Source: https://www.laleggepertutti.it/275817_offendere-una-persona-in-chat-e-reato
Timestamp: 2019-03-21 14:59:23+00:00
Document Index: 185941708

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 234', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 129', 'art. 599']

Diffamazione e ingiuria: quale dei due comportamenti viene commesso in una chat di WhatsApp se la vittima delle offese partecipa alla discussione ed è presente?
Il diritto entra anche nella tecnologia. Nonostante le chat vengano considerate stanze “private”, ove parlare liberamente e con una certa franchezza, questo non vale per la legge. Chi, su un gruppo di WhatsApp, si lascia andare alle offese e alle volgarità può rischiare un’incriminazione penale. A dirlo è la Cassazione in una recente sentenza [1]. Il caso deciso dai giudici supremi è particolare e merita di essere approfondito. Non è infatti il classico caso in cui una persona parla male di un’altra alle sue spalle in presenza di più soggetti, fattispecie che tutti sanno rientrare nel reato di diffamazione ed essere quindi vietata; questa volta la vittima è presente e consapevole perché partecipe alla chat. La Corte è stata così chiamata a valutare se, in un’ipotesi del genere, si debba parlare di ingiuria – illecito ormai depenalizzato – o di diffamazione. Ma procediamo con ordine e vediamo se e quando offendere una persona in chat è reato.
1 Quando parlare male di una persona è reato
2 Parlare male in chat è reato?
3 Se gli insulti sono reciproci chi commette reato?
Quando parlare male di una persona è reato
Offendere una persona, rivolgendosi direttamente a questa, costituiva un tempo il reato di ingiuria. Oggi questo comportamento è stato depenalizzato. Questo non significa che non sia più vietato, ma è solo un illecito di natura civile; in termini pratici vuol dire che non c’è alcuna macchia sulla fedina penale e non viene applicata alcuna pena. La vittima può chiedere però il risarcimento del danno – da valutare in base alle modalità e alle circostanze dell’offesa – e, all’esito del processo, il giudice deve infliggere anche una sanzione amministrativa. Leggi Ingiuria: come difendersi?
Viceversa, quando si parla male di una persona in sua assenza e con almeno due persone, scatta il reato di diffamazione. Non viene presa in considerazione la semplice critica (si pensi a una chat di condomini ove ci si lamenta delle continue inadempienze dell’amministratore), ma le offese che pregiudicano l’onore e la reputazione della vittima, quelle cioè che vanno a incidere sulla sua morale (sempre nell’esempio della chat di condomini potrebbe essere il caso di chi dica che l’amministratore è corrotto).
In questo caso la persona offesa può recarsi dai Carabinieri, alla Polizia oppure depositare direttamente una querela alla Procura della Repubblica affinché sia avviato il processo penale contro il colpevole.
Parlare male in chat è reato?
Immaginiamo ora una situazione intermedia alle due che abbiamo appena descritto. In una chat di WhatsApp, costituita da alcuni ex compagni del liceo, un giorno due persone hanno un diverbio. Una delle due non è di modi eleganti e si lancia in una serie di insulti nei riguardi dell’altro. In questa fattispecie abbiamo sia un elemento tipico della diffamazione, ossia la presenza di più persone ad assistere al reato, sia un elemento dell’ingiuria, ossia la presenza della vittima nei cui confronti vengono indirizzate le parolacce. Ecco che allora ci si è chiesto se offendere una persona in chat è reato quando quest’ultima fa parte del gruppo WhatsApp. La risposta data dalla Cassazione è la seguente.
Offendere pesantemente una persona in una chat di gruppo su WhatsApp può costare una condanna per diffamazione. Per i giudici, in sostanza, è impossibile parlare di semplice ingiuria. Sebbene il mezzo di trasmissione dell’offesa adoperato dal colpevole consenta anche al soggetto vilipeso di percepire direttamente gli insulti, il fatto che il messaggio sia diretto a una cerchia di più persone fa sì che la lesione delle reputazione «si collochi in una dimensione ben più ampia di quella tra offensore e offeso».
Più logico, dunque, catalogare il comportamento come reato di «diffamazione» in piena regola.
Per dimostrare le offese basterà effettuare le trascrizioni delle chat, anche se un più recente orientamento della Cassazione ritiene che il querelante sia tenuto a consegnare il proprio smartphone contenente le prove della diffamazione.
Se gli insulti sono reciproci chi commette reato?
Potrebbe succedere – e anzi avviene spesso – che, a fronte degli insulti ricevuti, la vittima non resti in silenzio ma risponda a tono, usando lo stesso linguaggio. La legge, in queste ipotesi, ritiene che non costituisca reato la reazione, quella dettata dalle stesse offese ricevute e nell’immediatezza (“a sangue caldo”). Pertanto, quando ci sono offese reciproche, chi dei due ha dato il via ai fatti con le proprie parole può essere querelato per diffamazione mentre l’altro viene “perdonato”.
[1] Cass. sent. n. 7904/19 del 21.02.2019.
Autore immagine: ragazza con cellulare offesa Di WAYHOME studio
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 gennaio – 20 febbraio 2019, n. 7904
1. Il primo motivo è inammissibile per aspecificità, perché omette di indicare l’incidenza dell’eventuale eliminazione dell’elemento di prova ritenuto inutilizzabile – nel caso di specie le trascrizioni delle conversazioni “whatsapp” -ai fini della cosiddetta “prova di resistenza”: ciò in quanto, secondo il magistero di questa Corte, gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino sufficienti a giustificare l’identico convincimento (Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016 – dep. 20/02/2017, La Gumina e altro, Rv. 269218; Sez. 3, n. 3207 del 02/10/2014 – dep. 23/01/2015, Calabrese, Rv. 262011; Sez. 6, n. 18764 del 05/02/2014 – dep. 06/05/2014, Barilari, Rv. 259452). Indicazione tanto più necessaria nel caso al vaglio, posto che è lo stesso ricorrente a dare atto, nel corpo del motivo di ricorso, dell’esistenza, nel compendio probatorio, della stampa dei messaggi di contenuto offensivo riferibili all’indagato, estrapolata dal ‘display’ di un telefono cellulare nella disponibilità della persona offesa, certamente utilizzabile alla stregua di prova documentale ai sensi dell’art. 234 cod.proc.pen., che consente «L’acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo» e della quale non è disconosciuta la genuinità.
2. Il profilo di doglianza che deduce l’inconfigurabilità del delitto di diffamazione, attesa la partecipazione della destinataria delle offese alla “chat’ di ‘whatsapp’, ricorrendo, piuttosto, l’illecito civile di ingiuria, deve essere affrontato assumendo a parametro interpretativo i principi enunciati da questa Corte in tema di diffamazione commessa mediante ‘e – mail’ o mediante ‘internet’.
3. Il secondo motivo di ricorso non tiene conto dello statuto probatorio della pronuncia di proscioglimento nel merito adottabile ai sensi dell’art. 129, comma 2, cod.proc.pen.. Se, infatti, il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello di “apprezzamento” (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274), l’approfondimento richiesto ai fini della verifica del ricorrere, nel caso al vaglio, della causa di non punibilità di cui all’art. 599, comma 2, cod. pen., è incompatibile con l’evidenza” richiesta dalla norma dianzi evocata, che presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara, manifesta ed obiettiva da rendere superflua ogni dimostrazione (Sez. 2, n. 9174 del 19/02/2008, Palladini, Rv. 239552).
Luisa S ha detto:
25/02/2019 @ 08:26
Se una persona dovesse offendere su un gruppo chiuso di facebook? Come ci si può tutelare?
Luisa qualunque messaggio lesivo della dignità o del decoro di una persona, se comunicato anche soltanto a due persone, costituisce diffamazione. Di conseguenza, la frase irrispettosa scritta nei riguardi di una persona e comunicata in un gruppo composto anche di soli tre membri (compreso il diffamatore), può integrare il delitto di diffamazione.
Scusate, vorrei sapere se una persona può parlare male del datore di lavoro in un gruppo WhatsApp. Grazie
Chat segreta su Facebook o gruppo chiuso su WhatsApp: non si può comunicare all’esterno il contenuto. Chi divulga a terzi i messaggi della chat viola la corrispondenza. Per sapere se su un gruppo WhatsApp: si può parlare male del datore di lavoro leggi il nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/237011_gruppo-whatsapp-si-puo-parlare-male-del-datore-di-lavoro