti interni il classico principio di separazione dei poteri tra legislativo esecutivo e giudiziario. Altro principio è quello di leale collaborazione considerato la chiave di volta dell’intero sistema comunitario. Principio così importante da essere applicato non solo nei rapporti tra gli organi dell’unione, ma anche nei rapporti tra unione e stati membri che devono rispettarsi e assistersi nei rispettivi adempimenti.
Le procedure decisionali.
Le procedure decisionali, attraverso le quali le istituzioni politiche in combinazione tra loro manifestano con atti giuridici la volontà dell’unione, sono assai diversificate. Esse si dividono in ordinarie e speciali. La procedura ordinaria ha carattere generale e consiste nell’adozione congiunta di un atto normativo da parte del parlamento europeo e del consiglio su proposta della commissione europea. Tale procedura è denominata di codecisione, poiché il parlamento e il consiglio gestiscono insieme il potere decisorio e si atteggiano dunque a co-legislatori. Il questo contesto due sono gli elementi da evidenziare: il superamento del deficit democratico che caratterizzava il metodo intergovernativo precedentemente applicato dall’ex terzo pilastro che si incentrava sul monopolio legislativo del consiglio . L’altro elemento è dato dal superamento della regola dell’unanimità per le deliberazioni del consiglio che consentiva ad un singolo stato di bloccare l’adozione di un atto legislativo. Nelle procedure speciali invece viene meno quella perfetta simmetria tra parlamento e consiglio che caratterizza la procedura ordinaria di codecisione. Esse si svolgono in modi definiti di volta in volta dalle disposizioni che indicano la base giuridica specificando quale procedura richiesta. Una vistosa eccezione al monopolio di iniziativa spettante alla commissione, qualunque sia la procedura applicabile, si registra rispetto agli atti relativi alla cooperazione giudiziaria penale e di polizia e alle connesse misure di coordinamento dove in alternativa alla proposta della commissione è possibile che l’iniziativa provenga da quattro degli stati membri. Può essere previsto il coinvolgimento dei parlamenti nazionali nella stessa procedura di formazione dell’atto normativo dell’unione. Sia nell’ambito ordinario che speciale, sono previsti degli strumenti che attribuiscono agli stati particolari poteri di intervento volti ora ad impedire o ritardare l’adozione di un atto al quale essi sono contrari, ora all’opposto ad evitare che l’atto al quale sono interessati non venga adottato a causa della mancanza di unanimità del consiglio. La prima soluzione si verifica nell’ambito della procedura ordinaria: i singoli stati possono attivare un freno d’emergenza quando ritengono che una legge possa essere suscettibile di incidere su aspetti fondamentali del loro ordinamento giuridico. ( emergency brake). La seconda situazione si verifica nell’ambito delle procedure speciali che richiedono l’unanimità da parte del consiglio. ( istituzione di una procura europea.
Gli attinormativi .
L’ordinamento dell’unione è un ordinamento autonomo al quale gli stati membri hanno conferito i loro poteri sovrani. Tale ordinamento si fonda su un sistema di fonti di produzione normativa gerarchicamente ordinato. Al primo posto vi sono i trattati, in particolare il trattato sull’Unione ( Tue) e quello sul funzionamento dell’unione ( Tfue). Essi formano un corpo normativo unitario che costituisce la legge fondamentale dell’unione. Dettano i principi a cui tutto il diritto dell’unione si deve conformare. Le norme in essi contenute hanno efficacia diretta. A stesso livello dei trattati è posta la carta dei diritti fondamentali dell’unione europea. Trattati e carta costituiscono quello che viene definito diritto primario dell’unione. In una posizione analoga ci sono i principi generali del diritto, come quello del primato del diritto europeo o come quello di leale collaborazione. A livello intermedio si collocano le norme sul diritto internazionale generale e gli accordi internazionali.
I regolamenti hanno portata generale, sono obbligatori in tutti i loro elementi e sono direttamente applicabili in ciascuno degli stati membri. Generalità e obbligatorietà ne pongono in evidenza la natura normativa ( generale è per una serie indeterminata di persone, obbligatoria in tutto il testo) . Rispetto a determinate materie è prevista l’adozione di regolamenti anche nell’ambito della cooperazione giudiziaria penale e di polizia. Differenti le caratteristiche delle direttive che vincolano gli stati membri solo in ordine del risultato da raggiungere, lasciandoli liberi nella scelte delle forme e dei mezzi da impiegare a tal fine la direttiva come il regolamento non può essere applicata in maniera parziale. Esse vanno attuate nel termine fissato dalle stesse, lo stato non può emanare atti contrari alla direttiva durante la pendenza di questa. Ove lo stato non abbia adempiuto all’obbligo, anche parzialmente, ad essa può essere riconosciuta efficacia diretta. Essa si traduce nella possibilità per l’individuo di vedersi riconosciuti i suoi diritti da parte del giudice nazionale nei confronti dello stato inadempiente, anche attraverso la disapplicazione della norma in contrasto con la direttiva. Fino all’entrata in vigore del tratto di lisbona la materia della cooperazione penale non poteva essere disciplinata attraverso regolamenti o direttive. La decisone quadro assume particolare importanza. L’art 34.2 precisa come si trattasse di un documento volto al ravvicinamento delle disposizioni legislative e regolamentari degli stati membri, vincolante per lo stato quanto agli obiettivi da perseguire, ma tale da lasciarlo libero nella scelta della forma.
