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Timestamp: 2017-05-24 19:28:43+00:00
Document Index: 92854387

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 42', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ']

1 / 2012 NotiziarioINCAonline by Inca Nazionale - issuu
NotiziarioINCAonline
N.1 / 2012❚ PENSIONI:
❚ PREVIDENZA
❚ SALUTE E SICUREZZA
❚ IMMIGRAZIONE
❚ WELFARE STATE IN EUROPAN 1/2012Notiziario INCA onlineRivista Mensile | Inca Cgil
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Cgil. Le raccolte d’arte, 2005CHIUSO IN REDAZIONE
LUGLIO 2012NotiziarioINCAonline
Tutela in tempi di crisi
Il Bilancio sociale dell’Inca 2011
❚ di Morena Piccinini5PENSIONI: RICONGIUNZIONI ONEROSENon più un diritto, ma un privilegio da pagare
❚ di Barbara Rupoli9PREVIDENZA COMPLEMENTAREL’anatra zoppa
❚ di Salvatore Casabona
Fontemp: per non lasciare il tuo futuro a metà
❚ a cura di NIdiL Cgil3
17SALUTE E SICUREZZAL’Inail cambia pelle
❚ di Francesco Lotito, Francesco Rampi, Franco Bettoni, Vittorio Panizza
Inidoneità al lavoro... può essere tutelata
❚ di Tiziana Tramontano
La lunga stagione dei diritti dei lavoratori esposti all’amianto
❚ di Valerio Zanellato21
29IMMIGRAZIONEImmigrazione irregolare: verso una sanatoria?
❚ di Claudio Piccinini33WELFARE STATE IN EUROPAApplicazione del diritto dell’Ue
Italia ultima della classe
❚ di Carlo Caldarini37EditorialeRenĂŠ Magritte, La TraversĂŠe Difficile, 1926NotiziarioINCAonline
❚ di Morena Piccinini *L* Presidente Inca Cgilun sistema di protezione sociale universalistico
e solidale; i lavoratori e le lavoratrici ai quali,
con le riforme inique sul mercato del lavoro e
delle pensioni, si chiede di lavorare di più, mentre, paradossalmente, le aziende delocalizzano,
scegliendo Paesi dove non esistono tutele, chiudendo stabilimenti in Italia e lasciando inattive,
senza lavoro e senza futuro, centinaia di migliaia di persone ogni anno.
In questo contesto, il Bilancio sociale dell’Inca è
uno specchio di questa sofferenza, alla quale vogliamo dare voce, rilanciando la missione originaria del Patronato, che è quella di continuare
a tutelare le persone in difficoltà, esigendo per
loro il rispetto di quei principi scolpiti nella nostra Carta Costituzionale, tradotti nell’affermazione del diritto al lavoro, del diritto all’assistenza, del diritto alla tutela, del diritto a
vivere in un Paese democratico, con uno Stato,
in grado di garantirne rispetto ed esigibilità.
In questi ultimi tre anni, l’Inca è diventato un
punto di riferimento importante registrando
una crescente attività di tutela previdenziale e
assistenziale, garantita in modo gratuito, così
come ci impone giustamente la legge di riforma5Editorialea presentazione del Bilancio sociale dell’Inca 2011 si inserisce in un contesto
politico, sindacale e sociale di grande
preoccupazione che ci consegna una serie di interrogativi per nulla rassicuranti. Gli indici di
disoccupazione, soprattutto giovanile, ma anche
di lavoratori in età matura, insieme alla crescente povertà delle famiglie, sulle quali ricadono gli effetti di una crisi devastante che sembra non allentare la sua morsa, fotografano un
paese fragile, incapace di indicare un qualunque percorso per uscire dal tunnel nel quale
È una crisi le cui cause non sono state aggredite
come sarebbe stato auspicabile dalle istituzioni
nazionali e internazionali, tanto meno dalle
imprese, verso le quali il mondo del lavoro dipendente e dei pensionati esprime oramai da
tempo una sfiducia profonda, alimentata soprattutto da scelte sbagliate che, ispirate ad un
modello liberista rivelatosi fallimentare, stanno
provocando una compressione dei diritti del lavoro e di cittadinanza. A soffrirne, sono innanzi
tutto i giovani, ai quali si nega ogni prospettiva;
gli anziani, ai quali si chiede di rinunciare adNotiziarioINCAonlineEditoriale6n. 152/2001 e offerta con grande passione,
competenza e professionalità dai suoi operatori
in Italia e all’estero. Negli ultimi tre anni, l’aumento delle domande per l’ottenimento di prestazioni socio-assistenziali, per le quali non è
previsto alcun rimborso ministeriale, e la riduzione delle richieste di pensione, dovuta all’inasprimento dei requisiti di accesso al diritto,
riflette la profonda sofferenza della quale i sindacalisti della tutela individuale, si sono fatti
carico con abnegazione, assumendo spesso su di
loro le ansie e il conseguente stress psicologico di
coloro che si rivolgono al nostro Patronato.
Insieme alla Cgil, vogliamo che il patrimonio
umano e professionale dell’Inca continui a crescere, come espressione alta di equità e uguaglianza, solidarietà e coesione sociale e partecipazione attiva, verso i quali il sindacato
confederale e l’Inca hanno rivolto sin dalle loro
origini ogni loro azione quotidiana.
Un quadro d’insiemeLa crisi occupazionale ha cambiato profondamente l’attività di tutela dell’Inca e la sua
utenza: crescono le domande di cassa integrazione straordinaria ed ordinaria, le domande
di disoccupazione e di mobilità e cambia anche la tipologia di chi si rivolge al Patronato per
avere consulenza personalizzata e sostegno nell’accesso ai diritti. Ogni anno l’Inca conta circa
5 milioni di contatti, cui corrispondono oltre 2
milioni di pratiche avviate. Negli ultimi tre
anni, alla tradizionale platea si sono aggiunti
molti giovani alla ricerca di lavoro o con contratti precari, i pensionandi, che devono fare i
conti con le nuove norme in materia pensionistica, costretti anche a subire le conseguenzedelle numerose crisi aziendali e che non sanno
come far fronte all’inasprimento dei requisiti di
accesso al diritto a pensione: non c’è lavoro,
mentre si allunga per tutti la prospettiva del
pensionamento. La legge n. 214/2011, la cosiddetta manovra Monti-Fornero, ha generato
un profondo disorientamento tra le lavoratrici
e i lavoratori e ha ulteriormente sfiduciato i
giovani, tra i quali si verifica il più alto tasso
di disoccupazione (oltre il 30 per cento) e un livello di precarietà mai raggiunto finora dal nostro Paese (circa il 30,8%, pari a un milione,
ha contratti a tempo determinato o collaborazioni). Nell’ultimo anno e mezzo, è aumentato
in modo preoccupante anche il numero degli
scoraggiati, tra i 15 e i 29 anni, che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione: nel 2010 erano oltre 2,1
milioni, 134mila in più rispetto al 2009
(+6,8%). E il trend, destinato a crescere, rischia di accentuare anche il fenomeno di fuga
dall’Italia da parte di persone altamente specializzate. Il rapporto Migrantes calcola in
4.208.977 gli italiani residenti all’estero al
primo gennaio: quasi il 7 per cento della popolazione residente. In un anno sono cresciuti
di circa 94 mila unità. L’ansia e le incertezze
derivanti dai profondi cambiamenti legislativi in materie come pensioni e mercato del lavoro, hanno costretto centinaia e centinaia di
migliaia di persone disoccupate o in cerca di lavoro, a riprogrammare la loro vita, esponendoli
a rischi reali di inedita povertà.
Il ricorso al Patronato in Italia e all’estero è altresì aumentato, in questi ultimi anni, anche
per le scelte compiute dagli Enti di previdenza,
con la chiusura di molti sportelli al pubblico e
contemporaneamente con l’obbligo dell’invioNotiziarioINCAonline
L’Inca, confermandosi come il primo patronato
per volume di attività, rappresenta uno specchio
di questa realtà difficile, fatta di donne e uomini ai quali vengono a mancare certezze finora date per acquisite. Negli ultimi tre anni,
il Bilancio sociale dell’Inca registra un forte sbilanciamento della propria attività verso richieste di prestazioni socio-assistenziali, comprensive
di quelle di sostegno al reddito, in gran parte con
punteggio pari a 0, o non rientranti nel paniere
ministeriale delle prestazioni, per le quali non
è riconosciuto alcun rimborso pubblico. Se si
guarda complessivamente a questi ambiti di
intervento, ci si accorge che l’attività dell’Inca è
cresciuta in modo significativo: dal 2009, il
dato complessivo, che sfiorava 1.100.000 pratiche, è passato nel 2011 a circa 1.500.000.
In questo contesto, la consulenza gratuita e professionale dell’Inca ha rappresentato, quindi,
un ingresso indispensabile per impedire che i diritti si trasformassero soltanto in una semplice
variabile dipendente dalla crisi. ❚7Editorialetelematico delle domande per ottenere le prestazioni previdenziali e assistenziali, senza tener
conto del basso tasso di alfabetizzazione informatica degli italiani, che si attesta, secondo
studi recenti, al 18° posto nella graduatoria
europea: solo il 43% delle famiglie possiede un
computer, contro il 54% della media europea.
Peraltro, anche tra gli stessi utilizzatori di strumenti telematici, è prevalente la scelta di rivolgersi al Patronato data la complessità delle
norme previdenziali e assistenziali che richiede
competenze specialistiche, senza le quali è difficile per chiunque riuscire a interpretarle nel
Non deve sorprendere, perciò, se in questo contesto il Patronato è vissuto come un punto di riferimento importante che, accorciando le distanze tra la pubblica amministrazione e la
società civile, consente, nonostante la crisi e le
numerose modifiche apportate al mercato del lavoro e al sistema di welfare, di rendere esigibili
i diritti previdenziali e assistenziali.PENSIONI: RICONGIUNZIONI ONEROSECagnaccio di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa), Lacrime della cipolla, 1929NotiziarioINCAonline
Non più un diritto,
ma un privilegio da pagare
❚ di Barbara Rupoli *om’è noto la ricongiunzione offre a
tutti i lavoratori pubblici, privati,
dipendenti ed autonomi, la possibilità di unificare la contribuzione versata
presso le diverse forme previdenziali in un
unico fondo con l’intento di ottenere una
sola pensione.
Il quadro normativo esistente in materia di
ricongiunzione e di trasferimento dei periodi assicurativi maturati nelle diverse gestioni pensionistiche è stato radicalmente
alterato dall’introduzione dell’art. 12 della
legge 122/2010.
