Source: http://www.ristretti.it/commenti/2014/agosto/14agosto.htm
Timestamp: 2017-12-18 18:26:36+00:00
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Edizione di giovedì 14 agosto 2014
Giustizia: carcere ed obblighi della Repubblica, di Gennaro Varone (magistrato a Pescara)
Giustizia: gli ispettori di Orlando nel carcere degli orrori, di Enrico Novi
Giustizia: ispettori al carcere di Rossano a seguito denuncia On. Bruno Bossio
Giustizia: Sappe; stop alle visite parlamentari nelle carceri a Ferragosto… sono inutili
Giustizia: Patriarca (Pd); per reinserimento detenuti fondamentale l’apporto del no profit
Giustizia: scomparso don Pierino Gelmini, la vita tra ombre e luci di un prete anti-droga
Giustizia: i tremila "casi marò" dimenticati dal governo, di Giacomo Amadori
Lettere: esprimiamo a Stefania Mussio un "grazie" solidale
Toscana: 60 detenuti tossicodipendenti nelle Comunità, la Regione finanzia per 1,5 milioni
Abruzzo: Radicali chiedono al Consiglio regionale Risoluzione a sostegno del Satyagraha
Porto Azzurro (Li): Sippe; infondate le accuse sui soprusi, corruttele e cattive abitudini
Nuoro: carcere di Badu e Carros, sindacati di Polizia penitenziaria in agitazione
Macomer (Nu): per salvare il carcere grande solidarietà da tutto il territorio
Caltanissetta: il Cappellano del carcere di San Cataldo chiede "attività utili per i reclusi"
Ancona: detenuto si cuce la bocca per protestare contro ritardo lavoro esterno
Napoli: liberate mio padre, da solo non vivo più… appello di Ivan, abbandonato in barella
Brescia: pinacoteca, in campo due detenuti per ripulire la piazza dalle brutture
Trapani: "Made in City"… a Mazara del Vallo disoccupati ed ex detenuti puliscono città
Cagliari: "Oltre il carcere", raccolta quaderni e zaini per figli detenuti Buoncammino
Torino: Sappe; scoperto telefonino in cella, il ministro faccia presto a nominare capo Dap
Sassari: la Festha Manna al carcere di Bancali… e i detenuti fanno "ballare" il Candeliere
Droghe: presentato ieri a Ferrara il "5° Libro Bianco" sulla legge Fini-Giovanardi
Stati Uniti: ministro Mogherini; continuiamo a seguire Chico Forti, in carcere da 15 anni
Stati Uniti: il New York Times denunciai colpe di Bloomberg per la violenza nelle carceri
Germania: Uli Hoeness, da presidente del Bayern Monaco a guardarobiere in carcere
Stati Uniti: la "talpa" della Nsa Snowden; pronto a carcere ma solo per un obiettivo giusto
Egitto: processo Mubarak, per la prima volta in aula la parola all’ex presidente
Giustizia: carcere ed obblighi della Repubblica di Gennaro Varone (magistrato a Pescara)
Il Centro, 14 agosto 2014
Il carcere, in un Paese civile, è luogo di pubblica amministrazione; non una "gabbia". Luogo in cui si svolge la funzione pubblica della detenzione di chi, avendo commesso fatti gravi in danno della collettività, deve scontare una privazione di libertà. Luogo nel quale, fuori da quella privazione, nessun’altra opportunità fisica, o facoltà spirituale deve essere compromessa. L’articolo 3 della Convenzione Europa dei Diritti dell’Uomo usa una espressione sintetica, ma chiarissima: la pena non può consistere in trattamenti "inumani": cioè, contrari al sentimento di cura del sé, che ogni uomo possiede e deve, solo per questo, riconoscere e tutelare in ogni altro individuo della specie. Qualcuno crede che le carceri italiane siano "umane"? Piccole celle, di pochi metri quadri l’una, nelle quali si affollano sino a sei individui, stipati, nottetempo, l’uno sull’altro in lettucci a castello; nelle quali, ognuno, tenta di ricreare il proprio microcosmo di quotidianità e memoria: inzeppandole di oggetti personali, a vago simulacro di una intimità perduta. È per questo che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la sentenza "Torreggiani" ha condannato l’Italia per trattamento "inumano" dei detenuti. Che cosa avrebbe fatto, a questo punto un Paese Civile e Sovrano? Non credo ci sia valida alternativa alla risposta che sto per dare: avrebbe costruito, con opportune dotazioni di uomini e mezzi, carceri in cui si sconta una pena, e non l’umiliazione di una promiscuità contraria al sentimento di umanità. Invece, no. E non perché non siamo un Paese "Civile", come sentimento; ma perché non siamo un Paese "Sovrano", libero di scegliere le proprie azioni ed il proprio destino; libero di progettare il proprio futuro: di offrire ai propri cittadini i diritti e le tutele promesse ed, anzi, "imposte" dalla Costituzione. Non lo siamo perché, avendo aderito alla Moneta Unica (l’euro), lo Stato Italiano non ha più una Zecca, un Tesoro e la possibilità di finanziarsi con la propria Moneta. No. Se ne vuole, deve chiederla in prestito, ad interesse, alle banche commerciali private. Suona strano, ma è esattamente così. D’altro canto, nessuno chiede in prestito più di quanto potrà restituire; nessun creditore presta denaro, se non sa di poter ottenere indietro capitale ed interessi. Conseguentemente, l’Italia non ha denaro per costruire carceri nuove: come non ne ha per Sanità, Scuola, Giustizia. Lo sappiamo bene: non c’è anno in cui la manovra economica non sia "taglio" alla spesa pubblica. Non avendo Moneta per costruire nuove carceri, la scelta politica è quella di… svuotarle. L’articolo 8 del Decreto Legge 92/2014 vieta l’applicazione della carcerazione preventiva a chi ha commesso reato che sarà punito con una pena sino a tre anni di reclusione. Per i non esperti, sperando non suoni come incentivo, dico potrà trattarsi, allo stato, di: partecipazione ad associazione per delinquere; usura; evasione; lesioni personali; rapina ed estorsione non aggravate; cessione e vendita di stupefacenti; furto con strappo ("scippo")… Mi fermo qui. La carcerazione preventiva vale ad impedire a persone pericolose di fare del male agli altri. Vietarla per reati non di poco momento esporrà, prevedibilmente, tutti a pericolo. Mentre il carcere deve essere "umano" - e non "svuotato" - proprio per chi ci entra. L’Europa dei diritti, dunque, ci impone di avere carceri "umane"; l’Europa dell’euro ci mette nelle condizioni di non poterle finanziare. Ora, dovrei una chiosa finale; ma preferisco lasciare al lettore la curiosità di informarsi e di maturare un proprio convincimento su questi temi, iscritti in un percorso che sta radicalmente trasformando il nostro architrave istituzionale. Stiamo diventando uno Stato diverso da quello voluto dai Costituenti. La Costituzione Italiana pone l’Uomo al centro dell’interesse e dell’azione della Repubblica; e non il Mercato ed il merito creditizio a presupposto perché la Repubblica possa funzionare ed agire. Magari, un giorno ce ne renderemo conto.
Giustizia: gli ispettori di Orlando nel carcere degli orrori di Enrico Novi
Ispettori del ministero nel carcere di Rossano Calabro dopo la visita di Enza Bruno Bossio e la denuncia del nostro giornale. Ha avuto effetto. È servita, eccome, la denuncia di Enza Bruno Bossio, deputata del Fd, sulle condizioni vergognose del carcere di Rossano. Ieri il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha comunicato di aver inviato un’ispezione nel penitenziario. Un luogo infernale, in cui sabato scorso la parlamentare democratica ha assistito a scene da incubo. Le ha raccontate sul suo blog e al Garantista, che martedì ha dedicato alla vicenda l’apertura del giornale. Nella sua visita senza preavviso, la deputata ha trovato un detenuto costretto in una cella priva di qualsiasi suppellettile, senza neppure il letto, circondato dai suoi escrementi. Altri carcerati seminudi, con addosso solo le mutande, uno di loro per terra in mezzo al vomito. Altri ancora portavano i segni evidenti di percosse. Scene che l’onorevole Bossio non avrebbe potuto vedere né riportare all’esterno se non si fosse armata di tenace ostinazione, fino a costringere le guardie penitenziarie ad aprirle le porte della struttura. Da via Arenula è arrivata una risposta tempestiva. La visita della deputata Pd è avvenuta sabato scorso. Domenica ne ha dato conto sul suo blog e ha scritto al Garante dei detenuti del Lazio. Il giorno dopo il ministro Orlando ha ordinato l’ispezione, che formalmente è ancora in corso. L’iniziativa "mirata", si legge nel comunicato di via Arenula, è stata "disposta dal ministro a seguito della denuncia dell’onorevole Vincenza Bruno Bossio riferita alle condizioni detentive riscontrate personalmente dalla parlamentare nell’istituto penitenziario". Il Guardasigilli, riferisce la nota, "attende nei prossimi giorni la comunicazione degli esiti dell’attività ispettiva". Magari nelle ore successive alla concitata visita di Enza Bruno Bossio la direzione del penitenziario avrà cercato di rimediare alle situazioni più incresciose. Non è detto dunque che il risultato dell’ispezione riporti fatti della stessa gravità di quelli riscontrati dalla deputata. Ma il segnale raccolto e rilanciato dal ministro è importante. Arriva in un momento particolarmente delicato per la situazione delle carceri. Intanto perché è d’estate che diventano ancora più insostenibili i disagi provocati ai detenuti dal sovraffollamento, che a Rossano è del 25 pe cento. E poi perché proprio sulle "condizioni inumane e degradanti" dei carcerati il governo è riuscito solo a fatica, ponendo la questione di fiducia, a far passare il recente decreto. Provvedimento che è stato contestato e ostacolato dall’opposizione, ma che viene incontro solo in parte alle prescrizioni europee seguite alla sentenza Torreggiani. Una situazione non ancora effettivamente risolta, e che induce tra l’altro i Radicali italiani a proseguire nella lotta e nella richiesta di amnistia. Una storia sconcertante come quella di Rossano potrebbe contribuire a tenere accesi i riflettori dei media sull’emergenza. L’intervento diretto degli ispettori ministeriali si è concluso già lunedì. Ora gli uomini di via Arenula lavorano sui documenti e preparano la loro relazione. Dal carcere non arrivano commenti. Il direttore Giuseppe Carrà resta in silenzio. Non si sogna di pronunciarsi, ovviamente, neppure la comandante delle guardie penitenziarie Elisabetta Ciambrello. Che sabato scorso era arrivata al punto di apostrofare pesantemente al telefono l’onorevole Bossio. Colpevole, a suo dire, di essere entrata nel carcere senza chiedere il permesso. Una contestazione del tutto indebita, visto che i parlamentari hanno facoltà di visitare i penitenziari senza alcun preavviso, proprio per esercitare nel modo più efficace la loro azione di vigilanza. Tutto ha avuto origine da una verifica che la deputata del Pd intendeva condurre sulla situazione particolare di un detenuto, trasferito improvvisamente dal carcere di Catanzaro a quello di Rossano. Al suo arrivo le guardie carcerarie hanno opposto resistenza. Hanno cercato di impedirle l’accesso. Le hanno chiesto di presentarsi in un momento successivo. Lei ha insistito. Ha fatto valere le sue prerogative di parlamentare. Inizialmente la deputata si è diretta verso la cella del detenuto del quale voleva avere notizie. Non è riuscita a entrare nella sua cella, ma ha visto che il carcerato, recluso in isolamento, si trovava in una situazione accettabile. Sarebbe andata via senza potersi fare un’idea delle condizioni generali del penitenziario se altri detenuti non avessero attirato la sua attenzione con urla disperate. "Venga a vedere come stiamo combinati, venga a vedere". Lì è cominciato il tunnel degli orrori. Escrementi nelle celle, un detenuto celiaco a cui evidentemente non viene riservato un adeguato trattamento e che vomita di continuo. Era immerso nel vomito, nell’odore pestilenziale, per terra. Altri detenuti erano pie- ni di lividi, uno in particolare aveva un orecchio malconcio, e ha spiegato di non aver ricevuto alcuna cura dopo essere stato preso a botte dagli agenti. Le guardie carcerarie hanno cercato un’improbabile giustificazione nel fatto di essere dovuti intervenire per scongiurare un’evasione. Ma certe tracce, più che ha un’improvvisa azione repressiva, fanno pensare a vere e proprie esercitazioni di sadismo. Gli agenti di polizia penitenziaria hanno provato a giustificare le altre incresciose situazioni con recenti tentativi di suicidio, che li avrebbero costretti a portar via dalle celle qualunque suppellettile. Anche qui si tratta di una storia a cui non ha senso credere. Chi è in condizioni psicologiche difficili, al punto da pensare di togliersi la vita, non riceve certo un sollievo dal vedersi ridotto in una cella svuotata di ogni cosa. Tranne che del vomito, degli escrementi e della disperazione.
