Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-proc-civile/art-278-cod-proc-civile-condanna-generica-provvisionale
Timestamp: 2018-12-13 14:34:10+00:00
Document Index: 49974861

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 91', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 278', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 278', 'art. 278', 'art. 2055', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 278', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 295', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 278']

Art. 278 cod. proc. civile: Condanna generica - Provvisionale | La Legge per tutti
Art. 278 cod. proc. civile: Condanna generica – Provvisionale
Quando è già accertata la sussistenza di un diritto, ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta, il collegio, su istanza di parte (1), può limitarsi (2) (3) a pronunciare con sentenza la condanna generica alla prestazione (4), disponendo con ordinanza che il processo prosegua per la liquidazione (5).
(1) Tale istanza costituisce presupposto indefettibile perché il giudice possa frazionare la decisione e pronunciare condanna generica alla prestazione, disponendo, con separata ordinanza, la prosecuzione del medesimo giudizio per la liquidazione del quantum debeatur, senza che sia all’uopo necessaria l’adesione dell’altra parte. L’emissione di una sentenza in assenza di tale istanza comporterebbe una violazione del principio di corrispondenza fra chiesto e pronunciato.
(2) È possibile, infatti, che il giudice, nonostante l’istanza di parte volta ad ottenere una tale condanna, decida, in applicazione degli artt. 187 e 189, su tutta la domanda e quindi anche sull’an debeatur.
(3) La richiesta di sentenza non definitiva di condanna generica non esime il richiedente, in sede di rimessione della causa in decisione, dall’onere di formulare integralmente le proprie conclusioni e di indicare i mezzi di prova di cui intende valersi per la determinazione del quantum debeatur nella successiva fase di liquidazione.
(4) Con tale sentenza non può essere pronunciata la condanna alle spese processuali. Tale statuizione, infatti, spetta al giudice, ex art. 91, nella sentenza che definisce la causa e non quando ne emette una non definitiva.
(5) La sentenza di condanna generica, sebbene non costituisca titolo esecutivo, può essere utilizzata per la proposizione di un ricorso volto all’ottenimento di un decreto ingiuntivo. Tale sentenza, infatti, può costituire idoneo do- 279 Libro II - Del processo di cognizione 326 cumento per provare l’esistenza del credito vantato purché l’ammontare dello stesso sia dimostrabile con altra documentazione.
Accertamento del tipo di domanda proposta
L’accertamento se la parte abbia chiesto, una pronuncia soltanto di condanna generica ovvero estesa al quantum attiene all’interpretazione della domanda, da condurre facendo esclusivo riferimento all’atto introduttivo del giudizio di primo grado, ed è sottratto al sindacato di legittimità se correttamente motivato dal giudice di merito.
Cass. lav., 28 agosto 2003, n. 12650.
Per proporre una domanda anche se limitata all’an debeatur occorre che sussista l’interesse ad agire, requisito che è da escludere quando il giudizio sia strumentale alla soluzione soltanto in via di massima od accademica di una questione di diritto in vista di situazioni future o meramente ipotetiche.
Cass. lav., 19 agosto 2000, n. 11010.
Scissione dei giudizi sull’an e sul quantum.
In tema di condanna al risarcimento del danno, qualora il giudice, per quanto adito unicamente con una domanda di condanna generica, non si sia limitato a statuire esclusivamente sulla potenzialità dannosa del fatto addebitato al soggetto condannato e sul nesso eziologico in astratto, ma abbia accertato e statuito sull’esistenza in concreto di detto danno, e questa statuizione sul punto non risulti impugnata per ultrapetizione, il giudicato si forma anche in merito all’accertata esistenza del danno.
Cass. 5 dicembre 2011, n. 26021.
Allorché la vittima di un illecito aquiliano chieda l'accertamento dell'"an debeatur" separatamente da quello del "quantum debeatur", occorre distinguere due ipotesi: a) se nel medesimo processo viene dapprima pronunciata condanna al risarcimento, e quindi viene disposta la prosecuzione del giudizio per l'accertamento del "quantum" ai sensi dell'art. 278, primo comma, cod. proc. civ., il passaggio in giudicato della sentenza non definitiva sull'"an" preclude la possibilità di contestare, nel prosieguo del giudizio, i presupposti del risarcimento, quali l'esistenza del credito o la proponibilità della domanda; b) se, invece, il giudizio si è limitato all'accertamento dell'"an", rinviando ad un nuovo e separato giudizio l'accertamento del "quantum", quest'ultimo sarà del tutto autonomo rispetto al primo, con la conseguenza che il passaggio in giudicato della sentenza di condanna generica al risarcimento non genera effetti vincolanti, per il giudice del "quantum", né sull'esistenza del credito né sulla proponibilità della domanda. Rigetta, App. Roma, 15/09/2010
Cassazione civile sez. lav. 24 aprile 2014 n. 9290
Richiesta della parte
Se l’attore ha chiesto la condanna del convenuto al pagamento di una somma di denaro determinata o determinabile (c.d. condanna specifica) il giudice non può, in assenza dell’accordo delle parti o quanto meno della opposizione del convenuto alla relativa richiesta dell’attore, rinviare a separato giudizio la liquidazione della somma dovuta limitandosi alla condanna all’”an debeatur” (c.d. condanna generica), ma deve decidere anche in ordine al “quantum debeatur” accogliendo la domanda, ovvero respingendola in caso contrario, fermo restando che non può considerarsi generica la condanna al pagamento di una somma denaro che, anche se non indicata nel suo preciso ammontare, sia facilmente determinabile con semplici operazioni di calcolo aritmetico sulla base degli elementi forniti dalla sentenza stessa.
Cass. lav., 18 febbraio 2011, n. 40519.
Consenso del convenuto
Con riguardo alle azioni di risarcimento del danno (sia in materia contrattuale che extracontrattuale), è ammissibile la domanda dell’attore originariamente rivolta unicamente ad una condanna generica, senza che sia necessario il consenso (espresso o tacito) del convenuto, costituendo essa espressione del principio di autonoma disponibilità delle forme di tutela offerte dall’ordinamento. Pertanto, in caso di domande “ab origine” alternative, al convenuto è riconosciuta la sola facoltà di opposizione alla richiesta di condanna generica, con conseguente onere dell’attore, in tal caso, di dare dimostrazione della esistenza del danno e conseguente divieto, per il giudice, di rimessione ad un separato giudizio la determinazione del “quantum”.
Cass. 16 dicembre 2010, n. 25510.
Necessità del consenso in caso di rinvio ad un separato giudizio
Qualora l’attore abbia richiesto la condanna del convenuto al risarcimento del danno ed alla liquidazione di questo nello stesso processo (cosiddetta condanna specifica) e non abbia poi, con il consenso del convenuto, limitato la domanda all’an debeatur (cosiddetta domanda generica), il giudice del merito non può emanare una condanna generica al risarcimento del danno e rimetterne la liquidazione ad un separato giudizio, ma, in ossequio al principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, deve liquidare il danno in base agli elementi acquisiti al processo, oppure rigettare la domanda per difetto di prova, dovendosi inoltre escludere la possibilità di procedere a liquidazione equitativa, che è consentita solo ove si tratti di danno che non può essere provato nel suo esatto ammontare, e non anche allorché manchi la prova della sua entità.
Cass. 10 agosto 2004, n. 15424; conforme Cass. 15 marzo 2007, n. 5997.
Mancanza della necessità del consenso in caso di rinvio a una successiva fase dello stesso giudizio
Nell’ipotesi in cui con la domanda iniziale sia stata richiesta una condanna specifica, ai fini della scissione del giudizio sull’an da quello sul quantum, occorre distinguere secondo che essa avvenga all’interno dello stesso processo, o dia invece luogo a due diversi processi: mentre in quest’ultimo caso la scissione richiede l’istanza dell’attore ed il consenso del convenuto, nel primo l’adesione della controparte non è necessaria, e la separazione può essere disposta anche d’ufficio, ma l’attore ha pur sempre l’onere d’indicare i mezzi di prova dei quali intende avvalersi per la determinazione del quantum, incorrendo altrimenti nel rigetto della domanda, se non adeguatamente provata.
Cass. 27 luglio 2005, n. 15686.
