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Timestamp: 2017-04-30 01:07:33+00:00
Document Index: 162907807

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 90', 'art. 91', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 700', 'art. 91', 'art. 91', 'art. 91', 'art 23', 'art. 669', 'art. 91', 'art. 92', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 96', 'art. 91', 'art. 91', 'sentenza ']

La disciplina delle spese legali e la chimera dello snellimento del contenzioso
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La disciplina delle spese legali e la chimera dello snellimento del contenzioso	Dalla condanna alle spese legali nei procedimenti cautelari alla riforma della disciplina delle spese legali della L. n. 69 del 2009 fino alla Legge di stabilità 2012, tra condanna alle spese legali a carico di chi non accetta la proposta conciliativa e nuovi poteri discrezionali di condanna del giudice (per lite temeraria?)...una panoramica accurata di tutte le "minacce processuali" nei confronti di chi intende far valere in giudizio i propri diritti...c'era una volta l'art. 24 della Costituzione! articolo a cura di
Claudia L. Blandamura avvocato civilista del foro di Milano Il susseguirsi incessante di modifiche che, a partire dalla novella del 2005 (che toccò le vicende cautelari) è giunta fino alle più recenti introduzioni in materia ha notevolmente inciso sulla normativa della condanna e liquidazione delle spese legali.
Nella sua primaria formulazione risalente al 1942, il codice di procedura civile prevedeva due fondamentali principi che disciplinavano il regime delle spese processuali: il primo era quello principale dell’anticipazione, (ciascuna delle parti doveva provvedere alle spese degli atti che compiva o per quelli necessari al processo quando l’anticipazione fosse posta a suo carico dalla legge o dal giudice ex art. 90 c.p.c. ), il secondo, a carattere unicamente residuale (le spese processuali seguivano la soccombenza in base a quanto disposto dall’art. 91 c.p.c ).
Le modifiche introdotte hanno mutato il regime particolare delle vicende cautelari e degli artt. 91, 92 e 96 cpc., quasi ribaltandone la prospettiva di riferimento.
In merito a tali procedimenti, le tesi tradizionali di Dottrina e Giurisprudenza volevano che le spese procedurali dovessero essere poste a carico del richiedente ( e quindi a carico del soggetto che aveva proposto il ricorso), fermo restando che nel successivo processo di merito anche le spese della fase cautelare sarebbero potute essere accollate a carico della parte soccombente (G. Bonilini – M. Confortini, Codice di procedura civile ipertestuale, a cura di Luigi Paolo Camoglio e Romano Vaccarello, Utet, Torino, 2006, par. 2470.
Secondo Cass., 15 febbraio 2000, Sez. I, n. 1690: “Le spese dell'accertamento tecnico preventivo vanno poste, a conclusione della procedura, a carico della parte richiedente e vanno prese in considerazione nel successivo giudizio di merito (ove l'accertamento stesso venga acquisito) come spese giudiziali, da porre, salva l'ipotesi di compensazione, a carico del soccombente)".
Pertanto chi avesse voluto intraprendere un procedimento cautelare doveva prima pagare le spese dello stesso, e poi, solo a seguito di risultato positivo del processo di merito successivamente instaurato, poteva ottenere la liquidazione delle spese di giudizio a proprio favore.
Nel 2001 affermava in merito la Cassazione Cass., 12 aprile 2001, Sez. II, n. 5469: “L'art. 91 cod. proc. civ. secondo il quale il giudice, con la sentenza che chiude il processo condanna le parti soccombenti al rimborso delle spese, trova applicazione con riguardo ad ogni provvedimento, ancorché reso in forma di ordinanza o di decreto, che nel risolvere contrapposte posizioni elimini il procedimento davanti al giudice che lo emette, quando, in coerenza con il principio di economia dei giudizi, si renda necessario ristorare la parte vittoriosa dagli oneri inerenti al dispendio di attività processuale legata da nesso causale con l'iniziativa dell'avversario. Detta norma , pertanto, opera non solo nei procedimenti a cognizione piena, ma anche in quelli sommari e cautelari, come nel caso del procedimento promosso ai sensi dell'art. 700 cod. proc. civ. per l'adozione di provvedimenti d'urgenza, con la conseguenza che, ove la richiesta della parte istante venga respinta, deve essere riconosciuto il diritto al rimborso delle spese processuali in favore dell'intimato che abbia resistito a quella richiesta”.
Con la Novella del 2005 ( D.L. 35/2005 come convertito in L. 80/2005) sono stati introdotti nuovi elementi.
In particolare la ratio deflattiva dei provvedimenti cautelari, immessa con la L. 80/2005, in concordato disposto con il principio della soccombenza di cui all’art. 91 cpc, ha comportato la conseguenza che le spese di un procedimento sommario vadano poste a carico della parte che sia soccombente nelle procedure di conciliazione, indipendentemente se tale parte sia stata o meno colei che ha promosso il giudizio sommario. Infatti data la loro natura, come detto, deflattiva voluta dal nostro Legislatore, sia l’accertamento tecnico preventivo, sia la consulenza tecnica preventiva si traducono ora in veri e propri giudizi i quali devono seguire all’interno della loro vita, il principio della soccombenza ex art. 91 1° comma cpc. ( a proposito la Cassazione già considerava spese processuali a tutti gli effetti “Le somme erogate dalla parte che ha chiesto un accertamento tecnico preventivo per compensare il consulente tecnico di ufficio ed il proprio consulente” Cass. 12759/1993).
Tale interpretazione, d’altra parte, ben si coniuga con il diritto vigente ma soprattutto con la fondamentale idea di giustizia per la quale non sarebbe giusto che la parte vittoriosa in un procedimento anche solo sommario, debba comunque pagare le spese in via anticipatoria.
Ma si potrebbe azzardare ancor di più nell’affermare che, interpretando il principio di soccombenza dell’art. 91 c.p.c. in maniera più ampia, il risultato che ne deriverebbe sarebbe la sua applicazione anche a tutti quei provvedimenti emessi dal giudice al termine di un qualsiasi procedimento cautelare, indipendentemente dal fatto che si dia o meno inizio ad una successiva fase di merito .
Conferma di tale ampia interpretazione che derivava dalla tendenza assunta dal Legislatore era stato anche l’art 23 del D.Lgs 5/2003 che prevedeva al suo comma 2 come nel rito cautelare commerciale “Il magistrato designato provvede, in ogni caso, sulle spese del procedimento a norma degli articoli 91 e seguenti del codice di procedura civile”.
Pertanto si può affermare che la riforma del 2005 ha svincolato il procedimento cautelare dalla sua natura strumentale rispetto a quello di merito, mantenendo la previsione della liquidazione delle spese nei soli provvedimenti ante causam di rigetto con la conseguenza che la parte che abbia ottenuto il provvedimento, ma non abbia intenzione di instaurare il giudizio di merito, non ottiene da nessun giudice la liquidazione sulle spese, posto che tale pronuncia segue solo ai provvedimenti di rigetto.
Con la riforma del 2009 ( Legge 69/2009) si è poi cercato di rimettere ordine alla disciplina in questione e per far questo si è abrogato il 3° comma dell’art. 669-septies (oggi si legge solo “La condanna delle spese è immediatamente esecutiva”).
Adesso, a seguito delle riforme succedutesi, sia ha il seguente scenario:
1) se il provvedimento cautelare è chiesto in corso di causa, non si dà mai la liquidazione sulle spese;
2) se il provvedimento cautelare è chiesto ante causam, la liquidazione delle spese si dà se il provvedimento è di rigetto o di incompetenza o anche quando, avendo il procedimento natura anticipatoria o possessoria, il provvedimento è di accoglimento;
3) invece non si ha mai liquidazione delle spese da parte del giudice nel caso di provvedimenti cautelari conservativi di accoglimento ante causam.
Artt. 91 - 92 e 96 cpc
Con riguardo invece alle modifiche che hanno interessato l’art. 91, la riforma di cui alla Legge n. 69/2009 ha introdotto al 1° comma il seguente periodo:”se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta, al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo quanto disposto dal 2° comma dell’art. 92”.
Tale riforma può a giusta ragione inquadrarsi tra i prodromi dell’introduzione della procedura di mediazione e di conciliazione delle controversie civili e commerciali, oggi divenuta operativa.
Con questa norma si è ammessa una sorta di vessazione che interessa la parte non consenziente rispetto alla proposta conciliativa.
Ma tale natura vessatoria della novella lascia alquanto perplessi alla luce di due circostanze: i) la conciliazione deve essere considerata per le parti come una opportunità in più e il mancato accordo non può essere sanzionato con la vessazione della condanna alle spese legali; ii) la proposta rimane un concetto indefinito se non si puntualizza -cosa che la novella ( ahi noi ovviamente…) non ha fatto- da chi debba provenire la proposta poi considerata vincolante per le parti ai fini di una ipotetica condanna alle spese legali.
Ma tanto non ci è dato di sapere e ad oggi, per quello che è il dettato della norma, è da ritenersi vincolante, ai fini di una ipotetica soccombenza, la proposta proveniente da qualunque soggetto interessato al giudizio ( quindi controparte, o Giudice e/o mediatore).
Va però evidenziato come questa interpretazione deduttiva della introdotta condanna alle spese della parte c.d. “non conciliante” implica delle importanti riflessioni se si considera che assegnare al Giudice la possibilità di una conciliazione la cui mancata accettazione può essere legittimamente sanzionata, significa riconoscere all’Organo Giudicante una larga discrezionalità e nella metodologia e nella tempistica di conclusione del giudizio; assegnare invece al Mediatore la possibilità di formulare una proposta conciliativa comporta che l’eventuale sua mancata accettazione non possa essere sanzionata con la condanna alle spese nel giudizio in quanto l’esito della conciliazione non fa, per così dire, “stato” nel giudizio tra le parti ( ed anzi in caso di mancata conciliazione il verbale non può riportare i motivi della mancata conciliazione e quindi le eventuali responsabilità delle parti); infine assegnare ad una delle parti il compito della proposta contrasterebbe con quanto previsto nel codice deontologico forense per cui le trattative e le proposte transattive non sono producibili in giudizio.
Pertanto quid juris?
E come interpretare il concetto impreciso e generico di “giustificati motivi” per ottenere l’esonero dalla condanna alle spese legali nel caso di rifiuto della proposta?
Infine quanto articolata appare ormai l’applicazione della soccombenza nel caso concreto visto che il Giudice deve liquidare separatamente le spese sostenute dalla parte parzialmente vittoriosa fino alla proposta di conciliazione e, successivamente, le spese sostenute dalla parte parzialmente soccombente dalla proposta conciliazione fino alla sentenza e, successivamente, fare la compensazione tra dare ed avere.
Ed ancora la Novella del 2009, all’art. 92 cpc ha sostituito la formula “giusti motivi” con “gravi ed eccezionali ragioni” ai fini della compensazione delle spese.
Quale possa essere la differenza in concreto tra le due allocuzioni e quale possa essere la valida motivazione di una simile sostituzione nell’economia procedurale, anche in questo caso non è dato di sapere.
La Legge 69/2009 ha poi introdotto al 3° comma dell’art. 96 cpc un nuovo elemento di discrezionalità per il Giudice, laddove prevede che “in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91, il Giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata”.
Sebbene la imprecisa espressione utilizzata dal Legislatore possa far ritenere che tale norma si applichi non soltanto in caso di lite temeraria, bensì in tutti i casi di soccombenza ( “In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91, il Giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente…”), in realtà l’interpretazione sistematica delle norme sulla condanna alle spese deve far ritenere tale norma applicabile solo in caso di lite temeraria.
Ma cosa ben più importante è considerare che ancora una volta è stata rimessa al Giudice la decisione di applicare il regime di condanna alla soccombenza sulla base di una liquidazione che non si richiama a parametri ben definiti, ma si rifà ad un criterio equitativo di massima discrezionalità.
Appare dunque evidente che il legislatore non ha solo voluto rendere il regime della soccombenza quello applicabile di default –lasciando quello della compensazione come residuale- ma ha voluto anche ampliare i margini discrezionali del Giudicante.
Il quadro appena delineato si è di recente arricchito, nella Legge di stabilità per il 2012, con l’inappellabilità delle controversie in materia di invalidità; con la multa fino a 10.000 euro in caso di rigetto della istanza di sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado; con l’aumento contributo unificato: aumento del 50% per i giudizi di appello e del 100% per i giudizi in Cassazione. Tutte modifiche queste per le quali chi scrive ha già in altra sede palesato gli indubbi profili di incostituzionalità dello jus novorum più recente.
Infine a parere dell’Autore appare emblematico chiudere l’odierna riflessione con quanto osservato dal CNF nel Novembre 2011.
Il Consiglio nazionale Forense, nell’analizzare gli effetti delle ultime norme, compreso il maxi-emendamento contenuto nel ddl sulla stabilita', sulle cause giudiziarie ha sottolineato come grazie alle leggi degli ultimi anni i cittadini non avranno piu' giustizia e pagheranno fino al 1000% in piu' di spese legali.
Ciò che esce fuori dal pluri-novellato quadro normativo è una giustizia complicata, lenta e molto piu' costosa.
''Gli ultimissimi sviluppi della politica - dicono dal Cnf - investono della piena responsabilita' tutto il parlamento, non piu' solo il governo ancora in carica. E allora che il parlamento ripensi a quelle norme contrarie ad ogni principio di civilta' giuridica e non solo, si dimostri autonomo da quei poteri forti che vogliono piegare alla ricerca del profitto la tutela dei diritti inviolabili dei cittadini e devono per questo privare di dignita' e decoro le libere professioni, prima di tutte quella di avvocato'
Il CNF ha esemplificato la differenza fra i costi di una causa per risarcimento danni nei confronti di compagnia di assicurazione fra il 2008 e oggi: se una causa del genere poteva costare nel 2008 mediamente 1122 euro, per i tre gradi di giudizio, oggi un querelante potrebbe arrivare a spendere anche 13531 euro.