Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-3412-del-11-02-2011
Timestamp: 2020-08-07 19:11:50+00:00
Document Index: 152267293

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 377', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2700', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 360', 'art. 2700', 'art. 1', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 91', 'art. 75', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 3412 del 11/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3412 del 11/02/2011
Cassazione civile sez. II, 11/02/2011, (ud. 22/12/2010, dep. 11/02/2011), n.3412
D.C.A., rappresentata e difesa, in forza di procura
speciale a margine del ricorso, dall’Avv. Intelisano Pietro ed
elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Gregorio
D’Agostino, in Roma, via Lunigiana, n. 6;
REPRESSIONI E FRODI, in persona del Ministro pro-tempore,
rappresentato e difeso “ex lege” dall’Avvocatura Generale dello
Stato, ed elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n.
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 13876/05) proposto da:
– intimata e ricorrente principale –
Avverso la sentenza del Giudice di pace di Francavilla di Sicilia n.
8/2004, depositata il 26 febbraio 2004;
CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.
Con ricorso depositato presso la cancelleria del giudice di pace di Francavilla di Sicilia in data 8 marzo 2003, D.C.A. proponeva opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione n. 2003/24, notificata il 6 febbraio 2003, con la quale l’Ispettorato Centrale Repressione Frodi-Ufficio di Catania le aveva ingiunto il pagamento della somma di Euro 8.260,00, a titolo di sanzione amministrativa per l’infrazione riconducibile all’indebita percezione, nell’ambito del settore zootecnico, di aiuti comunitari negli anni 1997 e 1998, in violazione della L. n. 898 del 1986, artt. 2 e 3. Nella costituzione dell’opposta P.A., a seguito dell’esperita istruzione, il giudice adito, con sentenza n. 8 del 2004 (depositata il 26 febbraio 2004), rigettava la proposta opposizione, ravvisandone l’infondatezza, posto che il provvedimento sanzionatorio impugnato era risultato emesso nel termine di prescrizione previsto dalla legge (previa sua interruzione a seguito di avvenuta tempestiva notificazione del verbale di accertamento) e che, con riferimento al merito delle infrazioni dedotte, non poteva considerarsi ricorrente, nella specie, in capo all’opponente la qualità di produttore ai sensi dell’art. 1 del Reg.
CE n. 3493 del 1990. Con la stessa sentenza il predetto giudice di pace compensava tra le parti un terzo delle spese di giudizio e condannava l’opponente al pagamento dei residui due terzi in favore dell’opposto Ministero.
Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la D.C.A., basato su cinque motivi, al quale ha resistito l’intimato Ministero delle Politiche agricole e forestali – Ispettorato centrale repressione e frodi con controricorso e ricorso incidentale.
1. I due ricorsi devono, innanzitutto, essere riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c.. Il collegio rileva, poi, in via preliminare, che, a seguito dell’avvenuta comunicazione dell’avviso previsto dall’art. 377 c.p.c., è stato accertato, in base alle risultanze della relata, il sopravvenuto decesso del difensore domiciliatario della ricorrente principale, ragion per cui, in mancanza di altra tempestiva comunicazione, la notificazione della comunicazione del nuovo avviso è stata ritualmente effettuata il 25 novembre 2010 presso la cancelleria di questa Corte (mentre solo successivamente, ovvero il 29 novembre 2010, è pervenuta l’informativa relativa all’elezione del nuovo domicilio, oltretutto riferita allo stesso indirizzo di v. (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. Gregorio D’Agostino). Ancora in linea preliminare il collegio osserva che con il proposto controricorso l’intimato Ministero, malgrado che l’intestazione del suo atto difensivo ponga riferimento anche ad un ricorso incidentale, si è limitato a confutare i motivi dedotti con il ricorso principale, senza impugnare alcuna specifica statuizione della sentenza del giudice di pace di Francavilla di Sicilia, ragion per cui tale atto non può valere anche come ricorso incidentale.
2. Con il primo motivo la ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione del Regolamento CEE n. 3493/1990 e del Regolamento CEE n. 2529/2001 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avuto riguardo alla ritenuta incompatibilità tra la qualità di bracciante agricolo e quella di produttore di carni ovine e caprine.
2.1. Con il secondo motivo la ricorrente ha censurato la sentenza impugnata prospettando, in ordine all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione del Regolamento CEE n. 3493/1990 e dell’art. 2700 c.c., nonchè l’omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo per la controversia, con riferimento all’attribuita rilevanza, ai fini del possesso dello “status” di produttore, alla mancata istituzione del registro aziendale.
