Source: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/avvocatoAffari/mercatiImpresa/2012/11/white-collar-crimes.php
Timestamp: 2019-08-20 21:20:07+00:00
Document Index: 22906986

Matched Legal Cases: ['art. 322', 'art. 319', 'art. 343', 'art. 354', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 641', 'art. 646', 'art. 2625', 'art. 2633', 'art. 2632', 'art. 2634', 'art. 2636', 'art. 2635', 'art. 2638', 'art. 170', 'art. 2639']

Markus W. Wiget, Founder and Principal presso Studio Legale Wiget | 19 Novembre 2012
Cominciamo con il dire allora che il termine “white-collar crimes” ha origine alla fine degli anni Trenta negli Stati Uniti, anche se il fenomeno che la locuzione vuole descrivere è assai più risalente. Comunemente, si attribuisce la paternità del termine al sociologo americano Edwin Sutherland, il quale definiva questo tipo di delitto come un crimine non caratterizzato da una violenza ma commesso da un soggetto rispettabile, di elevata condizione sociale, in occasione della sua attività lavorativa([1]).
La definizione può oggi ritenersi ancora valida, anche se non pienamente soddisfacente. Nella prassi si tratta, infatti, per lo più di reati, dolosi e colposi, caratterizzati da condotte non violente, realizzate nell’ambito di un’attività lavorativa individuale od organizzata ed ispirate da un movente economico. In Italia, per tali crimini, utilizziamo le categorie del “diritto penale d’impresa” e del “diritto penale dell’economia”. Tuttavia, una delimitazione precisa ed esaustiva dell’area è abbastanza ardua, poichè, sotto il profilo normativo, le ipotesi di reato si trovano disseminate in numerosissimi provvedimenti legislativi, molto eterogenei: Codice Penale, Codice Civile, Testi Unici Bancario e Finanziario, Legge Fallimentare, altre leggi speciali e provvedimenti ad hoc. Cercheremo allora di delimitarne i confini più in via empirica che scientifica, non avendo alcuna pretesa di completezza, né di classificazione ma piuttosto di semplificazione, ispirandoci - per quanto possibile - alla citata definizione di Sutherland.
In primo luogo occorre chiarire, dunque, l’ambito oggettivo (in quali settori si verificano tali crimini?), per poi indagare quello dei soggetti (quali persone, fisiche o giuridiche, ne sono responsabili?), tenendo sempre a mente, per l’Italia almeno, il principio costituzionale di personalità della responsabilità penale, operante anche in presenza di organizzazioni e strutture aziendali complesse. Proviamo allora a fornire una sorta di vademecum minimo, sia per chi opera nelle imprese sia per chi le deve assistere professionalmente, al fine di agevolare un primo approccio a questa vasta materia.
La corruzione ed altri reati contro la pubblica amministrazione
Un primo ambito che interessa è quello delle corruzioni (artt. 318-322 c.p.), è cioè di dazioni, o promesse di dazioni, di denaro od altra utilità a funzionari pubblici per il compimento di atti d’ufficio (o meglio per l’esercizio delle sue funzioni o poteri) o contrari ai doveri d’ufficio così da avvantaggiare determinati soggetti economici. Pur trattandosi di pratica tristemente diffusa e sentita come tale in Italia([2]), la fattispecie non è limitata ai confini nazionali. Sono, infatti, previste dall’art. 322bis c.p. ipotesi di corruzioni c.d. internazionali, come riportato anche dalla recente cronaca (si veda l’inchiesta sulle commesse internazionali in Brasile, India, Panama Indonesia e Russia che coinvolge Fincantieri e Finmeccanica, nonchè l’ex-ministro Scajola ed altre personalità politiche, anche straniere). Esse riguardano:
- esponenti delle Comunità Europee (Commissione, Parlamento, Corte di Giustizia e Corte dei Conti europei); funzionari o agenti dipendenti delle stesse e quelli comandati dagli Stati membri che esercitino le medesime funzioni; membri ed addetti di enti “pubblici” europei creati sulla base dei trattati istitutivi delle Comunità Europee; funzionari di altri Stati membri che possano ritenersi equivalenti ai pubblici ufficiali italiani;
- funzionari di altri Stati esteri o organizzazioni pubbliche internazionali che esercitino attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali italiani o parificabili ad essi, purchè in questi casi il fatto corruttivo abbia come scopo quello di procurare indebito vantaggio in operazioni internazionali o il mantenere un’attività economica e finanziaria.
Va detto, peraltro, che proprio per un contrasto del fenomeno ed in adempimento di vari obblighi internazionali è stato recentemente approvato dal Parlamento italiano il c.d. “Ddl Anticorruzione”([3]), il quale, senza entrare nello specifico, ha aggravato le pene, tra l’altro, per la corruzione, ha ridisegnato in modo sostanziale alcune fattispecie (la concussione per induzione sostituita dall’induzione indebita a dare o promettere utilità - art. 319quater c.p.) e ha introdotto nuove figure criminose, come ad esempio il traffico di influenze illecite (art. 343bis c.p.) per chi sfrutta relazioni esistenti con un pubblico ufficiale per farsi corrispondere denaro quale prezzo della propria mediazione illecita o per remunerarlo.
Altro fenomeno delittuoso frequente è quello delle frodi in erogazioni pubbliche (artt. 316bis e 316ter c.p.) e cioè il caso di chi percepisce sovvenzioni, finanziamenti o contributi pubblici (dello Stato od Europei) per favorire la realizzazione di opere pubbliche e poi non li destina a tali scopi, ovvero chi ottenga indebitamente erogazioni sempre pubbliche mediante uso di dichiarazioni o attestazioni false.
Rilevano, infine, anche le turbative d’asta (artt. 353 e 353bis c.p.), se uno o più soggetti economici influiscono su di una gara pubblica o la impediscono, ovvero incidono sul procedimento amministrativo del bando per condizionare la scelta del contraente mediante minacce, doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, così come è punita l’astensione dagli incanti (art. 354 c.p.) e le frodi e gli inadempimenti nelle pubbliche forniture (356 e 355 c.p.), queste ultime sanzionate anche a titolo di mera colpa. Si tratta di reati comuni che possono essere commessi da chiunque nell’ambito di un’impresa.
Truffe, falsi in bilancio ed altri reati societari
In termini sempre generali, fanno classicamente parte dei crimini dei colletti bianchi alcuni delitti contro il patrimonio, quali, ad esempio, la truffa (art. 640 c.p.), ed in particolar modo la truffa ai danni dello Stato (comma 2) - reato contestato nei vari procedimenti penali a carico di banche per i “derivati” con gli enti locali -, e la truffa aggravata per il conseguimento di finanziamenti concessi dallo Stato o dalle Comunità Europee (art. 640bis c.p.). Vi rientrano anche l’insolvenza fraudolenta (e cioè l’assunzione di obbligazioni con l’intenzione di non onorarle – art. 641 c.p.) e l’appropriazione indebita (avente ad oggetto somme o beni mobili altrui, legittimamente posseduti, ad esempio in danno di una società ad opera del suo amministratore o di un dipendente - art. 646 c.p.).
Vi sono poi tutti i vari reati societari, e cioè i reati che possono essere commessi sul capitale e sul patrimonio sociale, nell’ambito delle attività societarie, del funzionamento degli organi societari e delle comunicazioni. Sono illeciti penali abbastanza tipici anche se contenuti nel Codice Civile, per la verità, più volte rimaneggiati dal legislatore ed oramai di non frequentissima applicazione.
Ci riferiamo in particolare ai c.d. falsi in bilancio (artt. 2621 e 2622), oggi previsti anche come reato di danno nella sua forma più grave (false comunicazioni sociali in danno delle società, dei soci o dei creditori), di cui possono rispondere tutti i consiglieri di amministrazione ed i sindaci.
A questi si aggiungono gli altri reati che possono essere commessi dagli amministratori o da soggetti terzi in concorso con questi, quali l’impedito controllo (art. 2625), l’indebita restituzione di conferimenti o l’illegale ripartizione di utili e riserve (artt. 2626 e 2627) o ancora di beni sociali da parte dei liquidatori (art. 2633), le illecite operazioni su azioni o quote sociali ed in pregiudizio di creditori (artt. 2628 e 2629), le omissioni relative alla mancata comunicazione del conflitto d’interessi, all’esecuzione di denunce, comunicazioni o depositi ed alla convocazione di assemblee (artt. 2629bis-2631), la formazione fittizia del capitale (art. 2632), l’infedeltà patrimoniale derivante da conflitti d’interesse, fatti salvi gli interessi compensativi derivanti dall’appartenenza ad un gruppo d’imprese (art. 2634), l’illecita influenza sull’assemblea (art. 2636).
L’infedeltà patrimoniale prevista dall’art. 2635 invece, è oggi stata sostituita dalla nuova fattispecie di corruzione tra privati introdotta sempre dal citato “Ddl Anticorruzione”, la quale punisce i vertici di società i quali, dietro compenso o promessa dello stesso, con atti in violazione dei propri obblighi, danneggino la società. Si tratta di reato che rientra tra quelli più propriamente societari, ma che può anche provocare una distorsione della concorrenza, ed in tal caso diviene procedibile d’ufficio e non più a querela di parte.
Inoltre è punita la condotta di ostacolo alle autorità pubbliche di vigilanza (art. 2638), come la Banca d’Italia e la Consob (ma v. anche l’art. 170bis TUF), l’Isvap ma altresì la AGCOM, ad esempio.
Ai fini della punibilità per tutti questi reati, i soggetti che rivestono formalmente le cariche sono poi parificati a quelli che esercitano la medesima funzione con diversa qualifica o che la esercitano di fatto in modo continuativo e significativo (art. 2639). Va ricordato pure che, in generale, i c.d. “estranei” possono sempre concorrere nel reato proprio di un soggetto.
Un ultimo profilo riguarda le responsabilità penali dei revisori dei conti, inizialmente contenute in questo stesso ambito ed oggi oggetto di specifica disciplina (D. Lgs. 27.1.2010 n. 39).
([1]) E. Sutherland ne fa uso per la prima volta in una prolusione tenuta alla American Sociological Society nel 1939.
([2]) E’ recente la notizia che l’Italia è risultata 69^ (ed in discesa), a pari merito con Ghana e Macedonia, nella speciale classifica della corruzione percepita stilata da “Transparency International” e contenuta in un rapporto apposito sulla base del Corruption Perception Index (CPI), così come altrettanto poco lusinghieri sono stati i giudizi fondati su altri indici come l’Excess Perceived Corruption Index (EPCI) o il Rating of Control of Corruption (RCC).
([3]) “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” anche in adempimento della Convenzione penale e civile sulla corruzione del Consiglio d’Europa firmata a Strasburgo rispettivamente del 27.1.1999 (ratificata con L. 110/2012) e 4.11.1999 (ratificata con L. n. 112/2012), dalla Convenzione dell’ONU del 31.10.2003 (ratificata con L. 116/2009) c.d. Convenzione di Merida.
Seguirà un ulteriore approfondimento sul tema dell'avv. Markus W. Wiget, con particolare attenzione alle questioni relative a:
I reati finanziari e dell’attività creditizia
Bancarotta e altri reati fallimentari
Tutela della sicurezza ed infortuni sul lavoro
Inquinamento e reati ambientali
Contraffazioni, adulterazioni, frodi e segreti
La responsabilità amministrativa delle società (D.Lgs. 231/2001)