Source: http://www.medialaws.eu/tar-lazio-232012-equo-compenso-riproduzione-per-uso-personale-dispositivi-digitali/
Timestamp: 2019-11-12 13:23:52+00:00
Document Index: 131929749

Matched Legal Cases: ['art. 102', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 71', 'art. 39']

Tar Lazio 2/3/2012 – Equo compenso – riproduzione per uso personale – dispositivi digitali
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By Redazione MediaLaws on	 March 3, 2012 News
– l’equo compenso deve essere commisurato al pregiudizio causato agli autori per effetto dell’introduzione dell’eccezione per copia privata (secondo i Considerando da 35 a 38 il compenso deve indennizzare adeguatamente gli autori per l’uso delle loro opere protette effettuato senza autorizzazione);
– la realizzazione della copia privata costituisce atto idoneo ad arrecare un pregiudizio per il titolare del diritto di autore;
– la difficoltà di individuazione degli utenti privati ed il minimo pregiudizio da loro arrecato, ove considerati individualmente, consente agli Stati membri di istituire un prelievo per copia privata a carico di coloro che dispongono di apparecchiature, dispositivi e supporti di riproduzione e che – di diritto o di fatto – mettono tali apparecchiature a disposizione dei soggetti privati ovvero rendono un servizio di riproduzione; la messa a disposizione degli utenti privati di apparecchiature idonee alla riproduzione costituisce la premessa di fatto affinché le persone fisiche possano ottenere copie private; i debitori del finanziamento potranno ripercuotere il costo del prelievo sugli utenti privati, perseguendosi in questo modo il giusto equilibrio;
– il sistema di finanziamento dell’equo compenso così strutturato presuppone che le apparecchiature, i dispositivi ed i supporti di riproduzione possano essere utilizzati per la realizzazione di copie private potendo, quindi, causare un pregiudizio all’autore dell’opera protetta;
– non è necessario che le apparecchiature abbiano in concreto arrecato il pregiudizio essendo sufficiente la loro potenzialità di riproduzione, potendo presumersi che le persone fisiche, disponendo di apparecchi idonei alla riproduzione, ne possano usufruire arrecando quindi un pregiudizio agli autori;
– la semplice capacità di tali apparecchiature e di tali dispositivi di realizzare copie è sufficiente a giustificare l’applicazione del prelievo per copie private (il 35° Considerando della direttiva menziona, infatti, come criterio utile alla determinazione dell’equo compenso, quello del pregiudizio eventuale, che ricorre nella semplice messa a disposizione della persona fisica di apparecchiature idonee alla riproduzione per scopi privati);
Svolte queste brevi premesse, è possibile passare ad esaminare le restanti censure.
Con il terzo motivo di ricorso le ricorrenti lamentano – in estrema sintesi – il vizio di difetto di istruttoria, in quanto il compenso – destinato a indennizzare il pregiudizio -, sarebbe stato fissato senza accertare previamente in modo corretto l’entità del pregiudizio stesso.
Ritiene il Collegio che la censura non possa essere condivisa.
Così come evidenziato dalla documentazione depositata in atti e, in particolare, dalla Relazione illustrativa al D.M. impugnato, l’Amministrazione ha svolto una approfondita istruttoria in merito alla determinazione del quantum dell’equo compenso, anche per il tramite del parere del Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore e la consultazione dei rappresentanti delle associazioni dei titolari dei diritti e i rappresentanti delle associazioni dei produttori di supporti e apparecchi nonché dei consumatori, rappresentati dal Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti [si veda la Relazione illustrativa alle pagg. 4-5 “Nel corso dell’audizione del 10 dicembre 2009, svoltasi presso la sede del Ministero per i beni e le attività culturali, in particolare, i rappresentanti delle associazioni intervenute hanno ribadito le posizioni espresse già nel corso delle audizioni svolte dal Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore, nel periodo giugno/settembre 2009. Nello specifico, i titolari dei diritti (percettori del compenso) hanno evidenziato la necessità di adottare, quanto prima, il decreto ministeriale di determinazione del compenso per ‘copia privata’ anche alla luce del fatto che, a causa del protrarsi del regime transitorio introdotto dal decreto legislativo n. 68 del 2003, l’industria culturale del nostro Paese è stata costretta a subire, per circa cinque anni, un notevole pregiudizio economico. I rappresentanti delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative dei produttori di supporti e di apparecchi hanno espresso una posizione di segno opposto, specie con riferimento all’inclusione