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Timestamp: 2016-10-21 11:53:25+00:00
Document Index: 160839188

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art 85', 'art. 85', 'art 22', 'art 14', 'art. 14', 'art. 11']

⭐1.3 Obiettivi tematici e risultati attesi per fondo... 36
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1 ITALIA ACCORDO DI PARTENARIATO (VERSIONE 9 DICEMBRE 2013) SOMMARIO 1 Meccanismi per assicurare la coerenza con la strategia europea per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva e con le missioni specifiche dei fondi, in linea con gli obiettivi dettati dal Trattato, ivi inclusa la coesione economica, sociale e territoriale (art. 14(1) (A) del Regolamento generale) Sintesi delle valutazioni ex ante dei programmi o principali risultati delle valutazioni ex ante dell accordo di partenariato, se realizzate su iniziativa dello stato membro Obiettivi tematici e risultati attesi per fondo Obiettivo tematico 1 - Ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione (Rafforzare la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l'innovazione) Obiettivo tematico 2 - Agenda digitale (Migliorare l'accesso alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, Nonché l'impiego e la qualità delle medesime) Obiettivo Tematico 3 - Competitività dei sistemi produttivi (Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese, il settore agricolo e il settore della pesca e dell acquacoltura) Obiettivo Tematico 4 - Energia sostenibile e qualità della vita (Sostenere la transizione verso un economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori) Obiettivo Tematico 5 - Clima e rischi ambientali (Promuovere l adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi) Obiettivo Tematico 6 - Tutela dell ambiente e valorizzazione delle risorse culturali e ambientali (Tutelare l'ambiente e promuovere l'uso efficiente delle risorse) Obiettivo Tematico 7 - Mobilità sostenibile di persone e merci (Promuovere sistemi di trasporto sostenibili ed eliminare le strozzature nelle principali infrastrutture di rete) Obiettivo Tematico 8 - Occupazione (Promuovere l occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori) Obiettivo Tematico 9 - Inclusione sociale e lotta alla povertà (Promuovere l inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione) Obiettivo Tematico 10 - Istruzione e formazione (Investire nell istruzione, formazione e formazione professionale, per le competenze e l apprendimento permanente) Obiettivo tematico 11 Capacità istituzionale e amministrativa (rafforzare la capacità istituzionale e promuovere un amministrazione pubblica efficiente) Allocazione finanziaria indicativa delle risorse comunitarie, a livello nazionale, per obiettivo tematico e per ciascun Fondo (compreso l importo indicativo del sostegno previsto per gli obiettivi relativi al cambiamento climatico) Sezione 1B Applicazione dei principi orizzontali e obiettivi di policy per l attuazione dei fondi europei strutturali e di investimento Il processo di preparazione dell Accordo di Partenariato2 1.6 Lista dei programmi fesr, fse, yei (ad eccezione di quelli relativi agli obiettivi di cooperazione territoriale), feasr e feamp, evidenziando le rispettive allocazioni per fondo e per annualità (quota comunitaria, inclusa la riserva di performance) Richiesta di trasferimento dei fondi strutturali tra categorie di regioni (art 85, lett. b del regolamento generale) (Valori correnti) Richiesta di trasferimenti dall obiettivo cooperazione territoriale all obiettivo riguardante gli investimenti per la crescita e l occupazione, ove applicabile (art. 85A regolamento generale) Richiesta alla Commissione europea di trasferimento di risorse destinate all assistenza tecnica, ove applicabile (art 22bis del regolamento generale) informazione sull allocazione relativa alla performance reserve per fondo e, ove appropriato, per categoria di regione, e sulle somme escluse dal calcolo della performance reserve (art 14 (1) (a) (vii) del regolamento generale) Strumenti per un attuazione efficace Articolo 14 (1) (B) del regolamento generale Strumenti per il coordinamento tra i fondi, con gli altri strumenti finanziari nazionali e comunitari e con la bei, in coerenza con la cornice istituzionale degli Stati membri Informazioni per la verifica ex ante delle regole di addizionalità Valutazione dell applicabilità delle condizionalità ex ante, in conformità con l articolo 17 e all allegato a livello nazionale e, qualora le condizionalità non fossero soddisfatte, indicazione delle azioni da intraprendere e delle relative tempistiche di implementazione Condizionalita ex ante tematiche FESR, FEASR e FSE Metodologie e strumenti per garantire coerenza nell attuazione del performance framework, in conformità all articolo 19 del regolamento generale Interventi di capacità amministrativa sintesi delle azioni previste dai programmi, incluso un cronoprogramma indicativo, per la riduzione degli oneri amministrativi a favore dei beneficiari Descrizione dell approccio allo sviluppo territoriale integrato o descrizione degli approcci integrati allo sviluppo territoriale basati sui contenuti dei programmi (art. 14 (2) (A) CPR) Orientamenti per l applicazione del Community-Led Local Development in Italia integrated Territorial Investment - ITI Sviluppo Urbano Sostenibile le principali Aree prioritarie per la cooperazione, in riferimento ai fondi, tenendo conto, ove appropriato, delle strategie macro regionali e di bacino marittimo Approccio integrato per rispondere a specifici bisogni di aree geografiche caratterizzate da povertà o di specifici gruppi ad alto rischio di discriminazione o esclusione sociale con particolare riferimento alle comunità marginalizzate, persone con disabilità, disoccupati di lungo periodo, e NEET3 3.1.6 Approccio integrato per affrontare le sfide demografiche regionali o i bisogni specifici di aree geografiche caratterizzate da gravi e permanenti disagi demografici e naturali La strategia per le Aree interne Orientamenti per assicurare l efficiente implementazione dell accordo di partenariato e dei programmi (Articolo 14 (2) (B) CPR) Valutazione dei sistemi esistenti per lo scambio elettronico di dati e sintesi delle azioni programmate per consentire gradualmente che tutti gli scambi di informazioni tra beneficiari e autorità responsabili per la gestione e il controllo dei programmi siano effettuati attraverso lo scambio elettronico di dati Allegato 1 - Elementi salienti della proposta di SI.GE.CO 2014/ Allegato 2 - Trasparenza dei dati su interventi e beneficiari dei programmi operativi, ruolo del portale opencoesione, sistema di monitoraggio e di rendicontazione allegato 3 Strategia nazionale per le aree interne (versione completa)4 SEZIONE 1 A 1 MECCANISMI PER ASSICURARE LA COERENZA CON LA STRATEGIA EUROPEA PER LA CRESCITA INTELLIGENTE, SOSTENIBILE E INCLUSIVA E CON LE MISSIONI SPECIFICHE DEI FONDI, IN LINEA CON GLI OBIETTIVI DETTATI DAL TRATTATO, IVI INCLUSA LA COESIONE ECONOMICA, SOCIALE E TERRITORIALE (ART. 14(1) (A) DEL REGOLAMENTO GENERALE) 1.1. IDENTIFICAZIONE DEI FABBISOGNI DI SVILUPPO E DELLE POTENZIALITÀ DI CRESCITA CON RIGUARDO AGLI OBIETTIVI TEMATICI E ALLE SFIDE TERRITORIALI Le raccomandazioni specifiche rilevanti del Consiglio europeo sul Programma Nazionale di Riforma dell Italia 2013 Nell analisi dei fabbisogni di sviluppo descritta nella presente sezione e nell individuazione degli ambiti di intervento della programmazione illustrati nel paragrafo 1.3, si è posta grande attenzione alle raccomandazioni specifiche all Italia (Country specific recommendations) approvate dal Consiglio europeo il giungo scorsi, sulla base dell analisi del Programma Nazionale di Riforma (PNR) 2013 dell Italia. Le raccomandazioni del Consiglio sono indirizzate a risolvere alcuni grandi nodi strutturali del nostro sistema economico, che richiedono un impegno coordinato delle politiche economiche a tutti i livelli di governo. Per quanto esse sollecitino, innanzitutto, l'intervento delle politiche nazionali ordinarie, il contributo dei fondi strutturali è essenziale nei diversi ambiti rilevanti alla loro azione. Accanto all'indicazione della necessità di adottare misure strutturali per migliorare la capacità di gestione dei fondi europei nelle regioni del Sud, le altre raccomandazioni rilevanti per la politica di coesione sono quelle riguardanti, sotto diversi profili, il mercato del lavoro e i percorsi di istruzione e formazione (raccomandazione n.4), lo sviluppo del mercato dei capitali (raccomandazione n.3), il potenziamento della dotazione infrastrutturale (raccomandazione n.6), la riforma dell amministrazione pubblica (raccomandazione n. 2). In questi ambiti, le raccomandazioni specifiche tracciano le macro azioni necessarie e, in alcuni casi, indicano le misure specifiche sulle quali deve concentrarsi l impegno del nostro Paese. In tema di mercato del lavoro, si chiede che sia data effettiva attuazione alla riforma del mercato del lavoro varata lo scorso anno, oltre che alla riforma del quadro normativo per la determinazione dei salari, per consentirne l allineamento alla produttività. Si pone l accento sulle categorie maggiormente svantaggiate, giovani e donne, e si sollecitano ulteriori interventi per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso l attuazione della Garanzia Giovani e rafforzando l offerta di servizi di assistenza per i bambini e gli anziani non autosufficienti e l offerta di doposcuola. La raccomandazione si sofferma sull esigenza di rafforzare la transizione scuola-lavoro, richiedendo il rafforzamento dell istruzione professionalizzante e della formazione professionale e una maggiore efficienza dei servizi pubblici per l impiego e di quelli di orientamento e consulenza per gli studenti del ciclo terziario. Si sollecitano inoltre ulteriori interventi per ridurre l abbandono scolastico e per migliorare la qualità della scuola, anche mediante un azione di riforma dello sviluppo professionale e della carriera degli insegnanti. In tema di trasferimenti sociali, si raccomanda infine di rendere questi strumenti più efficaci, indirizzando in maniera più mirata le prestazioni, con particolare riguardo alle famiglie con basso reddito e con figli. Altro ambito di interesse della politica di coesione oggetto di raccomandazioni all Italia è quello riguardante il potenziamento della dotazione infrastrutturale, con particolare riferimento alle interconnessioni energetiche, al trasporto intermodale, alle infrastrutture digitali di banda larga e ultra larga. Su questi aspetti è, tra l altro, esplicito il richiamo all esigenza di superare le disparità tra il Nord e il Sud del Paese. A beneficio del sistema produttivo, si raccomanda, inoltre, un maggiore sviluppo del mercato dei capitali e, in particolare, delle forme di partecipazione al capitale, considerate per la loro capacità di stimolare la crescita e l innovazione delle imprese. Il buon funzionamento della pubblica amministrazione continua a essere un area oggetto di attenzione per l Italia. Le raccomandazioni evidenziano ancora le debolezze sul piano normativo e delle procedure amministrative, sulla qualità della governance e sulla capacità amministrativa; debolezze che si ripercuotono sull attuazione delle riforme varate e che incidono negativamente sul contesto in cui operano le imprese. In questo ambito, il Consiglio europeo sollecita le istituzioni italiane a una maggiore efficienza amministrativa e a 45 migliorare il coordinamento tra i livelli di governo, individuando quali ambiti prioritari di intervento l ulteriore semplificazione del quadro normativo e amministrativo, in favore di cittadini e imprese, una maggiore efficienza nel campo della giustizia civile e un quadro normativo in grado di contrastare più efficacemente la corruzione. L analisi condotta nei paragrafi che seguono ha tenuto conto delle problematiche e delle azioni di riforma su cui insistono le raccomandazioni del Consiglio europeo, con specifico riguardo agli ambiti rilevanti per l impiego dei fondi europei, approfondendole sotto diversi profili. I fabbisogni di intervento che ne sono scaturiti e le azioni programmate a valere sulle risorse della programmazione comunitaria presentate nel paragrafo 1.3, sono orientate dalla necessità di fornire, congiuntamente alle politiche settoriali nazionali, una risposta efficace alle criticità evidenziate. (Il raccordo tra raccomandazioni specifiche, obiettivi tematici e risultati attesi dall impiego dei fondi sarà presentato nella versione definitiva della sezione 1.3). Tendenze economiche Da oltre un decennio l economia italiana segna il passo, sia in prospettiva storica, sia rispetto ai principali paesi europei (0,1 per cento di crescita media annua dal 2000 al 2012, rispetto all 1 per cento dell Area dell Euro e all 1,2 per cento dell UE-27). Le difficoltà strutturali del sistema economico riflesse nella scarsa dinamica della produttività continuano a frenare la ripresa: nel 2012 il prodotto interno lordo risultava ancora inferiore di oltre 7 punti percentuali rispetto al 2007 (cfr. Figura 1). Figura 1 - Evoluzione del Pil nei principali Paesi europei, anni (valori concatenati, anno di riferimento 2005; numero indice 2005=100) Fonte: elaborazioni DPS su dati Eurostat; per il stime Eurostat La ripresa è ancora incerta dopo la forte contrazione del prodotto interno lordo nel 2012 (-2,5 per cento, rispetto a -0,4 per cento dell UE-27); la crescita resta infatti condizionata dalla debolezza della domanda interna. Il Documento Programmatico di Bilancio 2014 prefigura una nuova riduzione del Pil dell 1,8 per cento nel 2013 e un aumento dell 1,1 per cento nel In quest ultimo decennio, i differenziali negativi di crescita rispetto agli altri Paesi si sono tradotti in una significativa flessione del prodotto pro capite italiano rispetto alla media europea: tra il 2005 e il 2012, il Pil pro capite dell Italia, misurato in standard di potere d acquisto, si riduce di circa 7 punti percentuali rispetto a quello medio dell UE-27 (cfr. Figura 2); di oltre 20 punti percentuali dal 1995 a oggi. 56 Figura 2 - Pil pro capite nei principali Paesi europei, anni 2005 e 2012 (standard di potere d'acquisto, UE-27=100) Fonte: elaborazioni DPS su dati Eurostat I divari di crescita si accentuano a livello territoriale: il Mezzogiorno subisce più del Centro-Nord le conseguenze della crisi, con una caduta maggiore del Pil (-2,3 per cento in media nel , rispetto a -1,3 per cento nel Centro-Nord; cfr. Figura 3). Quest area risente del minore stimolo, rispetto al resto del Paese, della domanda estera e della forte contrazione della spesa per consumi delle famiglie, in gran parte attribuibile alla perdurante incertezza sulle prospettive del mercato del lavoro e alla flessione dei redditi in termini reali. Il 2013 sarà per il Mezzogiorno il sesto anno consecutivo di recessione. Figura 3 - Evoluzione del Pil nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno, anni (valori concatenati, anno di riferimento 2005; numero indice 2005=100) Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat Negli ultimi anni torna quindi ad aumentare il divario in termini di Pil pro capite tra le due macro-aree del paese, malgrado la crescita più sostenuta della popolazione residente nelle regioni del Centro-Nord. L aumento della popolazione nelle regioni settentrionali è dovuto in gran parte all afflusso degli stranieri e, in misura inferiore, alle migrazioni interne (Figura 4). Anche nel Mezzogiorno il contributo degli stranieri è positivo, mentre continuano le migrazioni in particolare dei giovani verso le regioni del Centro-Nord, con un conseguente depauperamento, anche permanente, del capitale umano dell area meridionale. 67 Figura 4 Contributi dei saldi demografici nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno, anni (saldi su popolazione) Centro-Nord Mezzogiorno 12,0 12,0 10,0 10,0 8,0 8,0 6,0 6,0 4,0 4,0 2,0 2,0 0,0 0,0-2,0-2,0-4, , tasso naturale tasso migratorio interno tasso migratorio estero tasso naturale tasso migratorio interno tasso migratorio estero Fonte: elaborazioni DPS su dati ISTAT Nel 2012 il Pil pro capite del Mezzogiorno è poco oltre i 17 mila euro, rispetto ai 30 mila euro del Centro-Nord e a una media nazionale di 25,7 mila euro. Si registra quindi un forte arretramento della posizione delle regioni italiane rispetto alla media comunitaria: tra il 2005 e il 2012, il Pil per abitante del Centro-Nord (calcolato con metodo Eurostat e misurato in standard di potere d acquisto) passa da 124 a 115 per cento di quello medio dell UE-27; quello del Mezzogiorno dal 70 al 65 per cento della media UE-27. A livello regionale, tra il 2005 e il 2012, il Pil pro capite a valori concatenati si contrae in tutte le regioni, ma in maniera più marcata in Umbria, Lazio, Sicilia e Campania (cfr. Figura 5). Figura 5 - Pil pro capite regionale: confronto 2005 e 2012 (valori concatenati, anno di riferimento 2005) Italia e macroaree Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat La programmazione dei fondi strutturali interviene quindi in un periodo di grave e perdurante recessione economica, con un forte aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali che minano la coesione nazionale e ostacolano la ripresa della crescita. Per le nuove generazioni, in particolare per i giovani nel Mezzogiorno, si restringono le opportunità di realizzazione personale e professionale, con conseguenze devastanti sul tessuto produttivo e sociale del Paese. Di seguito si esaminano gli andamenti di alcune variabili e indicatori a livello regionale, al fine di individuare i principali fabbisogni di intervento in relazione alle aree di policy e agli Obiettivi Tematici del Regolamento. 78 Analisi delle disparità e dei fabbisogni di sviluppo a livello territoriale con riferimento agli obiettivi tematici Ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione (obiettivo tematico 1) Le tre priorità di crescita identificate dalla Strategia Europa 2020 (intelligente, sostenibile, inclusiva) non possono prescindere dallo sforzo che tutti i Paesi devono fare per favorire la ricerca, volano indispensabile per lo sviluppo di lungo periodo. L Italia si è posta l obiettivo di raggiungere un livello di spesa pubblica e privata in R&S pari all 1,53 per cento del Pil, contro un target europeo del 3 per cento: obiettivo prudente che tiene conto del livello iniziale e dei vincoli di finanza pubblica. Nel 2010, mentre l UE-27 in media raggiungeva un livello di spesa totale in R&S pari a 2,01 per cento del PIL, il nostro Paese si fermava all 1,26 per cento. In particolar modo la spesa privata in rapporto al PIL rimane ancora molto al di sotto (circa la metà) di quella media comunitaria e concentrata principalmente nelle imprese di grandi dimensioni. I dati preliminari per il 2011 e il 2012 sembrano prefigurare una sostanziale stazionarietà della spesa in R&S nel nostro Paese (1,25 e 1,27 per cento rispettivamente), mentre per l UE-27 essa sarebbe aumentata passando al 2,05 per cento nel 2011 e al 2,07 per cento nel L Italia si troverebbe quindi non solo ben al di sotto del suo obiettivo nazionale, ma sempre più lontana dalla media comunitaria. All interno del Paese, tre regioni nel 2010 (ultimo anno disponibile a livello NUTS2) avevano già raggiunto l obiettivo nazionale: Provincia autonoma di Trento, Piemonte e Lazio. Rispetto al 2005 tutte le regioni registravano un incremento della spesa in R&S in rapporto al Pil (soprattutto la Provincia autonoma di Trento e il Veneto), ad esclusione del Lazio e dell Abruzzo (cfr. Figura 6). Figura 6 - Spesa R&S sul PIL nelle regioni italiane, anni 2005 e 2010 (valori percentuali) Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate Fonte: elaborazioni DPS su dati Eurostat e Istat Nel settore agroalimentare la spesa in R&S ha rappresentato nel 2010 circa il 4 per cento della spesa complessiva in R&S, in linea con il peso del settore sul Pil nazionale Le imprese hanno investito una quota pari a circa il 41 per cento del totale della spesa in R&S del settore. Il 98 per cento di tale spesa, con un andamento crescente dal 2005, viene effettuata soprattutto dall industria agroalimentare, confermando le difficoltà strutturali delle imprese agricole a realizzare direttamente tali attività. I dati sull utilizzazione mostrano, tuttavia, un notevole incremento della spesa in R&S finalizzata ad applicazioni agricole e agroalimentari, pari a circa 320 milioni di euro nel 2010, evidenziando come il settore sia una realtà economica che assorbe una rilevante quantità di servizi in R&S prodotti da imprese di altri settori. Ciononostante, lo scarso peso a livello nazionale della ricerca privata nell agroalimentare (1,6 per cento dell investimento complessivo delle imprese in R&S), unito a un trend decrescente della spesa pubblica in ricerca, evidenzia la necessità di promuovere un rilancio del sistema della ricerca nel settore agroalimentare, promuovendo un rapporto più stretto tra strutture di ricerca e mondo privato. La capacità di innovare delle imprese è strettamente collegata alla dotazione di capitale umano, indispensabile per garantire la flessibilità necessaria a mantenere una continua capacità di adattamento alle mutate condizioni di 89 mercato. Nel 2012, solo 48 occupati su 10 mila erano ricercatori, a fronte dei 163 della Finlandia, il Paese dell UE con il maggior peso relativo dei ricercatori sul totale degli occupati. Va detto comunque che il peso relativo dei ricercatori in Italia è leggermente aumentato durante i primi anni della crisi (dai 46 del 2010) e ancor di più dal 2005, quando essi erano 37 ogni 10 mila occupati, mentre in Finlandia tale quota è rimasta stazionaria. Purtroppo però il numero dei ricercatori impiegati in imprese italiane era pari solo a 19 ogni 10 mila occupati (il 39,6 per cento), contro i 94 in Finlandia (il 57,7 per cento). Figura 7 - Ricercatori occupati nelle imprese (TPE), anni 2005 e 2011 (per 10 mila occupati) Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate UE27 Italia Pmn Vda Lig Lom Boz Tre Ven Fvg Emr Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Eurostat I dati regionali mostrano come nel Mezzogiorno del Paese, la quota di ricercatori sul totale degli addetti delle imprese è assai inferiore alla media, in particolare in Molise, Calabria, Sardegna, mentre solo quella del Piemonte è superiore al corrispondente valore comunitario (Figura 7). Il dato è coerente con quello sul tasso di innovazione del sistema produttivo 1, che per il Mezzogiorno risulta inferiore alla media nazionale di circa 7 punti percentuali, con scostamenti particolarmente significativi per Molise, Calabria, Sardegna e Basilicata. Tecnologie dell informazione e della comunicazione (obiettivo tematico 2) Il superamento dei divari digitali, cioè la possibilità e/o la capacità di accedere alla rete per usufruire dei servizi offerti, rappresenta l obiettivo principale dell Agenda digitale europea e incide direttamente sulla capacità di innovazione che i territori sono in grado di esprimere. La situazione italiana è molto differenziata e ancora lontana da molti dei target europei 2, soprattutto per una generalizzata debolezza della domanda, anche in quei territori nei quali il digital divide è stato ridotto in termini di infrastrutturazione e copertura di banda larga. In tutte le regioni del Mezzogiorno, esclusa la Sardegna, la quota di famiglie che dichiarano di possedere l accesso a internet nel 2012 è inferiore alla media nazionale (55,5 per cento). Tra queste, Basilicata, Calabria e Sicilia sono le regioni con i peggiori risultati (Figura 8). 