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Timestamp: 2020-05-28 01:45:27+00:00
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Responsabilità degli enti e violazioni antinfortunistiche: il caso isolato non può determinare interesse o vantaggio per la società. - Posante & Vella
Responsabilità degli enti e violazioni antinfortunistiche: il caso isolato non può determinare interesse o vantaggio per la società.
(Cassazione penale sez. IV n. 497555 (ud. 27/11/2019, dep. 09/12/2019)
Con la sentenza in esame la Suprema Corte, conformandosi all’orientamento giurisprudenziale consolidato, si è pronunciata in ordine alla natura del reato di cui all’art. 25-septies decreto-legislativo n. 231/2001.
Secondo tale pronuncia andrebbe esclusa l’esistenza di un vantaggio o dell’interesse dell’ente quando il sinistro sia conseguenza non di una prassi consolidata di inosservanza delle prescrizioni antinfortunistiche, ma l’esito di condotte isolate di collaboratori dell’imprenditore, da cui sia derivato l’infortunio del lavoratore.
Nella fattispecie di cui si è occupata la Suprema Corte, una società veniva condannata per aver un proprio dirigente commesso il reato di lesioni personali colpose con violazione di norme in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Segnatamente si trattava di un infortunio occorso a un lavoratore autotrasportatore dipendente da una ditta diversa da quella condannata, il quale aveva condotto il proprio autocarro all’interno dell’impianto gestito dalla società sottoposta a giudizio per effettuare un carico di conglomerato bituminoso destinato ad altra impresa.
In tale momento accadeva che mentre il lavoratore era intento alla bagnatura del cassone dell’autocarro, al fine di impedire che il conglomerato bituminoso aderisse al fondo del cassone stesso, veniva investito da una da conglomerato bituminoso, che gli provocava gravissime ustioni su varie parti del corpo. Secondo la prassi corretta il carico doveva aver luogo accostando il mezzo ad un silos.
L’addebito mosso al dirigente, quale delegato per la sicurezza all’interno della società sottoposta a giudizio, era di avere omesso di fornire alle ditte degli autotrasportatori informazioni sui rischi specifici dell’ambiente di lavoro e, in particolare, sulle modalità di effettuazione del carico, nonché di disciplinare le operazioni di carico del conglomerato bituminoso sugli automezzi inviati dalle ditte esterne.
L’addebito mosso invece alla società consisteva nella violazione appunto dell’art. 25-septies perché aveva agito in assenza di modello di organizzazione per la prevenzione di delitti del tipo di quello commesso.
Avverso la sentenza di condanna la società presentava formale impugnazione sostenendo che la procedura di caricamento mediante pala meccanica era una pratica che non poteva qualificarsi come modus operandi dell’impresa.
Peraltro il ricorso discusso innanzi alla Suprema Corte contestava la circostanza secondo cui nella sentenza oggetto di gravame non venisse in alcun modo argomentata la sussistenza dei requisiti dell’interesse o del vantaggio ai fini della configurabilità della responsabilità in capo alla società.
La sentenza in commento non presenta profili di novità in tema di compatibilità fra reati colposi e responsabilità degli enti collettivi, poiché ormai si ritiene pacifico il principio secondo cui la sussistenza dell’interesse della società si deve accertare in relazione alla condotta colposa e non all’evento verificatosi; ciò vale a dire che l’interesse può essere correlato anche ai reati colposi d’evento, rapportando i due criteri indicati dall’art. 5 non all’evento delittuoso, bensì alla condotta di violazione delle regole cautelari che ha reso possibile la consumazione del delitto, mentre l’evento andrebbe ascritto alla società per la semplice circostanza secondo cui il fatto stesso derivi dalla violazione della regola cautelare.
Va evidenziato peraltro come non sia sufficiente a radicare la responsabilità dell’ente collettivo la circostanza secondo cui lo stesso abbia ottenuto un vantaggio o perseguito un suo interesse a seguito della commissione di uno dei fatti di reato di cui agli artt. 25 e ss. d.lgs. n. 231 del 2001, dovendosi anche rinvenire una colpevolezza dell’ente medesimo: la cosiddetta colpa di organizzazione!
Tale colpa va individuata nell’incapacità della persona giuridica di darsi una organizzazione e di fornirsi degli strumenti necessari ad evitare che nell’ambito della propria attività imprenditoriale vengano poste in essere determinate tipologie di illeciti.
Il deficit organizzativo in capo alla persona giuridica, dunque, costituisce il presupposto necessario per la sua dichiarazione di responsabilità.
Nel caso di specie la Suprema Cassazione ha riconosciuto la fondatezza delle censure difensive, riscontrando la carenza motivazionale in ordine alla consistenza probatoria dell’ipotesi accusatoria secondo cui presso la persona giuridica si fosse instaurata una prassi contra legem, rispetto alla quale il datore di lavoro avrebbe dovuto attivarsi, posto che – come è noto – è su tale soggetto che grava l’obbligo ,di dominare per evitare l’vento lesivo del lavoratore.
Tale carente motivazionale è in contrasto con la giurisprudenza in tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica.
Ed infatti: in più occasioni la Cassazione ha dato nozioni assai precise sul punto affermando che ricorre l’interesse della società quando l’autore del reato abbia violato la normativa cautelare con il consapevole intento di conseguire un risparmio di spesa per l’ente, indipendentemente dal suo effettivo raggiungimento, mentre si riscontra un vantaggio per l’impresa qualora l’autore del reato abbia violato sistematicamente le norme antinfortunistiche, ricavandone oggettivamente un qualche vantaggio per l’ente, sotto forma di risparmio di spesa o di massimizzazione della produzione, ciò indipendentemente dalla volontà di ottenere il vantaggio stesso.
In altre parole la Cassazione ha perfettamente delimitato l’ambito di applicazione dell’art. 25 septies D. Legislativo 231/2001 esigendo dalla giurisprudenza di merito una ragionata dimostrazione della circostanza secondo cui dalla vicenda delittuosa o, meglio, che dalla violazione della normativa antinfortunistica la società abbia tratto un vantaggio o che l’inosservanza sia stata posta in essere nell’interesse dell’impresa.
In altri termini non si può ritenere che, nell’ambito di illeciti colposi addebitabili ad un soggetto che riveste la qualifica di datore di lavoro in una società, possa qualificarsi quest’ultima come beneficiata dal reato ogni qualvolta e per il solo fatto che si sia in presenza di una mera ricaduta patrimoniale favorevole in capo alla persona giuridica.