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Timestamp: 2020-03-31 07:30:32+00:00
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Nella revocatoria può essere fornita anche mediante presunzioni la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi dei creditori | Studio Legale Parenti
Nella revocatoria può essere fornita anche mediante presunzioni la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi dei creditori
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Cassazione civile sez. un. sentenza 15/06/2015 n.12307
Cassazione civile sez. III sentenza 28/05/2015 n.11113
La destinazione particolare dell’immobile locato, tale da richiedere che l’immobile stesso sia dotato di precise caratteristiche e che ottenga specifiche licenze amministrative, diventa rilevante, quale condizione di efficacia, quale elemento presupposto o, infine, quale contenuto dell’obbligo assunto dal locatore nella garanzia di pacifico godimento dell’immobile in relazione all’uso convenuto soltanto se abbia formato oggetto di specifica pattuizione, non essendo sufficiente la mera enunciazione, nel contratto, che la locazione sia stipulata per un certo uso e l’attestazione del riconoscimento della idoneità dell’immobile da parte del conduttore.
Tribunale sez. II Reggio Emilia 20/05/2015 ud. n.763
La presente controversia trae origine dal decreto ingiuntivo meglio indicato in dispositivo, ottenuto dal trasportatore Cooperativa Ema nei confronti del committente Ar. per il pagamento del saldo del prezzo relativo a trasporti effettuati, ed in particolare per il pagamento della differenza tra quanto corrisposto e quanto spettante ai sensi dell’articolo 83 bis comma 9 D.Lgs. n. 112/2008 come minimo tariffario.
Avverso l’ingiunzione ha proposto la presente opposizione Ar., sollevando eccezioni di legittimità costituzionale e di contrarietà all’ordinamento comunitario della norma invocata in sede monitoria, e comunque resistendo nel merito.
Costituendosi in giudizio, Cooperativa Ema ha domandato il rigetto dell’opposizione.
Nel corso della controversia, la causa è stata dichiarata interrotta per il fallimento della convenuta, e poi riassunta da Ar. nei confronti del Fallimento Cooperativa Ema.
A seguito della pronuncia della Corte di Giustizia 4/9/2014, il Giudice, rigettata l’istanza di concessione della provvisoria esecuzione e rigettate tutte le richieste probatorie, ha ritenuto la causa matura per la decisione fissando udienza di precisazione di conclusioni.
La causa è stata così trattenuta in decisione sulle conclusioni trascritte in epigrafe, poi illustrate con il deposito delle memorie conclusive ex articolo 190 c.p.c.
a) Come esposto in parte narrativa, nel corso del processo è intervenuta una pronuncia della Corte di Giustizia in ordine alla compatibilità con il diritto comunitario dell’articolo 83 bis comma 9 D.Lgs. n. 112/2008, norma posta alla base della richiesta di ingiunzione qui opposta (cfr. Corte Giustizia, Quinta Sezione, cause riunite da C-184/2013 a C-187/2013, C-194/2013, C-195/2013 e C-208/2013).
Con tale pronuncia, la Corte di Giustizia, all’esito di un articolato giudizio, ha ritenuto che “la determinazione dei costi minimi d’esercizio per l’autotrasporto, resa obbligatoria da una normativa nazionale quale quella controversa nei procedimenti principali, è idonea a restringere il gioco della concorrenza nel mercato interno” (punto 45)”.
Invero, pur se l’obiettivo perseguito dalla normativa nazionale di tutelare la sicurezza stradale è certamente un “obiettivo legittimo”, tuttavia “la determinazione dei costi minimi d’esercizio non risulta idonea né direttamente né indirettamente a garantirne il conseguimento” (punto 51).
Va infatti rimarcato che “i provvedimenti in esame vanno al di là del necessario”, poiché “da un lato, non permettono al vettore di provare che esso, nonostante offra prezzi inferiori alle tariffe minime stabilite, si conformi pienamente alle disposizioni vigenti in materia di sicurezza” (punto 55); dall’altro lato, “esistono moltissime norme … riguardanti specificamente la sicurezza stradale, che costituiscono misure più efficaci e meno restrittive” la cui osservanza “può garantire effettivamente un livello di sicurezza stradale adeguato” (paragrafo 56).
Pertanto, “la determinazione dei costi minimi d’esercizio” così come prevista dalla nostra normativa nazionale, “non può essere giustificata da un obiettivo legittimo”(punto 57).
Alla luce di tali considerazioni, il dispositivo con il quale la Corte di Giustizia definisce la questione relativa alla pronuncia pregiudiziale sollevata dal Tar Lazio ed attinente ai costi minimi previsti per il contratto di trasporto dall’articolo 83 bis (cfr. punti 13, 16, 39 e 50 della sentenza), è il seguente: “l’articolo 101 TFUE, in combinato disposto con l’articolo 4 paragrafo 3 TUE, deve essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella controversa nei procedimenti principali, in forza della quale il prezzo dei servizi di autotrasporto delle merci per conto di terzi non può essere inferiore a costi minimi d’esercizio…”.
b) In ragione di tutto quanto sopra, non pare a questo Giudice revocabile in dubbio come l’articolo 83 bis comma 9 D.Lgs. n. 112/2008, norma indicante i minimi tariffari nel contratto di trasporto ed in base alla quale è stato ottenuto il decreto ingiuntivo qui opposto, debba ritenersi in contrasto con l’ordinamento comunitario.
A tali conclusioni, peraltro, è giunta anche la giurisprudenza di merito che si è pronunciata dopo l’intervento della Corte di Giustizia di Lussemburgo (cfr. Trib. Ravenna 16/4/2015, Trib. Brescia 13/3/2015, Trib. Sassari 18/2/2015, Trib. Salerno 12/11/2014, Trib. Mantova 2/10/2014, Trib. Cagliari 11/9/2014), e questo stesso Tribunale (cfr. Trib. Reggio Emilia, est. Marini, sentenza 17/3/2015).
Di tale inevitabile approdo ermeneutico ha poi preso atto anche il legislatore nazionale, che con l’art. 1 comma 248 L. n. 190/2014 ha abrogato il comma in parola, unitamente ai commi da 1 a 2 e da 6 ad 11, ed ha completamente riscritto l’articolo 83 bis sostituendo i commi dal 4 al 4 sexies, con norma entrata in vigore il 1/1/2015 e quindi inapplicabile ratione temporis alla controversia, e norma comunque che rimette all’autonomia negoziale l’individuazione del prezzo.
E la stessa Corte Costituzionale, con la pronuncia n. 80/2015, ha disposto la trasmissione degli atti al Giudice rimettente per un nuovo esame della norma a seguito dell’intervento della Corte di Giustizia.
Discende che in base ai pacifici principi generali in materia, questo giudice deve disapplicare la norma nazionale per il periodo antecedente alla sua espressa abrogazione, in quanto contrastante con il diritto comunitario e non può applicare la norma introdotta successivamente, in quanto ratione temporis non vigente. Pertanto, si impone la revoca del decreto ingiuntivo opposto, in quanto ottenuto sulla base di una norma contraria all’ordinamento comunitario.
All’evidenza, tutti gli altri profili di merito e di legittimità costituzionale della norma, sollevati dalla difesa dell’opponente, devono ritenersi assorbiti.
c) Nonostante la soccombenza dell’opposto ed originario ricorrente, i motivi che, ex articolo 92 comma 2 ratione temporis vigente, giustificano la totale compensazione tra le parti delle spese di lite, vanno avvisati nel fatto che solo in corso di causa la norma in base alla quale la domanda monitoria era stata azionata, è stata dichiarata contraria all’ordinamento comunitario.
– revoca il decreto ingiuntivo n. 3747/2013 emesso dal Tribunale di Reggio Emilia il 11/10/2013;
– compensa integralmente tra le parti le spese di lite del giudizio
Reggio Emilia, 20/5/2015
Cassazione civile sez. III sentenza 08/05/2015 n.9317
Deve essere esclusa la responsabilità del tour operator per i danni occorsi ad un viaggiatore nel corso di un escursione (nella specie, caduta da un dromedario) allorchè sia accertato che il tour operator abbia svolto un ruolo di mera intermediazione nell’acquisto di un’escursione.
Cassazione civile sez. VI sentenza 14/04/2015 n.7444
Deve essere confermata la decisione dei giudici del merito che hanno rigettato la domanda proposta da un avvocato nei confronti della Telecom per ottenere il risarcimento del danno subito a seguito di un guasto all’utenza telefonica del proprio studio legale, che aveva impedito la comunicazione in entrata e in uscita, in quanto i tabulati prodotti e le testimonianze assunte dimostravano che era stata costantemente utilizzata la linea telefonica dello studio, anche nei giorni successivi a quello della denunzia del guasto, e che l’inconveniente, consistente nella frequente la caduta della linea, era durato solo pochi giorni.
Corte di cassazione II Sez. Civile sentenza 07/04/2015 n. 6921
Ampia tutela legale per il cliente vittima del reato del professionista “di fiducia”.
La Seconda civile della Cassazione annullando una decisione della Corte d’appello di Milano, ha infatti stabilito che il calcolo della prescrizione dell’azione civile di risarcimento non decorre dal giorno (ultimo) di commissione del reato, ma bensì da quando l’illecito «manifesta all’esterno i suoi effetti», in sostanza dal momento in cui la vittima percepisce se stessa come tale.
Il caso era nato all’inizio del 2002, quando il titolare di due srl aveva citato a giudizio (civile) il commercialista “di fiducia”, reo di aver distratto nel decennio precedente somme dai conti correnti bancari, oltre che di aver usato impropriamente deleghe bancarie e modulistica in bianco, infine di aver soppresso documentazione fiscale/contributiva. Nei giudizi di merito, tuttavia, tribunale e Corte d’appello avevano statuito il decorso della prescrizione quinquennale, considerato che le distrazioni patrimoniali datavano tra il ’92 e il ’93 e l’ultimo episodio (utilizzo delle deleghe) al ’96.
La Seconda civile ha in primo luogo escluso l’applicabilità del 3° comma dell’articolo 2947 del codice civile (decorso – allungato – a partire dalla data di estinzione del reato o dalla data di irrevocabilità della sentenza) perchè nell’ ipotesi di causa la prescrizione del reato è più breve di quella dell’azione per il risarcimento. Pertanto il calcolo non può che essere strettamente correlato alla data del reato. Tuttavia, sottolinea la Cassazione, pur versando in ipotesi di illecito extracontrattuale (in quanto appunto reato) con prescrizione quinquennale, bisogna attenersi al principio secondo cui «la prescrizione comincia a decorrere solo dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (articolo 2935 del codice civile)».
Cassazione civile , sez. VI-T, ordinanza 10.03.2015 n. 4800
I benefici fiscali previsti per l’acquisto della prima casa spettano alla sola condizione che, entro il termine di decadenza di diciotto mesi dall’atto, il contribuente stabilisca, entro il Comune dov’è situato l’immobile, la propria residenza, così adempiendo l’obbligo su di lui incombente e da lui assunto al momento del rogito. Ciò premesso, le lungaggini burocratiche non integrano la forza irresistibile ostativa al trasferimento nel comune dov’è ubicato l’immobile oggetto delle agevolazioni idonea ad impedire la perdita del beneficio fiscale.
Tribunale Reggio Emilia, sentenza 24.02.2015 n. 304
Nella sentenza n. 304, emessa dalla Sezione II Civile, il Tribunale di Reggio Emilia affronta la questione della usurarietà o meno, degli interessi moratori e della eventuale sanzione in caso di conferma della usurarietà medesima in quanto risulta superato il tasso soglia.
Il Tribunale di Reggio Emilia si trova con tale sentenza ad affrontare la questione della usurarietà o meno degli interessi moratori e l’eventuale sanzione. La difficoltà nell’analizzare l’eventualità è chiara se si considera il fatto che vi sono diverse posizioni a tal riguardo, come lo stesso Tribunale considera. Secondo un primo orientamento, richiamato in sentenza, la normativa antiusura è da considerarsi estranea agli interessi moratori, il cui fondamento è dato da argomenti letterali e sistematici.
Infatti, dalla norma di cui all’art. 644 del c.p., norma sull’usura, si evince che il fenomeno usurario sia circoscritto alla pattuizione degli interessi corrispettivi e che ciò sia possibile ricontrarlo anche facendo riferimento all’art. 19 paragrafo 2, della direttiva 2008/48/CE , che riguarda il contratto dei consumatori e che esclude dal calcolo TAEG, eventuali penali per inadempimento.
L’altro orientamento, considera più armonica con i principi generali dell’ordinamento, la considerazione secondo cui occorre effettuare un controllo anche sugli interessi moratori, il cui fondamento non sarà da rinvenire nella normativa antiusura, bensì riconducendo la previsione degli interessi moratori all’interno delle clausole penali, riconoscendo al giudice il potere equitativo di riduzione ex art. 1384c.c..
Il giudice del Tribunale di Reggio Emilia, in persona del Dott. Morlini, ritiene di dover aderire all’orientamento che considera configurabile l’usura anche con riguardo agli interessi moratori, considerando decisivo in tal senso il riferimento all’art. 1 D.L. 394/2000, che con la dicitura ” convenuti a qualunque titolo” sembra proprio ricomprendervi anche gli interessi moratori e che pertanto, il comportamento di chi esiga un vantaggio e un interesse che la legge considera eccessivo è inesigibile in omaggio al principio di buona fede oggettiva ed al divieto di abuso del diritto.
Posizione questa avallata altresì dalla giurisprudenza di legittimità, richiamata nella suddetta sentenza, che come stabilito dalla Cassazione 5286/2000, non vi è alcun motivo per escludere l’applicabilità della normativa antiusura, nelle ipotesi di corresponsione di interessi moratori, dal momento che il ritardo colpevole non può assolutamente giustificare la validità di una obbligazione onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge.
Inoltre, il Tribunale di Reggio Emilia, richiamando anche la Cassazione 350/2013, condivide e afferma che la verifica di superamento del tasso soglia deve essere fatta autonomamente con riguardo alle rispettive categorie di interessi senza che si sommino tra loro e nel caso si giunga, come nella circostanza di specie, a constatare che siano da ritenere usurari i soli interessi moratori, il giudice dovrà decidere in merito a questi ultimi.
Il problema ulteriore che si poneva era proprio con riferimento alla sanzione da considerare. Il giudice a tal riguardo, precisa il Tribunale, può valutare come non dovuti né gli interessi moratori né quelli corrispettivi, ma in tal senso la soluzione risulterebbe eccessiva ed ingiustificata, diversamente operando una distinzione tra interessi corrispettivi che rappresentano il corrispettivo del mutuo e che appartengono al momento funzionale di restituzione delle somme mutate, e gli interessi moratori che hanno funzione risarcitoria ed attengono ad un momento che è eventuale perché dipende dall’inadempimento, il giudice può solamente decidere di considerare nulli gli interessi moratori ex art. 1815 comma 2 c.c. senza che vengano coinvolti quelli corrispettivi, così come afferma il Tribunale di Reggio Emilia.
Nella presente procedura, gli attori propongono opposizione avverso il precetto meglio indicato in dispositivo, intimato nei loro confronti dalla Banca Nazionale del Lavoro, a seguito dell’inadempimento nella restituzione delle rate di un mutuo fondiario.
In particolare, gli opponenti deducono l’usurarietà del tasso degli interessi pattuiti, soprattutto con riferimento a quelli moratori; la conseguente non debenza, ex art. 1815 comma 2 c.c., di alcun tasso di interesse, né con riguardo agli interessi corrispettivi, né con riguardo agli interessi moratori; l’assenza quindi di inadempimento nella rifusione delle rate previste, ricalcolate tenendo a mente la somma capitale come unica somma dovuta in restituzione.
Per tali motivi, concludono nel senso dell’illegittimità del precetto opposto, con richiesta di annullamento dello stesso.
Costituendosi in giudizio, resiste BNL, deducendo, in via gradata, la non usurarietà degli interessi pattuiti; l’impossibilità di censurare come usurari gli interessi moratori, potendosi ritenere usurari solo gli interessi corrispettivi; in denegata ipotesi di valutazione dell’usurarietà anche degli interessi moratori, l’elisione della debenza dei soli interessi moratori, non anche di quelli corrispettivi.
Per tali motivi, si conclude domandando il rigetto della domanda attorea, ed in via subordinata il ricalcolo della posizione debitoria degli opponenti, sulla base dell’invalidità della sola clausola contenente gli interessi moratori, non anche di quella relativa agli interessi corrispettivi.
La causa è istruita con una CTU contabile affidata alla dottoressa Rosita Borghi.
All’udienza del 13/11/2015, la controversia è trattenuta in decisione con la concessione dei termini di legge, nella misura minima prevista dall’art. 190 c.p.c., per il deposito di conclusionali e repliche.
a) Le questioni giuridiche affrontate dalle parti nel corso del processo e che devono essere risolte per potere decidere le controversia, sono sostanzialmente due.
La prima attiene alla possibilità o meno di ritenere usurari non solo gli interessi corrispettivi, ma anche gli interessi moratori, quesito al quale la difesa degli opponenti fornisce risposta positiva, mentre risposta negativa fornisce invece la difesa di parte opposta.
La seconda questione, che si pone solo laddove si ritenga possibile configurare usurari anche gli intessi moratori, attiene invece alle conseguenze nel caso di usurarietà dei soli interessi moratori e non anche degli interessi corrispettivi: in tal caso, infatti, ad avviso della difesa degli opponenti, nessun interesse, né corrispettivo né moratorio, sarebbe dovuto; mentre ad avviso della difesa dell’opposta, non sarebbero dovuti i soli interessi moratori, mentre rimarrebbero dovuti gli interessi corrispettivi, in quanto convenzionalmente fissati al di sotto della soglia d’usura.
b) Così impostati i termini della questione, ritiene il Giudice che, in conformità a quanto sostenuto dalla difesa degli opponenti, il primo quesito vada risolto nel senso che anche gli interessi moratori possano essere censurati come usurari.
Sul punto, deve certamente darsi atto alla difesa dei convenuti che la tesi dell’estraneità della normativa antiusura alla materia degli interessi moratori, può essere supportata da seri argomenti letterali e sistematici, posto che la figura tipica dell’usura è quella disegnata dall’art. 644 c.c., il cui esplicito riferimento a ciò che viene dato o promesso “in corrispettivo di una prestazione di denaro o altra utilità”, sembra circoscrivere il fenomeno usurario alla pattuizione di interessi corrispettivi; e che una conferma di ciò può essere ricavata anche dall’art. 19 paragrafo 2 della direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito ai consumatori, il quale espressamente esclude dal calcolo del taeg eventuali penali per inadempimento.
Non peregrina, quindi, è la soluzione, seguita da una parte della giurisprudenza di merito, che ritiene di meglio armonizzare i principi dell’ordinamento e la necessità di effettuare uno scrutinio anche sull’ammontare degli interessi moratori, non già utilizzando la normativa sull’usura; ma riconducendo la previsione contrattuale di interessi moratori nell’alveo delle clausole penali, con conseguente applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, del potere equitativo di riduzione attribuito al giudice dall’art. 1384 c.c.
Ciò posto e ribadita la serietà della tesi sopra esposta, ad avviso di questo Giudice è però preferibile la diversa ricostruzione che ritiene configurabile l’usura anche con riferimento agli interessi moratori.
Sul punto, pare infatti decisivo il riferimento operato dall’art. 1 D.L. 394/2000 agli interessi “convenuti a qualunque titolo”, ciò che consente di considerare ricompresi nell’ambito della normativa antiusura anche gli interessi moratori.
E’ questa, d’altro canto, la posizione della giurisprudenza di legittimità, che sin dalla sentenza di Cass. n. 5286/2000 ha statuito che “non v’è ragione per escluderne l’applicabilità anche nelle ipotesi di assunzione dell’obbligazione di corrispondere interessi moratori”, atteso che “il ritardo colpevole non giustifica di per sé il permanere della validità di un’obbligazione così onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge” (nello stesso senso anche le successive Cass. n. 14899/2000, Cass. n. 8442/2002, Cass. n. 5324/2003, Cass. n. 10032/2004, Cass. n. 9532/2010, Cass. n. 11632/2010, Cass. n. 350/2013).
La tesi, che si è detto consolidata nella giurisprudenza di legittimità, è poi stata avallata anche dalla Corte Costituzionale, che con la pronuncia n. 29/2002 ha ritenuto “plausibile” l’assunto “secondo cui il tasso soglia riguardasse anche gli interessi moratori”.
Pertanto, a tale tesi, in ragione della sua intrinseca persuasività e comunque per un doveroso rispetto della funzione di nomofilachia della Corte di Cassazione, questo Giudice intende conformarsi, applicando il principio di diritto in base al quale il tasso soglia al di là del quale gli interessi sono considerati usurari, riguarda non solo gli interessi corrispettivi, ma anche quelli moratori.
Detto quindi che lo scrutinio sulla non usurarietà va effettuato sia sugli interessi corrispettivi, sia sugli interessi moratori, va poi chiarito che la verifica dell’eventuale superamento del tasso soglia deve essere autonomamente eseguita con riferimento a ciascuna delle due categorie di interessi, senza sommarli tra loro, come è stato invece isolatamente sostenuto in qualche pronuncia di merito.
Infatti, il riferimento operato da Cass. n. 350/2013 alla “determinazione del tasso soglia comprensivo della maggiorazione per la mora”, intende semplicemente indicare la necessità di accertare il rispetto del tasso soglia anche in relazione agli interessi moratori, in quel caso determinati convenzionalmente nella misura di una maggiorazione del 3% degli interessi corrispettivi.
In sostanza, è necessario siano non usurari sia il tasso corrispettivo, sia il tasso moratorio (quest’ultimo non di rado calcolato con una maggiorazione rispetto al tasso corrispettivo, come nel caso analizzato dalla citata sentenza di legittimità) concretamente applicati; ma in tutta evidenza, irrilevante ai fini dello scrutinio sull’usura è la sommatoria del tasso corrispettivo e del tasso usurario, atteso che detti tassi sono dovuti in via alternativa tra loro, e la sommatoria rappresenta un ‘non tasso’ od un ‘tasso creativo’, in quanto percentuale relativa ad interessi mai applicati e non concretamente applicabili al mutuatario.
b) Accertata la possibilità di censurare come usurari anche gli interessi moratori, occorre prendere posizione sul secondo dei problemi più sopra indicati, e cioè capire se, in caso di usurarietà dei soli interessi moratori e non anche di quelli corrispettivi, nessun interesse sia dovuto ex art.1815 comma 2 c.c., né corrispettivo né moratorio, così come sostenuto dagli opponenti; ovvero se solo gli interessi moratori siano non dovuti ex art. 1815 comma 2 c.c., rimanendo invece dovuti gli interessi corrispettivi, in quanto convenzionalmente fissati al di sotto della soglia d’usura, così come sostenuto dalla difesa dell’opposta.
Tanto premesso, ritiene il Giudice che, in assenza di precedenti di legittimità sul punto, debba essere preferita quest’ultima tesi, con la conseguenza che l’usurarietà degli interessi moratori travolge solo gli interessi moratori stessi, non anche gli interessi corrispettivi legittimamente pattuiti.
Sul punto occorre muovere dal differente inquadramento giuridico degli interessi compensativi e degli interessi moratori, avendo essi autonoma e distinta funzione: i primi rappresentano infatti il corrispettivo del mutuo, mentre i secondi assolvono ad una funzione risarcitoria, preventiva e forfettizzata, del danno da ritardo nell’adempimento.
Dalla distinzione ontologica e funzionale tra gli istituti, discende la necessità di isolare le singole clausole dal corpo del regolamento contrattuale ai fini della declaratoria di nullità, o meglio, di riconoscere che l’unico contratto di finanziamento contiene due distinti ed autonomi paradigmi negoziali destinati ad applicarsi in alternativa tra loro in presenza di differenti condizioni: l’uno fisiologico e finalizzato alla regolamentazione della restituzione rateale delle somme mutate; l’altro solo eventuale ed in ipotesi di patologia del rapporto, nel caso di inadempimento del mutuatario, evenienza al verificarsi della quale è ragionevole ritenere che diversamente si atteggi la volontà delle parti.
Da ciò discende che l’eventuale nullità della seconda pattuizione, relativa al caso di inadempimento ed alla patologia del rapporto, non pregiudica la validità della prima pattuizione, relativa alla fisiologia del rapporto.
Se dunque gli interessi corrispettivi, convenuti entro il tasso soglia, continuano ad essere dovuti nel rispetto del piano di ammortamento rateale, l’invalidità della clausola contrattuale concernente la mora, in rigorosa applicazione della sanzione posta dal combinato disposto dagli artt. 1815 comma 2 c.c. e 1419 c.c., determina la non debenza degli interessi moratori, ma solo di tali interessi, senza che ciò comporti la conversione in mutuo gratuito di un mutuo contenente interessi moratori usurari; tanto più che, ex art. 1224 comma 1 c.c., in mancanza di tasso di mora, s’applica comunque quello corrispettivo o legale.
Pertanto, gli interessi corrispettivi, ove contenuti entro il tasso soglia, continueranno ad incrementare la sorte capitale finché il rimborso rateale prosegua nel rispetto del piano di ammortamento; mentre al verificarsi dell’inadempimento, non saranno dovuti gli interessi moratori pattuiti, in quanto contenuti in una clausola nulla, ma, in ragione della decadenza dal beneficio del termine ove prevista e fatta valere, risulterà esigibile per intero ed immediatamente la sorte capitale, maggiorata dagli interessi corrispettivi ex art. 1224 comma 1 c.c.
Così facendo, la clausola che prevede gli interessi moratori, in quanto nulla, è e resta tamquam non esset; mentre viene rispettata una regola, quella degli interessi corrispettivi, che sarebbe destinata ad operare anche se la clausola nulla non fosse mai stata prevista.
Acuta Dottrina segnala che, solo così facendo, si risponde a “principi di proporzionalità e specificità nel raffronto tra illecito negoziale, pregiudizio degli interessi economici conseguenti e relativo trattamento sanzionatorio”.
Il principio di diritto che può allora essere enucleato è quello in base al quale, se il superamento del tasso soglia in concreto riguarda solo gli interessi moratori, la nullità ex art. 1815 comma 2 c.c. colpisce unicamente la clausola concernente i medesimi interessi moratori, senza intaccare l’obbligo di corresponsione degli interessi corrispettivi convenzionalmente fissati al di sotto della soglia.
Tali conclusioni, in assenza di giurisprudenza di legittimità sul punto, sono coerenti con la maggioritaria giurisprudenza di merito edita, alla quale qui si intende dare continuità (cfr. Trib. Palermo 12/12/2014, Trib. Treviso 9/12/2014 e 11/4/2014, Trib. Brescia 24/11/2014, Trib. Cremona ord. 30/10/2014, Trib. Taranto ord. 17/10/2014, Trib. Venezia 15/10/2014, Trib. Roma 16/9/2014, Trib. Milano 22/5/2014 e ord. 28/1/2014, Trib. Verona 30/4/2014, Trib. Trani 10/3/2014, Trib. Napoli 28/1/2014. Contra e nel senso invocato dagli opponenti, cfr. però App. Venezia n. 342/2013, Trib. Udine 26/9/2014, Trib. Parma ord. 25/7/2014, Trib. Padova 8/5/2014).
c) Quanto sopra offre le coordinate per la soluzione del caso concreto, che può essere effettuata sulla base della CTU, svolta con motivazione convincente e pienamente condivisibile, neppure contestata dalle parti in ordine ai conteggi numerici, dalla quale il Giudicante non ha motivo di discostarsi in quanto frutto di un iter logico ineccepibile e privo di vizi, condotto in modo accurato ed in continua aderenza ai documenti agli atti ed allo stato di fatto analizzato.
In particolare, ha chiarito il perito che il tasso pattuito per gli interessi corrispettivi è inferiore al tasso soglia, mentre è superiore al tasso soglia quello pattuito per gli interessi moratori (cfr. in particolare pag. 38 e ss. perizia).
