Source: https://www.quagliarella.com/accertamenti-imposte-diverse-la-definitivita/
Timestamp: 2019-07-15 20:00:03+00:00
Document Index: 12318571

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

﻿ Accertamenti imposte diverse la definitività
2016-07-29T11:30:14+00:00
In sede tributaria è frequente la situazione di chi, compiendo una operazione, resti poi legato dagli effetti delle scelte che ha compiuto in sede tributaria per altre riprese fiscali.
In una recente posizione muovevamo da una sentenza della Commissione Tributaria Regionale, quindi già in grado di appello per valutare l’opportunità di un ricorso per Cassazione avverso l’affermazione del principio per il quale l’accertamento impugnato (relativo al reddito dichiarato) si fondasse sulla determinazione dell’Ufficio del Registro per l’accertamento del valore della cessione di un ramo d’azienda.
Più precisamente, il capo della sentenza oggetto di attenzione era relativo all’accertamento dell’esistenza di una maggiore plusvalenza, non dichiarata, derivante dall’attività dell’azienda ceduta; tale accertamento era avvenuto in forza della rettifica del valore dell’avviamento operato da un altro ufficio dell’agenzia delle entrate in sede di applicazione dell’imposta di registro.
E’ da tenere in considerazione che il suddetto avviso di rettifica e liquidazione non era stato in alcun modo opposto o impugnato dalle parti (cedente e cessionario) che pertanto avevano sostanzialmente accettato l’atto (acquiescenza) e questa circostanza era stata posta a fondamento della sentenza della Commissione Tributaria Regionale.
Muovendo da questo presupposto la Commissione ha compiuto un’ulteriore operazione ritenendo pacificamente ammissibile l’utilizzo a fini IRPEF, da parte di un Ufficio dell’agenzia dell’entrate, del valore dell’avviamento rettificato da altro Ufficio ai fini dell’imposta di registro.
L’elemento centrale di un eventuale ricorso per Cassazione si srebbe dovuto sostanziare proprio nelll’ammissibilità o meno dell’utilizzo del valore rettificato, scelta operata sulla base del principio dell’uguaglianza e del principio dell’unitarietà del diritto tributario.
Si tratta di due principi, finalizzati a mantenere coerente l’ordinamento tributario, la cui traduzione nella pratica è stata alquanto contrastata sia in dottrina sia in giurisprudenza.
Preliminarmente occorreva valutare se un siffatto ricorso avrebbe potuto superare il filtro di legittimità previsto dall’art. 360 bis c.p.c. che dispone l’inammissibilità del ricorso quando “il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa”.
Nel caso in esame, per quanto riguarda la giurisprudenza di legittimità vi è da rilevare che fu con la sentenza n. 4117 del 22 marzo 2002 che la Corte ritenne per la prima volta vincolanti i valori definiti per l’imposta di registro ai fini dell’imposta sui redditi. In tale sede si affermò che “il valore definitivamente assegnato ai fini dell’imposta di registro, all’avviamento nell’ambito del trasferimento di azienda, è vincolante per l’amministrazione finanziaria nell’accertamento, ai fini delle imposte sui redditi, avente ad oggetto plusvalenze realizzate con lo stesso trasferimento”.
Tale statuizione trova il suo fondamento nel fatto che “pur non essendo espressamente previsto dalle leggi d’imposta un vincolo giuridico ad un valore divenuto definitivo ai fini dell’applicazione di un altro tributo, né esistendo nell’ordinamento fiscale italiano […] una disciplina generale sull’accertamento di valore di beni o di atti economici ai fini dell’imposizione fiscale, tale vincolo deriva, comunque dai principi costituzionali”.
Con la sentenza n. 21055 del 2005 la Cassazione affermò altresì che l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere, in via induttiva, all’accertamento del reddito da plusvalenza patrimoniale relativa al valore dell’avviamento, realizzata a seguito di cessione di azienda, sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, ed è onere probatorio del contribuente superare la presunzione che il prezzo incassato corrisponda all’importo accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro.
Nel tempo la giurisprudenza della Corte di Cassazione è rimasta prevalentemente all’interno del solco tracciato dalle sentenze n. 4117 del 2002 e n. 21055 del 2005; la sentenza n. 18705 del 2010 riporta, per esempio, che la “Corte ha ripetutamente affermato che, in tema di accertamento del reddito d’impresa, il valore di mercato determinato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro può essere legittimamente utilizzato dall’Amministrazione finanziaria come dato presuntivo ai fini dell’accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione dell’azienda, restando a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza tra il valore di mercato ed il prezzo incassato, mediante prova, desumibile dalle scritture contabili o da altri elementi, di avere in concreto venduto ad un prezzo inferiore”.
Seppur non ritenga di condividere l’orientamento della Corte, questa breve rassegna giurisprudenziale permette ragionevolmente di sostenere che, nel caso sottopostoci, un eventuale ricorso per Cassazione difficilmente avrebbe superato il filtro di ammissibilità proprio perché sia la pronuncia della Commissione Tributaria Provinciale sia quella della Commissione Tributaria Regionale, seppur entrambe in maniera molto sintetica, si sono espresse alla giurisprudenza della Corte.
Sarebbe stato possibile sostenere che tale orientamento poggi su un elemento illegittimo, ossia sul fatto che l’accertamento ai fini dell’imposta sul reddito, operato tenendo in considerazione il valore accertato ai fini del registro, è fondato su meri indizi e non tiene in considerazione il contenuto delle scritture contabili e l’effettiva situazione economica del contribuente.
Questa tesi, sostenuta dalla III Sezione della Commissione Tributaria Provinciale di Milano con la sentenza n. 202 del 2010, non è parsa tuttavia sufficientemente forte da giustificare il rischio di una eventuale soccombenza in un giudizio in Cassazione.
2016-07-29T11:30:14+00:00	By Alessandro Diani|Categories: Tributario e fiscale, Tutti|