Source: https://www.autodemolizionigratis.it/normativa-autodemolizioni/
Timestamp: 2018-11-21 09:02:21+00:00
Document Index: 103480858

Matched Legal Cases: ['art. 227', 'art. 231', 'art. 216', 'art. 7', 'art.8', 'art. 80', 'art. 80', 'art. 231', 'art. 231', 'art. 15', 'art. 4', 'art. 181', 'art. 196', 'art. 9']

Normativa autodemolizioni. Linee guida APAT sulle autodemolizioni.
Normativa autodemolizioni
Normativa autodemolizioni. Capitolo 1 delle “Linee guida APAT” sulle autodemolizioni: raccolta e trattamento dei veicoli fuori uso, caratteristiche impianti
Linee guida APAT sul trattamento dei veicoli fuori uso: CAPITOLO 1
1.1 Il D.Lgs 209/2003
I veicoli fuori uso rappresentano un flusso considerevole di rifiuti, sia in termini qualitativi che quantitativi. Per questo motivo sono stati oggetto di molteplici studi da parte della Commissione europea, già a partire dal 1991, con la costituzione del gruppo di progetto europeo “End of life vehicles” nell’ambito della Strategia sui flussi prioritari dei rifiuti. Considerata l’importanza della materia, e ravvisata la necessità di pervenire ad una regolamentazione comune in tutti i Paesi dell’Unione, è stata approvata, dopo un lungo iter amministrativo, la direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso, trasposta nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 24.6.2003, n. 209. L’Italia è stata tra i primi paesi europei ad avere un sistema di registrazione e deregistrazione dei veicoli costituito dal Pubblico registro automobilistico (PRA), capace di fornire informazioni precise ed attendibili sulla gestione dei veicoli giunti a fine vita e divenuti, quindi, rifiuti. La cancellazione dal PRA rappresenta l’ultima fase della vita del veicolo e comporta per esso la perdita dello “status” di bene mobile registrato e l’acquisizione di quello di bene mobile comune. Il decreto legislativo 3.4.2006, n.152, prevede un doppio regime per i veicoli fuori uso:
– l’art. 227 del D.Lgs. 3.4.2006 n. 152 contiene l’enunciazione dell’applicazione di particolare normativa relativamente ai veicoli delle categorie M1 (veicoli destinati al trasporto di persone, aventi al massimo 8 posti a sedere, oltre al sedile del conducente), N1 (veicoli destinati al trasporto merci aventi peso massimo non superiore a 3,5 tonnellate) ed i veicoli a motore a tre ruote con esclusione dei tricicli a motore che ricadono sotto l’ambito di applicazione del decreto legislativo 24.6.2003, n. 209 (come modificato e integrato dal decreto legislativo 23.2.2006, n. 149);
– l’art. 231 disciplina i veicoli non ricadenti nell’ambito di applicazione del predetto decreto legislativo 209/2003. Tale articolo prevede che un successivo decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, individui le norme tecniche relative alle “caratteristiche degli impianti di demolizione, alle operazioni di messa in sicurezza e all’individuazione delle parti di ricambio attinenti la sicurezza (…)”. Viene comunque stabilito che, fino all’adozione di tale decreto, continuino ad applicarsi i requisiti tecnici relativi ai centri di raccolta e le modalità di trattamento dei veicoli indicati nell’allegato I al D.Lgs.209/2003.
Il D.Lgs.209/2003 che regolamenta i veicoli che ricadono nell’ambito di applicazione della direttiva 2000/53/CE, ha subito una serie di modifiche attraverso l’emanazione del D.Lgs.23 febbraio 2006, n.149 che si è resa necessaria per superare la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea per non conformità di alcune disposizioni contenute nella legislazione italiana alla direttiva 2000/53/CE.
Il D.Lgs.209/2003 introduce, nel sistema di gestione dei veicoli fuori uso, significative modificazioni che porteranno a regime ad una mordenizzazione della filiera di trattamento che dovrà adeguarsi a specifici requisiti tecnici ed assicurare un funzionamento efficiente, razionale ed economicamente sostenibile.
Già il D.Lgs.22/97, all’articolo 46, aveva regolamentato la consegna obbligatoria del veicolo ad operatori autorizzati in grado di garantire un trattamento ambientalmente corretto dei veicoli fuori uso, divenuti rifiuti pericolosi, a partire dal 1° gennaio 2002, in seguito alla classificazione introdotta dalla decisione 2000/532/CE. Il decreto legislativo di recepimento riprende molte delle disposizioni contenute nel citato articolo 46, modificandole in alcune parti per adeguarsi alla nuova disciplina europea. Le finalità del D.Lgs. 209/2003, in linea con i principi fissati dalla stessa direttiva, sono la riduzione dell’impatto generato sull’ambiente dalla gestione dei veicoli fuori uso, il corretto funzionamento del mercato interno, evitando distorsioni della concorrenza, e lo sviluppo delle attività legate al recupero e al riciclaggio dei materiali provenienti dai veicoli.
Per attuare tali obiettivi, secondo il principio della “responsabilità condivisa”, viene previsto il coinvolgimento nella gestione dei veicoli fuori uso di tutti gli operatori interessati:
– produttori di veicoli e componenti,
– concessionari, operatori addetti alla raccolta e imprese di demolizione, di frantumazione, di recupero, e di riciclaggio.
Chiare sono, dunque, le responsabilità attribuite ai diversi soggetti della filiera ed i passaggi che il veicolo dovrà subire a partire dal momento in cui l’ultimo proprietario decide di consegnarlo per la sua successiva rottamazione.
– le misure finalizzate alla prevenzione della produzione dei rifiuti provenienti dai veicoli, con particolare riferimento alla riduzione delle sostanze pericolose in essi contenute, da adottarsi fin dalla fase di progettazione dei veicoli;
– le prescrizioni da osservare in fase di progettazione di nuovi veicoli, favorendo in tal modo il recupero dei veicoli e dei relativi componenti e materiali e, al fine di ridurre il volume dei rifiuti da smaltire, incrementando lo sviluppo del mercato dei materiali recuperati dalla demolizione, privilegiandone il reimpiego ed il riciclaggio;
– le azioni volte a favorire il riciclaggio di tutte le componenti metalliche e non metalliche e di tutte le materie plastiche;
– le misure atte a garantire il riciclaggio, il recupero e lo smaltimento dei veicoli fuori uso, in condizioni ambientalmente compatibili, con il coinvolgimento di tutti gli operatori economici coinvolti nel ciclo di gestione dei veicoli, fin dalla fase di progettazione;
– la responsabilità dei diversi operatori economici coinvolti nel ciclo di gestione dei veicoli a fine vita.
Il decreto è composto da 15 articoli e corredato di quattro allegati tecnici:
• Allegato II: materiali e componenti ai quali non si applica il divieto di produzione ed immissione sul mercato;
• Allegato III: parti di ricambio attinenti alla sicurezza del veicolo;
• Allegato IV: requisiti minimi per il certificato di rottamazione.
Il campo di applicazione, conformemente a quanto previsto dalla direttiva 2000/53/CE, riguarda:
• i veicoli a motore appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all’allegato II, alla direttiva 70/156/CEE, ed i veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla direttiva 2002/24/CE, con esclusione dei tricicli a motore;
• i veicoli fuori uso, ossia i veicoli a fine vita che rientrano nella definizione di rifiuto ai sensi dell’articolo 6 del D.Lgs. 22/1997, attualmente sostituito dall’articolo 183 del D.Lgs. 152/2006 (comma 1, lettera a).
Ai veicoli a motore a tre ruote si applicano le disposizioni relative:
• all’obbligo del proprietario o detentore di consegnare il veicolo a fine vita ad un centro autorizzato di raccolta direttamente o tramite il concessionario o il costruttore;
• all’obbligo, per i centri di raccolta, di rispettare le norme tecniche stabilite dal decreto per il loro trattamento.
I produttori di veicoli a tre ruote devono, come i produttori degli altri veicoli ricadenti nel campo di applicazione del decreto, provvedere a ritirare i veicoli stessi, organizzando, direttamente o indirettamente, su base individuale o collettiva, una rete di centri di raccolta opportunamente distribuiti sul territorio nazionale. La consegna deve avvenire senza che il detentore incorra in spese a causa del valore di mercato nullo o negativo del veicolo.
