Source: https://francescomacri.wordpress.com/2012/03/06/il-dodicesimo-anniversario-di-una-legge-in-gran-parte-disattesa/
Timestamp: 2019-12-07 06:37:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 33', 'art.1', 'art. 33', 'art.3', 'art. 33', 'art.3', 'art.2', 'art.2', 'art. 33']

Il dodicesimo anniversario di una legge in gran parte disattesa | RIFLESSIONI
Il dodicesimo anniversario di una legge in gran parte disattesa
di Francesco Macrì
Il 10 marzo 2012 ricorre il dodicesimo anniversario della legge n. 62/2000, relativa alle “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione”.
Una legge che ha avuto un travagliato ed aspro iter parlamentare, che è frutto di una logorante mediazione politica tendente al ribasso, ma che ha il merito di aver scavalcato un tabù che sembrava insormontabile e che ha stabilito inoppugnabilmente alcuni importanti principi, tra questi: che la scuola paritaria è parte costitutiva ed integrante dell’unico sistema educativo nazionale formato dalle scuole statali e dalle scuole paritarie; che svolge un servizio pubblico nell’interesse del bene comune; che il suo finanziamento da parte dello Stato è costituzionalmente legittimo e legittimato Va dato merito alla forte determinazione e capacità politica dell’allora Ministro dell’Istruzione del Governo Prodi, l’on Luigi Berlinguer, se questi risultati sono stati possibili. Leggere ancora oggi gli atti parlamentari di Camera e Senato, relativi alla discussione della legge 62/2000, come pure negli stessi anni, quelli relativi alla modifica della composizione delle Commissioni degli Esami di Maturità nella scuola paritaria, si rimane stupiti come sia stato possibile raggiungere certi risultati (che qualcuno, oggi, a prescindere da quel particolare contesto potrebbe giudicare scontati e minimali) nonostante la fortissima opposizione parlamentare all’interno della stessa Maggioranza di Governo e l’altrettanta fortissima opposizione della piazza, che raccoglieva le sigle sindacali di ogni colore e le frange più estreme e radicali dei movimenti studenteschi e dei centri sociali.
Ma nonostante tutto ciò, un certo successo è stato raggiunto nel nome di un diritto: quello della libertà di scelta educativa, dell’eguaglianza dei cittadini, del pluralismo e della democrazia, e all’insegna del perseguimento di un sistema scolastico nazionale più flessibile, più diversificato, più efficiente, più efficace, più di qualità.
Ma riprendiamo ed argomentiamo alcune di queste affermazioni per cogliere meglio la filosofia che sottende la legge 62/2000 e la sua applicazione (o disapplicazione) fatta dai Governi che si sono succeduti fino ad oggi.
1. La parità scolastica, espressione di libertà, pluralismo
La parità scolastica è un problema di civiltà giuridica in quanto tutti i cittadini sono eguali di fronte allo Stato. Non è la richiesta di un privilegio in nome di una ideologia, quella cattolica ad esempio, o di una appartenenza sociale elitaria, quella aristocratica. E’ il riconoscimento del diritto umano e costituzionale della persona e delle famiglie ad avere e scegliere l’istruzione ed educazione più conforme ai propri bisogni e convincimenti; è, anche, una modalità strutturale e funzionale, perché l’attuale sistema scolastico italiano, notoriamente monopolistico, centralistico, ingessato, improduttivo possa trasformarsi in uno più moderno, più articolato e flessibile, più pluralistico, più rispettoso della diversa e variegata domanda educativa, più diffusivo sul territorio, meno autoreferenziale, pertanto più efficace, più efficiente, più di qualità, più a servizio dello studente- utente.
In questa prospettiva, l’unica obiettivamente plausibile, non ha alcun senso la polemica, trascinatasi fino ai nostri giorni, che la parità scolastica sia una condizione di favore per alcuni a svantaggio di altri; un privilegio per una minoranza di studenti fortunati di famiglie “bene”, a danno della stragrande maggioranza destinati alla scuola statale, popolare e di massa.
Il reale, effettivo, sostanziale pluralismo istituzionale scolastico, costituito da scuole statali e paritarie, è, da lungo tempo, una realtà acquisita dalla maggior parte delle nazioni avanzate del mondo. L’Italia fa clamorosamente eccezione, ancorata su posizioni che contraddicono la sua grande tradizione culturale e giuridica. E’ un gap che deve rapidamente colmare se vuole stare nell’Europa non solo dell’euro, ma anche dei diritti umani e civili.
La scuola paritaria non pregiudica affatto, come alcuni paventano, il pluralismo culturale, anche quando si tratta di una scuola chiaramente connotata come quella cattolica, perché la scuola, qualsiasi scuola, se è veramente tale, non induce forzosamente ad un acritico consenso, non persegue un indottrinamento e una passività intellettuale, non fa proselitismo, non pratica operazioni di assimilazione culturale. Viceversa, stimola al confronto critico e dialettico, alla ricerca sempre ulteriore, alla libertà di coscienza, alla liberazione della libertà da qualsiasi condizionamento, sviluppa processi autonomi di pensiero e metodi di analisi e di valutazione rigorosamente scientifici, perché qualunque progetto educativo che abbia la pretesa di essere positivamente educativo può essere solo “proposto”, mai imposto, per la semplice ragione che i soggetti (gli alunni) e i loro diritti (compreso quello della libertà di pensiero e di coscienza) sono una frontiera invalicabile, un bene indisponibile a qualsiasi forma di plagio e di omologazione.
Ogni scuola è un laboratorio in cui non solo si tramanda cultura, ma si elabora e si crea cultura, e la cultura vera è, per sua natura, libera, indipendente, “eretica” rispetto a qualsiasi modello precostituito e dogmatico, a qualsiasi autorità impositiva ed autoritaria. La sua aspirazione, il suo orizzonte è la ricerca della verità; e la verità non ha padroni. Il fine di ogni scuola, compresa quella paritaria, è quello di promuovere coscienze libere, responsabili, solidali, rispetto al quale nessun progetto educativo può fare eccezioni o deroghe.
2. La parità scolastica è uno strumento di ottimizzazione dell’intero sistema educativo di istruzione e formazione
La reale e sostanziale parità scolastica non solo garantisce l’esercizio di un diritto, ma per l’inevitabile confronto dialettico ed emulativo che si viene a stabilire tra le scuole statali e paritarie, spinge nella direzione dell’ottimizzazione di tutto intero il sistema scolastico, perché ne attiva i dinamismi organizzativi e funzionali; ne stimola i processi di ricerca, di innovazione e sperimentazione; innalza gli standard di qualità dei servizi erogati; offre un ventaglio di scelte più ampio e personalizzato rispetto ai bisogni dei singoli; induce, per le classiche regole dell’economia, ad una riduzione dei costi a fronte di risultati eguali se non addirittura migliori; offre effettivamente a tutti, senza alcuna preclusione di tipo economico, sociale, ideologico, etnico e religioso, la possibilità di accedere alla scuola più gradita e conforme alle proprie aspirazioni; è più garantista dei diritti di ciascuno, compreso quello di un servizio di qualità.
La parità scolastica, infatti, non è fine a se stessa, ma in funzione del diritto della libertà di scelta educativa, come pure della qualità, della efficacia, della efficienza, dell’economicizzazione e massimizzazione delle risorse pubbliche, destinate all’istruzione e alla educazione. La parità produce, cioè, un “guadagno” per tutti.
Tenendo in conto come storicamente è andata consolidandosi la struttura organizzativa e funzionale della scuola italiana, regolata da rigide logiche centralistiche e burocratiche e mai soggetta ad una valutazione esterna che ne favorisse, stimolasse, la qualità, l’economicità, l’efficacia, l’efficienza, dal confronto con la scuola paritaria ne ricava un grande beneficio non solo nel senso di avere un modello rispetto al quale confrontarsi e misurarsi, ma anche uno stimolo a fare di più e meglio per non uscire “fuori dal mercato” dell’interesse e della scelta delle famiglie e degli alunni.
Pertanto considerare la scuola paritaria come antagonista e contrapposta alla scuola statale, come un pericoloso intralcio al suo sviluppo significa non solo ignorare quanto codificato espressamente dalla Costituzione e da una legge dello Stato (Legge 62/2000, art. 1, comma 1) che la riconosce come “parte integrante e costitutiva” dell’unico sistema nazionale di istruzione e di formazione e
soggetto titolare di un “servizio pubblico e di pubblico interesse”, ma anche la sua funzione positiva di stimolo e miglioramento della scuola statale medesima.
La verità è che la scuola paritaria si pone “accanto” e non “contro” la scuola statale, con-corre, corre insieme” ad essa verso il perseguimento di un grande e “comune” obiettivo: quello della promozione umana, culturale degli alunni e della crescita civile, sociale ed economica del Paese. Nel nostro mondo moderno, assai complesso e fortemente in evoluzione, è superficiale ed irrealistico supporre che lo Stato possa “da solo” con il suo apparato burocratico-amministrativo assumersi tutti i carichi per fronteggiare le sfide che in ogni ambito si vanno manifestando. Si è di fronte ad uno scenario dove si tocca con mano la necessità e l’urgenza del coinvolgimento di “tutti” i soggetti, della mobilitazione di “tutte” le risorse umane, economiche, professionali disponibili all’interno della società civile perché “insieme” con il contributo di ciascuno si riesca corresponsabilmente a trovare le soluzioni più adeguate ai grandi problemi che su tutti incombono. Quest’osservazione riguarda ogni ambito ma, ancor più, quello dell’istruzione e della formazione in quanto si vanno moltiplicando e differenziando le esigenze educative di ciascuno, si va allargando il bacino della domanda fino a coprire l’intero arco della vita di milioni e milioni di persone, vanno crescendo rapidamente a dismisura le esigenze di nuove competenze e specializzazioni professionali, per di più sottoposte con la stessa rapidità a forte obsolescenza.
Pertanto di fronte al dinamismo di questo scenario, la scuola statale (che sarebbe bene e più correttamente cominciare a chiamare “autonoma”) e la scuola paritaria, entrambe scuole “pubbliche” per il servizio che svolgono, hanno ben altro da fare che lasciarsi coinvolgere e trascinare in una pretestuosa contrapposizione, il cui fine non è il loro interesse e tanto meno quello dei loro alunni, quanto piuttosto quello corporativo (o ideologico, o politico, o sindacale) di chi tende a strumentalizzarle per fini non dichiarati e/o non dichiarabili.
Il mercato globale, la competizione internazionale, la crisi economica e finanziaria mondiale possono essere affrontate dall’Italia solo se dispone di un forte, esteso, efficace ed efficiente sistema di istruzione e formazione. Ogni tentativo di indebolirlo, mettendo la scuola statale contro la scuola paritaria, è una forma paranoica di autolesionismo, una mancanza di senso civico e di responsabilità etica, una assurda miopia politica. Il problema non è avere meno scuole, ma il numero più grande possibile, e tutte (statali e paritarie) di grande qualità ed eccellenza. Solo un alto livello di istruzione ed educazione, accessibile indistintamente a tutti, è garanzia di un futuro migliore e sicuro per tutti.
3. Legittimità del finanziamento pubblico della scuola paritaria
Non c’è libertà di insegnamento e di scelta educativa senza un corrispettivo sostegno giuridico ed economico perch questa libertà si possa “effettivamente” esprimere e realizzare, come ebbe chiarissimamente a dire il Parlamento europeo in una sua Risoluzione nel lontano 14 marzo 1984: “Il diritto alla libertà di insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazioni nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale”(Art.1, 9); arrivando, in caso di violazione, perfino a ipotizzare delle sanzioni severe: “Le procedure in caso di violazione dei diritti fondamentali e dei principi giuridici generali enunciati nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riconosciuta dalla Comunità europea, si applicano anche in caso di violazione della libertà di istruzione”(art. 2, 3).
E’, quindi mistificante, l’affermazione di chi dice che il finanziamento della scuola paritaria “sottrae” risorse alla scuola statale in quanto, in entrambe le istituzioni, i soggetti utilizzatori del servizio formativo sono cittadini a pieno titolo e contribuenti dello stesso Stato, portatori dello stesso identico diritto che è quello della propria istruzione ed educazione. Ma se sono cittadini e contribuenti dello stesso Stato il loro trattamento deve essere per tutti “equipollente” (Costituzione Italiana, art. 33, comma 4) senza alcun privilegio o discriminazione per gli uni o per gli altri perché,
in una vera democrazia, che non sia quella concepita da G. Orwell nella sua “La fattoria degli animali”, non c’è nessuno più eguale dell’altro. Pertanto continuare a ricorrere al comma “senza oneri per lo Stato” della Costituzione (art. 33, comma 3) per argomentare contro il finanziamento pubblico della scuola paritaria significa continuare a pensare, nonostante quanto sia stato scritto su questo argomento da insigni costituzionalisti e i grandi progressi compiuti dalla coscienza civile dei diritti umani, con logiche approssimative e discutibili:
1) perché il senso esatto del comma 3 dell’art. 33 (“senza oneri per lo Stato”) è stato ampiamente chiarito fin da subito dallo stesso proponente, l’on. Corbino, durante il dibattito alla Costituente, rispondendo ad una obiezione dell’on. Gronchi: “Noi non diciamo che lo Stato non può intervenire mai in favore degli istituti privati, diciamo solo che nessun istituto privato potrà sorgere con il diritto di avere aiuti da parte dello Stato. E’ una cosa diversa: si tratta della facoltà di dare o di non dare”;
2) perché non è scientificamente plausibile estrapolare questa singola espressione, assegnandole un valore assoluto, da un contesto, quale è quello della Costituzione italiana, notoriamente garantista dei diritti (di tutti i diritti, compreso quello della libertà di scelta educativa) fondamentali dell’uomo e dell’eguaglianza tra i cittadini di fronte allo Stato.
Quanto fin qui richiamato porta ad alcune conclusioni: la scuola paritaria è un “bene” “della” e “per” la nazione; esprime e realizza un diritto e un bisogno dei cittadini; e pertanto lo Stato se ne deve fare esplicito carico nell’interesse dei singoli e di tutti.
Come è noto, la legge 62 del 14 marzo del 2000, colmando un ritardo di oltre mezzo secolo, rispetto a quanto prescritto dal dettato costituzionale (art. 33.2 e 3), ha riconosciuto alle scuole paritarie una piena “legittimità” e un ruolo “costitutivo” dell’unico sistema nazionale dell’istruzione ed educazione (62/2000, art.1.1). Questo profilo giuridico, che si è precisato con i “Regolamenti attuativi” (DM 29.11.07, n. 267; DPR 9.01.2008, n. 23; DM 29.11 2007, n. 263) e le “Linee guida” (DM 10.10.2008, n. 82; DM 10.10.2008, n. 83; DM 10.10.2008, n. 84) ha, purtroppo, imboccato, per una ricorrente e mai definitivamente sconfitta visione statalista, la direzione di una minuziosa e rigida prescrittività di vincoli e procedure a fronte viceversa di una copertura finanziaria dei costi di gestione quasi insignificante, anzi in regressione, dopo un iniziale piccolo trend positivo dal 1996 al 2002, per i reiterati tentativi di tagli, di volta in volta in parte, nell’ordine del 30% del budget complessivo.
Già prima degli anni cinquanta le scuole non statali elementari parificate erano destinatarie di contributi economici pubblici in regime di convenzione, ma la legge 62/2000 riconoscendo le scuole paritarie di ogni ordine e grado come “parte costitutiva” del sistema nazionale di istruzione ha compiuto un importante passo in avanti sul piano dei principi soprattutto, ma anche rispetto alla destinazione delle risorse, attribuendo: per il sistema prescolastico: 280 miliardi di lire (pari a euro 144.607.932); per le convenzioni di parifica delle scuole primarie: 60 miliardi di lire (pari a euro 30.987.414); per l’integrazione dell’handicap: 7 miliardi di lire (pari a euro 3.615.198). Per un totale di 347 miliardi di lire (pari a euro 179.210.544). Oltre a 300 miliardi di lire (pari a euro 154.937.069) annui destinati alle Regioni per il diritto allo studio.
Queste risorse sono andate ad aggiungersi ai precedenti stanziamenti, incrementati nell’esercizio finanziario 1998 nella seguente misura: per le scuole dell’infanzia 200 miliardi di lire (pari a euro 103.291.379) e per le scuole primarie parificate 60 miliardi di lire (pari a euro 30.987.413). Con un aumento totale di 280 miliardi di lire (pari a euro 144.607.931). Dando come risultato nell’esercizio finanziario 2001 quello riportato nella seguente tavola.
4. Le scuole paritarie costituiscono una grande economia per l’erario dello Stato
Assai interessante, anche perché smentisce clamorosamente un luogo comune dell’immaginario collettivo, è verificare l’entità del risparmio per l’erario dello Stato, prodotto dal funzionamento delle scuole paritarie.
Il Ministro Gelmini nella sua audizione alla VII Commissione permanente della Camera del 10 gennaio 2008 ha riferito, (con una stima, a nostro avviso, giocata assai al ribasso e lo dimostreremo subito) che “il risparmio per l’erario, determinato nell’anno in corso (2008) è stato di circa 5,5 miliardi a fronte di un contributo alle scuole paritarie di circa 500 milioni di euro”. Molti sono rimasti sorpresi e scettici rispetto a questa considerazione. Ma ci sono dati incontestabili che la provano come vera. Basta rifarsi ad una pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, intitolata “La scuola in cifre, 2007” e reperibile sul sito dello stesso Ministero. Ce ne sono anche altre che trattano la stessa materia, come quelle curate dall’ISTAT, dal CENSIS, dall’ISFOL, dalla Banca di Italia, ma preferiamo riferirci a questa in quanto più agevolmente, per chi fosse prevenuto, può essere considerata obiettiva. Si legge che nell’anno scolastico 2006/2007, a fronte di 7.751.336 alunni della scuola statale di ogni ordine e grado, è stato praticato un finanziamento pubblico complessivo pari a 57 miliardi di euro, così ripartito: 47 miliardi sul bilancio del Ministero dell’istruzione; 8 miliardi di euro sui bilanci degli Enti locali; 2,2 miliardi di euro sui bilanci delle Regioni.
Questo dato, già per sé significativo, a nostro giudizio risulta largamente incompleto perché si riferisce alle sole spese correnti e non a quelle in conto capitale, come ad esempio la costruzione e manutenzione straordinaria degli edifici, il loro ammortamento; perché da questa voce complessiva di 57 miliardi di euro sono escluse quelle a carico di bilanci di altri Ministeri, coinvolti anch’essi per le proprie competenze, a sostenere direttamente o indirettamente l’istruzione pubblica, come il Ministero della Sanità, il Ministero dei Trasporti, il Ministero del Beni culturali, il Ministero della Gioventù, senza escludere i molti miliardi di euro, stanziati per lo stesso scopo dall’Unione Europea per i suoi progetti comunitari.
La risultante di queste voci è enorme sia in senso assoluto, sia in riferimento al costo medio dell’alunno di scuola statale. E’ strabiliante se è rapportata alla somma destinata alla scuola paritaria e al costo medio dei suoi alunni. Limitandoci semplicemente ai dati della pubblicazione ministeriale sopracitata, pur con l’assenza delle voci di cui abbiamo detto, risulta che nel 2007 a fronte di 1.049.420 alunni nella scuola paritaria di ogni ordine e grado, le sono stati erogati come finanziamento pubblico appena 534.961.147 di euro.
Raffrontando questi ultimi dati con quelli sopra richiamati, relativi alla scuola statale, risulta che per l’erario, nell’anno considerato, il costo medio alunno della scuola statale è stato di oltre 7 mila euro a fronte di appena 500 euro della scuola paritaria. La conclusione che si può trarre è una sola: la scuola paritaria non solo non è una spesa aggiuntiva per il bilancio dello Stato come molti vorrebbero far credere, ma un grandissimo guadagno; non solo non è una uscita, una perdita, ma un investimento ad alto tasso di interesse; non solo non è la concessione improduttiva di un privilegio, ma il riconoscimento di un servizio pubblico a basso costo e ad alto rendimento per lo Stato e per i cittadini. In altre parole: la scuola paritaria è una risorsa “del” Paese e “per” il Paese, un capitale a beneficio di tutti e, come tale, dovrebbe poter godere dei legittimi riconoscimenti e sostegni economici. Perché più forte e grande è il numero delle scuole paritarie, più grande è il risparmio e il beneficio che totalizza lo Stato.
5. La qualità della scuola è il problema primo e vero di ogni dibattito sulla scuola statale e paritaria
Il problema vero sul quale va posta l’attenzione di tutti non è la parità scolastica, come d’altra parte non è la difesa pregiudiziale e incondizionata della scuola statale, quanto piuttosto che la scuola, statale o paritaria, sia una scuola di qualità, perché solo se è veramente tale garantisce “effettivamente” il diritto soggettivo di istruzione e formazione degli studenti, assolve il mandato che la società le attribuisce e, quindi, può reclamare legittimamente il finanziamento pubblico.
Una scuola mediocre, con livelli di prestazioni bassi, con un personale direttivo e docente dequalificato e demotivato, con curricoli non rispondenti ai reali bisogni formativi e professionali degli studenti e del mondo produttivo e delle imprese serve a poco o a nulla, e tradisce le aspettative della famiglia e della nazione.
La qualità è l’obiettivo che va incondizionatamente perseguito. Solo la qualità legittima l’esistenza di una scuola e non la “natura giuridica” del soggetto erogatore del servizio. Solo la qualità la rende autentica e credibile. Solo la qualità giustifica il suo finanziamento col denaro pubblico dei contribuenti.
Ma la qualità non va solo annunciata, declamata, pretesa. Va progettata e costruita. Per farlo occorrono condizioni soggettive ed oggettive, normative, legislative, organizzative e finanziarie. Occorre un’attenzione ed un interesse costanti della famiglia, della società, della politica, della imprenditoria. Occorre riconoscere alla scuola la sua vera, grande ed insostituibile funzione educativa. Le trasformazioni così rapide e sconvolgenti che stiamo vivendo ci avvertono che il pianeta terra avrà un futuro solo se ci saranno uomini capaci di dominare e guidare i processi della vita personale e collettiva, nella direzione dello sviluppo umano pieno e solidale. Si tratta di pensare alla formazione di una umanità nuova. Si tratta di capire che il futuro è legato alla scelta dell’educazione (E. Cresson, Insegnare ed apprendere, verso una società conoscitiva, 1995). Nessuno nega l’urgenza e la necessità di profonde riforme strutturali delle nostre società. Ma, anche il meccanismo più sofisticato e funzionale può incepparsi e degenerare, se non viene usato da persone consapevoli e responsabili, formate in un cammino ad alta tensione morale e con una forte passione per l’uomo e i suoi destini. L’educazione è, oggi, come ha affermato giustamente J. Delors (L’educazione, un tesoro nascosto, 1997), l’utopia necessaria per imparare a vivere nel villaggio globale, per creare un mondo migliore nella direzione di uno sviluppo sostenibile, di una reciproca comprensione tra i popoli e un rinnovamento della democrazia e per insegnare a superare alcune forti tensioni esistenti tra il globale e il locale, l’universale e l’individuale, la tradizione e la modernità, il bisogno di competizione e la preoccupazione della solidarietà, l’espansione straordinaria delle conoscenze e la capacità di assimilarle, i valori trascendenti e quelli materiali. Una educazione per essere idonea ad assolvere questi compiti deve basarsi su quattro pilastri: imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme, imparare ad essere. Ma la vastità e complessità di queste compiti presuppone che la tematica educativa assuma il posto centrale nella vita e nelle scelte della società civile e politica e, con essa la scuola che dell’educazione “rappresenta lo spazio comunitario più organico e intenzionale” (CEI, Per la scuola, 1996)
6. La Legge 62/2000 è un primo passo di un cammino più lungo
La Costituzione italiana, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 stabilisce al quarto comma dell’art. 33 che “ la legge nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali”.
Accesi contrasti ideologici e politici hanno impedito al Parlamento, per oltre cinquant’anni di dare seguito a questa norma. Solo nel marzo 2000 sono state finalmente trovate le condizioni politiche favorevoli per approvare la legge sulla parità scolastica. Una legge non certa perfetta, perché frutto di grossi compromessi giocati al ribasso, tuttavia con un merito di assoluta rilevanza, da alcuni enfaticamente definito “storico”, quello di essere riuscita finalmente a scavalcare una barriera che sembrava insormontabile, come stanno a dimostrare le diecine di disegni di legge rimasti chiusi nei cassetti del Parlamento nel corso dei decenni.
Con l’articolo 1, comma 1, la legge 62/2000 codifica che il sistema nazionale di istruzione è unico ed è “costituito congiuntamente dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”. Una novità di non poco conto perché ribalta la prospettiva tradizionale: la “pubblicità” della scuola non discende dalla natura giuridica dell’ente gestore (statale o privato) ma dal servizio che essa eroga. In questo modo la scuola paritaria fa il suo ingresso a pieno titolo nel sistema scolastico
nazionale, assume una dignità che prima non le veniva riconosciuta. Per scuola “pubblica” non si intende più solo quella statale. Anche la scuola paritaria è a tutti gli effetti pubblica.
Ma, nessuno può ignorare che questa legge porta con sé molte contraddizioni come si evince già dal titolo che essa porta. Vengono riconosciuti alcuni principi generali, sebbene con qualche distinguo, ma non si predispongono gli strumenti perché possano realizzarsi, a cominciare dal finanziamento, lasciato alla instabilità e imprevedibilità della situazione politica del Parlamento e alla conseguente incerta determinazione della quantità e modalità di erogazione. Lo stesso termine “parità” utilizzato per qualificarla, sebbene riconducibile alla Costituzione, è sotto il profilo semantico assai “equivoco” e discutibile in quanto enfatizzando il vincolo di “conformarsi” alla scuola statale, considerata termine di riferimento per eccellenza, fa venire meno o comunque oscura quell’altro principio costituzionale, non certo ad esso secondario, che alle scuole non statali riconosce la “piena libertà” (art.3.3). Finisce per riproporre cioè ancora il vecchio modello di “scuola unica” che il riconoscimento della scuola paritaria, come soggetto autonomo e libero, avrebbe dovuto superare. Oggi, anche alla luce del nuovo Titolo V della Costituzione, dei principi costituzionali di autonomia e sussidiarietà e del presupposto che lo Stato non è l’unica fonte del diritto e che la parità scolastica non è esclusivamente una concessione di natura amministrativa, dobbiamo e possiamo andare avanti nella direzione più giusta e moderna.
“La riflessione costituzionalistica e amministrativistica di questi ultimi trent’anni ha portato ad enucleare che il diritto di cui all’art. 33, terzo comma della Cost., con il corteo di diritti di cui al quarto comma, è un diritto costituzionale soggettivo perfetto, originario e non derivato, di per sé esistente ed esercitatile, senza che sia sottoponibile ad alcuna condizione sospensiva da lasciare nelle mani del potere legislativo ( la legge di parità è legge di organizzazione, non costitutiva): esso trova il suo fondamento nei diritti originari della persona (art.3,4,21,34,35, etc.), della famiglia (art.2,29,30,31), delle formazioni sociali (art.2,18,19,21,etc.).
Questo deve portare, nel campo dell’istruzione e della formazione a consolidare il concetto di “sistema educativo di istruzione e formazione” (legge n. 30/2000), nonché il concetto di “sistema nazionale di istruzione” (legge n. 62/2000) di cui – “a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti – partecipano scuole statali, “paritarie” ex art. 33, quarto comma Cost., degli enti locali. Con la conseguenza, che verificati i requisiti di legge, oggettivi e soggettivi, il riconoscimento della parità (“accertamento costitutivo”) è un atto dovuto e non discrezionale. E con l’ulteriore conseguenza altresì che la scuola “paritaria” lo è quanto agli ordinamenti e agli esiti, e non quanto alla fonte dei suoi diritti; quanto al modus, cioè, e non quanto alla fonte del suo status, dal momento che quest’ultimo si radica nello stesso ordinamento costituzionale. Esattamente il contrario dell’impostazione del legislatore (fascista) del 1942 e degli statalisti d’oggi. (G. Garancini).
A fronte di queste difficoltà teoriche permangono anche difficoltà applicative della legge 62/2000. Alcune le abbiamo già accennate: l’incertezza della disponibilità finanziaria, i rallentamenti spropositatamente dilatati nell’erogazione dei fondi destinati, l’eccesso delle prescrizioni e dei controlli burocratici, l’assenza a livello nazionale e periferico di uffici ministeriali referenti con specifiche competenze sulle scuole paritarie; l’esclusione sistematica da tutte le iniziative promosse a sostegno della professionalità del personale direttivo e docente delle scuole statali.
Queste difficoltà sopravvivono per la permanenza di una diffusa cultura statalista ostile alle scuole paritarie. Applicare correttamente la 62/2000 ed eventualmente superarla presuppone un’azione capillare e costante di sensibilizzazione sui diritti soggettivi della persona. E’ una sfida civile di fronte alla quale nessuno deve sentirsi sollevato dalle sue responsabilità di annunciare e difendere una nuova visione di Stato (più leggero, più democratico, più articolato) e di cittadinanza (più libera, più attiva, più responsabile, più pluralista).
Dagli anni 2000 ad oggi molte cose sono cambiate in Italia sullo scenario della cultura, della politica, dell’economia, della coscienza dei diritti civili. Si è trasformata la stessa struttura dello
Stato nella direzione della sussidiarietà e delle autonomie locali. La globalizzazione dei mercati e la conseguente forte competitività spinge tutti ad innalzare il più possibile gli standard della istruzione, formazione, educazione.
La legge 62/2000 riflette in parte un mondo che non c’è più. Va non solo pienamente applicata anche sotto il profilo del finanziamento pubblico per garantire la funzionalità della scuola paritaria e l’accesso ad essa di tutti, in particolare delle classi più disagiate, ma anche riformulata, rafforzata, riadattata alle nuove situazioni e alle nuove domande educative. Deve scrivere in maniera definitiva e inappellabile che la scuola paritaria è garanzia di un diritto umano fondamentale che riguarda indiscriminatamente tutti i cittadini e che il suo servizio pubblico erogato senza finalità di lucro e nell’interesse del bene comune deve essere finanziato dallo Stato al pari dell’altrettanto servizio pubblico erogato nell’interesse del bene comune dalla scuola statale.
La legge 62/2000, cioè, non deve limitarsi ad “annunciare” la parità scolastica; deve mettere le condizioni giuridiche ed economiche perché sia effettivamente “praticabile” e “praticata” su tutto il territorio nazionale.
Deve, in sintesi, realizzare una parità scolastica che sia “effettivamente” e “per intero” una “vera” parità.