Source: http://avvocatinteam.it/index.php/notizie/articoli/item/172-arbitrati-a-rischio-negli-appalti-pubblici
Timestamp: 2019-07-24 02:37:11+00:00
Document Index: 140131916

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art. 50', 'art. 13', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Per quanto concerne la questione del consenso il Giudice Nomofilattico conferma l'impostazione secondo la quale “dalla autolegitimazione dell'attività medica non può trarsi la convinzione che il modico possa al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all'art. 54) intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente”. In sostanza, “la legittimità di per sé dell'attività medica richiede per la sua validità e concreta liceità, in principio, la manifestazione del consenso del paziente, il quale costituisce un presupposto di liceità del trattamento medico chirurgico”. Il consenso del paziente, dunque, non costituisce ipotesi di “consenso scriminante” ex art. 50 c.p. ma il presupposto per l'esercizio di una attività, quella sanitaria, avente diretto fondamento nell'ordito costituzionale (artt. 2, 3, 32 Cost.). Esso “asserisce alla libertà morale del soggetto e alla sua autodeterminazione, nonché alla sua libertà fisica intesa come rispetto della propria integrità corporea, le quali sono tutte profili della libertà personale proclamata inviolabile dall'art. 13 Cost.” . Il consenso informato ha come contenuto concreto “la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale ( v. Cass. civile, Sezione III, 4 ottobre 2007, n. 21748). Tale conclusione, fondata sul rispetto del diritto del singolo alla salute, tutelato dall'art. 32 Costituzione (per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge), sta a significare che il criterio di disciplina della relazione medico malato è quello della libera disponibilità del bene salute da parte del paziente in possesso delle capacità intellettive e volitive, secondo una totale autonomia di scelte che può comportare il sacrificio del bene stesso della vita e che deve essere sempre rispettata dal sanitario”.
L'importanza del consenso del paziente per la salvaguardia di siffatti beni costituzionalmente rilevanti impone che sia sottoposto a stringenti requisiti di validità. In particolare il consenso, per assumere il crisma della libertà, deve essere informato “cioè espresso in seguito ad una informazione completa, da parte del medico, dei possibili effetti negativi della terapia o intervento chirurgico, con le possibili controindicazioni e l'indicazione della gravità degli effetti dell'intervento”. Ne deriva la insufficienza di moduli prestampati elaborati in forma generica a dimostrare “l'avvenuta consapevolezza del destinatario consenziente”.
Particolarmente interessanti sono le conclusioni dei Giudici di legittimità in ordine alla configurabilità del reato di omicidio preterintenzionale nel caso di decesso di un paziente vittima di un trattamento medico arbitrario perché effettuato in assenza di consenso o in presenza di un consenso invalido.
La sentenza de qua è importante perché segna il definitivo abbandono del cd. orientamento “massimo” (dal nome dell'imputato in una nota sentenza del 1992) secondo il quale “il medico chirurgo, il quale, in assenza di necessità ed urgenze terapeutiche, abbia sottoposto il paziente ad un intervento operatorio di più grande entità, rispetto a quello meno cruento e comunque di lieve entità del quale lo abbia informato preventivamente e che solo sia stato da questi consentito, commetterebbe il reato di lesioni volontarie, irrilevante essendo sotto il profilo psichico la finalità pur sempre curativa della sua condotta, sicché egli risponderebbe (addirittura) del reato di omicidio preterintenzionale se da quelle lesioni sia derivata la morte (v. in questi termini, Sezione V, 21 aprile 1992, Massimo)”.
Suddetta tesi (già sottoposta a serrata critica dalle sentenze “Volterrani” e “Barese” nonché dalla maggior parte dei Dottori) non è condivisibile perché “per configurare l'omicidio preterintenzionale sarebbe pur sempre necessario che il reato di lesioni volontarie sia stato commesso con il dolo diretto intenzionale ("atti diretti a commettere..."): ciò che è francamente insostenibile nei confronti di un sanitario il quale, salve situazioni anomale e distorte (sulle quali v. infra), si trova ad agire, magari erroneamente, ma pur sempre con una finalità curativa, che è concettualmente incompatibile con il dolo delle lesioni ricostruito nei termini di cui si è detto. In altri e decisivi termini, deve escludersi l'omicidio preterintenzionale proprio perché non è possibile sostenere che il medico, il quale agisca in assenza di consenso espresso del paziente, sia mosso dalla consapevole intenzione di provocare un'alterazione lesiva dell'integrità fisica della persona offesa e, quindi, dalla consapevole intenzione di porre in essere "atti diretti a" commettere il reato di cui all'articolo 582 c.p.” .
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 14 marzo 2008, n.11335 - Pres. Marini – est. Piccialli
Con il primo motivo contesta la ricostruzione del consenso informato operata dal giudicante, evidenziando che la mancanza del consenso del paziente o l'invalidità del consenso medesimo determinerebbe la configurabilità del dolo.
Passando all'esame dei ricorsi, appare opportuno, per chiarezza espositiva, trattare, in primo luogo, quello proposto dalla parte civile G. - fatto proprio anche dal Procuratore della Repubblica di Roma- avverso quella parte della sentenza che ha dichiarato non doversi procedere per insussistenza del fatto con riferimento al reato di omicidio colposo nei confronti di C. D.A..