Source: http://astratto.info/diversi-sono-i-modi-di-concepire-e-definire-lo-stato-il-suo-fo.html
Timestamp: 2020-01-27 01:15:15+00:00
Document Index: 70039974

Matched Legal Cases: ['art.51', 'art.1', 'art.17', 'art.150', 'art.6', 'art. 28']

Diversi sono I modi di concepire e definire lo stato, IL suo fondamento, I fini ed elementi costitutivi e distintivi
Iter della nascita di uno stato
Lo Stato di polizia o assolutismo illuminato
Lo Stato democratico e sociale
Stato totalitario o fascista
Diversi sono i modi di concepire e definire lo stato, il suo fondamento, i fini ed elementi costitutivi e distintivi. Secondo la più antica tradizione viene definito come “comunità di individui stabilmente stanziata in un dato territorio ed organizzata secondo un assetto sociale e politico stabile e permanente, in funzione delle esigenze di pacifica ed ordinata convivenza dei suoi componenti”, ma a tale definizione se ne aggiungono altre dei vari indirizzi dottrinali. Secondo i seguaci del c.d. realismo politico, lo stato tende ad essere identificato con il solo governo o i governanti e, cioè con quei soggetti e quelle forze sociali e politiche che detengono in concreto il potere statuale. Del tutto opposta la prospettiva da cui muove la c.d. scuola di Vienna (fondata da Kelsen), secondo la quale lo stato finisce necessariamente con il presentarsi solo come un insieme di norme giuridiche e, in sostanza, viene ad identificarsi e risolversi nell’ordinamento giuridico, nel diritto in senso oggettivo.
Tali dottrine forniscono, però, una visione solo parziale ed incompleta, identificando l’ordinamento con l’uno o con l’altro dei suoi diversi elementi, senza considerare che la realtà statuale si presenta assai più complessa, essendo costituita da un proprio substrato materiale e personale, unitamente ordinato, con stabile organizzazione normativa e coattiva, che costringono a fornire allo stato una sua precisa individualità, distinta e contrapposta a quella dei suoi elementi costitutivi.
Ordinamento giuridico a fini generali esercitante il potere sovrano su un dato territorio, cui sono subordinati in modo necessario i soggetti ad esso appartenenti (Mortati).
politico, vale a dire diretto a fini generali, in qaunto nessuno degl interessi che possono emergere in un gruppo sociale gli è potenzialmente estraneo, anche se in un determinato contesto storico esso perseguirà alcune finalità, piuttosto che altre;
giuridico, in quanto il sistema delle norme che regolano la condotta dei consociati e degli stessi pubblici poteri ne costituisce elemento essenziale ed indefettibile;
indipendente, in quanto non ricosce alcuna autorità superiore che ne possa condizionare l’attività e si pone in posizione di parità nei confronti degli altri ordinamenti dello stesso tipo, cioè gli altri stati;
originario, in quanto trova in se stesso il fondamento della sua validità e della sua legittimazione, non dervando dalla volontà di un ordinamento superiore;
sovrano, in quanto detiene la suprema potestà d’imperio, che si impone in tutto il territorio e nei confronti di tutti coloro che ad esso appartengono.
Elementi costitutivi: elemento personale (il popolo), elemento spaziale (il territorio), elemento organizzativo (la sovranità).
STATO-ORDINAMENTO: ordinamento giuridico statale nel suo complesso, comprensivo di tutti i suoi elementi costitutivi. Esso include sia il momento dell’autorità (Stato-apparato), vale a dire l’apparato che esercita la suprema potestà di governo, che quello della libertà (Stato-comunità), vale a dire la comunità che tale potestà subisce.
STATO- APPARATO: complesso dell’organizzazione e dell’attività che fa capo al potere supremo di comando…(Mortati), l’apparato burocratico e le strutture di vertice dello Stato che rappresentano il momento dell’autorià.
STATO-COMUNITA’: l’insieme dei soggetti della comunità statale cui sono riconosciuti ambiti diversi di autonomia.
STATO-PERSONA: complesso organizzativo dello Stato-apparato cui venga riconosciuta la personalità giuridica1. Nel nostro ordinamento la personalità giuridica si desume dalla Cosituzione e dalla legge: responsabilità civile a carico dello Stato, riconoscimento allo Stato del diritto di proprietà e regole sull’amministrazione del patrimonio e sua rappresentanza in giudizio, previsione di delitti contro la persona dello Stato.
Secondo il profilo della fenomenologia del potere (MAX WEBER) la nascita di uno stato si verifica in una fase successiva rispetto al sorgere degli apparati di dominio attorno alla posizione centrale di un signore, detentore del potere.
All’interno di questi apparati si assiste alla divisione del lavoro, in modo che possano crearsi strutture durature e, quindi, trasmissibili: in altre parole, i funzionari sono sostituibili, ma la funzione di dominio permane.
Alla spersonalizzazione del potere si accompagnano la formazione del modo in cui esso viene esercitato (cioè vengono stabilite forme e regole di amministrazione) e un’accentuata integrazione nell’ordinamento sociale, che si manifesta con un più esteso, quantitativamente e qualitativamente, dominio territoriale.
Si passa al dominio statale nel quale la struttura centrale di potere giunge ad imporre il proprio monopolio delle 3 classiche funzioni: legislativa (pone le norme giuridiche), esecutiva (da esse attuazione), giurisdizionale (applica le sanzioni a chi non rispetta le norme).
Vengono così eliminati o limitati tutti gli altri poteri esistenti sul territorio, con la conseguente unificazione delle norme vigenti e del loro controllo.
Più in concreto, l’instaurazione di un nuovo ordinamento statale può essere promossa:
da parte di altri stati od organismi stranieri (come per il territorio libero di Trieste, che secondo il trattato di pace del 1947 doveva costituirsi in un vero e proprio ordinamento statale, soggetto a controllo internazionale, a seguito di apposita rinuncia da parte dell’Italia al relativo territorio),
o da forze ed organismi operanti all’interno dello stesso ordinamento statuale
nel rispetto delle regole e delle competenze stabilite dall’ordinamento precedente (da stati assoluti a stati costituzionali, per volontà degli stessi sovrani, durante il secolo scorso)
o anche in contrasto con l’ordinamento giuridico in atto (c.d. colpo di stato e rivoluzione; cioè attraverso il mutamento radicale del regime e determinando la sostituzione delle forze politiche con altre nuove ed estranee rispetto agli organi di governo preesistenti: ad es. la rivoluzione che ha portato alla costituzione di stati indipendenti e sovrani in luogo delle preesistenti colonie inglesi del Nord-America o la rivoluzione che sostituito al regime zarista quello comunista dei soviet, con la creazione dell’U.R.S.S.).
Il più delle volte la formazione di uno stato si attua attraverso la modificazione di uno stato o di più stati preesistenti, ad es. in via di separazione, oppure attraverso la loro estinzione (smembramento di uno stato in più stati, che al primo si sostituiscono per intero: impero austro-ungarico si dissolse nel 1918), oppure con la fusione di più stati in uno solo (formazione del regno d’Italia), oppure in caso di incorporazione di uno stato in un altro (varie annessioni di territori e stati finitimi da parte della Germania nazista).
Elementi costitutivi dello Stato, o meglio presupposti di fatto, organizzati ed ordinati ad unità attraverso l’ordinamento giuridico statale, sono il popolo, il territorio ed il potere sovrano.
Popolo in senso giuridico è il complesso di cittadini, dei soggetti, cui lo stato riconosce quel particolare status o condizione giuridica che è la cittadinanza (vale a dire l’insieme delle situazioni giuridiche attive e passiva che pongono i cittadini in relazione esclusiva con l’apparato autoritario). Il riconoscimento della cittadinanza ha segnato il passaggio da un mero stato di soggezione al potere pubblico (sudditanza), ad uno stato di libertà, che implica anche il diritto di partecipare alla vita politica del proprio paese.
Esso non va confuso con la popolazione, che esprime una nozione di carattere demografico, in quanto comprende le diverse persone che in un dato momento convivono sul territorio statuale, siano essi cittadini stranieri o apolidi. Del tutto distinto è anche il concetto di nazione, intesa come società naturale di uomini accomunati da unità di territorio, di origine, di costumi e di lingua e conformati a comunanza di vita e di coscienza sociale.
Possono così aversi stati plurinazionali, comprendenti nazioni diverse (Impero austro-ungarico), ovvero stati uninazionali (vigente stato italiano) dove coincidono nazione e popolo.
La nazionalità assume, peraltro, talvolta anche una sua rilevanza giuridica, quando sia presa in considerazione dall’ordinamento di uno stato per ricollegarvi alcune conseguenze, come ad esempio per il nostro stato che riconosce particolari trattamenti per gli italiani non appartenenti alla repubblica (parificazione per legge ai cittadini per l’ammissione ai pubblici uffici ed alle cariche elettive: art.51, 2°Cost, art.1 Stat.impiegati civili del 1957; sono agevolati nell’acquisto della cittadinanza: art.17 L.123/12 mod. 1983; sono possono essere espulsi dallo stato: art.150 TUPS 773/1931. Profili particolari sono anche previsti per le minoranze linguistiche (art.6 Cost) o per gli immigrati da paesi extracomunitari (L.48/88 e L.30/90).
Ogni stato determina in piena discrezionalità le condizioni ed i criteri per l’acquisto e la perdita della cittadinanza, nonché il contenuto stesso dei diritti e dei doveri che ad essa fanno capo. In ogni caso, essa deve essere giustificata su basi sostanziali, in relazione all’esistenza di un reale collegamento delle persone con il territorio dello stato concedente.
In ogni caso è da escludere che possano esistere stati senza propri cittadini, anche se, in taluni casi, la condizione di cittadino si presenta in termini peculiari, in relazione alle caratteristiche dello stato considerato. Così, ad esempio, per la Città del Vaticano che, in relazione al carattere spirituale e trascendentale dei fini per cui è predisposto, tende a limitare ai minimi termini la sua organizzazione materiale e personale, e considera come propri cittadini i funzionari addetti alla sua organizzazione per il periodo limitato in cui si trovano in carica.
Data la piena autonomia e libertà dei vari stati nella determinazione dei criteri di attribuzione è possibile il verificarsi di ipotesi in cui i soggetti siano dotati della cittadinanza da più stati, o addirittura da nessuno (apolidi).
Con l’entrata in vigore del Trattato di Mastricht del 1992, accanto alla cittadinanza nazionale si aggiunge la cittadinanza europea, attribuita a tutti coloro che sono cittadini di uno stato appartenente all’UE. I diritti attribuiti al cittadino europeo sono:
la libertà di circolare e soggiornare nella Comunità;
la facoltà di presentare petizioni al Parlamento europeo;
diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni europee;
il diritto di rivolgersi al Mediatore, abilitato a ricevere le denunce di ogni cittadino o persona fisica o giuridica di uno stato dell’unione riguardanti casi di cattiva amministrazione delle istituzioni comunitarie;
la possibilità di godere della tutela delle autorità diplomatiche e consolari, qualora ci si trovasse in un terzo paese in cui non fosse presentare la rappresentanza del proprio paese.
Il territorio è l’ambito spaziale entro il quale si esercita il potere sovrano. Esso non è comunque limitato alla terraferma, ma si estende al sottosuolo, all’atmosfera, alle coste secondo i criteri fissati dalla legge, oltre al c.d. territorio mobile o territoire flottanti (navi, aerei quando non si trovino assoggettati alla sovranità di un altro stato, e navi ed aerei militari ovunque si trovino. In questo caso si ha una vera e propria ultraterritorialità; avremo extraterritorialità, quando, invece, parti del territorio vengono sottratte al potere dello stato (piazza S.Pietro affidata ai poteri di polizia dello stato italiano; sedi diplomatiche e relativi addetti, per i quali la prevalente dottrina preferisce parlare di immunità diplomatica).
Secondo alcuni, il territorio costituisce il limite di validità e di efficacia dell’ordinamento statuale, mentre secondo altri sarebbe un semplice presupposto di fatto per la giuridica esistenza dello stato; per altri ancora costituirebbe l’oggetto di un vero e proprio diritto reale di proprietà e, per altri una serie complessa di diritti e di poteri, che solo indirettamente riguarderebbe il territorio come tale, ma più propriamente sarebbero riferiti alle persone ed alle cose che si trovano su di esso. In realtà, se dal punto di vista del diritto internazionale non si può disconoscere l’esistenza di un vero e proprio diritto dello stato sul territorio, sia come sfera di libertà dello stato, che comporta la pretesa di escludere ogni altro soggetto da ogni autorità su di esso, sia come vero e proprio diritto di carattere positivo su di esso, dal punto di vista del diritto interno non può non essere lo stesso ordinamento statuale sovrano a determinare il contenuto e la estensione dei poteri nei confronti del proprio territorio, nei cui riguardi lo stesso ordinamento viene a trovarsi nella stessa condizione in cui ogni soggetto si trova nei riguardi degli elementi costitutivi della propria persone.
In questo senso, si afferma nei confronti del proprio territorio non tanto un dominium, cioè un diritto reale, sia pure di natura pubblica, ma un imperium, cioè un potere di comando che costituisce un’estrinsecazione del suo potere sovrano.
La sovranità può essere intesa nel semplice significato, all’esterno, di potere originario ed indipendente e, dunque, non subordinato ad altri poteri e, all’interno, di summa potestas, di supremazia effettiva ed assoluta nel proprio ambito territoriale, nei confronti di ogni altro soggetto o potere.
Il concetto di sovranità presenta certamente uno suo nucleo essenziale di valore assoluto che prescinde dal mutare delle concezioni e condizioni politiche e giuridiche; tuttavia, possono variare le caratteristiche estrinseche che esso viene ad assumere in rapporto alle diversi e contingenti circostanze. Non v’è dubbio, infatti, che oggi la sovranità si atteggia in termini assai diversi rispetto ad altre epoche storiche. A differenza di quanto si verificava nello stato medievale (in cui il potere di imperio era frazionato tra soggetti diversi che lo esercitavano a titolo di diritto proprio originario), nello stato moderno, la sovranità si presenta come un potere esclusivo dello stato (quindi, non cedibile ma solo delegabile), anche se non può non essere sottolineata la rilevanza assunta da organismi internazionali. Tuttavia, tale influenza non pregiudica il concetto di sovranità, in quanto ogni limitazione al potere proprio è comunque frutto di un’autonoma determinazione e suscettibile di future modifiche o cessazione.
Rispetto allo stato assoluto, la sovranità, nello stato moderno, si caratterizza per la sua giuridicità, come potestà organizzata e disciplinata dal diritto. Il potere sovrano, in astratto illimitato, in concreto viene ad essere necessariamente condizionato quanto meno dalle norme e dai principi che derivano dalla costituzione materiale e che si pongono come altrettanti limiti sostanziali per il suo esercizio, senza i quali lo stato finirebbe con il negare se stesso, dissolvendosi in pratica nell’anarchia o nell’arbitrio. Per tali motivi non sono accettabili le teorie che vedono la sovranità per sua natura illimitata e non soggetta al diritto.
Lo stato moderno, come stato di diritto, si distingue dallo stato assoluto per la sua particolare estensione e per i caratteri che assume la disciplina giuridica dell’organizzazione e dell’attività dei centri di governo, che costituiscono il c.d. stato-apparato (complesso delle istituzioni nelle quali sono organizzate le persone che esercitano il potere d’imperio dello stato, ossia la sovranità)(in contrapposizione con lo stato-ordinamento, entità oggettiva ed impersonale, sintesi dei diversi elementi costitutivi dell’ordinamento statuale), per la personalità giuridica (stato-ente).
