Source: http://www.troccolo.it/diritto/diritto-civile-vademecum/successioni-per-causa-di-morte/
Timestamp: 2018-11-15 21:17:12+00:00
Document Index: 102691117

Matched Legal Cases: ['art. 456', 'art. 22', 'art. 456', 'art. 458', 'art. 462', 'art. 692', 'art. 467', 'art. 468', 'art. 468', 'art. 469', 'art. 468', 'art. 467', 'art. 522', 'art. 476', 'art. 477', 'art. 481', 'art. 487', 'art. 485', 'art. 458', 'art. 42', 'art. 586', 'art. 587', 'art. 649', 'art. 2', 'art. 599', 'art. 602', 'art. 603', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 606', 'art. 428', 'art. 624', 'art. 624', 'art. 625', 'art. 1727', 'art. 749', 'art. 703', 'art. 703', 'art. 749', 'art. 703', 'art. 747', 'art. 733', 'art. 662', 'art. 671', 'art. 1173', 'art. 661', 'art. 752', 'art. 754', 'art. 1295', 'art. 752', 'art. 754', 'art. 752', 'art. 36', 'art. 732', 'art. 732', 'art. 761', 'art. 763', 'art. 764', 'art. 764', 'art. 764', 'art. 1970', 'art. 713', 'art. 729', 'art. 718', 'art. 720', 'art. 733', 'art. 757', 'art. 737', 'art. 737', 'art. 742', 'art. 738', 'art. 746', 'art. 750', 'art. 751', 'art. 724']

Successioni per causa di morte | www.troccolo.it
CONCETTO E PRESUPPOSTI DELLA SUCCESSIONE PER CAUSA DI MORTE
Con “successione mortis causa” si intende quel fenomeno per cui ad un soggetto di rapporti giuridico-patrimoniali si sostituisce o subentra un altro (o più altri), lasciando quasi del tutto inalterati, nell’ordinamento giuridico, i rapporti che facevano capo al soggetto originario: si realizza così un mutamento soltanto soggettivo nella compagine dei rapporti trasferiti per successione.
Formano oggetto di successione soltanto:
i rapporti patrimoniali di natura reale e le relative azioni;
i rapporti patrimoniali personali (diritti di credito);
i rapporti inerenti all’azienda;
i contratti in corso di esecuzione.
Tutti i rapporti non patrimoniali si estinguono con la morte del titolare.
EREDITA’ E LEGATO
L’insieme dei rapporti patrimoniali trasmissibili facenti capo al “de cuius” al momento della sua morte costituisce la sua “eredità”. La successione mortis causa può avvenire “a titolo universale” (erede) o a “titolo particolare” (legatario).
Si ha successione a titolo universale quando un soggetto succede indistintamente nell’universalità o in una quota di beni da solo o in concorso con altre persone.
Si ha successione a titolo particolare quando un soggetto succede in uno o più determinati diritti reali o in uno o più rapporti determinati, che non vengono considerati come quota dell’intero patrimonio.
continuazione nel possesso: l’erede succede nel possesso che continua con gli stessi caratteri che aveva verso il defunto; il legatario ha solo “l’accessio possessionis”;
responsabilità per debiti ereditari: l’erede risponde dei debiti del defunto anche con i propri beni (confusione fra patrimonio del defunto e quello dell’erede); il legatario non è tenuto a pagare i debiti ereditari;
modo di acquisto: l’erede deve accettare l’eredità; il legatario acquista il legato “ipso iure” salvo la possibilità di rinunciare;
azioni a tutela dei rispettivi diritti: all’erede è concessa la “hereditatis petitio” per ottenere la restituzione dei beni ereditari posseduti da altri; al legatario competono, invece, solo le azioni personali relative al bene legato;
successione nel processo: solo l’erede, e non il legatario, può subentrare nel processo già instaurato dal de cuius;
apposizione del termine: il temine non è apponibile nelle disposizioni a titolo universale; il diritto del legatario può invece essere limitato nel tempo;
necessità o meno del fenomeno successorio: la successione universale è un fenomeno necessario, la successione a titolo particolare, solo eventuale.
La successione si apre al momento della morte del de cuius nel luogo in cui il defunto aveva l’ultimo domicilio (art. 456).
Cass. civ. La determinazione della competenza per territorio nelle cause ereditarie va stabilita, ex art. 22 cod. proc. civ. e art. 456 cod. civ., con riferimento al luogo dell’apertura della successione, e cioè in base alla località in cui il “de cuius” aveva al momento della morte l’ultimo domicilio, intendendosi con tale locuzione il luogo in cui il soggetto ha stabilito il centro principale dei propri affari ed interessi, ossia la generalità dei rapporti (sia economici che morali, sociali e familiari) desunta alla stregua di tutti quegli elementi di fatto che, direttamente o indirettamente, denuncino la presenza in un luogo determinato di tale complesso di rapporti ed il carattere principale che esso ha nella vita della persona. Sez. II, sent. n. 8371 del 14-11-1987, Ceschina c. Ceschina (rv 455931).
La vocazione indica il fenomeno della chiamata all’eredità. Può considerarsi il fondamento del fenomeno successorio, il titolo in base al quale si succede. Può aversi vocazione:
attraverso volontà del defunto manifestata a mezzo di testamento;
attraverso la volontà della legge.
Tassatività ed efficacia dei titoli di devoluzione
Cass. civ. Nelle successioni “mortis causa” il titolo di trasferimento dei beni va ricercato esclusivamente nella legge o nelle disposizioni testamentarie, sicché altri eventuali atti o documenti, anche se utilizzabili per finalità diverse, come quella della ricostruzione dell’asse ereditario, non valgono ai fini dell’attribuzione dei beni all’uno o all’altro dei successori. (Nella specie, la C.S. ha confermato la decisione del merito che aveva affermato che la denunzia di successione, essendo un atto di natura esclusivamente fiscale, è del tutto inidonea ad operare il trapasso di beni ereditari). Sez. II, sent. n. 6400 del 06-12-1984, Rosini c. Capomagi (rv 437974).
La vocazione non va confusa con la designazione di colui che dovrà succedere. La designazione acquista valore giuridico solo con l’apertura della successione.
La delazione indica il fenomeno dell’offerta del patrimonio ereditario ad un soggetto, al quale spetta, pertanto, il diritto di accettare l’eredità.
Oltre alla delazione c.d. ordinaria possiamo avere altre forme:
delazione successiva: nel caso di sostituzione fedecommissaria, perché l’eredità si devolve al sostituito non al momento dell’apertura della successione, ma alla morte dell’istituito;
delazione solidale: quando fra i coeredi vi è diritto di accrescimento;
delazione condizionata: quando è differita al momento del verificarsi della condizione;
delazione indiretta: nel caso di successione “per rappresentazione”, in cui un soggetto subentra nel luogo e nel grado di un altro soggetto.
Il legislatore ha escluso la validità di una volontà avente per oggetto rapporti di future successioni, manifestata fuori dal testamento, vietando i c.d. patti successori.
I patti successori possono distinguersi in:
patti istitutivi: sono i contratti successori con cui il de cuius dispone della propria successione;
patti dispositivi: sono gli atti con cui un soggetto dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta;
patti rinunziativi: sono i negozi con i quali un soggetto rinuncia ai diritti che gli possono spettare su una futura successione.
Affinché un negozio assuma la fisionomia del patto successorio vietato dalla legge, debbono ricorrere le seguenti condizioni:
esistenza di un negozio giuridico di testamento;
considerazione del bene o del diritto oggetto del negozio come entità di una futura successione.
Il chiamato all’eredità gode di una particolare posizione che gli conferisce:
la legittimazione all’esercizio delle azioni possessorie senza necessità della materiale apprensione dei beni;
la legittimazione a compiere atti conservativi o cautelari;
la legittimazione, dopo l’autorizzazione giudiziaria, a vendere beni ereditari inconservabili.
Contenuto e accertamento del patto
Cass. civ. In tema di patti successori, per stabilire se una determinata pattuizione ricada sotto la comminatoria di nullità di cui all’art. 458 cod. civ. occorre accertare: 1) se il vincolo giuridico con essa creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2) se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati considerati dai contraenti come entità della futura successione o debbano comunque essere compresi nella stessa; 3) se il promittente abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria successione, privandosi, così dello “ius poenitendi”; 4) se l’acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla successione stessa; 5) se il convenuto trasferimento, dal promittente al promissario, debba aver luogo “mortis causa”, ossia a titolo di eredità o di legato. Sez. II, sent. n. 1683 del 16-02-1995, Lolli c. Baldassarri (rv 490468).
Con la morte del “de cuius”, il chiamato all’eredità non acquista “ipso iure” la qualità di erede, stante la necessità di una manifestazione di volontà diretta in tal senso: quindi fra la morte del “de cuius” e l’eventuale accettazione può intercorrere del tempo durante il quale il patrimonio del defunto si trova sprovvisto di un titolare.
Per evitare che il patrimonio del defunto rimanga abbandonato a se stesso e resti privo di tutela giuridica, è predisposto l’istituto dell’eredità giacente, che prevede la nomina di un curatore da parte dell’autorità giudiziaria con il compito di curare gli interessi dell’eredità fino al momento in cui quest’ultima non venga accettata o, in mancanza dell’accettazione, non sia devoluta allo Stato. I presupposti della fattispecie di giacenza, pertanto, sono:
la nomina del curatore che rappresenta l’inizio della “giacenza”.
LA CAPACITA’ E L’INDEGNITA’
La capacità di succedere è l’attitudine a subentrare nella titolarità dei rapporti giuridici di cui era titolare il “de cuius”. L’art. 462 stabilisce il principio generale che è capace di succedere chi sia nato al momento in cui si apre la successione.
La capacità di succedere delle persone fisiche
Sono capaci di succedere tutte le persone fisiche nate o almeno concepite, al momento dell’apertura della successione.
Sono incapaci di ricevere:
tutti coloro che non sono ancora nati o per lo meno concepiti al tempo dell’apertura della successione;
il tutore o il produttore del testatore;
il notaio o altro ufficiale che ha ricevuto il testamento pubblico e i testimoni e l’interprete intervenuti;
la persona che ha scritto il testamento segreto, salvo che le disposizioni fatte in suo favore siano approvate di mano dal testatore;
il notaio che ha redatto al scheda del testamento segreto o a cui il testamento segreto è stato consegnato in plico non sigillato.
La capacità di succedere delle persone giuridiche
Le persone giuridiche per poter succedere per testamento necessitano della prescritta autorizzazione governativa. In particolare possono succedere:
gli enti riconosciuti;
gli enti non riconosciuti: la disposizione testamentaria in loro favore è valida ma la sua efficacia è sospesa fino all’ottenimento del riconoscimento da parte dell’ente in questione;
Sottoscrizione del curatore del nascituro: fattispecie
Cass. civ. L’atto di divisione dei beni ereditari compiuto da coeredi e legatari che rinuncino a far valere il testamento, non deve essere sottoscritto anche dal curatore del nascituro, a cui favore il testatore abbia disposto un legato, giacché gli interessi del nascituro non possono essere lesi da un atto che non incide sull’acquisto dei beni, verificandosi quest’ultimo soltanto con l’avveramento della condizione sospensiva alla quale è subordinata l’efficacia del legato. Sez. II, sent. n. 4469 del 07-07-1988, Spitaleri c. Spitaleri (rv 459434).