Ansa, 14 agosto 2014
Ispezione mirata nel carcere di Rossano Calabro (Cosenza) disposta dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando, a seguito della denuncia dell’on. Enza Bruno Bossio riferita alle condizioni detentive riscontrate personalmente dalla parlamentare nell’istituto penitenziario. Il Ministro Orlando attende nei prossimi giorni la comunicazione degli esiti dell’attività ispettiva. Sabato scorso Bruno Bossio si era recata nel carcere calabrese per una visita a sorpresa. Subito dopo aveva scritto al Garante dei detenuti del Lazio per denunciare condizioni di detenzione inumane e degradanti e i tentativi del personale della struttura per impedirgli l’accesso e la visita nelle varie sezioni del carcere, nonostante il proprio status di parlamentare. "Mi sono presentata alla Casa di reclusione di Rossano per svolgere, come mi consente la mia funzione di parlamentare, una ispezione", racconta la stessa deputata sul suo blog. "Volevo verificare, in particolare, la condizione di un detenuto che avevo precedentemente incontrato a Catanzaro", ma la polizia penitenziaria ha tentato "in tutti i modi di non farmi entrare", riferisce Bruno Bossio. "Io - prosegue - mi sono opposta dichiarando il carattere ispettivo della mia visita. Finalmente ho potuto visitare il Reparto di Isolamento, posto al piano terra della struttura penitenziaria che, attualmente, a fronte di una capienza regolamentare di 215 posti, ospita 258 detenuti (43 in esubero), tantissimi dei quali appartenenti al Circuito differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3 ed AS2). Gli Agenti stavano provvedendo a chiudere le porte blindate delle celle di tutti i detenuti allocati in Isolamento, lasciando aperta solo quella del detenuto che volevo visitare. Ad un certo momento gli altri ristretti si sono messi ad urlare chiedendo che vedessi in che condizioni erano costretti a vivere. Ho chiesto di aprire le celle, ma gli Agenti mi hanno detto che non avevano le chiavi per cui non sono potuta entrare. In ogni caso ho visto le condizioni illegali che, sinceramente, non pensavo esistessero in un carcere d’Italia. Ho trovato detenuti sostanzialmente nudi, soltanto con gli slip, in delle celle in cui non c’era neanche il letto, quindi seduti per terra, in mezzo ai loro escrementi, al vomito ed ai piatti sporchi". "Uno di loro, italiano, era stato messo lì per aver tentato il suicidio e quindi, assolutamente, non poteva essere tenuto in isolamento". Altri due dicevano "di essere stati pestati dalla Polizia Penitenziaria ed infatti si vedeva che avevano ricevuto delle percosse". La parlamentare annuncia che presenterà un’interrogazione sul caso.
Conclusa ispezione a Rossano, Istituto non commenta
Si è conclusa l’ispezione mirata disposta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando nel carcere di Rossano dopo la denuncia della deputata del Pd Enza Bruno Bossio sulle condizioni dei detenuti. Gli ispettori, secondo quanto si è appreso, sono arrivati già lunedì scorso ed avrebbero terminato il loro lavoro la sera stessa. Dal carcere, intanto, nessun commento, né da parte del direttore Giuseppe Carrà, né dalla Polizia penitenziaria, dal momento che in istituto si attende di sapere l’esito dell’ispezione. Nel carcere di Rossano sono attualmente ospitati 260 detenuti, il 70% dei quali sta espiando una pena definitiva, 36 all’ergastolo, con un sovraffollamento, secondo un recente studio di Demoskopika, del 25,2%. Nell’istituto c’è anche una sezione di alta sicurezza dedicata ai terroristi islamici nella quale sono reclusi in 15. Nei giorni scorsi, il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, ha reso noto che gli agenti avevano sventato un tentativo di evasione di un gruppo di detenuti che stavano allargando le sbarre delle finestre per calarsi con le lenzuola.
Marroni: vicenda Rossano Calabro grave e inquietante
"Ho ricevuto proprio in queste ore una dettagliata relazione da parte del deputato Vincenza Bruno Bossio sulla situazione del carcere di Rossano Calabro. Auspico che il ministro della Giustizia Andrea Orlando verifichi al più presto, come richiesto dal parlamentare, se siano rispettati i diritti fondamentali delle persone che sono ristrette in quella struttura". Lo dichiara in una nota il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Sabato scorso il parlamentare Vincenza Bruno Bossio si era recata nel carcere di Rossano Calabro per una visita a sorpresa. Nella nota inviata al Garante, l’onorevole descrive condizioni di detenzione inumane e degradanti e denuncia, nel contempo, i tentativi posti in essere dal personale della struttura per impedirgli l’accesso e la visita nelle varie sezioni del carcere, nonostante il proprio status di parlamentare. "Quanto denunciato dall’onorevole Bruno Bossio - ha aggiunto Marroni - è grave ed inquietante e riporta le lancette della storia bruscamente indietro nel tempo, a comportamenti non degni di un Paese democratico. Spetta alle istituzioni fare piena luce sulla vicenda ed accertare eventuali responsabilità partendo da un dato di fatto incontrovertibile: le carcere fanno parte a pieno titolo della nostra società e certamente non sono luoghi franchi, dove è possibile sospendere regole e diritti".
"Tutti gli anni con il Ferragosto ritorna in auge la visita dei parlamentari alle carceri italiane per verificare le condizioni di vita dei detenuti e dei lavoratori penitenziari. Anni passati inutilmente, poiché dopo la passerella, tutto è rimasto come prima o peggio ancora". È quanto afferma Federico Pilagatti, segretario nazionale del sindacato di polizia penitenziaria Sappe. "Invitiamo i politici che anche quest’anno dovrebbero visitare le carceri - scrive in una nota - a desistere e a impegnare quel tempo per cercare di risolvere nella sede appropriata, il Parlamento, la grave situazione che affligge il sistema penitenziario nazionale".
www.modena2000.it, 14 agosto 2014
Il parlamentare modenese del Pd Edoardo Patriarca ha incontrato il ministro della Giustizia Andrea Orlando in qualità di coordinatore della Rete nazionale "La certezza del recupero" che raggruppa le principali organizzazioni del Terzo settore impegnate negli istituti penitenziari e nella gestione delle pene alternative. "Le organizzazioni del no profit - spiega l’on. Patriarca - sono strategiche per dar corso a un sistema detentivo costruito non solo sulla pena carceraria". La sua dichiarazione: "La Rete nazionale "La certezza del recupero", di cui sono coordinatore, comprende le principali organizzazioni del Terzo settore impegnate dentro gli istituti penitenziari e nella gestione delle pene alternative. Ne fanno parte il Centro Nazionale per il volontariato, Caritas nazionale, Sesta Opera di Milano, il Pater Noster di Palermo, la Conferenza nazionale giustizia e volontariato e il Seac, Giovanni XXIII. Siamo molto soddisfatti di essere stati ricevuti dal ministro Orlando. L’incontro ha posto le basi per costruire una relazione più solida con le organizzazioni no profit, oggi strategiche per dare corso ad sistema detentivo costruito non solo sulla pena carceraria ma anche su pene alternative. Si tratta di dare riconoscimento alle comunità di accoglienza presenti sul territorio nazionale, potenzialmente disponibili ad accogliere più di diecimila detenuti. Il successo del recupero è certificato: per i detenuti che fanno questa esperienza il tasso di recidiva si abbassa al 10% contro un 90% dei detenuti reclusi in carcere".
Tm News, 14 agosto 2014
Un uomo probo, un giusto che aveva dedicato la propria vita agli altri, addirittura un santo. Un uomo ambiguo, una condanna per truffa, l’accusa (mai provata) di abusi sessuali. Don Pierino Gelmini, morto ieri notte, divideva sostenitori - tra di loro politici di calibro come Silvio Berlusconi - e detrattori. Di certo questo piccolo sacerdote rubizzo nato 89 anni fa a Pozzuolo Martesana, un piccolo comune del Milanese, malato da diversi anni, ha vissuto una vita controversa ed esuberante. Diventato prete nel 1949, don Gelmini era fratello di un altro noto ecclesiastico, il francescano Eligio Gelmini, confessore di calciatori e fondatore del Telefono Amico. Don Pierino si dava molto da fare. Era diventato segretario di un cardinale argentino, Luis Copello. Nel 1969 arrivano i primi guai con la giustizia. Come ricostruì Francesco Grignetti su La Stampa nel 2007, dopo un passaggio in Vietnam viene arrestato per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni in vuoto, truffa. Si fa quattro anni in carcere. Nel 1976 viene arrestato di nuovo, questa volta insieme al fratello frate. L’accusa - una vicenda di bustarelle - si sgonfia e don Gelmini è rilasciato. È in quegli anni che matura la decisione di dedicarsi al recupero dei tossicodipendenti. La svolta arriva con l’incontro, il 13 febbraio del 1963, con Alfredo, sui gradini della chiesa di Sant’Agnese, in piazza Navona a Roma. Un ragazzo tossicodipendente, che non gli chiede soldi ma aiuto. Alfredo viene accolto in casa da don Gelmini, che da quel momento cominciò il suo impegno. Nel 1979 mette su una comunità in un casolare di Amelia, in Umbria. La "comunità Incontro" - questo il nome della struttura - miete successi e apre centri in diverse regioni italiane e in molti altri paesi. Strappa molti tossici alla droga. I guai con la giustizia non finiscono - nel 1992 il sindaco di Amelia dell’epoca, Luciano Lama, lo denuncia per abuso edilizio - ma l’iniziativa di don Gelmini conquista sempre più la fiducia del mondo dello spettacolo e della politica. Oggi Molino Silla è la casa madre e il centro operativo della comunità Incontro, che conta 164 sedi residenziali in Italia e 74 sedi in altri Paesi, come Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Croazia, Tailandia, Bolivia, Costa Rica, Brasile, Stati Uniti (a New York) e Israele (Gerusalemme). In Italia può fare riferimento a 180 gruppi d’appoggio sparsi in tutto il Paese (impegnati anche nella lotta alle ludopatie). Una realtà internazionale che vanta un seggio all’Onu come organizzazione non governativa. Negli ultimi anni, in particolare, è con il centro-destra che Gelmini trova maggiori simpatie. La festa che ogni anno tiene ad Amelia vede partecipare big della politica italiana come Maurizio Gasparri, Marcello Pera e Carlo Giovanardi. E come Silvio Berlusconi, che alla festa di compleanno per gli 80 anni, nel 2005, stacca per la "comunità Incontro" un assegno di cinque milioni di euro. Il Vaticano, nel frattempo, lo aveva scaricato. I rapporti tra questo prete sui generis - da anni, anche esarca della Chiesa cattolica greco-melkita - e le gerarchie ecclesiastiche non sono mai stati semplici. Nell’agosto 2007 si apprese che don Gelmini era indagato dalla procura di Terni per presunti abusi sessuali avvenuti tra il 1999 ed il 2004 su una decina di ospiti minorenni della sua comunità. Nel 2008, regnante Benedetto XVI, don Gelmini viene ridotto allo stato laicale. Smette di essere prete cattolico. Lui, almeno inizialmente, reagisce male. "L’inferno non esiste nell’aldilà: esiste qui, su questa terra, dovrebbero capirlo quelli che stanno nei palazzoni, laggiù, in Vaticano, dove c’è il migliore paradiso possibile, quello dei ricchi e dei potenti", afferma in un’intervista. Le accuse di pedofilia sono tutte da vagliare, ma vengono prese sul serio dai magistrati. Che a giugno 2010 rinvia a giudizio l’ex prete. A difenderlo dalle accuse, tra gli altri, il parlamentare del Pdl Renato Farina. Il processo viene però rimandato per lo stato di salute di don Gelmini. Ieri notte, la parola fine. Pierino Gelmini, si legge su Avvenire, è morto nella "casa" di Molino Silla di Amelia, la sede centrale della Comunità Incontro, "assistito fino in ultimo" dai "suoi ragazzi" che per anni ha aiutato a uscire dalla tossicodipendenza.
Giustizia: i tremila "casi marò" dimenticati dal governo di Giacomo Amadori
Libero, 14 agosto 2014
Da Chico Forti all’ambasciatore Bosio: sono in carcere all’estero, ma l’Italia non fa nulla per aiutarli. Bonino e Mogherini grandi assenti. I due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono sotto processo in India da tre anni. In attesa che il ministro degli esteri Federica Mogherini, tra una cena di gala e una candidatura europea, trovi il tempo di occuparsi di loro. Ma quello degli italiani detenuti all’estero è un problema di cui poco si parla e su cui la nostra diplomazia ha scarsissimo peso. Secondo gli ultimi dati dell’Annuario statistico del nostro ministero degli Esteri i reclusi sono infatti 3.422, contro i 3.303 dell’anno scorso. Di questi, 2.696 sono in attesa di giudizio, mentre solo 692 sono già stati condannati. L’Europa è il Continente con il maggior numero di casi (2.625, di cui 1.218 solo in Germania e 574 in Spagna), seguito dalle Americhe (490: 87 in Brasile, 81 negli Stati Uniti e 80 in Venezuela). I reati più frequenti sono quelli legati alla droga. "L’ultimo ministro che ha aiutato davvero i nostri connazionali incarcerati è stato Giulio Terzi di Sant’Agata" spiega Katia Anedda, presidente dell’associazione "Prigionieri del silenzio". "Anche Franco Frattini è stato un ottimo interlocutore. Dopo di loro il vuoto. La più grande delusione è stata Emma Bonino: ai Radicali interessano solo i detenuti italiani per motivi elettoralistici. Mi proposero anche un finto sciopero della fame, ma io mi rifiutai". Con Mogherini la situazione non è migliorata: "Con lei non abbiamo ancora avuto contatti. Per fortuna alla Farnesina ci sono diversi funzionari ammirevoli per abdicazione". La debolezza della nostra diplomazia affiora in molti casi. C’è la vicenda del produttore televisivo trentino Enrico "Chico" Forti, condannato nel 2000 negli Usa per "la sensazione" che sia stato l’istigatore di un delitto. In India due ragazzi, Angelo Falcone e Simone Nobili, sono stati in carcere tre anni, con l’accusa di traffico di stupefacenti, prima di essere assolti. Avevano firmato un documento di autoaccusa in lingua hindi. Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, sospettati di essere due amanti diabolici, sono stati condannati all’ergastolo per il presunto omicidio di Francesco Montis, all’epoca il fidanzato di Elisabetta. Per le difese, però, quest’ultimo sarebbe stato ucciso da un malore. Se India e Stati Uniti sono due super potenze mondiali, le Filippine sulla carta sono un paese con cui la Farnesina dovrebbe trattare alla pari. Ma la storia dell’ambasciatore Daniele Bosio sembra dimostrare il contrario. Il 20 agosto inizierà il processo per traffico di esseri umani a suo carico e sino a oggi la nostra diplomazia è stata timida, se non assente. Tanto da non essere intervenuta sul ministero della Giustizia filippina, che sino all’inizio del dibattimento potrebbe dichiarare la non procedibilità contro Bosio. L’uomo è accusato di aver portato tre ragazzini di strada a un parco acquatico, dopo averli ripuliti a casa propria. Un’attivista australiana di una ong lo ha denunciato alla polizia e ha dato il via a una rumorosa campagna mediatica contro Bosio. Il nostro ministero degli Esteri lo ha subito sospeso. I ragazzini hanno raccontato di essere stati lavati dall’ambasciatore e che questi indossava bermuda e un asciugamano. Ma per il giudice della città di Binan Teodoro Solis che ha scarcerato Bosio non esistono al momento "prove forti" contro di lui e ha rinviato gli approfondimenti al processo. Il diplomatico, con un curriculum di volontario in scuole e associazioni che si occupano dell’infanzia, si è sempre proclamato innocente, ma anche per lui non sembra essere stato garantito il diritto alla difesa. Il giorno dell’arresto l’unità di crisi della Farnesina gli ha messo a disposizione tre numeri telefonici di emergenza, ma la prima risposta è arrivata dopo 18 ore. Nel frattempo Bosio aveva firmato una rinuncia ai propri diritti in lingua filip -pina. In molti paesi le prove vengono raccolte in modo ambiguo e gli interrogatori avvengono senza difensore. Sul suo sito la Farnesina specifica che il nostro apparato diplomatico si impegna a far visita ai detenuti e a fornire nominativi di avvocati locali, ma non a sostenere le spese legali (che possono costare centinaia di migliaia di euro). E così ci sono famiglie che si vendono la casa per aiutare i famigliari reclusi all’estero. Colpevoli o innocenti che siano, i nostri connazionali avrebbero comunque tutti diritto a un giusto processo e in gran parte del pianeta questo è impossibile. Per non parlare delle condizioni carcerarie. Anedda, impiegata in una compagnia telefonica, ha iniziato a interessarsi del problema quando il suo ex compagno, il manager Carlo Parlanti, è stato condannato a 9 anni di reclusione per stupro negli Usa. "Ma le prove sono state costruite a tavolino" giura la donna, citando diversi consulenti. In ogni caso Carlo è tornato in Italia avendo contratto in carcere l’epatite C. Bosio ha condiviso per 40 giorni uno stanzone di trenta metri quadrati con 80 uomini e un secchio al centro della stanza come bagno. Per questo ha contratto la difterite, con dissenteria e problemi renali. Roberto Berardi, imprenditore di Latina, incarcerato in Guinea equatoriale, ha inviato le foto delle torture che avrebbe subito in prigione. I suoi accusatori sono legati al governo e la sua posizione è particolarmente delicata. Ci sono poi i casi in cui dall’estero i nostri connazionali tornano dentro a una bara o in un’urna cineraria, dopo essere deceduti in circostanze misteriose. Negli ultimi anni è toccata questa fine ad almeno quattro connazionali trentenni in Canada, Francia, Messico e Repubblica dominicana. In quest’ultimo episodio i parenti di Mariano Pasqualin hanno chiesto un’autopsia, ma i suoi resti sono stati cremati in tutta fretta dalle autorità centro-americane. La situazione più inquietante, però, è quella denunciata sul sito "Prigionieri del silenzio" da un gruppo di detenuti italiani in Venezuela. Là nel 2012 ci sono state quasi 600 uccisioni in carcere e in certi penitenziari c’è un bagno funzionante ogni 300 reclusi. I nostri connazionali segnalano in particolare la presenza dei "pranes", capi criminali a cui viene affidato dai militari il controllo delle carceri. Le esecuzioni sarebbero di diverso tipo: "Persone crivellate a colpi di mitra, impiccagioni; accoltellamenti, torture e sevizie di vario tipo" e i cadaveri uscirebbero dalle prigioni "tagliati a pezzettini con delle glosse motoseghe".
