Source: https://www.interattivamente.org/la-deontologia-in-psicologia-forense/
Timestamp: 2020-07-09 16:32:11+00:00
Document Index: 84443949

Matched Legal Cases: ['art.191', 'art. 201', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 155', 'art. 316']

La deontologia in Psicologia Forense · InterattivaMente
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Le vigenti normative che regolano l’attività professionale dell’esperto Psicologo in ambito giuridico si differenziano infatti notevolmente, innanzi tutto, sulla base del fatto che si tratti di attività esperita in sede Penale o nell’ambito Civile.
La Deontologia che si applica all’esperto che opera per la ricerca della verità e della giustizia non varia, nei suoi principi di fondo, sulla base del fatto che si tratti di un’indagine esperita nell’ambito Penale o in sede Civile. Variano invece, anche sensibilmente, le norme che regolano l’indagine stessa, dalla nomina dell’esperto, al compimento delle attività, fino al deposito della relazione scritta
Le differenziazioni tra ambito “penale” ed ambito “civile” non devono quindi assolutamente interferire con l’aspetto tecnico e scientifico dell’attività dell’esperto, ma in taluni casi ne possono sicuramente favorire oppure ostacolare il compito.
Nell’ambito penale, l’esperto incaricato dal Giudice è indicato come “perito”, e l’attività da questi svolta, racchiusa nelle pagine di una relazione, è indicata come “perizia”.
Nell’ambito civile, l’esperto incaricato dal Giudice è indicato come “C.T.U.”, acronimo di “Consulente Tecnico d‘Ufficio”, e l’opera da questi svolta, che alla fine si concretizza con la sua relazione, è indicata come “C.T.U.”, acronimo questa volta di “Consulenza Tecnica d‘Ufficio”.
Il ricorso alla consulenza tecnica è reso necessario dalla “insufficienza del Giudice”. La giurisprudenza, che qualifica la consulenza tecnica come mezzo istruttorio (Cass. 4 aprile 1989 n. 1620) e come strumento di valutazione di fatti già acquisiti altrimenti (Cass. 8 agosto 1989 n. 3647) – afferma inoltre che la consulenza può assurgere a fonte oggettiva di prova come strumento di accertamento e descrizione dei fatti oltre che della loro valutazione – (così ad es. La Cass. 10 aprile 1986 n. 2497, Cass. 24 marzo 1987 n. 2849).
L’articolo 220 C. P. P. prevede espressamente che la consulenza tecnica è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni.
Nell’ambito civile, se una delle parti intende valersi dell’opera di un esperto, deve chiedere al Giudice di attivare tale opportunità. Può anche essere il Giudice stesso a decidere autonomamente di avvalersi dell’opera di un esperto, sulla base di varie norme sia del codice di procedura civile sia delle sua disposizioni di attuazione. Il Giudice, se valuta di avvalersi di tale ausilio, dispone l’incarico e procede alla nomina del C.T.U. (art.191 C.P.C., affine all’articolo 221 C.P.P. che riguarda la nomina di un perito nell’ambito del processo penale).
Nell’ambito penale, a quest’ultimo riguardo , si fa invece riferimento a varie norme del Codice di Procedura Penale e delle disposizioni di attuazione del C.P.P.
È indubbio che il perito d’ufficio o il C.T.U., sia nell’ambito penale che in quello civile, abbiano maggiori strumenti, per l’espletamento dell’incarico, che non i Consulenti Tecnici di Parte. Ad esempio, in ambito penale, il perito può non solo visionare, ma addirittura ritirare documenti che costituiscono corpo di reato, mentre il C.T.P. non può disporre di tali documenti se non alla presenza di un organo di controllo. Ciò in quanto il C.T.U. ed il Perito sono a tutti gli effetti “pubblici ufficiali”, con tutto quanto ne consegue dal punto di vista degli obblighi e dei poteri ad essi riferiti, mentre il ruolo ricoperto dal Consulente Tecnico di Parte non si uniforma invece a tale fattispecie. Da tale fatto, tuttavia, non conseguono per l’esperto Psicologo differenze sostanziali dal punto di vista deontologico, anche se rilevanti sono invece le differenze che si determinano dal punto di vista legale.
La scelta dell’esperto è comunque autonomamente compiuta dal Giudice, sicché, di fatto, l’esperto di sua fiducia può essere egualmente nominato anche se non iscritto all’albo, sia pure dovendo preferire gli appartenenti a ruoli tecnici dello Stato o enti pubblici (ad esempio, appartenenti alla Polizia Scientifica). Tale scelta è preferibile, ma non vincolante per il Giudice, che può nominare chiunque sia in grado di riscuotere la sua fiducia.
L’esperto prescelto dovrebbe quindi essere iscritto, come norma generale, all’albo appartenente al distretto dell’ufficio competente; tuttavia, purché la nomina venga motivata, il Magistrato può scegliere un perito iscritto in altro albo, anche estero, oppure non iscritto in alcun albo. Egli, se la delicatezza o la complessità del caso lo richiede, può anche affidare l’incarico a più esperti, che formeranno così un “collegio di periti” (o “ collegio peritale”).
Il perito Psicologo, come d’altra parte qualsiasi esperto in altre discipline, all’atto del conferimento dell’incarico deve rappresentare al Giudice qualsiasi particolare esigenza in ordine all’attività che si appresta a svolgere. Nel caso si renda necessario un accertamento parallelo di un altro esperto, il perito segnalerà tale esigenza al Giudice che nominerà un perito nella disciplina richiesta e che risponderà autonomamente all’incarico affidatogli. Nei casi in cui il perito non esegua in modo corretto questa procedura potrebbe essere ritenuto negligente, al pari di chi non procede regolarmente al suo ufficio, ed essere quindi sollevato dall’incarico e soggetto a sanzione.
Il perito d’ufficio ha l’obbligo di indicare il luogo e la data di inizio delle attività peritali e, in esito a ciascuna di esse, di comunicare la successiva data e il luogo nel quale le operazioni stesse dovranno proseguire. L’attività di stesura della relazione scritta, ovviamente, non è considerata attività peritale alla quale abbiano diritto di partecipare i consulenti di parte. Il consulente di parte ex articolo 230 c.p.p. o ex art. 201 c.p.c.,oltre ad avere la facoltà di assistere al conferimento dell’incarico ed a partecipare alle attività peritali, potrà anche avanzare richieste, proporre, motivandole, specifiche indagini e formulando osservazioni e riserve.
Fatta eccezione per l’incarico affidato nel corso del dibattimento, nel qual caso la risposta del perito può essere fornita oralmente, l’esperto incaricato dal Giudice depositerà, in esito alle operazioni svolte, una relazione scritta. Tale relazione dovrà ritenersi vincolata alla risposta da dare al quesito posto dal Giudice. Allorché il consulente di parte esprima giudizi che siano diversi da quelli del perito d’ufficio, il Giudice potrà anche disattenderli, purché ne dia motivazione nella sentenza.
L’elaborato scritto – diretto non tanto a Colleghi Psicologi, ma soprattutto al Giudice – dovrà utilizzare un linguaggio facilmente comprensibile anche a coloro che non dispongono delle conoscenze tecniche di cui mediamente dispone lo Psicologo professionista; in tal modo il Giudice, al quale non sono per legge richieste particolari conoscenze psicologiche, potrà correttamente valutarlo e quindi utilizzarlo al fine dell’elaborazione della propria sentenza.
1. Per effettuare una perizia psicologica per valutare le condizioni psicologiche di un minore affidato ad un genitore (affido disgiunto esclusivo) è necessaria l’autorizzazione dell’altro genitore non affidatario?
2. Nel caso di richiesta di uno dei due genitori di un affido congiunto occorre l’autorizzazione di entrambi i genitori?
3. Nel caso in cui la perizia venisse richiesta da uno dei due genitori prima della sentenza del Giudice per stabilire l’affido come bisogna comportarsi? Si può fare la perizia senza l’autorizzazione dell’altro genitore?
4. Nel caso in cui un genitore affidatario non sia d’accordo rispetto alla perizia, la si può fare comunque?
Come regola generale, prima di sottoporre ad una perizia un minore da parte di uno Psicologo/Psicoterapeuta, occorre avere il consenso di tutti e due gli esercenti la potestà genitoriale, anche nel caso di un “affido disgiunto esclusivo” e con la sola eccezione di una perizia o una C.T.U. per la quale il perito Psicologo è stato nominato dal Giudice.
Una perizia psicologica non è infatti da considerarsi in alcun modo come un’attività routinaria o priva di particolari implicazioni, ma è un atto professionale estremamente complesso e di particolare importanza e significatività per la vita interiore di chi ne è oggetto. Pertanto essa necessita di regola del preventivo consenso di entrambi gli esercenti la potestà genitoriale, anche nel caso di un affido disgiunto esclusivo ad uno solo di essi: soltanto la decisione di un Giudice può costituire un’accettabile eccezione a tale norma.
Tra l’altro, tale necessità di un accordo completo di tutti e due i genitori non nasce solo da esigenze legali o deontologiche, ma anche da esigenze squisitamente tecniche: non appare infatti possibile farsi un’idea precisa della realtà psichica di un minore se non lo si inquadra nel suo contesto affettivo complessivo, e se non vi è il consenso di entrambi i genitori non è poi di conseguenza possibile capire come stanno veramente le cose per quanto riguarda ambedue le singole situazioni dei due genitori. E’ già di norma difficile capirlo adeguatamente quando entrambi i genitori forniscono al riguardo la massima disponibilità, se invece essa non c’è diventa praticamente impossibile capire come realmente stanno le cose.
Nel caso di una C.T.P., infine, ognuno dei due genitori è ovviamente libero di scegliersi il proprio Consulente Psicologo, ma ognuno di questi Consulenti di Parte non può periziare direttamente il bambino: il minore lo incontra solo il C.T.U., e non i C.T.P., altrimenti tre esperti in una volta possono costituire per il bambino una situazione stressante, per non dire a volte anche traumatica. Ovviamente i C.T.P. ed il C.T.U. si mettono poi d’accordo sugli aspetti specifici, caso per caso, nell’ambito di una reciproca relazione professionale deontologicamente corretta: ma l’interesse del minore è, in questo caso, un “bene superiore” che va tutelato esponendo il bambino al numero minore di situazioni stressanti possibili.
Analoghe considerazioni, infine, possono essere svolte relativamente al tema della “presa a carico” di un minore da parte di uno psicologo o di uno psicoterapeuta in situazioni nelle quali non vi è accordo tra i due genitori, o quando addirittura vi è una separazione in corso o già avvenuta. Infatti, in base al comma 2 dell’art. 316 del Codice Civile, “la potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori”; il comma 3 prevede poi che ” In caso di contrasto…. ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al Giudice”. Tuttavia, in caso di separazione trova applicazione l’art. 155 comma 3 c.c., in base al quale “il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del Giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi”.
Pertanto, il genitore unico affidatario del minore non può a mio avviso, anche nell’esercizio esclusivo della potestà genitoriale che la legge gli attribuisce espressamente (salvo diversa disposizione del Giudice), decidere autonomamente di far sottoporre ad una “presa a carico psicologica o psicoterapeutica” il proprio figlio minore, trattandosi appunto di una “decisione di maggior interesse” per il minore stesso. L’altro genitore, nell’esercizio del diritto (dovere) di vigilanza, potrà quindi in tal caso rivolgersi al Giudice contestando la legittimità della decisione stessa.
Anche nel caso in cui il Giudice abbia stabilito l’affido congiunto – e quindi il congiunto esercizio della potestà – occorrerà pertanto il consenso di entrambi i genitori, salva ancora una volta la possibilità, nel caso di disaccordo, di rivolgersi all’autorità giudiziaria.
La medesima soluzione varrà, a maggior ragione, nel caso in cui manchi ancora una decisione del Tribunale circa l’affidamento della prole (e quindi circa l’attribuzione della potestà): in tale ipotesi si applicherà infatti la norma precedentemente citata, ossia l’art. 316 c.c., che appunto prevede che “”la potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori” e che “in caso di contrasto…. ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al Giudice”.
Queste ultime considerazioni qui sopra espresse riflettono, sostanzialmente, l’aspetto strettamente legale della risposta al quesito riguardante la possibilità di presa a carico psicologica di un minore i cui genitori sono separati od in fase di separazione: ma anche in questo caso occorre tenere al riguardo presenti esigenze tecniche legate alla specifica professionalità degli Psicologi, per le quali non appare realisticamente possibile gestire correttamente il processo di presa a carico terapeutica di un minore se non lo si inquadra in modo compiuto nel suo contesto affettivo complessivo e, soprattutto, se ci si trova in presenza di forti ostacoli posti al riguardo dall’ “ambiente” affettivo-relazionale in cui il minore stesso è inserito.
Per tale ragione, prima di procedere ad una presa a carico di un minore da parte di uno psicologo/psicoterapeuta, sarebbe sicuramente preferibile avere il consenso di tutti e due gli esercenti la potestà genitoriale, anche nel caso di un “affido disgiunto esclusivo” e con la sola eventuale eccezione di una prestazione per la quale lo psicologo o lo psicoterapeuta è stato direttamente richiesto dal Giudice.
La presa a carico psicologica di un soggetto minore è, infatti, uno degli atti professionali maggiormente complessi e significativi di tutta la gamma delle attività che può svolgere uno Psicologo: e, come tale, essa necessita – dal punto di vista del nostro Codice Deontologico ed al di là di quanto esplicitamente previsto dal Codice Civile – del preventivo consenso di entrambi gli esercenti la potestà genitoriale, anche nel caso di un affido disgiunto esclusivo ad uno solo di essi. Pertanto, solo la decisione di un Giudice può costituire, dal punto di vista deontologico, un’accettabile eccezione a tale norma: ma anch’essa non costituisce probabilmente, per quanto concerne gli aspetti più squisitamente metodologici e tecnici di tale questione, una risposta definitiva ai molteplici quesiti che essa pone.
Anche in presenza della decisione di un Giudice che affidi un minore al lavoro di tutela e di sostegno di uno Psicologo, infatti, se non vi è il consenso di entrambi i genitori non è possibile capire come stanno veramente le cose per quanto riguarda le singole situazioni dei due genitori e del rapporto del minore con ciascuno di essi, né, soprattutto, gestire la situazione adeguatamente e per un sufficiente periodo di tempo. E’ già infatti difficile farlo adeguatamente quando entrambi i genitori forniscono al riguardo la massima disponibilità: se invece essa viene a mancare diventa molto difficile svolgere in modo adeguato il processo di presa a carico e di cura.