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Timestamp: 2017-08-21 21:29:58+00:00
Document Index: 3372403

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 142', 'art. 21', 'art. 8', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2']

La Pubblica Amministrazione deve considerare anche le evoluzioni normative e la norma vigente al momento del provvedimento finale. | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
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gennaio 30, 2017 Gruppo d'Intervento Giuridico	Lascia un commento Go to comments
Con la sentenza, Sez. IV, 16 dicembre 2016, n. 5339, il massimo Consesso di Giustizia amministrativa ha ribadito che il principio tempus regit actum prevede che debbano esser considerate anche le modifiche normative intervenute nel corso delle varie fasi del procedimento ai fini della decisione del provvedimento finale.
Lo jus superveniens, infatti, comporta, infatti, sempre una diversa valutazione rispetto a quanto sarebbe accaduto sulla base del quadro normativo vigente al momento dell’avvio del procedimento.
dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 27 gennaio 2017
Consiglio di Stato Sez. IV n. 5339 del 16 dicembre 2016
Ambiente in genere. VIA e principio tempus regit actum.
La corretta applicazione del principio tempus regit actum comporta che la Pubblica amministrazione deve considerare anche le modifiche normative intervenute durante il procedimento, non potendo considerare l’assetto normativo cristallizzato in via definitiva alla data dell’atto che vi ha dato avvio, con la conseguenza che la legittimità del provvedimento adottato al termine di un procedimento avviato ad istanza di parte deve essere valutata con riferimento alla disciplina vigente al tempo in cui è stato adottato il provvedimento finale, e non al tempo della presentazione della domanda da parte del privato, dovendo ogni atto del procedimento amministrativo essere regolato dalla legge del tempo in cui è emanato in dipendenza della circostanza che lo jus superveniens reca sempre una diversa valutazione degli interessi pubblici.
05339/2016REG.PROV.COLL.
01030/2016 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 1030 del 2016, proposto dalla società Idroelettrica del Carpino 2 s.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Enrico Follieri C.F. FLLNRC48H10E716U, Ilde Follieri C.F. FLLLDI77C42E372L, con domicilio eletto presso Studio Grez in Roma, corso Vittorio Emanuele II, 18;
Regione Puglia, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Tiziana Teresa Colelli C.F. CLLTNT69M62C816M, con domicilio eletto presso Regione Puglia Delegazione in Roma, via Barberini 6;
Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali, in persona del legale rappresentante in carica, rappresentato e difeso per legge dalla Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, alla Via dei Portoghesi n. 12, è domiciliato, costituitosi in giudizio;
della sentenza del T.A.R. per la PUGLIA –Sede di BARI- SEZIONE I n. 01205/2015, resa tra le parti, concernente giudizio di compatibilità ambientale negativo per l’impianto di produzione di energia da fonte eolica.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Regione Puglia e di Ministero Per i Beni e Le Attivita’ Culturali;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 1 dicembre 2016 il consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti gli avvocati Domenico Benussi, su delega dell’avv. Enrico Follieri per la parte appellante, Tiziana Teresa Colelli per la Regione appellata e l’avvocato dello Stato Amedeo Elefante per il Ministero appellato;
Con la sentenza in epigrafe impugnata n. 1205/2015 il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia– Sede di Bari – ha respinto il ricorso (corredato da motivi aggiunti) proposto dall’odierna parte appellante società Idroelettrica del Carpino 2 s.r.l., volto ad ottenere l’annullamento (con il ricorso principale) della determina dirigenziale n. 261 del 18.10.2013, con la quale era stato espresso in conformità ai pareri del Comitato VIA regionale resi nelle sedute del 16.7.2013 e del 8.10.2013, giudizio di compatibilità ambientale negativo per l’impianto di produzione di energia da fonte eolica composto da 23 aerogeneratori, per complessivi 69 MW, da realizzare in agro di Rocchetta Sant’Antonio, in località “Serre e San Martino”, proposto dalla predetta società Idroelettrica del Carpino 2 s.r.l e, (con il ricorso per motivi aggiunti) l’annullamento della determina dirigenziale n. 403 del 9.12.2014 del Dirigente del Servizio Ecologia della Regione Puglia, con la quale si era proceduto alla mera rettifica di errori materiali, confermando per il resto la determina n. 261/2013 e del parere del Comitato tecnico per la VIA del 18.11.2014, prot. n. 10988, facente parte integrante della determina dirigenziale n. 403 del 9.12.2014, che dopo aver accertato taluni errori materiali, aveva confermato il giudizio negativo sull’impianto in questione già reso nella seduta del 16.7.2013. Con la medesima sentenza è stata altresì disattesa la domanda risarcitoria proposta dalla odierna appellante.