Le decisioni rappresentano la terza tipologia di atti vincolanti. Esse sono obbligatorie in tutti i loro elementi e se designano i loro destinatari sono obbligatorie per quest’ultimi, sono direttamente applicabili e non hanno portata generale. Possono avere diversa natura , per quanto riguarda la nostra materia, attraverso le decisioni sono state istituite le agenzie europee incaricate di svolgere un ruolo fondamentale nella cooperazione penale e di polizia.
Il ruolo della corte di giustizia e la competenza in via pregiudiziale.
Un’attenzione particolare deve essere fatta riservata alla corte di giustizia dell’unione europea, la quale ha avuto un ruolo cruciale nella stessa costruzione del diritto comunitario, elaborando i suoi
principi fondamentali, essa ha avuto un ruolo centrale nel processo di integrazione europea. Con il trattato di lisbona e la soppressione dei tre pilastri, la giurisdizione della corte si in linea di principio estesa a tutte le materie di competenza dell’unione, ma alcune vecchie limitazioni permangono. Occorre porre attenzione al funzionamento del sistema di tutela giurisdizionale del diritto europea. Si allude al fatto che la corte non rappresenta l’unico organo deputato ad assicurare la protezione delle posizioni giuridiche create dal diritto dell’unione. Il sistema di tutela giurisdizionale predisposto a tal fine si articola in due livelli: quello della corte e quello generale dei giudici nazionali. Mentre la prima si occupa in vie esclusiva dei ricorsi per infrazione, dei ricorsi di annullamento, oltre che dei ricorsi in carenza e dei ricorsi per risarcimento, al di fuori di queste materie i giudici nazionali è conferita una competenza generale: essi potranno essere investiti da parte dei soggetti interessati delle questioni che riguardano l’applicazione delle norme dell’unione. L’art 19 del Tfue stabilisce che gli stati membri stabiliscono i rimedi giurisdizionali necessari per assicurare una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’unione. Questi due livelli di tutela non destinati a operare in maniera slegata e autonoma, ma trovano un loro fondamentale momento di raccordo nell’istituto del rinvio pregiudiziale, attraverso il quale il giudice nazionale ha la facoltà di investire la corte di giustizia delle questioni che attengono all’interpretazione del diritto dell’unione. Il duplice livello di tutela giurisdizionale integra un sistema in linea di principio completo e autosufficiente, proprio di una comunità di diritto qual è l’unione. Ne gli stati membri che ne fanno parte ne le istituzioni sono sottratti al controllo della conformità dei loro atti alla carta costituzionale di base costruita dal trattato. Le azioni proponibili davanti la corte che possono interessare la nostra materia si possono distinguere in due gruppi, a seconda che si dirigano verso uno stato membro o verso un’istituzione dell’unione. Alla prima categoria appartengono i ricorsi per infrazione alla seconda i ricorsi per annullamento.
Il ricorso per infrazione.
È il ricorso proposto contro uno stato membro che abbia violato uno degli obblighi a cui è tenuto in virtù dei trattati. Il ricorso compete alla commissione europea nella veste di custode del diritto dell’unione. La procedura si compone in due fasi: una precontenziosa e l’altra contenziosa. La prima vede protagonista la commissione che invia una lettera di messa in mora in cui contesta allo stato la sua inadempienza e lo invita a presentare le proprie controdeduzioni entro un determinato tempo e assegna allo stato un termine per conformarsi. La commissione gode di ampi spazi di discrezionalità politica nell’adire la corte e nell’interrompere eventualmente la procedura, che potrà continuare, dopo una prima decisione di mero accertamento, con una seconda fase, contenziosa o non, che alla fine potrà culminare in una vera e propria sentenza di condanna a carico dello stato inadempiente. La possibilità per la commissione di iniziare procedure d’infrazione nei confronti di uno stato inadempiente, rappresenta una delle più significative conseguenze dell’abolizione della struttura a pilastri sancita dal trattato di lisbona.
Ricorso per annullamento.
Il ricorso per annullamento si dirige contro gli atti legislativi delle istituzione dell’unione che risultino viziati per ottenere l’annullamento: esso si risolve in un controllo di legittimità del diritto derivato dell’unione che spetta in via esclusiva alla corte. Sono legittimati al ricorso, gli stati
membri il parlamento europeo, il consiglio e la commissione. I vizi denunciabili sono l’incompetenza, la violazione delle forme sostanziali, la violazione dei trattati e di qualsiasi regola relativa alla loro applicazione, lo sviamento di potere. Se il ricorso è fondato la corte dichiara nullo e non avvenuto l’atto impugnato. L’istituzione, l’organo o l’organismo che ha emanato l’atto annullato deve prendere i provvedimenti che l’esecuzione della sentenza comporta.
La competenza in via pregiudiziale.
La competenza in via pregiudiziale rappresenta lo strumento più frequente utilizzato e di gran lunga più importante nell’economia dell’intero sistema giudiziario dell’unione. Lo strumento del rinvio pregiudiziale ha propiziato una serie di effetti moltiplicatori sul piano di rafforzamento del diritto dell’unione. Esso ha creato uno stretto rapporto di interazione e collaborazione tra corte di giustizia e giudici nazionali valorizzando il ruolo di primi giudici dell’unione, sia nei confronti delle istituzioni europee sia nei confronti del proprio stato membro. La questione pregiudiziale deferita dalla corte può essere non solo di tipo interpretativo, ma può riguardare anche la validità di un atto di istituzioni organi organismi dell’unione. Con la differenza che qui, oltre a non valere il termine di due mesi per la proposizione della questione. Lo strumento potrà essere sollecitato dai privati e dunque, potrà parzialmente e indirettamente compensare la loro mancanza di legittimazione attiva a proporre ricorso per annullamento. Il rinvio pregiudiziale è effettuato dagli organi giurisdizionali nazionali di ogni ordine e grado. La facoltà del rinvio pregiudiziale da parte del giudice nazionale si trasforma dal canto suo, in obbligo per la giurisdizione in ultima istanza. Il procedimento pregiudiziale prevede l’intervento non solo delle parti del giudizio a quo, ma anche degli stati membri, della commissione, in ragione del suo grado di rappresentante degli interessi dell’unione, e dell’istituzione, organo o organismo che abbia adottato l’atto di cui si contesta la validità o l’interpretazione. Circa il valore delle sentenze pregiudiziali si tende a ritenere che siano vincolanti per il giudice a quo, tenuto a conformarvisi nella decisione del caso. Nel prevedere che la corte assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati, l’art 19 non sembra alludere ad effetti cogenti generali, ma ad una funzione nomofilattica non molto dissimile da quella che è chiamata a svolgere la corte europea. Lo strumento del rinvio pregiudiziale potrà avere grandi potenzialità operative nel settore della cooperazione giudiziaria penale e di polizia e in genere per valutare la compatibilità con il diritto dell’unione delle norme interne in materia di diritto e procedura penale.
Le norme dell’unione riconoscono soggettività giuridica non solo agli stati membri, il diritto dell’unione può coinvolgere i rapporti tra i soggetti privati ( rapporti orizzontali) o tra soggetti privati e un soggetto pubblico come lo stato ( rapporti verticali): in quest’ultima situazione il diritto dell’unione può disciplinare direttamente tali rapporti. Le norme dell’unione ha efficace diretta negli ordinamenti interni, per cui il soggetto nei cui confronti essa produce effetti favorevoli, può pretendere il rispetto dall’atro soggetto del rapporto. Se invece la norma dell’unione non è in grado di produrre efficacia diretta, da essa può derivare comunque un’efficaci indiretta, che si esplica sia nella cogenza del suo valore interpretativo nell’applicazione delle norme interne, cioè nell’obbligo di interpretazione conforme di queste ultime, sia nel diritto al risarcimento del danno a carico dello stato responsabile.
Efficacia diretta e disapplicazione.
Occorre innanzitutto definire le condizioni dell’efficacia diretta verticale nei confronti dello stato. secondo la giurisprudenza consolidata della corte di giustizia, la norma dell’unione deve possedere a tal fine i requisiti della sufficiente precisione e della incondizionatezza. La sufficiente precisione riguarda la formulazione della norma che deve avere un contenuto precettivo sufficientemente definito e di facile comprensione in modo che i giudici possano direttamente applicarla. L’incondizionatezza implica che la norma non richieda per la sua applicazione ulteriori interventi normativi da parte degli stati membri o delle istituzioni dell’unione e che gli stati non conservino un certo margine di discrezionalità nell’applicarla. Se sussistono entrambe le condizioni il giudice interno davanti ad un contrasto insanabile della norma domestica con la norma dell’unione dovrà procedere alla non applicazione della prima. Rispetto al diritto comunitario direttamente applicabile, il controllo di legittimità costituzionale viene bypassato a favore del controllo diffuso del giudice ordinario; il giudice ordinario è posto in una posizione preminente rispetto alla legge nazionale che egli infatti può disapplicare per assicurare la prevalenza del diritto dell’unione. Il meccanismo della disapplicazione è teso all’affermazione del primato del diritto comunitario su quello degli stati membri. La corte costituzionale considera i due ordinamenti, nazionale e comunitario, autonomi e distinti, ma anche coordinati.
Efficacia indiretta e interpretazione conforme.
Se invece la norma ha solo efficacia indiretta si verte in un ipotesi in cui la comunità non ha esercitato con uguale intensità la sua competenza normativa. Tale efficacia indiretta produce comunque l’importante conseguenza di determinare l’obbligo per il giudice interno di pervenire ad un’interpretazione del diritto nazionale conforme al diritto dell’unione. Scopo dell’interpretazione conforme è quello di interpretare il diritto nazionale alla luce della lettera e dello scopo della normativa comunitaria. Quanto invece al parametro a cui conformare il diritto interno, il principio di interpretazione conforme si estende oggi a tutta la produzione normativa di matrice comunitaria. L’interpretazione conforme realizza quella ipotesi di sollecitazione dei giudici nazionali a rileggere le norme interne alla luce dell’indicazione degli obbiettivi europei, essa potrà favorire lo sviluppo in senso sempre più comunitariamente orientato dei processi penali nazionali, creando i presupposti per una maggiore omogeneità culturale tesa a favorire l’armonizzazione dei sistemi interni ed una maggiore fiducia in prospettiva della cooperazione giudiziaria. Secondo la corte, l’obbligo di interpretazione conforme incontra un duplice ordine di limiti: il rispetto dei principi generali di diritto e del divieto di interpretazioni contra legem. La corte di giustizia ritiene ammissibili le interpretazioni conformi alle norme processuali da cui possano derivare effetti sfavorevoli per l’imputato.
IL CONSIGLIO D’EUROPA E IL SITEMA CEDU
Il consiglio d’Europa nasce nel 1949 all’indomani della seconda guerra mondiale. Esso è un sistema di cooperazione internazionale di cui fanno parte due organi politici: Il comitato dei Ministri, composto dai ministri degli esteri e l’assemblea parlamentare, composta dai rappresentati di ciascuno degli stati membri., nonché il segretario generale, che li assiste entrambe. Fa parte integrante di quel sistema la convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
firmata a roma nel 1950 e i 15 protocolli che nle tempo sono stati aggiunti per disciplinare gli aspetti fondamentali. Il consiglio d’europa non produce delle norme ma propone delle convenzioni internazionali che ogni stato può ratificare. L’Italia ha ratificato la CEDU nel 1955, da quel momento la convenzione è entrata a far parte del nostro ordinamento e dunque rappresenta a tutti gli effetti per noi anche un diritto positivo interno. Essa rappresenta l’unico caso in cui la previsione di un catalogo di diritti si accompagna all’istituzione di un apposito giudice alla quale possono ricorrere sia gli stati che i singoli che si vedono lesi in un loro diritto tutelato dalla convenzione. La possibilità che un singolo possa convenire in giudizio uno stato è una peculiarità della convenzione. Il suo scopo è quello di assicurare la tutela dei diritti fondamentali sia rispettata dagli stati parte della cedu. Della cedu fanno parte integrante i protocolli addizionali.
L’interpretazione delle norme della CEDU da parte della corte europea.
Posto che l’interpretazione della corte è vincolante per quanto riguarda lo specifico caso deciso, essa svolge un importante funzione interpretativa di carattere generale che assume sempre crescente rilievo fino a che attraverso la medesima essa ha vistosamente implementato lo stesso ventaglio delle garanzie convenzionali. Il protocollo n 16 prevede un interpello preventivo della corte europea da parte dei giudici nazionali di tipo consultivo al fine di ottenere da parte della corte un’ opinione circa l’interpretazione da adottare ad una norma.
La posizione della nostra corte costituzionale.
