Source: https://it.scribd.com/document/110408267/DOC-2004-16-Responsabilita-Profess-1
Timestamp: 2019-11-22 16:01:55+00:00
Document Index: 42021822

Matched Legal Cases: ['art. 2236', 'art. 2236', 'art. 2476', 'art. 38', 'art. 64', 'art. 373', 'art. 2236', 'art. 1218', 'art. 2236', 'art. 2236', 'art. 1176', 'art. 1218', 'art. 2236', 'art. 1176', 'art. 1176', 'art. 2236', 'art. 1176', 'art. 2236', 'art. 1176', 'art. 2232', 'art. 2236', 'art. 39', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 2236', 'art. 7', 'art. 2381', 'art. 2391', 'art. 2392', 'art. 1176', 'art. 2381', 'art. 1176', 'art. 2381', 'art. 2476', 'art. 2392', 'art. 2379', 'art. 2476', 'art. 2476', 'art. 2407', 'art. 2407', 'art. 1176', 'art. 2407', 'art. 2409', 'art. 2435', 'art. 2477', 'art. 2477', 'art. 2407', 'art. 2409', 'art. 1176', 'art. 2407', 'art. 2409', 'art. 223', 'art. 2409', 'art. 2409', 'art. 2407', 'art. 2409', 'art. 2409', 'art. 2409', 'art. 2407', 'art. 1', 'art. 38', 'art. 2236', 'art. 165', 'art. 38', 'art. 188', 'art. 165', 'art. 38', 'art. 199', 'art. 38', 'art. 15', 'art. 38', 'art. 61', 'art. 63', 'art. 366', 'art. 64', 'art. 35', 'art. 70', 'art. 373', 'art. 373', 'art. 8', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 240', 'art. 2407', 'art. 1176', 'art. 234', 'art. 2407', 'art. 2236', 'art. 239', 'art. 648', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 31', 'art. 13', 'art. 161', 'art. 162', 'art. 163', 'art. 164', 'art. 165']

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Legge Regionale CAMPANIA 10 maggio 2001, n. 5
LE DIFFERENTI FORME DELLA RESPONSABILIT CIVILE NELLATTIVIT PROFESSIONALE DEI COMMERCIALISTI
Documento n. 16 del 22 giugno 2004
Introduzione Responsabilit connesse allesercizio di una professione intellettuale Generalit Obbligazioni di mezzi e di risultato Responsabilit contrattuale ed extracontrattuale La responsabilit professionale nellart. 2236 del Cod. Civ.: diligenza, colpa e speciale difficolt 2.5. Il nesso causale tra inadempimento e danno 2.6. Considerazioni conclusive e di sintesi 2.1. 2.2. 2.3. 2.4.
1 2 2 3 5 5 7 7 9 9 10 11 13 13 16 17 19 20 21
Responsabilit connesse allattivit di consulenza ed assistenza in materia tributaria 3.1. Responsabilit e sanzioni in relazione alle attivit di assistenza fiscale 3.2. Responsabilit e sanzioni in relazione alla attivit di trasmissione telematica delle dichiarazioni 3.3. Responsabilit e sanzioni a carico del professionista infedele
Responsabilit connesse allassunzione di cariche sociali 4.1. 4.2. 4.3. 4.4. 4.5. 4.6. Responsabilit degli amministratori di societ azionarie Responsabilit degli amministratori di societ a responsabilit limitata Responsabilit del collegio sindacale di societ azionarie Responsabilit dellorgano di controllo di societ a responsabilit limitata Responsabilit dellorgano che effettua il controllo contabile Responsabilit degli organi di amministrazione e controllo nei sistemi dualistico e monistico
Responsabilit connesse allassunzione di incarichi giudiziari 5.1. Incarichi nellambito di procedure concorsuali 5.2. Incarichi di C.T.U.
22 22 24 25 25 27 29 31
Responsabilit connesse allo svolgimento di altre funzioni di natura pubblicistica 6.1. La funzione di giudice tributario 6.2. La funzione di revisore di enti pubblici
Responsabilit in materia di riciclaggio Responsabilit in materia di privacy
Lattivit professionale del commercialista si caratterizza per la variet, molteplicit e complessit degli incarichi e funzioni svolte. Proprio a tale peculiarit deve ricondursi la diversit dei possibili profili di responsabilit applicabili al commercialista: a) responsabilit connessa allesercizio di una professione intellettuale (art. 2236 del Cod. Civ.): fattispecie per cos dire generica, comune a tutti i prestatori dopera intellettuale; responsabilit connessa allattivit di consulenza ed assistenza in materia tributaria (D.Lgs. n. 241/1997; D.Lgs. n. 472/1997; D.P.R. n. 322/1998): fattispecie specifiche dellattivit dei ragionieri e dottori commercialisti; responsabilit connesse allassunzione di cariche sociali: amministratore di societ di capitali (artt. 2392 e segg., art. 2476 del Cod. Civ.); sindaco / revisore di societ di capitali (artt. 2407 e 2477 del Cod. Civ.); responsabilit connesse allassunzione di incarichi giudiziari: nellambito di procedure concorsuali (art. 38 della legge fallimentare); in qualit di Consulente Tecnico del Tribunale (art. 64 del C.p.C.; art. 373 del Cod. Pen.); responsabilit connesse alla normativa anti-riciclaggio (D.L. n. 143/1991; D.Lgs. 20 febbraio 2004, n. 56, in attuazione della Direttiva 2001/97/CE); responsabilit connesse alla normativa in materia di tutela dei dati personali (D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196)
Responsabilit connesse allesercizio di una professione intellettuale
Il Codice Civile dedica un Capo (il II del Libro V, Titolo III) alla disciplina delle professioni intellettuali e del contratto di prestazione dopera intellettuale; fattispecie applicabili a tutte le professioni, laccesso alle quali subordinato alliscrizione in appositi albi o elenchi (tra le quali rientrano, pertanto, anche quelle di ragioniere e dottore commercialista). Detto complesso di norme (artt. 2229-2238) si caratterizza per la previsione di uno specifico regime di responsabilit (art. 2236), in base al quale se la prestazione implica soluzione di problemi tecnici di speciale difficolt, il prestatore dopera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave. Sotto il profilo dellapplicabilit di tale norma, la professione di commercialista risulta pertanto almeno in prima approssimazione accostabile a tutte le altre professioni liberali tradizionali. Alla professione intellettuale, quale disciplinata dal citato Capo II, possono ricondursi quelle attivit per lappunto, di carattere intellettuale il cui elemento qualificante consiste nellapporto offerto dallintelligenza e dalla cultura del professionista medesimo, e che al contempo presentano alcuni ulteriori elementi distintivi: a) autonomia di azione nella prestazione dellopera professionale e discrezionalit in ordine alle modalit di estrinsecazione dellattivit stessa; b) carattere personale della prestazione, con riferimento al rapporto fiduciario che si instaura tra il professionista e il suo cliente, avendo questultimo diritto che il professionista presti personalmente la propria opera; c) inibizione dellesercizio della professione a quanti non possiedano determinati requisiti di competenza, attestati dalliscrizione in appositi albi o elenchi; d) correlativa soggezione del professionista alla potest disciplinare del proprio ordine professionale; e) particolari modalit di definizione del compenso per lattivit professionale, sottratto alla determinazione secondo criteri puramente mercantili (dovendo risultare tale per cui la sua misura sia in ogni caso () adeguata allimportanza dellopera e al decoro della professione). Invero, i profili sopra indicati tornano applicabili non a tutte le professioni oggettivamente qualificabili come intellettuali, bens soltanto a quelle assoggettate ad uno status giuridico di protezione (tra cui quella dei ragionieri e dei dottori commercialisti); ci in particolare nel senso (cfr. F. Galgano, Diritto commerciale, vol. I, Zanichelli, 2002) che il professionista protetto tenuto ad avvalersi delle forme del contratto dopera intellettuale, mentre il professionista non protetto libero di configurare il rapporto anche sulla base di forme contrattuali differenti (ad esempio, appalto, vendita, altre fattispecie atipiche ecc.).
Secondo una distinzione tradizionale, le obbligazioni da contratto ivi comprese quelle derivanti dai contratti di prestazione dopera intellettuale sarebbero classificabili in due fondamentali categorie: di mezzi, che avrebbero ad oggetto solo un comportamento professionalmente adeguato; di risultato, che avrebbero ad oggetto il risultato stesso che il cliente / creditore della prestazione ha interesse a conseguire. La distinzione comporta rilevanti conseguenze in termini di disciplina applicabile anche e soprattutto in tema di responsabilit dipendendone anzitutto la ripartizione dellonere della prova. Sulla base della rigorosa distinzione tradizionale, infatti, la regola di responsabilit per inadempimento di cui allart. 1218, Cod. Civ. (il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta tenuto al risarcimento del danno, se non prova che linadempimento o il ritardo stato determinato da impossibilit della prestazione derivante da causa a lui non imputabile) sarebbe applicabile unicamente alle obbligazioni di risultato, mentre per quelle di mezzi varrebbe il criterio della diligenza. In altri termini: a) nelle obbligazioni di risultato, condizione necessaria affinch il debitore sia liberato dalla responsabilit per inadempimento nei confronti della controparte che egli possa dimostrare che la mancata o non conforme esecuzione della prestazione dipesa da circostanze esterne che hanno reso del tutto impossibile ladempimento; b) nelle obbligazioni di mezzi, invece, condizione necessaria affinch al debitore possa essere imputata la responsabilit di un eventuale inadempimento nei confronti della controparte che questultima possa dimostrare che la prestazione pattuita non stata eseguita con il dovuto grado di diligenza (il che significa che il debitore libero da responsabilit se esegue la propria obbligazione con idonea diligenza, quandanche il creditore non ottenga lesito atteso). Da quanto sopra si pu inoltre constatare che, con riferimento alle obbligazioni di risultato lonere probatorio grava in capo al debitore, laddove per quelle di mezzi esso posto a carico del creditore. In questottica, le obbligazioni assunte dai professionisti intellettuali nellesercizio delle proprie attivit consulenziali tipiche dovrebbero di regola qualificarsi come obbligazioni di mezzi: con lassunzione di un incarico, di norma il professionista si impegna a svolgere, a favore del proprio cliente, una prestazione di consulenza ed assistenza avente adeguato contenuto tecnico ed idoneo livello professionale, senza peraltro assumere, solitamente, vincoli specifici circa il preciso esito di tali attivit (senza contare che, in numerosi casi per non dire nella maggioranza di essi lassunzione di un simile impegno risulterebbe del tutto impossibile, dipendendo il risultato ultimo della prestazione da fattori esogeni sui quali i professionista non pu intervenire).
