Source: http://www.eliolannutti.it/2012/04/page/2/
Timestamp: 2019-04-19 14:34:45+00:00
Document Index: 83511373

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2408', 'art. 8', 'art. 172', 'art. 1', 'e contrario']

aprile – 2012 – Elio Lannutti - Page 2
Premiafin-bancomat di Ligresti
23 aprile 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07321
Atto n. 4-07321
Pubblicato il 19 aprile 2012, nella seduta n. 713
alla vigilia dei consigli di amministrazione di Milano e Fondiaria sulla maxi fusione, Fabio Pavesi scrive per “Il Sole 24 ore” del 18 aprile 2012 sui flussi di denaro tra le società della famiglia Ligresti e le compagnie assicurative quotate del Gruppo;
si legge nel citato articolo: «Dalla Milano alla Fonsai alla Premafin. Un fiume di denaro che sgorgava da anni e che aveva però una caratteristica. I flussi erano prevalentemente a senso unico: cioè in uscita dalle quotate assicurative e in entrata verso le società di Salvatore Ligresti e figli. Come se Fonsai, Milano e Premafin fossero dei veri e propri bancomat cui i Ligresti attingevano liquidità per finanziare i propri progetti immobiliari. Non c’è solo Fonsai che ha visto nel 2008-2010 pagare oneri per 413 milioni a favore appunto delle società riconducibili alla famiglia, incassando proventi per soli 178 milioni con un saldo netto a sfavore di Fonsai per 235 milioni. Basta salire a monte della catena, cioè in Premafin, per accorgersi che i volumi erano fin maggiori. Nel bilancio 2010 per la prima volta Premafin è costretta a dettagliare i flussi verso la famiglia del finanziere siciliano. Ebbene in quell’anno escono dalle casse di Premafin ben 146 milioni, mentre ne entrano dalle parti correlate soli 33. E il confronto con il 2009 è ancora più inquietante. L’anno prima i soldi in uscita sempre diretti alle varie Sinergia e Imco sono di 280 milioni con denaro in entrata per soli 33 milioni. Quei 360 milioni ai Ligresti. Sommateli e avrete che in soli due esercizi (il 2009 e il 2010) fuoriesce liquidità netta dalle casse della Premafin quotata per 360 milioni di euro. In quei due anni Premafin mette a segno perdite consolidate per 1,3 miliardi. Ma la modalità di usare la Premafin e a cascata le altre società assicurative quotate per gli affari immobiliari della famiglia durava da anni. 1,5 miliardi dal 2005 al 2010. Nel 2008 il complesso delle attività di Premafin nei confronti delle parti correlate è stato di 371 milioni con passività per soli 68 milioni. Le attività sempre verso gli interessi della famiglia sono di 216 milioni nel 2007; di altri 174 nel 2006 e di 67 milioni nel 2005. Un flusso di grandi proporzioni che fa sì che tra il 2005 e il 2010 Premafin si trovi esposta nel finanziare attività della famiglia per oltre 1,5 miliardi. Già ma tutto questo giro di denaro a cosa serviva? Di fatto lo schema era il seguente. Le compagnie quotate, da FonSai a Milano alla Premafin, cedevano terreni edificabili alle Imco e Sinergia o altre controllate della famiglia. I Ligresti edificavano e avrebbero rivenduti gli immobili alle stesse società a prezzi prestabiliti. Quei prezzi, come ha denunciato il fondo Amber, spesso erano soggetti a incrementi per modifiche in corso d’opera. E così la famiglia con una mano comprava, con l’altra rivendeva allo stesso soggetto. Le quotate del gruppo. Chi guadagnava dall’affare? È quello che si stanno chiedendo i magistrati»;
un comunicato della stessa holding, a smentita dell’articolo de “Il Sole 24 Ore”, precisa che Premafin non ha mai erogato finanziamenti per attività della famiglia Ligresti e che le affermazioni del quotidiano sono “destituite di ogni fondamento” (si veda l’Agenzia Asca del 18 aprile 2012);
la nota ricorda che Premafin redige sia il bilancio consolidato che quello individuale, e che nello specifico i dati dei flussi finanziari riportati nell’articolo (360 milioni di euro) sono tratti dai bilanci consolidati di Premafin e non già dai bilanci individuali, e solo in minima parte, circa il 2 per cento, sono riferibili alla società Premafin. La stessa asserisce peraltro che non ha mai erogato finanziamenti per attività della famiglia Ligresti;
premafin afferma inoltre che i propri flussi finanziari sono riferibili pressoché esclusivamente in entrata ai dividendi incassati dalle partecipate, e in uscita ai costi di funzionamento e al servizio del debito bancario. Negli ultimi 10 anni, “a fronte di 280 milioni circa di dividendi incassati, Premafin ha provveduto a distribuire dividendi a tutti i propri azionisti per 20 milioni di euro circa”,
se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;
se risulti che, alla luce di quanto denunciato dall’articolo, vi siano stati interventi delle Autorità vigilanti al fine di controllare gli spostamenti di denaro tra la famiglia Ligresti e le società del Gruppo e se questi siano stati effettuati nel pieno rispetto delle regole sulla trasparenza;
se non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di rivedere la normativa sulle società, in particolare quelle quotate in Borsa, nonché al fine di promuovere il rafforzamento e l’estensione dell’ambito di applicabilità della disciplina del falso in bilancio e, comunque, di potenziare i controlli e la trasparenza delle informazioni al mercato;
quali iniziative intenda intraprendere al fine di dotare i piccoli azionisti di strumenti utili a difesa delle gestioni, a giudizio dell’interrogante scellerate, di società, che trovano ogni espediente per avvantaggiarsi con operazioni al limite della legalità;
quali misure urgenti intenda adottare per restituire trasparenza ad autorità, spesso contigue con i vigilati, per garantire i diritti degli assicurati, del mercato e dei risparmiatori.
Famiglia Tredicine
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07322
Atto n. 4-07322
LANNUTTI – Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell’interno e dell’economia e delle finanze. -
il quotidiano “La Repubblica” racconta la storia della famiglia Tredicine, che possiede quasi tutti i banchi di caldarroste, i camion bar e i banchetti per i souvenir della Capitale; l’articolo, oltre a snocciolare passo dopo passo come i membri della famiglia siano riusciti ad accaparrarsi le licenze per vendere nel centro storico, solleva anche dei dubbi sulla regolarità dei bandi per il rilascio delle stesse che, ogni anno, sono vinti sempre dai membri dell’impero Tredicine;
si legge nel citato articolo: «Nessun altro ha così tanti permessi e licenze nella Capitale. Solo nel centro storico occupano 42 dei 68 posti disponibili per i camioncini di bibite e sorbetti. Il business della famiglia Tredicine vale 27 milioni di euro, considerando solo il valore di mercato dei posti. Il comune infatti non ne rilascia più da anni perché il settore è saturo. Chi ce l’ha, se li tiene. Oppure li vende a prezzi altissimi, 650 mila euro l’una. Si sono presi Roma una licenza alla volta. Prima tutti i caldarrostai, poi i camion bar, poi i banchi di abbigliamento e merce varia. Nelle cartoline della città, dal Colosseo alla Piazza di Spagna, c’è sempre un loro chiosco di bibite, un loro banco di souvenir. Se non è Mario, è Alfiero. Se non è Alfiero è Elio, o Dino, o Emilia, o Dario. Sempre e comunque uno della famiglia Tredicine, padrona del ricchissimo e caotico commercio ambulante della capitale. Talmente potente che gli altri operatori abbassano automaticamente la voce, prima di pronunciare quel nome. Oppure cacciano a male parole chi fa qualche domanda di troppo. I Tredicine occupano centinaia di posti, controllano i prezzi di affitto delle licenze, siedono nei sindacati, hanno chi li protegge in consiglio comunale. Ma chi sono? Quante licenze hanno? E perché sono diventati così potenti? (…) Donato, il patriarca ottantenne, è seduto su un impero plurimilionario. Eppure vende caldarroste. Fino a poco tempo fa lo si vedeva ancora in via Frattina, dalle parti di Trinità dei Monti, a rovesciare castagne nel braciere incandescente. “Che ci vuoi fare, è la mia passione… “, diceva. Del resto tutto è iniziato lì, su quel marciapiede, sessant’anni fa. Il 19 novembre 1959 Donato lasciò i suoi nove figli a Schiavi, in Abruzzo, e si trasferì a Roma. La mattina lavorava in un cantiere all’Eur, nel pomeriggio vendeva castagne nei vicoli di piazza di Spagna. Le cose cambiarono quando all’inizio degli anni Ottanta lo raggiunsero i figli Mario, Elio, Dino, Alfiero e, più tardi, Emilia. “Oggi i Tredicine controllano, direttamente o attraverso parenti e famiglie “alleate”, almeno 300 postazioni – stima Giovanni Tallone, presidente della Co. Ge. Se., la cooperativa di servizi dell’Apvad, una delle sigle sindacali degli ambulanti – i loro “feudi” sono i municipi I, VI, IX e XVII. Nessun altro ha così tanti permessi e licenze. Nel centro storico occupano 42 dei 68 posti disponibili per i camioncini di bibite e sorbetti. Con uno di quelli, davanti al Colosseo, si incassano anche 5 mila euro al giorno”. Quarantadue licenze sono un tesoro da 27 milioni di euro, solo considerando il valore di mercato. Il comune infatti non ne rilascia più da anni perché il settore è saturo. Chi ce l’ha, se le tiene. Oppure le vende a 650 mila euro l’una. I Tredicine sono anche i padroni dello smercio delle caldarroste all’interno del perimetro d’oro delle Mura Aureliane. “Ogni anno il primo municipio assegna un’ottantina di permessi con bando pubblico – spiega Tallone – che puntualmente finiscono quasi tutti a loro. Come si fa a non avere dubbi sulla regolarità di quel bando?”. Anche perché gli altri se li prendono un manipolo di operatori provenienti da Schiavi d’Abruzzo e da Triveneto (Campobasso). Il resto delle licenze dei Tredicine, secondo il sindacalista, è per “posti fissi e unici”, sono cioè chioschi isolati di frutta, fiori, souvenir, magliette. Ne controllano circa centocinquanta sui trecento totali. Sono posizioni storiche assegnate dal Comune settanta-ottanta anni fa, e di cui i fratelli nel corso del tempo hanno fatto incetta comprandole dagli altri. È un patrimonio stimabile intorno ai 50 milioni di euro. E si trovano negli angoli pregiati della città. (…) A piazza di Spagna hanno un chiosco, due caldarrostai e un fioraio. Nelle traverse delle centralissime via del Corso e via Nazionale hanno decine di baracchini dove una bottiglietta d’acqua costa due euro e mezzo e un gelato tre. Sono loro il banco di frutta davanti alle Terme di Diocleziano e i camion di fronte alla basilica di San Pietro. Intestati a mogli e figli hanno camioncini al Tridente, in piazza Venezia, alla Bocca della Verità, in Campidoglio, al Colosseo. Dovunque. Poi ci sono i concerti, le fiere, le partite. Con la festa della Befana in piazza Navona un banco di articoli natalizi alza 50-60 mila euro di guadagno netto in due settimane. Il centinaio di posti disponibili viene assegnato in base ad alcuni criteri, tra cui l’anzianità. Puntualmente la maggior parte finisce ai quattro fratelli, grazie alla loro posizione dominante e al loro immenso parco licenze. Si possono permettere, ad esempio, di tenerne alcune in zone meno centrali solo per acquisire punti per entrare nella lista dei grandi eventi. Possono spostare le licenze da una zona all’altra, da un familiare all’altro, a seconda della convenienza. Una ferita alla concorrenza di mercato in un comparto, quello degli ambulanti, già congestionato, con 7 mila venditori e 130 mercati rionali. Insieme coprono il 22 per cento dell’intera vendita al dettaglio della città. E ogni giorno ha la sua lotta, tra irregolari che vantano diritti inesistenti e “pragmatici” che provano a oliare con mazzette gli ingranaggi delle rotazioni (il meccanismo in uso solo a Roma per cui si occupano soste diverse ogni giorno, seguendo turni concordati con l’amministrazione). Un settore afflitto storicamente dall’abusivismo e dall’evasione fiscale e dove si è affacciato il fenomeno dei contratti di affitto taroccati: l’affittuario ufficialmente ha un canone mensile basso, 500-600 euro, a fronte di pagamenti reali al nero di 4-5000 mila euro. Insomma, l’humus ideale per approfittatori e piccoli boss di quartiere. C’è chi va in giro a chiedere tangenti agli irregolari, con la minaccia di chiamare i vigili. Il pm Maria Cordova ha attualmente due fascicoli aperti sul racket degli ambulanti (i Tredicine non sono coinvolti). In questo caos, 300 posti sono in mano a una famiglia sola su un totale di circa 1800 tra rotazioni, soste fisse, camion bar, caldarrostai. Come fanno a gestirle tutte? E perché hanno i posti migliori?»;
da cinque anni i fratelli Tredicine sono attivi nei consigli generali di diversi sindacati e si riuniscono con la Commissione Commercio del Comune di Roma per discutere sulla gestione del commercio ambulante e sull’intensificazione o meno dei controlli delle Forze dell’ordine. Infine, la nomina del figlio Giordano Tredicine a consigliere comunale del Popolo della libertà e presidente della Commissione Politiche Sociali, dopo che nel 2008 è riuscito a portare 5.284 preferenze a Gianni Alemanno;
l’assessore Davide Bordoni afferma che la questione delle licenze è al di fuori delle logiche comunali perché sono bloccate da anni ed è il mercato che le regola. Questo però non giustifica lo stretto legame che si è venuto a creare coi Tredicine,
quale sia la valutazione dei Ministri in indirizzo, per gli aspetti di propria competenza, della circostanza che in una città come Roma, con la sua grande rilevanza storica e culturale, si possa permettere che chioschi e camioncini bar degradino il centro storico e il godimento delle bellezze architettoniche romane;
quali iniziative di competenza, anche in sede normativa, il Governo intenda assumere affinché il patrimonio culturale, storico, archeologico e architettonico della Capitale, censito dall’Unesco fra i beni patrimonio dell’umanità, venga tutelato con maggiore attenzione attraverso opportune azioni di vigilanza da parte delle autorità a ciò deputate, che non sempre si dimostrano sufficientemente attente ed incisive;
se non ritenga necessario intervenire con iniziative di propria competenza presso i vertici dell’amministrazione capitolina, tenuto conto dell’esigenza di verificare la regolarità dei bandi e delle relative assegnazioni delle licenze in questione;
quali iniziative intenda intraprendere, nelle opportune sedi di competenza, alla luce dell’inchiesta del quotidiano “La Repubblica”, al fine di fare luce sulla presenza di un monopolio assolutamente dominate nella città di Roma, proprio in un momento in cui si lavora per la liberalizzazione delle varie categorie, allontanando ogni dubbio su possibili forme di abuso di potere familiare e di corruzione.
Intervento Aula sulla sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il Milleproroghe
19 aprile 2012 19 aprile 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 711 del 18/04/2012
Sulla sentenza della Corte costituzionale n. 78 del 2012
LANNUTTI(IdV). Domando di parlare.
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, volevo portare all’attenzione di quest’Aula la sentenza della Corte costituzionale n. 78 del 2 aprile 2012, depositata il 5 aprile, che ha dichiarato incostituzionale il cosiddetto “milleproroghe”, con cui l’onorevole Tremonti, ex ministro dell’economia, decideva di cancellare con un colpo di spugna, gli effetti della sentenza n. 24418 delle Sezioni unite della Cassazione del 2 dicembre 2010 sull’anatocismo (capitalizzazione trimestrale dell’interesse), che riconosceva al correntista debitore il diritto di recupero dalla data di inizio del rapporto e sino alla chiusura di tutti gli indebiti pagamentiricevuti dalla banca con gli addebiti trimestrali di illecite competenze.
ADUSBEF, con il suo Presidente e con il suo vice presidente, l’avvocato Tanza (difensore dei correntisti sia dinanzi alla Consulta, che dinanzi alle Sezioni unite), ha combattuto da sola contro la piovra del sistema bancario, una sanguisuga che succhia il sangue dei correntisti-risparmiatori e di tanta povera gente strozzata e strangolata, che si serve dei Governi come maggiordomi.
Quella norma salva banche violava numerosi principi costituzionali, tra cui quello di ragionevolezza ed uguaglianza, nonché i principi delle norme della Corte europea dei diritti dell’uomo. È l’ennesima sberla che i consumatori riescono ad assestare ai Governi che si sono succeduti in questi anni e che hanno sempre dimostrato grande attenzione a caste, potentati e banchieri, come sta accadendo in queste ore con il decreto “salva commissioni bancarie”.
