Source: https://www.laleggepertutti.it/152639_animali-domestici-anche-la-sofferenza-psichica-e-reato
Timestamp: 2018-02-23 10:53:58+00:00
Document Index: 62054727

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Animali domestici: anche la sofferenza psichica è reato
Lo sai che? Animali domestici: anche la sofferenza psichica è reato
Il reato di abbandono di animali, che punisce chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, non punisce solo le sofferenze fisiche ma anche quelle psichiche.
Non si può tenere un animale in una stanza stretta: la costrizione, contraria alla natura dell’animale stesso, costituisce reato ed è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda da mille a 10mila euro. Ma attenzione: il reato di abbandono di animali, che appunto punisce chi detiene i quadrupedi in condizioni incompatibili con la loro natura, tanto da arrecare loro «gravi sofferenze», non si riferisce solo alle sofferenze fisiche, ma anche a quelle psichiche. È quanto chiarito poche ore fa dalla Cassazione: la sentenza [1], unica nel suo genere, segna un nuovo corso nella tutela degli animali. Animali considerati ora come esseri dotati di una loro sensibilità interiore, suscettibile di lesione al di là dei semplici patimenti fisici.
Nel caso di specie è stata sanzionata una donna che aveva rinchiuso dei gatti selvatici in uno spazio stretto, provocando loro perciò stress e fobie di vario tipo. Nel caso di specie, i felini non avevano riportato lesioni fisiche e, in apparenza, risultavano essere in salute, se non fosse stato per la condizione di alterazione psichica derivante proprio dall’ambiente limitato, contrario alla loro natura. Ed è qui che interviene la Suprema Corte nell’affermare, in modo del tutto innovativo, che per far scattare il reato di abbandono di animali «non è necessario che l’animale riporti una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti, la cui inflizione sia non necessaria in rapporto alle esigenze della custodia e dell’allevamento dello stesso».
Insomma, non c’è bisogno di procurare agli animali un vero e proprio danno alla salute intesa in senso fisico e materiale, ma è sufficiente anche arrecare loro un forte disagio, rendendoli ad esempio fobici e “stressati”. Il che significa riconoscere agli animali una loro psiche, oggetto di tutela legale.
Il reato in questione è integrato dalla condotta – anche occasionale e non riferibile necessariamente al proprietario – di detenzione degli animali con modalità tali da arrecare agli stessi gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.
[2] Cass. sent. n. 10009/17 del 1.03.2017.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 23 novembre 2016 – 1 marzo 2017, n. 10009
1. Con sentenza in data 20/04/2015 del Tribunale di Busto Arsizio, P.M. fu condannata alla pena, condizionalmente sospesa, di 2.000,00 Euro di ammenda in quanto riconosciuta colpevole, con le attenuanti generiche, della contravvenzione di cui all’art. 727 cod. pen., commessa il (omissis) .
2. Avverso la predetta sentenza P.M. ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del proprio difensore fiduciario, denunciando, ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., l’erronea applicazione della legge processuale penale in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., nonché l’illogicità e contraddittorietà della motivazione in relazione alla prova dei fatti ascritti all’imputata; ed ancora l’erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 727, comma 2, cod. pen..
Sotto un primo profilo, la ricorrente sottolinea che alcuni dei gatti rinvenuti nel locale sarebbero stati animali domestici, in parte di proprietà della stessa P. , in parte di altri abitanti della cascina M. , ove gli animali erano ricoverati, sicché la circostanza che essi fossero custoditi in un ambiente chiuso, non configurerebbe alcun vulnus alla loro natura.
Ancora: nessuna prova sarebbe stata acquisita in ordine al rapporto di derivazione causale tra la condizione in cui venivano custoditi e le patologie (malattie respiratorie e A.I.D.S. felino) dalle quali alcuni esemplari erano risultati affetti, essendo del tutto plausibile che tali affezioni pre-esistessero al loro ricovero presso il locale e che fossero riconducibili proprio alla accertata condizione di randagismo. Inoltre, l’accoglienza dei felini all’interno del locale, lungi dal configurarsi come uno sterile esercizio di crudeltà nei confronti degli animali, sarebbe stata giustificata proprio dalla necessità di salvarli dai pericoli, non ultimo quello di essere uccisi dal proprietario della cascina, M.V. , il quale aveva minacciato di eliminarli a causa della situazione di rischio per gli altri animali che la loro presenza avrebbe determinato.
2. L’art. 727 cod. pen., rubricato “abbandono di animali”, punisce, al comma 2, la condotta di colui il quale “detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”.
3. La sentenza impugnata si è mossa nell’ambito della menzionata cornice giurisprudenziale di riferimento, esplicitando, in maniera puntuale, le ragioni per le quali i fatti emersi all’esito dell’approfondita istruttoria sono stati ritenuti sussumibili nella fattispecie contestata.
Le censure mosse dalla ricorrente, invero, configurano, in diversi passaggi, il tentativo di accreditare ipotesi alternative di ricostruzione degli elementi di fatto della vicenda. È il caso, innanzitutto, dell’allegazione secondo cui alcuni dei gatti rinvenuti nel locale sarebbero stati animali domestici, sicché la circostanza che essi fossero custoditi in un ambiente chiuso, non configurerebbe alcuna violazione della loro natura. Ed è il caso dell’affermazione secondo cui la fobia manifestata da alcuni dei felini in occasione dell’accesso del personale della A.S.L. sarebbe potuta essere riconducibile non ad una condizione di sofferenza dei gatti, quanto piuttosto alla loro natura di animali selvatici.
È di tutta evidenza come tali prospettazioni, fondate su congetture o ipotetiche ricostruzioni della vicenda fattuale, non possano ammettersi in una sede quale quella del giudizio di legittimità, funzionalmente deputata al controllo sulla logicità del percorso argomentativo seguito dai giudici di merito per giustificare la propria decisione. Costituisce, infatti, principio ormai consolidato alla elaborazione di questa Corte quello secondo cui al giudice di legittimità non è consentito ipotizzare alternative opzioni ricostruttive della vicenda fattuale, sovrapponendo la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, saggiando la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante un raffronto tra l’apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall’esterno (Sez. Un., n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260; in termini v. Sez. 2, n. 20806 del 5/05/2011, Tosto, Rv. 250362).