La natura essenzialmente di mezzi delle attivit professionali pu essere colta anche a livello intuitivo in relazione ad alcune fattispecie tipiche: ad esempio, nellincarico assunto da un medico di eseguire un intervento chirurgico (qui lesito auspicato la guarigione del paziente, ed il medico non pu certo fornirne una garanzia assoluta), ovvero nellimpegno, accettato da un avvocato, di provvedere al patrocinio in giudizio di un cliente (ove lesito atteso la vittoria nella controversia, risultato che anche il migliore dei difensori non pu assicurare a priori ed al di l di ogni incertezza). Quanto allattivit dei commercialisti, essa talora altrettanto palese (si pensi alla tutela in sede di contenzioso tributario), talaltra meno evidente ma non per questo esso viene meno. Si pensi allimpegno, assunto da un commercialista, a predisporre e trasmettere una dichiarazione fiscale, incarico che, apparentemente, configura una obbligazione di risultato. fuori di dubbio che il corretto svolgimento di tale prestazione comporti anche ladempimento di prestazioni concepibili in termini di risultato (ad esempio, la fase della trasmissione telematica della dichiarazione rientra senzaltro in tale categoria, sicch si pu ritenere in caso di inadempimento del relativo obbligo il professionista potr sottrarsi a responsabilit soltanto dimostrando che lomissione o il ritardo sono dipesi da cause a lui non imputabili). Eppure, se si prescinde dagli aspetti materiali e ci si riferisce invece al profilo del contenuto della prestazione (predisposizione di una dichiarazione fiscale corretta) ed al risultato atteso dal committente (presumibilmente, quello di evitare di subire atti di accertamento da parte dellAmministrazione finanziaria), facile rendersi conto che lincarico assunto ha la medesima natura di mezzi. Sul punto, peraltro il caso di formulare due ulteriori osservazioni: a) da un lato, parte della dottrina (cfr., per tutti, P. Rescigno, Voce Obbligazioni, in Enc. Dir., Giuffr, Milano, 1979, vol. XXIX, pag. 190 e segg.) ritiene che il rigore della dicotomia mezzi/risultato debba essere sostanzialmente mitigato, posto che, in realt, tutte le obbligazioni si caratterizzano necessariamente per un elemento teleologico, un risultato inteso come momento finale o conclusivo della prestazione che lo caratterizza, e che per la generalit delle obbligazioni (non solo quelle di mezzi) il comportamento negligente dovrebbe integrare, gi di per s, gli estremi dellinadempimento; b) dallaltro, la giurisprudenza essenzialmente preoccupata di offrire adeguata tutela al cliente/committente, quale presunta parte debole nel rapporto contrattuale con il professionista lungi dal voler abbandonare tale distinzione, ha piuttosto manifestato la tendenza a dilatare il novero delle obbligazioni professionali di risultato rispetto a quelle di mezzi, specie in alcuni particolari settori professionali (anzitutto quello medico); ci con lesito di determinare un considerevole ampliamento delle fattispecie in cui il professionista ritenuto responsabile di inadempimento.
Responsabilit contrattuale ed extracontrattuale
Lesame dei profili di responsabilit professionale non pu prescindere dal sommario esame della ulteriore distinzione tra i concetti di responsabilit contrattuale ed extracontrattuale od aquiliana. In prima approssimazione ed in linea di principio, si afferma che sussiste un illecito extracontrattuale in presenza di violazioni di un diritto o di una situazione giuridica tutelata in modo assoluto (erga omnes), mentre la responsabilit contrattuale (da inadempimento) sorge a seguito della violazione di un diritto relativo, per quanto non necessariamente derivante da un contratto, essendo sufficiente lesistenza di un pregresso rapporto obbligatorio, a prescindere dalla fonte dellobbligo violato (atto illecito, contratto, atto unilaterale, o altro). La distinzione limpida in linea di principio, assai pi sfumata nellapplicazione concreta trascina con s rilevanti differenze di disciplina riconducibili: alla ripartizione dellonere della prova (nelle ipotesi di illecito contrattuale vige una presunzione di colpa per inadempimento: al cliente / creditore si richiede unicamente di dimostrare il proprio diritto a ricevere la prestazione, laddove il debitore dovr provare che linadempimento o il ritardo non sono a lui riferibili per impossibilit della prestazione derivante da causa a lui non imputabile; nellillecito extracontrattuale permane invece lordinaria regola per cui lonere di provare i fatti costitutivi della propria pretesa spetta a colui che lavanza, sicch sar il cliente / creditore a dover provare che il comportamento del prestatore gli ha provocato un danno e che tale comportamento stato caratterizzato da dolo o colpa); agli effetti giuridici relativi al risarcimento del danno (in particolare, il risarcimento dellillecito contrattuale limitato al danno prevedibile nel tempo in cui sorta lobbligazione, ove linadempimento o il ritardo non dipendano dal dolo del debitore; tale limitazione ai danni prevedibili non si applica invece allillecito extracontrattuale); ai termini prescrizionali della relativa azione di responsabilit (lazione di responsabilit per lillecito extracontrattuale si prescrive in cinque anni, mentre quella per linadempimento dellobbligazione nellordinario termine decennale).
La responsabilit professionale nellart. 2236 del Cod. Civ.: diligenza, colpa e speciale difficolt
Venendo allaspetto specifico della responsabilit del prestatore dopera intellettuale, ex art. 2236 del codice civile, la norma pone, come noto, una limitazione della responsabilit del prestatore, che in presenza di problemi tecnici di speciale difficolt viene circoscritta ai soli casi di dolo o colpa grave. Ad una prima lettura, la disposizione appare per certi versi sorprendente: da un lato essa sembra collocarsi in contrasto con lart. 1176 cod. civ., in tema di diligenza; daltro canto, essa appare inopportuna laddove prevede, in senso generale, un limite di responsabilit proprio a fronte di problemi di particolare rilevanza,
in rapporto ai quali tanto maggiore dovrebbe risultare linteresse del danneggiato ad una adeguata tutela. Appare dunque evidente che, al fine di comprendere appieno la portata della norma, tre sono le fondamentali aree concettuali che devono formare oggetto di indagine e delimitazione: a) i problemi tecnici di speciale difficolt; b) la colpa e le sue graduazioni (ed il dolo, sebbene la rilevanza del concetto sia in effetto, ai presenti fini, minore rispetto a quello di colpa); c) la diligenza. Quanto allaccezione di problemi tecnici di speciale difficolt, la giurisprudenza ha avuto modo di chiarire (cfr. Cass. civ., sez. III, 7 maggio 1988, n. 3389, con specifico riferimento alla professione medica, ma sulla base di argomentazioni largamente generalizzabili) che integrano la previsione normativa i casi che, per essere stati oggetto () di dibattiti e studi dagli esiti tra loro opposti, per la novit della loro emersione (concetto in effetti riconducibile a quello, proprio del diritto tributario cfr. il successivo par. 3 delle norme caratterizzate da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sullambito di applicazione), ovvero per essere caratterizzati dalla straordinariet e particolare eccezionalit del loro manifestarsi, non possono considerarsi ricompresi nel doveroso [rectius diligente] patrimonio culturale, professionale e tecnico del professionista, avuto riguardo, anche in questo caso, alle peculiarit del settore ove svolge la sua attivit, e ad uno standard medio di riferimento. Relativamente al concetto di colpa, esso si articola essenzialmente, secondo le elaborazioni della dottrina e della giurisprudenza, nelle ipotesi di imprudenza (superficialit o leggerezza di comportamento), negligenza (omissiva o commissiva, consistente in disattenzione o mancanza di dovuta attenzione o sollecitudine), imperizia, inosservanza di leggi o altre disposizioni normative, nonch per il caso particolare del professionista di inottemperanza alle disposizioni impartite dal cliente. In relazione alla valutazione della colpa professionale, particolare rilevanza attribuita, dalla giurisprudenza, al concetto di perizia (e, correlativamente, di imperizia) da intendersi come complesso di regole tecniche e professionali espresse dal livello medio della categoria dappartenenza (cfr. C. M. BIANCA, Inadempimento delle obbligazioni, in Comm. Scialoja-Branca, art. 1218-1219, Zanichelli, 1993, pagg. 30 e segg.; in giurisprudenza, Cass. civ., sez. II, 9 novembre 1982 n. 5885). La valorizzazione di tale concetto risulta, tra laltro, strumentale rispetto al fine del riconoscimento di un dovere di aggiornamento costante del professionista (sancito da tutti i codici di deontologia), posto che tale standard medio deve, per forza di cose, essere quello derivante da conoscenze aggiornate, e quindi tecnicamente apprezzabili. In argomento merita peraltro puntualizzare che la giurisprudenza (Cass. civ. sez. III, 1 agosto 1996, n. 6937; Cass. civ. sez. III, 8 luglio 1994, n. 6464) ritiene inapplicabile lart. 2236 allorch constino, da parte del professionista, palesi imprudenze o comportamenti di incuria.
Quanto, infine, al concetto di diligenza trova il proprio fondamento nellart. 1176 Cod. Civ., e riassume in s il complesso di cure e cautele che dovrebbero fondare il comportamento di ogni debitore al momento di soddisfare la propria obbligazione, avuto riguardo alla natura del particolare rapporto e alle circostanze di fatto che lo caratterizzano (N. Todeschini, Responsabilit professionale, in www.assomedici.it). La sua funzione , essenzialmente, quella di parametro per la valutazione della conformit del comportamento del debitore rispetto a quello dovuto, al fine di delimitare ci che deve ritenersi, in quel singolo caso, esatta prestazione. Il parametro da applicarsi, con riferimento alle attivit professionali intellettuali, non quello del 1 comma dellart. 1176, col suo generico riferimento al mandatario ed al buon padre di famiglia, bens quello pi stringente del 2 comma, che richiede nelladempimento delle obbligazioni inerenti lesercizio di unattivit professionale, di valutare la diligenza con riguardo alla natura dellattivit esercitata.
Il nesso causale tra inadempimento e danno
Al fine di configurare la responsabilit del professionista (ed, invero, al fine di configurare qualsivoglia forma di responsabilit) occorre poi che tra il comportamento realizzato dal professionista e posto alla base dellazione di responsabilit (contrattuale o extracontrattuale) e levento dannoso sussista un nesso di causalit tale per cui il secondo sia conseguenza del primo. Secondo la giurisprudenza tradizionale, conseguenza immediata e diretta: tuttavia, non deve trascurarsi laffermarsi di una impostazione fondata sul concetto di causalit adeguata: la giurisprudenza ha infatti affermato che ai fini del sorgere dellobbligazione di risarcimento, il nesso di causalit tra fatto illecito ed evento dannoso pu essere anche indiretto e mediato, essendo alluopo sufficiente che il primo abbia posto in essere uno stato di cose senza il quale il secondo non si sarebbe prodotto e che il danno si trovi con tale antecedente necessario in un rapporto eziologico normale e non fuori dellordinario (Cass. civ., sez. III, 11 gennaio 1989 n. 65): in altri termini, nellarea dei danni risarcibili devono considerarsi rientranti anche quelli che, pur essendo mediati e/o indiretti rientrano tuttavia nella serie delle conseguenze normali ed ordinarie del fatto (Cass. civ. , sez. lav., 19 luglio 1982, n. 4236; Cass. civ., sez. III, 7 ottobre 1987 n. 7467).
