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Timestamp: 2018-04-19 15:58:35+00:00
Document Index: 125838086

Matched Legal Cases: ['art. 674', 'sentenza ', 'art. 674', 'art. 162', 'art. 674', 'sentenza ', 'art. 674', 'art. 674']

Lo sai che? Se dal balcone del piano di sopra cade acqua: come difendersi
Lo sai che? Pubblicato il 21 agosto 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 21 agosto 2016
Come sanzionare la condotta del vicino che fa sgocciolare, dal proprio balcone, l’acqua per innaffiare le piante, o che fa cadere molliche, briciole oppure oggetti pericolosi?
Far cadere acqua dal balcone del piano di sopra su quello sottostante può costituire reato solo se l’episodio non è isolato, ma si ripete spesso (non necessariamente tutti i giorni). Secondo la Cassazione [1], per far scattare il reato di getto di cose pericolose, previsto dal codice penale [2], le emissioni moleste devono sì avere carattere continuativo, ma non è necessaria la ripetitività giornaliera delle stesse; basta che esse si protraggano – senza interruzioni di rilevante entità – per un lasso apprezzabile di tempo.
Inoltre non è richiesto – ai fini del reato – che la condotta abbia comportato un effettivo danno al vicino del piano di sotto, ma è sufficiente che sia idonea a offendere, imbrattare o molestare le persone. Peraltro tale idoneità della condotta non deve essere necessariamente accertata mediante perizia; il giudice può infatti decidere anche sulla base di altri elementi di prova come ad esempio le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed effetti del getto dell’acqua o degli altri oggetti [3].
La norma del codice penale stabilisce che chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a euro 206.
Lo sgocciolamento dell’acqua può avvenire sia direttamente (è il caso di chi scopi l’acqua piovana dal balcone e la faccia cadere sul balcone sottostante) che indirettamente (è il caso di chi innaffi le piante e non si curi del fatto che l’acqua in eccesso finisce di sotto); sia in malafede (è il caso di chi faccia volontariamente sgocciolare l’acqua sul terrazzo del vicino) che per colpa (è il caso di chi non si accorge che dal condizionatore scende acqua di condensa e va a finire sulla proprietà sottostante) [4].
Come difendersi e sanzionare le condotte illecite
Chi abbia subito lo sgocciolamento di acqua dal terrazzo del piano superiore o la caduta di altri oggetti idonei a sporcare o far male può denunciare l’accaduto alla polizia o ai Carabinieri presentando querela. In tal caso si avvia un procedimento penale. Prima di ciò sarà bene che verifichi di possedere le prove di quanto afferma. Non basta dimostrare che, sul proprio balcone, sia finita acqua o altri oggetti, lasciando al giudice presumere che il responsabile non possa che essere il vicino del piano di sopra per il solo fatto che si trova sull’asse verticale in corrispondenza della proprietà danneggiato. È necessaria una prova più concreta della condotta: la responsabilità penale è, infatti, personale e senza la prova dello specifico soggetto che ha posto il comportamento incriminato (e non un generico riferimento ai “vicini del piano di sopra”) non ci può essere condanna. È quanto chiarito dalla Cassazione qualche settimana fa [5]. Il che significa che ci si deve valere di testimoni (che possano dire di aver visto la persona che ha materialmente innaffiato, scopato o comunque fatto sgocciolare l’acqua) o di altre prove fotografiche o videoriprese.
Non basta inoltre – come anticipato in apertura – la dimostrazione di uno o sporadici episodi di sgocciolamento, ma di una serie protratta di episodi.
Se non si dispone delle prove sulla ripetizione delle condotte e del soggetto fisicamente responsabile si può valutare di agire in via civile, effettuando una causa innanzi al giudice di pace (o, per danni di valore consistente, davanti al Tribunale). In tal caso, però, l’ostacolo principale è la dimostrazione del danno economico subito. Diversamente, infatti, si corre il rischio di una valutazione equitativa da parte del giudice che lascerebbe insoddisfatto l’attore.
Sia nel caso dell’azione civile che di quella penale è necessario dimostrare che lo stillicidio di acqua abbia superato la normale tollerabilità, un concetto certamente vago e generico, ma che serve a dissuadere i cittadini dall’intraprendere azioni per mere questioni di principio.
[1] Cass. sent. n. 19637/2012, n. 1360/1994, n. 9356/1985.
[3] Cass. sent. n. 971/2014.
[4] Cass. sent. n. 8386/1992, n. 15956/2014.
[5] Cass. ord. n. 15662 del 27.07.2016.
Cassazione penale, sez. III, 27/01/2012, (ud. 27/01/2012, dep.24/05/2012), n. 19637
a) ha ribadito l’affermazione della responsabilità penale di G.P., G.G. e Gh.Gi. in ordine al reato di cui:
– all’art. 674 c.p., poichè – quali componenti del consiglio di amministrazione della s.p.a. “Acciaierie e ferriere Stefana f.lli fu Girolamo” esercente un’attività industriale che originava emissioni in atmosfera – non rispettando le prescrizioni di cui alla delibera della Giunta Regionale n. 12186 del 30.7.1991 nonchè aumentando la produzione in carenza di interventi correttivi utili al fine di captare ed abbattere tutte le emissioni prodotte, provocavano emissioni di polveri atte a cagionare molestia alle persone che avevano abitazioni adiacenti l’impianto aziendale – acc. in (OMISSIS), con permanenza fino al (OMISSIS);
c) ha confermato le statuizioni risarcitorie in favore delle parti civili costituite L.T., B.G. e D.C.M..
– la nullità della sentenza di primo grado, poichè non era stato notificato al difensore il decreto di condanna originariamente emesso ed a seguito della cui opposizione era stato celebrato il dibattimento;
Quanto atta prima doglianza, va ribadito l’orientamento di questa Corte Suprema secondo il quale l’omessa notifica del decreto penale di condanna al difensore determina una nullità non assoluta, che è sanata dalla presentazione dell’opposizione poichè, avendo l’atto conseguito lo scopo cui era diretto, viene meno l’interesse dell’imputato all’osservanza della disposizione violata (vedi Cass.:
Sez. 4^, 1.4.2010, n. 17582; Sez. 5^, 21.9.2010, n. 43757).
Il fatto per H quale gli imputati sono stati condannati non può ritenersi “diverso” da quello costituente oggetto dell’imputazione originaria.
Ad essi è stata contestata l’immissione di polveri in atmosfera, idonea ad arrecare molestia alle persone sta per l’inosservanza delle prescrizioni imposte con la Delibera G.R. n. 12186 del 30.7.1991 sia per avere aumentato la produzione dello stabilimento in carenza di interventi correttivi utili al fine di captare ed abbattere tutte le emissioni prodotte durante il procedimento di fusione del materiale ferroso.
Nè gli imputati hanno dimostrato di avere adottato tutte le misure imposte, secondo la particolarità del lavoro, dalla migliore esperienza e dalla tecnica più avanzata per evitare quelle molestie.
La richiesta di oblazione, per la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p., è stata legittimamente respinta a norma dell’art. 162 bis c.p., comma 3, a fronte dell’accertata permanenza di conseguenze dannose o pericolose del reato eliminabili da parte dei contravventori.
Reati permanenti sono quelli nei quali l’offesa al bene giuridico tutelato si protrae nel tempo per effetto della persistente condotta del soggetto agente: la condotta illecita deve avere, dunque, carattere continuativo e ad essa l’agente può porre fine con condotta volontaria.
Il carattere continuativo delle emissioni moleste non si identifica con la ripetitività giornaliera delle stesse, bastando che esse si protraggano – senza interruzioni di rilevante entità – per un lasso apprezzabile di tempo a cagione della duratura condotta colpevole del soggetto agente (vedi, con riferimento specifico all’art. 674 c.p., Cass. 10.2.1995, n. 1360).
Nella vicenda in esame la natura permanente dei reato risulta correttamente affermata (sicchè deve ritenersi infondata la prospettazione di intervenuta prescrizione) poichè lo stato antigiuridico si è protratto fino al gennaio 2008, in orario per lo più notturno ed ogni 2-3 settimane, senza che siano state adottate idonee misure di contenimento delle emissioni.
Cassazione penale, sez. III, 21/03/2014, (ud. 21/03/2014, dep.10/04/2014), n. 15956
Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, con sentenza del 14.1.2011, emessa a seguito di opposizione a decreto penale, ha condannato C.V. alla pena dell’ammenda, ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 674 c.p., perchè, innaffiando i fiori del suo appartamento, gettava acqua mista a terriccio nell’appartamento sottostante imbrattandone il davanzale, i vetri ed altre suppellettili ((OMISSIS)).
Con un unico motivo deduce che quanto contestatogli era il risultato del malfunzionamento di un impianto automatico di irrigazione, cosicchè difetterebbe, nella fattispecie, l’elemento soggettivo del reato, da individuarsi nel dolo specifico, non avendo egli posto in essere un’azione deliberata con lo scopo di recare danno o molestia ad altri.
Tale essendo, dunque, la ricostruzione della vicenda fattuale da parte del giudice del merito, che, essendo assistita da tenuta logica e coerenza strutturale, non risulta censurabile in questa sede di legittimità, osserva il Collegio che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale risultano giuridicamente corrette ed adeguatamente giustificate.
Da ciò consegue che una condotta quale quella oggetto di contestazione può essere certamente qualificata come “versamento” nei termini delineati dall’art. 674 c.p. e che l’esito di tale azione possa altrettanto pacificamente risolversi nell’altrui “offesa”, “imbrattamento” o “molestia”, essendo pacificamente dotata di quella capacità offensiva che la disposizione richiede.
Resta da osservare che, nella fattispecie, il giudice del merito ha accertato in fatto che i versamenti si erano protratti nel tempo ed erano proseguiti nonostante le lamentele della persona offesa e le segnalazioni dell’amministratore del condominio e ne ha, inoltre, indicato gli esiti, così escludendo, seppure implicitamente, che la condotta posta in essere potesse ritenersi priva di concreta offensività, ponendo altresì in luce la evidente consapevolezza, in capo all’imputato, delle conseguenze derivanti dall’attivazione del suo impianto di irrigazione automatica.
Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità – non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n. 186) – consegue l’onere delle spese del procedimento, nonchè quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.
Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2014
20 Lug 2015 | di Redazione
Se sgocciola acqua da vasi e piante del vicino del piano di sopra