Source: http://italiavivibile.blogspot.it/
Timestamp: 2017-04-25 12:16:46+00:00
Document Index: 101493040

Matched Legal Cases: ['art. 138', 'sentenza ', 'art. 70', 'art. 138', 'art. 83', 'art. 135', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 106', 'art. 70', 'art. 90']

Scrivo questo post per rispondere
in modo un po’ più approfondito e meno frettoloso ad amici e conoscenti, reali
e virtuali, che mi chiedono una opinione personale in merito all’ “Italicum” e alla riforma oggetto del
prossimo referendum e ai quali, prima di rispondere, raccomando, come ho sempre
fatto, lasciata da parte ogni simpatia e/o antipatia politica, di soffermarsi esclusivamente
La materia costituzionale non è
delle più semplici, da operatore del diritto me ne rendo perfettamente conto,
ma la Costituzione, fonte inesauribile di diritti fondamentali e di doveri per
ognuno di noi senza distinzioni, merita qualche ora del nostro tempo libero
spesa per l'approfondimento prima di dire, tra poco più di un mese, SI o NO.
In verità non ho mai avuto in
simpatia questa riforma e fin da quando era in gestazione, un paio di anni fa, ho
intravisto il rischio di una maggioranza/minoranza “pigliatutto” (post del 10 luglio 2014 e del 22 aprile 2016);
inoltre, il metodo, a suo tempo, adottato dal Governo per farla approdare alla
conclusione del doppio iter parlamentare ha destato in me, e non
solo, forti perplessità e riserve.
Ritengo, infatti, che se i
Costituenti del 48 propesero per una Costituzione rigida anziché flessibile,
attribuendogli forza di legge costituzionale anziché ordinaria, vollero,
inequivocabilmente, scongiurare il “pericolo” che in sede di eventuale
revisione, la Costituzione rimanesse nella disponibilità del Governo come, di
fatto, è purtroppo avvenuto con la riforma ora sottoposta al giudizio dei
Qualcuno obietterà che, comunque,
le modifiche apportate ai 47 articoli sono avvenute nel rispetto dell'art. 138:
Vero, però nel 1948 la particolare procedura prevista da quest'ultimo articolo
per la revisione costituzionale dava come fatto acquisito che il Parlamento
fosse eletto con un sistema elettorale proporzionale senza correzioni e
sbarramenti di alcun genere.
Invece, da quando, di recente nel
2005 è stata approvata la legge n. 270, felicemente ribattezzata “Porcellum” dal prof. Sartori, che ha
introdotto l’attuale sistema elettorale proporzionale corretto con clausole di sbarramento
e premio di maggioranza, la procedura aggravata di cui al menzionato articolo
138, con la sua solida ratio, è stata di fatto aggirata (e ciò è
avvenuto molto prima dell’avvento di Matteo Renzi, per l’appunto, con
Berlusconi che pur di far approvare la legge Calderoli/Porcellum minacciò,
nell’ottobre 2005, la crisi di governo).
Per restare in tema, giova
ricordare che fu proprio per analoghe ragioni che contro la legge elettorale
Scelba (ribattezzata “legge truffa”) -la quale introdusse
nel lontano 1953 il premio di maggioranza- si scatenò una rivolta parlamentare che ne determinò l'abrogazione.
Nel 2014, poi, come è noto, la
Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 aveva dichiarato costituzionalmente
illegittime proprio le norme del Porcellum attraverso cui erano stati
eletti i membri dell'attuale legislatura, raccomandando a questo Parlamento “non legittimo”, tenuto conto del
principio di continuità dello Stato e nelle more dell’approvazione di
una nuova legge elettorale, questa volta legittima, di compiere solo gli atti
necessitati ed urgenti.
Una tale raccomandazione,
provenendo dal massimo Giudice della legittimità costituzionale avrebbe dovuto
rappresentare un parametro imprescindibile: Al contrario, il Governo, quasi
come se nulla fosse, con una maggioranza ”assemblata”
di volta in volta, prendeva l’iniziativa di modificare ben 47 articoli della
Costituzione compromettendone l’impianto originario (fra l’altro, come esortava
Calamandrei, l'iniziativa sulla revisione costituzionale dovrebbe spettare
esclusivamente al Parlamento e mai al Governo).
Ora, amici miei, che una riforma
della Costituzione scritta nel lontanissimo 1948 sia necessaria -al fine di garantire la stabilità dei
Governi per cinque anni (al riparo da crisi e scioglimenti anticipati) nonché
al fine di assicurare una maggiore speditezza all’iter legislativo e
decisionale oltre che per porre rimedio alle odiose degenerazioni del
Parlamentarismo- lo sanno pure i
sanpietrini su cui ogni giorno camminiamo.
Tuttavia, pretendere (dico
pretendere poiché leggendo la riforma nutro, e sono in buona compagnia, forti
dubbi che detta pretesa possa tramutarsi in realtà) di fare tutto questo
attraverso la nuova legge elettorale c.d. “Italicum” abbinata ad una
riforma costituzionale disarticolata e scritta male (si veda la formulazione
del nuovo art. 70) la quale mortifica in modo spregiudicato e rischioso il
principio di rappresentatività del Parlamento consentendo ad una maggioranza
elettorale (che, ovviamente, nel Paese reale corrisponde ad una minoranza al
massimo del 20/25% tenuto conto del diffuso astensionismo, fenomeno, fra
l’altro, che il mix proposto non può
che incentivare) di disporre a proprio piacimento dell'intero sistema
costituzionale, è francamente improponibile.
Sono arrivato al punto di pensare
che se i Padri costituenti avessero, a suo tempo, con una sfera di cristallo intravisto
l’infelice epilogo delle loro fatiche, probabilmente avrebbero cristallizzato
il sistema elettorale proporzionale puro nella costituzione da loro scritta.
Non tutti, infatti, sanno che
l'Italia è fra i pochi Paesi che considerano la legge elettorale come semplice
legge ordinaria che, dunque, può essere modificata alla stregua di qualsiasi
E in ciò, probabilmente, risiede il
rischio occulto, in quanto può consentire ad una semplice maggioranza
parlamentare di approvare una legge corretta con clausola di sbarramento e/o premio
di maggioranza e servirsene come “grimaldello”
per scardinare gli equilibri originari alterando, di fatto, tramite assemblee
legislative non pienamente rappresentative del corpo elettorale, i quorum
fissati nel 1948 dal Costituente.
La legge elettorale, infatti, non
è qualcosa a se stante rispetto al
sistema costituzionale: La scelta del sistema elettorale, proporzionale o
maggioritario con premio di maggioranza o meno, incide inevitabilmente sulla conformazione del sistema politico e si
intreccia con aspetti essenziali del sistema costituzionale; basti pensare
proprio ai menzionati quorum stabiliti dal citato art. 138 per la stessa
revisione costituzionale, dall'art. 83 per le elezione del Presidente della
Repubblica e indirettamente dall’art. 135 per la nomina dei Giudici
Nel 1948 si riteneva, a ragione, il
sistema elettorale proporzionale come il più idoneo a rappresentare le
minoranze e funzionale al disegno di dotare l'ordinamento di un complesso
sistema di pesi e contrappesi.
A onor del vero in sede di Assemblea
costituente e di sottocommissioni si pose il problema di cristallizzare nella Carta
costituzionale la legge elettorale, costituzionalizzandola proprio secondo il
principio della rappresentanza proporzionale.
In tal senso, si distinse
Costantino Mortati che si dichiarò apertamente favorevole a costituzionalizzare
tale principio poiché ritenuto l'unico in grado di “arginare lo strapotere
della maggioranza”.
Alla fine il Costituente, malgrado
fosse stato votato un ampio ordine del giorno in tal senso, ritenne di non
pronunciarsi esplicitamente sul punto affidando al legislatore ordinario la
scelta della modalità di elezione dei parlamentari; si preferì, pertanto, non
irrigidire il sistema elettorale in modo da poterlo superare qualora le
condizioni politiche fossero mutate. Ma attenzione, benché la proposta
di costituzionalizzare il principio della rappresentanza proporzionale non
venne accolto dai Padri costituenti è sbagliato pensare che il silenzio della
Carta debba essere interpretato come una delega in bianco al legislatore
Infatti, è fuor di dubbio che
quest’ultimo non gode (e le richiamate censure della Corte Costituzionale vanno
in tal senso) di piena discrezionalità al punto da poter introdurre qualsiasi
tipo di legge elettorale.
L'impianto istituzionale fu,
all’evidenza, costruito e pensato per un ordinamento basato su un metodo di
trasformazione speculare dei voti in
seggi parlamentari. E non è revocabile in dubbio che il
testo costituzionale prende posizione sul sistema elettorale, quanto meno
L'art. 1 della Costituzione evoca,
infatti, il principio della sovranità popolare, principio indissolubile
strettamente correlato con le forme di esercizio ed i limiti individuati nella
Carta stessa;
l'art. 3 dice che la Repubblica
deve operare al fine di consentire l'effettiva partecipazione di tutti i
cittadini all'organizzazione politica del Paese e ciò, se è consentito, si
ottiene maggiormente con un sistema elettorale proporzionale puro (la riprova di
ciò risiede nel dato fattuale e statistico che quando si votava con il proporzionale
puro c'era molto meno astensionismo); ma su tutti l'art. 48 che detta le
condizioni in tema di esercizio del voto stabilendo che esso deve essere
personale, libero, segreto ed “eguale”: La nozione di eguaglianza del voto
presente nel menzionato articolo non va intesa solo come condizione di
partenza, ma anche come condizione di arrivo, per cui ciascun voto deve essere
egualmente rappresentato.
Ne consegue, che quando l'art. 48
ci dice, con carattere di precetto, che il voto è “eguale” vi ricomprende la
nozione di proporzionalità del sistema elettorale.
In conclusione, alla luce di quanto
sopra, il sistema elettorale dovrebbe essere pensato in modo da attuare e non
vanificare il principio della rappresentatività del Parlamento.
Del resto vi sono svariati modi per
contemperare le richiamate e tanto sbandierate esigenze di governabilità e
stabilità dell'Esecutivo con quelle di piena rappresentatività delle Assemblee
Di seguito, senza voler togliere il
mestiere a nessuno, in via del tutto esemplificativa, ne cito una che a me
piace, ma ovviamente ve ne sono altre provenienti da autorevoli studiosi della
materia costituzionale:
Per assicurare la governabilità e
stabilità durante tutto l’arco temporale dei cinque anni nonché una maggiore
speditezza dell’iter legislativo e decisionale e al tempo stesso
garantire il richiamato principio di rappresentatività del Parlamento si
sarebbe potuta operare una differenziazione delle due Camere superando, in tal
modo, il bicameralismo paritario.
Da una parte, una Camera (400
deputati) eletta mediante una legge elettorale con robusto premio di
maggioranza a cui attribuire la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie e, in
via esclusiva, il voto di fiducia al Governo.
Dall’altra, un Senato (200
senatori) autorevole e forte (anziché svilito e depotenziato come quello che
esce della riforma Boschi) eletto in tempi diversi rispetto alla Camera dei
deputati e mediante un sistema elettorale proporzionale puro senza sbarramento
e/o premio di maggioranza (in modo da dare speculare rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le
espressioni politiche del Paese) cui lasciare la potestà esclusiva, con i quorum
qualificati previsti in costituzione, sulle leggi di rango costituzionale
nonché il parere, obbligatorio ma non vincolante, su tutte le leggi ordinarie
votate dall’altro ramo del Parlamento oltre al controllo preventivo di legittimità
costituzionale (con possibilità di ricorso diretto alla Corte Costituzionale)
sulle leggi ordinarie e regionali.
A maggior ragione un tale Senato
eletto col proporzionale puro e, dunque, pienamente rappresentativo di tutto il
corpo elettorale potrebbe eleggere, con gli attuali quorum vigenti, il Presidente della
Repubblica, nominare i Giudici della Corte Costituzionali di spettanza
parlamentare nonché eleggere i membri delle Authority e i membri del consiglio
di amministrazione della RAI.
Così facendo, tutti gli organi di
garanzia e di controllo democratico verrebbero ad essere espressione non solo
della maggioranza bensì di tutto il Parlamento e ciò rappresenterebbe, credo,
una solida garanzia per tutti i cittadini italiani.
Ritengo fondamentale e irrinunciabile,
alla luce della Costituzione del 48, che almeno una delle due Camere, e a
maggior ragione quella deputata ad eleggere e nominare gli organi di garanzia,
sia lo specchio fedele di tutto il popolo italiano; non dimentichiamoci che la
sovranità appartiene a tutto il popolo e non solo alla parte di esso che si
riconosce nel partito e/o coalizione che esprime il governo di turno. Del resto mi sono sempre posto
queste domande e ve le pongo a voi se avete avuto, fin qui, la pazienza di
leggermi: Vi sentireste più garantiti e rappresentati da un Presidente della
Repubblica eletto dal solo partito (o coalizione) che sostiene il Governo o, al
contrario, da uno espressione di tutto il popolo italiano in quanto eletto
anche grazie al contributo determinante dei partiti di opposizione?
E vi sentireste più garantiti e
tutelati da Giudici costituzionali nominati dalla sola maggioranza di governo o
da Giudici espressione di tutto il Parlamento?
