Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1985/0164s-85.html
Timestamp: 2019-03-23 17:20:21+00:00
Document Index: 88221177

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 100', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 97', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 52', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 52', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 52', 'art. 3', 'art. 3']

Consulta OnLine - Sentenza n.164 del 1985
Una simile condizione d’incertezza potrebbe divenire grave ed irreparabile in un periodo decisivo della vita lavorativa del giovane, posto, sostanzialmente, nella pratica impossibilità di programmare le proprie scelte; al contempo, difficoltà amministrative od istruttorie sarebbero in grado di fornire una fin troppo facile giustificazione all'Amministrazione per procrastinare la propria determinazione, "sino ad attuare eventuali comportamenti larvatamente vessatori in insanabile conflitto con la stessa esigenza, costituzionalmente tutelata, di buon funzionamento ed imparzialità degli uffici".
In entrambi i giudizi é intervenuta la Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata e difesa dall'Avvocatura Generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.
Deduce l'Avvocatura che la invocata "parità di condizioni" tra il giovane che si presenti alla leva senza porre problemi di obiezione di coscienza ed il giovane che sollevi problemi del genere, non sussiste: per il primo, infatti, dopo che venga accertata la sua idoneità fisica, la prestazione effettiva del servizio inizierà con la chiamata alle armi dello scaglione al quale appartiene; per l'obiettore di coscienza "é da compiere, in più, un giudizio inteso a convincere che la dedotta obiezione é fondata e sincera": solo dopo questo ulteriore accertamento (che richiede tempi supplementari) il Ministro potrà dispensare il richiedente dal servizio armato e disporre per l'avviamento al servizio non armato, ovvero al servizio civile sostitutivo, se richiesto.
Mentre nella prima parte dell'ordinanza, infatti, il giudice a quo ha stigmatizzato gli effetti che la "perentorietà" del termine (facendo venir meno il potere per l'amministrazione di procedere) comporterebbe, nella seconda parte "quella stessa tesi che prima era stata respinta perché avrebbe determinato conseguenze palesemente inaccettabili, viene riproposta nei medesimi termini, e con giudizio di non manifesta infondatezza, che é logicamente incompatibile con la prima parte dell'ordinanza stessa". In ogni caso, la conversione autoritativa del termine "ordinatorio" in termine "perentorio" non arrecherebbe alcun vantaggio alla tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive: troverebbe sempre applicazione (pur essendo attualmente variata la normativa alla quale deve farsi capo) l'istituto del silenzio-rifiuto.
Inoltre, l'auspicata "perentorietà" del termine non determinerebbe una posizione di vantaggio quanto alla tutela sostanziale dell'interesse fatto valere in giudizio: occorrerebbe, in più, una norma espressa, la quale annettesse alla decorrenza del termine "perentorio" non il rigetto del ricorso amministrativo ovvero la impugnabilità in sede giurisdizionale del silenzio sull'istanza prodotta, ma statuisse che, decorso il semestre, si ha per accolta l'istanza dell'obiettore di coscienza il quale abbia omesso di addurre elementi probatori per iscritto ed abbia rifiutato di far conoscere, sia pure a voce, gli imprescindibili motivi di coscienza per cui egli é contrario all'uso delle armi.
Tuttavia, poiché la Costituzione non é solo fonte di diritti e ausilio garantistico di libertà, ma pone ai componenti della comunità associata dei doveri inderogabili e qualificanti del loro status civitatis (tra i quali rientra il "sacro dovere" di difesa della Patria e, conseguentemente, l'obbligatoria prestazione del servizio militare) - doveri che non possono non rivolgersi a tutti i cittadini, i quali, per il principio di eguaglianza, non sono pari soltanto nel fruire dei diritti ma anche nell'adempiere ai doveri - ne consegue che il principio di eguaglianza non potrebbe consentire di fare distinzione a causa della religione, delle opinioni politiche e delle condizioni personali e sociali dei cittadini.
Se é vero, perciò, che la Costituzione ripudia la guerra, vero é altresì che essa chiama a raccolta tutti i cittadini in caso di situazioni eccezionali e inevitabili: non v'é, del resto, ragione per ritenere che "il travaglio di coscienza attanagli in tali circostanze solo coloro che affermano (anche sinceramente) che l'uso personale delle armi contrasta con le loro convinzioni religiose, filosofiche e sociali e non anche coloro che non hanno magari mai fatto professione pubblica di particolari convinzioni, ma hanno trascorso la loro vita nella semplicità del lavoro, nell'amore della famiglia e nell'educazione dei figli".
Ove, poi, "tenuto conto dell'ulteriore progredire del livello di maturità culturale e civile del popolo negli ultimi trent'anni si volesse ritenere che la difesa della Patria non é più dovere sacro dei cittadini, perché é irrinunciabile l'esigenza fondamentale di rispettare le coscienze individuali, allora non vi sarebbe ragione per ritenere che tale salvaguardia dei valori dell'individuo debba riguardare solo alcuni, coloro che abbiano fatto professione pubblica di certe convinzioni etiche, e non abbracciare anche tutti coloro che, per il loro maggiore impegno nella vita sociale o semplicemente perché meno dotati di nozioni culturali o virtù dialettiche, non rendono, é vero, di dominio pubblico le loro più intime convinzioni, ma non per questo sono meno turbati nell'intimo della coscienza di far ricorso all'uso delle armi".
L'ordinanza, ritualmente notificata e comunicata, é stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 345 del 17 dicembre 1980.
Quanto alla prima delle due questioni alternativamente proposte, l'Avvocatura richiama la sentenza n. 53 del 1967, sottolineando come ai principi da essa espressi si sia allineata la dottrina, la quale ha ritenuto che, mentre il dovere di difesa grava su tutti i cittadini, secondo modalità di adempimento proporzionate alla minaccia usata contro lo Stato, il dovere di prestazione del servizio militare si dirige soltanto verso i soggetti individuati come idonei alla prestazione della difesa in armi, nel quadro dell'ordinamento delle forze armate. É dato, quindi, distinguere, prosegue l'Avvocatura, tra "difesa con le armi", nei cui confronti il dovere di prestazione del servizio militare assume una "strumentalità diretta, e difesa a contenuto non predeterminato, che può estrinsecarsi anche con modalità diverse dall'annientamento fisico del nemico e che, dunque, prescinde dal servizio militare".
In ordine, infine, alla questione motivata per relationem alle due precedenti ordinanze di rimessione, l'Avvocatura si é riportata alle precedenti deduzioni.
3. - Le questioni sopra esposte sono state discusse alla udienza pubblica dell'11 gennaio 1983, al cui esito la Corte, riuniti i tre giudizi, ha pronunciato l'ordinanza istruttoria n. 267 del 1983, con la quale é stato disposto che il Ministro della difesa provvedesse a far pervenire: il testo integrale della circolare 19 settembre 1979, n. 500081/3, statuente per gli obiettori, i quali, alla data della presentazione della domanda, si trovassero ad avere atteso per un periodo di ventisei mesi se della leva di terra ovvero di trentadue mesi se della leva di mare, l'adozione del provvedimento di dispensa dalla ferma ai sensi dell'art. 100, lettera b, del d.P.R. 14 febbraio 1964, n. 237; i dati numerici relativi all'applicazione di detta circolare; eventuali altre circolari o determinazioni ministeriali riguardanti la materia.
Più precisamente, ciascuna delle dieci ordinanze, emanate dal Tribunale amministrativo regionale del Piemonte nell'arco di un triennio, sottopone al vaglio di questa Corte, con riferimento all'art. 3 Cost., l'art. 3, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772, a causa della mancata prefissione di un termine perentorio al Ministro della difesa per decidere sulla domanda con cui chi si dichiara obiettore di coscienza chiede, come é avvenuto in tutti i casi di specie, di essere ammesso a prestare servizio sostitutivo civile, sempre preferito al servizio militare non armato. La stessa legittimità della norma viene, peraltro, contestata dalle cinque ordinanze del secondo gruppo anche con espresso riferimento all'art. 97 Cost.. A sua volta, un'ordinanza del primo gruppo (r.o. n. 727 del 1980) antepone alla specifica denuncia del suddetto art. 3, secondo comma, la denuncia globale della legge 15 dicembre 1972, n. 772, comprese le sue successive modificazioni ed integrazioni, con riferimento a due serie di parametri costituzionali, alternativamente indicate (artt. 2, 3, primo comma, e 52 Cost.; oppure artt. 2, 3, primo comma, 19 e 21, primo comma, Cost.).
3. - Poiché le questioni riguardanti una legge nella sua globalità rivestono, sotto il profilo logico, carattere sicuramente preliminare rispetto alle questioni riguardanti sue singole parti, occorre prendere le mosse dall'unica ordinanza - T.A.R. del Piemonte 15 aprile 1980 (r.o. n. 727 del 1980) - che coinvolge l'intera legge 15 dicembre 1972, n. 772. Del resto, é questa stessa ordinanza a qualificare come "subordinata" la questione che coinvolge il solo art. 3, secondo comma, della medesima legge. Ne consegue che sono, anzitutto, da esaminare le argomentazioni addotte e sviluppate in via principale da tale ordinanza.
4. - Un'analisi attenta di quanto l'ordinanza ora in considerazione argomenta principaliter dimostra che si é in presenza non di una, ma di due questioni aventi ad oggetto l'intero sistema normativo introdotto dalla legge 15 dicembre 1972, n. 772: l'una con riferimento agli artt. 2, 3, primo comma, e 52 Cost.; l'altra con riferimento agli artt. 2, 3, primo comma, 19 e 21, primo comma, Cost..
Questo, in sintesi, il ragionamento del giudice a quo: "(La Carta costituzionale) non é solo fonte di diritti e ausilio garantistico di libertà, ma pone anche ai componenti della comunità associata dei doveri inderogabili e qualificanti del loro status civitatis (art. 2 Cost.)", tra l'altro "proclamando (art. 52) che la difesa della Patria é sacro dovere del cittadino e dichiarando di conseguenza che il servizio militare é obbligatorio"; "tale dovere non può non rivolgersi a tutti i cittadini, i quali per il principio di eguaglianza non sono pari solo per fruire dei diritti ma evidentemente anche per adempiere ai doveri"; "La Costituzione ripudia la guerra ma chiama a raccolta tutti i cittadini in caso di situazioni eccezionali e inevitabili. Non v'é del resto ragione per ritenere che il travaglio di coscienza attanagli in tali circostanze solo coloro che affermano (anche sinceramente) che l'uso personale delle armi contrasta con le loro convinzioni religiose, filosofiche e morali"; di fronte all'eventualità, sia pur eccezionale, di un nuovo conflitto la Costituzione "ha giudicato debba prevalere lo spirito di solidarietà di tutti i cittadini nella difesa della integrità e dignità della comunità come società libera e indipendente".
La questione così posta non é fondata.
6. - Il congiunto richiamo degli artt. 2, 3, primo comma, e 52 Cost. sembra dare per presupposto che l'obbligo di prestare servizio militare armato sia un dovere di solidarietà politica inderogabile per tutti i cittadini. Inderogabile dovere di solidarietà politica per tutti i cittadini é, invece, la difesa della Patria, cui il servizio militare obbligatorio si ricollega, pur differenziandosene concettualmente ed istituzionalmente.
La mancata distinzione tra il primo ed il secondo comma dell'art. 52 Cost., invocato dall'ordinanza come un tutt'uno, é al tempo stesso la causa ed il sintomo dell'equivoco in cui incorre il ragionamento dianzi riassunto: un equivoco che riappare ancora più chiaramente nel proseguo dell'ordinanza, allorché, ventilando l'eventualità di un rigetto della questione, il giudice a quo sembrerebbe non saperlo spiegare altrimenti che con il "ritenere che la difesa della Patria non épiù un dovere sacro per tutti i cittadini".
Questa Corte, come l'Avvocatura dello Stato ha puntualmente ricordato nell'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri, ha già avuto modo di precisare (sentenza n. 53 del 1967) che "per tutti i cittadini, senza esclusioni, la difesa della Patria - che é condizione prima della conservazione della comunità nazionale - rappresenta un dovere collocato al di sopra di tutti gli altri", cosicché "esso trascende e supera lo stesso dovere del servizio militare". Di conseguenza, questo servizio - "nel quale... non si esaurisce, per i cittadini, il dovere "sacro" di difesa della Patria" ha una sua "autonomia concettuale e istituzionale rispetto al dovere patriottico contemplato dal primo comma dell'art. 52 Cost.", il che impone di tenere distinte le rispettive sfere di applicazione. In particolare, mentre il dovere di difesa é inderogabile, nel senso che nessuna legge potrebbe farlo venir meno, il servizio militare é obbligatorio "nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge", purché, ovviamente, "non siano violati altri precetti costituzionali".