L’indegnità opera come causa di esclusione dalla successione, che spiega i suoi effetti solo dal momento della pronuncia del giudice. I casi di indegnità sono i seguenti:
gli attentati alla persona fisica del “de cuius”;
gli attentati alla integrità morale del “de cuius”;
gli attentati alla libertà di testare del “de cuius”.
L’indegnità produce i seguenti effetti:
impossibilità per l’indegno di adire efficacemente l’eredità qualora l’indegnità sia stata già accertata al momento dell’apertura della successione;
l’obbligo di restituire l’eredità, i frutti e la perdita del diritto di usufrutto legale e di amministrazione dei beni provenienti ai suoi figli da quella successione in via di rappresentazione qualora l’indegnità sia accertata in seguito.
La persona offesa può tuttavia riabilitare l’indegno.
SOSTITUZIONI TESTAMENTARIE, RAPPRESENTAZIONE E ACCRESCIMENTO
La sostituzione ordinaria si ha quando il testatore, prevedendo il caso che il chiamato non possa o non voglia accettare l’eredità o il legato, designi al suo posto un’altra persona.
Il sostituto subentra nella posizione che avrebbe avuto l’istituito, se avesse accettato, con tutti gli obblighi ad essa inerenti.
Si ha sostituzione fedecommissaria quando, nel testamento, il testatore impone all’erede o al legatario l’obbligo di conservare i beni, affinché alla sua morte tali beni possano automaticamente passare ad un’altra persona indicata dal testatore medesimo.
la sostituzione fedecommissaria ha perduto nella società moderna la centrale importanza che aveva in tempi passati. Essa è sopravvissuta, inoltre, entro i limiti assai angusti, fino a mutare profondamente, con la riforma del 1975, la stessa originaria funzione. In epoca anteriore alla rivoluzione industriale il fedecommesso era lo strumento mediante il quale le famiglie nobiliari perpetuavano nel tempo lo splendore e la potenza del casato, concorrendo in questa funzione con i principi della successione agnatizia e del maggiorasco. Si istituiva erede il proprio figlio (maschio e primogenito) o, in mancanza, il proprio fratello, ordinandogli di conservare il patrimonio ereditario e di lasciarlo, alla propria morte, al proprio figlio, che a sua volta avrebbe dovuto conservarlo e lasciarlo al proprio figlio, e così via in perpetuo. Già nel corso del Settecento le sostituzioni fedecommissarie perpetue vennero soppresse: esse contrastavano con le esigenze di libera circolazione e di proficuo sfruttamento della ricchezza. Le codificazioni moderne ammisero solo i fedecommessi che vincolavano il patrimonio familiare per una generazione; e così fu da noi fino alla riforma del 1975. Bisogna però dire che risultati analoghi a quelli che in antico si perseguivano con i fedecommessi vengono realizzati, nell’odierna società industriale, con lo strumento della fondazione. Accade nei paesi, come gli Stati Uniti o la Germania, dove non è richiesto che la fondazione persegua scopi di pubblica utilità e si ritiene ammissibile una fondazione che gestisca un’impresa per devolverne gli utili al fondatore finché questi è in vita e, successivamente, ai suoi eredi. Si può cosi` assecondare il riprodursi, nei termini della moderna società industriale, di un fenomeno che nelle sue origini, legate ad un’economia fondiaria, aveva assunto le forme del fedecommesso: come questo aveva la funzione di perpetuare nel tempo il nome e lo splendore di determinati casati, così la fondazione assolve l’analoga funzione di perpetuare la potenza industriale di determinate famiglie, consentendo ai discendenti di disporre degli utili dell’impresa, ma impedendo loro di disporre dell’azienda, che resta in perpetuo entro la famiglia. Per l’art. 692 c.c. la sostituzione fedecommissaria si riduce a questo: gli ascendenti o il coniuge di un interdetto possono istituire erede l’interdetto con l’obbligo di conservare il patrimonio ereditario e di restituirlo, alla sua morte, alla persona o all’ente che si è preso cura di lui. La designazione di questa persona o ente come erede sostituito dell’erede istituito assume così una funzione rimuneratoria della cura che la persona o l’ente si è presa dell’interdetto. Si noti che la sostituzione può comprendere i beni anche costituenti la quota legittima, con esclusione perciò dei diritti del legittimario dell’interdetto.
La rappresentazione è l’istituto in forza del quale i discendenti subentrano nel luogo e nel grado del loro ascendente in tutti i casi in cui questi non può o non vuole accettare l’eredità o il legato del “de cuius”.
Presupposti della rappresentazione sono:
la chiamata a succedere di un soggetto che non voglia o non possa accettare;
nel caso di successione testamentaria, la mancanza di disposizioni sostitutive che prevalgono sulla rappresentazione
Si ha successione per rappresentazione nel caso in cui una persona, che per testamento o per legge sia chiamata a succedere a un’altra non voglia o non possa succedere:
non voglia: cioè non accetti l’eredità o vi rinunci;
non possa: cioè muoia prima dell’apertura della successione o sia indegna di succedere o sia decaduta dal diritto di accettare a norma degli artt. 481 e 487, comma 3.
La rappresentazione fa subentrare i discendenti, legittimi o naturali, alla persona che non possa o non voglia succedere (art. 467 c.c.): se un figlio, ad esempio, è premorto al padre, nella successione di questo concorreranno con gli altri suoi figli i discendenti del figlio premorto, ai quali andrà la quota che sarebbe spettata al loro discendente.
Ha luogo:
a) in linea retta, a favore dei figli legittimi, legittimati, adottivi e naturali;
b) in linea collaterale, solo a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto (art. 468, comma 1);
ed ha luogo, in entrambi i casi, all’infinito (se, nell’esempio precedente, anche i figli del figlio fossero morti, succederebbero i nipoti), indipendentemente dal fatto che sia disuguale il grado dei discendenti (concorso di figli con nipoti, di nipoti con pronipoti) o il loro numero per ciascuna stirpe (ad esempio, un nipote di una stirpe concorre con dieci nipoti di un’altra stirpe). L’art. 468 c.c. parla di discendenti; ma tali non sono solo i discendenti di sangue; tali sono anche i figli adottivi, equiparati ai figli legittimi a tutti gli effetti successori (artt. 536, comma 2, 567, comma 1). La divisione dell’eredità si fa per stirpi, non per capi: i nipoti dell’ereditando, anche se sono dieci, riceveranno complessivamente solo la quota di eredità che sarebbe spettata al loro ascendente che non ha voluto o potuto accettare, e perciò riceveranno individualmente solo un decimo di quanto riceve il figlio dell’ereditando (art. 469 c.c.). Il successore che non può o non vuole succedere prende il nome di rappresentato; chi assume il suo posto nella successione è il rappresentante. Questi ha un proprio diritto a succedere, non già come erede del rappresentato: perciò, succede per rappresentazione anche se fosse incapace o indegno di succedere al rappresentato o avesse rinunciato all’eredità di questo (art. 468, comma 2). Quando mancano i presupposti della successione per rappresentazione, può avere luogo l’accrescimento, e la quota rimasta vacante andrà a coloro che avrebbero concorso con l’erede mancante. Ma neppure la rappresentazione ha luogo nella successione testamentaria quando il testatore abbia provveduto per il caso in cui l’istituto non possa o non voglia accettare (art. 467, comma 2). Perciò la sostituzione testamentaria prevale sulla rappresentazione e questa prevale sull’accrescimento.
E’ previsto per il caso in cui un chiamato a seguito di successione testamentaria non possa o non voglia accettare l’eredità: in tal caso la parte del patrimonio ereditario offerta al chiamato si accresce agli altri eredi (o agli altri collegatari se si tratta di successione a titolo particolare ). L’operatività dell’accrescimento è subordinata ad una serie di presupposti:
1. si ha solo quando non si possono realizzare, l’uno subordinatamente alla inoperatività dell’altro, la successione nel diritto di accettazione dell’eredità, la sostituzione, la rappresentazione;
2. si verifica solo se più persone sono state istituite eredi con uno stesso testamento nell’universalità dei beni, senza determinazione di quote o di parti uguali, o in una stessa quota (in quest’ultimo caso pero` l’accrescimento si verifica solo a favore degli eredi istituiti nella medesima quota);
3. nel caso di successione a titolo particolare l’accrescimento a favore dei collegatari si verifica se ad essi è stato legato lo stesso oggetto;
4. non e` possibile l’accrescimento, se, nonostante la ricorrenza dei presupposti di cui ai numeri 1 e 2, il testatore ha escluso l’accrescimento.
L’accrescimento opera di diritto. Non essendovi i presupposti per l’accrescimento, si farà luogo alla successione legittima, per quanto concerne la successione a titolo universale, mentre la porzione del legatario mancante, nella successione a titolo particolare, viene acquistata dall’onerato. Un fenomeno analogo può verificarsi anche nella successione legittima: ai sensi dell’art. 522, la parte di colui che rinunzia, si accresce a coloro che avrebbero concorso con il rinunziante, salvo diritto di rappresentazione.
L’ACQUISTO DELL’EREDITA’ E LA RINUNCIA
Presupposto necessario all’acquisto dell’eredità è l’esistenza della delazione a favore del chiamato. Possono acquistare l’eredità al momento dell’apertura della successione solo coloro i quali sono delati immediatamente. Il diritto di accettare l’eredità è, invece, differito ad un momento successivo quando al momento dell’apertura della successione la delazione non è ancora “attuale”: si pensi ai chiamati sotto condizione sospensiva, ai nascituri, ai chiamati ulteriori, al sostituito nella delazione ordinaria ed in quella fedecommissaria.
Diritto di accettazione è il diritto del chiamato di acquistare l’eredità: esercitando tale diritto il semplice chiamato si trasforma in erede. Si tratta di un diritto potestativo di natura personale con conseguenze patrimoniali.
L’accettazione: nozione e natura giuridica
L’accettazione consiste nell’atto giuridico mediante il quale il chiamato all’eredità acquista l’eredità conseguendo la qualità di erede. Gli effetti dell’acquisto retroagiscono al momento dell’apertura della successione.
Effetti dell’accettazione:
- tutela giudiziale di crediti di lavoro Cass. civ. Anche con riguardo a crediti di lavoro del “de cuius” in caso di successione legittima, non è necessario altro titolo, per la vocazione ereditaria, che la qualità di erede legittimo (da provarsi documentalmente mediante gli atti dello stato civile), mentre l’accettazione anche tacita dell’eredità, la quale può risultare dalla stessa proposizione dell’azione in veste di erede, è titolo necessario e sufficiente per la proponibilità di azioni fondate su tale qualità, e così per ottenere il pagamento dei detti crediti del “de cuius”, restando priva di rilievo, allo stesso fine, la mancata produzione della denuncia di successione, che è atto prettamente fiscale. Sez. Lav., sent. n. 5793 del 02-07-1987, Trovato c. Marzullo (rv 454186).
