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Timestamp: 2019-12-14 11:11:33+00:00
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Legittimo il licenziamento del lavoratore che registra di nascosto i colleghi
Martedì 26 Novembre 2013 08:10
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26143 del 21 novembre 2013, ha ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente che registrava le conversazioni dei colleghi (nella fattispecie un’equipe medica) per provare il mobbing messo in atto, a suo dire, dagli stessi.
Nella fattispecie il Supremo Collegio ha condiviso il motivo adotto dall’azienda nel provvedimento espulsivo. Si è, invero, concretato un comportamento tale da integrare un’evidente violazione del diritto alla riservatezza dei colleghi, avendone registrato e diffuso le conversazioni intrattenute in ambito strettamente lavorativo alla presenza del primario ed anche nei loro momenti privati svoltisi negli spogliatoi o nei locali di comune frequentazione, utilizzandole strumentalmente per una denunzia di mobbing rivelatasi, tra l’altro, infondata. Da ciò é conseguito, secondo quanto rilevato dalla Suprema Corte, il venir meno del rapporto fiduciario tra il datore di lavoro e il lavoratore nonché la mancanza di collaborazione creatasi all’interno dell’equipe medica di cui faceva parte il lavoratore indispensabile per il miglior livello di assistenza e, quindi, funzionale alla qualità del servizi.
Intervento di sterilizzazione non riuscito: sì alla responsabilità medica
Martedì 26 Novembre 2013 08:05
Cassazione civile , sez. III, sentenza 24.10.2013 n° 24109
Nel caso all’esame della Suprema Corte, una donna, che aveva portato a termine in precedenza due gravidanze entrambe con taglio cesareo, in occasione di nuovo parto cesareo, si era sottoposta ad un intervento di sterilizzazione. I sanitari avevano rassicurato la donna circa l’irreversibilità dell’intervento e pertanto la stessa non aveva più adottato alcuna misura anticoncezionale. Nonostante l’intervento, la donna rimaneva nuovamente incinta e partoriva due gemelli. La donna e il suo coniuge erano, quindi, venuti a trovarsi con cinque figli a carico, in una situazione di grave disagio economico, anche a causa della sopravvenuta necessità, per la stessa, di lasciare il lavoro.
Risultati soccombenti sia in primo che in secondo grado, i due coniugi proponevano ricorso in Cassazione affidato a due profili di censura, fondati sul comune presupposto dell'inesatto adempimento da parte dei sanitari dell'obbligazione assunta, ovvero, da un lato, aver mal eseguito l’intervento di sterilizzazione, dall’altro, avere omesso di informare sul rischio di insuccesso dell’intervento con conseguente recupero della fertilità.
Ad avviso della Suprema Corte, entrambi i profili di censura meritano accoglimento. Nel caso di specie, infatti, l'inadempimento (o l'inesatto adempimento) consiste nell'aver tenuto, in relazione alla peculiarità del’intervento convenuto, un comportamento non conforme alla diligenza richiesta, con riguardo sia alla corretta esecuzione della prestazione sanitaria sia a quei doveri di informazione e di avviso “prodromici e integrativi dell'obbligo primario della prestazione”.
Sostiene, infatti, la Cassazione che, nella fattispecie, il dovere di informazione è stato assolto in maniera non solo inesatta ma, anche e soprattutto, fuorviante, così da incidere in maniera determinante sul valido e corretto processo formativo della volontà dei due coniugi in relazione alla scelta del momento - e del contesto operatorio - in cui eseguire l’intervento.
In particolare, l'obbligo di informativo non doveva esaurirsi in generiche informazioni sull'operazione e sul carattere irreversibile e permanente della sterilizzazione, ma doveva investire, altresì, i profili di incertezza che invece gravavano sulla definitività della sterilizzazione, “specialmente in considerazione del particolare contesto temporale in cui l'intervento veniva eseguito, rientrando nel comune patrimonio delle conoscenze di un ginecologo - ma non anche di una paziente - che la legatura delle tube, eseguita in occasione di un parto cesareo, essendo i tessuti edematosi, non assicura l'irriversibilità della sterilizzazione e può risultare inadeguata ad impedire la discesa dell'ovulo quando i tessuti medesimi tornano in condizioni di normalità”.
Ultimo aggiornamento Martedì 26 Novembre 2013 08:22
Violenza sessuale: recenti sentenze cenni giurisprudenziali
Lunedì 25 Novembre 2013 14:32
sentenza 30403/08 del 10/06/2008
Il reato di violenza sessuale: cenni giurisprudenziali
SOMMARIO: 1. Il reato di violenza sessuale: elementi del fatto tipico; 2. La sentenza n. 1636 del 6 novembre 1998 (dep. il 10 febbraio 1999) dalla sezione terza penale (meglio nota come “la sentenza sui jeans”); 3. La sentenza 12 ottobre 2007, n. 40542 (dep. Il 9 novembre 2007); 4. Da ultimo: la sentenza, sez. III penale, del 10 Giugno 2008 (dep. 21 luglio 2008), n. 30403.
1. Il reato di violenza sessuale: elementi del fatto tipico
L’art. 609 bis c.p. (Violenza sessuale) punisce “chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.
Sulla base di tale disposizione, è possibile distinguere due tipi di violenza sessuale; una violenza sessuale posta in essere mediante azione diretta (violenza, minaccia, abuso d’autorità) sulla persona offesa; e una violenza sessuale posta in essere mediante induzione (secondo comma) V. più approfonditamente, DELPINO, Diritto Penale, parte speciale, XVI ediz., Napoli, 2008.
Sotto il profilo soggettivo, si tratta di un reato comune, che può essere commesso da “chiunque”, salvo l’aggravamento della pena in alcuni casi particolari come ad esempio l’ipotesi prevista all’art. 609 ter c.p. del soggetto che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
Sotto il profilo oggettivo invece assumono rilievo la violenza, la minaccia o l’abuso dell’autorità posto in essere dall’agente per costringere la vittima al compimento di un atto sessuale non voluto. Per “atto sessuale”, la giurisprudenza aderisce ad una concezione ampia ed elastica di tale nozione, idonea a ricomprendere non solo la congiunzione carnale in senso stretto, ma anche i cd. “atti di libidine violenti”.
Secondo la costante giurisprudenza (ex multis, vada di recente, Cass. 27 settembre 2007, n. 35625 e Cass. 1 ottobre 2007, n. 35875) la nozione di "atti sessuali" e' la risultante della somma dei concetti di congiunzione carnale e di atti di libidine, previsti dalle previgenti fattispecie di violenza carnale ed atti di libidine violenti, per cui essa viene a comprendere tutti gli atti che, secondo il senso comune e l'elaborazione giurisprudenziale, esprimono l'impulso sessuale dell'agente, con invasione della sfera sessuale del soggetto passivo.
Devono, pertanto, essere inclusi nella nozione toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime delle vittime, suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale anche in modo non completo e/o di breve durata, essendo irrilevante, ai fini della consumazione del reato, che il soggetto attivo consegua la soddisfazione erotica. Ad esempio, è stato qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica, come ad esempio nel caso del bacio sulla bocca scambiato, nella tradizione russa, come segno di saluto (Cass., 2 luglio 2007, n. 25112).
2. La sentenza n. 1636 del 6 novembre 1998 (dep. il 10 febbraio 1999) dalla sezione terza penale (meglio nota come “la sentenza sui jeans”)
In tale pronuncia venne indirettamente messa in dubbio la possibilità di compiere atti di natura sessuale qualora la vittima indossi dei pantaloni jeans, avuto conto del (presunto) dato di comune esperienza secondo il quale: “è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans ad una persona senza la sua fattiva collaborazione, perché trattasi di un’operazione che è già difficoltosa per chi li indossa”. Tale pronuncia suscitò un immediato scalpore, sollevando accese reazioni di protesta. In realtà, tuttavia, un successivo intervento della Suprema Corte, si preoccupò di meglio chiarire tale assunto, ridimensionando notevolmente la portata di quanto affermato nella precedente pronuncia.
