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Timestamp: 2015-10-04 07:24:58+00:00
Document Index: 98033974

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1668', 'art. 221', 'art. 650', 'sentenza ', 'art. 650', 'art. 348', 'art. 16', 'art.348', 'art. 348', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 27', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 25']

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Le prime 20 leggi penali Articolo 1. Reati e pene: disposizione espressa di legge. Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, nè con pene che non siano da essa stabilite.Articolo 2. Successione di leggi penali. Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato. Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano la esecuzione e gli effetti penali. Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile. Se si tratta di leggi eccezionali o temporanee, non si applicano le disposizioni dei capoversi precedenti. Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un decreto legge e nei casi di un decreto legge convertito in legge con emendamenti (1). (1) La Corte costituzionale, con sentenza 22 febbraio 1985, n. 51, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma nella parte in cui rende applicabili alle ipotesi da esso previste le disposizioni contenute nel secondo e terzo comma dello stesso Articolo 2 del cod. pen.Articolo 3. Obbligatorietà della legge penale. La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale. La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano all’estero, ma limitatamente ai casi stabiliti dalla legge medesima o dal diritto internazionale.Articolo 4. Cittadino italiano. Territorio dello Stato. Agli effetti della legge penale, sono considerati “cittadini italiani” i cittadini delle colonie, i sudditi coloniali, gli appartenenti per origine o per elezione ai luoghi soggetti alla sovranità dello Stato e gli apolidi residenti nel territorio dello Stato. Agli effetti della legge penale, è “territorio dello Stato” il territorio “della Repubblica”, quello delle colonie ed ogni altro luogo soggetto alla sovranità dello Stato. Le navi e gli aeromobili italiani sono considerati come territorio dello Stato, ovunque si trovino, salvo che siano soggetti, secondo il diritto internazionale, a una legge territoriale straniera.Articolo 5. Ignoranza della legge penale. Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale. La Corte costituzionale, sentenza 24 marzo 1988, n. 364, ha dichiarato l’illegittimità di questo articolo nella parte in cui non esclude dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile.Articolo 6. Reati commessi nel territorio dello Stato. Chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge italiana. Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l’azione o l’omissione, che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte, ovvero si è verificato l’evento che è la conseguenza dell’azione od omissione.Articolo 7. Reati commessi all’estero. È punito secondo la legge italiana il cittadino o lo straniero che commette in territorio estero taluno dei seguenti reati: 1) delitti contro la personalità dello Stato; 2) delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto; 3) delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di pubblico credito italiano; 4) delitti commessi da pubblici ufficiali a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti alle loro funzioni; 5) ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge o convenzioni internazionali stabiliscono l’applicabilità della legge penale italiana.Articolo 8. Delitto politico commesso all’estero. Il cittadino o lo straniero, che commette in territorio estero un delitto politico non compreso tra quelli indicati nel n. 1 dell’articolo precedente, è punito secondo la legge italiana, a richiesta del Ministro della giustizia. Se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa, occorre, oltre tale richiesta, anche la querela. Agli effetti della legge penale, è delitto politico ogni delitto, che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino. È altresì considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici.Articolo 9. Delitto comune del cittadino all’estero. Il cittadino, che, fuori dei casi indicati nei due articoli precedenti, commette in territorio estero un delitto per il quale la legge italiana stabilisce la pena di morte (1) o l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato. Se si tratta di delitto per il quale è stabilita una pena restrittiva della libertà personale di minore durata, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia, ovvero a istanza o a querela della persona offesa. Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, qualora si tratti di delitto commesso a danno di uno Stato estero o di uno straniero, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia, sempre che la estradizione di lui non sia stata conceduta, ovvero non sia stata accettata dal Governo dello Stato in cui egli ha commesso il delitto. (1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo.Articolo 10. Delitto comune dello straniero all’estero. Lo straniero, che, fuori dei casi indicati negli articoli 7 e 8, commette in territorio estero, a danno dello Stato o di un cittadino, un delitto per il quale la legge italiana stabilisce la pena di morte (1) o l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a un anno, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato e vi sia richiesta del Ministro della giustizia, ovvero istanza o querela della persona offesa. Se il delitto è commesso a danno di uno Stato estero o di uno straniero, il colpevole è punito secondo la legge italiana, a richiesta del Ministro della giustizia, sempre che: 1) si trovi nel territorio dello Stato; 2) si tratti di delitto per il quale è stabilita la pena di morte (1) o dell’ergastolo, ovvero della reclusione non inferiore a un minimo di tre anni; 3) l’estradizione di lui non sia stata conceduta, ovvero non sia stata accettata dal Governo dello Stato in cui egli ha commesso il delitto, o da quello dello Stato a cui egli appartiene. (1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastoloARTICOLI » CODICE PENALE » Articolo 11. Rinnovamento del giudizio. Nel caso indicato nell’Articolo 6, il cittadino o lo straniero è giudicato nello Stato anche se sia stato giudicato all’estero. Nei casi indicati negli articoli 7, 8, 9 e 10, il cittadino o lo straniero, che sia stato giudicato all’estero, è giudicato nuovamente nello Stato, qualora il Ministro della giustizia ne faccia richiesta.Articolo 12. Riconoscimento delle sentenze penali straniere. Alla sentenza penale straniera pronunciata per un delitto può essere dato riconoscimento: 1) per stabilire la recidiva o un altro effetto penale della condanna, ovvero per dichiarare l’abitualità o la professionalità nel reato o la tendenza a delinquere; 2) quando la condanna importerebbe, secondo la legge italiana, una pena accessoria; 3) quando, secondo la legge italiana, si dovrebbe sottoporre la persona condannata o prosciolta, che si trova nel territorio dello Stato, a misure di sicurezza personali; 4) quando la sentenza straniera porta condanna alle restituzioni o al risarcimento del danno, ovvero deve, comunque, esser fatta valere in giudizio nel territorio dello Stato, agli effetti delle restituzioni o del risarcimento del danno, o ad altri effetti civili. Per farsi luogo al riconoscimento, la sentenza deve essere stata pronunciata dall’Autorità giudiziaria di uno Stato estero col quale esiste trattato di estradizione. Se questo non esiste, la sentenza estera può essere ugualmente ammessa a riconoscimento nello Stato qualora il Ministro della giustizia ne faccia richiesta. Tale richiesta non occorre se viene fatta istanza per il riconoscimento agli effetti indicati nel n. 4.Articolo 13. Estradizione. L’estradizione è regolata dalla legge penale italiana, dalle convenzioni e dagli usi internazionali. L’estradizione non è ammessa, se il fatto che forma oggetto della domanda di estradizione, non è preveduto come reato dalla legge italiana e dalla legge straniera. L’estradizione può essere conceduta od offerta, anche per reati non preveduti nelle convenzioni internazionali, purchè queste non ne facciano espresso divieto. Non è ammessa l’estradizione del cittadino, salvo che sia espressamente consentita nelle convenzioni internazionali.Articolo 14. Computo e decorrenza dei termini. Quando la legge penale fa dipendere un effetto giuridico dal decorso del tempo, per il computo di questo si osserva il calendario comune. Ogni qual volta la legge penale stabilisce un termine per il verificarsi di un effetto giuridico, il giorno della decorrenza non è computato nel termine.Articolo 15. Materia regolata da più leggi penali o da più disposizioni della medesima legge penale. Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilitoArticolo 16. Leggi penali speciali. Le disposizioni di questo codice si applicano anche alle materie regolate da altre leggi penali, in quanto non sia da queste stabilito altrimenti Articolo 17. Pene principali: specie. Le pene principali stabilite per i delitti sono: 1) la morte (1) ; 2) l’ergastolo; 3) la reclusione; 4) la multa. Le pene principali stabilite per le contravvenzioni sono: 1) l’arresto; 2) l’ammenda. La Corte costituzionale, sentenza 28 aprile 1994, n. 168, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente articolo nella parte in cui non esclude l’applicazione della pena dell’ergastolo al minore imputabile. (1)La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo.Articolo 18. Denominazione e classificazione delle pene principali. Sotto la denominazione di “pene detentive” o “restrittive della libertà personale” la legge comprende: l’ergastolo, la reclusione e l’arresto. Sotto la denominazione di “pene pecuniarie” la legge comprende: la multa e l’ammenda.Articolo 19. Pene accessorie: specie. Le pene accessorie per i delitti sono: 1) l’interdizione dai pubblici uffici; 2) l’interdizione da una professione o da un’arte; 3) l’interdizione legale; 4) l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese; 5) l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione; 6) la decadenza o la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori. Le pene accessorie per le contravvenzioni sono: 1) la sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte; 2) la sospensione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese. Pena accessoria comune ai delitti e alle contravvenzioni è la pubblicazione della sentenza penale di condanna. La legge penale determina gli altri casi in cui le pene accessorie stabilite per i delitti sono comuni alle contravvenzioni. Articolo così modificato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689.Articolo 20. Pene principali e accessorie. Le pene principali sono inflitte dal giudice con sentenza di condanna; quelle accessorie conseguono di diritto alla condanna, come effetti penali di essa. Home
leggi civili 2222 a 2226
Articolo 2222
1. Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un'opera o un servizio, con lavoro
prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente, si applicano le norme di
questo capo, salvo che il rapporto abbia una disciplina particolare nel libro IV.
Articolo 2223
1. Le disposizioni di questo capo si osservano anche se la materia e` fornita dal prestatore d'opera, purche` le parti non
abbiano avuto prevalentemente in considerazione la materia, nel qual caso si applicano le norme sulla vendita.
Articolo 2224
1. Se il prestatore d'opera non procede all'esecuzione dell'opera secondo le condizioni stabilite dal contratto e a regola
d'arte, il committente puo` fissare un congruo termine, entro il quale il prestatore d'opera deve conformarsi a tali
2. Trascorso inutilmente il termine fissato, il committente puo` recedere dal contratto, salvo il diritto al risarcimento
Articolo 2225
1. Il corrispettivo, se non e` convenuto dalle parti e non puo` essere determinato secondo le tariffe professionali o gli
usi, e` stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo.
DIFFORMITA` E VIZI DELL'OPERA
1. L'accettazione espressa o tacita dell'opera libera il prestatore d'opera dalla responsabilita` per difformita` o per vizi
della medesima, se all'atto dell'accettazione questi erano noti al committente o facilmente riconoscibili, purche` in
questo caso non siano stati dolosamente occultati.
2. Il committente deve, a pena di decadenza, denunziare le difformita` e i vizi occulti al prestatore d'opera entro otto
giorni dalla scoperta. L'azione si prescrive entro un anno dalla consegna.
3. I diritti del committente nel caso di difformita` o di vizi dell'opera sono regolati dall'art. 1668. regole del governo italiane
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. COD.NORME PENALI BIANCO
"LE CC.DD. NORME PENALI IN BIANCO" - Riccardo MAZZON
Il problema delle c.d. norme penali in bianco, problema particolarmente rilevante principalmente in riferimento alla loro costituzionalità, nasce dalla controversa interpretazione delle disposizioni che prevedono, nel nostro ordinamento, il c.d. principio di legalità e, in particolare, quella sua specificazione che è il principio della riserva di legge. Messi in luce quelli che sono gli obiettivi, in generale, del principio di legalità e, in particolare, del principio della riserva di legge - l’articolo 1 del codice penale e l’articolo 25, comma 2, della Costituzione hanno la funzione, oltre che di tutelare i diritti e le libertà dei cittadini, anche di garantire la reale separazione dei poteri dello Stato: in particolare, prevedendo il principio della riserva di legge, si dirigono ad impedire che il potere esecutivo vada ad interferire con il potere legislativo, al quale solo è riservata la possibilità di statuire in materia penale (la garanzia della noningerenza del potere giudiziario è invece più specificamente tutelata dal principio c.d. di determinatezza: per le implicazioni del principio in tema di concorso di persone nel reato, si veda "Il concorso di reati e il concorso di persone nel reato", Cedam 2011) -, e pacificamente affermato che solo la legge può statuire in materia penale, ci si chiede se, ed in quale misura, la legge stessa possa attribuire una qualche funzione integratrice delle norme penali ad atti del potere esecutivo, quali regolamenti, ordini e ordinanze: in questo contesto si colloca la nozione di norma penale in bianco: “costituiscono norme penali in bianco quelle che, contenendo già un precetto e una sanzione (determinata almeno nei limiti massimi), rinviano per la specificazione o integrazione del contenuto del precetto ad un atto normativo di grado inferiore o a un provvedimento della p.a. o ad una legge extrapenale. In applicazione di tale principio l'art. 221 t.u.l.p.s. va considerato norma penale in bianco, specificata o integrata dalle norme contenute nel regolamento del medesimo testo unico”. Cassazione penale, sez. un., 24 marzo 1984 Romano Cass. pen. 1984, 2372. A questo proposito, un primo problema da considerare è quello della natura della riserva di legge prevista dalla Costituzione: è una riserva assoluta, in base alla quale viene esclusa qualsiasi ingerenza di atti normativi di rango inferiore alla legge ordinaria, o è una riserva relativa, che consente quindi alla legge stessa di deferire la specificazione della norma a una fonte subordinata (atto dell’esecutivo), fissati i principi regolatori? La dottrina prevalente esclude quest’ultima ipotesi e si schiera a favore della riserva assoluta, la quale non è però considerata da tutti con lo stesso, pregnante significato: ed è proprio dal diverso modo di considerare il contenuto della riserva assoluta di legge che derivano le diverse nozioni ed interpretazioni della c.d. norma penale in bianco. Innanzi tutto, è basilare determinare quanto più possibile la nozione di norme penale in bianco. La dottrina assolutamente prevalente, seguita dalla giurisprudenza, esclude che si possa parlare di norma penale in bianco nei casi in cui il legislatore rinvii, per la completa determinazione del precetto, a provvedimenti amministrativi già emanati dal potere esecutivo e non più suscettibili di modificazione per aver perso l’amministrazione il potere di modificare tali atti. Tale opinione è ormai pacifica (e sembra pienamente condivisibile), in quanto il legislatore considera il rinvio all’atto amministrativo come semplice tecnica legislativa, senza attribuire alcun potere a fonti secondarie. I problemi sorgono nel momento in cui il legislatore rinvia ad atti, riguardo ai quali il potere esecutivo conserva ancora la possibilità di modificarne la disciplina: in questo caso, si ha un vero e proprio rinvio ad un potere diverso da quello legislativo (quello esecutivo appunto) ed è proprio con riferimento a questi casi che la dottrina prevalente parla di norma penale in bianco. È ormai pacifico che l’eventuale rinvio, ad un potere diverso da quello legislativo, non possa riguardare quella parte di norma incriminatrice consistente nella sanzione; quest’ultima deve essere completamente determinata dalla legge e solo si discute se una qualche integrazione, da parte di fonti secondarie, sia consentita per il precetto. Una prima questione sorge per quelle norme (ad esempio l'articolo 650 del codice penale, oppure l'articolo 329 de medesimo codice) che sanzionano la disobbedienza