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Timestamp: 2016-12-06 18:39:06+00:00
Document Index: 30634293

Matched Legal Cases: ['art. 104', 'art. 104', 'art. 104', 'sentenza ', 'art. 104', 'art. 104', 'art. 41', 'art. 26', 'art. 36', 'art. 2476', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 64', 'art. 67', 'art. 2', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 2', 'art. 763', 'art. 1416', 'sentenza ', 'arto 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 65', 'art. 67', 'art. 56', 'art. 56', 'art. 67', 'art. 67', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1197', 'art. 281', 'sentenza ', 'art. 2291', 'art. 2291', 'art. 216', 'art. 216', 'art. 216', 'art. 216', 'art.182', 'art. 2901', 'sentenza ', 'art. 569']

⭐ISTRUZIONI AI CURATORI PER LA REDAZIONE DEL PROGRAMMA DI LIQUIDAZIONE
ISTRUZIONI AI CURATORI PER LA REDAZIONE DEL PROGRAMMA DI LIQUIDAZIONE
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Maria Teresa Cortese
1 ISTRUZIONI AI CURATORI PER LA REDAZIONE DEL PROGRAMMA DI LIQUIDAZIONE Una delle più rilevanti novità della riforma è la predisposizione da parte del curatore di un programma di liquidazione da sottoporre all approvazione del Giudice Delegato. Tale adempimento, come precisa l art. 104 ter, deve essere effettuato entro sessanta giorni dalla redazione dell inventario. Il programma deve essere finalizzato alla realizzazione dell attivo e deve indicare modalità e termini all uopo previsti, specificando in particolare: a) l opportunità di disporre l esercizio provvisorio dell impresa, o dei singoli rami d azienda, ai sensi dell art. 104, ovvero l opportunità di autorizzare l affitto dell azienda, o di rami, a terzi ai sensi dell art. 104 bis; b) la sussistenza di proposte di concordato ed il loro contenuto; c) le azioni revocatorie, recuperatorie o risarcitorie da esercitare; d) la possibilità di cessione unitaria dell azienda, di singoli rami, di beni o di rapporti giuridici individuali in blocco; e) le condizioni della vendita di singoli cespiti. Va innanzi tutto premesso che, secondo l opinione prevalente e preferibile, il termine dei sessanta giorni (che decorre si noti non dalla data della sentenza di fallimento, ma da quella di chiusura delle operazioni di inventario): a) non è perentorio (ma acceleratorio); b) per la sua inosservanza non è stabilita dalla legge una specifica sanzione a carico del curatore; c) è prorogabile da parte del Giudice Delegato su parere conforme del comitato dei creditori, in considerazione della complessità della procedura e ad eventi di particolare rilevanza. Le disposizioni dell art. 104 ter. Fanno intendere chiaramente che la volontà del legislatore sia che la liquidazione vada programmata e che non debba ridursi ad un manifesto di buone intenzioni, cioè una mera elencazione di atti che il curatore si 12 propone di compiere, ma un articolato piano che consacri precisi ed analitici impegni operativi e scansioni temporali, da rassegnare al giudizio del comitato dei creditori ed approvato dal Giudice Delegato. Un siffatto programma, oltre ad essere un test di valutazione delle capacità manageriali e della professionalità del curatore, costituisce un vero e proprio contratto con i creditori concorsuali, il cui inadempimento può essere per il curatore fonte di responsabilità per danni e di eventuale revoca dalla carica. E come tutti i contratti gestori, il programma deve essere: 1) tempestivo (in quanto deve essere redatto entro sessanta giorni dalla chiusura delle operazioni di inventariato); 2) analitico (perché deve dettagliare le modalità, anche pubblicitarie, ed i tempi di vendita e di realizzo dei beni che compongono il patrimonio del fallito. Il programma deve quindi indicare se la vendita deve avvenire a trattativa privata, a mezzo di commissionario, con le modalità pubblicitarie mutuate dal processo di esecuzione per le vendite senza incanto o con incanto); 3) realizzabile nei modi e secondo le modalità previste, in relazione ai beni che compongono il patrimonio del fallito ed alle prospettive di utile continuazione dell attività d impresa; 4) prudente, perché deve indicare ed illustrare attentamente gli aspetti critici, valutandone il peso e prevedendone, ove possibile, gli esiti favorevoli; 5) finalizzato a. alla conservazione del valore dell azienda, o di rami di essa, verificando l opportunità di disporre l esercizio provvisorio dell impresa o di stipulare contratto d affitto con terzi; b. alla verifica della possibilità di cessione unitaria dell azienda di singoli rami della stessa, di beni o di rapporti giuridici individuabili in blocco; c. in difetto, alla vendita di singoli beni. 23 Le disposizioni surriportate testimoniano, quindi, della volontà del legislatore che la liquidazione dell attivo deve tendere, per quanto possibile, alla conservazione dell integrità e del valore dell azienda, o dei suoi rami (utilizzando gli strumenti dell esercizio provvisorio, dell affitto e della cessione) e, solo se ciò non è praticabile, alla vendita delle attività in blocco o singolarmente. Cosa diversa dalla proroga è la possibilità di un programma supplementare che il quinto comma dell art. 104 ter consente nel caso di sopravvenute esigenze che, ovviamente, il curatore dovrà riferire ed illustrare. L iter di approvazione del programma supplementare è lo stesso del programma c.d. principale. Redatto il programma, il curatore deve chiedere il parere al comitato dei creditori. Questo organo, prima di esprimere il suo parere, può chiedere al curatore di apportare modifiche al programma. Se le modifiche proposte o negoziate sono accolte, il comitato formulerà parere favorevole. Se, invece, sono rifiutate, il curatore non potrà presentare il programma all approvazione del Giudice Delegato e ciò in quanto come si legge nella relazione accompagnatoria il predetto parere sfavorevole interrompe l iter del programma ed impedisce al Giudice Delegato di esaminarne il contenuto e di pronunciarsi sullo stesso. E poiché nella legge fallimentare non vi sono strumenti per costringere il comitato dei creditori ad esprimere parere favorevole su questioni di merito, il curatore dovrà o recepire le modifiche proposte o redigere un altro programma o dimettersi. Il comitato deve pronunciarsi entro quindici giorni dalla richiesta del parere (art. 41,3 comma L.F.) o nel termine fissato dal Giudice Delegato. Acquisito il parere favorevole, il programma viene depositato in cancelleria e portato all esame del Giudice Delegato per l approvazione. Contro il decreto di approvazione del G.D., chiunque dimostri di avere un concreto interesse può porre reclamo ex art. 26 L.F., entro giorni dalla comunicazione o dalla conoscenza e, comunque, entro novanta giorni dal suo deposito in Cancelleria. 34 Il reclamo può essere proposto per qualunque motivo e non necessariamente per violazione di legge. Gli atti esecutivi del programma quelli che deviano dallo stesso, quelli non autorizzati o eccedenti o difformi possono essere impugnati ex art. 36 L.F. da chiunque dimostri di essere leso un suo diritto soggettivo. Nel caso di fallimento di società di persone e dei soci illimitatamente responsabili, è consigliabile redigere un unico programma di liquidazione, salvo il caso che il o i patrimonio/i dei soci sia/no di particolare entità e composizione, e quindi rendano opportuni programmi. 45 Indicazioni delle azioni di recupero Per quanto riguarda poi l indicazione delle azioni risarcitorie (ad es. azione di responsabilità), recuperatorie o revocatorie da esercitare, può richiedere ( e normalmente richiede) il preventivo parere di legali o di consulenti tecnici che possono anche non intervenire nei sessanta giorni dalla chiusura delle operazioni di inventariazione. Comunque, egli deve dettagliatamente riferire: a) quanto alla responsabilità degli amministratori, gli atti di mala gestio rilevati e gli effetti dannosi che ne sono derivati in via diretta ed immediata. Va in proposito opportunamente rimarcato che il legislatore vuole che l interesse sociale (inteso come massimazione del profitto) sia perseguito dagli amministratori non a tutti i costi e con qualunque mezzo (anche illecito), ma solo attraverso una gestione organizzata, informata, diligente e disinteressata. La responsabilità civile degli amministratori e sindaci è responsabilità da inadempimento delle obbligazioni (di gestione e di controllo) poste a loro carico dalla legge e dallo statuto, dal quale inadempimento è derivato come conseguenza diretta ed immediata un danno alla società e/o a creditori sociali. La questione dell'esatta delimitazione del danno risarcibile si presenta, in via di principio, di semplice soluzione in ipotesi in cui razione di responsabilità sia stata proposta con riferimento singole operazioni negligenti e addebiti specifici quali, ad esempio, distrazioni o dispersioni di beni sociali, prelievi indebiti, violazioni tributarie o previdenziali, atti posti in essere in conflitto di interessi,; in questi casi, l'individuazione del danno procede in stretta e diretta correlazione causale tra la specifica violazione e il pregiudizio patrimoniale che da essa sia derivato. Diversamente a dirsi, quando agli amministratori venga contestata una complessiva mala gestio della società protratta nel tempo, ovvero l'indebita prosecuzione dell'attività dopo la perdita del capitale sociale che costituisce l'ipotesi di responsabilità più 56 frequentemente dedotta nella prassi nell'ambito di azioni promosse da procedure concorsuali ex artt bis e 146 L.F. In questi casi, nel passato, la giurisprudenza ha fatto ricorso, con una certa frequenza, ad un criterio presuntivo, ed. del deficit fallimentare consistente nel quantificare il danno in misura pari alla differenza tra l'attivo acquisito e il passivo accertato nel corso della procedura concorsuale. Questo orientamento sebbene definito tradizionale, in realtà è pressoché unanimemente contrastato in dottrina ed è stato sottoposto a critica e ritenuto di residuale applicazione quale criterio su cui basare una valutazione di carattere equitativo, dalla giurisprudenza di merito ed in seguito anche dalla Suprema Corte che ne giustificano l'applicazione in casi eccezionali, in via suppletiva e nell'ambito di un'adeguata struttura motivazionale, in presenza di contabilità tenuta in modo irregolare e tale da impedire la ricostruzione delle vicende societarie oppure qualora il dissesto sia frutto dell'intera gamma di atti posti in essere dagli organi sociali. Secondo Cass. 8 febbraio 2005 n e Cass. 15 febbraio 2005 n. 3022, il criterio del deficit fallimentare, se non può rappresentare un'automatica modalità di quantificazione del danno, può tuttavia soccorrere, in guisa di parametro cui ancorare una liquidazione in via equitativa, una volta accertata l'impossibilità di ricostruire i dati in modo così analitico da individuare le conseguenze dannose dei singoli atti illegittimi imputati ad amministratori è sindaci della società. (...) Occorre però pur sempre che, per evitare una surrettizia reintroduzione di un criterio che di per sé si è già visto non essere logicamente idoneo ad identificare in modo soddisfacente il danno risarcibile, il giudice di merito dia in proposto una puntuale motivazione: sia in ordine all'effettiva impossibilità di addivenire ad una ricostruzione/ (magari non completa e del tutto puntuale, ma almeno sufficientemente approssimativa) degli specifici effetti pregiudizievoli procurati al patrimonio sociale dall'illegittimo comportamento degli organi della società (...); sia, comunque, in ordine alla plausibilità logica, in rapporto alle specifiche caratteristiche del caso in esame, dell'imputazione causale a detto comportamento dell'intero sbilancio patrimoniale della società.. Un altro orientamento giurisprudenziale, già elaborato con riferimento alle ipotesi di dissesto conseguente alla violazione di divieto di compiere nuove operazioni in seguito 67 al verificarsi di una causa di scioglimento (sostituito a seguito della riforma dall'obbligo di gestire la società in vista della conservazione del patrimonio sociale), nella determinazione del danno si basa su criteri fondati su differenze di valori patrimoniali, con diverse applicazioni che definiscono il danno risarcibile ora come aggravamento del passivo dato dalla differenza tra il passivo relativo al momento della causa di scioglimento ed il passivo esistente alla dichiarazione di fallimento; ovvero come differenza tra passività derivanti da nuove operazioni e attività derivanti dalle medesime; infine come differenza tra i patrimoni netti individuati nel momento in cui si verifica la causa di scioglimento e nella dichiarazione di fallimento. Il criterio ha trovato fortuna anche in giurisprudenza, la quale ha più volte statuito che in caso di dichiarazione di fallimento, ai fini della quantificazione del danno cagionato dagli amministratori per aver intrapreso nuove operazioni dopo il verificarsi di una causa di scioglimento della società, nel quadro di una valutazione equitativa possono essere presi come parametri di riferimento il bilancio anteriore allo svolgimento dell'attività vietata e quello fallimentare, rettificando il primo in modo da far emergere la perdita e attribuendo il saldo a titolo di responsabilità o, con miglior comprensione, possono essere messi a confronto i netti patrimoniali dei due momenti rilevanti, facendo così rientrare nel danno non solo il risultato negativo delle singole operazioni, ma anche il pregiudizio che la societaria subito per effetto della ritardata liquidazione. La previsione del dovere specifico degli organi delegati di curare che l assetto organizzativo, amministrativo e contabile sia adeguato alla natura ed alle dimensioni dell impresa ed il dovere degli organi non delegati e di controllo di valutare tale adeguatezza, permetterà al curatore di far valere, una volta accertata l inadeguatezza del detto assetto, una fattispecie di diretta violazione del dovere di gestione diligente anche con riguardo al non infrequente caso di riscontrato assoluto disordine organizzativo e contabile, tale da impedire la ricostruzione delle vicende societarie. Per converso, la modifica degli effetti dello scioglimento del contratto sociale, disposta dal nuovo articolo 2484 cc., non consente più di addebitare agli 78 amministratori, a titolo di danno, tutte nuove operazioni dannose compiute dopo la verificata perdita del capitale sociale. Oggi, a causa del nuovo art cc., gli effetti dello scioglimento del contratto sociale si producono dalla data dell iscrizione nel registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori ne accertano la causa. Dunque gli effetti a carico degli amministratori, in ordine di limiti al loro potere gestorio, scattano solo da tale momento. Quindi, ai fini della responsabilità civile, non basterà più dimostrare che si è verificata la perdita del capitale sociale, ma si dovrà provare che il comportamento degli amministratori non è stato diligente nell accertamento di tale perdita (e nella mancata o tardiva attivazione per impedirne l aggravamento) ed il danno risarcibile si misurerà in relazione all effetto dannoso che tale ritardo nell accertamento ha provocato alla società. Va poi opportunamente rilevato che a mente del nuovo art cc., gli amministratori, in presenza di una causa di scioglimento del contratto sociale e fino al passaggio delle consegne ai liquidatori possono compiere atti di gestione al fine di conservare l integrità ed il valore del patrimonio sociale. Dalla nuova normativa si delinea uno scenario profondamente diverso rispetto alla più classica delle motivazioni dell azione di responsabilità; di qui la conseguenza che, in caso di perdita del capitale sociale, il curatore non potrà più chiedere, come danno, ogni perdita derivante dalle successive nuove operazioni; ma, al contrario, potrà porre a base della responsabilità solo gli atti gestori che contraddicano alla finalità di conservazione dell integrità e del valore del patrimonio sociale. Una trattazione specifica riserverà poi il curatore alla responsabilità che, per la srl, l art. 2476, 7 co. cc. prevede a carico dei soci che abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società. La natura della responsabilità solidale con gli amministratori, appare legata al consapevole ed attivo ruolo gestorio assunto dal socio ed alla violazione, in tale suo ruolo, dei doveri fiduciari assimilabili a quelli degli amministratori. 89 b) Quanto alle azioni revocatorie, il programma deve riferire dettagliatamente sugli ormai pochi atti revocabili nel dimezzato periodo sospetto ed al di fuori delle esenzioni introdotte da novellato art. 67 e, per quanto riguarda, nella fattispecie, le rimesse solutorie in conto corrente, nel limite della differenza tra il massimo scoperto ed il saldo finale del conto, fissato dal novellato art. 70. Riferirà inoltre sugli altri atti o garanzie revocabili ex art. 64 e 2901 cc. Una particolare attenzione presterà il curatore nell individuare, quasi sempre in via presuntiva, l epoca o la data di manifestazione o di conoscenza dello stato di insolvenza da parte del contraente del fallito ricavandola, nei rapporti inter partes, da inadempimenti (specie se ripetuti), protesti, precetti, pignoramenti, contiguità territoriale, bilanci (specialmente se consegnati al creditore), circolari di sistemazioni stragiudiziali, ecc. Il curatore dovrà infine indicare a quali avvocati o esperti egli ha affidato o intende affidare gli incarichi legali o peritali, preoccupandosi di coniugare intelligentemente e con equilibrio, professionalità, perequazione nel numero degli incarichi (tenendo presente, per quanto riguarda il foro milanese, dei limiti di non più di 15 incarichi legali per ogni anno, di importo complessivo non superiore ad ,00) e costi (che negozierà in base alle vigenti disposizioni legislative). Sull attività del curatore vigilerà attentamente il giudice delegato anche utilizzando, se presenti, strumenti informatici. Cenni sulla nuova revocatoria fallimentare L istituto della revocatoria fallimentare disciplinato dall art. 67 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267 è stato profondamente modificato, nel suo assetto complessivo e nei suoi effetti pratici, dall art. 2, paragrafo 1, lett. a) e b) del DL 35/2005 convertito nella L. n. 80/2005. La normativa si applica alla revocatoria proposte nel corso dei fallimenti dichiarati dopo il 17 marzo10 In estrema sintesi, le novità salienti del riformulato art. 67 possono essere così individuate: 1) dimezzamento dei tempi del periodo sospetto ai fini della revocatoria fallimentare; 2) determinazione della misura della sproporzione che determina la revoca dei contratti; 3) individuazione di una serie di operazioni non soggette a revocatoria. Relativamente al dimezzamento sub 1) riporto nella tabella sottostante le variazioni in ordine alle differenti tipologie di atti (anormali e normali). ATTI ANORMALI Sono sempre revocabili ma e ammessa la PROVA CONTRARIA (l'altra parte può provare che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore) ATTI Disciplina previgente Disciplina attuale Atti a titolo oneroso con prestazioni o obbligazioni due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento un anno anteriore alla dichiarazione di fallimento del fallito maggiori di oltre un quarto rispetto alla controprestazione. Atti estintivi di debiti due anni anteriori alla un anno anteriore alla pecuniari scaduti ed esigibili dichiarazione di fallimento dichiarazione di fallimento non effettuati con denaro o con altri mezzi normali di pagamento. Pegni, anticresi e ipoteche volontarie per debiti non due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento un anno anteriore alla dichiarazione di fallimento scaduti. Pegni, anticresi e ipoteche un anno anteriore alla sei mesi anteriori alla volontarie per debiti scaduti dichiarazione di fallimento dichiarazione di fallimento 1011 ATTI ANORMALI Sono revocabili solo nel caso in cui il curatore provi che l'altra