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Timestamp: 2018-09-19 19:34:48+00:00
Document Index: 8221299

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 595']

Diffamazione: quali condizioni?
Onore e reputazione, reato di diffamazione, condizioni e presupposti, frase o scritto lesivo dell’altrui reputazione, volontà e consapevolezza, dolo ed elemento psicologico del reo, pluralità di persone.
Perché possa scattare il reato di diffamazione sono indispensabili le due seguenti condizioni:
– la consapevolezza di pronunziare o scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione
– la volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone.
– che l’autore della diffamazione: a) comunichi con almeno due persone, b) oppure con una persona sola, ma con modalità tali che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri,
– che egli si rappresenti e voglia tale evento.
Il chiarimento è stato fornito da una recente sentenza della Cassazione [1].
[1] Cass. sent. n. 34178/15 del 5.08.2015.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 10 febbraio – 5 agosto 2015, n. 34178
Presidente Lombardi – Relatore Pezzullo
-con il secondo motivo, i vizi di cui all’art. 606, primo comma, lett. b) ed e) c.p.p., per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione al reato di cui agli artt. 612 c.p., in ordine alla prospettazione di un male ingiusto e per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla possibilità di desumere il contenuto minaccioso delle espressioni utilizzate dalle precedenti funzioni pubbliche esercitate dall’agente in una o in un’altra determinata località; in particolare, il Tribunale ha ritenuto che sia dalla metafora utilizzata dell’imputato, nel rappresentare alla controparte la sua determinazione, se necessario, di agire a sua volta in giudizio, equiparando le liti giudiziarie alle guerre in cui si perde tutti, nessuno escluso, che dai toni complessivamente utilizzati, per essersi l’imputato nella missiva stessa autodefinito quale “famigerato sindaco di Nuoro” si ravvisasse una minaccia nei confronti del B. , ma tale valutazione non appare condivisibile, atteso che lo scritto in questione faceva riferimento alla possibilità di intentare reciprocamente una lite giudiziaria e la minaccia di agire in giudizio non può assumere alcuna rilevanza penale, difettando la prospettazione di un male ingiusto; il requisito della ingiustizia del danno non è, dunque, ravvisabile nell’ipotesi della minaccia di intentare un’azione giudiziaria a tutela dei propri diritti, trattandosi dell’esercizio di un diritto esplicitamente riconosciuto e tutelato dall’ordinamento giuridico; inoltre, la motivazione adottata dal Tribunale di Cagliari nella sentenza impugnata appare censurabile laddove, nel sostenere la valenza minacciosa dei toni utilizzati nella lettera, enuclea quale unico profilo espressivo idoneo ad indurre timore nel destinatario, l’avere l’imputato definito se stesso quale “famigerato sindaco di Nuoro” (o più esattamente, come scritto nella lettera, “famigerato sindaco socialista di Nuoro”), ma a parte la considerazione che tale espressione si riferiva chiaramente a note vicende politiche dell’imputato da sindaco socialista della città di Nuoro, che fu suo malgrado costretto a dimettersi, appare illogico nel ragionamento del Tribunale connotare in termini intrinsecamente minacciosi le frasi di chi rappresenti di avere esercitato una funzione pubblica di primo piano in una determinata città.
1. Va accolto il secondo motivo di ricorso, atteso che nelle espressioni “sarebbe meglio che consigli al suo cliente che venga a patti altrimenti da parte mia e mio malgrado prenderò atto della dichiarazione di guerra quindi, con tutti i morti che si contano alla fine anche se durante ci si fa male tutti, nessuno escluso“, non si ravvisa l’ipotesi di reato della minaccia oggetto di contestazione.
Il prospettare come preferibile una composizione transattiva della controversia al difensore della parte contrapposta (“è meglio che consigli al suo cliente che venga a patti….“), piuttosto che persistere nel giudizio, non pare comportamento univocamente idoneo ad ingenerare timore, sicché possa essere turbata o diminuita la libertà psichica del soggetto passivo (cfr. Cass., sez. 5, 26/11/1984, Montedoro), costituendo la “transazione” uno degli epiloghi “leciti” di una lite. Analoga considerazione deve farsi con riguardo alla prospettazione che dalla mancata transazione potessero derivare conseguenze negative (“con tutti i morti che si contano alla fine anche se durante ci si fa male tutti…“), essendo tali conseguenze connaturate all’incertezza delle sorti del giudizio ed alla soccombenza di una delle parti in lite.
2. Il primo motivo di ricorso, con il quale il C. svolge censure in merito alla configurabilità nella fattispecie in esame del delitto di cui all’art. 595 c.p., per mancanza dell’elemento oggettivo della “comunicazione con più persone” merita accoglimento. La sentenza impugnata ritiene integranti il delitto di cui all’art. 595 c.p. le espressioni utilizzate nella lettera inviata dall’imputato all’avv. P. ed alla medesima p.o., sia per il contenuto offensivo di esse, che per la comunicazione a più persone di tale missiva.
2.2. Quanto, invece, alla comunicazione con più persone, la valutazione del giudice d’appello, secondo cui tale requisito si ricaverebbe dal fatto che “è noto che negli studi professionali vi è la consuetudine di far ricorso al parere dei colleghi per assumere le iniziative più opportune“, non appare convincente.
Premesso, innanzitutto, che nel novero della pluralità delle persone a cui deve essere rivolta la comunicazione idonea ad integrare il delitto di diffamazione deve essere esclusa la p.o., giova evidenziare come questa Corte ha più volte affermato il principio, secondo cui in tema di delitti contro l’onore, l’elemento psicologico della diffamazione consiste non solo nella consapevolezza di pronunziare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone. Pertanto, è necessario che l’autore della diffamazione comunichi con almeno due persone, ovvero con una sola persona, ma con tali modalità che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri ed egli si rappresenti e voglia tale evento (Sez. 5, n. 36602 del 15/07/2010), o, comunque, che la notizia sia destinata, nelle stesse intenzioni del soggetto attivo, ad essere riferita ad almeno un’altra persona che ne abbia successivamente conoscenza.
Nel caso di specie il C. , nella missiva indirizzata all’avv. P. non ha espressamente manifestato la volontà che il contenuto della lettera venisse divulgato ad altri, non potendo ritenersi che il saluto “ai valenti collaboratori” del professionista, in essa contenuto, integrasse implicitamente tale volontà. Neppure può dedursi tale volontà in relazione alla consapevolezza che inoltrando la missiva al difensore del B. , costui l’avrebbe mostrata ad altri professionisti dello studio. Tale eventualità, infatti, essendo lasciata all’esclusiva e discrezionale iniziativa del destinatario, non è perciò solo idonea a dar conto della consapevolezza dell’imputato alla diffusione del contenuto della lettera da parte del ricevente ad altri soggetti.