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Timestamp: 2019-05-21 22:37:38+00:00
Document Index: 174227564

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Malattia professionale, il rapporto causale tra evento e danno è azionato dal principio di equivalenza - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica - Banca Dati Giuridica
Malattia professionale, il rapporto causale tra evento e danno è azionato dal principio di equivalenza
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 24.1.2018 n. 1770
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Presidente - Dott. TORRICE Amelia - Consigliere - Dott. BLASUTTO Daniela - Consigliere - Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa - Consigliere - Dott. TRICOMI Irene - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 19007-2012 proposto da: ENEA - ENTE PER LE NUOVE TECNOLOGIE, L'ENERGIA E AMBIENTE, C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa ex lege dall'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, presso cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI N. 12; - ricorrente - contro Z.L., P.M., P.C., quali eredi di P.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA AGRI 1, presso lo studio dell'avvocato PASQUALE NAPPI, che li rappresenta e difende, giusta delega in atti; - controricorrenti - avverso la sentenza n. 9246/2011 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 17/04/2012 R.G.N. 9753/2004; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/10/2017 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito l'Avvocato MASSIMO NAPPI per delega Avvocato PASQUALE NAPPI.
1. P.C., P.M. e Z.L., quale eredi di P.G., agivano nei confronti dell'ENEA, Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente, per sentir dichiarare che la malattia che portava al decesso (in data 11 maggio 1998) di P.G. aveva trovato esclusiva origine nell'attività lavorativa dal medesimo svolta alle dipendenze dell'ENEA e per sentir dichiarare l'ENEA responsabile di tutti i danni subiti.
2. Il Tribunale con sentenza del 1 luglio 2004, dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in relazione alla domanda di risarcimento del danno biologico e morale patito dal P. e rigettava le altre domande.
3. Con sentenza non definitiva n. 7407/2006, la Corte d'Appello rigettava l'appello di P.C. e M. e Z.L., nella qualità di eredi, limitatamente al parzialmente dichiarato difetto di giurisdizione, dichiarava inammissibile la eccezione reiterata circa la ritenuta parzialmente carenza di giurisdizione, poichè riguardando la stessa le domande rigettate, doveva essere interposto appello incidentale. 4. La Corte d'Appello di Roma, con la sentenza definitiva n. 9246 del 2011, accoglieva l'appello proposto da P.C., P.M. e Z.L., quali eredi di P.G. nei confronti dell'ENEA, Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente, avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Roma, e in ulteriore riforma della sentenza impugnata, dichiarava che il prof. P.G. era deceduto in ragione dell'attività lavorativa svolta e condannava l'ENEA al risarcimento del danno nella seguente misura, attribuendo:
a Z.L. la somma di Euro 129.114,22 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, nonchè Euro 50.000,00 a titolo di risarcimento del danno patrimoniale con la rivalutazione fino alla data della sentenza e gli interessi legali sulla somma rivalutata dalla data della sentenza medesima;
a P.C., Euro 103.291,38 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale;
a P.M. Euro 87.797,67 a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale: per entrambe con la rivalutazione fino alla data della sentenza e gli interessi sulla somma rivalutata a partire dalla data della sentenza medesima come specificato.
6. Resistono con controricorso P.C., P.M. e Z.L., che in prossimità dell'udienza pubblica hanno depositato memoria.
1. on il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione dell'art. 2099 c.c., combinato disposto con l'art. 2087 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
Tale statuizione veniva appellata dagli odierni controricorrenti e rigettata dalla Corte d'Appello con la sentenza non definitiva n 7407 del 2006 con statuizione rispetto alla quale non veniva effettuata riserva di impugnazione dinanzi al giudice di secondo grado, nè veniva proposto ricorso per cassazione.
Quindi, in sede di decisione definitiva la Corte d'Appello era tenuta al giudicato interno formatosi sulla questione di giurisdizione, questione che, onde impedire la formazione del giudicato, avrebbe potuto essere devoluta al Giudice di legittimità secondo le previsioni delle norme di rito (riserva di ricorso per cassazione della sentenza parziale o impugnazione immediata della stessa, che non sono intervenute). Ancora, va osservato che, come riportato dagli stessi controricorrenti (pag. 9 del controricorso), il Tribunale di Roma dichiarava il difetto di giurisdizione con riguardo alla sola richiesta risarcitoria basata sulla responsabilità contrattabile dell'ENEA.
La pretesa azionata dai ricorrenti in relazione alla domanda di risarcimento del danno biologico e morale patito dal de cuius, il cui decesso avveniva l'(OMISSIS), ai sensi degli artt. 2097 e 2059 c.c., si fondava sulla responsabilità contrattuale e in particolare sulla sussistenza del nesso causale tra l'esposizione del de cuius alle radiazioni ionizzanti ed il decesso del medesimo, mancando l'adozione delle opportune cautele da parte dell'ENEA (pag. 9 del controricorso).
2.3. Il giudicato interno invocato dal ricorrente, dunque ha ad oggetto la dichiarazione del difetto di giurisdizione del giudice ordinario rispetto alla domanda proposta iure hereditatis da P.C., P.M. e Z.L., di risarcimento del danno non patrimoniale subito, a titolo di responsabilità contrattuale, dal de cuius ex art. 2087 e 2059 c.c..
2.4. La Corte d'Appello con la sentenza definitiva accertava la natura professionale della patologia che cagionava il decesso del P., leucemia mieloide acuta.
Quindi ritenuto assolto dai congiunti del P. l'onere della prova, accoglieva le "domande di risarcimento formulate dagli appellanti, i quali agiscono per il risarcimento del danno non patrimoniale in favore del dante causa, richiesto nella misura di Euro 125.000,00, per danni biologici, morali ed esistenziali, da ripartire iure successionis, nonchè per il risarcimento del danno subito in propiro da ciascuno di loro nella misura appresso indicata: qunato alla sig.ra Z.L., coniuge superstite Euro 295.952,32, di cui 129.114,22 per danni morali, Euro 151.838,00 per danni patrimoniali ed Euro 15.000,00 per danni esistenziali iure proprio; alla sig.ra P.C., figlia maggiorenne convivente, Euro 103.291,38, a titolo di danni morali iure proprio; alla sig.ra P.M., figlia maggiorenne non convivente, Euro 87.797,67, a titolo di danni morali iure proprio".
2.6. La Corte d'Appello nell' accogliere la domanda contrattuale proposta iure hereditatis da P.C., P.M. e Z.L. per il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti iure proprio da P.G., ha pertanto violato il giudicato interno formatosi sul dichiarato difetto di giurisdizione del giudice ordinario in ordine alla domanda di risarcimento del danno biologico e morale patito, a titolo contrattuale, ai sensi dell'art. 2087 e 2059 c.c., dal de cuius, ed azionata iure hereditatis dai congiunti del lavoratore.
2.7. Peraltro, come le Sezioni Unite hanno affermato (Cass., n. 12103 del 2013)". Ai fini del riparto di giurisdizione relativamente ad una domanda di risarcimento danni di un dipendente nei confronti della P.A., attinente al periodo di rapporto di lavoro antecedente la data del 1 luglio 1998 (a norma del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 7) - come anche a quella di un dipendente comunque in regime di diritto pubblico - la giurisdizione è devoluta al giudice amministrativo, se si fa valere la responsabilità contrattuale dell'ente datore di lavoro, mentre appartiene al giudice ordinario nel caso in cui si tratti di azione che trova titolo in un illecito. L'accertamento circa la natura del titolo di responsabilità azionato prescinde dalle qualificazioni operate dall'attore, anche attraverso il richiamo strumentale a disposizioni di legge, quali l'art. 2087 c.c. o l'art. 2043 c.c., mentre assume valore decisivo la verifica dei tratti propri dell'elemento materiale dell'illecito, e quindi l'accertamento se il fatto denunciato violi il generale divieto di "neminem laedere" e riguardi, quindi, condotte la cui idoneità lesiva possa esplicarsi indifferentemente nei confronti della generalità dei cittadini come nei confronti dei propri dipendenti, ovvero consegua alla violazione di obblighi specifici che trovino la ragion d'essere nel rapporto di lavoro.
Nella specie, l'elemento materiale dell'illecito, nocività dell'ambiente di lavoro ove erano comunque presenti sorgenti ionizzanti, esposizione per lunghi anni a radiazioni ionizzanti, in mancanza della prova da parte del datore di lavoro di aver adottato tutte le possibili misure sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili, come accertato dalla Corte d'Appello, evidenzia rispetto a P.G. la natura contrattuale dell'illecito e rispetto ai familiari dello stesso la diversa natura extracontrattuale, e ciò priva di rilievo le eccezioni dei controricorrenti secondo cui l'accoglimento della domanda iure hereditatis sarebbe intervenuta a titolo extracontrattuale.
2.8. Peraltro, anche il danno non patrimoniale ai sensi dell'art. 2059 c.c., può derivare da un inadempimento contrattuale che pregiudichi un diritto inviolabile della persona (Cass., n 4542 del 2012).
3. Il secondo motivo (violazione degli artt. 20143 e 2059 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 3) ed il terzo motivo di ricorso (violazione dell'art. 2697 c.c., in combinato disposto agli artt. 2043 e 2059 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3) sono proposti in via subordinata e dunque gli stessi vanno rigettati in ragione dall'accoglimento del primo motivo di ricorso.
4. Con il quarto motivo di ricorso è prospettata la violazione dell'art. 41 c.p., ex art. 360 c.p.c., n. 3.
5. Con il quinto motivo di ricorso è dedotta insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5.
6. Con il sesto motivo è dedotto il vizio di insufficiente motivazione in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5. La sentenza sarebbe viziata da insufficiente motivazione nella parte in cui apoditticamnete afferma che risulta provata la nocività dell'ambiente di lavoro ove erano comunque presenti sorgenti ionizzanti. Il giudice del merito avrebbe dovuto verificare se in concreto sulla base delle effettive modalità di gestione controllo e utilizzazione vi fosse o meno pericolo per la salute umana.
Attesa la natura civilistica della responsabilità per cui è causa, questa Corte in sede civile ha affermato, con giurisprudenza consolidata (cfr., fra le altre, Cass. n. 5174 del 2015, n. 23990 del 2014, n. 23207 del 2014) che in materia di nesso causale tra attività lavorativa e malattia professionale, trova diretta applicazione la regola contenuta nell'art. 41 c.p., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, che sia di per sè sufficiente a produrre l'infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (Cass., n. 17978 del 2015).
Nella specie, la Corte d'Appello ha fatto corretta applicazione dei suddetti principi accertando l'efficacia quantomeno concausale dell'esposizione, che risultava provata, del P. per un lunghissimo periodo alle radiazioni ionizzanti, come emergeva dalle argomentazioni scientifiche ampiamente esposte dal collegio peritale, che peraltro non si ponevano in netto contrasto con le valutazioni del primo CTU che aveva riconosciuto la possibilità dell'eziologia professionale pur se in termini di scarsa probabilità.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa in relazione al motivo accolto senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla condanna di cui al capo 1) del dispositivo della sentenza di appello concernente la condanna dell'ENEA in favore dei tre appellanti complessivamente dell'importo di Euro 84.000,00 da ripartire pro quota con gli interessi dalla data della decisione. Compensa tra le parti le spese del presente giudizio.
LaPrevidenza.it, 22/02/2018