Source: https://fiscomania.com/recesso-del-socio-da-srl/
Timestamp: 2020-04-06 09:19:28+00:00
Document Index: 45645455

Matched Legal Cases: ['art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2468', 'sentenza ', 'art. 2437', 'art. 2473', 'art. 2497', 'art. 2473', 'art. 34', 'art. 2469', 'sentenza ', 'art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2437', 'art. 2473', 'art. 2479', 'art. 2482', 'art. 2470', 'art. 2437', 'art. 2437', 'art. 2437', 'art. 67', 'art. 68', 'art. 5', 'art. 87', 'art. 87', 'art. 47', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 27', '§ 3', 'art. 59', 'art. 47', 'art. 89', 'art. 87', 'art. 2482']

Home Tax Planning Tax Planning Nazionale Recesso del socio da SRL: profili civilistici e fiscali
Aspetti civilistici fiscali legati alla procedura di recesso del socio da SRL.
Il diritto di recesso è una facoltà concessa ai soci di risolvere il contratto sociale, al verificarsi di alcune fattispecie previste dall’art. 2473 cc. Analizziamo la disciplina fiscale è contabile del recesso del socio da SRL.
Nel diritto societario il recesso è il potere riconosciuto ad ogni socio di sciogliersi unilateralmente dal contratto sociale ottenendo il rimborso della propria partecipazione a valori equi (e non meramente contabili).
Il diritto di recesso è uno strumento di tutela introdotto a protezione dei soci di minoranza utilizzabile in particolari situazioni, previste dalla legge o dallo statuto. Si tratta di fattispecie in cui si alterano le condizioni di rischio dell’investimento nella società, non per fattori di mercato, ma per mutamenti decisi dalla maggioranza.
L’esercizio del diritto di recesso è disciplinato per le società a responsabilità limitata (SRL) dall’art. 2473 c.c., disposizione che indica le modalità ed i criteri da seguire per liquidazione della partecipazione del socio.
Vediamo, quindi, di seguito la disciplina legata all’esercizio del diritto di recesso del socio nelle SRL.
Gli interessi protetti dal diritto di recesso
L’esercizio del diritto di recesso del socio nelle SRL
Le principali cause di recesso convenzionali
Cause di recesso legale da SRL
Durata indeterminata della società ex art. 2473 co. 2 c.c.
Clausole compromissorie nello statuto
Termini e modalità di esercizio del recesso del socio dal SRL
Modalità di recesso del socio e tempistiche
Il recesso parziale del socio
Gli effetti del recesso del socio
Limite al diritto di recesso del socio
Liquidazione della quota e valutazione
Il procedimento di valutazione della quota del socio
Modalità di rimborso della quota del socio receduto
Acquisto da parte di soci o di terzi e partecipazione del recedente
Disciplina fiscale legata al recesso del socio nelle SRL
Disciplina contabile legata al recesso del socio da SRL
Recesso del socio da SRL: conclusioni
Nella Relazione Ministeriale di accompagnamento al D.Lgs. n 6/2003, in merito al recesso del socio da SRL è indicato che:
la possibilità offerta dalla legge di uscire dalla società, da un lato consente di sottrarsi a scelte della società in conflitto con i suoi interessi, dall’altro comportando un impegno economico per la società e per coloro che in essa rimangono, gli offre uno strumento di contrattazione con gli altri e con la maggioranza della società
Infatti, le disposizioni sul recesso del socio da SRL soddisfano diversi interessi, quali:
Tutela della minoranza. Questa ha la possibilità di lasciare la società in molteplici situazioni senza penalizzazioni sul valore di rimborso;
Tutela della maggioranza. Essa può vedere nel diritto di recesso del socio di minoranza uno strumento per ottenere la fuoriuscita dalla società di soggetti con cui i rapporti risultano compromessi. Inoltre, può cessare liti interne tra soci;
Incentivo all’investimento societario. Chi vuole entrare in società ha la garanzia di poter recedere dalla propria partecipazione senza eccessivi oneri e senza essere ridotto alla ricerca di un terzo compratore.
Le cause di recesso possono essere convenzionali, determinate cioè dai soci nell’atto costitutivo, che può fissare anche le relative modalità di esercizio.
Si potrebbe consentire il recesso ai soci in disaccordo rispetto a deliberazioni assembleari aventi ad oggetto:
Il trasferimento della sede al di fuori della provincia;
L’introduzione del potere di demandare agli amministratori l’aumento di capitale;
La possibilità di demandare agli amministratori l’emissione di titoli di debito.
Oppure, si può prevedere l’introduzione di cause di recesso pattizie non derivanti da deliberazioni, quali:
Il mancato rinnovo di una specifica autorizzazione amministrativa da parte di un ente pubblico;
Il mancato conseguimento di un utile minimo o la produzione di perdite per 1 o più anni;
La cessazione dalla carica di un determinato amministratore sul quale il socio vantava una specifica fiducia;
Il verificarsi di una “giusta causa“, non specificatamente determinata dall’atto costitutivo o dallo statuto.
Inoltre, le cause di recesso possono essere legali, determinate quindi direttamente dal legislatore (le ipotesi legali di recesso operano anche nel silenzio dell’atto costitutivo).
Nella tabella seguente si riportano le principali ipotesi.
Ipotesi di cui all’art. 2473 co. 1 c.c.
Sono espressamente previste come cause legali di recesso le seguenti:
– cambiamento dell’oggetto sociale (costituzione);
– trasformazione della società;
– fusione o scissione della società;
– revoca dello stato di liquidazione;
– trasferimento della sede sociale all’estero;
– eliminazione di una o più cause di recesso previste “volontariamente” dall’atto costitutivo;
– compimento di operazioni che determinano una sostanziale modificazione dell’oggetto della società fissato nell’atto costitutivo;compimento di operazioni che determinano una rilevante modificazione dei diritti particolari dei soci (art. 2468 co. 4 c.c. ).
In questi casi le cause di recesso operano per mancato consenso dei soci alle decisioni al riguardo.
Come precisato dalla dottrina, la legittimazione al diritto di recedere non spetta solo a chi ha dissentito, ma anche al socio assente all’assemblea, a quello che si è astenuto dalla votazione o che non aveva il diritto di voto.
La Cassazione, nella sentenza 29.3.2019 n. 8962, ha stabilito che la durata di una srl – connotata da un socio di maggioranza persona giuridica e da uno di minoranza persona fisica – fino al 31.12.2050 non legittima quest’ultimo, che alla data di scadenza della società avrà 87 anni, all’esercizio del diritto di recesso “ad nutum“. La circostanza che la durata della società superi l’aspettativa di vita del socio persona fisica (secondo i dati Istat), infatti, è reputata circostanza del tutto irrilevante.
Nel caso di società contratta a tempo indeterminato, il diritto di recesso compete al socio in ogni momento (“ad nutum“) e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni; l’atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore a un anno (comma 2).
Una questione particolare, poi, è quella legata al possibile o meno riconoscimento del diritto di recesso in caso di proroga della durata della società, in mancanza di un’espressa disciplina sul punto come, invece, previsto per le spa dall’art. 2437 co. 2 c.c.
Limitazioni nella circolazione delle quote
Quando l’atto costitutivo della società contiene clausole che (trasferimento delle quote):dispongono l’intrasferibilità della quota;subordinano la cessione della quota al gradimento di organi sociali, soci o terzi, senza prevederne condizioni e limiti (c.d. clausole di “mero gradimento”);pongono condizioni o limiti che, nel caso concreto, impediscono il trasferimento mortis causa della quota (in tali casi, l’atto costitutivo può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato).
È possibile prevedere un limite alla facoltà di esercitare il diritto di recesso, stabilendo nell’atto costitutivo un termine, però non superiore a 2 anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato.
In caso di decisione di aumento del capitale sociale mediante nuovi conferimenti spetta ai soci il diritto di sottoscriverlo in proporzione delle partecipazioni da essi possedute.
L’atto costitutivo può prevedere che l’aumento di capitale possa essere attuato anche mediante offerta di quote di nuova emissione a terzi; in tal caso spetta ai soci che non hanno consentito alla decisione il diritto di recesso ex art. 2473 c.c.
Consentono l’uscita del socio le seguenti ipotesi (gruppi di società):
delibera da parte della società che esercita attività di direzione e coordinamento di trasformazione che generi il mutamento del suo scopo sociale (ovvero di trasformazione eterogenea che generi il cambiamento del genere di appartenenza), o di modifica del suo oggetto sociale consentendo l’esercizio di attività che alterino direttamente e sensibilmente le condizioni economiche e patrimoniali delle società controllate;pronuncia di condanna, con decisione esecutiva, della società che esercita attività di direzione e coordinamento (la situazione è quella dell’azione di responsabilità ex art. 2497 c.c. promossa dal socio della controllata nei confronti della capogruppo);
assoggettamento a rapporti di direzione e controllo o cessazione, qualora la nuova situazione possa alterare le condizioni di partecipazione del socio di una delle società coinvolte.
Introduzione o soppressione (arbitrato).
In particolare, le modifiche dell’atto costitutivo, introduttive o soppressive di clausole compromissorie, devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale. I soci assenti o dissenzienti possono, entro i successivi 90 giorni, esercitare il diritto di recesso.
Per quanto concerne le modalità di esercizio del diritto di recesso del socio da SRL, l’articolo 2473 non reca alcuna disposizione espressa. Esso si limita a stabilire che:
Presenza di tempistiche particolari di recesso
Disposizioni specifiche sono, poi, previste nei seguenti casi:
Qualora la società sia costituita a tempo indeterminato, il socio può recedere in ogni momento, con un preavviso di almeno 180 giorni. L’atto costitutivo può prevedere un termine di preavviso diverso (maggiore), purché non superiore ad 1 anno (art. 2473 co. 2 c.c. );
Qualora siano apportate modifiche all’atto costitutivo per l’introduzione o la soppressione di clausole compromissorie, il termine di recesso per i soci assenti o dissenzienti è fissato in 90 giorni (art. 34 co. 6 del DLgs. 5/2003);
Oppure qualora siano previste limitazioni alla circolazione delle quote, l’atto costitutivo può prevedere un limite alla facoltà di esercitare il diritto di recesso, stabilendo un termine, non superiore a 2 anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato (art. 2469 co. 2 c.c. ).
Il tribunale di Bologna con sentenza 18 marzo 2019 ha fornito importanti chiarimenti in merito al recesso ad nutum da società contratta a tempo indeterminato. Infatti, il termine di preavviso, non inferiore a 180 giorni, determina uno scivolamento in avanti degli effetti del recesso che non possono prodursi prima dello spirare di detto termine. Di conseguenza, in pendenza del termine di preavviso il socio che ha inviato comunicazione alla società continua a partecipare pienamente alla vita sociale e a correre il rischio di impresa.
Anche se non è pacifico, sembra ammissibile la clausola statutaria che riconosce il recesso parziale “perché migliorativa dei diritti del recedente“.
In giurisprudenza, si veda Trib. Torino 3.7.2017 n. 3473, che ha dichiarato legittimo il recesso parziale da srl in un caso di delibera di mutamento dell’oggetto sociale.
Nell’ambito delle società di capitali è incerto il momento a partire dal quale, in caso di esercizio del diritto di recesso, debba ritenersi venuto meno lo status di socio, con perdita dei relativi diritti amministrativi e patrimoniali.
La prassi notarile sembra orientata nel riconoscere tale momento nell’atto di ricevimento della lettera di recesso da parte della società.
In particolare, secondo il Comitato Triveneto dei Notai, nella massima I.H.5, avendo natura di atto unilaterale recettizio, risolutivamente condizionato ex lege alla revoca della delibera legittimante il recesso o alla messa in liquidazione volontaria della società, la dichiarazione di recesso produce effetti dalla data del suo ricevimento.
Da tale data i diritti connessi alla partecipazione per la quale è stato esercitato il diritto di recesso sono sospesi, conservando il socio recedente solo la titolarità formale della partecipazione finalizzata alla liquidazione della stessa.
I soci possono impedire l’esercizio del diritto di recesso o rendere inefficace il recesso già esercitato mediante la revoca della delibera assembleare giustificativa del recesso (art. 2473 co. 5 c.c. ).
Come sottolineato dalla prassi notarile:
In mancanza di un termine determinato per legge, la società può adottare la revoca della delibera, ovvero la delibera di scioglimento della società, entro il termine di 180 giorni previsto per l’eventuale rimborso delle partecipazioni;
Se la delibera revocata ha prodotto effetti sostanziali nel periodo di validità (ad esempio, per il compimento di atti di amministrazione finalizzati al perseguimento del diverso oggetto sociale deliberato e poi revocato), la revoca non rende inesercitabile tale diritto o inefficace quello già esercitato;
E’ legittima la clausola statutaria che preveda che la delibera di revoca debba essere la prima delibera utile a pena della perdita del diritto di revoca.
Inoltre, il diritto di recesso è limitato nei termini di cui sopra nel caso di delibera di scioglimento della società (art. 2473 co. 5 c.c. ). Secondo la prassi notarile, in tale ipotesi, la successiva revoca dello scioglimento è possibile solo se il socio originario recedente abbia manifestato il suo consenso, rinunciando al rimborso della partecipazione, o abbia ottenuto il rimborso della partecipazione.
In particolare per quanto riguarda il rimborso si deve sottolineare quanto segue:
Il rimborso deve essere effettuato in proporzione del patrimonio sociale;
Il patrimonio sociale è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso;
In caso di contrasto tra la società e il socio recedente in merito al valore del rimborso, la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal Tribunale, che provvede anche sulle spese, su istanza della parte più diligente.
L’art. 2473, comma 3, c.c. dispone che:
‘‘i soci che recedono hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione al patrimonio sociale. Esso, a tal fine, è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso”
Differentemente da quanto previsto per le SPA, al socio non è consentito conoscere il valore di liquidazione della partecipazione prima della delibera assembleare avente oggetto su cui è possibile esercitare il diritto di recesso (art. 2437-ter, comma 5, cc). Gli amministratori dovranno redigere un bilancio intermedio alla data di effetto del recesso al fine di esprimere il valore di mercato della società risultante da una valutazione d’azienda.
In caso di disaccordo tra la società ed il socio recedente in merito al valore di rimborso, la valutazione è compiuta a mezzo relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale (art. 2473, comma 3 c.c.).
Conseguentemente, nell’esprimere le proprie valutazioni, gli amministratori sono tenuti all’utilizzo di diverse metodologie valutative, di tipo patrimoniale, reddituale/finanziario e basate sui prezzi di mercato. Il riferimento a tali metodologie valutative, ovviamente, è vincolante ove le stesse siano applicabile in modo significativo e ragionevole nel caso di specie.
In base al metodo patrimoniale, il valore di una società coincide con il valore del suo patrimonio espresso a valori correnti. Si tratta del prezzo che occorrerebbe pagare alla data di valutazione per acquisire tutte le attività in bilancio, al netto delle passività. Il punto di partenza per l’utilizzo del metodo è il bilancio a valori contabili da rettificare in aumento o in diminuzione per tenere conto dei valori correnti di attività e passività al fine di individuare il patrimonio netto rettificato (k).
Esistono due tipologie di metodo patrimoniale: semplice e complesso.
Il metodo patrimoniale semplice fa riferimento esclusivamente alle attività e passività
che risultano dal bilancio societario, senza considerare eventuali valori immateriali non
contabilizzati quali il marchio, l’immagine aziendale, il know-how, etc.
Tra le principali operazioni da eseguire per determinare il patrimonio netto rettificato, vi
– valutare il magazzino al prezzo medio di vendita, al netto di oneri di completamento e commercializzazione;
– valorizzare i beni strumentali al prezzo desumibile dal mercato oppure al costo di ricostruzione rettificato per tenere conto del deperimento fisico e dell’obsolescenza;
– valorizzare i crediti e i debiti al valore netto di presunto realizzo;
– esprimere il valore corrente delle partecipazioni, o attraverso una autonoma valutazione della società partecipata, ovvero assumendo a riferimento il pro quota del patrimonio netto rettificato della partecipata;
– valorizzare eventuali passività potenziali (ad esempio, per contenziosi in corso) non rappresentati a bilancio.
Nel caso in cui emergano plusvalori o minusvalori dal confronto tra valori correnti e valori
contabili delle singole poste attive e passive occorre tenere conto degli oneri fiscali potenziali (ove esistenti) correlati ai plusvalori o minusvalori accertati.
Con il metodo patrimoniale complesso, la valutazione include anche risorse immateriali
non direttamente desumibili dal bilancio. Tali risorse, per poter essere considerate nella
stima, devono essere economicamente quantificabili, trasferibili a terzi ed essere in grado
di generare utilità differita nel tempo.
Il metodo patrimoniale è particolarmente indicato per la valutazione di aziende nelle quali la componente patrimoniale è prevalente rispetto a quella reddituale, come ad esempio le imprese immobiliari e le holding.
Utilizzare il metodo patrimoniale, per contro, ha scarsa significatività in ipotesi di valutazione di aziende di servizi o aventi una ridotta componente patrimoniale.
Per mezzo del metodo reddituale, il valore di una società è funzione della sua capacità futura di produrre reddito. Ai fini della determinazione di tale valore occorre stimare: il reddito medio normale di riferimento, il tasso di remunerazione ed il periodo di capitalizzazione. Il criterio reddituale può essere applicato in diverse accezioni: a durata illimitata o a durata limitata.
Qualora, tenuto conto delle prospettive di stabilità nel tempo di produzione di redditi aziendali, si ritenga ragionevole l’utilizzo del metodo reddituale nella configurazione a durata illimitata il valore del capitale economico viene determinato con la formula:
W = valore del capitale economico aziendale
R = reddito medio normale atteso di riferimento
i = tasso di capitalizzazione.
Diversamente, si ritiene ragionevole ipotizzare la produzione di redditi per un periodo di tempo limitato, la formula è la seguente:
W = Ra N_i
W = valore del capitale economico aziendale;
R = reddito medio normale atteso di riferimento;
a N_i = valore attuale di una rendita immediata posticipata di ‘‘n’’ anni al tasso di capitalizzazione
Reddito medio normale di riferimento
Il reddito medio normale di riferimento (R) esprime il reddito che l’azienda oggetto di stima si prevede possa generare in una prospettiva di medio-lungo termine. La determinazione del reddito medio normale atteso si fonda sui risultati reddituali storicamente
dimostrati e sulle prospettive di reddito razionalmente formulabili al momento in cui si conduce la stima, assumendo a riferimento la media (aritmetica o ponderata) dei risultati ottenuti. Occorre fare riferimento al reddito c.d. normalizzato, per cui i risultati considerati ai fini della sua stima (storici o futuri) devono dapprima essere depurati di tutte le componenti
straordinarie o non ripetitive frutto di elementi di casualità, non ripetibilità e non
pertinenza, al netto dei rispettivi effetti fiscali.
Il tasso di capitalizzazione (i) rappresenta il rendimento richiesto all’investimento nell’impresa, tenuto conto dei rischi che questo comporta. Un metodo tipicamente utilizzato per la sua determinazione è il Capital Asset pricing model (CAMP) in base al quale il tasso è dato da una componente priva di rischio e da un premio per il rischio di mercato moltiplicato per uno specifico coefficiente Beta che individua la correlazione tra il settore a cui appartiene la società oggetto di analisi e l’intero mercato.
Il metodo misto patrimoniale – reddituale
Il metodo misto patrimoniale – reddituale, nella versione con stima autonoma dell’avviamento (conosciuto anche come metodo UEC – Unione Europea degli esperti contabili), esprime una sintesi tra il metodo patrimoniale e il metodo reddituale, quantificando il valore economico di una società in funzione sia del patrimonio, sia del reddito.
Il modello misto mette in evidenza un valore di avviamento (goodwill) calcolato sulla base
del sovra- o sottoreddito, inteso come differenza tra il reddito medio normale atteso e il
rendimento del capitale proprio giudicato soddisfacente rispetto al tipo di investimento
Il metodo UEC determina il valore economico aziendale con la formula:
W = K + A
K = patrimonio netto rettificato;
A = valore dell’avviamento.
Il rimborso può avvenire mediante:
Acquisto da parte di un terzo individuato dai soci;
Intervento della società.
In tal caso, il rimborso della quota avviene con:
L’utilizzo di riserve disponibili (le quote degli altri soci si accrescono proporzionalmente rispetto alla quota del socio receduto);
O, in mancanza, corrispondentemente riducendo il capitale sociale (previa deliberazione dell’assemblea ex art. 2479-bis c.c. ). Viene riconosciuto ai creditori sociali il diritto di opposizione alla deliberazione di riduzione del capitale sociale (art. 2482 c.c. ), qualora ritengano che possa derivarne un pregiudizio alle proprie ragioni (se viene accolta l’opposizione, la società è posta in liquidazione). La società viene posta in liquidazione se, sulla base della riduzione del capitale sociale, non risulti comunque possibile il rimborso della partecipazione del socio receduto.
Nella srl, a fronte dell’esercizio del diritto di recesso da parte di un socio, è previsto il rimborso della partecipazione mediante acquisto da parte degli altri soci (proporzionalmente) o da parte di un terzo da questi concordemente indicato.
Si tratta di operazioni che realizzano certamente fattispecie ascrivibili al “trasferimento della partecipazione” di cui all’art. 2470 c.c., con applicabilità di quanto ivi disposto.
Tali modalità di rimborso della partecipazione non comportano alcun esborso a carico della società, a differenza di quanto avviene quando si utilizzano le riserve disponibili e di quando si riduce il capitale sociale.
Il termine “rimborso“, quindi, assume nei primi due casi un significato più economico che giuridico, attagliandosi meglio all’ipotesi di restituzione di somme versate alla società e pertanto provenienti dal patrimonio di questa.
Ad ogni modo, con riguardo al trasferimento della partecipazione del recedente ai soci dichiaratisi disponibili all’acquisto, così come all’eventuale terzo, occorre chiedersi se questo possa avvenire senza la partecipazione e la volontà del recedente, analogamente a quanto accade nel caso di recesso da spa.
Nessun potere dispositivo sulla quota da parte degli amministratori
Ai sensi del secondo comma dell’art. 2437-bis c.c. e dell’art. 2437-quater c.c., infatti, il recedente da spa rimette nella disponibilità della società e, per essa, degli amministratori, il potere di alienare i titoli azionari; e in funzione di ciò si prevede, da un lato, il deposito delle azioni presso la sede sociale e, dall’altro, l’incedibilità per il socio delle stesse. La spa è così configurata al pari di un “commissario per la vendita“.
Diversamente, nelle srl non è previsto nulla di simile e neppure è applicabile analogicamente quanto disposto per le spa. L’attribuzione agli amministratori di spa di un potere dispositivo sulla partecipazione del recedente costituisce oggetto di una norma di carattere eccezionale.
D’altra parte, la rimessione della disponibilità della partecipazione a favore degli amministratori si accompagna, giustificandosi, a un elemento che risulta strettamente funzionale ai poteri che vengono loro attribuiti e che nella srl non è realizzabile, ovvero il deposito dei titoli azionari e la loro incedibilità. Se si volesse applicare analogicamente la disciplina di cui all’art. 2437-quater c.c., poi, occorrerebbe prospettare anche la possibilità di iscrivere nel Registro delle imprese l’offerta in opzione della quota da parte degli amministratori, ma tale soluzione è preclusa dal principio di tipicità degli atti iscrivibili nel Registro delle imprese.
In capo al socio di srl, il trattamento delle somme percepite in caso di recesso dipende dalle modalità con cui il diritto è esercitato, ovvero mediante:
Acquisto delle quote da parte degli altri soci o terzi (recesso atipico);
Annullamento delle partecipazioni con conseguente riduzione del patrimonio netto della società (recesso tipico).
Recesso “atipico”
Soci persone fisiche non imprenditori
Nel caso di acquisto delle quote da parte di altri soci o di terzi, in capo al socio uscente non imprenditore si realizza reddito un diverso ex art. 67 co. 1 lett. c) e c-bis) del TUIR, determinato ex art. 68 del TUIR come differenza tra somme percepite e costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione ceduta.
Per i redditi diversi realizzati dall’1.1.2019, si applica l’imposta sostitutiva del 26% ex art. 5 co. 2 del DLgs. 461/97 a prescindere dalla circostanza che si tratti di partecipazioni qualificate o non qualificate.
Soci persone fisiche imprenditori o società di persone
Se il soggetto uscente è un imprenditore individuale o una società di persone, le plusvalenze realizzate dall’1.1.2018 sono imponibili nei limiti rispettivi del 58,14% o del 49,72% se sono verificati i requisiti di cui all’art. 87 del TUIR, mentre nel 100% negli altri casi.
Soci-soggetti IRES
Le somme percepite da soci-soggetti IRES a seguito di recesso atipico hanno natura di plusvalenza, imponibile nella misura del 5% se sussistono i requisiti di cui all’art. 87 del TUIR o, diversamente, nella misura del 100%.
Recesso “tipico”
I soci di srl che ricevono denaro o beni a seguito del recesso “tipico” conseguono un reddito di capitale che l’art. 47 co. 7 del TUIR quantifica nella differenza tra:
Il prezzo pagato per l’acquisto o la sottoscrizione delle quote annullate.
Sulle somme percepite da persone fisiche non imprenditori dall’1.1.2018 si applica la ritenuta a titolo di imposta del 26% ex art. 27 co. 1 del DPR 600/73 a prescindere dalla circostanza che si tratti di una partecipazione qualificata o non qualificata (art. 1 co. 999 ss. della L. 205/2017).
Tuttavia, gli utili derivanti da distribuzioni deliberate dall’1.1.2018 al 31.12.2022 e prodotti fino all’esercizio in corso al 31.12.2017 concorrono alla formazione del reddito complessivo IRPEF secondo le percentuali del 40%, del 49,72% o del 58,14%.
Se il reddito è assoggettato a ritenuta, secondo l’art. 27 co. 1-bis del DPR 600/73, il prelievo alla fonte è effettuato sulla sola quota parte delle somme che abbia effettivamente natura di utile per il percipiente (ovvero, sulla differenza tra quanto distribuito e il costo fiscale delle quote). A tal fine, è necessario che il socio comunichi alla società il costo fiscalmente riconosciuto delle proprie partecipazioni, in modo che questa, in qualità di sostituto d’imposta, possa operare la ritenuta a titolo definitivo sull’effettiva quota imponibile, e non sull’intero importo delle somme effettivamente erogate; in assenza di comunicazione, la società può applicare la ritenuta sull’intero ammontare.
Per le persone fisiche non imprenditori, quindi, la tassazione in qualità di utile delle somme percepite in eccedenza del costo fiscalmente riconosciuto delle azioni prescinde dalla natura delle riserve di patrimonio netto annullate; infatti, ha natura di utile anche “la parte di tali eccedenze che derivano da riserve di capitale” (circ. n. 26/2004/E, § 3.1).
Se i soggetti uscenti sono persone fisiche imprenditori, ovvero società di persone, occorre distinguere la quota parte di reddito derivante da riserve di utile da quella derivante da riserve di capitale.
Nel primo caso, l’imposizione sul reddito percepito avviene nel limite del 40%, del 49,72% o del 58,14% della differenza tra somme attribuite (o valore normale dei beni assegnati) e costo fiscale della partecipazione, indipendentemente dall’entità della partecipazione medesima (art. 59 co. 1 del TUIR, il quale pone un rimando esplicito alle disposizioni dell’art. 47); nel secondo caso, il reddito qualificato come plusvalenza è esente al 60%, al 50,28% o al 41,86% se ricorrono i requisiti pex mentre è imponibile al 100% negli altri casi.
I redditi percepiti dai soci-soggetti IRES a seguito del recesso da srl (sempre determinati come differenza tra importo percepito e costo fiscale della partecipazione annullata) costituiscono, invece, redditi d’impresa, imponibili nel limite del 5% (art. 89 del TUIR). Anche in tal caso, occorre distinguere tra la quota parte derivante da riserve di utili, soggetta al regime dei dividendi, e la quota parte derivante da riserva di capitale, soggetta al regime impositivo delle plusvalenze e come tale esente al 95% in presenza dei requisiti pex di cui all’art. 87 del TUIR.
Capitale che andrà perciò corrispondentemente ridotto.Riserve disponibili (per la loro intera capienza e fino a concorrenza della somma liquidata) – Sez. Dare – XXX Capitale sociale (in caso di capienza delle riserve disponibili e nei limiti dell’art. 2482c.c.) – Sez. Dare – XXX Debiti verso socio recedente – Sez. Avere – XXX
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