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Timestamp: 2016-10-22 18:37:47+00:00
Document Index: 64399513

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 31', 'art. 120', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 128']

⭐LE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE NEI RAPPORTI BANCA-CLIENTE
LE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE NEI RAPPORTI BANCA-CLIENTE
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1 Corso di Alta Formazione Consumatori e Mercati Università degli Studi di Roma Tor Vergata 2014 LE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE NEI RAPPORTI BANCA-CLIENTE Dott.ssa Angela Gabriele2 INDICE Evoluzione storico-normativa... 3 Evoluzione della disciplina speciale in materia di trasparenza bancaria La disciplina della trasparenza bancaria Il Testo Unico Bancario Le pratiche commerciali scorrette Le pratiche commerciali scorrette nel rapporto tra banca e cliente Pratiche commerciali scorrette e rapporti tra Autorità indipendenti Il Protocollo d Intesa tra l Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e la Banca d Italia La Direttiva Consumatori e la nuova competenza esclusiva dell Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato Strumenti di tutela Strumenti di tutela extragiudiziale Bibliografia3 Evoluzione storico-normativa Fino ai primi anni Novanta, in Italia, i rapporti tra banca e cliente erano imperniati sulla normativa generale del Codice Civile del 1942, fondata sulla preminenza del principio dell autonomia contrattuale di cui all art c.c., in base al quale le parti possono liberamente determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge. La libertà contrattuale, nei rapporti tra banca e cliente, non era soggetta a particolari limitazioni, né di forma né di contenuto, e i vincoli imposti dalle norme in materia di obbligazioni e contratti in generale e per alcuni contratti bancari in particolare non trovavano, di fatto, una marcata applicazione, in ragione di una prassi interpretativa e di orientamenti giurisprudenziali alquanto indulgenti nei confronti delle banche. L assetto normativo tracciato dalla vecchia legge bancaria del 1936, inoltre, non conteneva alcuna disciplina speciale per la trasparenza delle condizioni contrattuali né interveniva sul contenuto di queste, limitandosi a perseguire, quale principale obiettivo, la stabilità patrimoniale delle aziende e degli istituti di credito. In proposito, autorevole dottrina ha segnalato come, proprio per tali caratteristiche, si trattasse di una legge che considerava la concorrenza tra le banche come un pericoloso fattore di instabilità e perciò non si preoccupava in alcun modo di consentire al consumatore dei relativi prodotti un giudizio comparativo fra questi ultimi. Le Norme Bancarie Uniformi In tale contesto, risalgono al 1951 le Norme Bancarie Uniformi, predisposte dall'associazione Bancaria Italiana (ABI) nell'evidente interesse delle banche e imposte alla maggior parte dei contraenti attraverso la loro trasfusione nei contratti stipulati tra banche e clientela. La genesi di tali norme risale agli anni '50, momento in cui fu avvertita l'esigenza di fornire una disciplina adeguata delle principali operazioni e servizi bancari, a completamento ed integrazione di quella, piuttosto scarna, apprestata dal Codice Civile artt (contratti bancari) e (condizioni generali di contratto). L ABI, in proposito, sostenne che l'adozione di schemi contrattuali uniformi si sarebbe risolta in un vantaggio per la clientela, dal momento che l'omogeneità delle 34 condizioni contrattuali avrebbe avuto il pregio di rendere più agevolmente confrontabili quelle economiche, e di rendere così più corrente il dispiegarsi della concorrenza, in particolare sotto il profilo del prezzo, elemento determinante, in concreto, delle scelte compiute dalla clientela in relazione ad operazioni di massa. Tuttavia, a ben vedere, soprattutto in un settore particolare come quello del credito, caratterizzato da una netta disparità di potere contrattuale tra le parti, l adozione generalizzata, da parte delle banche, di schemi contrattuali uniformi, ha avuto il risultato opposto di limitare fortemente una reale possibilità di scelta sia pur formalmente esistente da parte della clientela, costretta ad accettare clausole derivanti, tra l altro, dall applicazione di norme emanate non da un autorità legislativa o amministrativa dotata di potere normativo, ma da un associazione di categoria, quale l ABI, a tutela degli interessi del mondo bancario. In un contesto del genere, d altra parte, gli eventuali rimedi previsti dal diritto comune, e in particolare quelli relativi alle condizioni generali di contratto e alle clausole vessatorie, sono apparsi essere del tutto insufficienti a consentire un adeguato controllo giudiziario sui contratti standard delle banche, in quanto la predisposizione unilaterale del contenuto del contratto che il cliente si limitava ad accettare non garantiva l effettiva conoscenza e comprensibilità, soprattutto delle condizioni contrattuali, ritenendosi invece sufficiente che il cliente-aderente fosse stato messo in grado, al momento della conclusione del contratto, di conoscere tali condizioni usando la normale diligenza. La regolamentazione contrattuale dei rapporti tra banche e clientela, fino al 1992, è stata quindi rimessa alle sole norme