Source: http://anclsu.com/quesiti/1986/potesta-regolamentare-casse-edili.html
Timestamp: 2018-06-22 16:34:47+00:00
Document Index: 126627164

Matched Legal Cases: ['art. 36', 'art. 118', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 29', 'art. 36', 'art. 22', 'sentenza ']

Potestà regolamentare casse edili
21 marzo 2018 - Industria - CCNL applicato:Edilizia
Esaminando i vari regolamenti di ciascuna Cassa Edile, molto spesso ognuna stabilisce un termine diverso per l'invio della denuncia MUT mensile. In base a quale fondamento giuridico possono imporre sanzioni per il ritardato pagamento, oltre alle norme in materia di efficacia soggettiva dei contratti collettivi di diritto comune (pertanto: iscrizione per fatti concludenti o per iscrizione all'organizzazione sindacale datoriale)? In materia di concorso/conflitto vi è giurisprudenza relativa ad eventuali termini "anomali" - eccessivamente vincolanti - fissati da determinate casse?
Personalmente sono fermamente convinto che non abbiano nessuno di questi poteri e che tali atti siano radicalmente nulli. Ciò è dovuto dall'estrema incostituzionalità dell'obbligo di iscrizione a tali enti di estrazione sindacale. Il discorso è il medesimo che più in generale riguarda le commistioni che un ente privato, di natura di associazione non riconosciuta costituita da organizzazioni sindacali, ha FORMALMENTE (e non meramente fattuali, come avviene con la concertazione sociale dell'economia) con il potere amministrativo (DURC in primis): senza approfondire l'aporia politica, una simile possibilità è chiaramente in contrasto con la contrapposizione all'ordinamento corporativo sposata dalla nostra Costituzione, in quanto si elude la libertà sindacale negativa, vincolando gli operatori economici di un determinato settore all'iscrizione ed all'assoggettamento a quanto stabilito dalla contrattazione collettiva: tutto ciò non forse corollario dell'ordinamento corporativo?
1. Quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento
Il quesito presenta aspetti di particolare complessità. In particolare, il richiedente pone il problema circa il potere del regolamento delle casse edili, constatata la sua natura di carattere pattizio, di disporre dei termini per l’invio del Modello Unico Telematico (c.d. MUT) e di prevedere anche delle sanzioni in caso di invio tardivo. Per fornire una risposta al quesito posto, è necessario tracciare un quadro che ricostruisca, seppure per brevi cenni, la funzione, l’efficacia e la natura delle norme che costituiscono e regolano le casse edili.
1.1.	Brevi cenni sull’estensione della contrattazione collettiva di diritto comune
Le casse edili nascono in via pattizia come istituto della contrattazione collettiva per sopperire a delle necessità legate all’erogazione di prestazioni che il welfare pubblico non era in grado di soddisfare. La loro “posizione” all’interno del contratto collettivo era rilegata alla parte obbligatoria del contratto, ossia tra quelle disposizioni al cui rispetto erano obbligate solo le parti che sottoscrivevano il contratto collettivo o aderivano rispettivamente alle organizzazioni sindacali e associazioni datoriali che lo stipulavano. Non erano dovuti a rispettare tali disposizioni coloro che implicitamente applicavano il contratto collettivo o utilizzavano lo stesso solo come “parametro” per individuare la retribuzione proporzionata e sufficiente ai sensi dell’art. 36 Cost.
È opportuno ricordare che la giurisprudenza, pur riconoscendo il contratto collettivo quale contratto ascrivibile alla dimensione del diritto comune, si è sforzata nel tempo di «dilatarne, in via diretta o indiretta, l’ambito di applicazione» (F. Carinci, R. De Luca Tamajo, P. Tosi, T. Treu, Diritto del lavoro. Il diritto sindacale, vol. 1, Utet, 2012, p. 158). Di conseguenza, la stessa ha chiarito che il contratto collettivo è applicabile al rapporto anche quando, pur mancando il requisito dell’iscrizione delle parti alle associazioni stipulanti, vi abbiano prestato esplicita o implicita adesione (ad esempio, con il richiamo del contratto nella lettera di assunzione oppure attraverso l’applicazione di alcune clausole di esso; cfr. Cass. 19 giugno 1969, n. 2171, Mass. Giur. Lav., 1970, p. 21; Cass. 10 maggio 1995, n. 5090, Riv. It. Dir. Lav., 1996, II, p. 387).
Inoltre, l’evoluzione della contrattazione collettiva ha mostrato come alcuni istituti siano “transitati” dalla parte obbligatoria del contratto alla parte economico-normativa dello stesso, ossia quella parte del contratto collettivo che disciplina il trattamento minimo da erogare ai lavoratori. Molti istituti della bilateralità, infatti, sono stati, in via interpretativa, considerati parte integrante della retribuzione in quanto il contratto collettivo qualificava tali prestazioni come diritti di natura contrattuale spettanti al lavoratore, a prescindere dall’adesione al sistema bilaterale (sul punto, v. la circolare del Ministero del Lavoro n. 43/2010). Di conseguenza, anche le imprese che applicavano il contratto in via implicita, si trovavano comunque obbligate a dover corrispondere una prestazione, anche sostitutiva, al lavoratore.
Infine, nella prassi delle relazioni industriali sono emerse le c.d. clausole di inscindibilità. Queste clausole prevedono che le disposizioni contrattuali non si possono applicare parzialmente e separatamente ma rappresentano un unico corpo di regole da applicare interamente al rapporto. Di conseguenza, l’impresa che applica il contratto collettivo in via implicita (richiamando alcune delle regole di questo nel contratto individuale) o in via esplicita (indicando nel contratto individuale come clausola generale di rinvio il contratto collettivo) non potrà sottrarsi all’applicazione di alcune delle clausole, dovendone garantire l’intera applicazione (cfr. contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti delle imprese edili e affini, art. 118: “Le disposizioni del presente contratto sono correlative ed inscindibili fra di loro e non sono cumulabili con alcun altro trattamento. La previdenza e il trattamento economico di cui agli artt. 33 e 72, anche quando siano disgiunti, si considerano costituenti un unico istituto. Ferma restando l’inscindibilità di cui ai commi precedenti, restano immutate le condizioni più favorevoli eventualmente praticate ai lavoratori in servizio presso le singole imprese alla data di entrata in vigore del presente contratto”).
1.2.	La legislazione di sostegno alle casse edili
Durante lo sviluppo della legislazione sociale nel periodo repubblicano, si è assistito ad una “estensione indiretta” della contrattazione collettiva attuata in modo più sofisticato, attraverso sanzioni premiali o promozionali. Nel corso degli anni abbiamo assistito ad una serie di interventi normativi che, gradualmente, hanno reso necessaria l’iscrizione alla cassa edile, fino a farne, di fatto, un obbligo. Ma di obbligo non si vuol parlare, visti i problemi che ciò comporterebbe in tema di estensione erga omnes dei contratti collettivi, perciò si è cercato di configurare l’iscrizione alla cassa edile come un onere (o dovere libero, come meglio si spiegherà).
Si potrebbe partire dalle istruzioni, date dal Ministero dei Lavori Pubblici con la circolare n. 1643 del 22 giugno 1967, sull’obbligo per le stazioni appaltanti di inserire la c.d. clausola sociale nelle lettere di invito alle gare e nei singoli contratti di appalto. La clausola dispone che “in caso di inottemperanza agli obblighi di dare applicazione a tutte le norme contenute nel contratto collettivo nazionale di lavoro per gli operai dipendenti dalle aziende edili ed affini, e negli accordi locali integrativi dello stesso, la stazione appaltante medesima comunicherà all’impresa, l’inadempienza accertata e procederà ad una detrazione del 20% sui pagamenti in acconto, se i lavori sono in corso di esecuzione, ovvero alla sospensione del pagamento del saldo, se i lavori sono ultimati. Le somme così ricavate saranno accantonate a garanzia dell’adempimento degli obblighi di cui sopra. Ciò al fine di consentire che il pagamento all’impresa delle somme medesime non sia effettuato sino a quando non si stata accertata la piena soddisfazione degli obblighi predetti”.
La previsione di tale clausola si trova anche nell’art. 36 dello Statuto dei Lavoratori, il quale impone l’applicazione di condizioni non inferiori a quelle risultanti dai contratti collettivi di lavoro di categoria e della zona, nelle concessioni di benefici pubblici e nei capitolati d’appalto stipulati dallo Stato o da altri enti pubblici, o da eseguirsi con il concorso o il sussidio dello Stato. In considerazione di ciò, la giurisprudenza ha ritenuto vincolante anche per i non iscritti ai sindacati stipulanti la parte dei contratti che impone gli accantonamenti presso la Cassa Edile (Cass. 21 dicembre 1991, n. 13834).
Ne risulta, quindi, una distinzione formale tra l’obbligo di accantonamento e la vera e propria iscrizione alla Cassa. La Corte di Cassazione (Cass. 21 dicembre 1991, n. 13834) ha ritenuto che, in tal modo, si fornisce una “indicazione di livello minimo normativo e retributivo da rispettare” ma senza un’estensione della sfera dell’efficacia soggettiva dei contratti collettivi. Tale giurisprudenza risente degli argomenti usati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 129 del 1963.
Altra importante spinta normativa proviene dalla legge sulla clausola sociale nei contratti di appalto (cfr. L. 19 marzo 1990 n. 50, c.d. legge antimafia). L’art. 18, comma 7, della L. n. 5/1990 prevede che “l’appaltatore di opere pubbliche è tenuto ad osservare integralmente il trattamento economico e normativo stabilito dai contratti collettivi nazionale e territoriale in vigore per il settore e per la zona nella quale si svolgono i lavori; è, altresì, responsabile in solido dell’osservanza delle norme anzidette da parte dei subappaltatori nei confronti dei loro dipendenti per le prestazioni rese nell’ambito del subappalto. L’appaltatore e, per suo tramite, le imprese subappaltatrici trasmettono all’amministrazione o ente committente prima dell’inizio dei lavori la documentazione di avvenuta denunzia agli enti previdenziali, inclusa la Cassa Edile, assicurativi e infortunistici, nonché copia del piano di cui al comma 8 (piano delle misure per la sicurezza fisica dei lavoratori). L’appaltatore e, suo tramite, le imprese subappaltatrici trasmettono periodicamente all’amministrazione o ente committente copia dei versamenti contributivi, previdenziali, assicurativi nonché di quelli dovuti agli organismi paritetici previsti dalla contrattazione collettiva”.
La legge parla infatti esplicitamente dell’obbligo di “denunzia agli enti previdenziali, inclusa la Cassa Edile” e parla genericamente anche degli “organismi paritetici previsti dalla contrattazione collettiva”. In pratica, le imprese che vogliano svolgere opere pubbliche devono applicare la disciplina sulla cassa edile; infatti, le stazioni appaltanti opere pubbliche subordinano i pagamenti all’impresa alla certificazione da parte della Cassa Edile della regolarità dell’impresa stessa.
Si debbono menzionare, inoltre, le normative sullo sgravio degli oneri sociali che hanno contribuito alla diffusione del ricorso alle casse edili. Infatti, sgravi e fiscalizzazione sono stati concessi a condizione che i lavoratori “siano denunciati con retribuzioni non inferiori a quelle minime previste dai contratti collettivi nazionali e provinciali” (cfr. art. 1, comma 11, D.L. 30 dicembre 1987, n. 536, conv. con mod. dalla L. 29 febbraio 1998, n. 48). L’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o, qualora ne derivi una retribuzione di importo maggiore a quello previsto dal contratto collettivo, contratti individuali è stato fissato come “minimale contributivo” e come “onere per sgravi e fiscalizzazione” (cfr. D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, conv. con mod. dalla L. 7 dicembre 1989, n. 389). La circolare Inps n. 293 del 1994 ha disposto che, in base alla citata normativa, sarebbe obbligatoria la vera e propria iscrizione alla cassa edile, e non semplicemente l’accantonamento presso di essa, superando in tal modo la distinzione formalistica della giurisprudenza.
Un successivo importante intervento normativo è costituito dalla L. 8 agosto 1995 n. 341, la quale all’art. 29 ha introdotto riduzioni contributive (9,50% poi modificato a 11,50) a favore dei “datori di lavoro esercenti attività edile” che rispettino un minimo imponibile contributivo “non inferiore all’orario stabilito nei contratti collettivi nazionali e nei relativi contratti integrativi territoriali di attuazione”. Tali riduzioni “non possono essere riconosciuti per i lavoratori non denunciati alle Casse Edili”.
Quindi, le imprese che vogliano ottenere i benefici economici previsti dalla legge, più che un vero e proprio obbligo, hanno l’onere di iscriversi alla cassa edile. Ecco perché si parlava all’inizio si estensione indiretta dell’efficacia soggettiva dei contratti collettivi e di onere piuttosto che di obbligo: l’applicazione dei contratti collettivi e l’accantonamento o iscrizione alle casse edili hanno costituito una condizione per l’ammissione a benefici sempre più vasti come gli appalti o altri benefici pubblici. L’iscrizione alla cassa edile, e più in generale, l’applicazione dei contratti collettivi, sarebbe classificabile sul piano strettamente giuridico come un “dovere libero”, il quale sarebbe quindi evitabile semplicemente rinunciando ai benefici previsti dalla legge. Tuttavia, la configurabilità dell’onere risulta perlomeno dubbia se si considerano i casi in cui manca, in fatto, la possibilità di rifiutare la scelta. Ad esempio, per un’impresa è difficile rinunziare a sgravi e fiscalizzazione. Ma, ancor di più, è praticamente impossibile per un’impresa rinunciare agli appalti pubblici, i quali sono sicuramente essenziali per la sua esistenza.
Ad ogni modo, l’imposizione dei contratti collettivi come condizione per ottenere sgravi e fiscalizzazione è stata ritenuta legittima dalla Corte Costituzionale (Corte Cost., 16 luglio 1987, n. 270). Queste forme di estensione indiretta implicherebbero un contratto a favore di terzi, che fa sorgere in capo ai lavoratori un diritto soggettivo perfetto (Cass. 9 dicembre 1974, n. 4145; Cass. 23 novembre 1978, n. 5501; Cass. 8 agosto 1978, n. 3867; Cass. 5 giugno 1981, n. 3640; Cass. 21 dicembre 1991, n. 13834).
2. La situazione di fatto e gli orientamenti della giurisprudenza
L’azienda in questione, da come si evince dal quesito posto, applica il CCNL del settore edile, nel quale è previsto l’obbligo per il datore di lavoro di versare delle somme alla cassa edile (ente bilaterale istituto dalla contrattazione collettiva di settore) corrispondenti a determinate voci retributive (ratei di ferie, gratifica natalizia e festività, etc.). La cassa edile, una volta versati gli accantonamenti, provvede ad erogare le spettanze ai lavoratori.
In tale quadro, per capire se l’azienda è obbligata a versare le somme esclusivamente alla cassa (e non direttamente ai lavoratori) nei tempi previsti dai regolamenti interni, occorre verificare se l’azienda ha aderito alle associazioni di rappresentanza che hanno sottoscritto il contratto collettivo oppure ne ha preso a riferimento i livelli salariali minimi per la determinazione della retribuzione, in conformità a quanto stabilito dalla giurisprudenza in relazione alla proporzionalità e alla sufficienza della retribuzione ex art. 36 Cost.
Nel caso in cui l’azienda abbia aderito alle associazioni di rappresentanza datoriale che hanno sottoscritto il CCNL applicato, oppure abbia applicato il CCNL per adesione indicando nella lettera di assunzione dei dipendenti l’applicazione del CCNL del settore edile (c.d. adesione esplicita al contratto collettivo), questa è tenuta ad applicare interamente il CCNL e quindi sussiste anche l’obbligo di versare le somme alla cassa edile nei tempi e nei modi stabiliti dalla contrattazione collettiva e/o da regolamenti interni alla cassa.
Infatti, anche la recente giurisprudenza di legittimità ha precisato che “le somme che il datore di lavoro ha l'obbligo di versare alla Cassa Edile, quali accantonamenti destinati al pagamento di ferie, gratifiche natalizie e festività infrasettimanali, costituiscono somme spettanti ai lavoratori a titolo retributivo, configurandosi il rapporto con la Cassa Edile quale delegazione di pagamento, con la conseguenza che la stessa è obbligata nei confronti dei lavoratori solo a seguito del pagamento delle somme da parte del datore di lavoro. Ne consegue che, se ben può agire il lavoratore nei confronti del datore per il pagamento delle somme dovute per ferie, festività e gratifiche natalizie, egualmente la Cassa ha l'obbligo di riscuotere le somme che il datore è tenuto a versare” (cfr. Cass. 9 maggio 2014, n. 10140).
La giurisprudenza di merito, inoltre, ha precisato che in questo caso non è possibile erogare le somme direttamente ai dipendenti: “non ha efficacia liberatoria nei confronti dell'impresa edile il pagamento degli accantonamenti dovuti alla cassa edile direttamente ai dipendenti. Difatti l'obbligo dell'impresa edile sussiste solamente nei confronti della cassa edile perché questa è l'unica creditrice dei suddetti importi. Tanto più che il pagamento diretto non è previsto e quindi non è consentito, neppure dalla contrattazione collettiva, che vincola invece le parti ad effettuare l'accantonamento presso la cassa edile” (Corte d’Appello de L’Aquila, 15 aprile 2010, n. 511).
Per quanto concerne il regolamento interno delle varie casse territoriali, il CCNL Edile all’Allegato “O” dispone un modello di statuto che deve essere adottato dalle casse territoriali; ma, a ben vedere, all’art. 22 di detto modello di regolamento le parti hanno previsto che “eventuali modifiche al presente Statuto sono di competenza delle Associazioni territoriali che hanno approvato lo Statuto medesimo, sentito il parere del Comitato di Gestione e quello di conformità della Commissione Nazionale Paritetica per le Casse Edili (CNCE)”. Quindi, è sempre possibile per le associazioni e organizzazioni territoriali modificare il contenuto dello statuto. Non vi è una legge che disciplini in modo organico la cassa edile. Il suo regolamento è rimasto di origine pattizie e il legislatore, attraverso la legislazione di sostegno, vi fa ricorso per estendere quanto più possibile l’applicazione del contratto collettivo, laddove vi sono interessi di carattere generale da salvaguardare (nel caso degli appalti, la congruità e sostenibilità dell’offerta economica dipende in gran parte dal costo del lavoro; per cui, una uguale applicazione del contratto collettivo è utile a combattere la concorrenza sleale). Tuttavia, le parti collettive, che gestiscono le casse, sono libere di dettare la regolamentazione che ritengono più congrua.
3. Casse edili e minimale contributivo
Inoltre, preme ricordare che le somme accantonate presso la Cassa Edile concorrono a formare l’imponibile previdenziale (Cass. 18 maggio 2006, n. 11668). Diversamente, se l’azienda non aderisce a nessuna associazione di rappresentanza, o non ha richiamato il CCNL Edile nella lettera di assunzione, è possibile che possa retribuire i propri dipendenti utilizzando come parametro economico di riferimento la retribuzione prevista dal CCNL Edile. In questo caso, però, l’azienda non sarebbe obbligata al versamento di parte della retribuzione alla cassa edile in quanto non è parte del contratto collettivo che istituisce e regola le competenze dell’Ente Bilaterale (cioè le casse edili). Tuttavia, permane l’obbligo per l’azienda di versare la contribuzione all’Inps considerando virtualmente come base imponibile la retribuzione completa di tutti gli emolumenti previsti dal CCNL del settore Edile (quindi compresi anche quelli che dovrebbero essere devoluti alla cassa edile; in questo senso v. Trib. Ravenna, sez. lav., sentenza del 28 settembre 2017; Corte d’Appello di Ancona, 7 marzo 2012, n. 211).