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Timestamp: 2020-06-01 16:15:40+00:00
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﻿ Nel rito abbreviato “secco” la riforma in pejus in appello non obbliga alla rinnovazione dell’istruttoria | ilpenalista.it
28 Novembre 2016 | Fabrizio Galluzzo
Nel rito abbreviato non condizionato, la condanna in secondo grado che riforma l’assoluzione pronunciata in primo grado può essere emessa senza che il giudice di appello abbia alcun obbligo di rinnovazione dell’istruttoria, residuando tuttavia in capo allo stesso la facoltà di assumere d’ufficio gli ulteriori elementi probatori che ritenga necessari.
La Corte di appello di Roma, accogliendo l’appello proposto dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Civitavecchia e dalla parte civile, condannava in secondo grado un soggetto imputato per i reati di cui agli artt. 61, n. 11, 81 cpv., 609-bis, comma 2, n. 1, 609-ter, ult. comma, c.p. commessi nei confronti della figlia, reati per i quali in primo grado era stato assolto, all’esito di giudizio abbreviato, con la formula perchè il fatto non sussiste.
La sentenza di condanna veniva pronunciata, in estrema sintesi, pressoché esclusivamente sulla base della rivalutazione delle dichiarazioni testimoniali rese nel primo grado di giudizio, senza che si procedesse alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, neanche richiesta, a dire il vero, dalla difesa dell’imputato.
La questione processuale che si pone con la sentenza in esame è la seguente: nel caso in cui la pronuncia di assoluzione emessa all’esito di giudizio abbreviato sia riformata in appello, in seguito ad impugnazione del pubblico ministero e della parte civile, portando alla condanna dell’imputato sulla base della mera rivalutazione degli elementi acquisiti in primo grado, non sussiste l’obbligo in capo al giudice di appello di disporre la rinnovazione dell’istruttoria per poter pervenire al ribaltamento dell’esito della decisione del giudice di prime cure?
Con la sentenza in esame, come evincibile dalla massima redazionale di cui sopra, la Corte di cassazione è giunta alla conclusione secondo la quale allorché l’imputato abbia optato per il giudizio abbreviato non condizionato, all’esito del quale sia stato assolto, laddove la sentenza venga ribaltata nel secondo grado in seguito ad impugnazione del pubblico ministero, lo stesso non può rivendicare un diritto a che il giudice di appello disponga la rinnovazione di un’istruttoria dibattimentale che, di fatto, non si è mai tenuta, atteso che con la scelta del rito deflativo l’imputato ha prestato il consenso ad essere giudicato in “via cartolare” sulla base degli elementi raccolti nelle indagini preliminari.
Per giungere alla conclusione appena sintetizzata, la Corte procede secondo un interessante percorso argomentativo che prende le mosse da un recentissimo intervento delle Sezioni unite (Cass pen., Sez. unite, 28 aprile 2016, n. 27620) in materia di rinnovazione dell’istruttoria in appello in riferimento, tuttavia, ad un processo svoltosi con rito ordinario.
In tale occasione le Sezioni unite hanno ritenuto viziata ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. la motivazione di una sentenza di appello che aveva riformato in pejus una pronuncia di assoluzione operando una diversa valutazione di prove dichiarative assunte in primo grado, senza tuttavia procedere alla rinnovazione dell’istruttoria ai sensi dell’art. 603, comma 3, c.p.p., con la conseguenza che in tal modo era stato eluso, a giudizio della Corte, il canone di giudizio dell’oltre ogni ragionevole dubbio di cui all’art. 533, comma 1, c.p.p.
La questione rimessa alle Sezioni unite, che in effetti concerneva un aspetto ancor più specifico (ovvero se, nel caso in cui l’imputato proponga ricorso per cassazione avverso una sentenza di condanna che abbia riformato la precedente sentenza di assoluzione sulla base di una mera rivalutazione delle prove utilizzate ai fini del proscioglimento, evidenziando vizi diversi dalla mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, sussista o meno in capo alla Corte di cassazione la legittimazione a rilevare d’ufficio l’omessa applicazione dell’art. 603, comma 3, c.p.p.) era, come anticipato, riferita al solo dibattimento.
Attesa la rilevanza della questione anche per i riti alternativi, tuttavia, la Corte si era lasciata andare ad un obiter dictum affermando testualmente che a non dissimile approdo deve coerentemente pervenirsi nel caso di impugnazione del pubblico ministero contro una pronuncia di assoluzione emessa nell’ambito del giudizio abbreviato, ove questa sia basata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive dal primo giudice e il cui valore sia posto in discussione dall’organo dell’accusa impugnante, ritenendo indifferente che la prova dichiarativa sia stata assunta in primo grado in quanto recepita dagli atti di indagine (abbreviato semplice) od oralmente, perché espressione dell’integrazione probatoria di cui agli artt. 438, comma 5 o 441, comma 5, c.p.p.
Principio che la sentenza in esame, che fa riferimento, peraltro, a cospicua giurisprudenza (si veda pag. 15 della sentenza) anch’essa divergente dall’impostazione delle Sezioni unite, non approva.
