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Timestamp: 2019-11-20 08:59:50+00:00
Document Index: 10569083

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DiAvv. Cristian Lomaistro
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I criteri di quantificazione dell’assegno divorzile sono indicati dall’art. 5, sesto comma, della Legge n. 898/1970, il quale prevede che con la sentenza di divorzio il Tribunale può disporre la corresponsione di un assegno periodico in favore del coniuge che non ha mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive.
Il Giudice dovrà in tal caso procedere tenendo conto dei criteri contemplati dalla norma (condizioni e reddito dei coniugi, ragioni della decisione, contributo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio, proprio o comune), da valutare anche in rapporto alla durata del matrimonio.
La sentenza n. 18287/2018 delle Sezioni Unite ha decretato il superamento dello “storico” criterio del tenore di vita dei coniugi come parametro di determinazione dell’assegno divorzile, creando notevoli problemi interpretativi ed applicativi, soprattutto rispetto a quei procedimenti ancora pendenti in Cassazione all’epoca della pronuncia.
Con l’ordinanza n. 11178 del 23 aprile 2019 la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha indicato quali siano i criteri e le valutazioni determinanti in materia di assegno divorzile, alla luce della recente evoluzione giurisprudenziale.
La pronuncia trae origine dal ricorso proposto contro una sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva confermato la sentenza di primo grado, attributiva dell’assegno divorzile in favore della ex coniuge del ricorrente.
Quest’ultimo contestava il diritto della beneficiaria a percepire l’assegno, lamentando che la Corte si fosse limitata a comparare i redditi delle parti senza verificare se la richiedente fosse oggettivamente impossibilitata a procurarsene di propri.
Contestava inoltre l’ammontare dell’assegno, rilevando che la Corte avesse valutato unicamente la disparità reddituale esistente tra le parti, omettendo invece di applicare i criteri dettati dall’art. 5 della Legge n. 898 del 1970 in punto di quantificazione dell’assegno.
Muovendo dalle predette censure e dal dettato del sopra richiamato articolo 5 della norma sul divorzio, la prima sezione della Corte di Cassazione ha ripercorso la posizione della giurisprudenza sul punto, nel tentativo di chiarire i criteri di determinazione dell’assegno divorzile.
Assegno divorzile: l’evoluzione giurisprudenziale e la pronuncia delle Sezioni Unite
Per circa trent’anni il criterio guida nell’interpretazione dell’art. 5, sesto comma, della legge sul divorzio è stato quello di attribuire all’avente diritto un assegno tale da consentirgli di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.
Tale posizione interpretativa, fortemente criticata da quella dottrina timorosa che ciò potesse creare ingiustificate rendite di posizione, è stata poi progressivamente superata dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017 che ha affermato l’orientamento opposto, negando il riconoscimento dell’assegno divorzile al richiedente che fosse economicamente autosufficiente (in tal senso si veda anche la sentenza n. 23602/2017).
L’acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale sorto tra i due contrapposti orientamenti è culminato nel noto intervento delle Sezioni Unite, che con la recente sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018 hanno adottato una linea interpretativa di totale rottura rispetto al passato, sintetizzata nei punti che seguono:
a) definitivo abbandono di entrambi i criteri (tenore di vita ed autosufficienza economica del richiedente) posti alla base dei contrapposti orientamenti sopra richiamati;
b) superamento della struttura necessariamente bifasica del procedimento di determinazione dell’assegno divorzile, abbandonando così la distinzione fondata sulla natura attributiva o determinativa dei criteri richiamati dall’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio;
c) disconoscimento di una funzione meramente assistenziale all’assegno divorzile, a favore di una natura composita dello stesso, che alla funzione assistenziale unisce quella perequativa e compensativa;
d) pariteticità ed equiordinazione dei criteri previsti all’art. 5, sesto comma, della Legge n. 898/1970;
e) abbandono di una concezione astratta del criterio di “adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi”, a favore di una visione concreta, relativa allo specifico contesto coniugale;
f) valutazione necessariamente complessiva dell’intera storia coniugale e prognosi futura, determinando l’assegno in base all’età e allo stato di salute dell’avente diritto, nonchè alla durata del vincolo coniugale;
g) valorizzazione del profilo perequativo – compensativo dell’assegno, accertando in maniera rigorosa il nesso causale esistente tra scelte endo-familiari e situazione del richiedente al momento di scioglimento del vincolo coniugale.
Con tale pronuncia le Sezioni Unite hanno dunque abbandonato la prospettiva individualista fatta propria dalla Corte nel 2017 (Cass. n. 11504/2017), valorizzando il principio di solidarietà post coniugale nel pieno rispetto degli artt. 2 e 29 della Costituzione.
Diretta conseguenza di tale impostazione è che, al fine di stabilire se ed eventualmente in che misura spetti l’assegno divorzile, il Giudice dovrà procedere secondo l’iter logico sopra delineato.
In primo luogo dovrà comparare, anche d’ufficio, le condizioni economico – patrimoniali delle parti.
Qualora risulti che il richiedente è privo di mezzi adeguati o è oggettivamente impossibilitato a procurarseli, dovrà accertare rigorosamente le cause di questa sperequazione alla luce dei parametri indicati all’art. 5 sesto comma della Legge n. 898/1970.
In particolare dovrà valutare se ciò dipenda dal contributo che il richiedente ha apportato al nucleo familiare e alla creazione del patrimonio comune, sacrificando le proprie aspettative personali e professionali in relazione alla sua età e alla durata del matrimonio.
All’esito di tali valutazioni dovrà infine quantificare l’assegno divorzile, rapportandolo non (più) al pregresso tenore di vita familiare né all’autosufficienza economica del richiedente, ma assicurando all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo fornito come sopra indicato. I chiarimenti della Corte di Cassazione
La pronuncia delle Sezioni Unite ha avuto un effetto dirompente sui processi in corso, incidendo non solo sull’interpretazione del quadro normativo di riferimento ma anche e soprattutto sul piano processuale di selezione delle allegazioni dei fatti rilevanti e di conseguente prova degli stessi.
Ciò è particolarmente evidente per quelle pronunce di appello relative all’attribuzione e quantificazione dell’assegno divorzile già impugnate in Cassazione, ma non ancora definite da quest’ultima all’epoca della pronuncia resa dalle Sezioni Unite.
La I sezione della Corte ha osservato infatti come l’individuazione di una nuova regola giuridica di valutazione comporti molto spesso la valorizzazione di un diverso quadro fattuale ed in particolare di quegli elementi non considerati alla luce della regola previgente perché ritenuti irrilevanti.
Conseguenza di ciò è che la Corte di Cassazione potrà pronunciarsi sull’impugnazione solo se la nuova regola interpretativa affermata dalle Sezioni Unite non abbia reso necessario l’accertamento di nuovi fatti.
In caso contrario la Suprema Corte dovrà cassare con rinvio la sentenza impugnata, con il vincolo per il giudice del rinvio di attenersi alla nuova regola di valutazione e con conseguente riconoscimento alle parti dei poteri di allegazione e probatori derivanti dalla nuova impostazione scaturita dalla pronuncia delle Sezioni Unite.
A conferma di quanto affermato la Corte ha richiamato una recentissima statuizione della giurisprudenza di legittimità che ribadisce che la riassunzione della causa dinanzi al giudice del rinvio, conseguente alla cassazione della sentenza, instaura un processo chiuso in cui è precluso presentare nuove domande, eccezioni e conclusioni, salvo che queste siano rese necessarie da statuizioni della sentenza della Corte di Cassazione (Cass. n. 5137 del 2019).
Nel caso di specie la Corte ha concluso dunque che la decisione impugnata, poiché resa in applicazione di una regola interpretativa ormai superata dalla ben nota pronuncia delle Sezioni Unite, dovesse essere cassata con rinvio ai giudici d’appello per un nuovo esame della questione.
Puoi leggere l’articolo intero a questo link.
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La Cassazione abbandona il “tenore di vita” nel calcolo dell’assegno di divorzio
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, muta il proprio orientamento in materia di assegno divorzile. Con una svolta che si potrebbe definire epocale, la Corte lega il diritto al mantenimento nel divorzio, spettante al coniuge economicamente più debole, al presupposto della non autosufficienza economica dello stesso, ritenendo al contrario non più attuale, in virtù dei mutamenti economico-sociali, il riferimento alla continuazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio, ai fini del calcolo dello stesso.
In tale pronuncia, la Corte utilizza anche una nuova terminologia: si parla, infatti, di “estinzione” del rapporto matrimoniale, sia sul piano dello status personale, per cui il coniuge ritorna “persona singola”, sia sul piano dei rapporti patrimoniali.
Con lo scioglimento del vincolo matrimoniale, si estingue il dovere reciproco di assistenza morale e materiale previsto dall’articolo 143 c.c.
Il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto ai sensi dell’art. 5, Legge 898/70, in seguito all’accertamento da parte del giudice dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze.
Il presupposto dell’attribuzione di tale assegno,pertanto, è costituito dalla mancanza di adeguati mezzi economici da parte dell’altro coniuge o la difficoltà di procurarseli per ragioni oggettive.
Ove, quindi, venga accertata la suddetta condizione, si valutano i seguenti parametri:
le condizioni dei coniugi
il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio personale o comune durante il matrimonio
i redditi di entrambi
la durata del matrimonio
Più in particolare, la sentenza n. 2546 del 5 febbraio 2014 della stessa Corte di Cassazione, divenuta pietra miliare di ogni statuizione in tema di assegno divorzile, ha precisato che l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi.