di diritto comune e alle Norme Bancarie Uniformi tra l altro, predisposte dall ABI anche al fine di anticipare e dissuadere dall introduzione di una specifica disciplina legislativa della materia : nonostante qualche ammorbidimento imposto dalla giurisprudenza, i contratti bancari continuavano a caratterizzarsi per una certa opacità e per il significativo squilibrio fra le condizioni contrattuali delle parti. Merita un accenno, in proposito, il fenomeno dell anatocismo (istituto previsto dall art c.c., ai sensi del quale in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro 45 scadenza, e sempre che si interessi scaduti almeno per sei mesi ), che ha da sempre suscitato particolare attenzione da parte della dottrina e della giurisprudenza in relazione alla prassi diffusa degli istituti di credito di procedere, in applicazione proprio delle Norme Bancarie Uniformi, alla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi dei clienti a fronte di una capitalizzazione che ha invece cadenza annuale per i saldi attivi dei clienti stessi. La giurisprudenza, dopo aver riconosciuto, in un primo momento, la ricorrenza di un uso normativo che legittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi sui conti debitori, ha mutato radicalmente indirizzo con la storica sentenza della Corte di Cassazione del 16 marzo 1999, n. 2374, con le quali l anatocismo viene finalmente dichiarato illegittimo: è nulla la previsione contenuta nei contratti di conto corrente bancario, avente a oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente ( ) giacché essa si basa su di un mero uso negoziale e non su di una vera e propria norma consuetudinaria e interviene anteriormente alla scadenza degli interessi. La Cassazione ha, quindi, declassato gli usi bancari da normativi a negoziali, richiamando nozioni di teoria generale del diritto sulla consuetudine (ovvero gli usi) costituita di due elementi: quello oggettivo, consistente nella ripetizione di un determinato comportamento tra le parti per lungo tempo; e quello soggettivo, consistente nella convinzione che tale comportamento sia giuridicamente vincolante. Nella fattispecie in questione, secondo la Corte, è proprio l elemento soggettivo a mancare, nel senso che i clienti delle banche non hanno avuto la consapevolezza e la volontà di obbedire alla regola sulla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi: l anatocismo, nei fatti, è stato imposto dalle banche con una accettazione passiva da parte della clientela, che non ha quindi partecipato alla formazione di questa presunta norma consuetudinaria. Le banche, pertanto, non possono più capitalizzare ogni tre mesi gli interessi debitori sulle somme prestate al cliente (va tuttavia segnalata, in tema di anatocismo, la recentissima e contestata reintroduzione del fenomeno ad opera dell art. 31 del decreto legge n. 91 del 2014, che modifica l art. 120 del TUB, di cui si tratterà in seguito). Tornando alla regolamentazione dei rapporti tra banca e clientela, va rilevato come un maggiore interesse per la tutela del cliente/contraente debole sia effettivamente sorto in conseguenza di una serie di evoluzioni soprattutto di tipo normativo che hanno riguardato il sistema bancario ed il suo ruolo. Evoluzioni che hanno conosciuto una significativa accelerazione grazie all integrazione dell Italia nell Unione europea, processo 56 che ha costretto il nostro Paese a modernizzarsi nella regolamentazione dei rapporti economici, mutuando principi già da tempo affermatisi in altri Paesi europei. Interventi comunitari Gli interventi comunitari per una più efficace tutela dell'utenza bancaria, in particolare, si sono sviluppati nel solco delle iniziative che nel 1973 hanno dato vita alla "Carta europea dei consumatori" e, successivamente, al "Programma preliminare della CEE per una politica di protezione e di informazione dei consumatori del Nella Carta europea, accanto ai diritti fondamentali del consumatore quali il diritto alla sicurezza e al risarcimento dei danni, il diritto all'informazione e all'educazione, il diritto ad essere ascoltato e rappresentato, ecc., si configura un diritto alla protezione che riguarda direttamente almeno entro i limiti di una tutela degli interessi economici del consumatore il controllo delle condizioni generali del contratto. Ogni contraente, in particolare, deve essere protetto contro gli abusi del venditore, che, nel rapporto contrattuale, risulta essere la parte più forte, e il consumatore deve essere protetto dalle clausole vessatorie e dalle pratiche di vendita condotte in modo aggressivo e intese ad ostacolare i consumatori nell'esercizio dei loro diritti essenziali. Nel Programma della CEE, invece, gli indirizzi appaiono ben più delineati: si stabilisce infatti che "gli acquirenti di beni o servizi devono essere protetti dagli abusi di potere del venditore, in particolare dai contratti tipo unilaterali, dall'esclusione abusiva dai contratti dei diritti essenziali, dalle condizioni abusive di credito, dalla richiesta di pagamento di merci non ordinate e dai metodi di vendita non ortodossi", e si mette in evidenza che "la presentazione e la propaganda di beni o di servizi, ivi compresi i servizi finanziari, non devono fuorviare, né direttamente, né indirettamente, la persona alla quale vengono offerti o dalla quale sono stati richiesti". In entrambi i documenti, il controllo dei contratti standard viene collocato in una generale prospettiva di informazione e di educazione del consumatore, senza tuttavia trascurare l'esigenza di operare un sindacato sulle pratiche di negoziazione e di vendita diffuse nel mercato, allo scopo di evitare o quantomeno sanzionare gli abusi perpetrati dagli imprenditori a danno dei consumatori. E' tuttavia con l'atto unico europeo del 1987 successivo all aggiornamento del Programma CEE e alla pubblicazione del "Libro bianco" sul mercato interno del 1985, determinante per dimostrare l'accresciuta consapevolezza dell'importanza dei problemi 67 dei consumatori che la tutela dei consumatori diventa, concretamente, uno degli scopi strategici e dei punti cardine della costruzione del mercato interno. Un percorso che, per quanto di specifico interesse in questa sede, ha portato all emanazione delle direttive in materia di credito al consumo (102/87/CEE e 90/88/CEE), un primo e organico insieme di regole, recepito nell ordinamento italiano con la legge n. 142 del 1992, volto a soddisfare l'esigenza di informazione e consapevolezza di un particolare utente dei prodotti finanziari: il contraente "debole", considerato tale per le sue caratteristiche soggettive e per la natura delle prestazioni finanziarie richieste. Contestualmente all emanazione di tali atti, va rilevato come, sempre nel 1992, con il decreto legislativo n. 74, attuativo della direttiva comunitaria n. 84/450/CEE, l Italia abbia conosciuto anche il primo intervento normativo volto a fornire una tutela diretta dei consumatori rispetto alle pratiche di mercato lesive degli interessi economici degli stessi, con riferimento, in particolare, al fenomeno pubblicitario, ovvero la più tipica e risalente pratica commerciale posta in essere dalle imprese. Nell'ordinamento interno previgente mancava, di fatto, ogni diretto riconoscimento di diritti sostanziali ed autonomi dei consumatori, così come mancava ogni efficace forma di tutela dei loro interessi all'interno del mercato. Per decenni, infatti, è stata la disciplina della concorrenza sleale contenuta nel Codice Civile (in particolare, agli artt e ss.), a rappresentare il fondamentale strumento di controllo privatistico della comunicazione pubblicitaria, funzionale, tuttavia, esclusivamente alla salvaguardia degli interessi degli imprenditori nel mercato, e come tale del tutto inadeguato a porre il consumatore effettivamente al riparo dalle distorsioni dell'iniziativa economica individuale ingenerate dal comportamento scorretto della controparte negoziale. Le norme in materia di concorrenza erano ritenute esclusivamente attinenti ai rapporti tra imprenditori, e il consumatore, in sostanza, veniva adoperato esclusivamente come parametro di valutazione delle condotte dei concorrenti, e mai come destinatario finale della tutela: i suoi interessi, pertanto, risultavano protetti solo incidentalmente e in via secondaria, nel momento in cui venivano a coincidere con quelli di imprenditori concorrenti, lesi da un altrui comportamento sleale o non conforme ai principi di correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda. 78 Il Codice di Autodisciplina Pubblicitaria In un contesto del genere, in cui non era ancora ravvisabile un adeguata protezione generale degli interessi consumeristici, né tantomeno una normativa organica della materia, meritano tuttavia un cenno le iniziative assunte dagli operatori del settore, mossi dall esigenza di darsi delle regole di comportamento di natura negoziale e applicabili su base convenzionale. Nasce così, come risposta al silenzio del sistema, l'istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), ente privato, che ha elaborato un Codice di Autodisciplina Pubblicitaria (C.A.P.), pubblicato per la prima volta il 12 maggio 1966 e da allora costantemente aggiornato. Un iniziativa che si poneva come obiettivo non solo l'elaborazione di criteri uniformi di comportamento leale per regolare i rapporti di concorrenza tra imprese, ma, dichiaratamente, anche quello di eliminare i messaggi pubblicitari dannosi, decettivi o scorretti per i consumatori. Per la prima volta l'attenzione veniva così posta sul fenomeno pubblicitario e sulla sua idoneità a ledere non i soli interessi dei concorrenti, bensì, in generale, gli interessi di tutti coloro che operano all'interno del mercato e quindi, in via mediata, del mercato stesso. L'applicazione della disciplina in oggetto è affidata al Comitato di Controllo, organo inquirente cui si attribuisce, tra l'altro, il potere di promuovere dinanzi al Giurì azioni nell'interesse dei consumatori e della pubblicità in generale, e al Giurì, organo collegiale legittimato a giudicare i singoli casi concreti su iniziativa del Comitato o di chiunque ne abbia interesse, non solo concorrenti ma anche consumatori e loro associazioni. Per quel che concerne le sanzioni, queste consistono essenzialmente nella desistenza dal comportamento riprovato e nell'eventuale pubblicazione della sentenza. Certamente il sistema autodisciplinare, in considerazione delle basi volontaristiche su cui si fonda con conseguente inapplicabilità erga omnes, non ha potuto da solo risolvere tutti i problemi in materia di pubblicità ingannevole, né tantomeno rappresentare una reale alternativa alla normativa statuale. Tuttavia, è incontestabile come lo stesso abbia, per anni, colmato i