3. La sentenza 12 ottobre 2007, n. 40542 (dep. Il 9 novembre 2007)
Con la sentenza del 12 ottobre 2007, n. 40542, la Corte ha subito precisato, al di là della distorsione mediatica della pronuncia del 1998, nel caso allora sottoposto al vaglio della Corte di legittimità, la sentenza di merito fu annullata con rinvio per ragioni e con argomentazioni ben più solide rispetto al dato fattuale sul quale si è poi appuntata, nel corso degli anni, l'attenzione dei "media". La Corte, infatti, aveva già valutato, sotto vari profili, come carente ed illogica la sentenza impugnata, ritenendo concreta - sulla base delle pronunce di merito sottoposte al suo vaglio - la possibilità che la ragazza avesse accusato falsamente il suo violentatore al fine di giustificare agli occhi dei genitori l'amplesso carnale avuto con una persona molto più grande di lei e per giunta sposata. Ed ancora. La Corte di Appello non aveva fornito risposte convincenti alla condotta post factum della parte offesa, che appariva sospetta quanto a tempi e modi di rivelazione dell'abuso. Inoltre, non erano stati riscontrati sul corpo della denunciante quei segni di violenza fisica che, al contrario, avrebbero dovuto essere presenti se il suo racconto fosse stato attendibile. In tale contesto di difetti motivazionali, vuoi per carenza, vuoi per illogicità, il riferimento all'abbigliamento della ragazza veniva effettuato come circostanza "ad abundantiam", senza avere - nell'economia della valutazione operata dalla Corte - quel rilievo così imponente ed esaustivo di ogni altra e contraria considerazione, che l'opinione pubblica gli ha riservato nel prosieguo.
4. Da ultimo: la sentenza, sez. III penale, del 10 Giugno 2008 (dep. 21 luglio 2008), n. 30403
Di recente, la questione della rilevanza di tale tipo di indumento ai fini della commissione del reato di violenza sessuale è tornato all’attenzione pubblica grazie d un’ulteriore sentenza della terza sezione della Cassazione. La Corte ha infatti avuto modo di precisare espressamente che “il fatto che la ragazza indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l'indumento, non essendo questo paragonabile o una specie di cintura di castità”.
Una volta per tutte, dunque, sembra chiarita l’assoluta irrilevanza di tale tipo di indumento ai fini della configurabilità del delitto in questione, non essendo in alcun modo precluso il compimento di atti sessuali in presenza di jeans.
Violenza sessuale di gruppo: non devono stuprare tutti!
Lunedì 25 Novembre 2013 14:31
sentenza 24809/11 del 21/06/2011
Nella violenza sessuale di gruppo, assume rilevanza la forza intimidatoria e l'efficacia coercitiva esercitata da una pluralità di persone sulla vittima degli abusi, sicchè a nulla rileva che gli atti sessuali siano commessi singolarmente, essendo sufficiente la consapevolezza del contesto in cui si pone in essere la condotta unitamente agli altri, mentre non occorre un accordo preventivo per la commissione del reato.
Cassazione penale Sez. III, 21.6.2011, n. 24809
Con la gravata sentenza la Corte di Appello di Venezia, in accoglimento dell'impugnazione del P.M. avverso la sentenza del Tribunale di Rovigo in data 30.1.2006, ha affermato la colpevolezza di G.M., B.G. e G.F. in ordine al reato di violenza sessuale di gruppo commesso in danno di P.M..
Secondo la ricostruzione dei fatti riportata nella sentenza e sostanzialmente fondata sul narrato della persona offesa, la P. era stata invitata ad una festa, che si sarebbe svolta dopo cena presso l'abitazione del G., ove si sarebbe incontrata con altri amici, tra i quali anche ragazze. Nella abitazione del G. la P. trovava, però solo quest'ultimo, gli altri due imputati e tale F.S., minore degli anni diciotto, giudicato separatamente.
Nel corso della serata, in sintesi, alla P. veniva offerto del vino, che la faceva sentire male.
Mentre si recava in bagno per rinfrescarsi il G. l'aveva seguita, tentando abbracciarla e di baciarla, ma la ragazza si sottraeva e il G. aveva desistito dagli approcci.
Successivamente nel corso della serata, chiacchierando con gli amici, la P. aveva riferito, tra l'altro, della sua esperienza in un campo estivo per bambini doveva aveva imparato a fare massaggi ed aveva acconsentito a praticarne anche agli imputati uno per volta.
Dopo aver praticato i massaggi i giovani avevano cominciato a toccarla e baciarla, in progressione anche nelle parti intime, dopo averle sollevato la maglietta e tolto il reggiseno, toccandosi a loro volta gli organi sessuali. La ragazza, mentre i tre giovani compivano questi atti, era rimasta accovacciata sul divano, chiedendo loro ripetutamente di smettere in quanto si sentiva male. Non appena si era ripresa aveva lasciato l'abitazione, accorgendosi di avere i pantaloni bagnati. Tornata a casa aveva inviato un sms ad un amico, al quale aveva poi telefonato, narrandogli l'accaduto. Con l'amico aveva concordato che egli avrebbe telefonato agli imputati, fingendosi fidanzato della P., per chiedere chiarimenti su quanto accaduto. Il giorno successivo la ragazza si era incontrata con il G. ed il B. e, dopo avere assistito alla telefonata tra gli stessi ed il suo amico, aveva tranquillizzato i due giovani dicendo che non avevano intenzione di denunciarli.
La P. aveva, però, poi narrato l'accaduto ai familiari, i quali l'avevano accompagnata da un ginecologo, che non aveva riscontrato segni di violenza sul corpo della ragazza.
Nel corso del giudizio di primo grado gli imputati si erano difesi, sostenendo che tutti gli atti sessuali erano stati pienamente consenzienti.
Il Tribunale aveva assolto gli imputati, avendo ritenuto che le dichiarazioni della parte lesa non fossero pienamente attendibili.
Sul punto venivano rilevati elementi di contraddizione nel narrato della persona offesa per non avere la stessa riferito ai propri familiari di aver praticato massaggi agli imputati e di avere inviato messaggi a questi ultimi. Elementi di scarsa attendibilità del narrato venivano rilevati in relazione allo stato di prostrazione che la P. aveva asserito essere stato indotto dall'aver bevuto un bicchiere di vino, essendo emerso dalle dichiarazioni degli stessi familiari che la persona offesa non era del tutto astemia, come dichiarato dalla medesima; contraddittorietà tra il narrato a proposito dello stato di prostrazione ed il fatto di avere praticato massaggi agli imputati; contraddittorietà nella condotta tenuta dalla P. per avere incontrato il giorno dopo i fatti il G. ed il B.; assenza di riscontri, non essendo stati rilevati segni di violenza sessuale o comunque fisica sul corpo della ragazza e non essendo state trovate tracce di liquido organico sui jeans che la P. indossava al momento dei fatti.
La sentenza di primo grado aveva, però, osservato che anche la versione difensiva degli imputati non poteva ritenersi pienamente attendibile, rilevando che sia il G. che il B. ed il F. avevano inviato il giorno successo sms alla ragazza per scusarsi di quello che le avevano fatto.
La sentenza impugnata, in sintesi, ha affermato che i rilevati elementi di contraddizione nel narrato della P. o di contrasto logico ravvisato nella condotta della stessa dovevano ritenersi insussistenti o comunque privi di rilevanza tale da rendere dubbia l'attendibilità del narrato della persona offesa.
La sentenza ha inoltre valorizzato, quali elementi di riscontro alle accuse, il fatto che la stessa notte della subita violenza sessuale la ragazza si confidò con l'amico, al quale aveva inviato un sms, e successivamente con i familiari, nonchè gli sms di scuse inviati alla P. dai predetti imputati.
Avverso la sentenza hanno proposto ricorsi i difensori degli imputati, che la denunciano per violazione di legge e vizi di motivazione.
Con motivi di gravame sostanzialmente analoghi tutti i ricorrenti denunciano in primo luogo la inammissibilità dell'appello del P.M., ai sensi dell'art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), in relazione all'art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), nonchè mancanza ed illogicità della motivazione sul punto della sentenza impugnata.
In sintesi, si deduce che l'impugnazione del P.M. avverso la sentenza di primo grado risulta del tutto aspecifica in relazione ai motivi che erano stati posti a fondamento della pronuncia di assoluzione degli imputati, che non sono stati affatto esaminati al fine di confutarli. Si deduce inoltre carenza di motivazione della sentenza in relazione alle deduzioni formulate dalla difesa degli imputati nel giudizio di appello sul punto e illogicità della motivazione, per essere stata rilevata la inammissibilità dell'impugnazione per l'anzidetto motivo esclusivamente in relazione al reato di tentata violenza privata ascritto al G. ed al B. e dal quale pure erano stati assolti, benchè le carenze argomentative dell'impugnazione riguardassero egualmente entrambi i reati.
Con motivi di gravame anche essi sostanzialmente analoghi tutti i ricorrenti denunciano, poi, violazione di legge e vizi di motivazione della sentenza nella valutazione della attendibilità della persona offesa.
Si osserva in linea di principio che la motivazione della sentenza di appello deve essere particolarmente esaustiva e rigorosa, allorchè, ribaltando un giudizio di assoluzione, abbia affermato la colpevolezza degli imputati ed in particolare, poi, con riferimento ai criteri di valutazione della attendibilità della parte lesa vittima di abusi sessuali, che nel caso in esame si era anche costituita parte civile.
