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Timestamp: 2019-10-16 09:23:17+00:00
Document Index: 33028635

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione seconda civile, sentenza 29 settembre 2017, n. 22832. La responsabilita' del Ministero della salute in riferimento al risarcimento per i danni subiti a seguito di emotrasfusioni - Renato D'Isa
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Il Ministero della salute è tenuto ad esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine, tra l’altro, alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati e risponde ex art. 2043 c.c. per omessa vigilanza, dei danni conseguenti ad epatite e ad infezione da HIV contratte da soggetti emotrasfusi.
Gli obblighi di prevenzione, programmazione, vigilanza e controllo gli derivano da una pluralità di fonti normative, ma ancor prima dall’obbligo di buona fede o correttezza, generale principio di solidarietà sociale -che trova applicazione anche in tema di responsabilità extracontrattuale- in base al quale il soggetto è tenuto a mantenere nei rapporti della vita di relazione un comportamento leale, specificantesi in obblighi di informazione e di avviso nonché volto alla salvaguardia dell’utilità altrui -nei limiti dell’apprezzabile sacrificio-, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi.
Ove sia accertata “l’omissione di tali attività” (di vigilanza e controllo), ove sia accertata altresì “con riferimento all’epoca di produzione del preparato, la conoscenza oggettiva ai più alti livelli scientifici della possibile veicolazione di virus attraverso sangue infetto” e ove sia accertata – infine – “l’esistenza di una patologia da virus HIV o HBV o HCV in soggetto emotrasfuso o assuntore di emoderivati” può ritenersi, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione “sia stata causa dell’insorgenza della malattia, e che, per converso, la condotta doverosa del Ministero, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito la verificazione dell’evento.
Il criterio per la delimitazione temporale della responsabilità del Ministero è quello di ritenere sussistente la responsabilità del Ministero a decorrere dal 1978 (data di conoscenza dell’epatite B) anche per gli altri due virus (HIV e HCV epatite C), tenuto conto che essi non costituiscono eventi autonomi e diversi, ma solo forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolati dal sangue infetto, che il Ministero non aveva controllato, come pure era obbligato per legge; pertanto, “di fronte ad obblighi di prevenzione, programmazione, vigilanza e controllo imposti dalla legge, deve inoltre sottolinearsi che si arresta la discrezionalità amministrativa, ove invocata per giustificare le scelte operate nel peculiare settore della plasmaferesi. Il dovere del Ministero di vigilare attentamente sulla preparazione ed utilizzazione del sangue e degli emoderivati postula un dovere particolarmente pregnante di diligenza nell’impiego delle misure necessarie a verificarne la sicurezza, che comprende il dovere di adoperarsi per evitare o ridurre un rischio che è antico quanto la necessità della trasfusione.
ordinanza 7 giugno – 29 settembre 2017, n. 22832
Con un unico composito motivo (“Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c. n. 3. Difetto di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c. n.5. Erroneità della sentenza che ha dato per scontata la sussistenza del nesso di causalità tra patologia epatica del sig. S. e le trasfusioni subite. Difetto del nesso di causalità ed in ogni caso, difetto di qualunque comportamento colpevole imputabile al Ministero”) il Ministero ricorrente lamenta, sotto un primo profilo, l’erroneità della sentenza impugnata con la quale la Corte di merito ha ritenuto la sussistenza del nesso di causalità tra le trasfusioni subite da S. e la patologia epatica dallo stesso sofferta. In particolare, osserva che “dei quattro classici criteri utilizzati dalla scienza medico-legale per la dimostrazione del nesso di casualità, se i primi tre (compatibilità del luogo, del tempo ed efficacia dell’agente causale) sono certamente presenti nel caso in esame, risulta tuttavia carente il quarto e cioè la convincente dimostrazione della mancanza di altre cause efficienti che bene sarebbero potute insorgere nel lungo periodo tra il fatto indicato come fonte di contagio e la diagnosi certa della patologia”.
Il motivo non è fondato rispetto ad entrambi i profili lamentati per le ragioni di seguito indicate.
La corte di merito nell’impugnata sentenza ha fatto piena e corretta applicazione dei principi soprarichiamati in tema di nesso causale. In particolare là dove ha affermato che “non può allora non ritenersi il Ministero della salute tenuto, anche anteriormente alle date di individuazione dei singoli virus (…) a controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni o per gli emoderivati fosse esente dai virus de quibus e che i donatori non presentassero alterazione alle transaminasi, in adempimento di obblighi specifici posti dalle fonti normative speciali già all’epoca in vigore”. Inoltre ove, in relazione alla fattispecie concreta esaminata, ha rilevato che “il contagio è derivato dall’emostrasfusione del 1982 ed il Ministero non ha dimostrato di aver assolto ai doveri di vigilanza che la legge gli imponeva, né presso la struttura ospedaliera sono stati reperiti dal CTU nominato in primo grado i registri del 1982 sull’erogazione del sangue ai pazienti (tra cui l’appellante).”. Ha ritenuto, quindi, coerentemente, che unico responsabile del contagio fosse il Ministero “poiché nessuna responsabilità è emersa a carico della facoltà di chirurgia della Università Federico II, risultando pacifica la provenienza delle sacche di sangue dal Ministero anche in assenza di documentazione attualmente reperibile e non essendo contestata all’Università alcuna ulteriore negligenza.”.
Il ricorrente va condannato a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di cassazione.
Corte di Cassazione, sezione II civile, ordinanza 22 giugno 2017, n....