2.2. Con il terzo motivo la stessa ricorrente ha impugnato la sentenza in questione per supposta violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del Regolamento CEE n. 3493/1990 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine all’attribuita rilevanza, ai fini del possesso dello “status” di produttore, al codice di attività dichiarato ai fini delle imposte dirette ed indirette.
2.3. Con il quarto motivo la ricorrente ha dedotto la supposta violazione dell’art. 2700 c.c. e degli artt. 221 e 226 c.p.c., nonchè la violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del Regolamento CEE n. 3493/1990, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5, nonchè l’omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella parte in cui la sentenza impugnata aveva ritenuto ininfluente il verbale di controllo effettuato dagli ispettori dell’A.I.M.A. ai fini della configurabilità del suddetto “status” di produttore.
3. I riportati primi quattro motivi possono essere esaminati congiuntamente siccome strettamente connessi.
Essi sono infondati sia con riguardo alle dedotte violazioni di legge che ai supposti vizi motivazionali della sentenza impugnata.
Bisogna, innanzitutto, partire dal presupposto che la sanzione conseguente alla violazione riconducibile alla L. n. 898 del 1986, art. 3, comma 1, per indebita percezione di aiuto comunitario nel settore zootecnico (riguardante carni ovine e caprine), in ordine agli anni 1997 e 1998, è stata irrogata ai ricorrente in virtù della riscontrata carenza del requisito di produttore come stabilito dall’art. 1 del Reg. CE n. 3493 del 1990.
Ciò posto, nella sentenza impugnata risulta adeguatamente argomentato che, sulla scorta del verbale e degli atti relativi all’accertamento effettuato a carico della D.C., era emerso che ella, nei suddetti anni, era risultata iscritta all’ufficio di collocamento ed aveva lavorato, quale bracciante agricola, presso terzi per un totale di 90 giornate nel 1997 e per 14 giornate nel 1998, così maturando i requisiti per percepire, in relazione a dette annualità, i contributi INPS di disoccupazione. Sulla scorta di tale circostanza, ovvero dell’effettiva assunzione della qualifica di bracciante agricola correlata alla riscontrata iscrizione nelle liste di collocamento, il giudice di pace di Francavilla di Sicilia ha congruamente ritenuto che tale condizione accertata in capo alla ricorrente, proprio perchè implicante lo svolgimento di un lavoro dipendente dal quale conseguiva la percezione di un autonomo reddito, si poneva in una relazione di incompatibilità con la simultanea assunzione dello “status” di produttore, come previsto dalla richiamata norma regolamentare europea, la quale, invero, stabilisce che tale posizione è riconoscibile in favore di un imprenditore agricolo singolo che “si assume a titolo permanente i rischi e/o l’organizzazione dell’allevamento”. Da questa definizione – da interpretarsi, in relazione alla finalità dalla stessa norma salvaguardata, in senso necessariamente restrittivo – si evince che la nozione di produttore nel campo zootecnico implica l’assunzione necessaria di un rischio imprenditoriale in senso esclusivo, anche e soprattutto con riguardo al profilo dell’organizzazione dell’allevamento che, in quanto tale, non si prospetta conciliabile con il contemporaneo svolgimento di altre attività economicamente apprezzabili, anche se svolte in forme di lavoro subordinato.
Pertanto, sulla scorta dell’evidenziato presupposto, il collegio ritiene che il suddetto giudice di pace – con un’adeguata e logica motivazione che sfugge, perciò, al sindacato di questa Corte – ha individuato univocamente una serie di indici sintomatici dai quali ha fatto scaturire la conseguente coerente esclusione della circostanza che la D.C. si fosse assunta – nei termini precedentemente precisati – il rischio imprenditoriale dell’allevamento ovino e che, quindi, potesse qualificarsi, ai fini tutelati dal menzionato regolamento comunitario, come “produttore” di carni ovine. Tali “indici” sono stati complessivamente individuati, con la sentenza impugnata, nella comprovata prestazione contemporanea, appunto, di attività lavorativa subordinata, nella mancata istituzione del registro aziendale, nella titolarità di una partita i.v.a.
riguardante, però, un’altra attività economica (colture miste oli- viti-vinicole) non conciliabile e, comunque, non riconducibile a quella di allevamento di caprini ed ovini. Peraltro, nella stessa sentenza oggetto del ricorso, viene valorizzato, quale ulteriore argomento di rafforzamento del coerente ragionamento sviluppato, l’aggiuntivo elemento dell’accertata inosservanza della specifica normativa nazionale in materia sanitaria, che avrebbe dovuto, invece, essere ottemperata da chi riteneva di esercitare in forma imprenditoriale un’attività di allevamento nel settore zootecnico.
