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Timestamp: 2017-07-28 16:43:42+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 629', 'sentenza ', 'art. 388', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 7', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 393', 'art. 388']

Archivio Articoli: 25/04/2010
Articoli del 25/04/2010:
Il marito che costringe con le minacce l'ex moglie ad abbandonare l'abitazione coniugale che le era stata affidata in sede di divorzio rischia una condanna per estorsione
Cassazione penale, sez. VI, sentenza del 11.01.2010 n. 736 - (1032)
Sentenza della Cassazione in tema di diritto di visita
Il marito che costringe con le minacce l'ex moglie ad abbandonare l'abitazione coniugale che le era stata affidata in sede di divorzio rischia una condanna per estorsione:
La seconda sezione penale della Corte di Cassazione con la sentenza 15111/2010 ha stabilito che l’ex coniuge che minaccia la ex moglie per indurla a lasciare la casa coniugale commette reato di estorsione, confermando la condanna per estorsione a due anni di reclusione, più una multa di 300 euro, nei confronti di un uomo di Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, il quale aveva minacciato di morte l'ex compagna per costringerla ad abbandonare la casa in cui viveva, ottenuta dopo il divorzio, rivendicando l'immobile, da anni di proprietà della sua famiglia di origine
Ma , rilevato che per disposizione del giudice la casa è nella disponibilità della ex consorte, le i minacce utilizzate per indurla a lasciare la casa integrano gli estremi del reato di estorsione previsto e punito dall'art. 629 del codice penale., che stabilisce che "chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad ammettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 516 a euro 2.065".
La Seconda Sezione Penale della Suprema Corte, nel caso di specie ha affermato che l'ingiusto profitto sussiste, dal momento che l'immobile in questione era stato affidato alla moglie, e l'ex marito non ne aveva più la disponibilità.
Cassazione penale, sez. VI, sentenza del 11.01.2010 n. 736 - (1032):
Il Giudice di merito deve valutare l'effettiva sussistenza dell'elemento psicologico del reato ascritto all'imputata, atteso che la B. ha sostenuto di non aver voluto impedire al marito di avere contatti con il bambino, essendosi soltanto preoccupata di tutelare la salute del piccolo (esigenza che costituisce criterio ispiratore della norma incriminatrice di cui all'art. 388 co. 2 cp: v. Cass. Sez. 6, 16.3.1999 n. 7077, Antonietti, rv. 214690). Secondo la Corte di Cassazione i giudici di appello non si sono curati di verificare la consistenza di tale assunto difensivo (rispetto al quale effettivamente le accuse provenienti dal marito della donna non acquistano decisivo valore escludente), né hanno accertato il configurarsi o meno di eventuali situazioni suscettibili di ricondurre il contegno antigiuridico della B. nell'area di un presunto stato di necessità (o altra scriminante putativa) in rapporto alla asserita esigenza di tutelare l'effettivo interesse del bambino, “piuttosto che coltivare il proposito di vulnerare l'interesse del marito a frequentarlo nei modi previsti in sede di separazione."
Ecco la sentenza : Motivi della decisione
Cassazione Sezione I Civile Sentenza n. 3798/2008:
"L'art. 13, comma 2, della Convenzione de L'Aja del 1980 sulla sottrazione internazionale di minori riguarda un'ipotesi di esclusione dell'ordine di rimpatrio che ricorre allorché il minore vi si oppone, sempre che costui abbia raggiunto "un'età ed un grado di maturità" tali da giustificare il rispetto della sua opinione. Nell'indagine sul raggiungimento da parte del minore di un'adeguata capacità di discernimento, al fine di esprimere una volontà idonea ad opporsi al rimpatrio, il giudice non è tenuto a procedere all'audizione del minore secondo modalità particolari, in particolare procedendo all'esperimento di una consulenza tecnica d'ufficio, purché le ragioni del rifiuto siano adeguatamente motivate"."
Ecco la sentenza: Il Tribunale per i minorenni di Milano con decreto 28.8.2008 accoglieva l'istanza presentata da P. R., madre del minore P. P., per ottenere, ai sensi dell'art. 7 legge 15.1.1994, n. 64, in riferimento agli artt. 12, 13, 29 della Convenzione dell'Aja del 25.10.1980 e all'art. 11 Regolamento CE 2201/2003, la riconsegna ed il rimpatrio del figlio nato dalla convivenza con C. P.
Cassazione sez. I civile del 30 marzo 2009, n. 7614
Assegno divorzile ,famiglia,,divorzio,condizioni economiche
**** chiedeva al Tribunale di Pordenone pronunzia di cessazione degli effetti civili del matrimonio da lei, contratto con **** con concessione di un assegno divorzile di euro 2.065,83 mensili.
**** non si opponeva alla richiesta di declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio ma contestava la domanda di liquidazione dell’assegno divorzile, assumendo che non ne ricorrevano le condizioni di legge. Il Tribunale adito con sentenza in data 10.8.2004 dichiarava cessati gli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato fra le parti e condannava **** a corrispondere all’ex moglie un assegno divorzile per un importo di euro 1.500 al mese.
Avverso la decisione del Tribunale di Pordenone proponeva appello **** assumendo che non ricorrevano i presupposti, per la concessione all’ex moglie di un assegno divorzile, posto che la stessa non si trovava in stato di bisogno, il loro tenore di vita, durante la convivenza, era stato bassissimo per scelta condivisa dei coniugi, la **** non aveva dimostrato di avere cercato un nuovo posto di lavoro, irrilevante era la circostanza relativa alla sua necessità di mantenere una figlia, essendo stata la bambina concepita con altro uomo, il matrimonio delle parti era durato solo due anni.
La Corte di appello di Venezia accoglieva per quanto di ragione il gravame riducendo l’ammontare dell’assegna divorzile ad euro 1100 al mese. Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello propone ricorso, il **** fondato su due motivi, illustrati con memoria, la **** Resiste con controricorso -
Con il primo mezzo di cassazione **** lamenta insufficienza e contraddittorietà della motivazione Circa un punto decisivo della controversia nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 115 C.P.C. e 2697c.c.. Assume il ricorrente che la Corte d’appello ha errato nel ritenere che spettasse ad esso ricorrente fornire la prova che la ****, dopo il suo licenziamento, avesse continuato a lavorare o fosse in grado di svolgere un’attività lavorativa remunerativa.
Nel vigente ordinamento è regola generale che l’onere della prova gravi su chi alleghi o debba allegare una determinata circostanza; la motivazione della Corte d’appello sovverte tale regola e si pone quindi in contrasto con il dato normativo che subordina l’obbligo di pagamento dell’assegno divorzile, in favore del coniuge più debole, alla carenza in capo allo stesso di mezzi sufficienti a garantirgli il medesimo tenore di vita, goduto in pendenza di matrimonio, e comunque all’impossibilità del coniuge richiedente di procurarsi tali mezzi.
Nella specie la **** non si è preoccupata di provare di avere cercato un lavoro, avendo preferito concepire una figlia con altro uomo.
Con il secondo motivo il ricorrente censura l’impugnata sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 5 L. 1.12.1970 n 898 nonché per illegittimità della motivazione.
La Corte d’appello ha liquidato in favore della **** un assegno divorzile di euro 1.100 vale a dire per un ammontare pari allo stipendio che percepiva durante il pregresso rapporto di lavoro.
Ciò vuole dire che se la controricorrente avesse continuato a lavorare non avrebbe avuto diritto ad alcun assegno in quanto la separazione prima ed il divorzio poi erano dipese da incompatibilità di carattere, il contributo dato dalla **** alla conduzione familiare era stato modesto, nessun contributo economico è stato apportato dalla controricorrente alla formazione del patrimonio dell’ex marito.
Si osserva, in relazione al primo motivo, che la Corte d’appello ha fondato la sua decisione non già sulla base di una inversione dell’ onere della prova, ma su fatti acquisiti al giudizio quali: florida situazione economica dell’ **** o disoccupazione della **** a decorrere dall’ottobre 2003, età della stessa, sua recente maternità e sue specifiche qualifiche professionali, definite dalla Corte di livello medio ed enfatizzate in senso positivo dal senza prova alcuna.
L’onere della prova in ordine alla sussistenza di particolari attitudini lavorative della **** è stata dal giudice di merito rettamente addossata al **** essendo state tali qualità eccepite dal ricorrente, al fine di contestare la situazione economica della controricorrente così come risultante dagli atti.
Pertanto essendo risultato in base alle circostanze acquisite al giudizio che la situazione delle due parti in causa era particolarmente equilibrata, in favore del ricorrente, che il tenore di vita della coppia, in costanza di matrimonio, era potenzialmente elevato in base al rilevante reddito prodotto dal … omissis … che la controricorrente non era in grado di procurarsi un reddito che le consentisse di mantenere il pregresso tenore di vita esattamente la Corte territoriale ha posto a carico del ricorrente l’onere di corrispondere all’ex moglie un assegno divorzile per un ammontare peraltro modesto in relazione al suo reddito, senza con ciò sovvertire i principi vigenti in ordine all’onere della prova, essendo stato, posto a carico del ricorrente, dalla Corte territoriale, solo la mancata prova di circostanze dallo stesso eccepite, prima fra le quali, come su detto, la particolare professionalità dell’ex moglie. Il primo motivo va pertanto disatteso. Inammissibile deve poi ritenersi il secondo motivo, posto che lo stesso non contiene censure avverso l’impugnata sentenza, ma esclusivamente considerazioni su circostanze che, a giudizio del **** se ricorrenti ed attuali, avrebbero escluso il diritto della **** alla percezione di un assegno divorzile.Considerazioni e non censure che in quanto tali non incidono sulla motivazione dell’impugnata sentenza.
