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Timestamp: 2014-09-21 01:59:26+00:00
Document Index: 49562567

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 2059', 'art. 32', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 2697', 'art. 2697', 'art. 116', 'art. 116']

In caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno - Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di Salerno Vai al contenuto
Sentenze Consumatore In caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno - Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di Salerno In caso di interruzione dellafornitura elettrica è previsto il risarcimento del danno - Tribunale di Salerno Sentenza del Giudice di Pace di Salerno Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo Nel caso di interruzione di energia elettrica ad un'abitazione per la durata di otto giorni, il Giudicante ha affrontato la questione della "sopravvivenza" del c.d. danno esistenziale a seguito delle ultime decisioni della Corte di Cassazione (cfr. Cass. civ., SS. UU. , 11 novembre 2008, n. 26972, 26973, 26974, 26975) e illustrato le condizioni per la sua liquidazione equitativa utilizzando, se del caso le presunzioni. La vicenda vedeva coinvolto un professionista che per unsemplice errore di trascrizione dell'indirizzo subiva il distacco dell'energia elettrica dalla propria abitazione e che nonostante il tempestivo pagamento ed i numerosi solleciti inoltrati all'azienda fornitrice dell'energia elettrica sra stato costretto ad aspettare ben otto giorni per riottenere il ripristino dlela fornitura. Il Giudice ha ritenuto insufficiente l'indennità di trenta euro prevista dalla Carta servizi del gestore, ed ha condannato l'ente convenuto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali. UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE SALERNO
Si pone in particolare il problema della risarcibilità del danno morale, vale a dire del pregiudizio da sofferenza psichica (patema d’animo) non corporale e transeunte.In una recente sentenza del 12/3/2002, Causa C-168/2000, Leitner c/Tui, (G.I. 2002, 1801; Resp.Civ.Prev.2002, 363; Corr.Giur.2002,1000), la Corte di Giustizia CE ha affermato che l’art. 5 della Direttiva 90/314/CEE (che impone agli Stati membri di adottare le misure necessarie affinché l’organizzatore di viaggi risarcisca i “danni arrecati al consumatore dall’inadempimento o dalla cattiva esecuzione del contratto”) deve essere “interpretato nel senso che il consumatore ha diritto al risarcimento del danno morale derivante dall’inadempimento o dalla cattiva esecuzione delle prestazioni fornite in esecuzione di un contratto turistico rientrante nel campo di applicazione della direttiva”.
Venendo al più recente passato, la definitiva sistemazione dogmatica del "danno civile" è stata effettuata – come sopra anticipato - dalla giurisprudenza costituzionale e da quella civile del 2003.
A differenza del danno biologico, tale voce di danno sussisteva indipendentemente da una patologia (lesione fisica o psichica) suscettibile di accertamento e valutazione medico-legale; diversamente dal danno patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale; rispetto al danno morale, inteso come turbamento dello stato d'animo della vittima, non consiste in una sofferenza od in un dolore, ma in un peggioramento della qualità di vita derivante dalla lesione del valore costituzionale "uomo".
Sul punto era intervenuta la Corte cost., che nella decisione 11/07/2003, n.233 ha sancito: “Nell'astratta previsione della norma di cui all'art. 2059 c.c. deve ricomprendersi ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona: sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell'interesse, costituzionalmente garantito, all'integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona”.
Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria sì compone, nella quale vanno d'altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli an­gusti limiti della suindicata restrittiva interpreta­zione dell'art. 2059 c.c.
In tal caso l’onere della prova grava sul danneggiato e la liquidazione, se il danno è provato nell’an, può essere fatta ex art.. 1226 c.c. anche equitativamente tramite presunzioni. Della verifica della sussistenza del danno non patrimoniale Riconosciuta l’esistenza del danno morale come danno non patrimoniale, precisato che detto danno è poi suscettibile di liquidazione equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c. , deve accertarsi se nella fattispecie ricorrano le suindicate condizioni per la liquidazione nell’ambito del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. del danno da c.d. "emotional distress” che può includere la paura, la rabbia, l’ansia sofferta e causata alla vittima di un illecito.