A giudizio della terza Sezione, infatti, dopo aver condivisibilmente ricostruito la logica dell’obbligatorietà della rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale nell’ambito del rito ordinario, sicuramente indispensabile, anche in conformità alla giurisprudenza Cedu, allorché l’impugnazione della sentenza di assoluzione emessa in primo grado sia messa in discussione dall’appello della pubblica accusa fondato su una diversa valutazione della prova dichiarativa assunta in dibattimento, da legare indissolubilmente al principio della condanna al di là di ogni ragionevole dubbio, le Sezioni unite deragliano incoerentemente ritenendo il principio esposto estensibile ai riti alternativi.
Ciò perché sono le stesse Sezioni unite ad affermare, per il rito ordinario, che il giudice di appello ripete tutti i poteri decisori del primo giudice e può ribaltare il proscioglimento del primo grado ribaltando la valutazione delle prove dichiarative solo se nel giudizio di appello si ripercorrano le medesime cadenze di acquisizione in forma orale delle prove elaborate in primo grado; mentre nel giudizio abbreviato, in particolare in quello c.d. secco, il materiale utile ai fini della decisione è costituito dagli elementi raccolti antecedentemente alla celebrazione del processo rispetto ai quali è l’imputato a manifestare il consenso all’acquisizione, in deroga al proprio diritto al contraddittorio, perché ricompensato dall’eventuale sconto di pena.
A giudizio della Corte una rinnovazione in appello sarebbe ben possibile soltanto se un’istruttoria si sia effettivamente svolta, presupposto che non sussisterebbe laddove, come avviene nel giudizio abbreviato, la valutazione delle prove sia stata, di fatto, cartolare: sarebbe, infatti, illogico obbligare il giudice di appello ad assumere per la prima volta, tramite percezione diretta, una prova alla quale ha rinunciato l’imputato stesso, a meno di non voler ritenere costituzionalmente illegittimi gli stessi riti alternativi (giudizio abbreviato e patteggiamento) che attribuiscono all’imputato la facoltà di rinunciare all’istruttoria, facoltà che non sarebbe revocabile in un secondo momento, laddove sia intervenuta una sentenza di condanna che abbia riformato la precedente pronuncia di assoluzione.
Non convince la Corte neanche l’appiglio giuridico utilizzato dalle Sezioni Unite per giustificare l’assimilazione dei riti ordinari ed alternativi ai fini del riconoscimento della obbligatorietà della rinnovazione dell’istruttoria, il richiamo al principio “generalissimo” della necessità, anche per il giudice di appello, di pronunciare sentenza di condanna quando la colpevolezza sia dichiarabile “al di là di ogni ragionevole dubbio”: l’accoglimento di tale impostazione, come detto, porterebbe a mettere in dubbio alla radice la legittimità della disciplina del giudizio abbreviato nella parte in cui preclude al giudice di assumere prove alle quali ha rinunciato lo stesso imputato.
Osserva, infine, la Corte che, a prescindere dall’asserito obbligo di disporre la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale ai sensi dell’art. 603, comma 3, c.p.p., residua pur sempre il potere di integrazione d’ufficio del compendio probatorio, previsto anche nella disciplina del giudizio abbreviato (art. 441, comma 5, c.p.p.) che, tuttavia, rappresenta una facoltà del giudice che, discrezionalmente, può avvalersene quando ritenga di non poter decidere allo stato degli atti.
La soluzione adottata dalla Corte di cassazione, a parere di chi scrive, non può che essere condivisibile, se rapportata all’attuale assetto normativo: la scelta del giudizio abbreviato non condizionato esclude alla radice lo svolgimento di un’istruttoria; che senso avrebbe, allora, parlare di rinnovazione di un’istruttoria mai svolta?
Comprensibile, allora, che la Corte si assesti su una posizione logica, diversificando la soluzione del quesito a seconda che la problematica venga posta per il giudizio ordinario, nel quale la rinnovazione segue naturalmente l’istruttoria svolta in primo grado e sarebbe assai grave ribaltare una sentenza di assoluzione senza procedere ad una nuova assunzione probatoria, o per un rito fondato su acquisizioni cartolari “prefabbricate”.
Il problema che si pone, allora, è ben diverso ed affonda le radici in una questione annosa e mai sopita: è concepibile che dinanzi all’appello della pubblica accusa rispetto ad una sentenza di proscioglimento in primo grado, l’imputato debba rimanere inerme, senza che gli siano offerti nuovi strumenti processuali?
È indubbio che la scelta di optare per il giudizio abbreviato è attribuibile all’imputato stesso che decide autonomamente e consapevolmente di essere giudicato allo stato degli atti.
Ma nel caso in cui venga assolto e la pubblica accusa impugni fondando il proprio atto di appello sulla mera rivalutazione degli elementi sulla base dei quali era stata pronunciata l’assoluzione, tanto da convincere il giudice di appello al revirement, non sarebbe maggiormente conforme alla nostra impostazione processuale ed al “vento europeo” assicurare un processo più equo all’imputato, restituendogli, ad esempio, la facoltà di tornare indietro nella scelta del rito alternativo, consentendogli di giocarsi la partita nel rito ordinario?
Al Legislatore l’ardua sentenza.
AIUTI, Poteri d’ufficio della Cassazione e diritto all’equo processo, in Cass. pen., 2016, 9, 3214, nota a Cass pen., Sez. unite, 28 aprile 2016, n. 27620; vedi anche MAGI, Le Sezioni unite aprono la strada alle conformazioni d'ufficio del vizio di motivazione.