Un primo aspetto riguarda la collocazione della CEDU nell’ambito delle fonti del diritto interno. Il problema è stato risolto dall’art 117 cost. il quale prevede che la funzione legislativa è esercitata dallo stato e dalle regioni nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi convenzionali. Con questa norma si evince che la CEDU ha una forza comunque superiore a quella delle norma ordinaria. Essa viene considerata come una norma interposta ovvero di livello intermedio tra la legge ordinaria e la costituzione. Le norme interne in contrasto con gli obblighi internazionali( la cedu appunto) sarebbero viziate e dichiarate incostituzionali.
Diritto cedu e ordinamento interno.
Anche nel sistema cedu il giudice comune rappresenta il primo garante dell’applicazione dei diritti previsti dalla convenzione. Ogni persona i cui diritti o libertà fondamentali siano state lese ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale previo esaurimento di tutti i rimedi interni.
Limiti all’applicabilità diretta delle norme CEDU.
Il giudice dovrà applicare ove sia possibile la CEdu in via diretta. La diretta applicabilità resta un’eventualità tendenzialmente virtuale nella prassi, nonostante talune disposizioni convenzionali, anche in materia di processo penale , sembrino in realtà dotate di un grado di sufficiente precisione autonomia. Il secondo aspetto riguarda l’ipotesi in cui la previsione CEDU non presenti caratteristiche auto applicative e non possa pertanto fungere direttamente da regola per la decisione in tal caso quella norma acquisterà rilievo per il giudice nazionale come parametro per l’interpretazione convenzionalmente conforme del diritto interno.
La proposizione della questione di legittimità della norma interna in contrasto con l’art. 117. RIVEDERE DIRITTO INTERNAZIONALE.
L’OBBLIGO DEGLI STATI DI DARE ESECUZIONE ALLE DECISIIONI DI CONDANNA DELLA CORTE EUROPEA.
La CEDU è munita di un sistema giudiziario di controllo del rispetto da parte degli stati dei diritti che essa garantisce: esso è rappresentato dall’obbligo dello stato di dare esecuzione alle decisioni di condanna della corte europea, che abbiano riconosciuto la violazione da parte dello stato, nelle sue varie articolazioni, comprensive anche del potere giudiziario, di uno dei diritti garantiti dalla convenzione. L’art 46 prevede che le alte parti contraenti si impegnino a conformarsi alle sentenze definitive della corte nelle controversie nelle quali sono parte.
L’obbligo di conformarsi alla sentenza di condanna: l’equa soddisfazione.
Circa la prima eventualità va chiarito che l’obbligo di conformarsi alla sentenza definitiva della corte riguarda solo il caso da essa deciso. Ciò è il riflesso di un particolare tipo di controllo giudiziario che effettua la corte, il quale concerne sempre una specifica vicenda giudiziaria. Come ha specificato la stessa corte si tratta di un obbligo di risultato nel senso che lo stato convenuto è libero si scegliere all’interno del proprio ordinamento i mezzi da utilizzare per farvi fronte. Ogni ordinamento ha in proposito le sue regole. Quanto al contenuto dell’obbligo l’art 41 prevede che vengano rimosse le conseguenze derivanti dalla violazione e che se il diritto interno dello stato non lo consenta, sia la stessa corte ad accordare un’equa soddisfazione alla parte lesa.
Il riesame del caso e la riapertura del processo.
Con una raccomandazione del comitato dei ministri si è sollecitato gli stati aderenti a prevedere possibilità appropriate di riesame del caso o di riapertura del processo quando la corte abbia costatato una violazione della CEDU e sussistano le seguenti condizioni a) la parte lesa continui ad avere svantaggi a seguito di tale situazione negativa, b) la decisione interna che l’ha prodotta sia contraria nel merito alla convenzione, C) la violazione sia dovuta a vizi processuali di tale gravità da generare un serio dubbio sulla correttezza dell’esito del processo. Attraverso la riapertura del processo o attraverso il riesame del caso, si mira a garantire alla parte lesa quella change di cui era stata privata, ripristinandola nella situazione in cui si trovava al momento della violazione. Alle indicazioni della raccomandazione si sono aggiunte quelle della giurisprudenza europea. La particolare delicatezza della situazione è data dal fatto che qui viene in gioco l’esigenza di suoerare un giudicato penale nazionale, che si è formato a seguito del previo esaurimento delle vie di ricorso interno.
I problemi strutturali e le sentenze pilota.
Le violazioni possono avere origine in problemi strutturali di un sistema a cui bisogna porre rimedio da un punto di vista generale per prevenire ogni futura violazione. Le c.d sentenze pilota sono utilizzate dalla corte per prevenire il rischio di ulteriori violazioni seriali, nelle quali la stessa corte viene a togliere allo stato quella libertà nella scelta delle misure da mettere in campo per ottemperare alla sentenza europea di cui normalmente gode, svolgendo così un’attività che esorbita dal puro e semplice accertamento dell’infrazione in un caso specifico.
Il concetto di tutela multilivello dei diritti fondamentali.
L’internazionalizzazione della regolamentazione dell’economia e l’evoluzione dei diritti fondamentali sono due poli di riferimento dietro ai quali si trovano due grandi sistemi giuridici che hanno coabitato sul continente europeo: la CEDU, nata con il preciso fine istituzionale di garantire l’osservanza dei diritti fondamentali da parte degli stati nel loro ambito interno e l’Unione europea, aggregatasi all’inizio intorno alla disciplina transnazionale dei mercati. I diritti fondamentali diventano, un terreno comune tra Unione e CEDU sul piano della giustizia penale. Per l’unione si presentano come uno straordinario strumento di integrazione nel momento in cui vene loro riconosciuto il ruolo di principi generali del diritto comunitario. Molteplici sono le fonti coinvolte in questa tutela. nell’assetto post lisbona troviamo: a) degli ordinamenti nazionali e delle costituzioni nazionali, b) della CEDU c) della normativa primaria dell’unione TUE e Carta di Nizza, d) delle previsioni di trattati internazionali. A questo quadro normativo, va aggiunto l’apporto della giurisprudenza. In primis quella della corte europea dei diritti dell’uomo e della corte di giustizia dell’unione europea, ma anche quella dei giudici interni e delle corti costituzionali nazionali. Si parla in proposito di una tutela multilivello dei diritti fondamentali, nel senso che ognuna delle componenti ricordata mira alla protezione di quei diritti presi in considerazione. Tutela multilivello che si ispira al principio della maggiore protezione. Tutela multilivello dei diritti fondamentali è dunque il complesso di istituti di varia matrice, normativa e giurisprudenziale, attraverso cui si articolano le varie competenze e relazioni tra giurisdizioni nazionali e sovranazionali davanti alle quali è possibile far valere la tutela dei diritti fondamentali.
Lo sviluppo pretorio dei diritti fondamentali e i rapporti tra corte di giustizia e corte europea dei diritti dell’uomo.
Lo sviluppo dei diritti fondamentali in ambito comunitario si è realizzato per merito della corte di giustizia. Conscia dei rischi a cui esponeva l’insufficiente protezione sul versante dei diritti fondamentali, la corte di giustizia si era assunta il sindacato sulla conformità ad essi della normativa comunitaria e in questa prospettiva aveva provveduto a costruirli come principi generali del diritto comunitario, ispirandosi a tal fine alle tradizioni costituzionali comuni e poi ai principi della CEDU. La corte di giustizia era giunta ad affermare che la tutela dei diritti fondamentali era condizione di legalità dell’operato delle istituzioni comunitarie e del diritto derivato, il quale andava interpretato e applicato nel loro rispetto; principio che la corte aveva poi provveduto ad estendere anche agli atti dell’ex terzo pilastro. A partire dagli anni 90 la corte europea aveva rivendicato la propria giurisdizione sulla violazione dei diritti umani tutelati dalla CEDU, anche quando gli stati avessero trasferito parte della loro sovranità a materie comunitarie come materie esclusive. La corte europea ha compiuto una svolta importante; pur ritenendosi sempre astrattamente competente a giudicare la violazione dei diritti umani anche in materie di diritto comunitario, essa elaborava la teoria dell’equivalenza in forza del quale, se l’organizzazione internazionale accorda ai diritti una protezione sostanziale e processuale almeno per equivalente a quella offerta dalla CEDU, ciò la esime dall’esercitare il suo sindacato e sulla base di questa considerazione, aveva ritenuto che il sistema comunitario di protezione dei diritti fondamentali garantisse tali condizioni.
La carta di nizza e l’art 6 TUE.
