Source: https://www.laleggepertutti.it/94988_loltraggio-allausiliare-del-traffico-e-un-pubblico-ufficiale
Timestamp: 2018-03-20 09:42:04+00:00
Document Index: 106201731

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L'oltraggio all'ausiliare del traffico: è un pubblico ufficiale?
Lo sai che? L’oltraggio all’ausiliare del traffico: è un pubblico ufficiale?
Gli ausiliari del traffico sono quanto meno incaricati di pubblico servizio equiparati a tale qualifica, quando accertano contravvenzioni concernenti il divieto di sosta nelle aree soggette a concessione.
Una parolaccia o una minaccia a un agente della polizia municipale è certamente aggravata, trattandosi di pubblico ufficiale. Ma se la parola di troppo esce nei confronti di un ausiliare del traffico mentre sta elevando una multa? In questo caso, è configurabile l’oltraggio al pubblico ufficiale o la minaccia aggravata?
Il codice penale [1] stabilisce, tra le aggravanti del reato, l’avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio.
Ebbene, secondo la Cassazione [2], gli ausiliari del traffico sono quanto meno incaricati di pubblico servizio – o equiparati a tale qualifica, secondo la Suprema Corte -, quando accertano contravvenzioni concernenti il divieto di sosta nelle aree soggette a concessione.
Nella vicenda che ha dato origine alla sentenza in commento, un automobilista si era rivolto a un ausiliare con queste parole “Te la farò pagare cara…”.
Non importa che l’evento sia impossibile
Secondo, poi, un consolidato orientamento dei giudici, il reato scatta anche se il bene tutelato dalla norma non sia realmente leso. È infatti sufficiente che il male prospettato sia idoneo a incutere timore nel soggetto passivo, di fatto annichilendone la sfera della libertà morale e di autodeterminazione.
[1] Art. 61 cod. pen.: l’avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio.
[2] Cass. sent. n. 34318/15 del 6.08.2015.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 19 gennaio – 6 agosto 2015, n. 34318
Presidente Dubolino – Relatore Pezzullo
1.Con sentenza in data 30.10.2013 la Corte di Appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza del G.i.p.del Tribunale di Trapani- con la quale Z.M. era stato condannato alla pena di anni uno di reclusione ed euro 300,00 di multa, per il delitto di cui agli artt. 56 e 611 c.p. al capo a) di tentata violenza o minaccia, per costringere a commettere un reato (annullamento dei preavviso di contravvenzione per mancato pagamento del parcheggio della autovettura in zona blu) e per il delitto di cui agli artt. 624 bis e 61 n.10 c.p. al capo b), di furto con strappo, aggravato dalla qualità di pubblico ufficiale della persona offesa – riduceva la pena inflitta all’imputato a mesi sei di reclusione ed euro 220,00 di multa.
2.Avverso tale sentenza l’imputato, a mezzo del suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, con il quale lamenta la ricorrenza dei vizi di cui all’art. 606, comma primo, lett. b) ed e) c.p.p., in relazione agli artt. 56, 611 c.p. (capo A), 624 bis e 61 n. 10 c.p. (capo B); in particolare, la sentenza impugnata opera una equiparazione dell’ausiliario del traffico ad un pubblico ufficiale, senza approfondire la ricorrenza degli elementi costitutivi dei reato di cui all’articolo 611 c.p., oggetto di contestazione capo A); invero, la commissione dei fatto cui l’agente mira deve essere possibile: l’impossibilità di esso escluderebbe infatti, insieme con la punibilità di un eventuale tentativo del medesimo (art. 49 cpv. c.p.), anche il delitto di cui all’art. 611 c.p., rendendo infatti possibile al soggetto passivo il compimento dei proprio atto e, pertanto, impossibile la commissione di quello dell’agente; più