Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-3232-del-10-02-2011
Timestamp: 2020-08-07 10:50:25+00:00
Document Index: 108225835

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 1', 'art. 2120', 'art 2120', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 3']

Sentenza Cassazione Civile n. 3232 del 10/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3232 del 10/02/2011
Cassazione civile sez. lav., 10/02/2011, (ud. 01/12/2010, dep. 10/02/2011), n.3232
ANTONIETTA, EMANUELE DE ROSE, VINCENZO STUMPO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 212/2009 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 27/01/2009 r.g.n. 2615/06;
Con sentenza del 15/1/09 la Corte d’Appello di Bari – sezione lavoro rigetto’ l’impugnazione proposta il 31/7/06 dall’Inps avverso la sentenza emessa il 5/4/06 dal giudice del lavoro del Tribunale di Bari con la quale era stata accolta la domanda di D.M.P., diretta al riconoscimento del diritto alla liquidazione del maggior trattamento dell’indennita’ di disoccupazione agricola erogatole nel 2003, sulla scorta del rilievo che l’istituto previdenziale non aveva calcolato detta prestazione con riferimento al salario reale, previsto dalla contrattazione collettiva provinciale, in quanto comprensivo della quota di indennita’ di anzianita’ e come tale superiore al cosiddetto salario medio convenzionale, rimasto fermo, per disposizione normativa (L. n. 549 del 1995, art. 2, n. 17), al 1995.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso l’Inps attraverso un unico articolato motivo.
Con l’unico motivo l’Istituto ricorrente, lamentando violazione degli artt. 46, 51 e 55 de CCNL per gli operai agricoli e florovivaisti del 10 luglio 2002 in relazione al D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314, art. 6, comma 4, lett. a) nonche’ in relazione agli artt. 1362, 2120 cod. civ. ed alla L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 4, commi 10 e 11, (art. 360 c.p.c., n. 3), censura la sentenza per avere incluso nella retribuzione da prendere a base per la liquidazione dell’indennita’ di disoccupazione anche la voce denominata “quota di TFR”, la quale invece non dovrebbe esserlo, per avere – contrariamente a quanto affermato la Corte territoriale – effettiva natura di retribuzione differita. Il ricorso va accolto.
La questione posta alla Corte e’ quindi quella di cui al quesito, e cioe’, se – nell’effettuare il raffronto tra i salari medi convenzionali congelati al 1995 (salario convenzionale) e la retribuzione determinata dalla contrattazione collettiva provinciale (salario reale), in relazione all’anno che interessa – quest’ultimo debba o no essere calcolato in modo da comprendervi la quota trattamento di fine rapporto.
2. Va in primo luogo riconfermato il principio gia’ enunciato con la sentenza di questa Corte n. 10546/2007 per cui “ai fini della liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura, ai sensi del D.Lgs. 16 aprile 1997, art. 4, n. 146, la nozione di retribuzione – definita dalla contrattazione collettiva provinciale, da porre a confronto con il salario medio convenzionale – non e’ comprensiva del trattamento di fine rapporto”. A sostegno di tale affermazione e’ sufficiente richiamare il combinato disposto di due norme: il D.L. 21 marzo 1988, n. 86, art. 7, comma 2, convertito nella L. 20 maggio 1988, n. 160, per cui “La retribuzione di riferimento per la determinazione della indennita’ giornaliera di disoccupazione e’ quella media soggetta a contribuzione …”ed il D.Lgs. 2 settembre 1997, n. 314, che, all’art. 6 “Determinazione del reddito da lavoro dipendente ai fini contributivi”, esclude espressamente da contribuzione le somme corrisposte a titolo di trattamento di fine rapporto.
4. Va preliminarmente rilevato che la normativa previdenziale, in talune fattispecie, riconnette l’ammontare della retribuzione contributiva non gia’ e non solo all’ammontare della retribuzione di fatto erogata al lavoratore, ma alla retribuzione determinata dai contratti collettivi del settore di appartenenza stipulati dalle 00.SS. maggiormente rappresentative sul piano nazionale. Ed infatti, per quanto riguarda il “minimale”, ossia la retribuzione minima al di sotto della quale non si puo’ scendere ai fini del calcolo dei contributi, prevista dalla L. n. 389 del 1989, art. 1, comma 1 la norma non indica direttamente detta soglia minima, ma rimanda e conferisce una sorta di delega, per la quantificazione, alla suddetta contrattazione collettiva. Analogo meccanismo si prevede nel caso di cui al D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4 che viene in applicazione nella specie, in cui la disposizione di legge non determina il momento in cui contributi e prestazioni temporanee cesseranno di essere determinate sulla base del vecchio sistema del salario medio convenzionale ma lo ricollega alla introduzione del nuovo sistema del salario contrattuale, e precisamente al momento in cui quest’ultimo verra’ determinato in misura superiore rispetto a quella di cui ai salari medi convenzionali.
Si tratta, invero, di una casistica indicata dalla norma in commento che e’ solo esemplificativa delle variegate formule che puo’ assumere la contrattazione collettiva, per cui, al di la’ della formulazione non perspicua, cio’ che la norma ha inteso salvaguardare e’ la volonta’ delle parti stipulanti in tutte le sue articolazioni.
8. Inoltre, piu’ specificamente, anche a negare valore cogente alle indicazioni espresse dalla autonomia collettiva quando questa regoli istituti di fonte legale (nella specie il TFR) stravolgendone i principi, come sostengono i Giudici di merito, le argomentazioni della sentenza impugnata sono comunque errate, perche’, rispetto alla voce che interessa, non e’ ravvisatale alcuna alterazione delle regole legali da parte degli stipulanti.
9. Valgono, infatti, al riguardo i rilievi gia’ formulati dall’Istituto ricorrente (sulla base dei CCNL depositati in copia integrale unitamente al ricorso):
a) in primo luogo non e’ vero che, secondo le previsioni della contrattazione collettiva, per gli operai agricoli a tempo determinato detta quota debba essere corrisposta giornalmente e unitamente alla normale retribuzione. E’ vero, invece, che il CCNL (art. 44 CCNL del 1991) determina la quota che ogni giorno si matura a titolo di TFR, che e’ pari all’8,63% di paga base, contingenza e del salario integrativo provinciale e dispone che questa voce vada evidenziata nelle tabelle paga e corrisposta al lavoratore “nei tempi e secondo le modalita’ previste dall’Accordo allegato”. Ma la evidenziazione di tale quota nel prospetto della paga giornaliera risponde ad evidenti esigenze di trasparenza e di comodita’ di conteggio (giacche’ per questo tipo di personale la prestazione puo’ anche limitarsi ad una sola giornata o ad un numero esiguo di giornate, talvolta cambiando qualifica da specializzato a qualificato ecc), e non significa che essa venga di fatto erogata giornalmente, perche’ l’Accordo, a cui il citato articolo del CCNL rimanda, prevede che, agli operai a tempo determinato, l’azienda eroghera’ il TFR al termine del rapporto di lavoro, rispettando cioe’ la regola inderogabile che disciplina il TFR;
b) Non rileva il fatto che il TFR non sia onnicomprensivo, ossia che il CCNL escluda il terzo elemento, perche’ ai sensi della L. n. 297 del 1982, art. 1 l’autonomia collettiva puo’ ben non comprendere alcune voci retributive, dal momento che il secondo comma del nuovo art. 2120 c.c., come e’ noto, fa salva la diversa previsione dei contratti collettivi. Peraltro la autonomia della quota di TFR risulta anche dal fatto che, fino al 1979, la contrattazione collettiva degli operai agricoli a tempo determinato aveva sempre incluso nel “terzo elemento” non solo le mensilita’ aggiuntive, le festivita’ e le ferie, ma anche l’indennita’ di anzianita’, mentre solo a partire dal CCNL del 1991 il TFR e’ stato estrapolato dal terzo elemento e calcolato nella misura che sopra si e’ indicata;
c) Non corrisponde al vero l’assunto secondo cui il presupposto del pagamento del TFR e’ costituito da una rapporto di lavoro di durata non inferiore ai quindici giorni, mentre le frazioni inferiori rimarrebbero prive di copertura, giacche’ e’ stato affermato (Cass. n. 13934 del 25/09/2002) che “in tema di trattamento di fine rapporto, l’art 2120 cod. civ. (nel testo di cui alla L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 1), nel prevedere che il trattamento di fine rapporto e’ dovuto “in ogni caso” di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, fissa il principio dell’arrotondamento al mese delle frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni, ma non quello della irrilevanza delle frazioni di mese inferiori a quindici giorni.”.
“Confermandosi quanto gia’ ritenuto dalla precedente sentenza di questa Corte n. 10546/2007, per cui “ai fini della liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura, la nozione di retribuzione – definita dalla contrattazione collettiva provinciale, da porre a confronto con il salario medio convenzionale D.Lgs. 16 aprile 1997, n. 146, ex art. 4 – non e’ comprensiva del trattamento di fine rapporto”, va ulteriormente affermato che, sulla base del suddetto principio, la voce denominata “quota di TFR” dai contratti collettivi vigenti a partire da quello del 27.11.1991, va esclusa dal computo della indennita’ di disoccupazione, in considerazione della volonta’ espressa dalle parti stipulanti, che e’ vietato disattendere in forza della disposizione di cui al D.L. 14 giugno 1996, n. 318, art. 3 convertito in L. 29 luglio 1996, n. 402, a norma del quale, agli effetti previdenziali, la retribuzione dovuta in base agli accordi collettivi non puo’ essere individuata in difformita’ rispetto a quanto definito negli accordi stessi. Dovendo escludersi che detta voce abbia natura diversa rispetto a quella indicata dalle parti stipulanti, non e’ ravvisabile alcuna illegittima alterazione degli istituti legali da parte dell’autonomia collettiva”.