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Timestamp: 2020-06-05 06:32:42+00:00
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Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 21738 - pubb. 28/05/2019
Respingimento o espulsione verso il paese di origine non sono possibili se violati diritti fondamentali
Corte Giustizia UE, 14 Maggio 2019. Est. Von Danwitz.
Rinvio pregiudiziale – Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Politica d’asilo – Protezione internazionale – Direttiva 2011/95/UE – Status di rifugiato – Articolo 14, paragrafi da 4 a 6 – Rifiuto del riconoscimento o revoca dello status di rifugiato in caso di pericolo per la sicurezza o per la comunità dello Stato membro ospitante – Validità – Articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 78, paragrafo 1, TFUE – Articolo 6, paragrafo 3, TUE – Convenzione di Ginevra
In applicazione della Convenzione di Ginevra, le persone che rientrino in una delle ipotesi descritte dall’articolo 14, paragrafi 4 e 5, della direttiva 2011/95 possono essere colpite, in forza dell’articolo 33, paragrafo 2, di detta convenzione, da una misura di respingimento o di espulsione verso il loro paese di origine, e ciò persino quando la loro vita o la loro libertà siano ivi minacciate, persone del genere non possono viceversa costituire oggetto, in forza dell’articolo 21, paragrafo 2, di detta direttiva, di un respingimento qualora quest’ultimo faccia loro correre il rischio che siano violati i loro diritti fondamentali sanciti dall’articolo 4 e dall’articolo 19, paragrafo 2, della Carta. Certamente, queste persone possono costituire oggetto, nello Stato membro interessato, di una decisione di revoca dello status di rifugiato, ai sensi dell’articolo 2, lettera e), della direttiva 2011/95, o di una decisione di rifiuto di concessione di tale status, ma l’adozione di decisioni siffatte non può incidere sulla loro qualità di rifugiato quando esse soddisfano le condizioni materiali richieste per essere considerati rifugiati, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di detta direttiva, letto in combinato disposto con le norme di cui al capo III di quest’ultima e, quindi, di cui all’articolo 1, sezione A, della Convenzione di Ginevra.
Dall’esame dell’articolo 14, paragrafi da 4 a 6, della direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, non risultano elementi tali da incidere sulla validità delle menzionate disposizioni alla luce dell’articolo 78, paragrafo 1, TFUE e dell’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Nelle cause riunite C 391/16, C 77/17 e C 78/17,
aventi ad oggetto tre domande di pronuncia pregiudiziale proposte alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, per la causa C 391/16, dal Nejvyšší správní soud (Corte suprema amministrativa, Repubblica ceca), con decisione del 16 giugno 2016, pervenuta in cancelleria il 14 luglio 2016, e, per le cause C 77/17 e C 78/17, dal Conseil du contentieux des étrangers (Consiglio per il contenzioso degli stranieri, Belgio), con decisioni dell’8 e del 10 febbraio 2017, pervenute in cancelleria il 13 febbraio 2017, nei procedimenti
Ministerstvo vnitra (C 391/16),
X (C 77/17),
X (C 78/17)
composta da K. Lenaerts, presidente, R. Silva de Lapuerta, vicepresidente, J. C. Bonichot, A. Arabadjiev, A. Prechal, T. von Danwitz (relatore) e C. Toader, presidenti di sezione, E. Levits, L. Bay Larsen, M. Safjan, D. Šváby, C.G. Fernlund e S. Rodin, giudici,
– per X (C 77/17), da P. Vanwelde e S. Janssens, avocats;
– per X (C 78/17), da J. Hardy, avocat;
– per il governo ceco, da M. Smolek, J. Vláèil e A. Brabcová, in qualità di agenti;
2 Queste domande sono state proposte nel quadro di tre controversie che oppongono, per la prima (causa C 391/16), M al Ministerstvo vnitra (Ministero dell’Interno, Repubblica ceca), in merito alla decisione di revoca del suo diritto d’asilo, per la seconda (causa C 77/17), X al Commissaire général aux réfugiés et aux apatrides (commissario generale per i rifugiati e gli apolidi, Belgio; in prosieguo: il «commissario generale»), in merito alla decisione di negare al medesimo il riconoscimento dello status di rifugiato nonché il beneficio della protezione sussidiaria, e, per la terza (causa C 78/17), X al commissario generale, in merito alla decisione di revocargli lo status di rifugiato.
Se una persona possiede piu' cittadinanze, l’espressione “Stato di cui possiede la cittadinanza” riguarda ogni Stato di cui questa persona possiede la cittadinanza. Non sono considerate private della protezione dello Stato di cui possiedono la cittadinanza le persone che, senza motivi validi fondati su un timore giustificato, rifiutano la protezione di uno Stato di cui posseggono la cittadinanza».
34 Lo Zákon è. 325/1999 Sb., o azylu (legge n. 325/1999, in materia di asilo), nella versione applicabile ai fatti di cui al procedimento principale (in prosieguo: la «legge in materia di asilo»), disciplina la concessione e la revoca della protezione internazionale.
§ 3. Il commissario generale, quando revoca lo status di rifugiato ai sensi del paragrafo 1 o del paragrafo 2, 1º, formula, nell’ambito della propria decisione, un parere sulla compatibilità di una misura di allontanamento con gli articoli 48/3 e 48/4».
Causa C 391/16
45 Il sig. M impugnava tale decisione dinanzi al Mìstký soud v Praze (Corte regionale di Praga capitale, Repubblica ceca). A seguito del rigetto dell’impugnazione, il sig. M proponeva ricorso per cassazione dinanzi al giudice del rinvio.
50 Benché la Corte si sia già pronunciata, nella sentenza del 24 giugno 2015, H.T. (C 373/13, EU:C:2015:413, punti 71 e da 94 a 98), sull’articolazione tra l’articolo 33, paragrafo 2, della Convenzione di Ginevra e la direttiva 2011/95, essa non avrebbe ancora esaminato la questione della compatibilità dell’articolo 14, paragrafi 4 e 6, di tale direttiva con l’articolo 1, sezione C, e con l’articolo 42, paragrafo 1, della Convenzione di Ginevra né, pertanto, con l’articolo 78, paragrafo 1, TFUE, con l’articolo 18 della Carta e con i principi generali del diritto dell’Unione, ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 3, TUE.
Causa C 77/17
60 Occorrerebbe anche tener conto delle conseguenze potenzialmente gravi di questa clausola di esclusione, dato che esse implicherebbe la perdita dei diritti e dei vantaggi collegati allo status di rifugiato. Difatti, nella sua sentenza del 24 giugno 2015, H.T. (C 373/13, EU:C:2015:413, punto 95), la Corte avrebbe chiaramente ricordato che la revoca di un titolo di soggiorno e quella dello status di rifugiato sono due questioni distinte con conseguenze differenti. Lo HCR, del resto, in un parere intitolato «Osservazioni annotate dello HCR sulla [direttiva 2004/83]», pubblicate nel gennaio 2005, sarebbe stato particolarmente critico nei confronti delle disposizioni identiche contenute nella direttiva 2004/83.
Causa C 78/17
64 Il sig. X ha fatto ricorso avverso la decisione del commissario generale dinanzi al giudice del rinvio. Quest’ultimo rileva che l’articolo 55/3/1 della legge del 15 dicembre 1980, sul quale è basata detta decisione, recepisce nell’ordinamento belga l’articolo 14, paragrafo 4, della direttiva 2011/95. Come nella causa C 77/17 e e per i medesimi motivi dedotti in quest’ultima, il giudice del rinvio reputa che sussistano diversi motivi per interrogarsi sulla validità dell’articolo 14, paragrafo 4, della direttiva 2011/95 alla luce dell’articolo 18 della Carta e dell’articolo 78, paragrafo 1, TFUE.
66 Con ordinanza del presidente della Corte del 17 marzo 2017, le cause C 77/17 e C 78/17 sono state riunite ai fini delle fasi scritta ed orale del procedimento, nonché della sentenza. Con ordinanza del presidente della Corte del 17 gennaio 2018, queste cause sono state riunite alla causa C 391/16 ai fini della fase orale del procedimento e della sentenza.
68 A questo proposito, il governo tedesco ritiene che una siffatta questione richieda una risposta in senso negativo per quanto concerne le domande di pronuncia pregiudiziale nelle cause C 77/17 e C 78/17, in quanto dette domande mirano sostanzialmente a ottenere un’interpretazione della Convenzione di Ginevra laddove, come si evince dalla giurisprudenza derivante dalla sentenza del 17 luglio 2014, Qurbani (C 481/13, EU:C:2014:2101, punti 20, 21 e 28), la competenza della Corte a interpretare tale convenzione è limitata.
71 A questo riguardo, dall’articolo 19, paragrafo 3, lettera b), TUE e dall’articolo 267, primo comma, lettera b), TFUE risulta che la Corte è competente a decidere in via pregiudiziale sull’interpretazione e sulla validità degli atti adottati dalle istituzioni dell’Unione, senza nessuna eccezione, posto che detti atti devono essere pienamente compatibili con le disposizioni dei trattati e con i principi costituzionali che da essi discendono, nonché con le disposizioni della Carta (v., in tal senso, sentenza del 27 febbraio 2018, Western Sahara Campaign UK, C 266/16, EU:C:2018:118, punti 44 e 46).
