Source: https://www.laleggepertutti.it/166441_donazioni-ricevute-dai-genitori-alla-morte-si-contano
Timestamp: 2018-08-15 00:04:41+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 190', 'art. 50', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 167', 'art. 115', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 190', 'art. 345', 'art. 52', 'art. 58', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 345', 'sentenza ']

Donazioni ricevute dai genitori, alla morte si contano?
Con l’apertura della successione e la divisione dei beni tra gli eredi l’obbligo di collazione è automatico e il giudice deve valutare le donazioni fatte dal defunto quando ancora era in vita.
Quando muore uno dei genitori e i suoi beni vengono divisi tra gli eredi (coniuge e figli), nel determinare il valore spettante a ciascuno di essi il giudice (che interviene in caso di mancato accordo tra le parti) deve considerare anche le donazioni effettuate dal defunto quando ancora era in vita. Con la conseguenza che chi ha già avuto in regalo dei beni (case, terreni, appartamenti, somme di denaro, libretti o conti in banca) avrà diritto a una quota inferiore della comunione ereditaria rispetto agli altri coeredi. È questo il meccanismo della cosiddetta «collazione», che il giudice deve effettuare in automatico, a prescindere dalla richiesta di una delle parti. Detto in termini molto pratici, le donazioni ricevute dai genitori si contano sempre al momento della divisione dell’eredità. Lo ha chiarito il tribunale di Vicenza in una recente sentenza [1].
Per comprendere come funziona questo facile meccanismo previsto dal nostro codice civile ricorriamo a un esempio.
Le donazioni fatte in vita vanno ad arricchire le quote che spettano agli eredi alla morte del genitore
Immaginiamo che un uomo, morendo, lasci come propri eredi la moglie e tre figli. Le ultime volontà del padre sono innanzitutto di rispettare le cosiddette «quote di legittima» secondo cui a ciascuno degli eredi spetta quel “minimo sindacale” previsto dalla legge; tutto il residuo – ossia la cosiddetta «quota disponibile» – deve invece andare al “figlio prediletto”. Questi però, poco prima del decesso del genitore, ha già da lui ricevuto una casa di valore consistente. Così i fratelli, ritenendo che detta donazione soddisfi già l’assegnazione della quota legittima, chiedono che i residui beni del padre vengano divisi tra di loro. Chi ha ragione?
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Secondo la sentenza in commento, quando gli eredi si trovano davanti al giudice per la spartizione delle rispettive quote ereditare, il tribunale – prima di procedere alla suddetta divisione dell’eredità – deve innanzitutto considerare le donazioni da questi già ricevute da parte del defunto quando ancora era in vita. La «collazione» – ossia appunto il calcolo dei “regali” pregressi ottenuti dal de cuius – va sempre effettuata, a prescindere dalle richieste delle parti e senza termini di scadenza (si tratta di una operazione imprescrittibile così come la divisione tra coeredi). Motivo per cui, gli effetti della collazione non potrebbero essere paralizzati neppure da un’eccezione di prescrizione o di usucapione.
L’obbligo di collazione, salva dispensa del defunto, sorge automaticamente con l’apertura della successione e «i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione» [2].
[1] Trib. Vicenza, sent. n. 813/17 del 13.03.2017.
[2] Come affermato dalla Cass. sent. n. 17604/15, nell’ipotesi di acquisto d’immobile con denaro del disponente ed intestazione ad altri, configurandosi una donazione indiretta d’immobile e non di denaro, il conferimento riguarderà il bene e non le somme impiegate.
Il Tribunale civile e penale di Vicenza, in persona del giudice unico dott. Stefano Rago, ha pronunciato la seguente
nella causa civile di I grado iscritta al R.G. n. 8939/2009, riunita alla causa R.G. n. 2692/2013, promossa
FA.DE., nato (…);
FA.RE., nato (…);
FA.IV., nata (…); tutti rappresentati e difesi dagli avv.ti An.Al. e Pa.Sp. giusta mandato in calce all’atto di citazione ed elettivamente domiciliati presso il loro studio in Vicenza, Corso (…)
FA.RO., nato (…);
rappresentato e difeso dall’avv. Ro.Pe. giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Vicenza, Contro (…)
ZA.LU., nata (…) e deceduta il 23.02.2011;
OGGETTO: divisione di beni caduti in successione.
1.- Con atto di citazione, ritualmente notificato, Fa.De., Re. e Iv., figli di Fa.Gi., coniugato con Za.Lu. e deceduto il 20.04.1996, evocavano in giudizio il fratello Ro. e la madre Za.Lu. chiedendo disporsi lo scioglimento della comunione ereditaria instauratasi in seguito al decesso del padre.
Esponevano che il de cuius, con testamento pubblico, aveva lasciato la disponibile al figlio Roberto, assegnando alla moglie alcuni terreni, meglio catastalmente identificati nel testamento stesso ed aventi valore leggermente superiore alla quota ad essa spettante per legge, senza tuttavia fare alcun riferimento alla donazione della nuda proprietà di alcuni immobili precedentemente effettuata in favore di Roberto, la quale, a sua volta, aveva un valore quasi corrispondente alla quota disponibile assegnatagli.
2.- Fa.Ro. si costituiva depositando in cancelleria comparsa in data 16.04.2010, eccependo innanzitutto la prescrizione dell’azione di riduzione intentata dai fratelli nonché del diritto di collazione e, nel merito, aderendo alla domanda di divisione.
3.- All’udienza dell’11.05.2010 veniva dichiarata la contumacia della convenuta Za.Lu.
Stante il decesso di quest’ultima, il giudizio veniva interrotto.
Riassunto il giudizio, ne veniva disposta la riunione con l’instaurato giudizio divisionale del compendio ereditario della Za., rubricato al R.G. n. 2692/13, sempre promosso da Fa.De., Renato ed Ivana contro il fratello Roberto, che si costituiva depositando comparsa in data 21.10.2013. All’udienza del 04.03.2014 il procuratore degli attori rinunciava alla domanda sub 3) diretta ad accertare la natura di donazioni indirette di operazioni bancarie in favore del convenuto nonché alla domanda di collazione sub 4).
Nel riunito giudizio, veniva quindi disposta C.T.U., nominando all’uopo il geom. Ga.Ga.
All’esito, su concorde richiesta delle parti che non erano riuscite a raggiungere un’intesa sulla bonaria divisione dei compendi ereditari, la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni.
All’udienza del 29.11.2016, sulle conclusioni precisate dalle parti, la causa veniva rimessa in decisione con assegnazione dei termini massimi ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle eventuali memorie di replica.
1.- Oggetto del presente giudizio è lo scioglimento delle comunioni ereditarie formatesi in seguito ai decessi di Fa.Gi. e di Za.Lu., coerede ed originaria convenuta.
1.1. La competenza a decidere è monocratica.
Gli attori, in citazione, hanno letteralmente lamentato che “le quote spettanti ai tre fratelli De., Re. ed Iv. risultano ingiustamente diminuite a tutto vantaggio di Ro.” il quale aveva già beneficiato di una donazione paterna. In buona sostanza, gli attori avevano comunque addotto, in citazione, la lesione della quota loro riservata a causa della donazione ricevuta dal fratello: la competenza, da apprezzarsi sulla base della complessiva prospettazione delle parti, sarebbe dunque spettata al collegio, trattandosi di controversia avente ad oggetto riduzione per lesione di legittima (art. 50 bis n. 6 c.p.c.).
Sennonché gli attori, nella memoria ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c., hanno espressamente escluso di aver agito in riduzione (pag. 1: “I fratelli Fa. non hanno chiesto la riduzione della donazione eseguita in vita dal de cuius nei confronti di Fa.Ro.”) affermando di aver chiesto soltanto la divisione previa collazione stante la consistenza del relictum del tutto sufficiente ad assicurare le rispettive quote di legittima (pag. 3 della memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c.) e precisando poi che “a Fa.Ro. è stata attribuita due volte la disponibile; prima con donazione ricevuta in vita e quindi, dopo la morte del padre, con l’attribuzione della stessa sul relictum” (pag. 2 della memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c.).
L’originaria (e comunque implicita) domanda di riduzione deve pertanto ritenersi evidentemente rinunciata.
La competenza (monocratica o collegiale) va valutata sulla scorta delle domande delle parti insistite dalle parti e dunque da esaminare al momento della rimessione della causa in decisione, sicché non vi è alcun dubbio che la competenza spetti all’organo monocratico. 1.2. Occorre prendere le mosse dall’eredità di Fa.Gi., deceduto in data 20.04.1996.
Devono essere risolte, in via preliminare, alcune questioni pregiudiziali alla trattazione delle divisioni ereditarie.
1.2.1. Innanzitutto, non possono essere incluse nella massa ereditaria le spese per l’accatastamento dei beni in successione, pari ad Euro 2.874,56 oltre IVA (doc. 2 di parte convenuta), che il convenuto Ro. ha asserito di aver sostenuto interamente, trattandosi di allegazione difensiva svolta per la prima volta, e dunque tardivamente, con la seconda memoria ex art. 183 c.p.c., quando già era decorso il termine perentorio per le preclusioni assertive.
1.2.2. Gli attori hanno chiesto che nell’asse ereditario paterno vengano inclusi anche gli immobili ricevuti dal fratello Ro. in donazione dal padre.
Risulta infatti che con atto pubblico in data 05.05.1995, Fa.Gi. donava al figlio Ro. la nuda proprietà dei seguenti beni immobili: Catasto Fabbricati del Comune di Montegalda, foglio (…), mappale (…) (abitazione in villa su due piani) (Via (…), P. ST, T categoria A/7, classe 2, vani 7 RCL 1.085.000), mappale 131 sub 3 (ricovero attrezzi agricoli) (Via Settimo, P. ST, categoria C/2, classe Unica, mq 60 RCL 72.000), mappale 131 sub 1 (bene non censibile corte comune al sub 2-3 di are 14.10).
1.2.2.1. Va respinta l’eccezione, sollevata dal convenuto, di prescrizione della collazione, atteso che essa, tendendo a consentire, in sede di divisone, la determinazione delle quote dei coeredi senza che venga alterato il trattamento spettante a ciascuno di essi, partecipa della imprescrittibilità che la legge prevede per l’azione di divisione tra coeredi (Cass. 726/1979 rv. 396901).
I.2.2.2. Gli attori hanno dedotto in citazione l’esistenza della predetta donazione, precisamente richiamata negli estremi dell’atto notarile (n. 62.378 Rep. Notaio Gi.Fe. registrato il 24.05.1995 n. 1773) e nell’oggetto (nuda proprietà degli immobili censiti al Comune di Montegalda, foglio (…)), mediante il rinvio contenuto nella denuncia di successione (doc. 2 di parte attrice).
Il convenuto, sul pacifico presupposto dell’esistenza di tale donazione, ha tentato di contrastare l’azione di riduzione nonché gli effetti della collazione sollevando, in comparsa di costituzione, eccezioni di prescrizione dell’azione di riduzione e della collazione, già sopra esaminate. Solo negli scritti conclusivi, ha contestato la mancanza di prova documentale della donazione in discussione, dolendosi del fatto che gli attori prenderebbero di darne prova mediante la mera produzione della predetta dichiarazione di successione.
L’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) ed i beni donati devono essere conferiti indipendentemente da una espressa domanda dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa dell’esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione. Incombe in tal caso sulla parte che eccepisca un fatto ostativo alla collazione l’onere di fornirne la prova nei confronti di tutti gli altri condividenti (Cass. 15131/2005 rv. 582041; così anche Cass. 1629/2007 rv. 595721, Cass. 18625/2010 rv. 614178 e Cass. 8507/2011 rv. 617678).
Ora, la predetta contestazione è inammissibile, non tanto (o non solo) perché tardivamente svolta quanto, piuttosto, perché l’esistenza (ed il contenuto) della donazione de qua, allegata dagli attori, deve ritenersi provata per non essere stata specificamente contestata dal convenuto, che, peraltro, ha articolato tutte le proprie difese in giudizio sull’implicito presupposto di aver beneficiato di detta donazione e che risulta aver perfino sottoscritto la predetta dichiarazione di successione ove era indicata la donazione in discussione (cfr. luogo e data di nascita del dichiarante “Montegalda 8/6/1949” e residenza dello stesso “Montegalda Via (…)” indicati nel doc. 2 di parte attrice, corrispondenti alle generalità di Fa.Ro. come ricavabili dalla comparsa di costituzione). Come è noto, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., la non contestazione costituisce un comportamento univocamente rilevante, con effetti vincolanti per il giudice, il quale – anche per evitare il compimento di attività inutili e quindi realizzare esigenze di semplificazione e di economia processuale – deve astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale e deve, perciò, ritenere la circostanza in questione sussistente, in quanto l’atteggiamento difensivo in concreto spiegato espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti. Dunque, l’applicazione del principio di non contestazione comporta che nei processi relativi a diritti disponibili i fatti non contestati sono posti fuori del thema probandum, non hanno bisogno di essere provati e devono, invece, essere considerati come esistenti dal giudice. Il difetto di contestazione implica l’ammissione dei fatti dedotti in giudizio se si tratta di fatti c.d. principali, ossia costitutivi del diritto azionato. L’art. 115 c.p.c., nel testo modificato dalla L. 69/2009, trova applicazione nelle controversie instaurate successivamente al 04.07.2009, e dunque a quella che ci occupa, introdotta con atto di citazione notificato il 29.10.2009. In ogni caso, si precisa che, come è stato recentemente affermato dalla Suprema Corte, il convenuto, ai sensi dell’art. 167 c.p.c., era tenuto, anche anteriormente alla formale introduzione del principio di “non contestazione” a seguito della modifica dell’art. 115 c.p.c., a prendere posizione, in modo chiaro ed analitico, sui fatti posti dall’attore a fondamento della propria domanda, i quali debbono ritenersi ammessi, senza necessità di prova, ove la parte, nella comparsa di costituzione e risposta, si sia limitata a negare genericamente la sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda attorea, senza elevare alcuna contestazione chiara e specifica (Cass. 19896/2015 rv. 637316).
