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Timestamp: 2018-06-22 13:21:10+00:00
Document Index: 47592830

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 151', 'art. 146', 'art. 570', 'art. 2043', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 146', 'art. 151', 'art. 146', 'art. 151', 'art. 156', 'art. 548', 'art. 5', 'art. 151', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2', 'art. 143', 'art. 1173', 'art. 143', 'art. 29', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art 2043', 'art. 2', 'art. 29', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 160', 'art. 143', 'art. 2043']

3.4.2 La situazione italiana. Violazione dei doveri coniugali e risarcimento del danno
Per lungo tempo gli interpreti italiani hanno tenuto una posizione contraria alla risarcibilità della violazione dei doveri derivanti dal matrimonio (Cian 1992, 42, Trimarchi 1970, 102, Zaccaria 2000, 527)
[N]el merito della specifica pretesa risarcitoria coniugale, derivante dalla violazione dei doveri sorti con il matrimonio, occorre ricordare come abbia finora largamente prevalso un indirizzo dottrinale e giurisprudenziale contrario, che ha sempre motivato la soluzione negativa con un perentorio, quanto sbrigativo giudizio sulla non opportunità di configurare un possibile contenzioso tra coniugi, ulteriore rispetto all’istituto dell’addebito ed ai rimedi di ordine economico previsti sia per la separazione, che per il divorzio, quindi alle soluzioni specifiche e tipiche, ritenute (infondatamente) esaustive e/o esclusive di qualunque altro intervento giudiziario
(Fraccon 2001, 384).
Tuttavia, le più recenti pronunce giurisprudenziali di legittimità e di merito ammettono con chiarezza che il coniuge che viola i rapporti coniugali è suscettibile di subire condanna al risarcimento del danno causato all’altro coniuge con la violazione dei doveri coniugali, senza che la presenza delle specifiche tutele previste dal diritto di famiglia possano precluderne l’applicazione (per una ricostruzione delle rare pronunce italiane in argomento v. De Marzo 2001, 745).
La prima sentenza che sembra ammettere la possibilità dell’applicazione delle norme in tema di responsabilità per danni fra i coniugi anche a fronte della violazione di un dovere derivante dal matrimonio (dovere di fedeltà) risulta essere una sentenza inedita della Cassazione del 1975, la cui massima dispone:
La violazione da parte di un coniuge dell’obbligo di fedeltà, a parte le conseguenze sui rapporti di natura personale, può anche costituire, in concorso di particolari circostanze, fonte di danno patrimoniale per l’altro coniuge, per effetto del discredito derivantegli; trattandosi, però di un danno non necessariamente conseguente alla subita infedeltà, né da essa desumibile come potenziale, ma solo possibile nel caso concreto, per la pronuncia di una condanna generica al risarcimento di esso non può ritenersi sufficiente la semplice dimostrazione dell’infedeltà medesima, occorrendo anche la prova delle circostanze che abbiano determinato, nel caso specifico, l’incidenza patrimoniale concreta, o quantomeno potenziale, di quell’illecito
(Cass. 19.6.1975, n. 2468, RFI, 1975, Matrimonio, 1939, n. 288).
Tuttavia, dovranno passare ben 13 anni per avere un’altra sentenza sul medesimo argomento. Nel 1988 il Tribunale di Roma ha riconosciuto astrattamente (il coniuge non era stato, infatti, citato in giudizio, vertendo il processo esclusivamente sulla responsabilità del partner del coniuge adulterino per i danni subiti dal coniuge tradito) che la violazione del “riscoperto” dovere coniugale di fedeltà fra coniugi è suscettibile di generare anche un danno patrimoniale per l’altro coniuge da risarcire sulla base dell’art. 2043 c.c. (Cendon 1990, Paletto 1989, Bona 2001, 198).
Oggi il contenuto dell’obbligo di fedeltà – ulteriormente valorizzato dal legislatore della riforma ponendolo al primo posto fra gli obblighi matrimoniali – si è dilatato e la fedeltà non si riduce alla grossolanità «del non commettere adulterio». Con il termine si allude non soltanto all’esclusività dei rapporti sessuali fra i coniugi ma ad ogni manifestazione della vita più intima dei coniugi stessi nel senso di dedizione fisica e spirituale di un coniuge all’altro.
