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Timestamp: 2019-12-14 12:29:33+00:00
Document Index: 129972470

Matched Legal Cases: ['art. 1199', 'art. 1218', 'art. 1199', 'art. 1197', 'art. 1245', 'art. 1929', 'art. 1197', 'art. 93', 'art. 1197', 'art. 1197', 'art. 1197', 'art. 1197', 'art. 1479', 'art. 1483', 'art. 1197', 'art. 1480', 'art. 1484', 'art. 1197', 'art. 1495', 'art. 1235', 'art. 2901', 'art. 2901', 'art. 2643', 'art. 2683', 'art. 1198', 'art. 1197', 'art. 1267', 'art. 1198', 'art. 182', 'art. 95', 'art. 96', 'art. 1199', 'art. 1199', 'sentenza ', 'art. 2702', 'sentenza ', 'art. 1199', 'art. 55', 'sentenza ', 'art.1199', 'art. 2702', 'sentenza ', 'art. 1224', 'sentenza ', 'art. 1199', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2702', 'art. 2703', 'art. 2704', 'art. 2704', 'art. 215', 'art. 2702', 'art. 1199', 'art. 1199', 'art. 2732', 'art. 2732', 'art. 116']

Art. 1199 codice civile - Diritto del debitore alla quietanza - Brocardi.it
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Articolo 1199 Codice civile
Diritto del debitore alla quietanza
Dispositivo dell'art. 1199 Codice civile
Il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta e a spese del debitore, rilasciare quietanza [1195, 1196] (1) e farne annotazione sul titolo (2), se questo non è restituito al debitore [2213 2, 2704, 2726].
(1) Non è richiesta una forme rigorosa per la quietanza: è ammesso, ad esempio anche un telegramma. Deve però trattarsi di un atto scritto e dalla quietanza deve dedursi a quale debito sia imputato l'adempimento (v. 1193, 1195 c.c.). Pertanto, essa deve indicare anche il titolo dell'obbligazione.
(2) Ad esempio sul contratto.
Il debitore ha un vero e proprio diritto ad ottenere la quietanza: questo perchè, ai sensi dell'art. 1218 del c.c., se il creditore agisce per l'inadempimento è sul debitore che grava l'onere della prova di aver adempiuto (2697 c.c.). Pertanto, in assenza di tale norma, il creditore potrebbe non rilasciare la quietanza ed agire contro il debitore, che si troverebbe in una posizione difficile. Il debitore, quindi, può anche rifiutare il pagamento se il creditore non intende quietanziarlo.
“ Apocha ”
“ Solutionem adseveranti probationis onus incumbit ”
L'onere di provare un asserito pagamento già avvenuto, spetta a colui che ciò affermi
Spiegazione dell'art. 1199 Codice civile
I presupposti che escludono e che ammettono la datio in solutum
Questo articolo e l'art. 1197 c.c. disciplinano ex se l'istituto della datio in solutum, come suole chiamarsi la prestazione di cosa diversa da quella convenuta nel rapporto obbligatorio. Di essa il codice del 1865 non si occupava, la dottrina, però, l'aveva appoggiata al principio negativamente enunciato dall'art. 1245, per cui il creditore non poteva essere costretto a ricevere una cosa diversa da quella dovuta (aliud pro alio invito creditore solvi non potest). L'abrogato art. 1929, poi, disciplinando uno degli effetti della fideiussione, ammetteva che il creditore potesse ricevere una cosa diversa da quella convenuta nell'obbligazione.
