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Timestamp: 2019-04-26 02:52:44+00:00
Document Index: 143712392

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 6', 'art. 1748', 'art. 1751', 'sentenza ', 'art. 409', 'art. 545', 'art. 2', 'art. 52', 'art.409', 'art.1', 'art. 545', 'art. 2118', 'art. 2119', 'art. 1746', 'art. 2119', 'art. 1375', 'art. 2119', 'art. 1743', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2119']

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Trasformazione della società, quali rischi per l'agente
6 Marzo 2014 Posted by webmaster Articoli 0 thoughts on “Trasformazione della società, quali rischi per l'agente”
La modifica del contratto di agenzia, senza la preventiva accettazione da parte della mandante, può comportare la perdita del mandato o la cancellazione del pregresso rapporto, con ripercussioni sulle indennità e sul preavviso.
Ciò vale anche se l’agente trasforma il suo status da persona fisica a persona giuridica, o se modifica l’assetto societario con l’inserimento oppure l’uscita di un socio.
La tentazione di creare società da parte di molti agenti è alta al fine di ridurre il carico fiscale o perché invogliati dalle mandanti. Ciò avviene sovente senza pensare alle possibili ripercussioni, talvolta gravi. Spesso il tutto è realizzato con molta superficialità ed è anche da dimostrare che vi sia un reale risparmio fiscale.
Di seguito due possibili casi:
1) La comunicazione alla mandante di trasformazione dell’assetto giuridico fa decadere il vecchio contratto a iniziativa dell’agente con la perdita dell’anzianità e di tutte le indennità escluso il Firr.
Le indennità che si potranno perdere sono:
Indennità meritocratica;
Indennità preavviso;
Indennità cessazione rapporto;
Eventuale indennità maneggio denaro;
2) Modifica all’assetto societario (uscita o entrata di un socio dalla società).
Non si ha diritto alle indennità in caso del raggiungimento dell’età pensionabile da parte di un socio, mentre l’agente persona fisica ha diritto a tutte le indennità, il socio che ha raggiunto l’età pensionabile non può rivendicare il diritto alle indennità e inoltre vi è il rischio di disdetta del contratto alla società per la modifica all’assetto.
Le differenze della società rispetto all’agente singolo in caso di contenzioso:
L’agente in forma societaria ha come foro competente in caso di vertenza quello del luogo ove la mandante ha la propria sede.
Non è comunque competente la Magistratura del Lavoro, ma il Tribunale ordinario civile, con aumento dei tempi di giudizio prima di poter giungere alla sentenza. Inoltre vi è la concreta possibilità di vedere decisa la controversia da un magistrato con limitata esperienza in materia di diritto del lavoro.
Notevole aggravio dei costi da sostenere per l’instaurazione del giudizio in termini di:
1) Spese vive, dovendosi sempre e comunque versare per intero il contributo unificato (variabile secondo il valore della causa). Mentre dinanzi al Giudice del Lavoro tale contributo è dovuto al 50% e solo se il reddito familiare imponibile è superiore a € 31.884,48 (altrimenti è esente);
2) Spese legali, trovandosi di fatto costretti a munirsi di due difensori di cui uno destinato a comparire alle udienze dinanzi al Tribunale competente, solitamente lontano dalla sede della società-agente.
Nel caso di fallimento o di concordato fallimentare i crediti dell’agente società di capitali verranno quasi sempre riconosciuti in via chirografaria e non privilegiata.
L’agente società di capitali non ha diritto ai versamenti contributivi Enasarco, e pertanto non maturerà alcuna pensione.
Una Srl richiede, a differenza della semplice ditta individuale titolare di partita Iva, il deposito di un bilancio al registro delle imprese ogni anno, con tutte le spese di gestione annesse e connesse;
Le banche stesse saranno meno incentivate a concedere un credito a imprenditori che non hanno un capitale depositato, acquisto casa, auto, ufficio;
È obbligatoria la contabilità ordinaria, con costi e incombenze notevolmente superiori.
Prima di prendere una decisione così importante (modifica assetto giuridico variazioni soci) è bene riflettere e meditare sulla reale convenienza della costituzione della società. E’ opportuna un’autorizzazione scritta della mandante con riconoscimento dell’anzianità e indennità pregresse.
Tag:agenti di commercio, diritto commerciale, diritto tributario, ENASARCO, Firr
Sull'attività di coordinamento nel contratto di agenzia
8 Ottobre 2013 Posted by Gianluca Stanzione Articoli, L'avvocato risponde 2 thoughts on “Sull'attività di coordinamento nel contratto di agenzia”
Alessandro Limatola e Gianluca Stanzione
Ė sempre più frequente nella prassi che la preponente affidi ad un soggetto, unitamente all’incarico di promozione e vendita in una zona ben delimitata, anche l’incarico di controllare e stimolare una rete di agenti dietro pagamento di una provvigione sul fatturato dei medesimi agenti, o su quello realizzato nella zona in cui gli stessi operano.
Trattasi, ovviamente, di attività complementare e accessoria rispetto a quanto previsto dagli articoli 1742 e 1746 del codice civile, caratterizzata da controlli sull’operato degli agenti, affiancamento degli stessi presso la clientela, suggerimenti e stimoli verso nuove iniziative.
L’attività concretamente resa non è, quindi, solo quella finalizzata alla conclusione personale di affari, ma anche quella tesa a consentire alla propria rete vendita di sviluppare un fatturato tale che consenta al coordinatore di ottenere un compenso ulteriore ed aggiuntivo.
L’oggetto principale del contratto deve esser comunque quello di promozione degli affari, rimanendo quello di coordinamento un’attività solo accessoria rispetto al primo.
In sintesi, l’agente generale non può limitare il proprio incarico ad una semplice attività di controllo e stimolo degli agenti a lui affidati, ma dovrà pur sempre continuare nella promozione e conclusione diretta degli affari.
Trattasi di una figura recepita negli AEC di settore i quali ne hanno confermato la compatibilità con quella di agente semplice.
Così, l’articolo 6 comma 4 dell’AEC 20.03.2002 prevede che “nel caso in cui sia affidato all’agente o rappresentante l’incarico di coordinamento di altri agenti in una determinata area, purché sia specificato nel contratto individuale, dovrà essere stabilito uno specifico compenso aggiuntivo, in forma non provvigionale”.
L’AEC 16.02.2009, Settore Commercio, stabilisce a sua volta che se all’agente fossero affidate attività accessorie o complementari a quelle previste negli articoli 1742 e successivi del codice civile, dovrà essere stabilito uno specifico compenso aggiuntivo in forma non provvigionale.
La problematica che attanaglia da tempo gli operatori del settore è quale sia la sorte del contratto principale di agente semplice, in caso di revoca da parte della mandante dell’incarico di coordinamento.
Secondo la giurisprudenza dominante, è possibile configurare l’attività di supervisione di altri agenti come incarico accessorio avente vita indipendente dal contratto di agenzia vero e proprio.
In presenza di un simile accordo, è stato infatti ritenuto che il preponente potesse revocare tale incarico senza essere tenuto al rispetto dei termini di preavviso previsti in materia di agenzia (Cassazione numero 196798/2005; Cassazione numero 14436/2000).
Di diverso avviso è stata la Suprema Corte in alcune successive pronunce laddove ha ritenuto che costituisse giusta causa di recesso la revoca improvvisa dell’incarico accessorio di capoarea, tale da impedire all’agente l’opportunità di continuare il rapporto in essere con la preponente (Cassazione Lavoro numero 22295/2008).
In tale ambito si colloca un recente intervento del Giudice di merito, il quale è giunto alle conclusioni che in assenza di una espressa pattuizione contraria, la libera recedibilità possa trovare applicazione anche all’incarico accessorio essendo, quest’ultimo, un rapporto negoziale distinto dal contratto di agenzia che può venir meno nonostante perduri l’incarico principale di agente (Tribunale di Prato 19.11.2012).
