Source: http://www.gioacchinogenchi.it/blog-rassegna-stampa/giustizia-tempesta-giudice-dimezza-le-pene/
Timestamp: 2019-03-24 02:30:00+00:00
Document Index: 84730120

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

GIUSTIZIA IN TEMPESTA, QUANDO IL GIUDICE DIMEZZA LE PENE - Studio Legale Gioacchino Genchi
6 marzo 2019 - di Raffaella Fanelli
Pena dimezzata per “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. L’ultima assurda sentenza arriva dai giudici della Corte d’Appello di Bologna che hanno ridotto da 30 anni a 16 la pena a Michele Castaldo, 57enne di Cesena, condannato per l’omicidio di Olga Matei, a Riccione, il 5 ottobre 2016. Nella stessa sentenza gli illustri togati scrivono che Castaldo ha avuto “poco felici esperienze di vita”. Un uomo sfortunato, con delusioni e carenze affettive alle spalle. Che travolto da una “immotivata gelosia” (perché i giudici mettono nero su bianco anche questo) mette le mani al collo della donna che frequenta da poco più di un mese. E la strangola. Eppure Olga Matei non è morta di violenza, di sessismo, di patriarcato, di possesso, ma per una tempesta emotiva che avrebbe “soverchiato” il pover’uomo. Una sentenza che fa venire in mente i tempi del delitto d’onore e che certamente farà discutere a lungo. Ma non è l’unica che sta suscitando clamore.
Le parole rimbombano ancora nella testa delle 340mila persone che, in appena un mese, hanno firmato la petizione su change.org per riaprire il caso e riesaminare le prove dell’omicidio di Marco Vannini. Sono quelle pronunciate dal presidente della Corte d’Assise d’Appello di Roma e rivolte ad una donna che aveva perso un figlio di vent’anni: “Se volete andare a farvi un giro a Perugia ditelo”. Facendo allusione a una possibile denuncia per le offese che stava ricevendo (Perugia sarebbe il foro competente per questa). Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, aveva appena reagito urlando alla lettura della sentenza che riduceva la pena da 14 a cinque anni per Antonio Ciontoli, l’uomo che aveva sparato a Marco, chiamando poi i soccorsi con inquietante ritardo. Per capire come sia stato possibile si dovranno attendere le motivazioni. Ma quelle parole tanto dure di un giudice verso la madre di una vittima hanno fatto saltare sulla sedia anche il ministro della giustizia Alfonso Bonafede: «È inaccettabile che un magistrato interrompa la lettura della sentenza per dire “se volete andarvi a fare un giro a Perugia ditelo” – ha detto in un video su Facebook – Sono indignato». La riduzione della pena ha scatenato l’ira dell’opinione pubblica. Perché in questa vicenda non ci sono solo le centinaia di migliaia di persone che online chiedono un’altra giustizia, ci sono trasmissioni e speciali dedicati al caso, che presenta inspiegabili punti bui.
La storia, per come ce l’hanno raccontata le vie ufficiali, è andata così: il 17 maggio 2015 Marco si trova a Ladispoli a casa della fidanzata Martina Ciontoli, i genitori e il fratello di lei, Federico, e la fidanzata di quest’ultimo. Venti minuti prima della mezzanotte arriva una chiamata al 118. Federico dice che c’è un ragazzo a casa che si è sentito male e “si è spaventato”. Ma la chiamata viene subito annullata: “L’ambulanza non serve”. Passano 24 minuti e il telefono dei soccorsi squilla ancora. Marco urla. Da casa Ciontoli fanno sapere che si è ferito con un pettine. Solo all’una i carabinieri verranno a sapere che invece Antonio Ciontoli ha sparato al giovane, mentre faceva il bagno. “Senza volerlo” dirà Antonio – sottufficiale della Marina distaccato ai servizi segreti – mentre gli mostrava le sue pistole. Al medico di turno il capofamiglia confida di aver avuto paura di perdere il posto. La ricostruzione di un giovane che mentre è in vasca lascia entrare il padre della fidanzata e gli chiede di vedere le sue armi, qualche perplessità la lascia. Ciò che sgomenta però è che Le Iene hanno recentemente intervistato una vicina di casa mai sentita dagli inquirenti. Non abitava nei pressi, era proprio al piano di sotto: quella sera si trovava in casa e oggi svela di aver sentito una lite. Quindi un colpo. E poi Marco che gridava: “Martina scusami”. Uno scenario del tutto diverso. Ma com’è possibile che nessuno abbia sentito il bisogno di ascoltarla di fronte ad un ventenne ucciso con un colpo di pistola? E com’è possibile che un omicidio tanto assurdo, preceduto da chiamate che sminuivano l’accaduto, bugie, l’attesa fatale nel raccontare ciò che davvero era successo, venga punito con cinque anni di reclusione? Quanto vale la vita di un ventenne? Nemmeno un’indagine un po’ più approfondita?
Il 13 dicembre 2017 Ahmed Fdil, detto il Baffo, marocchino di 64 anni, benvoluto da tutti, muore bruciato in un’auto a Santa Maria di Zevio, nel veronese. Aveva perso il posto in seguito alla crisi, dopo 35 anni da operaio in Italia, e viveva in una Fiat Bravo abbandonata. Chi può averlo ucciso? Quando gli investigatori si trovano davanti gli autori, restano di sasso: uno ha 13 anni, l’altro 17. Il più piccolo racconta che davano molto fastidio ad Ahmed. Perché lo facevano? “Per noia”. Quella sera incendiarono dei fazzoletti di carta e li buttarono nella macchina, così, per divertirsi. Ahmed morì per uno stupido gioco da bulli. Il medico legale dirà che è bruciato vivo. Davanti al tribunale dei minorenni il tredicenne non è imputabile. Quello di 17 viene accusato di omicidio volontario e rischia 14 anni di prigione. Il giudice decide invece per una messa alla prova di tre anni: se la supera, non sarà condannato e il reato verrà estinto. Un omicidio brutale, due autori, nessun colpevole. L’avvocato Alessandra Bocchi, legale di Salah Fdil, il nipote della vittima, spiega ai cronisti che il ragazzino non si è neppure scusato. Salah invece sbotta in aula alla lettura della sentenza: “Dunque la vita di un uomo non vale nulla? Questa non è giustizia, è un circo”. E viene così cacciato fuori. Guai a lamentarsi. Guai a soffrire a voce alta.
C’è qualcosa che sembra non tornare, e anzi inquieta, sul sistema giustizia. E non solo quando si tratta di assoluzioni che destano perplessità o condanne così leggere da suscitare rabbia. Anche, e soprattutto, quando si tratta di sentenze che vedono finire dietro le sbarre gente innocente. Perché si sente dire spesso, quando di mezzo c’è un omicidio, che non possano sbagliare oltre venti giudici in tre gradi di giudizio. Ma non è vero. Non è vero per nulla. E lo documentano impietosamente i dati della Corte di Strasburgo sui diritti dell’Uomo, in cui l’Italia si gioca i primati delle violazioni insieme a Paesi che non sono esattamente considerati culle del diritto. Nello specifico, proprio quando si tratta non di scelte politiche, ma di interpretazione della legge da parte dei magistrati italiani. Certo, se ci fermassimo ai processi mediatici, potremmo definire i pm sostanzialmente infallibili, dato che dal caso di Lorenzo Bozano ad oggi sono tutti finiti con la condanna degli imputati, eccezion fatta per l’americana Amanda Knox, dove però uno dei colpevoli, Rudy Guede, era già in carcere. Ma se si tolgono di mezzo le telecamere della tv, la situazione cambia radicalmente. Dice l’avvocato Gianna Sammicheli, esperta in cause per i diritti umani: «Dalla sua creazione nel 1959 la Cedu ha emesso circa 20mila sentenze, più di un quarto delle quali nei confronti di Italia, Russia e Turchia». Esiste in proposito una tabella esplicativa che la Corte ha pubblicato con le infrazioni commesse dai singoli Stati contro i diritti dell’uomo dal 1959 al 2018. L’Italia, nella speciale classifica negativa è terza, con 1830 violazioni, abbondantemente sopra Ucraina e Romania, che ne hanno 1274 e 1273, dove dunque si dormono sonni più sereni. Per dare un’idea di cosa accade nel resto dei Paesi occidentali: la Francia ne ha 736, il Regno Unito 315, la Germania 195, il Portogallo 262, la Spagna 112. E vale la pena ricordare che 1830 violazioni non significa 1830 casi, dato che una violazione può essere riscontrata anche per numerosissimi casi. Quando si fa un accenno a questi dati, si parla esclusivamente del problema della lentezza dei processi, in cui l’Italia primeggia largamente con 1194 condanne. E questo è vero: per comprendere meglio come siamo messi, al secondo posto c’è la Turchia con 603, la metà. Un problema che nel resto dell’Occidente praticamente non esiste: la Francia conta 284 violazioni, la Germania 102, il Regno Unito 30, la Spagna 16.
Ciò che è meno noto è che se in Italia i processi sono lunghi, in compenso sono fatti male. Perché siamo ai vertici anche per le violazioni dei diritti della difesa nei processi, la seconda parte dell’articolo 6 del Trattato: 284 violazioni. Ne hanno di più solo Romania, Russia, Ucraina e Turchia. Il Regno Unito ne conta 93, la Spagna 50, la Germania 26. Sono così spaventosamente tante queste violazioni commesse ai danni dei cittadini nei processi, che la Corte Costituzionale nell’aprile 2011 ha emanato la sentenza 113, sentenza che ha stabilito la possibilità di rifare da zero il processo in caso di condanna dell’Italia per la violazione della seconda parte dell’articolo 6. Non basta. Primeggiamo, in violazioni, anche sull’articolo 8, ovvero nel mancato rispetto della vita privata e familiare: in particolare abbondano sentenze sull’ingiusto affidamento dei figli all’autorità pubblica e sull’adottabilità. L’Italia vanta 167 condanne. Il Regno Unito ne ha 70, la Francia 49, la Germania 23, la Spagna 16. Solo la Russia ci ha scalzato dal primo posto nell’ultimo anno, salendo a quota 198. Non è esattamente un quadro idilliaco. È un quadro devastante della nostra giustizia.
Secondo i fondatori del sito errorigiudiziari.com, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, sarebbero 24mila le persone finite ingiustamente in carcere dal 1992 al 2016, al ritmo di mille l’anno. E il problema è che all’orizzonte non si vedono soluzioni.
Difficile infatti criticare il lavoro dei giudici. I dati scarseggiano, ma i pochi disponibili, come quelli pubblicati nel 2012 da Il Giornale, raccontano che la categoria professionale che querela di più è proprio quella dei magistrati, cause sulle quali decidono poi loro colleghi, e in cui vengono chiesti risarcimenti enormi. E secondo gli studi più recenti di Reporter Sans Frontieres i giornalisti in Italia sono ormai sempre più portati all’autocensura. Nel novembre 2018, Piercamillo Davigo a Dimartedì, in un botta e risposta con Bruno Vespa, attaccò la “devianza” della classe dirigente italiana dei colletti bianchi: «Tutti questi restano al loro posto finché non arrivano i magistrati. Questo è il problema italiano, perché nessuno li manda a casa prima». E quando invece sono i magistrati a sbagliare? Non succede esattamente la stessa cosa. Anche qui i dati sono pochi, ma nel 2009 Stefano Zurlo in La legge siamo noi (Piemme), snocciolò qualche numero emerso da Ordinamento Giudiziario (Cedam) di Daniela Cavallini sui provvedimenti presi all’interno della stessa magistratura. Su 1010 procedimenti disciplinari tra il 1999 e il 2006: 812 si conclusero con l’assoluzione o il proscioglimento; 126 con l’ammonimento, 38 furono le censure. Ma solo 22 volte arrivò un vero provvedimento minimo (rallentamento di carriera) e 6 volte l’espulsione. Espulsione che non era avvenuta nemmeno quando un magistrato aveva chiesto l’aiuto di un boss. Non sono cifre che conciliano con la fiducia nella giustizia. Anzi, fanno paura.
