Source: http://www.difesaonline.it/evidenza/diritto-militare/sindacati-militari-maneggiare-con-cura
Timestamp: 2019-11-12 11:55:05+00:00
Document Index: 30096390

Matched Legal Cases: ['art. 1478', 'art. 32', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 1475', 'art. 52', 'art. 39']

Sindacati militari: maneggiare con cura - Difesa Online
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1. La cornice normativa di riferimento
Di contro, si prevedeva, oltre alla possibilità di costituire associazioni tra militari di carattere non sindacale previo assenso ministeriale, un sistema istituzionale di organismi di rappresentanza militare (Cobar, Coir, Cocer), ora disciplinato dagli artt. 1476 - 1482 del d.lgs. n. 66 del 2010, destinato a costituire l’adattamento al contesto militare del comune sindacato. Una struttura interna alla gerarchia, ma al tempo stesso in grado – almeno nell’intento del legislatore – di farsi portavoce delle istanze della “base”. Dalle competenze, si escludono l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale. Ma vi figurano comprese “tutte le materie che formano oggetto di norme legislative o regolamentari circa la condizione, il trattamento, la tutela - di natura giuridica, economica, previdenziale, sanitaria, culturale e morale - dei militari”, poi dettagliate ed integrate alle lettere da a) a g) del comma 8 dell’art. 1478.
2. Le tappe della vicenda: storia (in pillole) dei sindacati militari in Italia
Il dibattito sulla introduzione di veri e propri sindacati militari nel nostro Paese ha così subito una battuta d’arresto, ma si è riproposto (dopo alterne vicende di minor conto) soprattutto con la presentazione, in data 31 luglio 2014, di una proposta di legge da parte dell’allora minoranza parlamentare espressione del Movimento 5 Stelle (deputati Corda, Artini ed altri). Nella suddetta si scorgono tutti gli elementi fondamentali che saranno verosimilmente destinati a trovare spazio nella futura legge istitutiva dei delle associazioni militari a carattere sindacale: il principio di auto-organizzazione sindacale (in altri termini, la libertà di costituire sindacati senza previa autorizzazione), l’auto-finanziamento, la libertà di riunione, l’abolizione delle forme di rappresentanza istituzionali, l’estensione delle materie di competenza al trattamento economico.
La giurisprudenza della Corte di Strasburgo (che vigila sull’osservanza della CEDU ed al quale l’art. 32 riserva il potere di interpretare la Convenzione) ha così acquisito primaria rilevanza negli ordinamenti interni degli Stati europei aderenti alla Convenzione. Nelle pronunce sui casi Metelly e ADefDroMil (con riguardo all’ordinamento francese), nel 2014, così come prima ancora in Demir e Baykara contro Turchia, nel 2008, e successivamente in ER.N.E. contro Spagna, nel 2015, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ribadito che la libertà sindacale deve trovare espressione anche in ambito militare. Nell’impianto della CEDU, infatti, l’art. 11 riconosce la libertà sindacale senza escludere alcuna categoria professionale; pertanto, gli Stati membri devono riconoscere tale diritto anche agli appartenenti alle Forze Armate, limitandosi al più a stabilire “restrizioni legittime” al relativo esercizio, ma senza pregiudicare gli elementi essenziali della libertà di associazione, come il diritto di costituire un sindacato e di aderirvi.
3. La sentenza n. 120/2018 della Corte Costituzionale e il riconoscimento del primo sindacato
Resta in piedi il divieto di aderire ad altre associazioni sindacali, come pure il divieto di sciopero, ricondotti alla ragionevoli restrizioni di cui si è detto.
In attesa dell’intervento del legislatore, al Consulta ritiene applicabile il primo comma dell’art. 1475 (non oggetto di censura di incostituzionalità), che subordina all’assenso ministeriale la costituzione di associazioni e circoli tra militari, genericamente considerati. Resta in piedi, nel limbo dell’approvazione delle nuove norme, il vecchio sistema istituzionalizzato, richiamato con particolare riguardo alle materie escluse, concernenti “l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale”.
4. Una novità da maneggiare con cura
Già si è visto anzitutto che quella che viene fatta comunemente passare come una conquista storica, in realtà, altro non è che una soluzione imposta (di fatto) dall’esterno del nostro ordinamento, dovuta agli impegni internazionali pattuiti e dall’interpretazione fornita ad alcune norme da parte di un Giudice di certo autorevolissimo, ma non interno, come la CEDU. Tutto meno che il frutto di un processo condiviso di maturazione interna, dunque.
Se davvero vogliamo – così come auspichiamo – che la novità di questi giorni possa portare un beneficio ai militari e alle loro giuste rivendicazioni, vigiliamo attivamente sull’approvazione della legge e sul dibattito che la precederà. La levata di scudi contro la circolare ministeriale, infatti, mostra un dato preoccupante: la mancanza di consapevolezza della peculiarità del mondo militare da parte di chi vorrebbe regolamentarlo con categorie tratte puramente e semplicemente dal diritto del lavoro. Nulla di più avventato, a detta della stessa Corte Costituzionale.
Il militare non è un lavoratore come un altro. Perché è molto più di un lavoratore: è il depositario della difesa della Patria, quel “sacro dovere” che l’art. 52 Cost. impone a tutti i cittadini. Ciò non significa che i suoi (sacrosanti) diritti di lavoratore non debbano essere rispettati. Anzi, se ne impone la salvaguardia al massimo grado possibile. Ci domandiamo soltanto se quella del sindacato, nel XXI secolo, sia la strada giusta. Tanto più considerando che quell’art. 39 della Costituzione, di cui si è invocata l’applicazione anche ai militari risulta come ben noto rimasto lettera morta (dal secondo comma in poi) per il resto delle categorie lavorative. Si giungerebbe allora ad un equivoco non solo temporale (nel senso sopra descritto), ma anche rispetto alle categorie di lavoratori coinvolti: non solo si finisce per applicare un paradigma sbiadito della tutela dei lavoratori, ma lo si fa anche con riguardo alla categoria di dipendenti pubblici alla quale questo con ogni probabilità meno si attaglia.