Tipi e forma dell’accettazione
L’accettazione può essere pura e semplice o con beneficio d’inventario. L’accettazione pura e semplice può essere espressa o tacita. Ricorre la prima ipotesi quando il chiamato emette una dichiarazione espressa di volontà diretta ad acquistare l’eredità . E’ un atto giuridico unilaterale (in quanto emesso soltanto dal chiamato), non recettizio (in quanto non deve essere né notificato né comunicato perché produca i suoi effetti) ed irrevocabile. La dichiarazione deve essere resa nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata; non può essere sottoposta a condizione o a termine, né può darsi un’accettazione parziale. Si ha accettazione tacita, ai sensi dell’art. 476 c.c., quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di compiere se non nella qualità di erede. Sono considerate in ogni caso forme di accettazione tacita la donazione, la vendita o la cessione che il chiamato all’eredità faccia dei suoi diritti di successione a un estraneo o a tutti gli altri chiamati o ad alcuno di questi (art. 477 c.c.). Altre fattispecie considerate come forma di accettazione tacita:
pagamento di debiti ereditari mediante danaro prelevato dall’asse;
atti dispositivi di beni ereditari;
protesto di effetti cambiari rilasciati al defunto da terzi;
esercizio dell’azione di risoluzione di un contratto stipulato dal “de cuius”;
conferimento di un mandato a compiere tutti gli atti relativi all’amministrazione dei beni ereditari;
conferimento ad un procuratore del potere di agire come erede in rappresentanza del chiamato;
esercizio dell’azione di riduzione;
impugnazione di disposizioni testamentarie;
ricorso contro l’accertamento relativo all’imposta di successione;
proposta di contratto relativa ai beni ereditari;
domanda giudiziale di divisione ereditaria;
riscossione del rateo di stipendio, pensione od altre somme spettanti al de cuius.
pagamento di un debito del de cuius che il chiamato effettui con danaro proprio;
consegna di beni ereditari da parte del chiamato all’esecutore testamentario;
continuazione del godimento dei mobili del de cuius convivente dopo aver rinunciato all’eredità;
comportamenti relativi a cose di minima importanza;
possesso di beni ereditari;
compimento di atti di amministrazione temporanea;
richiesta di sequestro;
proposizione di querela per appropriazione indebita di beni compresi nell’asse ereditario;
registrazione e trascrizione del testamento del de cuius;
L’accettazione può essere impugnata per violenza o per dolo, per errore ostativo, ma non per errore motivo. I chiamati minori, interdetti, inabilitati o emancipati, e le persone giuridiche diverse dalla società , se intendono accettare l’eredità , devono necessariamente farlo mediante beneficio d’inventario. In mancanza l’accettazione è nulla. Il diritto di accettare si prescrive nel termine di dieci anni dall’apertura della successione, e, nel caso di istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione. Ai sensi dell’art. 481 c.c. chiunque vi ha interesse può chiedere che l’autorità giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare. La norma prevede un’ipotesi di decadenza dal diritto di accettare nei confronti del chiamato inerte. Altra ipotesi di decadenza è prevista dall’art. 487, comma 3: quella del chiamato all’eredità che non è nel possesso dei beni ereditari, abbia fatto l’inventario senza porre in essere, nei quaranta giorni successivi alla sua compilazione, la dichiarazione di accettazione con beneficio di inventario. Sussistono fattispecie di acquisto dell’eredità senza accettazione:
tali sono il possesso dei beni ereditari da parte del chiamato che faccia infruttuosamente decorrere il termine per il compimento dell’inventario o per la dichiarazione con beneficio di inventario (art. 485 c.c.);
la sottrazione di beni ereditari o il loro nascondimento da parte del chiamato;
l’acquisto dell’eredità da parte dello Stato in mancanza di altri successibili.
L’accettazione con beneficio d’inventario ricorre quando l’erede impedisce la confusione tra il suo patrimonio e quello del “de cuius”, circoscrivendo le conseguenze economiche di una successione onerosa.
L’accettazione beneficiata è una facoltà per ogni chiamato, nonostante eventuali divieti del testatore. Costituisce, anzi, un obbligo indefettibile per alcuni soggetti determinati dalla legge:
La legge richiede una forma solenne: occorre una dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere della pretura del mandamento in cui si è aperta la successione, sottoposta ad un regime di pubblicità-notizia.
Per quanto riguarda i termini occorre distinguere:
se il chiamato è nel possesso dei beni ereditari, deve compiere il loro inventario entro tre mesi dall’apertura della successione e deve decidere se accettare o rinunziare nei quaranta giorni successivi: se questi termini non sono rispettati, il chiamato è considerato erede puro e semplice.
se il chiamato non è nel possesso dei beni ereditari, può accettare con beneficio finché non sia prescritto il diritto di accettazione.
Infine, nei seguenti casi si ha la decadenza dal beneficio d’inventario:
omissioni o inclusioni dolose nell’inventario;
La separazione del patrimonio del defunto da quello dell’erede costituisce un rimedio predisposto dal legislatore a tutela dei creditori del defunto e dei legatari (soggetti legittimati a chiederla).
L’effetto della separazione è l’attribuzione di una ragione di preferenza nel soddisfacimento sui beni ereditari, a favore dei creditori e legatari separatisti, nei confronti dei creditori dell’erede e dei creditori e legatari non separatisti.
Le azioni a tutela dell’erede: l’azione di petizione ereditaria
La petizione di eredità è l’azione con cui l’erede chiede il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possieda tutti o parte dei beni ereditari, a titolo di erede o senza titolo alcuno, allo scopo di ottenere la restituzione dei beni stessi.
l’accettazione dell’eredità da parte dell’erede;
il possesso da parte di un terzo dei beni ereditari.
Altre azioni a tutela dell’erede
L’erede può altresì esercitare:
azioni possessorie (a prescindere dall’effettivo impossessamento dei beni);
azioni cautelari;
eventuali azioni in precedenza spettanti al “de cuius”, poste a tutela dei singoli diritti costituenti l’asse ereditario.
La tutela dei diritti del terzo nella successione: gli acquisti dell’erede apparente
Erede apparente è colui che, in base a qualche indizio oggettivo attendibile è apparso in veste di erede ad un terzo, il quale sia entrato in rapporti giuridici con lui.
L’azione di petizione intentata dall’erede effettivo può essere esercitata anche contro gli aventi causa dall’erede apparente salvo i casi in cui:
si tratti di convenzioni a titolo oneroso;
il terzo sia in buona fede (e il terzo ha l’onere di provarla);
anteriorità della trascrizione dell’acquisto a titolo di erede e dell’acquisto dall’erede apparente nei confronti della trascrizione dell’acquisto da parte dell’erede effettivo.
La rinuncia all’eredità è un negozio unilaterale tra vivi, non recettizio, con il quale il chiamato dichiara di non voler acquistare l’eredità. Con quest’atto egli fa cessare gli effetti della delazione verificatasi nei suoi confronti a seguito dell’apertura della successione e rimane, pertanto, completamente estraneo alla stessa, con la conseguenza che nessun creditore potrà rivolgersi a lui per il pagamento di debiti ereditari, né egli potrà esercitare alcuna azione ereditaria o acquisire alcun bene dell’asse.
Con la rinuncia all’eredità, il chiamato non dismette la titolarità di alcun rapporto, ma anzi rifiuta di acquisirla; la rinuncia va qualificata, pertanto, come abdicativa (si abdica alla qualità di chiamato, non di erede).
la rinuncia può farsi validamente solo in un momento successivo all’apertura della successione, stante il limite dell’art. 458 sul divieto dei patti successori;
è un atto solenne dovendo risultare da una dichiarazione resa dal chiamato ad un notaio o al cancelliere della Pretura territorialmente competente ed inserita nel registro delle successioni;
è invalida se fatta sotto condizione o a termine;
non può essere parziale.
La rinuncia è revocabile, purché non sia decorso il termine di prescrizione del diritto e non vi sia stata accettazione da parte di altri eredi.
La successione legittima ha luogo se l’ereditando non aveva fatto testamento, ovvero nel caso in cui, pur esistendo un testamento dell’ereditando, esso sia in tutto o in parte inefficace, ovvero, pur essendo efficace, disponga solo di parte del patrimonio ereditario o contenga solo disposizioni a titolo particolare.
In caso di successione legittima detta anche intestata, l’eredità si devolve ai parenti del de cuius indicati dalla legge e nell’ordine da questa stabilito. Nella successione in mancanza di una dichiarazione di volontà dell’ereditando, acquista rilievo il rapporto di parentela con il defunto: il principio è che il patrimonio vada, dopo la morte del suo titolare, ai membri della sua famiglia. La successione legittima incontra però un limite; e l’esigenza di questo è enunciata anche dall’art. 42, comma 4, Costituzione: la legge stabilisce i limiti della successione legittima. Qui il limite incide sui modi di acquisto della proprietà: per il c.c. il limite è il rapporto di parentela entro il sesto grado, oltre il quale l’acquisto gratuito dei beni altrui è considerato come socialmente non giustificato. Se mancano parenti entro questo grado i beni relitti vanno allo Stato. Può accadere che a favore di un medesimo soggetto concorrano due delazioni, quella legittima e quella testamentaria, attribuendogli la seconda una quota di eredità maggiore di quella spettantegli in base alla prima. Il chiamato alla successione non ha scelta fra le due delazioni: egli può solo accettare l’eredità così come devolutagli dal “de cuius”, oppure rinunciare ad essa. Chi sia chiamato a succedere, per testamento, in una quota maggiore della legittima, ma preferisca tenere per sé solo quest’ultima, dovrà accettare l’eredità e, quindi, cedere ai coeredi quanto eccede la legittima, con il consenso di costoro. Nella successione legittima i beni ereditari andranno ai parenti, esclusi in ogni caso gli affini, secondo un ordine di successione che corrisponde a quella che, nella normalità delle ipotesi, è la gerarchia interna al mondo degli affetti della persona. L’ordine è il seguente (artt. 566 ss.):
se ci sono figli, legittimi o naturali o adottivi, i beni vanno a loro in parti uguali; al coniuge, se ancora in vita, va meta` del patrimonio oppure un terzo a seconda che concorra con un figlio o con più figli;
se non ci sono figli, due terzi vanno al coniuge e un terzo ai genitori, fratelli e sorelle (ma, se mancano genitori, fratelli e sorelle, va tutto al coniuge);
se non ci sono né figli né coniuge superstite, succedono i genitori, i fratelli legittimi e le sorelle legittime (se mancano i genitori, va tutto a fratelli e sorelle; se mancano fratelli e sorelle, va tutto ai genitori);
se nessuno di costoro sia sopravvissuto, i beni vanno ai parenti, senza distinzione di linea (diretta o collaterale) a cominciare dal grado più prossimo e fino al sesto grado.
Ciascun grado esclude il successivo (se ci sono parenti di terzo grado essi succedono, in parti uguali fra loro, con esclusione dei parenti di quarto grado, e cosi` via). Si tenga però presente che con queste concorrono le norme sulla rappresentazione: così, se una sorella è premorta, succedono i figli della sorella, in concorso con gli altri successibili dello stesso ordine (i fratelli, i genitori ecc.); e, se mancano altri successibili dello stesso ordine, tutto andrà ai figli della sorella premorta.
Quando non ci sono parenti entro il sesto grado, nella successione legittima, i beni vanno allo Stato. Questo li acquista senza bisogno di accettazione; non può rinunciarvi, ma risponde dei debiti ereditari solo entro il valore dei beni ereditati (art. 586). La Corte Costituzionale ha però ritenuto costituzionalmente illegittima la mancata inclusione, nell’ordine dei parenti successibili, dei fratelli e delle sorelle naturali dell’ereditando, che sono così stati inclusi nell’ordine della successione legittima fra i parenti del sesto grado e lo Stato.
IL TESTAMENTO: CONTENUTI E FORME
Se l’ereditando aveva fatto testamento, l’eredità si devolve alla persona o alle persone indicate nel testamento (artt. 587 ss.). Qui il soggetto regola, con proprio atto di volontà , la propria successione o, come preferisce esprimersi una dottrina, la indirizza: dispone dei propri beni e, più in generale, dei propri diritti designando la persona, o le persone, che alla sua morte gli succederanno. E’ una manifestazione di quella facoltà di disporre delle cose che inerisce al diritto di proprietà; è, più in generale, una manifestazione della facoltà di disporre dei propri diritti.
Cass. civ. Perché si abbia una disposizione di ultima volontà e quindi esista un negozio “mortis causa”, è necessario che lo scritto contenga la manifestazione di una volontà definitiva dell’autore nel senso che essa si sia compiutamente ed incondizionatamente formata e manifestata e sia diretta a disporre attualmente, in tutto o in parte, dei propri beni per il tempo successivo alla morte. Sez. II, sent. n. 8668 del 24-08-1990, Lui c. Battaglia (rv 469030).
Del testamento l’art. 587 dà una nozione che va analizzata in ciascuno dei suoi elementi costitutivi: esso è un atto revocabile, con il quale, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, taluno dispone tutte le proprie sostanze o di parte di esse. E’, anzitutto, un atto giuridico unilaterale, che consiste nella sola dichiarazione di volontà del testatore e che è destinato a produrre effetti, dopo la morte di questo, come sua individuale dichiarazione di volontà. Il chiamato o i chiamati all’eredità diventeranno eredi solo se accetteranno; ma testamento ed accettazione restano distinti atti unilaterali, non destinati ad incontrarsi (quando il chiamato accetta il testatore è già morto) e non danno luogo, come accade nella donazione, ad un unico atto bilaterale. Effetto giuridico proprio del testamento è la sola vocazione ereditaria, ossia la messa a disposizione dell’eredità a favore degli eredi istituiti; il più complesso effetto della successione si determina per il concorso di una duplicità di atti: il testamento da un lato, l’accettazione dall’altro. Solo i legati si conseguono senza necessità di accettazione (art. 649): il legatario, perciò , acquista la proprietà del bene legatogli per diretto effetto della volontà del testatore, mentre ne consegue il possesso dall’erede. La capacità di agire, necessaria per fare testamento, è la comune capacità di agire richiesta dall’art. 2 c.c. per gli atti giuridici in genere: non possono fare testamento i minori di diciotto anni e gli interdetti.
Caratteristica fondamentale del testamento è il suo contenuto patrimoniale. Sotto tale aspetto, il testamento può contenere:
l’istituzione di uno o più eredi;
l’attribuzione di uno o più legati;
Il testamento può contenere anche disposizioni di indole non patrimoniale che costituiscono il suo contenuto atipico. In particolare si ricordino:
la designazione di un tutore o un protutore;
il riconoscimento di figlio naturale;
unilaterale: in quanto espressione della volontà di un solo testatore;
non recettizio: per essere efficace non deve essere portato a conoscenza di terzi;
revocabile: tende a salvaguardare il principio della libertà della volontà testamentaria;
unipersonale: posto in essere da una sola parte costituita da un solo soggetto;
personale: può essere posto in essere dal solo testatore (per l’incapace di agire, minore o interdetto, non può fare testamento l’esercente la patria potestà o il tutore);
formale: la volontà del testatore deve estrinsecarsi in una delle forme previste dalla legge.
Il testamento come negozio giuridico
Il testamento è, come il matrimonio, oltre il limite di applicazione delle norme sui contratti: il matrimonio è oltre quel limite perché accordo non diretto a costituire un rapporto giuridico patrimoniale; il testamento perché atto unilaterale che, benché avente contenuto patrimoniale (salve le disposizioni non patrimoniali che possono esservi contenute), non è atto unilaterale fra vivi. Al pari del matrimonio, il testamento trova nel sistema del c.c. una differenziata ed autonoma disciplina, consigliata al legislatore dalla assoluta specificità di questa figura. Come il matrimonio è un unicum, secondo una sua qualificazione, che non presenta nulla di comune non solo con i contratti, ma neppure con gli altri atti del diritto di famiglia, così è un unicum il testamento, tanto rispetto ai contratti quanto rispetto agli altri atti unilaterali. Questa specificità del testamento ha rappresentato una spina nel fianco della dottrina italiana del testamento, che dalla comparazione fra contratto e testamento ha tratto antitetiche conclusioni: talvolta ha constatato che la volontà non svolge, nel secondo, un ruolo altrettanto creativo quanto nel primo, traendo da ciò motivo per negare al testamento natura di negozio giuridico; talaltra ha, all’opposto, protestato che il testamento è negozio giuridico per eccellenza, giacché qui mancano fonti di integrazione della volontà o criteri oggettivi di interpretazione, onde con essi si esprime, in modo più pregnante che con il contratto, l’autonomia dell’individuo. E’ facile formulare un giudizio: nessuna comparazione è possibile in termini quantitativi, se nel testamento ci sia meno o più volontà che nel contratto; dalla comparazione emerge un dato solo qualitativo, ossia che alla volontà è attribuito, nel testamento, un ruolo affatto diverso che nel contratto, e che è vano ricercare un comune denominatore che permetta di assumere l’uno e l’altro entro un unitario concetto di negozio giuridico. Anche per il testamento vale quanto detto per il matrimonio: la qualificazione di questo o di quello come negozio giuridico ha valore puramente descrittivo; non autorizza alcuna conclusione di diritto, non consente di estendere al negozio giuridico testamentario le norme sul negozio giuridico contrattuale.
Alcuni autori sostengono che il testamento abbia una causa unitaria. E’ comunque preferibile la teoria (seguita anche dalla giurisprudenza prevalente) secondo la quale il testamento è un atto che può contenere svariate disposizioni, ciascuna con una causa propria.
I motivi nel testamento
Mentre si è affermata la irrilevanza dei motivi negli atti “inter vivos”, nel testamento assumono rilevanza:
il motivo erroneo: che è causa di annullamento della disposizione quando risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre;
il motivo illecito: che invece, rende nulla la disposizione quando risulti, anche per implicito, dal testamento, e sia stato il solo che ha determinato il testatore a disporre.
Gli elementi accidentali nel testamento
La disposizione testamentaria può essere gravata da una condizione secondo le seguenti regole:
non deve trattarsi di condizione illecita o impossibile (altrimenti sarà come non apposta).
è nulla la disposizione subordinata alla condizione di reciprocità;
è nulla la condizione che impedisca le prime o ulteriori nozze dell’istituito.
Quanto all’apponibilità del termine occorre distinguere fra:
disposizioni testamentarie a titolo universale: i termini si hanno per non apposti;
disposizioni testamentarie a titolo particolare: sono suscettibili di termine iniziale o finale.
Nel testamento si può avere il “modus” ovvero il mezzo tecnico per beneficiare “mortis causa” una persona, senza chiamarla alla successione in qualità di erede o legatario. Infatti esso consiste in una limitazione o riduzione del valore economico della disposizione testamentaria, derivante dal fatto che o l’erede deve dare qualcosa ad altri, o deve fare qualcosa in favore di altri, senza ottenerne un corrispettivo.
La risoluzione della disposizione testamentaria per inadempimento del “modus” è l’unico ed anomalo caso di risoluzione del negozio “mortis causa”.
L’INDICAZIONE DEL DESTINATARIO DELLA DISPOSIZIONE:
deve essere tale da poter consentire l’individuabilità del destinatario stesso. E’ nulla la disposizione a favore di persona incerta.
LA DISPOSIZIONI A FAVORE DELL’ANIMA:
sono quelle con cui il testatore stabilisce che siano compiuti atti di culto in suffragio della propria anima. Se i beni da impiegarsi a tal fine sono determinabili o determinati, la disposizione viene considerata come un “modus” a carico dell’erede o del legatario. Se i beni non sono determinabili la disposizione è nulla.
LE DISPOSIZIONI A FAVORE DEI POVERI:
se sono espresse genericamente, vale a dire senza determinazione dell’uso o del pubblico istituto a cui beneficio sono fatte si intendono volte a favore dei poveri del luogo in cui il testatore aveva il domicilio al tempo della morte ed i beni sono devoluti all’ente comunale di assistenza (ora il Comune).
IL TESTAMENTO “PER RELATIONEM”:
è il testamento in cui taluni elementi non vengono specificatamente determinati dal testatore ma sono lasciati alla determinazione di un terzo.
Si ha “relatio sostanziale” quando il testatore rinvia alla volontà di un soggetto estraneo per la scelta dell’oggetto del lascito o della persona dell’erede o del legatario. Ciò è ammesso soltanto nei casi previsti dalla legge (artt. 631”,632, 653, 665)
Si ha invece “relatio formale” quando il testatore manifesti la sua volontà e rinvia, per la determinazione dell’oggetto del lascito o del successore, a fatti o circostanze, in relazione ai quali deve soltanto accertarsi che si siano verificati
Non è ammesso, per il nostro diritto successorio, una causa fiduciaria che utilizzi l’erede o il legatario quale fiduciario. Può accadere che una disposizione testamentaria designi come erede o come legatario una determinata persona, la quale si era impegnata, con separato patto concluso con il testatore, a ritrasferire i beni, una volta aperta la successione, ad una diversa persona. Questo separato patto è nullo e non obbliga l’erede o il legatario, neppure se espressioni contenute nel testamento possono indicare o far presumere che si tratta di persona interposta: il terzo beneficiario del patto fiduciario non ha azione in giudizio per ottenere dall’interposto l’adempimento del patto. Tuttavia, se l’erede o il legatario fiduciario esegue spontaneamente il patto, egli non potrà poi agire per la ripetizione: il patto è , a questo modo, considerato fonte di una obbligazione naturale, che non ammette ripetizione di indebito. Una particolare ipotesi di disposizione fiduciaria è quella che mira ad eludere una incapacità di ricevere per testamento: lascio, ad esempio, i miei beni a Tizio perché li trasferisca, dopo la mia morte, al mio tutore. Qui la nullità colpisce la stessa disposizione testamentaria, non il solo patto fiduciario. Non solo: l’art. 599, comma 2, introduce la presunzione, che non ammette prova contraria, per cui si considerano persone interposte i genitori, il coniuge e i discendenti dell’incapace di ricevere.
Il testamento è un atto formale e il particolare formalismo che lo caratterizza vuole essere garanzia della effettività della volontà del testatore. Il testamento orale, cosiddetto testamento nuncupativo, non è ammesso; per essere valido, il testamento deve essere redatto in una delle tassative forme di legge:
a) olografo;
b) pubblico;
c) segreto.
Norme specifiche regolano i testamenti speciali, come il testamento a bordo di nave, il testamento di militari ecc. (artt. 609 ss. c.c.).
E’ il testamento scritto, datato e sottoscritto tutto di mano del testatore (art. 602), anche se può avere aggiunte successive, i cosiddetti codicilli, redatti nella stessa forma, e può constare di un unico documento, redatto per fasi successive.
I singoli requisiti formali del testamento olografo sono quindi:
l’olografia;
l’indicazione della data in cui il testamento fu scritto;
Requisiti formali Cass- civ. Poiché nessuna norma stabilisce che il testamento olografo debba essere redatto e firmato in un unico contesto temporale, è configurabile la formazione progressiva di esso, con la conseguenza che è valido l’olografo per cui il testatore utilizza propri scritti precedentemente stilati di suo pugno aggiungendovi, in un secondo tempo, la data, la sottoscrizione ed eventuali espressioni che rivelino la volontà di imprimere a tali scritti il carattere di testamento. Sez. II, sent. n. 2074 del 22-03-1985, Leoni c. Leoni (rv 439984).