Questa sentenza, ottenuta dalla tenacia dell’ADUSBEF, che fortunatamente vede i consumatori vittoriosi, perché hanno dalla loro parte la giustizia, come dimostrato da plurime sentenze delle Sezioni unite della Cassazione e della Corte costituzionale (che mi sono permesso di inviare a tutti i colleghi di Camera e Senato), dovrebbe indurre alla riflessione quando votiamo norme illegali, promosse prima da Governi maggiordomi dei banchieri e oggi dai banchieri al Governo, che invece di andare in soccorso di famiglie usurate e di imprenditori ed artigiani strangolati ed impiccati dal rifiuto del credito, che arrivano a gesti estremi ogni giorno, soccorre gli interessi illeciti di una sistema bancario vessatorio ed arrogante.
Signor Presidente, esprimiamo gratitudine ai giudici, specie della Cassazione e della Corte costituzionale, e dedichiamo questa ennesima vittoria, che dà diritto ai meritati rimborsi a migliaia di consumatori usurati dalle banche, a tutti i cittadini e utenti strozzatidal sistema creditizio e “impiccati” sull’altare del profitto e dell’illegalità.
Signor Presidente, concludo ricordando la battaglia che feci in quest’Aula. Vi ricordate? Citai l’opera di Ezra Pound sull’usura. La Corte costituzionale dovrebbe indurre tutti quanti noi, quando votiamo norme “salva banche”, a un’attenta riflessione. (Applausi dei senatori Lauro e Carlino).
Fusione Fonsai-Unipol-Premiafin
19 aprile 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07309
Atto n. 4-07309
Pubblicato il 18 aprile 2012, nella seduta n. 711
un articolo del quotidiano “La Repubblica” del 18 aprile 2012, relativamente all’operazione di aggregazione Fonsai-Unipol-Premafin dopo la richiesta di fallimento per le holding della famiglia Ligresti, riporta: «C’è chi dice che la mossa della procura è un assist perfetto a favore di Mediobanca e Unipol poiché toglie dimezzo i Ligresti e non tocca le società interessate alla fusione. Ipotesi accattivante, ma in ogni caso il passaggio nel cda di Fonsai di domani non è così banale come si vorrebbe far credere. In particolare, è delicato per i consiglieri indipendenti della compagnia, che in base alla nuova procedura sui rapporti con parti correlate, promossa da Isvap e Consob, devono sottostare a particolari comportamenti. Il parere del comitato degli indipendenti, formato da Roberto Cappelli, Valentina Marocco, Enzo Mei e Salvatore Militello è infatti obbligatorio e vincolante in quanto “in difetto di un motivato parere favorevole di detto comitato su tutti gli aspetti dell’operazione il Cda o l’assemblea non possono deliberare di dar corso all’operazione”. Fonsai dunque non ha previsto nel suo regolamento di andare comunque in assemblea e votare con il metodo “whitewash”, cioè con la maggioranza delle minoranze. Il parere del comitato diventa quindi fondamentale per l’operazione, e si baserà sulla perizia commissionata alla Citi per stimare i valori di concambio, che da indiscrezioni non smentite ha individuato un range tra i1 50 e i1 55% di azioni del polo nascente che dovrebbero spettare ai soci Unipol. Una percentuale ben lontana dal 66,7% chiesto dalla stessa Unipol e già approvato dal cda Premafin. Avvicinare i due numeri è difficile, se non modificando in corsa i valori della perizia che riflettono poste attive e passive delle società. Ma soprattutto i quattro “indipendenti” devono dimostrare di essere tali non solo per il Codice di autodisciplina, ma anche nella sostanza. Perché a ben vedere tutti e quattro sono in qualche modo ” correlati” alle società interessate dalla fusione. Anzitutto Cappelli e Militello sono stati indicati da Unicredit per il cda di Fonsai quando la banca ha sottoscritto il 7% del capitale della compagnia nel luglio 2011. Cappelli è un avvocato dello studio Gianni Origoni che è già stato presidente della Roma calcio per conto proprio di Unicredit. Valentina Morocco è figlia di Antonio Maria Morocco, notaio e consigliere di amministrazione di Unicredit, appena confermato in lista. Enzo Mei è presidente della Società Gestione Capannelle che ha beneficiato di sponsorizzazioni da parte di Fonsai negli ultimi anni. Dunque, ai sensi del regolamento con parti correlate, se si dovesse accertare che non esistono nel cda Fonsai consiglieri indipendenti “non correlati”, il parere vincolante sulla fusione con Unipol e Premafin dovrebbe spettare in subordine al collegio sindacale. Collegio che peraltro ha approvato senza fiatare tutte le operazioni con parti correlate poi contestate dal fondo Amber con una denuncia ex art. 2408 del Codice civile. Sebbene rinnovato solo un anno fa, il cda di Fonsai sembra lungi dal poter difendere gli interessi di tutti gli azionisti della compagnia»;
considerato che a giudizio dell’interrogante alla luce dell’obbligatorietà del parere del comitato degli indipendenti della compagnia al fine di dar corso all’operazione, la composizione di quest’ultimo con persone correlate alle società interessate alla fusione Fonsai-Unipol-Premafin non può garantire alcuna indipendenza ed imparzialità nella propria espressione del parere vincolante a cui è chiamato,
si chiede di sapere quali iniziative, per gli aspetti di propria competenza, il Governo intenda assumere, a fronte dell’operato, a giudizio dell’interrogante disattento, delle Autorità vigilanti, affinché non venga violato il codice di autodisciplina relativo ai consiglieri indipendenti che devono dimostrare di essere tali anche nella sostanza senza che vi sia alcuna correlazione con persone o società che potrebbero trarre vantaggio dalla operazione in questione.
GAT- Colonnello Rapetto
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07311
Atto n. 4-07311
LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -
la Guardia di finanza si è distinta in questi ultimi anni per straordinarie capacità investigative nei più moderni contesti in cui gli strumenti tecnologici sono il mezzo con cui compiere un reato o il contesto in cui le condotte criminali hanno luogo e trovano terreno fertile;
il merito è da attribuire alla progressiva affermazione del Gruppo Anticrimine Tecnologico (GAT) divenuto poi Nucleo Speciale Frodi Telematiche, reparto resosi protagonista di successi operativi considerati vere e proprie pietre miliari nel contrasto ai reati informatici (tra questi risultati spicca la condanna in via definitiva degli hacker entrati abusivamente nei sistemi informatici del Pentagono, della NASA, di Governi stranieri, del Senato e di dicasteri ed enti italiani);
tra i più importanti traguardi raggiunti ci sono: l’Operazione “Macchianera”, su delega della Procura della Repubblica di Castrovillari, che ha portato già nel 2005 alla scoperta di centinaia di false posizioni previdenziali create attraverso l’uso fraudolento del sistema informatico dell’INPS (matrice investigativa complessa diventata uno standard riutilizzato in altre indagini anche recentemente); l’Operazione “Stamina RX”, che ha coinvolto 10 Procure della Repubblica sull’intero territorio, nel 2006 ha sgominato un’organizzazione che commercializzava via Internet farmaci pericolosi per la salute; l’Operazione “Pentathlon”, su delega della Procura di Napoli, che ha portato all’arresto del primo “ladro seriale” di identità, reo di aver rubato ed utilizzato illegalmente i dati di migliaia di avvocati; l’Operazione “Carta da pacchi”, su delega della Procura di Roma, che ha smascherato una banda che offriva l’opportunità di pagare bollette e cartelle esattoriali con sconti significativi, provvedendo in realtà a migliaia di operazioni con carte di credito rubate o clonate; l’Operazione “SIM è Napule”, su delega della Procura della Repubblica (DDA) di Napoli, con decine di arresti, che ha consentito di individuare le dinamiche di attivazione di decine di migliaia di SIM telefoniche a nome di soggetti inesistenti o inconsapevoli (con vantaggi commerciali per gli operatori del settore), nonché di delineare lo spiccato interesse e di scoprire le pericolose infiltrazioni del crimine organizzato nel comparto delle telecomunicazioni; l’indagine (tutt’ora in corso per conto della Procura della Repubblica di Roma) sulle procedure informatiche utilizzate dal Comune di Roma per il trattamento delle pratiche di condono edilizio, accertando gravissime irregolarità da parte dell’Ente pubblico e delle società incaricate in outsourcing con enorme pregiudizio erariale; l’indagine svolta su delega della Procura della Corte dei conti del Lazio e durata circa 3 anni, che ha portato all’individuazione di incredibili irregolarità nel contesto del cosiddetto “gioco legale” delle slot-machine installate negli esercizi pubblici di tutta Italia; all’originario addebito di diverse decine di miliardi di euro di penali contrattuali non applicate dai Monopoli di Stato; alla revisione normativa e ad altri interventi irrituali per la riduzione dell’importo dovuto dai responsabili (Monopoli e società concessionarie); alla condanna al pagamento di 2 miliardi e 500 milioni di euro, somma immediatamente messa a bilancio dello Stato; la scoperta di falle nel sistema telematico della Borsa Italiana, l’individuazione del primo caso mondiale di furto di identità compiuto con tanto di firma digitale, l’identificazione dei responsabili di minacce ed estorsioni via Internet a decine di personaggi politici o pubblici, e numerosi altri servizi che hanno meritato l’attenzione della carta stampata e dei mezzi di informazione radiotelevisiva;
l’ideazione, la progettazione, la creazione, la gestione, la crescita e l’attuale eccellenza del Nucleo Speciale è opera del colonnello Umberto Rapetto, ufficiale particolarmente versatile che ha consentito il soddisfacente percorso evolutivo offrendo con grande generosità e spirito di sacrificio la massima competenza e il più trascinante entusiasmo;
il colonnello Rapetto, negli anni, per la sua professionalità: si è guadagnato una posizione di spicco a livello internazionale come esperto di lotta al cyber crime e di sicurezza informatica, tematiche di estrema attualità ma soprattutto settori in cui le più importanti Nazioni stanno investendo nella consapevolezza dei rischi correlati; è ritenuto interlocutore ideale di moltissime Procure della Repubblica, che riconoscono in lui la persona cui affidare gli incarichi più delicati o con cui confrontarsi per le più difficili questioni metodologiche di investigazione (come recentemente dimostrato dalla assegnazione delle operazioni tecniche per l’esame della scatola nera e dei computer di bordo della nave Costa Concordia);
in ragione degli ordinari criteri di rotazione del personale, e quindi senza tenere assolutamente conto della particolarità della situazione, il colonnello Rapetto – su cui poggia il brillante funzionamento del Nucleo Speciale – è stato trasferito (con decorrenza ancora da definirsi ma presumibile nel settembre 2012) alla frequenza di un corso di formazione al Centro Alti Studi Difesa (realtà dove paradossalmente Rapetto da oltre 15 anni è invitato a tenere attività di docenza);
l’assolvimento del ruolo di comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche comporta competenze tecnologiche e giuridiche non di poco conto (frutto di studio ed esperienza pluriennale), atteso che è indispensabile una conoscenza viscerale delle problematiche tecniche (peraltro in costante ed accelerata evoluzione) e di quelle legali e procedurali (in assenza spesso di norme che forniscano un compiuto indirizzo di azione);
a giudizio dell’interrogante la rimozione del colonnello Rapetto va a mutilare la capacità operativa del Nucleo Speciale (e forse la sua stessa esistenza); priva la Guardia di finanza di una significativa opportunità di azione e di visibilità, in un momento storico in cui è fondamentale dimostrare l’efficacia dell’apparato pubblico; punisce, invece di premiare, chi si è sempre impegnato anche nei frangenti più ostici (come ad esempio nelle indagini sulle slot machine); rischia di sfociare nelle dimissioni di un ufficiale particolarmente motivato e capace (ma assolutamente disinteressato ad un impiego non corrispondente al proprio profilo professionale e potenzialmente appetibile per il “libero mercato” sempre a caccia di persone qualificate soprattutto in questo ambito), con inevitabili riverberazioni sul reparto da lui diretto e sulle indagini in corso ma in buona sostanza sull’intera collettività che lo ha sempre identificato come un punto di riferimento nella lotta alle nuove forme di criminalità,
quali risultino essere i motivi per cui il colonnello Rapetto sia stato destinato ad un incarico diverso senza prevedere la formazione di un altro ufficiale cui far acquisire competenze ed esperienze per la guida di un così delicato Nucleo Speciale;
perché, se l’indispensabile rotazione del personale “ordinario” comporta simili decisioni, non si sia valutata l’opportunità di istituire un ruolo “tecnico-investigativo” in cui far confluire i militari della Guardia di finanza che attualmente svolgono funzioni estremamente specialistiche (analogamente a quanto accade per Polizia scientifica o per il RACIS dei Carabinieri), incentivando chi ha cercato e cerca di mantenere un livello di eccellenza nelle attività non consuetudinarie delle Forze dell’ordine;
per quali ragioni risulti che non è stata presa in considerazione la proposta di promozione per meriti eccezionali di servizio formulata dal Procuratore della Corte dei conti, dottor Ribaudo, che avrebbe premiato Rapetto e i suoi collaboratori per lo straordinario esito delle indagini svolte sulle slot machine;
per quale motivo l’ufficiale in questione sia definitivamente congelato nel grado di colonnello e continui ad esser valutato, in sede di avanzamento al grado superiore, in possesso di “buone” qualità intellettuali mentre lo stesso è unanimemente considerato un brillante comunicatore, un valido collaboratore di quotidiani e periodici, un apprezzato autore di decine di libri e manuali, un efficace docente e conferenziere;
quale criterio, se non quello persecutorio, possa, a giudizio dei Ministri in indirizzo, aver determinato la rimozione dal comando e l’invio dell’ufficiale a frequentare un corso di cui il medesimo è docente e relatore da più di una decina d’anni.
Disagi per blocco sistema informatico Poste Italiane
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07310
Atto n. 4-07310
il 16 aprile 2012, i computer degli uffici postali di tutta Italia sono andati in tilt per un blocco del sistema operativo informatico lasciando nel caos centinaia di migliaia di cittadini, tra cui moltissimi pensionati Inpdap, che avrebbero dovuto ricevere la pensione e sono rimasti invece a mani vuote, e migliaia di impiegati agli sportelli rimasti ancora una volta in panne di fronte all’ira dei clienti;
i computer, fin dall’apertura degli sportelli, non rispondevano alle richieste degli utenti e la situazione non è migliorata con il passare delle ore. Alle 18 del pomeriggio, infatti, secondo i dati di Slc Cgil, erano tornati alla normalità solo 5.000 uffici, poco più di 1 su 3;
non è la prima volta che gli utenti degli uffici postali sono vittime del cattivo della rete informatica, nel giugno 2011, infatti, il debutto del nuovo sistema informatico di Poste, determinò il blackout di tutta la rete per giorni provocando enormi disagi ai clienti (4-05345);
carlo Pileri, presidente dell’Adoc (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), riferisce di aver chiesto a Poste di attivare la procedura di conciliazione bilaterale, come avvenuto nel mese di giugno in occasione del precedente tilt informatico, che preveda il risarcimento dei danni subiti e il ristoro dei disagi accusati soprattutto dalle categorie più deboli, come i pensionati;
ai consumatori non bastano le scuse, vogliono i risarcimenti: l’Adoc ha già invitato l’amministratore delegato di Poste, Massimo Sarmi, ad aprire, da lunedì 23 aprile, un tavolo di conciliazione per risarcire bonariamente tutti i cittadini che hanno subito dei danni, previa segnalazione dell’accaduto alle associazioni dei consumatori;
nel 2005 Sarmi ha firmato il primo contratto da 12 milioni di euro per informatizzare gli uffici postali con il software dell’azienda americana Ibm;
nel tempo i 12 milioni di euro sono lievitati a 90 milioni, ma per vedere gli effetti di questa operazione bisogna arrivare all’ottobre 2010. A marzo 2011 Sarmi, assistito dal capo della rete Bragazzi, assegna sempre all’Ibm 150 milioni di euro con l’obiettivo di informatizzare entro giugno altri 10.000 uffici postali;
stando ad indiscrezioni di stampa, la relativa gara da 150 milioni di euro avrebbe visto un solo partecipante, l’Ibm, che per assegnarsi la megacommessa avrebbe applicato alla sua offerta un “gentile” ribasso del 4 per cento,
quali iniziative il Governo intenda intraprendere al fine di fare luce sui perenni disservizi di una azienda pubblica, come Poste Italiane, anche al fine di individuare le eventuali responsabilità della continua interruzione di un pubblico servizio;
quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di garantire il risarcimento agli utenti vittime di un’architettura di software voluta da Poste italiane che da tempo procura grandi fastidi a migliaia di cittadini, costringendoli a file estenuanti senza riuscire ad usufruire dei servizi di cui hanno diritto, cittadini tra cui sono presenti molti anziani che, per il blocco in questione, non hanno potuto riscuotere i soldi della tanto attesa pensione;
se risulti corrispondente al vero che l’Ibm sia stata l’unica società in gara per l’assegnazione dell’appalto relativo alla commessa di 150 milioni di euro per informatizzare altrettanti uffici postali;
se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno prorogare le scadenze dei pagamenti previsti per lo scorso 16 aprile, vista l’impossibilità per gli utenti di accedere agli uffici postali, per evitare che oltre al danno i cittadini possano subire anche la beffa di ritardati pagamenti e di interessi moratori relativi.