Tale legge, entrata in vigore il 31.07.2010,
ha introdotto l’onerosità nelle operazioni,
in precedenza gratuite, di ricongiunzione
verso Inps (art. 1 legge 29/79) della contribuzione versata in altre gestioni (quali ex
Inpdap, ex Ipost, fondi speciali Elettrici,
Telefonici...) e ha, al contempo, abrogato
tutte le norme, tra cui la legge 322 del
1958, concernenti il trasferimento gratuito dei contributi per coloro che cessano
l’attività lavorativa, senza però aver maturato il diritto a pensione nel fondo di iscrizione.C* Area previdenza e assistenza Inca Cgil nazionaleRestano esclusi dall’abrogazione solamente
i lavoratori iscritti alla Cassa Stato (Ctps)
che hanno cessato senza diritto a pensione
entro la data del 30 luglio 2010 (in quanto
per loro la costituzione della posizione assicurativa avveniva d’ufficio) e per le altre categorie di lavoratori pubblici, anch’essi cessati dal servizio senza diritto a pensione, solo se hanno presentato la domanda entro
L’effetto di tale modifica ha provocato una
devastazione dei diritti di molti lavoratori
che hanno svolto la loro attività lavorativa
in aziende private e/o pubbliche diverse, o
che pur lavorando per la stessa azienda
hanno subito il cambiamento del rapporto
assicurativo e l’ente previdenziale di riferimento; si pensi, ad esempio, ai dipendenti
delle società collegate a Poste Italiane dapprima iscritti all’Inps e successivamente ad
ex Ipost, o agli insegnanti, che hanno lavorato presso scuole private e poi presso istituti pubblici.
Oggi questi lavoratori, per accedere alla
pensione, per la quale hanno sempre versato regolarmente la contribuzione dovuta,9NotiziarioINCAonlinePENSIONI: RICONGIUNZIONI ONEROSE10devono pagare ulteriori oneri, in molti casi elevatissimi, fino a centinaia di migliaia
di euro, senza nessuna clausola di salvaguardia, neanche per coloro che già avevano intrapreso scelte per il proprio pensionamento.
Prima di tale norma, invece, questi lavoratori potevano scegliere tra la ricongiunzione onerosa, per ottenere un trattamento
di pensione più favorevole poiché liquidato nel fondo esclusivo o sostitutivo, oppure il trasferimento gratuito verso Inps; in
questo caso, il trattamento pensionistico
risultava in linea di massima di importo
In sostanza, l’onerosità della ricongiunzione dei contributi da Inps verso un fondo
che erogava una pensione migliore era giustificata dal vantaggio economico, mentre
era gratuita dal Fondo verso l’Inps, perché
non comportava, in generale, trattamenti
Con l’abrogazione della legge n. 322 del
1958 è stata cancellata una norma che garantiva una tutela di natura costituzionale
in quanto assicurava, ad esempio, al lavoratore pubblico che cessava il rapporto di lavoro senza maturare contestualmente il diritto a pensione, la confluenza di tutta la
contribuzione nell’assicurazione generale
obbligatoria (Inps) dandogli la possibilità
di utilizzare tale contribuzione per perfezionare il requisito contributivo previsto
per accedere alla pensione con le regole previste per i lavoratori dipendenti privati.
Per queste ragioni, la legge n. 322 del 1958
rivestiva una funzione strutturale e essenziale nel sistema previdenziale, in quantodiretta a garantire l’obiettivo voluto dalla
norma costituzionale, e cioè il perfezionamento del diritto a pensione, a prescindere
dalla gestione obbligatoria da lavoro dipendente, alla quale risultavano versati i contributi per lo specifico rapporto di lavoro.
A nostro avviso non può essere compromesso in nessun modo il diritto soggettivo
del lavoratore, a causa della sua posizione
previdenziale frammentata in più gestioni
previdenziali, mettendo a rischio non solo
l’importo della pensione, ma anche la possibilità stessa di andarci.
L’impossibilità sopravvenuta di trasferire
gratuitamente la contribuzione maturata
nel fondo esclusivo o sostitutivo verso
l’Inps in molti casi ha reso impossibile l’utilizzo di quella contribuzione, incrementando il numero delle posizioni silenti, quelle
cioè inutilizzabili.
Particolarmente grave e discriminatorio, in
questo nuovo quadro normativo, è il caso
di un dipendente pubblico, con meno di
15 anni di servizio, che si ammala e viene
giudicato inidoneo a proficuo lavoro: costui non ha diritto a percepire nessun assegno pensionistico, mentre il dipendente
privato può percepire l’assegno di invalidità con 5 anni di contribuzione (di cui 3 negli ultimi 5).
La legge 122/2010, infatti, impedisce a
questo lavoratore di trasferire i suoi contributi all’Inps per accedere alle prestazioni di
invalidità Inps (l’assegno di invalidità o
pensione di inabilità) come avveniva in
passato, cancellando ogni forma di tutela e
rendendo inutilizzabili i contributi versati
in Inpdap.NotiziarioINCAonline
ta tre giorni prima dalla legge 122/2010,
non solo si è vista precludere tale possibilità, ma ha dovuto constatare che, secondo la
normativa vigente, la liquidazione della
pensione, avvenuta con la sola contribuzione Inps, le impedisce di attivare sia la domanda di ricongiunzione sia quella di pensione in totalizzazione.
Ad oggi, quindi, la signora non può valorizzare ai fini pensionistici 9 anni di contribuzione versata all’Inpdap, in quanto presso i fondi esclusivi non esiste la possibilità
di ottenere la pensione supplementare, come avviene in Inps.
Pur avendo lavorato senza soluzione di
continuità presso lo stesso istituto, la lavoratrice si è ritrovata con spezzoni contributivi in due diverse gestioni pensionistiche.
Anche in questo caso, come negli altri denunciati, se la signora avesse presentato la
domanda di ricongiunzione dei contributi
prima del pensionamento, l’onere calcolato
in base alle modifiche legislative introdotte
non sarebbe stato giustificato poiché il trasferimento di contribuzione non avrebbe
comportato un beneficio sull’importo di
Secondo l’Inca il meccanismo attualmente
adottato, per determinare quanto costa ricongiungere i contributi, non è giustificato
quando c’è trasferimento di contribuzione
derivante esclusivamente da lavoro dipendente e l’accreditamento in diverse gestioni, in quanto non c’è differenza né di rendimento pensionistico (nel sistema retributivo è pari al 2% per ogni anno, mentre nel
sistema di calcolo contributivo il montante
è formato dal 33% dell’imponibile), né di11
PENSIONI: RICONGIUNZIONI ONEROSEGli effetti drammatici prodotti da tale
provvedimento normativo sono stati denunciati dall’Inca e dalla Cgil durante la
conferenza stampa del 21 febbraio, nel corso della quale sono state presentate dieci
storie di lavoratori coinvolti sia sul piano
economico che su quello familiare negli effetti distorsivi della legge. Tale norma, contrariamente all’obiettivo dichiarato di voler
rispondere a criteri di equità tra le categorie e ridurre la frammentazione e il particolarismo delle tutele offerte, ha creato disparità di trattamento tra i lavoratori e le lavoratrici e penalizzato proprio coloro che
hanno avuto una maggiore flessibilità rispetto alle diverse occasioni lavorative, in
molti casi senza aver potuto operare nessuna scelta.
È emblematico il caso della signora che ha
insegnato presso lo stesso istituto scolastico
per oltre 37 anni fino al 31 agosto 2010.
Dal 1° settembre 2001 l’istituto scolastico
da privato diventa istituto «parificato» e ciò
determina, a decorrere dalla stessa data, il
passaggio dell’obbligo assicurativo per tutti
i dipendenti dall’Inps all’Inpdap.
Successivamente, l’insegnante viene collocata a riposo per raggiunti limiti di età, a
decorrere dal 1° settembre 2010. Nei primi
giorni di agosto presenta all’Inps la domanda di pensione con l’intento di chiedere il
trasferimento presso l’Inps dei 9 anni di
contribuzione Inpdap ai sensi della legge
322/58, come negli anni precedenti avevano fatto gli altri dipendenti dell’istituto
scolastico che erano andati in pensione.
La signora, che non era a conoscenza dell’abrogazione della legge n. 322/58, opera-NotiziarioINCAonlinePENSIONI: RICONGIUNZIONI ONEROSE12aliquota contributiva effettivamente corrisposta.
Per sanare gli squilibri che si sono generati
nell’ordinamento previdenziale dall’introduzione di tale norma, i cui effetti non sono
stati debitamente valutati, come riconosciuto anche dal precedente governo, riteniamo
vada reintrodotta una norma che consenta
ai lavoratori dipendenti con posizioni assicurative in diversi enti, soprattutto nelle gestioni alternative (fondi esclusivi e sostitutivi) la ricongiunzione gratuita dei contributi
presso l’Inps quando si cessi il lavoro senza
aver maturato il diritto a pensione.
Inoltre, potrebbe essere estesa, in alternativa, ai lavoratori dipendenti privati e pubblici la possibilità di cumulare gratuitamente la contribuzione maturata nei diversi fondi con la garanzia di un calcolo retributivo-misto in pro quota, nel rispetto dei
periodi effettivi in cui si è svolta la prestazione lavorativa, modificando la normativasul calcolo delle pensioni in regime di totalizzazione.
Occorre inoltre che si estenda anche nei
fondi alternativi (sostitutivi ed esclusivi) la
possibilità di richiedere al compimento dell’età pensionabile la pensione supplementare per consentire il pieno utilizzo di tutta la
L’Inca ha denunciato da subito le iniquità
prodotte dall’art. 12 della legge n. 122/2010
e le pesanti e drammatiche conseguenze che
tale norma avrebbe prodotto nella vita di
molti lavoratori e lavoratrici ledendone il diritto a pensione.
Riteniamo quindi che si debbano apportare i giusti correttivi alle disposizioni in vigore affinché venga assicurata ad ogni lavoratore la possibilità di utilizzare tutta la
contribuzione versata senza che questo si
trasformi in un privilegio per chi può
«comprarsi» il diritto ripagando la contribuzione. ❚PREVIDENZA COMPLEMENTAREEmilio Tadini, Reggio Emilia, 1988 (particolare)NotiziarioINCAonline
❚ di Salvatore CasabonaIfondi pensione non convincono e nonostante un modesto aumento delle adesioni, la previdenza complementare resta
un’anatra zoppa. La presentazione del rapporto annuale della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione (Covip) traccia un
quadro per nulla confortante su adesioni, contribuzione e esiti della gestione finanziaria.
Per quanto riguarda il quadro delle adesioni
al 31 dicembre 2011, la Commissione ha
evidenziato che le forme pensionistiche
complementari contano 5,5 milioni di
iscritti, enfatizzando il dato percentuale dell’aumento delle adesioni che, al netto delle
uscite, è stato del 5 per cento rispetto all’anno precedente.
