Source: https://www.ideeinrete.org/fuori-tema?art=59
Timestamp: 2019-09-22 07:58:37+00:00
Document Index: 158550471

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2']

Impresa sociale, il nodo degli utili - Idee In Rete Consorzio Nazionale
Nella Commissione parlamentare Affari Sociali
Nella Commissione parlamentare Affari Sociali che sta esaminando il DDL delega sulla riforma del Terzo settore è entrata nel vivo la discussione sul tema dell’impresa sociale.
Come ricorderà chi ci aveva seguito la settimana scorsa, la discussione si era fermata sulla divisibilità degli utili per le imprese sociali; e la notizia è che non vi sono notizie nuove: la Commissione ha esaminato altre porzioni del testo (vedi su Infocontinua 1 e 2 su art. 2 e qui su art. 6, dove non a caso però è stato accantonato l’esame degli emendamenti sulle agevolazioni che riguardano le imprese sociali), ma questo tema lo ha per ora stralciato. E non a caso, visto che il dibattito tende ad infervorarsi.
L’Autorità Garante per la Concorrenza ha pubblicato sul proprio bollettino (pag. 103) una missiva indirizzata alla Commissione parlamentare dove si ravvisa una incompatibilità tra scopo di lucro e godimento di agevolazioni: "affinché il ridisegno della disciplina dell’impresa sociale ... possa realizzarsi in conformità ai principi che governano il diritto antitrust, occorre che il regime delle agevolazioni previste venga adeguatamente modulato e coordinato con le disposizioni volte ad aprire l’impresa sociale al mercato dei capitali e ad una maggiore remunerazione del capitale investito. Siffatto intervento si rende necessario al fine da evitare di conferire vantaggi competitivi ingiustificati in capo a tali categorie di imprese, che possano esporre la disciplina così tracciata a censure di natura concorrenziale, anche in relazione a possibili violazioni della normativa in tema di aiuti di Stato".
Le argomentazioni richiamano quanto prodotto presso la stessa Commissione Parlamentare dalla Corte dei Conti nel novembre scorso, che faceva emergere come la formulazione proposta dal Governo mal si conciliasse con l’impianto della riforma, notando come l’impresa sociale "sembrerebbe non rientrare nel Terzo settore, per il quale è confermato il divieto di lucro soggettivo".
I fautori dell’impresa sociale che fa premia gli azionisti accusano il colpo ma rilanciano: Melandri su Vita ammette che la scelta di distribuire gli utili possa rappresentare uno degli elementi per definire il vantaggio fiscale, ma propone di combinare questo criterio con quello dell’impatto sociale.
Sia detto per futura memoria, anche perché difficilmente questa posizione potrà prevalere: l’errore vero è quello di voler connotare (art. 4, comma 1, lettera a) l’impresa sociale con proprie finalità e obiettivi in modo distinto da quanto fatto per il terzo settore (art. 1, comma 1; art. 2 ter, nella numerazione emendata) o meglio, dal terzo settore "grano" dopo averlo distinto dal terzo settore "loglio" (appunto l’art. 2 ter).
Una cosa sarebbe a) definire cosa è un’organizzazione di terzo settore, quali sono le sue finalità e obiettivi e b) specificare che talune di queste organizzazioni perseguono tali obiettivi con strumenti imprenditoriali e che per questo motivo necessitano di conseguenti strumenti e controlli; un’altra è quella di definire l’impresa sociale come un soggetto con distinte finalità, un po’ forse è di terzo settore (se no perché metterlo nella stessa legge?) ma anche un po’ no, tanto è vero che la rubrica della legge ("Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale...") cita terzo settore e impresa sociale come distinti elementi di un elenco.
Forse è meglio fare chiarezza. Se l’impresa sociale è un pezzo di terzo settore che necessita di specifiche regolazioni, si tracci un bel segno di penna sulla pasticciata frase che la definisce distintamente dal resto del terzo settore(art. 4, comma 1, lettera a). Se si vuole dire che invece l’impresa sociale è soggetto altro e distinto si stralci - e qualcuno sta caldeggiando l’ipotesi - l’art. 4 e si faccia eventualmente un provvedimento a sé. Con il doppio risultato di avere enunciato la semplificazione e di creare invece due normative contigue e parallele, di aver enunciato che il terzo settore è il primo ma di provare a spolparne altrove una delle componenti più rilevanti e dinamiche. Facendo male al terzo settore e anche all’impresa sociale.
Ha ragione chi osserva che esiti sociali positivi possono essere prodotti da soggetti diversi; ed è normale che le politiche pubbliche li incentivino, a questo punto senza curarsi più di tanto né della forma giuridica né del regime degli utili. Si può sostenere lo sviluppo delle energie rinnovabili o la diffusione della connettività a banda larga a prescindere da chi lo fa e con quali tornaconti. Ma questo cosa c’entra con il definire un soggetto specifico che organizzi in forma di impresa risposte comunitarie ai bisogni sociali (cioè, in senso autentico, imprese sociali)? Che poi queste ultime abbiano necessità di rendere compatibili la mutualità interna e quella comunitaria, è questione su cui il modello cooperativo rappresenta da qualche decennio una soluzione solida sperimentata, con un insieme di strumenti (dal ristorno alla rivalutazione) che equilibrano in modo opportuno le diverse istanze senza snaturare la mission dell’organizzazione dalla risposta del bisogno alla gratificazione degli azionisti.
Per finire, sull’impatto sociale, introdotto in modo peraltro ragionevole anche nell’art. 2bis ("valutazione qualitativa e quantitativa sul breve, medio e lungo periodo degli effetti sulla comunità di riferimento delle attività svolte rispetto all’obiettivo individuato"): ma davvero vi è qualcuno che ritiene credibile far transitare questo elemento dal suo luogo proprio, che riguarda il dominio dell’accountability, a quello di criterio su cui accordare o meno denaro pubblico? Insomma, un criterio utile utilizzato fuori luogo per contrabbandare in modo politicamente accettabile la snaturazione dell’impresa sociale al di fuori del terzo settore.