Source: http://radiolawendel.blogspot.com/2007_08_01_archive.html
Timestamp: 2018-04-22 18:06:54+00:00
Document Index: 57004177

Matched Legal Cases: ['art. 59', 'art. 54', 'art. 42', 'art. 39', 'art. 38', 'art. 43', 'art. 22']

Radio OUC e televisioni regionali: l'UFCOM mette a concorso 54 concessioni
Biel-Bienne, 30.08.2007 - L'Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM) mette a concorso concessioni per l'emittenza in Svizzera di 41 programmi radiofonici locali-regionali su OUC e di 13 programmi televisivi regionali. Le candidature possono essere inoltrate fino al 5 dicembre 2007 e le concessioni saranno rilasciate dalla primavera del 2008 dal Dipartimento federale dell'ambiente, dei trasporti, dell'energia e delle comunicazioni (DATEC).
Ad inizio luglio 2007, il Consiglio federale ha definito le zone di copertura delle radio OUC e delle televisioni regionali con mandato di prestazioni e stabilito il numero di concessioni. Il prossimo 4 settembre, l'UFCOM metterà dunque a concorso concessioni per l'emittenza di 41 programmi radiofonici su OUC e di 13 programmi televisivi regionali. In base al nuovo ordinamento in materia radiotelevisiva, necessita di una concessione solo chi chiede una partecipazione al canone oppure intende utilizzare le frequenze, una risorsa limitata, a condizioni preferenziali. Per le restanti stazioni radiofoniche e televisive vige un semplice obbligo di notificazione.
Avete presente Cronache marziane di Ray Bradbury? Ecco, uno finisce inevitabilmente per provare certe sensazioni di straniamento quando viene a sapere che nell'Europa civile gli Stati regolano in questo modo, con la tranquilla applicazione di una legge chiara e ben definita, la nascita di nuove stazioni radio e televisive. Osservo en passent che in base alla normativa elvetica, gli imprenditori o le associazioni no profit che diventano titolari di licenza devono assolvere anche precisi obblighi di natura sindacale. Difficile che nella Svizzera del capitalismo sfrenato il lavoratore di una stazione radio possa recarsi al mattino in redazione e scoprire, come è accaduto recentemente a Milano ai colleghi di Radio MilanInter, che l'ufficio non c'è più e che le frequenze dell'emittente sono state cedute nottetempo in un'operazione che ha molto poco a che fare con il "mercato" e somiglia piuttosto alla lotta tra clan per il controllo dei bordelli più frequentati.
Così mi sono immaginato di partire per una difficile missione spaziale. Verso il remoto pianeta Svizzera...
Oggi, nella sua spavalda esplorazione dell'universo sconosciuto della Radio, l'astronave RP affronta un viaggio mai tentato prima. Quello verso il lontanissimo pianeta Svizzera. Lo so, è un'impresa disperata. La distanza che separa la mia abitazione milanese dal confine di Chiasso è siderale, saranno oltre 50 kilometri. Ma un po' di immaginazione e soprattutto il fedele terminale collegato alla psicoragnatela a Interpolazione di Positroni (IP), forse ci permetteranno di gettare per qualche fragile picosecondo lo sguardo sulla normativa che regola, sul pianeta Svizzera, la radiofonia. Si parte.
Ecco, già l'immaginazione e le terribili distorsioni psicodimensionali della rete IP cominciano a giocare brutti scherzi. Il sito dell'UFCOM, l'autorità garante del pianeta abitato dagli El-Veh-Tsi, è leggibilissimo, in italiano, francese e tedesco. Le numerose informazioni sono ordinatissime e vengono presentate attraverso una interfaccia elegante e razionale. Dev'essere proprio una illusione psico-ottica: se con il mio terminale positronico cerco di leggere qualcosa sui siti di Agcom o del Ministero delle comunicazioni tutto appare confuso e raffazzonato, come dev'essere. Non trovi un'informazione manco a pagarla. E solo Zort sa quanto abbiamo pagato per svilupparli, questi due siti.
Navigando per le pagine del sito el-veh-tico UFCOM, subito salta all'occhio una notizia recente, che chiaramente deve essere annoverata tra le illusioni che la velocità positronica induce, attraverso un subdolo delirio, nella mente del viaggiatore. Con la vista ormai annebbiata leggo che sul pianeta Svizzera viene bandita una Pubblica Gara. Il linguaggio burocratico è comprensibile e lineare, sicuramente un altro inganno:
Visti l’articolo 45 della legge federale del 24 marzo 2006 sulla radiotelevisione (LRTV) e l’articolo 43 dell’ordinanza del 9 marzo 2007 sulla radiotelevisione (ORTV), l’UFCOM mette a concorso concessioni per l’emittenza in Svizzera di 41 programmi radiofonici locali–regionali su OUC e 13 programmi televisivi regionali. Le singole zone di copertura sono definite nell’allegato 1 all’ORTV (Emittenti radiofoniche con mandato di prestazioni; zone di copertura per la diffusione nella banda OUC) e nell’allegato 2 all’ORTV (Emittenti televisive regionali con partecipazione al canone; zone di copertura).
In totale vengono messe a concorso 54 concessioni per l’emittenza di programmi in base agli allegati 1 e 2 all’ORTV:
− 12 concessioni radiofoniche e 13 concessioni televisive per emittenti private con mandato di prestazioni e partecipazione al canone, conformemente all’articolo 38 capoverso 1 lettera a LRTV
− 9 concessioni per emittenti radiofoniche complementari e senza scopo di lucro con mandato di prestazioni e partecipazione al canone, conformemente all’articolo 38 capoverso 1 lettera b LRTV.
− 20 concessioni per emittenti radiofoniche private con mandato di prestazioni senza partecipazione al canone, conformemente all’articolo 43 capoverso 1 lettera a LRTV.
Cercando di farmi strada tra le percezioni illusorie e le scarne verità che emergono dall'analisi antipositronica del documento, vengo insomma a sapere che in Svizzera dovrebbero entrare in funzione 41 nuove stazioni FM, le OUC di questo avanzato pianeta a economia agricolo-bancaria. Le stazioni potranno trasmettere in tecnologia analogica o digitale. Dodici delle nuove stazioni saranno autorizzate a percepire una quota (in ogni caso mai superiore al 50% delle spese di esercizio) dei proventi dal canone radiotelevisivo versato dai cittadini (una tassa!!!!! sul pianeta Svizzera la pressione fiscale dev'essere più insopportabile della gravità, meno male che mi trovo qui, protetto nella mia impenetrabile capsula in lega di berlusconio-briator-bossite). Solo il sapiente intervento del mio software ermeneutico mi aiuta a capire che una percentuale di questo canone viene utilizzato in Svizzera a parziale copertura dei costi che le emittenti devono sostenere per coprire aree rurali e pubblicitariamente povere. Altre venti stazioni dovranno operare senza percepire quote di canone e infine nove saranno di tipo comunitario no-profit (ma con partecipazione al canone).
Scartabellando nell'ordinatissimo (ormai non mi frega più, so che l'ordine è solo fittizio) sito UFCOM, trovo una misteriosa tabella da cui mi sembra di intuire che ogni bacino locale-regionale in cui è diviso il pianeta Svizzera potrà ospitare solo un determinato numero di stazioni. Solo due stazioni, per esempio, potranno funzionare nella regione meridionale del pianeta, che gli abitanti chiamano T-tchi 'no. Un'altra tabella spiega dettagliatamente la morfologia di questi bacini di copertura, indicando anche i comuni che dovranno ricevere il segnale in FM/OUC. La totale assurdità di questo principio mi fa capire che anche questa, ahimè, è sicuramente una illusione. Le licenze, che verranno concesse per il periodo a partire dal 2008 scadranno nel 2019 e avranno quindi una durata di dodici anni. Quante cose possono succedere in dodici anni.