In punto di fatto era accaduto che la originaria parte ricorrente (società operante nel settore della produzione di energia da fonti rinnovabili) aveva presentato (il 19.4.2007) una richiesta volta ad ottenere l’Autorizzazione Unica ex art. 12 del d.Lgs. n. 387/2003 per la realizzazione di un parco eolico, costituito (in origine) da 31 aereogeneratori per una potenza complessiva di 71,3 MW, da realizzare in agro del Comune di Rocchetta Sant’Antonio, località “Serre e San Martino”; l’iter amministrativo era stato travagliato, la odierna appellante aveva anche modificato in senso riduttivo il progetto originario (riducendo da 31 a 23 gli aereogeneratori e portando la potenza dell’impianto a 69 MW), ed aveva anche dovuto presentare un ricorso volto a fare cessare l’illegittimo stato di inerzia mantenuto sulla propria richiesta dalla Regione Puglia (deciso dal T.a.r. con la sentenza di improcedibilità n. 1479 del 27.7.2011 nella quale la Regione era stata condannata alle spese) co ma alla fine l’esito era stato negativo.
La Regione Puglia il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia e la Soprintendenza per Beni Architettonici e Paesaggistici, si erano costituiti in giudizio chiedendo che il ricorso venisse respinto nel merito.
Il T.a.r. ha partitamente scrutinato le complesse macrocensure con le quali era stato contestato il fondamento del diniego, e di esse ha affermato l’infondatezza deducendo che:
b) parimenti infondati risultavano il secondo motivo di ricorso principale e terzo motivo di ricorso per motivi aggiunti volti ad evidenziare l’illegittimità dei provvedimenti impugnati, a cagione della asserita la mancanza del quorumcostitutivo del Comitato VIA che aveva reso sia il parere impugnato, sia il successivo provvedimento di rettifica di errore materiale e di integrale conferma del precedente dispositivo: il computo del detto quorum doveva tener conto dei componenti del Comitato VIA deceduti e dimissionari e neppure poteva addebitarsi alla Regione un onere non adempiuto di ricostituzione del plenum,dovendo comunque essere garantita la funzionalità dell’organo anche in ipotesi di transitoria carenza di organico di taluni dei suoi componenti;
d) l’applicazione della sopravvenuta D.G.R. n. 2122/2012, non violava il canone del tempus regit actum:la norma sopravvenuta costituiva diritto applicabile da parte dell’Amministrazione nel caso in cui la fase istruttoria non fosse ancora conclusa;
b1) inoltre, e più radicalmente, la peculiare complessità dell’impianto eolico da autorizzare, in uno con i cambiamenti progettuali verificatisi in corso d’opera e con i plurimi livelli di analisi che si erano dovuti attivare al fine di valutare la piena compatibilità ambientale dell’intervento, giustificavano, , il ritardo determinatosi nel caso di specie;
c) sul piano processuale, l’effettiva entità del danno da ritardo risarcibile non era stata compiutamente provata sul piano del quantume la somma indicata nel ricorso appariva il mero ed indimostrato frutto di proiezioni aziendalistiche ipotetiche
La originaria parte ricorrente rimasta soccombente ha impugnato la detta decisione criticandola sotto ogni profilo e riproponendo le tesi invano rappresentate innanzi al T.a.r. in primo grado; in particolare, sono state articolate sette censure: le prime quattro, seguendo l’ordine espositivo della sentenza, hanno contestato le conclusioni cui era giunto il T.a.r.; la quinta e la sesta hanno riproposto il terzo motivo del ricorso di primo grado e il sesto motivo aggiunto non esaminati dal T.a.r.; la settima ha riproposto la richiesta di risarcimento danni respinta dal T.a.r.
