Source: https://www.feliceraimondo.it/ecco-in-quali-termini-il-ffp-contrasta-con-il-diritto-dellunione-europea/
Timestamp: 2020-07-05 19:01:43+00:00
Document Index: 176623486

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 17', 'art. 21', 'art. 45', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 63', 'art. 101', 'sentenza ', 'CGUE ']

Ecco in quali termini il Fair Play Finanziario contrasta con il diritto dell’Unione Europea. – Avvocato Felice Raimondo
15 Gennaio 2019 In Attualità, Diritto Sportivo, Fair Play Finanziario, L'avvocato del Diavolo, News
Il fair play finanziario è un corpus di regole varato dalla UEFA nel 2009 che, da lì in poi, ha letteralmente stravolto il sistema calcistico europeo. Nel corso degli ultimi anni il sottoscritto ha analizzato una pluralità di aspetti riguardanti il c.d. FFP, con lo scopo di comprenderne i meccanismi e le logiche sottese. L’approfondimento odierno, tuttavia, non si fermerà al regolamento sic et simpliciter, bensì per la prima volta rapporterà il FFP ai principi di diritto presenti nell’Unione Europea per valutare in che modo le regole introdotte da Nyon possano contrastare con il diritto sovranazionale.
Gli articoli 16, 17 e 21 della carta di Nizza.
L’art. 16 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali. Il successivo art. 17, quindi, disciplina il diritto di proprietà e stabilisce quanto segue:
“Ogni individuo ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquistato legalmente, di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità. Nessuno può essere privato della proprietà se non per causa di pubblico interesse, nei casi e nei modi previsti dalla legge e contro il pagamento in tempo utile di una giusta indennità per la perdita della stessa. L’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale.
La proprietà intellettuale è protetta.”
Una prima incompatibilità del FFP emerge in relazione a questi due fondamentali diritti garantiti dall’UE: la proprietà privata può essere regolata soltanto dalla legge. La UEFA, quindi, non ha alcuna autorità per limitare il diritto di proprietà nella misura in cui stabilisce in maniera del tutto autonoma i concetti di entrate e spese rilevanti, la cui somma fornirà il risultato del pareggio di bilancio (c.d. break-even result), fissando peraltro la deviazione a 5M con una tollerabilità massima che, attualmente, è pari a 30M. Una simile limitazione alla libertà d’impresa non è di competenza di una organizzazione internazionale che, fino a prova contraria, è di carattere sportivo e vede affiliate le federazioni e non le singole società e men che meno i singoli proprietari. Quest’ultimi, infatti, subiscono indirettamente e unilateralmente le condizioni dettate dalla UEFA, trovandosi nella impossibilità di poter pienamente godere della proprietà privata. Basti pensare all’attuale volontà di Elliott, che si vede costretto a trattare con i burocrati di Nyon per poter liberamente investire nel club, ossia in qualcosa che è di sua proprietà. Ma l’esempio vale anche per le altre società che in passato sono dovute scendere a patti per poter pienamente godere della loro legittima proprietà privata.
L’art. 21 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea disciplina il principio di non discriminazione e stabilisce quanto segue:
“E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.
Nell’ambito d’applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull’Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi.”
Sebbene le regole del FFP vengano applicate indistintamente a tutti i club che partecipano alle competizioni UEFA, è indubbio che un simile corpus di regole non incida in modo eguale in ogni Stato membro dell’Unione Europea. Infatti ciascuna nazione possiede delle proprie legislazioni del tutto autonome che, seppur coerenti con i principi sovranazionali, producono disparità concrete. Pensiamo ai differenti regimi fiscali, o al vantaggio di quelle squadre che tramite il c.d. azionariato popolare possiedono dei ricavi rilevanti aggiuntivi (i versamenti effettuati dai soci, autentici ricavi sociali che in Italia non sono attuabili in quanto nella nostra nazione le società sportive – ai sensi della L. 91/81 e sotto l’egida della F.I.G.C. – possono avere la forma giuridica delle s.p.a. o delle s.r.l., i cui versamenti dei soci incidono sul capitale e non sui ricavi sociali, non rientrando quindi nel concetto di entrate rilevanti della UEFA).
