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Timestamp: 2020-07-07 16:41:46+00:00
Document Index: 110953736

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 318', 'art. 218', 'art. 21', 'art. 160', 'art. 2', 'art. 160', 'art. 219', 'sentenza ', 'art. 219', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 18785 del 26/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18785 del 26/09/2016
Cassazione civile sez. VI, 26/09/2016, (ud. 25/05/2016, dep. 26/09/2016), n.18785
sul ricorso 13198-2015 proposto da:
AZIENDA SANITARIA ULSS (OMISSIS), in persona del legale
dall’avvocato ALESSANDRO TUROLLA per procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 1793/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE del VENETO, depositata il 12/11/2014;
25/05/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CRUCITTI ROBERTA.
L’Azienda sanitaria ULSS (OMISSIS) ricorre con otto motivi, nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che resiste con controricorso), per la cassazione della sentenza, indicata in epigrafe, con cui la Commissione Tributaria Regionale del Veneto, riformando la decisione di primo grado, ha ritenuto dovuta la tassa di concessione governativa per l’impiego di telefoni cellulari utilizzati in base ad abbonamenti con l’erogatore del servizio di telefonia mobile.
A seguito del deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c. e della fissazione dell’adunanza della Corte, ritualmente comunicate, la ricorrente ha depositato memoria.
Le questioni sollevate dalla ricorrente, già oggetto di un contrasto all’interno della Sezione tributaria di questa Corte, sono state, infatti, affrontate in via definitiva dalle Sezioni Unite di questa Corte con sentenza n. 9560/2014 (richiamata dalla CTR del Veneto) ove si è affermato che in tema di radiofonia mobile, l’abrogazione del D.P.R 28 marzo 1973, n. 156, art. 318, ad opera del D.Lgs. 1 agosto 2003, n. 259, art. 218, non ha fatto venire meno l’assoggettabilità dell’uso del “telefono cellulare” alla tassa governativa di cui alla tariffa allegata al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, art. 21, in quanto la relativa previsione è riprodotta nel D.Lgs. n. 259 cit., art. 160. Va, infatti, esclusa – come anche desumibile dalla norma interpretativa introdotta con il D.L. 24 gennaio 2014, n. 4, art. 2, comma 4, conv. con modif. in L. 28 marzo 2014, n. 50, che ha inteso la nozione di stazioni radioelettriche come inclusiva del servizio radiomobile terrestre di comunicazione una differenziazione di regolamentazione tra “telefoni cellulari” e “radiotrasmittenti”, risultando entrambi soggetti, quanto alle condizioni di accesso, al D.Lgs. 259 cit. (attuativo, in particolare, della direttiva 2002/20/CE, cosiddetta direttiva autorizzazioni), e, quanto ai requisiti tecnici per la messa in commercio, al D.Lgs. 5 settembre 2001, n. 269 (attuativo della direttiva 1999/5/CE), sicchè il rinvio, di carattere non recettizio, operato dalla regola tariffaria deve intendersi riferito attualmente all’art. 160 della nuova normativa, tanto più che, ai sensi del medesimo D.Lgs. art. 219, dalla liberalizzazione del sistema delle comunicazioni non possono derivare “nuovi o maggiori oneri per lo Stato”, e, dunque, neppure una riduzione degli introiti anteriormente percepiti. Nè, in ogni caso, l’applicabilità di siffatta tassa si pone in contrasto con la disciplina comunitaria attesa l’esplicita esclusione di ogni incompatibilità affermata dalla Corte di giustizia.
Va, inoltre, evidenziato che in epoca successiva la Corte di Giustizia – (Corte Giust. 17 settembre 2015, causa C-416/14, Fratelli De Pra spa e altri) – investita da un giudice tributario di merito della questione relativa alla compatibilità del sistema interno con 8 quadro comunitario pertinente – dir. 1999/5/CE, 2002/19/CE, 2002/20/CE, 2002/21/CE, 2002/22/CE – ha ritenuto che la disciplina UE va interpretata nel senso che non osta a una normativa nazionale relativa all’applicazione di una tassa, quale la tassa di concessione governativa, in forza della quale l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre, nel contesto di un contratto di abbonamento, è assoggettato a un’autorizzazione generale o a una licenza nonchè al pagamento di detta tassa, in,quanto il contratto di abbonamento sostituisce di per sè la licenza o l’autorizzazione generale e, pertanto, non occorre alcun intervento dell’amministrazione al riguardo.
Orbene il riferimento contenuto nella suddetta decisione all’oggetto delle direttive europee 5/99, 21/02 (p. 8.4.1) – riferimento che, secondo la ricorrente, sarebbe in contrasto con le motivazioni a base della sentenza della CGCE c-416/14 – non costituisce elemento sufficiente ad inficiare la complessiva motivazione della decisione delle SS.UU.; e ciò anche considerando le ulteriori argomentazioni espresse dalle SS.UU. ai punti 8.5, secondo cui: Una interpretazione delle norme del D.Lgs. 259 del 2003 da cui si facesse discendere un’attuale inapplicabilità della tassa di concessione governativa sui telefonini sarebbe incompatibile con la disposizione di cui all’art. 219 del codice delle comunicazioni; nonchè ai p. 9 e 10, con il riferimento alla sopravvenuta norma interpretativa di cui al D.L. n. 4 del 2014, art. 2, comma 4.
In definitiva, dopo l’ulteriore intervento della Corte di giustizia, da un lato non è più in discussione la compatibilità della tassa di concessione governativa con l’ordinamento UE, dall’altro, sul piano interno, l’esistenza di un quadro normativo non equivoco in ordine alla necessità di autorizzazione individua il presupposto d’imposta ed esclude la sussistenza dei presupposti per la rimessione del ricorso alle SS.UU..
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, a atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.