Source: https://27esimaora.corriere.it/20_luglio_26/democrazia-paritaria-prova-dell-inerzia-regione-puglia-788b891a-cefc-11ea-ad37-c8c15ec5de19.shtml
Timestamp: 2020-08-07 02:05:14+00:00
Document Index: 47899701

Matched Legal Cases: ['art.120', 'art.8', 'art. 120', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 120', 'art. 51', 'art. 117', 'art. 120', 'art. 120', 'art. 120', 'art. 127', 'art. 120', 'art.120', 'art.51', 'art.3']

La democrazia paritaria alla prova dell’inerzia della Regione Puglia - Corriere.it La 27esimaora: il blog femminile di Corriere della Sera
La democrazia paritaria alla prova dell’inerzia della Regione Puglia
Tania Groppi *
Il Covid ha riaperto il dibattito sulla questione femminile. Non solo per le fatiche della vita quotidiana, accresciute dalla pandemia. Ma anche per la persistente emarginazione delle donne dai luoghi in cui si formano le decisioni. Cresce il disagio, ma cresce anche la consapevolezza, e con essa l’attivismo e la determinazione. In questo quadro deve essere salutato con soddisfazione (e forse, chissà, con un po’ di stupore) il provvedimento del 23 luglio con cui il Presidente del Consiglio dei ministri “diffida” la Regione Puglia che, nonostante l’imminenza delle elezioni regionali, non ha adeguato la sua legislazione agli articoli della Costituzione, il 51.1 e il 117.7, sulla parità di accesso di uomini e donne alle cariche elettive, tradotti dalla legge statale 20/2016 in una precisa indicazione per le regioni, alle quali spetta la potestà legislativa sul proprio sistema elettorale, nei limiti però della Costituzione e della legge statale di principio.
La diffida è la prima tappa del procedimento per l’esercizio del potere sostitutivo riconosciuto al governo dall’art.120.2 della Costituzione: un potere introdotto dalla revisione costituzionale del 2001 come contraltare all’ampliamento delle competenze regionali e posto a presidio, tra l’altro, della tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali. La dottrina si è divisa sull’interpretazione da dare a tale previsione: dicendo che il governo può sostituirsi agli organi delle regioni, ci si riferisce anche ai consigli regionali per mancato esercizio della potestà legislativa? Nonostante l’art.8 della legge 131/2003, che ha disciplinato il procedimento per attivare l’art. 120.2, parli della possibilità per il governo di adottare anche atti normativi, se necessari, la maggior parte degli autori hanno letto la previsione come finalizzata a costituzionalizzare il tradizionale potere sostitutivo di natura amministrativa.
L’atto del Presidente del Consiglio va nella direzione opposta: in sostanza “minaccia” la Puglia, se non si adeguerà entro il termine del 28 luglio ai principi della legge del 2016, in primis la doppia preferenza di genere, di intervenire direttamente (è da presumere con un decreto-legge). Così facendo, per la prima volta nella storia del regionalismo italiano si attiva il potere sostitutivo a fronte di una omissione del legislatore regionale. Come sembrano lontana l’epoca (era solo il 2010!) in cui il governo impugnò di fronte alla Corte costituzionale, per violazione del principio di uguaglianza, la legge della regione Campania che, in anticipo sul legislatore statale, aveva introdotto la doppia preferenza di genere!
Allora, ci volle la Corte per respingere questa censura (davvero di retroguardia, considerando che nel 2003 era stata modificato l’art. 51 della Costituzione proprio inserendovi il principio di pari opportunità per l’accesso alle cariche elettive) e difendere invece l’operato del legislatore regionale (è la sentenza n. 41/2010).
Oggi siamo di fronte a una situazione opposta: il governo si sostituisce (o meglio, diciamo: minaccia di sostituirsi) a una regione che non sta attuando la Costituzione. La Puglia non è sola, possiamo dire: ci sono anche, tra le regioni ordinarie, Piemonte e Calabria (dopo il recentissimo adeguamento della Liguria). Ma è la sola tra quelle che vanno al voto quest’anno, l’unica pertanto nei cui confronti ci sia una vera e propria necessità di provvedere. Soddisfazione, dicevo: nonostante gli interrogativi sul perché non hanno funzionato le vie “ordinarie” di adeguamento, non si può nascondere l’importanza del fatto che il primo utilizzo dell’art. 120.2 per omissione legislativa riguardi il principio della parità uomo-donna.
