Source: https://www.laleggepertutti.it/260710_lappello-nellordinamento-civile-italiano
Timestamp: 2019-03-20 04:18:22+00:00
Document Index: 43002320

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L'appello nell'ordinamento civile italiano
L’appello nell’ordinamento civile italiano
Nel processo civile, l’appello è il secondo grado di giudizio con cui la parte perdente contesta la decisione a lei sfavorevole: come funziona, quali sono i provvedimenti appellabili e quali no.
Poniamo il caso che tu sia stato chiamato in un giudizio civile da Tizio. Questi si è rivolto al giudice in quanto, ritenendo di aver subito dei danni a causa tua, vuole ottenere un risarcimento. Ti costituisci pertanto in giudizio conferendo mandato al tuo legale di fiducia. La causa, tuttavia, si conclude con una sentenza di condanna nei tuoi confronti ed il tuo legale ti consiglia di fare appello. Ti chiedi a questo punto: come funziona e a cosa serve l’appello?
2 Appello: quando è escluso?
3 Sentenze inappellabili per legge
4 Esclusione dell’appello per accordo tra le parti
5 Appello: cos’è la riserva d’appello?
6 Il procedimento d’appello
7 Come va redatto l’atto di appello?
Una volta che una sentenza è stata emessa, le parti, entro un determinato termine, hanno la possibilità di chiederne la modifica se ritengono che essa sia errata o illegittima. Tale possibilità è garantita dal sistema delle impugnazioni [1].
L’appello è il mezzo di impugnazione proponibile avverso le sentenze di primo grado previsto dal nostro ordinamento; in sostanza, può essere definito come un’opposizione a una prima sentenza sfavorevole effettuata dalla parte soccombente: con esso la parte, condannata dal primo giudice, mira a un nuovo esame della vicenda sottoponendola al giudice di grado superiore territorialmente competente [2].
L’appello avverso le sentenze del giudice di pace, pertanto, deve essere proposto innanzi al tribunale; quello avverso le sentenze del tribunale va proposto innanzi alla Corte d’appello.
Il giudizio d’appello costituisce quindi il secondo grado di giudizio.
Torniamo all’esempio fatto in premessa: ammettiamo che, dopo un certo tempo e un certo numero di udienze, il processo di primo grado (se immaginiamo il processo civile italiano come una piramide composta da tre gradini, il primo grado di giudizio è il primo dei tre gradini in questione: gli altri due sono appello e Cassazione) si concluda con un provvedimento – la sentenza – con cui il giudice dà ragione a Tizio, stabilendo che tu devi versargli una somma a titolo di risarcimento danni.
Cosa puoi fare a questo punto? L’unica strada percorribile è quella di appellare la sentenza di primo grado, rivolgendoti ad un altro giudice, il giudice d’appello, appunto, che avrà il compito di riesaminare interamente la vicenda in tutti i suoi aspetti (si parla tecnicamente di effetto devolutivo dell’appello).
Bisogna tuttavia precisare un aspetto: l’appello prosegue il giudizio di primo grado, non dà vita ad uno nuovo. Oggetto della cognizione del giudice d’appello, infatti, è la medesima controversia sulla quale il giudice di primo grado ha già deciso: attraverso tale impugnazione, però, la parte soccombente può far valere errori di merito e la sentenza emessa in tale fase sostituisce la precedente.
Con giudizio di appello possono essere messe in discussione, dunque, le sentenze di condanna pronunciate in primo grado.
Esistono tuttavia dei casi in cui l’appello viene escluso: precisamente le sentenze non possono essere appellate qualora a prevederlo sia la legge o l’accordo tra le parti o qualora il giudice sia stato incaricato dalle parti consensualmente di decidere secondo equità. Analizziamo quindi più nel dettaglio tali eccezioni.
Sentenze inappellabili per legge
Le eccezioni previste espressamente dalla legge sono quelle relative a:
sentenze emesse nell’ambito di controversie di lavoro che non abbiano valore superiore a euro 25,82 [3] (tale valore va calcolato tenendo conto dell’importo base del credito vantato dal lavoratore, della rivalutazione monetaria e degli interessi);
le sentenze in materia di opposizione agli atti esecutivi [4]: l’opposizione di cui si parla è strumento con cui si contesta la legittimità dell’esercizio dell’azione esecutiva, cioè il procedimento attraverso il quale il creditore che sia in possesso di un “titolo esecutivo” (come cambiale, assegno, sentenza definitiva) può aggredire il patrimonio del debitore per vedere soddisfatte le sue ragioni.
sentenze che il giudice ha pronunciato secondo equità, invece che secondo diritto [5]: la decisione secondo equità può essere definita come il criterio di giudizio in base al quale il giudice, nel decidere una controversia, ricorre a criteri di convenienza e di comparazione degli interessi delle parti, prescindendo dall’applicazione di una norma giuridica. Va specificato che, in ogni caso, si tratta sempre di poteri giurisdizionali in quanto basati sulla legge e da questa limitati;
esiste una categoria particolare di sentenze pronunciate secondo equità in cui l’appello è ammesso a condizione che vengano rispettate delle precise condizioni. Si tratta delle sentenze emesse dal giudice di pace secondo equità necessaria: tali provvedimenti sono quelli che si sono pronunciati su controversie il cui valore non eccede i 1.100 euro o che non derivano da rapporti giuridici cosiddetti di massa, ossia derivanti da contratti conclusi tramite la sottoscrizione di moduli o formulari (si pensi, ad esempio, ai contratti con le compagnie telefoniche) [6]. In tali casi la parte soccombente può proporre appello solo per violazione di norme sul procedimento (ad esempio per questioni che riguardano la competenza), per violazione di norme costituzionali o comunitarie e di principi regolatori della materia (ossia quelle regole che costituiscono il fondamento della materia stessa oggetto della controversia);
le sentenze che si pronunciano sulla nullità del lodo arbitrale: con il termine lodo arbitrale si indica un negozio giuridico, assimilabile ad una sentenza, con cui si conclude un arbitrato, ossia un metodo alternativo di risoluzione delle controversie che consiste nell’affidare a soggetti terzi (gli arbitri, appunto) l’incarico di risolvere una determinata controversia;
le sentenze che decidono solo sulla competenza del giudice: si pensi al caso in cui la questione andava proposta innanzi al tribunale ed invece è stata proposta innanzi al giudice di pace; in tal caso il giudice si dichiarerà con apposito provvedimento;
sentenze rese dal giudice d’appello che giudica non in funzione di giudice dell’impugnazione (come specificato sopra) ma in relazione ad una domanda che gli viene direttamente proposta: un caso tipico è il giudizio in cui le parti chiedono una somma a titolo di riparazione per un processo durato troppo a lungo (cosiddetta violazione del principio della ragionevole durata del processo);
sentenze che accertano preliminarmente, nell’ambito di una controversia relativa a un rapporto di lavoro, l’efficacia, la validità e l’interpretazione di contratti e accordi collettivi applicabili al rapporto stesso e necessari per dirimere la lite, in quanto contenenti la normativa applicabile [7].
Esclusione dell’appello per accordo tra le parti
Come sopra accennato, l’esclusione dell’appello può anche derivare da un accordo intervenuto tra le parti.
Ci si riferisce all’ipotesi in cui la parte che ha ricevuto una sentenza favorevole e la parte soccombente si mettono d’accordo per non impugnare la sentenza innanzi al giudice di secondo grado ma direttamente con ricorso in Cassazione (si parla in tal caso di ricorso per saltum) [8].
