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Timestamp: 2019-11-14 11:46:00+00:00
Document Index: 95611786

Matched Legal Cases: ['art. 1282', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 15', 'art. 18', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 632', 'art. 1830', 'art. 41', 'art. 17', 'art. 1750', 'art. 5', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 122', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 41', 'art. 1282', 'art. 1282', 'art. 1282', 'art. 1282', 'sentenza ', 'art. 1282', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 336', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1282', 'sentenza ', 'art. 1282', 'sentenza ', 'art. 1282', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1218', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 1282', 'sentenza ', 'art. 1282', 'art. 1224', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1224', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1458', 'art. 1282', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1282', 'art. 825', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1282', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1224', 'art. 1282', 'art. 1219', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 789', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 720', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 373', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 480', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1224', 'sentenza ', 'art. 612']

Art. 1282 codice civile - Interessi nelle obbligazioni pecuniarie - Brocardi.it
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Articolo 1282 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1282 Codice civile
Fonti → Codice civile → LIBRO QUARTO - Delle obbligazioni → Titolo I - Delle obbligazioni in generale → Capo VII - Di alcune specie di obbligazioni → Sezione I - Delle obbligazioni pecuniarie
I crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono interessi di pieno diritto [820, 1194, 1224] (1), salvo che la legge [1207, 1825, 2033, 2036] o il titolo [1815, 1825] stabiliscano diversamente.
Salvo patto contrario, i crediti per fitti e pigioni non producono interessi se non dalla costituzione in mora [1219].
Se il credito ha per oggetto rimborso di spese fatte per cose da restituire [1149], non decorrono interessi per il periodo di tempo in cui chi ha fatto le spese abbia goduto della cosa senza corrispettivo e senza essere tenuto a render conto del godimento (2) (3).
(1) Gli interessi corrispettivi sono dovuti anche al creditore di somme concesse a mutuo (1815 c.c.) o lasciate, comunque, a terzi (v. 1782 c.c.).
(2) Ad esempio, Tizio riceve da Caio un immobile in comodato (contratto naturalmente gratuito, v. 1803 c.c.) e vi apporta migliorie, continuando ad abitarvi. Caio dovrà rimborsare a Tizio la somma spesa per le migliorie, ma senza interessi. Ciò in quanto l'uso gratuito è già di per sé un vantaggio e la previsione anche degli interessi comporterebbe un ingiustificato arricchimento (2041 c.c.).
(3) Oltre agli interessi corrispettivi, si individuano, in base alla funzione svolta, gli interessi compensativi, dovuti al creditore nelle obbligazioni di valore quale sorta di compenso per il c.d. danno da ritardo (1277 c.c.) e gli interessi moratori, dovuti dal debitore per il solo fatto di essere in mora (1224 c.c.).
La norma prevede i c.d. interessi corrispettivi che trovano la loro giustificazione nel fatto che il debitore gode di una somma di denaro del creditore.
Fanno eccezione alla regola i crediti per fitti e pigioni poichè essi sono dovuti a corrispettivo del godimento di diritti primari: si è, scelto, quindi, di non creare un'eccessiva difficoltà per questa categoria di debitori.
Altra eccezione è prevista nel comma tre ed è dovuta al fatto che in tal caso il mancato introito degli interessi è una sorta di contrappeso al godimento gratuito del bene.
29 Quella degli interessi è una tipica figura di prestazione la cui importanza ben giustifica una disciplina organica separata dalla disciplina delle prestazioni pecuniarie.
Si è cercato, per quanto era possibile, di unificare il regime degli interessi per debiti commerciali e di quelli relativi a debiti civili; e, mentre si è ritenuto di potere rendere unico il tasso (art. 15) e la decorrenza (art. 17), si è creduto di mantenere la distinzione, per quel che attiene alla forma del patto di interessi in misura ultralegale (art. 15 ult. cpv.) e all'anatocismo (art. 18).
30 Il tasso degli interessi si è stabilito nella misura unica del cinque per cento (art. 15), oggi vigente per la materia commerciale, in considerazione del fatto che la trasformazione della vita produttiva nazionale rende oggi possibile, anche nella sfera dell'attività civile, un impiego del denaro, redditizio allo stesso modo che in quella dell'attività commerciale.
La determinazione del tasso di interessi in una norma del codice non credo che contrasti con la mutabilità delle condizioni economiche generali. Il passato insegna che questa frequente variazione non reclama un mutamento corrispondente nella misura degdi interessi; e difatti il tasso oggi in vigore rimonta alla legge 22 giugno 1905, n. 268, che sorse in un periodo economico molto diverso dall'attuale, e che ridusse soltanto dopo un quarantennio l'interesse maggiore stabilito nel codice civile. Percio ho evitato di predisporre una norma flessibile, che facesse coincidere l'interesse con il variabile tasso legale di sconto, come si fa in alcune legislazioni: una norma del genere renderebbe incerto, in determinate congiunture economiche, il concreto contenuto del debito di interessi.
Per il caso di interessi convenzionali superiori alla misura legale, l'art. 15 richiede che essi debbano, in civile, essere determinati per iscritto, anziché risultare dallo scritto: con tale modifica si è accentuato il carattere essenziale del requisito specifico della scrittura. Questa distinzione tra materia civile e materia commerciale dove va conservarsi, data la più facile possibilità che nella prima l'interesse ultralegale conduca all'usura, un tasso convenzionale maggiore di quello legale può essere, invece, coerente agli scopi speculativi che attua la vita del commercio.
