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Timestamp: 2020-06-03 13:19:25+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 75', 'art. 77', 'art. 75', 'art. 1', 'sentenza ']

DPCM Fase 2: i limiti di un decreto che non c’è – Marco Colarossi
Pubblicato il 27 Aprile 2020 27 Aprile 2020 di Marco Colarossi
Ieri sera, a reti unificate e con più di 300mila spettatori su Facebook, il Presidente del Consiglio ha illustrato le misure contenute nel cosiddetto decreto fase 2.
Un decreto atteso che si è rivelato, diciamocelo, una delusione per tutti.
Se ancora non lo aveste letto, qui è possibile visionare il testo NON firmato in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
L’art. 1 comma 1 lettera a dispone che “sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano utilizzate protezioni delle vie respiratorie […]”
Al sentire della parola “congiunti”, centinaia di migliaia di cittadini si sono “riversati” su internet per leggere la definizione esatta del termine. Alcuni hanno individuato “prossimi congiunti”, altri “congiunti” ma credo che tutti si siano accorti che detto termine non gode di un’esatta definizione sancita dal Codice Civile.
È tuttavia possibile appellarsi al sito Treccani.it per averne una definizione chiara: “2. s. m. Parente”.
Appreso che un congiunto altro non è che un parente, non ci resta che capire chi siano i parenti.
L’art. 75 del Codice Civile ci dà una definizione ben precisa di chi sono i parenti: “Sono parenti in linea retta le persone di cui l’una discende dall’altra; in linea collaterale quelle che, pur avendo uno stipite comune, non discendono l’una dall’altra.”
A questo punto, avendo compreso chi sono i congiunti e chi sono i parenti, mi chiedo: la cugina di mia madre – ergo: la mia prozia – è mia parente?
L’art. 77 CC viene in nostro soccorso per dirimere la questione sancendo che “La legge non riconosce il vincolo di parentela oltre il sesto grado, salvo che per alcuni effetti specialmente determinati“.
Sì, avete capito bene: si è parenti sino al sesto grado.
Risulta anche difficile pensare ad un nostro parente di sesto grado perché, probabilmente, neanche ne conosciamo l’esistenza.
Per aiutarvi a comprendere meglio, vi porto un esempio.
Chi è mio cugino di sesto grado?
È mio cugino di sesto grado il soggetto con il quale ho in comune il mio pentavolo.
Il nostro pentavolo, che chiameremo A, è padre di due figli, B e C.
B, mio quadrisavolo, è padre di D che è mio trisavolo e che, a sua volta, è padre di E, mio bisnonno. Da E è nato F, mio nonno, dal quale è nato G, mio padre.
Parlando invece del mio famoso cugino di sesto grado, possiamo dire che sempre da A (suo, nonché mio pentavolo) è nato C (suo quadrisavolo, come già detto) e da C è nato H, suo trisavolo. H è padre di I, suo bisnonno, che a sua volta è padre di L, suo nonno, da cui è nato M, suo nonno. Da M è nato N, suo padre.
Ora, per quanto il discorso possa essere astruso, spero abbiate compreso che la parentela di sesto grado è qualcosa di lontano e, quasi sempre, a noi sconosciuto.
Pensate che lo stipite comune – ex art. 75 codice civile – risulta essere A e, secondo un breve calcolo, sarebbe nato intorno al 1780 (considerano il nonno nato intorno al 1930, il bisnonno alla fine dell’800, il trisavolo nella seconda metà dell’800, il quadrisavolo nella prima metà dell’800 e il pentavolo nella seconda metà del 1700).
Vi starete chiedendo: sì, ma a cosa serve tutto questo panegirico?
Serve per farvi comprendere come l’apertura verso “i congiunti” apra praterie di spostamenti e, diciamocelo, consentirà ai più abietti di muoversi liberamente inventando parenti.
“Lei dove sta andando?” “Da Andrea, mio cugino di sesto grado!”
E invece, magari, Andrea è solo un amico. Ma d’altronde, chi mai sarà in grado di prendere gli elenchi risalenti a fine ‘700 per capire se Andrea è davvero un amico o se è un parente?
Ma soprattutto, ci sarà mai qualcuno che al Ministero dell’Interno avrà il tempo e i mezzi per verificare la veridicità di (secondo stime) un milione di autocertificazioni al 18 maggio?
Ovviamente no. E continua la prassi italiana: fatta la legge vi forniamo anche l’inganno.
Che senso ha, dunque, una norma la cui sanzione non potrà essere -quasi- mai inflitta?
Attenzione: scrivo “norma” e non “legge” perché i DPCM non sono né leggi né atti avente forza di legge ma atti amministrativi.
Sull’opportunità o meno che sia un atto amministrativo a sospendere, o comunque limitare, diritti costituzionalmente garantititi rimando a soggetti ben più illustri del sottoscritto.
Dunque, una volta compreso che il termine “congiunti” consentirà a tutti di uscire, passiamo avanti.
L’art. 1 comma 1 lettera f del suddetto DPCM recita: “[…] è consentito svolgere individualmente, ovvero con accompagnatore per i minori o le persone non completamente autosufficienti, attività sportiva o attività motoria, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività”.
Saranno felici gli sportivi visto che non vengono richiamate distanze massime dalla propria abitazione. Anche il Presidente Conte, in sede di conferenza stampa, ha dichiarato “per l’attività sportiva ci si potrà allontanare un po’ di più”.
Sarebbe interessante comprendere cosa significa “un po’ di più” ma comunque, rimanendo sul decreto, non essendoci limiti, s’intende consentita l’attività sportiva e motoria con l’unico limite esplicitato in altri punti del decreto: la regione.
Un’altra falla che consentirà spostamenti.
Un soggetto di Roma sale in macchina in indumenti sportivi, viene fermato dalla polizia: “Lei dove va?” “Vado a fare attività motoria a Cerveteri perché l’aria è buona e mi piace farla lì”.
Detto soggetto potrà essere multato? Dubito fortemente, nessuno gli impedisce di cambiare comune per fare attività fisica dove ritenga più opportuno per la sua salute.
E poi, invece, a Cerveteri altro non c’è che la rispettiva fidanzata con la quale, si presume, farà comunque attività motoria ma senza mantenere il distanziamento interpersonale.
Sulla questione fidanzati/e saranno interessanti le circolari chiarificatrici (ormai pane quotidiano) pubblicate -presumibilmente- dal Ministero dell’Interno visto che la sentenza 46351/2014 della Corte di Cassazione ci illumina in tal senso includendo le relazioni affettive, i fidanzati e le fidanzate nella nozione di “congiunto” come già sottolineato dal prof. Celotto, voce più autorevole del sottoscritto.
E se è vero che in questa fase di emergenza dovremmo tutti essere dotati di buon senso, è altrettanto vero che l’esigenza della norma nasce proprio ove non ci sia buon senso. Non avrebbe senso la norma che punisce l’autore di un omicidio se tutti avessimo il buon senso di non uccidere.
Forse, data la situazione, bisognava ripristinare la zona rossa, arancione e verde e, per la zona verde, imporre il distanziamento sociale a tutti con obbligo di mascherine consentendo di vedere anche amici come d’altronde sono convinto che avverrà.
La Regione in cui vivo, il Lazio, ha circa 4500 positivi su quasi 6 milioni di abitanti. È mai possibile applicare le stesse misure vigenti in Lombardia?
Non dimentichiamoci che il problema, oltre che sociale, è economico.
Insomma, questi sono solo alcune delle critiche di merito che è possibile muovere a questo nuovo DPCM ed è meglio non entrare nel dibattito, precedentemente accennato, di metodo.
Le multe forse continueranno ad esserci, i controlli pure e – stavolta – fioccheranno anche i ricorsi per tutelare la prozia di sesto grado e la corsetta a Cerveteri.
Ne vedremo delle belle in balia di un decreto che c’è ma è come se non ci fosse: il decreto che non c’è.
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