Source: https://canestrinilex.com/risorse/azione-fallosa-quando-e-reato-cass-955916/
Timestamp: 2019-03-23 12:29:49+00:00
Document Index: 66512162

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 2', 'e contrario', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 94', 'sentenza ', 'sentenza ']

Azione fallosa quando è reato? (Cass. 9559/16)
Gli eventi lesivi causati nel corso d'incontri sportivi e nel rispetto delle regole del gioco, restano scriminati per l'operare della scriminante atipica dell'accettazione del rischio consentito
Deve escludersi antigiuridicità e, quindi, obbligo di risarcimento:
a) ove si tratti di atto posto in essere senza volontà lesiva e nel rispetto del regolamento e l'evento di danno sia la conseguenza della natura stessa dell'attività sportiva, che importa contatto fisico;
b) ove, pur in presenza di una violazione della norma regolamentare, debba constatarsi assenza della volontà di ledere l'avversario e il finalismo dell'azione correlato all'attività sportiva.
Restano coperte dalla scriminante le attività lesive volontarie in competizioni sportive a violenza necessaria o inevitabile (ad es. il pugilato), salvo il rispetto, in questo caso più che mai scrupoloso, delle regole cautelari essenziali poste a difesa del bene della vita stessa e al fine di impedire sfoghi cruenti intollerabili per l'opinione assolutamente prevalente dei consociati (per restare al pugilato, basti pensare ai colpi vietati - sotto la cintola, sulla nuca con il contendente al tappeto, o dopo che l'arbitro ne ha constato l'incapacità di difendersi).
Il rischio consentito non è misurabile in astratto. Il perimetro di esso è la risultante di un attento vaglio del caso concreto. Così, si è condivisamente sostenuto, che esso è proporzionale alle caratteristiche e al rilievo della competizione.
a) Solo nelle discipline a violenza necessaria o indispensabile la scriminante copre azioni dirette a ledere l'incolumità del competitore, salvo, come si è anticipato, il rigoroso rispetto della disciplina cautelare di settore, ivi inclusa la speciale cautela nell'affrontare incontri tra atleti aventi capacità e/o forza fisica impari. In ogni caso, la scriminante non opera se resti accertato che lo scopo dell'agente non era quello di prevalere sul piano sportivo, ma di arrecare, sempre e comunque, una lesionefisica o, addirittura, procurare la morte del contendente.
Sent., (ud. 26/11/2015) 08-03-2016, n. 9559
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. GIALANELLA Antonio che ha concluso per l'inammissibilità dei ricorsi ai fini penali e annullamento con rinvio al giudice civile;
Udito, per la parte civile, l'Avv. Cimino Giovanni per la p.c. G.A., chiede rigettarsi il ricorso;
1. Nel corso di una partita di calcio del campionato, serie "eccellenza", girone Sardegna, D.B.V., calciatore della squadra dell'(OMISSIS), in un'azione di gioco, al fine d'interrompere l'azione avviata da G.A., calciatore della squadra del Tempio, il quale, attorno al 48 minuto del secondo tempo, impossessatosi del pallone aveva dato vita ad un veloce contropiede della squadra ospitata, spingendo davanti a sè la sfera, con l'intento di guadagnare prestamente l'area di rigore, attingeva, con eccessiva violenza, con un calcio la gamba dell'avversario, causandogli lesioni gravi, consistite nella frattura della tibia sinistra.
Il Giudice di pace di Alghero, con sentenza del 20/1/2010, giudicò l'imputato colpevole del delitto di cui all'art. 590 c.p. , commi 1 e 2, condannandolo, oltre alla pena stimata di giustizia, a risarcire il danno in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separata sede, ponendo, inoltre, provvisionale in favore della predetta p.c..
Il Tribunale di Sassari, in funzione di giudice dell'appello, con sentenza del 28/2/2013, precisati i fatti nei termini testuali seguenti: "(...) nel momento in cui il D.B. stava per calciare, il pallone si trovava ancora in prossimità della persona offesa, talchè sia la traiettoria del calcio della gamba destra del prevenuto - piegata all'indietro - nonchè la posizione del suo corpo rendono evidente che il medesimo aveva l'intenzione di colpire il pallone. Tuttavia, nell'attimo in cui il D.B. proiettò la gamba destra in avanti, il G. aveva già allungato il pallone, talchè l'intervento dell'imputato si rivolse in danno dell'avversario", dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione, confermò le statuizioni civili.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente prospetta violazione di legge: scriminato dalla causa di giustificazione non codificata che per riferimento alla teoria del rischio consentito e, quindi, il Tribunale avrebbe dovuto prosciogliere l'imputato per effetto della disposizione di cui all'art. 129 c.p.p. , comma 2.
Precisa il ricorrente che la ricorrenza della invocata scriminante era resa palese ed evidente dalle peculiarità del fatto, correttamente riportato nella sentenza d'appello, ma poi illogicamente disatteso dall'epilogo: la scena descritta era quella di una tipica azione di gioco, caratterizzata dall'agonismo tipico degli ultimi minuti di un incontro di calcio; il calcio, sport fisico a violenza eventuale, contempla il contatto fisico; non si era avuta alcuna volontaria aggressione al bene dell'integrità fisica, ma si era trattato di uno sviluppo fisiologico della concitata azione di gioco, sanzionabile solo a norma del regolamento del giocodel calcio, pienamente giustificato dall'importanza della competizione, decisiva per la classifica, in un frangente agonistico di primario rilievo (contropiede allo spirare dell'incontro).
2.2. Con il secondo motivo, denunziante violazione della legge processuale, viene contestata la competenza del giudice di pace, essendosi in presenza di un infortunio sul lavoro, ricadente sotto la giurisdizione del tribunale. Chiarisce il ricorrente essere la L. 23 marzo 1981, n. 91, art. 2 stesso a qualificare come sportivi professionisti coloro che "esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità". Essendo rimaste pienamente accertate le predette condizioni il giudice penale avrebbe dovuto inquadrare correttamente la svolta attività come professionale, senza che potesse assumere rilievo la circostanza che "il contratto che legava il G. alla propria squadra potesse o meno ritenersi "nullo", perchè eventualmente contrario a norma regolamentare. La questione assumeva rilievo, precisa infine il ricorrente, perchè il Tribunale di Sassari, quale giudice d'appello, aveva confermato le statuizioni civili.
In punto di fatto il processo ha accertato che il ricorrente militava, nell'anno calcistico (OMISSIS), nella Polisportiva (OMISSIS), dalla quale percepiva un compenso di 1.400 Euro al mese, oltre vitto e alloggio.
Al vertice dell'organizzazione del gioco del calcio è posta la Federazione Italiana Gioco Calcio (F.I.G.C.), la quale ha veste giuridica di associazione riconosciuta con personalità giuridica di diritto privato, nella quale confluiscono le associazioni sportive e le società "che perseguono il fine di praticare il giuoco del calcio", a sua volta federata al C.O.N.I. (art. 1 dello statuto F.I.G.C.).
L' art. 2 della citata L. n. 91 dispone "Ai fini dell'applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell'ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l'osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell'attività dilettantistica da quella professionistica".
Non muta la loro natura la circostanza che possano pattuirsi accordi economici annuali, come puntualmente richiama il Tribunale, implicanti anche l'erogazione di una somma annuale, da corrispondersi in dieci rate mensili, d'importo eguale (art. 94ter N.O.I.F.).
La Corte di cassazione, aderendo all'opinione, peraltro più diffusa e convincente, secondo la quale gli eventi lesivi causati nel corso d'incontri sportivi e nel rispetto delle regole del gioco, restano scriminati per l'operare della scriminante atipica dell'accettazione del rischio consentito, ha escluso l'operatività di una tale scriminante, con la conseguente antigiuridicità del fatto, fonte di responsabilità:
quando si constati assenza di collegamento funzionale tra l'evento lesivo e la competizione sportiva;
quando la violenza esercitata risulti sproporzionata in relazione alle concrete caratteristiche del gioco e alla natura e rilevanza dello stesso (a tal ultimo riguardo, un conto è esercitare un agonismo, anche esacerbato, allorquando sia in palio l'esito di una competizione di primario rilievo, altro conto quando l'esito non abbia una tale importanza o, ancor meno, se si tratti di partite amichevoli o, addirittura, di allenamento);
quando la finalità lesiva costituisce prevalente spinta all'azione, anche ove non consti, in tal caso, alcuna violazione delle regole dell'attività.
