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Timestamp: 2020-02-19 10:45:01+00:00
Document Index: 32862208

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 143', 'art. 8', 'art. 421', 'art. 2043', 'art. 112', 'sentenza ', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 10527 del 13/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10527 del 13/05/2011
Cassazione civile sez. III, 13/05/2011, (ud. 25/02/2011, dep. 13/05/2011), n.10527
sul ricorso 21470/2006 proposto da:
L.E. (OMISSIS), D.A.
(OMISSIS), considerati domiciliati “ex lege” in ROMA presso
dall’avvocato BISSON Lionello giusta delega in atti;
MILANO ASSICURAZIONI S.P.A. (OMISSIS), in persona del procuratore
VIA BISSOLATI 76, presso lo studio dell’avvocato SPINELLI Giordano
Tommaso, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
FRANCESCO COSTANTINO giusta delega in calce al controricorso;
S.M., L.A., L.M.;
avverso la sentenza n. 663/2005 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA –
Sezione Seconda Civile, emessa il 6/5/2005, depositata il 09/06/2005,
R.G.N. 282/2001;
Con sentenza del 9/6/2005 la Corte d’Appello di Bologna, reietto quello incidentale dell’appellata società Milano Assicurazioni s.p.a., in parziale accoglimento del gravame in via principale interposto dai sigg.ri L.E. e D.A. nei confronti della pronunzia Trib. Bologna 4/2/2000, condannava i sigg.ri A., m. e L.M. – quali eredi del sig. La.Mi. – e la società Milano Assicurazioni s.p.a. al pagamento, in solido, di maggiori importi rispetto a quelli liquidati dal giudice di prime cure a titolo di danno biologico iure proprio, con rivalutazione ed interessi, sofferti in conseguenza del decesso del figlio Mi. all’esito di sinistro stradale avvenuto il 16/11/1996, allorquando l’autovettura A.R. Giulietta, condotta dal proprietario sig. La.Mi., dopo aver colliso con la struttura muraria di un ponticello usciva di strada, ribaltandosi, con esiti letali anche per il predetto conducente, mentre l’altro trasportato sig. T.E. riportava gravi lesioni.
Con unico complesso motivo i ricorrenti denunziano violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c., artt. 2, 29, 30 e 31 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “erronea e contraddittoria” motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto tardiva la domanda di risarcimento del “danno non patrimoniale subito per la prematura e violenta scomparsa dell’unico giovanissimo figlio ( G. anni 19), nella sua componente c.d. esistenziale ovvero da perdita del rapporto parentale e/o da lesione di interessi della persona tutelati a livello costituzionale”, laddove “in primo grado … (cfr. conclusioni di 1^ grado) avevano richiesto il risarcimento di tutti i danni (patrimoniali e non), indicando come voci, il danno morale, il danno biologico e il danno patrimoniale (c.d. classico sistema tripolare del danno alla persona)”, mentre nell'”atto di appello la richiesta era riferita a tutti i danni patiti e patiendi (cfr. conclusioni atto di appello)”, sicchè “è evidente … che il petitum attoreo comprendeva anche il pregiudizio esistenziale non patrimoniale”.
Si dolgono ulteriormente dell'”errata riconduzione del danno non patrimoniale ed. esistenziale e/o da lesioni di valori essenziali della persona costituzionalmente garantiti all’interno della categoria del ed. danno biologico iure proprio”.
Lamentano che la corte di merito “erra clamorosamente quando afferma che il pregiudizio non patrimoniale rivendicato dai genitori” costituisce “un duplicato del danno biologico iure proprio attribuito con riferimento a quella depressione dell’umore e delle funzioni vitali indicate come contenuto del preteso danno esistenziale”, giacchè il “pregiudizio esistenziale di natura non patrimoniale (alias danno parentale), si distingue nettamente dal danno biologico iure proprio (patologia depressiva accertata dal CTU prof. A.) ” il cui “contenuto … era rappresentato dalla lesione ad un interesse giuridico diverso sia dal bene salute in senso proprio…
che dall’interesse all’integrità morale”.
Lamentano, ancora, che “la domanda … era diretta ad ottenere il risarcimento per l’indubbia esterna modificazione peggiorativa subita dalla loro sfera esistenziale/parentale, ampiamente tutelata nella Carta Costituzionale (artt. 2, 29, 30 e 31), nella legislazione ordinaria (art. 143 c.c., e segg.) e in quella speciale nazionale ed internazionale (L. n. 898 del 1970, artt. 1 e 2, L. n. 845 del 1955, art. 8, comma 1 – Convenzione europea diritti fondamentali dell’uomo – Costituzione europea) … pregiudizi che hanno irrimediabilmente inciso e continueranno ad incidere negativamente ed in modo devastante sulla qualità della vita e quindi sull’esistenza dei ricorrenti, i quali a causa dell’illecito hanno dovuto sopportare il totale stravolgimento della loro “agenda esistenziale” e la privazione di tutti i riti, anche piccoli (ma solo apparentemente insignificanti) del vivere quotidiano, quali potevano essere il cinema assieme alla sera, l’alternarsi alla guida della macchina, le vacanze, le telefonate durante la giornata, il caffè appena svegli, il pranzo, la cena, i regali inattesi, la casa vuota, l’assenza di rumore nella camera del figlio; pregiudizi tutti, questi, che nulla hanno a che fare con la patologia depressiva (danno biologico iure proprio) subita dai genitori di G.. Questo era ed è il “contenuto” del danno non patrimoniale richiesto dai genitori di G., contenuto che non coincide … con la semplice “depressione dell’umore e delle funzioni vitali”, le quali, se idonee a sfociare in una vera e propria patologia accertabile dalla scienza medica, rientrano all’interno del danno biologico iure proprio”.
Trattandosi di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume invero al riguardo la prova presuntiva (v.
Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794; Cass., 19/12/2008, n. 29832).
La prova del danno non patrimoniale da uccisione (o anche solo da lesione: v. Cass., 6/4/2011, n. 7844) dello stretto congiunto può essere invero data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124; Cass., 15/07/2005, n. 15022; Cass., 12/6/2006, n. 13546 ), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).
Le presunzioni valgono in realtà a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v.
Cass., 12 giugno 2006, n. 13546).
Come anche in dottrina posto in rilievo, la presunzione semplice o hominis si caratterizza perchè il fatto che la fonda va provato in giudizio, mentre nella presunzione legale è stabilito dalla legge che, attraverso lo schema logico della presunzione, non vuole imporre conclusioni indefettibili, ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto; mentre, quando queste regole si irrigidiscono, assumendo consistenza di normazione positiva, si ha un fenomeno qualitativamente diverso e dalla praesumptio hominis si trapassa nel campo della presunzione legale (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 16 marzo 1979, n. 1564;
Cass., 7 luglio 1976, n. 2525).
Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez., Un., 11/11/2008, n. 26972;
Cass., Sez, Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa”, sulla quale può anche unicamente fondarsi il convincimento del giudice (v.
Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 22 luglio 1968, n. 2643).
Il giudice, si è peraltro al riguardo precisato, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonchè mediante l’esplicazione se del caso dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell’onere di allegazione, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 6 marzo 2009, n. 6454).
Se dunque il danneggiato (quantomeno) alleghi il fatto base della normale e pacifica convivenza del proprio nucleo familiare e che il decesso del (o le gravi lesioni subite dal) proprio congiunto all’esito del fatto evento lesivo hanno comportato una sofferenza interiore tale da determinare un’alterazione del proprio relazionarsi con il mondo esterno, inducendolo a scelte di vita diverse, incombe al danneggiante dare la prova contraria idonea a vincere la presunzione della sofferenza interiore, così come dello “sconvolgimento esistenziale” riverberante anche in obiettivi e radicali scelte di vita diverse, dalla perdita (o anche solo dalla “lesione”: cfr. Cass., 3/4/2008, n. 8546; Cass., 14/6/2006, n. 13754;
Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., Sez. Un., 1/7/2002, n. 9556) del rapporto parentale secondo l’id quod plerumque accidit normalmente discendono per lo stretto congiunto (v. Cass., Sez., Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., Sez,, Un., 24/3/2006, n. 6572).
Le Sezioni Unite del 2008 hanno in proposito significativamente affermato che a) in presenza di reato, superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (rectius, nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile, ove costituisca conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, ivi comprese le Convenzioni internazionali (come la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), e cioè purchè sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’art. 2043 c.c., la tutela penale costituendo sicuro indice di rilevanza dell’interesse leso, b) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purchè conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona. Fattispecie quest’ultima considerata integrata ad esempio in caso di sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di congiunto (c.d. danno da perdita del rapporto parentale), in quanto il “pregiudizio di tipo esistenziale” consegue alla lesione dei “diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.)” (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
A tale stregua, i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, avente tendenzialmente portata “onnicomprensiva” (v.
In presenza di una liquidazione del danno morale che sia cioè stata espressamente estesa anche ai profili relazionali, nei termini propri del danno ed. esistenziale è allora senz’altro da escludersi la possibilità che, in aggiunta a quanto a titolo di danno morale già determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare al (diverso) titolo di danno esistenziale (cfr. Cass., 15 aprile 2010, n. 9040).
Così come deve del pari dirsi nell’ipotesi di liquidazione del danno biologico effettuata avendosi riguardo anche a siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato.
Orbene, nel caso è rimasto accertato che il L.G. è deceduto all’esito del sinistro stradale in cui è stato coinvolto.