7. - Con la seconda questione di portata generale la legge 15 dicembre 1972, n. 772, viene denunciata per contrasto con gli artt. 2, 3, primo comma, 19 e 21, primo comma, Cost.. L'iter argomentativo che sorregge la censura muove dall'eventualità di un mancato accoglimento della questione precedente, ipotizzandone - già lo si é ricordato - il rigetto alla stregua della tesi secondo cui "la difesa della Patria non é più un dovere sacro per tutti i cittadini, perché é irrinunciabile la esigenza fondamentale di rispettare le coscienze individuali". Ma, se così dovesse essere, aggiunge l'ordinanza, "non vi sarebbe ragione per ritenere che tale salvaguardia dei valori dell'individuo debba riguardare solo alcuni", cioé "solo coloro che abbiano fatto professione pubblica di certe convinzioni etiche". Una volta ritenuta la "preminenza della libertà di coscienza individuale, anche nell'eventualità di un possibile grave pericolo per la sopravvivenza della comunità associata", il principio di eguaglianza comporta che di tale preminenza "debba avvalersi in perfetta parità e liberamente qualunque cittadino".
La questione così posta é inammissibile.
8. - A parte il fatto che al rigetto della questione precedente si é giunti attraverso considerazioni ben diverse da quelle ipotizzate dal Giudice a quo, cioé senza dover riconoscere deroghe al dovere di difesa della Patria, anzi ribadendolo nella sua pienezza, e senza dover richiamare la libertà di coscienza individuale, la prospettazione del secondo thema decidendum appare incoerente, se non addirittura contraddittoria, con inevitabili riverberi negativi sul petitum, così da renderne i contorni incerti o, al limite, illogici.
L'incoerenza della prospettazione emerge chiaramente dal raffronto della parte conclusiva dell'ordinanza, cioé della parte ora in esame, con la sua parte iniziale, là dove viene dato atto che "il problema prende l'avvio" da una diversa eccezione di legittimità sollevata dal ricorrente. Questi aveva, infatti, sospettato di incostituzionalità le parti della legge 15 dicembre 1972, n. 772, concernenti il parere preventivo di un'apposita commissione, giudicando "contrario ai valori fondamentali di salvaguardia della personalità umana che l'autorità statale scandagli e inquisisca il foro interno del soggetto che fa dichiarazione di ripudio alle armi" e "più aderente allo spirito della Costituzione che sia dato riconoscimento all'affermazione di libertà del cittadino che chiede l'esonero dal servizio militare e la sostituzione a questo di un servizio civile". Ma l'eccezione era stata disattesa dal giudice a quo in base all'osservazione che "questo illimitato riguardo alla libertà personale a proposito degli obblighi militari non sembra però trovare adeguato riscontro nella Carta costituzionale". Nel sollevare, poco più oltre, la questione attualmente in esame, lo stesso giudice sembra rivendicare proprio quanto appena negato, ricavando dalla Costituzione la "preminenza assoluta della libertà di coscienza individuale anche nella evenienza di un possibile grave pericolo per la sopravvivenza della comunità associata".
Tale questione é, perciò, inammissibile.
La prima precisazione che s’impone riguarda il significato da attribuire alla contrapposizione termine "perentorio" - termine "ordinatorio", ripetutamente utilizzata dal giudice a quo. Un'attenta lettura delle ordinanze di rimessione in tutti i loro passaggi argomentativi porta a ritenere che, al di là della terminologia ivi adoperata, e al di là del linguaggio comunemente usato dalla giurisprudenza amministrativa, la vera contrapposizione dovrebbe, più puntualmente, essere fondata sul prodursi o no di effetti giuridici in conseguenza dell'inosservanza del termine preordinato alla decisione di un'istanza rispetto alla quale l'Amministrazione abbia, come nella specie, l'obbligo di provvedere. "Ordinatori" sarebbero, dunque, i termini la cui inosservanza non determina effetti; "perentori" sarebbero tutti gli altri, anche se va subito aggiunto che la varietà degli effetti alternativamente possibili richiede, a proposito di tale seconda categoria di termini, un'analisi più articolata.
Le stesse ordinanze di rimessione, dopo aver escluso che sia possibile - stante l'eccezionalità e tassatività di previsioni come quella di cui all'art. 12, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772 (domanda presentata da chi, anteriormente all'entrata in vigore della legge, sia stato imputato o condannato per reato militare determinato da obiezioni di coscienza) - ricavare un'ipotesi implicita di silenzio-accoglimento, si sono date carico di ventilare altre ipotesi di effetti ricollegabili all'inosservanza del termine in esame, soffermandosi, in particolare, sia sull'ipotizzabilità della formazione immediata di un silenzio-rifiuto, tale da legittimare l'interessato ad adire le vie giurisdizionali non appena scaduto il termine stesso (soluzione anch'essa scartata in mancanza di un principio generale al riguardo), sia sull'eventualità di una decadenza del potere ministeriale di pronunciarsi sulla domanda una volta decorsi i sei mesi (soluzione ritenuta incompatibile con la presenza di una disposizione quale il terzo comma dell'art. 3: "La presentazione alle armi é sospesa sino a quando il Ministro per la difesa non si sia pronunciato sulla domanda").
Naturalmente, non si può pretendere (né le ordinanze di rimessione, ponendo l'accento soltanto sull'assoluta indeterminabilità del momento iniziale del servizio sostitutivo civile, lo pretendono) che l'invocata parità nell'assoggettamento agli obblighi di leva comporti una completa parità con il servizio militare armato anche per quanto riguarda il momento iniziale del servizio. Sotto questo profilo, le situazioni a confronto non possono certamente dirsi omogenee, basate come sono, rispettivamente, sull'automatismo dell'avvio al servizio armato e sulla necessità di una domanda motivata da parte dell'interessato per l'ammissione al servizio sostitutivo civile, domanda meramente eventuale e, quindi, non preventivabile. Una coincidenza nei momenti iniziali sarebbe possibile soltanto in un regime di alternatività incondizionata tra i due tipi di servizio, ma una simile soluzione presupporrebbe necessariamente la facoltatività del servizio militare armato, cui é di ostacolo l'art. 52, secondo comma, Cost..
Ciò non toglie, é ovvio, che, di pari passo con la ricerca di soluzioni anche pratiche tendenti a realizzare equipollenza di contenuti tra i diversi tipi di servizio previsti per gli obbligati alla leva, ci si debba attendere una più puntuale applicazione dell'art. 3, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772, onde circoscrivere al minimo indispensabile gli innegabili disagi connessi ad ogni prolungata attesa. Al superamento degli inconvenienti, che si sono verificati e si verificano in concreto, dovrebbero dare sicuramente contributo positivo, oltre al progressivo assestamento delle varie componenti dell'istituto, sia l'impiego di strumenti organizzativi fortemente acceleratori quali l'informatica mette sempre più a disposizione, sia, una volta esaurito l'arretrato della fase transitoria, la piena operatività della ricordata abrogazione della circolare che dal 1979 al 1984 aveva provocato un aumento abnorme nelle domande di ammissione al servizio sostitutivo civile, peraltro ancora non ben definito quanto a strutture e funzionamento.
Ma, a parte ogni considerazione sull'incidenza di iniziative non recepite, anzi disattese (r.o. n. 727 del 1980) dal giudice a quo, va osservato che nella specie farebbero comunque difetto i presupposti di incidentalità necessari perché la Corte sollevi d'ufficio l'indicata questione (v. sentenze n. 122 del 1976, n. 383 del 1973, n. 29 del 1964). Non può dirsi, infatti, che la norma relativa al parere della commissione incida sulla definizione delle questioni poste dal giudice a quo: essa non incide sulle questioni di portata generale (v. punti 5 e 7), senz'altro pregiudiziali rispetto a quelle riguardanti singole parti della legge, né incide sulla questione concernente l'art. 3, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772 (v. punto 11), in quanto con tale questione si é contestata non la durata del termine, ma la sua sostanziale indeterminatezza.
Leopoldo ELIA - Giovanni CONSO