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Timestamp: 2019-04-20 06:52:52+00:00
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Organizzazioni di tendenza ed esclusione dell’art. 18 Statuto lavoratori
Per l’applicabilità della disciplina prevista per le cc.dd. “organizzazioni di tendenza” che esclude l’operatività della tutela reale stabilita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, non è sufficiente la riconducibilità del datore di lavoro ad una delle tipologie di organizzazione di tendenza indicate dalla norma, essendo necessario un accertamento in concreto della mancanza di scopo di lucro e della mancanza di un’organizzazione imprenditoriale, identificabile, quest’ultima, laddove l’attività dell’organizzazione sia strutturata a guisa di impresa, secondo criteri di economicità
L’applicabilità della disciplina prevista per le organizzazioni di tendenza, che esclude l’operatività della tutela reale stabilita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, richiede l’accertamento, in linea preliminare, da parte del giudice, che il datore di lavoro non sia un imprenditore e, quindi, che non sussista una struttura imprenditoriale e, soltanto qualora detto accertamento abbia esito negativo, occorre verificare la ricorrenza degli ulteriori requisiti tipici di siffatte organizzazioni. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 27228 del 22 dicembre 2014.
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra un dipendente di una cosiddetta “organizzazione di tendenza” e quest’ultima, ricollegabile alla CISL, che lo aveva licenziato.
Il Tribunale dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato per giustificato motivo oggettivo, nonché l’illegittimità del licenziamento intimato per giusta causa ed ordinava la reintegrazione del lavoratore nel luogo di lavoro con condanna ai pagamento delle retribuzioni dal recesso alla reintegrazione. Il Tribunale dichiarava il diritto dello stesso dipendente all’inquadramento nel II° livello del Regolamento I.A.L. CISL con condanna del detto I.A.L. al pagamento delle differenze retributive di cui alla sentenza, riteneva il demansionamento del dipendente per il periodo dal 1999 con conseguente danno statico liquidato nella somma indicata in sentenza, riteneva, ancora, il danno esistenziale liquidato equitativamente in euro 2.500,00 ed, infine, dichiarava il diritto del ricorrente al pagamento dei premi di produzione riconosciuti annualmente, ma non corrisposti.
La Corte di Appello rigettava l’appello della I.A.L. nazionale. La Corte osservava che, pur essendo lo I.A.L. certamente una organizzazione di tendenza, come da Statuto, tuttavia l’organizzazione dell’Ente – che curava la formazione culturale, professionale e sociale dei lavatori attraverso la produzione di servizi consistenti nell’organizzazione di percorsi formativi, attività di studio e progetti di orientamento per disoccupati – avveniva con il rispetto di criteri di economicità in quanto vi era una completa autonomia gestionale e finanziaria ed anche contabile (rispetto alla CISL) con entrate remunerative dei fattori produttivi e con la produzione di utili come da bilanci dell’Ente.
Alla stregua della giurisprudenza di legittimità sussistevano tutti i requisiti fattuali per l’applicabilità dell’art. 18 nella sua interezza, non operando per le ragioni già dette, la deroga prevista per le associazioni di tendenza. Circa i licenziamenti intimati: quello per giusta causa era chiaramente illegittimo in quanto non erano state contestate le mancanze che avevano portato al recesso; il secondo, per giustificato motivo oggettivo, intimato per avere rifiutato il lavoratore di passare dal regime di part-time a quello full-time, era parimenti ingiustificato perché il posto di lavoro non era stato soppresso, posto che lo stesso Ente aveva affermato di avere dovuto scegliere un lavoratore esterno a tempo pieno, non essendo possibile reperire altro lavoratore dipendente disponibile a completare l’attività del lavoratore licenziato.
Risultavano svolte le mansioni superiori dedotte perché il dipendente, assunto nel 1986 come operatore tecnico (livello 6B) aveva nel tempo svolto progressivamente mansioni sempre più complesse e da ultimo compiti di realizzazione grafica delle dispense e materiale pubblicitario e ideazione di stands; vi era stata dequalificazione in primis per il mancato inquadramento superiore e perché dal 1999 era stato addetto a sole mansioni di segreteria, attività di portierato e facchinaggio, chiaramente mortificanti la professionalità acquisita. Sussisteva il diritto al risarcimento del danno alla professionalità che correttamente era state, equitativamente valutato nella somma di cui alla sentenza di primo grado ed il danno esistenziale posto che il lavoratore negli ultimi anni era stato confinato in una angusta stanzetta con compiti dequalificanti ed i testi avevano confermato il suo stato depressivo derivante dalla condizioni di lavoro. Infine il diritto al premio di produzione era previsto contrattualmente e quindi non esistevano ragioni di sorta per la mancata corresponsione.
Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione il dipendente, in particolare sostenendo – per quanto qui di interesse – la violazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore. Deve, per miglior chiarezza della questione qui ricordarsi che è la scriminante dello scopo di lucro che richiama una delle più importanti categorie di datori non imprenditori: le c.d. organizzazioni di tendenza. Si tratta – secondo la definizione introdotta per la prima volta nell’art. 4 della L. 11 maggio 1990, n. 108 – dei “datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fine di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione, ovvero di religione o di culto”. Il rapporto di lavoro subordinato prestato alle dipendenze di questa particolare categoria di datori di lavoro, in quanto condizionato dalla natura dell’attività svolta e dai fini perseguiti, risulta caratterizzato da rilevanti deroghe alla normativa generale, prima fra tutte quella inerente alla inapplicabilità dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori (Legge n. 300/1970) disposta dal citato art. 4 L. n. 108/90. Altri principi fondamentali dell’ordinamento giuslavoristico, quali quelli dettati dall’art. 1 dello Statuto dei lavoratori ovvero dall’art. 4 Legge n. 604/66 relativamente al diritto dei lavoratori alla libera manifestazione del proprio pensiero e, parallelamente, alla nullità dei licenziamenti determinati da ragioni di carattere politico, religioso o sindacale, si trovano poi a subire delle eccezioni dettate appunto dalla particolare condizione del lavoratore dipendente da una organizzazione di tendenza, che potrebbe essere assunto proprio in ragione della sua adesione alla linea politica, sindacale o religiosa dell’ente. Può così accadere che un cambiamento di linea o di “fede”, sia da parte del lavoratore che del datore, finisca col determinare una condizione di incompatibilità tale da impedire la prosecuzione del rapporto, sempre che si tratti di prestazione lavorativa rispetto alla quale la “tendenza” del lavoratore assuma un peso determinante. E’ evidente, alla luce di quanto precede, che le questioni più controverse ruotino intorno sia alla effettiva natura (non) imprenditoriale dell’attività espletata, che, secondo le Sezioni Unite della Cassazione, al limite potrebbe essere anche “solo tendenziale”, sia al contenuto specifico delle mansioni svolte dal dipendente.
Tanto premesso, nel caso in esame la Cassazione ha ritenuto che la Corte di Appello con motivazione congrua e logicamente coerente aveva accertato che l’organizzazione dell’Ente avveniva con il rispetto di criteri di economicità in quanto vi era una completa autonomia gestionale ed finanziaria ed anche contabile (rispetto alla CISL) con entrate remunerative dei fattori produttivi e con la produzione di utili come da bilanci dell’Ente.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 27228/2014
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19 Marzo 2019 @ 10:13 AM
il ricorso alla Corte di Cassazione è stato proposto dallo IAL e non dal dipendente.