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Timestamp: 2020-02-20 08:31:53+00:00
Document Index: 26852897

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1526', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 1526', 'sentenza ', 'art. 91', 'art. 92']

Leasing Lex: Cass. Civ. Sez. III, 31/10/2019, n. 27999
La Corte d'appello di Milano, con sentenza in data 16.6.2017 n. 2682, ha rigettato l'appello principale proposto da M.L., titolare della ditta individuale MDA Stampi ed ha parzialmente accolto l'appello incidentale proposto da Mediocredito Italiano s.p.a., confermando la pronuncia di prime cure che aveva dichiarato infondata la domanda principale del M. volta ad ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento della locatrice e la condanna alla restituzione di tutti i canoni nonché al risarcimento del danno, ed aveva invece accolto la domanda subordinata di svincolo del pegno costituito dal M. a favore della concedente.
a seguito del mancato pagamento dei canoni di leasing immobiliare da parte della ditta individuale utilizzatrice, le parti avevano sottoscritto, in data 14.4.2009, un accordo inteso a disciplinare la prosecuzione del rapporto, con svincolo parziale del pegno costituito a favore della concedente a copertura dei canoni insoluti maturati fino al 31.3.2009 il contratto era stato risolto consensualmente a maggio 2010, avendo l'utilizzatrice, con l'assenso della concedente, restituito il bene immobile e cessato il pagamento dei canoni non poteva trovare applicazione al contratto di risoluzione per mutuo consenso l'art. 1526 c.c. difettando il presupposto di un "indebito vantaggio" conseguito dalla società locatrice la quale oltre alla restituzione del bene aveva trattenuto i canoni versati a titolo di "indennizzo" per il godimento del bene esercitato "medio tempore" dalla ditta individuale, corrispondendo tale importo al valore locativo dell'immobile, come emerso dalla c.t.u. svolta in primo grado la prevalente soccombenza del M. sulla domanda principale legittimava la compensazione delle spese di lite, nella diversa misura del 50%, in riforma del relativo capo della sentenza di prime cure, con conseguente condanna del M. al rimborso dell'ulteriore metà a favore della società di leasing. La sentenza di appello, non notificata, è stata ritualmente impugnata da M.L. n.q. di titolare della ditta individuale MDA Stampi, con ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, illustrato da memoria ex art. 380 bis.1 c.p.c..
2. Esame dei motivi del ricorso proposto da M.L..
Sostiene il ricorrente che ha errato la Corte d'appello ritenendo inapplicabile alla fattispecie la norma di cui all'art. 1526 c.c., sul presupposto che la "ratio legis" fosse quella di evitare che il concedente possa conseguire dalla risoluzione del contratto un "indebito vantaggio", realizzando con il trattenimento dell'intero importo dei canoni dovuti ed il mantenimento della proprietà del bene (tenuto conto altresì degli altri oneri e spese fatte gravare sul concedente -non come erroneamente indicato in sentenza sull'utilizzatore-per consentire l'acquisto del bene, nonché del valore commerciale residuo del bene al tempo della risoluzione) un risultato ancora più favorevole di quello altrimenti atteso dalla regolare attuazione del contratto, ipotesi non verificatasi nel caso in esame, non essendo pertanto necessario correggere "una situazione di squilibrio tra le parti": afferma il ricorrente che, in tal modo, la Corte territoriale non avrebbe fatto corretta amministrazione dei principi di diritto enunciati dalla Corte di legittimità che, a suo dire, indicavano come la applicazione analogica di tale norma al contratto di leasing traslativo fosse del tutto indipendente dalla verifica in concreto di "illegittime sperequazioni tra le parti", non dovendo quindi il Giudice di merito procedere ad alcun accertamento dell'effettivo assetto delle posizioni delle parti risultanti dalla esecuzione del contratto.
- il contratto di leasing aveva ad oggetto la locazione finanziaria di un immobile, il cui valore di acquisto era pari ad Euro 1.482.000,00 oltre Iva, con un canone di "entrata" pari ad Euro 285.600,00 e n. 179 rate mensili di Euro 8.280,17 ciascuna. L'opzione finale di acquisto della proprietà prevedeva una "rata finale" di Euro 258.600,00 su un residuo valore commerciale del bene non inferiore ad Euro 1.200.000,00: tali circostanze, dedotte con l'atto introduttivo, non risultano essere state oggetto di contestazione, non essendo venute in questione nell'accertamento svolto dai Giudici di merito:
- il giudizio è stato intrapreso dall'utilizzatore che ha formulato, in via principale, domanda di risoluzione del contratto per pregresso inadempimento imputabile a colpa della concedente con condanna al risarcimento del danno ed alla restituzione di tutti i canoni versati, nonché in via subordinata, in caso di ritenuto scioglimento consensuale del contratto, domanda di condanna alla restituzione di tutti i canoni versati oltre la revoca del pegno; la società concedente, a sua volta, ha proposto domanda riconvenzionale volta a dichiarare la risoluzione del contratto per inadempimento colpevole dell'utilizzatore, con condanna al rilascio dell'immobile.
Orbene posto che la reciproca soccombenza va ravvisata sia in ipotesi di pluralità di domande contrapposte formulate nel medesimo processo fra le stesse parti, sia in ipotesi di accoglimento parziale dell'unica domanda proposta, tanto allorché quest'ultima sia stata articolata in più capi, dei quali siano stati accolti solo alcuni, quanto nel caso in cui sia stata articolata in un unico capo e la parzialità abbia riguardato la misura meramente quantitativa del suo accoglimento (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 3438 del 22/02/2016), occorre rilevare che il principio di causalità ex art. 91 c.p.c., secondo cui le spese di lite debbono essere poste a carico della parte (anche virtualmente) soccombente è stato interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, nel senso che il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte "totalmente" vittoriosa, al di fuori di tale ipotesi rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell'opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell'ipotesi di concorso di altri giusti motivi (ex plurimis: Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 8889 del 03/07/2000; id. Sez. 5 -, Ordinanza n. 8421 del 31/03/2017; id. Sez. 6 - 3, Ordinanza n. 24502 del 17/10/2017), fermo restando che il suddetto criterio non può essere frazionato secondo l'esito delle varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente all'esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito a lei favorevole (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 406 del 11/01/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 19880 del 29/09/2011). Ed al riguardo occorre precisare che, in tema di liquidazione delle spese giudiziali, nessuna norma prevede, per il caso di soccombenza reciproca delle parti, un criterio di valutazione della prevalenza della soccombenza dell'una o dell'altra basato sul numero delle domande accolte o respinte per ciascuna di esse, dovendo essere valutato l'oggetto della lite nel suo complesso (cfr. Corte cass. Sez. 1, Sentenza n. 1703 del 24/01/2013), mentre la valutazione delle proporzioni della soccombenza reciproca e la determinazione delle quote in cui le spese processuali debbono ripartirsi o compensarsi tra le parti, ai sensi dell'art. 92 c.p.c., comma 2, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, che resta sottratto al sindacato di legittimità, non essendo egli tenuto a rispettare un'esatta proporzionalità fra la domanda accolta e la misura delle spese poste a carico del soccombente (cfr. Corte cass. Sez. 2, Sentenza n. 2149 del 31/01/2014; id. Sez. 2 -, Sentenza n. 30592 del 20/12/2017).