1 CNEL-ISTAT (2013), BES 2013 Il benessere Equo e Sostenibile in Italia, Percentuali di imprese che hanno introdotto innovazioni tecnologiche di prodotto e processo, organizzative e di marketing nel triennio di riferimento sul totale delle imprese con almeno 10 addetti. Disponibile al sito 2 Gli obiettivi dell Agenda digitale per ciascun Paese, da conseguire entro il 2020, sono: in termini di reti, il 100 per cento di copertura della popolazione entro il 2013; il 100 per cento di copertura con una velocità di connessione superiore a 30 Mbps; almeno il 50 per cento degli abbonamenti con velocità di connessione superiori ai 100 Mpbs. Riguardo ai servizi, almeno il 50 per cento della popolazione dovrà rapportarsi con la PA on-line; almeno il 50 per cento degli utenti digitali dovrà utilizzare l e-commerce; il 75 per cento della popolazione dovrà utilizzare abitualmente internet e il 33 per cento delle PMI dovrà vendere e acquistare on-line. 910 Figura 8 - Famiglie con accesso a internet per regione, anno 2012 e variazione (per 100 famiglie della stessa area; variazioni percentuali) Fonte: Elaborazioni DPS su dati Istat, Cittadini e nuove tecnologie La disponibilità di copertura di banda larga può influenzare sia il grado di partecipazione dei cittadini alle attività sociali ed economiche in rete, sia la capacità di sviluppo di applicazioni informatiche e di servizi che richiedono una maggiore velocità di connessione e trasmissione. A metà 2013, la copertura di servizi in banda larga (rete fissa Adsl 2Mbps e mobile) si attesta attorno al 96 per cento della popolazione; i dati confermano una situazione a macchia di leopardo in ordine ai divari territoriali tra e nelle regioni, anche relativamente alla diversa qualità nella velocità di connessione disponibile. Infatti, la conformazione orografica, con aree territoriali poco appetibili agli investimenti degli operatori di mercato, le dimensioni dei comuni e la densità abitativa sono elementi che incidono sulla disponibilità di banda larga fissa, in parte compensata dall ampia diffusione della banda mobile a livello nazionale. Nel 2013, il Molise registra il livello di copertura più basso tra le regioni italiane (81,3 per cento includendo anche il mobile); anche Calabria, Basilicata e Valle d Aosta registrano una copertura lorda della popolazione inferiore o attorno al 90 per cento (Figura 9). Figura 9 - Quota di popolazione non coperta da banda larga* (rete fissa e mobile), giugno 2013 (valori percentuali) 20,0 18,0 16,0 14,0 12,0 10,0 8,0 6,0 4,0 2,0 - ITALIA Piemonte Valle d'aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna *Con connettività pari o superiore a 2Mbps. Il dato si riferisce alla copertura lorda calcolata sulla base delle linee telefoniche attestate sulle centrali abilitate all erogazione del servizio Adsl. Fonte: elaborazioni DPS su dati Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento Comunicazioni Negli ultimi anni sono stati avviati, e sono oggi in fase avanzata di attuazione, interventi complessi, coordinati a livello nazionale, per lo sviluppo dell economia digitale, dal Piano nazionale banda larga del 2008, definito per garantire a tutti i cittadini l accesso a internet, al Programma nazionale (FEASR) per la banda larga per le aree 1011 rurali del Nel 2012 è stata definita una strategia nazionale per migliorare l accesso e l utilizzo delle tecnologie dell informazione e della comunicazione attraverso la definizione di un Agenda digitale italiana che recepisce gli ambiziosi target europei e assume un ruolo importante nel conseguimento di obiettivi di crescita e di inclusione sociale, individuando un percorso di riduzione dei divari digitali e socio-economici tra territori. Competitività delle piccole e medie imprese, del settore agricolo e del settore della pesca e dell acquacoltura (obiettivo tematico 3) Tra il 2007 e il 2012, il tasso di crescita del numero delle imprese 3 ha mostrato una dinamica nelle varie aree del Paese in riduzione; nel 2012 infatti, a livello nazionale, il tasso è stato pari a 0,31 per cento, rispetto all 1,19 per cento del Il sistema delle aziende italiane ha conseguito complessivamente una faticosa tenuta, in un quadro di ridotta vitalità in entrata di nuove imprese e di accelerazione in uscita di quelle esistenti. In questi anni difficili per le aziende italiane, a fronte di una domanda interna insufficiente e in assenza di vere politiche di sostegno, ci sono state imprese che sono riuscite a migliorare le proprie posizioni e a rafforzarsi, mentre molte altre non ce l hanno fatta e, con loro, si sono persi migliaia di posti di lavoro. In particolare nel Mezzogiorno, il numero delle imprese attive nel 2012 (in tutti i settori) si è ridotto di circa 15 mila unità rispetto al 2007, con una variazione negativa pari a -0,9 per cento (rispetto al +2,3 per cento di crescita registrata nello stesso periodo nel Centro-Nord) 4. Esaminando i dati sulle aziende fallite, tra il 2009 e il 2012, imprese meridionali hanno dovuto portare i libri in tribunale (su imprese attive nel 2012), di cui solo in Campania, a fronte di imprese fallite nel Centro Nord (su imprese attive). La maggiore incidenza dei fallimenti al Nord è riconducibile alla composizione settoriale dell economia settentrionale, relativamente più orientata all industria, e alla forma giuridica delle imprese (il ricorso a procedure fallimentari riguarda principalmente le società di capitali). Non solo la base imprenditoriale si restringe, ma la parte rimanente subisce un brusco peggioramento delle proprie condizioni operative. Durante la crisi economica, l industria meridionale ha accentuato il ritardo con quella del Centro Nord: tra il 2007 e il 2011 il valore aggiunto industriale delle regioni meridionali si è contratto di oltre il 16 per cento (10 per cento in quelle centrosettentrionali), risentendo del maggior orientamento verso la componente interna della domanda, più colpita dalla crisi. La riduzione dell occupazione industriale è più che doppia rispetto al Centro Nord, anche per effetto della minore copertura nel Sud degli ammortizzatori sociali, connessa con una struttura produttiva più concentrata nella piccola dimensione d impresa. Gli investimenti industriali sono crollati, con una riduzione tra il 2007 e il 2010 del 13,7 per cento (-2,7 nel Centro Nord). Le analisi sui bilanci delle società di capitali con sede nel Mezzogiorno 5 indicano che a quattro anni dall avvio della crisi le imprese più piccole, principalmente orientate alla domanda interna, hanno registrato la dinamica peggiore del fatturato. Le medie e grandi imprese hanno mostrato una maggiore capacità di reazione, pur se inferiore rispetto a quella mostrata dalle medio-grandi imprese del Centro Nord. La struttura del sistema produttivo italiano continua comunque ad essere caratterizzata, pur nel contesto di una progressiva tendenza alla terziarizzazione, dalla permanenza di una forte presenza del comparto manifatturiero. Nel 2010 la quota di valore aggiunto manifatturiero è pari al 16,6 per cento, in riduzione di circa 1,2 punti percentuali rispetto al A livello UE-27, la diminuzione nel periodo è stata inferiore (0,7 punti percentuali) con un valore di fine periodo intorno al 15,8 per cento. In Germania l incidenza del settore manifatturiero è più alta (21,2 per cento) così come in molti Paesi dell Europa dell Est; mentre Francia, Spagna e Paesi Nordici presentano quote più basse. Rispetto alla media europea, le regioni del Centro-Nord continuano a presentare nel complesso una incidenza del settore manifatturiero elevata (18,8 per cento nel 2010), fanno eccezione le aree prealpine, la Liguria e il Lazio (Figura 10). Nel Mezzogiorno (9,4 per cento) le quote più elevate si registrano in Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia. 3 Fonte Unioncamere. Il tasso di crescita è dato dal rapporto tra il saldo tra iscrizioni e cessazioni rilevate nel periodo e lo stock delle imprese registrate all inizio del periodo considerato. Nelle iscrizioni/cessazioni al registro delle imprese ci possono essere imprese iscritte ma ancora inattive, o imprese fallite ma non ancora cancellate, pertanto non coincidono con i dati della demografia di imprese, ma vanno considerate come una proxy della stessa. 4 Fonte Centro Studi Confindustria 5 Fonte Banca d Italia. 1112 Figura 10 Quota di valore aggiunto manifatturiero, anni 2005 e 2010 (valori concatenati, percentuali) Italia Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate Italia Pie VdA Lom Bol Tre Ven FVG Lig EmR Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat Il settore primario (agricoltura, silvicoltura e pesca), pur registrando una variazione media annua pari a -0,11 per cento, continua ad avere un peso consistente in termini di valore aggiunto, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno (3,8 per cento), nelle Province autonome di Bolzano e Trento, in Emilia Romagna e in Umbria, rispetto a una quota media nazionale del 2,2 per cento (cfr. Figura 11). Importante risulta essere l incidenza delle industrie alimentari, delle bevande e dei tabacchi, con valori meno disomogenei sul territorio (1,8 per cento la relativa quota nel 2010 a livello nazionale). Il sistema agroalimentare rappresenta quindi una parte importante dell economia italiana 6. Nel periodo della crisi il settore agroalimentare ha reagito meglio di altri settori, sebbene negli anni più recenti alcuni indicatori evidenzino difficoltà crescenti, soprattutto per quanto riguarda il mercato interno. Infatti, nel 2011 la spesa delle famiglie italiane per generi alimentari, bevande e tabacco, nonostante un aumento in valore dell 1,5 per cento, ha registrato una diminuzione in quantità dell 1,1 per cento rispetto al Nella filiera agroalimentare nazionale, il settore della produzione agricola primaria continua a rappresentare l anello più debole. Per quanto riguarda la catena del valore dei prodotti dell agricoltura (il riferimento è ai prodotti agricoli destinati al consumo fresco senza trasformazioni industriali e agli altri beni e servizi della branca), per ogni 100 euro spesi dalle famiglie ne restano in agricoltura 20 euro (6 euro in meno rispetto al 2000), 7 euro vanno ai prodotti finali agricoli esteri, mentre il resto, ovvero 73 euro, è destinato al settore commerciale, distributivo e del trasporto (69 euro) e al pagamento delle imposte sul consumo (circa 3 euro) 7. Nel comparto alimentare, la grande distribuzione continua a segnare una dinamica positiva: negli ultimi cinque anni, le vendite in valore presso la grande distribuzione sono aumentate in media ogni anno dell 1,3 per cento, contro il -1 per cento fatto registrare dalle piccole superfici. Il deterioramento della redditività dell agricoltura italiana trova conferma anche dalla contrazione del reddito operativo agricolo: dal 2001 al 2011, la remunerazione rimanente all agricoltura una volta pagati i salari, le imposte e imputati gli ammortamenti, si è ridotta a valori correnti del 68 per cento; includendo i contributi comunitari la riduzione appare meno marcata (-47 per cento) ma sempre rilevante e comunque superiore alla media UE 8. Inoltre, il settore agricolo è fortemente penalizzato dalle repentine e intense variazioni dei prezzi alla 6 Uno dei principali fattori di competitività dell agroalimentare italiano è dato dai prodotti di qualità riconosciuti dalla UE. Con un totale di 248 riconoscimenti, l Italia è infatti il paese leader per numero di prodotti DOP e IGP (154 DOP, 92 IGP, 2 STG; dati 31/12/2012). Nel 2011, il sistema italiano delle produzioni agroalimentari DOP e IGP ha realizzato un giro di affari di 6,5 miliardi di euro alla produzione (+8,9% sul 2010), mentre per quanto riguarda il valore al consumo è stato pari a circa 11,8 miliardi di euro (+5,5%), di cui 8,5 sul mercato nazionale (+3,9%). Numerosi sono, inoltre, i vini di qualità italiani, che contano 330 DOC e 73 DOCG, oltre a 118 IGP. Il peso delle DOCG è maggiore nelle aree centrosettentrionali, mentre al Sud e nelle Isole vi è una maggiore incidenza di IGT. Per le DOC, invece, il peso più elevato si ha nel centro. 7 Fonte ISMEA. 8 Fonte Eurostat. 1213 produzione; si tratta di variazioni che non si trasmettono immediatamente sui prezzi nelle fasi più a valle. Le cause della lenta e asimmetrica trasmissione dei prezzi lungo la filiera sono diverse, tra cui la numerosità degli operatori lungo la filiera, il loro diverso potere contrattuale e la scarsa competitività dei canali commerciali. 6 Figura 11 Quote di valore aggiunto del comparto agricoltura, silvicoltura e pesca e del settore industrie alimentari, bevande e tabacchi, anni 2005 e 2010 (valori concatenati, percentuali) Agricoltura, silvicoltura e pesca Industrie alimentari, bevande e tabacchi Italia Pie VdA Lom Bol Tre Ven FVG Lig EmR Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Italia Pie VdA Lom Bol Tre Ven FVG Lig EmR Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat Nonostante la crisi economica, le esportazioni di merci italiane (di cui il 97 per cento provenienti dal settore manifatturiero per il Centro-Nord e il 95 per cento per il Mezzogiorno), mantengono una dinamica vivace sia verso i mercati interni sia quelli esterni all Unione. Il valore totale delle esportazioni nel 2012 è pari a 389 miliardi di euro (86,9 per cento dal Centro-Nord e 11,9 dal Mezzogiorno), con una crescita media annua rispetto al 2005 del 3,8 per cento. Tale dinamica positiva interessa entrambe le aree. Il valore delle merci vendute all estero raggiunge il 24,9 per cento del Pil nel 2012 (l indicatore export su Pil è pari al 28,2 per cento nel Centro-Nord e al 12,8 nel Mezzogiorno). A livello territoriale, le regioni che presentano una capacità di esportare superiore a quella nazionale sono: l Emilia Romagna (34,6 per cento), il Veneto (34,9 per cento), la Lombardia (32,6), il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia (31,8) e, per il Mezzogiorno, l Abruzzo (23). Tra le regioni con una ridotta capacità di esportare: la Calabria, con le vendite all estero che contribuiscono solo per l 1,1 per cento al Pil regionale, e il Lazio che registra un valore export su Pil pari al 10,6 per cento (Figura12). Figura 12 - Valore delle esportazioni sul Pil 2012 e variazione media annua export (valori percentuali, variazioni percentuali medie annue) Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat 1314 Tra i settori di punta, l agroalimentare registra un notevole grado di apertura, che evidenzia l'intensa integrazione commerciale dell'italia nell'economia agroalimentare internazionale e, soprattutto, europea. Nel 2011, il grado di apertura è pari al 43,7 per cento, con un aumento di 2,3 punti percentuali rispetto al Il sistema agroalimentare italiano nel 2011 registra un saldo commerciale positivo, con le esportazioni che si attestano a 30,5 miliardi (+8,5 per cento rispetto al 2010). I principali prodotti esportati sono quelli legati alle specificità alimentari nazionali (paste, vini e olio, formaggi). Da segnalare il forte aumento delle esportazione verso nuovi mercati (Maghreb, Turchia, Sud Africa e Cina). L apertura internazionale del Mezzogiorno rimane ancora relativamente modesta rispetto a quella delle regioni centrosettentrionali, tuttavia, si individuano delle aree con una forte propensione all export: ordinando i Sistemi Locali del Lavoro (SLL) italiani per valore del fatturato all export, nel primo quarto della classifica sono presenti ben 20 SLL del Mezzogiorno (su un totale ripartizionale di 325), rispetto ai 57 su 114 del Nord-ovest, ai 59 su 119 del Nord-est e ai 36 su 128 del Centro. I 20 SLL del Mezzogiorno sono, in ordine decrescente di fatturato esportato (cfr. Tavola 1), quelli di Siracusa, Cagliari, Napoli, Atessa, Bari, Taranto, Melfi, Pescara, Torre del Greco, Nocera Inferiore, Salerno, Brindisi, Vasto, Caserta, Nola, Catania, Avezzano, Barletta, Gioia del Colle e Giulianova (quindi 5 SLL abruzzesi, 6 campani, 5 pugliesi e 2 siciliani; Basilicata e Sardegna sono rappresentate da un solo SLL; non sono presenti SLL molisani o calabresi). Nell insieme, essi contribuiscono per circa il 75 per cento delle esportazioni del Mezzogiorno. Ai primi posti della graduatoria compaiono i SLL di Siracusa e Cagliari, entrambi esportatori quasi esclusivamente di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio. Al terzo posto è Napoli, con una gamma di prodotti esportati più varia (aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi, ma anche articoli di abbigliamento e autoveicoli). Atessa in Abruzzo e Melfi in Basilicata producono ed esportano quasi esclusivamente autoveicoli. Pescara presenta un mix di prodotti esportati, tra cui spiccano gli articoli di abbigliamento, le macchine e gli articoli in gomma. Bari (al quinto posto) e Torre del Greco manifestano una specializzazione relativa nei medicinali e preparati farmaceutici. A Taranto restano importanti le esportazioni di prodotti della siderurgia e di tubi, condotti, profilati cavi e relativi accessori in acciaio. Nel settore agroalimentare si segnalano in Campania Nocera Inferiore (decimo posto, con una forte specializzazione in frutta, ortaggi lavorati e conservati, in particolare pomodori pelati e conserve) insieme a Nola. È dunque necessario che la strategia di sviluppo per il Mezzogiorno sia accompagnata da una focalizzazione su specifiche aree territoriali, aree con un forte potenziale, in grado di saper raccogliere e valorizzare le opportunità offerte dalle specializzazioni produttive e dalle nuove tecnologie. Tavola 1 - Principali SLL del Mezzogiorno dove si concentrano le esportazioni manifatturiere, anno 2009 SLL Addetti unità Fatturato esportato Fatturato esportato I primi tre prodotti esportati I primi 3 mercati di sbocco locali (milioni di euro) (% totale fatturato) Siracusa ,80 39,8 Prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio; Prodotti Grecia; Spagna; Libia chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie; Altri prodotti chimici Cagliari ,88 33,2 Prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio; Prodotti chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie; Altri prodotti Spagna; Libia; USA in metallo Napoli ,49 13,2 Aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi; Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia; Autoveicoli Atessa ,20 42,1 Autoveicoli; Prodotti da forno e farinacei; Macchine di impiego generale Bari ,04 26,1 Medicinali e preparati farmaceutici; Macchine di impiego generale; Parti ed accessori per autoveicoli e loro motori Taranto ,93 14,8 Prodotti della siderurgia; Motori, generatori e trasformatori elettrici; apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell'elettricità; Tubi, condotti, profilati cavi e relativi accessori in acciaio (esclusi quelli in acciaio colato) Melfi ,97 30,7 Autoveicoli; Petrolio greggio; Parti ed accessori per autoveicoli e loro motori Pescara ,96 22,2 Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia; Altre macchine per impieghi speciali; Articoli in gomma USA; Francia; Germania Germania; Francia; Regno Unito Svizzera; Francia; Germania Germania; Spagna; USA Germania; Francia; Regno Unito Germania; Francia; Spagna 1415 Torre del Greco Fonte: Istat ,98 72,1 Medicinali e preparati farmaceutici; Frutta e ortaggi lavorati e conservati; Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia ,35 37,3 Frutta e ortaggi lavorati e conservati; Altri prodotti in metallo; Prodotti di colture agricole non permanenti Nocera Inferiore Salerno ,68 17,9 Articoli in materie plastiche; Frutta e ortaggi lavorati e conservati; Autoveicoli Brindisi ,27 17,9 Prodotti chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie; Aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi; Articoli in materie plastiche Vasto ,27 39,7 Vetro e di prodotti in vetro; Parti ed accessori per autoveicoli e loro motori; Altri prodotti chimici Caserta ,07 16,9 Apparecchiature per le telecomunicazioni; Metalli di base preziosi e altri metalli non ferrosi; combustibili nucleari; Altri prodotti alimentari Nola ,85 25,4 Frutta e ortaggi lavorati e conservati; Aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi; Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia Catania ,16 12,0 Componenti elettronici e schede elettroniche; Medicinali e preparati farmaceutici; Prodotti di colture permanenti Avezzano ,29 31,2 Componenti elettronici e schede elettroniche; Pasta-carta, carta e cartone; Medicinali e preparati farmaceutici Barletta ,18 16,4 Calzature; Prodotti di colture permanenti; Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia Gioia del ,79 41,6 Mobili; Cuoio conciato e lavorato; articoli da viaggio, borse, Colle pelletteria e selleria; Prodotti di colture permanenti Giulianova ,19 18,1 Articoli di abbigliamento, escluso l'abbigliamento in pelliccia; Cuoio conciato e lavorato; articoli da viaggio, borse, pelletteria e selleria; Mobili Svizzera; Germania; Regno Unito Regno Unito; Germania; Francia Germania; Francia; Regno Unito USA; Belgio; Germania Germania; Francia; Regno Unito Germania; Spagna; Svezia Regno Unito; Francia; USA Francia; Germania; Marocco USA; Spagna; Germania Albania; Germania; Francia Francia; Germania; Belgio Germania; Francia; Spagna La crescita dimensionale delle imprese delle micro-imprese in piccole e delle piccole in medie costituisce una precondizione per poter competere pienamente a livello internazionale. Il tessuto imprenditoriale italiano è costituito in prevalenza da un gran numero di micro-aziende (particolarmente nelle regioni meridionali), il 95 per cento delle imprese rientra nella classe da 1 a 9 addetti (occupando il 47 per cento degli addetti totali), le piccole imprese (10-49 addetti) raggiungono una quota del 4,4 per cento (con 20 per cento di addetti) e le medio grandi (50 e oltre addetti) sono solo lo 0,6 per cento del totale imprese (con il 33 per cento di addetti) (Figura 13). Si osserva uno spostamento verso forme organizzative più evolute (società di capitale anziché società di persone e imprese individuali), soprattutto nelle regioni del Centro-Nord, mentre più alta al Sud è la quota di società cooperative. Nel 2010, oltre il 17,1 per cento delle aziende (15,9 per cento nel 2007) è costituito da società di capitali che occupano il 51,5 per cento degli addetti totali, l incidenza in leggero aumento delle società cooperative è pari all 1,2 per cento con quota di addetti ugualmente in crescita e pari al 6,5 per cento del totale. 6,5 6,0 5,5 5,0 4,5 4,0 3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5 0,0 Figura 13 Imprese per classe di addetti e per tipologia giuridica, 2010 (quote percentuali) (10-49 addetti; 50 e oltre addetti) (soc. di capitali; soc. cooperative) addetti 50 e + addetti addetti 50 e + addetti addetti 50 e + addetti addetti 50 e + addetti Italia Pie VdA Lom Bol Tre Ven FVG Lig EmR Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat, ASIA Italia Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate Italia Pie VdA Lom Bol Tre Ven FVG Lig EmR Tos Umb Mar Laz soc. di cap. Italia soc. coop. soc. di cap. Regioni più sviluppate soc. coop. soc. di cap. Regioni in transizione soc. coop. soc. di cap. Regioni meno sviluppate soc. coop. Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar 1516 La struttura del settore agricolo rimane caratterizzata in prevalenza da dimensioni aziendali piccole, sebbene in aumento. Il decennio registra una contrazione del 32 per cento del numero di aziende agricole e della superficie agricola-aziendale complessiva (SAT, -9,0 per cento; SAU, -2,5 per cento). Si assiste a un abbandono dell attività agricola nelle aree più marginali, ma anche alla crescita delle imprese in termini di superficie e di produttività. Il numero delle aziende con allevamenti si è anch esso contratto (-41,3 per cento), mentre il numero di capi registrato solo una lievissima flessione. Le dimensioni medie aziendali (7,9 ha) sono quindi aumentate nell ultimo decennio, in particolare per la riduzione delle aziende nella classe dimensionale più piccola (< di 2 ha) - dove la quota scende dal 63 per cento al 51 per cento - a vantaggio delle classi più grandi (50 ha e più). La quota di aziende gestite da conduttori con meno di 35 anni rimane piuttosto esigua (5 per cento). L industria alimentare, delle bevande e dei tabacchi registra nel 2010 circa imprese attive, con una flessione del 23 per cento rispetto al dato censuario del In questi anni si è assistito a un processo di ristrutturazione dell agroalimentare con forti processi di concentrazione. Permane tuttavia nell agricoltura italiana una diffusa debolezza organizzativa: le cooperative assorbono, attraverso i conferimenti e gli acquisti di input, il 36 per cento della produzione agricola italiana e incidono per il 24 per cento sul fatturato dell industria alimentare 9. Le imprese cooperative situate nelle regioni settentrionali realizzano quasi l 80 per cento del fatturato complessivo, mentre le cooperative meridionali, pur rappresentando il 43 per cento, ne generano soltanto il 14 per cento. La cooperazione agroalimentare nel Nord è infatti una realtà produttiva ben radicata sul territorio, con una decisa natura mutualistica (i conferimenti dei soci costituiscono l 86 per cento degli approvvigionamenti delle cooperative), mentre quella al Sud si caratterizza per la presenza di imprese di più piccole dimensioni, prevalentemente rivolte al mercato interno, con scarso orientamento all export. Accanto alle cooperative vanno segnalate altre forme di integrazione tra imprese della catena alimentare (filiere, reti d imprese, distretti, consorzi, ecc.) che coinvolgono i comparti a monte e a valle. Una seconda forma di debolezza organizzativa risiede nei servizi logistici. Mentre, infatti, crescono i grandi gruppi nazionali e internazionali, la frammentazione dell autotrasporto condiziona pesantemente il trasporto primario e in generale le tratte Sud-Nord del Paese. Per rispondere alle difficoltà competitive sono sempre più numerose le aziende agricole che diversificano le proprie attività per creare nuove opportunità di reddito e occupazione. Sono quasi le aziende agricole che praticano l agriturismo, con un incremento del numero delle strutture del 5 per cento nel 2010, rispetto all anno precedente. Crescono anche i servizi offerti: l alloggio (+5,2 per cento), presente in oltre l 82 per cento delle strutture, per un totale di posti letto; la ristorazione (+6,2 per cento), che viene offerta da circa la metà delle aziende; la degustazione di prodotti aziendali (+12,8 per cento). La ridotta dimensione economica, finanziaria, patrimoniale e organizzativa delle nostre imprese appare quindi insufficiente a sostenere il costo di investimenti in processi innovativi necessari per tenere il paese al passo con le grandi economie europee. In tutti i settori produttivi e soprattutto per le imprese di minore dimensione - l accesso al credito oggi costituisce un vincolo: nel 2012, le imprese che ottengono finanziamenti bancari fino a euro, pur rappresentando il 77,7 per cento dei prenditori, totalizzano solamente il 12,1 per cento degli impieghi. I dati mensili della Banca d Italia, a partire dalla fine del 2011, continuano a evidenziare la contrazione degli impieghi alle imprese non finanziarie (-6,8 per cento tra dicembre 2011 e dicembre 2012) insieme alla crescita delle sofferenze dei prenditori. Si registra un generale peggioramento dei risultati di bilancio delle imprese, su cui si basano le valutazioni del merito di credito delle banche, e un inasprimento delle condizioni di accesso ai finanziamenti. Nel Mezzogiorno alla maggior dipendenza dal credito bancario si associa una più elevata rischiosità degli impieghi e una maggiore diffusione dei fenomeni di razionamento del credito, cui sono particolarmente esposte le piccole e medie imprese. La quota delle imprese razionate, secondo l indagine sulle imprese industriali e dei servizi della Banca d Italia, nel 2012 era pari all 11,7 per cento al Centro Nord e al 15,3 per cento nel Mezzogiorno. Transizione verso un economia a basse emissioni di carbonio (obiettivo tematico 4) La quota dei consumi di energia elettrica coperti dalle fonti rinnovabili considerando come tali l idroelettrico (al netto dei pompaggi), l eolico, il fotovoltaico, il geotermoelettrico e le biomasse è un indicatore dei progressi realizzati nella direzione dello sviluppo sostenibile e del contenimento dei gas serra. La dinamica è fortemente 9 Osservatorio sulla cooperazione agricola italiana, Mipaaf. 1617 positiva in tutte le regioni e per l Italia nel suo complesso, salita dal 14,1 per cento del 2005 al 23,8 per cento del 2011 (Figura 14). In particolare, Valle d Aosta e Trentino-Alto Adige hanno una produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in quantità superiore alla richiesta interna, oltrepassando quindi il 100 per cento. Ma sono soprattutto le regioni del Mezzogiorno a registrare una forte crescita nella percentuale di copertura delle fonti rinnovabili, in particolare la Puglia (dal 4,8 al 25,8 per cento), la Sicilia (dal 2,6 al 13,8 per cento), il Molise (dal 22 al 67,4 per cento) e la Basilicata (dal 15,9 al 36 per cento). Figura 14 - Consumi di energia elettrica coperti da fonti rinnovabili, anni 2005 e 2011 (valori percentuali) UE 27 e Italia Regioni più sviluppate Regioni in transizione 2005 Regioni meno sviluppate 2011 Fonte: elaborazioni DPS su dati Terna L agricoltura può giocare un ruolo nella riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra mediante l impiego delle agro-energie. Ciò deve necessariamente avvenire nel rispetto del territorio e della sostenibilità dell attività produttiva, creando un interazione tra territorio, fonti rinnovabili ed energia tale da consentire la creazione di una vera e propria filiera agro-energetica. Da un analisi dei dati del VI Censimento Agricoltura dell Istat, al 2010 gli impianti in aziende agricole per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili sono (con una concentrazione nelle regioni del Nord-Est). Gli impianti fotovoltaici sono (anche se il numero è probabilmente sottostimato, vista la continua crescita del fotovoltaico registrata nel biennio ), seguiti dagli impianti idroelettrici (483), eolici (428) e il biogas (332); in crescita le biomasse con impianti. Adattamento al cambiamento climatico, prevenzione e gestione dei rischi (obiettivo tematico 5) Il territorio italiano è fortemente esposto a fenomeni di rischio naturale, in termini sia di dissesto idrogeologico sia di rischio sismico. Entrambi i fenomeni possono comportare costi elevati in termini di vite umane e danni economici, soprattutto in quei contesti caratterizzati dall alto consumo del suolo e dalla scarsa manutenzione del territorio. Le due mappe che seguono (Figura 15) mostrano il rischio frane e il rischio sismico in Italia 10 : appare evidente come gran parte del territorio sia esposto a entrambi i fenomeni, in particolare le regioni dell Appennino e alcune regioni del Mezzogiorno. 10 Nota: il rischio di frane è misurato con la densità di popolazione esposta a fenomeni franosi (n. abitanti/km2). Il rischio sismico è un indice determinato da una combinazione della pericolosità, della vulnerabilità e dell esposizione, come misura dei danni che, in base al tipo di sismicità, di resistenza delle costruzioni e di antropizzazione (natura, qualità e quantità dei beni esposti), ci si può attendere in un dato intervallo di tempo. 1718 Figura 15a. - Rischio frane Figura 15b. - Rischio sismico Fonte: ISPRA Fonte: Dipartimento Protezione civile Il tema della manutenzione del territorio e della prevenzione dei rischi nel nostro Paese si intreccia in modo indissolubile con le trasformazioni demografiche e socioeconomiche degli ultimi decenni, coinvolgendo fenomeni quali l urbanizzazione e l abbandono dei terreni agricoli, la riduzione della popolazione e del grado di utilizzo del capitale territoriale (fenomeni presenti, con varia estensione e intensità, in tutte le regioni italiane, in particolare Liguria e Basilicata), che hanno generato non solo cambiamenti nella struttura dell uso del suolo, ma anche delle caratteristiche complessive del paesaggio italiano e del rapporto fra città e campagna. Intervenire in modo continuo e regolare sui suoli e sulle risorse fisiche territoriali, adottare strumenti di piano che riducono i fattori di rischio naturali, potenziare la manutenzione ordinaria degli invasi e corpi idrici, dei versanti, delle aree boschive e di quelle incolte, degli insediamenti (agricoli, ma anche dei borghi antichi e dei piccoli insediamenti) è determinante per la prevenzione dei rischi e la tutela del territorio in molte aree, in particolare quelle interne, del nostro paese. La manutenzione e la messa in sicurezza del territorio diventa efficiente e possibile solo quando viene promossa o supportata da una popolazione residente nel territorio, che sia capace di rappresentare gli interessi collettivi e possa divenire custode del territorio stesso. Tutela dell ambiente e uso efficiente delle risorse (obiettivo tematico 6) L Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità, con metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti in Europa. Complessivamente, circa il 10 per cento della fauna italiana è endemica, vale a dire presente esclusivamente nel nostro Paese. Il livello di minaccia è tuttavia alto: oltre il 50 per cento di vertebrati (in particolare pesci d acqua dolce, gli anfibi e i rettili), il 15 per cento delle piante superiori e il 40 per cento di quelle inferiori sono in pericolo. Questi risultati dipendono anche dalla banalizzazione degli ambienti agricoli, causata dalla perdita di elementi strutturali del paesaggio, dalla tendenza alla monocoltura e al conseguente abbandono di colture estensive. Nei processi di tutela della biodiversità un ruolo fondamentale è coperto dalla Rete Natura 2000 al cui interno sono individuati Zone a protezione speciale (ZPS) e Siti di importanza comunitaria (SIC), che, al netto delle 1819 sovrapposizioni, ammontano a siti, e occupano una superficie di ettari, pari al 21,2 per cento del territorio nazionale. All'interno dei siti Natura 2000 in Italia sono protetti complessivamente: 130 habitat, 92 specie di flora e 109 specie di fauna ai sensi della Direttiva Habitat; circa 381 specie di avifauna ai sensi della Direttiva Uccelli. I sistemi agricoli a bassa intensità, testimonianza di un uso tradizionale del territorio, hanno un importanza fondamentale per la conservazione della biodiversità fornendo habitat a numerose specie animali e vegetali. L agricoltura potenzialmente ad alto valore naturale in Italia interessa da un quarto a metà della SAU italiana in funzione dell approccio metodologico adottato 11. Più di tre quarti di questa superficie sono costituiti da pascoli semi naturali e da aree ad allevamento estensivo, mentre la restante parte è occupata da seminativi e coltivazioni permanenti a bassa intensità. Allevamenti estensivi si ritrovano sulle Alpi e sugli Appennini dove contribuiscono alla sopravvivenza di prati polifiti ricchi di specie endemiche e rare. Sistemi ad alto valore naturale (AVN) sono presenti anche nelle praterie sub steppiche meridionali e nei pascoli mediterranei, che sono tra gli habitat più ricchi di biodiversità, negli oliveti tradizionali, nei frutteti promiscui e nei seminativi arborati a dominanza di querce sempreverdi, di carrubi e/o di olivi del Centro-Sud, generalmente associati a muretti a secco che offrono rifugio a numerose specie di rettili e insetti. Siepi e filari caratterizzano, invece, i sistemi AVN dell Italia Centro- Settentrionale, dando forma al caratteristico paesaggio a mosaico. La diversificazione del paesaggio ricco di elementi semi naturali si riscontra soprattutto alle zone collinari della dorsale appenninica: si estendono nell Italia Centrale (Toscana, Marche, Umbria) spingendosi a sud fino al Molise e alla Campania. Le risaie del Nord-Ovest, infine, sono fondamentali per l alimentazione delle principali popolazioni italiane di Ardeidi. I boschi classificati ad alto valore naturale ammontano in Italia a ha, oltre il 20 per cento della superficie complessiva dei boschi. Valori superiori alla media si hanno in alcune regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia), del Centro (Lazio ed Abruzzo) e nelle regioni del Sud, ad eccezione del Molise. Il patrimonio forestale nazionale rappresenta un importante risorsa ambientale ed economica per il Paese: la sua superficie ha raggiunto nel 2010 i ettari, 36,2 per cento del territorio nazionale 12. La gestione attiva del patrimonio forestale risulta fortemente limitata; solo il 14 per cento della superficie forestale totale risulta sottoposta a pianificazione di dettaglio. La politica di miglioramento della quantità e della qualità dei servizi ambientali, segnatamente gestione dei rifiuti e servizio idrico integrato, è cruciale in alcune aree del Paese, in particolare nel Mezzogiorno dove, nel complesso, si è ancora distanti dagli standard minimi di servizio. L efficiente gestione dei rifiuti urbani è infatti un obiettivo rilevante per la tutela dell ambiente, in termini sia di ridimensionamento delle quantità prodotte sia di miglioramento del ciclo di smaltimento dei rifiuti. Tra il 2005 e il 2012 è aumentata in modo significativo la quota di rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata in tutte le regioni italiane (Figura 16). Le regioni del Mezzogiorno riducono il gap rispetto al resto del Paese (di circa 3 punti percentuali), che resta tuttavia rilevante. Per l Abruzzo, la Sardegna e la Campania, dove si osservano alcune realtà territoriali virtuose, quali le province di Salerno (e segnatamente il capoluogo), Avellino e Benevento, si evidenzia una sostanziale discontinuità nella gestione dei rifiuti urbani. Sardegna e Campania, in particolare, hanno raggiunto una percentuale di raccolta differenziata che supera il target del 40 per cento previsto dal meccanismo premiale, noto come Obiettivi di Servizio. 11 Ciascun approccio è infatti finalizzato a descrivere con maggiore dettaglio caratteristiche specifiche dell agricoltura ad alto valore naturale (AVN), come il mosaico o la presenza di specie di interesse per la conservazione e, per la sua applicazione, richiede dati di tipo diverso. Ciò spiega le possibili differenze, in termini di superficie, nei risultati ottenuti seguendo i diversi approcci. 12 Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC). 1920 Figura 16 - Raccolta differenziata dei rifiuti urbani, anni 2005 e 2012 (percentuale di rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata sul totale di rifiuti urbani raccolti) Italia Regioni più sviluppate Regioni in transizione Regioni meno sviluppate Italia Pie VdA Lig Lom Bol Tre Ven FVG EmR Tos Umb Mar Laz Abr Mol Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Ispra Per quanto riguarda il Sistema Idrico Integrato (SII), in un contesto normativo e regolamentare non ancora stabilizzato, i principali indicatori di efficienza del servizio mostrano una capacità di depurazione delle acque reflue non ancora adeguata (gli abitanti equivalenti serviti da impianti di depurazione sono pari a circa il 76 per cento), soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno (Figura 17). Figura 17 - Quota di popolazione equivalente servita da depurazione, anni 2005 e 2008 (abitanti equivalenti serviti effettivi da impianti di depurazione delle acque reflue urbane con trattamento secondario e terziario sugli abitanti equivalenti totali urbani della regione, valori percentuali) 180,0 160,0 140, Italia Regioni più sviluppate 120,0 100,0 80, Regioni in transizione Regioni meno sviluppate 60,0 40,0 20,0 Italia Pie Vda Lom Lig Boz Tre Ven Fvg Emr Tos Umb Mar Laz Abr* Mol* Cam Pug Bas Cal Sic Sar Fonte: elaborazioni DPS su dati Istat, Sistema di indagine sulle acque (SIA) In termini di infrastrutture irrigue di trasporto e adduzione, la rete irrigua principale (adduzione e secondaria) nel Paese conta circa km di lunghezza. Particolarmente imponente è la rete nel Padano (oltre km) seguita da quella dell Appennino meridionale (circa km). La rete irrigua è poco sviluppata nell Appennino centrale (circa 900 km), inferiore alle reti delle sole isole (Sicilia 1.100, Sardegna km circa). Le reti più moderne prevalgono nelle regioni meridionali e centrali (rispettivamente 79 e 72 per cento di condotte in pressione), mentre al Nord prevalgono i canali a cielo aperto (81 per cento nel Padano, 65 nelle Alpi orientali), coerentemente con le differenti esigenze colturali e climatiche del territorio nazionale. Nell area padana si ha la maggiore promiscuità della rete, con il 49 per cento di rete ad uso di bonifica e irrigazione. La rete di canali presenta problematiche comuni, con poche eccezioni, relativamente allo stato di conservazione delle tratte a cielo aperto (manutenzione del fondo e delle sponde), mentre sulle tratte in pressione sono comuni problemi di 20 Vedere altro
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