A fronte di tale statuizione gli odierni ricorrenti, senza denunziare error in procedendo ex art. 112 c.p.c., e in violazione invero del principio di autosufficienza, giacchè non riportano debitamente nel ricorso la domanda originaria e la censura mossa con l’atto d’appello alla sentenza di primo grado, del tutto apoditticamente lamentano di aver subito un danno che ha irrimediabilmente inciso “in modo devastante” sulla “qualità” della loro vita e della loro “esistenza”, a causa del “totale stravolgimento della loro “agenda esistenziale”” in ragione della “privazione di tutti i riti, anche piccoli (ma solo apparentemente insignificanti) del vivere quotidiano, quali potevano essere il cinema assieme alla sera, l’alternarsi alla guida della macchina, le vacanze, le telefonate durante la giornata, il caffè appena svegli, il pranzo, la cena, i regali inattesi, la casa vuota, l’assenza di rumore nella camera del figlio; pregiudizi tutti, questi, che nulla hanno a che fare con la patologia depressiva ( danno biologico iure proprio) subita”.
“Questo era ed è”, essi concludono, “il “contenuto” del danno non patrimoniale richiesto”, che “non coincide … con la semplice “depressione dell’umore e delle funzioni vitali”, le quali, se idonee a sfociare in una vera e propria patologia accertabile dalla scienza medica, rientrano all’interno del danno biologico iure proprio”.
Orbene, quanto alla doglianza mossa dai ricorrenti relativamente alla tardività della domanda di risarcimento del danno esistenziale nel caso erroneamente ravvisata dalla corte di merito, va anzitutto sottolineato, da un canto, che essa non risulta invero correttamente formulata, non risultando nemmeno indicata la norma (processuale) di cui si intende nel caso denunziare la violazione (cfr. Cass., 16/1/2007, n. 828), oltre a non risultare osservato il principio di autosufficienza laddove viene fatto richiamo ad atti e documenti del giudizio di merito senza che i medesimi risultino debitamente riportati nel ricorso.”In primo grado gli attori (cfr. conclusioni di 1^ grado) avevano richiesto il risarcimento di tutti i danni (patrimoniali e non) … In atto di appello la richiesta era riferita a tutti i danni patiti e patiendi (cfr. conclusioni atto di appello).
Per altro verso, che dal tenore del riportato passo della motivazione emerge invero evidente che la ritenuta tardività della domanda non è stata in realtà l’unica ratio decidendi al riguardo posta a base dell’impugnata decisione, essendo stata dalla corte di merito (“indipendentemente dalla tardività di tale domanda”) la doglianza in questione ritenuta altresì “priva di pregio” in quanto costituente “nella fattispecie concreta un duplicato del danno biologico iure proprio, attribuito proprio con riferimento a quella depressione dell’umore e delle funzioni vitali indicate come contenuto del preteso danno esistenziale”.
Deve quindi al riguardo osservarsi che, pur affermando di aver tenuto conto – nella complessiva liquidazione del danno non patrimoniale- anche dei “profili relazionali” dei danneggiati, la corte di merito, nel fare poi riferimento alla “depressione dell’umore e delle funzioni vitali” indicandoli come integranti il “contenuto” del preteso “danno esistenziale”, si esprime in termini effettivamente erronei, giacchè alla stregua della regola vigente in base al principio di effettività tale aspetto o voce del danno non patrimoniale consiste invero propriamente nell’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto.
E’ lo sconvolgimento foriero di “scelte di vita diverse”, in altre parole, lo sconvolgimento dell’esistenza obiettivamente accertabile in ragione dell’alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della vita comune di relazione, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare, nello “sconvolgimento” che, pur senza degenerare in patologie medicalmente accertabili (danno biologico), si rifletta in un’alterazione della sua personalità tale da comportare o indurlo a scelte di vita diverse, in conseguenza della perdita del rapporto parentale, ad assumere essenziale rilievo ai fini della configurabilità e ristorabilità di siffatto profilo del danno non patrimoniale (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972; Cass., 12/6/2006, n. 13546; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).
A tale stregua, non può allora sostenersi che allorquando ai fini della liquidazione di danno biologico vengono presi in considerazione anche i ed. aspetti relazionali per ciò stesso tale aspetto o voce di danno possa considerarsi invero sempre e comunque assorbente il ed. danno esistenziale (in tal senso v. invece Cass., 10/2/2010, n. 3906; Cass., 30/11/2009, n. 25236), essendo in realtà necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice, e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalità del soggetto in cui dell’aspetto del danno non patrimoniale convenzionalmente indicato come danno esistenziale si coglie il significato pregnante.
In tal senso deve pertanto correggersi, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, la motivazione dell’impugnata sentenza.
Per altro verso, non potendo – come sopra esposto – considerarsi in re ipsa, il danno non patrimoniale iure proprio del congiunto che i ricorrenti indicano come “pregiudizio esistenziale di natura non patrimoniale (alias danno parentale)” è ristorabile laddove venga quantomeno allegata la degenerazione della sofferenza o patema d’animo in obiettivi profili relazionali.