Source: https://www.dirittiregionali.it/2013/07/30/corte-cost-sent-2202013-la-corte-costituzionale-suggerisce-sommessamente-il-percorso-formale-da-seguire-per-procedere-alle-riforme-istituzionali-in-materia-di-ordinamento-deg/
Timestamp: 2019-03-22 02:43:46+00:00
Document Index: 106996538

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 77', 'art. 117', 'art. 77', 'art. 1', 'art. 114', 'art. 133', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 114']

[Corte cost., sent. 220/2013] La Corte costituzionale “suggerisce” (sommessamente) il percorso formale da seguire per procedere alle riforme istituzionali in materia di ordinamento degli Enti territoriali - Diritti Regionali
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Con la pubblicazione della sentenza 220/2013, si chiariscono infine le motivazioni che hanno indotto la Corte costituzionale ad accogliere, almeno in parte, le impugnative regionali proposte nei confronti dei d.l. 201/2011 e 95/2012, contenenti le disposizioni sul c.d. “riordino” delle Province.
Nel merito del giudizio, deve premettersi come le regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio e Campania e le Regioni autonome Valle d’Aosta, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia avessero promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni contenute nei summenzionati decreti; in tal senso il Giudice delle leggi fornisce preliminarmente un’ampia ricostruzione “in fatto” del quadro normativo di riferimento e delle dettagliate censure regionali – analizzate partitamente – confinando le questioni che investono la normativa inerente il c.d. “riordino” delle Province soltanto alle censure sollevate contro i co. 4, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 20 bis, 21 e 22, dell’art. 23, d.l. 201/2011, e contro gli artt. 17 e 18, d.l. 95/2012, per l’asserita violazione degli artt. 1, 2, 3, 5, 72, 77, 97, 114, 117, 118, 119, 120 e 138 Cost., nonché di diverse disposizioni dei relativi Statuti di autonomia speciale, e del principio di leale collaborazione.
Le numerose, impegnative, considerazioni di ordine anche teorico implicate dalla analisi costituzionale della disciplina statale di riorganizzazione degli Enti territoriali – invero adottata nel contesto di un ampio progetto di riforma istituzionale e di razionalizzazione economico-finanziaria – sono però superate, e dunque non direttamente affrontate, dalla Corte con una motivazione che induce all’accoglimento dei ricorsi regionali, in effetti, ma per ragioni di ordine (apparentemente) formale, basate su un rigoroso – ed apprezzabile – scrutinio di legittimità della fonte del diritto prescelta dal Legislatore per incardinare il suddetto percorso di riforma: sono infatti dichiarate fondate le questioni di legittimità dell’art. 23, co. 14, 15, 16, 17, 18, 19 e 20, d.l. 201/2011, e degli artt. 17 e 18, d.l. 95/2012, promosse per violazione dell’art. 77 Cost.
In primo luogo, la Consulta osserva come l’art. 117, co. 2, lett. p), Cost. attribuisca alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la disciplina di: «legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane»; la normativa oggetto della premessa competenza materiale ha dunque natura “ordinamentale” e, pertanto, non può «essere interamente condizionata dalla contingenza, sino al punto da costringere il dibattito parlamentare sulle stesse nei ristretti limiti tracciati dal secondo e terzo comma dell’art. 77 Cost., concepiti dal legislatore costituente per interventi specifici e puntuali (cfr. “casi straordinari di necessità e d’urgenza”)».
Se è vero – prosegue il Giudice – che la decretazione d’urgenza potrebbe essere comunque adottata per incidere «su singole funzioni degli enti locali, su singoli aspetti della legislazione elettorale o su specifici profili della struttura e composizione degli organi di governo, secondo valutazioni di opportunità politica del Governo sottoposte al vaglio successivo del Parlamento» a contrario la trasformazione per decreto legge dell’intera disciplina ordinamentale di un ente locale territoriale, previsto e garantito dalla Costituzione, è logicamente e giuridicamente incompatibile con il dettato costituzionale «trattandosi di una trasformazione radicale dell’intero sistema».
È la Corte a notare, peraltro, come lo stesso Legislatore avesse implicitamente confermato tale contraddizione allorquando – con l’art. 1, co. 115, l. 228/2012 – aveva sospeso per un anno (i.e. fino al 31 dicembre 2013) l’efficacia delle norme del d.l. 201/2011: indi «tale ambiguità conferma la palese inadeguatezza dello strumento del decreto-legge a realizzare una riforma organica e di sistema, che non solo trova le sue motivazioni in esigenze manifestatesi da non breve periodo, ma richiede processi attuativi necessariamente protratti nel tempo, tali da poter rendere indispensabili sospensioni di efficacia, rinvii e sistematizzazioni progressive, che mal si conciliano con l’immediatezza di effetti connaturata al decreto-legge, secondo il disegno costituzionale».
Per vero la Corte ha cura di affermare che le superiori «considerazioni non incidono nel merito delle scelte compiute dal legislatore, né portano alla conclusione che sull’ordinamento degli enti locali si possa intervenire solo con legge costituzionale» e tuttavia non manca altresì di precisare che tale fonte sia comunque «indispensabile […] se si intenda sopprimere uno degli enti previsti dall’art. 114 Cost., o comunque si voglia togliere allo stesso la garanzia costituzionale»; certamente, si chiarisce, «non è utilizzabile il decreto-legge per introdurre nuovi assetti ordinamentali che superino i limiti di misure meramente organizzative».
A ciò si aggiungono poi – sempre sul piano formale – le considerazioni sulla procedura costituzionale per la modificazione delle singole circoscrizioni provinciali (art. 133, co. 1) nell’ambito della quale l’iniziativa dei Comuni interessati – che deve necessariamente precedere l’iniziativa legislativa in senso stretto – ed il parere, non vincolante, della Regione sono ritenute il «frutto di iniziative nascenti dalle popolazioni interessate, tramite i loro più immediati enti esponenziali» e non, invece, il «portato di decisioni politiche imposte dall’alto»; si ravvisa, così, una ulteriore incompatibilità logica e giuridica tra il decreto-legge «che presuppone che si verifichino casi straordinari di necessità e urgenza» e la necessaria iniziativa dei Comuni «che certamente non può identificarsi con le suddette situazioni di fatto, se non altro perché l’iniziativa non può che essere frutto di una maturazione e di una concertazione tra enti non suscettibile di assumere la veste della straordinarietà, ma piuttosto quella dell’esercizio ordinario di una facoltà prevista dalla Costituzione, in relazione a bisogni e interessi già manifestatisi nelle popolazioni locali».
Alla luce delle superiori considerazioni, la Corte costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dei co. 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20 e 20 bis dell’art. 23, d.l. n. 201 del 2011, nonché degli artt. 17 e 18 del d.l. n. 95 del 2012.
Com’è evidente tale pronuncia, in uno con la 219, ha determinato ipso iure il crollo della sovrastruttura normativa edificata dal Governo-Legislatore nell’ultima fase della XVI Legislatura, resettando il corso delle riforme istituzionali – finalmente elevate al rango di interventi di revisione costituzionale – ed imponendo un ripensamento sulle procedure recentemente seguite per attuare il piano di razionalizzazione, soprattutto, del sistema economico-finanziario centrale e periferico. Ed infatti, sotto questo profilo, il semplice comunicato stampa del dispositivo della sentenza in oggetto aveva indotto il Governo ad adottare, nel C.d.M. del 5 luglio, un d.d.l. cost. per l’abolizione delle Province, stavolta mediante la modifica dell’art. 114 Cost.
Se, sul piano formale, tale iniziativa pare maggiormente aderente al “suggerimento” – o ammonimento – della Corte costituzionale, restano le perplessità sui contenuti della riforma e sulla coerenza complessiva del modello prescelto, rispetto all’obiettivo asseritamente perseguito: la razionalizzazione della forma di governo italiana, sub specie efficienza, stabilità e competitività. Il che però inerisce – evidentemente – a considerazioni di ordine più politico che giuridico.
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