Source: http://www.osservatoriopsicologia.com/2010/07/24/che-razza-di-una-sentenza-onori-e-oneri-del-percorso-di-adozione/
Timestamp: 2020-07-13 08:33:57+00:00
Document Index: 71830199

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Che “razza” di sentenza: onori e oneri del percorso di adozione | Osservatorio Psicologia
Home » Le Segnalazioni » Che “razza” di sentenza: onori e oneri del percorso di adozione
Che “razza” di sentenza: onori e oneri del percorso di adozione
La Repubblica del 1 Giugno 2010 riporta un articolo relativo ad una sentenza che impedisce ai genitori adottivi di scegliere la razza dei propri figli.
La Cassazione: “Niente adozioni per le coppie razziste”.
La decisione si riferisce al caso di una coppia siciliana che voleva adottare solo bambini di razza europea: “Non è possibile esprimere preferenze per determinate caratteristiche genetiche”.
Con questa decisioni viene accolto, dalle Sezioni Unite della Cassazione, il parere della Procura della Suprema Corte che, come si era appreso lo scorso 28 aprile, aveva chiesto che fossero messe al bando dal nostro ordinamento i decreti di adozione contenenti indicazioni sull’etnia dei minori. La Procura di Piazza Cavour era stata sollecitata da un esposto dell’Aibi – Associazione amici dei bambini – che da anni lotta contro i decreti razzisti.
Chi vuole solo bimbi di tipo ‘europeo’ non può rivestire il ruolo di mamma e papà. “Il giudice – sottolinea la sentenza scritta dal consigliere Maria Rosaria San Giorgio – oltre ad escludere la legittimità delle limitazioni poste dai richiedenti alla disponibilità all’adozione in funzione dell’etnia del minore, dovrà porsi il problema della compatibilità della relativa indicazione con la configurabilità di una generale idoneità all’adozione”. In sostanza, chi pone come limite la provenienza del bimbo, non può essere genitore.
Il principio della Corte. Il principio di diritto denunciato dalla Suprema Corte è così formulato: “Il decreto di idoneità all’adozione pronunciato dal tribunale per i minorenni ai sensi dell’art. 30 della legge n. 184 del 1983 e successive modifiche non può essere emesso sulla base dei riferimenti alla etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia. Ove tali discriminazioni siano espresse dalla coppia di richiedenti, esse vanno apprezzate dal giudice di merito nel quadro della valutazione della idoneità degli stessi alla adozione internazionale”. La Cassazione ricorda quattro articoli della Costituzione che sono contenuti in questo principio: l’articolo 2 sui diritti inviolabili dell’uomo; l’articolo 3 sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, che si applica anche a tutela degli stranieri; gli articoli 10 e 117 che fanno riferimento “agli obblighi assunti dallo Stato italiano con la stipulazione di Convenzioni internazionali”.
Formazione per le coppie. Un’attenzione particolare la Cassazione la rivolge alla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale, per guidarle verso “una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria”. Con il sostegno psicologico – aggiunge la Suprema Corte – si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere “un bimbo che non sia a propria immagine”, o le paure di quanti dicono ‘no’ al bimbo ‘diverso’ “per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento”.
Niente preferenze per ‘carattetristiche genetiche’. La Cassazione, dunque, in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già “profondamente tormentata” e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con “peculiari doti di sensibilità”, non ammette che le coppie possano esprimere ‘preferenze’ per “determinate caratteristiche genetiche” del bambino che vorrebbero.
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/06/01/news/adozioni_razzisti-4490023/%3Fref%3DHRER2-1
PARERE A CURA DEL DR. SAVERIO ABBRUZZESE
Adozione e diritti dei minori
Come spesso accade, un fatto diventa notizia se i mass media se ne occupano. Altrimenti passa del tutto inosservato. Questa sentenza della Corte di cassazione ha fatto notizia perché sancisce alcuni dei diritti fondamentali del minore, di cui fra un po’ ci occuperemo. Ma il problema non è nuovo. Me ne sono occupato tanti anni fa in un articolo, dal titolo “Il Vestito Nuovo”, in cui mi occupavo dell’idoneità delle coppie all’adozione, del ruolo dei servizi e dei tribunali per i minorenni.
In questa sede mi preme sottolineare alcuni aspetti della vicenda. Ad esempio mi sembra strano che la Corte abbia espresso un parere – che era assolutamente scontato – di fronte ad una richiesta fatta da un’associazione di genitori. Strano, perché di solito avviene il contrario: queste associazioni cercano di allargare le maglie dell’idoneità, per evitare una feroce selezione nei loro confronti. Qui invece è proprio un’associazione, l’AIBI (Associazione amici dei bambini) che ha posto il problema e ha provocato questo interesse nell’opinione pubblica. Un bell’esercizio di autocritica, non c’è che dire. Oppure le associazioni sono capaci di attirare l’attenzione dei media e di conquistare i fasti della platea …
Ovviamente è inammissibile che una coppia che si candida all’adozione possa esprimere delle preferenze in merito all’etnia o al colore della pelle dell’adottando, ma il problema è più ampio. Infatti, ritengo ancora più grave che in un decreto di idoneità venga scritto che una coppia sia idonea all’adozione di un bambino di “colore europeo”. Perché a questo punto dobbiamo porci un serio problema: il razzismo è solo della coppia che nel candidarsi all’adozione pone dei limiti alla sua disponibilità o anche dei magistrati, che ritengono questa coppia idonea? Né dobbiamo nasconderci che a volte anche nostri colleghi, nelle relazioni che inviano ai tribunali per i minorenni per la valutazione delle coppie, concludono scrivendo che la coppia è idonea all’adozione di un bambino “non di colore”.
Per la verità, c’è anche chi ritiene corretto riportare i desiderata della coppia, argomentando che se non si tiene conto delle aspettative della coppia, l’adozione rischia di esitare in un fallimento.
Sarà, ma a questo punto chiediamoci in che cosa consista questa “valutazione”. Se dobbiamo limitarci a riportare il desiderio della coppia, esimendoci dal confrontarlo con la realtà dei minori in stato di abbandono, allora a cosa servono i consultori e a che cosa servono gli stessi tribunali per i minorenni?
Difatti, ogni tanto, emerge questa volontà di abolire i tribunali e trasformare così l’adozione in un fatto privatistico, in cui è sufficiente candidarsi, pagare ed ottenere il bambino desiderato. Sappiate che in alcune nazioni, fra cui gli USA, l’adozione si fa così.
Una vergogna che nessuno si preoccupa di denunciare.
Ma noi abbiamo delle leggi da rispettare, a cominciare dalla Carta costituzionale, che all’art. 3 recita:
A questa dichiarazione di principi, sacrosanta, si aggiunga l’art. 1 della legge 184/83, riformata dalla legge 149/01:
Il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, si etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento.
Sulla base di queste indicazioni normative, un decreto che ritenga una coppia idonea all’adozione di un bambino di razza europea è un decreto fuorilegge, direi addirittura anticostituzionale, che meriterebbe un pronunciamento non solo della Corte di Cassazione, ma della Corte Costituzionale.
Ma il problema non è solo quello della razza: mi è capitato di leggere decreti di idoneità in cui una coppia veniva ritenuta “idonea all’adozione di un bambino di etnia europea dell’età massima di un anno”. Ripeto: età massima di un anno. E l’età minima? Lasciamola alla vostra immaginazione.
Ricordo che quella che una volta si chiamava “domanda di adozione”, adesso si chiama “dichiarazione di disponibilità”. I tribunali ed i servizi devono valutare questa disponibilità. Ma una disponibilità così limitata può essere ritenuta compatibile con l’idoneità all’adozione? Evidentemente no. Essere disponibili ad adottare un bambino bianco che non abbia più di un anno significa che questa coppia non offre un’ampia disponibilità, ergo non è idonea. Significa che questa coppia è concentrata maggiormente sui propri bisogni piuttosto che su quelli del minore abbandonato.
Provo a fare un esempio: immaginate di dover valutare uno studente agli esami di maturità e di usare come criteri di valutazione il leggere, lo scrivere e il far di conto, cioè gli stessi criteri usati una volta per la licenza elementare, trascurando di valutare cosa capisce di quello che legge, se è in grado di mettere per iscritto i sui pensieri ed i suoi vissuti e se è in grado di andare oltre le tabelline a memoria. Il paragone dell’esame non appaia azzardato: perché di questo si tratta e così viene vissuto dalle coppie. Una volta si usava il termine “selezione”, adesso abbiamo ammorbidito la forma, usando il termine “valutazione” delle coppie, ma nella sostanza si tratta sempre di un esame e di un giudizio. E sappiamo benissimo che i contesti valutativi alimentano la persecutorietà.
Ma c’è un’altro problema da affrontare, molto più delicato, che rende questa materia ardua.
Che cosa succederà dopo la sentenza della Corte di Cassazione? Quali saranno gli effetti? Pensate che tutte le coppie capiranno il significato di questa sentenza e che pertanto la loro disponibilità diventerà più ampia, più responsabile e attenta ai bisogni del minore? È mai successo che una sentenza – o una legge – abbia cambiato il “comune sentire”?
Mi piacerebbe pensarlo. Mi piacerebbe anche pensare che una sentenza sia essa stessa un prodotto del “comune sentire” dell’opinione pubblica, ma ho paura che la mia sia soltanto una pia illusione. Credo, al contrario, che non abbiamo mai trascorso un periodo più buio in termini di intolleranza verso le minoranze; non mi riferisco solo al tradizionale razzismo, ma anche all’omofobia e alle violenze incontrollate su etnie bianche europee, dagli albanesi ai rumeni: cori negli stadi, pestaggi pubblici, linciaggi, violenze sessuali, spedizioni punitive e così via. Figuriamoci se possiamo pensare che l’opinione pubblica sia matura e pronta ad accettare la diversità.
L’effetto di questa sentenza sarà un altro. Nessuna coppia sarà tanto ingenua da dichiarare una disponibilità così risicata. Anzi, ci sarà una gara di tolleranza, tutti si impegneranno a dichiarare di essere esenti da pregiudizi di qualsiasi tipo, accettando bambini di ogni razza e di magari di ogni età. Già … lo dichiareranno.
Ma dichiarare di essere disponibile, significa “esserlo”? Come valutare questa disponibilità fittizia? Come ho scritto nell’articolo allegato, le coppie che si candidano all’adozione, indossano il vestito della domenica, offrono la migliore immagine possibile, ma è appunto un’immagine.
Viviamo nella civiltà dell’apparire. E tutti si adeguano. Tutto sommato è relativamente facile dichiarare un’ampia disponibilità alle razze e all’età e al numero dei fratelli da adottare. Che ci vuole?
Una volta ottenuta l’idoneità inizia la fase decisiva del cammino verso l’adozione: l’abbinamento. Cioè la scelta del bambino. Anche se in realtà dovrebbe essere la scelta della coppia migliore per quel bambino. Ma non sono i bambini a scegliere. Sono gli enti autorizzati per le adozioni internazionali, che sottopongono alle coppie delle opzioni; chiamiamole opportunità, per usare un eufemismo. Ovviamente, se il bambino è grandicello, non si può non tener conto del suo parere, ma se è in tenera età il suo parere non è neanche esprimibile.
In altri termini, la coppia sceglie al di là di quello che ha dichiarato per ottenere l’idoneità.
Il vero problema dell’adozione è questo. In realtà queste coppie andrebbero accompagnate fin dal primo momento in cui decidono di accogliere un bambino per verificare non solo il loro affiatamento, ma anche la conoscenza delle esigenze e dei bisogni del minore in stato di abbandono. Da anni sostengo che l’idoneità di una coppia va costruita, prima che valutata.
