Source: http://www.avvocatopandolfino.it/novita-giurisprudenziali/
Timestamp: 2020-06-06 07:10:19+00:00
Document Index: 68486833

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 10', 'art. 314', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2052', 'art. 2043', 'art. 1', 'art. 826', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2043', 'art. 2052', 'art. 2043', 'art. 2052', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 614', 'sentenza ', 'art. 1325', 'art. 117']

Novità Giurisprudenziali – Avvocato Barbara Pandolfino
La diffamazione consiste nella manifestazione di un pensiero, rivolto ad una pluralità di consociati e da questi percepito, di contenuto offensivo dell’onore e della reputazione di un soggetto cui vengono attribuiti qualità o fatti riprovevoli secondo il comune sentire. Attraverso la previsione di una responsabilità sia civile, sia penale, nonché disciplinare, azionabile dal soggetto che ritenga di essere stato diffamato allo scopo di ottenere riparazione della lesione conseguente all’illecito commesso, si vuole tutelare due differenti beni giuridici: il diritto all’onore ed il diritto alla reputazione, costituenti diritti fondamentali della persona e garantiti sia dall’art. 21 Cost. sia dall’art. 10 Cedu.
Per danno da ingiusta detenzione deve intendersi il pregiudizio consistente nella privazione della libertà personale, disposta in via preventiva dall’Autorità Giudiziaria, risultata successivamente ingiusta o illegittima. L’art. 314 c.p.p. disciplina le ipotesi in cui la carcerazione preventiva si qualifica ingiusta e, conseguentemente, debba riconoscersi in capo al ristretto un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un’equa riparazione per la restrizione subita.
E’ necessario distinguere detta tipologia di danno dal danno da errore giudiziario: nel primo caso l’evento consiste nella detenzione subita in via preventiva prima della celebrazione del processo o, comunque, prima della sentenza definitiva, mentre nel secondo caso il danno scaturisce da una pronuncia di condanna irrevocabile ed esecutiva, risultata successivamente errata all’esito di un giudizio di revisione; le ipotesi e le modalità di riparazione dell’errore giudiziario sono previste agli artt. 643 e ss. c.p.p.
Altresì da distinguere è poi il danno da detenzione in condizioni inumane, da intendersi quale complesso di conseguenze pregiudizievoli derivanti da una detenzione degradante (in violazione di quanto stabilito dall’art. 3 CEDU; si veda, a tal proposito, CEDU, Sez. II, 16 luglio 2009, Sulejmanovic c. Italia).
APPROPRIAZIONE INDEBITA: LEGITTIME LE TELECAMERE “NASCOSTE” PER “BECCARE” I PRELIEVI DELLA CASSIERA
Se l’obiettivo è quello di accertare comportamenti delittuosi, le videoriprese effettuate con telecamere installate sui luoghi di lavoro sono legittime e utilizzabili nel processo penale.
Secondo la prevalente giurisprudenza i danni cagionati da animali selvatici vanno esclusi dall’ambito di applicazione dell’art. 2052 c.c., dovendo essere ricondotti, in assenza di specifiche disposizioni, all’art. 2043 c.c., con conseguente onere in capo al danneggiato di dimostrare, oltre al nesso di causalità e all’evento dannoso, il comportamento colposo attivo o omissivo ascrivibile all’ente pubblico (Cass. civ., 6 ottobre 2010, n. 20758; Cass. civ., 20 maggio 2010, n. 12437;Cass. civ., 4 marzo 2010, n. 5202; Cass. civ., 20 novembre 2009, n. 24547).
La norma fondamentale in materia è costituita dalla l. n. 157/1992, il cui art. 1 ha previsto che «la fauna selvatica italiana costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale». Con questa disposizione la fauna selvatica è passata dal regime delle res nullius a patrimonio dello Stato, che risulta quindi proprietario in senso tecnico della stessa, essendo questa stata inclusa tra i beni patrimoniali indisponibili di cui all’art. 826 comma 2 c.c.
A seguito dell’entrata in vigore della legge quadro sulla caccia (l. 27 dicembre 1977 n. 968) la dottrina maggioritaria ha sostenuto l’applicabilità della responsabilità di cui all’art. 2052 c.c. in capo alla P.A. per gli incidenti stradali causati da animali selvatici.
A fondamento di tale affermazione è stato posto il c.d. principio del cuius commoda eius et incommoda, al fine di assicurare la corretta composizione degli interessi confliggenti – per cui la scelta costituzionalmente rilevante della protezione della natura non può ricadere, nelle sue conseguenze dannose, solo su singoli danneggiati – sia la realizzazione del criterio della gestione economicamente razionale del rischio – che richiede l’adozione di una regola di responsabilità capace di minimizzare i costi dell’evento dannoso (in tal senso, l’applicazione dell’art. 2052 c.c. predisporrebbe un sistema efficiente di assicurazione sociale del rischio creato).
Tuttavia, tale tesi dottrinale è fortemente contrastata dalla giurisprudenza di legittimità, che invece esclude l’applicabilità dell’art. 2052 c.c. per tali ipotesi di danni, riconoscendo la pretesa risarcitoria per l’eventuale violazione del dovere di neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c., a causa della difficoltà di ravvisare in questa ipotesi i presupposti della sorveglianza nonché del rischio legato al vantaggio dato dall’uso dell’animale caratterizzanti l’art. 2052 c.c.
In proposito, la giurisprudenza ha riconosciuto la responsabilità dell’Amministrazione proprietaria della strada (o dell’ente concessionario), ai sensi dell’art. 2043 c.c., per mancata predisposizione dell’apposita segnaletica di pericolo di attraversamento da parte di animali selvatici vaganti, o delle altre misure idonee ad evitare collisioni fra automobilisti e selvaggina, quali l’apposizione di recinzioni laterali e di pali della luce, nonché per mancata manutenzione della strada (Cass. civ., 21 novembre 2008 n. 27673; Cass. civ., 28 marzo 2006 n. 7080; Cass. civ., 25 novembre 2005 n. 24895).
Il differente regime di responsabilità dei danni cagionati dalla fauna selvatica rispetto a quelli causati dagli animali domestici è stato ritenuto costituzionalmente legittimo dalla Consulta, la quale ha affermato che «nel caso in cui il danno è arrecato da un animale domestico (o in cattività), è naturale conseguenza che il soggetto nella cui sfera giuridica rientra la disponibilità e la custodia di questo si faccia carico dei pregiudizi subiti da terzi secondo il criterio di imputazione ex art. 2052 c.c., laddove i danni prodotti dalla fauna selvatica, e quindi da animali che soddisfano il godimento dell’intera collettività, costituiscono un evento puramente naturale di cui la comunità intera deve farsi carico secondo il regime ordinario e solidaristico di imputazione della responsabilità civile ex art. 2043 c.c.» (C. cost., 4 gennaio 2001, n. 4).
CHI LEGGE DI NASCOSTO GLI SMS SUL CELLULARE ALTRUI COMMETTE RAPINA. Sottrarre di nascosto e perquisire il cellulare dell’ex, alla ricerca di messaggi fedifraghi, è un grave reato: parola di Cassazione.
Secondo la sentenza della Cassazione n. 11467 del 19 marzo 2015, commette il delitto di rapina chi requisisce il telefonino della moglie o della fidanzata al solo scopo di far conoscere a tutti i messaggini scambiati col partner segreto.
Il codice penale richiede che affinché scatti la rapina il reo abbia agito per procurarsi un profitto ingiusto. Tuttavia quanto al profitto: questo può essere anche solo un’utilità morale(e non necessariamente legata al portafogli). Quanto all’ingiustizia, la violazione della privacy telefonica della vittima è di per sé sufficiente a costituire un comportamento ingiusto, in quanto comprime la libertà di autodeterminazione di una persona. Non ci si può appigliare al fatto di voler esercitare un proprio diritto (come quello, per esempio, a difendersi in una causa di separazione o divorzio) volto a dimostrare, attraverso i messaggini, i tradimenti dell’ex. Proprio tale scopo integra – secondo la Cassazione – “il requisito dell’ingiustizia del profitto morale che l’agente voleva ricavare dall’impossessamento del telefono”.
È lecito tradire se non si è sposati. Inoltre – sostiene la Cassazione – l’instaurazione di una relazione sentimentale con un terzo, da parte di una persona che, per quanto abbia un rapporto con un’altra persona, non sia legata a questa da matrimonio, appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione protetto dalla Costituzione [3]. Insomma, finché non si sale sull’altare c’è piena libertà di tradire.
VINCONO LE SOCIETA’ RADIO TAXI_ IL TRIBUNALE DI MILANO, CON PROVVEDIMENTO DI URGENZA, INIBISCE L’UTILIZZO DI “UBER POP”.
La mancanza dei titoli autorizzatori e l’operatività degli autisti di Uber al di fuori degli oneri imposti dal regime amministrato dell’attività comportano un effettivo vantaggio concorrenziale in capo alle società resistenti che concorrono nel loro insieme a definire un comportamento non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a determinare uno sviamento di clientela indebito». L’illecito sviamento determina quindi un’alterazione dell’adeguatezza del tariffario imposto ai taxisti in quanto modifica anche il quadro complessivo dei fattori economici che concorrono a determinarlo in concreto e determina altresì l’ulteriore profilo di scorrettezza concorrenziale consistente nella sottrazione degli autisti di Uber dagli altri oneri e limiti cui i taxisti sono vincolati.
Sulla base di tali considerazioni, il Tribunale di Milano ritiene che la predisposizione e l’uso dell’app Uber pop integri la fattispecie di illecito concorrenziale di cui all’art. 2598, n. 3, c.c..
Secondo il Giudice meneghino, inoltre, sussiste anche l’ulteriore requisito necessario per l’adozione di misure cautelari consistente nel periculum in mora. Appare difatti evidente che il servizio contestato sia legato ad un fenomeno in crescita e rispetto al quale la società stessa ha previsto un’estensione in altre città.
Il Tribunale di Milano accoglie, quindi, il ricorso cautelare proposto dalle società dei taxisti ricorrenti, emette i provvedimenti di inibitoria che investono l’utilizzazione sul territorio nazionale dell’app Uber pop ed infligge la penale, exart. 614-bis c.p.c., di Euro 20.000,00 per ogni giorno di ritardo.
Questa tematica, così delicata e complessa, è stata oggetto di un approfondito intervento normativo, grazie all’introduzione della recente legge n. 24/2017, la c.d. “Legge Gelli – Bianco”.
La riforma è intervenuta su tematiche importanti come la sicurezza delle cure e la gestione del rischio sanitario, i soggetti preposti alla tutela del diritto alla salute, la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria e della struttura sanitaria pubblica o privata, le modalità e caratteristiche dei procedimenti giudiziari aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria, gli obblighi di assicurazione e l’istituzione di un Fondo di garanzia per i soggetti danneggiati da responsabilità sanitaria.
OBBLIGO DI TRASPARENZA E FORMA SCRITTA IN TUTTI I CONTRATTI BANCARI A PENA DI NULLITA’
Con la sentenza n. 27836/2017 la Suprema Corte ha definito la necessità di trasparenza per tutte le condizioni di contratto bancario, sia che si tratti di conto corrente o di contratti di affidamento allo stesso collegati.
In buona sostanza gli Ermellini hanno chiaramente posto in luce il principio secondo il quale l’obbligo di forma scritta per i contratti bancari è previsto dai principi del diritto ex art. 1325 e seguenti codice civile, nonché dall’art. 117 TUB.
NUOVO REGOLAMENTO EUROPEO IN MATERIA DI PRIVACY: cosa fare per mettersi in regola?
L’imminente entrata in vigore del Regolamento UE 2016/679 porrà, in capo al soggetto individuato quale “titolare del trattamento” alcuni incombenti che richiederanno una adeguata diligenza nell’attuazione dei precetti regolamentari. Nello specifico il titolare del trattamento avrà il compito di attuare gli adempimenti previsti dalla normativa sulla protezione dei dati, con l’ulteriore onere di provare l’avvenuto adeguamento.
In buona sostanza il titolare del trattamento dovrà “predisporre le prove” della sua diligenza, vale a dire i documenti che testimonieranno di aver fatto tutto quello che la norma regolamentare prescrive. Si tratterà di confezionare il c.d. “dossier privacy” che andrà a costituire il corpo dell’adeguamento, cioè della conformità al regolamento UE (la cosiddetta “compliance”). Compito principale del dossier privacy è quello di costituire uno strumento snello e di facile consultazione laddove si dovessero fornire delucidazioni od informazioni all’Autorità di controllo (magari a seguito di ispezioni).
Indubbiamente il regolamento UE imporrà al titolare del trattamento di fare molte scelte e di dichiararle e motivarle. A titolo puramente esemplificativo possiamo facilmente immaginare che la previsione dei documenti (magari suddivisi in capitoli) dovrà specificare : il tipo di attività svolta, se il trattamento dei dati avviene su larga scala (magari con un sistema di monitoraggio sistematico), l’ambito territoriale di riferimento, la disciplina normativa di riferimento (leggi nazionali, regolamenti, specifici provvedimenti del Garante, eventuali codici di condotta ai quali si aderisce, ordini di servizio, ecc…), quale politica di protezione dei dati e quali finalità si intendono perseguire, l’organigramma privacy con la categoria di tutti i responsabili interni ed esterni, gli adempimenti interni e gli adempimenti nei confronti degli interessati nonché le misure di sicurezza adottate ( con eventuale ponderazione dei rischi e le misure per farvi fronte).