Source: http://www.ristretti.it/areestudio/amnistia/documenti/indultino2.htm
Timestamp: 2018-01-16 15:32:04+00:00
Document Index: 81029432

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 58', 'art. 58', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 79', 'art. 58', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 79', 'art. 102', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 4']

Corte Costituzionale n° 255/2006
Indultino: incostituzionale l’automatismo
nella concessione del beneficio
Corte Costituzionale, sentenza 04.07.2006 n° 255
Altalex, 7 luglio 2006
Incostituzionale l’obbligo previsto per il magistrato di sorveglianza di dover concedere il beneficio della sospensione condizionata della pena anche nel caso in cui ritenga il condannato immeritevole di tale beneficio.
Con la sentenza n. 255 del 4 luglio 2006 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, della legge 207/2003 ("Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni", c.d. indultino).
Secondo la Consulta l’automatismo che si rinviene nella normativa è in contrasto con i principi di proporzionalità e individualizzazione della pena e contrasta con gli articoli 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.
Sentenza n. 255 - anno 2006
Repubblica Italiana - In nome del popolo italiano, la Corte Costituzionale, composta dai Signori:
Franco Bile Giudice
1. Con ordinanza del 28 settembre 2005 il Magistrato di sorveglianza di Venezia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2003, n. 207 (Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni), in riferimento agli articoli 3, 27, terzo comma, 79, primo comma, e 102, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui prevede come automatica ed obbligatoria la concessione della sospensione condizionata dell’esecuzione della pena, non consentendo al giudice di sorveglianza alcuna valutazione di merito, pur essendo norma compresa in una legge non approvata secondo le modalità prescritte dalla Costituzione per l’emanazione di un provvedimento di indulto.
Con successiva ordinanza, lo stesso Tribunale ha revocato la semilibertà, per avere il condannato più volte violato le prescrizioni del programma di trattamento, dimostrando in tal modo "il mancato raggiungimento di quel grado minimo di maturità che è indispensabile possedere per la corretta fruizione di una misura alternativa", nonché rendendo palese "la propria inidoneità alla prosecuzione del trattamento". L’intervenuta revoca di una misura alternativa comporta la soggezione del condannato alle preclusioni stabilite dall’art. 58-quater, secondo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), ovverosia l’impossibilità di accedere per un periodo minimo di tre anni ad altre misure alternative, nonché ai benefici penitenziari dei permessi premio e dell’ammissione al lavoro all’esterno.
Non è, infatti, applicabile al beneficio oggi richiesto la menzionata preclusione, in quanto la legge istitutiva del cosiddetto "indultino" ha espressamente richiamato le norme dell’ordinamento penitenziario che ha inteso estendere al nuovo beneficio, mentre non ha richiamato la norma di cui all’art. 58-quater, secondo comma, della legge n. 354 del 1975, che non può essere estesa in via interpretativa, trattandosi di norma di stretta interpretazione in quanto sfavorevole al reo.
Nel procedimento a quo, la recentissima revoca e l’accertata inidoneità al trattamento extramurario, oltre a non integrare un presupposto ostativo, non possono neppure essere tenute in considerazione ai fini del rigetto dell’istanza, non essendo demandata al giudice di sorveglianza alcuna valutazione di merito dall’art. 1 della legge n. 207 del 2003, che prevede l’obbligatoria concessione del beneficio ove sussistano i requisiti di legittimità ivi previsti, in quanto la formulazione della norma, che testualmente dispone: "è sospesa per la parte residua la pena ...", anziché "può essere sospesa", non lascia dubbi.
Confermano tale assunto anche la natura di beneficio extra ordinem dell’"indultino" (derivante dai limiti temporali stabiliti dall’art. 7 della legge n. 207 del 2003) e la ratio di deflazione carceraria, ampiamente resa nota dal dibattito parlamentare e politico che ha preceduto l’emanazione della predetta legge.
Irrilevante, ai fini dell’inquadramento sistematico del nuovo istituto è, invece, ad avviso del giudice a quo, la circostanza che l’"indultino" abbia come contenuto una serie di obblighi e prescrizioni in gran parte mutuati dalla più ampia delle misure alternative, ovvero l’affidamento in prova al servizio sociale, misura con la quale il beneficio condivide altri aspetti di disciplina, quali la sottoscrizione del verbale delle prescrizioni, la competenza del magistrato di sorveglianza sulle modifiche delle prescrizioni e in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 51-bis e 51-ter della legge n. 354 del 1975.
L’indultino, infatti, nonostante tali richiami di disciplina nella fase esecutiva, non può essere considerato una misura alternativa alla detenzione stante il ricordato automatismo del procedimento di concessione e l’assenza di alcuno spazio per una valutazione in termini di meritevolezza del beneficio, elementi che lo rendono del tutto affine a una misura di clemenza. Quest’ultima, infatti, non ha alcuna efficacia rieducativa, ma risponde a scelte di politica criminale, e limita il ruolo del giudice a un mero accertamento dei requisiti di legittimità previsti dalla legge. Anche l’indulto, peraltro, può essere sottoposto a condizioni od obblighi, alla cui violazione consegue la revoca del beneficio. A ben vedere, il rapporto di affinità appare tale da configurare un’identità di ratio legis. L’introduzione di una misura di clemenza avrebbe, però, doverosamente richiesto un formale provvedimento di indulto, approvato con le forme previste dalla Costituzione, ovverosia con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale, requisito formale di cui la legge n. 207 del 2003 è, invece, priva, con conseguente contrasto con l’art. 79, primo comma, della Costituzione.
Nelle proprie decisioni, il giudice di sorveglianza deve aver riguardo ai risultati del trattamento individualizzato e verificare la sussistenza delle condizioni per un adeguato reinserimento sociale, al fine di garantire la proporzionalità e l’individualizzazione del trattamento sanzionatorio, oltre che l’ineludibile finalità rieducativa della pena.
Ogni istituto previsto dal sistema ha, poi, una funzione pedagogico-propulsiva, quale incentivo per il condannato a migliorare la sua adesione al trattamento, nonché come momento di verifica per l’eventuale ammissione a benefici più ampi. Tale funzione degli istituti di risocializzazione consente di individuare una "progressione nella premialità, cui fa da contrapposto una regressione nella medesima nel caso di mancato rispetto delle prescrizioni dei benefici già concessi o di altre irregolarità comportamentali".
Nel nuovo sistema, pertanto, può essere ammesso all’"indultino", ovvero ad un beneficio di notevole portata, il condannato che non abbia mai ottenuto, per la mancata adesione al trattamento e la condotta irregolare tenuta nel corso dell’esecuzione, l’ammissione a una misura alternativa, neppure più blanda (quale la detenzione domiciliare o la semilibertà), né alcun tipo di beneficio, pur se di minore portata, come la liberazione anticipata, l’ammissione ai permessi premio, al lavoro all’esterno. Il condannato che abbia subito colpevolmente la revoca di una misura alternativa, come l’istante nel giudizio a quo, deve essere obbligatoriamente scarcerato, in presenza dei requisiti di legge e su presentazione dell’istanza da parte dell’interessato, e ottenere, per tale via, una misura più ampia di quella che si è appena rivelata inidonea, nonché di quelle che gli sono precluse per tre anni ai sensi dell’art. 58-quater, secondo comma, della legge n. 354 del 1975, senza che il giudice di sorveglianza possa in alcun modo vagliare il comportamento tenuto nel corso della precedente misura, e neppure il comportamento successivo alla revoca, gli eventuali progressi nel trattamento, il grado di rieducazione nel frattempo raggiunto, i risultati del trattamento individualizzato, la sussistenza delle condizioni per il reinserimento sociale e la rieducazione del condannato, con particolare riguardo ai bisogni della personalità di quest’ultimo. Censurabile appare l’instaurazione di un sistema rigido che preclude al giudice di verificare il percorso rieducativo compiuto dal condannato, nell’ambito del quale la revoca di una misura alternativa non può non assumere indubbio rilievo.
Va, al riguardo, ricordato secondo il rimettente che la Corte costituzionale ha affermato che, pur potendo il legislatore, di volta in volta, nei limiti della ragionevolezza, far tendenzialmente prevalere l’una o l’altra delle finalità della pena (afflittiva, retributiva, rieducativa), nessuna delle finalità assegnate alla pena dalla Costituzione deve, però, risultare obliterata (sentenza n. 306 del 1993).
La stessa Corte costituzionale ha avuto modo di affermare (sia pure con riferimento a diverse previsioni restrittive introdotte per i condannati per reati di particolare allarme sociale) che "la tipizzazione per titoli di reato non appare lo strumento più idoneo per realizzare appieno i principi di proporzione e individualizzazione della pena che caratterizzano il trattamento penitenziario" (sentenza n. 445 del 1997).
2. Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata inammissibile o infondata.
Nel merito, secondo l’Avvocatura, la relazione al progetto di legge sull’"indultino" sarebbe chiara sui principi sottesi all’intervento legislativo: risolvere l’insostenibilità del sovraffollamento carcerario, per migliorare le condizioni di detenzione che attualmente non assicurano il rispetto della dignità della persona e garantire, al contempo, le esigenze di tutela della collettività. La sospensione dell’esecuzione della pena è accompagnata da precise prescrizioni che, solo se adempiute dal condannato, porterebbero all’estinzione della pena. Dunque il c.d. "indultino" ha finalità di ovviare al sovraffollamento carcerario (che rappresenta un grave ostacolo alla funzione rieducativa) e punta alla salvaguardia della dignità della persona umana, senza però dimenticare il fine del recupero sociale del condannato: questi, infatti, vede sostituito un trattamento penale scarsamente significativo (detenzione non superiore a due anni) con un altro trattamento di durata assai più lunga (cinque anni) che ha la funzione di stimolo all’astenersi dall’infrangere ulteriormente la normativa penale, con conseguente esclusione di qualsiasi irrazionalità che possa comportare una violazione dell’art. 3 della Costituzione.
1. Il Magistrato di sorveglianza di Venezia dubita della legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 1° agosto 2003, n. 207 (Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di due anni), nella parte in cui, al ricorrere dei requisiti di cui all’art. 1, obbliga il magistrato di sorveglianza a concedere il beneficio della sospensione condizionata della pena anche nel caso in cui ritenga il condannato immeritevole di tale beneficio: per violazione dell’art. 3 della Costituzione, per l’irragionevolezza di un sistema basato su un automatismo che, a fronte di determinati comportamenti del condannato, tali da determinare la revoca di una misura alternativa e la preclusione per un certo tempo di determinati benefici, al contempo gli consenta, in presenza di requisiti formali, di accedere a un beneficio più ampio di quello appena dimostratosi inidoneo, senza che possa essere in alcun modo valutato quello stesso comportamento precedentemente sanzionato con la revoca; per violazione dell’art. 27, terzo comma, della Costituzione, perché, ponendosi in contrasto con i principi del finalismo rieducativo della pena, dell’individualizzazione del trattamento e della progressività trattamentale, la pena non avrebbe alcuna funzione rieducativa o preventiva, non disponendo il giudice di sorveglianza di alcun potere di apprezzamento discrezionale sulla concessione del beneficio; per violazione dell’art. 79, primo comma, della Costituzione, in quanto la norma in questione, pur prevedendo nella sostanza un indulto (perché attribuisce il beneficio della sospensione della pena indistintamente a tutti, purché ricorrano determinate condizioni e purché siano osservate determinate prescrizioni), non è stata deliberata con le relative forme previste dalla Costituzione, ovverosia a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale; per violazione, infine, dell’art. 102 della Costituzione, perché il denunciato automatismo, che impone al giudice l’obbligo di ammettere una persona condannata a una pena detentiva legalmente inflitta a un ampio beneficio extramurario previa la mera verifica della sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, senza alcuna valutazione di merito, priva l’attività del giudice chiamato a decidere sull’istanza di qualsivoglia contenuto giurisdizionale.
L’art. 1 della legge n. 207 del 2003, nella sua originaria formulazione, prevedeva, al comma 1, che "nei confronti del condannato che ha scontato almeno la metà della pena detentiva è sospesa per la parte residua la pena nel limite di due anni, salvo quanto previsto dai commi 2 e 3" e stabiliva, fra l’altro, al comma 3, che "la sospensione non si applica: [...] d) quando la persona condannata è stata ammessa alle misure alternative alla detenzione".
La disposizione determinava una irragionevole disparità di trattamento fra il condannato il quale, perché "meritevole", fosse stato ammesso a misure alternative alla detenzione e il condannato il quale o perché "immeritevole" o per il fatto di non versare nelle condizioni oggettive per avanzare la relativa richiesta non fosse stato ammesso al godimento di tali misure, dal momento che il primo non poteva godere del beneficio della sospensione condizionata della pena residua, mentre il secondo otteneva prima la sospensione della pena, e poi, se non avesse commesso entro cinque anni delitti non colposi con una condanna non inferiore a sei mesi di detenzione, l’estinzione della pena stessa.
Sulla base di tale irragionevolezza, questa Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, lettera d), "non potendo la circostanza dell’ammissione o meno a misure alternative alla detenzione costituire un discrimine per il godimento del beneficio della sospensione condizionata della pena (c.d. "indultino"), e ciò soprattutto ove si tenga presente che di quest’ultimo verrebbero a godere condannati ritenuti non meritevoli di misure alternative e non anche quelli che sono stati giudicati meritevoli di tali misure" (sentenza n. 278 del 2005).
È vero che l’art. 4 della legge n. 207 del 2003 attribuisce al magistrato di sorveglianza un significativo potere di graduare le prescrizioni cui il condannato deve ottemperare durante il periodo in cui la pena è condizionatamente sospesa in relazione alla personalità dello stesso; ma è anche vero che tale potere incide solo sulle modalità di godimento del beneficio del c.d. "indultino", e non anche sull’an della sua concessione, che è invece obbligatoria anche per soggetti che non abbiano dato prova di meritare un trattamento extramurario.