Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-326-del-10-01-2017
Timestamp: 2020-08-12 04:44:55+00:00
Document Index: 164534764

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 106', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 106', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 106', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 360']

Sentenza Cassazione Civile n. 326 del 10/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 326 del 10/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 10/01/2017, (ud. 29/09/2016, dep.10/01/2017), n. 326
sul ricorso 17295/2014 proposto da:
I.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTON
GIULIO BARRILLI 49, presso io studio dell’avvocato DANIEL DE VITO,
avverso la sentenza n. 4486/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
CERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Il sig. I.O. ha proposto ricorso contro il Ministero dell’Economia e delle Finanze per la cassazione della sentenza con cui la corte d’appello di Napoli, riformando la sentenza del Tribunale di Ariano Irpino, ha rigettato l’opposizione da lui proposto avversa l’ordinanza ingiunzione con la quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze gli aveva applicato una sanzione pecuniaria di ammontare pari al 5% dell’importo delle transazioni in contanti da lui effettuate tra il 2003 ed il 2004 presso la Cassa Arianese di Mutualità (di seguito, C.A.M.), della quale era socio, ritenendolo responsabile dell’illecito amministrativo di cui al D.L. n. 143 del 1991, art. 1, convertito in legge con la L. n. 197 del 1991; tale articolo (abrogato nell’ambito della revisione della disciplina antiriciclaggio operata con il D.Lgs. n. 231 del 2007, ma applicabile alla fattispecie ratione temporis) vietava le transazioni finanziarie in contanti senza il tramite di intermediari abilitati per importi eccedenti il limite di Euro 12.500 (originariamente, Lire 20.000.000).
Con il secondo motivo di ricorso – riferito al vizio di violazione di legge, in relazione al D.L. n. 143 del 1991, art. 1, comma 1, art. 4, commi 1 e 2 e art. 6, commi 1 e 4 bis, in relazione al disposto di cui all’art. 106 T.U.B. – il ricorrente censura la statuizione della sentenza gravata che ha ritenuto che la C.A.M. non fosse abilitata allo svolgimento di operazioni extra soglia in denaro contante ai sensi del D.L. n. 143 del 1991, art. 4 (ora abrogato dal D.Lgs. n. 231 del 2007, ma applicabile alla fattispecie ratione temporis), sul rilievo che la stessa non rientrava tra i soggetti abilitati ex lege ai sensi del comma 1, di tale articolo e non aveva ricevuto I’ abilitazione ministeriale di cui al comma 2 del medesimo articolo.
Nel mezzo di gravame si argomenta che la C.A.M. – poichè già effettuava le suddette operazioni in contanti alla data entrata in vigore del D.L. n. 143 del 1991 (essendo stata costituita l’1 marzo 1989) – doveva ritenersi abilitata alla movimentazione extra soglia di denaro contante in base al disposto del D.L. n. 143 del 1991, art. 6, comma 4 bis (“Gli intermediari di cui ai commi 2 e 2 bis esercenti l’attività alla data di entrata in vigore del presente decreto possono continuare ad esercitarla a condizione che ne diano comunicazione all’Ufficio italiano dei cambi entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto”). Secondo il ricorrente, in sostanza, la preesistenza della società rispetto all’emanazione del D.L. n. 143 del 1991, implicherebbe che la stessa, con la semplice comunicazione all’U.I.C., avrebbe potuto ottenere non soltanto la possibilità di continuare ad esercitare le attività di cui dell’art. 6, commi 2 e 2 bis di tale decreto legge, venendo iscritta nell’elenco, previsto dello stesso art. 6, comma 1, degli intermediari abilitati all’esercizio in via prevalente delle attività indicate nell’art. 4, comma 2 del medesimo D.L. (“concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, compresa la locazione finanziaria; assunzione di partecipazioni; intermediazione in cambi; servizi di incasso, pagamento e trasferimento di fondi anche mediante emissione e gestione di carte di credito”); ma anche la possibilità di (continuare a) compiere operazioni di movimentazione di denaro contante oltre i limiti imposti del ripetuto D.L. n. 143 del 1991, art. 1.
La tesi del ricorrente non può trovare accoglimento, perchè risulta in contrasto con il tenore letterale delle disposizioni in questione. Infatti, posto che l’elenco di cui dell’art. 6, comma 1 (successivamente sostituito dall’elenco di cui al D.Ls. n. 385 del 1993, art. 106 T.U.B.) serviva a definire i soggetti che potevano giovarsi della qualifica di intermediari di cui dell’art. 4, comma 2, l’inserimento in tale elenco (consentito, alla condizione di una semplice comunicazione all’U.I.C., ai soggetti che già prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 143 del 1991, esercitavano le attività di cui dello stesso art. 6, commi 2 e 2 bis, giusta il disposto del comma 4 bis del medesimo articolo) non implicava l’automatico riconoscimento della possibilità di poter effettuare operazioni di trasferimento di contante.
Nè la nota 13.2.92 con la quale l’U.I.C. comunicò alla C.A.M. l’avvenuta iscrizione nell’elenco degli intermediari di cui al D.L. n. 143 del 1991, art. 6, comma 1, poteva essere intesa alla stregua di un’implicita abilitazione ex art. 4, comma 2, dello stesso D.L., giacchè, come accertato nella sentenza impugnata, tale nota conteneva alcun “riferimento agli obblighi dettagliatamente indicati dai primi tre articoli della più volte richiamata L. n. 197 del 1991, che, specificamente, riguardano le operazioni di trasferimento di denaro contante” (pagina 10, secondo cpv, della sentenza gravata); e, ciò, a prescindere dal rilievo, di per se stesso tranciante, che detta nota proveniva dall’U.I.C., mentre l’Amministrazione competente al rilascio dell’abilitazione all’effettuazione di operazioni in contanti extra soglia era il Ministero del Tesoro.
Del resto, dal dettato del D.L. n. 143 del 1991, art. 4, comma 2, emerge chiaramente, laddove si prevedeva che l’abilitazione all’effettuazione di trasferimento di contanti andasse rilasciata “su richiesta”, l’inesistenza di un nesso necessario tra l’esercizio prevalente di una delle attività elencate in tale comma (e quindi l’iscrizione nell’elenco di cui dell’art. 6, comma 1 dello stesso D.L., ora sostituito dall’elenco di cui all’art. 106 T.U.B) e la titolarità dell’abilitazione (che l’intermediario poteva anche non richiedere) all’effettuazione di operazioni in contanti extra soglia; d’onde l’insostenibilità dell’assunto secondo cui tutti gli intermediari che esercitavano le attività di cui al D.L. n. 143 del 1991, art. 6, commi 2 e 2 bis, già all’epoca dell’emanazione di tale decreto legge si sarebbero dovuti ritenere automaticamente abilitati all’effettuazione di operazioni in contanti sol perchè essi, con la tempestiva comunicazione all’U.I.C. di cui del D.L. n. 143 del 1991, art. 6, comma 4 bis, potevano continuare ad esercitare le attività di cui al D.L. n. 143 del 1991, art. 6, commi 2 e 2 bis, ed essere iscritti nell’elenco di cui al comma 1 dello stesso articolo.
Da ultimo, milita in senso contrario alla tesi prospettata dal ricorrente anche l’interpretazione teleologica delle norme, in quanto la finalità del D.L. n. 143 del 1991, era quella di porre un freno all’utilizzo del contante in vista del contrasto alle operazioni di riciclaggio del denaro di provenienza illecita, aumentando di conseguenza le garanzie di trasparenza e tracciabilità delle operazioni di movimentazione del contante; tale ratio legis risulterebbe palesemente vanificata da una interpretazione della normativa che ammettesse la possibilità di continuare ad effettuare operazioni di trasferimento di denaro contante, senza una previa abilitazione da parte del Ministero, per gli intermediari di cui al D.L. n. 143 del 1991, art. 4, comma 2, già operanti alla data di entrata in vigore del decreto legge.
e) Il fatto che l’opponente aveva effettuato soltanto quattro delle 1.205 operazioni in contanti contestate alla C.A.M..
Premesso che, contrariamente a quanto dedotto in ricorso, la sentenza gravata ha messo precisamente a fuoco che l’errore in cui il ricorrente assumeva di essere incolpevolmente incorso concerneva non l’esistenza del divieto legale di movimentazione di contanti extra soglia ma il fatto che la C.A.M. fosse munita dell’ abilitazione a tale movimentazione (si veda, in particolare, pag. 12, ultimo rigo, della sentenza gravata, ove appunto si afferma che un’attenta lettura del D.L. n. 143 del 1991, avrebbe consentito di comprendere che la semplice iscrizione nell’elenco di cui al comma 1 del relativo articolo 6 non equivaleva ad un’abilitazione al compimento di operazioni in contanti), risulta determinante la considerazione che le circostanze di fatto di cui si lamenta l’omesso esame, sopra sintetizzate, non posseggono il requisito della decisività di cui al nuovo testo (applicabile ratione temporis nel presente giudizio, come già sopra precisato) dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
La censura proposta con il terzo mezzo di ricorso si risolve dunque, in definitiva, nella prospettazione di doglianze di puro merito, atteggiandosi con una inammissibile richiesta alla Corte di cassazione di sostituirsi alla corte territoriale nell’apprezzamento e nella valutazione delle emergenze istruttorie. Al riguardo va ricordato che, per integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, è necessario – come questa Corte aveva chiarito già in relazione al testo di tale disposizione anteriore alla modifica recata dal D.L. n. 83 del 2012, enunciando principi validi a fortiori dopo tale modifica – che i fatti in ordine ai quali si lamenta l’omessa o insufficiente motivazione (o di cui, nei procedimenti in cui si applica il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, si lamenta l’omesso esame) siano “di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito” (così Cass. nn. 25756/14, 24092/13, 14973/06).
La corte di appello ha disatteso detta doglianza ritenendo la percentuale del 5% delle somme oggetto di trasferimento proporzionata alla gravità soggettiva della violazione ed assumendo che quello della gravità soggettiva era, tra i criteri fissati dall’articolo 11 della L. n. 689 del 1981, per la determinazione dell’entità delle sanzioni amministrative pecuniarie, l’unico che nella specie potesse essere preso concretamente in considerazione a favore dell’opponente, “nulla di particolare emergendo dalle risultanze processuali quanto agli altri” (pag. 15, secondo cpv, della sentenza gravata).
aveva una consistenza patrimoniale non paragonabile a quella della C.A.M.. In definitiva, nel mezzo di ricorso, si lamenta che la corte distrettuale abbia trascurato i parametri di valutazione dell’entità della sanzione, indicati dalla L. n. 689 del 1981, art. 11, relativi alla gravità della violazione, alla personalità del trasgressore ed alle sue condizioni economiche.
Può inoltre aggiungersi, sempre alla luce del nuovo testo del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., che l’identità tra la percentuale sanzionatoria applicata all’opponente e quella applicata alla C.A.M. non costituisce fatto decisivo, il cui esame avrebbe certamente indotto il giudice di merito a conclusioni diverse in punto di quantificazione della sanzione, giacchè proprio il ben più rilevante importo delle operazioni poste in essere dalla C.A.M. assicura, a parità di percentuale sanzionatoria, la maggiore afflittività della sanzione alla stessa irrogata In definitiva tutte i motivi ricorso vanno disattesi.