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Timestamp: 2019-04-23 10:38:05+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6']

Newsletter n. 14 del 15 novembre 2017, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 14 del 15 novembre 2017
Ennesima condanna della Corte europea riguardante il G8 di Genova.
La Corte europea condanna l’Italia per la violazione del diritto ad esaminare i testimoni.
Foto dei propri figli sul web solo con il consenso di entrambi i genitori: l’ordinanza del Tribunale di Mantova.
Tavola rotonda su Impresa e diritti umani del 20 novembre 2017 presso il Ministero degli Affari Esteri.
Progetto del CNF per la formazione degli avvocati in materia di violenza contro le donne.
Venezia, 10 novembre 2017: consegna del Premio “Ludovic Trarieux” e tavola rotonda “In difesa dei difensori dei diritti fondamentali”.
Corso di specializzazione sulla tutela europea dei diritti umani: XVIII edizione.
Con le sentenze Azzolina e altri c. Italia e Blair e altri c. Italia, pubblicate in data 26 ottobre 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato le autorità italiane per aver violato l’art. 3 CEDU (che sancisce il divieto di tortura), con riferimento alle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine all’interno della caserma “Nino Bixio” di Bolzaneto, teatro di brutali violenze da parte della polizia nei confronti di centinaia di soggetti fermati.
La Corte di Strasburgo è dunque tornata nuovamente ad occuparsi dei disordini e delle violenze che hanno accompagnato il vertice del G8 del luglio 2001, ospitato quell’anno a Genova.
Purtroppo, come tristemente noto, i processi avviati in Italia si erano conclusi con una sentenza di assoluzione per prescrizione.
A questo punto, i ricorrenti dei due casi avevano adito la Corte di Strasburgo, lamentando di essere stati sottoposti a tortura (violazione dell’art. 3 CEDU sotto il profilo sostanziale), nonché l’inefficacia delle indagini interne e la conseguente impunità dei responsabili delle violenze che i ricorrenti hanno subito (violazione del volet procedurale dell’art. 3 CEDU).
La Corte ha condannato l’Italia per l’ennesima volta, dopo i precedenti Cestaro c. Italia dell’aprile 2015 e Bartesaghi Gallo e altri c. Italia dello scorso giugno (i due precedenti riguardanti le brutali violenze commesse dalle forze dell’ordine presso la scuola Diaz), affermando che «i ricorrenti, trattati come oggetti nelle mani dell’autorità pubblica, hanno vissuto durante la loro detenzione in un luogo di ‘non-diritto’ ove le più elementari garanzie sono state sospese». Tenuto conto che i maltrattamenti e le torture sono provate oltre ogni ragionevole dubbio (come accertato dalle stesse giurisdizioni interne) e che le violenze commesse, multiple e reiterate, hanno raggiunto un livello di gravità assoluta, la Corte ha dunque constatato la violazione dell’art. 3 CEDU sotto il volet sostanziale.
Quanto al profilo procedurale della violazione, la Corte ha statuito che la mancata punizione dei responsabili, unitamente all’assenza nell’ordinamento interno del reato di tortura, hanno dimostrato la totale inidoneità degli strumenti repressivi previsti dalla normativa italiana, con conseguente statuizione di violazione anche del volet procedurale dell’art. 3 CEDU.
Insomma, alla fine di questa triste vicenda, l’Italia si ritrova con quattro pesantissime condanne che squarciano il velo sull’inadeguatezza dell’ordinamento interno circa un reato odioso come quello della tortura. Staremo a vedere come la Corte valuterà in futuro doglianze di violazione dell’art. 3 CEDU contestate al nostro paese, a seguito della recente introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento.
Con sentenza pubblicata il 12 ottobre 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo – con sede a Strasburgo – ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 6 CEDU, par. 3, lett. d), che tutela il diritto a un equo processo e la possibilità di esaminare i testimoni.
Il caso affrontato dalla Corte europea riguardava la condanna del ricorrente sulla base di una dichiarazione resa da un individuo che avrebbe dichiarato di essere stato aggredito dal Sig. Cafagna senza aver dato, però, prova di ciò in udienza.
In data 3 giugno 1996, C.C., cittadino italiano, presentò una denuncia penale contro il sig. Cafagna, sostenendo che quest’ultimo – unitamente a un complice – avesse tentato di rapinarlo in strada; al momento della denuncia, C.C. si è limitato a identificare formalmente il sig. Cafagna e il suo complice tramite riscontro fotografico. In un momento successivo alla denuncia, tuttavia, nonostante le innumerevoli convocazioni, C.C., non venne mai rintracciato e mai ebbe la possibilità di confermare le sue accuse riguardo all’identità del presunto assalitore dinanzi a un tribunale.
Ciononostante, nell’aprile 2005, il sig. Cafagna è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione, per cui è stata reputata sufficiente, ai fini della condanna, la dichiarazione resa ai carabinieri dal sig. C.C.
La Corte di Strasburgo ha rilevato che gli organi giudiziari nazionali hanno condannato il sig. Cafagna sulla base di un unico elemento di prova: la dichiarazione resa – pre udienza e mai confermata – dall’unico teste, con riferimento alla quale i giudici interni non potevano addivenire a una corretta valutazione circa l’affidabilità. Nel far ciò sono stati peraltro ingiustificatamente compressi i diritti di difesa del sig. Cafagna, in modo incompatibile con i requisiti di un processo equo ai sensi della Convenzione. La Corte europea ha dunque constatato la violazione dell’art. 6, comma 3, CEDU e ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare al sig. Cafagna 3.000 euro per danni morali e 10.000 per spese legali.
Non possono essere postate sui social network le immagini dei propri figli, salvo consenso alla pubblicazione da parte di entrambi i genitori, e le foto che sono già in rete vanno immediatamente rimosse. Lo ha stabilito il Tribunale di Mantova con un’ordinanza del 19 settembre 2017 riguardante il caso di due coniugi separati. Il giudice, nell’emanare il provvedimento, è entrato nel merito della vicenda con riguardo alla tutela dell’immagine, della riservatezza dei dati personali e dei diritti dell’infanzia, specificando che “l’inserimento di foto di minori sui social network costituisce comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi”. In questi casi, invero, entrano in gioco tutta una serie di diritti sui quali pochi genitori oggi davvero si interrogano. “Il rischio maggiore” – stabilisce l’ordinanza – “è la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone, conosciute e non, le quali possono essere malintenzionate”. Ci potrebbe, ad esempio, essere il pericolo che attraverso dei fotomontaggi i volti dei piccoli possano essere manipolati per diffondere materiale pedo-pornografico da far circolare in rete. Di qui l’ordinanza: va bene pubblicare gli scatti, purché entrambi i genitori siano d’accordo.
L’ordinanza è interessante anche perché cita il nuovo Regolamento dell’Unione Europea 2016/679 in materia di protezione dei dati personali, che entrerà in vigore nel 2018 in tutti i paesi della UE e che prevede un canale di tutela preferenziale del minore rispetto all’adulto.
L’Avv. Prof. Anton Giulio Lana parteciperà alla Tavola rotonda dal titolo “Diritti umani ed impresa: tra il Piano di Azione italiano e la “legal opinion” della FRA (Fundamental Rights Agency)” che si terrà il 20 novembre 2017 al Ministero degli Affari Esteri presso la Sala Aldo Moro.
Tale evento si iscrive nell’ambito delle azioni che il Comitato interministeriali per i Diritti Umani (CIDU) sta promuovendo nell’ottica di attuare il piano di azione su Impresa e diritti umani emanato nel dicembre del 2016.
Alla tavola rotonda parteciperanno Fabrizio Petri, Presidente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani; Jonas Grimheden, Senior Policy Manager dell’Agenzia dell’Unione Europea sui diritti fondamentali (FRA); la Prof.ssa Angelica Bonfanti, dell’Università degli Studi di Milano; l’Avv. Giacomo Maria Cremonesi dell’HRIC; Maria Benedetta Francesconi del Ministero Sviluppo Economico; Marco Fasciglione, ricercatore del CNR a Napoli; Chiara Macchi, ricercatrice alla Scuola Sant’Anna di Pisa; Giacomo Barbieri del Dipartimento Internazionale della CGIL e la Prof. Maria Beatrice Deli, Segretario Generale di ICC Italia.
L’Avv. Prof. Anton Giulio Lana interverrà con una relazione su “L’accesso ai rimedi nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il diritto a un ricorso effettivo e la giurisprudenza della Corte di Strasburgo”.
Il 22 novembre 2017, l’Avv. Prof. Anton Giulio Lana terrà una relazione conclusiva sulla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di violenza contro le donne, nell’ambito del progetto TRAVAW (Training of Lawyers on the Law relating to Violence Against Women), cui aderisce il Consiglio Nazionale forense, finanziato con il supporto del programma Daphne dell’Unione Europea.
Il progetto, coordinato dalla European Lawyers Foundation (Fondazione del Consiglio degli Ordini Forensi europei – CCBE), ha l’obiettivo di formare 210 avvocati in 7 diversi Stati membri (Italia, Spagna, Grecia, Irlanda, Polonia, Irlanda del Nord, Inghilterra e Galles) per il supporto a donne vittime della violenza di genere.
La formazione offerta dal progetto TRAVAW è condotta nella doppia prospettiva del diritto UE e del Consiglio d’Europa (Regolamenti, Direttive, Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea, Convenzione europea dei diritti dell’uomo e giurisprudenza delle corti di Lussemburgo e di Strasburgo), nonché del quadro giuridico nazionale di riferimento di ciascuno Stato membro, con lo scopo di conoscere le migliori prassi e sviluppare metodi di lavoro da condividere.
Il programma dell’evento è disponibile cliccando qui.
Il 10 novembre 2017, in occasione della consegna del premio internazionale dei diritti umani “Ludovic Trarieux” a Venezia, l’Avv. Anton Giulio Lana, in qualità di Presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani, ha partecipato alla tavola rotonda “In difesa dei difensori dei diritti fondamentali”, con un intervento in materia di hate speech ed hate crimes.
All’evento hanno preso parte altri altri ospiti internazionali, tra cui Bertrand Favreau, Presidente dell’Institut des Droits de l’Homme des Avocats Européens, Adrie van de Streek, Direttrice di Lawyers for Lawyers, l’Avv. Barbara Spinelli, del Comitato esecutivo dell’European Association of Lawyers for Democracy & World Human Rights.
Il premio è stato attribuito dalla Giuria riunitasi a Roma il 27 maggio u.s. a Mohammed Al-Roken, noto avvocato degli Emirati Arabi Uniti, già da anni nel mirino delle autorità per aver criticato la situazione dei diritti umani nel Paese, che sta attualmente scontando una condanna a dieci anni di carcere, pronunciata all’esito del cosiddetto “processo dei 94” dalla sezione per la sicurezza dello Stato della Corte suprema federale.