Source: http://www.judicium.it/inesistenza-nullita-spunti-critici-dal-diritto-processuale/
Timestamp: 2018-03-18 00:02:24+00:00
Document Index: 138317389

Matched Legal Cases: ['art. 156', 'art. 291', 'art. 156', 'art. 291', 'art. 307', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 291', 'art. 156', 'art. 291', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 291', 'art. 156', 'art. 291', 'art. 183', 'art. 156', 'art. 164', 'art. 291', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 161', 'art. 37', 'art. 1325', 'art. 111', 'art. 291', 'art. 421', 'art. 111', 'art. 291', 'art. 291', 'art. 435', 'art. 435', 'art. 435', 'art. 434', 'sentenza ', 'art. 2943', 'art. 291', 'art. 2943', 'art. 291', 'art. 291']

“Inesistenza” e “nullità”: spunti critici dal diritto processuale - Judicium
“Inesistenza” e “nullità”: spunti critici dal diritto processuale
Sommario: 1. Premessa. Nullità e inesistenza della notificazione: presupposti e conseguenze. Considerazioni di sistema. – 2. “Qualificazione” dell’atto nullo e “inqualificazione” dell’atto inesistente: critica. La c.d. inesistenza della notificazione quale fenomeno giuridicamente rilevante – 3. Inesistenza materiale della notifica e valutazione giuridica. – 4. Problema: utilità pratica della distinzione tra nullità e inesistenza della notificazione. – 5. Inesistenza e disciplina positiva: in particolare, art. 156, commi 2 e 3, cod. proc. civ. – 6. Inesistenza e rinnovazione ex art. 291 cod. proc. civ. – 7. Inesistenza e spontanea costituzione del convenuto. – 8. Conclusioni.
Di Marcello Mazzuca - 08 marzo 2018
1. Il rapporto tra nullità e inesistenza esprime decisamente (e storicamente[1]) uno snodo tra i più problematici dell’intera teoria dell’invalidità degli atti giuridici.
L’estraneità dell’inesistenza dalle categorie espressamente contemplate dal diritto positivo ha, infatti, tradizionalmente suscitato seri (e mai sopiti) dubbi in ordine alla configurabilità anche soltanto concettuale dell’istituto[2], il quale purtuttavia è ritenuto indispensabile, in talune interpretazioni[3], al fine di attuare una concreta esigenza del sistema: quella di edificare una categoria idonea a conchiudere gli atti (ovvero i “non-atti” [1]) radicalmente incapaci di produrre qualsivoglia effetto giuridico[4].
La complessità delle questioni coinvolte dal tema, che invero si irradia in ogni ambito del sistema giuridico[5], si esprime, con particolare vigore, nell’ambito del diritto processuale[6], il quale segnala la difficoltà degli interpreti di selezionare principi (sempre) condivisi[7], capaci di ordinare le regole espresse dai tribunali in tema, appunto, di patologia degli atti processuali[8].
La copiosa casistica giurisprudenziale è invero testimone, in quest’ultimo contesto, di una notevole conflittualità di interessi, la quale è alimentata dalla varietà delle norme che fissano i requisiti di validità dell’atto processuale[9] e/o delle regole che presiedono alla relativa notificazione.
In particolare, l’interprete riceve un’importante sollecitazione di indagine proprio dal tema della nullità e/o inesistenza della notifica dell’atto, il quale – battuto da tempi ormai risalenti[10], ma continuamente riproposto dalla prassi[11] – merita un’attenzione particolare in virtù delle notevoli differenze scaturenti dai diversi approcci ermeneutici, sul piano della concreta tutela giudiziale degli interessi[12].
Il campo d’indagine prescelto investe, dunque, i presupposti e le conseguenze dell’articolazione dell’invalidità della notificazione nelle due forme della nullità e dell’inesistenza, la quale sembra destinata a resistere, in virtù dei più recenti arresti pretori[13], a qualunque tentativo di negare, in nuce, la fondatezza e, al contempo, l’utilità della distinzione[14].
E così, premessa l’attitudine – per così dire – inclusiva della categoria della nullità[15], l’inesistenza della notificazione sembrerebbe configurabile soltanto – e necessariamente – nell’ipotesi di totale mancanza dell’atto (c.d. inesistenza materiale); ovvero, alla stessa stregua, là dove l’atto, pur materialmente esistente, dovesse risultare privo degli elementi costitutivi essenziali capaci di rendere riconoscibile – sotto il profilo sociale – e qualificabile – sotto il profilo giuridico[16] – l’atto stesso, appunto, come notificazione, sia pure invalida (c.d. inesistenza giuridica)[17].
L’antinomia strutturale dell’atto inesistente rispetto a quello (semplicemente) nullo è corredata, in questi indirizzi, da conseguenze decisamente contrapposte, giacché la notificazione inesistente parrebbe definitivamente inetta a produrre qualsivoglia effetto, sia pure soltanto in via potenziale; e, segnatamente, parrebbe escludere l’operatività di tutte le regole volte ad ammettere, sia pure in ipotesi – soltanto per così dire – eccezionali, l’efficacia della notifica nulla.
E dunque, con particolare riguardo alla sanatoria per raggiungimento dello scopo – ex art. 156 cod. proc. civ. -, la notifica inesistente sembrerebbe assolutamente insuscettibile di recupero, in ossequio all’affermazione a tenor della quale “ciò che non esiste, mai potrebbe raggiungere scopo alcuno”[18]; e, in tale logica sillogistica, neppure la spontanea costituzione del convenuto (e/o resistente) parrebbe sufficiente ad instaurare validamente il contradditorio tra le parti[19].
L’apparente ineccepibilità, sotto il profilo logico[20], di siffatta costruzione potrebbe apparire convalidata, altresì, sotto il profilo sistematico, giacché anche gli atti negoziali in genere – sia pure con voci autorevolmente (e risolutamente) dissonanti[21] – parrebbero sottoposti alla medesima dinamica tra nullità e inesistenza[22], la quale sembrerebbe – oggi come ieri[23] – confermare la assoluta “irrecuperabilità” del c.d. negozio inesistente e, per tale via, negare l’operatività di qualunque strumento di conversione e/o convalida[24].
La disciplina così concepita sembra delineare, tuttavia, taluni profili (se non di contraddizione, quantomeno) di dissonanza con le regole espresse, in tema di rinnovazione degli atti per ordine del giudice[25], dall’art. 291 cod. proc. civ., il quale è ritenuto applicabile[26] anche alle ipotesi di inesistenza della notifica, nonostante il tenore testuale della norma sembri esplicitamente presupporre – qui più che altrove – l’esistenza di un atto, appunto, da rinnovare[27].
L’apparente incoerenza del sistema sembra dunque sollecitare talune considerazioni di respiro problematico, le quali devono essere orientate a verificare la tenuta delle regole sopracitate rispetto all’indirizzo teleologico ed assiologico espresso dal diritto processuale[28], più complessivamente inteso.
2. L’ambizione operativa delle seguenti considerazioni non può esimere dallo svolgimento, in via preliminare, di qualche – pur minima – riflessione di rilievo concettuale.
