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Timestamp: 2020-02-29 07:30:43+00:00
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Cassazione I civile n. 28892 del 27.12.2011 - testo integrale Sentenza
Cassazione I civile n. 28892 del 27.12.2011
Separazione · assegno divorzile · addebito · infedelta' · riduzione · beni ereditari · esclusione
"espungendovi a tal fine i beni immobili pervenuti all’ex marito per successione ereditaria dopo la cessazione della convivenza in quanto “non costituenti lo sviluppo naturale dell’attività svolta durante la convivenza”. Vanno invece dichiarati inammissibili il secondo profilo del motivo, in quanto del tutto generico e non rapportato alla “ratio decidendi” della sentenza, nonché il terzo profilo del motivo, in quanto contenente una censura di mero merito."
2. Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia la violazione dell’art. S, comma 6, della legge n. 898 del 1970, sotto il profilo che in violazione di tale norma la sentenza impugnata avrebbe dato rilievo ai comportamenti di essa ricorrente durante il matrimonio ai fini della quantificazione dell’ assegno divorzile. Si deduce che la spettanza dell’assegno, quanto all’an debeatur ha per presupposto l’inadeguatezza dei mezzi del richiedente a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio, mentre il quantum va determinato tenendo conto degli elementi indicati al, comma 6. Si lamenta che la Corte d’appello, dopo avere accertato la spettanza dell’assegno, l’abbia liquidato nella misura di soli 200, 00 euro “in ragione del comportamento e della condotta di vita” incontestatamente tenuti dalla richiedente durante il matrimonio, caratterizzati da vita libera e disordinata, abitudine a frequentare locali notturni, abuso di sostanze alcoliche e psicofarmaci”, circostanze queste non accertate in sede di separazione personale. Con il secondo motivo si denunciano violazione dell’ art. 5, comma 6, della legge sul divorzio e vizi motivazionali. Si deduce al riguardo che “la motivazione è contraddittoria o omessa nel punto in cui afferma che il divario di reddito appare addirittura superiore se si considera che il dott. N. risulta proprietario di più di (undici) immobili per poi trarre implicitamente la conclusione che, trattandosi di beni immobili pervenuti per successione, di essi non si deve sostanzialmente tenere conto, omettendo qualsiasi motivazione che permetta di comprendere perché i redditi derivanti da detti immobili non rilevano ai fini della valutazione del divario di reddito fra i coniugi”
. Si deduce parimenti l’omessa o insufficiente motivazione in ordine all’affermata contestazione circa la mancanza di comportamenti disdicevoli addebitati alla ricorrente, mentre tale contestazione era stata fatta al verbale dell’udienza del 22 marzo 2005, nel quale era stata dedotta l’inammissibilità per tardività della deduzione di dette circostanze. Si deduce ancora insufficienza motivazionale per non avere la Corte di merito tenuto conto del contributo dato da essa ricorrente alla conduzione familiare, avendo essa tenuto presso di sé i figli sino all’età di dieci e dodici anni, sia alla formazione del patrimonio comune e di ciascun coniuge, e per non avere spiegato perché non ha dato rilievo a tutti i singoli criteri previsti dall’art. 5 della legge sul divorzio.
Il motivo è infondato, avendone la Corte tratto implicita prova dal raffronto fra la situazione economica complessiva delle parti (pagg. 6 e 7 della sentenza) negli anni anteriori alla pronuncia di divorzio - in relazione alla quale ne andava ragguagliato il tenore di vita e i redditi della ex moglie (ex multis: Cass. 4 ottobre 2010, n. 20582; 12 luglio 2007, n. 156106 ottobre 2005, n. 19446; 16 luglio 2004, n. 13169; 7 maggio 2002, n. 6541), espungendovi a tal fine i beni immobili pervenuti all’ex marito per successione ereditaria dopo la cessazione della convivenza in quanto “non costituenti lo sviluppo naturale dell’attività svolta durante la convivenza”. Vanno invece dichiarati inammissibili il secondo profilo del motivo, in quanto del tutto generico e non rapportato alla “ratio decidendi” della sentenza, nonché il terzo profilo del motivo, in quanto contenente una censura di mero merito.
Ciò sulla base della considerazione della disordinata, “la vita libera che l’ abitudine di frequentare locali notturni della riviera romagnola anche durante i primi anni di matrimonio quando i figli erano piccoli, l’abuso di sostanze alcoliche e di psicofarmaci (che in seguito l’hanno costretta a sottoporsi a terapie psicoanalitiche contro la dipendenza), sono circostanze non contestate in giudizio. Esse non hanno certo contribuito a creare un clima di serenità in seno alla famiglia o facilitare il rapporto con il marito, che risulta essere stato costretto in più occasioni a intervenire, anche in presenza delle forze dell’ordine, per aiutare o recuperare la donna in difficoltà a causa dell’assunzione di sostanze alcoliche”. Con il motivo si deduce l’illegittimità di tale motivazione, in quanto il “criterio per la quantificazione dell’assegno di divorzio riferito alle ragioni della decisione, nel caso di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio in base a pregressa separazione, deve essere inteso nel senso che il comportamento dei coniugi anteriore alla separazione”, “resta superato ed assorbito dalla valutazione effettuata al riguardo dal giudice della separazione”.
In proposito va considerato che, ai fini della quantificazione in concreto dell’assegno, la sentenza impugnata non ha fatto riferimento alle “ragioni della decisione” - da intendersi come cause del fallimento del matrimonio in relazione alla loro addebitabilità per comportamenti anteriori alla separazione, che non possono essere accertate al di fuori del giudizio di separazione (Cass. 22 novembre 2000, n. 15055; 2 giugno 1981, n. 3549; Il giugno 1980, n. 3712) - ma al “contributo personale” dato dall’odierna ricorrente principale alla vita familiare, valutando unicamente a tal fine il suo comportamento nel corso del matrimonio. Il che deve essere considerato legittimo, in forza del disposto dell’art. 5 della legge n. 898 del 1970, che demanda il relativo accertamento, ai fini della quantificazione dell’assegno, al giudice del divorzio, nulla avendo esso a che fare con l’addebitabilità della separazione, che può essere delibata solo in quel processo. Non avendo, quindi, il motivo colto e censurato la sopra indicata “ratio decidendi”, va dichiarato inammissibile.
4. Passando all’esame del secondo motivo del ricorso principale, va considerato che, pur essendo nella rubrica prospettata anche la violazione dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, in concreto nello svolgimento del motivo si adducono unicamente, sotto vari profili, vizi motivazionali. Ne risulta l’inammissibilità del primo profilo, in quanto non correlato all’effettiva motivazione della sentenza, la quale ha motivato del perché non tenesse conto dei beni ereditari ai fini della spettanza dell’assegno di divorzio e cioè in relazione alla determinazione del tenore di vita al quale andava ragguagliato con il riferimento alla circostanza che essi non costituivano “lo sviluppo naturale dell’attività svolta durante la convivenza”: affermazione la cui esattezza poteva essere contestata - e non lo è stato - solo in diritto.
Separazione Assegno divorzile Addebito Infedelta' Riduzione Beni ereditari Esclusione