Source: http://www.treccani.it/enciclopedia/diritti-dei-detenuti-ed-obblighi-dell-amministrazione_(Il-Libro-dell'anno-del-Diritto)/
Timestamp: 2017-10-23 02:40:31+00:00
Document Index: 95656420

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 35', 'art. 328', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 69', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 92', 'art. 575', 'art. 576', 'art. 584', 'art. 589']

Diritti dei detenuti ed obblighi dell'amministrazione in "Il Libro dell'anno del Diritto"
Diritti dei detenuti ed obblighi dell'amministrazione
Diritti dei detenuti ed obblighi dell’amministrazione
Da un ventennio, la Corte costituzionale opera incisivamente sia attraverso l’individuazione dei diritti soggettivi del detenuto, sia attraverso l’identificazione delle tipologie di tutela allo stesso riconosciute dall’ordinamento. L’opera ricostruttiva del Giudice delle leggi ha preso le mosse dalla inscindibile connessione tra l’art. 27, co. 3, Cost. ed il riconoscimento di situazioni soggettive attive in capo alla persona detenuta. Tale riconoscimento si è concretizzato in una decisa valorizzazione della giurisdizione ordinaria quale esclusivo momento di controllo sulla tutela dei diritti della persona in vinculis. In tale prospettiva, la Corte costituzionale continua ad individuare i precisi ambiti all’interno dei quali l’amministrazione penitenziaria può esercitare la propria funzione, specificando che i provvedimenti da essa adottabili non possono eccedere il sacrificio della libertà personale già potenzialmente imposto al detenuto con la sentenza di condanna.
1. La ricognizione 1.1 Amministrazione penitenziaria e sindacato giurisdizionale
2. La focalizzazione. Effettività del rimedio giurisdizionale
3. I profili problematici. I controlli sull’inottemperanza
La decisione C. cost., 7.6.2013, n. 135 completa i dicta delle sentenze 11.2.1999, n. 26 e 23.10.2009, n. 266, contribuendo a meglio definire il “regolamento di confini” tra giurisdizione ed amministrazione in materia di tutela delle situazioni soggettive della persona in vinculis.
Avverso il provvedimento del competente Direttore generale del Ministero della giustizia, che inibiva a taluni condannati in regime carcerario differenziato (art. 41 bis, co. 2, l. 26.7.1975, n. 354, d’ora in poi: ord. penit), la visione dei programmi irradiati da talune emittenti Rai, un detenuto proponeva reclamo, prospettando la lesione del diritto all’informazione. Il magistrato di sorveglianza capitolino, rilevata la lesione del diritto soggettivo del detenuto, precisava che il relativo esercizio può essere oggetto di particolari restrizioni solo nei limiti fissati dall’art. 41 bis, co. 2-quater, lett. a), ord. penit., cioè a dire quando vi sia la necessità di prevenire contatti tra il detenuto ed i membri delle organizzazioni criminali di riferimento. Nel caso di specie, al contrario, il giudice del reclamo non aveva accertato alcun nesso concreto tra l’oscuramento del segnale e l’esigenza di impedire che, attraverso la trasmissione in video di brevi sms, giungessero ai detenuti indebite comunicazioni. Il magistrato di sorveglianza, di conseguenza, annullava il provvedimento amministrativo, ordinando il ripristino della possibilità, per l’interessato, di assistere ai programmi trasmessi dalle emittenti indicate.
A fronte dell’inottemperanza del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (d’ora in avanti: DAP), il detenuto si rivolgeva nuovamente al giudice, il quale apprendeva, a seguito di attività istruttoria, che il Ministro della giustizia, su proposta del capo del DAP, aveva deciso con decreto di non ottemperare all’ordinanza, ingiungendo alla direzione dell’istituto di non dare esecuzione al provvedimento del magistrato. L’ineffettività della tutela giurisdizionale assicurata alle situazioni soggettive della persona in vinculis determinava il magistrato a sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, ritenendo che il comportamento ministeriale avesse vulnerato le attribuzioni del potere giudiziario. Il conflitto, dichiarato ammissibile con l’ordinanza 7.3.2012, n. 46, è stato successivamente deciso con la sentenza 7.6.2013, n. 135.
1.1 Amministrazione penitenziaria e sindacato giurisdizionale
La Corte costituzionale ha ritenuto fondato il ricorso, stabilendo che non spetta all’Amministrazione disporre la non esecutività dei provvedimenti giurisdizionali. Il nucleo centrale della decisione riguarda l’estensione della tutela giurisdizionale rispetto agli atti dell’amministrazione penitenziaria incidenti sulle posizioni soggettive della persona detenuta. Inscritta nel decennale contesto delineato da due celebri pronunce costituzionali1, la materia dei diritti della persona detenuta continua a “riflettere” il buio come all’indomani della riforma penitenziaria del 1975, quando l’attività legislativa e l’elaborazione scientifica sono state maggiormente concentrate verso i profili relativi all’esecuzione extra moenia, che non nei confronti di quelli inerenti la titolarità e l’esercizio dei diritti riconosciuti al recluso all’interno dell’istituzione carceraria2.
Solamente a seguito della radicalizzazione del cd. “doppio binario” penitenziario3, la giurisprudenza costituzionale provvedeva non solo a stabilire i confini tra “collaborazione” e “rieducazione” in ambito penitenziario4, ma anche ad elaborare le linee-guida procedimentali a supporto di una legislazione mai sufficientemente “metabolizzata” dal sistema5. Quella “lunga marcia” culminava con la sentenza n. 26/1999, attraverso la quale il Giudice delle leggi ha imposto il rispetto della giurisdizionalità a fronte di ogni atto amministrativo lesivo di un diritto soggettivo della persona detenuta.
Eccezion fatta per isolati tentativi parlamentari, l’autorevole dictum non ha ricevuto la dovuta attuazione legislativa6, richiedendo la “supplenza” delle Sezioni Unite della Corte di cassazione7, la quale, assolutamente apprezzabile sul piano del pragmatismo della soluzione adottata, non è stata metabolizzata dalle sezioni semplici8. In realtà, quella pronuncia aveva superato la tradizionale dicotomia tra diritto soggettivo ed interesse legittimo, individuando nel magistrato di sorveglianza l’unica autorità giurisdizionale investita della cognizione delle posizioni soggettive di cui è portatore il detenuto9. Sulla scorta di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 69, co. 5, ord. penit.10, le Sezioni Unite hanno precisato che tale disposizione, «mentre sembrerebbe rendere vincolanti … le determinazioni del magistrato di sorveglianza, resterebbe irrimediabilmente depotenziata ove non fosse attribuito all’interessato il potere di azionare la giurisdizione proprio al fine di denunciare la violazione delle posizioni soggettive ricollegabili alle concrete modalità attuative del trattamento da parte della amministrazione penitenziaria». Siffatta lettura sarà successivamente ripresa dalla Corte costituzionale11, allorquando il Giudice delle leggi affermerà espressamente che la parola «disposizioni» (art. 69, co. 5, ord. penit.), «nel contesto in cui è inserita, non significa segnalazioni …, ma prescrizioni od ordini, il cui carattere vincolante per l’amministrazione penitenziaria è intrinseco alle finalità di tutela che la norma stessa persegue».
Da tale orientamento germina un significativo overruling: abbandonata la concezione di un magistrato di sorveglianza incapace di «sindacare nel merito eventuali decisioni assunte dall’amministrazione penitenziaria nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali»12, si giunge finalmente ad affermare che «l’ingiustificato rifiuto dell’amministrazione penitenziaria di eseguire la decisione emessa sul reclamo ex art. 35 ord. penit. potrebbe assumere rilevanza penale ai sensi dell’art. 328 c.p.»13.
Emerge chiaramente come la “giurisdizionalità” del rimedio debba essere accompagnata dall’ “effettività” del comando giurisdizionale. Tale proposizione, scandita a chiare lettere, come si è appena visto, dalla stessa Corte costituzionale14, emerge altresì dalle recenti censure mosse dai Giudici di Strasburgo all’assetto procedimentale nostrano15 e conduce la Corte costituzionale a dichiarare, con la sentenza n. 135/2013, «che le decisioni del magistrato di sorveglianza … devono ricevere concreta applicazione e non possono essere private di effetti pratici da provvedimenti dell’Amministrazione penitenziaria o di altre autorità». Donde la conclusione secondo la quale «non spetta al ministro della giustizia il potere di non dare esecuzione ad un provvedimento giurisdizionale che accerti la lesione di un diritto fondamentale», quale, nella specie, quello tutelato dall’art. 21 Cost.
Con la sent. n. 135/2013, la Consulta ribadisce due concetti centrali nell’elaborazione giurisprudenziale in tema di regime carcerario differenziato: il primo, concernente i limiti, esterni ed interni, all’agire dell’amministrazione; il secondo, ad esso speculare, relativo al sindacato sulla “congruità” del regime stesso.
Quanto al primo aspetto, già nel 1996 la Corte costituzionale aveva ribadito con forza l’esistenza di «alcuni limiti per così dire esterni che l’amministrazione non può valicare nel configurare detto regime. Così, in primo luogo, non possono essere adottate misure comunque incidenti “sulla qualità e quantità della pena” o sul “grado di libertà personale del detenuto” (sentenza n. 349 del 1993)». Parallelamente, il giudice delle leggi individuava un «ulteriore preciso limite, questa volta “interno”, all’esercizio del potere ministeriale: non possono cioè disporsi misure che per il loro contenuto non siano riconducibili alla concreta esigenza di tutelare l’ordine e la sicurezza, o siano palesemente inidonee o incongrue rispetto alle esigenze di ordine e di sicurezza che motivano il provvedimento»16. Il secondo aspetto, speculare al primo, concerne proprio l’estensione del potere giurisdizionale. Rilevava la Corte che «[m]ancando tale congruità …, le misure in questione non risponderebbero più al fine per il quale la legge consente che esse siano adottate, ma acquisterebbero un significato diverso, divenendo ingiustificate deroghe all’ordinario regime carcerario, con una portata puramente afflittiva non riconducibile alla funzione attribuita dalla legge al provvedimento ministeriale».
Sono note le vicende che hanno determinato il legislatore del 2009 a concretizzare la drastica erosione della discrezionalità giurisdizionale sui contenuti del regime carcerario differenziato17. È altrettanto nota la presa di posizione della Corte costituzionale, la quale ha ribadito l’imprescindibilità della tutela dei diritti della persona detenuta, attraverso l’espansione del rimedio di cui all’art. 14 ter ord. penit.18
In tale prospettiva, la sentenza n. 135/2013 ribadisce tali conclusioni, evidenziando, da un lato, come l’oscuramento di canali televisivi “innocui” concretizzi un’illegittima compressione all’esercizio di un diritto del detenuto e, dall’altro lato, conferendo effettività al modello procedimentale delineato dall’art. 14 ter ord. penit.19
Resta da affrontare un ultimo tema, quello dei rimedi all’ineffettività ovvero, in altra prospettiva, del grado di resistenza delle decisioni giurisdizionali all’eventuale inottemperanza amministrativa.
La sentenza Torreggiani ha evidenziato l’inadeguatezza del cd. reclamo generico (artt. 35 e 69 ord. penit.): all’eccezione governativa concernente l’asserito mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, la Corte europea ha ribadito «che, anche ammesso che esista una via di ricorso riguardante l’esecuzione delle ordinanze dei magistrati di sorveglianza, il che non è stato affatto dimostrato dal Governo, non si può pretendere che un detenuto che ha ottenuto una decisione favorevole proponga ripetutamente ricorsi al fine di ottenere il riconoscimento dei suoi diritti fondamentali a livello dell’amministrazione penitenziaria».
La Corte europea, piuttosto, rinviene l’«effettività» del rimedio interno nella attitudine del medesimo a garantire una riparazione giurisdizionale diretta ed appropriata, impedendo il protrarsi della violazione denunciata ed assicurando ai ricorrenti un miglioramento delle loro condizioni materiali di detenzione. In tale ottica, prosegue la Corte, «un’azione esclusivamente risarcitoria non può essere considerata sufficiente … dal momento che non ha un effetto ‘preventivo’ nel senso che non può impedire il protrarsi della violazione dedotta o consentire ai detenuti di ottenere un miglioramento delle loro condizioni materiali di detenzione». In questo senso, continua la Corte, perché un sistema di tutela dei diritti dei detenuti sanciti dall’articolo 3 CEDU sia effettivo, i rimedi preventivi e compensativi devono coesistere in modo complementare.
Quali le ricadute sul piano interno? Si è già rilevato come il modulo procedimentale di derivazione giurisprudenziale, introdotto nel sistema penitenziario per colmare il “vuoto” lasciato dalla sentenza costituzionale n. 26/1999, costituisca un rimedio insoddisfacente. A quasi quindici anni del celeberrimo leading case, il tema della “giustiziabilità” dei diritti del detenuto, sotto il particolare profilo della esecutività dei provvedimenti del magistrato di sorveglianza, non ha, infatti, ancora trovato una risposta definitiva. Non solo, infatti, la giurisprudenza di legittimità tende a “dosare” il tasso di giurisdizionalità della procedura in ragione di discutibili distinzioni tra violazione di diritti soggettivi, interessi legittimi e aspettative di mero fatto20, ma a tutt’oggi non è ancora chiaro il grado di forza che la decisione giurisdizionale è in grado di esercitare sull’amministrazione penitenziaria. Tale incertezza si riflette sull’an ed il quomodo delle eventuali condanne al risarcimento del danno: il Magistrato di sorveglianza di Lecce, investito del reclamo presentato da un detenuto che lamentava di essere stato destinatario di un regime penitenziario irrispettoso della dignità umana21, ha condannato il Ministero della giustizia a risarcire il relativo danno22. Più di recente, un altro ufficio di sorveglianza ha risolto un’analoga questione in maniera diametralmente opposta23. Il caso di specie vedeva quale reclamante un detenuto il quale, oltre a lamentare l’esiguità dello “spazio vitale” concessogli, si doleva della lesione del diritto alla salute e del diritto allo studio. Il Magistrato di sorveglianza di Vercelli, dopo aver rilevato come l’ordinamento penitenziario attribuisca al giudice il mero potere di dettare all’amministrazione le disposizioni necessarie a far cessare la violazione del diritto inciso (art. 69, co. 5, ord. penit.), ha escluso, invece, di poter pronunciare anche una condanna al risarcimento del danno.
Una recente decisione di legittimità24 parrebbe avallare tale, ultimo orientamento, avendo stabilito che, fatte salve le eccezioni specifiche, non rinvenibili in riferimento al combinato disposto degli artt. 35 e 69, co. 5, ord. penit., «in materia risarcitoria ed indennitaria il sistema normativo prevede in via generale la sua attribuzione alla giurisdizione civile». In particolare, la S.C. ha escluso, allo stato della normativa attuale, che alla magistratura di sorveglianza sia attribuita la competenza a pronunce su domande di carattere risarcitorio pur derivanti da pretese violazioni di diritti soggettivi di detenuti anche se connessi allo stesso stato di detenzione, precisando che, lungi dall’avere una competenza esclusiva sui diritti dei detenuti, essa vanta il limitato potere di impartire disposizioni all’amministrazione con un accertamento «assolutamente incidentale ed a tale specifico fine preventivo, quello di eliminare eventuali violazioni».
Dopo tanti (troppi?) anni di supplenza giudiziaria, è indifferibile un intervento del legislatore25.
1 Cfr. C. cost., sent. nn. 26/1999 e 266/2009.
2 Così Della Casa, F., Un importante passo verso la tutela giurisdizionale dei diritti del detenuto, in Dir. pen. e processo, 1999, 855 s.
3 Cfr. Bitonti, A., Doppio binario, in Dig. pen., Aggiornamento, III, 1, Torino, 2005, 393.
4 V., in riferimento all’art. 4 bis ord. penit., C. cost., sent. 7.8.1993, n. 306; sent. 27.7.1994, n. 357; sent. 1.3.1995, n. 68; sent. 14.12.1995, n. 504; sent. 30.12.1997, n. 445; sent. 22.4.1999, n. 137.
5 Cfr. C. cost., sent. 16.2.1993, n. 53; sent. 28.7.1993, n. 349; sent. 23.11.1993, n. 410; sent. 18.10.1996, n. 351; sent. 5.12.1997, n. 376.
6 V. Tirelli, M., A quando la risposta del legislatore alla sentenza costituzionale n. 26 del 1999?, in Riv. it. dir. proc. pen., 2010, 980.
7 Cfr. Cass. pen., S.U., 26.2.2003, Gianni, in Cass. pen., 2003, 2961, secondo la quale i provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria in materia di colloqui visivi e telefonici dei detenuti e degli internati, in quanto incidenti su diritti soggettivi, sono sindacabili in sede giurisdizionale mediante reclamo al magistrato di sorveglianza che decide con ordinanza ricorribile per cassazione secondo la procedura indicata nell’art. 14 ter ord. penit.
8 V. Cass. pen., sez. I, 21.5.2008, Renna, in Mass. Uff., 239885; Cass. pen., sez. VII, 12.2.2012, n. 23379, L., inedita.
9 Così Mura, R., Le sezioni unite assicurano la garanzia giurisdizionale anche agli interessi legittimi del detenuto, ma mantengono in vita il procedimento de plano, in Cass. pen., 2004, 1365.
10 Cfr. C. cost., sent. 3.7.1997, n. 212.
11 V. C. cost. n. 266/2009.
12 Così Mag. sorv. Cuneo, 29.5.2003, X, in Giur. mer., 2003, 2456; nonché, in pari sensi, Mag. sorv. Bari, 16.4.2007, inedita.
13 V. Mag. sorv. Bari, 30.11.2009, inedita; Mag. sorv. Lecce, 17.9.2009, X, in Giur. mer., 2010, 2800.
14 Cfr. C. cost. n. 266/2009, cit.
15 V. C. eur. dir. uomo, sez. II, 8.1.2013, Torreggiani e altri c. Italia.
16 Cfr. C. cost. n. 351/1996.
17 A margine delle modificazioni apportate all’art. 41 bis ord. penit. dalla l. 15.7.1994, n. 94, v., ampiamente, Corvi, P., Trattamento penitenziario e criminalità organizzata, Padova, 2010, spec. 125 ss.; nonché, già, Cortesi, M.F., L'inasprimento del trattamento penitenziario, in Dir. pen. e processo, 2009, 1075; Fiorio, C., La stabilizzazione delle “carceri-fortezza”: modifiche in tema di ordinamento penitenziario, in Mazza, O.-Viganò, F., a cura di, Il “pacchetto sicurezza” 2009, Torino, 2009, 395; Resta, F., Prime riflessioni sulle innovazioni introdotte dalla l. n. 94 del 2009. La nuova disciplina dell'art. 41-bis ord. penit., in Giur. mer., 2009, 2678.
18 Cfr. C. cost., sent. 28.5.2010, n. 190.
19 Così Della Bella, A., La Corte costituzionale stabilisce che l’Amministrazione penitenziaria è obbligata ad eseguire i provvedimenti assunti dal Magistrato di sorveglianza a tutela dei diritti dei detenuti, in www.penalecontemporaneo.it, 13.6.2013.
20 Cfr., diffusamente, Fiorentin, F., Lesioni dei diritti dei detenuti conseguenti ad atti e provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria, in Giur. mer., 2010, 2810.
21 In particolare, il detenuto era stato ristretto per 18 ore al giorno in una cella di 11,50 mq con altri due detenuti, scarsamente illuminata e dotata di servizi privi di acqua calda.
22 Cfr. Mag. sorv. Lecce, 9.6.2011, Slimani, in www.penalecontemporaneo.it, 16.9.2011.
23 V. Mag. sorv. Vercelli, 18.4.2012, X, in www.penalecontemporaneo.it, 24.5.2012.
24 Cfr. Cass. pen., sez. I, 15.1.2013, Vizzari, in Riv. it. dir. proc. pen., 2013, 967, con nota di Fiorentin, F., En attendant Godot, ovvero la questione della tutela per i diritti negati in carcere tra Corte EDU e Cassazione, in attesa di una riforma troppo a lungo trascurata. A margine della decisione v. anche Della Casa, F., Il risarcimento del danno da sovraffollamento carcerario: la competenza appartiene al giudice civile (e non al magistrato di sorveglianza), in Cass. pen., 2013, 2264; Viganò, F., Alla ricerca di un rimedio risarcitorio per il danno da sovraffollamento carcerario: la Cassazione esclude la competenza del magistrato di sorveglianza, in www.penalecontemporaneo.it, 20.2.2013. In pari sensi, più di recente, v. Cass. pen., sez. I, 21.5.2013, n. 29971, S., in corso di pubblicazione in Guida dir., 2013, con nota di Fiorentin, F., Il ministero della giustizia condannato per detenzione in condizioni di sovraffollamento.
25 V. gli spunti de iure condendo prospettati da Fiorentin, F., Il ministero della giustizia condannato per detenzione in condizioni di sovraffollamento, cit.
Governo Diritto Il Governo è un organo complesso posto al vertice dell’intero apparato amministrativo dello Stato ed è composto, secondo l’art. 92 Cost., dal Presidente del Consiglio dei ministri e dai Ministri (Ministri. Diritto costituzionale), che, a loro volta, costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. ... carcere Luogo in cui vengono recluse, per ordine del magistrato o di altre autorità, le persone private della libertà personale. Nell’antichità il carcere era destinato ad assicurare sia la presenza dell’imputato al processo (oggi ‘custodia cautelare’), sia l’esecuzione di alcune pene che avevano come oggetto ... Parlamento Per Parlamento si intende l’organo rappresentativo per eccellenza (Rappresentanza politica), titolare del potere legislativo (Separazione dei poteri). Storicamente, i primi Parlamenti nascono nella seconda metà del medioevo (XII-XIV secolo) come organismi assembleari che coadiuvano il Re nell’esercizio ... Omicidio diritto Delitto consistente nella soppressione di una o più vite umane. Previsto e disciplinato dal titolo XII c.p. dedicato ai delitti contro la persona, l’omicidio può assumere la forma dolosa (art. 575 c.p.) – aggravata (art. 576, 577) o meno – preterintenzionale (art. 584 c.p.) e colposa (art. 589 ...
2 La focalizzazione. Effettività del rimedio giurisdizionale
3 I profili problematici. I controlli sull’inottemperanza
detenére
detenére v. tr. [dal lat. detinere, comp. di de- e tenere] (coniug. come tenere). – 1. Tenere presso di sé, avere in propria mano; per lo più in frasi come detenere un primato, detenere il titolo di campione e sim., o detenere il potere. In diritto, avere...