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Timestamp: 2018-03-23 03:34:25+00:00
Document Index: 22417918

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Una notizia falsa è diffamazione?
Lo sai che? Una notizia falsa è diffamazione?
Lo sai che? Pubblicato il 7 giugno 2017
> Lo sai che? Pubblicato il 7 giugno 2017
La notizia che non corrisponde a verità è anche diffamatoria solo se lede l’altrui reputazione con frasi ambigue e allusive.
Non perché una notizia non è vera si può anche querelare l’autore dell’articolo per diffamazione. La falsità infatti non equivale sempre a una lesione della reputazione. A chiarirlo è la Cassazione con una recente sentenza che definisce i confini del reato di diffamazione [1].
«In tema di diffamazione a mezzo stampa» – si legge nella pronuncia in commento – «la pubblicazione di una notizia falsa ancorché espressa informa dubitativa, può ledere l’altrui reputazione allorché le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue, allusive, insinuanti ovvero suggestionanti, e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati».
A stabilire se la notizia falsa è anche diffamatoria sarà ovviamente il giudice di primo grado.
Il fatto che una notizia falsa non sia ingiuriosa non vuol dire che il soggetto che sia oggetto dell’articolo non possa anche pretendere la cancellazione o la rettifica dello scritto, in quanto lesivo della sua identità personale. In tal caso si potrà valutare la possibilità di un’azione di risarcimento del danno.
[1] Cass. sent. n. 27817/17 del 6.06.2017.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 gennaio – 6 giugno 2017, n. 27817
Presidente Palla – Relatore Miccoli
1. Con l’impugnata sentenza la Corte d’appello di Trieste ha confermato la pronunzia di primo grado, con la quale M.M. e F.F. , quali autori degli articoli pubblicati, e FI.An. , quale direttore responsabile del quotidiano “(omissis) “, erano stati ritenuti responsabili rispettivamente (i primi due) di distinti reati di diffamazione aggravata (capi 1 e 2) e (il terzo) del reato di cui all’art. 57 cod. pen. (capo 3).
Alla M. era stato contestato il fatto di aver scritto in un articolo pubblicato in data 28 dicembre 2008 che era stata presentata un’istanza di fallimento in danno della impresa “(OMISSIS) “, fatto non vero, in quanto in realtà il creditore B.E. (proprietario dell’immobile concesso in locazione alla suddetta impresa) si era limitato ad ingiungere stragiudizialmente il pagamento di tre mensilità del canone di locazione. Nel capo di imputazione è precisato che con quanto riportato nell’articolo si “offendeva l’onore e il decoro di Mo.Al. e L.P. , rispettivamente titolare e gestore dell’impresa individuale” sopra indicata.
Al F. era stato contestato di aver scritto in un articolo, pubblicato in data 18 febbraio 2009, che la storica edicola e tabaccheria (…) avrebbe riaperto dopo la dichiarazione di fallimento, fatto – come già detto – non verificatosi. In tale capo di imputazione è stata indicata come persona offesa solo la Mo. .
2. Con un unico atto ha proposto ricorso il difensore degli imputati, denunziando violazione di legge e correlati vizi motivazionali in relazione alla affermazione di responsabilità.
Una prima censura di carattere generale alla sentenza riguarda le ragioni della conferma della affermazione della responsabilità, basate sulla considerazione estesa e concernente entrambi gli articoli contestati ovvero l’uso del termine “fallimento”, perché evocativo di un’insolvenza irreversibile non altrimenti dimostrata.
Si duole, altresì, il difensore ricorrente della mancata distinzione tra il primo ed il secondo degli articoli contestati, trattati come una sorta di unico intervento, pur a fronte delle circostanza che siano stati pubblicati a quasi due mesi di distanza l’uno dall’altro e ancorché si tratti di due distinti fatti di reato.
Si duole poi del fatto che la sentenza si soffermi esclusivamente sul contenuto del primo servizio, riservando al secondo poche parole riferite all’uso della parola “fallimento” ma in assenza di qualsivoglia valutazione afferente al contesto specifico (quello dell’articolo del febbraio) ove la stessa compariva. (Svolge poi delle deduzioni sulla qualità di persone offese del L. e della Mo. , sostenendo che il primo non può considerarsi parte lesa per il fatto contestato relativamente al secondo articolo.
1. I motivi dedotti sono in buona parte meramente reiterativi di quelli già proposti con l’atto di appello e su di essi la Corte territoriale ha reso congrua e logica motivazione.
Correttamente nella sentenza impugnata si evidenzia la portata diffamatoria di entrambi gli articoli, che riportano notizie false ovvero -nel primo- la pendenza di una istanza di fallimento e -nel secondo- che tale fallimento era intervenuto.
I giudici di appello hanno analizzato entrambi gli articoli, sottolineandone l’effetto pregiudizievole per il L. e la Mo. , rispettivamente gestore il primo e titolare la seconda dell’impresa indicata falsamente come fallita e quindi entrambi coinvolti passivamente nella vicenda.
Peraltro, il tenore del contenuto di entrambi gli articoli lascia ben poco spazio a dubbi sulla loro portata diffamatoria, così come ampiamente sottolineato dai giudici di merito.
In proposito, va ricordato che da tempo questa Corte ha avuto modo di affermare che, in tema di diffamazione a mezzo stampa, la pubblicazione di una notizia falsa ancorché espressa in forma dubitativa, può ledere l’altrui reputazione allorché le espressioni utilizzate nel contesto dell’articolo siano ambigue, allusive, insinuanti ovvero suggestionanti, e perciò idonee ad ingenerare nella mente del lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità dei fatti narrati, con la conseguenza che tale indagine è rimessa al giudice di merito e se giustificata da adeguata motivazione è incensurabile in sede di legittimità. (Sez. 5, n. 45910 del 04/10/2005, Fazzo ed altri, Rv. 23303901).
2. All’inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna di ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 2.000,00.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende.