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Timestamp: 2018-05-22 19:48:36+00:00
Document Index: 66441297

Matched Legal Cases: ['art. 615', 'art. 617', 'art. 806', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 548']

La clausola compromissoria nelle opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi - Iusletter
La clausola compromissoria nelle opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi
Con la recente ordinanza del 30 marzo 2018, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in ordine ai limiti di operatività della clausola compromissoria in materia di esecuzione forzata.
In particolare, il quesito di diritto sottoposto all’attenzione della Corte di Cassazione è se la clausola con la quale le parti rimettono alla decisione degli arbitri “qualsiasi” controversia nascente da un determinato rapporto giuridico, si estenda ai rimedi dell’opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi.
Com’è noto, l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. si configura come un giudizio di accertamento negativo della pretesa esecutiva del creditore procedente, mentre con l’opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c., l’opponente denuncia la violazione delle regole processuali dell’esecuzione forzata. L’art. 806, comma 1, c.p.c. stabilisce che non possono essere devolute agli arbitri le controversie vertenti sui diritti indisponibili, dovendo essere incluse tra le dette situazioni quei “processi di cognizione che non hanno ad oggetto una controversia sostanziale o l’eliminazione di un provvedimento che ha pronunziato su diritti sostanziali”.
Il diritto fatto valere in executivis è di regola un diritto patrimoniale e, come tale, disponibile, quindi rinunziabile in tutto o in parte, salvo che non sia diversamente stabilito dalla legge; con l’ordinanza in commento, la S.C. ha stabilito che ciò non può affermarsi per le norme che regolano l’esecuzione forzata, trattandosi di norme di ordine pubblico inderogabili.
Nel caso di specie, l’opponente promuoveva avanti al Tribunale di Salerno opposizione avverso una cartella di pagamento con la quale l’Agente di Riscossione chiedeva il rimborso di un importo ricevuto dal primo a titolo di contributo pubblico in forza di contratto munito di clausola compromissoria. Al contempo il medesimo opponente avviava la domanda di arbitrato, portando avanti al collegio arbitrale il proprio diritto alla ricezione del detto contributo e, pertanto, l’illegittimità della richiesta avanzata dall’agente di riscossione.
Il collegio arbitrale dichiarava, con lodo confermato in sede di appello, l’illegittimità del provvedimento di revoca del contributo e, parallelamente, il Tribunale di Salerno, con sentenza confermata in secondo grado, rigettava l’opposizione rilevando il proprio difetto di giurisdizione per effetto della suindicata clausola compromissoria.
La Suprema Corte, nel cassare con rinvio la sentenza impugnata, ha enunciato il seguente principio di diritto: “la clausola con la quale le parti rimettono alla decisione degli arbitri qualsiasi controversia nascente da un determinato rapporto giuridico può essere interpretata, con giudizio riservato al giudice di merito, come comprensiva anche della materia delle opposizioni all’esecuzione forzata, salvo che in essa non si controverta di diritti indisponibili. Viceversa, non possono in alcun caso essere decise dagli arbitri le opposizioni agli atti esecutivi, avendo queste ad oggetto la verifica dell’osservanza di regole processuali d’ordine pubblico e quindi diritti di cui le parti non possono mai liberamente disporre”.
Dunque, solo l’opposizione all’esecuzione può essere decisa dagli arbitri, in quanto avente ad oggetto un diritto sostanziale del creditore liberamente disponibile, salvo che non sia previsto altrimenti dalla legge
Da ultimo, merita un cenno anche il secondo quesito di diritto risolto dall’ordinanza, relativo alla pronuncia del giudice ordinario di carenza della propria giurisdizione per effetto della clausola compromissoria.
Sul punto, la Suprema Corte ha assunto la propria decisione richiamando un precedente giurisprudenziale (Cass. civ., Sez. Unite Ord., 25-10-2013, n. 24153) secondo cui “l’attività degli arbitri rituali, anche alla stregua della disciplina complessivamente ricavabile dalla legge 5 gennaio 1994, n. 5 e dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, ha natura giurisdizionale e sostitutiva della funzione del giudice ordinario, sicché lo stabilire se una controversia spetti alla cognizione dei primi o del secondo si configura come questione di competenza” e non di giurisdizione.
Cass., Sez. III Civ., 30 marzo 2018, ordinanza n. 7891
Jessica Cammarano – j.cammarano@lascalaw.com
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