Source: https://renatodisa.com/2013/10/24/corte-di-cassazione-sezione-lavoro-sentenza-22-ottobre-2013-n-23949-nel-rito-del-lavoro-proposta-una-domanda-risarcitoria-ex-art-414-c-p-c-la-richiesta-del-risarcimento-degli-ulteriori-danni/
Timestamp: 2018-02-23 20:22:23+00:00
Document Index: 147331405

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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 22 ottobre 2013, n. 23949. Nel rito del lavoro, proposta una domanda risarcitoria ex art. 414 c.p.c., la richiesta del risarcimento degli ulteriori danni maturati nel corso del processo e di una somma maggiore rispetto a quella inizialmente indicata in relazione ad un più ampio periodo temporale maturato nel corso dello svolgimento del giudizio, non comporta alcuna immutazione dei fatti posti a fondamento della domanda, non introducendo alcun nuovo tema di indagine sul quale la controparte non abbia potuto svolgere le proprie difese, né un ampliamento del tema sottoposto all'indagine del giudice, versandosi in tema di conseguenze risarcitorie dipendenti dall'unico fatto dedotto con il ricorso introduttivo e maturate in corso di causa, e non già di eventi provocati da circostanze diverse successive alla proposizione della domanda e sulle quali sarebbe necessaria un'ulteriore indagine in punto di fatto. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 22 ottobre 2013, n. 23949. Nel rito del lavoro, proposta una domanda risarcitoria ex art. 414 c.p.c., la richiesta del risarcimento degli ulteriori danni maturati nel corso del processo e di una somma maggiore rispetto a quella inizialmente indicata in relazione ad un più ampio periodo temporale maturato nel corso dello svolgimento del giudizio, non comporta alcuna immutazione dei fatti posti a fondamento della domanda, non introducendo alcun nuovo tema di indagine sul quale la controparte non abbia potuto svolgere le proprie difese, né un ampliamento del tema sottoposto all’indagine del giudice, versandosi in tema di conseguenze risarcitorie dipendenti dall’unico fatto dedotto con il ricorso introduttivo e maturate in corso di causa, e non già di eventi provocati da circostanze diverse successive alla proposizione della domanda e sulle quali sarebbe necessaria un’ulteriore indagine in punto di fatto.
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sentenza 22 ottobre 2013, n. 23949
La Corte d’appello di Roma, confermando la sentenza di primo grado, ha rigettato la domanda di M.G..P. , diretta ad ottenere l’accertamento che gli atti e i comportamenti adottati nei suoi confronti dal Ministero per i beni culturali e ambientali – dopo che il Tar Lazio aveva annullato gli atti con i quali la ricorrente era stata trasferita dall’Ufficio centrale per i beni ambientali e paesaggistici al Gabinetto del Ministro per esigenze del Servizio tecnico e poi all’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione – avevano avuto lo scopo di eludere gli effetti della sopra citata sentenza del giudice amministrativo, assegnandola ad incarichi avulsi dalle competenze proprie della sua qualifica (architetto di nono livello) e caratterizzandosi per un intento persecutorio e punitivo nei suoi confronti. La domanda della ricorrente era diretta ad ottenere, inoltre, l’accertamento del proprio diritto allo svolgimento effettivo delle competenze ministeriali in materia di tutela ambientale e paesaggistica, il riconoscimento di una posizione funzionale adeguata alla sua qualifica e la condanna dell’Amministrazione (e dei dirigenti preposti all’ufficio) al risarcimento dei danni conseguenti alla perdita dei compensi previsti nel contratto e alla perdita delle opportunità professionali, nonché al risarcimento del danno biologico e del danno all’immagine professionale. Alla statuizione di rigetto la Corte territoriale è pervenuta osservando, in sintesi, che le vicende intervenute nel corso del rapporto non evidenziavano l’esistenza di un intento persecutorio da parte dell’Amministrazione, ma piuttosto l’esistenza di una situazione di conflitto tra le parti, determinata anche da una diversa interpretazione dei diritti e degli obblighi derivanti dai provvedimenti del giudice amministrativo.
Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione P.M.G. , affidandosi a due motivi di ricorso cui resistono con controricorso il Ministero per i beni e le attività culturali e i dirigenti chiamati in giudizio dalla ricorrente.
2.- Con il seconde motivo si deduce la nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 420, quinto comma, c.p.c., anche in relazione ai principi di economia processuale, ragionevole durata del giudizio e divieto di frazionare in più processi una pretesa fondata su un comportamento lesivo, sostanzialmente unitario, che si protrae nel tempo, chiedendo a questa Corte di stabilire se “proposta domanda per l’accertamento di un comportamento di dequalificazione e mobbing, ai sensi del quinto comma dell’art. 420 c.p.c, tra i mezzi di prova “che le parti non abbiano potuto proporre prima” e che, pertanto, il giudice alla prima udienza deve ammettere, rientrino anche quelli relativi a fatti avvenuti successivamente al deposito del ricorso, purché rientranti nella causa petendi e nel petitum della domanda.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 4.000,00 oltre accessori di legge.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2013-10-25T17:42:50+00:00	24 ottobre 2013|Cassazione civile 2013, Corte di Cassazione, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti