Source: http://www.edscuola.it/archivio/famiglie/bologna_01.html
Timestamp: 2018-11-19 20:37:11+00:00
Document Index: 143123675

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 113', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 1', 'art.5', 'art. 138', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 138', 'art. 6', 'art. 138', 'art. 139', 'art. 21', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 21', 'art. 1']

NUOVI ORGANI COLLEGIALI DELLA SCUOLA: I CONSIGLI SCOLASTICI LOCALI
COORDINAMENTO DISTRETTI SCOLASTICI DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA
Assessorato alla Scuola, Formazione Professionale,
Università, Lavoro e Pari Opportunità
Bologna, 29 maggio 2001 – Aula Magna Regione Emilia Romagna
- I testi sono stati traslati da registrazione e riveduti dai singoli Relatori
- Il materiale degli atti è stato collazionato e impostato da:
GAZZOTTI Maria Grazia - Assistente Amministrativo Distretto Scolastico n. 18 - Modena
ACIERNO Maria Donata - Assistente Amministrativo Distretto Scolastico n. 24 - Bologna
- Coordinamento: Dott. Ennio TOZZI – Presidente Distretto Scolastico n. 24 - Bologna
Ø Dott. Ennio TOZZI – Coordinatore Regionale Distretti Scolastici pag. 4
Ø Dott.ssa Mariangela BASTICO – Assessore Regionale Scuola, Formazione pag. 5
Professionale, Università, Lavoro, Pari Opportunità
Ø Dott. Paolo MARCHESELLI – Provveditore agli Studi di Bologna pag. 10
Ø Angelo CERVATI – Coordinatore Nazionale Distretti Scolastici pag. 12
Ø Dott. Giovanni BISSON – Coordinatore Nord Italia Distretti Scolastici pag. 14
Ø Dott. Mario GUGLIETTI – Vicepresidente Consiglio Nazionale della pag. 21
Ø Dott. Emanuele BARBIERI – Direttore Generale Ufficio Scol.co Regionale pag. 27 Dott. Franco BOARELLI – Presidente Regionale Associazione Genitori pag. 32
Scuole Cattoliche (A.Ge.S.C.)
DOCUMENTO DEL COORDINAMENTO DEI DISTRETTI pag. 35
SCOLASTICI DELL’EMILIA ROMAGNA
Dott. Ennio TOZZI
Coordinatore Regionale Distretti Scolastici Emilia Romagna – Presidente Distretto Scol.co n. 24
Questo Convegno nasce dalla disponibilità, anzi dalla intenzione ferma dei Distretti Scolastici di dare un sostegno e di garantire al meglio il passaggio dalle vecchie strutture collegiali territoriali alle strutture che si stanno profilando.
In particolare i Distretti Scolastici si sentono, per così dire, “gli eredi”, dei Distretti Scolastici attualmente ancora in funzione ed hanno esaminato, con una successione di iniziative in autunno ed in inverno, e poi all’inizio della primavera, attraverso varie riunioni dei Presidenti dei Distretti dell’Emilia Romagna, soprattutto il Decreto Legge del 1999 che dà un assetto ai Consigli Scolastici Locali, trovando in questa Legge degli aspetti positivi e degli aspetti da discutere.
Troviamo positiva, innanzitutto, la conferma degli Organi Collegiali anche come Istituzione Territoriale; troviamo positiva la revisione della composizione della compagine dei Distretti, che prima erano chiamati piccoli Parlamentini e adesso si riducono come numero di Consiglieri; troviamo positiva la riconsiderazione del loro funzionamento, più elastico, là dove prima era prevista la maggioranza assoluta dei componenti per arrivare alle deliberazioni, adesso è prevista soltanto la maggioranza dei 2/3: è un miglioramento rispetto a prima perché noi Presidenti sappiamo quanto sia stato difficile gestire i Distretti stessi con la non possibilità, tante volte, di giungere alla approvazione delle delibere che andavamo facendo.
Aspetto discutibile, tra gli altri, ci sembra il fatto che il nuovo Organo, il Consiglio Scolastico Locale, non è del tutto autonomo e indipendente, in quanto il Presidente della Giunta è un elemento esterno.
Altro aspetto negativo che fa molto discutere, e francamente ci rammarica, è la minore rappresentanza prevista per i Genitori, solo tre, rispetto ad esempio ai rappresentanti degli Enti Locali e delle componenti varie del Distretto.
Ne consegue un condizionamento della partecipazione, soprattutto delle famiglie, che sono nel processo educativo un elemento essenziale.
Poi vi è una totale assenza di una funzione realmente operativa, tanto è vero che questo ci fa chiedere che cosa possono fare delle Istituzioni che hanno solo un parere propositivo mentre altri Organismi hanno anche un potere deliberativo.
Noi abbiamo avuto poteri operativi nel passato, in particolare quello dell’Orientamento Scolastico e Professionale, che adesso sono messi sul piano di una consulenza e di appoggio alle iniziative che possono essere fatte.
Infine, tanto per cambiare, vi è una insufficiente chiarezza riguardo al Personale di Segreteria dei Consigli Scolastici Locali e sui finanziamenti.
Dott.ssa Mariangela BASTICO
Assessore Regionale alla Scuola, Formazione Professionale, Università, Lavoro, Pari Opportunità
Vi ringrazio molto per l’invito che avete voluto rivolgermi che mi permette di partecipare ad un dibattito su un tema che io ritengo importante, quello sulla partecipazione, quindi sugli Organi Collegiali nel sistema scolastico.
Purtroppo, ve lo dico subito, non potrò seguire i lavori di questa mattinata perché è contemporaneamente convocata la Giunta, cui proprio oggi sono stati iscritti due temi importanti sulla Scuola, che dovrò illustrare e dalla cui approvazione dipendono importanti decisioni che dovrà poi assumere il Dirigente Scolastico Regionale.
Mi riferisco in particolare al parere sul decreto che ridisegna tutto l’Ufficio Scolastico Regionale, quindi inerente all’intera Amministrazione scolastica della nostra Regione ed alla proposta sul calendario scolastico.
Capite bene che sono due temi di grande rilevanza per la vita della scuola e soprattutto per l’organizzazione del prossimo anno scolastico, perciò penso che potrete scusarmi se non riuscirò ad assistere ai vostri lavori.
Entrando nel merito del tema oggi proposto, vorrei portarvi un contributo, ovviamente problematico, come peraltro lo è stata anche la presentazione di questa mattina.
Sono convinta che il fatto di non avere approvato, dopo la Riforma della Scuola, anche la Riforma degli Organi Collegiali, si configuri come carenza del disegno riformatore.
Avere pensato, giustamente a mio avviso, ad un sistema scolastico fondato sull’Autonomia delle Scuole, sul Dirigente Scolastico, sulle competenze professionali e tecniche dei Docenti, ma non ancora delineato per quanto attiene al tema della partecipazione, rappresenta un limite.
E per partecipazione intendo il coinvolgimento delle famiglie, lo scambio tra le famiglie ed il corpo docente e quindi la costruzione dei contenuti della scuola, obiettivo molto più rilevante oggi dato il sistema dell’autonomia, dato il sistema dei curricula (accantonando per un attimo la paventata sospensione della Riforma dei Cicli), che andranno cadenzati nei loro contenuti, nelle loro modalità, dentro ad una Autonomia Scolastica.
E’ alla luce di tutto ciò che emerge questo punto di grave carenza!
Il disegno degli Organi Collegiali Territoriali delineato dal Decreto Legislativo del 1999, quindi precedentemente alla definizione del principio di nuova Autonomia Scolastica, risente a mio avviso fortemente di questa anticipazione rispetto al disegno riformatore e molte delle contraddizioni che sono state qui segnalate, delle incertezze, delle non definizioni, sono causate da questo non allineamento.
Allora noi questo tema, dico noi Regione Emilia Romagna, dico noi sistema delle Autonomie Locali, l’abbiamo ben presente e ci stiamo lavorando ed anticiperò, ora, alcune linee di intervento.
Innanzitutto occorre affermare che siamo consapevoli che oggi il sistema scolastico, cioè il sistema dell’istruzione, il sistema della formazione professionale ed il sistema che consente il passaggio al lavoro (le esperienze di formazione lavoro, tirocini per stage) è, diciamo così, governato da soggetti autonomi che sono tutti radicati nel territorio regionale.
Su questo punto voglio essere molto chiara: sono consapevole che la riforma, operata attraverso più leggi, ha affidato il governo del sistema dell’education, quindi istruzione/formazione e passaggio al lavoro, a soggetti dotati d’autonomia e con radici nell’ambito territoriale regionale. Ad esempio il sistema scolastico ha nel Dirigente Scolastico Regionale e nelle sue articolazioni, una referenza piena per quanto riguarda il governo del personale e delle risorse, le 557 Autonomie Scolastiche sono soggetti autonomi dotati di propria identità, di propria responsabilità, di propria personalità giuridica. La formazione professionale è tutta di competenza della Regione, delle Province e di 227 Enti di Formazione autonomi accreditati.
Sul fronte delle diverse forme di rapporto formazione/lavoro: l’apprendistato è di competenza regionale, i contratti di formazione lavoro dove la formazione, i tirocini, gli stage, sono competenza regionale; ancora, tutta la formazione alta, ed al riguardo registriamo le Università come soggetti autonomi, in questa Regione sono presenti quattro sedi, più alcune rispetto all’Università di Piacenza, che hanno piena autonomia a livello territoriale. Questo è il sistema, complesso, che ci è affidato dalla riforma.
Attenzione però: non è la regionalizzazione del sistema e non è neppure l’affidamento alle autonomie locali di questo sistema.
Per dirla con uno slogan, sono molto contenta che la soluzione delineata dalla riforma ci abbia affidato non più la Scuola del Ministero della Pubblica Istruzione, ma non abbia neppure costruito la Scuola degli Assessori o dei Presidenti Regionali, né la Scuola degli Assessori o dei Sindaci, ma che da un disegno chiaro d’Autonomia della Scuola, si affidi la stessa alla Dirigenza Scolastica, alla competenza professionale dei Docenti, alla partecipazione dei soggetti che di questa scuola saranno fruitori. Quindi la Scuola dell’Autonomia come centro fondamentale di riferimento, questo è quanto ci affida la Riforma.
Ho citato prima i soggetti autonomi di questo sistema, facendo la somma arrivano circa ad un migliaio. Le Scuole, gli Enti di Formazione, la Regione, le Province, i Comuni, le Università, sono più di 1000 i soggetti dotati d’autonomia e che governano il sistema dell’education nella nostra Regione.
Voi capite che se l’autonomia fosse interpretata come separatezza, come chiusura, come tante monadi che da sole ritengono di potere realizzare un’offerta formativa adeguata, magari entrando in competizione fra di loro, strappandosi i ragazzi, io credo che potremmo registrare effetti quali l’abbassamento della qualità dell’offerta, un aumento dei costi a scapito della qualità, insomma la possibilità da parte del sistema di esplodere.
Come Istituzioni, consapevoli di questa possibilità infausta, abbiamo da subito delineato un percorso basato sugli accordi, sulla concertazione; i soggetti autonomi possono operare realmente insieme attraverso un atto di autonomia e di libertà che è quello di aderire ad un accordo in cui si definiscono le linee, i contenuti, le risorse e i metodi, quindi autonomia significa libertà d’adesione.
Una volta però che l’accordo è siglato e che gli impegni sono assunti, questi diventano regole e norme per tutti, quindi il tema dell’autonomia che si coniuga con quello del fare insieme per raggiungere obiettivi concordati, mettendo insieme risorse, disponibilità, attraverso percorsi definiti.
Questa è la natura fondante di un accordo: autonomia e libertà, ma, poi, responsabilità, vincolo e rispetto delle regole sottoscritte e questo, a mio parere, è il perno attorno al quale il sistema scolastico può diventare davvero sistema.
Non più la somma di mille monadi che competono tra loro, ma un sistema che delinea i suoi obiettivi, i suoi percorsi e le modalità per raggiungerli.
Noi questa strada l’abbiamo già imboccata: insieme con le Province e i Comuni abbiamo siglato uno accordo con il Dirigente Scolastico Regionale, accordo interistituzionale, l’abbiamo chiamato così con un titolo molto impegnativo, per il governo del sistema della istruzione, della formazione e della transizione al lavoro.
Questo è l’accordo quadro che ha, tra l’altro, definito un proprio Organo paritetico di Governo, in cui sono presenti il Presidente della Regione o un suo delegato, il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale e 24 componenti, 12 designati dal sistema delle autonomie locali, 12 dal sistema scolastico e dell’autonomia scolastica; previsto anche un esecutivo, anche questo paritetico, composto da 3 + 3, che dovrebbe coincidere con l’organo interistituzionale che la legge ha previsto all’interno della direzione scolastica.
Dall’accordo regionale intendiamo passare, non per clonazione, ma per valorizzare, stimolare, le realtà esistenti a livello locale, ad accordi innanzitutto provinciali, con i dirigenti di riferimento a livello provinciale, con le Autonomie Scolastiche da un lato, con le Province ed i Comuni dall’altro, caratterizzando l’azione con contenuti più specifici.
Questo diventa la modalità reale del confronto e dell’integrazione e qui, secondo me, attraverso questi Organi di Governo Territoriali misti, possiamo affrontare il grande nodo degli Organi Collegiali di carattere territoriale, delinearne l’identità, assegnando loro non solo funzioni di consultazione e di proposta, ma funzioni più forti di governo integrato del sistema, sapendo che caratteristica dell’azione di governo è di dare linee di indirizzo dentro cui le autonomie scolastiche rimangono tali.
Diventa pertanto indispensabile prevedere gli Organi Collegiali all’interno delle autonomie scolastiche, organi che, a mio parere, non debbono prevedere la presenza dell’istituzione locale, ma quella delle componenti di governo della scuola; sarà la Scuola dell’Autonomia che si confronterà con gli Organi Collegiali Territoriali, pena la creazione di una inutile e dannosa confusione, poiché la Scuola è Scuola dell’Autonomia e quindi deve esprimere la propria azione di indirizzo, di programmazione, di governo, con elementi che compongono l’identità della Scuola.
L’Ente Locale è un soggetto importante, fondamentale, nell’azione di programmazione, di indirizzo e quindi a livello territoriale, sulla base di un accordo, si devono costituire Organi di Governo in cui la Scuola abbia pari dignità e pariteticità rispetto al mondo delle autonomie locali.
Credo che questo disegno istituzionale sia in grado di valorizzare le competenze e le autonomie, di far sì che nessuno svolga il compito dell’altro perché l’integrazione, e voglio con grande chiarezza ribadire un punto su cui stiamo lavorando molto, non significa mai che uno fa anche quello che dovrebbe fare l’altro, e quindi la Scuola che fa anche formazione professionale o la Formazione Professionale che si sostituisce all’Università e viceversa; al contrario, ognuno deve avere un proprio compito, che è molto caratterizzato e sempre più qualificato e specializzato.
E’ costruendo progetti comuni che si può mettere la competenza propria di un sistema insieme con la competenza dell’altro sistema, realizzando un progetto integrato che unifica le specificità e le caratteristiche dei due sistemi. Ad esempio l’integrazione con la formazione sarà uno dei temi più rilevanti, poiché ci sono competenze, risorse ed opportunità che vanno portate nel mondo della Scuola, nel rispetto della specificità di ognuno, facendo insieme, non sostituendosi. Se questa modalità vale l’integrazione di due mondi formativi, credo debba valere anche tra il mondo dell’Autonomia Scolastica ed il mondo degli Enti Locali.
Noi, e in questo senso esprimo l’opinione della Regione, ma parlo anche delle risultanze del confronto avviato con il Dirigente Scolastico Regionale, non abbiamo avuto timore dell’accordo perché sapevamo che le nostre competenze, le nostre identità, sono diverse e siamo stati disponibili a metterle insieme per fare un percorso comune, senza confusione di ruoli: io non faccio il Dirigente Scolastico Regionale, il Dirigente Scolastico Regionale non fa e non vuole svolgere il ruolo dell’Assessore. E questa considerazione ricordate che è molto, molto importante!
Se questo è il disegno, come facciamo ad uscire da questo stallo di carattere normativo? Vedo due strade: la prima è capire se il nuovo Parlamento riprenderà in mano il provvedimento sugli Organi Collegiali non approvato nella precedente legislatura, verifica che abbiamo già in corso con la collaborazione di alcuni parlamentari.
In alternativa credo si possano fare alcune considerazioni: innanzitutto dobbiamo valutare, e secondo me questo è abbastanza vero, che non è poi necessario che gli Organi Collegiali siano uguali in tutte le scuole del “regno”.
Quello che ho detto fino ad ora ha un senso perché siamo in Emilia Romagna, in altre Regioni dove il rapporto Enti Locali-Scuola è meno consolidato, meno strutturato, magari ha un senso ragionare sugli Organi Collegiali in modo diverso.
Vi sono realtà, anche a noi geograficamente vicine, molto diverse; realtà in cui l’istituzione scolastica ha avuto raramente l’opportunità di confrontarsi con i Comuni e le Province.
Si potrebbe quindi valutare l’ipotesi di Organi Collegiali Territoriali su cui interviene il Parlamento solo per definire gli indirizzi, affidando al livello regionale il compito di dettare normative più rispondenti alle proprie caratteristiche.
Noi siamo ovviamente attenti e disponibili nei confronti di questa ipotesi.
Vi segnalo che da un punto di vista normativo la Costituzione, la riforma della Costituzione che è stata approvata in doppia lettura dal Parlamento e che sarà soggetta a referendum confermativo, prevede sul fronte dell’assetto costituzionale delle norme molto chiare e precise che io condivido molto e che potemmo, se sarà approvata, utilizzare subito.
La prima, e fondamentale, afferma che i principi generali dell’ordinamento scolastico sono di esclusiva competenza dello Stato, quindi taglia alle radici quella che è stata l’aspettativa e la proposta politica di alcuni di costruire una scuola regionalizzata.
Sono profondamente contraria alla Scuola dell’Emilia Romagna, della Lombardia, delle Marche, del Veneto, profondamente e radicalmente e, per quello che mi riguarda, mi batterò perché la Scuola rimanga ordinamento dello Stato, perché sui diritti dei cittadini, sui diritti di fondo come quello della formazione, dell’educazione, non ci sia esitazione alcuna.
I cardini, gli standard, i fondamenti, debbono essere comuni e regolati dallo Stato, poi si potrà articolare l’organizzazione scolastica legandola meglio al territorio, rendere una parte dei contenuti della formazione più rispondenti alle esigenze del territorio! Ma questa è un’altra cosa.
Allora, come dice la Costituzione, ordinamento scolastico nazionale, organizzazione scolastica, organizzazione come competenza legislativa concorrente della Regione e dello Stato. Quindi se l’organizzazione, il sistema può essere normato dalla Regione, a questo punto gli Organi Collegiali potrebbero trovare una risposta in una legislazione integrata di carattere regionale.
Integrata significa che ci vogliono norme a livello nazionale ed all’interno di queste una applicazione di carattere regionale.
Ancora, per terminare, la Costituzione afferma che la formazione professionale tutta, la formazione e l’istruzione professionale, sono di competenza esclusiva delle Regioni e, voi sapete, che ciò apre un tema di grande importanza anche per la parte dell’istruzione professionale.
Ancora, il diritto allo studio è tutto di competenza regionale, per tutti gli ordini di scuola, dalle elementari all'università.
E’ nostra intenzione muoverci dentro questo quadro di riferimento; i prossimi mesi serviranno a chiarire se questa riforma costituzionale sarà confermata dal referendum popolare.
Per quello che riguarda tutto il tema degli Organi Collegiali noi siamo, non solo disponibili, ma interessati ad un confronto reale con chi ha svolto fino ad ora un ruolo importante e una presenza importante negli stessi.
Voglio fare un’ultima considerazione: gli Organi Collegiali Territoriali sono condizionati dalla dimensione del territorio, cioè non saranno più di carattere distrettuale, ma dovranno essere definiti a livello provinciale ed a livello subprovinciale, sulla base degli ambiti ottimali che saranno ridisegnati nel territorio stesso.
Questa competenza, questo compito, lo abbiamo delineato e definito nell’accordo regionale che prima citavo, fissando anche tempi abbastanza ravvicinati di lavoro.
Primo impegno sarà l’organizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale, su cui come Giunta siamo chiamati ad esprimere un parere, scadenza peraltro prossima come vi dirà il Dirigente Scolastico Regionale; l’altra priorità è di avviare il percorso della programmazione della nuova offerta formativa.
C’eravamo dati un tempo, entro l’anno, per definire una proposta; ovviamente l’incertezza sull’avvio della Riforma dei Cicli, qualche problema lo pone poiché programmare su cicli nuovi è diverso che lavorare sull’attuale assetto; per cui cominceremo a lavorare da subito e delineeremo gli ambiti ottimali di riferimento.
Dentro a questa tempistica dovrebbe avere una risposta anche l’organizzazione dei CIIS – Centri Intermedi Integrati di Servizio, e voi sapete che mentre i CSA – Centri di Servizio Amministrativo – saranno di carattere provinciale, i CIIS potranno anche essere di carattere subprovinciale, più correlati ad ambiti ottimali di offerta formativa.
Da ciò consegue che gli Organi Collegiali Territoriali potranno avere carattere provinciale o articolazioni subprovinciali legati a bacini ottimali di offerta formativa, quindi un’architettura molto significativa e importante sulla quale lavoreremo.
Questo è l’impegno vero: un percorso realmente partecipato che non vorrà dire, ovviamente, accontentare tutti perché so che tutti chiederanno molto, ma vorrà dire ascoltare ed acquisire dai territori gli elementi per la realizzazione di una offerta formativa utile per i ragazzi, utile per il sistema sociale ed economico complessivo della nostra Regione.
Consapevoli davvero che sulla sfida dell’istruzione e della formazione si gioca il futuro delle persone, i diritti delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro inclusione od esclusione sociale, il futuro economico e sociale della nostra Regione.
Una Regione come la nostra deve avere un alto livello di formazione, di formazione culturale, un buon livello di professionalizzazione, perché queste sono le condizioni per restare sul mercato internazionale, dei servizi, dei prodotti, rinnovando sia il processo produttivo, sia la qualità del prodotto offerto, prodotto in senso stretto e prodotto in senso complessivo dei servizi.
Dobbiamo essere consapevoli che questa è la sfida vera del nostro futuro. Grazie.
Dott. Paolo MARCHESELLI
Provveditore agli Studi di Bologna
Un cordiale saluto a tutti gli intervenuti, in particolare un ringraziamento ai Presidenti dei Distretti Scolastici, ai Consiglieri, per avere avuto tanta disponibilità ad operare pur in un contesto sicuramente non favorevole, se è vero, come penso sia vero, che ormai da 10 anni o forse più, si chiedeva la Riforma degli Organi Collegiali, riforma che non è venuta fino al punto, adesso, di doverli fare nuovi perché il contesto scolastico è enormemente mutato: per dire che, in effetti, sono stati anni di grande difficoltà nei quali, spesso, la partecipazione ha conosciuto momenti anche di mortificazione.
Consentitemi però, prima di dire due brevissime cose, anche perché so di avere di fronte persone addette ai lavori, quindi tutto il contesto in cui si è sviluppata la partecipazione, negli ultimi anni almeno, e anche le prospettive credo siano più o meno abbastanza chiare per tutti.
Desideravo proprio richiamare l’attenzione nostra su una persona che da tanti anni svolge con una intensità, con una motivazione, con una passione veramente difficili, la funzione di Presidente di un Distretto Scolastico di Bologna, è ormai una istituzione e mai in questi anni si è attardato su questioni di scarso rilievo, ma ha sempre puntato l’impegno guardando avanti, richiamando, sempre e comunque, ciascuno di noi al dovere di credere, di potenziare il ruolo degli Organi Collegiali, ed in particolare i Distretti Scolastici,: vi chiedo un applauso per il dott. Tozzi.
Bene, due brevissime cose nel merito.
Penso che dobbiamo cogliere questi ritardi evidenti nell’avere affrontato da un lato la riforma e oggi la riproposizione dei nuovi Organi Collegiali cercando, se è possibile, di fare un minimo di chiarezza per quanto riguarda il nuovo assetto della partecipazione nell'ambito del sistema scolastico.
Abbiamo, da un lato il Decreto Legislativo del ’99 che delinea, o delineava, gli assetti organizzativi territoriali, non abbiamo ancora la bozza o la proposta di Organi Collegiali di istituto, dei singoli istituti, quindi è bene comunque, dato che ormai siamo in così evidente ritardo, capire se è possibile leggere le due proposte in una lettura parallela, perché gli uni non sono indipendenti degli altri e viceversa.
Questi Organismi territoriali della partecipazione dovranno tenere conto, o comunque gli organismi delle singole istituzioni scolastiche, degli Organi Territoriali anche al fine di individuare bene i confini: guai alle sovrapposizioni che sono sempre frutto di grande confusione, e quindi anche grande chiarezza nelle competenze.
Certo, probabilmente non poteva che essere così.
Ho molto riflettuto in questi anni; Bologna in particolare, ma oserei dire l’intera Regione Emilia Romagna e anche gran parte del Nord, hanno vissuto delle stagioni di grande intensità della partecipazione, in particolare delle famiglie.
In questi ultimi anni la partecipazione delle famiglie è un poco diminuita di intensità, di motivazioni, credo si debba porre all’attenzione di ciascuno il tentativo forte e motivato di riportare le famiglie nell’ambito del grande interesse partecipativo, in particolare nei confronti delle istituzioni scolastiche, che poi sono anche dei loro figli.
Quindi questa è la grande scommessa e il grande tentativo.
Non vi è dubbio che negli Organi Collegiali Territoriali è marginale la presenza delle famiglie, lo si coglie dalla lettura, si tratta di capire se la marginalità del ruolo delle famiglie in questi Organismi territoriali viene compensata da un ruolo molto più forte all’interno dei futuri Organi Collegiali delle singole istituzioni scolastiche.
Qui credo che il problema sia, da un lato urgente e da un lato complesso. E’ bene che nessuno si nasconda le difficoltà.
Non vi è dubbio che l’Organo Collegiale di Circolo/Istituto di oggi, fino all’avvio dell’Autonomia, aveva comunque un rapporto all’interno delle istituzioni scolastiche ed in particolare il rapporto con il Capo di Istituto diverso, perché è diverso il Capo di Istituto da oggi in avanti.
Oggi il Capo di Istituto è un Dirigente Scolastico chiamato dall’Amministrazione a raggiungere degli obiettivi, se non raggiunge gli obiettivi ci sono le conseguenze che voi tutti immaginate, conseguenti al Decreto. Questo problema non è assolutamente marginale.
Il Dirigente deve studiare, capire bene, quale dovrà essere il rapporto fra un Dirigente chiamato a raggiungere obiettivi, pena anche il licenziamento, e un Organo Collegiale che dovrà pure avere delle competenze solide che potrebbero anche confliggere con le responsabilità del Dirigente Scolastico, quindi questo è un grande tema che dovrà essere affrontato con grandissima attenzione perchè, se dopo tanti anni, dovessimo sbagliare gli Organi Collegiali delle istituzioni scolastiche, allora davvero avremo la strada enormemente in salita.
Dico soltanto una brevissima altra cosa. Ci sono gli Organi Collegiali Territoriali dei quali però nessuno sa ancora quando entreranno in funzione, quindi i Presidenti degli attuali Distretti Scolastici dovranno rassegnarsi a rimanere in carica fino all’insediamento dei nuovi e credo che oggi nessuno possa dire quando, ma certamente non dal 1 settembre 2001, probabilmente dal 1 settembre 2002, perciò i Distretti Scolastici dovranno rimanere in funzione cercando di dare, così come stanno dando e hanno dato, il massimo appoggio al sistema scolastico.
Ho cercato di accentuare questa brevissima riflessione sull’esigenza di riportare all’attenzione delle famiglie la necessità di una loro convinta partecipazione all’interno del sistema scolastico.
Colgo qualche punta di preoccupazione oggi nel rapporto famiglia - scuola.
E’ una famiglia, giustamente e per fortuna, con un livello culturale più alto, sicuramente medio alto: la stragrande maggioranza delle famiglie oggi sono diplomate e laureate, quindi è una famiglia oggi diversa, ovviamente, rispetto a quella di venti anni fa, una famiglia giustamente più esigente, che chiede alla scuola qualcosa di più, qualcosa di diverso, chiede alla scuola che motivi di più, rispetto al passato, le proprie scelte, le proprie decisioni, quindi è una famiglia più esigente dalla quale però non possiamo prescindere per quanto riguarda il modello organizzativo di una scuola autonoma; se la scuola è autonoma significa che deve sapersi muovere più agevolmente sul territorio, essere maggiormente capace di interagire con tutti i livelli istituzionali o associativi del territorio e, in questo contesto, il ruolo della famiglia deve essere posto al 1^ piano: ciò è indiscutibile.
Proprio questo tentativo, in una fase in cui la comunicazione pare svilupparsi in gran parte attraverso le nuove tecnologie, la telematica, dalla quale non vi è dubbio, non si può prescindere, ma credo che la scuola, il rapporto tra famiglie e istituzione scolastica, debba essere comunque recuperato nell’ambito di un rapporto diretto, interpersonale, che non può essere in qualche modo, in nessun modo, tagliato fuori da questa nuova fase della comunicazione, dell’informazione, che è quella tecnologica, quindi credo che se oggi cogliamo in alcuni momenti difficoltà di rapporto tra le famiglie e la scuola, è forse anche perché in questi anni si è molto allentata, da parte della famiglia, l’attenzione partecipativa all’interno della scuola, così come forse in alcuni casi la scuola non ha aiutato fino in fondo la partecipazione della famiglia.
Quindi c’è un ripensamento generale che deve essere fatto da parte delle istituzioni autonome, da parte delle famiglie, da parte delle associazioni dei genitori, nella consapevolezza che solo riscoprendo questa nuova stagione, questa nuova modalità di partecipazione della famiglia all’interno di nuovi Organi Collegiali chiari, ben definiti nelle competenze, nelle funzioni, solo così si possa dare un ulteriore contributo, quel valore aggiunto che può venire solo dalle famiglie, all’autonomia.
Presidente del Coordinamento Nazionale dei Distretti Scolastici
Registro con piacere una presenza a questo incontro qualificata e numerosa. E’ per me conferma del fatto che vale la pena di lavorare sui temi in oggetto perché sono sentiti, supportati e trovano pertanto una forte determinazione nel volere affrontarli, ricercandone la migliore soluzione.
Nel merito sarò breve.
Come al solito mi piace sottolineare tre, quattro punti che mi interessano veramente. Oggi sono qui per sentire le persone che sono sedute a questo tavolo, a cui va il mio saluto e ringraziamento.
Nel momento in cui, come Coordinamento Nazionale, abbiamo scelto di sviluppare una serie di iniziative a livello regionale e locale, dopo avere fatto una serie di Convegni Nazionali, partendo dal ’94, passando attraverso tutti i Ministri, tutti i Sottosegretari, e tutti quanti hanno assicurato, proposto e detto qualche cosa ma, come si suole dire, “stringi, stringi, stringi poca polpa”. Mi auguro di riscontrare qui una inversione di tendenza.
Oggi ci troviamo in un momento nel quale la cultura del territorio può esprimersi veramente.
Se parliamo di territorio, parliamo di una serie di tradizioni, di volontà, di ricerca, che devono dare un contenuto e quindi, sempre di più, essere un supporto culturale, reale, riscoprendo le radici di un determinato ambiente, di un determinato territorio.
Siamo in una Regione talmente avanti sul piano sociale che, sembra quasi inutile sottolinearlo, la realtà è che la partecipazione qui non è un optional, qui è una cosa viva, ma è un fatto che deve avere riscontro anche nelle Leggi, nei Decreti Legge, ecc. a tutti i livelli, non solamente affermazioni di principio, ma individuare proposte di sostanza.
E’ importante, ad esempio, valorizzare il tema della famiglia, ma è altrettanto importante vedere quale è il reale spazio che la famiglia ha.
Nella attuale situazione è difficile trovare un equilibrio; non entro nel merito perché so che il collega Bisson su questo piano svilupperà molto, molto bene come suo solito, tutta la tematica.
Traccio però alcune sottolineature.
Come Distretti, come Coordinamento, abbiamo sempre sostenuto che il territorio deve essere caratterizzato da quelle peculiarità che prima sostenevo: ambiente, territorio, cultura non devono essere sottoposti a forzature che sostanzialmente non rispettano e snaturano la realtà nella quale ci si muove; diventerebbe assurdo mettere, come invece viene proposto, per esempio a Napoli, Ischia con Pozzuoli: c’è di mezzo un pezzettino di mare!
E’ chiaro, pertanto, che gli ambiti territoriali dovranno essere designati in un certo modo, con certe caratteristiche originali e rispettare l’ambiente culturale compatibile e facilmente operativo.
Inoltre, come Coordinamento Nazionale fino dal ’94 abbiamo sempre detto che il Consiglio del Distretto, del nuovo Consiglio Scolastico Locale, deve avere una reale rappresentanza.
Non è tanto importante il numero, anche se la logica direbbe il più contenuto possibile, ma che sia realmente rappresentativo di un determinato territorio, creando realmente un collegamento tra gli operatori della scuola e le altre agenzie, ma soprattutto questo Consiglio, l’abbiamo sempre sottolineato e lo continueremo a dire, non può essere messo sotto tutela di nessuno!
Deve essere un Consiglio che, avendo tutte le componenti al suo interno, deve eleggere i propri Organi operativi al suo ambito perché solo così possiamo avere la possibilità concreta di discutere alla pari con i vari interlocutori.
Quello che è sempre mancato a questi Organi Collegiali è stata l’assenza di una autonomia anche finanziaria.
E’ indubbio quindi che devono avere anche strumenti per potere operare.
Respingo qui con forza, ad un eventuale mittente, l’assioma che “gli Organi Collegiali sono stati un fallimento”. Viva Iddio non gli avete dato soldi, non gli avete dato strutture, non gli avete dato possibilità di muoversi, li avete strangolati da tutte le parti, le competenze che aveva le avete date ad altri. Mi domando: “ma che cosa volete?”. Mi hanno insegnato che se voglio coinvolgere una persona gli devo dare da fare qualche cosa, la devo mettere in condizioni di operare.
Quindi i nuovi Organi Collegiali dovranno essere una struttura veramente credibile, veramente operativa, riscoprendo anche tutte le capacità e le professionalità che all’interno di questo organismo si sono manifestate.
Intendiamoci bene, il nostro Coordinamento è andato avanti su due piani, il piano sì dei Presidenti, ma soprattutto è andato avanti con il lavoro fattivo di chi all’interno del Distretto lavorava ed in alcuni casi creando situazioni anche di supplenza.
E’ evidente che l’esperienza, la professionalità che si manifesta, deve essere rivalutata, lo sottolineo, lo presento alle OO.SS. da sempre, spero che lo recepiscano.
Concludo con questa annotazione e ritorno ancora al discorso della partecipazione.
La partecipazione non ci può essere se non c’è volontà da parte di tutti di creare veramente un rapporto di collaborazione su cose concrete da fare, su spazi obiettivamente condivisi e originalmente disegnati.
Questi Organi Collegiali devono avere delle funzioni ben precise e gli strumenti per poterle realizzare, altrimenti, diciamolo fuori dai denti, sono tutte chiacchiere.
Concludo ringraziando Tozzi ed i colleghi dell’Emilia Romagna che hanno promosso questa iniziativa, tutti i colleghi presenti e posso assicurare una cosa: le iniziative che abbiamo messo in cantiere oggi possono trovare un momento di riferimento veramente importante ma, comunque sia, finchè abbiamo fiato, operiamo. Grazie.
Dott. Giovanni BISSON
Coordinatore Nord Italia dei Distretti Scolastici
“In un ambito territoriale funzionale: l’Istituzione scolastica e i suoi dintorni”
A CAPELLO DELLA “CULTA BONONIA”
E’ ormai da qualche anno che, sul tema che ci propone questo Convegno, i Presidenti dei Distretti Scolastici, a loro rischio, mi affibbiano il ruolo di “grillo parlante”.
Tenterei allora, in questa occasione, di riscontrare quale spazio – allo stato – ci sia ancora per il “buon senso” con il quale, unitariamente con i colleghi abbiamo ritenuto di argomentare le nostre proposte; e quanto invece, a nostro modesto avviso, di opportuno e utile – nel rapporto scuola/società – possa rischiare di venire spiaccicato dal maglio scagliato da Pinocchio.
A capello mi sia consentito ricordare che i responsabili dei Distretti Scolastici, per primi, hanno aperto la partita sull’esperienza degli Organi Collegiali, senza nascondere alcuna carta. Cioè con la consapevolezza che tali Organi, nati nel maggio del 1974 e che, dunque tra due giorni compiranno 27 anni, per riguadagnare efficacia ed efficienza dovevano essere riformati; o, specie con riferimento ai Distretti Scolastici così come andavano riducendosi, soppressi. Chiedendo, peraltro, che il giudizio sull’esperienza fosse storicamente e culturalmente corretto. Discorrendone oggi in questa città, già da Marziale nomata “culta bonomia”, sono sicuro che ciò sarà possibile.
Si vuol dire che forse non è irreprensibile la conclusione “chiudiamoli perché non hanno funzionato”.
Si vuol dire che forse è un po’ epidermico l’assioma “la sempre più scarsa frequenza delle componenti ne dimostra l’inutilità”.
Così non si vedono le vere cause che hanno portato al progressivo disarticolamento dei Distretti Scolastici:
- i compiti genericamente enciclopedici che, nell’attivazione, potevano creare due tensioni: con la struttura didattico-amministativa da un lato e con gli organismi di sintesi politica generale (gli Enti Locali) dall’altro;
- compiti per i quali, in ogni caso, non si davano riconoscimenti cogenti: o che sono stati ignorati come, in molte realtà, nel recente caso del nuovo dimensionamento delle istituzioni scolastiche, sorvolando sulla referenza che l’art. 12 del D.P.R. 416 dà ai Consigli Scolastici Distrettuali, nei confronti del Provveditore, della Regione, degli Enti Locali, per quanto di rispettiva competenza, “per tutto ciò che attiene alla istituzione, alla localizzazione ed al potenziamento delle istituzioni scolastiche, nonché all’organizzazione ed allo sviluppo dei servizi e delle strutture relative, anche al fine di consentire unità scolastiche territorialmente e socialmente integrate”;
- compiti sui quali si è via via consentita e finanziata ogni incursione da parte di altri soggetti: non solo per le sperimentazioni, ma anche per i corsi di scuola popolare e di istruzione permanente; non solo per i servizi all’assistenza scolastica ma anche per quelli di orientamento. Per questi ultimi, anzi, si è ignorato quasi dappertutto perfino il recupero di coinvolgimento tentato dal Ministero con una specifica direttiva: quella che impegnava i Provveditori a promuovere anche con i Distretti gli “osservatori d’area” per i servizi territoriali di orientamento e negli interventi di sostegno. Tant’è che uno dei quesiti posti nell’ultimo Convegno di FARE SCUOLA (Milano 7-8 novembre 2000) si intitolava appunto ”che fine ha fatto la direttiva 487?”.
- compiti per i quali non potevano nemmeno più reggere la concorrenza perché, infine, venivano via via strangolati nelle disponibilità finanziarie.
Ecco, allora, dei Distretti Scolastici gradatamente ricacciati in spazi residui e, nella lunga penisola, in alcune attività fatalmente diversificate; senza, cioè una visibilità omogenea e caratterizzante.
Perché meravigliarsi allora del disamoramento delle componenti chiamate ad amministrali se oggi dovrebbero riunirsi più di 50 persone in ognuno dei 700 Distretti per gestire, ciascuno, quattro milioni di contributo ordinario?
Erano stati dotati, è vero, di un consiglio elefantiaco, varato in un tempo in cui si confondeva una qualificata partecipazione con l’assemblearismo. Ma è altrettanto vero che dopo avere costruito l’organismo non gli si è più data la dovuta struttura operativa.
Per i collaboratori o assistenti amministrativi c’è sempre stata la provvisorietà; non è mai stato istituito un organico; hanno dovuto, spesso e senza riconoscimento, svolgere mansioni superiori al loro livello: dei paria senza tutela che, tuttavia, maturano esperienza e professionalità. E che ora, in molti casi, a seguito del ridimensionamento delle istituzioni scolastiche, si vedono rispediti nelle segreterie delle scuole per fare posto nei Distretti agli eventuali Direttori Amministrativi sopra numerari o si vedono preferiti dai docenti utilizzati ex art. 113. Non voglio esprimere giudizi sul patrocinio dato loro dai sindacati; so, però, che questo personale non chiede l’elemosina di un privilegio: chiede che gli venga riconosciuto il lavoro svolto; e chiede, per il futuro, di essere messo alla prova, di non essere escluso dai corsi di formazione, di essere, a domanda, riutilizzato nei futuri Consigli Scolastici Locali ai quali possono garantire la continuità dell’esperienza acquisita.
Se, però, tali Organi Collegiali ci saranno e avranno un ruolo.
LA PREGHIERA DI TOMMASO MORO
Perché in ogni caso, siamo al dunque.
Ammessa, infatti, per buona la rivisitazione della causa di una crisi, questa resta.
Resta anche al di là delle tante cose che, nonostante tutto, nelle diverse realtà territoriali i Distretti sono riusciti a fare con la collaborazione delle Scuole e degli Enti Locali. E’, almeno questo, un riconoscimento dovuto alle decine di migliaia di volontari che li hanno amministrati tenendo accesa “senza olio, controvento” la lucerna della partecipazione dell’hinterland sociale di un determinato territorio intorno alla scuola.
Ed ora, se non si crede ai risultati di un rapporto del Censis, i cui dati rilevano fiducia (bassissima) e indifferenza (altissima) degli italiani per la scuola - “perché tenuta fuori dalla scuola, la società civile nel suo complesso manifesta una bassa sensibilità verso problematiche educative” - gli epigoni che hanno creduto nei principi dell’art. 9 del D.P.R. fondante i vecchi Organi Collegiali possono essere mandati a casa: siccome, per l’erario, hanno operato a costo zero, non c’è nemmeno l’onere della liquidazione.
Anche se si pensa ad una scuola meramente autoreferenziale è meglio non rianimare soggetti territoriali di collegamento con i suoi dintorni socio-culturali.
Ne sortirebbe una scuola forse non più centralizzata, ma con una nuova escludente verticalizzazione (Ministero-Maneger-Dirigenti delle istituzioni scolastiche), con la sola interfaccia delle istituzioni (Regioni-Province-Comuni): cioè strutturalmente democratica, ma non compiutamente partecipata.
Questa può essere la posizione di chi bada all’apparato e crede, cioè, che l’efficienza della scuola si esaurisca nel rapporto, sicuramente fondamentale, ma non esclusivo, tra potere tecnico e potere politico.
C’è, invece, chi, come noi, preferisce la curiosa preghiera composta da Tommaso Moro, prima che lo statista ed umanista inglese del ‘500 venisse decapitato per non avere approvato lo scisma anglicano “Signore, diceva, dammi una buona digestione, ma naturalmente, anche qualcosa da mangiare!”
Dunque, oltre l’apparato, non va mortificata l’applicazione del “combinato disposto” dall’art. 3 (partecipazione) e dall’art. 5 (decentramento e autonomia) della Costituzione che vuole, cito Luciano Corradini, accanto agli enti istituzionali “enti di servizio” o “aggregazioni di scopo” con la finalità di rendere sempre più proficuo il sistema formativo: cioè sempre più efficace (non solo efficiente) perché più vicino, secondo una distanza ottimale, ai destinatari e alla società civile.
Dunque si deve risolvere e superare uno stato di crisi funzionale degli Organi Collegiali della scuola ancora motivati da validi principi.
Il Governo ne ha delega nel marzo del ’97, con la legge n. 59, per emanare entro un anno “un decreto legislativo di riforma degli Organi Collegiali della Pubblica Istruzione di livello nazionale e periferico”. - Alla scadenza dell’anno dato esce, marzo ’98, il D.L. 112 che conferisce, tra l’altro, alle Province, in relazione all’istruzione secondaria superiore, e ai Comuni, in relazione agli altri gradi inferiori della scuola, il compito della costituzione, il controllo, la vigilanza, ivi compreso lo scioglimento, sugli Organi Collegiali scolastici a livello territoriale.
E’ una anticipazione dei compiti venturi da regolamentare. Ed, infatti, il 30 giugno del ’99 ecco il decreto legislativo 233 di “riforma degli organi collegiali territoriali della scuola”, rinviando, quindi, la riforma di quelli di istituto.
La coerenza con i principi è, nelle premesse, salvaguardata:
- la delega al Governo (L. 59/97) era per un decreto legislativo “che tenga conto della specificità del settore scolastico, valorizzando l’autonomo apporto delle diverse componenti”
- e il primo comma dell’art. 1 del decreto legislativo 233/99 appare conseguente: “nel sistema scolastico nazionale, si legge, gli organi collegiali disciplinati dal presente decreto legislativo assicurano a livello centrale, regionale e locale, rappresentanza e partecipazione alle componenti della scuola ed ai diversi soggetti interessati alla sua vita, alla sua attività e ai suoi risultati”.
Ma qui, come vedremo, le successive articolazioni non sembrano del tutto coerenti.
L’impianto dei livelli invece, se davvero si intendono superati i Provveditorati per cui appare consecutivo lo scioglimento dei Consigli Scolastici Provinciali, sembra condivisibile, con:
- il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione al posto del Consiglio Nazionale
- i nuovi Consigli Regionali dell’Istruzione
- i Consigli Scolastici Locali in sostituzione dei Distretti.
Riformati Organi che dovrebbero essere costituiti entro il prossimo 1° settembre.
IN ATTESA DELLE GLOSSE DI IRNERIO
Il Vicepresidente Dr. Mario Guglietti ci dirà, credo, perché il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione ha ritenuto tale decreto nella sua stesura complessiva, non coerente con le linee di riforma degli Organi Collegiali Territoriali dallo stesso auspicate.
In occasione dell’ultimo congresso dell’ANCI svoltosi a Verona abbiamo raccolto la preoccupata incertezza applicativa della norma da parte dei Comuni per i Consigli Scolastici Locali.
In diverse sedi è stata espressa la “valutazione critica e negativa” della associazioni dei genitori.
Ed anche qui devo motivare in nome della nostra esperienza, le richieste di modifica del decreto e/o, in attesa di queste, tentarne una proposta di attivazione che, a nostro avviso, sia comunque razionale ed utile.
Circa il nuovo Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione sentiremo poi l’autorevole opinione del Dr. Mario Guglietti. Mi limito ad esprimere la sensazione che compiti e composizione lo prefigurino più come un mero organo tecnico a latere del Ministro piuttosto che la garanzia dell’unitarietà del sistema nazionale dell’istruzione; con una rappresentanza assai ridotta di Regioni ed Enti Locali visti i compiti e le funzioni ad essi trasferiti in materia scolastica; con la totale esclusione delle rappresentanze dei genitori; con metà dei 36 componenti nominati “arbitrio suo” dal Ministro.
Per i Consigli Regionali dell’Istruzione il decreto di riforma
- ne prevede l’istituzione presso gli uffici periferici regionali dell’amministrazione della P.I.;
- indica compiti di pareri obbligatori in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, di attivazione delle innovazioni ordinamentali, di distribuzione dell’offerta formativa e di integrazione tra istruzione e formazione professionale, di educazione permanente, di politiche comprensive, di reclutamento e mobilità del personale, di attuazione degli organici di istituto sui provvedimenti relativi al personale docente;
- prevede un consiglio costituito dai Presidenti dei Consigli Scolastici Locali e da componenti del personale della scuola eletti fra quello che già compone i Consigli Scolastici Locali.
Qui ci pare giusto osservare come ci sia un ruolo invasivo sull’autonomia delle istituzioni scolastiche e sui compiti delegati a Regione ed Enti Locali specie per l’offerta formativa e l’integrazione tra istruzione e formazione professionale, tanto più che, in esso, non è prevista alcuna rappresentanza della Regione e degli Enti Locali.
E’ evidente poi, data la composizione, la caratterizzazione di un Consiglio senza la partecipazione del sociale e dei genitori. Autoreferenzialità che non sarà corretta dalla presenza dei Presidenti dei Consigli Scolastici Locali che, data la composizione dei consigli di tali organi, a larghissima maggioranza di operatori scolastici, saranno anch’essi in maggioranza di estrazione scolastica.
Per i Consigli Scolastici Locali, infine, la riforma:
- prevede che siano istituiti in corrispondenza delle articolazioni territoriali dell’amministrazione periferica previa intesa con le Regioni e gli Enti Locali;
- ne indica il ruolo in competenze consultive e propositive per l’amministrazione scolastica e periferica, le istituzioni scolastiche autonome e gli Enti Locali in merito all’attenzione dell’autonomia, all’organizzazione scolastica sul territorio di riferimento, all’edilizia scolastica, alla circolazione delle informazioni, alle reti di scuole, all’informazione, alla distribuzione dell’offerta formativa, all’educazione permanente, all’orientamento, alla continuità trai vari cicli dell’istruzione, all’integrazione degli alunni con handicap, all’attuazione del diritto allo studio, all’adempimento dell’obbligo di istruzione e formazione, al monitoraggio degli obblighi formativi, al censimento delle opportunità culturali e sportive offerte ai giovani;
- prevede un consiglio di una trentina di componenti, in maggioranza eletti dal personale scolastico con 3 rappresentanti dei genitori, 3 degli studenti, 2 della Provincia, 3 dei Comuni interessati;
- obbligatoria la presenza del funzionario dell’ufficio scolastico periferico competente o di suo delegato;
- prevede che il consiglio elegga un suo presidente, ma la giunta esecutiva è obbligatoriamente presieduta dal predetto funzionario;
- prevede che siano gli Enti Locali ad attivarli: il singolo Comune se l’ambito territoriale dell’organo coincide con quello comunale, e la Provincia nel caso che l’organo comprenda più comuni;
- con oneri a proprio carico ciascun Comune può istituire un ulteriore organo riferito al suo territorio o anche per settori scolastici
Per questa parte del decreto, specie per quanto riguarda il tipo di Consiglio Scolastico Locale da attivare, occorrerebbe Irnerio, quel giureconsulto che alla fine dell’undicesimo secolo è il fondatore della scuola di diritto di Bologna, famoso per le glosse con cui spiegava l’esatto significato dei termini usati dal legislatore. Ma anche a noi pare consentito di potere osservare:
- che i compiti sono di mera consulenza e proposta senza prevedere almeno l’obbligo, per i referenti, di giustificare le eventuali scelte difformi;
- che la composizione del Consiglio è autorefernziale: il decreto ignora “che uno degli snodi principali per la riuscita del processo di attuazione dell’autonomia è quello della partecipazione dei vari soggetti, interni od esterni all’istituzione scolastica. Si deve avere la convinzione che la partecipazione ed il raccordo tra le diverse competenze costituisca un valore e non un intralcio operativo”;
- che, invece, sono di intralcio, in un Organo come questo, le due presidenze distinte del Consiglio e della Giunta, con quest’ultima antidemocraticamente predeterminata nella presidenza burocratica;
- che non è previsto nessun ruolo di supporto operativo rispetto alle competenze date agli Enti Locali per la scuola che, specie per i comuni medio-piccoli, potrebbero avere nell’organo un riferimento per gestirle in forma associata;
- che confusa è, poi, l’ipotesi del dimensionamento territoriale di tali organi, con il rischio di divaricazione tra articolazioni dell’amministrazione periferica della P.I. (quale?) e ambiti territoriali funzionali al miglioramento dell’offerta formativa che devono essere determinati dalla Regione;
- che, come a suo tempo scriveva il Prof. Massenti, “è pericolosissima la possibilità di istituire da parte del singolo Ente Locale organi collegiali di proprio interesse” in quanto:
· contraddice le indicazioni relative alla eliminazione delle duplicazioni organizzative e funzionali;
· non si precisa che l’ambito territoriale di riferimento è diverso e compreso all’interno di quello su cui è costituito il C.S.L., contraddicendo così il principio della sussidiarietà;
· non si precisa che le materie affidate a tale organo sono distinte rispetto a quelle attribuite agli organi collegiali scolastici, lasciando così spazio a conflittualità, equivoci e polemiche;
· non si prevedono criteri di costituzione e modalità di funzionamento lasciando così spazio ad un possibile uso strumentale di un organismo che sarebbe più corretto chiamare “commissione di studio” e non strumentalmente e in modo equivoco “organo collegiale”.
NE QUID RES PUBLICA DEPRIMENTI CAPIAT
Ciò constatato sembrerebbe utile e produttivo utilizzare, prima dell’entrata in vigore della riforma, la facoltà data dal decreto al Ministro della P.I. di predisporre proposte di modifica dell’organizzazione, della composizione e dei compiti degli Organi Collegiali Territoriali, senza attendere però, come dice la norma, una sperimentazione che allo stato di proposta appare già così discutibile.
Sembrerebbe, inoltre, razionale strutturare i nuovi Organi Collegiali territoriali insieme a quelli interni alle istituzioni scolastiche – interfacciandone i ruoli – la cui riforma, invece, allo stato, è rinviata.
Ma, soprattutto, come ricalibrarli nell’organizzazione, nella composizione e nei compiti come se nel frattempo gli Enti Locali li avessero attivati, in modo disomogeneo a macchia di leopardo sul territorio, secondo l’attuale stesura del decreto?
Se così non si volesse rimediare c’è la scadenza del prossimo primo settembre.
Potremo cavarcela, noi Presidenti “scadenti” – con un “videant consules”: e cioè le Regioni, gli Enti Locali, le Direzioni degli Uffici Scolastici Regionali.
Scadenti, ma non indifferenti, auspichiamo, invece, per i consoli, con la sola presunzione dell’esperienza, una scelta “ne quid res publica deprimenti capiat”.
- i Consigli Scolastici Locali sono istituiti in corrispondenza delle articolazioni territoriali dell’amministrazione periferica previa intesa con le Regioni e gli Enti Locali (art.5 D.L.vo 233/99);
- ma anche le Regioni hanno il compito di suddividere il territorio regionale in ambiti funzionali al miglioramento dell’offerta formativa (art. 138 D.L. 112/98) in concertazione con gli Enti Locali (art. 3 D.L. 112/98).
Come è possibile coordinare, in razionale sussidiarietà, le due competenze?
- l’art. 6 del decreto del Presidente della Repubblica del 6 novembre 2000, n. 347 (“Regolamento” recante norme di organizzazione del Ministero della P.I.), istituisce gli Uffici Scolastici Regionali;
- e (comma 2° di tale art. 6) “l’Ufficio Scolastico Regionale, sentita la Regione, si articola per funzioni e sul territorio”.
Sembra, allora, questo il momento di far coincidere ambiti funzionali (Regione) e articolazioni dell’amministrazione periferica della P.I., al fine di attivare, nel medesimo ambito territoriale, una coordinata, efficiente cooperazione tra diversi soggetti e servizi.
- E’, poi, decisivo che l’articolazione territoriale sia non solo unitariamente ma anche originalmente definita, non meramente sovrapposta ad altra eventualmente preesistente – quale bacino di utenze per un compito servizio di istruzione e formazione in un comprensorio con particolari caratteristiche geofisiche, sociali, economiche e di interelazione. Dunque con articolazioni particolari per le città e con articolazioni subprovinciali corrispondenti alle caratteristiche che assimilano un determinato comprensorio.
- Per la prefigurazione di questo quadro, è importante la preparazione da parte delle Province (sentiti i Comuni) della loro proposta di dimensionamento territoriale da portare alla concertazione con la Regione.
La coincidenza territoriale fra gli ambiti funzionali al miglioramento dell’offerta formativa di competenza della Regione (art. 138 del D.L. 112/98) e le sue articolazioni territoriali dell’Amministrazione Periferica della P.I. (art. 6 – comma 7 – D.P.R. 347/2000) consentirebbe in tali aree di:
- razionalizzare l’offerta formativa integrata tra istruzione e formazione professionale;
- razionalizzare il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche autonome in conseguenza del riordino dei cicli scolastici;
- attivare Centri di formazione e servizi;
- far operare gli Osservatori d’area;
- costituire i Consigli Scolastici Locali;
- programmare, in sussidiarietà, con conferenze di servizio, programmi e progetti di ausilio e servizio al potenziamento dell’autonomia;
- prevedere la possibilità dell’esercizio associato dei compiti e delle funzioni degli Enti Locali per la scuola con progetti finalizzati utilizzando, quale supporto operativo, i Consigli Scolastici Locali.
ASCOLTANDO JOHN STUAR MILL
Così, in un determinato territorio, si coordinerebbe la sussidiarietà intorno al servizio del sistema scuola.
Così, superando le separatezze, anche i futuri Consigli Scolastici Locali saranno dei partner degli Enti e delle Istituzioni, efficaci ed efficienti, convogliando i dintorni della scuola al servizio del sistema formativo.
Laddove l’ambito territoriale non coincida con la dimensione di un solo Comune (può essere il caso di una città dove la competenza è dell’amministrazione comunale), ma comprenda più Comuni, le Province provvedono alla costituzione, al controllo ed alla vigilanza dei Consigli Scolastici Locali.
Va chiarita l’interpretazione del ruolo dei promotori di tali Organi Locali a proposito della facoltà di scioglimento.
Si è già ricordato che, come prevede la norma, i Consigli Scolastici Locali devono essere costituiti quali premessa per la composizione dei Consigli Scolastici Regionali dell’Istruzione. Dunque la facoltà di scioglimento può riferirsi esclusivamente ai Consigli Scolastici Locali che, dal controllo, risultino inadempienti e che, perciò, vanno sostituiti.
Mi sia consentita un’ultima insistenza.
L’art. 138 del D.L. 112/98 prevede, al 2° comma, che al fine di favorire l’esercizio associato delle funzioni dei Comuni, le Regioni ne individuino livelli ottimali di gestione stimolandolo con appositi strumenti.
Per la Scuola, con l’art. 139 di tale decreto, si trasferiscono agli Enti Locali competenze che, per le dimensioni medio-piccole della maggior parte dei Comuni, non possono essere efficacemente esercitate singolarmente per costi e carenze strutturali. Tanto più che, con i nuovi dimensionamenti delle istituzioni scolastiche autonome, queste – nelle realtà medio-piccole – non sono ora, quasi mai, al servizio dell’utenza di un solo Comune.
Ecco allora che, per il tramite di Conferenze di Servizio, coordinate dalle Province, i Consigli Scolastici Locali possono essere di supporto operativo per progetti finalizzati attuativi delle competenze degli Enti Locali, esercitate così in forma associata.
Tali Consigli Scolastici Locali possono, inoltre, essere utilizzati come tramite di particolari iniziative della Regione e delle Province per il miglioramento dell’offerta formativa integrata e per il monitoraggio permanente dello stato e delle prospettive del servizio scolastico-professionale in un dato comprensorio.
In tale modo si supera di fatto l’insufficienza del ruolo dato a questo Organo Collegiale territoriale, dal decreto di riforma, riconducendolo al parere (inascoltato) del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione del 22 maggio 1999: “Gli Organi Collegiali territoriali devono, per un verso, favorire il raccordo della scuola con la società e, per un altro, assicurare visibilità e specificità alla sua azione sociale e culturale, promuovendo forme stabili di raccordo tra l’offerta e la domanda formativa”.
Ci siamo permessi di dire ai consoli, in libertà e ragionando, le nostre opinioni.
Ora i consoli decidano: noi speriamo per una struttura orizzontale, interistituzionale, intermedia, davvero operativa; quindi anche strumentalmente dotata.
Noi speriamo che nel farlo abbiano presente un passo della “Libertà” scritto (1854) da John Stuar Mill quando vede nelle articolazioni di partecipazione “un ingrandimento della persona umana” e che “senza istituzioni locali e senza partecipazione alla loro vita delle persone, una nazione può darsi un governo libero, ma non lo spirito della libertà”.
Vice Presidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione
“Territorio decentrato – Partecipazione”
Intervenendo nella mia recente veste di Vicepresidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, preannuncio che le mie riflessioni avranno come riferimento principale le posizioni emerse dal dibattito all’interno del Consiglio Nazionale stesso in occasione dei numerosi pronunciamenti espressi, sia sotto forma di pareri richiesti espressamente dall’Amministrazione, ovvero di pronunce di nostra autonoma iniziativa ed anche pareri sui provvedimenti normativi di vario rango.
Mi riferisco a quelli di rango primario, alle disposizioni legislative, ma soprattutto ai numerosissimi provvedimenti di delega, contenuti appunto nella Bassasini, per l’attuazione dell’art. 21 concernente l’autonomia delle istituzioni scolastiche, provvedimenti che hanno caratterizzato la straordinaria stagione riformatrice della decorsa 13^ legislatura.
Gli argomenti di questa mia comunicazione riguardano esplicitamente tre importanti questioni che investono il dibattito socio culturale, quello istituzionale e ordinamentale: territorio, decentramento, partecipazione.
Su di essi intendo fissare l’attenzione, avendo anche ricevuto, contestualmente all’invito a partecipare a questa iniziativa, il documento elaborato dal Coordinamento Regionale dei Distretti, sul quale il relatore che mi ha preceduto ha basato il suo prezioso intervento, ricco di sollecitanti riflessioni.
In tale documento emergono analisi puntuali e rigorose, come quelle che sono state riproposte, osservazioni e rilievi motivati e condivisibili: sono stati individuati carenze, punti deboli, proposte emendative, ragionevoli convincenti. Quindi, quando il professore mi ha invitato, a riferire, quale Vicepresidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, le posizioni dell’Organo che presiedo, in effetti ho notato con piacere che molte delle osservazioni, molte delle riserve espresse a suo tempo dal Consiglio stesso, hanno trovato riscontro nella analisi più tecnica, naturalmente più incardinata nella realtà locale, che il Coordinamento Regionale dei Distretti è stato in grado di fare.
Rispetto a certe contingenze immediate vorrei precisare alcune cose, con particolare riferimento alla ventilata, ma ormai certa prospettiva di un rinvio di fatto dell’avvio del nuovo ordinamento, perché non esiste la possibilità che i nuovi Organismi Collegiali previsti dal DPR. 233 possano avere inizio con l’avvio del prossimo anno scolastico, cioè dal 1^ settembre 2001, stanti le tante ragioni ostative, alcune delle quali proprio di natura oggettiva.
Mi limito a fare due precisazioni sicuramente necessarie, sollecitato a ciò da alcune richieste che arrivano da ogni dove all’Ufficio del Vicepresidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, perché tante sono le perplessità insieme alle sopravvenute difficoltà operative. La risposta a tali richieste sta nel ribadire la validità formale e sostanziale della funzione degli organismi in carica. Infatti abbiamo precisato come Ufficio di Presidenza, che non è necessario nessun provvedimento formale di proroga in quanto, come affermato poco fa, la proroga è nel contesto legislativo, come chiaramente si evince dal D.P.R. 233 che prevede esplicitamente che, fino all’insediamento dei nuovi Organi Collegiali, restano in carica quelli attualmente esistenti e ciò vale per il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, per i Consigli Scolastici Provinciali e per i Consigli Scolastici Distrettuali.
Alla luce di tali considerazioni, abbiamo considerato inopportuna, intempestiva, incongrua, una direttiva, contenuta in una circolare in via di emanazione, che invita a chiudere le partite finanziarie e i bilanci. Per quel che ci riguarda siamo decisamente dell’avviso che non si deve chiudere niente, perché la chiusura di tutte le partite sarà in funzione della previsione dell’entrata in vigore dei nuovi organismi. Quindi bisogna andare avanti tranquillamente e quanti operano in tali Organi Collegiali faranno quel che potranno con le consuete difficoltà, con le note denunce, con le note carenze.
A commento, è evidente l’intempestività con la quale agisce l’Amministrazione che sta vivendo una oggettiva fase di riorganizzazione che forse è ancora più difficoltosa di quello che sta avvenendo a livello regionale, dove invece sembra che le cose vadano molto più spedite e molto più razionali di quanto non stia avvenendo a Viale Trastevere, cioè nella sede del Ministero della Pubblica Istruzione.
L’altro elemento è che gli Uffici Amministrativi del nostro Ministero, ed in particolare la Direzione Generale nella quale era incardinato l’Ufficio del Consiglio Nazionale, ha già provveduto a redigere un testo, una bozza di ordinanza sull’indizione, l’espletamento delle elezioni per il rinnovo di questi Organi Collegiali. Questa bozza, già elaborata all’inizio dell’anno, è stata inviata all’Ufficio legislativo, che, ricordo, è una struttura incardinata nell’Ufficio di Gabinetto, con un ruolo sostanzialmente politico, nel senso che si deve pronunciare sulla coerenza, sulla congruità, sui tempi, ecc., ma a tutt’oggi, dai referenti politici di tali Uffici, non è venuto nessun assenso all’impianto della bozza di ordinanza e quindi, tenuto presente il meccanismo elettorale che dovrà presiedere all'istituzione di questi nuovi organismi, è del tutto evidente che sono ormai fatalmente e vanamente decorsi tutti i tempi tecnici per realizzare quell'obiettivo che il legislatore aveva previsto. Nel nostro caso, il legislatore secondario, che doveva emanare il Regolamento sotto forma di D.P.R.
Come voi sapete il meccanismo elettorale, che si voleva attivare, prevedeva le cosiddette elezioni di secondo livello, di seconda istanza, un meccanismo sicuramente di snellimento delle procedure, ma che dà un colpo mortale alla esigenza di un’ampia partecipazione alla base della scuola e della sua comunità.
Su questo disegno, che intende introdurre i grandi elettori, è partita un’altra censura del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. Voi sapete che, in quel progetto, il suffragio universale è previsto solo per la elezione dei rappresentanti della categoria, del personale della scuola in particolare, nei Consigli Scolastici Locali. Poi gli eletti in questi organismi diventano grandi elettori, esercitando loro soli, in rappresentanza di tutto il personale, l’elettorato attivo, sia per l’elezione dei rappresentanti del personale scolastico nei Consigli Scolastici Regionali, sia per l’elezione dei Consiglieri Nazionali nel futuro Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione.
Quindi, quando parlavo di impedimenti obiettivi, era in questo senso e, certamente, non per avanzare critiche all’operato dell’Amministrazione.
E’ chiaro, perciò, che le elezioni non si possono indire se preventivamente non si procede da parte dei Direttori Generali Regionali alla individuazione delle articolazioni territoriali dell’Ufficio Scolastico Regionale, come operazione previa, rispetto alla individuazione del territorio sul quale insistere ed impiantare il Consiglio Scolastico Locale.
Quindi, se non si procede a formalizzare il Regolamento attuativo attraverso un decreto del Direttore Generale Regionale, non si può costituire l’ambito territoriale. Una volta costituito l’ambito territoriale, e una volta che tutti i Decreti delle 21 Regioni -19 più 2 (Trento e Bolzano) – passeranno il vaglio della registrazione degli organi di controllo, sarà possibile indire le elezioni con l’emanazione della relativa ordinanza.
So che c’è una corrente di pensiero che lega l’avvio dei nuovi Organi Collegiali sul territorio al ruolo che avrà il territorio per il piano di una offerta formativa, come è stato detto da chi mi ha preceduto. Questo problema così posto investe l’area ordinamentale e certamente chiede soluzioni politiche che non sta a me indicare, perché non è nel mio ruolo invadere l’area della politica.
Dal mio canto, invece, trasferisco l’attenzione sul fatto che c’è un cammino istituzionale, già in uno stato molto avanzato: mi sto riferendo a tutte le procedure attuative del riordino dei cicli per il quale, praticamente, gli adempimenti previsti dall’art. 6 della Legge 30, sono in questa fase praticamente maturati. Infatti il piano quinquennale di progressiva attivazione del riordino ha avuto il conforme parere dalla Camera e dal Senato con due deliberazioni di indirizzo.
Su tale presupposto il Governo, tramite il Ministro della Pubblica Istruzione di concerto con il Ministro delle Finanze e del Tesoro, ha predisposto lo schema di Regolamento attuativo dell’art. 8.
Siamo ora nella fase in cui, dopo che lo schema è stato vagliato dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e dal Consiglio di Stato, il Regolamento presenta una stesura definitiva e, sottoscritto nuovamente dai due Ministri interessati, è stato trasmesso alla Corte dei Conti per la prevista registrazione.
Voi sapete che il visto della Corte dei Conti è l’atto immediatamente precedente la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Questa breve digressione, di cui mi scuso, mi è servita a ricordare il tracciato del cammino istituzionale con la procedura seguita per l’attuazione dei Cicli.
Circa la possibilità di un possibile intervento politico, anche in questo caso ripeto che non devo intervenire perché la materia è estranea al mio ruolo di Vicepresidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, mentre mi addentro nelle considerazioni sul cammino istituzionale del provvedimento sugli Organi Collegiali, che registra un oggettivo impedimento per una sua compiuta realizzazione.
Tale impedimento deriva da due fattori che non consentono all’Amministrazione di onorare il termine previsto dall’ordinamento: la fase ancora non perfezionata di riforma dell’Amministrazione Centrale e Periferica della Pubblica Istruzione e la fase non ancora oggettivamente delineata dell’ordinamento del nostro sistema scolastico e formativo.
Chiusa questa parentesi, devo esprimere un particolare apprezzamento per l’attenzione che si dà ai pareri del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, che vengono opportunamente presi in considerazione, la qual cosa mi fa piacere.
Mi confermo nella convinzione che il lavoro da noi svolto può essere assunto come un contributo al dibattito che avviene nel territorio e per il raggiungimento dell’obiettivo.
Pertanto, dopo questi necessari chiarimenti circa la procedura, non ritengo, nonostante il cortese invito del relatore che mi ha preceduto, di dovere riproporre tutti gli elementi costitutivi del parere, per altro il testo è qui a disposizione ed eventualmente ne posso anche lasciare copia per una eventuale ulteriore divulgazione.
Entro invece nel merito delle questioni proposte, a partire dal territorio.
La messa in risalto del territorio come elemento decisivo, con riconoscimento delle sue specificità e tante attenzioni per le potenzialità del suo ruolo, è uno dei propositi più espliciti assunti tra i principi ispiratori della Bassanini, intorno alla quale il grande processo riformatore di questa ormai decorsa 13^ legislatura ha ruotato.
Con la riforma dei servizi di tutta l’Amministrazione pubblica – oggetto della legge 59, conosciuta come Bassanini – si punta alla valorizzazione del territorio, che è uno dei riferimenti costanti di questo processo riformatore, anzi un elemento ispiratore.
L’obiettivo di tale valorizzazione permea un po’ tutta la legge e non soltanto il capo primo, quello che in effetti si riferisce al conferimento dei compiti e funzioni amministrative al sistema degli Enti Locali e delle Regioni, principio da cui poi è scaturito il Decreto Legislativo 112 del ’98, già richiamato da chi mi ha preceduto.
La valorizzazione del territorio è uno degli elementi che più significativamente traduce il principio della sussidiarietà, che è entrato come norma di diritto positivo nel nostro contesto istituzionale e ordinamentale. Un principio, che ridotto nella sua essenza, consiste nel volere affidare la cura degli interessi dei cittadini ai soggetti esponenziali, a quei soggetti che sono più immediatamente vicini agli interessi da tutelare. Quindi, un grande principio di saggezza politica e di civiltà giuridica che il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione ha accolto, condiviso e ad esso ha cercato di ispirare la propria riflessione, con una preoccupazione però, che questo principio che attribuisce un protagonismo al territorio, come ripeto assunto, condiviso e da valorizzare, deve potersi legare ad un altro principio, che per noi appare inderogabile.
Mi fa piacere che questo principio sia stato richiamato dall’Assessore, essendone convinto personalmente prima ancora che per scelta politica, come un impegno da assumere: la valorizzazione del territorio deve iscriversi in un contesto di garanzia del carattere unitario e nazionale della cultura, che dà il senso dell’identità nazionale del nostro Paese.
Potete ben comprendere con quanto piacere ho ascoltato chi ha ribadito con forza questo principio di tutela e di affermazione dell’identità nazionale, con parole molto più chiare e significative di quanto non stia facendo io.
Un tale pensiero, che anima certamente il mio approccio al tema, è la base comune su cui il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione ha fondato il suo convincimento, con una forte ed omogenea impostazione culturale, professionale ed istituzionale che ha connotato i suoi pareri intorno alle tematiche riferite alla valorizzazione del territorio.
Perciò ha assunto le istanze del territorio nel rispetto della loro specificità contemperandole con un quadro di indirizzo di politica culturale, scolastica e formativa, che ha proceduto parallelamente all’altro grande filone riformatore della Bassanini, che investe le Pubbliche Amministrazioni, ispirato questa volta al principio del decentramento.
L’Amministrazione Centrale perde la maggiore parte dei suoi tradizionali attributi e competenze, anzi quasi tutte le sue prerogative di Amministrazione attiva, e diventa soggetto di elaborazione dei criteri generali dello sviluppo di politiche scolastiche, di verifica, di monitoraggio, trasferendo invece ai livelli regionali il governo amministrativo e l'attuazione degli indirizzi politici definiti centralmente.
Tutto ciò, ovviamente, per la parte non immediatamente e direttamente affidata alle istituzioni scolastiche, che diventano il perno intorno al quale si è costruito il processo di ridefinizione della riforma della Pubblica Amministrazione. Mi riferisco alla parte non devoluta, non trasferita con il 112, al sistema delle autonomie locali.
Ecco allora che l’attenzione si posta sulla partecipazione.
Chiedo scusa se non posso articolare ulteriormente il pensiero per ovvie ragioni di un utilizzo intelligente del tempo a nostra disposizione, però qualsiasi ragionamento sulla partecipazione oggi non può prescindere da quei capisaldi che ne definiscono lo scenario complessivo. Sono quelli della valorizzazione del territorio, quale effetto di una operazione istituzionale ed ordinamentale, oltre che politica, di trasferimento di compiti e funzioni dallo Stato all’Autonomia Locale e del decentramento come trasferimento di compiti amministrativi residuati allo Stato alle istituzioni scolastiche e alla Regione. Su questa materia della riforma degli Organi Collegiali il Consiglio Nazionale, pur essendosi già pronunciato altre volte, si è espresso con due interventi, di cui uno che ha riguardato una pronuncia di propria iniziativa che risale al febbraio del ’99, quando i termini precisi di quello che poi sarebbe stato il D.P.R. 233 ancora non erano chiariti, nella consapevolezza, tuttavia, che si stava lavorando sugli ipotetici contenuti del testo di quel D.P.R., pronuncia con la quale si è cercato di buttare le mani avanti dicendo quali secondo il Consiglio dovessero essere i principi ispiratori di questo decreto, e l’altro più recente, quello del 22 giugno, quando è pervenuta dall’Amministrazione la richiesta del parere su uno schema, su una bozza, di Regolamento, come ho già citato prima, rispetto alla quale abbiamo detto cose che poi qui sono state ribadite.
In quell’occasione, la nostra preoccupazione era quella di far comprendere che non si può pensare alla partecipazione negli stessi termini socio culturali, essenzialmente, con i quali la pensavamo negli anni ‘70’, termini sanciti poi dal D.P.R. 416, quello che ha dato il via alla grande avventura della partecipazione, alla gestione della scuola.
La lunga esperienza vissuta va ripensata, cercando di evitare uno degli elementi maggiori della disaffenzione, quello che è stato chiaramente, egregiamente evidenziato: una partecipazione indistinta che stenta ad uscire da questa accezione di carattere prevalentemente socio culturale.
Il panorama istituzionale è cambiato, la scuola è cambiata. E’ evidente che la riforma di tutto il sistema di governo ha reso molto più chiare ed esplicite la responsabilità di tipo politico rispetto a quelle amministrative.
L’Amministrazione sugli atti di organizzazione ha una potestà autonoma di intervento e quindi se ne assume le responsabilità.
Il problema allora è come si costituisce il consenso sulle scelte che si vanno a definire. A questo interrogativo deve rispondere la messa in atto di una partecipazione reale, influente a cui si riconoscano spazi di interlocuzione definiti e di significato.
Mi dispiace annoiarvi con una argomentazione che in maniera molto più egregia di me è stata esposta stamattina dall'Assessore. Proprio perchè sono tanti i soggetti che concorrono alla organizzazione di un determinato servizio, si tratta, allora, di mettere in atto con la partecipazione la valorizzazione di strumenti di concertazione, al fine di trovare un accordo sulla base di una condivisione degli obiettivi, delle strategie, degli strumenti, per poi poter agire, nel rispetto dell’autonomia dei ruoli, perché ciascuno fa la sua parte.
Riflettendo su questa linea, c’è sembrato allora scarsamente significativo ancora continuare a dire “organismi di partecipazione e rappresentanza”, quando questa capacità di partecipazione e di rappresentanza non si trasforma in un vincolo per l’Organo decidente.
Nel contesto di questa riflessione, va visto il convinto tentativo di contribuire alla modifica del Decreto, pur nella consapevolezza da parte del Consiglio Nazionale dei limiti entro i quali si possono ritenere fungibili e accoglibili i propri pareri, da parte di un’Amministrazione che deve decidere con atto autonomo e unilaterale, del quale deve rispondere sia in termini politici di fronte al paese in quanto Governo, sia poi in termini tecnici di fronte agli Organi di Controllo ecc..
Però, se la stessa Amministrazione non ha inteso tradurre nelle norme tutto ciò che motiva l’idea di partecipazione, così come declinata dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, quanto meno avrebbe potuto accogliere qualche significativo suggerimento, non fosse altro perché aveva chiesto un parere, dando prova, così, di sensibilità e di disponibilità emendativa del testo presentato al vaglio del Consiglio, dando spiegazioni, allo stesso tempo, sulle ragioni del non accoglimento delle parti costituenti l’intero parere.
No, tutto questo non è stato fatto, mentre noi ritenevamo che vi fosse una certa disponibilità. L’Amministrazione va avanti unilateralmente, con l’assunzione più diretta delle responsabilità, vanificando però l’apporto del Consiglio.
Da qui, praticamente, tutte le perplessità che manifestiamo nel merito se facciamo riferimento agli elementi di riflessione emersi nel nostro parere.
Noi pensavamo, ad esempio, di ipotizzare, come elemento di valorizzazione della partecipazione, lo strumento delle conferenze annuali per la programmazione dell’azione sia organizzativa che gestionale del pubblico servizio scolastico.
Abbiamo un interlocutore diretto: il Direttore Generale Regionale che è responsabile della programmazione e dell’attivazione sul territorio regionale delle politiche scolastiche formative oltre che di quelle per l’integrazione tra sistema scolastico e formativo.
Da qui l’idea di una sede di ascolto di tutti i soggetti cointeressati alla programmazione e alla gestione del servizio. Pensavamo anche alla valorizzazione di nuovi soggetti e di istanze rappresentative che pian piano si stanno costruendo, segnalando responsabilità e compiti più particolareggiati delle consulte degli studenti, delle consulte dei genitori e dei forum delle associazioni, creando un sistema flessibile, articolato, di partecipazione non formalizzata, al quale l’ordinamento dovrebbe dare un supporto molto forte e molto più certo.
Un altro elemento di perplessità nasceva anche da questa auspicata e non compiuta riforma degli Organi Collegiali a livello di istituzioni scolastiche che, ribadendo quanto già ho avuto modo di dire sull’attuazione graduale e progressiva del riordino dei cicli, in effetti oggi è l’ultimo tassello che praticamente manca al mosaico riformatore dell’innovazione annunciata dai Governi della 13^ legislatura.
L’Amministrazione si è trovata in fortissimo imbarazzo, ma nel Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, più che dell’imbarazzo dell’Amministrazione, abbiamo tentato di farci carico dell’imbarazzo delle scuole di fronte a contesti normativi confliggenti.
Mi riferisco chiaramente all’entrata in vigore, a far data dal 1^ settembre 2000, contestualmente all’avvio generalizzato dell’autonomia organizzativa, didattica, di ricerca e sviluppo, così come disegnata dal D.P.R. 275, del Decreto Legislativo n. 59 del’98 sulla dirigenza scolastica dove, prevedendo autonomi compiti di valorizzazione delle risorse di gestione e delle risorse finanziarie, ha creato nelle scuole un momento di imbarazzo.
Voglio ricordare, a tal proposito, le diatribe che hanno caratterizzato l’inizio dell’anno scolastico per quanto riguarda il rapporto tra l’autonoma facoltà di scelta dei collaboratori da parte del Dirigente Scolastico e i compiti del Collegio dei Docenti, così come previsti dall’art. 6.
Per tentare di venire a capo di questo possibile conflitto, l’Amministrazione ha dovuto fare ricorso ancora una volta al Consiglio di Stato. Dico ancora una volta, perché prima era nato il problema del rapporto tra le autonome capacità di gestione delle risorse finanziarie del Dirigente Scolastico e le competenze dei Consigli di Istituto e delle Giunte Esecutive in ordine alla gestione delle stesse.
In quel caso, in previsione della predisposizione del Nuovo Regolamento Amministrativo Contabile, che dopo svariate traversie è giunto in Gazzetta, c’è stato bisogno di una proroga legislativa per definire esattamente termini e tempi della sua entrata in vigore.
Anche qui il Consiglio di Stato, imbarazzato, ha dovuto dire all’Amministrazione: ma tu mi proponi delle cose per superare una eventuale confliggenza di Ordinamenti, perciò invece di propormi dei pareri e di chiedermi dei consigli sul cosa fare, non era meglio farti promotore di iniziative legislative, con il pieno utilizzo degli strumenti propri della politica atti ad accelerare questo processo di riforma.
Il problema non era e non è più soltanto politico o temporale, il problema vero è come si vuole ridisegnare la partecipazione e quindi torniamo ancora al punto di partenza.
Io mi auguro che dalle vostre proposte possa venire un contributo, non dico capace di fare sbloccare sul piano politico la vicenda perché le vicende politiche hanno un livello di intervento che non prevede una sede come questa, ma sicuramente mirato a dare ai decisori politici quegli strumenti facilitanti una adeguata via di soluzione perché la scuola, lo ripeto, ha bisogno di certezze.
Di questo reale bisogno si fa sempre carico il Consiglio Nazionale, facendo pressione sull’Amministrazione, perché la scuola dell’autonomia, che è scuola della responsabilità, ha bisogno di certezze istituzionali, ordinamentali, non di dettaglio, ma di tipo generale, di cornice nel cui ambito esclusivo, può essere esercitata con senso di responsabilità, senza angoscia e senza preoccupazione, il grande cammino dell’autonomia.
Grazie per la vostra cortesissima attenzione.
Grazie per questa occasione di riflessione e di confronto propostami dal Dott. Tozzi nei confronti del quale ho provato subito simpatia e interesse per quello che stava facendo.
L’incontro di oggi va confermando questa prima impressione per l’attenzione che meritano le tematiche già in qualche modo delineate, anzi mi sembra che sia già stato detto quasi tutto in maniera esaustiva.
L’intervento di Mario Guglietti, che ha fatto riferimento al suo ruolo di Vicepresidente del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione mi ha rimandato, appunto, a quel periodo in cui ero il Vicepresidente, e durante il quale sono stati approvati molti pareri su importanti interventi normativi.
Non ritornerò quindi sugli aspetti di carattere normativo, citati in maniera molto appropriata e chiosati con un dotto riferimento ad Irnerio.
Stante questo quadro di riferimento, cosa sta facendo adesso il Direttore Generale Regionale? Come intende orientarsi, lasciando tutti gli spazi possibili ad ulteriori interventi di modifica, di chiarimento, di approfondimento?
Credo che, oltre a discutere e a ragionare, sia anche utile e necessario per chi ha questo dovere, assumersi la responsabilità delle decisioni.
Prima di passare ad illustrare questo quadro di riferimento per le decisioni che si vanno definendo, una brevissima riflessione suggeritami dall’invito al Convegno: un accenno ai Decreti Delegati del 1974.
C’è una differenza fra quella fase e questa. Quella fu una fase di riforma fortemente partecipata, oggi abbiamo una riforma che, per certi versi, è una “fusione a freddo”.
La legislatura appena conclusa si è caratterizzata per un grande impegno riformatore, ma in un quadro di partecipazione limitato, anche perché la spinta per le riforme che si era esercitata per un trentennio ad un certo punto, non trovando risultati, si era andata affievolendo.
Secondo me, rispetto agli interventi sugli Organi Collegiali, questa mancata partecipazione ha rappresentato un limite, non soltanto in termini di pressione, ma anche in termini di elaborazione.
Non ho difficoltà a dire che, nel quadro di una riforma complessiva, questa forse è la parte su cui auspicherei volentieri un ripensamento critico.
Ma l’oggetto, il motivo di questo riferimento, era un altro.
So benissimo che ci sono ottime riforme, o riforme varate magari con ottime intenzioni, che danno pessimi risultati e riforme meno buone, dal punto di vista dell’assetto, che danno buoni risultati: molto dipende da come si gestiscono, cioè se gli obiettivi delle riforme riescono a vivere nei comportamenti quotidiani.
Anche rispetto alla Riforma degli Organi Collegiali è difficile prevedere l’esito concreto.
Per quanto riguarda l’Amministrazione Scolastica e la sua articolazione territoriale, è necessario avere ben chiari gli obiettivi da perseguire per eliminare alcuni fenomeni strutturalmente connaturati con il nostro sistema di istruzione, come gli elevati tassi di insuccesso formativo.
Forse sul versante dell’insuccesso scolastico abbiamo fatto tanto, ma rimane comunque molto da fare sul versante dell’insuccesso formativo.
Gran parte della popolazione scolastica, conseguito il diploma si iscrive all’Università, ma non ottiene nessun titolo di studio post-secondario.
Un quarto di coloro che si iscrivono alla scuola secondaria superiore non consegue il diploma.
Larga parte della popolazione scolastica ha un insuccesso formativo perché, non trovando percorsi adeguati nel sistema dell’istruzione, non ha un’altra possibilità.
Si tratta di problemi seri che rimangono da affrontare, rinvii o non rinvii del riordino dei cicli.
Il tema affrontato dal Convegno è centrale nella Riforma dell’Amministrazione: non ripeto le cose dette, però ci sono tre punti che vanno ricordati.
Le Regioni, che hanno competenza in merito alla programmazione dell’offerta formativa, devono individuare gli ambiti territoriali funzionali al miglioramento di questa offerta.
Il problema dell’insuccesso formativo si affronta anche attraverso l’individuazione di questi ambiti territoriali, per ricostruire un rapporto efficace tra l’istruzione, formazione professionale e formazione sul lavoro.
Affronterò anche il problema delle mappe posto dal Dott. Bisson: ma un rapporto tra le mappe del sistema dell’istruzione e quello, per esempio, dei Centri Territoriali per l’impiego, bisognerà pure trovarlo.
Bisognerà costituire gli Organi Collegiali Locali, i Consigli Scolastici Locali.
I tre temi:
1. articolazione dell’amministrazione,
2. autonomie delle scuole
3. territorio e partecipazione
sono strettamente correlati e bisognerà riconnettere le diverse competenze.
Uno dei limiti dei Distretti Scolastici è che, forse, proprio la mancanza di interlocutori istituzionali, come gli Enti Locali, si sono trovati ad operare dentro una sorta di vuoto pneumatico.
E’ un problema che deve essere risolto; bisogna individuare gli interlocutori: se gli Organi Collegiali esprimono un parere buono trovano qualcuno in grado di accoglierlo o di respingerlo; ci deve essere il soggetto a cui fare riferimento.
Credo che un altro problema sia quello del rapporto tra istituzioni.
Il rapporto tra Ufficio Scolastico Regionale e Regione, il rapporto tra autonomie scolastiche e autonomie locali, il rapporto tra Consiglio Scolastico Locale e autonomie locali, istituzioni scolastiche, territorio, mondo del lavoro e così via.
Per compiere delle scelte bisogna avere sempre chiaro il senso dell’operazione, altrimenti non si capisce il perché delle proposte e la discussione assume un carattere puramente astratto.
Rispetto alla riforma dell’amministrazione il riferimento da tenere presente è l’autonomia scolastica.
Le scuole hanno autonomia funzionale, anzi, con l’ultima riforma della Costituzione, questa autonomia ha proprio un carattere costituzionale.
Questo è un punto di riferimento forte nel nostro assetto costituzionale e nella nostra cultura: su come e su cosa si insegna non c’è autorità esterna alla scuola che possa decidere.
“La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione”; probabilmente ora questa parte va realizzata perché la norma quadro, dalla Scuola dell’Infanzia alla Scuola Secondaria e post-secondaria, è data dalla legge sul riordino dei cicli, mentre altre norme riguardano questioni particolari, ma non di carattere generale.
I Ministri che si sono succeduti al Ministero della Pubblica Istruzione nel momento in cui hanno dovuto affrontare il tema dei contenuti, si sono sempre avvalsi del contributo dei rappresentanti del mondo dell’arte, della scienza e della scuola, per i programmi dei vari ordini di Scuola.
Questo punto di riferimento va salvaguardato; l’autonomia della scuola si connota e si garantisce attraverso la partecipazione delle varie componenti del personale della scuola, dei genitori, degli studenti, ma anche degli altri soggetti direttamente o indirettamente interessati agli esiti del sistema di istruzione, quindi il mondo del lavoro nelle sue diverse articolazioni.
Allora la scelta dell’autonomia ha una valenza costituzionale e una valenza di carattere strategico.
Le scuole sono espressione di autonomia funzionale – e questa autonomia si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi formativi adeguati ai diversi contesti e alle caratteristiche dei soggetti, al fine di garantire il successo formativo tenendo conto degli obiettivi e delle finalità generali del sistema di istruzione.
Vi sono, pertanto, tre parametri regolatori dell’autonomia:
- gli obiettivi e le finalità del sistema dell’istruzione nazionale
- le caratteristiche del territorio
- i bisogni dei soggetti
Nel governo dell’autonomia occorre che questi tre diversi parametri trovino una forza di rappresentanza.
Bisogna allora individuare gli ambiti territoriali funzionali validi per il miglioramento dell’offerta formativa; bisogna realizzare una articolazione dell’amministrazione e del livello di partecipazione.
Non è facile perché i soggetti interessati sono molti.
Al di là di questa occasione, di cui vi ringrazio, ho avuto incontri con i Dirigenti Scolastici delle diverse Province, con le Autonomie Locali, per non parlare degli incontri quasi quotidiani con l’Amministrazione Regionale, abbiamo anche ottenuto dei primi risultati.
L’8 maggio è stato firmato un “Protocollo d’Intesa”, una convenzione, tra Regione, Ufficio Scolastico Regionale, Amministrazioni Provinciali ed Enti Locali, al fine di regolare queste diverse competenze che coinvolgono più soggetti.
Il senso del Protocollo, a mio avviso, è molto chiaro: al di là del fatto che, come tutti i Protocolli, ci sono le premesse e le azioni, se si va a vedere le scelte di fondo che sono state fatte, ciascuno dei soggetti interessati ha rinunciato ad una quota di sovranità riconosciutagli dalle norme a favore di un processo decisionale più partecipato.
Faccio un esempio molto semplice. Il Direttore regionale determina l’articolazione funzionale e territoriale del suo Ufficio sentita la Regione.
L’Ufficio Scolastico Regionale nel definire le articolazioni funzionali, e in particolare quelle territoriali, si impegna a sentire tutte le istituzioni interessate: Scuole, Enti Locali, Regione, rinunciando ad un pezzo di sovranità.
La Regione, nel momento in cui deve definire l’Offerta Formativa, competenza demandatale dal 112, sentirà gli Enti Locali e le Istituzioni Scolastiche.
Quindi due soggetti rinunciano ad una parte di potere organizzativo, riconosciuto dalla normativa, a favore di un coinvolgimento degli altri soggetti.
Le convenzioni derivanti da questa intesa devono essere sottoscritte dalle Istituzioni Scolastiche interessate e nessuno può imporre qualche cosa ad una Istituzione Scolastica autonoma.
Al fine di favorire forme di partecipazione delle Istituzioni Scolastiche, si auspica la costituzione di forme di rappresentanza istituzionale, di rete di scuole, e l’amministrazione scolastica si impegna a riconoscere queste forme in maniera che, nel momento in cui, ad esempio a Bologna si predispone un protocollo sull’handicap che coinvolge le 118 scuole di Bologna, questo sarebbe più agevole e si avrebbe un coinvolgimento più efficace se ci fosse una rappresentanza delle scuole autonome.
E’ chiaro che mancano gli Organi Collegiali.
Come Ufficio Scolastico Regionale ritengo che una volta costituiti gli Organi Collegiali, in particolare il Consiglio Scolastico Regionale, dovremo dare a questo Organo il compito di indicare una parte dei rappresentanti della Conferenza Permanente.
Ancora, per quanto riguarda la riforma dell’Amministrazione, la Regione dovrebbe esprimere il parere sullo schema di articolazione dell’Ufficio Scolastico Regionale. Fatto ciò sarà possibile emanare il decreto di organizzazione e quindi seguendo un’altra tappa del processo di Riforma.
In questo decreto viene affermata, ad esempio, la costituzione di un Centro di supporto alle istituzioni scolastiche autonome – in sigla CIS - in ogni provincia, con la possibilità di ulteriori articolazioni subprovinciali, o di costituzione di CIS in ambiti territoriali subprovinciali.
Personalmente ho insistito per scrivere una norma di contenuto programmatico: normalmente questi Centri verranno istituiti, tenendo conto delle caratteristiche del territorio, ogni 30 – 50 Scuole. Guglietti sa che questa è una mia idea da ormai un decennio
In realtà è una esigenza dell’Amministrazione quella di avere dimensioni organizzative riconducibili a standard più o meno omogenei su tutto il territorio, quindi governabili, in modo che sia possibile fare una pianificazione che tenga conto della necessaria conoscenza delle caratteristiche del territorio.
I tempi con cui si acquisiscono e si aggiornano queste conoscenze sono importanti perché conoscere i parametri del sistema istruzione di una Regione comporta delle difficoltà, quando le dimensioni dell’oggetto d’indagine cambiano notevolmente.
In Emilia Romagna gli scarti sono pochi, tuttavia occorre tenerne conto.
Ritengo, pertanto, che occorra individuare queste articolazioni subprovinciali, almeno per la funzione di monitoraggio e di sostegno alle istituzioni scolastiche, in modo da realizzare l’obiettivo della pianificazione, di attribuire le risorse non soltanto sulla base di parametri quantitativi, ma anche in funzione perequativa, compensativa, come è previsto, se non vado errato, dal comma 4 dell’art. 21 della Legge n. 59.
E’ necessario determinare i presupposti perché ciò avvenga.
Mi rendo conto che questa esigenza dell’Amministrazione non trova immediato riscontro, o incontra difficoltà, a tradursi concretamente rispetto alle esigenze del territorio, in particolare in una realtà ricca o partecipata come l’Emilia Romagna.
I 289 centri di risorsa che caratterizzano questa Regione, censiti dal Centro di Documentazione di Modena, sono in pratica strutture aperte al pubblico, con una loro sede, disponibili a dare risposte alle domande della Scuola: una ricchezza enorme, per la quale gli Enti Locali hanno investito.
Le articolazioni subprovinciali devono essere quindi una occasione anche per una valorizzazione di quelle risorse, e anche per questo è necessario che la decisione nelle articolazioni territoriali non possa essere una decisione presa a tavolino ma, per essere efficace, debba essere anche scelta partecipata.
Si potrebbe teoricamente costituire una mappa territoriale specifica per la Scuola, ma senza necessari collegamenti e senza partecipazione dei diversi soggetti, sarebbe una scelta priva di prospettiva.
E’ una sfida non da poco, abbiamo bisogno di definire questa articolazione per i motivi sopra indicati, ma anche per costituire quei Consigli Scolastici Territoriali che, a mio avviso, sono intermedi tra i Distretti e le Province.
Tra i 47 Distretti che oggi caratterizzano il sistema scolastico dell’Emilia Romagna e le 9 Province che costituiscono l’assetto politico istituzionale della stessa Regione, è necessaria una articolazione intermedia, funzionale al governo, efficace e partecipata, alle scuole.
La definizione di questa mappa è un compito che si riflette immediatamente sulle elezioni degli Organi Collegiali, ed è un problema comune a tutte le 18 Regioni che stanno seguendo questo procedimento.
Sottolineo che questo Convegno dei Distretti ci pone, in un certo senso, il problema della loro sopravvivenza e della loro trasformazione.
Forse è necessario qualche elemento di sollecitazione esterna per definire questa mappa affinchè non si rassegni alla semplice proposta del livello provinciale.
In questo percorso di ricerca non mancheranno le difficoltà per individuare una mappa che tenga conto delle articolazioni territoriali esistenti senza per questo subirle passivamente.
Nel 1974 i Distretti Scolastici furono riciclati sulla mappa delle Unità Sanitarie Locali, che poi sono state riorganizzate.
Le mappe di riferimento possibili sono almeno una decina: da quelle dei Comuni a quelle delle Province , passando per le Comunità Montane, i Distretti produttivi, i Centri territoriali per l’impiego, i Distretti Sanitari.
Ci troviamo di fronte ad una moltiplicità di opzioni.
Qualsiasi scelta deve essere coerente con il sistema istruzione ed evitare che si crei una confusione istituzionale.
I Consigli Scolastici Locali sono da concepire non come articolazione dell’Amministrazione, ma come luoghi dove si costruisce la partecipazione.
Vanno perciò evitate le presenze obbligate, come quelle degli Enti Locali.
Non è attraverso questo strumento che si costruisce un rapporto tra autonomie scolastiche e autonomie locali.
A livello locale bisogna attivare delle conferenze territoriali, non una struttura stabile, che si ritrova una, due volte all’anno per confrontare la domanda e l’offerta, con la consapevolezza delle pluralità dei soggetti che rappresentano la domanda: studenti, genitori, imprese, Enti Locali, Università, ecc.
Ma la scuola non può essere ricettore passivo della domanda: un po’ come il medico che deve ascoltare il paziente, ma si deve assumere la responsabilità della diagnosi e della cura.
La partecipazione non è soltanto la domanda.
Anche l’offerta non è solo di competenza della Scuola, perché quella del P.O.F. non è rappresentata soltanto dalla quota obbligatoria nazionale.
Ci può essere l’ampliamento dell’offerta formativa, ma l’offerta è rappresentata anche dai servizi, dalle strutture, dall’extrascuola e così via: ci sono una serie di soggetti, come gli Enti Locali che sono contemporaneamente rappresentati dalla domanda e responsabili dell’offerta.
Occorre mettere insieme questi soggetti e individuare un ambito territoriale in cui questo confronto è più efficace.
Definire gli ambiti territoriali funzionali alla organizzazione del servizio scolastico nel territorio, stabilire le articolazioni territoriali dell’amministrazione scolastica, realizzare le condizioni per una partecipazione attiva dei diversi soggetti interessati alla scuola attraverso le Conferenze Territoriali e la costituzione degli Organi Collegiali, questo è il compito che ci attende.
Oggi, per quello che mi riguarda, è possibile considerare conclusa la prima tappa: quella di definire l’assetto istituzionale, gli organigrammi che vanno poi perfezionati.
Credo che da qui a dicembre l’obiettivo deve essere quello di far conoscere le finalità e il nuovo assetto dell’Amministrazione e di chiamare i diversi soggetti a concorrere alla definizione di eventuali articolazioni territoriali.
Poi faremo il punto della situazione.
Nel Decreto di articolazione dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna è previsto che dal 1^ gennaio vada in vigore il nuovo assetto.
Fino al 31 dicembre funziona quello attuale con i Provveditorati, i Consigli Scolastici Provinciali e quant’altro.
Dott. Franco BOARELLI
Presidente Regionale Associazione Genitori Scuole Cattoliche (A.Ge-S.C.)
I Consigli Scolastici Locali
Innanzitutto vorrei illustrare brevemente la posizione dell’A.Ge.S.C. in merito ai Consigli Scolastici Locali.
Avremmo voluto il mantenimento dei Consigli Scolastici Provinciali e di Distretto. Certamente andavano rivisti criteri, poteri, e la stessa composizione del consiglio, ma non riteniamo sia stato giusto eliminarli.
Ai Consigli Scolastici Locali assegniamo, infatti, una funzione importante. Riteniamo che essi vadano valorizzati per diversi motivi.
Con la soppressione dei Consigli Distrettuali e Provinciali, il Consiglio Scolastico Locale viene ad essere il primo importante ambito di collegamento e di integrazione educativa sul territorio. E’ l’organismo rappresentativo della “territorialità”, intesa non solo nell’accezione amministrativa, bensì come ambito nel quale esistono e si sviluppano la cultura, le tradizioni e le specificità socio-economiche di un’area. In questo contesto il Consiglio Scolastico Locale può favorire la partecipazione della comunità locale ed il confronto delle scuole con l’area circostante mediante la valorizzazione dell’autonomo apporto delle diverse componenti, nonché delle specifiche professionalità e competenze.
Il Consiglio Scolastico Locale deve costituire l’ambito fondamentale di confronto tra scuole in un contesto di rete istituzionale collaborativa, aperta, tutelando i singoli istituti dal rischio della autoreferenzialità e, dall’altro canto, garantendo l’autonomia delle scuole dalle ingerenze dei poteri economici e politici locali.
Preoccupazione quest’ultima più che giustificata in una Regione come la nostra, nella quale l’unica sussidiarietà che si conosce e si applica è quella verticale e dove, politicamente, prevale una concezione pesantemente “ente-locale-centrica”, con la società civile e le sue aggregazioni considerate supplenti rispetto all’azione delle amministrazioni comunali e provinciali.
In sintesi, il Consiglio Scolastico Locale, opportunamente dimensionati secondo bacini di utenza e rafforzato nelle competenze, rispetto a quelle assegnate agli organismi che sostituisce (con l’attribuzione di reali poteri decisionali), può essere l’organismo idoneo ad esplicare compiti di programmazione e di realizzazione di progetti scolastici ed extrascolastici, di formazione e di orientamento per i giovani, di formazione e aggiornamento della funzione docente e gestionale.
E’, infine, appena il caso di fare presente che la disponibilità di adeguate risorse finanziarie, costituisce condizione indispensabile affinchè questi Organi possano svolgere le funzioni suddette.
In merito alla partecipazione delle famiglie
Riguardo al commento al D.L. n. 233/1999 “Riforma degli Organi Collegiali Territoriali della Scuola” predisposto dagli organizzatori del Convegno, devo dire che la nostra Associazione condivide le osservazioni critiche avanzate.
Per ragioni di sintesi mi limito ad affrontare la prima, che evidenza “le contraddittorietà del decreto in merito alla promozione di una presenza efficace delle famiglie”.
Giustamente è la prima questione ad essere affrontata, perché è un fatto grave, in quanto, parlando di scuola, la famiglia non è un soggetto tra gli altri.
Su questo, a parole, tutti siamo d’accordo. Lo abbiamo verificato anche negli interventi svolti in questo Convegno dai politici e dai responsabili dell’Amministrazione scolastica.
Da parte mia vorrei però proporre alcune osservazioni, anche con accenti volutamente polemici.
Il Decreto legislativo n. 233/1999, all’art. 1 primo comma, stabilisce quanto segue: “nel sistema scolastico nazionale gli Organi Collegiali disciplinati dal presente decreto legislativo assicurano, a livello centrale, regionale e locale, rappresentanza e partecipazione alle componenti della scuola e ai diversi soggetti interessati alla sua vita, alle sue attività e ai suoi risultati.”
Occorre allora domandarsi: perché, partendo da queste premesse, nella composizione del Consiglio Superiore alla Pubblica Istruzione e dei Consigli Regionali dell’Istruzione non è prevista la presenza dei rappresentanti delle famiglie? Chi ha voluto questa omissione?
Alla luce dell’esperienza ormai trentennale degli Organi Collegiali, possiamo affermare senza tema di essere smentiti, che ciò è dovuto ad una volontà precisa, intenzionalmente mirata ad escludere le famiglie dagli ambiti di governo della scuola.
A questo punto sarebbe più corretto che i responsabili della politica scolastica ammettessero con chiarezza che non considerano come “componenti della scuola e (…) soggetti interessati alla sua vita, alle sue attività e ai suoi risultati”.
Questa azione di esautorazione sistematica e deliberata della famiglia dal mondo della scuola, ha come conseguenza (ma anche come obiettivo): la mortificazione del ruolo delle associazioni familiari.
Anche rispetto a questo dato oggettivo, poniamo due domande a chi è sempre pronto a deplorare il “disinteresse dei genitori rispetto alla vita della scuola” o ad auspicare una rinnovata volontà di “partecipazione”.
Come si pensa di applicare il principio di sussidiarietà senza la valorizzazione e la promozione di queste aggregazioni sociali? Attraverso quali canali e “strumenti” si pensa di sollecitare la partecipazione delle famiglie, se non si vuole la presenza e la collaborazione di quei genitori (ancora tanti, nonostante tutto), che a questa responsabilità credono e per essa si spendono?
Anche in questo caso, purtroppo, è facile individuare il motivo di questo vero e proprio boicottaggio. Le associazioni (quelle che sono realmente tali), sono scomode perché non sottostanno agli interessi particolari delle forze politiche o delle corporazioni della scuola. Inoltre, senza le associazioni, le singole famiglie, ma anche i piccoli gruppi di istituto o locali, sono in balia delle decisioni prese dagli “addetti ai lavori”, perché isolate, con minori possibilità di scambio di esperienze, di crescita “culturale” e di consapevolezza del proprio ruolo. In pratica impossibilitate ad incidere “politicamente”.
Chiunque abbia a cuore l’educazione dei giovani e, perciò, chiede una scuola libera, efficiente, capace non solo di fornire istruzione, ma contribuire alla formazione integrale della persona umana, non può non lavorare per un coinvolgimento pieno di tutti i soggetti che concorrono a questo scopo: genitori, docenti, gestori.
Richieste ai responsabili regionali dell’Amministrazione e della politica scolastica
Con il passaggio di competenze alle Regioni, avevamo indicato come indispensabile un organismo con funzioni di proposta, di gestione e di controllo, nel quale fossero inseriti i rappresentanti delle associazioni familiari.
Nel Consiglio Regionale dell’Istruzione non è prevista la presenza dei rappresentanti delle associazioni familiari. Ciò è grave, tanto più che tra le competenze di questo organismo vi sono anche i temi relativi al diritto allo studio, che vede proprio nelle famiglie i soggetti portatori del diritto medesimo.
Rispetto a questo, chiediamo ai responsabili regionali dell’Amministrazione e della politica scolastica un sostegno che deve avere il coraggio e la coerenza di gesti concreti e non solamente esortativi.
Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Dott. Emanuele Barbieri chiediamo che, con decisione rapida, venga attuato anche a livello regionale un ambito di confronto paritetico con le Associazioni familiari che supplisca alla loro assenza tra i componenti il Consiglio Regionale dell’Istruzione.
All’Assessore Regionale Dott.ssa Mariangela Bastico rinnoviamo l’invito a riattivare la prassi di consultazione, che era diventata metodo corrente con gli Assessori precedenti e che è stata totalmente abbandonata dall’attuale Amministrazione.
L’Assessore nel suo intervento ha detto che “la riforma affida la scuola al mondo della scuola”.
Domandiamo: e le famiglie? Per quanto riguarda l’accordo Regione – Direzione Scolastica Regionale, le associazioni familiari sono state interpellate? Sono presenti nell’ambito di governo? La risposta, in entrambi i casi è “no”!
Sempre l’Assessore ha affermato che sulla scuola “si gioca il futuro dei nostri ragazzi”.
Siamo perfettamente d’accordo, con un nota bene: “i nostri ragazzi, non sono i figli della Regione e degli Enti Locali”.
DOCUMENTO DEL COORDINAMENTO DEI DISTRETTI SCOLASTICI DELL’EMILIA ROMAGNA
DECRETO LEGISLATIVO N. 233/99 – CONSIDERAZIONI E PROPOSTE
Gli Organi Collegiali della Scuola sono stati istituiti in base alla normativa prevista dai “Decreti Delegati”: con il tempo si è fatta sentire la necessità di modificarli e più volte si è parlato di una loro necessaria riforma, ma sinora non se ne era fatto niente.
Per quanto riguarda i Distretti Scolastici la loro durata è stata spesso prorogata proprio per giungere ad un cambiamento, senza peraltro che nessuna modifica venisse realizzata.
Alla fine si è pervenuti ad un Decreto Legislativo – D.L.vo n. 233 del 30 giugno 1999 – che ne contempla un cambiamento strutturale.
Si considera questo Decreto, nel suo insieme, un importante punto di riferimento, sia perché conferma alcuni Organi Collegiali, segnatamente i Consigli Scolastici Locali che vengono a sostituire gli attuali Consigli Scolastici Distrettuali e Provinciali, sia perché apporta notevoli modifiche alla situazione attuale.
Nondimeno il Decreto risulta in alcune parti contraddittorio, in altre non sembra tenere conto in modo adeguato dei principi per i quali gli Organi Collegiali sono stati costituiti.
Appare pertanto opportuno formulare alcune considerazioni e suggerire delle proposte atte a migliorare il decreto, a renderlo più chiaro e ciò ancor prima che esso venga applicato.
Uno dei principi fondamentali sui quali si basano gli Organi Collegiali è quello della partecipazione delle istituzioni sociali alla vita della Scuola.
Da questo punto di vista non sembra che i Consigli Scolastici Locali mantengano e migliorino l’efficacia di questo principio, soprattutto per quanto riguarda la famiglia: è universalmente riconosciuto che essa debba collaborare con la Scuola, vivere con i figli, assieme alle altre componenti istituzionali, la vita della scuola, fare sentire la sua voce, come è suo diritto-dovere, sul piano educativo.
Appare positivo il ridimensionamento del numero dei componenti dei nuovi Consigli Scolastici Locali e la semplificazione del loro funzionamento.
Vi sono, però, delle contraddizioni che indubbiamente vanno rilevate, chiarite, corrette.
Innanzitutto, in un momento in cui si privilegia il principio delle autonomie delle istituzioni scolastiche, sembra proprio in contrasto che la Giunta dei Consigli Scolastici Locali debba essere presieduta da un rappresentante dell’amministrazione.
I Consigli Scolastici Locali debbono avere una loro autonomia, senza soggiacere a presidenze esterne, anche se bene interessate ai problemi della scuola; non si capisce, tra l’altro, che altri Enti (Province e Comuni) siano deputati ad istituire propri Organi Collegiali.
I Consigli Scolastici Locali appaiono condizionati anche, e soprattutto, da un altro fondamentale aspetto: se debbono avere puri e semplici pareri consultivi e non avere potere decisionale, sono scarsamente incidenti sul piano funzionale.
Le varie componenti dei Consigli Scolastici Locali possono esprimere pareri e formulare suggerimenti ciascuno per proprio conto, nell’ambito delle loro pertinenze: se non possiedono dei chiari e precisi poteri decisionali sono esautorati del tutto dalla loro funzionalità nell’ambito della struttura dei Consigli.
Senza dire che quanti ne possono fare parte sono ampiamente demotivati a farsi eleggere o nominare in un organismo che abbia solo la possibilità di esprimere pareri di cui non si conosce l’esito.
I poteri decisionali che i Consigli hanno da esercitare riguardano, tra gli altri, l’Orientamento e la razionalizzazione delle istituzioni scolastiche sul territorio di competenza, il coordinamento delle istituzioni scolastiche in riferimento alla loro autonomia, l’educazione permanente, la continuità tra i vari cicli di istruzione, l’integrazione degli alunni portatori di handicap, l’attuazione del diritto allo studio, nonché tutte le altre iniziative concernenti i bisogni formativi sul territorio e il censimento delle opportunità culturali e sportive offerte ai giovani.
Per quanto si riferisce, in particolare, all’Orientamento ed alla razionalizzazione scolastica, sono da tenere presenti alcuni punti fondamentali della situazione che si riferisce a questi problemi.
E’ da rilevare che l’Italia è uno dei soli sei paesi delle Nazioni Unite (Brunei, Burundi, Italia, Oman, Sri-Lanka, Yemen) che non ha una legislazione per i servizi di Orientamento, non prevede la figura del Consigliere di Orientamento, né ha un assetto di appropriati servizi al riguardo. Questa carenza, che ci pone al di fuori del quadro di riferimento non soltanto europeo, ma mondiale, è di grave danno per la Scuola e per i suoi utenti.
C’è da chiedersi a chi passeranno le attuali competenze che, in materia di Orientamento, hanno i Distretti Scolastici: l’Orientamento è proprio pertinente ad un organismo trasversale che accomuna le varie componenti sociali.
Per quanto riguarda la razionalizzazione scolastica sul territorio non appare chiaro, né certamente sufficientemente definito, il principio delle articolazioni territoriali, che viene ancorato ad intese tra varie istituzioni, ma non a termini che indichino con precisione i criteri di ripartizione del territorio.
Sarebbe incomprensibile, ad esempio, accomunare territori di montagna con quelli di pianura: i Consigli Scolastici Locali dovrebbero avere il ruolo di promotori e di cuscinetto nell’ambito di iniziative riguardanti le varie Istituzioni Scolastiche e gli stessi Enti Locali, pur nel rispetto delle rispettive competenze.
Non pare che gli aspetti finanziari dei Consigli siano stati adeguatamente considerati. E’ evidente che i Consigli Scolastici Locali per potere validamente operare hanno bisogno di finanziamenti chiari ed adeguati: le loro possibilità operative sono innanzitutto condizionate da finanziamenti rispondenti effettivamente alle loro attività.
Soprattutto l’assetto amministrativo deve essere adeguato alle esigenze funzionali: i Consigli Scolastici Locali debbono avere una sede adeguata, all’interno o all’esterno delle istituzioni scolastiche, ed un proprio organico di segreteria, privilegiando il personale attualmente in servizio preso i Distretti Scolastici, personale che nel corso degli anni ha acquisito professionalità e competenze specifiche e garantito la continuità e la funzionalità dell’ufficio.