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Timestamp: 2018-06-25 07:43:45+00:00
Document Index: 170356628

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'art. 115', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 117']

[L.r. Lombardia n. 9/2012] I saldi estivi e la legge n. 9/2012 della Regione Lombardia - Diritti Regionali
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[L.r. Lombardia n. 9/2012] I saldi estivi e la legge n. 9/2012 della Regione Lombardia
29 giugno 2012 di Redazione
Nelle settimane passate ha scatenato una vivace disputa tra Regione Piemonte e Regione Lombardia la decisione unilaterale di quest’ultima di anticipare di fatto al mese di giugno la stagione dei saldi estivi.
Il 7 giugno scorso il Consiglio Regionale lombardo ha infatti approvato un’apposita legge, la n. 9 del 7 giugno 2012, recante un solo articolo, con la quale ha sospeso per un anno il divieto di effettuare vendite promozionali nei trenta giorni antecedenti l’inizio dei saldi, divieto previsto dall’art. 116, co. 2 del T.U. delle leggi regionali in materia di commercio e fiere (l. Regione Lombardia 2 febbraio 2010, n. 6). Tale iniziativa della Regione Lombardia ha alterato un equilibrio che appena poco più di un anno prima le Regioni avevano raggiunto, concordando, nella seduta del 24 marzo 2011 della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome (n.11/31/CR11f/C11), «di rendere omogenea su tutto il territorio nazionale la data di inizio delle vendite di fine stagione, individuando le seguenti scadenze: – il primo giorno feriale antecedente l’Epifania; – il primo sabato del mese di luglio». L’Accordo si chiudeva con l’impegno da parte delle singole Regioni «a dare seguito a tale decisione con propri atti». Le Regioni avevano così inteso interrompere la prassi in base alla quale ogni Regione stabiliva in autonomia la data d’inizio dei saldi (cd. “vendite di fine stagione”). Tale prassi era stata oggetto di critiche da parte delle associazioni dei consumatori e degli stessi negozianti perché asseritamente fonte di confusione per i consumatori ed in quanto foriera di una corsa all’anticipo dei saldi da parte di ciascuna Regione, nel tentativo di evitare danni economici per i propri commercianti.
Le Regioni si sono effettivamente adeguate all’impegno preso in sede di Conferenza, o tramite l’approvazione di apposite delibere delle rispettive Giunte regionali (come nel caso del Piemonte o dell’Emilia-Romagna), o tramite la modifica della normativa interna sul commercio (è il caso, ad esempio, del Friuli-Venezia Giulia). La Giunta regionale lombarda aveva anch’essa dato attuazione all’Accordo della Conferenza con la D.G.R. n. IX/2667 del 14 dicembre 2011: con tale delibera, la Giunta, in esercizio del proprio potere di fissare le date di decorrenza delle vendite di fine stagione, attribuitole dall’art. 115 della succitata legge n. 6/2010, stabilì in effetti che in futuro tali vendite sarebbero iniziate il primo giorno feriale precedente l’Epifania e il primo sabato di luglio, in linea con l’Accordo interregionale del 24 marzo.
La legge n. 9/2012, eliminando (per un anno) il divieto di “vendite promozionali” nel mese precedente i saldi, non ha quindi formalmente inciso sull’Accordo preso in sede di Conferenza, essendo questo circoscritto alla fissazione delle date di decorrenza delle “vendite di fine stagione” e non anche volto alla determinazione delle date per le “vendite promozionali”. La Regione Piemonte, tuttavia, ha denunciato l’aggiramento dei termini di quell’Accordo, dal momento che, all’atto pratico, l’anticipazione delle “vendite promozionali” equivarrebbe di fatto ad un’estensione del periodo delle “vendite di fine stagione”.
Nella valutazione di questa controversia tra le due Regioni, occorre considerare che, nella sua sentenza n. 232/2010, la Corte Costituzionale osservò che «i due tipi di vendita trovano il loro peculiare tratto distintivo nel fatto che alla tendenziale possibilità di svolgimento durante tutto l’arco dell’anno delle vendite promozionali, che possono riguardare qualsiasi tipo di merce, si contrappone la stretta connessione tra alcuni specifici prodotti merceologici (connotati appunto dalle caratteristiche della stagionalità ovvero della rispondenza ai dettami della moda del momento) ed il dato temporale che, onde evitare una perdita di valore commerciale dei prodotti stessi, giustifica l’effettuazione delle vendite di fine stagione o saldi solo in ben determinati periodi dell’anno». In quell’occasione, la Corte dichiarò costituzionalmente illegittima la legge della Regione Liguria che sanciva il divieto assoluto delle vendite promozionali nei quaranta giorni antecedenti l’inizio dei saldi, nella parte in cui il divieto di vendite promozionali non era limitato, conformemente alla legge statale n. 248/2006, ai medesimi prodotti merceologici oggetto di vendita durante i saldi.
Dalla lettura dell’art. 3 co. 1 lett. f) della l. 248/2006, secondo il quale le attività commerciali sono svolte senza «limitazioni di ordine temporale o quantitativo allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, tranne che nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti», sembrerebbe doversi concludere che, con l’approvazione della legge n. 9/2012, la Regione Lombardia si sia posta in parziale contrasto con la normativa statale. In secondo luogo, essa ha violato la buona fede nell’attività di coordinamento interregionale, dal momento che le “vendite promozionali” sono state liberalizzate con riguardo a tutti i prodotti merceologici, incidendo così indirettamente anche sui termini di decorrenza delle “vendite di fine stagione”.
Sul piano del merito appare tuttavia lecito chiedersi se: a) una disposizione come quella di cui all’art. 3 co. 1 lett. 4) l. 248/2006 favorisca effettivamente la concorrenza e il corretto funzionamento del mercato; b) se l’attività di coordinamento delle Regioni si possa estendere a materie, come la disciplina del commercio, nelle quali è (o dovrebbe essere) proprio la concorrenza il vero motore del diritto.
Per quanto riguarda la domanda sub a), ci sembra che limitazioni alle vendite promozionali fondate sulla distinzione formalistica tra queste e le “vendite di fine stagione” rischino di creare più costi che benefici, dal momento che l’amministrazione fiscale sarebbe di volta in volta chiamata ad effettuare pedanti controlli intesi a vagliare l’appartenenza di questo o quel prodotto ad uno stesso o ad un diverso tipo merceologico. Senza contare che, come sostiene la Corte Costituzionale in un suo obiter dictum della sentenza n. 232/2010, esiste una «tendenziale possibilità di svolgimento [delle vendite promozionali, nda], le quali possono riguardare qualsiasi tipo di merce, durante tutto l’arco dell’anno». In altre parole, dal momento che l’obiettivo del legislatore era di «garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato», la legge statale avrebbe anche potuto evitare di stabilire tout court limitazioni per le vendite promozionali.
Per quanto attiene alla domanda sub b), a ben vedere, l’Accordo adottato in sede di Conferenza si può qualificare come una sorta di “accordo di cartello” o “patto di non concorrenza” tra le Regioni italiane in materia di saldi. Concordando una volta per tutte la data di inizio dei saldi, le Regioni hanno così inteso stroncare ogni incentivo alla concorrenza tra Regione e Regione nella determinazione dell’inizio della stagione dei saldi. Complice il rallentamento dei consumi dovuto alla crisi economica, la Regione Lombardia ha “scartellato”, cioè ha deciso di deviare dall’originario accordo di cartello, di fatto allungando il periodo delle vendite di fine stagione. Dal momento che la “tutela della concorrenza” di cui all’art. 117 co. 2 lett. e), Cost. è una cd. “materia trasversale” (cfr. inter alia le sentenze Corte Costituzionale n. 401/2007, n. 285/2005 e n. 80/2006), si ritiene che lo Stato sarebbe di per sé legittimato ad emanare una norma per così dire “anti-cartello”, che vieti alla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome l’adozione di accordi lesivi della concorrenza simili a quello del 24 marzo 2011. Da questo punto di vista, bene ha fatto la Regione Lombardia a rompere l’equilibrio, e l’auspicio è che questa iniziativa, se pur ai limiti della legittimità per le ragioni dette, sia l’occasione per un ripensamento da parte del legislatore statale, della normativa in materia, e per un’evoluzione della stessa nel senso di una maggiore garanzia del principio di concorrenza.
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