Source: https://www.justowin.it/new/2018/11/19/danno-alla-persona-evoluzione-onere-della-prova-criteri-di-quantificazione-con-particolare-riferimento-ai-danni-subiti-dai-prossimi-congiunti/
Timestamp: 2019-02-18 08:38:28+00:00
Document Index: 128218744

Matched Legal Cases: ['art 2059', 'art 32', 'art 2059', 'art 32', 'art 2059', 'art. 2059', 'art 2697', 'sentenza ', 'art. 1226', 'art. 1223', 'art 1223', 'art. 1223', 'art. 2043', 'art. 29', 'art. 2059', 'art 2059']

Danno alla persona: evoluzione, onere della prova, criteri di quantificazione con particolare riferimento ai danni subiti dai prossimi congiunti – Justowin
Nel nostro ordinamento giuridico di carattere eminentemente personacentrico, la tutela dell’individuo assume una rilevanza fondamentale, tanto da ispirare l’intero comparto codicistico in tema di responsabilità. Non a caso, ogni danno alla persona ingenera nell’ordinamento una reazione risarcitoria, che abbraccia sia il profilo patrimoniale che non patrimoniale della lesione.
Per danni alla persona si intendono, in generale, tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali cagionati all’essere umano. Si tratta, quindi, di una macrocategoria che comprende al suo interno più profili di danno, quali ad esempio : danno alla salute, danno biologico, danno esistenziale, danno morale, danno non patrimoniale, danno patrimoniale, danno all’onore, alla riservatezza, ecc.
In sostanza, qualsiasi danno che faccia capo ad un soggetto, di qualsiasi tipo o entità, è inquadrabile in questa categoria.
L’evoluzione giuridica del danno alla persona è stata lunga e dibattuta. In origine, infatti, il danno alla persona era visto in un’ottica squisitamente patrimoniale, pertanto la risarcibilità delle voci di danno che non risultavano calcolabili dal punto di vista economico rappresentavano delle ipotesi eccezionali. Ad oggi invece, il danno alla persona è visto in un ottica prevalentemente non patrimoniale, per cui qualsiasi tipo di lesione, qualunque sia la sua natura, deve essere risarcita.
All’indomani dell’uscita del codice civile, e per diversi decenni, dottrina e giurisprudenza non avevano dubbi sul fatto che il danno alla persona risarcibile potesse essere solo quello patrimoniale. Per danno patrimoniale si intendeva una perdita secca del patrimonio, quantificabile e calcolabile, che fosse dimostrata in modo inequivocabile. Il danno non patrimoniale invece era considerato irrisarcibile, salvo in caso di reato. L’art 2059 c.c. infatti, che limita il risarcimento del danno non patrimoniale ai soli casi previsti dalla legge, era interpretato in modo restrittivo, per cui nell’accezione “casi previsti dalla legge” vi si faceva rientrare il solo risarcimento del danno morale previsto dal diritto penale.
Il sistema era giustificato perché si sosteneva che il diritto civile potesse occuparsi solo degli interessi patrimoniali, mentre quelli non patrimoniali (come il danno alla salute, o alla vita) potessero essere disciplinati solo dal codice penale.
In un siffatto quadro giuridico, la giurisprudenza civile ha cercato di trovare dei correttivi, dando vita a fattispecie di danno latamente patrimoniali che, secondo la tradizionale concezione, mai sarebbero potuti essere risarciti, come il danno alla vita di relazione, il danno da perdita della capacità lavorativa generica, il danno estetico, ecc.. In pratica, attraverso una finzione giuridica, si è cominciato a risarcire come danno patrimoniale anche il danno che non produceva alcuna perdita patrimoniale reale al soggetto danneggiato.
Tale orientamento è risultato antesignano rispetto al filone giurisprudenziale successivo, tanto che nei primi anni ’80 , attraverso una lettura costituzionalmente orientata (art 32 Cost.) dell’art 2059 c.c. viene riconosciuta per la prima volta la risarcibilità del danno biologico o danno alla salute.
Il danno biologico consiste nella menomazione permanente e/o temporanea dell’integrità psicofisica della persona, comprensiva degli aspetti personali, dinamico-relazionali, passibili di accertamento e di valutazione medico legale e indipendente da ogni riferimento alla capacità di produrre reddito.