Per converso, deve escludersi antigiuridicità e, quindi, obbligo di risarcimento:
b) ove, pur in presenza di una violazione della norma regolamentare, debba constatarsi assenza della volontà di ledere l'avversario e il finalismo dell'azione correlato all'attività sportiva (cfr. Cass. Civ., Sez. 3, n. 12012 dell'8/8/2002, Rv. n. 556833).
In particolare si è escluso che possa invocarsi la scriminante del consenso dell'avente diritto, il quale non potrebbe giungere fino a giustificare lesioni irreversibili dell'integrità fisica e financo (in alcune discipline) la morte; nonchè quella dell'esercizio del diritto, che non consentirebbe di escludere dall'area della penale responsabilità tutte quelle condotte, che pur commesse in violazione del regolamento che disciplina la singola disciplina sportiva, non risultino esuberare l'area del rischio accettato.
La constatazione che l'esercizio, specie con i caratteri agonistici delle gare di maggior rilievo, di una disciplina sportiva, che implichi l'uso necessario (es. pugilato, lotta, ecc.) o anche solo eventuale (calcio, rugby, pallacanestro, pallanuoto, ecc.) forza fisica, costituisce un'attività rischiosa consentita dall'ordinamento, per plurime ragioni, a condizione che il rischio, appunto, sia controbilanciato da adeguate misure prevenzionali, sia sotto forma di regole precauzionali, che dall'imposizione di obblighi di cure e trattamento a carico delle società sportive operanti, costituisce un sapere largamente condiviso. Sottolinea la natura di attività a rischio consentito la sentenza di questa Corte, Sez. 4, n. 20595 del 28/4/2010, dep. 1/6/2010, Rv. 247342, la quale alle pagg. 4 e ss., chiarisce come il rischio qui preso in considerazione sia relativo e non assoluto, in quanto posto a fronte di un vantaggio sociale del pari relativo e non assoluto e come il bilanciamento degli interessi contrapposti imponga uno scrupoloso rispetto delle regole cautelari. Con la conseguenza che il rischio accettato non ricomprende le azioni volontarie poste al di fuori dell'azione di gioco (cfr., pure Sez. 5, n. 42114 del 4/7/2011, dep. 16/11/2011, Rv.251703) o anche solo non finalizzate alla predetta azione e neppure quelle tali da apparire sproporzionate ex ante, in quanto ne sia soggettivamente percepibile la lesività delle stesse.
Restano ovviamente coperte dalla scriminante le attività lesive volontarie in competizioni sportive a violenza necessaria o inevitabile (ad es. il pugilato), salvo il rispetto, in questo caso più che mai scrupoloso, delle regole cautelari essenziali poste a difesa del bene della vita stessa e al fine di impedire sfoghi cruenti intollerabili per l'opinione assolutamente prevalente dei consociati (per restare al pugilato, basti pensare ai colpi vietati - sotto la cintola, sulla nuca con il contendente al tappeto, o dopo che l'arbitro ne ha constato l'incapacità di difendersi).
La condotta del D.B., diretta a colpire il pallone, appare meritevole di censura intranea all'ordinamento sportivo, non già perchè smodatamente violenta (la pienezza agonistica qui era giustificata dal contesto dell'azione, dal momento di essa e dagli interessi in campo), bensì perchè, mal calcolando la tempistica, invece che cogliere il pallone, aveva finito per colpire la gamba dell'avversario, che già aveva allungato la sfera in avanti; ma, certamente, non sconfina dal perimetro coperto dalla scriminante di cui s'è discorso.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata poichè il fatto ascritto all'imputato non costituisce reato.