Il testamento olografo è una scrittura privata che fa prova in quanto riconosciuta dalla parte contro cui è esibita.
E’ il testamento scritto dal notaio dopo che il testatore gli ha esposto le sue ultime volontà davanti a due testimoni: il notaio lo rilegge e annota il luogo e la data, lo sottoscrivono il testatore, i testimoni e il notaio, che indica anche l’ora della sottoscrizione (art. 603 c.c.).
Requisiti formali sono:
la dichiarazione orale di volontà;
la presenza dei testimoni;
la redazione per iscritto della volontà testamentaria a cura del notaio;
la lettura dell’atto al testatore ed ai testimoni a cura del notaio;
la sottoscrizione del testatore, dei testimoni e del notaio;
la menzione dell’osservanza delle suddette formalità.
Il testamento segreto può essere scritto in un qualunque foglio di carta (cosiddetta scheda testamentaria) anche da persona diversa dal testatore o perfino a stampa; il testatore in persona, davanti a due testimoni, consegna il foglio, sigillato o chiuso in una busta sigillata, ad un notaio; questi annota all’esterno del foglio o della busta tutte le formalità compiute davanti a lui, appone la data e sottoscrive insieme al testatore e ai testimoni (artt. 604 ss.).
La L. 29 novembre 1990, n. 387, ha disposto la ratifica ed esecuzione da parte dell’Italia della Convenzione che istituisce una legge uniforme sulla forma di un testamento, con annesso, adottata a Washington il 26 ottobre 1973. Secondo la legge uniforme stabilita da tale convenzione, un testamento è valido, per quanto concerne la forma, quali che siano in particolare il luogo dove è stato fatto, la situazione dei beni, la nazionalità, il domicilio oppure la residenza del testatore, se è redatto secondo la forma del testamento in conformità con le disposizioni degli articoli da 2 a 5 della convenzione medesima. La nullità del testamento in quanto il testamento internazionale non pregiudica la sua eventuale validità sotto l’aspetto della forma in quanto testamento di altra specie. La legge uniforme non si applica alle forme di disposizioni testamentarie fatte nello stesso atto da due o più persone. Il testamento deve essere fatto per iscritto. Non è necessariamente scritto dal testatore stesso. Può essere scritto in una lingua qualsiasi, a mano o con altro procedimento. Il testatore dichiara in presenza di due testimoni e di una persona abilitata a stipulare atti a tal fine (l’art. 3 della l. n. 387 del 1990 dispone che i soggetti abilitati a ricevere gli atti previsti dall’annesso alla convenzione di cui all’articolo 1 sono i notai, limitatamente al territorio nazionale, e gli agenti diplomatici e consolari all’estero, ove la legge dello Stato estero lo consenta) che il documento è il suo testamento e che egli è a conoscenza del suo contenuto. Il testatore non è tenuto a far conoscere il contenuto del testamento ai testimoni oppure alla persona abilitata. Il testatore firma il testamento oppure, se l’ha firmato precedentemente, riconosce e conferma la sua firma, in presenza dei testimoni e della persona abilitata. Se il testatore è nell’incapacità di firmare, egli ne indica la ragione alla persona abilitata che ne fa menzione nel testamento. Inoltre il testatore può essere autorizzato dalla legge, in virtù della quale la persona abilitata è stata designata, a chiedere ad un’altra persona di firmare a suo nome. I testimoni e la persona abilitata appongono immediatamente la loro firma sul testamento, in presenza del testatore. Le firme devono essere apposte alla fine del testamento. Se il testamento comporta diversi fogli, ciascun foglio deve essere firmato dal testatore, oppure, se è nell’incapacità di firmare, dalla persona che firma a nome suo, oppure in mancanza, dalla persona abilitata. Ciascun foglio deve inoltre essere numerato. La data del testamento è quella della sua firma da parte della persona abilitata. Questa data deve essere apposta alla fine del testamento dalla persona abilitata. In mancanza di regola obbligatoria sulla conservazione dei testamenti, la persona abilitata domanda al testatore se desidera fare una dichiarazione concernente la conservazione del suo testamento. In tal caso, e dietro richiesta espressa del testatore, il luogo ove egli intende far conservare il suo testamento sarà menzionato nell’attestato previsto dall’art. 9. La persona allega al testamento un attestato conforme alle disposizioni dell’art. 10 il quale stabilisce che gli obblighi previsti dalla Legge uniforme sono stati rispettati. L’art. 10 l. cit. stabilisce le modalità di redazione dell’attestato previsto dall’art. 9. La persona abilitata conserva un esemplare dell’attestato e ne consegna un altro al testatore (art. 1 l. cit.). Salvo prova contraria, l’attestato della persona abilitata è accettata come prova sufficiente della validità formale dell’atto in quanto testamento ai sensi della l. uniforme (art. 12 l. cit.). L’assenza oppure l’irregolarità di un attestato non pregiudica la validità formale di un testamento stabilita in conformità con la legge uniforme. Il testamento internazionale è sottoposto alle regole ordinarie di revoca dei testamenti. Ai fini dell’interpretazione e dell’applicazione delle disposizioni della legge uniforme, si terrà conto della sua origine internazionale e della necessità della sua interpretazione uniforme.
CAPACITA’ DI TESTARE E DI RICEVERE PER TESTAMENTO
La capacità di testare è diversamente intesa dalla dottrina. Per alcuni autori costituisce un aspetto della capacità di agire, per altri invece costituisce un aspetto della capacità giuridica, non essendo ammessa la rappresentanza legale.
colui che al momento della redazione del testamento era incapace di intendere e di volere.
In questi tre casi il testamento è annullabile e l’onere di fornire la prova della incapacità grava su colui che, asserendo tale incapacità, impugni il testamento.
Capacità ed incapacità di succedere
La capacità di succedere a causa di morte è un aspetto della capacità giuridica ed indica l’attitudine a subentrare nella titolarità dei rapporti giuridici di cui era titolare il “de cuius”.
Al riguardo deve ricordarsi che la capacità di ricevere per testamento è più ampia della capacità “ab intestato”. Infatti sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione, i nascituri purché figli di una determinata persona vivente al momento dell’apertura della successione, le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti.
Sono incapaci di succedere essendo nulle le disposizioni a loro favore :
il tutore dell’interdetto o del minore;
il notaio e i testimoni che sono intervenuti nel testamento pubblico;
la persona che ha scritto l’altrui testamento segreto e il notaio che abbia ricevuto lo stesso in plico non sigillato.
INVALIDITA’ ED INEFFICACIA DEL TESTAMENTO
La nullità è la forma generale di invalidità del testamento: il testamento è nullo quando sia contrario a norme imperative, salvo che la legge non lo consideri annullabile. Perciò comporta nullità, sebbene non comminata espressamente, la violazione del divieto di testamento congiuntivo e di testamento reciproco; mentre è espressamente comminata la nullità delle disposizioni a favore di persona incapace di ricevere, anche se fatte per interposta persona, di quella a favore di persona incerta o rimesse all’arbitrio altrui, di quella sottoposta a condizione di reciprocità. Anche il motivo illecito può rendere nullo il testamento. I difetti di forma producono nullità solo se rendono incerta l’autenticità della disposizione: in particolare, se si tratta di testamento olografo non scritto di pugno dal testatore (scritto a macchina o scritto a mano da altri) o mancante della sottoscrizione, oppure di testamento pubblico nel quale le dichiarazioni del testatore non siano state tradotte in iscritto dal notaio (basta pero` che questi le abbia dettate al suo impiegato) o che manchi della sottoscrizione del testatore o del notaio, oppure di testamento segreto mancante di queste sottoscrizioni. Ogni altro difetto di forma rende il testamento solo annullabile (art. 606, comma 2).
L’azione di nullità può essere esercitata, secondo i principi generali, da qualunque interessato (e si comprende che gli interessati alla nullità sono, in primo luogo, gli eredi legittimi) ed è imprescrittibile.
Il testamento è annullabile, innanzitutto per difetti di forma diversi da quelli che ne importano la nullità. Il testamento è inoltre annullabile per:
a) incapacità di disporre. E’ annullabile il testamento del minore e dell’interdetto; è, ancora, annullabile il testamento dell’incapace naturale, ossia di chi si trovasse, al momento della formazione del testamento, in uno stato anche transitorio di incapacità di intendere o di volere. L’ipotesi corrisponde a quella dell’annullabilità per incapacità dell’atto giuridico in genere, ma qui non ha motivo di sussistere, come non ha motivo di sussistere nella donazione, l’estremo del grave pregiudizio dell’autore, di cui all’art. 428. L’incapacità naturale del testatore può essere provata con ogni mezzo; e si intende che le quasi sacramentali parole con le quali i testamenti olografi spesso si aprono (il sottoscritto, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali ecc.) non precludono la prova dell’incapacità, come non la preclude l’attestazione del notaio rogante il testamento pubblico;
b) per vizi della volontà. Il testamento è annullabile, come i contratti e gli atti unilaterali fra vivi, per errore, per violenza e per dolo (che in questa materia prende anche il nome di captazione).
L’art. 624 c.c., che prevede queste cause di annullamento delle disposizioni testamentarie, non esige però quegli specifici requisiti (essenzialità e riconoscibilità dell’errore, caratteri della violenza e del dolo) che sono previsti dal quarto libro: basta che il testamento possa dirsi effetto di errore, di violenza o di dolo. Qui non c’è l’esigenza di contemperare la protezione della libertà spontaneità del volere del disponente con la protezione dell’affidamento del destinatario della dichiarazione, in vista di una sicura circolazione dei beni. Ne risulta una più accentuata protezione della libertà testamentaria al confronto di quella di ogni altro disponente (con conseguente, altrettanto estesa, protezione delle aspettative degli eredi legittimi). La rilevanza dell’errore risulta accentuata dalla norma che consente l’annullamento della disposizione testamentaria per errore sul motivo, oltre che di diritto, anche di fatto, purché il motivo risulti dal testamento e sia stato il solo che ha determinato il testatore a disporre (art. 624, comma 2 o , c.c.). La volontà effettiva prevale sulla dichiarazione nel caso di errore ostativo (erronea indicazione del beneficiario o della cosa che forma oggetto della disposizione), quando dal testamento o altrimenti risulti in modo non equivoco la volontà del testatore (art. 625 c.c.). Il dolo, a sua volta, non e` integrato da una qualsiasi influenza esercitata sul testatore attraverso blandizie, richieste, suggerimenti, sollecitazioni e simili: la Cassazione esige l’impiego di mezzi fraudolenti che, avuto riguardo all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso verso il quale non si sarebbe spontaneamente indirizzata. L’azione di annullamento, che spetta a qualunque interessato, si prescrive nel termine di cinque anni, che decorrono, per il caso di incapacità, dalla data di esecuzione del testamento o, nei casi di vizi del volere, da quella della loro scoperta.
Conversione del testamento nullo
L’istituto della conversione sostanziale è inapplicabile al testamento. E’ invece consentita la conversione formale: il testamento segreto, nullo per mancanza di qualche requisito specifico proprio, produce gli effetti del testamento olografo, qualora di questo presenti i requisiti.