ad un successivo provvedimento posto in essere dall’Autorità (amministrativa, ma, probabilmente, anche giudiziaria): “l'art. 650 c.p. contiene una norma penale in bianco che, con la sua forza sanzionatoria, è diretta a soddisfare l'interesse della p.a. ad ottenere da privato cittadino una certa prestazione o comunque un certo comportamento”. Cassazione penale, sez. I, 24 giugno 1996, n. 8529 De Paoli Giur. it. 1997, II, 590 Non tutti considerano queste norme come norme penali in bianco. Chi ritiene che le norme aventi queste caratteristiche non rientrino nella categoria delle c.d. norme penali in bianco, fa notare come il provvedimento dell’Autorità non configuri un atto normativo, non presentando i requisiti di generalità ed astrattezza che contraddistinguono tali atti: la norma penale è completamente determinata, e nella sanzione e nel precetto, dalla legge, la quale stabilisce il dovere di obbedire ai provvedimenti dell’Autorità competente; l’atto dell’Autorità configura un semplice presupposto. La giurisprudenza prevalente, invece, almeno per quanto concerne l’articolo 650 del codice penale, ravvisa una norma penale in bianco, nell’accezione di chi considera tali tipi di norma come aventi carattere meramente sanzionatorio: la stessa giurisprudenza salva, peraltro, la costituzionalità della norma in questione, in quanto non considera il rinvio all’Autorità come un’attribuzione di potestà legislativa (non consentita, ex articolo 25, comma 2, della Costituzione), dato che l’Autorità Amministrativa potrebbe emanare solo provvedimenti che abbiano il requisito della legalità, siano cioè tassativamente previsti da una legge proprio per quei motivi indicati dall’articolo 650 del codice penale: “questa Corte ha esaminato più volte la materia delle cosiddette norme penali in bianco, affermando che il principio di legalità non è violato "quando sia una legge dello Stato - non importa se proprio la medesima legge o un'altra legge - a indicare con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti dei provvedimenti dell'autorità non legislativa, alla cui trasgressione deve seguire la pena" (sentenza n. 26 dell'anno 1966). Nel caso dell'art. 650 del codice penale la materialità della contravvenzione è descritta tassativamente in tutti i suoi elementi costitutivi e si pone in essere col rifiuto cosciente e volontario di osservare un provvedimento dato nelle forme legali dall'autorità competente per sussistenti ragioni di giustizia, sicurezza, ordine pubblico, igiene. Spetta al giudice indagare, volta per volta, se il provvedimento sia stato emesso nell'esercizio di un potere-dovere previsto dalla legge e se una legge dello Stato determini "con sufficiente specificazione" le condizioni e l'ambito di applicazione del provvedimento. La riserva di legge è così rispettata”. Corte costituzionale, 08 luglio 1971, n. 168 Non manca, comunque, chi considera l’articolo in questione come lesivo del principio costituzionale della riserva di legge, in quanto lascerebbe alla discrezionalità dell’Amministrazione la determinazione della condotta punibile. Altro caso particolare di norme da alcuni considerate norme penali in bianco è quello in cui la legge demanda all’esecutivo l’integrazione per mezzo di atti amministrativi di mera specificazione tecnica di alcuni elementi del precetto. E’ stato, ad esempio, il caso delle tabelle previste dagli articoli 13 e 14 D.p.r. 309/90, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza. Questa tipologia di norme fu considerata pienamente legittima sotto il profilo della riserva di legge, in quanto trattavasi di norme con precetto sufficientemente specificato dal legislatore: solo si rinviava, all’Amministrazione, un’ulteriore specificazione tecnica (nel caso della legge sugli stupefacenti, si trattava di compilare delle tabelle, seguendo criteri rigidamente dettati dal legislatore), un’ulteriore, supplementare determinazione della fattispecie criminosa, che il legislatore non era in grado di dettare autonomamente. Nel mettere in luce la costituzionalità di tale provvedimento è opportuno il richiamo a quell’ulteriore aspetto del principio di legalità che è il principio di determinatezza. Il rispetto di questo principio, che vuole il precetto formulato in modo preciso e determinato, così da poter distinguere facilmente ciò che è penalmente illecito da ciò che è penalmente lecito o irrilevante, consente di considerare il problema di questo tipo di norme penali, che rinviano all’Amministrazione per particolari tecnici, in maniera equilibrata e rivolta ad un’interpretazione costituzionale di tipo sistematico: infatti, è proprio il principio di determinatezza che spinge il legislatore ad attribuire un potere d’integrazione tecnica all’Amministrazione in quei casi nei quali la norma sarebbe altrimenti destinata a rimanere, seppur parzialmente, indeterminata. La Corte Costituzionale è anch’essa intervenuta sull’argomento e, oltre a ribadire la piena costituzionalità di norme penali dei tipi considerati (quelle che rinviano a provvedimenti amministrativi già emanati e non più modificabili e quelle che rimettono all’Amministrazione la specificazione dei particolari tecnici che altrimenti rimarrebbero indeterminati e che comunque aiutano il cittadino a discernere lecito da illecito penale), ha anche indicato le regole che il legislatore deve adottare nel momento in cui rimette l’integrazione della norma penale ad un atto normativo subordinato: “d'altra parte, che lo Stato prescriva, in funzione della tutela di interessi generali, una speciale abilitazione per l'esercizio di determinate professioni, é fenomeno che, a ben guardare, non si discosta da quell'ampia gamma di situazioni in cui provvedimenti di natura abilitativa od autorizzatoria incidono su posizioni soggettive qualificate, determinando l'applicabilità di sanzioni penali nelle ipotesi in cui i limiti propri di quelle posizioni soggettive non siano stati rispettati. Ma se la condotta non abilitata o non autorizzata ben può essere ritenuta illecita in quanto tale, essendo a tal fine sufficiente il contenuto prescrittivo offerto dal precetto penale, non v'é ragione per dubitare che anche l'art. 348 del codice penale descriva una fattispecie perfetta in tutti i suoi connotati tipizzanti, senza doversi necessariamente evocare, quale ulteriore elemento descrittivo del fatto, l'esatta natura, il contenuto ed i limiti dello specifico provvedimento con il quale una determinata persona é abilitata ad esercitare una certa professione. Non può quindi condividersi la tesi del rimettente secondo la quale occorrerebbe assegnare valore precettivo alle disposizioni dettate dall'art. 16 del regio decreto 274 del 1929 in quanto indispensabili "al fine di far acquisire concretezza al divieto contenuto nell'art.348" del codice penale, giacché ciò che la norma penale individua come elemento necessario e sufficiente per l'integrazione della fattispecie é l'assenza di quella speciale abilitazione che lo Stato richiede per l'esercizio della professione, mentre il contenuto ed i limiti propri di ciascuna abilitazione, non rifluiscono - come ritiene il giudice a quo - all'interno della struttura del fatto tipico, ma costituiscono null'altro che un presupposto di fatto che il giudice é chiamato a valutare caso per caso. Una volta riconosciuta "l'autosufficienza precettiva" della fattispecie incriminatrice delineata dall'art. 348 del codice penale, ne consegue, quindi, l'infondatezza del dubbio di legittimità che il Pretore di Treviso ha sollevato deducendo la violazione del principio di "riserva di legge" in materia penale”. Corte costituzionale, 27 aprile 1993, n. 199 Stabilisce la Corte come il legislatore, nel rimettere l’integrazione della norma penale a un atto amministrativo (regolamento, ordinanza o ordine), abbia l’onere, pena l’incostituzionalità della norma (ex articolo 25, comma 2, della Costituzione), di stabilire i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti di tale atto; in altri termini, il potere esecutivo ha il solo compito di integrare un precetto già sufficientemente determinato (la scelta di antigiuridicità è, cioè, già stata fatta dal legislatore): “non è fondata, in riferimento agli art. 3, 25 e 27 cost., la questione di legittimità degli art. 2 comma 3, l. 18 aprile 1975 n. 110, 2 e 7 l. 2 ottobre 1967 n. 895, 10 e 14 l. 14 ottobre 1974 n. 497, in relazione al predetto art. 2 legge n. 110 del 1975, censurati in quanto considerano, a fini penali, le armi ad aria compressa, sia lunghe che corte, quali armi comuni da sparo, nonché dello stesso art. 2 comma 3 legge n. 110 cit., nella parte in cui non assimila le armi ad aria compressa a quelle destinate alla pesca, che non sono considerate armi da sparo, e nella parte in cui attribuisce alla commissione centrale per il controllo delle armi il potere di escludere dal novero delle armi considerate da sparo quelle ad aria compressa, oltreché quelle ad emissione di gas che non abbiano attitudine a recare offesa alla persona. Nel determinare le fattispecie tipiche del reato, il legislatore non ha infatti ritenuto di tener conto soltanto della naturale destinazione, in astratto, dell'oggetto materiale del fatto che intende incriminare, ma anche e soprattutto, dell'uso concreto che dell'oggetto stesso l'esperienza mostra; e poiché le armi ad aria compressa sono (e possono essere) usate in modo concretamente pericoloso per l'incolumità altrui e si prestano per la loro silenziosità, ad usi fraudolenti, non appare, di fronte all'art. 3 cost., arbitrario che il legislatore penale - tenendo conto del loro uso distorto, già realizzatosi e prevedibilmente realizzabile - le abbia considerate armi comuni da sparo, sempreché per le proprie particolari caratteristiche, esse risultino, in concreto, caso per caso, ad attento e qualificato esame tecnico, idonee ad offendere la persona (cfr. lo stesso art. 2 comma 3 legge n. 110 cit.). Nè, del pari, è violato l'art. 27 comma 5 cost., in quanto, se è vero che la funzione rieducativa della pena impone che la misura della sanzione penale sia graduata sulla base del concreto disvalore del fatto, è altrettanto vero che nessuna arbitraria parificazione di diverse obiettive pericolosità risulta, nella specie, operata, essendo esclusa, dalla normativa censurata, la tipicità di comportamenti inoffensivi, e spettando, comunque, al giudice di adeguare la pena, nel caso in cui il concreto disvalore del fatto (tipico) sia lieve, anche applicando la speciale attenuante - per la qualità delle armi - di cui all'art. 5 legge n. 895 del 1967. Neppure contrasta con l'art. 3 cost. la censurata diversità di disciplina tra armi ad aria compressa, considerate quali armi comuni da sparo, ed armi destinate alla pesca (escluse da tale considerazione), diversità giustificata per il fatto che, in base all'esperienza, le armi da pesca (sia perché ingombranti, sia perché normalmente non sono strumenti di speciale precisione) certamente meno delle altre armi ad aria compressa si prestano ad usi distorti ed utilizzazioni fraudolente. Nè può, infine, ritenersi che il potere conferito alla commissione centrale per le armi di escludere dal novero delle armi da sparo quelle ad aria compressa che non abbiano attitudini a recare offesa alla persona - potere che, secondo interpretazione dominante (cfr. sent. n. 109 del 1982), non si estende agli altri oggetti pure considerati armi da sparo, tra cui le armi ad emissione di gas - vulneri il principio di legalità sotto il profilo della riserva di legge in materia penale, giacché, per consolidato orientamento (sent. n. 168 del 1971, n. 9 del 1972, n. 21 del 1973, n. 58 del 1975, n. 108 del 1982) non si ha violazione dell'art. 25 cost. quando è la stessa legge a fissare presupposti, caratteri, contenuti e limiti dei provvedimenti dell'autorità non legislativa alla trasgressione dei quali deve seguire la pena (v., in tal senso, la sent. n. 108 del 1982, che ha dichiarato infondata identica questione). Tanto più che, quand'anche il precitato art. 2 comma 3 legge n. 110, venisse considerato, contrariamente all'interpretazione giurisprudenziale corrente, quale norma penale in bianco, non potrebbe per ciò solo - se adempiute le condizioni innanzi indicate - ritenersi violativo dell'art. 25 cost”. Corte costituzionale, 09 giugno 1986, n. 132 Milazzo e altro c. Regione Emilia Romagna Cass. pen. 1987, 3. Riv. giur. polizia locale 1986, 663 ART.100
il consiglio di stato è organo di consulenza giuridico-aministrativa e di tutela della giustizia nell'aministrazione. le corti esercita il controllo preventivo di leggimità sugli atti del Governo, anche quello sucessivo sulla gestione dello bilancio dello Stato.partecipa nei casi e nelle forme stabilitedella legge,al controllo della gestione finanziaria negli atti in cui lo stato in via ordinaria. Riferisce direttamente alla Camera del risultato del riscontro eseguito. La legge l'indipendenza dei due Istituti e dei loro componenti di fronte al Governo. ART.100
disocupazione marzo 2012
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