E, ancora, secondo voi
l’informazione RAI è più obbiettiva, libera e indipendente se i direttori dei telegiornali vengono
scelti da un consiglio di amministrazione nominato dal capo del Governo o da
uno nominato da tutto il Parlamento opposizioni comprese?
Stesso discorso vale per le amministrazioni
indipendenti (c.d. Authority) definite
e disciplinate nel corso degli anni da singole leggi istitutive ed il cui ruolo
importantissimo e delicato è spesso misconosciuto alla opinione pubblica.
Dette Authority hanno circa 2300
dipendenti e costano 600 milioni di euro all’anno; ne rammento alcune al fine
di una più facile comprensione:
e del mercato – ANTITRUST: Organo collegiale costituito da tre componenti
nominati dai Presidente della Camera e del Senato, vigila sul rispetto delle
regole sulla concorrenza fra imprese contro gli abusi di posizione
dominante e concentrazioni a danno della
concorrenza, ma si occupa anche della tutela dei consumatori contro clausole
contrattuali vessatorie;
comunicazioni – AGCOM: Composta da quattro commissari eletti per metà dalla
Camera e per metà dal Senato, il presidente invece è nominato con decreto del
Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei
ministri d'intesa con il Ministro delle comunicazioni; l’AGCOM assicura la
corretta competizione fra gli operatori e si occupa della risoluzione delle
controversie e di tutela amministrativa contro le clausole vessatorie inserite
nei contratti con i consumatori;
Autorità garante per la protezione
dei dati personali – Privacy: Organo collegiale, composto da quattro membri
eletti dal Parlamento, si occupa, sia nel pubblico che nel privato, di
assicurare il corretto trattamento dei dati e il rispetto dei diritti delle
persone legati all'utilizzo delle informazioni personali;
Commissione nazionale per la società
e la Borsa – CONSOB: Organo collegiale composto da un presidente e da due
membri, nominati con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del
Presidente del Consiglio; si occupa della tutela degli investitori di
trasparenza del mercato azionario e svolge, insieme alla banca d'Italia, anche
attività di vigilanza sulle banche; tanto per restare all’attualità, al fine di
comprenderne l’importanza, basta richiamare, fra tanti, i recenti casi del
Montepaschi di Siena, di Banca Etruria e della Banca popolare di Vicenza.
Istituto per la vigilanza sulle
assicurazioni private – IVASS: Si occupa di vigilanza sulle assicurazioni
private della tutela degli assicurati nei confronti delle imprese di
Come potete intuire le funzioni e i
compiti svolti dalle Authority (i cui membri sono soggetti, al pari dei
giudici, solo alla legge) spesso contrappongono semplici cittadini e
consumatori a potenti multinazionali, banche e istituti assicurativi.
Dunque vi chiedo, nella veste di
cittadini e consumatori, vi sentireste più garantiti e tutelati se i membri
delle Authority fossero eletti e/o nominati dal solo partito (o coalizione) che
sostiene il Governo o anche con il contributo determinante delle opposizioni
Parlamentari che per naturale vocazione sono deputate al controllo?
Beh, credo che anche dalla risposta
che ognuno di voi da a questi semplici quesiti risiede il vostro orientamento
in merito al si o al no alla riforma Boschi.
Personalmente, sulla scorta della
mia formazione e della mia esperienza ritengo, anzi sono convinto, che in un
sistema costituzionale moderno ed efficiente a fronte di un Governo forte,
stabile e in grado di governare e decidere per tutto il corso del mandato
ricevuto debbano corrispondere Contrappesi altrettanto autorevoli e forti senza
alcuna confusione fra controllati e controllori e commistione fra i rispettivi
ruoli. Buona riflessione. Continua a leggere...»
Il triste esito del referendum
sulla BREXIT mi ha confermato una sensazione che da anni avverto a pelle:
L'Unione Europea nata da nobilissimi principi ispiratori, anziché come garante
dell'affermazione dei diritti e baluardo per le libertà fondamentali richiamati
dai suoi trattati istitutivi, viene percepita dalla gente come un apparato
distante ed astruso (del resto l’organizzazione amministrativa dell’Unione non
è mai stata molto felice) capace solo di elargire laute indennità e privilegi al solito
esercito di politici e burocrati e completamente scollegato e distante dalla
vita reale dei cittadini oltre che incapace di fronteggiare e/o risolvere
qualsiasi tipologia di problema, dalla difesa comune al dramma dei migranti.
