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Timestamp: 2020-08-11 01:18:00+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.2087', 'art.2087', 'art.2087', 'art. 32', 'art. 2087', 'art. 32', 'art. 2043', 'art.2087', 'sentenza ']

di Nicola De Rossi · Pubblicato Luglio 20, 2020 · Aggiornato Luglio 19, 2020
La tutela dell‘integrità psico-fisica del lavoratore da parte del datore di lavoro, principio sancito dalla stessa Costituzione, impone a quest’ultimo un obbligo stringente che non si esaurisce nell’adozione e nel mantenimento perfettamente funzionale di misure di tipo igienico-sanitarie o antinfortunistico, ma riguarda anche – e soprattutto – la predisposizione “di misure atte, secondo le comuni tecniche di sicurezza, a preservare i lavoratori dalla lesione di quella integrità nell’ambiente o in costanza di lavoro anche in relazione ad eventi, pur se allo stesso non collegati direttamente, ed alla probabilità di concretizzazione del conseguente rischio”.
Il titolare, cioè, deve garantire ai propri dipendenti la sicurezza a 360 gradi, compresa quella da eventuali atti criminosi a cui il tipo di occupazione possa esporli. E’ una sentenza particolarmente pregnante, la n. 15105/20, quella depositata il 15 luglio 2020 dalla Corte di Cassazione, sezione Lavoro, che si è pronunciata su un caso particolare ma per nulla raro, quello di un’operatrice di un ufficio postale nel Napoletano che in vent’anni di attività aveva subito qualcosa come dieci rapine trovandosi faccia a faccia con banditi armati di pistola o di coltello.
Dipendente delle Poste fa causa all’azienda per le continue rapine subite e viene risarcita
L’articolo 2087 del codice civile impone cautele a 360 gradi e calate nel caso concreto
Nello specifico Poste Italiane non ha fornito la prova liberatoria
La dipendente di Poste Italiane S.p.A., con la qualifica di operatrice di sportello, in servizio, in un primo tempo, presso l’ufficio postale di Villaricca e, successivamente, presso quello di Giugliano, aveva proposto ricorso presso il Tribunale di Napoli nei confronti dell’azienda e dell’Inail per ottenere il risarcimento del danno biologico patito in seguito alle continue brutte esperienze con i rapinatori che aveva dovuto vivere sulla sua pelle.
I giudici, in parziale accoglimento della domanda, riconosciuta la responsabilità di Poste Italiane per i danni occorsi alla dipendente, l’aveva condannata al relativo risarcimento, liquidato nella misura 23.268 euro.
L’azienda aveva appellato la decisione ma la Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 2014, aveva rigettato il gravame confermando l’entità dell’indennizzo dovuto.
Il ricorso in Cassazione dell’azienda, che asserisce di aver fatto il massimo possibile
Poste Italiane tuttavia ha proposto ricorso anche per Cassazione asserendo, in particolare, che i giudici di merito avrebbero erroneamente ritenuto che non fossero state predisposte adeguate misure di sicurezza per la tutela dei lavoratori, in particolare nell’ufficio postale di Giugliano, ed avrebbero, in conseguenza di ciò, reputato che la società avesse violato l’art.2087 c.c., ai sensi del quale, com’è noto, l’imprenditore, deve adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.
L’azienda ha sostenuto che i dispositivi di sicurezza che aveva predisposto sarebbero gli unici che “ragionevolmente possono essere adottati in un ufficio postale e che hanno l’evidente scopo dissuasivo dell’intento criminoso e, conseguentemente, di garantire gli operatori addetti allo sportello”, ed, inoltre, che i giudici di merito avrebbero addebitato alla società un’ipotesi di responsabilità oggettiva, non considerando che la responsabilità datoriale andrebbe necessariamente collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da una fonte legislativa, ovvero suggeriti dalle conoscenze tecniche del momento, omettendo, tra l’altro, ogni esame e valutazione in ordine alla idoneità degli strumenti predisposti a fornire la tutela adeguata ai dipendenti.
Ma la Suprema Corte rigetta le doglianze
Secondo la Suprema Corte tuttavia il motivo non è fondato. Gli Ermellini ricordano in primis che la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore “discende o da norme specifiche o, nell’ipotesi in cui esse non siano rinvenibili, dalla norma di ordine generale di cui all’art.2087 c.c.”, che costituisce una sorta di norma di chiusura del sistema antinfortunistico.
Norma che è “estensibile a situazioni ed ipotesi non ancora espressamente considerate e valutate dal legislatore al momento della sua formulazione e che impone all’imprenditore l’obbligo di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, avuto riguardo alla particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, siano necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica dei lavoratori.
Pertanto, in particolare in quei casi di attività lavorativa divenuta “pericolosa”, come nello specifico, a causa della numerose e continue rapine (ben dieci, come detto) subite dai dipendenti presso gli uffici postali in questione, “la responsabilità del datore di lavoro-imprenditore ai sensi dell’art.2087 c.c. non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva e tuttavia non è circoscritta alla violazione di regole di esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma deve ritenersi volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione, da parte del datore di lavoro, di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psico-fisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale, del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio”.
La sicurezza è un principio costituzionale
I giudici del Palazzaccio osservano, con una presa di posizione molto forte, come le stesse disposizioni della Carta costituzionale “abbiano segnato anche nella materia giuslavoristica un momento di rottura rispetto al sistema precedente ed abbiano consacrato, di conseguenza, il definitivo ripudio dell’ideale produttivistico quale unico criterio cui improntare l’agire privato, in considerazione del fatto che l’attività produttiva – anch’essa oggetto di tutela costituzionale, poiché attiene all’iniziativa economica privata quale manifestazione di essa – è subordinata, ai sensi del secondo comma della medesima disposizione, alla utilità sociale, che va intesa non tanto e soltanto come mero benessere economico e materiale, sia pure generalizzato alla collettività, quanto, soprattutto, come realizzazione di un pieno e libero sviluppo della persona umana e dei connessi valori di sicurezza, di libertà e dignità. Da ciò consegue che la concezione dell’individuo deve necessariamente recedere di fronte alla diversa concezione che fa leva essenzialmente sullo svolgimento della persona, sul rispetto di essa, sulla sua dignità, sicurezza e salute, anche nel luogo nel quale si svolge la propria attività lavorativa: momenti tutti che costituiscono il centro di gravità del sistema, ponendosi come valori apicali dell’ordinamento”.
Questo, prosegue la Suprema Corte, anche in considerazione del fatto che la mancata predisposizione di tutti i dispositivi di sicurezza al fine di tutelare la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro “viola l’art. 32 della Costituzione, che garantisce il diritto alla salute come primario ed originario dell’individuo, nonché le diposizioni antinfortunistiche, fra le quali quelle contenute nel D.Igs. n. 626/94 – attuativo, come è noto, di direttive europee riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori nello svolgimento dell’attività lavorativa -, ed altresì l’art. 2087 c.c. che, imponendo la tutela dell’integrità psico-fisica del lavoratore da parte del datore di lavoro, prevede un obbligo, da parte di quest’ultimo, che non si esaurisce nell’adozione e nel mantenimento perfettamente funzionale di misure di tipo igienico-sanitarie o antinfortunistico, ma attiene anche – e soprattutto – alla predisposizione di misure atte, secondo le comuni tecniche di sicurezza, a preservare i lavoratori dalla lesione di quella integrità nell’ambiente o in costanza di lavoro anche in relazione ad eventi, pur se allo stesso non collegati direttamente, ed alla probabilità di concretizzazione del conseguente rischio”.
Questa “interpretazione estensiva” della citata norma del codice civile si giustifica, va a concludere la Cassazione, alla stregua dell’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, in base sia al “rilievo costituzionale del diritto alla salute – art. 32 Cost. -, sia al principio di correttezza e buona fede nell’attuazione del rapporto obbligatorio – artt. 1175 e 1375 c.c.”: tutte disposizioni caratterizzate dalla presenza di elementi “normativi” e di clausole generali cui deve essere improntato e deve ispirarsi anche lo svolgimento del rapporto di lavoro. E si giustifica, infine, “pur se nell’ambito della generica responsabilità extracontrattuale”, anche sulla base dell’art. 2043 c.c., in tema di neminem laedere.
Alla luce di queste premesse, nel caso di specie gravava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (la cosiddetta prova liberatoria) derivato alla sua dipendente, attraverso l’adozione di cautele previste in via generale e specifica dalle norme antinfortunistiche, “di cui correttamente, i giudici di merito hanno ravvisato la violazione, ritenendo la sussistenza del nesso causale tra il danno occorso alla lavoratrice, a seguito delle dieci rapine subite e l’attività svolta dalla stessa, senza la predisposizione, da parte della datrice di lavoro, di adeguate misure dirette a tutelare i dipendenti” sentenzia la Cassazione, ritenendo pertanto condivisibile la conclusione a cui è giunta la Corte d’Appello partenopea, “dopo avere per l’appunto messo in evidenza la mancanza della prova liberatoria da parte della società datrice di lavoro, trattandosi di responsabilità contrattuale per omessa adozione, ai sensi dell’art.2087 c.c., delle opportune misure di prevenzione atte a preservare l’integrità psico-fisica del lavoratore sul luogo di lavoro”.
Dunque, ricorso rigettato e risarcimento confermato. Una sentenza certamente significativa anche per tante altre categorie professionali che operano a stretto contatto con il pubblico e che non infrequentemente sono oggetti di aggressioni, si pensi anche ai medici e agli infermieri o ai conducenti degli autobus.
Il rifiuto di sottoporsi a un’emotrasfusione per motivi religiosi non può incidere sul risarcimento dovuto
di Nicola De Rossi · Published Marzo 2, 2020
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