Source: https://www.laleggepertutti.it/200002_lavvocato-che-impugna-la-sentenza-non-deve-offendere-il-giudice
Timestamp: 2018-12-11 14:45:06+00:00
Document Index: 480795

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L'avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice
L’avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice
Dire che il giudice non ha letto le carte del processo comporta una sanzione disciplinare.
Ci sono tanti modi di offendere. Più volte la Cassazione ha detto che l’ingiuria non ha un parametro fisso ma può variare in base al contesto in cui si inserisce la frase offensiva. Come dire: ci sono ambienti dove la rivalità è quasi normale, fa parte del gioco e, pertanto, è normale aspettarsi una contestazione più incisiva del solito. Si pensi a una campagna elettorale o a una riunione di condominio. Ma ciò vale solo per determinati ambienti. In tribunale la rivalità non deve mai sconfinare in espressioni sia pur velatamente offensive. Tanto più se il destinatario è un giudice. Una recente ordinanza della Cassazione [1] è emblematica nel bacchettare un legale che aveva usato un’espressione poco felice nel proprio atto difensivo. Secondo la Corte, infatti, l’avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice (quello cioè che ha emesso la sentenza impugnata). Vediamo cosa è successo nel caso in esame.
Tutto nasce da un ricorso in Cassazione particolarmente infelice e dall’esito sfortunato. Il ricorso veniva rigettato per infondatezza ed eccessiva genericità delle censure sollevate. In alcune parti risultava del tutto “oscuro” (così si legge nelle motivazioni degli ermellini). Addirittura il ricorrente reiterava in Cassazione delle contestazioni sul merito che, come noto, non possono trovare spazio in quella sede. Sicché, con la sentenza, i giudici condannavano la parte alla responsabilità processale aggravata.
Ma non è tutto. L’avvocato aveva scritto nel ricorso per cassazione che la Corte d’Appello, in buona sostanza, aveva deciso senza neppure aver letto i fascicoli di causa. Si tratta però, ad avviso della Cassazione, di una latente accusa di omissione nel compimento dei propri doveri d’ufficio che può costare caro al difensore. Tanto caro che, nel caso di specie, è stato subito segnalato all’ordine di competenza ai fini disciplinari. E difatti, secondo la Suprema Corte, l’attribuzione al Giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata non già di un errore nella ricostruzione dei fatti o nell’interpretazione delle norme, ma di una intenzionale omissione nel compimento dei propri doveri d’ufficio («non leggere neppure i fascicoli») costituisce un atto contrario ai doveri deontologici dell’avvocato, ed in particolare costituisce violazione di quella norma che pone il divieto di uso di espressioni offensive o sconvenienti [2]. Ricordiamo infatti che il codice deontologico forense stabilisce che l’avvocato deve evitare espressioni offensive o sconvenienti negli scritti in giudizio e nell’esercizio dell’attività professionale nei confronti di colleghi, magistrati, controparti o terzi».
Insomma, non si possono fare insinuazioni negli atti processuali e accusare i giudici di non fare il proprio dovere; le censure possono riguardare solo gli elementi della sentenza, l’interpretazione della legge, l’errata ricostruzione dei fatti o valutazione delle prove. Ma la persona del magistrato non si tocca.
Sempre la Cassazione, nel 2016 [3], aveva detto che, ai fini della responsabilità disciplinare dell’avvocato, le espressioni sconvenienti od offensive vietate dal codice deontologico forense rilevano di per sé, a prescindere dal contesto in cui sono usate e dalla veridicità dei fatti che ne sono oggetto.
Due pesi e due misure? Quando le espressioni offensive sono rivolte non al giudice ma al collega, la Cassazione sembra cambiare idea. Si legga ad esempio questa sentenza: «Non ogni espressione “forte” o pungente che crei disappunto è automaticamente offensiva ai fini della responsabilità penale nei delitti contro l’onore; la sussistenza di un reato non può essere ancorata alla sensibilità della (presunta) parte offesa. Ciò che rileva, nei delitti contro l’onore, oltre al dolo generico dell’agente, è la obiettiva capacità offensiva, da giudicarsi in base al significato socialmente condiviso delle parole, delle espressioni utilizzate (nella specie, la Corte ha escluso che l’utilizzo del termine “risibile”, con cui un avvocato commentava una tesi difensiva di controparte, potesse costituire espressione offensiva integrante l’ex reato di ingiuria» [4].
Il Consiglio Nazionale Forense invece scrive: «Posto che l’attribuire alla controparte la prospettazione di circostanze false costituisce una evidente manifestazione della dialettica processuale, che ha il limite del divieto di espressioni sconvenienti od offensive autonomamente valutabile in sede disciplinare, devono ritenersi non lesive della dignità e del decoro professionale le affermazioni di malafede processuale e di deduzione di false circostanze, rivolte alla controparte, in quanto non sconvenienti né offensive ed altresì appartenenti al diritto di difesa nell’ambito del processo» [5]. È sempre del Cnf la seguente decisione: «Nel conflitto tra il diritto a svolgere la difesa giurisdizionale nel modo più largo e insindacabile e il diritto della controparte al decoro e all’onore prevale il primo, salvo l’ipotesi in cui le espressioni offensive siano gratuite, ossia non abbiano relazione con l’esercizio del diritto di difesa e siano oggettivamente ingiuriose. Pertanto, non commette illecito disciplinare l’avvocato che in una richiesta al giudice richiami la normativa sulla responsabilità dei magistrati al fine di una migliore difesa del cliente e per la realizzazione del risultato perseguito con l’azione giudiziale» [6].
[1] Cass. ord. n. 8064/2018 de 3.04.2018.
[2] Art. 52, comma 1, del codice deontologico forense.
[3] Cass. sent. n. 11370/2016.
[4] Cass. sent. n. 10188/2011.
[5] Cnf sent. n. 130/2006.
[6] Cnf sent. n. 195/2003.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre 2017 – 3 aprile 2018, n. 8064
1. Nel 2001 la società Intesa Gestione Crediti s.p.a. (il cui credito sarà in seguito ceduto alla società Castello Finance s.r.l., che nel presente giudizio è rappresentata dalla società Italfondiario s.p.a.) convenne dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere S.G. e C.G. , allegando:
(-) che i debiti delle suddette società verso la Intesa gestione Crediti erano state garantire dai coniugi S.G. e C.G. , fino al limite di 1,5 miliardi di lire;
(-) era irrilevante la circostanza che gli immobili conferiti nel fondo patrimoniale fossero ipotecati, perché nulla era stato dimostrato dai convenuti circa l’effettiva persistenza e l’ammontare del credito a garanzia del quale furono iscritte quelle ipoteca, ed in mancanza di tale prova non poteva stabilirsi se le suddette ipoteche fossero davvero tali da azzerare il valore degli immobili, e rendere perciò irrilevante, rispetto alla Intesa Gestione Crediti, il loro conferimento in un fondo patrimoniale.
1.1. Col primo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, nn. 3 e 4, c.p.c., la nullità del giudizio d’appello e della sentenza che l’ha concluso.
Deduce che al giudizio d’appello non hanno partecipato i due soggetti chiamati in causa dalla convenuta C. , ovvero le curatele fallimentari delle società (omissis) s.r.l. e (omissis) s.r.l., nei confronti dei quali essa ricorrente aveva domandato di “essere rivalsa” (sic) in caso di accoglimento della domanda attorea.
Né è stata impugnata in questa sede l’affermazione della Corte d’appello secondo cui la domanda di revocatoria proposta dal creditore nei confronti del fideiussore, e quella di garanzia proposta dal fideiussore nei confronti del debitore principale, costituiscono cause tra loro scindibili, e tanto meno quella secondo cui non vi era prova in atti dell’avvenuta notifica dell’appello ai due fallimenti.
2.1. Col secondo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., che la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto delle eccezioni da essa sollevate, ed in particolare:
La prima è la sua assoluta genericità, giacché l’intera censura si compendia nei brevi ed oscuri passi riportati tra virgolette al paragrafo precedente.
Ma la Corte d’appello, come accennato, non ha affatto esaminato il fondo della domanda revocatoria: si è limitata a dichiarare l’appello inammissibile perché “alcun ragionamento offre in contrapposizione alle argomentazioni del Tribunale”.
Ad esso, pertanto, è applicabile ratione temporis l’art. 385, comma 4, c.p.c., a norma del quale “quando pronuncia sulle spese (…) la Corte, anche d’ufficio, condanna (…) la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffa/i, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”.
Tale norma è stata introdotta dall’art. 13 d. lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, e, per espressa previsione dell’art. 27, comma 2, del medesimo decreto, si applica ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze pubblicate a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto medesimo, avvenuta il 2 marzo 2006.
Vero è che l’art. 385, comma 4, c.p.c., è stato in seguito abrogato dall’art. 46, comma 20,1. 18 giugno 2009, n. 69.
Tuttavia, per espressa previsione dell’art. 58 della stessa legge n. 69/09, “le di disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile (..) si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”, vale a dire dopo 4 luglio 2009.
Nel presente giudizio è pertanto applicabile ratione temporis l’art. 385, comma 4, c.p.c. (come già ritenuto da Sez. 3, Sentenza n. 22812 del 7/10/2013, Rv. 629023, in motivazione), in quanto:
La ricorrente va di conseguenza condannata d’ufficio, ai sensi dell’art. 385, comma 4, c.p.c., nel testo applicabile ratione temporis al presente giudizio, al pagamento in favore della parte intimata, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata a titolo di risarcimento del danno.
La presente sentenza, pertanto, dovrà essere comunicata al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ai sensi dell’art. 51, comma 3, lettera (d), della 1. 31 dicembre 2012 n. 247, per i provvedimenti di sua competenza, ovvero la trasmissione al Consiglio di disciplina territorialmente competente.
5.1. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma 1, c.p.c., e sono liquidate nel dispositivo.
(-) condanna C.G. alla rifusione in favore di Castello Finance, come in epigrafe rappresentata delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 10.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55;
(-) visto l’art. 51, comma 3, della 1. 31.12.2012 n. 247, manda alla Cancelleria di trasmettere copia della presente sentenza al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli.