Source: https://www.rassegnadirittolavoro.it/pubblico-impiego-dirigenza-medica/
Timestamp: 2019-07-15 18:39:44+00:00
Document Index: 141220597

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 15', 'art. 2103', 'art. 15', 'art. 28', 'art. 2103', 'art. 2103', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 13', 'art. 52', 'art. 15', 'art. 2103', 'art. 15', 'art. 28', 'art. 2103', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 15', 'art. 121', 'art. 18', 'art. 27', 'art. 39', 'art. 27', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 39', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 15', 'art. 2103', 'art. 15', 'art. 28', 'art. 2103', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 15', 'art. 374', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 61', 'art.8', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 94', 'art. 9', 'art. 23', 'art. 72', 'art. 69', 'sentenza ', 'art. 72']

Pubblico impiego - Dirigenza medica - Rassegna di diritto del lavoro
Pubblico impiego – Dirigenza medica
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Cass. n. 18563/2019
L’art. 24, comma 1, lett. i), del CCNL personale dirigente medico dipendente dagli Ospedali religiosi classificati ARIS ANMIRS 5.2.2011 va interpretato nel senso che i medici laboratoristi non possono essere adibiti a servizio di guardia per specialità affini.
Nel pubblico impiego contrattualizzato, i dirigenti medici non hanno un diritto soggettivo a svolgere interventi equivalenti per qualità e quantità a quelli affidati ad altri dirigenti della medesima struttura, né a quelli svolti nel passato; in ogni caso il datore di lavoro pubblico è tenuto a non mortificare la personalità del dirigente con l’attribuzione di funzioni che esulino del tutto dal bagaglio di conoscenze specialistiche posseduto, fermo il rispetto delle esigenze superiori di tutela della salute dei cittadini (Cass. 2.3.2018 n. 4986; Cass. 4.1.2019 n. 91).
Cass. n. 17636/2019
Quanto alla dirigenza sanitaria, inserita ‘in un unico ruolo distinto per profili professionali e in un unico livello’ (art. 15 d.lgs. n. 502/1992), la giuridica impossibilità di applicare la disciplina dettata dall’art. 2103 cod. civ. è ribadita dall’art. 15 ter del d.lgs. n. 502/1992, inserito dal d.lgs. n. 229/1999, nonché dall’art. 28, comma 7, del CCNL 8.6.2000 per il quadriennio 1997/2001, secondo cui nel conferimento degli incarichi e per il passaggio ad incarichi di funzioni dirigenziali diverse, le aziende tengono conto .., che data l’equivalenza delle mansioni dirigenziali non si applica l’art. 2103, comma 1, del c.c.” (cfr. Cass. 4.1.2019 n. 91, Cass. 7863/2019 (par. 8 e ss.), Cass. 6.2.2019 n. 3483, Cass. 28243, Cass. 29.11.2018 n. 30913, Cass. 5.11.2018 n. 28151).
Cass. n. 16756/2019
La nozione di equivalenza in senso formale comporta che tutte le mansioni ascrivibili a ciascuna categoria, in quanto professionalmente equivalenti, sono esigibili e l’assegnazione di mansioni equivalenti costituisce atto di esercizio del potere determinativo dell’oggetto del contratto di lavoro, resta comunque salva l’ipotesi che la destinazione ad altre mansioni comporti il sostanziale svuotamento dell’attività lavorativa.
Anche per il dirigente medico è stato affermato che lo stesso non può essere lasciato in una condizione di sostanziale inattività né assegnato a svolgere funzioni che esulino del tutto dal bagaglio di conoscenze specialistiche posseduto; il datore di lavoro nell’assegnazione degli incarichi e nella distribuzione del lavoro fra i dirigenti medici è tenuto al rispetto delle regole di correttezza e buona fede, sicché il diritto deve essere esercitato tenendo conto delle esigenze superiori di tutela della salute dei cittadini e non può essere finalizzato a mortificare la personalità del dirigente né a realizzare risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali il potere è attribuito (cfr. Cass. 2.3.2018 n. 4986).