In data 25.2.2016 la Regione Puglia si è costituita depositando atto di stile.
In data 25.2.2016 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si è costituito depositando atto di stile.
In data 18.4.2016 la Regione Puglia ha depositato una articolata memoria ed ha chiesto la reiezione dell’appello in quanto infondato.
In data 27.10.2016 la società odierna appellante ha depositato una articolata memoria puntualizzando e ribadendo le proprie tesi.
In data 28.10.2016 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha depositato una articolata memoria ed ha chiesto la reiezione dell’appello in quanto infondato.
In data 10.11.2016 la Regione Puglia ha depositato una ulteriore memoria di replica puntualizzando e ribadendo le proprie tesi e facendo presente che la contestazione della legittimità della pretesa dell’originaria parte ricorrente implicava contestazione anche del petitumrisarcitorio, e della quantificazione di quest’ultimo.
Alla camera di consiglio del 21 aprile 2016 fissata per la delibazione della domanda di sospensione della provvisoria esecutività dell’impugnata sentenza la trattazione della causa su concorde richiesta delle parti è stata differita al merito.
In data 27.10.2016 l’appellante società Idroelettrica del Carpino 2 s.r.l., ha depositato una articolata memoria puntualizzando e ribadendo le proprie critiche all’impugnata sentenza.
In data 28.10.2016 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha depositato una articolata memoria ed ha chiesto la reiezione dell’appello in quanto infondato, deducendo che il diniego si era fondato (anche) sulle valutazioni sfavorevoli espresse dalla direzione regionale beni culturali e dal servizio assetto del territorio, nonché sul rischio per la pubblica e privata incolumità, dovuto alla presenza di sette manufatti di strade comunali e vicinali posti vicino alle pale, alla circostanza che l’area era classificata di pericolosità geomorfologica elevata, alla mancata redazione della carta archeologica,come richiesta dalla Soprintendenza, al mancato riscontro sui dati relativi alla conformità dell’intervento proposto rispetto al quadro vincolistico delle aree boscate,dei fiumi e corsi d’acqua ai sensi dell’art. 142 lett. m del d.Lgs n. 42/2004.
Alla odierna pubblica udienza del 1 dicembre 2016 la causa è stata trattenuta in decisione.
L’appello è infondato e va respinto nei sensi di cui alla motivazione che segue.
Il Collegio analizzerà partitamente le censure, anche se discostandosi dall’ordine prospettato dall’appellante.
I) ai sensi dell’art. 21 del d.Lgs. n. 152/2006 (“1. Sulla base del progetto preliminare, dello studio preliminare ambientale e di una relazione che, sulla base degli impatti ambientali attesi, illustra il piano di lavoro per la redazione dello studio di impatto ambientale, il proponente ha la facolta’ di richiedere una fase di consultazione con l’autorita’ competente e i soggetti competenti in materia ambientale al fine di definire la portata delle informazioni da includere, il relativo livello di dettaglio e le metodologie da adottare. La documentazione presentata dal proponente in formato elettronico, ovvero nei casi di particolare difficolta’ di ordine tecnico, anche su supporto cartaceo, include l’elenco delle autorizzazioni, intese, concessioni, licenze, pareri, nulla osta e assensi comunque denominati necessari alla realizzazione ed esercizio del progetto.
L’autorita’ competente all’esito delle attivita’ di cui al comma 1:
c) sulla base della documentazione disponibile, verifica, anche con riferimento alla localizzazione prevista dal progetto, l’esistenza di eventuali elementi di incompatibilita’;
d) in carenza di tali elementi, indica le condizioni per ottenere, in sede di presentazione del progetto definitivo, i necessari atti di consenso, senza che cio’ pregiudichi la definizione del successivo procedimento.
