Source: https://sentieriepensieri.wordpress.com/2018/10/
Timestamp: 2020-07-12 04:27:23+00:00
Document Index: 92304027

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ']

ottobre | 2018 | Sentieri e Pensieri
Riti e vittime
Concludo la serie di post sulla comparazione fra rito accusatorio ed inquisitorio accennando al complesso tema della posizione della persona offesa dal reato.
La funzione del processo penale è repressiva; è di punire il colpevole di un reato, ma in tempi recenti ha assunto funzioni ulteriori.
Una è quella di verità, ovvero quella di portare alla luce e di far conoscere all’opinione pubblica fatti che, senza indagini condotte con gli strumenti della polizia giudiziaria, rimarrebbero sconosciute o quantomeno avvolte da nubi di incertezza. Gli abitanti di una città il cui sindaco è sospettato di corruzione, hanno diritto di sapere se il loro primo cittadino è stato infedele oppure no. Chi vive in prossimità di un’industria inquinante ha diritto di sapere chi sono i responsabili delle proprie malattie. La collettività ha diritto di sapere se chi gestisce i propri risparmi lo fa correttamente o in modo fraudolento. La risposta a queste domande, a prescindere dalla punizione del reo, può venire solo da indagini della magistratura.
Strettamente connessa è l’esigenza di garantire alle persone offese, cioè alle vittime dei reati, un adeguato risarcimento, individuando sia il responsabile che le precise responsabilità, anche in questo caso senza correlazione con la pena da infliggere.
Per tali ragioni mi parrebbe più sensato affidare l’esercizio dell’azione penale ad un soggetto con funzioni cognitive ed attribuzioni ad ampio spettro, quale sarebbe un giudice, e non ad un organo meramente accusatorio come il Pubblico Ministero.
Chi è vittima di reato, in astratto, può procedere contro il responsabile in sede civile, a prescindere dall’azione penale esercitata dalla Procura. Tuttavia, salvo casi particolari, si tratta di una percorso pericoloso, poiché raramente la vittima possiede prove certe del fatto e dell’identità del reo, per cui la causa civile risarcitoria rischia di ritorcesti contro la vittima stessa. La via migliore è attendere l’esito del procedimento penale e, avendo in mano la sentenza di condanna del reo, chiedere la quantificazione del risarcimento in sede civile.
Anche qui emerge il problema del ruolo del Pubblico Ministero, che non ha alcun obbligo nei confronti delle vittime, le quali, a loro volta, nel corso delle indagini e del processo, non hanno praticamente alcun potere di intervento. Ben migliore sarebbe un sistema che attribuisce al Giudice Istruttore, nel corso dell’attività istruttoria, anche la funzione di tutelare la persona offesa, ovvero di raccogliere quegli elementi utili a delineare il danno e a prendere i provvedimenti necessari a tutelarne la posizione.
Che il codice in vigore abbia una considerazione quasi nulla dei diritti della persona offesa emerge peraltro da molti aspetti. Faccio l’esempio del termine di soli dieci giorni entro il quale il difensore della parte lesa può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione del PM. Dieci giorni nei quali chiedere ed ottenere copia del fascicolo, studiarlo, e formulare motivate richieste di prosecuzione delle indagini. Molto critica è la posizione della vittima in caso di patteggiamento, rito che si conclude con una sentenza che “applica una pena” ma non costituisce una autentica condanna, ovvero non “certifica” la responsabilità del reo. Quindi non costituisce elemento sufficiente a richiedere la riparazione del danno con certezza di esito positivo. In altre parole, chi patteggia, oltre ad ottenere lo sconto di pena, si sottrae anche all’obbligo di risarcire la vittima (recentemente la Cassazione ha modificato l’orientamento in materia, ma sarà il tempo a dire se in maniera significativa). Taccio sul gravissimo fenomeno della prescrizione, che estingue il reato e con esso anche il diritto del danneggiato al risarcimento. In sostanza può ben dirsi che la persona offesa non trova adeguata tutela nel processo penale, che spesso si traduce per essa in un lungo calvario, costoso, umiliante, che in esito non soddisfa neppure il diritto al risarcimento. Diritto che peraltro non è costituzionalmente tutelato, contrariamente ai diritti di difesa frettolosamente inseriti nell’art. 111 della Carta nel 1999.
A tale proposito non posso tacere l’argomento che Piercamillo Davigo utilizza per criticare la pretesa terzietà del Giudice nel processo penale. Il Giudice, afferma Davigo, deve stare dalla parte della vittima, ma se assume una posizione neutra fra il ladro e il derubato, si è già messo dalla parte del ladro. I concetti di terzietà del giudice e di parità fra accusa e difesa meriterebbero una discussione a parte, che qui ometto. Ma è chiaro che accusa e difesa, nel processo penale, hanno funzioni radicalmente diverse, e quindi la loro parità non può essere intesa come quella fra marito e moglie in una causa di divorzio, ma come condizione di pari dignità, non certo di parità di mezzi.
In estrema sintesi conclusiva, un’indagine è procedimento complesso, che richiede attenzione a molteplici aspetti: segretezza, tutela delle vittime, garanzie per gli indagati, interesse pubblico e della pubblica opinione. Affidarla ad un organo meramente accusatorio è scelta sbrigativa, tipica appunto della pessima giustizia statunitense.
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Idagato da chi? PM o GI?
Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?
Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.
Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.
I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.
La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?
Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.
In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.
È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.
L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.
Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.
Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.
Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.
Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.
So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.
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L’illogicità del rito abbreviato
Il rito abbreviato si celebra su richiesta dell’imputato, il quale con esso accetta come prove gli atti dell’indagine preliminare, rinunciando al dibattimento, ed in cambio, in caso di condanna, ottiene l’automatico sconto di un terzo della pena. Il processo si celebra davanti al Giudice per l’udienza preliminare, ed il vantaggio per l’amministrazione della Giustizia è l’accorciamento dei tempi del giudizio. Minori garanzie processuali e tempi più rapidi in cambio di uno sconto di pena. La ratio dell’istituto è questa.
Una domanda però sorge spontanea: che accade quando gli indagati per il medesimo reato, realizzato in concorso, sono due (o più) e solo uno di essi opta per l’abbreviato? Essendo un diritto della difesa, non può negarsi al richiedente la celebrazione del rito alternativo, ma non lo si può imporre all’altro, negandogli l’altrettanto riconosciuto diritto al contraddittorio. Quindi la conseguenza è obbligata: si celebrano due processi: uno davanti al GUP, con il rito abbreviato, l’altro davanti al Giudice di merito, con rito ordinario. In tal modo il rito cosiddetto abbreviato finisce per non abbreviare un bel nulla; anzi, dovremmo parlare di rito raddoppiato. Tempi doppi, doppie spese di giudizio, doppio lavoro per magistrati e per cancellerie. Ma soprattutto, ed è questo l’aspetto a mio parere più critico, si celebrano due processi diversi per lo stesso fatto! Due processi davanti a giudici diversi, e con prove diverse. Perché in quello abbreviato le prove sono gli atti dell’indagine preliminare, mentre nell’altro le prove si producono nel corso del dibattimento.
In alcun caso un architetto fa due progetti per la stessa casa, o un docente due programmi per lo stesso corso. Ma in Italia capita che si facciano due processi per lo stesso fatto.
Nella notte di Halloween del 2007 una studentessa inglese (M.K.) venne uccisa nel suo appartamento di Perugia. Dopo frenetiche (ed un po’ confuse) indagini morbosamente seguite dagli organi di informazione, gravati da indizi pesantissimi, vennero arrestati tre giovani, accusati di aver commesso l’omicidio in concorso fra loro: R.G., A.K. e R.S. Il primo di essi chiese di essere processato con rito abbreviato e venne condannato dal GUP a trenta anni di reclusione, poi ridotti a sedici in appello. Gli altri due optarono per il rito ordinario innanzi alla Corte d’Assise di Perugia e, dopo una serie di riforme ed annullamenti, vennero assolti per non aver commesso il fatto dalla Corte d’Assise di Firenze. Ora costoro possono proclamarsi perseguitati dalla Giustizia, mentre R.G. sconta la pena per aver commesso il delitto in concorso con essi (sentenza di primo grado) ovvero in concorso con ignoti (sentenza d’appello).
Si potrebbe pensare che questo è un caso limite, una rarità, ma non è così. Lo spacchettamento dei processi in più di uno, in ragione del rito scelto dagli indagati è frequentissimo, e lascio immaginare il caos che si genera nei procedimenti per fatti complessi (reati ambientali, crack finanziari) con decine di imputati e decine di capi di imputazione, nei quali ciascun indagato può scegliere per ciascun reato con quale rito essere processato.
Bene: io non sono nessuno per dirlo, la mia opinione vale nulla in confronto a quella degli insigni giuristi che hanno scritto il codice di procedura penale e le successive modifiche. Ma ad essi chiedo: come si fa a tollerare ed a difendere un sistema del genere? Non si tratta di “garantismo” o di “giustizialismo”, ma di semplice e mera logica. Come può un sistema giurisdizionale prevedere due procedimenti distinti (e ripeto: con prove differenti!) per lo stesso fatto?
Non mi dilungo neppure sulle altre anomalie del rito abbreviato (che pure esistono), perché questa è talmente macroscopica da esser sufficiente ad affermare che tale forma processuale va semplicemente abolita. Punto e basta.
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Rito accusatorio e durata dei processi
Inizio ora una serie di post dedicati alla comparazione fra il rito inquisitorio ed accusatorio, cercando di illustrare le dieci criticità dell’attuale procedura penale che ho elencato qui.
Come ho cercato di illustrare nel post citato, il rito accusatorio venne introdotto in funzione garantista, spostando la formazione della prova dalla fase istruttoria, condotta esclusivamente dal Giudice e dalla Polizia giudiziaria, al dibattimento, fase processuale alla quale partecipa anche la difesa, in condizione di parità rispetto all’accusa. In tale spirito gli atti raccolti in fase di indagine non sono prove, ma solo elementi di prova, ed è il confronto dialettico fra accusa e difesa davanti al Giudice che forma la prova vera e propria. In particolare, per fare un esempio, le dichiarazioni rese dai testimoni alla Polizia durante le indagini non possono essere utilizzate contro l’imputato, ma devono essere confermate espressamente dal teste davanti al Giudice, dando la possibilità alla difesa di controinterrogare. L’avvocatura pretese a gran forza questa svolta, e ben se ne comprende la ragione.
In questo schema l’indagine dovrebbe essere sommaria, rapida: se gli atti in essi raccolti non hanno valore di prova, è inutile approfondire troppo le cose, meglio andare rapidamente a processo, ove effettivamente si forma la prova. Sembra una buona cosa, ma in questo modo l’indagato, anche se estraneo ai fatti, diventa immediatamente imputato e finisce sotto processo, con tutto quello che ne consegue: nomina di un difensore, partecipazione alle udienze e magari articoli sui giornali. Il sistema che dovrebbe essere più garantista diviene necessariamente più invasivo, se non aggressivo nei confronti della persona indagata. Per questo motivo, nella prassi reale, l’indagine preliminare non ha assunto la connotazione sommaria che astrattamente dovrebbe avere, ed è molto simile alla vecchia istruttoria del rito inquisitorio: analitica, approfondita, burocratica, dettagliata. In altre parole, il Pubblico Ministero, prima di chiedere il processo per l’indagato, vuole convincersi autonomamente della sua colpevolezza. Per tale ragione gli avvocati sono soliti dire che i magistrati hanno mantenuto una mentalità inquisitoria, e sinceramente viene da pensare che sia un bene, volendo evitare di scaraventare a processo un innocente.
Tuttavia l’indagine preliminare in sé resta inutilizzabile, e a processo bisogna ricominciare tutto da capo. Il risultato, come il lettore ben comprende, è la dilatazione esagerata dei tempi della Giustizia: l’indagine preliminare è in sé è lunga e dettagliata, ed il dibattimento, con i formalismi di un rito pubblico che coinvolge magistrati, avvocati, consulenti, testimoni, cancellieri, ed ha lo scopo di ripercorrerla analiticamente ed in contraddittorio fra i vari soggetti, finisce per essere a sua volta interminabile.
Ecco quindi che la prima conseguenza del sistema accusatorio con rito ordinario è stata di allungare a dismisura i tempi della Giustizia, rendendo necessario il ricorso sempre più esteso ai cosiddetti riti alternativi, pensati per sveltire la procedura, che però tutto sono meno che garantisti. Ed inoltre, come dirò in altro post, presentano altre pesanti anomalie.
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Rito accusatorio o inquisitorio?
Nel passaggio da Regno a Repubblica, l’Italia conservò quasi integralmente il corpo legislativo, ed in particolare i codici che regolano la giurisdizione ordinaria: Codice penale, Codice civile, Codice di procedura penale, Codice di procedura civile e Legge fallimentare. Si trattava di testi promulgati nel periodo fascista (1930 per la materia penale, 1942 per quella civile e fallimentare) ma nell’impostazione generale non erano fascisti, bensì di stampo liberale, in conformità con la tradizione giuridica italiana. Il Regime impose alcuni tasselli propriamente fascisti, la cui abrogazione nell’immediato dopoguerra consegnò alla magistratura un complesso di leggi sostanzialmente liberale.
Quel complesso normativo è arrivato ad oggi con poche modifiche (una delle più significative riguarda il diritto di famiglia e, più recentemente, si è intervenuti sulla Legge fallimentare) salvo la totale riscrittura del Codice di procedura penale. Il Codice di procedura penale Rocco del 1930 venne novellato negli anni 50 per mano di Giovanni Leone, per poi essere abrogato nel 1989 e sostituito con il nuovo codice Vassalli.
Alla base di questa radicale riscrittura vi è il passaggio dal rito cosiddetto inquisitorio, comune ai paesi dell’Europa continentale, a quello cosiddetto accusatorio, tipico della cultura anglosassone ed in particolare di quella statunitense. Nel primo, l’accertamento delle responsabilità avviene nel corso dell’istruttoria, condotta dal Giudice istruttore e dalla Polizia Giudiziaria; nel secondo avviene nel corso del dibattimento, mentre quella che era l’istruttoria è sostituita dall’indagine preliminare, condotta dal Pubblico ministero e dalla Polizia giudiziaria.
La ragione di tale modifica risiedeva nell’avvertita esigenza di dotarsi di un processo che garantisse maggiormente i diritti dell’indagato/imputato, sottraendolo allo strapotere del Giudice istruttore, il quale aveva il dovere/potere di condurre l’inchiesta, di formulare l’imputazione e di consegnare al Giudice di merito un processo preconfezionato, nel corso del quale non si celebrava un vero dibattimento: gli atti dell’istruttoria erano prove, ed i difensori, per esempio, non potevano formulare domande direttamente ai testimoni, i quali avevano l’obbligo di confermare le deposizioni rese in istruttoria, pena l’arresto. Il Pubblico ministero aveva una funzione quasi esclusivamente requirente, ma il difensore si trovava quasi disarmato davanti al Giudice (istruttore o di merito, figure che addirittura potevano talvolta coincidere!) sicché una modifica in senso garantista era largamente avvertita.
Il processo di riforma in tal senso iniziò già negli anni settanta, ma fu bloccato dall’emergenza terrorismo, fino alla svolta del 1989, con l’introduzione del nuovo codice.
Con esso si passò ad un sistema (detto appunto accusatorio) che assegna al Pubblico ministero due funzioni: quella inquirente (indagine preliminare) e quella requirente (richiesta di giudizio e di condanna), ponendo il Giudice in una posizione di terzietà fra l’accusa e la difesa. Il Giudice per le indagini preliminari “sorveglia” il Pubblico ministero nello svolgimento dell’inchiesta, nel corso della quale vengono raccolti non prove ma elementi di prova. Il Giudice di merito dirige il dibattimento in aula, ispirato alla logica del contraddittorio fra le parti (l’accusa, cioè il PM, e la difesa) nel corso del quale si forma la prova.
Le domande che è lecito porsi sono due: 1) era possibile avere un sistema più garantista mantenendo il sistema inquisitorio? 2) Il nuovo codice ci ha effettivamente consegnato un meccanismo efficiente e più garantista?
Ovviamente chi scrive non ha risposte certe da dare, ma questo post e quelli successivi hanno la funzione di dar forza alle seguenti possibili risposte: 1) forse sì. 2) Forse no.
Distinguendo per capitoli (che tratterò separatamente) vedo nel sistema corrente una serie di criticità, che sintetizzo di seguito.
La durata abnorme dei procedimenti, come conseguenza del tipo di rito.
L’abuso dei riti alternativi e l’introduzione di istituti discutibili come l’imputazione coatta.
L’assurdo logico costituito dal rito abbreviato.
L’eccesso di potere in capo al Pubblico Ministero, con ricorrente richiesta di separazione delle carriere.
La falcidia della prescrizione sui procedimenti penali.
L’inadeguatezza del rito alle richieste di verità, oltre che di giustizia, che una società evoluta pone alla giurisdizione penale.
La scarsa se non nulla tutela delle persone offese dal reato.
Le anomalie dell’uso extragiudiziale (giornalistico e politico-propagandistico) degli atti di indagine, quali l’avviso di garanzia e le intercettazioni.
L’introduzione delle indagini difensive ed i grandi costi di difesa, che producono una giustizia di censo.
La svalutazione del ruolo del giudice e l’incongruità della sua terzietà
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Incompatibilità fra parlamentare e ministro
Tutte le critiche alla manovra economica in corso d’elaborazione e, più in generale, all’attività del Governo, cozzano contro un dato di fatto: Movimento 5 Stelle e Lega godono di grande consenso, e con essi i rispettivi leader “populisti” Di Maio e Salvini, i quali si fanno forza dei risultati elettorali e dei sondaggi. Ma la stampa ad essi ostile non si dà pace, prefigurando la catastrofe che ci attende a causa della scelleratezza della maggioranza.
Hanno ragione i primi, nel rivendicare la guida del Governo, ma hanno ragione pure i secondi, nel denunciare l’anomalia di un Ministro dell’Interno che utilizza la sua carica a fini propagandistici e le molteplici contraddizioni fra i proclami elettorali del M5S e la prassi di Governo.
Questo conflitto è figlio di una delle nostre tante malattie: la cronica e malsana compenetrazione fra maggioranza parlamentare e Governo, fra gruppi parlamentari e Ministeri. La Repubblica è nata nello spirito resistenziale, ed era logico pensare che il Governo avrebbe dovuto essere formato dai leader dei principali partiti. Questo principio però, negli anni, ha perso la sua valenza positiva, finendo per inquinare il funzionamento delle istituzioni. Fin dal primo dopoguerra, infatti, i vertici dei partiti hanno sommato la funzione propagandistica in chiave elettorale e quella di gestione della cosa pubblica, utilizzando le cariche di Governo per conquistare e consolidare il consenso. La situazione attuale, che vede Salvini e Di Maio impegnati a varare misure economiche rivolte alle rispettive basi elettorali, è la stessa che si ripete da sempre. I capi dei partiti che vincono le elezioni corrono ad occupare i ministeri di spesa per ricompensare gli elettorati.
