Source: http://www.sofri.org/picpost0400.html
Timestamp: 2019-02-16 12:20:50+00:00
Document Index: 179149092

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il caso Sofri: Piccola Posta
Piccola Posta Aprile 2000
Adriano Sofri commenta le motivazioni della sentenza di revisione.
Mercoledì ho abbracciato con sollievo le ossa di Ovidio che finalmente usciva ­ benché dalla porta stretta. Così ho avuto una sera quasi allegra. Di notte ha tuonato e piovuto, ed è consolante sentirsi al riparo nella propria cella quando c'è il temporale. Ora aspetto di tornare sulla mia pratica giudiziaria, quando avrò letto l'ultima rivendicazione. Intanto richiamo due o tre egoistici concetti. Che io non parlo per altri, e nessuno parla per me. Che quando avvisto, accostata al mio nome, la parola "clemenza", la mia mano corre alla fionda. Che io sono accusato di aver dato un mandato di omicidio in un colloquio, e che quel colloquio non è mai avvenuto. Che attraverso me Lotta Continua è accusata di aver deliberato quell'omicidio, e che questo non è mai avvenuto. Che la mia partita si chiuderà quando un giudice, a Roma o a Berlino, scriverà una sentenza che quel colloquio non è mai avvenuto, e che Lotta Continua non ha deliberato quell'omicidio. E se no? Se no, niente. Mourir pour des idées, d'accord, mais de mort lente, cantava Brassens. Non era uno scherzo. Moriremo tutti. Io, almeno, pour des idées.
E' lunedì, sono in galera e non ho ancora ricevuto le motivazioni della sentenza veneziana, che leggerò con l'attento buonumore che meritano altre 487 pagine di negazione della realtà. Intanto però segnalo un errore di stampa davvero magnifico nella scorsa puntata di questa Piccola posta. Avevo scritto: "Quando trovo, accostata al mio nome, la parola clemenza, la mia mano corre alla fionda". Il decifratore della mia grafia (con cui mi scuso cordialmente) ha trascritto: "Quando trovo la parola demenza". Ben mi sta. Inevitabilmente quella svista suggestiva mi ha indotto a una serie di variazioni conseguenti. Contare su un atto di demenza. Demente VII. La demenza di Tito. Clementia Praecox. Oh my darling Dementine. Ci appelliamo alla demenza della Corte.
Sapete quell'espressione : "Vedere un altro film". Io e i miei giudici., benché fossimo nella stessa multisala bunker di Mestre, abbiamo visto un altro processo. Di quello che hanno visto loro, e di cui ho finalmente letto la recensione, la scena che mi ha più commosso è quella in cui io, che da dodici anni dimostro che il colloquio pisano nel quale avrei dato un mandato di omicidio non è mai avvenuto, vengo a sapere che se anche se quel colloquio non fosse mai avvenuto, sarei lo stesso colpevole. Non c'è male. Questi giudici rinunciano ai salesiani, non ai miracoli. (Continua)
Essendomi messo per la centesima volta a commentare una sentenza sono triste solitario e finale come un copista del ministero dei Lavori pubblici. A volte però ho un soprassalto di curiosità e allegria, perché anche nelle più sabbiose sentenze scivola qualche sentimento dell'estensore, che lo rende umano e vicino. Che cosa c'è, per esempio, di più umano della meschinità? Alla pag. 421 della mia ultima sentenza viene citata, proprio di passaggio, la pioggia del 13 maggio del 1972 a Pisa, la pioggia da me ricordata, dai fotografi fotografata, da Marino dimenticata, dai miei accusatori e condannatori negata, dai giornali del giorno dopo descritta come "battente", "insistente" e "accanita". Ed ecco che quella cara vecchia pioggia vilipesa e archiviata torna, nella prosa del giudice De Niccolo, così: "Si spiega come sia possibile che Marino non abbia saldamente memorizzato, ad esempio, il particolare del colore dell'autovettura rubata per il delitto o il particolare della piogerella che guastò la parte conclusiva del comizio pisano di Sofri...". La pioggerella: che tenerezza, che delicatezza. Che dice la pioggerellina...? Dice: ah, com'è umana la meschinità, com'è dettagliata.
Continuo con il mio zibaldino di appunti sulla motivazione del rigetto della revisione della nostra condanna. Veniamo alla psicologia del ricordo. La premessa è che un ricordo si fissa, a tanta distanza di tempo, quando è ancorato a qualche ragione di interesse o a qualche circostanza coincidente. Così, la notizia della morte di Calabresi può fissarsi nella memoria dei militanti di Lotta Continua che hanno condotto una così impegnativa campagna contro il commissario. Dunque può spiegare la tenacia del ricordo, per esempio nei quattro testimoni di Lotta Continua che hanno dichiarato di essersi incontrati per l'aperitivo al bar Eden di Massa nella tarda mattinata del 17 maggio 1972, e di avervi incontrato Bompressi. Ma la loro testimonianza non è attendibile, perché erano stati di Lotta Continua. Conclusione: quei quattro avevano una ragione comune per conservare esattamente il ricordo, perché erano di Lotta Continua; ma siccome erano di Lotta Continua il loro ricordo non era credibile. E' invece credibile quello di un quinto e nuovo testimone della stessa scena, Roberto Torre, perché non era stato di Lotta Continua; ma dato che non era stato di Lotta Continua, non aveva una ragione per imprimere nella memoria il ricordo di quel giorno. Dunque il suo ricordo non è credibile (Pausa, applausi, cinque secondi di pubblicità per noi).
Mi vengono addebitati, nella sentenza che vado annotando, due "riscontri esterni". Il primo è l'"adesione al movente": non lo commento, e ricada sugli autori. Il secondo è il famoso (per gli amatori di questa vicenda) colloquio fra Marino e l'ex senatore Bertone, nel quale Marino nominò me e Pietrostefani. Avvenuto un mese prima della "confessione" di Marino ai carabinieri, quel colloquio diventa "riscontro esterno": cioè Marino di maggio riscontra Marino di giugno. Ma questo è ancora poco. Poiché Marino stesso, il suo avvocato, i carabinieri, e Bertone, si impegnarono tutti a occultare quel colloquio per oltre un anno e fui io a fare il nome di Bertone e a chiedere che fosse ascoltato, il "riscontro esterno" è il frutto della mia autolesionista attività di difesa. Infine: la ragione per cui Marino, Maris, Bertone e i carabinieri vollero occultare il lungo antefatto della "confessione" sta, come ho argomentato seimila volte, nell'interesse a sostenere che Marino era andato spontaneamente dai carabinieri, e non che i carabinieri erano andati da lui, perché da lui mandati. Così si corona la fulgida esemplarità del "riscontro esterno" a mio carico. C'è in questa ritorsione della difesa in accusa qualcosa di più della protervia della condanna a ogni costo: c'è un gusto della derisione e della caricatura che l'Inquisizione, per quel che ne so, non aveva, e avevano piuttosto i procuratori staliniani. Postilla: coloro i quali, procuratori, essendo a conoscenza dell'itinerario che portò da Bertone ai carabinieri a Marino, ne tacquero e ne tacciono ancora, sono corresponsabili della mia persecuzione. Punto sul quale tornerò, naturalmente. Quando lo sollevai non mancò chi obiettasse: le cose saranno andate senz'altro così, ma che Bertone o chi dopo di lui abbia mandato i carabinieri da Marino che cosa cambia l'accusa di Marino? Tutto cambia. L'accusa contro di noi non si basa su qualche fatto, ma sulla parola (smentita) di Marino, e sulla pretesa spontaneità del suo "pentimento". Dunque sappiate tutti, di destra e di sinistra, amici o nemici, o invidiabili menefreghisti, qual è la versione aggiornata del motivo per cui sono definitivamente in galera: per aver avuto un colloquio con Marino che non ebbi, e che ora viene dichiarato superfluo alla condanna dai giudici, e forse frutto di un equivoco dall'avvocato di Marino; perché Marino aveva fatto il mio nome all'ex senatore Bertone nel maggio 1988, con ciò riscontrando Marino che fa il mio nome ai carabinieri un mese dopo; e per la mia "adesione al movente". (Continua).
Chiedendo la revisione del mioprocesso, io esibii un diario di Antonia Bistolfi da cui si deduceva che la compagna di Marino era a parte del suo racconto, mentre la condanna pretendeva che ne fosse del tutto ignara, e che questa ignoranza la tramutasse in un teste indipendente a riscontro di Marino. Ricostruisco l'istruttiva peripezia di questa prova nuova.
1) La Corte d'appellodi Milano rigetta la revisione, ma dopo aver condiviso la lettura del brano: "Esaminato l'ermetico brano del suo diario intitolato 'Purificazione della verga e dell'utero' la Corte condivide la spiegazione e la datazione del brano offerta dalla difesa, ma nega il carattere di novità alla produzione Il giudice rileva il parallelismo temporale tra il comportamento di Marino e quello della Bistolfi e riconosce la possibilità che la confessione sia stata maturata in ambito familiare".
2) La Cassazione replica: "A proposito del diario Bistolfi e dell'annessa consulenza tecnica, la Corte di legittimità osserva che è stata operata una valutazione di merito sostitutiva del giudicato, i cui reali termini sono stati ignorati: invero, la sentenza d'annullamento delle Sezioni Unite aveva segnalato che il parallelismo temporale delle condotte della coppia Marino-Bistolfi costituiva un dato idoneo a fondare dubbi sulla loro attendibilità, e la sentenza in data 11.11.1995 aveva attribuito importanza alla dichiarazione della Bistolfi d'aver conosciuto il coinvolgimento del marito solo dopo la confessione di quest'ultimo; ebbene, la gravata ordinanza si è posta in una posizione ad un tempo divergente dal giudicato e contraddittoria nel suo sviluppo logico, poiché il riconoscimento ­ effettuato nell'ordinanza ­ della pregressa consapevolezza della Bistolfi del coinvolgimento del marito nell'omicidio costituisce proprio un caposaldo della tesi difensiva ­ tuttavia disattesa ­ ".
3) E' la volta della Corte d'appello di Brescia, che rigetterà anch'essa la revisione: "Quanto al diario della Bisotlfi, la Corte annette al documento carattere di novità, pur dubitando della sua autenticità Invero, il brano del diario è privo di data ed il documento è costituito da una serie di semplici fogli separati". (Si trattò di una svista madornale: la Corte non si accorse che i fogli che esaminava erano fotocopie dell'originale, esistente, rilegato e datato).
4) La Cassazione obietta ancora: il diario è un documento legittimo.
5) Il giudice della revisione, De Niccolo, mi chiede in aula: "Ma lei si rendeva conto che questo diario poteva essere molto importante. Perché non l'ha usato prima?".
6) Il giudice De Niccolo, estensore della sentenza che respinge la revisione, scrive: il brano del diario "non farebbe pensare tanto ad un omicidio a sfondo socio-politico quanto a una sorta di catarsi di un congresso carnale; ma se anche ci si addentra nei meandri della composizione, si deve riconoscere che essa non offre elementi sicuri per desumere che l'argomento esposto in forma allusiva o romanzesca od onirica sia il delitto Calabresi dunque la Corte è maggiormente propensa a credere che il brano sia uno sfogo onirico privo di riferimento con quella vicenda, e più in generale con qualsivoglia evento reale". (Continua?)