Source: http://www.sociologiacontemporanea.it/estudium/costituzione-italiana/articolo-27-costituzione/
Timestamp: 2017-04-26 19:23:54+00:00
Document Index: 97096910

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Articolo 27 Costituzione | Sociologia Contemporanea
Art. 27 Cost. «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Per responsabilità penale personale deve intendersi il divieto tassativo di punire chiunque per colpe addebitabili ad altre persone. Da non confondere con la compartecipazione, anche solo apparentemente indiretta, alla consumazione di un reato. A questo proposito vedasi quanto stabilito dall’articolo 110 del Codice penale (Pena per coloro che concorrono nel reato): «Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita». E dunque tale fattispecie si concretizza allorquando tutti i partecipanti contribuiscono alla realizzazione del reato, anche se taluni di loro partecipano in misura minima. È il caso di un accordo preventivo alla commissione di una rapina tra l’esecutore materiale e colui o coloro che poi si occuperanno dello smercio dell’illecito provento; oppure l’accordo tra lo stesso esecutore materiale della rapina in banca e colui o coloro che da fuori l’istituto di credito si preoccupano di dare l’allarme in caso di intervento delle forze dell’ordine (il cosiddetto palo).
Per condanna definitiva è da intendersi quella situazione giuridica presente solo a seguito di una sentenza di colpevolezza contro la quale non è più possibile proporre nessun tipo di impugnazione alle giurisdizioni superiori (esempio: appello e cassazione). Fermo restando la possibilità per il condannato di chiedere la revisione del giudicato entro i limiti fissati dall’articolo 630 del Codice di procedura penale: «a) se i fatti stabiliti a fondamento della sentenza o del decreto penale di condanna non possono conciliarsi con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile del giudice ordinario o di un giudice speciale; b) se la sentenza o il decreto penale di condanna hanno ritenuto la sussistenza del reato a carico del condannato in conseguenza di una sentenza del giudice civile o amministrativo, successivamente revocata […]; c) se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto […]; d) se è dimostrato che la condanna venne pronunciata in conseguenza di falsità in atti o in giudizio o di un altro fatto previsto dalla legge come reato».
L’articolo 649 del Codice di procedura penale (Divieto di un secondo giudizio) sancisce il principio del cosiddetto ne bis in idem, cioè il divieto tassativo di processare una persona per un fatto per il quale sia stata già condannata in via definitiva: «L’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, per il grado o per le circostanze […] Se ciò nonostante viene di nuovo iniziato procedimento penale, il giudice in ogni stato e grado del processo pronuncia sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, enunciandone la causa nel dispositivo». Da questo punto di vista tassativa è anche la disposizione sancita dall’articolo 50 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” (2000) (Diritto di non essere giudicato o punito due volte per lo stesso reato): «Nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per il quale è già stato assolto o condannato nell’Unione a seguito di una sentenza penale definitiva conformemente alla legge».
Il concetto di rieducazione del condannato riconduce alla finalità cui in effetti tende la pena, la quale consiste nell’adottare da parte dello Stato democratico ogni misura idonea affinché il detenuto durante l’espiazione della pena stessa possa in primo luogo porre in essere verso se stesso quella necessaria revisione critica sui motivi che lo hanno condotto alla commissione del reato oggetto di condanna, nonché altrettanta resipiscenza del proprio errore, cioè maturazione consapevole del pentimento per il torto inflitto alla vittima del reato da lui consumato e alla società più in generale, il tutto affinché una volta libero non ricada nella tentazione di perpetrare nuovi reati, e dunque all’indirizzo di un corretto reinserimento sociale.