Entrando nel dettaglio, il rapporto Covip
precisa che gli iscritti ai fondi pensione negoziali promossi dalle parti sociali attraverso la contrattazione e che usufruiscono del
contributo del datore di lavoro sono poco
meno di 2 milioni, mentre gli aderenti ai
fondi aperti promossi dal sistema bancario
sono pari ad 880.000. A questi, si aggiungono i Piani individuali previdenziali (Pip)
di nuova generazione che sfiorano ormai un
milione e cinquecentomila e le 573.000
adesioni alle polizze dei vecchi Piani che,tuttavia, non possono raccogliere nuove
Al netto di tutti i trasferimenti avvenuti all’interno del complesso sistema della previdenza complementare, nel 2011 i nuovi
iscritti risultano essere 418.000, circa
40.000 in più rispetto a quelli registrati nel
2010. In termini percentuali, il Rapporto
evidenzia che il contributo maggiore alla
crescita degli iscritti è stato apportato dai
nuovi Pip, aumentati del 25,2%, raccogliendo circa 300.000 nuove adesioni. Moderato è stato, invece, l’incremento dei fondi pensione aperti, quasi il 4%, che in termini assoluti corrisponde a 54.000 nuovi
iscritti. Mentre il settore dei fondi pensione
negoziali ha registrato per il terzo anno consecutivo una flessione degli iscritti, diminuiti dello 0,8% rispetto al 2010.
Come si può notare gli aderenti ai fondi negoziali diminuiscono, mentre permane il
forte trend delle adesioni ai Piani individuali offerti dalle assicurazioni e ai fondi aperti
promossi dal sistema bancario, nonostante
l’evidente danno che ne deriverà all’aderente
al momento della futura erogazione della
prestazione di previdenza complementare
come conseguenza degli alti costi di gestione15NotiziarioINCAonlinePREVIDENZA COMPLEMENTARE16e della mancata corresponsione del contributo posto a carico del datore di lavoro; contributo previsto dalla contrattazione collettiva per la sola adesione del fondo negoziale.
Lo stesso tasso di adesione (28,9% tra i dipendenti privati e 4,4% tra i dipendenti
della pubblica amministrazione) è anch’esso
un indicatore di una difficoltà.
La scarsa propensione al risparmio previdenziale è ancor più evidente se si guardano
i dati socio-demografici degli aderenti:
◗ l’età media degli aderenti è di 44 anni a
fronte di una età media dei lavoratori italiani poco al di sotto dei 41 anni;
◗ è molto limitata la partecipazione dei giovani (soltanto il 18% ha meno di 35 anni) e delle lavoratrici (3%);
◗ l’adesione è simbolica tra i lavoratori residenti
nel Mezzogiorno ed è irrilevante ai fini statistici tra i dipendenti della piccola azienda.
Per comprendere bene le cause della diminuzione degli aderenti ai fondi negoziali(-0,8%) occorre comparare il dato delle
nuove adesioni (appena 71.000) con quello
delle uscite di coloro che hanno raggiunto i
requisiti per la pensione pubblica e per la
cessazione del rapporto di lavoro, con la
conseguente perdita del requisito di partecipazione al fondo negoziale.
La crisi economica e i licenziamenti conseguenti hanno costretto molti aderenti a riscattare la propria posizione individuale, rinunciando anche ai benefici fiscali, per far
fronte ai costi della disoccupazione. Come si
può facilmente immaginare, si tratta di una
scelta dolorosa che ha riguardato diverse decine di migliaia di persone. Infatti, dei
148.000 aderenti che sono usciti dal sistema
della previdenza complementare, il 60%
aderiva ai fondi negoziali. È stata quindi la
crisi economica la principale causa della flessione delle adesioni ai fondi contrattuali sia
in termini di mancate adesioni che di uscite
con il riscatto della posizione individuale. ❚La previdenza complementare in Italia. Adesioni alle forme pensionistiche complementari
(dati di fine periodo; dati provvisori per il 2001)
dic. 2011(1)set. 2011(1)giu. 2011(1)mar. 2011(1)dic. 2010Fondi pensione negoziali
1.994.215
di cui: LDSP
1.844.053
di cui: LDSP(2)
PIP “nuovi”
1.451.665
PIP “vecchi”
Fondi pensione preesistenti 667.000
Totale iscritti(3)
5.572.839
di cui: LDSP(3)
3.996.0512.000.778
1.851.025
869.553
1.346.089
5.461.775
3.934.6982.003.579
1.292.518
794.762
5.413.924
3.907.0802.010.784
1.864.453
857.282
1.221.032
5.341.561
3.872.7822.010.904
1.870.723
848.415
1.160.187
667.930
639.838
5 271.884
3.835.764var.%
dic. 11/
25,85,7
4,2LDSP: lavoratori dipendenti del settore privato
(1) Per i PIP “vecchi” e i fondi pensione preesistenti non si dispone di rilevazioni in corso d’anno. I dati indicati sono pertanto basati
su quelli della fine dell’anno precdente.
(2) Si è ipotizzato che tutti gli aderenti lavoratori dipendenti facciano riferimento al settore privato.
(3) Nel totale i dati includono gli iscritti a FondInps. Sono inoltre escluse le duplicazioni dovute agli iscritti che aderiscono contem
poraneamente a PIP “vecchi” e “nuovi”, pari a fine 2010 a circa 67.000 individui, di cui 38.000 lavoratori dipendenti.NotiziarioINCAonline
Fontemp: per non lasciare
il tuo futuro a metà
❚ a cura di NIdiL CgilSta prendendo il via in questi giorni la
campagna di NIdiL Cgil dedicata a
Fontemp, il fondo di previdenza integrativa per i lavoratori in somministrazione
(interinali). A partire dalla metà di giugno il
sindacato darà infatti vita a una serie di iniziative sul territorio per far conoscere ai lavoratori i vantaggi del fondo di previdenza
complementare pensato, in un’ottica solidale, in particolare per le persone che non lavorano con continuità.
Fontemp (www.fontemp.it), costituito per
accordo tra le parti, rappresenta infatti uno
strumento importante per i lavoratori in
somministrazione per costruirsi una rendita
pensionistica integrativa, soprattutto grazie
ai contributi aggiuntivi versati dagli enti bilaterali del settore (versamenti che, ricordiamo, sono a totale carico delle agenzie per il
In questa prima fase, a fronte del versamento del Trattamento di fine rapporto (Tfr) in
maturazione da parte dei lavoratori, infatti,
la bilateralità interverrà finanziando a fine
anno la singola posizione, sia per quanto riguarda il contributo dell’1% del lavoratore
(analoga percentuale è prevista per l’Agenzia per il lavoro, sempre a carico degli entibilaterali) sia versando una contribuzione
aggiuntiva fino al raggiungimento del 4%
su base semestrale, nel caso di missioni fino
a 5 mesi. Nel caso di missioni pari o superiori a sei mesi, ma inferiori all’anno, verrà
integrato il versamento al 4% per un’ulteriore mensilità. In pratica, una volta aderito
al fondo il lavoratore non dovrà fare ulteriori versamenti, fatta eccezione per il Tfr.
Anche per i lavoratori a tempo indeterminato è prevista un’integrazione fino al 4%
della retribuzione, pure per i periodi coperti da indennità di disponibilità, cioè quelli
di non lavoro tra una missione e l’altra. È
stato inoltre previsto che i lavoratori che
aderiscono al fondo con il meccanismo del
silenzio/assenso hanno diritto alla stessa
contribuzione aggiuntiva (fino al 4%) versata dalla bilateralità analogamente a quanto avviene per coloro che aderiscono volontariamente.
Oltre agli specifici vantaggi previsti dall’accordo per l’istituzione del fondo, chi aderirà a Fontemp potrà usufruire, per le prestazioni pensionistiche, della favorevole
tassazione prevista dalla legge per le somme accumulate nella previdenza complementare rispetto alla normale imposizione17NotiziarioINCAonlinePREVIDENZA COMPLEMENTARE18sul Tfr (almeno 8 punti percentuali in meno). Inoltre, come per le altre forme di
previdenza complementare, nel caso un lavoratore in somministrazione dovesse trovare occupazione alle dirette dipendenze di
un’azienda di produzione, potrà trasferire
senza oneri l’intera posizione accumulata a
un altro fondo.
Come è evidente, l’obiettivo di Fontemp è
quello di limitare l’impatto negativo che la
discontinuità lavorativa comporterà sulla
posizione del singolo lavoratore. Ovviamente, un intervento sul «secondo pilastro», proprio per la natura complementare
della previdenza integrativa, non risolve i
problemi sul versante della previdenza pubblica («primo pilastro») per le giovani generazioni e per i lavoratori atipici in particolare. Il sistema contributivo e i penalizzanti
coefficienti di trasformazione delle pensioniapplicati, rischiano infatti di lasciare intere
generazioni con pensioni lontane da quel
60% dell’ultima retribuzione indicato come
obiettivo minimo dalla riforma del 2007
(legge n. 247/2007). Peraltro, l’ultimo intervento sul sistema pensionistico previsto
nella manovra di dicembre, al di là dei roboanti proclami, non ha affrontato il problema previdenziale dei giovani lavoratori
ed in particolare di quelli precari.
Insomma, se sulla previdenza complementare la contrattazione collettiva fa la sua parte (e Fontemp ne è un esempio), è necessario che anche su quella pubblica si intervenga, e lo si faccia velocemente, per assicurare pensioni future dignitose a tutti i lavoratori.
Le sedi NIdiL e del patronato Inca sono a
disposizione dei lavoratori per ulteriori informazioni. ❚SALUTE E SICUREZZAJaber (Jabor Alwan Salman), Donne di due mondi, anni â&#x20AC;&#x2122;90NotiziarioINCAonline
L’Inail cambia pelle
❚ di Francesco Lotito *, Franco Bettoni **,Vittorio Panizza ***, Francesco Rampi ****C’è chi ritiene che l’idea di costruire intorno all’Inail il Polo
Salute e Sicurezza sia poco più
che un’aspirazione. Sono quelli che pensano
che nulla sia cambiato e, comunque, nulla
debba sostanzialmente cambiare nel ruolo
dell’Istituto all’interno del sistema di welfare. L’Inail deve continuare ad essere un
Ente dedicato alle pratiche assicurative e limitarsi alla riscossione dei premi e alla erogazione di prestazioni economiche. Insomma, sono i conservatori.
Al contrario, ci troviamo di fronte alla concreta possibilità per l’Istituto di riqualificare
il proprio ruolo di servizio nei confronti dei
lavoratori infortunati e tecnopatici. Il nodo
è rappresentato dalle funzioni dell’Istituto
La questione nasce dopo che la riforma sanitaria del 1978 aveva limitato le attività dell’Inail all’accertamento medico-legale e alla
produzione e applicazione di protesi.
La prima svolta avviene grazie alla riforma introdotta con il decreto legislativo 38 del 2000
che, tra luci e ombre, ha riproposto il tema
del ruolo dell’Inail in campo sanitario.Tale riforma, pur introducendo opportunamente il principio della «Tutela globale integrata» per i lavoratori colpiti da infortunio o
malattia professionale, non ha previsto i necessari strumenti normativi e regolamentari
per dare concretezza al modello di tutela definito.
Le criticità illustrate hanno trovato progressivamente soluzione a partire dalla iniziativa dell’allora ministro del lavoro Cesare
Damiano, il quale avviò un percorso finalizzato a consentire la erogazione da parte
dell’Inail, con oneri a proprio carico, di
prestazioni integrative rispetto a quelle garantite dai Servizi sanitari regionali nei ridotti limiti dei Livelli essenziali di assistenza.
In tal modo è stato introdotto il principio che
la «Tutela globale integrata» comportasse, in
attuazione del dettato costituzionale, il riconoscimento di Livelli integrativi di assistenza
La soluzione del problema ha assunto concretezza con l’emanazione del Testo Unico
della Sicurezza, che è intervenuto sul tema
delle competenze sanitarie dell’Inail stabi-* Presidente Civ Inail ** Consigliere Civ Anmil *** Consigliere Civ Cisl **** Consigliere Civ Cgil21NotiziarioINCAonlineSALUTE E SICUREZZA22lendo la possibilità per l’Istituto di erogare ai
lavoratori infortunati e tecnopatici:
◗ prestazioni di assistenza sanitaria riabilitativa non ospedaliera, previo accordo
quadro stipulato in Conferenza StatoRegioni;
◗ tutte le cure necessarie ai sensi del d.p.r.
1124/1965 utilizzando servizi pubblici e
privati, d’intesa con le Regioni interessate.
L’accordo quadro con la Conferenza StatoRegioni, approvato il 3 febbraio 2012, in
◗ indica i settori nei quali le Regioni e
l’Inail possono collaborare stabilmente in
modo che il Servizio sanitario nazionale
benefici dell’esperienza maturata dall’Istituto nelle iniziative a favore degli infortunati;
◗ definisce le modalità di erogazione delle
prestazioni sanitarie da parte dell’Inail,
garantendone la piena integrazione con
le tutele offerte dal Servizio sanitario nazionale;
◗ rende possibili accordi tra l’Inail e i Servizi sanitari regionali, al fine di consentire all’Istituto di avvalersi di servizi pubblici o privati per erogare agli infortunati
prestazioni ulteriori rispetto a quelle garantite dal Servizio sanitario nazionale in
modo da favorire il rapido recupero psicofisico e il reinserimento sociale e lavorativo.
La soluzione del problema, se per un verso
non ha eliminato le «riserve conservatrici»
sulla materia, ha consentito, per altro verso,
ai rappresentanti delle organizzazioni sindacali e dell’Anmil nel Consiglio di indirizzo e
vigilanza di battersi, per dare concreta at-tuazione allo speciale sistema di tutela per i
lavoratori infortunati e tecnopatici.
Il Consiglio di indirizzo e vigilanza, mentre
il quadro normativo e regolamentare si avviava a compimento, ha agito con modalità
proattive, determinando le condizioni per
l’attuazione di interventi a breve e creando i
presupposti per la realizzazione di iniziative
complesse che, necessariamente, esplicheranno i loro effetti a medio e lungo termine.
Le azioni a breve termine prevedono:
◗ la concessione di ortesi e ausili anche ai lavoratori in stato di inabilità temporanea
assoluta (in precedenza tali prestazioni
erano erogate solo ai lavoratori con invalidità permanente);
◗ la profonda revisione del regolamento
protesico che ha ampliato, in termini
qualitativi e quantitativi, le prestazioni
erogabili e ha esplicitamente previsto, per
la prima volta, servizi finalizzati alla riabilitazione e al reinserimento sociale e lavorativo degli assicurati Inail e al sostegno
per i familiari dei lavoratori deceduti o
colpiti da gravi eventi lesivi;
◗ la razionalizzazione degli ambulatori di fisiokinesiterapia esistenti che prevede
l’omogeneizzazione e il miglioramento delle dotazioni strumentali e l’incremento dei
servizi erogabili;
◗ l’avvio delle procedure necessarie a permettere, in via sperimentale, la concessione ai lavoratori infortunati di alcuni farmaci di fascia C e l’esenzione dal pagamento del ticket che alcuni Servizi sanitari regionali richiedono, anche in relazione
a percorsi diagnostici o terapeutici conseguenti a infortuni o malattie professionali.NotiziarioINCAonline
◗ la creazione di un centro di eccellenza per
i trattamenti riabilitativi dei casi particolarmente gravi.
L’incremento dei centri di polidiagnostica e
di fisokinesiterapia è previsto a sostegno di
un bisogno – immediatamente percepibile
dagli assicurati Inail – a fronte delle carenze riscontrabili nei Servizi sanitari regionali, anche quelli più dinamici; tali carenze
determinano lunghe liste di attesa e oneri
economici significativi a carico dei lavoratori assistiti.
L’iniziativa è diretta, tramite la diagnosi precoce e la tempestività delle cure, a:
◗ limitare le sofferenze fisiche post-trauma;
◗ ridurre i tempi di astensione dal lavoro;
◗ contenere la gravità dei postumi invalidanti permanenti.
Oltre agli evidenti vantaggi per la salute dei
lavoratori, tale intervento riduce i costi a carico dell’Istituto per prestazioni economiche
temporanee e permanenti e, in tale ottica, oltre all’ampliamento delle strutture gestite direttamente potranno essere previste anche
convenzioni con soggetti pubblici e privati.
La razionalizzazione e l’incremento delle attività di produzione e fornitura di protesi in
collegamento con l’erogazione di servizi riabilitativi non ospedalieri verrà realizzata attraverso:
◗ il rilancio del Centro protesi di Vigorso di
Budrio che, a causa di una profonda trasformazione edilizia in corso di completamento, ha subito una significativa riduzione dei posti letto autorizzati dalla Regione Emilia Romagna;
◗ l’individuazione di un’adeguata sede per
la filiale di Roma del Centro protesi, at-23
SALUTE E SICUREZZAPer la realizzazione di tali interventi il bilancio Inail del 2012 approvato dal Consiglio di
indirizzo e vigilanza ha già previsto le necessarie risorse economiche.
Le azioni a medio e lungo termine sono finalizzate ad affrontare i bisogni più complessi in materia di riabilitazione e sono rivolte sia ai lavoratori infortunati in stato di
inabilità temporanea assoluta, sia ai lavoratori affetti da gravi invalidità permanenti
determinate da infortuni o da malattie professionali.
La prima azione messa in campo dal Consiglio di indirizzo e vigilanza è stata diretta
alla ricognizione delle diverse iniziative in
corso, avviate anche in tempi non recenti, e
alla riconduzione degli interventi stessi in
un quadro di organica politica sanitaria.
A seguito della ricognizione eseguita è stato
possibile escludere iniziative avviate, e mai
concretizzate, che alla luce dell’attuale quadro risultavano incoerenti oppure antieconomiche.
Di seguito si è provveduto a individuare un
ristretto numero di azioni che, secondo logiche di risposta a bisogni effettivi e di realizzabilità, fossero in grado di migliorare i servizi resi ai lavoratori infortunati e tecnopatici.
La ricomposizione del quadro prevede, allo
stato, interventi finalizzati a:
◗ l’incremento dei centri di polidiagnostica
e di fisiokinesiterapia gestiti direttamente
dall’Inail oppure in convenzione con soggetti pubblici e privati;
◗ la razionalizzazione e l’incremento delle
attività di produzione e fornitura di protesi in collegamento con l’erogazione di
servizi riabilitativi non ospedalieri;NotiziarioINCAonlineSALUTE E SICUREZZA24tualmente ospitata presso una struttura
privata; sono in corso contatti con la Regione Lazio che, quale titolare del potere
autorizzativo, ha proposto di utilizzare
l’ex Cto, struttura che prima della riforma
sanitaria del 1978 era di proprietà dell’Inail. Devono essere definite le condizioni per l’acquisizione dell’immobile da
parte dell’Istituto e le modalità di gestione
della struttura nel periodo intercorrente
tra il perfezionamento dell’intesa e l’esecuzione dei necessari lavori edili;
◗ l’apertura della filiale di Lamezia Terme
del Centro protesi, localizzato presso un
ex edificio industriale di proprietà della
Regione Calabria, che è stato concesso all’Inail in comodato d’uso. Dopo un intervento di ristrutturazione protrattosi per
oltre un decennio, la struttura è stata ultimata e, oltre a essere dotata di una adeguata officina ortopedica, è in grado di
ospitare oltre 50 pazienti che potranno
avvalersi anche di palestre riabilitative e
strutture domotiche. Da mesi è stato avviato un tavolo tecnico con la Regione
Calabria al fine di pervenire alla stipula di
un accordo per l’autorizzazione e l’accreditamento dell’impianto, che sarà in grado di fornire servizi anche agli assistiti del
Servizio sanitario regionale in un territorio che, nello specifico settore di intervento, presenta notevoli carenze;◗ lo sviluppo delle collaborazioni già avviate in campo sanitario con la Regione Sicilia e la Regione Toscana. Con riferimento
alle sinergie con la Regione Toscana, oltre
al consolidamento e lo sviluppo dell’esperienza maturata con il Centro di riabilitazione motoria di Volterra, si intende fornire un decisivo impulso al progetto – da
anni in sospeso – per la realizzazione di
un «Centro nazionale di eccellenza per la
riabilitazione non ospedaliera dei lungo
degenti», che sarà edificato su un’area di
proprietà Inail contigua alla Clinica ortopedica dell’Ospedale di Careggi a Firenze.
Per l’effettuazione di tali interventi, il bilancio Inail del 2012, approvato dal Consiglio di
indirizzo e vigilanza, ha già previsto le necessarie risorse economiche, a partire dal secondo semestre dell’anno.
Da ultimo, si evidenzia che sono stati avviati contatti con la Regione Lombardia
per definire i protocolli relativi ai servizi sanitari da rendere a lavoratori che saranno
impegnati nella realizzazione dell’Expo
2015 di Milano.
