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Timestamp: 2019-12-16 01:44:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.2051', 'art.2051', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 5', 'art. 2051', 'art. 1226', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2051', 'art. 2', 'art. 2']

Insidia stradale e responsabilità del comune per cose in custodia ex art.2051 - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica
Insidia stradale e responsabilità del comune per cose in custodia ex art.2051
Tribunale Foggia, sez. II civile, sentenza 17.08.2006 - Giuseppe Mommo
Nell'ipotesi di lesioni riportate dall'utente di una strada urbana, per il Tribunale di Foggia, il danneggiato deve essere risarcito, in quanto nei confronti del Comune trova applicazione, la presunzione di responsabilità per danni cagionati da cose in custodia, a meno che risulti oggettivamente impossibile l'esercizio di un adeguato controllo da parte dell'ente proprietario.
Ne consegue la necessità per il danneggiato di dimostrare soltanto l'esistenza del nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, spettando all'Ente l'onere di provare il fortuito, ossia l'esistenza di fatti straordinari ed imprevedibili in grado di interrompere il nesso causale che lega l'evento lesivo alla cosa.
La decisione in commento si inserisce in quella che è stata, almeno nel passato, una controversa questione: se la responsabilità della Pubblica Amministrazione, per i danni provocati da buche presenti sulle strade potesse essere invocata soltanto in forza dell’art. 2043 C.C. o fosse proponibile la responsabilità per le cose in custodia ex art. 2051 C.C.
La revisione ed evoluzione giurisprudenziale di questi ultimi anni, orientata per il configurarsi, in determinate situazioni, della responsabilità ex art. 2051 C.C, impone oggi una attenta valutazione della singola fattispecie ed un scelta di non secondaria importanza della “effettiva” causa pretendi.
Basti pensare a quella che rappresenta la differenza più evidente e significativa: il diverso regime dell’onere della prova.
Come la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire: “l'azione di responsabilità per custodia ex art. 2051 c.c. presuppone sul piano eziologico e probatorio accertamenti diversi, e coinvolge distinti temi di indagine rispetto all'azione di responsabilità per danni a norma dell'art. 2043 c.c., trattandosi di accertare, in quest'ultimo caso, se sia stato attuato un comportamento commissivo od omissivo dal quale è derivato un pregiudizio a terzi, e dovendosi prescindere invece, nel caso di responsabilità per danni da cosa in custodia, dal profilo del comportamento del custode, che è elemento estraneo alla struttura della fattispecie normativa di cui all'art. 2051 c.c., nella quale il fondamento della responsabilità è costituito dal rischio, che grava sul custode, per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano dal caso fortuito” (Cass. Sez. III, sent. n. 12329 del 06-07-2004).
Tornando alla vicenda decisa dal Tribunale, e sintetizzandone i fatti, a seguito di una caduta causata da una buca presente su un marciapiedi sconnesso e con mattonelle divelte, è stato convenuto in giudizio il Comune per sentirlo condannare, in quanto responsabile delle lesioni personali riportate, al risarcimento del danno patito, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Nell’atto di costituzione il Comune ha chiesto il rigetto della domanda per l’insussistenza di una situazione di pericolo integrante gli estremi della “insidia stradale”.
Inoltre, la richiesta è stata contestata nell’an come nel quantum debeatur per “l’eccessività della pretesa risarcitoria”.
L’interesse della sentenza in commento, a giudizio dello scrivente, risiede in larga parte nel ripetuto richiamo ai diversi principi fissati (nel tempo) dalla giurisprudenza di legittimità, ai quali (ultimi) in sostanza il giudice dichiara di volersi adeguare.
Peraltro, il giudice del Tribunale ha ritenuto necessario illustrare preliminarmente l'excursus giurisprudenziale di legittimità che, come si è fatto cenno, nel tempo ha fatto registrare una modificazione di orientamento.
Prima di passare ai motivi della decisione ha voluto “dar atto del revirement giurisprudenziale che ha interessato la vexata quaestio dell’applicabilità, alla pubblica amministrazione, della presunzione di responsabilità prevista dall’art. 2051 c. c. per quelle categorie di beni – come le strade pubbliche - che sono oggetto di utilizzo generale e diretto da parte di terzi”.
Nel ripercorrere l’evoluzione degli orientamenti interpretativi, fa osservare come in una fase iniziale, i giudici di legittimità abbiano escluso radicalmente l’applicabilità dell’art. 2051 c. c., indicando il referente normativo della responsabilità nella norma generale di cui all’art. 2043 c.c..
La colpa trovava fondamento sulla “elaborazione del concetto di “insidia” o “trabocchetto” determinante un “pericolo occulto” per il carattere oggettivo della non visibilità e soggettivo della non prevedibilità (Cass. 2244/69; 5539/97; 2850/98; 1571/04)”.
La situazione di pericolo occulto, cioè non visibile e non prevedibile, che da luogo al cosiddetto trabocchetto o insidia stradale, individua un “indice tassativo ed ineludibile della responsabilità della pubblica amministrazione (Cass. 10654-04; 11250-02; 2850-98)”.
Tuttavia, viene fatto osservare, l'accertamento della responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c., comporta che sia l’utente danneggiato a dover provare l'esistenza dell'insidia non visibile e non prevedibile.
Precisa lo stesso tribunale di Foggia che “solo a partire dagli anni ’80 si è aperta una breccia nell’orientamento tradizionale, che ha portato la Suprema Corte ad affermare l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. anche nei confronti della p.a. , seppure limitatamente ai beni demaniali o patrimoniali di non notevole estensione e non suscettibili di generalizzata e diretta utilizzazione da parte della collettività (Cass. 5567-84), quali, ad esempio, la villa comunale (Cass. 58-82), la rete fognaria (Cass. 2319-85), le pertinenze della stazione ferroviaria, il trefolo e la fune di guardia di una linea elettrica di proprietà dell’Enel (Cass. 265-96)”.
Aggiunge, che in tempi più recenti, i giudici di legittimità sono stati indotti ad un nuovo esame della questione sull’impulso dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 156 del 1999, la quale, ha ritenuto come non violi il dettato costituzionale l’interpretazione dell’art. 2051 c.c. che ne esclude l’applicabilità alla p.a. “allorché sul bene di sua proprietà non sia possibile – per la notevole estensione di esso e le modalità d’uso, diretto e generale da parte di terzi – un continuo, efficace controllo, idoneo ad impedire l’insorgenza di cause di pericolo per gli utenti”.
A seguito della pronuncia della Consulta, “che ha fatto riemergere differenze ormai sopite”, la notevole estensione del bene e l’uso generale e diretto sono stati considerati “meri indici” dell’impossibilità di un concreto esercizio del potere di controllo sul bene, “da riscontrarsi attraverso un’indagine svolta caso per caso”.
In particolare, chiarisce il Tribunale, “il contrasto si è polarizzato tra l’interpretazione favorevole ad escludere la presunzione di responsabilità ex art. 2051 c.c. per quei beni demaniali (come le strade pubbliche) oggetto di utilizzazione generale e diretta da parte della collettività (v. Cass. 2410-05) e la diversa interpretazione orientata nel senso di evitare quello che è stato definito un automatismo interpretativo (Cass. 19653 e 6515 del 2004)”.
Si tratta di un indirizzo interpretativo che si è persino svincolato dai suddetti “indici”, di fonte giurisprudenziale, della notevole estensione del bene e dell’uso generale della cosa da parte di terzi.
Per tale ultimo orientamento, “seguito dalla terza sezione civile della Cassazione, con le sentenze n. 3651 del 20-02-06 e 5445 del 14-03-06” , al quale il giudice della decisione commentata aderisce: “presupposti applicativi della fattispecie di responsabilità descritta dall’art. 2051 c.c. sono la custodia e la derivazione del danno dalla cosa”.
Ora, tenuto conto che la norma introduce una “responsabilità presunta” a carico del soggetto che si trovi in una determinata relazione di fatto con la cosa, avendone il potere di “effettiva disponibilità e controllo”, “l’onere probatorio gravante sul danneggiato si esaurisce nella prova dei descritti presupposti, incombendo sul presunto responsabile l’onere di dimostrare – diversamente dal paradigma generale di responsabilità di cui all’art. 2043 c. c. - l’assenza di colpa e, quindi, che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con l’adeguata diligenza, cioè con lo sforzo diligente dovuto in relazione alle circostanze del caso concreto”.
Nel caso di specie (l’attrice era caduta in una “buca” presente nella sconnessa pavimentazione del marciapiedi), è stata ritenuta sussistente la derivazione causale della caduta dalla esistenza della “buca” e la responsabilità del Comune per l’evento dannoso occorso all’attrice, “non avendo l’amministrazione comunale fornito la prova (liberatoria) di aver adottato tutte le misure idonee ad evitarlo”.
Per il Tribunale, il Comune “non ha tenuto il comportamento diligente richiesto in relazione alle condizioni del bene posto sotto la sua custodia ed all’uso dello stesso (si tratta di una strada del centro cittadino, come tale molto frequentata), avendo omesso di verificare se la strada versasse in condizioni tali da non recare nocumento agli utenti ed altresì di effettuare i necessari lavori di manutenzione, ciò in ottemperanza all’obbligo previsto dall’ art. 5 r.d. 15 novembre 1923, n. 2506, e, più in generale, dall’art. 2051 c.c. (Cass. 723-88)”.
La responsabilità dell’ente comunale per il danno sofferto dall’attrice in conseguenza del sinistro, viene fondata anche sull’ulteriore rilievo “che la violazione di una specifica norma di condotta costituisce prova sufficiente della colpa della p.a. (cfr. cit. sent. 3651-06)”.
Con riguardo al risarcimento del danno è stato risarcito il danno biologico, per la lesione dell’integrità fisica subita, il danno biologico temporaneo e il danno morale.
La liquidazione è avvenuta tenendo conto delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio che ha accertato “una invalidità temporanea totale della durata di 45 giorni, una parziale al 70% di 30 giorni ed una parziale al 50% di ulteriori 20 giorni, nonché postumi permanenti in misura compresa tra il 2 e il 3%”.
Nella liquidazione del danno biologico si è fatto riferimento al criterio equitativo di cui all’art. 1226 c. c., applicato “tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto e, specificamente, della gravità delle lesioni, dei postumi permanenti, dell’età, dell’attività svolta, delle condizioni sociali e familiari del danneggiato (tra le molte, Cass. 19057 e 8827 del 2003)”.
Ritenendo, superato il criterio del triplo della pensione sociale, è stato “assunto a parametro di calcolo quello del punto flessibile indicato dalle tabelle milanesi del 2005, in base al quale viene differenziato il valore del punto in relazione alla gravità della menomazione permanente ed all’età del danneggiato secondo un criterio - rispettivamente - progressivo e regressivo”.
Anche per il calcolo del danno biologico temporaneo, è stato applicato il criterio del punto flessibile indicato dalle cosiddette “tabelle milanesi”.
Con riguardo al danno morale, il Tribunale di Foggia ha seguito l’orientamento secondo cui il danno morale è risarcibile anche nell'ipotesi in cui, in sede civile, la colpa dell'autore del fatto risulti da una presunzione di colpa.
In particolare, la sua risarcibilità è stata basata sul principio fissato dalla Cassazione secondo cui alla risarcibilità del danno non patrimoniale non osta il mancato positivo accertamento della colpa dell'autore del danno se essa debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge e se, ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato. (Cass. civ. Sez. III, 12-05-2003, n. 7283 - Cass. civ. Sez. III, 26-02-2004, n. 3871).
La somma finale, considerata comprensiva della rivalutazione monetaria, è stata devalutata all’epoca del fatto e l’importo così ottenuto rivalutato, in base agli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, fino alla data della decisione, “in considerazione della natura di debito di valore della obbligazione risarcitoria”.
Sul valore della somma rivalutata sono stati riconosciuti “gli interessi per ritardato pagamento maturati anno per anno, restando escluso che possano computarsi dalla data dell’illecito sull’intera somma rivalutata definitivamente (in tal senso, C. Sez. Un. 1712-95; conf. 2217-98; 11502-97; 339-96)”.
Dalla data della sentenza al saldo sono stati riconosciuti ulteriori interessi, al saggio legale.
Le spese di lite sono state integralmente compensate tra le parti, ad esclusione di quelle liquidate ai consulenti tecnici d’ufficio, che sono state poste a carico del Comune.
Per completezza di informazione sulla responsabilità per danni da strade in custodia, la terza sezione della cassazione si è ancora pronunciata nel luglio scorso (Cass. Sez. III, sent. n. 15383 del 06-07-2006) fornendo le seguenti testuali precisazioni:
“La presunzione di responsabilità per danni da cosa in custodia, di cui all'art. 2051 cod. civ., non si applica agli enti pubblici per danni subiti dagli utenti di beni demaniali ogni qual volta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non risulti possibile - all'esito di un accertamento da svolgersi da parte del giudice di merito in relazione al caso concreto - esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa”.
“L'estensione del bene demaniale e l'utilizzazione generale e diretta delle stesso da parte di terzi, sotto tale profilo assumono, soltanto la funzione di circostanze sintomatiche dell'impossibilità della custodia. Alla stregua di tale principio, con particolare riguardo al demanio stradale, la ricorrenza della custodia dev'essere esaminata non soltanto con riguardo all'estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che li connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche assumono rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti”.
“Alla stregua di tale criterio, mentre in relazione alle autostrade (di cui già all'art. 2 del d.P.R. n. 393 del 1959, ed ora all'art. 2 del d.lgs. n. 285 del 1992), attesa la loro natura destinata alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza, si deve concludere per la configurabilità del rapporto custodiale, in relazione alle strade riconducibili al demanio comunale non è possibile una simile, generalizzata, conclusione, in quanto l'applicazione dei detti criteri non la consente, ma comporta valutazioni ulteriormente specifiche”.
“Per le strade comunali - salvo il vaglio in concreto del giudice di merito - circostanza eventualmente sintomatica della possibilità della custodia è che la strada, dal cui difetto di manutenzione è stato causato il danno, si trovi nel perimetro urbano delimitato dallo stesso comune. (Cassa con rinvio, Trib. Ancona, 13 Giugno 2002)”.
(Si ringrazia Altalex - Nota di Giuseppe Mommo)
LaPrevidenza.it, 05/12/2006