congrua si presenta, invece, la qualificazione giuridica della condotta, quale quella di cui di cui all’articolo 337 c.p. e ciò discende dalla considerazione che il vizio di inosservanza o erronea applicazione della legge penale – quale censura da farsi valere nell’ambito del giudizio di legittimità – implica per l’appunto la violazione della norma, ovvero la applicazione della medesima in senso non conforme alla previsione propria dei legislatore; nell’ambito dell’ ipotesi delittuosa suindicata – la condotta, quale elemento costitutivo indefettibile dei reato, si articola nella violenza o minaccia volte, per converso, ad opporsi al compimento di un atto di ufficio o di servizio del soggetto passivo, e non anche alla commissione di alcuna fattispecie- di reato; inoltre, la stessa esistenza di un permesso per portatori di handicap, nella disponibilità dell’impugnante, costituisce una evidenza tale da sorreggere fondatamente I’ ulteriore censura, secondo cui il giudice di merito non ha considerato che, ai sensi dell’art. 53 bis della Legge 1 agosto 2003 n. 214, che ha novellato l’articolo 3 del Codice della strada, i soggetti disabili sono da considerare utenti deboli della strada, come tali meritevoli di una particolare tutela perché maggiormente esposti ai pericoli derivanti dalla circolazione stradale; inoltre, ai sensi dell’articolo 188 del Codice della strada “per la circolazione e la sosta dei veicoli al servizio delle persone invalide, gli enti proprietari della strada sono tenuti ad allestire e mantenere apposite strutture, nonché la segnaletica necessaria, per consentire ed agevolare la mobilità di esse; nel caso di specie opera la causa di non punibilità di cui all’articolo 393 bis c.p., che ricorre quando il comportamento del soggetto passivo – pur nello svolgimento- di attività legittima ed eseguita per fini propri dell’ufficio, costituisce, però, un comportamento scorretto, incivile, inurbano, o comunque quando le condotte di violenza o minaccia rivolte nei suoi confronti, non rivelino alcuna volontà di opporsi allo svolgimento dell’atto d’ufficio, ma rappresentino piuttosto una forma di contestazione della pregressa attività svolta dal pubblico ufficiale, da inquadrare nell’ambito della diversa ipotesi delittuosa di cui all’art. 612, o 581 c.p.; inoltre, è meritevole dì censura la sentenza impugnata sotto il profilo della erronea applicazione della legge penale in relazione all’articolo 624-bis c.p., atteso che è difficile comprendere la possibile configurazione di un delitto contro il patrimonio nell’ipotesi in cui sia ingiusto il mezzo adoperato, ma non il profitto perseguito: da considerarsi giusto quando sia fondato su una pretesa legittima in quanto riconosciuta dal diritto.
1.I fatti vengono così descritti nella sentenza di primo grado, da leggersi in uno a quella impugnata, costituendo un unicum, quanto ad apparato motivazionale, nel senso che sull’autovettura di proprietà dall’imputato- parcheggiata all’interno della zona per la sosta a pagamento, con esposto un contrassegno rilasciato dal Comune di Reggio Calabria- veniva apposto un preavviso di constatata violazione, e Io Z. si dirigeva verso la postazione degli ausiliari del traffico per protestare in merito al suddetto preavviso, trattandosi di veicolo munito appunto del predetto permesso per le persone con disabilità, non soggetto al pagamento per la sosta; avvicinatasi all’imputato, l’ausiliaria dei traffico, G.A.M., autrice del preavviso, la contestazione trasmodava e l’imputato minacciava la predetta fargliela pagare ove non avesse provveduto ad annullare il preavviso, sottraendole, quindi, il blocco cartaceo sul quale la predetta compilava i preavvisi di violazione.
2.1. Orbene, quanto al delitto tentato di minaccia per costringere a commettere un reato ex art. 611 c.p. , il giudice di primo grado ha evidenziato espressamente che questa Corte, in più pronunce, ha escluso la configurabilità del tentativo, in relazione a tale delitto di cui all’art. 611 c.p., discostandosene in virtù del fatto che la condotta dell’imputato non ha provocato in concreto un segnale di determinazione dell’ausiliaria. Tale valutazione non pare condivisibile dovendo ribadirsi, in proposito, che la fattispecie di cui all’art. 611 cod. pen. non ammette la figura dei tentativo, giacché, con l’uso della violenza o della minaccia, si verifica già la consumazione, indipendentemente dalla realizzazione dei reato fine (Sez. 2, n. 42789 del 22/10/2003;Sez. 1, n. 4555 del 01/07/1997). Per la sussistenza del delitto previsto dall’art. 611 cod. pen., invero, ciò che conta è che la violenza o la minaccia sia idonea, nel momento in cui viene esercitata, a determinare altri a commettere un fatto costituente reato, mentre non è richiesto che il reato-fine sia consumato o tentato (Sez. 2, n. 9931 del 01/12/2014).
2.2.Ciò posto, tuttavia, in questa sede, non è possibile procedere alla corretta qualificazione del fatto, implicando essa l’ipotesi più grave del delitto consumato e non risultando essere stata proposta impugnazione da parte del Pubblico Ministero avverso la ritenuta qualificazione dell’ipotesi di reato individuata dal primo giudice.
2.3.Non si presenta in proposito pertinente la questione relativa alla ricorrenza nella fattispecie in questione di un reato impossibile, atteso che, come più volte rilevato da questa Corte, l’impossibilità del reato per inidoneità dell’azione va guardata in relazione al reato di cui all’art. 611 c.p. e non al reato fine, non essendo, infatti, richiesto che quest’ultimo sia consumato e neppure tentato; non si pone, in particolare, un problema di un’ azione idonea del reato commesso per costrizione, perché quel che conta è che la violenza o la minaccia sia idonea, nel momento in cui viene esercitata, a determinare altri a commettere un fatto costituente reato (Sez. 5, n. 38222 dei 12/06/2008; Sez. 5^, 5 maggio 1982 – 30 luglio 1982, n. 7499).
2.4.Non può accedersi alla tesi sostenuta dal ricorrente, secondo cui nella fattispecie in esame ricorrerebbe, piuttosto, l’ipotesi di cui all’art. 337 c.p., con conseguente possibilità di applicare la causa di non punibilità di cui all’art. 393 bis c.p.. Ed invero, occorre rilevare che nel momento in cui l’imputato ha minacciato la p.o., l’atto dì ufficio dell’ausiliaria G. – consistente nel rilevare l’infrazione in merito al parcheggio dell’auto dell’imputato- era stato già compiuto, laddove integra il delitto di cui all’art. 337 cod. pen. la condotta di chi usi violenza o minaccia per impedire al pubblico ufficiale di compiere un atto dei proprio ufficio, mentre questi lo sta compiendo e, quindi, non successivamente.
2.5. Per quanto concerne, poi, la mancata indagine in ordine alla qualità rivestita dalla p.o., in relazione alla ritenuta aggravante di cui all’art. 61 n. 10 c.p., è sufficiente richiamare in proposito quanto più volte evidenziato da questa Corte, secondo cui l’ausiliario del traffico, riveste la qualità di incaricato di pubblico servizio all’atto dell’accertamento e contestazione delle violazioni attinenti al divieto di sosta nelle aree oggetto di concessione alle imprese di gestione dei parcheggi (Sez. 6, 7496/2009, De Certo; Sez. 6, n. 28521 dei 16/04/2014). Ai fini dell’operatività dell’aggravante in questione il pubblico ufficiale risulta equiparato all’incaricato di pubblico servizio.
Infondate e generiche si presentano le deduzioni relative alla inconfigurabilità nello strappo alla G. dei bollettario per la redazione dei preavvisi di contestazione di un furto aggravato, stante l’assenza di un “profitto”. Correttamente la sentenza impugnata invoca in proposito i principi più volte espressi da questa Corte, secondo cui il concetto di profitto va inteso in senso ampio, così da comprendersi non solo il vantaggio di natura puramente economica, ma anche quello di natura non patrimoniale, consistente in una qualsiasi utilità realizzabile con l’impossessamento della cosa mobile altrui (Sez. II n. 40631 del 9.10.20129
II ricorso, pertanto, per quanto detto va respinto e l’imputato va condannato al pagamento delle spese processuali.