All'inizio, tuttavia, non è stato
così almeno qui da noi: Ricordo che 20 anni fa vi era un grande entusiasmo
collettivo anche a tratti infantile (rammento come in qualsiasi tipo di manifestazione
universitaria, politica, culturale, sportiva campeggiasse orgogliosamente la bandiera blu con le stelle
dell'Unione e l'uso dell'aggettivo europeo non veniva mai lesinato) che ha man
mano ceduto il passo, soprattutto dopo l'unione monetaria, ad un atteggiamento
di delusione verso una Istituzione vista sempre di più (non sempre a ragione)
come una fonte di regole, precetti e
cavilli tesi ad appesantire ulteriormente una quotidianità già complicata dalla
burocrazia nazionale. Forse bisognava attuare dapprima
una credibile Unione politica (anche mediante una più consistente cessione di quote di sovranità da
parte degli Stati nazionali a quei tempi possibilissima) e successivamente l’unione monetaria predisponendo
accanto ai freddi vincoli (pur necessari) di natura finanziaria (rapporto
debito/Pil 60% - rapporto deficit/Pil 3% - inflazione non oltre il 2%)
percettibili parametri di natura sociale (livello dei servizi sanitari e del
welfare, livello di trasparenza nelle p.a., condizione carceraria, libertà
civili ed economiche etc.) in modo da rendere più coese e solidali popolazioni,
così differenti per storia, cultura e formazione, in nome di un comune ideale
di libertà, giustizia sociale, pace e all'insegna dell'affermazione palpabile dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali di cui al trattato di Maastricht del 1992.
Confesso che ieri mattina ho avuto
un pessimo risveglio(anche perché mi ero addormentato con gli opinion poll che
davano il “Remain” vincente); per ogni liberale la Gran Bretagna rappresenta un
modello da emulare e la sua uscita dalla UE suona come una disfatta; Londra,
di fatto, non è distante dall'Italia essendo la tredicesima città italiana con
circa 250 mila connazionali. Se non vi sarà un serio
ripensamento il fallimento della UE comporterà la rinascita dei localismi e dei
particolarismi nazionali (e in Italia sappiamo di che erba si tratta).
Se, sciaguratamente, ciò
dovesse accadere, l'affossamento di un ideale così grandioso e nobile sarà da
imputare a pari merito ai vari populismi nonché ai miopi ed avidi
euro-burocrati.
… non voglio un
padrone, ma un Primo Ministro autenticamente democratico e liberale
… non voglio Vassalli,
Valvassori e Valvassini ...
… non voglio cricche e
consorterie varie ...
… vorrei una
Costituzione le cui regole fossero scritte e condivise da tutti,
maggioranza e opposizione ...
… vorrei un Governo
autorevole che durasse 5 anni e, al tempo stesso, una opposizione altrettanto autorevole, efficace e vigile ...
… vorrei una legge
seria sul conflitto di interessi ...
seria sull'assegnazione obiettiva, meritocratica e trasparente degli
appalti e incarichi pubblici al di fuori di ogni logica familistica,
clientelare e di appartenenza ...
… vorrei una RAI
indipendente e pluralista non succube della maggioranza di Governo
… vorrei giuristi
preparati e indipendenti che si contrapponessero al potere e non
“giuristivendoli” ...
… vorrei giornalisti
indipendenti alla Montanelli e non "pennivendoli" …
… vorrei medici e non
mercenari ...
… vorrei più libertà
economiche ...
… vorrei cittadini
liberi e indipendenti e non sudditi questuanti e servili …
Contro una maggioranza (minoranza nel Paese) “pigliatutto”: Le ragioni di un NO al referendum costituzionale E’ da diversi decenni che la necessità di riformare la
Costituzione repubblicana del ‘48, al fine di assicurare una maggiore governabilità
e stabilità degli Esecutivi, ha fatto ingresso nel dibattito politico allo scopo
di porre rimedio alle continue crisi e
cadute di Governo oltre al ripetuto ed estenuante ricorso ad elezioni
Il varo della riforma, sottoposta al referendum
costituzionale fissato per il prossimo ottobre, grazie al superamento del
bicameralismo perfetto e al meccanismo della legge elettorale con premio di
maggioranza e sbarramento, assicura, in effetti, una maggiore governabilità,
tuttavia, lo fa nel peggiore dei modi poiché a tale condivisibile obiettivo sacrifica,
pericolosamente, la fondamentale esigenza di rappresentatività di tutto il
corpo elettorale (o, quantomeno, di gran parte di esso) nelle Istituzioni, negli
Organi di garanzia e di controllo democratico.
Alla luce della riforma approvata -con un Senato depotenziato di “nominati” (95
dei 100 previsti vengono eletti dalle Regioni) e con una Camera dei deputati (presumibile
espressione di una minoranza del 25% del corpo elettorale) che praticamente
farà quasi tutto (dalla votazione della fiducia al Governo al varo delle leggi)- il Presidente della Repubblica, il
Presidenti della Camere, i Giudici costituzionali di nomina parlamentare, i
membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i
membri delle Autorità indipendenti, i consiglieri di Amministrazione della RAI
saranno espressione della sola maggioranza di Governo e le opposizioni,
pertanto, verranno tagliate fuori e, di fatto, rese inerti.
Autorevoli giuristi, a proposito, (Cfr. Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Ferrara, Gallo, Villone, Besostri,
Azzariti, Grandi, Carlassare, Ainis etc.) hanno opportunamente paventato il
rischio concreto di un “governo padrone
del sistema costituzionale”, di una “dittatura
della maggioranza”, di un “governo
degli oligarchi”, di “strapotere del
partito unico”.
Dunque, il partito o coalizione uscito vincitore dalla
tornata elettorale (quasi certamente, vi invito seriamente a riflettere, una
minoranza nel Paese reale) si troverà, di fatto, nella condizione di poter
nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e
alla vigilanza sull’operato del Governo stesso con una inaccettabile nonché
pericolosa confusione e commistione di controllati e controllori e con conseguenze
nefaste che ben potete immaginare.
Ribadisco, se da una parte è sacrosanto che chi vince le
elezioni nomini indisturbato Ministri, Sottosegretari e Organi periferici di
governo e approvi speditamente le leggi ordinarie potendo in tal modo governare
agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte,
è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le
elezioni, ma anche le opposizioni.
Ciò risponde al disegno dei Costituenti che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione
di entrambe i rami del Parlamento esclusivamente con sistema proporzionale (un
legge elettorale con premio di maggioranza era impensabile a quei tempi, basti
ricordare il dibattito e l’epilogo della legge Scelba “c.d. legge truffa” del 1953 che tentò di introdurre il premio di maggioranza).
A maggior ragione, pertanto, la preoccupazione dei Padri costituenti
è, oggi, ancora più attuale visto che il sistema proporzionale è stato superato
da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di
maggioranza, per l’appunto, inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.
di ciò si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le
democrazie avanzate, con una inaccettabile deriva “peronista”.
Del resto le esigenze di governabilità e stabilità dei
Governi possono essere degnamente contemperate con quelle di rappresentatività.
Personalmente (vi sono ovviamente ipotesi di studio più
autorevoli), avrei visto bene un Senato (delle Regioni e delle Garanzie) di 200
membri di cui 5 nominati dal Presidente della Repubblica e 195 eletti
esclusivamente e rigorosamente con sistema proporzionale su base regionale (in
modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto
di tribuna” a tutte le espressioni politiche del Paese).
Un Senato composto in tal modo, proprio perché eletto con un sistema
rigorosamente proporzionale, avrebbe ben potuto esercitare potestà legislativa
esclusiva sulle leggi di rango costituzionale, approvate comunque a maggioranza
qualificata (la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie, invece, sarebbe potuta
così spettare alla Camera dei deputati, eletta col sistema proporzionale
corretto dal premio di maggioranza e sbarramento, proprio per venire
incontro a detta esigenza di governabilità).
Sempre un tale Senato, così eletto, avrebbe, sempre
ragionando per ipotesi, potuto esprimere parere obbligatorio ma non vincolante
su tutte le leggi ordinarie approvande dalla Camera ed esercitare, altresì, un
autorevole controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.
Un Senato, rappresentativo di tutto il corpo elettorale, avrebbe, inoltre, potuto eleggere (sempre
con ampi quorum) il Presidente della
Repubblica, i Giudici della Corte Costituzionale,
i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i
membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), i membri delle
Autorità indipendenti (Consob, Garante Privacy, Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato, Ivass etc.), i consiglieri di Amministrazione della
RAI, il Governatore della Banca d’Italia.
In tal modo tutti gli Organi Istituzionali, di garanzia e di
controllo sarebbero stati espressione di tutto il Paese, maggioranza e
Ritengo che solo in tal modo, o con meccanismi similari,
l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato
e voluto dai saggi Costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del
Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede
politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.
La Costituzione Repubblicana è sacra e irripetibile,
poiché è il frutto oltre che della mente di eccelsi giuristi, anche, e soprattutto,
di sofferenze e privazioni della libertà personale oggi, fortunatamente, impensabili,
e ciò sia per tutti serio motivo di riflessione, sempre.
RIVOLUZIONE LIBERALE O M... Sebbene l’Italia non può vantare
una tradizione liberale solida e di massa gli italiani, inconsciamente,
dimostrano nei fatti di prediligere i sistemi liberali tutte le volte che,
profondamente sfiduciati e nauseati, spingono i propri figli ad inseguire occasioni
di lavoro e studio a Londra (tredicesima
città italiana, vi sono circa 250 mila italiani) ove questi ultimi trovano
meritocrazia e opportunità da noi sconosciute.
Ho una “quasi” certezza: O si fa
una rivoluzione liberale radicale o si chiude per desertificazione economica (complice, ovviamente, a suo tempo, la
sciagurata globalizzazione selvaggia dell'economia che ha annichilito interi distretti industriali e un debito
pubblico debordante fuori controllo).
Storicamente va dato atto a Marco
Pannella, Emma Bonino e ai radicali di aver accumulato nel corso dei
decenni il “know how” (purtroppo, non i voti necessari) per
porre in essere una salutare rivoluzione liberale e non solo in tema di libertà
civili, ma soprattutto di libertà economiche.
Nel 1994 Silvio Berlusconi, che
tanto aveva blaterato e incantato gli elettori sul punto, non ebbe l’ardire e
la lungimiranza di cogliere l’apertura di credito di Pannella.
Nel 2011 la speranza venne riposta
in Mario Monti, bocconiano già Commissario europeo per la concorrenza, il quale, sapientemente, di
riforme liberali scriveva negli articoli di fondo del Corriere della Sera, ma
una volta autorevolmente nella stanza dei bottoni, non sapeva, o più
probabilmente non aveva il coraggio e la fermezza di tradurre le proprie
convinzioni in azioni concrete di governo.
Nel 2013 va reso merito al
movimento Fare per fermare il declino; tuttavia, lo scarno risultato
elettorale, favorito anche da qualche stravaganza, arenavano un progetto serio
e tutt'ora valido.
Urge una radicale opera di
liberalizzazione a 360 gradi (interventi
in tal senso tiepidi e limitati solo ad alcuni settori sono inutili, fuorvianti
se non controproducenti) dei servizi, delle professioni (già Einaudi auspicava l’eliminazione della
obbligatorietà della iscrizione agli ordini ai fini dell’esercizio
professionale), dei mestieri, delle licenze e del commercio e,
sostanzialmente, lo smantellamento di qualsiasi forma di coorporativismo.
L’economia italiana può ripartire
solo con un massivo rilancio del lavoro
Per far ciò occorre che il sistema
nelle sue varie sfaccettature venga rimodulato a sostegno ed incentivo delle
partite IVA (soprattutto quelle piccole):
dagli ammortizzatori sociali al welfare, dalla previdenza (in senso contrario, irragionevolmente, circostanza ancora più grave
vista la pesante crisi economica sotto gli occhi di tutti, assistiamo
all’assurda aberrazione che per rimettere in ordine i conti dell’Inps e delle
casse professionali si obbligano centinaia
di migliaia di professionisti, giovani e non, a versare esosi contributi minimi
annuali indipendentemente dall’effettivo reddito prodotto) al sistema
bancario e creditizio (dai fidi bancari
ai mutui per l’acquisto della casa) al fisco.
Su quest’ultimo punto sarebbe
auspicabile puntare su di un rapporto collaborativo e leale fra fisco e partite
IVA attraverso il potenziamento dei regimi fiscali agevolati e semplificati: Si
potrebbe pensare all’introduzione (sarebbe
un efficacissimo pungolo all’apertura di piccole posizioni di lavoro autonomo)
di innovativi meccanismi di definizione e assolvimento anticipato
dell’obbligazione tributaria (tax ruling) almeno, inizialmente, per le partite
IVA con un giro di affari non superiore ai 30 mila Euro.