La continuità nel tempo delle iniziative illustrate sarà assicurata dal Consiglio di indirizzo e vigilanza in sede di deliberazione della
Relazione programmatica 2013-2015 e di
approvazione del Bilancio preventivo 2013,
attraverso lo stanziamento delle necessarie
risorse finanziarie. ❚NotiziarioINCAonline
❚ di Tiziana Tramontano*Le inidoneità al lavoro costituiscono
una sempre più dilagante realtà che
colpisce pressoché tutte le categorie di
Nel passato la situazione, pur difficile, non
rivestiva le caratteristiche di drammaticità
di quest’ultimo periodo e, al lavoratore dichiarato inidoneo, veniva comunque trovata una qualche diversa sistemazione lavorativa, più compatibile con la diminuita
Numerose, invece, da alcuni anni sono le
segnalazioni di lavoratori che, divenuti inidonei, perdono il posto di lavoro; situazioni a cui si affiancano, ormai anche nelle
grandi aziende, momenti di criticità nelle
In questo contesto e a fronte di una crisi
economica quale quella che stiamo vivendo,
come Patronato sindacale, in più occasioni,
abbiamo riscontrato la difficoltà dei lavoratori a denunciare all’Inail le malattie professionali, convinti che ciò possa comportare
un giudizio di inidoneità ed essere quindi
l’anticamera del licenziamento.* Area tutela del danno alla persona Inca Cgil nazionaleÈ importante quindi costruire una rete di
sostegno Inca e categorie su cui i lavoratori
possono fare affidamento. L’esperienza dimostra che laddove siamo intervenuti al lavoratore è stato garantito il posto di lavoro.
In stretto rapporto con gli Rls e i nostri medici legali siamo, ad esempio, intervenuti
nella fase dei ricorsi avverso le decisioni dei
medici competenti relativi a giudizi di idoneità, che si sono trasformati in idoneità con
limitazioni/prescrizioni, facendo così cadere
il legittimo presupposto del licenziamento.
Non può del resto essere delegata al solo
medico competente – che ha il compito di
segnalare le attività non più consone allo
stato di salute – e all’azienda, la ricerca di
collocazione diversa al lavoratore giudicato
Solo con la partecipazione degli Rls e dei
delegati è possibile una vera analisi del ciclo
produttivo e l’individuazione di possibili
mansioni alternative.
A tal proposito, come Patronato sindacale,
abbiamo tentato di sviluppare, insieme a25NotiziarioINCAonlineSALUTE E SICUREZZA26giuristi e specialisti alcuni ragionamenti sulla legislazione che regola la materia.
La legge 68 del 1999 e il decreto legislativo 81 del 2000 convergono, a nostro avviso, nel disegnare un modello di tutela
rafforzata del posto di lavoro del soggetto
che diventi inidoneo allo svolgimento della mansione per infortunio o malattia professionale.
In sostanza le norme in esame condizionano fortemente la possibilità di recesso da
parte del datore di lavoro che deve dimostrare, non solo la non ricollocabilità del dipendente all’interno dell’azienda in mansioni equivalenti o, in mancanza, inferiori a
quelle svolte (con conservazione, in ogni caso, del trattamento retributivo di provenienza), ma altresì che l’adeguamento della
struttura organizzativa aziendale alle esigenze di proficuo utilizzo della residua capacità
lavorativa del lavoratore, eccedono – per la
sproporzione dei costi (finanziari od organizzativi) – quella misura di ragionevolezza
prefigurata ed incorporata, a nostro avviso,
nella formula impiegata dall’art. 10 della
legge n. 68 del 1999 e, per relationem, dall’art. 42 del d.lgs. n. 81 del 2008.
La valutazione della invalidità non può che
essere una valutazione soggettiva, così come
il necessario adattamento delle condizioni
di lavoro e della stessa organizzazione del lavoro può essere pretesa al datore di lavoro in
rapporto alle condizioni individuali del lavoratore.
Una interpretazione più restrittiva delle
norme segnerebbe un depotenziamento del
livello di tutela speciale di tale normativa in
favore del lavoratore «disabile» rispetto allagenerale disciplina del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Il legislatore quindi – nel bilanciare l’interesse dell’imprenditore al ridimensionamento dell’organico in un momento di crisi economica e l’interesse del «disabile» alla
conservazione del rapporto di lavoro –
esprime, a nostro avviso, una netta preferenza per quest’ultimo.
Con il Patronato, il lavoratore può affrontare le problematiche conseguenti al giudizio
di inidoneità espresso dal medico competente, a partire dalla predisposizione dell’eventuale ricorso, al cambio di mansione per non
peggiorare il proprio stato di salute, all’evidenziazione dell’eventuale rapporto fra la
patologia che ha determinato il giudizio e il
lavoro svolto con la conseguente denuncia
Un lavoratore inidoneo che si ammala senza denunciare all’Inail la sua patologia come
malattia professionale perde il diritto ad un
giusto indennizzo, ma soprattutto diventa
un lavoratore invalido per colpa del datore
di lavoro o per colpa obiettiva del sistema di
lavoro, quindi un lavoratore tecnopatico
che però non ha la tutela approntata dalla
contrattazione collettiva ed anche da certa
giurisprudenza, per escludere che possano
essere valutati ai fini del comporto le assenze dovute alla patologia.
Controllo sindacale, partecipazione, non
delega, finalizzate dunque a rendere residuale l’ipotesi della risoluzione del rapporto
E dove non è possibile raggiungere tale
obiettivo pensiamo sia opportuno prevedere un ammortizzatore che dia garanzie al la-NotiziarioINCAonline
voratore che perde il posto di lavoro per inidoneità.
L’idea nasce dalla consapevolezza che l’Inail
chiude, tutti gli anni, il proprio bilancio costantemente in attivo e il sistema indennitario vigente assegna ai lavoratori infortunati
e tecnopatici una minima parte delle risorse
di detti bilanci.
Si tratterebbe cioè di rivedere, in chiave moderna, l’articolo 150 del Testo Unico Infortuni che prevede, per i silicotici o asbestosici, che abbandonano la lavorazione per motivi di prevenzione, l’erogazione da parte
dell’Inail di una rendita di passaggio per il
periodo di un anno.
Questa tutela, che si pone l’obiettivo del non
aggravamento della patologia dell’assicurato,accompagnandolo nella ricerca di una nuova attività, viene ripreso anche dalla normativa sui marittimi laddove è previsto che «...
alla cessazione del periodo di malattia o infortunio, se il marittimo viene dichiarato
momentaneamente inidoneo ha diritto per
tutto il periodo dell’inidoneità, fino ad un
massimo di un anno, ad una indennità giornaliera pari al 75% della retribuzione...».
Uno strumento, in sostanza, di sostegno del
lavoratore divenuto «disabile» a causa del lavoro, che permetta la possibilità di un programma di riqualificazione in vista di un
utile reinserimento nella rinnovata organizzazione aziendale.
È una proposta che pensiamo di perseguire
sul piano politico-legislativo. ❚
SALUTE E SICUREZZANotiziarioINCAonline
La lunga stagione dei diritti dei lavoratori
❚ di Valerio Zanellato *Solo dal 1992 il Parlamento ha previsto una sorta di misura riparatoria in
favore dei lavoratori che sono stati
esposti per significativi periodi di tempo alla
inalazione e/o contatto con le polveri del minerale killer e, tra mille traversie, ricorsi giudiziari e provvedimenti legislativi, molti lavoratori stanno ora fruendo dei benefici
previdenziali previsti dalla legge (pensionamento anticipato).
Le ultime traversie risalgono al 2007. Infatti,
la legge 247/07, recependo il Protocollo sul
welfare, stabiliva che i lavoratori, dipendenti
da aziende interessate dagli Atti d’indirizzo
ministeriali, potevano ottenere una ulteriore
certificazione relativa all’esposizione all’amianto fino all’avvio dell’azione di bonifica degli ambienti lavorativi e comunque
non oltre il 2 ottobre 2003.
Perché si è sentita la necessità di introdurre
questo comma all’interno della legge?
Molto semplice; bisogna ricordare che in
una prima fase attuativa della legge sull’amianto del ’92, che prevedeva lo scivolo
pensionistico per gli esposti e nell’impossibilità, da parte dell’Inail, di poter accertarerapidamente e per tutte le aziende interessate
l’esposizione qualificata dei lavoratori, il Ministero del lavoro ricorse allo «strumento»
degli Atti d’indirizzo, i quali, sostanzialmente, davano per acquisita l’esposizione
per i lavoratori dipendenti dalle aziende «coperte» da tali dichiarazioni.
Gli Atti di indirizzo emanati dal Ministero
nel corso degli anni erano alquanto diversificati quanto a criteri di riconoscimento degli esposti (alcuni indicano espressamente
specifici reparti e/o specifiche mansioni, altri invece più genericamente tipologie di attività) e quanto ai periodi di esposizione.
Generalmente essi si riferivano a periodi di
esposizione compresi entro il 1992, presupponendo che successivamente alla data di
entrata in vigore della legge, non si sarebbe
più usato amianto e sarebbero dovute iniziare
le bonifiche degli stabilimenti interessati.
Per lungo tempo, invece, l’amianto è rimasto nei reparti, in molti casi si è continuato
ad usarlo e prima di arrivare alla vera e propria eliminazione del minerale si è andati
avanti per un bel po’ di tempo e ben oltre il
1992, tant’è che con altri provvedimenti le-* Coordinatore Area tutela del danno alla persona Inca Cgil nazionale29NotiziarioINCAonlineSALUTE E SICUREZZA30gislativi, si riconobbero ai lavoratori, in genere, i periodi lavorativi di esposizione fino
all’ottobre del 2003.
È per tale motivo che il legislatore è intervenuto con quel provvedimento «dando
atto» che anche nelle molte realtà aziendali,
oggetto degli atti d’indirizzo, sia le bonifiche
che la cessazione dell’utilizzo dell’amianto, è
avvenuta con gravissimo ritardo, estendendo
quindi per i soli dipendenti delle aziende interessate, la «copertura temporale» degli Atti
di indirizzo già emanati.
Se non che, è intervenuto il Ministero del lavoro e l’Inail, con una serie di decreti e circolari che, in maniera del tutto arbitraria ed
interpretando la legge in modo restrittivo,
hanno limitato i benefici della legge 247 ai
dipendenti di sole 15 aziende.
A fronte di questi provvedimenti molti lavoratori, che avrebbero potuto rientrare tra
i beneficiari della legge, non hanno presentato l’istanza di riesame della loro posizione
proprio perché fuorviati dal decreto ministeriale e dalla circolare Inail che restringeva
ai soli dipendenti delle 15 aziende individuate la possibilità di accedere ad un ulteriore riconoscimento di esposizione all’amianto.
Come Inca abbiamo fin da subito denunciato l’inspiegabile restrizione del diritto che
si veniva a creare attraverso i provvedimenti
ministeriali, invitando le nostre strutture ad
ignorare la circolare dell’Inail, presentando le
domande per tutti i lavoratori dipendenti da
stabilimenti interessati dagli atti d’indirizzo.
