Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/sportell/spese/remissio.htm
Timestamp: 2014-12-20 14:23:23+00:00
Document Index: 33038556

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 694', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 56', 'art. 6', 'art. 106', 'art. 6', 'art. 56', 'art. 6', 'art. 56', 'art. 106', 'art. 665', 'art. 30']

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La remissione del debito è l'istituto di diritto penitenziario attraverso il quale si realizza, ricorrendone i presupposti stabiliti dalla legge, la rinuncia dello Stato alla riscossione dei crediti vantati nei confronti dei condannati per le spese processuali e di mantenimento in carcere.
La remissione del debito risponde a dichiarati scopi di premialità della c.d. "buona condotta carceraria" e di incentivo al processo di reinserimento sociale del detenuto, in armonia con il principio di finalizzazione rieducativa dell'esecuzione penale stabilito dall'art. 27, comma terzo, della Costituzione.
Le spese di mantenimento in carcere sono quelle affrontate dall'amministrazione penitenziaria per l'esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza (art. 2 della legge 26 luglio 1975, n. 354, "Ordinamento penitenziario") (1). La disposizione del comma quarto della norma citata precisa che "sono spese di mantenimento quelle concernenti gli alimenti ed il corredo". Sotto il profilo quantitativo, il successivo comma quinto della norma in esame stabilisce che "il rimborso delle spese di mantenimento ha luogo per una quota non superiore ai due terzi del costo reale", ed è dunque tale importo a costituire il debito rimettibile (2).
Le spese processuali rappresentano, invece, il costo economico del processo che ha portato alla condanna del soggetto. Tali spese, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale (3), hanno natura di sanzione economica accessoria alla pena. Secondo dottrina e giurisprudenza (4), non ricadrebbero nel novero delle spese poste a carico del condannato quelle relative ai procedimenti di competenza della magistratura di sorveglianza.
Devono ritenersi estranee all'ambito di applicazione della remissione gli importi relativi alle sanzioni di natura penale (multa e ammenda), le somme dovute a titolo di sanzione processuale alla cassa ammende. Le spese di pubblicazione della sentenza di condanna previste dall'art. 694 del Codice penale sono, invece, rimettibili, alla luce del disposto dell'art. 5 del Testo Unico in materia di spese di giustizia (art. 5 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115), che nell'elencare le spese del processo ripetibili, indica alla lettera f) anche "le spese per la pubblicazione dei provvedimenti del magistrato".
Estranee all'applicazione della remissione del debito sono, inoltre, le spese di registrazione della sentenza di condanna (5).
L'istituto della remissione del debito, secondo la giurisprudenza della Cassazione, non può essere applicato in rapporto alle condanne a sola pena pecuniaria (6).
I destinatari del beneficio della remissione devono individuarsi nei condannati e negli internati (7).
L'entrata in vigore del Testo Unico in materia di spese di giustizia (Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115) ha determinato l'abrogazione espressa dell'art. 56 della legge 26 luglio 1975, n. 354, di tal che, l'istituto della remissione del debito è oggi disciplinato dalle seguenti disposizioni normative:
l'art. 6 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, recante il Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia;
l'art. 106 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà.
2. La nuova disciplina
L'art. 6 del Testo Unico in materia di spese di giustizia (Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115) ha introdotto la nuova disciplina della remissione del debito in termini parzialmente innovativi rispetto alla previsione dell'abrogato art. 56 dell'Ordinamento penitenziario.
Il primo elemento di novità concerne la distinzione in separati commi della fattispecie in rapporto alle vicende dell'esecuzione penale del condannato che richieda il beneficio. Il primo comma dell'art. 6 citato, si occupa della remissione del debito per le spese processuali di chi non ha sofferto detenzione per la condanna subita:
Se l'interessato non è stato detenuto o internato, il debito per le spese del processo è rimesso nei confronti di chi si trova in disagiate condizioni economiche e ha tenuto una regolare condotta in libertà (8).
La locuzione "spese del processo" (l'art. 56 dell'Ordinamento penitenziario prevedeva la locuzione "spese del procedimento", così come l'attuale art. 106 del nuovo regolamento penitenziario, Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230) conferma che le spese rimettibili sono soltanto quelle propriamente "processuali" ovverosia relative al processo penale che si è concluso con la condanna del soggetto, con esclusione quindi degli importi connessi alle spese di altri "procedimenti" quali il procedimento di sorveglianza e quello di competenza del giudice dell'esecuzione di cui agli art. 665 e ss. del Codice di procedura penale.
Dall'espressione "il debito ... è rimesso" si desume, invece, che la valutazione di competenza del magistrato di sorveglianza si configura non quale discrezionalità piena (come ad esempio accade con riferimento alla concedibilità dei permessi premio di cui all'art. 30-ter dell'Ordinamento penitenziario, il quale stabilisce "il magistrato di sorveglianza ... può concedere permessi premio ...") bensì quale discrezionalità vincolata: nel senso che, qualora risulti integrato il duplice presupposto previsto dalla legge (disagiate condizioni economiche e regolarità della condotta in libertà o in carcere) il giudice non potrebbe esimersi dal concedere il beneficio.
Il primo requisito, "oggettivo", di concedibilità è rappresentato dalle "disag