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Timestamp: 2019-04-24 20:30:34+00:00
Document Index: 93504990

Matched Legal Cases: ['art.31', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 12']

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Aspetti giuridici - Il Diritto delle Donne
Dal punto di vista del diritto, in tema di "procreazione", dobbiamo parlare degli istituti familiari, giuridicamente intesi: nel diritto di famiglia troviamo, infatti, le regole che disciplinano l'esigenza primaria dell'essere umano della sessualità, della riproduzione della specie - filiazione, dell'educazione e dell¹allevamento della prole.
Intervento di Giovanna Chiara,
Avvocato, nell'incontro organizzato dall'associazione
"Le Rosse di Eva" ad Assago (8 aprile 2005)
La nostra Carta Costituzionale riconoscendo la famiglia come istituto giuridico e società naturale, dopo aver proclamato la parità giuridica tra uomo e donna, tende alla equiparazione pressoché perfetta della filiazione naturale a quella legittima e stabilisce come fine essenziale della legge
sostanziale la protezione “della maternità , dell’infanzia, della gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” (art.31, 2° comma). Nell’attuazione dei principi costituzionali, la riforma degli istituti familiari (particolarmente, L. 898/70 sul divorzio, L. 151/75 sul diritto di famiglia) stabilisce la parità di diritti tra i coniugi e di tutti i figli, comunque nati, fino ad arrivare alla legge 194/1978, che abrogando il reato di aborto (concepito come delitto contro l’integrità della stirpe), attribuisce alla donna, come persona vivente e pensante di piena capacità giuridica e d’agire, la scelta della maternità, entro limiti precisi, a salvaguardia della sua salute fisica e psichica. La simbolica parola del femminismo, “autoderminazione” si traduce in una particolare soggettività giuridica, decisionale, della donna per la asimmetria del suo ruolo procreativo, che la vede protagonista. L’art. 1 della legge 194, non riconosce più di quanto stabilisca la Costituzione quando parla di “tutela della vita umana sin dal suo inizio”, perché la norma va letta come protettiva della maternità, di quella particolare situazione fisica della donna che reca in sé la vita, e mira alla tutela della salute psico-fisica della donna in stato di gravidanza, sin dall’inizio della gestazione. E’ la donna che può decidere di interrompere la gravidanza involontaria se la prosecuzione della gestazione pregiudica la sua salute psio-fisica. E’ la donna che può decidere di proseguire la maternità, anche se la gravidanza ed il parto potrebbero esserle fatali. La Corte Costituzionale prima e dopo la legge 194, ha sempre specificamente rivolto attenzione alla prevalente tutela della salute della gestante: SALUTE come nozione complessa, caratterizzata dagli aspetti interiori (psicologici) più che esteriori (malattia); SALUTE come strettamente collegata alla tutela della personalità e del suo sviluppo. Fin dal 1975 (sent. n. 27), la Consulta pur riconoscendo alla tutela del concepito fondamento costituzionale, ha affermato che non esiste equivalenza tra la salvaguardia del concepito, che persona deve ancora diventare, e il diritto, non solo alla vita, ma anche alla salute, della madre che è già persona. Per salvaguardare la salute della gestante e dell’inizio di vita che in lei matura, e perché la genitorialità sia frutto di scelta consapevole, la legge 194 è stata preceduta dalla introduzione dei CONSULTORI (L.29 luglio 1975 n. 405): strutture socio-sanitarie che hanno precisi compiti (che dovrebbero essere svolti con grande capacità di comunicazione ed alta competenza scientifica) per condurre alla scelta della GENITORIALITA’ DELLA RESPONSABILITA’, che parte, stante la asimmetria della generazione, dalla SCELTA CONSAPEVOLE DELLA MATERNITA’, sin dal concepimento. Questi i principi di diritto positivo e le linee di tendenza coerenti che si sono tradotte nelle disposizioni di legge che regolano la famiglia e la procreazione.
Sono le regole di cui usufruiscono le nuove generazioni, frutto di gloriose battaglie (incruente) sociali e femministe verso la dignità di ogni persona umana che deve nascere desiderata libera e con pari diritti, da persone libere, mentre è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che,
limitando di fatto la libertà e lOeguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana..”( art. 3 Cost.)
NORMA GIURIDICA - CONVINCIMENTO ETICO
La NORMA GIURIDICA dello stato laico, non può imporre a tutti i cittadini le regole etica di una religione; DEVE consentire la libertà, e quindi, la libertà di scelta etica e religiosa. La legge 194 consente la scelta dell’aborto in particolari casi, ma si guarda bene dall’imporla; anzi, cerca di evitare l’intervento abortivo attraverso le conoscenze contraccettive che si possono ottenere in consultorio. Invece, nel quadro giuridico testè delineato, di fronte alle nuove frontiere della scienza, che danno la possibilità di procreazione medicalmente assistita a chi non potrebbe generare naturalmente, la normativa italiana è frutto di una visione politica del diritto di impronta reazionaria e illiberale. Impone a tutti, credenti e non credenti, UNA MORALE di una precisa ispirazione fideistica, opta per un capovolgimento dei VALORI che sono alla base delle leggi vigenti. Da tempo si parlava in Italia di una LEGGE per questo delicato ambito della genitorialità medicalmente assistita, ma soprattutto in termini di corretta informazione e di organizzazione medico/scientifica, anche con riferimento ai finanziamenti della ricerca. D’altra parte, l’ordine dei medici ha stabilito norme deontologiche stringenti per chi si occupa di questo. Questa legge guasta più che costruire, tanto che emerge la pressante richiesta referendaria per l’abolizione di plurime norme.
A) Non tutela il diritto alla salute. La Organizzazione Mondiale della Sanità stabilisce che “la salute é uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale, e non solamente l’assenza di una malattia o infermità”: a questo principio è conforme il dettato costituzione e si è ispirato sino ad ora il diritto positivo in Italia. La “salute riproduttiva” viene intesa come la possibilità di avere una vita sessuale soddisfacente e sicura, con capacità di riprodursi e le “cure e terapie riproduttive” sono riferite a quel complesso di metodi, tecniche e servizi che contribuiscono al benessere complessivo della persona, prevenendo e trovando soluzioni ai problemi della salute riproduttiva. Questa legge stabilisce discriminanti imposizioni: - il divieto di accesso alla PMA per le coppie che pur non affette da sterilità, hanno problemi a procreare a causa di malattie genetiche (art. 1), - la illegittimità della fecondazione eterologa (art. 4, comma 3), - l’obbligo di impianto di embrioni, in numero massimo inderogabile di tre, ed anche quelli a rischio di malformazioni (artt. 1, 13 e 14, comma 4), con particolare e grave compromissione specialmente della salute della donna, costretta all’angoscia esistenziale di trattamenti ripetuti che sono molto più invasivi che per l’uomo, a pesanti stimolazioni ormonali, e persino all’aborto in caso di malformazioni del feto.
B) La legge impone una sorta di trattamento sanitario obbligatorio (art. 1, commi 2 e 6), prescrivendo di sperimentare altri metodi terapeutici agli utenti come condizione di accesso alla PMA.
C) La legge fraintende il principio del consenso informato, attribuendo al medico (art. 6) compiti che esulano dalla sua professionalità, quali quelli di prospettare la possibilità di ricorrere alla adozione o all’affidamento, (stravolgendo il significato stesso degli istituti giuridici cui si riferisce: oggi l’adozione non ha più come fine quello di assicurare agli adulti una discendenza, ma l’alto significato giuridico di dare ai bambini abbandonati una famiglia). Impone al medico di rivestire i panni oltre che del giurista, anche del sociologo, psicologo, bioeticista. Con l’impulso a ripristinare una figura di paternalismo medico (che gli stessi medici tendono a rifiutare), incompatibile con il punto cardine del “consenso informato” che è l’autonomia del paziente e la centralità della sua persona.
D) La legge stabilisce un assoluto privilegio e preminenza - non si sa bene se al concepito o all’embrione - esprimendo il convincimento che il “concepito” sia persona. Operando, con significato giuridico, una sorta di ambigua parificazione dei diritti del “concepito” a quelli “degli altri soggetti coinvolti” incompatibile con la L. 194.
E) A tale irragionevole disposizione, la legge ricollega il divieto della revoca del consenso da parte della coppia all’inseminazione dopo la fecondazione dell’ovulo (art. 6, comma 3) ed il conseguente obbligo della donna di ricevere in utero tutti gli ovuli fecondati, anche quelli malati (art. 14, commi 2 e 3). Con la conseguenza di violare il divieto costituzionale di trattamenti medici contro la volontà della paziente e calpestando i limiti imposti dal rispetto della persona umana (art. 32, comma 2 Cost.).
F) La legge stravolge il senso e la realtà della inscindibile relazione tra madre e concepito, contrapponendo, in modo perverso, i diritti dell’una ai supposti diritti dell’altro. Nel bilanciamento dei valori giuridici in gioco, la Corte Costituzionale ha precisato che non vi é equivalenza fra il diritto alla vita, ed anche alla salute di chi é già persona come la madre e la salvaguardia del concepito “che persona deve ancora diventare” (principio ribadito anche successivamente dalla Corte Costituzionale, con le sentenze 10/02/1997, n. 35 e 04/12/2002, n. 514).
G) La legge impone che la madre del nato da PMA non possa dichiarare la volontà di non essere nominata: ciò crea uno “status” giuridico differenziato tra i nati da PMA e gli altri bambini, con la conseguenza assurda che la madre debba dichiarare le modalità del concepimento al momento del parto (che ovviamente non avviene nei centri di sterilità), in palese contraddizione con le norme costituzionali sulla riservatezza.
H) L’Europa è ormai uno spazio dei nuovi diritti e l’armonizzazione delle legislazioni é particolarmente sentita e invocata. I limiti imposti da questa legge, rispetto agli altri Stati Europei, ove vi è libera circolazione, determinano ineguaglianze sostanziali tra cittadini in quanto i divieti posti in Italia possono facilmente essere aggirati da chi ha denaro per farlo, determinando un “business” di “turismo procreativo”.
I) La politica illiberale seguita da questa legge ha come ulteriore conseguenza quella di non realizzare un diritto “utile”, vale a dire possibile ed efficace, in quanto alcune delle norme poste hanno ragionevole possibilità di essere eluse o comunque di non poter essere applicate coercitivamente. Si pensi all’art. 6 cit., che diventa norma impossibile, in quanto si tradurrebbe, in caso di revoca del consenso all’impianto della madre, in una sorta di trattamento sanitario obbligatorio, e per tutto il tempo della gravidanza. Si pensi all’art. 9 già ricordato sul divieto di anonimato della madre, che non può imporre alla madre di dichiarare le modalità del concepimento. Si pensi all’art. 12, che vieta in Italia la inseminazione eterologa che diventa legittima emigrando negli altri paesi europei e la cui elusione é addirittura disciplinata dal legislatore (dimostrando la scarsa fiducia nel rispetto del divieto posto) laddove dice che una volta eseguita la inseminazione eterologa, è vietato il disconoscimento della paternità, in deroga alle norme generali. L) Laddove imbriglia la ricerca scientifica sulle cellule staminali, la legge adombra intendimenti discriminatori anche sul piano del finanziamento della ricerca, mutilando, con intendimenti oscurantisti, lo stesso progresso delle conoscenze.
Il legislatore, chiamato a tutelare la PERSONA nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina deve avere come riferimento i principi e i valori costituzionali. Non può utilizzare il diritto per rafforzare integralismi religiosi. Altrimenti, il risultato crea regole che confliggono con i principi di libertà, di responsabilità e di conoscenza. La legge 40 impedisce la genitorialità consapevole, desiderata e perseguita che ha come obiettivo primo e manifesto l'interesse del bambino a nascere amato ed accudito, per scelta dei propri genitori. Imbavaglia la ricerca scientifica laddove debba/possa alleviare tante sofferenze.
Ci troviamo di fronte alla stessa situazione in senso contrario, rispetto alla legge 194. La legge 194 è espressione della laicità dello stato. La legge 40 è espressione di un credo religioso. La legge 194 ha protetto la maternità e la genitorialità della responsabilità. La legge 40 non si sa bene se protegga l’embrione o il concepito ed impone una genitorialità coatta o esclude dalla genitorialità chi vuole essere genitore della responsabilità.
La legge 194 ha riconosciuto il dato biologico asimmetrico della maternità attribuendo soggettività giuridica decisionale alla donna, organizzando l’informazione dei consultori attorno a questa decisione.
La legge 40 elimina la soggettività giuridica decisionale sia della donna che dell’uomo, che vengono condannati alla loro sterilità, o al rischio di avere figli ammalati.
La legge 194 ha regolato un fenomeno sociale, lasciando a tutti la LIBERTA’ di seguire o meno le norme etiche della propria religione.
La legge 40, prescrive seriali trattamenti sanitari coatti indiscrimati a chi si rivolge al medico, solo per essere genitore. Sul piano sociale mentre la L. 194 ha eliminato la piaga degli aborti clandestini, e gli aborti legali si sono ridotti nel tempo, sempre più destinati scomparire, questa legge, invece, apre la piaga del turismo procreativo, con privilegi di chi ha più mezzi, compromette la salute fisio-psichica degli aspiranti genitori e sopratutto la salute della donna. Il referendum sulla 194 è stato proposto da coloro che volevano imporre la propria etica contrastando la laicità dello Stato, chiedevano al popolo italiano di abrogare la legge, per ripristinare discriminazioni e divieti. La risposta degli italiani è stata NO! la legge, non va abrogata. Al contrario, occorre abrogare le norme di questa legge per affermare con il “SI!” i principi di libertà civiltà e progresso.