Infatti, l’atto del Presidente del consiglio sancisce la precettività dell’art. 51.1 della Costituzione (e, andrebbe aggiunto, dell’art. 117.7): ci dice, cioè, che non si tratta di un puro optional, di una vaga direttiva che può essere implementata dai legislatori regionali, ma di una norma precettiva che, una volta concretizzata dal legislatore statale, si impone alle regioni, perché viene a costituire uno degli elementi unitari imprescindibili del nostro Stato regionale. E proprio a questo titolo il governo può farsene garante, utilizzando i poteri che gli riconosce l’art. 120.2. Come sempre accade di fronte all’utilizzo di “poteri straordinari”, sia pure previsti dall’ordinamento, non può non sorgere qualche inquietudine.
Il timore che si apra un varco per ingerenze dello Stato (peggio ancora, del governo, che rappresenta soltanto la maggioranza politica, col rischio di strumentalizzazioni che ciò implica) nell’autonomia regionale è dietro l’angolo. Riconoscere che l’art. 120. 2 consente al governo, sia pure con decreto-legge (atto che non taglia fuori il parlamento, chiamato a intervenire in sede di conversione), di sostituirsi all’organo rappresentativo di una regione non rischia di svuotare l’autonomia regionale, di metterla alla mercé dell’arbitrio del governo di turno? Non siamo di fronte a una forzatura, sia pure nel nome di un principio costituzionale?
A me sembra di dover rispondere di no. Infatti, l’eventuale atto sostitutivo non chiude la partita, al contrario, la apre, consentendo alla Corte costituzionale di pronunciarsi su una questione che altrimenti le sarebbe sottratta, aprendo la possibilità di superare quella che i giuristi chiamano una “zona d’ombra” rispetto alla supremazia della Costituzione: se lo ritiene, la regione colpita può sollevare un conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale, che in tal modo può essere chiamata a verificare se si sia fatto un uso distorto dell’art. 120.2. In sostanza, al governo spetta il compito di avviare il procedimento per ripristinare la costituzionalità violata: come l’art. 127 gli riconosce la possibilità di impugnare entro 60 giorni dalla pubblicazione le nuove leggi regionali adottate, l’art. 120.2, così interpretato, gli dà il potere di intervenire a colpire le omissioni legislative delle regioni, ovviando alla difficoltà di sottoporle alla Corte a causa delle ristrettezze dell’accesso incidentale, e nella consapevolezza che in ogni caso l’ultima parola spetterà alla Corte costituzionale.
Naturalmente, la “leale collaborazione” che deve guidare i rapporti tra lo Stato e le regioni implica che si faccia un uso massimamente oculato di questo potere che, di per sé, rappresenta un campanello d’allarme sul funzionamento dei rapporti Stato-regioni. Uso “massimamente oculato” non significa soltanto il rispetto del procedimento, con la diffida e tutto il resto. Implica anche un estremo self-restraint del governo che, nell’ambito dei casi previsti dall’art.120.2, deve limitarsi a sanzionare quelle omissioni che consideri di particolare gravità. E non si colloca forse tra esse l’adeguamento a norme statali attuative di principi costituzionali quali quelli dell’art.51.1 e 117.7 sulla parità nell’accesso alle cariche elettive, principi inseriti in Costituzione con revisioni costituzionali recenti, finalizzate a caratterizzare l’uguaglianza di genere come “uguaglianza costituzionalmente qualificata”, andando ben oltre la previsione iniziale voluta dai costituenti nell’art.3.1? In definitiva, mi pare di poter dire che, sia pure tra mille resistenze e difficoltà, “la costituzione si è mossa”. Staremo a vedere quel che accadrà, confidando in una adesione ai principi costituzionali da parte della regione interessata che consenta alla “minaccia” di trasformarsi in “sollecitazione”. E chissà che, alla fine, dopo tanto parlare, non siamo stavolta di fronte a un frutto “buono” della pandemia?
* Tania Groppi, ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Siena