Source: http://assindor.it/index.aspx?m=64&f=4&IDNews=681&annoarchivio=&mese=
Timestamp: 2017-10-18 22:24:17+00:00
Document Index: 162092182

Matched Legal Cases: ['art. 87', 'art. 84', 'art. 84', 'art. 67', 'art. 2352', 'art. 23', 'art. 15', 'art.1', 'art. 102', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 13', 'art. 19', 'art. 8', 'art. 39', 'art. 50', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 3', 'sentenza ']

LE NOVITÀ FISCALI DI AGOSTO 2008
La presente circolare illustra le principali novità fiscali di interesse per le imprese relative al mese di agosto 2008.
1. IRES - Trasferimento in Italia della sede legale di una società holding lussemburghese (Ris. 345/E)
2. IRPEF - Natura della partecipazione: qualificata e non qualificata (Ris. 332/E)
3. IRPEF - TFR erogato a soggetto residente all’estero per attività lavorativa prestata in parte in Italia ed in parte in Germania (Ris. 341/E)
4. IRES/IRPEF - Risparmio energetico - Interventi di riqualificazione energetica effettuati da società di gestione immobiliare (Ris. 340/E)
5. IRES/IVA – Trattamento fiscale del contratto di locazione con clausola di trasferimento della proprietà vincolante per entrambi (Ris. 338/E)
6. IVA – Operazioni accessorie (Ris. 337/E)
7. IVA – Contratto con operazione permutative – Luogo di utilizzo delle prestazioni (Ris. 339/E)
8. IVA – Consignment stock con fornitori extra UE (Ris. 346/E)
9. IVA – Immatricolazione veicoli usati importati da Paesi extra UE, temporaneamente immatricolati in altro stato UE – Documentazione fiscale richiesta (Ris. 344/E)
10. IVA – Concessione del servizio di distribuzione del gas da parte di un Comune (Ris. 348/E)
11. IVA - Cessione gratuita di un immobile a favore di un ente pubblico (Ris. 349/E e Ris. 350/E)
12. Varie – Obbligo di sottoscrizione, da parte del contribuente, delle copie delle dichiarazioni fiscali conservate dall’incaricato su supporti informatici – non sussiste (Ris. 354/E)
13. Varie – Bonus investimenti (articolo 8, legge n. 388/00) – Illegittimità sospensione utilizzo credito di imposta (Sentenza CTR Sicilia n. 58/35/07)
L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 345/E del 5 agosto 2008, chiarisce le conseguenze fiscali del trasferimento in Italia della sede legale di una holding lussemburghese, costituita ai sensi del decreto granducale del 17 dicembre 1938, cd. holding milliardaire.
In particolare la società istante chiedeva precisazioni in merito:
- al corretto valore fiscale da attribuire alle partecipazioni già comprese nel patrimonio della holding lussemburghese;
- alla possibilità di beneficiare del regime di esenzione di cui all’art. 87 del TUIR, cd. partecipation exemption con riferimento alle cessioni avvenute a seguito del trasferimento;
- alla possibilità di riportare a nuovo le perdite realizzate in Lussemburgo;
- alla possibilità di considerare le eventuali perdite realizzate nei primi tre esercizi successivi al trasferimento come perdite illimitatamente riportabili, ai sensi dell’art. 84, comma 2 del TUIR.
L’Agenzia delle Entrate chiarisce che il trasferimento, in regime di continuità giuridica, non comporta alcuna rivalutazione fiscale del costo delle partecipazioni comprese nel patrimonio netto della holding lussemburghese, posto che lo stesso avviene senza atti traslativi e senza la tassazione, da parte del Paese di origine, delle plusvalenze latenti fino al momento del trasferimento (cd. exit taxation).
Le partecipazioni quindi potranno essere valutate fiscalmente al medesimo valore di acquisto originario sostenuto dalla società lussemburghese.
Con riferimento al secondo quesito, l’Agenzia delle Entrate riconosce all’impresa la possibilità di beneficiare della partecipation exemption purché sussistano i requisiti previsti dalla disciplina.
Al riguardo, l’Agenzia chiarisce che il periodo minimo (dodici mesi) di possesso ininterrotto delle partecipazioni (cd. holding period) deve essere individuato con riferimento alla data originaria di acquisto della partecipazione da parte della società lussemburghese, e non dalla data di trasferimento della sede in Italia.
Inoltre, viene precisato che le partecipazioni devono risultare iscritte come immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso durante il periodo di possesso, redatto in conformità alla legislazione italiana o, in alternativa, nel rispetto dei principi contabili internazionali. Tale condizione va verificata nel secondo periodo di imposta precedente a quello cui si applicano per la prima volta le disposizioni del TUIR.
In merito agli ultimi due quesiti, l’Agenzia chiarisce che:
- le perdite maturate dalla holding in Lussemburgo prima del trasferimento di sede, non sono utilizzabili in riduzione dei futuri redditi imponibili in Italia;
- le eventuali perdite fiscali, prodotte dalla holding nei primi tre esercizi di residenza in italiana, non sono illimitatamente riportabili come previsto per le imprese di nuova costituzione, ai sensi dell’art. 84, comma 2 del TUIR. Nel caso di specie, infatti, non si ha una costituzione di una nuova società in Italia, posto che il trasferimento avviene in regime di continuità giuridica.
Nella Risoluzione n. 332 del 1° agosto 2008, si precisano le modalità per verificare se una partecipazione è qualificata, ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. c) del TUIR, nell’ipotesi di possesso di quote a titolo di nuda proprietà, correggendo una risposta parzialmente errata data in precedenza dalla stessa Agenzia (circolare n. 12 del 19 febbraio 2008, punto 3.3).
Secondo la norma citata, le partecipazioni (ovvero titoli e diritti) si intendono qualificate ove rappresentino una percentuale:
a) superiore al 20% (2% se la società partecipata è quotata) dei diritti di voto esercitabile nell’assemblea ordinaria della società partecipata ovvero;
b) superiore al 25% (5% se è quotata) del capitale sociale o del patrimonio della società partecipata.
L’Agenzia chiarisce che, nell’ipotesi di possesso di quote, in parte in nuda proprietà, ed in parte in piena proprietà, per verificare se complessivamente si verifica il superamento delle soglie qualificate, occorre far riferimento esclusivamente alla percentuale di possesso del capitale sociale, posto che il nudo proprietario non possiede i diritti di voto, salvo convenzione contraria ex art. 2352 del codice civile. La percentuale di capitale sociale detenuta dal nudo proprietario, è determinata secondo i criteri indicati dagli articoli 46 e 48 del DPR n. 131/1986 (cd. Testo unico dell’imposta di registro).
Diversamente, ove siano stati attribuiti i diritti di voto al nudo proprietario, per la verifica del superamento delle soglie deve essere seguita la regola sub a).
La risoluzione n. 341/E del 1° agosto scorso fornisce un importante chiarimento sulla tassazione in Italia del trattamento di fine rapporto (TFR), erogato da una società italiana ad un dipendente residente all’estero per l’attività di lavoro prestata parzialmente in Italia ed in parte in regime di distacco, in Germania.
In via preliminare, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che il nostro ordinamento tributario prevede che devono essere assoggettati a tassazione in Italia le indennità di fine rapporto erogate da soggetti residenti a soggetti non residenti, prescindendo dal luogo di effettuazione della relativa prestazione di lavoro, ai sensi dall’art. 23, comma 2, lett. a) del TUIR,
L’applicazione di tale trattamento fiscale interno però è subordinato all’assenza di norme convenzionali specifiche in materia (Convenzione internazionale contro le doppie imposizioni, stipulata tra Italia – Germania in data 18 ottobre 1989).
L’Agenzia delle Entrate ritiene che si renda applicabile alla fattispecie la disciplina dettata dall’art. 15 della Convenzione, ancorché relativo ai redditi da lavoro subordinato, posto che il TFR ha sostanzialmente natura di retribuzione, seppur differita.
Di conseguenza, la quota del TFR maturata relativamente al periodo di lavoro svolto in Germania, con acquisto da parte del lavoratore della residenza fiscale in tale Paese, è assoggettato a tassazione esclusivamente in Germania.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, effettuati da titolari di reddito di impresa, possono beneficiare della detrazione d’imposta, prevista dall’art.1, commi 344ss della Legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007), esclusivamente con riferimento alle spese sostenute su fabbricati strumentali, utilizzati nell’esercizio della propria attività imprenditoriale.
Di conseguenza sono esclusi dall’agevolazione i lavori effettuati su fabbricati che non sono strumentali, ma rappresentano l’oggetto dell’attività imprenditoriale, come avviene per le società di gestione immobiliare con riferimento ai fabbricati dati in locazione a terzi.
In tale ipotesi l’Agenzia delle Entrate ritiene che non sussista un requisito necessario alla fruizione dell’agevolazione, ossia consentire una effettiva riduzione dei consumi energetici dell’impresa nell’esercizio della propria attività.
Tale interpretazione restrittiva dell’Agenzia delle Entrate segue quella negativa già espressa nella recente risoluzione n. 303/E del 15 luglio scorso, con riferimento ai lavori di riqualificazione energetica svolti dalle società di costruzione e ristrutturazione edilizia sugli immobili “merce” oggetto della propria attività.
La risoluzione n. 338 del 1° agosto scorso verte sul trattamento contabile e fiscale di un contratto di locazione di un capannone artigianale, con patto vincolante di futura vendita, stipulato tra una società consortile ed i suoi soci.
Secondo quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate, il consorzio deve rilevare, ai fini fiscali, i proventi derivanti dalla cessione dell’immobile costruito nell’esercizio di stipula del contratto di locazione, secondo quanto previsto dall’art. 102, comma 2, lettera a) del TUIR.
Infatti, il contratto di locazione con clausola di trasferimento della proprietà vincolante per le parti è equiparabile ad una vendita con patto di riservato dominio: in entrambe le fattispecie l’effetto traslativo è voluto dalle parti già al momento della stipula del negozio, mentre viene differito tale effetto solo a mero scopo di garanzia.
L’Agenzia delle Entrate chiarisce che tale trattamento fiscale deve essere seguito anche ai fini contabili, con la conseguenza che, in tal esercizio, il consorzio deve rilevare la cessione dell’immobile, mentre i singoli consorziati devono registrare l’acquisizione dell’immobile effettuando gli ammortamenti di competenza.
Il riaddebito ai fini IVA dei costi sostenuti dal consorzio in relazione allo status di proprietario formale dell’immobile, quali interessi passivi per il mutuo e per l’ICI, costituisce una componente del prezzo di cessione. Tali valori, quindi, sono soggetti alla medesima disciplina IVA.
Diversamente, il riaddebito dei costi sostenuti in nome proprio dal consorzio per conto dei consorziati, quali le spese di manutenzione dell’immobile, è soggetto alla medesima disciplina IVA prevista per le prestazioni di servizi ricevute dal consorzio.
Con la risoluzione n. 337/E del 1° agosto, l’Agenzia delle Entrate ha precisato la definizione, ai fini IVA, di operazioni accessorie di cui all’art. 12 del DPR n. 633 del 26 ottobre 1972 (cd. Decreto IVA).
Il caso esaminato riguarda la possibilità per una Banca, di qualificare i servizi di remote banking offerti ai propri clienti come prestazioni “accessorie” alle ordinarie operazioni finanziarie, con conseguente applicazione del regime di esenzione IVA previsto per tali operazioni (art. 10, n. 1 del Decreto IVA).
I servizi offerti dalla banca consentono al cliente, previa identificazione telematica:
a) l’effettuazione di operazioni on line (pagamenti, gestione) del proprio conto presso la propria banca;
b) il collegamento con il circuito interbancario per l’invio di istruzioni di pagamento a banche terze.
La Corte di Giustizia Europea ha precisato che una prestazione di servizi per qualificarsi come accessoria di un’operazione principale, non deve costituire per il cliente un servizio a sé stante, bensì deve essere il mezzo per fruire nelle migliori condizioni del servizio principale.
L’Agenzia delle Entrate, in passato, ha ricordato che tale rapporto di accessorietà sussiste, ove una prestazione di servizi:
- integri, completi e renda possibile un’operazione principale;
- sia resa direttamente dal medesimo soggetto dell’operazione principale (ovvero sia resa a mezzo di terzi, ma a suo conto e spese);
- sia resa nei confronti del medesimo soggetto nei cui confronti viene resa l’operazione principale;
- risponda alle medesime finalità dell’operazione principale e non presenti una “generica” utilità alla stessa.
L’Agenzia delle Entrate ritiene che i servizi sub a), resi dalla Banca ai clienti siano qualificabili come operazioni accessorie, poiché, consentendo la “smaterializzazione “ delle operazioni finanziarie principali, rendono possibile la loro effettuazione. Tali operazioni sono quindi soggette al medesimo regime di esenzione IVA.
Diversamente, il servizio di collegamento al circuito interbancario è ritenuto una prestazione generica, non accessoria all’operazione finanziaria principale, da assoggettare a tassazione ordinaria IVA.
L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 339/E del 1° agosto 2008, fornisce alcuni chiarimenti in merito al trattamento IVA di un contratto a prestazioni permutative, stipulato fra una società italiana ed un soggetto extra UE. Il contratto prevedeva le seguenti obbligazioni:
a) concessione in esclusiva, da parte della società italiana al soggetto estero, dei diritti di utilizzazione dei marchi commerciali della società italiana;
b) svolgimento di diversi servizi, da parte del soggetto estero, (es. pubblicità, consulenza) tesi a valorizzare a livello mondiale i marchi commerciali della società italiana.
L’Agenzia delle Entrate chiarisce che l’operazione sub a) è soggetta ad IVA in Italia, se i diritti di sfruttamento dei marchi sono utilizzati nel territorio dello Stato, ai sensi dell’articolo 7, comma quarto, lett. f) del Decreto IVA. Diversamente, l’operazione non rientra nel campo di applicazione dell’IVA per mancanza del presupposto territoriale.
Nel caso di prestazioni complesse, in cui non sia possibile riscontrare la quota parte della prestazione utilizzata in Italia rispetto a quella utilizzata extra UE, l’Agenzia chiarisce che l’intero corrispettivo deve essere assoggettato ad IVA in Italia.
Per quanto concerne le prestazioni sub b) l’Agenzia distingue le seguenti ipotesi:
- prestazioni di servizi generiche, ex art. 7, comma terzo del Decreto IVA: non sono soggette a tassazione in Italia perché rese da soggetto extra UE non residente e senza stabile organizzazione in Italia;
- prestazioni di servizi specifiche, ex art. 7, comma quarto, lett. d) del Decreto IVA: sono soggette a tassazione in Italia perché rese a soggetti residenti salvo che non siano utilizzate fuori dalla UE.
In tale ultima ipotesi, la società italiana dovrà emettere auto-fattura, ai sensi dell’art. 17 del Decreto IVA, in relazione ai servizi rilevanti in Italia. In assenza di un espresso corrispettivo per le singole prestazioni di servizi a carattere permutativo, la loro base imponibile è individuata in relazione al valore normale, come determinato ai sensi dell’art. 13 del Decreto IVA,
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 346/E del 5 agosto, fornisce un primo importante chiarimento in merito al trattamento IVA di un contratto di consignment stock, nell’ipotesi di acquisto beni da fornitore extra UE.
Lo schema di tale contratto, utilizzato nella prassi commerciale internazionale, prevede la consegna o spedizione dei beni, in conto deposito, dal fornitore al magazzino del cliente. L’acquisto della proprietà avviene solo al momento della loro estrazione dal magazzino per essere utilizzati nell’attività produttiva, mentre quelli inutilizzati sono restituiti al fornitore.
In precedenza, l’Agenzia delle Entrate si era già occupata di tale contratto negoziale con riferimento ad una cessione nei confronti di un soggetto extra UE (Ris. 58/2005) e tra soggetti comunitari (Ris. 235/1996), chiarendo che la proprietà si intende trasferita, ai fini IVA, al momento dell’estrazione dal magazzino.
L’Agenzia riconosce la detrazione dell’IVA assolta sui beni importati, in forza di un contratto di consignment stock, in capo all’acquirente italiano, senza attendere il passaggio della proprietà, nel rispetto del principio di inerenza di cui all’art. 19 del Decreto IVA e previa annotazione della bolletta doganale sul registro degli acquisti.
Nel momento del prelievo delle merci dal deposito in Italia (con conseguente passaggio della proprietà) la società italiana deve emettere auto-fattura indicando il corrispettivo, l’IVA, gli estremi della bolletta doganale di importazione e quelli di annotazione nel registro degli acquisti. La differenza di prezzo tra l’ammontare indicato in dogana e quello definitivo concorre alla liquidazione.
La restituzione dei beni non utilizzati al fornitore è ritenuta una cessione all’esportazione da documentare con fattura non imponibile ex art. 8 del Decreto IVA.
L’Agenzia precisa che le movimentazioni di tali beni devono essere annotate in un apposito registro di carico e scarico della merce in conto deposito, da tenere e conservare ai sensi dell’art. 39 del Decreto IVA. Non può essere utilizzato il registro di cui all’art. 50 del DL n. 331/1993, previsto esclusivamente per i beni comunitari.
Con la risoluzione n. 344/E del 5 agosto scorso, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in merito alla documentazione fiscale richiesta per l’immatricolazione di veicoli usati importati da Paesi extra UE.
Nel dettaglio il quesito nasceva dal fatto che tali veicoli erano temporaneamente immatricolati in Germania dall’operatore doganale per velocizzare le pratiche di sdoganamento.
Tale immatricolazione comportava, secondo la motorizzazione civile competente la qualificazione quali veicoli provenienti da Paese comunitario, con conseguente obbligo per l’impresa italiana, per ottenerne l’immatricolazione in Italia, di fornire un’accurata documentazione, ai sensi dalla legge 24 novembre 2006, n. 286. In particolare, si richiedeva il modello “F24 – IVA immatricolazione auto UE” per ciascun veicolo, in cui riportare il numero di telaio e l’ammontare dell’IVA assolta al verificarsi della prima cessione nel territorio italiano.
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione in oggetto, chiarisce che la temporanea immatricolazione del veicolo in altro Paese UE non rileva ai fini della qualificazione come comunitario, posto che il bene è rimasto in Italia e non vi è alcuna cessione tra l’operatore doganale e l’impresa italiana.
Di conseguenza, l’immatricolazione del veicolo è subordinata solo alla presentazione della documentazione doganale, attestante il pagamento dell’IVA in dogana.
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 348/E del 7 agosto 2008, chiarisce che un Comune che affida in concessione ad una società privata la distribuzione del gas, non può beneficiare dell’esclusione soggettiva dall’IVA, prevista dall’art. 13 della Direttiva CE n. 112/2006, per gli Enti locali che operano nella veste di “pubblica autorità”.
L’Agenzia ritiene, infatti, che la pattuizione bilaterale, stipulata tra il Comune e la società privata, pur presentando alcuni profili amministrativi, costituisca una modalità di svolgimento dell’attività tipica degli operatori economici privati, con conseguente perdita della veste di “pubblica autorità”.
Il Comune obbligandosi a permette al gestore l’utilizzazione, lo sfruttamento e la realizzazione della rete distributiva del gas, pone in essere una prestazione di servizi rilevante ai fini IVA, ai sensi dell’art. 3 del Decreto IVA.
L’Agenzia chiarisce che per assoggettare a tassazione ordinaria tali prestazioni occorre verificare se il Comune agisce nell’ambito di un’attività d’impresa, come richiesto dall’art. 1 del Decreto IVA.
Con le risoluzioni n. 349 e 350/E del 7 agosto 2008, l’Agenzia delle Entrate precisa l’ambito applicativo dell’art. 10, n. 12) del Decreto IVA, relativo al regime di esenzione per le cessioni gratuite agli enti pubblici.
In particolare, la prima risoluzione (349/E) riguarda la cessione in comodato gratuito al Comune di una porzione di un complesso edilizio realizzato su un’area edificabile precedentemente ceduta dal Comune all’impresa costruttrice. Tale società intende trasformare la cessione in comodato d’uso con la cessione gratuita della proprietà.
Nella seconda risoluzione, invece, verte su un accordo di programma, stipulato tra un Ente pubblico e società privata, per dare attuazione ad un programma di riqualificazione urbana. Nell’ambito di tale contratto, la società privata, proprietaria dei terreni oggetto di riqualificazione, si impegna a realizzare un insediamento misto residenziale, di servizio e terziario, mentre a sua volta il Comune si impegna ad approvare il piano di riqualificazione ed a rilasciare le concessioni edilizie.
Al termine dei lavori, la società privata cede a titolo gratuito una parte degli alloggi al Comune quale edilizia residenziale pubblica
L’Agenzia delle Entrate precisa che, in entrambe le fattispecie le cessioni di porzioni di immobili effettuate dalle imprese al Comune, manca il carattere di “gratuità” della cessione, condizione necessaria per beneficiare dell’esenzione di cui all’art. 10, n. 12) del Decreto IVA.
Infatti, secondo l’Agenzia, la prima cessione è riconducibile ad un rapporto sinallagmatico tra Comune e società aggiudicataria che ha realizzato il complesso, sostituendo un precedente impegno, mentre la seconda cessione, pur mancando di un’immediata controprestazione, assume carattere oneroso nell’ambito di un rapporto giuridico complesso, che impone adempimenti e oneri per ciascuna delle parti interessate.
Di conseguenza entrambe le cessioni saranno soggette a tassazione IVA ordinaria.
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 354/E del 8 agosto, specifica che i soggetti incaricati della trasmissione delle dichiarazioni fiscali non sono obbligati a conservare le copie cartacee sottoscritte dai contribuenti ai sensi dell’art. 3, comma 9-bis, D.P.R. n. 322 del 1998.
E’ quindi ammissibile conservare tali copie esclusivamente su supporti informatici purché siano rispettate le procedure disciplinate dal decreto ministeriale 23 gennaio 2004, nonché le istruzioni dettate dalla circolare n. 36 del 6 dicembre 2006.
Con la sentenza n. 58/35/07, pronunciata lo scorso 26 marzo, la Commissione Tributaria Regionale di Palermo (sezione staccata di Siracusa) è intervenuta sulla questione della sospensione ad opera del D.L. n. 253 del 13 novembre 2002, dell’utilizzo del credito di imposta per investimenti, istituito dall’articolo 8 della Legge n. 388/00.
Per i giudici tributari il recupero da parte dell’ufficio del credito di imposta fruito in F24 a partire dal 13 novembre 2002, data di decorrenza della sospensione, è illegittimo, così come è illegittima la sospensione stessa.
Secondo i giudici siciliani, in particolare, la revoca del credito di imposta operata dall’ufficio è contraria alle disposizioni dell’articolo 3 dello Statuto dei Contribuenti (Legge n. 212/00), dove viene stabilito che “le norme tributarie non sono retroattive” e dove viene in ogni caso sancito che “le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore “.
A sostegno della propria posizione, nelle motivazioni della sentenza, la Commissione Regionale cita la Circolare n. 53 del 26 marzo 2004 dove l’Agenzia delle Entrate afferma che, per esigenze di semplificazione, al fine di evitare una duplice movimentazione finanziaria, trascorso il periodo di sospensione dell’utilizzazione del credito, non ha senso chiedere al contribuente di rimborsare le somme che questi ha utilizzato in compensazione nel corso del periodo di sospensione, tenuto conto che poi il contribuente, al termine del periodo di sospensione, può legittimamente utilizzarle .