Il Tar del Lazio, su ricorso presentato dall’Associazione degli esposti all’amianto, ha
esaminato questa discrepanza che si era creatatra la legge ed il decreto attuativo ritenendo
illegittimo, in molte parti, il decreto e le successive circolari dell’Inail; rilevando, infatti
che «non è dato comprendere la ragione per
cui l’Amministrazione nel regolamento attuativo ha inteso introdurre la limitazione
collegata ai soli reparti di esposizione diretta
all’amianto, quando in altre occasioni ha invitato l’Inail a non considerare i soli reparti
all’interno delle singole realtà produttive, ma
di considerare la continuità della frequenza in
ambienti contaminati».
In pratica quindi, ripristinando lo spirito
con cui era stata fatta la legge.
Successivamente, nel tentativo di aggirare
la sentenza, è intervenuta la legge 25/10
(art. 6, comma 9-bis) che, interpretando la
legge 247/07, prevedeva la possibilità di produrre una nuova istanza per il riconoscimento di un ulteriore periodo di esposizione all’amianto per i lavoratori dipendenti
da aziende titolari di atti d’indirizzo e stabiliva che detti atti si dovevano intendere solo
quelli attestanti l’esposizione all’amianto
protratta esclusivamente fino al 1992.
L’Inca nazionale, in collaborazione con la
Fiom di Caserta e con il patrocinio degli avvocati Angiolini, Assennato e Cuniberti decise, a questo punto, di ricorrere nuovamente al Tar chiedendo l’annullamento della
circolare applicativa dell’art. 6 della legge
25/10 emanata dall’Inail in data 5 marzo
Il nostro ricorso ebbe successo, in quanto il
Tar del Lazio, con ordinanza del 10 giugno
2010, sospese gli effetti della circolare Inail
decretando che le disposizioni previste dal
comma 9-bis della legge 25/10 dovevano ri-NotiziarioINCAonline
ferirsi a tutti i siti di cui agli atti di indirizzo
e che «... la stessa non ha effetto di precludere l’iter ordinario di verifica da parte dell’Inail in ordine ai differenti casi...». Inoltre,
insiste il Tar passando ad esaminare la circolare Inail, è da ritenersi ingiustificata la
definizione «necessariamente» negativa delle
domande presentate ai sensi del decreto ministeriale 12 marzo 2008, da parte dei lavoratori dipendenti da aziende non comprese nell’elenco allegato alla circolare stessa.
L’effetto pratico dell’ordinanza si tradusse
nell’obbligo, per l’Inail, di dover considerare
tutte le domande presentate ai sensi delcomma 20 della legge 247/07, non potendo,
per le motivazioni addotte dal Tar, respingere
tout court le domande dei lavoratori non dipendenti dalle aziende in elenco.
Tutta questa vicenda, rapidamente qui ricostruita, dimostra con quanta pervicacia si
attenti quotidianamente a contraddire anche quanto affermato a chiare lettere dalla
legge, da parte di alcuni ambienti ministeriali e dall’Inail tentando di mettere in discussione i diritti dei lavoratori, i più colpiti
da un’organizzazione del lavoro che li ha
esposti per lungo tempo all’azione di una
sostanza micidiale come l’amianto. ❚31
SALUTE E SICUREZZARenzo Vespignani, Il popolo della Resistenza non dimentica, 1972 (particolare)NotiziarioINCAonline
Immigrazione irregolare:
verso una sanatoria?
❚ di Claudio Piccinini *Il governo, anche in seguito all’avvio della
procedura di infrazione della Commissione europea per la mancata applicazione della Direttiva comunitaria 52/2009,
ha inviato alle commissioni Giustizia e Affari
costituzionali delle Camere il testo del decreto legislativo da sottoporre al loro parere.
La Direttiva comunitaria contiene disposizioni orientate a colpire l’immigrazione irregolare agendo sull’inasprimento delle sanzioni a carico dei datori di lavoro che compiono questo reato e inserendo meccanismi
di tutela nei confronti dei lavoratori che
presentino denuncia.
In questo passaggio, si è svolta l’audizione
del 22 maggio scorso del patronato della
Cgil, durante la quale l’Inca ha avuto modo di esporre le proprie osservazioni al testo per chiedere una maggiore incisività
della norma, considerata in linea di principio giusta, e l’aumento delle tutele nei confronti dei migranti che denunciano il lavoro illegale.
Le Commissioni parlamentari Giustizia e
Affari costituzionali delle Camere, rilascian-* Coordinatore Area immigrazione Inca Cgil nazionaledo un parere sull’atto del governo per chiederne la riformulazione, anche in tempi rapidi, hanno posto particolare attenzione alla efficacia della norma e alla modularità necessaria per la sua attuazione. In particolare,
sembra andare in questa direzione la previsione di una «fase transitoria» che consente
l’autodenuncia dei datori di lavoro che intendano regolarizzare i propri dipendenti ed
evitare così sanzioni più severe.
Il testo del governo era calibrato per evitare
che le sanzioni andassero a colpire con
uguale effetto sia il datore di lavoro di una
grande azienda sia il pensionato che ha
omesso di regolarizzare la badante. Con
questo distinguo, si è voluto evitare che un
provvedimento troppo draconiano influisse
sul sistema dei servizi di assistenza alla persona. Le Commissioni riprendono questa
cautela suggerendo che nei confronti dei
datori di lavoro familiari siano adottate procedure semplificate e sanzioni pecuniarie ridotte, richiamando a tal fine anche alcune
indicazioni contenute nel testo stesso della
direttiva comunitaria.33NotiziarioINCAonlineIMMIGRAZIONE34Inoltre, le Commissioni parlamentari inseriscono una raccomandazione importante
indirizzata alla promozione dei diritti del lavoro, prevedendo meccanismi utili a garantire l’effettiva informazione tra gli immigrati assunti illegalmente su alcuni capitoli importanti riguardanti il corretto pagamento
delle retribuzioni arretrate, delle imposte e
dei contributi previdenziali che il datore di
lavoro avrebbe dovuto pagare per essere in
regola con le normative vigenti.
Nel corso dell’audizione, il Patronato della
Cgil ha richiamato l’attenzione sulle disposizioni di maggiore dettaglio nell’affrontare
la materia nell’ambito delle attività di subappalto dove è necessario avere maggiore
chiarezza sulle responsabilità dei singoli e
delle aziende all’interno della catena esistente tra committente ed esecutore finale.
Va nella stessa direzione anche la proposta
della Commissione di inserire nel testo del
d.l. la possibilità di intervento di soggetti
terzi, quali le associazioni sindacali o i patronati, per agevolare le denunce dei lavoratori irregolari. Questa previsione, fortemente sottolineata dall’Inca nel corso della audizione, è peraltro citata nella Direttiva comunitaria del 2009, laddove si estende a
questi soggetti il ruolo di tutela dei lavoratori coinvolti.
Uno dei passaggi più rilevanti nel testo delle Commissioni fa riferimento a quella che
viene definita «fase transitoria» entro la quale i datori di lavoro possono evitare sanzioni più gravi se dichiarano, entro un certo
termine, di volersi adeguare alle norme di
legge. Sarebbe previsto, in questi casi, il pagamento degli oneri contributivi fiscali,nonché della retribuzione arretrata, pari ad
almeno tre mesi con l’aggiunta di un contributo di 1.000 euro per ciascun lavoratore che si intende regolarizzare. Al datore di
lavoro virtuoso verrebbe riconosciuta la sospensione dei procedimenti sanzionatori relativi all’ingresso e al soggiorno irregolare
del lavoratore immigrato, mentre a quest’ultimo sarebbe rilasciato un permesso di
Vengono richiesti tuttavia «rigorosi meccanismi di controllo» per evitare che possano verificarsi abusi durante la fase transitoria e per evitare che queste norme vadano a favorire stranieri condannati e/o
espulsi per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato.
Le Commissioni parlamentari chiedono
anche di modulare meglio la sanzione in
capo al datore di lavoro che abbia commesso il reato di assunzione illegale, in base alla quale gli viene negato di ottenere
per i successivi cinque anni il nullaosta all’avvio di altri lavoratori, limitando questa
possibilità solo ai casi di particolare sfruttamento. In questo modo, si vogliono agevolare le azioni di ravvedimento delle imprese e di chi si adopera per regolare le assunzioni, mentre al contrario si chiede che
venga esteso agli ingressi per lavoro stagionale il provvedimento di preclusione alla
concessione del nulla osta per il datore di
lavoro che con scopo fraudolento abbia
ottenuto ingiusti profitti dalla vendita dei
Il testo delle Commissioni si conclude con
l’invito al governo di prevedere che le ipotesi di «sfruttamento lavorativo» non si esau-NotiziarioINCAonline
riscano nelle previsioni dell’articolo 603-bis
del codice penale (paga ridotta, tempi di lavoro eccessivamente pesanti, carenze sul
piano della sicurezza), ma comprendano
anche «gli altri casi in cui comunque si ravvisi un particolare sfruttamento lavorativo».
Se il parere formulato dalle Commissioni
dovesse essere tradotto correttamente in un
provvedimento legislativo, la sua valenza
politica sarebbe assimilabile ad una vera epropria sanatoria, con importanti ricadute
sull’attività di tutela che l’Inca da diversi anni garantisce alle lavoratrici e ai lavoratori
stranieri presenti in Italia. Perciò, ora la palla passa al governo che deve rivedere il testo,
valutarne l’inserimento delle novità, compresa la previsione della «fase transitoria»,
considerata dalle Commissioni parlamentari condicio sine qua non per dare il loro parere favorevole. ❚35
IMMIGRAZIONEOpera di GiĂ˛ Pomodoro, 1982NotiziarioINCAonline
❚ a cura di Carlo Caldarini *Siamo lo Stato membro con il più lento processo di recepimento delle direttive europee, con il più alto numero di procedure d’infrazione in corso
nel 2010, con il più alto numero di nuove procedure di infrazione aperte nel
2010 e con il maggior numero di procedure 2010 riportate, senza soluzione, al
2011. È quanto emerge, in sintesi, dalla
28a relazione annuale sull’applicazione
del diritto dell’Unione Europea negli
Stati membri pubblicata a fine 2011. E
la situazione non è affatto migliorata nel
2011...L’acquis dell’Unione Europea, ossia l’insieme dei diritti e degli obblighi giuridici che
vincolano gli Stati membri dell’Unione Europea, comprende circa 8.500 regolamenti
e quasi 2.000 direttive in aggiunta al diritto
primario (i trattati). Coordinare la loro corretta applicazione e la loro trasposizione negli ordinamenti giuridici nazionali non deve essere cosa facile.
La Commissione europea, che ha il ruolo di
«custode dei trattati», ha tra i suoi compitifondamentali verificare che il diritto dell’Ue
venga applicato correttamente dai singoli
cittadini, dalle imprese, dagli Stati membri
e dalle altre istituzioni europee.
