Source: https://www.condominio.it/2011/06/13/costruzione-di-balconi-e-pensili-sul-cortile-comune.html
Timestamp: 2020-02-26 00:24:09+00:00
Document Index: 185231410

Matched Legal Cases: ['art. 1102', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1170', 'art. 1102', 'art. 1102', 'art. 1102', 'art. 2697', 'art. 1170', 'art. 2697', 'art. 2043', 'art. 2043']

Costruzione di balconi e pensili sul cortile comuneCondominio.it Costruzione di balconi e pensili sul cortile comune
In tema di condominio negli edifici, la costruzione di balconi e pensili sul cortile comune è consentita al singolo condomino, purchè, ai sensi dell’art. 1102 c.c., non risulti alterata la destinazione del bene comune e non sia impedito agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. (Nella fattispecie, la S.C. ha rigettato il ricorso avverso la sentenza con cui il giudice di merito aveva ritenuto che l’edificazione, nel cortile comune, di due balconi alterasse la destinazione del cortile medesimo, diminuendo l’utilizzazione dell’aria e della luce che il bene era destinato ad assicurare).
Con ricorso depositato il 17 marzo 1992 Vincenza Leone e Santo Scaglione esponevano al Pretore di Castelvetrano:
di esser proprietari e possessori di due edifici, situati nella Via A. Mario al n. 78, all’interno di un cortile comune;
che Elisabetta Trombino, proprietaria limitrofa, aveva qualche tempo prima demolito e ricostruito un fabbricato realizzando due balconi prima inesistenti che compromettevano la naturale destinazione d’uso del cortile ed aprendo una veduta sul fondo della Leone che non rispettava le distanze legali;
che a causa dei lavori di demolizione non eseguiti a regola d’arte la Trombino aveva inoltre cagionato danni agli edifici di essi istanti ed alla fognatura comune.
Ciò premesso chiedevano la demolizione dei balconi, l’eliminazione della veduta aperta a distanza non regolamentare, oltre al risarcimento del danno.
Costituitasi, la Trombino contestava le domande avversarie chiedendone il rigetto.
Espletata C.T.U. il pretore, con sentenza del 6 aprile 1994, condannava la convenuta alla demolizione dei balconi e all’eliminazione della veduta, nonché al risarcimento del danno nella misura di L. 500.000 in favore di ciascun ricorrente.
Proposto gravame dalla soccombente il Tribunale di Marsala, con sentenza 10 maggio-23 luglio 1999, rigettava l’impugnazione condannando l’appellante alle maggiori spese del grado.
Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione Elisabetta Trombino sulla base di tre motivi.
Resiste con controricorso Santo Scaglione.
Non ha spiegato attività difensiva in questa sede l’altra intimata.
Con il primo motivo di ricorso si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 1170 cc in relazione all’art. 1102 stesso codice, nonché vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia.
Contesta la ricorrente che l’art. 1102 cc faccia divieto al singolo comunista di modificare “a proprio vantaggio lo stato di possesso anteriore” si come impropriamente ritenuto dal Tribunale e che quindi possa rinvenirsi una violazione possessoria nell’attività edilizia di essa Trombino per il solo fatto di aver modificato a proprio vantaggio tale stato di possesso in assenza di un accertamento sul punto se il maggior godimento del bene comune si fosse risolto in un pregiudizio della destinazione del bene medesimo e del possesso paritetico degli altri partecipanti alla comunione da non intendersi in termini di assoluta identità di utilizzazione della “res”.
Osserva ancora la Trombino che del resto il rimedio possessorio esperito dalle controparti non aveva riferimento a ragioni di pregiudizio alle proprietà individuali derivanti dalla realizzazione degli aggetti dei balconi, riguardando tali lagnanze altre vedute asseritamente realizzate a distanza inferiore a quella legale rispetto agli immobili degli odierni resistenti, peraltro ridotte a conformità in corso di causa.
Per l’art. 1102 cc le condizioni d’uso della cosa comune ad opera di ciascun partecipante consistono nella prescrizione che non sia alterata la destinazione della cosa medesima e non sia impedito agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.
In applicazione di tale principio la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto legittima l’immissione di balconi e pensili su un cortile comune salvo che non si verifichi con la loro apposizione un uso della cosa comune esorbitante dai limiti previsti dalla legge (Cass. n. 9644/87).
Alla stregua di tale giurisprudenza il tribunale, conformemente alla decisione del primo giudice, ha ritenuto che l’edificazione da parte della Trombino nel cortile comune di due balconi prima inesistenti con apertura di vedute a distanza non legale alterasse la destinazione del cortile medesimo diminuendo l’utilizzazione dell’aria e della luce che il cortile era appunto destinato ad assicurare.
Trattasi di una motivazione corretta e coerente la quale giustamente pone in luce, con apprezzamento di fatto incensurabile nella attuale sede, la circostanza che la costruzione dei summenzionati balconi, implicando tra l’altro l’occupazione dello spazio sovrastante, ha evidentemente comportato una menomazione dell’esercizio del potere di fatto sul cortile medesimo tutelabile in sede possessoria.
Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 cc in relazione all’art. 1170 stesso codice, nonché contraddittorietà della motivazione.
Rileva la ricorrente che l’espletamento della ctu non aveva fornito alcun contributo all’accertamento delle condizioni di ammissibilità nel caso di specie del rimedio possessorio (concreta violazione della normale destinazione del bene comune; pregiudizio derivante alla paritetica utilizzabilità del bene medesimo da parte degli altri comunisti per effetto della contestata attività edificatoria).
La censura non ha pregio essendosi la ricorrente limitata a del tutto generiche contestazioni sul mancato assolvimento da parte dei ricorrenti in possessorio dell’onere probatorio circa i presupposti di azionabilità della invocata tutela, tacciando del pari apoditticamente l’espletata CTU di inadeguatezza ai fini dell’accertamento delle condizioni di ammissibilità del rimedio possessorio.
Con il terzo motivo si denunzia, infine, violazione e falsa applicazione dello stesso art. 2697 cc in relazione all’art. 2043 stesso codice, nonché vizio di motivazione su punto decisivo della controversia.
Rileva la ricorrente che la pedissequa acquisizione da parte del giudicante delle conclusioni del ctu sulle ragioni di danno asseritamente arrecato da essa Trombino agli immobili di esclusiva proprietà dei resistenti non rendeva conto della acquisizione della prova in merito a tutti gli elementi strutturali dell’illecito aquiliano.
Anche tale ultima doglianza non si sottrae alla sorte delle precedenti giacché anche sul punto del tutto generico si appalesa il rilievo che il riconoscimento da parte dei giudici del merito di una responsabilità risarcitoria della Trombino sia avvenuto nella assoluta carenza di prova sugli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano indicati dall’art. 2043 cc.
Alla stregua delle svolte argomentazioni il proposto ricorso va respinto nella sua integralità, mentre non v’ha luogo a pronuncia sulle spese di questo giudizio stante l’inammissibilità del controricorso dello Scaglione che ha rilasciato procura al difensore in calce alla copia notificata del ricorso.
Così deciso in Roma il 14 giugno 2002.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 27 AGOSTO 2002.