72 Nel caso di specie, occorre rilevare che la direttiva 2011/95 è stata adottata sulla base dell’articolo 78, paragrafo 2, lettere a) e b), TFUE. Ai sensi dell’articolo 78, paragrafo 1, TFUE, la politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta a «offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento», «deve essere conforme alla Convenzione di Ginevra (...) al protocollo (…), e agli altri trattati pertinenti».
74 Pertanto, benché l’Unione non sia parte contraente della Convenzione di Ginevra, l’articolo 78, paragrafo 1, TFUE e l’articolo 18 della Carta le impongono nondimeno il rispetto delle norme di tale convenzione. Quindi, in virtù di queste disposizioni di diritto primario, la direttiva 2011/95 deve rispettare queste norme (v., in tal senso, sentenze del 1º marzo 2016, Alo e Osso, C 443/14 e C 444/14, EU:C:2016:127, punto 29 e giurisprudenza ivi citata, nonché del 19 giugno 2018, Gnandi, C 181/16, EU:C:2018:465, punto 53 e giurisprudenza ivi citata).
77 A questo proposito, occorre ricordare che, secondo un principio ermeneutico generale, un atto dell’Unione dev’essere interpretato, nei limiti del possibile, in modo da non inficiare la sua validità e in conformità con il diritto primario nel suo complesso e, in particolare, con le disposizioni della Carta (sentenza del 15 febbraio 2016, N., C 601/15 PPU, EU:C:2016:84, punto 48 e giurisprudenza ivi citata). Pertanto, quando un testo del diritto derivato dell’Unione ammette più di un’interpretazione, si deve dare la preferenza a quella che rende la disposizione conforme al diritto primario rispetto a quella che porti a constatarne l’incompatibilità con lo stesso (sentenza del 26 giugno 2007, Ordre des barreaux francophones et germanophone e a., C 305/05, EU:C:2007:383, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).
80 A questo riguardo, occorre ricordare, come conferma il considerando 3 della direttiva 2011/95, che il sistema europeo comune in materia di asilo di cui fa parte questa direttiva è fondato sull’applicazione, in ogni sua componente, della Convenzione di Ginevra e del protocollo, e sulla garanzia che nessuno sia nuovamente esposto alla persecuzione (v., in tal senso, sentenze del 21 dicembre 2011, N.S. e a., C 411/10 e C 493/10, EU:C:2011:865, punto 75, nonché del 1º marzo 2016, Alo e Osso, C 443/14 e C 444/14, EU:C:2016:127, punto 30).
81 Inoltre, dai considerando 4, 23 e 24 della direttiva 2011/95 risulta che la Convenzione di Ginevra costituisce la pietra angolare della disciplina giuridica internazionale relativa alla protezione dei rifugiati, e che le disposizioni di tale direttiva relative alle condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato nonché al contenuto di tale status sono state adottate al fine di aiutare le autorità competenti degli Stati membri ad applicare detta convenzione, basandosi su nozioni e criteri comuni per l’attribuzione ai richiedenti asilo della qualifica di rifugiato ai sensi dell’articolo 1 di detta convenzione (v., in tal senso, sentenze del 31 gennaio 2017, Lounani, C 573/14, EU:C:2017:71, punto 41, e del 13 settembre 2018, Ahmed, C 369/17, EU:C:2018:713, punto 40 e giurisprudenza ivi citata).
88 Ebbene, in base a una giurisprudenza consolidata della Corte, in caso di difformità tra le diverse versioni linguistiche di un testo del diritto dell’Unione, la disposizione di cui trattasi dev’essere interpretata in funzione dell’economia generale e della finalità della normativa di cui essa fa parte (sentenze del 1º marzo 2016, Alo e Osso, C 443/14 e C 444/14, EU:C:2016:127, punto 27, nonché del 24 gennaio 2019, Balandin e a., C 477/17, EU:C:2019:60, punto 31). A questo proposito, mentre il capo III della direttiva 2011/95 è intitolato «Requisiti per essere considerato rifugiato», il capo IV di detta direttiva si intitola «Status di rifugiato» e contiene l’articolo 13, che disciplina il riconoscimento di tale status, nonché l’articolo 14, che disciplina la revoca, la cessazione o il rifiuto del rinnovo del medesimo status.
