Source: https://responsabilecivile.it/prestazioni-professionali-e-valido-il-patto-che-fissa-un-compenso-a-forfait/
Timestamp: 2020-02-20 23:29:09+00:00
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Home Il parere degli esperti Prestazioni professionali: è valido il patto che fissa un compenso a forfait?
È valida la pattuizione di un compenso a forfait in un contratto di collaborazione continuativa relativa allo svolgimento, per un certo tempo, di prestazioni professionali non predeterminate?
La Corte di Cassazione ha affermato che la pattuizione concernente la determinazione del compenso per prestazioni professionali in misura forfettaria e onnicomprensiva è nulla per il fatto che essa disancora dai minimi tariffari l’importo dovuto al professionista, quantificandolo in una misura che non costituisce un “minimo garantito”, ma appunto un forfait.
Un’avvocatessa aveva adito il Tribunale di Roma sostenendo di aver prestato attività di consulenza e assistenza legale in favore di un Comune, sulla scorta di un “contratto individuale di lavoro autonomo” stipulato per il periodo dal 1 gennaio all’aprile 1999, successivamente ripetuto con contratti di analogo contenuto sino al 2003.
Ebbene ella sosteneva che la regolazione del compenso pattuito nei suddetti contratti era nulla per violazione dei minimi tariffari previsti per l’attività degli avvocati e chiedeva, pertanto, la condanna dell’ente convenuto al pagamento del compenso calcolato sulla base delle tariffe forensi.
Il Tribunale di Roma accoglieva la domanda e, sulla scorta delle risultanze di una consulenza tecnica all’uopo disposta, liquidava in favore della professionista la somma di 286.791 oltre interessi e spese.
La corte d’appello di Roma, adita dal Comune ribaltava la decisione di primo grado, rigettando la domanda dell’attrice, ritenendo che nel formulare l’offerta ella avesse implicitamente rinunziato a maggiori compensi e che anche avuto riguardo all’oggetto della prestazione, non fosse ravvisabile una predeterminazione consensuale dei compensi finalizzata ad infrangere la norma imperativa.
Le prestazioni professionali dedotte in giudizio erano state tutte rese in epoca anteriore all’entrata in vigore del decreto legge n. 223 del 2006 (c.d. “decreto Bersani”) che ha abrogato le disposizioni legislative e regolamentari che prevedevano la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime per le attività professionali e intellettuali; sicché alla vicenda dedotta in giudizio doveva farsi applicazione la legge n. 794/1942.
La sentenza è stata impugnata con ricorso per cassazione dall’originaria parte attrice, la quale ha ribadito la nullità della clausola del contratto d’opera professionale da lei stipulato con il comune e dunque, la sua necessaria sostituzione con le tariffe legalmente fissate.
La Seconda Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 25830/2019) ha accolto il ricorso rilevando che alla stregua del chiaro disposto di cui all’art. 24 legge n. 794/1942, al contrario di quanto argomentato dai giudici di merito, non è l’operatività dei minimi inderogabili di tariffa (e quindi del diritto del professionista ad un compenso non inferiore a detti minimi per ciascuna singola attività dal medesimo svolta) ad essere paralizzata da un patto di determinazione forfettaria e globale del compenso di un avvocato per tutte le prestazioni rese ad un medesimo cliente in un determinato arco temporale, ma è tale patto ad esser folgorato di nullità dalle norme imperative che impongono i suddetti minimi.
“La nullità che affligge la pattuizione concernente la determinazione del compenso dell’avvocatessa in misura forfettaria e onnicomprensiva, non è una nullità sopravvenuta ed eventuale, ma originaria che affligge la pattuizione per il fatto che essa disancora dai minimi tariffari l’importo del compenso dovuto al professionista, quantificato quest’ultimo in una misura che non costituisce un “minimo garantito”, ma appunto un forfait. Nullità originaria cui consegue la sostituzione automatica della clausola nulla con la disciplina imperativa dei minimi tariffari secondo il meccanismo indicato dall’art. 1419, secondo comma, c.c. “
La Corte di Cassazione ha infine, ritenuto errato in diritto l’assunto secondo cui nel formulare l’offerta, l’avvocatessa avrebbe implicitamente rinunciato a maggiori compensi; tale argomento si pone in contrasto con la regula juris fissata dall’art. 1419 c.c., secondo comma, c.c., alla stregua del quale le clausole nulle per contrasto con norme imperative sono sostituite di diritto dalle norme di riferimento.
È infatti, certamente vero – hanno aggiunto gli Ermellini – che il diritto dell’avvocato al compenso in misura non inferiore ai minimi tariffari è un diritto disponibile e, pertanto, può costituire oggetto di valida rinuncia, la quale può essere non solo successiva ma anche preventiva all’insorgere del diritto al compenso. Ma la questione non è se, sotto la vigenza dell’art. 24 della legge n. 794/1942, un avvocato potesse per ragioni svariate (amicizia, parentela o anche semplice convivenza) rinunciare al proprio diritto al compenso in tutto (prestazione gratuita) o in parte (prestazione retribuita con importi inferiori ai minimi di legge); tale possibilità, è infatti, fuori discussione.
La questione è se detta rinuncia potesse ritenersi sussistente in re ipsa, per il solo fatto della intervenuta pattuizione di un compenso a forfait in un contratto di collaborazione continuativa avente ad oggetto lo svolgimento, per un certo tempo, di prestazioni professionali non predeterminate.
Ebbene la Corte ha ritenuto di dover dare una soluzione negativa, per due distinte ragioni.
In primo luogo, perché la rinuncia postula la piena consapevolezza, da parte del rinunciante dell’oggetto della rinuncia medesima; cosicché il professionista non può, concludendo un contratto di collaborazione continuativa, operare una valida rinuncia ad un diritto di cui – ignorando quali prestazioni gli verranno richieste nel corso del rapporto – ignori l’oggetto.
In secondo luogo, perché la rinuncia al diritto ad un compenso non inferiore ai minimi tariffari – se può risultare anche da fatti concludenti ed essere preventiva (ossia relativa a prestazioni professionali non ancora eseguite, ancorché già determinate) – deve, tuttavia, manifestare pur sempre una volizione ulteriore e distinta rispetto a quella espressa nella pattuizione che fissa il compenso inferiore ai minimi.
Al riguardo le Sezioni Unite della Cassazione, in una risalente sentenza (2672/66) hanno affermato che “il patto con cui il professionista rinuncia la proprio compenso e si impegni a prestare la sua opera gratuitamente è valido se integra gli estremi di una convenzione a titolo gratuito, con causa propria, con elementi propri, di guisa che possa dirsi che essa sia espressione diretta ed immediata del potere di disposizione del proprio diritto che ha il professionista”; (…) deve cioè trattarsi di una convenzione con presupposto causali autonomi e gratuiti. In caso contrario, poiché il contratto rimane sempre unitariamente di clientela ed a titolo oneroso e corrispettivo, è applicabile la norma di cui all’art. 24 L. n. 794/1942.”
In definitiva il ricorso è stato accolto e la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte territoriale che dovrà attenersi ai seguenti principi di diritto:
“nel regime anteriore all’entrata in vigore del decreto legge n. 223/2006, conv. In L. n. 248/2006, il patto di determinazione del compenso di un avvocato in misura forfettaria e globale per tutte le prestazioni giudiziali e stragiudiziali rese in un determinato arco di tempo è nullo, ai sensi dell’art. 24 della l. n. 794/1942, ed è sostituito di diritto, ai sensi dell’art. 1419, secondo comma, c.c., dai minimi tariffari applicabili a ciascuna singola prestazione;
la rinuncia dell’avvocato al diritto al compenso non inferiore ai minimi tariffari inderogabili ex art. 24 l. n. 794/1942 postula la piena consapevolezza, da parte del rinunciante, all’oggetto della rinuncia medesima e si risolve in una volizione ulteriore e distinta rispetto a quella espressa nella pattuizione che fissa il compenso in misura inferiore ai minimi; cosicché detta rinuncia, pur potendo manifestarsi per fatti concludenti, non può ravvisarsi in re ipsa nel fatto stesso della conclusione della convenzione che direttamente o indirettamente deroga a tali limiti”.
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