Source: https://www.laleggepertutti.it/256029_pagamento-dello-stipendio-la-prova
Timestamp: 2019-05-26 06:22:36+00:00
Document Index: 118820552

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Onere della prova del versamento della retribuzione dopo il divieto di contanti e il pagamento con bonifico bancario.
L’azienda presso cui lavori ha un debito nei tuoi confronti per degli stipendi arretrati mai versati. Hai atteso alcuni mesi per mantenere rapporti sereni e cordiali, ma all’ennesima bugia ti sei sentito preso in giro e hai deciso di dimetterti. Percepirai quantomeno l’assegno di disoccupazione. Nel frattempo, però, hai fatto scrivere al tuo avvocato per recuperare il credito. Senonché il tuo ex datore di lavoro sostiene di averti dato tutto; la conferma sarebbe nel tuo stesso comportamento che, per tutto questo tempo, non ha mai sollevato alcuna contestazione in merito. Il silenzio da te mantenuto negli ultimi mesi sarebbe – a suo dire – dimostrazione che lo stipendio ti è stato regolarmente versato. Non vuole quindi pagarti neanche un euro in più. Come fai a dimostrare il contrario, ossia che avanzi alcune mensilità e che, se non hai agito prima di questo momento, è stato solo per non metterti contro il tuo capo? Chi deve dare la prova del pagamento dello stipendio e chi, invece, deve difendersi dalle accuse della controparte? Cercheremo di comprenderlo in questo articolo, traendo spunto da una recente ordinanza della Cassazione [1].
In verità la Corte si è trovata ad affrontare una vicenda sorta prima dell’entrata in vigore della nuova legge che impone il versamento dello stipendio con bonifico bancario, ma da questa vicenda possiamo trarre un importante insegnamento anche per il futuro, tenendo peraltro conto che l’obbligo dell’utilizzo del bonifico non vale per tutte le categorie di dipendenti e del fatto che, spesso, succede che lo stesso datore si fa riconsegnare una parte dello stipendio in contanti dal proprio lavoratore. Una pratica meschina, che conferma tuttavia come lo scopo del legislatore possa essere facilmente aggirato. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire come funziona la prova del pagamento della retribuzione.
1 Recupero stipendi: chi deve dimostrare il versamento della retribuzione?
2 Cosa è cambiato con divieto di pagamento della retribuzione in contanti?
3 Il valore della firma sulla busta paga
Recupero stipendi: chi deve dimostrare il versamento della retribuzione?
Nel momento in cui è necessario recuperare le mensilità arretrate, non è il dipendente a dover dimostrare l’inadempimento del datore di lavoro ma è piuttosto quest’ultimo a dover fornire la prova del pagamento dello stipendio. Ciò è tutt’altro che facile quando la busta paga viene data in contanti: il rischio per il datore sprovvisto di prove è dover versare nuovamente gli ultimi cinque anni di retribuzione.
Per evitare contestazioni di tal tipo, a lungo le aziende hanno chiesto al dipendente di firmare il cedolino: la sottoscrizione viene considerata come quietanza e ammissione di pagamento. In tal modo, essa fungerebbe come una sorta di confessione che implicherebbe l’inversione dell’onere della prova: in altre parole è il lavoratore a dover dimostrare al giudice che, nonostante la sottoscrizione, la paga non gli è stata realmente consegnata. Il che capovolge le sorti del processo.
Come sempre c’è chi abusa del sistema. E molte aziende hanno imposto ai propri dipendenti di firmare il cedolino nonostante avessero consegnato loro una retribuzione inferiore rispetto a quella riportata nel documento.
Per evitare tali abusi, la legge ha ora imposto l’obbligo di versamento dello stipendio con bonifico bancario. Niente più contanti quindi.
Esistono però delle eccezioni come per il lavoro domestico (colf e badanti) e per i rimborsi spese. Leggi sul punto Posso pagare lo stipendio in contanti?
Cosa è cambiato con divieto di pagamento della retribuzione in contanti?
