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Timestamp: 2020-08-14 00:39:31+00:00
Document Index: 57466721

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 28', 'art. 55', 'art. 2087']

L'emergenza epidemiologica da Covid-19 rappresenta non solo un pericolo per la salute e la sicurezza pubbliche, ma anche una sfida in continua evoluzione che ha comportato l'indicazione di specifiche misure di prevenzione da parte delle autorità competenti e la conseguente risposta applicativa richiesta ai destinatari. In questo contesto, i datori di lavoro sono sottoposti a uno stress test senza precedenti.
Per cogliere la portata di tale affermazione, occorre ricordare il principio alla base della responsabilità civile del datore di lavoro, secondo cui "l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che (…) sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro" (art. 2087 cod. civ.). Oltre a ciò si considerino le sanzioni penali previste dagli artt. 589 e 590 cod. pen. per i reati di omicidio e lesioni colpose commesse in violazione della normativa a tutela dei lavoratori, che a loro volta possono radicare la responsabilità dell'ente ai sensi del Dlgs 231/2001. In aggiunta, lo stesso T.U. Sicurezza prevede un'articolata serie di misure preventive, la cui violazione può radicare addebiti di colpa specifica penalmente rilevanti.
In un contesto quale quello attuale, tuttavia, non vi è dubbio che i Decreti e le Ordinanze emanate dal Governo e dalle Regioni contengano disposizioni speciali dettate in ragione dell'emergenza sanitaria e, pertanto, prevalenti rispetto alle norme, eventualmente incompatibili, contenute nel T.U. Sicurezza.
Alla luce di uno scenario costellato da numerosi provvedimenti è fondamentale, per gli imprenditori, poter contare su un quadro normativo chiaro, così da pianificare efficacemente la propria attività, garantendo al tempo stesso la tutela della salute dei propri dipendenti.
In via preliminare, bisogna verificare se l'attività aziendale sia oggetto di sospensione ai sensi del DPCM 22 Marzo (così come modificato dal Decreto Ministeriale 25 marzo). In virtù di tali disposizioni, infatti, solo alcune tipologie di attività produttive e industriali possono proseguire, quali quelle previste dall'Allegato 1 (circa un'ottantina) e altre "essenziali", oltre a quelle funzionali ad assicurare la continuità delle relative filiere nonché le attività degli impianti a ciclo produttivo continuo. Nell'ipotesi in cui si ricadesse in una delle ultime due categorie, l'attività sarebbe consentita previa comunicazione al Prefetto, che potrebbe emanare in un secondo momento un provvedimento di sospensione, qualora ritenesse che non sussistano le condizioni richieste. Resta inteso che l'attività svolta a seguito di comunicazione, fino a eventuali disposizioni contrarie del Prefetto, è legittima e, pertanto, non passibile di sanzioni.
Le aziende esonerate dall'obbligo di sospensione nonché quelle la cui attività è stata – o è tuttora – svolta in forza della citata comunicazione al Prefetto, sono tenute ad osservare, secondo quanto disposto dall'art. 1 co. 3 DPCM 22 marzo, il "Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro", firmato lo scorso 14 marzo dal Governo e dalle Parti Sociali, al fine di fornire indirizzi operativi alle aziende nell'adozione di protocolli di sicurezza anti-contagio "raccomandati" dall'art. 1 n. 7 DPCM 11 marzo, con particolare riferimento ai seguenti ambiti:
- informativa ai dipendenti circa la corretta igiene personale;
- messa a disposizione di idonei liquidi detergenti;
- sospensione di trasferte di lavoro e limitazione degli spostamenti nei siti produttivi, oltre che dei contatti con fornitori esterni;
- sanificazione delle postazioni lavorative;
- consegna ai lavoratori, impegnati nei reparti o negli uffici in cui non sia possibile garantire la distanza interpersonale minima di un metro, di adeguati dispositivi di protezione individuale e una corretta attività formativa sul relativo utilizzo;
- contenimento dell'accesso alle aree comuni;
- prosecuzione delle attività di sorveglianza sanitaria periodica.
Si noti come il Protocollo non detti alcuna indicazione in merito all'aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR); tuttavia, è intervenuta in data 15 marzo u.s. una nota illustrativa, in cui viene evidenziato, da una parte, come non sia necessario procedere in tal senso e, dall'altra, come il Protocollo stesso debba essere letto in maniera non vincolante, dettando linee guida di massima da recepire secondo le peculiarità di ciascuna realtà aziendale.
Ne deriva che soprattutto con riferimento a quelle attività che espongono il lavoratore a rischi biologici "specifici" (quali sono in generale tutti i virus) – e quindi connessi al tipo di mansione svolta e al peculiare contesto lavorativo (ospedali, laboratori di analisi, ecc.) – non possa escludersi a priori un obbligo di effettuare una nuova valutazione dei rischi, con conseguente aggiornamento del DVR, ai sensi degli art. 28-29 d.lgs. 81/2008, la cui violazione è peraltro sanzionata anche penalmente (art. 55).
In conclusione, l'emergenza sanitaria in atto rende più complessa del solito la posizione del datore di lavoro, che dovrà in ogni caso improntare il proprio operato a elevati canoni di diligenza e prudenza secondo la clausola generale di cui all'art. 2087 cod. civ., senza che possano in alcun modo incidere negativamente gli eventuali margini di discrezionalità lasciati dai provvedimenti emanati in via d'urgenza, talvolta espressi in termini di "raccomandazioni" e non di "obblighi".
* Senior Associate AMTF Avvocati
** Trainee Lawyer AMTF Avvocati