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Timestamp: 2018-06-18 23:01:09+00:00
Document Index: 24859605

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art.3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 5', '§3', 'art. 3']

Processo Penale e Giustizia - esecuzione/trattamento carcerario
Corte edu, 7 marzo 2017, Polyakova e altri c. Russia
Esecuzione/trattamento carcerario – rapporti tra condannato e sui parenti – trasferimenti dei detenuti in altri penitenziari.
La Corte di Strasburgo stabilisce che ogni detenuto ha il diritto a mantenere relazioni familiari e sociali durante la permanenza in una struttura penitenziaria, ai sensi dell’art. 8 della Convenzione. Si tratta, infatti, di un corollario al più generale diritto al rispeott della vita familiare, da riconoscersi - ed è ovvio - anche al recluso. Ogni volta in cui sia difficoltoso, oltre il limite "normale", mantenere per il carcerato siffatte relazioni, si sostanzia l'infrazione del parametro convenzionale: lo scopo essenziale dell'articolo 8 della Convenzione è, infatti, proteggere l'individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche. Questa disposizione protegge, in particolare, il diritto di sviluppo personale, e a sviluppare relazioni con altri esseri umani e il mondo esterno.
Qualsiasi interferenza con un diritto tutelato dall'articolo 8 della Convenzione deve essere giustificata in termini di “conformità con la legge" e "necessaria in una società democratica" per uno o più dei finalità legittime. La nozione di necessità implica che l'ingerenza corrisponda ad un bisogno sociale imperativo e, in particolare, che sia proporzionata ad uno degli scopi legittimi perseguiti dalle autorità.
[Tale diritto è stato considerato violato dai giudici europei in relazione a diversi individui di nazionalità russa che, per scontare le pene detentive a cui erano stati condannati, erano stati trasferiti in carceri situate in luoghi molto lontani dalle loro originarie residenze. Ciò è avvenuto senza considerare minimante il loro diritto di mantenere legami con le famiglie (genitori, mogli e figli)].
Corte edu, 7 febbraio 2017, Sekretarev e altri c. Russia
Trattamento carcerario - inadeguate condizioni di detenzione
L’art.3 della Convenzione dispone che nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti. Si presume la violazione di tale regola ogni volta in cui lo spazio personale disponibile ai detenuti all’interno dell’ambiente carcerario sia estremamente limitato. Si ricorda che l'onere per confutare tale presunzione è a carico del Governo convenuto il quale deve dimostrare che esistevano fattori attenuanti quali: la breve durata e l’eccezionalità di tali episodi e la sufficiente libertà di movimento. [Tale principio fondamentale è stato considerato non rispettato a seguito delle continue denunce di diversi detenuti che lamentavano di avere uno spazio personale a disposizione estremamente ridotto, inferiore a 3 mq e la grave carenza di servizi igienici].
Corte e.d.u., 15 gennaio 2015, A.F. c. Francia
ESECUZIONE/TRATTAMENTO CARCERARIO – ESPULSIONE – TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI
Uno Stato non può procedere all'espulsione di un soggetto, qualora questo provi che nel Paese di destinazione potrebbe essere sottoposto a trattamenti contrari all'articolo 3 C.e.d.u. (In senso conforme: Corte e.d.u., 29 gennaio 2008, Saadi c. Regno Unito). (Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso di un soggetto che doveva essere espulso dalla Francia in Sudan, dove i militari dello Stato stavano conducendo una campagna contro i ribelli con modalità noncuranti dei diritti umani)
Corte e.d.u., 15 gennaio 2015, Zelenin c. Russia
ESECUZIONE/TRATTAMENTO CARCERARIO – TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI
Nel caso in cui un individuo venga posto in custodia cautelare o, comunque sotto il controllo, delle forze dell'ordine in stato di buona salute e, al momento del rilascio, presenti un quadro clinico peggiore, lo Stato ha l'onere di giustificare questo peggioramento, configurandosi altrimenti una violazione dell'art. 3 C.e.d.u. (Corte e.d.u., 28 luglio 1999, Salmouni c. Francia).
Corte e.d.u., 13 gennaio 2015, Silvestru c. Repubblica di Moldavia
ESECUZIONE/TRATTAMENTO CARCERARIO – TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI – ONERE DELLA PROVA
Se uno Paese viene condannato per le pessime condizioni di prigionia in un determinato carcere, nel successivo ricorso avente ad oggetto trattamenti inumani o degradanti nel medesimo luogo, il Governo ha l'onere di provare che la situazione è migliorata. (Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso di un soggetto che si lamentava di essere stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti durante il suo periodo di detenzione nella Prison n. 13, sita in territorio moldavo; i giudici di Strasburgo hanno fondato la pronuncia di accoglimento sul fatto che, in precedenza, la Repubblica di Moldavia era già stata condannata per le pessime condizioni di prigionia nella Prison n. 13 (Corte e.d.u., 13 febbraio 2012, Hadji v. Moldova) e, nel caso in esame, il Governo non era riuscito a dimostrare di aver migliorato la situazione, che anzi risultava addirittura aggravata a detta di un Rapporto delle Nazioni Unite e dell'Ombudsman moldavo)
Corte e.d.u., 16 dicembre 2014, Dimcho Dimov c. Bulgaria
ESECUZIONE/TRATTAMENTO CARCERARIO – TRATTAMENTI INUMANI E DEGRADANTI – USO DELLA FORZA
Il divieto di trattamenti inumani e degradanti, che costituisce uno dei diritti fondamentali in una società democratica, punisce quei comportamenti che raggiungano un livello minimo di gravità, da valutare secondo le circostanze del caso concreto. In ambito carcerario, le forze dell'ordine sono legittimate a ricorrere all'uso della forza per far fronte a situazioni particolari (ad esempio, pericolo di disordini o autolesionismo), ma l'impiego dello strumento coercitivo deve essere limitato al tempo strettamente necessario a fronteggiare la situazione emergenziale. (Nel caso di specie, la Corte ha accolto il ricorso di un cittadino bulgaro, il quale era stato ammanettato al letto della sua cella per nove giorni, onde scongiurare il rischio che si autolesionasse, nonostante lo stesso avesse rilasciato una dichiarazione scritta in cui affermava di non avere alcuna volontà di ferirsi)
Corte e.d.u., 22 aprile 2014, G.C. c. Italia
Esecuzione/trattamento carcerario – Divieto di tortura – Trattamento di un detenuto malato
Per violare l’art. 3 Cedu, la gravità di una condotta deve raggiungere un minimo di gravità, da valutare in concreto.