In altri termini, quello di fedeltà – anche a seguito della eliminazione delle norme penali che la violazione di tale dovere sanzionavano – non è più un dovere di tipo pubblicistico a contenuto prevalentemente sessuale, ma un vero e proprio obbligo privato sancito dalla legge, pienamente vincolante, la cui efficacia va riguardata in rapporto al ruolo dei coniugi nella vita familiare e all’esigenza di salvaguardare l’unità e la stabilità del gruppo familiare.
Così concepito il dovere di fedeltà, non par dubbio che la sua violazione può costituire in concorso di determinate circostanze anche fonte di responsabilità per danni
[…] Non si può, dunque, escludere che l’adulterio della moglie possa, nel particolare ambiente in cui vivono i coniugi, essere causa di tanto discredito per il marito da costituire per lui fonte di danno nella vita di relazione, danno che ha carattere patrimoniale. Ma tale danno consegue al fatto della moglie solo in via di possibilità, al di fuori della probabilità e, tanto meno, della necessaria consequenzialità
(Trib. Roma 17.9.1988, GM, 1991, I, 756).
Negli anni novanta del secolo appena terminato si registrano infine più di una sentenza in argomento.
In particolare, si rinvengono due sentenze della Suprema Corte (una del 1993 e una del 1995) e alcune sentenze di merito (un Tribunale di Milano del 1999, un Tribunale di Firenze del 2000 e un ultimo Tribunale di Milano del 2001).
Per quanto concerne il giudice di legittimità, dopo un primo momento in cui sembrava aver assunto un orientamento negativo (smentendo così i principi affermati nella sentenza del 1975), questo appare oramai orientarsi in senso positivo rispetto alla risarcibilità ex art. 2043 c.c. della violazione dei doveri coniugali.
In una prima decisione del 1993 la Cassazione ha ritenuto che il ricorso agli istituti previsti dal diritto di famiglia in caso di crisi coniugale comportasse l’automatica esclusione del ricorso alle norme in tema di responsabilità civile.
Tale diritto [all’assegno di mantenimento] esclude la possibilità di richiedere, ancorchè la separazione sia addebitabile all’altro, anche il risarcimento dei danni a qualsiasi titolo risentiti a causa della separazione stessa.
[…] ciò non tanto perché l’addebito del fallimento del matrimonio soltanto ad uno dei coniugi non possa mai acquistare – neppure in teoria – i caratteri della colpa, quanto perché, costituendo la separazione personale un diritto inquadrabile tra quelli che garantiscono la libertà della persona (cioè un bene di altissima rilevanza costituzionale) ed avendone il legislatore specificato analiticamente le conseguenze nella disciplina del diritto di famiglia (cioè nella sede sua propria), deve escludersi – proprio in omaggio al principio secondo cui «inclusio unius, exclusio alterius», – che a tali conseguenze si possano aggiungere anche quelle proprie della responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c.
(Cass. 6.4.1993, n. 4108, Gi, 1997, 87).
Ma tale decisione non è andata esente da critiche.
Il sistema di sanzioni legato all’addebitabilità della separazione e quello discendente dall’art. 2043 non sono affatto incompatibili, così come, in generale, in campo contrattuale è ormai pacificamente ammessa la cumulabilità della responsabilità da inadempimento con quella aquiliana; il parallelismo è più che evidente, poiché anche i diritti derivanti dal matrimonio hanno natura di diritti relativi. È, infine, da segnalare come in una materia di pari rilevanza sociale, quale quella del rapporto di lavoro subordinato, il concorso di responsabilità contrattuale sia oramai una irreversibile conquista di civiltà
(Fraccon 2001, 390).
Così, nel 1995 (rigettando un motivo di gravame), con riferimento ad un caso in cui la moglie chiedeva il risarcimento del danno cagionato dalla violazione dei doveri coniugali sanzionati con la pronuncia di addebito, con condanna del marito a versarle la somma occorrente per trasferirsi in un domicilio diverso da quello coniugale e provvedere al relativo arredamento, la Suprema Corte ha ammesso in via teorica accanto al diritto del coniuge incolpevole al mantenimento, la risarcibilità in capo al medesimo degli ulteriori danni, sempre che
i fatti che hanno dato luogo alla dichiarazione di addebito integrino gli estremi dell’illecito ipotizzato dalla clausola generale di responsabilità
(Cass. 26.5.1995, n. 5866, GI, 1997, I, 1, 843).