Tag:diritto commerciale
Sul diritto dell’agente alle provvigioni maturate dopo la cessazione del rapporto
29 Marzo 2013 Posted by Gianluca Stanzione Articoli, L'avvocato risponde 3 thoughts on “Sul diritto dell’agente alle provvigioni maturate dopo la cessazione del rapporto”
di Alessandro Limatola
e Gianluca Stanzione
Una interessante oltre che recentissima pronuncia della Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro (Sent. 16.01.2013 n. 894) ha confermato il principio secondo cui all’agente di commercio siano dovute le provvigioni anche laddove il rapporto con la mandante sia cessato da tempo.
L’agente ha, infatti, diritto alla provvigione per operazioni concluse dopo l’estinzione del contratto di agenzia, nei seguenti casi:
se l’operazione è il risultato dell’attività svolta dall’agente;
se l’operazione si è conclusa in un termine ragionevole dopo lo scioglimento;
se l’ordine è stato ricevuto dal preponente prima dell’estinzione del contratto.
Mentre il principio secondo cui la provvigione spetta in ogni caso sugli affari le cui proposte siano pervenute al preponente prima della fine del contratto non dà luogo a particolari problemi applicativi, più complessa appare l’applicazione concreta della norma che prevede la provvigione sugli affari trasmessi dopo la fine del rapporto i quali siano però da ricondurre prevalentemente all’attività svolta dal vecchio agente.
Sotto questo profilo svolgono un importante funzione integrativa le disposizioni contenute negli AEC.
Al riguardo, il penultimo comma dell’art. 6 dell’AEC Industria, disciplina la fattispecie delle proposte d’ordine inviate prima della cessazione del rapporto e pervenute alla ditta dopo tale data. Su tali proposte, una volta che l’affare sia concluso ed eseguito, la provvigione spetta all’agente cessato.
L’ultimo comma del medesimo art. 6 prevede che affinché l’agente possa vedersi riconosciuto il diritto alla provvigione sugli affari proposti e conclusi dopo lo scioglimento del rapporto sarà necessario che lo stesso predisponga una relazione indicando dettagliatamente al preponente le trattative in corso ma non definite a causa della cessazione del contratto.
Il diritto alla provvigione verrà, quindi, riconosciuto solo laddove la definizione della trattativa, con la conseguente conclusione del contratto, avvenga nel termine di quattro mesi dalla cessazione del rapporto dopo tale termine nulla è dovuto all’agente. Il meccanismo è comunque derogabile tra le parti.
L’AEC Settore Commercio si limita, invece, a riproporre l’art. 1748 del codice civile e cioè il diritto dell’agente alla provvigione anche per gli affari conclusi dopo la cessazione del contratto per effetto del suo intervento, se la proposta è pervenuta all’agente o al preponente in data antecedente o nel caso in cui gli affari siano conclusi entro un termine ragionevole e la conclusione sia da ricondurre prevalentemente all’attività svolta dall’agente.
Alla luce di quanto innanzi discende quindi che anche a distanza di mesi e/o anni l’agente può vantare e richiedere le provvigioni maturate che ovviamente comportano una rideterminazione dell’indennità meritocratica ex art. 1751 c.c. in primis ovvero, in subordine, di quella suppletiva di clientela, prevista dalla contrattazione collettiva.
Occorre, ovviamente, che la richiesta venga effettuata nel rispetto del termine prescrizionale che è quinquennale nel caso di compensi provvigionali e decennale nelle ipotesi delle indennità di fine rapporto.
