Source: https://www.rivista231.it/Legge231/Pagina.asp?Id=644
Timestamp: 2019-05-27 13:12:39+00:00
Document Index: 80024605

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 27', 'art. 5']

1. Premessa: i requisiti dell'interesse e del vantaggio dell'ente e l'ampliamento del novero dei reati presupposto della responsabilità dell'ente collettivo.
Fra le molteplici problematiche poste all'attenzione della dottrina e della giurisprudenza dal d.lg.vo n. 231 del 2001, il profilo inerente la circostanza che il reato commesso dalla persona fisica debba essere stato posto in essere nell'interesse o a vantaggio dell'ente collettivo – come richiesto dall'art. 5, comma 1, del predetto decreto – è stato oggetto di scarsa attenzione da parte degli operatori della materia, come se la disposizione normativa in discorso fosse priva di qualsiasi elemento di criticità ed ambiguità lessicale.
Tale circostanza è in realtà facilmente spiegabile. Nell'originario disegno del legislatore la responsabilità degli enti collettivi si fondava esclusivamente sulla previa commissione, da parte di soggetti legati a vario titolo alla persona giuridica, di delitti di carattere doloso , in ordine ai quali non era certo difficile rinvenire una particolare direzione della volontà criminale del soggetto agente, del quale facilmente poteva sostenersi l'intenzione di favorire l'ente di appartenenza: esemplificando, in presenza della condotta di un amministratore delegato di una S.p.A. che versi una somma a titolo di tangente ad un pubblico amministratore per far ottenere alla persona giuridica da lui gestita l'assegnazione di una gara di appalto, non sembra possano residuare dubbi circa l'intenzione dell'agente di arrecare un indiscutibile vantaggio alla società per azioni; analogamente, l'amministratore che, con artifici e raggiri, consenta alla persona giuridica di ottenere sovvenzioni di denaro in realtà non spettantegli, certamente realizza l'illecito al solo fine di avvantaggiare l'ente di appartenenza.
Anche i successivi interventi normativi che hanno ampliato il novero dei reati che possono dar luogo ad una responsabilità dell'ente collettivo hanno comunque sempre fatto riferimento ad illeciti dolosi, illeciti peraltro la cui commissione – almeno per le fattispecie connotate da una volontà criminale particolarmente intesa - risulta spesso finanche estranea all'atteggiamento di un soggetto che intende svolgere una normale attività imprenditoriale. Pure in relazione a tali fattispecie normative di più recente conio dunque non si sono mai rinvenute soverchie difficoltà nella definizione delle ragioni per le quali la condotta illecita viene posta in essere dal soggetto agente, giacché allorquando la responsabilità dell'ente collettivo ha come presupposto illeciti a connotazione dolosa l'accertamento delle ragioni della condotta criminale del singolo non si presenta particolarmente problematico, proprio perché vi è un'evidente coincidenza fra movente dell'azione illecita e beneficio ottenuto dalla società .
Il discorso è però destinato a cambiare di segno a seguito delle modifiche introdotte dall'art. 9 della recente legge 3 agosto 2007 n. 123, con la relativa previsione di una possibile responsabilità dell'ente collettivo anche in caso di consumazione di reati colposi da parte dei soggetti indicati nell'art. 5 lett. a) e b) d.lg.vo n. 231 del 2001. Nel caso di violazione delle disposizioni di cui agli artt. 589 e 590 c.p. richiamati dal nuovo art. 25 septies d.lg.vo n. 231 del 2001, infatti, l'eventuale responsabilità della persona giuridica si fonda su una condotta del soggetto agente assolutamente compatibile con l'ordinario svolgersi dell'esercizio di un'impresa: come da noi già sostenuto in altra sede , vi è infatti una differenza fra l'ipotizzare una responsabilità della società per condotte tenute da suoi amministratori, rappresentanti o dirigenti e consistenti nello sfruttamento della prostituzione minorile o nello svolgimento di attività terroristiche ed una responsabilità dell'ente collettivo connessa al verificarsi sul luogo di lavoro di incidenti che coinvolgono lavoratori e dipendenti dell'azienda stessa.
Tale differenza rileva profondamente proprio se considerata alla luce del disposto di cui all'art. 5, comma 1, d.lg.vo n. 231. La previsione contenuta in questa disposizione sembra infatti dettata in relazione "ad un modus operandi – da parte della governance aziendale – scelto e consapevolmente orientato a commettere reati nell'interesse della società" , per cui la sua applicazione si presenta decisamente problematica laddove manchi tale consapevolezza criminale e la responsabilità della persona giuridica sia conseguente alla violazione di norme cautelari ed all'adozione di un atteggiamento (non doloso, bensì) meramente colposo da parte del soggetto agente.
Detto altrimenti, mentre in presenza di un accordo corruttivo è d'uopo asserire che il pactum sceleris è stato concluso nell'interesse dell'impresa onde avvantaggiarla nei rapporti con la pubblica amministrazione, una analoga affermazione sembra implausibile, ad esempio, con riferimento ad un imprenditore che ignorando la potenzialità patogena dell'amianto per la salute umana ometta di dotare i locali della propria azienda di idonei aspiratori di fumo: in sostanza, nelle fattispecie colpose il singolo viene accusato di aver tenuto una determinata condotta pericolosa per l'altrui incolumità in violazione della normativa cautelare che prescrive le precauzioni da assumere prima di adottare quel determinato comportamento, fermo restando però che esula dall'intenzione dell'agente qualsiasi volontà di cagionare danni a terzi, giacché è proprio tale ultimo elemento – ovvero la non volontarietà delle conseguenze negative subite da altri soggetti a causa della propria condotta negligente ed imprudente – a differenziare l'atteggiamento colposo da quello doloso .
Queste considerazioni evidenziano l'importanza di definire il ruolo ed il significato dell'espressione presente nel citato art. 5, comma 1, secondo la quale il reato della persona fisica deve essere stato posto in essere nell'interesse o a vantaggio dell'ente collettivo. Se infatti si ritiene che tale previsione esprima la volontà del legislatore di sanzionare la persona giuridica solo laddove l'illecito del soggetto agente sia motivato dall'intento di avvantaggiare l'ente di appartenenza sarà assai arduo sostenere una responsabilità dell'ente collettivo per eventuali condotte negligenti tenute dalla persona fisica: è infatti una contraddizione in termini affermare che il movente di un comportamento privo di una qualsiasi intenzionalità criminosa (e che viene sanzionato solo perché il singolo ha inconsapevolmente violato una norma a carattere cautelare) sia da rinvenire nell'intenzione di favorire – proprio mediante l'inosservanza della disciplina prudenziale che il soggetto agente non sa di aver contravvenuto – la persona giuridica nel cui ambito imprenditoriale il responsabile del reato opera .
Prima di giungere a questa conclusione – che ha una portata senz'altro dirompente – è però a nostro parere necessario esaminare quale sia il significato dell'espressione normativa secondo la quale il reato della persona fisica deve essere stato realizzato nell'interesse o a vantaggio dell'ente e poi valutare se le superiori conclusioni siano corrette o se invece esse – come noi riteniamo – non vadano meglio modulate.
2. L'interesse ed il vantaggio dell'ente quale componenti costitutivi della responsabilità della società.
In tale opera di ricostruzione del significato delle nozioni di interesse e di vantaggio dell'ente, occorre in primo luogo definire quale sia il ruolo che tali concetti rivestono all'interno del sistema delineato dal d.lg.vo n. 231 del 2001 ed in particolare per quale ragione il legislatore ha ritenuto necessaria la sussistenza di tali requisiti per potersi affermare la responsabilità dell'ente collettivo.
In proposito, come è noto, deve ritenersi che la scelta di richiedere – ai fini dell'affermazione della responsabilità per il fatto di reato – che la persona giuridica abbia comunque ricevuto benefici economici dall'altrui condotta criminosa sia funzionale all'esigenza di dare piena attuazione, anche in tale ambito sanzionatorio, al principio di colpevolezza di cui all'art. 27 Cost. .
In base al citato art. 5 del decreto del 2001, infatti, la sussistenza della responsabilità da reato dell'ente collettivo si fonda su un duplice presupposto, ovvero da un lato la circostanza che l'illecito sia stato commesso nell'interesse o a vantaggio della persona giuridica e dall'altro che il reato sia stato posto in essere da un determinato novero di soggetti. Nell'individuare la tipologia di persone fisiche la cui condotta delittuosa potesse determinare la responsabilità della società, il legislatore si è rifatto alle indicazioni desumibili dalla cosiddetta teoria organica, stabilendo che - come si legge nella relazione ministeriale al decreto n. 231 - <>: la prova dell'esistenza di un collegamento rilevante tra individuo che delinque e persona giuridica consente infatti di identificare quest'ultima .....