Dunque, la Suprema corte non sembra più escludere la responsabilità civile anche in presenza di addebito,
ma lo fa con una formulazione alquanto sibillina. Non è dato intendere, ad esempio, se l’applicazione del principio affermato dalla Corte consentirebbe il risarcimento del danno biologico che fosse eziologicamente riconducibile ad una violazione del dovere di fedeltà tale da dar luogo alla pronuncia di addebito. Neppure precisa la S.C. se la reiezione del motivo di gravame sia dovuta alla circostanza che gli esborsi occorrenti per sostenere il cambiamento di abitazione siano già stati valutati al fine della determinazione dell’assegno di mantenimento, nel qual caso la voce «danno» sarebbe interamente assorbita
(Fraccon 2001, 391).
Il quadro va poi completato con una precedente sentenza della Cassazione (Cass. 11.11.1986, n. 6607, Gi, 1987, I, 1, 2044), in cui – con riferimento al caso di azione in responsabilità nei confronti di un terzo che aveva cagionato ad una persona coniugata l’impossibilità dei rapporti sessuali – una motivazione particolarmente attenta ai diritti reciproci dei coniugi come diritti inviolabili, costituzionalmente riconosciuti e garantiti, consente di desumere che la violazione di tali diritti configuri una responsabilità aquiliana anche nel caso in cui sia posta in essere da un coniuge in danno dell’altro.
La forza espansiva del principio appare evidente. Sebbene la specie abbia riguardo a danno cagionato da fatto illecito del terzo, il principio appare applicabile anche alla violazione dei doveri coniugali, in quanto siano lesive del diritto di ciascun coniuge a svolgere la sua personalità nella comunione familiare
(Morozzo della Rocca 1988, 629).
Fra i giudici di merito, a parte alcuni cenni contenuti in precedenti sentenze (Trib. Monza 15.3.1997, Fam.dir., 1997, 462), sulla base della natura pienamente giuridica dei doveri derivanti dal matrimonio, nel 1999 il Tribunale di Milano ha ritenuto che la piena risarcibilità ex art. 2043 c.c. della violazione dei doveri coniugali, stante il carattere insufficiente degli istituti previsti dal diritto di famiglia in funzione sostitutiva della tutela risarcitoria del coniuge leso (cfr. Morozzo della Rocca 1988, 616, il quale nega che, dopo l’abrogazione dell’istituto della separazione per colpa, siano residuati rimedi aventi un reale carattere sanzionatorio e tantomeno risarcitorio alle violazioni dei doveri nascenti dal matrimonio).
È vero che la tutela specifica accordata dal codice civile e dalla legge sul divorzio, prevedendo, nell’ambito civile, l’addebito della separazione di cui all’art. 151, 2° comma c.c. e le misure sanzionatorie dell’allontanamento ingiustificato del coniuge di cui all’art. 146 c.c., con le conseguenze patrimoniali relative (anche ai fini della qualificazione dell’assegno divorzile), e, in quello penale, il reato di cui all’art. 570 c.p., costituisce un complesso sanzionatorio dei predetti doveri [derivanti dal matrimonio].
È stato però affermato dalla dottrina più moderna come tali normative non esauriscano il sistema delle misure atte a colpire il comportamento illegittimo, in primo luogo perché si tratta di sanzioni settoriali o solo eventuali, come l’addebito (la perdita del diritto all’assegno di mantenimento presenta il duplice limite di colpire solo il coniuge che ne avrebbe avuto diritto e di non avere alcuna conseguenza pratica, in presenza di modeste capacità finanziarie dell’obbligato, per non parlare della perdita del diritto a succedere, che è sanzione sostanzialmente svuotata di significato dall’istituto divorzile), che è comunque, insufficiente a riparare il pregiudizio subito dal coniuge adempiente. Secondariamente, in quanto la tutela penale viene oramai riconosciuta soltanto alla violazione del dovere di assistenza economica o morale, con esclusione delle violazioni del dovere di fedeltà.