Infine giova rilevare, per mera completezza di esposizione, che le argomentazioni svolte dal **** nella memoria depositata ai sensi del’art. 378 c.p.c. non sono idonee a giustificare una modifica della giurisprudenza fin qui consolidatasi che, ai fini della determinazione del tenore di vita, fa riferimento alle potenzialità della coppia (Cass. civ. sez. I 12.07.2007 n 15610; cass. civ. sez. I 28.02.07 n 4764; cass. civ. sez. I 07.05.2002 n 6541) e che si ritiene quindi di confermare.
respinge il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che si liquidano in complessive euro 1.800/00 di cui euro 200/00 per esborsi oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
Sentenza della Cassazione in tema di diritto di visita:
Cassazione penale Sez. VI, Sentenza 8 luglio 2009, n. 27995 - (711) In tema di Divorzio,ferie,affidamento,diritto di visita,violenza privata
2 - La Corte d'Appello di Palermo, investita dai gravami dell'imputata e del P.G., con sentenza 23/11/2005, riformando in parte la decisione di primo grado, dichiarava la F. colpevole anche di tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 c.p.), cosi qualificata l'originaria imputazione ex artt. 56-610 c.p., unificava i due reati sotto il vincolo della continuazione, rideterminava la pena, tenuto conto delle già concesse attenuanti generiche, in giorni venti di reclusione, sostituiti con euro 760,00 di multa, e confermava nel resto la pronuncia impugnata.
3 - Ha proposto ricorso per cassazione l'imputata, lamentando la violazione della legge penale e il vizio di motivazione: a) quanto al reato di cui all'art. 388 c.p., ha stigmatizzato lo scarso interesse del L. ad intrattenere rapporti significativi col figlio, tanto che quest'ultimo, a lei affidato, non aveva dimostrato alcuna disponibilità ad allontanarsi, nel mese di omissis, dal suo ambiente abituale, sicché la scelta da lei fatta era stata determinata dalla sola ragione di evitare un trauma al bambino; b) quanto al reato di cui agli artt. 56-393 c.p., nessuna prova affidabile era stata acquisita.
Rileva la Corte, in ordine alla prima doglianza, che l'elusione dell'esecuzione del provvedimento giurisdizionale adottato in sede di separazione dei coniugi si realizza anche attraverso la mancata ottemperanza al provvedimento medesimo. “Eludere”, infatti, significa frustrare, rendere vane le legittime pretese altrui e ciò anche attraverso una mera omissione, che, nella specie, è consistita nel rifiuto della F., alla quale era affidato il bambino, di far sì che lo stesso trascorresse col padre il periodo di vacanza prestabilito. L'asserito esercizio del diritto-dovere di avere agito esclusivamente nell'interesse del minore, che avrebbe manifestato indisponibilità ad allontanarsi, sia pure temporaneamente, dal suo ambiente abituale, è rimasto indimostrato. Non va, peraltro, sottaciuto che rientra nei doveri del genitore affidatario quello di favorire, a meno che sussistano contrarie indicazioni di particolare gravità, il rapporto del figlio con l'altro genitore, e ciò proprio perché entrambe le figure genitoriali sono centrali e determinanti per la crescita equilibrata del minore. L'ostacolare gli incontri tra padre e figlio, fino a recidere ogni legame tra gli stessi, può avere effetti deleteri sull'equilibrio psicologico e sulla formazione della personalità del secondo.
Non risulta che la F. si sia mossa nella direzione che il suo dovere di madre, a prescindere da spinte egoistiche, le imponeva a tutela della posizione del figlio, né risulta una situazione che rendeva impraticabile l'affidamento, sia pure temporaneo, del minore al padre, situazione che, peraltro, se reale, avrebbe dovuto essere rappresentata tempestivamente alla competente Autorità Giudiziaria per gli opportuni provvedimenti.
La seconda censura è assolutamente generica e non idonea a porre in crisi gli argomenti che il Giudice a quo ha posto a base del ritenuto reato di cui agli artt. 56-393 c.p., provato dalla precisa e attendibile testimonianza del L., destinatario della telefonata ricattatoria da parte della moglie, che, per indurlo a rispettare più puntualmente i suoi obblighi di natura economica, aveva minacciato di ostacolare in ogni modo gli incontri tra padre e figlio, circostanza quest'ultima che rappresenta - tra l'altro - una ulteriore conferma della fondatezza del primo capo d'accusa.