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Timestamp: 2018-06-20 01:42:48+00:00
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Operazioni inesistenti: la contabilità regolare non salva la "cartiera" | Commercialista Telematico
Operazioni inesistenti: la contabilità regolare non salva la "cartiera"
Come abbiamo già avuto modo di vedere in un nostro precedente intervento, con sentenza n. 27569 del 17 ottobre 2008 (dep. il 20 novembre 2008) <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte di Cassazione si è occupata delle modalità di accertamento delle cd. Cartiere, ritenendo che l’ufficio debba procedere induttivamente e non analiticamente, alla ricostruzione del reddito.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Invero, per i massimi Giudici, “in presenza di una società di capitali non avente altro scopo, apparentemente, se non quello di creare un vortice di false fatturazioni, attive e passive, cioè di porre in essere un’attività meramente cartolare e d’indurre altri a credere erroneamente nell’esistenza di un volume d’affari – d’investimenti, di scambi, di produzione, di lavoro – tale da meritare sgravi, sovvenzioni e concessioni in realtà non dovuti, oggetto dell’imposizione diretta non sono i ricavi – pacificamente inesistenti – risultanti da una contabilità riconosciuta fittizia o ulteriormente desumibili da postazioni passive ugualmente false; se un reddito (illecito) effettivamente esiste, questo potrebbe essere determinato solo sinteticamente, in base ai dati ed alle notizie comunque venuti in possesso dell’ufficio che, in tal caso, è autorizzato a prescindere, in tutto o in parte, dalle risultanze del bilancio e delle scritture contabili, e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza”.
La stessa Cassazione, con sentenza n. 21303 del 4 giugno 2008 (dep. il 7 agosto 2008), nel confermare il proprio indirizzo giurisprudenziale volto ad attribuire al contribuente – in tema di operazioni inesistenti – la prova dell’effettività delle operazioni, è andata oltre, affermando che l’esibizione dei mezzi pagamento (assegni) sono insufficienti all’assolvimento dell’onere della prova: “In tema di imposte, ove l’amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture perché relative ad operazioni inesistenti, la prova della legittimità e della correttezza delle detrazioni deve essere fornita dal contribuente. Detta prova non può, peraltro, essere costituita dalla sola esibizione dei mezzi di pagamento, che normalmente vengono utilizzati fittiziamente, e che, pertanto, rappresentano un mero elemento indiziario, la cui presenza (o assenza) deve essere valutata nel contesto di tutte le altre risultanze processuali“.
Sempre la Corte di Cassazione, da ultimo:
con sentenza n. 21953 del 21 settembre 2007 (dep. il 19 ottobre 2007) ha negato l’esistenza di un presunto contrasto interno in ordine al soggetto che deve assolvere la prova; “le sentenze che vengono abitualmente citate a sostegno della teoria secondo cui l’onere della prova graverebbe sull’Amministrazione, in realtà non contengono affatto simile asserzione. Ed invero poiché le operazioni passive denunciate dal contribuente sono fonte di credito a suo vantaggio (nell’ambito dell’Iva) di detrazione dall’imponibile (nell’ambito delle imposte sui redditi), appare logico concludere che spetta al contribuente fornire la prova dell’esistenza di fatti da cui scaturisce un suo diritto”. Simile tesi, afferma la Corte nella sentenza n. 21953/2007, è ribadita nella sentenza n. 17799 del 21 agosto 2007, “secondo cui l’onere per il contribuente di provare la veridicità delle fatture scatta soltanto quando gli organi di controllo fiscale adducono elementi che fanno almeno sospettare della non veridicità delle fatture; ed è assurda la tesi secondo cui tutte le fatture si presumerebbero false fino a prova contraria offerta dal contribuente”. Prosegue la Corte che “viene abitualmente citata come in contrasto con l’indirizzo finora esposto la sentenza n. 7144 del 23 marzo 2007 secondo cui in tema di Iva, ove l’Amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture perché relative a prestazioni inesistenti, spetta al contribuente l’onere di provare la legittimità e la correttezza dell’operazione mediante l’esibizione dei relativi documenti contabili. Pertanto, quando costui non è in grado di dimostrare la fonte che giustifica la detrazione, questa deve ritenersi indebita, sicché legittimamente l’ufficio provvede a recuperare a tassazione l’imposta irritualmente detratta (a questa sentenza può accostarsi la pronuncia n. 16896 del 31 luglio 2007)”;
con sentenza n. 1023 del 24 ottobre 2007 (dep. il 18 gennaio 2008), la Corte di Cassazione, dopo aver convenuto con il giudice a quo che, in tema di Iva, “ la fattura è documento idoneo a documentare un costo dell’impresa (ciò evincendosi chiaramente dall’art. 21 d.p.r. 633/1972, che ne disciplina il contenuto, prescrivendo, tra l’altro, che essa riporti l’indicazione dell’oggetto e del corrispettivo di ogni operazione commerciale) e che pertanto, nell’ipotesi di fatture che l’amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva, ma spetta, invece, all’Amministrazione, che adduce la falsità del documento (e, quindi, l’inesistenza di un maggiore imponibile), provare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura non è stata, in realtà, mai posta in essere (v. Cass. n. 27341/05, n. 1092/97)” osserva che, nell’ambito dell’accertamento ex art. 39, comma 1 lett. d) d.p.r. 600/1973 (quale è quello in rassegna), “… l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche da presunzioni semplici purché queste siano gravi, precise e concordantià“. La Corte, inoltre, precisa che il divieto di doppia presunzione (cd. “praesumptio de praesumpto“) attiene “esclusivamente alla correlazione di una presunzione semplice con altra presunzione semplice e non pub ritenersi, invece, violato nel caso in cui da un fatto noto si risale a un fatto ignorato, che a sua volta costituisce la base di una presunzione legale (v. Cass. n. 2612/01, n. 2639/87)”. Tanto puntualizzato, la Suprema Corte conviene con l’Amministrazione ricorrente che aveva richiamato una serie di elementi “(mancata indicazione nella fattura della natura, del luogo e dei tempi delle prestazioni attestate; la circostanza che l’attività dichiarata non rientrava nell’oggetto sociale dell’impresa che aveva emesso il documento; il fatto che mancava ogni tipo di prova, anche indiziaria, dell’avvenuto pagamento, essendo inverosimile la giustificazione secondo cui il pagamento in contanti di una somma consistente era avvenuta senza il rilascio di alcuna ricevuta; il rilievo che l’utilizzazione della fattura aveva permesso di alterare sensibilmente il reddito effettivo e la conseguente imposta da assolvere)”;
con sentenza n. 15395 del 13 marzo 2008 (dep. l’11 giugno 2008), la Corte di Cassazione, sulla scia di una serie di precedenti, ha ancora una volta confermato il proprio indirizzo giurisprudenziale: in tema di operazioni inesistenti la prova dell’effettività delle operazioni spetta al contribuente. La sentenza ripropone all’attenzione della Corte la delicata questione dell’incidenza dell’onere della prova, e dei mezzi di prova cui può farsi ricorso, ove l’Amministrazione contesti l’esistenza di talune operazioni economiche debitamente documentate da fatture. Al di là dei diversi motivi addotti, la Corte affronta per primo il riproposto problema sulla ripartizione dell’onere della prova, quando si controverta della inesistenza (anche solo parziale ovvero riferita alla loro imputazione) delle operazioni riportate nelle fatture – dovendosi avvertire che non è configurabile alcuna violazione del divieto di ius novorum, quando si tratti di stabilire il rispetto di una regola di giudizio da parte del giudice del gravame. Per la Cassazione, su un piano ben diverso si pone l’affermazione di sufficienza della “contestazione” dell’operazione, ad opera della stessa amministrazione, “la quale certamente comporta l’onere, per il contribuente, di provare, in concreto, la detraibilità (in tale prospettiva si pone, fra le altre, Cass. 6341/2002, richiamata dal controricorrente)”. Da ciò ne consegue, che una volta assurti una serie di elementi, “viene per ciò stesso a ricadere sul contribuente l’onere di dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni (Cass. 19109/2005, 4046/2007; nei sensi indicati, cfr. lo sforzo di ricomposizione in Cass. 21953/2007)”.
La sentenza n. 4594/2009
In questi giorni, con sentenza n. 4594 del 26 febbraio 2009 (ud. dell’11 novembre 2008) la Corte di Cassazione – con un pregevole intervento – ha riaffrontato la questione, occupandosi specificatamente della problematica delle operazioni inesistenti, legata alla regolarità della dichiarazione.
Entrando subito nel clou della sentenza, la Corte, ha rilevato preliminarmente che “la C.T.R., pur apprezzando la tecnica ed il contenuto delle indagini eseguite dalla Guardia di finanza, ha ritenuto che non fossero state sufficientemente provate le ritenute evasioni a fronte di una contabilità, documentazione e registri previsti per legge e regolarmente tenuti”.
Tali considerazioni – osserva la Corte – , “però, non sono assolutamente in armonia con la giurisprudenza di questa Corte che ha sempre ritenuto che una contabilità apparentemente corretta e la regolare tenuta dei registri e di altra documentazione non possa essere di ostacolo ad un accertamento fondato su altri elementi anche induttivi. Infatti, il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 56, dispone che, in tema di accertamento delle imposte, anche in presenza di una contabilità formalmente regolare come nella specie, è consentito procedere alla rettifica della dichiarazione, senza riscontro analitico della documentazione, secondo il metodo cosiddetto induttivo, purché l’accertamento in rettifica risulti fondato su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’art. 2729 c.c. e desunte da fatti certi e da dati di comune esperienza, oltre che da concreti e significativi elementi offerti dalle singole fattispecie”.
In particolare, nella specie, la C.T.R. non ha ritenuto che il metodo seguito dall’Ufficio non fosse corretto, “ma ha solo lamentato che tale metodologia non fosse stata accompagnata da altri elementi di supporto tali da confermare quanto desunto con il metodo induttivo, senza tenere in alcun conto che in presenza di un’interposizione fittizia di soggetto inesistente, c.d. società cartiera, le fatture, pur se esibite, non costituiscono prova dell’intervenuto rapporto e, nella fattispecie in esame, è incontroverso e riscontrato che la società D., che intratteneva molteplici rapporti commerciali con il contribuente intimato, fosse risultata, a seguito di indagini della Guardia di finanza, totalmente priva di strutture per cui poteva ritenersi correttamente desunta una presunzione semplice, poiché la relazione tra il fatto noto e quello ignoto non deve avere carattere di necessità, risultando invece sufficiente che le circostanze sulle quali essa si fonda siano tali da far apparire l’esistenza del secondo come una conseguenza del primo alla stregua di canoni di ragionevole probabilità, dovendosi cioè ravvisare una connessione tra il fatto già accertato e quello ancora ignoto alla luce di regole di esperienza che convincano il giudice circa la verosimiglianza della verificazione stessa dell’uno quale effetto dell’altro, potendo, dunque, il relativo accertamento presentare qualche margine di opinabilità, atteso che il procedimento logico di deduzione non è quello rigido che è imposto in caso di presunzione legale”.
A tal punto, “data la coerenza logica della ricostruzione e gli incontestati rapporti commerciali del M. con la D.C. s.r.l., competeva al contribuente provare in altro modo l’effettività dei rapporti commerciali intercorsi con il soggetto terzo, non essendo sufficiente la regolarità formale delle scritture e l’esibizione delle fatture e la mera affermazione dell’inopponibilità nei suoi confronti dei rilievi eseguiti presso tale società”.
La logica della sentenza è la seguente: l’apparente regolarità della dichiarazione non inibisce l’accertamento induttivo, competendo al contribuente – in presenza dei gravi indizi prodotti dall’ufficio – scardinare il ragionamento dei verificatori, non potendosi lo stesso trincerare dietro la regolarità formale della dichiarazione.