Source: http://www.airic.it/diritto_crisi_impresa.aspx
Timestamp: 2018-04-21 05:24:28+00:00
Document Index: 120208491

Matched Legal Cases: ['art. 67', 'art. 182', 'art. 182', 'art. 160', 'art. 86', 'art. 88']

In un contesto socio-economico complesso e competitivo come quello attuale l’evento eccezionale di una crisi di impresa deve essere affrontato dall’imprenditore con tempestività e preparazione.
L’imprenditore deve essere messo in condizione di riconoscere ed anticipare la crisi, individuandone i fattori e le cause e porre in essere tempestivamente le azioni a rimedio.
Allorquando la crisi si sia invece manifestata, l’imprenditore deve essere adeguatamente supportato ed accompagnato verso il risanamento della propria impresa.
A tal fine, il legislatore è più volte intervenuto negli ultimi anni per adeguare il corpo normativo preesistente, innovandolo e rendendolo un reale strumento di salvaguardia dell’impresa.
Gli strumenti normativi posti a tutela dell’impresa in difficoltà rappresentano infatti la reale soluzione della crisi e permettono la sopravvivenza dell’azienda, così che siano salvaguardati i rapporti giuridici in essere, ivi compresi i posti di lavoro.
Con la riforma della legge fallimentare (R.D. 16.03.1942, n. 267, modificato dal D.Lgs. 9.01.2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12.09.2007, n. 169) il legislatore ha posto come obiettivo primario del Diritto della Crisi d’Impresa la valorizzare il recupero ed il rilancio dell’azienda, dopo la rimozione dell’insolvenza, nella consapevolezza che una azienda che sopravvive, che produce e che da lavoro è sempre la migliore soluzione tra quelle possibili per l’intero tessuto economico.
Confortato dalle statistiche, il legislatore ha compiuto una scelta liberale ed al contempo sociale, con la quale ha dotato il sistema economico italiano di strumenti giuridici finalmente in grado di dare soluzione di discontinuità della crisi d’impresa.
AIRIC si pone quindi quale obiettivo primario la promozione di una cultura di impresa consapevole degli strumenti normativi e delle tecniche aziendalistiche volte alla tutela dell’imprenditore.
Il fallimento di una impresa significa perdita di posti di lavoro, dissolvenza del suo avviamento, svalutazione dei suoi asset, detrimento delle immobilizzazioni, sia materiali che immateriali: questa NON è una opzione, ma eventualmente la sorte dell’impresa che non affronti tempestivamente e con gli adeguati strumenti giuridici una straordinaria situazione di crisi.
In questo contesto, è richiesto all’imprenditore di essere tempestivo nel:
La continuità e la salvaguardia dell’impresa sono quindi gli obiettivi primari che il legislatore intende tutelare ed AIRIC si propone quale strumento per attuare la disciplina legislativa a favore dell’imprenditore in crisi.
Gli strumenti di risanamento
Piano di risanamento | Accordi di ristrutturazione | Concordato preventivo
Riconoscere una crisi straordinaria non è semplice perché l’imprenditore è chiamato ad affrontare sempre più spesso difficoltà ed ostacoli temporanei e quindi non strutturali.
Crisi profonde ed irreversibili impongono però che l’imprenditore sia consapevole dello stadio della crisi, degli strumenti normativi vigenti atti ad individuare lo strumento (e le modalità operative di applicazione) più idonee al caso in specie.
Innanzitutto occorre chiedersi: “A quale stadio della crisi si trova la nostra azienda”?
Figura: il ciclo di vita dell’impresa in crisi e gli strumenti di risanamento.
Dopo aver identificato lo stadio della crisi dell’impresa, l’imprenditore ha l’obbligo giuridico di applicare gli strumenti posti a sua tutela, i quali – come si è già fatto cenno - sono stati profondamente rinnovati affinché siano effettivi ed idonei mezzi di risanamento, svincolati dal giudizio di meritevolezza e non più limitati dalle barriere d’ingresso esistenti nella legislazione previgente.
In tal senso è stata attuata la c.d. privatizzazione delle procedure concorsuali, eliminando gli ostacoli che da sempre le avevano caratterizzate, ed in particolare:
l’accesso alle procedure concorsuali non è più limitato dal preventivo giudizio di meritevolezza dell’imprenditore da parte del Tribunale, al quale è riservata la verifica degli aspetti prevalentemente formali sulla ammissibilità della domanda;
il concordato preventivo si è tradotto in un accordo tra l’imprenditore ed i suoi creditori, che rappresentino il 51% dei debiti chirografari complessivi dell’impresa. L’assenso dei creditori che rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto (per importo e per classi) obbliga l’intero concorso dei creditori, quindi anche i creditori non aderenti, che subiscono la falcidia del proprio credito secondo la percentuale proposta nella domanda di concordato, essendo stato abolito il vincolo del soddisfacimento minimo al 40% dei crediti chirografi (retaggio della norma preesistente).
Accanto al “nuovo” concordato preventivo, esistono però altri strumenti di grande appeal e la cui applicazione dipende dallo stadio della crisi (o di insolvenza).
Ciascuno dei seguenti “strumenti” è fortemente caratterizzato dal legislatore: ne discendono procedure a volte di sofisticata ingegneria giuridica che consentono all’impresa che li adotti con tempismo di uscire dallo stato di crisi.
Disciplinato dall’art. 67, 3° comma, lett. d) L.F., i piani stragiudiziali di risanamento aziendale sono lo strumento finalizzato a consentire il “risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria”.
I piani di risanamento attestati consentono di programmare il risanamento dell’impresa all’interno di un piano industriale e finanziario asseverato, privo di intervento giurisdizionale e lasciato alla completa libertà delle parti coinvolte, che consente l’irrevocabilità degli atti compiuti all’interno del medesimo, dando certezza attuativa al progetto di risanamento.
Allorquando la crisi d’impresa sia ad uno stadio più avanzato, il legislatore mette a disposizione lo strumento contemplato all’art. 182 bis, L.F. il quale disciplina gli accordi di ristrutturazione dei debiti.
Gli accordi di ristrutturazione dei debiti hanno goduto, unitamente al concordato preventivo, di un recente intervento normativo (D.L. 31 maggio 2010 n. 78) che ha previsto la prededucibilità dei crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati da banche e intermediari finanziari, in esecuzione di un concordato preventivo ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato, favorendo quindi l’erogazione a favore delle imprese in crisi (art. 182 quarter, L.F.).
Il concordato preventivo, disciplinato dall’art. 160, L.F., si sostanzia in un accordo tra il debitore ed i suoi creditori, in forza del quale il primo si obbliga a pagare i propri debiti, proponendo un piano che può prevedere “la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti in qualunque forma”.
Dalla sua applicazione discernono soluzioni di risanamento flessibili e efficienti che dipendono esclusivamente dalla volontà dell’imprenditore e dalla bontà del business, condizione questa dalla quale non è possibile prescindere da un’ottica di ristrutturazione aziendale.
Il “nuovo concordato preventivo” è stato riformato per dotare il sistema imprenditoriale italiano di uno strumento effettivamente in grado di consentire all’impresa che vi acceda tempestivamente una reale opportunità di risanamento e conservazione dei valori aziendali.
Nell’imposizione diretta il legislatore fiscale, derogando ai principi ordinari sottesi alla tassazione del reddito d’impresa contenuti nel Testo Unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, ha introdotto alcuni elementi di specialità a favore delle imprese soggette a procedure concorsuali, quali il fallimento e il concordato preventivo.
In particolare, l’art. 86, ultimo comma, dispone che la cessione dei beni ai creditori in sede di concordato preventivo non costituisce realizzo delle plusvalenze e minusvalenze dei beni, comprese quelle relative alle rimanenze e il valore di avviamento.
Sulla stessa linea l’art. 88, comma 4, prescrive che la riduzione dei debiti dell’impresa in sede di concordato fallimentare o preventivo non determina l’emersione di sopravvenienze attive rilevanti ai fini fiscali.