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Timestamp: 2019-04-20 20:23:37+00:00
Document Index: 134415065

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 41', 'art. 2', 'art. 41', 'art. 24', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 4', 'art. 44']

Ape volontario ed Ape aziendale: due modalità di uscita dal lavoro [E.Massi] - Generazione Vincente SpA | Agenzia per il lavoro
20/04/2018 Eufranio Massi 3461
La riflessione che segue ha come obiettivo quello di sottolineare gli aspetti normativi e le eventuali convenienze che possono spingere i lavoratori ad accedere all’uso del c.d. APE volontario, ma anche i datori di lavoro, in perfetta sintonia con i loro dipendenti, ad intervenire attraverso il c.d. APE aziendale, con il loro contributo fattivo.
Con una serie di commi a partire dal 166, l’art. 1 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, ha dettato, in via sperimentale, fino al 31 dicembre 2018 (ma il termine è stato “allungato” al 31 dicembre 2019 per effetto della legge n. 205/2017), alcune regole per fruire dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (APE).
C’è voluto parecchio tempo perché la norma andasse a regime: oltre al DPCM n. 150/2017, sono state necessarie intese con il sistema bancario e quello assicurativo, indispensabili per la “fluidità” del c.d. “prestito-ponte”, nonché alcuni chiarimenti amministrativi dell’INPS e la messa a regime della piattaforma informatica per lo scambio di dati ed informazioni tra l’Istituto, le banche e le assicurazioni. Al momento, nel settore bancario ha aderito il gruppo Intesa San Paolo mentre in quello assicurativo le società che hanno offerto la propria disponibilità sono UnipolSai ed Allianz.
La “corsa contro il tempo” (gli ostacoli da superare sono stati parecchi) ha portato ad un risultato positivo: chi ha maturato il requisito tra il 1° maggio 2017 (data iniziale prevista dalla legge di bilancio dello scorso anno ed il 18 ottobre 2018), può richiedere l’anticipo pensionistico, con le mensilità arretrate, entro il 18 aprile dell’anno in corso.
Ma, cosa è l’APE?
Esso è un prestito (e, come tale, non tassabile) che viene corrisposto a quote per 12 mensilità ad un soggetto che al momento della richiesta possiede una età anagrafica di almeno 63 anni e che matura il diritto alla pensione di vecchiaia entro i successivi 3 anni e 7 mesi (la durata minima è di 6 mesi, come previsto dal comma 170), purchè in possesso del requisito minimo contributivo pari a 20 anni (ciò riguarda anche gli iscritti alle forme sostitutive come l’ENPALS o gli Elettrici o esclusive come l’ex INPDAP o l’ex IPOST) e la pensione, al netto della rata di ammortamento corrispondente all’APE richiesta, sia pari o superiore, al momento dell’accesso alla prestazione, a 1,4 volte il trattamento minimo previsto nell’assicurazione obbligatoria (comma 167). Non è prevista la possibilità di cumulo di cui parla l’art. 1, comma 239, della legge n. 228/2012 e non sono computabili contributi previdenziali maturati all’estero, pur se appartenenti alla Comunità Europea o in regime di convenzione con il nostro Paese, cosa possibile, invece, con l’APE sociale.
Qui, tuttavia, occorre da subito fare una precisazione importante riferita al requisito anagrafico: esso va adeguato alla speranza di vita per cui il limite della pensione di vecchiaia, ora fissato a 66 anni e 7 mesi, salita, nel biennio 2019-2020, a 67 anni. L’opzione che offre la possibilità di prolungare la durata dell’APE, se aumenta il requisito per l’accesso alla pensione, scatta soltanto nella ipotesi in cui l’APE sia in corso e non se già si conosce la nuova durata che ha spostato la linea di arrivo (il pensionamento) più lontano. Da ciò discende che i lavoratori che dovessero maturare la pensione di vecchiaia a partire dal 1° gennaio 2019 ed entro il 31 dicembre 2020 e che chiederanno l’anticipo pensionistico quest’anno, dovranno possedere una età anagrafica pari a 63 anni e 5 mesi.
