Source: https://www.laleggepertutti.it/159357_invalidita-la-casa-non-fa-piu-reddito
Timestamp: 2018-05-24 17:33:17+00:00
Document Index: 149113761

Matched Legal Cases: ['art. 70', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 14', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 26', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 375', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 14', 'art. 360', 'art. 375', 'art. 380', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 26', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 26', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 65', 'art. 111']

Invalidità, la casa non fa più reddito
Lo sai che? Invalidità, la casa non fa più reddito
La circolare dell’Inps n. 74/2017 spiega la novità a partire dal 1° gennaio 2017: la casa non fa più reddito ai fini della concessione dell’invalidità civile, cecità e sordità.
Chi vuol ottenere la pensione di invalidità civile o quella per ciechi o sordi non deve più temere di avere un immobile di proprietà: infatti la casa non fa più reddito e, pertanto, si può ottenere il beneficio assistenziale nonostante la situazione economica non sia di completa “nullatenenza”. Lo chiarisce l’Inps in una circolare pubblicata qualche giorno fa [1].
Per la pensione di invalidità, cecità e sordità, dunque, la casa non fa più reddito e non si calcola più. Il tutto dando continuità a quello che, sino ad oggi, è stato il costante orientamento dei giudici nei tribunali e, in particolare, della Cassazione [2]. In particolare la Corte ha più volte ribadito che, ai fini della determinazione del reddito per il riconoscimento della pensione di inabilità civile, non deve essere computato quello della casa di abitazione. In altri termini anche chi ha una casa di proprietà può ottenere l’assegno di invalidità.
Con la circolare in commento, l’Inps dà le istruzioni operative sull’esclusione del reddito prodotto dalla casa di abitazione dal computo dei redditi ai fini della concessione delle prestazioni di invalidità civile, cecità e sordità.
Tale reddito è escluso dal computo, a partire dal 1° gennaio 2017, sia in fase di prima liquidazione, sia nella fase di ricostituzione di prestazione già esistente; è escluso, inoltre, ai fini della maggiorazione sociale [3].
Attualmente, chiarisce l’Inps, sono state già adeguate le procedure informatiche di calcolo, che ormai rendono ininfluente il reddito dichiarato nel campo dedicato al reddito di casa di abitazione (campo GP2KE, codice 18).
Conseguenze sulla operatività delle sedi
[1] Inps, circolare n. 74 del 21.04.2017.
[2] Cass. sent. n. 4223/2012, n. 5479/2012, n. 20387/2013, n. 9552/2014, n. 27381/2014, n. 14026/2016.
[3] Ex art. 70, co. 6, legge n. 388/2000
Cassazione civile, sez. lav., 08/07/2016, (ud. 21/04/2016, dep.08/07/2016), n. 14026
La Corte d’appello di Firenze, in riforma della sentenza del Tribunale di Firenze, ha accolto la domanda di V.V. volta ad accertare che il reddito ai fini dell’attribuzione della pensione di invalidità civile, non doveva comprendere anche quello della casa di abitazione.
La Corte ha richiamato un precedente della Cassazione secondo cui l’assegno divorzile, proprio perchè interamente deducibile ai fini del pagamento dell’Irpef, doveva essere detratto dal reddito ai fini della pensione di invalidità civile. Secondo la Corte tale sentenza era in contrasto con quanto sostenuto dall’Inps di ritenere differenti le condizioni di deducibilità ai fini fiscali da quelle relative al reddito da considerare per l’accesso alle prestazioni. Ha concluso, pertanto, ritenendo infondata la pretesa dell’Istituto di escludere la detraibilità del reddito della casa di abitazione.
Ricorre Inps con un motivo. Resiste il V. con controricorso ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c..
Con un unico motivo l’Inps denuncia violazione del D.L. n. 663 del 1979, art. 14 septies conv. in L. n. 33 del 1980 e del D.M. n. 553 del 1992, art. 2 in relazione della L. n. 118 del 1971, artt. 12 e 13.
Deduce che il reddito della casa doveva essere computato nel reddito rilevante ai fini della concessione della pensione di inabilità civile di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12. Rileva che ai fini previdenziali ed assistenziali rileva il reddito assoggettabile ad Irpef e quindi anche il reddito della casa di abitazione come espressamente prevede il D.M. n. 533 del 1992, mentre soltanto ai fini della determinazione dell’imposta in ambito fiscale rileva il c.d. reddito complessivo che deve essere diminuito degli oneri deducibili e quindi del reddito della casa di abitazione principale.
L’INPS aggiunge che quando nelle norme sull’invalidità civile si parla di “redditi assoggettabili” (oltre che di redditi esenti), si esprime un concetto più ampio di quello di “redditi assoggettati” cui invece si riferisce il TUIR esclusivamente ai fini della tassazione.
Il ricorso è infondato. La questione è stata già oggetto di numerose pronunce di questa Corte cfr 5479/2012, 14456/12, 20387/2013) secondo cui ” In tema di pensione di inabilità, ai fini del requisito reddituale non va calcolato il reddito della casa di abitazione”.
Le norme specifiche di riferimento sono costituite dalla L. n. 118 del 1971, art. 12 e dalla L. n. 153 del 1969, art. 26: la prima rinvia per le condizioni economiche, richieste per la concessione della pensione di inabilità, a quelle stabilite dalla seconda norma per il riconoscimento di pensioni ai cittadini ultrasessanta –
cinquenni sprovvisti di reddito, e per queste ultime pensioni dal computo del reddito sono esclusi gli assegni familiari e il reddito della casa di abitazione. Orbene le svolte argomentazioni sono sufficienti per ritenere l’assunto dell’INPS privo di pregio, proprio per l’applicabilità della normativa della pensione sociale in tema di pensione di inabilità, con la conseguente esclusione – ai fini della concessione di quest’ultima, dal computo del reddito di quello della casa di abitazione.
Nè infine può trovare applicazione, contrariamente a quanto affermato dall’INPS, il D.M. 31 ottobre 1992, n. 553, art. 2, secondo il quale nella dichiarazione di cui all’art. 1 debbono essere denunciati, al lordo degli oneri deducibili e delle ritenute fiscali, i redditi di qualsiasi natura assoggettabili all’IRPEF o esenti da imposta, in quanto la casa di abitazione nel caso di specie ai fini assistenziali non costituisce onere deducibile, ma una voce di reddito.
Contro la tesi qui accolta non vale citare il precedente di questa Corte n. 4223/2012 che attiene a diversa fattispecie e non esamina la L. n. 118 del 1971, art. 12 che deve trovare applicazione nel presente giudizio.
Sussistono giusti motivi per compensare le spese di causa avuto riguardo al consolidarsi della tesi qui accolta in epoca successiva alla proposizione del ricorso.
Cassazione civile, sez. VI, 23/12/2014, (ud. 20/11/2014, dep.23/12/2014), n. 27381
La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c., a seguito di relazione a norma dell’art. 380-bis c.p.c., condivisa dal Collegio, preso atto dell’assenza di memorie delle parti.
Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Ancona confermava la pronuncia di primo grado, che aveva accolto la domanda proposta da M.L. diretta al riconoscimento della pensione di inabilità civile di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12, il cui diritto era stato negato in sede amministrativa per superamento del limite reddituale. Riteneva la Corte territoriale che tra i redditi da prendere in considerazione non andasse computato quello della casa di abitazione.
Per la cassazione di tale sentenza l’INPS ricorre sulla base di due motivi. La M. resiste con controricorso.
Con i due motivi di ricorso l’Inps denunzia vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5) e violazione del D.L. n. 663 del 1979, art. 14 septies, convertito in L. n. 33 del 1980 (art. 360 c.p.c., n. 3) sostenendo che il reddito della casa di abitazione si computa ai fini del limite reddituale per le prestazioni di invalidità civile e che la Corte territoriale non aveva adeguatamente motivato in ordine alle ragioni per le quali aveva ritenuto di escludere tale componente dal computo dei redditi rilevanti ai fini della verifica del requisito costitutivo del diritto azionato.
I due motivi, in quanto involgenti questioni tra loro connesse, possono essere trattati congiuntamente.
In limine, deve rilevarsi la manifesta infondatezza degli stessi ex art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5; pertanto, la causa può essere trattata in Camera di consiglio ex art. 380 bis c.p.c., comma 1.
Come affermato da Cass. n. 20387 del 5/9/2013 (in conformità a Cass. 14456 del 13/8/2012), la L. n. 114 del 1974, art. 8 di conversione del D.L. n. 30 del 1974 (Condizioni economiche per le provvidenze ai mutilati e invalidi civili) stabiliva che le condizioni economiche per la concessione sia della pensione di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12, sia per l’assegno di cui all’art. 13, fossero quelle previste dall’art. 3, della stessa legge per la concessione della pensione sociale. Indi la L. n. 114 del 1974, art. 3 di conversione del D.L. n. 30 del 1974, concernente la pensione sociale, dopo avere condizionato il diritto a pensione sociale a determinati limiti di reddito prevedeva che “dal computo del reddito suindicato sono esclusi gli assegni familiari e la casa di abitazione”.
