Source: https://www.testo-unico-sicurezza.com/applicazione-degli-artt-236-242-243-e-244-del-dlgs-8108-valutazione-dellesposizione-ad-agenti-cancerogeni.html
Timestamp: 2019-07-18 21:18:50+00:00
Document Index: 27819734

Matched Legal Cases: ['art. 243', 'art. 40', 'art. 243', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 244', 'art. 249']

Indicazioni per la classificazione dei lavoratori come “professionalmente esposti ad agenti cancerogeni”
Seminario e workshop su cancerogeni occupazionali e tumori professionali
Lavoro ed esposizione ad agenti cancerogeni: non è da oggi che questo è un argomento sotto attenzione e in studio in Italia. Ad esempio già nel 1957 la Edizioni Radio Italiana (ERI), casa editrice della RAI, pubblicava un libriccino di Enrico Vigliani intitolato Medicina e Igiene del Lavoro1 in cui si accennava alle leucemie dei lavoratori esposti a benzene ed alle leucemie ed ai “tumori maligni” in genere dei lavoratori esposti a radiazioni ionizzanti: non un volume paludato per l'accademia, ma un opuscolo divulgativo rivolto a tutti. Nel marzo 1974 la rivista Sapere pubblicava una rassegna di ampio respiro e di vasta leggibilità, a firma di Franco Carnevale e Massimo Valsecchi dal titolo “Cancro da lavoro. Sostanze e lavorazioni che generano tumori.”2 . Nel gennaio 1980 la Regione Piemonte, l'Università degli Studi di Torino e il Comune di Torino pubblicavano il “Primo manuale per il riconoscimento di rischi di cancerogenicità chimica negli ambienti di lavoro”, a cura di Benedetto Terracini, Paolo Vineis, Giuseppe Costa e Nereo Segnan3 : un manuale certamente tecnico, ma che poteva essere utile strumento prevenzionistico per un'ampia gamma di decisori privati e pubblici.
Tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso il cancro occupazionale era una realtà particolarmente pesante nel nostro Paese, soprattutto in conseguenza del tipo di sviluppo industriale che vi si era realizzato dopo il termine della seconda guerra mondiale (cosiddetto “boom economico”). Molti, questa realtà, provavano a negarla o quanto meno a tenerla nascosta e/o a minimizzarla, qualcuno invece provava a farla emergere; tra questi ultimi, alcuni operatori della prevenzione dei Servizi territoriali pubblici i quali nel 1987, attraverso il terzo numero della neonata rivista di SNOP - Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione, contribuirono a socializzare una prima ricognizione dell’attività svolta da tali Servizi sul tema dei cancerogeni occupazionali 4 . Ebbe inoltre ampia risonanza l'intervento di Enrico Gaffuri uscito nel 1988 su la Medicina del Lavoro (la rivista scientifica di gran lunga più diffusa tra i medici del lavoro italiani) dal titolo emblematico “Alla ricerca dei tumori perduti” 5 . Già all’epoca questo argomento fu oggetto di studi epidemiologici, di processi civili e penali ed anche di alcuni testi che oggi chiameremmo di “medicina narrativa”, i quali ebbero una particolare rilevanza per l'evoluzione dell'opinione pubblica nel nostro Paese
Come esempio di tali ultime esperienze si veda il volume “La fabbrica del cancro. L'IPCA di Ciriè.” uscito nel 1976 a firma di Pierpaolo Benedetto, Graziano Masselli, Ugo Spagnoli e Benedetto Terracini 6 a pag. 7 di tale volume vi erano le seguenti parole di Benito Franza, operaio dell'IPCA che assieme al collega Albino Stella molto si adoperò per far emergere la tragedia del cancro vescicale tra gli operai di quella fabbrica che erano pesantemente esposti ad amine aromatiche cancerogene. “(...) i piedi li avvolgevamo in stracci di lana e portavamo tutti zoccoli di legno, altrimenti con le scarpe normali ci si ustionava i piedi.” “Quelli che lavorano ai mulini, dove vengono macinati i colori, orinano della stessa tinta dei colori lavorati (blu, giallo, viola ecc.) fin quando non si incomincia orinare sangue.” “Nella fabbrica non c’è neanche un topo; quei pochi che alle volte si azzardavano a venire dalla balera vicina, li trovavamo morti il giorno dopo con le zampe in cancrena. I topi non portano zoccoli!”
Man mano, nel nostro Paese si rendevano note anche diverse altre situazioni eclatanti di cancro dovuto al lavoro, come quelle dei tumori vescicali da amine aromatiche all'ACNA di Cengio, delle neoplasie pleuriche e polmonari da amianto nella produzione del cemento-amianto, nell'industria tessile dell'amianto e in molti cantieri navali, delle leucemie tra i professionalmente esposti a benzene, degli angiosarcomi epatici da cloruro di vinile monomero (CVM) nell'industria delle materie plastiche, di vari generi di tumori nell'industria della gomma e in siderurgia. Non le Organizzazioni Sindacali nel loro complesso, ma alcune specifiche parti di esse giungevano ad acquisire il problema “cancro da lavoro” come una loro priorità e a socializzarlo anche al di là dell'ambito locale; ad esempio, negli atti di un convegno della Federazione Unitaria Lavoratori Chimici (FULC) delle Regioni Emilia-Romagna e Toscana tenutosi nel 1977 si parlava ampiamente del rischio di cancro indotto dall'esposizione occupazionale a CVM 7 . Diversi anni più tardi, nel 1990, furono di nuovo alcune parti avanzate delle Organizzazioni Sindacali italiane a far pubblicare due testi fondamentali in materia di cancro da lavoro: la traduzione in Italiano della sintesi dei volumi dall'1 al 42 delle monografie sui rischi cancerogeni per l'uomo emesse dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione 8 (la massima parte degli agenti cancerogeni considerati atteneva agli ambienti di lavoro); l'edizione in Italiano del manuale “La ricerca delle cause delle malattie di origine professionale: una introduzione all'epidemiologia in ambiente di lavoro” 9 (parte significativa di tale lavoro era dedicata ai problemi dei cancerogeni e del cancro). Quando in quell'epoca si parlava del rischio di cancri da lavoro, di norma ci si riferiva alla situazione di gruppi di soggetti così fortemente esposti rispetto a tutto il resto della popolazione che poteva essere sufficiente distinguere tra questi (“esposti”) e tutti gli altri (assunti tout court come “non esposti”), ragionando quindi “in bianco e nero”, senza perdere gran che di una corretta leggibilità del fenomeno. Da allora, nel nostro Paese il quadro delle esposizioni occupazionali ad agenti cancerogeni è molto cambiato. E' nozione diffusa e condivisa che “da noi”, lungo il corso degli ultimi trenta – quaranta anni, le esposizioni occupazionali ad agenti cancerogeni siano complessivamente diminuite di intensità media, intensità di picco, frequenza e durata. Pur rimanendo forti disparità tra un contesto e l'altro con persistenza di sacche di esposizioni ancora importanti in scenari periferici e degradati, in una parte considerevole dell'industria italiana si sono avuti effettivi e importanti miglioramenti delle condizioni di lavoro. Molte lavorazioni e molti agenti di particolare pericolosità (a iniziare da quelle che prevedono l'amianto come materia prima) sono scomparsi dal nostro tessuto produttivo o semplicemente sono stati esportati dai Paesi di più antica industrializzazione verso Paesi “in via di sviluppo” (dove, ovviamente, esercitano i medesimi effetti patogeni che “da noi”). I fenomeni di parcellizzazione del tessuto produttivo e di precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno reso relativamente rara la condizione dell'operaio che trascorre gran parte della sua vita professionale in regime di dipendenza presso un'unica grande fabbrica, all'interno della quale viene addetto a produzioni massive con pochi cambi di reparto e di mansione. Si sono espansi i rapporti di lavoro non stabili e comunque di brevissima durata (anche “a chiamata” per poche ore alla volta, magari pagati con i voucher), con passaggi frequenti da un comparto a un altro e/o da una mansione non specializzata all'altra.