Lettere: esprimiamo a Stefania Mussio un grazie solidale
Il Cittadino, 14 agosto 2014
Amarezza. È probabilmente questa la parola che meglio rappresenta lo stato d’animo di molti di noi. Noi che abbiamo avuto modo di intrecciare, magari in maniera assolutamente diversa, varie forme di collaborazione con la dott.ssa Stefania Mussio, direttrice della Casa Circondariale di Lodi fino a poche settimane fa. Non conosciamo cause e circostanze del suo allontanamento se non attraverso le notizie giornalistiche: pertanto, non è sulle cause e circostanze che intendiamo intervenire. La ragione di queste poche righe è un’altra ed è collegata all’amarezza, cui si è fatto cenno in apertura. L’Italia, dal punto di vista penitenziario, è il Paese della "perenne emergenza", delle condanne collezionate dinanzi alla Corte europea di Strasburgo, degli interventi settoriali e disorganici (timidi, assai poco coraggiosi), delle questioni irrisolte, addirittura delle questioni inquietanti (stando alle recenti desecretazioni e alle notizie pervenute alla Commissione parlamentare antimafia); e ancora, il nostro Stato, non introducendo il reato dì tortura nel codice penale, sta disonorando gli impegni assunti a livello internazionale. Non è tutto: l’Italia è il Paese che ostacola chi, all’interno delle istituzioni, tenta quotidianamente - con fatica, modestia e senso dello Stato - di coniugare parole e fatti, compiendo il proprio dovere, né più né meno. Questo per Stefania Mussio ha sempre significato non limitarsi a citare gli articoli in tema di lavoro penitenziario, ma far sì che, tutti i giovedì al mercato di Lodi, i detenuti potessero vendere i prodotti dolciari (preparati nella Casa Circondariale); e nemmeno limitarsi a impiegare, con buone dosi di retorica, termini come pet-therapy, ma costruire un progetto rieducativo rivolto ai detenuti affidatari di due cani presenti nell’istituto. Non basta parlare, spesso straparlare, di trattamento, rieducazione, volontariato e società civile: bisogna, giorno dopo giorno, tessere sapientemente rapporti con il mondo esterno e permettere a quel mondo di entrare con dignità in carcere per un seminario, un concerto, un dibattito, una visita (quanti studenti universitari, in questi anni, hanno varcato la porta di via Cagnola, e si sono resi conto che il diritto penitenziario non lo si studia solo sui manuali e sui codici?). Forse, alla fine, Stefania Mussio ha osato troppo, trasformando il carcere di Lodi - a detta degli avvocati componenti la Commissione di formazione permanente dell’Ordine di Lodi - in "un punto di riferimento culturale, ricreativo e informativo per la cittadinanza". Fortunatamente, di quel che ha costruito - insieme ai suoi collaboratori, agli studenti e ai docenti universitari, e a tante altre persone di buona volontà - resta una testimonianza nel libro "I giorni scontati. Appunti sul carcere" (un volume scritto a più mani nel 2012, corredato da un Dvd e incentrato, quasi per intero, sull’esperienza lodigiana). Esprimiamo a Stefania Mussio un grazie solidale unito però anche a un senso di forte smarrimento che deriva, per l’ennesima volta, da una constatazione: nel nostro Paese è sempre difficile, se non pericoloso, mettere in pratica le "buone pratiche". E non si tratta di un gioco di parole scelto unicamente per concludere-questo documento.
Il prof Luigi Lombardi Vallauri ha voluto aggiungere le seguenti parole: "Ho tenuto una Confienza nella Casa Circondariale di Lodi, diretta dalla Dott.ssa Mussio, riportando un’impressione eccellente del rapporto, sempre necessario, tra i detenuti e il mondo esterno. Mi associo alle testimonianze degli avvocati e dei professori sulla qualità educativa di servizio offerto dalla Casa circondariale".
Firmato da: Luigi Lombardi Vallauri, già ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Firenze e Presidente della Società Italiana di Filosofia giuridica e politica Alberto Alessandri, Università commerciale Bocconi, Milano Valentina Alberta, Camera Penale di Milano Andrea Belvedere, Università di Pavia Silvia Buzzelli, Università di Milano-Bicocca Antonella Calcaterra, Camera Penale di Milano Lina Caraceni, Università di Macerata Fabio Cassibba, Università di Milano-Bicocca Laura Cesaris, Università di Pavia Maria Grazia Coppetta, Università di Urbino Livia Giuliani, Università di Pavia Silvia Larizza, Università di Pavia Melissa Miedico, Università commerciale Bocconi, Milano Claudia Pecorella, Università di Milano-Bicocca Paolo Renon, Università di Pavia Francesco Zacchè, Università di Milano-Bicocca
www.gonews.it, 14 agosto 2014
I detenuti con diagnosi di tossico-alcol dipendenza potranno accedere alle misure alternative al carcere ed essere accolti nelle strutture gestite dagli enti aderenti al Ceart (Coordinamento degli Enti Ausiliari della Regione Toscana). Un intervento straordinario che coinvolgerà tra 50 e 60 detenuti toscani, e per il quale la Regione destina un finanziamento di 1 milione e 500.000 euro per il biennio 2014-2015. L’intervento è previsto da una delibera approvata recentemente dalla giunta su proposta dell’assessore al diritto alla salute Luigi Marroni. Nel dicembre 2013, Regione Toscana, Ministero della giustizia, Tribunale di sorveglianza di Firenze e Anci Toscana avevano siglato un protocollo tematico per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione detenuta: tra le varie azioni previste dal protocollo, anche la messa in atto di misure finalizzate al recupero e al reinserimento di detenuti con problemi legati alla dipendenza da sostanze. Alle misure alternative, riconosciute dalla competente autorità giudiziaria, potranno accedere quei detenuti per i quali sia stata formulata la diagnosi di tossico-alcoldipendenza e il relativo piano terapeutico-assistenziale da parte dei Servizi per le dipendenze delle Asl toscane. Ad accogliere i detenuti, in regime residenziale, saranno le strutture gestite dagli enti aderenti al Ceart (Coordinamento degli Enti Ausiliari della Regione Toscana), che realizzeranno il programma terapeutico-assistenziale finalizzato al loro reinserimento. Un gruppo di lavoro, costituito da esperti del Tribunale di sorveglianza di Firenze, del Prap (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) e dei competenti settori dell’assessorato, definirà le procedure per l’attivazione di questi percorsi; individuerà la lista dei detenuti da inserire in questi percorsi (50-60 persone); definirà la ripartizione delle risorse da destinare alle Asl; monitorerà il corretto svolgimento degli interventi e ne rileverà i risultati.
www.radicali.it, 14 agosto 2014
Nelle scorse ore è stata recapitata ai consiglieri regionali abruzzesi, ai presidenti Di Pangrazio e D’Alfonso e alla giunta il documento che segue. Egregi Presidenti, Egregi Consiglieri e Assessori, in prossimità dello svolgimento della riunione del Consiglio Regionale d’Abruzzo intendiamo sollecitare la sensibilità di ciascun rappresentante istituzionale e riproporre qui in allegato la nostra lettera-appello di circa un mese or è. L’attenzione che chiediamo può essere ben rivolta, per riferirsi solo all’aspetto numerico del sovraffollamento nelle carceri abruzzesi, alla scheda riepilogativa riportata in calce. Questi dati recentemente resi pubblici sono ripresi dal sito del Ministero della Giustizia perché il Ministro Andrea Orlando ha accettato la proposta avanzata dai Radicali e sostenuta dal Satyagraha in corso di metterli on-line carcere per carcere. Ci parlano non certo di altri parametri essenziali, e pure chiesti, utili per misurare compiutamente la corrispondenza della detenzione ai dettati della Carta Costituzionale e alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ma già permettono uno screening. Questo primo vaglio è allarmante per la nostra Regione, quinta nella classifica italiana per sovraffollamento carcerario. In particolare leggiamo che, fatta eccezione per la casa circondariale di L’Aquila svuotata all’indomani del 6 aprile 2009, quando venne colpita dal terribile terremoto, gli altri 7 carceri censiti, tutti risultano sovraffollati. Da Vasto, in ordine decrescente, vediamo Sulmona, Teramo, Lanciano, Chieti, Avezzano e giungiamo a Pescara: percentualmente parlando, dalla vetta di c.ca 180 detenuti che hanno disponibili solo 100 "posti regolamentari effettivi" a Vasto, scendiamo fino a Pescara dove il Ministero della Giustizia praticamente segnala 104 carcerati che dispongono di 100 brande regolamentari. Questa è la situazione che riassunta su scala regionale, considerati gli 8 carceri abruzzesi costringe in media 132 persone ad essere detenute in 100 posti disponibili. Situazione ben presente a tutti, a voi Presidenti, Consiglieri e Assessori della Regione Abruzzo, ma prima di tutti alla comunità di ciascun carcere: detenuti, polizia penitenziaria, direttori, personale medico e amministrativo, familiari. Situazione che è ovviamente ben presente ai magistrati, come dimostra il dott. Gennaro Varone nel suo intervento su Il Centro di stamani, il quale pone la domanda significativa se ci sia qualcuno che creda "umane" le carceri italiane; domanda alla quale risponde subito egli stesso con un no motivato: "È per questo, dice, che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la sentenza "Torreggiani" ha condannato l’Italia per trattamento "inumano", sebbene, poi, continui dirottando il ragionamento giuridico sul terreno economico, di moneta unica, perdendosi lontano dalla visione federalista europea di Spinelli, Rossi e Colorni, del Manifesto di Ventotene e oggi di Marco Pannella e dei Radicali. Come ha sottolineato il Presidente della IV Commissione, Luciano Monticelli nella sua lettera di risposta alla nostra, pure allegata, l’Assemblea legislativa abruzzese dimostri di non voler sfuggire il dovere di affrontare un problema acuto, vissuto da tutti quei cittadini che sono colpiti dalla crisi della giustizia, di cui le carceri ne sono l’epifenomeno. Erga la propria voce e si batta dunque per il rispetto dei valori sanciti nella nostra Costituzione, per primi quei "rapporti civili" contenuti nel Titolo I della I Parte: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27, 3° comma). Presidenti, Consiglieri, Assessori non siate inerti dinnanzi a queste situazioni diffuse di sofferenza dove spesso si consumano drammi e dove gli ultimi vivono situazioni di abbandono e malattie, scacciati lontani dal dettato costituzionale. Per questo torniamo qui, oggi a chiedervi di aderire a questa lotta, a questo satyagraha che in Abruzzo è partecipato da decine di cittadini e tra questi Ariberto Grifoni al 15° giorno di sciopero della fame, nelle forme e con le modalità che riterrete opportune, e, nel vostro ruolo, di portarne parola e azione nonviolenta nelle Istituzioni.
