Source: https://www.associazionemarcopolo.it/category/attualita/
Timestamp: 2020-01-20 15:36:41+00:00
Document Index: 161320788

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 11', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 9', 'art. 9']

Attualità Archivi - Associazione Marco Polo
Fonte: quotidianoentilocali.ilsole24ore.com Tributi, bilanci e finanza locale
La nomina di un dirigente esterno per il ruolo di responsabile prevenzione corruzione trasparenza è da ritenere come un’assoluta eccezione e nel caso in cui l’ordine o il collegio attivi la deroga, sussiste un preciso onere di congrua e analitica motivazione anche in ordine all’assenza di soggetti interni con i requisiti previsti dalla legge. Pertanto, il ruolo di responsabile prevenzione corruzione trasparenza non può essere assegnato a un consigliere eletto presso altra circoscrizione territoriale del medesimo consiglio/ordine o ad un consulente esterno. Ancora un chiarimento su questo tema da parte dll’Anacche ricorda di aver chiarito nell’approfondimento del Piano nazionale anticorruzione 2016 (Pna 2016), Sezione III dedicata agli ordini/collegi professionali e nel Piano nazionale anticorruzione 2019 (Pna 2019), parte IV, che il Responsabile prevenzione corruzione trasparenza deve essere individuato da ciascun consiglio nazionale, ordine e collegio professionale, sia a livello centrale che a livello locale, in un dirigente interno. La scelta di assegnare il ruolo di Responsabile prevenzione corruzione trasparenza a un dirigente interno è dettata dal fatto che è necessario individuare un soggetto che conosca le dinamiche e l’organizzazione dell’ente di cui fa parte, potendo in questo modo svolgere pienamente le funzioni e i compiti previsti dalla normativa. Anac ha ribadito che nel caso in cui, per esiguità delle risorse, ordine o collegio assegni ai propri dirigenti compiti gestionali, sarà possibile assegnare il ruolo di Responsabile prevenzione corruzione trasparenza a uno di questi, dando in questo caso la preferenza a quelli cui sono assegnati i compiti gestionali maggiormente compatibili con il ruolo. In caso di assenza di personale dirigenziale, sarà possibile individuare quale Responsabile prevenzione corruzione trasparenza un profilo non dirigenziale, ferma restando la scelta di personale interno all’ente che assicuri stabilità ai fini dello svolgimento dei compiti. Solo in via residuale e con atto motivato, il Responsabile prevenzione corruzione trasparenza potrà coincidere con un consigliere dell’ordine o del collegio, purché sia privo di deleghe gestionali; ne consegue che dovranno necessariamente essere esclusi da questo ruolo le figure di Presidente, Consigliere segretario o Consigliere tesoriere.
http://asmecomm.it/images/1312/16.pdf
Fonte : quotidianoentilocali.ilsole24ore.com Tributi, bilanci e finanza locale
È confermato nella misura del 100 per cento delle somme riscosse il premio ai Comuni che partecipano al contrasto dell’evasione tributaria statale. L’ articolo 34 del decreto fiscale, in corso di conversione, estende infatti fino al 2021 l’attribuzione ai Comuni dell’incentivo previsto a titolo di compartecipazione all’attività di recupero dei tributi erariali. Il Dl 203/2005 aveva originariamente previsto il riconoscimento di una quota del 33 per cento delle maggiori somme relative a tributi statali riscosse a seguito delle attività poste in essere dai comuni. Quota poi innalzata al 50 per cento con il decreto legislativo sul federalismo fiscale e successivamente al 100 per cento mediante ulteriori interventi normativi. L’estensione operata dal decreto fiscale al 2021 è pertanto una buona notizia per i sindaci. Di certo però non sembra sufficiente, da sola, a risollevare un’attività in evidente crisi. Come