Source: http://demaniocivico.blogspot.be/2008/11/enfiteusi-di-cui-al-codice-civile.html
Timestamp: 2017-09-26 05:42:09+00:00
Document Index: 27682539

Matched Legal Cases: ['art. 1164', 'art. 1164', 'art. 2116', 'art. 965', 'art. 971', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 963', 'art. 971', 'art. 972', 'art. 970', 'art. 975', 'art. 975', 'art. 957', 'art. 975', 'art. 1078', 'art. 2815']

Coordinamento Regionale per la Basilicata della Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva: Enfiteusi di cui al Codice Civile
L'enfiteusi è un diritto reale di godimento su una proprietà altrui.
Retaggio dell'epoca del feudalesimo, ha trovato regolamentazione nel Codice Civile del 1942 agli articoli 957-977 del libro terzo della proprietà, al fine di incentivare la produttività delle terre grazie all'attività degli agricoltori.
Il diritto del concedente a riscuotere il canone non si estingue per usucapione per il preciso disposto dell’art. 1164 del Codice Civile (interversione del possesso): si può usucapire solo il diritto dell'enfiteuta, mentre il dominio diretto è imprescrittibile; ai sensi dell'art. 1164 del Codice Civile (e prima ancora l'art. 2116 del vecchio Codice Civile abrogato), l'enfiteuta non può usucapire il diritto del concedente; secondo svariate pronunce della Cassazione (4231/76 - 323/73 - 2904/62 - 2100/60 - 177/46), tutte concordi, "l’omesso pagamento del canone, per qualsiasi tempo protratto, non giova a mutarne il titolo del possesso, neppure nel singolare caso sia stata attribuita dalle parti efficacia ricognitiva".
La Legge 16/1974 che prevedeva l'estinzione dei rapporti perpetui reali antecedenti al 28/10/1941 con canone inferiore a Lire 1.000 annue è stata abrogata dal D.L. 112/2008, e comunque la Corte dei Conti ha chiarito con parere 18/2006 che tale norma non era applicabile ai beni comunali.
L'enfiteusi è, fra i diritti reali su cosa altrui, quello di più esteso contenuto, al punto di essere stato considerato nei secoli precedenti come una forma di "piccola proprietà" e secondo la dottrina dominante è il proprietario ad avere un diritto subordinato a quello dell'enfiteuta, (tant'è che tuttora si ritiene che il cosiddetto "dominio utile" spetti all'enfiteuta, a differenza del caso di usufrutto, in cui il dominio utile spetta al nudo proprietario).
L'enfiteuta può disporre del proprio diritto, sia per atto tra vivi, sia per atto di ultima volontà. Per l'alienazione del diritto dell'enfiteuta non è dovuta alcuna prestazione al concedente (art. 965 C.C.).
- enfiteusi su fondo agricolo: la normativa prevede che la misura del canone non può essere sproporzionata rispetto al valore di mercato del bene su cui grava l'enfiteusi e che tale canone sia periodicamente aggiornato mediante l'applicazione di coefficienti di maggiorazione idonei a mantenere adeguata, con una ragionevole approssimazione, la corrispondenza all'effettiva realtà economica. (Corte Costituzionale Sent. 406 del 7 aprile 1988, Sent. 143 del 23 maggio 1997). Proprio in relazione a queste sentenze è stato dichiarato illegittimo il metodo di calcolo che prendeva il reddito dominicale come valore di riferimento, proprio perché obsoleto e non più rispondente agli attuali parametri di mercato (es. Valore Agricolo Medio).
L'affrancazione extragiudiziale, quando enfiteuta e concedente raggiungono l'accordo, è l'acquisto della proprietà da parte dell'enfiteuta mediante il pagamento di una somma pari a quindici volte il canone annuo (art. 971 C.C.). Il diritto di affrancazione è un diritto potestativo dell'enfiteuta: il concedente non può rifiutarsi di prestare il proprio consenso. È infatti vero anche l'inverso, ossia che il concedente non può obbligare il livellario ad affrancare se quest'ultimo intende pagare il canone annuo.
