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Timestamp: 2018-02-18 20:14:45+00:00
Document Index: 143130577

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 162', 'art. 107', 'art. 8', 'art. 162', 'art. 2647', 'art. 2647', 'art. 162', 'art. 3', 'art. 162']

Separazione dei beni. Valida anche se non annotata nei registri ufficiali. Nota a Cass. civ. Sez. I, 27/09/2017, n. 22594
Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive - Valeria Cianciolo - 14/01/2018
“L’opzione relativa al regime di separazione dei beni manifestata in forma scritta, alla presenza di due testimoni, davanti al sacerdote di culto cattolico che celebra le nozze, benché non annotata nell’atto di matrimonio trascritto nei registri dello stato civile, conserva la sua validità nei rapporti interni tra i coniugi.”
E’ questo il principio sancito dagli Ermellini con la sentenza del 27.09.2017.
Il caso. Due coniugi contrassero matrimonio, secondo il rito concordatario, nel 1985, dove dichiararono al sacerdote, alla presenza di due testimoni, la loro volontà di optare per il regime di separazione dei beni. L’atto di matrimonio fu trasmesso all’ufficiale dello stato civile italiano e regolarmente trascritto, tuttavia senza l’annotazione relativa al regime. Nel 1993 veniva rogato un atto di compravendita di terreno, ove era indicata come acquirente la donna, che dichiarava di trovarsi in regime di comunione dei beni col marito.
Nel 2001, a seguito della separazione dei coniugi, fu apposta l’annotazione sul regime dei beni.
Il Tribunale nel 2008, rigettava la domanda del marito, ritenendo comprovato che l’acquisto dell’immobile era stato effettuato con denaro della donna e in regime di separazione dei beni tra i coniugi.
Il giudice di seconde cure sentenziava che il terreno era stato acquistato in regime di comunione legale dei beni.
La I Sezione civile della Cassazione condivide la tesi della donna e cassa il provvedimento impugnato.
La separazione dei beni è il regime patrimoniale tipico e convenzionale per effetto del quale i coniugi escludono tra loro il funzionamento della comunione legale dei beni, conservando così la reciproca indipendenza dei propri patrimoni: ciascuno dei coniugi mantiene la titolarità esclusiva dei beni acquistati prima o successivamente alle nozze e può esercitare da solo, e senza alcun vincolo, ogni facoltà di godimento, amministrazione e disposizione dei beni stessi. Trattasi di un regime generale, perché si applica a tutti i beni acquistati durante la sua vigenza, autonomo e completo, in quanto non presuppone l’esistenza di altri regimi patrimoniali.
Il regime di separazione dei beni è convenzionale in quanto si applica solo per effetto di apposita scelta che, ai sensi dell’art. 162 c.c., può essere espressa mediante una convenzione matrimoniale stipulata per atto pubblico, sia prima sia dopo il matrimonio, o anche tramite apposita dichiarazione contestuale alla celebrazione del matrimonio.
La deroga più rilevante all'obbligo della forma pubblica è rappresentata dalla scelta del regime di separazione dei beni che, se manifestata in sede di celebrazione del matrimonio, può essere accolta direttamente dal celebrante, prescindendo quindi dall'intervento del notaio. L'adozione del regime della separazione dei beni, che rappresenta una vera e propria convenzione matrimoniale, consiste in una dichiarazione della massima semplicità, da cui risulti in modo non equivoco la volontà dei coniugi di scegliere tale regime matrimoniale.
Le dichiarazioni di scelta debbano essere rese subito dopo la celebrazione, in sede di compilazione da parte del celebrante dell'atto di matrimonio ex art. 107, 2° co., c.c. ed art. 8, 2° co., L. 27.5.1929, n. 847, mentre sono irrilevanti le dichiarazioni rese prima o durante la celebrazione del matrimonio, se non confermate in sede di compilazione dell'atto di matrimonio.
L’annotazione nei registri dello stato civile
L'oggetto dell'annotazione non è direttamente il contenuto della convenzione matrimoniale o la sua modificazione, ma il mero fatto dell'intervenuta stipulazione con l'indicazione di una serie di elementi (la data dell'atto, il notaio e le generalità dei contraenti) che consentono agli interessati di procurarsi dal notaio rogante una copia autentica della convenzione. Solo l'annotazione della dichiarazione di scelta del regime di separazione resa nell'atto di matrimonio è sufficiente a rivelare il contenuto della convenzione.
Le convenzioni matrimoniali e le loro modifiche sono soggette all'annotazione a cura dell'ufficiale di stato civile, a margine dell'atto di matrimonio, ai fini dell'opponibilità ai terzi. Allo stesso modo si procede per la dichiarazione di scelta della separazione dei beni resa alla celebrazione delle nozze, che viene annotata a margine dell'atto di matrimonio dall'ufficiale dello stato civile, sia in caso di matrimonio da lui stesso celebrato sia nel caso in cui riceva dal ministro del culto l'atto di matrimonio ai fini della trascrizione. L'unica eccezione è costituita dal regime di comunione dei beni, che si applica automaticamente per il solo fatto della celebrazione del matrimonio. In tal caso il regime legale di comunione è conoscibile (e quindi opponibile) in virtù della iscrizione o della trascrizione nei registri dello stato civile del matrimonio: la comunione legale, pertanto, non è soggetta ad alcuna pubblicità[1]. Secondo alcuni autori trattasi di "pubblicità in negativo", ossia la comunione legale è opponibile ex lege ove non risulti pubblicizzata una convenzione in deroga[2].
I rapporti patrimoniali tra i coniugi, producendo effetti anche verso i terzi[3], sono sottoposti dal legislatore a specifica pubblicità attraverso due distinti sistemi: l’annotazione nei registri dello stato civile e la trascrizione nei registri immobiliari. Anche la scelta della separazione dei beni, in qualsiasi momento effettuata, è soggetta, come tutte le altre convenzioni matrimoniali, alla pubblicità nei registri dello stato civile, e precisamente ad annotazione a margine dell’atto di matrimonio, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 162, comma 4, c.c. che deve essere effettuata dal Notaio rogante entro 30 giorni dalla stipula della convenzione di separazione. Trattasi di una forma di pubblicità c.d. dichiarativa, specificando espressamente la norma richiamata che l’annotazione costituisce condizione per l’opponibilità ai terzi delle regole di disciplina derivanti dalle convenzioni matrimoniali stipulate[4]. La sua funzione è quella di rendere pubblico e opponibile ai terzi il regime patrimoniale vigente tra i coniugi come tale, a prescindere dall’oggetto che lo interessa, immobiliare, mobiliare o soltanto obbligatorio[5]. Si è però precisato (14) che il principio dell’inopponibilità al terzo della convenzione non annotata vale solamente se il terzo era in buona fede, cioè ignorava l’avvenuta convenzione: l’annotazione rende, dunque, la convenzione opponibile al terzo, il quale non può provare di non esserne a conoscenza, la mancata annotazione addossa, invece, al coniuge l’onere di provare che il terzo era a conoscenza dell’avvenuta stipula della convenzione. Si discute, invece, in dottrina se la separazione dei beni debba essere oggetto anche di trascrizione ai sensi dell’art. 2647 c.c.
La Corte di Cassazione, nella pronuncia resa il 27 novembre 1987, n. 8824, chiariva che in virtù dell’abrogazione del IV comma dell’art. 2647 c. c., avvenuta in seguito all’entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia, la legge attribuisce alla sola annotazione disciplinata dagli art. 162 e 163 c.c. quella funzione di opponibilità del vincolo familiare ai terzi che, prima, era viceversa riconosciuta alla trascrizione. Anche la Consulta era stata investita della questione [6] di legittimità costituzionale degli artt. 162 comma ultimo, 2647 e 2915 c.c., posta, in riferimento agli art. 3 e 29 cost., nella parte in cui non prevedono che, per i fondi patrimoniali costituiti a mezzo di convenzione matrimoniale su beni immobili, l’opponibilità ai terzi sia determinata dalla trascrizione dell’atto sui registri immobiliari, anziché dall’annotazione a margine dell’atto di matrimonio.
La Consulta sentenziò che siffatta questione non è fondata.
Validità della scelta del regime, anche se non trascritta. Il collegio conclude che non sussiste ragione alcuna per escludere, nei rapporti interni tra le parti, la validità di una scelta comune, espressione della loro libera volontà: “E' da ritenere dunque che la scelta di regime di separazione, espressa in forma scritta, alla presenza di due testimoni, davanti al ministro del culto cattolico officiante, ancorchè non annotata nell'atto di matrimonio trascritto nei registri dello stato civile, nei rapporti interni tra i coniugi mantenga la sua validità.
Nè si potrebbe sostenere che sia sufficiente una dichiarazione unilaterale di un coniuge davanti al notaio per effettuare una modifica di regime (che tale sarebbe da separazione a comunione di beni). La stessa giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 2954 del 2003) ha chiarito che non può modificarsi il regime patrimoniale con atto unilaterale di un coniuge, e che non potrebbe escludersi un bene singolo dal regime prescelto, senza una modifica generale del regime stesso, nelle forme di cui all'art. 162 c.c. Dunque nessuna rilevanza avrà la dichiarazione della D.M. davanti al notaio circa il regime di comunione, in occasione della compravendita de qua.”
[1] Bocchini, Rapporto coniugale e circolazione dei beni, Napoli, 1995, 197
[2] Oberto, Pubblicità dei regimi patrimoniali della famiglia, in RDC, 1996, I, 230 ss. e nt. 3
[3] I terzi sono interessati a conoscere il regime patrimoniale della famiglia, sia per accertare la legittimazione del coniuge che conclude atti negoziali, sia per stabilire quali beni rispondano degli obblighi assunti dal coniuge stesso. Cfr. De Paola - Macrì, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Milano, 1978, 70.
[4] Sulle diverse forme di pubblicità e i loro effetti, cfr. per tutti Torrente - Schlesinger, Manuale di diritto privato, Milano, 2011, 213 ss
[5]Zaccaria, La pubblicità del regime patrimoniale della famiglia: le posizioni della dottrina, in Riv. dir. civ., 1980, II, 416; Russo, Le convenzioni matrimoniali, in Comm. Schlesinger, 510 ss.
[6] Corte Costituzionale, 06 aprile 1995, n. 111