Source: http://belsalento.altervista.org/la-legge-pica-del-1863-servizi-belsalento/
Timestamp: 2018-02-24 10:13:42+00:00
Document Index: 137283484

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 8']

La legge Pica del 1863 - Servizi di BelSalento | Servizi di Fruizione Culturale della Terra dei Due Mari
Pubblicato il 10 aprile 2016 da belsalento — Rispondi
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La legge Pica, promulgata il 15 agosto 1863, sottopone il Sud ai tribunali militari ed autorizza la più spietata delle repressioni di massa. Inizia un periodo di terrore con processi sommari e fucilazioni di migliaia di persone, intere famiglie distrutte, case bruciate, teste mozzate e appese ai pali. Alla fine del 1865, lo scopo di reprimere la rivolta ad ogni costo è pienamente raggiunto ma l’economia meridionale è pressochè distrutta: di lì a poco le genti del Sud si imbarcheranno sui grandi “bastimenti” per approdare nelle Americhe e comincerà a delinerasi la “questione meridionale” tutt’ora non risolta.
Qui di seguito la testimonianza dal sito dell’Arma dei Carabinieri, “fedelissima” per definizione al re savoia.
Giuseppe Massari (Taranto, 11 agosto 1821 – Roma, 13 marzo 1884) con la commissione d’inchiesta sul brigantaggio aprì le porte alla Legge Pica.
Il brigantaggio ebbe inizio storicamente proprio con la partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone, il 13 febbraio 1861. Così il popolo ribelle, venne marchiato con la parola “Brigante” che deriva dal termine francese brigant, cioè delinquente, bandito. Il 13 febbraio 1861 è il giorno in cui i vincitori, ovvero chi ha scritto la storia, dando la sua versione dei fatti, ha marchiato i contadini meridionali con questo nome. Coloro che dominarono con la forza e con la repressione, un popolo affamato, povero e scontento, sconvolto dall’aumento delle tasse e dei prezzi sui beni primari, costretto alla leva obbligatoria, privato della propria dignità, che con giusta ragione iniziò a rivoltarsi, provando rancore verso il nuovo regime e soprattutto verso gli strati sociali che giocando su questa sciagura, si avvantaggiarono degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, onori e vantaggi economici. Nacquero bande di briganti, a cui aderirono non solo contadini disperati ma anche ex soldati borbonici, ex garibaldini e banditi comuni. Il governo delle Due Sicilie facendo leva sulla disperazione del popolo tentò di riprendersi il regno sfruttando il malcontento e la disperazione generale. Il popolo disperato ascoltò le parole del vecchio regime e si lasciò suggestionare dalle sue proposte e, nella speranza di poter ottenere benefici, appoggiò la causa di una restaurazione borbonica (Tommaso Pedio, Brigantaggio e questione meridionale, Levante, Bari, 1982, p.135).
Ci fu un proliferare di nuove bande di briganti, sparse in tutto il Mezzogiorno, tra Campania, Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia. I componenti delle bande più combattive, venivano considerati, dalle folle, come veri e propri eroi che lottavano contro i nemici Cavour e Vittorio Emanuele. Questi personaggi, dotati di grande tempra e di carisma, e le loro imprese: la continua latitanza; i pasti frugali; le grandi distanze da percorrere, spesso tutte in una volta e quasi sempre di notte; l’uso delle tattiche militari della guerriglia per tenere testa ad un esercito formato da migliaia di uomini ed armato fino ai denti, sono divenute mito. L’ottima conoscenza del territorio era un’altra delle caratteristiche fondamentali che permise a pochi uomini di resistere per lungo tempo agli assalti militari. Tanto fra i boschi e le montagne, luoghi che facilmente si prestano alla mimetizzazione, all’organizzazione di agguati e di scorrerie, quanto sui campi aperti, come gli altipiani, i briganti erano in grado di mostrare una perfetta padronanza delle tattiche militari, grazie alle quali, spesso costringevano la cavalleria sabauda ad impegnarsi in lunghi scontri frontali dall’esito quasi sempre incerto (da ibrigantiditerranostra.wordpress.com).
Si promulga così la cosiddetta “Legge Pica“, dal nome del deputato abruzzese che la formulò, che per oltre due anni trasformò le regioni meridionali in un immenso campo di combattimento, o meglio ancora in un enorme lager dentro il quale i soldati del re sabaudo, i “piemontesi”, con la scusa della lotta al brigantaggio uccisero, stuprarono, squartarono, sgozzarono, misero a ferro e fuoco interi paesi causando migliaia e migliaia di morti innocenti. La Pica, scrive Coppola, non fu una legge, fu un’infamia (http://roccobiondi.blogspot.com/2011/07/il-brigantaggio-nel-salento-di-carlo.htm).
http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/03/07/il-brigante-del-meridione-bandito-o-robin-hood/
La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione
– di Emanuele G. per Girodivite–
In questi giorni assistiamo ai rituali festeggiamenti sull’Unità d’Italia. Da uomo del Meridione non vedo cosa ci sia da festeggiare. Invece di utilizzare tale ricorrenza per una lettura critica degli eventi succedutisi dal 1860 in poi, si preferisce, per l’ennesima volta, dare il via a una prosopopea piuttosto stucchevole.
Eppure, i drammatici problemi che attanagliano il nostro Meridione hanno come punto di origine lo sciagurato processo unitario avviato a seguito della Spedizione dei Mille. Mentre chi aveva sognato l’unità in una sola nazione dell’Italia e chi vi aveva partecipato, sacrificando la loro vita, avevano in mente un processo condiviso dove si dovevano rispettare le caratteristiche dei territori italici. Lo Stato Sabaudo sviluppò, al contrario, un’azione da definire di mera annessione piuttosto che di unità.
Sintomo del succitato orientamento fu la promulgazione nel 1863 della c.d. “Legge Pica”. Legge contro il Meridione d’Italia voluta da un meridionale: il deputato abruzzese Giuseppe Pica! Una legge che sacrificò la tradizionale civiltà giuridica del nostro paese sull’altare della brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso nei confronti dello Stato Sabaudo. I fatti accaduti dopo la sua promulgazione rappresentano uno dei più feroci atti di repressione della dignità della persona umana in Europa.
Con il senno di poi, la “Legge Pica” assume sinistri e tragici aspetti se rapportati alla successiva storia europea. Quali?
La “Legge Pica” è senza dubbio la prima legge speciale sull’ordine pubblico promulgata in Europa. Il lato inquietante è che sia stato un Parlamento a farlo. Di norma, fino ad allora, l’ordine pubblico era materia di competenza dell’arbitrio di un re o di un dittatore populista. Si assiste, quindi, a uno spartiacque drammatico. Chi rappresenta la volontà del popolo decide di promulgare una norma contro di esso.
Non solo il succitato dettaglio rende la “Legge Pica” un’infamia. Per la prima volta uno Stato in base a una norma giuridica persegue coscientemente l’abuso perpetrato e continuativo dei più elementari diritti dell’uomo. Infatti tale legge autorizzava le autorità di Polizia a porre in essere qualsiasi mezzo atto a reprimere ogni anelito alla giusta libertà di un essere umano. Si può ben dire che la “Legge Pica” determini il primo genocidio di massa programmato a tavolino in Europa.
Per “migliorare” l’efficienza del dispositivo di legge si puntava su due aspetti: la deportazione di massa e l’istituzione di campi di concentramento. Chi veniva catturato, e non veniva passato alle armi all’instante, era imbarcato su navi per Genova. Da lì i deportati venivano smistati presso campi di concentramento operanti sull’arco alpino. Questi campi di concentramento erano per lo più fortezze costruite molti secoli prima a difesa del Piemonte. Le condizioni di vita nei campi di concentramento erano semplicemente inaudite. I prigionieri, anche donne e bambini, venivano lasciati morire e i corpi sepolti in immense fosse comuni o disciolti persino nella calce viva!
In sintesi, la “Legge Pica” anticipa, di molto, i drammatici eventi del novecento. Eventi contraddistinti o dall’ascesa di un dittatore (ad esempio Hitler) oppure da pianificazioni tendenti al genocidio di massa su base etnica (ad esempio Balcani).
Per comprendere a pieno i nefasti effetti della “Legge Pica” bisogna leggere gli atti della “Commissione d’Inchiesta Saredo”. Commissione istituita nel 1900 dal Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e che aveva come ambito giurisdizionale l’analisi dell’influenza della Camorra sulla Città di Napoli e l’intera Campania. Visto l’ambito dell’inchiesta fu cosa naturale occuparsi anche delle cause delle drammatiche condizioni in cui versava la metà del paese. Fra le quali la “Legge Pica”.
Cosa dire? Vorrei esprimere tutta la mia vergogna per appartenere a uno Stato che ha preferito reprimere nel sangue il nostro Meridione piuttosto che valorizzarlo. Perché il Presidente della Repubblica non chiede scusa a nome di tutta la Nazione per le inenarrabili sofferenze patite dall’intero popolo del Meridione d’Italia nel corso di una riunione straordinaria dei due rami del Parlamento? Sarebbe un atto che farebbe sentire noi meridionali “CITTADINI” dello Stato Italiano a pieno diritto e non “CAFONI” come ci ha ingiustamente definiti tanta letteratura fintamente meridionalista.
Da qui si può partire per costruire un paese realmente UNITO capace di contrapporsi ai progetti secessionisti della Lega.
cfr : http://www.girodivite.it/La-Legge-Pica-inizio-del-dramma.html
qui di seguito la Legge Pica dal sito http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Documenti/LeggePica.htm
Art. 2. I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti colla fucilazione, o co’ lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti. A coloro che non oppongono resistenza, non che ai ricettatori e somministratori di viveri, notizie ed ajuti di ogni maniera, sarà applicata la pena de’ lavori forzati a vita, e concorrendovi circostanze attenuanti il maximum de’ lavori forzati a tempo.
Art. 4. Il Governo avrà pure facoltà, dopo il termine stabilito nell’articolo precedente, di abilitare alla volontaria presentazione col beneficio della diminuzione di un grado di pena.
Art. 5. Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, a’ vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice penale, non che ai camorristi, e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta composta del Prefetto, del Presidente del Tribunale, del Procuratore del Re, e di due Consiglieri Provinciali.
Art. 6. Gl’individui, di cui nel precedente articolo, trovandosi fuori del domicilio loro assegnato, andranno soggetti alla pena stabilita dall’alinea 2 dell’articolo 29 del Codice Penale, che sarà applicata dal competente Tribunale Circondariale.
Art. 7. Il Governo del Re avrà facoltà di istituire compagnie o frazioni di compagnie di Volontari a piedi od a cavallo, decretarne i regolamenti, l’uniforme e l’armamento, nominarne gli ufficiali e bassi ufficiali ed ordinarne lo scioglimento. I Volontarii avranno dallo Stato la diaria stabilita per i Militi mobilizzati, il Governo però potrà accordare un soprassoldo, il quale sarà a carico dello Stato.
Art. 9. In aumento del Capitolo 95 del bilancio approvato pel 1863, è aperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio.
Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle Leggi e de’ Decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Veduto l’art. 5 della Legge 15 agosto 1863;
Sulla proposizione del Ministro dell’Interno:
Per l’esecuzione dell’art. 5 della Legge 15 agosto 1863 è approvato l’annesso Regolamento vidimato d’ordine Nostro dal Ministro Segretario di Stato per gli affari dell’Interno.
Dato a Torino, addì 25 agosto 1863.
Designazione e invio al luogo del domicilio coatto.
Art. 1. Gli oziosi, vagabondi, le persone sospette, i camorristi e sospetti manutengoli colpiti a termini dell’art. 5 della Legge 15 agosto 1863, dal provvedimento del domicilio coatto, saranno inviati nei luoghi designati dal Ministero dell’Interno.
Art. 2. Il parere della Giunta che a termini del suddetto articolo di Legge dichiara applicabile ad un individuo la misura del domicilio coatto sarà trasmesso al Ministero dell’Interno.
Staranno a corredo di questo parere documenti constatanti:
1. Il nome, il cognome, l’età, la patria, la condizione di famiglia, la professione dell’individuo ed i mezzi di sussistenza che egli abbia, o che rimangano alla sua famiglia:
2. La classe alla quale è annoverato secondo le designazioni fatte dal succitato art. 5 della Legge, vale a dire se riconosciuto come ozioso, o vagabondo, o persona sospetta o camorrista, o sospetto manutengolo;
3. Gli estratti di condanne criminali o correzionali, alle quali già sia stato sottoposto.
Art. 3. Il Ministero dell’Interno a seconda delle risultanze di questi documenti determina il luogo in cui l’individuo deve soggiacere al domicilio coatto.
Art. 4. La sua traduzione al luogo fissatogli per domicilio, in conformità dell’art. 3, sarà dal Prefetto della provincia, in conseguenza degli ordini ricevuti dal Ministero dell’Interno, affidata alla forza pubblica.
Art. 5. Il Prefetto curerà che il trasporto al luogo designato abbia per quanto è possibile effetto simultaneamente per parecchi individui.
Provvederà però sempre che il trasporto segua in modo sicuro e tale da evitare qualunque tentativo o pericolo di evasione.
Art. 6. Alla forza pubblica che riceve in consegna il detenuto sarà in un con esso rimesso un estratto dei documenti di cui all’art. 2 del presente Regolamento.
Art. 7. La forza pubblica incaricata dell’accompagnamento di un individuo o di più individui al luogo di domicilio coatto, deve presentarli all’Autorità locale incaricata dal Governo di riceverli e consegnare alla medesima i documenti accennati nell’articolo precedente.
Art. 8. L’Autorità suaccennata lascia ricevuta alla forza pubblica sia dell’individuo che dei documenti che lo riguardano.
Art. 9. Questa ricevuta sarà dalla forza consegnata al Prefetto dal quale emanò l’ordine della traduzione.
Art. 10. Ciaschedun ufficio di prefettura terrà apposito registro nel quale dovrà risultare:
1. Del nome, cognome, patria, professione, età, condizione di famiglia d’ogni individuo contro il quale fu determinato il domicilio coatto;
2. La data della decisione della Giunta che pronunciò il parere col nome dei costituenti la Giunta stessa;
3. Il genere d’imputazione fatta, secondo la classificazione apparente dall’art. 5 della legge 15 agosto 1863;
4. La data della determinazione ministeriale, ed il luogo dal Ministero fissato per la dimora coatta;
5. La data della consegna per la traduzione;
6. La data della ricevuta dell’individuo e dei documenti rilasciati dall’Autorità in conformità dell’art. 8 di questo Regolamento.
Art. 11. Un estratto di questo registro a cura dell’ufficio di prefettura sarà, entro il periodo di giorni dieci dal giorno in cui avrà ritirato la ricevuta di cui al numero 6 dell’articolo precedente, trasmesso al Ministero dell’Interno.
Polizia e disciplina.
Art. 12. L’individuo cui è assegnato il domicilio coatto rimane libero sotto l’osservanza delle seguenti discipline.
Art. 13. La sorveglianza degli individui cui è assegnato il domicilio coatto, sarà affidata agli Ufficiali di P. S. che saranno di ciò incaricati.
Il Governo provvederà a che il Delegato od altro Ufficiale a ciò prescelto abbia a sua disposizione una sufficiente forza pubblica.
Art. 14. Allora che l’individuo che deve sottostare al domicilio coatto è dalla forza pubblica presentato all’Autorità di cui all’articolo precedente, la medesima, colla scorta dei documenti che l’accompagnano, fa le volute annotazioni nell’apposito registro per guisa che ne emergano tutte le risultanze di cui all’articolo 10.
Lo munisce quindi di un estratto del presente Regolamento dal quale risultino gli obblighi a cui rimane sottoposto e le sanzioni nelle quali incorre contravvenendovi.
Lo diffida della sorveglianza alla quale è sottoposto, lo ammonisce a procacciarsi utile e stabile occupazione e gli aggiunge di dichiarare fra dieci giorni l’occupazione alla quale intende darsi e la località scelta a sua abitazione.
Art. 15. Se l’individuo non è in grado di trovare per sè immediatamente un alloggio, l’Ufficiale di P. S. farà che sia ricoverato nelle caserme od in altro luogo adatto.
Art. 16. Questa disposizione potrà in modo permanente essere applicata ai confinati che giustifichino il loro stato di assoluta indigenza.
Art. 17. I confinati, dopo l’ammessione alla vita libera nel luogo loro assegnato, non potranno assentarsi da quello, nè oltrepassare i limiti che saranno fissati nel luogo medesimo dall’Ufficiale di P. S. d’accordo col Comandante la piazza o la guarnigione militare ivi stanziata.
Art. 18. I confinati non possono del pari esercitare il mestiere del barcaiolo, nè valersi di barche per qualsiasi ragione.
Art. 19. I confinati dovranno far constare della loro presenza quante volte lo richiegga l’Ufficiale di P. S. e nel modo che sarà dallo stesso prescritto.
Art 20. E vietato ai confinati di vagare dopo un’ora di notte. Coloro che dovessero star fuori di casa oltre quell’ora per ragioni di negozio, di traffico, di lavoro o di occupazione dovranno riportarne l’autorizzazione scritta dall’Ufficiale di P. S.
Art. 21. L’Ufficiale di P. S. di concerto col Sindaco locale prenderà le particolari misure necessarie a garantire l’ordine e la pubblica sicurezza senza danneggiare la libertà degli altri abitanti del luogo. Egli concerterà del pari col Sindaco e col Comandante della piazza o guarnigione le consegne da farsi per iscritto alla forza armata per impedire le evasioni dei confinati, senza danneggiare ugualmente la libertà degli altri abitanti del luogo.
Art. 22. Se l’individuo soggetto al domicilio coatto è capo di famiglia gli individui della famiglia che ne dipendono, ossia il coniuge ed i figli, saranno autorizzati a recarsi presso di lui, qualora giustifichino avere i mezzi pel viaggio e per la propria sussistenza, e qualora non vi ostino ragioni di polizia.
Art. 23. Saranuo titoli a speciali riguardi verso i soggetti a domicilio coatto l’attività al lavoro, la frequenza, alle scuole che fossero istituite nel luogo e la condotta regolare.
Art. 24. Le prescrizioni degli articoli 112 e 113 della Legge di P.S. 13 novembre 1859 sono applicabili agli individui soggetti al domicilio coatto.
Art. 25. Le trasgressioni a queste prescrizioni saranno punite a tenore della stessa legge.
Art. 26. La decorrenza del domicilio coatto comincia dal dì in cui l’individuo fu consegnato dalla forza pubblica all’autorità competente.
Art. 27. Se l’individuo sia chiamato a comparire dinanzi a qualunque Giudice o Tribunale fuori del luogo del domicilio coatto, vi sarà tradotto dalla pubblica forza e depositato nelle pubbliche carceri.
Cessata la causa per cui fu chiamato sarà restituito nello stesso modo al luogo del domicilio coatto.
Art. 28. Il tempo passato in carcere per qualsiasi titolo non è computato in quello del domicilio cotto.
Art. 29. Saranno rassegnate al Ministero dell’Interno le domande di confinati per cambiamento di domicilio quando giustifichino di aver altrove assicurata stabile occupazione e presentino idonea garanzia di persona proba.
Art. 30. Allorché l’individuo avrà compiuto il termine del domicilio coatto, sarà alla prima occasione inviato con foglio di via obbligatorio e con indennità di viaggio, se ne abbisogni, al luogo nel quale avrà dichiarato voler fissare la sua residenza.
Art. 31. In caso di morte di un individuo durante il di lui domicilio coatto si eseguiranno le leggi vigenti sullo stato civile, e se ne darà contemporaneo avviso al Ministero dell’Interno.
Art. 32. Allo scadere d’ogni trimestre sarà trasmessa dall’Ufficiale di P.S. al Ministero dell’Interno lo stato di presenza con indicazione della condotta mantenuta da ciascun confinato, e delle punizioni disciplinari alle quali fu sottoposto.
Il Delegato rende pure ogni trimestre al Ministero dell’Interno un conto generale, morale, economico, statistico per tutti i rami di servizio a lui affidati col presente Regolamento, e nel modo che gli sarà indicato dal Ministero medesimo.
Art. 33. Se l’individuo soggetto al coatto domicilio non si trovi per causa a lui non imputabile in grado di procacciarsi la sussistenza, il Governo potrà accordargli un giornaliero sussidio od in natura od in danaro a seconda dei casi, dentro i limiti determinati dai regolamenti delle case di pena.
Art. 34. A cura del Governo saranno anche apprestati gli oggetti indispensabili di casermaggio, nei casi in cui, secondo gli articoli 15 e 16, e accordato al confinato l’alloggio.
Art. 35. La distribuzione dei sussidi e la conservazione degli oggetti di casermaggio somministrati dal Governo sono affidate all’Ufficiale di P.S. il quale vi provvederà secondo le norme che gli saranno tracciate dal Ministero dell’Interno.
Torino, addì 25 agosto 1863.
U.PERUZZI
Il N° 1433 della Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d’Italia contiene il seguente decreto:
Veduto l’art. 7 della Legge 15 agosto 1863, n. 1409;
Per l’esecuzione dell’art. 7 della Legge 15 agosto 1863, n. 1409 è approvato l’annesso Regolamento vidimato d’ordine Nostro dal Ministro Segretario di Stato per gli affari dell’Interno.
Dato a Torino, addì 30 agosto 1863.
Per la formazione di squadre d’uomini a piedi ed a cavallo per la repressione del brigantaggio.
Art. 1. Occorrendo in qualche provincia del Regno di valersi della facoltà conceduta al Governo dall’articolo 7 della Legge 15 agosto 1863, n. 1409, per la repressione del brigantaggio, il Ministro dell’Interno su richiesta del Prefetto, il quale sentirà il Comandante della zona, potrà decretare l’impiego di squadre di uomini a piedi od a cavallo che volontariamente si offrono ad un tale servizio.
Art. 2. La forza di una squadra non potrà eccedere i trenta uomini nè essere inferiore a dieci.
Art. 3. Le squadre saranno date in sussidio alla forza delle stazioni dei Carabinieri e poste sotto l’immediata dipendenza del Comandante la stazione.
Però tra gli uomini della squadra potrà essere nominato un sergente e per ogni dieci uomini un caporale.
La nomina di detti graduati spetta al Prefetto.
Art. 4. Le condizioni di ammessione nelle squadre sono le seguenti:
1. Età dagli anni 18 ai 35;
2. Costituzione sana e robusta;
3. Fede di perquisizione netta da condanna per crimini o delitti;
4. Attestato di buona condotta dell’Autorità Municipale e dei R. Carabinieri;
Saranno però prescelti di preferenza i guardiani, i cacciatori, i guardaboschi e pastori.
Sull’avviso favorevole del Comandante dell’Arma dei R. Carabinieri potranno essere ammessi individui al dissopra di trentacinque anni.
Art. 5. La ferma non potrà essere maggiore di tre mesi.
Art. 6. Ogni individuo che fa parte d’una squadra a piedi godrà, per diana L. 0 73 e soprassoldo L. 1 27 e così in totale L. 2.
Il sergente avrà di più L. 0 75 ed il caporale L. 0 25, nè avranno altre competenze.
Gl’individui che fanno parte delle squadre a cavallo avranno per diana L. 0 73 e per soprassoldo L. 4 27 e così in totale L. 5 al giorno.
Il sergente avrà di più cent. 75 e cent. 23 il caporale, nè avranno altre competenze nè per sè, nè per i cavalli.
Art. 7. Gli uomini a cavallo devono provvedersi i cavalli e mantenerli a loro spese.
Se la razione di foraggio è data in natura per cura dei Municipi, sarà calcolata una lira.
Art. 8. Ciascun uomo ha dritto a queste competenze dal giorno che contrae la ferma, sino a quello in cui la ferma cessa.
Art. 9. Le paghe sono corrisposte posticipatamente per ogni decade.
Art. 10. Il Comandante dell’Arma dei Carabinieri R. del circondario presenterà al Prefetto o Sotto-Prefetto, il giorno primo d’ogni decade, lo stato nominativo da lui vidimato degl’individui, coll’indicazione della stazione e distaccamento militare a cui sono assegnati e delle giornate di presenza alla cui paga han dritto.
I Prefetti sul credito loro, aperto per tale effetto porranno a disposizione dei Sotto-Prefetti i fondi necessari per eseguire le paghe a tempo debito.
I Sotto-Prefetii regolano mensilmente i conti col Prefetto.
Art. 11. Per gli alloggi delle squadre si osserverà il disposto dai veglianti regolamenti sugli alloggi militari.
Art. 12. Gli uomini infermi saranno ricoverati negli ospedali civili a richiesta del Comandante la stazione dei Carabinieri Reali, o del distaccamento a cui è addetta la squadra.
Le giornate di presenza all’ospedale sono pagate sul loro soldo, gli uomini a cavallo solamente avran dritto alla rimanenza.
Art. 13. Il vestire degli uomini, così a piedi come a cavallo, è a loro spese e sarà uniforme per tutte le squadre della Provincia e determinato dal Prefetto, il quale curerà di renderlo comodo e di tenue spesa, secondando le abitudini ed i costumi del paese.
I distintivi del grado di sergente o caporale saranno simili a quelli dei bersaglieri.
Art. 14. L’armamento è il seguente:
Un fucile con baionetta
Giberna con centurino.
Gli uomini a cavallo si muniranno di sciabola a loro spese.
Art. 15. Le munizioni saranno provviste dal Governo per cura dei Prefetti.
Art. 16. Gli uomini appartenenti alle squadre così formate in conseguenza dell’art. 7 della legge 15 agosto 1863, saranno, in quanto alla disciplina e per i reati da loro commessi, sottoposti alla giurisdizione militare della zona in cui si trovano in servizio e puniti in conformità delle leggi militari.
Essi debbono ubbidienza e subordinazione ai graduati dell’arma dei Reali Carabinieri e dei Comandanti della milizia regolare sotto cui si trovano.
Le mancanze alla disciplina saranno punite dal Comandante la Luogotenenza dell’arma o dall’Ufficiale militare cogli arresti.
Sulla proposta dello stesso Comandante potranno anche dal Prefetto o Sotto-Prefetto essere punite colla perdita del soprassoldo per un tempo da due a dieci giorni, o col licenziamento immediato.
Art. 17. Gli uomini arruolati a norma del presente hanno diritto alle pensioni per cagioni di ferite o mutilazioni ricevute in servizio, secondo il disposto dell’art. 8 della legge 15 agosto 1863, n. 1409.
Art. 18. Lo scioglimento delle squadre avrà luogo per Decreto del Ministro dell’Interno.
Però in caso d’urgenza il Prefetto stesso potrà ordinarlo riferendone al Ministro.
Torino, addì 30 agosto 1863.