Un effetto collaterale (forse l'unico positivo) del turnover rapido è che sempre meno spesso accade che chi ha la disavventura di essere esposto a cancerogeni in un dato scenario lavorativo rimanga a lungo in tale condizione: resta comunque ferma la possibilità che questi venga poi esposto a simili e/o diversi cancerogeni nel corso di impieghi susseguenti e non va dimenticato che, a parità di altre condizioni rilevanti, il turnover in quanto tale non fa che spalmare un dato carico di esposizione su di un maggior numero di soggetti esposti. Si veda, in coerenza con le considerazioni di cui sopra, uno studio pubblicato nel 2016 basato su dati europei e canadesi, sistematizzati tramite una matrice lavoro-esposizione per cinque agenti cancerogeni per il polmone (amianto, cromo VI, nickel, idrocarburi policiclici aromatici - IPA e silice cristallina respirabile) 10, ove si concludeva come segue (la traduzione dall'Inglese è degli scriventi). “Trend temporali in discesa sono stati osservati per tutti gli agenti tra gli anni '70 e il 2009, andando da – 1.2 % all'anno per le esposizioni personali a benzo-a-pirene e nickel a – 10.7 % per l'amianto (in questo lasso di tempo si è realizzato un bando dell'amianto). Le differenze regionali nell'intensità delle esposizioni (aggiustate per mansioni soggette a misura, anni in cui erano state effettuate le misure e metodi e durata dei campionamenti) variavano per agente, andando da un fattore 3.3 per il cromo VI fino a un fattore di 10.5 per l'amianto.” “Da noi”, quindi, il problema del rischio cancerogeno occupazionale non è affatto scomparso, ma è cambiato profondamente e va affrontato con strumenti operativi e interpretativi in parte diversi, comunque più fini rispetto a quelli che potevano andar bene fino a non molti anni fa. Una distinzione tranciante tra “esposti” e “non esposti” ovvero tra “professionalmente esposti” e “non professionalmente esposti” è sempre meno adeguata a rappresentare la realtà. Le esposizioni occupazionali a cancerogeni che vediamo oggi (ovvero che dovremmo vedere oggi – a volte siamo un po' miopi) si classificano meglio lungo come una scala continua di grigi, i valori inferiori della quale sappiamo che possono situarsi in overlapping con quelli di alcune fasce di “popolazione generale” gravate da esposizioni ambientali significative (ad esempio per gli IPA, il benzene, la formaldeide). Anche l'identificazione di gruppi omogenei per esposizione è oggi particolarmente difficile ed ha un'utilità limitata finché non sia corredata da una stima dell'entità dell'esposizione che caratterizza ciascun gruppo, anche solo lungo una scala semiquantitativa. Per intendersi, il titolo di mansione “asfaltatore di strade” va certamente ancor oggi associato ad un'esposizione occupazionale ad IPA, ma sappiamo anche che per gli asfaltatori misure di esposizione fatte in contesti recenti diversi hanno dato valori molto diversi; è quindi importante sapere quanti IPA ci sono negli asfalti in uso, se si asfalta all'aperto o in galleria, se a fine a turno i lavoratori si fanno una doccia che rimuova l'imbrattamento cutaneo e così via.
Nemmeno basta più il titolo di mansione “vulcanizzatore nell'industria della gomma” per assumere ragionevolmente che un lavoratore sia esposto ad IPA e ad amine aromatiche cancerogene e, in caso affermativo, per stimare anche solo grossolanamente “quanto”; a tali fini servono informazioni specifiche sugli olii plastificanti, i neri di fumo e gli antiossidanti utilizzati e dati descrittivi che caratterizzino bene uno specifico scenario di esposizione (presenza e, in caso affermativo, qualità delle aspirazioni; prossimità dei lavoratori ai punti di emissione di “fumi di gomma calda”; componenti manuali della mansione e associate condizioni di imbrattamento cutaneo, esistenza o meno di pratiche di igiene personale a fine turno…).