Quarantun nuove stazioni radio in un pianeta solo? Così, di colpo... "Mandateci le vostre richieste (clicca qui per i moduli), leggi i requisiti, gli obblighi e il regolamento (clicca qui, qui e qui) e noi valuteremo e assegneremo in base ai pochi articoli della LRTV e alla ORTV." Ma chi credono di infinocchiare questi El-veh-tsi? Tutti sanno che se uno vuole aprire una nuova stazione deve prima costringere quella vecchia a chiudere e a cedere gli impianti, di solito pagando diversi badalucchi di dindini. Al cambio, in Svizzera, farebbero più o meno cinque triliardi di Frahn-ki, ma quelli i soldi li ricevono pure. Leggete queste poche righe, ricordando sempre che la semplicità apparente può celare una oscura menzogna.
3.2. Diritti
3.2.1. Diritto d’accesso
Le concessioni per l’emittenza di programmi radiofonici conformemente all’articolo 38 capoverso 1 e all’articolo 43 capoverso 1 lettera a LRTV conferiscono al titolare un diritto d’accesso. Dato che nella gamma OUC le concessioni di radiocomunicazione non vengono messe a concorso ma attribuite in aggiunta alle concessioni per l’emittenza di programmi, il diritto d’accesso sfocia di fatto nel diritto a una concessione di radiocomunicazione. La concessione di radiocomunicazione autorizza l’emittente a diffondere il suo programma via etere in standard analogico su frequenze OUC nella zona di copertura definita nella concessione. Inoltre, gli garantisce la possibilità di diffondere il suo programma senza variazioni anche in standard digitale su frequenze OUC; i dettagli tecnici della trasmissione sono disciplinati nella concessione di radiocomunicazione.
Le concessioni per l’emittenza di programmi televisivi conformemente all’articolo 38 capoverso 1 lettera a LRTV conferiscono al titolare il diritto a diffondere il suo programma su linea nella zona di copertura a lui assegnata (art. 59 LRTV e art. 54 ORTV). Ove espressamente previsto dall’allegato 2 all’ORTV, il titolare della concessione ottiene anche il diritto di diffondere il suo programma via etere in standard digitale.
3.2.2. Partecipazione al canone
Le concessioni di cui all’articolo 38 capoverso 1 LRTV danno diritto a una partecipazione al canone definita per la corrispondente zona di copertura (cfr. tabella allegata). Non appena la decisione sulla concessione passa in giudicato, all’emittente viene versato al massimo l’80 per cento della partecipazione al canone annua al pro rata del periodo rimanente dell’anno in corso; in seguito, tale versamento viene effettuato all’inizio di ogni anno. Il pagamento del saldo avviene sempre dopo la verifica del consuntivo presentato dall’emittente (art. 42 cpv. 1 LRTV).
La partecipazione al canone annua di un’emittente non può superare il 50 per cento dei suoi costi d’esercizio. Per le emittenti televisive quest’importo può raggiungere al massimo il 70 per cento, se l’adempimento del mandato di prestazioni nella loro zona di copertura necessita di un onere particolarmente elevato. I valori massimi validi per le singole emittenti sono fissati nelle rispettive concessioni (cfr. tabella allegata).
Il Dipartimento riesamina di regola dopo cinque anni le partecipazioni al canone dell’emittente e se del caso le fissa nuovamente (art. 39 cpv. 2 ORTV).
3.3. Obblighi
Le concessioni prevedono l’obbligo di adempiere un mandato di prestazioni specifico in materia di programmi (art. 38 cpv. 1 e art. 43 cpv. 2 LRTV) e di pagare una tassa di concessione (art. 22 LRTV). Si applicano inoltre gli obblighi generali validi per le emittenti conformemente alla LRTV e all’ORTV (notifica dei cambiamenti, statistica, rendiconto, ecc.). In casi specifici è possibile che vengano previsti oneri riguardanti l’infrastruttura tecnica per la copertura della zona di diffusione attribuita.
Basta, è giunto il momento di tornare, le finestre psico-temporali si stanno chiudendo. Addio pianeta Svizzera, ti lascio alla tua radiofonia impossibile.
Labels: licenze, nuove stazioni
Questa notte, nella sua casa di Genova, è morto per un malore improvviso Franco Carlini. Una persona intelligente e cortese, grande maestro di tecnologie e nuovi media. Scriveva su molti dei maggiori quotidiani. L'ultima sua denuncia, sul suo blog Chips & Salsa, riguarda le stridenti dichiarazioni di Robert Ménard, presidente di Reporters Sans Frontières, sulla possibilità di torturare i terroristi per estorcere informazioni utili alla liberazione di ostaggi innocenti. Ménard era intervenuto il 16 agosto scorso sul canale radiofonico France Culture.
Arrivederci, Franco. Le tue parole - tra tante, troppe parole vuote - ci mancheranno molto.
Creato da Andrea Lawendel alle 13:02 Nessun commento: Link a questo post
Sta prendendo decisamente piede l'idea di aggiornare al T-DMB le ormai annose infrastrutture che in Europa, Australasia e Canada hanno cercato di imporre lo standard DAB/Eureka 147 all'attenzione del pubblico e dei costruttori di apparecchi riceventi. Un esperimento che dura da almeno 15 anni e solo in alcuni casi ha dato luogo a un mercato degno di questo nome. Il DAB così come lo conoscevamo è vecchio, ma i broadcaster hanno ha disposizione diversi percorsi di upgrade, in particolare il T-DMB e il DAB+. La prima alternativa sembra la più indicata per affrontare il discorso delle multimedialità mobile, soprattutto a fronte di concorrenti temibili (ma non per questo meno controversi) come il DVB-H.
Ecco come è stata vissuta la prima fase di introduzione del T-DMB in Canada, nazione che si aggiunge alle altre (Italia inclusa) che stanno sperimentando questa variante maggiorata di Eureka 147 fuori dalla Corea del Sud, principale fautrice del nuovo protocollo di radio, visual radio e mobile tv. I test sono stati condotti da CBC, l'ente pubblico radiotelevisivo canadese, nell'area metropolitana di Montreal.
CBC testing live-to-cell broadcast technologies
CBC is getting closer to providing live digital TV and digital radio broadcasts to cell phones.
CBC recently wrapped up a successful mobile broadcast multimedia field trial using “T-DMB” technology in the Greater Montreal area. The trial broadcasted two live TV services and multiple live radio services within its existing digital radio broadcasting channel.
T-DMB is one of the technologies that permits the delivery of multimedia content to mobile and handheld devices for multiple simultaneous users using a hybrid broadcast/cellular network. A news release* from CBC said the trial was “a good example of how CBC/Radio-Canada will make more efficient use of its digital radio transmitter network, frequencies and licences in the future.”
Many industry analysts believe that live multimedia represents the next growth area in mobile convergence. There are a number of systems for delivery of multimedia content to mobile users in development and CBC/Radio-Canada is carefully monitoring trials in this area, including T-DMB.
T-DMB, which is based on an extension of the “DAB” digital radio system, allows delivery of television as well as radio. Now commercially available in South Korea and Germany, T-DMB has proven to be a very efficient means of broadcasting live TV, multimedia and digital radio content to mobile users. It can significantly reduce the network congestion issues associated with some existing mobile TV services which use conventional cellular networks, and it allows an unlimited number of users at any one time to access live digital TV and digital radio via mobile and handheld devices.
The broadcasting infrastructure and frequencies for “DAB” digital radio are already in place in many countries. It is robust and reliable, and can be easily extended to deliver multimedia and video in a spectrum-efficient way. There is also the synergy of being able to deliver digital radio programs to the same receivers, which appears to be popular with users.
*CBC/Radio-Canada Conducts Field Trials with Mobile Broadcast Multimedia
(Montreal – August 27, 2007) – CBC/Radio-Canada, in cooperation with multiple partners, recently concluded a successful mobile broadcast multimedia field trial using "T-DMB" technology in the Greater Montreal area. These trials could eventually lead to live digital TV and digital radio broadcasts on cellular phones.
In collaboration with its partners, CBC/Radio-Canada carried out a limited field trial, broadcasting two live TV services and multiple live radio services, within its existing digital radio broadcasting (DRB) channel, in the 1452–1492 MHz frequency band ("L-Band"), using the T-DMB system (Terrestrial – Digital Multimedia Broadcasting). The trial benefited from equipment and support from Communications Research Centre (CRC), ETRI, Factum Electronics, Fraunhofer Heinrich-Hertz-Institute (HHI), iRiver, KRTNet, OnTimeTek, Radioscape, SBRF, and Rogers Wireless.
