Source: https://www.guidelegali.it/sentenze-in-responsabilit%C3%A0-medica-condotte-risarcibili/epatite-c-infezione-onere-della-prova-9269.aspx
Timestamp: 2020-06-02 11:14:58+00:00
Document Index: 33777692

Matched Legal Cases: ['art. 2697', 'art. 1218', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 1218', 'art. 2697', 'art. 1218']

Epatite C ,infezione, onere della prova (Responsabilità medica) - GuideLegali.it
Cassazione civile sez. VI, 02/09/2019, (ud. 14/02/2019, dep. 02/09/2019), n.21939
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“in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento “qualificato”, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili”, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..
G.E. in D.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
SABOTINO 31, presso lo studio dell’avvocato GIORGIA MINOZZI, che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati SERGIO TOGNON, JACOPO
TOGNON; – ricorrente –
Contro CASA di CURA COLUMBUS – ISTITUTO SUORE MMISSIONARIE DEL SACRO CUORE DI GESU’; – intimata –
avverso la sentenza n. 2112/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
partecipata del 14/02/2019 dal Consigliere Relatore Dott. SCRIMA
Con sentenza n. 13678/2014, il Tribunale di Milano rigettò le domande proposte da G.E. in D.L. nei confronti della Casa di Cura Columbus – Istituto Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, volte all’accertamento della responsabilità della parte convenuta nell’infezione – trasmissione dell’epatite C, asseritamente contratta in occasione del ricovero ospedaliero dell’attrice presso la predetta struttura sanitaria dal 21 marzo 2004 al 3 aprile 2004, per un intervento di artoprotesi al ginocchio destro, e alla condanna di tale parte al risarcimento dei danni.
Il Tribunale rilevò che, secondo l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, “grava(va) sull’attore (paziente danneggiato che agi(va) in giudizio deducendo l’inesatto inadempimento della prestazione sanitaria) oltre alla prova del contratto, anche quella dell’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie nonchè la prova del nesso di causalità tra l’azione o l’omissione del debitore e tale evento dannoso, allegando il solo inadempimento del sanitario. Resta(va) a carico del debitore l’onere di provare l’esatto adempimento, cioè di avere tenuto un comportamento diligente. Nel caso di specie, non essendovi stata trasfusione, l’attrice avrebbe dovuto provare l’assenza di infezione all’atto dell’intervento. Per contro, la Casa di Cura non aveva alcun obbligo che po(tesse) eventualmente rilevare ai fini del giudizio sull’esatto adempimento, di compiere indagini preventive sul punto laddove le medesime, come affermato dal ctu rileva(va)no a meri fini di “medicina difensiva””.
Richiamando la relazione collegiale nella parte in cui, con riferimento alla ricerca del nesso di causalità tra la condotta del nosocomio e l’evento danno, aveva escluso l’applicabilità del principio di esclusione di cause alternative del contagio e, in termini puramente statistici, aveva ritenuto che il grado di probabilità che l’infezione fosse stata contratta nel marzo 2004 attraverso il già richiamato intervento di artoprotesi di ginocchio fosse basso, sicuramente inferiore al 50%, ovvero più probabile no che sì, quel Giudice evidenziò che “l’attrice, prima del marzo 2004, si era sottoposta a ben quattro interventi chirurgici e che, prima del 2005, ella aveva subito una colonscopia; che la stessa aveva avuto “almeno altre 6 occasioni di possibile contagio, cui si do(vevano) aggiungere le cure odontoiatriche subite nel corso degli anni e il perdurante rischio di “infezione inapparente” (da contagio occasionale attraverso fonti comuni o banali, v. pg. 10 ctu); che la medesima non era stata sottoposta ad alcuna trasfusione presso la struttura convenuta in occasione del ricovero in esame, poichè (era) stato provato che le due unità di sangue, messe a disposizione durante l’intervento, non vennero mai utilizzate per la paziente e furono restituite al Servizio Trasfusionale dell’Ospedale Sacco in data 25.03.04, integre e correttamente conservate (cfr. pag. 5 C.T.U.), circostanza peraltro… ammessa anche dal c. t. di parte attrice Dott. G., nella sua relazione sub doc. 6 attoreo”.
La Corte di appello di Milano, con sentenza del 16 maggio 2017, rigettò l’impugnazione, condannò l’appellante alle spese di lite di quel grado e dichiarò la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dell’appellante, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, così come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
Ad avviso della ricorrente, la paziente aveva l’onere di provare “solo l’intervento chirurgico (e quindi il contratto) e l’insorgenza della malattia o la scoperta della stessa successivamente (come nel nostro caso) nient’altro doveva e deve dimostrare: perchè il nesso causale si aveva di per sè trattandosi di infezione nosocomiale ed essendovi piena verosimiglianza del fatto allegato, che implica un giudizio causale diretto, nella relazione condotta-evento”.
Secondo la ricorrente, non sarebbe rilevante la percentuale di rischio di contrarre la malattia nell’intervento chirurgico del 2004 ma sarebbe, invece, rilevante che “in quel ricovero (la contrazione della malattia) poteva verificarsi, se non vi era la piena sterilizzazione di ambiente, di cose e di persone”, “insomma, la dimostrazione che un (certo) fatto (intervento chirurgico, ricovero ospedaliero) è idoneo a determinare un certo effetto (infezione da epatite C) questo di per sè tiene luogo alla concreta dimostrazione che quel fatto ha prodotto quell’effetto: appunto si parla di esso di causalità presunto”.
1.2. La Corte di merito, nel confermare la decisione di primo grado, ha ribadito che non è in contestazione tra le parti che alcuna trasfusione di sangue fu effettuata alla ricorrente in occasione del ricovero di cui si discute in causa. Ha affermato che il principio di vicinanza alla prova o di riferibilità non può essere utilmente invocato al fine di ribaltare sull’avversario l’onere probatorio, “qualora, come nella specie, le circostanze oggetto di prova, per le stesse caratteristiche della situazione presa in esame, rientrano nella piena conoscibilità ed accessibilità di entrambe le parti, tali da consentire senza particolari difficoltà alla parte di provare i propri requisiti soggettivi”. Ha, inoltre, rilevato che “la relazione collegiale… dà compiutamente conto anche delle conclusioni raggiunte in merito al più probabile nqche sì che l’infezione in discorso sia stata contratta nel marzo del 2004 posto che prima dell’intervento alla Columbus la signora G. aveva subito almeno 6 interventi/procedure invasive a rischio di trasmettere l’HCV e considerando statisticamente equivalente per ciascuna occasione la probabilità di essere quella infettante la probabilità di un contagio antecedente è pari a 100/7×6= 85,71%, mentre quella di un contagio avvenuto in occasione dell’intervento al ginocchio risulta pari a 100/7×1=14,29%, aggiungendo che essendo la circolazione dei virus epatici più alta in occasione dei precedenti interventi subiti che non negli anni 2000 (l’intervento è del 2004) ed essendo la signora stata esposta ad altri ben noti fattori di rischio di contrarre virus epatici, la residua probabilità che l’attrice abbia ricevuto l’HCV dall’intervento chirurgico in discussione può essere attendibilmente considerata inferiore al 10%”.
1.3. Questa Corte ha già avuto modo di affermare che: “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest’ultimo l’onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c.” (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315) e che “Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata” (Cass. 15/02/2018, n. 3704; Cass. 26/07/2017, n. 18392).
Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento “qualificato”, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili”, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..
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