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Timestamp: 2020-01-21 07:43:41+00:00
Document Index: 13043063

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Sentenza Cassazione Civile n. 15475 del 22/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15475 del 22/06/2017
Cassazione civile, sez. I, 22/06/2017, (ud. 05/04/2017, dep.22/06/2017), n. 15475
sul ricorso n. 4335/2015 proposto da:
TRENITALIA s.p.a., in persona del legale rapp.te p.t., rapp.ta e
difesa per procura a margine del ricorso dall’avv. Marcello Molè,
presso il quale elettivamente domicilia in Roma alla v. Nicolò
Porpora n. 16;
FALLIMENTO (OMISSIS) s.p.a., in persona del curatore, rapp.to e
difeso per procura a margine del controricorso, dagli avv. Andrea
Guarino e Cecilia Martelli, presso i quali elettivamente domicilia
in Roma alla Piazza Borghese n. 3;
avverso la sentenza n. 366/2014 della Corte d’appello di Roma,
depositata il 21 gennaio 2014;
giorno 5 aprile 2017 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola;
Con sentenza del 21.1.2014 la Corte di Appello di Roma, in accoglimento del gravame proposto dal Fallimento della Ocem s.p.a., condannava Trenitalia s.p.a. al pagamento in suo favore della somma di Euro 1.466.592,99, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria, somma che, costituendo il saldo del corrispettivo del contratto di appalto intercorso tra le parti, era stata, secondo l’appellante, illegittimamente trattenuta dalla controparte a titolo di penale per il ritardo.
La Corte territoriale, nel riformare la statuizione di primo grado, mostrava di condividere l’assunto sostenuto dalla curatela fallimentare, la cui richiesta era fondata sul presupposto che se è vero che l’art. 13 del contratto intercorso tra le parti prevedeva penali per il ritardo di elevato importo, anche in deroga a quanto previsto dalle condizioni generali di contratto per le forniture dell’Ente Ferrovie dello Stato, nel corso della fornitura Trenitalia aveva tuttavia richiesto una serie di sostanziali modifiche al progetto originario, a causa di un difetto di coordinamento imputabile alla committente che non si era preoccupata, nella gara indetta per la fornitura dei condizionatori, di operare un raccordo tra le caratteristiche tecniche dei condizionatori e le caratteristiche che gli stessi avrebbero dovuto avere secondo quanto indicato nel capitolato di gara per i convertitori elettrici, il che aveva comportato un rallentamento nell’esecuzione dell’appalto che dunque veniva ultimato in ritardo. Pertanto le penali applicate non erano dovute atteso che il ritardo non era imputabile alla Ocem s.p.a.
Avverso tale sentenza Trenitalia s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi; il fallimento della Ocem ha resistito mediante controricorso. Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la nullità della sentenza per difetto del requisito di contenuto della motivazione idonea allo scopo ex art. 111 Cost., comma 6, e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e art. 156 c.p.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo la Corte territoriale ritenuto che, sebbene tra le parti non fosse stato concordato un nuovo termine di consegna dei gruppi statici, Trenitalia avrebbe implicitamente riconosciuto che il termine finale di consegna della fornitura non avrebbe potuto più essere rispettato, omettendo di spiegare perchè il fatto che Trenitalia, nella nota del 14 ottobre 2002, non avesse specificato rispetto a quali circostanze fosse stata accordata la giustificazione di 80 giorni di ritardo, potesse condurre alla conclusione che essa avrebbe sostanzialmente ammesso un intervenuto stravolgimento del piano di lavori.
2. Con il secondo motivo la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la Corte di Appello erroneamente assegnato un rilievo determinante al comportamento delle parti successivo al contratto, trascurando il criterio interpretativo secondo il quale allorchè la volontà delle parti in relazione al tempo dell’adempimento è chiara ed univoca, nel senso che nessun nuovo termine era stato concordato dalle parti, il giudice deve arrestare la propria indagine senza poter dilatare, modificare o integrare le pattuizioni contrattuali.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1382 e 1383 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la Corte territoriale trascurato di considerare che, venendo nel caso di specie in rilievo una clausola penale pattuita per il ritardo, del tutto legittimo è stato l’operato di Trenitalia laddove ha domandato l’adempimento tardivo e congiuntamente applicato le penali.
4. Con il quarto motivo viene lamentata la nullità del procedimento per violazione dell’art. 111 Cost., comma 2, e dell’art. 345 c.p.c., comma 3, (ratione temporis applicabile), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo la Corte posto a fondamento della propria decisione la consulenza tecnica di parte depositata da Ocem solo nel giudizio di appello, non potendosi annoverare, tra i documenti ammissibili ai sensi dell’art. 345 c.p.c., quelli formati da una parte processuale, laddove se la Corte avesse ritenuto di dover giungere ad una decisione solo attraverso l’ausilio di nozioni tecniche, avrebbe dovuto ammettere una c.t.u. al fine di garantire il contraddittorio tra le parti.
5. In relazione a tali motivi si osserva quanto segue.
6. Con il primo mezzo la ricorrente, pur richiamando esplicitamente dell’art. 360 c.p.c., il n. 4 in realtà censura il percorso motivazionale seguito dalla Corte territoriale: in particolare, la Corte non avrebbe motivato in relazione ad uno specifico passaggio del procedimento logico seguito (quello nel quale viene spiegato che dal fatto che Trenitalia omise di specificare rispetto a quali circostanze era stata accordata la giustificazione del ritardo si ricaverebbe che la stessa avrebbe allora sostanzialmente ammesso lo stravolgimento del piano dei lavori, ammettendo per questa via che l’interesse al contenimento dei tempi della fornitura non era poi così rilevante, ad onta di quanto previsto nel bando di gara).
6.1 La censura è inammissibile, denunciando un vizio della sentenza impugnata – di insufficienza e contraddittorietà della motivazione – non più censurabile a seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 (applicabile ratione temporis), interpretata come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. E’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, cioè risultante dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza o semplice contraddittorietà della motivazione (v. Cass., sez. un., n. 8053 del 2014). Tali ultime circostanze evidentemente non ricorrono nel caso in esame.
7.1 Innanzitutto va rilevato che la stessa norma che si assume violata, ossia l’art. 1362 c.c., impone di indagare la comune intenzione delle parti senza limitarsi al senso letterale delle parole. Come già precisato da questa Corte, infatti, “a norma dell’art. 1362 c.c., l’interpretazione del contratto richiede, ai fini della ricostruzione della volontà delle parti, che il giudice, anche quando il significato letterale del contratto sia apparentemente chiaro, dopo aver compiuto l’esegesi del testo, verifichi se quest’ultimo sia coerente con la causa del contratto, con le dichiarate intenzioni delle parti e con la condotta delle stesse” (cfr. Cass. n. 25840 del 2014).
7.2 Ad ogni modo nel caso di specie e nella logica sottesa alla sentenza impugnata, il comportamento successivo delle parti non viene affatto in rilievo quale criterio interpretativo utile per verificare quale fosse la comune intenzione delle parti al momento della conclusione del contratto, ma piuttosto entra in considerazione al fine di verificare se da quel comportamento fosse ricavabile una nuova comune volontà dei contraenti di fissare un nuovo termine per l’adempimento, sostitutivo di quello iniziale. Il comportamento successivo, in definitiva, rileva non quale criterio interpretativo ma come elemento sintomatico di un accordo modificativo di quello antecedente.
8. Anche il terzo motivo è infondato. L’art. 1383 c.c. prevede il divieto di cumulo tra azione di adempimento ed incameramento della penale allorchè la penale sia stata pattuita per l’inadempimento, consentendo invece al creditore di agire per l’adempimento tardivo e di incamerare la penale allorchè sia stata pattuita per il ritardo. La ricorrente intende desumere da tale ultima previsione la conseguenza che, atteso che la penale per il ritardo ben può essere trattenuta dal creditore anche nei casi in cui si è verificato l’adempimento tardivo, la Corte territoriale avrebbe finito per trascurare tale principio condannando, al contrario, il creditore a restituire la penale incamerata.
8.1 In realtà questa censura non coglie la ratio decidendi sottesa alla pronuncia impugnata: la Corte d’appello, infatti, ha concluso affermando l’illegittimità della penale semplicemente rilevando che Trenitalia ebbe a riconoscere che il termine finale non poteva essere più rispettato per cause indipendenti dalla condotta dell’appaltatore, venendo meno dunque il requisito dell’imputabilità del ritardo che legittimava l’incameramento della penale.
9. Con la quarta censura la ricorrente lamenta l’uso da parte della Corte di Appello di una consulenza tecnica di parte in violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3.
9.1 Tale violazione, tuttavia, non sussiste. La consulenza tecnica di parte costituisce, infatti, una semplice allegazione difensiva a contenuto tecnico, priva di autonomo valore probatorio, sicchè la sua produzione, in quanto sottratta al divieto di cui all’art. 345 cod. proc. civ., è ammissibile anche in appello (cfr. SU 13902 del 2013).
10. Le considerazioni che precedono impongono, in definitiva, il rigetto del ricorso. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate nel dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e pone le spese del presente giudizio di legittimità a carico del ricorrente liquidandole in Euro 7.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori.