Source: http://www.studiolegalemandolesi.it/articoli/
Timestamp: 2020-03-31 15:12:28+00:00
Document Index: 32325336

Matched Legal Cases: ['art. 650', 'art. 650', 'art. 650', 'art. 162', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 624', 'art. 628', 'art. 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 610', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 591', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 41', 'art. 268', 'art. 114', 'art. 51', 'art. 614', 'art. 51', 'art. 380', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 550', 'art. 168', 'art. 6', 'in fine', 'in fine', 'in fine', 'art. 11', 'art.10', 'art.15', 'in fine']

Studio Legale Rimini Avvocato Andrea Mandolesi
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Tagliandi: solo auto?
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Rivista dello Sport
Scritto da: Andrea Mandolesi
Partiamo da un dato fondamentale: stare a casa e limitare gli spostamenti al minimo è il comportamento che ognuno di noi dovrebbe adottare, senza se e senza ma.
Come noto, per far fronte all’emergenza sanitaria, il Governo ha emanato una serie di provvedimenti che limitano sensibilmente il diritto di ciascuno di muoversi all’interno del territorio, salvaguardando, al contempo, alcuni spostamenti considerati indispensabili, come quelli afferenti la salute e quelli propedeutici allo svolgimento dell’attività lavorativa e di approvvigionamento del cibo.
Non mancano, tuttavia, alcune difficoltà interpretative.
Da una parte si prescrive di non uscire di casa e dall’altra si lasciano aperte al pubblico alcune attività commerciali, come l’edicola, il tabaccaio o la ferramenta.
Si prescrive di evitare di uscire di casa, ma di fatto non si vieta di farlo qualora sussistano dei validi motivi, ovvero lavoro, necessità, salute e rientro al domicilio.
Quindi, come in tanti si domandano, è lecito praticare sport all’aria aperta?
La risposta è si, purché da soli.
Non esiste un esplicito divieto di passeggiata ma un mero divieto di assembramento.
Tradotto: è lecito uscire di casa per una passeggiata e/o per lo svolgimento di esercizio fisico/motorio all’aperto purché la suddetta attività sia svolta da soli, mai in compagnia.
Tra le prescrizioni del decreto, infatti, c’è l’obbligo di rispettare le distanza interpersonale di un metro.
Quali sono le conseguenze di eventuali trasgressioni?
Sono già tanti, ad oggi, coloro che sono stati “pizzicati” fuori dal proprio domicilio senza una valida ragione, ovvero per indifferibili impegni di lavoro, per stato di necessità, di salute o semplice rientro al domicilio.
In questi casi, l’autorità preposta al controllo potrà elevare al trasgressore, o forse sarebbe meglio dire al reo (trattasi di vero e proprio reato seppur “solo” contravvenzionale), il verbale di identificazione per la violazione dell’art. 650 c.p..
A ben vedere, l’art. 650 del codice penale, dal titolo “Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità”, punisce “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro“.
Ergo, la violazione contestata a chi trasgredisce il precetto di non uscire di casa, con le eccezioni sopra ricordate, trovando il proprio fondamento su ragioni di sicurezza pubblica, costituisce pertanto un illecito penale con una pena irrogata al trasgressore pari all’arresto fino a tre mesi o con il pagamento dell’ammenda fino a duecentosei euro.
E’ presumibile ritenere che, in siffatti casi, il Pubblico Ministero titolare del fascicolo, perché di procedimento penale comunque si tratta, decida di richiedere al Giudice per le indagini preliminari l’emissione del decreto penale di condanna, inaudita altera parte, consentendo di velocizzare i tempi processuali e contenendo nel minimo la pena irrogata.
E’ bene chiarire sia da subito, però, che il pagamento dell’ammenda, eventualmente irrogata al momento dell’emissione del decreto penale di condanna, non estinguerà il reato, ma la sola esecuzione della pena.
Ciò significa che al trasgressore, volendo “limitare i danni”, ben converrà attendere la notifica del decreto penale e, previa valutazione difensiva di concerto con il proprio difensore di fiducia, valutare l’opportunità di presentare opposizione alla suddetta condanna al fine di richiedere l’estinzione del reato (non solo quindi della pena) mediante la procedura di oblazione, così come prevista dall’art. 162 bis. c.p..
In linea di massima, quanto a meno a mio avviso, è possibile affermare che, trattandosi di un reato contravvenzionale, punibile con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda, è preferibile ricorrere all’istituto dell’oblazione, atteso che, per i soli reati contravvenzionali come per quello che stiamo discutendo, consente di estinguere il reato e non solo l’esecuzione della pena.
In conclusione, come già detto, per chi fosse incappato nelle maglie del reato in parola, è consigliabile rivolgersi immediatamente al proprio avvocato al fine di concordare la più appropriata strategia difensiva, anche e soprattutto rispetto alle differenti caratteristiche personali di ciascuno.
La giunta riminese, come peraltro la maggior parte delle amministrazioni comunali, ha deciso di far cassa.
Sulla pelle dei cittadini.
Proprio in questi giorni stanno arrivando gli avvisi di pagamento del canone, con riferimento all’anno 2018 che testualmente recitano: “la deliberazione di C.C. n. 81 del 19.12.2017 ha introdotto il canone per le occupazioni di suolo pubblico derivanti dai Passi Carrabili muniti del relativo cartello segnaletico, così come definiti ai sensi dell’art. 3…..la superficie da assoggettare al canone è calcolata moltiplicando la larghezza dell’accesso, arrotondata al metro successivo, per la profondità di un metro lineare convenzionale. Il canone è determinato applicando a tale superficie le seguenti tariffe graduate in funzione dell’importanza dell’area sulla quale insiste l’occupazione:
CAT. 1 - €. 25,696
CAT. 2 - €. 21,462
CAT. 3 - €. 17,082
Si precisa che il termine di scadenza previsto per il pagamento del canone 2018 è fissato al 31 ottobre p.v. in un’unica soluzione.
In caso di restituzione del cartello successiva al 31/05/2018 il canone verrà conteggiato in dodicesimi (nella frazione di mese superiore a 15 giorni viene considerata l’intera mensilità)”.
Vediamo il motivo per cui ritengo evidentemente pretestuosa e illegittima la richiesta di pagamento del canone da parte dell’amministrazione, quanto meno nei termini così come è stata formulata.
Primo: Perché il canone viene conteggiato in maniera differente da zona a zona?
Secondo: Perché la superficie da pagare viene conteggiata per eccesso? Perché, ad esempio, 2.10 metri di larghezza vengono considerati 3 metri (con aumento del canone) e non viene invece moltiplicato l’importo della categoria corrispondente agli effettivi metri?
Terzo: Come è possibile decidere di restituire il cartello prima del 31 maggio 2018 se le comunicazioni sono pervenute nel mese di ottobre?
In buona sostanza, chi volesse restituire il cartello, decidendo di non usufruire del passo carrabile, potrebbe farlo ma a precise (imposte) condizioni.
File chilometriche allo sportello e pagamento dell’importo (ovviamente in eccesso) dovuto all’utilizzo del cartello da maggio e sino alla data della sua restituzione.
Di certo, se il cittadino avesse saputo della possibilità di restituzione del cartello entro il 31 maggio 2018, la maggior parte di essi lo avrebbe restituito entro quella data, evitando di pagare un’altra odiosa quanto ingiustificata tassa.
Davvero paradossale.
L’importo richiesto tra il 31/05/2018 all 31/10/2018 è ictu oculi illegittimo.
A chi non è capitato di sostare in un posteggio a pagamento e di superare l’orario autorizzato della sosta, come indicato dal ticket esposto nel parabrezza?
Il mancato rinnovo del ticket integra un illecito sanzionabile?
Secondo il recente intervento della suprema Corte di Cassazione, che di fatto ha ribaltato le recenti pronunce sul tema, sono pienamente valide le multe elevate sulle strisce blu perché l’orario del ticket è scaduto e non è stato rinnovato.
Sostiene la Corte, infatti, che esiste una precisa norma (l’articolo 7 comma 15 codice della strada) che disciplina e punisce espressamente il comportamento dell’automobilista che, omettendo di rinnovare il ticket scaduto, provoca un danno erariale al Comune, integrando per l’effetto un vero e proprio illecito amministrativo.
Secondo il precedente orientamento, invece, più volte ribadito dalla giurisprudenza, il Codice della Strada disciplinerebbe soltanto l’obbligo di esporre il ticket in maniera visibile, senza tuttavia prevedere la possibilità che, una volta scaduto, non sia stato rinnovato: il protrarsi della sosta oltre il termine per il quale è stato effettuato il pagamento, si configurerebbe come una mera inadempienza contrattuale. Tradotto, il Comune avrebbe il diritto di richiedere la differenza per il tempo di maggior sosta beneficiata ma non quello di elevare la contravvenzione.
L’eventuale multa, secondo il previgente orientamento, sarebbe stata del tutto illegittima e il cittadino avrebbe potuto richiedere l’annullamento al Giudice di Pace territorialmente competente.
Ora, come anticipato, tale indirizzo è stato modificato dalla sentenza n. 16258 del 2016, che, ribaltando il precedente orientamento, ha stabilito la legittimità della multa per orario scaduto…… ciò, perlomeno, fino al prossimo intervento in materia….
