Source: https://frontesovranista.it/documento-su-lavoro-e-previdenza-sociale-approvato-dallassemblea-nazionale-dellars-16-giugno-2013/
Timestamp: 2018-12-11 20:42:26+00:00
Document Index: 105493837

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 36']

DOCUMENTO SU LAVORO E PREVIDENZA SOCIALE APPROVATO DALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DELL’ARS (16 GIUGNO 2013) – Fronte Sovranista Italiano
di Redazione · Pubblicato 25 Giu 2013 · Aggiornato 5 Nov 2017
Il diritto del lavoro è da molti anni oggetto di controriforme ispirate ai principi liberisti contenuti nei trattati europei . Tale tendenza ha preso l’avvio soprattutto a partire dall’Atto Unico Europeo del 1986, con il quale si è passati dalla fase del “mercato comune” a quella del “mercato unico”, per proseguire con il Trattato di Maastricht sull’Unione Europea del 1992 e in ultimo con il Trattato di Lisbona del 2007 (che tra l’altro ha modificato il Trattato istitutivo della Comunità Europea del 1957, ridenominandolo “Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”. In particolare si assiste a una progressiva mercificazione e disumanizzazione del fattore lavoro, sancita in linea di principio nei trattati e penetrata negli ordinamenti giuridici nazionali attraverso lo strumento di normazione ordinaria costituito da regolamenti e direttive, soprattutto a seguito del riconoscimento della “primazia” del diritto comunitario in base alla sentenza “Simmenthal” (Corte di Giustizia, 1978) e “Granital (Corte Costituzionale, 1984) e della responsabilità statale per la mancata applicazione delle direttive in base alla sentenza “Francovich” (Corte di Giustizia, 1991). La contestuale, progressiva espulsione dell’intervento pubblico dal novero degli strumenti della politica economica in virtù del principio del divieto degli “aiuti di Stato alle imprese” (cui però si fa eccezione per le banche, che vengono regolarmente e sempre più generosamente foraggiate) e il conseguente abbandono dell’idea stessa di una politica industriale, non riesce più a garantire i diritti che la Costituzione della Repubblica Italiana, teoricamente “fondata sul lavoro”, dovrebbe garantire ai suoi cittadini lavoratori. Dall’altro lato, un ulteriore elemento di confusione e di disordine nella normativa in materia di lavoro è stato introdotto con la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione (2001), che ha incluso nella potestà legislativa concorrente Stato-Regioni la “tutela e sicurezza del lavoro” e la “previdenza complementare e integrativa”, la cui riconduzione nella potestà legislativa esclusiva dello Stato è a dir poco improcrastinabile.
Per la concezione economica liberista il lavoro è merce. Nel diritto comunitario la rappresentazione plastica di questo concetto si ritrova nel principio della “libera circolazione delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi”, le c.d. “quattro libertà”: avrebbe detto l’economista tedesco Friedrich List, vissuto nel XIX secolo, la libertà della volpe nel pollaio. In quanto fattore della produzione la merce-lavoro, ove venga offerta in quantità non sufficiente o a un prezzo ritenuto troppo elevato, deve essere reperita a un prezzo più basso al di fuori del mercato di riferimento. A tal fine si delocalizza l’azienda o si importa manodopera straniera disponibile a ricevere retribuzioni più basse di quelle dei lavoratori autoctoni. Le tappe della distruzione del diritto nazionale del lavoro sono state rappresentate negli ultimi anni dalla riforma Treu del 1997, responsabile in particolare di aver introdotto il famigerato “lavoro interinale” (ora somministrazione di lavoro), la riforma Biagi del 2003, che ha rappresentato un deciso passo in avanti sulla strada della proliferazione dei contratti precari e della svalutazione del contratto collettivo nazionale di lavoro rispetto al contratto individuale, infine la riforma Fornero del 2012, che ha colpito soprattutto la stabilità del rapporto di lavoro introducendo una maggiore facilità di licenziamento.
La normativa giuslavoristica deve tornare a ispirarsi nelle sue linee fondamentali ai principi contenuti nella Costituzione Italiana: diritto al lavoro e conseguente promozione della piena occupazione (art. 4), tutela del lavoro in tutte le sue forme (art. 35), diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente per il sostentamento del lavoratore e per la propria famiglia, a un orario di lavoro confacente e alle ferie retribuite (art. 36), tutela del lavoro delle donne e dei minori, con particolare riguardo alla promozione della maternità e della famiglia (art. 37), garanzia di un sistema organico di assistenza e previdenza sociale contro i rischi di malattia, infortunio, invalidità, vecchiaia, disoccupazione involontaria e inabilità (art. 38).
Occorre rilanciare il contratto di apprendistato, che peraltro sta vivendo un momento positivo con circa 600.000 contratti attualmente in essere. Le tre fattispecie attualmente previste dalla normativa, ovvero quella per la qualifica e il diploma professionale (fascia 15-25 anni), quella professionalizzante (18-29 anni) e quella di alta formazione e ricerca (fascia 18—29 anni di età) possono essere ridotte a due unificando la seconda e la terza fattispecie. Tale fattispecie riservata alla fascia di età 18-29 anni può assorbire la tipologia contrattuale attualmente definita “contratto di inserimento”, ovvero il vecchio contratto di formazione e lavoro, recentemente abrogata dalla legge Fornero. E’ opportuno che i giovani acquisiscano una qualifica professionale prima del diciottesimo anno, piuttosto che perdere tempo in percorsi formativi privi di sbocchi. Occorre una rivoluzione culturale che restituisca prestigio, rispetto e soprattutto un adeguato riconoscimento giuridico al lavoro manuale in genere. Occorre rilanciare anche la formazione professionale, indispensabile alla pari dell’apprendistato alle piccole e medie imprese e alla salvaguardia degli antichi mestieri artigiani. Occorre un incremento degli investimenti pubblici nella ricerca scientifica e tecnologica finalizzata alle imprese e creazione di occasioni di collaborazione tra imprese, università ed enti pubblici in questo ambito.
Rifiutando una concezione del lavoro come merce e della forza lavoro come fattore della produzione che, in dispregio a qualsiasi considerazione di tipo sociale e umanitario, può essere spostata tra Paesi e continenti senza alcun rispetto della dignità umana, deve essere assicurata una collaborazione con i paesi del terzo mondo per la risoluzione in loco dei loro problemi sociali ed economici, nel quadro di una riconquistata indipendenza politica economica a fronte di ogni ingerenza imperialistica e neo-colonialistica.
L’INPS, primo ente previdenziale italiano, con riguardo al settore privato (lavoratori dipendenti, artigiani, commercianti, coltivatori diretti, fondi sostitutivi) amministra oltre 16,6 milioni di pensionati e 23,8 milioni di lavoratori attivi, sia dipendenti che autonomi. Altri 2,6 milioni di pensionati e 3,5 milioni di lavoratori del pubblico impiego sono stati presi in gestione dall’INPS a seguito della soppressione del secondo ente previdenziale italiano, quello dei dipendenti pubblici, l’INPDAP. Occorre inoltre tenere conto del fatto che l’incorporazione dell’INPDAP ha portato in dote all’INPS 6 miliardi di disavanzo. Questo disavanzo, in realtà, dipende unicamente dal mancato trasferimento, all’atto della costituzione della relativa gestione previdenziale all’interno dell’INPDAP nel 1996, del montante contributivo dei pensionati ex dipendenti statali allo stesso INPDAP, nonché dalla sospensione, dal 2007 al 2011, dei trasferimenti operati dallo Stato, sotto forma di anticipazioni, nei confronti dell’INPDAP.
Luca Cancelliere (ARS Sardegna) per “Associazione Riconquistare la Sovranità”
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di Redazione · Published 20 Feb 2013
di Lorenzo D'Onofrio · Published 2 Giu 2015 · Last modified 5 Nov 2017
30 Lug 2013 alle 22:34
non sono in grado di poter intervenire sulle questioni tecniche.Pero' so che le varie riforme sono state fatte tutte,tranne due,da cialtroni al servizio del grande capitale finanziario.Poi se e' la crescita del P.I.L. a determinare l'entita' della pensione, occorre ricordare che le stime della ricaduta dei tagli sul pil sono drammaticamente sbagliate.Leggere il rapporto Blanchard presentato nel nov. scorso alla assemblea del F.M.I.di Tokio.Se poi vogliamo aggiungere tutto il signoraggio bancario percepito dall'I.N.P.S. grazie al 5% di azioni di Bankitalia viene fuori che e' di 2 volte e mezzo il presunto debito pubblico.E allora dicosa stiamo parlando?