L’obbligo di versare lo stipendio con bonifico bancario non ha mutato le regole processuali: l’onere della prova dell’adempimento resta sempre in capo al datore di lavoro. Per esempio: se il dipendente sostiene di avere delle mensilità arretrate gli basterà chiedere il pagamento e, in caso contrario, proporre il ricorso al giudice; a quel punto sarà sempre l’azienda a dover dimostrare il contrario. Ma tale prova diventa più facile: basterà infatti depositare la documentazione bancaria da cui risulta l’accredito. In tal caso, spetterà al dipendente provare il contrario, magari di essere stato costretto a restituire una parte della paga in contanti.
Il valore della firma sulla busta paga
Che valore ha, in tutto questo, la firma sul cedolino? Oggi, ancor di più di ieri, la consegna della busta paga al lavoratore non dimostra l’avvenuto pagamento della retribuzione ivi indicata anche se sia stata firmata per accettazione. È infatti onere del datore di lavoro fornire la prova dell’effettivo versamento della somma, cosa che come detto attualmente richiede la documentazione bancaria che attesta il bonifico. Se invece si tratta di somme per le quali è ancora possibile l’utilizzo dei contanti, l’azienda deve procurarsi una apposita quietanza di pagamento.
Le buste paga, anche se sottoscritte con formula “per ricevuta”, costituiscono prova della mera consegna del documento ma non dell’effettivo pagamento della cui dimostrazione è onerato il datore di lavoro. Non si riscontra infatti una presunzione assoluta di corrispondenza tra quanto riportato nella busta paga e la retribuzione concretamente percepita dal lavoratore che può provare l’insussistenza del carattere di quietanza delle sottoscrizioni apposte. C’è quindi bisogno di una firma “per quietanza”, che al limite potrebbe essere apposta anche sullo stesso cedolino paga.
Resta comunque fermo che l’accettazione da parte del lavoratore senza riserve della liquidazione in sede di cessazione del rapporto può assumere significato negoziale, unitamente ad altre circostanze precise, concordanti ed obiettive.
Questo discorso, come detto, vale solo per gli stipendi che possono essere ancora pagati in contanti. Quando invece interviene l’obbligo di bonifico, solo la documentazione bancaria sarà prova del pagamento della retribuzione.
[1] Cass. ord. n. 29367/2018 del 14.11.2018.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 21 giugno – 14 novembre 2018, n. 29367
che la corte d’appello di Salerno, con sentenza n.1357 del 2013 ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva respinto la domanda di G.I. diretta a far accertare il diritto al superiore inquadramento, lo svolgimento di lavoro straordinario, l’esatto inizio del rapporto di lavoro, il diritto al TRF e dell’indennità di preavviso, con condanna della società sas V. e della d.P. srl in solido al pagamento della complessiva somma di Euro 166.314, 35 per differenze retributive, ferie, straordinario, TFR e indennità di preavviso.
Che la corte salernitana ha ritenuto che l’istruttoria testimoniale non avesse confermato le deduzioni dell’appellante in ordine all’esatto periodo di svolgimento del rapporto, prima con la società sas V. di D.P. e poi con la srl D.P. sino al 1.4.2005 e neanche lo svolgimento di mansioni superiori e del lavoro straordinario. Quanto al TRF la sentenza ha ritenuto che non spettasse al G. alcuna somma, anche a prescindere dalle infondate rivendicazioni prima elencate, atteso che dalle busta paga prodotte risultava l’accantonamento, ma non era stata prodotta la busta paga di marzo 2005 con l’indicazione del TRF già versato.
Che avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il G. affidato ad un solo motivo. Ha resistito la sas V. con controricorso.
