Source: http://avvocatopenalistacivilista.blogspot.it/2013/
Timestamp: 2017-05-28 04:39:45+00:00
Document Index: 91710314

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.\n30', 'art. 28', 'art. 616', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

AVVOCATO GUGLIELMO MOSSUTO FIRENZE: 2013
giurisprudenza e nella dottrina è il principio secondo il quale al figlio
maggiorenne non economicamente autosufficiente deve essere garantito a pieno il
soddisfacimento dei doveri genitoriali.
Sorgono problemi però nel
caso in cui il figlio maggiorenne abbia trovato un’occupazione lavorativa,
seppur temporanea.
La verifica della
persistenza dell’obbligo di mantenimento è ancorata al raggiungimento
dell’autosufficienza economica da parte dei figli.
La Cassazione, in numerose sentenze, ha affermato che il
mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando
quest’ultimo, anche se momentaneamente non autosufficiente economicamente, ha
in passato espletato attività lavorativa in quanto, in tal modo ha dimostrato
il raggiungimento di un’adeguata indipendenza; non può avere infatti rilievo il
successivo abbandono dell’attività lavorativa da parte del figlio, in quanto,
una volta venuti meno i presupposti per il mantenimento, questi non possono
TUTTAVIA, il solo
raggiungimento della maggiore età o l’acquisita autosufficienza economica non
liberano automaticamente il genitore in quanto è necessario un provvedimento
del giudice che lo autorizzi.
Inoltre, al fine della
cessazione dell’obbligo di mantenimento, è necessario che l’attività lavorativa
sia conforme alla professionalità acquisita durante gli studi dal figlio e che
presenti un certo carattere di stabilità. L’impiego, infatti, oltre ad
essere stabile deve anche essere adeguato alle attitudini e alle
aspirazioni del figlio.
Nel caso in cui il figlio
impiegato stabilmente perda poi il lavoro, non risorge l’obbligo di
mantenimento che si estingue definitivamente con il raggiungimento
dell’indipendenza economica, ma potrà chiedere, qualora ne ricorrano i
presupposti, la corresponsione degli alimenti; occorre, tuttavia, che vi
sia un vero stato di bisogno del figlio che obbligherà entrambi i genitori a
fornirgli quanto necessario per vivere.
Tale posizione assunta
dalla Corte si scontra con la polemica che da anni caratterizza la nostra
società e cioè quella dei cd. bamboccioni.
La Corte con una recente sentenza ha, infatti, rimarcato
come l’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne economicamente non
autosufficiente sussiste anche se ha superato i 30 anni di età e non ha
raggiunto una propria autosufficienza economica per ragioni a lui non
Meglio allora che il
ragazzo continui a starsene a casa piuttosto che mettersi in gioco e trovare
lavoro anche se poi, anche per fattori esterni allo stesso potrà trovarsi
Quindi, meglio superare i
30 anni perché non si è trovato un lavoro che ci aggrada e che non è in linea
con le nostre attitudini, però continuare a percepire il mantenimento
lavorare, fare di tutto per gravare il meno possibile sul bilancio familiare e
accettare qualche compromesso per avere poi i mezzi per raggiungere i propri
obiettivi, con l’alto rischio di non percepire più alcunché?
l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli non
cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età ma perdura,
immutato, finché il genitore interessato non prova che il figlio ha raggiunto
l’indipendenza economica o che non lavora perché “svogliato”; caratteri questi
da valutare in relazione alle aspirazioni, al percorso di studi e alla
situazione attuale del mercato del lavoro.
Il mercato del lavoro! Il
grande nemico dei giovani di oggi…vieni assunto, uno stage, un tirocinio, un
progetto, qualunque cosa sia, è a tempo determinato. E allo scadere del
contratto, sempre che un contratto ci sia?!?!?!? A casa! Beh! Difficile parlare
di indipendenza economica.
Sulla scorta del principio
della valutazione della situazione in base al mercato del lavoro la Corte ha negato la
sospensione dell’assegno di mantenimento se il figlio ha lavorato solo per un
breve periodo di tempo con retribuzione irrilevante ma anche se si tratta di
un’attività lavorativa non sufficientemente stabilizzata e, comunque, non
congrua rispetto alle vere e ragionevoli aspettative del figlio.
Un grande caos, manca una
posizione uniforme, calibrata a quella che è la situazione attuale della
società, è necessario pertanto rimettersi alla logica e al buon senso del
giudice che si trova a valutare volta per volta il caso concreto.
https://soundcloud.com/avvocato-mossuto/avvocato-guglielmo-mossuto-a-1 GIOVEDI 19 DICEMBRE 2013 A LADY RADIO .....SECONDA PUNTATA
spesso accade, in seguito a una separazione, le parti in causa si rimettono in
gioco, instaurando nuove relazioni. Tutto giusto! Accade spesso anche che dalla
nuova relazione nascano nuovi figli, giustissimo anche questo! Accade però
anche che il genitore che già si vedeva obbligato a provvedere al mantenimento
del primo figlio, decida, di sua iniziativa, di ridurre se non di eliminare totalmente il proprio
contributo. E questo tanto giusto non è, almeno secondo quanto affermato dalla
nascita di un figlio da una nuova relazione, infatti, non legittima di per sé il
genitore ad ottenere una riduzione; è, infatti, necessario che tale avvenimento
sia accompagnato da ulteriori circostanze, come ad esempio da un’effettiva
diminuzione del reddito percepito.
giudici hanno, infatti, più volte sottolineato come i figli non possano subire
ripercussioni conseguenti alle scelte dei genitori. In una logica di continuità
con tale principio, la
Cassazione ha affermato che la costituzione di un nuovo
nucleo familiare costituisce una scelta operata liberamente dai soggetti
interessati e, pertanto, non legittima di per sé il genitore a chiedere una
diminuzione del mantenimento dovuto ai figli nati dalla relazione precedente.
nascita di un figlio da una nuova relazione non è una giustificazione
sufficiente per ottenere la riduzione dell’assegno di mantenimento, ancor più
se il nuovo convivente contribuisce economicamente alle spese del nuovo nucleo
familiare, lasciando quindi pressoché inalterate le capacità di reddito del
genitore obbligato.
ottenere la diminuzione dell’assegno di mantenimento sarà necessario perciò
dimostrare, oltre l’aumento di persone a carico nel proprio nucleo familiare:
- la concreta
diminuzione della propria capacità reddituale;
- la mancanza di
contributi economici da parte dell’altro coniuge alle spese della nuova
famiglia, in tal caso infatti verrebbero riequilibrate le capacità di spesa del
in tal modo sarà possibile richiedere al giudice una modifica dei provvedimenti
con la conseguente riduzione del contributo al mantenimento per il figlio, o i
figli, nati dalla prima relazione.
Lo scorso 18 novembre la Corte Costituzionale
si è pronunciata sui rapporti che possono intercorrere tra adottato e madre
biologica.L
la materia è caratterizzata dall’art.
30 comma 1 del D.P.R. 3/11/2000 n. 396 che prevede la possibilità per la madre
biologica di far dichiarare la nascita del figlio da un procuratore speciale,
da un medico, da un’ostetrica o da qualunque altra persona che abbia assistito
al parto, consentendole in tal modo di restare nell’anonimato.
Costituzionale ha, infatti, dichiarato costituzionalmente illegittimo il comma 7
dell’art. 28 della legge 184/1983 nella parte in cui non viene prevista la
possibilità per il giudice, su richiesta del figlio, di poter contattare la
madre al fine di un’eventuale revoca della dichiarazione di anonimato.
Il diritto all’anonimato era visto come
uno strumento per garantire il diritto alla vita e alla salute sia della madre
che del figlio, tuttavia, va inevitabilmente a scontrarsi con il diritto del
figlio di conoscere le proprie origini.
Secondo quanto affermato dalla Corte,
si tratta di un sistema eccessivamente rigido in quanto, una volta intervenuta
la scelta per l’anonimato, la dichiarazione di volontà assume “connotati di irreversibilità destinati,
sostanzialmente, ad “espropriare” la persona titolare del diritto da qualsiasi
ulteriore opzione”.
Sarà, pertanto, compito del legislatore
introdurre precise disposizioni che consentano una verifica nel tempo dell’irremovibilità
della dichiarazione della madre naturale la quale abbia deciso, al momento
della nascita, di restare nell’anonimato. Al tempo stesso, il legislatore dovrà
prevedere procedure e strumenti idonei a circoscrivere le modalità di accesso
ai dati personali e a tutelare gli stessi. Avv. Guglielmo Mossuto
La sottrazione di
corrispondenza bancaria del coniuge, per produrla nel giudizio di separazione,
costituisce reato di sottrazione di corrispondenza, pochissime sono le
giustificazioni previste.
A sancire tale
principio è stata la Corte
di Cassazione in un caso di separazione; il marito
aveva prodotto nel giudizio di separazione una fotocopia della corrispondenza
bancaria cosi da provare le condizioni patrimoniali dell’altro coniuge, prova
fondamentale al fine della determinazione dell’assegno di mantenimento.
tutti gli elementi evidenziati dalla difesa al fine di dimostrare l’insussistenza
del reato, sono ininfluenti in quanto “non rileva il tipo di corrispondenza,
né la natura, di fotocopia ovvero originale, atteso che anche con la
sottrazione di una copia del documento, pur nell'ipotesi che tale atto sia
contenuto in una busta aperta, resta violato il bene giuridico tutelato dalla
disposizione di cui all'art. 616 CP”.
Per quanto attiene alla “giusta causa” che talvolta può essere
assunta a giustificazione, la
Cassazione afferma che spetta al giudice verificarne l’esistenza
mediante un’indagine etico-sociale, individuando i motivi che hanno determinato
il comportamento in esame. Tuttavia, è bene ricordare che ancora oggi non è chiaro se
documenti ottenuti in modo illecito, tramite la lesione di un diritto
fondamentale, possano essere prodotti in giudizio o meno. Inoltre, “la
giusta causa presuppone che la produzione in giudizio della documentazione
bancaria sia l'unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del
coniuge controparte” Pertanto, è necessario che solo ed esclusivamente attraverso la
rivelazione del contenuto della corrispondenza il soggetto possa tutelare il
proprio interesse offeso; solo in tal caso si potrà parlare di “giusta causa
scriminante”.
Attenzione quindi non solo a quello che viene detto davanti
al giudice ma anche a ciò che viene prodotto, per evitare di passare dalla
ragione al torto!
In quanti dopo una separazione, magari anche dolorosa,
dal proprio coniuge non hanno pensato di cambiare aria per rifarsi una vita? Nessun
problema nel caso in cui non ci siano figli di mezzo, la situazione cambia in
presenza di minori…
Cassazione, lo scorso ottobre, ha esaminato il caso di una donna
separata che aveva deciso di trasferirsi, con la figlia di otto mesi, dal
paesino della provincia di Trento in cui vivevano e in cui era stata stabilita
dal Tribunale la collocazione della bambina nell’ex casa coniugale, in Sicilia
dove la donna si trasferiva alla ricerca di un nuovo lavoro. Tutto ciò avveniva
all’insaputa del padre della piccola, il quale aveva il diritto di farle visita
più giorni durante la settimana. Certo, le necessità della vita possono
giustificare un trasferimento di uno dei due coniugi, ancor più oggi, data la
precaria situazione economica e lavorativa; tuttavia, l’altro coniuge deve
essere sempre interpellato in caso di presenza di figli e il suo consenso
La legge 54/2006 che ha introdotto l’affidamento condiviso
come regola generale, parla di “parità genitoriale” e pertanto i genitori
dovranno concordare tutte le decisioni riguardanti i figli, come appunto il
trasferimento in una città diversa da quella di origine. Secondo quanto affermato dalla Suprema Corte, infatti, il
comportamento della madre che decide unilateralmente di trasferirsi, senza il
consenso del padre, viola il dettato della sentenza di separazione; per la Suprema Corte, infatti, "l'elusione
dell'esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi
derivi la ‘frustrazione' delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli
atteggiamenti di mero carattere omissivo".
per trasferirsi, insieme ai propri figli, un genitore necessita assolutamente
del consenso dell’altro genitore o di un’autorizzazione del giudice. Sono
estremamente forti, infatti, le sanzioni alla quali va incontro chi
trasgredisce a tale regola: può essere mutato il collocamento dei figli (dalla
madre al padre, o viceversa) ma si può arrivare persino alla decadenza della
potestà in quanto si tratta di una condotta che può essere definita irresponsabile e,
pertanto, incompatibile con il ruolo di genitore col locatario.
sentenza del 23 Ottobre 2013 n. 43292)
CHI HA UN CASO DI USURA BANCARIA, FINANZIARIA O PRIVATA MI CONTATTI
CHI HA UN CASO DI USURA BANCARIA, FINANZIARIA O PRIVATA MI CONTATTI....POSSIBILITA' DI FAR CONOSCERE LA VOSTRA STORIA A LIVELLO MEDIATICO NAZIONALE.
La crisi ha colpito
milioni di famiglie e continua, inesorabilmente, a farlo tutt’oggi.
riduzione di stipendio a causa della crisi, il coniuge divorziato obbligato al
mantenimento, può chiederne una riduzione.
è quello della pronuncia della sentenza di divorzio; se, infatti, il coniuge
guadagna meno rispetto a quanto dichiarato durante il procedimento, egli potrà
richiedere una modifica delle disposizioni in materia patrimoniale riguardanti
mantenimento e contributi per “giustificato motivo sopraggiunto” e pertanto
pretendere un adeguamento dell’assegno.
Tuttavia la perdita o
diminuzione della fonte di reddito del coniuge obbligato deve rispondere ad
In primis la riduzione deve essere tale da provocare uno
squilibrio economico tra i coniugi. A fronte di una effettiva diminuzione delle
disponibilità economiche del coniuge obbligato, la famiglia non può pretendere
quanto l’altro non può più corrispondere e, pertanto, dovrà adeguarsi e dovrà
adattare alle nuove condizioni economiche anche il proprio tenore di vita. La diminuzione del
reddito deve essere oggettiva e pertanto, il coniuge impoveritosi sarà obbligato
a provarla in sede giudiziale, mediante dichiarazione dei redditi o qualsiasi
documentazione attestante tale riduzione.
negli anni passati era comune sentire una giovane coppia di sposini raccontare
il loro trasloco nella casa di proprietà dei genitori dell’uno o dell’altro, di
uno zio o comunque di un conoscente, a titolo gratuito.
liscio fin quando la coppia non decide di separarsi....
A quel punto, cosa
succede? Cosa ne sarà dell’immobile?
questa domanda l’ha fornita la
specie, la casa coniugale veniva affidata, come generalmente avviene, alla
moglie che avrebbe continuato a viverci insieme ai figli; il terzo
proprietario, volendo rientrare nel possesso del proprio immobile, ne
richiedeva la restituzione immediata.
grado si concludeva con una sentenza favorevole per la moglie in quanto avrebbe
potuto continuare a vivere nella casa coniugale; la Corte di Appello, invece,
ribaltando quanto stabilito in primo grado, dichiarava risolto il contratto di
comodato e ordinava alla signora la restituzione immediata del bene al
Ed è cosi che la questione è giunta dinanzi alla
Suprema Corte; gli “ermellini”, per giungere alla decisione, richiamano quanto
disposto dal codice civile riguardo il termine di conclusione del comodato che può
risultare sia espressamente dall'atto sia implicitamente mediante la previsione di un vincolo di destinazione d’uso
Pertanto, il ragionamento seguito dalla Corte di Appello era corretto
e perfettamente in linea con il dettato normativo. Non è sufficiente, infatti, una
mera destinazione di fatto del bene ad abitazione coniugale ma è necessario che
la destinazione del bene in comodato ad uno specifico uso risulti dal
Precisa la Corte,
infatti, “.... si può
ravvisare un comodato a termine (implicito) solo quando risulti che le parti si sono accordate per la destinazione del bene ad un
determinato uso e tale intento abbiano manifestato alla data della conclusione
del contratto.”
Pertanto, alla luce di quanto sopra esposto, il
provvedimento di assegnazione della casa coniugale, in sede di separazione, non
rileva; il diritto di abitazione spettante al coniuge, infatti, è soggetto alla
disciplina del titolo che lo ha originato, nel caso di specie dal contratto di
comodato. Qualora non risulti dal testo del contratto la destinazione ad abitazione coniugale, quindi, il proprietario potrà far valere le proprie pretese in giudizio, avanzando richiesta di rilascio e restituzione immediata dell'immobile dinanzi al giudice dell'esecuzione.