Nella direzione tracciata è necessario riflettere, innanzitutto, sulla persuasività della costruzione volta a relegare la notifica inesistente nell’alveo della c.d. inqualificazione[29]; val quanto dire dei fenomeni (o, se si vuole, dei non-fenomeni) che si pretenderebbero del tutto estranei alla considerazione dell’ordinamento giuridico[30].
Tale ultima prospettiva è gravemente pregiudicata da un approccio di tipo atomistico, il quale tende a segmentare la valutazione giuridica nei due tratti, cronologicamente e logicamente consequenziali, dell’interpretazione e della qualificazione[31], sì da intendere quest’ultima – ancora una volta[32] – quale criterio fondato sulla sussunzione del fatto all’interno degli schemi pre-fissati del legislatore. In quest’ultima ottica, infatti, la radicale deviazione della notifica inesistente dal modello legale predisposto dal legislatore si dovrebbe giudicare quale ragione sufficiente a giustificarne la “inqualificabilità” e, dunque, la non valutabilità da parte dell’ordinamento.
Di là dalle inevitabili (e forse insuperabili) difficoltà che, in linea generale, ne deriverebbero sul piano della distinzione tra nullità e inesistenza[33], la prospettiva ermeneutica – ampiamente sconfessata dalle migliori indicazioni della dottrina[34] – cede tuttavia, nel caso di specie, dinanzi alle fattispecie concretamente ricondotte alla c.d. notifica inesistente, le quali, lungi dal rifiutare la valutazione dell’ordinamento, al contrario la presuppongono o, comunque, la invocano.
Ed infatti, la disarticolazione della notifica inesistente nelle due “categorie” a) dell’inesistenza storica (o materiale) e b) dell’inesistenza (non a caso) giuridica rende ictu oculi insurrogabile, quantomeno nell’ipotesi di inesistenza giuridica, una valutazione alla luce delle norme dettate, in tema di notificazione, dal diritto processuale, al fine di selezionare la “risposta” dell’ordinamento[35], in punto di disciplina e sia pure in termini meramente negativi.
E così dunque, pur volendo – quantomeno in parte – condividere, sul piano (soltanto) regolamentare, i più recenti indirizzi giurisprudenziali, non sembra in ogni caso revocabile in dubbio che l’insanabilità della notifica effettuata ad opera di un soggetto “incapace” – val quanto dire privo della possibilità giuridica di eseguirla[36] – costituisca senz’altro esito di una valutazione giuridica, prossima al procedimento qualificatorio.
3. Considerazioni diverse potrebbe semmai suscitare l’ipotesi di inesistenza materiale di qualunque pur minimo frammento del procedimento di notificazione[37], là dove, in questo caso, l’inqualificabilità – o, in altri termini, la non valutabilità da parte dell’ordinamento, potrebbe apparentemente rinvenire più solidi argomenti.
Il tenore testuale delle norme dettate in tema di patologia della notificazione e, tra queste, gli artt. 156 e 161 cod. proc. civ., parrebbero tutte presupporre, in qualche misura, una quantomeno minimale realtà fenomenica, la cui totale mancanza potrebbe non soltanto precludere la produzione di qualunque effetto giuridico, quanto persino negare, appunto, la stessa astratta valutabilità del (non)fatto, a cagione dell’inettitudine di esso a delineare qualsivoglia ipotesi di conflitto di interesse e/o ad esprimere una esigenza di tutela purchessia.
Tale conclusione sembrerebbe d’altro canto ratificata anche da considerazioni di immediato rilievo logico, giacché potrebbe risultare quantomeno azzardato predicare la valutabilità della notifica “materialmente inesistente” là dove, con essa, si dovesse immaginare di assorbire, nell’alveo del giuridicamente rilevante, tutto ciò che – si consenta l’espressione quasi elegiaca – mai è stato.
La praticabilità di una tale interpretazione potrebbe ricevere, tuttavia, una ratifica conclusiva soltanto ove risultasse coerente con gli esiti di una valutazione sistematica e funzionale delle altre norme espresse dal diritto processuale, sì da convalidare o disattendere l’esito ermeneutico propugnato alla luce della coerenza (logica ed assiologica) dell’intero complesso normativo.
In tale direzione, un’obiezione capace di confutare la persuasività dell’asserzione sembra invero provenire dalla generale competenza dell’ordinamento a qualificare i fatti e, dunque, dall’attitudine delle norme a valutare non soltanto l’“accaduto” ma anche il “non-accaduto”.
In altri termini, la potenzialità del “non-fatto” (o se, si vuole, dell’evento negativo), a costituire oggetto della previsione normativa, legittima seri dubbi in ordine alla necessaria simmetria, sottesa agli indirizzi criticati, tra inesistenza materiale della notifica e inqualificabilità giuridica.
Pur senza attribuire, alla sintesi seguente, l’ambizione di assumere portata conclusiva, non pare azzardato evidenziare che la rilevanza giuridica del “non-fatto” è – quantomeno – rinvenibile nelle ipotesi in cui a) la disposizione normativa prenda in esplicita considerazione, quale risultato atteso o dovuto, la possibilità che un fatto non si avveri; b) il “non-fatto” costituisca la violazione di un obbligo positivo desunto dalla norma; c) il “non-fatto” sia implicitamente preso in considerazione dalla norma, quale presupposto per la produzione di un effetto “altro”.
Le ipotesi tracciate sembrano invero pienamente riferibili alla dinamica del diritto processuale, il quale predispone un apparato di regole che talvolta delinea l’omessa notifica quale presupposto imprescindibile per l’adozione di provvedimenti giurisdizionali; e talaltra annovera, sia pure implicitamente, l’ipotesi di inesistenza materiale della notifica tra i presupposti legittimanti l’adozione di provvedimenti giurisdizionali.
In particolare, il provvedimento dichiarativo dell’inefficacia del decreto ingiuntivo, ex artt. 644 cod. proc. civ. e 188 disp. att. cod. proc. civ., presuppone esplicitamente l’omissione della notifica del provvedimento di ingiunzione, sino al punto da essere persino non adottabile nelle ipotesi in cui la notifica sia soltanto nulla[38]. Ed ancora, l’inesistenza materiale della notifica dell’atto introduttivo del giudizio è contemplata – sia pure, in questo caso, implicitamente – tra i presupposti che legittimano, o in taluni casi impongono, la cancellazione della causa dal ruolo, ex art. 307 cod. proc. civ.
Tali pur minime considerazioni sono dunque probabilmente già da sole sufficienti a negare la pretesa irrilevanza giuridica dell’omessa notifica, la quale sembra inevitabilmente destinata ad assumere la natura di evento[39], o se si vuole “non-atto”, giuridicamente rilevante[40].
4. Le riflessioni sin qui stese rifiutano, dunque, la radicale negazione di qualsivoglia “valutazione giuridica” in tutte le ipotesi di c.d. notificazione inesistente.
Una siffatta conclusione parrebbe pertanto ravvicinare la nullità e l’inesistenza della notificazione, sì da richiamare nuovamente in causa le disposizioni contemplate dal dettato legislativo in tema di nullità della notifica, al fine di appurare se le norme vigenti possiedano una capacità inclusiva delle esigenze di tutela sottese alle ipotesi normalmente ricondotte all’inesistenza.
La verifica è, invero, imprescindibile al fine di risolvere un interrogativo fondamentale: e cioè se nel diritto processuale, per dirla con le parole di un autorevole Giurista, di là da ogni “condizionamento storico” e concettuale, la distinzione tra nullità ed inesistenza risponda comunque ad “un’esigenza concreta”[41].
5. Nella direzione appena tracciata il rapporto tra nullità ed inesistenza si riduce dunque ad un problema di diritto positivo[42], sì che l’utilità del concetto di inesistenza (della notificazione) deve essere valutato alla stregua dei principi e delle regole espressi dal diritto processuale.
Quel che si vuol dire, nella sostanza, è che l’interrogativo proposto deve trovare risposta alla luce di un’interpretazione della disciplina positiva della nullità (soltanto) degli atti processuali, sì da verificare se le regole positive possiedano l’attitudine ad espungere gli atti “materialmente e/o giuridicamente inesistenti” dal novero dei casi di recuperabilità. Con ciò volendo sottendere che ove pure fosse dimostrata, in questo caso, l’inutilità del concetto d’inesistenza, la medesima conseguenza non potrebbe automaticamente predicarsi con riferimento, tra gli altri, agli atti negoziali di diritto sostanziale, giacché le regole ed i principi da assumere quale parametro di verifica sarebbero, in quel caso, tutt’affatto differenti.
Ed invero, con riferimento alla patologia degli atti, i principi recepiti dal diritto processuale sono, come noto, sensibilmente differenti rispetto a quelli propri del diritto sostanziale, giacché sono dominati non già dalla tendenziale insanabilità dell’atto nullo, quanto, al contrario, dal principio (opposto) di strumentalità delle forme, il quale si esprime, innanzitutto, nella nullità degli atti privi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo (art. 156, comma 2, cod. proc. civ.); e, al contempo, nel recupero dell’atto viziato in tutti i casi di conseguimento dello scopo al quale esso era destinato (art. 156, comma 3, cod. proc. civ.).
Un’esegesi delle norme orientata dalla ricerca del profilo teleologico funzionale indica, dunque, quale oggetto della valutazione legislativa, la compatibilità, in concreto, dell’atto viziato rispetto allo scopo perseguito (non tanto dall’atto in sé, quanto piuttosto) dall’ordinamento[43], il quale, nel caso della notificazione, è evidentemente quello di provocare la conoscenza dell’atto (da notificare) da parte del destinatario[44], attraverso la certezza legale che esso sia entrato nella sua sfera di conoscibilità[45].
Posti quali cardini della valutazione normativa, da un lato, l’atto (di notifica) e, dall’altro, la conoscenza (dell’atto da notificare), le regole sopracitate sembrano dunque considerare, sia pure soltanto negativamente e nella misura in cui escludono la sanatoria per raggiungimento dello scopo, l’eventualità che la conoscenza non possa essere conseguita a causa della (troppo) grave patologia del primo o, per un irrefutabile ragionamento a fortiori, della sua totale omissione.
In altri termini, le regole incluse dall’art. 156 cod. proc. civ. sembrano già da sole escludere la sanatoria per conseguimento dello scopo nelle ipotesi normalmente ricondotte ai casi di inesistenza, sì da negare fondamento (anche) alla paventata “utilità”, sotto il profilo regolamentare, della categoria, la quale, in tal guisa, potrebbe tutt’al più assumere una valenza meramente descrittiva.
6. Per altro verso, l’impossibilità di espungere l’omessa notificazione dal novero dei fatti giuridicamente rilevanti sembra corroborare anche le più attuali interpretazioni dell’art. 291 cod. proc. civ. L’applicabilità della disposizione alle ipotesi di notificazione omessa o gravemente viziata è stata infatti tradizionalmente ostacolata, in taluni indirizzi ermeneutici, – pressoché esclusivamente[46] – dall’asserita irrilevanza giuridica della notifica inesistente, dalla quale si è preteso di ricavare “l’impossibilità concettuale”[47] di applicare la norma sopracitata. Negata adesione alla premessa fondamentale, è dunque ragionevole convenire, con la giurisprudenza più recente[48], in ordine alla considerazione dell’omessa notifica alla stregua di evento che influisce sì negativamente sulla vocatio in ius, ma non al punto da precludere, in ogni caso, la rinnovazione degli atti su ordine del giudice quando questa possa conseguire in concreto gli scopi perseguiti dall’ordinamento.
Tale conclusione è, oltretutto, non soltanto coerente con la tradizionale configurazione della notificazione alla stregua di procedimento[49], quanto persino (probabilmente) imposta dal principio di conservazione degli effetti degli atti giuridici e da insurrogabili esigenze di economia processuale[50].
Sebbene diversamente argomentate, le regole espresse dalla prassi sembrerebbero dunque in ogni caso ratificate, là dove il ragionamento sin qui condotto ha comunque confermato l’esclusione dell’applicazione dei “meccanismi” sananti ex art. 156 cod. proc. civ., per i casi comunemente ricondotti alla notifica “inesistente”; e, al contempo, ha avvalorato anche l’operatività dell’art. 291 cod. proc. civ.
E tuttavia, la convalida degli indirizzi pretori non può essere altro che parziale, giacché l’interpretazione teleologica e sistematica delle disposizioni sopracitate è capace di revocare in dubbio la radicale esclusione di qualsivoglia efficacia sanante in capo alla spontanea costituzione del convenuto, nei casi di notifica inesistente.
7. In quest’ultimo contesto, l’inettitudine della costituzione del convenuto ad instaurare il contradditorio nei casi di notifica inesistente è generalmente predicata sulla base, ancora una volta, dell’inapplicabilità dell’art. 156 cod. proc. civ., il quale tuttavia non è deputato ad assumere per l’interprete la portata di norma di riferimento esclusiva.
Ed invero, posta l’esigenza fondamentale di rendere – quantomeno – conoscibile l’esistenza del giudizio da parte del convenuto, la volontaria costituzione di questi è (piuttosto che astrattamente riconducibile ai principi espressi dall’art. 156 cod. proc. civ.) esplicitamente contemplata dall’art. 291 cod. proc. civ. quale condotta senz’altro idonea ad attestarne la conoscenza piena ed effettiva.
La norma appena richiamata surroga pertanto, quale oggetto della valutazione normativa, “l’elemento materiale” della notifica – contemplato dall’art. 156 cod. proc. civ. – con quello della iniziativa (per così dire) spontanea del convenuto; sì che, dunque, nei casi di volontaria costituzione del convenuto le vicende attinenti alla notifica (stricto sensu intesa) sono destinate a perdere qualunque rilievo, giacché lo scopo perseguito dalla legge si deve ritenere certamente e concretamente conseguito[51].
La conclusione è del resto pienamente congruente (persino) con il tenore testuale dello stesso art. 291 cod. proc. civ. e dell’art. 183, comma 1, cod. proc. civ., i quali, in tema di introduzione del giudizio, assoggettano esplicitamente l’adottabilità dei provvedimenti di rinnovazione alla circostanza che il convenuto non sia comparso.
Né, d’altra parte, la conclusione può essere inficiata dalla circostanza che la costituzione in giudizio potrebbe avvenire al solo fine di eccepire l’inesistenza della notificazione, la quale potrebbe pregiudicare l’istaurazione del giudizio sulla base di un presunto rilievo della volontà di accettare il contraddittorio o, ancora, di una presunta violazione dei diritti di difesa.