Cass. n. 7863/2019
L’inapplicabilità ai dirigenti dell’art. 2103 cod. civ., sancita dall’art. 19 del d.lgs. n. 165/2001, era già stata affermata dall’art. 19 del d.lgs. n. 29/1993, come modificato dall’art. 13 del d.lgs. n. 80/1998, e discende dalle peculiarità proprie della qualifica dirigenziale che, nel nuovo assetto, non esprime più una posizione lavorativa inserita nell’ambito di una carriera e caratterizzata dallo svolgimento di determinate mansioni, bensì esclusivamente l’idoneità professionale del soggetto a ricoprire un incarico dirigenziale, necessariamente a termine, conferito con atto datoriale gestionale, distinto dal contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Per le medesime ragioni non è applicabile al rapporto dirigenziale l’art. 52 del d.lgs. n. 165/2001, riferibile al solo personale che non rivesta la qualifica di dirigente, al quale è, invece, riservata la disciplina dettata dalle disposizioni del capo II.
Quanto alla dirigenza sanitaria, inserita «in un unico ruolo distinto per profili professionali e in un unico livello» (art. 15 d.lgs. n. 502/1992), la giuridica impossibilità di applicare la disciplina dettata dall’art. 2103 cod. civ. è ribadita dall’art. 15 ter del d.lgs. n. 502/1992, inserito dal d.lgs. n. 229/1999, nonché dall’art. 28, co. 7, del c.c.n.l. 8.6.2000 per il quadriennio 1997/2001, secondo cui «nel conferimento degli incarichi e per il passaggio ad incarichi di funzioni dirigenziali diverse le aziende tengono conto … che data l’equivalenza delle mansioni dirigenziali non si applica l’art. 2103, co. 1, del cod. civ.».
L’art. 24 del d.lgs. n. 165/2001, in tutte le versioni succedutesi nel tempo, delega alla contrattazione collettiva la determinazione del trattamento retributivo del personale con qualifica dirigenziale, da correlarsi, quanto al trattamento accessorio, alle funzioni attribuite, ed al comma 3 fissa il principio di onnicomprensività, stabilendo che il trattamento medesimo «remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti in base a quanto previsto dal presente decreto nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall’amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa».
La materia delle sostituzioni è stata espressamente disciplinata dalle parti collettive che, all’art. 18, co. 7, del c.c.n.l. 8.6.2000 hanno innanzitutto ribadito, in linea con la previsione dell’art. 15 ter, co. 5, del d.lgs. n. 502/1992, che «le sostituzioni …. non si configurano come mansioni superiori in quanto avvengono nell’ambito del ruolo e livello unico della dirigenza dei quattro ruoli».
Hanno, quindi, previsto una speciale indennità, da corrispondersi solo in caso di sostituzioni protrattesi oltre sessanta giorni, rapportata al livello di complessità della struttura diretta (£. 1.036.000 per la sostituzione del dirigente di struttura complessa e £. 518.000 per la struttura semplice).
Il comma 4 della disposizione contrattuale prevede che, qualora la necessità della sostituzione sorga in conseguenza della cessazione del rapporto di lavoro del dirigente interessato, e, quindi, della vacanza della funzione dirigenziale, la stessa è consentita per il tempo strettamente necessario all’espletamento delle procedure concorsuali e può avere la durata di mesi sei, prorogabili a dodici.
E’, però, significativo che le parti collettive non abbiano fatto cenno alle conseguenze che, sul piano economico, possono derivare dall’omesso rispetto del termine e l’omissione non può essere ritenuta casuale, atteso che la norma contrattuale ha tenuto ad affermare, come principio di carattere generale, che la sostituzione non implica l’espletamento di mansioni superiori.
Il termine di cui al comma 4, quindi, svolge senz’altro una funzione sollecitatoria ma il suo mancato rispetto non può legittimare la rivendicazione dell’intero trattamento economico spettante al dirigente sostituito, impedita proprio dall’incipit del comma 7, che, operando unitamente al principio della onnicomprensività al quale si è già fatto cenno, esclude qualsiasi titolo sul quale la pretesa possa essere fondata.
Non può essere invocata la giurisprudenza costituzionale ed amministrativa formatasi per la dirigenza medica in relazione all’art. 121 del d.P.R. n. 384/1990, disapplicato dal richiamato art. 18 del c.c.n.l. 2000, attesa la diversità del contesto normativo;
Prima dell’istituzione del ruolo unico, infatti, i compiti propri del personale inquadrato nel IX, nel X e nel XI livello costituivano mansioni esprimenti una professionalità crescente mentre nell’attuale sistema, fondato sull’equivalenza delle mansioni dirigenziali, le diverse tipologie di incarichi non comportano rapporti di sovra o sotto ordinazione (art. 27 c.c.n.l. 2000).
Le considerazioni che precedono inducono, pertanto, il Collegio a non condividere il diverso orientamento espresso da Cass. 6 luglio 2015, n. 13809, pronuncia, questa, rimasta isolata e superata dalle decisioni successive (cfr. Cass. 29 novembre 2018, n. 30913; Cass. 3 settembre 2018, n. 21565; Cass. 6 novembre 2018, n. 28243; Cass. 5 novembre 2018, n. 28151; Cass. 2 novembre 2018, n. 28030; Cass. 19 aprile 2017, n. 9879; Cass. 15 gennaio 2016, n. 584; Cass. 24 luglio 2015, n. 15577; Cass. 3 agosto 2015, n. 16299).
Cass. n. 4953/2019
L’art. 39, commi 9 e 10, del CCNL 8.6.2000, nel prevedere che «nel conferimento dell’incarico di direttore di dipartimento ovvero di incarichi che, pur non configurandosi con tale denominazione, ricomprendano – secondo l’atto aziendale – più strutture complesse – per la retribuzione di posizione – parte variabile – del dirigente interessato è prevista una maggiorazione fra il 35 ed il 50% …», trova la sua ratio nel riconoscimento operato dalle parti collettive della maggiore complessità dell’attività svolta dal dirigente preposto al Dipartimento, la cui peculiarità consiste nell’essere una struttura finalizzata all’attuazione di «processi organizzativi integrati», professionali o gestionali, garantiti attraverso il coordinamento di strutture semplici o complesse nelle quali lo stesso si articola.
L’estensione dell’indennità anche agli incarichi che, sebbene diversamente denominati, «ricomprendano, secondo l’atto aziendale, più strutture complesse» è evidentemente finalizzata ad equiparare al direttore del dipartimento i dirigenti che siano preposti a strutture che, al di là della qualificazione, nell’organizzazione aziendale presentino una complessità non dissimile da quella dipartimentale, perché articolate al loro interno in più strutture complesse (Cass. n. 23431/2017).
Perché ciò si verifichi è necessario che ciascuna struttura risponda ai requisiti richiesti dall’art. 27, comma 3, secondo cui «per struttura si intende l’articolazione interna dell’azienda alla quale è attribuita con l’atto di cui all’art. 3, comma 1 bis, del d.lgs. 502 del 1992 la responsabilità di gestione di risorse umane, tecniche o finanziarie».
L’autonomia della singola struttura va, quindi, apprezzata sul piano organizzativo e gestionale, come ribadito anche dal comma 7 del richiamato art. 27, e l’indennità di cui all’art. 39 del CCNL 8.6.2000 può essere riconosciuta solo qualora i poteri attribuiti al dirigente della struttura che si assume equiparabile al dipartimento non annullino, sotto il profilo gestionale, l’autonomia delle articolazioni che devono comporre la struttura stessa.
Cass. n. 4812/2019
La formale istituzione, attraverso l’atto di macro organizzazione di cui all’ art. 3 c. 1 bis del richiamato D. Lgs. n. 502 del 1992, riconducibile all’art. 2 c. 1 del D. Lgs. n. 165 del 2001, della struttura organizzativa dotata di autonomia gestionale o tecnico professionale costituisce un elemento imprescindibile per il conferimento dell’incarico dirigenziale e per l’attribuzione al dirigente del trattamento economico, stabilito dalla contrattazione collettiva, correlato alla specifica posizione organizzativa individuata dall’Azienda (Cass. 19040/2015, 6956/2014).
Lo svolgimento di funzioni dirigenziali non può che espletarsi, infatti, in relazione ad una specifica struttura organizzativa, rispetto alla quale, con atto di macro organizzazione sia stato previsto l’esercizio di funzioni dirigenziali (Cass. 350/2018).
Senza l’atto aziendale, che individua le singole strutture organizzative di rilievo dirigenziale, non sorge il diritto al trattamento economico il quale è correlato alla preposizione alla specifica struttura dirigenziale, graduata e “pesata” dal punto di vista della complessità delle funzioni, delle connesse responsabilità del dirigente che vi è preposto e del valore economico attribuito dall’atto stesso.
Cass. n. 3483/2019
Quanto alla dirigenza sanitaria, inserita “in un unico ruolo distinto per profili professionali e in un unico livello” (art. 15 d.lgs. n. 502/1992), la giuridica impossibilità di applicare la disciplina dettata dall’art. 2103 cod. civ. è ribadita dall’art. 15 ter del d.lgs. n. 502/1992, inserito dal d.lgs. n. 229/1999, nonché dall’art. 28, comma 7, del CCNL 8.6.2000 per il quadriennio 1997/2001, secondo cui “nel conferimento degli incarichi e per il passaggio ad incarichi di funzioni dirigenziali diverse le aziende tengono conto … che data l’equivalenza delle mansioni dirigenziali non si applica l’art. 2103, comma 1, del c.c.”.
L’art. 24 del d.lgs. n. 165/2001, in tutte le versioni succedutesi nel tempo, delega alla contrattazione collettiva la determinazione del trattamento retributivo del personale con qualifica dirigenziale, da correlarsi quanto al trattamento accessorio alle funzioni attribuite, ed al comma 3 fissa il principio di onnicomprensività, stabilendo che il trattamento medesimo “remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti in base a quanto previsto dal presente decreto nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall’amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa”.
La materia delle sostituzioni è stata espressamente disciplinata dalle parti collettive che, all’art. 18, comma 6, del CCNL 8.6.2000 hanno innanzitutto ribadito, in linea con la previsione dell’art. 15 ter, comma 5, del d.lgs. n. 502/1992, che “le sostituzioni … non si configurano come mansioni superiori in quanto avvengono nell’ambito del ruolo e livello unico della dirigenza sanitaria”; hanno, quindi, previsto una speciale indennità, da corrispondersi solo in caso di sostituzioni protrattesi oltre sessanta giorni, rapportata al livello di complessità della struttura diretta;
Il comma 4 della disposizione contrattuale prevede, inoltre, che, qualora la necessità della sostituzione sorga in conseguenza della cessazione del rapporto di lavoro del dirigente interessato, e, quindi, della vacanza della funzione dirigenziale, la stessa è consentita per il tempo strettamente necessario all’espletamento delle procedure concorsuali e può avere la durata di mesi sei, prorogabili a dodici.
Come affermato da Cass. nn. 30912/2018, 28243/2018, 27121/2017, 584/2016, 15577/2015, è significativo il fatto che le parti collettive non abbiano fatto cenno alle conseguenze che, sul piano economico, possono derivare dall’omesso rispetto del termine e l’omissione non può essere ritenuta casuale, atteso che la norma contrattuale ha tenuto ad affermare, come principio di carattere generale, che la sostituzione non implica l’espletamento di mansioni superiori.
Deve, quindi, ribadirsi che il termine di cui al comma 4 della disposizione contrattuale sopra richiamata svolge senz’altro una funzione sollecitatoria ma il suo mancato rispetto non può legittimare la rivendicazione dell’intero trattamento economico spettante al dirigente sostituito, impedita proprio dall’incipit del comma 7, che, operando unitamente al principio della onnicomprensività al quale si è già fatto cenno, esclude qualsiasi titolo sul quale la pretesa possa essere fondata.
Le considerazioni innanzi svolte inducono, pertanto, il Collegio a non condividere il diverso orientamento espresso da Cass. n. 13809/2015, che ha ritenuto di poter ravvisare lo svolgimento di mansioni superiori in caso di sostituzione protrattasi oltre il limite massimo di dodici mesi; la pronuncia, rimasta isolata, è stata superata dalle decisioni richiamate, sicchè allo stato non è configurabile un effettivo contrasto, idoneo a giustificare la rimessione ex art. 374, comma 2, cod. proc. civ. alle Sezioni Unite di questa Corte.
Cass. n. 3134/2019
Con la sentenza 15 dicembre 2017, n. 30222 le Sezioni Unite di questa Corte hanno risolto la “questione di massima di particolare importanza” relativa alla corretta identificazione delle “quote storiche spettanti” di cui all’art. 61, secondo comma, del CCNL 1994/97, del 5 dicembre 1996 cit., affermando il principio secondo cui: “ai fini della determinazione del fondo della retribuzione di risultato del personale dirigente sanitario non medico, con l’espressione ‘quote storiche spettanti’ contenuta nell’art. 61, secondo comma, del CCNL 1994/1997 di Comparto si intendono quelle determinate secondo le previsioni del d.P.R. n. 384 del 1990, sulla base del valore unitario del ‘plus orario’, come definito nell’art. 61, comma settimo, moltiplicato per il numero massimo delle ore di ‘plus orario’ consentito (dall’art. 61, secondo comma cit.) e per le unità di personale impegnato nell’attività incentivata: una volta individuata la quota massima spendibile secondo i suindicati criteri ad essa va applicata la riduzione del trenta per cento, prevista dall’art.8, comma 3, della legge n. 537 del 1993”.