Infine, un ultimo problema: sappiate che le relazioni dei servizi in merito alla idoneità delle coppie sono – in più del 90% dei casi – positive. Perché?
Il GRANDE FRATELLO non voleva che si dichiarasse di amarlo, voleva essere amato. Le coscienze andavano plasmate, e scrutate fin nel profondo, per accertarsi che il popolo fosse convinto fin nei recessi della sua mente e della sua anima. Per questo scopo era stata istituita la PSICOPOLIZIA, per perseguire chi non aderiva totalmente ai dettati del MINISTERO DELL’AMORE e del MINISTERO DELLA VERITA’.
Per quale motivo si continua a tollerare che coppie intolleranti, coppie che mai adotterebbero figli di etnia differente, procreino autonomamente figli col loro patrimonio genetico? Un controllo andrebbe imposto anche su queste coppie. Anzi, le coppie andrebbero costruite, prima che valutate.
Pensare che Orwell, in 1984, aveva già visto e previsto tutto.
Pungente e stimolante, Julia.
Io condivido l’ironia con cui si potrebbe descrivere il mandato sociale (la funzione) -che gli psicologi spesso si costruiscono o si fanno attribuire- come “psicopolizia”. Da un lato pare più rassicurante la posizione di potere che questo ruolo ci offre, dall’altro dimentichiamo totalmente di offrire un reale servizio/supporto “da psicologi”. Così la professione …..si dissolve in un ruolo improprio e dal fondamento scientifico assai discutibile.
Il dott. Abruzzese si chiede chi sia disposto a sostenere le coppie.Immagino che da giudice onorario in realtà sappia a chi spetti assicurare alle coppie questo servizio. Pur con delle differenze nelle diverse regioni sono i Servizi Sociali o Sociosanitari a dover assicurare quella formazione e sostegno psicologico di cui la stessa Suprema Corte parla! In Puglia ad esempio vi sono i Consultori Familiari(è in uno di quei servizi che lavoro). Se non avviene…..forse i Tribunali dovrebbero sorvegliare maggiormente l’osservanza delle leggi da parte delle istituzioni, oltre che sindacare sull’affettività dei cittadini.
La questione della persecutorietà della valutazione(e del facile gioco di chi vuole raggirarela) ci interroga sugli strumenti che come professionisti dobbiamo costruire, ma anche sulla nostra capacità di elaborare e far crescere la domanda dei committenti: far capire ai giudici e al legislatore stesso che forse ci sta chiedendo qualcosa di molto discutibile. Che forse mette in crisi il senso della nostra professione ed i nostri stessi criteri personali di giusto/ingiusto (pensiamo appunto alla possibilità di procreare delle coppie “razziste” biologicamente sane).
Mi pare utile continuare a riflettere…… Ma esiste qualche rivista scientifica di psicologia clinica che se ne occupa?
N.B. le associazioni sovente interloquiscono o sono attrezzate a intermediare -per comprensibili limiti umani- esclusivamente con alcuni paesi (ad es. del nord-est europeo, oppure in sud america) per cui se una coppia vuole un bambino di razza “bianca” o “di colore” può semplicemente scegliere a quale associazione rivolgersi …. ….basterà non dirlo ai giudici.
@Julia, Attenta, cara Julia, a non fare pericolose generalizzazioni. Se il Grande fratello dovesse sorvegliare – o valutare – tutte le coppie che decidono di avere un figlio, ci sarebbe una grave limitazione della libertà personale. Ho anche sentito delle interessanti proposte di fare dei test prima del matrimonio, qualcuno si è anche spinto oltre, proponendo una diagnosi preventiva per tutti quelli che nel loro lavoro si occupano di bambini e di famiglia: come se gli psicologi dovessero dare una patente di idoneità ai professionisti delle scienze umane. Dovremmo fare accertamenti sulla personalità di insegnanti, pediatri, giudici, ovviamente anche psicologi. Ma chi farà accertamenti su chi fa questi accertamenti? Quis custodiet custodes?
Calma, non esageriamo, non prendiamo questa china. Il problema delle coppie che si candidano per l’adozione è quello di assicurare il meglio possibile ad un bambino in difficoltà e nel momento in cui uno psicologo viene investito di questo compito, anche lui deve dare il massimo. Tutto qui. Lasciamo perdere le coppie che proliferano autonomamente. C’è già un calo delle nascite, non peggioriamo la situazione.
Dottor Abbruzzese grazie e complimenti per lo stimolante e competente commento.
Sono genitore adottivo prima ancora che psicologo e in tale veste conosco il mondo delle adozioni. Ogni tanto il pensiero che dietro questi decreti “impossibili” tipo “bambino di razza europea di età inferiore ad un anno” ci sia semplicemente una intenzione di ridurre in pratica le possibilità della coppia di portare a successo il percorso adottivo mi viene. Quale ente può mai pensare di portare a compimento un abbinamento con un decreto siffatto? E’ quasi più semplice ed efficace compromettere un percorso adottivo in questo modo piuttosto che procedere con il non rilascio del decreto di idoneità.
In generale, il punto è sulla presenza o meno di una concezione sociale univoca e condivisa rispetto a quello che potrebbe e dovrebbe essere il senso dell’adozione e forse anche dell’infanzia e, perchè no, della società già che ci siamo. Diciamo: alcuni fondamentali, che ogni tanto sembrano perdersi di vista.
g.e. keller
Ho letto con molto interesse e piacere il contributo del dott. Abruzzese, che esprime con determinazione il valore di un approccio centrato sul bambino. Anche nella mia lontana brevissima esperienza di tirocinio sull’affido familiare ho imparato l’importanza di rilevare la presenza di amore oblativo nella coppia/single affidatari e credo che, nell’adozione, sia da valutare ancora di più.
Mi piace anche pensare, rispondendo ad una “vena” di pessimismo finale del collega, che le leggi possono modificare il comune sentire. E’ successo con la legge sul divieto di fumare piuttosto che con quella sul turismo sessuale. Una legge attiva spesso dei processi che ricadono sulla società, ai suoi vari livelli (operativi, commerciali, ecc.) a patto che non si tentenni sulla direzione intrapresa; come, ad esempio, mettendo nuove disposizioni in contrasto con lo spirito della norma o alleggerendo le pene (o peggio depenalizzazione). Insomma, anche le leggi fanno cultura. Grazie ancora dott. Abruzzese.
devo dire che questo articolo, il parere dell’esperto e tutti i commenti (soprattutto il primo, che ha dato voce al mio turbamento) mi ha lasciato molto a pensare. Una “gestalt” rimasta aperta…
Sono temi sui quali credo sia davvero difficile dire uqal osa di definitivo. E’ vero che la legge fa cultura, ma come dice lo stesso esperto dott. Albanese, dietro all’apertura “rituale” e politically correct, poi le famiglie hanno le loro speranze, le loro aspettative, si orientano e convergono su un bambino, piuttosto che su un altro. Chi dice che per essere genitori bisogna mare incondizionatamente a priori? E allora uttte le paure, le analisi in gravidanza, le diagnosi pre-impianto … Sepre due pesi e due misure? O forse continuiamo con il voler costruire una società di valori di facciata, sulla carta, mentre poi le nostre città producono ghetti ? Non vediamo che ci sono quartieri in cui dalla porta principale entrano i bianchi, e dalle porte di servizio al mattino presto e alla sera tardi escono invece le persone di colore, i sudamericani, gl iindiani?
O forse queste cose le sappiamo, ma non dobbiamo dirle? Mi occupo spesso di minori in stato di difficoltà, di famiglie difficili … Questi approcci idealizzanti finiscono per essere letali. Le famiglie vengono schiacciate e nessuno riesce davvero a sintonizzarsi. Sempre più spesso, si oscilla fra il voltarsi dall’altra parte, oppure, quando si è obbligati a intervenire, allora i minori vengono allontanati. O bianco, o nero.
Tutti, anche i genitori naturali adottano in fondo il loro bambino. Qunado il bambino arriva è un extraterrestre. Bisogna imparare ad amarlo, accettarlo. E’ difficile con il proprio e non sempre si è capaci, perchè si dovrebbe essere perfetti quando si adotta? Mi è capitato anche di avere a che fare con ragazzine anoressiche “sorelle” in famiglie numerose in cui venivano accolti uno o più bambini adottati. Soffocano queste ragazze, in queste famiglie dove si respira la perfezione, l’oblatività, l’amore perfetto.
Certo essere genitori è sempre diffiicle, ma almeno risparmiamoci davvero lì’illusione che una legge possa mettere posto queste cose.
“Infine, un ultimo problema: sappiate che le relazioni dei servizi in merito alla idoneità delle coppie sono – in più del 90% dei casi – positive. Perché?
A voi la risposta.”
E perchè dott. Abruzzese questo sarebbe un problema? E quante coppie poi invece sono dichiarate non idonee di Giudici dei Tribunali per i Minorenni?
Inoltre i giudici (onorari e togati) si riservano comunque di ribaltare un eventuale parere negativo dei servizi (a me è capitato) pertanto forse una risposta plausibile è “perchè si tratta solo di una relazione psicosociale che deve offrire un parere assolutamente non vincolante”. Sembra quasi che non potendo essere (per legge) delegato ai servizi un chiaro mandato sulla valutazione delle coppie questi si limitino ad offrire una relazione che “istruisce una pratica” lasciando poi ai giudici il POTERE di dichiarare idonea una coppia o meno. E soprattutto poi spetterà ai Tribunali o alle Associazioni abbinare la coppia idonea ad un minore (che costituisce il vero “ostacolo finale” all’adozione).Conosco coppie idonee che aspettano per tanti anni…..
Pertanto…… Perchè essere severi? Esiste poi una chiara conoscenza/disciplina scientifica che sostiene gli operatori consultoriali nell’effettuare questa valutazione?
Immagino ci si limiti pertanto a suggerire ai tribunali la non idoneità solo per coppie che presentino caratteristiche oggettive che le rendano particolarmente inadeguate all’adozione.
Altra risposta possibile “perchè poi i valutatori devono essere anche coloro che sostengono e formano le coppie affinandone le capacità genitoriali o durante la fase di affido preadottivo”. Come costruire allora con le coppie un’alleanza di lavoro che permetta la valutazione prima ed il sostegno poi?
Questo solo per alimentare il confronto….
Un caro saluto al collega Saverio Abruzzese e a tuti i lettori
La discussione è vecchia!.. Ma Tanto Tanto Attuale!!… Ma chi sei Tu Abbruzzese per poter sostenere che chi ecide di adottare deve essere perfetto. Ma ce l’hai Tu, Abbruzzase, il perfettometro!? Perchè mai chi decide di adottare, se esprime onestamente (e leggittimamente) le proprie paure circa la possibilità di riuscire a difendere un bambino di colore (magari di 11-12 anni) dagli ostacoli che o stesso stato italiano frappone a chi diventa genitore (sia esso naturale o adottivo)… uno Stato imperfetto (anzi perfettamente assente) esige che sia perfetto chi già con un percorso travalaito e pieno di ostacoli si è detto disponibile ad accogliere un bambino e servirlo e farlo crescere dentro la propria famiglia!!…Ma perchè questa folle ipocrisia di voler costringere a dichiarare che si è disponibili a tutto… pur di diventare genitori… e poi quli sono i servizi e il sostegno post-adozione!?… dove sono, dopo,
gli Abbruzzese!??