Nel medesimo solco, inoltre, vanno le legislazioni riguardanti l’edificazioni degli impianti di proprietà, una delle principali voci attraverso cui, secondo la UEFA, bisognerebbe aumentare le entrate rilevanti. Peccato che nel momento in cui è stato introdotto il FFP, soltanto poche squadre possedevano già un impianto di proprietà. Guarda caso la maggior parte di quelle che oggi arrivano sempre in fondo alla Champion’s League.
Gli articoli 45, 63 e 101 del TFUE.
Un altro serio profilo di incompatibilità con il diritto dell’UE si ravvisa leggendo l’art. 45 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che disciplina la libera circolazione dei lavoratori. Questo principio fu alla base della sentenza Bosman, con cui il collega Dupont eliminò l’indennità di trasferimento dovuta per i trasferimenti da una società all’altra, rendendo gli atleti, di fatto, proprietari dei loro cartellini quando sono ormai prossimi alla scadenza contrattuale.
Ebbene, sulla base del medesimo principio anche oggi la UEFA potrebbe soccombere dinanzi ai giudici europei. Un primo accenno, peraltro, si trova incredibilmente proprio nelle conclusioni dell’avvocato generale nel procedimento C415/93 (sentenza Bosman). Infatti è bene precisare ai lettori che dinanzi alla Corte di giustizia ogni causa viene assegnata a un giudice (il “giudice relatore”) e a un avvocato generale che – in misura indipendente e imparziale – fornisce una sua opinione all’autorità giudiziaria che poi si dovrà esprimere. Ecco dunque cosa affermava l’avvocato generale dell’epoca, Lenz:
“Se ciascun club dipendesse, nel finanziamento della sua attività sportiva, esclusivamente dalle entrate provenienti dalla vendita di biglietti, dalla cessione di diritti radiotelevisivi e da altre fonti (come ad esempio la pubblicità, i contributi dei soci o le sovvenzioni di sponsor privati), l’equilibrio tra le società verrebbe presto ad essere minacciato. Le grandi società calcistiche come il FC Bayern di Monaco o il FC Barcellona sprigionano una particolare forza di attrazione, alla quale corrisponde un elevato numero di spettatori. In tal modo, queste società divengono interessanti anche per le emittenti televisive e per gli operatori pubblicitari. Gli elevati introiti che ne risultano consentono a queste società di ingaggiare i migliori calciatori e di conseguire quindi maggiori successi sia sul piano sportivo sia su quello economico. Per le società minori, invece, il processo è diametralmente opposto. La carente forza di attrazione di una squadra porta con sé minori entrate, con conseguenti minori possibilità di rafforzare il suo organico”
La conseguenza di ciò è che, in via indiretta ma assolutamente efficace, nella misura in cui – attraverso il FFP – limiti la capacità di spesa di un club (così come ho spiegato in precedenza) conseguentemente ostacoli la libera circolazione degli atleti perché per ogni trasferimento non sarebbe più sufficiente la triplice volontà delle parti in gioco (compratore, venditore, giocatore) ma subentrerebbe un fattore esterno, ossia l’obbligo del Break-even result che inevitabilmente condizionerebbe l’acquisto facendolo saltare, ed impedendo quindi al giocatore di trasferirsi all’interno del libero mercato europeo.
Sempre in riferimento al calciomercato, inoltre, l’ultima novità introdotta con le recenti modifiche al FFP, che limita in maniera diretta la capacità di spesa dei club, introducendo il tetto massimo di 100M nel saldo tra acquisti e cessioni (ne ho parlato qui: Link) amplifica in maniera ormai netta la violazione inerente l’art. 63 TFUE che vieta tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi. Se infatti fino ad oggi tali restrizioni potevano essere considerate indirette o conseguenti ad accordi con la UEFA (vedi Settlement Agreement), con l’inserimento del saldo da calciomercato pari a 100M all’interno del regolamento del FFP, la limitazione ai movimenti di capitale appare palese.
Infine l’altro importante principio che, a parere dello scrivente, risulterebbe violato è quello sancito all’interno dell’art. 101 TFUE che disciplina le intese restrittive della concorrenza. E’ abbastanza chiaro, infatti, che nel momento in cui affermi il concetto in base al quale “puoi spendere solo quanto guadagni” (e non più quanto vuoi), limiti la capacità concorrenziale delle squadre giacché condizioni in modo restrittivo la capacità di ciascun club di operare sul mercato. La conseguenza di ciò è che se prima ciascun club poteva operare all’interno del calciomercato in modo paritario – senza nessun limite che non fosse la disponibilità economica e la capacità di assolvere alle proprie obbligazioni – oggi il mercato dei giocatori viene limitato dall’applicazione del FFP che priva molte società dell’opportunità di acquistare quegli atleti che invece, precedentemente, in condizioni di normale concorrenza, avrebbero potuto trattare.
“Coppe mie, regole mie”: vero ma non in assoluto.
La contestazione frequente secondo la quale le regole del FFP vengono applicate solo all’interno “dell’ecosistema” UEFA, e quindi per tale motivo sarebbero legittime a prescindere, non appare decisiva. Infatti la Commissione Europea nel Libro Bianco sullo Sport – il più importante documento politico che detta le linee guida e gli orientamenti strategici dello sport nell’UE – afferma quanto segue:
“La Commissione riconosce l’autonomia delle organizzazioni sportive e delle loro strutture rappresentative (come le leghe), e riconosce anche che la gestione dello sport è soprattutto di competenza degli enti sportivi preposti e, in una certa misura, degli Stati membri e delle parti sociali ma sottolinea che il dialogo con le organizzazioni sportive ha sottoposto alla sua attenzione una serie di questioni, di cui l’istituzione si occupa nel presente documento. La Commissione ritiene che la maggior parte delle sfide possa essere affrontata attraverso un’autoregolamentazione rispettosa dei principi di buona gestione, purché il diritto dell’UE sia rispettato, ed è pronta a dare il suo appoggio o, se necessario, a prendere gli opportuni provvedimenti.”
Ciò posto, bisogna considerare innanzitutto che i vantaggi economici prodotti dalla partecipazione alle competizioni UEFA, nonché la visibilità dei tornei, sono una potentissima leva che pone le squadre in una posizione di debolezza rispetto all’intero sistema.
Peraltro, se anche una squadra volesse infischiarsene delle regole del FFP, dunque spendesse liberamente accettando il rischio di non partecipare alle competizioni UEFA, o di parteciparvi con forti limitazioni economiche e di rosa, falserebbe le competizioni in cui partecipa perché genererebbe una situazione paradossale: una squadra per il campionato (es. italiano) fortissima in quanto libera da vincoli finanziari, ed un’altra (es. CL/EL) ridotta all’osso in quanto sottoposta ai paletti del FFP (ben più rigidi dell’analogo sistema introdotto dalla FIGC con il comunicato 263/A il cui approfondimento è inserito nel mio libro).
Così facendo, entrambe le competizioni (campionato e coppa europea) sarebbero falsate in quanto la medesima squadra – per motivazioni esterne ai regolamenti tecnici o alla salute fisica degli atleti – non potrebbe usufruire degli stessi giocatori in tutti i tornei a cui partecipa.
Rebus sic stantibus, per quanto fin qui esposto le regole del Fair Play Finanziario – che obbligano le società al pareggio di bilancio, sanzionando anche con l’esclusione chi non rispetta tali requisiti – appaiono lesive di molteplici principi del’UE: libertà d’impresa, diritto di proprietà, principio di non discriminazione, concorrenza restrittiva, libera circolazione di lavoratori, merci, servizi e capitali.
Il punto di vista dell’Unione Europea e dell’Antitrust.
