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Timestamp: 2019-04-19 14:38:41+00:00
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Azione riduzione della donazione successiva sentenza di divisione
Home Successioni e Donazioni Sentenze Azione di riduzione della donazione successiva sentenza di divisione definitiva
in considerazione dell’autonomia e della diversita’ dell’azione di divisione ereditaria rispetto a quella di riduzione, il giudicato sullo scioglimento della comunione ereditaria in seguito all’apertura della successione legittima non comporta un giudicato implicito sulla insussistenza della lesione della quota di legittima, sicche’ ciascun coerede condividente, pur dopo la sentenza di divisione divenuta definitiva, puo’ esperire l’azione di riduzione della donazione compiuta in vita dal “de cuius” in favore di altro coerede dispensato dalla collazione, chiedendo la reintegrazione della quota di riserva e le conseguenti restituzioni, il semplice riferimento alla idoneita’ delle donazioni a determinare la riduzione della quota indisponibile, deve essere inteso, in assenza di una esplicita domanda di riduzione delle donazioni stesse, come riferibile alla possibilita’ di un successivo esperimento dell’azione di riduzione, ove il risultato della divisione non avesse assicurato ai ricorrenti il conseguimento di quanto dalla legge riconosciutogli, sulla base delle norme in materia di successione necessaria.
Corte di Cassazione, Sezione 6 2 civile Ordinanza 11 gennaio 2018, n. 536
sul ricorso 23010/2016 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) in virtu’ di procura in calce al ricorso;
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 857/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 21/10/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 16/11/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
Gli odierni ricorrenti convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Pesaro la zia (OMISSIS) e la nonna (OMISSIS) chiedendo accertarsi la simulazione relativa del contratto di compravendita dell’8 marzo 1995 con il quale (OMISSIS) e (OMISSIS) avevano venduto all’altra convenuta un immobile, trattandosi in realta’ di una donazione dissimulata, della quale andava disposta la collazione.
A tal fine aggiungevano che in data 17 maggio 2002 era deceduto ab intestato il nonno (OMISSIS) e che l’altro coerede (OMISSIS) aveva rinunciato all’eredita’, subentrando quindi gli attori per rappresentazione.
Le convenute si opponevano alla domanda ed in via riconvenzionale chiedevano che fosse disposta la collazione anche di un immobile che era stato indirettamente donato da (OMISSIS) al padre degli attori, nonche’ delle somme che erano state versate dal comune dante causa per permettere agli attori di riacquistare la casa di abitazione, in precedenza oggetto di esecuzione forzata.
Il Tribunale con la sentenza n. 489 del 2009 accoglieva la domanda attorea, ravvisava una donazione di Lire 133.250.000 in favore degli attori, mentre dichiarava inammissibili le altre domande.
In tal senso osservava che gli attori potevano provare la simulazione senza alcuna limitazione probatoria avendo agito per la riduzione delle donazioni lesive, e che sulla scorta degli elementi probatori in atti, era dato riscontrare la natura simulata della vendita.
La Corte d’Appello di Ancona con la sentenza n. 857 del 3 agosto 2015, rigettava la domanda attorea ritenendo assorbito l’appello incidentale.
Dopo avere escluso la necessita’ di ordinare l’integrazione del contradditorio nei confronti della (OMISSIS), essendo la stessa deceduta nelle more, ed essendo le parti in causa divenute sue eredi, quanto alla domanda di simulazione proposta dagli attori, rilevava che questi ultimi avevano in realta’ agito quali eredi del donante, e che pertanto erano da ritenersi sottoposti alle limitazioni probatorie per la simulazione dettate dall’articolo 1417 c.c., per le parti dell’atto simulato, senza quindi la possibilita’ di potersi avvalere delle agevolazioni probatorie riconosciute a favore dei terzi.
Nella specie gli istanti avevano inteso ottenere l’accertamento della simulazione non gia’ ai fini della riunione fittizia, ma al diverso scopo della collazione, sicche’ la prova della natura fittizia della vendita non poteva essere data ne’ per testi ne’ per presunzioni, dovendosi altresi’ escludere la valenza probatoria della dichiarazione resa dalla (OMISSIS) ovvero della mancata comparizione della medesima all’udienza fissata per l’interrogatorio formale, in quanto trattandosi di simulazione relativa concernente beni immobili, la prova del negozio dissimulato poteva esser offerta solo con la controdichiarazione munita della forma scritta.
Quanto all’impugnazione incidentale promossa dalle originarie parti attrici per avere il Tribunale accertato che le stesse avevano ricevuto in donazione una somma di denaro, secondo la Corte distrettuale poiche’ la domanda riconvenzionale de qua era stata avanzata subordinatamente all’ipotesi di accoglimento della domanda principale, il rigetto della domanda di simulazione implicava l’assorbimento della domanda riconvenzionale proprio perche’ condizionata.
(OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di un motivo.
Con un unico motivo di ricorso si denunzia la violazione e falsa applicazione dell’articolo 737 c.c., dei principi in tema di interpretazione ex articolo 1367 c.c., nonche’ la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1417 c.c..
Si assume che gli attori sono pacificamente legittimari rispetto alla successione del nonno (OMISSIS), e che l’articolo 737 c.c., prevede obbligatoriamente l’operare della collazione con la sola eccezione della dispensa da parte del testatore, che nella fattispecie era mancante.
Non appare quindi giustificato distinguere la posizione degli eredi a seconda che gli stessi abbiano agito in riduzione ovvero abbiano chiesto la collazione delle donazioni effettuate in vita dal de cuius.
Ed, invero ribadita la autonomia delle domande di riduzione e di divisione, sulle quali ha ampiamente argomentato il giudice di merito, e cio’ alla luce dei precedenti di questa Corte (cui adde ex multis Cass. n. 22855/2010), e’ pero’ indubbio che la corretta individuazione della domanda proposta non possa prescindere dalla disamina congiunta della causa petendi e del petitum. Nel caso di specie come si ricava in maniera inequivoca dalla lettura delle conclusioni sia in primo grado che in appello, i ricorrenti hanno inteso asservire l’accertamento della simulazione all’operare della collazione, avendo fatto altresi’ puntuale richiamo alle norme che disciplinano tale istituto, sicche’ la richiesta dei ricorrenti era chiaramente rivolta alla sola divisione, nel cui ambito si colloca necessariamente la collazione. Cio’ trova conferma anche nel successivo richiamo alla differente soluzione da adottare per l’ipotesi di conferimento in natura ovvero per imputazione, mancando un richiamo alla pretesa lesivita’ della quota di riserva dell’atto di liberalita’ mascherato dalla vendita.
Il maggior risultato in termini economici assicurato dalla collazione rispetto alla sola riduzione della donazione, evidenzia anche come appaia infondata la deduzione secondo cui il riferimento alla donazione non poteva che essere funzionale all’azione di riduzione, posto che, laddove fossero ricorsi i presupposti per l’operativita’ della collazione (e precisamente l’esistenza di un relictum, invece assente), il bene donato sarebbe rientrato nella massa nella sua interezza, e non solo ai fini della riunione fittizia, ed al ben piu’ limitato effetto di determinare quale fosse la quota di riserva compromessa dall’atto di liberalita’.
D’altronde, e proprio alla luce di quanto affermato da Cass. n. 20143/2013, secondo cui, in considerazione dell’autonomia e della diversita’ dell’azione di divisione ereditaria rispetto a quella di riduzione, il giudicato sullo scioglimento della comunione ereditaria in seguito all’apertura della successione legittima non comporta un giudicato implicito sulla insussistenza della lesione della quota di legittima, sicche’ ciascun coerede condividente, pur dopo la sentenza di divisione divenuta definitiva, puo’ esperire l’azione di riduzione della donazione compiuta in vita dal “de cuius” in favore di altro coerede dispensato dalla collazione, chiedendo la reintegrazione della quota di riserva e le conseguenti restituzioni, il semplice riferimento alla idoneita’ delle donazioni a determinare la riduzione della quota indisponibile, deve essere inteso, in assenza di una esplicita domanda di riduzione delle donazioni stesse, come riferibile alla possibilita’ di un successivo esperimento dell’azione di riduzione, ove il risultato della divisione non avesse assicurato ai ricorrenti il conseguimento di quanto dalla legge riconosciutogli, sulla base delle norme in materia di successione necessaria.
Del tutto improprio risulta il riferimento all’istituto della dispensa da collazione per giustificare una deroga alle regole in tema di prova della simulazione per l’erede, trattandosi di istituto che opera o meno, una volta che sia stata accertata la natura di donazione dell’atto, la cui verifica va pero’ condotta in base alle previsioni di cui all’articolo 1417 c.c., ove la parte non abbia inteso far valere nel giudizio anche la qualita’ di legittimaria.
Solo la spendita di tale qualita’ e la strumentalita’ dell’azione di simulazione al coevo esperimento dell’azione di riduzione consente all’erede di poter aggirare il limite probatorio posto dalla norma in questione per la parte (ovvero i suoi successori universali) del negozio simulato.
Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater dell’articolo 13 del testo unico di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge;
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dell’articolo 1 bis, dello stesso articolo 13.