Ma, quale è l’importo dell’APE?
Esso oscilla tra un minimo di 150 euro ed un massimo che è strettamente correlato alla durata: esso oscilla da un massimo di circa il 90% della pensione maturata e calcolata nel momento in cui il lavoratore ha presentato la domanda, per una durata massima di circa dodici mesi, fino ad un minimo del 75% allorquando l’APE ha una durata superiore a tre anni: tali somme sono al netto dell’IRPEF, dell’addizionale regionale, e delle detrazioni per eventuali altri redditi da pensione.
Il trattamento viene corrisposto fino alla maturazione della pensione di vecchiaia e la restituzione del prestito avverrà a partire dalla maturazione del diritto alla stessa, con rate di ammortamento mensili per una durata di 20 anni: il rischio di morte anticipata è coperto da una polizza assicurativa obbligatoria che copre i costi del finanziamento e che libera gli eventuali eredi da qualsiasi obbligazione.
La convenienza (che, in ogni caso, va sempre valutata soggettivamente non potendo prescindere dalle situazioni personali) si appalesa sotto diversi aspetti: costo contenuto che deve tener conto della riduzione operata attraverso il credito d’imposta, compatibilità possibile con un altro lavoro autonomo o subordinato, periodo molto lungo per la restituzione, facilità di accesso al prestito che viene erogato anticipatamente dall’istituto di credito, recupero diretto della rata da parte dell’INPS sulle mensilità della pensione di vecchiaia).
Fatta questa breve premessa ritengo opportuno illustrare, brevemente, l’iter procedimentale di accesso, tenendo ben presente due questioni essenziali:
l’APE decorre dal 1° maggio 2017;
il DPCM n. 150/2017 specifica una serie di aspetti attuativi della norma, estremamente necessari.
Chi abbia interesse deve inoltrare (comma 168), attraverso il sito dell’INPS, l’istanza di accesso alla prestazione: l’Istituto avrà il compito di verificare e certificare la sussistenza dei requisiti e l’importo minimo e massimo che si potrà ottenere.
Il comma 169 contiene alcuni passaggi fondamentali: il lavoratore interessato, sia direttamente che attraverso un patronato, presenta, attraverso l’uso dell’identità digitale SPID di secondo livello, domanda di APE e domanda di pensione di vecchiaia da liquidare al raggiungimento dei requisiti normativi. Le istanze appena nominate non sono revocabili, ferma restando la possibilità, entro 14 giorni, di recedere dal contratto di assicurazione contro il rischio di morte anticipata. L’APE può essere estinto anche in via anticipata una volta raggiunta la pensione di vecchiaia. Nella domanda il lavoratore dovrà indicare sia il finanziatore al quale richiedere l’APE che l’impresa assicurativa.
Nel caso in cui la banca prescelta abbia concesso il prestito, è possibile esercitare il diritto di recesso, sempreché l’interessato abbia ricevuto dall’INPS (comma 169) tutte le informazioni contrattuali e precontrattuali: qualora non venga esercitato il recesso o l’istanza sia stata accolta, l’Istituto tratterrà dal primo assegno di pensione l’importo finalizzato al rimborso del finanziamento.
Con il messaggio n. 1604 del 12 aprile 2018, facendo seguito alla circolare n. 28 del 13 febbraio precedente, l’INPS ha fornito una serie di indicazioni relative alla gestione del Fondo di garanzia che discende dalla convenzione sottoscritta dall’Istituto con il Ministero del Lavoro ed il MEF.
L’APE è esente da imposizione fiscale (comma 177) ed al lavoratore è riconosciuto, ogni anno, un credito d’imposta pari al 50% dell’onere che scaturisce dagli interessi maturati e dal costo del premio assicurativo dovuto sulla base del contratto stipulato per l’eventuale premorienza: gli interessi sono stati calcolati su un tasso del 3,03% ma, come detto, la quota a carico del lavoratore viene dimezzata.
L’APE volontario (essendo un prestito e non un trattamento di pensione) è cumulabile con la NASPI ma anche con un reddito da lavoro, avendo il lavoratore diritto alla prima se il rapporto si è risolto formalmente con un licenziamento o con una risoluzione consensuale ex art. 7 della legge n. 604/1966 (ossia, durante il tentativo obbligatorio di conciliazione avanti alla commissione istituita presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro) e potendo intraprendere una nuova attività dopo la cessazione del precedente rapporto.
Gli effetti della trattenuta non si riverberano sul riconoscimento delle prestazioni previdenziali ed assistenziali (comma 178) e, in caso di morte durante l’anticipo o dopo il pensionamento senza che sia avvenuta la completa restituzione del prestito, sarà, come già detto, l’assicurazione a pagare la restituzione del prestito: tutto questo non ha alcun effetto sulla pensione di reversibilità in favore dei superstiti che verrà riconosciuta senza alcun recupero economico. Dopo 20 anni dal pensionamento, la rendita si stabilirà sul livello normale.
Con il comma 172, in poche righe, viene disciplinato il c.d. APE aziendale che rappresenta una sorta di “sub-specie” dell’APE volontario e che consente al datore di lavoro di aumentare il montante contributivo maturato dal dipendente.
La disposizione afferma che i datori di lavoro privati (quindi non solo imprese ma anche studi professionali, associazioni, fondazioni, ecc.), gli Enti bilaterali ed i fondi di solidarietà previsti dagli articoli 26 e 27 del decreto legislativo n. 148/2015 (quindi, ad esempio, anche i fondi bilaterali del settore artigiano e della somministrazione) possono, previo accordo individuale con il lavoratore interessato (il Legislatore non parla delle modalità in cui lo stesso deve essere redatto e del luogo ove deve avvenire – ma è consigliabile una “sede protetta”-), incrementare il montante contributivo maturato, versando al’INPS in un’unica soluzione, alla scadenza prevista per il pagamento dei contributi del mese di erogazione della prima mensilità dell’APE, un contributo non inferiore, per ciascun anno o frazione di anno di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia.
I potenziali beneficiari debbono avere gli stessi requisiti richiesti per l’APE volontario di cui si è parlato pocanzi.
Il DPCM n. 150/2017, per la verità, non dice nulla di particolare per l’APE aziendale se non per il fatto che nell’allegato 5, ove si parla della domanda irrevocabile di pensione di vecchiaia da presentare insieme alla istanza di APE, c’è un riferimento all’accordo raggiunto con il datore in quanto va barrata l’apposita casella.
L’importo della partecipazione aziendale è frutto dell’accordo tra le parti (la questione va vista anche nell’ottica della gestione di eventuali esuberi di personale, magari all’interno di una procedura collettiva di riduzione di personale): il minimo è pari, su base annua, al 32,87% della retribuzione imponibile. Il mancato o ritardato pagamento dell’importo complessivo determina l’applicazione delle sanzioni correlate alla omissione contributiva (5,50% in ragione annua).
L’accordo individuale consente al dipendente di compensare, con l’aumento della pensione, il costo della trattenuta mensile per l’APE: è, questo, un fatto importante in quanto il lavoratore, fruendo della pensione “piena” che avrebbe goduto se avesse continuato a lavorare fino al giorno del pensionamento di vecchiaia, sentirà, molto meno, “dell’apista volontario” (nuova espressione che sta prendendo piede sulla stampa specializzata), il peso della restituzione, sia pure rateale.
Indubbiamente, si tratta di un mezzo ulteriore per la gestione degli esuberi, senza alcun intervento pubblico, che si presenta meno rigido e costoso rispetto a quello ipotizzato dall’art. 4, commi da 1 a 7-ter, della legge n. 92/2012, (riguarda soltanto le imprese dimensionate oltre le 15 unità ed i dipendenti ai quali manchino non più di 7 anni al pensionamento come afferma la disposizione dopo la modifica introdotta dalla legge n. 205/2017), in quanto per quest’ultimo:
è necessario l’accordo sindacale;
è il datore di lavoro, che nella sostanza, paga la pensione, seppur la stessa viene materialmente erogata dall’INPS che fruisce di una garanzia datoriale attraverso una fideiussione bancaria.
L’aumento del montante, con il versamento della contribuzione dovuta per tutto il periodo residuo in un’unica soluzione per l’APE aziendale, ha, invece, il pregio di far lievitare la futura pensione di vecchiaia del dipendente.
Rispetto alla procedura prevista dalla legge n. 92/2012, e ad altre forme di pensionamento anticipato come il part-time agevolato previsto dall’art. 41 del decreto legislativo n. 148/2015 e, poi, con altre forme dalla legge n. 208/2015 e dal contratto di solidarietà espansivo ex art. 2 del decreto legislativo n. 185/2016 (modificativo del predetto art. 41), rivelatesi, finora, poco praticate nonostante il “battage” pubblicitario, l’APE aziendale ha alcune caratteristiche proprie che possono così sintetizzarsi:
scaturisce da un accordo individuale: quindi, libera determinazione delle parti che, coscientemente, ritengono la stessa una soluzione idonea per gli opposti interessi;
non ci sono limiti dimensionali, correlati alla applicazione della norma, cosa che, invece, viene richiesta per la c.d. “isopensione” prevista dalla legge n. 92/2012;
non c’è bisogno, come già detto, di alcun accordo sindacale, ma non è affatto escluso che possa ben essere inserito in un accordo relativo ad una procedura collettiva di riduzione di personale, soprattutto in un momento in cui, a partire dal 1° gennaio 2017, è venuta meno l’indennità di mobilità ed un eventuale ticket licenziamento “costa” il doppio, a partire dal 1° gennaio 2018, per le imprese che ricadono nel campo di applicazione della integrazione salariale straordinaria. Potrebbe rappresentare per un’impresa in CIGS che, presumibilmente, avrà problemi di eccedenza alla fine del trattamento di integrazione salariale, un ulteriore strumento a disposizione, da affiancare a quello che, ex art. 24-bis, del D.L.vo n. 148/2015, consente la ricollocazione incentivata di altri dipendenti al termine dell’iter che vede coinvolti i servizi per l’impiego, le Agenzie di Lavoro e gli Enti accreditati;
non c’è una scadenza temporale per l’inizio dell’APE aziendale (fatti salvi i limiti generali che in questa fase “non strutturale” terminano il 31 dicembre 2019);
non ci sono i costi a carico del datore di lavoro, previsti dall’art. 4 della legge n. 92/2012 (costi del trattamento pensionistico fino alla maturazione della pensione di vecchiaia od anticipata, contribuzione figurativa calcolata sulla media dell’ultimo quadriennio di retribuzione, costo della fideiussione bancaria);
il costo dell’APE aziendale è, nella sostanza, modulabile (secondo l’accordo individuale sottoscritto) e non presenta alcun costo fideiussorio;
l’APE aziendale non è vincolata come nei contratti di solidarietà espansivi, riformulati dal decreto legislativo n. 185/2016, da vincoli dettati da accordi sindacali (tra l’altro, difficili da ottenere atteso che vanno ad incidere, negativamente, sui lavoratori già in forza) e da obblighi di nuove assunzioni strettamente correlate alla riduzione dell’orario degli altri lavoratori in forza;
l’APE aziendale si presenta più favorevole rispetto al part-time agevolato previsto dalla legge n. 208/2016 in quanto per il datore non c’è l’obbligo di mantenere in servizio il dipendente “pensionando” attraverso un rapporto a tempo parziale.
GPS: Autorizzazione no? [E.Massi]
Le novità introdotte con l’art. 23 del D.L.vo n. 151/2015 che ha completamente cambiato il vecchio art. 4 della legge n. 300/1970 si concentrano, soprattutto, sui commi 2 e 3,
Sul finire del 2018, il Legislatore, attraverso l’art. 44 del D.L. n. 109/2018, convertito, con modificazione, nella legge n. 130, sia pure in maniera non strutturale (ossia, fino al 2020),