Domanda di condanna generica in via subordinata
La formulazione, in via originariamente alternativa, di una domanda di risarcimento danni e di una richiesta di condanna generica limitata all’an debeatur (con riserva di ulteriore giudizio per la determinazione del quantum), esclude la necessità del consenso, da parte del convenuto, alla successiva limitazione della domanda stessa alla sola pronuncia sull’an debeatur, tale consenso risultando, per converso, necessario nel solo caso in cui detta limitazione della domanda risarcitoria intervenga solo nel corso del giudizio di primo grado e non costituisca, invece, un’alternativa già presente in seno all’atto di citazione. Al convenuto è riconosciuta, pertanto, in caso di domande ab origine alternative, la sola facoltà di opposizione alla richiesta di condanna generica, con conseguente onere dell’attore di dare dimostrazione della esistenza del danno, e conseguente divieto, per il giudice, di rimessione ad un separato giudizio della determinazione del quantum.
Cass. 8 gennaio 1999, n. 85.
Condanna generica al risarcimento del danno
Ai fini della condanna generica al risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 278 c.p.c., non è sufficiente accertare l’illegittimità della condotta del responsabile del danno, occorrendo anche accertarne, sia pure con modalità sommaria e valutazione probabilistica, la portata dannosa, senza la quale il diritto al risarcimento, di cui si chiede anticipatamente la tutela, non può essere configurato.
Trib. Potenza, 23 febbraio 2012.
Ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 278 c.p.c., qualora venga accertato un fatto potenzialmente produttivo di danno, il giudice può e deve accertare altresì se esso sia conseguenza di diverse azioni di più soggetti responsabili, anche tra loro indipendenti ed anche ove costituiscano violazione di norme diverse, ai fini della responsabilità solidale di cui all’art. 2055 c.c., fermo restando che nel successivo giudizio instaurato per la liquidazione possa essere poi negato il fondamento della domanda risarcitoria e della responsabilità solidale dei più coattori, previo accertamento del fatto che il danno non si sia in concreto verificato.
Cass. 16 novembre 2011, n. 24002.
Poiché la condanna generica al risarcimento del danno per fatto illecito extracontrattuale postula, quale presupposto legittimante, soltanto l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose, è riservata al giudice della liquidazione l’accertamento dell’esistenza effettiva del danno e della sua entità, nonché del nesso di causalità fra questo ed il fatto illecito. Pertanto il giudicato formatosi su detta pronuncia non osta a che, nel giudizio instauratosi per la liquidazione, venga negato il fondamento della domanda risarcitoria, alla stregua della constatazione che il danno non si sia in concreto verificato.
Cass. 31 luglio 2006, n. 17297; conforme Cass. 14 luglio 2006, n. 16123; Cass. 12 ottobre 2007, n. 21248.
Nel giudizio per risarcimento danni proposto dagli eredi di un lavoratore - deceduto per infortunio sul lavoro - nei confronti del datore di lavoro, la sentenza (non definitiva, ma passata in giudicato) con la quale venga accertata la responsabilità del datore di lavoro e, nel contempo, il suo diritto di rivalersi nei confronti del proprio assicuratore nei limiti del massimale di polizza, non costituisce una semplice condanna generica limitata in astratto all’an debeatur, bensì è una condanna a prestazione determinata in concreto e riferibile a quella stessa relativa all’importo del risarcimento da individuare a carico dell’assicurato, sicché il contenuto precettivo del quantum è dipendente da accertamento da compiere nel medesimo giudizio.
Cass. 3 settembre 2007, n. 18492.
Qualora l’attore abbia richiesto la condanna del convenuto al pagamento di una determinata somma a titolo di differenze non corrisposte di canoni di locazione, il giudice del merito non può emanare una condanna generica e rimettere la liquidazione eventuale del credito medesimo al calcolo affidato alle stesse parti in base a criteri parametrici neppure indicati, ma, nel rispetto del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, deve determinare il credito in base agli elementi acquisiti al processo, oppure rigettare la domanda per difetto di prova.
Cass. 17 maggio 2007, n. 11460.
Rapporti tra i giudizi sull’an e sul quantum
Nell’ipotesi in cui con la domanda iniziale sia stata richiesta una condanna specifica, ai fini della scissione del giudizio sull’”an” da quello sul “quantum”, occorre distinguere a seconda che essa avvenga all’interno dello stesso processo, o dia invece luogo a due diversi processi in quanto solo nell’ultimo caso la scissione richiede l’istanza dell’attore ed il consenso del convenuto mentre, nel primo, la separazione può essere disposta, senza l’adesione della parte, anche d’ufficio, non determinandosi alcun “vulnus” dei principi generali del giusto processo. Tuttavia, in entrambe le ipotesi l’attore ha l’onere d’indicare i mezzi di prova dei quali intende avvalersi per la determinazione del “quantum”, incorrendo altrimenti nel rigetto della domanda se non adeguatamente provata.
Cass. 27 aprile 2011, n. 9404.
Effetti della sentenza di condanna generica
In relazione alla condanna generica alle spese processuali emessa da giudice straniero (nella specie, corte di appello di Londra), la domanda proposta innanzi al giudice italiano diretta ad ottenere la liquidazione delle stesse è ammissibile, atteso che, in caso di pronuncia di giudice straniero, non è applicabile l’art. 91 c.p.c., che sancisce il principio secondo cui la liquidazione delle spese processuali rientra nella competenza esclusiva del giudice della causa stessa, purché identico principio non sia operante presso lo Stato di appartenenza del giudice del merito, non sia necessario alcun particolare procedimento per il riconoscimento di tale decisione ed il convenuto, destinatario della pronuncia posta a fondamento della domanda, abbia il proprio domicilio in Italia (artt. 2 e 26 conv. Bruxelles). Detta decisione straniera costituisce, quindi, pronuncia di condanna incompleta assimilabile alla sentenza di condanna generica, prevista dal nostro ordinamento, che, ai sensi dell’art. 278, comma 1, c.p.c. può essere pronunciata quando sia già accertata la sussistenza di un diritto (an), ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta (quantum).
Cass. 7 luglio 2002, n. 11921.
Il giudicato sulla giurisdizione (nel caso di specie nei confronti dello straniero o dello Stato estero) non può spiegare effetto in un successivo processo inerente al medesimo rapporto, ma coinvolgente effetti diversi rispetto a quelli fatti valere nel primo processo. Pertanto, la sentenza che abbia dichiarato l’inefficacia della vendita di un complesso immobiliare, da destinare a sede distaccata dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, con condanna di quest’ultima, già immessa nel possesso, alla restituzione dell’immobile alla venditrice ed al risarcimento del danno da quantificarsi in separata sede, ancorché si sia implicitamente pronunciata per la giurisdizione del giudice italiano, non spiega effetti nel successivo giudizio sulla domanda di risarcimento dei danni da indisponibilità dell’immobile, per averne la convenuta Repubblica mantenuto il possesso, in quanto il giudicato di condanna generica, attiene alla sola potenzialità del danno derivante dalla divergenza tra la titolarità formale del bene (ancora in capo alla venditrice) e l’effettiva disponibilità dello stesso da parte della Repubblica Popolare Cinese, e non all’illegittimità del comportamento dello Stato estero di continuare ad occupare l’immobile, in luogo di restituirlo all’attrice e alla conseguente potenzialità di danno e, preliminarmente ed implicitamente, alla giurisdizione del giudice italiano in relazione a tale fattispecie di danno da occupazione illegittima dell’immobile.
Cass., Sez. Un., 17 luglio 2008 n. 19600.
Mentre il passaggio in giudicato della sentenza di accoglimento relativa al “quantum debeatur”, essendo obiettivamente condizionata al permanere della precedente sentenza non definitiva sull’”an”, non fa venire meno l’interesse all’impugnazione già proposta contro quest’ultima sentenza, altrettanto non avviene ove sia passata in giudicato la pronuncia di rigetto della domanda di liquidazione dei danni, venendo in tal caso meno ogni interesse a proseguire nel giudizio sull’”an”, con conseguente inammissibilità dell’impugnazione proposta contro quest’ultima sentenza.
Cass., Sez. Un., 19 maggio 2008, n. 12642, conforme Cass., Sez. Un., 4 febbraio 2005, n. 2204.
Separazione giudizi
Il giudizio di liquidazione di un credito promosso sulla base di una sentenza avente ad oggetto solo l’an debeatur, pronunciata in un diverso giudizio, deve essere sospeso a norma dell’art. 295 c.p.c. qualora sia pendente il giudizio di appello proposto contro questa sentenza.
Cass. lav., 18 dicembre 1997, n. 12836.
Caducazione della sentenza sul quantum
Il passaggio in giudicato della sentenza definitiva sul quantum debeatur, essendo questa condizionata al permanere della precedente sentenza non definitiva sull’an, non fa venir meno l’interesse all’impugnazione già proposta contro quest’ultima sentenza.
Cass., Sez. Un., 4 febbraio 2005, n. 2204.
La cassazione anche se con rinvio della sentenza non definitiva, che abbia pronunziato positivamente sull’an debeatur, comporta - al pari della cassazione senza rinvio - la caducazione della sentenza definitiva sul quantum, poiché, dipendendo quest’ultima totalmente dalla prima, una volta annullata la pronunzia sull’an, resta definitivamente privata del proprio fondamento logico-giuridico, che non può essere mai sostituito ex post dalla nuova pronunzia emessa in sede di rinvio, neppure se in quest’ultimo giudizio venga emessa una sentenza contenente statuizioni analoghe a quelle recate dalla sentenza cassata.
Cass. 31 gennaio 2006, n. 2125.
Pertanto, è inammissibile il ricorso per cassazione proposto avverso la sentenza definitiva sul quantum, dopo che quella non definitiva sull’an sia stata cassata con rinvio, non diversamente dall’ipotesi in cui la stessa sia stata cassata senza rinvio. Cass. lav., 29 gennaio 2004, n. 1679; conforme Cass. lav., 27 maggio 2003, n. 8440; Cass. 7 febbraio 2001, n. 1720; Cass. 31 gennaio 2006, n. 2125.
Il deposito, unitamente al ricorso (anche incidentale) per cassazione, della copia autentica della sentenza impugnata, è richiesto, a pena di improcedibilità, anche nel caso di ricorso contro una sentenza non definitiva, ancorché l’art. 369, n. 2, c.p.c. non consideri espressamente tale ipotesi, onde, nel caso in cui il ricorrente abbia impugnato sia la sentenza non definitiva che quella definitiva, depositando solo la copia autentica di quest’ultima, ma muovendo censure anche riguardo alla prima, il ricorso va, limitatamente a questa, dichiarato improcedibile.
Cass. 9 luglio 2008, n. 18844.
In tema di riserva facoltativa di appello contro sentenze non definitive, la riserva manifestata da una parte, in caso di soccombenza parziale di più parti, non giova anche alle altre nel caso in cui a loro volta non abbiano formulato riserva, in quanto il sistema complessivo previsto dalla legge processuale rimette ad ogni singola parte un autonomo potere di scelta fra riserva d’impugnazione e impugnazione immediata, non vincolando le altre parti alla riserva compiuta da una di esse, ma consentendo a ciascuna, anche dopo la formulazione della riserva ad opera delle altre, di proporre impugnazione immediata, rendendo priva di effetto la riserva già formulata. Ne deriva che, se alle parti che abbiano formulato la riserva è precluso il potere di proporre impugnazione immediata, mentre tale potere non è precluso alle parti che non abbiano formulato la riserva, ciò implica il carattere soggettivo della riserva d’impugnazione, in analogia con il carattere soggettivo, in via generale, dell’acquiescenza.
Cass. 31 luglio 2008, n. 20892.
Dal testuale dettato dell’art. 278 c.p.c. si evince che l’istituto della provvisionale, diversamente da quello della condanna generica, dà luogo ad un provvedimento di condanna vero e proprio, che presuppone non già una valutazione di mero fumus, tipica dei provvedimenti cautelari, ma un accertamento positivo del giudice di merito circa il raggiungimento della prova in ordine all’ammontare del danno nei cui limiti, corrispondenti al quantum della provvisionale, essa costituisce titolo esecutivo, nonché titolo per iscrivere ipoteca giudiziale
Cass. 24 maggio 2004, n. 9996.
L’apprezzamento al riguardo compiuto dal giudice del merito, ove congruamente motivato, non è suscettibile di riesame in sede di legittimità.
Cass. 7 maggio 2002, n. 6532.