tra gli apparati soggetti all’equo compenso di telefoni cellulari, di decoder, di computer e game console, ritenuti apparecchi non specificamente dedicati alla registrazione e memorizzazione di contenuti. Tali associazioni hanno, inoltre, criticato la proposta di adozione del criterio della capacità di memoria dei supporti per la determinazione del compenso (in quanto criterio ritenuto meno efficace rispetto a quello della percentuale sul prezzo di vendita) e hanno segnalato la necessità di escludere dal pagamento del compenso per copia privata prodotti ed apparecchi di uso strettamente professionale (cd. business use) da parte di privati e della Pubblica Amministrazione. Preoccupazione è stata espressa da tutte le imprese produttrici di supporti e apparecchi incisi dal compenso per copia privata per l’andamento economico del mercato e per la rilevante perdita di fatturato delle industrie del settore. Analoghe considerazioni sono state espresse dal rappresentante del Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti, unitamente alla preoccupazione che tale compenso possa gravare indirettamente sui consumatori. Sulla base degli elementi informativi acquisiti nel corso dell’audizione del 10 dicembre 2009 e del parere reso dal Comitato permanente per il diritto d’autore in data 15 ottobre 2009, il Ministero per i beni e le attività culturali ha inteso, con il presente decreto, provvedere alla rideterminazione delle tariffe del compenso per copia privata, sulla base dei criteri dettati dalla legge e dell’esigenza di interesse pubblico di assicurare un equilibrato contemperamento tra le opposte esigenze rappresentate dagli esponenti delle categorie interessate, tenendo dunque conto, in particolare: 1) dell’apposizione, sulle opere protette dal diritto d’autore, delle misure tecnologiche di protezione di cui all’art. 102-quater della legge n. 633/1941; 2) della diversa incidenza della copia digitale rispetto alla copia analogica; 3) del confronto tra il sistema normativo-tariffario italiano e quelli dei principali Paesi e mercati europei ed, in particolare, di Francia, Germania, Spagna; 4) della capacità di memoria dei supporti di registrazione audio e video, che costituisce lo strumento di parametrazione del compenso più diffuso nei Paesi di area Euro; 5) della circostanza che il compenso in questione deve remunerare solo la successiva copia privata di un’opera e non la prima fissazione di contenuti, per i quali è stato corrisposto il diritto esclusivo di riproduzione; 6) del livello di utilizzo del prodotto da parte del consumatore finale per la copia privata di opere protette, sulla base degli studi commissionati dalla SIAE alle società G.P.F. e G.F.K.; 7) dell’onere che grava sul prezzo finale dei prodotti incisi in ragione della applicazione del compenso per ‘copia privata’; 8) più in generale, della necessità di realizzare un equo contemperamento di tutti gli interessi coinvolti e rappresentati dagli operatori dei settori interessati ed auditi”].
Dalla documentazione depositata emerge come l’istruttoria eseguita dall’Amministrazione sia stata più che approfondita essendo state acquisite autorevoli indagini di mercato, analisi economiche ed indagini comparative delle diverse normative vigenti in altri paesi dell’Unione (analisi di mercato svolte dalla società G.P.F. e G.F.K., dati pubblicati dalla società olandese Thuiskopie e relative ai compensi fissati in diversi paesi europei, analisi economica svolta dalla società Econlaw per conto del GESAC – Groupement Europeen des Societes d’auteurs et compositeurs); al procedimento hanno partecipato tutti le categorie interessate dal provvedimento, ivi comprese quelle incise dal provvedimento, e la fissazione del compenso è avvenuta dopo un’adeguata ponderazione degli opposti interessi, tant’è vero che l’importo finale è risultato di molto ridotto rispetto a quello proposto in origine dalla Commissione speciale istituita dal Comitato Consultivo Permanente per il diritto d’autore.
Più specificatamente, risulta dalla documentazione prodotta in giudizio che in sede istruttoria la società incaricata dello svolgimento delle indagini di mercato, ha acquisito anche le informazioni – ritenute dalle ricorrenti necessarie per la fissazione del compenso per le singole categorie di prodotti – relative alle abitudini dei consumatori italiani in materia di riproduzione delle opere dell’ingegno protette, tenendo conto anche della singola tipologia di apparecchio o supporto del quale si avvalgono per la riproduzione (cfr. studio G.P.F. depositato in giudizio sia dalle ricorrenti che dalla SIAE), mentre la società G.F.K. ha provveduto alla rilevazione dei dati di vendita dei prodotti idonei alla riproduzione privata sia in termini quantitativi che economici.
