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Timestamp: 2019-09-22 20:32:03+00:00
Document Index: 170819034

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La copia abusiva dei codici sorgente integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
La copia abusiva dei codici sorgente integra il reato di accesso abusivo a sistema informatico.
Con la recente sentenza n. 11075/2018, la II Sezione penale della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in materia di reati informatici, fornendo elementi ulteriori per la precisazione dei confini applicativi delle fattispecie di accesso abusivo a sistema informatico e frode informatica.
Il fatto e lo svolgimento del processo
Con sentenza del 2015, il GUP presso il Tribunale di Bologna ha dichiarato non luogo a proCEDERE dichiarando estinto per prescrizione il reato di cui agli articoli 81-110 c.p. e 171-bis della legge 633/1941 e ha dichiarato non doversi procedere in relazione al capo di cui all’articolo 640-ter e 615-ter c.p. perché il fatto non sussiste. La vicenda riguardava la copia dei codici sorgenti e del database operata da dipendenti poi fuoriusciti dalla società di un programma di proprietà della parte civile utilizzati al fine di realizzare un programma sostanzialmente identico e con le medesime finalità da parte di una società concorrente presso cui gli stessi dipendenti lavoravano. A fondamento della propria decisione, il Tribunale ha affermato che non poteva ritenersi sussistente alcun intervento senza diritto all’interno del sistema né alcuna manipolazione che potesse essere ritenuta immediatamente causa dell’evento di danno e del profitto, in particolare ritenendo non riconducibile la condotta di duplicazione del software al novero di quelle tipizzate dal delitto di frode, bensì esclusivamente in quella sanzionata dall’art. 171-bis l. 633/1941.
Avverso tale provvedimento propone ricorso in Cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bologna.
La Cassazione giudica fondato il ricorso.
Relativamente all’addebito di accesso abusivo a sistema informatico (art. 615-ter c.p.) la sentenza di merito impugnata ha giudicato non sussistente il fatto di reato. L’intervento abusivo, come ricostruito nella predetta sentenza, è consistito nella introduzione nel sistema informatico e nella estrazione di copia nel database e dei codici sorgenti del programma protetto da copyright al fine di utilizzare lo stesso programma per gestire parti dell’attività di una società concorrente in cui coloro che avevano organizzato la copia erano confluiti. Ai sensi di una recente pronuncia delle Sezioni Unite (Sez. U., n. 41210 del 18/05/2017 Imp. Savarese), puntualmente richiamata dai giudici della legittimità, la condotta del soggetto abilitato all’accesso per ragioni di ufficio che, non violando le condizioni ed i limiti risultanti dalle prescrizioni impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne oggettivamente l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per scopi e finalità estranei o comunque diversi rispetto a quelli per i quali la facoltà di accesso gli è attribuita, integra il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p.. “In particolare, deve – per effetto di tale pronuncia – ritenersi sussistente l’illiceità penale della condotta del soggetto che abbia effettuato – come nel caso di specie – un ingresso nel sistema telematico con fini palesemente contrari agli interessi – anche patrimoniali – del titolare del sistema informatico stesso”.
Per quanto concerne la sussistenza della condotta punita dall’art. 640-ter c.p. la sentenza oggetto di ricorso afferma che – in relazione alla copia di dati di un programma per elaboratore elettronico -non potrebbe ritenersi sussistente la violazione del disposto dell’art. 640 ter c.p. in tutti i casi in cui non vi sia una modificazione del sistema in cui i dati del programma si trovano. La Suprema Corte, tuttavia precisa che “la previsione incriminatrice prevede una pluralità di condotte alternative tutte parimenti illecite. Da una parte – infatti – il legislatore prevede la condotta di chi si procuri un ingiusto profitto con altrui danno alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico. Dall’altra, risulta parimenti sanzionata la condotta di chi si procuri un ingiusto profitto con altrui danno intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti. Si tratta di due condotte del tutto distinte”. Nel caso di specie, proseguono i Giudici del diritto, vi è stato un intervento senza diritto su dati contenuti in un sistema informatico, dovendosi valutare tale intervento senza diritto alla stregua del principio di diritto espresso da Corte stessa nella sentenza Savarese sopra richiamata.
La sentenza impugnata ha ritenuto applicabile al caso di specie l’art. 171-bis R.D. n. 633/1941 (legge sul diritto d’autore). L’art. 171-bis R.D. 633/1941 infatti, prevede come condotta sanzionata quella di chi duplica, per trarne profitto, programmi per elaboratore tutelati dal diritto d’autore e non vi è dubbio, come confermato anche nella sentenza de quo, che possa ritenersi realizzata la fattispecie in questione nella misura in cui vi sia una ripetizione inalterata anche di “parte” del programma utilizzato.
La fattispecie di frode informatica, invece, “corrisponde all’intervento senza diritto su dati contenuti in un sistema informatico. Si tratta di una condotta che – rispetto a quanto previsto nell’art. 171 bis RD 633/1941 – riguarda quindi non solo un profilo di intervento sui dati, ma di una acquisizione effettuata su dati contenuti in un sistema informatico, limitando così in maniera qualificata l’ambito di applicazione dell’una e dell’altra norma. . Il riferimento al termine sistema infatti implica l’indicazione di uno o più elementi che interagiscano tra loro o con elementi esterni. In particolare, per sistema informatico, si intende la combinazione di hardware, quali personal computer, server, router, terminali, eventualmente tra loro interconnessi usualmente gestiti da un software al fine di fornire una o più funzionalità o servizi di elaborazione a favore degli utenti. Del resto, il fatto che l’intervento sui dati informatici sia – nella previsione dell’art. 640 ter cod pen – correlato all’accesso a un sistema informatico è reso palese dall’esistenza di una aggravante riguardante proprio il fatto che il soggetto che accede possa rivestire la qualifica di operatore del sistema, specificazione che non avrebbe altrimenti ragione di essere. Nemmeno casuale può essere inteso il fatto che le fattispecie in materia di tutela delle opere dell’ingegno faccia riferimento a situazioni – quale il reverse engineering e i limiti delle facoltà del licenziatario del software (cfr. artt. 64 ter e ss.) – che appaiono ricollegabili a profili connessi non alla acquisizione tramite ingresso nel sistema del titolare del diritto di esclusiva ma a patologie connesse alla commercializzazione e circolazione del software inteso come opera dell’ingegno. Ciò rende palese la sussistenza, nella previsione dell’art. 640 ter cod pen, di un elemento specializzante, dato dal fatto che l’intervento sui dati avviene all’interno di un sistema informatico su cui si intervenga indebitamente che – come visto – risulta essere presente nella descrizione del caso concreto fornita nel provvedimento impugnato.
Data, dunque, l’esistenza di elementi specializzanti tra le due fattispecie è da escludersi la possibilità che operi un qualsivoglia tipo di assorbimento o consunzione tra le due.
Quanto, poi, alla sussistenza dell’elemento ulteriore del profitto (sempre relativamente alla fattispecie dell’art. 640-ter c.p.), “i codici sorgenti e il contenuto del database di un programma hanno un valore intrinseco in quanto frutto di attività non meramente compilativa costituente opere dell’ingegno e quindi suscettibile di valutazione patrimoniale. Costituisce infatti profitto del reato non solo il vantaggio costituito dall’incremento positivo della consistenza del patrimonio del reo, ma anche qualsiasi utilità o vantaggio, suscettibile di valutazione patrimoniale o economica, che determina un aumento della capacità di arricchimento, godimento ed utilizzazione del patrimonio del soggetto (Sez. 5, Sentenza n. 20093 del 31/10/2014 – dep. 14/05/2015 – Rv. 263832; Sez. U, Sentenza n. 18374 del 31/01/2013 Rv. 255036).”
Per quanto riguarda il danno correlativo, infine, concludono i giudici nel senso che “l’impossessamento anche di bene immateriale suscettibile di valutazione patrimoniale costituisce un danno la cui sussistenza deriva dallo stesso impossessamento anche quando la parte offesa non sia materialmente in grado, proprio per l’attività decettiva dell’imputato, di avere contezza dell’illecito impossessamento medesimo”.
Partendo da tali premesse la Suprema Corte avendo rilevato il decorso del termine massimo di prescrizione per i delitti ascritti agli imputati in esame ha dichiarato l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, residuando, quindi, per le persone offese e danneggiate dal reato la tutela civilistica da esercitare nelle sedi competenti.
Quadro giurisprudenziale di riferimento in tema di accesso abusivo a sistema informatico.
Cassazione penale, sez. un., 18/05/2017, n. 41210
Cassazione penale, sez. V, 05/12/2016, n. 11994.
Cassazione penale, sez. V, 26/10/2016, n. 14546.
Cassazione penale, sez. V, 28/10/2015, n. 13057.
Cassazione penale, sez. I, 23/07/2015, n. 36338.
Cassazione penale, sez. V, 11/03/2015, n. 32666.
Cassazione penale, sez. V, 18/12/2014, n. 10121.
Cassazione penale, sez. V, 30/09/2014, n. 47105.
Quadro giurisprudenziale di riferimento in tema di frode informatica.
Cassazione penale sez. VI 20 giugno 2017 n. 41767.
Integra il reato di frode informatica l’utilizzazione di sistemi di blocco od alterazione della comunicazione telematica tra apparecchi da gioco del tipo “slot-machine” e l’amministrazione finanziaria, trattandosi di alterazione dell’altrui sistema telematico, finalizzato all’indebito trattenimento della quota di imposta sulle giocate.
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