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Timestamp: 2020-04-02 16:56:24+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 19849 del 05/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19849 del 05/10/2016
Cassazione civile sez. trib., 05/10/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 05/10/2016), n.19849
sul ricorso 11013-2013 proposto da:
V.R. domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la cancelleria
GIUSEPPE ZAMPINI giusta delega a margine;
avverso il provvedimento n. 42/2012 della COMM. TRIB. REG. di
PIEMONTE, depositata42/2012 della il 06/06/2012;
16/06/2016 dal Consigliere Dott. LA TORRE MARIA ENZA;
udito per il ricorrente l’Avvocato CAPOLUPO che ha chiesto
accoglimento;
L’Agenzia delle entrate ricorre per la cassazione della sentenza della CTR del Piemonte, n. 42/34/12 dep. 6 giugno 2012, che ha rigettato l’appello dell’ufficio, confermando la decisione di primo grado di accoglimento del ricorso del contribuente. Il contenzioso ha per oggetto il diniego dell’istanza di rimborso (presentata il 5.11.2008), del 50% dell’Irpef versata da V.R., ex dipendente ENEL, sulla somma ricevuta quale indennità di esodo, in relazione al rapporto di lavoro cessato il (OMISSIS). In particolare la CTR ha ritenuto applicabile l’aliquota ridotta, ai sensi del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, (ex 17) comma 4 bis, in relazione al principio delle pari opportunità affermato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e tempestiva l’istanza di rimborso in quanto proposta nei termini di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, dalla data di deposito della sentenza della CGE (21.7.2005).
V.R. si costituisce con controricorso.
1. Con l’unico motivo di ricorso l’Agenzia deduce violazione di legge (D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38), essendo maturata la decadenza, a fronte di una ritenuta versata nel (OMISSIS) e una istanza di rimborso presentata nel (OMISSIS).
Secondo le sezioni Unite di questa Corte (n. 13676/2014; conf. Cass. 26 febbraio 2016, n. 3793), la domanda di rimborso del credito IRPEF generato dalla maggiore trattenuta operata dal datore di lavoro sull’incentivo all’esodo in base alla norma del TUIR successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione Europea dalla sentenza della Corte di Giustizia, deve comunque essere presentata entro 48 mesi dalla data della trattenuta e non dalla data della sentenza. Perde, dunque, il diritto al rimborso il lavoratore che non abbia presentato l’istanza entro il predetto termine.
Come le stesse Sezioni Unite hanno spiegato, nella vicenda qui sub judice non si è affatto verificata l’espunzione di una norma impositiva dall’ordinamento, bensì il diverso caso di “una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea che, con effetto retroattivo analogo a quello di una sentenza di illegittimità costituzionale, ha dichiarato in contrasto con una direttiva comunitaria self executing una norma nazionale di agevolazione fiscale, ampliandone la portata soggettiva”.
In tema di rimborso delle imposte sui redditi, l’indebito tributario è infatti soggetto ai termini di decadenza o prescrizione previsti dalle singole leggi di imposta, qualunque sia la ragione della non debenza, quali l’erronea interpretazione o applicazione della legge fiscale, il contrasto con norme di diritto comunitario, ovvero uno jus superveniens con applicabilità retroattiva (Cass. n. 17009/2012; n. 5978/2006; conf. n. 17918/2004, n. 15276/2008). La scadenza del termine per richiedere il rimborso determina pertanto il consolidamento dei rapporti di dare ed avere tra contribuente ed erario e l’esaurimento dello stesso rapporto tributario (v. Cass. 9223/2011), con la conseguenza che il contenuto dello stesso non può più essere rimesso in discussione. Ne deriva che anche le richieste di rimborso dei tributi incompatibili con la normativa comunitaria, devono essere presentate entro i termini di decadenza, termini che non contrastano con le disposizioni comunitarie (v. Cass. 11316/2000, 7173/2002, 7178/2004, 2809/2005). D’altra parte, anche la CGCE ha espressamente affermato che “il diritto comunitario non vieta ad uno Stato membro di opporre un termine nazionale di decadenza alle azioni di rimborso di tributi percepiti in violazione di disposizioni comunitarie, anche se questo Stato membro non ha ancora modificato la propria normativa interna per renderla compatibile con tali disposizioni” (causa C- 228/96, fallimento Aprile). Questa regola trova la sua ragion d’essere nella superiore esigenza di garantire la stabilità e la certezza del bilancio dello Stato, sul versante delle entrate.
Nè vale evocare, come fa il controricorrente, il principio dell’ovverruling di cui alla sentenza Cass. n. 22282/2011, in quanto la Corte ha successivamente chiarito che nel caso di imposte pagate sulla base di norme che la giurisprudenza comunitaria ha ritenuto contrastanti con il diritto comunitario, il contribuente può domandarne il rimborso solo entro il termine di decadenza stabilito dalla disciplina nazionale, senza che sul decorso di tale termine possa incidere la pronuncia comunitaria, non potendo questa configurarsi come espressione di “overruling” – e, come tale, inidonea ad operare retroattivamente – atteso che la decisione comunitaria non riguarda la materia processuale, nè il termine per la domanda di rimborso d’imposta, la quale, peraltro, resta proponibile anche prima che alla direttiva stessa venga data attuazione nello Stato italiano (S.U. n. 13676/2014, cit.; Cass. n. 13087 del 2012).
Il ricorso dell’Agenzia delle Entrate deve essere pertanto accolto, la sentenza impugnata deve essere cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ex art. 384 c.p.c., comma 2, col rigetto del ricorso introduttivo del contribuente.
1. In considerazione del consolidarsi della giurisprudenza posta a base della decisione in epoca successiva alla proposizione del ricorso introduttivo, vanno compensate le spese dell’intero giudizio.
La Corte, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente. Compensa le spese.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 giugno 2016.