Inoltre, lo stato moderno è caratterizzato da una particolare organizzazione del potere statuale, secondo il c.d principio della separazione dei poteri, elaborato da Montesquieu verso la metà del XVIII sec. In virtù di esso le funzione legislativa, giurisdizionale ed amministrativa risultano essere affidate, anziché nella persona del sovrano, ad organi o complessi di organi tra loro distinti e separati, in rapporto di autonomia ed equilibrio, in modo da assicurare, attraverso il reciproco controllo, un corretto esercizio del potere pubblico. A ciascuna funzione corrisponde un diverso e specifico potere ed un tipo di atto, diversamente caratterizzato dia sotto il profilo giuridico sia sotto quello dell’efficacia giuridica.
Nel nostro paese la sovranità spetta, secondo la Costituzione, al popolo che la esercita attraverso gli strumenti di democrazia diretta (referendum ed iniziativa legislativa) ed attraverso il corpo elettorale. Il popolo, quindi, viene a configurarsi come una figura soggettiva complessa, comprensiva sia dei singoli cittadini, che del corpo elettorale e dei gruppi, associazioni privati, partiti e sindacati.
FORMA DI STATO: “modo di essere dell’intero assetto della corporazione statale” (Paladin); l’atteggiarsi reciproco dei suoi elementi costitutivi, in particolar modo il rapporto intercorrente tra governanti e governati (Martines).
Tale atteggiamento è fortemente condizionato dal contesto storico, sociale, econominco e politico. Ricordiamo: l’ordin. Feudale (dal 476 d.C.), Stato assoluto (fino al XVII sec.), liberale (XIX sec.), democratico e sociale (XX sec.: 1918-39), totalitario fascista (fino al 25 luglio 1943), socialista (dal 1936 in Russia), unitario-regionale-federale (dal 1948 in poi).
Stato federale: un’unione di Stati basata sui principi del diritto costituzionale ed in cui gli Stati membri conservano la loro personalità statuale (Lucifredi).
Stato regionale, invece, sarebbe solo un particolare tipo di Stato unitario decentrato, in cui alle unità territoriali non sarebbe riconosciuta autonomia costituzionale, ma amministrativa e politica.
Secondo il rapporto tra governanti e governati:
Alla caduta dell’Impero romano d’occidente (476 d.C), i rapporti socio-economici segnarono una netta regressione: la campagna ebbe il sopravvento sulla città, che rimase per lungo tempo centro amministrativo, e non più centro di produzione e consumo. Tutto questo ebbe ripercussioni sull’organizzazione ed il funzionamento delle compagini statali europee, che non riuscirono mai a raggiungere il grado di complessità ed efficienza dello Stato romano. Il monarca resta tale per grazia e volontà di Dio (fondamento teocratico della sovranità), ma per esercitare effettivamente il suo potere deve necessariamente avvalersi della collaborazione dei signori feudali, a lui legati da rapporti personali, e ciò comportò la cessione in uso di parti del territorio (carattere feudale della monarchia). A sua volta questi signori, o vassalli del re, esercitavano sui territori un’autorità sempre più sovrana, fino a non riconoscere altro potere ad essi superiore, nemmeno quello del re (tale aspetto si accentuò con l’ereditarietà dei feudi). Lo stesso monarca divenne un signore feudale con poteri solo sui territori da lui direttamente gestiti.
Per tale motivo si parla più precisamente di ordinamento feudale e no di stato feudale. In sintesi, in esso il potere pubblico si trova disperso nelle mani di più soggetti, anche privati, che lo esercitano spesso più per fini particolari che nell’interesse della collettività.
Lo Stato assoluto e l’assolutismo empirico (Stato per ceti)
Durato fino al XII secolo, rappresenta una fase di cambiamenti dell’ordinamento feudale, in cui il monarca per le trasformazioni economiche e sociali e per le guerre internazionali e le lotte religiose interne, dovette chiedere la collaborazione dei nuovi gruppi sociali emergenti. Tali gruppi, organizzati in ceti e costituenti un potere autonomo imposero al monarca di tener conto delle loro esigenze in cambio di contributi economici; questi ultimi indispensabili al re per far fornte alle spese di un esercito permanente, in sostituzione di quelli eserciti feudali incerti e provvisori.
Siamo in una fase di Stato moderno non razionalizzato (empirico).
Tra il XVII e XVIII secolo, l’assolutismo assunse una forma razionalizzata, e designato come Stato di Polizia, ossia Stato che si preoccupa della felicità e del benessere dei suoi sudditi. I fini dello Stato si ampliano e si mira ad interventi nel settori più disparati: economia, religione, costumi, sanità, sicurezza, etc. L’amministrazione, chiamata a tali funzioni, diventa complessa e finisce per condizionare e limitare i poteri del sovrano, il quale assume le vesti di organo dello Stato.
Le concezioni mercantilistiche, allora imperanti, consideravano l’accrescimento economico obbiettivo primario di uno Stato, tale da giustificare ogni intervento in campo economico. Ma l’incremento del benessere dei sudditi, anche se soddisfaceva gli interessi economici dei ceti emergenti, comunque passava attraverso le strutture dello Stato assoluto e, quindi, non era accompagnato da un adeguato ruolo politico. Proprio questa discrepanza fu all’origine di molte rivoluzioni liberali.
(dopo il XVII sec.). Caratteri peculiari dello Stato liberale sono:
una base sociale omogenea, rappresentata dalla borghesia possidente ed industriale che, grazie ad un ristrettissimo suffragio, cumulava potere politico ed economico (Stato monoclasse);
il ridimensionamento dei compiti dello Stato, destinato a garantire l’ordine e la sicurezza ed a praticare il non-interventismo in economia;
il riconoscimento delle libertà individuali, nell’ambito delle quali: l’iniziativa economica ed il diritto di proprietà;
la natura rappresentativa dei sistemi costituzionali, per cui l’unico collegamento fra governanti e governati era rappresentato dall’elezione dei componenti delle assemblee rappresentative. Specularmente lo Stato manifestava ostilità nei confronti dei gruppi intermedi, in particolare modo verso partiti ed associazioni operaie;
la soggezione dei pubblici poteri alla supremazia della legge, massima espressione delle volontà popolare (Stato di diritto);
la tendenziale separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.
(1918-1943). L’irrompere delle masse sulla scena politica dei paesi europei con le proprie organizzazioni (partiti burocraticamente strutturati, sindacati organizzati), mise a dura prova lo Stato liberale, che si reggeva su na base sociale ristretta ed omogenea.
L’alternativa per la classe dirigente era tra riformare le strutture dello Stato, in modo da assorbire in esse l’urto delle masse, oppure soccombere, come avvenne in molti paesi europei fra le due guerre (Germania, Italia, Russia). Anche nel primo caso, però, dovettero attendersi i crolli dei regimi politici dittatoriali istauratisi sulle ceneri del vecchio Stato liberale.
Tratti peculiari dello Stato democratico sono:
attenzione del tutto nuova per la materia socio-economica: economia mista (pubblica e privata); funzionalizzazione dei diritti economici in chiave sociale; sviluppo legisaltivo sulla tutela del lavoro e della sicurezza; inserimento del governo dell’economia tra le funzioni fondamentali dello Stato, al fine di garantire una ripartizione del prodotto nazionale, diversa e più equa di quella del libero gioco dell’iniziativa economica dei pirvati (Stato sociale);
evoluzione del principio di legalità in quello di costituzionalità: ossia enunciazione dei principi e dei valori condivisi da una società pluriclasse in Costituzioni modificabili solo con procediemnti aggravati, rispetto alle leggi ordinarie (Costituzioni rigide) e conseguente introduzione di forme di controllo;
affermazione del principio democratico della sovranità popolare, attraverso non solo i mezzi di democrazia rappresentativa, ma anche diretta (referendum ed iniziativa legislativa) e diffusa (partiti, dindacati, associazioni, etc);
pluralismo, ossia riconoscimento e promozione delle autonomie delle collettività e delle formazioni sociali che si pongono ad un livello intermedio tra individui e Stato, con partecipazione alle funzioni statali (autonomia partecipativa). Lo Stato diventa mediatore universale degli interessi dei gruppi che operano all’interno del suo ordinamento.
(tra le due guerre mondiali). Si tratta di paesi in cui la classe dirigente liberale non è riuscita ad ssimilare nelle strutture dello Stato la crescita della classe operaia. Gli interessi forti si saldano con i timori di proletarizzazione della piccola borghesia, dando vita ad un’integrazione coatta delle diverse classi sociale. Le esperienze più significative nell’Italia fascista e la Germania nazifascista. Presupposti comuni furono:
esaltazione della collettività nazionale e conseguente svalutazione dell’individuo, ridotto a mero strumento della prima;
fiducia nelle super capacità del duce (o Führer) di interpretare le reali volontà della Nazione;
ruolo centrale del partito unico di massa nell’inquadramento, mobilizzazione ed indottrinaemnto delle masse, alle quali era richiesta la totale ed incondizionata adesione agli indirizzi del regime. Le strutture del partito tendono a sovrapporsi anche a quelle statali, identificandosi con esse o addirittura svilendole a mero apparato al servizio del mvimento nazionalsocialista;
concentrazione dei poter nella figura del capo: più marcata in Germania che in Italia, dove il Duce condivideva la responsabilità della condota dello Stato col re;
soppressione delle libertà fondamentali e degli istituti dello stato liberale (elezioni, separazione dei poteri, legalità, autonomie locali).
Nel 1917, in Russia, venne instaurata una dittatura del proletariato (dottrina marxista-leninista), che nel 1936 lasciava il posta allo Stato socialista degli operai e dei contadini. Tale forma di stato si diffuse successivamente in Europa orientale, in Asia ed a Cuba, per poi entrare in crisi negli anni novanta a causa della rigidità del sistema economico, che gli ha impedito di reggere la concorrenza politica, economica e militare dei paesi capitalisti.
In sintesi, lo Stato socialista presentava questi caratteri:
collettivizzazione forzata dei mezzi di produzione, con limitata sopravvivenza della proprietà persinale e dell’iniziativa privata in settori economici secondari;
pianificazione economica burocratica e centralizzata;
ruolo centrale del Partito comunista, vero nucleo dirigente ed unico organismo politico con funzioni d’indirizzo, in grado di condizionare l’operato di tutti gli organi statali, ai vertici dei quali, del resto, erano collocati solo uomini del partito;
subordinazione del diritto al fine dell’edificazione del socialismo, per cui la legalità socialista poteva sempre essere derogata dai supremi organismi dello Stato e del partito, quando la necessità del momento lo richiedeva;
funzionalizzazione delle libertà fondamentali agli interessi del socialismo, per cui, pur formalmente riconoscibili, esse venivano inibite laddove fossero utilizzate contro il regime.
Stato unitario, Stato regionale, Stato federale
Finora nell’analizzare le forme di Stato si è considerato soprattutto il rapporto fra governanti e governati: adesso analizzaimo la dislocazione del potere sul territorio dello Stato.
Di definisce Stato unitario quello Stato in cui sussiste un unico governo sovrano, operante sia livello centrale che periferico, quindi, con un unico territorio e popolo. Ma a seconda del grado di autonomia, possiamo avere Stati accentrati (potere centrale gestito dallo Stato), decentrati (decentramento di alcune funzioni, specie amministrative), o regionali (con forte decentramento in campo amministrativo e politico)
Stato federale, invece, è quello Stato in cui al governo centrale si contrappongono diversi governi locali, qualificati come Stati (c.d. Stato di Stati). Esso può risultare o da progressiva unione ed integrazione di Stati sovrani (Stai Uniti, Germania), o da un processo di robusto decentramento (Brasile, Austria, Canada).
In alcuni casi negli Stati federali la sovranità è ripartita fra l’autorità centrale e gli stati membri: la sovranità esterna sarebbe riservata agli organi federali, quella interna si estrinsecherebbe nell’esercizio di funzioni legislative, amministrative e giurisdizionali da parte dei singoli Stati. C’è, invece, chi riconosce agli stati membri autonomia costituzionale, in quanto essi sono dotati di potere proprio. In effetti, il diritto federale prevale su quello dei singoli membri, che di contro recuperano sul piano della partecipazione congiunta alle principali scelte del governo centrale che incidono sugli interessi locali (federalismo corporativo).
Sul piano del diritto internazionale, invece, è soltanto lo Stato federale ad essere considerato oggetto di diritto e non i singoli Stati membri. Lo Stato federale è titolare della personalità giuridica e, quindi, l’unico che può compiere atti giuridici internazionali, quali la stipula dei Trattati internazionale, la firma di convenzione, la dichiarazione dello stato di guerra, etc., impegnando nelle scelte i propri Stati membri.
FORMA DI GOVERNO: modo in cui viene ripartito il potere politico fra gli organi supremi dello Stato ed i rapporti intercorrenti tra essi: monarchia (assoluta, costituzionale pura, parlamentare) e repubblica ( parlamentare, presidenziale e semipresidenziale)
FORMA REPUBBLICANA: formula caratteristica di quegli ordinamenti statali in cui la carica pubblica rappresentativa dell’unità nazionale, il Capo dello Stato, ha natura elettiva e temporanea e non, come avviene nelle monarchie, ereditaria e vitalizia (anche se la storia racconta esempi di monarchie elettive, come quella polacca, e repubbliche autoritarie con presidenti eletti a vita).
In esso si afferma un dualismo di poteri, che si articola nella coppia Re-Parlamento: al primo spetta il potere esecutivo, esercitato a mezzo dei ministri suoi fiduciari, e quello giudiziario; mentre, il potere legislativo viene diviso col Parlamento, nel quale una delle Camere è elettiva. Il Parlamento esercita, anche, la funzione di controllo su alcuni momenti fondamentali della vita dello Stato (soprattutto sulla gestione della spesa pubblica)
Caratteristica peculiare è il rapporto di fiducia tra Esecutivo e Parlamento. Tale forma di governo rappresenta l’evoluzione della forma di governo costituzionale pura e si delinea nel momento in cui il Governo acquista una sua autonomia rispetto al Re, ponendosi come organo in grado di elaborare un programma politico che deve ricevere l’assenso del Parlamento. La democrazia di tipo parlamentare è fortemente condizionata dal sistema elettorale adottato e dal numero e dalla tipologia dei partiti politici: in un paese come l’Ingjilterra, dove il sistema elettorale è maggioritario e vige il bipartitismo, il Primo ministro è anche leader del partito di maggioranza e la sua autorevolezza fa sì che si possa parlare di governo parlamentare a preminenza del gabinetto o del suo Presidente.
Repubblica parlamentare: tipica italiana
POPOLO elegge PARLAMENTO elegge PRESIEDENTE DELLA REPUBBLICA nomina PRES.CONS.MINISTRI
Repubblica presidenziale: tipica americana
POPOLO elegge CONGRESSO+PRESIDENTE U.S.A. nomina e revoca MINISTRI
Repubblica semi-presidenziale: tipica francese
POPOLO elegge PRESIDENTE nomina PRIMO MINISTRO
1 Il problema della personalità giuridica è proprio del diritto positivo, che ogni ordinamento risolve in modo diverso: quasi tutti riconoscono la personalità statale, tranne il diritto inglese, che la riconosce ai singoli organi statali (Corona, Parlamento, etc), ma non allo Stato nella sua dimensione unitaria.
Nel nostro ordinamento, la personalità giuridica dello Stato si desume dalle seguenti norme:
art. 28 Cost. che prevede la responsabilità civile a carico dello Stato
artt. 42 e 43 Cost., artt. 822 ss C.C., che riconoscono allo Stato la titolarità del diritto di proprietà
dalle numerose leggi che regolano l’amministrazione del patrimonio statale e la sua rappresentanza in giudizio
dal cod.pen, che prevede la categoria dei delitti contro la personalità dello Stato.
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