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Timestamp: 2019-07-23 06:45:52+00:00
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Penale.it - Corte Costituzionale, Sentenza 14 dicembre 2009 (dep. 18 dicembre 2009), n. 336
Corte Costituzionale, Sentenza 14 dicembre 2009 (dep. 18 dicembre 2009), n. 336
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 445, comma 1-bis, e 653, comma 1-bis, c.p.p., sollevata, in riferimento agli artt. 3, secondo comma, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione.
uditi l’avvocato Giuseppe Morbidelli per Giulio Dimini e l’avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo per il Presidente del Consiglio dei ministri.
In punto di rilevanza, il Consiglio osserva che – tenuto conto della propria competenza a riesaminare anche nel merito la decisione impugnata e della possibilità di disporre, a tal fine, anche indagini istruttorie – le prove sollecitate dall’incolpato appaiono «in linea astratta, ammissibili e rilevanti in rapporto allo scopo che si prefigge il ricorrente». Al loro esame è però di ostacolo la disciplina censurata, sicché «l’eventuale rimozione per incostituzionalità dell’anzidetta interferenza, restituendo al giudice disciplinare l’autonomia di apprezzamento discrezionale della fattispecie, permetterebbe di assumere prove rivolte a dimostrare l’irrilevanza disciplinare della condotta». Né potrebbe farsi leva – osserva il Consiglio – sulla interpretazione adeguatrice suggerita dal ricorrente, essendo essa contrastata, sia dalla ratio della riforma operata con la legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), introduttiva delle previsioni contestate – che «fu voluta per esigenze di moralizzazione dei comportamenti dei dipendenti della pubblica amministrazione» –, sia dalla giurisprudenza dello stesso Consiglio nazionale forense e della Corte di cassazione.
Quanto al primo profilo, la riscontrata aporia di sistema risiederebbe, in particolare, nella circostanza che, mentre la sentenza di condanna pronunciata all’esito del dibattimento si fonda su un accertamento positivo di responsabilità, alimentato dalla esaustiva delibazione del materiale di prova raccolto nel contraddittorio fra le parti, la sentenza che applica la pena su richiesta si radica, invece, soltanto sulla riscontrata assenza di cause di non punibilità, a norma dell’art. 129 del codice di rito. A conferma di tale assunto, il Consiglio rimettente evoca due elementi che univocamente contrassegnerebbero la richiamata differenziazione, qualificata come «ontologica», tra i due “tipi” di sentenze poste a raffronto. Proprio a dimostrare, infatti, la minor “pregnanza” probatoria che caratterizzerebbe l’in sedella sentenza di patteggiamento – osserva l’ordinanza di rimessione – viene richiamata la tesi, affermata dalla giurisprudenza di legittimità (si cita, al riguardo, la sentenza «Cass. pen. Sez. unite 26.2.2007 [recte: 1997], n. 3600»), secondo la quale la sentenza di patteggiamento non giustificherebbe la revoca della sospensione condizionale della pena in precedenza accordata. Così come – rileva ancora l’ordinanza –, e ancora una volta proprio in considerazione della diversità «ontologica» che presenta la sentenza di patteggiamento rispetto alla sentenza di condanna pronunciata all’esito del dibattimento, si giustifica l’opinione giurisprudenziale che esclude, per la prima, l’istituto della revisione.
5. – La questione deve ritenersi non fondata anche in riferimento agli artt. 24, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost. La scelta del patteggiamento, infatti, rappresenta un diritto per l’imputato – espressivo, esso stesso del più generale diritto di difesa (v., al riguardo, l’excursus contenuto nella ordinanza n. 309 del 2005) –, al quale si accompagna la naturale accettazione di tutti gli effetti – evidentemente, sia favorevoli che sfavorevoli – che il legislatore ha tassativamente tracciato come elementi coessenziali all’accordo intervenuto tra l’imputato ed il pubblico ministero ed assentito dalla positiva valutazione del giudice. Effetti tra i quali – per quel che si è detto, non irragionevolmente – il legislatore ha ritenuto di annoverare anche il valore di giudicato sul fatto, sulla relativa illiceità e sulla responsabilità, ai fini del giudizio disciplinare davanti alle pubbliche autorità. La circostanza, invero, che l’imputato, nello stipulare l’accordo sul rito e sul merito dellaregiudicanda, “accetti” una determinata condanna penale, chiedendone o consentendone l’applicazione, sta infatti univocamente a significare che l’imputato medesimo ha ritenuto, a quei fini, di non contestare “il fatto” e la propria “responsabilità”: con l’ovvia conseguenza di rendere per ciò stesso coerente, rispetto ai parametri di cui si assume la violazione, la possibilità che, intervenuto il giudicato su quel “fatto” e sulla relativa attribuibilità allo stesso imputato, simili componenti del giudizio si cristallizzino anche agli effetti del giudizio disciplinare.
Depositata in Cancelleria il 18 dicembre 2009