Source: https://laboratoriopoliziademocratica.blogspot.com/2011_07_26_archive.html
Timestamp: 2017-03-30 10:54:03+00:00
Document Index: 77645644

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'art. 116', 'art. 31', 'art. 16', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 1']

lpd: 07/26/11
Aggiornamento periodico della formazione per gli addetti antincendio
Con il D.Lgs. 81/08 è stato disposto un generico obbligo di aggiornamento periodico per quanto concerne gli aspetti della formazione
in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
La normativa però non è stata particolarmente chiara in merito alla frequenza con cui deve essere effettuato l’aggiornamento dei corsi antincendio, facendo rimando al datato D.M. 10 marzo 1998.
A tal proposito, nell’ultimo periodo, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile-Direzione Generale per
la Formazione ha reso nota una circolare (circolare prot. 12653 del 23 febbraio 2011 emessa dal Ministero dell’Interno-Direzione Centrale per la Formazione) per chiarire gli aspetti relativi alla formazione degli addetti antincendio. Di seguito riportiamo uno stralcio della circolare: “…Com’è noto il D. Lgs. 81/2008 ha previsto l’obbligatorietà dell’aggiornamento periodico per i corsi in qualità di addetto antincendio e gestione delle emergenze. Poiché sempre più numerose sono le richieste di attivazione dei medesimi corsi, sia da parte degli Enti esterni che dal territorio, la scrivente direzione, acquisito il parere della Direzione Centrale Prevenzione e Sicurezza Tecnica per quanto di competenza, trasmette in allegato il programma, i contenuti e la durata dei predetti corsi distinti per tipologia di rischio, al fine di un uniforme applicazione dell’attività formativa sull’intero territorio nazionale.” Il programma dei corsi previsto dalla circolare in funzione del livello di rischio è il seguente:
• Corso A: corso aggiornamento addetto antincendio in attività a rischio di incendio basso
-Presa visione del registro della sicurezza antincendio e chiarimenti sugli estintori portatili; istruzioni sull’uso degli estintori portatili
effettuata o avvalendosi di sussidi audiovisivi o tramite dimostrazione
• Corso B: corso aggiornamento addetto antincendio in attività a rischio di incendio medio
(durata 5 ore).
-Combustione; sostanze estinguenti in relazione al tipo di incendio; effetti dell’incendio sull’uomo; divieti e limitazioni d’esercizio; misure comportamentali.
-Principali misure di protezione antincendio; evacuazione in caso di incendio; chiamata dei soccorsi.
-Presa visione del registro della sicurezza antincendio e chiarimenti sugli estintori portatili; esercitazioni sull’uso degli estintori portatili modalità di utilizzo di idranti e nasp.
• Corso C: corso aggiornamento addetto antincendio in attività a rischio di incendio elevato
-Principi sulla combustione e l’incendio; le sostanze estinguenti; triangolo della combustione; le principali cause di incendio; rischi alle persone in caso di incendio; principali accorgimenti e misure per prevenire gli incendi.
-Le principali misure di protezione contro gli incendi; vie di esodo; procedure da adottare quando si scopre un incendio o in caso di allarme;
-Presa visione del registro della sicurezza antincendio e chiarimenti sui mezzi di estinzione più diffusi; presa visione e chiarimenti sulle attrezzature di protezione individuale; esercitazioni sull’uso degli estintori portatili e modalità di utilizzo di idranti e naspi.
Logicamente, la circolare non ha valenza di legge, rappresentando solo un atto interpretativo della stessa non formula indicazioni sulla periodicità della formazione, ma, considerando che anche la formazione per gli addetti al primo soccorso secondo il D. Lgs. 388/03 è almeno triennale, la stessa periodicità si ritiene applicabile anche per l’aggiornamento degli addetti antincendio.
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La valutazione dell’idoneità alla guida in relazione all’uso di sostanze stupefacenti e psicotrope. Studio epidemiologico della casistica veronese
TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 6 luglio 2011, n. 98 Ripubblicazione del testo del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (in Gazzetta Ufficiale - Serie generale - n. 155 del 6 luglio 2011), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, (in Gazzetta Ufficiale - Serie generale - n. 164 del 16 luglio 2011), recante: «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria.». (11A10000) (GU n. 171 del 25-7-2011 - Suppl. Ordinario n.178)
TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 6 luglio 2011, n. 98 Pubblicato da
22 luglio 2011 Rai News24 - Genova G8 2001 utilizzo dei Gas CS
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Salute: Divina (LN), vietare mercurio in cure odontoiatriche
SALUTE: DIVINA (LN), VIETARE MERCURIO IN CURE ODONTOIATRICHE(ANSA) - TRENTO, 26 LUG - L'Italia metta al bando l'usodell'amalgama odontoiatrico a base di mercurio''. Lo chiede inuna mozione il parlamentare trentino della Lega Nord, SergioDivina.''Questo materiale per otturazioni dentali - sottolineaDivina - e' composto da una miscela di metalli tenuta insieme damercurio, che ne costituisce circa il 50%. Nonostante ilmercurio sia notoriamente la sostanza piu' inquinante epericolosa per la salute dopo i composti radioattivi, vieneancora usato in odontoiatria, comportando gravi rischi per iportatori di queste otturazioni, per il personale sanitario chelo usa e per l'ambiente stesso''. ''Secondo dati scientifici -prosegue il parlamentare leghista - l'amalgama e' associata apatologie neurologiche, renali, metaboliche, autoimmunitarie ecronico-degenerative tra cui la sclerosi multipla, l'alzheimer,l'autismo, trasmesso da madre (portatrice di amalgama) a figlioe molte altre. Secondo l'Oms alcuni studi dimostrano che nonesistono limiti di sicurezza sotto ai quali non vi siano effettinegativi del mercurio''. L'on. Divina chiede infine che l'Italiapromuova ai negoziati dell'Unep l'inserimento del mercurioodontoiatrico nella lista ''Annex C'', come gia' proposto daiPaesi scandinavi e dagli Stati Uniti. (ANSA).COM-XDO26-LUG-11 12:42 NNNN
"Che ne sarà della scorta di Alemanno? Anche i 'protettori' del sindaco a rischio dopo il clamore suscitato dalla denuncia del sindacato Silp Cgil"
"Scorte si muove il Viminale"
Corte Costituzionale "..Lo straniero irregolare può sposarsi in Italia. illegittima la norma del «pacchetto sicurezza» del 2009 che impone allo straniero di possedere un regolare permesso di soggiorno per potersi sposare in Italia..."
- Alfonso QUARANTA Presidente - Alfio FINOCCHIARO Giudice
udito nella camera di consiglio del 6 luglio 2011 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto in fatto
In particolare, riferisce che in data 27 luglio 2009 i ricorrenti avevano chiesto all’ufficiale dello stato civile di procedere alla pubblicazione della celebrazione del matrimonio, producendo la documentazione prevista dalla allora vigente formulazione dell’art. 116 cod. civ. Il successivo 28 agosto, quindi, gli stessi avevano chiesto che il matrimonio venisse celebrato. Il 31 agosto 2009, l’ufficiale dello stato civile aveva motivato il diniego alla celebrazione del matrimonio per la mancanza di un «documento attestante la regolarità del permesso di soggiorno del cittadino marocchino», così come previsto dall’art. 116 cod. civ., come novellato dalla legge n. 94 del 2009, entrata in vigore nelle more.
In particolare, il remittente precisa che il matrimonio costituisce espressione della libertà e dell’autonomia della persona, ed il diritto di contrarre liberamente matrimonio è oggetto della tutela di cui agli artt. 2, 3 e 29 Cost., in quanto rientra nei diritti inviolabili dell’uomo, caratterizzati dall’universalità. Inoltre, l’art. 31 Cost., nel sancire che la Repubblica agevola la formazione della famiglia, «esclude la legittimità di limitazioni di qualsiasi tipo alla libertà matrimoniale». La libertà di contrarre matrimonio, prosegue il Tribunale di Catania, trova fondamento anche in altre fonti. A questo riguardo richiama l’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il già citato art. 12 della CEDU e l’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e successivamente recepita dal Trattato di Lisbona, modificativo del Trattato sull’Unione europea e del Trattato che istituisce la Comunità europea, entrato in vigore il 1° dicembre 2009. In particolare, con specifico riferimento all’art. 12 della CEDU, il remittente osserva che la predetta norma «ricomprende la libertà matrimoniale tra quei diritti e libertà che devono essere assicurati senza distinzione di sorta» e che, «pur prevedendo che tale diritto debba essere esercitato nell’ambito di leggi nazionali», tuttavia, la stessa non consente «che queste ultime possano porre condizioni o restrizioni irragionevoli».
Da ultimo, sempre a sostegno dell’esistenza di un’ampia discrezionalità legislativa, l’Avvocatura dello Stato richiama la giurisprudenza costituzionale e, in particolare, la sentenza n. 250 del 2010. Con la predetta pronuncia, la Corte costituzionale, precisa la difesa dello Stato, nel riconoscere al legislatore la discrezionalità di definire quali condotte costituiscano o meno fatti aventi rilevanza penale sembra aver «affermato la sussistenza di una discrezionalità del legislatore nel qualificare la situazione di “clandestinità” come rilevante in punto di tutela dell’ordine pubblico». Pertanto, la necessità di un controllo giuridico dell’immigrazione, in vista della tutela di valori costituzionali – ordine pubblico, sovranità territoriale, rispetto di obblighi internazionali – giustifica e legittima la scelta legislativa oggetto di censura, frutto, prosegue l’Avvocatura, di un bilanciamento di valori, tutti di rango costituzionale, tale per cui la “clandestinità” è qualificata situazione ostativa al matrimonio, in ragione di esigenze di ordine pubblico, di difesa dei confini e di controllo del flusso migratorio.
1.2.— Con riguardo, invece, al profilo della non manifesta infondatezza, il Tribunale pone in luce, in primo luogo, come il matrimonio costituisca espressione della libertà e dell’autonomia della persona, sicché il diritto a contrarlo liberamente è oggetto della tutela primaria assicurata dagli artt. 2, 3 e 29 Cost., in quanto rientra nel novero dei diritti inviolabili dell’uomo. Tale diritto, infatti, tende a 3
tutelare – osserva sempre il remittente – la piena espressione della persona umana, e come tale deve essere garantito a tutti in posizione di eguaglianza, come aspetto essenziale della dignità umana, senza irragionevoli discriminazioni. Inoltre, l’art. 31 Cost., nel prevedere che la Repubblica agevola «la formazione della famiglia», esclude la legittimità di limitazioni di qualsiasi tipo alla libertà matrimoniale.
Secondo il giudice a quo, questa Corte avrebbe ripetutamente affermato come nella sfera personale di chi si sia risolto a contrarre matrimonio non possa sfavorevolmente incidere alcunché che vi sia assolutamente estraneo, al di fuori cioè di quelle regole, anche limitative, proprie dell’istituto. Infatti, prosegue il remittente, il relativo vincolo, cui tra l’altro si riconnettono valori costituzionalmente protetti, deve rimanere frutto di una libera scelta autoresponsabile attenendo ai diritti intrinseci ed essenziali della persona umana ed alle sue fondamentali istanze, sottraendosi a ogni forma di condizionamento indiretto, ancorché eventualmente imposto dall’ordinamento (sono richiamate le sentenze di questa Corte n. 445 del 2002, n. 187 del 2000, n. 189 del 1991, n. 123 del 1990, n. 73 del 1987, n. 179 del 1976, n. 27 del 1969). Ne deriverebbe, pertanto, la necessità – conclude sul punto il Tribunale di Catania – di sottrarre la libertà matrimoniale ad inammissibili condizionamenti, diversi da quelli giustificati dall’ordine pubblico.
Prima della modifica legislativa, intervenuta con la citata legge n. 94 del 2009, ai sensi di tale norma lo straniero, intenzionato a contrarre matrimonio in Italia, doveva presentare all’ufficiale dello stato civile solo un nulla osta rilasciato dall’autorità competente del proprio Paese. Oltre al predetto requisito formale, sul piano sostanziale, il nubendo doveva in ogni caso (e deve tuttora) rispettare le condizioni previste dalla normativa italiana riguardanti la capacità di contrarre matrimonio (tra l’altro, libertà di stato, età minima) e l’assenza di situazioni personali ostative (ad esempio, impedimenti per parentela ed affinità). Si tratta, infatti, di norme di applicazione necessaria secondo l’ordinamento interno, che devono comunque essere osservate, anche se non sono previste dalla legge nazionale dello straniero.
2.2.— Con la citata legge n. 94 del 2009 è stato modificato l’art. 116, primo comma, cod. civ. La nuova norma stabilisce che «lo straniero che vuole contrarre matrimonio nella Repubblica deve presentare all’ufficiale dello stato civile», oltre al nulla osta, di cui sopra, «un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano».
al successivo comma 2, che i termini sono, peraltro, «ridotti della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi». 3.— Così ricostruito il quadro complessivo in cui si inserisce la disposizione censurata, si può procedere al chiesto scrutinio di costituzionalità.
3.1.— Giova ricordare come questa Corte (sentenze n. 61 del 2011, n. 187 del 2010 e n. 306 del 2008) abbia affermato che al legislatore italiano è certamente consentito dettare norme, non palesemente irragionevoli e non contrastanti con obblighi internazionali, che regolino l’ingresso e la permanenza di stranieri extracomunitari in Italia. Tali norme, però, devono costituire pur sempre il risultato di un ragionevole e proporzionato bilanciamento tra i diversi interessi, di rango costituzionale, implicati dalle scelte legislative in materia di disciplina dell’immigrazione, specialmente quando esse siano suscettibili di incidere sul godimento di diritti fondamentali, tra i quali certamente rientra quello «di contrarre matrimonio, discendente dagli articoli 2 e 29 della Costituzione, ed espressamente enunciato nell’articolo 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e nell’articolo 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (sentenza n. 445 del 2002). In altri termini, è certamente vero che la «basilare differenza esistente tra il cittadino e lo straniero» – «consistente nella circostanza che, mentre il primo ha con lo Stato un rapporto di solito originario e comunque permanente, il secondo ne ha uno acquisito e generalmente temporaneo» – può «giustificare un loro diverso trattamento» nel godimento di certi diritti (sentenza n. 104 del 1969), in particolare consentendo l’assoggettamento dello straniero «a discipline legislative e amministrative» ad hoc, l’individuazione delle quali resta «collegata alla ponderazione di svariati interessi pubblici» (sentenza n. 62 del 1994), quali quelli concernenti «la sicurezza e la sanità pubblica, l’ordine pubblico, i vincoli di carattere internazionale e la politica nazionale in tema di immigrazione» (citata sentenza n. 62 del 1994). Tuttavia, resta pur sempre fermo – come questa Corte ha di recente nuovamente precisato – che i diritti inviolabili, di cui all’art. 2 Cost., spettano «ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani», di talché la «condizione giuridica dello straniero non deve essere pertanto considerata – per quanto riguarda la tutela di tali diritti – come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi» (sentenza n. 249 del 2010). Sebbene, quindi, la ratio della disposizione censurata – proprio alla luce della ricostruzione che ne ha evidenziato il collegamento con le nuove norme sull’acquisto della cittadinanza e, dunque, la loro comune finalizzazione al contrasto dei cosiddetti “matrimoni di comodo” – possa essere effettivamente rinvenuta, come osserva l’Avvocatura dello Stato, nella necessità di «garantire il presidio e la tutela delle frontiere ed il controllo dei flussi migratori», deve osservarsi come non proporzionato a tale obiettivo si presenti il sacrificio imposto – dal novellato testo dell’art. 116, primo comma, cod. civ. – alla libertà di contrarre matrimonio non solo degli stranieri ma, in definitiva, anche dei cittadini italiani che intendano coniugarsi con i primi. È, infatti, evidente che la limitazione al diritto dello straniero a contrarre matrimonio nel nostro Paese si traduce anche in una compressione del corrispondente diritto del cittadino o della cittadina italiana che tale diritto intende esercitare. Ciò comporta che il bilanciamento tra i vari interessi di rilievo costituzionale coinvolti deve necessariamente tenere anche conto della posizione giuridica di chi intende, del tutto legittimamente, contrarre matrimonio con lo straniero. Si impone, pertanto, la conclusione secondo cui la previsione di una generale preclusione alla celebrazione delle nozze, allorché uno dei nubendi risulti uno straniero non regolarmente presente nel territorio dello Stato, rappresenta uno strumento non idoneo ad assicurare un ragionevole e proporzionato bilanciamento dei diversi interessi coinvolti nella presente ipotesi, specie ove si consideri che il decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) già disciplina alcuni istituti volti a contrastare i cosiddetti “matrimoni di comodo”. Ed infatti, in particolare, l’art. 30, comma 1-bis, del citato d.lgs. n. 286 del 1998 prevede: con riguardo agli stranieri regolarmente soggiornanti ad altro titolo da almeno un anno che abbiano contratto matrimonio nel territorio dello Stato con cittadini italiani o di uno Stato membro dell’Unione europea, ovvero con cittadini stranieri regolarmente soggiornanti, che il permesso di soggiorno «è immediatamente revocato qualora sia accertato che al matrimonio non è seguita l’effettiva convivenza salvo che dal matrimonio sia nata prole»;
In proposito, si deve notare che la Corte europea dei diritti dell’uomo è recentemente intervenuta sulla normativa del Regno Unito in tema di capacità matrimoniale degli stranieri (sentenza 14 dicembre 2010, O’Donoghue and Others v. The United Kingdom). In particolare, la Corte europea ha affermato che il margine di apprezzamento riservato agli Stati non può estendersi fino al punto di introdurre una limitazione generale, automatica e indiscriminata, ad un diritto fondamentale garantito dalla Convenzione (par. 89 della sentenza). Secondo i giudici di Strasburgo, pertanto, la previsione di un divieto generale, senza che sia prevista alcuna indagine riguardo alla genuinità del matrimonio, è lesiva del diritto di cui all’art. 12 della Convenzione.
Detta evenienza ricorre anche nel caso previsto dalla norma ora censurata, giacché il legislatore – lungi dal rendere più agevole le condizioni per l’accertamento del carattere eventualmente “di comodo” del matrimonio di un cittadino con uno straniero – ha dato vita, appunto, ad una generale preclusione a contrarre matrimonio a carico di stranieri extracomunitari non regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato. per questi motivi
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’art. 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), limitatamente alle parole «nonché un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano». Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 luglio 2011.
ROGO TIBURTINA: RIAPERTA STAZIONE METRO LINEA B
ROGO TIBURTINA: RIAPERTA STAZIONE METRO LINEA B(ANSA) - ROMA, 26 LUG - E' stata riaperta questa mattina aRoma, alle 6.25, la fermata Tiburtina Fs della linea B dellametropolitana chiusa dopo il rogo della stazione domenicascorsa. E' quanto comunica l' Agenzia per la Mobilit… in unanota, precisando che vengono effettuate tutte le fermate lungola linea. L'accesso alla stazione Š stata garantita dall'interventodella Protezione civile di Roma Capitale che ha predispostol'illuminazione della galleria.(ANSA).PAT-COM26-LUG-11 07:12 NNNN
Così le mafie hanno conquistato Roma La marcia inarrestabile sulla Capitale di ’ndrangheta e camorra
Così le mafie hanno conquistato Roma
Una confisca dal valore di 200 milioni di euro, come quella operata
ieri a Roma dalla Guardia di finanza, segna certamente un punto a favore della lotta alla criminalità organizzata.
Ma porta soprattutto
allo scoperto una realtà che in molti ancora faticano ad accettare, a partire dalla politica: il radicamento profondo nella Capitale di tutte le mafie, ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra. I sindacati di polizia lo denunciano già da tempo e il Silp-Cgil del Lazio ha presentato appena pochi giorni fa un rapporto dal titolo La mafia che c’è, che spiega come la Capitale sia diventata «un vero e proprio laboratorio per
alchimie economiche e politiche delle cosche». Tanto che i rapporti investigativi rivelano che il 60 per cento delle attività presenti nel centro storico capitolino subiscono il loro controllo.
che, spiega il segretario del Silp-Cgil di Roma Gianni Ciotti, «si raggiunge solo in alcuni luoghi di origine della mafia». Le infiltrazioni nella Capitale riguardano soprattutto il tessuto economico, ma intaccano anche il livello sociale e quello politico-istituzionale, come dimostra il recente arresto per concorso esterno in associazione mafiosa di Giorgio Magliocca, consulente del sindaco Alemanno proprio per la gestione dei beni confiscati. Ciotti, però, attribuisce alla politica anche responsabilità indirette, seppure non meno gravi: «A Roma il problema delle mafie è stato sottovalutato da
una classe politica inadeguata – spiega il sindacalista – qui le cosche
si sono presentate con il vestito buono, mantenendo un profilo militare
bassissimo. Non hanno interesse a controllare il territorio, controllano già l’economia». È vero che la strage di Duisburg è stata progettata in un ristorante a due passi da piazza di Spagna, ma ’ndrangheta e camorra non sono responsabili degli agguati delle ultime settimane per le vie della Capitale. «A Roma è in corso una guerra di mafia – precisa Ciotti – ma riguarda le bande della città, che cercano di imporsi per fare affari con le organizzazioni più grandi».
La penetrazione mafiosa nelle attività commerciali capitoline è stata favorita negli ultimi anni dalla crisi economica e dalla difficoltà a ottenere credito dalle banche. «Non è un caso – fa notare Ciotti – che molti beni sequestrati appartengano a ex vittime dell’usura. La camorra presta soldi a strozzo, senza chiedere interessi alti, ma pretendendo direttamente il controllo dell’attività e degli stessi imprenditori, che
così diventano in qualche modo “organici” alla cosca, prestandosi a fare da prestanome per l’acquisizione di terreni e di altri esercizi». Così è difficile anche riuscire a provare i contatti necessari a contestare il reato di associazione a delinquere.
principio, insomma, è sempre quello: segui il denaro e troverai il mafioso. «Da questo punto di vista – conferma Ciotti – dai tempi di Falcone è cambiato ben poco. Il problema è che noi l’abbiamo capito, i politici forse no». Le forze dell’ordine, infatti, lamentano la cronica carenza di strumenti di intelligence necessari a individuare passaggi di denaro sempre più complessi, che non hanno niente da invidiare alle grandi operazioni finanziarie internazionali. Ma i forti tagli imposti da questo governo si fanno sentire anche sul controllo del
territorio, con gravi conseguenze sulla lotta alla mafia, oltre che alla microcriminalità.
Ciotti fa due esempi in proposito: «Una volante ha recentemente fermato per un controllo a Tiburtina un uomo che
poi si è rivelato un boss della camorra.
Ma per fare questo, le volanti devono essere messe in condizioni di girare. Come pure i poliziotti di quartiere, che se potessero svolgere bene la loro funzione
preventiva, riuscirebbero a notare e segnalare passaggi di proprietà sospetti nelle attività commerciali».
Rudy Francesco Calvo FONTE
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