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Timestamp: 2019-08-25 02:06:03+00:00
Document Index: 16043698

Matched Legal Cases: ['art. 415', 'art. 390', 'sentenza ', 'art. 75', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 182', 'art. 182', 'art. 320', 'art. 328', 'sentenza ', 'art. 182', 'art. 354', 'art. 162', 'art. 372', 'art. 79', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 25', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 300', 'art. 328', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2495', 'art. 1722', 'art. 2504', 'art. 299', 'art. 2495', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 73', 'art. 2312', 'art. 2495', 'art. 2193', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 182']

Art. 75 cod. proc. civile: Capacità processuale | La Legge per tutti
Art. 75 cod. proc. civile: Capacità processuale
Sono capaci di stare in giudizio le persone che hanno il libero esercizio dei diritti che vi si fanno valere (1) (2) (3).
Le persone che non hanno il libero esercizio dei diritti non possono stare in giudizio se non rappresentate, assistite o autorizzate secondo le norme che regolano la loro capacità (4).
Le persone giuridiche stanno in giudizio per mezzo di chi le rappresenta a norma della legge o dello statuto (5).
Le associazioni e i comitati, che non sono persone giuridiche, stanno in giudizio per mezzo delle persone indicate negli articoli 36 e seguenti del codice civile (6).
Capacità processuale: è la capacità di stare in giudizio da sé, ponendo in essere atti processuali in nome proprio o per conto di altri. Consiste, in sostanza, nella capacità di agire di diritto privato applicata al processo. Dalla capacità processuale va distinta la generica capacità di essere parte in un processo (analoga alla capacità giuridica di diritto sostanziale) che appartiene a tutte le persone fisiche, anche se incapaci di agire, alle persone giuridiche e ad alcune collettività organizzate e patrimoni autonomi
Assistenza: consiste in una collaborazione simultanea nel compimento di determinati atti tra un soggetto pienamente capace (cd. curatore) ed un soggetto parzialmente incapace (inabilitato ex art. 415 c.c. o minore emancipato ex art. 390 c.c.). In campo processuale l’assistenza dà vita ad un fenomeno di legittimazione congiunta nel senso che l’assistito e il curatore debbono agire o essere convenuti entrambi.
(1) Diversa dalla capacità processuale è la cd. legittimazione formale (legitimatio ad processum) che, sostanziandosi nella titolarità di un potere al compimento di un atto, costituisce un presupposto processuale per esercitare in modo valido i propri diritti processuali. Non sempre questi due requisiti processuali coesistono in capo alla stessa persona: per esempio, il fallito, pur avendo la piena capacità processuale, non ha legittimazione formale e pertanto, nelle controversie relative ai suoi rapporti patrimoniali, non può stare in giudizio senza il curatore. Infatti, la dichiarazione di fallimento non priva in modo assoluto il fallito della capacità processuale ma solo in modo relativo, nel senso che quest’ultimo potrà far valere personalmente solo i cosiddetti diritti personalissimi.
(2) L’incapacità naturale di un soggetto non determina l’incapacità processuale, per cui l’interdicendo o l’inabilitando conservano la piena capacità di stare in giudizio fino a quando non venga pronunciata la sentenza di interdizione o di inabilitazione.
(3) Se la parte, prima della costituzione o all’udienza davanti al giudice istruttore, perde la capacità di stare in giudizio il processo si interrompe. Egualmente, si ha interruzione nel caso in cui il procuratore della parte che ha perso la capacità processuale dopo la sua costituzione, lo dichiari in udienza o lo notifichi alle altre parti.
(4) Mentre si ha sempre la capacità di essere parte, non sempre si ha anche la capacità di stare in giudizio compiendo da soli validi atti processuali. Richiamandosi alla normativa prevista dal codice civile, il libero esercizio dei diritti è, in linea generale, escluso: a) per gli incapaci, e precisamente: — il minore, che è rappresentato in giudizio dai genitori esercenti la patria potestà e, in mancanza degli stessi, da un tutore (c.c. 320); — l’interdetto, che è rappresentato dal tutore (c.c. 357); b) per i semicapaci, cioè: — il minore emancipato (c.c. 394) e il maggiore inabilitato (c.c. 424) che sono assistiti in giudizio dal curatore.
(5) Il comma 3 dell’articolo in esame richiama l’istituto della cd. rappresentanza processuale organica o istituzionale. Questa non è considerata una vera e propria forma di rappresentanza in quanto con tale termine si fa riferimento agli organi delle persone giuridiche che hanno la funzione di esternare la volontà dell’ente, la quale non potrebbe esprimersi in alcun altro modo. L’attività dell’organo rappresentativo, che è immedesimato con la struttura dell’ente, va intesa quindi come attività propria di una parte della persona giuridica e come tale viene imputata all’ente stesso.
(6) L’ultimo comma dell’art. 75 considera la rappresentanza processuale delle associazioni e dei comitati che sono sprovvisti di personalità giuridica. Più precisamente: — le associazioni non riconosciute stanno in giudizio nella persona di coloro ai quali, secondo l’atto costitutivo o secondo lo statuto, è attribuita la presidenza o la direzione (c.c. 36); — i comitati possono agire o essere convenuti in giudizio esclusivamente nella persona del presidente (c.c. 41); — le società di persone stanno in giudizio in persona dei soci o per mezzo degli amministratori che ne hanno la rappresentanza (c.c. 2266, 2298 e 2315); — i consorzi con attività esterna possono essere convenuti in giudizio tramite il presidente o il direttore, anche se la rappresentanza è conferita ad altre persone (c.c. 2613); — i condomini possono agire o essere convenuti in giudizio nella persona dell’amministratore (c.c. 1131); — i partiti politici e i sindacati stanno in giudizio rispettivamente tramite il presidente e per mezzo delle persone alle quali, ai sensi delle norme statutarie, è conferita la presidenza o la direzione; — l’eredità giacente e quella istituita sotto condizione sospensiva stanno in giudizio nella persona del curatore (c.c. 529) o di un amministratore (c.c. 641).
La capacità giuridica si acquista al momento della nascita e si estingue con la morte della persona fisica (art. 1 c.c.) Deve perciò ritenersi affetta da giuridica inesistenza, denunciabile in ogni tempo e sede, la sentenza pronunciata nei confronti di colui che, pur dichiarato contumace, risulti deceduto al momento della proposizione della domanda introduttiva, senza che possa attribuirsi alcun rilievo in contrario al fatto che la dichiarazione di contumacia sia avvenuta a seguito di una notificazione della citazione effettuata nella formale osservanza delle norme in materia, giacché tale osservanza non vale ad escludere che, in ragione dell’inesistenza del notificando, quest’ultima debba a sua volta considerarsi inesistente. Cass. 18 settembre 2001, n. 11688; conforme Cass. 19 febbraio 1993, n. 2023.
Poichè la delega del Presidente dell’I.N.P.D.A.P. ad un direttore di sede periferica, per agire in giudizio, attiene al momento genetico del processo e alla valida instaurazione del contraddittorio, la procura da questi conferita al difensore dichiarando di agire per l’I.N.P.D.A.P., senza neppure dedurre di averne ricevuto i poteri rappresentativi in base alla suddetta delega, determina la nullità del giudizio, rilevabile d’ufficio semprechè, sulla specifica questione, non si sia formato il giudicato interno, che si determina allorché la carenza del potere rappresentativo sia stata appositamente denunciata e, quindi, sia stata espressamente negata dal giudice di merito ovvero sia rimasta senza esplicita risposta e tale omessa pronuncia non sia stata poi oggetto di appello. Cass. lav., 21 dicembre 2011, n. 28078.
Il difetto di legittimazione processuale della persona fisica che agisca in giudizio in rappresentanza di un ente può essere sanato in qualunque stato e grado del giudizio, con efficacia retroattiva e con riferimento a tutti gli atti processuali già compiuti, per effetto della costituzione in giudizio del soggetto dotato della effettiva rappresentanza dell’ente stesso, il quale manifesti la volontà, anche tacita, di ratificare la precedente condotta difensiva del falsus procurator; né tale sanatoria può essere impedita dalla previsione dell’art. 182 c.p.c., secondo cui sono fatte salve le decadenze già verificatesi, la quale va riferita alle decadenze sostanziali (sancite, cioè, per l’esercizio del diritto e dell’azione: artt. 2964 ss. c.c.) e non a quelle che si esauriscono nell’ambito del processo, com’è dimostrato dal fatto che, in caso contrario, si avrebbe l’inapplicabilità (inammissibile sotto il profilo sistematico) dell’art. 182 c.p.c. in tutte le ipotesi in cui (come nel rito del lavoro) le parti incorrono in decadenze processuali già nell’atto introduttivo. Cass. lav., 12 marzo 2004, n. 5135.
Rappresentanza e assistenza degli incapaci.
In tema di rappresentanza processuale del minore, l’autorizzazione del giudice tutelare ex art. 320 c.c. è necessaria per promuovere giudizi relativi ad atti di amministrazione straordinaria, che possono cioè arrecare pregiudizio o diminuzione del patrimonio e non anche per gli atti diretti al miglioramento e alla conservazione dei beni che fanno già parte del patrimonio del soggetto incapace. Ne consegue che si atteggiano ad atti di ordinaria amministrazione, per i quali non è necessaria la predetta autorizzazione, tanto l’azione di rivendica finalizzata ad accrescere o a tutelare in senso migliorativo il patrimonio dell’incapace, quanto l’assunzione di una posizione processuale assimilabile a quella di un convenuto, come l’intervento volontario in giudizio per contrastare la domanda dell’attore di riconoscimento di un diritto di proprietà, giacché il provvedimento del giudice tutelare è richiesto solo quando il minore assuma la veste di attore in primo grado, ma non per le difese e gli atti diretti a resistere all’azione avversaria. Cass. 19 gennaio 2012, n. 743.
Ai fini dell’individuazione del destinatario della notifica dell’impugnazione, se il raggiungimento della maggiore età da parte del soggetto costituito in giudizio a mezzo dei suoi legali rappresentanti, verificatosi nel corso del giudizio di primo grado, prima della chiusura della discussione, non sia stato dichiarato né notificato, è necessario far richiamo ai principi di cui all’art. 328 c.p.c. dove si evidenzia la volontà del legislatore di adeguare il processo di impugnazione alle variazioni intervenute nelle posizioni delle parti, sia ai fini della notifica della sentenza che dell’impugnazione, e operante tanto nel caso di evento verificatosi dopo la sentenza, che in quello di evento intervenuto durante la fase attiva e non dichiarato né notificato, con piena parificazione degli effetti delle due fattispecie. Cass., Sez. Un., 28 luglio 2005, n. 15783.
La citazione in giudizio del solo inabilitato, e non anche del suo curatore, integra un’ipotesi di nullità della citazione stessa, ai sensi degli artt. 163, comma 3, n. 2 e 164 c.p.c., la cui sanatoria, in mancanza di costituzione dell’inabilitato, è disciplinata non dall’art. 182 c.p.c., ma dagli artt. 164, comma 2, e 156, comma 3, c.p.c.; qualora la nullità non sia stata sanata nel giudizio di primo grado, la stessa interposizione dell’appello comporta la sanatoria della nullità della citazione, che non esclude però l’invalidità del giudizio di primo grado, svoltosi in violazione del contraddittorio, e la conseguente nullità della sentenza. Il giudice di appello deve perciò dichiararla e, non potendo rimettere la causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 354 c.p.c., è tenuto a trattare la causa nel merito, rinnovando gli atti dichiarati nulli, quando possibile e necessario, ai sensi dell’art. 162 c.p.c. Cass., Sez. Un., 19 aprile 2010, n. 9217.
La perdita della capacità processuale per effetto della dichiarazione di fallimento non è assoluta ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto (e, per essa, al curatore) è concesso eccepirla, traendosene la conseguenza che se il curatore rimane inerte ed il fallito agisce in giudizio per proprio conto, la controparte non è legittimata a proporre l’eccezione né il giudice può rilevare d’ufficio il difetto di legittimazione. Cass. 9 febbraio 1987, n. 1381; conforme Cass. 21 aprile 1997, n. 3400; Cass. 14 maggio 1998, n. 4865; Cass., Sez. Un., 21 luglio 1998, n. 7132; Cass. lav., 29 maggio 1999, n. 5238; Cass. lav., 19 novembre 1999, n. 12879; Cass. trib., 26 aprile 2001, n. 6085; Cass. 4 marzo 2011, n. 5226.
Il curatore del fallimento, pur essendo parte nelle controversie fallimentari, non ha capacità processuale autonoma, bensì condizionata all'autorizzazione del giudice delegato, che deve essere rilasciata in relazione a ciascun grado di giudizio tant'è che, in mancanza, sussiste il difetto di legittimazione processuale, rilevabile d'ufficio dal giudice trattandosi di questione inerente la "legitimatio ad processum". Peraltro, mentre nelle fasi di merito il giudice, che ne rilevi l'assenza, può invitare il curatore a munirsene, nel giudizio di legittimità non sussiste un analogo potere poiché la peculiare natura di quest'ultimo, caratterizzato dall'assenza di attività istruttoria e dalle rigide formalità che disciplinano il deposito dei documenti (ammissibili con le forme e i limiti di cui all'art. 372 cod. proc. civ.), esclude la possibilità per il giudicante di invitare una delle parti a depositare documenti mancanti. Dichiara inammissibile, App. Napoli, 09/04/2010.
Cassazione civile sez. III 16 dicembre 2014 n. 26359
Il difetto di capacità (o di legittimazione) è, tuttavia, opponibile da chiunque ed è rilevabile d’ufficio, quando il fallito intenda tutelare, direttamente e personalmente, beni e rapporti già acquisiti al fallimento, di cui gli organi fallimentari abbiano mostrato concretamente di volersi interessare. Cass. 21 maggio 2004, n. 9710; conforme Cass. 18 febbraio 1972, n. 464; Cass. 23 luglio 1998, n. 7200; Cass. 14 giugno 2000, n. 8116; Cass. trib., 3 aprile 2003, n. 5202.
4.1. Segue: Impugnazioni.
In tema di cosiddetta eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito relativamente a rapporti patrimoniali compresi nel fallimento per il caso di disinteresse od inerzia degli organi fallimentari, la negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia è sufficiente ad escludere detta legittimazione, allorquando venga espressa con riguardo ad una controversia della quale il fallimento sia stato parte, poiché, in tal caso, è inconcepibile una sovrapposizione di ruoli fra fallimento e fallito, mentre non lo è allorquando si tratti di una controversia alla quale il fallimento sia rimasto del tutto estraneo, ed in particolare quando alla negativa valutazione si accompagni l’espresso riconoscimento della facoltà del fallito di provvedere in proprio e con suo onere. Cass. 20 marzo 2012, n. 4448.
4.2. Segue: Rapporti esclusi.
Il conduttore fallito è da considerarsi legittimato all’esercizio, ex art. 79 della legge n. 392 del 1978, dell’azione di ripetizione dell’eccedenza dei canoni convenzionali pagati rispetto a quelli dovuti, la cui relativa somma non può, peraltro, ritenersi acquisita al fallimento stesso prima che la suddetta azione sfoci in una sentenza di condanna del locatore Cass. 29 settembre 2009, n. 20804.