89 Per quanto riguarda l’articolo 13 della direttiva 2011/95, la Corte ha giudicato che, in forza di tale disposizione, gli Stati membri riconoscono lo status di rifugiato a qualsiasi cittadino di un paese terzo o apolide che soddisfi i requisiti materiali per essere considerato come rifugiato conformemente ai capi II e III di tale direttiva, senza disporre di un potere discrezionale a tale riguardo (v., in tal senso, sentenze del 24 giugno 2015, H.T., C 373/13, EU:C:2015:413, punto 63, nonché del 12 aprile 2018, A e S, C 550/16, EU:C:2018:248, punti 52 e 54).
94 Tuttavia, occorre rilevare, in primo luogo, che, mentre l’articolo 33, paragrafo 2, della Convenzione di Ginevra priva, in ipotesi del genere, il rifugiato del beneficio del principio del non respingimento verso un paese in cui la sua vita o la sua libertà sia minacciata, l’articolo 21, paragrafo 2, della direttiva 2011/95 dev’essere interpretato e applicato, come conferma il considerando 16 di quest’ultima, in osservanza dei diritti garantiti dalla Carta, segnatamente dall’articolo 4 e dall’articolo 19, paragrafo 2, di quest’ultima, che vietano in termini perentori la tortura nonché le pene e i trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento dell’interessato, così come l’allontanamento verso uno Stato in cui esista un rischio serio di essere sottoposto a trattamenti del genere. Pertanto, gli Stati membri non possono allontanare, espellere o estradare uno straniero quando esistono seri e comprovati motivi di ritenere che, nel paese di destinazione, egli vada incontro a un rischio reale di subire trattamenti proibiti dall’articolo 4 e dall’articolo 19, paragrafo 2, della Carta [v., in tal senso, sentenze del 5 aprile 2016, Aranyosi e Cãldãraru, C 404/15 e C 659/15 PPU, EU:C:2016:198, punti da 86 a 88, nonché del 24 aprile 2018, MP (Protezione sussidiaria di una vittima di atti di tortura subiti in passato), C 353/16, EU:C:2018:276, punto 41].
99 Nel caso in cui uno Stato membro decida di revocare lo status di rifugiato o di non riconoscerlo ai sensi dell’articolo 14, paragrafi 4 o 5, della direttiva 2011/95, i cittadini di paesi terzi o gli apolidi interessati si trovano certamente privati di detto status e pertanto non dispongono, o non dispongono più, di tutti diritti e benefici enunciati nel capo VII di detta direttiva, che sono associati a tale status. Tuttavia, come prevede espressamente l’articolo 14, paragrafo 6, di detta direttiva, queste persone godono, o continuano a godere, di un certo numero di diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra (v., in tal senso, sentenza del 24 giugno 2015, H.T., C 373/13, EU:C:2015:413, punto 71), circostanza che, come sottolineato dall’avvocato generale nel paragrafo 100 delle sue conclusioni, conferma che essi hanno, o continuano ad avere, la qualità di rifugiato ai sensi, segnatamente, dell’articolo 1, sezione A, di detta convenzione, a dispetto di tale revoca o diniego.
102 Per quanto concerne, anzitutto, la congiunzione «o», utilizzata nell’articolo 14, paragrafo 6, della direttiva 2011/95, questa congiunzione, da un punto di vista linguistico, può rivestire un significato alternativo o cumulativo e, di conseguenza, dev’essere letta nel contesto in cui essa è impiegata e alla luce delle finalità dell’atto in questione (v., per analogia, sentenza del 12 luglio 2005, Commissione/Francia, C 304/02, EU:C:2005:444, punto 83). Orbene, nel caso di specie, in considerazione del contesto e della finalità della direttiva 2011/95, quali si ricavano dai considerando 3, 10 e 12 di quest’ultima, e tenuto conto della giurisprudenza citata nel punto 77 della presente sentenza, detta congiunzione, di cui all’articolo 14, paragrafo 6, della menzionata direttiva, dev’essere intesa in senso cumulativo.
106 Occorre sottolineare tuttavia che, nonostante la privazione del permesso di soggiorno collegato allo status di rifugiato, ai sensi della direttiva 2011/95, il rifugiato che rientri in una delle ipotesi previste dall’articolo 14, paragrafi 4 e 5, di detta direttiva può essere autorizzato, in base a un altro fondamento giuridico, a soggiornare legalmente nel territorio dello Stato membro interessato (v., in tal senso, sentenza del 24 giugno 2015, H.T., C 373/13, EU:C:2015:413, punto 94). In una simile ipotesi, l’articolo 14, paragrafo 6, della citata direttiva non osta assolutamente a che detto Stato membro garantisca all’interessato il godimento di tutti i diritti collegati dalla Convenzione di Ginevra alla qualità di «rifugiato».