2.6. Considerazioni conclusive e di sintesi Se si vuole riassumere, in estrema sintesi, la ratio perseguita dal legislatore nel formulare la disposizione dellart. 2236, essa pu ravvisarsi nellintento di evitare: da un lato, una eccessiva limitazione dello spirito di iniziativa del professionista, per il timore di subire azioni legali in caso di errori; dallaltro, la formazione di una indebita franchigia di responsabilit proprio innanzi a violazioni particolarmente gravi.
Al di fuori delle ipotesi di speciali difficolt, la responsabilit del professionista resta regolata dallordinario principio della diligenza ex art. 1176, 2 comma. Se si muove dal presupposto che lattivit consulenziale del ragioniere o del dottore commercialista comporta essenzialmente lassunzione di obbligazioni di mezzi, ne consegue che, per fondare la propria azione di responsabilit (contrattuale), il cliente dovr fornire la dimostrazione, senza limitazioni circa i mezzi di prova ammessi: di aver dato incarico al professionista; linesatta esecuzione dellobbligazione (ossia linadempimento, ex 1218); il danno che ne derivato; il nesso causale fra inadempimento e danno; laddove la dimostrazione di aver agito secondo diligenza (ovvero, che il problema trattato era di speciale difficolt, e che lerrore commesso sostanzia colpa lieve) dovrebbe costituire condizione sufficiente (ma non necessaria) per il professionista al fine di sottrarsi a tale responsabilit. Occorre, tuttavia, ricordare che il consolidarsi degli orientamenti giurisprudenziali delineati nei precedenti paragrafi tende a produrre una dilatazione dellarea di responsabilit del professionista, considerato che: da un lato, la riconosciuta inapplicabilit dellart. 2236 ai casi di imprudenza e incuria, e lestensione del patrimonio di conoscenze richieste al professionista medio affinch questi non possa essere qualificato come imperito, finisce per ampliare il novero delle possibili fattispecie di responsabilit per colpa lieve (di particolare rilevanza nei casi in cui il professionista eserciti la propria attivit per la soluzione di casi ordinari). Sicch, senzaltro eccessivo sostenere che il professionista risponda sempre anche del danno causato con colpa lieve; tuttavia, altrettanto vero che le eccezioni al principio fissato dallart. 1176 vanno progressivamente riducendosi; dallaltro, la tendenza a privilegiare la qualificazione degli incarichi professionali quali obbligazioni di risultato comporta un considerevole aggravio degli oneri di difesa posti a carico del consulente in caso di contestazioni. Merita, infine, ricordare: che quanto sopra vale anche per il fatto degli ausiliari (collaboratori, praticanti, sostituti, etc.) di cui il professionista si avvalga sotto la propria direzione e per lappunto responsabilit (art. 2232, Cod. Civ.), a propria volta astrattamente articolabile nelle fattispecie della colpa in eligendo, in educando ed in vigilando; che dottrina e giurisprudenza (cfr., in particolare, Cass. civ., sez. II, 17 marzo 1981 n. 1544; Cass. civ., sez. I, 8 novembre 1979 n. 5761) si sono pronunciate in senso affermativo circa lapplicabilit delle limitazioni ex art. 2236 anche alla responsabilit extracontrattuale (ovviamente allorch essa si pone in capo ad un prestatore dopera intellettuale).
Con specifico riguardo alla figura del commercialista, lattivit consulenziale stricto sensu appare tutto sommato poco idonea a produrre danni extra-contrattuali, sicch tale tipologia di responsabilit sembra poter essere relegata in un ambito sostanzialmente marginale (fattispecie tipiche sono i danni riconducibili alla conduzione dello studio e alla gestione dei dipendenti).
Responsabilit connesse allattivit di consulenza ed assistenza in materia tributaria
Come anticipato, quanto illustrato nel precedente paragrafo 2 attiene ai possibili profili di responsabilit di ciascun professionista in relazione al fatto in s dellesercizio di una attivit (nella forma giuridica del contratto) di prestazione dopera intellettuale: si tratta, pertanto, di considerazioni applicabili non solo al caso dei ragionieri e dottori commercialisti, ma, nella sostanza, alla generalit dei professionisti. A quanto sopra illustrato si affiancano, poi, ulteriori fattispecie sanzionatorie recate da disposizioni contenute in leggi speciali, questa volta applicabili in via specifica alla categoria dei commercialisti, in quanto fondate sullesercizio di attivit di consulenza ed assistenza in materia tributaria. E ci nel senso che le violazioni di cui nel seguito sono oggetto di specifiche sanzioni, la cui applicazione non esclude affatto anzi linsorgere di responsabilit del professionista nei confronti del cliente (e di un conseguente obbligo di risarcimento di danni), ove sussistano i presupposti individuati al precedente paragrafo 2. Tali fattispecie vengono nel seguito schematicamente analizzate.
Responsabilit e sanzioni in relazione alle attivit di assistenza fiscale
Con gli artt. 35 e 36 del D.Lgs. n. 241/1997 (ed in forza dei relativi provvedimenti di attuazione), il legislatore ha riconosciuto a determinate categorie di soggetti la possibilit di rilasciare, a favore dei contribuenti, tre fattispecie di certificazioni ai fini fiscali, e segnatamente: a) il visto di conformit formale (o visto leggero); b) l asseverazione degli studi di settore; c) la certificazione tributaria (o visto pesante), rilasciabile solo a contribuenti titolari di redditi di impresa in regime di contabilit ordinaria. Tali istituti sono accomunati dalla medesima funzione di attestare il regolare adempimento degli obblighi tributari da parte del contribuente. In particolare: il rilascio delle certificazioni sub a) e b) attribuito, oltre che ai CAAF, agli intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni (compresi pertanto i commercialisti) relativamente alle dichiarazioni da loro predisposte. La certificazione tributaria riservata agli iscritti agli albi professionali dei
Fondazione Luca Pacioli 9
ragionieri e dei dottori commercialisti che abbiano esercitato la professione per almeno cinque anni; col passare dal primo allultimo diviene pi rilevante il contenuto dellattestazione rilasciata dal soggetto che effettua la certificazione: - con il visto leggero si attesta la conformit (essenzialmente formale, ossia senza entrare nel merito) dei dati delle dichiarazioni (predisposte dal professionista) alla relativa documentazione e alle risultanze delle scritture contabili (non necessariamente predisposte dal professionista); - con l asseverazione si attesta la conformit degli elementi comunicati allAmministrazione finanziaria ai fini dellapplicazione degli studi di settore rispetto alle risultanze delle scritture contabili ed alla restante documentazione fornita dal contribuente; - con il visto pesante si certifica la esatta applicazione delle norme tributarie sostanziali; correlativamente, essi realizzano una tutela crescente a favore del contribuente a fronte delle possibili iniziative da parte dellAmministrazione finanziaria, in termini di limitazione dei poteri di accertamento; daltro canto, essi comportano una assunzione di responsabilit crescente da parte del soggetto che li rilascia (in relazione alla maggiore pregnanza del contenuto delle attestazioni). Allo stesso tempo, risultano pi restrittive le condizioni in presenza delle quali il rilascio della certificazione possibile (a titolo di esempio, lattribuzione del visto pesante consentito solo a condizione che il professionista che lo rilascia abbia predisposto le dichiarazioni fiscali e tenuto le scritture contabili del contribuente, e che nei confronti di questultimo siano gi stati rilasciati il visto leggero e, ove ne ricorrano i presupposti, lasseverazione degli studi di settore).
Sotto il profilo sanzionatorio, recato dallart. 39 del citato D.Lgs. n. 241/1997: per il rilascio di un visto leggero o di una asseverazione infedeli si applica la sanzione amministrativa da 258,23 ad 2.582,28; per il rilascio di un visto pesante infedele si applica la sanzione amministrativa da 516,46 ad 5.164,57; in caso di ripetute violazioni, si applica la sanzione della inibizione della facolt di rilascio del visto leggero o della asseverazione, ovvero la sospensione da 1 a 3 anni della facolt di rilascio del visto pesante. Resta inoltre ferma la possibilit di irrogazione delle specifiche sanzioni per la violazione di norma tributarie.
Responsabilit e sanzioni in relazione alla attivit di trasmissione telematica delle dichiarazioni
Lart. 7-bis del D.Lgs. n. 241/1997 prevede una specifica sanzione per le violazioni delle norme relative alla trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali.
In specie, il professionista che abbia ricevuto da un contribuente lincarico di procedere alla trasmissione telematica di una dichiarazione e che non vi provveda entro i termini previsti dalla legge (rendendosi cos responsabile della violazione di omessa o tardiva trasmissione) soggetto ad una sanzione amministrativa da 516,46 ad 5.164,57. Inoltre, in caso di gravi e ripetute violazioni, lAmministrazione finanziaria pu disporre la revoca dellabilitazione al servizio telematico (art. 3, comma 4, D.P.R. n. 322/1998).
Responsabilit e sanzioni a carico del professionista infedele
La disciplina delle sanzioni amministrative, stabilita dal D.Lgs. n. 472/1997, ha introdotto molteplici fattispecie in presenza delle quali il professionista che esercita una attivit di consulenza in materia fiscale pu subire lirrogazione di sanzioni con riferimento a violazioni di obblighi tributari relativi alla sfera giuridica del contribuente / cliente. Principio fondante del decreto n. 472/97 infatti, quello di matrice penalistica della generalizzazione della responsabilit personale per le sanzioni tributarie: la sanzione riferibile alla persona fisica che ha commesso o concorso a commettere la violazione. Laddove il precedente ordinamento addossava in ogni caso al contribuente (rectius: soggetto passivo dimposta) la responsabilit per le violazioni delle norme tributarie, la normativa del 1997 individua invece, quale centro dimputazione delle sanzioni, la persona fisica effettivamente responsabile del comportamento trasgressivo. La norma ha portato inoltre con s la conseguenza, di assoluto rilievo, che a carico dei professionisti-consulenti viene posto il rischio di dover rispondere personalmente e patrimonialmente per gli illeciti tributari commessi in attivit svolte per conto del cliente (persona fisica, societ o altro ente): e ci sia nei casi di errori ed omissioni ignoti al cliente, sia in caso di vera e propria compartecipazione nellideazione e realizzazione di condotte fiscali fraudolente. Secondo tale disciplina la responsabilit del professionista configurabile sulla base dei seguenti principi: a) il principio di colpevolezza, secondo il quale ciascuno risponde della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, dolosa o colposa: sicch il professionista, per subire limputazione di sanzioni tributarie, deve aver commesso la relativa violazione quantomeno con colpa. A corollario di tale principio il legislatore richiama espressamente una regola corrispondente a quella dellart. 2236 del Codice Civile, specificando che le violazioni commesse nellesercizio dellattivit di consulenza tributaria e comportanti la soluzione di problemi di speciale difficolt sono punibili solo in caso di dolo o colpa grave.
La limitazione della responsabilit presuppone la condizione di particolare complessit delle problematiche oggetto dellincarico, in mancanza della quale in specie, nel compimento di attivit di carattere esecutivo che non comportino particolari difficolt interpretative essa non opera, ed il professionista pu essere chiamato a rispondere anche a titolo di colpa lieve; il principio dellesenzione da responsabilit in presenza di cause di non punibilit. In proposito, di particolare interesse per il professionista lesimente che sorge allorch la violazione determinata da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sullambito di applicazione delle disposizioni alle quali essa si riferisce, nonch da indeterminatezza delle richieste di informazioni o dei modelli per la dichiarazione e per il pagamento; il principio del concorso di persone nellillecito tributario, che rende la sanzione applicabile a ciascuno dei soggetti che abbiano concorso ad una medesima violazione (sebbene subordinatamente alla condizione di natura spiccatamente penalistica della presenza di un elemento soggettivo, consistente nella piena consapevolezza dellagente di contribuire, con la propria partecipazione, alla realizzazione di un illecito); il principio della punibilit dell autore mediato, identificabile nel soggetto che oltre al caso sostanzialmente teorico della violenza o minaccia determina la commissione di una violazione tributaria inducendo altri in errore incolpevole: e si vede bene come questa fattispecie potrebbe tornare applicabile al professionista che con dolo o colpa, grave o lieve a seconda della complessit del caso induca in errore un proprio assistito sulla base di una consulenza erronea; il principio per cui chi ha sottoscritto ovvero compiuto gli atti illegittimi si presume autore della violazione fino a prova contraria: sicch, ammettendosi tale facolt di prova, si consente al contribuente di dimostrare che la competenza inerente al compimento dellattivit illegittima non gli apparteneva (ed apparteneva, ad esempio, al consulente).
Peraltro, un considerevole impatto stato di recente prodotto dallart. 7 del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, con il quale il legislatore intervenuto su uno dei capisaldi della riforma del 1997. La norma ha segnato una (almeno parziale, come si vedr) inversione di rotta, statuendo che le sanzioni amministrative relative al rapporto fiscale proprio di societ o enti con personalit giuridica sono esclusivamente a carico della persona giuridica: un ritorno, insomma, al principio di responsabilit esclusiva dellente, rafforzato dalla ulteriore disposizione in base alla quale, nei confronti degli enti interessati allapplicazione della novella, le regole di cui al D.Lgs. n. 472/1997 si applicano in quanto compatibili. Va sottolineato che linnovazione riferita esclusivamente a societ o enti con personalit giuridica. Per le violazioni a questi soggetti riferibili, il tenore letterale della norma (della sanzione risponde esclusivamente la persona giuridica), induce
a ritenere che la responsabilit del consulente ai fini sanzionatori debba in ogni caso essere esclusa (si veda in questo senso la circolare della Fondazione, documento n. 3 del 23 gennaio 2003). Nulla cambiato invece per le violazioni commesse da tutti i restanti soggetti (persone fisiche, societ ed enti senza personalit giuridica). In questi casi mantiene pieno vigore il principio della responsabilit personale dellautore materiale della violazione (ed, infatti, la norma che lo sancisce non ha formato oggetto di abrogazione da parte del D.L. n. 369/2003), restando possibile il coinvolgimento dei consulenti, sulla base dei principi sopra richiamati.
Responsabilit connesse allassunzione di cariche sociali
Come noto, la materia stata profondamente modificata dalla recente riforma del diritto societario ed caratterizzata da un significativo aumento della complessit. Quanto alla responsabilit degli organi di gestione: per le s.p.a., non si pi in presenza di un modello organizzativo unico, bens di tre modelli distinti e con caratteristiche peculiari anche sotto il profilo in esame. Nellambito di ciascun tipo e di ciascun modello, sussistono altres limitati margini per lautonomia statutaria; per le s.r.l. in luogo del rinvio alle norme in tema di s.p.a. ora prevista una disciplina specifica. Essa peraltro ampiamente derogabile da parte dellautonomia statutaria, che pu modellare lorgano amministrativo sulla base di schemi ampiamente diversificati, dallestremo delle forme di organizzazione proprie delle societ di persone sino ad una articolazione corporativa tradizionalmente propria delle societ di capitali.
Responsabilit degli amministratori di societ azionarie
La nuova configurazione della responsabilit degli amministratori che risulta sostanzialmente ampliata rispetto al passato risente in misura determinante delle innovazioni recate dalla riforma in punto di: a) diversa ripartizione delle competenze tra amministratori e soci, con lesplicita previsione della responsabilit anche per le operazioni autorizzate dallassemblea; b) maggiore e pi puntuale specificazione dei doveri imposti agli amministratori, ed in particolare: allart. 2381, esplicitazione degli obblighi di adeguata informazione, di vigilanza sulladeguatezza dellassetto amministrativo e contabile, di informativa periodica da parte degli amministratori delegati; allart. 2391, ridefinizione della norma in tema di interessi personali (convergenti o divergenti) degli amministratori;
ridefinizione del parametro di valutazione della diligenza richiesta; diversa attribuzione delle funzioni agli amministratori dotati di delega; ridefinizione degli aspetti procedimentali relativi allazione di responsabilit: essenzialmente in quanto lesercizio dellazione di responsabilit riconosciuto, oltre che allassemblea, anche ai soci che rappresentino determinate aliquote di capitale (con una soglia fissata ad 1/5, elevabile con apposita clausola statutaria non oltre 1/3 del capitale; nelle societ che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio si prevede una soglia massima del 5%; tali soglie possono comunque essere ridotte con previsione statutaria); nonch, nel modello dualistico, anche al consiglio di sorveglianza.
Quanto al profilo sub a), ad un sistema in cui lorgano amministrativo disponeva di una competenza generale sulla gestione sociale in cui peraltro in capo allassemblea permaneva una competenza speciale, potendo essere alla stessa riservati determinati atti di gestione se ne sostituito uno in cui lorgano amministrativo ha competenza esclusiva. Ne deriva, pertanto, una pi estesa responsabilit degli amministratori: gli amministratori rispondono in via esclusiva degli atti e delle omissioni relativi alla gestione dellimpresa sociale; lo statuto pu riservare allassemblea solo la concessione di autorizzazioni: ma se le stesse sono rilasciate, degli atti con cui vi danno esecuzione rispondono esclusivamente gli amministratori; potrebbe peraltro ritenersi che il diniego di una autorizzazione richiesta dallo statuto liberi gli amministratori da responsabilit per non aver compiuto latto. In tema di grado necessario di diligenza, il riferimento a quella propria del mandatario (ovvero del buon padre di famiglia) sostituito, nel nuovo art. 2392, dal richiamo alla diligenza richiesta dalla natura dellincaricooltre che dalle specifiche competenze degli amministratori. La dottrina sostanzialmente unanime nel ritenere che il criterio ora sancito corrisponda a quello di cui al 2 comma dellart. 1176 (laddove, in precedenza, era prevalente lopinione che il rinvio alla diligenza del mandatario fosse da riferirsi al 1 comma del medesimo articolo). In realt, laggravio di responsabilit che ne consegue non deve essere sopravvalutato: la migliore dottrina interpreta, in effetti, la disposizione nel senso che essa sancisce con maggiore chiarezza lobbligo degli amministratori di agire sempre e comunque in modo consapevole ed informato (traendone altres decisiva conferma dal dettato dellultimo comma dellart. 2381, esplicito in tal senso). Non si pu escludere peraltro che la nuova disposizione possa essere interpretata nel senso di valorizzare la qualificazione professionale degli amministratori, in particolare scelti in quanto iscritti agli albi: si tratterebbe in tal senso della diligenza professionale di cui allart. 1176 cod. civ. Il criterio della diligenza comunque funzionale come in effetti gi lo era in precedenza ad una graduazione delle responsabilit:
gli amministratori sono solidalmente responsabili dei danni derivanti dalla violazione dei propri doveri; tale responsabilit non si estende alle attribuzioni oggetto di delega; tuttavia, la responsabilit permane (a titolo di culpa in vigilando) per lamministratore che, giunto a conoscenza di circostanze pregiudizievoli (in particolare ma non solo per atti od omissioni di altri amministratori), non si attivato per impedirne il compimento o evitarne le conseguenze; a ci equiparato lamministratore che non era a conoscenza dei fatti pregiudizievoli per non essersi adeguatamente (diligentemente) attivato al fine di procurarsi le relative informazioni; daltronde, esente da responsabilit lamministratore dissenziente ed immune da colpa (immunit che gli deriva, nello specifico, dallessersi comportato con adeguata diligenza nellacquisire le necessarie informazioni).
Quanto alla ripartizione delle competenze tra deleganti e delegati (punto d), la riforma introduce una pi netta distinzione tra amministratori dotati di deleghe (ovvero che, anche in via di mero fatto, svolgono direttamente attivit di gestione dellimpresa sociale) ed amministratori non dotati di deleghe (e che non svolgono, nemmeno in via di fatto, attivit di gestione); ed infatti, fermo restando quanto sopra anticipato in materia di doveri di diligente informazione: da un lato gli amministratori privi di deleghe sono esentati da responsabilit per le funzioni in concreto attribuite ad uno o pi amministratori; dallaltro, scomparso lespresso obbligo di vigilare sul generale andamento della gestione, sostituito dallesplicitazione di taluni doveri specifici (di valutare sempre sulla base delle informazioni ricevute da parte degli amministratori delegati ladeguatezza dellassetto organizzativo, amministrativo e contabile, di esaminare i piani strategici, di valutare il generale andamento della gestione). Peraltro il dovere di agire in modo informato deve intendersi nel senso che ciascun amministratore deve attivarsi per ottenere tutte le informazioni relative alla gestione dellimpresa sociale. In altri termini, per escludere la responsabilit degli amministratori non operativi appare sufficiente che gli stessi si attivino adeguatamente per richiedere le opportune informazioni da parte dei delegati (potere di richiesta espressamente riconosciuto dallart. 2381, 6 comma, al quale i delegati devono dare seguito in consiglio, ossia nellambito delle riunioni collegiali, e non individualmente nei confronti dellamministratore richiedente). Una volta richieste (ed ottenute) tali informazioni, risulta: che gli amministratori non operativi possono fare legittimo affidamento sul contenuto delle stesse; che gli stessi non sono tenuti (ed anzi sono privi del relativo potere) ad assumere individualmente iniziative nei confronti degli amministratori delegati, allorch ritengano che gli stessi siano responsabili di violazioni dei propri doveri; il diritto di impartire direttive agli organi delegati ed avocare a s operazioni rientranti nella delega spetta infatti solo allorgano amministrativo nella sua veste collegiale.
Sicch, si pu concludere che se da un lato lestensione della responsabilit per gli amministratori delegati ha subito un ampliamento, per gli amministratori non operativi la riforma sembrerebbe invece aver determinato un ridimensionamento.
Responsabilit degli amministratori di societ a responsabilit limitata
La disciplina della responsabilit degli amministratori di s.r.l. ha subito vistose modificazioni. La prima, e pi evidente, consiste nellintroduzione di una norma specifica in luogo del previgente rinvio alle norme in tema di s.p.a., il nuovo art. 2476, che nella propria articolazione fondamentale ripropone taluni dei principi caratterizzanti le disposizioni previste in argomento per le societ personali: a) gli amministratori sono resi solidalmente responsabili verso la societ per i danni derivanti dallinosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dallatto costitutivo per lamministrazione della societ. Si ha quindi pur sempre una responsabilit per danno derivante da dolo o colpa; peraltro, analogamente alle societ personali, non viene espressamente chiarito quale sia il grado di diligenza richiesto; inoltre, stando alla lettera della norma, la responsabilit sorge nei confronti della societ, ma non dei creditori sociali; b) sono esonerati dalla responsabilit quelli, tra gli amministratori, che si dimostrino esenti da colpa (e possono valere, in proposito, le osservazioni di cui al precedente paragrafo 4.1) ed, essendo a cognizione dellimminente verificarsi di una circostanza dannosa, abbiano fatto constare del proprio dissenso. La legge peraltro non determina in termini precisi le modalit per far constare il dissenso: si pu supporre che, applicando analogicamente lart. 2392, occorra informare il presidente del(leventuale) collegio sindacale; ma potrebbe ritenersi doveroso sottoporre ai soci la decisione sulloperazione controversa, ex art. 2379 (vedi pi oltre). c) comunque fatto salvo il diritto al risarcimento dei danni spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori. Ulteriori rilevanti innovazioni attengono: al riconoscimento allautonomia statutaria della competenza a stabilire la ripartizione delle competenze tra soci ed amministratori: le decisioni in materie attinenti alla gestione della societ possono infatti essere, in parte o in tutto e senza alcuna limitazione, oggetto di attribuzione ai soci; alla possibilit che lo statuto riservi determinati poteri gestionali a singoli soci; alla facolt per ciascuno degli amministratori di sottoporre ai soci la decisione su un qualsiasi atto di gestione (ovvero la facolt per tanti soci che rappresentino almeno 1/3 del capitale di pretendere che la decisione sia loro rimessa); allinderogabile attribuzione ai soci delle decisioni di compiere operazioni che comportano una sostanziale modificazione delloggetto sociale determinato nellatto costitutivo o una rilevante modificazione dei diritti dei soci
Si tratta di profili che incidono profondamente sullarticolazione della responsabilit degli amministratori, che come osservato in dottrina (C. Granelli, La responsabili civile degli organi di gestione, Le Societ, 2003, n. 12, pag. 1570) potr cos schematizzarsi: a) agli atti di gestione riservati agli amministratori e dagli stessi posti in essere si applicher il 1 comma, art. 2476 (responsabilit solidale, con esclusione dei soci e degli amministratori dissenzienti ed esenti da colpa); b) per gli atti di gestione di competenza dei soci (in forza di legge, di statuto o di volontaria remissione agli stessi) ed effettivamente compiuti dai medesimi, in forza dellart. 2476, settimo comma, la responsabilit dovrebbe ricadere sui soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi; ma ci non pu condurre ad esonerare da responsabilit gli amministratori, che, quantomeno nella qualit di legali rappresentanti della societ, hanno compiuto gli atti dannosi; c) per gli atti di gestione di competenza di un singolo socio (non qualificabile come amministratore), in forza di apposita clausola di statuto, la responsabilit dovrebbe ricadere sul socio in questione, ma anche sugli amministratori che in quanto rappresentanti necessari della societ hanno attuato la decisione; d) per gli atti di gestione di competenza degli amministratori, che siano decisi o autorizzati anche in via di mero fatto da uno o pi soci, insorger una responsabilit solidale tra gli amministratori e di soci che in concreto abbiano intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi. Una possibile estensione, nei fatti, della responsabilit degli amministratori potr conseguire al notevole ampliamento dellaccesso allazione sociale di responsabilit, il cui esercizio salva diversa disposizione statutaria consentito a ciascun socio individualmente considerato, a prescindere dalla quota di partecipazione detenuta. Strumentale allesercizio dellazione il riconoscimento a ciascun socio del diritto di avere dagli amministratori notizie sulla gestione e di consultare i libri ed i documenti della societ, e ci anche nel caso in cui la societ sia dotata di collegio sindacale.
Responsabilit del collegio sindacale di societ azionarie
La responsabilit dei sindaci di S.p.A. resta disciplinata come in precedenza dallart. 2407 Cod. Civ., il cui testo non ha subito particolari mutamenti sotto il profilo sostanziale. Due sono le innovazioni testuali introdotte dalla riforma (cfr. P. P. Ferraro, Commento allart. 2407, in La riforma delle societ, vol. I, Giappichelli, Torino, 2003, pag. 590 e segg.; S. Ambrosini, Lamministrazione e i controlli nella societ per azioni, in Giur. Comm., 2003, I, pag. 324): a) lesplicitazione del principio per cui, nello svolgimento dellincarico, i componenti il collegio devono agire con la professionalit e la diligenza richieste dalla natura dellincarico: con il che si chiarisce che il parametro di valutazione della diligenza richiesta costituito dal 2, e non dal 1 comma dellart. 1176, Cod. Civ. Il legislatore, pertanto, prende atto della natura professionale
dellattivit svolta dai sindaci, che richiede di disporre di specifiche competenze tecniche, sicch non risulta sufficiente attenersi al generico canone del buon padre di famiglia (ed in dottrina si fa infatti riferimento cfr. S. Fortunato, I controlli nella riforma, in Le Societ, 2003, n. 2-bis, pag. 1320 allaccezione della diligenza professionale qualificata dellavveduto controllore o revisore); linserimento, nellart. 2407, ult. comma, di un espresso rinvio agli artt. 2393, 2393-bis, 2394, 2394-bis e 2395 (in quanto compatibili), in base al quale i sindaci sono resi responsabili della violazione dei propri doveri non solo nei confronti della societ, ma anche dei creditori, dei singoli soci e dei terzi (conclusione alla quale, peraltro, la prevalente dottrina gi perveniva nel vigore della previgente normativa). In particolare, anche nei confronti dei sindaci troveranno applicazione le minori percentuali di capitale richieste per lesercizio dellazione sociale di responsabilit.
La riforma non incide sulla natura e sui caratteri fondamentali della responsabilit dei sindaci. Restano pertanto immutati i principi per cui: i sindaci rispondono della verit delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui fatti, le notizie ed i documenti di cui hanno conoscenza in ragione della loro attivit di controllo; oltre alla propria responsabilit c.d. esclusiva (indipendente, cio, dalleventuale inadempimento degli amministratori), i componenti lorgano di controllo rispondono altres, in solido con gli amministratori, per i fatti o le omissioni di costoro, quando il danno non si sarebbe cagionato se essi avessero vigilato in conformit ai propri doveri (c.d. responsabilit concorrente). In altri termini, non si ha una responsabilit per fatto altrui, ma pur sempre per fatto proprio, in quanto il danno cagionato dagli amministratori stato quantomeno agevolato da una condotta negligente dei componenti lorgano di controllo (e di tale danno essi rispondono, in effetti, solo se esso sia legato da un nesso di causalit alla violazione dei loro doveri). A seguito della riforma, una differente estensione della responsabilit dei sindaci pu, semmai, porsi in relazione con i differenti aspetti: a) della diversa ripartizione dei compiti di controllo ex art. 2409-bis; b) della mutata formulazione dei compiti di controllo incombenti al collegio. Quanto al profilo sub a), infatti, si deve tenere in considerazione che le competenze dei soggetti incaricati delle funzioni di controllo possono diversamente articolarsi: 1) nelle societ che fanno ricorso al mercato dei capitali di rischio, il controllo contabile tassativamente esercitato da una societ di revisione; 2) analogo obbligo previsto per le societ che, pur non facendo ricorso al mercato del capitale di rischio, sono tenute alla redazione del bilancio consolidato; 3) nelle societ che non fanno ricorso al capitale di rischio e non sono tenute alla redazione del bilancio consolidato, rimessa allautonomia statutaria la facolt di attribuire i compiti del controllo contabile:
3.1) al collegio sindacale, cumulativamente con i compiti di controllo sullamministrazione; 3.2) ad un revisore ovvero ad una societ di revisione; Si intende, naturalmente, che nel caso di cumulo delle incombenze (controllo contabile e dellamministrazione) la possibile area di responsabilit dei sindaci risulta ampliata. Quanto al profilo sub b), la riforma si caratterizza invece per una pi puntuale ed articolata individuazione, rispetto alla precedente formulazione, dei poteri e dei doveri dei componenti il collegio: e se vero che il mutamento nel dettato testuale non sembra aver effettivamente ampliato il novero delle incombenze, quanto piuttosto aver estrinsecato obblighi (o potest) che gi in precedenza potevano ritenersi implicitamente propri dellattivit del collegio (si pensi ai controlli sulladeguatezza dellassetto organizzativo, amministrativo e contabile, che gi potevano ritenersi espressione del generale dovere di vigilare sullamministrazione della societ), altrettanto fuori discussione che nel vigore delle nuove disposizioni potr risultare pi immediato laccertamento di eventuali manchevolezze del collegio.
Responsabilit dellorgano di controllo di societ a responsabilit limitata
La presenza di un organo di controllo nella s.r.l. (collegio sindacale o singolo revisore) facoltativa o obbligatoria in funzione delle dimensioni della societ e dellimpresa sociale. In particolare, lobbligo (che, se sorge, impone testualmente la nomina di un collegio e non di un singolo revisore) posto in relazione: allentit del capitale (nomina obbligatoria se si supera la soglia del minimo previsto per le s.p.a.); al superamento, per 2 esercizi consecutivi, di almeno 2 dei limiti di applicabilit del bilancio in forma abbreviata ex art. 2435-bis; inoltre, per effetto del combinato disposto degli artt. 25 e 41 del D.Lgs. n. 127/1991, alla posizione di controllo di altre imprese o societ, dalle quali derivi lobbligo di redazione del bilancio consolidato. La sola norma in materia (art. 2477, Cod. Civ.) risulta particolarmente limitata sotto un duplice profilo: essa, stando almeno alla rubrica, concerne esclusivamente al controllo legale dei conti, e non al pi generale profilo del controllo sullamministrazione; essa regola unicamente (e, peraltro, in termini parziali) i profili strutturali dellorgano, trascurando quelli funzionali. In ogni caso, rimessa allautonomia statutaria la determinazione delle competenze e dei poteri dellorgano di controllo, mentre, per il resto, vige il rinvio alle disposizioni in tema di societ per azioni (art. 2477, ult. comma). Da detta norma di rinvio si trae, in dottrina, la conclusione che ai componenti lor-
gano di controllo si applica il regime di responsabilit ex art. 2407 (in particolare, lapplicazione della norma al revisore discende dalla norma dellart. 2409-sexies, che si riferisce genericamente ai soggetti incaricati del controllo contabile). Valgono pertanto i principi per cui: a) nello svolgimento dellincarico i componenti lorgano di controllo devono agire con la diligenza professionale richiesta dalla natura dellincarico (in sostanza, quella richiesta dallart. 1176, 2 comma); b) linosservanza dei doveri (in particolare, il mancato rispetto dei parametri di diligenza) costituisce giusta causa di revoca; c) i componenti lorgano di controllo rispondono altres della verit delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui fatti, le notizie ed i documenti di cui hanno conoscenza in ragione della loro attivit di controllo; d) in forza degli espressi rinvii contenuti nellart. 2407, ultimo comma, essi rispondono della violazione dei propri doveri non solo nei confronti della societ, ma anche dei creditori, dei singoli soci e dei terzi; e) in dottrina si peraltro rilevato (V. Salafia, Il controllo legale dei conti nella societ a r.l., in Le Societ, 2003, n. 1, pag. 15) che per le societ non soggette allobbligo legale di costituzione del collegio non dovrebbe configurarsi responsabilit verso i singoli terzi in relazione alle attivit di controllo contabile, in quanto destinate ad esaurire la propria efficacia allinterno della societ; f) in capo ai componenti lorgano di controllo coesistono la responsabilit c.d. esclusiva (indipendente, cio, dalleventuale inadempimento degli amministratori) e quella concorrente, solidale con gli amministratori, per i fatti o le omissioni di costoro, quando il danno non si sarebbe cagionato se essi avessero diligentemente vigilato.
