Source: http://bfnavvocati.it/post15.html
Timestamp: 2020-04-08 07:54:03+00:00
Document Index: 87055577

Matched Legal Cases: ['art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2601']

Negli scorsi numeri abbiamo illustrato quando e come un soggetto, titolare di un brevetto o di un marchio, può tutelarsi contro le contraffazioni dei propri prodotti coperti da brevetto o del proprio marchio.
Gli “attacchi” che un imprenditore può ricevere da altri imprenditori possono essere però diversi e se alcuni di essi possono essere leciti e rientrare nelle normali regole della concorrenza, altre volte possono essere illeciti e dannosi e pertanto rappresentare una vera e propria forma di concorrenza sleale.
L’art. 2598 del codice civile stabilisce pertanto alcune regole di correttezza commerciale in modo tale da garantire il leale svolgimento della competizione fra imprenditori e definendo quali sono le condotte imprenditoriali da considerarsi illecite e contrarie alle regole del mercato e della concorrenza (i c.d. atti di concorrenza sleale).
L’art. 2598 c.c. stabilisce in particolare quanto segue:
diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente;
si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.
Come risulta dall’incipiet dell’articolo in esame, la normativa sulla concorrenza sleale si aggiunge a quella specificatamente prevista in materia di marchi e brevetti, anzi il più delle volte a tale normativa ci si appella proprio qualora non vi sia un marchio registrato o un brevetto.
E’ infatti da dire che anche il fatto che un prodotto non sia stato brevettato non significa che esso possa essere liberamente copiato e riprodotto e che il suo produttore originario non possa nulla contro eventuali contraffattori.
Il punto 1) dell’art. 2598 c.c. considera, infatti, atto di concorrenza sleale (e dunque atto illecito) la condotta dell’imprenditore che “imita servilmente i prodotti di un concorrente”o “usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri” e tale normativa è applicabile proprio laddove un imprenditore non abbia brevettato un proprio prodotto o non abbia registrato il proprio marchio o altro segno distintivo.
Più in generale, l’art. 2598 c.c., sempre al punto 1), vieta qualsiasi “atto idoneo a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente”. In applicazione di detta norma, la giurisprudenza ha considerato illecito l’imitazione di materiale pubblicitario altrui, l’imitazione degli altrui stabilimenti o i furgoni utilizzati da un concorrente per la distribuzione di prodotti, l’utilizzazione di fotografie altrui nel proprio materiale pubblicitario, l’aver imitato gli aspetti esterni dei luoghi di produzione e di commercializzazione di un concorrente.
Il punto 2) dell’art. 2598 c.c. prevede invece l’ipotesi della c.d. concorrenza sleale per denigrazione che si ha quando un soggetto “diffonde notizie e apprezzamenti negativi sui prodotti o sull’attività di un concorrente” e della c.d. concorrenza per appropriazione di pregi che si verifica allorché un imprenditore “si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente”.
La prima ipotesi si verifica soprattutto nel caso di pubblicità comparativa ove il prodotto altrui viene disprezzato o sbeffeggiando, ad esempio utilizzando espressioni o immagini caricaturali.
Un caso di concorrenza per appropriazione di pregi si configura quando un imprenditore utilizza indicazioni di provenienza o denominazioni d’origine insussistenti o, ancora, quando a fini pubblicitari un concorrente esponga un prodotto altrui in un proprio stand in occasione di fiere o mostre.
Il punto 3) dell’art. 2598 c.c. prevede infine una clausola generica e di chiusura del sistema: viene infatti genericamente definita come atto di concorrenza sleale la condotta di colui che “si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.
Proprio per la genericità dell’espressione, la casistica sul punto è veramente vasta: si va, infatti, dallo storno di dipendenti da parte di un’azienda a danno di un'altra, al boicottaggio, dallo spionaggio industriale all’abuso di posizione dominante, dalla violazione di esclusive contrattuali alla concorrenza parassitaria ed alla pubblicità ingannevole.
Non essendo possibile esaurire in questa sede l’esame dei numerosissimi casi di concorrenza sleale, non possiamo che rimandare ai successivi articoli gli opportuni approfondimenti, mentre in questa sede ci limiteremo a fornire alcune delucidazioni comuni a tutte le ipotesi di concorrenza sleale sopra brevemente illustrate.
Secondo un orientamento giurisprudenziale consolidato, la disciplina della concorrenza sleale può essere applicata solo qualora sia il soggetto attivo sia quello passivo sono degli imprenditori e tra loro esista un rapporto di concorrenza economica.
Per quanto riguarda il rapporto di concorrenza, la giurisprudenza prevalente ritiene che esso ricorra quando tra i soggetti dell’atto vi sia comunanza di clientela, effettiva o potenziale.
Si ritiene inoltre che il rapporto di concorrenza si ha anche qualora i soggetti operino a diversi stadi della catena produttiva-distribuitiva in quanto la loro attività incide pur sempre sulla medesima cerchia di consumatori finali; può pertanto esserci concorrenza sleale anche fra il produttore di un bene ed il semplice rivenditore di copie dello stesso.
L’art. 2598 c.c. si applica anche nei confronti della Pubblica Amministrazione qualora essa svolga attività imprenditoriale in regime di concorrenza, ad esempio la norma in commento è stata ritenuta applicabile ad un Comune per taluni suoi atti di gestione economica.
- Come difendersi dagli atti di concorrenza sleale:
Quando un imprenditore ritiene che un concorrente abbia compiuto atti di concorrenza sleale a suo danno, può rivolgersi all’autorità giudiziaria al fine di ottenere una sentenza che, accertati gli atti di concorrenza sleale, ne inibisca la continuazione nonché emetta gli opportuni provvedimenti affinché ne siano eliminati gli effetti.
Ad esempio, un soggetto che lamenta una pubblicità comparativa illecita o ingannevole fatta tramite televisione da parte di un proprio concorrente, potrà ottenere il divieto di diffusione del messaggio pubblicitario.
Se poi gli atti di concorrenza sleale sono stati compiuti con dolo (cioè volontariamente) o con colpa (cioè con una condotta negligente, imprudente o imperita), l’autore degli stessi può essere condannato al risarcimento dei danni e alla pubblicazione della sentenza emessa dall’autorità giudiziaria.
La legge predispone poi una particolare tutela di tipo “collettivo”.
L’art. 2601 c.c. stabilisce, infatti, che quando gli atti di concorrenza sleale pregiudicano gli interessi di una categoria professionale, l’azione per la repressione della concorrenza sleale può essere promossa anche dalle associazioni professionali e dagli enti che rappresentano la categoria.Tale norma è stata applicata prevalentemente nel caso di concorrenza sleale per atti di denigrazione e di pubblicità menzognera o comparativa scorretta che si riflettevano a danno di un’intera categoria di produttori o, ancora, per uso di false denominazioni d’origine o indicazioni di provenienza o d’altre denominazioni di prodotti o marchi collettivi.