La stessa formula negativa è contenuta nell'art. 1197, mentre sarebbe stata preferibile quella positiva contenuta nell'art. 93 del progetto del 1940, secondo la quale l'obbligo si estingueva se il creditore accettava al momento dell'adempimento una prestazione diversa da quella dovuta. Comunque, dall'una e dall'altra formulazione del concetto della datio in solutum si desume:
a) che il debitore non può prestare per la sua liberazione, e il creditore non pile essere obbligato a ricevere in suo soddisfacimento, una cosa diversa da quella convenuta anche se di valore eguale o maggiore. Ciò si spiega meditando su di un doppio rilievo, d'indole oggettiva l'uno (l'interesse del creditore di avere la cosa pattuita in vista della funzione economico-sociale cui essa adempie) e soggettiva l'altro (il creditore, cioè, può aver attribuito all'oggetto della prestazione un valore maggiore di quello che esso, oggettivamente considerato, ha). Il principio di cui al punto a) non si applica: 1) nel caso di prestazioni alternative (qui, infatti, il debitore ha facoltà di liberarsi prestando, in luogo della cosa dovuta, quella dedotta in facultate solutionis); 2) in quei contratti — ad es. mutuo — nei quali l'obbligo del debitore si esaurisce nel restituire non cose del genere ma della stessa qualità è quantità di quelle ricevute;
b) che il creditore non può pretendere una cosa diversa da quella che gli è dovuta ancorchè di valore inferiore;
c) che il debitore può, se il creditore acconsente, prestare una cosa diversa da quella pattuita: qui la datio in solutum estingue l'obbligo. Considerando tale effetto, non sembra appropriata la denominazione del titolo dell'art. 1197, laddove viene indicato « prestazione in luogo dell'adempimento »: si potrebbe infatti dubitare che l'adempimento resti inattuato e che sia sostituito dalla prestazione, cosa che non è, in quanto la stessa prestazione di cosa diversa da quella dedotta nel rapporto obbligatorio, estinguendo l'obbligo, ne segna l'adempimento. Più aderente a tale effetto sarebbe stata la definizione « prestazione di cosa diversa da quella convenuta ».
Natura giuridica della datio
Dall'esegesi dello stesso art. 1197 è facile rilevare come la datio si presenti quale negozio giuridico bilaterale, in particolare trattasi di un contratto distrahendi o solvendi causa. Infatti in essa si riscontra chiaramente uno degli elementi del contratto: il consenso del creditore e del debitore diretto a sostituire all'oggetto dell'originaria prestazione uno diverso e, quindi, la datio costituisce un contratto con cui il creditore acconsente a ricevere un aliud pro alio e dichiara, al tempo stesso, di considerare
estinto l'obbligo del debitore e soddisfatto il suo diritto.
Come contratto la datio richiede, per la sua esistenza e validità, gli stessi requisiti che a tale scopo sono richiesti in un contratto in genere; come negozio solutorio, poi, vuole : a) un'obbligazione preesistente che possa estinguersi con la datio ; b) un oggetto idoneo ad essere dedotto nella prestazione in luogo di quella originaria, comuneniente sarà una pecunia pro re (forma tipica), una res pro pecunia, una pecunia pro pecunia (come nell'ipotesi, meno frequente, che contro un debito di denaro a rate si cede una equivalente somma sotto forma di rendita); c) la titolarità del diritto o la proprietà della cosa, da parte del debitore, che da costui viene offerta in luogo della prestazione originaria; d) la capacità del creditore di ricevere dal debitore il diritto o la cosa che viene data in soluzione.
L'estinzione dell'obbligo mediante la datio
Affinchè la datio estingua l'obbligo si richiede il trasferimento della cosa al creditore: accordo e trasferimento devono, perciò, essere coevi, dandosi origine, in caso contrario, soltanto ad un nuovo rapporto obbligatorio e non all'estinzione di uno preesistente. In ciò la datio si differenzia da un altro negozio, anch'esso solutorio: la novazione. Infatti se questa importa nel debitore l'assunzione di un obbligo nuovo, per cui l'accordo è in obligatione, la datio, all'opposto, opera immediatamente una modifica nella sfera patrimoniale dei contraenti, essendo l'accordo in solutione; ancora, nella novazione, si mantiene in vita un rapporto obbligatorio sostituendone soltanto l'oggetto, nella datio in solutum il creditore viene soddisfatto con una prestazione diversa da quella originaria.
Effetti della datio
Gli effetti della dazione non si esauriscono nell'estinzione dell'obbligo appena la diversa prestazione sia stata eseguita, perchè se ne producono altri dopo l'esecuzione del contratto solutorio: a) tra le parti e b) tra queste ed i terzi.
a) I primi consistono (effetti tra le parti) nell'obbligo del debitore di garantire il creditore dall'evizione e dai vizi della cosa prestatagli, secondo le norme della vendita ogni qualvolta, s'intende, la prestazione, effettuata in solutione, consista nel trasferimento della proprietà, o di un altro diritto: cosi l'art. 1197, comma 2, con una disposizione che codifica un principio già affermato dalla dottrina, la quale aveva ritenuto quelle norme applicabili ad ogni negozio traslativo a titolo oneroso.
Richiamando l'art. 1197 la disciplina che, in tema di vendita e data alle azioni di garanzia per l'evizione e per i vizi occulti, si deve qui dire per la datio che, ove pattiziamente le parti non abbiano o escluso o modificato il contenuto della garanzia nei limiti consentiti dagli articoli 1487, 1491 nel caso di evizione totale della cosa, il creditore potrà chiedere la risoluzione del contratto, la restituzione del prezzo pagato, il rimborso delle spese e dei pagamenti legittimamente fatti per il contratto oltre le spese necessarie ed utili per la cosa e (se il debitore era in mala fede, se, cioè, conosceva che la cosa era di proprietà altrui) anche le spese voluttuarie (art. 1479 richiamato dall'art. 1483 cui si riporta l'art. 1197). Nell'ipotesi di evizione parziale il creditore potrà chiedere la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno quando, secondo le circostanze, deve ritenersi che non avrebbe acconsentito a ricevere la cosa in datione solutionis senza quella parte di cui non è divenuto proprietario; diversamente potrà ottenere solo una riduzione del prezzo oltre il risarcimento del danno (art. 1480 richiamato dall'art. 1484 cui si riporta l'art. 1197).
La garanzia per i vizi della cosa prestata significa obbligo, per il debitore, di garantire che essa sia immune da vizi che o la rendano inidonea all'uso cui e destinata o ne diminuiscano, in modo apprezzabile, il valore: mancata la garanzia il creditore potrà domandare, a sua volta, nei modi e termini stabiliti dall'art. 1495, o la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. L'applicabilità alla dazione delle norme che disciplinano le due garanzie nella compravendita non è assoluta: su questo punto il codice ha adottato un criterio eclettico perchè, pur con quel rinvio di materia, fa salvo il diritto al creditore di esigere la prestazione originaria ed il risarcimento del danno; e, quindi, in via alternativa il creditore può esercitare o l'azione in garanzia o l'azione per far valere il diritto di credito che sopravvive alla datio, quando questa non ha prodotto l'effetto patrimoniale suo proprio. In tal senso è stata risolta dal nuovo codice la corrispondente questione dibattuta dalla dottrina che su di essa aveva proposto varie soluzioni, affermando, cioè, che il creditore, evitto della cosa data in solutum, poteva proporre ora un'azione per conseguire l'oggetto dedotto nel rapporto obbligatorio, ora solo un'azione di risarcimento di danni, ora l'una e l'altra insieme.
b) I terzi, nei cui riguardi la dazione può far sentire i suoi effetti, sono :
1) i terzi che hanno prestato garanzia per il debitore principale: costoro sono liberati dalla prestazione che il debitore effettua in luogo di quella originaria ma non risentono dell'eventuale annullamento della dazione. Il principio dell'ultimo capoverso dell'articolo 1197 si spiega considerando che non si può aggravare la posizione di tali terzi facendo persistere la loro responsabilità tanto quanto dura quella del debitore, estendendola, cosi, oltre i limiti dell'obbligo garantito, che, d'altra parte, a seguito dell'accettazione fatta dal creditore di una nuova prestazione, non può considerarsi ancora esistente per i terzi.
2) i creditori del debitore che al creditore consenziente prestano cosa diversa da quella convenuta nel rapporto obbligatorio. Nei loro riguardi la dottrina, sotto il codice del 1865, si era chiesta se la revocatoria poteva dai medesimi — con il concorso dei requisiti di legge (art. 1235) — essere intentata contro la datio in solutum, considerata quale negozio che i terzi del debitore intaccava nella loro consistenza e nella loro funzione di garanzia generica delle ragioni creditorie.
E, mentre alcuni si erano espressi per l'affermativa, ed alcuni per la negativa, altri, invece, avevano distinto l'ipotesi in cui il valore della cosa data in soluzione corrispondeva a quello dell'oggetto primario del rapporto obbligatorio, oppure lo eccedeva per negare e ammettere rispettivamente il rimedio della pauliana.
