Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi03/0303f_o/0303fo76.htm
Timestamp: 2018-12-15 10:53:50+00:00
Document Index: 165479344

Matched Legal Cases: ['art. 316', 'art. 138', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 1']

Famiglia oggi n. 3 marzo 2003 - La strada è in salita ma percorribile - Materiali e appunti
MATERIALI & APPUNTI - LEGISLAZIONI E NORMATIVE RIGUARDANTI I PADRI
(giornalista, presidente dell’Isp)
Sembra in aumento la sensibilità sociale che pone al centro di interventi e di attese il protagonismo dei padri che vogliono esercitare la loro responsabilità nei confronti dei figli.
Non esistono, in Italia – né, crediamo, in altre parti d’Europa – specifiche leggi sui padri ma esistono alcune leggi che li riguardano da vicino, soprattutto nell’ambito del diritto di famiglia e soprattutto per quanto attiene alla separazione e all’affidamento dei figli.
Le tappe più importanti di un cammino di riforma che ha interessato anche i padri sono tre: il 1970 è l’anno del divorzio con la legge n. 898 (1 dicembre); nel 1975, con la legge n. 151 (19 maggio), si abolisce la patria potestà (retaggio della patria potestas romana) che viene sostituita dalla potestà genitoriale. «La potestà – recita ora l’art. 316 del Codice civile, ex art. 138 della suddetta legge – è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori». Curiosamente, è un passaggio la cui portata non venne sottolineata come meritava. E ancora oggi, a distanza di quasi 30 anni, non è infrequente leggere e ascoltare, anche in contesti giuridici, di patria potestà (per esempio riferita al genitore separato affidatario) anziché di potestà genitoriale.
La terza trasformazione del diritto di famiglia avviene nel 1987 con la legge n. 74 (6 marzo), che modifica espressamente la legge che aveva introdotto il divorzio. Tra le innovazioni più significative c’è l’introduzione del cosiddetto "divorzio breve", ossia la riduzione da cinque a tre anni del periodo di separazione necessario per poter adire al divorzio (purché ci sia stata sentenza), e l’affidamento congiunto.
Quest’ultima forma di affidamento merita qualche cenno, poiché dal momento della sua formulazione ha costituito uno dei punti più controversi e fomite di polemiche che in questi ultimi anni, in vista di una nuova, auspicabile riforma del diritto di famiglia, hanno diviso i politici, gli operatori del diritto e quanti a vario titolo si occupano di problemi della famiglia e dei minori. E soprattutto hanno coinvolto i padri separati.
La legge in questione stabilisce che «ove il tribunale lo ritenga utile all’interesse dei minori, anche in relazione all’età degli stessi, può essere disposto l’affidamento congiunto o alternato». Nulla di più. Non una parola per illustrare o almeno definire la nozione delle due forme di affidamento, che pure avevano in sé una portata rivoluzionaria. Le due nozioni conservano tuttora un forte margine di ambiguità e di oscurità, riscontrabile persino nell’operato degli avvocati e nelle pronunce dei giudici.
L’altro genitore
Semplificando, diremo che nell’affidamento monoparentale, o monogenitoriale (la forma usuale di affidamento) i figli sono affidati a un genitore (genitore affidatario) il quale non solo è titolare della potestà genitoriale ma, quel che più rileva, è titolare dell’esercizio di tale potestà. "Esercizio esclusivo" precisa il Codice civile, che nell’art. 155 enuncia i "Provvedimenti riguardo ai figli", ossia le modalità di affidamento nel divorzio e nella separazione. L’altro, il genitore non affidatario, continua ad avere la titolarità della potestà genitoriale, ma non l’esercizio.
Vero è che il Codice stabilisce anche che «le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi» e che il coniuge non affidatario «ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse».
Il fatto è che – mancando un sistema agile e proficuo di ricorso al giudice in casi di contestazione – spesso il genitore affidatario gestisce in toto la vita dei figli. Per l’altro genitore, il giudice stabilisce modi e tempi di un "diritto di visita" di solito stereotipato nella forma, modesto nei tempi e facilmente ostacolabile dal genitore affidatario.
Nell’affidamento congiunto entrambi i genitori esercitano la potestà genitoriale nella pienezza dei suoi termini: titolarità ed esercizio. Questo comporta la capacità di elaborare un programma comune (Parenting Plan nell’esperienza anglosassone) che a sua volta include la capacità degli adulti di tenere separato il ruolo di coniuge, o di partner, da quello di genitore, ma certo non esclude – non può realisticamente escludere – ogni conflittualità.
Nell’affidamento alternato il giudice stabilisce una divisione dei tempi secondo le circostanze (per esempio, per due genitori che vivono in nazioni diverse, il periodo scolastico con un genitore e quello estivo con l’altro, se possibile includendo un diritto di visita come correttivo). Ogni genitore ha la piena potestà genitoriale – titolarità ed esercizio – nel periodo di tempo nel quale il figlio gli è affidato. Questa formula è stata pochissimo applicata, ancor meno di quella dell’affido congiunto.
Il risultato della scarsa chiarezza della legge ha favorito l’ostilità dei giudici. Per dieci anni l’applicazione dell’affidamento "congiunto e alternato" è stata irrisoria, dell’ordine inizialmente dell’1-2% per arrivare al 2,8% del 1997, al 3,9% nel 1998, al 4,0% nel 1999. Solo nel 2000 – sono gli ultimi dati dell’Istat – c’è uno scarto consistente, all’8,0%.
Le ragioni di questa improvvisa impennata non sono state ben analizzate, ma presumibilmente sono molteplici: quell’acceso dibattito, in vista di una nuova riforma, al quale accennavo in precedenza; la nuova sensibilità e preparazione, anche psicologica, dei giudici più giovani; la maggiore diffusione della mediazione familiare; le pressioni delle tante associazioni di padri che negli ultimi 20 anni si sono battute – con maggiore o minore coscienza critica – a favore dell’affidamento congiunto.
Un importante passo avanti sulla strada dei padri è stata la legge n. 53/2000 (8 marzo) che ha introdotto i congedi parentali.
In base a questa legge, padri e madri possono assentarsi dal lavoro per sei mesi nei primi otto anni di vita del figlio, in modo continuativo o frazionato. Possono usufruirne anche contemporaneamente, in questo caso fino a dieci mesi complessivamente.
Una norma particolare riguarda i papà, che al termine del periodo concesso possono assentarsi ancora per un altro mese: una specie di bonus per invogliarli e premiare i più disponibili.
Fino ai tre anni del bambino i permessi sono retribuiti al 30% e coperti da contribuzione figurativa. Dai tre agli otto anni la retribuzione spetta solo ai genitori con basso reddito.
Questa è una legge importante, che sancisce la parità – nel diritto-dovere di essere vicini ai figli – di padre e madre. In precedenza il padre poteva subentrare solo in assenza della madre, indisponibile per morte o per malattia grave. La Corte costituzionale, in una sentenza dell’aprile 1994, negando al padre lavoratore il diritto all’astensione facoltativa per sei mesi nel primo anno di vita del bambino, nel caso in cui la madre fosse lavoratrice autonoma, aveva parlato di «maggiore importanza della presenza della madre nel primo anno di vita del bambino», di diritto materno "prioritario", "proprio" e "primario".
La legge non sembra aver avuto grande successo (mancano però dati precisi su tutto il territorio nazionale), almeno per due motivi: per evidenti ragioni di economia familiare difficilmente può far ricorso alla legge un genitore che è l’unico a lavorare in famiglia. E se a lavorare sono in due, nella grande maggioranza dei casi lo stipendio della moglie è più basso di quello del marito e dunque sarà lei ad assentarsi dal lavoro.
C’è un altro aspetto da non sottovalutare, ed è che in molti ambienti di lavoro, con una filosofia improntata all’efficienza e alla produttività, l’assenza di una donna (e ancor più di un uomo) per badare ai figli è ancora guardata con sospetto e fastidio e valutata come scarso attaccamento al lavoro e poca affidabilità professionale.
In Parlamento sono depositate alcune decine di proposte di legge che riguardano la famiglia, i minori, la separazione. Molte di queste ultime vertono sull’art. 155 del Codice civile, relativo, come si è detto, all’affidamento dei figli. Una, in particolare, continua a suscitare forti polemiche (ndr, vedi alle pagg. 90-95). È la proposta n. 66 presentata il 30 maggio 2001 da Vittorio Tarditi e da altri 33 deputati, poi assorbita con altre in un Testo unico che, almeno finora, sembra averne mantenuto il principio ispiratore che è quello della bigenitorialità (ndr, vedi Famiglia Oggi n. 2/2001 pagg. 60-61).
Nucleo della proposta, l’"affidamento condiviso" – ritenuto dai proponenti un’evoluzione dell’affido congiunto – configurato come «soluzione principale e ordinaria», vale a dire «irrinunciabile quando ne sussiste l’applicabilità». In pratica, la soluzione monogenitoriale viene limitata ai casi di vera indegnità o incapacità di uno dei genitori.
Altri punti salienti della proposta è la valutazione in termini economici del vantaggio che deriva al genitore assegnatario della casa familiare (quasi sempre la madre) e l’impegno dei genitori «a stabilire e a mantenere, salvo gravi e comprovati motivi (successivamente sostituito con "giustificati motivi"), la propria dimora in abitazioni fra loro raggiungibili».
La proposta è stata "letta" spesso in termini antifemminili e ha suscitato opposte reazioni: da un lato l’appoggio entusiastico delle associazioni dei padri separati, che vedono nella proposta la possibilità di correggere una prassi che penalizza oggettivamente i padri nell’affidamento (figli affidati alla madre in percentuale attorno al 90%, al padre intorno al 5%), dall’altro la perplessità, quando non l’aperta ostilità, di molti avvocati, magistrati (l’Associazione nazionale magistrati si è espressa a favore del principio di bigenitorialità nell’affidamento), mediatori familiari. Più possibilisti gli psicologi. Divisi, anche nell’ambito dello stesso partito, i politici.
In Parlamento giacciono numerose proposte in tema di famiglia – tra Camera e Senato vi sono ben 25 progetti di legge in materia – ma esse riguardano solo indirettamente la paternità. Dopo la legge sui congedi parentali, è dalla modifica dell’art. 155 Cc che i padri si attendono le novità più importanti.
Anche il resto d’Europa è attraversato da fermenti di rivendicazione paterna. Non esiste ormai Paese, dalla Svezia alla Bielorussia, dalla Germania alla Slovacchia, alla Repubblica Ceca, all’Ungheria, dalla Spagna alla Polonia – per non parlare di Francia e Inghilterra – nel quale i padri non si siano organizzati per chiedere maggiori diritti e soprattutto per rivendicare una parità di trattamento in sede di separazione e affidamento dei figli.
In una breve sintesi, diamo un quadro di alcuni Paesi europei, utilizzando varie fonti, tra cui il rapporto Eurispes sull’infanzia e l’adolescenza presentato a Roma il 13 novembre 2002.
Francia – Dal 1970, anno in cui il concetto di "capofamiglia" fu abolito dal Codice civile, la figura del padre è molto cambiata. Le tappe più significative sono: nel 1985, una legge sancisce il pari diritto dei coniugi nella gestione dei beni dei figli e dei beni comuni. Stabilisce anche che al cognome paterno del figlio può essere aggiunto quello da ragazza della madre. Nel 1992 le madri single perdono la potestà esclusiva sui figli, che dev’essere divisa con il padre biologico. Dal primo gennaio 2002 viene introdotto un "libretto di paternità", simile a quello, esistente, di maternità che raccoglie alcuni dati importanti relativi alla nascita, al matrimonio, all’eventuale divorzio, alla morte. Nel libretto, che il padre riceve a partire dal quinto mese di gravidanza della madre, sono illustrati i diritti e doveri dei padri e dei figli così come li prevede la legge. Sempre nel 2002 i permessi di paternità per la nascita di un figlio sono estesi da 3 a 14 giorni consecutivi. Nei primi due mesi ne hanno usufruito il 40% dei padri interessati, vale a dire
50.000 uomini. Per quanto riguarda le separazioni e gli affidamenti, i dati del 2000 rilevano che la percentuale di affidi alla madre è dell’86%, al padre del 13%. La riforma del diritto di famiglia attualmente allo studio prevede l’affidamento congiunto come forma primaria.
Germania – In caso di separazione l’assistenza e la cura dei figli spetta a entrambi i genitori. Un genitore può fare richiesta di affido esclusivo ma perché il giudice l’accolga è necessario il consenso dell’altro genitore. Nel caso di figli che abbiano compiuto 14 anni si richiede anche che il minore non vi si opponga. L’affidamento esclusivo mantiene la partecipazione del genitore non affidatario nelle decisioni di particolare rilievo per la vita del figlio.
