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Timestamp: 2020-06-05 22:10:04+00:00
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 18 maggio 2018, n.22007
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In equipe ogni medico deve controllare anche gli errori altrui
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 18 maggio 2018, n.22007MASSIMA
In tema di responsabilità medica, l'equipe deve essere considerata come un'entità unica e compatta e non come una collettività di professionisti, in cui ciascuno si limita ad eseguire i propri compiti. Ne consegue che l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio.
Il Procuratore generale della Corte di appello di Caltanissetta ricorreva in Cassazione avverso la sentenza con la quale la Corte territoriale il 26 gennaio 2017 aveva confermato l’assoluzione, pronunziata dal G.u.p. del Tribunale di Enna il 15 dicembre 2014 a carico di un anestesista e un ginecologo per la morte di una donna a seguito di parto cesareo. I due medici erano stato chiamati d’urgenza, in ragione della loro maggiore competenza professionale, dopo il verificarsi di una gravissima emorragia e, secondo il ricorente, non si sono limitati a dispensare semplici consigli ma avevano, in realtà, preso in mano le redini della situazione, in pratica sostituendosi ai colleghi ginecologi-chirurghi che non erano in grado di gestirla. Pertanto, il Procuratore chiedeva l’annullamento della sentenza impugnata.
Un anestesista e un ginecologo vengono chiamati d’urgenza in sala operatoria da altri colleghi per intervenire a bloccare un’emorragia che aveva colpito una donna a seguito di parto cesareo. Tuttavia, nonostante l’intervento, la donna muore: i due medici hanno assunto una posizione di garanzia nei confronti della donna? Rispondono insieme a tutti gli altri medici della morte della sua morte? Questi gli interrogativi a cui la Suprema Corte è chiamata a dare risposta nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione i giudici di legittimità evidenziano che la fonte da cui scaturisce l’obbligo giuridico protettivo può essere la legge, il contratto o, come nel caso di specie, l’attività di fatto svolta e non vi è dubbio alcuno che l’intervenire attivamente da parte di specialisti in chirurgia ed in ginecologia in sala operatoria nel corso di un’isterectomia, quand’anche la chiamata da parte dei colleghi già impegnati nell’intervento chirurgico sia, in ipotesi, effettuata al di là della previsione delle turnazioni dal punto di vista amministrativo della struttura ospedaliera ed intuitu personae, in ragione della particolare fiducia riposta nei chiamati, attesi i valori tutelati (vita ed incolumità del paziente), comporti la piena assunzione di posizione di garanzia di equipe. Posta l’assunzione di garanzia, la Suprema Corte evidenzia ancora che nel caso di specie si è trattato di una cooperazione diacronica, cioè, svolta attraverso atti medici successivi, affidati anche a sanitari dotati della medesima o di differenti specializzazioni e al fine di evitare vuoti di tutela nella delicata fase dell’avvicendamento di un garante con un altro, si impone un passaggio delle consegne efficiente ed informato ed il garante successivo deve essere posto in condizione di intervenire. Inoltre, in forza del fine unitario che caratterizza gli apporti professionali che si susseguono nel procedimento terapeutico, l’equipe medica, sia essa operante sincronicamente o diacronicamente, è da considerare come una entità unica e compatta e non come una collettività di professionisti in cui ciascuno è tenuto a svolgere il proprio ruolo, salvo intervenire se percepisca l’errore altrui. Ad ogni membro dell’equipe è pertanto imposto un dovere ulteriore: la verifica che il proprio apporto professionale e l’apporto altrui, sia esso precedente o contestuale, si armonizzino in vista dell’obiettivo comune. La responsabilità per l’errore altrui, fondato sulla violazione delle leges artis, cui non si è posto rimedio o non si è cercato di porre rimedio, presuppone sempre un addebito a titolo di colpa, in quanto l’evento era prevedibile ed evitabile. Proprio in virtù della posizione di garanzia che il sanitario assume nei confronti del paziente, ciascun medico dell’equipe, oltre al rispetto delle leges artis del settore di competenza, è, pertanto, tenuto al rispetto di una regola cautelare più ampia, avente ad oggetto un onere particolare di cautela e di controllo sulle modalità di effettuazione dell’intervento, anche relativamente all’attività precedente e/o coeva svolta da altro collega, pur quando questa non rientra nella sua diretta competenza. In conclusione, discende da tutte le considerazioni svolte l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello, che, muovendo dal presupposto dell’effettiva assunzione di garanzia da parte degli imputati nel caso di specie, approfondirà nuovamente la vicenda, eventualmente riaprendo l’istruttoria, e farà applicazione dei principi di diritto suindicati e, in particolare, terrà conto, in ogni caso, che "In tema di responsabilità medica, l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio".
1. Il Procuratore generale della Corte di appello di Caltanissetta ricorre per la cassazione della sentenza con la quale la Corte territoriale il 26 gennaio 2017 ha confermato l’assoluzione, pronunziata dal G.u.p. del Tribunale di Enna il 15 dicembre 2014 all’esito del giudizio abbreviato, di M.A.A. e di V.G. dall’accusa di omicidio colposo, fatto dell’(omissis).
3. In sostanza, hanno conformemente ritenuto i Giudici di merito accertato quanto segue.
3. Ricorre per la cassazione della sentenza il P.G. della Corte di appello di Caltanissetta, che denunzia promiscuamente difetto motivazionale e violazione di legge (artt. 187 e 192 cod. proc. pen. e 113 e 589 cod. pen.).
4. Con memorie pervenute, rispettivamente, il 19 dicembre 2017 ed il 5 gennaio 2018 i difensori dei dottori V.G. e M.A.A. hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità o, in subordine, rigettarsi il ricorso.
1. Il ricorso del Procuratore generale è fondato e deve essere accolto, per le ragioni chi si passa ad illustrare.
2. I richiami alla giurisprudenza della S.C. in tema di responsabilità di equipe operati dal Requirente nell’impugnazione sono corretti.
b) della responsabilità di equipe, con particolare riferimento al peculiare settore dell’intervento sanitario diacronico;
In tal senso, infatti, si richiama il principio puntualizzato dalla sentenza della S.C., Sez. 4, n. 19637 del 02/04/2010, ric. Fasulo, non mass., resa in un caso in cui nel corso di un intervento di mastoplastica additiva, una paziente era stata mal posizionata sul lettino operatorio ed era stata mantenuta in tale incongrua posizione per tutta la durata dell’intervento con una conseguente lesione del nervo del plesso branchiale. Il processo era giunto alla Corte di cassazione dopo due sentenze conformi di condanna a carico sia del medico chirurgo che dell’anestesista. Una delle questioni affrontate nella sentenza in questione è stata proprio quella dell’esistenza di un obbligo in capo al chirurgo attinente il posizionamento e la movimentazione della paziente sul lettino, che, secondo la tesi difensiva, spettava solo all’anestesista. Ed è stato allora affermato il principio che, in ipotesi di cooperazione multidisciplinare nell’attività medico-chirurgica, ogni sanitario è tenuto ad osservare, oltre che il rispetto delle regole di diligenza e prudenza connessi alle specifiche mansioni svolte, gli obblighi ad ognuno derivanti dalla convergenza di tutte le attività verso il fine unico e comune. Il sanitario, quindi, non può esimersi dal conoscere e valutare (nei limiti in cui sia da lui conoscibile e valutabile) l’attività precedente e contestuale di altro collega e dal controllarne la correttezza, se del caso ponendo rimedio ad errore altrui. Non era quindi illogica - si è ritenuto da parte della S.C. - la motivazione secondo cui il posizionamento della paziente sul lettino, pur essendo materialmente predisposto dall’anestesista, non poteva definirsi del tutto sottratta al controllo del medico chirurgo.
3. Il ragionamento svolto dai Giudici di merito e che si è riferito non è corretto, sotto vari aspetti.
Nella concreta vicenda, la paziente era stata ricevuta da uno dei tre medici con un quadro clinico che evidenziava già la gravità della situazione e che, secondo i giudici di merito, soltanto una isterectomia avrebbe potuto risolvere. I medici della rianimazione, intervenuti pochi minuti dopo l’accettazione ma quando il primo sanitario, siccome aveva terminato il proprio turno, era andato via, si sono concentrati sui problemi respiratori e non su quelli ginecologici, intervenendo solo quando era troppo tardi. I giudici di merito avevano - con valutazione stimata corretta dalla S.C. - disatteso la tesi difensiva del primo medico fondata sulla circostanza che egli si trovava alla fine del suo turno di lavoro. In una situazione di emergenza, che peraltro è normale in un reparto di rianimazione, infatti, è obbligatorio per il medico che sia stato investito del caso di attivarsi per la soluzione dei problemi che pongono a rischio la vita del paziente o che siano, comunque, idonei a creare gravi rischi per la salute;
obbligo che non può certamente venire meno per il completamento dell’orario di lavoro ma solo con l’adozione delle corrette pratiche terapeutiche. In ogni caso, dunque, il sanitario era in colpa: perché o non si era reso conto della gravissima situazione in cui si trovava la paziente oppure, se era cosciente dei rischi della patologia, non aveva preso le necessarie iniziative anche segnalandone la gravità ai colleghi che a lui succedevano.
4. Tutto ciò premesso, i - delicati - temi in relazione ai quali sono state svolte le puntualizzazioni richiamate non sono stati presi in adeguata considerazione dalla sentenza impugnata, che, in particolare, oltre ad escludere - ma erroneamente, come si è detto - che i ricorrenti abbiano assunto la posizione di garanzia, ha trascurato la circostanza fattuale che l’aporia riscontata è consistita essenzialmente nel tardare a disporre il ricovero della paziente in una struttura più attrezzata per le emergenze. In relazione a tale aspetto i Giudici di merito non si sono interrogati se tale attività ben potrebbe pretendersi o meno da qualsiasi medico, anche non specializzato in anestesia e rianimazione.
5. In conclusione, discende da tutte le considerazioni svolte l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello, che, muovendo dal presupposto dell’effettiva assunzione di garanzia da parte degli imputati nel caso di specie, approfondirà nuovamente funditus la vicenda, eventualmente riaprendo l’istruttoria, e farà applicazione dei principi di diritto surrichiamati anche a proposito dello scioglimento, se giustificato o meno nel caso di specie, della equipe chirurgica.