Le informazioni richieste tengono conto della possibilita’ per il proponente di raccogliere i dati richiesti e delle conoscenze e dei metodi di valutazione disponibili
La fase di consultazione di cui al comma 1 si conclude entro sessanta giorni e, allo scadere di tale termine, si passa alla fase successiva”) le alternative progettuali devono essere prospettate dal richiedente;
Per gli interventi identificati nell’allegato A, le procedure di VIA comprendono:
Per gli interventi identificati nell’allegato B, le procedure di VIA comprendono l’effettuazione preliminare della procedura di verifica di cui all’articolo 16, salvo quanto disposto dall’articolo 4, comma 3.”);
III) spetta quindi al proponente –che predispone il Sia- prospettare le alternative progettuali, come si evince anche dall’art. 8 comma 2 lett e della citata legge regionale della Puglia che disciplina il contenuto del Sia(“ l’esposizione dei motivi della scelta compiuta illustrando soluzioni alternative possibili di localizzazione e di intervento, compresa quella di non realizzare l’opera o l’intervento;”);
IV) più radicalmente, oblia che anche nel procedimento deputato alla valutazione di impatto ambientale è ammissibile una motivazione sintetica e per relationem(Consiglio di Stato, sez. VI, 05/05/2016, n. 1779 “nel provvedimento amministrativo la motivazione per relationemcorrisponde ad una tecnica motivazionale ammessa dall’art. 3, l. 7 agosto 1990, n. 241, specie allorquando il provvedimento sia preceduto da atti istruttori o da pareri, e purché l’interessato sia messo in grado di prenderne visione, non incidendo siffatto modus operandi sull’essenza dell’operazione valutativa che non ne risulta minimamente sminuita.”);
2.2. La terza censura, che si lega strettamente alle due precedenti, è del pari infondata: da un canto, deve infatti rilevarsi che è stata la appellante società, in sede di s.i.a., ad indicare il numero degli autogeneratori presenti; per altro verso, dalla lettura del provvedimento censurato, ciò che emerge è che ( come correttamente colto dal T.a.r.) il presupposto concettuale del diniego discende dal dato – non contestato né contestabile per il vero- di una diffusa presenza di pregressi impianti eolici nella stessa zona in cui si sarebbe voluto realizzare l’intervento in esame, con connesso insostenibile consumo di suolo agricolo e di deterioramento della configurazione fisica dello stato dei luoghi nei suoi tratti paesaggistici d’insieme.
La sostanza del diniego, come si è finora esposto pare al Collegio rientrare nella lata discrezionalità dell’amministrazione in punto di valutazioni di compatibilità paesaggistica ed ambientale (Consiglio di Stato, sez. VI, 22/09/2014, n. 4775 “sebbene la valutazione di impatto ambientale del progetto di realizzazione di un impianto eolico sia improntata ad ampia discrezionalità, sia tecnica che amministrativa, la successiva cognizione del giudice amministrativo non è limitata alla logicità, congruità e completezza dell’istruttoria, ma si estende anche alla valutazione dell’eventuale erroneità dell’apprezzamento dell’amministrazione.” E non è inficiata dai vizi di “palese assenza o insufficienza della motivazione” (arg., ancora di recente, ai sensi di T.A.R. Perugia –Umbria- sez. I 9 settembre 2016 n. 608): in simili fattispecie, poi, dedurre ipotesi di disparità di trattamento è del tutto non condivisibile già sul piano teorico.
Esso è nominato, previa deliberazione della Giunta regionale, con decreto dell’Assessore regionale all’ambiente, ed è composto da:
b) un rappresentante dell’Amministrazione provinciale competente per territorio, designato dal Presidente della medesima Provincia tra gli esperti componenti del Comitato tecnico di cui all’articolo 5, comma 9, della legge regionale 3 ottobre 1986, n.30;
Fanno parte del Comitato senza diritto di voto il dirigente del Settore ecologia che presiede il Comitato stesso, e il funzionario responsabile dell’Ufficio VIA del Settore.
Possono essere invitati ai lavori del Comitato, senza diritto di voto, i coordinatori dei Settori competenti per materia.
Le funzioni di segretario sono svolte da un funzionario in servizio presso il Settore ecologia.