Si denuncia, quindi, carenza ed illogicità della motivazione della sentenza in ordine alla ritenuta insussistenza o irrilevanza degli elementi di contraddizione del narrato e del comportamento della parte lesa posti a fondamento della pronuncia di assoluzione.
In particolare, si osserva che non poteva essere ritenuto privo di rilevanza il fatto che la P. non aveva riferito all'amico e successivamente ai familiari la vicenda dei massaggi, che, per come successivamente descritti, risultavano abbastanza coinvolgenti sul piano sessuale, in quanto i giovani si erano messi a torso nudo e la ragazza a cavalcione, ogni volta su ciascuno di loro, li aveva massaggiati dopo essersi spannate le mani di olio. A proposito di tale pratica si rileva la illogicità della valutazione della attendibilità della persona offesa, essendosi ritenuto che le condizioni di malessere e di stordimento asserite dalla P. fossero compatibili con l'attività fisica connessa alla pratica dei massaggi. Sempre a proposito delle dichiarazioni della persona offesa si osserva che l'affermazione della stessa di essere astemia è stata contraddetta da quelle dei suoi familiari. Altro elemento rilevante di contraddizione si ravvisa nell'avere la ragazza affermato che i giovani avevano eiaculato su di lei, mentre le successive indagini tecniche sui suoi jeans hanno escluso la presenza di tracce organiche. Sul punto si osserva che la sentenza di appello ha svalutato tale elemento di contraddizione, affermando che la ragazza avrebbe solo dichiarato di avere sentito i pantaloni bagnati. Dalla deposizione del padre della ragazza emerge, invece, che la stessa riferì ai familiari che gli imputati le avevano eiaculato sulla pancia, motivo per cui i genitori la fecero visitare da un ginecologo. Si citano ancora ami punti in ordine ai quali la sentenza impugnata non ha dato risposta o adeguata risposta, quali la assenza di segni di violenza sul corpo della ragazza, benchè, secondo la descrizione degli atti posti in essere dagli imputati, fornita dalla stessa P., sarebbero dovuti restare i segni degli abusi sessuali. Illogicità nella valutazione della condotta violenta attribuita agli imputati, i quali si sarebbero astenuti da atti sessuali più invasivi soltanto perchè la P. aveva chiesto di non farli. Illogicità o carenza di motivazione nella valutazione del comportamento tenuto dalla persona offesa nei confronti degli imputati successivamente ai fatti, per come rilevato nella sentenza di primo grado, dovendosi anche tener conto delle dichiarazioni di alcuni testi che hanno riferito di uno scherzo fatto dalla P. agli imputati. Con riferimento agli sms inviati da alcuni imputati alla P. il giorno successivo si deduce, infine, che è stato erroneamente attribuito agli stessi significato confessorio, dovendo il contenuto degli sms essere valutato alla luce della telefonata minacciosa che gli imputati avevano ricevuto dall'amico della persona offesa.
Nel ricorso presentato nell'interesse del G. si denuncia inoltre, in punto di responsabilità, inosservanza ed errata applicazione di legge con riferimento agli artt. 47 e 609 bis c.p., deducendosi che la Corte territoriale ha totalmente omesso di motivare sulla tesi, prospettata da alcune difese, che gli imputati fossero incorsi in errore di fatto circa il consenso della persona offesa indotto dalla cosiddetta pratica dei massaggi.
Nello stesso ricorso si denuncia anche carenza di motivazione in ordine alla configurabilità della fattispecie della violenza sessuale di gruppo, avendo gli imputati commesso gli abusi sessuali singolarmente e non essendo stata acquisita alcuna prova di una convergenza di decisioni in proposito.
Nei ricorsi proposti dell'interesse del G. e del B. si denuncia infine vizio di motivazione della sentenza con riferimento alla misura della diminuzione di pena per effetto della concessa attenuante di cui all'art. 609 bis c.p., u.c..
