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Timestamp: 2018-04-23 23:01:49+00:00
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Corte di Cassazione, sezione, sentenza n. 12402 del 21 maggio 2013. Reato di diffamazione per l’avvocato che nella memoria difensiva qualifichi come “falsa” la Ctu - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione, sentenza n. 12402 del 21 maggio 2013. Reato di diffamazione per l’avvocato che nella memoria difensiva qualifichi come “falsa” la Ctu
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sentenza n. 12402 del 21 maggio 2013
Con sentenza in data 17.05.2006 n.3254, il Tribunale di Torino accoglieva la domanda di risarcimento danni proposta dall’arch. M.O. nei confronti dell’avv. B.G. per affermazioni ritenute diffamatorie, contenute nell’istanza di sostituzione di c.t.u., depositata dal suddetto legale in una causa civile in cui l’attore era stato nominato consulente; condannava, quindi, il convenuto al pagamento della somma di Euro 5.000,00 a titolo di danno non patrimoniale, nonché al rimborso delle spese di lite.
La decisione, gravata da impugnazione dell’avv. B., era confermata dalla Corte di appello di Torino, la quale con sentenza in data 15.01.2009 rigettava l’appello, condannando l’appellante al pagamento delle ulteriori spese. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’avv. G.B., svolgendo tre motivi, illustrati anche da memoria.
Ha resistito l’arch. M.O., depositando controricorso.
l’avere qualificato “falsa” la risposta fornita dall’arch. O. , nella sua qualità di c.t.u., al giudice della causa in cui l’odierno ricorrente patrocinava le ragioni di un Condominio (laddove il B. affermava: “sta di fatto che, come al solito il c.t.u. non risponde e la risposta è palesemente priva di ogni pregio e falsa”) significava attribuire al consulente di aver dolosamente fornito al giudice una risposta che sapeva non corrispondente al vero e, quindi, diavere dato intenzionalmente una risposta non corretta, volendo alterare i dati della realtà, laddove, se del caso, il difensore avrebbe dovuto indirizzare le sue doglianze in altra sede (art. 373 cod. pen.);
anche l’espressione “sedicente”, adoperata dall’avv. B. (“Ritiene il sedicente tecnico che le opere…”) travalicava i limiti della difesa e continenza, siccome stava a indicare che il c.t.u. si qualificava tecnico, nella consapevolezza di non esserlo, laddove al contrario lo stesso era iscritto nell’albo dei consulenti, oltre ad essere un architetto;
1.3. In punto di diritto si rammenta – in conformità a principi acquisiti nella giurisprudenza di questa Corte – che la speciale esimente contemplata dall’art. 598 cod. pen., “per offese in scritti o discorsi pronunciati dinanzi alla autorità giudiziaria”, con la quale il legislatore ha inteso garantire alle parti del processo la massima libertà nell’esercizio del diritto di difesa, trova applicazione sempre che le offese riguardino in modo diretto ed immediato l’oggetto della controversia e abbiano rilevanza funzionale per le argomentazioni svolte a sostegno della tesi prospettata o per l’accoglimento della domanda proposta (tra le varie cfr. nella giurisprudenza civile Cass. 28 agosto 2007, n. 18207; Cass. 18 maggio 2005, n. 10423 e in quella penale: Cass. 7 febbraio 2008, n. 9071). In particolare si ritiene che l’esimente non è condizionata dalla necessità delle offese, mentre è necessario il rispetto del criterio della pertinenza, dal momento che la norma ne delimita chiaramente l’estensione, richiedendo che “le offese concernono l’oggetto della causa…”. Ne consegue che, per quanto l’esimente si applichi anche alle offese che non concernano momenti decisivi dell’argomentazione, queste devono comunque essere direttamente connesse al tema della causa, con la conseguenza che tali presupposti non ricorrono ove le offese non siano pertinenti e si risolvano in giudizi apodittici sulla persona offesa, senza che sia possibile rilevare inferenze argomentative nella controversia in discussione presso l’Autorità giudiziaria (Cass. pen., 8 gennaio 2005, n. 6495).
Ed è quanto in sostanza affermato dalla Corte di appello allorché – correttamente esaminando le frasi in discussione nel contesto della memoria difensiva e in funzione della finalità di sostituzione del c.t.u. dallo stesso scritto perseguita – ne ha puntualmente evidenziato, con argomentazioni congrue e logiche, la loro gratuità e/o l’apoditticità, ergo la “non pertinenza”, siccome intese a colpire la persona del consulente, senza alcuna inferenza argomentativa nella questione specifica; mentre il richiamo al requisito della “continenza”, svolto dalla stessa Corte territoriale, risulta operato essenzialmente per evidenziare il carattere volutamente offensivo e il tenore obbiettivamente eccessivo delle espressioni rispetto al libero esercizio del diritto di difesa garantito dall’esimente.
Peraltro, contrariamente a quanto opinato da parte ricorrente, la Corte territoriale non ha ravvisato il danno in re ipsa, ma ha piuttosto orientato le proprie valutazioni al principio costantemente ribadito da questa Corte, secondo cui il danno non patrimoniale, quale sofferenza patita dalla sfera morale del soggetto leso si realizza, nel caso di diffamazione, nel momento in cui la parte lesa ne viene a conoscenza (Cass. 9 agosto 2001 n. 10980). Dall’individuazione di detto evento è conseguita, poi, la valutazione necessariamente equitativa del pregiudizio subito. Invero l’unica possibile forma di liquidazione del danno non patrimoniale è quella equitativa, risultando la ragione del ricorso a tale criterio insita nella natura stessa di tale danno che non può essere provato nel suo preciso ammontare (art. 1226 cod.civ.) e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico, fermo restando il dovere del giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato. Il che, nel caso all’esame, la Corte territoriale ha fatto puntualmente, individuando come parametro soggettivo la delicatezza del “ruolo” di consulente, su cui si sono appuntate le offese e come parametro oggettivo, l’ambiente di lavoro in cui le espressioni offensive sono state diffuse.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2013-05-28T13:24:28+00:00	27 maggio 2013|Cassazione penale 2013, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti
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