Ai componenti esterni, non dipendenti regionali, spetta il compenso e il trattamento economico di missione nella misura stabilita dalla legge regionale 22 giugno 1994, n. 22, con imputazione sullo stanziamento di bilancio a finanziamento della citata legge.
b) per avveduta giurisprudenza (T.A.R. Lecce sez. II, 18/03/2016, n. 529) “anche un organo collegiale composto da tre persone, una volta che sia stato regolarmente costituito, può legittimamente deliberare purché il numero dei componenti non scenda al di sotto del quorum,con la conseguenza che esso può funzionare anche con la presenza solo di due, se la legge che ne disciplina il funzionamento non preveda diversamente; tale principio non vale, invece, per la fase precedente relativa alla costituzione dell’organo collegiale, non essendo dubitabile che esso non può legittimamente operare se non si sia costituito mediante la nomina di tutti i suoi componenti.”;
3.4. Quanto alla quarta censura il Collegio non intende decampare dalla condivisione del principio secondo il quale (ancora di recente si veda Consiglio di Stato, sez. IV, 13/04/2016, n. 1450 ) “la corretta applicazione del principio tempus regit actum comporta che la Pubblica amministrazione deve considerare anche le modifiche normative intervenute durante il procedimento, non potendo considerare l’assetto normativo cristallizzato in via definitiva alla data dell’atto che vi ha dato avvio, con la conseguenza che la legittimità del provvedimento adottato al termine di un procedimento avviato ad istanza di parte deve essere valutata con riferimento alla disciplina vigente al tempo in cui è stato adottato il provvedimento finale, e non al tempo della presentazione della domanda da parte del privato, dovendo ogni atto del procedimento amministrativo essere regolato dalla legge del tempo in cui è emanato in dipendenza della circostanza che lo jus superveniens reca sempre una diversa valutazione degli interessi pubblici.”
E’ evidente pertanto che, in via di principio bene ha fatto l’amministrazione ad applicare la sopravvenuta D.G.R. n. 2122/2012 (si veda anche: Corte Costituzionale, 01/04/2010, (n. 124 “, se da un lato, in applicazione del principiotempus regit actum, ogni atto amministrativo (anche endoprocedimentale) deve essere conforme alla legge in vigore nel momento in cui viene posto in essere, dall’altro, la persona, che ha dato avvio al procedimento di autorizzazione oggetto della disposizione impugnata, è titolare di una mera aspettativa.
a) la sentenza regiudicata del T.a.r. n. 1479 del 6 ottobre 2011 seppur formalmente contenente una statuizione di improcedibilità ha effettivamente ritenuto che “il ricorso appare fondato, dovendosi condividere le argomentazioni espresse da parte ricorrente supportate dal contegno assunto dalla amministrazione che solo dopo la proposizione del ricorso ha adottato la menzionata nota dell’8.7.2011;” tanto che ha applicato il criterio della soccombenza virtuale condannando la Regione Puglia;
b) ma detto giudicato non era affatto preclusivo all’applicazione della delibera sopravvenuta: avrebbe al più potuto rilevare a fini risarcitori: ma l’illegittimità di una inerzia pregressa non produce il diverso effetto di “paralizzare” l’applicabilità dello jus superveniens(si veda, per una applicazione del detto principio la recente decisione della Sezione n. 1225 del 24 marzo 2016);
c) quanto sopra è reso plastico dalla bipolarità del giudizio ex artt. 31 e 117 del c.p.a.:in sede di giudizio sul silenzio, il Giudice adito potrebbe (comma 3 dell’art. 31 del c.p.a.) “chiudere” il giudizio pronunciandosi direttamente sulla spettanza del bene della vita (in fattispecie a bassa discrezionalità, quale certamente non è quella per cui è causa); ove ciò non avvenga, il Giudice accerta la illegittimità del silenzio, e “restituisce” all’Amministrazione il potere di provvedere; ma da tale “remand” all’Amministrazione dell’obbligo di provvedere non scaturisce un procedimento anomalo e diverso da quello “canonico”, insensibile allo jus superveniens,nei limiti in cui lo stesso sarebbe applicabile a tutti gli