parte conosceva lo stato d'insolvenza del debitore ATTI Disciplina previgente Disciplina attuale Pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, atti a titolo oneroso e costitutivi di un diritto di prefazione per debiti anche di terzi, contestualmente creati un anno anteriore alla dichiarazione di fallimento sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento Passo ad illustrare le più ricorrenti problematiche poste e che si porranno in dottrina ed in giurisprudenza sui vari tipi di atti assoggettati alla nuova disciplina della revocatoria fallimentare. Articolo 67, 1 comma, nn. 1 e 2 L.F. Gli atti a titolo oneroso con prestazioni sproporzionate per il fallito L art. 67, 1 comma n. 1 vecchia L.F. assoggettava la revocatoria: gli atti a titolo oneroso compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano notevolmente ciò che a lui è stato dato o promesso". L'art. 2, 1 comma lett. a) del D.L. 14 marzo 2005 n. 35 stabilisce, invece, che "sono revocati... 1) gli atti a titolo oneroso compiuti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre un quarto ciò che a lui è stato dato o promesso". 1112 I due testi normativi differiscono dunque nella determinazione: a) del periodo ed. "sospetto" (entro il quale si deve collocare Tatto revocando) che si riduce ad un anno anteriore al fallimento, rispetto ai due precedenti; b) dell'entità della sproporzione che da "notevole" diventa "di oltre un quarto" Alla luce della riforma, è dunque soggetto a revoca l'atto a titolo oneroso con prestazioni eseguite od obbligazioni assunte dal fallito sproporzionate per oltre un quarto, compiuto nell'anno anteriore al fallimento; l atto compiuto oltre l anno con prestazioni sproporzionate per meno di un quarto, potrà essere eventualmente aggredito con l'azione revocatoria ordinaria se sussistono i presupposti di legge. La sproporzione minima "qualificata" - Il legislatore della riforma abbandona dunque il parametro elastico della sproporzione "notevole", per preferire quello fisso o matematico "di oltre un quarto" normalmente già seguito dalla giurisprudenza di merito (v. per tutti Trib. Torino 27 giugno 1997, in II Fallim. 1997, p. 1038) Da ciò dovrebbe conseguire: a) che la sproporzione inferiore al quarto sottrarrà Tatto alla revoca in esame; b) che, in quanto superiori al quarto, rientrano nella sproporzione "qualificata" di cui si discute, i criteri della lesione "ultra dimidium" di cui dell'art ce e quello della lesione di cui all'art. 763 c.c. c) che, dunque, il giudizio sulla sproporzione si sottrarrà in futuro all apprezzamento discrezionale del giudice, insindacabile se adeguatamente motivato (Cass. 9 aprile 1998 n. 3677). II passaggio dalla sproporzione "mobile" a quella "fissa" non dovrebbe comportare, a nostro avviso, modificazioni sui seguenti principi consolidati in dottrina ed in giurisprudenza 1) La sproporzione deve esistere e va verificata alla data di compimento dell'atto impugnato, e non già al momento della proposizione della domanda giudiziale; con la conseguenza che l'eventuale eliminazione della sproporzione, dopo il compimento dell'atto non ha, ai fini che qui ci occupano, la minima rilevanza (App. Napoli, 15 aprile 1969, in 1213 Dir. giur., 1971, 460; Trib. Napoli, 7 febbraio 1985, in II fall., 1985, 571; Cass., 19 aprile 1995, n. 4408; App. Napoli, 9 agosto 1996, in II fall., 1997, 109). Nel caso di contratto preliminare seguito da contratto definitivo la notevole sproporzione va verificata alla data di quest'ultimo contratto e non nel primo (Cass., 30 marco 1994, n. 3165; Cass., Il marzo 1993, n. 2967). 2) La prova della notevole sproporzione può essere data con qualsiasi mezzo comprese le presunzioni (v. Cass. 7 ottobre 1959, n. 2699, in Dir fall., 1960, II, 83). Il giudice può altresì desumere elementi di prova dallo stesso atto impugnato cosi come dal comportamento delle parti. 3) Il curatore non può limitarsi ad affermare apoditticamente la sproporzione tra le prestazioni delle parti, richiedendo sul punto, una consulenza tecnica, ma "deve corroborare il suo assunto con altri elementi materiali e logici che diano al giudice il convincimento del fumus boni iuris dello stesso e giustifichino la promozione del complesso meccanismo degli accertamenti peritali d'ufficio" (Trib. Milano, 8 luglio 1982, in II fall., 1983, 174; v. anche nello stesso senso: Trib. Roma, 8 febbraio 1971, con nota adesiva di Punzi, in Giur. merito, 1972,1, 73), e ciò perché la consulenza tecnica non è un mezzo che possa esonerare la parte che agisce in giudizio dall'obbligo di provare la fondatezza della sua domanda, ma solo uno strumento sussidiario a disposizione del giudice per acquisire, quando necessario, chiarimenti tecnici. Spetta al convenuto fornire in via di eccezione, la prova che la sproporzione è inferiore al quarto. 