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Timestamp: 2019-01-19 19:57:36+00:00
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Patti prematrimoniali, separazione e divorzio: la Cassazione chiarisce
> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Agosto 2015
Lecito l’accordo con cui i coniugi stabiliscono la vendita della casa coniugale a terzi e la spartizione del ricavato in proporzione al denaro da ciascuno dei due investito nell’acquisto e nell’arredo del bene immobile.
Patti patrimoniali: la giurisprudenza ormai allarga la possibilità, per i coniugi, di regolare in anticipo gli effetti di un’eventuale separazione e divorzio. In una sentenza recente [1], la Suprema Corte distingue tra i patti prematrimoniali sottoscritti in vista di una possibile separazione e quelli, invece, destinati a regolare i reciproci rapporti di natura prettamente patrimoniale.
In particolare, la Cassazione ha ritenuto lecito l’accordo con cui i due coniugi si accordano di vendere, in caso di separazione, la casa coniugale (sottraendone quindi l’assegnazione a uno dei due) e stabilendo la divisione del ricavato dalla vendita in proporzione al denaro da ciascuno dei due investito nell’acquisto dell’immobile e del relativo arredo.
La separazione consensuale – si legge in sentenza – è un accordo (di diritto familiare) che ha ad oggetto:
– un contenuto tipico: il consenso a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento (se ne ricorrono i presupposti);
– un contenuto eventuale: l’eventuale regolamento degli ulteriori interessi economici delle parti (per esempio, spese di arredo, ristrutturazione, conti cointestati, acquisto di beni mobili o immobili, ecc.).
Dunque, l’accordo con cui i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori accordi, distinti da quelli che integrano il suo contenuto tipico, senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivano dal matrimonio, ma che costituiscono espressione di libera autonomia contrattuale. Si tratta dell’accordo relativo ai patti che i coniugi concludono per regolare ulteriori interessi economici, nell’ipotesi in cui le loro strade si dividano. Accordi sui quali pesano eventuali spese affrontate, prestiti, conti in comune ecc. Tali accordi sono del tutto leciti, secondo le normali regole del diritto civile dei contratti e purché sempre non ledano diritti inderogabili.
Dunque i coniugi possono concludere accordi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale. Così, in sede di separazione dei coniugi (consensuale, ma anche giudiziale o di divorzio), è ammesso che venga assegnata la casa famigliare in favore dell’altro coniuge e/o sia prevista la clausola istitutiva dell’impegno futuro di vendita dell’immobile adibito a casa coniugale [2].
In sostanza, ben nello stesso atto di separazione possono convivere due tipi di accordi:
– quelli aventi causa concreta nella separazione, volte ad assolvere ai doveri di solidarietà coniugale per il tempo immediatamente successivo alla separazione
– quelli aventi semplice occasione nella separazione, finalizzate a regolare situazioni matrimoniali che non è più interesse delle parti mantenere invariate.
Nello stesso atto di separazione, possono dunque convivere due tipi di patti: quelli che hanno causa concreta nella separazione e «quelli aventi mera occasione nella separazione». I primi finalizzati ad assolvere ai doveri di solidarietà coniugale per il tempo successivo alla separazione, i secondi utili semplicemente a regolare le situazioni patrimoniali che non è più interesse della parti mantenere invariate.
Dei due però solo i primi accordi possono essere modificati successivamente, con l’intervento del giudice, in caso di ricorso per la modifica delle condizioni di separazione, sempre che ovviamente sopravvengano elementi nuovi (come la modifica del reddito di uno dei due coniugi). I secondi resteranno invece immutabili. Per la Suprema corte quando sopraggiunge un fatto nuovo, che modifica la situazione nella quale gli ex si trovavano quando hanno siglato i patti «è possibile la modificazione degli accordi solo con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione personale, ma non per gli autonomi patti, che restano a regolare i reciproci rapporti.
In particolare, l’accordo con cui i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi dell’immobile che è casa familiare, e la divisione tra essi del ricavato, in proporzione del denaro che ciascuno abbia investito nel bene stesso, dà vita a un contratto consentito dal nostro ordinamento.
Nel caso esaminato, come spesso avviene, l’ex moglie, quando la separazione, consensuale, era diventata realtà, non era più d’accordo nel rispettare l’impegno di vendere l’appartamento, benché la coppia non avesse figli. Secondo il giudice d’Appello in effetti quell’accordo poteva essere rivisto. La Cassazione però ha mostrato una diversa opinione.
Non può essere modificato il patto con il quale, in caso di separazione, i coniugi si impegnano a vendere a terzi la casa familiare per dividere il ricavato tra loro in proporzione ai soldi spesi per l’immobile: dal mutuo, agli arredamenti.
[1] Cass. sent. n. 16909/2015.
[2] Cass. sent. n. 24321/2007.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 17 luglio – 19 agosto 2015, n. 16909
Presidente Di Palma – Relatore Nazzicone
La Corte d’appello di Firenze con sentenza del 24 dicembre 2013 ha riformato parzialmente la sentenza del Tribunale della stessa città, revocando la statuizione dichiarativa della perdita di efficacia degli accordi conclusi dalle parti in sede di separazione consensuale e confermandola, invece, quanto alla pronuncia di scioglimento del matrimonio.
La corte d’appello ha ritenuto che le pattuizioni economiche inerenti la separazione fra i coniugi devono inerire o l’assegno di mantenimento, o l’assegnazione della casa familiare, mentre nella specie gli accordi si limitavano a disciplinare, in occasione della separazione, alcuni interessi economici relativi a pregressi rapporti tra le parti, non avendo la moglie chiesto alcunché circa il mantenimento personale, né essendovi luogo all’assegnazione dell’abitazione, in mancanza di figli minori o non autosufficienti conviventi. Per ritenere cessati detti accordi patrimoniali, pertanto, sarebbe occorsa una dichiarazione di volontà concorde dei coniugi.
Per la cassazione di questa sentenza propone ricorso il soccombente, sulla base di tre motivi, illustrati pure da memoria. L’intimata ha depositato il controricorso.
1. — Con il primo motivo, il ricorrente censura l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, 1° comma, n. 5, c.p.c., in quanto: a) ha equivocato circa il tenore degli accordi di separazione, riferendoli ad un “pregresso rapporto” patrimoniale fra i coniugi, mentre da nessuna parte il marito si è riconosciuto debitore della moglie in forza di un mutuo; b) non ha valorizzato il collegamento funzionale tra la rinuncia al mantenimento e gli accordi raggiunti, pur chiaramente posto al punto 7 del ricorso per separazione, ove i coniugi affermano che “con l’ottemperanza di quanto sopra stabilito, i ricorrenti dichiarano di rinunciare … ad ogni forma di mantenimento in quanto entrambi autonomi ed autosufficienti”; c) non ha considerato che la moglie, nell’atto di appello, aveva espressamente chiesto la concessione di un assegno di mantenimento per l’ipotesi in cui fosse privata del diritto di continuare ad abitare la casa coniugale.
Con il secondo motivo, censura la violazione o falsa applicazione degli art. 1362, 1363 e 1366 c.c., avendo la sentenza impugnata obliterato la lettera degli accordi, finendo così per reputarli avulsi dalla separazione stessa e dalla mancata previsione di un assegno, invece diretta conseguenza proprio di quegli accordi, attesa la ricordata espressione di cui al punto 7 di essi, mancando di operare una valutazione non atomistica delle clausole, che avrebbe palesato il risultato solutorio in relazione agli obblighi di mantenimento, ottenuto dalle parti tramite la concessione alla moglie del diritto a continuare (insieme alla madre ed alla nonna) ad abitare l’immobile, in proprietà del marito, sino alla vendita del medesimo, con tutte le spese per utenze ed imposte a carico del marito, e tutto ciò sino alla vendita dell’immobile stesso (non ancora avvenuta), il cui ricavato avrebbe dovuto andare per un terzo a favore della moglie.
Con il terzo motivo, censura la violazione e la falsa applicazione degli art. 4 e 5 della legge n. 898 del 1970, avendo l’assegno divorzile funzione diversa da quello in favore del coniuge separato, onde il giudice del merito avrebbe dovuto procedere a verificare i presupposti del secondo, e non considerare fermi gli accordi assunti solo in sede di separazione.
2. – I tre motivi, che possono essere unitariamente considerati per la loro intima connessione, sono fondati.
Questa Corte ha da tempo affermato (Cass. 12 settembre 1997, n. 9034; 15 maggio 1997, n. 4306; più di recente, v. Cass. 22 novembre 2007, n. 24321; 17 giugno 2004, n. 11342; 23 marzo 2004, n. 5741) che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, non direttamente collegato al precedente matrimonio, ma costituito dalle pattuizioni che i coniugi intendono concludere in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, a seconda della situazione pregressa e concernenti le altre statuizioni economiche.
