Source: https://www.miolegale.it/sentenze/cassazione-penale-sezioni-unite-35814-2019/
Timestamp: 2020-01-29 08:00:09+00:00
Document Index: 31464976

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 478', 'art. 492', 'art. 478', 'arte 3', 'art. 476', 'art. 478', 'art. 49', 'art. 477', 'art. 2719', 'art. 2719', 'art. 478', 'art. 476', 'art. 478', 'sentenza ', 'art. 491']

Home Penale Procedura Penale Cassazione penale, sez. unite, 28 marzo 2019, n. 35814
1. Con sentenza del 6 aprile 2017 la Corte di appello di Cagliari, in riforma della sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Cagliari il 21 aprile 2015, ha assolto M.W. dall’imputazione del reato di falso materiale di cui agli artt. 476 e 482 c.p. perché il fatto non sussiste.
6. Con memoria depositata il 5 marzo 2019 il difensore dell’imputato ha diffusamente illustrato una serie di argomentazioni volte a sostenere l’infondatezza dei motivi dedotti nei rispettivi ricorsi, osservando: a) in primo luogo, che alcun contrasto giurisprudenziale sarebbe rilevabile quando la copia com’è avvenuto nel caso di specie – sia presentata come tale e non per dimostrare l’esistenza di un originale invero inesistente; b) in secondo luogo, che l’indirizzo che sostiene la rilevanza penale della falsificazione della fotocopia consentirebbe un’inammissibile creazione giurisprudenziale del diritto in via analogica, perché finirebbe col costruire una nuova fattispecie incriminatrice sulla base dell’identità di ratio, costituita dall’analoga finalità lesiva della fede pubblica riscontrabile nella condotta di falsificazione materiale di un atto pubblico e nella creazione di una copia di un atto pubblico inesistente; c) in terzo luogo, che tanto troverebbe ostacolo sia nel disposto dell’art. 478 c.p. – che tratta espressamente delle copie di atto pubblico che simulano un atto presupposto inesistente, impedendo la possibilità di attribuire rilievo, quale falso materiale in atto pubblico, alle copie che non siano rilasciate in forma legale – sia nella previsione dell’art. 492 c.p., che ricomprende nella denominazione di atto pubblico, oltre gli originali, le sole copie autentiche di essi, ove tengano luogo, a norma di legge, degli originali mancanti, derivandone, pertanto, l’impossibilità di equiparare agli originali le copie non autentiche presentate come tali.
Entrambi i ricorsi, inoltre, sono inammissibili poiché, pur denunciando apparentemente una violazione di legge, mirano ad offrire, in sostanza, una diversa lettura degli elementi di fatto già vagliati dalla Corte d’appello.
La linea ermeneutica tracciata da tali decisioni si fonda essenzialmente su due ordini di argomentazioni: a) da un lato, l’esibizione di una fotocopia recante il contenuto apparente di un atto pubblico implica la falsa formazione di tale atto al fine di trarne la copia; b) dall’altro, non si ritiene necessario, ai fini della punibilità della condotta di falso, un intervento materiale su un atto pubblico, essendo invece sufficiente, perché il fatto sia lesivo della pubblica fede, che con la falsa rappresentazione offerta dalla fotocopia l’atto appaia, contrariamente al vero, esistente.
La prospettiva seguita dal primo orientamento valorizza le esigenze legate alla destinazione probatoria dell’atto e muove dal presupposto che la copia priva di attestazione di conformità all’originale, in quanto inidonea a svolgere una funzione probatoria, non ha valore giuridico di documento derivato, con il logico corollario secondo cui la falsa fotocopia, se presentata come tale, non assume rilevanza sul piano penale, perché intrinsecamente priva di capacità decettiva, anche nel caso di inesistenza dell’originale.
5.1. Ora, nella diversa ipotesi del rilascio di copia autentica di un originale inesistente, prevista dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 478 c.p., si ritiene che il falso sia materiale perché il pubblico ufficiale o il pubblico impiegato ha inventato un originale inesistente di cui la falsa copia autentica costituisce la prova: vale a dire che il falso è materiale in quanto il documento non doveva sorgere.
Interpretazione, questa, che trae sostegno dalle indicazioni desumibili dai lavori preparatori del codice penale, ove, per differenziare la falsità materiale dalla falsità ideologica si è prospettato il caso del presidente di un consiglio di amministrazione di una società commerciale il quale redige il verbale di una riunione di tale consiglio che non è in realtà avvenuta, concludendosi nel senso che in tale ipotesi deve ravvisarsi una condotta di falsità materiale perché costui non poteva redigere il verbale di una riunione inesistente (Lavori preparatori del codice penale e del codice di procedura penale, vol. 4^, parte 3, pag. 301).
5.2. Le condotte di falsità materiale descritte nell’art. 476 c.p., inoltre, non presuppongono la corrispondenza dell’atto ad un preesistente dato naturalistico, poiché di tale ulteriore elemento non v’è alcuna traccia nella disposizione normativa.
Nelle ipotesi di falsità materiale, dunque, non è un elemento essenziale la difformità dal vero, poiché la rispondenza ad un dato naturalistico che dovrebbe essere riprodotto nell’atto non è un requisito compreso nella descrizione normativa e non assume anzi alcuna rilevanza, tanto che si ritengono falsità materiali anche le modifiche o le aggiunte apportate in un atto pubblico dopo che lo stesso è stato definitivamente formato, ancorchè il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, salva l’ipotesi in cui esse si risolvano in mere correzioni di errori materiali o integrazioni che, lungi dal modificarne l’elemento contenutistico, siano invece dirette ad un completamento essenziale del relativo procedimento di formazione (ex multis, Sez. 5, n. 9840 del 16/01/2013, Caminiti Perotti, Rv. 255224).
L’inesistenza si verifica quando non è possibile identificare alcuna fattispecie negoziale, mancando addirittura gli elementi necessari perché si possa avere una figura esteriore di negozio giuridico, come nel caso, ad esempio, dell’atto privo di firma (Sez. 6, n. 2453 del 21/04/1978, dep. 1979, Serafini, Rv. 141389). Il manifestarsi di tale evenienza, infatti, impedendo qualsiasi riconoscibilità dell’atto, non consente di ritenere anche la sussistenza del falso documentale, mentre la nullità o annullabilità, per carenza di un requisito, non esclude l’affidamento, sia pure provvisorio, della pubblica fede.
6. Ciò posto, e richiamato il complesso delle considerazioni dianzi svolte, deve rilevarsi come la contraffazione che si realizza mediante la formazione di un atto in realtà inesistente ben possa avvalersi dello strumento materialmente rappresentato dall’utilizzo di una falsa copia, documentando una volontà solo apparente perché non viene in realtà espressa, neppure per simulazione.
6.1. Uno degli indirizzi ermeneutici in contrasto (inaugurato da Sez. 5, n. 7717 del 17/06/1996, Jacobacci, Rv. 205547 e poi ribadito da Sez. 5, n. 11185 del 05/05/1998, Detti, cit., nonché da Sez. 5, n. 4406 del 04/03/1999, Pegoraro, cit.) ha affermato, richiamando a tal fine la norma incriminatrice disegnata dall’art. 478 c.p., che non sussiste il reato di falso documentale per inesistenza dell’oggetto ex art. 49 c.p. quando la falsificazione ha ad oggetto una copia fotostatica, presentata come tale, atteso che quest’ultima non ha, di per sè, valore di documento, e può essere produttiva di effetti giuridici solo se autenticata o non espressamente disconosciuta, secondo quanto previsto dall’art. 477 c.p. e dall’art. 2719 c.c..
La volontà di sorprendere la fede pubblica, in tal modo, si realizza attraverso un comportamento ontologicamente inquadrabile nella ipotesi di falso per contraffazione, perché, almeno apparentemente, creativo di un atto originale in realtà inesistente, sì da determinarne oggettivamente, nelle intenzioni dell’agente, un’apparenza esterna di originalità.
Entro tale prospettiva, a ben vedere, deve ritenersi indifferente la circostanza di fatto legata alla materiale esistenza o meno dell’atto “originale” rispetto al quale dovrebbe operarsi il raffronto comparativo con la copia, perché l’intervento falsificatorio effettuato con la modalità della contraffazione assume come riferimento non tanto la copia in sè, quanto il falso contenuto dichiarativo o di attestazione apparentemente mostrato dalla natura della copia formata ed esibita dall’agente, laddove l’atto originale non esiste affatto ovvero, se realmente esistente, rimane inalterato e comunque estraneo alla vicenda.
6.4. Al riguardo non si pone, infine, un problema di indebita estensione degli effetti della previsione di cui all’art. 2719 c.c. in tema di efficacia delle fotocopie di atti, poiché il richiamato quadro di principii non si fonda affatto sulla norma civilistica ora menzionata, ma sull’individuazione del documento che risulta effettivamente oggetto dell’attività di contraffazione, e del cui inesistente originale la copia è, nell’intenzione dell’agente, destinata a provare artificiosamente l’esistenza.
Giova richiamare, sotto tale profilo, quanto da questa Corte affermato (Sez. 5, n. 3023 del 23/11/1979, dep. 1980, Caprani, Rv. 144545; Sez. 6, n. 5342 del 10/02/1984, Di Muro, Rv. 164706) in ordine alla struttura della norma contenuta nell’art. 478 c.p., comma 1, che punisce la formazione ed il rilascio in forma legale della pretesa copia di un atto inesistente, sicché l’autenticazione del pubblico ufficiale e cioè la falsa attestazione di conformità costituisce un elemento integrativo della fattispecie incriminatrice e non l’autonoma figura delittuosa di cui all’art. 476 c.p., cit.
La falsità dell’atto di autenticazione, infatti, è sempre preceduta, nello schema normativo delineato dall’art. 478 c.p. cit., da un’altra falsità che si consuma attraverso la formazione della falsa copia: falsità, questa, la cui natura, come osservato dalla dottrina, è materiale non solo quando viene simulato un atto inesistente, ma anche nell’ipotesi in cui si forma una copia difforme dall’originale, perché il documento-copia, prima dell’autenticazione, non è rappresentativo di alcun atto del suo confezionatore, che possa dirsi ideologicamente falso.
8.2. Sulla base delle su esposte considerazioni il ricorso proposto dal P.G., incentrato anche sulle implicazioni legate al presupposto di fatto della evidente idoneità decettiva dell’atto prodotto in copia al pubblico ufficiale, è inammissibile, ove si consideri il principio stabilito da questa Corte secondo cui è inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal P.M. avverso una sentenza del giudice di appello di assoluzione con formula “perché il fatto non sussiste” quando, successivamente a tale pronuncia, il reato si estingue per decorso del termine di prescrizione, atteso che il mezzo di impugnazione deve perseguire un risultato non solo teoricamente corretto ma anche praticamente favorevole (da ultimo v. Sez. 4, n. 16029 del 28/02/2019, Briguglio, Rv. 275651; Sez. 4, n. 23178 del 15/03/2016, Tremontini, Rv. 267940; Sez. 6, n. 16147 del 02/04/2014, Re Mario, Rv. 260121).
9. Ancora in via preliminare deve ritenersi la inammissibilità della eccezione, dalla difesa dell’imputato sollevata nella memoria difensiva del 5 marzo 2019, relativa al difetto di legittimazione della parte civile, atteso che le questioni preliminari relative alla costituzione di parte civile devono essere poste, ai sensi dell’art. 491 c.p.p., subito dopo che sia stato compiuto, per la prima volta, l’accertamento della regolare costituzione delle parti; le stesse, infatti, devono essere decise immediatamente, sicché se la prima udienza, compiuto il predetto accertamento, si concluda, come verificatosi nel caso di specie, senza che la questione sia stata sollevata, la proposizione di quest’ultima deve ritenersi preclusa nelle successive udienze, Né l’ammissione della costituzione di parte civile può essere in seguito contestata in sede di impugnazione (ex multis, Sez. 5, n. 57092 del 15/11/2018, Cutuli, Rv. 274450).