Source: https://www.diritto.it/arbitrato-aspetti-istruttori-spese-arbitrali/
Timestamp: 2020-05-28 05:37:04+00:00
Document Index: 47893697

Matched Legal Cases: ['art. 816', 'art. 819', 'art. 816', 'art. 816', 'art. 816', 'art. 829', 'art. 816', 'art. 213', 'art. 819', 'art. 2702', 'art. 819', 'art. 255', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 829', 'art 39', 'art. 819', 'art. 295', 'art. 819', 'art. 50', 'art. 819', 'sentenza ', 'art. 814', 'art. 825', 'art. 829', 'art. 823', 'art. 814', 'art. 814', 'art. 1349', 'art. 814', 'art. 816', 'art. 816']

Istruttoria e spese nel procedimento di arbitrato
di Lucio A. de Benedictis
E’ noto che l’arbitrato è un modo di risolvere una controversia alternativo alla giurisdizione statale su investitura delle parti che con una clausola contrattuale o compromissoria hanno scelto questa modalità di definizione della loro lite normalmente al fine di definire la controversia ed ottenere una pronunzia in tempi rapidi.
Le prime due domande sono imposte dalla scarna disciplina del codice di rito in materia di arbitrato. Il codice, infatti, dedica – nel capo 3° del titolo 8° dei procedimenti speciali di cui al libro 4° – poche norme per disciplinare l’arbitrato precisamente le norme dall’art. 816 all’art. 819 ter c.p.c.
Da tali norme, ed in particolare dall’inciso del 1° co. dell’art. 816 bis c.p.c. («gli arbitri hanno facoltà di regolare lo svolgimento del giudizio e determinare la lingua dell’arbitrato nel modo che ritengono più opportuno») emerge chiaramente la assoluta libertà di forme che ispira l’arbitrato che lascia liberi gli arbitri – se le parti in caso di arbitrato contrattualmente previsto o non l’abbiano fatto in sede di compromesso – sia di dettare le regole di procedura, sia di stabilire la sede dell’arbitrato, nonché la lingua (per gli arbitrati internazionali) nel modo ritenuto più opportuno, delegando financo uno dei suoi componenti (art. 816 ter), senza però precisare l’ambito della delega e se la decisione sull’ammissione delle prove debba essere collegiale o possa essere propria dell’arbitro delegato.
Infatti il primo comma dell’art. 816 ter c.p.c. deroga al principio della collegialità, non essendo specificato se la delega inerisca a singoli atti istruttori, o all’intera attività istruttoria
E questa è la caratteristica più rilevante dell’arbitrato: decidere di adire la giustizia arbitrale significa volere ed accettare che una decisione sorga – nel contraddittorio reciproco ed inviolabile – non da regole processuali, ma esclusivamente da regole contrattuali e dall’applicazione del diritto in senso lato in cambio di una maggior celerità di definizione, secondo le modalità dettate dagli arbitri Parliamo ovviamente di arbitrato rituale e di decisione secondo diritto.
La Suprema Corte (Cass. civ. Sez. I, 31/01/2007, n. 2201 ) è abbastanza pacifica nel ritenere che «La previsione di nullità del lodo per violazione del contraddittorio, di cui all’art. 829, n. 9, c.p.c., ha un’autonoma valenza allorquando le parti, nella libertà di plasmare le forme di svolgimento dell’arbitrato, hanno posto un limite al rilievo giuridico delle nullità formali. Per l’inverso, non può farsi discorso di autonoma configurabilità del vizio in questione quando, nel fissare le regole processuali del giudizio arbitrale con il compromesso, le parti hanno previsto l’applicazione delle rigorose forme del processo ordinario, essendo evidente ha rilievo, già da questa scelta delle forme attraverso cui condurre gli arbitri al giudizio, che, ai fini di una declaratoria di nullità del lodo, ha rilievo la violazione di tutte quelle prescrizioni formali del codice di rito civile che in varia guisa tutelano e garantiscono il principio del contraddittorio, venendo per tale via sanzionate da quel tipo di effetto»
L’art. 816 ter c.p.c. indica espressamente tra i mezzi di prova la testimonianza, la consulenza tecnica e l’ordine alle parti o a terzi di esibizione, o di consentire un’ispezione o chiedere informazioni alla P.A. ai sensi dell’art. 213 c.p.c., ma è sicuramente ammissibile anche l’interrogatorio formale, (per cui l’eventuale confessione avrà valore di prova).