Nell’esercizio delle sue competenze la Commissione europea può imporre sanzioni ai
cittadini e alle imprese per violazione del diritto dell’Unione. Essa può anche avviare
procedimenti d’infrazione nei confronti degli Stati membri, invitandoli a prendere, entro una determinata scadenza, gli opportuni provvedimenti per porre fine alle irregolarità riscontrate, fino ad adire la Corte di
Nell’esercizio di queste funzioni, la Commissione elabora ogni anno una relazione
sul controllo dell’applicazione del diritto
comunitario. La prima era stata pubblicata
nel 1983, su richiesta del Parlamento europeo con la risoluzione del 9 febbraio dello
stesso anno. Scopo della relazione è informare Parlamento, Consiglio e Stati membri
circa l’applicazione del diritto dell’Ue nei
singoli Stati membri, e non certamente
quello di stilare un’ipotetica classifica tra
Stati più o meno diligenti ed efficienti. Tut-* Osservatorio Inca Cgil per le politiche sociali in Europa. c.caldarini@osservatorioinca.org37NotiziarioINCAonline
tavia le informazioni, anche quantitative,
che vi si possono trovare ben si prestano anche ad un esercizio di questo genere.
Ne emerge un quadro avvilente per il nostro
paese. Siamo lo Stato membro con il più
lento processo di recepimento delle direttive europee, con il più alto numero di procedure d’infrazione in corso nel 2010, con
il più alto numero di nuove procedure di
infrazione aperte nel 2010 e con il maggior
numero di procedure 2010 riportate, senza
soluzione, al 2011. È quanto emerge, in
sintesi, dalla 28a relazione annuale sull’applicazione del diritto dell’Unione europea
negli Stati membri pubblicata a fine 20111.WELFARE STATE IN EUROPA38Relazione 2010 sull’applicazione
del diritto dell’Unione europea
negli Stati membriNel 2010 gli Stati membri sono stati chiamati a recepire 111 direttive (nel 2009 erano state 71). Malgrado la crescita costante
della legislazione da recepire a livello nazionale, il numero totale di procedimenti d’infrazione in corso è diminuito nel 2010 rispetto agli anni precedenti2. Alla fine del
2010, la banca dati della Commissione europea conteneva infatti quasi 2.100 casi
d’infrazione aperti. Rispetto allo stesso dato della fine dell’anno precedente (circa
2.900 casi), il numero di procedimenti in
corso si è ridotto di quasi il 30%. L’ambiente, il mercato interno e la normativa fi1scale restano i principali settori interessati
da infrazioni, mentre le questioni connesse
all’ambiente, alla libera circolazione delle
persone e ai diritti fondamentali hanno formato oggetto del maggior numero di petizioni presentate al Parlamento europeo.
Quando dall’analisi dei dati generali si passa
al confronto tra gli Stati membri, la posizione da «ultima della classe» dell’Italia emerge
Questi i principali punti critici rilevati dalla
• Infrazioni. L’Italia è lo Stato membro contro il quale erano pendenti il maggior numero di procedimenti d’infrazione alla fine del
2010 (176 procedimenti aperti), seguita dal
Belgio (159) e dalla Grecia (157). Malta, Lituania e Lettonia sono invece i tre Stati
membri con il numero più basso di procedimenti di infrazione avviati (rispettivamente
25, 27 e 32 casi). L’Italia e la Grecia sono anche gli Stati membri contro i quali nel 2010
sono stati avviati il maggior numero di nuovi procedimenti d’infrazione (rispettivamente 90 e 89), seguiti dal Regno Unito (75 nuovi casi nel 2010). Nel 2010 il minor numero
di nuovi procedimenti è stato avviato nei
confronti di Lituania (19), Danimarca (22) e
Malta (25). Sebbene l’Italia e la Grecia siano
state in grado di far archiviare circa il 40%
dei nuovi casi nello stesso anno, la maggior
parte dei nuovi casi sono stati riportati al
2011 (rispettivamente 49 e 50 casi).www.osservatorioinca.org/12-713/archivio/applicazione-del-diritto-dellue:-italia-ultima-della-classe.html
Ciò è dovuto in parte – secondo la Commissione stessa – ai due nuovi strumenti di gestione «pre-infrazione»:
il cosiddetto Chap (registro di denunce e richieste di informazioni) ed Eu Pilot (soluzione dei problemi con gli
Stati membri). Vedi Punto 3.2 della Relazione.2NotiziarioINCAonline
• Petizioni al Parlamento europeo. Le petizioni al Parlamento europeo hanno riguardato – nel 2010 come nel 2009 – soprattutto il settore ambientale (120 petizioni).
Ma un numero crescente di petizioni ha richiamato l’attenzione della Commissione
su malfunzionamenti nell’applicazione della direttiva 2004/80/Ce relativa all’indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti, e di nuovo questo ha riguardato soprattutto Italia e Grecia.
• Adozione tardiva delle direttive. Il processo di recepimento è gestito più efficacemente in Danimarca e a Malta (ciascuno
con 5 casi di mancata comunicazione),
mentre è più inefficace in Italia (34 casi) e
in Polonia (32 casi).3La situazione dell’Italia non è migliorata
nel 2011. Ogni due mesi la Commissione
verifica infatti le misure adottate dalle autorità di ciascuno Stato membro per includere le direttive Ue nei loro ordinamenti
giuridici (trasposizione). Qualora la Commissione constati che uno Stato membro
ha omesso di notificare un provvedimento
di esecuzione di una direttiva, si apre un
procedimento d’infrazione per «mancata
In questi casi, la lettera di costituzione in
mora è la prima fase del procedimento precontenzioso, durante la quale la Commissione chiede a uno Stato membro di presentare le sue osservazioni entro una determinata scadenza3.
Il grafico che segue mostra il numero totale di lettere di costituzione in mora per
mancata comunicazione inviate dalla
Commissione europea a ciascuno Stato
membro, aggiornata ad agosto 2011: si vede chiaramente come l’Italia sia, anche in
questo caso, lo Stato membro più inadempiente, con 72 lettere di costituzione in
mora, seguita da Ungheria (70) e Finlandia (61).
Per fare un raffronto con alcuni altri Stati
membri, nello stesso periodo il Regno Unito ha ricevuto 56 provvedimenti, Belgio 44,
Spagna 43, Francia 42, Germania 30.Il «parere motivato» rappresenta la seconda fase della procedura, prima del deferimento del caso alla Corte europea di giustizia.39
WELFARE STATE IN EUROPA• Banca dati Chap. Nel settembre 2009 la
Commissione europea si è dotata di uno
strumento informatico per la registrazione e
gestione di denunce e richieste di informazioni da parte dei cittadini europei sull’applicazione del diritto dell’Unione da parte
di uno Stato membro, denominato Chap
(«Complaints Handling - Accueil des Plaignants»). Nel 2010 sono stati inseriti nella
banca dati Chap 4.035 casi (di cui l’83%
denunce e il 17% richieste d’informazioni).
Il paese maggiormente interessato è stato di
nuovo l’Italia (12%), seguita da Spagna
(11,4%), Germania (9,5%), Regno Unito
(7,5%) e Francia (6,9%).Procedimenti per «mancata
comunicazione»: situazione
ad agosto 2011NotiziarioINCAonline
Grafico 1: Lettere di costituzione in mora inviate dalla Commissione agli Stati membri
nel 2011Fonte: Commissione europea (http://ec.europa.eu/eu_law/docs/docs_directives/lfn_ms_2011.pdf)WELFARE STATE IN EUROPA40Per completare il quadro, diamo ora uno
sguardo più da vicino ad alcuni provvedimenti lanciati dalla Commissione europea
nei confronti dell’Italia, nel campo dell’occupazione, della sicurezza sociale e della libera circolazione dei lavoratori.
(pubblico impiego)Il 27 ottobre 2011 la Commissione europea
ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue a motivo delle discriminazioni operate
contro i cittadini di altri Stati membri nell’accesso al pubblico impiego4. Il provvedimento riguarda, nello specifico, la legislazione che si applica nella provincia di Bol-4zano, la quale stabilisce che i candidati a un
posto di lavoro residenti nella provincia di
Bolzano da almeno due anni godano di una
preferenza rispetto agli altri candidati nell’accesso agli impieghi pubblici della provincia. La normativa Ue sulla libera circolazione dei lavoratori vieta qualsiasi discriminazione basata sulla nazionalità per quanto
concerne le condizioni di lavoro e di occupazione. La Commissione ritiene che questa preferenza applicata in Italia in base alla
residenza sia una discriminazione indiretta
poiché i cittadini italiani hanno maggiori
probabilità di beneficiare di questa priorità
di accesso all’occupazione rispetto ai candidati residenti in altri Stati membri.www.osservatorioinca.org/12-714/archivio/libera-circolazione-dei-lavoratori:-la-commissione-deferiscelitalia-alla-corte-di-giustizia-a-motivo-di-discriminazione-nellaccesso-al-pubblico-impiego.htmlNotiziarioINCAonlineLibera circolazione dei lavoratori
(prestazioni familiari ai lavoratori
transfrontalieri)Lo stesso 27 ottobre 2011 la Commissione
europea ha chiesto all’Italia di versare alcune prestazioni familiari previste dalla regione Trentino Alto Adige e dalla provincia di
5Bolzano ai lavoratori transfrontalieri residenti in Austria6. L’attuale rifiuto delle autorità italiane si basa sul fatto che tali lavoratori non risiedono nel Trentino Alto Adige o a Bolzano. Conformemente alla normativa Ue i lavoratori transfrontalieri (persone che lavorano in uno Stato membro ma
risiedono in un altro nel quale fanno ritorno quotidianamente o almeno una volta la
settimana) sono coperti dal sistema di sicurezza sociale del paese in cui lavorano e non
dal sistema del paese in cui risiedono. Le attuali condizioni di residenza poste dall’Italia
per le prestazioni familiari costituiscono
pertanto un ostacolo alla libera circolazione
Il governo italiano sostiene che le prestazioni familiari regionali e provinciali rientrino
nella nozione di «assistenza sociale» e ad esse non si applichino pertanto le norme Ue
che fanno esclusivamente riferimento alla
«sicurezza sociale». La giurisprudenza della
Corte di giustizia dell’Ue statuisce però in
modo chiaro che una prestazione può essere considerata rientrare nella «sicurezza sociale» ove essa sia concessa senza una valutazione individuale dello stato di necessità
Nel caso in questione le prestazioni rappresentano una forma di sostegno finanziario
per la cura dei figli, motivo per cui sono automaticamente concesse alle persone che
hanno un figlio senza valutarne la situazione individuale. La Commissione ritiene, inSi veda, tra l’altro, la sentenza del 26 maggio 1996 relativa alla causa C-237/94 O’Flynn (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:61994CJ0237:it:PDF)
6 www.osservatorioinca.org/12-711/archivio/lue-chiede-allitalia-di-versare-le-prestazioni-familiari-ai-lavoratori
-transfrontalieri.html41
WELFARE STATE IN EUROPASulla base della giurisprudenza della Corte
di giustizia dell’Ue la Commissione ritiene
che un requisito di residenza utilizzato per
dare la preferenza nell’accesso al lavoro sia
equivalente a una discriminazione indiretta
basata sulla nazionalità e che, anche se nella
pratica a risentirne è un numero limitato di
casi, ciò non giustifica l’addotta discriminazione indiretta5.
