Source: https://renatodisa.com/2017/07/18/consiglio-di-stato-adunanza-plenaria-sentenza-3-luglio-2017-n-3/
Timestamp: 2017-07-21 16:50:31+00:00
Document Index: 24810401

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 76', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 46', 'art. 40', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 52', 'art. 64', 'art. 18', 'art. 76', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 1321', 'sentenza ']

Consiglio di Stato, adunanza plenaria, sentenza 3 luglio 2017, n. 3 – Avvocato Renato D'Isa
Consiglio di Stato, adunanza plenaria, sentenza 3 luglio 2017, n. 3	By Avv. Renato D'Isa on 18 luglio 2017	• ( Lascia un commento )
L’art. 76, comma 11, del D.P.R. n. 207/2010 deve essere interpretato nel senso che la cessione del ramo d’azienda non comporta automaticamente la perdita della qualificazione, occorrendo procedere a una valutazione in concreto dell’atto di cessione, da condursi sulla base degli scopi perseguiti dalle parti e dell’oggetto del trasferimento
sentenza 3 luglio 2017, n. 3
Gu. Spa, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati St. Vi. ed altri, con domicilio eletto presso lo studio St. Vi. in Roma, via (…);
Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “Santobono-Pausilipon”, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Ra. Ve., con domicilio eletto presso lo studio Lu. Na. in Roma, via (…);
Si. Spa, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Ma. Cl. e Re. Fe., con domicilio eletto presso lo studio Ma. Cl. in Roma, viale (…);
Se. Co. Srl non costituito in giudizio;
Ex. S.p.A., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Fe. Te. ed altri, con domicilio eletto presso lo studio Fe. Te. in Roma, largo (…);
Ma. S.C.P.A., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Fe. Te. ed altri, con domicilio eletto presso lo studio Fe. Te. in Roma, largo (…);
Ge. In. Srl, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Sa. St. Da. ed altri, con domicilio eletto presso lo studio Sa. St. Da. in Roma, piazza (…);
della sentenza del T.A.R. Campania, sede di Napoli – sezione I n. 2751/2016, concernente affidamento lavori di manutenzione del patrimonio immobiliare ed impiantistico con annessi servizi di conduzione e gestione dei presidi ospedalieri.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “Santobono-Pausilipon” e di Si. Spa;
Visti gli atti di intervento di Ex. S.p.A., Ma. S.C.P.A., Ge. In. Srl;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 21 giugno 2017 il Cons. Francesco Bellomo e uditi per le parti gli avvocati Ba. El. ed altri;
Nella propria domanda di prequalifica la società Si. affermava il possesso dei requisiti attestati il 9 novembre 2010 da Pr. SOA (validità fino all’8 novembre 2013).
I lavori della commissione di prequalifica si concludevano con l’ammissione di otto concorrenti, tra i quali Si. s.p.a. e Gu. s.p.a., e gli atti relativi venivano approvati con delibera del Direttore Generale n. 321 del 19 giugno 2013.
Alla successiva procedura ristretta prendevano parte tre dei concorrenti che avevano superato la fase di prequalifica, precisamente la Si. s.p.a. (che, nel frattempo, si era associata in a.t.i. con la Se. Co. s.r.l.), il r.t.i. Gu. s.p.a. e Gi. s.r.l., l’a.t.i. Cp. Co. soc. coop. e Na. s.p.a.
Nella propria domanda di partecipazione alla procedura ristretta la Si. allegava l’attestazione n. 13307/11/00 rilasciata da Pr. SOA il 7 novembre 2013, che confermava il possesso della qualificazione per le categorie OG1 e OG11.
Nella seduta del 17 giugno 2015 la commissione aggiudicava in via provvisoria l’appalto all’a.t.i. Si. s.p.a. (prima classificata), seguita dall’a.t.i. Gu. (seconda classificata).
Successivamente l’amministrazione procedeva alla verifica dei requisiti ex artt. 38 e 48 del Codice degli Appalti pubblici, acquisendo l’attestazione n. 15342/11/00 rilasciata da Pr. SOA il 31 marzo 2015, che ribadiva il possesso in capo alla Si. della qualificazione per la categoria OG11.
1.1 L’aggiudicazione era impugnata dinanzi al Tar Campania dalla società Gu., che ne domandava l’annullamento sul presupposto che la Si. avesse perduto la qualificazione nella categoria OG11 in conseguenza del contratto di cessione del ramo d’azienda stipulato il 28 dicembre 2012 con Ge. In. s.r.l., relativo alla gestione integrata di complessi immobiliari pubblici e privati, comprensiva delle attività diproperty management e facility management. In sintesi – secondo la ricorrente – la Si. avrebbe dovuto essere esclusa poiché nel periodo compreso tra la domanda di partecipazione alla gara e la successiva presentazione dell’offerta aveva perso la qualificazione per la categoria OG11, parte integrante del ramo d’azienda ceduto.
La Si., oltre ad eccepire l’inammissibilità e l’infondatezza del ricorso, proponeva ricorso incidentale avverso l’ammissione o mancata esclusione della Gu. per violazione degli artt. 86 e 87 del d.lgs. n. 163/2006 (omessa indicazione degli oneri di sicurezza interni nella propria offerta economica), violazione dell’art. 24 del D.P.R. n. 207/2010 (mancata presentazione nel progetto definitivo dell’elaborato “censimento e progetto di risoluzione delle interferenze”), violazione dell’art. 46 del d.lgs. n. 163/2006, violazione della lettera di invito, eccesso di potere per difetto di istruttoria, violazione del giusto procedimento, indeterminatezza dell’offerta tecnica.
Ad avviso del Tar, premessa l’esistenza in giurisprudenza di due contrapposti orientamenti in ordine agli effetti della cessione d’azienda sulla qualificazione posseduta dalla cedente, il giudizio non poteva «prescindere dagli esiti del procedimento ex art. 40, comma 9 ter, del D.Lgs. n. 163/2006 avviato dall’ANAC nei confronti della Pr. SOA (attualmente SOA Gr. s.p.a.) per il riesame dei requisiti che avevano dato luogo al rilascio dell’attestazione n. 13307/11/00 del 7 novembre 2013: tale attività istruttoria è stata sollecitata dall’ANAC alla luce proprio della cessione del ramo d’azienda del 28 dicembre 2012 e delle pronunce giurisprudenziali riportate che avevano ravvisato in tale atto negoziale una soluzione di continuità nel possesso del requisito di qualificazione in capo a Si. s.p.a. ».
In particolare, il giudice di primo grado rammentava che il 9 marzo 2016 il Consiglio dell’Autorità aveva deliberato di non procedere ad alcuna integrazione delle annotazioni presenti sul casellario informatico di cui all’art. 8 del D.P.R. n. 207/2010, validando la conclusione del possesso continuo in capo a Si. s.p.a. del requisito di qualificazione.
2. Avverso la sentenza ha proposto appello la società Gu., censurando il ragionamento del T.A.R. inteso a valorizzare la conferma postuma della qualificazione di cui all’attestazione SOA del 7 novembre 2013, smentito da diversi pronunciamenti del Consiglio di Stato, aventi ad oggetto proprio la cessione del ramo aziendale da parte di Si. e i relativi effetti in ordine alla qualificazione.
2.1 Si è costituita per resistere all’appello la Si., che in successive memorie ha:
– proposto appello incidentale, reiterando i contenuti del ricorso incidentale di primo grado;
– riproposto le eccezioni assorbite in primo grado, tra cui l’istanza di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE per conoscere: «se l’interpretazione della disciplina di cui all’art. 76, comma 11, d.P.R. n. 207/2010, fatta propria dalle sentenze del Consiglio di Stato nn. 811, 812 e 813 del 2016, sia o meno compatibile con il diritto comunitario e in particolare con l’art. 52, commi 3 e 4, della direttiva 2004/18/CE (e l’art. 64, commi 4 e 5, della direttiva 2014/24/UE in corso di recepimento), nonché con i principi di proporzionalità e di non discriminazione di cui al considerando n. 2 e all’art. 18, par. 1, comma 1, della direttiva 2004/18/CE». Ciò perché le citate pronunce, pur senza evidenziare la perdita da parte di Si. dei requisiti sostanziali di qualificazione (il cui possesso è stato peraltro accertato in sede di verifica triennale della attestazione), concludono nel senso che essa abbia perso la qualificazione OG11, sul postulato che la cessione di ramo d’azienda determini automaticamente la perdita di efficacia alle certificazioni SOA, indipendentemente da quali e quanti requisiti vengano realmente trasferiti;
– rilevato la peculiarità della vicenda di causa rispetto a quelle oggetto dei citati precedenti, poiché il presunto difetto del requisito si è verificato nella fase di prequalifica e non al momento della partecipazione alla gara;
– contestato le argomentazioni dell’appellante, rilevando, da un lato, come le pronunce sfavorevoli della IV sezione siano state impugnate tanto con ricorso per cassazione, quanto con ricorso per revocazione, dall’altro che successivamente ad esse il Consiglio di Stato, V sezione, ha rimeditato la propria posizione, sulla base di una valutazione complessiva dell’operazione negoziale conclusa tra essa e Ge. In. s.r.l. e della conferma della qualificazione da parte di Pr. SOA, validata dall’ANAC.
1) «Se, ai sensi dell’art. 76, comma 11, del d.P.R. n. 207/2010 debba affermarsi il principio per il quale, in mancanza dell’attivazione del procedimento ivi contemplato (in sostanza, nuova richiesta di attestazione SOA), la cessione del ramo d’azienda comporti sempre, in virtù dell’effetto traslativo, il venir meno della qualificazione, o piuttosto, se debba prevalere la tesi che alla luce di una valutazione in concreto limita le fattispecie di cessione, contemplate dalla disposizione, solo a quelle che in quanto suscettibili di da dar vita ad un nuovo soggetto e di sostanziarne la sua qualificazione, presuppongono che il cessionario [il cedente n. d.r.] se ne sia definitivamente spogliato, ed invece esclude le diverse fattispecie di cessione di parti del compendio aziendale, le quali, ancorché qualificate dalle parti come trasferimento di “rami aziendali”, si riferiscano, in concreto, a porzioni prive di autonomia funzionale e risultano pertanto inidonee a consentire al soggetto cedente [il cessionario n. d.r.] di ottenere la qualificazione».
2.3 In prossimità dell’udienza di discussione hanno depositato memoria conclusionale Gu. e Si. e sono intervenute ad adiuvandum dell’appellanteEx. S.p.a. e Ma. s.c.p.a.
L’interesse dichiarato di queste ultime si lega al ricorso deciso dal Tar di Roma con sentenza n. 2679/2017, proposto per l’annullamento della nota CONSIP S.p.A. prot. n. 23324/2016 del 30/09/2016, con cui è stata comunicata l’aggiudicazione definitiva nei confronti di Si. s.p.a. in relazione al Lotto 13 della “gara a procedura aperta per l’affidamento di un Multiservizio Tecnologico Integrato con Fornitura di Energia per gli Edifici in uso, a qualsiasi titolo, alle Pubbliche Amministrazioni Sanitarie, Edizione 2 – ID 1379” e della citata aggiudicazione.
Infatti, con il primo motivo del ricorso le predette società avevano sollevato la questione oggetto del presente giudizio, sostenendo che l’aggiudicazione disposta in favore di Si. era da considerare illegittima in quanto la stessa aveva perduto le necessarie qualificazioni (in particolare quella OG11) a seguito della cessione del ramo di azienda a Ge. In. s.r.l.
Il ricorso è stato respinto sull’assunto che «Nel caso di specie, avuto riguardo al complesso dei beni ceduti, deve ritenersi che la cessione non abbia fatto venire meno i requisiti necessari per mantenere l’attestazione SOA, sicché l’attestazione presentata da Si. SpA in corso di gara è stata correttamente ritenuta valida ed efficace».
È intervenuta ad adiuvandum dell’appellante anche Ge. In. s.r.l., la quale, in estrema sintesi, sostiene che il contratto stipulato con Si. configura una cessione “vitale” di ramo d’azienda, come tale suscettibile di determinare il trasferimento delle qualificazioni.
Hanno depositato memorie di replica Gu. e Si..