Il punto su cui bisogna far perno per risolvere la controversia de qua, ancora proponibile sotto il nuovo codice (quello del 1865 non apprestava alcun elemento a favore di una delle tre anzidette teorie) è l'indole della datio in solutum. Ed infatti, poiché, expressis verbis, l'art. 2901, 2 cpv. sottrae alla revocatoria l'adempimento di un debito scaduto, è chiaro che la dazione, definita quale negozio solutorio — non diverso in tale sua funzione da quello che ha per oggetto la prestazione originaria, — non può venir attaccata con la pauliana che, di contro, sarà proponibile se si negano alla dazione quell'indole e quella funzione.
Ciò posto, lo studioso sa per quali considerazioni si è riconosciuta alla dazione natura e funzione di negozio giuridico solutorio, sostitutivo dell'altro con oggetto originario, di conseguenza tale identità appare sottrarre alla revocatoria la dazione, sempre che, però:
- essa possa considerarsi sostitutiva della prestazione primaria pure nella quantità, nel senso, cioè, che il valore della cosa data in soluzione non superi quello della cosa che il debitore avrebbe dovuto prestare. È troppo chiaro, per dame una spiegazione, che ove si consegni una cosa di valore superiore a quello dell'originaria, il debitore non tanto adempie, quanto compie un atto che, nella parte eccedente la prestazione, non è da ritenersi come determinato dall'obbligo dell'adempimento per cui può essere contenuto nei limiti in cui la legge (art. 2901, 2° cpv.) espressamente sottrae alla revocatoria l'adempi-mento d'un debito scaduto;
- non denoti, per la particolare sostituzione, il proposito in chi la compie di diminuire l'oggetto della garanzia generica o comunque pregiudicare it soddisfacimento delle ragioni creditorie, e l'ipotesi di una datio in cui pro pecunia venga consegnato un immobile dove è troppo manifesto che più l'adempimento dell'obbligo (pagamento della somma) si vuol sottrarre l'immobile ad azioni esecutive dei creditori.
Forma e pubblicità della datio
Le norme sin qui considerate, con le quali il codice disciplina la dazione, devono essere integrate con altre enunciate per i contratti in genere, che sono applicabili anche al contratto solutorio: tali norme riflettono la forma e la trascrizione della datio in solutum. Non è dubbio che questa debba essere fatta per scrittura, o pubblica o privata, quando abbia per oggetto beni immobili o diritti reali immobiliari, oppure beni mobili iscritti; lo stesso dovrà dirsi per la trascrizione del titolo costitutivo della dazione, quando, pur qui, oggetto suo sia o un immobile o un diritto reale immobiliare (art. 2643 del c.c.) o un bene mobile iscritto (art. 2683 del c.c.).
Cessione di un credito in datione
In luogo della prestazione originaria (il codice anche qui parla di adempimento: terminologia errata per le considerazioni innanzi svolte) il debitore può, sempre se il creditore è consenziente, cedergli un credito: in tale ipotesi l'art. 1198, comma 1, stabilisce che l'obbligazione si estingue solo con la riscossione del credito , la cessione di questo in solutione non importa contrariamente alla norma dell' art. 1197, immediata estinzione dell'obbligazione, in quanto essa, salva diversa volontà delle parti, si presume fatta pro solvendo e non pro soluto; cioè liberatoria per il debitore solo se il creditore riscuote il credito cedutogli, a meno che la mancata realizzazione di questo dipenda da negligenza dell'accipiens nell'iniziare o nel proseguire le istanze contro it debitore cedutogli (comma 1 art. 1267 richiamato dal cpv. dell'art. 1198).
82 La prova del pagamento è disciplinata con opportune integrazioni rispetto all'unica norma dell'art. 182 cpv. del progetto del 1936.
Così all'art. 95 si è invertito l'onere di essa per il pagamento degli interessi e si è affermato che questo si presume per il solo fatto del rilascio della quietanza per il capitale.
Si è poi esteso alla prova del pagamento il rigore previsto per la prova del contratto (art. 96), accogliendosi così la opinione prevalsa nella giurisprudenza pratica.
Questo indirizzo non pregiudica in alcun modo le varie tesi sulla natura del pagamento: esso vuole evitare soltanto gli effetti pratici, gravi e pericolosi, della libertà di prova, che scardina la sicurezza contrattuale, ponendo il debitore nella libertà di utilizzare un mezzo infido, per esonerarsi dalle consegueuze di un vincolo che non vuole adempiere. Dal lato della politica legislativa la detta considerazione appare importante: ed è, invero, importante notare che si porrebbe il debitore in migliore situazione giuridica di quella in cui è posto il creditore, quando lo si ammettesse ad una libertà probatoria rispetto all'estinzione, mentre il creditore non è sempre libero di usare la prova testimoniale per l'accertamento della costituzione dell'obbligazione.
E' opportuno evitare una istruttoria come è quella per testi nei casi in cui comunemente si suole precostituire una prova per iscritto. Gli uomini d'affari circondano di cautele più il pagamento che la costituzione contrattuale di un'obbligazione; sicché, mentre non è raro che si concludano oralmente affari che importano il sorgere di obbligazioni di rilevante valore, sarà estremamente difficile che di un pagamento di qualche entità non vi sia prova scritta.
Massime relative all'art. 1199 Codice civile
Cass. civ. n. 7820/2015
La disposizione dell'art. 1199 c.c., secondo cui il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta ed a spese del debitore, rilasciare quietanza, concerne unicamente l'ipotesi in cui il debitore ha adempiuto mediante pagamento, inteso come corresponsione di una somma di denaro, e non è riferibile alla promessa di pagamento o agli altri modi di estinzione delle obbligazioni.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7820 del 16 aprile 2015)
Cass. civ. n. 22655/2011
Il rilascio della quietanza non richiede forme particolari, sicché essa può essere contenuta anche nella fattura che il creditore invii al proprio debitore e risultare da qualsiasi non equivoca attestazione dell'adempimento dell'obbligazione, come l'annotazione "pagato", o altra equivalente, apposta sulla fattura, che riveli sia l'ammontare della somma pagata, sia il titolo per il quale il pagamento è avvenuto, sempreché tale annotazione sia sottoscritta dal soggetto da cui essa proviene, solo in tal modo potendo rivestire l'efficacia probatoria privilegiata propria della scrittura privata, a norma dell'art. 2702 c.c.; né si richiede, peraltro, che la dichiarazione di quietanza annotata sulla fattura sia autografa, potendo la stessa essere costituita anche da un timbro dattiloscritto con la dicitura "pagato".
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 22655 del 31 ottobre 2011)
Cass. civ. n. 23142/2009
In tema di prova dell'estinzione satisfattiva del debito dell'ente pubblico previdenziale, la regola in base alla quale il debitore che effettui il pagamento ha diritto al rilascio della quietanza (art. 1199 c.c.) non esclude che il pagamento possa essere provato per presunzioni occorrendo, al fune di escludere l'ammissibilità di mezzi di prova diversi, un'apposita prescrizione di legge al pari della disposizione contenuta nella legge di contabilità generale (art. 55 R.D. n. 2440 del 1923) e nel relativo regolamento (artt. 26 ss. R.D. n. 827 del 1924) per i pagamenti eseguiti dallo Stato, non applicabile, all'Inps.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 23142 del 2 novembre 2009)
Cass. civ. n. 2298/1996
L'art.1199 codice civile, con lo stabilire che il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta del debitore, rilasciargliene quietanza, concepisce quest'ultima come un documento scritto che, pur non richiedendo particolari forme, attesti tuttavia inequivocabilmente con l'annotazione «pagato» o con altra equivalente, l'avvenuto pagamento, sicché la sola sottoscrizione della fattura inviata dal venditore-creditore all'acquirente-debitore, priva dell'attestazione dell'adempimento dell'obbligazione per esserne stata accertata la falsità, vale ad attribuire efficacia di scrittura privata, a norma dell'art. 2702 codice civile, alla fattura stessa, ma non è sufficiente a costituire quietanza per il difetto di ogni attestazione in tal senso.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2298 del 19 marzo 1996)
Cass. civ. n. 2410/1991
La quietanza costituisce atto unilaterale ricettizio che contiene esclusivamente il riconoscimento di avere riscosso quanto è stato pagato dal debitore. Essa, quindi, non esclude, in mancanza di una volontà transattiva o di rinunzia dalla stessa risultante - ed implicante un'ulteriore dichiarazione del creditore di non avere più alcun diritto nei confronti del debitore - che il creditore stesso possa comunque pretendere l'integrale pagamento di quanto spettantegli, sia per il titolo cui sono imputabili i versamenti quietanzati, sia, ed a maggior ragione, per titoli diversi (nella specie, per autonoma obbligazione risarcitoria ex art. 1224 c.c., rispetto alla somma capitale e agli interessi).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2410 del 7 marzo 1991)
Cass. civ. n. 6991/1987
La norma dell'art. 1199 c.c., sull'obbligo del creditore che riceve il pagamento di rilasciare quietanza al debitore che ne faccia richiesta, è derogabile, sicché il debitore, come può astenersi dal chiedere quietanza di un pagamento effettuato, cosa può impegnarsi a non chiederne in relazione a pagamenti ancora da effettuare. Va, pertanto, negata l'illegittimità di una disposizione di accordo sindacale che escluda, per la predisposizione di garanzie ritenute equivalenti dalle parti, il rilascio di quietanze, restando peraltro la vincolatività di tale accordo limitata, trattandosi di impegni connessi all'esercizio di un diritto individuale, ai lavoratori che abbiano sottoscritto raccordo o che abbiano conferito alle organizzazioni sindacali uno specifico mandato con rappresentanza o che, successivamente alla stipulazione dell'accordo, vi abbiano prestato acquiescenza o l'abbiano ratificato, anche con comportamenti concludenti.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6991 del 21 agosto 1987)
Cass. civ. n. 1630/1973
Il rilascio della quietanza costituisce una obbligazione del creditore, il cui mancato adempimento non può tornare a danno del debitore. Pertanto quest'ultimo ha il diritto di provare l'avvenuto pagamento dell'obbligazione a suo carico e l'esercizio di questo diritto non può essere impedito dall'omesso rilascio della quietanza. (Nella specie, si sosteneva che, in base all'espressa clausola di un contratto di assicurazione, l'avvenuto pagamento del premio poteva essere provato soltanto con la quietanza, e non anche con l'esibizione della copia di un assegno di cui il creditore ammetteva, peraltro, di avere riscosso l'importo).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1630 del 6 giugno 1973)
Le buste paga firmate dal lavoratore dimostrano l'avvenuto pagamento? - 12/04/2018
relative all'articolo 1199 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1199 Codice civile - Diritto del debitore alla quietanza | Quesito Q201719679
mercoledì 11/10/2017 - Veneto
Vorrei chiedere se è un errore utilizzare l'espressione “prova certa ” o se il codice civile (o altri codici) prevede la dicitura “prova certa”ed eventualmente da quale legge è definita e regolata tale definizione e se ad esempio:
la ricevuta di un versamento di una persona sul conto corrente di controparte può essere considerato “prova certa” dell'avvenuto pagamento,
il pagamento di una somma tramite assegno circolare tratto dal conto corrente di una persona può essere considerato “prova certa” di un pagamento
e se il fatto che è stato fornito un atto di quietanza dell'avvenuto pagamento di queste somme da parte di controparte può essere considerato una “prova certa”;
oppure se la dicitura “prova certa” non può essere usata ed occorre definire tali documenti (ricevute, atto di quietanza ecc...) “elementi di prova che vengono valutati dal Giudice sia in base ai criteri della Legge di valutazione delle prove sia in base al potere discrezionale del Giudice (elementi di prova liberamente valutati dal Giudice) ”
Gradirei che la risposta venisse corredata dai riferimenti della legge (o delle leggi) che regola l'utilizzo di tale dicitura.
La mia abitazione è in comune con i miei due figli e loro hanno dei problemi per questioni ereditarie per cui su metà immobile è iscritta una prenotazione di ipoteca.
Potreste per cortesia spiegarmi se c'è un modo in cui io posso fare una ricerca e scoprire se è in corso un' esecuzione contro la mia abitazione o parte di essa? oppure una causa contro uno dei miei figli (a sua insaputa) che potrebbe anche portare all'esecuzione? Dove posso trovarne eventualmente traccia? E tale ricerca andrebbe fatta nel tribunale della città in cui vi è l'immobile o nel Tribunale della città in cui risiede mio figlio che è diversa da quella in cui vi è l'immobile? In quale luogo o ufficio? presso l'agenzia delle entrate? presso il catasto? Nella cancelleria del Tribunale ed eventualmente in quale cancelleria?
Non esiste alcun articolo del codice civile che contenga la definizione di “prova certa”.
Con prova certa deve intendersi, in senso puramente atecnico, una prova incontestabile.
Il valore probatorio dei documenti viene stabilito dal codice civile (articoli 2699 e seguenti). Tra questi, indichiamo di seguito i più rilevanti ai fini del quesito.
In primo luogo l’art. 2702 cod. civ. il quale, in ordine all’efficacia probatoria di una scrittura privata, stabilisce che essa fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta: ciò a condizione che la persona contro la quale viene prodotta ne riconosca la sottoscrizione (se disconosce la propria firma, invece, la scrittura privata in questione diviene una prova come le altre, ovvero liberamente valutabile e del tutto contestabile), oppure fatto salvo il caso in cui è la legge che la considera come riconosciuta (ad esempio, si considera riconosciuta la sottoscrizione autenticata, al momento della sua apposizione, dal notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato, previo accertamento della identità del sottoscrittore, art. 2703 c.c.).
Non parla di “prova certa” ma di “data certa” l’art. 2704 cod. civ., il quale si intitola: “data della scrittura privata nei confronti dei terzi”, e per il quale la data della scrittura privata della quale non è autenticata la sottoscrizione non è certa e computabile riguardo ai terzi, se non:
- dal giorno in cui essa è stata registrata;
- dal giorno della morte o della sopravvenuta impossibilità fisica di chi l’ha sottoscritta;
- dal giorno in cui la scrittura è stata riprodotta nel suo testo in un atto pubblico;
- dal giorno in cui si verifica un fatto che stabilisca in modo sicuro che la scrittura privata è stata redatta prima.
La giurisprudenza, in ogni caso, specifica che: “L'art. 2704 c.c. non contiene un'elencazione tassativa dei fatti in base ai quali la data di una scrittura privata non autenticata deve ritenersi certa rispetto ai terzi e lascia al giudice di merito la valutazione, caso per caso, della sussistenza di un fatto, diverso dalla registrazione, idoneo, secondo l'allegazione della parte, a dimostrare la data certa; tale fatto può essere oggetto di prova per testi o per presunzioni, (..)” (Cassazione civile, sez. VI, 12/09/2016, n. 17926).
Ciò per quanto riguarda le scritture private che sono sottoscritte; per quel che riguarda le altre, invece, afferma la Cassazione: “Le scritture prive della sottoscrizione non possono rientrare nel novero delle scritture private aventi valore giuridico formale e produrre, quindi, effetti sostanziali e probatori, neppure quando non ne sia stata impugnata la provenienza dalla parte cui vengono opposte. Ne consegue che la parte, contro la quale esse siano state prodotte, non ha l'onere di disconoscerne l'autenticità ai sensi dell'art. 215 c.p.c., norma che si riferisce al solo riconoscimento della sottoscrizione, questa essendo, ai sensi dell'art. 2702 c.c., il solo elemento grafico in virtù del quale - salvi i casi diversamente regolati (….) - la scrittura diviene riferibile al soggetto dal quale proviene e può produrre effetti a suo carico.” (Cassazione civile, sez. VI, 14/02/2013, n. 3730).
Quindi la scrittura privata che non ha sottoscrizione non ha alcun valore di prova legale: costituisce, eventualmente, elemento indiziario ed è liberamente valutabile da parte del Giudice.
Per quanto riguarda, infine, le quietanze (art. 1199 cod. civ.), statuisce la giurisprudenza: “Il rilascio di una quietanza- ai sensi dell'art. 1199 c.c. - costituisce una confessione stragiudiziale dell'avvenuto pagamento dell'obbligazione, come tale revocabile solo per errore o violenza, ai sensi dell'art. 2732 c.c. Pertanto, il creditore - che abbia emesso la quietanza - ove non ne disconosca la sottoscrizione, non può eccepire che il pagamento non sia mai avvenuto, a meno che non alleghi e dimostri che la quietanza fu rilasciata per [[defref=errore di fatto]] o violenza. La quietanza ha dunque efficacia di prova piena a carico della parte confitente che dichiara di aver ricevuto il pagamento delle somme quietanzate e, può, quindi essere contestata soltanto mediante la prova degli stessi fatti richiesti dall'art. 2732 c.c. per privare di efficacia la confessione.” (Tribunale Grosseto, 25/05/2016, n. 419).
Al di fuori del sistema delle cosiddette “prove legali” (come si è visto, le prove documentali - atto pubblico e scrittura privata autenticata o riconosciuta - o quelle assunte nel processo come la confessione, il giuramento e la testimonianza), la cui in presenza preclude al Giudice qualsiasi valutazione sul contenuto delle stesse, dovendosi semplicemente attenere alle risultanze della prova offerta, così come legalmente stabilito, si applica la regola dell’art. 116 c.p.c.: “Il giudice deve valutare le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che la legge disponga altrimenti”.
Tornando agli esempi di cui al quesito:
- la ricevuta di un versamento di una persona sul conto corrente di controparte non può essere considerato “prova certa” - nel senso di inconfutabile - dell'avvenuto pagamento: si deve peraltro tenere conto, con riguardo a questo esempio in particolare, del principio generale per cui nessuno può costituire prova a favore di se stesso;
- il pagamento di una somma tramite assegno circolare tratto dal conto corrente di una persona può essere considerato sicuramente “prova certa” che il pagamento è stato effettuato, così come del buon fine dello stesso: ciò perché si tratta di assegno circolare (diverso sarebbe se si trattasse di assegno bancario: quest’ultimo può anche essere tratto in favore del creditore, ma non prova il pagamento se scoperto per mancanza di fondi sul conto corrente di provenienza);
- il rilascio di un atto di quietanza dell'avvenuto pagamento di somme da parte di controparte può essere considerato una “prova certa” se la quietanza in questione è sottoscritta da controparte.
Per quel che concerne il secondo quesito, per sapere se esistono un procedimento esecutivo o una causa civile pendenti nei nostri confronti non è necessario effettuare una ricerca: sia in un caso che nell’altro, infatti, la legge prevede che del procedimento noi veniamo notificati.
Nel caso di un procedimento civile, dunque, ci verrà notificato un atto di citazione oppure un ricorso, atti nei quali è fissata una data di udienza e vengono indicati i termini e i modi per costituirsi (ovvero partecipare al giudizio).
Se non si riceve invece alcuna notifica ma la causa è comunque pendente, significa che quel procedimento è viziato nella forma e dunque esso sarà invalidabile.
Per quanto riguarda l’esecuzione forzata (pignoramento mobiliare, pignoramento del conto corrente, pignoramento di un immobile, ecc.) è obbligatorio che il procedente, prima di procedere in tal senso, notifichi prima all’esecutato un atto di precetto, che è un atto in cui si intima il pagamento (o comunque l’esecuzione della prestazione cui si è obbligati) entro 10 giorni, pena l’esecuzione forzata.
Come si vede, nessun procedimento può svolgersi “all’insaputa” dell’interessato.
In ogni caso, ad avviso di chi scrive, è possibile tentare di chiedere alla Cancelleria del Tribunale, dando il proprio nome, la cortesia di far sapere se esiste un procedimento pendente a proprio carico.
La richiesta dovrebbe essere fatta presso il Tribunale del luogo di residenza del potenziale convenuto in giudizio; nel caso, invece, di sospetto di esecuzione sull’immobile, la ricerca dovrò essere condotta presso il Tribunale del luogo in cui si trova l’immobile.
In ogni caso, la Cancelleria del Tribunale cui fare riferimento per l'indagine/richiesta è quella del “ruolo generale”.
Per quanto riguarda i figli, infine, solo se sono minorenni, a ricevere gli atti e ad informarsi delle notifiche saranno i genitori.