Source: http://www.slideshare.net/misterno/requisitoria-processo-dappello-a-marcello-dellutri
Timestamp: 2016-07-27 08:20:46+00:00
Document Index: 91205161

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.416', 'sentenza ', 'art. 468', 'art.\n493', 'art.430', 'art. 430', 'art. 430', 'art. 430', 'art.117', 'art.430', 'art.371', 'art. 430', 'art.238', 'art. 414', 'art. 493', 'art.430', 'art.493', 'art. 430', 'sentenza ', 'art.133', 'art.\n133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'art.416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art.649', 'art. 669', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.133', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 649', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n238', 'art. 197', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 197', 'art. 371', 'art.\n371', 'art. 371', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 526', 'sentenza ', 'art. 500', 'art. 507', 'art. 468', 'art. 16', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 64', 'art. 2', 'art. 26', 'art. 26', 'sentenza\n', 'art. 7', 'art. 64', 'art.\n64', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 64', 'Cass. Sez.\n', 'sentenza ', 'art. 64', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 500', 'art.26', 'art. 64', 'art. 26', 'art. 500', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 26', 'art. 64', 'art. 26', 'art. 64', 'art. 26', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 500', 'art. 26', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 238', 'art. 511', 'art. 513', 'art. 238', 'art. 511', 'art. 513', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 511', 'art. 238', 'art. 526', 'art. 6', 'art. 68', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 15', 'art. 68', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 68', 'art. 6', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 6', 'art. 6', 'art.\n268', 'art. 268', 'art. 270', 'art.\n270', 'Cass. Sez. ', 'art. 271', 'art. 270', 'art. 268', 'art. 270', 'art. 268', 'art.268', 'art. 270', 'sentenza ', 'sentenza\n']

Guida nidil-cgil riforma mercato de...
La lettera del ricatto di Lavitola ...
Finanziamento pubblico ai partiti ...
http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=29411&amp;Itemid=48Le questioni processuali – pagina 1L’occasione della conoscenza tra l’imputato e Vittorio Mangano – 32Ruolo e ragioni della presenza di Mangano ad Arcore – 33Il pizzo per le antenne e l’attendibilità di Galliano – 50Gli attentati ai magazzini Standa di Catania – 58La sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani – 66I Graviano – 74La “Politica” – 89La ricerca di referenti politici ed il partito Sicilia Libera di Palermo. Le dichiarazioni di Tullio Cannella – 90Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza – 98I riscontri alle dichiarazioni di Spatuzza – 105Le dichiarazioni di Antonio Calvaruso – 115La preferenza di voto accordata da Cosa Nostra a Forza Italia, la scelta di Silvio Berlusconi di entrare in politica ed il ruolo avuto da Marcello Dell’Utri. Le dichiarazioni del pentito Antonino Giuffrè – 116Il ruolo di Vittorio Mangano ed i contatti con Marcello Dell’Utri a cavallo tra il 1993 e il 1994 – 118Le dichiarazioni di La Marca Salvatore – 119Le dichiarazioni di Salvatore Cucuzza e la lettura della Difesa. Le agende di Dell’Utri – 119Le dichiarazioni di Giusto Di Natale – 123Mangano millantatore – 123Le intercettazioni ambientali del 1999 e del 2001 – 125Profili giuridici della vicenda politica – 126I contatti con Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo – 149Conclusioni - 168
PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI PALERMO
Requisitoria del P.G. nel procedimento a carico di Dell’Utri Marcello,
imputato del reato p.e.p. dagli artt.110,416 bis c.p.
1)Nullità della sentenza per genericità dell’accusa
Spia visibile della denunciata indeterminatezza del capo di imputazione
sarebbe il fatto che al cappello (costituito da quella parte della rubrica in
cui sono enunciati i comportamenti generici ascritti all’imputato) seguono
degli esempi di fatti specifici, che però per la difesa specifici non sarebbero
e dimostrerebbero che la tecnica seguita dal PM tende a far riempire dal
dibattimento degli schemi vuoti preliminarmente costruiti.
E’ evidente che si tratta di eccezione formulata per scrupolo difensivo, del
tutto apodittica e internamente contraddittoria nella parte in cui non tiene
conto del fatto che formulare esempi costituisce esercizio di concretezza,
salvo stabilire se le condotte esemplificate siano provate o non.
Il requirente si limita a ricordare che la contestazione non è costituita dal
solo capo di imputazione, ma dal complesso degli elementi di accusa,
emersi anche nel corso del dibattimento, che sono stati portati a conoscenza
del prevenuto e sui quali egli è stato posto in condizione di esercitare la
Inoltre, si richiama quanto rilevato dal primo giudice nell’ordinanza
181197 con cui l’eccezione fu rigettata: che la natura di reato a forma
libera del delitto di cui all’art.416 bis impedisce “di ripercorrere
singolarmente le numerose condotte che formeranno oggetto di
accertamento, essendo questa operazione incompatibile con la necessaria
sintesi che deve guidare la redazione del capo di imputazione”.
2) Assoluzione perché il fatto non è previsto come reato
Anche tale richiesta appare formulata per scrupolo difensivo.
Questo P.G. sottolinea che le S.U. della Corte Suprema hanno
reiteratamente affermato che il concorso esterno in associazione mafiosa è
previsto dalla legge come reato.
3)Nullità della sentenza per mancata correlazione con l’accusa
Tale nullità – stando ai motivi d’appello principali – deriverebbe oltre che
dalla genericità dei capi di imputazione prima evidenziata, anche dal
robusto e irrituale ricorso fatto dal PM al meccanismo dell’attività
integrativa di indagine, attraverso il quale il thema probandum è stato
ampliato oltre i limiti della originaria contestazione.
Non solo, però, per tale via il tema del decidere sarebbe stato indebitamente
ampliato, ma “già dalle richieste istruttorie avanzate dalla Procura nella
lista ex art. 468 c.p.p. ed oggetto poi dell’illustrazione introduttiva ex art.
493 c.p.p., i fatti che la Pubblica Accusa intendeva provare e per i quali
chiedeva ed otteneva l’ammissione delle prove, apparivano prima facie non
completamente pertinenti rispetto all’oggetto delle contestazioni. ”(motivi
Ciò in quanto “Dalla lettura dei relativi capitoli di prova si evince… come
oggetto delle prove a carico avrebbero dovuto essere i seguenti argomenti:
rapporti tra Dell’Utri Marcello, Mangano Vittorio e Cinà Gaetano,
rapporti più in generale avuti dal primo con esponenti di Cosa Nostra ed,
in particolare, con riferimento a fatti e circostanze attinenti a relazioni di
tipo economico–imprenditoriale tra Cosa Nostra e Dell’Utri Marcello,
quale esponente di spicco del Gruppo Fininvest.”
Sull’ammissione delle prove concernenti le relazioni economico-
imprenditoriali, nulla quaestio da parte della Difesa, che invece si duole
dell’ammissione dei capitoli di prova riguardanti il tema della politica
perché estraneo al capo di imputazione e all’ordinanza del Tribunale
18.11.97 ( che aveva respinto l’eccezione di nullità per indeterminatezza
dell’imputazione e sottolineato la specificità e pertinenza delle suddette
relazioni economico-imprenditoriali).
Donde, prosegue la difesa, “non vi è chi non veda come l’aver ammesso
capitoli di prova attinenti ad un eventuale ruolo politico (con riferimento a
Sicilia Libera e alla consultazione elettorale del 1994) già di per sé
rappresentasse un inammissibile allargamento del thema probandum…”.
A contestazione di tali asserzioni questo P.G. (oltre a rilevare una
contraddizione, per così dire, strutturale del ragionamento perché, se ci si
duole del superamento dei limiti vuol dire che dei limiti sono stati
individuati e perciò la contestazione non può esser marchiata di
indeterminatezza, essendo delimitata dagli individuati limiti), osserva :
nei capi di imputazione a Marcello Dell’Utri è stato dato carico, oltre a
quanto evidenziato dalla difesa (avere messo a disposizione di Cosa Nostra
l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del
mondo finanziario ed imprenditoriale) anche “l’influenza ed il potere
derivanti …dalle relazioni intessute nel corso della sua attività”.
Gli é stato dato carico di avere “ determinato nei capi di Cosa Nostra ed in
altri suoi aderenti la consapevolezza della disponibilità di esso
DELL’UTRI a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati)
condotte volte ad influenzare – a vantaggio della associazione per
delinquere – individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e
finanziario.”.
Il riferimento nella contestazione alle relazioni intessute nel corso della sua
attività (tutte le relazioni, in tutto il periodo di attività considerato) è
sufficientemente ampio perché possano ricondurvisi le relazioni politiche,
come è ulteriormente e più esplicitamente ribadito dal successivo
riferimento agli “individui operanti nel mondo istituzionale”, mondo
istituzionale che certamente annovera al proprio interno anche il mondo
Tornando alla questione della irrituale attività integrativa, la Difesa rileva
che grazie ad essa si è reso possibile “Il successivo allargamento
dell’indagine dibattimentale ad altre e diverse tematiche, palesemente
estranee al capo di imputazione e addirittura interessanti periodi storici
successivi al contestato tempus commissi delicti”: ciò in forza di una non
condivisibile interpretazione della norma, compiuta dal Tribunale con
l’ordinanza 22998 (ammissiva, per mezzo dell’art.430, dell’esame di
Rapisarda su circostanze ulteriori rispetto a quelle originariamente indicate
in lista) in cui quel Giudice si era così espresso: “L’ammissibilità della
procedura seguita dal P.M. non trova ostacolo…, nella formulazione
letterale dell’art. 430 C.p.p., tenuto conto che in detta norma il legislatore
fa riferimento al compimento di “attività integrativa di indagine”,
locuzione assolutamente generica che non si riferisce necessariamente al
fatto che detta attività si debba formalmente svolgere nello stesso
La suddetta constatazione rende legittima l’introduzione al fascicolo del
P.M., attraverso il meccanismo di cui all’art. 430 c.p.p., di atti di indagine
compiuti in un diverso procedimento, senza che si sia costretti a
subordinare tale possibilità ad una mera ripetizione (e conferma)
dell’attività istruttoria nel procedimento giunto ormai alla fase
dibattimentale, la qual cosa costituirebbe un inutile dispendio di risorse.”
La Difesa, però, “ innanzitutto evidenzia come l’art. 430 comma 1° c.p.p.
riguardi ogni attività di indagine compiuta dopo l’emissione del decreto
che dispone il giudizio, ma pur sempre nell’ambito dello stesso e non di
altro procedimento”; e contesta che attraverso tale meccanismo possano
farsi transitare nel procedimento atti e documenti provenienti da un diverso
procedimento, poiché “altre sono… le disposizioni che consentono e
disciplinano tale attività di trasmigrazione di atti di indagine e/o di verbali
di prove da un procedimento ad un altro (artt. 117 – 371 e 238 c.p.p.).”.
Contesta, altresì, che nel procedimento ad quem possano essere utilizzati
atti non utilizzabili nel procedimento a quo perché compiuti oltre il termine
fissato per le indagini preliminari.
In proposito osserva questo requirente che il richiamo alle disposizioni
sopra menzionate appare inappropriato, perché da esse non può desumersi
il divieto di trasmigrazione di cui si discute.
Ed infatti, l’art.117 stabilisce semplicemente che il PM procedente può
ottenere dall’A.G. competente copia di atti relativi a un diverso
procedimento quando lo ritenga necessario per le proprie indagini, e non
distingue tra le indagini preliminari in senso stretto (da compiersi entro il
termine stabilito) e l’attività integrativa di cui all’art.430 cpp (compiuta
dopo l’emissione del decreto che dispone il giudizio).
L’art.371 stabilisce che gli uffici diversi del PM che procedono ad indagini
collegate – senza operare nemmeno qui la distinzione sopra evidenziata –
provvedono allo scambio di atti : nell’uno e nell’altro caso, resta
impregiudicata la facoltà di riversare nel procedimento di destinazione,
attraverso il meccanismo di cui all’art. 430 cpp, l’atto ottenuto o scambiato
dopo l’emissione del decreto che dispone il giudizio.
L’art.238 disciplina l’acquisizione al fascicolo del dibattimento dei verbali
di prove di altri procedimenti: siamo, dunque, in una fase successiva
all’esercizio dell’attività integrativa per mezzo della quale il PM si è già
procurato il verbale, lo ha depositato ai difensori e ora ne chiede al Giudice
E’ interessante, però, constatare che la Difesa non fa menzione di
un’ulteriore argomentazione con la quale il primo Giudice – subito dopo
avere rilevato che la genericità della locuzione attività integrativa di
indagine, non implica “affatto che detta attività si debba formalmente
svolgere nello stesso procedimento” – prosegue affermando che si deve
tener conto anche del fatto che “ in caso di indagini particolarmente
complesse come quella che ci occupa, non è infrequente, anche in
relazione al tipo di reato contestato, che lo stesso filone investigativo possa
dare origine a distinti procedimenti penali tra loro strettamente connessi o
collegati.”: è evidente, infatti, che l’evidenziata stretta connessione tra i
distinti procedimenti corrobori l’interpretazione adottata dal Tribunale.
Il quale Tribunale – a proposito di ulteriori doglianze circa il ritardo del
deposito ai difensori dei risultati delle investigazioni integrative – aveva
rilevato che “trattandosi di atti che provengono da un distinto
procedimento penale ancora in fase istruttoria, il dovere di immediato
deposito della documentazione doveva necessariamente contemperarsi con
la esigenza, pure salvaguardata dal legislatore, di rispettare il principio di
segretezza delle indagini preliminari. Tale ultimo principio impone al P.M.
una inevitabile scelta degli atti di indagine che intende rendere pubblici,
anche con riferimento alle parti che dovessero risultare omissate, facendo
salvo, ovviamente in questi casi, il potere di valutazione della prova che
spetta al Tribunale all’esito del contraddittorio processuale.”: motivazione
in cui il puntuale richiamo alla salvaguardia legislativa della segretezza
delle indagini, non pare possa essere superato dalla mera opinione
difensiva che “nulla esclude che un capitolato di prova possa fare
riferimento a circostanze da tempo in possesso della Procura, senza con
ciò necessariamente pubblicizzare la fonte o l’atto da cui quelle
circostanze sono tratte”: opinione senz’altro rispettabile, ma
autoreferenziale perché trova in se stessa la propria giustificazione
L’asserito divieto di utilizzazione in altro procedimento di atti non
utilizzabili nel procedimento di origine, secondo la Difesa è confortato dal
consolidato arresto giurisprudenziale, secondo il quale “E’ utilizzabile sia
ai fini della riapertura delle indagini ex art. 414 c.p.p. sia ai fini cautelari
l’atto che, successivamente alla scadenza del termine per le indagini
preliminari sia stato raccolto in un diverso procedimento: l’inutilizzabilità
<che colpisce gli atti compiuti dopo il predetto termine, infatti, è
geneticamente connessa al tema delle indagini svolte, sicché la sanzione
processuale non opera quando l’atto sia stato assunto nell’ambito di
indagini diverse volte ad individuare gli autori di altri reati” (Cass.
12.11.1996, Palazzo, CED Cass, n. 206862).
Di contro rileva questo PG come sia certamente esatto che “ quanto
legittimamente acquisito nel corso di un diverso procedimento penale, può
comunque costituire l’incipit di una legittima richiesta di riapertura delle
indagini o di una misura cautelare in altro procedimento, i cui termini di
indagine preliminare siano ormai spirati”.(pag.69 motivi), ma non si
comprende come dalla massima enunciata possa inferirsi il divieto di
utilizzazione ritenuto dalla Difesa, posto che la riconosciuta natura
endoprocedimentale della sanzione postula che essa si consumi nell’ambito
del procedimento in cui è nato l’atto di indagine tardivo, mentre ritenerla
operante anche in un diverso procedimento equivarrebbe a snaturarla,
rendendola eteroprocedimentale.
Sotto altro profilo si sostiene l’indebito ampliamento della contestazione in
relazione al tempo di espletamento dell’attività integrativa, la quale
dovrebbe collocarsi tra l’emissione del decreto di rinvio a giudizio e le
richieste di prova di cui all’art. 493 c.p.p.
E’ da osservare, però, che in un sistema orientato alla ricerca della verità
materiale, in cui persino la discussione e la stessa decisione possono essere
interrotte per l’assunzione di nuove prove, non è senza significato che
l’art.430 fissi espressamente il dies a quo dell’attività integrativa e non ne
fissi il dies ad quem.
Ma veramente non lo stabilisce? E l’inciso “ai fini delle proprie richieste al
giudice del dibattimento”, dove l’unica delimitazione temporale alle
richieste è costituita dal fatto che esse devono essere formulate al giudice
del dibattimento, mentre nulla avrebbe impedito al legislatore di aggiungere
al giudice del dibattimento ai fini delle richieste di cui all’art.493 c.p.p.?
In tal senso, d’altronde, è orientata pressoché unanimemente la
giurisprudenza di legittimità, secondo la quale “l'art. 430 cod. proc. pen.,
riguardante l'attività integrativa di indagine successiva all'emissione del
decreto che dispone il giudizio, non pone limiti temporali allo svolgimento
di tale attività. Di guisa che la precisazione "ai fini delle proprie richieste
al giudice del dibattimento" non può interpretarsi nel senso restrittivo, che
le richieste sono soltanto quelle da effettuarsi ai sensi degli artt. 493-495
primo comma cod. proc. pen. subito dopo l'apertura del dibattimento e non,
quindi, a dibattimento "inoltrato"; non sussiste pertanto violazione del
principio della "parità delle parti" considerato che anche nel caso di
indagini suppletive svolte dal P.M. a dibattimento iniziato, la prova si
forma sempre nel dibattimento in condizioni di assoluta parità rispetto alle
altre parti processuali.”(Sez. 5, Sentenza n. 7725 del 02/07/1996
Ud. (dep. 07/08/1996 ) Rv. 205555).
Conclusivamente ritiene il requirente che l’attività integrativa di indagine
sia stata ritualmente espletata e che le sue risultanze siano state ritualmente
acquisite, sicché l’asserito ampliamento del thema probandum sarebbe del
Ma il vero è che nessun ampliamento si è verificato e che gli esempi portati
dalla Difesa a dimostrazione del proprio assunto non colgono nel segno. Ed
SPONSORIZZAZIONE della Pallacanestro Trapani.
Le doglianze investono il fatto che “ non sarebbe stata C.N. a sfruttare la
posizione di spicco del sen.Dell’Utri, ma sarebbe stato questi ad avvalersi
di esponenti mafiosi per perpetrare l’asserita estorsione” : il che
contrasterebbe con il capo di imputazione dove sarebbe contestato l’esatto
Ma proprio dal brano della sentenza riportato a pag.77 dei motivi – brano
che dovrebbe costituire la dimostrazione dell’assunto difensivo – risulta
come il Tribunale abbia valutato la condotta dell’imputato nel senso che
egli con il suo comportamento nella vicenda, “ha ingenerato e rafforzato
nei componenti della famiglia di Trapani ...l’obiettiva convinzione di poter
disporre...nell’ottica di uno scambio di favori , del contributo fornito
dall’influente ed affermato uomo d’affari, braccio dx di Berlusconi, al
mantenimento e rafforzamento della societas sceleris denominata C. N.”:
che rientra appunto nell’imputazione.
VICENDA CHIOFALO-CIRFETA.
L’allargamento deriverebbe anche dal fatto che sono state valutate come
integratrici del reato condotte dispiegate dall’imputato durante il
dibattimento e, quindi, non rientranti nella contestazione.
Non c’è stato nessun allargamento della contestazione, la vicenda non ha
costituito oggetto di valutazione ai fini della sussistenza del reato, ma
soltanto ai fini della valutazione del comportamento processuale e della
misura della pena.
La stessa difesa non ha motivato il proprio assunto, limitandosi a formulare
una sorta di excusatio non petita , costituita dall’affermazione che
l’allargamento del thema probandum non può interpretarsi in chiave
prettamente sanzionatoria ex art.133c.p., per tutta una serie di ovvie
ragioni, che però non enuncia.
LA STAGIONE POLITICA
Il requirente si riporta a quanto esposto all’inizio delle presenti note.
I RISCONTRI DESUNTI DA INTERCETTAZIONI AMBIENTALI
Si sostiene che dette intercettazioni oltre a non essere pertinenti ai fatti di
causa,investono un arco temporale successivo a quello della contestazione.
Per quanto concerne la pertinenza, è sufficiente rilevare che dette
intercettazioni corroborano quella parte dell’assunto accusatorio costituito
dal perdurare dei rapporti dell’imputato con le organizzazioni mafiose; per
quanto concerne il tempo delle intercettazioni, ci si riporta a quanto sopra
detto circa il concetto di contestazione.
Ed a proposito di valutazione delle condotte non rientranti nell’alveo
temporale della contestazione, deve comunque rilevarsi che a mente dell’art.
133 c.p. il giudice deve, per pesare la capacità a delinquere ai fini della
misura della pena, tener conto della condotta contemporanea o susseguente
al reato, cosa puntualmente avvenuta laddove la sentenza impugnata, a
proposito del trattamento sanzionatorio, ha apprezzato negativamente “la
circostanza che l’imputato ha voluto mantenere vivo per circa trent’anni il
suo rapporto con l’organizzazione mafiosa ”(pag.1763).
4) L’ECCEZIONE DI PRECEDENTE GIUDICATO
Questa eccezione era stata già respinta dal Tribunale con riferimento alla
sentenza 24590 (proc.n.108887 RGGI) del G.I. di Milano Della Lucia,
che aveva assolto il Dell’Utri dal “delitto di cui all’art. 416 e 416 bis c.p.,
per essersi associato con Mangano Vittorio ed altri al fine di commettere
una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio e contro le persone
ed acquisire in modo diretto ed indiretto attraverso società di fiducia e
società commerciali la gestione ed il controllo di attività economiche quali
imprese industriali, commerciali, immobiliari e finanziarie, avvalendosi a
tal fine della forza di intimidazione del vincolo associativo e della
condizione di assoggettamento che ne deriva. Nella città di Milano, nonché
all’estero fino al 29 settembre 1982”.
Nella prospettazione odierna la tesi difensiva sarebbe avvalorata da ulteriori
spunti desumibili da altra sentenza assolutoria del medesimo G.I. ( proc.
n.51289 RGGI ) in data 12690 (in cui i medesimi delitti furono contestati
sino al 1984 per essersi Dell’Utri Marcello e Alberto, Rapisarda, Alamia,
Caristi e Ciancimino “ associati tra di loro ed altre persone per commettere
più delitti contro il patrimonio, tra cui – in particolare – truffe in danno di
istituti bancari ed altri eventuali reati commessi in concorso con altre
persone. In Milano e in altre parti d’Italia e all’estero , fino al 1984.”),
spunti che vengono rassegnati alla pag.111 dei motivi, dopo un’amplissima
digressione intesa a dimostrare l’erroneità del precedente rigetto.
Questo PG insiste nelle argomentazioni prospettate dal primo giudice in
ordine alla diversità delle associazioni per delinquere prese in esame dalla
sentenza di Milano del maggio 1990 – nella cui rubrica il riferimento al
metodo mafioso appare improprio, essendo il reato di cui all’art. 416 bis
entrato in vigore proprio il 2991982, termine ultimo della contestazione –
e obietta che l’asserita identità tra le due associazioni sarebbe dimostrata
per mezzo del riferimento ai rapporti giudiziari, agli allegati, alle
dichiarazioni e alle informative verosimilmente contenuti nel procedimento
concluso con la sentenza del maggio 1990, atti tutti non acquisiti al
dibattimento e irritualmente utilizzati, sulla valutazione dei quali né il
requirente né la Corte possono interloquire e che debbono, pertanto,
considerarsi tamquam non essent.
Sul piano sostanziale deve porsi in rilievo che – anche ad ammettere che il
procedimento milanese sia stato generato in un contesto di investigazioni
di natura mafiosa riferibili a Cosa Nostra – l’effettiva qualità e natura di
esso dovranno essere desunte non dalle sue origini, sibbene dalle condotte
concretamente contestate le quali, come bene ha rilevato il Tribunale,
rivelano come non sussista il requisito della medesimezza del fatto.
In proposito è decisiva la considerazione che – come risulta dalle
dichiarazioni di vari collaboranti in questo (v. Cucuzza) e in molteplici altri
procedimenti – proprio le regole di Cosa Nostra escludono che le condotte
associative e in genere delittuose, consumate fuori dalla Sicilia dagli
affiliati, siano riferibili a quella societas scelerum, vigendo il principio che,
fuori dall’isola, i comportamenti degli adepti sono svincolati
dall’osservanza di quelle regole (si parla di sostanziale anomia) : di ciò è
solare dimostrazione la materia dei sequestri di persona, vietati nell’isola e
consumati abbondantemente nel milanese.
A ben vedere, però, è proprio la Difesa a riconoscere, per facta
concludentia, che le due associazioni sono diverse.
Ed infatti, a proposito della posizione di quel tal Ingrassia, giudicato a
Milano nel procedimento Agostani+28 (altra costola processuale generata
dal rapporto n.0500/CAS del 13 aprile 1981) per l’associazione milanese, e
a Palermo nel processo Spatola per l’appartenenza a Cosa Nostra, i motivi
di impugnazione – al di la delle acrobazie logiche compiute per evidenziare
la non pertinenza della fattispecie esaminata dal Tribunale – riconoscono
(pag.113) che “ opportunamente il Tribunale di Milano ha escluso che
ricorresse l’identità del fatto, data la distinzione e rispettiva autonomia
dell’associazione accertata nell’ambito del processo Spatola (a Palermo) e
quella accertata a Milano, al di là di possibili collegamenti e commistioni.”.
Quanto alla nuova sentenza del 12 giugno 1990, deve preliminarmente
osservarsi che l’ammissione dell’appellante secondo cui “il materiale
probatorio preso in esame dal G.I. risulta largamente comune al proc. nr.
1088/87”, è pudicamente riduttiva, perché il materiale probatorio è
esattamente lo stesso ed il procedimento n. 51289 è un duplicato del
n.108887 (sfociato nella sentenza del maggio 1990), come è dato accertare
dalla lettura di entrambe le sentenze, dalle affermazioni dello stesso G.I.
che alla pag.9 parla addirittura di “un vero e proprio circolo vizioso” tra i
due procedimenti, e persino dalle istanze dei difensori dell’epoca, i quali
chiesero la riunione del novello procedimento n.51289 al n.108887 sul
presupposto che il secondo non fosse “nient’altro che una duplicazione”
Devono ancora farsi due annotazioni: una relativa al titolo del reato
contestato, l’altra al tempo preso in esame dalla contestazione.
Il reato contestato era all’origine l’associazione per delinquere semplice,
come emerge luminosamente dalla lettura della motivazione della sentenza
e della parte letterale dell’imputazione, e per tale reato fu condotta
l’istruttoria: solo all’esito della formale istruzione “il PM – nel chiedere il
proscioglimento di tutti gli imputati – ha fatto riferimento esplicitamente al
reato di cui all’art.416 bis c.p.” (pag. 14-15).
Quanto all’epoca della contestazione, non è chiaro come il duplicato prenda
in esame condotte protrattesi sino al 1984 a fronte di un originale che si
fermava al settembre 1982, e nemmeno al G.I. dell’epoca apparve chiaro,
tanto che a pag. 14 della motivazione afferma di avere ricavato il tempus
commissi delicti “attraverso uno sforzo deduttivo”.
Sia come sia, nel prender comunque atto della esistenza, per così dire,
vegetativa delle due sentenze, che fanno la loro bella figura ammantate
nella sacralità del giudicato ma sostanzialmente innocue perché la loro
associazione mafiosa non è Cosa Nostra, non ci si può esimere dal rilevare
che sfugge alla comprensione come la prima sentenza abbia potuto
prosciogliere da un reato di associazione mafiosa che – stando al tempo
della contestazione – ancora non era nato, e la seconda da un reato di
associazione mafiosa non contestato perché era stata contestata
l’associazione semplice.
Tornando agli ulteriori spunti in pro del ne bis in idem desumibili dalla
sentenza del giugno 1990, dalla lettura delle pagine 111 e segg. dei motivi
si constata che si tratta di un ulteriore spunto desumibile dalle dichiarazioni
rese dal Rapisarda al G.I. di Milano il 5 maggio 1987 e richiamate “dallo
stesso Collegio nell’impugnata sentenza, per quanto riguarda i presunti
rapporti tra Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi con Stefano Bontate e
Mimmo Teresi: “Il P.M. ha ricordato che sulla vicenda sono
state espletate indagini nell’ambito del procedimento
penale 6031/94 R.G.N.R. in cui Marcello Dell’Utri e Silvio
Berlusconi sono stati indagati in ordine al reato di
concorso in riciclaggio continuato con Bontate Stefano,
Teresi Girolamo ed ignoti, commesso in Palermo, Milano ed
altrove dal 1980-1981 in poi. L’input alle indagini era
stato fornito da alcune dichiarazioni rese da Rapisarda
Filippo Alberto, il 5 maggio 1987, al giudice istruttore
del Tribunale di Milano, aventi ad oggetto il
reinvestimento di notevoli flussi di denaro di origine
illecita nelle società del gruppo facente capo a Silvio
Berlusconi.” ( pag. 783 della sentenza).”.
Afferma l’appellante che “ in realtà, come emerge dalla sentenza del 12
giugno 1990 ”, il procedimento in cui furono rese quelle dichiarazioni è il
procedimento n.51289 concluso con la nuova sentenza del 12 giugno 1990,
procedimento che riguardava un’associazione mafiosa ove era coinvolto
anche Dell’Utri, e il solo Rapisarda rispondeva di riciclaggio di danaro
proveniente da sequestri di persona.
Ne conseguirebbe “che, in relazione ai presunti rapporti tra Dell’Utri,
Bontade e Teresi, il procedimento da considerare per il ne bis in idem non
è il 603194 menzionato dai PPMM palermitani, bensì il n.512/89,quello
milanese, concluso con l’assoluzione.”.
A questo punto è opportuno cercare di fare un po’ di chiarezza.
Anzitutto, anche se il Rapisarda fece le dichiarazioni del 5587 nell’ambito
del procedimento milanese n.51289, ciò non emerge dalla sentenza del 12
giugno 1990, che non le menziona in alcuna sua parte (almeno per quanto
leggibile nella cattiva copia prodotta) e in nessuna sua parte le valuta in
relazione al reinvestimento di notevoli flussi di danaro etc .
In secondo luogo, nella sentenza impugnata, immediatamente prima del
periodo di pag.783 trascritto dalla difesa, vi è il seguente :
“Nel corso dell’istruttoria dibattimentale è stata affrontata dalle parti
anche una particolare e complessa vicenda, in ordine alla quale hanno
deposto testimoni e sono stati esaminati alcuni collaboratori di giustizia,
relativa alla nascita della FININVEST ed alla creazione delle holdings di
riferimento. Il P.M. ha ricordato che sulla vicenda sono state espletate
indagini nell’ambito del procedimento penale 6031/94 R.G.N.R...” etc.
Subito dopo il periodo trascritto dalla Difesa vi è il seguente :
“In quella occasione, il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato, nel
1978 in Piazza Castello a Milano, il Bontate ed il Teresi e di avere appreso
da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in
una azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi. Al riguardo,
gli aveva chiesto, tra il serio ed il faceto, il suo parere sulla “bontà”
dell’affare.”.
Come ben si vede, l’argomento trattato nel procedimento palermitano
603194 è del tutto diverso da quello del procedimento milanese sfociato
nella sentenza del G.I. 12690, che doveva accertare se i fratelli Dell’Utri,
Alamia, Caristi, Ciancimino e Rapisarda si fossero associati al fine di
commettere “ più delitti contro il patrimonio, tra cui – in particolare –
truffe in danno di istituti bancari ed altri eventuali reati commessi in
concorso con altre persone” : la conseguenza ne è che il giudicato del 12
giugno 1990 investe semplicemente l’esistenza, anzi l’inesistenza
dell’associazione volta alla commissione di più delitti contro il patrimonio,
e resta priva di fondamento l’affermazione che “ in relazione ai presunti
rapporti tra Marcello Dell’Utri, Stefano Bontate e Mimmo Teresi ad esso
deve farsi riferimento per valutare la sussistenza del ne bis in idem”
(pag.112 dei motivi).
La questione del ne bis in idem viene ripresa nei motivi nuovi a proposito
della vicenda Chiofalo-Cirfeta, per sostenere l’incompatibilità logico-
giuridica tra la valutazione fattane dal primo giudice e la contestazione per
la medesima vicenda del reato di calunnia, aggravata dal fine di agevolare
l’associazione mafiosa (art. 7 D.L. 152/1991), in procedimento pendente
presso altro giudice.
Sostiene l’appellante l’esistenza nell’ordinamento giuridico, accanto al ne
bis in idem processuale di cui all’art.649 c.p.p., di un ne bis in idem
sostanziale, enucleabile da varie disposizioni di legge intese ad evitare una
duplicazione di procedimenti (le norme sui conflitti positivi di competenza:
artt. 28 e ss. c.p.p.; l’art. 669 c.p.p., che regola il rimedio esecutivo per il
caso in cui, in ragione dello stesso fatto, siano emesse più sentenze contro
la medesima persona; le norme che dirimono i contrasti positivi tra uffici
del pubblico ministero: artt. 54 bis, ter e quater c.p.p.), che impedirebbe
l’instaurazione di un nuovo procedimento penale in cui il medesimo fatto
sia valutato in termini di incompatibilità logica con quella – ancorché non
definitiva – fattane in altro procedimento.
Il ne bis in idem sostanziale impedirebbe, quindi, che la condotta tenuta dal
Dell’Utri possa essere valutata due volte: una, come integrante la fattispecie
del concorso esterno; un’altra volta, quella della calunnia aggravata, che si
porrebbe in posizione di inconciliabilità logico-giuridica con la prima,
perché il fine di agevolare è antitetico a quello del mantenimento e
rafforzamento del sodalizio criminoso, perseguito dal concorrente esterno.
E’ chiaro, dunque, che presupposto del costrutto difensivo è il fatto che la
condotta dell’imputato sia stata valutata “ in termini di accertata
responsabilità penale, dalla sentenza impugnata, la quale, proprio in
considerazione della vicenda di che trattasi, ha ritenuto congruo
comminare al Dell’Utri un aumento di pena, rispetto al trattamento
sanzionatorio riservato al coimputato Cinà Gaetano.”(pag.10), ma tale
presupposto è inesistente.
In nessun luogo della sentenza gravata, infatti, è dato leggere (come invece
per altre vicende, per esempio la Standa) che le risultanze della vicenda
Cirfeta costituiscono elemento da cui desumere la responsabilità per il
concorso esterno, tanto è vero che, quando a conclusione del proprio
elaborato il giudice rassegna alle pagine 1761-2 tali elementi, non ne fa
menzione, e se ne occupa a proposito del trattamento sanzionatorio per
comminare, in ossequio ai parametri e ai criteri di cui all’art.133 c.p.
espressamente richiamato, una maggiore pena per l’elevata capacità a
delinquere di cui detta vicenda è dimostrativa.
Ma, anche a ritenere che effettivamente la vicenda de qua sia stata valutata
in termini di accertata responsabilità penale per il reato di cui all’art. 416
bis c.p., non per questo ne deriverebbero gli effetti voluti dall’appellante,
perché saremmo in presenza di un’ipotesi di concorso formale c.d.
eterogeneo, che si verifica quando con un’unica condotta vengono violate
più disposizioni di legge, che realizzano eventi giuridici e offendono beni
giuridici diversi: in tali ipotesi non solo non opera il ne bis in idem
sostanziale,ma neppure quello processuale (Cass. Sez.V, 25 novembre
1998, Pagani, in Cass.Pen. 2000, p.92, n.66; Sez. II, 4 marzo 1997, Diez, ivi,
1998, p.3312, n.1761).
Nel caso in specie la condotta avrebbe violato l’ordine pubblico, bene
giuridico protetto dall’art. 416 bis e, al contempo, l’interesse alla retta
amministrazione della giustizia – oltre che quello personale delle persone
calunniate – bene giuridico protetto dal reato di calunnia, e resterebbe solo
il problema della applicabilità dell’aggravante dell’art. 7 che, però, un
problema non sembra alla luce dell’insegnamento delle S.U. della
Cassazione (Sez. Un. 27.04.2001, 1280, Cinalli) che l’hanno ritenuto
applicabile ai reati-fine commessi dagli aderenti alle associazioni mafiose e,
comunque, sarebbe un problema non di codesta Corte ma di quella presso
la quale pende il procedimento per la calunnia.
5) Potenziale ed inammissibile contrasto di giudicati in merito alla
vicenda trattata nel capitolo XII della sentenza impugnata, dal titolo
“Attentati ai magazzini Standa di Catania”.
La tesi difensiva è la seguente: al momento della decisione era già passata
in giudicato la sentenza d’appello del procedimento c.d. Orsa Maggiore
nella quale i giudici catanesi “ hanno concluso nel senso che si è trattato di
un tentativo di estorsione… e soprattutto hanno escluso l’esistenza di
qualsivoglia trattativa da parte di chicchessia, diretta a far cessare gli
attentati incendiari che avevano interessato i magazzini Standa di Catania
nei primi mesi del 1990”( pag.26 ).
Il Tribunale di Palermo, invece, “ ha ritenuto opportuno, non solo
procedere ad una diversa e non consentita rivalutazione in diritto della
specifica vicenda… per il reato di concorso esterno in associazione di tipo
mafioso a carico dell’appellante, ma, addirittura, ha ritenuto di rivisitare
l’episodio specifico nel suo esatto accadimento storico, ricostruendolo in
modo diverso …Per i Giudici di Palermo non si è trattato di una semplice
tentata estorsione, cessata in assenza di qualsivoglia trattativa diretta in tal
senso tra le parti interessate ma, al contrario, di un episodio di estorsione
consumata che avrebbe comunque visto la mediazione del dott. Dell’Utri,
finalizzata a mettere d’accordo le parti ed a mediare i contrapposti
interessi in gioco, quello della proprietà e quello di Cosa
Nostra.”( pag.27 ).
Di conseguenza l’appellante dubita che si possa“ in presenza di una
pronuncia passata in giudicato, procedere ad una diversa ricostruzione in
fatto della medesima vicenda, posto che, analogamente ai risultati
interpretativi raggiunti in ordine alla corretta applicazione del divieto di
cui all’art. 649 c.p.p., ciò che sembra possibile fare, di fronte ad un
giudicato penale e ricorrendo un’ipotesi di concorso formale di reati, è
rivalutare la medesima vicenda sotto altro profilo di responsabilità penale,
sempre che ciò non risulti incompatibile con i risultati raggiunti nel
precedente giudizio…” e , quindi, chiede “ che l’Ecc.ma Corte, ove ritenga
l’episodio rilevante e pertinente rispetto al thema decidendum del presente
processo, Voglia comunque valutarlo rimanendo ancorata e coerente alla
ricostruzione in fatto operata dalla Corte di Assise di Catania nella
sentenza relativa al processo “Orsa Maggiore”, per come presente in atti,
escludendo, conseguentemente, ogni intervento e responsabilità di
Marcello Dell’Utri nella vicenda in questione.” ( pag.30 ).
Qui i presupposti del ragionamento sono due: il primo – che il Tribunale di
Palermo abbia valutato il fatto alla stregua di un’estorsione consumata – è
smentito dalla pag.1205 della sentenza, ove si legge: “Qui si fermano le
conoscenze del Tribunale. Infatti, al dibattimento non è emerso su quali
piani si fosse svolta la trattativa: se Dell’Utri avesse dato o promesso
denaro, forniture, trasporti o quant’altro rientrante nelle tipiche richieste
estorsive, ovvero, pur se su quella piattaforma di incontro, avesse
promesso dell’altro, su altri fronti. Certo è che gli attentati erano cessati
bruscamente e senza troppe spiegazioni ai “soldati” mafiosi, per ordine
dello stesso Aldo Ercolano, motivo per il quale deve ulteriormente ritenersi
che, in realtà, un qualsivoglia “accordo” si fosse raggiunto. Ma,
all’interno della “famiglia”, non erano circolate voci in merito ed i
collaboranti nulla hanno saputo precisare sul suo contenuto.”
Il secondo presupposto – che la sentenza d’appello di Catania abbia
“escluso l’esistenza di qualsivoglia trattativa da parte di chicchessia,
diretta a far cessare gli attentati incendiari” – è smentito dalla lettura delle
pagine 2626 e 26292630 di essa, in cui è scritto:
“Osserva la Corte che quest’ultimo (lo stop agli attentati a seguito di una
campagna di stampa: n.d.r.) era verosimilmente un motivo di facciata che
all’epoca del fatto fu sbandierato e circolò in seno all’associazione, mentre
in realtà il contrordine di Ercolano (che impose lo stop agli attentati alle
filiali della Standa) era dovuto alla strumentalizzazione che la famiglia
catanese di Cosa Nostra decise di fare, di concerto con la famiglia
palermitana, degli attentati e delle connesse vicende estortive in danno del
gruppo economico facente capo a Berlusconi a fini prettamente politici, e
cioè allo scopo di utilizzare il tramite di Berlusconi per raggiungere il
Partito Socialista Italiano ed in particolare Bettino Craxi, che in quel
momento primeggiava sullo scenario politico nazionale...”;
“… emerge dalle risultanze processuali che l’attentato alla Standa di via
Etnea di Catania e le trattative successive che la famiglia catanese di cosa
nostra intrattenne con la proprietà aziendale della Standa presupponevano
in modo assolutamente necessario il previo concerto con i vertici della
famiglia palermitana di cosa nostra, ai quali era stato chiesto il consenso
in particolare perché le trattative intercorrevano con Marcello Dell’Utri e
questo personaggio era “in mano ai palermitani”.
Entrambe le sentenze, dunque, affermano l’esistenza di un accordo
raggiunto per il tramite della mediazione dell’imputato, accordo avente un
contenuto di natura politica per la Corte catanese, mentre il Tribunale
palermitano ha ritenuto di non poterne precisare la natura: donde nessuna
incompatibilità, e nessun potenziale contrasto di giudicati, può ravvisarsi
tra il decisum catanese e il non decisum palermitano.
Ma anche a prescindere da tutto ciò, il dubbio dell’appellante se sia
possibile “in presenza di una pronuncia passata in giudicato, procedere ad
una diversa ricostruzione in fatto della medesima vicenda”, sembra non
abbia ragione di esistere alla luce della constatazione che “Nel vigente
ordinamento processuale non esiste alcuna disciplina in
ordine alla efficacia del giudicato penale nell'ambito di
un altro procedimento penale” (Sez. 6, Sentenza n. 14096 del
16/01/2007 Ud. (dep. 04/04/2007 ) Rv. 236142, in CED Cassazione)
In motivazione la predetta sentenza n.14096 spiega che “Ancor più
perentoriamente si è statuito che l'acquisizione agli atti
del procedimento, alla stregua di quanto previsto dall'art.
238 bis c.p.p., di sentenze divenute irrevocabili non
comporta, per il giudice di detto procedimento, alcun
automatismo nel recepimento e nell'utilizzazione a fini
decisori dei fatti ne', tanto meno, dei giudizi di fatto
contenuti nei passaggi argomentativi della motivazione
delle suddette sentenze, dovendosi al contrario ritenere
che quel giudice conservi integra l'autonomia e la libertà
delle operazioni logiche di accertamento e formulazione di
giudizio a lui istituzionalmente riservate (Sez. 1^, 16
novembre 1998, Hass).”.
6) L’inutilizzabilità delle dichiarazioni dibattimentali rese da Vincenzo
Garraffa nel corso delle udienze del 6 e 13 novembre 2000.
Alle date sopra indicate Garraffa Vincenzo – persona offesa di un tentativo
di estorsione per il quale Dell’Utri era imputato a Milano (vicenda c.d.
della Pallacanestro Trapani) – fu sentito dal Tribunale di Palermo, in
ordine alla suddetta vicenda, quale teste nel procedimento per concorso
esterno in associazione mafiosa.
Il Dell’Utri, per converso, aveva denunciato e querelato il Garraffa che era
indagato per calunnia e diffamazione a mezzo stampa: egli avrebbe dovuto,
affermano i Difensori, essere sentito “ex artt. 210 c.p.p. e 371 c. 2° lett. b)
c.p.p. come persona imputata e/o indagata di un reato collegato a quello
per cui si procede” e averlo sentito come teste costituirebbe “palese
violazione del divieto di cui all’art. 197 c. 1 lett. b) c.p.p. nella parte in cui
sancisce l’incompatibilità con l’ufficio di testimone delle persone imputate
o indagate di reato collegato a norma dell’artt. 371 c. 2 lett. b) c.p.p.”.
Premesso che, per il principio tempus regit actum, la questione va
esaminata alla stregua delle norme vigenti anteriormente all’entrata in
vigore della legge 1° marzo 2001 n.63 sul giusto processo, deve rilevarsi
che, successivamente al deposito dei motivi di impugnazione, la Corte
d’Appello di Milano – nel confermare la condanna del Dell’Utri per il
tentativo di estorsione con sentenza poi annullata con rinvio dalla Corte
Suprema – si era occupata di analoga questione con riferimento alle
deposizioni ivi rese dalla parte offesa Garraffa il 28 maggio e 11 giugno
2003, quindi nel vigore della legge 632001, e aveva ritenuto che “quando
la condizione di imputato dello stesso reato o di un reato
connesso o collegato concorre con quella di persona offesa
dal reato, quest'ultima, per la sua maggiore pregnanza, è
destinata a prevalere, cosicché il soggetto deve essere
esaminato nella veste di testimone" (Cass. sez. 6^
19/02/2003, n 24075, RV 226081; Cass. sez. Fer. 22/7/2004,
RV 229953”.
La Corte di Cassazione, nella sentenza di annullamento (sez. II, 3 luglio
2008, Dell’Utri, in CED CASS. n. 26819) sopra ricordata, pur rigettando
per altre ragioni il motivo di ricorso riproposto dalla parte, ha disatteso tale
principio, ma solo perché è stato – come dedotto dal ricorrente –
“affermato, sì negli anni 2003/2005, ma (è) in sostanza
relativo a procedimenti nei quali le deposizioni erano
state assunte anteriormente alla entrata in vigore della L.
n 63 del 2001, ed in particolare dell'art. 197 bis c.p.p.
(che nelle motivazioni delle decisioni di questa Corte non
viene mai menzionato)”.
Posto, dunque, che il fatto su cui ha deposto il Garraffa a Palermo nel
procedimento per concorso esterno è quello stesso dal quale è scaturita
l’imputazione di estorsione per la quale fu esaminato a Milano, e che la sua
testimonianza è governata dalle norme vigenti al tempo in cui fu resa e dai
conseguenti arresti giurisprudenziali, è di tutta evidenza la legittimità
dell’operato del Tribunale di Palermo.
Le ragioni per le quali la Corte Suprema ha rigettato il motivo di ricorso
concernente le deposizioni del Garraffa a Milano nel 2003, offrono spunti
di riflessione utili anche per valutare il motivo d’appello del presente
Ha osservato la Corte che “L'art. 371 c.p.p., comma 2, lett. b),
nella nuova formulazione introdotta dalla L. n. 63 del 2001,
ricomprende - oltre l'ipotesi in cui la prova di un reato o
di una sua circostanza influisce sulla prova di un altro
reato o di un'altra circostanza e oltre i casi di
connessione occasionale nonché i reati commessi per
conseguire o assicurare al colpevole o ad altri il profitto,
il prezzo, il prodotto o l'impunità - anche i reati
commessi in danno reciproco.”.
“… prima della L. n 63 del 2001, la categoria dei reati in
danno reciproco, non aveva, in quanto tale, alcuna
rilevanza sul tema della incompatibilità a testimoniare.”
“Con l'entrata in vigore della L. n 63 del 2001 …la
categoria dei reati reciproci è stata inserita nell'art.
371 c.p.p., comma 2, lett. b) e ha fatto, così, ingresso
tra le categorie rilevanti ai fini della disciplina dei
"dichiaranti", secondo le nuove figure soggettive
introdotte proprio dalla L. n. 63 del 2001.”.
“Tutto questo non significa che, nell'ambito della
categoria dei processi con "reati commessi da più persone
in danno reciproco le une dalle altre" siano da
ricomprendere tutti indistintamente quelli nei quali due o
più imputati abbiano presentato denunzie l'uno nei
confronti dell'altro, dovendosi senz'altro escludere da
tale categoria, i reati posti in essere o in tempi o con
modalità o in contesti completamente diversi l'uno
Una corretta interpretazione della lettera e della "ratio"
della norma induce a ritenere che tra i reati commessi in
danno reciproco rientrino soltanto quelli commessi
sostanzialmente in unità di tempo e di luogo.
Invero, la negazione a tali soggetti della piena capacità
di testimoniare deve ritenersi costituzionalmente legittima
soltanto se il presupposto dell'incompatibilità venga
ancorato ad un elemento oggettivo, neutro, non
soggettivamente determinabile, e quindi se i reati siano
stati commessi reciprocamente nel medesimo contesto spazio-
temporale, e quindi in intimo collegamento naturalistico.”
“Comprendere, invece, nell'area dell'incompatibilità a
testimoniare anche i casi in cui, in mancanza del predetto
collegamento, il legame della reciprocità sia indotto dal
comportamento di uno dei contendenti - (ad es. dal
denunciato che, a sua volta, presenti denuncia contro il
denunciante per calunnia, o per diffamazione o, comunque,
per un altro reato commesso fuori del medesimo contesto
spazio temporale del reato per il quale già si proceda) -
equivarrebbe ad attribuire ad uno dei soggetti privati
antagonisti il potere di incidere a proprio piacimento e in
modo strumentale sulla capacità piena di testimoniare del
proprio accusatore.”
“Ritenere, quindi, che la categoria dei reati in danno
reciproco comprenda anche tutti quei casi in cui le
condotte siano state poste in essere con modalità, tempi e
contesti completamente diversi l'uno dall'altro, significa
pervenire alla inaccettabile conclusione che la semplice
denuncia - (pendente alla data delle dichiarazioni, o
rivelatasi del tutto infondata, essendo intervenuto, prima
di tale data, il relativo provvedimento di archiviazione) -
del denunciato contro il denunziante, determinerebbe, in
ogni caso, una modifica dello "status" di chi deve rendere
testimonianza…”.
Alla stregua dei principi sopra enunciati sembra al requirente possa
affermarsi che quella parte del fatto contestato al Dell’Utri sub specie del
concorso esterno, che si identifica con il fatto costitutivo dell’estorsione, si
ponga in rapporto di reciprocità con i reati di calunnia e diffamazione per i
quali il Garraffa era (è sopravvenuto provvedimento di archiviazione)
Tale legame di reciprocità non deriva da un intimo collegamento
naturalistico, ma è stato artificiosamente indotto dal comportamento di
uno dei contendenti, cioè Dell’Utri, che, in un contesto spazio-temporale
diverso da quello concernente il fatto dell’estorsione, ha presentato
denuncia contro il denunciante Garraffa per calunnia e diffamazione.
La interconnessione probatoria invocata dalla Difesa è inscindibilmente
legata a questa artificiale reciprocità di cui è un aspetto, e per il tramite di
essa si perverrebbe a quella conclusione – “attribuire ad uno dei
soggetti privati antagonisti il potere di incidere a
proprio piacimento e in modo strumentale sulla capacità
piena di testimoniare del proprio accusatore” – che la Corte
Suprema considera inaccettabile, per evitare la quale questo P.G. chiede
che la Corte d’Appello voglia interpretare le influenze probatorie,
menzionate nell’art. 371 comma 2 lett. b) del c.p.p. ( nel testo ante novella
sul giusto processo), nel senso di escludervi quelle derivanti da reciprocità
di reati commessi in contesti spazio-temporali diversi.
7) Inutilizzabilità della deposizione resa da Giuseppe Messina nel
corso dell’incidente probatorio espletato in data 21.04.2000.
Nel corso dell’incidente probatorio sopra citato, il Messina, pur avendo
dichiarato di non voler rispondere circa la vicenda della Pallacanestro e il
ruolo del Dell’Utri, aveva poi risposto solo alla domanda del P.M. se
avesse mai parlato dell’imputato con Buffa Michele.
Il Tribunale all’udienza 19112002 aveva disposto l’acquisizione del
verbale di incidente probatorio e utilizzato in sentenza quanto riferito dal
Messina: la Difesa ne deduce violazione del disposto di cui all’art. 111
quarto comma Cost., tradottosi poi nel comma 1 bis dell’art. 526 c.p.p. (“la
colpevolezza dell’imputato non può essere provata da chi, per libera scelta,
si è sempre volontariamente sottratto all’esame da parte dell’imputato o
del suo difensore”).
Osserva il requirente che la Corte di Cassazione – nella sentenza di
annullamento n. 26819 sopra richiamata – ha esaminato analoga questione
a proposito di Sinacori, il quale nel corso di incidente probatorio si era
avvalso della facoltà di non rispondere ( sicché erano state acquisite, con il
sistema delle contestazioni ex art. 500 c.p.p., commi 2 bis e 4, le
dichiarazioni già rese al P.M. ) e non era stato poi citato al dibattimento.
La Corte territoriale aveva respinto l’eccezione di inutilizzabilità perché
“ la mancata citazione e/o presentazione in dibattimento
non consentono di affermare che il dichiarante si sia
sempre sottratto al contraddittorio” , e ha trovato d’accordo
quella di legittimità, secondo la quale “ il divieto probatorio è
subordinato alla circostanza che la persona si sia sempre,
in ogni tempo, con riferimento a tutte le fasi del
procedimento in cui è possibile l'esame e/o interrogatorio,
sottratto, per libera scelta, a sottoporsi al
contraddittorio… Affinché operi la sanzione processuale
occorre, pertanto, che una simile condotta possa essergli
rimproverata, mentre ciò non accade ogni qualvolta le parti
convengano di acquisire al dibattimento le precedenti
dichiarazioni senza mettere chi le ha rese nella condizione
di decidere se accettare il confronto dialettico, come
avviene quando la fonte non è chiamata a deporre in
giudizio (nemmeno dal Giudice attraverso il potere di
verifica diretta previsto dall'art. 507, comma 1 bis).
Del resto, l'imputato ha l'onere di richiedere il
controesame del dichiarante indicato nella lista del P.M.
ex art. 468 c.p.p. sicché, in caso di inerzia, non può
parlarsi di volontaria sottrazione al contraddittorio da
parte di un soggetto che al suddetto contraddittorio non
sia stato sottoposto.
In altre parole, la circostanza che un soggetto, già
dichiarante, si sia, poi, sottratto al contraddittorio in
occasione dell'incidente probatorio, non esime dall'onere
di chiederne la citazione e, quindi, l'esame durante
l'istruttoria dibattimentale al fine di valutare se sempre
permanga la volontà di sottrarsi all'esame dell'imputato o
del suo difensore.”
Risulta dall’atto di impugnazione che il P.M. aveva chiesto la citazione di
Giuseppe Messina, ma vi aveva poi rinunciato; risulta dall’ordinanza in
data 12 novembre 2002 che “deve esse consentita la rinuncia alla
audizione del Messina da parte del Pubblico Ministero (rinuncia alla quale
ha consentito la difesa).”
Il Messina, dunque, non è stato citato al dibattimento; la Difesa ha
consentito e non ne ha chiesto l’esame: non risulta, pertanto, che il Messina
si sia sempre sottratto al contraddittorio.
8) Inutilizzabilità della deposizione dibattimentale resa da Antonino
Giuffrè nel corso delle udienze dibattimentali del 7 e 20 gennaio 2003.
La doglianza concerne il fatto che alle udienze sopra citate il collaborante
Giuffrè ha – nonostante l’opposizione difensiva – risposto “ a tutta una
serie di domande che venivano poste in ordine ai rapporti Dell’Utri–Cosa
Nostra…sebbene nel verbale illustrativo dei contenuti della
collaborazione… lo stesso non avesse mai prima affrontato i temi in
questione” e che “ l’intero costrutto argomentativo espresso dai giudici di
prime cure in ordine alla posizione del Sen. Dell’Utri e al ruolo da questi
asseritamente avuto per convogliare interessi di Cosa Nostra nel nascente
partito Forza Italia, al di là delle petizioni di principio sulla inattendibilità
del Giuffrè sullo specifico argomento, a ben guardare, prende le mosse
proprio dalle dichiarazioni del collaboratore”.
Le dichiarazioni sarebbero inutilizzabili perché rese in violazione del 6°
comma dell’art. 16 quater L. 13201 n.45 ( sono processualmente
utilizzabili le notizie fornite entro il termine di 180 giorni da quello in cui è
stata manifestata la volontà di collaborare) e non avrebbe pregio
l’argomentazione del Tribunale che, per rigettare l’eccezione, aveva
richiamato il disposto del comma 9° del predetto articolo, che limita
l’inutilizzabilità alle dichiarazioni rese oltre il termine al P. M. o alla P. G.,
ma non a quelle rese in dibattimento.
Tale soluzione interpretativa, infatti, potrebbe solo riguardare l’ipotesi di
chi “per la prima volta decida di collaborare (c.d. pentimento tardivo)
proprio davanti al giudice del dibattimento ed in sede di udienza. In questo
caso, stante il tenore normativo di cui al citato comma 9, sarebbe corretto
escludere l’applicabilità della comminata sanzione di inutilizzabilità alle
dichiarazioni dibattimentali (in tal senso, cfr. Cass. Sez. V 13.05.2003 (cc
13.03.2002) n. 18061 rv. 221912, Bagarella e altri, che ha preso proprio in
considerazione l’ipotesi di chi manifesti per la prima volta la volontà di
collaborare in sede processuale, con l’ovvia conseguenza che il verbale
illustrativo non può che essere successivamente redatto e quindi con
l’ulteriore effetto dell’inapplicabilità a tali dichiarazioni del disposto di cui
al comma 9).”
Senza entrare nel merito delle asserite petizioni di principio in cui sarebbe
incorso il Tribunale, rileva questo requirente che, contrariamente a quanto
affermato dall’appellante, la citata sentenza Bagarella anche per il
pentimento non tardivo limita l’inutilizzabilità alle sole dichiarazioni rese
oltre il termine al P. M. o alla P. G., come risulta dalla massima da essa
estratta :“La sanzione di inutilizzabilità che, ai sensi
dell'art. 16 quater, comma 9, del D.L. 15 gennaio 1991 n. 8,
conv. con modifica in L. 15 marzo 1991 n. 82 (introdotto
nel corpo del citato D.L. dall'art. 14 della L. 13 febbraio
2001 n. 45), colpisce le dichiarazioni del collaboratore di
giustizia rese oltre il termine di centottanta giorni,
previsto per la redazione del verbale informativo dei
contenuti della collaborazione, trova applicazione solo con
riferimento alle dichiarazioni rese fuori dal
contraddittorio e non, dunque, alle dichiarazioni rese nel
corso del dibattimento, anche in considerazione del fatto
che, se la collaborazione si manifesta proprio in tale fase
processuale, all'interessato possono esser concesse, ai
sensi dell'art. 16 quinquies, comma 3, del D.L. n. 8/1991,
le attenuanti conseguenti alla collaborazione, pur in
mancanza del verbale illustrativo, che dovrà essere redatto
successivamente.” (sez. V, 13502, Bagarella, n. 18061 in CED
Cassazione; conformi sez.V, 61107, Galletta e altri, n. 46328; sez.I,
13607, D’Arma e altro, n.35368).
In motivazione la Corte scrive che “Questa interpretazione
corrisponde alla ratio della nuova legge di circondare con
maggiori cautele l'ammissione al trattamento speciale di
protezione ed al benefici penitenziari e, quindi, di
sottoporre a condizioni più severe la collaborazione al
fine di circoscriverla alle dichiarazioni dotate di
attendibilità, di novità o di completezza e di garantirne
la genuinità e la concentrazione in un termine
ragionevolmente ristretto: il che giustifica un'incidenza
ristretta alla strategia investigativa del p.m. e della
p.g., la cui piena attuazione ne risulta limitata, e non
ridondante in danno del processo e delle dichiarazioni che
in esse vengano fatte dai collaboratori, anche se non
rituali.”.
9) Inutilizzabilità degli interrogatori resi dal Sen. Dell’Utri in data 26
giugno e 1 luglio 1996 e da Cinà Gaetano in data 26 giugno e 1 agosto
1996, nonché delle dichiarazioni rese dal Sen. Dell’Utri al G.I. di
Milano dott. Della Lucia in data 20 maggio e 3 giugno 1987 .
Detti interrogatori e dichiarazioni, resi nella fase delle indagini preliminari
in epoca anteriore alla legge 1 marzo 2001 n.63 del giusto processo,
sarebbero inutilizzabili ai sensi dell'art. 64 comma 3 bis c.p.p., come
novellato dall'art. 2 di detta legge, e alla luce della norma transitoria di cui
all’art. 26 comma 1° , nella parte in cui dispone l'immediata applicabilità
della nuova normativa ai processi in corso.
Non avrebbe pregio l’ordinanza 24303 con la quale il Giudice di prime
cure ha rigettato l’eccezione – motivando che “il presente procedimento
(è) giunto ormai da tempo alla fase dibattimentale (e quindi sottratto
all’eccezione di cui al 2° comma dell’art. 26 legge citata che impone la
rinnovazione dell’esame col rispetto delle nuove formalità solo per i
procedimenti ancora nella fase delle indagini preliminari)” – perché
secondo il principio interpretativo enunciato dalle Sezioni Unite della Corte
Suprema nelle sentenze Gerina e Citaristi ( S.U. 25.02.1998 n. 4265 e
13.07.1998 n. 10086), “ la sanzione dell’inutilizzabilità introdotta dallo ius
superveniens, in assenza di specifica norma transitoria, trova il suo
momento applicativo nella fase di valutazione ai fini decisori e non nella
fase dell’acquisizione.” .
In contrario questo P.G. fa proprio il rilievo contenuto nella sentenza
Bagarella prima citata, cioè che “quel criterio di valutazione
della prova era stato adottato interpretando le norme
transitorie della L 7.8.1997, n. 267 (art. 7), ed è poi
stato superato per effetto delle leggi n. 35/2000 e
63/2001, che hanno sostanzialmente ribadito, con
temperamenti, il principio tempus regit actum anche per
quanto riguarda le regole di valutazione della prova.”.
L’interpretazione adottata dal Tribunale – proseguono i motivi di
impugnazione – non sarebbe sostenibile neppure alla luce di un filone
giurisprudenziale contrapposto a quello anzidetto delle Sezioni Unite,
secondo il quale “ il momento decisivo ai fini della individuazione della
legge applicabile non sarebbe quello della valutazione degli atti, ma quello
della loro formazione, che con riferimento ai mezzi di prova ed al
procedimento probatorio in genere, può ritenersi integrato nella sequenza
ammissione – acquisizione e/o assunzione.”.
Infatti, “ in senso conforme al suddetto orientamento interpretativo…
recenti pronunce di legittimità… hanno precisato che: “in virtù del
principio <<tempus regit actum>>, la regola prevista
dall’art. 64 comma 3° c.p.p. non trova applicazione per le
dichiarazioni eteroaccusatorie rese da imputati del
medesimo reato o in un procedimento connesso, acquisite al
dibattimento prima dell’entrata in vigore della legge 1
marzo 2001, n. 63, in quanto l’atto di acquisizione è stato
compiuto in epoca nella quale la legge del tempo non
prevedeva l’osservanza delle garanzie previste dall’art.
64, comma terzo lett. c) stesso codice. In tal senso, le
disposizioni transitorie per la utilizzazione e valutazione
di tali prove sono quelle stabilite nei commi terzo, quarto
e quinto dell’art. 26 della citata legge n. 63 del 2001””.
Prosegue l’appellante rilevando che “In altri precedenti si è altresì chiarito
come “l’art. 26 comma 1 L.63/2001 vada interpretato nel
senso che la nuova disciplina dell’art. 64 C.p.p., e
l’inutilizzabilità ivi prevista, non si applica alle prove
dichiarative precedentemente formate o acquisite” (Cass.
Sez. I, 22 gennaio 2002, n. 10648, Greco e altro, in D&G –
Dir. e Giust. 2002, f. 19, 35 (nota Fumo); Conf. Cass. Sez.
III, 22 gennaio 2002, n. 9532, Borragine in D&G – Dir e
Giust. 2002, f. 21, 75).”.
Apparirebbe, dunque, evidente “come, secondo quanto espresso dai giudici
di legittimità nelle sentenze da ultimo citate (che, è bene ribadirlo, hanno
espresso un orientamento interpretativo diverso rispetto alle note sentenze
Gerina e Citaristi del 1998), il momento decisivo per non ritenere operante
nella fase dibattimentale il divieto di utilizzabilità sancito dallo ius
superveniens, è rappresentato dall’avvenuta acquisizione dibattimentale
della fonte di prova, secondo il sistema normativo precedentemente
vigente.”.
L’assunto difensivo non appare condivisibile.
Preliminarmente, si rileva che la questione della utilizzabilità degli
interrogatori resi dal Dell’Utri e dal Cinà nel presente procedimento non
può essere accomunata a quella della utilizzabilità delle dichiarazioni rese
dal Dell’Utri in altro procedimento, le quali – come si vedrà – ricevono una
propria specifica disciplina.
Quanto agli interrogatori, la scarna massima trascritta a proposito della
sentenza Greco e altro, quando spiega che l’inutilizzabilità prevista
dalla nuova disciplina dell’art. 64 c.p.p. non si applica non solo alle prove
dichiarative precedentemente acquisite, ma anche a quelle
precedentemente formate, sembra affermare cosa opposta all’enunciato
dell’appellante.
La sentenza che si occupa delle dichiarazioni eteroaccusatorie
rese da imputati del medesimo reato o in un procedimento
connesso, ancorché non indicata nei motivi, è la sentenza Agate (sez.6,
n.17248 del 02/02/2004 Ud. , dep. 14/04/2004, in CED Cassazione, Rv.
228656).
Dalla lettura della motivazione si apprende che il caso sottoposto all’esame
della Corte Suprema riguardava l’eccezione di inutilizzabilità di
dichiarazioni rese e acquisite al dibattimento in epoca anteriore alla novella
legislativa 200163, eccezione giustamente rigettata dalla Corte territoriale
la quale, conformemente al disposto del 3° comma dell’art. 26 della legge,
aveva statuito che dette dichiarazioni dovevano essere valutate a norma
dell’art. 500 c.p.p. nel testo vigente anteriormente a detta novella.
La sentenza, dunque, non si era pronunciata sul caso – qui di interesse –
delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari, già esaurita al
momento di entrata in vigore della legge sul giusto processo, pertanto non
rinnovate dal P. M. ai sensi del 2° comma dell’art.26 e acquisite al
dibattimento successivamente ad essa :
“il giudice d'appello ha esaminato e respinto la dedotta
inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da imputati del
medesimo reato o in un procedimento connesso, perché non
precedute dall'avvertimento prescritto dall'art. 64 c.p.p.,
nel testo novellato dalla legge 1 marzo 2001, n. 63 per
essere state formate ed acquisite al dibattimento prima
dell'entrata in vigore della predetta legge…la Corte di
merito ha ritenuto l'immediata operatività della
disposizione in parola limitata alla fase delle indagini
preliminari a norma del secondo comma dell'art. 26 legge n.
63 del 2001. Mentre, per la fase del giudizio, le prove
assunte in conformità alla disciplina previgente, qualora
già acquisite al fascicolo del dibattimento, sono valutate
ex art. 500 c.p.p. nella formulazione anteriore alla
novella del 2001. Se la legge avesse voluto rendere
inutilizzabili le dichiarazioni rese prima della modifica
dell'art. 64 c.p.p. avrebbe dovuto prevederlo
espressamente. La soluzione è corretta, poiché conforme
alle disposizioni transitorie della legge 1 marzo 2001, n.
63 ed al principio generale tempus regit actum che regola
il fenomeno di successione nel tempo di norme
processuali.”.
Di particolare interesse è il passo della motivazione immediatamente
“Le Sezioni Unite, in sede di risoluzione di un contrasto
di giurisprudenza, hanno di recente affermato una regola
juris che appare decisiva ai fini della applicazione, delle
prescrizioni stabilite dal comma 3 dell'art. 64 c.p.p. e
degli effetti ad esse collegati, anche ai procedimenti
pendenti al momento di entrata in vigore della citata legge
n. 63 del 2001 della novella. Si è affermato che la
rinnovazione dell'interrogatorio dell'imputato o
dell'indagato che abbia reso dichiarazioni sulla
responsabilità di altri può essere effettuata dal pubblico
ministero, a norma dell'art. 26, comma 2, della legge 1^
marzo 2001, n. 63, a condizione che il procedimento si
trovasse ancora nella fase delle indagini preliminari al
momento di entrata in vigore della predetta legge. In tal
caso, allorché il pubblico ministero non abbia provveduto
alla rinnovazione dell'interrogatorio con l'osservanza
delle garanzie previste dall'art. 64, comma 3, c.p.p., le
dichiarazioni sono inutilizzabili ai fini della valutazione
dei gravi indizi di colpevolezza (Sez. Un. 24 settembre
2003, dep. 9 febbraio 2004, 5092 Zalagaitis). Ne consegue
che, in virtù del principio del tempus regit actum, nei
procedimenti colti dalla novella in una fase successiva a
quella delle indagini preliminari e per i quali il pubblico
ministero non avrebbe potuto e non può ex art. 26,comma 2,
legge n. 63 del 2001 provvedere alla rinnovazione, non
trova applicazione la regola di esclusione prevista
dall'art. 64, comma 3 bis, c.p.p. perché l'atto di
acquisizione è stato compiuto in epoca nella quale la legge
del tempo non prevedeva il dovere di formulare il previo
avvertimento. In tal caso, le disposizioni transitorie per
la utilizzazione e la valutazione di tali prove
dichiarative sono quelle stabilite nei commi 3, 4 e 5
dell'art. 26 della predetta legge (si vedano, per
specifiche ipotesi, Sez. 2^, 5 aprile 2002, Andolfi, rv.
221548; Sez. 4^, 19 giugno 2002, Ecelestino, rv. 222928;
Sez. 6^, 27 marzo 2003, Pinto, rv. 225252; id., 24 aprile
2003, Pometti, rv. 225254).”
Come si vede, la Cassazione sezione 6 fornisce, quanto agli atti non
rinnovati dal P. M. perché ormai superata la fase delle indagini preliminari,
una lettura della sentenza delle Sezioni Unite ZAGALAITIS, poco dopo
esaminata nei motivi d’impugnazione della difesa, diversa da quella
dell’appellante, il quale ne evidenzia la massima estratta per cui
““l’obbligo del P.M. di procedere alla rinnovazione
dell’interrogatorio dell’imputato, ove tale atto sia stato
compiuto prima dell’entrata in vigore della L. 63/2001, e
quindi senza l’adempimento delle formalità previste dal
nuovo articolo 64 C.p.p., sussiste non solo quando al
momento della entrata in vigore della suddetta legge erano
ancora in corso le indagini preliminari, ma anche quando
queste erano già state concluse e, sinanche quando si era
ormai concluso l’eventuale subprocedimento incidentale de
libertate” (Cass. Sez. Un. 24 settembre 2003 – 9 febbraio
2004 n. 5052, Zalagaitiz in D&G – Dir. e Giust. 2004, f.
10, 30, nota Fumo)”.”.
Preso atto di tanto contrasto di decisioni e di opinioni, si osserva :
se è vero – come afferma la sentenza Bagarella – che la legge sul giusto
processo ha “ sostanzialmente ribadito, con temperamenti, il
principio tempus regit actum” e che – come riconosce l’appellante
– la formulazione del primo comma dell’art. 26 “ sembra sostanzialmente
richiamare ” detto principio, appare opportuno spostare l’attenzione sui
temperamenti, cioè – per quanto qui di interesse – sui successivi commi
2° e 3°, i quali sono fortemente indicativi della volontà del legislatore di
non disperdere ed anzi recuperare il patrimonio probatorio e conoscitivo
ritualmente formato secondo le disposizioni normative anteriori.
Ed infatti, il comma 2° impone al P.M. – quando il procedimento è ancora
nella fase delle indagini preliminari, cioè quando è ancora possibile – la
rinnovazione degli atti compiuti per adeguarli alle nuove norme.
Egualmente conforme al suddetto fine appare il comma 3°, che fa salve le
dichiarazioni rese nella fase delle indagini e non rinnovate per
impossibilità della rinnovazione, stabilendo, però, che, se già acquisite al
fascicolo del dibattimento, debbono – si badi bene – essere valutate a
norma dell’art. 500 c.p.p. non nel testo introdotto dalla novella legislativa,
ma nel testo anteriore, vigente al momento dell’acquisizione dibattimentale.
In buona sostanza si vuol dire che il 3° comma dell’art. 26 non pone al
Giudice una regola negativa di acquisizione – consistente nel divieto di
acquisire le dichiarazioni non rinnovate per impossibilità – ma pone,
invece, una regola positiva di valutazione delle dichiarazioni già acquisite :
la norma, per così dire, fotografa la situazione processuale esistente al
momento della sua entrata in vigore e si preoccupa di dettare una regola di
valutazione del materiale recuperato diversa da quella che sarebbe stata
applicabile in forza del comma 1°, a tenore del quale la valutazione
avrebbe dovuto essere conforme alle nuove disposizioni.
Il fulcro del 3° comma dell’art. 26 è la valutazione e non l’acquisizione, e il
silenzio della legge 200163 circa le dichiarazioni rese al PM sotto la
vigenza della vecchia normativa, nell’ambito di procedimenti che hanno
superato la fase delle indagini, è un silenzio sapiente, perché – alla luce del
fine recuperatorio sopra illustrato, che in sostanza costituisce una
manifestazione del più ampio principio di economia processuale – non si
vede cosa sia di ostacolo all’acquisizione dibattimentale posteriore
all’introduzione della legge 200163 delle dichiarazioni legittimamente
formate e non rinnovate per impossibilità della rinnovazione, dichiarazioni
che potranno essere valutate alla stregua delle norme introdotte dalla
novella, appunto perché acquisite sotto la vigenza di essa, così
salvaguardando anche quell’esigenza “ di vagliare la legittimità dell’atto
probatorio, non già al momento dell’acquisizione, bensì al tempo della
decisione, e quindi della sua utilizzazione processuale”, che l’appellante
rinviene nella sentenza ZAGALAITIS.
Venendo, ora, a parlare delle dichiarazioni del Sen. Dell’Utri al G. I. di
Milano Della Lucia il 20 maggio e il 3 giugno 1987, nell’ambito dei
procedimenti penali colà instaurati, è da porre in rilievo che il Dell’Utri nel
presente procedimento non ha dato l’assenso per essere esaminato e,
pertanto, esse sono utilizzabili, secondo l’insegnamento del Supremo
Collegio per il quale “Le dichiarazioni rese dall'imputato in
diverso procedimento penale possono essere utilizzate, ex
art. 238, comma terzo, cod. proc. pen. richiamato dal
successivo art. 511 bis, qualora egli rifiuti di sottoporsi
ad esame, in quanto detto rifiuto, rendendo irripetibile
l'atto compiuto con l'interrogatorio davanti al P.M.,
legittima l'acquisizione del relativo verbale.” (Sez. 5,
Sentenza n. 16703 del 11/12/2008 Ud. (dep. 20/04/2009 ), CED Cass. Rv.
243331; Conformi: N. 144 del 1996 Rv. 204476, N. 30797 del 2002 Rv.
222747).
In motivazione la Corte spiega che “Esatto il rilievo riguardante
la diversità dei procedimenti, fatto proprio dalla Corte
territoriale, ed escluso perciò che si rientri nell'area di
diretta operatività dell'art. 513 c.p.p., deve comunque
riconoscersi l'utilizzabilità delle dichiarazioni del
Matani ai sensi dell'art. 238 c.p.p., comma 3, richiamato
dal successivo art. 511 bis c.p.; ed invero, il rifiuto
dell'imputato di sottoporsi ad esame ha reso irripetibile
legittimando così l'acquisizione del relativo verbale; ne'
può fondatamente contestarsi l'applicabilità delle norme da
ultimo citate, essendosi con esse adottata la stessa ratio
del già citato art. 513 c.p.p., così determinando
un'ipotesi di impossibilità sopravvenuta dell'atto, che il
sistema delle letture mira per l'appunto a evitare, come
rilevato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 254 del
3 giugno 1992 (v. Cass. 26 gennaio 1996, Fioravanti; Cass.
11 luglio 2002, De Rensis).”.
Non possono al riguardo trarsi elementi di segno contrario alla tesi qui
sostenuta, dal fatto che quelle rese dal Dell’Utri a Milano non erano
interrogatori ma dichiarazioni.
Ed infatti – anche a prescindere dalla circostanza che è lo stesso G. I. che a
pag. 3 della sentenza del 24 maggio 1990 ( in atti) dice che, pur essendosi il
Dell’Utri “presentato spontaneamente per rendere interrogatorio e fornire
chiarimenti alla Giustizia, vi fu tuttavia una contestazione in fatto” – la
ratio sottesa all’art. 511 bis e il tenore letterale del 3° comma dell’art. 238
c.p.p., che si riferisce alla “documentazione di atti”, consentono di
ricomprendervi anche le semplici dichiarazioni.
10) Inutilizzabilità ex art. 526 c. 1° bis c.p.p. dell’esame dibattimentale
reso da Mangano Vittorio in data 13.07.1998.
Come risulta dalla trascrizione dell’udienza 13 luglio 1998, Mangano
Vittorio si presentò al Tribunale animato da intenzioni, per così dire,
collaborative: disse di non aver problemi ad essere ripreso dalla televisione,
dichiarò di voler rispondere e desiderava anche chiarire perché voleva
Ad un certo momento dell’esame da parte del PM accusò un malessere in
conseguenza del quale disse che “siccome io adesso stò male, non ricordo
più niente di niente.” (pag.225).
A seguito della richiesta del Presidente – che voleva sapere da lui “ se può
continuare a rispondere o, se non vuole...” rispose testualmente: “Non
posso più continuare a rispondere. Stò male.”.
Solo dopo la chiosa del Presidente che, male interpretando la risposta,
esclamò “Eh. Non vuole più, benissimo.”, il Mangano aggiunse un “Non
voglio più rispondere” (pag.225-6) e, ulteriormente sollecitato, pronunciò
la formula sacramentale “VITTORIO MANGANO:Mi
avvalgo...PRESIDENTE:- FUORI MICROFONO -VITTORIO
MANGANO:... Della facoltà di non rispondere.”. (pag.227).
Dalla progressione di domande e risposte sopra trascritte, appare chiaro che
il Mangano non continuò a rispondere perché stava male e che solo per fare
eco all’affermazione del Presidente aggiunse un non voglio che, coordinato
con la giustificazione immediatamente prima fornita, significa non voglio
perché non posso più continuare. Sto male.
Stando così le cose, non può serenamente affermarsi che il Mangano per
libera scelta si sia volontariamente sottratto all’esame da parte del difensore
– sul quale incombeva l’onere di richiederne la citazione per verificare la
persistenza della causa che gli aveva impedito di continuare l’esame – con
la conseguenza della mancanza del presupposto su cui si fonda la richiesta
di inutilizzabilità delle sue parziali dichiarazioni dibattimentali.
11) Inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dall’On.le Silvio Berlusconi
in data 20 giugno 1987 davanti al G.I. di Milano Della Lucia.
Sono da intendere qui riportate le osservazioni formulate a proposito delle
dichiarazioni rese dal Sen. Dell’Utri al G. I. di Milano Della Lucia.
12)Inutilizzabilità dei tabulati di comunicazioni telefoniche elaborati
dal consulente Dott. Gioacchino Genchi, e della relativa deposizione
dibattimentale resa dal consulente nel corso delle udienze del
28.01.2002; 4.02.02; 12.02.2002; 18.02.2002; 4.11.2002 e 11.11.2002.
In seguito all’entrata in vigore della legge 20 giugno 2003 n.140 e in
accoglimento di eccezione difensiva, il Giudice di prime cure dichiarò
inutilizzabili i tabulati di conversazioni telefoniche riguardanti, sia
direttamente sia indirettamente, il Sen. Dell’Utri, in quanto parlamentare
Avendo successivamente il Dell’Utri manifestato il proprio consenso
all’utilizzazione, il Tribunale revocò la precedente ordinanza e utilizzò i
tabulati in due circostanze citate dalla Difesa “a titolo di esempio”, anche se,
per il vero, altri esempi non è dato rinvenire.
Quelli citati attengono allo sviluppo dei tabulati telefonici concernenti i
contatti di un cellulare intestato ad una società di Sartori Natale e di
un’utenza di Orsini Domenico Napoleone con numeri telefonici
riconducibili al Dell’Utri: siamo, dunque, nel campo delle intercettazioni c.
d. indirette, disciplinate dall’art. 6 della legge, che richiede l’autorizzazione
(successiva) della Camera di appartenenza per l’utilizzazione delle
intercettazioni e dei tabulati di conversazioni, cui abbia preso parte un
Parlamentare e acquisiti nel corso nel corso di procedimenti riguardanti
Si duole la Difesa della revoca dell’ordinanza e della conseguente
utilizzazione dei tabulati, denunciando violazione dell’art. 68 della
Costituzione – in forza del cui terzo comma i membri del Parlamento non
possono essere sottoposti ad intercettazione senza l’autorizzazione della
Camera di appartenenza – perché “le prerogative parlamentari sono dettate
a tutela dell’organo e non del singolo parlamentare, che ne fruisce solo di
riflesso. Quindi esse sono da considerare irrinunciabili”.
Tanto premesso, osserva il requirente.
La Corte Costituzionale, nel dichiarare – con sentenza n. 390 del 2007 –
l’illegittimità costituzionale dei commi 2, 5 e 6 del citato articolo , ha
osservato che “ La disciplina delle intercettazioni
<<indirette>> - o, più propriamente, per quanto si dirà,
delle intercettazioni <<casuali>> - quale delineata
dall'art. 6 della legge n. 140 del 2003, non può ritenersi
in effetti riconducibile alla previsione dell'art. 68,
terzo comma, Cost.”, dal cui testo “non può ricavarsi alcun
riferimento ad un controllo parlamentare a posteriori sulle
intercettazioni occasionali. La norma costituzionale ha
riguardo, infatti, alla <<sottoposizione>> di un
parlamentare ad intercettazione e ad una autorizzazione di
tipo preventivo: il nulla osta è richiesto per eseguire
l'atto investigativo, e non per utilizzare nel processo i
risultati di un atto precedentemente espletato.”
Infatti, “l'art. 68 Cost. mira a porre a riparo il
parlamentare da illegittime interferenze giudiziarie
sull'esercizio del suo mandato rappresentativo…
Destinatari della tutela… non sono i parlamentari uti
singuli, ma le Assemblee nel loro complesso…il che spiega
l'irrinunciabilità della garanzia”.
“In tale prospettiva, l'autorizzazione preventiva -
contemplata dalla norma costituzionale - postula un
controllo sulla legittimità dell'atto da autorizzare, a
prescindere dalla considerazione dei pregiudizi che la sua
esecuzione può comportare al singolo parlamentare. Il bene
protetto si identifica, infatti, con l'esigenza di
assicurare il corretto esercizio del potere giurisdizionale
nei confronti dei membri del Parlamento, e non con gli
interessi sostanziali di questi ultimi (riservatezza, onore,
libertà personale), in ipotesi pregiudicati dal compimento
dell'atto; tali interessi trovano salvaguardia nei presidi,
anche costituzionali, stabiliti per la generalità dei
Questo rilievo vale anche in rapporto alle intercettazioni
di conversazioni o comunicazioni. Richiedendo il preventivo
assenso della Camera di appartenenza ai fini
dell'esecuzione di tale mezzo investigativo, l'art. 68,
terzo comma, Cost. non mira a salvaguardare la riservatezza
delle comunicazioni del parlamentare in quanto tale.
Quest'ultimo diritto trova riconoscimento e tutela, a
livello costituzionale, nell'art. 15 Cost., secondo il
quale la limitazione della libertà e segretezza delle
comunicazioni può avvenire solo per atto motivato
dell'autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla
“…si deve quindi ritenere che la previsione dell'art. 68,
terzo comma, Cost. risulti interamente soddisfatta, a
livello di legge ordinaria, dall'art. 4 della legge n. 140
del 2003 ( che disciplina le intercettazioni c. d. dirette col richiedere
l’autorizzazione preventiva: n. d. r.)…Per contro, l'autorizzazione
successiva prevista dall'art. 6 della legge n. 140 del 2003
- ove configurata come strumento di controllo parlamentare
sulle violazioni surrettizie della norma costituzionale -
non solo non sarebbe indispensabile per realizzare i fini
dell'art. 68, terzo comma, Cost.; ma verrebbe a spostare in
sede parlamentare - in una situazione nella quale
risulterebbe eventualmente attivabile anche il rimedio del
conflitto di attribuzioni - un sindacato che trova la sua
sede naturale nell'ambito dei rimedi interni al processo.”.
Secondo la Corte Costituzionale, dunque, l’autorizzazione successiva
all’utilizzazione delle intercettazioni indirette e dei tabulati, prevista dal 2°
comma dell’art. 6, non rientra nell’ambito delle guarentigie costituzionali
di cui all’art. 68 Cost., ma è intesa a salvaguardare l’interesse del
Parlamentare alla riservatezza delle proprie comunicazioni, interesse che
“trova salvaguardia nei presidi, anche costituzionali,
stabiliti per la generalità dei consociati.: ne deriva che il
consenso prestato dall’imputato è valido e i tabulati acquisiti, utilizzabili.
13) Inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche relative alla vicenda
“Cirfeta – Chiofalo”.
L’utilizzazione delle intercettazioni in questione – relative a conversazioni
telefoniche tra Chiofalo e l’imputato – fu autorizzata dalla Camera dei
Deputati con provvedimento del 14 luglio 2000 nell’ambito del
procedimento n. 522297 R.G.N.R., concernente anche la calunnia in tesi
ordita dal Dell’Utri ai danni dei collaboranti che lo avevano accusato.
Le intercettazioni furono acquisite nel presente procedimento n. 84397 e,
anche alla luce di esse, il fatto di calunnia fu utilizzato per valutare – come
in altra parte detto – la personalità e il comportamento dell’imputato.
Insorge la Difesa e denuncia violazione delle guarentigie costituzionali
poste a difesa dei Parlamentari, rifacendosi alla dottrina, elaborata nella
vigenza del vecchio testo dell’art. 68 Cost., secondo la quale
“l’autorizzazione parlamentare all’utilizzazione delle intercettazioni di
conversazioni telefoniche non possa che riguardare il singolo
procedimento per il quale viene avanzata la relativa richiesta… è
deliberata sui fatti storici considerati in rapporto ad una specifica
fattispecie criminosa.”.
Ora, premesso che anche quelle de quibus sono intercettazioni indirette, si è
visto prima che la Corte Costituzionale ne ha sancito l’esclusione dal
perimetro operativo del 3° comma dell’art. 68, che non mira a tutelare il
diritto del Parlamentare alla riservatezza delle comunicazioni, il quale trova
salvaguardia nei presidi stabiliti per la generalità dei cittadini.
E’, dunque, all’art. 6 della legge 2003140 che deve farsi riferimento per
valutare se l’autorizzazione rilasciata nell’ambito di un procedimento possa
essere utilizzata in altro procedimento.
In proposito, e a fil di logica, sembra innegabile che l’autorizzazione viene
rilasciata per un fatto che integra gli estremi di un reato, senza che abbia
importanza il procedimento in cui esso è perseguito.
Diversamente, in caso si separazione dei procedimenti con più imputati e/o
imputazioni, si dovrebbe ritenere inutilizzabile l’autorizzazione già
rilasciata per un certo reato, che viene a essere giudicato – a seguito della
separazione – in un procedimento diverso e con numero diverso.
Infatti, il 3° comma dell’art. 6 dispone che il GIP “nella richiesta di
autorizzazione enuncia il fatto per il quale è in corso il procedimento,
indica le norme di legge che si assumono violate”.
E’ il fatto, allora, il punto focale della deliberazione parlamentare, il suo
oggetto, e in rilievo non viene non solo il procedimento in cui esso è
valutato, ma neppure il titolo di reato che gli è attribuito, come è dimostrato
dall’attribuzione al giudice del potere di darvi una qualificazione giuridica
diversa da quella contestata e, quindi, diversa da quella per la quale
l’autorizzazione fu concessa.
Ne deriva l’infondatezza della eccepita inutilizzabilità.
14) Inutilizzabilità delle intercettazioni ambientali c.d. “Ghiaccio 2”.
Dette intercettazioni, provenienti da un diverso procedimento ancora nella
fase delle indagini preliminari, furono acquisite nel presente procedimento
mentre era stato autorizzato dal GIP il ritardato deposito a norma dell’art.
268 comma 5°, e fu respinta l’eccezione difensiva diretta alla revoca
dell’ordinanza ammissiva.
Denunciava la Difesa come “ apparisse irrituale e comunque
inammissibile che le stesse fossero state depositate per estratti, senza
consentire cioè di conoscere l’intero contesto in cui erano state espletate”
e si duole di non avere potuto “conseguentemente esercitare le facoltà e i
diritti di cui al comma 6° dell’art. 268 c.p.p.” e “soprattutto la facoltà di
esaminare i verbali e le registrazioni in precedenza depositati” nel
procedimento a quo, facoltà prevista dall’art. 270 comma 3° del c.p.p..
Secondo l’insegnamento dei giudici di legittimità “l’omesso deposito, nel
procedimento per così dire a quo, dei decreti autorizzativi, dei verbali e
delle registrazioni, al pari della violazione di cui al comma terzo dell’art.
270 c.p.p., non è causa di inutilizzabilità, non essendo stabilita una tale
sanzione neppure nel procedimento di provenienza, ma è però causa di
nullità delle intercettazioni, del tipo c.d. a regime intermedio, con
conseguente obbligo per il giudice di verificare se l’eccezione sia stata
tempestivamente dedotta (cfr. ex plurimis Cass. Sez. I, 25 marzo 2003,
Goga, in CED Cass n. 225046…”, cosa puntualmente accaduta nel
presente procedimento.
Osserva, però, questo P.G. che la tesi difensiva appare viziata da un errore
E’ vero, infatti, che secondo la Corte Suprema la violazione delle regole
formali che disciplinano l’acquisizione delle intercettazioni genera
inutilizzabilità dei risultati solo per le ipotesi previste dai commi 1° e 2°
dell’art. 271 c.p.p., mentre negli altri casi sussiste una nullità a regime
intermedio, ma il principio,ovviamente, è enunciato con riferimento ad
intercettazioni effettivamente acquisite e non in relazione – come nel caso
che ci occupa – a quelle di cui sia stata acquisita solo una parte e per la
parte non acquisita.
Il ragionamento difensivo avrebbe un fondamento in presenza di un
obbligo di riversare nel procedimento ad quem tutti i verbali e le
registrazioni delle intercettazioni autorizzate nel procedimento a quo,
ancorché ne siano ritenute rilevanti soltanto alcune.
Ma di tale obbligo e del correlativo diritto delle difese non vi è traccia
nella disciplina delle intercettazioni, tanto è vero che l’appellante è
costretto a denunciare una generica compressione dei diritti di difesa per
violazione di regole del contraddittorio non meglio specificate.
Ma non solo la disciplina delle intercettazioni non reca traccia
dell’obbligo-diritto sopra cennato, ma al contrario reca norme che
ubbidiscono a una logica di segno opposto a quello invocato
dall’appellante.
Ed infatti, l’art. 270 c.p.p. – che regola l’utilizzazione nel procedimento ad
quem delle intercettazioni effettuate nel procedimento a quo – dispone al
2° comma che i verbali e le registrazioni sono depositati presso l’autorità
competente per il diverso procedimento e che si applicano le disposizioni
di cui ai commi 6, 7 e 8 dell’art. 268 c.p.p., commi in forza dei quali – per
quanto qui di interesse – dell’avvenuto deposito deve esser dato avviso ai
difensori, che hanno facoltà di esaminare gli atti e estrarne copia.
Analoga facoltà il 3 comma dell’art. 270, concede anche al PM e ai
difensori in relazione ai verbali e registrazioni in precedenza depositati
nel procedimento a quo.
E’ evidente che tale disciplina legislativa – in assenza di ulteriori
specificazioni e in presenza di una norma ( il 5 comma dell’art. 268 c.p.p.)
volta a tutelare il segreto investigativo mediante l’autorizzazione al ritardo
del deposito non oltre la chiusura delle indagini preliminari – è idonea a
comprendere una parziale discovery degli atti del procedimento a quo
ritenuti pertinenti al procedimento ad quem, senza coinvolgere
necessariamente anche gli altri che pertinenti non sono stati ritenuti.
Né, in contrario, può – come è stato fatto – invocarsi genericamente la
violazione delle regole del contraddittorio, perché, ammesso e non
concesso che violazione vi sia stata, essa ha operato anche ai danni del PM
che, come i Difensori, non ha potuto esercitare, nei confronti dell’intero
compendio delle intercettazioni, le facoltà previste dal comma 6
dell’art.268 e dal comma 3 dell’art. 270 c.p.p..
Tale disciplina legislativa è, d’altronde, il portato – per così dire – della
Posto, infatti, che si tratta di due procedimenti diversi, è troppo ovvio che
essi hanno un oggetto diverso e che le indagini condotte, anche per mezzo
delle intercettazioni, nel procedimento a quo abbiano una direzione e un
obiettivo che solo incidentalmente, e quindi parzialmente, può intersecare
gli interessi del procedimento ad quem.
ILMERITO
L’occasione della conoscenza tra l’imputato e Vittorio Mangano.
Anche se trattasi di elemento marginale, appare opportuno dedicare qualche
riga all’origine del sodalizio tra Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano.
La capacità di protezione, da quest’ultimo già a quell’epoca manifestata, ha
costituito, secondo il Tribunale, la ragione della sua presenza sui campi da
gioco della Bacigalupo, mentre per la difesa tale ragione va individuata nel
fatto che “abitualmente i genitori dei ragazzi seguivano la squadra nelle
trasferte, nello stesso tempo vigilando che le partite non degenerassero in
liti tra i giovani. Così avveniva che Cinà abitualmente seguisse la squadra
nelle trasferte e si facesse accompagnare dal suo amico Mangano”.
Ma è proprio Mangano che dice il contrario : “Parliamo di Marcello
Dell’Utri, i miei contatti erano con Lui. Allora aveva il campo. Una volta
ci sono andato io anche perchè c’era una squadra un po’… un po’
turbolenta della Noce e sempre vedeva… diciamo, dico: “E vediamo…”
Perchè allora dice: “Andiamoci quelli che sono più grandi di età, così li
facciamo stare… se no si mettono azzuffare nei campi e che cosa succede?
E ci sono andato. Quel giorno lì mi ha presentato il dottor Dell’Utri”.
Ruolo e ragioni della presenza di Mangano ad Arcore.
Secondo la Difesa la sentenza si è adagiata “nel solco di una facile e
preconcetta ipotesi che faceva riferimento alla situazione criminale
ambientale che in quegli anni gravava su Milano, alle preoccupazioni degli
imprenditori della zona, e tra loro di Silvio Berlusconi, messe in relazione
alla qualità personale di Mangano, ritenuto sin da allora aggregato al
sodalizio criminoso”, così disattendendo “l’ipotesi dell’assunzione di
Mangano alle dipendenze di Berlusconi, seppure tramite la iniziativa di
Dell’Utri, per svolgere presso il podere di Arcore un compito di gestione
della tenuta che circondava la villa, ed in particolar modo quella della
cura degli animali e specificamente dei cavalli.”
Il fatto è che un primo e generalissimo motivo di incredulità è costituito
dalla circostanza che non sia stato possibile trovare in loco persone capaci
di sovrintendere alle culture della tenuta di Arcore e sia stato necessario
spostarsi all’estremo sud per trovare una persona che delle coltivazioni
della Brianza poteva sapere poco o nulla ( e non solo di quelle della
Brianza, poichè – come è reso palese dall’esame delle sue vicissitudini
giudiziarie – ben altri erano gli interessi coltivati dal Mangano).
Quanto alla ritenuta esperienza di Mangano in materia di cura e
allevamento di cavalli, dato per scontato che i cavalli gli piacevano, deve
francamente dirsi che la prova di essa riposa tutta sulle sue labiali
affermazioni, smentite dallo stesso Dell’Utri che nelle spontanee
dichiarazioni del 291104 afferma che Mangano “ si interessava di cani,
non sapevo neanche di cavalli ”.
Anche Pepito Raigal Garcia, proprietario delle scuderie ubicate nei pressi
della villa di Arcore, nella intervista in atti resa nel 1992, ha indicato
Mangano come amministratore o dirigente della tenuta e, quanto ai cavalli,
“ se se ne intendeva più o meno non lo so, che aveva passione sì.”.
Soprattutto, il Pepito ha affermato che vi era un altro signore, morto di
recente, “che custodiva i cavalli e che era già dentro lì quando ha
acquistato BERLUSCONI, lui lavorava con la contessa.”, e che Berlusconi
non aveva assunto altra gente per i cavalli:
“INTERVISTATORE: E poi BERLUSCONI ha assunto della gente o no?
JOSÉ: Per i cavalli?
INTERVISTATORE: Sì.
JOSÉ: No, il giardiniere... il giardiniere fa le pulizie.” ( sentenza
pagg.112 e segg.).
Infine, lo stesso Silvio Berlusconi nelle dichiarazioni rese al G.I. di Milano
il 2661987 ha affermato di “ avere avuto in animo di impostare una
attività di allevamento di cavalli, attività poi non realizzata...”.
Le emergenze sin qui rassegnate non sono certamente inficiate dalla audace
affermazione difensiva secondo la quale “il permanente interesse di
Mangano per i cavalli è emerso proprio dalla telefonata intercorsa con
Dell’Utri, in partenza dall’Hotel Duca di York, la cui corretta
interpretazione è stata pienamente condivisa dal Tribunale”.
Il Tribunale infatti – dopo avere premesso che “questa conversazione, pur
avendo ad oggetto il riferimento a “cavalli”, termine criptico usato dal
Mangano nelle conversazioni telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che
trafficava, non presenta un significato chiaramente afferente ai traffici
illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo coinvolto” – ne ha
correttamente utilizzato il contenuto come dimostrativo del perdurare dei
rapporti dell’imputato con Mangano alla data di essa, febbraio 1980, ma ha
rilevato che il prevenuto “ nelle sue dichiarazioni…ha fornito una sua
chiave di lettura, non coincidente affatto con il significato letterale delle
frasi utilizzate dai due interlocutori”: ciò che equivale a dire che
l’imbroglio c’è, ma non si capisce qual è.
Altrimenti non sarebbe dato comprendere perché una cosa così semplice,
come la richiesta di Mangano a Dell’Utri di farsi intermediario affinché
Berlusconi acquisti una cavalla, debba essere resa criptica e involuta per
mezzo delle sibilline espressioni usate dagli interlocutori.
In conclusione, dal tenore di questa conversazione telefonica se una cosa
emerge con certezza è che, quando Mangano propone a Dell’Utri “Il
secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”, a tutto può riferirsi tranne
che ai cavalli!
Non può, infine, non destare perplessità l’atteggiamento tenuto da Dell’Utri
e Cinà in ordine a un fatto che dovrebbe essere il più innocente del mondo,
cioè la proposta a Mangano, avallata da Cinà, di andare a lavorare da
Berlusconi: infatti, da un canto Dell’Utri tace circa il ruolo di Cinà;
La Querela di Schifani a Il Fatto Quotidiano