Con riferimento specifico, inoltre, alla riportata doglianza dedotta con il quarto motivo, rileva il collegio che il suddetto giudice di pace, con motivazione sintetica ma sufficiente, ha dato atto dell’irrilevanza delle risultanze del sopralluogo effettuato dal personale dell’A.I.M.A. con riferimento al numero dei capi ovini come indicato dalla ricorrente poichè – a prescindere dal fatto che tale circostanza non poteva avere il valore di attestazione facente fino a querela di falso per le modalità dell’accertamento eseguito ed indipendentemente dall’ulteriore circostanza che tale numero era rilevantemente superiore a quello prescritto dal menzionato art. 1 del Reg. CE n. 3493/1990 – la violazione accertata era stata basata sugli univoci accertamenti risultati dal rapporto della Guardia di finanza di Taormina, dal quale, in virtù dei plurimi elementi oggettivi e soggettivi precedentemente riportati, era comunque rimasto escluso che la D.C. avesse potuto acquisire la qualità di “produttore”, come tale legittimante l’acquisizione del diritto alta percezione degli inerenti aiuti economici comunitari, che, perciò, si dovevano considerare erogati sulla scorta della rappresentazione in forma documentale di condizioni inveritiere.
7. Con il quinto e ultimo motivo la ricorrente ha prospettato la violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 75 disp. att. c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando il capo della sentenza impugnata con il quale era stata condannata al pagamento dei due terzi delle spese processuali, malgrado la PA opposta si fosse costituita in giudizio soltanto con apposito funzionario delegato, al quale si sarebbero potute riconoscere le sole spese vive documentate, previa presentazione di nota, invece, nella specie, non prodotta.
7.1. Questo motivo è fondato e deve, pertanto, essere accolto.
Infatti, sulla scorta della consolidata giurisprudenza di questa Corte (v., ad es., Cass. 2 settembre 2004, n. 17674; Cass. 9 febbraio 2007, n. 2872, e Cass. 27 agosto 2007, n. 18066), l’autorità amministrativa che ha emesso il provvedimento sanzionatorio, quando sta in giudizio personalmente o avvalendosi di un funzionario appositamente delegato (come è consentito dalla L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 4, e come è accaduto proprio nel caso di specie, in cui la difesa della P.A. opposta non era patrocinata dall’Avvocatura erariale nè da professionista privato), non può ottenere la condanna dell’opponente, che risulti soccombente, al pagamento dei diritti ed onorari di avvocato, difettando la relativa qualità in capo al funzionario amministrativo legittimato a stare in giudizio.
In tal caso, perciò, l’Amministrazione resistente, costituitasi in giudizio, ha diritto soltanto alla rifusione delle spese, diverse da quelle generali, che abbia concretamente affrontato per lo svolgimento della difesa nella causa specificamente considerata, da indicarsi in apposita nota.
Nella controversia in questione, il giudice di pace di Francavilla di Sicilia, malgrado non fosse stata prodotta alcuna nota spese dall’opposto Ministero e non potendo, altresì, essere riconosciuto alcun diritto o compenso in favore dello stesso siccome non difeso da apposito patrocinatore legale, è incorso nella violazione delle denunciate norme, avendo provveduto a condannare la ricorrente al pagamento dei due terzi delle spese del giudizio, liquidandole in complessivi Euro 400,00, oltre iva. e c.a.p. se dovuti. Di conseguenza, la sentenza impugnata deve essere cassata “in parte qua” e, ricorrendo le condizioni previste dall’art. 384 c.p.c., comma 2, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto dell’istanza di rimborso delle spese processuali del grado di merito proposta dall’opposto Ministero.
8. In definitiva, il ricorso deve essere respinto con riguardo ai primi quattro motivi ed accolto con riferimento al quinto ed ultimo motivo, con l’adozione della conseguente declaratoria nel merito nei sensi appena indicati.
In virtù della complessità ed obiettiva controvertibilità delle questioni di diritto trattate e della parziale reciproca soccombenza, il collegio ritiene che sussistano adeguate ragioni per disporre l’integrale compensazione delle spese relative al presente giudizio di legittimità.
La Corte rigetta i primi quattro motivi del ricorso principale;
accoglie il quinto e, decidendo nel merito in relazione al motivo accolto, rigetta l’istanza di rimborso delle spese processuali del grado di merito proposta dal Ministero resistente. Compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione.