Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-penale/art-320-codice-penale-corruzione-di-persona-incaricata-di-un-pubblico-servizio
Timestamp: 2018-11-16 06:29:23+00:00
Document Index: 26283640

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 3', 'art. 314', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 318', 'art. 320', 'art. 319', 'art. 318', 'art. 320', 'art. 319', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 314', 'art. 5', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 314', 'art. 3', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 322', 'art. 314', 'art. 321', 'art. 322', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 314', 'art. 3', 'art. 322']

Art. 320 codice penale: Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio
Le disposizioni dell’articolo 319 si applicano anche se il fatto è commesso da persona incaricata di un pubblico servizio; quelle di cui all’articolo 318 si applicano anche alla persona incaricata di un pubblico servizio, qualora rivesta la qualità di pubblico impiegato.
In ogni caso, le pene sono ridotte in misura non superiore ad un terzo (1).
Corruzione d persona incaricata di pubblico servizio
Il termine di 90 giorni di cui all'art. 5 comma 4, l. 27 marzo 2001 n. 97 trova applicazione solo per le condanne relative ai reati indicati nell'art. 3 della stessa legge (si tratta dei delitti previsti dagli art. 314 comma 1, 317, 318, 319, 319 ter e 320 c.p. e dall'art. 3 l. 9 dicembre 1941 n. 1383), mentre negli altri casi di condanna trova applicazione l'art. 9 comma 2, l. 7 febbraio 1990 n. 19. (Conferma Tar Abruzzo, Pescara, n. 237 del 2012).
Consiglio di Stato sez. III 30 maggio 2013 n. 2937
Il consulente tecnico di ufficio nominato nell'ambito di un procedimento arbitrale non assume la qualità di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, in quanto egli esplica funzione ausiliaria in relazione ad un istituto, l'arbitrato, di natura privatistica, ed a favore di soggetti, gli arbitri, che non sono pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. (Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato di corruzione). Rigetta, G.u.p. Trib. Firenze, 11/04/2012
Cassazione penale sez. VI 22 gennaio 2013 n. 5901
Il nuovo art. 318 c.p., lungi dall'abolire, in tutto o in parte, la punibilità delle condotte già previste dal vecchio testo dell'articolo, ha al contrario determinato un'estensione dell'area di punibilità in quanto ha sostituito alla precedente causale del compiendo o compiuto atto dell'ufficio, oggetto di "retribuzione", il più generico collegamento, della "fazione o promessa di utilità ricevuta o accettata, all'esercizio (non temporalmente collocato e, quindi, suscettibile di coprire entrambe le situazioni già previste nei due commi del precedente testo dell'articolo) delle funzioni o dei poteri del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (quest'ultimo non più necessariamente - a seguito della contestuale modifica dell'art. 320 c.p. - "pubblico impiegato"), così configurando, per i fenomeni corruttivi non riconducibilità all'area dell'art. 319 c.p., una fattispecie di onnicomprensiva monetizzazione del "munus" pubblico, sganciata in sé da una logica di formale sinallagma e idonea a superare i limiti applicativi che il vecchio testo, pur nel contesto di un'interpretazione ragionevolmente estensiva, presentava in relazione alle situazioni di incerta individuazione di un qualche concreto comportamento pubblico oggetto di mercimonio".
Cassazione penale sez. VI 11 gennaio 2013 n. 19189
Il nuovo art. 318 c.p., introdotto dalla l. 190 del 2012, non ha abolito, in tutto o in parte, la punibilità delle condotte già previste dal vecchio testo dell'articolo, ma al contrario ha determinato un'estensione dell'area di punibilità, sostituendo alla precedente causale del compiendo o compiuto atto dell'ufficio, oggetto di "retribuzione", il più generico collegamento della "dazione o promessa di utilità" ricevuta o accettata all'esercizio (non temporalmente collocato e, quindi, suscettibile di coprire entrambe le situazioni già previste nei due commi del precedente testo dell'articolo) delle funzioni o dei poteri del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (quest'ultimo non più necessariamente - a seguito della contestuale modifica dell'art. 320 c.p. - "pubblico impiegato"), così configurando, per i fenomeni corruttivi non riconducibili all'area dell'art. 319 c.p., una fattispecie di onnicomprensiva "monetizzazione" del munus pubblico, sganciata in sé da una logica di formale sinallagma e idonea a superare i limiti applicativi che il vecchio testo, pur nel contesto di un'interpretazione ragionevolmente estensiva, presentava in relazione alle situazioni di incerta individuazione di un qualche concreto comportamento pubblico oggetto di mercimonio.
È illegittima la sanzione della perdita del grado e della cessazione del servizio permanente, fatta discendere automaticamente dalla pena accessoria della rimozione disposta dal giudice penale, del tutto prescindendo dalla previa instaurazione di un procedimento disciplinare. L'art. 5 l. n. 97 del 2001 (in tema di procedimento disciplinare a seguito di condanna definitiva), infatti, stabilisce il principio per cui, nel caso in cui sia pronunciata sentenza penale irrevocabile di condanna nei confronti dei dipendenti, ancorché a pena condizionalmente sospesa, l'estinzione del rapporto di lavoro o di impiego può essere pronunciata soltanto a seguito di procedimento disciplinare. Si fa eccezione, unicamente, per le ipotesi di cui all'art. 32 quinquies, c.p., relativo ai casi di condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni per i delitti di cui agli art. 314, comma 1, 317, 318, 319, 319 ter e 320, i quali importano invece di per sé l'estinzione del rapporto di impiego nei confronti del dipendente di amministrazioni.
T.A.R. Milano (Lombardia) sez. III 03 gennaio 2012 n. 13
Il termine di 90 giorni di cui all'art. 5 comma 4, l. n. 97 del 2001 trova applicazione solo per le condanne relative ai reati indicati nell'art. 3 l. n. 97 del 2001, dovendosi in tal senso intendere la dizione "sentenza penale irrevocabile di condanna nei confronti dei dipendenti indicati nel comma 1 dell'art. 3" contenuta nell'art. 5 comma 4 della suddetta legge (si tratta dei delitti previsti dagli art. 314 comma 1, 317, 318, 319, 319 ter e 320 c.p. e dall'art. 3 l. 9 dicembre 1941 n. 1383). Negli altri casi di condanna per ogni diversa fattispecie di reato, non rientrante tra quelle espressamente nominate dalla norma suddetta, trova applicazione l'art. 9 comma 2, l. n. 19 del 1990, che prevede, per la prosecuzione del procedimento disciplinare sospeso o per la sua promozione, il diverso termine di 180 giorni, decorrente dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna. (Conferma Tar Lombardia, Milano, sez. I, n. 934 del 2006).
Consiglio di Stato sez. VI 30 giugno 2011 n. 3883
Qualora non sia possibile confiscare direttamente i beni che costituiscono il “profitto o il prezzo” del reato, l’art. 322-ter c.p. ha previsto, in relazione ai delitti previsti dagli art. 314/320 c.p., la confisca per equivalente soltanto in relazione al valore corrispondente al “prezzo” (e cioè al corrispettivo pattuito o conseguito per la realizzazione dell’illecito) e non al “profitto” del reato (e cioè il vantaggio economico ricavato in via immediata e diretta dal reato), con l’unica eccezione dell’ipotesi di cui all’art. 321 c.p. Ma quando si tratta (come nella specie) di beni fungibili, come il denaro, si esula dall’ambito di applicazione del c.d. sequestro per equivalente, perché la fungibilità del bene e la confusione di somme che ne deriva nella composizione del patrimonio rendono superflua la ricerca della provenienza con riferimento al prezzo o al profitto del reato.
Tribunale Palermo sez. riesame 21 dicembre 2010
La confisca per equivalente prevista dall'art. 322 ter, comma 1, ultima parte, c.p., nel caso di condanna o di applicazione della pena per taluno dei delitti di cui agli art. da 314 a 320 c.p., può essere rapportata, in base al dato testuale della norma, non al profitto, ma soltanto al prezzo del reato, inteso in senso tecnico quale corrispettivo dell'esecuzione del reato pattuito e percepito dal suo autore, e in tale nozione non è certamente riconducibile il provento del delitto di peculato.
Cassazione penale sez. VI 05 novembre 2008 n. 14966
È manifestamente inammissibile, in riferimento agli art. 3, 4, 24, 25, 35, 36 e 97 cost., la q.l.c. dell'art. 4 l. 27 marzo 2001 n. 97, il quale dispone che, in caso di condanna anche non definitiva per i delitti previsti dagli art. 314 comma 1, 317, 318, 319, 319 ter e 320 c.p. e dall'art. 3 l. 9 dicembre 1941 n. 1383, i dipendenti di amministrazioni o di enti pubblici ovvero di enti a prevalente partecipazione pubblica sono sospesi dal servizio, in quanto la non manifesta infondatezza della questione, in violazione del canone di autosufficienza della motivazione dell'ordinanza di rimessione, è motivata "per relationem" ad altra ordinanza di diversa autorità giudiziaria.
Corte Costituzionale 28 febbraio 2003 n. 60
Anche in relazione alle nuove fattispecie di confisca cosiddetta obbligatoria previste dall'art. 322 ter c.p. per i casi di condanna o di patteggiamento per uno dei delitti previsti dagli articoli da 214 a 320 c.p. e per alcune ipotesi di truffa aggravata (per via del richiamo all'articolo anzidetto contenuto nel nuovo articolo 640 ter c.p.) è sempre necessario che ricorra la condizione fondamentale del nesso pertinenziale del bene confiscabile con il reato.
Cassazione penale sez. V 03 luglio 2002 n. 32797