Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20130703.htm
Timestamp: 2017-01-20 09:52:57+00:00
Document Index: 165035864

Matched Legal Cases: ['art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 23', 'art. 125', 'art. 118', 'art. 126', 'art. 126', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 2', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 1976', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 1844', 'art. 1186', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 1845', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 41', 'art. 118', 'art. 120', 'art. 118', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 1324', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 1', 'art. 118', 'art. 3', 'art. 118', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 84', 'art. 2', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'sentenza ', 'art. 1335', 'art. 1334', 'art. 1335', 'art. 1334', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118']

Studio Legale Tidona - Le comunicazioni della banca di modifiche peggiorative delle condizioni contrattuali applicate alla clientela a norma dell'art. 118 del Testo Unico Bancario: condizioni, conseguenze e casi concreti Studio
Le comunicazioni della banca di modifiche peggiorative delle condizioni contrattuali applicate alla clientela a norma dell'art. 118 del Testo Unico Bancario: condizioni, conseguenze e casi concreti Di Maurizio Tidona, Avvocato 18 novembre 2016
La facoltà della banca di modificare le condizioni previste dal contratto è disciplinata dall’art. 118 del Testo Unico Bancario. L’art. 118 t.u.b. consente alla banca, al ricorrere di determinati presupposti, di modificare unilateralmente (c.d. ius variandi) le condizioni contrattuali in precedenza pattuite con il singolo cliente, con classi di clienti, o con la clientela nella sua generalità, prescrivendo:
1. Nei contratti a tempo indeterminato può essere convenuta, con clausola approvata specificamente dal cliente, la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni previste dal contratto qualora sussista un giustificato motivo. Negli altri contratti di durata la facoltà di modifica unilaterale può essere convenuta esclusivamente per le clausole non aventi ad oggetto i tassi di interesse, sempre che sussista un giustificato motivo. 2. Qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali deve essere comunicata espressamente al cliente secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula: "Proposta di modifica unilaterale del contratto", con preavviso minimo di due mesi, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente. Nei rapporti al portatore la comunicazione è effettuata secondo le modalità stabilite dal CICR. La modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione. In tale caso, in sede di liquidazio569
ne del rapporto, il cliente ha diritto all'applicazione delle condizioni precedentemente praticate.
2-bis. Se il cliente non è un consumatore ne' una micro-impresa come definita dall'articolo 1, comma 1, lettera t), del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, nei contratti di durata diversi da quelli a tempo indeterminato di cui al comma 1 del presente articolo possono essere inserite clausole, espressamente approvate dal cliente, che prevedano la possibilità di modificare i tassi di interesse al verificarsi di specifici eventi e condizioni, predeterminati nel contratto.
La legge consente quindi alla sola banca, nei contratti a tempo indeterminato, di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni previste dal contratto qualora sussista un giustificato motivo (art. 118, 1° co., t.u.b.). Il legislatore si riferisce ai contratti a tempo indeterminato in quanto questi possono avere una durata virtualmente infinita e obbligare le parti di un contratto - anche a distanza di molti anni dalla conclusione e senza una scadenza predefinita - a mantenere in vigore le medesime clausole contrattuali che erano state pattuite all’inizio del rapporto sarebbe stato ingiusto.
La disposizione è pertanto relativa innanzitutto ai “contratti”, e tra questi - ovviamente - quelli attinenti alle “operazioni e servizi bancari e finanziari”, in quanto l’art. 118 t.u.b. è collocato nel capo I del titolo VI del t.u.b. così rubricato. Sono esclusi dall’ambito di applicazione dello ius variandi i contratti relativi alla prestazione dei servizi e attività d’investimento, in quanto l’art. 23, 4° co., t.u.f. prevede che: “Le disposizioni del titolo VI, capo I, del T.U. bancario non si applicano ai servizi e attività di investimento [né al servizio accessorio previsto dall'articolo 1, comma 6, lettera f)], al collocamento di prodotti finanziari nonché alle operazioni e ai servizi che siano componenti di prodotti finanziari assoggettati alla disciplina dell'articolo 25-bis ovvero della parte IV, titolo II, capo I. In ogni caso, alle operazioni di credito al consumo si applicano le pertinenti disposizioni del titolo VI del T.U. bancario”.
La normativa delineata per i rapporti bancari in genere è applicabile invece ai finanziamenti al consumo, considerato il rinvio effettuato dall’art. 125-bis t.u.b., 2° co., all’art. 118 t.u.b.
Ugualmente, la disciplina in questione è applicabile ai contratti aventi ad oggetto servizi di pagamento, per i quali l’art. 126-sexies, 2° co., dispone:
1. Ogni modifica del contratto quadro o delle condizioni e informazioni a esso relative fornite all'utilizzatore ai sensi dell'articolo126-quater, comma 1, lettera a), è proposta dal prestatore dei servizi di pagamento secondo le modalità stabilite dalla Banca d'Italia, con almeno due mesi di anticipo rispetto alla data di applicazione prevista.
2. Il contratto quadro può prevedere che la modifica delle condizioni contrattuali si ritiene accettata dall'utilizzatore a meno che questi non comunichi al prestatore dei servizi di pagamento, prima della data prevista per l’applicazione della modifica, che non intende accettarla. In questo caso, la comunicazione di cui al comma 1, contenente la proposta di modifica, specifica che in assenza di espresso rifiuto la proposta si intende accettata e che l’utilizzatore ha diritto di recedere senza spese prima della data prevista per l’applicazione della modifica.
5. Restano ferme, in quanto compatibili, le disposizioni di cui all'articolo 33, commi 3 e 4, del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206.
Per i servizi di pagamento il 2° comma dell’art. 126-sexies t.u.b. prevede per l’appunto la possibilità di modifica, per atto potestativo del prestatore dei servizi, disponendo che il recesso dell’utilizzatore dal rapporto impedisce l’efficacia della modifica.
Per i contratti a tempo determinato (art. 118 t.u.b., 1° co., seconda parte) la facoltà di modifica unilaterale può essere convenuta esclusivamente per le clausole non aventi ad oggetto i tassi di interesse, sempre che sussista un giustificato motivo.
Il legislatore ha previsto tale diversità rispetto alla disciplina applicabile ai contratti a tempo indeterminato in quanto - nei contratti a tempo determinato - le parti conoscono sin dall’inizio la durata del rapporto, ed è quindi corretto che le condizioni relative al tasso di interesse concordato rimangano immutate.
La modifica ex art. 118 TUB viene esclusa per i tassi d’interesse ma non per le altre condizioni contrattuali. Il legislatore ha difatti ritenuto equo impedire la variazione della “posta” più importante del contratto (la remunerazione della banca per il servizio) ma non di eventuali altre condizioni di contratto, sempre che sussista un giustificato motivo legittimante la modifica.
La modifica unilaterale delle condizioni contrattuali presuppone - per espressa previsione legislativa (art. 118 t.u.b.) - che la facoltà sia stata precedentemente pattuita fra la banca e il cliente con una apposita clausola approvata specificamente da quest’ultimo. La clausola deve essere evidenziata dal resto del testo contrattuale utilizzando la formula, prevista obbligatoriamente dal legislatore: "PROPOSTA DI MODIFICA UNILATERALE DEL CONTRATTO", e questo per rendere immediatamente consapevole il cliente dell’importanza della comunicazione ricevuta. Nonostante l’uso di tale formula possa indurre fuori strada, la facoltà della banca di modificare le condizioni previste in contratto è, a tutti gli effetti, un diritto potestativo attribuito alla banca di modificare - mediante una manifestazione unilaterale di volontà - la sfera giuridica del cliente (controparte contrattuale che subisce l’esercizio dell’altrui diritto).
Gli effetti dell’esercizio della facoltà da parte della banca sono per tale motivo condizionati al mancato esercizio da parte del cliente del diritto di recesso, al cui silenzio (o anche manifestazione positiva di accettazione, benché rara) consegue il cambiamento del tasso, prezzo o altra condizione che la banca abbia unilateralmente deciso di variare.
La “forma scritta” della comunicazione della modifica non include la sottoscrizione, come è evidente dall’alternatività rispetto al “supporto durevole”, così come disposto dall’art. 118 t.u.b. La nozione di supporto durevole è di derivazione comunitaria: la direttiva 97/7/CE (13° considerando, e artt. 4 e 5) e la direttiva 2002/65/CE, art. 2, lett. f), lo definiscono come: “(…) qualsiasi strumento che permetta al consumatore di memorizzare informazioni a lui personalmente dirette in modo che possano essere agevolmente recuperate durante un periodo di tempo adeguato ai fini cui sono destinate le informazioni stesse, e che consenta la riproduzione immutata delle in-formazioni memorizzate”, per finire con il 23° considerando della direttiva 2011/83/UE che vi include “documenti su carta, chiavi USB, CD-ROM, DVD, schede di memoria o dischi rigidi del computer nonché messaggi di posta elettronica”.
Relativamente ai contenuti del contratto che possono essere modificati unilateralmente dalla banca il legislatore si è espresso in modo decisamente ampio, facendo riferimento a tassi, prezzi ed altre condizioni previste in contratto. Il tenore letterale dell’art. 118 t.u.b. - ad una prima lettura - sembrerebbe disporre che lo ius variandi si riferisca sia alle modifiche peggiorative che a quelle migliorative per il cliente. Non è però così. La disciplina dettata dall’art. 118 t.u.b. ha senso solo considerando le modifiche sfavorevoli, veduto anche il particolare meccanismo di recesso previsto in favore del cliente. Questa interpretazione è pure provata dalla circostanza dell’avere il legislatore previsto l’inefficacia delle modifiche solo allorché siano sfavorevoli al cliente (art. 118, 3° co., t.u.b.).
L’esercizio da parte della banca della facoltà ex art. 118 t.u.b. è diretta alla “modifica” delle condizioni previste in contratto.
La domanda che gli interpreti si sono posti è se la banca, con l’esercizio di tale facoltà, possa spingersi al punto di integrare il testo contrattuale con disposizioni precedentemente non pattuite.
La risposta è senz’altro negativa.
Il D.Lgs. 141 del 2010 ha difatti sostituito l’inciso “le altre condizioni di contratto” - come prima recitava l’art. 118 t.u.b. - con l’inciso “le altre condizioni previste dal contratto” e questo conferma la finalità del legislatore di circoscrivere l’ambito delle “modifiche” alle sole condizioni già previste in contratto, escludendo la possibilità di introdurre, con l’esercizio di tale facoltà, pattuizioni prima non presenti, che stravolgerebbero l’assetto contrattuale in forza del quale il cliente ha deciso di obbligarsi.
Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, con la comunicazione n. 54 del 21 febbraio 2007, ed anche la Banca d’Italia, con le Istruzioni di Vigilanza sulla “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari” del luglio 2009, hanno confermato tale interpretazione. Ulteriore riprova si ha nella Relazione della Commissione parlamentare nella quale è precisato che: “l’espressione “condizioni previste dal contratto” intende precisare meglio, in linea con i chiarimenti forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico (…) che le modifiche unilaterali ai sensi dell’art. 118 non possono comportare l’introduzione di clausole ex novo, ma soltanto la variazione di condizioni già contemplate nel contratto” (Legislatura 16ª, VI Commissione permanente, Resoconto sommario n. 182 del 21 luglio 2010, Parere approvato dalla Commissione sull’atto del Governo n. 225).
Anche l’interpretazione para-giurisprudenziale fornita dall’Arbitro Bancario Finanziario ha confermato tale impostazione, decidendo ripetutamente che il potere di modifica unilaterale del contratto deve rappresentare un’eccezione (e quindi con stretti paletti di applicazione) alla regola generale dell’immodificabilità del contratto senza il consenso di entrambe le parti, per cui deve intendersi limitato alla facoltà di modificare clausole e condizioni - sia di carattere economico, sia di natura normativa - già esistenti, senza possibilità di arrivare sino al punto di introdurre clausole e condizioni del tutto nuove, tali da incidere in maniera sostanziale sull’equilibrio contrattuale, modificandone anche solo parzialmente la natura (così anche ABF, Collegio di Napoli, n. 300 del 28 aprile 2010; ABF, Collegio di Napoli, n. 396 del 1 marzo 2011; ABF, Collegio di Napoli, n. 397 del 1 marzo 2011; ABF, Collegio di Napoli, n. 649 del 31 marzo 2011; ABF, Collegio di Napoli, n. 650 del 31 marzo 2011; ABF, Collegio di Napoli, n. 192 del 2 aprile 2010; ABF, Collegio di Napoli, n. 460 del 28 maggio 2010; ABF, Collegio di Napoli, n. 399 del 1° marzo 2011).
Lo ius variandi si pone quindi come potere di modificare non già il contenuto dell’operazione in quanto tale, ma unicamente quello espresso nelle clausole contenute nel contratto originario. La regola generale è quindi quella per cui si ha mera modificazione ogni volta che i mutamenti (comprese le aggiunte e/o eliminazioni) delle “condizioni” del contratto non raggiungano il livello della novazione (ex art. 1976 c.c.), che è parametro idoneo a distinguere la mera modificazione del contratto da una illegittima sua trasformazione.
Le variazioni consentite dall’art. 118 t.u.b. possano essere di due tipi:
1) specifiche e cioè quelle riguardanti un determinato rapporto; 2) generalizzate e cioè relative ad una molteplicità di rapporti. Tale interpretazione è confermata dalla Circolare n. 54 del 21 febbraio 2007 del Ministero dello Sviluppo, che afferma che gli “eventi [di giustificato motivo] possono essere sia quelli che afferiscono alla sfera del cliente … sia quelli che consistono in variazioni di condizioni economiche generali”. In particolare la Circolare n. 54 del 21 febbraio 2007 del Ministero dello Sviluppo elenca espressamente che tra gli “eventi” di giustificato motivo che “afferiscono alla sfera del cliente” (appunto quelli di cui alle variazioni ad personam) possono essere compresi: “ad esempio, il mutamento del grado di affidabilità dello stesso [cliente] in termini di rischio di credito”.
È quindi senz’altro corretto affermare che un significativo peggioramento delle condizioni economico-patrimoniali del cliente possa costituire un giustificato motivo “soggettivo” per l’esercizio dello ius variandi da parte della banca.
La banca ha in questo caso soltanto l’obbligo - sia contrattuale che di buona fede - di comunicare al cliente le specifiche circostanze che hanno condotto alla decisione di variazione sfavorevole, con particolare riferimento, nella comunicazione, alle ragioni concrete di rischiosità riscontrate nel rapporto.
L’Arbitro Bancario Finanziario, con la decisione n. 568 del 18 giugno 2010, ha osservato che: “non è idonea a integrare gli estremi del “giustificato motivo” di cui all’art. 118 t.u.b. la semplice indicazione del rischio del rapporto, in mancanza cioè di “ogni specifico riferimento alla rischiosità specifica del rapporto banca-cliente”.
Si noti che il peggioramento delle condizioni di rischio del singolo cliente è situazione già contemplata dalla legge, sia per i rapporti bancari che per i rapporti obbligatori in genere. Per i rapporti tipicamente bancari, l’art. 1844, co. 2, c.c. dispone: “[II]. Se la garanzia diviene insufficiente, la banca può chiedere un supplemento di garanzia o la sostituzione del garante. Se l'accreditato non ottempera alla richiesta, la banca può ridurre il credito proporzionalmente al diminuito valore della garanzia o recedere dal contratto”. La disposizione dà quindi vita a uno ius variandi di fonte legale.
Per i rapporti obbligatori in genere, l’art. 1186 c.c. sulla decadenza del beneficio del termine prevede: “Quantunque il termine sia stabilito a favore del debitore, il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore è divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie che aveva date o non ha dato le garanzie che aveva promesse”.
Quindi l’esercizio dello ius variandi di cui all’art. 118 t.u.b., giustificato dal peggioramento delle condizioni del singolo cliente, è un adattamento negoziale di un potere che trova già la sua ragion d’essere e regolamentazione in altre disposizioni di legge.
La ragion d’essere della previsione della facoltà di modifica consentita dall’art. 118 t.u.b. è che in sua assenza la banca non avrebbe avuto alcun potere di modificare in corso di rapporto il tasso, il prezzo o le altre condizioni di contratto. La banca avrebbe potuto solamente chiedere l’integrazione delle garanzie oppure dichiarare la decadenza dal beneficio del termine. L’art. 118 t.u.b. consente invece alla banca di rivalutare l’assetto economico e normativo del contratto, adeguandolo elasticamente alle mutate condizioni del cliente, e questo è un elemento di equità in un rapporto di durata a tempo indeterminato, e quindi virtualmente infinito.
Si consideri che nessuna norma impedisce alla banca di porre fine ad un rapporto di credito, essendo obbligata solamente al rispetto di un principio di buona fede e, nel caso dell’affidamento bancario, del termine previsto dall’art. 1845 c.c.: “[III]. Se l'apertura di credito è a tempo indeterminato, ciascuna delle parti può recedere dal contratto, mediante preavviso nel termine stabilito dal contratto, dagli usi o, in mancanza, in quello di quindici giorni”.
Pertanto la previsione della facoltà in capo alla banca di variare le condizioni di contratto nei rapporti a tempo indeterminato consente alla medesima di proseguire in un rapporto che altrimenti potrebbe ritenere non più economicamente vantaggioso. Se la facoltà prevista dall’art. 118 t.u.b. non sussistesse la banca avrebbe quindi maggiore stimolo, molto più frequentemente di adesso, di recedere dal contratto ogniqualvolta riscontrasse elementi di anti-economicità, invece che ricondurre lo schema contrattuale in una economicità ritenuta dalla banca essenziale utilizzando lo strumento di cui all’art. 118 t.u.b.
L’art. 118 t.u.b. è per tutto ciò una norma a tutela dell'utente bancario, che ha possibilità di valutare la convenienza di accettare (tacitamente il più delle volte) o rifiutare le modifiche “proposte” dalla banca, anziché subire il ben più grave recesso dalla banca, nell’ipotesi che questa ritenesse che il rapporto non sia più equo o economicamente utile per sé.
La legge richiede espressamente che debba sussistere un “giustificato motivo” che legittimi la modifica “proposta” dalla banca. Il problema interpretativo più importante deriva dal fatto che il legislatore non stabilisce espressamente cosa si debba intendere per “giustificato motivo”, e questo per l’oggettiva impossibilità di elencare in anticipo le innumerevoli casistiche che si possono presentare nella vita reale.
L’assenza di una definizione consente alla banca una certa flessibilità nella capacità reattiva alle condizioni esterne, ma costituisce d’altro canto anche il maggiore rischio per la banca, nell’incertezza applicativa di quale modifica sia giustificata e quale no.
In ordine ai contenuti del “giustificato motivo” ci si può riferire innanzitutto alla sopravvenienza di eventi specifici, che il Ministero dello Sviluppo Economico - con la circolare n. 54 del 21 febbraio 2007 - ha prescritto dover essere:
“(…) di comprovabile effetto sul rapporto bancario. Tali eventi possono essere sia quelli che afferiscono alla sfera del cliente (ad esempio, il mutamento del grado di affidabilità del lo stesso in termini di rischio di credito) sia quelli che consistono in variazioni di condizioni economiche generali che possono riflettersi in un aumento dei costi operativi degli intermediari (ad esempio, tassi di interesse, inflazione ecc.)”.
Il Ministero per lo sviluppo economico ha anche chiarito che il cliente deve essere informato del giustificato motivo posto dalla banca alla base della decisione di modifica unilaterale, e questo in maniera sufficientemente chiara e tale da consentire al cliente una valutazione della congruità della motivazione richiamata dalla banca.
La variazione contrattuale può essere “giustificata” non solo da un evento specifico ma anche da un comprovabile mutamento di strategia aziendale della banca, da variazioni delle condizioni economiche generali o del costo di fattori specifici della produzione e/o di costi operativi (del lavoro, dei servizi informatici, etc.), da fattori ricadenti sulle rettifiche di valore dei crediti o sui ricavi, e così proseguendo.
Nessun dato normativo supporta la ricorrente affermazione secondo cui il giustificato motivo non può essere “soggettivo” ossia “connesso a scelte gestionali della banca.
Anzi, orientano in senso opposto le soluzioni ampiamente recepite, in dottrina e giurisprudenza, a fronte di identica (“giustificato motivo”) o addirittura più forte espressione (“gravi motivi”) che, ad esempio e rispettivamente, limita il potere di recesso del datore di lavoro (art. 3 legge n. 604/1966 che si riferisce a “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”) e il diritto all’esecuzione del contratto del locatore di immobile ad uso diverso da abitazione (art. 27, comma 8, legge n. 392/1978)30: fattispecie nelle quali pure viene ritenuta insindacabile “la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost.” (Cass. civ., Sez. lavoro, 8 febbraio 2011, n. 3040) e, rispettivamente, rilevante “un andamento della congiuntura economica (sia favorevole che sfavorevole all’attività dell’impresa), sopravvenuto ed oggettivamente imprevedibile, che, imponendo l’ampliamento o la riduzione della struttura aziendale, sia tale da rendere particolarmente gravosa la persistenza del rapporto locativo” (Cass. civ., Sez. III, 21 aprile 2010, n. 9443).
Le scelte gestionali della banca possono costituire quindi giustificato motivo ex art. 118 t.u.b., specie con riferimento alle clausole regolamentari, per le quali nessuno dubita della possibilità di una loro modifica.
Per fare un esempio si può pensare a un cambiamento del gruppo societario di appartenenza dell’intermediario e alla connessa modifica della clausola di foro territoriale; oppure all’adeguamento di vecchi contratti a nuove politiche regolamentari (come ad esempio quella sull'anatocismo di cui al nuovo art. 120 t.u.b.).
Anche nuove disposizioni di legge - o revirement giurisprudenziali (si pensi anche qui all’annosa questione dell’anatocismo) - possono rappresentare, a seconda del loro contenuto, eventi idonei ad incidere nella valutazione della banca di esercitare la facoltà di modifica dei contratti, per ricondurre il rapporto in essere ad una migliore economicità.
Si noti che difatti alla “proposta di modifica” delle condizioni contrattuali consegue il diritto del cliente di recedere dal contratto, senza spese (art. 118 t.u.b., co. 2°: “In tale caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente applicate”.
Il cliente ha cioè diritto di recedere dal contratto, senza subirne alcun effetto. La banca deve solamente essere rispettosa del diritto del cliente di conoscere le
ragioni oggettive o soggettive che la banca ritiene supportare la decisione di variazione contrattuale, nel diritto del cliente di contestarne la sussistenza.
A conferma di tale interpretazione il Tribunale di Rimini, con sentenza del 22 agosto 2011, ha affermato: “La banca non può modificare le condizioni a proprio favore, senza che siano intervenute circostanze esterne tali da impattare l’assetto di interessi (come il rischio, le condizioni del mercato e le condizioni monetarie) che aveva condotto alla pattuizione originaria”. Tale sentenza conferma quindi, a contrario, che la banca può sempre modificare a proprio favore le condizioni previste dal contratto allorchè condizioni esterne abbiano alterato la valutazione iniziale di rischio, o altri aspetti ritenuti dalla banca essenziali.
Il rischio specifico e le condizioni di mercato non sono altro che giustificati motivi soggettivi, che legittimano la banca alla comunicazione della variazione delle condizioni, specifica per un cliente o per un gruppo omogeneo di clienti oppure anche relative all’intera clientela.
Un ulteriore contributo interpretativo della nozione di “giustificato motivo” è offerto dalle numerose decisioni dell’Arbitro Bancario Finanziario. L’ABF ha deciso in particolare che l’aumento unilaterale di un tasso d’interesse da parte della banca non può essere giustificato con il “richiamo generico” agli effetti prodotti dalla crisi economica e finanziaria. Si tratterebbe difatti di un’indicazione estremamente sintetica e indefinita e, dunque, tale da non consentire al cliente, neppure con uno sforzo di approfondimento, di valutare la congruità delle variazione rispetto alla motivazione che ne è alla base. L’Arbitro Bancario ha in tale caso accolto il ricorso del cliente e ha condannato la banca a restituire le somme che aveva indebitamente percepito a titolo d’interessi (Arbitro Bancario Finanziario, Collegio di Milano, Decisione n. 2419 del 9 novembre 2011).
La negazione della giustificazione non è in tale caso conseguita alla circostanza dell’essere il motivo considerato soggettivamente (cioè nella visuale della banca) ma per l’avere la banca omesso una specificazione concreta del motivo che consentisse al cliente una valutazione effettiva del diritto della banca di procedere alla variazione contrattuale.
In altra decisione l’Arbitro Bancario Finanziario si è occupato di una banca che aveva aumentato la commissione sugli affidamenti concessi al cliente portandola dallo 0,05% allo 0,2% a trimestre (Arbitro bancario finanziario, Collegio di Roma, Decisione n. 1837 del 13 settembre 2011). La banca aveva giustificato l’aumento a causa della “modifica del quadro andamentale del rapporto creditizio”, che è stata considerata dall’Arbitro ancora una volta eccessivamente generica, cioè del tutto priva di quei requisiti di determinatezza e verificabilità impliciti nella previsione normativa. Conseguentemente l’Arbitro, nella decisione richiamata, ha ritenuto la modifica inefficace, non avendo la banca specificato concretamente in cosa consistesse la richiamata modifica del “quadro andamentale del rapporto”, condannando la banca a restituire al cliente le maggiori somme percepite.
Anche in tale provvedimento la banca è stata quindi sanzionata non perché il motivo fosse ingiustificato ma solo per la eccessiva sinteticità e genericità della comunicazione al cliente, impedendo quindi allo stesso la giusta valutazione del motivo addotto dalla banca.
I presupposti del giustificato motivo, per quanto scritto, devono essere sempre menzionati in modo completo nella comunicazione al cliente della modifica contrattuale.
La giurisprudenza ha osservato che la facoltà della banca di modificare in pejus le condizioni previste dal contratto implica necessariamente la sussistenza di un giustificato motivo e non è consentito alla banca un successivo ripensamento - o aggiustamento
- su quanto in precedenza comunicato (Tribunale di Rimini, 22 agosto 2011).
L’art. 118 t.u.b., co. 2° ultima parte, dispone che:
La modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione [comunicata dalla banca con un preavviso minimo di due mesi] . In tal caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente applicate.
L’art. 118 t.u.b., 3° co., aggiunge: Le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni del presente articolo sono inefficaci, se sfavorevoli per il cliente.
La sanzione di inefficacia delle variazioni contrattuali sfavorevoli per il cliente, “per le quali non siano state osservate le prescrizioni” dell’art. 118 t.u.b., così come stabilita dal 3° comma, è forse l’aspetto più problematico, nella sua interferenza con l’evoluzione del rapporto, che ha avuto ulteriore svolgimento successivamente alla comunicazione da parte della banca e sino a quando il cliente ne abbia contestato l’inefficacia.
Il rischio concreto per la banca consegue alla circostanza che la contestazione del cliente potrebbe difatti pervenire anche a distanza di molti anni, negli ampi limiti della prescrizione decennale del suo diritto. Ben si comprenderà quindi l’ampiezza del rischio, ben potendo il cliente, anche dopo quasi un decennio, ottenere il ricalcolo di un lungo lasso di tempo del rapporto contrattuale ad un tasso e/o altre condizioni di contratto che la banca riteneva non più applicabili al rapporto contrattuale, ed anche con addebito di una possibile responsabilità risarcitoria nei confronti del cliente per avere applicato una condizione contrattuale successivamente dichiarata, con effetto originario, inefficace.
A mitigare il rischio per la banca può solo valere il principio di conservazione del contratto e quindi anche dell’atto unilaterale a contenuto patrimoniale (art. 1324 c.c.), emergente dagli artt. 1367, 1419 e 1423 c.c.
È indubbio che il ripristino delle vecchie condizioni per i molti anni che fossero trascorsi sconvolga il rapporto e quindi è necessario cercare il fondamento di un onere di tempestiva contestazione da parte del cliente, una volta naturalmente che questi abbia avuto effettiva conoscenza della variazione introdotta dalla banca.
Una soluzione è stata individuata dalla Cassazione, che in un caso di mancata richiesta di reintegra, protratta per quasi tre anni, da parte di alcuni lavoratori che ne avevano acquisito il diritto a seguito di una sentenza della Corte costituzionale (Cass. civ., Sez. lavoro, 28/04/2009, n. 9924, in Prat. Lavoro, 2009, 1370), ritenne che gli artt. 1175 e 1375 c.c. autorizzassero a valutare “il comportamento del contraente titolare di una situazione creditoria o potestativa, che per lungo tempo trascuri di esercitarla e generi così un affidamento della controparte nell’abbandono della relativa pretesa, come idoneo a determinare la perdita della stessa situazione soggettiva”. Allo stesso modo sarebbe perciò giustificato ritenere che, venuto a conoscenza della variazione introdotta dalla banca, il cliente, se ritiene di contestarne l’efficacia per violazione delle disposizioni dell’art. 118 t.u.b., abbia l’onere di comunicazione alla banca con la tempestività necessaria ad evitare di ingenerare in essa un legittimo affidamento sulla prosecuzione del rapporto alle condizioni modificate, a pena altrimenti della perdita dei diritti conseguenti a detta inefficacia (o quantomeno del risarcimento del danno sostenuto quale arrecato dalla banca, nella intempestività della contestazione).
Per quanto sopra, lo ius variandi può essere esercitato con una relativa ampiezza da parte della banca nei contratti a tempo indeterminato, con il solo limite oggettivo del giustificato motivo. Il legislatore ha previsto una diversa disciplina per i contratti a tempo determinato, nei quali il diritto di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali può essere esercitato in modo assai più contenuto. La legge prevede difatti che nei contratti a tempo determinato la facoltà di modifica unilaterale può essere convenuta esclusivamente per le clausole non aventi a oggetto i tassi di interesse, sempre che sussista il giustificato motivo (art. 118, 1° co., 2° periodo, t.u.b.).
E' pertanto possibile per la banca modificare l’assetto normativo del contratto a tempo determinato, ma non intervenire con una modifica sul tasso di interesse pattuito.
Il D.L. 13 maggio 2011 n. 70 ha modificato in modo sostanziale la struttura dell’art. 118 t.u.b., aggiungendo il comma 2-bis, che così dispone:
“Se il cliente non è un consumatore nè una micro-impresa come definita dall'articolo 1, comma 1, lettera t), del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, nei contratti di durata diversi da quelli a tempo indeterminato di cui al comma 1 del presente articolo possono essere inserite clausole, espressamente approvate dal cliente, che prevedano la possibilità di modificare i tassi di interesse al verificarsi di specifici eventi e condizioni, predeterminati nel contratto”.
Se il cliente non è quindi un consumatore né una micro-impresa (come definita dall’art. 1, 1° co., lett. t, del d.lgs. n. 11 del 2010), nei contratti di durata a tempo determinato possono essere inserite clausole, espressamente approvate dal cliente, che prevedono la possibilità di modificare i tassi di interesse al verificarsi di specifici eventi e condizioni predeterminati nel contratto.
Il comma 2-bis dell’art. 118 t.u.b. concerne pertanto solo i contratti a tempo determinato. La norma introduce la distinzione fra le figure del consumatore e della micro-impresa, da un lato, in contrapposizione pertanto ai professionisti ed alle medie e grandi imprese, dall’altro. La definizione di consumatore è quella dettata dal Codice del Consumo e cioè la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta (art. 3, lett. a, Codice del Consumo). L’art. 118, comma 2-bis, t.u.b. non si applica quindi ai consumatori e, a contrario, si applica ai professionisti. Il professionista è definito come la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale (art. 3, lett. c, Codice del Consumo.).
La micro-impresa è definita dall’art. 1, lett. t, d.lgs. n. 11 del 2010 come l’impresa che possiede i requisiti previsti dalla raccomandazione n. 2003/361/CE della Commissione, del 6 maggio 2003 (ovvero i requisiti individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze attuativo delle misure adottate dalla Commissione europea ai sensi dell’art. 84, lett. b, della direttiva 2007/64/CE). L’art. 2 dell’allegato I alla raccomandazione n. 2003/361/CE definisce come micro-impresa l’impresa che occupa meno di 10 persone e realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a due milioni di euro. Dunque, nel caso di contratti a tempo determinato bisogna operare la seguente distinzione:
- per i consumatori e le micro-imprese si applica l’art. 118, 1° co., 2° periodo, t.u.b. (modifica unilaterale solo per le clausole non aventi a oggetto i tassi d’interesse);
- per i professionisti nonché per le imprese medie e grandi si applica la previsione speciale dell’art. 118, comma 2-bis, t.u.b. con la conseguente possibilità di predeterminazione contrattuale degli eventi e delle condizioni che legittimano lo ius variandi; il “giustificato motivo” potrà per essi essere quindi individuato al momento della conclusione del contratto. Nel rapporto fra le banche e i professionisti nonché le imprese medie e grandi non vi sono perciò particolari limiti all’autonomia contrattuale e la banca potrà liberamente identificare a priori eventi e condizioni legittimanti la variazione dei tassi d’interesse e delle altre condizioni di contratto.
Tali accordi, in linea di principio, non potranno essere sindacati dall’autorità giudiziaria. Un discorso diverso vale invece per i consumatori e le micro-imprese: in questo caso sarà sempre possibile valutare ex post se il motivo addotto dalla banca fosse effettivamente “giustificato”. Nell’ipotesi in cui la banca non abbia originariamente previsto in un contratto concluso con un professionista o una impresa medio-grande la casistica dei motivi giustificanti la modifica contrattuale, la banca sarà comunque nella facoltà di “inserire” successivamente la specificazione nel contratto.
Occorrerà però che vi sia: 1) il consenso specifico del cliente alla modifica contrattuale, quale accordo modificativo del contratto, e questo a prescindere dalla sussistenza di un giustificato motivo; 2) oppure che la banca proponga al cliente, ai sensi dell’art. 118 t.u.b., la modifica contrattuale, alla condizione però che sussista un giustificato motivo, nel diritto altrimenti del cliente di recedere dal contratto senza spese.
La legge prevede che qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali debba essere comunicata espressamente al cliente secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula “PROPOSTA DI MODIFICA UNILATERALE DEL CONTRATTO”, con preavviso minimo di due mesi, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente (art. 118, 2° co, 1° periodo, t.u.b.). L’art. 118 t.u.b. non prevede espressamente che la comunicazione al cliente debba indicare il “giustificato motivo” a fondamento della proposta di modifica unilaterale.
L’interpretazione giurisprudenziale ha però ritenuto che la banca deve sempre indicare il giustificato motivo a supporto della “proposta” di modifica delle condizioni previste in contratto.
Per di più è necessario che il motivo indicato nella comunicazione al cliente sia manifestato in modo completo, chiaro e comprensibile, in quanto quel motivo si “cristallizza” con la comunicazione, non potendo la banca avere ripensamenti sul motivo comunicato, soprattutto in caso di contestazione del cliente, con la conseguenza che la banca non potrà successivamente addurre diversi motivi per giustificare le modifiche unilaterali già comunicate. In questa linea di pensiero il Tribunale di Rimini, con la sentenza del 22 agosto 2011, che ha ritenuto che nella comunicazione della banca il giustificato motivo deve essere esplicitato e si può valutare la legittimità della modifica considerando solo quel motivo, senza poter dare rilievo ai motivi o alle specificazioni successivamente addotte dalla banca a giustificazione della variazione contrattuale.
La comunicazione, recita la legge, deve avvenire in forma scritta o mediante altro supporto durevole. Il meccanismo legislativo presuppone che la proposta di modifica unilaterale del contratto sia effettivamente ricevuta dal cliente, trattandosi di dichiarazione recettizia i cui effetti dipendono strettamente dal concreto recapito all’indirizzo del destinatario (art. 1335 c.c.). L’onere della prova circa l’invio e la ricezione della comunicazione grava sulla banca. Ove la banca non sia in grado di provare la ricezione della comunicazione, il diritto di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali rimarrà privo di effetti, se il cliente ne contesti la validità. Quanto alla comunicazione della modifica, non può esserci dubbio che - quale atto recettizio - produce effetto solo quando pervenga a conoscenza del destinatario (art. 1334 c.c.) e che, salva l’ipotesi di posta elettronica quale “supporto durevole”, per avvalersi della presunzione di cui all’art. 1335 occorra, secondo la giurisprudenza, quanto meno l’invio di una raccomandata (pur senza avviso di ricevimento) che poi ne fa anche presumere l’arrivo (Cass. civ., Sez. lavoro, 22/02/2006, n. 3873). Tuttavia sono idonee anche presunzioni semplici di conoscenza, sufficienti agli effetti dell’art. 1334 c.c., diverse dall’arrivo della comunicazione all’indirizzo del destinatario (Cass. civ., Sez. II, 12/07/2011, n. 15293). Dunque, risulteranno idonei a dimostrare l’an ed il quando del pervenire della comunicazione a conoscenza del cliente anche strumenti meno dispendiosi della raccomandata che fossero individuati dalla banca, purché idonei - secondo le regole probatorie generali - a far ritenere l’evento probabile, così come prove dirette scaturenti da dichiarazioni rese da cliente anche in diverse occasioni o procedimenti (di reclamo o quant’altro) da cui possa desumersi la conoscenza della comunicazione, poi contestata.
L’art. 118 t.u.b. (2° co., 2° periodo) stabilisce che nei rapporti al portatore la comunicazione è effettuata secondo le modalità stabilite dal Cicr. La particolarità dei rapporti al portatore è che alla banca è solitamente ignoto il titolare; non è pertanto possibile rivolgergli quella comunicazione personalizzata, di norma necessaria per l’esercizio dello ius variandi.
Per tale motivo il Ministro dell’economia e delle finanze, quale Presidente del Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio, con Decreto del 3 febbraio 2011, ha chiarito che nei rapporti al portatore le modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali ai sensi dell’art. 118 t.u.b. sono comunicate alla clientela con strumenti di comunicazione impersonale facilmente accessibili presso le dipendenze dell’intermediario o sul sito internet di quest’ultimo. A fronte di una comunicazione correttamente formulata e adeguatamente inviata dalla banca al cliente, la modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro la data prevista per la sua applicazione (art. 118, 2° co., 3° periodo, t.u.b.). Dunque il cliente che riceve una proposta della banca di modifica unilaterale PUò scegliere fra diverse alternative:
1) accettare espressamente la modifica unilaterale (ipotesi di “collaborazione attiva”);
2) far decorrere il tempo previsto dalla legge (ipotesi di “collaborazione passiva”); trascorso il periodo indicato dalla banca, rispettato il preavviso minimo di due mesi, la modifica avrà effetto;
3) comunicare alla banca il proprio recesso dal contratto, quale formale rifiuto alla modifica. Il recesso andrà esercitato entro il termine previsto per la applicazione della modifica prospettata dalla banca, che altrimenti inizierà a produrre effetti. Il cliente non può dunque realmente opporsi alla proposta della banca, se non ponendo fine al rapporto contrattuale. La legge specifica altresì che, per il recesso del cliente, la banca non potrà addebitare alcuna spesa. Sono vietate non solo le spese che vengono espressamente qualificate come “corrispettivo per il recesso” (o altre similari) ma anche tutte le spese che trovano, anche solo indirettamente, il proprio fondamento nel recesso.
In caso di esercizio del diritto di recesso, in sede di liquidazione del rapporto il cliente ha diritto inoltre alle condizioni precedentemente applicate (art. 118, 2° co., 4° periodo, t.u.b.). Le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni di legge sopra elencate sono inefficaci se sfavorevoli per il cliente. In generale anche la mancanza di una clausola approvata specificamente dal cliente esclude qualsiasi facoltà per la banca di modificare unilateralmente le condizioni previste dal contratto. La sanzione prevista dal legislatore è quindi grave e assoluta: l'inefficacia di ogni variazione comunque applicata.
A fronte dell’inefficacia della modifica la banca avrà facoltà di ripetere la comunicazione effettuata in modo non corretto, ovviamente con l’invio di una nuova comunicazione e con un nuovo preavviso di efficacia.
L’art. 118 t.u.b. prevede che le variazioni dei tassi d’interesse adottate in previsione o in conseguenza di decisioni di politica monetaria riguardano contestualmente sia i tassi debitori che quelli creditori, e si applicano con modalità tali da non recare pregiudizio al cliente (art. 118, 4° co., t.u.b.). Le variazioni dei tassi d’interesse possono dunque essere collegate a decisioni di politica monetaria adottate dalle Autorità. La disposizione consente alle banche di reagire sia a decisioni di politica monetaria già adottate (“in conseguenza di”) sia di anticipare decisioni non ancora adottate ma che, verosimilmente, stanno per esserlo (“in previsione di”). Al riguardo la norma è piuttosto oscura, e rischiosa per la banca, non prevedendo difatti quale sia la conseguenza laddove la decisione di politica monetaria non venga successivamente assunta, oppure venga assunta con contenuto diverso. La modifica apportata dalla banca dovrebbe ritenersi in questo caso priva di giustificato motivo e, come tale, inefficace.