Importanti ai fini dell’applicazione della norma sono alcune definizioni introdotte dal decreto e non presenti nella direttiva, quali: detentore, impianto di trattamento e centro di raccolta. In particolare il “detentore” si identifica nel proprietario del veicolo o colui che lo detiene a qualsiasi titolo (quindi il soggetto che lo consegna al centro di raccolta). Si intende per “trattamento”, l’insieme delle attività di messa in sicurezza, di demolizione, di pressatura, di tranciatura, di frantumazione, di recupero o di preparazione per lo smaltimento dei rifiuti frantumati, nonché tutte le altre operazioni eseguite ai fini del recupero o dello smaltimento del veicolo fuori uso e dei suoi componenti effettuate, dopo la consegna dello stesso veicolo, presso un impianto di trattamento. Quest’ultimo rappresenta, invece, l’impianto autorizzato ai sensi degli articoli 27, 28 o 33 del D.Lgs. 22/97 presso il quale sono effettuate tutte o alcune delle attività di trattamento. Infine il “centro di raccolta”, rappresenta l’impianto di trattamento, autorizzato ai sensi degli articoli 27 e 28 del D.Lgs. 22/97, che effettua almeno le operazioni relative alla messa in sicurezza ed alla demolizione del veicolo fuori uso. Si ricorda al riguardo che il sistema delle autorizzazioni (ordinarie e semplificate) è stato sostituito dal Capo IV e dal Capo V del D.Lgs.152/2006.
Il decreto introduce anche alcune precisazioni relative alla definizione di “veicolo fuori uso”; in particolare viene precisato che il veicolo fuori uso è “classificato rifiuto” e soggetto alla relativa disciplina, alle seguenti condizioni:
a) con la consegna ad un centro di raccolta, effettuata dal detentore direttamente o tramite soggetto autorizzato al trasporto di veicoli fuori uso;
b) con la consegna al concessionario o gestore dell’automercato o della succursale della casa costruttrice che, accettando di ritirare un veicolo destinato alla demolizione, deve rilasciare il relativo certificato di rottamazione al detentore;
c) nel caso di veicoli rinvenuti da organi pubblici e non reclamati, così come disciplinato dal D.Lgs. n. 460/99;
d) a seguito di specifico provvedimento dell’autorità amministrativa o giudiziaria;
e) in tutti i casi in cui il veicolo giacente in area privata risulta in evidente stato di abbandono.
Le condizioni descritte alle lettere a) e b) sono state introdotte dal D.Lgs.149/2006 per ottemperare alle richieste della Commissione Europea che non aveva giudicato conformi alla legislazione comunitaria il mancato rilascio, da parte del concessionario o gestore dell’automercato, del certificato di rottamazione e, soprattutto, la previsione che il veicolo, privato delle targhe e cancellato al PRA, potesse continuare a circolare su aree private senza essere avviato ai centri di trattamento. Restano esclusi dalla disciplina dei rifiuti, i veicoli d’epoca e i veicoli di interesse storico o collezionistico o destinati ai musei, conservati in modo adeguato, pronti all’uso o in pezzi smontati. Ampio spazio, in linea con la direttiva europea e con la decisione 1600/2002 che istituisce il VI Programma d’azione per l’ambiente, viene assegnato all’enunciazione delle azioni di prevenzione che dovrebbero essere messe in atto, soprattutto, dai produttori dei veicoli con l’obiettivo di prevenire il rilascio nell’ambiente di sostanze pericolose, di facilitare il reimpiego ed il riciclaggio dei rifiuti derivanti dai veicoli fuori uso nonché di ridurre la quantità di rifiuti pericolosi da avviare allo smaltimento finale.
In particolare il Ministero dell’ambiente e tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero delle attività produttive, dovrà adottare iniziative volte a favorire:
• la limitazione, da parte dei costruttori dei veicoli, in collaborazione con i costruttori di componenti e materiali, dell’uso di sostanze pericolose nella produzione dei veicoli e la riduzione delle stesse fin dalla fase di progettazione;
• le modalità di progettazione dei nuovi veicoli che agevolino la demolizione, il reimpiego ed il recupero e soprattutto il riciclaggio del veicolo fuori uso e dei relativi componenti e materiali, anche attraverso lo sviluppo della normativa tecnica del settore;
• l’utilizzo, da parte dei costruttori dei veicoli, in collaborazione con i costruttori di componenti e materiali, di quantità crescenti di materiali riciclati nei veicoli e in altri prodotti, al fine di svilupparne il mercato.
Anche l’articolo 9 e l’allegato II del decreto contengono disposizioni in materia di prevenzione, volte a ridurre la presenza di sostanze pericolose nei nuovi veicoli ed a garantire la loro gestione in condizioni di sicurezza. A tal fine viene introdotto, a partire dal 1° luglio 2003, il divieto di produzione ed immissione sul mercato di materiali e componenti di veicoli contenenti piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Viene, comunque, ammessa la possibilità di continuare ad impiegare alcuni materiali e componenti contenenti le citate sostanze pericolose ed elencati nell’allegato II in quanto per essi, allo stato attuale, non appare fattibile, dal punto di vista tecnico ed economico, una sostituzione. Le deroghe riproducono quanto disposto dalla legislazione comunitaria con la decisione 2002/525/CE che ha modificato, per adattarlo al progresso scientifico e tecnologico, l’originario allegato II della direttiva 2000/53/CE secondo la procedura del comitato di cui all’articolo 11 della stessa direttiva. Successivamente l’allegato II è stato ulteriormente modificato da due nuove decisioni: la decisione 2005/438/CE del 10 giugno 2005 e la decisione 2005/673/CE del 20 settembre 2005 che andranno, quindi, trasposte nell’ordinamento nazionale. In particolare, la decisione 2005/438/EC prevede l’esenzione dal bando relativo al contenuto di metalli pesanti (Pb, Hg, Cd e Cr6+), per i pezzi di ricambio immessi sul mercato dopo il 1° luglio 2003 e destinati alla riparazione di veicoli immessi sul mercato anteriormente al 1° luglio 2003. La disposizione è stata introdotta con l’obiettivo di promuovere la prevenzione attraverso “l’allungamento” del ciclo di vita dei veicoli.
Raccolta dei veicoli fuori uso
L’articolo 5 del D.Lgs. 209/2003 disciplina la raccolta dei veicoli destinati alla demolizione e le modalità di coinvolgimento dei diversi operatori interessati: concessionari, gestori delle succursali delle case costruttrici o degli automercati, autodemolitori. Con le modifiche introdotte dal D.Lgs.149/2006 anche le imprese che esercitano l’attività di autoriparazione dovranno consegnare ad un operatore autorizzato alla raccolta, qualora sia tecnicamente fattibile, i pezzi usati allo stato di rifiuto derivanti dalla loro attività, ad eccezione di quelli che devono essere conferiti per legge ad un Consorzio obbligatorio (batterie, oli usati). Il veicolo a fine vita dovrà essere consegnato direttamente dal detentore ad un centro di raccolta autorizzato; in alternativa potrà essere ceduto, nel caso di acquisto di un nuovo veicolo, ai concessionari o gestori delle succursali delle case costruttrici o degli automercati che dovranno, a loro volta, provvedere alla sua consegna ad un centro di raccolta. Qualora il concessionario o i gestori delle succursali delle case costruttrici accettino di ritirare il veicolo dovranno rilasciare al detentore il certificato di rottamazione in nome e per conto del centro che riceve il veicolo. Tale certificato dovrà essere conforme ai requisiti fissati nell’Allegato IV al decreto, completo di una descrizione dello stato del veicolo consegnato, nonché dell’impegno a provvedere alla cancellazione dal PRA. In seguito alle modifiche apportate dal D.Lgs 149/2006 i concessionari o i gestori delle succursali non sono, quindi, più obbligati a ritirare il veicolo in caso di acquisto di uno nuovo, ma possono scegliere di rifiutarlo; in tal caso il proprietario dovrà farsi carico della consegna al centro di raccolta.
In conformità a quanto disposto dalla direttiva 2000/53/CE, fatti salvi i costi documentati relativi alla cancellazione dal PRA e quelli per il trasporto del veicolo al centro di raccolta o alla concessionaria o succursale della casa costruttrice o all’automercato, la consegna del veicolo dovrà avvenire senza costi aggiuntivi a carico dell’ultimo proprietario o detentore a causa del valore di mercato nullo o negativo del veicolo. Tali disposizioni si applicano:
a) a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, per i veicoli immessi sul mercato a partire dal 1° luglio 2002;
b) dal 1° gennaio 2007, per i veicoli immessi sul mercato anteriormente al 1° luglio 2002. Nelle more del conseguimento degli obblighi in materia di raccolta, i produttori dovranno sostenere, a titolo individuale, gli eventuali costi derivanti dal valore negativo dei veicoli immessi sul mercato a partire dal 1° luglio 2002.
