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Timestamp: 2019-12-10 16:50:00+00:00
Document Index: 93295079

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2119', 'art. 7', 'art. 44', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 44', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 2119', 'art. 5', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 5', 'art. 2119', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 5', 'art. 2119', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 2119', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 56', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 360', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 69', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2118', 'art. 63', 'art. 63', 'art. 84', 'sentenza ', 'art. 2118', 'art. 2118', 'art. 56', 'art. 63', 'sentenza ', 'art. 2118', 'art. 98', 'art. 63', 'sentenza ', 'art. 2077', 'art. 1341', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 1750', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Passaggio da uno ad altro ruolo della stessa o da diversa amministrazione | Studio Legale Parenti
Passaggio da uno ad altro ruolo della stessa o da diversa amministrazione
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Cassazione civile sez. lav. sentenza 02/09/2015 n.17435
Con sentenza del 12 dicembre 2012 la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma dell’8 giugno 2010 con la quale era stata rigettata la domanda di D.N.R. intesa ad ottenere la dichiarazione dell’illegittimità del licenziamento irrogatogli dalla FARMACAP Azienda Farmasociosanitaria Capitolina in data 2 marzo 2006. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia considerando che i fatti addebitati al ricorrente con contestazione del 9 gennaio 2006 ed avvenuti fra il 19 dicembre 2005 ed il 4 gennaio 2006, e che richiama anche i fatti addebitati con una precedente lettera di contestazione del 19 dicembre 2005, non sono mai stati contestati dal lavoratore che ha invece lamentato un atteggiamento complessivamente persecutorio nei suoi confronti che ha causato un clima di tensione che non giustificherebbe comunque l’impugnato licenziamento. La Corte capitolina ha considerato che l’espletata istruttoria non ha confermato l’atteggiamento persecutorio lamentato dal lavoratore, mentre ha confermato l’esistenza di un clima di tensione nell’azienda che giustifica il disposto licenziamento.
Il D.N. ha proposto ricorso per cassazione avverso tale sentenza articolato su sette motivi.
Resiste la FARMAC con controricorso.
Con il primo motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; omesso esame di un fatto decisivo della causa; art. 2119 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 44 CCNL Aziende Farmaceutiche, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che il licenziamento sarebbe stato intimato oltre il termine perentorio stabilito dalla contrattazione collettiva, termine comunque da considerarsi integrante l’elemento essenziale della norma sostanziale art. 2119 c.c..
Con il secondo motivo si deduce violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; omesso esame di un fatto decisivo della causa; L. n. 604 del 1966, art. 2, L. n. 300 del 1970, art. 7, art. 44, comma 9, CCNL Aziende Farmaceutiche ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si lamenta che il licenziamento sarebbe inefficace poichè l’azienda avrebbe omesso di fornire specifici motivi benchè ritualmente richiesti L. n. 604 del 1966, ex art. 2.
Con il terzo motivo si assume violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; art. 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 111 Cost., artt. 99, 112 e 113 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che l’azienda avrebbe licenziato il lavoratore per episodi contestati con lettera del 19 dicembre 2005;
il lavoratore avrebbe impugnato il licenziamento poichè infondato; i giudici di merito lo avrebbero invece ritenuto fondato sulla base di una diversa lettera di contestazione del 9 gennaio 2006 i cui episodi sono stati ritenuti dall’azienda implicitamente giustificati dal lavoratore e, per questo, mai sanzionati.
Con il quarto motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 2119 c.c., art. 111 Cost., artt. 99, 112, 113, 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3, 4 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello avrebbe ritenuto fondati i fatti posti a base del licenziamento poichè il lavoratore, non provando la scriminante delle provocazioni, implicitamente non li avrebbe contestati, senza considerare che tale prova era stata ammessa per la diversa domanda di risarcimento danni da persecuzione, che sui fatti che hanno portato al licenziamento non era stata ammessa alcuna prova, e che per legge, in ogni caso, l’onere della prova dei fatti integranti la giusta causa di licenziamento è a carico del datore.
Con il quinto motivo si assume violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; L. n. 604 del 1966, art. 5, art. 2119 c.c., art. 111 Cost., artt. 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello avrebbe ritenuto fondati i fatti posti a base del licenziamento sulla base di dichiarazioni rese prima e fuori dal processo e benchè contestate dal lavoratore, così violando le regole del processo.
Con il sesto motivo si lamenta violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici; vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio; art. 2119 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 7, L. n. 604 del 1966, art. 1 e segg., artt. 112, 113, 115 e 116 c.p.c., art. 111 Cost., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si deduce che la Corte d’appello non avrebbe considerato quanto stabilito dall’art. 2119 cod. civ. che dispone la ricorrenza di elementi oggettivi e soggettivi per integrare una grave lesione del vincolo fiduciario, e non avrebbe considerato che il licenziamento risultava totalmente privo di prova, quindi carente degli elementi costitutivi stabiliti per legge, ed avrebbe ritenuto integrante la giusta causa fatti estranei alla contestazione ed alla motivazione formulata dalla stessa azienda, non provati in giudizio e ritenuti giustificati dall’azienda.
Con il settimo motivo si deduce violazione di norme di legge, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e di principi giuridici;vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio;
art. 2119 c.c., art. 27 Cost., artt. 1175 e 1206 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 1 e segg., ex art. 360 c.p.c., punti 3 e 5. In particolare si afferma che i giudici dell’appello non avrebbero considerato l’elemento essenziale e costitutivo della giusta causa di licenziamento costituito dalla proporzione fra i fatti contestati e la sanzione, tenendo conto dell’elemento soggettivo della condotta e l’atteggiarsi complessivo del lavoratore.
Il primo motivo è inammissibile. La censura è infatti relativa a circostanza non trattata nella sentenza impugnata per cui, in mancanza di precisa indicazione del modo con cui era stata proposta la doglianza nei precedenti gradi di merito, deve ritenersi che il motivo in questione sia nuovo e quindi inammissibile non essendo consentito sollevare in sede di legittimità questioni non precedentemente proposte nei gradi di merito.
Anche il secondo motivo si riferisce a doglianza non trattata nella sentenza impugnata, per cui valgono le medesime argomentazioni di cui al primo motivo, con la conseguente inammissibilità del motivo in assenza di precise indicazioni sulle modal
ità con cui è stata proposta la doglianza nei gradi di merito.
Il terzo motivo è infondato. Con esso sostanzialmente il ricorrente deduce che la sentenza impugnata avrebbe fondato la propria motivazione sugli addebiti contenuti nell’atto di contestazione del 9 gennaio 2006 per i quali il lavoratore non era mai stato sanzionato, mentre il licenziamento era stato in realtà comminato sulla base della diversa precedente contestazione del 20 dicembre 2005. In realtà il ricorrente confonde le due contestazioni che invece la sentenza impugnata, nella sua chiara motivazione, considera nella loro esatta portata, nel senso che il licenziamento per cui è processo si riferisce a tutti i fatti contenuti nelle due contestazioni del 20 dicembre 2005 e del 9 gennaio 2006, per cui, da un lato non appare esatta l’affermazione del ricorrente secondo cui i fatti addebitati con la seconda delle due contestazioni non sarebbero stati sanzionati, e dall’altro appare invece esatta e conseguente l’affermazione contenuta nella stessa sentenza secondo cui il lavoratore appellante nulla ha dedotto in merito ai fatti contenuti nella prima contestazione soffermandosi solo sui fatti di cui alla seconda contestazione deducendo, erroneamente come detto, che per i medesimi non era stato sanzionato.
Anche in ordine al quarto motivo il ricorrente opera una confusione, in particolare fra i fatti addebitati, il cui onere è a carico del datore di lavoro, con quella dell’atteggiamento persecutorio tenuto dallo stesso datore e che è carico del lavoratore. Nel caso in esame la sentenza impugnata/ha ritenuto non contestati i fatti addebitati al lavoratore, e non provato, da parte di questi, l’atteggiamento persecutorio nei suoi confronti. La sentenza impugnata ha correttamente applicato il principio di diritto secondo cui, ogni volta che sia posto a carico di una delle parti un onere di allegazione, l’altra ha l’onere di constare il fatto allegato nella prima difesa utile, dovendo, in mancanza, ritenersi pacifico e non più gravata la controparte del relativo onere probatorio (Cass. 12636/2005). La stessa Corte d’appello ha ritenuto, con giudizio di fatto non censurabile in questa sede, che il lavoratore non ha contestato i fatti addebitatigli, anzi ammettendoli ritenendoli solo giustificati quale reazione all’atteggiamento datoriale nei suoi confronti, e concentrando la sua difesa sulla sussistenza di un comportamento persecutorio che è stato ritenuto non provato, parimente con giudizio di fatto non censurabile in sede di legittimità.
Il quinto ed il sesto motivo sono inammissibili in quanto si riferiscono alla valutazione del materiale probatorio che, a detta del ricorrente, non giustificherebbe le conclusioni a cui è pervenuto il giudice dell’appello secondo cui i fatti addebitati, da un lato non sono stati contestati, e dall’altro hanno trovato conferma nella prova documentale acquisita, affermazioni, come detto, non censurabili in sede di legittimità se non per incompletezza o illogicità che, nel caso concreto, non sussistono.
Il settimo motivo non è fondato. Per costante giurisprudenza di questa Corte il giudizio di proporzionalità della sanzione costituisce giudizio di fatto come tale riservato al giudice del merito e non censurabile in sede di legittimità se, congniamente e logicamente motivato. Nel caso in esame, fra l’altro, la Corte d’appello ha anche verificato la legittimità del licenziamento sulla base del CCNL di categoria applicabile alla fattispecie e che espressamente prevede il licenziamento senza preavviso per i comportamenti contestati al lavoratore nel caso in esame (comportamento ingiurioso o minaccioso durante il servizio, violazione di ogni norma di legge riguardante il deposito, la vendita o il trasporto di medicinali).
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in complessive Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge:
Così deciso in Roma, il 6 maggio 2015.
Depositato in Cancelleria il 2 settembre 2015
Cassazione civile sez. lav. sentenza 28/08/2015 n.17290
T.G., premesso di essere stato preposto dall’agosto 1997, quale dipendente dell’INPS con qualifica di ispettore generale, alla Direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità, e Finanza- Automazione dell’Inps di Roma (OMISSIS), chiedeva al Tribunale della stessa sede la condanna del proprio datore di lavoro a corrispondergli il trattamento economico retributivo dirigenziale connesso alle superiori mansioni svolte dal 22/11/98 al 5/10/01.
Il giudice del lavoro adito, con sentenza in data 1/2/05, accoglieva la domanda di differenze retributive per il periodo descritto e condannava l’Istituto al pagamento in favore del T., della somma di Euro 70.639,87 oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Detta pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Roma che condannava l’Inps al pagamento dell’ulteriore somma di Euro 6.334,37 e dei soli interessi al saggio legale sulle complessive differenze retributive spettanti.
A fondamento del decisum il giudice di appello, per quel che qui rileva, osservava essenzialmente che la Direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità, e Finanza-Automazione affidata al T., alla stregua dell’organigramma dell’Inps, rivestiva natura di struttura complessa alla quale doveva essere necessariamente assegnato un dirigente. Precisava, inoltre, che con provvedimento del 1/8/97, era stato modificato l’organigramma della sede, con il collocamento a riposo del dirigente preposto. Concludeva, quindi, che l’affidamento dell’incarico al nuovo dirigente era avvenuto nella pienezza delle funzioni, quale titolare dell’Ufficio, e non nell’espletamento di funzioni di natura meramente vicaria, come dedotto dall’Inps.
Avverso tale pronunciato interpone ricorso per Cassazione l’Inps, affidato ad un unico motivo, resistito con controricorso dal T..
Con unico motivo di ricorso si denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 56, come sostituito dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 25, modificato dal D.Lgs. n. 387 del 1998, art. 15, e dal D.Lgs. n. 165 del 2001, nonchè violazione e falsa applicazione della L. n. 88 del 1989, art. 15, comma 2, ed, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, motivazione insufficiente e contraddittoria circa un fatto controverso e decisivo della controversia.
Si criticano gli approdi ai quali è pervenuta la Corte territoriale, per aver tralasciato di considerare che con l’introduzione della nuova disciplina in tema di dirigenza pubblica, è stato istituito un ruolo unico della dirigenza articolato in sole due fasce, dirigente generale e dirigente, in sostituzione della precedente tripartizione (dirigente generale, dirigente superiore e primo dirigente) e che, in coerenza con i dettami della riforma legislativa della dirigenza, l’Istituto aveva provveduto, con la delibera del c.d.a. n. 799/98 e con circolare n. 17/99, a ridisegnare le linee organiche delle proprie strutture, introducendo un nuovo assetto organizzativo per processi e riducendo le posizioni dirigenziali, con eliminazione di quelle in precedenza attribuite ai “primi dirigenti”.
In tale prospettiva, priva di valenza significativa si palesa lo svolgimento, da parte del dipendente, di mansioni che nel precedente ordinamento dei servizi centrali e periferici, erano attribuiti ad un Primo Dirigente, circostanza che i giudici del gravame a
vevano posto a fondamento del decisum.
Si intende, invero, dare continuità alla giurisprudenza di questa Corte che ha già avuto modo di affrontare tematiche analoghe a quelle prospettate dall’attuale ricorrente (vedi, ex plurimis: Cass. 11 settembre 2007, n. 19025; Cass. 9 settembre 2008, n. 22890; Cass. 23 luglio 2010, n. 17367; Cass. 25 febbraio 2011, n. 4757; Cass. 29 settembre 2014 n. 20466, Cass. 2015 n. 664).
Nelle suddette sentenze è stato, in particolare, precisato che: a) in base al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 27, comma 1, (nel quale è confluito il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 27, bis aggiunto dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 17) si è stabilito che gli enti pubblici non economici nazionali e quindi l’INPS – dovessero adeguare i propri ordinamenti a quelli previsti nella nuova normativa sul lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, adottando appositi regolamenti di organizzazione; b) l’INPS ha adempiuto a tale dovere con la delibera 28 luglio 1998, n. 799 di approvazione del prescritto Regolamento organizzativo; c) nell’art. 16 di tale delibera sono state ridisegnate le funzioni dirigenziali, senza prevedere alcun differimento della relativa efficacia sino alla integrale realizzazione del nuovo modello organizzativo, diversamente da quanto stabilito per altre disposizioni di carattere organizzativo; d) dal rilievo secondo cui il differimento costituiva una conseguenza logicamente necessaria, non potendo le nuove mansioni dirigenziali essere esercitate senza quel modello, non può trarsi l’ulteriore conseguenza che le mansioni esercitate secondo il modello precedente mantenessero il loro carattere dirigenziale; e) infatti, una simile conclusione da un lato non considera che una siffatta classificazione in definitiva comporterebbe la reviviscenza di regole sulla dirigenza pubblica del tutto incompatibili con le norme recate dal D.Lgs. n. 80 del 1998 (poi consolidate con il D.Lgs. n. 165 del 2001) e, dall’altro lato, non tiene conto dei profili valutativi (e peraltro indirettamente regolativi) delle norme di cui alla citata delibera;
f) le suddette fonti normative, nonchè il contratto collettivo nazionale di lavoro di settore 1998/2001 – sottoscritto nel febbraio 1999 ma riguardante, per volontà delle parti (art. 2, comma 1, del C.C.N.L. stesso), il periodo dal 1 gennaio 1998 portano a concludere che le medesime mansioni che nel precedente regime pubblicistico venivano considerate dirigenziali possono essere diversamente qualificate nel regime privatistico del pubblico impiego, in considerazione del diverso contenuto e rilievo che ad esse è stato attribuito in tale ultimo regime; g) nel suindicato ambito è collocabile anche il personale del ruolo esaurimento (espressamente preso in considerazione dall’art. 13, comma 1, del citato c.c.n.l.
1998/2001) e, nel nostro caso, gli ispettori generali del ruolo ad esaurimento, di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 15, richiamato dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 69, comma 3, in cui è confluito, fra l’altro, il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 25 (sul punto vedi anche:
Cons. Stato, sez. 6^, sentenze n. 1887 e n.1888 del 2005).
Conseguentemente, la tesi del T., accreditata dalla Corte territoriale, fondata sul rilievo secondo cui la funzione di direzione dell’Ufficio Affari Generali, Contabilità ed Automazione INPS nella sede di Roma (OMISSIS), avrebbe avuto natura e carattere dirigenziale, non è conducente, poichè, in base al ricordato D.Lgs. n. 80 del 1998, è dirigenziale solo la funzione che risponde al modello ivi disegnato, cosicchè, qualora l’ente pubblico interessato si adegui alle nuove regole, pur mantenendo transitoriamente un assetto non corrispondente al nuovo modello, la valutazione delle funzioni che si esercitano in tale organizzazione, per stabilire se esse siano o no dirigenziali, dovrà essere riferita alle nuove regole e non a quelle precedenti.
E tali nuove regole portano ad inquadrare le mansioni di cui si discute nell’ambito di quelle proprie del funzionario apicale, restando irrilevante l’eventuale loro precedente qualificazione come funzioni dirigenziali.
Avendo la sentenza impugnata ancorato la propria valutazione – in conformità a quanto dedotto dal lavoratore – alla qualifica dirigenziale delle mansioni secondo il precedente ordinamento organizzativo, la censura all’esame, per il periodo successivo alla ridetta Delib. n.799 del 1998, risulta fondata.
Conclusivamente il ricorso va accolto.
La sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura svolta, con rinvio al Giudice designato in dispositivo, per nuovo esame della controversia, da svolgersi in conformità degli indicati principi di diritto. Il Giudice del rinvio provvederà altresì sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.
Così deciso in Roma, il 29 aprile 2015.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 25/08/2015 n.17119
1.- Con ricorso al Giudice del lavoro di Frosinone l’ Istituto Commerciale Kennedy s.r.l., proponeva opposizione avverso cartella esattoriale, notificata dalla società concessionaria della riscossione Banca di Roma s.p.a., per il pagamento della somma di Euro 48.271,50 a titolo di sanzioni civili ed interessi di mora per ritardato pagamento di contributi previdenziali per il periodo marzo 1997 – agosto 2000, ai sensi della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 116, comma 8, lett. b).
2.- Rigettata l’opposizione e proposto appello dall’opponente, che ribadiva che nella specie era applicabile il più favorevole regime sanzionatorio dell’omissione contributiva e non quello dell’evasione applicato dall’INPS, la Corte d’appello di Roma con sentenza del 19.01.10 rigettava l’impugnazione. Rilevava la Corte che la società assicurata, con l’intenzione specifica di non versare i contributi, non aveva presentato nei termini i modelli DM 10 relativi al periodo contributivo interessato, inviati solo nel gennaio 2001, ed aveva corrisposto in ritardo gli importi dovuti, di modo che era corretta la sanzione irrogata per l’evasione contributiva.
3.- Propone ricorso per cassazione la soc. Istituto Kennedy.
4.1.- Con il primo motivo di corso è dedotta violazione della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 116, comma 8.
La ricorrente contesta sostiene che Corte d’appello ha interpretato la norma in senso esclusivamente formale. La mancanza di uno solo degli adempimenti del datore di lavoro comporterebbe l’applicazione automatica delle maggiori sanzioni previste per l’evasione contributiva, ove sia sintomo di volontà di non adempiere all’obbligazione e, comunque, ove il datore stesso non abbia provato che la mancata osservanza non avesse quell’obiettivo. Tale interpretazione esclude che possa essere qualificato “omissione contributiva” il comportamento che indica la volontà di ritardare il pagamento, anche se non di evadere l’obbligazione, come avvenuto nel caso di specie, ove il contribuente ha tenuto regolarmente le scritture contabili, pur comunicandone tardivamente all’INPS il contenuto, ed adempiuto all’obbligazione contributiva prima ancora che l’Istituto ne facesse richiesta. La tesi della Corte di merito, inoltre, impone al contribuente di dare prova di un fatto negativo, attinente il foro interno della persona.
4.2.- Con il secondo motivo è dedotta insufficiente ed illogica motivazione in relazione all’applicazione della norma in questione.
Risulta, infatti, agli atti la prova che il datore di lavoro ha presentato spontaneamente le dichiarazioni contributive e che ha provveduto al pagamento dei contributi secondo un piano di rateizzazione, successivamente regolarmente seguito. Tali circostanze costituirebbero la prova che la società ha solo tentato di ritardare il pagamento dovuto, senza
intenzione alcuna di evitarlo.
L’art. 116, comma 8, di cui si assume la violazione, prevede che “I soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti: a) nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge;
b) in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento; la sanzione civile non può essere superiore al 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge. Qualora la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro dodici mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e semprechè il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi, non corrisposti entro la scadenza di legge”.
Per il caso del mancato o insufficiente pagamento dei contributi previdenziali sul piano sanzionatorio la norma distingue, dunque, due fattispecie diversamente sanzionate: alla lett. a) il mancato o ritardato pagamento (ovvero l’omissione contributiva), per il quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti, per un importo massimo del 40 per cento dei contributi non corrisposti;
alla lett. b) l’evasione contributiva per la quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento, per un importo massimo del 60 per cento dei contributi non corrisposti.
Per la seconda fattispecie, lo stesso comma 8, lett. b) prevede l’attenuazione della sanzione (che viene parificata a quella sub a), ove la denunzia sia spontaneamente effettuata prima della contestazione dell’Istituto e comunque entro dodici mesi dal termine di pagamento dei contributi, a condizione che il pagamento avvenga nei trenta giorni seguenti.
6.- Il principio affermato in termini generali dalla giurisprudenza della Corte di cassazione è che l’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS attraverso i modelli DM10 circa rapporti di lavoro e retribuzioni erogate integra di per sè l’evasione contributiva e non la meno grave omissione contributiva. L’omessa o infedele denuncia fa, infatti, presumere l’esistenza della volontà datoriale di occultare i dati allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti. In particolare, si ritiene che la mancata o infedele denunzia configuri occultamento dei rapporti e delle retribuzioni (o di entrambi) e faccia presumere l’esistenza della volontà di realizzare l’occultamento allo specifico fine di non versare i contributi. Conseguentemente grava sul datore inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta, annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta (v. Cass. 25.06.12 n. 10509 e 27.12.11 n. 28966, nonchè indirettamente Cass. 20.01.11 n. 1230).
7.- Nella fattispecie concreta – in cui l’INPS ha ravvisato l’evasione contributiva ed ha irrogato le sanzioni previste dall’art. 116, comma 8, lett. b), – il giudice di merito ha rilevato che: a) la società opponente ha presentato in data 5.01.01 i modelli DM10, b) dagli stessi l’Istituto ha avuto contezza del debito contributivo relativo al periodo marzo 1997/agosto 2000, c) il datore ha poi pagato il debito contributivo in forma rateale, pur in mancanza di accettazione della dilazione di pagamento.
Rileva il Collegio giudicante che l’art. 116, comma 8, ricollega la fattispecie più lieve dell’omissione contributiva alla circostanza che l’ammontare dei contributi (di cui sia stato omesso o ritardato il pagamento) sia rilevabile “dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie”.
Nel caso di specie risulta, tuttavia, che la presentazione dei modelli DM10 è stata omessa per periodi particolarmente lunghi (superiori ai tre anni per quelli più risalenti) e che sono di conseguenza state omesse le denunzie riepilogative annuali mod. 770, mentre non è stato precisato se il credito dell’Istituto fosse comunque evidenziato nella documentazione di provenienza datoriale accessibile dai servizi ispettivi.
Il comportamento del datore obbligato è, pertanto, correttamente riconducibile alla fattispecie più grave dell’evasione, in quanto nella sostanza il credito relativo ai vari periodi di contabilizzazione è rimasto ignoto all’INPS e sottratto ad ogni verifica. L’ammontare dei contributi non è stato, in altre parole, portato a conoscenza dell’Istituto per lunghi periodi, il che giustifica l’opinione del giudice di appello che ha ricompreso il comportamento del datore nella situazione legale della “evasione connessa a registrazioni o denunzie obbligatorie omesse”.
8.- In tale situazione sarebbe stato onere del datore – secondo la menzionata giurisprudenza di legittimità, qui pienamente condivisa – dare la prova della mancanza dell’intento fraudolento, in considerazione del fatto che la disposizione normativa in esame assimila la “evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero”, al “caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate”.
E’ questo il significato della locuzione “cioè” interposta nella prima parte della lett. b), tra i due comportamenti appena descritti.
L’interpretazione della norma è, quindi, nel senso che ove l’evasione derivi dalle rilevate omissioni il datore può in ogni caso scriminare il proprio comportamento assolvendo ad detto onere probatorio.
9.- Nella situazione di fatto accertata dal giudice di merito non può ravvisarsi neppure il trattamento premiale previsto sul piano sanzionatorio per il “ravvedimento operoso”, consentito dalla seconda parte della lett. b) in esame nel caso che sia stato il datore stesso a denunziare la propria situazione debitoria, nonostante l’oggettiva condizione di evasione. Tale più favorevole trattamento scatta, infatti, solo nel caso che la denunzia della situazione debitoria “sia effettuata spontaneamente… comunque entro dodici mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e semprechè il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denunzia stessa”. Nel caso di specie la denunzia dell’omesso pagamento dei contributi più lontani risulta avvenuta ben dopo la scadenza del dodicesimo mese ed i versamenti sono stati effettuati in termini ben più lunghi di trenta giorni dalla denunzia.
10.- In conclusione il ricorso è infondato e deve essere rigettato, con condanna della società ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.
la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100 (cento) per esborsi ed in Euro 2.500 (due
milacinquecento) per compensi, oltre accessori.
Depositato in Cancelleria il 25 agosto 2015
Cassazione civile sez. lav. sentenza 06/08/2015 n.16527
La Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di rigetto della domanda proposta da I.F., già dipendente del Credito Emiliano dal 1990 al 24/9/2002, data delle dimissioni, volta ad accertare la nullità della clausola apposta all’atto sottoscritto in data 10/7/2000 con il quale si prevedeva che, in deroga alla contrattazione collettiva di categoria, il termine di preavviso, in caso di dimissioni del lavoratore, era prolungato di 12 mesi e che a fronte di tale obbligo la Banca si impegnava ad integrare il trattamento economico con un assegno ad personam di L 300.000 lorde per 13 mensilità. La Corte d’appello ha affermato che il patto del 10/7/2000 era valido e non inficiato dalle nullità denunciate. Ha rilevato che l’art. 2118 c.c. non stabiliva il termine congruo di durata del preavviso; che pertanto nessun limite era previsto per le parti collettive e queste ben potevano rimettere alle parti individuali la determinazione della durata, fatti salvi i limiti derivanti da norme inderogabili e dalla finalità di realizzare interessi meritevoli di tutela.
Ha affermato che l’art. 63 del CCNL consentiva alle parti private di determinare la durata del preavviso, in caso di dimissioni, in misura diversa da quella di un mese prevista dalla norma collettiva e che nella norma non era contenuto alcun elemento che consentisse di modificare la durata del preavviso solo quando fossero state già presentate le dimissioni.
Ha affermato, altresì, che non difformi dalle previsioni dell’art. 63 erano le norme (art. 84) del CCNL di settore del 1995, reso efficace erga omnes dal D.P.R. n. 934 del 1962 e da ultimo con L. n. 97 del 1963 per le aziende di credito minori; che la previsione non era peggiorativa rispetto alla contrattazione collettiva considerata la corresponsione di un assegno ad personam e la previsione che il patto era limitato a due anni e che l’accordo inoltre non era diretto a tutelare interessi non meritevoli di tutela nè sussisteva alcuna violazione di norme comunitarie. Avverso la sentenza ricorre lo I. formulando tre motivi. Resiste il Credito Emiliano.
1) Con il primo motivo si denuncia violazione artt. 1418 cc per aver la Corte ritenuto il patto legittimo e non violativo dell’art. 2118 e dei diritti indisponibili del lavoratore. Rileva che l’art. 2118 citato rinviando alla contrattazione collettiva la fissazione della durata del preavviso rendeva inderogabile in peius la previsione contrattuale collettiva e che una diversa durata incideva su diritti indisponibili del lavoratore.
2) Con il secondo motivo si denuncia violazione dell’art. 56, comma 1, del CCNL dipendenti da aziende di credito. Si censura l’affermazione della Corte secondo cui l’art. 63, comma 1, del CCNL di settore non si riferiva soltanto al caso della pattuizione di una diversa e più lunga durata del preavviso a seguito della presentazione delle dimissioni e ciò in violazione dell’interpretazione basata sul significato letterale della norma.
3) Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 1322, 1382 e 1384 c.c. censurandosi la sentenza per non avere la Corte ritenuto che le parti, nel disciplinare i loro reciproci interessi, non si ponevano su un piano di parità e per non avere la banca dimostrato quale fosse il suo interesse all’adempimento della prestazione al momento della sottoscrizione del patto di prolungamento del preavviso nel luglio 2000 tale da giustificare una penale pari a 27 volte il suo corrispettivo, manifestamente eccessiva.
1) sul piano delle fonti disciplinatrici del preavviso e del relativo contenuto l’art. 2118 c.c. prevede che “ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità”.
2) L’art. 98 disp. att. c.c. prevede poi che “nei rapporti d’impiego inerenti all’esercizio dell’impresa, in mancanza di norme corporative o di usi più favorevoli, per quanto concerne… la durata del periodo di preavviso (Cod. Civ. 2118), si applicano le corrispondenti norme del R.D.L. 13 novembre 1924, n. 1825, convertito nella L. 18 marzo 1926, n. 562”, norme che prevedono in due mesi la durata del preavviso.
In tema, poi, il c.c.n.l. per i dipendenti delle aziende di credito del 31.8.55, reso efficace erga omnes con D.P.R. n. 934 del 1962, prevede un preavviso di un mese, “salvo che intervenga tra il lavoratore e l’azienda un accordo per abbreviare o prolungare il termine”.
L’art. 63 del CCNL del settore attribuisce alle parti la facoltà di stabilire in caso di dimissioni un termine di preavviso diverso da quello di un mese. Infine, il contratto stipulato dalle parti prevede un termine di preavviso superiore di 12 mesi al termine della contrattazione collettiva.
3) La sentenza impugnata, con interpretazione corretta e coerente con il dato letterale delle disposizioni in esame, ha ritenuto che il nucleo di inderogabilità della norma codicistica riguardasse solo l’obbligatorietà del preavviso e non anche la sua durata, la cui disciplina è stata rimessa alle fonti subordinate il che consente di escludere la possibilità di ravvisare un contrasto del patto individuale sanzionabile ex art. 2077 c.c..
5) Va peraltro rilevato che, anche a prescindere dal rinvio contenuto nella disciplina collettiva, questa Corte ha da tempo risolto in senso positivo in ogni caso il problema della legittimità delle pattuizioni individuali volte a regolamentare il preavviso, affermando (Sez. L, Sentenza n. 3741 del 09/06/1981) che, nel rapporto di lavoro dipendente, il preavviso si pone come condizione di liceità del recesso, la cui inosservanza è sanzionata dall’obbligo di corrispondere da parte del recedente una indennità sostitutiva; pertanto esso non può essere preventivamente escluso dalla volontà delle parti, nè essere limitato nella sua durata rispetto a quello fissato dalla contrattazione collettiva; è lecito invece, mediante accordo individuale, pattuirne una maggior durata giacchè tale pattuizione può giovare al datore di lavoro, come avviene nel caso in cui non è agevole la sostituzione del lavoratore recedente, ed è sicuramente favorevole a quest’ultimo che resta avvantaggiato dal computo dell’intero periodo agli effetti della indennità di anzianità, dei miglioramenti retributivi e di carriera e dal regime di tutela della salute, (v. pure Cass. n. 5929/79). Nel medesimo senso si è ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 18547 del 20/08/2009; Sez. L, Sentenza n. 17817 del 07/09/2005) che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell’ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, e che non contrasta pertanto con alcuna norma o principio dell’ordinamento giuridico la clausola con cui si prevedano limiti all’esercizio di detta facoltà, stabilendosi a carico del lavoratore un obbligo risarcitorio per l’ipotesi di dimissioni anticipate rispetto ad un periodo di durata minima (nella fattispecie, il contratto era stato stipulato per l’assunzione di un pilota presso una compagnia aerea che si assumeva i costi dell’addestramento per il conseguimento dell’abilitazione a condurre un dato tipo di aeromobile); inoltre, la medesima c
lausola non rientra neppure in alcuna delle ipotesi di cui al secondo comma dell’art. 1341 cod. civ., per le quali è richiesta l’approvazione specifica per iscritto.
Il principio è stato ribadito ancor più di recente (Sez. L, Sentenza n. 17010 del 25/07/2014) essendosi affermato che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell’ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, che comporti, fuori dell’ipotesi di giusta causa di recesso di cui all’art. 2119 cod. civ., il risarcimento del danno a favore della parte non recedente, conseguente al mancato rispetto del periodo minimo di durata del rapporto; nè può prospettarsi, in relazione alle clausole pattizie che regolano l’esercizio della facoltà di recesso dal rapporto di lavoro subordinato, una limitazione della libertà contrattuale del lavoratore, in violazione della tutela assicurata dai principi dell’ordinamento.
6) Alla luce di tale ricostruzione, può dirsi che l’ordinamento rimette alle parti sociali ovvero alle stesse parti del rapporto la facoltà di disciplinare la durata del preavviso in relazione alle proprie valutazioni di convenienza, rendendo essenzialmente le parti arbitre del giudizio di maggior favore della disciplina concordata.
7) Nel descritto contesto, la durata legale o contrattuale del preavviso è dunque derogabile dall’autonomia individuale in relazione a finalità meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico, quale quella per il datore di garantirsi nel tempo la collaborazione di un lavoratore particolarmente qualificato, sottraendo lo alle lusinghe della concorrenza, mediante l’attribuzione al dipendente di ulteriori benefici economici e di carriera in funzione corrispettiva del vincolo assunto dal dipendente circa la limitazione della facoltà di recesso ancorandone l’esercizio ad un più lungo periodo di preavviso.
8) La pattuizione individuale di una più ampia durata del preavviso a fronte di vantaggi per il lavoratore (nel caso, la corresponsione di un assegno ad personam di 300.000 lire lorde per tredici mensilità) è dunque legittima, essendosi già affermato in sede di legittimità (Sez. L, Sentenza n. 23235 del 03/11/2009) il principio, che qui va ribadito, secondo il quale, in materia di recesso dal rapporto di lavoro, è valida la clausola del contratto individuale che preveda un termine di preavviso per le dimissioni più lungo rispetto a quello stabilito per il licenziamento, ove tale facoltà di deroga sia prevista dal contratto collettivo ed il lavoratore riceva, quale corrispettivo per il maggior termine, un compenso in denaro (la sentenza ha escluso altresì che tale accordo si ponga in contrasto con l’art. 1750 cod. civ., di cui va esclusa l’applicazione, attesa l’impossibilità di ravvisare una analogia fra il contratto di lavoro subordinato e quello d’agenzia, nel quale il lavoratore autonomo sopporta il rischio economico).
Quanto al secondo motivo l’interpretazione letterale accolta dalla Corte non risulta censurata in modo tale da evidenziarne vizi logici e, dunque, la pretesa del ricorrente di limitare la possibilità di modificare la durata del preavviso solo dopo che il lavoratore abbia già dato le sue dimissioni non trova alcun fondamento nella disposizione.
Deve infatti ribadirsi (ex plurimis Cass. 7 giugno 2011, n. 12297, Cass n 27 marzo 2013 n 14642) che, qualora il giudice di merito abbia ritenuto il senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato con la ratio complessiva d’una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza ed univocità la comune volontà degli stessi, così che non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l’intento effettivo dei contraenti, detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta anche senza che si sia fatto ricorso ai criteri sussidiar dell’interpretazione negoziale.
Quanto al terzo motivo deve rilevarsi che la Corte territoriale ha precisato che solo nelle note il ricorrente aveva evidenziato la sperequazione delle reciproche obbligazioni e l’intrinseca eccessiva onerosità del patto, “la minorazione psicologica in cui si trovava il lavoratore”; l’assimibilità alla penale con richiesta di riduzione dell’indennità sostitutiva del preavviso per eccessività.
La Corte territoriale ha dunque evidenziato la novità delle suddette questioni ma su questo aspetto della decisione della Corte d’appello di Napoli il ricorrente non ha formulato alcuna censura.
Deve, comunque, rilevarsi che la pretesa di applicare la disciplina della clausola penale è priva di fondamento in quanto nella scrittura intercorsa tra le parti non vi è alcun cenno ad una penale commisurata all’indennità sostitutiva del preavviso.
Deve, altresì, escludersi che l’indennità di preavviso abbia natura risarcitoria da inadempimento contrattuale, e non invece indennitaria. Il preavviso ha la funzione economica di attenuare le conseguenze dell’improvvisa interruzione del rapporto per chi subisce il recesso. Alla stessa funzione va ricondotta l’indennità sostitutiva prevista per il caso di violazione del suddetto obbligo, onde la funzione di tale erogazione non è risarcitoria di un danno certo, ma indennitaria, ossia di rimedio contro la semplice eventualità di mancato reperimento di una nuova occupazione e di tutela della parte che subisce l’iniziativa dell’altra di porre fine al rapporto, attenuando le conseguenze della sua improvvisa interruzione. (cfr sulla natura indennitaria Cass SSUU n 7914/1994; n 11137/2004;n 24776/2013) Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza.
la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 4.000,00 per compensi professionali e Euro 100,00 per spese, oltre accessori come per legge e spese generali nella misura del 15%.
Così deciso in Roma, il 21 maggio 2015.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 15/07/2015 n.14818
Ai fini della configurabilità della risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso non è di per sé sufficiente la mera inerzia del lavoratore dopo l’impugnazione del licenziamento, essendo piuttosto necessario che sia fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo. Tali significative circostanze non possono ravvisarsi nella mera percezione del t.f.r. (indennità di fine lavoro), trattandosi di emolumento connesso alle esigenze alimentari del lavoratore, la cui pur volontaria accettazione non può costituire indice di una volontà di risoluzione del rapporto.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 09/07/2015 n.14360
Deve esser confermato il licenziamento intimato al lavoratore, il quale aveva fatto seguire ai numerosi insulti e alle minacce, che così risultavano rafforzate e confermate nella loro reale consistenza, le vie di fatto, costituite dall’atto di brandire la scopa nei confronti del direttore del punto vendita i cui prestava la propria attività, arrestandola solo a pochi centimetri dalla spalla di questi.
Cassazione civile sez. lav. sentenza 04/06/2015 n.11556
Il trasferimento su domanda del lavoratore già dipendente dell’Amministrazione delle Poste e delle Telecomunicazioni (poi trasformata in ente pubblico economico e poi in S.p.A.) ad una diversa amministrazione, presso la quale il medesimo prestava attività in posizione di fuori ruolo o di comando al momento della trasformazione, determina la continuazione del rapporto di lavoro con l’amministrazione di destinazione, verificandosi un fenomeno di mera modificazione soggettiva nel lato datoriale dei rapporto medesimo. Ciò comporta l’inquadramento dei dipendente sulla base della posizione già posseduta nella precedente fase dei rapporto, inquadramento da individuarsi in quello maggiormente corrispondente
, nell’ambito della disciplina legale e contrattuale applicabile nell’ente ad quem, all’inquadramento in essere presso l’ente a quo.
Non si pagano i contributi solo se la decisione l’ha presa il liquidatore
Licenziabile il dipendente demansionato che sospende la prestazione
Il datore che tollera le assenze perde il diritto di licenziare