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Timestamp: 2018-11-15 11:25:59+00:00
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“Inaccettabile” la sentenza sul caso Eluana
- Osservatore Romano del 18/10/2007
Per Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita (MpV), “l’imbarazzo dei giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso sul caso Englaro traspare dalla stessa lunghezza delle motivazioni della sentenza in cui è più volte ripetuta l’affermazione del diritto alla vita come diritto che spetta in misura uguale ad ogni essere umano, anche se debole, malato, incapace di intendere e volere o prossimo alla morte”.
Nonostante la contraddittorietà delle conclusioni, secondo Carlo Casini, dalla sentenza emergono due elementi che meritano di essere sottolineati.
Il primo che “anche l’espressa volontà di non essere curato da parte del malato, se presenta una margine anche minimo di possibile guarigione, non ha rilevanza”.
“Dunque non esiste il «diritto di morire» e neppure la facoltà di rifiutare le cure può essere intesa come capace di imporre agli altri un obbligo assoluto”, ha aggiunto.
“I giudici più che un giudizio sulla libertà del malato esprimono un giudizio sulla qualità della vita del paziente il che contraddice l’affermazione del diritto alla vita uguale per tutti”, ha poi osservato.
Il secondo che “la sentenza mostra la inutilità di una legge sul testamento biologico. Già ora, infatti nulla impedisce di formulare per scritto la volontà di essere curato in un modo o nell’altro o di non essere affatto curato tant’è vero che la Cassazione chiede una indagine su tale volontà della Englaro”.
“E’ dimostrato così – conclude il Presidente del MpV – il carattere ideologico del testamento biologico volto ad aprire una breccia in favore dell’eutanasia”.
Critiche anche da parte dell’Associazione “Medicina e Persona”, che in una nota mette in risalto l’illegittimità della sentenza dei giudici volta a “stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente”. In seguito, precisa che “la letteratura scientifica internazionale riconosce unanimemente lo stato di irreversibilità di un paziente solo nel caso di «morte cerebrale»”.
Inoltre, sottolinea, “la condizione di «stato vegetativo permanente» non è mai identificabile con uno stato di «coma irreversibile» dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale”.
“Il paziente in stato vegetativo persistente non è un paziente terminale (Nathan D. Zasler, NeuroRehabilitation, 2004) e per questo è inappropriato e antiscientifico legare la sua «idoneità a vivere» ad una eventuale condizione di reversibilità”. “Non è inventando modalità di gestione scientifiche (inesistenti) o legali (future) che sarà possibile risolvere il dramma di una vita diversa – conclude l’Associazione –. Si tratterebbe infatti di una nuova violenza, come quella di una condanna a morte, perpetrata per legge e in nome di una falsa pietà”.