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Timestamp: 2018-12-12 09:34:57+00:00
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La riforma del processo penale spunta le armi per perseguire gli stalker - Giustizia e Investigazione
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Valentina Candidi Tommasi 25 ottobre 2017	In evidenza, News Leave a comment
Stalking, imputato offre 1500 euro: vittima rifiuta, ma lui viene assolto grazie alla riforma del processo penale.
Fa subito discutere uno dei primi casi dell’applicazione dell’istituto sulla giustizia riparativa del nuovo processo penale, legge 23/06/2017 n° 103, chiamata “riforma Orlando”.
Proprio il governo e il ministro Andrea Orlando avevano promesso che sarebbero state fatte modifiche alla norma e che, comunque, non c’era da preoccuparsi perché lo stalking sarebbe stato considerato reato estinguibile con la giustizia riparativa “solo in pochi casi isolati”. Non solo. Chi aveva protestato era stato accusato di fare “allarmismo” e diffondere “fake news”. Oggi, è avvenuto quello che da più parti era già stato previsto. In Italia basta avere un po’ di soldi che ci si può “divertire” a perseguitare la vittima come pare e piace, tanto si buttano lì due soldi perché una legge c’è. Le lancette tornano davvero indietro nel tempo ed ogni passo che la donna può aver fatto per la conquista del suo diritto al voto, della sua parità di trattamento in questi ultimi 40 anni, svaniscono nell’aria, grazie ad una riforma penale, disattenta e mal concepita, dove le donne contano sempre meno grazie ad una politica sempre sfavorevole.
Dal Tribunale di Torino viene, infatti, una sentenza del 2 ottobre del 2017, emessa dal giudice per l’udienza preliminare (n.1295/17 R.G. P.M, n. 1460/17 R.G. G.I.P.). È una sentenza “di non doversi procedere” nei confronti dell’imputato, in quanto il reato – un caso di stalking senza violenze e minacce gravi – si è estinto per “condotte riparatorie”. Una sentenza che dimostra come avessimo ragione a dichiarare forte e chiaro che anche il reato di stalking, sia pure nelle forme considerate non violente, avrebbe finito per cadere nel campo di applicazione della riforma Orlando che prevede l’estinzione di alcune tipologie di reato a fronte del pagamento di una cifra congrua”.
I fatti hanno avuto come teatro la prima cintura torinese, al confine con l’Astigiano. Un uomo di 39 anni era stato denunciato per “atti persecutori” (articolo 612 bis) per aver inseguito in auto una ragazza di 24 anni, “ovunque lei si recasse” (come si legge negli atti giudiziari), sia a casa sua sia a casa del fidanzato. Una vera persecuzione che si era conclusa con il rinvio a giudizio dello stalker. Durante l’udienza, con rito abbreviato, l’imputato ha offerto, appunto, 1.500 euro come risarcimento del danno, cifra rifiutata dalla parte lesa. Il giudice, tuttavia, ha deciso in maniera contraria alla volontà della vittima di stalking. Le ha imposto di accettare la cifra offertale come risarcimento, valutandola “congrua”. Ha disposto il deposito della somma su un libretto di deposito intestato alla donna. E ha dichiarato “estinto il reato per condotte riparatorie”.
Il gup ha pronunciato una sentenza di “non doversi procedere” per estinzione del reato. La motivazione? Nonostante il diniego della donna, c’è stata una “condotta riparatoria”. Si è trattato, quindi, di una delle prime applicazioni della riforma del processo penale entrata in vigore lo scorso 4 agosto e che era stata fortemente contestata da associazioni per i diritti delle donne e sindacati. In un passaggio della sentenza viene spiegato che “il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito a offerta reale formulata dall’imputato e non accettata dalla persona offesa, ove il giudice riconosca la congruità della somma offerta”.
I commenti dal mondo della politica
La sentenza è stata criticata con fermezza dal mondo politico nella persona della presidente della commissione Giustizia della Camera. “Scopo della ‘giustizia riparativa’ – spiega Donatella Ferranti – non è eliminare i fascicoli dal tavolo degli uffici giudiziari. Ma valutare la congruità di un risarcimento integrale e quindi la volontà dell’imputato di riparare e di riconnettersi con la società”.
A proposito della sentenza di Torino, dunque, di fronte a una minaccia insistente tale da indurre l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento, è vero che la legge non dà alla vittima potere di veto, ma deve essere sentita. Le sue ragioni vanno prese in considerazione anche nella sentenza, cosa che è del tutto mancata nel provvedimento torinese.
“In questi giorni – sottolinea la presidente della commissione Giustizia – di concerto con il ministro della Giustizia stiamo svolgendo un monitoraggio sulla prima applicazione dell’istituto che in molti casi, come quello di Torino, non tiene conto della ratio della norma. Non è pensabile che dopo avere fatto la scelta di inserirla tra le misure di prevenzione personale del codice antimafia, la giustizia riparativa sia applicata in modo non omogeneo. E esasperi i conflitti anziché ricomporli”.
Si auspica, dunque, che Camera, Senato e Governo lavorino sulla formazione di una cultura di questa nuova forma di applicazione della legge. Dato però, che non può essere fatto sulla pelle delle vittime, la soluzione più drastica è escludere da questo istituto lo stalking.
Ancora pìù dura e indignata la senatrice dem Laura Puppato. La sentenza, commenta, “sottende disprezzo per la donna, sottodimensiona in modo assurdo il danno da vero torturatore cui l’aveva sottoposta lo stalker, rovinandole la vita per un lungo periodo. Non hanno valore la paura, il terrore e il disagio creato che hanno impedito pienezza e serenità di vita, impressiona vedere come una sentenza possa far piombare indietro le lancette della storia e risulti brutale, quasi quanto l’atteggiamento dello stalker. La sentenza e il danno quantificato rendono plasticamente irrilevante il reato subito, un’altra forma di discriminazione che ha la stessa origine del reato di stalking visto che entrambe nascono dallo stesso pensiero: vali poco, non conti nulla. Due soldi buttati lì giusto perché una legge c’è e non possiamo evitare di processare il maschio oppressore. Indietro tutta. Brutta storia”.
Sentenza che non meraviglia la disincantata onorevole Celeste Costantino (segreteria nazionale di Sinistra Italiana): “E, invece, non sorprende questa sentenza. È in linea con lo stato in cui vive questo Paese. La violenza fisica e psicologica che subisce la donna in Italia, abbiamo sempre sostenuto, che è un fenomeno strutturale e non straordinario eppure negli ultimi anni assistiamo ad una vera e propria emergenza. L’emergenza consiste nel non avere vergogna a recuperare tutti quegli stereotipi che prima si aveva pudore ad esprimere. ‘Se l’è cercata’, ‘l’ha provocato’, ‘guarda come andava vestita’. Questo decadimento culturale ostentato non può non avere ricadute anche in ambito giudiziario. Anche le sentenze sono frutto dei tempi. E, purtroppo, questo tempo, questa politica non è favore delle donne”.
Andrea Mazziotti, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera. “Sono assolutamente favorevole alla giustizia riparativa – osserva -ma deve esserci una riparazione seria. Per due mesi di persecuzioni, 1.500 euro sono una cifra ridicola”.
Insomma tutti d’accordo, uomini e donne, che lo stalking andrebbe rivalutato in una forma diversa, tolto dalla giustizia riparativa, compito che spetta prossimamente a Governo Camera e Senato, essendo evidentemente stato tradito lo spirito della legge Orlando.
Introduzione in Italia del reato di stalking e sua evoluzione
Colpiscono le parole della vittima in un’intervista: “Cosa pensa di fare adesso? Adesso contatterò un avvocato. Non so se lo possa ancora fare ma non voglio che una vicenda di stalking possa chiudersi semplicemente con un risarcimento economico. Che messaggio diamo alle donne? Cosa facciamo, rendiamo lo stalking una cosa banale? No, non ci sto”.
Infatti, proprio qui sta il nodo. Che messaggio diamo alle donne? Che basta essere abbienti e che si può molestare con tranquillità le donne per tutto il tempo che ci pare dato che poi la legge Orlando mi assolve, pena una sommetta da depositare per la vittima?
Purtroppo lo stalking è un istituto nuovo in Italia, fu introdotto nel 2009, e la magistratura, a quanto pare non ha ancora una buona formazione sul maneggiare lo stesso, a volte creando spiacevoli danni.
Inoltre, il reato di stalking risulta chiaramente indebolito con il nuovo ddl penale; dunque un giudice anche mediamente formato, non poteva che applicare la legge, tradendo sì lo spirito della stessa, ma spirito ancora che non è stato difeso dal legislatore, in quanto nei casi in cui la querela si può ritirare lo stalker resterà impunito. Il nodo deve essere sciolto dal legislatore, non rimesso ai giudici.
Qual è, dunque, il punto? Bisogna partire dal 2009, quando il reato viene introdotto: commette il delitto di “atti persecutori” (c.d. stalking) “chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita” (art. 612-bis c.p.). Nel 2013 vengono aggiunte le querele irrevocabili o querele non remissibili. Ovvero, una volta denunciato, non è più possibile per l’accusatore ritirare la querela e fermare la macchina della giustizia (nel caso della violenza sessuale, art.609 bis c.p.). La possibilità per il giudice di estinguere il reato in caso di riparazione del danno si applica solo ai reati procedibili a querela remissibile, tra i quali non dovrebbe figurare quello di stalking.
Ora bisogna capire se solo alcune querele sono irrevocabili. Ovvero soltanto quelle dove ci siano gravi e reiterate minacce. Tutte le altre sono remissibili davanti al giudice. Siccome lo stalking si può realizzare con una serie di condotte, minacce o violenze. Questo vuol dire che le querele irrevocabili rappresentano solo un segmento di quelle che vengono sporte.
I numeri raccontano che il tipo di stalking più frequente è per molestie (circa il 60-70%) mentre le minacce rappresentano il “30% delle denunce e di queste il 15% sono di tipo grave. Ecco, quindi, che la sanzione riparatoria è applicabile alla maggior parte delle denunce, sicuramente oltre il 50% perché lo stalker è insistente, fa il lavaggio del cervello, non punta la pistola, spesso non dice ‘ti amo’ o ‘ti uccido’: lo stalker è un molestatore.
Quali scenari, dunque, potrebbero aprirsi? Se non si interviene sull’istituto dello stalking, lasciandolo alla giustizia riparatoria, questo potrebbe rappresentare un deterrente alle denunce: si creano meccanismi per i quali lo stalker potrà indurre a rimettere la querela. Non sarei affatto stupita se alcune donne che assisto mi dovessero chiedere di fare un passo indietro nei prossimi giorni non sentendosi tutelate.
Stalking: comparazione con i sistemi di Common Law
Solo per curiosità e per parallelo introduco qui l’istituto dello stalking trattato dall’Europa, e precisamente dai paesi di Danimarca, Irlanda, Regno Unito, Scozia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Germania, Repubblica di San Marino, Svizzera. Francia e Russia non hanno, invece, ancora una normativa specifica sullo stalking.
Per semplicità e concisione riporterò nei punti più salienti lo stalking introdotto dall’Inghilterra nel 1997. Il termine, fra l’altro deriva proprio dal verbo inglese ‘to stalk’ nel significato di “camminare con circospezione”, per cui è stalker “colui che cammina in modo furtivo”, proprio come un cacciatore in agguato. Sono due i casi di stalking inglese: l’harassment, ovvero la molestia assillante (art.1). Comportamento, generato anche solo verbalmente, che spaventa e produce angoscia. Perché si concretizzi il reato devono verificarsi almeno due episodi di molestie atte a spaventare o produrre angoscia nella vittima. Elemento che rende difficile l’applicazione di tale dispositivo è contenuto nel comma II, in base al quale, lo stalker dovrebbe rendersi conto della lesività delle proprie molestie, ovvero considerare come “una persona di normale raziocinio in possesso delle stesse informazioni valuterebbe molestia tale condotta”. Il secondo caso è il ‘Putting people in fear of violence’ (art.4): l’ingenerare il timore di subire condotte violente. Affinché si configuri sono necessari almeno due episodi atti ad instillare nella vittima la paura di essere destinataria di condotte violente. In entrambi i casi il reato è punito solo a titolo di dolo generico e identiche sono le pene previste: pena detentiva fino a sei mesi di carcere, e nei casi più efferati e/o la commistione di entrambe le fattispecie, l’arresto immediato. Sempre sono consentiti gli ordini di protezione (restraining orders) emessi dall’Alta Corte o dalla Corte di Contea per impedire all’imputato la prosecuzione della sua condotta persecutoria e molesta. In caso di violazione di tali ordini, la vittima potrà richiedere l’arresto dello stalker corredando tale richiesta degli elementi di fatto addotti a prova della medesima istanza. La violazione dell’ordine giudiziario (injunction) integra gli estremi di un reato penale a sé stante che prevede la condanna del persecutore assillante ad una pena detentiva fino ad un massimo di cinque anni e/o all’irrogazione di una multa. In via ulteriore, la vittima potrà richiedere il risarcimento del danno in sede civile in base allo stato d’ansia patita, delle molestie o di perdite finanziarie subite in conseguenza dello stato di stress subito. A partire dal 2006 è stato istituito una sorta di ‘tutor’, il cosìddetto IDVA (Indipendent Domestic Violence Advisor), che segue la vittima di stalking per almeno tre mesi: tale soggetto opera da intermediario con i diversi enti, dai servizi sociali alle congregazioni religiose, fino all’interno del contesto lavorativo della vittima.
Dolo generico, sei mesi di carcere, misure cautelari per l’allontanamento per anni, costituzione di parte civile della vittima per avere il risarcimento del danno, e addirittura il tutor per lo stalker per reinserirlo socialmente, ai fini psicologici-comportamentali e lavorativi!
Speriamo che in futuro in Italia lo stalker venga considerato sia un soggetto da punire sia da riabilitare socialmente affinché si possa rendere conto della lesività delle proprie molestie, ovvero riesca a comprendere che una persona di normale raziocinio in possesso delle stesse informazioni valuterebbe molestia tale condotta. Una riabilitazione, insomma, a tutti gli effetti.
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