[…] In altri termini, le sanzioni specifiche, che costituiscono una tutela della famiglia come formazione sociale primaria e, altresì, dei suoi componenti, non esauriscono, a parere del Collegio, i rimedi a tutela del coniuge adempiente in quanto persona, per il quale la famiglia può e deve costituire un ambito di autorealizzazione e non di compressione dei diritti irrinunciabili, quali quello della salute, dell’incolumità personale, dell’onore ecc.
Il diverso ordine di beni o interessi tutelati, lì la coesione della famiglia legittima e qui il diritto personalissimo del singolo, non consentono, pertanto, di ritenere derogata la clausola generale di responsabilità dalle sanzioni speciali sopra menzionate
(Trib. Milano 10.2.1999, FamDir, 2001, 2, 187).
Come detto dallo stesso Tribunale di Milano, la maggioranza degli interpreti è oramai chiaramente orientata nel senso della inidoneità degli istituti previsti dal diritto di famiglia nei confronti di illeciti rilevanti ai sensi dell’art. 2043 c.c., anche sulla base delle norme costituzionali
Dall’analisi delle sanzioni cosiddette tipiche o speciali risulta chiaramente la loro inidoneità a porsi in funzione sostitutiva della tutela risarcitoria del coniuge leso, e, dunque, è da escludere che le norme che le prevedono, abbiano attuato il precetto costituzionale [previsto dall’art. 29, secondo comma].
Più in generale, il principio di uguaglianza appare incompatibile con la visione, appropriata al regime precedente la riforma del 1975, del diritto di famiglia come diritto singolare, e, in particolare, della relazione coniugale come sottratta alle norme ed ai principi del diritto comune. L’art. 29 Cost. ha introdotto nell’ordinamento il caposaldo della pari libertà dei coniugi, da intendersi […] in diretto, insopprimibile riferimento all’art. 2 Cost.. L’effetto voluto è stato proprio quello di riportare i comportamenti familiari nella sfera di applicazione delle norme che tutelano le persone, in vista del loro coordinamento con quelle poste a salvaguardia della stabilità della famiglia
(Fraccon 2001, 385).
Sufficientemente chiari appaiono i limiti – sotto il profilo della tutela del coniuge leso – insiti nella sospensione dell’assistenza morale e materiale prevista dall’art. 146 c.c. e nell’istituto dell’addebito previsto dal secondo comma dell’art. 151 c.c. (sui limiti inerenti le norme penali v. Fraccon 2001, 387).
Quanto alle conseguenze specifiche della violazione dei doveri derivanti dal matrimonio, in primo luogo è evidente il carattere prettamente temporaneo della sanzione prevista dall’art. 146 cod. civ. per il caso di ingiustificato allontanamento del coniuge, finalizzata, come pare, o al ripristino della coabitazione, o alla separazione.
In tema di separazione, l’addebitabilità prevista dal 2° comma dell’art. 151 cod. civ. è stata sempre interpretata come ipotesi eccezionale. Depone in tal senso, anzitutto, l’evidente finalità cautelativa della (peraltro oscura) espressione «ove ne ricorrano le circostanze», collocata nel testo della norma ancor prima della «considerazione del comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio». L’addebito può, poi, essere pronunciato soltanto laddove quel comportamento abbia dato luogo alla intollerabilità della convivenza, dimodochè la responsabilità potrebbe venir riconosciuta soltanto in caso di violazioni particolarmente gravi e ripetute. La dichiarazione di addebito, infine, mentre non ha alcuna influenza sull’entità dell’eventuale assegno di mantenimento spettante al coniuge leso, presenta dei vantaggi ben limitati sotto il profilo patrimoniale. Si tratta, in primo luogo, della perdita di tale assegno stabilita dall’art. 156 cod. civ., che sanziona soltanto il comportamento del coniuge che altrimenti ne avrebbe diritto, ma che non giova alla parte economicamente più debole, laddove sia quella a favore della quale l’addebito viene riconosciuto. L’altro beneficio, previsto dall’art. 548, 2° comma cod. civ., è la sostituzione del diritto successorio del coniuge cui sia stata addebitata la separazione con l’assegno vitalizio, nella sola ipotesi in cui avesse già diritto agli alimenti e nei limiti della somma originariamente riconosciuta. È evidente la perdita di incisività di quest’ultima norma, in presenza dell’istituto del divorzio e della riduzione a tre anni del termine occorrente per potervi accedere.
[…] La pregressa pronuncia di addebito della separazione può venir in considerazione, ai fini della quantificazione dell’assegno di cui all’art. 5.6 della legge n. 898 del 1970, laddove indica le «le ragioni della decisione» come parametro, soltanto qualora coincidano titolare del relativo diritto e parte lesa, ma non pare che sia rilevante laddove quest’ultimo sia il coniuge tenuto ad erogare l’assegno divorzile, dal momento che esso va commisurato alle esigenze assistenziali dell’altro, che, in quanto tali, non sono suscettibili di compressione. Del tutto ininfluente è, infine, la pronuncia di addebito in relazione al diritto alla pensione di reversibilità o ad una sua parte ed alla quota del trattamento di fine rapporto, laddove l’assegno divorzile sia stato attribuito.
Altro punto da non trascurare è la preclusione, nel giudizio di divorzio, del profilo risarcitorio quale componente dell’assegno, laddove la separazione sia stata consensuale o pronunciata ai sensi del 1° comma dell’art. 151 cod. civ.
Su tali basi, nel giugno del 2000, il Tribunale di Firenze ha condannato il marito che aveva fatto mancare per lungo tempo alla moglie malata di mente l’assistenza necessaria, non solo al c.d. “addebito della separazione”, ma anche al risarcimento del danno biologico subito dalla moglie.
La contrarietà della condotta tenuta dal convenuto ai doveri derivanti dal matrimonio […] a parere del Collegio è idonea a fondare sia la pronuncia di addebito della separazione in capo a costui, di cui già si è detto, sia la declaratoria di responsabilità del medesimo per i danni derivanti all’attrice sul piano dell’integrità psicofisica, nella misura di cui si dirà, con la conseguente condanna al risarcimento del c.d. danno biologico.
In proposito va rilevato che – se è pur vero che l’addebito della separazione non rientra, per sé considerato, tra i criteri di imputazione della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., comportando semplicemente il diritto del coniuge incolpevole al mantenimento, nel concorso delle altre circostanze previste dalla legge […] può peraltro configurarsi la risarcibilità di ulteriori danni nel caso in cui i fatti che hanno dato luogo alla dichiarazione di addebito integrino gli estremi dell’illecito extracontrattuale di cui alla norma citata (Cass. 26 maggio 1995, n. 5866).
Nel caso de quo infatti, ai fini dell’accoglimento della relativa domanda formulata dall’attrice – da ritenersi senz’altro proponibile nella presente sede per l’evidente rapporto di stretta connessione con la domanda di addebito della separazione – si ravvisano tutti i presupposti per ritenere sussistente tale specie di illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c.: la condotta antigiuridica di cui si è già diffusamente parlato, nella specie configurabile come omissione, quale inadempimento dell’obbligo di assistenza morale e materiale derivante dal matrimonio; il danno ingiusto, in concreto ravvisabile nella compromissione del bene e della salute subita dall’attrice sub specie di danno biologico temporaneo nel periodo della segregazione nel salotto di casa, senza alcun contatto con i familiari e il mondo esterno, per le condizioni di degrado fisico e psichico e per le lo stato larvale nel quale si è ridotta a vivere in tale periodo; il nesso causale tra la prima e il secondo, dovendosi riconoscere sulla base della C.T.U. che l’«inescusabile ritardo» nell’attivare i necessari sussidi terapeutici, rectius il colpevole inadempimento dell’obbligo di assistenza coniugale protratto per almeno tre anni, abbia determinato una compromissione dell’integrità psicofisica dell’attrice per tutto il tempo in cui la stessa è rimasta chiusa nel salotto di casa
(Trib. Firenze 13.6.2000, DannoResp, 2001, 7, 743).
In altra occasione, un altro marito, il quale aveva già subito la dichiarazione di addebito della separazione personale, è stato condannato al ristoro dei danni subiti dalla moglie in seguito alla sua violazione dei doveri nascenti dal matrimonio (si trattava, in particolare, della violazione dei doveri di solidarietà, collaborazione, assistenza morale e materiale fra coniugi e finanche fedeltà; in senso critico, ma in maniera non convincente, sulla decisione v. Finocchiaro 2002, 49). Anzitutto, il Tribunale di Milano ha ribadito l’oramai acquisito riconoscimento della natura prettamente giuridica di tali doveri.
[I]n ordine alla natura dei doveri nascenti dal matrimonio, questo tribunale ha già avuto modo di rilevare come «la dottrina prevalente, desumendola anche dalle conseguenze che l’ordinamento ricollega alla loro violazione, riconosce la natura pienamente giuridica e no soltanto morale» di tali doveri, «dimodoché può affermarsi come da essi discenda una posizione giuridica tutelata o addirittura un diritto soggettivo di un coniuge nei confronti dell’altro a comportamenti rispondenti a tali obblighi», non senza evidenziare che «non si tratta, quindi, di diritti in sé assoluti, ma, come è noto, perché possa configurarsi responsabilità aquiliana e darsi, conseguentemente, risarcibilità del danno, non occorre che il diritto pregiudicato dalla condotta dolosa o colposa dell’agente sia un diritto assoluto, come risulta dall’estensione dell’ambito normativo in esame anche ai diritti relativi (…) ed addirittura all’aspettativa legittima o chance e persino alle situazioni di mero fatto (quali il possesso e la detenzione qualificata) ad opera della giurisprudenza degli ultimi trent’anni, che ha affermato l’atipicità dell’illecito extracontrattuale e collegato l’art. 2043 al dovere di solidarietà proclamato dall’art. 2 della Costituzione» (Trib. Milano 10/02/1999, in Fam. e dir. 2/2001, 187; v. anche giurisprudenza ivi citata)
(Trib. Milano 24.10.2001, Guida Dir, 2002, 24, 45).
Del resto, correttamente, è stato rilevato che
[l]a previsione dell’addebito, peraltro, unitamente ad altri strumenti di reazione delineati dal legislatore, conferma che gli obblighi posti dall’art. 143 c.c., ancorchè non riducibili al paradigma tracciato dall’art. 1173 c.c., hanno certamente giuridico rilievo.
Posto peraltro che il fondamento della responsabilità aquiliana non si rinviene nella violazione di un’obbligazione, ma nella lesione, non jure, di situazioni meritevoli di tutela alla stregua dell’ordinamento giuridico, ben s’intende come nessun ostacolo si frapponga alla valutazione in termini di ingiustizia della lesione dell’aspettativa giuridicamente tutelata di un coniuge al rispetto da parte dell’altro dei canoni tratteggiati dall’art. 143 e, a monte, dall’art. 29
(De Marzo 2001, 746).
Sulla base di una simile premessa, il Tribunale di Milano ha escluso l’inapplicabilità dell’art. 2043 c.c. alle violazioni dei doveri coniugali in ragione di un preteso “ambito esclusivo” di applicazione dei rimedi previsti dal solo diritto di famiglia con riferimento alla violazione di questi doveri.