Ariberto Grifoni e Vincenzo di Nanna, referenti abruzzesi di Amnistia Giustizia Libertà
Comunicato Sippe, 14 agosto 2014
Con sgomento la scrivente Organizzazione Sindacale Si.P.Pe. ha appreso della presenza di una lettera anonima, inviata al Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, in cui sarebbero stati denunciati presunti soprusi, corruttele e cattive abitudini in uso presso la Casa di Reclusione di Porto Azzurro. Da quanto è risaputo, l’Istituto Elbano in passato era considerato un vero e proprio trampolino di lancio per l’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, della scuola e quindi della rieducazione e trattamento; ad oggi le poche risorse economiche non permettono più di garantire l’avvio al lavoro intramoenia per tanti detenuti, (in passato nelle lavorazioni interne erano occupati circa il 50% dei reclusi), ma prosegue di buon grado il lavoro dell’equipe trattamentale che permette a tanti reclusi di accedere ai benefici previsti per legge. Di certo tra i detenuti sono vissute condizioni di disagio derivanti talvolta da situazioni personali e familiari che spesso sfociano nella non accettazione della condizione di detenzione culminando con episodi di violenza con aggressioni nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria, e con atti autolesionistici o tentativi di suicidio. Non di rado, e non solo di Porto Azzurro, si legge di aggressioni subite dai Poliziotti Penitenziari, talvolta anche con prognosi di rilevante entità, e ancor più spesso si ripetono le notizie di numerosi interventi degli stessi agenti che riescono ad impedire il compimento di tentativi di suicidio. Porto Azzurro, da sempre è stata una Casa di Reclusione, quindi a regime detentivo aperto, e negli ultimi anni, forse a causa del tanto acclamato sovraffollamento, molti detenuti assegnati non risultano essere idonei al regime detentivo citato. La scrivente O.S., pur riconoscendo che giornalmente sono vissute varie situazioni di disagio, dovute talvolta a guasti degli impianti, o alla mancanza di fondi per le mercedi, oppure per il sovraffollamento e le condizioni strutturali di alcuni settori detentivi, deve sottolineare che non è mai stata registrata nessuna situazione di soprusi, corruttele o cattive abitudini, quindi con la presente smentisce quanto sarebbe stato riportato da una lettera anonima - che, va detto, lascia il tempo che trova, in quanto chi scrive non ha nemmeno il coraggio di assumersi la responsabilità delle affermazioni in essa contenute, gettando solo discredito sull’Amministrazione Penitenziaria e sul Corpo di Polizia le cui donne ed uomini giornalmente, con spirito di sacrificio, assicurano l’ordine e la sicurezza negli Istituti Penitenziari.
Il Vice Segretario Generale Angelo Montuori
Il Vice Segretario Generale Francesco Mazzei
La Nuova Sardegna, 14 agosto 2014
"L’atteggiamento di questo direttore non è più tollerabile": partono all’attacco, i sindacati Osapp, Sinappe, Ugl pp e Cgil. Tutti contro la direzione del carcere di Badu e Carros. Tanto chiedere l’immediato avvicendamento della dottoressa Carla Ciavarella, da oltre un anno alla guida del penitenziario nuorese. "Questa direttrice - aggiungono i sindacati, non solo non sa relazionarsi con chi rappresenta i lavoratori, ma addirittura non ne riconosce i ruoli. Siamo veramente delusi ed offesi". Secondo i sindacati il carcere nuorese merita un direttore "che accetti il confronto con chi rappresenta le istanze dei lavoratori e ne tuteli l’incolumità". "Oggi questo non accade nel carcere di Badu e Carros, che, ricordiamo, ospita circa 100 detenuti inseriti in un circuito di As, Alta sicurezza, di alta taratura criminale, giusto per intenderci, sui circa 170 detenuti presenti in tutto l’istituto. Tant’è che fatti recenti, peraltro segnalati da una sigla sindacale, ne sono la conferma, dove a termine di una rappresentazione teatrale della "Compagnia stabile assai" tenutasi a giugno, la direttrice dottoressa Ciavarella, durante un pausa autorizzava un detenuto inserito nel circuito As a consumare il rinfresco nel locale spaccio agenti, mentre, ci viene riferito che per i poliziotti penitenziari, quel locale a loro destinato, risultasse chiuso". "Siamo stanchi - insistono i sindacati - di vedere una dirigenza che si occupa prevalentemente del benessere detenuti trascurando il disagio causato dagli effetti della legge di stabilità: blocco dei contratti, avanzamento di gradi e assegni di funzione a solo 1.300 euro circa al mese". "Fatti recenti avevano addirittura costretto le scriventi organizzazioni sindacali, a manifestare il proprio disappunto, interrompendo le relazioni sindacali ed annunciando lo stato di agitazione per la mancata e non corretta attuazione degli accordi sottoscritti, in questo istituto". "Emergenza rientrata grazie all’intervento dei superiori uffici (provveditore) e non per volontà della stessa direzione, che sembrerebbe non interessata a ricucire lo strappo con i sindacati poiché finora non ci è stata fatta pervenire nessuna comunicazione, né ufficiale né ufficiosa, di apprezzamento, in merito al documento inviato in data 1 agosto - chiudono infine le sigle sindacali firmatarie -, dove a seguito della rientrata controversia si ripristinavano le trattative con la direzione, sospendendo lo stato di agitazione".
Macomer (Nu): per salvare il carcere grande solidarietà da tutto il territorio di Tito Giuseppe Tola
La mobilitazione in difesa del carcere di Macomer supera il Marghine e coinvolge altre amministrazioni della provincia di Nuoro. Alla manifestazione che ha coinvolto tutti i consigli comunali della zona, in rappresentanza del sindaco c’era anche l’assessore ai Lavori pubblici del capoluogo barbaricino, Francesco Guccini, amministratori provinciali e rappresentanti di altri comuni del Nuorese. Di fronte al carcere di Bonu Trau ieri mattina c’erano tantissime persone e non solo amministratori e consiglieri comunali. Per quanto la data della manifestazione sia stata fissata nella settimana di Ferragosto e benchè l’ora e la giornata particolarmente calda e afosa non invogliassero a uscire per strada a manifestare, all’iniziativa promossa dal sindaco di Macomer, Antonio Succu, hanno aderito in tanti. Sotto il sole c’erano gli agenti di polizia penitenziaria e le loro famiglie, sindacalisti, lavoratori che la crisi ha lasciato per strada e soprattutto la gente di Macomer la quale sa che chiudendo il carcere si perderanno altri posti di lavoro e altre risorse. Il carcere che chiude è l’immagine dello Stato che smantella la sua presenza e abbandona un territorio in profonda crisi nel quale, come ha detto il segretario provinciale della Cgil, Salvatore Pinna, fa cassa cancellando servizi e spremendo quanto è ancora possibile da un limone già del tutto spremuto. Il sindaco, Antonio Succu, ha richiamato l’attenzione sulla grave situazione di sofferenza nella quale si dibatte il Marghine e ha spiegato che di fronte alla necessità di mobilitarsi e alzare la testa per difendere quel poco che è rimasto, non si guarda alle ferie o ai giorni di festa. "Con la crisi economica - ha detto - ci aspettavamo risposte diverse dallo Stato, che invece arretra. Nel carcere sono stati fatti investimenti consistenti che l’amministrazione penitenziaria sta ancora pagando. Dopo l’incontro dei parlamentari col ministro della Giustizia si è aperto uno spiraglio, ma non abbiamo ancora certezze". Il presidente dell’Unione dei Comuni, Salvatore Ghisu, ha detto che con la vertenza carcere riparte la mobilitazione del territorio a sostegno di una vertenza che tocca molti altri problemi. Francesco Guccini ha detto che il Nuorese è mobilitato per difendere l’arretramento dello Stato in un territorio che si impoverisce e si spopola. L’argomento è stato affrontato ieri anche dalla Giunta provinciale. L’assessore Tore Cossu ha detto che in alcuni paesi della zona stanno per chiudere anche gli sportelli bancari e quel poco che è rimasto della scuola. Il segretario generale della Cisl di Nuoro, Michele Fele, ha sostenuto la necessità che i parlamentari sardi abbandonino gli interessi di schieramento per difendere, come accade in Sicilia, quegli delle popolazioni che li hanno eletti. Maria Grazia Calligaris, presidente dell’associazione "Socialismo, diritti e riforme", è intervenuta ricordando che la sua associazione è scesa in campo da subito per difendere le carceri di Macomer e Iglesias. "Strutture come Bancali e Massama - ha detto - disumanizzano la pena. Chiudere queste carceri è un atto ingiusto e non economico che appesantisce le finanze dei comuni. Un carcere non può essere riciclato e trasformato in un asilo".