Al riguardo le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno stabilito che l’accordo tra le parti per l’immediata impugnazione della sentenza in Cassazione ha natura di negozio giuridico processuale, quanto meno sotto il profilo della rilevanza della manifestazione di volontà dei dichiaranti, avente per effetto immediato quello di rendere non appellabile la sentenza oggetto dell’accordo.
I giudici della Suprema Corte hanno precisato che può essere impugnata con ricorso per Cassazione una sentenza appellabile del tribunale, soltanto se le parti sono d’accordo per omettere l’appello. Tale accordo deve essere necessariamente concluso personalmente dalle parti o dai loro difensori muniti di procura speciale mediante visto apposto sul ricorso dalle altre parti, oppure mediante la presentazione di atto separato da unirsi al ricorso stesso. Infine la Corte ha evidenziato che nel caso in cui tale accordo non venga concluso dalle parti direttamente o mediante l’intervento dei procuratori speciali, il relativo ricorso per Cassazione deve essere dichiarato inammissibile [9].
Appello: cos’è la riserva d’appello?
Oltre alle sentenze definitive – così dette perché concludono il giudizio – sono appellabili:
le sentenze parzialmente definitive: sono tali quelle che non concludono il processo ma decidono una domanda (si decide una questione ma, poiché in un unico processo ne sono state presentate altre, il processo stesso deve necessariamente proseguire per la risoluzione delle altre);
le sentenze non definitive in senso proprio, cioè quelle che non chiudono il processo né definiscono il giudizio sul diritto per cui il processo è stato iniziato. Facendo riferimento al nostro esempio iniziale, ipotizziamo che tu sostenga innanzi al giudice che non solo non devi nulla a Tizio in quanto non hai alcuna responsabilità per i danni da quest’ultimo subiti ma, anche qualora dovessi restituire i soldi, non lo devi fare poiché il diritto di Tizio si è prescritto (perché Tizio non l’ha esercitato nei termini di legge). La sentenza sarà non definitiva in senso proprio in quanto si limita ad accertare la prescrizione;
le sentenze di condanna generica: in sostanza viene accertata la sussistenza di un diritto (Tizio ha diritto al risarcimento da parte tua), ma è ancora controversa la quantità della prestazione dovuta (non si conosce ancora l’ammontare della somma che devi corrispondere a titolo di risarcimento); in tal caso si pronuncia sentenza la condanna generica alla prestazione, disponendo che il processo prosegua per la liquidazione delle somme.
Nei casi sopra elencati, la parte perdente può decidere di non proporre appello, senza tuttavia che tali sentenze diventino definitive e immodificabili, attraverso l’attivazione di un meccanismo particolare: la riserva d’appello [10].
Tale istituto consente alla parte di impugnare non subito ma in un momento successivo, insieme alla sentenza che definisce il giudizio e lo conclude: volendo utilizzare un lessico non prettamente tecnico si potrebbe dire che la parte “prenota” la successiva impugnazione che verrà effettuata quando si avrà la sentenza finale.
Tuttavia il legislatore ha stabilito che la riserva non può più farsi quando contro la stessa sentenza da alcuna delle altre parti sia proposto immediatamente appello; se è già stata fatta rimarrà priva di effetti.
Il procedimento d’appello
Come già accennato in premessa, l’appello contro le sentenze del giudice di pace e del tribunale si propone rispettivamente al tribunale ed alla Corte d’appello nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha pronunciato la sentenza: nel primo caso deciderà un giudice monocratico, nel secondo caso il collegio [11].
Il giudizio d’appello può essere:
principale: l’appello si propone con citazione contenente l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione;
incidentale: in tal caso l’appello della parte si innesta nel processo di impugnazione principale proposto dalla controparte (quindi dopo la proposizione dell’impugnazione principale). Ma in che modo? Il legislatore ha stabilito che l’appello incidentale deve essere proposto, a pena di decadenza, nella comparsa di risposta, ossia con l’atto con cui la parte si costituisce in giudizio esponendo le proprie ragioni; di conseguenza se la costituzione è tardiva l’appello incidentale non sarà ammissibile [12].
La giurisprudenza di legittimità ha precisato che il principio generale è quello per cui la prima impugnazione costituisce il processo nel quale debbono confluire le eventuali impugnazioni di altri soccombenti, sicché l’appello principale successivo ad altro si converte in appello incidentale.
Tuttavia, le impugnazioni proposte successivamente alla prima, pur potendo ritenersi indiscriminatamente incidentali tardive con l’unico nocumento rappresentato dall’ultimo comma della norma (e cioè essere dichiarate inefficaci ove l’impugnazione principale sia dichiarata inammissibile) devono ammettersi, purché siano rispettati i termini per la costituzione in giudizio che assurgono a regole generali del sistema [13].
Ciò significa che se in un giudizio vi sono più parti condannate in primo grado, gli appelli proposti successivamente al primo (quello principale), vengono considerati appelli incidentali purché comunque vengano rispettati i termini per costituirsi indicati dal legislatore.
Con riferimento a tale ultimo aspetto, ossia ai termini richiesti per la costituzione in appello, il codice prevede che:
l’appellato deve costituirsi almeno dieci giorni prima dell’udienza: l’appellato, con la propria memoria di costituzione deve prendere posizione sulle domande presentate dall’appellante [14];
l’appello incidentale deve essere proposto, a pena di decadenza, nella memoria di costituzione, da notificarsi, a cura dell’appellato, alla controparte almeno dieci giorni prima dell’udienza [15].
Come va redatto l’atto di appello?
Come accennato in premessa, l’appello è un mezzo di impugnazione particolarmente ampio, che consente di procedere ad un nuovo esame della causa; al riguardo si suole dire che la causa passa alla piena cognizione del giudice superiore nei limiti dei motivi specifici proposti.
Il legislatore ha previsto che i motivi proposti dall’appellante devono essere specifici [16]. Il requisito della specificità dei motivi ha costituito oggetto di numerose sentenze; anche di recente, la giurisprudenza è intervenuta a chiarire che l’appello deve essere motivato, a pena di inammissibilità e contenere, oltre alla indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare, anche l’indicazione delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado, l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione di legge e l’indicazione della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata [17].
Sul punto è intervenuta anche la Corte di Cassazione, la quale ha ribadito che la cognizione del giudice di appello è circoscritta alle questioni rappresentate dall’appellante attraverso specifici motivi, tramite l’illustrazione di argomentazioni che si contrappongano a quelle contenute nella sentenza impugnata e siano idonee a metterne in crisi il fondamento logico – giuridico.
Quindi, non è sufficiente che l’atto di appello consenta semplicemente di individuare i punti della sentenza concretamente impugnati, ma è necessario che le ragioni sulle quali si fonda l’impugnazione siano esposte con sufficiente grado di specificità e possano essere correlate con la motivazione della sentenza stessa [18].
[1] Artt. 323 – 338 cod. proc. civ.
[2] Artt. 339 e ss. cod. proc. civ.
[3] Art. 440 cod. proc. civ.
[4] Art. 618 cod. proc. civ.
[5] Art. 114 cod. proc. civ.
[6] Art. 113 cod. proc. civ.
[7] Art. 420 bis cod. proc. civ.
[8] Art. 360 cod. proc. civ.
[9] Cass. Sez. U. sent. n. 16993/2006.
[10] Art. 340 cod. proc. civ.
[11] Art. 350 cod. proc.civ.
[12] L. n. 353/90.
[13] Cass. civ. sez. III n.23457 del 28.09.2018.
[14] Art. 436, co. 1 cod. proc. civ.
[15] Art. 436, co. 3 cod. proc. civ.
[16] Art 342 cod. proc. civ.
[17] Corte d’appello Roma sez. II sent. n.5366 del 06.08.2018.
[18] Cass. civ. sez. I sent. n.3913 del 16.02.2018.