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Timestamp: 2018-12-14 02:56:37+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 1415', 'art. 76', 'sentenza ']

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Accertamento sintetico e simulazione
Pubblicato su 17 Nov 2014 di Studio Duchemino
Una pronuncia della Cassazione, la n. 21442 del 10 ottobre 2014, ha coerentemente fatto chiarezza su questo punto, cioè sulla possibilità di considerare, ai fini dell’accertamento sintetico previsto dall’art. 38 D.P.R. n. 600/1973, il quale prevede appunto questa tecnica di accertamento fiscale sintetico, non basato su prove, ma solo su indizi, le operazioni fittizie:
[ndr: l’Ufficio] può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile
La norma, anzitutto, prevede il potere di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, la quale può ipotizzare e quindi accertare il reddito del contribuente a partire non da un accertamento concreto basato su prove ed elementi inconfutabili, ma a partire dalle spese sostenute dal contribuente durante l’anno, cioè il periodo di imposta (spesometro). Il principio, ovviamente, è che ad un effettivo insieme di acquisti di beni e servizi, questi sì certi ed identificabili, deve corrispondere una capacità reddituale che li consenta. Ovviamente, il problema si annida nel fatto che la legge tende a generalizzare le situazioni, mentre vi sono casi, come quello analizzato dalla Cassazione con la sentenza citata, nei quali l’accertamento appare infondato, perchè non sussiste realmente quel dato di fatto che dovrebbe essere l’acquisto o il trasferimento di denaro.
Il Supremo Collegio, peraltro, si è già occupato della tassazione di atti nulli e simulati. Ad esempio stabilendo che:
la vendita simulata è soggetta ad imposta di registro come un normale trasferimento di beni, non perché il D.P.R. n. 131/86 “presuma” un trasferimento, ma perché il testo normativo (art. 38) dispone di tassare anche l’atto nullo (che non ha prodotto effetti) (Cass. civ. Sez. VI – 5 Ordinanza, 23/06/2014, n. 14197)
Si aggiunge che la Commissione Regionale Tributaria, a Torino, (Commiss. Trib. Reg. Piemonte Torino Sez. V, Sent., 25-02-2010, n. 25) si era occupata già di un caso di simulazione, in questo caso non riguardante l’operazione economica, ma i soggetti coinvolti: si trattava di una vertenza nella quale l’Agenzia delle Entrate aveva accertato a carico di un soggetto, di fatto amministratore di società, la pertinenza del rapporto tributario invece che in capo alla società amministrata, che costituiva mera interfaccia simulata per frodare il Fisco. Questa decisione fa comprendere come applicandosi l’art. 1415 c.c. II comma, è possibile ritenere che il Fisco, come qualunque soggetto “terzo” rispetto alla simulazione, possa far valere la stessa simulazione e quindi, applicandosi poi la regola della personalizzazione delle sanzioni tributarie, la sanzione veniva irrogata in questo caso contro il soggetto che materialmente aveva agito, piuttosto che contro l’ente, che peraltro conservava e conserva la solidarietà passiva dell’obbligazione sanzionatoria. La simulazione, quindi, ha rilevanza anche verso il Fisco, nel senso che è stata ed è considerata un’operazione fittizia che lascia aperta la possibilità di indagare la reale operazione sottostante, anche a livello soggettivo. Nel caso in esame innanzi la Corte di Cassazione, al contrario, questo principio trova applicazione sotto il profilo opposto, perchè seppure vero che è posta in essere un’operazione fittizia quale il fittizio aumento di capitale al fine di fruire di benefici contributivi, allo stesso tempo non si pone in gioco l’accertamento sul soggetto reale che consegue il vantaggio dall’evasione fiscale, ma siccome l’operazione non esiste nella realtà perchè posta in essere solo sulla carta al fine di conseguire un risultato diverso (la simulazione investe il negozio e non il soggetto, come nell’interposizione fittizia di persona), non è possibile tassare alcunché, anzi è possibile affermare che proprio la nullità e inesistenza dell’operazione denota indiscutibilmente l’inesistenza del reddito che sinteticamente si potrebbe accertare con i metodi induttivi.