altri procedimenti analoghi a quello oggetto del giudizio: in sostanza, l’appellante rinviene nella pronuncia giudiziale accertativa della illegittimità dell’omessa adozione del provvedimento un effetto “ghigliottina” rispetto a norme ed atti amministrativi generali ad essa successivi (e preclusivo dell’applicabilità dei medesimi) che non è ricavabile da alcun dato normativo e che, si osserva, non opera neppure nella diversa e più pregnante ipotesi in cui la fondatezza di una pretesa del privato sia stata accertata con sentenza regiudicata (arg. ai sensi del comma 3 dell’art. 112 del c.p.a.; si veda anche Consiglio di Stato ad. plen. 09 giugno 2016 n. 11; Cassazione civile, sez. un., 23/07/2015, n. 15476);
d) sotto altro profilo, è peraltro persino dubbio l’interesse dell’appellante a dedurre la censura (ma la questione verrà meglio esplorata allorchè verrà esaminato ilpetitum risarcitorio) in quanto la medesima è supportata da un giudizio altamente ipotetico, secondo il quale, ove la detta sopravvenuta D.G.R. n. 2122/2012 non avesse trovato applicazione, il giudizio di Via avrebbe avuto, probabilmente, un altro esito, (obliandosi peraltro che in relazione al detto progetto, l’impatto cumulativo è stata la principale, ma non unica, ragione di criticità ostativa ravvisata);
Quanto al petitumrisarcitorio, il Collegio non intende decampare dai principi ancora recentemente affermati da questa Quarta Sezione del Consiglio di Stato (sentenza n. 4580 del 2 novembre 2016 sentenza n. 1371 del 6 aprile 2016), laddove è stato ribadito che “il risarcimento del danno da ritardo, relativo ad un interesse legittimo pretensivo, non può essere avulso da una valutazione concernente la spettanza del bene della vita e deve, quindi, essere subordinato, tra l’altro, anche alla dimostrazione che l’aspirazione al provvedimento sia destinata ad esito favorevole e, quindi, alla dimostrazione della spettanza definitiva del bene sostanziale della vita collegato a un tale interesse; l’entrata in vigore dell’art. 2- bis, l. 7 agosto 1990, n. 241 non ha, infatti, elevato a bene della vita suscettibile di autonoma protezione, mediante il risarcimento del danno, l’interesse procedimentale al rispetto dei termini dell’azione amministrativa avulso da ogni riferimento alla spettanza dell’interesse sostanziale al cui conseguimento il procedimento stesso è finalizzato; inoltre, il riconoscimento della responsabilità della Pubblica amministrazione per il tardivo esercizio della funzione amministrativa richiede, oltre alla constatazione della violazione dei termini del procedimento, l’accertamento che l’inosservanza delle cadenze procedimentali è imputabile a colpa o dolo dell’Amministrazione medesima, che il danno lamentato è conseguenza diretta ed immediata del ritardo dell’Amministrazione, nonché la prova del danno lamentato”.).
4.4. I superiori principi hanno trovato di recente significativa conferma in numerosi arresti della giurisprudenza amministrativa e da essi il Collegio non intende discostarsi (tra le tante, Consiglio di Stato Sezione Quinta 22 settembre 2016, n.3920 “l’art. 2 bis della Legge 7 agosto 1990, n. 241 deve essere interpretato nel senso che il riconoscimento del danno da ritardo non può restare avulso da una valutazione di merito sulla spettanza del bene sostanziale della vita e che deve essere subordinato –anche- alla dimostrazione che l’aspirazione al provvedimento era probabilmente destinata ad un esito favorevole e, dunque, alla prova della spettanza definitiva del bene sostanziale della vita collegato a un tale interesse.”).
Conclusivamente, l’appello è infondato e va respinto, con consequenziale conferma dell’impugnata decisione.
All’evidenza sussistono le eccezionali ragioni per compensare le spese processuali del grado, anche a cagione della circostanza che comunque costituisce fatto processualmente accertato e quindi incontrovertibile che l’Amministrazione esaminò con ritardo la richiesta dell’appellante società.
depositata n Segreteria il 16 dicembre 2017
Buongiorno Regione Sardegna ospita le attività ecologiste! Neve, ghiaccio e piombo.