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Timestamp: 2018-02-23 02:57:20+00:00
Document Index: 174172817

Matched Legal Cases: ['art 1173', 'art. 1173', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 6', 'art. 1173', 'art. 43', 'art. 1754', 'art. 2043', 'art. 1175', 'art. 1375', 'art. 1173', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 2946', 'art. 36', 'art. 1173', 'art. 36', 'art. 23', 'art. 1173', 'art. 1321', 'art. 2', 'art. 1173', 'art. 2043']

art 1173 cc
Dal 12/06/09 12101816
Articolo 1173 del codice civile annotato con la giurisprudenza di legittimità più recente e rilevante, il contatto sociale, la buona fede nell'adempimento delle obbligazioni, la responsabilità per eccessiva durata del processo, la responsabilità per il mancato recepimento delle direttive dell'unione europea
Fonti delle obbligazioni. [25 prel.]
[I]. Le obbligazioni derivano da contratto [1218 ss., 1321 ss.], da fatto illecito [2043 ss.], o da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle [433 ss., 1337, 1987, 2028 ss., 2033 ss., 2041 ss., 2126, 2332 2] in conformità dell'ordinamento giuridico [4n. 2 c.p.c.].
Cassazione civile sez. I 20 dicembre 2011 n. 27648
In tema di responsabilità precontrattuale, la parte che agisca in giudizio per il risarcimento del danno subito ha l'onere di allegare, ed occorrendo provare, oltre al danno, l'avvenuta lesione della sua buona fede, ma non anche l'elemento soggettivo dell'autore dell'illecito, versandosi come nel caso di responsabilità da contatto sociale, di cui costituisce una figura normativamente qualificata in una delle ipotesi previste dall'art. 1173 c.c.
Cassazione civile sez. I 21 novembre 2011 n. 24438
Nel caso di annullamento dell'aggiudicazione di un contratto di appalto da parte del competente organo di giurisdizione amministrativa, l'originario aggiudicatario può far valere una pretesa risarcitoria nei confronti della p.a. aggiudicante in relazione all'affidamento da lui riposto sulla validità dell'appalto; la responsabilità corrispondente a tale pretesa risarcitoria non è contrattuale, né attiene ad un'ipotesi di ingiusta lesione di un diritto da parte di un terzo, in relazione all'art. 2043 c.c., avendo invece a fondamento il contatto tra le parti del futuro contratto.
Cassazione civile sez. III 11 novembre 2011 n. 23558
Il diritto al risarcimento dei danni per omessa o tardiva trasposizione da parte del legislatore italiano nel termine prescritto delle direttive comunitarie (nella specie, le direttive n. 75/362/Cee e n. 82/76/Cee, non autoesecutive, in tema di retribuzione della formazione dei medici specializzandi) va ricondotto allo schema della responsabilità contrattuale per inadempimento dell'obbligazione ex lege dello Stato, di natura indennitaria. Ne consegue che, essendo lo Stato italiano l'unico responsabile di detto inadempimento e, dunque, l'esclusivo legittimato passivo in senso sostanziale, non è configurabile una responsabilità, neppure solidale, delle Università presso le quali la specializzazione venne acquisita, con l'ulteriore conseguenza che l'eccezione di prescrizione sollevata dall'Università evocata in giudizio non può giovare all'Amministrazione statale anch'essa convenuta.
Cassazione civile sez. I 21 marzo 2011 n. 6457
Ai sensi della l. 24 marzo 2001 n. 89, il diritto a un'equa riparazione in caso di mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo, avente carattere indennitario e non risarcitorio, non richiede l'accertamento di un illecito secondo la nozione contemplata dall'art. 2043 c.c., né presuppone la verifica dell'elemento soggettivo della colpa a carico di un agente. Esso - in particolare - è ancorato all'accertamento della violazione dell'art. 6, paragrafo 1, della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, cioè di un evento "ex se" lesivo del diritto della persona alla definizione del suo procedimento in una durata ragionevole, l'obbligazione avente a oggetto equa riparazione configurandosi, non già come obbligazione "ex delicto" ma come obbligazione "ex lege", riconducibile, in base all'art. 1173 c.c., a ogni altro atto o fatto idoneo a costituire fonte di obbligazione in conformità dell'ordinamento giuridico. Dal carattere indennitario di tale obbligazione discende che gli interessi legali possono decorrere, sempreché richiesti, dalla data della domanda di equa riparazione, in base al principio secondo cui gli effetti della pronuncia retroagiscono alla data della domanda, nonostante il carattere di incertezza e illiquidità del credito prima della pronuncia giudiziaria, mentre, in considerazione del predetto carattere indennitario dell'obbligazione, nessuna rivalutazione può essere invece accordata.
Cassazione civile sez. III 30 marzo 2010 n. 7618
Non sussiste alcuna responsabilità per il traente che, affidatosi a una raccomandata, ha poi visto pagare il suo assegno, sbarrato e non trasferibile, a un soggetto diverso dal beneficiario. Nella specie rispondono del danno in solido la banca trattaria, che ha presentato il titolo in stanza di compensazione, e la negoziatrice, che lo ha posto all'incasso, entrambe non rilevando che la firma del beneficiario era stata contraffatta. L'eventuale condotta colposa del traente non ha efficacia causale rispetto all'evento che ha prodotto il danno, vale a dire il pagamento del titolo a una persona estranea al rapporto cartolare; rileva, invece, il comportamento colposo delle due banche, che sono venute meno al dovere professionale di controllo.
Cassazione civile sez. I 18 marzo 2010 n. 6624
In tema di responsabilità della banca per il pagamento di un assegno non trasferibile a persona diversa dal beneficiario, l'art. 43, comma 2 r.d. 21 dicembre 1933 n. 1736, che regola tale tipologia di titolo, nell'attribuire la responsabilità a colui che paga a persona diversa dal prenditore o dal banchiere giratario per l'incasso, si riferisce sia alla banca girataria che alla banca trattaria, essendo quest'ultima tenuta, quando il titolo le viene rimesso in stanza di compensazione, a rilevarne l'eventuale alterazione o falsificazione, quando ciò sia verificabile con la diligenza media.
Cassazione civile sez. III 14 luglio 2009 n. 16382
La mediazione tipica di cui all'art. 1754 c.c. comporta che il mediatore, senza vincoli e quindi in posizione di imparzialità, ponga in essere un'attività giuridica in senso stretto di messa in relazione tra due o più parti, idonea a favorire la conclusione di un affare. La stessa è incompatibile con un sottostante rapporto di mandato tra il cosiddetto mediatore e una delle parti che ha interesse alla conclusione dell'affare stesso, nel qual caso il cosiddetto mediatore-mandatario non ha più diritto alla provvigione da ciascuna delle parti ma solo dal mandante. Nella mediazione tipica la responsabilità del mediatore, con specifico riferimento agli obblighi di correttezza e di informazione, si configura come responsabilità da contatto sociale. Nel caso in cui il mediatore agisca, invece, come mandatario, assume su di sé i relativi obblighi e, qualora si comporti illecitamente recando danni a terzi, è tenuto a favore di questi ultimi al risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. (non escludendosi in proposito un'eventuale corresponsabilità del mandante).
Cassazione civile sez. lav. 24 marzo 2009 n. 7053
In tema di qualifiche dei prestatori di lavoro, la violazione dei principi della correttezza (art. 1175 c.c.) e della buona fede (art. 1375 c.c.) si configura solo nell'ipotesi in cui vengano lesi diritti soggettivi già riconosciuti in base a norme di legge, riguardando le modalità di adempimento degli obblighi a tali diritti correlati. Le stesse regole non valgono, invece, a configurare obblighi aggiuntivi che non trovino, ai sensi dell'art. 1173 c.c., la loro fonte nel contratto, nel fatto illecito o in ogni altro atto o fatto idoneo a produrlo in conformità dell'ordinamento giuridico. (Nella specie, la S. C., nel rigettare il ricorso, ha confermato la sentenza impugnata che, con adeguata motivazione priva di vizi logici, aveva ritenuto che il comportamento aziendale nelle operazioni di designazione dei nuovi dirigenti successive alla trasformazione dell'Azienda autonoma di assistenza al volo per il traffico aereo generale in ente pubblico economico fosse conforme ai criteri prefissati atteso che la verifica della professionalità era stata effettuata in base all'allegato «curriculum» e l'obbligo di motivazione, limitato alle scelte operate tra le professionalità interne, era stato soddisfatto, senza che - in ragione della natura privatistica del rapporto di lavoro e del correlato vincolo fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro - potesse ritenersi sussistente un obbligo da parte dell'azienda di porre in essere una procedura selettiva per il conferimento di posizioni dirigenziali o di privilegiare, con una riserva di posti, il personale interno).
Cassazione civile sez. I 22 gennaio 2009 n. 1618
Il principio di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, espressione del dovere di solidarietà fondato sull'art. 2 Cost., impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra e costituisce un dovere giuridico autonomo a carico di entrambe, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da norme di legge; ne consegue che la sua violazione costituisce di per sé inadempimento e può comportare l'obbligo di risarcire il danno che ne sia derivato. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, la quale aveva dichiarato risolto per inadempimento del promittente un contratto preliminare di cessione delle quote di una società in nome collettivo, negando qualsiasi rilievo al mancato pagamento dei fornitori della società da parte del promissario, sul presupposto che quest'ultimo, immesso anticipatamente nel possesso dei beni aziendali, ne era stato spogliato dallo stesso promittente, e senza tener conto che l'inadempimento del promissario esponeva il promittente alla responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali).
Cassazione civile sez. un. 26 giugno 2007 n. 14712
La responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall'art. 43 legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933 n. 1736), l'incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha - nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno - natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l'incasso. Ne deriva che l'azione di risarcimento proposta dal danneggiato è soggetta all'ordinario termine di prescrizione decennale, stabilito dall'art. 2946 c.c. (Principio espresso in sede di risoluzione di contrasto di giurisprudenza).
Cassazione civile sez. III 20 aprile 2007 n. 9486
La cessione del contratto di locazione disciplinata dall'art. 36 l. n. 392 del 1978 costituisce una fattispecie negoziale che consta di elementi essenziali (quali l'accordo tra il cedente e il cessionario unitamente al trasferimento dei diritti e degli obblighi scaturenti dal rapporto) e di elementi solo eventuali, che possono essere di segno positivo, come l'opposizione per gravi motivi alla cessione, o negativo, quale la non liberazione del cedente dall'obbligo di pagamento del canone trasferitosi sul cessionario, che rappresenta una manifestazione di volontà produttiva dell'effetto di rendere cedente e cessionario coobbligati in via sussidiaria (nel senso che il primo può divenire responsabile subordinatamente all'accertato inadempimento del secondo, preventivamente escusso). Nel caso di plurime cessioni successive a catena ciascuna nuova dichiarazione di non liberazione del cedente non spiega in alcun modo effetto caducatorio sulla dichiarazione precedente, con la conseguenza che la fonte dell'obbligazione di ciascun cedente successivo si identifica nella stessa volontà della parte (e, dunque, non nella legge), da cui promana una dichiarazione unilaterale caratterizzantesi come fonte volontaria di obbligazione, costituente un atto idoneo a produrla, in relazione alla norma generale di cui all'art. 1173 c.c., "in conformità dell'ordinamento giuridico" (ovvero, nell'ipotesi in questione, del suddetto art. 36 l. n. 392 del 1978). Da ciò consegue, in proposito, l'assoluta inconfigurabilità dell'istituto della fideiussione legale la cui fonte cesserebbe al cessare dell'obbligazione principale, poiché la fonte - convenzionale e non legale - dell'obbligazione di ciascun successivo cedente è costituita, viceversa, dalla predetta dichiarazione di non liberazione promanante dal creditore, cui la legge riconnette l'effetto automatico dell'estensione del vincolo al debitore-cedente, e, perciò, della sua corresponsabilità con tutti gli altri condebitori. (Nella specie, sulla scorta del complessivo principio riportato, la S.C. ne ha fatto conseguire, rigettando il relativo motivo di ricorso, che il principio della liberazione del primo cedente e di tutti i cedenti intermedi salvo l'ultimo, invocato dal ricorrente, legittimamente sostenibile solo postulando la caducazione dell'effetto della precedente dichiarazione di non liberazione in virtù della successiva cessione e della conseguente successiva similare dichiarazione emessa nei riguardi del successivo cessionario, non risultava affatto predicabile nella dedotta controversia in mancanza di una revoca, sia essa esplicita o tacita, delle precedenti dichiarazioni "non liberatorie").