Pertanto, l’accordo mediante il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori pattuizioni, distinte da quelle che integrano il suo contenuto tipico predetto e che ad esso non sono immediatamente riferibili: si tratta di quegli accordi che sono ricollegati, si potrebbe dire, in via soltanto estrinseca con il patto principale, relativi a negozi i quali, pur trovando la, loro occasione nella separazione consensuale, no hanno causa in essa, risultando semplicemente assunt “in occasione” della separazione medesima, senz dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivan dal perdurante matrimonio, ma costituendo espression di libera autonomia contrattuale (nel senso ch servono a costituire, modificare od estinguer rapporti giuridici patrimoniali: art. 1321 c.c.), a fine di regolare in modo tendenzialmente complet tutti i pregressi rapporti, e che sono del tutti leciti, secondo le ordinarie regole civilistiche negoziali e purché non ledano diritti inderogabili.
Dunque, i coniugi possono concludere accordi nel quadro della complessiva regolamentazione dei lori rapporti in sede di separazione consensuale.
Si è chiarito così che, in sede di separazioni personale dei coniugi (consensuale, ma anche giudiziale o di divorzio), è ammesso che venga sii assegnata la casa familiare in favore dell’altrc coniuge, sia prevista la clausola istitutivi dell’impegno futuro di vendita dell’immobile adibito i casa coniugale (Cass. 22 novembre 2007, n. 24321, citata).
In sostanza, ben possono allora dette pattuizioni – quelle aventi causa concreta e quelle aventi mera occasione nella separazione, le prime volte ad assolvere ai doveri di solidarietà coniugale per il tempo immediatamente successivo alle separazione e le seconde finalizzate semplicemente a regolare situazioni patrimoniali che non è piì interesse delle parti mantenere invariate – convivere nello stesso atto: esse si configurano come del tuttc autonome e riguardano profili fra di loro pienamente compatibili, sebbene diverso ne sarà il trattamento allorché una delle parti ne chieda la modifica o la conferma, in sede di ricorso ad hoc ex art_ 710 c.p.c. o in sede di divorzio. In caso di sopravvenienza di un quid novi, modificativo della situazione in relazione alla quale gli accordi erano stati stipulati, infatti, è possibile la modificazione degli accordi solo con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione personale, ma non per gli autonomi patti, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c.
In particolare, l’accordo mediante il quale i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi del bene immobile (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare) e l’attribuzione del ricavato pro parte a ciascun coniuge, in proporzione del denaro che abbia investito nel bene stesso, dà vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 1322 c.c., è caratterizzato da una propria causa, rispondendo ad un originario spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali a pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale.
Occorre, dunque, che il giudice del merito, nell’ambito dell’accordo destinato a disciplinare la separazione consensuale, valuti, alla stregua di un’indagine ermeneutica guidata dagli art. 1362 e seguenti c.c., se vi sia inserita anche una convenzione avente una sua autonomia.
Nella specie, risulta che le parti stabilirono una serie di regole di futura condotta, menzionate in ricorso – comprendenti, da una parte, la vendita dell’immobile, già casa coniugale e di proprietà del marito, a terzi, al fine di restituire un terzo del ricavato alla moglie; dall’altra parte, l’attribuzione alla moglie del diritto a continuare ad abitare l’immobile, insieme alle proprie madre e nonna, sino alla menzionata vendita del bene, con obbligo del marito di pagare una percentuale del mutuo contratto a suo tempo dalla moglie per soprelevare il bene, nonché tutte le utenze e le imposte sino alla vendita medesima con restituzione della somma ricevuta (vendita evidentemente programmata a breve, ma che le parti affermano come non ancora avvenuta), ed altro.
La sentenza impugnata non ha fatto però corretta applicazione dei principi esposti, avendo affermato che gli accordi aventi causa nella separazione devono necessariamente riguardare l’abitazione familiare o l’assegno di mantenimento, senza considerare, inoltre, che quest’ultimo può essere sostituito da altre forme di contribuzione, né che nel medesimo accordo possono convivere, come sopra esposto, obblighi sostitutivi dell’assegno del mantenimento (da riconsiderare eventualmente in sede di divorzio) con la regolamentazione di pregressi rapporti patrimoniali (immodificabili nelle forme proprie dei primi).
3. – Il ricorso va dunque accolto e la sentenza impugnata cassata, con rinvio innanzi alla Corte d’appello di Firenze, perché, in diversa composizione, applichi il principio enunciato al caso concreto, riesaminando nel merito il materiale istruttorio acquisito, ed in particolare l’accordo di separazione consensuale, distinguendo quali patti abbiano causa concreta nella medesima e nei doveri di solidarietà familiari, e quali trovino in essa mera occasione mirando a riequilibrare la reciproca situazione patrimoniale in ragione di pregresse dazioni di denaro effettuate ad un coniuge in favore dell’altro; alla corte del merito si demanda, altresì, la liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia innanzi alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, cui demanda anche la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.