Per garantire il ritiro gratuito i produttori dei veicoli dovranno organizzare, su base individuale o collettiva, una rete di centri di raccolta dei veicoli fuori uso opportunamente distribuiti sul territorio nazionale, ovvero individuare i centri di raccolta presso i quali è garantito il ritiro gratuito del veicolo. Qualora non provvedano ad ottemperare a tali disposizioni, i produttori sono tenuti a farsi carico degli eventuali costi per il ritiro ed il trattamento dei veicoli fuori uso. Tali ultime disposizioni e quelle relative alla consegna gratuita del veicolo non si applicano qualora lo stesso veicolo non contenga i suoi componenti essenziali quali, in particolare, il motore, parti della carrozzeria, nonché il catalizzatore e le centraline elettroniche, se presenti in origine, o se contenga rifiuti aggiunti. Al momento della consegna del veicolo destinato alla demolizione, il concessionario o il gestore della succursale della casa costruttrice o dell’automercato rilascia al detentore apposita dichiarazione di presa in carico del veicolo, assumendosi ogni responsabilità civile, penale e amministrativa connessa alla corretta gestione del veicolo. La cancellazione dal PRA del veicolo fuori uso avviene a cura del titolare del centro di raccolta ovvero del concessionario o del gestore della succursale della casa costruttrice o dell’automercato, senza oneri di agenzia a carico del detentore dello stesso veicolo. A tale fine, entro trenta giorni naturali e consecutivi dalla consegna del veicolo ed emissione del certificato di rottamazione, il concessionario o gestore o titolare restituisce il certificato di proprietà, la carta di circolazione e le targhe relativi al veicolo fuori uso, con le procedure stabilite dal DPR 19 settembre 2000, n.358. Il veicolo fuori uso può essere cancellato da PRA solo previa presentazione della copia del certificato di rottamazione.
L’allegato IV riporta i requisiti minimi per il certificato di rottamazione fissati in conformità alla decisione della Commissione 2002/151/CE e, in particolare:
1) nome ed indirizzo, firma e numero di registrazione o identificazione dello stabilimento o dell’impresa che rilascia il certificato;
2) nome ed indirizzo dell’autorità competente che rilascia l’autorizzazione allo stabilimento o impresa che emettono il certificato di rottamazione;
3) nome, indirizzo e numero di registrazione o di identificazione dello stabilimento o impresa che rilascia il certificato, se il certificato viene rilasciato da un produttore, un distributore o un operatore addetto alla raccolta per conto di un centro di raccolta;
4) data e ora di rilascio del certificato di rottamazione e la data e l’ora di presa in carico del veicolo da parte del concessionario o del gestore della succursale della casa costruttrice o dell’automercato;
5) impegno alla cancellazione del veicolo dal PRA;
6) classe, marca e modello del veicolo;
7) numero di identificazione del veicolo (numero del telaio) e targa, ove prevista;
8) nome, luogo e data di nascita, indirizzo, nazionalità, estremi del documento di identificazione e firma del detentore che consegna il veicolo e, nel caso in cui il veicolo sia consegnato da un soggetto diverso dal proprietario, nome, luogo e data di nascita, indirizzo e nazionalità dello stesso proprietario.
Il titolare del centro di raccolta può provvedere al trattamento del veicolo fuori uso solo dopo la cancellazione dello stesso dal PRA.
L’articolo 6 del D.Lgs 209/2003 disciplina il regime delle autorizzazioni e dei controlli e detta, inoltre, specifiche disposizioni per gli impianti di trattamento. Le operazioni di trattamento dei veicoli fuori uso dovranno conformarsi ad una serie di criteri ed, in particolare:
• le operazioni di messa in sicurezza dovranno essere effettuate al più presto e seguire le specifiche prescrizioni dettate nell’allegato I;
• i componenti ed i materiali etichettati o resi in altro modo identificabili secondo le disposizioni previste in sede comunitaria dovranno essere rimossi preventivamente;
• i materiali ed i componenti pericolosi dovranno essere separati e rimossi al fine di non contaminare i rifiuti frantumati;
• le operazioni di smontaggio e di deposito dei componenti dovranno essere eseguite in modo da non comprometterne le possibilità di reimpiego, riciclaggio e recupero.
Un’importante disposizione riguarda l’obbligo da parte del gestore ad effettuare il ripristino ambientale dell’area a chiusura dell’impianto seguendo le modalità stabilite dalla regione nel provvedimento autorizzativo. Viene, infine, fissata in 30 giorni la durata massima del deposito temporaneo dei veicoli nel luogo di produzione del rifiuto (concessionario, gestore della succursale della casa costruttrice o automercato) in attesa dell’invio ad impianti autorizzati per il trattamento. Tale disposizione, introdotta dal D.Lgs.149/2006, deriva dalla necessità di regolamentare lo stoccaggio dei veicoli fuori uso presso i concessionari in dipendenza del fatto che essi sono classificati come rifiuti dal momento in cui il detentore li consegna per l’acquisto di un nuovo veicolo e, non più come prima, al momento dell’invio al centro di raccolta. Il D.Lgs. 209/2003 passa poi a disciplinare il regime autorizzativo in conformità con le disposizioni del D.Lgs. n. 22/97 ora D.Lgs 152/2006, individuando nello specifico le modalità di esecuzione dei controlli da parte dell’autorità competente. Viene disposto, tra l’altro, che la provincia competente per territorio sospenda l’autorizzazione, previa diffida, per un periodo massimo di 12 mesi, qualora, successivamente all’avviamento dell’impianto, accerti la non conformità dello stesso ai requisiti previsti dal provvedimento autorizzativo; decorso tale termine senza che il gestore dell’impianto abbia provveduto a soddisfare detti requisiti, l’autorizzazione sarà revocata. In conformità a quanto disposto dalla direttiva 2000/53/CE, viene prevista l’applicazione del regime semplificato di cui agli articoli 31 e 33 del D.Lgs. n. 22/97 ora art. 216 del D.Lgs 152/2006, alle attività di recupero dei rifiuti provenienti dal trattamento dei veicoli fuori uso, previa ispezione da parte della provincia territorialmente competente. L’ispezione, da effettuarsi entro sessanta giorni dalla presentazione della comunicazione di inizio attività e, comunque, prima dell’inizio dell’attività di recupero e, successivamente, almeno una volta l’anno, dovrà verificare:
• la tipologia e la quantità di rifiuti sottoposti alle operazioni di recupero;
• la conformità delle attività di recupero alle prescrizioni tecniche ed alle misure di sicurezza fissate in conformità alle disposizioni emanate ai sensi della normativa vigente in materia di autorizzazioni, nonché alle norme tecniche previste dalla stesso D.Lgs. 209/2003. Per consentire la prosecuzione dell’attività per gli impianti che attualmente operano in regime agevolato, ai sensi del DM 5 febbraio 1998 e successive modificazioni, viene disposto che la provincia competente per territorio effettui l’ispezione, entro sei mesi dall’entrata in vigore del D.Lgs. 209/2003, con lo scopo di verificare il rispetto delle norme tecniche e delle condizioni previste stabilendo, se necessario, le modalità e i tempi di adeguamento degli impianti in esercizio. Al fine di consentire al Ministero dell’ambiente e tutela del territorio e del mare, all’APAT e all’Albo l’espletamento delle attività di monitoraggio dell’applicazione delle nuove disposizioni viene previsto che i risultati delle ispezioni siano trasmessi, annualmente, a dette amministrazioni. Per incentivare l’adesione degli impianti di trattamento ai sistemi di certificazione ambientale ed, in particolare, agevolare quelli registrati ai sensi del regolamento EMAS 761/01/CE, viene previsto che, in questi casi, l’autorizzazione venga concessa o rinnovata per un periodo di otto anni. Identica disposizione è stata anche prevista per gli impianti di discarica dal D.Lgs. n. 36/2003 di recepimento della direttiva discariche.
Gli impianti di trattamento dei veicoli dovranno anche conformarsi alle pertinenti prescrizioni tecniche fissate nell’allegato I al D.Lgs. 209/2003 stesso e che riguardano, in particolare:
• le attività di demolizione,
Al riguardo, va segnalato che, mentre la direttiva 2000/53/CE fissa le prescrizioni tecniche minime per il trattamento dei veicoli fuori uso, l’allegato I, pur conformandosi alla norma comunitaria, stabilisce per le diverse tipologie di impianti coinvolti nel ciclo di trattamento dei veicoli fuori uso, dettagliati requisiti tecnici cui gli stessi devono conformarsi, e specifici criteri per la rispettiva localizzazione che tengono conto del contesto territoriale e della normativa vigente in materia. Le autorità competenti nel rilasciare le autorizzazioni, dovranno in primo luogo tener conto dei criteri di ubicazione indicati dal D.Lgs. 209/2003 che prevede, anche, che le regioni favoriscano la rilocalizzazione degli impianti presenti in aree non idonee, attraverso l’individuazione di appositi strumenti agevolativi.
Per quanto riguarda i requisiti tecnici dei centri di raccolta e degli impianti di trattamento, l’allegato I prevede che gli stessi dovranno essere dotati di:
• area adeguata, dotata di superficie impermeabile e di sistemi di raccolta dello spillaggio, di decantazione e di sgrassaggio;
• adeguata viabilità interna per un’agevole movimentazione, anche in caso di incidenti;
• sistemi di convogliamento delle acque meteoriche dotati di pozzetti per il drenaggio, vasche di raccolta e di decantazione, muniti di separatori per oli, adeguatamente dimensionati;
• adeguato sistema di raccolta e di trattamento dei reflui, conformemente a quanto previsto dalla normativa vigente in materia ambientale e sanitaria;
• deposito per le sostanze da utilizzare per l’assorbimento dei liquidi in caso di sversamenti accidentali e per la neutralizzazione di soluzioni acide fuoriuscite dagli accumulatori;
• idonea recinzione lungo tutto il loro perimetro.
