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Timestamp: 2020-05-29 13:02:41+00:00
Document Index: 27302600

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'art. 380', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 375']

Sentenza Cassazione Civile n. 24853 del 05/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24853 del 05/12/2016
Cassazione civile sez. VI, 05/12/2016, (ud. 16/05/2016, dep. 05/12/2016), n.24853
sul ricorso 9597-2015 proposto da:
P.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BERNARDO
BLUMENSTIHL 71, presso lo studio dell’Avv. STEFANO MARTINELLI, che
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIA GRAZIA
CALIPARI, giusta procura in calce al ricorso;
(AMESSA G.P.)
D.V.P., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma,
dall’Avv. FRANCESCO QUATTRONE, giusta procura in calce al
avverso la sentenza n. 19/2014 della CORTE D’APPELLO di REGGIO
CALABRIA del 06/10/2014,depositata il 09/10/2014;
16/05/2016 dal Consigliere Dott. RAGONESI VITTORIO;
udito l’Avvocato QUATTRONE FRANCESCO, difensore della parte
controricorrente, il quale si riporta agli scritti.
La Corte,rilevato che sul ricorso n. 9597/15 proposto da P.F. nei confronti di D.V.P. il Consigliere relatore ha depositato ex art. 380 bis c.p.c. la relazione che segue:
“Il relatore Cons. Ragonesi, letti gli atti depositati, ai sensi dell’art. 380 – bis c.p.c. osserva quanto segue.
Il Tribunale di Reggio Calabria ha pronunciato la separazione personale dei coniugi D.V. – P. ponendo a carico di D.V. l’obbligo di corrispondere alla sig.ra P. un assegno mensile di Euro 300,00.
Avverso tale sentenza proponeva impugnazione il sig. D.V.. La Corte d’Appello di Reggio Calabria, sentenza n. 19/2014, in parziale accoglimento dell’appello, rideterminava l’importo dell’assegno mensile in Euro 200,00.
La P.F. ha proposto ricorso per cassazione avverso la detta sentenza sulla base di quattro motivi cui resiste con controricorso il D.v..
Col primo motivo la ricorrente lamenta che la Corte d’Appello di Reggio Calabria, violando il principio del chiesto e del pronunciato, ha respinto tutte le motivazioni addotte dall’appellante per poi arbitrariamente ridurre l’importo dell’assegno di mantenimento. Secondo la ricorrente, poi, la Corte d’Appello ed ancor prima il tribunale, avrebbe desunto la potenziale redditività esaminando la documentazione prodotta dalle parti, senza dare il giusto riscontro e la giusta motivazione sul punto.
La domanda di esclusione dell’assegno necessariamente comprende quella di riduzione dello stesso,per cui la pronuncia della Corte d’appello si è attenuta a quanto richiesto.
Le censure avanzate nel secondo motivo di ricorso inerenti al vizio di motivazione si appalesano inammissibili.
Ciò posto va premesso che alla fattispecie risulta applicabile catione temporis l’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, convertito con L. n. 134 del 2012, che prevede la possibilità di proporre ricorso per cassazione solo per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.
Da ciò discende che le censure proposte nel ricorso sotto il profilo della mancanza, insufficienza o contraddittorietà di motivazione devono ritenersi non prospettabili in sede di legittimità.
Altrettanto deve dirsi per quanto concerne il quarto ed il quinto motivo.
Venendo all’esame del terzo motivo,lo stesso è inammissibile per quanto riguarda la dedotta omessa ed insufficiente motivazione in ragione di quanto appena detto mentre in riferimento alle doglianze di violazione di legge, si osserva che in realtà il giudice di merito ha effettuato una valutazione corretta ed adeguata motivata sulla base delle risultanze processuali che, come tale non risulta sindacabile in questa sede di legittimità.
In particolare, la Corte d’appello ha tenuto conto del maggiore ammontare del reddito mensile del D.V., circa di tre volte superiore rispetto quello della moglie ritenendo tale squilibrio solo parzialmente temperato dall’esborso mensile per il canone di locazione del D.V., mentre la P. vive in un immobile di sua proprietà.
Le censure che il ricorrente muove a tale motivazione, tendono in realtà a prospettare una diversa interpretazione delle risultanze processuali chiedendo a questa Corte di effettuare un non consentito accertamento in punto di fatto in tal modo investendo inammissibilmente il merito della decisione.
Ricorrono i requisiti di cui all’art. 375 c.p.c., per la trattazione in camera di consiglio.
Roma 7.03.2016
che le parti non hanno depositato memorie;
che pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come da dispositivo.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 2500,00 oltre Euro 100,00 per esborsi ed oltre spese forfettarie ed accessori di legge.