Cassazione civile sez. I 02 maggio 2006 n. 10127
Il semplice fatto di ritardare l'esercizio di un proprio diritto (nel caso di specie, di agire in giudizio per far valere l'inadempimento contrattuale), se non finalizzato a produrre un danno alla controparte e senza un apprezzabile interesse per il titolare, non dà luogo a una violazione del principio di buona fede nell'esecuzione del contratto, qualunque convinzione possa essersi fatta del ritardo il debitore, e non è causa per escludere la tutela giudiziaria, salvo che sia intervenuta un'inequivoca rinuncia tacita al diritto. (La S.C. ha affermato tale principio con riferimento a una fattispecie in cui il creditore aveva chiesto la risoluzione del contratto in via riconvenzionale dopo due anni dalla scadenza del termine per l'adempimento in un giudizio in cui era stato convenuto per il pagamento del corrispettivo della prestazione adempiuta in ritardo).
Cassazione civile sez. III 21 gennaio 2005 n. 1278
In relazione ad una controversia introdotta da un utente del servizio comunale di erogazione dell'acqua nei confronti del Comune erogatore del servizio, per ottenere l'accertamento negativo della debenza sia delle quote di corrispettivo del servizio costituenti il canone dovuto per quota fissa, sia delle somme dovute in eccedenza a titolo di corrispettivo per consumo determinato in via presuntiva con riguardo alla composizione del nucleo familiare dell'utente, il giudice di pace che, nel decidere la controversia secondo equità in ragione del valore del credito, riconosce dovuta la quota fissa e non dovuta quella in eccedenza, correttamente disapplica a questo secondo scopo la deliberazione della Giunta Comunale che ha stabilito le quote presuntive dovute in eccedenza, adducendo come giustificazione l'unilaterale determinazione da parte del Comune dei consumi presuntivi, senza un accordo contrattuale, costituente invece nella specie il presupposto legale della richiesta di somme di denaro in base ad un patto negoziale ed in carenza di potere impositivo. Tale disapplicazione costituisce implicita applicazione dell'art. 23 cost., dei principi sulle fonti delle obbligazioni, di cui all'art. 1173 c.c., e di quelli sulla determinazione del contenuto del contratto sulla base dell'accordo delle parti, di cui all'art. 1321 c.c. e pertanto risponde al principio per cui il giudice di pace, anche allorquando procede alla disapplicazione di un atto amministrativo nell'esplicazione della giurisdizione equitativa, deve formulare il giudizio che la giustifica secundum legem.
Cassazione civile sez. III 15 marzo 2004 n. 5240
La clausola generale di buona fede nell'esecuzione del contratto impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali e da quanto espressamente stabilito da singole norme di legge; in virtù di tale principio ciascuna parte è tenuta da un lato ad adeguare il proprio comportamento in modo da salvaguardare l'utilità della controparte, e, dall'altro, a tollerare anche l'inadempimento della controparte che non pregiudichi in modo apprezzabile il proprio interesse. Ad un tale riguardo il semplice ritardo di una parte nell'esercizio di un diritto (nel caso di specie, diritto di agire per far valere l'inadempimento della controparte) può dar luogo ad una violazione del principio di buona fede nell'esecuzione del contratto soltanto se, non rispondendo esso ad alcun interesse del suo titolare, correlato ai limiti e alle finalità del contratto, si traduca in un danno per la controparte.
Cassazione civile sez. II 17 febbraio 2004 n. 2992
Nel valutare la sussistenza o meno di un inadempimento contrattuale, occorre interpretare le clausole contrattuali e valutare il comportamento delle parti nell'esecuzione del contratto anche in relazione al rispetto da parte dei contraenti dei doveri di correttezza e buona fede. (Nel caso di specie, in particolare, la S.C. ha ritenuto che la corte di merito non avesse adeguatamente indagato se l'obbligo della alienante di procurare la cancellazione dei vincoli gravanti sull'immobile, previsto nel contratto come coincidente al più tardi con la data del rogito notarile, avrebbe dovuto in realtà essere adempiuto in epoca precedente, e comunque in tempo utile per consentire l'eventuale concessione ed erogazione del mutuo fondiario in favore dei promittenti acquirenti, essendo tale concessione subordinata alla possibilità di iscrivere garanzia ipotecaria sul predetto bene).
Cassazione civile sez. II 04 marzo 2003 n. 3185
La buona fede nell'esecuzione del contratto si sostanzia, tra l'altro, in un generale obbligo di solidarietà che impone a ciascuna delle parti di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra a prescindere tanto da specifici obblighi contrattuali, quanto dal dovere extracontrattuale del "neminem laedere", trovando tale impegno solidaristico il suo limite precipuo unicamente nell'interesse proprio del soggetto, tenuto, pertanto, al compimento di tutti gli atti giuridici e/o materiali che si rendano necessari alla salvaguardia dell'interesse della controparte nella misura in cui essi non comportino un apprezzabile sacrificio a suo carico. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha così cassato la decisione del giudice di merito che aveva escluso ogni violazione di obblighi, contrattuali e di comportamento secondo buona fede, nella mancata, tempestiva cancellazione ipotecaria da parte del promettente venditore di un immobile che tale cancellazione si era obbligato a compiere, con clausola inserita nel preliminare, "entro il rogito definitivo": la S.C. ha, difatti, rilevato come il predetto fosse a conoscenza della circostanza che il promissario acquirente, stipulato un contratto di mutuo con un istituto bancario al fine di adempiere alla sua residua obbligazione di versamento del prezzo, aveva condizionato il mutuo stesso, come da prassi, alla possibilità di iscrivere, per la banca, "prima ipoteca, o altra di pari effetti sull'immobile oggetto di compravendita", e come da ciò conseguire l'obbligo di esso promittente venditore, alla stregua del ricordato principio di buona fede nell'esecuzione del contratto - e salvo accertamento, demandato al giudice del rinvio, dell'eventuale, eccessiva gravosità di esso - di procedere tempestivamente alla cancellazione ipotecaria - in epoca, dunque, precedente il rogito - onde consentire la convenuta iscrizione alla banca mutuante).
Cassazione civile sez. I 22 ottobre 2002 n. 14885
L'obbligazione dello Stato avente ad oggetto l'equa riparazione per la non ragionevole durata del processo, di cui all'art. 2 l. n. 89 del 2001 si configura come obbligazione non già "ex delicto", bensì "ex lege", riconducibile, ai sensi dell'art. 1173 c.c., ad "ogni altro atto o fatto idoneo" a costituire fonte di obbligazione in conformità dell'ordinamento giuridico; con la conseguenza che la correlativa insorgenza prescinde sia dall'accertamento di un illecito ex art. 2043 c.c. sia dalla verifica dell'accertamento dell'elemento soggettivo della colpa a carico di un agente, essendo invece unicamente ancorato ad una oggettiva violazione della convenzione europea sui diritti dell'uomo, per il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo.