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Timestamp: 2019-04-18 17:49:23+00:00
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Ingiusta detenzione: che risarcimento al professionista?
Ingiusta detenzione: che risarcimento spetta al professionista?
15 Ottobre 2017 | Autore: Annamaria Zarrelli
No al solo calcolo aritmetico. L’indennizzo per ingiusta detenzione deve tener conto anche dei danni patrimoniali, della perdita di clientela, del pregiudizio all’immagine e della sofferenza patita
Non sempre chi subisce un processo penale, un arresto o un periodo di detenzione è, poi, giudicato colpevole. Talvolta, capita che, dopo un iter giudiziario anche molto travagliato, l’imputato venga assolto ed abbia, per tale motivo, diritto ad un indennizzo e ad essere, dunque, risarcito per l’ingiusta detenzione patita. Ma in cosa consiste questo indennizzo? A quanto ammonta? E se a causa dell’ingiusta detenzione si perde il lavoro, si perdono i clienti e si subisce un forte danno alla propria immagine? Che dire, poi, dell’ansia, dello stress e della depressione? È necessario tenere conto di questi aspetti nella quantificazione dell’indennizzo spettante al professionista che sia stato vittima di un’ingiusta detenzione? A tanto risponderemo nel presente articolo, anche sulla scorta di quanto affermato dalla Corte di Cassazione in una recentissima sentenza (del 13.10.2017). Prima, però, cerchiamo di analizzare alcuni aspetti utili a comprendere meglio la questione.
1 Il principio di non colpevolezza
2 Riparazione per ingiusta detenzione: a quanto ammonta?
3 Ingiusta detenzione ed insufficienza del criterio aritmetico
Cominciamo innanzitutto con il dire che un principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico è il principio di non colpevolezza [1]. Il principio di non colpevolezza sta a significare che l’imputato, di qualsiasi reato dovesse essere accusato e a prescindere dalla qualità e quantità degli elementi di prova disponibili, è da considerarsi innocente sino a quando la prova della sua responsabilità penale non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato ovvero, per dirla in modo più semplice, fino a quando la sentenza non è più impugnabile o perché sono stati già celebrati i cosiddetti tre gradi di giudizio (primo grado, giudizio di appello, cassazione) o perché sono decorsi i termini per impugnarla.
Ebbene, prima della sentenza definitiva, l’imputato, se privato della sua libertà personale, si trova sottoposto a custodia cautelare: la legge, infatti, prevede che ricorrendo alcune e specifiche condizioni (i cosiddetti gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari) una persona possa essere privata della sua libertà prima di essere stata formalmente condannata. Ma se poi l’imputato viene assolto?
La legge prevede che, in questi casi, ha diritto a richiedere e ottenere un equo indennizzo, per la custodia cautelare sofferta, chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, sempre che non abbia concorso a darvi causa per dolo o colpa grave. L’indennizzo spetta, inoltre, all’imputato prosciolto per qualsiasi causa quando, con decisione irrevocabile, risulti accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dalla legge.
Riparazione per ingiusta detenzione: a quanto ammonta?
Il tetto massimo dell’indennizzo è pari ad euro 516.456,90. Per calcolare in concreto la misura dell’indennizzo per l’ingiusta detenzione subita si è soliti applicare un criterio aritmetico. Dunque, considerato che il termine massimo della custodia cautelare in carcere è di sei anni, il parametro aritmetico in base al quale calcolare l’indennizzo è determinato dividendo l’importo massimo indennizzabile per sei anni (il termine massimo di custodia cautelare) espresso in giorni, moltiplicando poi il risultato per il numero di giorni di ingiusta detenzione patita. Cerchiamo di capire meglio con un esempio: ipotizziamo che Tizio sia stato ingiustamente detenuto per sei mesi. Il primo calcolo da fare è dividere l’importo massimo indennizzabile per il numero di giorni che corrispondono a sei anni (il termine massimo di custodia cautelare); per cui possiamo scrivere: 516.456,90: 2190 (sei anni) =235,82 euro. In questo modo abbiamo ottenuto l’importo massimo indennizzabile per ogni singolo giorno di ingiusta reclusione. L’importo di 235,82 euro deve essere poi moltiplicato per il numero di giorni di ingiusta detenzione patita; nell’esempio che si sta facendo il calcolo sarebbe perciò: 235.82 x 180 giorni (sei mesi) = 42.447,60 euro. Tizio avrebbe diritto, secondo il criterio aritmetico, a essere indennizzato ricevendo l’indicata somma di denaro.
Ingiusta detenzione ed insufficienza del criterio aritmetico
Ma è sufficiente il criterio aritmetico? A rispondere è stata la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza [2]. Il caso all’esame della Suprema Corte ha ad oggetto le vicissitudini giudiziarie di un uomo che, a più riprese, aveva scontato ingiustamente carcere e domiciliari per i reati di concussione, falso e abuso di ufficio. L’uomo – di mestiere geometra – veniva, in seguito, assolto. La domanda quindi è: è sufficiente un indennizzo parametrato sul solo calcolo aritmetico a risarcire l’uomo dei danni in concreto subiti?
In questi casi, in realtà, verrebbe da dire che nessun risarcimento è sufficiente, atteso che la libertà personale non ha prezzo.
Al riguardo, tuttavia, la Suprema Corte ha avuto modo di chiarire che ai fini della determinazione del quantum dell’indennizzo, il parametro aritmetico deve costituire solo il punto di partenza. Ad esso va aggiunta la liquidazione:
dei danni patrimoniali da cosiddetto lucro cessante. Vale a dire i danni derivanti dal non aver potuto svolgere la professione per un determinato periodo di tempo e dall’aver perso gran parte della clientela e dell’avviamento;
del danno all’immagine, atteso anche il clamore che la notizia di un arresto ingenera nel mondo professionale, oltreché nella vita “di tutti i giorni”;
dei danni non patrimoniali, morali ed esistenziali correlati – secondo quanto si legge nella sentenza – alla sofferenza ed al turbamento subito, alle modalità dell’arresto, al forzato allontanamento dalla famiglia ed alla forzata interruzione dell’attività lavorativa.
[1] Art. 27, comma 2, Cost.
[2] Cass. Pen. sent. n. 47286 del 13.10.2017.