A conforto della tesi qui sostenuta basterebbe invero osservare, sotto il primo profilo, che nel sistema processuale anche soltanto la mera conoscibilità dell’atto da notificare è esplicitamente contemplata quale ragione sufficiente all’instaurazione del rapporto processuale (in contumacia), e dunque a prescindere da qualsivoglia espressione di volontà (assertiva o contraria) del convenuto[52]. Argomenti di segno opposto neppure potrebbero esser tratti dal radicato indirizzo ermeneutico secondo il quale, nei casi di notificazione nulla, la costituzione in giudizio da parte del convenuto esclude qualsivoglia decadenza ai danni dell’attore, pur là dove la costituzione sia intervenuta al solo preteso fine di eccepire la nullità della notificazione dell’atto introduttivo[53]. L’impiego di una logica sillogistica potrebbe invero far desumere, a contrario, da tale indirizzo, una conferma della necessità di applicare una disciplina differente nei casi notificazione nulla rispetto a quella inesistente, giacché la volontaria costituzione in giudizio si potrebbe anche qui ritenere presupposto sanante dell’atto nullo; val quanto dire mezzo per conseguire lo scopo dell’atto ai sensi dell’art. 156 cod. proc. civ.
Ma, a ben vedere, tale prospettiva non potrebbe trovare accoglimento nella misura in cui risulterebbe fondata, ancora una volta, su una “sovrapposizione di piani”, la quale imputa alla notificazione il ruolo di strumento esclusivo ed insurrogabile per la conoscenza del giudizio, secondo conclusioni che tuttavia, come si è tentato di dimostrare, non sono recepite (ed anzi sono smentite) dal diritto processuale[54].
Per altro verso, sotto il profilo della paventabile violazione del giusto processo, essa potrebbe conseguire soltanto alla lesione del contraddittorio, la quale è recisamente esclusa dal diritto del convenuto volontariamente costituto di ottenere in ogni caso[55] – ex art. 164, comma 3, cod. proc. civ. – una nuova udienza nel rispetto dei termini di legge, al fine di sanare i vizi relativi alla violazione dei termini di comparizione.
8. Le riflessioni sin qui formulate si concedono ad alcune notazioni di sintesi.
Si è, innanzitutto, tentato di dimostrare l’erroneità della prospettiva tesa ad affermare l’irrilevanza giuridica della c.d. notifica inesistente, la quale si deve ritenere infondata non soltanto sulla base di argomenti concettuali ma, viepiù, anche espressamente desumibili dal dettato legislativo. Su questa premessa si è dunque cercato di prospettare una disciplina congrua all’indirizzo teleologico del sistema processuale, il quale sembra perseguire l’obiettivo fondamentale della conoscenza del giudizio mediante un apparato normativo che invero esclude la portata esclusiva della notificazione quale strumento, appunto, di conoscenza. In tal guisa, si è delineata l’inapplicabilità, dinanzi alla c.d. notifica inesistente, di quelle norme che presuppongono, ai fini della conoscenza del giudizio, il compimento di un atto dotato di taluni pur minimi connotati essenziali; e, al contrario, l’operatività di quelle regole che dall’atto in sé prescindono.
L’indirizzo esegetico prescelto non induce, tuttavia, come pure potrebbe apparentemente risultare, la libera ed assoluta surrogabilità della notifica (sia pure nulla) mediante la rinnovazione ex art. 291 cod. proc. civ. e/o la spontanea iniziativa del convenuto. Ed invero, nei casi di c.d. inesistenza, la “rinnovazione” della notifica e, alla stessa stregua, la volontaria costituzione del convenuto, in alcun caso potrebbero conseguire una efficacia ex tunc, come invece per la notificazione nulla[56]; e, per tale ragione, la concreta ammissibilità di siffatti strumenti – per così dire – di recupero deve essere verificata alla luce di una attenta composizione degli interessi in gioco, la quale potrebbe per vero attestare la pre-valenza di quelli (e soltanto quelli) irrimediabilmente consolidati a cagione, appunto, dell’inesistenza della notifica.
In altri termini, nei casi di inesistenza, la rinnovazione e la spontanea iniziativa del convenuto potrebbero assumere la stessa efficacia della notificazione soltanto nei casi nei quali il decorso del tempo non abbia determinato il conseguimento di un effetto definitivo (di matrice processuale[57]), in favore del “destinatario”[58]; rimanendone al contrario precluse l’applicazione ogni qualvolta l’avvenuta produzione di un effetto, riconducibile ad uno “scopo” diverso e pre-valente perseguito dall’ordinamento, sia destinato a negare qualunque rilievo alla successiva ed eventuale presa di conoscenza del giudizio da parte del “destinatario” stesso[59].
[1] Il tema del rapporto tra nullità e inesistenza è, per vero, già noto al diritto romano: v. S. Di Paola, Contributi ad una teoria della invalidità e della inefficacia in diritto romano, Milano, 1966, p. 41 ss.; F. Venosta, Le nullità contrattuali nell’evoluzione del sistema, 3, Nullità e inesistenza del contratto, Milano, 2004, p. 18 ss.
[2] In prospettiva fortemente critica rispetto al concetto di inesistenza v. A. Gentili, Le invalidità, in Trattato dei contratti, diretto da P. Rescigno e E. Gabrielli, 1, I contratti in generale, II, a cura di E. Gabrielli, Torino, 2006, p. 1454, secondo il quale la mancata menzione dell’inesistenza da parte del diritto positivo varrebbe ad escluderla, se non fosse possibile reincluderla per strade diverse, entrambe battute dalla dottrina; contestano la categoria anche E. Finzi, Studi sulle nullità del negozio giuridico, Bologna, 10920, p. 53 ss. e A. Fedele, L’invalidità del negozio giuridico di diritto privato, Torino, 1943, spec. p. 19 ss. Sul tema v. le raffinate pagine di B. De Giovanni, La nullità nella logica del diritto, Napoli, 1964, p. 50 ss.
[3] V. tra gli altri C.M. Bianca, Diritto civile, 3, Il contratto, Milano, 2000, p. 614 ss.
[4] Per una sintesi degli indirizzi v. M. Rabitti, Art. 1418, in Commentario del codice civile, diretto da E. Gabrielli, Dei contratti in generale (artt. 1387-1424), a cura di E. Navarretta e A. Orestano, Torino, 2012, p. 524 s., ed ivi, spec. la nota 16; v. altresì S. Polidori, Discipline della nullità e interessi protetti, Napoli, 2001, p. 263 ss.
[5] Oltre che nell’ambito delle patologie del negozio giuridico (per le quali v. anche R. Sacco, Nullità ed annullabilità, in Dig. disc. priv., Sez. civ., XII, Milano, 1995, p. 295 ss.), il rapporto tra nullità ed inesistenza è stato indagato relativamente alla patologia dell’atto amministrativo (v. soprattutto gli scritti di R. Caranta, L’inesistenza dell’atto amministrativo, Milano, 1990 e il più agile Variazioni sull’inesistenza dell’atto amministrativo adottato in situazioni di carenza di potere, in Giust. civ., 1999, p. 211 ss.; in giurisprudenza, tra le tante, Cons. St., 8 agosto 2016, n. 3538, in De Jure on line; Cass., 5 novembre 2015, n. 22607, in De Jure on line; Cass., Sez. un., 19 maggio 2004, n. 9532, in Rep. Foro it., 2004, voce Possesso, n. 14; Cons. St., 10 gennaio 2003, n. 35, in Foro it., 2004, III, p. 413; TAR Sardegna, 6 dicembre 2002, n. 1772, in Trib. amm. reg., 2003, I, p. 922; Cons. giust. amm. Sic., 5 maggio 1999, n. 196, in Rass. amm. sic., 1999, p. 277); dell’atto processuale penale (nell’ambito del quale è stato osservato che la categoria dell’inesistenza ha costituito uno strumento capace di ovviare, nel periodo compreso tra l’entrata in vigore del codice del 1930 e la riforma del 1955, agli inconvenienti derivati dalla riduzione, operata dal codice Rocco, di tutte le nullità al rango di nullità relative, come tali rilevabili entro brevi termini processuali ma, con il ripristino delle nullità assolute è venuta meno l’esigenza che aveva indotto gli interpreti a trasferire nell’alveo dell’inesistenza le più gravi ipotesi di nullità: così E.M.T. Di Palma, Inesistenza giuridica: categoria estrema ma irrinunciabile, in Cass. pen., 1996, p. 2424; ma sul tema v. già R. Pannain, Le sanzioni degli atti processuali penali, Napoli, 1933, p. 341 ss.; G. Leone, La sentenza penale inesistente, in Riv. it. dir. pen., 1936, p. 19 ss. e F. Cordero, L’«inesistenza» della decisione giudiziaria (rilievi in merito ad un recente contributo giurisprudenziale all’inquadramento del problema), in Riv. it. dir. pen., 1957, p. 602 ss.); degli atti processuali tributari (L. Nicotina, Irregolarità e inesistenza della notifica di atti tributari sostanziali: note a margine della sentenza n. 4760/2009 e recenti orientamenti della Suprema Corte di Cassazione, in Riv. dir. trib., 2010, p. 848 ss.); delle delibere assembleari [v. G. Piazza, Il regime delle «invalidità» delle delibere assembleari (Prime riflessioni di un civilista), in Le grandi opzioni della riforma del diritto e del processo societario, a cura di G. Cian, Padova 2004, 283; L. Marchegiani, Alcune riflessioni sulla inesistenza delle deliberazioni assembleari tra vecchio e nuovo diritto societario, in Giust. civ., 2004, pag. 2767 ss.].
[6] Il tema dell’inesistenza è stato indagato soprattutto con riguardo ai profili di invalidità della sentenza, giacché il fondamento “positivo” della categoria (dell’inesistenza) è spesso ravvisato nel disposto di cui all’art. 161, comma 2, cod. proc. civ.: C. Mandrioli e A. Carratta, Diritto processuale civile, I, Nozioni introduttive e disposizioni generali, Torino, 2016, p. 575.
[7] Tra la dottrina più risalente cfr., in vario senso, F. Carnelutti, Inesistenza dell’atto giuridico?, in Riv. dir. proc., 1955, p. 210; S. Satta, Sull’inesistenza degli atti processuali, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1956, p. 339 ss.; v. altresì T. Ascarelli, Inesistenza e nullità, in Riv. dir. proc., 1956, p. 63 ss.
[8] Sebbene ovviamente non manchino autorevoli studi di taglio monografico che contribuiscono in misura assai significativa allo scioglimento di alcuni snodi decisivi del tema: v., soprattutto, F. Auletta, Nullità e inesistenza degli atti processuali civili, Padova, 1999; tra gli scritti meno recenti si segnala in special modo V. Denti, Inesistenza degli atti processuali civili, in Noviss. dig. it., VIII, Torino 1962, 635 ss.
[9] Sul concetto di atto processuale v. F. Auletta, Nullità e inesistenza degli atti processuali civili, cit., p. 37 ss.
[10] Particolarmente utile è la lettura delle pagine di A. Finocchiaro, Inesistenza della notificazione e costituzione del rapporto giuridico processuale. Condizioni e limiti, nota a Cass., 6 giugno 1973, n. 1622, in Giust. civ., 1974, p. 669 ss.
[11] Soltanto per menzionare alcune pronunce recenti: Cass., 27 novembre 2015 n. 24235, in Dir. giust., 2015, 42, p. 99, con nota di A. Villa, La notifica della cartella esattoriale assolve sia alla notifica del titolo esecutivo sia del precetto; Cass., 12 gennaio 2015 n. 218, in De Jure on line; Cass., 14 febbraio 2014 n. 3552, in Guida dir., 2014, 14, p. 49; Cass., 7 ottobre 2013, n. 22806, in Guida dir., 2013, 48, p. 73.
[12] “Migliaia di vittime si sono immolate […] sull’altare dell’inesistenza della notificazione”: l’enfasi delle espressioni utilizzate da A. Murra, A proposito della notificazione inesistente, in Giust. civ., 2001, p. 514, rende ragione di quanto affermato nel testo.
[13] Ed invero, il diverso corredo effettuale predisposto nel caso in cui la notifica sia stata eseguita, rispettivamente, da un soggetto dotato od invece privo della possibilità giuridica di eseguirla, smentisce l’affermazione a tenor della quale “l’inesistenza non è, in senso stretto, un vizio dell’atto più grave della nullità, poiché la dicotomia nullità/inesistenza va, alla fine, ricondotta alla bipartizione tra l’atto e il non-atto” (v. Cass., Sez. un., 20 luglio 2016, n. 14916, in Guida dir., 2016, 47, p. 70), giacché la configurabilità di un “non-atto” potrebbe derivare soltanto dall’impossibilità di rinvenire, nel sistema giuridico, un criterio capace di esprimere un giudizio di valore, atto – appunto – a valutare la notifica inesistente.
[14] Fortemente critico, relativamente all’utilità pratica del concetto di inesistenza è, tra gli altri, R. Poli, Nullità degli atti processuali [dir. proc. civ.], in Diritto on line Treccani, 2016.
[15] Il tentativo di assegnare carattere residuale della categoria dell’inesistenza della notificazione è ampiamente battuto dalla più diffusa giurisprudenza (Cass., Sez. un., 29 ottobre 2007, n. 22641, in Foro it., 2008, 7-8, I, c. 2234; Cass., Sez. un., 29 agosto 2008, n. 10817, in Mass. Giust. civ., 2008, 4, p. 639; Cass. 21 maggio 2013, n. 12478, in Dir. giust., 2013, p. 901, con nota di S. Calvetti, Il difensore cancellato dall’albo si comporta come se non lo fosse? La notifica dell’appello non è nulla), la quale nel tempo ha progressivamente espunto, dal novero dei casi di inesistenza, talune delle fattispecie tradizionalmente ricondottevi (cfr., anche per i necessari riferimenti giurisprudenziali, R. Giordano, Le Sezioni Unite restringo la categoria dell’inesistenza della notificazione, in Giust. civ., 2004, p. 1712), sino a giungere alle conclusioni vergate con la recente Cass., 20 luglio 2016, n. 14916, cit.
[16] La distinzione tra atto nullo e atto inesistente sembrerebbe trovare appiglio nella giustapposizione della realtà sociale rispetto all’ordinamento giuridico: su questo profilo v. C.M. Bianca, Diritto civile, 3, Il contratto, cit., p. 615.
[17] L’indirizzo ermeneutico si rinviene già in Cass., 24 ottobre 1961, n. 2351, in Giust. civ. Rep., 1961, voce Notificazione in materia civile, n. 30.
[18] Cass., 9 maggio 2006, n. 10671, in De Jure on line; Cass., 29 marzo 2004, n. 6194, in De Jure on line; ma v. già Cass., 14 ottobre 1969, n. 3324, in Giust. civ. Rep., 1969, voce Notificazione in materia civile, n. 18 e Cass., 30 maggio 1967, n. 1200, in Giust. civ. Rep., 1967, voce Notificazione in materia civile, n. 17.
[19] Così, recisamente, Cass. 13 settembre 2013 n. 21001, in Diritto e Giustizia online, 2013; Cass., 10 gennaio 2005, n. 306, in Giust. civ., 2005, 5, I, p. 1201; v. anche Cons. St., 20 gennaio 2016, n. 189, in Foro amm., 2016, 1, p. 21 ed in Dir. giust., 2016, 5, p. 27, con nota di M. Bombi, Appello via PEC nel processo amministrativo: è una modalità di notifica utilizzabile?, ove è trattato il tema della notifica del ricorso giurisdizionale amministrativo mediante posta elettronica certificata, in assenza di autorizzazione presidenziale; sul tema della notifica a mezzo posta elettronica certificata dell’atto introduttivo del processo amministrativo v. anche TAR Venezia, 8 ottobre 2015, n. 1016, in Foro amm., 2015, 10, p. 2587, “nel giudizio amministrativo, qualora l’atto introduttivo sia notificato via pec, vista l’inesistenza di un indirizzo unanime su tale modalità di notifica, è possibile ricondurre la fattispecie alle ipotesi in cui è consentito al giudice disporre la rimessione in termini della parte per errore scusabile (art. 37, cod. proc. amm.), con conseguente rinnovazione, entro un termine perentorio, della notifica del ricorso secondo le modalità ordinarie”.
[20] Un accenno polemico rispetto all’uso della solita, pretesa logica si rinviene in A. Gentili, Le invalidità, cit., p. 1456 (corsivo Suo).
[21] Oltre agli Autori citati supra, alla nota 2, v. anche F. Messineo, Manuale di diritto civile e commerciale, I, Milano, 1957, p. 614.
[22] V., sia pure incidentalmente, Cass., Sez. un., 11 settembre 2008, n. 23385, in Foro it., 2009, 12, I, c. 3413; ma già Cass., 20 ottobre 1959, n. 2987, in Giur. it., 1960, I, 1, c. 1370 e Cass., 30 gennaio 1960, n. 145, in Giust. civ., 1960, I, p. 2180; la distinzione tra nullità e inesistenza del negozio è analizzata, con particolare riguardo al profilo della mancanza dell’accordo ex art. 1325 cod. civ., da S. Polidori, Art. 1418, in G. Perlingieri (a cura di), Codice civile annotato con la dottrina e la giurisprudenza, IV, 2, Napoli, 2010, p. 1025 ss.
[23] Sotto il vigore del precedente codice civile la differenza tra contratti nulli e contratti inesistenti era, da taluni, ritenuta gravissima: G. Lomonaco, Delle obbligazioni e dei contratti in genere, I, in Il diritto civile italiano, secondo la dottrina e la giurisprudenza, a cura di P. Fiore, Napoli, 1906, p. 93 (corsivo Suo).
[24] Sul “recupero” del negozio nullo cfr. V. Donato, Appunti sulla natura della conversione dei contratti nulli, in Id., Contributi di diritto civile, Torino, 2004, p. 123 ss. e, relativamente al rapporto nullità/inesistenza, p. 144 ss.
[25] B. Ciaccia Cavallari, La rinnovazione nel processo di cognizione, Milano 1981, passim e, nella manualistica, C. Mandrioli e A. Carratta, Diritto processuale civile, II, Il processo ordinario di cognizione, Torino, 2016, p. 352 ed, ivi, anche la nota 23.
[26] Cfr., in particolare, l’articolata e persuasiva motivazione di Cass., 27 gennaio 2015, n. 1483, in Foro it., 2015, 10, I, c. 3269 ed in Guida dir., 2015, 10, p. 62; ma, altresì, Cass., 12 marzo 2014, n. 5700, Foro it., 2014, 6, I, c. 1798. In senso opposto, oltre alla giurisprudenza citata nella motivazione della pronuncia appena menzionata, v. Cass., 10 gennaio 2005, n. 306, cit.; Cass., 2 febbraio 1995, n. 1242, in Mass. Giust. civ., 1995, p. 269; Cass., 14 ottobre 1969, n. 3808, in Gius. civ., 1970, I, p. 898; Cass., 16 febbraio 1965, n. 250, in Giust. civ., 1965, I, p. 928.
[27] L’argomento testuale, smentito dalle Sentenze citate nella nota precedente, ha per lungo tempo condizionato fortemente gli indirizzi giurisprudenziali: v. per tutte Cass., Sez. un., 30 luglio 2008, n. 20604, in Giust. civ., 2009, 3, I, p. 643; in Foro it., 2009, 4, I, c. 1130 ed in Riv. it. dir. lav., 2009, 3, II, 692, con nota di D. Buoncristiani, Chi omette paga: improcedibile l’appello o l’opposizione a decreto ingiuntivo in caso di omessa notificazione.
[28] Per ogni riferimento e svolgimento in tema di interpretazione assiologicamente orientata si fa rinvio alle pagine di P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, Napoli, 2006, p. 563 ss.
[29] Su questo profilo cfr. F. Auletta, Nullità e inesistenza degli atti processuali civili, cit., pp. 28 ss. e 48 ss.
[30] Sul rapporto tra “esistenza” e valutazione normativa v. B. De Giovanni, Fatto e valutazione nella teoria del negozio giuridico, Napoli, 1958, passim ma spec. p. 21 ss.
[31] C.M. Bianca, Diritto civile, 3, Il contratto, cit., p. 407 ss.
[32] Il “modello” ermeneutico è assai radicato in giurisprudenza: v. P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, cit., p. 613 ed ivi, la nota 53, nella quale è richiamata la pronuncia resa da Cass. 22 giugno 2005, n. 13399, in Contratti, 2006, p. 329 ss., con nota di P.G. Traversa, Contratto di…e qualificazione.
[33] Sul tema, con riguardo al negozio, v. R. Sacco, La parte generale del diritto civile, 1, Il fatto, l’atto il negozio, in Trattato diritto civile, diretto da R. Sacco, Torino, 2005, p. 388 ss.
[34] V. tra gli altri C. Grassetti, L’interpretazione del negozio giuridico con particolare riguardo ai contratti, Milano, (rist.) 1983, p. 10 ss.; V. Rizzo, Interpretazione del contratto e relatività delle sue regole, Camerino-Napoli, 1985, p. 132 ss.; V. Donato, L’interpretazione evolutiva del contratto nella dottrina e nella giurisprudenza italiane, in Rass. dir. civ., 1983, p. 647 ss.; ma, soprattutto, gli ampi svolgimenti di P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, cit., p. 612 ss., ove anche gli ulteriori riferimenti.
