Source: http://www.plcamagni.it/blogdipier/index.php/component/content/article/464
Timestamp: 2018-07-15 22:44:23+00:00
Document Index: 81752555

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 94', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49']

L'altro giorno, prendendo spunto dall'elezione di Angelino Alfano a segretario del PdL, introducevo il tema dell'attuazione dell'art. 49 della Costituzione.
Uno dei primi ad occuparsene concretamente, presentando un disegno di legge, fu il deputato socialista Giorgio Pizzol.
Quella che riporto è la relazione da lui tenuta alla Società Dante di Treviso nel 2003.
All’inizio degli anni ‘60 era facile leggere nei commenti alla Costituzione Italiana, svolti da studiosi delle scienze politiche e giuridiche (delle più diverse tendenze ideologiche), che l’articolo 49, doveva essere considerato come la “chiave interpretativa” dell’intero disegno costituzionale. E ciò perché nelle sue disposizioni, vengono enunciate le caratteristiche peculiari del “modello istituzionale” della “democrazia” quale viene concepita e istituita dalla nuova Carta costituzionale. In altri termini, si diceva che in questo articolo chiunque può “leggere” le idee guida, le norme fondamentali, i principi, secondo i quali i cittadini, come singoli e nel loro insieme (come popolo), possono, e devono, esercitare, la sovranità popolare.
L’introduzione di questo “modello istituzionale” veniva giudicata come l’avvio di un’esperienza del tutto nuova e originale nella storia degli ordinamenti giuridici dell’intero contesto mondiale per i motivi che cercheremo di esporre.
Gli stessi studiosi facevano notare che gli stati che nei propri ordinamenti costituzionali si autodefiniscono “demo-cratici” (in quanto riconoscono come titolare della “sovranità” il popolo) rimangono in pratica “oligarchici”. In base a tali ordinamenti infatti, a ben guardare, il popolo esercita effettivamente la propria sovranità soltanto al momento del voto e col voto “cede” la sovranità agli eletti ai quali viene affidato appunto il potere di decidere “a nome per conto” del popolo.
Si osservava poi che anche la Carta costituzionale italiana, come molte altre, all’articolo 1 afferma precisamente che la sovranità appartiene al popolo il quale però la esercita “nelle forme e nei limiti” della Costituzione. Forme e limiti che si possono individuare soprattutto nelle norme dettate per la formazione delle assemblee elettive dei diversi livelli (dagli enti locali al Parlamento) mediante il voto, libero, uguale, personale, e segreto.
Si rilevava pertanto che il riconoscimento da parte delle Carte costituzionali del diritto di voto a tutti cittadini in condizione di libertà e di uguaglianza costituiva senza dubbio una delle più alte conquiste civili mai raggiunte dall’umanità di tutti i tempi. E tuttavia detta conquista, per quanto debba essere giudicata necessaria e irrinunciabile, appare, pur sempre, “insufficiente” a garantire al popolo il diritto di conservare e di continuare ad esercitare effettivamente la propria sovranità non solo nel momento delle elezioni ma anche durante il periodo in cui la esercitano i suoi “rappresentanti”.
Sempre secondo gli studiosi su indicati, i Padri della Costituzione italiana si proposero come compito centrale proprio quello di disegnare una concezione di democrazia che potesse essere giudicata più pienamente aderente al significato del nome (governo del popolo) e dettarono per questo scopo un complesso di norme di principio e di “istituti” che consentissero dunque al popolo di essere sovrano non solo al momento del voto ma anche dopo aver votato.
Per il raggiungimento di questo scopo essi presero le mosse dall’osservazione di un fenomeno sociale, che si era sviluppato progressivamente, soprattutto a partire dagli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, in tutta l’Europa. Come è noto nell’epoca in parola il popolo, per mezzo delle sue componenti più attive, aveva escogitato e messo in atto una particolare struttura organizzativa per mezzo della quale i privati cittadini si ponevano di fronte ai rappresentanti dei pubblici poteri in un confronto costante, ora più ora meno aspro, (fatto di incontri, riunioni, manifestazioni pubbliche, pubblicazioni di libri, opuscoli, giornali) sui più svariati problemi economici, politici, culturali. Con tale azione organizzata i cittadini intervenivano, giorno per giorno, ed esercitavano concretamente un influsso rilevante sulle scelte dei poteri pubblici; esercitavano quindi, almeno in una certa misura, “direttamente” e “continuativamente” la loro sovranità.
La struttura organizzativa di cui parliamo, come è noto, ha la forma giuridica dell’associazione (persona giuridica di diritto privato) che si propone come proprio scopo fondamentale di essere presente e di partecipare con le sue idee, le sue proposte, le sue iniziative in tutte le sedi nelle quali si formano le scelte politiche di uno stato (tendenzialmente anche di una pluralità di stati o perfino dell’insieme di tutti gli stati del mondo). Questa forma associativa è stata comunemente denominata: “partito” o “partito politico”.
I Costituenti (sempre secondo le dottrine di cui dicevamo) videro proprio nell’attribuzione a questa forma associativa di diritti e di obblighi costituzionalmente sanciti lo strumento essenziale (anche se non l’unico), per offrire al popolo (ai cittadini come singoli e nel loro insieme) la possibilità di esercitare in un modo nuovo e più pieno la sovranità.
Essi istituirono quindi un nuovo “modello” di democrazia soprattutto dettando l’articolo 49 della Carta costituzionale.
Veniamo dunque alla lettura del testo dell’articolo in questione:
Si tratta di un testo molto breve, sintetico, che, per essere inteso nel suo pieno significato deve essere sottoposto a un’interpretazione analitica sia letterale che logico-sistematica. Interpretazione che peraltro non presenta, a nostro parere, particolari difficoltà neppure per gli inesperti in materia di diritto.
Passando all’analisi noteremo che nella disposizione costituzionale in esame chiunque può “leggere” le seguenti norme di principio, o princìpi.
A) Principio della “libertà di associazione” in partiti da intendersi sia nel senso positivo di diritto garantito a tutti i cittadini di fondare e di aderire ad un partito sia nel senso negativo di diritto di non aderire o di cessare di aderire ad un partito.
B) Principio della “pluralità” di partiti: il numero dei partiti non può essere limitato; chiunque può prendere l’iniziativa di fondare un nuovo partito. (I limiti alla fondazione e all’attività dei partiti possono essere soltanto quelli previsti per le associazioni in generale stabiliti dagli articoli 17 e 18 della Costituzione: le riunioni devono essere pacifiche e senza armi; le finalità associative non devono essere vietate dalla legge penale; sono vietate le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare).
C) Principio dell’adozione del “metodo democratico” sia nei rapporti con gli altri partiti sia nella propria organizzazione interna.
D) Principio del “libero concorso” di ciascun partito alla formazione della politica nazionale.
I principi sopraelencati ai punti A) e B) si riscontrano intuitivamente nella disposizione in parola e non richiedono ulteriore analisi.
Un’indagine più accurata meritano invece quelli indicati ai punti C) e D) da intendersi come reciprocamente complementari: nel senso che ognuno di essi deve essere attuato in funzione dell’attuazione dell’altro (il metodo democratico deve permettere il libero concorso e viceversa).
A questo proposito rileviamo ora che, secondo un’interpretazione logico sistematica, il nostro articolo prescrive ai partiti:
I) l’obbligo di agire con “metodo democratico” nei confronti degli altri partiti e dei cittadini in genere;
II) l’obbligo di adottare il “metodo democratico” nella propria organizzazione interna.
Il Costituente e il legislatore ordinario hanno dato pratica attuazione soltanto al primo degli obblighi sopraindicati soprattutto dettando norme che in particolare prescrivono:
l’obbligo per qualsiasi partito di astenersi dall’usare qualunque forma di violenza e di intimidazione nei confronti di tutti gli altri e nei confronti di qualunque cittadino;
l’obbligo per qualsiasi partito di rispettare le procedure previste dalla legge per la partecipazione alle competizioni elettorali e per lo svolgimento della propria attività in condizioni di parità nei confronti di ciascun altro;
il diritto di ciascun partito di essere presente a mezzo di propri rappresentanti nelle Assemblee elettive (del Parlamento e degli Enti locali) “in proporzione” dei voti ottenuti;
il diritto del partito (o del gruppo di partiti coalizzati) che ottiene la maggioranza dei voti di prendere le decisioni che la Costituzione attribuisce alla maggioranza dei componenti le assemblee elettive e quelle attribuite all’organo di “governo” dell’Ente pubblico (V. art. 94 Cost. per quanto riguarda il Governo della Repubblica che deve godere della fiducia delle Camere);
il diritto dei partiti che restano in minoranza di essere comunque “presenti” nelle assemblee elettive con propri rappresentanti “in proporzione” al numero dei voti ottenuti.
Come diceva, si può rilevare che i principi e le norme sopra elencati in relazione “ai rapporti fra partiti” sono stati espressamente introdotti mediante le disposizioni della Costituzione e delle leggi ordinarie e particolarmente mediante quelle che disciplinano le competizioni elettorali.
Riteniamo anche che sia possibile obbiettivamente riconoscere che tali principi sono stati anche concretamente rispettati a partire dall’entrata in vigore della Costituzione fino a circa dieci anni fa (fino al momento dell’entrata in vigore la legge elettorale del 1993 di cui si dirà più avanti).
L’art. 49 della Costituzione è sempre rimasto invece privo di una necessaria normativa di attuazione, per quanto riguarda l’obbligo che esso impone ad ogni partito di adottare il metodo democratico nella propria organizzazione interna. Obbligo che qui viene sinteticamente denomineremo “principio di democrazia interna”.
Ripeteremo che l’interpretazione dell’articolo, anche per questo aspetto, risulta in ogni caso chiara e inequivocabile per chiunque.
È innegabile infatti: A) che detto principio è stato dettato dalla norma in esame; B) che in base ad esso ogni partito è tenuto ad adottare una normativa per la propria organizzazione interna che comporti per i propri aderenti il rispetto medesimi principi sopra descritti; principi che, come si è detto, costituiscono i “fondamenti” (i “cardini”) di quella particolare “forma democratica” che è stata istituita dalla Costituzione medesima.
Ci sembra giusto dire che era comunque evidente fin dall’entrata in vigore della Costituzione che sarebbe stato opportuno che la Costituzione stessa o una legge costituzionale o almeno una legge ordinaria successiva, avesse introdotto nel nostro ordinamento alcune norme specifiche allo scopo di garantire l’attuazione del “principio di democrazia interna” mediante apposite disposizioni; soprattutto in materia di controllo della sua adozione mediante apposite norme statutarie da parte dei partiti; di rimedi e di sanzioni per il caso in cui esso venisse violato.
In particolare riteniamo che, al fine di dare attuazione a detto principio, sarebbe stato opportuno che, almeno, una legge ordinaria avesse stabilito che, ogni partito fosse obbligato, ad introdurre mediante apposite norme statutarie, come minimo, le seguenti disposizioni per regolare la propria organizzazione interna:
l’iscrizione al partito è consentita a tutti i cittadini (salvo ovviamente a coloro che siano già iscritti ad un altro partito o siano privi del diritto di elettorato);
ogni iscritto è membro dell’assemblea del livello organizzativo minimo ed ha diritto di essere eletto: a) alle cariche direttive e rappresentative del livello stesso; b) alle assemblee dei livelli superiori;
i membri delle assemblee dei livelli superiori sono eletti fra i membri delle assemblee dei livelli inferiori;
le cariche direttive e rappresentative di ogni livello e le designazioni a cariche pubbliche sono conseguite a seguito di elezioni da parte delle assemblee dei rispettivi livelli organizzativi con votazioni a scrutinio segreto e con voto personale (libero, personale e uguale);
gli iscritti che hanno ottenuto la maggioranza nelle relative votazioni hanno diritto di esercitare le decisioni di competenza delle cariche direttive nelle quali sono stati eletti;
gli iscritti che non hanno conseguito la maggioranza nella elezione del gruppo dirigente (le minoranze interne), conservano il diritto di rimanere nel partito e di esprimere liberamente il proprio dissenso e le loro proposte alternative alle decisioni della maggioranza e del gruppo dirigente;
l’assemblea di ogni livello approva a maggioranza i programmi di attività e i bilanci di previsione e i bilanci consuntivi del partito;
le assemblee del partito nelle quali si discute la scelta degli organi direttivi e dei candidati a cariche pubbliche sono aperte al pubblico (fino al momento dell’apertura delle votazioni);
gli statuti, i verbali delle assemblee, i bilanci preventivi e consuntivi dei partiti sono consultabili dai cittadini elettori a norma delle leggi vigenti per la consultazione degli atti degli enti pubblici.
Con l’introduzione di norme di legge come quelle sopra descritte per l’attuazione del principio del metodo democratico nell’organizzazione interna dei partiti (opportunamente integrate da altre soprattutto in tema di finanziamento pubblico e privato dei partiti e di controllo, rimedi e sanzioni per le eventuali trasgressioni delle norme stesse) il “modello” di democrazia disegnato dalla Costituzione sarebbe diventato molto ben definito e, a nostro parere, avrebbe potuto trovare una più facile e più concreta attuazione pratica.
Qualunque cittadino in forza delle norme dell’articolo 49 della nostra Costituzione, una volta che risultassero determinate nei termini sopra indicati (sia in relazione ai rapporti tra partiti che in relazione all’organizzazione interna di ciascun partito), si trova a disporre di strumenti normativi che gli consentono di partecipare “effettivamente”, “direttamente” e “giorno per giorno” alle determinazioni della politica nazionale in tutti i livelli istituzionali (dal Comune, alla Provincia, alla Regione, al Parlamento della Repubblica).
Noteremo che in questo modello istituzionale ogni “cittadino privato” ha il diritto di fare in prima persona l’esperienza della partecipazione alla vita pubblica mettendo in atto queste semplici iniziative: entrando nel partito che meglio risponde alla sua concezione dei fini e dei mezzi dell’attività politica o, nel caso in cui nessuno dei partiti esistenti risponda alle sue esigenze, di fondarne uno egli stesso. Avendo diritto in particolare:
di parola e di voto nell’assemblea del partito;
di ricoprire, a seguito di libere elezioni interne, le cariche direttive del partito stesso, potendo perciò entrare a far parte, salendo di livello in livello, dall’organo direttivo minimo fino a quello massimo;
di essere scelto, sempre a seguito di libere elezioni interne, a rappresentare il partito stesso nelle cariche pubbliche;
di esprimere il proprio giudizio, giorno per giorno, sulle scelte e sull’attività di coloro che, a seguito di designazione del partito, sono stati eletti a ricoprire cariche pubbliche;
di esporre comunque le sue opinioni sia che condivida sia che non condivida in tutto o in parte le scelte della maggioranza del partito; essendogli sempre consentito il diritto di rimanere nel partito e la libertà di parola e di voto nell’assemblea dello stesso anche nel caso in cui egli sia in minoranza.
Si noterà soprattutto che il modello normativo in esame, per il fatto di consentire “pari opportunità ai diversi partiti” e “pari opportunità ai singoli partecipanti all’attività di ogni partito” consente anche ai cittadini che “non” intendano impegnarsi in prima persona nell’attività di un partito di esprimere liberamente, in tutte le sedi offerte dalla cosiddetta “società civile”, le loro opinioni e le loro proposte sull’azione dei diversi partiti “concorrenti” e pertanto di partecipare “attivamente, giorno per giorno” allo svolgimento della vita democratica.
Se il modello costituzionale sopra descritto fosse concretamente attuato e praticato noi ci troveremmo in una situazione tale per cui il libero confronto di idee e iniziative in condizioni di parità fra tutti i cittadini porterebbe realmente ad un “libero concorso” di tutti i cittadini nella formazione delle scelte politiche della Repubblica in tutte le sue diverse articolazioni istituzionali nelle quali si esercitano i tre poteri “sovrani”: legislativo, esecutivo, giudiziario.
Sembra lecito pensare pertanto che un corretto funzionamento di questo “modello” di democrazia, sia in grado di produrre necessariamente una selezione sia dei gruppi dirigenti dei partiti sia dei componenti degli organi costituzionali, tale da assicurare, nel tempo, il prevalere delle idee e delle risorse umane più idonee alla soluzione dei problemi della società e comunque capace di garantire al popolo di procedere al ricambio, per via democratica e pacifica, dei gruppi dirigenti sia dei partiti che dello Stato.
Uno sguardo anche molto rapido alla situazione della politica italiana dall’entrata in vigore della Costituzione ci dice che, la “democrazia reale” (la “Costituzione materiale” come dicono i giuristi) è stata assai poco coerente col modello sopra descritto (dettato dalla Costituzione formale) e ciò ha comportato un grave deterioramento dei rapporti fra cittadini (popolo) e istituzioni pubbliche.
I motivi della carente attuazione del modello costituzionale sono ovviamente molti, ma crediamo che uno dei principali sia individuabile proprio nella mancata emanazione di specifiche norme che garantissero il rispetto di quello che sopra abbiamo definito il “principio della democrazia interna” dei partiti.
È facile comprendere infatti che se i partiti non adottano il metodo democratico nella propria organizzazione interna diventano “organizzazioni oligarchiche”. Conseguentemente “l’anello” che deve legare la sovranità popolare alla democrazia dei partiti e la democrazia dei partiti alla democrazia delle istituzioni pubbliche non regge più. La carenza di democrazia all’interno dei partiti diventa inevitabilmente carenza di democrazia nelle pubbliche istituzioni.
Si potrebbe ritenere che l’emanazione di espresse norme di legge sulla materia in questione fosse sostanzialmente superflua considerato che, per quanto si può rilevare, i partiti che hanno svolto la loro attività nel periodo di vigenza della Costituzione, hanno adottato spontaneamente le norme sopra richiamate nei propri statuti e regolamenti interni.
Chiunque abbia però un minimo di esperienza diretta della vita concreta dei partiti politici (e anche delle libere associazioni in genere) sa bene che la pura e semplice introduzione delle norme stesse nello statuto non garantisce affatto il loro rispetto.
I gruppi dirigenti di qualsiasi partito, come è noto, tendono a conservare la propria posizione direttiva. A questo scopo adottano, una prassi organizzativa che consente loro: da un lato di controllare l’accesso al partito accogliendovi prevalentemente persone di loro gradimento; dall’altro di procedere alla formazione delle cariche direttive col metodo della cooptazione (aggirando in vario modo le norme statutarie che garantiscono libere elezioni interne). Tale prassi può realizzarsi senza alcun problema per il gruppo dirigente di qualsiasi partito per il semplice motivo che, di fatto, sono gli stessi membri del gruppo dirigente ad esercitare, le funzioni di “controllo” del rispetto dello statuto e delle norme organizzative interne.
In sintesi, questa prassi consente ai gruppi dirigenti dei partiti di decidere tutte le scelte del partito a loro esclusiva discrezione, svincolati da qualsiasi controllo da parte degli iscritti (e ovviamente degli elettori non iscritti) e di instaurare dunque, all’interno del partito, un regime oligarchico. Regime che viene immediatamente trasmesso alle Pubbliche istituzioni: dal momento che, in definitiva, i membri dei gruppi dirigenti dei partiti scelgono i candidati, e quindi gli eletti, alle cariche pubbliche (scelgono in primo luogo se stessi e successivamente uomini di loro fiducia). In sintesi, a seguito di questa prassi, i dirigenti dei partiti (ovviamente in primo luogo dei partiti che ottengono la maggioranza dei consensi elettorali) diventano i veri, e praticamente gli unici, detentori della “sovranità popolare”.
La prassi sopra descritta, che si è andata affermando in forma sempre più marcata col passare dei decenni, è stata chiamata, con un termine molto appropriato, “partitocrazia”.
Non è questa la sede per un’indagine storica sui guasti prodotti alla vita politica e sociale in genere da questo fenomeno patologico della democrazia.
Osserveremo soltanto che un antidoto a detto fenomeno patologico, a nostro parere, non può che essere un’azione, svolta tanto “dalla base” (dai singoli cittadini) che dai vertici politici e istituzionali e culturali, che sia in grado di ristabilire una coerente applicazione delle norme dell’art. 49 della Costituzione, nell’interpretazione letterale, logica e sistematica che abbiamo cercato di esporre sopra e che, secondo quanto ci dicevano i giuristi fino ad una ventina d’anni or sono, sembra del tutto corretta e difficilmente controvertibile.
Riteniamo necessario far notare che l’opinione appena esposta circa il ruolo di una coerente applicazione dell’articolo in esame appare oggi largamente minoritaria (per non dire del tutto priva di sostenitori) nella così detta “opinione pubblica”.
Stupisce soprattutto che gli autorevolissimi (e un tempo numerosi) esponenti della cultura filosofico-giuridica e della scienza politica che, dal primo dopoguerra fino a non molti anni or sono, indicavano la Costituzione Italiana come quella che aveva introdotto storicamente, per mezzo di questo articolo, la forma più “avanzata” e “coerente” di democrazia siano oggi del tutto silenziosi su questo argomento; e non ci facciano nemmeno capire se e perché abbiano cambiato opinione.
Mi sia consentito di ricordare in questa sede, per puro amore della cronaca, che l’unico disegno di legge sull’attuazione dell’art. 49 della Costituzione fu presentato dal sottoscritto (all’epoca senatore della Repubblica), come unico firmatario, nella X Legislatura (Senato della Repubblica Disegno d.l. n. 3047 - 13 novembre 1991-).
Prevale oggi (da almeno un decennio del tutto incontrastata) una corrente di pensiero secondo la quale sarebbe stato proprio il “modello” disegnato dalla Costituzionale a generare la patologia politica e sociale di cui si è detto sopra.
Che detta corrente di pensiero sia del tutto priva di fondamento logico, può essere compreso da chiunque voglia onestamente a ragionare sulle “norme” mediante le quali, in qualunque contesto (sia nei rapporti privati che in quelli pubblici), si debbano prendere decisioni che riguardino “cose comuni” ad un numero qualsiasi di soggetti. A noi sembra quasi una banalità affermare che non è possibile pensare a decisioni intorno a “cose comuni” che non coinvolgano tutti i partecipanti alla comunione.
Di conseguenza noi definiamo democratiche solo quelle costituzioni che assumano come proprio principio fondamentale che: ciò che riguarda tutti è deciso, per quanto possibile, da tutti.
Si tratta di un principio di “logica elementare”, quindi di un principio “razionale”, difficilmente superabile. Questa resta un’opinione soggettiva di chi parla sulla quale si può e si deve ovviamente continuare a discutere.
Ora ci permetteremo soltanto di cogliere l’occasione per ribadire che il nostro articolo 49, come sopra interpretato, detta appunto norme che, ispirandosi a detto principio razionale, consentono l’istituzione e l’attuazione di una democrazia nel senso vero e integrale del termine.
La rinuncia a questo principio non ha alternative; a meno che non si intenda appunto definire democrazia un regime che nella sostanza è oligarchico, autoritario o comunque antidemocratico (nel quale pochi decidono, a loro discrezione, per tutti).
A questo proposito, sempre a nostro parere, non sarebbe inutile ricordare che è accaduto più volte, anche nel secolo appena trascorso, che il popolo abbia scelto “democraticamente” di “abrogare” la democrazia e di consentire l’instaurazione di un regime autoritario. L’Italia stessa ce ne ha fornito una prova esemplare nel 1922.
Sembra poi particolarmente strano che proprio in Italia, particolarmente negli ultimi dieci anni, si sia andati ad uno svuotamento e alla disapplicazione di quegli istituti democratici che erano stati adottati dai Costituenti proprio per evitare il ripetersi degli errori e le tragedie prodotte dal totalitarismo fascista.
Ma questo sembra proprio il fenomeno che sta accadendo in questi anni.
Il popolo italiano, nel suo complesso e, soprattutto, nelle sue classi dirigenti sia politiche che culturali, non solo non si è preoccupato di dare coerente attuazione all’articolo 49 della Costituzione, ma, dopo aver constatato i guasti prodotti dal mancato rispetto, per circa un quarantennio, delle norme costituzionali, ha pensato bene di imputare tali guasti proprio alle norme costituzionali e a dare avvio ad un processo che trasformerà la nostra Repubblica in un regime autoritario (anche se dissimulato sotto “formule” che conservino “l’apparenza” della democrazia).
Il fatto più grave in questa direzione è quello che si è concretizzato con l’introduzione della nuova legge elettorale ispirata al cosiddetto “sistema maggioritario all’inglese” nell’agosto del 1993; una legge che era stata preceduta da un referendum abrogativo della legge elettorale per il Senato della Repubblica (18 aprile dello stesso anno).
Questo sistema elettorale (accolto trionfalmente dall’opinione pubblica come il rimedio contro la partitocrazia) ha comportato una plateale e gravissima violazione dell’articolo 49 della Costituzione. Esso consente infatti che, in ogni collegio elettorale, il candidato che ottiene il maggior numero di voti “escluda” dall’elezione tutti gli altri. È evidente che in questo modo si impedisce ad una grandissima parte di cittadini di essere rappresentati nelle Assemblee parlamentari.
Come si è visto, le norme di questo articolo dispongono inequivocabilmente, che i cittadini che non hanno espresso i loro voti a favore della maggioranza abbiano comunque diritto di eleggere in tutte le assemblee elettive (e in primo luogo nelle Assemblee parlamentari) propri rappresentanti che andranno a costituire appunto “le minoranze”.
Il nuovo sistema “abolisce” tale diritto e abolisce con ciò il diritto di “concorrere con metodo democratico” alle determinazioni della politica nazionale di una grande parte della popolazione.
Gli effetti “anticostituzionali” e “antidemocratici” consentiti dal sistema elettorale in esame si aggiungono così agli effetti dannosi già provocati dalla mancata attuazione del principio della democrazia interna ai partiti. Tra questi e elencheremo, solo per fornire qualche sintetico esempio, i seguenti.
I dirigenti partiti già presenti nelle istituzioni pubbliche al momento dell’introduzione del nuovo sistema elettorale sono diventati, di fatto, gli unici titolari della facoltà di partecipare alle decisioni politiche. Essi sono in realtà gli unici a essere presenti contemporaneamente sia nei partiti sia nelle pubbliche istituzioni e pertanto nessuna possibilità effettiva di entrare nella vita politica è concessa ai cittadini che non siano già in qualche modo “legati” ai gruppi dirigenti dei partiti su indicati.
In sostanza, i partiti come organismi democratici aperti all’ingresso di tutti i cittadini e come strumenti per esercizio della sovranità popolare quali erano concepiti dall’art. 49 Cost. sono stati aboliti dalla nuova legge elettorale. Possono certo ancora esistere partiti diversi da quelli “già occupanti” le istituzioni, ma viene impedito loro di “concorrere” su un piano di parità: solo gli uomini scelti dai dirigenti dei partiti già presenti nelle istituzioni andranno veramente a prendere le decisioni della politica nazionale mentre gli altri potranno solo “parlare” fuori dal Parlamento. Potranno peraltro “parlare” fuori dalle assemblee elettive, ma difficilmente potranno “farsi sentire” per i motivi su cui ora sorvoleremo per brevità.
La situazione della democrazia italiana ora è sotto gli occhi di tutti. In questi anni si sono formate “due coalizioni”, una di maggioranza e una di minoranza, capaci di occupare “tutta intera” la scena politica. Ai cittadini che non si riconoscano in una delle due coalizioni non resta, a ben guardare, neppure il diritto di voto: essi hanno soltanto la possibilità di scegliere tra due schieramenti che sono comunque entrambi rappresentanti del “potere costituito” (e in grado di auto-ricostituirsi secondo le decisioni dei suoi dirigenti).
L’argomento centrale addotto a difesa del sistema “inglese” è stato, come si sa, il seguente: il sistema proporzionale puro produce governi di coalizione quindi governi instabili.
In verità il sistema inglese trapiantato in Italia ha prodotto, come tutti possono vedere, governi di coalizione non molto diversi da quelli prodotti dal sistema elettorale precedente. Il guadagno in termini di stabilità dei governi è stato minimo mentre la perdita in termini di diritto all’effettivo esercizio della democrazia è stato invece massimo e devastante.
La via per evitare la fragilità dei governi non era certamente quella dell’abolizione dei principi di democrazia dettati dall’art. 49 della Costituzione, ma semmai una modifica della legge elettorale che fosse in grado di garantirli e di favorirne la pratica attuazione.
Per raggiungere questo risultato non era necessario trapiantare nell’ordinamento italiano istituti normativi che possono aver anche dato una buona prova in un contesto storico e culturale del tutto diverso da quello che ha portato all’adozione della nostra Costituzione. Sarebbe stato sufficiente attenersi alla sostanza delle disposizioni del nostro art. 49 e adottare una legge elettorale di struttura molto semplice: modificare il “sistema proporzionale puro” introducendo un sistema proporzionale corretto “con un premio di maggioranza”. Con tale sistema è chiaramente possibile ottenere il pieno rispetto della democrazia istituita dal nostro ordinamento costituzionale e garantire nello stesso tempo:
A) la rappresentanza dei cittadini nella pluralità delle loro libere associazioni politiche;
B) la stabilità del Governo della Repubblica.
A titolo di semplice esempio diremo che sarebbe stato sufficiente introdurre nella legge elettorale la seguente disposizione:
“Il 55% dei seggi viene assegnato alla lista che ottiene la maggioranza relativa dei voti; il restante 45% viene assegnato a tutte le altre liste in proporzione dei voti da ciascuna ottenuti.”
Il sistema in questione, come chiunque può vedere, consente di ottenere questi risultati.
Il partito che ha ottenuto la maggioranza relativa ottiene il pieno diritto, a norma della Costituzione, di formare il governo e di governare per tutta la durata della legislatura.
A ciascuno dei partiti che avranno ottenuto i seggi della minoranza viene garantito il diritto di rappresentare in Parlamento i propri elettori esprimendo la propria specifica iniziativa politica sia mediante la critica dell’attività della maggioranza e del governo sia mediante la presentazione di proposte legislative autonome. A questi partiti non sarà possibile in alcun modo creare problemi per la stabilità del Governo, essendo essi del tutto ininfluenti e irrilevanti per la sua formazione.
Il corpo elettorale ad ogni elezione avrà la possibilità di decidere liberamente se confermare la maggioranza uscente o cambiarla scegliendo “fra uno qualsiasi” dei partiti di minoranza.
Ad ogni elezione tutti i partiti “concorrenti” si troveranno in condizione di “pari opportunità” di ottenere la maggioranza relativa.
Gli elettori conserveranno in ogni caso ampia libertà di “scelta fra più partiti”, ognuno distinto da ogni altro per la propria identità politica e programmatica; mantenendo “per tutto il periodo in cui dura l’assemblea elettiva” il diritto di chiedere ai propri eletti, siano essi appartenenti al partito di maggioranza che ad uno dei partiti di minoranza, di “rispondere” della loro attività politica in relazione agli impegni presi prima dell’elezione.
Ogni elettore avrà la possibilità di votare per “scegliere il Capo del Governo” esprimendo la propria preferenza fra candidati diversi all’interno della lista per la quale decide di votare.
N.B. La proposta prevede che ogni partito presenti la propria lista elettorale : ogni partito avrà il suo simbolo. Se più partiti vorranno associarsi lo potranno fare, ma si presenteranno alle elezioni in ogni caso nella stessa lista e con un unico simbolo (ciò al fine di evitare le coalizioni di maggioranza con partiti distinti che sono la vera causa dell’instabilità di governo in tutti i sistemi elettorali di qualsiasi forma).
E infine vorrei ritornare brevemente col pensiero agli anni sessanta quando tra gli anziani e i giovani di quel tempo (di diversa formazione culturale) era largamente prevalente l’opinione secondo la quale la Costituzione della Repubblica Italiana era quella che aveva istituito “storicamente” il modello di democrazia “più avanzato”: il modello che più coerentemente consentiva al popolo di esercitare effettivamente la sua sovranità.
Sinceramente, devo dire che non sono riuscito a comprendere perché, nel trascorrere degli anni, i sostenitori di questa opinione siano rimasti oggi una minoranza inconsistente e praticamente invisibile.
Evidentemente sono uno di questa minoranza che, magari sbagliando, è ancora fermamente convinto sia doveroso appartenerci, per i motivi che sono stati, in qualche modo, esposti sopra. Motivi ai quali, come conclusione di questo articolo, aggiungerei il seguente: l’art. 49 della Costituzione Italiana, nonostante le ripetute violazioni (e nonostante che l’attuale prevalente opinione pubblica non ne apprezzi il contenuto normativo) è ancora formalmente vigente a tutti gli effetti e pertanto comporta l’obbligo per tutti i cittadini italiani (a partire da coloro che ricoprono responsabilità nell’esercizio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario) del rispetto delle sue disposizioni.