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Timestamp: 2018-12-10 09:33:45+00:00
Document Index: 127445751

Matched Legal Cases: ['art 97', 'sentenza ', 'art. 2699', 'art. 16', 'art. 2700', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96']

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Cassazione: il segretario comunale è l'ufficiale rogante del comune, e cioè il funzionario dell'ente locale competente alla stipulazione dei contratti in alternativa al notaio .
La fonte della competenza per i segretari comunali a stipulare atti negoziali è da individuare nell'art 97, lett. c), del TUEL, il quale ha statuito che questi possono "rogare tutti i contratti nei quali l'ente è parte ed autenticare scritture private ed atti unilaterali nell'interesse dell'Ente".
In virtù di questo, il segretario comunale è l'ufficiale rogante del comune, e cioè il funzionario dell'Ente locale competente alla stipulazione dei contratti in alternativa al notaio.
Lo ha precisato la Corte di Cassazione (Penale, Sez. V) con la sentenza 8200/2018 dello scorso 20 febbraio, dove si evidenzia che il contratto stipulato con l'osservanza della "forma pubblica amministrativa" - cioè quella in cui l'ufficiale rogante è proprio il degretario comunale - è atto pubblico (art. 2699 Cod. civ.; art. 16 comma 3 R.D. 18 novembre 1923 n. 2440) dotato dell'efficacia propria di questo (art. 2700 Cod. civ.), trattandosi di documento ricevuto da pubblico ufficiale, diverso da notaio, autorizzato per legge ad attribuirgli pubblica fede.
La Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Como, che aveva riconosciuto colpevole un segretario comunale del delitto di falso in atto pubblico fidefacente, di cui agli artt. 479 e 476, comma 2, cod. pen., per avere, nella veste indicata, rogato un contratto di donazione di beni immobili, attestando falsamente la contestuale presenza dei testimoni e delle parti al momento della sottoscrizione dell'atto.
Il segretario comunale ha quindi proposto ricorso conto la sentenza di appello deducendo, quale sola ragione di censura, il vizio di violazione di legge. Secondo la ricorrente, il motivo era quindi la radicale inesistenza dell'atto di donazione derivante dal contrasto con norme imperative (pacificamente violate nel caso in esame, posto che era rimasto accertato che le parti non erano presenti alla stipula dell'atto e che, diversamente da quanto attestato dal pubblico ufficiale, non ne avevano ricevuto lettura e non l'avevano sottoscritto al momento del rogito), avrebbe reso lo strumento di liberalità privo di giuridica rilevanza, con la conseguente necessità di qualificare le attestazioni non rispondenti al vero del pubblico ufficiale come mere falsità innocue.
Per gli ermellini, il ricorso è invece inammissibile in quanto - appunto - non è dettata un'espressa disciplina sulle formalità dei contratti stipulati in forma pubblica amministrativa, limitandosi l'art. 96 del citato R.D. 23 maggio 1924 n. 827 a stabilire che detti contratti "sono ricevuti con l'osservanza delle norme prescritte dalla legge notarile per gli atti notarili, in quanto applicabili". Deve cioè inferirsi che trovi conferma la tradizionale impostazione che considera l'atto notarile quale schema paradigmatico di atto pubblico.
In definitiva, "le attestazioni contrarie al vero contenute nell'atto pubblico di cui al caso esaminato – ricadenti sulle circostanze che tutte le parti del contratto fossero presenti; che dell'atto fosse stato data lettura e che lo stesso fosse stato sottoscritto dai donanti e dalla parte donataria al cospetto del pubblico ufficiale rogante – tradiscono la funzione autenticativa e certificativa che è propria del pubblico ufficiale equiparato al notaio e sono, in sé, capaci di ledere il bene giuridico della fede pubblica e dell'affidamento dei terzi, poiché comprovano, con il crisma probatorio della verità, l'esistenza di un fatto in realtà inesistente.
E ciò è sufficiente ai fini della configurazione del contestato reato di falso ideologico".
Niente falso innocuo, dunque, visto che "il falso può dirsi inutile o superfluo, quando la condotta, pur afferendo al significato letterale di un atto, non incide sul suo significato comunicativo, nel senso che l'infedele attestazione (nel falso ideologico) o l'alterazione (nel falso di falso materiale) sono del tutto irrilevanti ai fini del significato dell'atto, non esplicando effetti sulla funzione documentale, dell'atto stesso, di attestazione dei dati in esso indicati".
Nella specie la non conformità al vero delle circostanze attestate dal pubblico ufficiale rogante non era evincibile dall'atto-documento stesso, ma costituiva il risultato di un'attività accertativa aliunde eseguita, l'invocata innocuità del falso non è stata ritenuta ricorrente.