Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-2007-del-26-01-2017
Timestamp: 2020-05-31 12:47:15+00:00
Document Index: 154140959

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'art. 25', 'art. 360', 'art. 18', 'art. 25', 'art. 369', 'art. 111', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art.2106', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 2007 del 26/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2007 del 26/01/2017
Cassazione civile, sez. lav., 26/01/2017, n. 2007
sul ricorso 23329/2015 proposto da:
VIA LIMA 20, presso lo studio dell’avvocato MICHELE URBANO, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato VINCENZO IACOVINO,
ENEL DISTRIBUZIONE S.P.A., (società con socio unico, soggetta a
direzione e coordinamento da parte di Enel S.p.A.) P.I. (OMISSIS),
domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo studio degli avvocati
GIOVANNI GIUSEPPE GENTILE, GIUSEPPE FERRARA, IOLANDA GENTILE (studio
PESSI E ASSOCIATI), che la rappresentano e difendono, giusta delega
avverso la sentenza n. 202/2015 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,
depositata il 21/07/2015 R.G.N. 48/2015;
udito l’Avvocato SERRANTI TIZIANA per delega verbale Avvocato GENTILE
GIOVANNI GIUSEPPE;
1.Con unico articolato motivo si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, nel testo novellato dalla cd. Riforma Fornero e dell’art. 25 c.c.n.l. del 2010 per i lavoratori di settore elettrico, nonchè dell’Accordo di categoria del 28/7/1982, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Si lamenta che la Corte distrettuale abbia vulnerato i dettami della L. n. 300 del 1970, art. 18, nella versione di testo applicabile ratione temporis, laddove prevede che non sussistono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa di licenziamento, qualora il fatto rientri fra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi o dei codici disciplinari applicabili.
Si richiamano, sul punto, i dettami di cui all’art. 25 del contratto collettivo di settore, secondo cui la sottrazione di beni di tenue valore, quale quello di cui si controverte, e consistente in una modica quantità di rame del valore non superiore ai 400,00 Euro, avrebbe giustificato l’irrogazione di una multa o, al più, della sospensione dal servizio, se considerati i beni come di apprezzabile valore, con esclusione della sanzione del licenziamento, perchè connessa, nella declaratoria contrattuale, unicamente alla sottrazione di beni di rilevante valore.
Si impone innanzitutto l’evidenza dell’inadempimento da parte ricorrente, dell’onere su di essa gravante ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nella nuova formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 -, di depositare, a pena di improcedibilità, copia integrale del contratto collettivo sul quale il ricorso si fonda.
Detto onere può essere adempiuto, in base al principio di strumentalità delle forme processuali – nel rispetto del principio di cui all’art. 111 Cost., letto in coerenza con l’art. 6 della CEDU, in funzione dello scopo di conseguire una decisione di merito in tempi ragionevoli – anche mediante la riproduzione, nel corpo dell’atto d’impugnazione, della sola norma contrattuale collettiva sulla quale si basano principalmente le doglianze, purchè il testo integrale del contratto collettivo sia stato prodotto nei precedenti gradi di giudizio e, nell’elenco degli atti depositati, posto in calce al ricorso, vi sia la richiesta, presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, di trasmissione del fascicolo d’ufficio che lo contiene, risultando forniti in tal modo alla S.C. tutti gli elementi per verificare l’esattezza dell’interpretazione offerta dal giudice di merito (vedi ex plurimis, Cass. 26/9/2016 n.18866, Cass. 7/7/2014 n.15437, Cass. S.U. 7/11/2013 n. 25038).
L’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi su cui il ricorso si fonda non può dirsi soddisfatto con la trascrizione nel ricorso delle sole disposizioni della cui violazione il ricorrente si duole attraverso le censure alla sentenza impugnata, dovendosi ritenere che la produzione parziale di un documento sia incompatibile con i principi generali dell’ordinamento e con i criteri di fondo dell’intervento legislativo di cui al citato D.Lgs. n. 40 del 2006, intesi a potenziare la funzione nomofilattica della Corte di cassazione, atteso che la mancanza del testo integrale del contratta collettivo non consente di escludere che in altre parti dello stesso vi siano disposizioni indirettamente rilevanti per l’interpretazione esaustiva della questione che interessa (vedi Cass. 4/3/2015 n.4350).
5. Va infatti rammentato il principio ampiamente condiviso in sede dottrinaria, in base al quale la disposizione dell’art. 18 st. lav. nel testo novellato dalla L. 28 giugno 2012, n. 92, nel contemplare la sanzione conservativa come parametro da valorizzare in sede applicativa al fine di assicurare al lavoratore una tutela reale e non meramente risarcitoria, ha avuto come scopo di impedire che il potere discrezionale del datore di lavoro, potesse trasformarsi in arbitrio o in un potere non fondato su di una valida ragione per infliggere la più grave delle sanzioni disciplinari.
E’ stato altresì più volte rimarcato, sempre in dottrina, come nel settore giuslavoristico qualsiasi codice disciplinare, seppur determini e gradui le sanzioni con un’ampia tipizzazione degli illeciti e delle consequenziali ricadute ai danni del datore di lavoro, non può però mai individuare in modo esaustivo tutte le molteplici e differenziate condotte riscontrabili nella realtà fattuale e ciò sia con riferimento all’entità dell’elemento soggettivo degli illeciti contestati, sia anche per la pericolosità anche potenziale di detti illeciti; tanto che spesso si riscontrano nei contratti collettivi nazionali o in quelli aziendali e di prossimità, clausole di chiusura volte a disciplinare le indefinibili condotte illecite che si sottraggono, per la loro peculiarità, alla catalogazione delle norme pattizie.
Orbene, la Corte distrettuale, avendo ben presente la clausola generale della proporzionalità della sanzione sancito dall’art.2106 c.c. che presiede allo scrutinio della congruità della sanzione disciplinare anche nella vigenza della L. n. 92 del 2012, nel confermare sia pur in maniera succinta la decisione di primo grado, con adeguata e conferente motivazione, insuscettibile di alcuna,censura sul versante logico-giuridico, ha rimarcato la gravità di tale condotta, valutando non solo il pregiudizio economico arrecato al datore di lavoro (elemento sul quale era stata graduata dalle parti sociali la diversa entità della misura conservativa), ma anche considerando gli ulteriori elementi che ne evidenziavano la specifica gravità, facendo venir meno la fiducia dell’ente datoriale riposta per il futuro, in un corretto comportamento del proprio dipendente, anche in ragione della rilevanza penale della condotta da lui assunta e della continuità da cui era stata connotata.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.