E’ in vigore da oggi, 3 agosto 2017, la Legge 23 giugno 2017, n. 103, cosiddetta riforma Orlando, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 154 del 4 luglio 2017.
Il provvedimento introduce modifiche di grande rilievo nell’ordinamento penale, sia sul piano del diritto sostanziale sia su quello del diritto processuale; alcune delle novità entrano in vigore fin da subito (il 30° giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta, vale a dire dal 3 agosto), altre invece sono oggetto di specifiche deleghe che dovranno essere attuate dal Governo.
Diritto penale sostanziale: la riforma introduce una nuova causa estintiva dei reati, modifica il regime della prescrizione dei reati e inasprisce il trattamento sanzionatorio per i reati di furto, rapina e scambio elettorale politico-mafioso:
Estinzione dei reati a seguito di condotte riparatorie: nei reati perseguibili a querela il giudice può dichiarare l’estinzione del reato, sentite le parti e la persona offesa, quando l’imputato ha riparato interamente il danno con le restituzioni o il risarcimento e ha eliminato, ove possibile le conseguenze dannose o pericolose del reato.
Inasprimento di pene per alcuni reati contro il patrimonio: è previsto l’aumento dei minimi edittali delle pene detentive e un aumento delle pene pecuniarie per i reati di furto in abitazione e scippo (art. 624-bis c.p.), rapina (art. 628), oltre ad una serie di modifiche in tema di circostanze aggravanti; sono aumentate le pene per il reato di scambio elettorale politico-mafioso (art. 416-ter c.p.), che sarà punito con la reclusione da 6 a 12 anni.
Riforma della disciplina della prescrizione: queste alcune delle novità introdotte, che per espressa previsione si applicano solo ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge:
la decorrenza dei termini di prescrizione per alcuni reati in danno di minori (maltrattamenti in famiglia, tratta di persone, sfruttamento sessuale, violenza sessuale) scatta al compimento del diciottesimo anno di età della vittima, salvo che l’azione penale non sia stata esercitata in precedenza (nel qual caso il termine di prescrizione decorre dall’acquisizione della notizia di reato);
sospensione della prescrizione: è introdotta una nuova ipotesi di sospensione, legata alla sentenza di condanna in primo grado: il termine di prescrizione resta sospeso fino al deposito della sentenza di appello, e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi; dopo la sentenza di condanna in appello, il termine resta sospeso fino alla pronuncia della sentenza definitiva e comunque per un tempo non superiore a 1 anno e 6 mesi.
In caso di assoluzione dell’imputato in secondo grado, ovvero di annullamento della sentenza di condanna nella parte relativa all’accertamento della responsabilità o di dichiarazione di nullità della decisione, con conseguente restituzione degli atti al giudice ai sensi dell’articolo 604 c.p.p. i periodi di sospensione di un anno e sei mesi (per il giudizio d’appello) e di un anno e sei mesi (per il giudizio di Cassazione) vengano ricomputati ai fini del calcolo del termine di prescrizione.
Anche l’interrogatorio reso alla polizia giudiziaria su delega del P.M. determinerà l’interruzione del corso della prescrizione.
L’interruzione della prescrizione ha effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato, mentre la sospensione solo per gli imputati nei cui confronti si sta procedendo.
L’interruzione della prescrizione non può comportare l’aumento di più della metà del tempo necessario a prescrivere anche per le principali fattispecie di reati contro la pubblica amministrazione.
La legge contiene anche la delega al Governo per la modifica del codice penale, riguardo ai seguenti istituti:
Regime di procedibilità di alcuni reati: prevista la procedibilità a querela dell’offeso per i reati contro la persona puniti con la sola pena edittale pecuniaria o con la pena edittale detentiva non superiore nel massimo a 4 anni, eccetto nei seguenti casi:
a. delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) e reati contro il patrimonio;
b. quando la persona offesa è incapace per età o per infermità;
c. quando ricorrono particolari circostanze aggravanti;
d. nei reati contro il patrimonio, quando il danno arrecato alla persona sia di rilevante gravità.
Riforma delle misure di sicurezza personali: tra le novità si segnalano l’espressa previsione del principio di irretroattività nell’applicazione delle misure ed una revisione il regime del c.d. doppio binario (applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza), al fine di recare il minor sacrificio possibile della libertà personale.
Riforma del casellario giudiziale, alla luce delle modifiche normative intervenute a livello azionale e europeo in materia di protezione dei dati personali: gli obiettivi da perseguire sono la semplificazione e la riduzione degli adempimenti amministrativi; tra le modifiche previste c’è l’eliminazione delle iscrizioni al fine di adeguarli alla attuale durata media della vita umana e l’eliminazione dell’iscrizione dei provvedimenti applicativi della causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto; sono inoltre ridefiniti i limiti temporali per l’eliminazione delle iscrizioni di condanne per fatti di modesta entità.
Diritto processuale: la riforma interviene, fra gli altri, sulla disciplina della incapacità dell’imputato a partecipare al processo, del domicilio eletto, delle indagini preliminari (in particolare in materia di intercettazioni), e dell’archiviazione.
Di seguito, i punti più significativi:
definizione del procedimento per incapacità dell’imputato: vengono distinte le ipotesi a seconda che l’incapacità sia reversibile oppure irreversibile: se, a seguito degli accertamenti svolti, risulta che lo stato mentale dell’imputato è tale da impedire la cosciente partecipazione al procedimento in modo irreversibile, il giudice, revocata l’eventuale ordinanza di sospensione del procedimento, pronuncia sentenza di non luogo a procedere o sentenza di non doversi procedere (salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca).
Comunicazione del domicilio eletto: in caso di elezione di domicilio presso il difensore d’ufficio, deve essere comunicato all’autorità procedente, insieme alla dichiarazione di elezione, anche l’assenso del difensore domiciliatario.
Indagini preliminari:
- la persona offesa dal reato potrà chiedere informazioni sullo stato del procedimento penale nel quale ha presentato la denuncia o la querela, decorsi 6 mesi dalla presentazione della denuncia; le informazioni potranno essere rese a condizione che ciò non pregiudichi il segreto investigativo;
- disciplina degli accertamenti tecnici non ripetibili: qualora, prima del conferimento dell’incarico al consulente da parte del P.M., la persona indagata formuli riserva di promuovere incidente probatorio, la riserva perde efficacia se l’incidente non è effettivamente richiesto entro 10 giorni;
- allo scadere del termine di durata massima delle indagini preliminari il P.M. dovrà decidere entro 3 mesi se chiedere l’archiviazione o esercitare l’azione penale, così obbligando il P.M. ad assumere una posizione rispetto alla notizia di reato; in caso contrario l’indagine sarà avocata dal procuratore generale presso la corte d’appello;
- passa da 10 a 20 giorni il termine concesso alla persona offesa per opporsi alla richiesta di archiviazione e chiedere la prosecuzione delle indagini;
- anche per il furto in abitazione o con strappo, oltre che per i delitti commessi con violenza alla persona, il P.M. dovrà notificare all’offeso la richiesta di archiviazione concedendogli 30 giorni (non più 20) per opporsi;
- modifiche al procedimento di archiviazione: nel caso in cui non accolga la richiesta di archiviazione, il giudice dovrà fissare entro 3 mesi la data dell’udienza in camera di consiglio; successivamente all’udienza dovrà provvedere sulle richieste entro il termine di 3 mesi nel caso in cui non ritenga necessarie ulteriori indagini;
- disciplina della nullità del provvedimento di archiviazione: il decreto di archiviazione è nullo se emesso in mancanza dell’avviso alla persona offesa, prima della scadenza del termine entro cui la parte offesa può prendere visione degli atti, o prima della presentazione dell’atto di opposizione. In caso di nullità, l’interessato avrà 15 giorni per proporre reclamo dinanzi al tribunale in composizione monocratica; il tribunale, se il reclamo è fondato, annulla il provvedimento e ordina la restituzione degli atti al giudice che ha emesso il provvedimento. In caso contrario, è prevista la condanna della parte privata che ha proposto il reclamo al pagamento delle spese del procedimento, e, nel caso di inammissibilità anche a quello di una somma in favore della cassa delle ammende;
- il termine entro il quale il P.M. chiede il rinvio a giudizio decorre dal provvedimento di iscrizione nel registro delle notizie di reato.
Disciplina dell’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere:
1) la sentenza emessa in sede di udienza preliminare sarà impugnabile in appello, anziché direttamente in cassazione;
2) la corte d’appello decide sull’impugnazione con rito camerale partecipato;
3) il ricorso per cassazione contro la sentenza di non luogo a procedere pronunciata in appello può essere presentato dall’imputato e dal P.G. presso la corte d’appello per i soli motivi di cui alle lettere a), b) e c) dell’art. 606 c.p.p.;
4) sull’impugnazione della sentenza di appello decide la Corte di Cassazione in camera di consiglio.
Requisiti della sentenza: la sentenza dovrà indicare anche i risultati acquisiti ed i criteri di valutazione della prova adottati avendo riguardo:
a. all’accertamento dei fatti e alle circostanze relative all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica;
b. alla punibilità e alla determinazione della pena e della misura di sicurezza;
c. alla responsabilità civile da reato;
d. all’accertamento dei fatti dai quali dipende l’applicazione di norma processuali.
Modifiche in materia di riti speciali: sono previste novità in tema di giudizio abbreviato e sentenze di patteggiamento.
Giudizio abbreviato:
- se la richiesta dell’imputato è presentata subito dopo il deposito dei risultati delle indagini difensive, il giudice provvede soltanto dopo che sia decorso l’eventuale termine (massimo 60 giorni) chiesto dal P.M. per lo svolgimento di indagini suppletive limitatamente ai temi introdotti dalla difesa; in questo caso l’imputato potrà revocare la richiesta di giudizio abbreviato;
- la richiesta di giudizio abbreviato in udienza preliminare comporta la sanatoria delle eventuali nullità (non assolute) e la non rilevabilità delle inutilizzabilità (eccetto quelle derivanti da un divieto probatorio) e la preclusione a sollevare questioni sulla competenza territoriale del giudice;
- in caso di richiesta subordinata ad integrazione probatoria, che venga poi negata dal giudice, l’imputato può chiedere che il processo sia comunque definito all’udienza preliminare o chiedere il patteggiamento;
- riduzione di pena: se il rito abbreviato riguarda un delitto è confermata la diminuzione della pena di un terzo; se invece si tratta di contravvenzione, la pena è ridotta alla metà.
Sentenze di patteggiamento: correzione di errori materiali e impugnazione:
- quando nella sentenza di patteggiamento occorre correggere soltanto la specie o la quantità della pena a seguito di errore nella denominazione o nel computo, vi provvede lo stesso giudice che ha emesso la sentenza;
- in caso di impugnazione del provvedimento da parte del P.M. alla rettifica provvede la Corte di Cassazione senza bisogno di pronunciare annullamento della sentenza;
- il ricorso per Cassazione da parte del P.M. e dell’imputato contro la sentenza che accoglie il patteggiamento può essere presentato soltanto per motivi attinenti all’espressione della volontà dell’imputato (vizi della volontà), al difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, all’erronea qualificazione del fatto e alla illegalità della pena o delle misure di sicurezza applicate.
Ragguaglio tra pene detentive e pene pecuniarie:
- il valore di un giorno di pena detentiva è ridotto da 250 a 75 euro;
- una norma speciale sul ragguaglio è prevista per il procedimento per decreto penale di condanna: il valore giornaliero non può essere inferiore alla somma di euro 75 e non può superare di tre volte tale ammontare.
Disciplina delle impugnazioni: la legge introduce rilevanti novità anche in tema di impugnazioni penali:
a. l’impugnazione può essere proposta personalmente dall’imputato purché non si tratti di ricorso per cassazione;
b. l’atto di impugnazione deve contenere, a pena d’inammissibilità, anche l’indicazione delle prove delle quali si deduce l’inesistenza o l’omessa o erronea valutazione;
c. casi d’appello: è prevista l’inappellabilità anche delle sentenze di proscioglimento relative a contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda o con una pena alternativa;
d. è reintrodotto il c.d. concordato sui motivi in appello: le parti potranno concludere un accordo sull’accoglimento, in tutto o in parte, dei motivi d’appello, da sottoporre al giudice d’appello, che deciderà in merito in camera di consiglio;
e. Sono esclusi dall’ambito di applicazione del concordato i procedimenti per i delitti di cui all’art. 51, co. 3-bis e 3-quater, per i reati sessuali e i procedimenti contro delinquenti dichiarati abituali, professionali o per tendenza;
f. Se l’accordo comporta una rideterminazione della pena, anche la nuova pena dovrà essere concordata tra le parti e sottoposta al giudice: se il giudice decide di non accogliere il concordato tra le parti, ordina la citazione a comparire al dibattimento; la richiesta e la rinuncia perdono effetto ma potranno essere riproposte nel dibattimento;
g. Il P.G. presso la Corte d’appello dovrà indicare criteri idonei a orientare la valutazione di tutti i P.M. del distretto rispetto al concordato sui motivi in appello;
h. E’ prevista la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale quando l’appello è proposto dal P.M. contro la sentenza di proscioglimento e si basa sulle valutazioni della prova dichiarativa;
Procedimenti dinanzi alla Corte di Cassazione:
- nell’ambito della rimessione del processo penale, in caso di rigetto o inammissibilità della richiesta di rimessione, le parti private che l’hanno richiesta potranno essere condannate a pagare una somma eventualmente aumentata fino al doppio in ragione della causa di inammissibilità del richiesta di rimessione (importi adeguati ogni biennio in base alle variazioni Istat);
- è prevista l’applicazione del rito camerale partecipato anche al ricorso per cassazione avverso provvedimenti cautelari reali;
- inammissibilità del ricorso: nei casi di inammissibilità previsti dall’art. 591 c.p.p., c.1, lett. a), b), c) e d), la Corte dichiara senza formalità di procedura l’inammissibilità del ricorso; sempre senza formalità la Cassazione può dichiarare l’inammissibilità del ricorso contro la sentenza di patteggiamento e contro la sentenza che accoglie il concordato sui motivi in appello;
- se il giudice d’appello conferma la sentenza di proscioglimento, il ricorso per cassazione è possibile solo per i vizi di cui all’art. 606, lettere a), b) e c) c.p.p.;
- la parte non potrà provvedere personalmente alla presentazione del ricorso per cassazione;
- in caso di inammissibilità del ricorso, la sanzione pecuniaria può essere aumentata fino al triplo in ragione della causa di inammissibilità del ricorso, con adeguamento biennale degli importi;
- rimessione dei ricorsi alle Sezioni Unite: le sezioni semplici potranno disporre la rimessione alle Sezioni Unite anche quando non concordino con un principio di diritto già enunciato dalle SS.UU. ma non condiviso dai giudici della sezione; le SS.UU. possono enunciare il principio di diritto anche d’ufficio, quando il ricorso sia stato dichiarato inammissibile per una causa sopravvenuta;
- la Cassazione può procedere all’annullamento della decisione senza rinvio della causa al giudice di merito se non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto e, quanto alla rideterminazione della pena, se può essere effettuata sulla base delle statuizioni del giudice di merito;
- in tema di ricorso straordinario per la correzione dell’errore materiale o di fatto, la rilevazione d’ufficio dell’errore può essere effettuata senza formalità, ma entro 90 giorni dalla deliberazione.
Modifiche alle norme di attuazione del c.p.p. e all’organizzazione dell’ufficio del P.M.
- informazioni sull’azione penale relativa ai reati ambientali: quando esercita l’azione penale per i reati previsti nel codice dell’ambiente o per i reati comunque comportanti un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente, il P.M., nell’informare il Ministero dell’ambiente e la Regione interessata, deve dare notizia dell’imputazione;
- fra i processi ai quali deve essere assicurata prioritaria trattazione sono inseriti anche quelli relativi ai delitti di corruzione.
Riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero: tra le funzioni del procuratore della Repubblica è inserita anche quella di assicurare l’osservanza delle norme relative all’iscrizione delle notizie di reato ne registro.
Disciplina della partecipazione al dibattimento a distanza: la partecipazione a distanza diviene la regola nei seguenti casi:
1. quando la persona si trova in carcere per uno dei delitti di cui agli artt. 51, comma 3- bis, e 407, c.2, lett. a) n. 4) c.p.p. (la partecipazione a distanza si applica anche alle udienze civili);
2. quando la persona è ammessa a misure di protezione la presenza fisica in udienza può comunque essere prevista dal giudice con decreto motivato (mai però per i detenuti soggetti alle misure di detenzione speciale di cui all’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario).
3. Fuori dalle ipotesi obbligatorie, la partecipazione a distanza può essere disposta dal giudice, con decreto motivato, anche quando vi siano ragioni specifiche di sicurezza o quando il dibattimento sia particolarmente complesso o debba essere assunta la testimonianza di un recluso.
Delega al Governo per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario
La legge delega il Governo ad intervenire sulla materia della disciplina delle intercettazioni.