Nel caso in esame, il fatto della illegittimità del comportamento della convenuta e della chiamata in causa, dell’ansia e dai disagi provati dall’attore per la impossibilità di fruire dell’energia elettrica nella propria abitazione consente di risalire al fatto ulteriore dell’indubbio peggioramento della qualità dell'esistenza.
In definitiva va acclarata la risarcibilità del danno non patrimoniale (voce danno esistenziale) , anche in assenza di ipotesi di reato, in primo luogo proprio in ossequio alla prevista liquidabilità di "qualunque pregiudizio" derivante dall’ inadempimento dell'operatore turistico ai sensi dell’art. 13 Convenzione dì Bruxelles del 23.4.1970 e della violazione del diritto alla normale qualità della vita ovvero alla libera estrinsecazione della personalità , diritto tutelato dall’art. 2 della Costituzione ed in secondo luogo, può ritenersi che all’esito dell’istruttoria espletata sia stata dimostrata la gravità , la serietà e la durata della lesione nonché la rilevanza delle conseguenze sopra descritte, e che sia stato oltrepassato il limite della normale tollerabilità.
Si osserva che nel caso in esame non sussiste violazione dell'art. 2697 c.c. giacchè il la prova del danno in questione sia patrimoniale e sia esistenziale può essere data invero anche a mezzo di presunzioni [ v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 19/8/2003, n. 12124; Cass., 15/7/2005, n. 15022 ) , le quali al riguardo assumono anzi «precipuo rilievo» (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ).
Le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità ( v. Cass., SS. UU. , 24/3/2006, n. 6572 ) e sostenuto anche in dottrina non costituiscono uno strumento probatorio dì rango secondario" nella gerarchia dei mezzi di prova e «più debole» rispetto alla prova diretta o rappresen­tativa. Va al riguardo sottolineato come, alla stessa stre­gua di quella legale la presunzione vale invero nel ca­so a sostanzialmente facilitare 1'assolvimento dell'onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l'onere della prova con­traria.
Da tale considerazione consegue il ritenere la par­te onerata ex art. 2697 c.c. . sollevata dal provare il fatto previsto { che, come posto in rilievo anche in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il «fatto base» ) . Ed altresì che, come per quella lega­le, anche per la presunzione semplice in assenza di prova contraria ( quando, come nel caso, ammessa ) il giudice è tenuto a ritenere provato il fatto previsto, non essendogli consentita al riguardo la valutazione ai sensi dell'art. 116 c.p.c.
Il prevalente orientamento segnala peraltro che attraverso lo schema logico della presunzione la legge non vuole imporre conclusioni indefettibili ma introdu­ce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell'operata riconduzione, in base a regole (elastiche) dì esperienza, del fatto ignoto da quello noto, mentre quando queste regole si irrigidiscono -assumendo consi­stenza di normazione positiva- si ha un fenomeno quali­tativamente diverso, e dalla praesumptio hominis si passa nel campo della presunzione legale ( v. Cass., 16/3/1979, n. 1564 ).
Come ripetutamente affermato dalla S.C. , in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito in­contra il solo limite del principio di probabilità: non occorre, cioè, che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fat­to ignoto come 1 'unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva ( in tal senso v. peraltro Cass,, 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088 ), ma è sufficiente che 1'operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli ac­cadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza ( v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026 ) , basate sull' id quod plerumque accidit ( v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082 ).
La presunzione basata sulla regola di esperienza (la quale ove fondata sulla tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo stati­stico richiama l'istituto proprio dell'esperienza tede­sca dell'Anscheinsbeweis ), che può indurre il giudice ad escludere la necessità di ulteriori prove al riguar­do, è, diversamente da quella legale, in realtà rimes­sa ad una conclusione di tipo argomentativo, nell'ambito del prudente apprezzamento del giudice ex art. 116 c.p.c.-
La parte contro cui gioca la presunzione è in ogni caso ammessa a fornire la prova contraria, spettando in tal caso al giudice stabilire l'idoneità nel caso con­creto di quest'ultima a vincerla.
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