In particolare Si. ha eccepito l’inammissibilità degli interventi di Ex. S.p.a. e Ma. s.c.p.a., siccome fondati esclusivamente sull’identità della questione giuridica oggetto del presente giudizio con quella sottesa al giudizio di cui esse sono parti.
Si. ha eccepito altresì l’inammissibilità dell’intervento di Ge. In. s.r.l., con la quale non pende più alcuna controversia e che oltretutto appartiene al medesimo centro di interessi di Ex. S.p.a. (STI S.p.a.).
Ex. s.p.a., Ma. s.c.p.a., Ge. In. s.r.l. dichiarano la titolarità di un interesse “mediato”, non suscettibile di essere difeso in via autonoma, ma idoneo a legittimare un intervento adesivo dipendente (art. 28, comma 2 c.p.a.).
Non quelli – analoghi – di Ex. S.p.a. e Ma. s.c.p.a., le quali non hanno nessun elemento fattuale di collegamento con la posizione dell’appellante e con la controversia, ma solo una comunanza di ragioni giuridiche astratte.
Né a diversa conclusione può pervenirsi in ragione della circostanza che la questione che interessa Ex. S.p.a. e Ma. s.c.p.a. è stata deferita all’Adunanza Plenaria.
Al contrario, proprio l’Adunanza Plenaria (sentenza n. 23 del 2016) ha affermato: «non sembra che possa essere sufficiente a consentire l’istanza di intervento la sola circostanza per cui il proponente tale istanza sia parte in un giudizio in cui venga in rilievo una quaestio iuris analoga a quella divisata nell’ambito del giudizio principale. A tacere d’altro, sembra ostare in modo radicale a tale riconoscimento l’obiettiva diversità di petitum e di causa petendi che distingue i due procedimenti, sì da non configurare in capo al richiedente uno specifico interesse all’intervento nel giudizio ad quem. Al contrario, laddove si ammettesse la possibilità di spiegare l’intervento volontario a fronte della sola analogia fra le quaestiones iuris controverse nei due giudizi, si finirebbe per introdurre nel processo amministrativo una nozione di ‘interessé del tutto peculiare e svincolata dalla tipica valenza endoprocessuale connessa a tale nozione e potenzialmente foriera di iniziative anche emulative, in toto scisse dall’oggetto specifico del giudizio cui l’intervento si riferisce. Non a caso, del resto, in base a un orientamento del tutto consolidato, nel processo amministrativo l’intervento ad adiuvandum o ad opponendum può essere proposto solo da un soggetto titolare di una posizione giuridica collegata o dipendente da quella del ricorrente in via principale (sul punto -ex multis-: Cons. Stato, IV, 29 febbraio 2016, n. 853; id., V, 2 agosto 2011, n. 4557) ».
Ancorché diversa, la posizione di Ge. In. s.r.l. pure non legittima l’intervento: essa è parte del contratto di cessione d’azienda, come tale interessata a far valere gli effetti di tale contratto. Ma non solo è del tutto estranea al presente giudizio, quanto pure non (più) coinvolta in altri giudizi aventi ad oggetto tale contratto. Sicché, in disparte la questione se la cessionaria d’un ramo di azienda vanti interesse alla riforma di una sentenza che – per decidere sulla legittimità di un’aggiudicazione – abbia dato una certa qualificazione del contratto di cessione, l’eventuale interesse ad intervenire ad adiuvandum non sarebbe attuale.
Né miglior sorte ha la – diversa – argomentazione formulata da Ge. In. s.r.l. nella memoria depositata in prossimità dell’udienza di discussione, secondo cui l’intervento sarebbe giustificato dal ricorso n. 8717 del 2015 proposto da Si. dinanzi al Tar Lazio per l’annullamento dell’annotazione presente nel casellario informatico gestito da ANAC che qualifica il contratto tra esse stipulato come cessione di un ramo aziendale. A tacer d’altro, tale questione è irrilevante nel caso in esame, dove non si discute se il contratto traslativo abbia ad oggetto un intero ramo aziendale o singoli cespiti patrimoniali (profilo accantonato dalla sentenza appellata), ma della persistenza o meno delle qualificazioni in capo a Si., che ben può sussistere anche qualificando il contratto come cessione di un ramo d’azienda. L’ordinanza di rimessione, anzi, fa riferimento proprio a questa ipotesi.
