Source: http://www.sindacatofsi.it/2018/04/02/molestie-sul-lavoro-lonere-della-prova-si-inverte-se-la-molestia-e-presumibile-in-base-ai-fatti-cassazione-civile-sez-lavoro-sentenza-15-11-2016-n-23286/
Timestamp: 2018-04-22 19:51:24+00:00
Document Index: 2075290

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Molestie sul lavoro: l’onere della prova si inverte se la molestia è presumibile in base ai “fatti” Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 15/11/2016 n° 23286 | Sindacato FSI
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Molestie sul lavoro: l’onere della prova si inverte se la molestia è presumibile in base ai “fatti” Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 15/11/2016 n° 23286
Sentenza 15 novembre 2016, n. 23286
R.M., C.F. (Ndr: testo originale non comprensibile), in proprio e quale legale rappresentante della LHEXPRESS S.R.L. P.I. (Ndr: testo originale non comprensibile), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA XX SETTEMBRE (Ndr: testo originale non comprensibile), presso lo studio dell’avvocato BRUNO NICOLA (Ndr: testo originale non comprensibile), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO PAOLO LUISO, giusta delega in atti;
G.D., C.F. (Ndr: testo originale non comprensibile), B.M. C.F. (Ndr: testo originale non comprensibile), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA COSSERIA (Ndr: testo originale non comprensibile), presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO AMERICO, rappresentati e difesi dall’avvocato MARICA BRUNI, giusta delega in atti;
UFFICIO DELLA CONSIGLIERA DI PARTIA’ DELLA REGIONE TOSCANA, in persona del legale rappresentate pro tempore, ed elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COSSERIA (Ndr: testo originale non comprensibile), presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO AMERICO, rappresentato e difeso dagli avvocati MARICA BRUNI LISA (Ndr: testo originale non comprensibile), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 368/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 24/10/2013 r.g.n. 1074/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del (Ndr: testo originale non comprensibile) dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;
Udito l’avvocato AIELLO FILIPPO per delega Avvocato BRUNI MARICA;
Con sentenza n. 177/12 il Tribunale di Pistoia dichiarava nullo il licenziamento intimato il 7.10.08 da R.M., legale rappresentante della LH Express S.r.l., a G.D. perché discriminatorio e determinato da motivo illecito determinante (ritorsione dovuta al rifiuto della lavoratrice di sottostare a molestie sessuali). Conseguentemente, ordinava la reintegrazione nel posto di lavoro della lavoratrice e condannava parte datoriale a risarcirle i danni e a pagarle le differenze retributive derivanti dalla riqualificazione del rapporto di lavoro.
Doglianza sostanzialmente analoga viene fatta valere con il secondo motivo, sotto forma di falsa applicazione del D.Lgs. n. 198 del 2006, art. 40, nonché di omesso esame d’un fatto decisivo.
Con il terzo motivo ci si duole di falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. , e di omesso esame d’un fatto decisivo, per avere la Corte territoriale affermato la sussistenza delle molestie anche sulla base dell’ordinario regime dell’onere probatorio: in proposito – prosegue il ricorso – i giudici di merito hanno apoditticamente qualificato come presunzioni gravi, precise e concordanti fatti sforniti di prova.
2- Preliminarmente, in ordine alle denunce di omesso esame d’un fatto decisivo per il giudizio (astrattamente veicolabili in relazione all’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5) cui si accenna (fra l’altro) nel secondo e nel terzo motivo di ricorso (sebbene con sostanziale denuncia di violazione di norme di diritto più che di omesso esame di fatto decisivo), basti ad ogni modo osservare che esse non sono più consentite, in caso di doppia pronuncia conforme di merito, ai sensi del combinato disposto dei commi 4 e 5 dell’art. 348 ter c.p.c., (inserito dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, convertito con modificazioni in legge n. 134/12, applicabile ratione temporis nel caso di specie, ai sensi dello stesso art. 54, comma 2, essendo stato depositato il ricorso in appello in data 26.10.12).
Si premetta che l’equiparazione fra discriminazioni di genere e molestie sessuali si rinviene, oltre che nel D.Lgs. n. 198 del 2006, art. 26, comma 2, anche nella nozione di molestie sessuali contenuta nell’art. 2, comma 1, lett. d), stessa direttiva, che a sua volta riprende ed estende il concetto di molestia come discriminazione già contenuto nell’ art. 2, comma 3 della direttiva 2000/78/CE. La sentenza impugnata, nel ribadire e fare proprie le motivazioni esposte nella pronuncia di primo grado, ha ravvisato la prova presuntiva delle molestie sessuali ai danni di G.D. e B.M. sulla base di plurime deposizioni che hanno riferito di molestie in loro danno, analoghe a quelle lamentate dalle odierne controricorrenti, poste in essere da R.M. subito dopo l’assunzione di giovani lavoratrici.
In secondo, si consideri l’art. 19 della direttiva 2006/54/CE del 5.7.06, in base al quale, sempre in tema di onere della prova, “Gli Stati membri, secondo i loro sistemi giudiziari, adottano i provvedimenti necessari affinché spetti alla parte convenuta provare l’insussistenza della violazione del principio della parità di trattamento ove chi si ritiene leso dalla mancata osservanza nei propri confronti di tale principio abbia prodotto dinanzi ad un organo giurisdizionale, ovvero dinanzi ad un altro organo competente, elementi di fatto in base ai quali si possa presumere che ci sia stata discriminazione diretta o indiretta. 2. Il paragrafo 1 non osta a che gli Stati membri impongano un regime probatorio più favorevole alla parte attrice”.
Nello stesso senso era anche l’art. 10 della precedente direttiva 2000/78/CE . E ancora: nella sentenza 17.7.08, C-303/06, Coleman, la Corte di Giustizia (v., in particolare, punti 52-55 e 61) statuisce che, poichè le molestie (in generale) sono una forma di discriminazione già ai sensi dell’art. 2, n. 1, della direttiva 2000/78/CE, ad esse sono applicabili le stesse disposizioni in tema di onere della prova, nel senso che, ove risultino fatti dai quali si può presumere che vi sia stata una discriminazione diretta o indiretta, incombe alla parte convenuta provare che non vi è stata violazione del divieto di discriminazione, fatto salvo il diritto degli Stati membri di prevedere disposizioni in materia di prova più favorevoli alle parti attrici.
3- Il rigetto dei primi due motivi di ricorso assorbe la disamina del terzo, risultando ormai vano domandarsi – una volta stabilito che l’onere probatorio incombe sul datore di lavoro, che nel caso di specie non l’ha in alcun modo soddisfatto – se e in che misura sia corretta la gravata pronuncia là dove afferma essere stata comunque raggiunta la prova positiva (sia pure mediante presunzioni) del carattere illecito e discriminatorio del licenziamento di G.D.
E’, poi, comunque infondato, dovendosi sempre fare luogo alla tutela reintegratoria di cui all’ art. 18 legge n. 300/70 (nel testo, applicabile ratione temporis, in vigore prima della novella di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, cd. legge Fornero), così come previsto dalla L. n. 108 del 1990, art. 3, e ciò in base all’equiparazione al licenziamento discriminatorio di quello ritorsivo o per rappresaglia (per essersi G.D. sottratta alle molestie sessuali del datore di lavoro).
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in favore di ciascuna parte controricorrente in Euro 3.600,00, di cui Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre al 15% (percento) di spese generali e agli accessori di legge.