Lo si poteva evitare, o quantomeno limitare? Forse sì. Con l’unica riforma costituzionale che ci avrebbe giovato ma che nessuno mai ha provato neppure a proporre: l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di Ministro o sottosegretario, esattamente come avviene in Francia, paese dove, guarda caso, hanno inventato la separazione dei poteri (in questo caso legislativo ed esecutivo).
In un sistema del genere, il capopartito che raccoglie voti promettendo di buttare a mare i migranti, non può poi (far credere di) farlo realmente utilizzando la carica di ministro dell’Interno. E chi ha fatto campagna elettorale promettendo di regalare caramelle a tutti, non può utilizzare la sua posizione in Consiglio dei Ministri, in posizione sovraordinata a quella del Ministro dell’Economia, per farlo veramente.
Chi si presenta alle elezioni, se eletto, viene votato per stare in Parlamento, dove appunto si parla. Non per fare il Ministro. Così dovrebbe essere. E se nei decenni passati avessimo avuto Governi composti da persone competenti, indicate sì dai partiti, ma non direttamente coinvolte nella raccolta del consenso, forse ora avremmo un debito pubblico un po’ più basso. Perché un Ministro non parlamentare, indicato dai partiti ma nominato dal Capo dello Stato, avrebbe (avuto) forse la forza di dire “no”, almeno qualche volta. “No, non si può fare perché i soldi non ci sono”.
In più i Ministri dovrebbero stare al Ministero, a far funzionare la macchina statale, e non altrove a fare politica. Mi sovviene il triste esempio del Ministro della Giustizia Orlando, il quale, invece di lavorare in via Arenula (dove ce ne sarebbe assai bisogno, visto lo stato della nostra Giustizia) se ne andava in giro a far campagna per se stesso al congresso del suo partito. Non è un caso vedere poi i processi celebrati nei tendoni del cortile del tribunale (come a Bari), perché la sede è inagibile.
Ma una simile riforma mai è stata neppure proposta, e siamo qui, a pagare miliardi in interessi, a dolerci dell’Italia che non funziona ed a discutere di baggianate.
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Costi europei e costi regionali
Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo del blog di Beppe Grillo che denuncia i costi asseritamente esorbitanti dell’Unione europea, ovvero, più precisamente, delle sue istituzioni. Un lungo elenco di voci di spesa che assommano, stando al testo, a circa due miliardi di Euro. Scandalo!
Chiunque pensi che per il funzionamento dell’UE due miliardi siano troppi, dovrebbe farsi un’idea dei costi della nostra burocrazia, e, per fare un bell’esempio, delle burocrazie regionali. Ho scaricato dal sito della Regione Friuli Venezia Giulia il bilancio di previsione per il triennio 2018-2020, e riporto qualche numero.
Il bilancio complessivo per il 2018 è di circa 8.300 milioni di Euro ed il 31,5% è assorbito dai costi della sanità regionale, che copre tutte le prestazioni, dal momento che la Regione FVG non aderisce al sistema sanitario nazionale ma ne ha uno proprio (S.S.R.), interamente gestito in loco. Tale voce di spesa è di poco inferiore a quella per “servizi istituzionali, generali e di gestione”, cioè se capisco, ai costi della burocrazia regionale: consiglio, giunta, ma soprattutto apparati (stipendi a dipendenti e funzionamento degli uffici). In numeri, se ne va in burocrazia il 31,7% dell’intero bilancio, pari a 2.600 milioni di Euro (oltre due miliardi e mezzo). Più di quanto costano le istituzioni europee, le quali però interessano circa 500 milioni di cittadini, contro il milione e duecentomila della Regione FVG.
In lire, sarebbero più di cinquemila miliardi all’anno.