Le prescrizioni riguardano anche le modalità di organizzazione degli impianti che dovranno essere organizzati in settori in relazione alle singole attività poste in essere; detti settori dovranno corrispondere, per quanto fattibile, alle diverse fasi di gestione dei veicoli fuori uso. Vengono anche fissati specifici criteri per lo stoccaggio che riguardano, nel dettaglio, i requisiti tecnici per i contenitori fissi o mobili utilizzati per le diverse tipologie di rifiuti derivanti dai veicoli fuori uso, lo stoccaggio dei rifiuti pericolosi e degli accumulatori nonché lo stoccaggio degli oli secondo le disposizioni del D.Lgs. n. 95/92 e del DM n. 392/96 e, inoltre, la gestione dei rifiuti contenenti CFC e HFC che deve avvenire secondo le prescrizioni di cui al DM 20 settembre 2002. Conformemente alla direttiva vengono individuate le operazioni di messa in sicurezza dei veicoli con lo scopo di evitare qualsiasi danno per l’ambiente; in particolare si individuano le seguenti prescrizioni:
• rimozione degli accumulatori, neutralizzazione delle soluzioni acide e stoccaggio in appositi contenitori stagni dotati di sistemi di raccolta di eventuali liquidi fuoriusciti,
• rimozione dei serbatoi di gas compresso,
• rimozione o neutralizzazione dei componenti che possono esplodere (airbag),
• prelievo del carburante e avvio a riuso,
• rimozione degli oli e dei fluidi, con raccolta e deposito separati in appositi contenitori,
• rimozione del filtro-olio e deposito, previa scolatura dell’olio, in apposito contenitore,
• rimozione e stoccaggio dei condensatori contenenti PCB,
• rimozione, per quanto fattibile, di tutti i componenti identificati come contenenti mercurio.
Una volta messo in sicurezza il veicolo andrà ancora “trattato” al fine di garantire il riciclaggio ed il recupero dei suoi componenti e materiali; andranno, pertanto, rimossi i catalizzatori, i componenti metallici contenti rame, alluminio, magnesio in caso di una loro mancata separazione nel processo di frantumazione, i pneumatici, il vetro ed, infine, i grandi componenti di plastica (per esempio paraurti, cruscotto, contenitori di liquidi) anche questi nel caso in cui non vengano separati nel processo di frantumazione per essere poi avviati ad operazioni di riciclaggio. Il D.Lgs. 209/2003 detta anche alcune specifiche prescrizioni riguardanti la gestione e che riguardano, in particolare, le modalità per l’accatastamento dei veicoli già sottoposti ad operazioni di messa in sicurezza, sia prima che dopo le operazioni di trattamento. Viene, inoltre, disposto che lo stoccaggio delle parti di ricambio destinate alla commercializzazione e dei rifiuti recuperabili avvenga in modo appropriato, con la garanzia di non compromettere il loro successivo impiego. Detta operazione dovranno, comunque, avvenire in luoghi idonei e, relativamente ai componenti contaminati da oli, su basamenti impermeabili. Il D.Lgs. 209/2003 disciplina le modalità di adeguamento degli impianti esistenti alle nuove prescrizioni e requisiti indicati dal D.Lgs. 209/2003 stesso; in particolare viene disposto che i centri di raccolta e gli impianti di trattamento che, alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 209/2003, siano già in esercizio nel rispetto delle disposizioni vigenti, possano continuare la propria attività a condizione che, entro sei mesi dalla stessa data, presentino alla regione apposita domanda di autorizzazione corredata da un progetto di adeguamento dell’impianto, incluso il piano di ripristino ambientale a chiusura dell’impianto stesso. La regione dovrà concludere il procedimento nel rispetto dei termini previsti dalla normativa vigente, indicando le modalità di esecuzione dei lavori ed i termini di adeguamento che non potranno essere superiori a 18 mesi a partire dalla data di approvazione del progetto. Reimpiego e recupero L’art. 7 del D.Lgs. 209/2003, conformandosi ai principi della direttiva 2000/53/CE, fissa gli obiettivi di reimpiego e recupero. Il Decreto legislativo 149/2006, al fine di rafforzare e meglio esplicitare la gerarchia europea di gestione che privilegia il riutilizzo ed il riciclaggio in generale, ha riformulato il comma 1 dell’articolo 7 del D.Lgs.209/2003, disponendo che, ai fini di una corretta gestione dei rifiuti derivanti dal veicolo fuori uso, le autorità competenti favoriscano il reimpiego dei componenti idonei, il recupero di quelli non reimpiegabili, nonché, come soluzione privilegiata, il riciclaggio, laddove sostenibile dal punto di vista ambientale. Tali attività devono chiaramente essere espletate nel rispetto delle norme sulla sicurezza dei veicoli, sul controllo delle emissioni atmosferiche e sul rumore. In particolare, gli operatori economici (ossia i produttori, i distributori, gli operatori addetti alla raccolta, le compagnie di assicurazione dei veicoli a motore, le imprese di demolizione, di frantumazione, di recupero, di riciclaggio ed altri operatori di trattamento di veicoli fuori uso e dei loro componenti e materiali) dovranno garantire le seguenti percentuali minime di reimpiego e recupero:
• entro il 1° gennaio 2006, per i veicoli fuori uso prodotti a partire dal 1° gennaio 1980, la percentuale di reimpiego e recupero dovrà essere, almeno, pari all’85% del peso medio per veicolo e per anno e la percentuale di reimpiego e riciclaggio per gli stessi veicoli dovrà essere almeno pari all’80% del peso medio per veicolo e per anno. Per i veicoli prodotti anteriormente al 1° gennaio 1980, la percentuale di reimpiego e recupero dovrà essere almeno pari al 75% del peso medio per veicolo e per anno e la percentuale di reimpiego e riciclaggio dovrà essere almeno pari al 70% del peso medio per veicolo e per anno;
• entro il 1° gennaio 2015, per tutti i veicoli fuori uso, la percentuale di reimpiego e recupero dovrà essere almeno pari al 95% del peso medio per veicolo e per anno e la percentuale di reimpiego e riciclaggio dovrà essere almeno pari all’85% del peso medio per veicolo e per anno. All’Albo nazionale delle imprese, con il supporto tecnico dell’APAT, è affidato, il compito di garantire il monitoraggio del sistema di gestione dei rifiuti derivanti dai veicoli fuori uso e dai relativi componenti e materiali nonché il controllo del raggiungimento degli obiettivi economici e di quelli di riciclaggio e di recupero.
In linea con quanto disposto dalla direttiva 2000/53/CE, l’articolo 10 del D.Lgs. 209/2003 prevede che le case produttrici, entro sei mesi dall’immissione sul mercato di ogni nuovo veicolo, forniscano agli impianti di trattamento autorizzati, concordandole con gli stessi, le informazioni sulla demolizione sotto forma di manuali o supporti informatici. Tali informazioni dovranno consentire di identificare i diversi componenti e materiali del veicolo nonché l’ubicazione di tutte le sostanze pericolose presenti nel veicolo stesso. Al fine di facilitare le operazioni di demolizione e consentire il raggiungimento degli obiettivi di reimpiego e recupero, i produttori dei veicoli, in accordo con i produttori di componenti e materiali dovranno adottare un apposito sistema di codifica sulla base delle prescrizioni stabilite dalla decisione della Commissione 2003/138/CE.
Trasmissione di dati e gestione delle informazioni
L’APAT, in qualità di gestore dell’informazione in materia di rifiuti, dovrà elaborare annualmente una relazione contenente le seguenti informazioni:
a) i dati trasmessi dal Ministero dei trasporti relativi alle immatricolazioni dei nuovi veicoli, ai centri di raccolta ed alle cancellazioni dal PRA;
b) i dati comunicati annualmente, attraverso il modello unico di dichiarazione ambientale (MUD), dai soggetti che effettuano attività di raccolta, trasporto e trattamento dei veicoli fuori uso relativi ai veicoli fuori uso sottoposti a trattamento ed ai materiali, prodotti e componenti ottenuti ed avviati al reimpiego, al riciclaggio e al recupero.
c) i dati comunicati da coloro che esportano i veicoli fuori uso o loro componenti.
Le modalità di acquisizione e trasmissione delle informazioni di cui alla lettera a) dovranno essere definite da un successivo decreto del Ministero dei trasporti, sentita l’APAT (art.8 , comma 2 del D.Lgs.149/2006).
Per consentire l’acquisizione delle informazioni di cui alla lettera b) si prevede, invece, che il MUD venga integrato da una specifica sezione da adottarsi, con le modalità previste dalla stessa legge n. 70/94, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del D.Lgs. 209/2003. Tale Sezione è stata introdotta con il DPCM 22 dicembre 2004 “Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l’anno 2005 – cap. 1 sezione veicoli fuori uso”.