1314 Revocatoria e simulazione relativa di prezzo Ed ora un brevissimo erano al problema della prova della simulazione relativa di prezzo, come mezzo per consentire al convenuto in revocatoria di dimostrare l'inesistenza della "sproporzione", dedotta dal curatore in base al contratto di compravendita. Accade di frequente (soprattutto nelle vendite immobiliari) che, per motivi di carattere fiscale, le parti dichiarino nell'atto di compravendita un prezzo inferiore a quello effettivamente corrisposto dall'acquirente. In tale ipotesi la sproporzione tra le prestazioni à solo apparente e frutto di una simulazione e si pone, pertanto, il problema di stabilire se l'acquirente convenuto in revocatoria possa o meno opporre alla curatela che il prezzo realmente pagato è superiore a quello risultante dal contratto; e, in caso affermativo, con quali mezzi egli possa dimostrare la reale entità del prezzo versato al fallito. Per lungo tempo la giurisprudenza, in virtù del rinvio all'art. 1416, ha affermato la inopponibilità alla curatela della simulazione relativa di prezzo, negando che l'acquirente potesse provare il maggior prezzo pagato. A partire dalla sentenza 29 marzo 1977, n. 1216, la giurisprudenza della S.C. si è consolidata nello statuire che la prova della simulazione relativa del prezzo convenuto e corrisposto può essere fornita dal convenuto in revocatoria, ma soltanto a mezzo di ima controdichiarazione scritta avente data certa anteriore al fallimento (v. per tutte, Cass. 17 luglio 1997 n. 6577), oppure a mezzo di più documenti, fra loro collegabili, ciascuno dei quali, secondo il proprio regime probatorio, deve avere data certa anteriore al fallimento (cfr. Cass. 15 settembre 2000 n ). Non è ammessa la prova per testi o per presunzione. La nozione di atto a titolo oneroso Secondo l'opinione consolidata, al fine della individuazione degli atti a titolo oneroso riconducibili alla previsione dell'arto 67 n. 1 L.F., viene in considerazione non la sinallagmaticità in senso stretto, sottesa dalla disciplina civilistica della risoluzione del 1415 contratto, bensì una più ampia nozione di commutatività, in relazione alla quale possa razionalmente configurarsi la possibilità di una lesione dell'integrità del patrimonio, che a posteriori risulterà vincolato alla liquidazione concorsuale, e determinarsi in conseguenza l'esigenza di tutela della par condicio creditorum. (Cass. 5 novembre 1999 n ). La categoria degli atti a titolo oneroso comprende non solo i contratti obbligatori di scambio (compravendita, permuta ecc.) ma tutti gli atti a titolo oneroso in cui vi possa essere sproporzione tra le reciproche prestazioni (ad es., mutuo, locazione, riporto, transazione, appalto, cessione di quota ecc.). Sono esclusi i contratti aleatori, nei quali la sproporzione è elemento naturale ed eccezionale della causa. Gli atti c.d. anormali L'art. 67,1 co. L.F., stabilisce che "sono revocati... a) gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con denaro o con altri mezzi normali di pagamento, se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento. Il decr. legge n. 35/2005, modifica la norma surriportata solo nella parte relativa al c.d. "periodo sospetto" che da due anni scende ad un anno. La revoca degli atti normali è invece disposta e disciplinata dal novellato secondo comma dell'art. 67. La ratio dell'applicazione alla fattispecie della disciplina di cui al comma 1 dell'art. 67, con conseguenti facilitazioni probatorie a favore del curatore, è da ricercarsi nel fatto che, se l'imprenditore adempie alle proprie obbligazioni con mezzi inusuali, si presume che tale comportamento faccia sorgere in chi contratta con l'imprenditore medesimo, il sospetto che egli sia a corto di liquidi e versi quindi in stato di insolvenza. Da quanto precede emerge che il problema interpretativo di primaria importanza per una corretta applicazione della normativa in esame è quello di determinare quando un mezzo di pagamento è normale e quando è anormale. 1516 Orbene, in giurisprudenza, è largamente dominante la tesi secondo cui mezzi di pagamento normali sono il denaro e i titoli di credito comunemente considerati nel campo commerciale equivalenti al denaro (assegni circolari e bancari» cambiali, vaglia ecc.), mentre sono considerati anormali tutti gli altri mezzi ed anche il denaro ogni volta che esso è utilizzato non quale strumento d'immediata e diretta soluzione, ma in via mediata e indiretta come effetto di altre forme negoziali (v. Cass., 8 marzo 1995, n. 2706,in II Fall., 1995, 1038; Cass. 22 novembre 1996 n ; Cass. 25 luglio 1997 n. 6467) Secondo Cass., 25 luglio 1997, n "l anormalità del pagamento, può ben essere individuata nella complessità, di un meccanismo satisfattorio posto in essere, del tutto estraneo alle comuni ed usuali relazioni commerciali". Alla luce di questo principio Cass., 11 aprile 1997, n ha considerato "del tutto estraneo alle comuni ed usuali operazioni commerciali (e quindi "anormale" ai sensi dell'art. 67, comma 1, n. 2, L.F.) il soddisfacimento poziore,delle ragioni di credito verso l'imprenditore commerciale da parte delle banche, conseguito attraverso un pignoramento utilizzato non in funzione della vendita