Source: https://responsabilecivile.it/decreto-ingiuntivo-il-principio-di-non-dispersione-della-prova/
Timestamp: 2019-12-14 00:04:42+00:00
Document Index: 56802741

Matched Legal Cases: ['art. 645', 'art. 638', 'art. 345', 'art. 52', 'art. 345', 'art. 638', 'sentenza ']

Decreto ingiuntivo: il principio "di non dispersione della prova" - Responsabile Civile
Home News Giuridiche Decreto ingiuntivo: il principio "di non dispersione della prova"
Decreto ingiuntivo: il principio "di non dispersione della prova"
I documenti allegati nel giudizio monitorio benché non prodotti nella fase di opposizione nel termine di legge, non possono essere considerati “nuovi”, perciò, ove depositati nel giudizio di appello, devono essere ritenuti ammissibili
La Corte d’Appello di Cagliari, in riforma della decisione del giudice di primo grado, aveva revocato il decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Sassari, sul presupposto dell’intervenuta decadenza maturatasi per effetto della mancata produzione – nel termine di rito (lavoro) -, nel giudizio di opposizione, della documentazione afferente al ricorso per decreto ingiuntivo.
Contro tale pronuncia, il ricorrente ha presentato ricorso per Cassazione lamentando l’erronea determinazione del giudice di merito, che aveva ritenuto di non poter utilizzare per la decisione, la documentazione prodotta dalla parte opposta – e allegata al ricorso per decreto ingiuntivo – in quanto costituitasi tardivamente.
Il motivo è stato accolto, perché fondato.
Per costante interpretazione di legittimità, (Cass. n. 8693 del 04/04/2017) “in tema di opposizione a decreto ingiuntivo, in considerazione della mancanza di autonomia tra il procedimento che si apre con il deposito del ricorso monitorio e quello originato dall’opposizione ex art. 645 c.p.c., i documenti allegati al primo, rimasti a disposizione della controparte, agli effetti dell’art. 638 c.p.c., comma 3, ed esposti, pertanto, al contraddittorio tra le parti, benché non prodotti nella fase di opposizione nel termine di legge, non possono essere considerati “nuovi”, talché, ove depositati nel giudizio di appello, devono essere ritenuti ammissibili, non soggiacendo la loro produzione alla preclusione di cui l’art. 345 c.p.c., comma 3” (nel testo introdotto dalla L. n. 353 del 1990, art. 52).
Al riguardo, le Sezioni Unite della Cassazione, in una recente pronuncia (SU, n. 4066 del 12/05/2015), hanno affermato che la norma del codice, fissa il principio generale per cui in appello non sono ammessi nuovi mezzi di prova e tale divieto vale anche per i documenti. Il giudice d’appello dovrà pertanto vagliare se i documenti che vengono allegati al ricorso, oggetto del suo esame, siano o meno “nuovi”. Ebbene, la formula ampia, scelta dal legislatore induce a ritenere – secondo i giudici della Sezione Lavoro – che i documenti devono essere nuovi rispetto all’intero processo: ciò significa che non devono essere mai stati prodotti in precedenza.
Una conferma di tale assunto è rinvenuta nell’inciso dell’art. 345 comma 3, in cui si ammette la possibilità di produrre documenti in appello qualora la parte dimostri di non averli potuti produrre nel giudizio di primo grado.
Peraltro, sempre secondo le Sezioni Unite, i documenti prodotti in allegato alla richiesta di decreto ingiuntivo e rimasti a disposizione della controparte (quanto meno) sino alla scadenza del termine per proporre opposizione (in base a quanto disposto dall’art. 638 c.p.c., comma 3) e quindi, esposti al contraddittorio delle parti, non possono essere qualificati nuovi nei successivi sviluppi del processo.
Una diversa soluzione comporterebbe una modifica del contenuto della norma non consentita all’interprete.
Tale soluzione trova piena conferma sia sul piano teleologico che su quello sistematico: ed invero, “il divieto di proporre prove nuove in appello mira a limitare a situazioni del tutto circoscritte e idonee a giustificare il ritardo, la produzione di documenti sino a quel momento mai sottoposti al contraddittorio delle parti ed alla valutazione del giudice”; mentre, sul piano sistematico, i principi costituzionali del giusto processo e della sua ragionevole durata implicano che le prove acquisite al processo lo siano in via definitiva”. Ciò – aggiungono gli Ermellini – “vale anche per i documenti che, una volta prodotti ed acquisiti ritualmente al processo, devono essere conservati alla cognizione del giudice”.
Si tratta del principio “di non dispersione della prova”: una volta che questa sia stata acquisita al processo, implica, con specifico riferimento al procedimento per decreto ingiuntivo, che i documenti allegati al ricorso, in base ai quali sia stato emesso il decreto, devono rimanere nella sfera di cognizione del giudice anche nella, eventuale, fase di opposizione, che completa il giudizio di primo grado, in un’ottica funzionale alla ragionevole durata del processo”.
Per tali motivi, il ricorso è stato accolto e la sentenza impugnata, cassata con rinvio.
PATRICINIO INFEDELE: L’OMESSA OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO NON E’ REATO
processo monitorio
Articolo precedenteQuando si lavora dietro ad un bancone
Articolo successivoRitenute previdenziali: il reato di omesso versamento