Non è poi possibile pronunziarsi sul falso di documenti, dovendo gli arbitri astenersi dal decidere, sospendendo il processo ai sensi dell’art. 819 bis, n. 2 c.p.c. atteso che «solo con la querela di falso è possibile togliere all’ intera dichiarazione la forza probatoria che l’art. 2702 citato attribuisce alla scrittura privata riconosciuta» (Cass. 11 marzo 1982, n. 1583) e nel procedimento per querela di falso vi è l’obbligatorio intervento del PM che certo non può partecipare ad un procedimento privato .
Tuttavia, è stato ritenuto che sia consentita agli arbitri la verificazione di scrittura privata (così Danovi, L’istruzione probatoria nella nuova disciplina dell’arbitrato rituale, in RDPr, 2008, 38 che ritiene il relativo giudizio ammissibile a seguito della caducazione di ogni parametro della transigibilità della materia essendo arbitrabile ogni controversia che consenta la disponibilità della questione dedotta).
La verificazione infatti, (v. Liebman – Manuale di Diritto Processuale Civile) consiste in una «domanda accidentale di accertamento della genuinità della scrittura» (con conseguenziale esclusione della possibilità della querela di falso avverso una scrittura già verificata) ed ha lo scopo di valutare – a fini probatori – la provenienza o meno della dichiarazione al sottoscrittore che deve essere ovviamente una delle parti dell’arbitrato. La verificazione, quindi, non tende ad un giudicato, bensì solo a far realizzare gli effetti probatori di quel documento di cui si chiede tenersi conto ai fini del decidere. In tal senso la stessa è ammissibile, atteso che l’art. 819 bis c.p.c. esclude la decisione solo sulle materie che non possono essere oggetto di convenzione di arbitrato ed il mero rilievo probatorio non ha indubbiamente efficacia limitante della potestas iudicandi dell’arbitro
Il teste, poi, può (e nella prassi spesso lo fa) rifiutarsi di comparire innanzi agli arbitri. In tal caso l’elemento di novità della legge del 2006 è data dal fatto che gli arbitri possono chiedere al Presidente del Tribunale della sede dell’arbitrato l’ordine di comparizione davanti agli arbitri medesimi del testimone che si rifiuta di comparire spontaneamente. La legge delega ha anche previsto «adeguate forme di assistenza giudiziaria» che in mancanza di disposizione espressa, la dottrina ha ravvisato nell’art. 255 c.p.c. (accompagnamento per rendere effettiva la fase istruttoria ma non sanzione connessa a poteri pubblicistici). In tal caso, il termine per la pronuncia del lodo è sospeso dalla data dell’ordinanza alla data dell’udienza fissata per l’assunzione della testimonianza
La decisione del Tribunale fu la seguente: «Le attività demandate agli arbitri si svolgono in esecuzione di un rapporto di mandato e hanno identica natura nell’arbitrato rituale e in quello irrituale, pur essendo diverso il risultato finale, dato che solo il provvedimento terminale dell’arbitrato irrituale ha natura di contratto, sicché non sussiste alcun motivo per ritenere che tutta la normativa contenuta nel titolo ottavo del c.p.c. sia inapplicabile a tale tipo di arbitrato, essendo al contrario necessario procedere all’esame dei singoli articoli, onde individuarne il contenuto sostanziale e quindi l’eventuale applicabilità all’arbitrato irrituale.»
Infine, in caso di rifiuto a deporre o in caso di falsa testimonianza, la dottrina ha ritenuto che non possano trovare applicazione le sanzioni penali previste dagli artt. 366 e 372 c.p. non essendo il collegio arbitrale assimilabile ad un’autorità giudiziaria (La China, L’arbitrato. Il sistema e l’esperienza, 2ª ed., Milano, 2005, 134).