Dott. Ferrazzoli – Ufficio stampa CNR
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07313
Atto n. 4-07313
LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -
il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), si avvale delle prestazioni di un capo ufficio stampa, incarico che fino al 31 dicembre 2011 è stato ricoperto dal dottor Marco Ferrazzoli, già redattore del quotidiano “Libero” e attuale segretario dell’associazione di giornalisti “Lettera 22″, sostenuta da diciotto esponenti politici del centro-destra, al quale nel 2004 venne affidato – per chiamata diretta – un incarico professionale dall’allora presidente dell’ente Fabio Pistella, con contratto di tipo privatistico, non potendo farvi fronte con personale dipendente dell’ente;
per statuto del Cnr, il capo dell’ufficio stampa resta in carica fino alla scadenza del mandato del presidente;
il dottor Ferrazzoli, scaduto con l’uscita di scena di Pistella, nel 2007 è stato confermato dal nuovo presidente Luciano Maiani che, a settembre 2011, è stato sostituito da Francesco Profumo, diventato ministro il 16 novembre 2011, il quale, dopo essersi autosospeso dalla carica di presidente del Cnr, ha rassegnato le dimissioni il 30 gennaio 2012, per incompatibilità, come previsto dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2001;
il dottor Ferrazzoli, dopo l’insediamento di Profumo alla presidenza del Cnr, avvenuto ad agosto 2011, è stato nuovamente prorogato nell’incarico fino 31 dicembre 2011, in attesa della nomina di un nuovo capo ufficio stampa, da scegliersi tra il personale dipendente del Cnr, come previsto dalla legge n. 150 del 2000;
il 2 gennaio 2012, il dottor Ferrazzoli è stato assunto, per chiamata diretta, dal Cnr come dipendente a tempo determinato, con la qualifica apicale di dirigente tecnologo;
a distanza di qualche giorno, l’11 gennaio 2012, il Cnr ha pubblicato un avviso interno per la ricerca tra i propri dipendenti di un capo ufficio stampa, richiedendo requisiti molto particolari e, comunque, non previsti dal regolamento recante norme per l’individuazione dei titoli professionali del personale da utilizzare presso le pubbliche amministrazioni per le attività di informazione e di comunicazione e disciplina degli interventi formativi di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 422 del 2001;
con provvedimento del 19 marzo 20012, il direttore generale in prorogatio del Cnr, dottor Fabrizio Tuzi, ha nominato la commissione esaminatrice della selezione interna per l’affidamento dell’incarico di capo ufficio stampa dell’ente;
della predetta commissione non faceva parte alcun membro esterno, esperto della comunicazione, bensì il direttore dell’istituto di ricerca del Cnr sull’impresa e lo sviluppo, il direttore dell’istituto di ricerche del Cnr sulla popolazione e le politiche sociali e, infine, un primo tecnologo, in forza alla direzione generale affidata in regime di prorogatio al dottor Tuzi;
con provvedimento del 10 aprile 2012, il predetto direttore generale in prorogatio, visto il verbale della commissione esaminatrice, ha disposto la nomina del dottor Ferrazzoli a direttore dell’ufficio stampa del Cnr,
se l’assunzione con contratto a tempo determinato del dottor Ferrazzoli come dirigente tecnologo, a far data dal 2 gennaio 2012, risulti essere stata adottata previa deliberazione del consiglio di amministrazione del Cnr;
se risultino le ragioni per le quali si sia proceduto per chiamata diretta, e non a seguito di bando pubblico al fine di effettuare, come previsto dalla legislazione vigente, una comparazione con altri possibili candidati;
se risulti che la struttura alla quale il dottor Ferrazzoli è stato preposto (ufficio stampa) dopo l’assunzione come dirigente tecnologo, poteva essere resa funzionante solo ed esclusivamente dallo stesso dottor Ferrazzoli e non da altri giornalisti, al punto da giustificarne la chiamata diretta;
per quale ragione sia stato disatteso l’art. 8 dal regolamento del personale del Cnr che prevede: “Il Consiglio di amministrazione, coerentemente con quanto stabilito nel piano di fabbisogno annuale di personale e nei limiti stabiliti dal comma 2 dell’articolo 20 del decreto di riordino, su proposta del Presidente, sentito il Consiglio scientifico generale, autorizza l’assunzione a tempo indeterminato al massimo livello di inquadramento previsto dal contratto del personale di ricerca, di soggetti italiani o stranieri dotati di altissima qualificazione scientifica ovvero che siano stati insigniti di alti riconoscimenti scientifici in ambito internazionale. La delibera specifica altresì la fascia retributiva riconosciuta”;
se risulti rispondente al vero che il provvedimento di assunzione per chiamata diretta del dottor Ferrazzoli non è mai stato affisso all’Albo del Cnr e che numerose richieste di acquisizione del medesimo provvedimento inviate al direttore generale dell’ente dal sindacato Usi-Ricerca sono state tutte disattese;
se la partecipazione del dottor Ferrazzoli alla selezione – riservata al personale dipendente dell’ente – per il conferimento dell’incarico di direttore dell’ufficio stampa, bandita con avviso dell’11 gennaio 2012, risulti essere stata possibile solo grazie alla predetta assunzione come dirigente tecnologo a tempo determinato disposta dal direttore generale del Cnr il 2 gennaio 2012;
se risulti rispondente al vero, come riportato dal “Venerdì” di “Repubblica” del 17 febbraio 2012, che il predetto bando interno, a seguito del quale il dottor Ferrazzoli è stato nominato direttore dell’ufficio stampa del Cnr, sia stato confezionato su misura per lo stesso Ferrazzoli;
se risulti che il dottor Ferrazzoli il 30 novembre 2010 abbia presentato un suo libro presso il circolo “CasaPound” di Roma;
se risulti che alle dipendenze del Cnr vi siano giornalisti professionisti, dipendenti di ruolo dell’ente tra i quali il dottor Pio Cerocchi, dirigente tecnologo di lungo corso, già direttore del “Popolo” e del quotidiano “Europa”, che più volte ha chiesto, inutilmente, di assumere l’incarico di capo dell’ufficio stampa, e che non avrebbe partecipato, al pari di altri, alla selezione interna ritenendo del tutto inaccettabili i requisiti specifici, particolari e non previsti dal regolamento di cui al citato decreto del Presidente della Repubblica n. 422 del 2001;
se risulti che il neo presidente del Cnr, Luigi Nicolais, insediatosi al vertice dell’ente il 27 febbraio 2012, è al corrente dell’assunzione per chiamata diretta, come dirigente tecnologo, del dottor Ferrazzoli e della sua successiva nomina a direttore dell’ufficio stampa, a seguito della descritta procedura;
quali consequenziali provvedimenti si intendano adottare qualora i fatti descritti rispondessero al vero.
Enpam-investimenti immobiliari e titoli tossici
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07312
Atto n. 4-07312
LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -
l’Enpam (Ente nazionale di previdenza e assistenza medici) pur avendo assunto lo status formale di fondazione di diritto privato in virtù del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ha una gestione alimentata da un consistente prelievo obbligatorio di contributi previdenziali a carico di tutti i medici e odontoiatri ed è pertanto assoggettato al controllo da parte della Corte dei conti in considerazione del perseguimento di fondamentali interessi pubblici da parte della sua gestione e, anche sulla base del diritto dell’Unione europea, è qualificato come organismo di diritto pubblico ai fini dell’applicazione della normativa in materia di appalti pubblici;
dall’articolo “Quelle commissioni straordinarie di È Partners e Kanic”, pubblicato sul quotidiano “Il Sole-24 ore” del 15 marzo 2012 si legge: «Nel suo rapporto di analisi del portafoglio mobiliare di Enpam, Giulio Gallazzi si sofferma sulle straordinarie commissioni ricevute da due entità praticamente sconosciute, È Partners e Kanik Venture Holding: “Il titolo Goldman Sachs 09/11/2016 prevede una commissione upfront del 9% per la societa Kanik Venture Holding Limited, senza prevedere peraltro alcuna attività svolta da questa società”, scrive Gallazzi»;
in un altro articolo dal titolo “Il tesoro dell’Enpam, la trasparenza e la cura” pubblicato sempre sul quotidiano “Il Sole-24 ore” del 15 marzo 2012 si individuano le vulnerabilità del sistema di gestione delle casse privatizzate nelle modalità del ricorso ai consulenti e nella scarsa trasparenza delle operazioni, e si porta come caso esemplare quello dell’Enpam, ricordando il ruolo svolto per 17 anni dal professor Dallocchio negli investimenti della cassa ed evidenziando che il Dallocchio ha una fitta rete di relazioni che va da Ligresti a esponenti politici del centro-destra: l’amicizia con Gnutti lo ha portato anche alla presidenza di Fingruppo;
nell’articolo da ultimo citato si ricostruisce con dovizia di dettagli una complessa e poco trasparente vicenda di intrecci politico-finanziari, che è emersa, nonostante interrogazioni parlamentari rimaste senza risposte, solo dopo che, con il default di Lehman e il crollo della borsa, sono stati denunciati i danni pesanti subiti dalla Cassa dei medici;
recentemente il Consiglio di amministrazione dell’Enpam ha deliberato l’ennesima transazione con il Gruppo Ligresti, gruppo che si trova in notoria e grave situazione di dissesto, al punto che nel 2011 Fondiaria Sai ha segnato una perdita di 1,034 miliardi di euro, in aumento rispetto a quella di 928 milioni registrata nel 2010, confermando la necessità di ricorrere ad un aumento di capitale, che sarà di 1,1 miliardi di euro;
il Consiglio nazionale dell’Enpam, il 24 marzo 2012, ha deliberato la riforma del sistema pensionistico, una riforma che, sulla base di una prima analisi condotta sul fondo più importante (quello dei medici di medicina generale), restituisce “a regime”, pur essendo a parole basato sul criterio della capitalizzazione, solo l’importo dei contributi versati con una remunerazione reale dell’investimento nettamente inferiore all’1 per cento, facendo sospettare che si voglia far pagare alle giovani generazioni il peso degli sprechi e della mala gestio condotta dalla classe dirigente che ha retto l’Enpam nell’ultimo trentennio;
è di ieri la notizia che il presidente dell’ente, Eolo Parodi, 85 anni, l’ex consigliere esperto, Maurizio Dallocchio, l’ex direttore generale Leonardo Zongoli e l’ex responsabile investimenti finanziari, Roberto Roseti, sono indagati per truffa aggravata ai danni dell’Enpam relativamente agli investimenti in “titoli spazzatura” che hanno generato perdite potenziali all’Ente di circa 500 milioni di euro. Tali investimenti, che prevedono un alto tasso di rischio, sono stati compiuti per un ammontare complessivo di più di tre miliardi di euro, pari circa ad un terzo dell’intero patrimonio della Fondazione (si veda il “Corriere della sera” del 17 aprile 2012);
per un secondo filone di indagine, che coinvolge le operazioni immobiliari, giudicate “anomale e sospette” dai pubblici ministeri (si veda “Il Messaggero” dello stesso giorno), dell’Enpam è stata invece disposta la perquisizione della sede dell’ente, delle abitazioni di 9 persone, tra cui quella del costruttore romano Antonio Pulcini, e delle società: Idea Simit, Prelios Sgr, Belgravia Invest, International Engineering Consulting, Tiglio 1 Srl, Tamerice immobiliare, Ge Real Estate Trading e Europrogetti & Finanza Srl;
si legge su “Dagoreport”: «Esplode lo scandalo Enpam, la miliardaria Cassa di Previdenza dei Medici, che da mesi è sotto il tiro prima dei sindacati di categoria, ed ora della magistratura per gli investimenti squinternati. (…) L’Enpam investe in immobili direttamente e tramite il Fondo Ippocrate, costituito nel 2006 da Fare sgr di proprietà di Daniele Buaron e di De Agostini; in Ippocrate, Enpam ha versato tra il 2006 e il 2010 ben due miliardi di euro utilizzati per comprare immobili da Buaron a cui, a fine 2009, si è unito l’ex Pirelli RE Petrosino. All’alba la GDF si è recata presso gli uffici di Milano della ex FARE sgr (confluita a fine 2011 in Fimit sgr, oggi IdeaFimit controllata da De Agostini e dall’Inps di Mastrapasqua) e ha sequestrato tutte le carte relative alle operazioni del fondo Ippocrate. In primis la Rinascente di Milano, comprata a fine 2010 per circa 470 milioni da Pirelli RE che l’aveva pagata, quando il mercato era al top nel 2007, solo 360 milioni incassando così una incredibile plusvalenza per il fondo di Pirelli RE. I sindacati dei medici hanno sempre protestato contro quest’operazione senza ricevere risposte adeguate, anche perché l’immobile fu comprato senza la licenza commerciale venduta dopo a un gruppo thailandese; pertanto, secondo i sindacati, vale molto meno e non si capisce come un immobile comprato in periodo di grande crisi (2010) si paghi un +30% rispetto al periodo di acquisto nell’anno di boom (2007). Poi pare ci siano altre tre operazioni nel mirino dei magistrati effettuate da Enpam con il palazzinaro romano Pulcini: l’acquisto di due immobili a Roma in Via del Serafico, che Pulcini avrebbe comprato 6 mesi prima alla metà vuoti, e rivenduto dopo 6 mesi al doppio sempre ad Ippocrate, guadagnando ben 50 milioni, nel frattempo li aveva affittati alla Regione; l’acquisto diretto dell’Enpam sempre da Pulcini di un controverso immobile a Roma in piazza Vittorio, costato una cifra improbabile, ma questa pare sia una puntata tutta da scoprire. Secondo i magistrati sarebbe importantissimo il ruolo nelle intermediazioni immobiliari del mediatore italo-israeliano Ofer Arbib, già consulente dell’Enpam per anni, nonché parente di Buaron»,
quale risulti essere la redditività reale del patrimonio dell’Enpam al netto delle perdite e delle svalutazioni dei titoli in portafoglio;
quali risultino essere i contenuti della transazione Enpam-Ligresti;
se e quali iniziative siano state assunte o si intendano assumere riguardo alle questioni di cui in premessa, tenuto conto che nel Consiglio di amministrazione e nel Collegio dei sindaci della fondazione sono presenti componenti di nomina ministeriale;
quali criteri il Ministro in indirizzo intenda adottare in sede di esame delle proposte di modifiche ai regolamenti di previdenza delle Casse professionali allo scopo di garantire che sia salvaguardato anche il principio della equità intergenerazionale;
se e quali iniziative siano state promosse o si intendano promuovere per accertare la correttezza giuridica ed economica delle operazioni sopra riportate;
se il Ministro in indirizzo abbia adottato o intenda adottare indirizzi puntuali per assicurare che gli investimenti degli enti di previdenza, anche privatizzati, siano congrui;
se sussista per i componenti dei consigli di amministrazione e del direttore generale delle Casse privatizzate l’obbligo di possedere requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza, analoghi o paragonabili a quelli previsti per gli amministratori delle imprese assicurative.
Pagamento IMU in tre rate
18 aprile 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00457
Atto n. 2-00457
Pubblicato il 17 aprile 2012, nella seduta n. 710
un emendamento dell’on. Gianfranco Conte, relatore per il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 16 del 2012, presentato ieri in VI Commissione permanente (Finanze) della Camera dei deputati, prevede che, per l’anno 2012, l’IMU dovuta per l’abitazione principale e le relative pertinenze dovrebbe essere in tre rate: 16 giugno, 16 settembre e 16 dicembre (emendamento 4.200);
in particolare, nella prima e seconda rata si dovrebbe pagare, per ciascuna tranche, un terzo dell’imposta, calcolata applicando l’aliquota base (pari allo 0,4 per cento) e le detrazioni previste. La terza rata, invece, sarebbe a saldo dell’imposta complessivamente dovuta per l’intero anno, con conguaglio sulle precedenti rate;
si tratterebbe, quindi, di un’ulteriore modifica al testo approvato dal Senato (Atto Senato 3184), in base al quale la prima rata avrebbe dovuto essere pagata, senza applicazione di sanzioni e interessi, in misura pari al 50 per cento dell’importo ottenuto applicando le aliquote di base e le detrazioni previste;
il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 16 del 2012, al quale oggi la VI Commissione della Camera dovrebbe dare il via libera, si arricchirebbe, però, di altre novità, sul fronte casa ma non solo;
innanzitutto, sempre in base al medesimo emendamento presentato dal relatore, le agevolazioni sulla prima casa si dovrebbero applicare solo sull’abitazione in cui il contribuente e il proprio nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente e si applicherebbero per un solo immobile;
nel caso, poi, di separazione o divorzio, dovrebbe pagare l’imposta il coniuge che resta nella casa, cioè chi ha un diritto di abitazione, pur non essendo proprietario dell’immobile. L’imposta dovrebbe potersi pagare non solo mediante F24, ma, a partire dal 1° dicembre 2012, anche tramite bollettino postale;
si legge su “l’Unità” del 17 aprile 2012: «”Tre rate o due rate, quello che è certo è che con l’Imu si sta ormai rasentando il ridicolo”. È quanto afferma Claudio Siciliotti, presidente dei commercialisti italiani. “Ci sono Paesi – sostiene Siciliotti – che, per imposte simili all’Imu, mandano bollettini pre compilati, lasciando ai contribuenti e ai loro professionisti un rapido compito di verifica e controllo della correttezza degli importi esposti. Da noi siamo infine arrivati a costruire una imposta per la quale il contribuente non deve soltanto procedere ai conteggi totali, ma deve pure provvedere lui a conteggiare anche quanto va allo Stato e quanto ai comuni”». Una vera beffa, se si pensa che questo accade in parallelo a proclami e decreti di semplificazione fiscale. Su “FiscalFocus.info” del 17 aprile 2012 si legge: «”E non si dica – conclude Claudio Siciliotti – che i commercialisti traggono beneficio da queste complicazioni, essendo semmai tra i soggetti danneggiati due volte: come contribuenti e come professionisti. Perché la moltiplicazione inutile dei rischi di errore pesa, anche in termini di responsabilità professionale, assai più di quanto simili prestazioni possono essere ribaltate sul cliente”»;
inoltre, relativamente alle modifiche apportate al Senato sulla disciplina IMU, il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 16 del 2012 prevede che «Con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro il 10 dicembre 2012, si provvede, sulla base de gettito della prima rata dell’imposta municipale propria nonché dei risultati dell’accatastamento dei fabbricati rurali, alla modifica delle aliquote, delle relative variazioni e della detrazione stabilite dal presente articolo per assicurare l’ammontare del gettito complessivo previsto per l’anno 2012. Entro il 30 settembre 2012, sulla base dei dati aggiornati, ed in deroga all’art. 172, comma 1, lettera e), del testo unico di cui la decreto legislativo 18 agosto 2000, n.267, e all’art. 1, comma 169, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, i comuni possono approvare o modificare il regolamento e la deliberazione relativa alle aliquote e alla detrazione del tributo»;
il Servizio Studi della Camera, nel dossier sul decreto in materia di semplificazioni fiscali, sottolinea che le norme in materia di IMU, inserite dal Senato nel decreto-legge fiscale, che consentono di modificare l’importo delle aliquote di base e della detrazione con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, andrebbero valutate “con riferimento all’articolo 23 della Costituzione, che prevede una riserva di legge ai fini dell’imposizione di una prestazione personale o patrimoniale”. Per gli esperti della Camera, che hanno preparato il dossier sul decreto fiscale, in vista dell’esame della Commissione Finanze di Montecitorio, un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che dovrà essere emanato entro il 10 dicembre, non rispetta la “riserva di legge” assegnata dalla Costituzione alle imposizioni fiscali;
la Commissione Finanze della Camera ha approvato un emendamento presentato dall’on. Gianluca Galletti in base al quale si potrà scegliere di versare il 50 per cento dell’imposta entro il 16 giugno e la restante metà a dicembre, quindi non in tre rate come previsto in un primo tempo;
le fondazioni bancarie sono esentate dalla tassa IMU in quanto considerate organismi non profit;
le fondazioni bancarie sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, Compagnia di S. Paolo, Ente CR di Roma e Fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11: le altre otto sono Fondazione CR di Torino, Ente CR di Firenze, CR di Cuneo, Fondazione Banco di Sardegna, Fondazione CR di Genova e Imperia, Fondazione CR di Padova e Rovigo;
nel dicembre 2002 la quota impegnata nelle partecipazioni bancarie era del 33,7 per cento (14.062,9 milioni di euro), del 41 per cento nel 2001, mentre il resto era investito in titoli di Stato ed in società private scelte esclusivamente secondo il criterio della redditività;
da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. È opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: artistico e culturale 29 per cento, istruzione 16,5 per cento, assistenza sociale 12,5 per cento, filantropia e volontariato 12 per cento, sanità e ricerca 10 per cento e 9 per cento. I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4 per cento degli importi, i soggetti pubblici il 42,6 per cento;
a giudizio dell’interrogante prima della beneficenza, bisognerebbe pagare le tasse. Le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili usurai che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto;
i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed Isole solo il 2 per cento (Fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, ne risulta spiegata l’anomalia;
la Fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del Gruppo Intesa-San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi (atto 4-06474),
quali urgenti iniziative il Governo intenda assumere al fine di correggere la normativa recentemente introdotta sull’IMU garantendo maggiore equità tra i contribuenti e restituendo certezza in merito all’effettivo ammontare dell’imposta dovuta dai cittadini, che, ad oggi, non sono messi in condizione di conoscere quanto effettivamente andranno a pagare a compimento di tutte le rate;
se ritenga equo, giusto e civile, nel rapporto fisco-contribuenti, assegnare ai cittadini l’onere dei calcoli delle rate da pagare esponendoli ad errori per rivalse di Equitalia ed altre agenzie fiscali, al contrario di quanto non avvenga in altri Paesi europei, e se non intenda correggere con urgenza tali vessazioni e vere e proprie persecuzioni fiscali.
Imprenditore provincia Venezia-problema prodotti derivati
18 aprile 2012 18 aprile 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07294
Atto n. 4-07294
giungono all’interrogante numerose segnalazioni di imprenditori vessati dal sistema bancario e dai contratti derivati, strumenti finanziari che le banche, con leggerezza e senza rendere coscienti i clienti del “gioco d’azzardo” vero e proprio che rappresentano, hanno fatto loro sottoscrivere e che li stanno portando alla rovina;
in particolare il caso di un imprenditore della provincia di Venezia che ha firmato un prodotto derivato con la Banca nazionale del lavoro (BNL) e che oggi rischia il fallimento a causa dei forti interessi che paga;
l’imprenditore lamenta di aver provato in tutti i modi ad interrompere detto prodotto derivato finanziario con la banca, anche attraverso la via della mediazione obbligatoria, senza riuscirci. Ha persino provato ad estinguere il contratto derivato indebitandosi con un’altra banca, pur di metterci la parola fine, però, ogni volta che si è rivolto alla BNL, questa ha preteso cifre assurde e per di più ogni volta il valore non è mai quello mark-to-market ma quello di 3 mesi prima; quindi ha trovato assolutamente impossibile stabilire un dialogo o una negoziazione con la banca. Inoltre dovrebbe ricevere almeno una volta al mese la comunicazione del “valore” del derivato, invece lo riceve ogni 6 mesi con il valore però di 3 mesi prima;
come scrive Paolo Brera il valore dei derivati «sul mercato mondiale, ha raggiunto la bella cifra di 700.000 miliardi di dollari, stando all’ultima rilevazione (2011) della Banca dei Regolamenti Internazionali. Dieci volte il pil mondiale. Nessuno sa a quanto ammonti il vero valore di tutta questa massa di registrazioni elettroniche. (…) A controllare più del 90% di questo mercato sono cinque sole banche, Jp Morgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Hsbc. Se una di queste perde solo un decimo sui derivati in suo possesso, per rimettere a posto le cose l’intera economia mondiale deve lavorare due mesi e mezzo. (…) Per questo Warren Buffett ha definito i derivati “armi di distruzione di massa”. I derivati finanziari sono gioco d’azzardo allo stato puro, ma sono truccati da nobilissime incarnazioni della Finanza Moderna. Regolamentarli in qualche modo è già molto difficile, ma se si aggiunge alla difficoltà la scarsissima volontà politica è uno sforzo disperato: per controllare a dovere questa finanza pirotecnica bisognerebbe colpire interessi potenti e? molto generosi verso i politici» (si veda “L’Arena.it” dell’8 aprile 2012);
Mario Lettieri e Paolo Raimondi per “Italia Oggi” scrivono: «Bisogna (…) prosciugare l’oceano dei derivati finanziari, a cominciare dagli Otc (…) negoziati fuori dai mercati e tenuti fuori dai bilanci. È indispensabile introdurre da subito semplici ma chiare misure per proibire azioni speculative allo scoperto e altri pericolosi giochi finanziari. Occorre ristabilire un moderno Glass-Steagall Act, cioè la legge bancaria anti-Grande Depressione del 1933 che separava le banche commerciali da quelle di investimento, per evitare che i risparmi siano usati per le speculazioni. E si mandi a casa chi sostiene che bisogna dare credito ai mercati e non alla politica. Chi pretende per la finanza e per la speculazione una libertà assoluta»;
il presidente Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile, ha parlato di quanto «”L’illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”. (…) Essere a conoscenza della “mappatura” dei fenomeni di corruzione, aggiunge, serve “per effettuare una ricognizione degli episodi più ricorrenti di gestione delle risorse pubbliche inadeguata, perché inefficace, inefficiente, diseconomica”. Giampaolino si riferisce a tutti i comportamenti che arrecano “un danno alle finanze pubbliche”: dalla corruzione dell’attività sanitaria, allo smaltimento dei rifiuti, dal “gravemente colposo” utilizzo di strumenti derivati o prodotti finanziari simili, per arrivare alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. Vengono inclusi anche gli errori nella gestione del servizio di riscossione dei tributi”» (si veda “la Repubblica” del 16 febbraio 2012);
il Ministro dell’economia pro tempore Tremonti in un’intervista televisiva ha ribadito di essere contrario alla tassazione dei derivati bancari, in quanto sono illegali e di conseguenza, tassandoli, sarebbe stata riconosciuta la loro regolarità, quando devono invece essere vietati perché illegali;
il Presidente del Consiglio dei ministri Monti, alla Conferenza stampa con i vertici della finanza del 20 febbraio 2012, ha parlato della necessità di prendere misure a livello europeo per risolvere il grave problema dei prodotti derivati;
l’attuale Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al momento della sua investitura, ha accennato, tra i tanti problemi da affrontare, alla necessità urgente della regolamentazione dei derivati finanziari;
un’inchiesta condotta da Paolo Biondani per la rivista “L’espresso” sui contratti derivati stipulati dagli enti evidenzia la pericolosità di questo tipo di investimenti definendolo una mina vagante che minaccia i conti del sistema Italia visto che sulla carta dovrebbero servire per ridurre rischi futuri, come una specie di assicurazione: ad esempio per limitare i danni del rialzo dei tassi, del crollo dell’euro o di altri imprevisti, ma in realtà funzionano come una scommessa e a vincere il gioco sono quasi sempre le banche;
la rilevazione della Banca d’Italia del marzo 2010 conferma che 13 Regioni, 28 Province, 371 Comuni e 14 università o società pubbliche hanno debiti enormi, per almeno 21 miliardi e 813 milioni, tuttora agganciati a derivati firmati con banche domiciliate in Italia;
dall’indagine conoscitiva della 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato è risultato che i derivati degli enti locali ammontano a 30 miliardi di euro;
le cronache hanno riportato la gigantesca truffa perpetrata da banche estere ed italiane a danno di quasi 500 enti locali, oggetto di indagini della magistratura penale – anche a seguito della raffica di denunce inoltrate dall’Adusbef – in particolare l’indagine condotta dal pubblico ministero della Procura di Milano Alfredo Robledo che ha rinviato a giudizio alcune banche per i danni inferti al Comune di Milano;
un’uscita di agenzia dell’Ansa del 16 aprile 2012 riporta: “Una nuova informativa della Guardia di finanza conferma alla Procura della Repubblica di Catanzaro che la Regione Calabria ha subito un danno di 26 milioni di euro per la sottoscrizione dei derivati (swap). Sulla sottoscrizione dei derivati da parte della Regione Calabria con l’istituto di credito giapponese Nomura, dal 2004 al 2006, è in corso una indagine della Procura della Repubblica che vede indagati l’ex consulente dell’Ente, Massimiliano Napolitano; l’ex dirigente del settore bilancio dell’Ente, Mauro Pantaleo; la moglie di quest’ultimo, Chiara Cavallo, e quattro funzionari della Banca Nomura. Gli indagati sono accusati a vario titolo di truffa aggravata in danno della Regione, frode in pubblica fornitura e falsità ideologica. Nella nuova informativa della Guardia di Finanza è stata analizzata la sottoscrizione dei derivati da parte della Regione non solo con la banca Nomura ma anche con altri istituti di credito. Nelle settimane scorse la Procura ha disposto una serie di rogatorie in banche svizzere per cercare di trovare riscontri al passaggio di denaro tra la Nomura e Massimiliano Napolitano quale consulenza per la sottoscrizione dello swap. Nel corso delle indagini era emerso che l’istituto di credito Nomura, attraverso una serie di società estere e conti correnti cifrati, aveva pagato a Napolitano la somma di 2,5 milioni di euro per la sua consulenza. Il movimento di denaro ha avuto quale rapporto bancario di transito un conto corrente acceso presso la Banclays Bank di Londra ed intestato alla società Keaton Llc, registrata a New York e riconducibile allo stesso Napolitano. Nell’inchiesta, condotta dai sostituti procuratori della Repubblica Gerardo Dominijanni e Domenico Guarascio, la Regione Calabria è parte offesa”;
i suicidi nel Nord Est del Paese sono aumentati del 40 per cento e nel 2012 otto imprenditori si sono tolti la vita;
il sito delle piccole e medie imprese italiane descrive una situazione drammatica di suicidi: «Se l’accesso al credito diventa sempre più un’utopia per le piccole e medie imprese italiane – che si rivolgono alle banche per cercare di fronteggiare l’attività aziendale, spesso già in difficoltà a causa del ritardo nei pagamenti della PA – come pagare stipendi e contributi ai dipendenti? Una situazione critica – aggravata dalle problematiche di mercato connesse all’accesso al credito – che nel Nord est ha portato a una catena di eventi drammatici: 50 casi di suicidio tra gli imprenditori locali soltanto in Veneto. (…) A puntare il dito sul patto di stabilità interno, evidenziando gli effetti disastrosi in termini di liquidità sugli imprenditori medi e piccoli, è Giuseppe Bortolussi della Cgia, Associazione Artigiani di Mestre: “Nel Nord Est abbiamo avuto una cinquantina di suicidi per crediti. Se è paradossale per debiti, che ciò avvenga per crediti è assurdo. Bisogna aiutare la piccola impresa ad avere il suo, senza pensare a chissà cosa, solo quello che è loro dovuto. Si parla di 70 miliardi, se lo Stato ha bisogno di far quadrare i conti, lo stesso vale per le imprese»,
se il Ministro in indirizzo non ritenga fraudolenti le clausole capestro imposte dalle banche con i suddetti strumenti di finanziamento delle imprese che offrono ai clienti la possibilità di pagare un tasso fisso, ricevendo in cambio un tasso variabile, pagando o incassando la differenza, mentre la ventilata copertura dell’eventuale rischio del rialzo dei tassi di interesse si rivela un autentico raggiro e il cliente paga molto di più rispetto a quanto non incassato dallo scambio;
quali iniziative urgenti intenda intraprendere per evitare che aziende ed enti locali possano essere frodati da condizioni capestro imposte dagli istituti bancari che approfittano della buona fede dei clienti e gettano sul lastrico gli imprenditori;
quali misure urgenti si intendano attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole e medie imprese da parte di un sistema bancario aduso a frodare e truffare i cittadini, a giudizio dell’interrogante con la complicità del Governo e delle distratte autorità di controllo;
se il Governo, alla luce degli scandali che hanno interessato attività corruttive delle grandi banche di affari, non intenda intervenire con urgenza per rendere nulli contratti capestro aventi l’unica finalità di ingrassare i bilanci delle banche, i bonus e le stock option dei dirigenti per fare indebitare al massimo grado intere comunità per generazioni fino a 30/40 anni con spregiudicate operazioni finanziarie scrutinate dalla magistratura penale con precise accuse di truffa aggravata;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare gesti disperati di imprenditori feriti nell’onore, avvenuti a giudizio dell’interrogante per precise responsabilità di banche e banchieri che strozzano la ripresa dell’economia.