In un primo momento, il giudice verifica l’esistenza del diritto all’assegno in astratto, avendo quale punto di riferimento l’inadeguatezza dei mezzi o l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, ponendoli in raffronto con il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio fissate al momento del divorzio, per poi determinare l’ammontare delle somme per superare l’inadeguatezza di detti mezzi, le quali costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno.
Nella seconda fase, il giudice deve procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione equilibrata e riferita a ciascuno dei coniugi dei criteri indicati nell’art. 5 della legge 898/1970, che possono contenere e diminuire la somma considerata in astratto e, in ipotesi estreme, anche azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio sia incompatibile con gli elementi di quantificazione.
Per quanto riguarda la funzione riconosciuta all’assegno divorzile, si ritiene che essa risiederebbe nell’inderogabile dovere di solidarietà economica post-coniugale.
Deve essere, pertanto, considerata prevalente la componente assistenziale in assenza degli adeguati mezzi economici del coniuge più debole ma, secondo la sentenza qui richiamata, ciò non può avvenire in caso di “indipendenza o autosufficienza economica” del coniuge beneficiario.
Secondo la pronuncia sopra richiamata, infatti, l’attribuzione dell’assegno in questo caso sarebbe un illegittimo arricchimento, perché fondato soltanto sull’esistenza di un rapporto matrimoniale che deve essere considerato ormai estinto.
Inoltre si tratterebbe di un obbligo tendenzialmente senza termine, un’attribuzione vita natural durante.
Fino ad oggi, secondo la giurisprudenza costante, il parametro al quale rapportare il giudizio di adeguatezza dei mezzi economici del richiedente l’assegno, era il tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio.
La Corte di legittimità, citando la sentenza n. 11490 del 1990 che fu resa a sezioni unite, afferma che a distanza di quasi ventisette anni, il suddetto orientamento non deve più ritenersi attuale.
La norma oggetto di interpretazione era già stata sottoposta a un vaglio di costituzionalità da parte della Corte Costituzionale, la quale con la sentenza n. 11 dell’11 febbraio 2015, aveva dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Firenze.
Nell’ambito di una causa di divorzio, era stata ritenuta rilevante e non manifestamente infondata la doglianza del difensore del coniuge obbligato a corrispondere l’assegno di mantenimento, in quanto secondo “il diritto vivente” l’assegno divorzile deve essere concesso per garantire al coniuge economicamente più debole lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
La disposizione sarebbe stata inoltre in contrasto con l’art. 2 Cost., per “eccesso di solidarietà” poiché viene imposto l’obbligo di far mantenere le stesse condizioni godute nel matrimonio al coniuge debole, ben oltre il matrimonio, anche per tutta la vita.
Un altro parametro costituzionale che si riteneva violato sarebbe stato rappresentato dall’ art 3 Cost., per “contraddizione logica” fra lo scopo del divorzio, che è quello di fare cessare il matrimonio e i suoi effetti, e quello della previsione del mantenimento, che spinge molto lontano dal momento del matrimonio il concetto di tenore di vita in costanza di matrimonio.
Inoltre, la norma sarebbe stata in contrasto con l’art. 29 Cost. perché l’obbligo, così configurato, è anacronistico in relazione all’evoluzione sociale della famiglia, del ruolo dei coniugi e dell’incidenza dei divorzi.
La Corte Costituzionale aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale, perché il criterio del tenore di vita non è l’unico elemento ai fini della determinazione dell’assegno. La legge sul divorzio indica una serie di elementi che il giudice deve prendere in considerazione per la quantificazione, quali la condizione e il reddito dei coniugi, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, la durata del matrimonio e le ragioni della decisione.
La sentenza si era basata proprio sul costante orientamento accolto dalla Cassazione, che è giudice deputato a garantire l’uniformità d’interpretazione delle leggi e che contribuisce principalmente a formare quello che si può definire il diritto vivente, secondo il quale il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio rileva, per determinare in astratto il tetto massimo della misura dell’assegno, ma in concreto poi quel parametro deve essere successivamente bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso art. 5.
Da oggi assume rilevanza un nuovo parametro per il giudizio d’inadeguatezza dei redditi/impossibilità oggettiva di procurarseli , ovvero quello dell’indipendenza economica del richiedente.
Il giudice dovrà, in definitiva, informarsi al “principio di autoresponsabilità” economica di ciascuno degli ex coniugi, riferendosi soltanto all’indipendenza o autosufficienza economica.
La Cassazione elenca in maniera specifica gli indici dai quali desumere l’autosufficienza:
il possesso di redditi di qualsiasi specie
il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari
la capacità e possibilità effettive di lavoro personale
la disponibilità di una casa di abitazione
L’onere della prova della mancanza degli adeguati mezzi o dei motivi oggettivi per poterseli procurare, graverà sulla parte richiedente l’assegno, che dovrà dimostrare tale circostanza con “tempestive, rituali e pertinenti” allegazioni e deduzioni.
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