Source: http://allarmescientology.it/txt/fisco.htm
Timestamp: 2017-04-29 19:30:24+00:00
Document Index: 30618174

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.4', 'art. 108', 'art. 35', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 3', 'sentenza\n', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 108', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 16', 'art. 4', 'art. 19', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 19', 'art. 4', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 4', 'art. 19', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 115', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ']

svolta da Scientology è commerciale
Sentenza della Commissione Tributaria Regionale
per l'Emilia Romagna. Da Il Fisco N. 8 del 22 Febbraio 1999. - Aggiornamento luglio 2002: sentenza annullata con rinvio, vedi testo integrale - (Sito di provenienza: http://digilander.iol.it/Blaz3r/disinformatori.htm)
Ad avviso del giudice regionale, i
principi religiosi non possono violare i precetti statali costituzionalmente
garantiti al pari della libertà religiosa. L'attività della
Chiesa di S. non è religiosa ma economica. La circostanza che manchino
scritture contabili rende impossibile dimostrare che l'attività
svolta sia non commerciale. Il riconoscimento pubblico, quale indice di
giudizio suggerito dalla Corte Costituzionale, non può essere costituito
dalle sentenze penali di assoluzione mosse alla Confessione ma deve consistere
nel riconoscimento della personalità giuridica.
di Corinna Montuori
(Oggetto della Controversia:
avviso di accertamento Iva; anno 1992) - (COMM. REGIONALE di Bologna, Sez.
XI - Sent. n. 56/11/98 del 29 Aprile 1998, dep. il 30 Settembre 1998)
La Commissione tributaria regionale di
Bologna, Sez. XI, riunita con l'intervengo di Signori: Fausto Casadei (Presidente),
Anna Maria Chiodaroli (Relatore), Alfonso Angeuni (Componente), ha emesso
sull'appello R.G. Appelli n. 815/96 spedito
il 9 Gennaio 1996 avverso la sentenza, n. 667/03/95 emessa dalla Commissione
tributaria provinciale di Ravenna da ufficio Iva di Ravenna controparti:
Chiesa di S. residente a Ravenna difesa da L.M. e F.S., atti impugnati
avviso di accertamento n. 819201 - Iva 1992. Fatto
Con l'atto di appello proposto il 10 Gennaio
1996 l'ufficio Iva di Ravenna impugna la decisione n. 667 del 20 Novembre
1995 con la quale la Commissione tributaria di I grado di Ravenna ha accolto
il ricorso dell'Associazione denominata "Chiesa di S." - con sede in Ravenna
- avverso l'avviso di accertamento Iva n. 819201/95 per l'anno 1992. L'ufficio aveva proceduto alla determinazione
induttiva del volume d'affari pari all'importo di lire 38.728.000 e all'imposta
di lire 7.358.000 in ragione dell'aliquota del 19 per cento - oltre sanzioni
- e ciò sulla base di dati e notizie emergenti dal processo verbale
di constatazione della Guardia di finanza, per omessa registrazione di
corrispettivi, omessa presentazione della dichiarazione annuale, mancata
tenuta dei registri previsti dal D.P.R. n. 633/1972. La Commissione tributaria di I grado adita
dichiarava, alla luce degli indici di giudizio suggeriti dalla Corte di
Cassazione penale con sentenza n. 163/95 e dalla Corte Costituzionale con
sentenza n. 195/93, l'Associazione denominata Chiesa di S. di Ravenna meritevole
dei benefici fiscali invocati, previsti dall'art.4 del D.P.R. n. 633/1972,
per essere essa una confessione religiosa sia sulla base dei precedenti
riconoscimenti pubblici identificati nelle pronunce di numerose magistrature,
ordinarie e tributarie, sia sulla base della disamina analitica dello statuto;
vi trovava l'esistenza di tutti i più importanti elementi costitutivi
e identificativi di una confessione religiosa come: un'organizzazione dei
fedeli, un messaggio, un insegnamento ed una pratica salvifica, attività
queste corrispondenti alle finalità istituzionali della "Confessione-associazione"
in questione. Nell'opera della Chiesa la Commissione-tributaria
di I grado comprendeva la vendita di libri e quant'altro inerente alla
divulgazione della "verità" e del "credo" della Confessione. Le
"entrate" conseguite erano da intendersi come risorse necessarie per garantire
ai fedeli il "servizio religioso" pagandone i relativi fattori, al di fuori
di ogni ottica e di ogni logica commerciale o mercantile. Nessuna prova contraria, secondo il primo
giudice tributario era stata data dall'ufficio Iva in ordine alle dette
attività e finalità istituzionali. L'ufficio Iva di Ravenna, con l'appello
proposto, esprime I'avviso che le "entrate" dell'Associazione non coprano
le spese del servizio religioso e siano, al contrario, dirette a far conseguire
un profitto, vero scopo dell'asserita attività religiosa. Porta
a prova un opuscolo denominato "Bollettino internazionale di Management
n. 7" rinvenuto dalla Guardia di finanza in sede di verifica, nel quale
si leggono consigli agli operatori per l'acquisizione dei "clienti". A parere dell'ufficio le cessioni di beni
e le prestazioni di servizi, a prezzi esorbitanti, svolte dall'Associazione
non sono dotate dei requisiti richiesti dall'art. 108 del D.P.R. n. 917/1986. Definisce la Chiesa di S.. un vero e proprio
business messo in atto con l'intento di fare falsamente apparire
una causa deI tutto diversa da quella effettiva. Chiede che, in riforma
dell'impugnata decisione, sia confermato il proprio avviso di accertamento. L'Associazione denominata Chiesa di S.
di Ravenna ha fatto pervenire una memoria, corredata di documentazione,
con la quale contesta i motivi di appello. Ribadisce ed osserva che:
1) il processo verbale di constatazione
e l'avviso di accertamento, traendo origine da sentenze promosse nei confronti
di altra Associazione consorella, sono privi di motivazione;
2) l'ufficio non deduce fatti rilevanti
ai fini dell'eccepita simulazione circa lo scopo dell'Associazione;
3) l'intera fase istruttoria è totalmente
ultronea.
Il Collegio ritenuta l'opportunità
di ulteriori approfondimenti in una diversa data, e visto l'art. 35 del
D.Lgs. n. 546/1992, si riserva di decidere in Camera dì consiglio
in data 29 Maggio 1998. Oggi 29 Maggio 1998, ore 12,00 si è
riunita in Camera di consiglio la Sezione XI nella composizione dell'udienza
29 Aprile 1998, per sciogliere la riserva e decidere la controversia. Diritto
L'appello dell'ufficio Iva di Ravenna è
fondato e va pienamente accolto. Valgano le seguenti considerazioni e motivazioni:
1. L'esercizio di attività
economica è svolgimento di attività diversa da quella religiosa.
È disciplinata e tutelata dallo Stato. Dalla lettura dello statuto, senza data,
non traspare alcun esercizio di attività economica dell'Associazione.
Esso indica, all'art. 3, lo scopo dell'Associazione denominata Chiesa di
S. di Ravenna: «predicare, praticare e diffondere la religione di
S….attraverso le scritture religiose, i riti e le tecniche create dal fondatore
della religione in modo che ogni persona che aderisce ne possa ricevere
il massimo del beneficio derivante da una maggiore consapevolezza di essere
uno spirito immortale». L'art. 7 pone a carico degli aderenti il
pagamento di una quota di associazione non precisata; nello statuto non
si fa cenno ad altri cospicui versamenti dovuti per "praticare" la religione
medesima, partecipando ai riti e alle tecniche (terapie, non ortodosse)
e acquistando le scritture religiose costituite, queste ultime, a quanto
pare, dai libri pubblicati e venduti dall'Associazione. Alla luce dell'art. 3 dello statuto la
religione si presenta senza culto e senza fede in un Essere trascendente
l'uomo: a quest'ultimo è concesso, solo attraverso quanto ha creato
il fondatore (riti e tecniche sui generis). di rendersi consapevole
di essere uno spirito immortale.
Il primo giudice tributario ha letto, erroneamente,
in chiave ideologica lo statuto, trovandovi principi religiosi di rilevanza
civile. Essendo laico il nostro Stato (cfr; sentenza
Corte Cost. n. 203/89), incompetente in materia dottrinale religiosa, non
rilevano i principi (asseriti) religiosi, ma ha viceversa rilevanza, ai
fini del giudizio, la condotta dell'Associazione, ispirata da quei principi,
in rapporto alla libertà religiosa e al nostro ordinamento giuridico
Un noto cultore di diritto ecclesiastico
ha giustamente affermato che il concetto di libertà ha natura relazionale
e si definisce in rapporto alle facoltà godute dagli altri soggetti,
cioè dalle altre confessioni, nei confronti delle quali vale la
distinzione tra attività religiosa e attività diverse ai
fini fiscali (cfr. art. 16 della L. n 222/1985 e Intesa tra Stato e Confessioni
cattoliche). Dalla verifica eseguita dalla Guardia di
finanza di Ravenna è emerso che l'Associazione della religione di
S. svolgeva un'attività economica non dichiarata, disattendendo
la legislazione tributaria e civilistica vigente; a nulla rileva l'autoqualificazione
religiosa data dall'Associazione stessa a quella attività. Principi
religiosi non possono violare precetti statali costituzionalmente garantiti
al pari della libertà religiosa. La Suprema Corte di Cassazione penale,
Sez. Il con sentenza 9 Febbraio 1995, n. 5838, si è espressa in
tal senso. Inoltre dopo avere evidenziato l'esercizio da parte di operatori
di S. di attività (asserite) curative, osserva che esso deve essere
svolto da personale sanitario qualificato, diversamente è esercizio
abusivo della professione medica. Si è in presenza di un'azienda commerciale.
Si cita l'art. 108 del D.P.R. n. 917/1986, richiamato dall'ufficio Iva.
Manca la prova contraria tratta dai libri, prescritti dal D.P.R. n. 633/1972
e dai libri civilistici stabiliti per le associazioni.
L'avviso di accertamento Iva trova la sua
legittimità nella posizione anomala assunta dall'Associazione. Gli
enti sono soggetti passivi a prescindere dal fine istituzionale, in quanto
non è escluso che essi possano esercitare attività economica,
esempio, i partiti politici. La dottrina più recente ritiene
compatibile lo svolgimento di attività d'impresa da parte degli
enti diversi dalle società. Il riconoscimento della qualità
di imprenditore si fonda su dati oggettivi che prevalgono sugli intenti
dichiarati del soggetto agente, associazione.
Più autorevolmente, Cass., Sez.