Dopo la separazione, se i padri sono economicamente inadempienti interviene lo Stato, che anticipa un sussidio a favore dei minori per la durata massima di sei anni, rivalendosi poi sul genitore inadempiente.
La legislazione britannica
Gran Bretagna – Nel 1989 fu emanato un corpus di leggi che riunivano e armonizzavano tutte le leggi in materia di minori, il Children Act. Anche le norme relative alla separazione e all’affidamento confluirono nel Children Act. Esse promuovono l’accordo fra i genitori (i quali devono presentare un progetto genitoriale, o parenting plan, sin dalla prima udienza) e lo considerano prioritario rispetto alle decisioni del giudice. Promuovono anche la condivisione delle responsabilità dei genitori (è interessante notare che il diritto britannico non parla di potestà genitoriale, bensì di parental responsability, responsabilità genitoriale).
Children Act e Family Law Reform Act del 1987 hanno portato significativi cambiamenti nella paternità; per esempio, collegando la responsabilità genitoriale direttamente alla paternità biologica, mentre un tempo il riconoscimento di un bambino era presupposto legale indispensabile per una relazione padre-figlio.
Tutti gli studi inglesi sottolineano il desiderio dei padri di trascorrere più tempo con i figli e la convinzione che il lavoro – l’eccessivo numero di ore e la rigidità degli orari – sia il principale ostacolo. Secondo una ricerca della Commissione pari opportunità britannica, i papà inglesi trascorrono almeno due ore al giorno con i figli.
Da aprile di quest’anno entrerà in vigore una normativa in base alla quale i datori di lavoro saranno obbligati a prendere in considerazione le richieste di orari flessibili da parte di padri e madri di bambini con meno di sei anni.
Olanda e Svezia
Olanda – La scelta del genitore affidatario è compiuta sulla base di un principio che potremmo definire di cura: il figlio è affidato a quel genitore che se ne prende cura quotidianamente. Nell’80% circa dei casi l’affidamento è alla madre. La legge sancisce il diritto per l’altro genitore di frequentare il figlio. Il genitore affidatario ha il dovere di tenere informato l’altro genitore sui fatti rilevanti della vita del figlio e a coinvolgerlo nelle scelte più importanti.
Svezia – Nel 2000 oltre 50.000 minori sono stati coinvolti nel divorzio dei genitori (praticamente lo stesso numero dei minori coinvolti nelle separazioni in Italia). Nel 96% dei casi l’affidamento è stato congiunto, anche se nell’86% dei casi il figlio continuava a vivere prevalentemente con la madre.
Nel giugno 2002 il Parlamento ha approvato l’adozione di un bambino da parte di coppie omosessuali, già possibile in Paesi come Spagna e Olanda ma solo se della stessa nazionalità o se figlio del partner.
L’ISTITUTO SULLA PATERNITÀ
L’Istituto di studi sulla paternità (Isp) è un’associazione con fini scientifici e culturali.
Fondato a Roma nel 1988, si propone – come è scritto nell’art. 1 del suo Statuto – «di promuovere lo studio della paternità con particolare riguardo agli aspetti psicologico, pedagogico, sociale, biologico, storico, giuridico».
Si prefigge anche l’obiettivo di «tutelare e valorizzare funzioni e ruoli paterni nella società, stimolando su questo tema una nuova sensibilità sociale».
L’Istituto conta alcune centinaia di iscritti in tutta Italia, fra i quali psicologi, sociologi, avvocati ma anche padri e madri desiderosi di saperne di più su questo argomento. Dispone, fra l’altro, di una biblioteca specializzata alla quale fanno frequente ricorso studenti universitari per la preparazione della tesi (negli ultimi anni quasi 200), di un archivio di ritagli stampa e documentazione, di una videoteca.
Organizza periodiche conferenze e pubblica da 13 anni un notiziario, Isp notizie, al quale è possibile abbonarsi, sul tema della paternità, della famiglia, dei minori. L’indirizzo è: Isp, via Giovanni Ansaldo 9 – 00154 Roma; tel. 06.51.39.144.
(Sito internet: www.mclink.it/assoc/isp).