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Timestamp: 2017-12-13 15:07:57+00:00
Document Index: 117543482

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Formaggio sullo scaffale anziché nel banco frigo (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 26 aprile 2017, n. 19596). – Noi Radiomobile™
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Formaggio sullo scaffale anziché nel banco frigo (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 26 aprile 2017, n. 19596).
Commerciante condannato con ammenda di 3000 euro. Fatale l’avere conservato i prodotti, destinati alla vendita, a temperatura ambiente, ignorando le indicazioni fornite dal produttore.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, mediante il suo difensore di fiducia, che lo ha affidato a un unico articolato motivo, attraverso il quale ha denunciato l’insufficienza e l’illogicità della motivazione, con particolare riferimento alla valutazione delle risultanze istruttorie, essendo stata indebitamente e illogicamente affermata la responsabilità dell’imputato per avere detenuto per la vendita 20 confezioni di formaggio a temperatura non adeguata (tra cui una con tracce di muffa), in quanto, secondo quanto emerso dall’istruttoria, non vi era correlazione tra la temperatura di conservazione e la muffa riscontrata su un unico pezzo (dovuta a un difetto di sigillatura della confezione sottovuoto da parte del produttore).
Il formaggio in questione poteva essere conservato a temperatura ambiente senza particolari conseguenze (come chiarito dal responsabile della gestione e commercializzazione del Consorzio Trentingrana, produttore del formaggio detenuto per vendita presso detto esercizio commerciale); non era, inoltre, stato provato da quanto tempo il prodotto fosse stato esposto a temperatura ambiente.
Il pezzo di formaggio con le tracce di muffa era preconfezionato all’origine e non era visibile dall’esterno, se non per una piccola porzione, con la conseguente applicabilità della esimente di cui all’art. 19 L. 283 del 1962.
3. Nella vicenda in esame il Tribunale è pervenuto alla affermazione di responsabilità dell’imputato a seguito del rinvenimento, presso il punto vendita di cui il ricorrente era responsabile, di 19 confezioni di formaggio a pasta dura “Trentingrana d.o.p.”, esposte per la vendita su uno scaffale a temperatura ambiente, nonostante la confezione di tali prodotti riportasse l’indicazione della necessità di conservazione in frigorifero a temperatura compresa tra 0 e + 8, e il manuale di autocontrollo della società PAM Panorama, titolare della rivendita, prescrivesse la conservazione dei formaggi a pasta dura in banchi refrigerati.
Il Tribunale ha, inoltre, sottolineato che il formaggio contenuto in una di tali confezioni presentava tracce di muffa, concludendo, in modo logico, per la sussistenza del reato contestato, essendo evidente il cattivo stato di conservazione di tutte suddette confezioni alimentari.
Il ricorrente, invece, come risulta dallo stesso ricorso, pur prospettando l’illogicità di tale motivazione, propone, in realtà, una rivisitazione del materiale probatorio, affermando che dall’istruttoria era emersa l’assenza di correlazione tra la temperatura di conservazione e la muffa presente sul prodotto di una delle confezioni, che il formaggio poteva essere conservato a temperatura ambiente, che non era comunque stato accertato il tempo di esposizione a tale temperatura, che il pezzo di formaggio su cui erano presenti le tracce di muffa era preconfezionato e non visibile dall’esterno, se non per una piccola porzione, che la presenza di muffa non era riconducibile alla temperatura di conservazione.
Tali rilievi sono tutti volti a censurare e sovvertire la ricostruzione del fatto compiuta dal primo giudice, che, sulla base della inidoneità delle modalità di conservazioni di tutte le 19 confezioni di formaggio esposte per la vendita a temperatura ambiente (dunque indipendentemente dalla presenza di muffe sul formaggio contenuto in una delle confezioni), ha ritenuto che tali prodotti fossero in cattivo stato di conservazione.
Tale motivazione risulta conforme alle regole della logica e alle massime di esperienza, oltre che alle specifiche prescrizioni del produttore e del titolare dell’esercizio commerciale, e dunque le censure del ricorrente, piuttosto che individuare vizi della motivazione, sono dirette a conseguire una diversa valutazione delle risultanze di fatto correttamente considerate dal Tribunale, con la conseguente inammissibilità di tali doglianze.
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