testimoniano i decreti del ministero degli Interni con i quali si provvede annualmente alla ripartizione delle somme in favore degli enti locali, gli importi complessivamente distribuiti a livello nazionale non hanno mai superato il gettito ordinario Imu di un solo Comune di circa 100.000 abitanti. Negli ultimi tre anni si è poi assistito ad un progressivo indebolimento dell’azione di compartecipazione: per il 2015 il ministero ha erogato 17.063.609 euro, per poi passare a 13.319.929 per il 2016, 13.278.451 per il 2017 e 11.406.176 per il 2018. Inoltre poco più di 450/500 enti risultano attivi nel settore, su un totale di circa 8.000 Comuni. Ciò ha determinato un crescente disinteresse da parte degli enti, che hanno preferito concentrare le proprie risorse nell’attività di contrasto all’evasione dei tributi di diretta competenza piuttosto che impegnarsi su attività formative in materia di imposte erariali. Né maggior impulso pare essere stato generato dai vari protocolli di intesa sottoscritti tra le varie direzioni regionali o provinciali dell’agenzia delle Entrate e i singoli Comuni. Il tentativo di rianimare il settore potrebbe passare forse dalla rivisitazione delle regole tecnico-operative delle segnalazioni qualificate. Infatti i provvedimenti del direttore dell’agenzia delle Entrate 3 dicembre 2007 e 29 maggio 2012, con i quali sono stati definiti gli ambiti di intervento e che hanno costituito per vari anni una vera e propria guida operativa per i Comuni, necessitano di un significativo intervento di aggiornamento, che tenga conto delle novità normative e giurisprudenziali nel frattempo intervenute. In particolare occorrerebbe una più chiara definizione delle fattispecie accertabili inerenti all’ambito di collaborazione definito «urbanistica e territorio», che negli anni ha generato le migliori performance in termini di gettito recuperato a seguito di segnalazioni qualificate. Ulteriore aggiornamento andrebbe operato nel settore dei «beni indicativi di capacità contributiva» in relazione alla più recente normativa sull’accertamento induttivo dei redditi. Parrebbe infine utile valutare la sussistenza di nuovi ambiti di collaborazione tra il fisco nazionale e quello locale. In assenza di un corposo intervento in questo senso da parte delle Entrate, il mantenimento della misura piena del premio antievasione a favore dei Comuni potrebbe non essere sufficiente a invertire il trend calante degli ultimi anni.
http://asmecomm.it/images/1312/27.pdf
APERTURA DEI PLICHI TELEMATICI IN ORARI DIVERSI DA QUELLI PREVISTI DAL DISCIPLINARE: COSA SUCCEDE?
Ovviamente nel costruire una procedura negoziata, sia che essa sia sul mercato elettronico e sia su un’altra piattaforma telematica legittimata, abbiamo l’opportunità di fissare la data e l’ora dell’apertura dei plichi telematici.
La possiamo fissare sia sul disciplinare e sia inserirlo nella piattaforma telematica del mercato elettronico.
Cosa accade però, se il rup disattende quella data o quell’orario stabilito e apre i plichi in tempi diversi?
Teoricamente, se non si rispetta un termine fissato e definito dalla stazione appaltante non sarebbe una lezione di correttezza amministrativa.
Non la pensa così il Tar Molise con la sentenza n.239 del 10 luglio 2019.
Infatti rigetta il ricorso avente oggetto il mancato rispetto delle regole fissate dalla stazione appaltante, sentenziando che la gara è stata gestita telematicamente e perciò la garanzia della integrità delle offerte è insita nella stessa procedura informatica, indipendentemente dalla presenza o meno del pubblico.
Secondo me è una sentenza sui generis…ma bisogna rispettarla!
LE ASSUNZIONI DEGLI APPARTENENTI ALLE CATEGORIE PROTETTE DEROGANO AI VINCOLI DI SPESA PREVISTI DALLA VIGENTE LEGISLAZIONE.
L’art. 7, comma 6, del D.L. n. 101/2013 (Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni), convertito con L. n. 125/2013, prevede l’obbligo per le amministrazioni di rideterminare il numero delle assunzioni obbligatorie delle categorie protette secondo dotazione organica e di procedere ad assunzioni a tempo indeterminato, nei limiti numerici consentiti, anche in deroga ai divieti di nuove assunzioni previsti dalla legislazione vigente. La disposizione del presente comma deroga ai divieti di nuove assunzioni previsti dalla legislazione vigente, anche nel caso in cui l’amministrazione interessata sia in situazione di soprannumerarietà
Con tale disposizione, il legislatore ha inteso garantire ai lavoratori ”svantaggiati” una maggiore tutela, sia in relazione alla possibilità di accesso (rideterminazione del “quantum” e possibilità di sovrannumero), che con riferimento alla tipologia di rapporto di lavoro (contratti a tempo indeterminato), derogando alla copiosa normativa finalizzata al contenimento della spesa pubblica ed al risanamento dei bilanci delle pubbliche amministrazioni.
Su tale questione si sono espresse varie Sezioni regionali di controllo (Puglia, delibera n. 13/2014; Piemonte, delibera n.64/2018/PAR; Lombardia, delibera n. 61/2014/PAR; SSRR Sicilia, del. n. 49/2011) affermando che le spese sostenute per l’assunzione di soggetti rientranti nelle categorie protette vanno escluse dall’ammontare della spesa per il personale, trattandosi di spese non comprimibili, a condizione che siano state effettivamente assunte per personale rientrante nella percentuale d’obbligo o quota di riserva.
Anche la Sezione delle Autonomie (deliberazioni n. 25/2013/QMIG e n. 22/2017/QMIG) ha ricordato come l’ordinario limite di spesa di personale, al quale un ente locale è sottoposto, non sia applicabile alle categorie protette.
La Sezione di controllo per la Puglia, con la delibera n. 131/2018, ha sostenuto “la prevalenza delle disposizioni che impongono obblighi assunzionali di soggetti appartenenti alle categorie protette, nei limiti della copertura della c.d. quota d’obbligo, sulle previsioni che pongono vincoli e divieti di assunzione (…)”
In altri termini, i limiti assunzionali non si applicano alle assunzioni di personale appartenente alle categorie protette ai fini della copertura delle quote d’obbligo.
Alla luce delle suesposte considerazioni, anche la Sezione regionale di controllo per il Veneto Deliberazione n. 310/2019/PAR ha confermato la deroga alla norma vincolistica per la copertura delle quote d’obbligo.
della dott.ssa Lucia La Riccia
La fonte normativa speciale dedicata all’espropriazione per pubblica utilità è rappresentata dal DPR n. 327/2001 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità, di seguito TUEPU).
Ai sensi dell’articolo 35, comma 1, del TUEPU – in cui sono confluite le disposizioni contenute nell’articolo 11, commi da 5 a 9 della legge n. 413 del 1991- rientrano fra i redditi diversi, e dunque soggetti a tassazione, le somme corrisposte (…) quale corrispettivo di cessione volontaria o di risarcimento del danno per acquisizione coattiva, di un terreno ove sia stata realizzata un’opera pubblica, un intervento di edilizia residenziale pubblica o una infrastruttura urbana all’interno delle zone omogenee di tipo A, B, C e D, come definite dagli strumenti urbanistici.
Il successivo comma 2 del citato articolo 35 dispone che il soggetto che corrisponde la somma opera la ritenuta nella misura del 20%, a titolo di imposta, fermo restando la possibilità per il soggetto espropriato di optare per la tassazione ordinaria, in sede di dichiarazione dei redditi, computando la ritenuta subìta a titolo di acconto.
Con riferimento alle zone omogenee, l’articolo 2 del DM 2 aprile 1968, n. 1444 – richiamato dal predetto articolo 35 – individua sei zone territoriali:
– zona A), il centro storico, artistico e di particolare pregio ambientale;
– zona B), le parti del territorio totalmente o parzialmente edificate, diverse dalle zone A);
– zona C), le parti del territorio destinate a nuovi complessi insediativi, che risultino inedificate;
– zona D), le parti del territorio destinate a nuovi insediamenti per impianti industriali o ad essi assimilati;
– zona E), le parti del territorio destinate ad usi agricoli, escluse quelle in cui – fermo restando il carattere agricolo delle stesse – il frazionamento delle proprietà richieda insediamenti da considerare come zone C);
– zona F), le parti del territorio destinate ad attrezzature ed impianti di interesse generale.
La legge n. 413 del 1991, art. 11, comma 5 sancisce che sono tassabili le indennità o risarcimenti relativi “a terreni destinati ad opere pubbliche o ad infrastrutture urbane all’interno delle zone omogenee di tipo A, B, C, D di cui al D.M. 2 aprile 1968 (..) definite dagli strumenti urbanistici (..)”.
Sulla base di questa impostazione letterale, non sono stati infrequenti i ricorsi alle Commissioni Tributari Provinciali e Regionali, Corti d’Appello, Interpelli all’Agenzia delle Entrate e, addirittura, alla Corte di Cassazione, in cui si lamentava la ritenuta del 20%, operata sui terreni agricoli espropriati ricadenti in zona E), ritenendola illegittima.
Al riguardo, è stato chiarito che, per quanto concerne la realizzazione di opere pubbliche ed infrastrutture urbane, il riferimento alle zone omogenee deve ritenersi tassativo, considerato che la norma dispone l’assoggettamento a tassazione dell’indennità di esproprio con riferimento alla collocazione dell’area nelle zone omogenee di tipo A, B, C e D, di cui al citato DM n. 1444, senza discriminare i terreni fra quelli agricoli e quelli suscettibili di un uso diverso rispetto a quello agricolo.
Ai fini della imponibilità, quindi, è necessario verificare se il terreno rientra o meno in una delle zone omogenee (A, B,C,D) richiamate dalla norma e non, invece, se esso sia suscettibile di edificabilità o, come nel caso di specie, se lo stesso sia destinato a verde agricolo.
In sostanza, è necessario che il soggetto espropriante specifichi in quale zona omogenea il terreno ricade o ricadrebbe, laddove le zone omogenee non siano state definite.
Per quanto concerne l’individuazione del momento da considerare per la collocazione del terreno nelle zone omogenee – al fine di stabilire l’assoggettabilità o meno a tassazione dell’indennità di esproprio – si deve far riferimento non all’emissione del decreto di esproprio bensì all’inizio della procedura esecutiva.
In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione sentenza n. 8287 del 4 aprile 2018, in cui ha richiamato altre pronunce conformi (Cass. n. 15845/2004, Cass. n. 9455/2006, Cass. Sez. 5, n. 652 del 2012, Cassazione n. 11409 del 2015).
Visto l’art. 9, comma 7 del decreto legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito con modificazioni dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, il quale prevede che «fermo restando quanto disposto dagli articoli 11 e 17, comma 1, lettera a), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n 111, l’Autorità nazionale anticorruzione, a partire dal 1° ottobre 2014, attraverso la banca dati nazionale dei contratti pubblici di cui all’articolo 62-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, fornisce, tenendo anche conto della dinamica dei prezzi dei diversi beni e servizi, alle amministrazioni pubbliche un’elaborazione dei prezzi di riferimento alle condizioni di maggiore efficienza di beni e di servizi, tra quelli di maggiore impatto in termini di costo a carico della pubblica amministrazione, nonché pubblica sul proprio sito web i prezzi unitari corrisposti dalle pubbliche amministrazioni per gli acquisti di tali beni e servizi»;
Visto che il medesimo art. 9, comma 8 del decreto legge 24 aprile 2014, n. 66, prevede altresì che «i prezzi di riferimento pubblicati dall’Autorità e dalla stessa aggiornati entro il 1° ottobre di ogni anno, sono utilizzati per la programmazione dell’attività contrattuale della pubblica amministrazione e costituiscono prezzo massimo di aggiudicazione, anche per le procedure di gara aggiudicate all’offerta più vantaggiosa, in tutti i casi in cui non è presente una convenzione stipulata ai sensi dell’articolo 26, comma 1, della legge 23 dicembre 1999, n. 488, in ambito nazionale ovvero nell’ambito territoriale di riferimento. I contratti stipulati in violazione di tale prezzo massimo sono nulli»;