Cass. n. 92/2019
La formale istituzione, attraverso l’atto di macro organizzazione di cui all’ art. 3 c.-1 bis del d.lgs. n. 502 del 1992, riconducibile all’art. 2 c. 1 del d.lgs. n. 165 del 2001, della struttura organizzativa dotata di autonomia gestionale o tecnico professionale costituisce un elemento imprescindibile per il conferimento dell’incarico dirigenziale e per l’attribuzione al dirigente del trattamento economico, stabilito dalla contrattazione collettiva, correlato alla specifica posizione organizzativa individuata dall’Azienda (Cass., n. 19040 del 2015, n. 6956 del 2014).
Lo svolgimento di funzioni dirigenziali non può che espletarsi, infatti, in relazione ad una specifica struttura organizzativa, rispetto alla quale, con atto di macro organizzazione sia stato previsto l’esercizio di funzioni dirigenziali (Cass. 350 del 2018).
Senza l’atto aziendale, che individua le singole strutture organizzative di rilievo dirigenziale, non sorge il diritto al trattamento economico il quale è correlato alla preposizione alla specifica struttura dirigenziale, graduata e pesata dal punto di vista della complessità delle funzioni, delle connesse responsabilità del dirigente che vi è preposto e del valore economico attribuito dall’atto stesso.
DIRIGENZA MEDICA INPS
Cass. n. 427/2019
Dopo l’istituzione dei comparti di contrattazione, la dirigenza medica degli istituti previdenziali è stata disciplinata dai CCNL per i dirigenti degli enti pubblici non economici, a partire dal CCNL 11.10.1996, per il quadriennio 1994/1997, applicabile, come si legge nelle premesse, al personale con qualifica di dirigente, ai professionisti appartenenti alla decima qualifica funzionale nonché al « personale medico e veterinario con l’inquadramento ordinario in detta qualifica e personale medico degli enti previdenziali inquadrato nelle speciali “qualifiche professionali del servizio medico-legale”».
In relazione a questi ultimi il CCNL, all’art. 94, ha rinviato ad un successivo accordo la definizione di «norme che regolino compiutamente il rapporto di lavoro», adottate il 14.4.1997 e disciplinanti, tra l’altro, anche lo svolgimento dell’attività libero professionale intra ed extramuraria. Quest’ultima, ai sensi dell’art. 9, è consentita «nel pieno e integrale rispetto delle disposizioni di legge vigenti in materia e alle condizioni da queste previste, secondo modalità stabilite dagli enti stessi, nell’ambito della rispettiva autonomia organizzativa, in relazione alle rispettive caratteristiche istituzionali e ordinamentali».
L’art. 23 del contratto, in armonia con quanto previsto dal d.lgs. n. 29/1993, art. 72, poi trasfuso nell’art. 69 del d.lgs. n. 165/2001, ha previsto l’inapplicabilità di tutte le norme previgenti incompatibili con quelle dettate dall’accordo, in relazione ai soggetti e alle materie dalle stesse contemplate e, in particolare, per quel che qui rileva, delle disposizioni del d.P.R. n. 270/1987, di recepimento dell’accordo sindacale per il personale del servizio sanitario nazionale, in precedenza applicabile in forza della norma di rinvio contenuta nella legge n. 222/1984.
La generale equiparazione dei dirigenti medici degli enti previdenziali a quelli del servizio sanitario nazionale, sulla quale fa leva il ricorrente, è, quindi, venuta a meno a seguito della sottoscrizione dei contratti collettivi sopra citati, ed in tal senso questa Corte si è già espressa, sia pure in altro contesto, con la sentenza n. 3705/2009, con la quale si è statuito che « l’art. 72 del d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, nel prevedere che gli accordi sindacali, recepiti in decreti del Presidente della Repubblica ai sensi della legge 29 marzo 1983, n. 93, e le norme generali e speciali disciplinanti il rapporto di impiego pubblico integrino la disciplina del rapporto di lavoro, ne ha sancita la derogabilità ad opera dei contratti collettivi, disponendone, in ogni caso, l’inefficacia dal momento della sottoscrizione, per ogni ambito di riferimento, del secondo contratto collettivo …».