Source: http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/2017/11/02/firenze-proposta-programmatica-lavoro-welfare/
Timestamp: 2018-03-24 21:15:27+00:00
Document Index: 130969544

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 97', 'art. 18', 'art. 81', 'art.46', 'art.39', 'art.39', 'art.18']

Firenze. Proposta programmatica su lavoro e welfare - ALLEANZA POPOLARE PER LA DEMOCRAZIA E L'UGUAGLIANZA
Spunti programmatici in materia di lavoro e welfare
(cfr. art. 1, 4, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 46, 97 Cost.)
Nell’ultimo quarto di secolo nel nostro Paese il diritto del lavoro ha vissuto una fase di radicale deregolamentazione, un progressivo ed inarrestabile smantellamento dei diritti conquistati nel corso dei decenni precedenti.
Se disegniamo su una linea grafica l’evoluzione storica dei diritti dei lavoratori partendo dal dopoguerra rileviamo che la fase espansiva si ferma sull’onda delle grandi riforme degli anni ‘60 e ‘70 per arrestarsi negli anni ‘80 e decisamente arretrare dagli anni ‘90 ad oggi.
Questa tendenza non è priva di correlazioni sistemiche e non è frutto di un caso. Essa si inscrive in un più complessivo progetto di riduzione delle regole del diritto a vantaggio di quelle dell’economia e costituisce l’applicazione normativa del trionfo del pensiero liberista. Secondo questo pensiero le “regole” costituiscono un ostacolo alla libera espansione economica e quindi un intralcio allo “sviluppo”. Un sistema economico che ha sviluppato e diffuso un’egemonia culturale, purtroppo, vincente. Le “regole” sono divenute sinonimo di intoppo, intralcio, ostacolo, burocrazia, formalismo, tutti termini utilizzati in una accezione negativa. A questo pensiero hanno aderito tutti i Governi degli ultimi 25 anni, sia quelli di destra che quelli di centro sinistra, sia pure con intensità, sfumature e responsabilità diverse.
I tavoli del 5 ottobre hanno ripetutamente sottolineato le interconnessioni tra le politiche sul lavoro ed il modello economico e, più in generale, il modello di sviluppo. La struttura produttiva in Italia ha subito negli anni della crisi una profonda trasformazione. Il progressivo processo di deindustrializzazione ha determinato il crollo della struttura produttiva. La forte evoluzione tecnologica è in grado già oggi di sostituire l’uomo non solo per funzioni operative ed esecutive ma anche per funzioni intellettuali. Con l’industria 4.0 il rischio di accentramento del potere produttivo in poche mani cresce ulteriormente. Ma le politiche di incentivi a favore delle imprese e le riduzioni delle imposte sugli ingenti profitti non sono state accompagnate da misure che imponevano il reinvestimento degli sgravi fiscali e sono state adottate senza alcun vincolo per la delocalizzazione. La disoccupazione tocca livelli di drammaticità. Soprattutto quella dei laureati che hanno ancora più difficoltà a trovare lavoro dei coetanei con un titolo di studio inferiore. E la difficoltà a trovare un lavoro aumenta la vulnerabilità. Il tema del superamento del neoliberismo e della transizione verso un alternativo modello di sviluppo non può essere approfondito in questo gruppo tematico. Esso tuttavia ne costituisce un imprescindibile presupposto, poiché a quella visione di sviluppo, di organizzazione sociale fondata sulla precarietà delle condizioni di vita di milioni di persone, sul potere delle grandi Corporations e sulla supremazia della finanza e dell’economia sulla politica, la sinistra non è riuscita a contrapporre un’idea di società, di mondo, di sviluppo, concretamente alternativa.
Nel mondo del lavoro l’applicazione di questi principi e di queste politiche è stata la causa di due distinti fenomeni che hanno cambiato il volto della nostra società. Da un lato uno smantellamento delle garanzie e dei diritti. Abbiamo assistito ad una progressiva cancellazione, ad un affievolimento, comunque ad una efficace azione di contrasto, talvolta perseguita anche con meno visibili meccanismi decadenziali e processuali, dei diritti conquistati nei decenni precedenti.
Dall’altro uno spostamento dell’asse dei rapporti di forza nel rapporto lavorativo. Su tale aspetto è bene evidenziare un punto fermo. Il rapporto di lavoro è una relazione tra un soggetto forte ed un soggetto debole. L’assenza di regole, la cancellazione delle regole, comporta che il primo ha “le mani libere” sul secondo. Le norme che regolamentano il rapporto di lavoro sono finalizzate a tutelare la parte debole. Esse non sono intoppi allo sviluppo dell’impresa ma costituiscono limiti al potere datoriale che senza di esse è privo di vincoli, di limiti posti a garanzia e tutela del soggetto debole. Si tratta di concetti semplici, elementari, che tuttavia sono andati perduti.
Più potere ai più forti
La seconda conseguenza dello smantellamento delle regole è stata dunque uno spostamento dell’asse dei rapporti forza a tutto vantaggio del soggetto forte. Ciò ha comportato un effetto a catena che trascende la portata giuridica delle nuove norme approvate perché dispiega la sua efficacia nella nuova consapevolezza da parte dei due soggetti coinvolti dei nuovi equilibri che regolamentano la relazione tra datore di lavoro e lavoratore. Per essere più chiari: tutta una serie di diritti, anche i più elementari, risultano compressi e talvolta annientati, anche se tutt’oggi formalmente vigenti, perché il lavoratore ritiene inopportuno azionarli, in virtù dei nuovi rapporti di forza esistenti. E’ quest’ultimo elemento, più ancora dello smantellamento dei diritti, più ancora dell’efficacia giuridica dei singoli articoli di legge approvati, ad aver cambiato, in pochi anni il sentire della vita lavorativa di milioni di italiani.
Una solitudine di massa
Le conseguenze sociali di quanto sopra descritto sono sotto gli occhi di tutti o quanto meno sotto gli occhi di chi vuol vedere. Il lavoro, oggi, nel nostro Paese è un problema, è fonte di sofferenza. Per chi non ce l’ha, per chi ce l’ha ma è precario, per chi ce l’ha, ma teme per il suo futuro, per chi, semplicemente, ce l’ha stabile, ma vive con disagio la quotidianità nel luogo di lavoro. Una solitudine di massa, che impedisce la sindacalizzazione e l’autorganizzazione. Una frammentazione che ha svuotato il lavoro dei suoi valori più importanti: la dignità, la creatività, la realizzazione della persona, la sua libertà di espressione, il ruolo sociale, il senso della vita e quello di appartenenza ad una comunità di donne e uomini. Che ha impoverito le relazioni umane all’interno dei luoghi di lavoro, fomentando la concorrenza tra lavoratori, l’individualismo e l’isolamento. Che ha disperso il senso della cittadinanza, e la condivisione di valori che nascono e crescono nell’agire comune. Il lavoro è stato privato del suo significato di bene comune che ha nella nostra Costituzione. Ed il “capolavoro” è stato poi quello di indirizzare questa insicurezza e questa rabbia, non verso la causa del problema ma verso soggetti ancora più deboli ancora più emarginati dal sistema.
La destrutturazione del lavoro e delle sue garanzie trova corrispondenza con l’abbattimento del sistema di protezione sociale scaricando il peso sulle famiglie e soprattutto, ancora una volta sulle donne. Oggi il welfare si fonda sostanzialmente sulle donne e sui nonni. Le chiusure dei presidi sanitari sul territorio, le dimissioni dall’ospedale dopo 4/5 giorni anche in presenza di una grave operazione obbligano le famiglie ad attrezzarsi in proprio e a proprie spese per una assistenza in casa dei propri malati. Anche la genitorialità è influenzata dallo smantellamento del welfare dalla perdita dei servizi e dalla solitudine delle giovani famiglie che trovano il proprio appoggio solo sui nonni i quali a loro volta possono fornirlo solo in virtù delle pregresse tutele ormai inesistenti.
D’altra parte il cosiddetto privato sociale si connota spesso per le sue dinamiche di sfruttamento dei lavoratori, dequalificati e sottopagati anche quando possiedono un alto profilo professionale. Il sistema delle esternalizzazioni e degli appalti (scuole per l’infanzia, assistenza domiciliare, assistenza a patologie croniche degenerative, rsa, ecc…) ha come unico scopo il basso costo delle prestazioni lavorative e prescinde da ogni criterio di qualità.
Crescono le forme di lavoro gratuito o retribuito al di sotto della soglia di sopravvivenza. Sono lavoro gratuito le varie forme di stage, tirocini, finto volontariato che nascondono vere e proprie esperienze di lavoro non retribuito. E’ lavoro gratuito quello dei post-laureati che collaborano a vario titolo con i dipartimenti universitari elemosinando un assegno di ricerca o accodandosi a forme umilianti di servilismo nella speranza di essere selezionati in futuri, improbabili, concorsi. E’ lavoro gratuito quello di molti medici ed infermieri, specialmente nei reparti di pronto soccorso. E’ lavoro gratuito quello nelle cooperative sociali dove “è gradito” trattenersi una o due ore in più a fine giornata. E’ lavoro gratuito quello che impone il recupero delle ferie o dei giorni di malattia. Svolgono lavoro non retribuito molti precari per “tenersi buono” il datore di lavoro all’approssimarsi della scadenza contrattuale o tra un contratto e l’altro. E’ lavoro gratuito quello previsto dall’alternanza scuola-lavoro, una farsa che introduce i ragazzi in aziende dove vengono sfruttati. E’ lavoro sottopagato il servizio civile se perde la sua originaria connotazione di opposizione al militarismo e alla guerra, di esperienza di pace e nonviolenza, di palestra di cittadinanza.
Il crescente fenomeno del lavoro gratuito o sottopagato, delle finte partite IVA ha per effetto un vero e proprio dumping salariale, un abbassamento continuo delle retribuzioni per cui un’azienda può permettersi, ad esempio, di proporre ad una neo laureata in ingegneria un contratto a termine ma con una retribuzione da tirocinante, inferiore a quella che prenderebbe in Scozia facendo la cameriera. Nasce così la fuga dei cervelli.
Il lavoro gratuito è il simbolo più scandalosamente esplicito della perdita di valore del lavoro. E già ha fatto breccia la cultura del “lavoretto”, l’accettazione della gratuità della prestazione lavorativa accompagnata addirittura dalla gratitudine da parte dei giovani per “l’occasione” che viene loro offerta.
Nel pubblico impiego questi principi hanno comportato, ancora una volta, il tradimento del dettato costituzionale. L’art. 97 della Costituzione dice che “I pubblici uffici sono organizzati in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. Il lavoro pubblico persegue dunque finalità diverse rispetto al lavoro privato. Se il fine delle imprese è il profitto, il fine dell’amministrazione pubblica e dei pubblici uffici è quello di garantire il buon andamento dei servizi e l’imparzialità. Per la Costituzione italiana le scuole non sono aziende, ma palestre di cittadinanza attiva e di senso critico; gli ospedali non sono aziende; gli asili non sono aziende, i musei non sono aziende. La loro funzione sociale di servizi e di emancipazione del cittadino persegue logiche diverse da quelle del profitto. Il processo di privatizzazione del pubblico impiego ha dimostrato in questi anni che esso si fondava su un presupposto erroneo: quello che la privatizzazione comportasse in sé una efficientizzazione dei servizi. Esso è stato accompagnato da una indegna campagna di demonizzazione del dipendente pubblico come sinonimo di lavativo e fannullone. In molti casi i pubblici dipendenti si trovano così ad essere sottoposti a dinamiche che condensano il peggio del privato con il peggio del pubblico. Con specificità proprie di ogni settore. I percorsi di meritocrazia avviati dalla legge Brunetta e ripresi dalla riforma Madia non consentono di valorizzare realmente le grandi risorse presenti nella pubblica amministrazione ma costituiscono un ulteriore strumento di gestione del potere, di controllo e di divisione dei lavoratori che sono indotti ad una concorrenza tra loro.
Tanto per fare un esempio, nella Sanità la maggior parte dei contratti di lavoro dei Dirigenti Pubblici a tempo indeterminato è priva di chiare definizioni delle singole responsabilità, togliendo così oggettività e trasparenza ai processi meritocratici ( Valutazione e Attribuzione degli incarichi ) che possono quindi molto più facilmente prestarsi a logiche estranee alla scelta dei migliori, se non addirittura venir utilizzati come leve per scardinare lo stesso concetto di Funzione Pubblica e piegarlo ad interessi ad esso estranei.
No ai bonus si agli investimenti
Gli investimenti pubblici sono progressivamente diminuiti mentre negli stessi anni aumentavano i bonus fiscali che non hanno prodotto investimenti e posti di lavoro (tanto meno posti di lavoro stabili o di “buoni” posti di lavoro). Gli incentivi spesso hanno premiato, al contrario, chi tagliava più teste.
Se questo è il quadro di riferimento, una forza di sinistra che si propone di perseguire l’uguaglianza e la giustizia sociale deve porsi l’obiettivo di introdurre nuove garanzie e nuovi diritti in grado di riequilibrare gli attuali rapporti di forza tra lavoratore e datore di lavoro restituendo dignità e centralità al lavoro, attuando l’articolo 3 della Costituzione che impone di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto le libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Sulle concrete proposte che seguono esprimiamo una duplice raccomandazione. Che, una volta definite, esse siano comunicate verso l’esterno con il massimo della chiarezza possibile e con una comunicazione efficace ed in grado di aggregare il consenso intorno alla proposta. Ed inoltre la necessità che esse costituiscano oggetto di confronto con tutti quei soggetti che in questi anni hanno lottato e si sono impegnati sui temi del lavoro, sindacati, tavoli di lavoratori e comitati e movimenti di cittadini autorganizzati.
Le proposte e le azioni
Se questa è l’analisi del nostro tempo, la riforma del lavoro non può prescindere dalla riforma del modello economico e da una riflessione sul modello di sviluppo e sulla stessa nozione di benessere. E tuttavia le macerie dell’oggi ci impongono di elaborare proposte concrete ed urgenti. Ecco quelle che sono emerse e che costituiscono un possibile percorso di azione politica
Licenziamento/stabilità del rapporto di lavoro – ripristino dell’art. 18 S.L.
Occorre ristabilire un principio di civiltà per il quale un datore di lavoro (come qualsiasi altro cittadino) non deve trarre vantaggio dalla commissione di un illecito. In tutte le ipotesi in cui l’autorità giudiziaria dichiara l’illegittimità di un licenziamento il datore di lavoro deve quindi essere condannato alla reintegra del lavoratore nel suo posto di lavoro. E’ necessario pertanto procedere non solo all’abrogazione delle modifiche apportate alla disciplina sui licenziamenti introdotte dal Jobs Act (il cosiddetto contratto a tutele crescenti, d. lgs. 23/2015) ma tornare alla disciplina pre-Fornero (l. 92/2012), mediante l’abrogazione anche di quest’ultima in relazione alla disciplina dei licenziamenti.
Sbilanciamoci: cancellazione del principio del pareggio di bilancio dalla Costituzione
Modifica dell’art. 81 della Costituzione eliminando il principio del pareggio di bilancio dalla Carta Costituzionale.
I processi di esternalizzazione nel nostro paese sono favoriti da una normativa di diritto del lavoro che non li ostacola in alcun modo e da un sistema i contrattazione collettiva che rende possibile il dumping salariale. E’ necessario in primo luogo regolare adeguatamente la disciplina del trasferimento d’azienda e degli appalti: la prima impedendo la possibilità di trasferire coattivamente parte dei lavoratori attraverso la cessione di ramo d’azienda (2112 c.c.); la seconda ridefinendo con più precisione i presupposti sostanziali dell’appalto illecito ed introducendo il principio della parità di trattamento tra lavoratori dell’appaltante e dell’appaltatore. Occorre poi estendere a tutti i comparti e imporre nei bandi la normativa della clausola sociale di salvaguardia dell’occupazione.
Contro i trasferimenti di azienda sostenere la proposta di medicina democratica di sequestro dell’azienda con autogestione da parte dei lavoratori (sulla scia di quanto avvenuto in Argentina e in Uruguay), di cui in Italia ci sono già oltre 200 esperienze in atto che passano però nell’indifferenza generale. Oppure la proposta di Olof Palme: 1/3 allo Stato, 1/3 ai lavoratori, 1/3 all’imprenditore privato.
Altrettanto importante è considerare i processi di esternalizzazione dell’Amministrazione pubblica, a livello statale regionale e locale: abbiamo uno “Stato sempre più corto”, in alto per il fiscal compact, in basso per la sussidiarietà (sostituzione del pubblico con il privato più o meno volontario). Una dismissione del pubblico ormai avanzata, basata sul blocco del Turn Over del personale interno e su appalti quasi sempre al massimo ribasso che sfruttano i lavoratori delle aziende appaltatrici, e sulla diffusione del precariato anche all’interno dell’amministrazione pubblica (contratti a termine sempre più brevi), in settori chiave come quello della Cultura e istruzione (Università e Scuola – Archivi – Biblioteche – Musei) e della Sanità.
La democrazia nei luoghi di lavoro – Rappresentanza
La carta Costituzionale non deve fermarsi fuori dai cancelli di una fabbrica o fuori da un portone si una scuola. Introdurre nei luoghi di lavoro l’elementare principio della democrazia diretta: una testa/un voto. Le rappresentanze dei lavoratori devono essere fondate solo sul principio della rappresentatività e quest’ultima deve trovare fondamento solo sul consenso elettorale, senza sbarramenti di altro tipo (quali ad esempio la sottoscrizione o la non sottoscrizione di contratti e/o accordi) se non quelli necessari a garantire una percentuale minimo di consenso (ad es. soglia di sbarramento).
Introdurre forme di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori negli atti gestionali decisivi nella vita aziendale. La partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda è principio sancito dall’art.46 Cost., norma a lungo del tutto ignorata ed in tempi recenti declinata solo in termini di coinvolgimento sindacale negli strumenti finanziari di welfare privatistico (fondi pensione, fondi di solidarietà bilaterali, fondi di sanità integrativi, enti bilaterali…). Si tratta di rivedere radicalmente tale approccio ed introdurre strumenti di partecipazione capaci di incidere sugli assetti di potere all’interno dell’impresa; ciò sia rafforzando gli istituti di partecipazione esistenti (diritti di informazione e consultazione sindacale, con effettivo apparato sanzionatorio per la loro violazione), sia introducendo forme di co-gestione.
Il jobs act ha ulteriormente aumentato il ricorso a forme di lavoro flessibili eliminando contemporaneamente ogni tutela che garantisca stabilità al lavoro a tempo indeterminato che, di fatto, non esiste più. Il processo di precarizzazione da un lato riguarda sempre più oggi il cosiddetto “microlavoro” del capitalismo delle piattaforme, che, nell’isolamento e frammentazione che lo caratterizza, viene spesso percepito dal lavoratore/trice come “lavoretto”, autosvalutando così i propri bisogni e diritti; dall’altro si estende anche nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ad esempio nel lavoro dei bancari sempre più legato al raggiungimento del budget giornaliero.
Serve una drastica riduzione delle tipologie contrattuali a tre/quattro, necessarie e sufficienti per rispondere alle esigenze di flessibilità delle imprese. L’uso di forme contrattuali flessibili (cioè diverse dal contratto a tempo indeterminato) dovrebbe essere condizionato all’esistenza delle specifiche ragioni che li giustificano e comportare per l’impresa un costo (in termini di retribuzione e di contributi) pari o superiore ad una assunzione a tempo indeterminato.
In particolare, i rapporti di lavoro a tempo determinato possono essere giustificati solo in presenza di esigenze temporanee e contingenti. Il tetto massimo di durata di un rapporto di lavoro a termine deve avere come riferimento non la durata del rapporto con quel singolo lavoratore ma deve riguardare l’utilizzo di personale precario per quella posizione in organico.
Il problema della tutela dei lavoratori non subordinati non è stato in alcun modo risolto dal c.d. Jobs Act del lavoro autonomo, che ha perfino ridotto le tutele preesistenti. Si tratta quindi da una parte di configurare uno statuto previdenziale capace di tutelare i “veri” lavoratori autonomi in tutte le situazioni che (come avviene per i lavoratori subordinati) impediscono l’attività lavorativa; e l’introduzione di una reddito di base universale (vedi sotto sulla Disoccupazione) risponderebbe anche a questa finalità. Dall’altra di contrastare il ricorso al lavoro autonomo nei casi di mono-committenza, laddove questo nasconda situazioni di dipendenza sostanziale. Lo sviluppo dell’economia digitale ha favorito la diffusione di simili forme di lavoro; vista la peculiarità di tali nuove tipologie di lavoro, è opportuno introdurre una regolazione ad hoc che individui indici (anche reddituali) in presenza dei quali il lavoratore va considerato alle dipendenze dell’impresa che lo utilizza.
Contrattazione e dinamiche salariali
Una storica lacuna del nostro sistema di relazioni sindacali riguarda l’inattuazione dell’art.39 Cost., che prevede la possibilità di siglare contratti collettivi dotati di efficacia generale. Ciò è all’origine di dinamiche di dumping salariale, particolarmente evidenti nel settore dei servizi e attuate attraverso i processi di esternalizzazione. La normativa deputata a fissare regole certe e democratiche in merito alle rappresentanze aziendali, dovrebbe superare anche questa lacuna garantendo efficacia generale ai CCNL firmati da organizzazione sindacale che risultino complessivamente maggioritarie nella categoria.
L’attuazione dell’art.39 permetterebbe di garantire con certezza a tutti i lavoratori il godimento della retribuzione definita dal CCNL, scongiurando la prospettiva (esiziale per il sistema di contrattazione) della fissazione per legge del salario minimo.
Ciò non basta però a risolvere la questione salariale nel nostro paese, figlia di un ventennio di politiche di contenimento delle dinamiche retributive. E’ questa, tra tutte, la problematica più rilevante e delicata da affrontare, dal momento che proprio le politiche di contenimento salariale rappresentano il cuore delle politiche di austerità, il cui superamento non può non rappresentare l’obiettivo primario verso il quale deve muoversi una forza autenticamente di sinistra. Posto che ovviamente il tema richiede interventi che vanno al di là delle mere politiche del lavoro e che chiamano in causa le istituzioni dell’UE, il sostegno normativo al CCNL, in un quadro che garantisca la formazione democratica dei tavoli negoziali, è il presupposto per rilanciare dinamiche contrattuali realmente autonome e, con esse, una politica dei redditi socialmente equa e redistributiva.
Lo Stato è stato smantellato nelle sue funzioni di sviluppo economico. Invece occorre ricostruire le Stato e ripensarlo come motore dell’economia e dell’innovazione. Mentre venivano distribuiti bonus fiscali per 45 miliardi che non hanno creato posti di lavoro ma aumentato i profitti delle imprese, diminuivano gli investimenti pubblici, calati del 2,2% dal 2014. E’ necessario procedere ad un grande piano di investimenti pubblici che parta non dalle “grandi opere” costose inutili e dannose (TAV Val di Susa, Ponte sullo Stretto…) ma dalla necessità di riassetto dell’Italia da un punto di vista ambientale e del paesaggio, idrogeologico, sismico, della mobilità, che investa nella ricerca e nella cultura, vero patrimonio del nostro Paese, e che passi dalla abrogazione del principio del pareggio in bilancio dalla Costituzione. Investimenti in piccole diffuse opere. Introdurre forme di incentivazione per le aziende virtuose nella gestione delle risorse umane utilizzando come criteri la bassa percentuale di utilizzo di forme precarie di assunzione, la stabilità (e quindi professionalità) del personale, la percentuale di trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a tempo determinato o di apprendistato, la responsabilità sociale ed ambientale delle aziende, l’assenza di infortuni sul lavoro derivanti da responsabilità dell’impresa o da violazioni della normativa sulla sicurezza. Riformare radicalmente la Cassa depositi e prestiti.
Tutele per i disoccupati
Le recenti riforme dell’indennità per disoccupazione (Naspi e reddito di inclusione) non sono in grado di colmare il deficit che su questo piano caratterizza da sempre il nostro paese rispetto agli altri paesi europei. Questo deficit può essere colmato dall’introduzione di un reddito minimo di base/di cittadinanza/di esistenza, di autodeterminazione, garantito in ragione del mero stato di bisogno e associato a politiche attive del lavoro efficienti. L’attuale assetto favorisce invece l’ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro e deprime ancor più le dinamiche salariali, imponendo a chi è senza lavoro di accettare condizioni di impiego non corrispondenti alla propria professionalità. L’introduzione di una forma universalistica di sostegno del reddito (reddito di base/reddito di esistenza/reddito di sussistenza/reddito di cittadinanza/di autodeterminazione), da una parte risponderebbe ad una esigenza fondamentale di protezione sociale, dall’altra, rafforzando il potere contrattuale di chi è in cerca di lavoro, darebbe sostegno anche all’azione sindacale in azienda. Investimenti pubblici che rilancino l’occupazione nei campi della tutela del territorio e dell’ambiente, della cultura e della ricerca.
Il diritto al conflitto è vitale per garantire la democraticità di un ordinamento giuridico e l’autonomia di azione dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali. E non è un caso che sia attualmente sotto attacco ed oggetto di proposte di legge tese a limitarne l’esercizio anche nel settore industriale. Nel settore di servizi pubblici tale diritto già è fortemente limitato da una legislazione che scarica sui lavoratori il malcontento per le inefficienze prodotte da decenni di privatizzazioni. Su questo piano sarebbe necessaria una revisione dei meccanismi di selezione dei membri della Commissione di garanzia (l’Autorità deputata a dettare le regole in materia di sciopero ed a sanzionare i lavoratori), una precisazione in legge degli obblighi di correttezza e buona fede nell’attività contrattuale e di informazione all’utenza da parte delle aziende di servizi, nonché una limitazione del potere di precettazione, per altro censurato dal Comitato europeo dei diritti sociali in quanto contrario agli standard internazionali in materia di diritto di sciopero.
Mobbing – Tutela del benessere e dell’integrità psico-fisica nei luoghi di lavoro
Il mobbing e le azioni ritorsive contro chi esercita i propri diritti oppure, semplicemente, nel pubblico impiego contro chi si batte per l’imparzialità della pubblica amministrazione ed il perseguimento di interessi collettivi, sono frequenti e diffusi sia nel settore pubblico che in quello privato. L’impressione è che i lavoratori combattano a “mani nude” la guerra di classe che il Capitalismo nella sua versione più feroce, quella neo-liberista ha scatenato contro di loro.
Occorre completare il D. Lgs 81/08 con l’introduzione di un’area specifica sul rischio organizzativo ( vedi proposta Carpentiero come Associazione Italiana Benessere e Lavoro) e con l’inserimento del reato di vessazioni sul lavoro (mobbing) nel Codice Penale; queste due proposte devono andare di pari passo col ripristino dell’art.18 in quanto sia in passato che oggi le aziende usano il mobbing quando non possono licenziare liberamente il lavoratore.
Inserimento nell’ordinamento penale del reato di Omicidio sul Lavoro, sulla falsariga dell’Omicidio Stradale entrato in vigore un anno fa.
Il carrozzone INAIL va sciolto e rifondato su nuove basi, anche nel nome che è quasi uguale a quello del periodo fascista (Istituto Nazionale Fascista per gli Infortuni sul Lavoro): le malattie da lavoro devono avere pari dignità con gli infortuni e le tabelle vanno ampliate ulteriormente (mancano molti tipi di tumore e le patologie da stress lavoro correlato e più in generale da cattiva organizzazione sul lavoro).
Ambienti di lavoro e di vita non devono essere più in contrasto: per questo è necessaria una grande riconversione ecologica dell’economia salvaguardando i posti di lavoro di lavorazioni inquinanti e riconvertendoli prima nelle operazioni di bonifica e poi in nuovi posti di lavoro puliti.
Assicurare una casa a tutti i nuclei familiari è il primo degli elementi irrinunciabili. L’accesso ad una sanità pubblica funzionante e dignitosa contrastando le politiche di privatizzazione e di impoverimento del servizio sanitario pubblico. Un numero sempre maggiore di cittadini non può più permettersi le cure e rinuncia a curarsi.
Riformare la legge Fornero sulle pensioni.
La scuola pubblica deve offrire agli studenti servizi uguali per tutti indipendentemente dalle condizioni della famiglia e le famiglie non devono essere chiamate a sopperire ai doveri formativi dello Stato. Il cosiddetto welfare aziendale introduce un principio di disparità di trattamento, frantumando le tutele tra i comparti e mettendo in discussione il principio dell’universalità dei diritti che risultano diversi a seconda del settore di impiego.
Processo del lavoro gratuito e rapido – più risorse per i controlli
L’attacco alle tutele dei lavoratori è passato anche attraverso una lunga serie di riforme finalizzate ad ostacolare l’accesso alla Giustizia: termini decadenziali che costituiscono autentiche sanatorie per i datori di lavoro che hanno violato la normativa, spese per il “contributo unificato”, condanna alle spese legali nell’ipotesi di soccombenza. Tutte queste riforme hanno il dichiarato intento di impedire l’accesso alla giustizia, che torna ad essere fondato sul censo: solo chi è ricco se lo può permettere. In questo modo, paradossalmente, proprio il lavoratore che ha subito un’ingiustizia, proprio perché più vulnerabile ed economicamente in difficoltà, non può permettersi il ricorso al Giudice. Il processo del lavoro deve tornare ad essere gratuito e, salvo rari e gravi casi, le spese legali in caso di soccombenza del lavoratore devono essere compensate.
Occorre inoltre aumentare le risorse finalizzate ai controlli ed alle ispezioni per garantire il rispetto della normativa.
Il tempo non torna più: riduzione dell’orario di lavoro.
La precarizzazione del lavoro ha interessato anche i lavoratori impiegati a tempo indeterminato, grazie ad una totale liberalizzazione del regime dei tempi di lavoro. Ne è conseguito l’effetto paradossale di un mercato del lavoro nel quale alti tassi di disoccupazione sono associati alla massima flessibilità oraria ed all’uso indiscriminato dello straordinario per gli occupati. La riduzione per tutti dell’orario di lavoro risponde dunque non solo all’esigenza di garantire a chi è occupato una miglior qualità della vita e del lavoro, ma anche al perseguimento di obiettivi occupazionali. Gli interventi legislativi che perseguono tale finalità possono essere di molteplice natura; dalla riduzione ex lege della settimana di lavoro, a strumenti più articolati che utilizzano la leva della contrattazione collettiva. Sotto quest’ultimo profilo, esistono già strumenti importanti, fino ad oggi non utilizzati perché mal regolati: a partire dai c.d. contratti di solidarietà espansiva, che vanno resi appetibili non solo per le imprese ma anche per i lavoratori, attraverso misure di integrazione del reddito (e di accredito contributivo) che garantiscano a chi accetta la riduzione dell’orario il mantenimento dei medesimi livelli di retribuzione.
Bisogna inserire tra le priorità una proposta di riduzione dell’orario di lavoro non solo per gli effetti che ciò potrebbe avere sotto il profilo occupazionale, ma anche per il valore in sé di una decisione di questo tipo che implicitamente dichiara la supremazia del “bene tempo” sul “bene produttività”. Il tempo libero è una vera e propria ricchezza da contrapporre alla monetizzazione delle nostre vite. Il tempo che passa non torna più e costituisce il bene più prezioso per ogni individuo.
.B.1 Dai tavoli sono emersi ulteriori interessanti specifici spunti di riflessione su scuola pubblica ed Università pubblica che non attengono specificamente alle tematiche del lavoro, ma più propriamente a quelle della scuola e dei “saperi”. Si auspica pertanto da più parti la creazione di un gruppo specifico sulla scuola
N.B.2 Di fiscalità qui non si è parlato e il tema andrà affrontato nei tavoli che si occupano dei modelli economici o in un gruppo specificamente dedicato
N.B.3 Allo stesso modo si è proposto da più parti la creazione di un gruppo autonomo sul welfare
Scheda programmatica lavoro e welfare Firenze
redazione_F	2017-11-02T08:06:45+00:00	novembre 2nd, 2017|1 - Lavoro e reddito, Proposte|