L’adozione nel 2000 di una carta dei diritti fondamentali a nizza trasferiva in un testo scritto i risultati della elaborazione della giurisprudenza della corte di giustizia sul punto, creando al
contempo, uno stretto collegamento tra quei diritti e i diritti riconosciuti dalla CEDU. Si trattava, di un testo privo di valore cogente, sostanzialmente di una fonte di soft-law. L’ultimo passaggio è avvenuto con il trattato di lisbona che ha elevato il testo della carta, nella sua versione adottata con lievi modifiche a Strasburgo nel 2007, a diritto primario dell’unione, riconoscendole lo stesso valore giuridico dei trattati. In essa dunque figura una scritturazione dei diritti fondamentali. Ma la carta non si limita ad un’opera di mera normativizzazione dell’esistente: essa contiene un catalogo che si arricchisce anche di nuovi diritti come la tutela della dignità umana. Cominciando dall’ambito applicativo l’art 51.1 chiarisce in linea con il principio di attribuzione che le disposizioni della presente carta si applicano alle istituzioni, organi e organismi dell’unione nel rispetto del principio di sussidiarietà come pure agli stati membri esclusivamente all’attuazione del diritto dell’unione. Dal canto loro gli artt 6.1. e 51 pongono un divieto perentorio di ampliare le competenze comunitarie attraverso la carta, secondo la teoria dell’incorporation: la carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’unione al di là delle competenze dell’unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’unione, ne modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati, essa si limita a prescrivere il rispetto dei diritti fondamentali nelle materie che già sono di competenza comunitaria. Essa segnala dunque una proprietà che deve avere tutto il diritto dell’unione: quella di essere conforme alle garanzie della carta. L’art 52 fissa il principio d’equivalenza secondo cui ove la carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, il significato e la portata degli stessi saranno considerati uguali a quelli conferiti dalla convenzione. L’art 52 pone una generale riserva di legge stabilendo che eventuali limitazioni dell’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla carta devono essere previste per legge e comunque dovranno rispettare il nucleo essenziale di quei diritti e quelle libertà. L’art 53 dice che nessuna disposizione può essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti umani.
Unione e diritti fondamentali CEDU risultante dalla tradizioni costituzionali comuni.
Una particolare attenzione va dedicata all’art 6.3 TUE che rappresenta la base dei diritti in campo comunitario. Esso dispone che i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri fanno parte del diritto dell’unione europea in quanto principi generali. L’area applicativa di tutto l’art 6 TUE resta circoscritta al solo diritto europeo. Nel diritto dell’unione rientrano i contenuti del dei diritti CEDU. I quali vengono recepiti dal diritto dell’unione.
Le prospettive di adesione dell’unione alla cedu.
L’art 6.2 prevede l’adesione dell’unione alla CEDU. L’adesione dovrà rispettare alcune condizioni che possono essere viste come dei limiti ad ogni modo, A) l’art 6.2 pone una cluasola di protezione secondo la quale l’adesione non potrà incidere sulle competenze dell’unione definite dai trattai; b) alla corte di giustizia debba restare la competenza esclusiva a definire le controversie degli stati membri in materia di interpretazione e applicazione dei trattati; c) l’adesione deve realizzarsi con modalità che preservino la specificità dell’unione e dell’ordinamento dell’unione. In particolare a tal fine andranno previste sia specifiche modalità di un’eventuale partecipazione dell’unione agli organi di controllo della CEDU, sia meccanismi che garantiscano che i procedimenti avviati da stati
non membri e le singole domande siano indirizzati correttamente, a seconda dei casi, agli stati membri o all’unione.
La posizione dell’unione verso la CEDU e la corte europea dei diritti dell’uomo.
Con questi limiti attraverso l’adesione alla CEDU l’unione e il diritto dell’unione verranno sottoposti a un sistema internazionale di controllo di convenzionalità rispetto al quale essi sono oggi almeno direttamente estranei. L’accordo di adesione dovrebbe porre l’unione rispetto alla CEDU in una posizione analoga a quella in cui sono posti gli stati parte rispetto a tale convenzione per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali: i cittadini europei dovrebbero godere dunque di una protezione dei diritti CEDU nei confronti degli atti e dei comportamenti dell’unione e dei suoi organi pari a quella di cui godono già nei confronti degli atti e dei comportamenti degli stati membri e dei loro organi. La corte europea sarà destinata a diventare ultimo giudice della tutela dei diritti CEDU anche per il diritto UE. Così come la corte europea non può dichiarare l’invalidità di un atto dello stato non rispettoso dei diritti convenzionali, allo stesso modo non potrà acquisire per effetto dell’adesione il potere di dichiarare invalidi atti dell’unione. Alla corte di giustizia dovrebbe incombere comunque lo stesso obbligo di interpretazione conforme alla CEDU essa poi dovrebbe garantire il rispetto dei diritti convenzionali nell’ambito delle sue stesse funzioni. Infine saranno l’ordinamento dell’unione e i suoi organi a dover adottare i provvedimenti riparatori conseguenti alla pronuncia di condanna emessa dalla corte di Strasburgo. Peraltro nel controllo che dovrà fare sul diritto dell’unione la Corte europea dovrà astenersi all’interpretazione che del medesimo abbia fornito la corte di giustizia nella sua ufficiale funzione nomofilattica.
Diritti fondamentali nel processo penale e armonizzazione legislativa: le prime direttive varate dall’unione.
In più occasioni si è visto come l’art 82.2 TFUE abbia fissato un’espressa base legale per l’armonizzazione delle legislazioni processuali penali. In particolare esso prevede la possibilità per il parlamento europeo e il consiglio di stabilire attraverso direttive e con procedure normative ordinarie, norme minime comuni. Si dovrebbe trattare di regole ponte che si pongono in una posizione intermedia di raccordo tra l’ampiezza e la genericità dei principi generali e il dettaglio delle disposizioni interne. La loro adozione è finalizzata alla necessità di facilitare il mutuo riconoscimento esse dovrebbero garantire che le legislazioni processuali penali nazionali presentino alcuni denominatori di fondo comuni . Tra i settori di intervento figurano: l’ammissibilità reciproca alle prove, i diritti della persona nella procedura penale e i diritti delle vittime della criminalità. Si è potuto così sviluppare così un programma di iniziative normative incentrato sull’esigenza di garantire i diritti fondamentali degli imputati e degli indagati espressivi dell’equità processuale. In ragione di questi vari fattori è stata varata, con risoluzione del consiglio, un a tabella di marcia per il rafforzamento dei diritti procedura lidi indagati o imputati in procedimenti penali. Sei le priorità contenute in quest’ultima: a) il diritto all’interpretazione e alla traduzione, b) il diritto all’informazione c) il diritto alla consulenza legale, d) il diritto di comunicare con familiari, e) garanzie speciali per indagati e imputati vulnerabili, f) l’adozione di un libro verde sulla detenzione preventiva. Le tre direttive sonora approvate sono: la direttiva 2010/64 sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali, la direttiva 20127 13 sul diritto all’informazione nei procedimenti penali, la 2013/ 48 sul diritto al difensore e il diritto di comunicare con terze persone dopo l’arresto. La scelta di procedere a tappe, se consente ti tracciare regole più capillari per ogni singola misura, sconta al contempo, una certa frammentazione di diritti procedurali che sono invece tra loro strettamente collegati, impedendo un intervento organico e potendo così creare problemi di
raccordi e di coerenza tra le varie misure volta per volta adottate. Il primo strumento varato in attuazione di questa seconda tabella di marcia è rappresentato dalla direttiva 2012/ 29 contenente norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.
Tra carte giudici e corti.
Cominciando dalla CEDU, essa si pone in un rapporto che potremmo definire lineare con gli ordinamenti interni essa si rivolge a tutti i 47 stati parte del consiglio d’europa e i loro ordinamenti. Il suo sistema di tutela dei diritti fondamentali resta distinto da quello dell’unione per gli stati che aderiscono ad entrambe ed èn attivabile anche rispetto agli ambiti che riguardano la competenza concorrente. Ex art 2.2 TUE fino a quando e nella misura in cui l’unione non abbia deciso di intervenire. La corte di strarburgo si pronuncia sulla specifica violazione della CEDU lamentata dal ricorrente e la sue decisione è vincolante per il caso deciso. Ma fuori da quell’ambito i principi che esprime assurgono a elemento costitutivo di un diverso controllo: quello centralizzato operato dalla corte costituzionale ai sensi dell’art 117. La corte di giustizia si pone come organo di controllo del loro rispetto da parte dell’intera normativa dell’unione. Una funzione che essa può esercitare soprattutto attraverso lo strumento della pregiudiziale validità che consentendole di caducare le norme dell’unione che non si conformino a quei principi, la pone in una posizione simile a quella di giudice costituzionale europeo.
I possibili conflitti tra corti nella tutela dei diritti fondamentali.
Possibili frizioni si possono profilare tra corte di giustizia e corte costituzionale in ordine ai casi in cui si registri una certa sovrapposizione tra diritti tutelati a livello dell’unione e diritti tutelati dalle costituzioni nazionali. Un equilibrio potrebbe essere suggerito dall’art 4.2 che garantisce il rispetto da parte dell’unione dell’identità nazionale degli stati membri insita nella loro struttura fondamentale, dall’art 53 carta di nizza, secondo il quale nessuna disposizione in essa contenuta deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti dell’uomo riconosciuti nel rispettivo ambito di applicazione.
Il controllo diffuso del giudice.
Non c’è dubbio che un ruolo centrale nella tutela multilivello dei diritti spetti al controllo diffuso esercitato dai giudici comuni, nella loro veste di giudici dell’unione. Il giudice interno è considerato anche il primo giudice dei diritti convenzionali. Esso è gravato dal doppio vincolo al quale è sottoposto lo stato a cui appartiene di rispettare la CEDU e di rispettare il diritto dell’unione
piccerella84
Non è per niente sostitutivo del testo. E' incompleto.
Lucia.D_Antini
Come mai per scaricare e comprare solo questo devo fare un abbonamento??
spatolaviviana
ma scusate sono solo 13 pagine e il resto????
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