Oltre all'affrancazione extragiudiziale dell'enfiteusi (artt. 971 e segg. e 1350 c.c.), la legge 607/1966 (art. 3) prevede anche l'affrancazione giudiziale dell'enfiteusi se il concedente si rifiuta di aderire alla dichiarazione di affrancazione, tramite ricorso con cui l'enfiteuta si rivolge al giudice al fine di ottenere una sentenza costitutiva che pronuncia l'affrancazione. L''affrancazione giudiziale è disciplinata dalla legge 22 luglio 1966, n. 607 e dalla legge 18 dicembre 1970, n. 1138. Ai sensi dell'art. 2 della legge 607/1966 la domanda di affrancazione giudiziale, qualunque ne sia il valore, si propone con ricorso al Giudice Unico competente per territorio ai sensi dell'art. 21 c.p.c. Il ricorso deve contenere i dati necessari per identificare il ricorrente e la descrizione dell'immobile, l'estensione, la denominazione catastale e almeno tre confini. Al ricorso devono essere allegati: le quietanze e qualsiasi atto relativo alla prestazione e, in mancanza, l'atto di notorietà sulla esistenza della prestazione e sull'importo di essa, nonché il certificato storico catastale delle iscrizioni e trascrizioni riferite all'ultimo ventennio. Il Giudice Unico, con decreto, fissa l'udienza di comparizione personale delle parti (art. 3 legge cit.) ed ordina anche la notifica a chi, in base alla documentazione, risulta interessato (es.: creditore ipotercario). L'art. 10 della legge citata dispone che nel procedimento gli atti sono esenti da bolli, proventi e diritti di ogni specie. Dal 02/06/1999 è competente il Tribunale in composizione monocratica perché sono state soppresse le procure con d.lgs. 51/1998.
1) per decorrenza del termine stabilito nell'atto di costituzione (enfiteusi temporanea);
2) quale conseguenza del perimento totale del fondo (art. 963 cod.civ.);
3) per effetto di qualsiasi contratto avente quale esito quello della riunione o del consolidamento del diritto (vendita dell'enfiteusi al proprietario nudo, vendita o donazione della nuda proprietà all'enfiteuta, etc.);
4) in esito alla rinunzia che l'enfiteuta abbia fatto del proprio diritto, con la correlativa espansione della proprietà;
5) per effetto dell'affrancazione, venendo l'enfiteuta ad acquistare la proprietà piena (art. 971 cod.civ.);
6) in conseguenza del fenomeno inverso rispetto al precedente, vale a dire alla devoluzione, in forza della quale il concedente riacquista la proprietà piena (art. 972 cod.civ.);
7) per prescrizione estintiva connessa alla mancata utilizzazione del diritto da parte dell'enfiteuta per vent'anni (art. 970 cod.civ.);
8) per atti ablativi della pubblica autorità (espropriazione per pubblica utilità). Al termine dell'enfiteusi occorre disciplinare la sorte dei miglioramenti e delle addizioni che l'enfiteuta ha apportato al bene:
- per quanto attiene ai miglioramenti, i quali corrispondono a quelle opere di sistemazione del fondo che, pur in difetto di un'autonoma individualità rispetto ad esso, possiedono una valenza incrementativa del fondo stesso, risulta dovuto all'enfiteuta il rimborso nella misura dell'aumento di valore del fondo per effetto di esso. Il tempo della valutazione del maggior valore del fondo è quello della riconsegna del bene. In ogni caso, se di questi miglioramenti esiste prova in giudizio, l'enfiteuta è titolare del diritto di ritenzione del fondo, fino al totale soddisfacimento del proprio credito (art. 975 cod.civ.); non essendo incluso l'art. 975 cod.civ. fra le norme inderogabili ex art. 957 cod.civ., vi è la possibilità che le parti concordino una differente regolamentazione circa l'indennizzo per i miglioramenti apportati al fondo, potendolo limitare se non addirittura escludere. Cfr. Trifone, Dell'enfiteusi, in Comm. cod. civ., a cura di Scialoja- Branca, Bologna-Roma, 1978, p.147;
- per le addizioni, le quali corrispondono a quelle opere fatte dall'enfiteuta sul fondo che, a differenza dei miglioramenti, sono connotate da una propria individualità (si pensi, ad esempio, ad un capanno per gli attrezzi, una stalla etc.), occorre distinguere. Qualora esse possano essere tolte senza nocumento del fondo, l'enfiteuta vanta il c.d. jus tollendi, potendo per l'appunto levarle. Ciò fatta salva la preferenza del proprietario di ritenerle pagandone il valore al tempo della riconsegna. Se, al contrario, le addizioni non sono separabili senza nocumento, possono essere valutate quali "miglioramento" e come tali vengono trattate (art. 975, ultimo comma, cod.civ. );
- per quanto concerne la sorte dei diritti derivati costituiti dall'enfiteuta nel caso di estinzione del diritto, è il caso di ricordare che le locazioni stipulate sono disciplinate analogamente a quelle concluse dall'usufruttuario (artt. 976 e 999 cod.civ.); di regola tali diritti si estinguono, fatta eccezione delle servitù costituite a favore del fondo, come espressamente stabilisce l'art. 1078 cod.civ. Nel caso in cui l'estinzione avvenga per affrancazione, permarranno anche le servitù passive. Si tenga inoltre presente che, per quanto riguarda le ipoteche concesse sia dall'enfiteuta che dal proprietario, l'art. 2815 cod.civ. pone un'accurata regolamentazione a seconda delle diverse cause d'estinzione dell'enfiteusi.
Bibliografia e approfondimenti: "TRIFONE, Dell'enfiteusi, Bologna-Roma, Comm. Scialoja-Branca, 1978"