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Timestamp: 2017-08-20 08:06:13+00:00
Document Index: 52906839

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art. 352', 'sentenza ', 'art. 352', 'art. 235', 'art. 308']

federico ii | Studio Bugelli Commercialista
LIBRO PRIMO – DALLE BANCHE DI STATO ALLO STATO DELLE BANCHE
Sulla base giuridica e dottrinale dell’autocrazia laica europea (banco-stato corporativo): art. 54-carta di Nizza e dottrina de “abuso del diritto“, art. 352-TFUE e dottrina de “poteri impliciti“.
20.1. Il 16 giugno 1933, come parte del programma politico del New Deal in risposta alla Grande depressione, il Presidente Franklin Delano Roosevelt firmerà la legge sulla National Industrial Recovery Act (NIRA) approvata dal Congresso americano, che lo autorizzò a regolamentare le industrie allo scopo di alzare i prezzi dopo una severa deflazione e per stimolare l’economia. La NIRA, oltre a stabilire un programma di opere pubbliche noto come Public Work Administration (PWA) prevedeva la costituzione dell’agenzia (authority) denominata: National Recovery Administration (NRA), con il compito di sovraintendere alla stesura delle “norme di concorrenza leale” (“codes of fair competition”) per ogni industria da parte dei rappresentanti delle industrie stesse.
20.2. L’NRA aveva sorprendenti affinità con il sistema fascista di organizzazione industriale in Italia, sebbene non fosse presente il fenomeno caratteristico dello squadrismo. Era essenzialmente un sistema di pianificazione economica privata (autogoverno industriale), con supervisione governativa.[45]
7. Secondo alcuni (De Francisci, Roma 1968, Mario Bulzoni Ed.), la lex curiata non sarebbe altro che un cerimoniale per cui il console, dopo avere ricevuto gli auspici, presentava al popolo una dichiarazione solenne rispetto alla quale il consenso o il dissenso del popolo stesso era indifferente. Tuttavia è stato anche evidenziato che secondo la dottrina romana il console prima della cerimonia di cui alla lex curiata non poteva occuparsi della res militaris e che i suoi atti, ove fosse mancata questa cerimonia solenne davanti al popolo, sarebbero stati considerati viziati, come quelli di un console che non avesse preso gli auspici. (Liv. V, 52, 16; Cic. de lege agr. II, 12, 30; Phil. V, 16, 45). Ma questa eccezione poteva essere sollevata o dagli auguri o dal senato, come avvenne nel 217 a.c. (Liv. XXII, 1, 5). Il vizio assumeva solo il carattere di una violazione di norme religiose, di cui il senato e i sacerdoti si consideravano custodi. Comunque il principio secondo cui consuli, si legem curiatam non habet, attingere rem militarem non licet, è un principio che risale alle origini, quando una serie di solennità religiose o quasi religiose accompagnavano l’assunzione del potere. Non si dimentichi che sulla fine della repubblica vi fu chi sostenne che la lex curiata, ossia questa sorta di investitura popolare, non era indispensabile per l’esercizio dell’auctoritas (Cic. Att. I, 9, 25; IV, 16, 18; Quint. frat. III, 2, 3). Dalle originarie assemblee dei comitia curiata si passò, in seguito alla riforma census e la divisione in centuriae, ai comitia centuriata. Gradualmente questi ultimi persero di importanza in favore dei comitia tributa. In un passo di Gellio, tratto dalle Noctes Atticae (15.27.5), si specifica la modalità della distribuzione della popolazione nelle ripartizioni politiche: Item in eodem libro hoc scriptum est: «Cum ex generibus hominum suffragium feratur, “curiata” comitia esse; cum ex censu et aetate “centuriata“; cum ex regionibus et locis “tributa“»
8. Muovendo dal versetto biblico (Isaia, cap. LXVI, v.6): Vox populi de civitate, vox de templo, vox Domini reddentis retributionem inimicis suis, riassunto nel conosciutissimo motto latino vox populi, vox dei, comparso sulla fine dell’VIII secolo per la prima volta nel Capitulare adminitionis ad Carolum – cap. XI di Alcuino di York (nei Miscellanea del Baluzio, to. I, pag. 376, Paris 1678: Nec audiendi qui solent dicere Vox populi, vox Dei, cum tumultuositas vulgi semper insaniae proxima sit), si potrebbe congetturare che la lex regia tramandasse nel diritto romano il precetto per cui il volere della divinità si manifesta in natura anche per mezzo della voce del popolo, sicché il volere divino (auspici) per essere validamente interpretato e confermato doveva manifestarsi anche attraverso la voce del popolo, personificata dalla potentissima dea Fama divinità annunciatrice e messaggera di Giove. Forse fu proprio per evitare implicazioni circa l’attendibilità della dea Fama quale reale messaggera di Giove che esisteva nel diritto romano un’antica norma che vietava il matrimonio fra un rappresentante dell’ordine senatorio e un’attrice. Giustino dispose che l’antico divieto fosse inoperante per rendere possibile il matrimonio del nipote; la disposizione venne poi ripetuta da Giustiniano nella Nov. 117 del 542 come provvedimento in favore delle donne di teatro (Appunti su Giustiniano e la sua compilazione, M.Bianchini, 1983, Torino Ed. Giappichielli). Virgilio nell’Eneide, il poema epico-celebrativo della discendenza di Augusto da Enea, per la prima volta cita la dea Fama come male (IV 169-167); ormai il divino non si manifestava attraverso la dea, che diventò anzi portatrice di diceria, ma si manifestava nella persona stessa dell’imperatore che era celebrata nel circo, nei busti marmorei, nei trionfi, nelle effigie sul diritto – le virtù, le attività e le opere sul rovescio – delle monete, che solo formalmente emesse dal senato (legenda SC senatus consultum), venivano sparse dalle militie negli angoli più reconditi dell’impero insieme alla propaganda imperiale (reddite que sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo, Vangeli, Matteo 22, 21; Marco 12, 17; Luca 20, 25) . Giulio Cesare fu la prima persona vivente che ottenne dal senato il privilegio di apporre la propria effige sulla monetazione romana repubblicana che iniziò nel 289-269 a.c. Al poeta Publio Ovidio Nasone (43 a.c. – 17 d.c.), canzonare nell’Ars amatoria (1 o 2 d.c.) i fasti fasulli di circhi e teatri, mettere a nudo propaganda e realtà del principato in genere, ma soprattutto sbeffeggiare la divinità di Augusto, costò la triste relegatio a Tomi in Romania, attuale Costanza (Tristia, II, 1, 207 “carmen et error” – cfr. Irma Ciccarelli, 2003, Edipuiglia).
In proposito dell’esercizio dei poteri sovrani sulle banche, il Senatore MAUROGONATO così si espresse nella discussione alla Camera dei Deputati sull’abolizione del corso forzoso, nei giorni 2 e 3 agosto 1868: “Limitare l’emissione (ndr. dei biglietti di banca) significa chiudere le porte della tipografia. In circostanze ordinarie sarebbe assurdo il voler limitare l’emissione dei biglietti. Allorquando i biglietti possono essere scambiati a vista (ndr. in monete metalliche), la natura stessa delle cose impedisce e raffrena l’audacia delle Banche, imperocchè l’affluenza dei biglietti che si presentano al cambio e la spesa necessaria per provvedersi del metallo bastano per ricondurre le Banche sulla retta via. Ma non è così quando regna il sistema del Corso Forzoso; allora la tentazione è troppo grande… Si potrebbe tuttavia sostenere che non vi era urgenza di proporre alcun provvedimento (ndr. di abolizione del corso forzoso), mentre consta che la Banca non aveva per conto proprio esagerata l’emissione, e d’altronde è in pieno vigore l’articolo 11 del decreto 1 maggio 1866 che dà al Governo i necessari poteri per impedire ogni atto contrario agli interessi dello Stato. Per altro la Commissione (di inchiesta sull’abolizione del corso forzoso) ha creduto opportuno presentare una legge (sull’abolizione del corso forzoso), ed io approvo non solo per i motivi che essa adduce, ma per un altro motivo più importante e costituzionale, imperocchè in tutti i paesi liberi l’argomento gravissimo delle Banche o dell’emissione della carta-moneta è sempre stato di competenza del Parlamento. E’ perciò opportuno anche da parte nostra di non rinunziare a questo prezioso diritto (sovrano).
Il privilegio concesso alla banca di non barattare in oro la carta-moneta (corso forzoso) fu la regalia per i prestiti concessi al Tesoro; Il corso forzoso impediva il fallimento della banca trasformandola in “fabbrica del debito”, ma ciò era contro l’interesse pubblico, perché il Governo finanziandosi indirettamente attraverso la banca, costringeva il Paese a pagare allo Stato, sotto forma di aggio, un interesse molto più alto di quello che direttamente lo Stato avrebbe pagato sottostando al saggio corrente di mercato. (Cfr. Dal disavanzo alla conversione, Salvatore Segre, Roma, 1911, pag. 305-306). Insomma un raggiro alto locato tra banca e governo che fu perpetrato ai danni del Paese, che veniva così gravato attraverso la fiscalità generale (imposte), sia della remunerazione a tassi di mercato del debito pubblico (interesse sul debito), sia della remunerazione del capitale privato delle banche (extra-rendita finanziaria). Il meccanismo di raggiro ai danni del Paese non è mutato nella sostanza, ma si è consolidato nella fabbrica del debito (banca centrale), che lo ha reso solo più complicato e meno evidente nella forma.
Par. 325-328, Corte costituzionale tedesca, sentenza del 30 giugno 2009.
“325 (bb) Un effetto giuridico normativo è prodotto invece dall’art. 352 TFUE che intende arrotondare, nel rispetto dei rispettivi scopi, le competenze esistenti dell’Unione europea (cfr. sul precedente art. 235 TCEE, BVerfGE 89, 155 ). Il Trattato di Lisbona recepisce tale disposizione – con modifiche riguardo all’ambito di applicazione e ai presupposti procedurali – dal diritto vigente delle fonti primarie (ora art. 308 TCE).
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