Source: https://www.laleggepertutti.it/185520_parcheggiare-vicino-per-non-far-aprire-lo-sportello-e-reato
Timestamp: 2019-11-21 11:43:10+00:00
Document Index: 65481205

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606']

Non importa se si può usare il lato passeggero: la difficoltà ad entrare o uscire dalla propria auto è violenza privata.
Ti è mai capitato di tornare al parcheggio e trovare la tua auto “chiusa” da un’altra? Non è solo il caso di chi parcheggia in seconda fila o di chi blocca l’uscita del garage privato, ma anche di chi lascia la propria macchina a pochi centimetri da un’altra, tanto da impedire al proprietario di quest’ultima di aprire lo sportello. Che fai in questi casi se ti accorgi che qualcuno ha parcheggiato “stretto”, ossia tanto accostato, da non farti entrare o uscire? Non sempre il carro attrezzi è disponibile; ma, anche se lo fosse, avresti perso l’appuntamento al quale andavi di fretta. Immagina allora di non riuscire ad entrare nell’abitacolo e di essere costretto a utilizzare lo sportello del lato passeggero: non tutti sono in grado di fare questa manovra, non tutti hanno l’elasticità e la corporatura fisica che gli consente di passare da un posto all’altro dell’auto. Che succederebbe se, a restare incastrato, fosse un anziano? Così, senza distinguere le situazioni più delicate dalle altre, la Cassazione ha detto ieri [1] che, in generale, parcheggiare vicino per non far aprire lo sportello è reato. Si tratta di una «violenza privata» perché costringe qualcuno, con la forza, a tollerare una determinata situazione di fatto. E questo al di là se le intenzioni sono proprio quelle di dar fastidio o meno. L’importante è essere consapevoli di rendere impossibile, all’altro conducente, l’ingresso o l’uscita dall’abitacolo della propria vettura.
Il principio non è nuovo; è nuova solo l’applicazione e il caso. Già in passato la Cassazione ha più volte ripetuto che parcheggiare la propria macchina in modo da sbarrare la strada al garage, al box auto, al cortile del condominio o a qualsiasi altro spazio privato, impedendo al legittimo titolare di accedervi o reimmettersi sulla vita pubblica costituisce violenza privata (leggi Parcheggio: è reato bloccare un’altra auto). Lo stesso principio viene ribadito oggi: lasciare la macchina a pochi centimetri da un’altra ferma, impedendo così al conducente di quest’ultima di poter regolarmente entrare o uscire dal proprio sportello configura violenza privata. Non importa che si possa utilizzare il lato passeggero; la Corte infatti non ha accolto nemmeno la tesi del colpevole secondo cui la vittima poteva uscire dalla parte opposta: già solo questa necessità è sufficiente a condizionare la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa.
Il caso deciso dalla Corte è quello di un uomo che «facendo uso improprio della propria autovettura che parcheggiava nei pressi dell’auto su cui sedeva la persona offesa a distanza tale (pochi centimetri) da non consentire al conducente di scendere dal suo lato, costringeva quest’ultimo a dover scendere da lato passeggero». Tra i due vi era una rivalità e la manovra “millimetrica” era solo un mezzo per esercitare la propria ritorsione. Ma questo non significa che le stesse conseguenze non possano scattare verso chi, invece, pur non animato dall’intento di danneggiare il vicino di auto, sia solo caratterizzato da un atteggiamento di menefreghismo e inciviltà.
Sbaglia chi crede che un parcheggio poco ortodosso possa solo comportare delle multe per violazioni del codice della strada. Il penale è dietro l’angolo ogni volta in cui è in gioco la libertà delle persone, come nel caso di chi parcheggia “stretto” tanto da non far aprire lo sportello accanto.
È violenza privata il parcheggio dell’auto tanto accostato ad un’altra macchina da non consentire al conducente di scendere o salire dal suo lato.
[1] Cass. sent. n. 53978/17 del 30.11.2017.
[2] Articolo . 610 cod. pen.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 12 ottobre – 30 novembre 2017, n. 53978
Presidente Fumo – Relatore Fidanzia
1. Con sentenza emessa in data 16 giugno 2016 la Corte d’Appello di Messina ha confermato la sentenza di primo grado con cui C.M. è stato condannato alla pena di giustizia per il delitto di violenza privata ai danni di G.G. , perché mediante violenza consistita nell’uso improprio della propria autovettura, che parcheggiava nei pressi dell’auto su cui sedeva la persona offesa a distanza tale (pochi centimetri) da non consentire al conducente di scendere dal suo lato, costringeva G.G. a scendere dall’altro lato della propria autovettura e ad affrontarlo.
2. Con atto sottoscritto dal proprio difensore ha proposto ricorso per cassazione l’imputato affidandolo ai seguenti motivi.
2.1. Con il primo motivo è stato dedotto vizio di motivazione e violazione dell’art. 606 c.p.p..
Lamenta il ricorrente che, nel caso di specie, non si era verificata alcuna violenza privata, atteso che l’imputato non aveva parcheggiato la propria autovettura, ma l’aveva posta solo in prossimità di quella del G. per discutere con lo stesso e la persona offesa era comunque scesa dal proprio mezzo, dall’altro lato, per discutere con il prevenuto.
Peraltro, il ricorrente assume di aver affrontato la persona offesa in relazione alle precedenti minacce da quest’ultimo rivolte alla propria moglie e suocera.
2.2. Con il secondo motivo è stato dedotta violazione di legge per contraddittorietà manifesta.
Pone in dubbio il ricorrente la ricostruzione che la sua autovettura si fosse posizionata a pochi centimetri da quella della persona offesa dato che, diversamente, anche lo stesso non avrebbe potuto scendere dal proprio veicolo.
1. Il primo motivo è inammissibile in quanto manifestamente infondato.
Va preliminarmente osservato chetai fini della configurabilità del delitto di violenza privata, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione. (Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013, Rv. 259052; vedi anche Sez. 5, n. 16571 del 20/04/2006, Rv. 234458 nonché Sez. 5, n. 3403 del 17/12/2003, Rv. 228063).
Non vi è dubbio che, secondo la ricostruzione della sentenza impugnata, il ricorrente, posizionandosi con la propria autovettura a pochi centimetri dello sportello lato autista dell’autovettura della persona offesa, la quale, per la presenza di autovetture parcheggiate avanti e dietro, non poteva in alcun modo spostarsi, ha costretto la stessa parte offesa a scendere dal proprio mezzo per affrontarlo in una discussione (allo scopo di ottenere lo spostamento del mezzo).
Né rileva che il G. sia stato comunque in grado di scendere dall’autovettura (dal lato passeggero), avendo con tale condotta il ricorrente pesantemente condizionato la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa.
Peraltro, le deduzioni del ricorrente, secondo cui avrebbe affrontato la persona offesa in relazione alle precedenti minacce da quest’ultimo rivolte alla moglie ed alla suocera, oltre che irrilevanti, sono inammissibili in quanto formulate per la prima volta nel ricorso e quindi non consentite a norma dell’art. 606 comma 3 c.p.p..
2. Anche il secondo motivo è inammissibile, implicando una censura che, oltre ad essere in fatto, è tardiva.
Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si stima equo stabilire nella misura di 2.000,00 Euro.
09/12/2017 alle 22:42
L’atteggiamento giuridico mi sembra corretto. Ma per non fare disuguaglianze tra pubblico e privato, si deve considerare anche il reato dell’amministrazione comunale quando crea dei parcheggi troppo stretti tali da non consentire lo spazio agevole per scendere dall’auto.
03/03/2018 alle 16:06
Vale anche nel caso di parcheggi privati? Qualora si impedisse in modo sistematico ad esempio l’ingresso e l’uscita dal proprio.spazio?
SAVERIA DE LUCA ha detto:
23/06/2018 alle 08:16
Solito enorme scarto tra teoria e pratica. In pratica come si risolve si chiama una pattuglia della stradale o la municipale,che non sono certo attrezzate per una soluzione istantanea come dovrebbero? Oppure ci facciamo venire l’ennesimo travaso di bile e da bravi intransigenti portiamo anche questa in tribunale? La quantità di situazioni di invivibilità ha raggiunto il limite, chi non sa vedere questo è cieco, quello che non va è tutta l’organizzazione della nostra vita e la quantità di leggi ne è la dimostrazione.