La relazione annuale prodotta da APAT consentirà al Ministero dell’ambiente e tutela del territorio ed al Ministero delle attività produttive di adempiere agli obblighi di comunicazione alla Commissione europea previsti dalla direttiva 2000/53/CE.
La prima relazione riguarderà il periodo di tre anni a decorrere dal 21 aprile 2002.
Gli operatori economici, a partire dal 2003, dovranno invece pubblicare annualmente e rendere disponibili all’Albo nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti, informazioni riguardanti:
b) il corretto trattamento, sotto il profilo ambientale, del veicolo fuori uso con particolare riferimento alla rimozione di tutti i liquidi ed alla demolizione;
d) i progressi conseguiti in materia di recupero e di riciclaggio al fine di ridurre lo smaltimento del veicolo fuori uso e dei rifiuti costituiti dai relativi componenti e materiali. Tali informazioni consentiranno all’Albo di garantire il monitoraggio dell’intero sistema di gestione dei veicoli fuori uso compreso il raggiungimento degli obiettivi di riciclaggio e recupero. Le stesse informazioni dovranno essere rese accessibili dagli stessi produttori agli acquirenti, attraverso il loro inserimento nelle pubblicazioni promozionali utilizzate per la commercializzazione dei nuovi veicoli.
Per l’attuazione di alcune disposizioni quali le misure di prevenzione, l’istituzione di sistemi di raccolta, le modalità di applicazione delle norme per il ritiro gratuito dei veicoli fuori uso, l’articolo 12 del D.Lgs 209/2003 prevede la possibilità di ricorrere ad accordi e contratti di programma da stipularsi tra il Ministero dell’ambiente e tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero delle attività produttive e gli operatori economici interessati. Come previsto dalla normativa europea, gli accordi dovranno soddisfare una serie requisiti ed, in particolare:
– avere forza vincolante;
– specificare gli obiettivi e le corrispondenti scadenze, nonché le modalità per il monitoraggio ed il controllo dei risultati conseguiti;
– essere pubblicati nella Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana e comunicati alla Commissione europea.
I risultati conseguiti nell’ambito degli accordi dovranno, inoltre:
– essere resi accessibili al pubblico;
– controllati, con cadenza individuata nell’ambito degli accordi stessi;
– riferiti alle autorità competenti ed alla Commissione europea.
Le autorità competenti dovranno, a loro volta, assumere le opportune misure per esaminare i progressi compiuti e, soprattutto, in caso di inosservanza di quanto fissato negli accordi o di mancato raggiungimento degli obiettivi, dovranno assumere tutte le misure atte a garantire l’osservanza di quanto disposto dal decreto.
L’articolo 15 del D.Lgs209/2003 regolamenta, tra l’altro, il commercio delle parti di ricambio recuperate nell’ambito dello svolgimento delle operazioni di trattamento del veicolo fuori uso, consentendo il libero commercio solo di quelle non attinenti alla sicurezza. Queste ultime, puntualmente individuate nell’allegato III, dovranno essere cedute unicamente agli iscritti alle imprese esercenti attività di autoriparazione, di cui alla legge 5/2/1992, n. 122 e successive modifiche e potranno essere utilizzate solo se sottoposte alle operazioni di revisione singola previste dall’art. 80 del D.Lgs. n. 285/92. In realtà l’art. 80 del D.Lgs. n. 285/92 disciplina unicamente la revisione di interi veicoli e non di loro parti. L’utilizzo delle parti di ricambio attinenti alla sicurezza, da parte delle imprese che effettuano attività di autoriparazione, dovrà risultare dalle fatture rilasciate al cliente.
1.2 Altre tipologie di veicoli (art. 231 D.Lgs. 152/2006) Analogamente a quanto previsto dal D.Lgs. 209/2003, l’art. 231 del D.Lgs. 152/2006 stabilisce che questi veicoli siano, a fine vita, consegnati dal proprietario ad un centro autorizzato, che deve procedere alla loro messa in sicurezza, demolizione, recupero delle parti nonché alla cancellazione dal Pubblico Registro Automobilistico (PRA). Tali centri possono ricevere anche rifiuti costituiti da veicoli a motore.
1.3 La sezione del MUD dedicata ai veicoli fuori uso Il D.P.C.M. 22 dicembre 2004 “Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l’anno 2005 – cap. 1 sezione veicoli fuori uso”, ha introdotto la sezione MUD dedicata ai soggetti che gestiscono questa particolare tipologia di rifiuti, aggiornando il MUD attualmente in vigore (DPCM 24 dicembre 2002 e DPCM 24 febbraio 2003).
Al fine di superare le criticità riscontrate nel monitoraggio del flusso di rifiuti derivanti dalla demolizione dei veicoli a fine vita, il nuovo modello prevede la compilazione di specifiche schede identificative dei soggetti gestori delle diverse tipologie di impianti di trattamento dei veicoli fuori uso autodemolitori, rottamatori e frantumatori.
Attraverso le informazioni fornite nella sezione “veicoli fuori uso”, è, pertanto, possibile rispondere agli obblighi di dichiarazione previsti a carico degli Stati membri ai sensi della direttiva 2000/53/CE relativa ai veicoli fuori uso disciplinati dal D.Lgs. 209/2003 e dalle sopra citate decisioni della Commissione europea.
La compilazione guidata delle schede, volta a ridurre il più possibile gli errori riscontrati dall’analisi dei dati comunicati con il MUD prima dell’introduzione della sezione dedicata ai veicoli fuori uso, prevede l’elencazione puntuale di tutte le possibili tipologie di rifiuti, identificati dai rispettivi codici dell’Elenco europeo, in ingresso ed in uscita dagli impianti. Vengono, inoltre, elencate le specifiche attività di gestione che ciascun impianto della filiera può effettuare, eliminando in tal modo uno degli errori più ricorrenti della compilazione del MUD che vedeva la medesima tipologia di soggetti gestori dichiarare un ventaglio di attività molto ampio. I dati da riportare nella dichiarazione devono essere desunti dalle registrazioni effettuate nel registro di carico e scarico dei rifiuti di cui all’articolo 190 del D.Lgs. 152/2006. Ove ciò non fosse possibile, il DPCM consente che i dati richiesti siano desunti da altri registri la cui tenuta presso l’impresa sia obbligatoria. In ultima analisi, nel caso in cui gli operatori non siano in grado di desumere dalle registrazioni effettuate la quota di veicoli disciplinati dal D.Lgs. 209/2003, è prevista la possibilità di effettuare il calcolo sulla base di una stima effettuata con la migliore accuratezza possibile. Tale calcolo dovrà, comunque, essere allegato al registro di carico e scarico.
Il nuovo modello si compone di una scheda anagrafica che fornisce i dati identificativi di ciascun soggetto della filiera, e di sezioni identificative della specifica attività svolta dai soggetti coinvolti nel ciclo di gestione:
– Sezione autodemolitore (scheda AUT)
– Sezione rottamatore (scheda ROT)
– Sezione frantumatore (scheda FRA)
Ulteriori informazioni sono contenute nei moduli relativi ai rifiuti e materiali ricevuti da terzi (modulo RT – VEIC), alla destinazione finale di ciascuna tipologia di rifiuto (modulo DR – VEIC), alla tipologia di trattamento effettuata (modulo GESTIONE – VEIC), all’elenco dei trasportatori cui sono affidati i rifiuti (modulo TE – VEIC).
Va segnalato che qualora un soggetto dichiarante effettui nella medesima unità locale più di una tra le attività di demolizione, rottamazione e frantumazione così come individuate dal D.Lgs. 209/2003, dovrà compilare un’unica Sezione Anagrafica per veicoli fuori uso e le necessarie Schede AUT, ROT, FRA, in relazione alle diverse attività effettuate nella medesima unità locale. Il DPCM richiede, inoltre, informazioni sia sul sistema autorizzativo, specificando che nel caso di più autorizzazioni relative alla medesima attività debba essere indicata quella più recente, sia sulla certificazione ambientale EMAS ai sensi del Regolamento CE 761/2001, richiedendo l’indicazione della data e del numero di registrazione. Ciò al fine di soddisfare le richieste della decisione europea 2001/753/CE che intende monitorare la struttura attuale e l’evoluzione dell’intero settore di gestione. A quattro anni dall’emanazione del DPCM 22 dicembre 2004, al fine di migliorare l’informazione e di facilitare la compilazione del modello stesso da parte dei soggetti tenuti, sono state proposte dall’Agenzia, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati nel ciclo di gestione di questi rifiuti, una serie di modifiche che dovranno essere approvate con l’emanazione di un ulteriore DPCM.
