Source: http://www.geronimados.com/2014/01/
Timestamp: 2019-09-15 13:57:22+00:00
Document Index: 35640946

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 2', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 360', 'art. 33']

GERONIMADOS: gennaio 2014
SANZIONE DISCIPLINARE - LICENZIAMENTO . LA CONTESTAZIONE DEI FATTI DEVE ESSERE IMMEDIATA E NON PUO' ESSERE PROCRASTINATA
P.I. s.p.a., con lettera del 12.3.99, intimava illicenziamento al proprio dipendente L.D., per aver indebitamente ed illecitamente trattenuto importi relativi ai contrassegni di numerosi pacchi regolarmente consegnati ai destinatari nonché per assenza ingiustificata dal posto di lavoro successivamente al periodo di malattia terminato il 12.8.98.
Tale decisione veniva confermata dalla Corte di Appello di Roma, con sentenza del 24 settembre 2007, sulla scorta delle seguenti argomentazioni: a) riguardo al primo addebito, il licenziamento risultava intempestivo,essendo stato intimato ad oltre sette anni dai fatti contestati e dopo che nell'immediatezza degli stessi la societa' aveva disposto il trasferimento del L.D. ad attivita' non comportanti maneggio di denaro, cosi' dimostrando, quindi, di voler adottare una linea disciplinare conservativa del rapporto di lavoro, cio' anche in considerazione del fatto che il dipendente aveva ammesso, da subito, agli ispettori della societa' l'addebito sicché non vi era alcuna ragione di attendere l'esito del procedimento penale iniziato a suo carico; b) quanto al secondo addebito, relativo all'ingiustificata assenza del L.D., dalla istruttoria era emerso che quest'ultimo aveva inoltrato in data 14.8.98 missiva contenente la richiesta di mesi 4 di congedo straordinario non retribuito, lettera che inizialmente era andata smarrita dalla societa' ma, poi, successivamente e, comunque, prima dell'irrogazione dellicenziamento, era stata recapitata al competente ufficio. In sentenza si evidenziava, altresi', che non vi era agli atti alcuna allegazione o riscontro in merito alla circostanza dello stato di detenzione del L.D. che avrebbe potuto indurre la societa' ad altre scelte di recesso, non azionate nel giudizio, e percio' estranee allo stesso.
Si assume che non era condivisibile l'affermazione della Corte di merito relativa al fatto che, avendo nell'immediatezza dei fatti il L.D. reso piena confessione in ordine agli addebiti, era stato del tutto inutile attendere l'esito del giudizio penale prima di inviare la lettera di contestazione disciplinare. Secondo la ricorrente, infatti, quando il fatto oggetto dell'addebitodisciplinare rileva anche su quello penale, la compatibilita' fra il principio della immediatezza della contestazione e l'intervallo necessario all'accertamento della condotta del lavoratore ed alle adeguate valutazione di questa deve portare ad escludere che incorra nella violazione di detto principio il datore di lavoro che scelga di attendere l'esito degli accertamenti svolti in sede penale. Viene formulato quesito di diritto.
In merito alla esatta portata del principio della immediatezza della contestazione disciplinare desumibile dal dispostodell'art. 7 della L. 20 maggio 1970 n. 300, questa Corte ha avuto modo di affermare che detto principio, nell'ambito di unlicenziamento per motivi disciplinari, pur dovendo essere inteso in senso relativo, comporta che l'imprenditore porti a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti, non potendo egli legittimamente dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di averne assoluta certezza, (v. fra le molte, Cass. 18/01/2007 n. 1101; Cass. 12 maggio 2005 n. 9955; Cass. 13 giugno 2006 n. 13621).
L'aver lasciato trascorrere un lasso di tempo cosi' ampio ' circa sette anni ' prima di procedere al licenziamento ' e l'essersi limitata, nell'immediato, a trasferire il dipendente ad altro incarico sono comportamenti della societa' che correttamente la Corte di merito ha valutato come idonei a generare nel lavoratore la convinzione che il datore di lavoro avesse inteso adottare una 'linea disciplinare conservativa del rapporto. Cio' in linea con il rilievo il rispetto del principio diimmediatezza va valutato anche in relazione alle clausole generali di correttezza e buona fede, onde evitare la frustrazione del giusto affidamento, che ' in dipendenza della contestazione non immediata, appunto ' il prestatore possaragionevolmente ricavare circa la scelta del datore di lavoro di non esercitare il proprio potere disciplinare, che ne costituisce, infatti, una facolta' e non gia' un obbligo (in tal senso vedi, Cass. n. 18155 del 2006, in motivazione; Cass. n. 16754/2003).
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LAVORO INTERINALE - LA MANCANZA DELLA TEMPORANEITA' COMPORTA L'ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO
Cassazione civile , Lavoro, n. 161 del 8 gennaio 2014
1. T.M. convenne in giudizio E. spa e l'agenzia interinaleE.W. spa, esponendo di aver stipulato due contratti di lavorotemporaneo con l'agenzia interinale, il primo in data 21 marzo 2003 con causale 'casi previsti dal ccnl', per Io svolgimento di mansioni di agente di 'call center' presso l'impresa utilizzatrice 'I.P.' spa (in seguito E. spa) con tre successive proroghe; il secondo il 2 novembre 2004, per 'picchi di attivita'' o 'punte di intensa attivita''. Chiedeva che venisse dichiarato sussistente un rapporto di lavoro direttamente con l'impresa utilizzatrice ed a tempo indeterminato per una serie di ragioni attinenti alla illegittimita' del contratto.
2. Il Tribunale dichiaro' l'illegittimita' del primo contratto. Dichiaro', di conseguenza, la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con l'E. a decorrere dal primo contratto e condanno' la societa' al pagamento delle retribuzioni a decorrere dalla messa in mora.
4. La Corte d'appello di Torino, accolse l'appello e rigetto' la domanda.
5. Nella sentenza la Corte d'appello precisa che il contratto di fornitura di lavoro temporaneo ha natura causale, nel senso che l'imprenditore puo' farvi ricorso solo nei casi previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e che cio' implica la necessaria esplicitazione del motivo della sua conclusione, cui e' collegata la possibilita' di controllarne il rispetto. La Corte aggiunge anche che l'indicazione della causale deve essere sufficientemente specifica cosi' da poter essere oggetto di successivo accertamento giudiziale e che, nel caso in esame, la causale non era specifica, bensi' generica e quindi risultava violata la regola dettata dal legislatore.
6. Tutto cio' premesso, pero', la Corte assume che, diversamente da quanto essa stessa aveva sostenuto in precedenti decisioni ''l'indicazione generica dei motivi di ricorso al lavoro temporaneo non comporta, ex art. 10 l. n. 196 del 1997, laconversione del rapporto di lavoro alle dipendenze della impresa utilizzatrice e a tempo indeterminato'. È questo il motivo per cui la sentenza di primo grado viene riformata e la domanda rigettata.
9. La tesi sostenuta dalla Corte d'appello non e' fondata, per le ragioni piu' volte esposte da questa Corte di cassazione in una lunga serie di sentenze. Tra le molte, e' sufficiente qui richiamare Cass. 24 giugno 2011 n. 13960 e Cass. 12 gennaio 2012 n. 232 che cosi' si esprime: 'in materia di contratto di lavoro interinale, la mancata o la generica previsione, nelcontratto intercorrente tra l'impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui e' possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell'impresa utilizzatrice, spezza l'unitarieta' della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilita' dell'offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e fa venir meno quella presunzione di legittimita' del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall'indicazione nelcontratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale puo' essere concluso. Pertanto, trova applicazione il disposto di cui alla legge 24 giugno 1997, n. 196, art. 10 e dunque quanto previsto dalla legge 23 ottobre 1960, n. 1369, art. 1, per cui ilcontratto di lavoro col fornitore 'interposto' si considera a tutti gli effetti instaurato con l'utilizzatore 'interponente' (nello stesso senso, cfr. anche Cass. 5 luglio 2011 n. 14714; Cass. 29 maggio 2013 n. 13404, alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti).
10. Le medesime sentenze hanno infine precisato che, quando il contratto di lavoro che accompagna il contratto difornitura e' a tempo determinato, alla conversione soggettiva del rapporto, si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal decreto legislativo 368 del 2001, o dalle discipline previgenti, a cominciare dalla forma scritta, che ineluttabilmente in tale contesto manca con riferimento al rapporto tra impresa utilizzatrice e lavoratore (sul punto, v. anche: Cass. 1148 del 2013 e Cass. 6933 del 2012).
11. L'effetto finale e', pertanto, la conversione del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo in un ordinariocontratto di lavoro a tempo indeterminato tra l'utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore.
13.L'accoglimento del ricorso comporta la cassazione della sentenza, con rinvio alla medesima Corte d'appello in diversa composizione, che decidera' anche in ordine alle spese del giudizio di legittimita'.
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COMUNICAZIONE ALL'AUTORITA' DI P.S. DELLE PERSONE ALLOGGIATE NELLE STRUTTURE RICETTIVE
Disposizioni concernenti la comunicazione alle autorita' di pubblica sicurezza dell'arrivo di persone alloggiate in strutture ricettive
Nei casi in cui sussistano problematiche di natura tecnica al sistema web che impediscano la trasmissione secondo le modalita' previste al precedente art. 2, la comunicazione delle generalita' dei soggetti alloggiati e' effettuata mediante trasmissione a mezzo fax ovvero tramite posta elettronica certificata alla questura territorialmente competente. I dati da trasmettere via fax o via posta elettronica certificata sono quelli indicati al punto 1 dell'allegato tecnico al presente decreto e vanno inviati secondo un elenco sequenziale dei soggetti alloggiati. La ricevuta degli inserimenti effettuati con le modalita' di cui al presente articolo, e' definita rispettivamente al punto 3.
2 dell'allegato tecnico per quanto attiene la trasmissione a mezzo fax e al punto 3.3. dello stesso allegato per quanto attiene la trasmissione a mezzo posta elettronica certificata.
2. Titolare del trattamento dati e' il Ministero dell'Interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza; Responsabile del trattamento dei dati e' la Direzione Centrale per gli Affari Generali della Polizia di Stato dello stesso Dipartimento; incaricati del trattamento dei dati sono gli operatori individuati dal responsabile del trattamento di seguito indicati: il personale di Questure, Commissariati di PS e Uffici Centrali del Dipartimento di PS per finalita' di ricerca; il personale del Centro Elettronico Nazionale della Polizia di Stato per le attivita' di gestione e manutenzione tecnica del sistema.
3. L'accesso ai dati in linea e' consentito ad agenti e ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza della Polizia di Stato, espressamente autorizzati con apposito provvedimento del questore, per finalita' di prevenzione, accertamento e repressione dei reati, nonche' di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica. Le informazioni sono consultabili in linea per 15 giorni, decorsi i quali le stesse sono rese accessibili esclusivamente agli ufficiali di polizia giudiziaria e di pubblica sicurezza della Polizia di Stato, addetti ai servizi investigativi e dotati di specifico profilo di accesso a livello nazionale.
2. Il presente decreto sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. 3. Le disposizioni previste dal presente decreto entrano in vigore a decorrere dal giorno stesso della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
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Cass. Sez. Unite n.585 del 14 gennaio 2014
Con il decreto indicato in epigrafe la Corte d'appello di Perugia ' nel provvedere anche nei riguardi di altre parti, che non hanno impugnato il provvedimento ' ha accolto solo parzialmente la domanda proposta da F.G. , intesa ad ottenere l'equa riparazione del danno non patrimoniale conseguente alla durata non ragionevole di una causa civile di divisione ereditaria, rimasta pendente davanti al Tribunale di Frosinone dal 6 dicembre 1976 e ancora in corso presso la Corte d'appello di Roma: l'indennizzo e' stato commisurato esclusivamente al tempo successivo al 23 maggio 1994, quando lo stesso F.G. si era costituito in quel giudizio, dopo essere rimasto fino ad allora contumace; e' stato inoltre decurtato degli importi corrispondenti sia ai periodi di inattivita' attribuibili alle parti, quantificati in tre anni e otto mesi, sia alla durata ordinaria delprocesso, determinata complessivamente in sette anni per i due gradi di merito, in considerazione della complessita' della controversia.
Invece Cass. 10 luglio 2009 n. 16284, 4 novembre 2009 n. 23416, 19 ottobre 2011 n. 21646, per la particolare ipotesi della successione a titolo universale alla parte originaria, hanno riconosciuto la possibilita' per gli eredi di ottenere l'equariparazione, per il periodo successivo alla morte del de cuius, soltanto ove si siano costituiti in proprio in giudizio, stante altrimenti 'la mancanza di una parte processuale attiva, danneggiata dalla violazione del termine di ragionevole durata delprocesso'.
Questo secondo indirizzo, ma con riferimento alla generalita' dei casi, e' stato anche seguito, con maggiore ampiezza di motivazione, da Cass. 23 giugno 2011 n. 13803 e 21 febbraio 2013 n. 4474, secondo cui 'la necessita' di una costituzione in giudizio della parte che invoca la tutela della legge a sanzionare l'irragionevole durata e' premessa indiscutibile per unaragionevole operativita' dell'intero sistema di cui alla legge n. 89 del 2001, non potendo operare, in difetto di talecostituzione, lo scrutinio sul comportamento della parte delineato dall'art. 2, secondo comma, della legge, e non essendo neppure esercitabili i poteri di liquidazione equitativa dell'indennizzo correlati, ragionevolmente, al concreto patema che sulla parte ha avuto la durata del processo' e 'solo la parte che abbia, in realta', attivamente partecipato al processo in quanto costituita puo' subire quel patema d'animo ovvero quella sofferenza psichica causata dal superamento del limite ragionevoledella durata del processo e, quindi, assumere la qualita' di parte danneggiata (che costituisce la condizione imprescindibile tutelata dalla legge n. 89 del 2001)', a differenza di 'chi ha scelto, consapevolmente, di non costituirsi nel giudizio e, quindi, di disinteressarsi dello stesso, dimostrandosi, in linea potenziale, incurante degli effetti di una possibile decisione negativa nei suoi confronti (ed insensibile ai tempi di svolgimento del processo, che, peraltro, non di rado, pur rimanendo posizionato solo alla finestra, auspica che si protraggano oltre quella che dovrebbe essere la loro fisiologica durata)'.
Si deve convenire con il ricorrente a proposito dell'assenza, nelle disposizioni sia internazionali sia interne che disciplinano la materia, di ogni espressa limitazione, per il contumace, del diritto a ottenere in tempi ragionevoli la conclusione del giudizio, anche se non vi si e' costituito: l'art. 6 della convenzione Europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali, attribuisce tale diritto a 'ogni persona', relativamente alla 'sua causa', mentre l'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89 assicura una equa riparazione a 'chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale' per effetto della violazione di quel principio. La tutela e' dunque apprestata indistintamente a tutti coloro che sono coinvolti in un procedimento giurisdizionale, tra i quali non puo' non essere annoverata anche la parte non costituita in giudizio, nei cui confronti la decisione e' comunque destinata a esplicare i suoi effetti. Risulta pertanto arbitrario escludere il contumace dalla garanzia di 'ragionevole durata', che l'art. 111 della Costituzione inserisce tra quelle del 'giusto processo' e demanda alla legge di assicurare, insieme con quelle del contraddittorio, della parita' tra le parti, della terzieta' e imparzialita' del giudice, che certamente competono anche a chi non si sia costituito in giudizio. Nella tradizione giuridica italiana, del resto, lacontumacia e' sempre stata configurata come un atteggiamento pienamente legittimo, non preclusivo dell'assunzione della qualita' di parte, ma ragione anzi di talune specifiche tutele.
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Lavoro – Diritti e obblighi del datore e del lavoratore – Familiare disabile – Assistenza continuativa
– Diritto al trasferimento
Con sentenza del 24 ottobre 2008 la Corte d’appello di Campobasso, in riforma della sentenza del
Tribunale di Campobasso del 18 gennaio 2007, ha dichiarato il diritto di C.N., dipendente del
Ministero della Giustizia con funzioni di cancelliere in servizio presso l’ufficio del Giudice di Pace
di Trivento dal 2001, al trasferimento, ai sensi dell’art. 33 della legge n. 104 del 1992 per assistenza
alla madre, al Tribunale di Melfi ovvero di una delle altri sedi da lui richieste in via subordinata. La
Corte territoriale ha motivato tale pronuncia ritenendo l’applicabilità del citato art. 33, comma 5
della legge n. 104 del 1992 non solo in sede di scelta della sede di lavoro al momento
dell’assunzione, ma anche nel corso del rapporto di lavoro mediante domanda di trasferimento. La
stessa Corte molisana ha pure ritenuto provata la continuità nell’assistenza della madre invalida da
parte del dipendente istante, interpretando tale requisito in senso relativo senza la necessità della
quotidianità e della convivenza.
Il Ministero della Giustizia propone ricorso per cassazione avverso tale pronuncia affidato ad un
Con l’unico motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992, con riferimento all’art. 360, n. 3 cod. proc. civ. In particolare si deduce che, pur
ammettendo la possibilità di applicazione della norma anche al caso di trasferimento e non solo di
prima assegnazione, il diritto a tale trasferimento per assistere il familiare disabile esisterebbe solo
se ed in quanto l’assistenza a quest’ultimo sia in atto al momento dell’istanza di trasferimento.
Il motivo è infondato. Va affermato in questa sede il principio di diritto per cui la norma di cui alla
L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore “che
assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato” di scegliere, ove
possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, è applicabile non solo all’inizio del
rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l’attività lavorativa, ma anche nel
corso del rapporto mediante domanda di trasferimento. La ratio della norma è infatti quella di
favorire l’assistenza al parente o affine handicappato, ed è irrilevante, a tal fine, se tale esigenza
sorga nel corso del rapporto o sia presente all’epoca dell’inizio del rapporto stesso. La norma in
esame pone quale condizione per il godimento del diritto da essa previsto, oltre allo stato di
handicappato del parente o affine da assistere, la continuità dell’assistenza, Trattasi di circostanze di
fatto il cui accertamento è riservato al giudice del merito che, nel caso in esame, ha compiutamente
considerato la circostanza motivando adeguatamente sul punto. La giurisprudenza citata dal
Ministero ricorrente non è pertinente, in quanto si riferisce al caso in cui la convivenza sia stata
interrotta per effetto dell’assegnazione della sede lavorativa ed il familiare tenda successivamente a
ripristinarla attraverso il trasferimento in una sede vicina al domicilio dell’handicappato; nel caso in
esame, viceversa, non è in questione la convivenza, che lo stesso ricorrente afferma non costituire
più requisito per il godimento del diritto in questione a seguito delle modifiche apportate dalla legge
n. 53 del 2000, ma la continuità nell’assistenza, circostanza di fatto il cui accertamento è, come
detto, riservata al giudice del merito che ha ampiamente motivato sul punto con l’indicazione di
elementi probatori certamente adeguati e sufficienti.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in € 100,00 per esborsi ed €
2.500,00 per compensi professionali oltre accessori di legge.
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