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Timestamp: 2019-02-16 11:47:12+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Cassazione Civile, Sez. lavoro, 6 marzo 2006, n. 4774 - Mobbing
Mobbing – Violazione obbligo di sicurezza – art. 2087 cod. civ. – Sussiste – Modalità
La sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze dannose deve essere verificata considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specialmente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza di una violazione di specifiche norme di tutela del lavoratore subordinato”.
Corvino A., Mobbing, straining e altre etichette, 2006
Federici A., Mobbing: quando il lavoratore vorrebbe licenziare il datore di lavoro!, 2006
Salvagni M., Il mobbing e l’onere della prova, 2006
Ma. Me., dipendente della S.p.a. Cas., ha convenuto in giudizio la società datrice di lavoro chiedendo il risarcimento dei danni derivati - con l'instaurarsi di una malattia invalidante - da un serie di comportamenti persecutori, ricondotti ad un'ipotesi di mobbing, posti in atto dalla società fin dal 1992, consistiti in provvedimenti di trasferimento, ripetute visite mediche fiscali, attribuzione di note di qualifica di insufficiente, irrogazione di sanzioni disciplinari, privazione della abilitazione necessaria per operare al terminale ed altri episodi.
Il giudice adito rigettava la domanda, con decisione che, su impugnazione dell'attore soccombente, ricostituitosi i1 contraddittorio con la S.p.a. Uni. (incorporante la S.p.a. Cas.), la Corte di Appello di Venezia confermava con la sentenza oggi impugnata. Il giudice dell'appello, esaminando i vari episodi della vicenda dedotta in giudizio, escludeva la configurabilità nel caso di specie di una condotta aziendale protratta nel tempo caratterizzata da intenti persecutori e finalizzata all'emarginazione del lavoratore.
Avverso questa sentenza il Me. propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi, al quale la S.p.a. Uni. resiste con controricorso.
1.1. Secondo l'assunto della parte, le azioni vessatorie si sono concretate in particolare
1.1.5. nell'attribuzione della nota di qualifica di «insufficiente».
1.2. Si imputa poi alla Corte territoriale di non aver riconosciuto il valore dei singoli episodi e la loro appartenenza ad un medesimo progetto aziendale mirato al progressivo allontanamento e isolamento del Me.
1.2.1. Quanto al trasferimento del 1992, si osserva che nella relativa controversia promossa dal lavoratore la sentenza di appello aveva ritenuto fondata la censura relativa all'insussistenza di ragioni giustificatrici del provvedimento, e che la Corte di Cassazione adita dal datore di lavoro aveva confermato l'illegittimità del trasferimento a causa della mancata comunicazione scritta dei motivi.
1.2.4. La sanzione disciplinare del 1994, di cui è stata riconosciuta l'illegittimità, è stata poi considerata dalla sentenza impugnata come un «episodio isolato», senza una valutazione complessiva della vicenda, con l'affermazione contraddittoria ed incomprensibile secondo cui «l’illegittimità di un comportamento datoriale non integra un atto di mobbing».
3.0. Tali criteri sono stati seguiti dalla sentenza impugnata, che ha escluso, con congrua motivazione, la configurabilità di un disegno persecutorio realizzato mediante i vari comportamenti indicati dal Me.
3.2. Quanto alle visite mediche eseguite su richiesta dell'azienda, non viene chiarita in fatto la rilevanza, ai fini dell'indagine, della mancata distinzione tra i controlli della idoneità fisica e i controlli delle assenze. In proposito il giudice di merito ha ritenuto giustificabili questi interventi in considerazione del loro compimento durante una prolungata assenza per malattia (per oltre duecento giorni): tale apprezzamento di fatto non viene criticato con l'indicazione di precise circostanze non esaminate, idonee a dimostrare - anche sotto questo profilo - il carattere vessatorio dell'iniziativa del datore di lavoro.
3.5. La censura di cui al punto 1.3. appare inammissibile. Il giudice dell'appello ha osservato che con riferimento a diversi episodi considerati nella decisione di primo grado non erano stati proposti specifici motivi d'impugnazione: questo giudizio sulla preclusione di un riesame delle relative circostanze non viene censurato dalla parte, né è dato verificare se i fatti descritti nel ricorso, per i quali si lamenta oggi un difetto di indagine (una sanzione disciplinare dell'anno 2000, la richiesta di un caposervizio di un controllo delle attività del Me., la «costrizione nel 1999 a prendere un periodo di ferie», la «necessità di ricorrere ad un permesso per recarsi a testimoniare») coincidano con quelli di cui si è ritenuto precluso il riesame.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio liquidate in Euro 24,00 oltre Euro 5.000 per onorari ed altre spese generali ed accessori di legge.
Così deciso in Roma il 19 dicembre 2005
(Depositata il 06.03.2006)