Una delle principali problematiche sollevate dagli operatori riguarda la difficoltà degli autodemolitori di compilare la parte relativa alle quantità di rifiuti in ingresso agli impianti (CER 160104), in quanto gli impianti stessi sono al momento, per la grande maggioranza, sprovvisti di sistemi di pesatura. La soluzione proposta prevede una valutazione del peso del veicolo “a priori”, attraverso una stima del peso medio. Al fine di evitare interpretazioni fuorvianti da parte dei dichiaranti la nuova scheda prevede che la quantità totale di rifiuti debba essere calcolata, considerando un peso medio per veicolo pari a 950 kg. Tale valore è stato concordato con gli operatori sulla base dei dati esistenti in letteratura relativamente ai pesi medi dei veicoli radiati nell’ultimo biennio. Nella scheda sarà, inoltre, richiesto di inserire l’informazione relativa al numero di veicoli fuori uso ricevuti nell’unità locale ogni anno, al fine di consentire un controllo delle quantità dichiarate. E’ stato previsto l’inserimento del codice 160106, nella sezione rifiuto ricevuto da terzi, qualora l’autodemolitore riceva veicoli già messi in sicurezza in altri impianti in modo da evitare che lo stesso operatore sia obbligato alla compilazione di più schede (AUT+ROT). Altro nodo riguarda le quote avviate dagli impianti di autodemolizione e rottamazione al reimpiego, inteso come riutilizzo di pezzi per la funzione originaria, che gli operatori non riescono a quantificare in maniera precisa. La modifica prevista prevederà la autocertificazione del dichiarante, che dovrà includere tutte le parti e le componenti dei veicoli riutilizzate per lo scopo per cui erano state originariamente concepite, o per altri scopi, includendo le quantità avviate a commercializzazione diretta. Per motivi di chiarezza, in tutte le schede sarà sostituita la dizione “rifiuto in deposito temporaneo al 31/12 con “giacenza al 31/12”. Per quanto riguarda l’attività di frantumazione la principale problematica emersa riguarda la difficoltà di discriminare le carcasse (CER 160106) rientranti nel campo di applicazione del D.Lgs. 209/2003 dalle altre, e di identificare il fluff proveniente dalla frantumazione di questi veicoli. Per superare questo problema nelle istruzioni sarà meglio esplicitato che il calcolo delle quantità dovrà essere effettuato rispettando l’incidenza percentuale della massa del rottame proveniente dagli autoveicoli rispetto alla massa totale di rottame in ingresso. Per questa tipologia di impianti non sarà più presente la voce relativa all’attività di reimpiego intesa come riutilizzo di pezzi per la funzione originaria che non riguarda i frantumatori. Sarà, inoltre, presente una voce specifica relativa al proler prodotto dagli impianti, anche se materia prima seconda e non rifiuto, in quanto quota consistente del recupero.
1.4 Classificazione dei veicoli fuori uso, dei rifiuti provenienti dalla messa in sicurezza e smantellamento e corretta identificazione attraverso l’Elenco europeo dei rifiuti. I veicoli fuori uso, appartenenti in base all’Elenco Europeo dei rifiuti di cui alla decisione 2000/532/CE e successive modificazioni, sono identificati dal capitolo 16.01 “veicoli fuori uso appartenenti a diversi modi di trasporto (comprese le macchine mobili non stradali) e rifiuti prodotti dallo smantellamento dei veicoli fuori uso e dalla manutenzione dei veicoli”. In particolare, l’Elenco individua in maniera dettagliata tutti i rifiuti derivanti dalla gestione dei veicoli fuori uso (allegato D alla parte IV del D.Lgs. 152/2006) classificando anche le tipologie di rifiuti derivanti dalla messa in sicurezza dei veicoli e dalle operazioni di promozione del riciclaggio come lo smantellamento. Nel dettaglio, nel capitolo 16.01, sono previste le seguenti voci:
16.01.12 pastiglie per freni, diverse da quelle di cui alla voce 16.01 11
16.01.21* componenti pericolosi diversi da quelli di cui alle voci da 16.01.07 a 16.01.11, 16.01.13 e 16.01.14
A queste voci vanno aggiunte, a completamento del ciclo di gestione dei veicoli fuori uso, alcune altre voci esterne al capitolo 16.01 che non sono state introdotte in quanto presenti in capitoli specifici quali: gli oli esauriti ed i residui di combustibili liquidi (capitolo 13), i solventi organici, refrigeranti e propellenti di scarto (capitolo 14), le batterie e gli accumulatori (capitolo 16.06) e i catalizzatori esauriti (capitolo 16.08).
Volendo, pertanto ricostruire in maniera corretta il percorso dei veicoli in entrata ed in uscita dagli impianti di trattamento, si assisterà al seguente flusso:
veicoli radiati in entrata agli impianti ⇒ codice 16.01.04*
carcassa del veicolo messa in sicurezza ⇒ codice 16.01.06
pneumatici ⇒16.01.03
filtri dell’olio ⇒16.01.07*
componenti contenenti mercurio ⇒16.01.08*
componenti contenenti PCB ⇒16.01.09*
componenti esplosivi (ad esempio “air bag”) ⇒16.01.10*
pastiglie per freni ⇒ 16.01.11* se contenenti amianto oppure 16.01.12 se prive di amianto
liquido per freni ⇒ 16.01.13*
liquido antigelo ⇒16.01.14* se contenenti sostanze pericolose oppure 16.01.15
serbatoi per gas liquido ⇒16.01.16
Per quanto riguarda le altre componenti prodotte dalle operazioni di messa in sicurezza dei veicoli devono essere utilizzati i codici relativi alla singola frazione merceologica prodotta afferenti al capitolo 16.01. Nel dettaglio, per le parti metalliche i codici 16.01.17 per i metalli ferrosi e 16.01.18 per i metalli non ferrosi, per le plastiche il codice 16.01.19 e il codice 16.01.20 per le parti in vetro. Esistono poi i codici aspecifici 16.01.22 1e 16.01.99 per identificare tutte quelle componenti o rifiuti non pericolosi che non sono chiaramente individuate dalle voci precedentemente descritte.
Va inoltre rilevato che in molti casi le carcasse di autoveicoli messe in sicurezza, al fine di facilitarne il trasporto verso le destinazioni successive (tipicamente gli impianti di frantumazione) vengono sottoposte ad operazioni di riduzione volumetrica mediante pressatura. Valutando che la riduzione volumetrica delle carcasse di veicoli già sottoposti ad operazioni di messa in sicurezza, non modifica la natura del rifiuto né le sue caratteristiche chimico-fisiche, il rifiuto stesso dovrà continuare ad essere identificato con il codice 16.01.06.
Tutto ciò premesso, considerando che i veicoli fuori uso, rientrando nel campo di applicazione del D.Lgs. 209/2003, sono soggetti ad una normativa ad hoc che prevede, oltre a specifiche prescrizioni per il trattamento, anche la necessità di monitorare il flusso del rifiuto in tutti i suoi passaggi dalla produzione, alla raccolta, al trattamento allo smaltimento finale, appare quanto mai utile ed importante in fase di concessione di autorizzazione agli impianti, che venga assegnata la corretta codifica ai rifiuti gestiti.
In molti casi è stata rilevata dall’APAT, in fase di elaborazione dei dati provenienti dalla dichiarazione MUD, la presenza di codici non attinenti, imputabili anche alla specifica autorizzazione rilasciata dall’autorità competente.
L’utilizzo di un codice CER specifico come quelli inseriti nel capitolo 19.12 (rifiuti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti non specificati altrimenti) o addirittura di voci del capitolo 17 (rifiuti delle costruzioni e demolizioni) che sono da intendersi esclusivamente provenienti dal settore edile o civile e non dalle demolizioni delle auto, non solo non consente di individuare esattamente la provenienza del rifiuto, ma impedisce di seguirne il flusso rendendo assai difficoltoso all’Agenzia il monitoraggio dell’intero sistema.
1.5 Il monitoraggio sullo stato di adeguamento degli impianti al D.Lgs. 209/2003 L’APAT, al fine di completare il quadro dei dati in suo possesso, ha predisposto ed inviato agli enti locali, territorialmente competenti al rilascio delle autorizzazioni, un questionario contenente anche le informazioni relative all’adeguamento degli impianti alle prescrizioni tecniche imposte dal D.Lgs. 209/2003. Il decreto, infatti, prevedeva che i titolari dei centri di raccolta e degli impianti di trattamento in esercizio alla data di entrata in vigore del decreto stesso, entro sei mesi dovessero presentare all’autorità competente una domanda di autorizzazione corredata da un progetto di adeguamento dell’impianto alle nuove disposizioni comprensivo del piano per il ripristino ambientale da attuare alla chiusura dell’impianto. La nuova disciplina di settore è molto complessa e articolata ed in alcune parti presenta problemi applicativi. Le Regioni italiane hanno, pertanto, predisposto un documento contenente disposizioni di indirizzo per facilitare ed omogeneizzare l’applicazione sul territorio italiano del decreto legislativo. Il citato documento è stato approvato in Conferenza dei Presidenti delle regioni e delle province autonome il 4 marzo 2004 e contiene specifiche indicazioni riguardo ai tempi massimi di adeguamento degli impianti:
– tempi adeguamento per interventi strutturali: 18 mesi a decorrere dalla data di approvazione del progetto di adeguamento. Ultima data utile gennaio 2006;
– tempi di adeguamento per acquisizione di attrezzature necessarie ad adottare le prescrizioni di gestione: 18 mesi a decorrere dalla data di approvazione del progetto di adeguamento. Ultima data utile gennaio 2006;
– tempi di adeguamento per i soggetti che operano con procedura semplificata che ricevono prescrizioni dalla Provincia in sede di controllo ispettivo: gennaio 2006.
La data di gennaio 2006 è ottenuta computando i termini massimi previsti dall’articolo 15, e cioè al termine del 22 febbraio 2004 sono stati aggiunti: 150 giorni per la conclusione del procedimento e la pronuncia in merito al progetto di adeguamento (arrivando così al 21 luglio 2004) e 18 mesi (per arrivare così al 21 gennaio 2006). Le informazioni riguardo agli adeguamenti degli impianti inviate ad APAT dalle autorità competenti non sono, ad oggi, ancora complete, anche se coprono gran parte del territorio nazionale. Nel dettaglio non è pervenuta alcuna informazione per 19 province: Brescia, Lodi, Bolzano, Trento Verona, Belluno, Venezia, Macerata, Ascoli Piceno, Benevento, Avellino, Salerno, Lecce, Cosenza Catanzaro, Regio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ragusa. Per quanto riguarda il centro Italia, inoltre, il problema principale è rappresentato dalla frammentazione delle competenze in materia di rilascio delle autorizzazioni esistente nella regione Lazio dove, con Delibera di Giunta Regionale n. 27 del 1998, sono stati delegati i singoli Comuni al rilascio delle autorizzazioni per questa tipologia di impianti. Per questo motivo La Regione Lazio, ha richiesto a tutti i Comuni della regione lo stato dell’arte sulla situazione autorizzativa degli impianti presenti sul loro territorio. A seguito di questa richiesta sono pervenute all’APAT solo 98 risposte su un totale di 382 Comuni presenti sul territorio regionale, la maggior parte delle quali dalle località nelle quali non sono localizzati gli impianti oggetto dell’indagine. Nessuna informazione è pervenuta dal Comune di Roma sul cui territorio, nel 2005, erano operativi ben 73 impianti. Dalla documentazione pervenuta si può desumere che dei 1.621 impianti operativi nel 2005 sul territorio nazionale 949 hanno presentato, come previsto dall’art. 15, comma 1 del D.Lgs 209/2003, il piano di adeguamento, a questi vanno aggiunti ulteriori 125 impianti non operativi nel 2005 che hanno comunque inviato alle autorità competenti i progetti di adeguamento. In totale 606 procedimenti di adeguamento hanno concluso il loro iter con una approvazione. A questi vanno aggiunti 37 provvedimenti di autorizzazione rilasciati dalle autorità competenti autorizzati ai sensi della nuova normativa, 29 provvedimenti di diniego e 12 per i quali è prevista una rilocalizzazione dell’impianto. Una delle difficoltà principali che complicano il monitoraggio del flusso per i veicoli fuori uso è, senza dubbio, rappresentata dal numero e dalla dispersione degli impianti sul tutto il territorio nazionale, inoltre va evidenziato che gli impianti non sono quasi mai dedicati, pertanto risulta molto laborioso estrapolare le quote di rifiuti che rientrano nel campo di applicazione del D.Lgs 209/2003. Molti impianti trattano quantitativi molto bassi di veicoli e quote rilevanti di altre tipologie di rifiuti tra cui altri rottami, e rifiuti di provenienza urbana. Sarebbe, infatti, auspicabile che l’applicazione delle disposizioni del decreto conducano, nel tempo, ad una specializzazione degli impianti con una riduzione sensibile del numero delle infrastrutture autorizzate al trattamento, con conseguente miglioramento del sistema non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello della sostenibilità economica. Una analisi reale del sistema, tuttavia, sarà possibile unicamente una volta completato il quadro delle informazioni.
1.6 L’applicabilità del decreto ministeriale 203/2003 ad alcuni flussi di rifiuti provenienti dalla demolizione dei veicoli fuori uso In conformità ai principi previsti dalla strategia comunitaria in materia di gestione dei rifiuti, molteplici azioni sono state promosse a livello nazionale per favorire la prevenzione della produzione dei rifiuti, e per sostenere e regolamentare il reimpiego, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti. In particolare, notevole impulso è stato dato allo sviluppo di un mercato per materiali riciclati grazie all’emanazione del decreto ministeriale 8 maggio 2003, n. 203, “Norme affinché gli uffici pubblici e le società a prevalente capitale pubblico coprano il fabbisogno annuale di manufatti e beni con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato nella misura non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo”, in applicazione dell’articolo 19, comma 4 del previgente decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 ove veniva disposto che le autorità competenti favorissero la riduzione dello smaltimento anche attraverso “l’adozione di misure economiche e la determinazione di condizioni di appalto che prevedano l’impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorire il mercato dei materiali medesimi”(art. 4).
Questi stessi principi ispiratori sono stati ripresi e ribaditi dal D.Lgs. 152/2006 – Norme in materia ambientale: ai fini di una corretta gestione dei rifiuti, le pubbliche amministrazioni favoriscono la riduzione dello smaltimento finale dei rifiuti attraverso (art. 181):
– il riutilizzo, il reimpiego ed il riciclaggio;
– le altre forme di recupero per ottenere materia prima secondaria dai rifiuti;
– l’adozione di misure economiche e la previsione di condizioni di appalto che prescrivano l’impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorire il mercato di tali materiali;
– l’utilizzazione dei rifiuti come mezzo per produrre energia.
In base all’art. 196 del decreto, le disposizioni contenute nel DM 203/2003 continuano ad applicarsi sino all’emanazione di un decreto da parte del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con i Ministri delle attività produttive e della salute e sentito il Ministro per gli affari regionali, recante le disposizioni occorrenti affinché gli enti pubblici e le società a prevalente capitale pubblico, anche di gestione dei servizi, coprano il proprio fabbisogno annuale di manufatti e beni con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo. A tal fine, i predetti soggetti inseriscono nei bandi di gara o di selezione per l’aggiudicazione apposite clausole di preferenza, a parità degli altri requisiti e condizioni. Restano, inoltre, ferme le disposizioni regionali esistenti. Obiettivo del provvedimento è la creazione di un mercato per i flussi di rifiuti considerati più “problematici” in termini di reinserimento nei cicli produttivi, con particolare riferimento a quelli provenienti da cicli di consumo. Il decreto prevede deroghe (art. 9) per alcune categorie di rifiuti (rottami metallici e tessili) che, pur non derivando dai cicli di consumo, sono computati nella percentuale di rifiuti contenuti nel materiale riciclato. Stilando elenchi molto ampi di categorie di prodotti si amplia il mercato dei prodotti riciclati; inoltre, l’obbligo di acquisto di prodotti riciclati nella misura del 30% del fabbisogno annuale scatta per categorie di prodotti e l’acquisto dei singoli prodotti per un quantitativo superiore al 30% in una categoria non può compensare il mancato acquisto in altre categorie.
Il decreto istituisce il Repertorio del Riciclaggio contenente:
– l’elenco dei materiali riciclati
– l’elenco dei manufatti e beni realizzati con materiale riciclato, indicante l’offerta, la disponibilità e la congruità del prezzo.
Al fine di rendere attuativo il mandato del decreto 203/2003, sono state ad oggi approvate otto circolari operative recanti indicazioni specifiche sul settore merceologico esaminato e chiarendo, in alcuni casi, le disposizioni del DM 203/2003 con lo scopo di consentire l’iscrizione al Repertorio del Riciclaggio del numero più vasto di materiali riciclati e di beni e manufatti. I settori finora disciplinati sono: tessile e abbigliamento (circolare 8 giugno 2004), plastica (circolare 4 agosto 2004), carta (circolare 3 dicembre 2004), legno e arredo (circolare 3 dicembre 2004), ammendanti (circolare 22 marzo 2005), edile, stradale e ambientale (circolare 15 luglio 2005), articoli in gomma (circolare 19 luglio 2005), oli minerali usati (circolare 31 gennaio 2006). Ciascuna delle circolari segue uno schema comune, fornendo specifiche indicazioni sui seguenti aspetti brevemente riportati: Definizione di materiale riciclato: materiale realizzato utilizzando rifiuti derivanti dal post consumo, nei limiti in peso imposti dalle tecnologie impiegate per la sua produzione, e relativo elenco dei materiali riciclati ammissibili alla iscrizione nel Repertorio del Riciclaggio. Definizione di manufatto e bene: manufatto e bene realizzato con una prevalenza in peso di materiale riciclato. Limiti in peso imposti dalle tecnologie: vengono fissati contenuti minimi di rifiuti nel materiale riciclato. Inoltre, in funzione della tecnologia adottata, varia sia la percentuale di rifiuti contenuta nel materiale riciclato, sia quella di materiale riciclato nel manufatto, strettamente correlate alle caratteristiche prestazionali che devono essere garantite. Tali percentuali dovranno essere certificata da soggetto terzo professionalmente abilitato tramite perizia giurata. Categorie di prodotti ottenuti con materiale riciclato: elenco recante, a titolo di esempio e in maniera non esaustiva, le categorie di prodotti e, nell’ambito di ciascuna categoria, i prodotti ottenuti con materiale riciclato iscrivibili al Repertorio del Riciclaggio. Metodologia di calcolo per la valutazione del 30% del fabbisogno annuale e obbligo di acquisto: per la stima del quantitativo rappresentante il fabbisogno annuale di manufatti e beni può essere impiegata l’unità di misura atta ad identificare l’unità di prodotto o l’importo annuo destinato all’acquisto di manufatti e beni. L’obbligo di copertura del 30% del fabbisogno annuale di manufatti e beni appartenenti a ciascuna categoria di prodotto, che decorre dopo 180 giorni dalla data di iscrizione di ciascun bene e manufatto al Repertorio del Riciclaggio, va riferito a manufatti e beni realizzati con materiale riciclato iscritti al Repertorio del Riciclaggio e che presentano contestualmente: medesima destinazione d’uso, ancorché con aspetto, caratteristiche merceologiche o ciclo produttivo diversi e prestazioni sostanzialmente conformi all’utilizzo cui sono destinati, rispetto ai prodotti analoghi realizzati con materiali vergini. Criteri per la valutazione della congruità del prezzo: al fine di evitare distorsioni del mercato, la congruità del prezzo si ritiene rispettata, per l’ammissibilità al Repertorio del riciclaggio, nella maggior parte dei casi, se non supera quello dei corrispondenti manufatti e beni contenenti materie prime vergini. Indicazioni sulla documentazione da produrre per l’iscrizione nel RR dei materiali riciclati e dei beni e manufatti riciclati. Indicazioni sull’invio della domanda. La demolizione dei veicoli fuori uso genera una considerevole varietà di rifiuti, tra cui rottami metallici, rottami ferrosi e non, vetro, pneumatici, materie plastiche, oli esausti ecc.. Alcuni di tali flussi di rifiuti rientrano nel campo di applicazione del DM 203/2003 e delle relative circolari recanti indicazioni per l’operatività nei diversi settori merceologici, fornendo in tal modo uno strumento di promozione dello sviluppo del mercato dei materiali recuperati dalla demolizione (Tabella 1).
Come precedentemente indicato nel capitolo 2, la composizione media di una autovettura comprende le materie plastiche per oltre il 9% e la gomma per il 5,6%, in termini ponderali rispettivamente circa 98 e 59 kg. Tanto premesso, le disposizioni previste dal DM 203/2003 e dalle circolari attuative trovano applicazione, in particolare, per il recupero delle materie plastiche, dei pneumatici fuori uso e degli oli esausti provenienti dalla demolizione dei veicoli fuori uso. La richiesta di inserimento nel Repertorio del riciclaggio, previa verifica della potenziale offerta e della congruità del prezzo, prevede la compilazione dello schema di domanda per materiali riciclati e manufatti, acclusa in ciascuna circolare attuativa ove viene anche specificata la documentazione da allegare per qualificare i prodotti in oggetto.
Tabella 1 – Flussi di rifiuti da demolizione dei veicoli fuori uso, ai fini dell’applicazione del DM 203/2003
Materie plastiche. Le tipologie di plastiche presenti in un’autovettura sono principalmente rappresentate da poliuretano PU, polipropilene PP, polietilene PE, che vanno a comporre i polimeri costituenti le diverse componenti in plastica di un’autovettura, quali paraurti (in PP), sedili (imbottiture in PU), cruscotto, serbatoi (in polietilene ad alta densità, HDPE), luci, tappezzerie e altro. La composizione e il peso delle diverse parti in plastica variano a seconda del tipo di autovettura e degli accessori. Il recupero delle materie plastiche provenienti dai veicoli fuori uso sottoposti a demolizione rientra nel campo di applicazione del DM 203/2003 e della circolare 4 agosto del 2004, recante indicazioni per l’operatività nel settore delle materie plastiche. Al punto 1 della suddetta circolare, infatti, vengono individuati, a titolo di esempio e in maniera non esaustiva, i materiali riciclati che possono essere iscritti nel Repertorio del riciclaggio, comprendenti i polimeri rigenerati omogenei sotto forma di PP, PE, PVC, PET, ecc. e derivanti da diversi settori merceologici, tra cui il settore dei veicoli a motore (plance, serbatoi, paraurti ed imbottiture, batterie esauste…). Tali materiali possono essere miscelati con le corrispondenti materie plastiche vergini o sostituirle per realizzare manufatti colorati. I processi di lavorazione necessitano di pigmentazione e, pertanto, la percentuale di riciclabilità delle diverse plastiche non raggiungerà mai il 100%, ma varierà a seconda dei diversi materiali (ad esempio per HDPE, PP, PET la riciclabilità è del 95%). Precisi limiti relativi al contenuto di materiale riciclato sono, inoltre, indicati in funzione delle diverse tecnologie impiegate per la produzione di manufatti. I manufatti così realizzati trovano applicazione nei numerosi settori indicati dalla circolare, tra cui ad esempio il settore dell’arredo urbano, dell’edilizia, dei beni durevoli (calcolatrici, telefoni cellulari, videocamere…).
Pneumatici. A causa delle caratteristiche degli pneumatici fuori uso e dei rischi connessi allo smaltimento in discarica, dove può dar luogo a inconvenienti tipici quali il fenomeno del galleggiamento su altri rifiuti o la pericolosa formazione di sacche di gas, è stata posta particolare attenzione alla corretta gestione di tali rifiuti. Il D.Lgs. 36/2003 ha posto il divieto di smaltimento in discarica di pneumatici interi fuori uso a partire dal 16 luglio 2003, mentre per quelli triturati il divieto decorre a partire dal 16 luglio 2006. Ciò ha determinato la ricerca di nuovi sbocchi per questo particolare flusso di rifiuti, considerato che al 2001 la destinazione principale era lo smaltimento in discarica (57%, Fonte ARGO). La composizione dello pneumatico è costituita per oltre il 40% da gomma naturale o sintetica/elastomeri, la cui componente principale è il copolimero di stirene-butadiene (SBR), sia nel caso di autovettura che di autocarro. Il recupero degli pneumatici dai veicoli fuori uso sottoposti a demolizione rientra nel campo di applicazione del DM 203/2003 e della circolare 19 luglio 2005, recante indicazioni per l’operatività nel settore dei materiali riciclati e beni o manufatti ottenuti con materiali riciclati provenienti da articoli in gomma. Al punto 1 della suddetta circolare vengono, infatti, individuati, a titolo di esempio e in maniera non esaustiva, i materiali riciclati iscrivibili al Repertorio del Riciclaggio tra cui figurano i polimeri elastomerici omogenei composti da SBR, NR, BR, IR e altri componenti in gomma. Anche in questo caso, precisi limiti relativi al contenuto di materiale riciclato sono indicati in funzione delle diverse tecnologie impiegate per la produzione di manufatti. Nel settore del recupero degli pneumatici, o in termini generali, della gomma, l’impiego delle materie prime da recupero avviene in campi di applicazione diversi dall’industria di origine (ovvero quella della produzione degli pneumatici) e trasversali a più settori. I manufatti realizzati con materiali riciclati ed iscritti al Repertorio del riciclaggio, potranno, infatti, essere impiegati nell’ambito delle categorie individuate dalla circolare stessa: prodotti per l’edilizia, arredo urbano e stradale, infrastruttura viaria, tranviaria e portuale, impianti sportivi, prodotti per l’agricoltura, per opere di ingegneria civile e altro.
Oli minerali esausti. Gli oli esausti derivanti dalla demolizione dei veicoli a fine vita possono essere sottoposti a processi di raffinazione che comportano la separazione dei contaminanti in essi contenuti, ristabilendo le caratteristiche chimico fisiche proprie dei prodotti di prima raffinazione. Il recupero degli oli esausti dai veicoli fuori uso sottoposti a demolizione rientra nel campo di applicazione del DM 203/2003 e della circolare 31 gennaio 2006, recante indicazioni per l’operatività nel settore degli oli minerali esausti. Tra i materiali riciclati, indicati al punto 1 della suddetta circolare, rientrano le basi lubrificanti, i bitumi e i combustibili ottenuti da oli minerali esausti aventi caratteristiche conformi a quelle previste dalle tabelle del DM 392/96 (nello specifico tabella 3 per basi lubrificanti e bitumi, tabelle 4 e 5 per combustibili). Precisi limiti relativi al contenuto di materiale riciclato sono indicati in funzione delle diverse tecnologie impiegate per la produzione dei manufatti. I manufatti realizzati con tali materiali possono essere impiegati nelle seguenti categorie: oli lubrificanti per autotrazione, oli lubrificanti industriali, combustibili, prodotti bituminosi.
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Focus di questa pagina: “normativa autodemolizioni“, “linee guida sulle autodemolizioni“.
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