Né varrebbe invocare, per escludere la configurabilità di una responsabilità extracontrattuale di un coniuge nei confronti dell’altro per lesione di alcuno dei doveri nascenti dal matrimonio, l’assunto pure tralaticio a lungo ribadito in materia secondo cui, sulla base del principio lex specialis derogat lex generalis, il fatto stesso che i doveri coniugali e la loro violazione siano specificamente disciplinati nel diritto di famiglia, imporrebbe di ritenere inapplicabile in specie la normativa generale ed in particolare il disposto normativo ex art. 2043 cod. civ. E’ di tutta evidenza infatti che da un lato le sanzioni specificamente previste nel diritto di famiglia per la violazione di tali doveri sono strettamente settoriali, solo eventuali ed ormai di ben limitata portata anche sul piano giuridico, almeno a seguito dell’introduzione nel nostro ordinamento dell’istituto del divorzio, ancor più come disciplinato ex lege 6/03/1987, n. 74, con la riduzione del termine triennale di durata della separazione necessario per la pronuncia divorzile, tanto più che tali sanzioni – ed in specie la declaratoria di addebito della separazione, con conseguente perdita del diritto alla percezione di un contributo di mantenimento per il coniuge responsabile del fallimento dell’unione che vi avrebbe avuto altrimenti diritto e perdita dei diritti successori –, proprio per la loro settorialità, risultano comunque prive di rilevanza pratica a fronte di modeste capacità economiche e finanziarie del coniuge altrimenti obbligato alla corresponsione di un assegno di mantenimento in favore dell’altro e finanche prive di alcun significato economiche anche economico per il coniuge avente diritto alla contribuzione dell’altro. D’altra parte una lettura siffatta della normativa in tema di diritto di famiglia, quale disciplina anche sanzionatoria esclusiva ed esaustiva nell’ambito dei rapporti fra coniugi, risulterebbe comunque in palese contrasto con il dettato costituzionale, ove valesse a rendere inapplicabile in materia il disposto generale ex art 2043 cod. civ. anche in caso di condotte lesive dei diritti inviolabili di ciascuno dei coniugi, tutelati in modo pieno ed assoluto ex art. 2 Cost. anche «nelle formazioni sociali ove si svolge la personalità» di ogni individuo, e quindi anche nell’ambito familiare, ovvero in caso di comportamenti dei coniugi in contrasto con il principio fondamentale di «uguaglianza morale e giuridica» di essi all’interno della famiglia, laddove manchi un esplicito dettato legislativo a limitare tale uguaglianza «a garanzia dell’unità familiare» (art. 29 Cost.)
(Trib. Milano 24.10.2001, Guida Dir, 2002, 24, 46).
Va da sé, peraltro, che non può considerarsi illecita (e dunque fonte di responsabilità aquiliana) qualsiasi violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, che pure legittimi la dichiarazione di addebitabilità della separazione, dovendosi comunque rinvenire tutti gli elementi dell’illecito e, fra l’altro, un fatto dannoso non meramente riconducibile alla crisi coniugale, ma a una condotta in sé lesiva del dovere coniugale.
Ai fini […] del riscontro di una responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c. a carico del coniuge inadempiente ai doveri coniugali, il giudice deve piuttosto accertare, anzitutto, la obiettiva gravità della condotta assunta dall’agente in violazione di uno o più dei doveri nascenti dal matrimonio, pur nel contesto di una valutazione comparativa del comportamento di entrambi i coniugi nel contesto familiare, ed in secondo luogo verificare con speciale rigore la sussistenza di una danno oggettivo conseguente a carico dell’altro coniuge e la sua riconducibilità in sede eziologica non già alla crisi coniugale in quanto tale, per sé di norma produttiva di uno stato di sofferenza psico-emotiva, affettiva e relazionale, oltre che talora di disagio economico e comportamentale a carico di almeno una delle parti, ma alla condotta trasgressiva, e perciò lesiva, dell’agente, proprio in quanto posta in essere in aperta e grave violazione di uno o più dei doveri coniugali.
Posta, dunque, la sicura applicabilità del disposto normativo ex art. 2043 cod. civ. anche nell’ambito dei rapporti tra coniugi, occorre peraltro vagliare in concreto se la condotta assunta da uno di essi in violazione dei doveri nascenti dal matrimonio sia anzitutto soggettivamente imputabile al suo autore, in quanto sorretta da dolo o colpa, se essa sia in concreto lesiva di una posizione soggettiva giuridicamente tutelata dell’altro e produttività di danno perciò ingiusto e se fra la condotta stessa ed il danno accertato sussista in effetti un nesso di causalità giuridicamente apprezzabile nei termini innanzi precisati
Nella concreta individuazione dei doveri coniugali violati da uno dei coniugi, occorre poi considerare lo specifico e particolare assetto che i coniugi hanno dato al loro rapporto di coniugio, proprio per la peculiare configurazione dei doveri coniugali, che, oltre a non essere esattamente definiti dal legislatore nel loro contenuto, sono soggetti nella loro concreta esplicazione alle scelte dei partners (Bona 2001, 207).
Nell’accertamento della fattispecie di responsabilità in subiecta materia, se per un verso, occorre considerare i modelli normativi di condotta, quali emergono, sia pure attraverso formule non rigide, dalla legislazione vigente, si devono anche considerare le scelte, fondate sul consenso dei coniugi, che hanno caratterizzato la vita coniugale.
In ipotesi, non potrà restare senza conseguenze il fatto che una coppia abbia optato per un modello di unione svincolata, ad esempio, dall’osservanza dell’obbligo di fedeltà.
Si potrà ribattere che l’art. 160 c.c. non consente agli sposi di derogare ai diritti e ai doveri che nascono dal matrimonio. Ma la norma esclude la validità di un tale accordo, non la possibilità di valutare l’intesa raggiunta di fatto su un determinato tipo di rapporto al fine di escludere, se non la condotta contra jus, quantomeno la riconducibilità causale dell'eventuale pregiudizio dannoso alla condotta del convenuto.
I coniugi, insomma, non possono alterare il modello di matrimonio sino a privarlo delle caratteristiche che il legislatore ha individuato, ma non possono neppure pretendere di riversare – e ciò già in astratto, a prescindere dalla stessa dimostrazione dell’evento dannoso – sul partner le conseguenze delle scelte di vita liberamente assunte e tali da rendere impensabile qualunque affidamento sul rispetto degli obblighi delineati dall’art. 143 c.c.
D’altra parte, accanto al modello di vita concretamente accettato dagli sposi, può assumere rilievo nel giudizio di responsabilità anche l’accertato venir meno della comunione di vita materiale e spirituale. In questa prospettiva, che trova significativa conferma nell’elaborazione di common law, dovrebbe escludersi la tutela risarcitoria, a fronte di una violazione dei doveri coniugali preceduta da una situazione di intollerabilità della convivenza, pur non accompagnata dalla pronuncia formale della separazione dei coniugi.
Nelle valutazione aquiliane, infatti, non v’è spazio per impostazioni formali, ma occorre verificare la concreta incidenza effettuale delle condotte lesive lamentate
(De Marzo 2001, 747).
In conclusione, è assolutamente da condividere la posizione degli interpreti favorevoli (Villa 1997, 316, Bonilini 1998, 102), rispetto alla violazione dei doveri coniugali, alla sovrapponibilità e autonomia dei rimedi previsti dal diritto di famiglia e dalle regole generali in tema di illecito, sia perché l’art. 2043 si presenta come una vera e propria clausola generale non certamente derogabile dalla sanzione dell’addebito (specie ove si considerino i limiti di questo istituto, Bona 2001, 208), sia perché negare la tutela aquiliana significa soltanto addossare al coniuge adempiente i pregiudizi ulteriori rispetto a quelli considerati dalla disciplina della separazione e del divorzio e in genere rinvenibili nel deterioramento delle condizioni economiche (De Marzo 2001, 746).
[Del resto, va sgombrato] il campo dal diffuso timore di un incremento della conflittualità e, ancor prima, di incentivare la disgregazione della coppia [;] una famiglia è tanto più sana ed unita, quanto più i suoi componenti godono di vicendevole rispetto e possono contare sull’attenzione e la cura reciproche; al contrario, laddove i diritti dei singoli vengano conculcati, non tanto in nome di un preteso interesse del gruppo, quanto, come generalmente accade, per la prevaricazione di un coniuge sull’altro, nascono forze centrifughe che, prima o poi, portano alla crisi irreversibile, così pregiudicando, quel che è più grave, la serena crescita dei figli.
[…] Non può certo costituire una preoccupazione tale da «frenare» la risarcibilità del danno da violazione dei diritti soggettivi quella di incentivare la conflittualità all’interno della famiglia, dal momento che, quando si arriva ad avanzare richieste risarcitorie, è ormai venuta meno la tollerabilità della convivenza e, con essa, la coesione della coppia. A quel punto, non vi è più alcuna ragione per negare in sede giudiziaria la tutela dei diritti del singolo
(Fraccon 2001, 384 e 396).