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Timestamp: 2018-03-24 00:47:43+00:00
Document Index: 82118053

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 360']

Corte di Cassazione. Se manca l’intento persecutorio non c’é mobbing | Gilda Venezia
Mestiere di insegnareMobbing Autore:	Gilda Venezia - 14 dicembre 2017 / 07 : 36
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(Cass. civ., sez. lav., ord. 23 maggio 2017 – 15 novembre 2017, n. 27110)
Sindrome ansioso-depressiva dell’insegnante:
domanda di risarcimento dei danni da mobbing contro il dirigente scolastico.
Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro, l’accertamento degli elementi necessari del mobbing costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato
che con sentenza in data 24 maggio 2012, n. 496/12, la Corte di Appello di Torino rigettava l’appello principale proposto da S.A. nei confronti del MIUR avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Alessandria, e accoglieva l’appello incidentale proposto dal MIUR nei confronti di S.A. , con condanna della S. a rimborsare al MIUR le spese del primo grado di giudizio liquidate in Euro 8.432,00 come da notula e poneva a carico della S. le spese di CTU;
che la S. , insegnante di sostegno di ruolo dal 1991 presso la scuola elementare dell’Istituto comprensivo di (omissis) , aveva adito il Tribunale per sentir dichiarare di aver contratto sindrome ansioso depressiva reattiva a causa del comportamento del dirigente scolastico, e di parte del personale, e dunque, sentire condannare il MIUR al risarcimento dei danni da mobbing e demansionamento per condotte vessatorie subite, realizzatesi negli anni 2000/2001, 2001/2002, 2002/2003, tutti che venivano quantificati in Euro 24.516,00 o diversa somma;
che come espone nella sentenza impugnata la Corte d’Appello, il Tribunale rigettava la domanda non ritenendo provati diversi degli episodi denunciati e ritenendo, dall’esperita istruttoria, che nel caso di specie non fosse stata dimostrata l’esistenza di un sistema vessatorio ai danni della S. , caratterizzato sotto il profilo psicologico dall’intenzionalità di nuocerle o di emarginarla.
che la Corte d’Appello, nel rigettare l’impugnazione della S. , ha affermato che dall’esperita istruttoria, che ripercorre ella motivazione, era emerso che la stessa non era stata sottoposta a continui attacchi umani, se vi era stato un atteggiamento a volte conflittuale nei suoi confronti da parte del dirigente scolastico e delle colleghe (e questo solo in alcune occasioni), ciò era dipeso dalle difficoltà di rapporti che si erano venute a creare a seguito dei particolari tratti della personalità della S. , che reagiva (in modo anche molto “pesante”) ogni volta che si verificavano eventi che disturbavano il suo equilibrio emozionale, pur non essendo particolarmente lesivi ma praticamente fisiologici in ogni ambiente lavorativo e relazionale;
che per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre la S. prospettando quattro motivi di ricorso;
che l’Amministrazione è rimasta intimata.
2. che con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione di norme di diritto in punto di mobbing – art. 2087 cod. civ.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (art. 360, n. 3, cod. proc. civ.).
Occorre rilevare che, come già affermato da questa Corte, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro rilevano i seguenti elementi, il cui accertamento costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria integrità psico-fisica e/o nella propria dignità; d) l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi (Cass. 17698 del 2014).
Nel secondo motivo di ricorso, sono indicati quali episodi dedotti ed esclusi dal giudice di merito non fattispecie concrete, ma categorie astratte, che nella presente censura non sono circostanziate e descritte nella loro materialità, quali “ostacoli di varia natura alla partecipazione di corsi di formazione”, “mancate comunicazioni o informazioni”, “discriminazione”, “denigrazione”, “minacce di sanzioni disciplinari”, “comportamenti illegittimi (informazioni sullo stato di salute)”, “negazione di ferie o permessi”, “rifiuto aprioristico delle proposte avanzate dalla lavoratrice”, “dirigenti e colleghi uniti nel tentativo di isolamento della lavoratrice”.
Il giudice di secondo grado rileva, trascrivendo passi della CTU, che la stessa, svolta in primo grado, aveva consentito di appurare che la ricorrente presentava “… tratti di personalità anancastica e insicuro – sensitiva, espressione di vulnerabilità, tali da predisporla severamente al tipo di reazioni (disturbo d’ansia e cronico disfunzionale somatico – viscerali) di fronte “ai comportamenti di cui si duole”. Il perito d’ufficio, osservava la Corte d’Appello, aveva evidenziato nella relazione che la periziata, allo stimolo costituito dalla prossimità delle visite peritali, aveva reagito con reazioni emozionali e comportamentali come risposta ad eventi disturbanti il suo equilibrio emozionale. Tali reazioni facevano propendere per la diagnosi di una personalità fragile che cadeva in crisi per sollecitazioni di scarso momento. Il CTU ad integrazione all’elaborato peritale, aveva ulteriormente precisato che “i soggetti con siffatti tratti di personalità non sopportano quelle che considerano infrazioni, sono carenti di flessibilità, sono poco o per nulla tolleranti: qualsiasi cosa minacci di sconvolgere la loro routine e la loro stabilità può ingenerare reazioni di ansia acuta che in sede di valutazione medico legale può configurarsi come danno biologi temporaneo, o, come nel caso di specie, può dar luogo ad un disturbo di ansia cronico”.
Corte di Cassazione. Se manca l’intento persecutorio non c’é mobbing ultima modifica: 2017-12-14T07:36:27+00:00 da Gilda Venezia
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