Il convenuto ha poi tentato di escludere dalla massa ereditaria i beni ricevuti in donazione dal padre deducendo, nella memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c., che tale liberalità sarebbe assistita da dispensa da collazione.
L’allegazione dell’esistenza di una dispensa dalla collazione, specificamente contestata dagli attori nel primo scritto successivo, ossia nella memoria ex art. 183 comma 6 n. 3 c.p.c., è evidentemente tardiva, non essendo stata effettuata entro il termine perentorio relativo alle preclusioni assertive.
Il convenuto ha altresì prodotto con la memoria di replica ex art. 190 c.p.c., e dunque ancora una volta tardivamente, copia dell’atto di donazione da cui risulterebbe l’eccepita dispensa dalla collazione. Chiedendo che, per ragioni di economia processuale, l’atto di donazione venga valutato nella sua interezza, ha dedotto che la produzione di tale atto sarebbe comunque consentita in appello. Il richiamo giurisprudenziale operato dal convenuto (Cass. S.U. 8203/2005 rv. 580936) non appare tuttavia pertinente in quanto la richiamata pronuncia si riferisce ad orientamento pretorio formatosi prima della novella del 2009. La versione dell’art. 345 c.p.c. applicabile all’instaurando giudizio di appello sarà infatti quella introdotta dall’art. 52 L. 353/1990, come modificato dall’art. 58 comma 2 L. 69/2009 e dall’art. 54 comma 1 lett. 0b d.l. 83/2012, conv. dalla L. 134/2012. Come è noto, in precedenza la norma era formulata in modo tale da consentire la proposizione di nuovi mezzi di prova in appello, poi limitata a quelli indispensabili ai fini della decisione, mentre ora tale possibilità è del tutto esclusa: ai sensi dell’art. 54 comma 2 d.l. 83/2012, la novella si applica “ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”, cioè dall’11.09.2012. Il testo dell’art. 345 c.p.c., applicabile ratione temporis, è dunque il seguente: “Non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile”. La produzione, in ogni caso, non potrebbe dirsi certo indispensabile, essendo – come già sopra ricordato – onere della parte dedurre e dimostrare l’esistenza di fatti ostativi alla collazione.
In definitiva, al fine della formazione della massa ereditaria, deve tenersi conto della non contestata donazione effettuata dal de cuius al figlio Roberto, mentre alcun rilievo processuale può avere la dispensa dalla collazione, dedotta dal convenuto senza alcun ammissibile sostegno documentale e contestata dagli attori.
Stante la rinuncia all’azione di riduzione, la donazione ricevuta da Fa.Ro. resta inattaccabile, anche nel caso in cui il relictum non fosse sufficiente all’integrazione della quota di riserva da attribuire ai fratelli coeredi (Cass. 1521/1980 rv. 405084).
2.- La causa deve tornare in istruttoria, per le ragioni esplicitate nella separata ordinanza. 3. Le spese di lite verranno regolate alla definizione del giudizio.
Il Tribunale di Vicenza, non definitivamente decidendo, così giudica:
1.- accerta e dichiara che Fa.Ro. deve conferire alla massa ereditaria lasciata da Fa.Gi., nato (…) e deceduto in Vicenza il 20.04.1996, i seguenti beni immobili, oggetto di donazione da parte del predetto de cuius in favore del figlio Fa.Ro. in forza di atto pubblico in data 05.05.1995 a ministero del Notaio Gi.Fe., n. 62.378 Rep., registrato il 24.05.1995 n. 1773, e così catastamente censiti: Catasto Fabbricati del Comune di Montegalda, foglio (…);
2.- dispone la rimessione del procedimento in istruttoria per la prosecuzione del giudizio, come da separata ordinanza; 3. spese alla sentenza definitiva.
Così deciso in Vicenza il 9 marzo 2017.