Source: http://www.serviziaziendalisas.it/notizie/prevenzione-da-manutenzione-a-guasto/
Timestamp: 2019-05-24 18:55:41+00:00
Document Index: 20678261

Matched Legal Cases: ['art. 92', 'art. 298', 'art. 89', 'art. 28', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 28', 'art. 101']

Italia: un sistema prevenzionale da “manutenzione a guasto”? - Servizi Aziendali
L’Italia è un Paese che legifera, prevalentemente, sotto spinte emozionali ed emergenziali che, in quanto tali, non producono gli effetti sperati. Di Carmelo G. Catanoso.
L’Italia, per quanto riguarda le regole in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro (e non solo), è sicuramente un Paese particolare.
Sia il D. Lgs. n° 81/2008 (pubblicato dopo i tragici fatti di Torino nel dicembre 2007) che lo stesso D.P.R. n°177/2011 (pubblicato dopo i tragici fatti di Molfetta, Cagliari, Mineo, Capua, ecc.), sono la prova che in Italia si legifera soprattutto sotto spinte emozionali ed emergenziali; quindi, non ci sarà da sorprendersi se, il prossimo intervento riguarderà, dopo i 10 morti di Modugno (BA), le fabbriche di fuochi artificiali.
Comunque, possiamo dire che siamo un Paese che, essenzialmente, legifera solo sotto due tipologie di spinte:
A questo punto la palla passa sul campo degli organi tecnici istituzionali attivati dai politici ai fini della ricerca della soluzione.
non c’è l’abitudine di coinvolgere, al tavolo dove si scrivono le norme, anche gli attori che già operano nel settore che si vuole normare e che , quindi, hanno conoscenza approfondita dal di dentro delle dinamiche organizzative, produttive e relazionali specifiche.
Guardando quello che è successo in un recente passato, sembra quasi che questi organi tecnici pensino di essere considerati gli unici detentori del sapere sullo specifico argomento visto che i politici hanno loro conferito l’incarico di normare. Sotto, sotto, però, sono anche consci di non conoscere adeguatamente la specifica tematica e che, pertanto, essendo loro gli esperti, ciò significhi che in Italia nessuno conosca l’argomento e che nessuno, prima di loro, si sia posto il problema per trovare una soluzione.
Del resto, più che domandarci quanta gente muore per la non sicurezza, dovremmo domandarci anche quanta gente ci campa e tra questa ci potremmo sicuramente mettere i tanti profeti dell’integralismo repressivo che pensano ancora oggi che aumentando le pene si crei un effetto deterrente in grado di arginare e ridurre il fenomeno.
Infatti, va ricordato che le norme di legge ed i controlli servono solo a rafforzare le responsabilità attraverso le sanzioni ma, proprio per questo, non possono fornire, da sole, sufficienti motivazioni al cambiamento di atteggiamenti verso il problema sicurezza sul lavoro. E’ palese che basti che la fonte del condizionamento (pressioni della pubblica opinione, azione degli enti di vigilanza, della magistratura, ecc.) diminuisca, per qualunque ragione, la propria intensità per ritornare al punto di partenza.
Oggi chi opera sul campo, si trova a dover far fronte a regole confuse che si prestano alle più variegate interpretazioni.
Si pensi, ad esempio, a:
l’unicità o meno del RSPP nelle aziende industriali con più stabilimenti o unità produttive;
l’obbligo di redazione o meno del Piano Operativo di Sicurezza per le imprese affidatarie non esecutrici;
l’obbligo di aggiornamento dei RSPP e ASPP che per esercitare la funzione <<dovranno, in ogni istante, poter dimostrare che nel quinquennio antecedente hanno partecipato a corsi di formazione per un numero di ore non inferiore a quello previsto>>, come indicato al p. 10 dell’Accordo Stato Regioni del luglio 2016 riguardante la Durata e i contenuti minimi dei percorsi formativi per Responsabili e addetti dei servizi di prevenzione e protezione;
l’obbligo o meno di apposizione di data certa sul Piano Operativo di Sicurezza (POS);
Sulla questione della data certa sul POS, è opportuno fare una riflessione visto che a scrive sono recentemente giunte notizie riguardo sanzioni emesse a carico del CSE per la violazione dell’art. 92 comma 1, lett b) del D. Lgs. n° 81/2008 (mancata verifica dell’idoneità del POS), in quanto il POS dell’impresa esecutrice era stato giudicato idoneo anche se privo di data certa.
Francamente, sarebbe bastato che i normotecnoburosauri irreprensibili censori di questa atroce malefatta del CSE, avessero dato un’occhiata al D. Lgs. n° 81/2008 ed in particolare al principio di specialità (art. 298) ed all’art. 89 comma 1, lett. h) per comprendere che le previsioni dell’art. 28 comma 2 non possono, per analogia, essere trasferite tout court al caso del POS.
Di certo, il legislatore non ha brillato per chiarezza ma non bisogna essere dei docenti universitari di diritto penale o di procedura penale per comprendere che il documento di valutazione dei rischi è un elaborato il cui obbligo è sancito per tutte le imprese mentre il POS è il documento programmatico che il datore di lavoro dell’impresa esecutrice, già estensore del proprio DVR riguardante tutte le attività d’impresa,<<redige in riferimento al singolo cantiere interessato, ai sensi dell’art. 17 comma 1, lett. a), i cui contenuti sono riportati nell’Allegato XV>>.
Il riferimento all’art. 17 comma 1, lett. a) non va inteso come la richiesta dell’applicazione delle medesime regole previste dall’art. 28 anche al POS ma semplicemente come la contestualizzazione dell’analisi e valutazione dei rischi propri e dell’applicazione delle misure di prevenzione e protezione nello specifico cantiere anche sulla base delle previsioni del Piano di Sicurezza e Coordinamento.
Del resto, va ricordato che l’art. 101 comma 3 del D. Lgs. n° 81/2008 prevede espressamente che <<Prima dell’inizio dei lavori ciascuna impresa esecutrice trasmette il proprio piano operativo di sicurezza all’impresa affidataria, la quale, previa verifica della congruenza rispetto al proprio, lo trasmette al coordinatore per l’esecuzione. I lavori (dell’impresa n.d.r) hanno inizio dopo l’esito positivo delle suddette verifiche che sono effettuate tempestivamente e comunque non oltre 15 giorni dall’avvenuta ricezione>>.
Appare palesemente evidente, dunque, che è possibile individuare con semplicità un preciso momento temporale in cui il POS è stato già redatto, rendendo così inutile l’apposizione della data certa su questo documento.
Inoltre, non va dimenticato che il CSE, dovendo procedere alla verifica d’idoneità del POS dell’impresa esecutrice, fissa, dando evidenza documentale di tale attività, un altro preciso momento temporale che testimonia l’avvenuta redazione di tale documento ad una ben precisa data anteriore all’inizio dei lavori.
In conclusione, si può tranquillamente affermare che discutere della necessità o meno della data certa su un POS equivale a disquisire sul sesso degli angeli e che una eventuale sanzione comminata solo per la mancanza della data certa sul POS, è assolutamente ingiustificata.
Tornando al nostro sistema prevenzionale, in conclusione, a giudizio di chi scrive, la sicurezza sul lavoro è un problema che:
l’idea del solo incremento del controllo e dell’inasprimento delle sanzioni, ma creando, invece, un sistema che dimostri che l’investimento per la sicurezza e la tutela della salute oltre ad essere eticamente riconosciuto ed apprezzato dalla pubblica opinione, produce un ritorno economico tangibile in quanto:
permette la riduzione dei costi indiretti ( assenteismo, turnover, ecc.),
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