coattiva, ma come blocco cautelativo dei beni finalizzato soprattutto ad evitare che il tempo necessario per la liquidazione dei beni stessi possa giovare a terzi creditori per l'esercizio di titoli di prelazione". Non costituisce mezzo anormale di pagamento l'assegno posdatato "atteso che la postdatazione attiene al profilo della regolarità o meglio dell'irregolarità, anziché a quello della normalità. Infatti la postdatazione dell'assegno bancario, cioè l'indicazione sul titolo di. una data successiva a quella della sua emissione, non ha altro scopo che quello di differire nel tempo l'effettivo trasferimento della somma di danaro dal patrimonio del debitore a quello del creditore; in sostanza, essa mira nell'intento delle parti, a piegare l'assegno bancario, la cui precipua funzione è quella di strumento di pagamento, all'assolvimento della funzione di strumento di credito, che è invece propria della cambiale. Ciò vuol dire che la postdatazione non produce la nullità assoluta del titolo, ma ne costituisce soltanto una irregolarità. Pertanto quale strumento di pagamento, in conformità alla volontà della legge o quale strumento di credito, secondo l'intento delle parti, l'assegno bancario postdatato in nulla si differenzia - agli effetti dell'art. 67, comma 1, n. 2, L.F. - agli 1617 assegni, regolarmente emessi, dalle cambiali e dagli altri titoli di credito.". (Cass. 6 dicembre 1974 n. 4033). L'opinione minoritaria (sostenuta invece da una parte della giurisprudenza di merito) premette che la valutazione della normalità o anormalità di un pagamento va effettuata non in astratto, e cioè in base a criteri oggettivi riconosciuti validi per tutti i casi che si possono presentare nella realtà, ma in concreto, vale a dire con specifico riferimento alle singole situazioni di fatto ed aggiunge che si ha pagamento normale tutte le volte in cui l'adempimento della prestazione attiene esattamente come pattuito in contratto, (v. Trib. Milano 20 settembre 1990 in II Fall.1991,501). C'è da aggiungere che, quantunque la normativa disciplinata dal n. 2 del comma 1 dell'art. 67 si riferisca esplicitamente agli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili, in dottrina e in giurisprudenza si ritiene concordemente (App. Bologna, 15 aprile 1986, in Giur. comm., 1987, E, 347, in giurisprudenza: Cass., 30 marzo 1981, n. 1816, in II fall., 1981, 641; Cass., 7 febbraio 1955, n. 347, in Giur. it, 1955,1, 1, 1055; Cass., 9 settembre 1959, n. 2573, in Dir. fall., 1960, II, 80; App. Bologna, 15 aprile 1986, in Giur. comm., 1987, H, 785; App. Firenze, 6 febbraio 1967, ivi, 1967, II, 642; Trib. Roma, 29 febbraio 1968, ivi, 1969, II, 302; e in dottrina: PAJARDI, Manuale, cit, 382; PROVINCIALI, Trattato, cit, volume II, 1101; APICE, mezzi anormali di pagamento e revocatoria fallimentari nei confronti delle banche, in Dir. fall., 1999, 575) che tale normativa sia a fortiori applicabile anche ai casi di debiti non ancora scaduti, purché però gli stessi scadano anteriormente alla sentenza dichiarativa di fallimento (se, infatti, i debiti dovessero scadere contemporaneamente o dopo la declaratoria di fallimento, si renderebbe applicabile la disciplina di cui all'art. 65, L.F.). Tra i mezzi anormali di pagamento va annoverata anzitutto la datio in solutum, cioè il pagamento effettuato non con denaro, ma tramite la consegna di merci o di altri beni che possono esser costituiti da immobili o da mobili, annoverandosi tra questi ultimi anche i titoli azionari, i titoli di stato e le obbligazioni. Rientra nella ipotesi di datio in solutum anche la restituzione al venditore dei beni acquistati, al fine di estinguere ogni 1718 obbligazione, da parte del debitore fallito il quale non sia stato in grado pagarne il prezzo. (Cass. 2 giugno 1999 n. 5356). Altre ipotesi di datio in solutum ritenute revocabili in quanto integranti un atto anomalo, si realizzano quando l'imprenditore, essendo debitore di danaro, anziché versare la somma dovuta, estingua la sua obbligazione mediante prestazione di servizi, ovvero quando lo stesso imprenditore realizzi un affidamento di merci al creditore perché questi provveda a venderle e si soddisfi sul prezzo ricavato (Trib. Torino 9 giugno 1995, in Gius. 1995;p. 3988). Mezzo anormale di pagamento è anche la cessione di crediti, effettuata prò solvendo. Essa, infatti, non costituisce ima forma di pagamento immediata e comunemente accettata, essendo diretta all'estinzione dell'obbligazione come effetto finale di un negozio giuridico soggettivamente ed oggettivamente diverso da quello in virtù del quale il pagamento è dovuto. Non costituisce, peraltro, mezzo anormale di pagamento la cessione di credito stipulata per garantire una obbligazione sorta contestualmente. Essa, infatti, è priva di carattere solutorio, non essendo volta ad estinguere un debito preesistente. (Cass. 5 luglio 1997 n. 6047). Il termine annuale (prima biennale) del ed. periodo sospetto, va computato dalla data di cessione e non da quella di pagamento del credito. E considerato come mezzo anormale di pagamento ed è quindi revocabile ex art. 67, 1 co. n. 2 L.F., il mandato in rem propriam all'incasso di crediti nei confronti di un terzo, con il conferimento al mandatario della facoltà di utilizzare le somme incassate dal mandante verso il mandatario. (Cass. 11 novembre 1998 n ) Per quanto riguarda la compensazione, si ritiene che si sottraggano a revocatoria: a) la compensazione operata in base ad un accordo efficace e inattaccabile perché concluso in epoca non rientrante nel periodo sospetto; b) la compensazione legale, qualora sia avvenuta prima del fallimento e, nei limiti in cui è ammessa dall'art. 56, L.F., non può essere ex se oggetto di revocatoria; opera invece la revocatoria: c) se la compensazione è stata attuata in violazione del disposto dell'art. 56, L.F.; 1819 d) se l atto che ha costituito il presupposto della compensazione è stato creato artificialmente per mascherare un pagamento effettuato con mezzi anormali. Altri atti estintivi di debiti effettuati con mezzi anormali di pagamento In giurisprudenza sono stati ritenuti mezzi anormali di pagamento: la vendita di beni che, alla stregua delle pattuizioni intervenute tra le parti, risulti dissimulare una cessione dei beni medesimi, ad estinzione di debiti pecuniari, scaduti ed esigibili, del cedente verso il cessionario (Cass., 17 dicembre 1981, n. 6675); la procura a vendere un proprio bene rilasciata dal debitore al creditore (Cass.. civ., 5 settembre 1980, n. 5138, in Dir. fall., 1981, n, 28; Trib. Torino, 25 ottobre 1995, in II fall., 1996,494); la cessione di polizze di pegno (Cass. civ., 12 agosto 1982, n. 1568, in'dir. fall., 1982, II, 1336); l'apertura di credito garantita da pegno stipulata allo scopo di ridurre lo scoperto di conto corrente (Cass. civ., 25 febbraio 1993, n. 2330, in II fall., 1993,1013; Cass. civ., 5 febbraio 1982, n. 652, in Dir. fall., 1982, II, 6640; Farina, Anticipazione bancaria su pegno di titoli e azione revocatoria: in Dir. fall., 1981,1, 368); la cessione del preliminare di compravendita (Trib. Roma, 11 aprile 1983, in Dir. fall., 1983, II, 1161); la novazione dell'obbligazione stipulata dall'imprenditore con cui, in sostituzione dell'obbligazione egli abbia rilasciato titoli cambiari assistiti da garanzia ipotecaria (Trib. Modena, 24 febbraio in Il fall., 1987,777). Non sono stati ritenuti anormali invece la risoluzione di una compravendita con patto di riservato dominio (Trib. Piacenza, 28 novembre 1995, in Dir. fall., 1996, II, 105); l'estinzione di un debito operata dalla società fallita attraverso la trasformazione del credito vantato nei suoi confronti in quota capitale, con l'ingresso del creditore nella compagine sociale mediante una partecipazione di importo corrispondente al debito preesistente, non realizzandosi in tal modo alcuna riduzione delle garanzie patrimoniali offerte dal capitale sociale della debitrice (Cass. civ., 27 settembre 1996, n. 8517, in Il fall., 1997,505). 1920 La conoscenza dello stato di insolvenza Per gli atti revocabili ai sensi del 1 co. Dell'art. 67 L.F. la conoscenza dello stato di insolvenza è presunta iuris tantum; quindi il curatore attore non deve provarla. Incombe invece sul convenuto la prova della non conoscenza (ed. prova contraria) di tale stato, alla data in cui fu compiuto l'atto oggetto della revoca. La prova si può 9 fornire anche dimostrando che a quella data, non esistevano elementi rilevatori dell'insolvenza ( ad es. protesti, precetti, pignoramenti ecc) o comunque elementi di fatto tali da indurre, ragionevolmente, una persona di normale prudenza ed avvedutezza, a ritenere che la sua controparte ( poi fallita) versasse in stato di insolvenza. Si ritiene, comunque, che Io stato soggettivo di inscientia decoctionis non possa essere circoscritto ad un mero stato d'animo, ma debba ritenersi sussistente solamente in presenza di circostanze esterne, concrete e specifiche, tali da potere indurre in inganno (in giurisprudenza: Cass. civ. 26 gennaio 1999, n. 683; Cass. civ. 7 agosto n. 7231) Il semplice fatto della prosecuzione di un rapporto con il debitore non può, di per sé, essere considerato decisivo ai fini della esclusione della scientia decoctionis, in quanto anche in questa situazione il fornitore può essere indotto a continuare le proprie prestazioni dalle più varie motivazioni, come quella di ottenere, almeno, dei pagamenti parziali. (Cass. 5 gennaio 1995 n. 189). Articolo 67,1 comma, nn. 3 e 4 A mente del novellato testo dell'art. 67,1 comma,l.f. poi «revocati, salvo che l'altra parte provi che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore», «i pegni, le anticresi e le ipoteche volontarie costituiti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento per debiti preesistenti non scaduti (n. 3)» nonché «i pegni, le anticresi e le ipoteche giudiziali o volontarie costituiti entro 6 mesi dalla dichiarazione di fallimento per debiti scaduti (n. 4)». 20 Vedere altro
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