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Timestamp: 2017-04-30 12:48:43+00:00
Document Index: 46360192

Matched Legal Cases: ['art. 183', 'art. 101', 'art. 91', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 181', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 153', 'art. 183', 'sentenza ', 'art. 101', 'sentenza ', 'art. 163', 'art. 271', 'art. 183', 'art. 269', 'art. 2', 'art. 269', 'art. 183', 'art. 269', 'art. 183', 'art. 292', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 189', 'art. 183', 'art. 180', 'art. 126', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 153', 'art. 45', 'art. 294', 'art. 183']

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La trattazione della causaLa non contestazione tra definizione del thema decidendum e probandumPoteri di intervento del GiudiceChiarimenti richiesti e indicazione delle questioni rilevabili d’ufficio da parte del Giudice ex art. 183 c. 4 c.p.c., dopo la novella dell’art. 101 c.p.c.Il tentativo di conciliazione nella prospettiva del novellato art. 91 c.p.c.di Antonio SCARPA
Quando è necessario e quando è comunque consentito un rinvio dell’udienza di trattazione? All’udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione il giudice istruttore deve verificare d’ufficio la regolarità del contraddittorio. Il comma 2° dell’art. 183 c.p.c. prevede che il giudice debba fissare una “nuova udienza di trattazione”:
Sennonché, dalla lettura dell’art. 183 c.p.c. appare possibile una diversa ricostruzione del regime delle preclusioni concepito dal legislatore. La norma si riferisce all’udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione: “nella stessa udienza” (comma 5°) sono consentite le attività assertive di cui al comma 5° e la richiesta dei termini per le memorie scritte di cui al comma 6°. Potrebbe allora sostenersi che tale “prima udienza” segni, sul piano logico e cronologico, la tappa processuale ultima oltre la quale operi lo sbarramento alla eventuale, successiva proposizione/rilevazione di tali attività ed istanze. A tali fini, può rivelarsi allora del tutto irrilevante che le parti siano o non siano comparse a tale udienza.Ne conseguirebbe che la prima udienza di trattazione, nell’ipotesi in cui la causa sia rinviata ex art. 181 - 309 per mancata comparizione delle parti, non potrebbe mai legittimamente ritenersi "slittata" alla nuova udienza di rinvio, ai fini del verificarsi delle preclusioni predette: la nuova udienza di rinvio sarà, sì, udienza "di trattazione", o, se si vuole, udienza "di prima trattazione" in senso atecnico (nel senso, cioè, che la causa viene discussa per la prima volta), ma non anche (ed in senso tecnico) "prima udienza di trattazione", (in quanto vicenda processuale non fungibile e non più utilmente ripetibile quoad praeclusionis) (così ad es. Cass. 26 ottobre 2004, n. 20736).
E’ qui da ricordare come le norme che disciplinano la sequenza procedimentale risultante dal vigente art. 183 (come dal previgente combinato disposto degli artt. 180 -183 c.p.c.) abbiano una natura essenzialmente inderogabile, essendo poste a tutela del diritto di difesa delle parti in un contesto di "parità delle armi". L’inderogabilità del regime delle preclusioni implica che non è neanche ipoteticamente possibile configurare deroghe o sanatorie a quelle già verificatesi, mentre, per le preclusioni non ancora verificatesi, ben può l’accordo tra le parti o la rinuncia di una di esse a facoltà processuale consentire di disporre dello schema delineato dal legislatore.Pertanto, allorché le parti, nella prima udienza di trattazione, non formulino alcuna richiesta di precisare e modificare le rispettive domande, eccezioni e conclusioni, o di svolgere le attività conseguenti alle difese avversarie, o tanto meno di concessione dei termini di cui al comma 6° dell’art. 183 c.p.c., limitandosi a chiedere (una o magari più volte) un mero rinvio, sia pure sul dichiarato presupposto della pendenza di trattative di bonario componimento, può essere legittimo per il giudice interpretarne il comportamento processuale come implicita espressione di una rinuncia alla proposizione di ulteriori istanze (cfr. Cass. 26 agosto 2004, n. 16993). Le attività consentite nei commi 5° e 6° dell’art. 183 c.p.c. devono essere esercitate nella prima udienza di trattazione (o eccezionalmente in quella nuova fissata nei casi previsti dai primi tre commi dello stesso art. 183), e si tratta di facoltà che devono essere sfruttate, entro tale udienza, a pena di decadenza, senza possibilità di dilazionarle in attesa degli sviluppi imprevedibili delle trattative transattive in corso. . La sanzione della decadenza pare discendere dal sistema delle preclusioni ed è mitigata unicamente dalla possibilità della rimessione in termini ai sensi del comma 2° dell’art. 153 c.p.c. Non manca, peraltro, chi in dottrina avverte che le preclusioni dovrebbero essere riferite all’esaurimento della complessiva “fase” e non della singola udienza, ammettendo così che la trattazione possa liberalmente diluirsi in più udienze.
Quali sono i chiarimenti che il giudice deve richiedere alle parti? L’art. 183, co. 4°, c.p.c., definisce la sfera dei poteri officiosi del giudice, rimettendogli il compito di richiedere alle parti i necessari chiarimenti, sulla base dei fatti allegati, e di indicare le questioni rilevabili d’ufficio di cui ritenga opportuna la trattazione. Questo colloca il magistrato in una complicata posizione di equilibrio, schiacciata dal dovere di collaborazione con le parti e di sollecitazione del procedimento, da un lato, e, dall’altro, dal superiore dovere di imparzialità.
Più rigorosamente, si era da ultimo notato come la sentenza di “terza via”, nel sistema antecedente a quello ora connotato dall’introduzione dell’art. 101, co. 2° c.p.c., non potesse ritenersi ex se nulla, in difetto di una previsione espressa di nullità. Ad avviso di Cass., sez. un., 30 settembre 2009, n. 20935, piuttosto, ferma la violazione "deontologica" da parte del giudicante che avesse deciso pronunciando sentenza sulla base di rilievi non previamente sottoposti alle parti, la nullità processuale non poteva essere, ipso facto, sempre e comunque predicata, quale esito indefettibile di tale omissione. Di conseguenza, in presenza delle sole questioni di fatto ovvero miste, di fatto e di diritto, si riteneva la parte soccombente legittimata a dolersi del decisum sostenendo che la violazione di quel dovere di indicazione avesse vulnerato la facoltà di chiedere prove (o di ottenere una eventuale rimessione in termini).
Il giudice, quando autorizza l’attore alla chiamata, fissa una nuova udienza per consentire la citazione del terzo nel rispetto dei termini dell’art. 163 bis c.p.c., e stabilisce il termine perentorio entro cui l’attore deve provvedere alla notifica. A norma dell’ art. 271 c.p.c., al terzo si applicano, con riferimento all’udienza per la quale è citato, le disposizioni degli articoli 166 e 167, 1° co., c.p.c., e, laddove egli intenda a sua volta chiamare in causa un terzo, deve farne dichiarazione a pena di decadenza nella comparsa di risposta. Restano ferme per le parti originarie le preclusioni ricollegate alla prima udienza di trattazione, ma i termini di cui al sesto comma dell’art. 183 c.p.c. sono modulati dall’art. 269, co. 5°, c.p.c. (come modificato dall’art. 2, n. 1, lett. p, l. 28 dicembre 2005, n. 263) sull’udienza di comparizione del terzo, in maniera da realizzare al più presto l’armonizzazione dei diversi rapporti processuali. Dal comma 5° dell’art. 269 c.p.c. può allora trarsi conferma della inderogabile necessità di chiedere i termini ex art. 183, comma 6°, c.p.c. sin dalla prima udienza, giacché nemmeno la chiamata in causa del terzo costituisce un motivo di remissione in termini per le attività già precluse nel rapporto tra le parti originarie. Il che in pratica significa che all’atto della costituzione in giudizio del terzo i «giochi» sono già irrimediabilmente fatti per le parti originarie. Nemmeno infatti con il più recente intervento riformatore sul testo del comma 5° dell’art. 269 c.p.c. si è pensato di scongiurare i sospetti di incostituzionalità che riguardano questa disposizione, prevedendo – come da molti auspicato - che il giudice, autorizzata la chiamata del terzo su richiesta dell’attore, sia poi tenuto a rinviare lo svolgimento dell’intera unica udienza di comparizione e trattazione con salvezza delle posizioni delle parti originarie, oggi invece compresse nella residua facoltà di avvalersi dei termini di cui al comma 6° dell’art. 183 c.p.c. Si suggerisce, cioè, che la previsione di una barriera preclusiva, operante anche qualora il convenuto si costituisca in udienza "sorprendendo" l’attore, perché non sia in contrasto con il diritto di difesa, debba indurre il giudice istruttore a consentire all’attore stesso un’effettiva possibilità di esaminare - senza incorrere in decadenze - quanto allegato, prodotto, eccepito in udienza dal convenuto, se necessario differendo la trattazione (Trib. Milano, 24 luglio 2008, in Giustizia a Milano 2008, 9, 64; arg. anche da Corte cost. 12 novembre 2002, n. 447; Cass. 10 aprile 2008, n. 9350, entrambe però relative al procedimento davanti al giudice di pace).
Tanto la precisazione quanto la modificazione della domanda sono adattamenti della iniziale prospettazione difensiva rientranti nella nozione della emendatio libelli. Sicché, vista la assimilazione del regime processuale, non è importante distinguere tra l’attività di precisazione (che dovrebbe indicare lo sforzo di delucidazione delle difese già svolte, senza mutamento alcuno degli elementi identificativi della domanda) e l’attività di modificazione (che comprende mutamenti o soltanto specificazioni della causa petendi e del petitum immediato, lasciando impregiudicato il petitum inteso come cosa oggetto della domanda), quanto differenziare l’emendatio dalla non consentita mutatio libelli. Oltre che per i profili di ammissibilità, la distinzione tra mutatio ed emendatio è essenziale altresì nell’ottica delle garanzie del convenuto contumace, al quale ex art. 292 c.p.c. devono essere notificate le domande nuove e non anche quelle che costituiscono la semplice precisazione e modificazione delle domande originariamente proposte e debitamente notificate.
Rimangono peraltro ammissibili le nuove eccezioni che si fondino su fatti sopravvenuti nel corso del giudizio, o divenuti rilevanti a seguito di modifiche legislative; in simili casi, tuttavia, non è nemmeno il secondo termine dell’art. 183, co. 6°, c.p.c. a costituire lo sbarramento definitivo, ma soltanto il momento della precisazione delle conclusioni, al punto che si dissolvono anche le preclusioni istruttorie. Una volta precisate o modificate domande ed eccezioni, è inevitabile che le parti provvedano a precisare o modificare le conclusioni formulate negli atti introduttivi, pervenendo alla definitiva delimitazione del chiesto cui corrisponderà il pronunciato del giudice. Le conclusioni articolate a norma dell’art. 183 c.p.c. sono soggette al principio di immutabilità riassunto nell’art. 189 c.p.c., e verranno quindi duplicate al momento della rimessione della causa in decisione, o al più solo corroborate sulla base delle risultanze dell’istruzione probatoria.
Il giudice, <se richiesto>, è obbligato a concedere alle parti i termini di cui all’art. 183, co. 6°, c.p.c.? Come già si diceva in precedenza, se richiesto da entrambe le parti o anche da una soltanto di esse (ma dunque giammai d’ufficio), il giudice deve fissare (in favore di entrambe le parti, e quindi anche in favore della parte che non li abbia richiesti, o della parte rimasta fino a quel momento contumace) tre termini perentori in successione per il deposito di memorie contenenti dapprima le precisazioni e le modificazioni, poi le repliche e le eccezioni conseguenti, con le deduzioni istruttorie e le produzioni documentali, ed infine le indicazioni prova contraria; all’esito, il giudice provvederà sulle richieste istruttorie, fissando l’udienza di assunzione dei mezzi di prova.
Che cosa deve inserirsi nel verbale dell’udienza di trattazione? Deve sottolinearsi come quella che è stata definita la “furia iconoclasta” del Legislatore del 2005 abbia potato del precedente art. 180 c.p.c. altresì il vecchio terzo comma, con cui si affidava al verbale di udienza, in coerente ossequio al principio di oralità, la funzione di raccogliere le conclusioni delle parti ed i provvedimenti pronunciati dal giudice in udienza. Rimane tuttavia assolutamente da preferire ogni interpretazione della fase di trattazione della causa che renda eccezionale il ricorso alla riserva di pronuncia da parte del giudice. Inoltre, per il combinato disposto degli art. 126 e 130 c.p.c. e 44 disp. att. stesso codice, il verbale dell’udienza di trattazione deve contenere la descrizione delle attività compiute, anche da parte delle persone intervenute, e le dichiarazioni da esse rese, ma non riportare diffusamente le argomentazioni difensive dei procuratori. Il principio dell’oralità ed immediatezza del processo non si traduce invero in un’accentuazione ed in un appesantimento dell’attività di verbalizzazione. Per le cause più semplici, il verbale registrerà in particolare le deduzioni oralmente svolte dalle parti nell’esercizio dello ius poenitendi permesso dal comma 5° dell’art. 183.
Si deve dunque convenire che, dopo la scadenza del secondo termine di trenta giorni di cui all’art. 183, comma 6°, c.p.c., e dunque chiusa la fase di trattazione della causa, non sia più possibile la contestazione dei fatti principali, inerenti alla determinazione del tema della decisione di merito, potendosi lasciar salva fino all’esaurimento della facoltà di presentare deduzioni istruttorie per prova contraria, nell’ultimo termine di ulteriori venti giorni di cui all’art. 183 comma 6° c.p.c., l’eventualità di un ritiro della iniziale incontestazione di circostanze aventi esclusivo significato probatorio. In definitiva, l’effetto dell’esclusione dal thema probandum dei fatti non contestati diventa definitivo, sia nei confronti della parte costituita, sia nei confronti del contumace, una volta che siano maturati i termini preclusivi previsti dalla disciplina del processo ordinario per esercitare l’onere di prendere posizione con contestazioni e quindi dopo la conclusione della prima udienza di trattazione, salva sempre la rimessione in termini ex art. 153 comma 2° c.p.c. (come inserito dall’art. 45, co. 19°, l. n. 69/2009), per la parte costituita, ed ex art. 294, per quella contumace. Qual è il ruolo del giudice rispetto ai fatti incontroversi? Perché un fatto allegato da una parte possa considerarsi pacifico, in maniera da essere posto a base della decisione ancorché non provato, occorre che lo stesso sia esplicitamente ammesso dalla controparte, ovvero che questa, pur non contestandolo in modo specifico, abbia impostato il proprio sistema difensivo su circostanze ed argomentazioni logicamente incompatibili con il suo disconoscimento. Quando sia, appunto, acclarato che la sussistenza di un elemento costitutivo o di un requisito di fondatezza della domanda è pacifica, restano escluse tanto la rilevabilità di ufficio, quanto la deducibilità, ad opera delle parti, dell’inosservanza di un tale elemento o requisito, ferma rimanendo unicamente la verifica in diritto dei fatti incontroversi, giusta la regola iura novit curia. Ciò responsabilizza il giudice a servirsi con scrupolo del potere, offertogli dall’art. 183, co. 4°, c.c., di richiedere alle parti, nell’ambito dei fatti allegati, i necessari chiarimenti e di indicare le questioni rilevabili d’ufficio di cui ritenga opportuna la trattazione, pervenendosi per questa strada ad una più rigorosa ed inequivoca cristallizzazione delle vicende non contestate o addirittura ammesse, e, quindi, non ripensabili.
CAPITOLO VI. Giustizia.
— Si deve far opera diligente che la giustizia abbia il debito suo. — Favorendo la giustizia, mostri che l’ingiustizia ti dispiace. — I giudici, perché abbino maestà e riputazione, devono essere di età avanzata.