31 Ho tratto dal mutuo, per una applicazione più generale, il principio dell'irripetibilità degli interessi pagati senza essere dovuti e della loro non imputabilità al capitale (art. 16).
Codesta regola mi sembra, infatti, di vasta portata, non essendovi ragione specifica per considerarla propria del mutuo; mentre, in ogni caso in cui, senza obbligo giuridico, si corrisponde un interesse, è chiaro che (seppure non si adempie ad un presunto patto corrispondente) si ha sempre l'animo di compensare il creditore, nonostante la mancanza di un obbligo per la perdita che risente a causa della temporanea privazione del godimento del capitale.
E' stato mantenuto l'estremo della spontaneità del pagamento, che il progetto del 1936 esigeva (art. 632) come condizione della irripetibilita e della non imputabilità al capitale degli interessi corrisposti e non dovuti: questo requisito, ignoto al testo dell'art. 1830 cod. civ., è stato tuttavia richiesto dalla giurisprudenza, per escludere che possano rientrare nel principio i casi di pagamenti fatti per errore, per dolo o per violenza.
L'articolo considera nella nozione di interessi pagati senza essere dovuti, tanto quelli non convenuti quanto quelli eccedenti la misura convenuta; esso contempla anche l'ipotesi che gli interessi siano stati corrisposti in misura ultralegale in base ad una convenzione non risultante dallo scritto.
32 La decorrenza degli interessi è unificata per la materia civile e per la materia commerciale mediante l'estensione dell'art. 41 cod. comm. alla materia civile: l'attuale diversità di regime non è compatibile con lo sviluppo dell'economia na­zionale, che consente a quella che fu detta «la naturale fe­condità del denaro», di produrre i suoi effetti anche all'infuori della sfera commerciale.
L'art. 17 parte, dunque, da una normale corrispettività o compensatività degli interessi, il che vuole significare che questi decorrono indipendentemente dalla colpa del debitore nell'adempimento o nel ritardo, salva l'ipotesi di mora del creditore.
Nei casi in cui il debito non è esigibile prima della costituzione in mora (art. 1750 cod. civ.) è chiaro che gli interessi cominceranno a maturare dal giorno della mora. Per contemplare questa ipotesi a quelle altre in cui la legge regola in modo speciale la decorrenza degli interessi (ad. es.: articoli 355 e 358 cod. comm.; art. 5 legge cambiaria), si sono riservate, nell'art. 17, le diverse disposizioni.
Ma si è anche espressamenta riservata l'ipotesi (molto differente dalle fattispecie considerate negli articoli 502 e 509 cod. civ.), in cui il debito principale ha per oggetto il rim­borso di spese su cose da restituire, e chi ha fatto le spese ha lucrato i frutti della cosa stessa senza essere tenuto a rap­presentarli e senza corrispettivo; allora, se si vuole evitare l'arricchimento, non si deve ammettere un debito di interessi.
33 Si è pure fatta salva, nel primo comma dell'art. 17, la convenzione modificativa della decorrenza legale degli interessi: le parti, quindi, possono stabilire che essi decorrano dalla costituzione in mora, anche se l'adempimento della prestazione deve avvenire entro un termine prefissato. Ciò dimostra che il carattere corrispettivo, o, a second a dei casi, compensativo degli interessi non si oppone alla decorrenza di interessi moratori; il che del resto è espressamente detto nell'art. 122.
Se la convenzione esclude che siano dovuti interessi per il tempo anteriore alla mora, è chiaro che sono dovuti solo interessi moratori; così pure sono moratori quelli, già corrispettivi o compensativi, dovuti nel periodo della mora.
34 Risulta dall'art. 17 un'altra innovazione, perché ho soppresso il requisito della liquidità come presupposto della decorrenza degli interessi. La liquidità.è conseguenza della precisazione quantitativa del debito, e, quando interviene, re­troagisce fino alla data della scadenza: per effetto di questa retroazione si considera che la somma poi determinata era, fin dalla scadenza, capace di produttività effettiva nell'interesse del creditore.
Questa produttività ha giovato, invece, al debitore; ed è vano dire che egli, dovendo essere sempre pronto ad ogni richiesta del creditore, in realtà ha tenuto immobilizzato e non ha utilizzato concretamente l'importo del suo debito. Il debitore avrebbe dovuto offrire e depositare il quantum corrtispondente alla liquidazione che avrebbe potuto fare il giudice; l'omissione dell'offerta e del deposito, impedendo al creditore di conseguire l'importo del suo credito, lo ha privato dell'utilità economica che esso avrebbe tratto dalla somma di danaro corrispondente.
In relazione alla modifica qui illustrata deve intendersi che si comprende nell'art. 17 anche la fattispecie di interessi sul risarcimento del danno da atto illecito. Questo risarci­mento è dovuto fin dal giorno in cui si è consumato l'illecito, in modo che anche dal quel giorno sorge un debito di interessi.
593 Sulla base della naturale fecondità del danaro e per corrispondere al bisogno di incrementare il credito, è stata estesa anche a tutti i debiti civili la disposizione dell'art. 41 cod. comm. circa la decorrenza di diritto degli interessi sui crediti liquidi ed esigibili (art. 1282 del c.c., primo comma). Si è fatta un'eccezione a proposito dei crediti per fitti e pigioni, per i quali gli interessi decorrono dalla costituzione in mora(art. 1282 del c.c., secondo comma): data la causa specifica del debito, si è voluto evitare che la regola generale si risolva in un eccessivo svantaggio per il debitore. Altra eccezione concerne il credito che ha per oggetto il rimborso di spese fatte per cose da restituire; se chi ha fatto le spese ha goduto la cosa senza corrispettivo e senza essere obbligato a rendere conto del godimento, non sono dovuti gli interessi, a fronte e in sostituzione dei quali sta il godimento avuto (art. 1282 del c.c., terzo comma).
Massime relative all'art. 1282 Codice civile
Cass. civ. n. 18292/2016
In tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi, contrariamente a quanto avviene nell'ipotesi di somma di danaro dovuta a titolo di risarcimento del danno di cui essi integrano una componente necessaria, hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi - siano corrispettivi, compensativi o moratori - possono essere attribuiti, in applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., soltanto su espressa domanda della parte.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 18292 del 19 settembre 2016)
Cass. civ. n. 19452/2012
La liquidità e l'esigibilità del credito, necessari perché questo produca interessi ai sensi dell'art. 1282 c.c., possono essere escluse anche da circostanze e modalità di accertamento dell'obbligazione in ragione della natura pubblicistica del soggetto debitore, così che, qualora ai fini della decorrenza degli interessi corrispettivi sia necessario stabilire il momento in cui il credito pecuniario verso la P.A. è divenuto liquido ed esigibile, l'accertamento di tale duplice requisito non può prescindere dal presupposto formale dell'emissione del titolo di spesa che, sia pure alla stregua di una regola di condotta interna della P.A. (che da una norma di legge ripete la sua efficacia vincolante interna), condiziona e realizza il requisito suddetto; tale principio non subisce deroghe quando le operazioni di verifica siano particolarmente semplici e consistano nella ricognizione della valutazione della perdita precedentemente effettuata e nella applicazione del coefficiente di riliquidazione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 19452 del 9 novembre 2012)
Cass. civ. n. 8298/2011
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 8298 del 12 aprile 2011)
Cass. civ. n. 24821/2008
A norma dell'art. 336 c.p.c., la sentenza di riforma resa in grado d'appello pone nel nulla la sentenza di primo grado, che perde efficacia in quanto caducata e sostituita immediatamente — in tutto o nei limiti dei capi riformati — dalla pronuncia di secondo grado; ne consegue che, ove la sentenza di primo grado sia stata riformata in punto di regolazione delle spese processuali, la data della pronuncia di appello — determinando il nuovo assetto degli interessi — segna il momento della nascita del relativo credito in favore della parte vittoriosa, ed è da quel momento (e non dalla data della pronuncia di primo grado) che decorrono gli interessi legali sulla somma liquidata.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 24821 del 8 ottobre 2008)
Cass. civ. n. 4587/2008
Gli interessi compensativi sulla somma portata da una cambiale, ai sensi del primo comma dell'art. 1282 c.c., sono dovuti dalla data della sua scadenza, anche se la cambiale stessa non sia stata presentata per il pagamento né protestata, per il vantaggio che il debitore ritrae nel trattenere presso di sé le somme che avrebbe dovuto versare al creditore per i crediti liquidi ed esigibili; perciò, detti interessi decorrono dalla data in cui il credito è divenuto liquido ed esigibile, senza che, contrariamente agli interessi moratori, sia necessaria alcuna indagine sulla colpevolezza o meno del ritardo nel pagamento e senza che occorra da parte del creditore alcun atto di messa in mora.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4587 del 22 febbraio 2008)
Cass. civ. n. 25365/2006
La liquidità del credito — e cioè la determinazione del suo ammontare in una quantità definita, o la sua determinabilità mediante meri calcoli aritmetici in base ad elementi o criteri prestabiliti dal titolo o dalla legge — è una caratteristica oggettiva sulla quale non incide l'eventuale contestazione da parte del debitore, che attiene all'accertamento del credito stesso, non alla sua consistenza. Pertanto un credito (nella specie da deposito su libretto bancario) fornito di tale caratteristica produce interessi di pieno diritto, ai sensi dell'art. 1282 c.c., ancorché sia contestato dal debitore.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 25365 del 29 novembre 2006)
Cass. civ. n. 5548/2004
Nelle società per azioni, il credito relativo alla liquidazione della quota del socio receduto, essendo liquido ed esigibile, è per ciò solo idoneo a produrre interessi di pieno diritto, a norma dell'art. 1282, primo comma, c.c., senza necessita di alcun atto di messa in mora.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5548 del 19 marzo 2004)
Cass. civ. n. 1930/2003
Nelle locazioni di immobili urbani adibiti ad attività commerciale, l'obbligazione gravante sul conduttore di rilasciare l'immobile alla scadenza e l'obbligazione gravante sul locatore di corrispondergli l'indennità di avviamento commerciale sono legate da un rapporto di reciproca dipendenza, tanto che ciascuna delle prestazioni non è esigibile in mancanza dell'adempimento, o dell'offerta di adempimento dell'altra; ne consegue che gli interessi sulla somma dovuta a titolo di indennità di avviamento commerciale non iniziano a decorrere fínché non è avvenuto il rilascio dell'immobile.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1930 del 10 febbraio 2003)
Cass. civ. n. 1265/2003
In relazione ad obbligazioni pecuniarie, l'obbligo accessorio di corresponsione degli interessi prescinde dalla fonte dell'obbligazione e richiede soltanto l'esistenza di un debito pecuniario liquido ed esigibile, qualunque ne sia l'origine, contrattuale o meno. (Nella specie, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata che aveva respinto la domanda volta ad ottenere la corresponsione degli interessi su una somma riconosciuta a debito fuori bilancio da un Comune, ritenendo che il debito per interessi potesse configurarsi solo in presenza di un'obbligazione principale ex contractu).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1265 del 29 gennaio 2003)
Cass. civ. n. 10428/2002
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10428 del 18 luglio 2002)
Cass. civ. n. 5463/2002
In tema di inadempimento delle obbligazioni pecuniarie, l'accordo con il quale, nonostante il verificarsi della mora debendi, si escluda la spettanza degli interessi, in ragione della riconducibilità dell'inadempimento all'inosservanza di un terzo all'impegno di assicurare la necessaria provvista, integra una deroga convenzionale alla responsabilità del debitore ex art. 1218 c.c., e come tale deve essere da quest'ultimo provato, con riferimento a tutte le circostanze di fatto che ne determinano l'operatività.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5463 del 16 aprile 2002)
Cass. civ. n. 11871/1999
Con riguardo alle somme che le Unità Sanitarie Locali devono rimborsare ai farmacisti per l'assistenza farmaceutica nell'ambito del Servizio Sanitario Nazionale, poiché l'art. 10 dell'accordo nazionale USL-Farmacisti approvato con D.P.R. 15 settembre 1979 prevede che «l'ente erogatore, entro il giorno 25 di ciascun mese, provvede all'effettivo pagamento alla farmacia dell'importo a saldo delle ricette spedite nel mese precedente», il credito è liquido ed esigibile alla scadenza di tale termine da cui decorrono, ai sensi dell'art. 1282 c.c., gli interessi corrispettivi; dato il carattere querable del debito in questione, gli interessi moratori decorrono invece soltanto dalla richiesta di pagamento mediante intimazione atta alla messa in mora.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11871 del 22 ottobre 1999)
Cass. civ. n. 3944/1999
Gli interessi corrispettivi sui crediti liquidi ed esigibili hanno, ai sensi dell'art. 1282 c.c., natura accessoria rispetto al credito vantato, sicché la relativa statuizione (diversamente da quella riguardante il maggior danno ex art. 1224 c.c.) non presuppone un'indagine autonoma rispetto a quella relativa al credito stesso. Ne consegue che il creditore è privo di interesse a chiedere un nuovo ed ulteriore provvedimento che accerti e statuisca in ordine al suo diritto di conseguire detti interessi, in quanto lo stesso provvedimento giudiziale che condanna il debitore al pagamento di somma pecuniaria lo autorizza ad esigere dal debitore, in via esecutiva, anche gli interessi legali che accedono al capitale. (Nella specie, la P.A. era stata condannata al pagamento in favore di un avvocato — distrattore delle spese — di somme di danaro per spese, diritti ed onorari di causa. L'avvocato richiese ed ottenne un decreto ingiuntivo per il pagamento degli interessi corrispettivi su quelle somme. La P.A. rimase soccombente nel giudizio di opposizione. La S.C., sulla base dell'enunciato principio, ha cassato la sentenza impugnata e revocato il decreto ingiuntivo emesso).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3944 del 21 aprile 1999)
Cass. civ. n. 83/1996
La liquidazione del maggior danno che il creditore di una somma di danaro provi di aver subito per effetto del ritardo nel pagamento (art. 1224, comma 2, c.c.) va compiuta dal giudice di merito con riferimento alla data della decisione che chiude il giudizio davanti a sé. La liquidazione determina la trasformazione dell'obbligazione risarcitoria da obbligazione di valore in obbligazione di valuta, che la sentenza rende esigibile, sicché sulla somma risultante dalla liquidazione sono dovuti, dalla data della sentenza, gli interessi al saggio degli interessi legali.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 83 del 9 gennaio 1996)
Cass. civ. n. 5065/1993
Poiché la cosiddetta risoluzione del contratto per mutuo dissenso, a differenza dalla risoluzione per inadempimento, non ha, in difetto di specifica pattuizione negoziale, l'effetto retroattivo che per questa ultima è invece previsto dall'art. 1458, primo comma, c.c., alla stessa non consegue il ripristino delle status quo ante, che deve, anzi, ritenersi implicitamente escluso per effetto della globale valutazione datane dalle parti all'atto dello scioglimento del contratto. Ne consegue che in caso di contratto di compravendita in difetto di contraria pattuizione gli interessi sulle somme dovute in restituzione dalla parte venditrice devono ritenersi compensati dal godimento della cosa che la parte compratrice abbia medio tempore avuto (ex art. 1282 ultimo comma c.c.).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5065 del 29 aprile 1993)
Cass. civ. n. 11786/1990
La condanna al pagamento di somma anche a titolo di (rimborso di) spese processuali, contenuta in una sentenza esecutiva, ancorché non passata in giudicato, presupponendo un credito liquido ed esigibile, autorizza il creditore a pretendere gli interessi corrispettivi (art. 1282 c.c.), dovuti dal debitore indipendentemente dalla sua messa in mora o dall'avvio dell'esecuzione. Tale principio trova applicazione anche con riguardo alla condanna per spese processuali disposta in un lodo pronunciato per un arbitrato rituale, con decorrenza di detti interessi dalla data di dichiarazione di esecutività con decreto del pretore (art. 825 c.p.c.), anche se sia stata proposta impugnazione per nullità del lodo stesso.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11786 del 11 dicembre 1990)
Cass. civ. n. 1904/1983
A seguito dell'accertamento in giudizio del credito originariamente illiquido, la decorrenza degli interessi (corrispettivi) va fissata — in linea di principio e salve ragioni diverse specificamente accertate — con riferimento alla data della domanda giudiziale, per l'effetto retroattivo della sentenza dichiarativa.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1904 del 15 marzo 1983)
Cass. civ. n. 1663/1983
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1663 del 7 marzo 1983)
Cass. civ. n. 3135/1981
Gli interessi sulle somme liquidate a titolo di risarcimento dei danni costituiti da spese occorrenti per riparazioni, non ancora erogate al momento della decisione, decorrono, non dalla data dell'effettivo esborso, bensì dalla pubblicazione della sentenza, perché in tale momento il credito del danneggiato diventa liquido ed esigibile e, quindi, produttivo di interessi.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3135 del 12 maggio 1981)
Cass. civ. n. 1707/1975
Stante l'accessorietà dell'obbligazione di interessi rispetto all'obbligazione principale, qualora trattasi di obbligazione a prestazioni periodiche, quale quella di retribuire il lavoratore subordinato, e le singole prestazioni siano scadute nel corso del giudizio, i relativi interessi decorrono dalle singole scadenze e non dalla domanda giudiziale.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1707 del 3 maggio 1975)
Cass. civ. n. 1667/1973
La norma dell'art. 1282 c.c., riguardante la decorrenza degli interessi di pieno diritto, è applicabile soltanto ai crediti originariamente liquidi ed esigibili di somma di danaro; cioè ai crediti determinati nel loro preciso ammontare o determinabili attraverso un processo di puro calcolo sulla base di elementi aritmetici.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1667 del 9 giugno 1973)
Cass. civ. n. 2030/1971
Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo gli interessi della somma liquidata dalla sentenza, definitiva del giudizio, decorrono dalla data di notificazione del decreto alla parte cui è ingiunto il pagamento e non dalla data del ricorso.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2030 del 26 giugno 1971)
Cass. civ. n. 780/1971
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 780 del 18 marzo 1971)
relative all'articolo 1282 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1282 Codice civile - Interessi nelle obbligazioni pecuniarie | Quesito Q201923190
martedì 16/04/2019 - Lazio
“Un giudice liquida una CTU dieci mesi dopo la richiesta e, ovviamente, dopo il termine della prestazione. Gli obbligati ritardano il pagamento(!). QUESTIONE: da quando decorrono gli interessi moratori? Credo (giustamente o no?) che il credito inizi alla consegna del lavoro (termine della prestazione) ed il suo importo è in linea di massima determinato e noto ancorchè comunque sottoposto al vaglio del giudice. Faccio la seguente ipotesi: due CTU , Tizio e Caio, consegnano il due gennaio il loro progetto di parcella e la richiesta di liquidazione: entrambe chiedono mille euro che il giudce liquida integralmente. Però:il giudice Sempronius liquida Tizio il tre gennaio mentre il giudice Perdigiornus liquida il 30 giugno dello stesso anno. I due clienti pagheranno entrambi il trenta dicembre . Tizio chiede ed ottiene gli interessi di circa 90€ mentre SE Caio non può chiedere gli interessi (perchè la somma è inferiore a 50€) si determinerebbe una disparità di trattamento per i due soggetti. Sbaglio? Grazie Andrea Berardi”
Consulenza legale i 24/04/2019
Gli interessi moratori (art. 1224 del c.c.) sono quelli che spettano al creditore dal giorno della mora (ovvero dal ritardo nel pagamento), anche se non erano dovuti precedentemente e anche se il creditore non prova di aver sofferto alcun danno. Essi sono dovuti, di regola, nella misura legale.
Da essi vanno tenuti distinti gli interessi cosiddetti corrispettivi, previsti dall’art. 1282 del c.c., secondo cui i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi di pieno diritto, salvo che la legge o il titolo stabiliscano diversamente. Gli interessi corrispettivi decorrono, in base al principio della naturale fecondità del denaro, indipendentemente dalla colpa del debitore nel mancato o ritardato pagamento (così Cass. Civ., Sez. I, sent n. 1377/2008: sempre secondo tale sentenza, la richiesta di corresponsione degli interessi, non seguita da alcuna particolare qualificazione, deve essere intesa come rivolta all'ottenimento soltanto degli interessi corrispettivi).
Questa differenza va tenuta presente ai fini della risposta al quesito, in cui si chiede da quando decorrano gli interessi moratori.
Gli interessi moratori sono dovuti, appunto, a partire dal giorno in cui il debitore può essere considerato in ritardo. A tal fine il debitore deve essere costituito in mora; ai sensi dell’art. 1219 del c.c., la costituzione in mora consiste nell’intimazione o richiesta di pagamento fatta per iscritto.
Tuttavia, la richiesta scritta non è necessaria, e la costituzione in mora si verifica automaticamente (mora ex re), in alcuni casi: 1) quando il debito deriva da fatto illecito; 2) quando il debitore ha dichiarato per iscritto di non volere eseguire l'obbligazione; 3) quando è scaduto il termine, se la prestazione deve essere eseguita al domicilio del creditore.
Però, a parere di chi scrive, nel caso in esame sarebbe più corretto parlare di interessi corrispettivi, che prescindono da un colpevole ritardo del debitore, e presuppongono soltanto la liquidità e l’esigibilità del credito. In particolare, un credito è liquido quando è determinato nel suo ammontare, ovvero determinabile per mezzo di un semplice calcolo aritmetico; esigibile quando ne può essere preteso immediatamente il pagamento (senza attendere, ad esempio, la scadenza di un termine o il verificarsi di una condizione).
Risulta evidente che il diritto al compenso del consulente tecnico d’ufficio diviene liquido ed esigibile solo con la liquidazione da parte del giudice (il decreto di pagamento degli onorari costituisce titolo esecutivo).
D’altra parte, anche se si volessero chiedere gli interessi moratori, non si potrebbe considerare in mora il debitore della prestazione (ossia le parti del processo in cui la consulenza è stata espletata) prima della liquidazione da parte del giudice.
In questo caso, la maggiore lentezza nella liquidazione del compenso da parte del magistrato meno “sollecito” è imputabile esclusivamente all’attività del giudice e non può essere fatta ricadere sulle parti obbligate al pagamento (che subiranno, naturalmente, conseguenze negative nel caso in cui omettano o ritardino il pagamento dell’importo liquidato).
Norma di riferimento: Articolo 1282 Codice civile - Interessi nelle obbligazioni pecuniarie | Quesito Q201411501
Antonella D. chiede
sabato 18/10/2014 - Trentino-Alto Adige
“Chiedo cortesemente se potete rispondere a questo quesito.
In una sentenza di Divisione Giudiziale dell' Eredità i miei figli sono stati indicati eredi insieme ad una bambina estranea al nostro nucleo familiare di metà dell'immobile acquistato da me e mio marito in comunione dei beni e da sempre residenza mia e dei miei figli.
Però la sentenza, che non era una sentenza di condanna ma di accertamento, attribuiva a questa bimba il Diritto di avere dai miei figli il pagamento di una somma x che si è rilevata molto più elevata del reale valore dell' immobile (solo metà immobile è caduto in successione).
Anche se dovessimo vendere l'intero immobile, 1/6 di quanto si potrebbe ricavare dalla vendita avrebbe un valore di gran lunga inferiore alla somma indicata in sentenza.
Pertanto il valore che rimarrebbe agli altri eredi sarebbe inferiore a quello attribuito alla bambina.
Ora, con una semplice richiesta al Tavolare, gli Avvocati della bambina hanno ottenuto di fare iscrivere d'ufficio la quota attribuita alla bambina ai miei figli e di iscrivere al Tavolare la prenotazione dell'ipoteca in favore di questa bambina per l'importo in sentenza e hanno anche ottenuto l'attribuzione degli interessi su tale somma (non erano presenti in sentenza).
A me sembra un accanimento ulteriore ed ingiustificato perché i miei figli non hanno tutto quel denaro e perché non siamo riusciti a trovare nessuno disposto ad acquistare l'immobile alla somma della valutazione fatta dal ctu (fin da subito).
Abbiamo poi chiesto alla mamma della bimba e ai suoi Avvocati di trovare loro un compratore disposto a pagare quella somma ma non hanno mai collaborato a trovare un compratore (neppure loro lo hanno trovato).
Ora è evidente che gli interessi rischiano di impoverire ulteriormente le quote dei miei figli e non appaiono giustificati, visto che a complicare le questioni c'è un mercato immobiliare in crisi che rende ancora più improbabile realizzare una somma che già in partenza si è rivelata irrealizzabile.
Razionalmente non credo che sia difficile comprendere l'ingiustizia di ciò, ma esistono delle leggi che possano legare gli interessi ad un danno reale? Oppure vengono applicati senza possibilità di opposizione? Potreste indicarmi tali leggi se esistono? E i miei figli possono opporsi all'attribuzione della quota a loro, oltretutto "supervalutata"? A me sembra che dovrebbero essere risarciti loro (oltre che io) per i danni morali e materiali (oltretutto noi tenevamo a conservare la nostra casa se solo fosse stato possibile) e comunque, neppure vendendo la nostra casa e sottoponendoci quindi a ulteriori spese e disagi potremmo ottenere la cifra della valutazione.
Possibile che la legge si accanisca così su chi è nella nostra posizione?
Ci sono leggi che possono essere citate a tutela dei diritti dei miei figli?
Cosa è possibile fare per equilibrare la situazione?”
Consulenza legale i 23/10/2014
Nel caso in esame, è stato disposto lo scioglimento della comunione ereditaria su un bene immobile, con attribuzione della quota di una degli eredi (la figlia nata fuori dal matrimonio) agli altri due, che ne hanno fatto richiesta di assegnazione, sicché la figlia minore è stata estromessa dalla comunione sul bene, che continua a permanere solo tra la moglie divorziata del de cuius e i suoi due figli.
Di fatto, quindi, non c'è stata una divisione dell'immobile (peraltro non comodamente divisibile), ma un "riassestamento" delle quote con fuoriuscita di un erede.
Il giudice, in sentenza, ha liquidato il conguaglio attribuito alla figlia minore in una somma che supera in realtà il valore di mercato reale della quota stessa, in quanto la stima dell'immobile è stata effettuata dal CTU, come si sostiene nel quesito, fortemente in eccesso.
Innanzitutto va stabilito se la sentenza sia di condanna al pagamento del conguaglio, di mero accertamento della suddivisione del compendio ereditario o di altra natura: se il giudice non ha espressamente dichiarato "condannarsi" la parte al pagamento, è legittimo che il dubbio sorga.
Nel primo caso, la sentenza sarebbe esecutiva per gli importi in essa indicati.
Questo tipo di questione è stato oggetto di alcune pronunce giurisprudenziali. Ad esempio, il Tribunale di Roma, con sentenza dell'8 agosto 2006, premettendo che, attesa la formulazione piuttosto equivoca della sentenza di scioglimento della comunione (il giudice parlava di "attribuzione" ma non di "condanna"), la pronuncia di divisione non conteneva una statuizione di condanna esplicita relativamente al pagamento del conguaglio, ha comunque stabilito: "si ritiene che l'efficacia esecutiva [...] si possa riconoscere, nel caso di una sentenza di scioglimento della comunione che renda esecutivo un progetto di divisione, senza contenere statuizioni di condanna al rilascio della quota in natura detenuta da soggetto diverso dall'assegnatario". Di conseguenza, "il progetto di divisione non contestato, ove reso esecutivo dal giudice ai sensi dell'art. 789 c.p.c., costituisce titolo esecutivo e legittima dunque l'esercizio dell'azione esecutiva per il caso in cui siano rimaste inadempiute le obbligazioni che da esso derivano".
Il fondamento giuridico della decisione sta nel riconoscimento della natura costitutiva della sentenza di scioglimento della comunione nella parte in cui prevede che sia trasferita la titolarità di una quota da un erede all'altro, nonché nell'applicazione del principio, sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, per cui anche le sentenze costitutive, e quindi non solo quelle di condanna, possono essere provvisoriamente esecutive se contengono una condanna implicita, desumibile anche dalla sola motivazione o dalla funzione stessa che il titolo è destinato a svolgere (Cass. civ. n. 1619/2005).
Questa posizione appare condivisibile, e quindi deve ritenersi che la sentenza oggetto del quesito in esame - passata in giudicato per il mancato esperimento dell'appello - sia esecutiva nella parte in cui prevede l'ammontare del conguaglio.
Purtroppo l'unico modo efficace per contestare i valori espressi dal CTU nel suo elaborato peritale sarebbe stato quello di appellare il provvedimento di primo grado, ciò che non è stato fatto.
L'adempimento dell'obbligo di pagare il conguaglio può essere quindi oggetto di una esecuzione forzata, posto che un tale obbligo può essere perseguito dagli altri condividenti "con i normali mezzi di soddisfacimento del credito, restando ferma la statuizione di divisione dei beni" (Cass. civ., sez. II, 24.10.2006 n. 22833).
Quanto alla domanda posta circa la debenza degli interessi sul conguaglio, si premette quanto segue.
Per principio generale ormai unanimamente accolto, in tema di immobili non comodamente divisibili, in caso di scioglimento della comunione, il conguaglio in denaro che ai sensi dell'art. 720 c.c. deve essere riconosciuto a un condividente al seguito dell'attribuzione dell'intero bene ad altro condividente, costituisce debito di valore e va di conseguenza determinato in termini di attualità (Cass. civ., sez. II, 6 aprile 2011 n. 7881). Avendo natura di debito di valore, esso è rivalutabile anche d'ufficio dal giudice; tuttavia questa rivalutazione è dovuta se e nei limiti in cui nel frattempo vi sia stata una apprezzabile variazione del prezzo di mercato del bene tale da comportare una chiara sproporzione nel valore delle quote di cui sono rispettivamente titolari i condividenti e quindi una alterazione della funzione di riequilibrio cui il conguaglio è finalizzato: pertanto la parte ha sempre l'onere di allegare la verificazione di tale evento (Cass. civ., sez II, 3 maggio 2010 n. 10624). La rivalutazione della somma dovuta a titolo di conguaglio, come detto, doveva essere fatta all'interno del giudizio di divisione, eventualmente in appello, ma esso è ormai concluso, e per di più con sentenza passata in giudicato.
Chiarita la natura del conguaglio, v'è da dire che su di esso, trattandosi di un credito in denaro, maturano interessi detti compensativi.
Essi sono dovuti dal momento del passaggio in giudicato della sentenza che ha disposto lo scioglimento della comunione, come chiarito dalla sentenza della Corte di Cassazione del 10.01.2014, n. 406 ("L'anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, quando la statuizione condannatoria è legata all'effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico e non meramente dipendente, come appunto nella specie, in cui il diritto al conguaglio dovuto agli altri comunisti da parte dell'assegnatario sorge nel momento in cui viene a cessare lo stato di indivisione e trova fonte nell'attribuzione ad altro condividente di un bene eccedente la sua quota").
Nel quesito si accenna, infine, alla possibilità per i figli di opporsi all'attribuzione della quota dell'immobile a loro: purtroppo non v'è più modo di farlo, posto che risulta che loro stessi in giudizio ne chiesero l'assegnazione e che, in ogni caso, essi non hanno impugnato la sentenza del giudice di primo grado, che è passata in giudicato.
Norma di riferimento: Articolo 1282 Codice civile - Interessi nelle obbligazioni pecuniarie | Quesito Q201411440
Guglielo chiede
lunedì 13/10/2014 - Veneto
“Si possono applicare gli interessi legali dopo la sentenza di secondo grado, anche se è in corso un ricorso per cassazione da parte delle parti soccombenti e mia ? Occorre eventualmente la messa in mora per farli scattare prima di attivarsi con il decreto ingiuntivo ? Si può considerare un maggior danno per il mancato pagamento dopo la sentenza di secondo grado ?
Le voci della sentenza sono:
1 ) Canoni mancati (La sentenza dice”da calcolare dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso “– calcolati considerando gli interessi legali e ove maggiore tasso di rendimento dei Bot a dodici mesi );
2 ) Spese di lite complessive di iva e CAP ( non vengono indicati interessi legali sul punto );
3 ) Revoca del decreto ingiuntivo ( senza indicare altro ):
4 ) Spese delle CTU nella misura di ¾ a carico delle controparti;
5) Interventi sull’immobile ricavabili dalla CTU nel caso di rinuncia all’obbligo del fare
Nel caso di mancata applicazione degli interessi si può chiedere la rivalutazione monetaria e poi mettere in mora con lettera raccomandata ?
Nel caso dei una transazione posso considerare gli interessi legali in considerazione di quanto sopra esposto ?”
Consulenza legale i 16/10/2014
L'art. 373 del c.p.c. stabilisce che il ricorso per cassazione non sospende l'esecuzione della sentenza: solo su istanza di parte e solo qualora dall'esecuzione possa derivare grave e irreparabile danno, il giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata può disporre con ordinanza non impugnabile che la esecuzione sia sospesa o che sia prestata congrua cauzione.
Quindi, poiché la sentenza di secondo grado è esecutiva per quanto concerne i capi di condanna, difettando un provvedimento di sospensione della sua esecutorietà, sarà possibile fare ricorso diretto al procedimento di esecuzione forzata.
Pertanto, non risulta necessaria alcuna messa in mora, ma si potrà già notificare al debitore il precetto ai sensi dell'art. 480 del c.p.c. (di regola notificato insieme o dopo la notifica del titolo esecutivo, cioè la sentenza munita di formula esecutiva).
Con il precetto, il creditore intima al debitore di pagare quanto stabilito in sentenza entro e non oltre dieci giorni dal ricevimento dell'atto, trascorsi i quali il creditore ha diritto di chiedere il pignoramento dei beni del debitore.
Nel precetto vengono conteggiate tutte le voci previste dalla sentenza, secondo uno schema di questo genere:
1 - x,xx € per capitale (ammontare dei canoni dal giorno in cui si è verificato l'evento dannoso)
2 - y,xx € per interessi (calcolati dal giorno dell'evento dannoso e fino alla data del pagamento effettivo)
per rivalutazione monetaria (cioè il tasso del rendimento medio annuale netto dei titolo di Stato di durata non superiore a dodici mesi)
3 - w,xx € per spese di lite (somma liquidata dal giudice in sentenza, ad es. 1.000,00 € di spese e 4.000 € di compensi per l'avvocato: su questa seconda cifra va calcolata l'IVA - visto che il creditore non è un soggetto passivo IVA - e la CPA, cioè il contributo obbligatorio alla Cassa Forense pari al 4%. La prima cifra è l'ammontare delle spese vive del processo, come il contributo unificato e le spese di notifica degli atti)
4 - z,xx € per spese della CTU, calcolando solo la quota di spettanza delle parti soccombenti: qui non vanno aggiunti gli interessi legali.
L'ammontare della somma richiesta con il precetto sarà data dalla somma di x,xx + y,xx + w,xx + z,xx.
Come si nota al punto 2 l'attore può scegliere se chiedere gli interessi legali o la rivalutazione monetaria, valutando se quest'ultima abbia un ammontare superiore ai primi: la rivalutazione corrisponde al concetto di "maggior danno" di cui all'art. 1224 del c.c..
Va considerato che gli interessi o la rivalutazione vanno corrisposti dal debitore con aggiornamento fino alla data del pagamento effettivo: quindi, maggiore è il ritardo nel pagare, maggiori saranno le somme da dover versare al creditore che ha vinto in giudizio.
Se il debitore non paga entro dieci giorni dalla notifica del precetto, come anticipato, il creditore può agire in via esecutiva, procedendo al pignoramento, iniziando dai beni più facilmente aggredibili e "monetizzabili" (es. conto bancario).
Qualora le parti raggiungessero una transazione, è facoltà del creditore rinunciare agli interessi legali o alla rivalutazione: resta il fatto che egli ha diritto ad averli in base alla sentenza, e quindi la valutazione circa la rinuncia dovrà essere operata con attenzione, verificando che la perdita di questa somma di denaro sia controbilanciata da altri vantaggi (es. l'immediato pagamento in unica soluzione dell'intero capitale, evitando un oneroso procedimento di espropriazione).
Discorso a parte concerne invece la richiesta di adempimento dell'obbligo di fare. Anche in questo caso va notificato, unitamente o successivamente al titolo esecutivo (sentenza munita di formula esecutiva), il precetto.
Trascorsi inutilmente i dieci giorni concessi al debitore per attivarsi, il creditore procedente dovrà depositare ai sensi dell'art. 612 del c.p.c. un ricorso, presso il competente giudice dell'esecuzione, chiedendo di determinare le modalità di esecuzione dell’obbligo e di designare l’ufficiale giudiziario e le persone che vi debbono provvedere.
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