La prova di tali condotte normalmente soggiace al criterio dell’“oltre ogni ragionevole dubbio”: talvolta essa può comunque essere raggiunta sulla base di indizi, o di presunzioni non confutate, sufficientemente gravi, precisi e concordanti.
Quanto alle pene ed ai trattamenti che le accompagnano, in forza dell'art. 3 Cedu, deve comunque essere rispettata la dignità delle persone detenute: il trattamento dei prigionieri non può, quindi, comportare restrizioni ulteriori rispetto alla carcerazione. Il regime detentivo deve comunque garantire la salute del soggetto ristretto, soprattutto se malato.
La violazione dell’art. 3 Cedu può sussistere anche in assenza della volontà di porre in essere le condotte vietate (nel caso di specie non erano state somministrate al ricorrente, per un periodo prolungato, le dovute terapie: ciò aveva posto il soggetto in una condizione di ansia, inferiorità ed umiliazione sufficientemente gravi da determinare un trattamento degradante).
Corte e.d.u., 9 luglio 2013, Vinter e altri c. Regno Unito
Esecuzione/trattamento carcerario – Ergastolo – Divieto di trattamenti inumani e degradanti – Funzione specialpreventiva della pena
La Corte e.d.u. non può giudicare la singola sanzione inflitta dal giudice interno se ciò non viola altre prescrizioni della Convenzione. Occorre, quindi, valutare globalmente il sistema nazionale e verificare se la sua applicazione abbia comportato l’emissione di decisioni ingiuste, stante la riconosciuta discrezionalità dei singoli Stati membri di decidere in ordine alla misura della pena, sia in astratto che in concreto. Non esiste, altresì, alcuna norma della Convenzione, nemmeno nell’invocato art. 3, che vieti esplicitamente negli ordinamenti degli Stati la previsione della pena dell’ergastolo, purché questa sia suscettibile, perlomeno astrattamente, di interruzione. Tali considerazioni, tuttavia, devono essere bilanciate con il diritto dei cittadini alla sicurezza e alla protezione dell’ordine pubblico. Funzione primaria della pena detentiva è, infatti, quella di evitare la recidiva del condannato (funzione special-preventiva e general-preventiva della pena). Il semplice fatto che tali prigionieri abbiano già scontato una lunga pena detentiva non indebolisce l’obbligo positivo dello Stato di proteggere il cittadino; gli Stati membri possono adempiere a tale obbligo di tutela continuando a detenere il condannato per tutto il tempo in cui lo si ritenga pericoloso. Per scongiurare l’infrazione dell’art. 3 Cedu basta, quindi, che l’ordinamento statale preveda forme di liberazione anticipata del condannato all’ergastolo. Una pena all’ergastolo senza possibilità di riabilitazione, indefinita temporalmente in re ipsa, potrebbe dar luogo a disparità di trattamento a seconda dell’età anagrafica del condannato ed influire, quindi, sulla sua percezione psicologica della sanzione, incidendo negativamente anche sulla possibilità che la stessa possa assumere quelle caratteristiche rieducative e retributive che le sono proprie. (Sulla base dell'attuale normativa anglosassone non appare chiaro il nuovo metodo di riconsiderazione della pena in corso di espiazione, mancando strumenti certi che attribuiscano al condannato sufficienti garanzie di controllo ed impugnazione. Venendo meno il vincolo della determinazione della pena minima in capo al giudice di merito il condannato all’ergastolo “a vita” si trova impossibilitato a conoscere la reale portata della sanzione comminatagli).
Corte e.d.u., 11 giugno 2013, Bannikov c. Lettonia
Esecuzione/trattamento carcerario - Libertà individuale – Eccessiva durata della carcerazione preventiva
Gli Stati membri devono predisporre, all'interno dei rispettivi ordinamenti, norme che definiscano termini precisi - individuati sulla scorta di criteri oggettivi - alla limitazione della libertà personale prima della sentenza definitiva di condanna (la Corte ha, infatti, accolto la doglianza del ricorrente ai sensi dell’art. 5 §3 Cedu, afferente all'eccessiva lunghezza del periodo di carcerazione preventiva trascorso).
Corte e.d.u., 11 giugno 2013, Vasilescu c. Romania
Esecuzione/trattamento carcerario – Detenzione in corso di procedura passiva di consegna (m.a.e.) – Divieto di torture e trattamenti inumani o degradanti – Condizioni di permanenza in carcere
Le cattive condizioni dei luoghi detentivi in cui viene allocato un soggetto ristretto sono suscettibili d'integrare una violazione dell'art. 3 Cedu (il ricorrente, nel caso di specie, lamentava le pessime condizioni delle camere di detenzione della polizia, affermando che la permanenza in esse avrebbe integrato trattamenti inumani o degradanti: la Corte ha accolto le doglianze sollevate).