Source: https://iusletter.com/archivio/omesso-versamento-iva-limprenditore-non-puo-invocare-la-scriminante-delladempimento-un-dovere/
Timestamp: 2020-01-18 22:22:29+00:00
Document Index: 101546355

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 51', 'art. 2777', 'art. 2778', 'art. 10', 'art. 5']

Omesso versamento IVA: l’imprenditore non può invocare la scriminante dell’adempimento di un dovere - Iusletter
Omesso versamento IVA: l’imprenditore non può invocare la scriminante dell’adempimento di un dovere
In caso di mancato versamento dell’Iva l’imprenditore non può giustificarsi adducendo il pagamento prioritario degli stipendi dei propri dipendenti: l’elemento soggettivo del reato non è, infatti, escluso dal principio, vigente soltanto in materia esecutiva e fallimentare e non estensibile ad altri campi, che impone l’adempimento prioritario dei crediti da lavoro dipendente rispetto ai crediti erariali.
La Corte d’appello confermava la sentenza emessa dal Tribunale che condannava l’imputato in quanto ritenuto colpevole del reato di omesso versamento IVA in relazione ad un determinato periodo di imposta per un ammontare, superiore alla soglia di punibilità.
Proponeva ricorso alla Suprema Corte l’imputato articolando, tra i diversi motivi di doglianza, anche la violazione di legge in relazione all’art. 10-ter, d. Igs. n. 74 del 2000 sotto il profilo della sussistenza dell’elemento soggettivo.
Il ricorrente lamentava come il giudice di secondo grado avesse ricavato la prova dell’elemento psicologico del reato dalla semplice presentazione della dichiarazione annuale nonché per il fatto di aver optato la società per il piano di rateizzazione e anteposto al pagamento del debito tributario il soddisfacimento di quello nei confronti dei dipendenti, banche e fornitori, per evitare il dissesto dell’impresa; tenuto conto degli sviluppi della più recente giurisprudenza di legittimità, i giudici di merito avrebbero dovuto porsi il problema di verificare se questa “scelta” di non pagare il debito IVA fosse davvero consapevole, non potendo desumersi il dolo dalla semplice presentazione della dichiarazione annuale o dall’omesso pagamento in sé. Il ricorrente, infatti, non avrebbe scelto di non pagare né di evadere l’imposta, tanto da provvedere al pagamento dell’IVA mediante rateizzazione secondo un piano quinquennale, accordato con l’Agenzia, pagamento effettuato integralmente al momento dell’apertura del dibattimento di secondo grado, e questo dimostrerebbe come il mancato tempestivo pagamento fosse dipeso dalla momentanea indisponibilità di liquidità necessaria ad adempiere l’obbligazione tributaria.
Secondo il Supremo Collegio il ricorso in relazione a tale motivo era da dichiararsi infondato posto che i giudici di appello avevano fatto coerente applicazione dei principi espressi dalla Corte di Cassazione in tema di rilevanza della crisi di liquidità rispetto al reato di omesso versamento IVA.
La Corte d’Appello, infatti, con riferimento alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, aveva escluso la rilevanza della crisi di liquidità non solo traendo la prova del dolo generico previsto dalla norma de qua dal fatto della semplice presentazione della dichiarazione annuale, ma soprattutto valorizzando il fatto di aver optato la società per il piano di rateizzazione e anteposto al pagamento del debito tributario il soddisfacimento di quello nei confronti dei dipendenti, banche e fornitori per evitare il dissesto dell’impresa.
Lo stesso ricorrente, peraltro, ammetteva che, pur in presenza di una crisi finanziaria, la scelta della società era stata orientata a far fronte a tutte le spese aziendali ed a versare gli stipendi ai dipendenti per la sopravvivenza dell’impresa piuttosto che ad accantonare liquidità per far fronte al debito tributario IVA, scegliendo di posporne il pagamento, versando i soci nelle casse sociali liquidità per mantenere in vita la compagine, sostenendo sforzi per mantenere gli impegni assunti. La Corte territoriale sottolineava altresì che la scelta di pagare gli stipendi ai dipendenti, anteponendo questi ai debiti tributari per continuare ad operare sul mercato, quand’anche provata, non avrebbe potuto integrare la forza maggiore o lo stato di necessità invocato, considerato come l’orientamento giurisprudenziale del Supremo Collegio si attesta sulla posizione per cui, in tema di reati tributari, “l’omesso versamento dell’Iva cui all’art. 10-ter del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, non può essere giustificato, ai sensi dell’art. 51 c.p., dal pagamento degli stipendi dei lavoratori dipendenti, posto che l’ordine di preferenza in tema di crediti prededucibili, che impone l’adempimento prioritario dei crediti da lavoro dipendente (art. 2777 c.c.) rispetto ai crediti erariali (art. 2778 c.c.), vige nel solo ambito delle procedure esecutive e fallimentari e non può essere richiamato in contesti diversi, ove non opera il principio della “par condicio creditorum”, al fine di escludere l’elemento soggettivo del reato.”. Né, peraltro, avrebbe pregio l’affermazione secondo cui la mancanza del dolo (e quindi di evadere l’imposta) sarebbe stata desumibile dal fatto di aver rateizzato il debito tributario. E’ pacifico, infatti, che la volontà di non adempiere, nel reato omissivo, deve essere valutata nel momento in cui scade il termine per l’adempimento, non potendo trarsi elementi a sostegno o meno della configurabilità dell’elemento soggettivo da vicende successive al momento consumativo, dovendosi in ogni caso ribadire che, in tema di reati tributari, nel reato di cui all’art. 10-ter D.Igs. n. 74 del 2000, è richiesto il dolo generico, integrato dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, a nulla rilevando i motivi della scelta dell’agente di non versare il tributo.
Cass., III Sez. Penale, 27 febbraio 2019, n. 16163
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