Si osserva che la Corte territoriale ha ritenuto di non dover concedere agli imputati una riduzione di pena nella massima misura prevista dalla citata diminuente in considerazione della durata degli abusi sessuali che si sarebbero protratti dalle ore 22 alle ore 1,15 di notte, allorchè la ragazza andò via. Si deduce, quindi, che tale affermazione contrasta con l'accertamento di fatto contenuto nel giudicato di assoluzione del F. con sentenza emessa dal G.U.P. del Tribunale per i minorenni con la formula perchè il fatto non sussiste, in considerazione della scarsa attendibilità della parte lesa. Tale pronuncia era stata prodotta dinanzi alla Corte territoriale. Si denuncia quindi carenza di motivazione della sentenza in ordine alla citata valutazione dell'attendibilità della persona offesa e soprattutto in ordine all'accertamento di fatto della mancata commissione di abusi sessuali fino alle ore 23,S0 circa, allorchè il F. andò via. Tale dato di fatto contrasta con l'affermazione della sentenza in ordine al periodo di tempo durante il quale si sarebbero protratti gli abusi sessuali e che è stato posto a fondamento della mancata riduzione di pena nella massima misura.
Con memoria pervenuta il 12 aprile 2011 la difesa del M. ha ribadito le precedenti deduzioni in ordine alla inammissibilità dell'appello del P.M..
All'udienza del 19.4.2011 è stata disposta la riunione del procedimento n. 33878/2010 R.G. a quello n. 33623/2010, riguardando entrambi i medesimi imputati e ricorsi.
I ricorsi non sono fondati.
In sede di giudizio di merito, ai fini dell'ammissibilità dell'impugnazione ai sensi dell'art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), non occorre che con i motivi di appello siano confutate dettagliatamente tutte le argomentazioni utilizzate dal giudice di primo grado a sostegno della propria decisione, essendo sufficiente che l'impugnazione afferisca ai profili principali su cui è fondata la sentenza, chiedendone la rivalutazione in punto di fatto sulla base di argomentazioni che possono essere anche diverse da quelle utilizzate nella pronuncia impugnata e di cui il primo giudice può non avere tenuto conto.
Orbene, i motivi dell'appello del P.M., pur apparendo in certa misura slegati dalle singole argomentazioni utilizzate dalla sentenza di primo grado per assolvere gli imputati, nel mettere in luce le componenti psicologiche che hanno caratterizzato la condotta della P. durante la vicenda, mirano a dimostrare che non sussistono elementi di incoerenza nel comportamento della ragazza nel rapporto con i cosiddetti amici presso l'abitazione del G.; elementi di incoerenza che erano stati ravvisati dai giudici di primo grado, ai fini della valutazione della scarsa attendibilità del narrato di quanto accaduto. Nella diversa prospettiva dell'impugnante tale narrato, invece, non doveva ritenersi affatto contraddittorio.
In particolare, l'appellante fornisce interpretazioni e spiegazioni della condotta della persona offesa, sulla base delle componenti psicologiche e caratteriali che la avrebbero motivata, individuando una causale dello stato di malessere e di prostrazione, che, secondo il P.M., le aveva impedito una reazione più decisa; prospettazione alternativa, pienamente legittima nella sede di merito, alla valutazione dei giudici di primo grado su uno dei punti salienti, che avevano fatto ritenere poco attendibili le dichiarazioni della parte lesa.
Sicchè, i rilievi esposti nell'atto di appello mirano a confutare uno degli argomenti principali su cui era fondato il giudizio di inattendibilità della persona offesa nella sentenza di primo grado e ciò è sufficiente per escludere la inammissibilità dell'appello denunciata con il primo motivo comune di ricorso.
Anche gli ulteriori motivi di gravame sono infondati.
Sono consolidati, e peraltro noti, i principi di diritto che devono osservarsi nella valutazione della tenuta logica della motivazione della sentenza in sede di legittimità.
E' stato reiteratamente affermato da questa Suprema Corte che, in sede di controllo di legittimità, non solo è preclusa la possibilità di sovrapporre una valutazione diversa delle risultanze processuali rispetto a quella fatta propria dai giudici di merito, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia sottoposta al giudizio di legittimità mediante il raffronto tra l'apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall'esterno, (sez. un 23.6.2000, Jakani, RV 216260; sez. un 30.4.1997 n. 6402, Dessimone ed altri, RV 207944 e giurisprudenza precedente conforme).
I citati principi di diritto, inoltre, sono stati ribaditi da questa Corte anche a seguito delle modificazioni apportate all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, comma 1, lett. b).