[35] In questi termini, P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, cit., p. 612.
[36] Cass., Sez. un., 20 luglio 2016, n. 14916, cit.
[37] La notificazione è solitamente definita come una sequenza di atti, un procedimento appunto, articolato in fasi e finalizzato allo scopo di provocare la presa di conoscenza di un atto da parte del destinatario, attraverso la certezza legale che esso sia entrato nella sua sfera di conoscibilità: in questo senso v. anche la pronuncia citata alla nota precedente.
[38] Cass., 14 febbraio 2014 n. 3552, cit.; Cass., 7 ottobre 2013, n. 22806, cit.
[39] Sul fatto negativo come oggetto della valutazione normativa v. P. Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, cit., p. 608.
[40] Ne esce in tal modo confermata l’idea che, relativamente agli atti processuali, mai possa discorrersi di inesistenza, giacché qualsiasi vizio non impedisce al processo di approdare ad un risultato finale e dunque produce in ogni caso quell’effetto minimo dato dalla costituzione del potere-dovere giurisdizionale: così, quasi testualmente, V. Denti, Inesistenza degli atti processuali civili, in Noviss. dig. it., VIII, Torino 1962, 637. Secondo F. Auletta, Nullità e inesistenza degli atti processuali civili, cit., p. 135, “è la presenza – presunta ex lege o accertata in sede interpretativa, secondo la corrispondenza o meno del fatto al modello naturalistico dell’atto – della volontà di ottenere lo scopo tipizzato dalla legge processuale ciò che separa l’atto processualmente rilevante (valido o nullo) dai fatti irrilevanti, dal non-atto”.
[41] Il virgolettato è di C.M. Bianca, Diritto civile, 3, Il contratto, cit., p. 614.
[42] Per alcuni spunti v. G. Filanti, Inesistenza e nullità del negozio giuridico, Napoli, 1983, p. 87 ss.
[43] Nel senso che lo scopo debba essere indagato con riguardo alle finalità che l’ordinamento ha perseguito esigendo una data formalità v. E. Redenti, Diritto processuale civile, Milano, 1952, I, p. 232; dello stesso Autore v. anche Atti processuali civili, in Enc. dir., IV, Milano, 1959, p. 119; nel medesimo senso anche S. Satta, Commentario al codice di procedura civile. Disposizioni generali, Milano, 1966, p. 538. Sul tema dello “scopo” degli atti processuali v. anche C.A. Giovanardi, Sullo scopo dell’atto processuale, in relazione alla disciplina della nullità, in Riv. dir. civ., 1987, II, p. 267 ss. e, con particolare riguardo alla notificazione, A. Finocchiaro, Lo scopo della notificazione della citazione e la sanatoria delle nullità, nota a Cass., 30 dicembre 1968, n. 4088, in Giust. civ., 1969, p. 871 ss.
[44] Secondo G. Giampiccolo, La dichiarazione recettizia, Milano, 1959, p. 366, il raggiungimento dello scopo della notificazione deve essere accertato sulla base del compimento del fatto processuale al quale l’atto notificato è destinato.
[45] Così anche Cass., 20 luglio 2016, n. 14916, cit.
[46] Salvo taluni riferimenti, svolti in via subordinata, ad un supposto rilievo dell’art. 111 cost., il quale si pretenderebbe capace di imporre una maggiore attenzione alla lettera della legge, “al fine di dedurre che né l’espressione di cui all’art. 291 cod. proc. civ. (“Se … il giudice istruttore rileva un vizio che importi la nullità della citazione fissa i all’attore un termine perentorio per rinnovarla. La rinnovazione impedisce ogni decadenza”) né tanto meno quella dell’art. 421 cod. proc. civ, comma 1 (“il giudice indica alle parti in ogni momento le irregolarità degli atti e dei documenti che possono essere sanate assegnando un termine per provvedervi, salvo gli eventuali diritti quesiti”) possono offrire alcuna copertura giuridica all’orientamento” volto ad ammettere la rinnovazione nei casi di notifica inesistente: Cass., Sez. un., 30 luglio 2008, n. 20604, in Giust. civ., 2009, 3, I, p. 643 ed in Foro it., 2009, 4, I, c. 1130.
[47] Cass., Sez. un., 30 luglio 2008, n. 20604, cit.
[48] Cass. 27 gennaio 2015, n. 1483, cit.
[49] V., supra, la nota 37.
[50] V. però le puntuali obiezioni della più volte citata Cass. 27 gennaio 2015, n. 1483, cit.: “ove del principio di ragionevole durata del processo non si coltivi una visione legata al dato puramente formale della data in cui il singolo affare è iscritto a ruolo e quella in cui viene statisticamente definito, ma si annodi la vicenda processuale alla situazione giuridica sostanziale sottostante, per cui il processo ha durata ragionevole in considerazione del lasso temporale che trascorre tra il momento in cui il cittadino accede al servizio giustizia ed il momento in cui riceve una pronuncia sul merito del diritto preteso, deve convenirsi che la preclusione alla rinnovazione della notificazione può realizzare effetti distonici rispetto alle finalità che l’art. 111 Cost. intende perseguire. Infatti la pronuncia in rito condurrà alla riproposizione del medesimo ricorso, con differimento dei tempi processuali tesi ad ottenere una decisione sul merito”.
[51] In questa ottica deve essere letta la pronuncia resa da Cons. St., 28 gennaio 2016, n. 283, in Foro amm., 2016, 1, p. 58, la quale afferma, preliminarmente, che la notificazione altro non è che una mera condizione di efficacia dell’atto amministrativo (e non, dunque, un elemento costitutivo dello stesso); e, di conseguenza, il relativo vizio di nullità o inesistenza diviene del tutto irrilevante nel caso di impugnazione da parte del destinatario, giacché tale condotta rende di palese evidenza il raggiungimento dello scopo (al quale la notificazione avrebbe dovuto attendere).
[52] Sul tema dell’insostituibilità della volontà del soggetto che ha introdotto il giudizio v. invece A. Finocchiaro, Inesistenza della notificazione e costituzione del rapporto giuridico processuale. Condizioni e limiti, cit., passim ma spec. p. 674 ss., il quale, in caso di omessa notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza, nega efficacia alla spontanea costituzione del resistente là dove il ricorrente non si presenti all’udienza.
[53] Cass., 2 maggio 2006, n. 10119, in De Jure on line; Cass., 14 marzo 2016, n. 4935, in De Jure on line; Cass., Sez. un., 14 giugno 1994, n. 5785, in Giust. civ., 1995, I, p. 181; Cass., 11 giugno 2007, n. 13667, in De Jure on line; Cass., 21 marzo 2011, n. 6470, in Guida dir., 2011, 26, p. 67.
[54] Ed in questa ottica, Cass. 12 aprile 1972, n. 1248, in Giust. civ., 1972, I, p. 967, ha ritenuto che la spontanea iniziativa del convenuto non già sana la inesistenza della notificazione, quanto piuttosto sostituisce, nell’iter della vicenda, il mancato atto formale della notificazione: alla pronuncia è dato ampio risalto nello scritto di A. Finocchiaro, Inesistenza della notificazione e costituzione del rapporto giuridico processuale. Condizioni e limiti, cit., p. 673 ss.
[55] Cass., 16 ottobre 2014, n. 21957, in Guida dir., 2015, 10, p. 63.
[56] Cfr. Cass., 12 agosto 1993, n. 8642, in Giur. imp., 1994, p. 31 “mentre nel caso di vizio dell’atto l’efficacia sanante della costituzione della parte convenuta o intimata opera ex nunc, nel caso di nullità della notificazione detta efficacia opera ex tunc. Conseguentemente, poiché la consegna della copia dell’atto in luogo o a persona diversi da quelli, ma pur sempre ricollegabili al destinatario, comporta non inesistenza, ma nullità della notificazione, questa resta sanata, con effetto ex tunc, o dal compimento di attività che dimostrino il raggiungimento dello scopo, quali la costituzione in giudizio del destinatario e la tempestiva impugnazione dell’atto notificato, o, in mancanza, per effetto della rinnovazione della notificazione disposta ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ.”.
[57] Su questo punto v. Cass., 27 gennaio 2015, n. 1483, cit., la quale, in tema di rinnovazione della notifica (inesistente) del decreto di fissazione di udienza (nel procedimento di primo grado introdotto con ricorso), pone l’accento sulla necessità di differenziare le ipotesi di sussistenza di un interesse qualificato del resistente in ordine alla definitività degli effetti di un precedente provvedimento giurisdizionale, da quelle nelle quali un siffatto interesse non sussista; e, di conseguenza, nega la rinnovazione ex art. 291 cod. proc. civ. per l’omessa notifica del decreto di fissazione dell’udienza di appello. In linea problematica, potrebbe tuttavia non apparire azzardato sostenere la rinnovabilità della notifica (inesistente) anche nell’ambito dei giudizi di appello. Ed invero, la rinnovabilità della notifica mai effettuata è fondata, nei più recenti indirizzi, sull’unitarietà della fattispecie della vocatio in ius, la quale è inaugurata dalla editio actionis consumata con il deposito del ricorso, ed è poi completata dal provvedimento di fissazione udienza e dalla successiva notifica al resistente. Sì che, anche l’omessa notificazione, al pari di una notificazione (soltanto) viziata, si traduce in una ragione di nullità della più ampia fase della vocatio ius, la quale si concede agli strumenti di sanatoria previsti, in via di principio e secondo un indirizzo speculare a quello assunto dal diritto sostanziale, dal diritto processuale. Una siffatta ricostruzione è, forse, ripetibile anche rispetto ai procedimenti incardinati in grado di appello, i quali sembrano corredati da una struttura identica a quella sottesa all’affermazione del sopracitato principio. Ma, oltremodo, la praticabilità, anche in grado di appello, dei principi espressi dalla Cassazione potrebbe provenire da un più generale indirizzo del sistema, il quale è oggi orientato a favorire l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti, rispetto ad una mera tutela dei “tempi ragionevoli” del processo, soprattutto nel caso di controversie relative alla tutela di situazioni fondamentali dell’individuo. Probante, in questa direzione, sembra essere l’affermazione del carattere meramente ordinatorio dei termini previsti dall’art. 435 cod. proc. civ., rispetto ai quali il carattere ordinatorio è affermato, innanzitutto, con riferimento ai termini imposti al Giudice per l’emissione del decreto di fissazione udienza; e, al contempo, relativamente al termine per lo svolgimento della prima udienza. Ma, alla stessa stregua, carattere ordinatorio è imputato anche ai termini imposti all’appellante, il quale è autorizzato a notificare all’appellato il ricorso ed il decreto di fissazione udienza non già nel ristretto termine dei dieci giorni successivi al deposito del decreto, quanto piuttosto entro il limite dei 25 giorni antecedenti la data di udienza, ex art. 435, comma 3, cod. proc. civ. La sopracitata interpretazione dell’art. 435 cod. proc. civ. delinea un principio fondamentale, il quale sembra negare, quantomeno nel rito del lavoro, il diritto dell’appellato a confidare soggettivamente in ordine all’assunzione dell’autorità di cosa giudicata del provvedimento di primo grado, là dove l’interruzione del termine di maturazione del giudicato è correlata soltanto al deposito del ricorso, entro i termini previsti dall’art. 434, comma 2, cod. proc. civ. In tale contesto, a differenza che nei giudizi introdotti con citazione, nel rito del lavoro l’interesse a confidare nella stabilità definitiva della sentenza di primo grado e, dunque, nel consolidamento delle correlate situazioni soggettive, non è affidato al rigoroso rispetto dei termini perentori di notifica dell’appello; ma, piuttosto, il rilievo di un ipotetico interesse dell’appellato è decisamente smentito dalla possibilità, tutt’altro che peregrina, che la vocatio in ius si perfezioni in un termine assai superiore a quello previsto per l’impugnazione della sentenza, là dove l’appellante è in ogni caso legittimato a notificare il ricorso (ed il pedissequo decreto di fissazione udienza) nel limite dei 25 giorni dalla data di udienza.
[58] Ché, diversamente, l’ordine di rinnovazione altro non sarebbe che una rimessione in termini: N. Picardi, Irretroattività degli effetti dell’ipotesi di rinnovazione dell’atto processuale nullo, in Giur. it., 1961, I, 1, c. 391; sul tema v. anche C. Mandrioli e A. Carratta, Diritto processuale civile, I, Nozioni introduttive e disposizioni generali, cit., p. 570, nota 23, ove si legge che l’efficacia retroattiva della rinnovazione sarebbe limitata alle ipotesi di espressa previsione di legge.
[59] Sì che, ad esempio, in caso di omessa notifica la rinnovazione o la spontanea costituzione del convenuto giammai potrebbero conseguire gli effetti interruttivi della prescrizione previsti dall’art. 2943, comma 1, cod. civ. (nel senso che la disposizione citata debba essere differentemente applicata nei casi di nullità e di omessa notifica v. Cass. 23 maggio 1997, n. 4630, in De Jure on line; della omessa notifica si occupa anche Cass., 8 luglio 2007, n. 21006, in De Jure on line; in altri indirizzi, tuttavia, si afferma che anche nei casi di notificazione nulla la rinnovazione disposta ai sensi dell’art. 291 cod. proc. civ. non possa “ritenersi idonea a determinare effetti interruttivi del corso della prescrizione (ex art. 2943, comma 1, cod. civ.) con decorrenza retroattiva alla data della notificazione invalida, avendo la norma civilistica (nel sancire espressamente che la prescrizione è interrotta dalla notificazione dell’atto introduttivo del giudizio) stabilito una innegabile connessione tra effetto interruttivo e natura recettizia dell’atto, con la conseguenza che la mancata introduzione, nella sfera giuridica del destinatario, dell’atto di notifica nullo non consentirà in alcun modo a quest’ultimo di risultare funzionale alla produzione dell’effetto retroattivo citato, a nulla rilevando la (apparentemente contraria) disposizione di cui all’art. 291, comma 1, cod. proc. civ., la quale […] non ha inteso riferirsi all’istituto della prescrizione”: Cass., 7 luglio 2006, n. 15489, in Mass. Giust. civ., 2006, 7-8, p. 6; v. anche Cass. 14 agosto 1997 n. 7617, in Giust. civ., 1998, I, p. 11113, con nota di M. Pula, Sulla portata della retroattività prevista dall’art. 291 c.p.c.