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Timestamp: 2014-10-26 01:49:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 624', 'art. 624', 'art. 42', 'art. 624', 'art. 624', 'art. 1153', 'sentenza ', 'art. 627', 'art. 624', 'art. 627']

AltalexPedia, voce agg. al 28.04.2012 (Simone Marani) Categoria: Diritto Penale
Il delitto di furto si configura quando “Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri” (art. 624 c.p.).
3. Fondamento dell’incriminazione
5. L’oggetto materiale dell’azione. La cosa mobile altrui
5.1. Il concetto di mobilizzazione
6. La condotta. Sottrazione ed impossessamento
6.1. Sottrazione e detenzione
6.2. La problematica del furto nei supermercati ed individuazione del momento consumativo del reato
7. Tentativo
8. Rapporti con altre figure di reato
9. Elemento soggettivo. Il fine di profitto
9.1. Il requisito dell’ingiustizia
La figura delittuosa contemplata dall’art. 624 c.p., detta anche “furto comune”, si rappresenta come una delle fattispecie delittuose di maggiore frequenza all’interno del nostro panorama criminale, oggetto di particolare attenzione fin dall’epoca romana (celebre la definizione data da Paolo “Furtum est contrectatio rei fraudolosa lucri faciendi gratia vel ipsius rei vel etiam usus eius”).
Come avremo modo di vedere tra poco, il furto, quale fattispecie delittuosa nella quale è facilmente individuabile l’istinto predatorio connaturato all’indole umana, è stato oggetto, fin dall’introduzione del codice Rocco, di una disciplina particolarmente rigorosa, in perfetta armonia con quelle che erano le ideologie autoritarie presenti al momento dell’entrata in vigore del medesimo. In un secondo momento, l’evoluzione dei valori etico-sociali presenti all’interno del nostro Paese ha comportato un’attenuazione dell’importanza criminosa della figura in commento, soprattutto attraverso il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, nonché l’assicurazione della sua funzione sociale (art. 42 Cost.).
Tale principio ha comportato l’impossibilità di riconoscere una tutela assoluta del diritto di proprietà, bensì ristretta dall’esistenza di limiti, non solo di carattere pubblicistico, ma anche di natura privatistica. Un ulteriore passo in avanti, verso la modernizzazione del trattamento sanzionatorio del furto, si è avuta nel 1974, mediante l’intervento riformatore attinente al bilanciamento delle circostanze, il quale ha permesso di attenuare maggiormente il trattamento sanzionatorio così particolarmente gravoso nella fase precedente ad esso.
Si tratta della forma più semplice attraverso la quale si manifesta l’istinto predatorio dell’individuo, in quanto tale fattispecie criminosa consiste nel togliere illegittimamente ad altri una cosa mobile per impossessarsene (ANTOLISEI).
Il primo problema attiene all’individuazione del bene giuridico oggetto dell’incriminazione. Riteniamo che questo debba essere individuato nella tutela del possesso, e non, come voleva certa dottrina, soprattutto in passato, nella tutela della proprietà (Fra i tanti MANZINI, CARRARA, DE MARSICO).
La concezione più moderna ravvisa l’oggetto giuridico tutelato sulla base di una semplice relazione di fatto (il possesso) tra il soggetto e la cosa, in maniera assai aderente al testo normativo, il quale parla di sottrazione della cosa “a chi la detiene”. La detenzione rappresenta proprio quel potere di fatto sulla cosa, il quale costituisce il quid minimo affinché si possa parlare di possesso giuridicamente rilevante.
Il pregiudizio del bene giuridico oggetto di tutela si verifica, di conseguenza, ogniqualvolta la cosa mobile venga sottratta a colui che è titolare di tale potere di signoria, indipendentemente dalla sussistenza, o meno, di un qualsiasi titolo giuridico dal quale possa scaturire tale potere.
L’impostazione tradizionale, accolta ancora oggi da una cospicua parte degli studiosi, ravvisa l’oggetto giuridico da tutelare nello stato di diritto (proprietà) che viene ad instaurarsi tra il soggetto ed il bene.
Secondo tale impostazione, la storia della fattispecie del furto, così come lo stesso tenore letterale dell’art. 624 c.p., evidenzia come l’altruità costituisca uno dei pilastri fondamentali sui quali poggia l’intero istituto. “Se così è, pretendere di prescindere da questo requisito equivarrebbe a privarsi di uno dei principali punti di orientamento che possono guidare alla ricerca dell’interesse protetto” (FIANDACA-MUSCO).
Tale teoria è stata oggetto di numerose argomentazioni nel corso della storia. Una prima impostazione afferma, sulla base della considerazione secondo la quale, nel novero dei soggetti attivi del reato, non sia possibile ricondurre il proprietario il quale commetta il fatto ai danni del detentore, che l’oggetto giuridico tutelato dall’art. 624 c.p. sia, in prim’ordine, la proprietà, e solo in secondo luogo, il possesso (MAGGIORE).
Non manca chi ha evidenziato, infine, come il bene giuridico tutelato dalla norma in commento debba ravvisarsi, in primis, nel diritto di disposizione, ed in subordine, nel diritto di godimento della cosa. Gli autori sono arrivati ad una simile conclusione sul presupposto secondo il quale il fine di trarre profitto dall’impossessamento della cosa altrui comprenderebbe la coscienza di violare il diritto di disporre e di godere della cosa medesima, e non il semplice possesso materiale (NUVOLONE).
Altra parte della letteratura ha ulteriormente tentato di precisare i confini dell’interesse giuridicamente tutelato dalla normativa in tema di furto, affermando come questo debba essere ristretto solo alle relazioni di proprietà e di diritti reali di godimento, sia che abbiano natura personale o reale.
Viene rilevato come le naturali tipologie di aggressione, sottostanti alla condotta tipica del furto, in quanto comportanti la perdita di disponibilità della cosa mobile, vanno ad incidere in maniera negativa su quelli che sono i poteri tipici che possono essere esercitati dal titolare sulla cosa, ovvero il potere di godimento e di disposizione. Rimarrebbero sottratti dall’ambito di applicazione della norma tutti coloro che sono titolari di “semplici” diritti reali di garanzia (pegno), ovvero di relazioni di custodia, in quanto attaccati in maniera solo eventuale ed indiretta (MANTOVANI).
Sebbene tutte le tesi sino ad ora esposte siano connotate da un indubbio fascino argomentativo, appare del tutto evidente la facilità con la quale possiamo individuare come il soggetto passivo del furto sia da ricercare in colui che, in realtà, abbia il semplice possesso della cosa.
Costui non necessariamente ne deve essere anche proprietario, sebbene sia possibile, come accade nella maggioranza dei casi, che le due qualifiche coincidano in capo alla medesima persona. Non sempre è detto che l’interesse del proprietario non possessore venga leso a seguito del furto, così come è possibile, ed avremo modo di evidenziarlo nel prosieguo della trattazione, che il proprietario medesimo possa addirittura trarre vantaggio dalla sottrazione della cosa mobile in danno di altri che la possiede.
Senza considerare come il riferimento, operato dalla norma, all’impossessamento della cosa altrui, sembri essere sicuro indice della volontà del Legislatore diretta a concentrare la tutela sul semplice possesso della cosa mobile.
Non manca chi, in una prospettiva poco dissimile dalla precedente, afferma come la funzione della norma in commento sia, in realtà, duplice. Da un lato, proteggere una situazione di fatto intercorrente tra un soggetto ed una cosa mobile, dall’altro, dare protezione ad un diritto di proprietà che spetterebbe al medesimo soggetto. La norma parla espressamente di “cosa altrui”, indicando, quale presupposto indefettibile, il fatto che la cosa oggetto di furto sia di proprietà di altri.
Ovviamente tale duplicità di oggetti di tutela rimane oscura fino a che il possesso e la proprietà facciano capo al medesimo titolare. Nel caso di una dissociazione tra i due rapporti, ecco che il rapporto possessorio è destinato ad avere la priorità su quello petitorio, in quanto l’interesse della collettività che da sempre ha fatto da sfondo all’incriminazione del furto è da rinvenire nel mantenimento della sfera di pace nei rapporti intersoggettivi (PAGLIARO).
E’ vero che il possesso delle cose mobili trova una specifica tutela anche in sede civile, attraverso le azioni di reintegrazione e di manutenzione (artt. 1168 e 1170 c.c.), ma trattasi di tutela che la comune esperienza ha dimostrato insufficiente, soprattutto per il fatto che le cose mobili possono passare agevolmente in proprietà dell’acquirente in buona fede, anche se alienate da non proprietario, ai sensi dell’art. 1153 c.c.
Resta il dato incontrovertibile secondo il quale il furto è un delitto contro il patrimonio e non a vantaggio del patrimonio del colpevole, con la conseguenza che rientra nell’ambito di applicazione della norma in commento anche l’ipotesi di un’aggressione illegittima di un patrimonio altrui, non accompagnato da un corrispondente arricchimento in capo al soggetto attivo.
Ecco allora come l’ordinamento, preso atto della inconsistenza della tutela civilistica, ha voluto prestarle rinforzo attraverso la prospettazione di una pena criminale.
Se decidiamo di accogliere la tesi da noi evidenziata in precedenza, in quanto la ratio della norma sia da rinvenire nella tutela del possesso, ne deriva, quale logica conseguenza, che il soggetto passivo del reato in esame debba essere individuato nel possessore della cosa mobile.
Se, al contrario, riteniamo di seguire l’opinione tradizionale, il soggetto passivo del furto deve essere rinvenuto nel titolare della situazione giuridicamente tutelata dall’ordinamento.
Se il soggetto derubato non dovesse coincidere con il proprietario della cosa sottratta, costui non potrà assumere le veste di soggetto passivo, in quanto semplice riferimento esterno dell’azione di spossessamento.
In applicazione di tale principio, la giurisprudenza di legittimità, anticipando sin da ora quanto vedremo in seguito in tema di soggetto passivo del reato, ha affermato come “Posto che nel delitto di furto il titolare del bene giuridico offeso è il detentore della cosa che dalla sua sfera di progresso viene fatta passare nell’altrui signoria, nel caso di furto di oggetti contenuti in cassette di sicurezza, la qualità di parte offesa è assunta dalla banca. Infatti, con il contratto di utenza di cassette di sicurezza questa si obbliga ad eseguire non solo una prestazione assimilabile alla locazione, ma anche e principalmente quella di custodia delle cassette mediante applicazione di vigilanza sul forziere e per esso sul suo contenuto, mentre gli affidanti, per essersi serviti di siffatto contratto e quindi di una complessa struttura materiale, tecnica ed organizzativa che realizza condizioni di sicurezza superiori a quelle raggiungibili dagli stessi nella propria abitazione, devono necessariamente dimettere il possesso dei rispettivi beni entrati in rapporto di fatto con la banca presso cui vengono depositati; beni dei quali – ai fini della loro custodia – la banca dovrà necessariamente avere, nell’ambito della vigilanza ritenuta necessaria, la disponibilità” (Cass. Pen., Sez. II, sentenza 31 maggio 1990, n. 7598, in Cass. Pen., 1992, 1499).
Il soggetto attivo può essere chiunque, trattandosi di reato comune. Sul punto si discute in dottrina circa la possibilità di configurare il furto commesso dal proprietario ai danni di chi sia titolare di un diritto reale o personale di godimento (furtum rei propriae o furtum possessionis).
Gli studiosi sembrano propendere per la tesi positiva, non solo in relazione alla tradizione storica dell’istituto, presente fin dall’epoca romana, ma soprattutto sulla base di alcuni rilievi di fondo, fra i quali spicca quello facente riferimento al dettato Costituzionale in tema di proprietà.
Se è vero, come si sostiene, che l’ordinamento giuridico assicura e tutela la funzione sociale del diritto di proprietà, si può ammettere che tale tutela si estenda al punto di permettere che il nudo proprietario possa rimpossessarsi abusivamente di cose oggetto di un diritto reale o personale di cui altri ne sia titolare.
Al tempo stesso, la mancata previsione espressa dell’istituto del furtum possessionis potrebbe essere indice di una precisa volontà del Legislatore di non voler dare cittadinanza ad una tale figura nel nostro ordinamento.
Non solo. Esisterebbero altri indici rilevatori di una simile volontà. Ad esempio, l’art. 627 c.p. che punisce la condotta di sottrazione di cose comuni, sottopone il comproprietario che si impossessa della cosa ad una sanzione molto più lieve rispetto al furto comune. Risulterebbe di enorme sproporzione sanzionare con la pena di cui all’art. 624 c.p. la sottrazione della cosa da parte del proprietario della stessa, considerando che nel nostro caso costui è unico proprietario della cosa e non comproprietario, come nella fattispecie di cui all’art. 627 c.p.
Un’altra indicazione contraria alla possibilità di ammettere il furto da parte del proprietario si potrebbe individuare dall’esame degli artt. 334 e 338 c.p. i quali, disciplinando le figure delittuose della sottrazione di cose sottoposte a sequestro o a pignoramento, prevedono una pena minore nel caso in cui il soggetto attivo sia il proprietario, anche se il fatto sia in grado di pregiudicare un interesse pubblicistico di rango superiore.
5. L’oggetto materiale dell’