Nel diritto, peraltro, si distingue nettamente la simulazione del contratto dal contratto indiretto. La prima non implica alcun reale trasferimento di ricchezza, per cui il trasferimento è “sulla carta” ed è solo simulato, mentre nel caso di contratti indiretti, l’operazione economica avviene realmente, anche se non corrisponde allo schema negoziale voluto dalle parti. Sottospecie del contratto indiretto è quello indiretto e in frode alla legge. Nel caso analizzato, la Cassazione, partendo proprio da questo principio, cioè che nella simulazione non avviene alcun trasferimento reale di ricchezza economica, si occupa del caso di fittizi aumenti di capitale finalizzati unicamente a frodare, di fatto, l’Erario, nel senso di immutare la situazione patrimoniale, tramite versamenti effettuati a titolo di aumento di capitale di società partecipate, al solo fine di rientrare in fattispecie di agevolazione contributiva.
Il quesito posto al Supremo Collegio era, quindi, il seguente:
“se il contribuente possa far valere la simulazione degli atti da lui stipulati al fine di contestare la fondatezza della pretesa creditoria esercitata dall’Ufficio finanziario, che abbia fatto legittimo affidamento sulla realtà apparente posta in essere dallo stesso contribuente attraverso gli atti che si assumano simulati”
Nel testo della norma previgente, quello in sostanza vigente tra la legge n. 413 del 1991 e il d.l. n. 78 del 2010, erano contemplate anche le spese per incrementi patrimoniali, in quanto si diceva, al comma 5, che “qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la stessa si presume sostenuta, salvo prova contraria, con redditi conseguiti, in quote costanti, nell’anno in cui è stata effettuata e nei cinque precedenti”.
Ora, il problema sussiste, invece, quando tali incrementi sono solo apparenti e simulati, ma non esistono nella realtà. La Cassazione aveva già affrontato tale questione con le sentenze Cass. nn. 8665 del 2002 e 5991 del 2006. In sostanza, se il trasferimento non sussiste, perchè è solo simulato, non è possibile considerarlo indice di capacità contributiva non dichiarata al Fisco per l’anno di riferimento. E’ stabilito, infatti, che
tra le prove contrarie è ammessa anche quella che il versamento degli importi contestati non è avvenuto e che, quindi, non sussiste una reale disponibilità economica, essendo questa meramente apparente, per avere l’atto in questione natura simulata.
Articolo redatto da Studio Duchemino – avvocato a Torino, il 17 novembre 2014
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Finita l’era del segreto bancario?
Sembra sia proprio così.
Che la fine del cosiddetto segreto bancario fosse nell’aria non è una novità. A livello globale era iniziata, qualche anno fa, una lunga battaglia degli Stati nazionali contro le concentrazioni di denaro che affluivano nei cosiddetti paradisi fiscali sotto forma di depositi, trust e altro. In molti casi era possibile far uso di carte di credito anonime, prelevando da conti posti nelle isole e nei paradisi fiscali più noti, i quali a loro volta garantivano anche una sostanziale segretezza sull’identità dei depositanti. Lo scandalo del Lussemburgo e degli accordi individualizzati con le multinazionali per una tassazione super-agevolata, che in questi giorni inonda i quotidiani, dimostra che il problema è endemico.
Una delle finalità per cui si combatte questo genere di accorgimenti e scatole cinesi è il fine di dare battaglia all’evasione fiscale transfrontaliera e su estero: la fuga dei capitali, tanto per intenderci. A tal fine il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato che nella sede del Global Forum per la trasparenza e lo scambio di informazioni dell’OCSE tenutosi Berlino il 28 e il 29 ottobre, è stato sottoscritto l’accordo multilaterale per lo scambio automatico di informazioni finanziarie contro l’evasione fiscale internazionale. Obiettivo, la trasmissione, quindi, dei dati dei conti correnti dei cittadini alle varie autorità fiscali, che potranno quindi controllare movimenti, investimenti, tasse e cedolari secche, … .
Alla convenzione internazionale, che va a sviluppare il Common Reporting Standard, elaborato dall’OCSE, parteciperanno almeno 51 Paesi, a partire dal 2017. Qui potete trovare la documentazione di cui si tratta: http://www.oecd.org/ctp/exchange-of-tax-information/automatic-exchange-of-financial-account-information.htm. A fianco al Commong Reporting, vi è il Competent Authority Agreement, avente come obiettivo quello di disciplinare l’oggetto stesso dello scambio di informazioni: cioè cosa potrà essere oggetto delle varie comunicazioni.
Almeno tre sono i punti interessanti dell’accordo, che va a disciplinare un aspetto relativo al contenuto dello scambio di informazioni, ovviamente i soggetti interessati e gli intermediari. Dal punto di vista del contenuto, ogni informazione potrà essere resa nota, nel senso che l’accordo riguarda lo scambio di informazioni relative ai saldi dei conti correnti bancari, ai dividendi percepiti da attività di investimento azionario, dalle cedole obbligazionarie, e da tutte le informazioni relative ai disinvestimenti, dati importanti particolarmente per la questione fiscale, considerati i vari metodi di accertamento utilizzati anche in Italia, quali lo spesometro, i quali valorizzano in fase difensiva del contribuente detti dati, ai fini di giustificare la spesa operata durante l’anno dell’accertamento fiscale. Inoltre, sotto un profilo strettamente soggettivo, saranno interessati le persone fisiche e giuridiche e tutti i soggetti che gestiscono patrimoni, ovvero gli stessi trustee che gestiscono patrimoni segregati ad uno scopo. Infine, anche gli intermediari saranno interessati dallo scambio di informazioni, ivi inclusi i cosiddetti broker, che operano sotto la tecnica operatività di Istituti di Credito nel campo del trading, delle commodity, eccetera.
A Torino si parla da anni, in vari incontri e dibattiti, sia dei fondi patrimoniali, sia delle fondazioni, sia dei trustee che gestiscono patrimoni e la loro tassazione. Sicuramente anche l’argomento del segreto bancario ha tenuto banco nell’ultimo decennio, soprattutto sotto il profilo degli accordi internazionali con la Svizzera finalizzati ad acquisire un numero sempre maggiore di dati circa i conti e i depositi e scongiurare l’evasione internazionale, che è ormai una piaga “di sistema”.
Nel contesto europeo del nuovo accordo, va rammentato che l’Austria ha chiesto un anno di tempo supplementare per adeguarsi alle nuove regole e che lo scambio di informazioni, dal 2017, diventerà automatico. E’ stato fatto, quindi, un consistente passo in avanti nell’integrazione europea, che non può più limitarsi alla libertà di circolare e di fare impresa all’interno del territorio comunitario, ma deve estendersi progressivamente anche all’unitarietà dei sistemi di imposizione fiscale e dei metodi di accertamento dell’evasione, a pena di rendere l’Europa un apparato burocratico inutile.
Articolo redatto a Torino, il 17 novembre 2014, da Studio Duchemino
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Impignorabilità della prima casa: come e quando?
Pubblicato su 8 Nov 2014 di Studio Duchemino
Un tema all’ordine del giorno, a causa della spaventosa crisi economica, è la pignorabilità della cosiddetta prima casa.
C’è da dire, infatti, che lo Stato si mostra spesso poco riguardoso rispetto al bene “casa” e molti cittadini si trovano senza reddito con il rischio di perdere l’immobile su cui hanno investito tutti i risparmi di una vita, principalmente perchè non riescono a pagare il mutuo e contemporaneamente avendo perso il lavoro e non avendo più reddito, sono comunque richiesti di saldare celermente allo Stato le solite tasse e imposte esose che gravano sia sugli immobili, sia sui redditi stessi. Ora, non si vuol con questo dire che sia sbagliato pagare le tasse, ma essendo il livello di imposizione fiscale eccessivo, ovviamente lo stesso Legislatore si è posto il problema di garantire al cittadino medio la sopravvivenza, difendendo l’unico bene che possiede, cioè la casa.
