Source: https://www.laleggepertutti.it/420387_mano-morta-e-reato
Timestamp: 2020-08-13 12:29:15+00:00
Document Index: 120948473

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass, Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 609', 'art. 660', 'sentenza ', 'art. 609']

Violenza sessuale: toccamenti e strusciamenti, volontari o “involontari”: quando si rischia il penale.
Tecnicamente, si parla di manomorta con riferimento a quei terreni che non possono essere venduti. Originariamente, erano i feudi affidati a vassalli e servi della gleba che, incaricati di sfruttare l’immobile in modo da trarne i frutti, non potevano però disporne. Anche la chiesa cattolica aveva la sua manomorta, quei patrimoni immobiliari cioè considerati perpetui.
Nel gergo comune però la mano morta è tutt’altra cosa e si riferisce al comportamento di chi avvicina la mano alle zone erogene di una donna per trarne piacere fisico dal contatto falsamente involontario.
Ad oggi, c’è ancora chi si chiede se la mano morta è reato, ossia se il semplice sfioramento delle natiche, delle cosce o del seno, senza che a ciò corrisponda anche il palpeggiamento, possa essere considerato violenza sessuale.
Sul punto, la Cassazione è stata molto chiara. Una serie di sentenze emesse delle sezioni penali si sono occupate del problema per definire cosa rischia chi fa la mano morta. Lo scopriremo in questo breve articolo.
1 La violenza sessuale: quando c’è
2 Mano morta: è reato?
3 Mano morta: è violenza sessuale
4 Violenza sessuale se c’è contatto
La violenza sessuale: quando c’è
Innanzitutto, parliamo di violenza sessuale. In verità, ne avevamo già parlato nella nostra guida (leggi “Violenza sessuale: tutto ciò che c’è da sapere“). In due parole, la violenza sessuale non è solo l’atto fisico di congiungimento carnale, quello ottenuto con la forza, la violenza psicologica o l’inganno. Lo è anche qualsiasi contatto con le zone erogene della vittima: la bocca, i lobi delle orecchie, il collo, il seno, le cosce, le natiche.
Certo, la pena verrà graduata in base alla gravità della condotta. E, difatti, l’articolo 609-bis del codice penale prevede una riduzione di due terzi della pena per i casi di minore importanza. Per cui, un conto è la violenza di chi si procura un rapporto sessuale non voluto dalla vittima e un’altra è quella di chi inserisce una mano nella camicetta di una donna, venendo magari bloccato immediatamente.
Peraltro, la Cassazione ha anche detto che, per aversi violenza sessuale, non è necessario che il reo riesca a realizzare il proprio piacere fisico: quindi, anche un gesto fulmineo o stroncato sul nascere può integrare il reato.
Il che porta anche a ritenere che, per far scattare la condanna, è necessario ma anche sufficiente un semplice contatto, al di là sia della durata dell’azione che della “invasività” del gesto. Detto in modo brutale e forse anche un po’ volgare, è violenza sessuale anche la toccatina e non la “strizzata”. E difatti, secondo la Cassazione [1], la nozione di “atti sessuali” vietati dal codice penale comprende tutti quei comportamenti che esprimono l’impulso sessuale dell’agente e che comportano una invasione della sfera sessuale del soggetto passivo, inclusi, pertanto, i toccamenti, i palpeggiamenti e gli sfregamenti sulle parti intime della vittima, tali da suscitare la concupiscenza sessuale anche in modo non completo e per un tempo di breve durata.
I luoghi affollati, come autobus e metro, sono quelli in cui la mano morta trova maggiore facilità di esecuzione. Ma, secondo la Cassazione, la calca non è una scusa per avvicinarsi alle zone intime di una donna. Né si può parlare di semplice “rozzezza culturale” [2]. Il «toccamento non casuale dei glutei, o di altre parti anatomiche ‘sensibili’», è da catalogare, senza dubbio, come «violenza sessuale».
Per chiarezza, poi, i giudici sottolineano che si sarebbe potuto parlare di «molestia» se ci si fosse trovati di fronte ad «espressioni verbali a sfondo sessuale» o ad «atti di corteggiamento invasivo». Ma qui sono in gioco non le parole ma i fatti. E questi contano mille volte di più. Almeno ai fini penali.
Mano morta: è violenza sessuale
Più di recente, la Cassazione [3] ha confermato la condanna per un uomo che aveva molestato una signora, toccandole il fondoschiena. Per i giudici non vi sono dubbi sulla lettura dell’episodio: il palpeggiamento era stato sufficientemente invasivo dell’intimità della donna.
Violenza sessuale se c’è contatto
Decisivo è quindi il contatto con zone erogene per parlare di violenza sessuale. Insomma, la mano morta ai danni di una donna vale una condanna per violenza sessuale. E per giungere a tanto il giudice si accontenta delle dichiarazioni della vittima che, a differenza di quelle del reo, sono prova nel processo penale, valgono cioè al pari di una testimonianza.
[1] Cass. sent. n. 3447/2007.
[2] Cass. sent. n. 40973/2013. Nuovo indirizzo della cassazione in materia di “manomorta”; ivi, p. 1179 s.; nonché in Guida dir., 2004, n. 39, p. 74, con nota di AMATO, Ribadito il rilievo penale degli atti contrari alla libera autodeterminazione della vittima; in Riv. pen., 2006, p. 704, con nota di FRANCOLINI, Ai limiti della violenza sessuale: il dibattuto problema della rilevanza penale dei toccamenti repentini ed insidiosi. In generale, sulle problematiche poste dalla interpretazione della nozione di “atti sessuali”, cfr. FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, vol. II, t. I, Zanichelli, 2006, p. 202 s.
[3] Cass. sent. n. 38606/19.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 17 aprile – 4 ottobre 2013, n. 40973
Presidente Mannino – Relatore Grillo
2. Osserva, infatti il Collegio che i due motivi di ricorso ricalcano le doglianze formulate con l’atto di appello alle quali la Corte territoriale ha dato una risposta corretta e completa, pur nella sua estrema sinteticità. Vero è che la Corte territoriale ha impropriamente fatto cenno ad una ipotetica volontà da parte della persona offesa di rimettere la querela (circostanza a detta della Corte esclusa dal Tribunale), laddove poteva parlarsi solo di una possibile ed astratta possibilità di incertezza da parte della vittima circa la sua volontà querelatoria (così il Tribunale a pag. 3 della sentenza di primo grado). Si tratta, in ogni caso, di una motivazione ridondante, ricordandosi che in tema di reati sessuali – ed in particolare di quello previsto dall’art. 609 bis cod. pen. – la querela, una volta proposta, è irrevocabile (art. 609 septies comma 2°). Il motivo, comunque, ripropone negli stessi termini una censura che ha trovato risposta nella sentenza impugnata, risposta che, in relazione omogeneità delle due decisioni, può senz’altro definirsi adeguata, ricordandosi il principio secondo il quale la struttura motivazionale della sentenza di appello, laddove le pronunce di primo e di secondo grado risultino concordanti nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a base delle rispettive decisioni, si salda e si integra con quella precedente di primo grado così giustificando da parte dei giudice di secondo grado una motivazione per relationem. (Cass, Sez. 2, 10.1.2007 n. 5606, Conversa e altri; Rv. 236181; Cass. Sez. 1, 26.6.2000 n. 8868, Sangiorgi, Rv. 216906; Cass. Sez. Un. 4.2.1992 n. 6682, Pm., p.c, Musumeci ed altri, Rv. 191229).
3. Altrettanto correttamente la Corte ha ribadito la sussistenza del reato di violenza sessuale – seppure nella forma attenuata ex art. 609 bis u.c. cod. pen. come già statuito dal Tribunale – sottolineando come, ai fini della configurabilità di tale fattispecie, non sia necessario né il contatto epidermico con la zona erogena, né il compimento di atti prolungati di palpeggiamento (al più, incidenti in ordine alle modalità del fatto ed all’elemento soggettivo del reato) (in termini Sez. 3^ 21.9.2011 n. 39710, R. Rv. 251318; Sez. 3^ 15.4.2010 n. 21336, M., Rv. 247282; Sez. 4^ 3.10.2007 n. 3447, P. Rv. 238739).
3.1. Ed altrettanto correttamente la Corte ha escluso che la condotta contestata integrasse la fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 660 cod. pen. nella forma della cd. “molestia sessuale”, richiamando le condotte ripetute di palpeggiamenti nei glutei e delle cosce delle due donne oggetto di attenzioni sessuali. Valgono, ancora una volta, i criteri interpretativi enunciati in materia da questa Sezione, tenuti presenti dalla sentenza impugnata (Sez. 3^ 12.5.2010 n. 27042, S. J., Rv. 248064; Idem 6.6.2008 n. 2772, B., Rv. 240829), secondo i quali il reato di violenza sessuale si configura laddove si verifichi una condotta consistente in un toccamento non casuale (la involontarietà toglierebbe valenza criminale al gesto dei glutei o di altre parti anatomiche “sensibili” anche al fuori di un contatto diretto con l’epidermide, mentre si versa nella ipotesi contravvenzionale della molestia “sessuale” solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale. (v. anche Sez. 3^ 25.1.2006 n. 7369, P.M. in proc, Castana Rv. 234070).
4. Quanto al secondo motivo – riguardante il diniego delle circostanze attenuanti generiche – la censura, oltre ad essere generica, in quanto ripetitiva di quanto già sottoposto all’esame del giudice di appello che ha fornito adeguata riposta sul punto, è anche platealmente infondata per quelle stesse condivisibili ragioni già espresse dalla Corte territoriale in merito alla irrilevanza di una situazione di rozzezza culturale quale giustificazione per l’ottenimento di dette attenuanti. Ed anzi la Corte distrettuale, nel valutare l’adeguatezza della pena, ne ha sottolineato la mitezza in funzione dell’avvenuto riconoscimento della circostanza diminuente di cui all’ultimo comma dell’art. 609 bis cod. pen.
5. Alla pronuncia di inammissibilità, segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento – trovandosi egli in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – della somma di € 1.000,00 (che si ritiene congrua) in favore della Cassa delle Ammende.