La Regione FVG spende per il suo funzionamento più di quanto stanzia per la salute dei suoi abitanti; fanno circa duemila euro all’anno per ogni residente. Una cifra molto superiore a quella delle altre regioni, che sarebbe giustificata dallo statuto speciale. Mi pare di poter dire che sarebbe meglio fare a meno di tale specialità. Ognuno può farsi un’idea di quanti benefici potrebbero derivare alla popolazione del Friuli Venezia Giulia se una somma del genere fosse investita in servizi, o più semplicemente sottratta al prelievo fiscale.
Sono numeri che parlano da soli e non serve che aggiunga parole, salvo pensare che l’Europa matrigna che tanto ci vuole male, davanti a queste cifre, dovrebbe inviare in Italia non la Trojka o qualche occhiuto e severo commissario, ma forse i carri armati.
Riporto qui sotto la tabella scaricata dal sito ufficiale della Regione, sezione amministrazione trasparente.
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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?
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Abolizione del contante
Evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, corruzione, e soprattutto mafia.
Non sono questi i mali che la Repubblica italiana si porta dietro da sempre? I fardelli della nostra economia che schiacciano intere regioni in un eterno ed immutabile sottosviluppo? Gli ineliminabili virus dell’immoralità e dell’illegalità nazionale di cui vergognarsi al cospetto degli altri paesi europei? Quando i nostri governanti alzano la voce contro l’Europa, asseritamente matrigna, come non pensare alla inevitabile risposta che ci meritiamo da parte di uno straniero: “parlate voi che alimentate le mafie, che stanno ammorbando l’intero continente”; “parlate voi che siete la patria dell’evasione fiscale e della corruzione…” E via così.
Giustificati o no che siano tali giudizi, è fuor di dubbio che l’economia illegale, semilegale, sommersa, è il male dell’Italia. Il cancro che fin dall’Unità comprime l’intero meridione e che sta metastatizzando tutto il territorio. Gli italiani vi sembrano rassegnati, come se l’illegalità fosse un tratto ineluttabile della nostra collettività, come se le mafie fossero realtà ineliminabili, più forti delle stesse istituzioni repubblicane. Forse le risorse morali per ribaltare questo stato di fatto non ci sono, ma, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità, non sono le religioni, le filosofie o le morali a produrre i cambiamenti. Sono la scienza e la tecnologia. È solo grazie al progresso scientifico e tecnologico che siamo usciti dalle caverne ed ora siamo quello che siamo. Ed è la tecnologia che ci offre ora la possibilità di sconfiggere il male dell’economia illegale, sostituendo il denaro contante con moneta interamente elettronica e tracciabile.
Il traffico di stupefacenti, di esseri umani; lo sfruttamento della prostituzione; lo smaltimento illegale dei rifiuti; il racket delle estorsioni, il business delle contraffazioni; il voto di scambio; la corruzione e l’inquinamento della vita pubblica; sono questi i fondamenti dell’economia illegale e mafiosa da cui sgorga il denaro sporco che, grazie a sofisticati canali di riciclaggio, si trasforma in immensi capitali sottratti alla fiscalità che vanno ad inquinare l’economia legale. Tutto ciò prospera grazie alla moneta contante. In un mondo in cui ogni pagamento è tracciato, realizzarli sarebbe molto più difficile ed in taluni casi impossibile. Per converso, sarebbe assai facile smascherarli. Ed i benefici per le finanze pubbliche sarebbero enormi.
Sebbene non mi piaccia citare chi non è più con noi, non posso non ricordare l’insegnamento di Giovanni Falcone: follow the money. Solo così si batte la mafia. Ai suoi tempi non era possibile come lo è oggi; oggi che ogni pagamento può essere tracciato. Basta volerlo.
