Source: https://www.laleggepertutti.it/194064_mobilita-la-perdo-con-un-lavoro-autonomo-e-un-guadagno
Timestamp: 2019-01-21 00:24:03+00:00
Document Index: 362960

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 360', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 37', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 37', 'art. 77', 'art. 52', 'art. 52', 'art.13', 'art. 2222', 'art. 2', 'art. 7', 'sentenza ']

Mobilità: la perdo con un lavoro autonomo e un guadagno?
> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Febbraio 2018
Indennità di disoccupazione e mobilità negate al dipendente licenziato che ha un contratto di collaborazione esterna.
Sei stato licenziato dall’azienda per la quale hai lavorato diversi anni e ora sei disoccupato e in mobilità. Percepisci quindi sia l’indennità di disoccupazione (ossia la Naspi) che l’indennità di mobilità. Tuttavia, hai trovato un’azienda interessata a collaborare con te. La loro intenzione però non è di assumerti, ma di firmare solo un contratto di collaborazione esterna. Non sarai quindi formalmente un dipendente ma – per usare parole più tecniche – un «parasubordinato». La paga è minima, per cui vuoi farti prima due conti in tasca e verificare se, accettando il lavoro, perderai i contributi che ti sta versando l’Inps. Così ti chiedi se, con un lavoro autonomo e un guadagno, perdi la mobilità e la Naspi. La risposta è stata fornita da una recente sentenza della Cassazione [1]. La pronuncia è una guida per comprendere cosa fare e fin dove spingersi nel momento in cui il disoccupato ottiene un’offerta lavorativa ed è posto dinanzi all’alternativa se accettarla – ed eventualmente rinunciare alle sovvenzioni statali – o meno.
1 Perdo la disoccupazione se ho un lavoro dipendente?
2 Perdo la disoccupazione se ho un lavoro autonomo?
3 Perdo la mobilità se ho un lavoro dipendente?
4 Perdo la mobilità se ho un lavoro autonomo?
5 Altri casi in cui si perde la mobilità
Perdo la disoccupazione se ho un lavoro dipendente?
Per evitare il fenomeno delle assunzioni in nero dei disoccupati, richieste da questi stessi proprio per non perdere la Naspi, la legge ha previsto che solo a partire da un reddito superiore a 8.145 euro annui si perde l’indennità di disoccupazione. Chi invece ha uno stipendio più basso può tranquillamente accettare il posto di lavoro e, nello stesso tempo, percepire l’indennità erogata dall’Inps. Non c’è quindi incompatibilità tra un’assunzione come lavoratore dipendente e la disoccupazione fino a un massimo di 8.145 euro.
Perdo la disoccupazione se ho un lavoro autonomo?
Qualora invece il disoccupato in Napi intende svolgere un lavoro autonomo, come l’avvio di una società, di un’impresa individuale o anche firmare un semplice contratto di collaborazione esterna (co.co.co.), può mantenere ugualmente l’indennità di disoccupazione a condizione che:
il reddito non superi 4.800 euro (poco più della metà del limite che abbiamo appena visto per i lavoratori dipendenti);
abbia l’esenzione all’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi;
presenti all’Inps un’autocertificazione che attesta il reddito ricavato dall’attività lavorativa. Tale comunicazione, che deve essere presentata solo se non si effettua la dichiarazione dei redditi, va trasmessa all’Istituto entro il 31 marzo dell’anno successivo. Se il lavoratore omette l’autodichiarazione, l’indennità Naspi non solo decade ma deve essere restituita a partire dalla data di inizio dell’attività lavorativa. Se poi nel corso della Naspi il lavoratore per qualsiasi motivo, intende modificare il reddito dichiarato, deve presentare una nuova dichiarazione nella quale indicare sia il reddito dichiarato in precedenza che la maggiore o minore variazione.
Perdo la mobilità se ho un lavoro dipendente?
Il disoccupato in mobilità che viene assunto con un lavoro subordinato deve comunicarlo immediatamente all’Inps e, in forza di ciò, perde l’indennità di mobilità.
La decadenza avviene solo per il chi ottiene un lavoro a tempo pieno e indeterminato. Peraltro si perde l’indennità di mobilità anche in caso di rifiuto di un lavoro professionalmente equivalente , inquadrato in un livello retributivo non inferiore del 20% rispetto a quello delle mansioni di provenienza, con riferimento al Contratto nazionale collettivo di lavoro.
Invece, il discorso è più complesso per chi ottiene un lavoro a tempo determinato. Fermo restando l’obbligo di comunicare all’Inps l’inizio dell’attività a termine, al fine di percepire l’intera indennità di mobilità spettante, la durata totale dei contratti a termine o a tempo parziale non devono superare la durata massima dell’indennità.
L’Inps ha chiarito che le giornate di lavoro eccedenti la durata della mobilità, andranno detratte poi dal periodo massimo indennizzabile.
In definitiva, per capire il massimo di mesi di contratto a termine o a tempo parziale utilizzabili per non perdere alcun giorno di indennizzabilità, occorre seguire il seguente schema:
lavoratore con diritto a 12 mesi di mobilità: contratti di durata totale massima di 12 mesi;
lavoratore con diritto a 24 mesi di mobilità: contratti di durata totale massima di 24 mesi;
lavoratore con diritto a 36 mesi di mobilità: contratti di durata totale massima di 36 mesi;
lavoratore con diritto a 48 mesi di mobilità: contratti di durata totale massima di 48 mesi.
Perdo la mobilità se ho un lavoro autonomo?
Veniamo ora al caso di partenza, ossia del disoccupato a cui viene proposto un contratto di collaborazione esterna: perde la mobilità? La risposta della Cassazione è stata affermativa. L’indennità di mobilità – che ormai è stata cancellata a partire dal 2017 – si perde con l’inizio di qualsiasi attività di carattere autonomo, sia di carattere occasionale che con contratto di collaborazione coordinata e continuativa o a progetto. Pertanto – sottolinea la Suprema Corte – lo svolgimento di un’attività autonoma, come quella di collaborazione coordinata e continuativa suscettibile di redditività, fa cessare lo stato di bisogno connesso alla disoccupazione involontaria e comporta il venir meno tanto del diritto all’indennità di disoccupazione (superati i limiti di reddito che abbiamo indicato sopra), quanto di quello all’indennità di mobilità.
Non importa che la legge [2] prevede la cancellazione dalle liste (di mobilità) solo a seguito di un’assunzione a tempo indeterminato, full-time, senza far invece alcun riferimento allo svolgimento di un’attività lavorativa di tipo autonomo o parasubordinato: ciò non comporta la sussistenza del diritto a percepire la relativa indennità.
Ricordiamo in ogni caso che chi voglia avviare un’attività di lavoro autunno può sempre chiedere la liquidazione anticipata in un’unica soluzione dell’indennità di mobilità, restituendo le mensilità già percepite [3].
La Corte di Cassazione con la sentenza in commento accoglie il ricorso dell’INPS, negando il diritto all’indennità di mobilità al lavoratore che, a seguito di disoccupazione, ha iniziato una collaborazione coordinata e continuativa con adeguato margine di redditività
La Corte di Cassazione ha già interpretato la funzione dell’indennità di mobilità, precisando che la permanenza nelle liste di mobilità non dà automaticamente diritto a percepire l’indennità. Infatti, il lavoratore in mobilità che intende dedicarsi al lavoro autonomo o associarsi in cooperativa può chiedere l’indennità di mobilità – in un’unica soluzione anticipata – detraendo il numero di mensilità godute. In questi casi l’indennità di mobilità non ha la funzione di sopperire allo stato di momentaneo bisogno del disoccupato (come l’indennità di disoccupazione), ossia, non ha finalità di assistenza economico-finanziaria, ma diventa uno strumento per incentivare il disoccupato in mobilità verso attività autonome; l’indennità di mobilità diventa quindi un contributo finanziario che può coprire (anche solo parzialmente) le spese iniziali di un’attività che il disoccupato svolgerà in proprio o associandosi in cooperativa. In tal senso, quindi, l’indennità di mobilità destinata ai disoccupati “intraprendenti” riduce la pressione sul mercato del lavoro subordinato ed è stimolo per un nuovo inizio.
Altri casi in cui si perde la mobilità
Il lavoratore viene cancellato dalle liste di mobilità e perde i relativi benefici quando:
rifiuta di essere avviato ad un corso di formazione della Regione oppure non lo frequenta in modo regolare;
rifiuta un’offerta di lavoro professionalmente equivalente alle mansioni che esercitava in precedenza o che sia omogenea e inquadrata in un livello retributivo non inferiore del 10% rispetto alle mansioni precedentemente svolte;
non accetta di essere impiegato in opere e servizi di pubblica utilità;
non risponde senza giustificato motivo alle convocazioni del Centro per l’Impiego;
è stato assunto con contratto a tempo pieno ed indeterminato;
si è avvalso di percepire in un un’unica soluzione l’indennità di mobilità.
[1] Cass. sent. n. 2497/18 del 1.02.2018.
[2] Legge n. 223/1991 (art. 9, comma 6).
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 2 novembre 2017 – 1 febbraio 2018, n. 2497
Presidente Mammone – Relatore Calafiore
Con sentenza n. 138/2012, la Corte d’appello di Torino ha respinto l’appello proposto dall’INPS contro la sentenza resa dal Tribunale di Alessandria avente ad oggetto l’accertamento del diritto di P.F. ad ottenere la corresponsione dell’indennità di mobilità, negato dall’INPS a causa dell’attività di lavoratore a progetto svolta dallo stesso P. che ne aveva ricavato un reddito superiore a quello minimo personale escluso da imposizione di cui all’art. 4 del d.lgs. n.181/2000.
La Corte territoriale ha ritenuto che l’art. 9 comma sesto lett. a) della legge n. 223/1991 – come interpretato da questa Corte- prevedeva la cancellazione dalle liste solo in dipendenza di assunzione con contratto a tempo pieno ed indeterminato, mentre non vi era tale conseguenza per l’ipotesi in cui il lavoratore intraprendesse un’attività di lavoro autonomo ed anzi era prevista la corresponsione anticipata di siffatta indennità con successiva cancellazione dalle liste.
Quanto al limite di reddito, poi, ritenuta la diversità di natura tra indennità di disoccupazione e mobilità, doveva escludersi il ricorso all’analogia suggerito dall’INPS.
Contro la sentenza l’INPS propone ricorso per cassazione, sostenuto da un unico articolato motivo ed illustrato da memoria. P.F. resiste con contro ricorso.
1. Con l’unico motivo di ricorso l’Inps denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 7 comma nove e dodici, 77 del r.d.l. n. 1827/1935, 52 e ss del r.d. n. 2270/1924 e 4 d.lgs. n. 181/2000, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Lamenta che l’assunto da cui muove la Corte d’appello, secondo cui sussisterebbe una lacuna normativa nella disciplina speciale dell’indennità di mobilità, è infondato alla luce della decisione di questa Corte di cassazione, a Sezioni Unite, 6 dicembre 2002, n. 17389, secondo cui il richiamo contenuto nella cit. L. n. 223 del 1991, art. 7, comma 12, alle disposizioni sull’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, deve intendersi non già come un mero rinvio a tale disciplina, in quanto applicabile, bensì come un inserimento a tutti gli effetti formali e sostanziali della stessa nella L. n. 223 del 1991, con la conseguenza che le norme in tema di disoccupazione involontaria possono intervenire solo se ed in quanto le fattispecie non siano già regolate dalla stessa Legge del 1991.
2. Inoltre, rileva il ricorrente che la giurisprudenza di questa Corte di legittimità (Cass. n. 6463/2004) citata dalla sentenza impugnata ha espresso il principio derivante da tali attività, entro il limite della retribuzione spettante al momento della messa in mobilità (art. 9, comma 9) (per quest’ultima ipotesi, v. Cass., 9 agosto 2005, n. 16762);
– emerge, dalle citate disposizioni, che la permanente iscrizione nelle liste non si lega, necessariamente, al diritto a percepire l’indennità di mobilità (in tal senso, v. pure Cass., 1 aprile 2004, n. 6463) e che l’art. 7, comma 5, il quale, – nel prevedere la possibilità per il lavoratore che intenda intraprendere un’attività autonoma o associarsi in cooperativa, di richiedere la corresponsione anticipata dell’indennità di mobilità, nella misura di cui al primo e secondo comma della stessa disposizione, detraendone il numero di mensilità già godute, non riconosce implicitamente la compatibilità tra il diritto alla indennità e lo svolgimento di lavoro autonomo, giacché la diversa interpretazione, sostenuta anche nella sentenza impugnata, non tiene conto dell’effettiva ratio della disposizione di cui all’art. 7, comma 5 L. cit. e trascura di considerare il richiamo contenuto nell’art. 7, comma 12, L. cit., a norma del quale l’indennità di mobilità è regolata dalla normativa che disciplina l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, in quanto applicabile, nonché dalle disposizioni di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 37.
4. Questa Corte si è già espressa circa le finalità perseguite dall’art. 7, comma 5, le quali devono ravvisarsi nello scopo di indirizzare ed incentivare il disoccupato in mobilità verso attività autonome, al fine di ridurre la pressione sul mercato del lavoro subordinato, risolvendosi in un contributo finanziario, destinato a sopperire alle spese iniziali di un’attività che il lavoratore in mobilità svolgerà in proprio” (cfr., ex plurimis, Cass., 18 settembre 2007, n. 19338; Cass., 21 luglio 2004, n. 13562; Cass., 28 gennaio 2004, n. 1587; Cass., 10 settembre 2003, n. 13272; Cass., 20 giugno 2002, n. 9007; e da ultimo, Cass., 25 maggio 2010, n. 12746).
5. In sostanza, secondo la riferita, condivisibile giurisprudenza l’erogazione in un’unica soluzione ed in via anticipata dei vari ratei dell’indennità non è più funzionale al sostegno dello stato di bisogno che nasce dalla disoccupazione, cosicché l’indennità perde la connotazione tipica – che le è propria – di prestazione di sicurezza sociale, per assumere la natura di contributo finanziario, destinato a sopperire alle spese iniziali di un’attività che il lavoratore in mobilità svolgerà in proprio (ovvero associandosi a una cooperativa) nell’obiettivo perseguito dalla citata disposizione legislativa (configurante un’ipotesi tipica di legislazione promozionale) di creare i presupposti affinché nuovi soggetti assumano l’iniziativa di attività di natura imprenditoriale o professionale riducendo, in tal modo, l’eventualità di un intervento del sistema previdenziale in forma meramente assistenzialistica e, sotto altro profilo, sollecitando una partecipazione “attiva” da parte del lavoratore nella ricerca di una nuova occupazione (cfr., ex plurimis, Cass., 20 giugno 2002, n. 9007).
6. Dato il carattere di specialità della citata previsione non è consentito farne applicazione al di fuori dei casi in essa previsti non trattandosi di un principio generale, per cui va esclusa la compatibilità della percezione dell’indennità in esame con lo svolgimento di lavoro autonomo.
7. Inoltre, alla luce dell’art. 7, comma 12, L. cit., deve rammentarsi che le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza del 6 dicembre 2002, n. 17389 hanno chiarito che il richiamo al testo della normativa che disciplina l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, dimostra che la medesima deve considerarsi inserita a tutti gli effetti formali e sostanziali nella nuova norma istitutiva dell’indennità di mobilità, con la conseguenza che, più che di “rinvio” da una norma ad un’altra, deve parlarsi di applicazione diretta di una norma nel suo effettivo contesto letterale e sostanziale, avente per contenuto tutta la disciplina idonea a regolare l’indennità di mobilità. Posto che l’indennità di disoccupazione e l’indennità di mobilità presentano, nella finalità e nella struttura, evidenti analogie, rientrando entrambe nel più ampio genus degli ammortizzatori sociali contro lo stato di bisogno dovuto alla disoccupazione (v. Corte Cost. 9 giugno 2000, n. 184, Corte Cost., 19 luglio 2011, n. 234).
8. Dunque, la disciplina della compatibilità e cumulabilità della indennità di mobilità con lo svolgimento di attività lavorativa subordinata od autonoma, al di fuori delle limitate, e speciali, ipotesi normative sopra evidenziate, deve essere ricercata giusta la chiara previsione dell’art. 7, comma 12, secondo cui: “L’indennità prevista dal presente articolo è regolata dalla normativa che disciplina l’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, in quanto applicabile, nonché dalle disposizioni di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 37” – nei principi fissati in linea generale dal R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 77 (sul “controllo della disoccupazione”) e, in dettaglio, dal R.D. 7 dicembre 1924, n. 2270, art. 52 e segg., i quali sanciscono la cessazione del godimento della indennità di disoccupazione nel caso in cui l’assicurato abbia trovato una nuova occupazione, o la sospensione della stessa in caso di svolgimento di lavori precari che non superino una determinata durata; con la conseguenza, trattane dalla giurisprudenza di questa Corte (vedi, in particolare, Cass., 14 agosto 2004, n. 15890, 1 settembre 2003, n. 12757) che anche lo svolgimento di un’attività lavorativa autonoma, suscettibile di redditività, fa cessare lo stato di bisogno connesso alla disoccupazione involontaria e comporta il venir meno tanto del diritto all’indennità di disoccupazione quanto del diritto all’indennità di mobilità.
9. L’attività autonoma di cui si discute nel caso controverso si colloca nella zona di confine tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, trattandosi, pacificamente, di un’attività (lavoratore a progetto ai sensi degli artt. 61-60 d.lgs. n. 276/2003 abrogati dal d.lgs. n. 81/2015 art. 52 ma che continuano ad applicarsi esclusivamente per la regolazione dei contratti già in atto alla data di entrata in vigore dello stesso decreto) remunerata con un reddito imponibile lordo di Euro 21.915,16 (superiore al reddito minimo personale escluso da imposizione ai sensi dell’art.13 comma 5 T.u.i.r. d.p.r. n.917/1986), resa mediante una forma particolare di lavoro autonomo, caratterizzato da un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale, riconducibile ad uno o più progetti specifici, funzionalmente collegati al raggiungimento di un risultato finale determinati dal committente, ma gestiti dal collaboratore senza soggezione al potere direttivo altrui e quindi senza vincolo di subordinazione (Cass. 25 giugno 2013 n. 15922; un’attività quindi specificamente tutelata dall’ordinamento con regole proprie e diverse da quelle dettate, in generale, per il lavoro autonomo dal codice civile (art. 2222 e segg.) come dimostra anche la speciale tutela previdenziale apprestata per i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attraverso la previsione della loro (obbligatoria) iscrizione a un’apposita Gestione separata dell’INPS (L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma. L’ordinamento previdenziale, peraltro, non consente (vedi Cass. 18 gennaio 2012, n. 9205) di cumulare contribuzione effettiva (nella specie connessa all’attività di lavoro a progetto svolta da P.F. e figurativa (nella specie quella da accreditare, secondo la L. n. 223 del 1991, per i periodi di godimento dell’indennità di mobilità).
10. La norma contenuta nella L. n. 223 del 1991, art. 7, comma 5, in conclusione, data la sua specialità non costituisce principio generale e persegue la finalità di indirizzare ed incentivare il disoccupato in mobilità verso attività autonome, al fine di ridurre la pressione sul mercato del lavoro subordinato e l’indennità di mobilità assume la funzione di un contributo finanziario destinato a sopperire alle spese iniziali di un’attività che il lavoratore in mobilità svolgerà in proprio, perdendo la sua connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale.
Lo svolgimento di un’attività lavorativa autonoma, come, nella specie, quella di collaborazione coordinata e continuativa suscettibile di redditività, fa cessare lo stato di bisogno connesso alla disoccupazione involontaria e comporta il venir meno tanto del diritto all’indennità di disoccupazione quanto del diritto all’indennità di mobilità.
11. Alla luce di queste considerazioni, il ricorso deve essere accolto e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito con il rigetto della domanda proposta da P.F. .
12. Il consolidarsi dell’orientamento sopra richiamato in epoca successiva alla proposizione del ricorso, anche di primo grado, giustifica la compensazione delle spese dell’intero processo.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da P.F. ; dichiara compensate le spese dell’intero processo.