Le istituzioni europee in passato hanno considerato lo sport come un settore dotato di una sua specificità. Ciò vuol dire che il diritto comunitario, non considerandosi competente, ha ritenuto di non interferire con l’organizzazione, la regolazione e la gestione dello sport, affidando quest’ultime alle federazioni private che da sempre hanno avuto completa autonomia in tal senso. La specificità dello sport, tuttavia, incontra un limite insormontabile in tutti quegli aspetti di carattere economico dove, invece, l’UE ha sempre ritenuto di potere e dovere intervenire. Questa duplice dimensione con cui le istituzioni comunitarie si sono rapportate con lo sport è durata fino alla sentenza Meca-Medina del 2006. Con questa pronuncia, infatti, la Corte di Giustizia europea ha ritenuto che la competenza dell’UE potesse travalicare gli aspetti economici e, quindi, sindacare anche quelli sportivi.
Ciò detto, il 18.01.2011 la Commissione Europea si esprimeva in questi termini all’interno della comunicazione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al comitato delle regioni. Ecco uno stralcio del documento intitolato “Sviluppare la dimensione europea dello sport”:
“4.5. Integrità nelle competizioni sportive
Negli sport di squadra, i sistemi per la concessione delle licenze alle società sportive costituiscono uno strumento prezioso per garantire l’integrità nelle competizioni e sono anche efficaci per promuovere la buona governance e la stabilità finanziaria. La Commissione plaude all’adozione di misure atte ad aumentare il fair play finanziario nel calcio europeo e ricorda che esse devono rispettare le regole del mercato interno e le norme in materia di concorrenza.”
Per l’Unione Europea, dunque, il Fair Play Finanziario – almeno concettualmente – non è un mostro da bandire. Tuttavia queste regole devono muoversi entro i confini dettati dai principi del diritto comunitario (libera circolazione di capitali, servizi, lavoratori e rispetto della concorrenza). Peraltro, com’è desumibile leggere dal parere dell’avvocato generale nella causa C-325/08 (Olympique Lyonnais contro Olivier Bernard e Newcastle United), punto 44:
(il succitato è anche conosciuto come “Gebhard Test”, Caso C-55/94)
Ebbene, a parere dello scrivente appare dubbio (per usare un eufemismo) che il corpus normativo del FFP possa considerarsi idoneo allo scopo perseguito e sia, peraltro, non discriminatorio, evitando di andare oltre il raggiungimento dell’obiettivo. Il fine ultimo, infatti, a detta della UEFA rappresenta la capacità di ogni club di spendere quanto fattura, evitando deficit di bilancio. Tuttavia al momento dell’introduzione del FFP, la situazione in Europa era tutt’altro che drammatica:
Link al sito UEFA: https://www.uefa.com/MultimediaFiles/Download/Tech/uefaorg/General/01/74/41/25/1744125_DOWNLOAD.pdf
Innanzitutto, come potete notare, sulla base dei dati finanziari degli anni 2008/2009/2010, soltanto 13 squadre (il 2%) presentava deficit importanti (superiori a 45M), mentre 54 di esse (8%) presentava deficit rilevanti ma inferiori (da 5M a 45M). I numeri si abbassano ulteriormente se consideriamo solo le squadre che si qualificano alle competizioni UEFA.
Dunque all’epoca non esisteva alcuna esigenza di introdurre un simile corpus di regole così restrittive. Ma non solo. Il FFP appare del tutto sproporzionato rispetto al succitato obiettivo finanziario. Infatti forse non tutti sanno che prima dell’introduzione del FFP già esisteva un regolamento di licenze UEFA per club che prevedeva alcuni paletti finanziari, tra i quali l’assenza di debiti scaduti.
Tale previsione, quindi, appariva già sufficiente per prevenire l’aumento dei debiti scaduti e, al massimo, sarebbe bastato collegare ad essi l’esclusione automatica dalle competizione UEFA. Ergo, le successive regole che hanno imposto il pareggio di bilancio appaiono del tutto superflue, non necessarie e sproporzionate. Soprattutto nel momento in cui la UEFA si inventa dal nulla una soglia massima (c.d. deviazione accettabile) entro cui un proprietario può ripianare i deficit senza incorrere in sanzioni.
A ben guardare, sono i debiti scaduti (e non i deficit) il vero problema dell’industria sportiva (e non). Se un proprietario, infatti, assolve i suoi doveri sociali – pur versando in una situazione di deficit – non manderà mai in dissesto la società. Basti pensare che il trentennale Milan di Berlusconi soltanto in tre occasioni ha avuto un bilancio in utile (90/91, 99/00, 2006). Eppure gli stipendi sono stati sempre pagati e, anzi, se oggi la nostra bacheca splende in quel modo è proprio grazie a quei deficit che rappresentano – soprattutto – la volontà dell’azionista di investire, seppur non in maniera equilibrata. Ma gli equilibrismi di bilancio rappresentano dei problemi che non dovrebbero interessare soggetti esterni alla proprietà, in quanto rientrano nella libera attuazione del plan industriale. La libertà d’impresa, appunto.
In altre parole: con il FFP il Milan di Sacchi non avrebbe mai cambiato il gioco del calcio, contribuendo ad arricchire in termini di visibilità la stessa organizzazione che oggi ci ha sbattuto fuori dalle coppe a causa di quegli stessi deficit che in passato neanche venivano considerati.
L’impressione generale, purtroppo confermata dai fatti come ho avuto modo di spiegare (Link), è che queste inutili regole non abbiano fatto altro che cristallizzare lo status quo in un dato momento storico in cui chi aveva dei grandi fatturati ed uno stadio di proprietà, ha consolidato e migliorato notevolmente la propria posizione, a discapito di quei club che, invece, avevano grandi debiti ed erano privi di un impianto.
Secondo la logica perversa del FFP, infatti, tra i costi rilevanti non vi rientrano gli stadi (considerati, invece, costi virtuosi). Come dire: “spendete e indebitatevi pure per costruire i vostri impianti, ma non vi azzardate a indebitarvi per giocatori di livello fino a quando – grazie allo stadio ed ai diritti tv (che essendo venduti collegialmente non dipendono da te, ndr) – non guadagnerete abbastanza da poterveli permettere”.
Una sorta di probatio diabolica che rallenta moltissimo (per non dire annulla del tutto) le ambizioni di chi vuole tornare o arrivare al top, e che si trova anche in aperto contrasto con l’opinione della nostra autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) che in un’indagine del 2006 (IC27 – Settore del calcio professionistico) affermava quanto segue nei punti 28, 95, 96, 205, 206, 207, 208, 520 relativamente all’importanza e agli effetti del calciomercato:
IC-27-Indagine-calcio-italiano
“28. La concorrenza tra club si sviluppa principalmente nelle attività di produzione e di vendita dello spettacolo calcistico. La capacità di competere nello svolgimento di tali attività dipende fortemente dalla composizione delle singole squadre e, quindi, dalla capacità delle società di calcio di ingaggiare giocatori in grado di offrire prestazioni adeguate. In altri termini, le operazioni di ingaggio dei calciatori incidono significativamente sui rapporti di concorrenza tra società: migliori sono i giocatori, maggiore è la probabilità che un club occupi i primi posti della classifica nel campionato, con conseguente aumento della capacità della squadra di attrarre il pubblico e, quindi, di offrire un prodotto più appetibile di quello offerto dai concorrenti.
95. Un momento di competizione importante tra le società di calcio è rappresentata dall’acquisto dei calciatori sul mercato in occasione delle campagne acquisti. Tale momento riveste un’importanza cruciale, posto che i risultati economici di una società di calcio sono strettamente correlati ai risultati sportivi, il raggiungimento dei quali è a sua volta strettamente dipendente dalle maggiori o minori capacità dei calciatori ingaggiati.
96. In tale contesto, si evidenzia poi come l’ottenimento di determinati risultati sportivi è un elemento importante ai fini della stabilizzazione dei ricavi delle società di calcio. Infatti, accedere o meno ad una competizione internazionale può influire profondamente sui ricavi societari. Analogamente, la retrocessione ad una serie inferiore può comportare effetti negativi sui bilanci societari. Per questi motivi, le società investono ampiamente nella fase di individuazione e ricerca dei calciatori sul mercato.
205. Come già rilevato, la capacità di una società di calcio di competere nella produzione e nella vendita dello spettacolo calcistico è strettamente connessa alle attività di acquisizione di calciatori. Le operazioni di ingaggio, di trasferimento o di prestito dei calciatori sono, infatti, idonee a modificare sensibilmente il valore sportivo di una squadra e, quindi, ad aumentare il gradimento del pubblico verso quella squadra con i conseguenti ritorni di tipo economico che ne derivano per la società cui fa capo la squadra medesima. Evidentemente, però, proprio in quanto incidono sulle prestazioni sportive di un club, tali operazioni devono essere effettuate in modo da non compromettere il necessario equilibrio competitivo e tecnico tra società di calcio e, quindi, il regolare svolgimento delle competizioni sportive. Per tale motivo, le operazioni di ingaggio, trasferimento e prestito dei giocatori sono soggette a regolamentazione che, a livello sia nazionale che internazionale, promana principalmente dalle Federazioni sportive. In linea di principio, allorché dette regole vertano su questioni che interessano esclusivamente lo sport, e come tali sono estranee all’attività economica dei club, non rientrano nell’ambito di applicazione del diritto antitrust; quando, invece, tali regole incidono sugli aspetti economici dello sport le restrizioni della libertà di scelta dei soggetti coinvolti che ne derivano si giustificano solo se risultano funzionali a garantire il buon andamento dei campionati e non eccedono quanto necessario a garantire il perseguimento di tale obiettivo.
206. La Corte di giustizia comunitaria si è in più occasioni occupata della questione relativa all’assoggettabilità al diritto comunitario degli statuti e dei regolamenti delle Federazioni sportive, osservando che la realizzazione degli obiettivi fondamentali del Trattato “sarebbe compromessa se oltre alle limitazioni stabilite da norme statali non si eliminassero anche quelle poste da associazioni o organismi non di diritto pubblico nell’esercizio della loro autonomia giuridica”. Al riguardo i giudici comunitari hanno altresì specificato che le peculiarità proprie dello sport non possono essere fatte valere per escludere da tale sfera un’intera attività sportiva; che la restrizione alla sfera di applicazione del diritto comunitario in relazione ad aspetti prettamente sportivi si giustifica solo ove “mantenuta rigorosamente entro i limiti del suo specifico oggetto”; che le norme giustificate da motivi non economici “attinenti unicamente allo sport in sé per sé” non devono, in ogni caso, eccedere quanto necessario per conseguire lo scopo perseguito.
207. Con specifico riguardo alla questione dei trasferimenti dei giocatori, nelle conclusioni rese in relazione al noto caso Bosmann, l’Avvocato Generale Lenz aveva evidenziato come le regole adottate in sede UEFA si prestassero a frenare i meccanismi concorrenziali tra i club innescati dagli ingaggi dei calciatori. In particolare, in quell’occasione, l’Avvocato Lenz rilevò come la disciplina UEFA dei trasferimenti oggetto di esame sostituisse “al normale meccanismo dell’offerta e della domanda un sistema uniforme che si risolve nel conservare la situazione di concorrenza esistente e nel privare le società della possibilità di giovarsi di quelle opportunità derivanti dall’ingaggio di calciatori che ad esse sarebbero offerte dalle normali condizioni di concorrenza”.
208. In queste stesse conclusioni, l’Avvocato Lenz aveva anche riscontrato che, allorché emanano norme che disciplinano gli ingaggi dei calciatori, le Federazioni calcistiche sono da considerare associazioni di imprese ai sensi del diritto antitrust, rilevando altresì che la qualificazione della disciplina UEFA sui trasferimenti come accordo orizzontale tra imprese non potesse essere inficiata dalla circostanza che detta disciplina concerne rapporti di lavoro. Ciò in quanto gli accordi riguardanti rapporti di lavoro non possono essere sottratti “in linea generale ed assoluta” all’ambito di applicazione delle norme di concorrenza.
520. Quanto agli ambiti di confronto concorrenziale, l’analisi svolta evidenzia che la competizione tra club si sviluppa principalmente nelle attività di produzione e di vendita dello spettacolo calcistico e che la capacità di competere nello svolgimento di tali attività è strettamente connessa alle operazioni di ingaggio dei calciatori. Le prestazioni di un club dipendono per larga parte dalle capacità dei giocatori che una data squadra è in grado di schierare in campo; prestazioni migliori, poi, rendono più attrattive le performance di una data squadra cui, ragionevolmente, consegue l’aumento del pubblico interessato a seguire quella squadra e, quindi, l’aumento di domanda per lo spettacolo offerto dalla società cui fa capo la squadra medesima. Sul punto, l’indagine ha evidenziato che, per migliorare i rapporti competitivi tra società, le acquisizioni e i prestiti dei calciatori dovrebbero avvenire in un contesto in cui le occasioni di collaborazione tra le società di calcio siano limitate a quanto necessario a garantire il buon funzionamento del settore.”
Nella succitata indagine, quindi, l’Antitrust – tra le altre cose – è giunta alla (ovvia) conclusione in base alla quale le spese che i club sopportano per acquistare i giocatori sono necessarie perché rappresentano la condizione sine qua non per avviare quel processo di sviluppo che coinvolge tutta la società. Grandi giocatori portano grandi vittorie, che a loro volta portano grande prestigio e quindi anche tanti soldi. In altre parole il nostro garante non si è sognato di definire taluni costi come “buoni” (virtuosi, quindi non computabili) ed altri “cattivi” (rilevanti, quindi computabili). In realtà, infatti, ogni costo va inserito nel conto economico di una società, che deve essere libera di aumentare o diminuire le voci che ritiene più opportune secondo il proprio business plan industriale.
Con il FFP, invece, la UEFA ha creato dal nulla dei conti economici “paralleli” che calcolano i bilanci societari secondo alcune regole create dalla stessa federazione europea, in spregio a plurimi principi di diritto nazionali e sovranazionali. Una contabilità alternativa che favorisce chiaramente determinate squadre, a discapito di altre.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Certo ma il PSG e il City hanno risolto con le sponsorizzazioni”.
Anche qui, purtroppo, decide tutto la UEFA che attraverso presunte società terze valuta il c.d. fair value, ossia il valore di mercato della sponsorship, fissandolo nel limite del 30% del fatturato. Insomma la discrezionalità della UEFA nel valutare i costi ed i ricavi rilevanti ai fini del FFP è pressoché illimitata e ad oggi decidono loro chi può soggiornare lassù, nel Monte Olimpo. Una situazione diventata ormai insostenibile e che aprirebbe le porte ad un possibile ricorso dinanzi alla Corte di Giustizia UE che, almeno fino ad oggi, non è mai entrata nel merito della questione.
Infatti nell’unico precedente giunto dinanzi ai giudici europei, ossia il caso Striani, con ordinanza del 16 luglio 2015 la Corte di Giustizia Europea (CGUE) ha dichiarato “palesemente inammissibile” la richiesta di pronuncia pregiudiziale in merito alla legittimità del Fair Play finanziario da parte del Tribunale di Primo grado di Bruxelles (BCFI).
La Corte di Giustizia Europea ha dichiarato l’inammissibilità di tale richiesta in quanto il giudice nazionale non era stato in grado di fornire le necessarie informazioni per permettere alla CGUE di affrontare le questioni di diritto europeo sulla concorrenza (Link). In buona sostanza, quindi, i giudici europei ancora devono esprimersi nel merito di questa perniciosa normativa.
Caro Singer, se ci sei… batti un colpo.
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