E’ vero poi che il D.L. n. 663 del 1979, art. 14 septies conv. in L. n. 33 del 1980, al comma 4, ha elevato i limiti di reddito di cui al citato D.L. n. 30 del 1974, art. 3 convertito in L. n. 114 del 1974, ma non ha per nulla modificato quella parte di quest’ultimo articolo, che escludeva il reddito della casa di abitazione ai fini del limite di legge. In altri termini, l’elevazione, per tener conto della svalutazione intervenuta nelle more, del limite reddituale non ha però travolto la specifica disposizione che escludeva appunto dal computo la casa di abitazione, facendo rinvio alla disciplina concernente la pensione sociale.
Anche nei riguardi di quest’ultima, la L. n. 153 del 1969, art. 26, esclude dal computo dei redditi il reddito dominicale della casa di abitazione. Ed ancora lo stesso L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 6 prevede che per l’assegno sociale, il quale dal primo gennaio 1996 si eroga in luogo della pensione sociale, non si computano redditi casa abitazione.
Nello stesso senso si era già espressa la sentenza di questa Corte n. 5479 del 05/04/2012, in cui si è affermato che “In tema di pensione di inabilità, ai fini del requisito reddituale non va calcolato il reddito della casa di abitazione, in quanto la L. n. 118 del 1971, art. 12, rinvia per le condizioni economiche, alla L. n. 153 del 1969, art. 26, che, per la pensione sociale, esclude dal computo il reddito della casa di abitazione. Nè rileva, in senso contrario, la previsione di cui al D.M. n. 553 del 1992, art. 2, che impone, ai fini assistenziali, la denuncia dei redditi al lordo degli oneri deducibili, in quanto la casa di abitazione, non costituisce, a tal scopo, un onere deducibile, ma una voce di reddito”.
Nello stesso senso la sentenza di questa Corte n. 14456/2012. Detta sentenza ha giustamente rilevato che non si può tenere conto di disposizioni dettate ad altri fini, come quelle che impongono la denuncia dei redditi ai fini assistenziali, perchè queste nulla dicono sulla determinazione effettiva del reddito da considerare ai fini del diritto alla prestazione. Antecedentemente aveva deciso nello stesso senso Cass. n. 2509 del 08/04/1983.
Il diverso orientamento espresso dall’ordinanza di questa Corte n. 4223 del 16/3/2012 è stato così superato dalle tre richiamate pronunce n. 5479 del 5/4/12, n. 14456 del 13/8/2012 e n. 20387 del 5/9/2013, il cui orientamento interpretativo deve considerarsi ormai consolidato.
La motivazione della impugnata sentenza ha deciso in conformità al medesimo principio e risulta dunque immune dalle censure che le sono state mosse.
Nè vi sono elementi che giustifichino l’esonero di questa Corte dal dovere di fedeltà ai propri precedenti, sul quale si fonda, per larga parte, l’assolvimento della funzione (assegnatale dall’art. 65 ord. giud., di cui al R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 e succ. modificazioni, ma di rilevanza costituzionale, essendo anche strumentale al suo espletamento il principio, sancito dall’art. 111 Cost., dell’indeclinabilità del controllo di legittimità delle sentenze) di assicurare l’esatta osservanza, l’uniforme interpretazione della legge e l’unità del diritto oggettivo nazionale.
Il ricorso va dunque respinto con condanna dell’Istituto ricorrente al pagamento delle spese, liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità nella misura di Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre I.V.A., C.P.A. e rimborso forfettario delle spese nella misura del 15%.
Linda. ha detto:
28/04/2017 alle 18:30
Io ho ottenuto l’assegno di invalidità parziale (76%) nel 1998 pur avendo la casa di proprietà dal 1994, quindi mi pare che non l’abbiano calcolata come reddito già allora!!!
Tengo a precisare che si trattava dell’unico reddito essendo io inoccupata. Quindi non capisco dove sia la novità visto che da allora a tutt’oggi percepisco l’assegno.
Se l’abitazione non fa reddito,quando in questi casi si fanno i calcoli del reddito si dovrebbe tenere presente il netto e non il lordo,credo vi sia disparta
guido Tonissi ha detto:
28/04/2017 alle 19:44
invalidita di quanto ,solo 100×100?
05/05/2017 alle 14:09
IN TANTI DESIDERANO SAPERE ;”QUANDO MAI LA CASA DI ABITAZIONE A PRODOTTO REDDITO” ?