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Timestamp: 2017-12-12 02:41:03+00:00
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ATTI OSCENI IN LUOGO PUBBLICO. AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA Art. 527 c. p. – Atti osceni. Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. La pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano. Se il fatto avviene per colpa si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.
1#ATTI OSCENI IN LUOGO PUBBLICO DEPENALIZZATI?
Art. 527 c. p. – Atti osceni. Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. La pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano. Se il fatto avviene per colpa si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.
Art. 726 c. p. – Atti contrari alla pubblica decenza. Turpiloquio. Chiunque, in un luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda da euro 10 a euro 206.
Afferma la corte : Il reato in questione poi si differenzia da quello di cui all’art. 527 c.p., in quanto la distinzione
tra gli atti osceni e gli atti contrari alla pubblica decenza va individuata nel fatto che i primi
offendono, in modo intenso e grave il pudore sessuale, suscitando nell’osservatore sensazioni
di disgusto oppure rappresentazioni o desideri erotici, mentre i secondi ledono il normale
sentimento di costumatezza, generando fastidio e riprovazione” (Cass. pen. sez. 3 n. 2447 del
14.3.1985).
1) S.M. nato (OMISSIS);
avverso la sentenza del 10.10.2012 del Giudice di Pace di Brescia;
sentite le conclusioni del P. G., dr. Gioacchino Izzo, che ha chiesto dichiararsi inammissibile il
1. Con sentenza in data 10.10.2012 il Giudice di Pace di Brescia condannava S.M., previo
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, alla pena di Euro 400,00 di ammenda
per il reato di cui all’art. 726 c.p., ascritto.
Tale O.V. segnalava telefonicamente alla Questura di Brescia di aver notato poco prima un
cittadino di colore mentre urinava davanti la recinzione delimitante il palazzo dove abitava.
Gli agenti, intervenuti sul posto notavano tracce di urina sul muro indicato e provvedevano ad
identificare nel S. l’individuo indicato come autore del fatto. Il teste O., sentito a dibattimento,
affermava di non aver visto le parti intime, nè l’espletamento di funzioni corporali).
Il G.d.P., dopo aver richiamato la giurisprudenza di legittimità in ordine alla distinzione del
reato contestato con quello di cui all’art. 527 c.p., riteneva sussistente il delitto di atti contrari
alla pubblica decenza, non essendo necessaria la percezione dell’atto o la visibilità dei genitali.
2. Ricorre per cassazione S.M., a mezzo del difensore.
Dopo un esame della figura criminis, come delineata in dottrina ed in giurisprudenza, ed il
richiamo della continua evoluzione del concetto di decenza e della disciplina legislativa come
delineata prima nel codice del 1889 e poi nel codice “Rocco”, assume che si rende
indispensabile un intervento del Giudice delle leggi al fine di stabilire, tenuto conto della
evoluzione dei costumi, se la previsione dell’art. 726 c.p., sia ancora compatibile con il nostro
Anche per la indeterminatezza della previsione normativa si è finito inoltre, secondo
l’elaborazione giurisprudenziale, per estendere l’ambito di applicazione della norma (prima
limitato agli atti lesivi della pudicizia) a qualsiasi atto contrario al buon comportamento civile e
sociale. Tale indeterminatezza della fattispecie determina altresì la possibilità che l’azione
penale possa essere esercitata dal P.M. in via assolutamente discrezionale.
Per di più è rinvenibile un doppio profilo di sanzionabilità del medesimo comportamento,
prevedendo quasi tutti i regolamenti di polizia locale sanzioni amministrative per chi urina in
luoghi pubblici (il regolamento di Polizia del Comune di Brescia vieta espressamente il
compimento di funzioni corporali in luogo aperto al pubblico).
Denuncia pertanto la violazione di legge, essendo stato ritenuto sanzionabile penalmente
ex art. 726 c.p., il comportamento di chi urina in luogo appartato, anche se esposto al
pubblico, con l’accorgimento di evitare la visione dei propri organi genitali (è erronea infatti la
ritenuta irrilevanza, ai fini della configurabilità del reato, della visibilità dei genitali, dovendosi il
concetto di pubblica decenza interpretare con riferimento alla nozione di pudicizia).
L’allargamento del campo dei comportamenti sanzionati dalla norma si prospetta come
incostituzionale perchè contraria alla ratio della stessa norma incriminatrice, contraria al
criterio di predeterminazione per legge del comportamento sanzionato, contraria al corretto
esercizio dell’azione penale da parte del P.M..
Con il secondo motivo denuncia la violazione di legge e la mancata applicazione del D.Lgs. n.
274 del 2000, art. 34, comma 3, nonchè la contraddittorietà della motivazione.
I testi sentiti in dibattimento non hanno percepito il gesto dell’imputato come offensivo della
pubblica decenza, essendosi egli appartato per soddisfare un impellente bisogno, volgendo le
spalle e avendo cura di non mostrare i genitali. In tale condotta non è ravvisabile un’offesa alla
pubblica decenza.
Il G.d.P. ha omesso inoltre di applicare l’art. 34 D.Lgs. cit., pur ricorrendone tutti i presupposti.
Con il terzo motivo denuncia la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla
mancata individuazione dei criteri impiegati per la determinazione della pena.
2.1. Con motivi aggiunti, in data 27.5.2013, nel ribadire le censure di incostituzionalità della
norma, si chiede che, ove non venga sollevata la questione di costituzionalità, la sentenza
impugnata sia annullata con rinvio, non avendo il G.d.P. motivato nè in ordine alle ragioni per
cui ha ritenuto sussistente il reato, nè in relazione alla irrilevanza penale del fatto, nè infine in
ordine alla scelta della pena.
1. Per giurisprudenza pacifica di questa Corte, richiamata anche dal ricorrente, “sono atti
contrari alla pubblica decenza tutti quelli che in spregio ai criteri di convivenza e di decoro che
debbono essere osservati nei rapporti tra i consociati, provocano in questi ultimi disgusto o
disapprovazione come l’urinare in luogo pubblico.
Nè la norma dell’art. 726 c.p., esige che l’atto abbia effettivamente offeso in qualcuno la
pubblica decenza e neppure che sia stato percepito da alcuno, quando si sia verificata la
condizione di luogo, cioè la possibilità che qualcuno potesse percepire l’atto” (cfr. ex multis
Cass. pen. sez. 5^, 28.4.1986 n. 3254; Cass. sez. 3, 25.10.2005 n. 45284 e, più di recente,
Cass. sez. 3 n. 15678 del 25.3.2010).
Il reato in questione poi si differenzia da quello di cui all’art. 527 c.p., in quanto la distinzione
2. Il Collegio, pur alla luce dei rilievi contenuti nel ricorso, non ritiene di discostarsi dal
consolidato orientamento giurisprudenziale sopra ricordato.
Il G.d.P., però, e sul punto vanno accolti i motivi di ricorso, si è limitato a riportare le
risultanze processuali ed a richiamare la giurisprudenza di legittimità, senza, sostanzialmente,
esaminare la fattispecie concreta.
Ha invero apoditticamente ritenuto che la condotta posta in essere dall’imputato integrasse il
reato contestato, senza esaminare le modalità della stessa e le circostanze di tempo e di luogo,
anche ai fini di cui al D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 74, art. 34. Tale norma stabilisce che “il fatto è
di particolare tenuità quando, rispetto all’interesse tutelato, l’esiguità del danno o del pericolo
che ne è derivato, nonchè la sua occasionalità e il grado della colpevolezza non giustificano
l’esercizio dell’azione penale…”.
La sentenza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio, per nuovo esame, allo stesso G.d.P..
Si impone l’annullamento con rinvio, non essendo, al momento della decisione, ancora
maturata la prescrizione (bisogna tener conto infatti del periodo di sospensione dal
dall’11.1.2012 al 14.3.2012, essendo stata l’udienza rinviata su richiesta della difesa).
L’annullamento della sentenza determina, poi, l’irrilevanza della sollevata questione di
Annulla la sentenza impugnata e rinvia al G.d.P. di Brescia.
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