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Timestamp: 2020-05-28 20:05:07+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2104']

Sentenza Cassazione Civile n. 11614 del 06/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11614 del 06/06/2016
Cassazione civile sez. VI, 06/06/2016, (ud. 19/04/2016, dep. 06/06/2016), n.11614
sul ricorso 29783/2014 proposto da:
G.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSTANTINO
rappresentata e difesa dall’avvocato EMANUELE NIAGANUCO, giusta
AZIENDA ASP/(OMISSIS), in persona del Direttore Generale,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE ANGELICO, 78, presso lo
studio dell’avvocato ANTONIO IELO, rappresentata e difesa
dall’avvocato FERDINANDO MAURELLI, giusta procura in calce al
avverso la sentenza n. 484/2014 della CORTE D’APPELLO di
CALTANISSETTA del 09/07/2014, depositata il 01/08/2014;
udito l’Avvocato ANTONIO IELO, giusta delega allegata al verbale
dell’Avvocato MAURELLI, difensore del controricorrente, che si
G.G., infermiera in servizio presso l’Ospedale (OMISSIS), conveniva in giudizio la Azienda ASP di (OMISSIS) chiedendone la condanna, per quanto qui interessa, al pagamento della somma di Euro 6.895,00 a titolo di retribuzione aggiuntiva spettante in relazione al tempo impiegato – venti minuti giornalieri – per indossare e dismettere la divisa di lavoro all’inizio ed al tetinine di ciascun turno per gli anni 2006-2011.
La Corte territoriale constatava che il giudice di primo grado aveva respinto la domanda dopo aver accertato che l’attività di vestizione e svestizione era compiuta all’interno dell’orario di lavoro. Era risultato infatti che la dipendente registrava la presenza prima di indossare la divisa e timbrava l’uscita solo dopo essersi cambiata.
Per la cassazione della sentenza ricorre G.G. che articola cinque motivi.
Con il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 1 e degli artt. 112 e 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Lamenta il ricorrente che la Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto che non fosse stata offerta la prova dell’esistenza di un obbligo per il dipendente di indossare e dismettere la divisa al di fuori dell’orario di lavoro effettivamente retribuito, anticipando l’ingresso e posticipando l’uscita.
Sostiene in particolare che, diversamente da quanto affermato dal giudice di appello, dalle disposizioni di servizio versate in atti, dal protocollo di lavanderia e dal capitolato allegato, tutti ugualmente depositati, si evince che gli infermieri sono tenuti ad indossare le divise all’interno degli spogliatoi adiacenti ai reparti ed a dismetterle a fine turno, riponendole nei sacchi di lavanderie, esclusa la possibilità di portarle con sè e lavarle autonomamente.
Sostiene parte ricorrente che la Corte di appello non avrebbe tenuto conto del fatto che il tempo dedicato ad indossare gli abiti da lavoro, secondo le modalità richieste dall’azienda, e confermate dai testi escussi, esorbitava l’orario del turno. Inoltre, dal confronto dei cartellini marcatempo depositati con i saldi orari mensili maturati a favore del lavoratore emergeva che tali differenze non erano state mai corrisposte.
Con l’ultimo motivo di ricorso, infine, ci si duole della compensazione delle spese di lite chiedendo che in sede di riforma vengano poste a carico dell’azienda.
I primi quattro motivi di ricorso, che per la loro connessione possono essere esaminati congiuntamente, sono in parte inammissibili ed in parte manifestamente infondati.
Occorre in primo luogo rammentare che, è configurabile la violazione dell’art. 2697 c.c., soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma (cfr. tra le tante Cass. 17.6.2013 n. 15107 e recentemente anche Cass. 16.9.2015 n. 18165). Ove la censura investa la valutazione della prova (attività regolata, invece, dagli artt. 115 e 116 c.p.c.) essa deve essere fatta valere ai sensi del n. 5 del medesimo art. 360.
Quanto alla denunciata errata valutazione da parte della Corte territoriale delle emergenze istruttorie acquisite al processo (primo, secondo e terzo motivo), l’illegittima inversione dell’onere probatorio con riguardo all’avvenuto pagamento dei compensi spettanti in relazione alla vestizione e svestizione dalla divisa (terzo motivo) e l’omessa valutazione di fatti ritenuti decisivi per la decisione della controversia (esistenza di disposizioni di servizio che imponevano di indossare e dismettere la divisa in locali aziendali e dunque dopo aver timbrato l’ingresso e prima dell’uscita prolungando, rispetto al turno, la permanenza in azienda) oggetto di discussione tra le parti (quarto motivo) va rilevato che la questione agitata nel ricorso è quella del diritto alla retribuzione del tempo impiegato per indossare e dismettere la divisa da lavoro.
Tale orientamento (come osserva la citata Cass. n. 19358/2010) consente di distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 cod. civ., comma 2) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria”.
In definitiva il tempo necessario a indossare l’abbigliamento di servizio costituisce tempo di lavoro soltanto ove qualificato da una etero direzione. In difetto di direttive specifiche in tal senso l’attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo. (cfr. Cass. 7.6.2012 n. 9215).
f.- che l’esubero di orario collegato alla prestazione di lavoro straordinario o ad altri ordini di servizio era stato sempre regolarmente retribuito.
Quanto all’ultimo motivo, avente ad oggetto la richiesta di condanna della ASP di (OMISSIS) al pagamento delle spese del giudizio, l’esame resta assorbito dalla reiezione delle altre censure.