E non è solo questione di mafia. Pensiamo al lavoro nero. Ai lavoratori sfruttati e sottopagati. O al fenomeno degli affitti in nero. Generazioni di studenti hanno versato a proprietari di immobili nelle città universitarie capitali enormi sottratti al bilancio delle rispettive famiglie, procurando ad essi un reddito esentasse che, integrato negli anni, ha consentito l’accumulo di grandi fortune. Pensiamo alla sistematica evasione dell’iva di professionisti ed artigiani, o al business delle lezioni private. Tutti fenomeni che contribuiscono a fare dell’Italia il paese dell’arrangiarsi, e per questo degli arrangioni, dei trafficoni. Un paese che perseverando in essi si condanna ad essere arretrato fra i paesi sviluppati, o sviluppato fra quelli arretrati. Un paese sempre in mezzo al guado della mediocrità, condannato ad una perenne condizione di semi-miseria.
È giunto il momento di fare un passo avanti e di uscire da questo stato. Di mettersi all’avanguardia tecnologica e morale dell’Europa e di abolire la moneta contante. Abbassandone progressivamente la soglia per operazione: a 500 euro, poi a 100, a dieci ed infine a zero. Non mi espongo a fare cifre sui vantaggi per la finanza pubblica, ma i dati che si leggono parlano chiaro. Sarebbero 36 i miliardi che lo Stato perde annualmente per l’evasione dell’iva; mentre l’evasione fiscale nel suo complesso ammonterebbe ad oltre 110 miliardi annui. Cifre che farebbero dello Stato italiano il più virtuoso d’Europa.
Ed invece il dibattito pubblico si avviluppa in futilità come gli ottanta euro, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Strumenti ridicoli in un paese a bassissima fedeltà fiscale come il nostro. Che senso ha elemosinare di 80 euro un lavoratore dipendente che nel tempo libero lavora in nero? Che senso ha elargire il reddito di cittadinanza nel paese dei finti poveri, dei nullatenenti e nullafacenti con la Bmw in cortile? Che senso ha concedere la flat tax ad una platea di autonomi dove vi è chi dichiara tutto, chi dichiara una parte e chi dichiara nulla? Eppure queste grottesche misure, che stanno mettendo in subbuglio il continente, costano poche decine di miliardi di euro, molto meno di quel che si ricaverebbe dalla fedeltà fiscale garantita automaticamente dall’abolizione del contante.
I benefici non sarebbero solamente di carattere fiscale. Sparirebbe lo spaccio di strada: fine dei quartieri ghetto, ostaggio del mercato fra spacciatori di droga e consumatori. Fine anche della prostituzione di strada. Chi svolge o sfrutta tali attività (non mi illudo che scompaiano) dovrebbe trovare adeguate coperture lecite, pagando le tasse e risultando più facilmente individuabile. Anche fenomeni criminali violenti come le rapine diverrebbero impraticabili. Senza denaro contante e senza ricettatori non ha senso fare rapine.
Se non sembrano sufficienti tali argomenti (ed a me pare che lo siano) ve n’è uno ulteriore. L’abolizione del contante è un auspicio delle autorità monetarie internazionali, Fmi e Bce in testa. Adottandolo come prima nazione, l’Italia si porrebbe all’avanguardia e potrebbe avanzare in contropartita alcune sacrosante richieste: un serio contrasto ai paradisi fiscali (chi se non il Fmi può farlo?); l’individuazione dei capitali illeciti sottratti alla nostra economia, ed un piano serio e collettivo per la neutralizzazione del debito pubblico. Vogliamo restare in eterno ostaggi dei nostri creditori? O vogliamo buttarci alle spalle questa condizione? Lo strumento c’è: il cigno nero dell’economia italiana non è l’uscita dall’Euro, ma l’abolizione totale del denaro contante, congiuntamente all’adozione di seri strumenti di contrasto all’economia illegale.
PS: Ho cercato in rete pareri contrari a questa proposta. Ho trovato solo argomenti sugli stati orwelliani (come se il web non sapesse già tutto di noi!) oppure baggianate sulle vecchiette in drogheria, sul gancio dei carrelli del supermercato o sulle paghette ai figlioli. Idiozie. Sarebbe il caso che l’informazione facesse fronte comune su questa prospettiva, che non è né di destra né di sinistra, né populista né europeista. È solo di buon senso.
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