30 Gen 2014 alle 9:50
…diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente per il sostentamento del lavoratore e per la propria famiglia…
L’art. 36 della C. non dice questo.
Il lavoro a tempo determinato, che negli ultimi anni ha subito un processo di progressiva liberalizzazione conclusosi con la riforma Fornero, deve essere utilizzato nei soli casi di stagionalità o temporaneità del lavoro, ovvero come modalità iniziale di inserimento del lavoratore nell’impresa nei casi in cui non ricorrano le esigenze formative proprie del contratto di apprendistato.
Nei soli casi di stagionalità o temporaneità può avere un senso, come modalità iniziale di inserimento è una proposta irricevibile perché non cambia nulla rispetto alla (pessima) situazione attuale.
Confido in una revisione del testo.
30 Gen 2014 alle 19:54
Cioè o apprendistato, o tempo determinato. N.C.S. (non ci siamo).
In ogni caso, i contratti a qualsiasi titolo “precari”, ivi compreso il rapporto di lavoro a tempo determinato, devono essere disincentivati mediante una maggiore imposizione fiscale e contributiva a carico del datore di lavoro, rispetto a quella applicabile al contratto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato.
Questo mi sembra un po’ meglio. Più semplicemente i contratti precari dovrebbero essere aboliti (e non disincentivati). Il rapporto di lavoro a tempo determinato dovrebbe esistere solo in alcuni casi specifici e cioè, appunto, nei soli casi di stagionalità o temporaneità del lavoro. Senza dare piena attuazione agli artt. 1, 4, 36 della C. non si va da nessuna parte.
1 Feb 2014 alle 11:01
Safonte,
confesso che mi era sfuggito e credo fosse sfuggito a molti, se non a tutti o quasi, ciò che avevamo approvato. Firso un singolo lavoro a tempo determinato per ogni lavoratore, ossia una prima esperieza lavorativa è possibile prevederlo, sempre che si trovino interessi da tutelare. In ogni caso, il testo andrà rivisto.
1 Feb 2015 alle 22:33
non sono d’accordo su un punto: il limite di 8 ore giornaliere è stato appunto introdotto quasi 100 anni fa, è quindi ora di diminuirlo ulteriormente, a 6 ore! Questo creerebbe la necessità di nuove assunzioni, ridurrebbe la disoccupazione e creerà una base molto più ampia di occupati che finanzierebbero le pensioni! Non ci sarebbe nessuna inflazione in quanto a crescere non saranno (nell’immediato) i salari ma il tempo libero, e i maggiori costi per le aziende sarebbero coperti da una diminuzione delle tasse (ottima sarebbe l’eliminazione dell’IVA), da una domanda maggiore a causa di più gente che lavora e della sostituzione dell’import (conseguenza dell’uscita dall’€uropa)
5 Ott 2016 alle 18:19
13 Dic 2016 alle 16:45
4 Mar 2017 alle 8:53
Lorenzo, purtroppo non sono le 8 ore o le 6 ore che impattano sulle assunzioni. Per esperienza e perché ne vedo tante, ti posso affermare che l’orario nei posti di lavoro è passato in secondo piano. Molte persone lavorano anche 12 ore al giorno senza straordinario e cosa più grave è che sono convinte che così facendo: “fanno carriera”. Il “padrone” che se vai via dopo le 8 ore di lavoro ti dice: che fai mezza giornata? Passando per un lavativo che non vuole lavorare. Questo è l’andazzo!!!! Purtroppo non ho soluzioni.
[…] ii) il documento sulla repressione finanziaria e il sistema finanziario nazionale; iii) il documento su lavoro e previdenza sociale; iv) il documento sulla scuola; v) il documento sulla rendita urbana; vi) il documento sulla […]
[…] – DOCUMENTO SU LAVORO E PREVIDENZA SOCIALE […]
[…] – “Lavoro e previdenza sociale”; […]
[…] È pacifico che il lavoro subordinato sia stato colpito con riforme che hanno inciso ora sulla stabilità del rapporto, ora sull’ammontare delle future pensioni, ora sul salario (mediante una prolungata politica di moderazione salariale). Di questo il Fronte Sovranista Italiano si è già occupato con un documento specifico. […]
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