La portata soggettiva degli effetti traslativi è regolata da un sillogismo: premessa minore è il contratto traslativo, premessa maggiore è la biunivocità dell’effetto traslativo; conclusione necessaria è il prodursi contemporaneo dell’effetto di acquisto e di quello di perdita. Nei casi in cui un contratto traslativo non produce ipso iurel’acquisto del diritto in capo all’avente causa (perché, evidentemente, occorre un elemento aggiuntivo), non può produrre ipso iure la sua perdita in capo al dante causa. È logicamente impossibile dissociare i due effetti, e quando questo avviene è perché, in realtà, l’effetto traslativo non opera secondo la configurazione tipica; nella fattispecie in esame, infatti, l’efficacia traslativa tipica riguarda l’azienda, non le qualificazioni, poiché non necessariamente le parti hanno inteso disporre contestualmente al trasferimento aziendale il trasferimento dei requisiti di qualificazione ed in ogni caso, appunto, l’effetto traslativo dei requisiti è condizionario ad ulteriori elementi estranei alla volontà delle parti.
Un esempio di codesta fallacia è la proposizione: “Se sono a Venezia, allora sono in Veneto. Sono in Veneto, perciò sono a Venezia”. Si critica questa fallacia mostrando come l’implicazione permette la conclusione solo se è una doppia implicazione, cioè se p e q si equivalgono, laddove “sono in Veneto” non necessariamente equivale a “sono a Venezia”; (esempio di equivalenza: “Se sono a Roma (p), allora sono nella capitale d’Italia(q). Sono nella capitale d’Italia (q), perciò sono a Roma (p))”. Solo così affermando p si può derivare q. In simboli [(p <-> q) ^q] -> p.
È lo stesso appellante che richiama i passaggi decisivi in proposito delle citate pronunce: «Vero è che possono esistere situazioni di fatto in cui, ceduto un ramo d’azienda, la cedente mantenga comunque requisiti sostanziali tali da sorreggere ancora la qualificazione inerente al compendio ceduto, indipendentemente da ulteriori acquisizioni. E in questo senso può essere corretto il dubbio se, occorrendo, non sia possibile dare dell’art. 76 un’interpretazione non strettamente letterale, tale da consentire la nuova attestazione anche allo stato dei requisiti, cioè a prescindere da acquisizioni successive alla cessione. Quella che è invece insostenibile è l’interpretazione inversa, e cioè che si possano dare cessioni di rami d’azienda senza perdita di diritto dell’attestazione relativa. E ciò perché un’interpretazione di questo segno sarebbe in contrasto con l’impianto di fondo della normativa vigente alla strenua del quale la qualificazione non è autocertificata dalla parte interessata, ma “viene rilasciata al termine di un procedimento istruttorio diretto ad accertare il possesso dei requisiti previsti dalla legge in capo al solo soggetto giuridico che l’ha richiesta”.».
Volendo pervenire a una nozione unitaria deve guardarsi all’art. 1321 c.c., in cui la causa è nella particella “per” (“il contratto è l’accordo per costituire… un rapporto giuridico patrimoniale”), essendo ciò che giustifica la produzione degli effetti giuridici per atto di autonomia privata, ossia, in sostanza, la legge di copertura del contratto e, più precisamente, del meccanismo di causalità giuridica che lega l’accordo al rapporto cui dà vita.
Adunanza Plenaria, non definitivamente pronunciando sull’appello come in epigrafe proposto:
1) estromette dal giudizio Ex. S.p.a., Ma. s.c.p.a., Ge. In. s.r.l.;
Categorie:Consiglio di Stato, Consiglio di Stato 2017, Diritto Amministrativo, Sentenze - Ordinanze	Con tag:76 e 77 del d.P.R. 207 del 2010,appalto di opere pubbliche,appalto pubblico,cessione ramo d'azienda,dpr 207/2010	Navigazione articolo
Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 30 giugno 2017, n. 3234