“La nullità della disposizione testamentaria, da qualunque causa dipenda, non può essere fatta valere da chi, conoscendo la causa di nullità, ha, dopo la morte del testatore, confermato la disposizione o dato ad essa volontaria esecuzione”. La conferma può essere espressa o tacita.
Devono comunque ritenersi insuscettibili di conferma:
il testamento revocato;
il testamento falso;
le disposizioni testamentarie contrarie a principi di ordine pubblico;
le disposizioni testamentarie dettate da un movente o da una condizione illecita determinante.
L’inefficacia del testamento
Fra i casi di inefficacia si ricordi:
inefficacia derivante da mancato avveramento della condizione sospensiva o dall’avveramento della condizione risolutiva;
inefficacia derivante da premorienza del chiamato quando non operi la sostituzione o il diritto di rappresentazione;
inefficacia sopravvenuta dei testamenti speciali;
inefficacia del legato di cosa quando la cosa stessa non si trova nel patrimonio del testatore al momento dell’apertura della successione.
REVOCAZIONE E CADUCITA’ DEL TESTAMENTO
La revocazione in generale
Il testamento è un atto essenzialmente revocabile in quanto la volontà in esso espressa può mutare fino all’ultimo momento della vita del testatore.
La revocazione del testamento è ammissibile solo nelle forme e nei casi tassativamente previsti dalla legge:
la revocazione vera e propria, che è un atto unilaterale risalente alla iniziativa del testatore. Come manifestazione di un suo potere di ritrattazione;
la revocazione di diritto (o caducità), che si verifica automaticamente per effetto di circostanze sopravvenute.
Certe disposizioni non possono tuttavia essere revocate come il riconoscimento del figlio naturale, la riabilitazione dell’indegno a succedere, la confessione stragiudiziale, la ricognizione di debito.
Il testamento può essere revocato in modo espresso: con un apposito atto pubblico oppure con dichiarazione di revoca contenuta in un nuovo testamento; o in modo tacito: distruggendo o cancellando il testamento oppure formando un nuovo testamento il cui contenuto è incompatibile con quello precedentemente formato. Il principio che domina la materia è quello per cui fra più testamenti della stessa persona vale l’ultimo. Può valere il primo solo se il successivo testamento sia poi revocato. Non implica necessaria revoca del testamento, invece, il ritiro del testamento segreto presso il notaio cui era stato affidato: il testamento ritirato, se non è stato distrutto, può ancora valere come testamento olografo, qualora ne presenti i requisiti di forma. L’alienazione che il testatore faccia della cosa legata o di parte di essa, anche mediante vendita con patto di riscatto, revoca il legato riguardo a ciò che è stato alienato, anche quando l’alienazione è annullabile per cause diverse dai vizi del consenso, ovvero la cosa ritorna in proprietà del testatore. Lo stesso avviene se il testatore ha trasformato la cosa legata in un’altra, in guisa che quella abbia perduto la precedente forma e la primitiva denominazione. E’ ammessa la prova di una diversa volontà del testatore. Le disposizioni a titolo universale o particolare, fatte da chi al tempo del testamento ne aveva o ignorava di avere figli o discendenti, sono revocate di diritto per l’esistenza o la sopravvenienza di un figlio o discendente legittimo del testatore, benché postumo, o legittimato o adottivo, ovvero per il riconoscimento di un figlio naturale. La revocazione ha luogo anche se il figlio è stato
concepito al tempo del testamento, e, trattandosi di figlio naturale legittimato, anche se è già stato riconosciuto dal testatore prima del testamento e soltanto in seguito legittimato. La revocazione non ha invece luogo qualora il testatore abbia provveduto al caso che esistessero o sopravvenissero figli o discendenti da essi. Se i figli o i discendenti non vengono alla successione e non si fa luogo a rappresentazione, la disposizione ha il suo effetto.
La caducità delle disposizioni testamentarie
sopravvenienza di figli o discendenti legittimi del testatore, benché postumi o legittimati, o adottivi. In questo caso subentra la successione legittima a meno che il testatore non avesse previsto quest’ipotesi e avesse disposto anche in loro favore;
riconoscimento di un figlio naturale, successivo alla compilazione del testamento;
ignoranza del testatore di avere figli nell’atto della compilazione del testamento.
Il testamento olografo e il testamento segreto debbono essere pubblicati da un notaio, che ne redige apposito verbale, dopo l’apertura della successione: altrimenti non possono essere fatti valere. Alla pubblicazione provvede il notaio depositario del testamento segreto o quello al quale sia stato eventualmente consegnato dal testatore il testamento olografo; altrimenti quest’ultimo è pubblicato, su presentazione di chiunque ne sia in possesso, da un qualsiasi notaio, anche di luogo diverso dal luogo di apertura della successione. Se manca l’autografia o la sottoscrizione del testamento olografo, il testamento è nullo; in ogni altro caso è annullabile, su istanza di qualsiasi interessato, entro cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie, come nel caso in cui manchi la data. Su un punto giova richiamare l’attenzione: il verbale di testamento è atto di notaio, ma non il testamento che egli pubblica. Perciò, il notaio che sia in possesso o cui sia stato presentato un testamento nullo, anche palesemente nullo, come ad
esempio un testamento olografo scritto a macchina, non può per questo rifiutarsi di pubblicarlo, e tanto meno può rifiutarsi di pubblicare un testamento annullabile, come l’olografo privo di data. Gli onorati da un simile testamento, resteranno esposti all’azione di nullità o di annullamento; ma, trascorsi cinque anni dall’esecuzione del testamento, se si trattava di testamento annullabile o, dopo avere posseduto per venti anni i beni ereditari, se si trattava di testamento nullo, la loro posizione risulterà inattaccabile. Avranno acquistato i beni ereditari per successione nel primo caso, li avranno acquistati per usucapione nel secondo.
L’esecuzione del testamento e l’esecutore testamentario
L’esecutore è quella persona fisica o giuridica alla quale il testatore ha conferito l’incarico di curare che siano esattamente eseguite le disposizioni di ultima volontà del defunto. L’esecutore esercita le sue funzioni in nome proprio e nell’interesse dell’ereditando, affinché venga attuata la sua volontà. Il testatore può nominare uno o più esecutori testamentari; può anche nominare degli esecutori testamentari i quali sostituiscano l’esecutore che non può o non vuole accettare l’incarico ed autorizzare l’esecutore a sostituire altri a se stesso, qualora non possa continuare nell’ufficio. Può essere nominato esecutore anche un erede o un legatario. Il testatore può anche rimettere la nomina dell’esecutore alla determinazione di un terzo, indicato nel testamento: in tal caso, se il terzo non effettua la determinazione, la nomina dell’esecutore non può avere effetto, dato il carattere personale del testamento, che non consente, come è consentito invece in materia di contratto un intervento dell’autorità giudiziaria sostitutiva della volontà del soggetto cui il testatore ha affidato l’incarico di procedere alla determinazione. Non possono essere nominati esecutori testamentari coloro che non hanno la piena capacita` di agire. Se il testatore ha nominato più esecutori testamentari, essi devono agire congiuntamente, salvo che il testatore abbia diviso tra loro le attribuzioni o anche ci sia necessità di prendere un provvedimento urgente per la conservazione di un bene o di un diritto ereditario. Se tra gli esecutori che devono agire congiuntamente sorge disaccordo circa il compimento di un atto (e il testatore non abbia espressamente previsto che in caso di disaccordo ci si debba attenere alla volontà della maggioranza degli esecutori), provvede l’autorità giudiziaria, sentiti, se occorre, gli eredi. Competente a provvedere è il presidente del tribunale del luogo in cui si è aperta la successione. Il soggetto designato dal testatore come esecutore può accettare o rinunziare alla nomina. Tanto l’accettazione quanto la rinunzia non possono essere soggette né a termine, né a condizione e devono risultare da una dichiarazione che il soggetto designato rende al cancelliere della pretura nella cui giurisdizione si è aperta la successione. Tale dichiarazione deve essere annotata nel registro delle successioni. Si ritiene che anche dopo l’accettazione l’esecutore può rinunziare all’incarico, salva la responsabilità per danni in caso di rinunzia senza causa, in applicazione analogica dell’art. 1727. L’autorità giudiziaria (il pretore, ex art. 749 c.p.c.), su istanza di qualsiasi interessato, può assegnare all’esecutore un termine per l’accettazione, decorso il quale l’esecutore si considera rinunziante. Salvo che il testatore abbia diversamente disposto, l’esecutore, oltre al compito di dare esatta esecuzione alle disposizioni testamentarie del de cuius, ha anche il potere-dovere di amministrare la massa ereditaria, prendendo possesso dei beni che ne fanno parte (se l’esecutore viene privato dell’amministrazione, i suoi poteri sono limitati all’intervento nelle cause nelle quali si discute dell’efficacia e della validità delle disposizioni testamentarie, agire per l’adempimento delle disposizioni stesse e chiedere l’opposizione e la rimozione dei sigilli e l’inventario. Conseguito il possesso dei beni ereditari (l’art. 703 c.c. parla impropriamente di possesso ma tecnicamente si tratta di detenzione, perché l’esecutore ha la disponibilità dei beni ereditari nell’interesse altrui) l’esecutore amministrerà gli stessi usando la diligenza del buon padre di famiglia e può compiere tutti gli atti di gestione occorrenti: l’esecutore non può però mutare la destinazione dei beni ereditari, compiere miglioramenti, ovvero atti che, se pure utili, non sono necessari alla normale amministrazione consecutiva del patrimonio o sono incompatibili con la limitata durata del suo incarico. L’esecutore deve consegnare all’erede, che ne faccia richiesta, i beni dell’eredità che non sono necessari all’esercizio del suo ufficio. Egli non può rifiutare tale consegna a causa di obbligazioni che dell’adempiere conformemente alla volontà del testatore o di legati condizionali o a termine, se l’erede dimostra di averli già soddisfatti, od offre idonea garanzia per l’adempimento delle obbligazioni, dei legati o degli oneri. L’art. 703, dispone che il possesso non può durare più di un anno dalla dichiarazione di accettazione, salvo che l’autorità giudiziaria (il pretore, ex art. 749 c.p.c.), per motivi di evidente necessità, sentiti gli eredi, ne prolunghi la durata, che non potrà mai superare un altro anno. Secondo la giurisprudenza lo scadere di tale termine non produce indefettibilmente la cessazione dei poteri di amministrazione dell’esecuzione, poiché, ove ciò risulti in concreto necessario, le funzioni dell’esecutore perdurano anche al di là di tale limite temporale di cui all’art. 703, comma 3, decorso il quale l’esecutore può ben continuare a compiere validamente gli atti di ordinaria amministrazione. Per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione l’esecutore deve essere preventivamente autorizzato dall’autorità giudiziaria (ex art. 747 c.p.c. sarà competente il pretore o il tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, a seconda che l’atto di amministrazione concerna, rispettivamente, beni mobili o beni immobili), la quale provvede dopo aver sentito gli eredi. Tale autorizzazione non è necessaria per il compimento degli atti già espressamente e specificamente autorizzati dal testatore. L’esecutore, che non sia erede o legatario, può essere incaricato dal testatore di procedere alla divisione dei beni ereditari. L’esecutore, in tale caso, procederà alla divisione solo dopo avere sentito gli eredi. A tale divisione si applica l’art. 733. L’esecutore è obbligato, quando tra i chiamati all’eredità vi sono minori, interdetti, inabilitati, assenti o persone giuridiche a fare apporre i sigilli ed a far redigere l’inventario dei beni dell’eredità in presenza dei chiamati all’eredità o dei loro rappresentanti, o dopo averli invitati. Il testatore può derogare alle norme prescritte all’esecutore salvo che a quelle che impongono all’esecutore l’uso della diligenza del buon padre di famiglia, quelle che sanciscono la sua responsabilità ed il dovere di rendere il conto, la durata del possesso dei beni ereditari, quelle che prescrivono l’autorizzazione per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, quelle che disciplinano la sua legittimazione processuale, quelle che prescrivono la consegna dei beni ereditari all’erede. Chiunque è interessato può chiedere all’autorità giudiziaria (il presidente del tribunale nella cui giurisdizione si è aperta la successione) di esonerare l’esecutore dal suo ufficio per gravi irregolarità nell’adempimento dei suoi obblighi, per inidoneità all’ufficio o per aver commesso azione che ne menomi la fiducia. L’autorità giudiziaria, prima di provvedere, deve sentire l’esecutore e può disporre opportuni accertamenti. L’esecutore deve rendere il conto della sua gestione al termine della stessa, e anche spirato l’anno dalla morte del testatore, se la gestione si prolunga oltre l’anno. Egli è tenuto, in caso di colpa, al risarcimento dei danni verso gli eredi e verso i legatari. Gli esecutori testamentari, quando sono più, rispondono solidalmente per la gestione comune. Il testatore non può esonerare l’esecutore dall’obbligo di rendere il conto o dalla responsabilità della gestione. Le funzioni dell’esecutore cessano per:
1. l’adempimento dell’incarico che gli è stato conferito dal testatore, ossia l’esatta esecuzione delle disposizioni;
2. l’esaurimento delle attività;
3. la sopravvenuta impossibilità di eseguire le disposizioni;
4. la morte dell’esecutore;
5. la scomparsa, l’assenza, la dichiarazione di morte presunta o qualsiasi altro impedimento definitivo dell’esecutore;
6. l’interdizione, l’inabilitazione o il fallimento dell’esecutore;
7. la rinunzia dell’esecutore;
8. l’esonero dell’esecutore.
Se non ricorre una delle predette cause di cessazione, si ritiene insufficiente a fare decadere dalle sue funzioni l’esecutore la concorde volontà degli eredi, poiché l’ufficio di esecutore è imposto dal testatore agli eredi anche contro la loro volontà. Una volta cessato l’esecutore, l’amministrazione dell’eredità passa agli eredi, non potendo l’autorità giudiziaria nominare un altro esecutore in sostituzione di quello cessato. E’ fatto però salvo il caso in cui il testatore abbia previsto un sostituto o abbia autorizzato l’esecutore a nominare un suo sostituto. Durante la gestione dell’esecutore, le azioni relative all’eredità devono essere proposte anche nei confronti dell’esecutore. Questi ha facoltà di intervenire nei giudizi promossi dall’erede e può esercitare le azioni relative all’esercizio del suo ufficio. L’ufficio dell’esecuzione è gratuito. Tuttavia il testatore può stabilire una retribuzione a carico dell’eredità. L’esecutore ha in ogni caso diritto al rimborso delle spese necessarie ed utili sostenute nell’esercizio delle sue funzioni: il credito per il rimborso delle spese è a carico dell’eredità.
I Legittimari sono le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione a prescindere dalle disposizioni del testatore e cioè il coniuge, i figli legittimi, i figli legittimati, i figli adottivi, i figli naturali, gli ascendenti legittimi.
Il fondamento della successione dei legittimari va cercato nella difesa del superiore interesse della famiglia: si vuole assicurare ai più stretti congiunti, tassativamente indicati, una porzione del patrimonio ereditario.
Il diritto del legittimario alla legittima non è un diritto di credito verso gli altri successori, ma un diritto assoluto che si esplica sui beni ereditari; pertanto questi ha il diritto di conseguire in natura tutti i beni che costituiscono la legittima.
Il legato in sostituzione ricorre quando il testatore lascia al legittimario, a titolo di legittima, beni e somme determinate anziché una quota dell’eredità. Il legittimario può:
rinunciare al legato e chiedere la legittima, acquistando così la qualità di erede;
conseguire il legato, perdere la qualità di erede e perdere il diritto ad un supplemento qualora il valore del legato risulti inferiore alla quota spettantegli come legittima.
Il legato in conto di legittima è quello con cui il testatore fa al legittimario un’attribuzione di beni, che deve essere calcolata ai fini della legittima, con la conseguenza che il legittimario può chiedere il supplemento se i beni attribuitigli non raggiungono l’entità della legittima.
Si ha lesione di legittima quando la quota ad essa relativa resta intaccata, da parte del titolare del patrimonio, per effetto di atti di disposizione, ossia, o di donazioni oppure di disposizioni “mortis causa”. Quando la legittima è lesa occorre reintegrarla, mediante l’azione di riduzione degli atti che hanno prodotto la lesione stessa: presupposto indispensabile di tale azione è la “riunione fittizia”.
Quest’ultima è un’operazione contabile diretta a calcolare l’intera entità del patrimonio ereditario all’epoca dell’apertura della successione, per stabilire se siano stati lesi i diritti dei legittimari. Consta di più operazioni:
la formazione della massa ereditaria;
la riunione fittizia vera e propria;
calcolo della disponibile e della legittima.
L’azione di riduzione è l’azione che ha per scopo la reintegrazione della legittima, mediante la riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni eccedenti la quota di cui il testatore poteva disporre. Soggetti attivi legittimati all’azione di riduzione sono:
il legittimario leso;
l’erede del legittimario;
l’avente causa del legittimario;
il legittimario pretermesso dal testatore.
Condizioni dell’azione sono l’imputazione ex se della propria porzione legittima e l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario.
innanzitutto si diminuiscono le disposizioni testamentarie proporzionalmente;
successivamente si riducono le donazioni, cominciando dall’ultima che ha provocato la lesione e risalendo a quelle precedenti.
Il legittimario che, mediante l’azione di riduzione, abbia fatto dichiarare inefficace la disposizione lesiva, può ottenere quindi la restituzione dell’immobile oggetto di tale disposizione e lo riceve libero da ogni peso o ipoteca.
L’azione è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale, decorrente dall’apertura della successione.
Il legato è un’attribuzione patrimoniale “mortis causa”, immediatamente operativa, di un diritto reale di credito, la cui portata rimane esclusivamente limitata ai singoli diritti considerati. Il legato si acquista immediatamente, senza bisogno di accettazione, salva la facoltà del legatario di rinunciare al legato. Il legatario, se non intende rinunciare, deve chiedere all’erede la consegna del bene legatogli dal testatore: egli consegue dal testatore, per successione a titolo particolare, la proprietà del bene, ma ne consegue il possesso dall’erede. L’adempimento del legato può essere posto a carico di un determinato erede, detto onerato; altrimenti è a carico di tutti (art. 662 c.c.). Per l’adempimento dei legati, come per quello dei debiti ereditari, gli eredi rispondono illimitatamente, salvo che non abbiano accettato con beneficio di inventario; se, invece, l’adempimento di un legato è posto a carico di un altro legatario (c.d. sublegato), questi risponde nei limiti del valore della cosa legatagli (art. 671 c.c.). Quando il legato ha per oggetto una cosa determinata, sorge a carico dell’erede l’obbligazione di consegnarla al legatario; quando si tratta di cosa di genere, e in particolare di una somma di danaro, l’adempimento del legato equivale ad un pagamento. Sicché il testamento non ha solo la funzione di trasmettere diritti e obbligazioni dall’ereditando agli onorati; esso può essere anche, se dispone legati (e lo stesso discorso vale per l’onere), fonte di nuove obbligazioni, che esso produce in concorso con quell’ulteriore fonte che è l’accettazione dell’eredità, entrambi da collocare nel novero degli atti idonei a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico a norma dell’art. 1173 c.c.
Il sublegato ricorre quando il soggetto che è tenuto alla prestazione oggetto del legato è, anziché l’erede, un altro legatario. Il sublegatario è, accanto al legatario, un chiamato alla successione a titolo particolare.
E’ il legato a favore di uno dei coeredi e a carico di tutta l’eredità. Il prelegato si considera come legato per l’intero ammontare (art. 661).
Figure particolari di legato sono:
il legato di cose altrui:
il legato di un credito:
il legato di liberazione da un debito:
il legato a favore del creditore del testatore:
COMUNIONE E DIVISIONE DELL’EREDITA’
Se gli eredi, testamentari o per legge, sono due o più, tra essi si instaura una situazione di contitolarità dei diritti e delle obbligazioni inerenti all’eredità. I beni e i diritti reali del de cuius formano la comunione ereditaria, regolata dalle norme del terzo libro sulla comunione: i coeredi partecipano alla comunione in proporzione della loro quota ereditaria; nella stessa proporzione acquistano tutti i crediti e subentrano in tutti i debiti del defunto (art. 752 c.c.). Rispetto alle ordinarie situazioni di contitolarità si segnalano però queste particolarità:
i crediti e i debiti ereditari danno luogo ad obbligazioni parziarie, e non solidali: ciascuno dei coeredi può esigere i crediti e può essere costretto a pagare i debiti in proporzione della propria quota, salvo che per i debiti ipotecari, per i quali vale, attesa l’indivisibilità dell’ipoteca, la regola per cui essi sono tenuti ipotecariamente per l’intero. L’art. 754 c.c. che così dispone, conferma il principio dettato, in materia di obbligazioni, dall’art. 1295 c.c., che però fa salvo il patto contrario. Sicché, al debitore è dato di prevedere, nel contratto dal quale deriva il debito, che i suoi eredi risponderanno solidalmente anziché parziariamente. Con il che si introduce una, sia pure limitata, deroga al divieto di patti successori, giacché si dispone per contratto della propria successione. Altro è il rapporto esterno, fra coeredi e creditori del de cuius, altro il rapporto interno ad essi. Qui vale il principio per cui al pagamento dei debiti i coeredi contribuiscono in proporzione delle loro quote ereditarie: chi abbia pagato, nelle mani del creditore (ad esempio, del creditore ipotecario) più di quanto gli compete avrà azione di regresso per l’eccedenza nei confronti degli altri. Ma il testatore, precisa l’art. 752 c.c., può diversamente disporre: egli può (a titolo di onere) gravare uno o più coeredi di una quota dei debiti superiore o della totalità dei debiti. L’art. 754 c.c. fa riferimento, come anche l’art. 752 c.c., ai pesi ereditari, ossia a quelli già gravanti sul de cuius e pervenuti ai coeredi per successione; la regola generale della solidarietà fra condebitori vale per debiti e pesi sorti successivamente all’apertura della successione, quantunque a causa di essa: per l’imposta di successione il principio della solidarietà è espressamente enunciato dall’art. 36 del D.L. 31 ottobre 1990, n. 346;
il coerede può alienare la sua quota, ma, prima che ad altri, deve a norma dell’art. 732 c.c. offrirla ai suoi coeredi, notificandogli la proposta di alienazione, con l’indicazione del prezzo (denuntiatio): i coeredi hanno diritto di prelazione, che possono esercitare entro due mesi dalla denuntiatio. Se il coerede si astiene dall’offerta della quota ai coeredi e la aliena ad un terzo, i coeredi potranno riscattarla presso l’acquirente rimborsandogli il prezzo pagato (cosiddetto retratto successorio). L’azione per il riscatto è soggetta alla ordinaria prescrizione decennale, ma viene meno se, nel frattempo, cessa lo stato di comunione ereditaria; il rimborso del prezzo pagato è debito di valuta, soggetto al principio nominalistico. La prelazione del coerede vale per il caso di alienazione della quota o di parte di essa; ma la giurisprudenza ha introdotto un distinguo: l’alienazione di quota di un singolo bene, anche se l’intera coeredità si riduce ad un solo bene, non è necessariamente sottoposta all’art. 732 c.c.; vi è sottoposta solo ove risulti che l’alienazione abbia avuto ad oggetto la quota ereditaria, o parte di questa, ossia abbia mirato a rendere il terzo partecipe di tutte le situazioni giuridiche che fanno capo alla comunione ereditaria;
ciascuno dei coeredi può in qualsiasi momento chiedere la divisione; ma questa non ha luogo se il testatore l’ha vietata (il divieto non può però valere più di cinque anni dall’apertura della successione) e non può aver luogo, se qualcuno dei chiamati è un concepito (artt. 713, 715 c.c.), prima della sua nascita.
Alla divisione del patrimonio ereditario si può pervenire in tre modi: divisione amichevole, giudiziale, testamentaria.
La divisione amichevole è fatta con il consenso di tutti i coeredi ed è un contratto sottoposto a tutte le cause di invalidità ed inefficacia che non siano incompatibili con le specifiche norme sull’annullamento e sulla rescissione della divisione. Funzione di questo contratto è di convertire i diritti dei coeredi su quote ideali del patrimonio ereditario in diritti su singoli beni facenti parte di questo, in modo tale che il valore dei beni individualmente assegnati uguagli il valore delle quote di comunione. Questa corrispondenza fra il dovuto e il ricevuto attiene alla causa del contratto di divisione, come emerge dalla specifica disciplina degli artt. 761 ss. c.c.: l’annullamento è ammesso per violenza o dolo (art. 761 c.c.), mentre l’ipotesi dell’errore resta assorbita entro il rimedio della rescissione, ammessa quando uno dei coeredi prova di essere stato leso oltre il quarto (art. 763 c.c.); e qui si prescinde dalla ricorrenza degli stati soggettivi che gli artt. 1447-48 c.c. richiedono per la comune rescissione. Alla divisione sono equiparati, agli effetti della soggezione a rescissione, gli atti che abbiano per effetto, come ad esempio la vendita della quota di un coerede all’altro coerede, di far cessare lo stato di comunione (art. 764, comma 1). L’azione di rescissione non è, invece, ammessa contro la transazione con la quale si è posto fine alle questioni insorte a causa della divisione; e la non chiara formulazione dell’art. 764, comma 2, ha sollevato il problema se sia irrescindibile solo la transazione successiva al contratto di divisione, e conclusa per porre fine alle questioni da questo provocate, o sia tale anche la transazione contestuale all’atto di divisione, ossia alla divisione fatta con intento transattivo. La giurisprudenza ricomprende entro l’art. 764, comma 2, anche questa seconda ipotesi; ma la soluzione non muta, a ben guardare, neppure se si ritiene che questa ipotesi sia estranea alla previsione della norma, giacché l’irrescindibilità della transazione deriva comunque dall’art. 1970 c.c.;
Se i coeredi non sono d’accordo sull’opportunità o sul modo di attuare la divisione ciascuno di loro può chiederla all’autorità giudiziaria (art. 713 c.c.). La specifica procedura è regolata dagli artt. 784 ss. c.p.c.: il giudice istruttore o un notaio da questo delegato dirigono le operazioni divisionali, provvedendo alla determinazione dell’attivo e del passivo dell’eredità, disponendo la vendita di beni per il pagamento dei debiti ereditari e procedendo alla formazione delle porzioni da assegnare ai singoli condividenti. Se i coeredi hanno quote uguali, le porzioni di ciascuno vengono estratte a sorte a norma dell’art. 729 c.c.. Se non sorgono contestazioni, la divisione giudiziale si conclude con ordinanza del giudice istruttore; altrimenti questi rimette le parti davanti al collegio. Ciascun coerede può chiedere la divisione in natura (art. 718 c.c.): egli ha, cioè , il diritto di conseguire in natura la parte di beni a lui spettante. Ma, quando i beni non siano comodamente divisibili il coerede con maggior quota può chiederne l’assegnazione in natura, con conguaglio in danaro a favore degli altri; altrimenti si vendono i beni e si divide fra i coeredi la somma ricavata (art. 720 c.c.). L’applicazione della norma ha in passato suscitato forti contrasti. Gli indirizzi si sono ormai consolidati sui punti seguenti: a) la domandata assegnazione in natura prevale comunque sull’alternativa della vendita del bene, che costituisce l’extrema ratio; b) quando la attribuzione in natura sia domandata da più coeredi, il giudice può disattendere, purché motivi adeguatamente la scelta, la domanda avanzata dal coerede avente la maggior quota;
Il testatore, anche senza indicare le quote, può formare le porzioni da assegnare a ciascuno dei coeredi (cosiddetto assegno divisionale qualificato), oppure può limitarsi a dettare norme per formarle (cosiddetto assegno divisionale semplice), e in tal caso avrà ugualmente luogo una divisione amichevole o giudiziale, nel corso della quale le norme dettate dal testatore saranno vincolanti, salvo che l’effettivo valore dei beni non corrisponda alle quote da lui stabilite (art. 733 c.c.). La divisione ha, in ogni caso, effetto retroattivo: i beni assegnati a ciascun condividente si considerano a lui appartenenti dal giorno in cui si è aperta la successione (art. 757 c.c.). Il che si suole tradizionalmente esprimere con la proposizione secondo la quale la divisione ha efficacia dichiarativa, non costitutiva: i beni assegnati ai condividenti si considerano, ad ogni effetto, come pervenuti loro a causa di morte, e non in conseguenza di un atto inter vivos, quale la divisione amichevole, o in forza di provvedimento giurisdizionale. Se un coerede subisce evizione, derivante da causa anteriore alla divisione, il valore del bene evitto deve essere ripartito fra tutti i coeredi. Costituisce evizione anche la perdita del bene per effetto dell’esecuzione per espropriazione forzata promossa da un creditore del de cuius.
Il contratto di divisione può essere annullato per violenza o dolo, ad istanza di ciascuno dei coeredi; è esclusa invece, l’azione di annullamento per errore.
Se per errore sono stati omessi dei beni, vi è un apposito rimedio: il supplemento di divisione; se, invece, vi è stato errore nella stima dei beni, è prevista una particolare impugnazione: la rescissione per lesione.
Nei rapporti interni, cioè tra coeredi, vige il principio per cui i debiti ereditari si dividono fra loro in proporzione della rispettiva quota ereditaria; è fatta salva, però, una diversa volontà del testatore che potrebbe addossare il pagamento dei debiti ad un solo coerede o ripartire l’onere dei debiti non proporzionalmente.
Nei rapporti esterni, cioè nei confronti dei creditori, opera in assoluto il principio della divisibilità: anche quando il testatore abbia previsto una responsabilità non proporzionale tra i coeredi, il creditore può chiamare in giudizio ogni coerede solo in proporzione della sua quota.
Eccezionali ipotesi di indivisibilità dei debiti ereditari ricorrono quando:
uno dei coeredi possegga il singolo bene oggetto del debito;
l’oggetto del debito sia indivisibile;
il debito sia garantito da ipoteca gravante su un bene ereditario; in tal caso sarà tenuto al pagamento quel coerede cui è toccato il bene gravato da ipoteca.
Se i coeredi sono discendenti del defunto legittimi o naturali (figli, nipoti), o discendenti e coniuge, nell’assegnare a ciascuno la sua porzione si tiene conto delle donazioni che egli abbia ricevuto dal defunto. E’ la cosiddetta collazione (art. 737 c.c.), che mira ad evitare disparità di trattamento fra eredi che già abbiano ricevuto dall’ereditando ancora in vita ed eredi che non abbiano ricevuto. Si presume che le liberalità elargite dall’ereditando in vita siano state una anticipazione sulla futura successione, da riconsiderare, perciò, in sede di successione ereditaria. L’ereditando può, tuttavia, rendere palese la sua diversa volontà con la dispensa dalla collazione, che può essere contenuta nella donazione o nel testamento, ma può essere anche formulata con una apposita dichiarazione unilaterale: la dispensa, naturalmente, produce effetto solo nei limiti della quota disponibile. La collazione giova solo ai discendenti e al coniuge, non ad altri eredi: le quote di questi ultimi si determinano sulla base di ciò che è rimasto nel patrimonio ereditario al momento della morte dell’ereditando (cosiddetto relictum); e solo discendenti e coniuge hanno diritto di determinare l’asse ereditario sommando al relictum il donatum. D’altra parte, alla collazione sono tenuti discendenti e coniuge, non altri eredi: la presunzione che la donazione fosse un’anticipazione sulla futura successione vale solo per i primi. Il concetto di donazione va qui inteso in senso ampio: l’art. 737, comma 1, parla di ciò che si è ricevuto per donazione direttamente o indirettamente. Si
conteggiano tutte le liberalità avute dal discendente o dal coniuge, comprese quelle che, in apparenza, non sono donazioni (le donazioni indirette, come la vendita per una lira) e comprese, inoltre, le liberalità diverse dalla donazione (cosiddette liberalità atipiche, come ad esempio la stipulazione a favore di terzo fatta per liberalità o come la remissione di un debito; mentre non si considerano donazioni le spese di mantenimento, educazione, istruzione, né quelle fatte per malattie, né le liberalità d’uso (art. 742 c.c.) o le donazioni di modico valore fatte al coniuge (art. 738c.c.). La collazione si può fare in due modi:
collazione in natura: il coerede rende in natura il bene che in vita gli aveva donato il defunto;
collazione per imputazione: il coerede trattiene il bene donatogli, ma detrae dalla sua quota ereditaria il valore del bene, determinato al momento della apertura della successione.
Per gli immobili donati la collazione si può fare, a scelta di chi conferisce, o in natura o per imputazione (art. 746 c.c.). La collazione dei beni mobili si fa solo per imputazione (art. 750 c.c.). Quanto al danaro, la collazione si attua prendendone dall’asse ereditario una minore quantità (art. 751 c.c.), da calcolare secondo il principio nominalistico. Si intende poi che, se il valore di ciò che si è ricevuto in donazione supera il valore della quota ereditaria, il donatario potrà evitare l’esborso della differenza rinunciando all’eredità. Si considerano donazioni (indirette) dell’immobile, e non donazione del danaro, quelle che hanno per oggetto beni acquistati del donatario in nome proprio, ma con danaro direttamente pagato dal donante: qui il danaro utilizzato per l’acquisto non è mai entrato nel patrimonio del donatario; e la medesima soluzione vale per il caso in cui l’immobile sia stato, con danaro proprio, acquistato dal donante in nome e per conto del donatario. Se uno dei coeredi aveva debiti nei confronti dell’ereditando, egli deve imputare alla propria quota l’ammontare dei debiti; e ciò vale per tutti i coeredi, non solo per quelli soggetti a collazione (art. 724, comma 2 o , c.c.). Questa imputazione, a differenza della collazione per imputazione, non aumenta l’asse ereditario, giacché in questo già c’era il credito dell’ereditando verso l’erede.