"For Canada’s national public broadcaster, these mobile broadcast platforms are an opportunity to bring enhanced high-quality content to audiences wherever, whenever and however they want it," said Raymond Carnovale, Vice President and Chief Technology Officer, CBC Technology.
CBC/Radio-Canada is interested in working with technology partners, service providers and others to ensure Canadians benefit fully from these new technologies. T-DMB is one of the technologies that permits the delivery of multimedia content to mobile and handheld devices for multiple simultaneous users using a hybrid broadcast/cellular network. It is a good example of how CBC/Radio-Canada will make more efficient use of its digital radio transmitter network, frequencies and licences in the future.
T-DMB, which is based on an extension of the "DAB" digital radio system, allows delivery of television as well as radio. Now commercially available in South Korea and Germany, T-DMB has proven to be a very efficient means of broadcasting live TV, multimedia and digital radio content to mobile users. It can significantly reduce the network congestion issues associated with some existing mobile TV services which use conventional cellular networks, and it allows an unlimited number of users at any one time to access live digital TV and digital radio via mobile and handheld devices. The broadcasting infrastructure and frequencies for "DAB" digital radio are already in place in many countries. It is robust and reliable, and can be easily extended to deliver multimedia and video in a spectrum-efficient way. There is also the synergy of being able to deliver digital radio programs to the same receivers, which appears to be popular with users.
Labels: radio digitale, T-DMB
Per la prima volta quest'anno, gli investimenti pubblicitari sul mezzo radiofonico negli Stati Uniti saranno inferiori alla spesa complessiva per la pubblicità su Web. Lo scrive Forbes.com in una breve, lapidaria notizia che traccia un ritratto poco incoraggiante della radio come strumento promozionale. La crescita della spesa in annunci pubblicitari via radio è di appena l'1,5% nel 2007, contro una spinta pari al 22% in più di investimenti per campagne via Web. Grazie a questo aumento il budget pubblicitario complessivo di Internet passa a 21,7 miliardi di dollari, contro i 20,4 della radio. Secondo Arbitron e Edison Media Research solo 17 americani su 100 considerano la radio come il medium più importante. Cinque anni fa erano 26. Tutto questo a fronte di valutazioni che giudicano i due mezzi particolarmente sinergici e complementari. La pubblicità combinata via Internet e in radio ha senso,. Ma evidentemente non piace o non è ancora stata del tutto compresa.
Louis Hau, 08.29.07, 4:13 PM ET
U.S. radio ad spending is expected to inch up 1.5% in 2007, to $20.4 billion, short of online ad expenditures of $21.7 billion, which will be up 22% from last year, eMarketer senior analyst Ben Macklin said in a report. Over the next several years, radio station Web sites and online audio advertising "will be the principal drivers for radio advertising growth,'' Macklin said.
Labels: spesa pubblicitaria
Presto tardi - sempre che nel frattempo i governi di ogni colore non abbiano sbattuto tutti in galera per compiacere le frange più becere dell'elettorato - in Italia potremmo trovarci ad affrontare situazioni come quella descritta in questo bell'articolo del Chicago Tribune (ma originariamente diffuso dal New York Times News Service). La storia del successo di pubblico di una stazione etnica vietnamita dell'area di Houston è molto istruttiva e dimostra quanto possa essere importante una programmazione efficace per un mezzo apparentemente in disarmo come la radio sulle onde medie. Radio Saigon Houston (ufficialmente nota come KREH 900) esercita una influenza notevole sulla comunità vietnamita (la più forte, con 62.000 persone, di una già forte presenza asiatica nell'area), letteralmente incollata ai suoi microfoni. Questioni di irrinunciabile bilinguismo, ma anche di argomenti che i media americani non tratterebbero, come il problema dell'intingere o meno il cibo con le bacchette in una ciotola comune.
Secondo il giornale la presenza di questa stazione avrebbe addirittura influito sulla decisione di molte famiglie di migrare dalla California, zona elettiva della comunità vietnamita americana, a un Texas ritenuto, a torto, esclusivamente ispanico. Sono stato a Houston diversi anni fa e non ricordo di aver visto molti asiatici, ma non sottovaluto l'importanza del fattore "radio etnica" nel peculiare mix socioculturale di una nazione dalle mille - e tutte almeno duplici - identità. Nessuno negli USA si preoccupa di questa capacità di costruire comunità fortemente coese all'interno di una organizzazione sociale ispirata a una politica, una lingua, una cultura più unitarie. Certo, c'è sempre il problema della criminalità, delle bande giovanili, degli occasionali scontri tra gruppi etnici. Ma è perfettamente normale che sessantamila persone nella capitale americana del petrolio riescano a condurre un'esistenza tranquilla e a sviluppare un discreto potenziale economico ricreando nel Texas lo stesso ambiente della nativa Saigon. I figli nati in loco ovviamente preferiscono i format americani, ma grazie alla radio hanno una chance in più di non dimenticare il vietnamita. L'inglese come lingua del business è ovviamente una conditio sine qua non, ma nessuno pensa di imporla come strumento di revanchismo o, peggio ancora, di aperto razzismo.
Non voglio dire che qui in Italia la vistosa assenza di stazioni e programmazione etnica sia un sintomo di razzismo. Il problema semmai è la mancanza di frequenze. Ma le dimensioni quantitative delle comunità straniere che vivono e lavorano in pianta stabile nelle nostre città saranno presto equiparabili - se già non lo sono - alle situazioni vissute negli Stati Uniti e nelle metropoli europee più importanti. Non offrire l'occasione di ascoltare programmi locali in lingue diverse dall'italiano (la tv satellitare non è proprio la stessa cosa) equivale in un certo senso a spingere a una assimilazione forzata, esagerata; ferma restando la necessità di imparare bene l'italiano. Ma questa è solo una delle tante conseguenze negative del desolante quadro monopolistico che da queste parti impedisce l'accesso alle frequenze della radio a ogni forma di programmazione locale e comunitaria, etnica o nazionale che sia.
Ethnic radio station's programming mix persuades Vietnamese to live in Houston
By Cynthia Leonor Garza (New York Times News Service) August 29, 2007
HOUSTON — The phone lines are open.
Today's topic is sensitive, Radio Saigon Houston host Vu Thanh Thuy says into the mic in her balmy voice. To dip. And dip the same utensil or chopsticks again in the communal bowl or plate. One woman tells Vu, sitting in her Bellaire Boulevard studio, it makes her queasy to watch her aunt re-dipping her spoon into the soup pot. That instigates another caller who says America is too clean, that it respects individuality over family traditions of sharing food.
Over the past decade, Vu and her husband, Duong Phuc, Radio Saigon Houston (KREH-AM 900) co-owners, have secured a strong foothold in the Houston Vietnamese media market with programming that mixes talk shows with news and music. The station's presence is also credited with helping spur Vietnamese migration from the West Coast to the Houston area.
The station's growth with the Vietnamese-language radio format also illustrates a thriving and expanding Vietnamese community in Houston with an appetite for programs in their native language. Their staff has grown from five to 35 part-time or full-time employees, plus more than 80 contributing hosts. "This is just the beginning," Vu said. "At first, we thought the language will die down with the older generation, but our success has proven that wrong." Although California has long been considered the Vietnamese epicenter in the U.S., over the past few years Houston's comparably cheap real estate, cost of living and investment opportunities have attracted Vietnamese from the West Coast. Word about Houston's favorable market has spread in part due to the connection made by Radio Saigon Houston's simulcast news program that airs in Orange County, Calif., San Jose, Houston and the Dallas-Ft. Worth area, Vu said. Californians — and anyone who can access the radio station via the Internet — can get a dose of Houston from the daily programs.
