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Timestamp: 2020-02-25 03:37:30+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 97', 'art. 2043']

Articolo del 09/12/2011 Autore Avv. Eugenio Gargiulo Altri articoli dell'autore
Anche sulla Pubblica Amministrazione grava l’obbligo di rispettare il principio giuridico fondamentale del “neminem laedere”, disciplinato dall’art. 2043 del codice civile.
L’attività della Pubblica Amministrazione, seppur nell’ambito della più ampia “discrezionalità”, deve infatti espletarsi entro i limiti posti dalla legge italiana ed ,in particolar modo, essere protesa al rispetto del principio primario di diritto del “neminem laedere”, codificato nell’art. 2043 c.c.; ragion per cui è consentito al giudice ordinario accertare se vi sia stato da parte della stessa pubblica amministrazione, un comportamento doloso o colposo che, in violazione di tale norma e tale principio, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo del cittadino/contribuente.
Difatti, qualora un provvedimento non corretto, emanato dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso di una cartella esattoriale di importo errato emessa dall’Amministrazione Finanziaria, non venga “revocata” dalla stessa P.A., tramite lo “strumento giuridico” dell’autotutela, e posto quindi nel nulla, ben può il cittadino/contribuente adire le vie legali per ottenere una condanna al risarcimento del danno patito in conseguenza dell’errore in cui è “incappata” la pubblica amministrazione.
Lo ha deciso con un’importante e recentissima sentenza la Suprema Corte di Cassazione (Corte di Cassazione, Sez. III civ., 3 marzo 2011, n. 5120) che, chiamata in causa con ricorso dall’Agenzia dell’Entrate di Patti, ha, invece, confermato la sentenza del Giudice di Pace competente che aveva condannato l’Amministrazione Finanziaria di quella località a “risarcire” un contribuente che non era riuscito a far valere le proprie ragioni con la P.A. in relazione ad una cartella esattoriale con importi errati, se non dopo una serie infinita di lungaggini burocratiche e numerose diffide inviate dal proprio commercialista!
L’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate locale aveva, difatti, riconosciuto il proprio errore solo dopo che il cittadino/contribuente aveva impugnato la cartella esattoriale relativa a ben quattro “avvisi di accertamento” viziati da un errore contabile.
Il Giudice di Pace adito dal contribuente aveva accolto la domanda del cittadino e condannato l’Agenzia delle Entrate al risarcimento dei danni affermando che: “anche sulla Pubblica Amministrazione grava l’obbligo di rispettare il principio fondamentale del neminem laedere previsto dall’art. 2043 c.c.. Il comportamento tenuto dalla convenuta non può che ravvisare violazione del suddetto principio…è ovvio che, nel caso di specie, il comportamento tenuto dalla Pubblica Amministrazione, violando le più comuni regole di prudenza e di diligenza, ha causato un danno economico al ricorrente, che non può che essere risarcito e che comprende, tra l’altro, le spese sostenute dallo stesso per il commercialista e per le varie trasferte verso l’ufficio della Pubblica Amministrazione, nonchè le spese accessorie e consequenziali sostenute per conferire con la Pubblica Amministrazione”.
Con l’unico motivo di ricorso proposto in Cassazione , l’Agenzia dell’Entrate aveva sostenuto la tesi della violazione dell’art. 2043 c.c., affermando che, in particolare, il Giudice di Pace “contestato”, nel ritenere applicabile alla P.A. il principio del “neminem laedere” non aveva tenuto in considerazione che “manca nella specie il carattere dell’ingiustizia del danno, in relazione al fatto che l’annullamento in autotutela non si configura quale obbligo bensì come mera facoltà dell’amministrazione, con le conseguenze che il privato non è titolare di alcuna posizione soggettiva in ordine al ritiro dell’atto in positivo”.
Ma la Suprema Corte di Cassazione non ha inteso aderire a tale orientamento di pensiero e , con la sentenza n. 5120/2011, , ha confermato la correttezza della decisione del Giudice di Pace precisando che: “l’attività della pubblica amministrazione, anche nel campo della pura discrezionalità, deve svolgersi nei limiti posti dalla legge e dal principio primario del neminem laedere, codificato nell’art. 2043 c.c., per cui è consentito al giudice ordinario accertare se vi sia stato da parte della stessa pubblica amministrazione, un comportamento doloso o colposo che, in violazione di tale norma e tale principio, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo“.
In sintesi proprio in forza dei principi di legalità, imparzialità e buona amministrazione, fissati dall’art. 97 della Costituzione Italiana, la pubblica amministrazione è tenuta a subire le conseguenza stabilite dall’art. 2043 c.c., atteso che tali principi si pongono come limiti esterni alla sua attività discrezionale!