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Timestamp: 2018-08-17 03:12:27+00:00
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Decreto Legislativo 231/2001: Responsabilità degli enti e applicazione delle misure interdittive - Iusletter
Decreto Legislativo 231/2001: Responsabilità degli enti e applicazione delle misure interdittive
Cass., 8 gennaio 2014, Sez. II penale, n. 326 (leggi la sentenza per esteso)
L’essenza delle sanzioni interdittive che il Legislatore prevede a carico dell’ente in capo al quale sia stata accertata la commissione della fattispecie di reato punibile ai sensi del Decreto legislativo n. 231 del 2001 (di seguito D.Lgs. 231), trova fonte nell’intento di prevenire illeciti del tipo di quello commesso. Ciò trova conferma nel disposto di cui all’art. 17 del D. Lgs. 231 che, nel prevedere ipotesi di esenzione e/o revoca delle suddette sanzioni, pone quale elemento imprescindibile il realizzarsi ˗ prima della dichiarazione di apertura della fase dibattimentale ˗ delle condizioni tassativamente elencate in quanto idonee a scongiurare per il futuro la commissione di reati da parte dell’ente.
Il suddetto articolo dispone la non applicazione della misura interdittiva quando: “a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso; b) l’ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; c) l’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca“.
Dunque, tenuto conto del carattere preventivo della sanzione interdittiva volto ad evitare il verificarsi di ulteriori illeciti del tipo di quello commesso, la non applicazione della stessa va necessariamente fondata su una idonea valutazione circa la sussistenza e l’efficacia delle condizioni di cui all’art. 17 del D.Lgs. 231.
Pertanto la condotta dell’ente che metta a bilancio una somma determinata unilateralmente senza alcuna possibile interferenza da parte degli enti territoriali danneggiati dal reato, non garantisce l’efficacia del risarcimento che è una delle condizioni essenziali per la revoca delle misure interdittive.
È quanto stabilito dalla Suprema Corte, la quale con sentenza n. 326 dell’8 gennaio 2014 ha ritenuto non effettivo il risarcimento da parte dell’ente sanzionato quale condizione di revoca della misura interdittiva disposta ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. 213.
In particolare gli Ermellini non hanno ritenuto, nel caso di specie, la costituzione di un accantonamento costituito da una riserva indisponibile, seppur certificata dal collegio sindacale, valida condizione essenziale di revoca a norma del su citato art. 17. La previsione in bilancio di un fondo di accantonamento, per sua natura, non può garantire l’efficacia del risarcimento viste le possibili incerte sorti dell’ente. La somma accantonata che nel caso di specie è rimasta nella disponibilità ˗ seppur condizionata ˗ dell’ente, potrebbe infatti essere oggetto di riduzioni o addirittura “scomparire” in caso di perdite della società.
In tal caso si assisterebbe ad una violazione della norma che, come sopra delineato, pretende ai fini della revoca della misura interdittiva la effettiva, attuale integrale, hic et nunc, condotta risarcitoria.
Si aggiunge, l’art. 17 lettera a) del D.Lgs. 231, al fine della non applicabilità o revoca delle misure interdittive così dispone “l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso“. Pertanto, come confermato dalla Suprema Corte con la sentenza in parola, il risarcimento del danno rappresenta una misura la quale ˗ nell’impossibilità di una determinazione ancorata a parametri rigidi ˗ presuppone una condotta comunicativa con il danneggiato il quale potrebbe aderire all’offerta oppure rifiutarla.
A riguardo la Corte ha chiarito, altresì, che ai fini dell’effettività e dell’integrità del risarcimento nonché delle condotte funzionali a realizzarlo, occorrerà che l’ente, in relazione al reato per cui si procede contro la persona fisica, si impegni ad individuare le persone offese e danneggiate dal reato, prescindendo anche dalla costituzione di parte civile nel giudizio, se instaurato, nei confronti della persona fisica imputata, ed a risarcirne, ove sussistente, il danno.