Radio Saigon Houston has helped spread the rags to riches stories of some of Houston's most successful Vietnamese entrepreneurs, said Danny Nguyen, co-founder and president of the Vietnamese American Houston Chamber of Commerce. "I have a lot of inquiries from people in California. There are a lot more opportunities in terms of investment and development" in Houston, said Nguyen, a commercial real estate developer and investor. He has heard of people who sold their $800,000 California homes and moved to Houston, bought a bigger, cheaper house and used the leftover money as business capital. "Radio tends to be more ubiquitous than newspaper, and they do have stories about other Vietnamese around the country. Through word of mouth people learn about opportunities. That's how Houston is beginning to become known," said Julian Do, Southern California director for New America Media, the largest national collaboration of ethnic news organizations.
Steve Le, who immigrated to the U.S. from Vietnam when he was a baby, heard the buzz about Houston while living in the Golden State. The 25-year-old moved to Houston from Orange County last year to start a cabinet business. "There's not a day that goes by that I don't meet a California transplant," Le said. He said Vietnamese radio has helped create word-of-mouth buildup in California about Houston's opportunities. The station's impact on migration would not be unprecedented. Black radio was instrumental in the 1940s and '50s during the massive African-American migration from the South to the Midwest and Northeast.
In the Houston area, Vietnamese make up the largest group of Asians at nearly 62,000, according to the latest U.S. Census figures. By numerous accounts, California's Vietnamese media market is nearly saturated. But in Houston, there's room to grow. Radio Saigon Houston is just one of the media products under parent company Mass Media Inc., owned by Vu and Duong. Their bilingual newspaper, Saigon Houston Weekly, was launched last October, and Vu said they plan to start a home delivery service this October.
All of their print products plan to add more English content. But for the most part, they are not forgoing Vietnamese radio programming. Vu said there's a revival of interest in the language and culture among the younger generation, especially when they reach college age. Also, many parents take their children to Vietnamese language classes on the weekends. "They realize that being bilingual is better and bicultural is better," Vu said. But there are still plenty of young Vietnamese who prefer English — and the station hopes to serve their needs, too.
A bilingual life
Hairstylist Stacy Cao, 44, has lived in Houston for 15 years. She's more comfortable speaking Vietnamese so she tunes in to Radio Saigon Houston's morning news show in the car while taking her kids to school. "Sometimes you don't have time," Cao said. "Usually in the morning they have news, so if you don't watch TV or read the newspaper you can know [what's happening] from them."
It's a constant battle with her three children, who would rather hear a hip-hop station. Though they prefer English format radio stations, Cao thinks they'll come around to Vietnamese. For now, they're learning the language by attending weekend classes at a church.
(http://www.chicagotribune.com/news/local/northwest/chi-0829radiosaigon_fillaug29,1,422358.story)
Labels: radio etniche
«Sono stato sul sito dell'Australian Bureau of Meteorology, perché ho mandato un rapporto a Wiluna per due fax charts ricevute ieri dalle 17.51 Z - mi scrive Christian Diemoz da Aosta - e ho notato qualcosa di molto interessante. L'Ufficio è "proud to say" che il contratto per le trasmissioni marittime HF è stato prorogato di tre anni, quindi almeno fino al 2010. C'è il link all'annuncio ufficiale da parte del rappresentante del governo e vi è pure un link ai risultati di una Survey che l'Ente aveva indetto per ottenere il parere del "pubblico" sull'accesso ai servizi dell'Ufficio.
Mi viene in mente la procedura indetta dalla USCG, di cui sarà interessante conoscere i risultati [i commenti sono consultabili qui]. Nel mentre, dai un'occhiata al materiale australiano:
http://www.bom.gov.au/inside/services_policy/marine/hf_radio_survey/hf_radio_announce.shtml
In un panorama mondiale in cui le hf diventano un graduale cimitero, un Governo che le mantiene, perché gliel'hanno chiesto i suoi cittadini, è acqua fresca per noi appassionati. Vogliamo continuare con i paragoni tra il nostro e i Paesi seri?»
Christian ha ragione, la lettura dei commenti dei "mariners" sul gradimento dei servizi informativi diffusi in HF è molto istruttiva. Il grosso delle risposte arriva da chi naviga a bordo di yacht, ma le onde corte sono per il 70% degli utenti il medium più utilizzato per le informazioni meteo. Un pubblico ristretto che dipende in misura preponderante dalle HF per la sicurezza della navigazione (in confronto il 5% utilizza Inmarsat, che ovviamente costa molto di più). Alla luce dei dati raccolti il Met Office australiano non poteva che confermare la regolare diffusione di questo apprezzato servizio, gioia per uomini e donne di mare e di radio.
Creato da Andrea Lawendel alle 12:11 Nessun commento: Link a questo post
Labels: wefax hf
L'amico Massimo Lualdi, di Consultmedia, entra nel dibattito sulla radiofonia locale. E lo fa da par suo, nella duplice veste di giurista e sociologo dei mezzi di comunicazione, con una densa opera dottrinale intitolata "Il concetto giuridico di ambito locale alla luce dell'evoluzione tecnologica", che l'editore Planet mette in vendita a partire da ottobre (per le prenotazioni è possibile rivolgersi fin d'ora a info (at) planetmedia (dot) it).
Tempo fa Massimo ha avuto la bontà di inviarmi le bozze del suo lavoro, il cui obiettivo si riassume facilmente (sebbene il contenuto sia molto tecnico) con questa frase estrapolata dalla presentazione del volume apparsa oggi su Newsline:
Come ormai evidente a tutti, Internet e le trasmissioni satellitari hanno, invero, virtualizzato (anche) i confini della diffusione radiotelevisiva: ciascuno di noi, con una facilità impensabile sino a pochi anni fa, può in qualsiasi momento, e a un costo irrisorio, ricevere segnali digitali da tutto il mondo.
Ha quindi senso perseverare nei tentativi di codificazione di una nozione che si è già slegata, a livello fattuale, in maniera definitiva, da ogni briglia?
La lettura di questa nuova pubblicazione è caldamente consigliata a chi volesse cercare di approfondire la complicata questione del contesto normativo in cui si muovono e muoveranno le stazioni radio nell'era dei media digitali e online. Una premessa a questa lettura è naturalmente l'intervista che Massimo ha concesso tempo fa a Radiopassioni, condensata in una sorta di vademecum sulle regole che gli impianti di radiofonia commerciale devono rispettare qui in Italia. Documento che trovate qui o potete prelevare dal nuovo link RP approfondimenti inserito nella ingombrante colonna di sinistra (sto pensando a un lavoro di razionalizzazione, ma richiederà tempo) del mio blog.
Il punto di vista di Massimo è di natura legale, un piano di lettura che i cambiamenti tecnologici rendono davvero indefinito. Su Internet è addirittura impossibile parlare di confini geografici, a meno di non ricorrere a fittizie limitazioni implementate a livello di indirizzamento dei router (limitazioni che è facilissimo aggirare, peraltro). Per alcuni protocolli di radiofonia digitale, che necessitano di un'opera di coordinamento su scala come minimo nazionale, quello di "radio locale" è un concetto altrettanto sfuggente.
Anch'io nel mio piccolo affronto il tema della radiofonia locale in modo un po' paradossale quando parlo di ricevere a distanze di qualche migliaio di chilometri programmi radiofonici concepiti per un pubblico molto concentrato intorno all'antenna emittente! Tecnicamente parlando, un parametro di riferimento ancora valido potrebbe essere la potenza del trasmettitore. Ed è su questo parametro che legislazioni come quella britannica o americana fanno affidamento quando concepiscono modelli di licenza operativa su scala, appunto molto circoscritta, come nelle licenze LPAM/RSL rilasciate dall'Ofcom o le TIS/LPFM autorizzate dalla FCC. Al concetto di potenza e quindi copertura limitata si devono poi adattare i titolari di queste licenze, con una programmazione che viene non a caso definita più "comunitaria" che "locale". Anche qui, assistiamo ormai alla contraddizione di un Web che permette alla "comunità" di un quartiere cittadino di farsi sentire in tutto il mondo. Non dobbiamo dimenticare che la tecnologia influisce anche sul concetto di comunità, che non è più necessariamente quella che abita un'area geografica limitata e può per esempio diventare una "comunità di interessi" (chessò, tutti quelli che a Londra, ma anche nel Regno Unito o in Europa, o nella galassia amano ascoltare la musica ska).
Insomma, il concetto di localismo sopravvive - a fatica - solo in un ambito, quello della radiofonia in onde medie e FM, che tende di fatto a diventare minoritario, almeno nel raggio visuale di un regolatore che deve pensare all'evoluzione della radio in un contesto assai meno angusto. D'altra parte, la voglia di localismi, comunità ristrette e nicchie - senza mai rinunciare alla possibilità di aggregare e mettere in rete tutto - non smette di crescere tra gli ascoltatori. E', come sottolineavo prima, un paradosso che la normativa farebbe bene a non trascurare. Massimo Lualdi nelle conclusioni del suo nuovo libro afferma che il settore devrà essere indirizzato "verso una progressiva semplificazione" di una norma gestita e applicata nel corso degli anni attraverso un complesso percorso di recupero di una legalità iniziale virtualmente nulla, fatto di provvedimenti ex post che non potevano non accavallarsi e non contraddirsi a vicenda. Viceversa, ricorda Massimo, negli USA e altre nazioni si è passati da una "ferrea regolamentazione, a una progressiva e costante deregulation". A essere sacrificato e soprattutto il concetto di localismo, la cui caducità è insita nella parabola evolutiva della tecnologia.
La deregulation è sacrosanta, ma ancora una volta lasciatemi spezzare una lancia in favore di un modello come quello suggerito da Ofcom, che attraverso un semplice sistema di leve concettualmente semplici e facili da gestire (tipologie di licenza, regolamentazione delle frequenze, misurazione delle potenze trasmissive, accurata valutazione delle capacità e dei potenziali di mercato espressi dai richiedenti) ed esercitando una equa ma capillare politica di monitoraggio, controllo e sanzione, riesce a dare sufficiente spazio a emittenti a carattere nazionale, metropolitano e comunitario. Senza imporre il carico di una normativa incomprensibile, ma senza d'altra parte degenerare in un wild west di opportunità negate o accessibili solo a carissimo prezzo, che inevitabilmente si traduce in un mercato della radiofonia malsano, dove risorse e livelli di servizio non sono mai egualmente distribuiti.
Creato da Andrea Lawendel alle 12:01 Nessun commento: Link a questo post
Nel suo piccolo la conclusione dell'avventura raiofonica del gruppo RCS con la cessione di Play Radio a Finelco, ci aveva suggerito che il mondo della notizia cartacea non può essere trapiantato sic et simpliciter nella realtà del giornalismo o dell'intrattenimento radiofonico. Una verità che il Washington Post ha imparato a spese di WTWP, emittente all news andata in onda un anno e mezzo fa e destinata a chiudere il mese prossimo. WTWP aveva preso il posto sui 1500 kHz di un marchio storico della Washington all news, WTOP (spostatasi sugli 820 kHz). WTOP rimane di proprietà del gruppo Bonneville, partner radiofonico del Post nella nuova, sfortunata, iniziativa. Insieme alla notizia apparsa oggi sul quotidiano della capitale americana leggetevi il commento di Marc Fisher, blogger e columnist per il Post. Quella che doveva essere una "NPR alla caffeina" (una stazione di alto profilo culturale ed equilibrata ma dal giornalismo di approfondimento e aggressivo) era diventata una accozzaglia di interventi disparati, dove anche le migliori firme della carta stampata (il dead tree medium, come si dice oggi) apparivano fuori luogo.
Non ho ben capito che cosa intenda fare Bonneville della frequenza di 1500, uno dei canali nord americani più regolari per i DXer delle onde medie in Italia. Le onde medie sono sicuramente più seguite negli USA, ma non al punto da giustificare l'occupazione di una frequenza a fronte di uno share striminzito.
Tuesday, August 28, 2007; C01
In an era of rapid change in the news and media businesses, when both print newspapers and broadcast radio stations are seeing huge chunks of their audience migrate to online news and entertainment sources, Washington Post Radio was an experiment in stretching the idea that it doesn't really matter through what platform you get your news--what's important, rather, is who the storytellers are.
From the start in March of last year, Post Radio was intended to serve several purposes: 1) Promote the Post's print and online journalism by reaching a new audience on the radio. 2) Create another outlet for Post reporting and thereby add one more justification for keeping a big, sprawling newsroom at a paper that, like almost all U.S. papers, is otherwise shrinking its staff. 3) Give Bonneville, the owner of all-news WTOP and several other D.C. radio stations, a way to capture some of the Washington region's enormous audience for public radio's more in-depth and upscale news and information programming. 4) Build on the powerful profits that WTOP draws as the dominant local station in morning drive time.
The radio industry by and large found the experiment intriguing but foolhardy--a difficult marriage of two very different news cultures. The station, owned by Bonneville in a contract with the Post, was managed primarily by executives at WTOP's headquarters on Idaho Avenue NW in McLean Gardens, while most of the people who appeared on the station sat in a studio built in the Post's downtown newsroom. Both companies provided producers who worked in their respective newsrooms organizing each day's programming.
At first, the idea was to create a throwback to radio's golden era, with a station designed like a magazine, with different departments each hour--an hour on travel from the folks in the paper's Travel section, an hour with the editors from Book World, an hour of politics, and so on. But with the station making not a blip in the ratings and with its producers increasingly convinced that too many of the Post's writers had perhaps chosen a career in print for a good reason, the executives at Bonneville quickly moved to scrap the original format and go to something they knew more intimately--a tightly-organized hourly clock with different stories and personalities appearing every five minutes or so.
When the radio-side producers one morning invited on the air and lightly questioned some nutball hawking a conspiracy theory about how the U.S. government had arranged for the 9/11 attacks, editors in the Post newsroom went ballistic. Although many attempts would follow to find a happy medium between the two news sensibilities, the basic reservoir of mutual respect had dropped suddenly and permanently to a dangerous low.
At its best, Washington Post Radio was a comfortable, personable and conversational way to learn what was in that day's newspaper and sometimes even to get the story behind the story. The station's anchors were top-shelf professionals, from NBC veteran Bob Kur and former local TV weather forecaster Hillary Howard to CBS and NPR newsman Sam Litzinger and longtime local radio host David Burd. And some of the Post's voices worked splendidly on radio, winning praise within the industry and from listeners as well--Lisa deMoraes on television, Stephen Hunter on movies, Emilio Garcia-Ruiz on sports, and columnist Gene Robinson on just about anything.
Sometimes, the theory behind the station became reality, and a foreign correspondent could phone in from the scene of an earth-moving event with the kind of firsthand account that radio was invented to deliver. More often, however, the reporters who came on the air did little more than repeat what they'd said in that morning's paper.
In the end, there were too many oh-my-God, Martha, this person is freezing up live on the radio moments. A Book World segment crashed and burned when a writer insisted on reading his pearls of wisdom verbatim from his newspaper work. And on more occasions than either side cared to admit, reporters were told to come on the air to talk about one story, only to go live and hear an anchorman ask them about something wholly different, about which the reporter knew not a thing.
In the end, though, Post Radio's competitors say it was the basic concept that was flawed: "It sounded like a bad college seminar where neither the professors nor the students knew how to keep anyone listening," said the program director of an FM music station who asked not to be named because he might work with people at Bonneville in the future.
And from the other end of radio's spectrum, this from the chief of the region's most powerful public radio outlet: "This assumption that people don't have an attention span is kind of offensive," WAMU's Mathes said. "People who want a deep contextual approach to news do have an attention span."
For those of us who tried our hand at radio, Washington Post Radio was enormous fun, a chance to dive into a form that might seem similar, but really requires very different skills. The idea that Post executives fell in love with remains an important one: If the American newspaper is to survive as the basic foundation of newsgathering in this country, the companies that produce daily papers will have to find ways to sell their wares in various other media. But what the demise of Post Radio teaches is that that expansion into other crafts will mean that news organizations must hire and train people with a different set of talents and passions, and that inevitably entails a different concept of what the news is. It's a new world out there. Read all about it.
By Marc Fisher | August 28, 2007; 6:08 AM ET
Creato da Andrea Lawendel alle 16:50 Nessun commento: Link a questo post
Labels: radio e giornali
Una holding che riunisca e razionalizzi le società di produzione di programmi radiotelevisivi per l'estero. Un "ammodernamento" di Radio France International nell'ottica di una maggiore collaborazione con le radio locali e dell'impiego di Internet (leggi: taglio delle infrastrutture in onde corte). L'amministrazione Sarkozy, racconta Le Figaro, punta il suo occhio riformatore sulle trasmissioni francesi per l'estero:
L'Élysée pousse à une réforme de l'audiovisuel extérieur
PAULE GONZALÈS.
Actualisé le 08 août 2007 : 09h26
L'État veut rapprocher TV5, RFI et France 24.
UN ULTIME effort. Sous l'égide de l'Élysée, le gouvernement entend régler, d'ici à la fin de l'année, le délicat dossier de l'audiovisuel extérieur. Et pour cause, 300 millions d'euros sont dépensés chaque année pour financer les diverses entités non coordonnées qui le composent. Depuis TV5 jusqu'à France 24, sans oublier RFI ou encore CFI. Un an après le lancement de la chaîne d'information internationale France 24, jamais la nécessité de recomposer cette nébuleuse n'a été aussi forte. En termes tant de stratégie que de coûts. L'arrivée d'une nouvelle chaîne tout info, diffusée autant sur les réseaux de télévision que par Internet, exige de redéfinir le rôle de chacun afin d'organiser la complémentarité des différents médias. Trois schémas sont à l'étude au sein d'une mission interministérielle réunissant les services du premier ministre, le Quai d'Orsay qui participe au budget de l'audiovisuel extérieur, le ministère des Finances. Le tout est placé sous l'oeil attentif de l'Élysée, très sensible au sujet.
À ce stade, ce serait la constitution d'un holding chapeautant TV5, France 24 et RFI qui retiendrait l'attention de l'État actionnaire. Une structure similaire à celle de France Télévisions, qui transformerait en filiales les différentes sociétés, tout en leur laissant leur autonomie et en précisant leur mission. Dans le même temps, certaines fonctions communes aux deux chaînes de télévision pourraient être « rationalisées afin d'éliminer les doublons ». De quoi satisfaire l'Élysée et Bercy, en quête de marges de manoeuvre financières. L'information notamment, qui est l'apanage de France 24, pourrait être repensée afin que la CNN à la française puisse approvisionner TV5 en journaux frais. De même, dans les achats d'images mais aussi la distribution, le marketing ou la communication, des rapprochements deviendraient possibles.
Enfin la mise en place de ce holding serait « la manière la plus élégante de traiter avec les partenaires des deux chaînes ». Bien que légèrement dilués dans la nouvelle structure, les partenaires canadien, suisse et belge de TV5 continueraient en effet à y tenir leur rang. Quant à TF1, sa présence au capital de France 24 pourrait être réduite sans remettre en cause le rôle décisionnaire joué par le groupe de Nonce Paolini. De plus, cela laisserait du temps à l'État pour se pencher sur le cas de RFI, qu'il s'agit de moderniser. Si sa présence en Afrique et au Moyen-Orient reste stratégique, sa diffusion en Europe mériterait d'être repensée en favorisant les associations avec les radios locales et en privilégiant Internet.
En revanche, le Quai d'Orsay aurait défendu un temps la solution de la nomination d'un président transversal et commun aux différentes entités sans regroupement au sein d'un holding. Enfin, le troisième schéma avancerait l'idée d'une fusion pure et simple de TV5 et France 24. Séduisant sur le papier, ce schéma ne serait pas à l'ordre du jour, bien qu'il garantisse une réduction notable des coûts.
Creato da Andrea Lawendel alle 16:04 Nessun commento: Link a questo post
L'amico Giovanni mi ha inviato un commento al post relativo alla convegno "Radio senza antenna" organizzato nel marzo scorso dal Corecom della Lombardia e dal Museo della Scienza di Milano. Giovanni dice di essere animatore di un progetto per la creazione di street radio a bassa potenza ispirato al modello delle licenze Low Power AM in Gran Bretagna e Stati Uniti. Non sono ancora in grado di anticipare i dettagli di questa iniziativa e resto in attesa che il promotore si faccia vivo. Ma il tema, come sapete, mi sta molto a cuore, perché sono convinto che le frequenze delle onde medie - ancora abbastanza seguite dagli automobilisti per ovviare ai problemi di copertura dell'FM in mobilità, ma generalmente in netto declino - potrebbe essere l'ambiente di elezione di una rete capillare di stazioni a bassissima potenza e di interesse molto locale. Basterebbe regolarne l'uso in modo semplice e razionale, cercando di riservare qualche frequenza proteggendola dalle interferenze analogiche, ma soprattutto digitali (vedi il caso della anarchica sperimentazione del DRM, fatta spesso senza alcun rispetto delle trasmissioni diffuse sui canali adiacenti).
Uno dei vantaggi della modulazione di ampiezza è il basso costo degli impianti di trasmissione, ancora abbastanza diffusi in un mercato di nicchia molto specializzato (che tra parentesi serve anche una piccolissima percentuale di radioamatori "vintage" interessati alla trasmissione in AM). Ecco per esempio una pagina del sito Vintage-radio.com che propone la recensione di quattro apparati. Tra i costruttori più interessanti mi sembra il caso di segnale Vintage Components, con ben due modelli, Gizmo e Metzo, rispettivamente per il mercato hobbystico e professionale. I prezzi variano dalle 50 sterline a circa 300 dollari, somme molto contenute. Da tenere d'occhio anche le pagine di PCS Electronics, un fornitore di kit di trasmissione FM e AM che sta portando gli ultimi ritocchi al suo AM MAX III DSP AM, evoluzione del MAX II , un trasmettitore da 10 Watt in grado di coprire, a seconda della versione, le onde medie o le bande amatoriali. Anche in questo caso i costi si aggirano tra i 3 e i 400 dollari. Secondo il progettista, che risponde alle richieste dei clienti sul forum di PCS-Electronics, la terza generazione del kit sarebbe ormai in dirittura di arrivo, con la copertura continua in trasmissione e altre nuove caratteristiche.
Va da sé che in Italia ogni forma di utilizzo di impianti di questo genere fuori dalle frequenze assegnate ai radioamatori con regolare risulterebbe fuori legge. La speranza è che il regolatore e il Ministero guardino all'esempio di altre nazioni (anche in Francia è previsto l'assegnamento delle onde medie ad alcune radio commercialie) e traggano le dovute conseguenze sulla base di una effettiva richiesta di spazi da parte di possibili radio comunitarie. E' un'ipotesi così campata in aria?
Creato da Andrea Lawendel alle 18:19 2 commenti: Link a questo post
Labels: onde medie, stazioni comunitarie
Una intervista di Marcello Peluso a Gabriella Incalza Kaplanova appena apparsa sulle pagine online di La Voce d'Italia mi ha fatto conoscere The Italian Job, programma di musica italiana (di qualità) che Grabriella conduce settimanalmente su LifeFM, una Web Radio londinese che alterna alle trasmissioni su Internet periodi di presenza in FM grazie al meccanismo tutto britannico delle radio comunitarie (ewcco il link alla loro associazione)con licenza RSL (restricted service licensing).
Gabriella, nata in Cechia e cresciuta tra Italia e Regno Unito, racconta di aver studiato giornalismo e spagnolo in Gran Bretagna decidendo di stabilirsi definitivamente a Londra dopo aver cercato senza troppa fortuna di trovare un posto in Italia. La giovane giornalista radiofonica è anche la station manager di LifeFM. I suoi spazi Web, dove è possibile trovare i podcast di Italian Job, sono accessibili tra MySpace e Podomatic. Ecco un bell'esempio di radio di qualità fatta con pochi mezzi ma in grado di conquistare una certa notorietà grazie certamente a Internet ma a una saggia politica di salvaguardia delle voci indipendenti. Leggete la motivazione con cui l'Ofcom nel febbraio scorso assegnava la licenza temporanea di breve termine (ci sono due tipi di autorizzazioni RSL, una di lungo temine della durata di cinque anni, l'altra di 28 giorni ripetibili ogni tre mesi, Grabriella, che mi pare anche molto ben preparata tecnicamente, ne accenna nell'intervista). Sono due righe che a un italiano suonano come un messaggio extraterrestre fortunosamente giunto fino a noi a bordo di una capsula spaziale:
The applicant is an established training provider, operates an on-line radio service and has run RSLs. It has a high profile in its area and good appropriate community links. It is clearly able to demonstrate its experience and interest in providing training and access to the station, with dedicated facilities, contracts and funding support available.
Se hai esperienza di trasmissione online, svolgi un lavoro ben fatto, hai legami con associazioni e individui nella tua comunità e sei in grado di compilare un modulo di richiesta, c'è una commissione che legge la tua domanda, ne valuta il contenuto, fa i suoi controlli e nel giro di poco tempo ti assegna una frequenza in FM. Sul sito di Ofcom, nella sezione RSL, c'è perfino l'elenco dei fornitori di impianti, che in questo caso devono essere controllati e certificati (uno dei requisiti è, ovviamente, la scarsa potenza). Oggi, LifeFM compare regolarmente nella lista delle stazioni comunitarie stilata dall'Ofcom, che a partire dall'aprile scorso ha assegnato a Life una licenza di lungo termine di cinque anni.
Voi mi direte che sono un bel masochista nel continuare a voler fare questi impietosi confronti con la nostra situazione... Avete ragione, sono un bel masochista.
Con Gabriella Incalza Kaplanova alla scoperta della radiofonia made in UK
UK, il futuro dei media e le community radio
E’ italiana la station manager di Life FM, l’emittente che punta a divenire la prima delle community radio.
E’ giovane, è italiana è un vulcano di idee e ha tanta energia da trasmettere. E’ a Londra dove è tornata a vivere da circa un anno facendosi da subito spazio nel mondo radiofonico della capitale inglese. Parliamo di Gabriella Incalza Kaplanova (www.myspace.com/gabryhella), station manager di una delle radio più promettenti dell’etere londinese, Life FM (www.lifefm.org.uk). La incontriamo per analizzare lo scenario mediatico d’oltre manica ed un confronto con la realtà italiana.
Da quest’anno il digitale ha superato l’analogico, almeno nel Regno Unito, ma è davvero il DAB la tecnologia del futuro? O il wi-max rivoluzionerà tutto?
Il DAB è avanzato (molto) lentamente nell’industria britannica. La tecnologia necessaria per trasmettere in DAB è costosa, fattore che la rende inaccessibile per diversi broadcasters. La rivoluzione wi-max è già iniziata con la trasmissione di dati attraverso le onde: questo in effetti potrebbe rimpiazzare il DAB, visto che esistono gia diverse web radio.
A proposito di wi-max, immaginiamo il futuro… quando la frequenza “internet”, ricevibile da qualsiasi apparecchio, metterà sullo stesso piano le radio e le webradio. Che impatto immagini avrà la nuova tecnologia sul mercato radiofonico?
Il problema principale delle webradio è che non hanno la stessa fruibilità mobile delle radio su FM, anche se questo potrebbe cambiare con la diffusione del wi-max e della tecnologia cellulare. Non è infatti impensabile (5/10 anni) che le webradio sostituiscano le radio analogiche e DAB.
E sul mercato pubblicitario legato alle radio?
Fino a quando ci sarà un’utenza ci sarà sempre un mercato pubblicitario. Più saranno interattivite le webradio più appetibile diventerà il mercato per la pubblicita’ e il direct marketing.
E sul mercato musicale?
Stiamo assistendo a un cambiamento radicale, i vecchi sistemi di protezione del copyright sono superati e l’informazione è ampiamente disponibile. Il punto da considerare non è come proteggere il copyright dell’artista quanto come il consumatore deve pagare per la musica che consuma. Oggi un artista può più facilmente produrre, distribuire e promuovere la propria musica, nonostante il mercato sempre più competitivo.
Si dice che di solito ciò che è di tendenza a Londra lo è poi, dopo qualche tempo, anche nel resto del mondo. Vale ancora questo detto?
Credo proprio di si. In fondo Londra continua ad essere l’ombelico del mondo per la sua natura cosmopolita capace di attrarre ogni sorta di genere e talento musicale.
E se dovessimo legarlo al mondo delle radio, quale tendenza arriverà tra qualche mese in Italia?
Non saprei. Un mio desiderio sarebbe quello di poter assistere a una presa di coscienza del mondo radiofonico e del governo italiano nel mettere a fuoco la necessità di “community radios” anche in Italia e permetterne la nascita.
Parliamo di Life FM. Life FM nasce come webradio e poi diventa radio FM. Costi e burocrazia per l’assegnazione delle frequenze sono minori dell’Italia a tuo avviso?
Tecnicamente Life FM e’ nata con una licenza RSL (restricted service licence) di 28 giorni. Una licenza speciale assegnata da Ofcom, il ministero delle Comunicazioni, per promuovere le “community radios”. Viene assegnata una volta all’anno. Dopo 5 RSL andate a buon fine, si può fare domanda per ottenere una licenza a tempo pieno. Tra una RSL e l’altra si può trasmettere via web. Per quanto riguarda i costi di assegnazione, non saprei rispondere, in quanto non conosco i costi e la burocrazia legata al mondo radiofonico italiano.
Ma cos’è una “community radio”?
Per community radio si intende un terzo ramo della radiofonia, ben distinta da quella pubblica (BBC) e da quella commerciale (radio private). Le community radios si basano su principi di servizio pubblico e devono provvedere a dare un servizio alla comunità in cui esistono. Sono regolate dal Community Radio Order 2004 e si basano su fondi pubblici locali: soltanto una piccola percentuale proviene dalla pubblicità. Sono indipendenti e no profit. Il principale obiettivo di una "community radio" e’ quello di promuovere l’integrazione sociale e l’espressione culturale locale. Attualmente esistono 115 community radios in tutta la Gran Bretagna.
Che progetti hai per Life FM?
L’obiettivo di Life FM è piuttosto ambizioso, visto che vogliamo diventare la migliore community radio station del Regno Unito. Vogliamo continuare a dare voce al Brent e al nord ovest di Londra, offrire sempre più occasioni di sviluppo professionale e personale nel campo musicale, soprattutto fra i giovani. Life FM dispone di un centro dove offre corsi gratuiti in produzione musicale, montaggio audio, conduzione radiofonica e cosi via per ragazzi del Brent dai 13 ai 25 anni. Promuovere il talento locale, indipendentemente dall’età, dal colore della pelle o dal passato di ciascun individuo, ispirare fiducia e promuovere il cambiamento positivo sono tutti elementi che fanno parte della nostra missione sociale. Lo staff di Life FM si avvale di una decina di persone e tantissimi individui a titolo volontario, tutti membri della comunità in cui viviamo, di cui siamo orgogliosi e che vogliamo vedere crescere nel miglior modo possibile.
Parliamo di te: il tuo impatto con il Regno Unito e con la radio?
Sono arrivata in Inghilterra per la prima volta a 18 anni, con una valigia e tanti sogni. Avevo soltanto la terza media e poche sterline in tasca. Mi sono rimboccata le maniche e ho lavorato e studiato fino ad ottenere una laurea in Scienze delle Comunicazioni e Spagnolo. Poi ho deciso di tornare in Italia, ho completato un master in giornalismo a Roma, ho superato l’esame di stato e sono diventata giornalista. Ma purtroppo ho faticato molto a trovare lavoro e alla fine mi sono stufata e sono tornata qui. A Londra, indubbiamente, ci sono molte opportunità, ma più che altro è l’attitudine che trovo contagiosa. Lo dico sempre, nulla è impossibile a Londra, ma bisogna avere la forza di darsi da fare sul serio.
Un’italiana a Londra diventa Station Manager di una radio. E’ una bella storia oltre che una bella notizia anche per l’Italia. Ma nemo profeta in patria?
Non saprei. Però sì, credo sia una bellissima storia e ne sono tanto felice. A trentun’anni occuparsi della direzione artistica di un progetto radiofonico cosi indipendente e multiculturale è un sogno che si avvera. Non so se in Italia sarebbe stato possibile.
Hai mai pensato di far radio anche in Italia?
In realtà in Italia ho più che altro lavorato come giornalista e ho avuto poco a che fare con il mondo della radio. Ho fatto un bellissimo stage a Radio Rai che ricordo sempre con gioia dove ho imparato tantissimo grazie a Carlotta Tedeschi, Raffaele Roselli, Baba Richerme, Paolo Aleotti e Massimo Cotto.
Sappiamo che collabori anche con una rivista, Italiani a Londra. Come possono seguirti e leggerti i nostri lettori?
IAL esce ogni tre mesi ed è disponibile sul territorio londinese. Per maggiori informazioni, basta visitare www.ialmagazine.com del sito www.italianialondra.com. Spero di riprendere a collaborare con un paio di riviste italiane a breve, ma al momento Life FM mi basta e avanza!
Un sogno che si avvera non solo per Gabriella ma anche per tanti giovani che amano la radio. Come nel caso del team di Rize, un programma condotto da un gruppo di ragazzi Somali che prima di Life Fm non erano mai entrati in uno studio radiofonico. La loro trasmissione è ora uno dei programmi di punta dell’emittente, tanto che ne ha recentemente parlato anche uno dei principali canali televisivi anglosassoni Channel4.
[intervista di Marcello Peluso
http://www.marcellopeluso.it]
Creato da Andrea Lawendel alle 17:21 1 commento: Link a questo post
Labels: stazioni comunitarie
Quando c'è di mezzo una tecnologia di successo come la radio, "padri" e pionieri di questo vecchio ma ancora efficacissimo mezzo di comunicazione fanno a gara per attribuirsi il merito di qualsiasi primato. Figuriamoci quello di prima trasmissione del mondo. Ebbene, questo particolare record spetterebbe a un argentino di probabile origine italiana, Enrique Susini, medico (e a sua volta figlio di un illustre patologo, Telemaco, nato anch'esso a Buenos Aires), radioamatore e imprenditore della radio. La sera del 27 agosto del 1920, Susini allestì il debutto di quella che fu l'antesignana di Radio Nacional con la ripresa del Parsifal di Richard Wagner dal Coliseum di Buenos Aires. Una bella maratona per i primi, fortunati radioascoltatori. Fu comunque una delle prime emittenti commerciali regolari del mondo, in una serie più o meno fitta di sperimentazioni inaugurata dal violino di Reginald Fessenden nella famosa vigilia di Natale del 1906.
Quella che segue è la dettagliata rievocazione del giornale di Río Grande, Tiempo fueguino. Questa sera l'associazione argentina degli autori Argentores, organizza una serata speciale e in tutta l'Argentina le stazioni radio festeggeranno l'evento e offriranno premi ai loro più anziani dipendenti. Una lunga biografia di Susini si trova su Wikipedia e una cronaca completa delle prime trasmissioni a cavallo tra 1906 e 1920 compare in un bell'articolo di Carlos Altgelt su Oldradio.com.
SE CUMPLE UN NUEVO ANIVERSARIO DE LA PRIMERA TRANSMISIÓN RADIAL ESTATAL
Celebran el día de la Radiodifusión
Hoy habrá festejos en emisoras y auditorios. En el Día de la Radiodifusión, Radio Nacional otorgará premios a figuras de la radiofonía. Argentores representará un radioteatro en homenaje Francisco Mastandrea.
(27/08/2007) La radio celebra hoy su aparición en la Argentina y el mundo, con una serie de actos conmemorativos en distintas emisoras, teatros y auditorios.
El 27 de agosto de 1920 salió al aire la primera transmisión de la emisora del Estado Nacional Argentino, que luego se transformó en Radio Nacional, en el Palacio de Correo y Telégrafos.
Aquel día el radioaficionado Enrique Susini y sus amigos César Guerrico, Luis Romero Carranza y Miguel Mujica, "Los locos de la azotea", fueron los responsables de la primera transmisión radial desde el Teatro Coliseo, de la ópera Parsifal de Wagner.
Además, hoy, en Radio Nacional se otorgará el Premio Radio Nacional a un grupo de figuras de la radiofonía y dará medallas a personal que cumple 30 y 50 años en la emisora.
Los galardones serán para Jorge Luz, Juan Carlos Mesa, Nelly Trenti, Juan Alberto Badía, mientras en el interior serán premiados Pedro Horacio Espejo, de Radio Nacional Jáchal, y Roberto Arcagni, de Radio Nacional San Martín de los Andes.
El premio es una obra del orfebre Juan Carlos Pallarols y el final del evento contará con la presencia de Mercedes Sosa.
La transmisión radial es argentina
"Una audición llovida del ciclo. Parsifal a precios popularísimos", tituló el diario La Razón del 28 de agosto de 1920 una crónica firmada por el crítico de música Miguel Mastrogiani. La noche anterior se había realizado la primera transmisión radial del mundo, desde el teatro Coliseo: en directo, se emitió la ópera Parfisal, de Wagner, con dirección de Félix Weingartner y la interpretación de la soprano argentina Sara César y el barítono Aldo Rossi Morelli.
Aquella noche, pocos minutos después de las nueve, unas cincuenta personas -además de los tripulantes de un barco anclado en el puerto de Santos, en Brasil- escucharon Parsifal en las pocas radios de galena que existían. El presidente Hipólito Yrigoyen comentó: "Cuando los jóvenes juegan a la ciencia es porque tienen el genio adentro".
La emisión de la ópera Parsifal del 27 de agosto de 1920 fue una de las tantas transmisiones radiales que por ese entonces se realizaban en forma experimental tanto en la Argentina como en otras partes del mundo. Sin embargo. se la puede calificar de "la primera" en el sentido de que se trató de transmisión de una obra artística completa e inauguró la regularidad y sistematización en el servicio; ambas, condiciones que aún no se habían producido.
Un ‘speaker' con varias identidades
Aparecen las competidoras
Aviso "estrictamente morales"
En 1925, el Ministerio de Marina impuso a las emisoras el uso de características. Así, las emisoras que funcionaban en ese momento pasaron a llamarse LOY Radio Nacional, LOX Radio Cultura, LOR Radio Argentina, LOV Radio Brusa y LOW Grand Splendid. En 1929, estas características fueron cambiadas por dos letras y un número, con lo que nacieron las que se conservan hasta hoy. El 1934 se puso en vigencia la reglamentación que obligaba a las emisoras a intercalar la palabra "radio" entre la características y el nombre de la emisora.
"En los años treinta, la cultura inglesa contaba con un gran prestigio en la sociedad argentina, al tiempo que Gran Bretaña le ganaba la partida a los Estados Unidos en casi todo el mundo. Sin embargo, la actividad radial en la Argentina había nacido y se había estructurado como empresa privada, con emisión centralizada en Buenos Aires y financiada mediante la publicidad, una configuración que reproducía la experiencia estadounidense.
Por otro lado, la actividad fue desde su comienzos un foco de gran interés para las grandes corporaciones norteamericanas instaladas en la Argentina. A medida que se ponían en práctica las reglamentaciones que permitían al Estado controlar la actividad radiofónica, los sectores que soñaban con una configuración al estilo de la BBC comenzaron a acallar sus reclamos.
"La emisora que en 1924 se inició como LOY Radio Nacional fue adquirida al año siguiente por un inmigrante dueño de un negocio de receptores, Jaime Yankelevich. Por exigencias de diversas regulaciones su nombre definitivo fue LR3 Radio Belgrano. En los años treinta, las revistas especializadas llamaban "el Palacio" a la sede de la emisora, desde donde se ofrecía una programación dirigida a grandes públicos. Belgrano fue la primera radio que armó comercialmente su red.
Creato da Andrea Lawendel alle 15:17 Nessun commento: Link a questo post
Labels: storia della radio