Secondo la Commissione europea, a meno
che non sia obiettivamente giustificata e
proporzionata al suo scopo, una disposizione di legge nazionale va considerata indirettamente discriminatoria se può intrinsecamente nuocere ai lavoratori migranti in misura maggiore che ai lavoratori nazionali con
il rischio, di conseguenza, di porre i primi in
posizione di particolare svantaggio. Ciò vale
in particolare per una misura, come la disposizione legislativa italiana in questione, in
forza della quale si opera una distinzione sulla base della residenza in quanto tale prescrizione è suscettibile di andare essenzialmente
a detrimento dei cittadini di altri Stati membri poiché i non residenti sono, nella maggior parte dei casi, stranieri.NotiziarioINCAonline
linea con la pregressa giurisprudenza della
Corte di giustizia dell’Ue, che si tratti di
prestazioni di «sicurezza sociale» alle quali si
applica pertanto la legislazione Ue sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale.
altamente qualificatiWELFARE STATE IN EUROPA42Ancora il 27 ottobre 2011, la Commissione
europea ha chiesto a 6 Stati membri, tra cui
l’Italia, di conformarsi alle norme della direttiva 2009/50/Ce sulle condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di Paesi terzi
che intendano svolgere lavori altamente
qualificati (la cosiddetta direttiva «Carta
blu»), il cui termine di attuazione è scaduto
il 19 giugno 20117. Germania, Italia, Malta, Polonia, Portogallo e Svezia non hanno
infatti ancora attuato nel diritto interno le
norme dell’Ue relative ai lavoratori altamente qualificati.
La Commissione ha pertanto deciso di
emettere un parere motivato richiedendo a
tali Stati membri di attivarsi8. Il 18 luglio
2011 la Commissione ha inviato una lettera di costituzione in mora a Germania, Italia, Malta, Polonia, Portogallo e Svezia in
relazione alla mancata comunicazione alla
Commissione delle misure adottate per attuare la direttiva. Tre Stati membri (Italia,7Malta e Portogallo) non hanno comunicato nessuna misura entro il termine previsto
(due mesi), il che ha indotto la Commissione ad agire. Gli altri tre Stati membri
(Germania, Polonia e Svezia) hanno risposto alla lettera di costituzione in mora segnalando che la nuova legislazione di attuazione non entrerà in vigore prima del
prossimo anno. La Commissione ha deciso
di inviare un parere motivato anche a tali
(professori universitari ordinari)Il 24 novembre 2011 la Commissione europea ha chiesto all’Italia di riconoscere le
qualifiche ottenute in un altro Stato membro da stranieri che si candidano per posti
di professore universitario ordinario in Italia9. Nelle università italiane, infatti, per i
posti di professore ordinario in Italia è prevista una prova didattica obbligatoria soltanto per i candidati che non abbiano già la
qualifica di professore associato in Italia. La
medesima prova non è quindi richiesta a chi
abbia conseguito il titolo di professore associato in Italia.
La Commissione ritiene che questo corrisponda a una discriminazione indiretta basata sulla cittadinanza, contraria alle nor-www.osservatorioinca.org/12-712/archivio/migranti-altamente-qualificati:-litalia-non-rispetta-le-norme-ue.html
La direttiva «Carta blu» istituisce una serie di norme comuni che dovrebbero permettere ai cittadini di Paesi
terzi altamente qualificati di venire a lavorare in Europa nei mercati del lavoro in cui sono richieste le loro competenze. La direttiva introduce tra l’altro una procedura accelerata di ammissione per tali stranieri e garantisce
un insieme comune di diritti sociali ed economici (uguali a quelli dei cittadini dell’Unione) in vari settori.
9 www.osservatorioinca.org/12-719/archivio/la-commissione-chiede-allitalia-di-porre-fine-alle-discriminazioni
-nelle-assunzioni-dei-professori-universitari.html
8NotiziarioINCAonline
me Ue sulla libera circolazione dei lavoratori10. Le autorità italiane ritengono invece che le qualifiche per posti di professore
universitario conseguite in altri Stati membri non possano essere automaticamente
riconosciute poiché l’insegnamento universitario non è una professione regolamentata. Conformemente alla giurisprudenza della Corte di giustizia, la Commissione ritiene opportuno fare un confronto
fra le qualifiche italiane e quelle ottenute
in altri Stati membri, allo scopo di garantire un trattamento equo dei candidati in
possesso di qualifiche equivalenti. La richiesta della Commissione è stata inviata
come «parere motivato» nell’ambito del
procedimento d’infrazione dell’Ue (procedimento n. 2010/4146).Ancora il 24 novembre 2011 la Commissione europea ha chiesto a Grecia, Italia,
Lussemburgo e Paesi Bassi di recepire nelle
rispettive legislazioni nazionali la nuova direttiva 2009/38/Ce sui comitati aziendali
europei. Se entro gennaio 2012 questi quattro paesi non provvederanno a trasporre la10La sentenza della Corte di giustizia nella causa C-586/08 Rubino stabilisce che le qualifiche acquisite in altri
Stati membri vanno riconosciute per il loro giusto valore e prese debitamente in considerazione nell’ambito delle procedure di selezione relative a posti di docenti universitari. Tale obbligo va applicato anche alle procedure
di selezione per i professori universitari. Per quanto riguarda l’abolizione di qualunque discriminazione basata
sulla nazionalità nell’ambito della libera circolazione dei lavoratori, di cui all’articolo 45 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (Tfue), si fa riferimento non soltanto alle discriminazioni palesi basate sulla cittadinanza, ma
anche a qualsiasi discriminazione dissimulata che, pur fondandosi su altri criteri di riferimento, pervenga al medesimo risultato (cfr. caso C-237/94 O’Flynn). A meno che non sia obiettivamente giustificata e proporzionata al suo scopo, una disposizione di legge nazionale va quindi considerata indirettamente discriminatoria se può
intrinsecamente nuocere ai lavoratori migranti in misura maggiore che ai lavoratori nazionali e se vi è il rischio
di porre i primi in posizione di svantaggio.43
WELFARE STATE IN EUROPAComitati aziendali europeidirettiva, la Commissione potrà decidere di
deferirli alla Corte di giustizia europea.
Entro il 5 giugno 2011, infatti, tutti gli
Stati membri dovevano adottare e comunicare alla Commissione le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla nuova direttiva. In Grecia, in Lussemburgo e nei Paesi
Bassi la procedura di adozione delle disposizioni nazionali è in corso, ma non si hanno indicazioni precise sulla conclusione
dell’iter in un prossimo futuro. Dall’Italia
la Commissione non ha invece ricevuto alcuna informazione.
La direttiva 2009/38/Ce sostituisce la precedente direttiva 94/45/Ce, che nel 1994
aveva introdotto per la prima volta il diritto
di costituire comitati aziendali europei per
le imprese e i gruppi di imprese con almeno
1.000 dipendenti negli Stati membri e almeno 150 dipendenti in ciascuno di almeno due Stati membri. Essa definisce il nuovo quadro giuridico della costituzione e del
funzionamento dei comitati aziendali europei. Attraverso questi organi, che rappresentano i dipendenti europei di una società, i
lavoratori sono informati e consultati dalla
direzione, a livello transnazionale, sulla si-NotiziarioINCAonlineWELFARE STATE IN EUROPA44tuazione dell’impresa e su ogni decisione
importante che li riguardi. La direttiva prevede anche che i rappresentanti dei lavoratori nei comitati aziendali europei possano
usufruire di una formazione e che vi sia un
coordinamento tra i comitati aziendali europei e gli organi nazionali di rappresentanza dei lavoratori. La direttiva ha anche lo
scopo di favorire la creazione di nuovi comitati aziendali europei e di dare certezza
giuridica alla loro costituzione e al loro funzionamento. Nell’Ue esistono oggi 990 comitati aziendali europei, che rappresentano
oltre 15 milioni di lavoratori.
L’inadempienza dell’Italia non è un fenomeno degli ultimi anni, né riconducibile
esclusivamente ai governi Berlusconi. Da
una lettura attenta delle precedenti relazioni della Commissione europea11 si può osservare tuttavia una leggera e costante differenza, in meglio, durante i governi del centro-sinistra (in particolare nel periodo
1997-2000, durante i governi Prodi, D’Alema e Amato).
Il nuovo governo Monti ha approvato il
23 dicembre 2011 lo schema di legge comunitaria per il 2012, che contiene le deleghe ed i principi relativi alle direttive europee da recepire12.11
12Il provvedimento mantiene, in gran parte,
la struttura delle precedenti leggi comunitarie ma ne differisce nella parte relativa ai
termini per l’esercizio della delega legislativa. L’articolo 1 stabilisce infatti che il
termine per l’esercizio della delega legislativa non coincide più con la scadenza del
termine previsto in ogni direttiva per il
suo recepimento, ma è anticipato ai due
mesi precedenti la scadenza del termine di
recepimento delle singole direttive.
In questo modo, si vorrebbe garantire un
più rapido adeguamento della normativa
italiana agli obblighi imposti in sede europea ed evitare anche il solo avvio di procedure d’infrazione per mancato recepimento. L’obiettivo dichiarato è anche quello di
evitare il danno di immagine per il Paese
con l’aumentare del numero delle nuove
procedure d’infrazione per mancato recepimento.
I nuovi termini per l’esercizio della delega
legislativa si rendono necessari anche per
le conseguenze previste dal Trattato di Lisbona che prevede la possibilità di sanzioni pecuniarie a carico dello Stato inadempiente già nel contesto del procedimento
giurisdizionale di accertamento dell’inadempienza. ❚http://ec.europa.eu/eu_law/infringements/infringements_annual_report_it.htm
www.politicheeuropee.it/normativa/18042/disegno-di-legge-comunitaria-2012All pages:23567910111215161718212223242526272930313334353738394041424344InfoSaveLikeShareDownloadMore1 / 2012 NotiziarioINCAonline Published on Jul 12, 2012 PENSIONI,RICONGIUNZIONI ONEROSE, PREVIDENZA COMPLEMENTARE, SALUTE E SICUREZZA, IMMIGRAZIONE WELFARE STATE IN EUROPAincacgilnazionaleFollowRead moreRead moreSimilar toPopular nowJust for youGo explore