Sul punto, però, si richiama, in materia di arbitrato internazionale e di applicazione del regolamento di giurisdizione (art. 41 c.p.c.), la recente pronunzia della Suprema Corte a Sez. Unite (Ordinanza, 13/06/2017, n. 14649 a conferma della precedente sentenza, sempre a Sez. U. 25/10/2013, n. 24153 e delle successive del 20/1/2014, n. 1005 e 21/6/2016, n. 13725) che ha statuito che «In presenza di una clausola compromissoria di arbitrato estero, l’eccezione di compromesso, attesa la NATURA GIURISDIZIONALE e sostitutiva della funzione del giudice ordinario da attribuirsi all’arbitrato rituale in conseguenza delle disciplina complessivamente ricavabile dalla l. n. 5 del 1994 e dal d.lgs. n. 40 del 2006, deve ricomprendersi, a pieno titolo, nel novero di quelle di rito, dando così luogo ad una questione di giurisdizione e rendendo ammissibile il regolamento preventivo di cui all’art. 41 c.p.c.».
Per quanto concerne, invece, la consulenza tecnica, non vi sono limitazioni particolari se non l’obbligo – insito in tutto lo svolgimento del processo arbitrale – del rispetto del principio del contraddittorio. Unica particolarità che sento di evidenziare è quanto dedotto da Cass. civ. Sez. I, 07/06/1989, n. 2765 che dispone che: «Nell’ordinamento processuale vigente, gli arbitri rituali, tenuti a decidere secondo diritto in assenza di una clausola che autorizzi la pronuncia secondo equità o che escluda l’impugnabilità del lodo (art. 829, ult. comma, c. p. c.), non hanno il potere di affidare ad un consulente tecnico d’ufficio l’incarico di fornire al collegio giudicante la soluzione di quesiti giuridici ai fini della decisione della controversia». Trattasi di una pronunzia su un caso limite in cui il collegio arbitrale – non composto da esperti in materie giuridiche – aveva ritenuto di nominare c.t.u. un avvocato – che aveva poi redatto sostanzialmente un parere pro veritate sulla base del quale era stato redatto il lodo. La Suprema Corte ha affermato la legittimità del ricorso al consulente legale quale ctu, pur negando al tempo stesso che una decisione possa fondarsi su tale parere : «si deve considerare, pertanto, erronea l’affermazione della corte d’appello, secondo la quale le parti, dopo aver deciso di rivolgersi a giudici privati attraverso la scelta di persone non versate nel diritto, non possono negar loro la facoltà di avvalersi di un consulente legale».
Sicuramente la pendenza del giudizio arbitrale non produce l’effetto della litispendenza atteso che l’art 39 c.p.c.), non è richiamato nel secondo comma dell’art. 819 ter c.p.c., per cui volta iniziato l’arbitrato, soltanto gli arbitri hanno il potere di decidere sulla propria competenza, né può determinare sospensione del processo civile ex art. 295 c.p.c., proprio perché l’arbitrato è un fenomeno privato fino alla sottoscrizione del lodo.
Va però richiamata la pronunzia della Corte Costituzionale (C.Cost. 19/7/13 n. 223) che ha dichiarato che «L’art. 819-ter, comma 2, c.p.c. è costituzionalmente illegittimo nella parte in cui esclude l’applicabilità ai rapporti tra arbitrato e processo di regole corrispondenti all’art. 50 c.p.c. per contrarietà agli artt. 24 e 111 Cost., in quanto nell’ambito di un ordinamento che riconosce espressamente alle parti la possibilità di tutelare i propri diritti anche ricorrendo agli arbitri, la cui decisione ha l’efficacia propria delle sentenze dei giudici, l’errore compiuto dall’attore nell’individuare come competente il giudice piuttosto che l’arbitro non deve pregiudicare la sua possibilità di ottenere, dall’organo effettivamente competente, una decisione sul merito della lite»
Concludo la parte processuale di questo breve e sommario excursus citando l’ultimo comma dell’art. 819 ter c.p.c. che inibisce eventuali azioni pretestuose e impedisce che, in pendenza del procedimento arbitrale, siano proposte domande giudiziali, aventi ad oggetto l’invalidità o l’inefficacia della convenzione di arbitrato, mentre nulla è disposto ove tali azioni siano proposte prima della domanda di arbitrato . La riforma, infatti, non si è occupata del caso inverso, cioè se tali domande siano state proposte innanzi al G.O. prima di adire l’arbitro, ma qui la giurisprudenza ha ritenuto «inammissibile la domanda giudiziale volta all’accertamento della portata e dei limiti di una clausola compromissoria per arbitrato irrituale senza contemporanea proposizione di una controversia “sostanziale”, in quanto la conseguente sentenza non è sorretta da un interesse ad agire sufficientemente concreto e attuale» (App. Milano, 10/04/2001 che richiama Cass. 3167/57-334/66-3361/91)
Le spese nel giudizio arbitrale
La norma base da cui partire è l’art. 814 c.p.c. che dispone che «Gli arbitri hanno diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera prestata, se non vi hanno rinunciato al momento dell’accettazione o con atto scritto successivo. Le parti sono tenute solidalmente al pagamento, salvo rivalsa tra loro. Quando gli arbitri provvedono direttamente alla liquidazione delle spese e dell’onorario, tale liquidazione non è vincolante per le parti se esse non l’accettano. In tal caso l’ammontare delle spese e dell’onorario è determinato con ordinanza dal presidente del tribunale indicato nell’articolo 810, secondo comma, su ricorso degli arbitri e sentite le parti. L’ordinanza è titolo esecutivo contro le parti ed è soggetta a reclamo a norma dell’articolo 825, quarto comma. Si applica l’articolo 830, quarto comma.»
La novità di tale norma, rispetto alla disciplina previgente alla legge n. 40/06 è data dalla possibilità per le parti di opporsi alla liquidazione delle spese e dell’onorario, effettuata dagli arbitri e liquidata dal presidente, con la proponibilità del reclamo a norma dell’art. 825, 4° co. (reclamo da proporsi entro trenta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza
Al pari della disciplina previgente la liquidazione effettuata dagli arbitri non vincola le parti e tanto anche con riferimento ad obbligazioni parziarie: Cass. 27/3/17 n. 7772 ha chiarito che: «In tema di obbligazione per il pagamento del compenso arbitrale, l’autoliquidazione degli onorari da parte degli arbitri, che è fonte di obbligazione nella sola ipotesi in cui essa sia accettate da entrambe le parti, può dar luogo anche ad obbligazioni parziarie ove i debitori abbiano accettato (anche per facta concludentia) la divisione dell’obbligazione originaria in due (o più) obbligazioni di diversa entità, ciascuna posta a carico delle parti di quel giudizio, corrispondenti a diverse frazioni aritmetiche del tutto, ove le stesse si siano limitate a contestare il solo ammontare complessivo del credito degli arbitri, davanti ai giudici dello Stato, riconoscendo sia la sussistenza dell’obbligazione di pagamento sia la sua misura frazionaria»
Sostanzialmente quindi la liquidazione effettuata dagli arbitri (rectius autoliquidazione) ha il valore di mera proposta e deve essere accettata esplicitamente o implicitamente dopo la liquidazione, non essendo valida un’accettazione preventiva della liquidazione in quanto non è ammissibile accettare una proposta di cui non si conosce il contenuto (Andrioli, Commento al codice di procedura civile, IV, Napoli, 1964, 820).
La liquidazione prescinde dal deposito del lodo («La procedura di liquidazione dell’onorario spettante agli arbitri e di rimborso delle spese non è subordinata alla produzione di un lodo esecutivo, ma è sufficiente la mera redazione di un lodo, ancorchè non esecutivo per mancato deposito o rifiuto di esecutività per nullità dello stesso» – Cass. 17/10/1996, n. 9074 ) ed è anche insensibile ad eventuali dichiarazioni di nullità del lodo stesso, salvo la carenza proprio dei requisiti minimi del lodo («Il principio secondo cui il diritto dell’arbitro al compenso sorge per il fatto di avere effettivamente espletato l’incarico e non viene meno allorquando il lodo sia stato caducato dal giudice perché affetto da uno dei vizi di cui all’art. 829 cod. proc. civ., trova un limite nell’avvenuta effettiva pronuncia di un lodo avente i requisiti minimi previsti dall’art. 823 cod. proc. civ.» – Cass. 28/04/2010, n. 10221 )
Non è regolamentata la disciplina dei compensi di eventuali “ausiliari” degli arbitri, come segretari del procedimento o consulenti tecnici, che dovranno evidentemente intraprendere giudizio ordinario ove le liquidazioni non siano inglobate nei compensi arbitrali accettati dalle parti.
Infine il procedimento di cui all’art. 814 c.p.c. non si applica agli arbitrati irrituali («Il procedimento speciale di liquidazione delle spese e degli onorari degli arbitri, previsto dall’art. 814 cod. proc. civ. per l’arbitrato rituale , non è applicabile, nemmeno in via analogica, all’arbitrato irrituale, in quanto quest’ultimo è sfornito dell’elemento che caratterizza l’arbitrato rituale, ossia l’attitudine a divenire “sentenza” a seguito del deposito del lodo e posto che il compenso dovuto agli arbitri irrituali non si connota come spesa ma come debito “ex mandato”, per l’adempimento coattivo del quale è attivabile un ordinario giudizio di cognizione» – Cass. 31/3/06 n. 7623 – conf. App. Venezia 03/01/2012 – contra Cass. 03/09/2004, n. 17808)
E’ stato anche – nella disciplina previgente – ritenuto possibile rimettere la liquidazione all’Ordine («In tema di arbitrato, qualora il lodo preveda che la quantificazione del compenso degli arbitri sarà effettuata dal Consiglio dell’ordine degli avvocati, l’accettazione del lodo integra una convenzione tra le parti, riconducibile all’art. 1349 c.c., che determina l’inapplicabilità dell’art. 814 c.p.c.» – Cass. 05/08/2016, n. 16594 ), mentre la giurisprudenza di merito (T. Verona 26/6/15, in IlCaso.it) ha ritenuto ammissibile anche il procedimento monitorio o quello sommario di cognizione
Più interessante è invece il nuovo art. 816 septies c.p.c., secondo il quale «Gli arbitri possono subordinare la prosecuzione del procedimento al versamento anticipato delle spese prevedibili. Salvo diverso accordo delle parti, gli arbitri determinano la misura dell’anticipazione a carico di ciascuna parte.»
L’interesse riviene dal fatto che nella prassi spesso la parte che non vuole la pronunzia arbitrale o mira a dilatare nel tempo la decisione, non versa la somma richiestagli ed il secondo comma dell’art. 816 septies c.p.c. dispone che «Se le parti non provvedono all’anticipazione nel termine fissato dagli arbitri, non sono più vincolate alla convenzione di arbitrato con riguardo alla controversia che ha dato origine al procedimento arbitrale.»
Ebbene, certamente la norma non riguarda i compensi degli arbitri (né ovviamente gli acconti) «poiché gli arbitri non hanno il potere di vincolare le parti e le conseguenze che se ne potrebbero trarre dal mancato pagamento sono particolarmente gravi, qualora si applicasse la medesima disciplina prevista per le spese prevedibili» (Luiso, in Luiso, Sassani, La riforma del processo civile, Milano, 2006, 295), ma solo le spese, cioè quelle di segreteria o dei consulenti tecnici, le spese di viaggio (ad es. per raggiungere la sede dell’arbitrato).
Tuttavia, proprio perché la prestazione degli arbitri è inquadrabile nell’ambito del mandato, non è possibile per gli arbitri – unilateralmente – sospendere o interrompere il termine per la pronunzia del lodo, salvo il caso della rinunzia per giusta causa.
di Mercuro Edoardo 19 giugno 2018
di Mancuso Rosanna 4 luglio 2018