Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-14498-del-09-06-2017
Timestamp: 2020-01-22 10:40:14+00:00
Document Index: 156915190

Matched Legal Cases: ['art. 59', 'art. 28', 'art. 144', 'art. 818', 'art. 1362', 'art. 1362', 'art. 1362', 'art. 1366', 'art. 28', 'art. 138', 'art. 1322', 'art. 128', 'art. 249', 'art. 28', 'art. 138', 'art. 145', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 2028', 'art. 24', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 28', 'art. 138', 'art. 617', 'art. 26', 'art. 111', 'art. 617', 'art. 59', 'art. 28', 'art. 287', 'art. 42', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 138', 'art. 28', 'art. 145', 'art. 145', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 14498 del 09/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14498 del 09/06/2017
Cassazione civile, sez. II, 09/06/2017, (ud. 03/05/2016, dep.09/06/2017), n. 14498
L.A., rappresentato e difeso, per procura speciale a margine
del ricorso, dagli Avvocati Maria Teresa Napolitano e Alfredo Di
Mauro, elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo in
Roma, via Santa Caterina da Siena n. 46;
ARCHIVIO NOTARILE DISTRETTUALE – SOVRINTENDENZA DI FIRENZE, in
persona del Sovrintendente pro tempore, rappresentati
dall’Avvocatura generale dello Stato, pressi i cui uffici in Roma,
COMMISSIONE AMMINISTRATIVA REGIONALE DI DISCIPLINA PER LA
CIRCOSCRIZIONE TERRITORIALE DELLA TOSCANA;
PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNVIALE DI PRATO;
avverso l’ordinanza della Corte d’appello di Firenze n. 1604/2014,
depositata in data 5 dicembre 2014 (R.G. n. 188/2014);
Con decisione 16 settembre 2013, la Commissione amministrativa regionale di disciplina per la circoscrizione territoriale della Toscana (Co.Re.Di.) irrogava al notaio L.A. la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per sei mesi, per avere autenticato una scrittura privata manifestamente contraria a norme di ordine pubblico in quanto avente ad oggetto la rettifica di un decreto di trasferimento emesso dal giudice delegato, con l’inclusione di una particella.
Avverso questa decisione il L. proponeva opposizione dinnanzi alla Corte d’appello di Firenze.
Costituitosi il contraddittorio, l’adito giudice rigettava l’opposizione. Richiamato il testo dell’atto oggetto della contestazione disciplinare, la Corte d’appello riteneva indubbio che lo stesso integrasse una inammissibile integrazione del decreto di trasferimento. Era infatti dichiarata la volontà delle parti di procedere alla integrazione del decreto di trasferimento emesso dal Tribunale di Firenze il 20 febbraio 1997; e una tale esplicita ed inequivoca affermazione non poteva non avere, per un professionista esperto come un notaio, una notevole rilevanza interpretativa: le parti volevano effettivamente integrare un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Ma anche il contenuto sostanziale della scrittura privata era essenzialmente nello stesso senso, tanto che se ne prevedeva la annotazione o la trascrizione. Non si trattava, quindi, della legittima interpretazione che le parti avevano voluto dare di dati oggettivi inerenti la fattispecie dedotta in giudizio, quali i dati di identificazione catastale di un immobile, nè poteva essere richiamato l’art. 59-bis L.n., che ovviamente non consente la rettificazione per atti dell’autorità giudiziaria.
La Corte d’appello riteneva poi che la postilla apposta dal notaio all’atto costituisse un serio elemento di valutazione del grado di consapevolezza, e perciò di responsabilità disciplinare del notaio, evidenziando che quest’ultimo era intervenuto sul contenuto dell’atto del tutto acriticamente. Quanto alla mancata trascrizione dell’atto, rimessa alla volontà delle parti, la Corte d’appello riteneva che la stessa non avesse alcuna rilevanza in ordine alla violazione da parte del notaio del disposto dell’art. 28 L.n., che si esaurisce nella ricezione e nell’autentica dell’atto. Nè poteva essere condiviso l’assunto dell’opponente, secondo cui non si era in presenza di un atto nullo perchè inerente alla fase dell’esecuzione di un giudicato, trattandosi di rilievo che confondeva i piani: nel caso di specie, infatti, non si trattava di eseguire o no un provvedimento giudiziario, ma di correggerlo integrandolo. Così come non rilevava la eventuale non nullità dell’atto (peraltro difficilmente ipotizzabile), atteso che la norma disciplinare non prevede tale requisito; in ogni caso, era evidente la violazione dell’ordine pubblico, ravvisabile, nella specie, nel principio del rispetto e della non modificabilità degli atti giudiziari da parte dei soggetti che degli atti stessi sono destinatari. Le parti, d’altra parte, non si erano in alcun modo attivate per chiedere la correzione del provvedimento giudiziario, non modificabile dalle parti anche se lo stesso ha ad oggetto il diritto di proprietà.
La Corte d’appello riteneva poi indubbia la sussistenza dell’elemento soggettivo dell’illecito, avendo la Co.Re.Di esaminato il comportamento del notaio, specialmente con riguardo alla piena attenzione e consapevolezze dell’atto evidenziate dalla postilla.
Quanto alla sanzione irrogata, la Corte d’appello rilevava che, pur se nella relativa motivazione la Co.Re.Di. aveva fatto riferimento ad un precedente disciplinare non ancora definitivo, la decisione di escludere le attenuanti di cui all’art. 144 L.n. era condivisibile, stante il comportamento tenuto in sede disciplinare dal notaio, che aveva dimostrato di non avere compreso la gravità della violazione addebitatagli.
Avverso la decisione della Corte d’appello L.A. ha proposto ricorso per cassazione affidato a dodici motivi.
Il Ministero della giustizia e l’Archivio notarile distrettuale di Firenze hanno resistito con controricorso.
1. – I motivi di ricorso.
1.1. – Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 818 c.c., comma 1, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe errato nella individuazione dell’oggetto della scrittura privata autenticata del 6 giugno 2010. Il ricorrente rileva che la particella n. (OMISSIS), cui si riferiva tale ultimo atto, costituiva catastalmente parte della particella n. (OMISSIS), oggetto del decreto di trasferimento del 2001, e dai grafici risultava ricompresa nella superficie pertinenziale scoperta dell’abitazione. La scrittura privata aveva quindi unicamente lo scopo, una volta non andati a buon fine i tentativi di ottenere dal giudice delegato una correzione dei decreti di trasferimento rilevanti nel caso di specie, di effettuare l’esatta identificazione catastale del complesso immobiliare trasferito, con specifico riferimento alla particella n. (OMISSIS), dell’estensione di mq. 543; in altri termini, l’atto notarile era stato un mero strumento giuridico, di natura negoziale, per identificare e precisare i dati catastali della particella di terreno e non mirava affatto a integrare o modificare i decreti di trasferimento del bene.
1.2. – Con il secondo motivo il notaio L. denuncia violazione e falsa applicazione delle norme sull’interpretazione del contratto, nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa la qualificazione giuridica della fattispecie negoziale intercorsa tra le parti. Premesso che nessuna norma impedisce di ritenere che le parti di un precedente giudizio possano intervenire negozialmente per precisare e specificare gli elementi inerenti ad una fattispecie precedentemente dedotta in giudizio, anche se sulla stessa si è formato il giudicato, il ricorrente sostiene che l’atto notarile ben poteva formalizzare una volontà negoziale delle parti diretta alla mera specificazione, ricognizione e accertamento dei dati oggettivi di identificazione catastale e di ricognizione immobiliare. La Corte d’appello avrebbe errato nel fare applicazione del criterio letterale, senza indagare su quale fosse la reale volontà delle parti di quel negozio.
1.3. – Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., comma 1, dolendosi del fatto che la Corte d’appello non abbia indagato la effettiva volontà delle parti, indipendentemente dal nomen iuris utilizzato nella scrittura, comunque finalizzata a superare un ostacolo tecnico-catastale. In particolare, il ricorrente lamenta la mancata considerazione della dichiarazione di scienza secondo cui la società Edilmarco s.r.l. e la sua dante causa, anche ai sensi degli artt. 1146 e 1158 c.c., avevano continuamente e ininterrottamente posseduto, almeno fin dal 1998, la porzione immobiliare in questione. Tale dichiarazione, infatti, avrebbe reso superfluo qualsiasi intervento correttivo sul decreto di trasferimento.
1.4. – Con il quarto motivo si denuncia ancora violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., comma 1, con riferimento alla postilla aggiunta, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere la stessa dimostrativa della sua responsabilità disciplinare, atteso che dalla stessa era invece chiaramente desumibile l’efficacia giuridica di identificazione e precisazione catastale della scrittura privata, avendo con la postilla le parti concordato sulla intervenuta usucapione.
1.5. – Con il quinto motivo il notaio L. lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., comma 1, e art. 1366 c.c., per non avere la Corte d’appello tenuto conto del criterio di interpretazione costituito dal comportamento complessivo delle parti, anche successivo alla conclusione del contratto, che avrebbe dovuto indurre a valorizzare la circostanza che le parti non hanno nè trascritto nè annotato la scrittura privata autenticata, con ciò dimostrando che la loro intenzione non era quella di integrare un provvedimento giudiziario, ma unicamente quella di effettuare una ricognizione della esatta individuazione catastale dell’immobile oggetto di trasferimento.
1.6. – Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 28, comma 1, n. 1, e art. 138, comma 2 L.n., nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa la nullità dell’atto di autentica notarile, sostenendo che, nel caso di specie, non era ravvisabile alcuna nullità, sia perchè i decreti di trasferimento erano stati adottati in ambito fallimentare, e quindi non potevano ritenersi operanti i generali principi del processo civile; sia perchè la postulata integrazione del decreto di trasferimento, in quanto intervenuta in sede di esecuzione del provvedimento, non ne poteva cagionare la nullità, essendo rimesso alle parti individuare le modalità di esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali; sia perchè la violazione di norme imperative non determina ex se la nullità dell’atto, che invece presuppone violazioni attinenti alla struttura dell’atto. La nozione di ordine pubblico, poi, deve essere interpretata evolutivamente e non poteva ritenersi che, nella specie, lo stesso fosse stato violato, atteso che l’atto notarile aveva esclusivamente valenza di identificazione e precisazione catastale.
1.7. – Con l’ottavo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 287 e 617 c.p.c., rilevando che le procedure di correzione dei decreti di trasferimento, contrariamente a quanto affermato dalla Corte d’appello erano state avviate ed avevano avuto esito negativo.
1.8. – Con l’ottavo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dei principi generali in materia di autonomia contrattuale ex art. 1322 c.c., nonchè omessa motivazione circa la disponibilità dei diritti soggettivi a contenuto patrimoniale. L’assunto è che la scelta delle parti di legittimare il notaio ad un eventuale atto di integrazione – rettifica successivamente al provvedimento giurisdizionale, essendo compiuta nell’esercizio della libertà contrattuale e con riferimento a diritti di contenuto prettamente patrimoniale, sarebbe pienamente rispettosa dei principi dell’ordinamento giuridico.
1.9. – Con il nono motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dei principi generali dell’ordinamento giuridico in materia di elemento soggettivo dell’illecito disciplinare, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa la sussistenza, nel caso di specie, dell’elemento soggettivo doloso o colposo. La Corte d’appello, sostiene il ricorrente, non avrebbe svolto alcun accertamento circa la necessaria sussistenza dell’elemento soggettivo dell’illecito, in un contesto in cui il notaio ha inteso autenticare una scrittura privata volta a precisare i dati catastali indicati in un atto giurisdizionale sulla base di una carente documentazione fornita dalle parti. Inoltre, la sussistenza anche di meri profili di colpa dovrebbe essere esclusa per il fatto che l’atto di precisazione è conforme ad una pronuncia del Tribunale di Prato, che ha ritenuto ammissibile il ricorso alla stipula di un apposito atto notarile, onde consentire, in un momento successivo, una più chiara individuazione dell’esatta rappresentazione catastale dei beni interessati da un provvedimento giudiziario.
1.10. – Con il decimo motivo, il L. denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 128 e ss. L.n. e art. 249 e ss. del regolamento n. 1326 del 1914, rilevando che il provvedimento della Co.Re.Di. era stato assunto al termine di un procedimento disciplinare condotto in modo superficiale e nel corso del quale non erano stati acquisiti i decreti di trasferimento e non era quindi stato effettuato alcun riscontro tra i dati catastali indicati nella scrittura privata autenticata e quelli considerati nei decreti di trasferimento.
1.11. – Con l’undicesimo motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 28, comma 1, e art. 138, comma 2 L.n., per manifesta sproporzione della sanzione irrogata rispetto al fatto contestato, non avendo la Co.Re.Di. indicato in base a quali criteri aveva determinato la sanzione ed essendosi limitata la Corte d’appello ad affermare che la sanzione era stata applicata nel minimo edittale.
1.12. – Con il dodicesimo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 145 L.n., nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti, rilevando che la Co.Re.Di. aveva escluso la concessione delle attenuanti per una ragione – pendenza di procedimento disciplinare – del tutto inidonea a giustificare la detta esclusione, e che la stessa COREDI non aveva tenuto conto del fatto che egli aveva svolto la professione di notaio dal 1986 senza essere mai incorso in rilievi disciplinari, pur avendo subito numerose ispezioni. La Corte d’appello, poi, si era limitata ad affermare che il provvedimento impugnato aveva correttamente motivato l’esclusione delle circostanze attenuanti.
1.13. – Il ricorrente, da ultimo, prospetta una questione di legittimità costituzionale degli artt. da 148 a 159 L.n., per contrasto con gli artt. 3, 24, 97, 103, 111 e 113 Cost., in quanto disciplinano il procedimento disciplinare prevedendo, al contrario di quanto avviene per le altre professioni, un solo grado di giurisdizione domestica e il ricorso per cassazione. Le medesime disposizioni contrasterebbero poi con gli artt. 16, 41 e 47 della Carta di Nizza, nonchè dei relativi principi e norme del TFUE, e particolarmente con gli artt. 6 e 13 della CEDU, sollecitando la disapplicazione della normativa interna contrastante con quella comunitaria o convenzionale.
2. – Occorre premettere che i motivi di ricorso ora sintetizzati riproducono sostanzialmente le censure già sollevate dinnanzi alla Corte d’appello avverso il provvedimento della Co.Re.Di. e da questa esaminate e rigettate.
Ed ancora occorre rilevare che il ricorrente denuncia in più motivi il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, facendo riferimento ad una formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non più applicabile nel presente giudizio, avente ad oggetto una decisione pubblicata dopo l’11 settembre 2012. La citata disposizione codicistica è infatti stata sostituita dal D.L. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni dalla legge n. 134 del 2012, a tenore del quale il vizio deducibile, ai sensi dell’art. 360, n. 5, è l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Formulazione, questa, in relazione alla quale le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass., S.U., n. 8053 del 2014).
3. – I primi cinque motivi, all’esame dei quali può procedersi congiuntamente perchè tutti concernenti l’interpretazione della scrittura privata autenticata dal notaio L., sono infondati.
3.1. – Nell’atto oggetto di contestazione, denominato “Atto integrativo di dati catastali”, dopo le premesse, si legge: “B5) che pertanto, per mero errore materiale, la porzione di terreno individuata con la particella (OMISSIS) del foglio di mappa (OMISSIS), avente una superficie catastale di mq. 543 (cinquecento quarantatrè), non veniva trasferita alla società EDILMARCO s.r.l, nè tantomeno al Comune di Carmignano; B6) che, in effetti, detta porzione di terreno risulta oggi fisicamente ricompresa nella consistenza del resede pertinenziale annesso al fabbricato insistente sulla limitrofa particella (OMISSIS) del foglio di mappa (OMISSIS) (ora di proprietà della medesima società EDILMARCO s.r.l.), in quanto ricade all’interno della recinzione in muratura, delineante tale proprietà, realizzata fin dall’epoca dell’edificazione del fabbricato; B7) che tra l’altro, come dichiara il signor N.T., nell’indicata qualità (di presidente del Consiglio di amministrazione e legale rappresentante della EDILMARCO s.r.l.), la società EDILMARCO s.r.l. e, prima di lei, la propria dante causa società “Verwein di G. Verwein e C. s.a.s.”, anche ai sensi e per gli effetti degli artt. 1158 e 1146 c.c. hanno continuamente posseduto, almeno fin dal 1988, detta porzione immobiliare; alla luce di quanto sopra esposto i sottoscritti concordemente riconoscono che – si rende ora necessario procedere alla integrazione del decreto di trasferimento emesso dal Tribunale di Firenze in data 20 febbraio 1997, limitatamente alla mancata indicazione dei dati catastali riferibili alla porzione di terreno individuata al Catasto Terreni del Comune di Carmignano con la particella (OMISSIS) del foglio di mappa (OMISSIS); – detta integrazione riveste, anche per la società Nazzareno Goti s.r.l. e per i suoi soci, un evidente interesse in quanto possibile fonte dio pretese per risarcimento di danni che potrebbero derivare in ordine alla carente indicazione dei dati catastali; – che, preso atto della necessità e dell’urgenza dell’atto descritto, nonchè della difficoltà di reperire gli ultimi amministratori ovvero i soci della società Nazzareno Goti s.r.l. la signora R.C., ai sensi dell’art. 2028 c.c. e ss, interviene e sottoscrive il presente atto quale gestore di affari altrui”. Nella parte dispositiva l’atto così recita: “La società EDILMARCO s.r.l. come sopra rappresentata, e la signora R.C., in qualità di utile gestore della società Nazzareno Goti s.r.l., ovvero dei suoi soci, dichiarano di integrare il decreto di trasferimento emesso dal Tribunale di Firenze in data 20 febbraio 1997, citato in premessa, limitatamente alla mancata indicazione dei dati catastali riferibili alla porzione di terreno individuata al catasto Terreni del Comune di Carmignano con la particella (OMISSIS) del foglio di mappa (OMISSIS), riconoscendo che detta porzione risulta pertanto essere, a maggior ragione, di proprietà della società EDILMARCO s.r.l., in quanti compresa nella consistenza immobiliare trasferita col predetto atto. (…) Di questo atto sarà fatta annotazione in margine alla trascrizione (n. 2465 di reg. part. 24 aprile 1997) nascente dal citato decreto di trasferimento emesso dal Tribunale di Firenze in data 20 febbraio 1997, ovvero sarà autonomamente trascritto, esonerando il competente Conservatore da ogni responsabilità al riguardo”.
3.2. – La Corte d’appello, come ricordato, ha ritenuto che non fosse dubbia la qualificazione dell’atto, come atto volto a disporre una integrazione del decreto di trasferimento del 1997, e quindi ad incidere sul contenuto di un atto giurisdizionale. E ciò non solo per il chiaro senso delle parole utilizzate, sia nella denominazione sia nel corpo dell’atto, avendo le parti dichiarato la propria volontà di procedere alla integrazione del detto decreto – con la precisazione che per un professionista qualificato come un notaio le richiamate espressioni non potevano avere una inequivoca rilevanza interpretativa -, sia per il contenuto sostanziale della scrittura privata, esattamente orientato nel senso della integrazione del decreto, al punto da prevedersi l’annotazione o la trascrizione dell’atto integrativo.
3.3. – Le censure che il ricorrente muove al provvedimento impugnato con i primi cinque motivi si appuntano proprio sulla interpretazione data all’atto in questione dalla Corte d’appello che, secondo il ricorrente, violerebbe numerose disposizioni di legge in tema di ermeneutica contrattuale.
In proposito, è il caso di ricordare che l’interpretazione del contratto, traducendosi in una operazione di accertamento della volontà dei contraenti, si risolve in una indagine di fatto riservata al giudice di merito, censurabile in cassazione, oltre che per violazione delle regole ermeneutiche, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per inadeguatezza della motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione antecedente alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, oppure – nel vigore della novellato testo di detta norma – nella ipotesi di omesso esame di un fatto decisivo e oggetto di discussione tra le parti. Il sindacato di legittimità, infatti, non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (Cass. n. 2465 del 2015).
Orbene, la qualificazione della scrittura privata autenticata dal notaio ricorrente come atto con il quale le parti miravano più che a dare un nuovo assetto ai propri rapporti e ad includere per effetto di una nuova manifestazione di volontà da parte di soggetti abilitati a disporre della particella della quale si era accertata la mancata inclusione nel decreto di trasferimento del 1997, a ottenere il medesimo risultato per effetto di una integrazione di tale decreto non appare contrastante nè con le espressioni utilizzate (che, anzi, il dato letterale è a tal punto chiaro da non prestarsi ad essere sostituito da altri criteri ermeneutici quali quelli invocati dal ricorrente: in tal senso, Cass. n. 6852 del 2010; Cass. n. 925 del 2012), nè con la complessiva volontà espressa dalle parti e con la finalità dalle stesse perseguita.
3.3.1. – Con particolare riferimento al primo motivo, deve poi rlevarsi che la asserita natura pertinenziale della particella non espressamente inclusa nel decreto di trasferimento non si sottrae al rilievo di insindacabilità nella presente sede di legittimità, tanto più ove si consideri che la il fatto che la particella in questione avesse o no carattere pertinenziale non può valere a farla ritenere implicitamente inclusa nel decreto di trasferimento. Senza dire che il ricorrente ha per di più omesso di riferire il contenuto di tale decreto, non consentendo in tal modo di verificare se lo stesso consentisse, in via interpretativa, di ritenere incluso nel trasferimento anche la particella non espressamente menzionata.
Del tutto priva di rilievo è poi la circostanza che la scrittura privata non sia stata annotata sul decreto di trasferimento o trascritta, come pure nel testo dell’atto si prevedeva, atteso che correttamente la Corte d’appello ha ritenuto che la mancata annotazione non facesse venire meno il contenuto integrativo del decreto di trasferimento proprio dell’atto di cui si discute e la responsabilità del notaio, essendo a tali fini unicamente la ricezione e l’autentica di un atto contrario a norme imperative. e certamente non rilevando.
3.3.2. – Nè la dichiarazione relativa al possesso della particella da parte della EDILMARCO s.r.l. e dei suoi danti causa a decorrere dal 1988, e quindi ad un possesso utile ai fini dell’usucapione, può ritenersi sintomatica di una errata applicazione dei criteri ermeneutici da parte del giudice di merito e come tale idonea ad indurre ad una diversa interpretazione dell’atto del 16 giugno 2010. Certamente, non può poi predicarsi con riferimento alla clausola in esame la sussistenza del vizio di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 5, atteso che la Corte d’appello ha espressamente preso in considerazione la clausola in questione e ne ha apprezzato la rilevanza al fine di ritenere che l’esame del notaio fosse pienamente consapevole della natura e della finalità della scrittura privata che andava ad autenticare. Del resto, dal punto di vista logico, come esattamente osservato dalla difesa erariale, sussiste una sostanziale incompatibilità tra la volontà espressa dalle parti nell’atto, nel senso di riferirsi alla necessità della integrazione del decreto di trasferimento, e la dichiarazione in questione, ove con la stessa le parti avessero inteso far accertare l’intervenuta usucapione della detta particella, con ciò venendo meno ogni esigenza di integrazione di quell’atto giurisdizionale.
4. – Il sesto motivo di ricorso è inammissibile, quanto alla denunciata omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione, ed infondato per il profilo della lamentata violazione e falsa applicazione dell’art. 28, comma 1, n. 1, e art. 138, comma 2 Legge notarile.
Premesso che le censure in esame sono state dal ricorrente prospettate ipotizzando che la scrittura privata oggetto di contestazione avesse esclusivamente la valenza di una identificazione e precisazione catastale del complesso immobiliare, con specifico riferimento alla particella n. (OMISSIS), deve rilevarsi che la nozione di ordine pubblico è stata dalla Corte d’appello ritenuta integrata avuto riguardo alla effettiva natura di atto di integrazione di un decreto di trasferimento da riconoscere alla scrittura privata ricevuta e autenticata dal notaio ricorrente. E l’ordine pubblico che la Corte ha ritenuto violato è quello della non modificabilità, ad opera dei privati e al di fuori dei rimedi giurisdizionali previsti, dei provvedimenti giurisdizionali.
Orbene, l’affermazione per cui la non modificabilità dei provvedimenti giurisdizionali per effetto di integrazioni disposte dai privati e al di fuori dei prescritti moduli processuali costituisce principio di ordine pubblico non merita censura alcuna, non potendosi consentire che i privati, sia pure attraverso la formazione di un atto ricevuto e autenticato da un notaio, modifichino il contenuto di un atto del processo. E tale è senz’altro il decreto di trasferimento adottato nel corso della procedura esecutiva, anche se di natura concorsuale.
Altro è che le parti destinatarie di un provvedimento giurisdizionale, in sede di esecuzione del giudicato, trovino una definizione concordata alle proprie posizioni, per come definite dal provvedimento stesso, eventualmente discostandosi da quanto statuito dal giudice, essendo ovviamente legittima per le parti la scelta se eseguire e come eseguire un determinato provvedimento giurisdizionale; altro è invece pretendere di intervenire sul testo del provvedimento giurisdizionale per apportare integrazioni o specificazioni destinata a modificare il contenuto del provvedimento stesso. Nel caso di specie, all’evidenza, il senso ultimo della scrittura privata non era quello di accertare la proprietà, per intervenuta usucapione, di una particella in ipotesi non inclusa in un decreto di trasferimento, ma proprio quello di integrare l’atto del giudice con la inclusione nell’oggetto del trasferimento di una particella in esso non espressamente menzionata.
Nè potrebbe obiettarsi che il decreto di trasferimento del febbraio 1997, in quanto adottato in sede di concordato preventivo, si sottrarrebbe alle regole della esecuzione dettate dal codice di rito. Al contrario, trova applicazione il principio per cui “in tema di vendita fallimentare, i mezzi di tutela offerti agli interessati avverso i relativi provvedimenti del giudice delegato corrispondono, mutatis mutandis, a quelli esperibili nell’ambito del processo di esecuzione individuale disciplinata dal codice di rito, salvo il necessario coordinamento, per effetto del quale all’opposizione agli atti esecutivi di cui all’art. 617 c.p.c. corrisponde il reclamo ex L. Fall., art. 26; ne consegue, per il caso di mancata previa proposizione di tale mezzo, l’inammissibilità del ricorso per Cassazione proposto direttamente avverso il decreto di trasferimento del bene immobile ed il contestuale rigetto della istanza di sospensione della vendita” (Cass. n. 1610 del 2009). Non sussiste, quindi, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente incompatibilità tra procedura fallimentare e codice di rito.
D’altra parte, non può neanche dubitarsi che il decreto di trasferimento sia un atto giurisdizionale, avendo questa Corte ritenuto che “il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione, su istanza di parte, provveda alla mera precisazione delle indicazioni di un precedente decreto di trasferimento immobiliare senza risolvere alcuna controversia in ordine all’identificazione del bene trasferito, non è impugnabile con ricorso per cassazione a norma dell’art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento pronunciato in sede non contenziosa da un organo istituzionalmente carente del potere di emettere sentenze, privo del carattere della decisorietà e, pertanto, suscettibile, quale atto dell’esecuzione, soltanto di opposizione a termini dell’art. 617 c.p.c.” (Cass. n. 2171 del 1992). Da tale pronuncia si desume, invero, non solo che il decreto di trasferimento è atto del giudice, ma implicitamente che il contenuto di tale decreto, anche per i profili inerenti alle erronee o incomplete indicazioni catastali non è modificabile dalle parti interessate, ma unicamente seguendo i rimedi previsti dall’ordinamento.
Nè potrebbe ritenersi che la condotta del notaio potrebbe essere ascritta alla fattispecie di cui all’art. 59-bis Legge Notarile, a tenore del quale “il notaio ha facoltà di rettificare, fatti salvi i diritti dei terzi, un atto pubblico o una scrittura privata autenticata, contenente errori od omissioni materiali relativi a dati preesistenti alla sua redazione, provvedendovi, anche ai fini dell’esecuzione della pubblicità, mediante propria certificazione contenuta in atto pubblico da lui formato”, atteso che tale disposizione è destinata ad operare per rettificare atti propri del notaio, non anche altri tipi di atti pubblici, quali segnatamente i provvedimenti giurisdizionali.
Ne consegue che correttamente la Corte d’appello ha ritenuto integrata l’ipotesi di cui all’art. 28, comma 1, n. 1 Legge Notarile, a tenore del quale “Il notaro non può ricevere o autenticare atti: 1) se essi sono espressamente proibiti dalla legge, o manifestamente contrari al buon costume o all’ordine pubblico; (…)”. In particolare, rileva la contrarietà all’ordine pubblico, avuto riguardo alla finalità perseguita dalle parti di modificare con atto ricevuto e autenticato dal notaio un provvedimento giurisdizionale, quale il decreto di trasferimento di un bene nell’ambito di una procedura esecutiva, anche se di natura concorsuale.
5. – Il settimo motivo è infondato.
Lo stesso ricorrente, infatti, riconosce che, con riferimento al decreto di trasferimento del febbraio 1997, l’istanza di correzione di errore materiale ai sensi dell’art. 287 c.p.c., non è neanche stata depositata (ricorso, pag. 3, penultimo capoverso).
Errata è poi, per quanto già detto, l’affermazione secondo cui nei confronti dei decreti di trasferimento oggetto della scrittura privata autenticata dal ricorrente non sarebbe stata esperibile alcun rimedio giurisdizionale.
6. – L’ottavo motivo è infondato.
Come si è già rilevato, la Corte d’appello, e prima di essa la Co.Re.Di., non hanno messo in discussione il principio evidenziato dal ricorrente nel motivo in esame, e cioè che le parti come sono libere di scegliere i mezzi da esperire a tutela dei propri diritti soggettivi, così sono libere, una volta esperiti tali mezzi, di intervenire nuovamente sulle statuizioni contenute nei provvedimenti giurisdizionali eventualmente emanati. Hanno invece affermato che non è consentito, perchè contrastante con l’ordine pubblico, intervenire con atto di autonomia, ancorchè autenticato sul contenuto del provvedimento giurisdizionale. E, nella specie, la scrittura privata autenticata non era finalizzata a regolare il trasferimento dal soggetto che risultava proprietario della particella (OMISSIS) alla EDILMARCO s.r.l., ma hanno proprio inteso integrare il contenuto del decreto di trasferimento del febbraio 1997 mediante l’inserimento in esso del riferimento a quella particella, prevedendo altresì l’annotazione della scrittura.
7. – Il nono motivo è inammissibile.
Occorre premettere che, come affermato da questa Corte, “anche in tema di responsabilità disciplinare dei notai deve ritenersi applicabile il principio (tipico di tutti i sistemi sanzionatori, quali quello penale – art. 42 c.p., u.c., – ed amministrativo – L. n. 689 del 1981, art. 3 -) secondo cui è necessario che l’illecito sia ascrivibile (almeno) a titolo di colpa all’autore del fatto” (Cass. n. 6383 del 2001).
Il motivo, come è fatto palese dalla denuncia di un vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa l’insussistenza, nel caso di specie, dell’elemento soggettivo doloso o colposo e unitamente di violazione e falsa applicazione dei principi generali dell’ordinamento giuridico in materia di elemento soggettivo dell’illecito disciplinare, più che evidenziare lacune nel ragionamento della Corte d’appello, si sostanzia nella richiesta di un diverso apprezzamento di merito in ordine alla consapevolezza del notaio di porre in essere un atto contrario, per quanto detto, all’ordine pubblico.
Certamente, deve escludersi che con il motivo in esame il ricorrente si dolga dell’omesso esame di un fatto decisivo, rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis. Per altro verso, poichè la Corte d’appello non ha affatto affermato la responsabilità del notaio a titolo di responsabilità oggettiva, avendo ben chiaro che la responsabilità disciplinare deve affermarsi in presenza di atti compiuti dal professionista con dolo o colpa, deve ritenersi che le censure del ricorrente mirino a contrastare la valutazione della Corte d’appello in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo dell’illecito, e quindi a sollecitare un sindacato sul merito della valutazione che non può avvenire in sede di legittimità. D’altra parte, la deduzione di una possibile condizione di buona fede è genericamente dedotta dal ricorrente, il quale fa riferimento ad una pronuncia del Tribunale di Prato, della quale si limita a riferire gli estremi, omettendo tuttavia di indicare ove il detto documento sia stato prodotto nei giudizi di merito e comunque di riprodurne, sia pure sinteticamente, il contenuto.
8. – Il decimo motivo è infondato.
Le censure si riferiscono al provvedimento della Co.Re.Di., che si assume illegittimo perchè adottato al termine di un procedimento disciplinare condotto superficialmente e in modo carente, sicchè il ricorrente, pur denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 128 e ss. L.N. e artt. 249 e ss Regolamento 10 settembre 1914, n. 1326, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in realtà lamenta l’omessa pronuncia sul motivo di gravame che assume di avere proposto.
Tuttavia, dalla motivazione del provvedimento impugnato si desume la implicita reiezione della censura proposta avverso la decisione della Co.Re.Di, atteso che tutta la ratio decidendi è basata sul rilievo che la scrittura privata autenticata dal notaio ricorrente mirava ad operare una integrazione ad un decreto di trasferimento; ratio decidendi rispetto alla quale la dedotta mancata acquisizione dei decreti di trasferimento si pone in termini di incompatibilità logica, atteso che, essendo presupposto della scrittura il fatto che il decreto di trasferimento del 1997 non contenesse alcun riferimento alla particella (OMISSIS), la mancata acquisizione del detto decreto non poteva comportare una diversa valutazione della condotta ascritta al notaio, consistente nella redazione di un atto volto ad apportare, proprio per la particella (OMISSIS), una integrazione al decreto del 1997.
Deve, quindi, ritenersi che la Corte d’appello abbia implicitamente rigettato la censura della quale il ricorrente lamenta il mancato esame.
9. – L’undicesimo motivo è infondato.
La censura riguarda la asserita sproporzione della sanzione applicata rispetto al fatto contestato.
In proposito, è sufficiente rilevare che, ai sensi dell’art. 138, comma 2 Legge Notarile, “è punito con la sospensione da sei mesi ad un anno il notaio che contravviene alle disposizioni degli artt. 27, 28, 29, 47, 48, 49 e 52-bis, comma 2”. Nella specie, la Corte d’appello ha confermato la decisione della Co.Re.Di., che aveva ritenuto sussistente l’illecito di cui all’art. 28, comma 1, n. 1, medesima legge, sicchè deve escludersi la denunciata violazione, atteso che la sanzione della sospensione è stata applicata nella misura minima.
La doglianza del ricorrente, del resto, muove proprio dalla premessa, che per il rigetto dei precedenti motivi deve ritenersi erronea, che la condotta contestata non consistesse nella mera precisazione e identificazione catastale di una pertinenza.
10. – Il dodicesimo motivo di ricorso è in parte inammissibile e in parte infondato.
E’ inammissibile, nella parte in cui denuncia omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti.
E’ invece infondato nella parte in cui denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 145 L.n. La censura, in effetti, muove dalla erronea premessa che la Corte d’appello nulla abbia rilevato in ordine alla ragione per la quale la Co.Re.Di. aveva negato la concessione delle attenuanti generiche. Al contrario, la Corte d’appello ha espressamente rilevato che la motivazione addotta dall’organismo di disciplina per escludere le attenuanti di cui all’art. 145, consistente nel riferimento al fatto che al notaio era stata applicata un’altra sanzione disciplinare non ancora definitiva, era errata. Tuttavia, la Corte distrettuale ha ritenuto che le dette circostanze non potessero essere riconosciute per la gravità del fatto e per la mancata dimostrazione, da parte del notaio, della gravità stessa. E questa Corte ha affermato il principio, che il Collegio condivide, per cui “nel procedimento disciplinare a carico dei notai, la mancata concessione delle attenuanti generiche è rimessa alla discrezionale valutazione del giudice, che può concederle o negarle, dando conto della scelta con adeguata motivazione, ai fini della quale non è necessario prendere in considerazione tutti gli elementi prospettati dall’incolpato, essendo sufficiente la giustificazione dell’uso del potere discrezionale con l’indicazione delle ragioni ostative alla concessione e delle circostanze ritenute di preponderante rilievo” (Cass. n. 11790 del 2011; Cass. n. 2138 del 2000).
Si rientra, dunque, in un ambito di valutazioni riservate al giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se non nei ristretti limiti oggi consentiti dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, dei quali, nel caso di specie, non è stata dedotta la violazione.
11. – Il dodicesimo motivo è infondato.
Il ricorrente, invero, denuncia la illegittimità costituzionale del plesso normativo costituito dagli artt. 148-159 Legge Notarile, per contrasto con gli artt. 3, 24, 97, 103, 111 e 113 Cost., dolendosi sostanzialmente del fatto che la disciplina del procedimento disciplinare notarile preveda un solo grado di giurisdizione domestica ed un solo grado esclusivamente giurisdizionale.
La questione muove da una inesatta premessa, e cioè quella per cui la giurisdizione domestica sarebbe legittima solo se articolata su due gradi, con salvezza del ricorso per cassazione. Al contrario, deve qui rilevarsi che la disciplina del procedimento notarile è articolata su due gradi di merito – uno affidato allo speciale organismo disciplinare – e uno destinato a svolgersi, a seguito di reclamo, dinnanzi alla Corte d’appello con pienezza di cognizione di merito. Orbene, premesso che rientra nella discrezionalità del legislatore la modulazione dei procedimenti giurisdizionali e che non costituisce principio costituzionalizzato quello del doppio grado di giurisdizione di merito, nella specie la disciplina approntata dal legislatore non appare arrecare alcun vulnus ai principi costituzionali invocati dal ricorrente; così come tale disciplina deve ritenersi pienamente compatibile con gli artt. 6 e 13 della CEDU e 16, 41 e 47 della Carta di Nizza e con i principi e norme del TUE e del TFUE, evocati, ancorchè genericamente, dal ricorrente.
12. – In conclusione, il ricorso deve essere respinto e il ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, va condannato al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, come liquidate in dispositivo.
Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 5.000,00 per compensi, oltre accessori di legge e spese forfetarie nella misura del 15%.