Lo stesso dicasi per le esposizioni a cromo, nichel, silice libera cristallina e IPA nell’industria metallurgica dove, a fianco a indubbi miglioramenti delle condizioni di igiene del lavoro “medie”, permangono anche situazioni alle quali certamente possiamo associare, anche soltanto a livello qualitativo, delle “significative” esposizioni a cancerogeni. A fronte di tutto ciò, si sono sviluppate forti tendenze a sostenere che le misurazioni dell'esposizione occupazionale ad agenti cancerogeni (come ad ogni agente di rischio) siano divenute il più delle volte superflue e quindi, per evitare costi inutili a carico di imprese e strutture pubbliche, da sostituirsi con stime fatte “a tavolino”. Ora, le stime di esposizione, tanto prospettiche quanto retrospettive, condotte mediante un algoritmo e/o una matrice lavoro-esposizione (job exposure matrix – JEM) sono senz'altro utili e spesso insostituibili, ma sono attendibili solo se derivano dalla trasposizione logica verso un dato contesto in esame di informazioni di qualità assunte in contesti simili precedentemente studiati in modo approfondito. A volte i risultati di tali stime sono sufficienti per poter dichiarare concluso il processo di valutazione del rischio e agire di conseguenza; altre volte, invece, la stima delle esposizioni tramite un algoritmo o una JEM costituisce niente più che una fase preliminare di un processo valutativo completo, che nel suo prosieguo dovrà comprendere anche delle misure. Un articolo pubblicato da Hans KROMHOUT nel 2016 11 ha ben chiarito e stigmatizzato quanto sia impropria la forzatura verso l'omissione sistematica delle misure di esposizione. Si pensi ai livelli di esposizione professionale a formaldeide con cui oggi è necessario confrontarsi, che nella maggior parte dei casi non sono particolarmente elevati ma che nemmeno sono del tutto trascurabili, collocandosi comunque al di sopra di quelli sperimentati anche dalla popolazione generale non professionalmente esposta: non è tecnicamente ed eticamente pensabile che oggi, per identificare la presenza di un rischio cancerogeno da formaldeide in un ambiente di lavoro, si debba attendere l'evidenza che, entrandovi, si inizi subito a tossire e lacrimare. Algoritmi e JEM possono fornirci un orientamento preliminare, dopo di che ci saranno situazioni “in fascia gialla” (per usare una terminologia corrente nel gergo dell'igiene industriale) che non si potranno definire altro che tramite misure. In sintesi: oltre ad ottenere e registrare informazioni più approfondite che in passato riguardo agli scenari di esposizione, si devono da un lato condurre misure di esposizione più sistematiche, rappresentative, affidabili e sensibili che tengano conto adeguato anche dei fattori variabilità intra-individuale e inter-individuale 12, dall’altro costruire, sulla base di queste e della letteratura scientifica pubblicata, delle JEM specifiche per tempo e per luogo, che ci consentano di rendere fruibili le conoscenze, trasferirle da un contesto all'altro, condurre inferenze sul rischio. Per quanto sopra, anche riguardo all'epidemiologia del cancro pressoché nulla si presenta oggi, nel nostro Paese come in generale in tutti i Paesi a maggior reddito, “in bianco e nero”. Gli studi epidemiologici recenti normalmente si confrontano con rischi relativi “piccoli”, anche decisamente inferiori al valore “2” che alcuni impropriamente assumono come discrimine magico tra rischi rilevanti e irrilevanti (non va mai dimenticato che avere un rischio relativo di 1.5 significa avere il 50 % di casi in eccesso rispetto alla condizione di riferimento).
Già nel 1992 Julian Peto aveva fatto notare quanto segue (la traduzione dall'Inglese è degli scriventi) 13. "Fino agli anni '80, gli epidemiologi si occupavano principalmente di rischi relativi che eccedevano all'incirca 1.5 ed erano spesso molto più alti. Molte controversie ora si incentrano sui rischi molto più bassi, un esempio notevole dei quali è l'effetto del "fumo passivo" sul rischio di cancro polmonare. I dati pooled mostrano un effetto statisticamente significativo e tutti gli studi sono consistenti con un rischio relativo di circa 1.3 (...)." I rischi relativi “piccoli” spesso nascono da un intreccio di effetti di “piccole” ma concrete differenze di esposizione e di variabili misclassificazioni dei profili di esposizione, le quali ultime portano sempre e soltanto a una ridotta visibilità delle differenze. Può avvenire che in uno studio epidemiologico vengano confrontati i rispettivi carichi di patologia di un gruppo “A” che contiene esposti ad “alte”, “medie” e “basse” dosi, di un gruppo “B” che contiene esposti a “medie” e “basse” dosi nonché un po' di non esposti e di una popolazione di riferimento che comunque contiene un certo numero di esposti di ogni grado mescolati a una pur ampia maggioranza di veri non esposti. Il quadro d'assieme non può che risultarne velato da una sorta di nebbia che offusca le differenze reali, inducendo una sottostima dei problemi reali. Il sommarsi di errori non sistematici (perché i dati / gli elementi di confronto sono insufficientemente validi, precisi, affidabili) porta sempre e soltanto a un unico effetto nocivo: la nostra visione si appanna, la nostra capacità di rilevare differenze reali si ottunde, i rischi relativi si appiattiscono verso l'unità (cioè quel valore che ci costringe a dire che una differenza o non esiste o, se c'è, non siamo in grado di vederla) 14. Non tenere conto di tutto ciò facilmente conduce a interpretazioni improprie dei risultati. Per osservare differenze “piccole” ma che concretamente esistono ed ancor più per poterle vedere come “statisticamente significative” abbiamo assoluto bisogno di studi epidemiologici collaborativi di grandi dimensione ed anche, se non soprattutto, del supporto di attribuzioni di esposizione valide, precise, affidabili 15,16. Questo altresì rimanda alla necessità, sempre più impellente, di giungere a valutazioni dell’esposizione a cancerogeni basate su tutti gli strumenti che l’igiene del lavoro e la medicina del lavoro oggi possono offrire, ma che spesso non vengono adeguatamente utilizzati. Diverse e importanti implicazioni ne conseguono per i lavoratori esposti, sul piano preventivo, medico-legale, etico. In tale direzione, in anni più recenti, si sono sviluppate ulteriori riflessioni di cui si trova una buona sintesi in un supplemento della rivista Epidemiologia & Prevenzione pubblicato nel 2009 17: riflessioni pertinenti alla contestualizzazione del rischio cancerogeno occupazionale (Carnevale, Merler, Vogel, Silvestri), al contributo preventivo delle osservazioni “a posteriori” (Terracini, Gennaro, Soffritti, Vineis, Crosignani, Mirabelli), al riconoscimento in sede giuridica e assicurativa dei tumori professionali e dei rispettivi rischi nel contesto della prevenzione (Marinaccio, Bottazzi, Barbieri, Di Lecce).
Quanti sono gli esposti a cancerogeni in ambiente di lavoro oggi in Italia, a cosa
Per provare a rispondere a tali domande disponiamo di alcuni strumenti, tutti parziali e
gravati da limiti intrinseci di approccio, ma che sono assai meglio di niente: in
particolare, le stime del progetto europeo CAREX, le stime di ISPESL / INAIL basate su
fonti amministrative, i dati dei registri aziendali di esposizione occupazionale ad agenti
cancerogeni “ex art. 243 Dlgs 81/08”, i dati dei flussi informativi “ex art. 40 Dlgs 81/08”
(quelli che i medici di azienda forniscono al sistema pubblico riguardo ai lavoratori in
sorveglianza sanitaria per specifici rischi occupazionali).
Dalle più recenti stime di CAREX, curate per l'Italia da Mirabelli e Kauppinen18, possiamo
ipotizzare che tra il 2000 e il 2003 nel nostro Paese ci fossero (trascurando le esposizioni
di bassa probabilità e/o bassa intensità) circa 700.000 lavoratori professionalmente
esposti alla radiazione solare e almeno 1.500.000 lavoratori professionalmente esposti a
cancerogeni chimici: di questi ultimi:
circa 75.000 ad amianto (ne risultavano circa 350.000 alla precedente
valutazione del 1990-1993);
circa 250.000 a quarzo;
circa 280.000 a polveri di legno;
circa 180.000 a benzene;
circa 160.000 a composti del cromo esavalente;
circa 120.000 a idrocarburi policiclici aromatici (IPA) di provenienza diversa dal
fumo di tabacco passivo;
circa 110.000 a formaldeide;
e così via (chiaramente uno stesso lavoratore poteva risultare esposto a più di un
cancerogeno ovvero a più di una classe di cancerogeni).
Dal gruppo di ricerca ISPESL / INAIL che fa capo a Marinaccio e Scarselli si hanno diverse
stime mirate ad argomenti specifici, di cui si riassumono di seguito alcuni risultati di
interesse (che peraltro si discostano alquanto dai dati indicati da CAREX, soprattutto
riguardo alla silice libera cristallina e sarebbero quindi meritevoli di verifica):
con riferimento al periodo 1996 – 2010, era stato valutato che nelle aziende
obbligatoriamente assicurate presso INAIL vi fossero 39.230 lavoratori potenzialmente
esposti a idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in settori industriali selezionati 19;
con riferimento al periodo 2000 – 2004, era stato valutato che nei settori
economici in cui erano stati riconosciuti casi di silicosi vi erano 28.712 lavoratori
“potenzialmente ad alto rischio di esposizione a silice” 20;
con riferimento al 2001, era stato valutato che vi fossero in Italia 650.886
lavoratori blue-collar a rischio di cancro polmonare, distribuiti in 117.006 unità locali 21;
sulla base di uno studio pubblicato nel 2009, era stato valutato che in Italia vi
fossero circa 443.849 lavoratori blue-collar probabilmente esposti ad agenti che
comportavano rischio di cancro vescicale22;
sulla base di uno studio pubblicato nel 2011, era stato valutato che in Italia vi
fossero tra 355.079 e 377.271 lavoratori industriali blue-collar probabilmente esposti ad
agenti che comportavano rischio di cancro vescicale, escludendo dal computo quelli con
esposizioni “di basso livello”
Dal gruppo di ricerca ISPESL / INAIL è stata anche prodotta una prima analisi formalizzata e pubblicata dei dati contenuti nei registri aziendali di esposizione ad agenti cancerogeni al 31.12.2008: le informazioni disponibili riguardavano 79.000 lavoratori distribuiti in 6.000 aziende 24. Anche successivamente al 2008, i dati disponibili sulla base dei registri aziendali di esposizione ad agenti cancerogeni “ex art. 243 Dlgs 81/08” sono rimasti molto incompleti, con grande variabilità di copertura tra una Regione e l'altra; dando uno sguardo esemplificativo alle Marche si può osservare che: i registri di tal genere notificati alla struttura pubblica risultavano 638 nel 2008 (anno di emissione del Dlgs 81/08), 80 nel 2009; 58 nel 2010; 56 nel 2011; 67 nel 2012; 44 nel 2013; 25 nel 2014, per un totale di 968 (dati INAIL, non pubblicati); al 31.12.2015 risultava notificato alla struttura pubblica un totale di 1264 registri, diversi dei quali avevano avuto uno o più aggiornamenti (dato ASUR MARCHE, non pubblicato). Sulla base dei flussi informativi “ex art. 40 Dlgs 81/08” analizzati dall'INAIL (dati non pubblicati) si desume poi che:  nel 2013, in Italia, i lavoratori in sorveglianza sanitaria per esposizione a cancerogeni erano 102.594 (86.688 maschi, 15.996 femmine): meno dell'1 % del totale dei lavoratori all'epoca in sorveglianza sanitaria;  al 2015 il quadro risultava alquanto cambiato perché, nel nostro Paese, i lavoratori in sorveglianza sanitaria per esposizione a cancerogeni risultavano essere saliti a 330.312, praticamente il 2 % del totale dei lavoratori in sorveglianza sanitaria. Sempre dai dati “ex art. 40 Dlgs 81/08” emerge che, nel 2015, i medici di azienda hanno particolarmente seguito i lavoratori outdoor esposti a ultravioletti da radiazione solare (144.245, quasi il 44 % del totale di quelli in sorveglianza sanitaria per esposizione a cancerogeni), oltre a 38.200 professionalmente esposti a quarzo e a 17.147 professionalmente esposti ad amianto. L'immagine che emerge dalle informazioni sopra esposte è esauriente ? Ragionevolmente no, essa ci fornisce una panoramica “sfumata”, priva di dettagli e contorni e soprattutto molto parziale (di certo sotto-stimante) riguardo a numerosi cancerogeni importanti. Parrebbero pressoché scomparsi dal tessuto produttivo italiano i professionalmente esposti ad IPA (asfaltatori compresi), amine aromatiche certamente o probabilmente cancerogene, N-nitrosamine certamente o probabilmente cancerogene, benzene, formaldeide, cromo VI, nichel, cadmio, ossido di etilene, polveri di cuoio, pesticidi certamente o probabilmente cancerogeni, farmaci antitumorali certamente o probabilmente cancerogeni, turnazioni lavorative notturne non compensate, HCV, HIV: di certo non è così. Sappiamo troppo poco, da un punto di vista epidemiologico e quindi anche prevenzionistico, anche su quanti sono ancor oggi professionalmente esposti a radiazioni ionizzanti. Se è scorretto affermare qualunquisticamente che "in Italia non si sa mai nulla", va d'altronde tenuto presente che il gap informativo che dobbiamo colmare rispetto al rischio cancerogeno occupazionale e alle sue conseguenze patogene è ora perfino più vasto di qualche anno fa, perché sono cessate molte attività di ricerca di parte pubblica in tal senso: tutto questo rende impellenti delle azioni sistematiche, organicamente
sostenute dal sistema sanitario pubblico, per contenere i margini di incertezza eccessivamente pesanti che gravano sulle scelte da compiere e i risultati da raggiungere. Se davvero si vuole attuare un programma e delle azioni utili a ridurre, nell’arco di alcuni anni, il carico di popolazione dei cancri di origine professionale, non dovrebbero esservi dubbi sulla necessità di impegnare il sistema sanitario pubblico del nostro Paese in un'operazione sistematica di identificazione e registrazione di quanti siano e come siano distribuiti i lavoratori esposti (ed anche solo potenzialmente esposti) a cancerogeni, nonché di quali siano i loro scenari di esposizione (con una definizione adeguata di quali siano i profili temporali e le intensità di tale esposizione). Perché sia efficace ed utile, un'operazione di tal genere va organizzata e sostenuta in maniera da coprire tutto il territorio nazionale, mantenersi e aggiornarsi nel tempo, essere sottoposta a processi di revisione e validazione. A tal fine si ritiene che possa essere riproposto il modello già adottato (seppure solo in parte realizzato) per i registri di patologia tumorale di cui all'art. 244 del Dlgs 81/08: una rete tra un centro nazionale di programmazione, coordinamento e analisi valutativa, un set completo di Centri Operativi Regionali (COR) e un set completo di Servizi per la Prevenzione e la Sicurezza negli Ambienti di Lavoro del sistema sanitario pubblico (costituenti, questi ultimi, la vera “ossatura” dell’intero sistema). Tale rete non dovrebbe limitarsi a mettere assieme i dati dei registri aziendali di esposizione e quelli relativi alla sorveglianza degli esposti di cui agli articoli 242 e 243 del Dlgs 81/08, ma dovrebbe alimentare il sistema informativo anche con tutto quanto altro sia disponibile da fonti giudicate attendibili: di particolare valore risulteranno, a tale riguardo, i risultati delle indagini di igiene industriale, di parte sia pubblica sia privata. Non andrà trascurato il contributo delle anamnesi rese dai lavoratori, sotto qualunque forma rese disponibili, una fonte informativa ricca e insostituibile, troppo spesso negletta per la sua presunta “mancanza di oggettività” 25. Certamente andranno individuati dei panel di valutatori esperti accreditati dalla struttura sanitaria pubblica che giudichino cosa possa dirsi, per l'appunto, attendibile ed eventualmente anche rappresentativo di circostanze di esposizione situazioni simili, per cui l'informazione raccolta in un certo momento in un certo contesto lavorativo potrà essere in qualche misura “ribaltata” su situazioni omogenee a quella studiata in via diretta: niente più che la logica di una matrice lavoro-esposizione (job exposure matrix – JEM) 25. Anche i dati relativi ai soggetti esposti sporadicamente ed a basse intensità meritano di essere adeguatamente raccolti e valutati: si è detto che una delle frontiere con cui oggi ci si deve confrontare è proprio quella delle “piccole” esposizioni, magari di breve durata e di intensità contenuta, ma ampiamente diffuse nelle popolazioni. Inoltre, ciò che oggi giudichiamo “sporadico” e “di bassa intensità” potrebbe ricevere in futuro una qualificazione diversa, alla luce di nuove acquisizioni sul rischio da “basse dosi complessive”, da picchi di esposizione e da interazioni sinergiche. Va certamente definito in modo inequivoco, per ciascun agente cancerogeno di interesse, che cosa esattamente si intenda per esposizioni sporadiche e di bassa intensità (ESEDI), una tipologia di circostanze già contemplata dalla legge (secondo comma dell'art. 249 del Dlgs 81/08) seppur limitatamente al caso dell'amianto e per il concreto affrontamento della quale già si è avuto un pronunciamento istituzionale, di cui si tratterà più avanti.
Per poter dire che un'esposizione occupazionale è di “debole” intensità sono necessarie non solo delle operazioni di risk assessment (quindi, di stima esplicita del quantum di rischio attribuibile all'esposizione medesima), ma anche delle operazioni di confronto con un set di valori di riferimento che chiarisca, in modalità tempo- e luogo- specifica, quale sia il fondo di esposizione che caratterizza la popolazione generale non professionalmente esposta. Un'importante base di dati riferita al nostro contesto nazionale è già oggi reperibile nella lista pubblicata nel 2011 dalla SIVR – Società Italiana Valori di Riferimento 26; tale approccio va sistematizzato ed esteso, integrandovi man mano i risultati dei numerosi studi prodotti in ambito internazionale riguardo sia agli ambienti confinati ad uso non lavorativo, sia all'ambiente generale outdoor. L’affinarsi dei metodi analitici e la produzione di studi di grandi dimensioni di natura “ecologica” ha in effetti consentito di stabilire che nell’aria dell’ambiente generale vi sono “normalmente” IPA, formaldeide, benzene (ed altro) e che di questi agenti vi possono essere, nei comuni ambienti confinati poco ventilati, concentrazioni nettamente più elevate di quelle che si riscontrano al loro esterno. E’ certamente imbarazzante dichiarare come “normali” dei livelli di presenza di cancerogeni che riguardano tutti, neonati compresi, ma anche le cose imbarazzanti vanno fatte se sono corrette e utili: è scorretto il far finta di nulla, perché cristallizza la protrazione di situazioni come minimo ambigue, a volte pericolose. Le presenze di agenti cancerogeni nelle atmosfere urbane e negli ambienti confinati ad uso non lavorativo, anche quando siano “piccole”, possono e devono essere attivamente ridotte (ad esempio quella degli IPA mediante azioni di controllo delle combustioni), ma di quelle che comunque esistono deve essere tenuto conto, anche ai fini della valutazione delle esposizioni professionali che su di un qualche livello di fondo vadano ad innestarsi. Una volta realizzato tutto questo, la rete “centro nazionale – COR – Servizi territoriali” potrà e dovrà rubricare, analizzare e rendere adeguatamente fruibili tutti questi dati: le informazioni vanno restituite, in forma leggibile e comprensibile, a quanti hanno interesse e diritto a riceverle. Per poter realizzare un’operazione di tale portata, sistematicamente per tutta Italia e sistematicamente nel tempo, sono necessari un mandato istituzionale chiaro da parte del Ministero della Salute e un corrispondente supporto finanziario pubblico; diversamente si rischia di crearsi e di creare soltanto delle illusioni. Chiediamo con forza un impegno in tal senso.
Applicazione degli artt. 236, 242, 243 e 244 del Dlgs 81/08. Valutazione dell'esposizione ad agenti cancerogeni e del rischio che ne consegue. Indicazioni per la classificazione dei lavoratori come “professionalmente esposti ad agenti cancerogeni”, la loro conseguente registrazione e lo svolgimento di programmi di sorveglianza sanitaria ad hoc. La questione degli ex-esposti ad agenti cancerogeni in ambiente di lavoro.