Source: http://luigidevaleri.postilla.it/2015/07/28/ingresso-nuovi-soci-in-azienda-apprendista-licenziato-per-giustificato-motivo-oggettivo-cass-122422015/
Timestamp: 2020-06-06 03:32:36+00:00
Document Index: 2500525

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2103', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Ingresso nuovi soci in azienda, apprendista licenziato per giustificato motivo oggettivo (Cass. 12242/2015) - Postilla
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Come noto l’apprendistato, su cui di recente è intervenuto il Jobs Act del governo Renzi, è una forma di contratto di lavoro subordinato caratterizzato dal contenuto formativo per cui al conseguimento della qualifica professionalizzante o di alta formazione e di ricerca, il giovane lavoratore, dopo aver maturato competenze sul campo e acquisito una qualifica, potrà essere inserito definitivamente nell’impresa con la sua assunzione a tempo indeterminato.
Il datore di lavoro che assume giovani con contratti di apprendistato consegue sgravi contributivi e fiscali a fronte di una retribuzione stabilita dal CCNL applicabile.
Nel recentissimo caso in commento un apprendista si rivolgeva al Giudice del Lavoro contestando ad una società in nome collettivo di essere stata assunta con contratto di apprendistato della durata di 48 mesi, quale apprendista commessa di 4° livello, addetta al banco vendita di una panetteria e poco dopo aveva ricevuto una lettera di licenziamento motivato con la soppressione del posto di lavoro in seguito all’ingresso di nuovi soci.
Precisa la Corte che l’operazione di riassetto costituisce infatti la conclusione del processo organizzativo, ma non la ragione dello stesso, che, per imporsi sull’ esigenza di stabilità, dev’ essere seria, oggettiva e non convenientemente eludibile.
Nessun fondamento obiettivo, neppure di ordine economico, è stato quindi prospettato al fine di giustificare l’operazione di riassetto che ha comportato la sostituzione di un socio (o due) alla lavoratrice nello svolgimento delle mansioni che costituivano il suo ” posto di lavoro”, sicché non può ritenersi sussistente il giustificato motivo oggettivo di licenziamento.
La Cassazione, che ha rigettato il ricorso della s.n.c., ha confermato che il contratto di apprendistato è soggetto a risoluzione qualora si configuri un ipotesi di giustificato motivo oggettivo.
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21 Commenti a “Ingresso nuovi soci in azienda, apprendista licenziato per giustificato motivo oggettivo (Cass. 12242/2015)”
Scritto il 3-8-2015 alle ore 19:02
A parer mio, discreta “scivolata” della Cassazione.
Una società prevede l’ingresso di due nuovi soci (insindacabile e non contestato) e l’adibizione degli stessi ad un certo lavoro in azienda (altrettanto insindacabile e non contestato, mi pare).
Motivo peraltro molto forte di insindacabilità perché trattasi della struttura stessa societaria (e quindi datoriale) e di un livello elevato di situazione organizzativa (l’ingresso di nuovi soci lavoratori comporta oneri e scelte particolari nell’azienda)
A questo punto, la posizione lavorativa di una lavoratrice (in questo caso apprendista, ma il dato in sé non appare significativo) risulta ridondante in quanto i soci entrati vanno ad occupare la mansione da questa svolta e la lavoratrice viene conseguentemente licenziata.
Al di là del mero aspetto formale (forse, non so, la cosa poteva essere espressa meglio nella lettera di licenziamento ?) il giustificato motivo oggettivo mi pare ci sia tutto e la posizione di Cassazione (e degli altri gradi di giudizio) risulta, come spesso accade, poco comprensibile.
Federico Marinelli scrive:
Scritto il 13-8-2015 alle ore 20:16
rimane sempre poco comprensibile il sottoporre la legittimità della decisione di sopprimere una posizione lavorativa alla necessaria perdita economica non meramente contingente.
In pratica i giudici non consentono all’imprenditore di lavorare con meno personale o di prepararsi ad un periodo negativo. Bisogna necessariamente trovarsi con l’acqua alla gola……
Scritto il 17-8-2015 alle ore 16:56
Se la motivazione indicata nella lettera di licenziamento è la soppressione del posto di lavoro, non si capisce cosa avrebbe dovuto sentenziare il giudice di merito una volta provato in modo cristallino che il posto non è stato soppresso. Le mansioni sono state attribuite ad altri: dov’è la soppressione? Mi pare invece che la S. C. abbia voluto puntualizzare che il difetto di legittimità del licenziamento si sarebbe dovuto più puntualmente ravvisare nella mancata allegazione (e prova) del motivo economico alla base del riassetto organizzativo (comportante la soppressione del posto di lavoro) non essendo sufficiente la sola prova dell’ingresso di uno o più soci “lavoratori”. Una volta entrati due nuovi soci, la riorganizzazione del lavoro non è una conseguenza necessitata: ne vanno provate le ragioni economiche. Se la lettura è corretta, il datore di lavoro ha commesso due errori rilevatisi fatali nella loro interazione: motivo posto alla base del licenziamento inconsistente, elementi di prova addotti in giudizio inconferenti. Chi è causa del suo mal…
Scritto il 17-8-2015 alle ore 17:15
Che in punto di diritto, secondo l’orientamento predominante, la decisione sia corretta non vi è dubbio. Il datore potrebbe anche aver consapevolmente effettuato un recesso illegittimo. Il punto è che dovrebbe essere consentita l’operazione di sostituzione di dipendenti con soci, anche in assenza di perdita economica. Oggi purtroppo non è possibile, o hai gravi problemi economici o non puoi licenziare.
Scritto il 17-8-2015 alle ore 17:53
Ridurre l’area del legittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo, o, per dirla con le parole fatte proprie anche dalla legge delega 183/2014, del licenziamento economico alla ricorrenza di una perdita economica, per giunta grave, non mi pare in linea con gli approdi giurisprudenziali. Forse non è la sede per ricordare che gli interessi, costituzionalmente rilevanti, in gioco sono due e contrapposti: libera iniziativa economica da un lato, mantenimento del posto di lavoro (e connessa possibilità di mantenere se stessi e la propria famiglia) dall’altro. E la scelta del legislatore con l’ultima riforma (l. 183/2014 e d.lgs. 23/2015) ha segnato un deciso e netto cambio di passo a favore del primo dei due interessi: esclusa la reintegra, rimane un indennizzo a forfait. Capitasse oggi il caso della sentenza 12242/2015, la datrice di lavoro se la caverebbe con 4 mensilità. Tutto compreso (“non assoggettata a contribuzione previdenziale”) e senza possibilità per il giudice di modulazioni sulla base della dimensione dell’attività, numero dipendenti, comportamento e condizioni delle parti. Cosa volere di più dalla vita?
Scritto il 17-8-2015 alle ore 17:57
E fosse un piccola impresa: 2 mensilità. Meno di così si muore… stiamo parlando di licenziamento illegittimo.
Scritto il 17-8-2015 alle ore 18:04
La giurisprudenza maggioritaria è granitica nel porre alla base di un licenziamento legittimo una perdita non meramente contingente…. detto questo il problema non è la misura del risarcimento ma semplicemente l’interpretazione stessa della nozione di gmo. O Fornero o Jobs Act il datore deve essere libero di licenziare anche se non in perdita e
Simona Abati scrive:
Scritto il 26-8-2015 alle ore 10:46
Il problema è culturale. Fuori dall’Italia non esiste né il concetto, né il termine “posto di lavoro”. Il lavoro è una prestazione a fronte di un corrispettivo, non l’obbligo del datore di lavoro di farsi carico delle esigenze di vita del dipendente. Alla disoccupazione uno Stato moderno fa fronte con gli strumenti del sussidio e dell’aiuto alla rioccupazione, non obbligando il datore di lavoro a incatenarsi a un dipendente che non gli serve, o non va bene, quasi fosse un ergastolo. Continuiamo a sentire lamenti sulla ripresa “jobless”: ma chi ha voglia di assumere quando il quadro giuridico in Italia è questo? L’articolo 18 andava abolito e basta, così come il giudice del lavoro. Altrimenti ci sarà sempre spazio per sentenze come questa.
Scritto il 26-8-2015 alle ore 20:03
Molto più spesso di quanto si creda, i licenziamenti “economici” individuali (g.m.o) sono in realtà motivati da ragioni personali, non economiche, e per lo più deprecabili: un lavoratore chiede un permesso di troppo, magari per assistere il figlio disabile, o si rifiuta di sottostare a un ordine umiliante, che nulla ha a che fare con le mansioni per le quali è stato assunto, o, non sia mai, rivendica il diritto al riposo settimanale in piena stagione turistica, e potrei continuare. Con l’ultima riforma del lavoro (Jobs Act e decreti attuativi) si è di fatto ripristinato, per parafrasare le parole di autorevole dottrina, il licenziamento ad nutum con il piccolo fastidio di un, anche molto blando, sovrapprezzo. E si è riformato l’art. 2103 c.c. incrinando l’altro pilastro: l’immutabilità delle mansioni. Si tratta di due indiscutibili avanzamenti in tema di libertà formale delle parti, forse al prezzo di due speculari arretramenti della libertà sostanziale.
Scritto il 26-8-2015 alle ore 21:06
Si tratta di una estremizzazione. Il licenziamento discriminatorio rappresenta una quota infinitesimale del totale e comunque adeguatamente tutelato sia prima che adesso.
Scritto il 30-8-2015 alle ore 20:15
Se si vuole spostare la discussione sulla facilità o meno di licenziare, le opinioni possono legittimamente essere radicalmente differenti (come infatti appaiono).
Resta il fatto che, leggendo la poco chiara sentenza, si ha la netta impressione che i giudici si siano arrampicati sugli specchi per dar ragione alla lavoratrice: appare solo un eccessivo formalismo (che però, ad onor del vero, viene applicato solo per dar ragione ai lavoratori ad ogni costo e contro ogni evidenza) e la forzatura evidenziata da Marinelli.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 18:19
Il datore di lavoro ha ritenuto di per sé evidente che l’ingresso di un nuovo socio sia motivo sufficiente di licenziamento. Dal tenore della sentenza si coglie che se (il legale) avesse speso qualche parola in più (anche solo di stile), per spiegare come l’ingresso di un nuovo socio abbia impattato sull’organizzazione del lavoro, probabilmente la sentenza sarebbe stata favorevole (al suo assistito). Il mio parere è che il datore di lavoro abbia grossolanamente errato nella difesa. Adombrare (quantomeno in questa occasione) lo spettro di una deriva ideologica della S.C. è la vera forzatura.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 18:26
A mio avviso invece nulla sarebbe cambiato (buttare la croce sul professionista è inutile oltre che ingeneroso), in presenza di un’azienda con i conti in ordine, e questo non è dato saperlo, per i nostri giudici non si può licenziare, salvo i casi di esternalizzazione o il cd. licenziamento tecnologico.
Il punto è l’essenza del giustificato motivo oggettivo con un doveroso intervento delle SS.UU. per dirimere il contrasto fra l’orientamento restrittivo e quello liberale che consente un “taglio” anche solo per aumentare i profitti (ed in fondo l’impresa cosa deve fare se non generare profitto…), con esclusione delle ipotesi di nullità.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 18:45
Bene, visto che non conosciamo le stesure dei vari ricorsi (per cui evincere dalla sentenza una inefficacia degli stessi è argomentazione quantomeno azzardata…) leggiamo ordunque la sentenza (IN MAIUSCOLO evidenzio alcuni passaggi):
“La Corte d’appello non ha errato nella valutazione delle risultanze di causa, ma ha ritenuto non necessario approfondire se i due soggetti fossero o meno soci, argomentando che in entrambe le ipotesi non si sarebbe configurato il licenziamento per g.m.o. poiché la circostanza che essi fossero andati a svolgere le mansioni della C. ESCLUDEVA CHE IL RIASSETTO ORGANIZZATIVO FOSSE VOLTO A FRONTEGGIARE SITUAZIONI SFAVOREVOLI e non contingenti, idonee ad influire sulla normale attività produttiva, imponendo un’effettiva necessità di riduzione dei costi”.
” E’ posto però a carico del datore di lavoro l’onere di dedurre e dimostrare l’effettiva sussistenza del motivo addotto e quindi, nell’ipotesi di licenziamento riconducibile ad un riassetto organizzativo dell’impresa, delle ragioni che giustificano l’operazione di riassetto, oltre che del relativo processo e del nesso di causalità con il licenziamento. L’ operazione di riassetto costituisce infatti la conclusione del processo organizzativo, ma non la ragione dello stesso, che, per imporsi sull’ esigenza di stabilità, dev’essere seria, oggettiva e non convenientemente eludibile (Cass. n. 7474 del 14/05/2012, Cass. n. 15157 del 11/07/2011). In proposito, si è affermato che il riassetto organizzativo dell’azienda può essere attuato anche AL FINE DI UNA PIÙ ECONOMICA GESTIONE DELL’IMPRESA, FINALIZZATA A FAR FRONTE A SFAVOREVOLI SITUAZIONI, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva (Cass. n. 2874 del 2012), ma ciò purché di tali presupposti si dia adeguatamente conto in giudizio.”
In definitiva, si vede ciò che già evidenziava e ribadisce giustamente Marinelli: se fossi stato in crisi “forse” ti andava ancora bene, ma con i conti in regola come ti permetti di sostituire un dipendente con dei soci (circostanza che – vedi punto 4- è considerata pacifica dalla S.C.) ?
A questo punto aggiungo (anche se mi rendo conto che potrebbe esser provocatorio, ma non è mia intenzione) che chiunque avversi – a ragione o a torto – la novità del contratto a (poche)tutele crescenti deve semplicemente “ringraziare” decenni di sentenze e logiche come questa.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 18:55
Ringrazio Asnaghi per l’illustre supporto.
Chi quotidianamente batte la aule dei tribunali e i consigli di amministrazioni delle azienda conosce purtoppo i limiti di ragionamento giuridico/economico di una grande fetta della magistratura del lavoro che continua a vivere mummificata all’interno di preconcetti arcaici. Il lavoro è fluido e l’impresa lo deve seguire senza dover giustificare (salvo le ipotesi di nullità) le proprie scelte imprenditoriali, anche sbagliate. In fondo chi paga, nel bene e nel male, è sempre la medesima tasca e non accetto che sia lui a spiegare come si conduce un’azienda.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 19:29
Non era mia intenzione dare un voto alla difesa, ma solo argomentare la mia opinione: la sentenza della S.C. è chiara e ineccepibile in punto di diritto (opinione condivisa dall’avv. Martinelli). Abbiamo probabilmente opinioni diverse riguardo al ruolo dell’imprenditore in un società moderna, alla condizione sociale di debolezza di molti lavoratori, a come vadano contemperati gli interessi in gioco.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 19:33
Forse abbiamo opinioni diverse rispetto al ruolo dei giudici del lavoro nel panorama imprenditoriale.
Scritto il 31-8-2015 alle ore 20:01
Alberto Capuzzo scrive:
Scritto il 1-9-2015 alle ore 11:44
Sono allibito: in buona sostanza la S.C. afferma che, in assenza di una situazione sfavorevole che imponga una necessità di ridurre i costi, l’impresa non avrebbe alcuna ragione per riorganizzarsi al fine di una gestione più economica. Si trattasse, come sopra accennato, di un’arrampicata su specchi per favorire il lavoratore sarebbe grave. Ma temo che non sia così, e ciò sarebbe molto più grave. A questo punto la S.C. dovrebbe spiegare a che scopo, su tali presupposti, qualcuno dovrebbe fare impresa.
Scritto il 1-9-2015 alle ore 13:32
Non concordo con Giovanni: la sentenza in questione non è per niente ineccepibile.
Stiamo parlando di una società di persone (SNC) che svolge attività di panetteria,pertanto un piccolo esercizio.
L’ingresso di due nuovi soci (lavoratori) in azienda determina “icto oculi” un decisivo e consistente riassetto organizzativo che non ha bisogno di alcuna particolare “motivazione” o giustificazione.
D’altronde la piccola società sarà ben libera di accogliere due nuovi soci, nonché di dar loro la precedenza (direi ontologica) nella prestazione in azienda.
Il “posto di lavoro” (sia pure nel terrificante significato ricordato da Simona) quindi (non la mansione)è stato realmente soppresso.
Non so se sia una mera arrampicata sugli specchi o (e, concordo con Alberto, sarebbe ben peggio) un marchiano vizio ideologico, ma di fatto ribadisco in pieno la scivolata della Cassazione.
Ovviamente se l’ingresso di due nuovi soci fosse un fatto meramente formale adottato come “scusa” per licenziare il discorso si ribalterebbe.
Ma di ciò la S.C. si disinteressa del tutto (!), affermando invece un principio che non ci sta proprio, ne di diritto né (per quanto detto) di fatto.
Vorrei aggiungere – infine – che il ruolo dei giudici (tutti in genere, ma specialmente la S.C.) dovrebbe esser quello di applicare la legge, senza attribuirsi compiti impropri di “pseudo-giustizia fai-da-te”, emettendo (come troppo spesso accade) principi giuridici del tutto fallaci e fuori luogo/tempo.
Scritto il 4-9-2015 alle ore 00:15
Si è giunti fino in cassazione per sentire riaffermare un principio assurdo che ancora trova ampio seguito in giurisprudenza: se l’azienda va bene non puoi licenziare….. non è dato comprendere perché non possa far evadere ad un solo dipendente il lavoro che prima facevano in due migliorando i profitti oppure liberando risorse da reinvestire in processi di innovazione.