Source: https://www.studiolegalepalumbieri.it/blog/archives/03-2017
Timestamp: 2019-01-20 14:02:24+00:00
Document Index: 96651028

Matched Legal Cases: ['art. 69', 'art. 69', 'art. 224', 'art. 288', 'art. 300', 'art. 2087', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4']

﻿Cybersquatting e typosquatting: la tutela del nome a dominio
La presenza online costituisce, oggi, una risorsa di straordinaria importanza per ogni impresa o professionista. Elemento fondamentale e punto di partenza per una buona presenza online è la registrazione di un nome a dominio facilmente memorizzabile e il più possibile corrispondente al proprio marchio. Il sistema dei nomi a dominio (Domain Name System, DNS) è utilizzato per la risoluzione di nomi degli host in indirizzi IP e viceversa. Un nome a dominio è costituito da un determinato numero di caratteri seguito da un’estensione. L’estensione indica la corrispondenza al registro nel quale viene iscritto il nome a dominio.
Esistono tre tipi di registri, ognuno con proprie regole di registrazione: nazionali (es: .it, .de, .uk), regionali (es: .asia, .eu, .usa), generici (es: .com, .org, .info). Una volta effettuata la registrazione di un nome a domino è possibile effettuarne la cessione. Questa eventualità ha dato adito alla pratica del c.d. cybersquatting.
Con il termine cybersquatting si indica la pratica di pirateria informatica, anche detta di domain squatting o domani grabbing, di chi registra abusivamente un dominio internet corrispondente a marchi commerciali o personaggi famosi al fine di lucrare sulla cessione ai soggetti interessati o al fine di indirizzare gli internauti verso il dominio abusivamente creato. Le tutele esperibili avverso tale pratica sono tre: quella riconducibile al principio del “first come, first served”, l’”uniform domain name dispute resolution policy” (UDRP) e la tutela dei marchi e dei segni distintivi.
Inizialmente l’unico principio applicabile in materia di registrazione dei nomi a dominio era quello del “first come, first served”. Tale principio, com’è intuibile dal nome, prevede che il legittimo titolare del nome a dominio sia colui che lo ha registrato per primo. Si tratta, quindi, di un criterio meramente cronologico che, è evidente, non garantisce alcuna tutela per il marchio eventualmente colpito dalla pratica di cybersquatting.
l’UDRP
A seguito della totale inerzia dei governi nazionali in materia è intervenuta una organizzazione privata: la Internet Corporation for Assigned Names and Number (ICAAN). L’ICAAN, che oggi collabora con molti enti di registrazione, ha emanato nel 1999 il documento UDRP che mira a tracciare un metodo unico di risoluzione delle controversie inerenti i nomi a dominio. Tale sistema è stato, poi, adottato anche da molte autorità nazionali tra cui figura anche quella italiana. Per poter usufruire della tutela approntata dall’ICAAN è necessaria la presenza di alcuni requisiti:
Il nome a dominio contestato deve essere identico o simile al marchio altrui;
Il titolare del dominio non deve aver alcun legittimo interesse sul segno;
La registrazione e l’uso del dominio devono avvenire in malafede.
In presenza di questi requisiti il titolare può attivare la procedura di cui all’URDP. Il vantaggio di tale procedura, che culmina con la restituzione o la cancellazione del nome a dominio contestato, sta nei tempi e nei costi ridotti.
La tutela di marchi e segni distintivi
La giurisprudenza italiana ha fatto ricorso alla tutela di marchi e segni distintivi. Il principio di base prevede che chi ha registrato un marchio ha diritto di servirsene in modo esclusivo anche online tramite la registrazione del relativo nome a dominio. Dunque, il titolare di un nome a domino vittima di cybersquatting, può agire in giudizio al fine di richiedere il trasferimento del nome a dominio contestato, la sua cancellazione e, in ogni caso, il risarcimento del danno subito.
Altra pratica di pirateria informatica, simile al cybersquatting e particolarmente diffusa, è quella di typosquatting. Con il termine typosquatting si indica la registrazione di nomi a dominio contenenti refusi rispetto al nome originale con lo scopo di sfruttare i possibili errori di digitazione di chi effettua delle ricerche online. Anche a tale pratica è possibile applicare le tutele di cui sopra.
Cybersquatting e typosquatting: la tutela del nome a domi
﻿SICUREZZA SUL LAVORO NELLE INDUSTRIE ALIMENTARI:SIAMO PREPARATI?
​Nel nostro paese l’industria alimentare si presenta come un settore particolarmente articolato. Basta dare uno sguardo ai dati Federalimentare: genera un fatturato di 132 miliardi, annovera oltre 58mila imprese, con 385mila addetti diretti ed altri 850mila impiegati nella produzione agricola a monte della filiera. È il secondo comparto assoluto dell’intero settore manifatturiero italiano. Sono numeri particolarmente consistenti, che rendono l’idea di un settore ampio ed eterogeneo per il quale non è agevole impostare una classificazione unitaria dei rischi.
Il primo fattore di rischio da analizzare è il rischio meccanico. Parliamo, in particolare, dei rischi derivanti da agenti meccanici e dalla movimentazione manuale dei carichi e dall’uso dei macchinari e delle attrezzature da lavoro. Nel settore alimentare in effetti lo stoccaggio delle merci e la loro movimentazione manuale è una costante ed è più accentuata che in altri settori.
- all’utilizzo di “qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto destinato ad essere usato durante il lavoro” (art. 69) e rispettivamente
- a “qualsiasi operazione lavorativa connessa ad una attrezzatura di lavoro, quale la messa in servizio o fuori servizio, l’impiego, il trasporto, la riparazione, la trasformazione, la manutenzione, la pulizia, il montaggio, lo smontaggio” (art. 69).
Uno dei fattori di rischio maggiormente rilevanti per l’industria alimentare è, senza dubbio, il rischio biologico che può trovare la sua fonte in animali vivi, nella lavorazione di carcasse e carni o di latte crudo, nell’utilizzo di utensili di lavoro taglienti o, infine, nell’aria confinata all’interno dei locali e, quindi, nell’inquina-mento indoor.
- agente biologico “qualsiasi microrganismo anche se geneticamente modificato, coltura cellulare ed endoparassita umano che potrebbe provocare infezioni, allergie o intossicazioni”;
- microrganismo “qualsiasi entità microbiologica, cellulare o meno, in grado di riprodursi o trasferire materiale genetico”;
- coltura cellulare “il risultato della crescita in vitro di cellule derivate da organismi pluricellulari”.
“a) della classificazione degli agenti biologici che presentano o possono presentare un pericolo per la salute umana quale risultante dall'allegato XLVI o, in assenza, di quella effettuata dal datore di lavoro stesso sulla base delle conoscenze disponibili e seguendo i criteri di cui all'articolo 268, commi 1 e 2;
b) le informazioni sulla salute e sicurezza comunicate dal responsabile dell'im-missione sul mercato tramite la relativa scheda di sicurezza predisposta ai sensi dei decreti legislativi 3 febbraio 1997, n. 52, e 14 marzo 2003, n. 65, e successive modifiche;
g) metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell'immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici (art. 224 D.Lgs. 81/2008).
L’art. 288 del D.Lgs. 81/2008 precisa che per atmosfera esplosiva si intende “una miscela con l'aria, a condizioni atmosferiche, di sostanze infiammabili allo stato di gas, vapori, nebbie o polveri in cui, dopo l’accensione, la combustione si propaga nell’insieme della miscela incombusta”. Per “condizioni atmosferiche”, invece, si intendono: “condizioni nelle quali la concentrazione di ossigeno nell’atmosfera è approssimativamente del 21 per cento e che includono variazioni di pressione e temperatura al di sopra e al di sotto dei livelli di riferimento, denominate condizioni atmosferiche normali (pressione pari a 101325 Pa, temperatura pari a 293 K), purché tali variazioni abbiano un effetto trascurabile sulle proprietà esplosive della sostanza infiammabile o combustibile”. In questo caso sarà necessario impedire la formazione delle atmosfere esplosive e, in particolare, del c.d. “triangolo del fuoco”, impedire l’accensione e infine limitare gli effetti dell’esplosione stessa.
La responsabilità penale, come noto, è una responsabilità personale. Ma il D.Lgs 231/01 estende la responsabilità amministrativa da reato a carico delle imprese anche ad alcuni reati previsti in materia di sicurezza sul lavoro (art. 300).
La responsabilità civile trova la sua principale norma di riferimento nell’art. 2087 c.c. il quale stabilisce che l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. La responsabilità civile può colpire sia l’impresa che la singola persona fisica avente ruoli rilevanti al suo interno ed espone questi soggetti ad oneri risarcitori spesso anche ingenti. L’art. 2 del D.Lgs. 81/2008 individua come noto tutte le figure che, anche all’interno di un’industria alimentare, hanno specifiche funzioni inerenti alla sicurezza sui luoghi di lavoro. In particolare, dirigente, preposto e responsabile del servizio di prevenzione e protezione a vario titolo sono tenuti a cooperare per monitorare e individuare i rischi sopra elencati, anche segnalandoli ai consulenti e dialogando con loro per la loro rimozione o contenimento.
﻿STOP AL FINTO OLIO ITALIANO?
È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto 103 del 23 maggio 2016 che abroga il precedente decreto 225/2005 e prevede una serie di sanzioni in vigore dal 1° luglio 2016 per violazioni del regolamento europeo 22/2012 relativo alla commercializzazione dell’olio d’oliva.
La norma colpisce, per la prima volta in maniera così perentoria, il fenomeno del “country sounding”: sono, infatti, sanzionabili i produttori che, pur rispettando le regole sull’etichettatura dei prodotti, inseriscono “segni, figure o illustrazioni in sostituzione della designazione dell'origine o che possono evocare un'origine geografica diversa da quella indicata” (art. 4).
Più in dettaglio, le fattispecie sanzionate dall’art. 4 sono:
Le fattispecie sanzionate sono in sintesi quattro:
- la mancanza dell’indicazione dell’origine in etichetta e/o nei documenti commerciali;
- l’indicazione dell’origine in contrasto con le disposizioni dell’art. 4 del regolamento, anche se veritiera;
- il riportare segni, figure o illustrazioni in sostituzione della indicazione dell’origine, anche se veritieri;
- il riportare segni, figure o illustrazioni che possono evocare un’origine geografica diversa da quella indicata in etichetta, anche se veritieri.
Parliamo di un fenomeno particolarmente rilevante per la tutela del made in Italy. Il fenomeno dell’Italian Sounding (il country sounding nel caso di evocazione di origine italiana) genera annualmente, a livello mondiale, un giro d’affari annuo di circa 54 miliardi di euro (147 milioni di euro al giorno), oltre il doppio del valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23 miliardi di euro)[1].
Se pensiamo specificatamente al commercio dell’olio di origine contraffatta, il fenomeno è talmente diffuso che potrebbe trarre in inganno il 79% dei consumatori europei, l'84% degli americani e il 64% degli asiatici che ha dichiarato la propria propensione all’acquisto di olio italiano (dati Unaprol - Consorzio olivicolo italiano e Istituto Ixe).
Il decreto 103/2016, quindi, prevede l’irrogazione di sanzioni pecuniarie da € 2.000 a € 12.000 nei confronti di tutte le aziende produttrici di olio d’oliva aventi marchio registrato in Italia successivamente al 31 dicembre 1998 o in Europa successivamente al 31 maggio 2002 che violino il citato art. 4 del decreto 103/2016.
In vista della imminente entrata in vigore delle sanzioni, è già stata emanata una dettagliata circolare applicativa a cura del Dipartimento dell’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi dei Prodotti Agro-Alimentari (Icqrf) del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf), dove si trova anche ampia casistica ed esempi pratici (cfr. www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/ L/IT/IDPagina/10213).
Non è ancora una vittoria sulla contraffazione del made in Italy ma si comincia a delineare un complesso più maturo di regole a tutela di uno dei settori più rilevanti ed innovativi della nostra economia.
- alimenti che contengono prodotti di origine vegetale e prodotti trasformati di origine animale. Tuttavia, i prodotti trasformati di origine animale utilizzati per preparare detti prodotti devono essere ottenuti e manipolati conformemente ai requisiti dettati dal regolamento;
- produzione primaria per uso domestico privato;
- preparazione, manipolazione e conservazione domestica di alimenti destinati al consumo domestico privato;
- fornitura diretta di piccoli quantitativi di prodotti primari dal produttore al consumatore finale o ai laboratori annessi agli esercizi di commercio al dettaglio o di somministrazione a livello locale che riforniscono direttamente il consumatore finale;
- fornitura diretta di piccoli quantitativi di carni provenienti da pollame o lagomorfi macellati nell’azienda agricola dal produttore al consumatore finale o ai laboratori annessi agli esercizi di commercio al dettaglio o di somministrazione a livello locale che forniscono direttamente al consumatore finale siffatte carni come carni fresche:
- cacciatori che forniscono piccoli quantitativi di selvaggina selvatica o di carne di selvaggina selvatica direttamente al consumatore finale o ai laboratori annessi agli esercizi di commercio al dettaglio o di somministrazione a livello locale che riforniscono il consumatore finale.
La traduzione ufficiale in italiano del regolamento si trova in: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32004R0853&....