vuoti della legislazione statale e che, per specializzazione ed esperienza, l ormai copiosa ''giurisprudenza'' del Giurì in materia di pubblicità decettiva e menzognera rappresenti tuttora un contributo notevole per la soluzione delle problematiche sul tema. 89 Il decreto legislativo 74/1992 attuativo della direttiva n. 84/450/CEE in materia di pubblicità ingannevole e comparativa A fronte di tale quadro frammentario, il d.lgs. 74/1992, attuativo sia pur con ben otto anni di ritardo della direttiva n. 84/450/CEE, ha quindi rappresentato un punto di svolta decisivo per un organica disciplina del fenomeno pubblicitario e per l'attribuzione di specifica rilevanza agli interessi dei consumatori, introducendo per la prima volta nel nostro sistema una normativa di fonte statale volta a reprimere il fenomeno della pubblicità ingannevole. Fin dal primo articolo, ne emerge la chiara distanza rispetto alla disciplina codicistica della concorrenza sleale: il decreto, infatti, tutela i suoi destinatari dalla pubblicità ingannevole in sé per sé considerata e non solo quale strumento idoneo a perpetrare un danno all'impresa, profilo al più riconducibile nel richiamo alle conseguenze sleali della stessa. La pubblicità, intesa come qualsiasi forma di messaggio che sia diffuso, in qualsiasi modo, nell'esercizio di un'attività commerciale, industriale, artigianale o professionale allo scopo di promuovere la vendita di beni mobili o immobili ( ) oppure la prestazione di opere o di servizi, se dotata di requisiti idonei a ledere, anche solo potenzialmente, uno dei soggetti che operano all'interno del mercato, viene quindi vietata e, in quanto tale, è sanzionabile. Nello specifico, la pubblicità ingannevole è intesa come qualsiasi pubblicità che in qualunque modo, compresa la sua presentazione, induca in errore o possa indurre in errore le persone fisiche o giuridiche alle quali è rivolta o che essa raggiunge e che, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il loro comportamento economico ovvero che, per questo motivo, leda o possa ledere un concorrente. Destinatari della tutela sono non solo gli esercenti un'attività commerciale, ma anche i consumatori e il pubblico in genere. Per quanto riguarda, in particolare, la categoria dei consumatori, va messo in evidenza come, in tale sede, questa venga per la prima volta riconosciuta, da una norma statale, portatrice di un interesse generale e diretto alla correttezza della comunicazione pubblicitaria, risultando non più suddita delle esigenze delle imprese bensì sovrana delle proprie scelte negoziali. 910 La competenza a conoscere dei ricorsi esperibili da qualunque membro della collettività destinatario del messaggio (concorrenti, consumatori, le rispettive associazioni e organizzazioni, ecc.) legittimato a ricorrere sulla base del proprio autonomo interesse a non prendere decisioni pregiudizievoli nell'acquisto di beni e servizi poiché sviato da una falsa rappresentazione della realtà indotta dall'esterno è attribuita all Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, che esercita un controllo pubblicistico del fenomeno pubblicitario. Le pronunce dell Autorità possono essere o di natura cautelare, a carattere provvisorio, con cui disporsi la sola sospensione della pubblicità, o di natura definitivo, che può avere non solo carattere inibitorio vietando la diffusione o la continuazione della pubblicità già diffusa ma anche disporre l'eventuale ed accessoria pubblicazione della pronuncia e/o di una dichiarazione rettificativa, finalizzate ad impedire che la pubblicità continui a produrre i suoi effetti. Oggetto di tutela della normativa in esame, in definitiva, è la libertà del volere del consumatore, nonché la sua libertà di autodeterminarsi consapevolmente in assenza di influenze ingannevoli esterne, quali quelle contenute in messaggi pubblicitari decettivi. In ultima analisi, va tuttavia rilevato come la disciplina si rivolga alla protezione di interessi generali e diffusi, sia dei consumatori che dei concorrenti, in particolare a garanzia di quello generale della collettività all'eliminazione delle possibili distorsioni del mercato: non rilevano, invece, gli interessi particolari del singolo soggetto danneggiato. La tutela del consumatore in ipotesi di pubblicità ingannevole risulta pertanto limitata al solo ricorso all'autorità Garante, ovvero alla possibilità di ottenere un provvedimento di natura inibitoria, peraltro del tutto inidoneo a riparare i danni in concreto subiti dal singolo. L'eventuale danno patrimoniale subito potrà assumere rilevanza solo in sede di giudizio civile, qualora sussistano i presupposti per ottenere tutela, risarcitoria o invalidativa, in base alla disciplina generale del contratto (ma resta del tutto irrilevante in sede di giudizio di fronte all'agcm). Il d.lgs. 74/92, il cui originario impianto, fin qui descritto, era già stato modificato su piano sostanziale e rimediale nel corso della successiva evoluzione normativa, è stato infine abrogato con il decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il cd. Codice del Consumo, che ne ha assorbito integralmente la disciplina (inserendolo, assieme alle norme sull'informazione e sulle altre forme di comunicazione, nell allora Parte II, rubricata Educazione, informazione 1011 e pubblicità ). Se scarse risultano le novità normative sostanziali, più rilevante appare l'impatto sistemico della modifica : la disciplina del fenomeno pubblicitario viene inserita dal legislatore nella più generale regolamentazione del rapporto di consumo, il quale si articola in più fasi, inerenti non solo alla formazione degli accordi negoziali tra un consumatore ed un professionista (disciplinata dal diritto contrattuale dei consumi) ma anche all'esecuzione degli obblighi assunti tra le parti e al momento in cui avviene il contatto sociale tra le stesse, ovvero agli aspetti preliminari alla contrattazione in senso stretto, che riguardano senz altro la materia del consumo e completano il quadro delle regole più propriamente riferite al diritto contrattuale. La legge comunitaria per il 1994, attuativa della direttiva 93/13/CEE sulle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, e la legge n. 281/98 sulla disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti Merita un cenno, per completezza di esposizione, un ulteriore tassello di fondamentale importanza nel riconoscimento dei diritti dei consumatori, quali soggetti deboli operanti nel mercato, a non veder pregiudicati i propri interessi questa volta anche patrimoniali è rappresentato dalla direttiva 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, che ha il pregio di aver legato in modo più pregnante le esigenze di controllo del mercato alla considerazione della posizione del singolo contraente. La direttiva in questione, attuata nel nostro ordinamento con la legge comunitaria per il 1994, legge 6 febbraio 1996, n. 52, ha inserito nel Codice Civile (Titolo III del Libro IV) un apposito capo XIV-bis, rubricato Dei contratti del consumatore, e composto da cinque articoli (1469-bis 1469-sexies). La nuova disciplina ha previsto idonei meccanismi di salvaguardia per i consumatori a fronte di clausole che possono determinare uno squilibrio significativo dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto (cd. clausole vessatorie ), basandosi sull evidente ratio conforme peraltro all'orientamento dei precedenti interventi del legislatore comunitario di tutelare il consumatore, assunto nel ruolo tipico di soggetto che verte in condizioni di inferiorità rispetto alla controparte, dal pericolo che il potere di quest ultimo si traduca in previsioni contrattuali vistosamente sbilanciate. Tra gli elementi salienti rilevano l introduzione, per la prima volta, di una precisa definizione di consumatore, e la 1112 previsione della possibilità, per associazioni dei consumatori e professionisti, di ottenere tutela collettiva degli interessi delle categorie rappresentate attraverso la cd. azione inibitoria delle clausole vessatorie (per l adozione di provvedimenti inibitori e preventivi, di contenuto negativo, che vietino al professionista l'inserimento nelle contrattazioni individuali delle clausole giudicate vessatorie). Sul fronte della tutela individuale, nell ipotesi in cui il singolo consumatore ricorra al giudice ordinario per ottenere la declaratoria di abusività di date clausole inserite in uno specifico contratto già concluso con un professionista, è stabilito che all accertamento della vessatorietà faccia seguito la nullità della clausola, mentre per il resto il contratto resta valido e vincolante tra le parti (nullità cd. di protezione ). Anche la disciplina in oggetto è stata successivamente abrogata e assorbita dal Codice del Consumo (nella Parte III, rubricata Il rapporto di consumo ), così come è accaduto per la successiva legge n. 281/98, recante la Disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti, provvedimento che ha rappresentato in materia di consumi un importante intervento finalizzato al riconoscimento dei diritti e degli interessi individuali e collettivi dei consumatori, di cui deve essere garantita la tutela - anche in forma collettiva e associativa - conformemente ai principi contenuti nei trattati comunitari e nella normativa derivata. In particolare, l art. 1 della legge è stato trasfuso nell art. 2 del Codice del Consumo, relativo ai Diritti dei consumatori, quali il diritto alla correttezza, equità e trasparenza nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi, nonché, per quanto di interesse in questa sede, ad una adeguata informazione e una corretta pubblicità (e, a seguito della modifica operata dal d.lgs. n. 221/2007, in particolare, all esercizio delle pratiche commerciali secondo principi di buona fede, correttezza e lealtà ), mentre le disposizioni relative all azione inibitoria generale risultano sostanzialmente riprodotte negli artt. 139 e 140. Il quadro così delineato, con particolare riferimento alle pratiche commerciali sleali lesive degli interessi economici dei consumatori, ha infine subito una nuova e profonda modifica a seguito del recepimento nell ordinamento giuridico interno della Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell 11 maggio 2005 relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno (Unfair Commercial Practice Directive), che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/27/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il 1213 regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio («direttiva sulle pratiche commerciali sleali»), di cui si tratterà in seguito. 