Pignoramenti, i limiti per gli agenti
27 Dicembre 2012 Posted by Gianluca Stanzione Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Pignoramenti, i limiti per gli agenti”
Cassazione: limite massimo di un quinto dei pignoramenti sui compensi provvigionali dell’agente di commercio
Con un’importante recente pronuncia del 2012, in tema di espropriazione forzata presso terzi, la Corte di Cassazione ha esteso il trattamento di pignorabilità degli stipendi erogati ai dipendenti pubblici e privati a quello dei compensi corrisposti all’agente di commercio.
In particolare la Cassazione ha sancito che le modifiche apportate dalla legge 311/04 e dalla legge 80/05 al D.P.R. 180/50 (approvazione del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti dalle pubbliche amministrazioni) hanno comportato la totale estensione al settore del lavoro privato delle disposizioni originariamente dettate per il lavoro pubblico.
Pertanto, il creditore di un agente di commercio può pignorare le somme che quest’ultimo vanta nei confronti dell’azienda preponente a titolo di provvigioni per l’attività svolta nei limiti di un quinto della provvigione stessa al netto delle ritenute fiscali (Cass. n. 685 del 18.01.2012).
In precedenza, la questione di legittimità costituzionale sollevata in merito al diverso trattamento di pignorabilità degli stipendi erogati ai dipendenti pubblici rispetto ai compensi corrisposti a un lavoratore autonomo, è stata ritenuta inammissibile dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 381 dello 05.11.2007), la quale non ha ravvisato alcun contrasto con l’articolo 3 della Costituzione.
I giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno invece statuito che anche i crediti derivanti dai rapporti di cui all’art. 409 C.P.C., n. 3, (nella specie, rapporto di agenzia) sono pignorabili nei limiti di un quinto, come previsto dall’art. 545 C.P.C., giungendo a tale conclusione in seguito a un’interpretazione letterale e logica dei ripetuti interventi modificativi compiuti dal legislatore sul D.P.R. 5/1/1950 n. 180, finalizzati a estendere al settore privato la disciplina dettata per il settore pubblico in tema di espropriazione forzata presso terzi.
In dettaglio, tale statuizione trova il suo fondamento nel citato D.P.R. che sancisce, a seguito delle modifiche di cui alle leggi n.311 del 2004 e n. 80 del 2005, (di conversione del D.L. n.35 del 2005) l’insequestrabilità, impignorabilità e incedibilità degli stipendi, dei salari, delle paghe, assegni, gratificazioni, pensioni, indennità, sussidi e compensi di qualsiasi specie che lo Stato, le Province, i Comuni, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e qualsiasi altro ente o istituto pubblico sottoposto a tutela, o anche a sola vigilanza dell’amministrazione pubblica, e le imprese concessionarie di un servizio pubblico di comunicazioni o di trasporto, nonché le aziende private, corrispondono ai loro impiegati, salariati e pensionati e a qualunque altra persona, per effetto e in conseguenza dell’opera prestata nei servizi da essi dipendenti.
L’unica eccezione a tale assunto deriva dall’art. 2 secondo cui gli stipendi, i salari e le retribuzioni equivalenti, nonché le pensioni, le indennità che tengono luogo di pensione e gli altri assegni di quiescenza corrisposti dallo stato e dagli altri enti, aziende e imprese, sono soggetti a sequestro e a pignoramento fino alla concorrenza di un quinto valutato al netto di ritenute, per debiti verso lo stato e verso gli altri enti, aziende e imprese da cui il debitore dipende, derivanti dal rapporto d’impiego o di lavoro.
Il terzo comma dell’art. 52 del D.P.R. su menzionato aggiunge inoltre che i titolari dei rapporti di lavoro di cui all’art.409 C.P.C., n. 3 (nella specie, rapporto di agenzia), con gli enti e le amministrazioni di cui all’art.1, comma 1, del presente Testo Unico, di durata non inferiore ai dodici mesi, possono cedere un quinto del loro compenso, valutato al netto delle ritenute fiscali, purché questo abbia carattere certo e continuativo.
Alla luce delle considerazioni che precedono discende che i compensi corrisposti agli agenti sono sequestrabili e pignorabili nei limiti di un quinto, così come previsto dall’art. 545 C.P.C. e, nell’ipotesi in cui gli stessi operino in regime di plurimandato, ogni compenso provvigionale maturato da ciascun preponente può essere sottoposto a pignoramento nella misura innanzi indicata.
Tag:diritto commerciale, pignoramenti
La condotta del terzo può causare la risoluzione del contratto di agenzia
2 Ottobre 2012 Posted by Alessandro Limatola Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “La condotta del terzo può causare la risoluzione del contratto di agenzia”
di Alessandro Limatola e Gianluca Stanzione
Il contratto di agenzia, al pari di quello di lavoro subordinato, con il quale presenta nessi causali, si basa sull’intuitus personae, ossia su di un legame fiduciario tra gli stipulanti talmente stretto da non essere ammissibile né la sostituzione dell’agente con altra persona né la cessione del contratto ed il cui venir meno, incrinando la fiducia, determina lo scioglimento del rapporto.
Il potere di determinare la durata del rapporto di lavoro e, in particolare, la valutazione fiduciaria del comportamento dell’altra parte, è affidata nel nostro ordinamento a ciascuno dei contraenti, ai quali è riconosciuta la facoltà di recedere dal contratto con preavviso (recesso ordinario), anche contro la volontà dell’altro (art. 2118 c.c.). Ciascuna parte, inoltre, può recedere dal rapporto prima della scadenza (nel caso si tratti di contratto a termine) o senza osservare il preavviso (per il contratto a tempo indeterminato) in presenza di un inadempimento del lavoratore talmente grave da non consentire, neanche in via provvisoria, la prosecuzione del rapporto di lavoro (art. 2119 c.c.).
La “ giusta causa” di risoluzione deve comunque consistere in un fatto tale da porre in grave crisi l’elemento fiduciario delle parti, indipendentemente dall’esistenza o meno di un danno attuale.
A tal proposito, poiché l’obbligazione fondamentale dell’agente si concretizza in un regolare e stabile contatto con la clientela al fine di promuovere la conclusione di contratti, sono fattispecie di grave inadempimento – e quindi comportamenti idonei a legittimare la risoluzione da parte della mandante con effetto immediato per fatto e colpa dell’agente medesimo, rendendo impossibile la permanenza in vita del rapporto – l’ingiustificata inattività, l’appropriazione indebita di somme incassate per conto della mandante attraverso il ritardo nella loro rimessa al titolare; il mancato raggiungimento del volume d’affari minimo pattuito con il preponente; la violazione dell’esclusiva per svolgimento di attività per ditte concorrenti; il mancato svolgimento dell’incarico con la richiesta diligenza; la violazione dell’obbligo d’informazione ex art. 1746 c.c.
Sotto questo profilo di recente si sono verificate ipotesi in cui hanno assunto importanza, ai fini del recesso dal contratto di agenzia per giusta causa, i comportamenti adottati dai collaboratori dell’agente in grado di minare il vincolo fiduciario tra quest’ultimo e il preponente.
Alcune recenti pronunce giurisprudenziali hanno, infatti, riproposto l’annosa questione dell’applicazione dell’art. 2119 c.c. al contratto di agenzia con particolare riguardo all’incidenza del comportamento inadempiente di un soggetto terzo rispetto all’agente titolare del contratto di agenzia, ma a quest’ultimo riconducibile (Cass. civ., Sez. II, n. 9779/2011; Cass. civ., Sez. lavoro n. 14771/2008).
Lo scioglimento del contratto di agenzia per giusta causa può essere, quindi, determinato anche da una condotta di un soggetto che, ancorché formalmente terzo rispetto all’agente, sia a esso direttamente o indirettamente collegato.
Invero, se ciò che rileva ai fini del legittimo esercizio della facoltà di recesso per giusta causa è il fatto incidente sull’affidamento di una parte verso l’altra, indipendentemente dalla ricaduta che esso abbia o non nell’economia del rapporto di scambio, possono assumere importanza anche condotte di terzi che, per il loro collegamento, a vario titolo con l’agente, siano tali da far venir meno nella mandante l’aspettativa che la futura esecuzione del contratto avvenga in maniera conforme agli obblighi convenzionali o di legge, incluso quello generale di correttezza sancito dall’art. 1375 c.c.
La giusta causa di recesso dipende, quindi, dalla violazione, anch’essa qualificabile come inadempimento, del dovere di correttezza dell’agente, il quale deve mantenere la propria organizzazione aziendale al riparo dall’ingerenza di un soggetto, formalmente terzo ma a esso collegabile in via diretta o indiretta.
Diversamente l’agente risponderà per culpa in eligendo e/o in vigilando, dei comportamenti posti in essere dai propri collaboratori che determinino una lesione nell’ambito del contratto di agenzia in essere con la preponente, “spezzando” quel vincolo fiduciario necessario per la conservazione del contratto stesso.
Preavviso ed indennità di fine rapporto
3 Luglio 2012 Posted by Gianluca Stanzione Articoli, L'avvocato risponde 0 thoughts on “Preavviso ed indennità di fine rapporto”
Due interessanti pronunce della Corte di Giustizia CEE e della Corte di Cassazione, tra loro connesse, confermano le ragioni degli Agenti in tema di preavviso e d’indennità di cessazione rapporto.
La Sentenza dei Giudici di Bruxelles (nel caso Volvo Car Germany GmbH/ Autohof Weidensdorf GmbH) ha escluso – come, di fatto, aveva proposto il Giudice nazionale rimettente – che il preponente possa far valere, ai fini del’esclusione del diritto dell’indennità, un inadempimento dell’agente verificatosi nel periodo intercorrente tra la comunicazione del recesso e di inizio del periodo di preavviso e la conclusione del periodo di detto preavviso.
In altre parole, i Giudici comunitari hanno affermato che non può essere invocata una “giusta causa” di recesso dopo che una delle parti sia receduta dal contratto.
Ciò che è rilevante sul piano giuridico di detta pronuncia è la stretta correlazione esistente nella direttiva comunitaria tra recesso in tronco per un’inadempienza dell’agente e perdita dell’indennità di fine rapporto.
Tale principio non solo è stato fatto proprio dai Giudici della Corte di Cassazione ma è stato ulteriormente integrato con la conferma dell’importante orientamento secondo cui, il mancato raggiungimento del budget minimo di vendita – collegato ad una clausola risolutiva espressa contenuta in un contratto individuale, non è – di per sé – idoneo ad escludere il diritto dell’agente a percepire l’indennità sostitutiva del preavviso e quella di cessazione del rapporto.
Ciò significa che ogni qual volta la mandante recede per il mancato rispetto degli obiettivi di vendita occorre indagare se il risultato raggiunto sia il frutto dell’inadempimento dell’agente all’obbligo principale di promuovere, in via continuativa, la conclusione di contratti di vendita o se, invece, il risultato commerciale raggiunto sia riconducibile a fattori esterni ed estranei che non costituiscano inadempimento contrattuale dell’agente.
La Corte di Cassazione, nell’affermare tali principi è andata anche oltre avendo esplicitamente stabilito che:
il recesso senza preavviso dell’impresa preponente è consentito solo nel caso in cui intervenga una causa che non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto analogamente a quanto avviene nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato mediante applicazione (nel primo caso in via analogica e nel secondo diretta) della cd. “giusta causa” di cui all’art. 2119 del codice civile.
In caso ricorso da parte dell’impresa preponente ad una clausola risolutiva espressa, il Giudice deve verificare anche che sussista un inadempimento (agli obblighi di diligente collaborazione) dell’agente così grave da impedire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto. Tale non può essere in automatico – salvo che, nel concreto atteggiarsi del rapporto, non s’evidenzi il totale disinteresse dell’agente o l’abbandono di fatto della zona – il mancato raggiungimento di un obiettivo minimo di produzione prefissato. L’eventuale grave violazione deve risultare da una valutazione complessiva dell’attività resa dall’agente.
Le norme in tema di preavviso devono essere integrate con il riferimento ad una nozione di giusta causa che assume un’efficacia non derogabile dalle parti del contratto individuale; la contraria conclusione attribuirebbe alle parti la facoltà di incidere sul quel quadro normativo minimo (nel quale v’è senz’altro anche il riconoscimento di un periodo di preavviso minimo in caso di recesso) che il Legislatore ha voluto delineare in favore della parte contrattualmente più debole.
La conferma di quanto innanzi un’eventuale clausola risolutiva espressa può comportare la cessazione del rapporto di agenzia solo per il futuro.
Tag:diritto commerciale, Indennità
Monomandato, plurimandato, ed esclusiva di zona
30 Marzo 2012 Posted by Gianluca Stanzione Articoli, L'avvocato risponde 2 thoughts on “Monomandato, plurimandato, ed esclusiva di zona”
di Alessandro Limatola e Gianluca Stanzione*
Molto spesso si fa confusione tra la figura del monomandatario e quella dell’agente plurimandatario (anche se con un solo mandato).
E’, pertanto, opportuno fare chiarezza anche perché l’esatto inquadramento è centrale per l’individuazione dei diritti e degli obblighi dell’agente, e per le conseguenze concernenti la contribuzione Enasarco, gli accantonamenti FIRR e le indennità di fine rapporto.
E’ bene premettere che la figura del monomandatario non è assolutamente conosciuta dal codice civile; lo è solo dalla contrattazione collettiva che definisce tale l’agente che si obbliga a non assumere – dentro e fuori della zona – qualunque altro incarico anche per prodotti non in concorrenza.
In altre parole, l’agente monomandatario deve spendere tutte le sue energie per il suo unico preponente.
Se da un lato questa è una notevole limitazione per l’agente – il quale non ha potere contrattuale verso la sua unica mandante – dall’altro la contrattazione collettiva (e la regolamentazione Enasarco) ha previsto in suo favore un regime più favorevole per ciò che concerne il versamento dei contributi previdenziali (con massimali più elevati).
Analogo discorso va fatto per gli accantonamenti Firr, per fondo indennità di risoluzione del rapporto gestito da Enasarco, e per le indennità di clientela e meritocratica.
Diversa da tale figura è quella del plurimandatario che, pur potendo assumere incarichi da più aziende contemporaneamente – di norma – non può operare nella stessa zona per conto di soggetti in concorrenza del preponente. Analogamente il preponente non può – di norma – incaricare per la medesima zona altri agenti.
Si è discusso a lungo su cosa si dovesse intendere per esclusiva e quando si può ritenere violato l’obbligo relativo da parte dell’agente, pur essendo tale istituto previsto sia dalla legge (art. 1743 c.c.) sia dall’accordo economico collettivo. E’ stata la contrattazione collettiva a chiarire la “zona d’ombra” venutasi a creare, stabilendo all’art. 2 degli AEC che è da escludersi la possibilità di concorrenza quando l’incarico conferito all’agente riguardi generi di prodotti che foggia, destinazione e valore d’uso siano diversi e infungibili tra loro.
Con il che si voleva affermare che se manca uno soltanto di tali presupposti (foggia, destinazione e valore d’uso) non si può ritenere violata da parte dell’agente l’esclusiva territoriale.
Da ultimo va precisato che la Corte di Cassazione ha, più volte, affermato che l’istituto dell’esclusiva è un elemento naturale ma non essenziale di ogni contrato di agenzia. Di guisa che deve ritenersi sussistente in favore e a carico di entrambe le parti di un contratto ogni volta in cui non è previsto diversamente.
Corollario di quanto innanzi è che le parti possono derogare tale istituto da un solo lato del contratto (in favore del solo preponente o del solo agente) o da entrambi (sia in favore dell’agente che del preponente).
La Suprema Corte ha, altresì, previsto che detta deroga può essere pattuita non solo per iscritto e/o in maniera esplicita ma anche per fatti concludenti con una tacita manifestazione di volontà, desumibile dal comportamento tenuto dalle stesse parti sia al momento della conclusione del contratto sia durante la sua esecuzione (sentenza Corte di Cassazione n. 11063 del 5 agosto 2011).
Questo è ciò che accade quando la preponente, consapevole che l’agente ha altri mandati per la medesima zona conferitigli da aziende sue concorrenti, nulla obietta così come nell’ipotesi in cui l’agente, pur a conoscenza del fatto che la mandante opera nella stessa zona direttamente o tramite altri agenti, non chiede alla preponente di cessare tale condotta né di dargli conto dell’attività posta in essere ivi compreso il pagamento delle cosiddette provvigioni indirette.
*Responsabili area legale Lanarc — Usarci
Tag:diritto commerciale, monomandato, plurimandato
La cassazione apre agli agenti in termini di budget minimi di vendita
1 Gennaio 2012 Posted by webmaster Articoli, L'avvocato risponde 3 thoughts on “La cassazione apre agli agenti in termini di budget minimi di vendita”
di Alessandro Limatola *
Con un’importante recente pronuncia del 2011, i Giudici del Supremo Collegio hanno modificato il loro precedente, consolidato, orientamento che vedeva l’agente perdere totalmente le indennità di fine rapporto e quella sostitutiva del preavviso nell’ipotesi di mancato raggiungimento del cd. budget minimo convenuto tra le parti ovvero, in alcuni casi, determinato unilateralmente dal preponente.
Ci si trovava di fronte ad una forma di “giusta causa” predeterminata dalle parti nel contratto (in realtà quasi sempre subìta dall’agente mediante sotto-scrizione di un contratto di agenzia già predisposto dal preponente) mediante l’introduzione di una clausola risolutiva espressa del contratto stesso.
La Cassazione del 2011 ha, quindi, modificato parzialmente il proprio pre-cedente orientamento affermando che “una clausola risolutiva espressa può ritenersi legittima solo nei limiti in cui non venga a giustificare un recesso senza preavviso in situazioni concrete a norma di legge non legittimanti un recesso in tronco e fermo restando che la clausola stessa può comportare la cessazione del rapporto di durata di agenzia solo per il futuro…”.
Ha in altre parole affermato che nel contratto di agenzia, il verificarsi di un inadempimento dell’agente contenuto in una clausola risolutiva espressa giustifica il recesso in tronco, solo se l’inadempimento stesso integra una giusta causa a norma dell’art. 2119 c.c. che non consenta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto.
Per farla breve, è venuto meno l’automatismo mancato raggiungimento del livello di produzione minima – risoluzione in tronco e senza preavviso del contratto.
Occorrerà, dunque, caso per caso, verificare se il fatturato sviluppato dall’agente nel periodo considerato è giudicato come espressione di un gra-ve inadempimento dell’agente oppure no.
In altre parole si è, nei fatti, ribaltato, l’onere della prova stabilendo che è il preponente a dover non solo allegare ma anche provare la “giusta causa”; in passato accadeva il contrario era l’agente che, subìto il recesso in tronco da parte del preponente, era tenuto a dimostrare che il mancato raggiungimento dell’obiettivo minimo era da imputare a fattori estranei alla sua volontà, di-pendenti cioè da circostanze oggettive o da terzi.
Da quanto innanzi discende che ove il preponente non riesca a dimostrare l’esistenza del grave inadempimento dell’agente l’indennità di fine rapporto è quanto meno fatta salva.
Mi sembra un grosso passo in avanti che va nella direzione di premiare il merito degli agenti indipendentemente dal motivo di recesso e dalla durata del rapporto.
*Responsabile area legale Lanarc — Usarci
Tag:agenti, diritto commerciale