Source: https://www.diritto.it/osservatori/diritti_umani/sent_fontana/cap6_8.html
Timestamp: 2019-05-21 05:32:22+00:00
Document Index: 143513131

Matched Legal Cases: ['art. 371', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Le risposte di Tuti rendono evidente che la sua “dichiarazione di intenti” sull’atteggiamento omertoso che ha sempre tenuto e che continua a tenere rispetto all’autorità giudiziaria non può che rendere del tutto inattendibili le sue smentite circa le circostanze apprese nel corso della carcerazione. Moltissimi detenuti hanno riferito nel dibattimento che quel dibattito carcerario, pur inutile nell’individuazione di specifiche responsabilità, indicò alcune aree politiche quali responsabili degli episodi di strage e che soprattutto nei rapporti confidenziali (e non pubblici) tra coppie di detenuti, consentì anche la trasmissione di notizie certe e non generiche sul coinvolgimento di alcuni militanti della destra negli episodi del 12 dicembre 1969. A fronte di tutto questo, Tuti (all’epoca amico fidato di Bonazzi e personaggio apprezzato da tutta la destra carceraria) ha affermato di non aver avuto alcuna informazioni né pubblica, né confidenziale, affermazione del tutto inverosimile e smentita dalle numerose contrarie acquisizioni probatorie.
In conclusione, la deposizione di Mario Tuti deve essere valutata come assolutamente reticente sull’unico profilo rilevante in questo processo, per cui le sue smentite non possono in alcun modo inficiare le affermazioni contrarie di altri dichiaranti.
6 l – Cagnoni, Zaffoni, Radice, Azzi, Cannata, Tommasini.
I testimoni esaminati di questo paragrafo sono accomunati dalla provenienza milanese, avendo gravitato nell’area politica della destra, più o meno contigui al gruppo “La Fenice”, Azzi, Cagnoni, Zaffoni e Radice con un ruolo di vera e propria militanza, Cannata di contiguità politica, la Tommasini solo per il suo rapporto sentimentale con Marco Foscari. Il contributo da costoro reso in questo processo è molto differenziato, perché Cannata a la Tommasini sono stati sentiti, su richiesta della difesa Rognoni, su uno specifico episodio (cioè la presenza di Rognoni presso villa Foscari nel luglio 1969), Radice ha descritto i suoi rapporti con Rognoni, che sarebbero iniziati proprio in occasione dell’incontro del luglio 1969, Cagnoni e Zaffoni hanno riferito delle attività del gruppo “La Fenice”, Azzi è stato esaminato soprattutto sul periodo trascorso in stato di detenzione, durante il quale ebbe sicuramente rapporti con molti altri detenuti della destra (alcuni dei quali hanno riferito di aver ricevuto proprio da Azzi confidenze su circostanze importanti in questo processo).
Sull’attendibilità di Cannata e della Tommasini non vi è molto da dire. Come anticipato, l’unico argomento significativo delle loro deposizioni riguarda la presenza di Rognoni all’incontro tenuto a villa Foscari in occasione dell’allunaggio, su cui si dovrà valutare il contrasto di versioni tra Siciliano e Radice da una parte, Cannata e la Tommasini (oltre che Rognoni) dall’altra. In questa parte di Motivazione va rilevato che Cannata ha manifestato un atteggiamento comune a molti altri testimoni marginalmente coinvolti nelle vicende politiche di quegli anni, cioè ha tentato di allontanare da sé qualsiasi sospetto di coinvolgimento in episodi genericamente illeciti, ad esempio, smentendo Siciliano e Radice con riferimento all’episodio dell’attentato all’università Cattolica[1]. Ma anche la valutazione comparativa di attendibilità delle sue dichiarazioni non può prescindere dal considerare che egli è da molti decenni amico di Rognoni e continua anche oggi a frequentarlo, mentre il suo giudizio su Siciliano è fortemente negativo, individuandolo come colui che lo ha coinvolto in vicende che avrebbe preferito fossero dimenticate.
Cagnoni e Zaffoni sono testimoni tendenzialmente attendibili, atteso che costoro, pur avendo militato nel gruppo “La Fenice” (ed avendo per questo subito conseguenze giudiziarie) non hanno manifestato atteggiamenti di pregiudiziale indisponibilità a riferire all’autorità giudiziaria le vicende di quegli anni e in particolare i rapporti dei milanesi con i veneziani di ON. Certo, è possibile che costoro abbiano taciuto alcuni episodi più compromettenti[2], ma complessivamente le indicazioni fornite sono apparse prive di contraddizioni, precise, coerenti sia su un piano logico che se comparate con le altre acquisizioni probatorie del processo. Insieme a Battiston, Cagnoni e Zaffoni sono stati gli unici militanti del gruppo La Fenice a fornire un contributo di conoscenza sulle vicende di quegli anni e le dichiarazioni fornite da costoro sono coerenti e univoche nel delineare i rapporti tra i milanesi e i veneti di ON.
La deposizione di Radice è apparsa alla Corte tendenzialmente attendibile, essendosi egli limitato a ricostruire i suoi rapporti con Rognoni e in particolare l’episodio dell’incontro a villa Mira in occasione dell’allunaggio e i contrasti intervenuti negli anni successivi con lo stesso imputato in ragione della diversità di posizioni politiche assunte nell’ambito dell’MSI. Le difese di Rognoni, Maggi e Zorzi hanno concordemente prospettato l’inattendibilità del teste richiamando i suoi trascorsi giudiziari e, nel valutare comparativamente la sua deposizione con quella di Cannata e della Tommasini, hanno affermato che un testimone pregiudicato per delitti comuni qual è Radice non può essere ritenuto più affidabile di due onesti cittadini. Poiché questo rilievo è l’unico fondamento critico rispetto all’attendibilità di Radice è opportuno qui ribadire che l’argomento appare alla Corte privo di qualsiasi fondamento. Questo giudice ha più volte ricordato che non è corretto in un processo dalle dinamiche così complesse, affrontare le dichiarazioni testimoniali esclusivamente sulla base di parametri di credibilità riferiti alla loro posizione sociale. E’ sin troppo evidente che i meccanismi psicologici sottesi all’atteggiamento assunto dai dichiaranti nel processo prescindono totalmente dalla posizione sociale che costoro hanno acquisito, ma si fondano piuttosto su circostanze di altro tipo, quali il timore di essere coinvolti in vicende che potrebbero compromettere l’immagine di rispettabilità acquisita nel contesto sociale di appartenenza, la permanenza di vincoli di solidarietà politica o amicale con gli imputati, il desiderio di non rievocare un periodo della propria vita ormai dimenticato. La prospettazione difensiva secondo la quale l’attendibilità dei testimoni andrebbe valutata in base alla loro rispettabilità è, oltreché semplicistica, spesso infondata.
E’ vero, Radice dalla metà degli anni ’70 fu coinvolto in vicende giudiziarie di criminalità comune e per quei delitti scontò una pesante condanna detentiva, ma questa circostanza non può assumere un rilievo decisivo nella ricostruzione di un periodo della sua vita totalmente autonomo rispetto alle vicissitudini subite in epoca successiva. Per rendere concreto questo ragionamento è utile confrontare i percorsi di vita di Radice e Cannata: tra il 1969 e il 1974, il primo assunse un ruolo politico nell’ambito dell’MSI milanese, contrapponendosi alle posizioni assunte da Rognoni e dal gruppo “La Fenice”, e rimanendo estraneo a qualsiasi forma di violenza politica propugnata da quel sodalizio, per cui il suo contributo di conoscenza su quegli avvenimenti è del tutto disinteressato, non coinvolgendo una propria diretta responsabilità per fatti illeciti risalenti a quegli anni. Per contro, Cannata fu marginalmente coinvolto in quelle vicende politiche, sia per i rapporti di amicizia con Rognoni, sia per la frequentazione del gruppo “La Fenice” (anche se nel corso della sua militanza non aderì alla “deriva terroristica”). Questa diversità di percorsi assume una rilevanza ancora più significativa ai fini del giudizio di credibilità rispetto all’essere diventato o meno un delinquente comune, evidenziando come l’uno o l’altro dei dichiaranti abbia un interesse personale a non rivelare alcuni episodi o se mantenga un rapporto di solidarietà con le persone coinvolte nei fatti delittuosi.
Nel capitolo 8 si valuteranno nello specifico le indicazioni fornite da Cannata e Radice sull’incontro di villa Mira, ma sin d’ora deve affermarsi che quest’ultimo non può essere ritenuto un testimone inattendibile solo perché nella sua vita si è reso responsabile di episodi delittuosi che nulla hanno a che vedere con la militanza politica.
In termini generali la deposizione di Radice si è caratterizzata per l’estrema precisione nella descrizione degli episodi e nella loro collocazione cronologica, è stata autonoma e spontanea con riferimento alle vicende conosciute, assolutamente disinteressata, atteso che il teste ha dimostrato di non avere “nulla da nascondere” rispetto agli avvenimenti di quegli anni e non ha conseguito alcun vantaggio economico o di altro tipo[3] a seguito delle dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria. Le indicazioni fornite sono state confermate da altri testimoni appartenuti a quell’area politica, per cui hanno un grado di intrinseca attendibilità assolutamente elevato.
Nico Azzi è un testimone totalmente inattendibile.
Nel capitolo 4 si è già accennato alla deposizione di Azzi, assunta ad esempio emblematico della prassi di comportamento di alcuni militanti della destra eversiva rispetto alla possibile collaborazione con l’autorità giudiziaria, concretatasi nell’assoluta indisponibilità a rendere dichiarazioni. Azzi non solo ha negato la veridicità di qualsiasi circostanza riferita da altri testimoni (persino dal capitano Giraudo) e contestatagli dal P.M., ma nel corso dell’esame dibattimentale ha più volte manifestato la sua totale estraneità alla logica di collaborazione con l’autorità giudiziaria. Ciò è emerso chiaramente nella parte conclusiva dell’esame del teste da parte del P.M., dove, riferendo del confronto che aveva avuto in indagini preliminari con Bonazzi, Azzi ha reso risposte esplicite nel riaffermare il suo ruolo di “militante politico”:
“T. – Si. C’è un verbale. Mi sembra che Bonazzi ha detto “è inutile che insistete con Azzi, tanto Azzi non cambierà mai l’idea, Azzi farà sempre il militante politico e continuerà a fare politica.
P.M. – E questo era il suo atteggiamento?
T. – Il mio? Si. Potevo avere qualche motivo di arrabbiatura anche.
P.M. – Ma ce l’ha avuto o no?
T. – Eh?
P.M. – Lei ha detto “potevo avere qualche motivo di arrabbiatura”, ce l’ha avuta poi questa arrabbiatura o no Lei?
T. – No, no assolutamente. Infatti gli ho detto “ma cosa stai dicendo, cosa ti sei inventato?” e lui teneva gli occhi bassi.
P.M. – Lei però, sia in quella circostanza che in altre circostanze successive, ha più volte ripetuto che comunque Lei non intendeva collaborare con l’autorità giudiziaria, che Lei non era un infame ?
T. – E gliel’ho spiegato prima: è da quando sono a casa che sono perseguitato da Magistratura, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza …”[4].
“P.M. – Lei non intendeva, ha fatto quelle affermazioni, più volte ripetute – ripeto – in più interrogatori, che non intendeva collaborare con l’autorità giudiziaria perché si sentiva perseguitato, questo è il senso?
T. – Si, pedinato.
P.M. – Voglio solo capire, è questo il senso?
T. – Si.
P.M. – Perché si sentiva perseguitato?
T. Si, penso che ci sono abbastanza motivi, ho portato abbastanza motivi.”[5].
E infine, proprio al termine dell’esame:
“…Casa mia riempita di microfoni, di telecamere. Stavo per andare in Africa per lavorare in Africa, non mi viene rinnovato il passaporto; poi mi è stato rinnovato. Avevo un ristorante sui naviglio, un continuo, un continuo, un tourbillon di poliziotti e di DIGOS che almeno mandassero persone intelligenti, gliel’ho detto anche alla Pradella “mandatemi delle persone intelligenti che sappiano fare il lavoro”. Cioè posso avere rispetto di questa gente qua? Io non posso essere arrabbiato con il sistema dopo tutte queste cose qua?…”[6].
Nel controesame della difesa di parte civile, la posizione del teste è stata ribadita richiamando l’esplicita affermazione, resa in indagini preliminari, di assoluta indisponibilità a collaborare con l’autorità giudiziaria. In questa parte di esame Azzi non ha smentito la permanenza del suo atteggiamento di rifiuto alla collaborazione, perché alla domanda della parte civile sul motivo per cui il 26.6.1997 aveva ribadito che “non intendeva fare questi nomi perché non ritengo giusto collaborare con la Giustizia”, mentre a distanza di pochi giorni (cioè nell’interrogatorio del 4.7.1997) quei tre nomi li aveva fatti, ha risposto che la sua disponibilità a rispondere alle domande dipende essenzialmente dal “grado di arrabbiatura che mi avevano fatto prendere in quel periodo lì”[7]. Questa affermazione è davvero singolare, se si tiene conto che dal 26 giugno al 4 luglio di quell’anno Azzi fu sottoposto a misura cautelare in carcere per violazione dell’art. 371 bis c.p. (cioè il delitto di false informazioni al P.M.), circostanza questa che avrebbe dovuto aumentare “l’arrabbiatura” del teste nei confronti del sistema giudiziario. Per questo, più plausibilmente, la ragione della modifica (invero molto parziale) del suo atteggiamento intransigente fu proprio la condizione di detenzione e non l’attenuazione della sua “arrabbiatura”. Nel controesame della parte civile, le risposte di Azzi hanno confermato pienamente l’atteggiamento di indisponibilità a collaborare, indice di totale inattendibilità del teste[8].
Il richiamo alle affermazioni di Azzi sarebbe sufficiente per esprimere un giudizio di assoluta inattendibilità della sua deposizione. Esistono ancora ulteriori elementi che confermano tale valutazione, desunti dai parametri illustrati nel capitolo 3.
Quanto alla personalità del teste, oltre all’atteggiamento assunto nel processo, non può ignorarsi che Azzi fu direttamente coinvolto nelle vicende eversive di quegli anni. Fu condannato per l’attentato al treno del 7.4.1973 alla pena di 13 anni di reclusione[9], ma la sua militanza nel gruppo “La Fenice” risale ad un’epoca precedente e, quindi, egli esercitava attività politica eversiva anche a cavallo di quel 1969 che costituì l’anno cruciale dell’attività politica riconducibile ai gruppi ordinovisti valutati nella motivazione. Nei capitoli 8 e 10 si ricostruiranno le vicende del gruppo milanese contiguo ad ON, ritenuto da questa Corte pienamente coinvolto negli avvenimenti eversivi di quegli anni, ma si d’ora deve affermarsi che Azzi fu uno dei militanti più importanti del gruppo “La Fenice”e che quindi il suo coinvolgimento negli attentati allo stesso sodalizio riferibili fu diretto. Questa circostanza delinea l’interesse del dichiarante a nascondere le notizie di cui era a conoscenza sugli avvenimenti di quegli anni, i rapporti dei veneziani-mestrini con i milanesi de “La Fenice”, la contiguità del gruppo alla struttura di ON, il ruolo di Rognoni in quel sodalizio e la teorizzazione da parte dello stesso della strategia eversiva di cui rappresentava nel nord Italia uno degli esponenti più importanti insieme a Maggi. Orbene, Azzi avrebbe potuto fornire un rilevante contributo di conoscenza su quell’area politica eversiva, ma se avesse deciso di parlare, non avrebbe potuto nascondere fatti a lui personalmente riconducibili. Quindi, sotto questo profilo, oltre ai vincoli di solidarietà politica ed amicale con i militanti della sua stessa area, sussiste un personale interesse a tacere le circostanze relative a quegli anni.
Indubbia è la permanenza del vincolo di solidarietà tra Azzi e gli altri militanti di quell’area politica, primo fra tutti Giancarlo Rognoni. Nel processo sono emerse alcune indicazioni provenienti dall’ambiente carcerario della destra eversiva che definirebbero un atteggiamento ostile di Azzi nei confronti del suo ex amico e capo politico. Bonazzi ha riferito che Azzi aveva manifestato odio profondo nei confronti di Rognoni per la vicenda dell’attentato al treno, anche se nel prosieguo dell’esame dibattimentale ha soggiunto che anche Rognoni aveva motivi di rancore nei confronti di Azzi, perché quest’ultimo lo aveva chiamato in correità per quell’episodio[10]. Izzo ha confermato il reciproco odio tra Rognoni e Azzi[11]. Ma tale conflitto, più teorico che concreto, non determinò una reazione ritorsiva di Azzi nei confronti di Rognoni. Quando quest’ultimo, dopo alcuni anni di latitanza in Spagna, fu espulso verso l’Italia e fu ristretto in carcere per scontare la pena inflittagli in relazione all’attentato al treno Torino-Roma, alcuni detenuti chiesero ad Azzi se intendesse vendicarsi di Rognoni, ma lui rispose negativamente, inducendo quei militanti a desistere dal proposito di aggredire fisicamente Rognoni[12]. L’ostilità di Azzi non si concretizzò in alcuna ritorsione violenta, e Rognoni, pur essendo stato definito un “turista rivoluzionario” fu “accolto nella comunità dei detenuti della destra” senza subire alcuna conseguenza. La solidarietà amicale e politica si ricompattò e nessuno tra i molti militanti detenuti, disponibili ad azioni di quel tipo, fu incaricato o si assunse il compito di aggredire Rognoni. Ma che quel dissidio fosse superato già dalla fine degli anni ’70, è stato confermato dallo stesso Azzi, il quale ha ammesso di aver mantenuto con Rognoni gli originari vincoli di solidarietà anche in anni recenti, quando lo incontrò in occasione di ricorrenze legate alla loro comune ideologia politica[13]. Non si vuole qui contestare la libertà di avere e professare l’ideologia fascista (la cui illegittimità nel nostro sistema politico è peraltro sancita dalla Costituzione), ma i recenti incontri di Azzi con Rognoni sono stati richiamati perché rappresentano la dimostrazione della permanenza di un rapporto di solidarietà che non fu interrotto dalla vicenda dell’espatrio di Rognoni successivo all’attentato al treno.
Sotto il profilo della consistenza oggettiva delle sue dichiarazioni, deve ribadirsi che Azzi ha esplicitamente negato di volere fornire un contributo di conoscenza alle indagini in corso sulle vicende eversive di quegli anni, per cui le sue affermazioni negatorie di quanto altri testi hanno affermato, sono state indotte dalle contestazioni formulate nei suoi confronti dagli investigatori e concretano dichiarazioni prive di spontaneità, autonomia, genuinità.
Anche nella ricostruzione degli episodi nei quali fu direttamente coinvolto, Azzi è stato spesso generico nel negare qualsiasi conoscenza di fatti o circostanze riferitegli da terzi o direttamente apprese, illogico nel compiere affermazioni totalmente infondate (quale, ad esempio, quella di non avere mai ricostruito con Rognoni la vicenda dell’attentato al treno, per la quale entrambi subirono una pesante condanna), contraddittorie.
Infine, le dichiarazioni di Azzi sono state smentite da molti testimoni, tra cui il capitano Giraudo, pur con riferimento ad una circostanza di valore limitato nel processo.
In conclusione, il giudizio espresso all’inizio di questa parte di motivazione, è fondato su molteplici elementi probatori acquisiti nel processo e provenienti dallo stesso Azzi, da altri testimoni, dalla logica valutazione dei comportamenti umani.
6 m – Giannettini, Freda, Pozzan.
Quando la Corte ha dovuto valutare le modalità di assunzione dell’esame di Freda - ma analoghe valutazioni hanno riguardato Giannettini e Pozzan - si è trovata di fronte ad uno degli apparenti paradossi di questo processo, cioè la necessità, ritenuta dalle parti, di acquisire da costoro le informazioni di cui erano a conoscenza su fatti delittuosi in relazione ai quali avevano subìto un processo in qualità di imputati: Freda e Giannettini erano stati condannati in primo grado per gli attentati del 12 dicembre 1969, ma in grado d’appello l’affermazione di penale responsabilità era stata riformata con l’assoluzione per insufficienza di prove; Pozzan era stato ritenuto responsabile di delitti associativi, beneficiando dell’intervenuta prescrizione. Oltre ai trascorsi processuali dei citati dichiaranti, Freda è anche indicato nel capo d’imputazione come concorrente di Maggi, Zorzi, Digilio e Rognoni (oltreché di Ventura) nel delitto qui giudicato.
A fronte del coinvolgimento diretto dei dichiaranti nelle vicende delittuose oggetto della loro deposizione, la Corte ha ritenuto non sussistente alcuna condizione di incompatibilità ad assumere la veste processuale di testimone, atteso che Freda, Giannettini e Pozzan erano stati prosciolti in via definitiva dall’imputazione per la strage di piazza Fontana e che i delitti per cui il solo Freda aveva riportato condanna non erano stati ritenuti proprio dai giudici di Catanzaro e Bari connessi con quello oggi giudicato[14].
Questa situazione di apparente paradosso si è esplicitata all’inizio dell’esame di tutti e tre i dichiaranti valutati nel paragrafo, atteso che Freda, a fronte dell’invito rivoltogli dal presidente di impegnarsi a dire la verità, ha opposto la sua posizione di parte interessata nel processo, inducendosi a dare lettura della formula testimoniale solo dopo aver preso atto della posizione assunta dalla Corte sulla questione[15]. Giannettini ha chiesto di potersi avvalere della facoltà di non rispondere, assumendo di dover essere considerato imputato di reato connesso e si è formalmente impegnato a testimoniare solo dopo aver preso atto della diversa valutazione della Corte in merito alla sua posizione processuale[16]. Anche Pozzan ha chiesto di potersi avvalere della facoltà di non rispondere, facendo rilevare la connessione tra i fatti per i quali era stato giudicato e assolto e quelli sui quali era chiamato a deporre[17].
Il rilevato paradosso è solo apparente, perché la valutazione della posizione dei dichiaranti chiamati a deporre è l’unico criterio per decidere l’assunzione della veste processuale di testimone o imputato di reato connesso, non rilevando a tal fine il suo eventuale interesse a riferire sui fatti oggetto della deposizione, circostanza questa che potrà essere valutata nel giudizio di attendibilità delle dichiarazioni rese.
Ma la lettura delle considerazioni che i tre dichiaranti hanno inteso esporre alla Corte all’inizio del loro esame evidenzia una importante chiave di lettura delle deposizioni da costoro rese in questo dibattimento, perché, pur nella diversità delle personalità di Freda, Giannettini e Pozzan, ha dimostrato che costoro non avevano alcuna intenzione di rispondere all’esame per cui erano stati citati. E’ evidente che le loro segnalazioni[18] alla Corte erano dirette non a garantirsi una condizione processuale che consentisse di non dire la verità, ma a sottrarsi all’esame[19].
Prima di valutare le dichiarazioni rese da Freda, Giannettini e Pozzan, va delimitato l’ambito del giudizio qui espresso, che riguarda esclusivamente la deposizione resa da costoro in dibattimento. I tre erano stati interrogati nella veste di imputati nell’ambito del procedimento conclusosi con le sentenze di Catanzaro e Bari e le dichiarazioni rese in quel contesto furono specificamente valutate da quei giudici. A quel giudizio si farà riferimento sia in questo paragrafo che nella trattazione degli episodi su cui costoro hanno reso dichiarazioni, ma qui interessa verificare se, all’esito della loro assoluzione definitiva per il delitto di strage, l’atteggiamento processuale assunto si è modificato rispetto a quello di Catanzaro.
Franco Freda è, a parere della Corte, un testimone reticente e falso.
Va rilevato, in premessa, che il contenuto della sua deposizione non è particolarmente importante nel processo, atteso che al teste sono state rivolte domande generali sui rapporti suoi e di Fachini con i gruppi veneti di ON, sulla collocazione temporale dei suoi rapporti con Fachini, Maggi, Zorzi, sulle sue “frequentazioni carcerarie” e solo sporadici sono stati gli accenni alla vicenda di piazza Fontana. L’accusa pubblica e privata hanno tentato di acquisire dalla deposizione di Freda alcuni tasselli confermativi delle dichiarazioni rese nel processo da altri testimoni o imputati, domandandogli, quando questi ha negato categoricamente qualsiasi collegamento politico con le persone appartenenti ai gruppi veneziano e veronese di ON ovvero qualsiasi rapporto confidenziale con detenuti della destra o ancora qualsiasi suo coinvolgimento in episodi eversivi, spiegazioni logiche sugli elementi di prova che contrastavano le sue affermazioni negative. A fronte di tali contestazioni, il teste ha, durante tutto l’esame, ribadito la propria estraneità alle attività politiche di quegli anni, confutando non solo i testi assunti in questo processo, ma prima ancora la condanna definitiva riportata nel processo di Catanzaro[20].
Ciò premesso, la verifica dei parametri di attendibilità della deposizione di Freda è totalmente negativa.
Descrivere la personalità del teste non è compito che spetta a questa Corte, dovendosi solo rilevare che Freda è stato sicuramente coinvolto in attività eversive riconducibili ai gruppi della destra negli ultimi anni ’60 e fino all’arresto del 1971. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro rappresenta, con riferimento a tale attività, un accertamento definitivo sufficiente per delineare il ruolo di Freda in quel contesto politico. Nell’ambito della destra eversiva operante in Veneto in quegli anni, Freda, nonché le strutture culturali e il gruppo politico allo stesso riconducibili, rappresentarono un punto di riferimento per tutti i militanti di quella regione, indicati come i responsabili principali della strategia eversiva che si delineerà nel capitolo 8[21].
Freda ha sempre negato un tale ruolo, rivendicando, anche nel corso dell’esame dibattimentale, la propria estraneità a logiche di gruppo e di attivismo politico e descrivendosi come un teorico con interessi esclusivamente speculativi in contrasto con i gruppi aderenti ad ON[22]. Già nella negazione di qualsiasi rapporto con ON, Freda ha manifestato la totale inattendibilità delle sue dichiarazioni, atteso che nel processo sono stati acquisiti elementi che dimostrano tale rapporto, una parte dei quali sono stati contestati al teste nel corso dell’esame. E’ proprio in queste contestazioni che si evidenzia l’incoerenza logica delle affermazioni di Freda, il quale non ha fornito di quei fatti una spiegazione coerente con la dedotta estraneità alle attività di ON.
Gli esempi sono molteplici e devono essere tutti ricordati per giungere al giudizio di inattendibilità.
- secondo il teste il suo interesse esclusivamente culturale era incentrato sull’attività della libreria Ezzelino, da lui di fatto gestita insieme alle riunioni di lettura del sabato sera che rappresentavano l’unico momento di riflessione collettiva del gruppo gravitante in quel centro culturale. Freda ha tentato di accreditare un ruolo della libreria di incontro tra simpatizzanti di destra e di sinistra, a cui non parteciparono mai militanti di ON[23].
- neanche i suoi rapporti con Maggi furono intensi, proprio per la diversità di approccio alla cultura della destra. Freda ha ammesso di aver conosciuto Maggi all’inizio degli anni ’60 e di averne apprezzato la cultura perché fu il primo a fargli conoscere alcuni pensatori di destra che influenzarono molto la sua formazione, ma quel rapporto cessò alla metà degli anni ’60, proprio in ragione degli interessi puramente speculativi dell’attività della libreria Ezzelino, totalmente estranei al “modo di far politica” di Maggi[24]; per questo le sue conoscenze sulle attività del Centro studi ON derivarono solo da notizie riferitegli occasionalmente[25]. Solo in periodo successivo (intorno al 1976-1977) Freda, quando si recò a Venezia per subire un processo, incontrò nuovamente Maggi, il quale lo “accolse” e gli mise a disposizione una persona per garantire la sua incolumità[26]. Nel controesame, Freda ha precisato la scansione temporale dei suoi rapporti con Maggi, collocandone l’inizio nel 1959 e la conclusione nel 1961, ammettendo la possibilità che tra loro vi sia stato uno screzio e giungendo a ricordare anche l’origine di quello scontro nella pubblicazione di un proclama nel 1965[27].
- Freda ha ammesso di aver conosciuto Zorzi e Siciliano intorno al 1970, ma ha descritto il rapporto con quei giovani come un occasionale incontro durante qualche conferenza nella quale egli era relatore[28]. E’ interessante rilevare come dell’incontro con Zorzi, Freda abbia descritto dapprima l’occasionalità, poi abbia precisato che si consolidò perché Zorzi si offrì di curare la vendita di libri della casa editrice AR, nonché la pubblicazione di qualche testo, grazie all’intervento di suo padre[29]. Nel controesame, Freda ha escluso di aver potuto incontrare Zorzi a Roma[30], per poi ammetterne la possibilità pur non ricordando l’episodio[31]. Ancora ha ridefinito l’origine del suo rapporto di conoscenza con quel giovane, che, se fu presente alle conferenze tenute a Mestre nel 1969, poté conoscere Freda, ma non fu da questi conosciuto[32]. Sulla questione, Freda ha però subìto la contestazione del difensore della parte civile, il quale ha dato lettura delle dichiarazioni rese il 14.10.1994, nelle quali Freda aveva ammesso di aver conosciuto due giovani di Mestre, Delfo Zorzi e Martino Siciliano durante una conferenza tenuta a Mestre nel 197:; Zorzi era uno studente, Siciliano era impiegato alla vecchia azienda telefoni. Zorzi manifestò interesse al programma editoriale delle edizioni di AR, in particolare a due testi di Henry Ford “L’ebreo internazionale” e di Gustav Mairic “La faccia verde”. Freda ha confermato che durante la conferenza tenuta a Mestre evidentemente conobbe i due giovani[33]. Infine, nel corso del controesame della difesa Zorzi, Freda ha precisato le date delle pubblicazioni di alcuni testi da parte della casa editrice AR, precisazioni che individuerebbero il periodo di conoscenza con Zorzi nel 1970-1971[34]. L’ultima domanda rivolta a Freda ha riguardato proprio la sua conoscenza con Zorzi, che il teste, in conclusione, non ha né ammesso, né escluso la circostanza, così rispondendo al P.M.:
“P.M. - Lei ricorda, non una sua deduzione un suo ricordo ricorda di avere mai visto Delfo Zorzi?
T. - Il ricordo... Lei mi chiede...
P.M. - Prima ha avuto tutta la disquisizione sulla conoscenza, se ricorda di averlo mai visto?
P. - Questa è la domanda, risponda a questa domanda.
T. - Posso rispondere è probabile che io l'abbia visto.
P.M. - Non se lo ricorda, ma pensa di sì sarebbe questo è il senso?
T. - Signor Pubblico Ministero se nel 1971 io ero alla cerca di distributori militanti dei libri delle edizioni di AR, e c'era addirittura la menzione del numero telefonico...
P.M. - Non le ho chiesto di fare una deduzione, Lei dice che non ricorda devo desumere?
T. - Sì, non ricordo.
P.M. – Grazie.”[35].
- sul suo allontanamento dal domicilio coatto di Catanzaro, Freda ha negato la veridicità di quanto affermato da alcuni militanti della destra (Calore ed Aleandri) nonché da un esponente della ‘ndrangheta calabrese (Barreca) circa il ruolo da costoro svolto in “quell’evasione”, affermando che furono altre persone a favorire la sua fuga, pur non indicandone l’identità “per ragioni di stile”[36].
- Freda ha ribadito la versione resa nel processo di Catanzaro sulla destinazione dei timer acquistati nel settembre del 1969, confermando di averli ceduti ad un capitano della resistenza algerina, il noto capitano Hamid[37].
- Freda ha confutato la veridicità delle affermazioni rese da Fabris in questo procedimento, definendo quest’ultimo un mentitore[38], essendo del tutto incoerente che il “pavido” Rauti avesse compiuto l’intimidazione descritta da Fabris[39].
- anche sul rapporto con Giannettini, Freda ha ribadito la posizione sostenuta nel processo di Catanzaro, in contrasto con le dichiarazioni del suo ex coimputato, versione che lo ha indotto a negare qualsiasi suo rapporto con i servizi di sicurezza italiani[40].
[1] In effetti, le dichiarazioni di Cannata su quell’episodio sono state ambigue, perché non ha né ammesso, né smentito il proprio coinvolgimento in quell’episodio, ammettendo di essere stato indiziato a seguito delle dichiarazioni di Siciliano e di essere stato prosciolto:
“P.M. - Un'ultima cosa: Lei è stato negli anni 90 indiziato per qualche reato?
T. - Io sono stato indiziato per parecchi reati, ma non ho avuto mai una condanna.
P.M. - Ma intendevo dire in anni recenti, negli anni 90, se lo ricorda?
T. - Per problemi degli anni 70?
P.M. - Sì, sempre con riferimento a cose accadute in quel periodo?
T. - Certo, sì sì.
P.M. - Ricorda di che cosa sarebbe stato indiziato?
T. - Se Lei allude alla testimonianza del Martino Siciliano e del Radice che hanno dichiarato che io ho accompagnato il Martino Siciliano a mettere una bomba all'Università Cattolica.
P.M. - Quindi è stato indiziato di questo tipo di reato?
T. - Sì.” (Cannata, p. 21).
[2] Per quanto concerne Cagnoni, ad esempio, Bonazzi, p. 118, Calore, p. 185, Aleardi, p. 22, lo hanno indicato (per averlo appreso da Azzi) come la persona che teneva i contatti del gruppo La Fenice con i veneziani e con Fachini.
[3] Il coinvolgimento di Radice in un episodio di sequestro di persona è successivo al 1974 (anno in cui il teste cessò qualsiasi attività politica) e per quella vicenda ha espiato da tempo la pena inflittagli, per cui le dichiarazioni rese nell’ambito di questo procedimento non hanno avuto alcuna incidenza nella fase di esecuzione della condanna.
[4] Azzi, p. 54.
[5] Azzi, p. 55.
[6] Azzi, p. 56.
[7] Azzi, p. 58.
[8] Azzi, pp. 66-77 e 88-90.
[9] Su quella vicenda è sufficiente richiamare la sentenza acquisita agli atti, Corte d’Assise di Genova del 25.6.1974 di condanna degli imputati Azzi, Marzorati, Rognoni e De Min, tutti appartenenti al gruppo “La Fenice” (Azzi e Marzorati alla pena di anni 20 e mesi 6 di reclusione; De Min alla pena di anni 14 di reclusione, Rognoni alla pena di anni 23 di reclusione), sentenza confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova del 27.10.1977 con riduzione delle pene inflitte a Rognoni (da 23 a 15 anni e 6 mesi), ad Azzi e Marzorati (da 20 anni e 6 mesi a 13 anni), a De Min (da 14 anni a 10 anni e 2 mesi). La Corte di Cassazione ha reso definitiva la sentenza d’appello con sentenza del 15.11.1978.
[10] Così Bonazzi, pp. 92 e 189.
[11] Izzo, p. 81.
[12] Bonazzi ricevette da Azzi la richiesta di accoltellare Rognoni, ma quando quest’ultimo arrivò in carcere, lo stesso Azzi invitò l’amico a soprassedere, affermando che se la sarebbe sbrigata lui (Bonazzi, p. 190). Izzo apprese da Bonazzi e da Tuti della richiesta che costoro rivolsero ad Azzi per realizzare la vendetta nei confronti di Rognoni, nonché la risposta di Azzi che gli serviva vivo (Izzo, p. 82). Anche Concutelli, p. 52, ha confermato a seguito di contestazione di aver sentito di un’opera di convincimento da parte di Azzi per salvaguardare l’incolumità di Rognoni. Infine, Azzi, p. 29, ha confermato che Bonazzi si propose per dare una lezione a Rognoni, ma lui rispose che erano fatti suoi.
[13] Così Azzi, p. 27, ha descritto i suoi incontri recenti con Rognoni:
“P.M. - Lei, una volta uscito dal carcere, ha avuto occasione di frequentare ancora Rognoni?
T. - Sì, ci siamo visti qualche volta.
P.M. - Voglio dire, vi siete visti in occasioni pubbliche?
T. - In occasioni pubbliche, sì.
P.M. - Di che genere?
T. - Al campo 10 del Musocco per la ricorrenza dei morti per i caduti della Repubblica Sociale, ché tutti gli anni si fa una messa.
P.M. - O alla Piccola Caprera?
T. - Sì, una volta anche alla Piccola Caprera del raduno degli appartenenti Decima Mas.
P.M. - Vi siete soli visti o avete avuto anche l'occasione di parlare?
T. - Ci siamo parlati, ci siamo scambiati qualche idea.
P.M. - In carcere, Lei non ha mai visto Rognoni?
P.M. - Non è stato mai detenuto contemporaneamente in carcere con Rognoni?
P.M. - Avete mai più parlato dell'attentato al treno?
P.M. - Anche questa è una cosa abbastanza singolare?
T. - Meglio lasciar perdere, non vedo perché uno debba rivangare delle storie tristi per..., a meno che uno non sia masochista.
P.M. - Be', in questa storia triste Rognoni c'entra?
T. - In quale?
P.M. - La storia triste per cui Lei è stato condannato per l'attentato al treno?
T. - Ho fatto un processo, quindi!
P.M. - Quindi, c'entra?
T. - Eh!
P.M. - Quindi, questa sarebbe caso mai una ragione in più invece per parlarne?
T. - Non cambia la sostanza dei fatti. “
[14] La Corte si è pronunciata sul punto nell’ordinanza ammissiva delle prove del 7.4.2000 e nella specifica ordinanza relativa a Freda del 26.5.2000, entrambe allegate ai verbali di udienza.
[15] E’ interessante riportare testualmente le dichiarazioni rese da Freda, p. 64-68, all’inizio del suo esame:
“P. - La devo dire che la Corte ha disposto il suo esame come testimone, quindi in questa veste Lei è obbligato a rispondere a tutte le domande che le vengono rivolte e deve dire la verità, le rammento che adesso il reato di falsa testimonianza è punito con la reclusione da 2 a 6 anni. Vuole leggere quella formula a voce alta per piacere?
T. - Prima di comunicare alla Corte la mia decisione relativa alla lettura di questa formula, le chiedo il permesso di descrivere molto sommariamente, dal momento che non ho avuto modo di fissare per iscritto alcune considerazione della situazione in cui verso (pp.ii., fuori microf.), di proporre alle Corte alcune compendiose, elementari considerazioni della mia istanza qui a questa Corte, davanti ad essa. Se Lei me lo consente? La mia voce giunge?
P. - Non è un problema, la sua voce giunge ma per adesso non si registra perché parla fuori del microfono.
T. - Sarò sintetico al massimo.
P. - Dipende a cosa Lei fa riferimento, perché prima di tutto essendo qui...
T. - Fa riferimento a questo processo e al fatto che in questo processo la mia figura costituisce quasi un elemento di filigrana dal momento che ho appresa dagli organi di informazione...
P.C. AVV. SINICATO - Presidente, se potessimo sentire.
P. - Si sieda pure ed utilizzi il microfono, purché non sia iniziando un equivoco tra la Corte e Lei. Prego.
T. - Mi scusi, non ho compreso, un equivoco?
P. - Un equivoco tra la Corte e Lei, perché io le ho appena detto che la Corte ha disposto che Lei venga sentito come testimone, stava dicendo?
T. - Però la Corte può sempre, Signore, revocare...
P. - E stava dicendo?
T. - Io stavo appunto dicendo che dal 1971 al 1987 io ho percorso un iter giudiziario che è stato scandito dalle normali stazioni, il rinvia a giudizio, la condanna per il 422 dalla Corte d'Assise di Catanzaro...
P. - Allora aspetti, le dico subito, la Corte ha così disposto avendo presente tutto quell'iter giudiziario che la riguarda, e che si è concluso, per quanto interessa direttamente, con l'assoluzione ovviamente definitiva dal reato di strage e da tutti gli attentati del dicembre '69, salvo quello all'Altare della Patria per il quale è stata applicata la prescrizione, e con la condanna, invece, per gli attentati fino all'agosto del '69, per quanto direttamente può riguardare, e per alcuni successivi fino al '71. Quindi, la Corte ha già deciso così avendo presente questo.
T. - La mia sintetica premessa desiderava sfociare in questa considerazione: la declaratoria di non responsabilità penale che la Corte d'Assise di Appello di Catanzaro, e la Corte del Riesame di Bari, e la Cassazione hanno destinato a me, questa declaratoria che rappresenta nei miei confronti un dictum cognitivo de iure per la Pubblica Accusa, e rappresenta un dictum cognitivo giusto, per la Pubblica Accusa invece è un dictum cognitivo de iure giusto ma iniustum di fatto. Io ho il massimo rispetto per la funzione della Pubblica Accusa, ciò non significa però che la decisione che ha presieduto la traduzione giuridica accusatoria nei miei confronti sia una decisione extra-giuridica, cioè ideologica...
P. - Veda, avevo capito bene che stava iniziando un equivoco. Io allora le dico subito per l'ultima volta, e le chiarisco anche un aspetto questo veramente giuridico, la Corte ha disposto che Lei venga sentito come testimone, e questo è il disposto della Corte per cui Lei oggi deve essere sentito come testimone perché la Corte ha ritenuto che le sue pregresse vicende giudiziarie, proprio quelle sinteticamente che possiamo dire di Catanzaro, non influiscono sulla sua qualità di testimone. Questa è la disposizione della Corte che non è discutibile dal testimone, il testimone deve accettare, il quale per altro è tutelato dall'eventuale inutilizzabilità nei suoi confronti di elementi probatori assunti in divieto di legge. Questo è il disposto della Corte, la Corte non discute ogni volta con i testimoni se questi possono o non possono testimoniare, le ho detto che la Corte ha presente le sue pregresse vicende giudiziarie, e in relazione a quello ha disposto che Lei è testimone; questa è la prima cosa. La seconda cosa che le devo dire, ed anche questa è giuridica, che per evitare di trascinare questo equivoco a lungo il testimone in generale che eventualmente dica il falso e nessuno se ne accorge - come dire - la fa franca, il testimone che rifiuta di testimoniare e invece è un testimone commette senza dubbio un reato. Detto questo io le dico per l'ultima volta: Lei è stato chiamato qui a testimoniare e la Corte ha rifatto, ripronunciato stamattina un'ordinanza con la quale stabilisce che Lei è testimone, e la invito a leggere quella formula dopo averle rammentato, come il Codice vuole, gli obblighi dei testimoni e le pene previste per il reato di falsa testimonianza. L'unica cosa che adesso Lei può dare è leggere quella formula o non leggerla, se non la legge rifiuta di testimoniare.
T. - Non prima Signore di comunicare alla Corte che io mi sto accingendo a proporre una istanza di revisione del giudicato che ha accertato la mia penale responsabilità per i reati di associazione sovversiva, e quindi ritengo che qualsiasi mia affermazione, dichiarazione fatta in questa sede possa sviluppare una circoscrizione, un restringimento di quella sfera di facoltà che presiede alla redazione di questa istanza, e al contenuto...
P. - La Corte prende atto di questo e quindi la invita a leggere quella formula. “
[16] Così Giannettini, p. 2:
“T. - Io sono stato interrogato dalla Dottoressa Pradella in qualità di indagato di reato connesso in presenza del mio Avvocato di fiducia e quindi vorrei avvalermi della facoltà di non rispondere.
P. - E` stato interrogato per quali reati, in che indagine e per quali reati?
T. - Per questa indagine circa due anni fa, due volte.
P. - Guardi Lei nei processi che si sono svolti diciamo a Catanzaro ha riportato condanne?
T. - In primo grado e poi sono stato assolto.
P. - Quindi Lei da tutte quelle imputazioni è stato assolto definitivamente?
T. - Sì, definitivamente in Cassazione.
P. - Due anni fa Lei dice sono stato esaminato in qualità di imputato di un procedimento connesso per quali fatti e in quale indagine?
T. - Non me lo ricordo francamente.
P. - Ed allora Lei qui a ciò di cui si occupa la Corte cioè la strage di Piazza Fontana è testimone, quindi viene sentito come testimone. Quindi le ricordo che è tenuto a rispondere a tutte le domande a dire la verità, le faccio presente che il reato di falsa testimonianza è adesso punito con la reclusione da 2 a 6 anni.”
[17] Così Pozzan, p. 88:
“P. - Lei oggi viene sentito come testimone e quindi, come testimone, deve rispondere a tutte le domande e deve dire la verità. Ha la posizione del testimone e gli obblighi del testimone. Il reato di falsa testimonianza è adesso punito con la reclusione da 2 a 6 anni.
T. - Ora che ho giurato posso approfittare della sua cortesia per una segnalazione?
P. - Dica.
T. - Vede, negli ultimi vent'anni e più io credo di essere stato ospite di tutte le sedi di Corte d'Assise della penisola o quasi e in ogni occasione io ho fatto presente che ritenevo sussistesse connessione fra i miei precedenti processuali ed i fatti e le persone di cui al processo. Tale circostanza è stata sempre accettata come legittima e io sono stato congedato senza escussione. Aggiungo che in due casi, Roma e Venezia, è stato il Presidente ad anticiparmi chiedendomi se intendevo avvalermi della facoltà di non rispondere e io ho detto: se è una facoltà ne approfitto. Questa è una segnalazione perché io ritengo che tale circostanza sussista anche qui.
P. - Sì, ma la sua posizione Signor Pozzan è stata ovviamente già esaminata dalla Corte che ritiene che, invece, adesso Lei, visto che certe vicende processuali e soprattutto quelle relative alla strage di piazza Fontana della quale si occupa questa Corte si sono concluse in una certa maniera, Lei ha assunto adesso la qualità di testimone.
T. - Io ho solo fatto una segnalazione.
P. - Certamente. Quello che le voglio dire per tranquillizzare Lei è che, in ogni caso, se anche la Corte avesse sbagliato nel qualificare la sua posizione processuale ci sono norme del Codice di Procedura Penale che la tutelano comunque. Lei risponda perché avendo assunto l'obbligo di testimoniare sennò commette il reato di falsa testimonianza. Poi non si preoccupi.
T. - Anzi, io immagino che ci siano state anche innovazioni che io non conosco.
P. - Certo, certo.”
[18] Questo è il termine utilizzato da Pozzan.
[19] Così esplicitamente Freda e Pozzan, ma anche Giannettini ha esordito richiamando il suo status di imputato di reato connesso evidentemente per poter rifiutare di rispondere.
[20] Ci si riferisce, ovviamente, alla condanna per il delitto associativo contestatogli, al quale furono ricondotti tutti gli attentati del 1969 ad eccezione di quello di piazza Fontana.
[21] Le indicazioni emerse nel processo sono univoche nell’attribuire a Freda e alla libreria Ezzelino il ruolo descritto nel testo, di cui si forniranno elementi specifici di prova nel prosieguo della trattazione.
[22] Così Freda, p. 69-70:
“P.M. - Ma la mia domanda era più ampia, cioè ha avuto occasione di frequentarlo, cioè di avere rapporti con questa persona?
T. - Erano frequentazioni limitate al confluire e di loro in qualità di appartenenti a questo Centro Studi Ordine Nuovo, e di me con alcuni amici a conferenze o riunioni cui poteva partecipare l'allora segretario Rauti del Centro Studi, ma una frequentazione intima, con contenuti no.
P.M. - Cioè, una frequentazione in relazione ad interessi politici, tra virgolette ovviamente, in senso ampio?
T. - No signore, perché i miei interessi sono sempre stati di natura contenutisticamente culturale, mentre invece...
P.M. - Sì, scusi, quando intendevo politici, ho usato un termine per dire politico in senso ampio?
T. - Non attivistici ecco, mentre loro erano concentrati sulla presenza attivistica del loro agire politico.
P.M. - Nel senso che avevano una concezione operativa della politica, mentre la sua era una culturale, teorica diciamo?
T. - Teorica.
P.M. - Detto ciò, preso atto di questa differenza, come dire, di impostazione...
T. - Ontologica quasi signore, se permette.
P.M. - Ha avuto occasione di avere rapporti con questa persona, con persone comunque di Verona vicine a Soffiati o no?
T. - No, no. No, credo di poterlo escludere con decisione, no. Verona no. Venezia ma non Verona.
P.M. - Comunque il periodo di questa conoscenza, Lei ha detto genericamente anni 60, riesce a essere un pochino più preciso? Poi, voglio dire, è perdurata per un certo tempo?
T. - No, non c'è stato un nesso di durata, erano rapporti saltuari che nascevano nel momento in cui poteva esserci una conferenza a cui io partecipavo, o una distribuzione. Io ho costituito la mia attività editoriale nel 1964, per questo dico genericamente anni 60, e dopo l'inizio dell'attività editoriale io non ho più preso contatti con queste persone proprio perché la loro attività era contrassegnata in modo attivistico che io, invece, rifiutavo concentrandomi nell'attività di studio e di pubblicazione, quindi credo che al di là.”.
[23] Freda, p. 77.
[24] Freda, p. 79-80.
[25] Freda, p. 81.
[26] Freda, pp.83-84.
[27] Freda ha così ricostruito la dinamica di quei rapporti:
- i rapporti con Maggi iniziarono nel 1959 e si conclusero nel 1961; durante gli anni successivi (quando Maggi non era più all’università) i rapporti furono sporadici anche se di contatto con l’ambiente politico di ON (p. 162);
- nel 1963 costituì il gruppo di lettura AR;
- Freda non ha escluso che alla metà degli anni ‘60 vi sia stato uno screzio con Maggi, ma non ne ha ricordato il contenuto (p. 163);
- nel 1965 Freda curò una pubblicazione che comprendeva anche il proclama del grande Ammiraglio Deniz, introducendo tra i firmatari la sigla ON, cosa che non piacque ai dirigenti di quel gruppo; a seguito di questa iniziativa vi fu un chiarimento-scontro (p. 164);
-la fretta indusse Freda a pubblicare il proclama senza chiedere il consenso formale dei dirigenti di ON perché riteneva implicita l’adesione di quel gruppo, ma venne rimproverato per l’iniziativa; quell’episodio più che generare dissidi e conflitti confermò la diversità di visuali e determinò la cessazione dei rapporti; Freda non ha escluso che Maggi gli avesse inviato una lettera di diffida, ma non ha ricordato la circostanza (p. 165);
- dopo l’incontro della metà degli anni ‘60 non vi furono altri rapporti con Maggi; ha ribadito che non ci fu mai un rapporto organico tra il suo gruppo e ON, di cui Maggi era un esponente nazionale (p. 166).
[28] Freda, p. 97.
[29] Freda, pp. 96-97.
[30] Freda, p. 133.
[31] Freda, p. 141.
[32] Freda, p. 148
[33] Freda, p. 146-147.
[34] Questo è la ricostruzione di quella parte di controesame:
“AVV. FRANCHINI - Senta, vorrei chiederle qualcosa sulle edizioni di AR. Le edizioni di AR quando pubblicano le opere, naturalmente non parliamo dei tempi recenti attuali, fermiamoci agli anni '70, fino al 1970 c'erano pubblicazioni?
AVV. FRANCHINI - Si ricorda quali?
T. - Io mi ricordo il primo volume, la prima opera il saggio sull'ineguaglianza delle razze umane, poi opere di Evola, poi un'opera di Ghenon.
AVV. FRANCHINI - Io a questo proposito le rammento quanto Lei ha dichiarato il 16.04.71...
P.M. - Però la domanda prima Avvocato.
AVV. FRANCHINI - La domanda l'ho già fatta.
P.M. - E quindi è la contestazione su quello che ha già detto.
AVV. FRANCHINI - Certo. Il 16.04.71 al Dottore Stiz, Giudice di Treviso Lei dichiarò così: "Il gruppo di AR esaurì le sue scenalità formative all'incirca nel '66, '67 le edizioni di AR ripresero solo recentemente a mia cura le pubblicazioni sono tutte del 1970 e '71, ho pubblicato nel '70 'La disintegrazione del sistema, 'La idea di stato, 'I saggi di Bilchins', nel '71 'Religiosità indo-europee', Umanitas e Nitzche".
AVV. FRANCHINI - Allora le rifaccio la domanda: quindi prima del '70 c'è solo il libro di De Goubinot?
AVV. FRANCHINI - Tutte le altre opere sono '70, '71?
T. - Sì Avvocato però tenga presente opere nella loro fase realizzativi come volume cioè le traduzioni venivano curate, ero sempre io che curavo, comunque la realizzazione in volume.
AVV. FRANCHINI - E le ristampe anastatiche de "La Faccia verde"...
T. - Avvocato io qui ho ricordi un po' vaghi, certo è che quando uscì ricordo che mi trovavo nel carcere di San Vittore e donai una copia del Mairch ad una psicologa del Coc, del Centro Orientamento Criminologico, quindi '71 e così anche l'opera di Ford.
AVV. FRANCHINI - Per la verità è del '72, abbiamo il libro poi magari chiederemo l'acquisizione. Perché le faccio queste domande Lei poc'anzi diceva e l'Avvocato Sinicato le ha ricordato la sua dichiarazione fatta al Dottor Salvini nel 1994 che quelle conferenze di Mestre nella sede del M.S.I. disse: "Zorzi si interessava all'attività editoriale, al programma editoriale". Nei tempi successivi, quindi '70, '71, '72, a parte quella collaborazione di cui Lei ha già parlato col padre di Zorzi per la ristampa anastatica di queste opere nella tipografia etc., Lei ha avuto qualche rapporto con Zorzi in relazione alla possibilità che egli vendesse libri suoi in quel di Napoli?
T. - Nell'anno Avvocato?
AVV. FRANCHINI - '71, '72.
T. - Forse non posso escluderlo Avvocato, non nel '72, nel '71 io sono stato arrestato nel dicembre del '71, può darsi.
AVV. FRANCHINI - Le faccio questa domanda perché nella sua agenda del '71 c'è un'annotazione che le vorrei, se posso Presidente è un documento acquisito al fascicolo del dibattimento da noi, agenda Freda.
P. - Proceda Avvocato.
AVV. FRANCHINI - E` l'agenda sequestrata al Dottor Freda che noi abbiamo dimesso con relativa verbale di sequestro.
P. - Sì, sì.
(Ndt, La Difesa mostra al teste il documento citato)
T. - "Mi deve dare il nome di chi si prende l'incarico di libri a Napoli anche per le xilografie" questo è scritto.
AVV. FRANCHINI - E` sua questa scrittura?
AVV. FRANCHINI - E tra parentesi cosa c'è scritto?
T. - Vedi Delfo, 1971.
AVV. FRANCHINI - Questa è la sua agenda?
T. - Certo, la difficoltà per ogni minuscolo editore è quella della distribuzione quindi in quel caso le cosiddette militanti erano quelli gli anni sia l'estrema destra che l'estrema sinistra.
AVV. FRANCHINI - Sempre nella sua agenda del '71 c'è il numero di telefono del Dottor Zorzi con a fianco il numero di telefono del padre del Dottor Zorzi, questo ingegner Zorzi, non è che io stia dicendo che c'è un numero di telefono che era del padre, c'è scritto ingegnere Zorzi, questo come lo spiega?
T. - Evidentemente perché io ero allora alla ricerca di individuare i modi tecnici per la riproduzione, è una deduzione che faccio, tenga sempre presente che la mia era un'attività editoriale minuscola quindi il piccolo editore è sempre afflitto da problemi.
AVV. FRANCHINI - Questo quindi fa riferimento a quella stampa anastatica?
T. - Sì, deduco con sufficiente margine di attendibilità questo.
AVV. FRANCHINI - Non ho altro.”(Freda, p. 158-161).
[35] Freda, p. 167.
[36] Freda, p. 102-105. Confutando le affermazioni di Calore, Aleandri e Barreca, Freda ha espresso alla Corte il suo giudizio sull’inattendibilità dei collaboratori di giustizia, descrivendoli come “teleologicamente” menzogneri.
[37] Freda, p. 106-107.
[38] Freda, p. 108.
[39] Freda, p. 109-110.
[40] Freda, p. 114-119.