Inoltre, occorre considerare che sebbene il prelievo sia correlato al pregiudizio derivante dalla riproduzione, nondimeno l’individuazione del pregiudizio non può che essere prognostica, trattandosi di pregiudizio potenziale, in quanto non è possibile stabilire con certezza l’entità dell’effettivo danno derivante dalla copia privata, ed inoltre il pregiudizio per poter essere remunerato, non deve essere certo, ma meramente eventuale, e quindi derivante dalla sola messa a disposizione degli utenti finali di prodotti in grado di consentire la riproduzione delle opere protette (cfr. sentenza “Padawan” in precedenza richiamata).
Ne consegue che, tenuto conto di quanto chiaramente espresso dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’istruttoria eseguita dall’Amministrazione appare più che adeguata ai fini della commisurazione del compenso.
La reiezione del motivo di impugnazione consente di respingere anche la richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia non sussistendo dubbi sull’interpretazione della disciplina comunitaria, dopo la pubblicazione della sentenza “Padawan” (del 21 ottobre 2010 nel procedimento C-467/08).
Con l’ultimo motivo di impugnazione censurano specificatamente le ricorrenti la commisurazione del compenso.
Sostengono in estrema sintesi:
– che in base all’art. 1, lett. f) e all’art. 2 lett. r), s) e x) dell’Allegato tecnico gli apparecchi destinati alla registrazione analogica o digitale di fonogrammi o videogrammi sono stati ricondotti a “supporti” non tenendosi quindi conto della polifunzionalità prevista dalla legge per i soli apparecchi;
— che non sarebbe chiara la differenza tra le tre categorie previste dalle lett. r), s) e x), categorie per le quali sarebbero previsti compensi molto diversi tra loro;
— che nella lettera r) rientrerebbero apparecchi di sola riproduzione di audio e video ed apparecchi polifunzionali;
— che gli apparecchi più evoluti – perché in grado di svolgere molteplici funzioni – disporrebbero di una memoria maggiore e sarebbero quindi penalizzati, sebbene l’ampiezza della memoria dipenda dalla possibile utilizzazione per funzioni che nulla hanno a che fare con la riproduzione delle opere dell’ingegno.
La legge sottopone a prelievo sia gli apparecchi che i supporti, e quindi i lettori Mp3 e Mp4 possono essere legittimamente ricondotti nell’ambito di quest’ultima categoria, tenuto conto della loro primaria finalità di registrazione.
Occorre infatti considerare, che i lettori Mp3 vengono essenzialmente utilizzati per la registrazione di audiogrammi e dunque vengono usati dagli utenti privati proprio per la riproduzione di files musicali.
La commisurazione del compenso alla capacità di registrazione della memoria fissa contenuta nel prodotto non appare quindi illogica.
Più complessa è invece la questione con riferimento ai prodotti più evoluti caratterizzati dalla polifunzionalità, quali sono ad esempio i prodotti Apple denominati “Ipod Touch”, che consentono non soltanto la riproduzione di audiogrammi, ma anche di videogrammi, e che presentano tutta una serie di funzioni diverse non direttamente connesse alla riproduzione di opere protette dal diritto di autore (macchina fotografica, videocamera, e così via); detti apparecchi dispongono di una capacità di memoria molto più alta e dunque sono assoggettati – in definitiva – ad un compenso più elevato, sebbene l’ampiezza della memoria dipenda anche dalla possibilità della fruizione di funzioni che nulla hanno a che vedere con la copia privata.
Secondo i ricorrenti, proprio per la loro polifunzionalità, non avrebbero potuto essere ricondotti alla categoria dei supporti, in quanto la legge non distingue tra supporti dedicati esclusivamente alla riproduzione e non (e dunque monofunzionali e plurifunzionali) così come avviene per gli apparecchi, con la conseguenza dell’omessa valutazione della loro polifunzionalità ai fini della corretta determinazione del contributo.
La tesi delle ricorrenti, assai suggestiva, non può essere accolta.
Anche i prodotti più evoluti come i lettori Mp4 possono essere legittimamente ricondotti alla categoria di supporti presentandone tutte le caratteristiche (si tratta infatti di prodotti utilizzati dagli utenti privati proprio per la duplicazione di files musicali o video, dotati di un’ampia memoria necessaria per la riproduzione) che vengono nella gran parte dei casi utilizzati in modo assolutamente prevalente per la riproduzione di audio e videogrammi.
Ne consegue che la loro qualificazione come supporti non appare in contrasto con la legge, atteso che l’art. 71 septies si riferisce sia alle memorie fisse che a quelle trasferibili, e dunque anche a quelle contenute stabilmente negli apparecchi di registrazione o memorizzazione, come correttamente rilevato nella Relazione illustrativa al decreto; inoltre già in precedenza il Legislatore aveva classificato detti prodotti (all’epoca i soli prodotti esistenti, e quindi gli Mp3) come supporti (art. 39 del D.Lgs. 68/03).
Peraltro, nella maggior parte dei paesi europei detti apparecchi vengono considerati come supporti ai fini della determinazione del compenso per copia privata.
Si tratta quindi di verificare se – effettivamente – la classificazione come supporti abbia comportato l’omessa considerazione della loro polifunzionalità ai fini della concreta commisurazione del prelievo.
E’ necessario a questo punto distinguere tra le tre categorie indicate nell’Allegato tecnico del decreto con le lett. r), s) e x), categorie secondo le ricorrenti non chiaramente distinguibili.
La lett. r) si riferisce alla “memoria o Hard Disk integrato in un apparecchio multimediale audio e video portatile o altri dispositivi analoghi”; la lett. s) riguarda invece la “memoria o Hard Disk integrato in un lettore portatile Mp3 e analoghi o altro apparecchio Hi Fi”; la lett. x) infine si riferisce ad una “memoria o Hard Disk integrato in altri dispositivi non inclusi nelle precedenti lettere con funzioni di registrazione e riproduzione di contenuti audio e video”.
La categoria di cui alla lett. x) è residuale e riguarda i prodotti non ancora in commercio, come chiarito dall’Amministrazione.
La categoria relativa alla lett. s) si riferisce ai lettori Mp3 e prodotti similari idonei alla registrazione e memorizzazione dei soli audiogrammi, mentre la categoria di cui alla lett. r) si riferisce, per l’appunto, ai prodotti più evoluti idonei alla riproduzione di files audio e video, categoria nella quale rientra chiaramente il prodotto Apple denominato Ipod Touch.
Secondo le ricorrenti la commisurazione del compenso in modo diverso per le varie categorie sarebbe del tutto illogica ed irrazionale, non essendovi differenza – ai fini del ristoro per il pregiudizio arrecato ai titolari dei diritti di autore – nella duplicazione di files vocali o di files video.
Ritiene invece il Collegio che proprio la differenza nella commisurazione del compenso per le due categorie consenta di superare la questione relativa alla cosiddetta “polifunzionalità”.
Se si confrontano in concreto le tariffe applicate ci si rende conto che per gli apparecchi Mp3 destinati in modo prioritario (quasi esclusivo) alla riproduzione, il compenso è più elevato rispetto a quello previsto per gli apparecchi più evoluti che sono caratterizzati da una pluralità di funzioni, alcune delle quali del tutto estranee alla copia privata.
Per detti apparecchi, caratterizzati da una capacità di memoria assai più elevata, il compenso non soltanto è più basso rispetto a quello previsto per i dispositivi di cui alla lett. s) (tranne che per gli apparecchi con memoria minima assimilabili quindi a quelli meno evoluti), ma aumenta in modo inversamente proporzionale con l’aumentare della capacità di memoria: in questo modo il decreto riesce a tener conto non soltanto della parziale notoria inutilizzazione delle memorie più ampie, ma anche dell’utilizzazione della memoria per funzioni estranee alla riproduzione di opere protette. Identico ragionamento può essere svolto con riferimento ai supporti non ancora esistenti sul mercato, che potrebbero avere ulteriori funzioni rispetto a quelle presenti negli apparecchi multimediali oggi in commercio (quelli di cui alla lett. x) dell’Allegato tecnico), per i quali sono stati previsti, infatti, – a parità di memoria con riferimento alla categoria r) dell’Allegato tecnico – compensi più bassi.
In sostanza, se si confrontano le tariffe previste per le due categorie relative ai prodotti oggi in commercio, ci si rende conto che a parità di memoria, un Ipod Nano (rientrante nella categoria di cui alla lett. s) dell’Allegato tecnico in quanto idoneo a riprodurre soltanto audiogrammi) è sottoposto ad un prelievo maggiore di un IPod Touch (che rientra nella categoria di cui alla lett. r) dell’Allegato tecnico); (ad es. per l’IPod Nano con 8 Gb di memoria è previsto un compenso di € 6,44, mentre per quello di 16 Gb è previsto un compenso di € 9,66, mentre per pari memorie in caso di IPod Touch gli importi sono fissati in €4,51 ed € 5,15); (lo stesso in caso di IPod Shuffle dotato di memoria di 2Gb per il quale è prevista la tariffa di €5,15 laddove nel caso di altro prodotto rientrante nella categoria di cui alla lett. r) l’importo sarebbe stato di € 3,86).
La ricorrente sostiene anche che la commisurazione del compenso in modo identico in caso di apparecchi in grado di effettuare riproduzioni audio e video, ed apparecchi dotati di ulteriori funzioni come i moderni IPod Touch sarebbe illogica, rientrando entrambi nell’ambito della stessa categoria (lett. r ) dell’Allegato Tecnico), non essendovi alcuna differenza tra riproduzione di audiogrammi e di videogrammi per le finalità del decreto (compensazione per la riproduzione di opere coperte da diritto di autore).
Ritiene il Collegio che le società ricorrenti non abbiano interesse a dedurre la censura, tenuto conto che – proprio per l’assimilazione di dette categorie di prodotti a quelli più evoluti dotati anche di funzionalità ulteriori rispetto a quelle di riproduzione – gli apparecchi dotati di capacità di riproduzione audio e video beneficiano di un compenso più basso rispetto alla pari capacità di memoria per prodotti riconducibili alla categoria di cui alla lett. s) (relativa ai riproduttori di soli audiogrammi).
In ogni caso, per quanto concerne più specificatamente i lettori audio e video dotati di memorie più ampie (quali gli IPod Classic, dotati di memorie pari a 160 Gb, in grado di riprodurre 40.000 canzoni, 200 ore di video secondo quanto pubblicizzato dalla stessa Apple nel proprio sito Apple store), ritiene il Collegio che l’importo del compenso (€16,10) – se commisurato alla enorme capacità di duplicazione delle opere protette – appare del tutto equo e proporzionato all’effettivo pregiudizio cagionato dall’utilizzo del materiale protetto.
Ritiene dunque il Collegio, che al di là delle classificazioni – supporto o apparecchio -, la concreta commisurazione del compenso sia stata effettuata in seguito ad un’approfondita istruttoria che ha tenuto conto di tutti gli aspetti, ivi compreso quello della polifunzionalità degli apparecchi più evoluti, con conseguente infondatezza delle proposte censure di violazione di legge e di eccesso di potere sotto tutti i diversi aspetti dedotti.
In conclusione, per i suesposti motivi,il ricorso principale deve essere respinto perché infondato.
La reiezione del ricorso principale comporta la declaratoria di improcedibilità del ricorso incidentale per difetto di interesse.
Ad ogni buon conto, il ricorso incidentale dovrebbe ritenersi comunque inammissibile.
L’ANICA per contestare la commisurazione del compenso avrebbe dovuto provvedere ad impugnare direttamente ed autonomamente il decreto, ove ritenuto lesivo dei propri interessi: il ricorso incidentale, infatti, presenta natura difensiva e conservativa e non può essere utilizzato per ottenere l’annullamento del decreto (cfr. Cons. Stato Sez. V 14/4/08 n. 1600; T.A.R. Campania Sez. I 1/3/2010 n. 1207).
Il ricorso incidentale, infatti, è deputato a svolgere la funzione di paralizzare la possibilità di accoglimento del ricorso principale, introducendo una ragione ostativa all’accoglimento delle censure dedotte (Cons.St., V, 14 aprile 2008, n. 1600) e, quindi, lo strumento incidentale “funziona” come un’eccezione: secondo l’opinione prevalente, invero, il ricorso incidentale, pur essendo formalmente un’autonoma azione di impugnazione, da un punto di vista sostanziale consiste in un’eccezione in senso tecnico in quanto mira a paralizzare l’azione principale e a neutralizzare gli effetti derivanti da un eventuale accoglimento del ricorso principale, in questo caso con l’obiettivo appunto di “ribaltare” la pronuncia in modo favorevole ad esso ricorrente incidentale e così lasciare – che è il punto fondamentale controverso – immutato il medesimo assetto di interessi garantito dal provvedimento oggetto di impugnazione (Cons. St., sez. IV, 21/4/2009, n. 2435).
Pertanto è inammissibile l’introduzione in via incidentale di una domanda diretta ad ampliare la materia del contendere, domanda che il soggetto interessato avrebbe avuto l’onere di proporre mediante un rituale ricorso autonomo.
respinge il ricorso principale e dichiara improcedibile il ricorso incidentale.
Così deciso in Roma nelle camere di consiglio dei giorni 12 luglio e 24 novembre 2011 nonchè 2 febbraio 2012 con l’intervento dei magistrati:
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