Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20120627.htm
Timestamp: 2017-11-20 03:52:14+00:00
Document Index: 142339455

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 40', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 808', 'art. 807', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 808']

La disciplina dell'arbitrato Consob - Tidona e Associati
Come è noto, il d.lgs. n. 179/2007 ha istituito doppie procedure, di conciliazione e di arbitrato, in attuazione della l. n. 262/2005 . In questo articolo ci occuperemo della disciplina dell’arbitrato presso la Consob (che, nel prosieguo, denomineremo anche - per semplicità di esposizione - “arbitrato Consob”) .
4) rileveremo la facoltatività della clausola compromissoria, avendo l’investitore – pur in presenza di una tale clausola - la possibilità di rifiutare la via arbitrale e di ricorrere al giudice ordinario (art. 6 d.lgs. n. 179/2007).
La conseguenza di questa divergenza fra le controversie tipiche in ambito di intermediazione finanziaria e la descrizione che ne fa la legge è che la domanda di arbitrato predisposta dall’investitore potrebbe, frequentemente, toccare aspetti che – a rigore - non sono coperti dall’oggetto dell’arbitrato Consob così come descritto dalla legge. Ciò potrebbe spingere i risparmiatori a evitare tale arbitrato speciale per adire immediatamente l’autorità giudiziaria, non ponendosi – dinanzi a questa – limiti particolari con riferimento all’oggetto della domanda.
La regola di adeguatezza trova invece espresso riscontro nella normativa secondaria: se ne occupano gli artt. 39-40 reg. n. 16190/2007. Con il nuovo regolamento intermediari n. 16190/2007, che ha abrogato e sostituito il precedente regolamento n.11522/1998, la regola di adeguatezza si è ora – a dire il vero - sdoppiata in “adeguatezza” e “appropriatezza” (artt. 41-42 reg. n. 16190/2007) . Senza entrare in eccessivo dettaglio nell’analisi della normativa regolamentare, basterà qui ricordare che il principio di adeguatezza impone agli intermediari di valutare che la specifica operazione consigliata o realizzata nel quadro della prestazione del servizio di gestione di portafogli soddisfi i seguenti criteri: a) corrisponda agli obiettivi di investimento del cliente; b) sia di natura tale che il cliente sia finanziariamente in grado di sopportare qualsiasi rischio connesso all’investimento compatibilmente con i suoi obiettivi di investimento; c) sia di natura tale per cui il cliente possieda la necessaria esperienza e conoscenza per comprendere i rischi inerenti all’operazione o alla gestione del suo portafoglio (art. 40, comma 1, reg. n. 16190/2007).
Cosa succede se un investitore mette in dubbio l’osservanza della regola di adeguatezza e intende procedere nei confronti dell’intermediario finanziario per ottenere un risarcimento del danno (o per far valere un altro rimedio) in conseguenza della violazione di tale norma di comportamento? Le questioni concernenti l’inosservanza della regola di adeguatezza, se ci limitiamo a un’analisi del tenore letterale della legge, non paiono ricomprese nell’elenco delle controversie devolvibili all’arbitrato Consob, con la conseguenza che la camera arbitrale potrebbe essere ritenuta non dotata – ex lege - del potere di giudicare in merito.
Si potrebbero tentare interpretazioni estensive atte a comprendere nel potere decisionale della camera arbitrale anche la regola di adeguatezza. Si potrebbe difatti argomentare nel senso che i termini “correttezza” e “trasparenza”, utilizzati dall’art. 2, comma 1, d.lgs. n. 179/2007, debbano ritenersi - per la loro ampiezza - idonei a ricomprendere anche la regola di adeguatezza (e, in senso ancora più esteso, tutte le norme di comportamento degli intermediari finanziari). Non è al momento dato sapere se si farà strada un’interpretazione così ampia del testo legislativo.
Di qui la necessità di un’appropriata riflessione preventiva sugli effetti dell’atto che si sta per compiere . Sotto un terzo profilo, il requisito della forma scritta dovrebbe facilitare fra le parti la negoziazione del testo contrattuale. Le condizioni del contratto d’intermediazione finanziaria possono, teoricamente, essere negoziate con l’intermediario, anche se - nella realtà dei fatti - spesso gli investitori non si premurano nemmeno di leggere attentamente i contratti; ancor meno di trattarne le condizioni. Quasi sempre il testo contrattuale viene predisposto dalla banca.
Non di rado capita che gli investitori si limitino a farsi spiegare velocemente i termini essenziali del rapporto, per poi firmare un lungo testo, senza avere realmente preso conoscenza di tutte le condizioni che regolano la relazione. Vista da una quarta prospettiva, la forma scritta - richiesta dalla legge per il contratto d’intermediazione finanziaria - può essere utile a fini probatori. Nel caso in cui sorgano contestazioni fra le parti, il fatto di avere un testo scritto consente di ricostruire quelle che sono state le pattuizioni fra i contraenti. La forma scritta può dunque giocare un ruolo importante ex post, nel momento in cui sorgono dissidi fra le parti. Ecco allora che, contratto alla mano, si può chiedere il rispetto di certe clausole che vi erano state inserite oppure si può contestare la validità di determinate pattuizioni. Sotto questo profilo il requisito della forma scritta serve anche a diminuire il pericolo di controversie fra i contraenti. Se l’assetto contrattuale è pre-determinato per iscritto, si riduce il rischio di divergenze fra le parti. Si può cosi, almeno talvolta, evitare di dare corso a controversie giudiziarie, con tutti gli effetti negativi che esse comportano.
A ciò si aggiunga che l’indennizzo di cui parla la legge costituisce una determinazione non necessariamente definitiva del danno, in quanto la legge prevede espressamente (art. 3, comma 3, d.lgs. n. 179/2007) la possibilità di dimostrare - davanti al giudice statale - la sussistenza di un maggior danno. In questo modo l’investitore che reputa insufficiente l’indennizzo riconosciuto in sede arbitrale si vede costretto ad avviare, dopo quello arbitrale, un procedimento ordinario. A ben vedere questo meccanismo non è efficiente, costringendo l’investitore a un doppio giudizio (arbitrale e statale).
È poi utile una notazione in riferimento alla distinzione fra clausola compromissoria e compromesso. Come è noto, secondo le regole generali l’accordo arbitrale può risultare - oltre che da una clausola compromissoria (art. 808 c.p.c.) - anche da un compromesso (art. 807 c.p.c.). Nel contesto invece dell’arbitrato Consob ci si riferisce solo alla “clausola compromissoria”. Pare tuttavia che, a questo riguardo, non possano farsi eccezioni alla regola generale: non si vedono ostacoli di fondo alla possibilità che le parti di un contratto d’intermediazione finanziaria, dopo che è nata la controversia, si accordino per devolverla a giudizio arbitrale avvalendosi di un compromesso ad hoc (anche se sarà piuttosto improbabile che vi sia la disponibilità delle parti alla sottoscrizione di un apposito compromesso una volta che la lite è sorta).
Rimane allora da chiarire per quale ragione il legislatore - nell’art. 6 d.lgs. n. 179/2007 - parli solo di clausola compromissoria, omettendo ogni riferimento al compromesso. Probabilmente il motivo risiede nel fatto che, mentre nel caso della clausola compromissoria inserita in contratto (quando la controversia è futura ed eventuale) il legislatore non ha voluto che l’investitore potesse reputarsi definitivamente vincolato alla scelta originariamente effettuata, la prospettiva è diversa nel caso di compromesso. In questa seconda ipotesi la lite già sussiste e chi firma un apposito atto di devoluzione ad arbitrato ben sa quali sono le conseguenze immediate del proprio comportamento e non può, pertanto, revocare la scelta. Per questa ragione il compromesso non viene menzionato nell’art. 6 d.lgs. n. 179/2007, il cui unico contenuto precettivo consiste allora – in deroga all’art. 808 c.p.c. – nell’affermare che la clausola compromissoria non è vincolante se non è frutto di trattativa diretta.
Se dovesse prevalere questa seconda interpretazione (trattativa diretta da intendersi come vera e propria negoziazione ad hoc, e non come mera sottoscrizione specifica della clausola), è consigliabile che il testo contrattuale chiarisca – con un minimo di dettaglio - come siano avvenute tali trattative.
Si può ipotizzare che la clausola sia preceduta da una sorta d’introduzione nella quale si specifica che si è raggiunto pieno e consapevole accordo sul punto: si immagini una formulazione del tipo “le parti, dopo accurate discussioni in merito, concordano liberamente sulla volontà di devolvere ad arbitrato amministrato dalla Consob le controversie che dovessero insorgere fra di loro”. Anche una clausola del genere potrebbe però essere ritenuta di stile. Se dovesse farsi strada la seconda interpretazione più restrittiva, l’intermediario finanziario potrebbe dunque avere difficoltà a dimostrare la trattativa diretta . Si potrebbe allora firmare un compromesso fra i contraenti una volta che la controversia è insorta: come accennato, è però piuttosto improbabile che si riesca - a questo punto - a raggiungere il necessario accordo delle parti.