Pertanto, si è parlato di impignorabilità della medesima, a certe condizioni. L’impignorabilità della prima casa significa in gergo che la casa non può essere venduta all’asta, nel corso dell’esecuzione forzata, ma il tutto a certe condizioni.
Il DL 21/06/2013, n. 69 modifica il DPR 29/09/1973, n. 602, in modo che l’art. 76 del DPR 29/09/1973, n. 602 stabilisca che l’agente di riscossione:
a-bis) non dà corso all’espropriazione per uno specifico paniere di beni definiti «beni essenziali» e individuato con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze d’intesa con l’Agenzia delle entrate e con l’Istituto nazionale di statistica;
Intanto sono totalmente esclusi da questo “vantaggio” per il contribuente le abitazioni di lusso e comunque dei fabbricati classificati nelle categorie catastali A/8 e A/9.
Si precisa, quindi, che l’impignorabilità si applica anzitutto se si tratta dell’unico immobile di proprietà del debitore, che quindi non deve possedere altri immobili intestati, quali seconde case, … . Inoltre, tale immobile deve essere utilizzato come effettiva abitazione, nel senso che il cittadino deve abitarvi dentro, avendovi la residenza, cioè la dimora abituale. Questo, perchè l’esigenza tutelata dallo Stato è quella di preservare l’abitazione e non tanto la “prima casa”.
A coronamento del discorso, bisogna ricordare però anche la statuizione del Supremo Collegio, il quale con sentenza Cass. civ. Sez. III, Sent., 12-09-2014, n. 19270 ha affermato l’applicazione immediata, anche alle espropriazioni forzate immobiliari in corso, del principio suddetto relativo all’impignorabilità della prima casa.
Infatti, il ragionamento del Supremo Collegio riguarda la successione delle leggi nel tempo, e precisa che siccome non è stata prevista alcuna normativa transitoria, è evidente che debba applicarsi il principio generale della successione delle leggi nel tempo.
In particolare, afferma la Corte quanto segue:
Anche a Torino, in effetti, gli studi legali si trovano di fronte ad un numero imprecisato di Clienti che hanno commesso l'”errore” di farsi prestare il denaro necessario all’acquisto della prima casa, senza redigere una donazione notarile del denaro necessario all’acquisto e contestualmente avendo una dichiarazione dei redditi molto bassa. E’ evidente che, in situazioni simili, sempre più diffuse a seguito delle dichiarazioni fiscali molto basse di professionisti, imprenditori e soprattutto autonomi, l’acquisto dell’immobile appare ingiustificato alla luce del reddito dichiarato, se non preceduto da donazione in forma solenne del denaro per l’acquisto.
In queste situazioni è giocoforza ritenere che questa norma “copre” la svista dell’acquirente, in quanto se realmente genuino che si tratti della prima casa di abitazione, il fatto di non aver proceduto con una pregressa donazione del denaro per l’acquisto, determinerebbe anzitutto un accertamento fiscale basato su “spesometro”, cioè il meccanismo di accertamento induttivo/sintetico del reddito basato sostanzialmente sulla capacità reddituale dimostrata dal valore degli acquisti intrannuali, e successivamente, soprattutto perchè il processo tributario eventualmente instaurato apparirebbe ormai inutile a causa della mancanza dell’accorgimento, un’esecuzione forzata su immobile gravato da ipoteca per mutuo fondiario. Detto processo determinerebbe la perdita della casa.
Per tornare alla questione dell’applicabilità in ragione del tempo di applicazione della legge, la norma quindi si estenderà a tutti i casi di processi esecutivi in corso.
Articolo redatto a Torino, l’8 novembre 2014, da Studio Legale Duchemino
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