LO STRANO CASO DEL TRIBUNALE DI FIRENZE
E questo ci porta nella più bella città del mondo, la terra del Rinascimento e di Dante, Firenze.
Era in servizio qui come sostituto procuratore Vincenzo Ferrigno quando chiese di arrestare il marito della sua amante. Siamo tra il 2015 e il 2016 e la donna aveva denunciato il marito sostenendo di essere stata minacciata di morte e di aver subito una serie di maltrattamenti. Il pm chiese due volte l’archiviazione, ma il gip ordinò nuovi accertamenti. Fu in quel momento che Ferrigno conobbe la presunta vittima per approfondire il caso. E ne divenne l’amante. Quindi, ordinò l’arresto del marito, che solo attraverso un investigatore privato riuscì a documentare la loro relazione. A fine gennaio Ferrigno è stato condannato dal tribunale di Genova a otto mesi di reclusione, pena sospesa, per abuso d’ufficio. Quanto alla questione interna alla magistratura, per quanto se ne sa, a luglio 2018, la sezione disciplinare del Csm gli ha inflitto la sanzione della perdita di due mesi di anzianità. L’avvocato del magistrato, Sigfrido Fenyes, in merito alla sentenza di condanna a otto mesi, ha già annunciato ai cronisti che farà appello: «Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza per poi impugnarla, convinti e fiduciosi della bontà dei nostri argomenti difensivi».
L’AVVOCATO DEL GIUDICE
Ma, come stiamo per vedere, Ferrigno non è l’unico magistrato cliente dell’avvocato Fenyes. La storia che raccontiamo comincia il 18 settembre 2014. È allora che Gemma Pagliuca Ferrini attende sotto casa il suo fidanzato, Lapo Franzoni. Mi racconta Lapo: «Arrivai con lo scooter a prendere Gemma dopo cena, verso le nove. Parcheggiai il motorino in parallelo alle auto. Lei mi stava aspettando fuori. Avevo ancora il casco in testa, quando ci abbracciammo». Negli stessi istanti giunge a bordo di un Fiorino l’ex di Gemma, Vulashi Lulzim, fornaio. «Io non lo avevo mai visto prima. – prosegue Lapo – Ci fece il dito medio». Poi il fornaio va oltre. «Con il Fiorino cercò di urtare lo scooter». Quindi innesta la retromarcia, centra il motorino che cade addosso alla ragazza. «Tentai di corrergli dietro, ma scappò. – continua Lapo – Tornai allora indietro, misi lo scooter sul cavalletto. Nel frattempo diverse persone si erano affacciate alla finestra, dicendo di aver avvertito la polizia. Gemma si alzò in piedi e aveva dolore ad una gamba. Feci per togliermi il casco e metterlo sullo scooter quando sentii il rumore di due gomme». Vulashi che ha fatto il giro dell’isolato, si dirige a gran velocità su di lui: «Venni investito. Riuscii a saltare e finii sul suo parabrezza, cadendo poi davanti alla sua auto. Lui scese, scansai una pedata e mi alzai mentre inveiva con Gemma dicendo “mi hai rovinato la vita, mi hai….”. La gente urlava ancora di aver chiamato la polizia. E lui scappò. Nel giro di tre-quattro minuti giunsero due ambulanze e gli agenti».