Queste le principali novità che dovranno essere attuate con uno o più decreti legislativi:
- operazioni captative: nella selezione del materiale da inviare al giudice a sostegno della richiesta di misura cautelare, il P.M. dovrà assicurare anche la riservatezza degli atti contenenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili a qualunque titolo o contenenti dati sensibili non pertinenti all’accertamento delle responsabilità penali o irrilevanti ai fini delle indagini perché riferiti esclusivamente a fatti o circostanze ad esse estranei;
- gli atti non allegati a sostegno della richiesta di misura cautelare dovranno essere custoditi in apposito archivio riservato, con facoltà di esame e ascolto ma non di copia, da parte dei difensori delle parti e del giudice, fino al momento della conclusione della procedura ex art. 268, cc. 6 e 7, c.p.p;
- venuto meno in quel momento il divieto di pubblicazione di cui all’art. 114, c. 1, c.p.p., i difensori delle parti possono ottenere copia degli atti e trascrizione delle intercettazioni ritenuti rilevanti dal giudice o il cui rilascio sia stato autorizzato dal giudice nella fase successiva alla conclusione delle indagini preliminari;
- ai fini della richiesta di giudizio immediato o del deposito successivo all’avviso di conclusione delle indagini, il P.M., quando rilevi che tra gli atti sono presenti registrazioni di conversazioni o comunicazioni informatiche o telematiche inutilizzabili per le ragioni sopra indicate, dovrà chiederne lo stralcio (qualora la procedura non si sia già svolta);
- è prevista l’introduzione di una nuova fattispecie di reato volta a punire la diffusione del contenuto di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni telefoniche captate fraudolentemente, con finalità di recare danno alla reputazione; la punibilità è esclusa quando le registrazioni o le riprese sono utilizzate nell’ambito di un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca;
- la delega prevede inoltre la semplificazione dell’impiego delle intercettazioni nei procedimenti per i reati più gravi contro la pubblica amministrazione;
- immissione di captatori informatici (cd. Trojan) in dispositivi elettronici portatili: sarà prevista una specifica disciplina così articolata:
- l’attivazione del microfono deve avvenire solo in conseguenza di apposito comando inviato da remoto e non con il solo inserimento del captatore informatico, nel rispetto dei limiti stabiliti nel decreto autorizzativo del giudice;
- la registrazione audio sarà avviata dalla polizia giudiziaria o dal personale tecnico incaricato, su indicazione della p.g., che dovrà indicare ora di inizio e fine della registrazione e darne atto nel verbale descrittivo delle modalità di effettuazione delle operazioni;
- l’attivazione del dispositivo sarà sempre ammessa quando si procede per i delitti ex art. 51, commi 3-bis e 3-quater c.p.p.; fuori da tali casi, nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. soltanto se sia in corso l’attività criminosa, nel rispetto dei requisiti previsti per le intercettazioni telefoniche;
- il decreto autorizzativo del giudice deve indicare le ragioni che rendono necessaria questa specifica modalità di intercettazione ai fini delle indagini;
- il trasferimento delle registrazioni deve avvenire soltanto verso il server della Procura e al termine della registrazione il captatore informatico deve essere disattivato e reso definitivamente inutilizzabile su indicazione del personale di p.g. operante;
- è previsto l’utilizzo solo di di programmi informatici conformi ai requisiti tecnici stabiliti con apposito decreto ministeriale;
- quando ricorrano concreti casi di urgenza specificamente indicati che rendano impossibile la richiesta al giudice, solo per i delitti di cui all’art. 51, c. 3-bis e 3-quater c.p.p., il P.M. potrà disporre l’utilizzo di captatori, salvo convalida del giudice entro 48 ore;
- i risultati delle intercettazioni ottenuti tramite impiego di trojan potranno essere utilizzati a fini di prova soltanto dei reati oggetto del provvedimento autorizzativo; potranno essere utilizzati in procedimenti diversi solo se indispensabili per l’accertamento di reati per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ex art. 380 c.p.p.;
- i risultati di intercettazioni che abbiano coinvolto occasionalmente soggetti estranei ai fatti per cui si procede non potranno essere in alcun modo conoscibili, divulgabili e pubblicabili.
Delega per la riforma del regime delle impugnazioni: la delega affidata al Governo dovrà attuare le seguenti previsioni:
nei procedimenti di competenza del giudice di pace il ricorso per cassazione sarà consentito solo per violazione di legge delle sentenze emesse in grado di appello;
il procuratore generale presso la corte di appello potrà appellare soltanto nei casi di avocazione e di acquiescenza del p.m. presso il giudice di primo grado;
il p.m. sarà legittimato ad appellare avverso la sentenza di condanna solo quando abbia modificato il titolo del reato o abbia escluso la sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale o che stabilisca una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato;
l’imputato sarà legittimato ad appellare avverso le sentenze di proscioglimento emesse nel dibattimento, salvo che siano pronunciate con le formule “il fatto non sussiste” o “l’imputato non lo ha commesso”.
Delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario: il disegno di legge contiene infine anche la delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario, che dovrà ispirarsi, fra gli altri, ai seguenti criteri e principi direttivi:
- semplificazione delle procedure per le decisioni del magistrato e del tribunale di sorveglianza, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, fatta eccezione per le decisioni riguardanti la revoca delle misure alternative alla detenzione;
- revisione di modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari;
- previsione di attività di giustizia riparativa;
- aumento di opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato;
- interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.
Come ben ricorderanno i nostri fedelissimi lettori, il quesito posto dallo scrivente nel maggio 2010 era il seguente:
“durante i 2 anni di garanzia previsti ex lege di un’autovettura, il consumatore è obbligato ad effettuare i periodici tagliandi presso il rivenditore ufficiale o, invece, potrà rivolgersi anche ad altre officine, purché qualificate? E se dovesse rivolgersi ad altra officina (non ufficiale), avrebbe ugualmente diritto alla copertura in garanzia?”
Ebbene, viste le numerose richieste di chiarimenti pervenute alla nostra attenzione, con precipuo riferimento alla possibilità o meno di estendere la normativa di riferimento anche alle due ruote, riportiamo il nostro pensiero sull’argomento, che, ovviamente, non ha la pretesa di essere da tutti condiviso.
Secondo il richiamato Regolamento 1400 e il D.Lgs. 24/2002, aventi la finalità primaria della tutela del consumatore, il consumatore può scegliere la soluzione più conveniente per lui, beneficiando della concorrenza tra le officine delle reti ufficiali delle case costruttrici e quelle indipendenti, purché siano qualificate.
In buona sostanza, il consumatore può rivolgersi dove meglio crede per la manutenzione ordinaria, purché l’officina sia qualificata ai sensi del Regolamento Europeo 1400/02, e sia in grado di rilasciare un’adeguata certificazione di conformità dei lavori eseguiti, che dimostri che gli stessi sono conformi alle prescrizioni della casa.
Tornando al nostro quesito, sembra che la legislazione nazionale ed europea si riferisca unicamente ad accordi di settore (quello automobilistico), il cui scopo è quello di garantire una sana concorrenza all’interno del mercato comunitario, salvaguardando, altresì, l’interesse primario del consumatore.
In buona sostanza, prima facie, i richiamati regolamenti comunitari sembrano non essere applicabili al mondo delle ruote, trattandosi di accordi relativi al solo settore automobilistico.
Dimenticanza o precisa volontà da parte dei legiferanti?
Seguendo letteralmente la normativa comunitaria esistente in materia, il consumatore “dovrebbe” far eseguire la manutenzione programmata della propria moto esclusivamente presso un’officina della casa madre.
Ciò, si evince seguendo il tenore letterale della normativa di riferimento, rispetto al quale non possiamo che essere in disaccordo.
Infatti, anche nel caso di tagliandi e manutenzioni eseguite sui motocicli, è lecito aspettarsi che non vi siano differenze di trattamento (e soprattutto di conseguenze) rispetto alle agevolazioni di cui, invece, può beneficiare il consumatore del settore auto.
Ciò è vero, a mio avviso, da un lato, per una maggiore salvaguardia dello stesso consumatore, che non solo a livello comunitario ma anche statale riveste primaria tutela.
Dall’altro, l’impasse potrebbe essere comunque risolta attraverso il ricorso allo strumento dell’analogia che, come noto, consentirebbe di ritenere applicabili quelle norme regolamentari che disciplinano la materia (in maniera più favorevole al consumatore), anche al proprietario di una “banale” motocicletta (l’analogia è “quel procedimento mediante il quale l’interprete del diritto, qualora vi sia una lacuna, ovvero quando un caso o una materia non siano espressamente disciplinati, applica le norme previste per casi simili o materie analoghe”).
Ovviamente, come ribadito nel nostro articolo del 2010, deve trattarsi di officine autorizzate e qualificate ai sensi del Regolamento Europeo 1400/02, quindi in grado di rilasciare un’adeguata certificazione di conformità dei lavori eseguiti, che dimostri che gli interventi eseguiti sono conformi alle prescrizioni della casa.
Per questo, nonostante le difficoltà interpretative sopra dette, ritengo che esista, anche per le motociclette, il diritto del consumatore ad eseguire le manutenzioni presso qualunque officina, purché qualificata.
La sospensione del procedimento penale
La legge n. 67 del 28 aprile 2014 intitolata “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 100 del 2 maggio 2014, introduce rilevanti novità sotto il profilo dell’esecuzione delle pene.
La ratio del richiamato intervento legislativo è da individuarsi nella necessità, da un lato, di deflazionare il carico dei processi dibattimentali pendenti, dall’altro, di diminuire il flusso carcerario “in entrata” eventualmente derivante dalle esecuzioni delle pene detentive, prevedendo definizioni processuali alternative alla sentenza di condanna, che siano al contempo adeguate e proporzionate alla commissione di fatti penalmente rilevanti caratterizzati da contenuta offensività.
La nuova legge, mutuando l‘istituto della messa alla prova in campo minorile, introduce il nuovo istituto anche nei procedimenti a carico di soggetti maggiorenni per fatti commessi dopo il compimento della maggiore età. L’imputato, pertanto, potrà liberamente scegliere di definire la propria vicenda processuale con una pronuncia a sé favorevole, attraverso un percorso di messa alla prova.
In buona sostanza, l’imputato potrà chiedere, dopo l’esercizio dell’azione penale, la sospensione del procedimento con messa alla prova se si procede per reati punti con la sola pena pecuniaria ovvero per reati puniti con pena detentiva (sola o congiunta o alternativa a pena pecuniaria) non superiore nel massimo a quattro anni nonché per delitti di cui all’art. 550 comma 2 c.p.
Si badi bene, inoltre, come la richiesta di “messa alla prova” potrà essere proposta, oralmente o per iscritto, fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli articoli 421 e 422 o fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado nel giudizio direttissimo e nel procedimento di citazione diretta a giudizio.
Peraltro, poiché l’ambito di ammissibilità della messa alla prova è determinato con riferimento al limite edittale della pena detentiva, oltre ai reati per i quali la legge prevede la competenza del tribunale in composizione monocratica, la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova è altresì ammessa per i reati puniti con pena edittale non superiore a quattro anni demandati alla competenza del giudice in composizione collegiale.
Ovviamente, la richiesta sarà altresì ammissibile nei procedimenti di competenza del giudice di pace.
Oltre al limite edittale della pena, ulteriore condizione oggettiva prevista dalla legge si ricava dalla previsione contenuta nell’articolo 3 della legge, per il quale la sospensione non può essere concessa più di una volta: detta preclusione è quindi prevista a prescindere dall’esito positivo o non positivo della prova e la sua concreta operatività è ovviamente subordinata alla reale circolazione del relativo dato.
Per quanto concerne, invece, i requisiti soggettivi, la legge in parola prevede che la sospensione non possa applicarsi a quei soggetti che siano stati dichiarati delinquenti o contravventori abituali o professionali o per tendenza.
La normativa prevede, quale ulteriore condizione necessaria affinché possa disporsi la sospensione del processo, che il giudice possa, non solo valutare positivamente l’idoneità del programma trattamentale, ma anche che possa formulare, nei confronti dell’imputato un giudizio prognostico favorevole in ordine alla circostanza che lo stesso si asterrà, in futuro, dal commettere ulteriori reati, potendosi ritenere occasionale il fatto-reato per cui si procede.
La messa alla prova, secondo le previsioni di cui all’art. 168 bis, commi 2 e 3 c.p., comporta, in via obbligatoria:
1. la prestazione di condotte volte alla eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, nonché ove possibile il risarcimento del danno;
2. l’affidamento dell’imputato al servizio sociale per lo svolgimento di un preciso programma;
3. la prestazione di lavoro di pubblica utilità, da intendersi quale prestazione non retribuita da svolgersi per un tempo non inferiore a dieci giorni presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le aziende sanitarie o presso enti, anche internazionali.
Da ultimo, per quanto riguarda gli effetti della sospensione del procedimento con messa alla prova, si osserva che, durante il periodo di sospensione, il corso della prescrizione del reato rimarrà sospeso.
Mentre, in caso di esito positivo della messa alla prova, si estingue il reato (ma non le sanzioni amministrative accessorie, ove previste dalla legge.
Riforma difese d’ufficio
Come noto agli addetti ai lavori, il decreto legislativo n. 6 del 30/01/2015, ha previsto nuove e importanti modifiche in materia di riordino della disciplina della difesa d’ufficio, a norma dell’articolo 16 della riforma forense (legge n. 247 del 31 dicembre 2012).
Le nuove disposizioni prevedono, innanzitutto, che l’elenco dei difensori d’ufficio, fino ad oggi gestito direttamente da ciascun consiglio dell’ordine circondariale, venga unificato su base nazionale attribuendo al Consiglio nazionale forense la competenza in ordine alle iscrizioni e al necessario periodico aggiornamento.
Infatti, al fine di assicurare la qualificazione professionale, vengono introdotti criteri decisamente più rigorosi per l’iscrizione all’elenco: sono richiesti dei veri e propri corsi di aggiornamento e un esame finale.
Ne deriva come non sia più prevista, diciamo finalmente, la possibilità per il “neo avvocato” di sperimentare sulla pelle altrui (quella dell’ignaro cliente) la propria capacità difensiva penale. Insomma, il “potere” di farsi le ossa pur non avendo ancora raggiunto quella esperienza “in udienza” che un simile compito dovrebbe invece certamente possedere.
Oggi, infatti, sarà necessario avere una pregressa esperienza professionale di almeno 5 anni in materia penale idonea a consentire l’iscrizione. Oppure, in alternativa, sarà richiesto il requisito del conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, la cui regolamentazione attuativa è in via di completamento.
La riforma stabilisce, altresì, che il Consiglio nazionale forense provveda sulla richiesta d’iscrizione, previo parere del locale Consiglio dell’ordine, e che, ai fini del mantenimento dell’iscrizione, sia necessario presentare periodicamente la documentazione atta a dimostrare l’effettiva e persistente esperienza nel settore penale da parte dell’iscritto.
Peraltro, al precipuo fine di assicurare l’idonea stabilità nell’esercizio della funzione, è previsto che il professionista non possa chiedere la cancellazione dall’elenco prima di due anni dall’avvenuta iscrizione.
Da ultimo, si segnala che, in via transitoria, i professionisti attualmente iscritti agli elenchi tenuti dai locali consigli dell’ordine siano iscritti automaticamente all’elenco nazionale con onere di dimostrare, alla scadenza del periodo di un anno dalla data di entrata in vigore del decreto, la presenza dei requisiti richiesti dalla nuova disciplina per il mantenimento dell’iscrizione.
Di seguito il testo del decreto:
Visto, in particolare, l’articolo 16 della citata legge n. 247 del 2012 che ha delegato il Governo ad adottare un decreto legislativo recante il riordino della materia relativa alla difesa d’ufficio, in base ai criteri direttivi rappresentati dalla previsione dei criteri e delle modalità di accesso a una lista unica, mediante indicazione dei requisiti che assicurino la stabilità e la competenza della difesa tecnica d’ufficio;
Sentito il Consiglio nazionale forense, che ha emesso il relativo parere nella seduta del 20 giugno 2014;
Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 30 ottobre 2014
Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 29 gennaio 2015;
Art. 1 Modifiche all’articolo 29 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.
1. All’articolo 29 del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) i commi 1 e 1-bis sono sostituiti dai seguenti:
«1. Il Consiglio nazionale forense predispone e aggiorna, con cadenza trimestrale, l’elenco alfabetico degli avvocati iscritti negli albi, disponibili ad assumere le difese d’ufficio.
1-bis. L’inserimento nell’elenco di cui al comma 1 e’ disposto sulla base di almeno uno dei seguenti requisiti:
a) partecipazione a un corso biennale di formazione e aggiornamento professionale in materia penale, organizzato dal Consiglio dell’ordine circondariale o da una Camera penale territoriale o dall’Unione delle Camere penali, della durata complessiva di almeno 90 ore e con superamento di esame finale;
b) iscrizione all’albo da almeno cinque anni ed esperienza nella materia penale, comprovata dalla produzione di idonea documentazione;
c) conseguimento del titolo di specialista in diritto penale, secondo quanto previsto dall’articolo 9 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.»;
«1-ter. La domanda di inserimento nell’elenco nazionale di cui al comma 1 e’ presentata al Consiglio dell’ordine circondariale di appartenenza, che provvede alla trasmissione degli atti, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. Avverso la decisione di rigetto della domanda e’ ammessa opposizione ai sensi dell’articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199.
1-quater. Ai fini della permanenza nell’elenco dei difensori d’ufficio sono condizioni necessarie:
a) non avere riportato sanzioni disciplinari definitive superiori all’ammonimento;
b) l’esercizio continuativo di attivita’ nel settore penale comprovato dalla partecipazione ad almeno dieci udienze camerali o dibattimentali per anno, escluse quelle di mero rinvio.
1-quinquies. Il professionista iscritto nell’elenco nazionale deve presentare, con cadenza annuale, la relativa documentazione al Consiglio dell’ordine circondariale, che la inoltra, con allegato parere, al Consiglio nazionale forense. In caso di mancata presentazione della documentazione, il professionista e’ cancellato d’ufficio dall’elenco nazionale.
1-sexies. I professionisti iscritti all’elenco nazionale non possono chiedere la cancellazione dallo stesso prima del termine di due anni.».
Art. 2 Disposizione transitoria
1. Gli iscritti negli elenchi dei difensori d’ufficio predisposti dai Consigli dell’ordine circondariali sono iscritti automaticamente, dalla data di entrata in vigore del presente decreto, nell’elenco nazionale previsto dall’articolo 29, comma 1, delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale. Alla scadenza del termine di un anno, il professionista che intenda mantenere l’iscrizione deve presentare la documentazione prevista dall’articolo 29, comma 1-quater, delle disposizioni medesime.
Art. 3 Modifiche all’articolo 97 del codice di procedura penale
1. Il comma 2 dell’articolo 97 del codice di procedura penale e’ sostituito dal seguente:
«2. Il difensore d’ufficio nominato ai sensi del comma 1 e’ individuato nell’ambito degli iscritti all’elenco nazionale di cui all’articolo 29 delle disposizioni di attuazione. I Consigli dell’ordine circondariali di ciascun distretto di Corte d’appello predispongono, mediante un apposito ufficio centralizzato, l’elenco dei professionisti iscritti all’albo e facenti parte dell’elenco nazionale ai fini della nomina su richiesta dell’autorita’ giudiziaria e della polizia giudiziaria. Il Consiglio nazionale forense fissa, con cadenza annuale, i criteri generali per la nomina dei difensori d’ufficio sulla base della prossimita’ alla sede del procedimento e della reperibilita’.».
Art. 4 Clausola di invarianza finanziaria
1. Dall’attuazione delle disposizioni del presente decreto non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Dato a Roma, addi’ 30 gennaio 2015.
Come noto, il decreto legge del 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile, ha apportato modifiche alla disciplina della separazione personale dei coniugi, della cessazione degli effetti civili e dello scioglimento del matrimonio.
Il senso dell’intervento dovrebbe essere quello della semplificazione delle procedure.
In particolare, l’art. 6 entrato in vigore lo scorso 13 settembre 2014 (quindi già perfettamente operativo), introduce la possibilità per i coniugi di richiedere, al posto del “superato” atto di separazione o divorzio, una negoziazione assistita, senza più necessità di rivolgersi al tribunale.
Le modalità dei vari adempimenti da osservare sono state peraltro oggetto di una recente circolare del Ministero dell’Interno che ha tentato di chiarirne gli aspetti più importanti.
Anche alla luce di queste delucidazioni ministeriali è quindi possibile dedurre che:
1) I coniugi potranno decidere di concludere una convenzione di negoziazione assistita da un legale, ad eccezione del caso in cui vi siano figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave oppure economicamente non autosufficienti.
2) Entro il termine di 10 giorni, all’avvocato della parte è fatto obbligo di trasmettere una copia dell’accordo, previa autenticazione, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto.
3) L’accordo deve altresì essere munito delle certificazioni di cui al D.P.R. n. 396/2000.
4) E’ previsto che in caso di violazione dell’obbligo di cui al punto 2), l’avvocato incorra in una sanzione amministrativa pecuniaria da € 5.000 ad € 50.000.
Per ciò che attiene agli effetti degli accordi, si precisa che questi decorreranno dalla data certificata negli accordi stessi e che dovrà essere riportata nelle annotazioni a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed indicata nella scheda anagrafica individuale degli interessati.
Inviato l’atto termina il lavoro del legale: dopo aver trasmesso la convenzione di negoziaziazione, non è previsto alcun atto di impulso successivo ad opera dell’avvocato stesso.
E’ infatti l’ufficiale dello stato civile colui che deve procedere alla registrazione dei provvedimenti di cui trattasi e alla conseguente annotazione a margine dell’atto di matrimonio e di nascita di entrambi i coniugi ed alla comunicazione in anagrafe per i conseguenti aggiornamenti.
Pertanto, compete sempre all’ufficiale di stato civile del comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, curare l’esatta esecuzione degli adempimenti che discendono dal ricevimento dell’accordo, nei sensi della nuova normativa.
Ad ulteriore chiarimento, ai fini della corretta individuazione dell’ufficiale di stato civile competente, si precisa che il matrimonio iscritto è quello celebrato con rito civile la cui iscrizione avviene nel comune di celebrazione. Il matrimonio trascritto è quello celebrato con rito religioso (concordatario o di altri culti religiosi) la cui trascrizione avviene nel comune di celebrazione, o quello celebrato all’estero la cui trascrizione avviene nel comune di residenza o di iscrizione.
La legge sul divorzio breve è ad un passo dalla approvazione.
Passa alla Camera, infatti, la legge sul divorzio breve che, direi finalmente, riduce drasticamente i tempi dello scioglimento del matrimonio a 12 mesi in caso di contenzioso e a 6 mesi per quelli consensuali.
Intanto, non serviranno più 3 anni dal momento della separazione per chiedere il divorzio. Il termine diventa, infatti, 12 mesi in caso di separazione giudiziale e di 6 mesi per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Se la separazione è giudiziale, il termine decorrerà dalla notifica del ricorso.
Importante ricordare che la legge appena approvata dalla Camera dei Deputati, se riceverà l’ok anche dal Senato, sarà operativa anche per i procedimenti in corso.
Novità, infine, anche con riferimento alla comunione legale dei beni che si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale.
Il decreto svuota carceri
Come noto, è entrato ufficialmente in vigore il cosiddetto decreto svuota carceri, per qualcuno un piccolo indulto.
Diventa legge un provvedimento che dovrebbe sfoltire la presenza nelle carceri, in virtù di alcune misure introdotte nel decreto: in primis, l’acceso al beneficio dell’affidamento in prova al servizio sociale che ora, grazie alla riforma, diventa accessibile anche per i condannati fino ai 4 anni.
Altra novità di rilievo riguarda la liberazione anticipata, che per effetto del decreto appena approvato ha visto uno sconto di pena aumentato a 75 giorni per ogni semestre, invece dei 45 in vigore fino ai giorni scorsi.
Altre novità riguardano l’aumento del ricorso al braccialetto elettronico, l’istituzione di un Garante nazionale dei detenuti, maggiore facilità di espulsione per detenuti stranieri.
Questo il testo del provvedimento:
LEGGE 21 febbraio 2014, n. 10
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, recante misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria. (GU n.43 del 21-2-2014)
Vigente al: 22-2-2014
1.Il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, recante misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, e’ convertito in legge con le modificazioni riportate in allegato alla presente legge.
2. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addi’ 21 febbraio 2014 NAPOLITANO Letta, Presidente del Consiglio dei ministri Alfano, Vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro dell’interno Cancellieri, Ministro della giustizia Visto, il Guardasigilli: Cancellieri Allegato Modificazioni apportate in sede di conversione al decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146 All’articolo 2: dopo il comma 1 sono aggiunti i seguenti: «1-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera h), del codice di procedura penale, le parole: “salvo che ricorra la circostanza prevista dal comma 5 del medesimo articolo” sono sostituite dalle seguenti: “salvo che per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo”. 1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “, salvo che per i delitti di cui all’articolo 73, comma 5, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni”». All’articolo 3: al comma 1: alla lettera a), capoverso Art. 35, numero 1), le parole: «al direttore dell’ufficio ispettivo,» sono soppresse; alla lettera b), capoverso Art. 35-bis: al comma 3 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «entro il termine indicato dal giudice»; il comma 4 e’ sostituito dai seguenti: « 4. Avverso la decisione del magistrato di sorveglianza e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa. 4-bis. La decisione del tribunale di sorveglianza e’ ricorribile per cassazione per violazione di legge nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa»; al comma 6, la lettera c) e’ soppressa; alla lettera e), le parole: «su proposta del direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna, dal magistrato di sorveglianza, anche in forma orale nei casi di urgenza» sono sostituite dalle seguenti: «nei casi di urgenza, dal direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna, che ne da’ immediata comunicazione al magistrato di sorveglianza e ne riferisce nella relazione di cui al comma 10»; dopo il comma 1 e’ inserito il seguente: «1-bis. In attesa dell’espletamento dei concorsi pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo di tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli 3 e 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2006, n. 63, le funzioni di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono essere svolte dai funzionari inseriti nel ruolo dei dirigenti di istituto penitenziario». All’articolo 4: al comma 1 sono premesse le seguenti parole: «Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni,»; il comma 4 e’ soppresso; al comma 5 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, ne’ ai condannati che siano stati ammessi all’esecuzione della pena presso il domicilio o che si trovino agli arresti domiciliari ai sensi dell’articolo 656, comma 10, del codice di procedura penale». All’articolo 6: al comma 1, lettera a), capoverso, le parole: «previsti dal presente testo unico, per i quali e’ stabilita la pena detentiva superiore nel massimo a due anni» sono sostituite dalle seguenti: «previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter, del presente testo unico». All’articolo 7: al comma 2, secondo periodo, le parole: «decreto del presidente del Consiglio dei ministri» sono sostituite dalle seguenti: «decreto del Presidente della Repubblica»; al comma 3, primo periodo, le parole: «non possono assumere cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi di responsabilita’ in partiti politici» sono sostituite dalle seguenti: «non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi in partiti politici».
TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 23 dicembre 2013, n. 146
Testo del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 300 del 23 dicembre 2013), coordinato con la legge di conversione 21 febbraio 2014, n. 10 (in questa stessa Gazzetta Ufficiale alla pag. 14), recante: «Misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria.». (14A01371) (GU n.43 del 21-2-2014)
Vigente al: 21-2-2014
Avvertenza: Il testo coordinato qui pubblicato è stato redatto dal Ministero della giustizia ai sensi dell’art. 11, comma 1, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n.1092, nonche’ dell’art.10, comma 3, del medesimo testo unico, al solo fine di facilitare la lettura sia delle disposizioni del decreto-legge, integrate con le modifiche apportate dalla legge di conversione, che di quelle richiamate nel decreto, trascritte nelle note. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui riportati. Le modifiche apportate dalla legge di conversione sono stampate con caratteri corsivi. Tali modifiche sono riportate in video tra i segni (( … )). A norma dell’art.15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell’attivita’ di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri), le modifiche apportate dalla legge di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della sua pubblicazione.
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447, di approvazione del codice di procedura penale, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 275-bis, comma 1, primo periodo, le parole «se lo ritiene necessario» sono sostituite dalle seguenti parole: «salvo che le ritenga non necessarie». b) all’articolo 678, il comma 1 e’ sostituito dal seguente: «1. Salvo quanto stabilito dal successivo comma 1-bis, il tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza, e il magistrato di sorveglianza, nelle materie attinenti ai ricoveri previsti dall’articolo 148 del codice penale, alle misure di sicurezza e alla dichiarazione di abitualità o professionalità nel reato o di tendenza a delinquere procedono, a richiesta del pubblico ministero, dell’interessato, del difensore o di ufficio, a norma dell’articolo 666. Tuttavia, quando vi e’ motivo di dubitare dell’identita’ fisica di una persona, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.»; c) all’articolo 678, dopo il comma 1 e’ aggiunto il seguente comma: «1-bis. Il magistrato di sorveglianza, nelle materie attinenti alla rateizzazione e alla conversione delle pene pecuniarie, alla remissione del debito e alla esecuzione della semidetenzione e della liberta’ controllata, ed il tribunale di sorveglianza, nelle materie relative alle richieste di riabilitazione ed alla valutazione sull’esito dell’affidamento in prova al servizio sociale, anche in casi particolari, procedono a norma dell’articolo 667 comma 4.». 2. L’efficacia della disposizione di cui al comma 1, lettera a), e’ differita al giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana della legge di conversione del presente decreto.
Modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza. Delitto di condotte illecite in tema di sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità.
1. Al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 73, il comma 5 e’ sostituito dal seguente comma: «5. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, e’ di lieve entità, e’ punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 3.000 a euro 26.000.»; b) all’articolo 94, il comma 5 e’ abrogato. (( 1-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera h), del codice di procedura penale, le parole: «salvo che ricorra la circostanza prevista dal comma 5 del medesimo articolo» sono sostituite dalle seguenti: «salvo che per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo».1-ter. All’articolo 19, comma 5, delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, salvo che per i delitti di cui all’articolo 73, comma 5, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni». ))
Modifiche all’ordinamento penitenziario
1. Alla legge 26 luglio 1975, n. 354 sono apportate le seguenti modificazioni: a) l’articolo 35 e’ così sostituito: «Art. 35. (Diritto di reclamo). - I detenuti e gli internati possono rivolgere istanze o reclami orali o scritti, anche in busta chiusa: 1) al direttore dell’istituto, al provveditore regionale, al capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e al Ministro della giustizia; 2) alle autorità giudiziarie e sanitarie in visita all’istituto; 3) al garante nazionale e ai garanti regionali o locali dei diritti dei detenuti; 4) al presidente della giunta regionale; 5) al magistrato di sorveglianza; 6) al Capo dello Stato»; b) dopo l’articolo 35 e’ aggiunto il seguente: «35-bis (Reclamo giurisdizionale). -
1. Il procedimento relativo al reclamo di cui all’articolo 69, comma 6, si svolge ai sensi degli articoli 666 e 678 del codice di procedura penale. Salvi i casi di manifesta inammissibilità della richiesta a norma dell’articolo 666, comma 2 del codice di procedura penale, il magistrato di sorveglianza fissa la data dell’udienza e ne fa dare avviso anche all’amministrazione interessata, che ha diritto di comparire ovvero di trasmettere osservazioni e richieste. 2. Il reclamo di cui all’articolo 69, comma 6, lettera a) e’ proposto nel termine di dieci giorni dalla comunicazione del provvedimento.
3. In caso di accoglimento, il magistrato di sorveglianza, nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6, lettera a), dispone l’annullamento del provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare. Nelle ipotesi di cui all’articolo 69, comma 6, lettera b), accertate la sussistenza e l’attualita’ del pregiudizio, ordina all’amministrazione di porre rimedio (( entro il termine indicato dal giudice. ))
4. (( Avverso la decisione del magistrato di sorveglianza e’ ammesso reclamo al tribunale di sorveglianza nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa. 4-bis. La decisione del tribunale di sorveglianza e’ ricorribile per cassazione per violazione di legge nel termine di quindici giorni dalla notificazione o comunicazione dell’avviso di deposito della decisione stessa. ))
5. In caso di mancata esecuzione del provvedimento non più soggetto ad impugnazione, l’interessato o il suo difensore munito di procura speciale possono richiedere l’ottemperanza al magistrato di sorveglianza che ha emesso il provvedimento. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 666 e 678 del codice di procedura penale.
6. Il magistrato di sorveglianza, se accoglie la richiesta: a) ordina l’ottemperanza, indicando modalità e tempi di adempimento, tenuto conto del programma attuativo predisposto dall’amministrazione al fine di dare esecuzione al provvedimento, sempre che detto programma sia compatibile con il soddisfacimento del diritto; b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o elusione del provvedimento rimasto ineseguito; c) (( (soppressa). )) d) nomina, ove occorra, un commissario ad acta.
7. Il magistrato di sorveglianza conosce di tutte le questioni relative all’esatta ottemperanza, ivi comprese quelle inerenti agli atti del commissario.
8. Avverso il provvedimento emesso in sede di ottemperanza e’ sempre ammesso ricorso per cassazione per violazione di legge.»; c) all’articolo 47, dopo il comma 3, e’ aggiunto il seguente comma:«3-bis. L’affidamento in prova può, altresì, essere concesso al condannato che deve espiare una pena, anche residua, non superiore a quattro anni di detenzione, quando abbia serbato, quantomeno nell’anno precedente alla presentazione della richiesta, trascorso in espiazione di pena, in esecuzione di una misura cautelare ovvero in libertà, un comportamento tale da consentire il giudizio di cui al comma 2.»; d) all’articolo 47, il comma 4 e’ sostituito dal seguente comma: «4. L’istanza di affidamento in prova al servizio sociale e’ proposta, dopo che ha avuto inizio l’esecuzione della pena, al tribunale di sorveglianza competente in relazione al luogo dell’esecuzione. Quando sussiste un grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione, l’istanza può essere proposta al magistrato di sorveglianza competente in relazione al luogo di detenzione. Il magistrato di sorveglianza, quando sono offerte concrete indicazioni in ordine alla sussistenza dei presupposti per l’ammissione all’affidamento in prova e al grave pregiudizio derivante dalla protrazione dello stato di detenzione e non vi sia pericolo di fuga, dispone la liberazione del condannato e l’applicazione provvisoria dell’affidamento in prova con ordinanza. L’ordinanza conserva efficacia fino alla decisione del tribunale di sorveglianza, cui il magistrato trasmette immediatamente gli atti, che decide entro sessanta giorni.»; e) all’articolo 47, comma 8, infine e’ aggiunto il seguente periodo: «Le deroghe temporanee alle prescrizioni sono autorizzate, (( nei casi di urgenza, dal direttore dell’ufficio di esecuzione penale esterna, che ne da’ immediata comunicazione al magistrato di sorveglianza e ne riferisce nella relazione di cui al comma 10»; )) f) all’articolo 47-ter, il comma 4-bis e’ abrogato; g) l’articolo 51-bis e’ cosi’ sostituito: «51-bis (Sopravvenienza di nuovi titoli di privazione della liberta’). - 1. Quando, durante l’attuazione dell’affidamento in prova al servizio sociale o della detenzione domiciliare o della detenzione domiciliare speciale o del regime di semiliberta’, sopravviene un titolo di esecuzione di altra pena detentiva, il pubblico ministero informa immediatamente il magistrato di sorveglianza, formulando contestualmente le proprie richieste. Il magistrato di sorveglianza, se rileva, tenuto conto del cumulo delle pene, che permangono le condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 47 o ai commi 1 e 1-bis dell’articolo 47-ter o ai commi 1 e 2 dell’articolo 47-quinquies o ai primi tre commi dell’articolo 50, dispone con ordinanza la prosecuzione della misura in corso; in caso contrario, ne dispone la cessazione. 2. Avverso il provvedimento di cui al comma 1 e’ ammesso reclamo ai sensi dell’articolo 69-bis.»; h) dopo l’articolo 58-quater e’ aggiunto il seguente articolo: «58-quinquies (Particolari modalità di controllo nell’esecuzione della detenzione domiciliare). - 1. Nel disporre la detenzione domiciliare, il magistrato o il tribunale di sorveglianza possono prescrivere procedure di controllo anche mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, conformi alle caratteristiche funzionali e operative degli apparati di cui le Forze di polizia abbiano l’effettiva disponibilità. Allo stesso modo può provvedersi nel corso dell’esecuzione della misura. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all’articolo 275-bis del codice di procedura penale.». i) all’articolo 69 sono apportate le seguenti modificazioni: 1) al comma 5, le parole «nel corso del trattamento» sono soppresse; 2) il comma 6 e’ sostituito dal seguente: «6. Provvede a norma dell’articolo 35-bis sui reclami dei detenuti e degli internati concernenti: a) le condizioni di esercizio del potere disciplinare, la costituzione e la competenza dell’organo disciplinare, la contestazione degli addebiti e la facoltà di discolpa; nei casi di cui all’articolo 39, comma 1, numeri 4 e 5, e’ valutato anche il merito dei provvedimenti adottati; b) l’inosservanza da parte dell’amministrazione di disposizioni previste dalla presente legge e dal relativo regolamento, dalla quale derivi al detenuto o all’internato un attuale e grave pregiudizio all’esercizio dei diritti.». (( 1-bis. In attesa dell’espletamento dei concorsi pubblici finalizzati alla copertura dei posti vacanti nell’organico del ruolo dei dirigenti dell’esecuzione penale esterna, per un periodo di tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, in deroga a quanto previsto dagli articoli 3 e 4 del decreto legislativo 15 febbraio 2006, n. 63, le funzioni di dirigente dell’esecuzione penale esterna possono essere svolte dai funzionari inseriti nel ruolo dei dirigenti di istituto penitenziario. )) 2. L’efficacia della disposizione contenuta nel comma 1, lettera h), capoverso 1, e’ differita al giorno successivo a quello della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana della legge di conversione del presente decreto.
1. Ad esclusione dei condannati per taluno dei delitti previsti dall’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, per un periodo di due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata prevista dall’articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354 e’ pari a settantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata.
2. Ai condannati che, a decorrere dal 1º gennaio 2010, abbiano gia’ usufruito della liberazione anticipata, e’ riconosciuta per ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre che nel corso dell’esecuzione successivamente alla concessione del beneficio abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione.
3. La detrazione prevista dal comma precedente si applica anche ai semestri di pena in corso di espiazione alla data dell’1º gennaio 2010.
4. (( (soppresso). ))
5. Le disposizioni di cui ai commi precedenti non si applicano ai condannati ammessi all’affidamento in prova e alla detenzione domiciliare, relativamente ai periodi trascorsi, in tutto o in parte, in esecuzione di tali misure alternative, (( ne’ ai condannati che siano stati ammessi all’esecuzione della pena presso il domicilio o che si trovino agli arresti domiciliari ai sensi dell’articolo 656, comma 10, del codice di procedura penale. ))
Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a diciotto mesi.
1. All’articolo 1 della legge 26 novembre 2010, n. 199, modificata dall’articolo 3 del decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9, le parole: «Fino alla completa attuazione del piano straordinario penitenziario nonche’ in attesa della riforma della disciplina delle misure alternative alla detenzione e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2013,» sono soppresse.
1. All’articolo 16 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 5, il secondo periodo e’ sostituito dal seguente periodo: «Essa non puo’ essere disposta nei casi di condanna per i delitti (( previsti dall’articolo 12, commi 1, 3, 3-bis e 3-ter, del presente testo unico, )) ovvero per uno o piu’ delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a) del codice di procedura penale, fatta eccezione per quelli consumati o tentati di cui agli articoli 628, terzo comma e 629, secondo comma, del codice»; b) al comma 5, dopo il secondo periodo e’ aggiunto il seguente: «In caso di concorso di reati o di unificazione di pene concorrenti, l’espulsione e’ disposta anche quando sia stata espiata la parte di pena relativa alla condanna per reati che non la consentono.»; c) dopo il comma 5 sono aggiunti i seguenti commi: «5-bis. Nei casi di cui al comma 5, all’atto dell’ingresso in carcere di un cittadino straniero, la direzione dell’istituto penitenziario richiede al questore del luogo le informazioni sulla identità e nazionalità dello stesso. Nei medesimi casi, il questore avvia la procedura di identificazione interessando le competenti autorità diplomatiche e procede all’eventuale espulsione dei cittadini stranieri identificati. A tal fine, il Ministro della giustizia ed il Ministro dell’interno adottano i necessari strumenti di coordinamento. 5-ter. Le informazioni sulla identità e nazionalità del detenuto straniero sono inserite nella cartella personale dello stesso prevista dall’articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230.»; d) il comma 6 e’ sostituito dal seguente comma: «6. Salvo che il questore comunichi che non e’ stato possibile procedere all’identificazione dello straniero, la direzione dell’istituto penitenziario trasmette gli atti utili per l’adozione del provvedimento di espulsione al magistrato di sorveglianza competente in relazione al luogo di detenzione del condannato. Il magistrato decide con decreto motivato, senza formalità. Il decreto e’ comunicato al pubblico ministero, allo straniero e al suo difensore, i quali, entro il termine di dieci giorni, possono proporre opposizione dinanzi al tribunale di sorveglianza. Se lo straniero non e’ assistito da un difensore di fiducia, il magistrato provvede alla nomina di un difensore d’ufficio. Il tribunale decide nel termine di 20 giorni.».
Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
1. E’ istituito, presso il Ministero della giustizia, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, di seguito denominato «Garante nazionale».
2. Il Garante nazionale e’ costituito in collegio, composto dal presidente e da due membri, i quali restano in carica per cinque anni non prorogabili. Essi sono scelti tra persone, non dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che assicurano indipendenza e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti umani, e sono nominati, previa delibera del Consiglio dei ministri, con (( decreto del Presidente della Repubblica, )) sentite le competenti commissioni parlamentari.
3. I componenti del Garante nazionale (( non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi in partiti politici. )) Sono immediatamente sostituiti in caso di dimissioni, morte, incompatibilità sopravvenuta, accertato impedimento fisico o psichico, grave violazione dei doveri inerenti all’ufficio, ovvero nel caso in cui riportino condanna penale definitiva per delitto non colposo. Essi non hanno diritto ad indennità od emolumenti per l’attività prestata, fermo restando il diritto al rimborso delle spese.
4. Alle dipendenze del Garante nazionale, che si avvale delle strutture e delle risorse messe a disposizione dal Ministro della giustizia, e’ istituito un ufficio composto da personale dello stesso Ministero, scelto in funzione delle conoscenze acquisite negli ambiti di competenza del Garante. La struttura e la composizione dell’ufficio sono determinate con successivo regolamento del Ministro della giustizia, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
5. Il Garante nazionale, oltre a promuovere e favorire rapporti di collaborazione con i garanti territoriali, ovvero con altre figure istituzionali comunque denominate, che hanno competenza nelle stesse materie: a) vigila, affinché l’esecuzione della custodia dei detenuti, degli internati, dei soggetti sottoposti a custodia cautelare in carcere o ad altre forme di limitazione della libertà personale sia attuata in conformità alle norme e ai principi stabiliti dalla Costituzione, dalle convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall’Italia, dalle leggi dello Stato e dai regolamenti; b) visita, senza necessità di autorizzazione, gli istituti penitenziari, gli ospedali psichiatrici giudiziari e le strutture sanitarie destinate ad accogliere le persone sottoposte a misure di sicurezza detentive, le comunità terapeutiche e di accoglienza o comunque le strutture pubbliche e private dove si trovano persone sottoposte a misure alternative o alla misura cautelare degli arresti domiciliari, gli istituti penali per minori e le comunità di accoglienza per minori sottoposti a provvedimenti dell’autorità’ giudiziaria, nonché, previo avviso e senza che da ciò possa derivare danno per le attività investigative in corso, le camere di sicurezza delle Forze di polizia, accedendo, senza restrizioni, a qualunque locale adibito o comunque funzionale alle esigenze restrittive; c) prende visione, previo consenso anche verbale dell’interessato, degli atti contenuti nel fascicolo della persona detenuta o privata della libertà personale e comunque degli atti riferibili alle condizioni di detenzione o di privazione della libertà; d) richiede alle amministrazioni responsabili delle strutture indicate alla lettera b) le informazioni e i documenti necessari; nel caso in cui l’amministrazione non fornisca risposta nel termine di trenta giorni, informa il magistrato di sorveglianza competente e può richiedere l’emissione di un ordine di esibizione; e) verifica il rispetto degli adempimenti connessi ai diritti previsti agli articoli 20, 21, 22, e 23 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, e successive modificazioni, presso i centri di identificazione e di espulsione previsti dall’articolo 14 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni, accedendo senza restrizione alcuna in qualunque locale; f) formula specifiche raccomandazioni all’amministrazione interessata, se accerta violazioni alle norme dell’ordinamento ovvero la fondatezza delle istanze e dei reclami proposti ai sensi dell’articolo 35 della legge 26 luglio 1975, n. 354. L’amministrazione interessata, in caso di diniego, comunica il dissenso motivato nel termine di trenta giorni; g) trasmette annualmente una relazione sull’attivita’ svolta ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, nonche’ al Ministro dell’interno e al Ministro della giustizia.
Disposizioni di proroga per l’adozione dei decreti relativi alle agevolazioni e agli sgravi per l’anno 2013 da riconoscersi ai datori di lavoro in favore di detenuti ed internati.
1. E’ prorogato per un periodo massimo di sei mesi, a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto, il termine per l’adozione, per l’anno 2013, dei decreti del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, previsti dall’articolo 4 della legge 22 giugno 2000, n. 193, come successivamente modificata, e dall’articolo 4, comma 3-bis, della legge 8 novembre 1991, n. 381, come successivamente modificata, ai fini rispettivamente della determinazione delle modalità e dell’entità’ delle agevolazioni e degli sgravi fiscali, concessi per l’anno 2013 sulla base delle risorse destinate dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in attuazione dell’articolo 1, comma 270, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, in favore delle imprese che assumono lavoratori detenuti o internati, anche ammessi al lavoro all’esterno, e per l’individuazione della misura percentuale della riduzione delle aliquote complessive della contribuzione per l’assicurazione obbligatoria previdenziale ed assistenziale dovute alle cooperative sociali per la retribuzione corrisposta ai lavoratori detenuti o internati, anche ammessi al lavoro all’esterno, o ai lavoratori ex degenti degli ospedali psichiatrici giudiziari.
2. L’ammontare massimo dei crediti di imposta mensili concessi a norma dell’articolo 3 della legge 22 giugno 2000, n. 193, e successive modificazioni, deve intendersi esteso all’intero anno 2013.
1. All’attuazione delle disposizioni del presente decreto si provvede mediante l’utilizzo delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.
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