Pertanto, dovendosi ritenere non dovuti gli interessi moratori contrattualmente pattuiti e dovuti invece i soli interessi corrispettivi, risulta non dovuta la somma di € 1.018,9 addebitata in sede di precetto, con la conseguenza che, riducendo di tale importo il precetto, tenuto conto della somma erogata e di quanto già restituito, deve dichiararsi il diritto dell’opposta a procedere esecutivamente per la minor somma di € 221.360,95 e non già per la maggior somma di € 222.379,85 (cfr. ipotesi 2.i.b di pag. 41 della perizia).
d) L‘assoluta complessità della materia, unitamente all’oggettivo contrasto giurisprudenziale sul punto decisivo ai fini della decisione, integrano i motivi che, ex art. 92 comma 2 ratione temporis vigente, suggeriscono la compensazione totale tra le parti delle spese di lite, nonostante la sostanziale soccombenza degli opponenti.
Per le stesse ragioni, anche le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con il separato decreto di cui a dispositivo, possono essere definitivamente compensate tra parte attrice e parte convenuta.
– dichiara la nullità della clausola contrattuale n. 5 di previsione degli interessi di mora del contratto stipulato tra le parti il 29/4/2003 a mezzo rogito notaio dott. Palazzi Trivelli rep. n. 31578 racc. n. 10081;
– conseguentemente, riduce il precetto intimato agli opponenti dall’opposta il 16/5/2014, alla minor somma di € 221.360,95, dichiarando che Banca Nazionale del Lavoro s.p.a. ha diritto di procedere esecutivamente nei confronti di T. R. e A. I. per tale minor somma;
– compensa integralmente tra le parti le spese di lite;
– compensa integralmente tra le parti le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con separato decreto 9/12/2014.
Reggio Emilia, 24/2/2015.
Cassazione civile sez. un. sentenza 06/03/2015 n.4628
In presenza di contrattazione preliminare relativa a compravendita immobiliare che sia scandita in due fasi, con la previsione di stipula di un contratto preliminare successiva alla conclusione di un primo accordo, il giudice di merito deve preliminarmente verificare se tale accordo costituisca già esso stesso contratto preliminare valido e suscettibile di conseguire effetti ex art. 1351 e 2932 c.c., ovvero anche soltanto effetti obbligatori ma con esclusione dell’esecuzione in forma specifica in caso di inadempimento. Riterrà produttivo di effetti l’accordo denominato come preliminare con il quale i contraenti si obblighino alla successiva stipula di un altro contratto preliminare, soltanto qualora emerga la configurabilità dell’interesse delle parti a una formazione progressiva del contratto basata sulla differenziazione dei contenuti negoziali e sia identificabile la più ristretta area del regolamento di interessi coperta dal vincolo negoziale originato dal primo preliminare. La violazione di tale accordo, in quanto contraria a buona fede, potrà dar luogo a responsabilità per la mancata conclusione del contratto stipulando, da qualificarsi di natura contrattuale per la rottura del rapporto obbligatorio assunto nella fase precontrattuale.
Corte di Cassazione, sentenza n. 26286 del 15.12.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il vizio di nullità della sentenza di primo grado per difetto di sottoscrizione, impone la rimessione della causa al medesimo Giudice che ha pronunciato la sentenza carente di sottoscrizione, ex artt. 354, comma 1, 360, n. 4, 383, ultimo comma c.p.c.. Né a tal fine assume rilievo la mancata richiesta, nel giudizio di appello, di rimessione della causa al primo Giudice, trattandosi di conseguenza legale, tassativamente prevista dall’art. 354 c.p.c., dell’accertamento della nullità della sentenza per difetto assoluto di sottoscrizione, cui il Giudice del gravame deve provvedere d’ufficio, non potendo decidere nel merito.
Corte di Cassazione, sentenza n. 21340 del 09.10.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che laddove il funzionario comunale abbia richiesto una determinata prestazione in assenza di regolare contratto è tenuto al pagamento della prestazione ricevuta in favore del Comune
Corte di Cassazione, sentenza n. 20133 del 24.09.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice del gravame deve motivare adegutamente la scelta di aderire alle conclusioni a cui è giunto il CTU di primo grado anzichè quelle del CTU dell’appello.
Corte di Cassazione, sentenza n. 17821 del 8.8.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che può essere fornita anche mediante presunzioni la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi dei creditori nella revocatoria
I compensi del professionista vanno calcolati sull’assistenza all’intero svolgimento dell’opera