Altrimenti, ragionevolmente e
senza intenti polemici nei confronti di
chicchessia, mi domando quale futuro può avere un Paese dove ancora nel
settembre dello scorso anno a Padova (e
dico Padova) per un posto da infermiere a tempo indeterminato presso la
locale Azienda ospedaliera si sono presentati in 5045, mentre i giovani 20/30 enni e le loro famiglie messi di fronte
alla prospettiva (che negli anni 60/70
era fortemente allettante) di aprire una posizione IVA e rischiare in
proprio quasi scappano come se avessero di fronte Ebola. Andrebbe liberalizzato anche il
sistema scolastico ed universitario obsoleto e con i suoi eterni e spesso
inutili percorsi formativi che rimandano sine
die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado,
sulle aspettative mortificate (personalmente
sono per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio tout court) di
trovare dignitose opportunità di lavoro.
In materia di creazione di nuovi
posti di lavoro sarebbe un toccasana, sulla scorta del modello londinese, la
massima flessibilità contrattuale in entrata e in uscita (ovviamente dietro il rigoroso rispetto della retribuzione oraria minima),
ma per fare una cosa del genere occorrerebbe necessariamente mettere sull’altro
piatto della bilancia tre cose: un reddito minimo di cittadinanza per i senza
lavoro in attesa di essere formati e ricollocati; la piena gratuità ed accessibilità
ad un servizio sanitario nazionale efficiente e all'avanguardia; prestazioni di
assistenza e previdenza minima garantita a tutti.
Andrebbero seriamente ripensati e
riqualificati in senso manageriale i Centri per l’impiego che dovrebbero
assicurare, in modo capillare, l'effettivo incontro fra domanda e offerta di
lavoro e a svolgere una funzione di “coaching” per i disoccupati da reinserire
nel mondo del lavoro e, all’evenienza, da formare nuovamente.
Infine, una misura inclusiva,
ossia, la eliminazione di ogni forma di discriminazione (dal punto di vista legislativo, contributivo, previdenziale e anche
culturale) a danno dei lavoratori “over” (l’attuale rigidità, fra l'altro,
non è in linea con l'evoluzione demografica caratterizzata dall'allungarsi
della vita media, inclusa la vita produttiva).
Segnalo sul punto che nel Regno
Unito (Inghilterra, Galles e Scozia)
già dal 1 ottobre 2006 è in vigore una normativa (Employment Equality “Age” Regulations) che vieta qualsiasi forma di
discriminazione basata puramente e semplicemente sull'età anagrafica dei
lavoratori e ciò, intelligentemente, fa si che a Londra un over 50 possa
tranquillamente spendersi sul mercato del lavoro.
Ovviamente, una seria legge sui
conflitti di interesse e una sulla trasparenza nell'assegnazione degli appalti
e incarichi pubblici e, soprattutto, il circolo virtuoso dell'economia dovrebbero fare il resto.
O rivoluzione liberale o si chiude
... ogni altra via o ricetta -malgrado
le varie esperienze di governo che si sono succedute dal 1994 in poi a suon di
rassicuranti, ma davvero poco dignitosi, strombazzamenti da parte di giornali e
televisioni compiacenti- è inutilmente
dilatoria ... ne
prendano atto i sindacati, chi sta al Governo e chi si accinge a governare nel
Se tale percorso non verrà intrapreso da un leader
politico (who's who), temo che
saranno tragiche cause di forza maggiore ad imporlo.. intanto continuiamo a buttare
alle ortiche anni preziosi accumulando “gap” enormi in tutti i campi nei
confronti dei sistemi più avanzati e moderni con cui un Paese come il nostro
dovrebbe degnamente competere.
Tale premessa in quanto spesso, parlando con la gente, riscontro che molti (lo pensavo anche io una ventina di anni fa) ritengono che i c.d. “liberali” (e molto spesso alcuni idioti che si professano tali danno ad intendere ciò) mirino sostanzialmente a tutelare esclusivamente gli interessi delle classi abbienti, del capitale e della finanza; a tale obiezione rispondo chiedendo loro come mai, nei fatti, preferiscono mandare i loro figli a cercare opportunità e un futuro in Inghilterra (Paese liberale per eccellenza) non riponendo fiducia in questa Italia democratica, invero così poco liberale, retta da partiti e sindacati che richiamano di continuo i valori del socialismo e della dottrina sociale della Chiesa?
Nella realtà, un sistema “autenticamente” liberale votato alla libera concorrenza, alla trasparenza, al mercato, alla efficienza e meritocrazia garantisce tutti i cittadini ma, soprattutto, garantisce proprio le classi sociali meno abbienti perché offre loro, e ai loro figli, un “ascensore sociale” distribuendo le opportunità secondo criteri obiettivi e meritocratici e non lasciandole esclusivo appannaggio di consorterie e cricche di vario genere.
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