I civ., sentenza 29 Marzo 1990, n. 2573 in tema di Irpeg: «Se da
un lato ciò che qui rileva è l'attività esercitata
e non il fine dichiarato… occorre che nell'atto costitutivo l'attività,
che il soggetto si propone di esercitare, sia esaurientemente descritta
e ne sia precisamente indicato l'oggetto» oggetto nel caso di specie
apparentemente religioso, sotto il quale si svolgeva esclusiva attività
economica, sottratta illegittimamente al controllo, alla tutela, alla disciplina
dello Stato, in forza di invocati inesistenti "superiori" precetti religiosi. Dall'esame documentale della Guardia di
finanza è risultato che l'Associazione Chiesa di S. non teneva alcuna
contabilità organizzata, né è stata in grado di esibire
libri, registri, scritture e documenti, la cui tenuta è obbligatoria
in relazione alla vigente normativa fiscale. La Commissione di I grado accoglieva la
tesi del ricorrente, peraltro non suffragata da alcuna documentazione,
per la quale non esisteva in alcun modo un utile mercantile e le plusvalenze
conseguite erano tutti riversate nella Chiesa onde essa potesse continuare
a fornire agli associati i propri servizi e pagarne tutti i costi. Tale assunto, però, doveva essere
dimostrato dal prospetto delle rendite e delle spese che non esisteva o
che, comunque, non è stato né esibito dal ricorrente né
rinvenuto dalla Guardia di finanza.
Alla Commissione tributaria di I grado
è sfuggita la lettura degli artt. 12 e 16 dello statuto dell'Associazione
Chiesa di S. dove è statuito che il consiglio direttivo delibera
in ordine al consuntivo e preventivo e all'ammontare delle quote sociali
(art. 12) e che l'assemblea delibera sul bilancio consuntivo e preventivo
sugli indirizzi e direttive generali della Chiesa (art. 16). Non esistendo libri contabili, ne consegue
che non siano stati mai redatti né il bilancio preventivo né
Ricordando che il bilancio preventivo stabilisce
gli obiettivi da raggiungere in un esercizio, dati i mezzi a disposizione,
e il bilancio consuntivo verifica alla fine dell'esercizio la correttezza
delle previsioni e fa il punto sulla situazione patrimoniale e finanziaria
alla data di bilancio, la mancata redazione di tali documenti non prova
le affermazioni del ricorrente. Infatti non essendo possibile ricostruire
con dati certi le operazioni svolte giorno per giorno dall'Associazione
Chiesa di S. non è assolutamente possibile affermare che I'attività
da essa svolta sia non commerciale.
I libri contabili degli enti non commerciali
possono essere più o meno analitici e sofisticati in relazione al
tipo e alla complessività dell'attività svolta dagli stessi.
Non avendo gli enti non commerciali finalità
di lucro, ma di realizzare le finalità proprie (culturali, religiose,
di beneficenza, eccetera),sancite nei propri statuti, gli obiettivi
dei libri contabili non saranno, come nelle imprese, orientati a misurare
la formazione di nuova ricchezza (reddito) ma tenderanno invece a verificare
che l'ente stia perseguendo gli obiettivi che si è posto nei
propri programmi. Per tutti gli enti non commerciali prevalentemente
a fini probatori dell'attività svolta, fondamentali appaiono
i libri contabili che consentono di formare periodicamente bilanci e rendiconti,
e cioè il libro giornale e quello degli inventari: il bilancio non
è un prospetto a sé stante, ma deriva da un insieme di rilevazioni
contabili raccolte in ordine temporale sul libro giornale ed elaborate
in modo sistematico. ll bilancio consuntivo in particolare si basa sull'inventario,
vale a dire che è una sintesi dello stesso, che fa un più
analitico esame degli elementi del patrimonio dell'ente.
Per gli enti non commerciali si ritiene
necessaria sempre la tenuta del libro giornale ove saranno riportate le
rilevazioni contabili secondo le regole proprie dell'ente, eventualmente
fissate dalla legge istitutiva o regolante l'ente stesso e del libro degli
inventari ove saranno riportati i bilanci preventivi e consuntivi dell'ente,
eventualmente seguendo le regole proprie dell'ente. Dalla lettura del libro giornale si devono
poter ricostruire tutte le operazioni dell'ente non commerciale. Il codice
civile al proposito, agli artt; 2214 e seguenti, prescrive che nel libro
giornale devono essere indicate giorno per giorno le operazioni relative
all'esercizio dell'impresa.
Nel libro inventari devono essere trascritti
l'inventario iniziale e gli inventari annuali coi relativi bilanci e conti
profitti e perdite. Per l'ente non commerciale occorrerà
rilevare sul libro giornale le operazioni svolte giorno per giorno e nel
libro degli inventari una situazione patrimoniale, come per le imprese,
e un prospetto delle rendite e delle spese anziché il conto profitti
e perdite, che appare più idoneo per misurare la formazione del
reddito delle imprese. Il conto profitti e perdite sarà redatto
per le attività commerciali eventualmente esercitate.
Per la dottrina non è fiscalmente
commerciale quell'attività nella quale "sia programmata e concretamente
attuata la copertura di tutti i costi attraverso contributi dei soci e
liberalità. In tal caso sì è di fronte ad attività
di mera erogazione che si risolvono in prestazioni e cessioni gratuite
e che restano estranee all'area della commercialità anche se normalmente
e tipicamente organizzate in forma d'impresa. Ma nella fattispecie non esistono documenti
comprovanti tale programmazione di attività non commerciale.
Quindi, anche se si volesse far prevalere
il criterio formale e quindi la rilevanza dello statuto e di tutti i documenti
dell'ente, nell'Associazione Chiesa di S. i documenti non esistono e gli
artt. 12 e 16 dello statuto sono stati disattesi.
L'operato dell'ufficio Iva è, pertanto,
2. Non è un'associazione
religiosa Come ente esponenziale della confessione
a cui l'uomo appartiene, l'associazione è religiosa se vi è
comunanza di fede tra gli associati, osservata in ogni forma o manifestazione.
Questa è l'associazione religiosa.
Oggetto di agevolazioni fiscali ex
art. 4 del D.P.R. n. 633/1972 sono le associazioni religiose e non le confessioni.
Tra confessioni e associazioni religiose la Corte Costituzionale ha segnato
una demarcazione con due sentenze: n. 195/93 con la quale vengono forniti
i criteri identificativi di una confessione ai fini dei benefici contributivi;
n. 58/59, la quale reca la distinzione tra confessione e associazione a
finalità religiosa, distinzione che, afferma la Corte Costituzionale,
trova il suo positivo fondamento giuridico negli artt: 5 e 19 della Costituzione:
uno inserito nei "Principi fondamentali" I'altro nel "Titolo dei rapporti
civili" (Diritte e doveri dei cittadini). L'asserita "Confessione chiesa di S." di
Ravenna e l'Associazione avente la stessa denominazione vanno riguardate
sotto due diversi profili giuridici: la prima è una istituzione
con un'organizzazione, normazione, dottrina non derivate dallo Stato; la
seconda (l'Associazione) nasce e vive, viceversa, secondo le corrispondenti
norme dello Stato il, quale ha la competenza di intervento e di giudizio
su tale formazione sociale.
Le associazioni religiose sono previste
dall'art. 19 della Costituzione; le altre dall'art. 18. I soggetti che danno vita alle associazioni
sono gli uomini, secondo i loro ideali e interessi, essendo i destinatari
delle disposizioni degli artt. 18 e 19; non le confessioni. La libertà
religiosa prevista dall'art. 19 si riferisce alla libertà riconosciuta
a tutti, come singoli, di professare la propria fede in forma associata. La fede comune dà luogo all'associazione
e non viceversa, come nel caso dell'associazione in questione, nella quale
possono confluire e convivere uomini di fedi diverse perché l'adesione
all'associazione non comporta la ritrattazione della fede professata e
non significa non poterla vivere ed esprimere più.
L'adesione è da considerarsi sotto
tre aspetti che conducono a negare all'Associazione in questione finalità
1) l'Associazione è indifferente
alla fede professata dai suoi aderenti: essa non è, pertanto, religiosa
perché non tratta la fede comune dei suoi aderenti, non adempie
alle funzioni dell'art. 19;
2) l'Associazione non tiene conto delle
diverse fedi professate dai suoi aderenti: manca, quindi, la comunanza
di scopo dell'associazione ex art. 19;
3) l'Associazione persegue uno scopo diverso
da quello religioso dei suoi aderenti: in tal caso tutti possono confluire
e convivere, versandosi in un'ipotesi di figura di istituzione religiosa
fittizia, come ritiene l'ufficio Iva.
Con riguardo alla Costituzione, non può
ammettersi la figura del fedele contestuale di due religioni (art. 19 della
Costituzione), del fedele "più fedele" in proporzione del denaro
versato, il quale rende proporzionalmente consapevole l'uomo di essere
uno spirito immortale. Sembra che il denaro stabilisca classi diverse e
"fedeli" a termine.
Assolti i versamenti, gli aderenti non
trovano coinvolta la fede costituendo lo scopo dell'Associazione la vendita
di libri (quelli elencati dalla Guardia di finanza riguardano, in prevalenza
la psiche umana) e lo svolgimento di terapie (si veda sentenza Cass. pen.
n. 5838 citata) con l'uso di strumenti di alto costo. Lo statuto dell'Associazione non realizza
una formazione sociale religiosa come luogo di svolgimento della personalità
Non esistono, per la nostra Costituzione,
diritti della formazione volontaria (Associazione) che abbiano un fondamento
costituzionale diverso dal puntuale riconoscimento di specifiche situazioni
giuridiche soggettive. La nostra Costituzione tutela l'uomo anche nella
formazione sociale religiosa, non potendo essa essere indifferente alla
religione dei suoi componenti, oppure attraverso il ricorso alla volontà
collegiale, comprimere, anziché coltivare, il comune sentimento
religioso, scopo della formazione. L'Associazione in questione «offre
un'abbondanza di tecnologia che conduce verso una consapevolezza spirituale
più elevata», senza proporsi «alcun tentativo di cambiare
le convinzioni di una persona o di persuaderla ad allontanarsi da qualsiasi
religione alla quale lei appartenga» od «alcun dogma per quanto
riguarda Dio». ("Che cosa è S." - Milano; 1993, pagg. 544-545,
il libro propagandistico citato nella sentenza del Tribunale di Torino,
Sez. ,IV pen., 23 Aprile 1996, in "Corr.trib."n. 10/1997, pag.1204). Tutto
ciò si traduce in "agnosticismo" per il giudice di Torino. Ciò comprova che lo statuto dell'Associazione
resta indifferente verso il sentimento religioso dei suoi aderenti.
L'Associazione non è religiosa,
per autoqualificazione, in base alla propria ideologia: lo è se
ed in quanto, sotto il profilo giuridico, adempie al modello di formazione
sociale previsto dalla nostra Costituzione. Le leggi ordinarie si commisurano
a quelle costituzionali.
Conseguentemente l'Associazione Chiesa
di S. non è religiosa.
3. Gli indici di giudizio suggeriti
dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 195/93 Tali parametri di valutazione di una Confessione
suggeriti dalla Corte Costituzionale escludono l'esame dei principi religiosi
espressi dalla Confessione stessa, né vale il richiamo di considerazioni
e attività di essa in altri paesi stranieri, in gran parte dei quali
è sconosciuto il diritto ecclesiastico, sorto e sviluppatosi in
L'Associazione in questione, d'origine
straniera, si è costituita ai sensi e per gli effetti degli artt.
14 e seguenti del codice civile, degli artt. 8, 19 e 20 della Costituzione.
Quindi sembra essere un'Associazione-confessione basata contemporaneamente
su norme civilistiche e su norme della Costituzione. Con sentenza n. 58/59,
un po' lontana' nel tempo, la Corte Costituzionale ha sottolineato la distinzione
tra lo statuto della confessione ex art. 8 della Costituzione e
lo statuto dell'Associazione religiosa ex art. 19. Questo collegio, chiamato a dichiarare
la qualificazione dell'associazione ai fini dell'applicabilità della
norma tributaria agevolativa in materia di Iva alle associazioni religiose,
art. 4 del D.P.R. n 633/1972, si è soffermato, sotto il profilo
giuridico, sull'Associazione, negandole la qualificazione di associazione
religiosa ai sensi dell'art. 19 della Costituzione.
Sennonché il primo giudice ha emesso
il suo giudizio sulla confessione-istituzione utilizzando, non esattamente,
i criteri suggeriti dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 195/93;
quindi il giudice di secondo grado osserva che la confessione (asserita)
non è in discussione ai sensi dell'art. 8 della Costituzione. L'agevolazione
dell'art. 4 del D.P.R. n. 633/1972 riguarda l'Associazione come associazione
religiosa, art. 19 della Costituzione, distinzione rispettata come da sentenza
n. 58/59 citata. Comunque al primo giudice è sfuggito
il presupposto dal quale è discesa la sentenza n. 195/93; la presenza
territoriale in Umbria e in Italia della Confessione reclamante i contributi
regionali, contributi che vanno concessi anche senza la preventiva intesa
tra Stato e Confessione. Il presupposto della presenza territoriale della
Confessione di cui si tratta è stato trascurato, né si può
quantificare in mancanza di dati. Dello statuto si è già
detto; i riconoscimenti pubblici non sono costituiti dalle sentenze penali
di assoluzione dalle accuse mosse alla confessione, ma il riconoscimento
della personalità giuridica. Infine, le considerazioni: si intendono
quelle degli aderenti [non "fedeli", perché la Confessione (asserita)
non ha una fede in un Essere trascendente I'uomo né un culto]. Tali
considerazioni provenienti dagli associati si leggono nelle sentenze del
Tribunale di Torino (1996), della Corte d'appello di Milano (1997) della
Corte d'appello di Trento (1990). Considerazioni che coinvolgono problemi
psicologici ed esistenziali degli aderenti, trovare cioè soluzioni
come ad esempio; "avere una casa", "avere una maggiore comunicatività
con le donne"; "liberare Io spirito dell'uomo dai condizionamenti interiori
ed esteriori".
In conclusione manca l'aspetto coesivo
delle adesioni per scopi religiosi. Un cultore straniero di storia delle religioni
scrive che la storia religiosa della nostra epoca «è curiosamente
contesa, nella misura in cui ha volto le spalle alle religioni tradizionali,
fra l'agnosticismo e l'occultismo». I motivi del contribuente, di cui alla
memoria, sono assorbiti da quanto svolto sopra.
Sanzioni: stante il comportamento omissivo
del soggetto passivo, si confermano. P. Q. M.
in riforma dell'impugnata decisione della
Commissione tributaria di I grado di Ravenna n 667 del 20 Novembre 1995
dichiara legittimo l'operato dell'ufficio Iva di Ravenna, confermando l'avviso
di accertamento Iva - anno 1992, nei confronti dell'Associazione Chiesa
di S. di Ravenna.
Il commento di Corinna
Con la sentenza in rassegna si registra
un'interessante inversione rispetto ad un atteggiamento, abbastanza consolidato,
che aveva costituito il fondamento di numerose pronunce dei giudici tributari
sulla questione di S. [1].
La maggior parte delle Commissioni aveva
falcidiato, con argomentazioni tautologiche, gli accertamenti degli uffici,
rei di non avere offerto la prova del fine di lucro che avrebbe caratterizzato
l'attività della Chiesa di S.
Si tratta di un ragionamento che è
emanazione diretta del principio secondo cui «la motivazione è
qualcosa di meno rispetto alla prova, perché serve ad informare
il contribuente, mentre la prova serve a convincere il giudice; provare
vuol dire necessariamente motivare, mentre motivare può non voler
dire provare» [2]. Conseguenza dell'assunto di cui sopra potrebbe
essere che la motivazione deve essere fornita subito, con l'atto di accertamento,
mentre la prova può essere esibita in un secondo momento, durante
la successiva, eventuale, fase processuale.
Sembrerebbe, così, quasi inevitabile
il collegamento con la concezione materialistica della prova, intesa come
un documento, un reperto tangibile; sennonché, nel diritto tributario,
l'aspetto interpretativo e concettuale della prova e l'elaborazione logica
sul giudizio di fatto si presentano particolarmente importanti dal momento
che reperire "i pezzi di carta" è evenienza alquanto rara. Nel caso di S., per forza di cose, appare
ancora più evidente il rilievo della componente intellettuale della
prova, come conseguenza dell'elaborazione delle informazioni disponibili
da parte di chi deve stabilire, nel singolo caso, se un'affermazione di
fatto sia sufficientemente dimostrabile "al di là di ogni ragionevole
dubbio". La Commissione tributaria regionale di
Bologna, perviene a negare la natura religiosa dell'Associazione Chiesa
di S. basandosi sugli stessi fatti (mancanza delle scritture contabili)
che avevano portato il giudice di prima istanza ad accogliere la tesi di
S., ma fornendone una lettura assolutamente speculare.
Il giudice di Bologna asserisce che «non
essendo possibile ricostruire con dati certi le operazioni svolte giorno
per giorno dall'Associazione Chiesa di S.; non è assolutamente possibile
affermate che l'attività svolta sia non commerciale».
Si potrebbe osservare che proposizioni
siffatte sono pure tautologie, non servono, cioè, ad ampliare il
"contenuto" del conoscere ma solo a strutturarlo. Ma, a contrastare il prevedibile attacco,
la Commissione regionale sottolinea che, «non avendo gli enti non
commerciali finalità di lucro, ma di realizzare le finalità
proprie (culturali, religiose, di beneficenza, eccetera) sancite nei propri
statuti, gli obiettivi dei libri contabili non saranno, come nelle imprese,
orientati a misurare la formazione dì nuova ricchezza (reddito)
ma tenderanno a verificare che l'ente stia perseguendo gli obiettivi che
si è posto nei propri programmi».
II giudice regionale non si sottrae, infine,
allo spinoso compito di pronunciarsi sulla religiosità (rectius,
sulla carenza di religiosità) che contraddistingue la Chiesa di
Senza mezzi termini e superando le dispute
garantistiche sulla questione, la Commissione afferma che, a fare di S.
un'associazione religiosa, non basta l'autoqualificazione in tal senso
contenuta nello statuto [neretto aggiunto]. L'assenza di aspetti confessionali risulterebbe
particolarmente evidente a causa dell'indifferenza dell'associazione Chiesa
di S. alle possibili diverse fedi professate dai suoi aderenti, circostanza
che, ad avviso del giudice tributario, farebbe propendere per esclusione
di S. dal novero delle associazioni tutelate dall'art. 19 della Costituzione,
non ammettendo tale norma la figura del "fedele contestuale di due religioni".
Si aggiunga, inoltre, che anche la Commissione
tributaria regionale rimane negativamente colpita dalla concezione, predominante
nella "filosofia" di S., del denaro considerato come mezzo e fine di affrancazione
dello spirito umano. Va segnalata, infine, l'intelligente posizione
del giudice tributario sulla questione del riconoscimento pubblico, quale
indice di giudizio suggerito dalla Corte Costituzionale: S. non può
continuare seriamente a sostenere la tesi che le sentenze penali di assoluzione
- oltretutto non costanti - costituiscono riconoscimento pubblico del carattere
religioso dell'associazione, occorrendo a tale scopo l'esplicito riconoscimento
della personalità giuridica da parte dello Stato [neretto aggiunto]. Non può certo dirsi, come impressione
generale ricavabile dalla lettura della sentenza in questione, che i giudici
di Bologna nel timore, pure fondato, di attentare ai sacrosanti principi
costituzionali di libertà di pensiero e di espressione, abbiano
emesso una pronuncia poco coraggiosa.
Ma qui soccorre, a giustificare la perentorietà
di certe affermazioni contenute nella sentenza, un'osservazione squisitamente
E cioè che, se l'aggressività
non paga, S. si trova oggi a subire la legge del contrappasso, lo scotto
di anni di attacchi virulenti contro le istituzioni, smascherata nella
sua reale, pericolosa, natura di vera e propria setta, secondo l'idea che
di questa parola dava un uomo alieno da tutti i fanatismi: «Non si
lotta se non per le cose di cui non si è del tutto sicuri»
[3]. Note
[1] C. Montuori,
Associazioni religiose non riconosciute ed imponibilità fiscale:
il caso della "Chiesa di S.". Tra libertà costituzionale e supermarket
del divino, in Il Fisco n. 39/1998, pagg. 12721 e seguenti.
prova nell'accertamento tributario, dispensa "Corso dì formazione
tributaria/amministrativa-base" S.C.T., Bologna,1998.
[3] Voltaire,
Dizionario filosofico, voce Setta, Rizzoli, ed: 1979.
Con avviso di accertamento n. 819202/95, l'Ufficio Iva di Ravenna contestava alla locale associazione Chiesa di Scientology di non aver tenuto i dovuti registri e di non aver annotato i corrispettivi conseguiti nel 1993, omettendo altresì di presentare la dichiarazione annuale e di pagare la conseguente imposta di £. 6.786.000.
L'associazione Chiesa di Scientology ricorreva allora per cassazione, deducendo con cinque motivi la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, nonché il difetto di motivazione su tutti i punti decisivi della controversia. Esponeva, infatti, la ricorrente che l'art. 4 del DPR. N. 633/1972 non escludeva, ma anzi presupponeva la possibilità dello svolgimento di attività economiche da parte delle associazioni religiose, che anche in tal caso non sarebbero affatto rientrate nel campo di applicazione dell'Iva qualora si fossero limitate, come nel caso in esame, ad erogare beni e servizi a favore dei soli soci.
La Commissione Tributaria Regionale si era però accontentata di osservare che si era in presenza di un'attività economica, giungendo in prosieguo a negarle anche il carattere di associazione religiosa per effetto di una fuorviante interpretazione dello statuto, valutato alla luce di personali opinioni che non avevano tenuto alcun conto della copiosa documentazione prodotta allo scopo di comprovare la comune considerazione ed i riconoscimenti già ottenuti sia in Italia che all'estero.
Sempre la Commissione Tributaria Regionale, poi, aveva completamente ignorato l'eccezione di nullità dell'accertamento perché fondato sulle risultanze istruttorie di un processo penale inerente a fatti avvenuti in un diverso contesto spazio-temporale ed, oltretutto, conclusosi con l'annullamento della sentenza della Corte di Appello di Milano eletta a giustificazione dell'accertamento che risultava, perciò, illegittimo per violazione del diritto di difesa e mancanza di una motivazione adeguata. Su tali problematiche, i giudici di secondo grado non si erano minimamente pronunciati, incorrendo così non soltanto nella violazione dell'art. 112 cpc, ma anche in quello dell'art. 115 cpc, in quanto avevano finito col fondare il loro convincimento su fatti estranei al processo, che avevano per di più deciso addossando alla parte privata un onere probatorio che sarebbe, semmai, gravato sull'Ufficio.
Tenuto conto di quanto sopra e ribadita, nel merito, l'infondatezza della pretesa da quest'ultimo avanzata, concludeva pertanto per l'annullamento della sentenza impugnata con ogni correlata statuizione. L'intimata resisteva con controricorso e la controversia veniva decisa all'esito della pubblica udienza del 23/10/2001.
MOTIVI DELLA DECISIONE	Prima di passare all'esame del ricorso, giova preliminarmente rammentare che in base all'art. 1 del DPR n. 633/1972, l'imposta sul valore aggiunto si applica sulle cessioni di beni e sulle prestazioni di servizi effettuate, fra l'altro, nell'esercizio di imprese, che in base al successivo art. 4/1, nella formulazione all'epoca vigente, consisteva a sua volta nello svolgimento, per professione abituale ancorché esclusiva, delle attività commerciali od agricole di cui agli artt. 2135 e 2195 cc.
Fatta questa premessa di ordine generale, l'art. 4 proseguiva, e prosegue tutt'ora, precisando che dovevano considerarsi come avvenute nell'esercizio d'imprese tutte le cessioni e le prestazioni eseguite, anche nei confronti dei propri soci o partecipanti, dalle società di qualunque tipo (escluse quelle semplici), nonché dagli altri enti pubblici o privati che avevano come scopo esclusivo o prevalente lo svolgimento di attività commerciali od agricole. Per tutti i restanti enti, dovevano invece considerarsi come effettuate nell'esercizio d'imprese soltanto le cessioni o le prestazioni svolte nell'ambito di attività agricole o commerciali, tra le quali rientravano, per presunzione assoluta di legge, quelle aventi ad oggetto, fra l'altro, la alienazione di beni nuovi prodotti per la vendita, escluse le pubblicazioni cedute prevalentemente ai propri associati dalle associazioni politiche, sindacali, religiose, assistenziali, culturali e sportive.
Tali ultime organizzazioni, poi, fruivano (e fruiscono ancora) di un ulteriore privilegio, in quanto sia pure la precisazione di cui sopra, non si consideravano fatte nell'esercizio di attività commerciali le cessioni di beni e le prestazioni di servizi ad esse erogate in favore dei loro associati ed in conformità alle proprie finalità istituzionali (art. 4/4).
Integrando simile trattamento un'eccezione alla regola generale (le cui deroghe debbono essere interpretate sempre restrittivamente: v., in tal senso, Corte giustizia CEE, sent. 15/6/1989 in causa n. 348/87), ne conseguiva che una volta dimostrata dall'Ufficio l'esecuzione di cessioni o prestazioni riconducibili ad una delle attività cui agli artt. 2135 0 2195 cc, sarebbe toccato all'associazione che avesse voluto contestarne l'imponibilità, l'onere di fornire la prova che si era, in realtà, trattato di operazioni eccettuate ai sensi dell'art. 4/4 sopra citato.
Per ottenere, in altre parole, l'annullamento dell'avviso di rettifica, l'associazione avrebbe dovuto ad esempio dimostrare di avere carattere religioso o di essersi limitata ad intrattenere rapporti soltanto con soci pienamente titolari dei correlativi diritti ed obblighi, fornendo loro delle prestazioni conformi alle finalità istituzionali e, cioè, in un rapporto di strumentalità talmente immediata e diretta con gli obiettivi che la connotavano come religiosa (Corte cost. 1992/00467), da dover essere correttamente escluso in ogni caso di attività che per la loro intrinseca natura e portata, esorbitavano dal puro e semplice proselitismo o dalla pratica confessionale o dal mero procacciamento dei mezzi economici a tal fine strettamente occorrenti (C. Cass. 1990/02573, 1995/01633 e 1995/02705).
Ciò posto, e premesso, altresì, che ai fini della qualificazione come religiosa di un'associazione che non abbia stipulato un'intesa con lo Stato non sono affatto decisive le clausole dell'atto costitutivo, le quali rappresentano, al pari di eventuali riconoscimenti pubblici e della comune considerazione (Corte cost. 1993/00195), soltanto uno degli elementi da valutare anche alla luce dell'attività in concreto esercitata dall'ente, devesi rilevare che nella fattispecie in esame, la Commissione Tributaria Regionale ha dato innanzitutto atto che dalla lettura dello statuto non traspariva "alcun esercizio di attività economica" che tuttavia, secondo quanto accertato dalla G.d.F., rappresentava ugualmente l'obiettivo esclusivo della ricorrente, la quale svolgeva proprio un'attività commerciale "non dichiarata, disattendendo la legislazione tributaria e civilistica vigente".
Ci si trovata, quindi, in presenza di una vera e propria azienda, atteso che l'associazione in questione non aveva nulla di religioso, perché lungi dall'essere caratterizzata da una comunanza di fede, si presentava come un'organizzazione priva di culto e di fede in un Essere superiore, nonché del tutto indifferente al credo dei suoi aderenti, che potevano entrare a far parte del sodalizio senza essere costretti a ritrattare le proprie convinzioni.
Lo statuto dell'ente non mirava, infatti, ad una "formazione sociale religiosa come luogo di svolgimento della personalità dell'uomo", ma offriva unicamente "un'abbondanza di tecnologia per giungere ad una consapevolezza spirituale più elevata", senza nessun tentativo di cambiare le idee delle persone o di persuaderle ad allontanarsi dalla confessione di appartenenza.
Il riconoscimento della personalità giuridica non vi era, d'altronde, mai stato, né potevano avere alcun valore le sentenze penali di assoluzione dalle accuse via via subite o gli eventuali attestati conseguiti in altri paesi che non conoscevano il diritto ecclesiastico sviluppatosi in Italia.
Quanto alla comune considerazione, bastava infine leggere le sentenze del Tribunale di Torino e delle Corti di Appello di Milano e di Trento, dalle quali emergeva che le aspettative degli associati si risolvevano nella speranza di trovare la soluzione di problemi psicologici od esistenziali, quali avere una casa od una maggiore comunicatività con le donne od uno spirito libero da condizionamenti interni ed esterni.
Tenuto conto di quanto sopra, la Commissione Tributaria Regionale ha confermato l'operato dell'Ufficio con una decisione che la Chiesa di Scientology di Ravenna ha criticato, deducendo con il primo ed il quarto motivo, da esaminare congiuntamente per via della loro intima connessione, che nel concludere per l'imponibilità delle operazioni sul presupposto della natura economica dell'attività e del carattere non religioso del sodalizio, i giudici di secondo grado avevano sostanzialmente finito per violare l'art. 4 del DPR n. 633/1972 con una motivazione carente e contraddittoria.
La doglianza è fondata in quanto la Commissione Tributaria regionale si è, come si è detto, limitata ad osservare che l'appellante svolgeva attività economica, sembrando così voler dire che si trattava di un'organizzazione tesa al perseguimento di un profitto anziché al procacciamento dei mezzi economici occorrenti per il raggiungimento di effettive finalità religiose.
Tale affermazione risulta, in definitiva, apodittica, in quanto non supportata dall'indicazione di sufficienti elementi concreti da parte dei giudici a quo, che oltre a non essersi soffermati neppure sulle obiezioni mosse dall'associazione in ordine alla natura strettamente "interna" delle cessioni e delle prestazioni, e, cioè, della destinazione delle medesime ai soli soci, hanno poi affrontato la questione della religiosità o meno dell'ente omettendo di considerare ed, anzi, volutamente ignorando che il medesimo si correlava a quella Church of Scientology che già riguardata come movimento religioso nel suo paese d'origine, aveva in seguito ottenuto ulteriori conferme in altri paesi della Comunità europea.
La Commissione Tributaria Regionale, inoltre, ha ricordato soltanto alcune sentenze, trascurando di verificare se accanto a quest'ultime non ve ne fossero state altre, eventualmente di legittimità, (C. cass., Sez. VI, 8/10/1997, Bandera) che contenendo adeguati spunti se non la sostanziale affermazione del carattere confessionale del movimento di Scientology, potevano essere apprezzate come un pubblico attestato della natura religiosa delle dottrine hubbardiane e delle associazioni ad esse ispirate.
Anche sulla pubblica considerazione, poi, i giudici a quo si sono in realtà limitati alla generica menzione degli obiettivi perseguiti da un non meglio precisato numero di aderenti ad altre associazioni di Scientology, sorvolando del tutto sull'opinione eventualmente formatasi in seno alla società e sui giudizi espressi dai cultori e dagli osservatori della materia.
La sentenza della Commissione Tributaria Regionale risulta perciò adottata in mancanza di un'adeguata verifica della sussistenza o meno dei presupposti stabiliti dall'ordinamento per fruire dell'esclusione di cui all'art. 4 del DPR n. 633/1972.
Analogamente, perciò, a quanto già statuito da questa stessa Sezione in altra controversia relativa all'IRPEG ed all'ILOR richieste al gruppo milanese di Scientology (v, sentenza in data 13/10/2000), la decisione impugnata va pertanto cassata, con rinvio degli atti, anche per le spese del presente giudizio, ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale dell'Emilia Romagna.