4.3. Necessità dell’autorizzazione per ogni grado del giudizio.
Il curatore di un fallimento non è fornito di capacità processuale generale ed autonoma, bensì di capacità che deve essere integrata dall’autorizzazione del giudice delegato al fallimento in relazione a ciascun grado del giudizio. Ne consegue che la mancanza di detta autorizzazione determina il difetto di legittimazione processuale. Cass. 22 dicembre 2000, n. 16159; conforme Cass. 14 aprile 2004, n. 7066.
4.4. Diniego di autorizzazione: rimedi.
Avverso il provvedimento con il quale il tribunale fallimentare decide in sede di reclamo contro il decreto di concessione o di diniego dell’autorizzazione al curatore a promuovere un’azione civile è inammissibile il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione. Il provvedimento ha, infatti, natura ordinatoria, esaurisce i suoi effetti all’interno della procedura fallimentare, quale condizione per il successivo agire in contenzioso del curatore e risente della natura del giudice delegato che, a sua volta, si configura come espressione di quei poteri amministrativi di direzione e sorveglianza del procedimento e concessione di autorizzazione al curatore che l’art. 25, L. fall. attribuisce al suddetto giudice. Cass. 26 agosto 2004, n. 13288.
4.5. Segue: Difetto di autorizzazione: sanatoria.
Il difetto di capacità processuale del curatore del fallimento, che, entro il termine breve dell’art. 325, c.p.c., abbia appellato una sentenza senza essere munito dell’autorizzazione del giudice delegato, può essere sanato, con efficacia retroattiva, dalla successiva autorizzazione, che può sopravvenire anche dopo la scadenza del termine di impugnazione, purché il giudice di appello non abbia già dichiarato inammissibile l’impugnazione. Cass. 19 novembre 2003, n. 17540.
4.6. Chiusura del fallimento: perdita della capacità processuale da parte del curatore.
Qualora uno degli eventi idonei a determinare l’interruzione del processo (nella specie, la chiusura del fallimento con perdita della capacità processuale da parte del curatore e riacquisto della stessa da parte del fallito) si verifichi nel corso del giudizio di secondo grado, prima della chiusura della discussione, e tale evento non venga dichiarato né notificato dal procuratore della parte cui esso si riferisce a norma dell’art. 300 c.p.c., il ricorso per cassazione deve essere instaurato da e contro i soggetti effettivamente legittimati, alla luce dell’art. 328 c.p.c., dal quale si desume la volontà del legislatore di adeguare il processo di impugnazione alle variazioni intervenute nelle posizioni delle parti, sia ai fini della notifica della sentenza che dell’impugnazione, con piena parificazione, a tali effetti, tra l’evento verificatosi dopo la sentenza e quello intervenuto durante la fase attiva del giudizio e non dichiarato né notificato. Pertanto, l’impugnazione effettuata alla parte non più legittimata è affetta da nullità rilevabile d’ufficio e, limitatamente ai processi pendenti alla data del 30 aprile 1995, suscettibile di sanatoria con efficacia solo “ex nunc”, con conseguente inammissibilità del ricorso per cassazione Cass. 14 febbraio 2007, n. 3351; conforme Cass. 7 ottobre 2011, n. 20611.
È fondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 75 e 300 c.p.c. nella parte in cui non prevedono, ove emerga una situazione di scomparsa del convenuto, l’interruzione del processo e la segnalazione, ad opera del giudice, del caso al p.m. perché promuova la nomina di un curatore, nei cui confronti debba l’attore riassumere il giudizio. Corte cost. 16 ottobre 1986, n. 220.
È valida ed efficace la procura alle liti conferita dal liquidatore di una società (nella specie società a responsabilità limitata), munito di potere rappresentativo, a nulla rilevando che egli abbia dichiarato di agire nella veste di “amministratore” della società (carica ricoperta prima dell’apertura della fase di liquidazione). Ai fini di stabilire la legittimazione processuale del soggetto che rappresenta la società, infatti, occorre fare riferimento non alla qualità dichiarata, ma a quella effettiva di colui il quale svolge funzioni di amministratore o di liquidatore. Cass. 13 dicembre 2010, n. 25157.
In tema di società per azioni, il potere del direttore generale di rappresentare verso l’esterno la società - inclusa la possibilità di rilasciare valida procura “ad litem” - può ritenersi sussistente soltanto se vi sia stata, in tal senso, una specifica attribuzione, statutaria o dell’organo amministrativo, o anche se tale potere inerisca, intrinsecamente, alla natura stessa dei compiti affidatigli. Il potere può presumersi quando il direttore generale alleghi, oltre a tale qualità, quella di legale rappresentante della società, spettando in tale ipotesi alla parte che ne contesti la sussistenza fornire la prova contraria. In tutti gli altri casi, tale potere rappresentativo deve ritenersi insussistente, esplicando il direttore generale attività meramente interna od esecutiva (in applicazione del suesposto principio, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione presentato da una società di gestione crediti che agiva in forza di una procura generale conferita dal vice direttore Generale di un istituto di credito e con la quale la banca le conferiva il potere di provvedere, in suo nome e per suo conto, ad una serie di attività di gestione delle procedure esecutive e concorsuali) Cass. 17 febbraio 2011, n. 3848.
È improponibile la domanda giudiziale introdotta dal liquidatore di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, poiché l’effetto estintivo che ne deriva - il quale, a seguito della riforma del diritto delle società, per quelle cancellate prima del 2004 opera a decorrere dal 1 gennaio 2004, e si produce, ai sensi dell’art. 2495, comma secondo, c.c., anche in presenza di debiti insoddisfatti o di rapporti non definiti, istituendosi una comunione fra i soci in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione - determina il venir meno del potere di rappresentanza dell’ente estinto in capo al liquidatore, come pure la successione dei soci alla società ai fini dell’esercizio, nei limiti e alle condizioni stabilite, delle azioni dei creditori insoddisfatti. Cass. 3 novembre 2011, n. 22863; conforme Cass. 5 novembre 2010 n. 22548.
La fusione per incorporazione nella disciplina previgente alla riforma del diritto societario di cui al D.Lgs. n. 6 del 2003, applicabile ratione temporis comporta l’estinzione automatica delle società fuse od incorporate, con confusione dei patrimoni delle società preesistenti. Ne consegue che, la cessazione dalla carica dell’amministratore è automatica e - anche a prescindere dalla previsione generale di cui all’art. 1722, comma 1, n. 4, c.c. - costituisce conseguenza obbligata della creazione della nuova società, senza che tale evenienza sia assimilabile al fenomeno della revoca tacita da parte dell’assemblea, atteso che per effetto della fusione cessa di esistere un’assemblea della società incorporata. Cass. lav., 20 settembre 2010, n. 19847.
In tema di fusione, l’art. 2504 bis c.c. introdotto dalla riforma del diritto societario (D.Lgs. 17 gennaio 2003 n. 6) ha natura innovativa e non interpretativa e, pertanto, il principio, da esso desumibile, per cui la fusione tra società si risolve in una vicenda meramente evolutivo-modificativa dello stesso soggetto giuridico, che conserva la propria identità, pur in un nuovo assetto organizzativo, non vale per le fusioni (per unione od incorporazione) anteriori all’entrata in vigore della nuova disciplina (1 gennaio 2004), le quali tuttavia pur dando luogo ad un fenomeno successorio, si diversificano dalla successione “mortis causa” perché la modificazione dell’organizzazione societaria dipende esclusivamente dalla volontà delle società partecipanti, con la conseguenza che quella che viene meno non è pregiudicata dalla continuazione di un processo del quale era perfettamente a conoscenza, così come nessun pregiudizio subisce la incorporante (o risultante dalla fusione), che può intervenire nel processo ed impugnare la decisione sfavorevole. Ad esse, di conseguenza non si applica la disciplina dell’interruzione di cui agli art. 299 ss. c.p.c. Cass., Sez. Un., 17 settembre 2010, n. 19698.
L’art. 2495 c.c., comma 2, come modificato dal D.Lgs. n. 6/3, art. 4, è norma innovativa e ultrattiva, che, in attuazione della legge di delega, disciplina gli effetti delle cancellazioni delle iscrizioni di società di capitali e cooperative intervenute anche precedentemente alla sua entrata in vigore (1 gennaio 2004), prevedendo a tale data la loro estinzione, in conseguenza dell’indicata pubblicità e quella contestuale alle iscrizioni delle stesse cancellazioni per l’avvenire e riconoscendo, come in passato, le azioni dei creditori sociali nei confronti dei soci, dopo l’entrata in vigore della norma, con le novità previste agli effetti processuali per le notifiche intrannuali di dette citazioni, in applicazione degli art. 10 e 11 preleggi, e dell’art. 73 cost., u.c. Il citato articolo, incidendo nel sistema, impone una modifica del diverso e unanime pregresso orientamento della giurisprudenza di legittimità fondato sulla natura all’epoca non costitutiva della iscrizione della cancellazione che invece dall’1 gennaio 2004 estingue di certo le società di capitali nei sensi indicati. Dalla stessa data per le società di persone, esclusa l’efficacia costitutiva della cancellazione iscritta nel registro, impossibile in difetto di analoga efficacia della loro iscrizione, per ragioni logiche e di sistema, può affermarsi la efficacia dichiarativa della pubblicità della cessazione dell’attività dell’impresa collettiva, opponibile dall’1 luglio 2004 ai creditori che agiscano contro i soci, ai sensi degli art. 2312 e 2324 c.c., norme in base alle quali si giunge ad una presunzione del venir meno della capacità e legittimazione di esse, operante negli stessi limiti temporali indicati, anche se perdurino rapporti o azioni in cui le stesse società sono parti, in attuazione di una lettura costituzionalmente orientata delle norme relative a tale tipo di società da leggere in parallelo ai nuovi effetti costituivi della cancellazione delle società di capitali per la novella. La natura costitutiva riconosciuta per legge a decorrere dall’1 gennaio 2004, degli effetti delle cancellazioni già iscritte e di quelle future per le società di capitali che con esse si estinguono, comporta, anche per quelle di persone, che, a garanzia della parità di trattamento dei terzi creditori di entrambi i tipi di società, si abbia una vicenda estintiva analoga con la fine della vita di queste contestuale alla pubblicità, che resta dichiarativa degli effetti da desumere dall’insieme delle norme pregresse e di quelle novellate, che, per analogia iuris determinano una interpretazione nuova della disciplina pregressa delle società di persone. Per queste ultime, come la loro iscrizione nel registro delle imprese ha natura dichiarativa, anche la fine della loro legittimazione e soggettività è soggetta a pubblicità della stessa natura, desumendosi l’estinzione di esse dagli effetti della novella dell’art. 2495 c.c., sull’intero titolo V del Libro quinto del codice civile dopo la riforma parziale di esso, ed è l’evento sostanziale che la cancellazione rende opponibile ai terzi (art. 2193 c.c.) negli stessi limiti temporali indicati per la perdita della personalità delle società oggetto di riforma Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2010 n. 4062; conforme Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2010 n. 4060; Cass., Sez. Un., 22 febbraio 2010, n. 4061.
Persone giuridiche pubbliche. Stato italiano.
La L. n. 260 del 1958 venne emanata con l’evidente scopo di semplificare l’individuazione dell’organo competente a rappresentare lo Stato, indicando lo stesso nel Ministro competente e prevedendo, inoltre, un regime di sanatoria nei casi definiti come errore della persona cui la notifica deve essere fatta (art. 4). Tale norma, nel quadro delle esigenze di una più rapida ed efficiente tutela, non può essere letta in modo riduttivo, e quindi riferita ai casi di erronea identificazione della persona fisica titolare dell’organo o ad esso addetta, ma proprio all’errore nell’identificazione dell’organo legittimato. Pertanto, l’espressione «errore nella persona che deve ricevere la notificazione» deve essere letta, come «errore nell’indicazione dell’organo legittimato», intendendosi per persona il soggetto (e cioè la specifica articolazione dell’organizzazione statale) fornito di legittimazione. Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2006, n. 3117.
7.1. Erronea identificazione dell’organo legittimato a resistere in giudizio.
In tema di opposizione a sanzioni amministrative, al di fuori delle ipotesi in cui la legge prevede la specifica competenza di un organo periferico dell’Amministrazione, con la conseguente inapplicabilità dell’art. 11, R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, l’errata identificazione dell’organo legittimato a resistere in giudizio non si traduce nella mancata instaurazione del rapporto processuale, ma costituisce una mera irregolarità, sanabile, ai sensi dell’art. 4, L. 25 marzo 1958, n. 260, attraverso la rinnovazione dell’atto nei confronti dell’organo indicato dal giudice, ovvero mediante la costituzione in giudizio dell’Amministrazione, che non abbia sollevato eccezioni al riguardo, o ancora attraverso la mancata deduzione di uno specifico motivo d’impugnazione. Cass., Sez. Un., 14 febbraio 2006, n. 3117; conforme Cass. 18 luglio 2006, n. 16458.
7.2. Opposizione avverso cartella esattoriale.
In materia di sanzioni amministrative, la legittimazione passiva nel giudizio di opposizione a cartella esattoriale, proposta ex art. 23 della legge n. 689 del 1981, e relativa ad un verbale di accertamento di violazione del codice della strada redatto dalla polizia municipale, appartiene al Comune. Cass. 11 agosto 2006, n. 18160.
In tema di sanzioni amministrative per infrazioni al c. strad., il concessionario del servizio di riscossione non è il soggetto nei cui confronti possa richiedersi la ripetizione delle somme indebitamente corrisposte in forza di cartella esattoriale per sanzione successivamente annullata, giacché, in siffatta ipotesi, la legittimazione passiva grava soltanto sull’ente impositore, quale unico titolare del diritto di credito oggetto della riscossione. Cass. 28 novembre 2007, n. 24735.
7.3. Regione.
L’autorizzazione a stare in giudizio emessa dall’organo collegiale competente, che è necessaria perché un ente pubblico possa agire o resistere in causa, attiene alla legitimatio ad processum, ossia all’efficacia e non alla validità della costituzione dell’ente medesimo a mezzo dell’organo che lo rappresenta; essa, pertanto, può intervenire ed essere prodotta anche nel corso del giudizio e, quindi, anche dopo che sia scaduto il termine per l’opposizione a decreto ingiuntivo, senza che la controparte possa dedurre l’insussistenza delle ragioni d’urgenza che hanno indotto l’organo che rappresenta l’ente pubblico (nella specie, il Presidente di una regione) a proporre l’opposizione senza essere ancora munito dell’autorizzazione dell’organo (nella specie, la Giunta), al quale unicamente spetta la valutazione della correttezza dell’operato del primo. Cass., Sez. Un., 27 aprile 2004, n. 8020; conforme Cass. 15 febbraio 2007, n. 3454.
Soggetti privi di personalità giuridica: società di persone.
Nel caso di sentenza pronunciata nei confronti di una società in accomandita semplice, in quanto questa, anche se sprovvista di personalità giuridica, costituisce pur sempre un distinto centro di interessi, dotato di una propria autonomia e, quindi, di una propria capacità processuale, è inammissibile l’appello proposto dal socio accomandante e la successiva costituzione del socio accomandatario ha efficacia ex tunc (ai sensi dell’art. 182, c.p.c.) e non sana, tuttavia, le decadenze maturate, né impedisce la formazione del giudicato per decorrenza del termine perentorio per impugnare. Cass. lav., 10 agosto 2006, n. 18156.