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Timestamp: 2020-07-10 02:03:46+00:00
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Intervento alla Maratona Oratoria Indetta dall'U.C.P.I. - per la verità sulla prescrizione - News e Sentenze - Avvocato Livia Rossi
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Quando Carlos arrivò in Italia era poco più che un ragazzo. Arrivava dal Sud America alla ricerca di un lavoro che gli consentisse di vivere in maniera dignitosa e di aiutare la numerosa famiglia rimasta nel suo Paese.
Per 15 anni ha onestamente lavorato come collaboratore domestico. Nel frattempo, si è sposato, ha messo su famiglia, i suoi figli sono cresciuti.
Nell’anno 2002 esplode una bomba nella sua vita: viene arrestato con la più infamante delle accuse: Atti sessuali con persona minore.
Rimane in carcere, in custodia cautelare, circa un anno, viene poi liberato nel corso delle lungaggini che il processo ha richiesto.
La sentenza di primo grado arriva nel 2004: assoluzione piena. Nel frattempo, Carlos ha perso il lavoro e non riesce a trovarne un altro.
Nel 2009 (sono passati 7 anni dai fatti) la Corte d’appello ribalta il verdetto: condanna, con una motivazione assolutamente inconsistente, ma non è questo che ci interessa ora.
Ci interessa che nel 2010 la Cassazione ha annullato quella sentenza di condanna e ha rimesso gli atti alla Corte d’Appello per nuovo giudizio
Nel 2013 la Corte d’appello ha pronunciato sentenza di piena assoluzione, poi confermata definitivamente dalla cassazione nell’anno 2015.
13 anni di processo, 13 anni di un carico pendente per un addebito orribile che ha impedito a Carlos di vivere una vita normale, di trovare un lavoro.
Giuseppe è un imprenditore, plurilaureato, brillante nel lavoro. Forse un po’ troppo sicuro di sé, i successi conseguiti lo portano a sentirsi quasi invincibile. Ad un certo punto scivola, è l’anno 2009, viene arrestato con l’accusa di essere a capo di una associazione per delinquere finalizzata a commettere reati di natura finanziaria, già operante tempo. Dopo un periodo di custodia cautelare viene scarcerato per decorrenza dei termini.
Nel 2013 la sentenza di primo grado, condanna ad 12 anni di reclusione.
Sentenza d’appello nell’anno 2017, pena ridotta a 10 anni.
Conferma definitiva della sentenza in Cassazione nell’anno 2019.
Giuseppe ora è in carcere. Ma sono passati 10 anni dall’inizio del processo, 15 dall’inizio dell’indagine. E’ invecchiato, soffre di una grave patologia per cui non è possibile essere adeguatamente curati in carcere. Nelle morae del processo aveva trovato un altro lavoro, onesto, si era costruito una nuova vita accanto ad una nuova compagna. Era un’altra persona rispetto all’uomo che aveva commesso quegli illeciti.
Francesco, insieme a suo padre, era il titolare di un’impresa edile. Un giorno, nell’anno 2008, suo papà rientrava da un cantiere a bordo del suo furgone, è stato preso in pieno, violentemente, da un grosso autoarticolato ed è morto. Per Francesco, oltre al gran dolore, anche un gran problema e un grave danno, perché suo padre era il motore di quell’impresa familiare che, dopo la sua morte, è entrata in crisi.
Francesco decide ovviamente di costituirsi parte civile nel processo a carico del conducente del mezzo.
Ma la fase delle indagini dura un’eternità.
La sentenza di primo grado si avrà solo nel 2017, 9 anni dopo il fatto. Viene riconosciuto a Francesco il diritto al risarcimento del danno che però non può essere materialmente preteso prima che si arrivi alla sentenza definitiva di condanna.
Nel 2019 la Corte d’Appello ha confermato la sentenza di condanna (e siamo a 11 anni dal fatto). È stato proposto ricorso in Cassazione, passerà altro tempo, non si può escludere un rinvio alla Corte d’Appello, un tempo interminabile. E Francesco è sempre lì che aspetta di avere un ristoro per il danno che ha subito e dal quale non si è mai ripreso.
In tutti e tre i casi si tratta di fatti per cui la legge prevede già un termine di prescrizione lunghissimo (Atti sessuali con minore, 60 anni, associazione per delinquere 10 anni, omicidio stradale 17 anni e sei mesi). E proprio per questo i relativi processi hanno richiesto tanto tempo per la celebrazione. Perché la calendarizzazione dei processi, la priorità di celebrazione viene data a quelli che hanno prescrizione più imminente. Abolendo la prescrizione non ci sarà più nemmeno questo stimolo a determinarne la fissazione e accadrà che situazioni come queste varranno per tutti i processi, anche per quelli che ora prevedono un termine di prescrizione più breve.
Noi non difendiamo la prescrizione, noi non siamo contro la tanto sbandierata certezza della pena che è però un principio che deve essere speculare a quello della ragionevole durata del processo perché se così non fosse la pena diventerebbe ingiusta non rispondendo più al principio costituzionale che la intende non solo come retribuzione ma anche quale strumento di rieducazione e recupero alla vita sociale. E di quale rieducazione si può parlare quando la pena sopraggiunge dopo decenni dalla commissione del fatto?
Noi non difendiamo la prescrizione. Noi non vogliamo che gli imputati vivano per anni ostaggio del processo, senza essere in grado di programmare la propria vita. Non vogliamo che le persone offese rimangano appese a un filo per decenni in attesa di vedere soddisfatte le loro pretese.
Noi non difendiamo la prescrizione. Vogliamo che i processi vengano celebrati celermente, che i condannati scontino le pene irrogate nel momento in cui la pena stessa può ancora rispondere alla propria funzione rieducativa; che l’assoluzione degli innocenti venga affermata in tempo utile a restituire loro la dignità umana e sociale cui hanno diritto; che il ristoro delle persone offese intervenga secondo tempi per cui possa effettivamente considerarsi tale.
Noi non difendiamo la prescrizione in quanto tale, ma se il sistema non riesce a garantire la celebrazione del processo in tempi ragionevoli, la prescrizione diventa un principio di civiltà giuridica che, precludendo la pendenza infinita del processo, evita il pericolo di abuso dello Stato sul cittadino.
Intervento pubblicato sulla rivista CentoUndici della Camera Penale di Roma - Gennaio 2020.
https://www.camerepenali.it/cat/10303/centoundici_la_rivista_della_camera_penale_di_roma_.html