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Timestamp: 2019-06-25 05:58:49+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art.15', 'art.147', 'art. 70', 'art. 7', 'art.1', 'art. 1', 'art.15']

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La fase che precede il fallimento: presupposti della sentenza dichiarativa e procedimento
Poiché la sentenza di fallimento è elemento costitutivo dei reati previsti dagliartt. 216 ss. l. fall., l'area della fallibilità condiziona anche la possibilità che nella valutazione della crisi intervenga il giudice penale.
Tra i presupposti per l'assoggettabilità a fallimento figura ora, accanto ai due classici requisiti sostanziali, lo stato di insolvenza e la qualità di imprenditore assoggettabile alle procedure concorsuali, una terza condizione, di natura prettamente processuale: l'iniziativa di parte.
La soglia va riferita esclusivamente ai debiti scaduti, come desumibile, oltre che da un'interpretazione fondata sulla logica, anche, a contrario, dal tenore dell'art. 1, comma 2, lett. c), l. fall., laddove si specifica che l'ammontare dei debiti non superiore ad euro cinquecentomila deve essere comprensivo anche di quelli non scaduti.
La disposizione introduce una causa di non fallibilità, una circostanza ostativa alla dichiarazione di fallimento che non tocca la nozione di stato di insolvenza, che continua ad essere integrato dall'impossibilità di adempiere regolarmene alle proprie obbligazioni, a prescindere dall'entità dei debiti cui riferire l'inadempimento stesso.
Nel sistema previsto dalla legge n. 5/06, quindi, anche le società di capitali che fossero state prive dei requisiti dimensionali, per quanto escluse dalla disciplina del fallimento, in virtù della rilevanza limitata alla fallibilità della nuova definizione di imprenditore medio-grande di cui all'art. 1,comma 2,l.fall., continuavano, come non poteva che essere, ad avere gli altri obblighi previsti dall'ordinamento giuridico per l'imprenditore non piccolo.
Ma anche tale tesi, così come quella fondata sulla nozione civilistica di piccolo imprenditore, era minoritaria, ad essa ostando l'argomento secondo cui la natura inquisitoria del procedimento di cui all'art.15 l.fall. esclude che si possa ragionare in termini di onere della prova, istituto tra l'altro difficilmente conciliabile con l'oggetto dell'accertamento in questione, che non è l'esistenza di un diritto o di un fatto impeditivo, estintivo o modificativo del diritto stesso, bensì la sussistenza dei presupposti della procedura concorsuale.
Con l'uso del termine capitale, quindi, si alludeva, non già ad una nozione di diretta derivazione aziendalistica, ma al concetto di importo complessivo.
Le prassi dei tribunali si erano quindi orientate nel senso di valutare le risultanze del bilancio dell'ultimo esercizio o, previa applicazione analogica della previsione relativa al parametro dei ricavi lordi, degli ultimi tre esercizi.
che l'orizzonte temporale utile per la valutazione dell'attivo è quello desumibile dagli ultimi tre esercizi, così come previsto a proposito dei ricavi lordi;
La possibilità di dichiarare il fallimento è oggi condizionata all'iniziativa di parte.
Andando oltre, la Corte di Cassazione sottolinea come l'abrogazione del fallimento d'ufficio abbia comportato importanti corollari, quali il divieto di estendere il fallimento ai soci occulti d'ufficio (art.147 l. fall.) e quale, ancora, il divieto di dichiarare il fallimento d'ufficio in tutti i casi di “arresto” della procedura di concordato preventivo.
In tutti questi casi l'espressa previsione della possibilità che il tribunale segnali al p.m. l'insolvenza dell'imprenditore in concordato non sarebbe altro che ultronea, stante la prevista comunicazione iniziale al p.m. della proposta concordataria, comunicazione voluta dal legislatore proprio per garantire, da un lato una costante interlocuzione del p.m. con il tribunale e con il commissario giudiziale, dall'altro la possibilità, per l'organo della pubblica accusa, di intervenire in ogni momento in cui lo voglia nel procedimenrto di concordato, secondo il principio generale previsto dall'art. 70, ultimo comma c.p.c.
Ma a prescindere da quanto detto, quel che lascia perplessi è proprio l'equiparazione al fallimento d'ufficio della dichiarazione di fallimento conseguente alla richiesta del p.m. originata da segnalazione ex art. 7, n. 2)l. fall.
Per semplificare si potrebbe dire che il bene giuridico “non assoggettabilità a fallimento” non è disponibile, come dimostrato dal fatto che l'imprenditore che chieda di esser dichiarato fallito non può essere dichiarato tale, ove sia accertata la mancanza dei requisiti dimensionali cui all'art.1 l. fall.
L'introduzione della regola che onera l'imprenditore resistente della dimostrazione della mancanza di tale qualità ha il precipuo scopo di scongiurare il fenomeno che si stava verificando sotto il vigore dell'art. 1 riformato dal d.lgs. n. 5/2006: l'esonero dal fallimento di quei soggetti che, non tenendo la contabilità e non depositando i bilanci di esercizio, ed in alcuni casi ponendo in essere comportamenti distrattivi, escludevano che fosse possibile dimostrare il possesso da parte loro dei requisiti dimensionali dell'imprenditore fallibile (le cd. soglie di fallibilità).
Anzitutto, invitando il ricorrente ad acquisire copia dei bilanci degli ultimi tre esercizi, lo si mette in condizione di verificare egli stesso, e per primo, se il suo debitore abbia o meno i requisiti di assoggettabilità alle procedure concorsuali, il che significa che lo stesso ricorrente potrà desistere dal deposito del ricorso, o rinunciare al ricorso che sia stato già depositato, senza affrontare i costi e le perdite di tempo connesse al prosieguo del procedimento regolato dall'art.15 l. fall.
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