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Timestamp: 2019-05-24 12:17:48+00:00
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Permessi edilizi: parere della Soprintendenza sempre necessario
> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Agosto 2016
Il parere della Soprintendenza è sempre vincolante, anche se emesso dopo il termine perentorio di 90 giorni.
Permessi edilizi e sanatorie: con una recente e innovativa sentenza [1], il Consiglio di Stato ha stabilito che, anche nelle procedure non ordinarie, il parere della Soprintendenza ai fini del rilascio dell’autorizzazione per interventi edilizi su immobili e aree di interesse paesaggistico, è sempre vincolante, anche se emesso dopo il termine perentorio di legge (termine che è di 90 giorni). In particolare, secondo i giudici amministrativi, la Soprintendenza può rilasciare il parere di compatibilità in sanatoria anche dopo i 90 giorni stabiliti dal codice dei beni culturali [2]. Però in questo caso la pubblica amministrazione, che deve autorizzare i lavori, non può più essere obbligata a rispettare detto parere; può cioè discostarsene, purché motivi adeguatamente tale sua decisione difforme.
Lo stesso Consiglio di Stato in altri casi [3] aveva ritenuto che la perentorietà del termine riguarderebbe solo l’obbligo di chiudere il procedimento amministrativo (“sì” finale entro 180 giorni).
Trascorsi quindi i 90 giorni, non solo nelle autorizzazioni edilizie ordinarie, ma anche nelle richieste di permesso in sanatoria, il parere della Soprintendenza deve essere emesso entro 90 giorni; in caso contrario è privo dell’efficacia obbligatoria, anche se poi nulla vieta alla stessa Soprintendenza a rilasciarlo comunque, ma in tal caso l’atto va «autonomamente valutato» dalla pubblica amministrazione procedente.
La sentenza fissa un compromesso tra le esigenze di celerità dell’azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e la valutazione degli specifici interessi da parte degli enti o organi specifici.
La Soprintendenza può autorizzare interventi in aree vincolate pure dopo i 90 giorni, ma il parere fuori termine non è vincolante.
[1] Cons. St. sent. n. 3179/2016.
[2] Dlgs 42/2004, art. 167 co. 5.
[3] Const. St. sent. n. 4656/2013 e n. 4914/2013.
sul ricorso numero di registro generale 2537 del 2015, proposto da:
Ministero Per i Beni e Le Attività Culturali, Soprintendenza Per Beni Architettonici e Paes. Province di Lecce, Brindisi e Taranto, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliata in Roma, Via (…);
St. Snc, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Ma. Fi. C.F. (omissis), con domicilio eletto presso Gi. Pe. in Roma, corso (…);
della sentenza breve del T.A.R. PUGLIA – SEZ. STACCATA DI LECCE: SEZIONE I n. 02375/2014, resa tra le parti, concernente parere negativo di compatibilità paesaggistica in sanatoria per la realizzazione di opere edilizie.
Visto l’atto di costituzione in giudizio di St. Snc e l’appello incidentale condizionato dalla stessa proposto;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 23 giugno 2016 il Cons. Francesco Mele e uditi per le parti gli avvocati dello Stato Fi. e F.;
Con sentenza n. 2375/2014 del 18-9-2014 il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce accoglieva il ricorso proposto dalla società ST. s.n. c., inteso ad ottenere l’annullamento: dell’atto prot. n. 3 del 4-4-2014, con il quale il Responsabile del procedimento del Comune di (omissis) aveva respinto l’istanza di accertamento della compatibilità paesaggistica in sanatoria per la realizzazione di “ripari ombreggianti di facile rimozione e temporanei a servizio di un bar su suolo pubblico in concessione”; della nota n. 4008 del 19-3-2014 del MiBAC-Soprintendenza delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto, con la quale era stato espresso parere di non compatibilità paesaggistica delle suddette opere; dell’ordinanza n. 257 del 27-5-2014, con cui era stata ingiunta la rimozione delle opere installate.
Avverso la prefata sentenza il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto hanno proposto appello, denunciandone l’erroneità e chiedendone l’integrale riforma.
Hanno, in particolare, lamentato che il giudice di primo grado avrebbe errato nel ritenere che il parere tardivamente espresso dall’organo statale perdesse il suo carattere di vincolatività ai fini della definizione del procedimento di accertamento di compatibilità paesaggistica.
Si è costituita in giudizio la società St. s.n. c., deducendone l’infondatezza e chiedendone il rigetto.
Essa ha pure proposto appello incidentale condizionato, “per la denegata ipotesi in cui l’appello principale del MiBAC fosse ritenuto fondato”, riproponendo con esso i motivi del ricorso di primo grado non delibati dal Tribunale Amministrativo e segnatamente: 1) Violazione dell’articolo 3 della legge n. 241/1990 per difetto di motivazione; 2) Eccesso di potere per carenza di istruttoria, falsa presupposizione, manifesta illogicità e disparità di trattamento; 3) Violazione dell’art. 10 bis della legge n. 241/1990; 4) Illegittimità derivata.
In corso di giudizio è stata prodotta documentazione e memorie illustrative.
La causa è stata discussa e trattenuta per la decisione all’udienza del 23-6-2016.
Con unico ed articolato motivo di appello il Ministero censura la sentenza del Tribunale Amministrativo nella parte in cui ha ritenuto che il parere della Soprintendenza sull’accertamento di compatibilità paesaggistica, in quanto tardivo, avesse perso la sua natura vincolante, con la conseguenza che l’Amministrazione avrebbe dovuto rendere motivazione in ordine alla eventuale condivisione del medesimo.
Rileva in primo luogo che tutti i termini del procedimento sono ordinatori, salvo che la legge non preveda una espressa sanzione per il loro superamento, sanzione non prevista nel caso di specie.
Evidenzia ancora che il fatto che il termine di cui all’articolo 146, comma 8, del d.lgs. n. 42/2004 non sia collegato ad alcuna decadenza trova conferma nel fatto che la stessa disposizione prevede, in caso di parere negativo, che la Soprintendenza sia tenuta a comunicare agli interessati il preavviso di diniego ai sensi dell’art. 10 bis della legge n. 241/1990.
Richiama in proposito le sentenze di questo Consiglio (sez. VI, n. 4914/2013 e n. 4656/2013) nelle quali si è affermato che, in caso di mancato rispetto di cui agli artt. 146, comma 5, e 167, comma 5, del D.Lgs. n. 42/2004, il potere della Soprintendenza continua a sussistere, mantenendo la sua
natura vincolante, in quanto la perentorietà del termine riguarda non la sussistenza del potere o la legittimità del parere, ma l’obbligo di concludere la fase del procedimento.
Il Ministero appellante deduce ancora, a sostegno della tesi della persistente natura vincolante del parere, la circostanza che il comma 9 dello stesso articolo 146, prevede che, in caso di inerzia dell’organo statale, l’amministrazione territoriale può procedere all’indizione di una conferenza di servizi. Di conseguenza, anche nell’ipotesi in cui il parere dovesse intervenire prima della pronuncia del Comune, anche dopo la scadenza del termine, esso continuerebbe a mantenere la swua natura vincolante, non potendo il mancato rispetto di esso incidere sui caratteri del provvedimento tardivamente adottato, rendendoli diversi rispetto a quelli previsti dalla norma attributiva del potere.
L’appello non è meritevole di favorevole considerazione alla luce della più recente giurisprudenza della Sezione, che è condivisa dal Collegio (cfr. Cons. Stato, VI, 15-3-2013, n. 1561; sez. VI, 28-10-2015, n. 4927).
In particolare, è stato affermato ” che l’evoluzione normativa, la quale ha trasformato l’atto di controllo annullatorio in una forma di cogestione del vincolo, non ha inciso sulla perentorietà del termine entro il quale l’atto di esercizio del relativo potere può e deve essere adottato”, osservando che “nell’ambito di entrambi i modelli normativi (quello pregresso basato su una relazione di controllo e quello attuale basato su un modello di sostanziale cogestione del vincolo), il Legislatore ha inteso individuare un adeguato punto di equilibrio fra: – (da un lato) l’esigenza di assicurare una tutela pregnante a un valore di rilievo costituzionale quale la tutela del paesaggio attraverso il riconoscimento all’organo statale di poteri (quale quello di annullamento e in seguito quello di rendere un parere conforme) di assoluto rilievo nell’ambito della fattispecie autorizzatoria e – (dall’altro) l’esigenza – parimenti di rilievo costituzionale – di garantire in massimo grado la certezza e la stabilità dei rapporti giuridici, imponendo che i richiamati poteri debbano essere esercitati in tutta la loro ampiezza entro un termine certamente congruo ma allo stesso tempo certo e non superabile”.
Si è, pertanto, ritenuto che, scaduto il termine previsto dalla norma, il parere reso dalla Soprintendenza nell’ambito della procedura autorizzativa ex art. 146 “è da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante”, statuendosi, peraltro, che la decorrenza del termine non ne impedisca comunque tout court l’espressione, affermando che “un siffatto parere possa comunque essere reso nei confronti dell’amministrazione procedente la quale dovrà quindi valutarlo in modo adeguato” (cfr. sent. n. 4927/2015, cit.).
A sostegno di tale conclusione, la Sezione ha espresso, tra l’altro, le seguenti considerazioni.
“Depone in tal senso il primo periodo del comma 9 del richiamato articolo 146 secondo cui “decorso inutilmente il termine di cui al primo periodo del comma 8 senza che il Soprintendente abbia reso il prescritto parere, l’amministrazione competente può indire una conferenza di servizi, alla quale il Soprintendente partecipa o fa pervenire il parere scritto”. Sussiste, quindi, un univoco indice normativo secondo cui, a seguito del decorso del più volte richiamato termine per l’espressione del parere vincolante (rectius, conforme) da parte della Soprintendenza, l’organo statale non resti in assoluto privato della possibilità di rendere un parere; tuttavia il parere in tal modo espresso perderà il proprio valore vincolante e dovrà essere autonomamente valutato dall’amministrazione preposta al rilascio del titolo. Del resto, una lettura in senso sistematico del combinato disposto dei commi 8, 9 e 10 rende piuttosto evidente l’esistenza di un ordito normativo volto a configurare, in tema di rilascio dell’autorizzazione ai fini paesaggistici, una sorta di
atteggiamento inverso per ciò che riguarda la possibilità per l’organo statale di incidere attraverso l’espressione del proprio parere sugli esiti della vicenda autorizzatoria”.
Ciò posto, ritiene il Collegio che i richiamati principi, relativi alla possibilità per l’amministrazione statale di rendere il parere pur dopo il termine previsto dalla legge ma alla perdita del suo carattere di vincolatività, con conseguente obbligo per l’amministrazione preposta al rilascio del titolo di operarne una autonoma e motivata valutazione, valgano anche per l’analoga fattispecie del parere soprintendentizio reso in materia di accertamento postumo della compatibilità paesaggistica.
Invero, anche in tale fattispecie (art. 167 del d.lgs. n. 42/2004) la legge prevede una forma di cogestione del vincolo, caratterizzata dal rilascio dell’autorizzazione (postuma) da parte dell’amministrazione procedente, previo parere vincolante della Soprintendenza da rendersi entro un termine perentorio.
Sulla base delle considerazioni sopra svolte, deve, pertanto, essere condivisa la pronuncia del giudice di primo grado, il quale ha ritenuto che “il punto di mediazione fra le esigenze di celerità dell’azione amministrativa, tutelate con la perentorietà del termine, e di valutazione degli specifici interessi da parte degli enti o organi specifici è costituito, quindi, dalla permanenza del potere del Soprintendente di fornire il proprio apporto anche oltre il termine perentorio e dal dovere dell’amministrazione di tenerne conto, senza tuttavia esserne vincolata….”.
Risultando il parere soprintendentizio emanato oltre il termine di 90 giorni previsto dall’articolo 167 del d.lgs. n. 42/2004, correttamente, dunque, il Tribunale amministrativo ha affermato che “l’amministrazione non poteva denegare l’autorizzazione limitandosi a richiamare il parere negativo della soprintendenza, ma doveva, eventualmente, motivare sulla condivisione di quanto espresso dalla soprintendenza, posto che il parere tardivo era da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante”.
Ritiene, pertanto, la Sezione che sussista il rilevato difetto di motivazione del provvedimento impugnato sul quale il giudice di primo grado ha fondato la determinazione di accoglimento del ricorso, evidenziandosi che esso esprime semplicemente la doverosità del diniego a seguito del carattere vincolante del parere e non anche una autonoma valutazione dello stesso anche in termini di condivisione (l’atto di diniego n. 3/2014 del 4-4-2014 così recita: “Ritenuto di non provvedere al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria, atteso che il parere della stessa Soprintendenza è vincolante per la definizione della proposta in questione”).
In conclusione, pertanto, l’appello proposto dal Ministero deve essere rigettato, con conseguente conferma della sentenza appellata.
L’avvenuta reiezione dell’appello principale determina l’assorbimento dell’esame dell’appello incidentale presentato dalla società St., in quanto, per espressa e palesata volontà di questa, il gravame viene condizionato all’accoglimento di quello principale del Ministero.
Nell’atto di appello incidentale si legge, infatti, che questo è “condizionato” ed è proposto “per la denegata ipotesi in cui l’appello del MiBAC fosse ritenuto fondato”.
Ritiene, infine, la Sezione di precisare che alcuna valenza assumono, ai fini della definizione del presente giudizio, le circostanze rappresentate dall’amministrazione e relative alla presentazione, da parte della società appellata, di un nuovo progetto di sistemazione degli spazi esterni del locale dalla stessa gestito, trattandosi di opere diverse rispetto a quelle oggetto di causa e di differente e nuovo procedimento amministrativo.
La novità dell’orientamento giurisprudenziale assunto dalla sezione sulla questione costituisce motivo per l’integrale compensazione tra le parti costituite delle spese del grado.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, rigetta l’appello proposto dal Ministero e dichiara assorbito l’appello incidentale della St. s.n. c.