Anche a seguito della citata novella legislativa, infatti, rimane esclusa la possibilità che la verifica della correttezza e completezza della motivazione si tramuti in una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, sicchè il vizio di motivazione è ravvisabile solo nell'ipotesi in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste ovvero su risultanze probatorie incontestabilmente diverse da quelle reali (cfr. sez. 4^, 10.10.2007 n. 35683, Servirei, RV 237652; sez. 1^, 15.6.2007 n. 24667, Musimeci, RV 237207; sez. 5^, 25.9.2007 n. 39048, Casavola ed altri, RV 238215).
Altro consolidato principio di diritto da osservarsi nel caso in esame, ai fini della valutazione della tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata, è quello dettato per l'ipotesi in cui il giudice di appello riformi totalmente la pronuncia di primo grado.
Il giudice del gravame, in tale ipotesi, ha l'obbligo, non solo di precisare dettagliatamente le ragioni che giustificano la propria decisione, ma altresì di confutare specificamente gli argomenti posti dal giudice di primo grado a fondamento della diversa soluzione adottata, dando conto delle ragioni della incompletezza ed incoerenza della motivazione che supporta detta decisione, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato (cfr. sez. un. 200533748, Mannino, RV 231679; conf. sez. un. 200345276, Andreotti ed altri, RV 226093).
Peraltro, è stato anche precisato da questa Corte che, nel caso di decisione del giudice di appello difforme da quella di primo grado, l'esigenza di un'adeguata confutazione delle ragioni poste a base della decisione riformata non comporta che, ove sussista diversità di valutazioni tra i giudici di merito, oggetto dell'esame in sede di legittimità siano entrambe le decisioni, dovendo la verifica investire soltanto la sentenza del giudice d'appello, la cui opinione si sostituisce a quella del primo giudice.
Ne consegue che nel giudizio di legittimità, anche a seguito della riforma introdotta dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, non potendo l'esame estendersi oltre i limiti istituzionali, la valutazione degli elementi probatori rimane sempre affidata esclusivamente all'apprezzamento del giudice d'appello. (sez. 6^, 27.5.2008 n. 27061, P.G. e De Simone in proc. Donno, RV 240583).
Osserva, quindi, la Corte che la motivazione della sentenza impugnata si palesa assolutamente esaustiva nel raffronto con la pronuncia di primo grado, essendo state esaminate dai giudici del gravame in termini di completezza tutte le argomentazioni sulle quali era stata fondata la pronuncia di assoluzione degli imputati, poi sottoposte a crìtica sul piano della coerenza logica.
Inoltre la diversa valutazione di alcune risultanze probatorie da parte dei giudici di appello ha formato anche essa oggetto di motivazione esaustiva, sicchè la decisione risulta in ogni caso esente da vizi derivanti da carenze motivazionali nel raffronto con quella di primo grado che è stata riformata.
In particolare, la sentenza di appello ha affermato la irrilevanza del fatto che la ragazza non aveva riferito ai familiari di avere praticato massaggi agli imputati prima di avere subito gli atti sessuali sulla base di una diversa valutazione della circostanza sostenuta da argomentazioni che non si palesano affette da vizi logici.
Analogamente è stata esclusa, sulla base di argomentazioni immuni da vizi logici, la rilevanza del mancato riscontro di tracce di liquido organico sui jeans della persona offesa ovvero di segni di violenza sulla medesima, cosi come è stato ritenuto plausibile lo stato di malessere indotto nella P. dall'avere bevuto vino.
Sono stati, poi, valorizzati dalla sentenza impugnata, a fondamento della affermazione di colpevolezza, la immediatezza con la quale la P. aveva riferito l'accaduto ad un amico la stessa notte del fatto e successivamente ai suoi familiari; la condotta degli imputati ed i messaggi da loro inviati successivamente ai fatti, ritenuti dai giudici di appello di inequivoco significato confessorio e non quale mero indice di scarsa attendibilità della veridicità della loro versione dei fatti.
Quanto alle ulteriori deduzioni, con (e quali è stata contestata la sussistenza della fattispecie di cui all'art. 609 octies c.p., anche sotto il profilo dell'elemento soggettivo, occorre rilevare che la sentenza ha affermato la piena consapevolezza degli imputati circa il dissenso della parte lesa. Nella violenza sessuale di gruppo, inoltre, assume rilevanza la forza intimidatoria e l'efficacia coercitiva esercitata da una pluralità di persone sulla vittima degli abusi, sicchè a nulla rileva che gli atti sessuali siano commessi singolarmente, essendo sufficiente la consapevolezza del contesto in cui si pone in essere la condotta unitamente agli altri, mentre non occorre un accordo preventivo per la commissione del reato.
E', infine, infondato il motivo di gravame afferente alla misura della pena inflitta in relazione alla concessa diminuente di cui all'art. 609 bis c.p., u.c..
Sul punto sarebbe sufficiente rilevare che detta attenuante è stata erroneamente concessa, avendo reiteratamente affermato questa Suprema Corte che la stessa è incompatibile con la fattispecie della violenza sessuale di gruppo ex art. 609 octies c.p., di per sè più grave di quella prevista dall'art. 609 bis c.p. (sez. 3^, 12.10.2007 42111, Salvin, RV 238150; sez. 3^, 24.10.2002 n. 502 del 2003, Raffi e altri, RV 223725).
Deve essere comunque osservato che la sentenza impugnata risulta adeguatamente motivata in ordine alla determinazione della misura della pena, anche tenendosi conto della diminuente, in considerazione del carattere reiterato e prolungato degli atti sessuali.
Nè tale valutazione di merito può essere contestata sulla base di deduzioni fattuali ovvero sulle risultanze di altra pronuncia, che non ha efficacia vincolante in ordine all'accertamento dei fatti, (sez. 6^, 12.11.2009 n. 47314, Cento e altri, RV 245483). I ricorsi, pertanto, devono essere rigettati.
Ai sensi dell'art. 616 c.p.p. segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
La Corte rigetta i ricorsi e condanna singolarmente i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Imposizione rapporto sessuale non protetto con minacce - reato di violenza sessuale
Lunedì 25 Novembre 2013 14:27
sentenza 23132/12 del 12/06/2012
L'imposizione di un rapporto sessuale "non protetto" configura il reato di violenza sessuale!
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere, per il reato di violenza sessuale aggravata, nei confronti di un uomo che, dopo aver consumato un amplesso sessuale "protetto" con una prostituta, l'ha minacciata per averne un altro senza contraccettivo
I magistrati del Palazzaccio, in una recentissima sentenza, hanno così affermato che : ".Commette il reato di violenza sessuale l'uomo che, durante un rapporto sessuale consensuale e protetto, decide di continuare l'amplesso senza contraccettivo, e per far questo, minaccia la partner.
La violenza è non solo tentata ma anche consumata se l'uomo insiste con i palpeggiamenti delle zone erogene della vittima - i fianchi, ad esempio - nonostante il dissenso della donna. "(Corte di Cassazione, III sez. penale, sentenza 23132/2012, pubblicata il 12 giugno).
La pronuncia trae origine dalla storia di un rapporto mercenario consumato in auto.
L'uomo, cliente della prostituta, non soddisfatto, evidentemente, del rapporto protetto, aveva chiesto di continuare l'amplesso senza contraccettivo. Al categorico rifiuto della donna, l'uomo aveva tirato fuori un coltello e minacciandola, aveva continuato a toccarla sui fianchi, cercando di costringerla, senza risparmiare schiaffi e pugni. Alla reazione della donna, l'aggressore era scappato, portandosi via la borsetta della prostituta.
Individuato e arrestato, la Corte di Cassazione ha ,poi, confermato con la recente pronuncia in esame la necessità della custodia cautelare in carcere .
I giudici ermellini sono stati chiari nell'affermare la piena configurabilità del reato di violenza sessuale in forma aggravata. La Corte ha inteso aderire, infatti, alla ricostruzione effettuata dal Tribunale del Riesame, ritenuta supportata da "una congrua, specifica ed adeguata motivazione sia sulla sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in ordine ai fatti contestati, sia sulla qualificazione giuridica dei fatti stessi".
L'ordinanza aveva precisato che il palpeggiamento dei fianchi della donna era avvenuto dopo la fine della fase consensuale dell'amplesso, in cui il rapporto si era svolto in maniera protetta. Ne derivava che la minaccia e l'atto di sfoderare il coltello erano stati posti in essere dall'aggressore ai fini di far accettare alla vittima il secondo rapporto non protetto, ponendo la donna in una evidente condizione di inferiorità.
I giudici di legittimità hanno, anche, escluso in pronuncia che la condotta potesse ricondursi alla diversa fattispecie della violenza privata: l'offesa, che era pure avvenuta durante un rapporto a pagamento, era, difatti, comunque diretta specificamente contro la libertà sessuale della vittima!
Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Novembre 2013 14:32
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