Responsabilit dellorgano che effettua il controllo contabile
Come sopra accennato (paragrafo 4.3), nel caso di cumulo di incombenze, ossia nel caso in cui al collegio sindacale sia affidato oltre al controllo sulla gestione anche il controllo contabile, la responsabilit dei sindaci investe anche le funzioni specifiche del revisore ex art. 2409-ter. Le responsabilit connesse al controllo contabile (sia esso svolto da un revisore esterno o dal collegio sindacale) concernono i danni derivanti da negligenza nello svolgimento delle verifiche trimestrali, della verifica della corrispondenza tra bilancio e contabilit, nonch dei danni conseguenti a negligenza nella formulazione del giudizio sul bilancio. La responsabilit del revisore (e dunque dei sindaci in quanto investiti della funzione del controllo contabile) diretta nei confronti della societ, dei soci e dei terzi e non solamente consequenziale a quella degli amministratori per i fatti e le omissioni di questi. Ci riguarda in particolare il danno subito dai terzi per aver fatto affidamento sul giudizio espresso dal revisore sui bilanci
Responsabilit degli organi di amministrazione e controllo nei sistemi dualistico e monistico
Sul punto, la normativa recata dalla riforma si articola in: a) una disposizione di portata generale (art. 223-septies, comma 1, delle norme di attuazione) in base alla quale tutte le norme in tema di amministratori e sindaci di s.p.a. e quindi anche quelle in materia di responsabilit sono applicabili in quanto compatibili ai componenti degli organi amministrativi e di controllo previsti dai modelli di organizzazione alternativi; b) un complesso di disposizioni specifiche, distribuite nei paragrafi 5 (sistema dualistico) e 6 (sistema monistico) della sezione VI-bis (amministrazione e controllo). Quanto al modello dualistico: a) la responsabilit del consiglio di gestione regolata, in forza del rinvio ex art. 2409-undecies, dalle stesse norme applicabili agli amministratori di cui al modello tradizionale. La principale differenza riguarda il riconoscimento al consiglio di sorveglianza di deliberare, a maggioranza dei propri componenti, lazione sociale di responsabilit nei confronti dei consiglieri di gestione (art. 2409-decies); b) per il consiglio di sorveglianza manca un espresso rinvio allart. 2407. Peraltro, lart. 2409-terdecies detta una disposizione che seppure con una formulazione sintetica ripropone due dei fondamentali principi vigenti in tema di responsabilit dei sindaci: la diligenza richiesta ai consiglieri di sorveglianza commisurata alla natura dellincarico; essi possono essere chiamati a rispondere sia a titolo esclusivo che a titolo concorrente con i consiglieri di gestione. Quanto al modello monistico, occorre distinguere tra la responsabilit gravante: a) sui componenti il consiglio di amministrazione che non fanno parte del comitato di controllo, ai quali per rinvio dellart. 2409-noviesdecies si applica senzaltro la stessa disciplina prevista per gli amministratori di cui al modello tradizionale; b) sui componenti il consiglio di amministrazione che fanno parte anche del comitato di controllo. In relazione a costoro, si deve sottolineare che, in virt della loro carica di amministratori, partecipano normalmente alle decisioni del Cda con il voto e ad essi, pertanto, si applica la stessa disciplina prevista per gli amministratori nel sistema tradizionale. Infatti, la previsione dellart. 2409octiesdecies, comma 2, che vieta lo svolgimento anche di mero fatto di funzioni attinenti alla gestione dellimpresa sembra riguardare esclusivamente lassunzione a titolo individuale di funzioni gestorie senza che venga escluso, in capo ai membri del comitato di controllo, il voto nelle delibere relative allimpresa sociale. Per quanto attiene, invece, alle responsabilit gravanti per lincarico ricoperto come membri del comitato di controllo sulla gestione, mancano
disposizioni che ne disciplinino la responsabilit in termini specifici al fine di tener conto dei doveri di controllo incombenti sui medesimi. In virt della loro carica essi potranno senzaltro essere chiamati a rispondere delle conseguenze delle manchevolezze dolose o colpose nella loro attivit di sorveglianza; ed anzi, sebbene manchi un espresso richiamo allart. 2407, sembra legittimo ipotizzare una responsabilit solidale e concorrente dei componenti il comitato di controllo con gli amministratori esecutivi per i danni causati da costoro, ove il loro verificarsi sia stato consentito o agevolato dalle carenze nellattivit di vigilanza svolta dai primi (e sempre che, si intende, i componenti il comitato di controllo non siano in grado di dimostrare di essere esenti da colpa, ossia di aver esercitato i controlli di propria competenza con il dovuto grado di diligenza).
Responsabilit connesse allassunzione di incarichi giudiziari
Incarichi nellambito di procedure concorsuali
Lincarico di curatore fallimentare attribuito, a sensi dellart. 1, d.l.c.p.s. n. 153/1946, agli iscritti negli albi dei ragionieri o dottori commercialisti e degli avvocati. Solo eccezionalmente esso pu venire assegnato a persone non iscritte in tali albi. Le funzioni attribuite al curatore e pertanto il novero degli atti il cui compimento rimesso al medesimo risultano particolarmente ampie (cfr. artt. 31 e segg., legge fallimentare). In via di estrema sintesi, le stesse si articolano: a) nellattribuzione al medesimo dellampio e generale compito dell amministrazione del patrimonio fallimentare sotto la direzione del giudice delegato, ossia conservare, gestire e realizzare il patrimonio stesso (G. Campobasso, Diritto commerciale, vol. 3, UTET 2001, pag. 344); b) nellassegnazione, nellambito di tale generale incombenza, del potere / dovere di procedere ad una serie di adempimenti oggetto di specifica disciplina; in particolare, a titolo esemplificativo: redazione della relazione sulle cause del dissesto; redazione di relazioni periodiche sullandamento della procedura da presentare al giudice delegato; tenuta di un registro vidimato in cui annotare giornalmente le operazioni compiute; deposito su un c/c intestato allufficio fallimentare di tutte le somme riscosse a qualunque titolo nellambito della procedura; redazione del rendiconto finale della gestione.
Come ovvio, il curatore risponde degli atti compiuti nellesercizio del proprio incarico; in particolare, la materia regolata dallart. 38, l. fall., in base al quale egli deve adempiere con diligenza ai doveri del proprio ufficio. La sinteticit della norma ha fatto sorgere vivaci controversie interpretative circa leffettiva portata della responsabilit al medesimo ascrivibile. In particolare, un orientamento minoritario, ed ormai sostanzialmente superato di dottrina e giurisprudenza ha ipotizzato che il curatore sia un organo fallimentare collocato in posizione di dipendenza e subordinazione quasi gerarchica rispetto al giudice delegato, in quanto tale dotato di compiti sostanzialmente esecutivi e, pertanto, dotato di limitati margini di autonomia decisionale nel dare esecuzione alle superiori direttive impartite dal giudice del procedimento. Con il che si giungeva, quale conseguenza logica, a limitare significativamente le possibili fattispecie di responsabilit del curatore (posto che, se il medesimo obbligato a compiere determinati atti in quanto gli stessi gli sono imposti dal giudice delegato, senza possibilit di decidere autonomamente se conformarvisi o meno, egli non pu poi essere chiamato a rispondere delle eventuali conseguenze dannose degli stessi). Lorientamento prevalente ormai mutato e prende spunto: a) dalla considerazione della complessit della figura del curatore, nella quale predominano gli aspetti di una pubblica funzione nellambito dellamministrazione della giustizia (G. Lo Cascio, La responsabilit del curatore del fallimento, in Giur. Comm., 1983, I, pag. 832); inquadramento che troverebbe conferma nellattribuzione al medesimo della qualifica di pubblico ufficiale; b) nella ormai incontroversa convinzione che il curatore organo fallimentare dotato di autonomo potere decisionale, anche in relazione a quegli atti per i quali prescritta lautorizzazione del giudice delegato o del tribunale (G. Lo Cascio, cit.; G. Campobasso, cit.; G. Caselli, Del curatore, in Commentario Scialoja-Branca, Zanichelli, 1974, pag. 214 e segg.). Sicch prevale lopinione che il curatore comunque responsabile del compimento degli atti di gestione posti in essere (ovvero dellomissione di atti che sarebbero risultati necessari od opportuni ai fini della procedura): in quanto soggetto dotato di un potere di libera determinazione, il curatore resta responsabile delle conseguenze degli atti compiuti anche se per gli stessi consta lautorizzazione del giudice. Diverso potr invece risultare il caso in cui il curatore abbia richiesto lautorizzazione e questa gli sia stata negata dal giudice. Quanto alla natura (contrattuale o extracontrattuale) della responsabilit del curatore, tende a prevalere in dottrina una soluzione articolata: la responsabilit del curatore sarebbe di regola contrattuale, sussistendo in capo allo stesso uno specifico dovere di comportamento derivante dallatto di nomina, configurabile come una vera e propria obbligazione. Detta impostazione valida, in particolare, in tutte quelle situazioni in cui il comportamento di tale organo deve assumere una funzione univoca corrispondente allobbligo di adempiere ad una corretta amministrazione (G. Lo Cascio, cit.), nel
qual caso lattivit del curatore imprescindibilmente vincolata, e la violazione degli obblighi causa la lesione della sfera giuridica di tutti i creditori e dello stesso debitore; daltronde, si propende per la qualificazione extracontrattuale nei casi in cui sussistano interessi in conflitto tra i diversi soggetti (fallito, creditori ecc.) nel qual caso non si pu ritenere sussistente una obbligazione contrattuale in quanto manca un interesse comune cui commisurare il suo adempimento (G. Caselli, cit.).
Quanto poi al profilo della diligenza richiesta, prevale lopinione che il curatore risponde non solo nelle ipotesi di dolo o colpa grave, ma anche in presenza di colpa lieve, in quanto la valutazione della diligenza media andrebbe operata in relazione alla natura professionale dellattivit da lui esercitata (G. Caselli, cit.; G. Lo Cascio, cit.); e ci sia per la vera e propria attivit di gestione del patrimonio fallimentare, sia anche per lassolvimento degli altri compiti demandanti al curatore dalla carica assunta, sempre che dalla violazione degli stessi possa derivare un danno patrimoniale. Si tende invece ad escludere e ci anche nelle ipotesi in cui si riconosce la natura contrattuale della responsabilit che possa trovare applicazione lart. 2236, al fine di limitare la responsabilit alla colpa grave ove la prestazione comporti la soluzione di problemi di particolare difficolt. Quanto alle altre procedure concorsuali: 1) al commissario giudiziale nel concordato preventivo si applica, per espresso richiamo dellart. 165 legge fall., il medesimo art. 38, legge fall.; 2) al commissario giudiziale nellamministrazione controllata si applica, per espresso richiamo dellart. 188 legge fall. allart. 165, il medesimo art. 38, legge fall.; 3) al commissario liquidatore nella liquidazione coatta amministrativa si applica, per espresso richiamo dellart. 199 legge fall., il medesimo art. 38, legge fall.; 4) al commissario giudiziale nellambito della amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza si applica, per espresso richiamo dellart. 15, D. Lgs. 8 luglio 1999, n. 270, il medesimo art. 38, legge fall.
Incarichi di C.T.U.
Come noto, nellambito del procedimento civile, il giudice pu farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o pi consulenti di particolare competenza tecnica in relazione alla materia su cui verte il processo, iscritti negli appositi Albi speciali (art. 61 del Codice di procedura civile). Ai sensi dellart. 63 C.p.C., il consulente ha lobbligo di prestare il suo ufficio, tranne che il giudice riconosca che ricorre un giusto motivo di astensione. Limmotivato rifiuto punito anche in sede penale (art. 366, Cod. Pen., che prevede reclusione fino a sei mesi o multa da 30,99 a 516,46, oltre alla interdizione dalla professio-
ne svolta). Peraltro, prassi (...) che il giudice consenta al consulente prescelto di declinare lincarico, valutando ovviamente la fondatezza delle giustificazioni (M. Barbuto, La consulenza tecnica nel processo civile, Eutekne, pag. 183). Quanto allesercizio delle proprie funzioni peritali, il consulente tecnico (art. 64, C.p.C.): a) tenuto a svolgere il proprio incarico con la diligenza che, in dottrina, definita del buon tecnico medio; in particolare: b) se incorre in colpa grave nellesecuzione degli atti che gli sono richiesti, punito con larresto fino ad un anno o con lammenda fino ad 10.329,14, oltre ad applicarsi lart. 35, Cod. Pen.; c) tenuto in ogni caso al risarcimento dei danni causati alle parti per via della violazione dei propri doveri. Alla nomina di un consulente tecnico pu altres addivenirsi nellambito di un procedimento penale; le relativa disposizioni ricalcano, in buona sostanza, quelle recate dal C.p.C. (artt. 194 e segg., C.p.P.; art. 70, disp. att. C.p.P.; art. 373, Cod. Pen.). Sotto il profilo penale, trova applicazione la norma di cui allart. 373, Cod. Pen., che punisce con la reclusione da due a sei anni il consulente il quale rediga una perizia mendace ovvero affermi fatti non conformi al vero.
Responsabilit connesse allo svolgimento di altre funzioni di natura pubblicistica
La funzione di giudice tributario
In via preliminare, deve puntualizzarsi che in base allart. 8, comma 1, lett. i) del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 545 (Ordinamento degli organi speciali di giurisdizione tributaria) lesercizio della funzione di componente di commissioni tributarie risulta preclusa a coloro che in qualsiasi forma, anche se in modo saltuario o accessorio ad altra prestazione, esercitano la consulenza tributaria, ovvero lassistenza o la rappresentanza di contribuenti nei rapporti con lAmministrazione finanziaria o nelle controversie di carattere tributario. Pertanto, in linea di principio, il dottore o il ragioniere commercialista che eserciti attivamente la propria professione non pu assumere alcun incarico in qualit di giudice tributario. La stessa norma, peraltro, precisa che tale causa di incompatibilit sussiste fintantoch gli interessati permangono in attivit di servizio o nellesercizio delle rispettive funzioni o attivit professionali: sicch, in definitiva, potr far parte della magistratura tributaria il dottore o il ragioniere commercialista che abbia cessato lesercizio della professione.
Tanto premesso, la responsabilit dei componenti le commissioni tributarie regolata dallart. 14 del citato D.Lgs. n. 545/1992, secondo il quale nei confronti degli stessi si applicano le disposizioni della legge 13 aprile 1988, n. 117, concernente il risarcimento dei danni cagionati nellesercizio delle funzioni giurisdizionali. In forza di tale rinvio risultano rilevanti, in particolare, gli artt. 2 e 3 della citata legge n. 117/1988, che cos recitano: allarticolo 2: Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nellesercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia pu agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della liber personale. Nellesercizio delle funzioni giudiziarie non pu dar luogo a responsabilit lattivit di interpretazione di norme di diritto n quella di valutazione del fatto e delle prove. Costituiscono colpa grave: a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile; b) laffermazione, determinata da negligenza inescusabile, di fatto la cui esistenza incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento; c) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento () allarticolo 3: Costituisce diniego di giustizia il rifiuto, lomissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio, quando, trascorso il termine di legge per il compimento dellatto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria. Se il termine non previsto, debbono in ogni caso decorrere inutilmente trenta giorni dalla data del deposito in cancelleria dellistanza volta ad ottenere il provvedimento. Sulla base della congiunta lettura delle disposizioni in esame si possono, pertanto, evincere alcune conclusioni e formulare alcune considerazioni: a) il giudice tributario risponde esclusivamente per i danni patrimoniali eventualmente cagionati nellesercizio delle proprie funzioni con esclusione dei danni di natura non patrimoniale posto che le Commissioni Tributarie non possono adottare provvedimenti restrittivi della libert delle parti interessate dal procedimento; b) la responsabilit del giudice tributario pu derivare da una duplice tipologia di comportamento illecito: da un diniego di giustizia; da un comportamento, atto o provvedimento posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nellesercizio delle sue funzioni; c) quanto al primo profilo, dalla definizione di diniego di giustizia fornita dallart. 3 citato sembra potersi desumere che il correlativo divieto configura una obbligazione di risultato: la responsabilit sorge, infatti, in relazione
alla ingiustificata omissione (o al ritardo) nelladozione di un provvedimento che si configura come atto dovuto, nonostante una specifica istanza formulata in tal senso presentata da una delle parti. Sicch salva la dimostrazione, da parte del giudice, della sussistenza di un giustificato motivo lomissione o il ritardo formano di per s titolo di responsabilit, a prescindere da qualsivoglia considerazione circa il profilo soggettivo della condotta del magistrato; quanto al secondo profilo, la responsabilit per gli altri comportamenti, atti o provvedimenti posti in essere nellesercizio della funzione giurisdizionale presuppone oltre, naturalmente, alla necessaria presenza di un danno subito dalla parte e di un nesso causale tra questo ed il comportamento del giudice la presenza di un elemento soggettivo consistente nel dolo o nella colpa grave; quanto alla identificazione degli estremi della colpa grave, lelencazione recata dal 3 comma del citato art. 2 a prescindere dalla qualificazione della stessa come esaustiva o puramente esemplificativa indica che elemento costitutivo della stessa sia comunque rappresentato da una negligenza inescusabile del giudice; dal coordinamento del comma 2 in base al quale non pu dar luogo a responsabilit lattivit di interpretazione di norme di diritto n quella di valutazione del fatto e delle prove con le restanti parti dellarticolo emerge altres che leventuale errore commesso dal giudice tributario non di per s causa di responsabilit, salvo che lo stesso configuri lipotesi di dolo o di colpa grave (e pertanto, in particolare, salva lipotesi che alla base dellerroneo giudizio si ponga una inescusabile negligenza).
In definitiva, se la responsabilit per diniego di giustizia, come sopra definito, pu configurare una obbligazione di risultato, quella derivante dagli altri comportamenti, atti o provvedimenti sembra invece atteggiarsi a obbligazione di mezzi; sicch il magistrato tributario non potr essere chiamato a rispondere dei danni eventualmente cagionati ove risulti che il suo operato si sia informato a criteri di idonea diligenza (ovvero, per utilizzare lespressione di legge, ove non consti una inescusabile negligenza).
La funzione di revisore di enti pubblici
Ai sensi dellart. 240 del D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (testo unico degli enti locali o TUEL), i revisori degli enti pubblici rispondono della veridicit delle loro attestazioni e adempiono ai loro doveri con la diligenza del mandatario. Devono inoltre conservare la riservatezza sui fatti e documenti di cui hanno conoscenza per ragione dei loro ufficio. La norma appare chiaramente modellata sulla base dellart. 2407 del Codice Civile, che disciplina la responsabilit dei sindaci di societ di capitali (in merito alla quale si rinvia ai precedenti paragrafi 4.3, 4.4 e 4.5). Proprio in forza di tale parallelismo, gi anteriormente alla riforma del diritto societario, peraltro, la dot-
trina era orientata a ritenere che il parametro della diligenza richiesta dovesse correttamente valutarsi non alla stregua del primo comma dellart. 1176, Cod. Civ. (con riferimento, cio, al buon padre di famiglia), bens del secondo comma dello stesso articolo, tenendo conto della natura intrinsecamente professionale dellattivit del revisore (il quale, infatti, ai sensi dellart. 234 TUEL scelto tra gli iscritti agli albi dei revisori contabili, dei ragionieri o dei dottori commercialisti): ne consegue che la diligenza richiesta quella dell avveduto revisore contabile esterno indipendente il quale pur non dovendo assicurare il risultato della corretta e veritiera rappresentazione contabile dei fatti gestionali, deve tendere alla migliore realizzazione possibile dellincarico; ci che presuppone una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dallimpiego degli strumenti tecnici adeguati al tipo di attivit dovuta (CENTRO STUDI RAGIONIERI, Revisione degli enti locali, Milano, 1998, pag. 30; conforme P. L. REBECCHI, Osservazioni in tema di revisione contabile degli enti pubblici, in Controllo legale dei conti, 2002, VI, pag. 665). Tali considerazioni appaiono ancor pi condivisibili alla luce del nuovo art. 2407, Cod. Civ. che, come si visto, ha esplicitato il principio della professionalit e diligenza richieste dalla natura dellincarico in capo ai sindaci. Sul punto si ritiene opportuno formulare due ulteriori osservazioni: la natura del rapporto intercorrente tra ente pubblico e revisore configura la responsabilit di questultimo come contrattuale (cfr. B. QUATRARO, La responsabilit civile della societ di revisione e la responsabilit penale del revisore contabile, in Controllo legale dei conti, 1997, pag. 29 e segg.); quanto alleventuale applicabilit della parziale esimente di cui allart. 2236, Cod. Civ. (cfr. paragrafo 2), in dottrina si ritenuto che lelevata qualificazione professionale del revisore () non consente agevolmente di individuare situazioni in cui vengano a porsi problemi tecnici di speciale difficolt, sicch il revisore sar contrattualmente responsabile per inadeguatezza allo standard di diligenza previsto sia nel caso di dolo, sia nel caso di colpa grave o lieve (P. L. REBECCHI, Osservazioni in tema di revisione contabile, cit., pag. 667). Merita, infine, ricordare che ai sensi dellart. 239, comma 1, lett. e) del TUEL, i revisori devono tempestivamente riferire allorgano di gestione dellente circa le eventuali riscontrate gravi irregolarit di gestione, con contestuale denuncia ai competenti organi: tale norma si configura specificamente come una possibile fonte di responsabilit per i revisori, sia nellipotesi in cui per negligenza i revisori non riscontrino irregolarit esistenti, sia in quella in cui essi, pur avendo accertato le predette irregolarit, ne omettano la comunicazione o la denuncia.
Responsabilit in materia di riciclaggio
La materia regolata dal D.Lgs. 20 febbraio 2004, n. 56, riguardante lAttuazione della direttiva 2001/97/CE, recante modifica della direttiva 91/308/CEE del Consiglio relativa alla prevenzione delluso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attivit illecite1. Il provvedimento, recependo nellordinamento nazionale le disposizioni comunitarie dettate con la direttiva 2001/97/CE, ha introdotto numerose importanti previsioni normative riguardanti alcune categorie professionali, tra le quali vi sono anche gli iscritti agli albi dei ragionieri e dei dottori commercialisti, nonch nel registro dei revisori contabili. In particolare, il decreto prescrive losservanza degli obblighi in materia di antiriciclaggio, gi vigenti per altre categorie di soggetti. Si tratta, in questo senso, dellestensione ai professionisti degli obblighi strumentali alla prevenzione dellutilizzo del sistema economico e finanziario a fini di riciclaggio, delineati dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143 (convertito dalla legge 5 luglio 1991, n. 197), meglio noto come legge antiriciclaggio. Il delitto di riciclaggio (art. 648-bis c.p.) commesso da chiunque sostituisce o trasferisce denaro proveniente da delitto non colposo (es. frode fiscale) ovvero compia altre operazioni in modo da ostacolare la loro provenienza delittuosa. In particolare, gli obblighi gravanti sugli operatori interessati da adempiere nei termini e secondo le modalit stabilite con apposito decreto, da emanarsi da parte del Ministero dellEconomia e delle Finanze riguardano essenzialmente: a) lidentificazione di chiunque compie operazioni che comportano trasmissione o movimentazione di mezzi di pagamento di qualsiasi tipo, che siano di importo superiore a 10.329,14 (anche se realizzate mediante pi disposizioni di importo individualmente inferiore al limite, effettuate in momenti diversi ma costituenti parti di ununica operazione complessiva); b) la conservazione, in un apposito archivio informatico, delle informazioni relative a ciascuna operazione (la data e la causale delloperazione, limporto dei singoli mezzi di pagamento, le complete generalit ed il documento di identificazione di chi effettua loperazione, nonch le complete generalit delleventuale soggetto per conto del quale loperazione stessa viene eseguita); c) la segnalazione, alla competente autorit di vigilanza (U.I.C.) delle operazioni sospette, ossia di ogni operazione che per caratteristiche, entit, natura, o per qualsivoglia altra circostanza conosciuta a ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacit economica e dellattivit svolta dal soggetto cui riferita, induca a ritenere, in base agli elementi a disposizione, che il danaro, i beni o le utilit oggetto delle operazioni medesime possano provenire dai delitti previsti dagli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale;
1 Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 49 del 28 febbraio 2004 - S. O. n. 30.
lobbligo di segnalare altres le eventuali infrazioni, di cui si abbia notizia in relazione alla propria attivit, allobbligo di avvalersi di intermediari finanziari abilitati per il trasferimento di contanti ovvero di strumenti al portatore per un importo superiore ad 12.500; un generale obbligo di collaborazione attiva con le autorit di vigilanza ai fini dellapplicazione della normativa antiriciclaggio nel suo complesso.
Vale la pena rilevare come lentrata in vigore gli obblighi indicati sub a), b) e c) sia stata differita alladozione di uno o pi regolamenti attuativi (cfr. art. 8, comma 5, del D.Lgs. n. 56 del 2004), mentre le previsioni i sub d) e e) hanno prodotto i loro effetti a seguito dellentrata in vigore del citato decreto n. 56 del 2004 (cfr. in materia la circolare del Consiglio Nazionale dei Ragionieri Commercialisti n. 11 del 2004). Con riferimento alle sanzioni previste per il caso di violazione degli obblighi sopra indicati, le disposizioni della legge antiriciclaggio cos come modificate dal decreto n. 56 del 2004 possono cos riassumersi: lomessa istituzione dellarchivio informatico punita con larresto da sei mesi ad un anno e con lammenda da 5.164,57 ad 25.822,84; salvo che il fatto costituisca reato, lomissione delle segnalazioni delle operazioni sospette punita con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 5% al 50% del valore delloperazione stessa; lomessa segnalazione delle infrazioni sub d) punita con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 3% al 30% dellimporto trasferito in violazione degli obblighi di legge; nel caso di violazione degli obblighi di collaborazione attiva con lU.I.C., si applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 25.000; il mancato rispetto del provvedimento di sospensione adottato ai sensi dellarticolo 3, comma 6, della legge antiriciclaggio2 punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 500 a 200.000. I soggetti abilitati sono altres tenuti allobbligo di riservatezza circa le operazioni di cui vengono a conoscenza in virt della propria attivit. La violazione di tale obbligo punita, salvo che il fatto costituisca reato, con larresto da sei mesi ad un anno o con lammenda da 5.164,57 ad 51.645,69. Non pu daltronde trascurarsi di evidenziare la norma che consente ai professionisti di non segnalare operazioni sospette se le relative informazioni e notizie sono acquisite nel corso dellesame della posizione giuridica del loro cliente o dellespletamento dei compiti di difesa o di rappresentanza del medesimo in un procedimento giudiziario o in relazione a tale procedimento, compresa la consulenza sulleventualit di intentare o evitare un procedimento. Come si osservato in dottri2 LUfficio italiano dei cambi, anche su richiesta degli organi investigativi di cui al comma 4, lettera f), pu sospendere loperazione per un massimo di quarantotto ore, sempre che ci non possa determinare pregiudizio per il corso delle indagini e per loperativit corrente degli intermediari, dandone immediata notizia agli organi investigativi medesimi (art. 3, comma 6, del D.L. n. 143/91).
na (R. Razzante, Guerra al riciclaggio di soldi sporchi, in Italia Oggi, 08/11/2003, pag. 35): la vaghezza e ampiezza della formula lascer spazi incolmabili per interpretazioni a soggetto delle discriminanti appena elencate. Esaminare infatti la posizione giuridica di un cliente atto sempre dovuto e propedeutico a qualsivoglia procedimento o consulenza, per cui ci parrebbe vanificare lobbligo in parola. Va, infine, osservato che le sanzioni di cui sopra salva lesimente appena ricordata trovano applicazione in relazione allaspetto oggettivo dellomesso adempimento degli obblighi di legge, in via del tutto indipendente rispetto ai profili soggettivi di dolo o colpa del soggetto abilitato.
Responsabilit in materia di privacy
Un particolare profilo di responsabilit applicabile a tutti i professionisti e, tra questi, anche ai ragionieri e dottori commercialisti, riguarda la violazione dei principi che regolano la tutela dei dati personali3. Il Codice della Privacy (introdotto con D.Lgs 30 giugno 2003, n. 196) prevede infatti una variet di irregolarit che comportano responsabilit civile, amministrativa o anche penale (Codice Privacy, parte III, libro III, interamente dedicato alle sanzioni). Si far cenno ai soli casi di responsabilit civile ed amministrativa. Innanzitutto il Codice in materia di tutela di dati personali sancisce il principio per cui Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali tenuto al risarcimento ai sensi dellarticolo 2050 del codice civile. In sostanza il legislatore equipara il trattamento dati personali allesercizio di unattivit pericolosa, da qui discende lesposizione al medesimo tipo di responsabilit. In altre parole, in tutti quei casi in cui non si ottemperi agli obblighi di tutela dei dati prescritti dal codice (come, per esempio, ladozione delle idonee e preventive misure di sicurezza previste dallart. 31) ci si espone a responsabilit civile. Lentit del danno causato dovr essere stabilita con valutazione riferita al caso concreto. Aldil di questa generica responsabilit civile, il legislatore della Privacy individua una serie di violazioni e relative sanzioni amministrative che possono essere cos sintetizzate: a) Omessa o inidonea informativa: Prima di procedere al trattamento dei dati necessario fornire idonea informativa allinteressato ai sensi dellart. 13 del codice. Lart. 161 prevede per lomessa o inidonea informativa sanzioni diversificate a seconda della tipologia di dati oggetto di trattamento: il pagamento di una multa da 3.000 a 18.000 per i dati personali; nei casi di dati sensibili o giudiziari o di trattamenti che presentano rischi specifici, la multa varia dai 5.000 fino ai 30.000 .
3 Sulla disciplina della privacy, con particolare riferimento alla professione economico-contabile, cfr. Circolare Fondazione Luca Pacioli La disciplina sulla privacy. Aggiornamento sugli adempimenti, documento n. 13/2004.
In entrambi i casi, inoltre, limporto dovuto pu essere aumentato fino al triplo qualora risulti inefficace in virt delle condizioni economiche del contravventore. b) Violazioni relative a dati gi trattati: Lart. 162 del codice sanziona la cessione dei dati effettuata in violazione delle norme di legge con il pagamento di una somma dai 5.000 ai 30.000 . c) Omessa o incompleta notificazione al Garante: lart. 163 prevede per chi non provveda tempestivamente alla notificazione dei dati al Garante, o indichi notizie incomplete, la sanzione del pagamento di una somma da 10.000 a 60.000 . Tale responsabilit, per, non grava sui ragionieri e dottori commercialisti in quanto non tenuti alladempimento della notificazione. Omessa informazione o esibizione dei documenti richiesti dal Garante: Il codice allart. 164 prevede che chiunque omette di fornire informazioni o di esibire i documenti richiesti dal Garante punito con una multa dai 4.000 ai 24.000 .
In tutti i casi sin qui previsti pu essere applicata la sanzione amministrativa accessoria della pubblicazione dellordinanza ingiunzione in uno o pi giornali (art. 165).
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