Caltanissetta: il Cappellano del carcere di San Cataldo chiede "attività utili per i reclusi" di Claudio Costanzo
La Sicilia, 14 agosto 2014
"Perché non prevedere attività socialmente utili che possano vedere coinvolti i detenuti, in modo da favorirne il reinserimento nel tessuto sociale, evitando così di lasciarli nell’ozio?": un "sms" all’amministrazione comunale, inviato da chi la realtà del carcere la conosce da molto vicino. Padre Enrico Schirru, infatti, è il cappellano della locale Casa di Reclusione e, fra le attività che cura ogni giorno, vi è anche il lavoro "esterno", ossia l’opera di accoglienza dei detenuti in permesso ed in affido, oltre che dei loro familiari. Ciò è possibile attraverso l’utilizzo di alcune strutture, fra cui un immobile confiscato alla malavita in via Orologio. Fra gli ospiti, vi sono attualmente quattro detenuti di varie nazionalità: provengono da "mondi" diversi, parlano lingue diverse, hanno usi e costumi diversi, ma condividono il sogno e la speranza di vivere un futuro diverso. Attualmente, si trovano per alcuni giorni in permesso premio per buona condotta. Il più giovane di essi è Valeri Guriev, proveniente dall’Ucraina e che proprio ieri ha compiuto 24 anni: nel proprio paese, studiava materie biologiche e sa parlare italiano, inglese, spagnolo, russo "ed anche un po’ di francese". Proprio lui ha fatto da interprete nel recente incontro tra amministrazione comunale, il responsabile della Cooperazione internazionale tra i popoli per la Croce Rossa senegalese e l’imam degli ospiti dell’Ipab "Canonico Pagano"; finirà di scontare la propria pena il prossimo 23 agosto. Il giovane ha raccontato di essere stato contattato dal proprio paese d’origine, dove dovrebbe tornare per entrare nell’esercito: "In Ucraina c’è la guerra e Valerii non ci vuole tornare - spiega Padre Enrico, che rivela anche un episodio di grande solidarietà -. Qui da noi non può più restare e sta cercando il modo di partire per la Repubblica Dominicana, dove andrebbe a fare l’interprete e la guida turistica per russi e italiani. Un amico ascoltatore di "Radio Amore" (l’emittente che ha sede al Convento dei Mercedari n. d. r.) si è già messo a disposizione per stanziare i soldi per l’acquisto del biglietto per la sua partenza. Ciò a dimostrazione di come la comunità di San Cataldo sia accogliente ed ospitale, a dispetto di quanto si sente dire in giro". Oltre a Valeri, in permesso vi sono altri detenuti stranieri, come Gokdeniz Osman, che ha 33 anni e proviene dalla Turchia e Nnaemeka Undeh (39), originario della Nigeria. "C’è poi anche un italiano, Carmelo Fazio, che è di Messina e coltiva la passione per la pittura, tant’è che ha anche realizzato un ritratto del sindaco - rivela il cappellano. Ringraziamo il magistrato di sorveglianza dott. Roberto Ferrando, che ha concesso a questi detenuti un permesso premio, mostrandosi particolarmente ben disposto". Infine, Padre Schirru rivolge un’istanza all’amministrazione comunale: "Invece di lasciare questi ragazzi nell’ozio, li si potrebbe coinvolgere in attività socialmente utili, affidandogli per esempio la coltivazione di un terreno nei pressi del carcere".
Corriere Adriatico, 14 agosto 2014
Si cuce la bocca per protestare contro il "sistema". E' accaduto al carcere di Barcaglione dove ieri un detenuto di 38 anni di origine magrebina ha inscenato la clamorosa protesta, cucendosi letteralmente la bocca con del fil di ferro. Sul posto è intervenuta un’ambulanza del 118, chiamata per soccorrere l’uomo sanguinante. Il marocchino, trasferito da non molto a Barcaglione dopo essere stato condannato per reati di modesta entità, ha spiegato di voler protestare contro il ritardo nella concessione dell’articolo 21 della legge penitenziaria che permette ai detenuti di essere assegnati a lavori esterni. Sull’episodio interviene Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria. "E' un fatto molto grave che testimonia come a Barcaglione manchi un adeguato filtraggio dei detenuti. Questo è l’unico carcere in Italia in cui gli agenti sono più numerosi dei detenuti, per questo chiederò al ministro della giustizia Orlando la chiusura dell’istituto".
Leggo, 14 agosto 2014
Aveva denunciato in una lettera che le sue condizioni cliniche stavano peggiorando e ora, Ivan Grimaldi, il 19enne di Scampia affetto da gravi patologie e tetraplegico lancia un appello dalla barella ospedaliera su cui è ricoverato. "Ho scritto al Sindaco, al Cardinale Sepe, al direttore del carcere di Poggioreale, al Garante dei Detenuti e al Magistrato di Sorveglianza per chiedere aiuto - dice il ragazzo soccorso da un’ambulanza stanotte e trasferito al Cardarelli - da 3 mesi non ricevo più l’assistenza di mio padre Antonio a cui erano stati concessi gli arresti domiciliari ma per un cumulo di pena è stato riportato a Poggioreale, quello che chiedo è considerare una pena alternativa visto che io rischio la vita". Ivan che può muovere solo la testa, paralizzato dall’età di 14 anni, è residente nella Vela Gialla di Scampia in un loculo dove può spostarsi solo dalla cucina alla camera da letto a causa degli spazi ristretti della sedia a rotelle, da un anno circa era assistito dal padre dal momento che anche la madre si è ammalata e non è più in grado di spostarlo per pulirlo o trasferirlo dalla sedia al letto. "Fino a due mesi fa, mio padre mi accudiva dal momento che non basta un’ora di assistenza sociale 5 volte a settimana, ma da quando non c’è mi sono uscite tre grandi piaghe, al sedere, al ginocchio e alla spalla che si ingrandiscono sempre di più - ha scritto il 19enne - senza mio padre spesso dormo sulla sedia a rotelle perché nessuno può spostarmi altrimenti sarei costretto a stare immobile nel letto". "A causa di un cumulo di pena, risalente a molti anni fa e tecnicamente non considerato quando gli furono concessi i domiciliari, Antonio Grimaldi è stato riportato nel carcere di Poggioreale 3 mesi fa- spiega Nicola Nardella, legale del padre di Ivan- questo ha comportato un brusco e improvviso cambiamento nella vita del ragazzo che ora si sta ripercuotendo sulle sue condizioni cliniche". Nella lettera di qualche giorno fa, il ragazzo di Scampia sottolineava: "Di chi sarà la colpa se mi succederà qualcosa?". Ora Ivan si trova su una barella ed il suo appello è disperato anche perché sulla lettiga di fortuna le sue condizioni non possono che peggiorare a causa delle numerose piaghe da decubito. "Chiedo aiuto a tutti e mi rivolgo ai destinatari della lettera perché non ho ricevuto risposte da nessuno- dice Ivan- sto facendo un appello per la mia salute e per un’assistenza a cui ho diritto, non resisterò molto in barella, cosa deve accadermi per sollevare l’attenzione delle istituzioni?".
Brescia: pinacoteca, in campo due detenuti per ripulire la piazza dalle brutture di Alessandra Troncani
Corriere della Sera, 14 agosto 2014
Lunedì lavori al via. L’assessore Muchetti: "I vandali via da qui". I graffiti che coprono la palizzata del cantiere saranno sostituiti dai disegni di True Quality. Li hanno messi al muro: "Prendetelo e stendeteci una mano di bianco". Ai rulli, due detenuti: toglieranno i graffiti dalla cinta della Pinacoteca. Ai gentiluomini del Moretto è cresciuta la barba blu: sui pannelli del cantiere avevano messo le opere della collezione Tosio Martinengo: sfigurate dalle bombolette. "Bisogna pulire tutto" il diktat dell’assessore ai Lavori pubblici Valter Muchetti. Elenco delle cose da sistemare: via la sporcizia da piazza Moretto - salotto degli sfaccendati che lasciano lattine e mozziconi - l’erba incolta va tosata, la palizzata del palazzo, sporcata dagli spray, deve diventare bianca. Ci penseranno due detenuti di Verziano: con le ramazze attaccano lunedì, alle 9 del mattino. E via, avanti fino alle 16. "Sei ore al giorno, la pausa pranzo la offriamo noi, tre volte a settimana" dice Luca Iubini, responsabile del settore Sicurezza. Piazza Moretto è stata ridotta a una pattumiera: i vandali ci buttano quel che resta dello sballo, bottiglie ovunque e graffiti sulle panchine, pure. La Pinacoteca, con il restauro in stand-by , ha perso lo smalto: erbaccia nel cortile e palizzata sfregiata. Quando ci hanno portato il direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato, con la banda di sei ottoni che suonava la marcia del palio di Siena, il presidente Massimo Minini gliel’aveva giurata: "In attesa degli assegni per riprendere i cantieri, puliremo tutto". Muchetti ha preso in mano l’agenda e steso il programma: "Una mano di bianco sulla cinta e via le cartacce dalla piazza". I dettagli li spiega Iubini: s’inizia con le cesoie. "Lunedì si parte dal giardino: nelle scorse settimane il settore monumentale ha già tagliato gli alberi: loro sistemeranno il resto". Poi tocca al cantiere: "Una mano di bianco per togliere le scritte, e poi si pensa alle cartacce della piazza". Tempo previsto: "Direi due o tre settimane, quel posto è in pessime condizioni". Stesa la vernice bianca, sotto con le bombolette. L’idea l’aveva lanciata Minini alla fine del sopralluogo con Di Corato, dopo che gli ottoni avevano ricevuto gli applausi: "Perché non facciamo qualcosa di artistico sui pannelli del cantiere? Potremmo chiedere ai writers". Muchetti ha alzato il telefono e chiamato l’associazione True quality, specialità: graffiti legali. Ci penseranno loro: "Minini ha buttato giù qualche idea per le scritte" dice Gianluca Dellara. A prendere gli spray saranno lui e altri due. I bozzetti sono già pronti, mancano giusto i dettagli: "Scriveremo Pinacoteca a caratteri giganteschi sulla facciata e intorno dei disegni". Le opere della collezione? "Mah, pensavamo piuttosto ai dipinti di Leonardo, anche se dobbiamo ancora definire i dettagli con Minini: tocca a lui darci l’ok". Inizieranno a far andare lo spray appena i detenuti avranno finito di sverniciare il muro, i primi giorni di settembre. Le teoria è questa e la spiega Muchetti: "Se copriamo i graffiti con altri graffiti, ovviamente belli, i vandali non tornano più".
Adnkronos, 14 agosto 2014
Disoccupati ed ex detenuti del territorio mazarese saranno impiegati, temporaneamente, per effettuare lavori di diserbatura e pulizia delle strade e di aree cittadine in ausilio ai dipendenti comunali". Ad annunciarlo è il sindaco di Mazara del Vallo (Trapani), Nicola Cristaldi, al termine della riunione di Giunta con la quale è stata approvata la delibera per consentire a 30 soggetti, tra ex detenuti e disoccupati, di svolgere lavori di sistemazione e pulizia di alcune aree della città tramite l’associazione volontariato "Made in City", che ha stipulato un’apposita convenzione con il Comune. "La scelta di concedere contributi economici in cambio di lavori di pubblica utilità - spiega il primo cittadino - è stata già attuata con successo dalla nostra Amministrazione ed abbiamo pertanto deciso di riproporla". L’avvio dell’attività è previsto per la mattina di Ferragosto, dalle 6 alle 10 con interventi di pulizia dei litorali, a supporto dei servizi programmati d’intesa tra Comune e Belice Ambiente.
La corsa alla solidarietà non conosce ferie o vacanze: da questa mattina è cominciata la raccolta del materiale scolastico per i figli dei detenuti nel carcere di Buoncammino. E già nel primo pomeriggio è stato stabilito un primo record: 35 zaini, il pezzo più costoso del kit, sono stati consegnati nella postazione allestita proprio davanti all’ingresso della casa circondariale dai volontari del Comitato "Oltre il carcere: libertà e giustizia". C’è ancora tempo per migliorare il primato: le offerte si accettano sino alle 21. A quel punto scatterà la consegna del materiale al direttore del carcere Gianfranco Pala. L’obiettivo è accontentare tutti i 60 studenti figli dei detenuti. Già dalle prime ore il banchetto è stato riempito di quaderni, astucci, penne, gomme e colori. I più generosi gli anziani: "C’è - racconta Alessandra Bertocchi, una delle coordinatrici dell’iniziativa insieme ad Antonio Volpi e Giulia Cannas - chi ha preso due autobus per consegnare tutto il materiale. Il messaggio? Il futuro si costruisce anche attraverso l’impegno a scuola". Non è la prima volta che la manifestazione si svolge, sempre in questo periodo, davanti al carcere. Ma l’afflusso è stato sicuramente superiore a quello degli anni scorsi: la generosità sta battendo anche la crisi e le vacanze di Ferragosto.
Un telefonino è stato trovato nel carcere di Torino, dentro una cella di soli detenuti italiani. Il cellulare è stato utilizzato dal detenuto per minacciare la moglie che ha subito fatto denuncia ai carabinieri. "È il quarto caso in pochi mesi", spiega all’Adnkronos Donato Capece, segretario del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria. "È la conseguenza dell’azzeramento dei controlli nelle celle con la vigilanza dinamica voluta dall’amministrazione carceraria che vuole le celle aperte dalla mattina alla sera. È necessario schermare gli istituti - continua Capece - in modo che i telefonini non possano funzionare all’interno". Al ministro Orlando "chiediamo di nominare presto il nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che aspettiamo da tre mesi, ma soprattutto - rimarca il sindacalista - bisogna individuare un magistrato che dia direttive per riportare le carceri in sicurezza e colmare l’attuale situazione di carceri colabrodo".
Sassari: la Festha Manna al carcere di Bancali… e i detenuti fanno "ballare" il Candeliere di Pinuccio Saba
"Possiamo "ballare" un’altra volta il Candeliere?". In questa richiesta (esaudita) fatta da uno dei portatori al capo candeliere Gianfranco La Robina c’è tutto il sentimento che lega i sassaresi alla Festha Manna del 14 agosto, quando la città di veste a festa e scioglie il voto fatto alla Vergine dell’Assunta per aver fatto cessare una pestilenza. Un sentimento che i responsabili del carcere sassarese di San Sebastiano avevano colto perfettamente, dieci anni fa, quando fra i lavori che proponevano alcuni detenuti ce n’era uno che mirava a costruire un candeliere. "Fu davvero emozionante vedere quel candeliere fatto con rotoli di carta e scatole di pasta - ha raccontato ieri la direttrice del carcere Patrizia Incollu - ed è stato altrettanto emozionante vedere l’impegno profuso in questi anni per realizzare e completare il Candeliere di San Sebastiano". Un progetto che è stato reso possibile grazie alla collaborazione dell’Intergremio "che da subito si è messo a disposizione di tutti noi - ha ricordato ancora Patrizia Incollu - e anzi i loro rappresentanti non si mettevano alcun problema a far rifare un lavoro che a loro giudizio non era perfetto". Un’anticipazione della festa di dopodomani, quella che ieri si è tenuta nel teatro del nuovo carcere di Bancali. Un teatro privo dell’aria condizionata ("forse perché il progettista pensava che qui si stava al fresco", ha detto il conduttore della cerimonia Umberto Graziano) ma che non ha impedito ai portatori di "ballare" il candeliere davanti al sindaco Nicola Sanna e ad alcuni rappresentanti dell’esecutivo e del consiglio comunale, all’ex sindaco e attuale presidente del consiglio regionale Gianfranco Ganau, all’arcivescovo padre Paolo Atzei, ai rappresentanti delle forze armate e delle forze dell’ordine e a una delegazione di detenuti. Un candeliere che, come ha annunciato ancora Patrizia Incollu, a settembre verrà ricostruito con la collaborazione dell’Integremio ma anche del personale carcerario. "L’Intergremio ci tiene tanto a questo Candeliere - ha detto il presidente Salvatore Spada - ci da la possibilità di non staccarci dalla città, di vivere il territorio, di vivere lo stesso sentimento per questa nostra festa. Ed è per questo che vi voglio salutare con il saluto dei portatori della Macchina di Santa Rosa (anche questa Patrimonio dell’umanità Unesco): "siamo tutti di un sentimento", a significare la devozione e l’affetto per la Faradda e per la città". "Questo Candeliere è un simbolo di speranza - ha aggiunto Gianfranco Ganau, una speranza che vdremo "ballare" che domani in occasione del Candeliere d’Oro. E per questo chi vi auguro a zent’anni ma a fora". "I Candelieri sono il simbolo della speranza di un mondo migliore - gli ha fatto eco padre Paola Atzei, la speranza che avevano i nostri padri quando si sono rivolti alla Vergine Assunta, la speranza che avete voi. E proprio a voi rivolgo una preghiera: come i nostri padri non fate spegnere mai questo Candeliere". "Avvertiamo, forte, il peso di questa cultura - ha detto nel suo saluto il sindaco Nicola Sanna, una cultura che risuona a ogni angolo della citta, che cammina sul rullare dei tamburini. Cominciare qui la mia prima Faradda da sindaco è significativo ed è per questo che il mio saluto a tutti, che è anche una speranza di vita migliore, non può essere che il più classico a zent’anni". La risposta è stato un fragoroso applauso, allargato ai portatori che nonostante il caldo, lo stress e la stanchezza accumulata con le prime "discese" hanno volto salutare tutti, ospiti e addetti ai lavori, con un’ultima danza sulle note della canzone di Ginetto Ruzzetta che ha immortalato in musica la Faradda, "Li Candareri".
www.cronacacomune.it, 14 agosto 2014
Presentato a Ferrara il 5° Libro Bianco sulla legge Fini-Giovanardi. Le associazioni e i Garanti lanciano una campagna per la cancellazione delle pene dichiarate illegittime con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge sulle droghe. Oggi presso la sala dell’Arengo è stato presentato alla stampa cittadina il V° Libro Bianco sulla Legge Fini-Giovanardi promosso da La Società della Ragione Onlus (www.societadellaragione.it), Forum Droghe, Antigone, Cnca e con l’adesione di Cgil, Comunità di San Benedetto al Porto, Gruppo Abele, Itaca, Itardd, Lila, Magistratura Democratica, Unione Camere Penali Italiane. Erano presenti Franco Corleone, Garante dei detenuti della Regione Toscana e Leonardo Fiorentini, direttore di Fuoriluogo e consigliere comunale che hanno contribuito alla stesura del rapporto, oltre a Marcello Marighelli, Garante dei detenuti di Ferrara, Andrea Pugiotto, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara, Irene Costantino per la Camera penale ferrarese e la consigliera comunale Ilaria Baraldi. Il 38,6% dei detenuti in carcere per droga. Nel rapporto sono confermati gli effetti nefasti di 8 anni illegittimi di legge Fini-Giovanardi. Nel 2013, su un totale di 59.390 ingressi negli istituti penitenziari, il 30,56% era per violazione dell’art. 73 Dpr 309/90 mentre quasi il 40% delle presenze in carcere al 31.12.2013 sono dovute direttamente alla legge sulle droghe. Nonostante i ripetuti proclami gli affidamenti terapeutici dei tossicodipendenti restano al di sotto del dato precedente all’approvazione della legge, ed oggi avvengono perlopiù dopo un periodo di detenzione. Continua la repressione sulla cannabis. Per quanto riguarda il sistema di repressione se si sommano le denunce per hashish, per marijuana e per le piante si raggiunge la cifra di 15.347 casi (45,37% del totale). La "predilezione" del sistema repressivo per la cannabis è confermata dal numero di operazioni che aumentano, in controtendenza con tutte le altre sostanze, del 35,24% rispetto al 2005. Aumentano le sanzioni amministrative, crollano i programmi terapeutici. Per quanto riguarda le sanzioni amministrative, il 78,56% di segnalazioni pervenute alla Prefettura è per cannabis, le sanzioni quasi raddoppiano percentualmente rispetto al 2006 mentre crollano le richieste di programmi terapeutici (da 6.713 nel 2006 si passa a 214 nel 2013). Nel testo vengono proposti inoltre approfondimenti sul ruolo dei servizi pubblici e privati, sul consumo giovanile, sul controllo dei lavoratori e sui controlli alla guida. Il documento contiene poi un’analisi sull’attendibilità dei dati del Dipartimento Antidroga in merito ai consumi di sostanze e sulla "variabilità" dei livelli di Thc presente nelle piante di cannabis. In chiusura, in assenza di fonti ufficiali, viene proposta una puntuale ricostruzione della normativa penale vigente del testo unico sulle sostanze stupefacenti. Per i promotori del Libro Bianco, in uno scenario internazionale profondamente mutato sulle politiche sulle droghe (con Uruguay, Colorado e Washington in testa), e dopo la sentenza della Corte Costituzionale è necessario un radicale mutamento di rotta nel nostro Paese che distingua nettamente le politiche sociali e sanitarie da quelle penali. Serve una compiuta depenalizzazione del possesso e della cessione gratuita di piccoli quantitativi di sostanze destinati all’uso personale, anche di gruppo. Serve poi una regolamentazione legale della produzione e della circolazione dei derivati della cannabis e della libera coltivazione a uso personale. Serve il rilancio dei servizi per le dipendenze e delle politiche di "riduzione del danno". Serve il superamento del fallimentare modello autocratico del Dipartimento Antidroga, con una cabina di regia che veda coinvolti tutti: enti, istituzioni, privato sociale e consumatori e che convochi entro l’anno la Conferenza nazionale prevista dal testo unico e dimenticata da troppi anni. Pene illegittime. Resta drammaticamente irrisolto il grave problema dei detenuti che stanno scontando pene ritenute illegittime dalla Corte Costituzionale. Viviamo nel paese dell’assurdo: quando ancora vige in Italia l’emergenza carceri si ignora il fatto che migliaia di persone siano detenute con pene dichiarate illegittime da Corte Costituzionale e Cassazione. Mentre la politica è colpevole di un’omissione scandalosa, le associazioni hanno quindi lanciato una campagna per informare i detenuti e promuovere le richieste di ricalcolo delle pene senza le quali si rischia di lasciare scontare alle persone pene ingiuste. Sono stati predisposti dei moduli tipo da scaricare e presentare: l’istanza può essere infatti inoltrata anche senza l’assistenza di un avvocato, anche se ovviamente il supporto legale è in questi casi molto utile e le associazioni promotrici si stanno attivando per affiancare i detenuti interessati dal provvedimento. In Emilia Romagna, secondo i dati del Dap diffusi nel corso della conferenza stampa, su 3687 detenuti al 31.12.13 (su una capienza regolamentare di 2798) ben 1496 erano in carcere per l’art. 73 (il 40,6% del totale, confermando sostanzialmente il dato nazionale). A Ferrara al 30 giugno di quest’anno erano invece presenti 317 detenuti (contro 252 posti regolamentari): si può quindi ipotizzare, pur non avendo dati ufficiali sulle sostanze oggetto di reato né sull’eventuale applicazione del comma 5 (fatto di lieve entità) che potrebbero essere anche più di 50 i detenuti nel carcere di Ferrara che potrebbero usufruire del riconteggio della pena resa illegittima dalla Corte Costituzionale riportando così l’istituto ferrarese fuori da una fase di sovraffollamento che dura da troppi anni. Il libro bianco sulla legge Fini-Giovanardi è scaricabile dal sito di www.fuoriluogo.it mentre dallo stesso sito è possibile leggere la presentazione della campagna sulla cancellazione delle pene illegittime e scaricare i moduli per la richiesta di ricalcolo delle pene.
9Colonne, 14 agosto 2014
Caso Enrico "Chico" Forti: il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini conferma al presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi che l’Italia accompagnerà l’azione del nuovo legale nominato dal 55enne di origine trentine - l’avvocato newyorkese di origini italiane Joseph Tacopina - volta alla riapertura della vicenda giudiziaria che vede Forti detenuto dal 2000, in un carcere di massima sicurezza della Florida, con una condanna all’ergastolo, perché ritenuto il mandante dell’omicidio nel 1998, a Miami, di Dale Pike (anche se la giustizia americana non ha mai identificato l’autore del delitto). La conferma è arrivata con una lettera inviata dal ministro a Rossi, in risposta ad una lettera del presidente della Provincia del 29 luglio scorso. "La sua vicenda mi è personalmente ben nota" scrive Mogherini segnalando anche che "l’avvocato designato dal signor Forti è già in contatto con il nostro Console generale a Miami e posso quindi confermarLe che continueremo ad accompagnare la sua azione, una volta che sarà stato avviato il procedimento di revisione". Infine il ministro comunica di avere trasmesso all’ambasciata degli Stati Uniti a Roma la mozione del Consiglio provinciale, approvata a giugno, riguardante la promozione di iniziative a favore di Forti. Il ministro sottolinea anche che "per dare seguito all’assistenza assicurata dalla Farnesina nel corso degli anni, ho tra l’altro colto l’occasione della mia missione a Washington dello scorso maggio per assicurarmi che la nostra Ambasciata continui a seguire il caso con la dovuta cura".
www.america24.com, 14 agosto 2014
Tagli al personale e disinteresse dietro gli orrori della prigione di Rikers Island. Emergono nuovi dettagli inquietanti dall’inchiesta su Rikers Island, la prigione per adolescenti della città di New York dove per anni si sono verificati soprusi ai danni dei detenuti. Violenze di tipo medievale, scrive il New York Times, che sono aumentate in modo vertiginoso durante gli anni in cui la Grande Mela è stata governata dal sindaco Michael Bloomberg. Dal 2002 al 2014, l’allora sindaco ha approvato il taglio di circa 3.000 unità del personale delle prigioni cittadine, rendendo più difficile la gestione di una popolazione carceraria complessa: il 40% dei detenuti di Rikers Island soffre di malattie mentali. Molte guardie sono state costrette a fare gli straordinari, il personale di supporto psicologico è stato ridotto e il ricorso all’isolamento forzato dei detenuti è diventato sempre più frequente. I linciaggi sono stati per anni all’ordine del giorno, si legge nell’inchiesta durata circa due anni e mezzo. Secondo il dipartimento carcerario di New York, la violenza nei confronti dei detenuti di Rikers è aumentata del 90% durante l’ultimo mandato di Bloomberg. "C’era davvero poco interesse nello spendere capitale politico e finanziario sulle carceri", ha detto al Times Martin F. Horn. Horn è stato capo del dipartimento carcerario di New York durante i primi due mandati di Bloomberg e si dimise dopo l’assassinio di un diciottenne che fu picchiato a morte in un altro carcere minorile. Secondo il Times la violenza di Rikers è da attribuire quasi interamente al personale preposto alla sicurezza del carcere e non ha nulla a che fare con i tentativi di ridurre l’anarchia che regnava nell’istituto correttivo negli anni Ottanta: allora infatti c’erano circa il doppio dei detenuti di oggi, 20.000 contro 10.000. Nel frattempo il sindacato delle guardie carcerarie è diventato sempre più potente impedendo qualunque riforma. Mary Lynne Werlwas, un avvocato dei diritti civili, ha detto: "Bloomberg non ha fatto nulla per frenare i suoi dipendenti fuori controllo a Rikers". Nel frattempo il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio, ha promesso di far voltare pagina al carcere, appuntando a capo del dipartimento carcerario Joseph Ponte, che ha fama di essere un moderato, e aumentato il budget delle carceri di circa 32 milioni di dollari.
L’ex numero uno dei bavaresi deve scontare 3 anni e 6 mesi per evasione fiscale. Dovrà occuparsi delle divise dei prigionieri per un euro e sedici centesimi l’ora. Nelle prigioni della Baviera ogni detenuto deve lavorare: una regola che non fa eccezioni per nessuno. Nemmeno se ti chiami Uli Hoeness e sei stato, fino a non molto tempo fa, uno degli uomini più potenti di Germania: l’ex presidente del Bayern Monaco è stato condannato a 3 anni e 6 mesi, il 13 marzo scorso, per aver sottratto al fisco 27 milioni di euro. Una pena molto dura che, soprattutto, in Germania si sconta in carcere. Uli, entrato in prigione a giugno, era stato ricoverato a fine luglio per un intervento al cuore: rimessosi, dovrà fare l’addetto alle uniformi carcerarie della prigione di Landsberg, in Baviera. In pratica, il guardarobiere: stipendio di base 1 euro e dodici centesimi all’ora che potrà salire fino a un euro e ottantasette, orario di lavoro 9-15.30 e poi dovrà tornare nella cella che lo ospita, dieci metri quadri di grandezza. Ora Hoeness attende la visita di Beckenbauer, Guardiola, Ribery, tre leggende del Bayern che non lo hanno abbandonato. Per una parabola che, specie alle nostre latitudini, deve far riflettere.
"Ho detto al governo che sarei pronto ad andare in carcere, se fosse per un giusto obiettivo". Così afferma Edward Snowden, in una lunga intervista concessa alla rivista Wired per il numero di settembre, mentre si trova in Russia dove ha ottenuto asilo dopo essere fuggito dagli Usa a seguito delle sue rivelazioni sui programmi di sorveglianza della National Security Agency (Nsa). Snowden è incriminato per spionaggio negli Stati Uniti. La copertina del numero di settembre di Wired lo ritrae con un’espressione cupa in volto, mentre abbraccia una bandiera a stelle e strisce. "Mi importa più del Paese, che di quanto accade a me. Non possiamo permettere alla legge di diventare un’arma politica o essere d’accordo nello spaventare le persone che vogliano difendere i loro diritti, non importa quanto sia buono l’obiettivo", ha proseguito. L’ex contractor della Nsa precisa che i documenti che ha sottratto non sono in suo possesso, ora che è in Russia.
Aki, 14 agosto 2014
L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak parlerà per la prima volta oggi in Tribunale nel processo che lo vede imputato insieme al suo ex ministro degli Interni Habib El-Adly e altri sei collaboratori per l’uccisione di 850 manifestanti durante la rivoluzione del 25 gennaio 2011 che ha portato alla sua deposizione. Quello di Mubarak, 86 anni, sarà il primo discorso alla Corte dall’aprile del 2011, due mesi dopo la sua deposizione. Allora le sue parole furono trasmesse dall’emittente Al-Arabiya. Anche i due figli di Mubarak, Alaa and Gamal, già condannati a quattro anni di carcere ciascuno per corruzione, parleranno per la prima volta in Tribunale oggi. L’ex presidente Mubarak è invece stato condannato all’ergastolo nel giugno del 2012, ma la sentenza è stata annullata nel gennaio 2013 per vizi procedurali e nell’aprile del 2013 è iniziato un nuovo processo. Lo scorso agosto Mubarak è stato scarcerato e posto in stato di arresto presso l’ospedale Maadi al Cairo. Sabato 9 agosto è stata invece data la parola all’ex ministro degli Interni El-Adly, che per la prima volta ha parlato in Aula insieme al suo avvocato difensore accusando gli Stati Uniti di aver orchestrato la Rivoluzione del 25 gennaio 2011. Anche i due figli di Mubarak, Alaa and Gamal, già condannati a quattro anni di carcere ciascuno per corruzione, parleranno per la prima volta in Tribunale oggi. L’ex presidente Mubarak è invece stato condannato all’ergastolo nel giugno del 2012, ma la sentenza è stata annullata nel gennaio 2013 per vizi procedurali e nell’aprile del 2013 è iniziato un nuovo processo. Lo scorso agosto Mubarak è stato scarcerato e posto in stato di arresto presso l’ospedale Maadi al Cairo. Sabato 9 agosto è stata invece data la parola all’ex ministro degli Interni El-Adly, che per la prima volta ha parlato in Aula insieme al suo avvocato difensore accusando gli Stati Uniti di aver orchestrato la Rivoluzione del 25 gennaio 2011.