1314 Evoluzione della disciplina speciale in materia di trasparenza bancaria Tornando al percorso che ha portato all emanazione della sopra citata disciplina comunitaria in materia di credito al consumo, il recepimento in Italia delle Direttive n. 102/87/CEE e n. 90/88/CEE è avvenuto con la legge n. 142 del 1992, che, insieme alla legge n. 154 del 1992, intitolata "Norme per la trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari", è successivamente confluita nel Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (TUB) decreto legislativo n. 385 del 1993 e successive modificazioni e integrazioni, con il risultato di imporre ai rapporti tra banche e utenti dei prodotti bancari un grado di trasparenza maggiore di quello che il diritto comune pretendeva, in generale, per i rapporti tra imprese e acquirenti dei relativi prodotti. Merita un cenno il fatto che, pochi anni prima, proprio allo scopo di scongiurare l entrata in vigore di una legge limitativa dell attività bancaria, l ABI aveva dato vita ad un Accordo Interbancario sulla Trasparenza (1988). Tale accordo, in realtà, andava a sostituire una prima versione elaborata nel 1978, che aveva per oggetto sia la pubblicità, mediante esposizione di appositi cartelli, dei tassi passivi praticati e delle tariffe di alcuni servizi offerti, sia l introduzione negli estratti conto di dati che consentissero un più agevole riscontro delle competenze a favore e/o a carico della clientela. Con l accordo del 1988, in particolare, le banche si impegnavano a rendere pubbliche, tramite avviso, le condizioni praticate sia per le operazioni attive che per quelle passive, e a dare la comunicazione alla clientela dei tassi sia attivi che passivi. Tale accordo, tuttavia, si dimostrò inadeguato ad assicurare la trasparenza dei contratti bancari: nonostante i vari tentativi di autodisciplina e le dichiarazioni di buona volontà, la maggior parte delle banche continuò infatti ad operare in maniera poco trasparente, dimostrando l'inefficacia di uno strumento di autoregolamentazione elaborato al solo fine di evitare, o quanto meno allontanare, una normativa giuridicamente vincolante per le banche e per tutti gli operatori creditizi e finanziari. Come accennato, dopo aver affrontato il travagliato percorso di cui si è dato conto, la disciplina speciale in materia di trasparenza bancaria è oggi costituita dal Titolo VI ("Trasparenza delle condizioni contrattuali", artt ) del Testo Unico Bancario, che introduce per la prima volta nel nostro ordinamento principi generali applicabili a tutti i 1415 contratti bancari e finanziari, e dunque sia alle banche che agli intermediari finanziari, imponendo specifici obblighi di trasparenza in ragione, tra gli altri, di due ordini di motivi principali: il primo è che i prodotti bancari, come quelli finanziari, consistono in veri e propri contratti, motivo per cui la possibilità di conoscerne il contenuto da parte dei clienti/consumatori è mediamente inferiore rispetto a quella normalmente acquisibile con riguardo a prodotti che abbiano un qualsiasi riferimento tangibile nell'esperienza comune; di conseguenza, ciò comporta un obbligo di fornire informazioni normalmente non richieste in baso al diritto comune. Il secondo è che la trasparenza delle condizioni contrattuali, rappresentando anche uno strumento indispensabile per assicurare concorrenzialità al mercato e, di conseguenza, efficienza all'esercizio dell'attività bancaria, costituisce una vera e propria forma di tutela indiretta dell'aderente, riconoscendogli un ampia possibilità di comparazione dei vari prodotti e di compiere così scelte consapevoli sul piano negoziale. La conoscenza, da parte della clientela, delle caratteristiche e dei prezzi effettivi dei prodotti e dei servizi bancari, nonché la possibilità di compararli, si rivelano fattori indispensabili per garantire la concorrenza, che, determinando una riduzione dei costi, assicura sia pure indirettamente una maggiore tutela agli aderenti, i quali soprattutto per quanto riguarda i clienti delle banche, in particolare quelli che compiono operazioni standardizzate e di piccolo importo non sempre sono in grado di valutare i diversi e complessi sevizi offerti, nonché di coglierne le conseguenze in materia di costi e condizioni. Ecco il perché della necessità di una disciplina normativa che imponesse alle imprese specifici obblighi informativi tali da minimizzare le possibilità di distorsioni del mercato. Con l entrata in vigore di una disciplina intesa a garantire che agli utenti dei servizi bancari sia fornita un informazione chiara ed esauriente sugli elementi essenziali del rapporto contrattuale e sulle loro variazioni, si assiste così ad un importante mutamento di prospettiva, consistente nel dare, finalmente, un autonomo e particolare rilievo agli interessi della clientela bancaria, categoria completamente estranea alla legislazione sino a quel momento in vigore. Successivamente all approvazione del TUB, va rilevato come la materia sia stata anche oggetto di regolamentazione da parte dell autorità di vigilanza di settore, la Banca d Italia, che, a seguito di sollecitazione della Commissione europea e dell Autorità Garante per la 1516 Concorrenza ed il Mercato, con provvedimento del 12 dicembre 1994, n. 12, ha dettato regole volte a preservare la concorrenza nel settore, individuando una serie di clausole bancarie uniformi lesive della concorrenza e quindi da eliminare dai formulari (emendando successivamente le Norme Bancarie Uniformi con Circolare n. 739 del 1995). Dinanzi a tale mole di interventi il settore bancario si è ovviamente trovato davanti alla necessità di adeguare in una certa misura la regolamentazione contrattuale alle innovazioni ed al mutato clima, riscrivendo o integrando i formulari esistenti. Necessità che ha determinato, tra l altro, l adozione da parte dell ABI, nel gennaio del 1996, del Codice di comportamento del settore bancario e finanziario, un insieme di principi di ampia portata, e per questo talvolta fin troppo vaghi che, nel tentativo di completare le disposizioni già dettate dalla legislazione nazionale in materia, privilegiavano l'adozione di comportamenti finalizzati non solo alla trasparenza nella relazione con il cliente e alla tutela dello stesso, ma anche a favorire una maggiore personalizzazione e qualità di tale relazione. Il Codice, ad adesione volontaria, prevede, tra l altro, l'impegno da parte dell'aderente a prestare una costante opera di assistenza al cliente in ogni fase della vita del rapporto, assumendo una serie di comportamenti ispirati a criteri di particolare diligenza volti a migliorare l'utilizzo dei prodotti e dei servizi offerti, e a consentire al cliente di comprendere la disciplina contrattuale del rapporto e di essere adeguatamente informato in tutte le fasi dello stesso, comprese sia quella di promozione che quella di cessazione del rapporto. Questo il quadro delineatosi alla fine degli anni Novanta, all esito di un importante processo di ricodificazione normativa che, con particolare riferimento al settore bancario, ha avuto il pregio di scardinare i vecchi assetti contrattuali di un sistema che, sotto l impero della vecchia legge del 1936, si trovava in una situazione di vera e propria deregulation, che lasciava al ceto bancario, attraverso le Norme Bancarie Uniformi e varie forme di autoregolamentazione, spazi estremamente ampi di discrezionalità nel rapporto con la clientela. Un processo che ha visto una travagliata ma progressiva affermazione e implementazione del concetto di trasparenza bancaria, e, parallelamente, il rafforzamento della tutela del cliente/consumatore, meritevole di una particolare protezione in quanto contraente debole. Debolezza che va intesa come situazione di 1617 svantaggio in cui versa il cliente normalmente identificato come consumatore rispetto alla banca, in ragione di diversi fattori quali l asimmetria informativa tra le parti, la disparità di potere negoziale e, non da ultimo, comportamenti da parte degli stessi clienti non sempre improntati alla coerenza e alla prudenza. Nell ultimo decennio, in coerenza con l evoluzione normativa in ambito europeo, la disciplina di settore relativa alle operazioni e ai servizi bancari e finanziari si è poi ulteriormente arricchita di un sistema organico costituito sia da norme primarie che secondarie di nuove e importanti tutele nei confronti della clientela. Con la direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio dell 11 maggio 2005, n. 2005/29/CE, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno, recepita nel nostro ordinamento ad opera del decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 146 (che ha sostituito integralmente gli artt. da 18 a 27 del Codice del Consumo), il legislatore europeo ha inteso assicurare ai cittadini/consumatori degli Stati membri un elevato livello di tutela contro quei comportamenti posti in essere dai professionisti in violazione dei principi di correttezza e diligenza professionale e, allo stesso tempo, ha posto le basi per una disciplina uniforme del settore nel mercato interno. Sempre nel comparto bancario-finanziario, la stessa attenzione alla disciplina sulla correttezza compare in due ulteriori e importanti direttive: la direttiva sui servizi di pagamento nel mercato interno (n. 2007/64/CE) e la direttiva sui contratti di credito ai consumatori (n. 2008/48/CE), che richiamano espressamente, nel preambolo introduttivo, la necessità che i consumatori vengano protetti contro le pratiche sleali in linea con le previsioni della direttiva n. 2005/29/CE. Una tendenza che si è poi consolidata, nel nostro ordinamento, con il decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, in materia di servizi di pagamento, di attuazione della cd. Direttiva PSD1 (2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno), e con il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141, di attuazione della direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito ai consumatori, che ha riformato il Testo Unico Bancario, sostituendo l intero Titolo VI e abrogando gli artt. 40, 41 e 42 del Codice del Consumo. 1718 Tra gli ulteriori interventi rilevanti in materia, per quanto riguarda l ordinamento giuridico interno, va aggiunto che nel 2009, ai sensi dell art. 128-bis del Testo Unico Bancario (TUB), allo scopo di rendere più completa la tutela del cliente anche dal punto di vista dell enforcement, è stato istituito l Arbitro Bancario e Finanziario (ABF), con competenza per la risoluzione stragiudiziale delle controversie tra banche ed intermediari e clienti. Va inoltre menzionata l entrata in vigore, dal 1 gennaio 2010, delle Disposizioni in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti (pubblicate in G.U. n. 210 del 10 settembre 2009), emanate dalla Banca d Italia il 29 luglio La disciplina è stata elaborata allo scopo di assicurare ai clienti un informazione chiara e accessibile, che garantisca l esatta percezione di tutti i costi connessi ai servizi offerti, la loro facile confrontabilità con offerte provenienti da altri intermediari, la comprensione dei diritti che spettano ai clienti e i modi con cui questi possono essere attivati e applicati in concreto. Le regole, graduate sul tipo di servizio e sulle caratteristiche della clientela cui esso è indirizzato, prevedono: la semplificazione del contenuto dei documenti destinati alla clientela, e per i prodotti più diffusi, come i conti correnti e i mutui offerti ai consumatori l adozione di schemi standard predisposti dalla Banca d'italia; una più chiara illustrazione dei diritti della clientela, realizzata anche attraverso la predisposizione di alcune guide pratiche secondo modelli elaborati dalla Banca d'italia; una maggiore immediatezza delle informazioni rese, specie sui costi dei servizi: l uso di indicatori sintetici di costo viene richiesto anche per gli affidamenti e per i conti correnti destinati alla clientela al dettaglio, oltre che per i mutui e il credito al consumo come attualmente previsto; l invio al correntista di un riepilogo di tutte le spese sostenute nell anno, che permette di confrontare facilmente i costi effettivi del conto corrente con quelli di analoghi prodotti presenti sul mercato; la disciplina di un conto corrente semplice, disegnato sulle esigenze di base dei consumatori, comprendente un numero determinato di operazioni e caratterizzato da un canone annuo fisso; 1819 criteri per la redazione e la presentazione dei documenti, che devono essere espressi in un linguaggio semplice e chiaro. Punto qualificante delle disposizioni è la complementarità tra adempimenti di trasparenza e organizzazione degli intermediari, per assicurare la quale la Banca d Italia ha espressamente richiesto agli operatori di adottare procedure per garantire che sia prestata adeguata attenzione al cliente in ogni fase dell attività, dall ideazione del prodotto, alla vendita, fino alla gestione di eventuali reclami. Si segnala che il 9 febbraio 2011 la Banca d Italia ha adottato le nuove disposizioni in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari, integrative delle precedenti del 29 luglio 2009, che recepiscono le novità introdotte dal d.lgs. n. 141/2010. Le disposizioni sono state successivamente aggiornate il 20 luglio 2012 e, nel momento in cui si scrive, un ulteriore aggiornamento è in via di emanazione. Una volta delineato, sia pur sinteticamente e a grandi linee, il percorso evolutivo che la disciplina dei rapporti tra banca e cliente ha conosciuto nel corso del tempo, è opportuno passare ad individuare, in via sommaria, il contenuto dei principali provvedimenti che di tale disciplina costituiscono il fulcro, con particolare riferimento, per quanto interessa in questa sede, alla normativa in materia di trasparenza bancaria e pratiche commerciali scorrette. 1920 La disciplina della trasparenza bancaria Il Testo Unico Bancario La conoscenza delle caratteristiche e, in particolar modo, dei costi delle operazioni e dei servizi bancari, nonché la comparazione tra le diverse offerte presenti sul mercato e la possibilità di effettuare scelte consapevoli e coerenti con i bisogni da soddisfare dipendono dalle informazioni disponibili. Tali informazioni, soprattutto nel settore bancario, sono spesso insufficienti o comunque non chiare né di agevole comprensione se prese in considerazione dal punto di vista del cliente, circostanza che rende difficile effettuare valutazioni ponderate e consapevoli sulle operazioni e sui servizi offerti, sia sotto il profilo della convenienza economica che sotto quello della funzionalità in relazione ai bisogni dello stesso. E in quest ambito che si colloca il concetto di trasparenza, intesa come possibilità effettiva per i clienti di accedere alle informazioni relative alle clausole contrattuali che disciplinano i rapporti con le banche, tra le quali, evidentemente, assumono particolare rilevanza le condizioni economiche, indispensabili per una corretta valutazione di convenienza delle operazioni e dei servizi. Peraltro, la carenza di informazioni è solo uno degli aspetti critici nei rapporti tra banca e cliente. I contratti bancari, infatti, si caratterizzano per il contenuto predefinito (contratti per adesione) e per l efficacia che si protrae nel tempo (contratti a tempo indeterminato e contratti di durata): ed è proprio in questi contratti che si manifesta la posizione di forza della banca nei confronti del cliente, il quale assume così il ruolo di contraente debole, e come tale meritevole di tutela. Per garantire la trasparenza e, più in generale, la correttezza nei rapporti tra banca e clientela, sono state emanate nel tempo una serie di disposizioni specifiche che intervengono nelle diverse fasi in cui tali rapporti si articolano: dalla ricerca e la raccolta delle informazioni necessarie per scegliere la banca con cui operare, all effettiva instaurazione del rapporto attraverso la stipula di uno o più contratti, all effettuazione delle operazioni e l utilizzo dei servizi, all illustrazione dell andamento della relazione attraverso idonei supporti informativi, fino alla fase di estinzione del rapporto stesso e alla fase post contrattuale. 20 Vedere altro
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