La vicenda fa molto rumore. La ricostruzione fatta in questura sembra lampante: un investimento in retromarcia, un giro dell’isolato e il ritorno sulla scena del crimine per investire il nuovo fidanzato di Gemma che finisce sul suo cofano. Vulashi viene arrestato per tentato omicidio. Ma tre giorni più tardi il gip che deve convalidarne l’arresto, Tommaso Picazio, lo rimette fuori negando la misura cautelare e suscitando scalpore, con grande clamore mediatico, in un momento in cui, peraltro, in Italia c’è l’allarme sui femminicidi. Scrive tuttavia il giudice che «la situazione che descriviamo è tipicamente rappresentativa di un dolo al massimo eventuale di lesioni in cui può anche essere probabile la verificazione di un evento maggiore, ma quest’ultimo non è da lui né previsto né accettato nella sua possibilità di verificazione». Se non è chiaro, il giudice precisa: «il quadro indiziario è estremamente fluido». Gli avvocati di Vulashi, Sigfrido Fenyes e Francesco Bellucci, dicono a Repubblica che il gip «si è posto il problema della qualificazione giuridica del fatto». Ovvero: davvero quando uno, dopo essere tornato sulla scena del crimine in auto colpendo il nuovo fidanzato della sua ex, aveva intenzione di uccidere? Verrebbe da dire di sì, certamente. Invece no. L’avvocato delle due vittime, Fabrizio Niccoli, ricorda: «Rimasi molto perplesso dopo l’udienza di convalida, perché quell’udienza di convalida sulla cautelare ha gettato le basi su tutto il procedimento a venire, il giudicato cautelare, il giudicato di primo grado. Trattare un investimento che ha tutta la forma di un tentato omicidio e ridurlo a un sinistro stradale, dove fra l’altro l’assicurazione fa pure problemi a pagare, mi ha lasciato stupito. Purtroppo il pubblico ministero non ha impugnato». Vulashi è stato infatti condannato in primo grado a otto mesi, con il reato riqualificato in lesioni colpose e volontarie in quello che è stato considerato un investimento “anomalo”. Rammenta Gemma: «Subito dopo l’incidente avevo paura, per quel gesto violento e inaspettato, tanto che ci siamo allontanati per un po’ dalla mia residenza. Ora sono passati diversi anni e mi sono tranquillizzata. L’attività di Vulashi è a 30 metri da casa mia, cerco di non passarci davanti. Non l’ho più incontrato. Ma certo c’è delusione per la derubricazione del reato, perché sono convinta che fosse un atto volontario». Tutto, per carità, può essere accettabile, se non fosse che uno degli avvocati dell’investitore Vulashi, Sigfrido Fenyes, era al tempo anche il legale del giudice Picazio che lo rimise fuori dopo tre giorni e che si pose «il problema della qualificazione giuridica del fatto». E non lo era da un giorno. Lo era da quattro anni e lo sarebbe stato ancora fino al 2018. E allora, mi metto nei panni della vittima: per quale ragione mi dovrei fidare di un giudice che accoglie le istanze di un avvocato che è anche il suo? È tutto normale? Perché il problema è proprio questo. E l’avvocato Niccoli, il 7 marzo, all’appello, chiederà la nullità del procedimento, mi dice «perché è stata violata l’imparzialità del giudice naturale». L’avvocato Fenyes rappresentava infatti il giudice Picazio nella causa promossa da quest’ultimo nel 2010 contro il giornalista Edoardo Montolli. Nel libro Il caso Genchi, il cronista aveva raccontato un particolare: Picazio, nel prorogare le indagini della Procura di Roma sull’allora vicequestore Gioacchino Genchi, risultava avere un contatto telefonico con un indagato nelle inchieste calabresi del pm Luigi De Magistris, a causa delle quali lo stesso Genchi era stato inquisito (sarà assolto ndr). Il giudice lo denunciò, sostenendo che il giornalista si fosse inventato tutto. Senonché Montolli documentò in aula il contatto. Perché la telefonata c’era stata davvero. Venne fuori che l’indagato aveva pure un appartamento nello stesso palazzo del magistrato. Ma in primo grado riuscirono perfino a condannare il cronista, prima che in appello venisse assolto dietro richiesta della stessa Procura Generale, nel 2016, quando sempre l’avvocato Fenyes assisteva Picazio. Caso chiuso? Macché. Se l’assoluzione è definitiva, la Cassazione ha annullato ai soli termini civili e il processo è ora in corso alla Corte d’Appello di Milano: il giudice Picazio chiede migliaia di euro di risarcimento. Perché lui giurò in aula che se avesse saputo di essere in contatto con un indagato si sarebbe astenuto, dato che lo aveva fatto, assicurò, per molto meno. Oggi sappiamo che invece non si astiene nemmeno quando il suo avvocato difende un uomo accusato di tentato omicidio e lui deve confermarne l’arresto. E, dato che può, ne mette fuori l’assistito. Si vede che a Firenze funziona così. Ma io, non so voi, di questa giustizia non mi fido più.