Che il motivo di ricorso ha riguardato la violazione dell’art. 2967 c.c. degli artt.2120 e 2967 c.c., in relazione all’art.360 c.1. n.3 c.p.c., oltre che l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art.360 c.1 n.5 c.p.c.: avrebbe errato la corte di merito nell’escludere il diritto a vedersi liquidato il TFR, non percepito alla data della cessazione del rapporto di lavoro e che erroneamente la corte ha affermato che tale credito non risultava sussistere in mancanza della busta paga del marzo 2005 con la relativa indicazione di quanto già percepito, anche in considerazione dell’eccezione svolta dal datore di lavoro di aver soddisfatto ogni spettanza lavorativa del G.. La sentenza impugnata avrebbe quindi fatto cadere erroneamente sul lavoratore l’onere di prova della mancata corresponsione del TFR, in violazione del principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c..
Che il motivo, che sostanzialmente denuncia una violazione di norme di diritto, aldilà della rubrica in cui si indica anche un omesso esame, è fondato.
Che infatti spetta al datore di lavoro fornire la prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione e dunque anche della corresponsione del TFR. Nel caso in esame la prova dell’avvenuto pagamento del TFR non è stata fornita dal datore di lavoro, nonostante emerga chiaramente dalla sentenza impugnata che il rapporto aveva avuto termine in data 7.3.2005, per dimissioni rassegnate dal G. .
Che la Corte di merito sembra inferire da un solo fatto secondario del tutto inidoneo ed irrilevante – la mancata produzione da parte del lavoratore delle ultime tre buste paga, che impediva di verificare anche l’ammontare del credito azionato – la prova presuntiva dell’avvenuto pagamento.
Che tuttavia la prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione, dunque anche del TFR – che è ha natura di retribuzione differita all’atto della risoluzione del rapporto di lavoro -, è particolarmente rigorosa. Questa corte ha statuito che “Le buste paga, ancorché sottoscritte dal lavoratore con la formula “per ricevuta”, costituiscono prova solo della loro avvenuta consegna ma non anche dell’effettivo pagamento, della cui dimostrazione è onerato il datore di lavoro, attesa l’assenza di una presunzione assoluta di corrispondenza tra quanto da esse risulta e la retribuzione effettivamente percepita dal lavoratore, il quale può provare l’insussistenza del carattere di quietanza delle sottoscrizioni eventualmente apposte, fermo restando che l’accettazione senza riserve della liquidazione da parte di quest’ultimo al momento della risoluzione del rapporto può assumere, in presenza di altre circostanze precise, concordanti ed obiettivamente concludenti dell’intenzione di accettare l’atto risolutivo, significato negoziale” (così Cass. n.13150/2016).
Che pertanto neanche la consegna al lavoratore della busta paga, ossia del prospetto contenente l’indicazione di tutti gli elementi costitutivi della retribuzione, ai sensi dell’art. 1 della legge 5 gennaio 1953 n. 4, prova l’avvenuto pagamento, ove il lavoratore ne contesti la corrispondenza alla retribuzione effettivamente erogata; e l’onere dimostrativo di tale non corrispondenza può incombere sul lavoratore soltanto in caso di provata regolarità della documentazione liberatoria e del rilascio di quietanze da parte del dipendente, spettando in caso diverso al datore di lavoro la prova rigorosa dei pagamenti in effetti eseguiti (cfr ass. n. 1150n/1994, Cass. n. 7310/2001).
Che il ricorso va quindi accolto, conseguendone la cassazione della sentenza impugnata con rinvio della causa alla corte d’appello di Salerno, che dovrà verificare se sia stato corrisposto il TFR maturato nel periodo di lavoro di cui è causa, sulla base della documentazione già prodotta nel giudizio di primo grado, dai datori di lavoro di cui in epigrafe, onerati della relativa prova.
Che la corte di rinvio dovrà altresì provvedere alla liquidazione anche delle spese del presente giudizio di legittimità.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla corte d’Appello di Salerno in diversa composizione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.
26/11/2018 @ 10:28
Buongior sre sono un’ operaio le aziende perla che é lavorato aperso il appalto di lavoro meanno licenziato non resivo la paga di 1577 euros del mese di settembre manca il TFR manca la mia liquidazione ho andato al sindicato a chiedere aiuto l’oro anno mandato 2 l’etere de vertenze al ex datore di lavoro chiedo vostro consiglio grazie