Le argomentazioni poste a sostegno di questo cambio di rotta sono diverse. Il primo argomento evidenzia che, innanzitutto, sarebbe palesemente ingiusto un sistema che tutelasse la vittima solo in caso di reato, oppure nell’unica ipotesi in cui avesse un patrimonio da tutelare, a fronte di lesioni che, dal punto di vista personale, sono da considerarsi identiche. In secondo luogo, il sistema patrimoniale del danno alla persona, lungi dal tutelare il valore dell’essere umano, lo sviliva ancor di più. Infatti, se è vero che la persona umana non ha prezzo, e quindi nessuno potrà mai veramente risarcire ad esempio la perdita di un braccio, di una gamba, o della vita, è altrettanto vero che il diritto non ha altri mezzi per riparare questi danni, se non quello della sanzione penale o civile. Inoltre, il codice civile del 1942 era improntato alla patrimonialità perché all’epoca in cui fu redatto ancora si tendeva a privilegiare gli aspetti patrimoniali della persona; concezione questa che non può reggere in un’epoca più moderna ove si tende a rivalutare la persona nei suoi aspetti di vita soprattutto non patrimoniali ed umani. Infine, se si tiene conto che le norme costituzionali sono norme precettive ( e quindi di diretta e immediata applicazione) e non programmatiche, l’art 32 Cost trova nei rapporti giuridici immediata applicazione e addirittura prevalenza rispetto ad una disposizione proibitiva come l’art 2059 c.c..
Dunque riconosciuta negli anni ottanta la risarcibilità del danno biologico e del danno alla salute, come voci del danno non patrimoniale, è solo a partire dagli anni 2000 che comincia ad affermarsi in giurisprudenza la risarcibilità del danno esistenziale, inteso come la perdita della facoltà di godersi la vita, o come “il disagio arrecato all’esistenza e al benessere della vita quotidiana”. Il riconoscimento del danno esistenziale aveva sollevato, in un primo momento, lo scetticismo dei giudici, i quali si mostravano fermamente contrari all’introduzione di un istituto dai contorni incerti e di difficile quantificazione. Per molti interpreti del diritto, inoltre, esso rappresentava una mera duplicazione del danno morale.
Nonostante queste prime remore, il progressivo riconoscimento di tale voce di danno è stata pressoché inarrestabile, tanto che, si è giunti sino al punto di staccare il risarcimento del danno alla salute dalle altre voci di danno alla persona di tipo non patrimoniale. In sostanza, mentre in precedenza il danno morale e non patrimoniale veniva risarcito solo come conseguenza di un danno biologico o alla salute, l’attuale orientamento giurisprudenziale risarcisce i danni non patrimoniali anche quando non è dimostrato un danno biologico o alla salute di base, poichè la mancanza di danno biologico non esclude in astratto la configurabilità di un danno morale e di un possibile danno relazionale.
Orbene, data comunque la difficoltà di inquadrare la fattispecie del danno biologico, visto da alcuni come una duplicazione del danno morale, da altri come figura autonoma di tipo patrimoniale, da altri ancora come figura non patrimoniale, sono intervenute sul punto le SS.UU. del 2008, che con una serie di pronunce, hanno delineato con efficacia dirimente i contorni del danno alla persona, innovandone alcuni aspetti. Innanzitutto, secondo la Suprema Corte, l’art. 2059 va inteso come limitato non solo al danno morale da reato, ma limitato ai soli casi previsti dalla legge; e per legge deve intendersi qualsiasi legge, primaria, secondaria, costituzionale o comunitaria, e persino i principi fondamentali dell’ordinamento.
La Corte poi chiarisce che il danno alla salute è un danno non patrimoniale, risarcibile perché l’articolo 2059 lo consente espressamente, così come il danno esistenziale, essendo necessario unicamente che la posta risarcibile trovi fondamento in una norma giuridica. Secondo questo orientamento dunque, non esiste una autonoma categoria di danno esistenziale, o di danno alla salute, ma esiste, invece, solo la categoria del danno patrimoniale, affiancata da quella del danno non patrimoniale. In altre parole, il danno alla persona si fonda sul bipolarismo “danno patrimoniale – danno non patrimoniale”, e all’interno di tali categorie devono essere ricomprese tutte le altre, le quali vanno considerate mere sottocategorie, o specificazioni, delle due categorie principali, che sono le uniche autonome. La differenza tra tali due categorie principali sta nel fatto che mentre il danno patrimoniale, previsto dall’articolo 2043, è atipico, il danno non patrimoniale, previsto dall’articolo 2059, è tipico, essendo risarcibile nei soli casi previsti dalle legge.
Dunque il sistema del danno alla persona è un sistema “bipolare” perché, anziché disarticolare il danno alla persona in una pluralità di voci di danno, esso si compone di due sole grandi voci (danno patrimoniale e non patrimoniale) al cui interno rientrano tutte le altre.
Un siffatto inquadramento, conforme comunque al diritto vigente, comporta notevoli conseguenze in sia in punto di diritto che processuali. Infatti, in caso di domanda risarcitoria, è sufficiente che il danneggiato chieda il risarcimento dei soli danni patrimoniali e non patrimoniali per vedersi riconosciute tutte le voci che in teoria sono comprensibili dentro a queste due categorie (mentre in precedenza il danneggiato aveva l’onere di indicare espressamente tutti tipi di danno che intendeva ottenere). Per contro, lo stesso giudice, può, senza con ciò violare il principio della corrispondenza tra il chiesto e il giudicato, riconoscere il danno alla salute o quello esistenziale, anche se non è stato richiesto dal danneggiato nello specifico e egli abbia indicato solo genericamente la voce del “danno non patrimoniale”.
Orbene, chiarito che il riferimento alle diverse tipologie di danno (biologico, morale, esistenziale, ecc ecc ) ha solo valenza descrittiva e non comporta il riconoscimento di autonome e distinte categorie di danno non patrimoniale ( che resta comunque un unicum) , il carattere omnicomprensivo dello stesso non può, però, compromettere il principio dell’integralità del risarcimento medesimo, per cui le varie categorie sottoindicate, pur non costituendo alla luce dell’orientamento giurisprudenziale, danni autonomamente risarcibili, rappresentano singole voci di pregiudizio non patrimoniale risarcibili, ma non passibili di duplicazione.
Definito, per grandi linee, il danno alla persona nella sua accezione patrimoniale e non patrimoniale, ci si può soffermare sull’onere della prova, che per ovvie ragioni risulta più complesso in relazione alle voci del danno non patrimoniale.
Diversamente dal danno patrimoniale, infatti, la non patrimonialità del danno alla persona comporta che il ristoro pecuniario, dovuto a titolo di risarcimento, non corrisponda alla relativa esatta commisurazione del pregiudizio. Per lo stesso quindi si impone una valutazione di tipo equitativo diretta ad individuare una compensazione economica adeguata al pregiudizio e che l’ordinamento giuridico riconosce, appunto, come equa.
Tale valutazione, richiede da parte del giudice un prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto che incidano sulla gravità della lesione, mantenendosi però sempre entro i limiti del solo ristoro del pregiudizio e non oltre.
Poiché, in caso di lesione di valori della persona, il danno non può considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la stessa funzione del risarcimento ( che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, bensì quale pena privata per un comportamento lesivo) verte sul danneggiato l’onere di provare, i danni lamentati, l’evento e il nesso di causalità, secondo la regola generale di cui all’art 2697 c.c.. Il danno infatti presuppone, non la sola lesione dell’interesse protetto dalla norma, ma anche una perdita a tale lesione causalmente ricollegabile.
Dunque, la qualificazione delle voci del danno non patrimoniale in termini di danno conseguenza non valgono a sollevare il danneggiato dalle regole sull’onere probatorio valevoli per tutti i danni extracontrattuali; pertanto, chi pretende il risarcimento deve provare il danno nei suoi vari aspetti, potendosi avvalere di ogni mezzo, anche di presunzioni. Piu volte i giudici hanno ribadito la legittimità della prova presuntiva, stante l’evidente impossibilità di una prova diretta di un pregiudizio ad un bene immateriale. Tuttavia, sul danneggiato grava l’onere di allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto.
In sostanza, iI danneggiato deve, comunque, allegare, alla propria domanda risarcitoria tutte le circostanze e i fatti utili ad apprezzare la lesione patita.
Solo tramite l’allegazione può in concreto individuarsi quanto necessario e sufficiente per ritenere validamente proposta una domanda risarcitoria. In tal modo il giudice può selezionare quel nucleo minimo di fatti rilevanti la cui esposizione deve essere già contenuta nella domanda, per non incorrere nel vizio di genericità.
Quanto ai criteri di liquidazione del danno, sono tre quelli generalmente utilizzati: quello tabellare, ( dato dal prodotto tra il grado di invalidità, il coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età del danneggiato ed un reddito medio figurativo ); quello del valore-punto, (che prevede l’assegnazione di una somma fissa e uguale per tutti per ogni punto di invalidità biologica); e quello equitativo ( che impone la valutazione di tutte le specifiche circostanze del caso concreto e delle condizioni del danneggiato).
La Corte di Cassazione, con sentenza del 2014, ha ritenuto che possano costituire un valido criterio di riferimento, ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., per le macrolesioni (superiori al 10%), le tabelle per la liquidazione del danno biologico elaborate dal Tribunale di Milano, mentre per le macroinvalidità si fa riferimento alla disciplina normativa.
Definito il tessuto normativo e giurisprudenziale del danno alla persona, non si può trascurare l’efficacia riflessa che tale danno produce su altre persone non destinatarie dirette della lesione, ma vicine al soggetto leso. Sono infatti generalmente qualificati come cd. danni riflessi. I danni subiti dai prossimi congiunti del danneggiato. L’ordinamento giuridico riconosce anche a loro espressa tutela, laddove il danno ad una persona congiunta, a sua volta, determini loro un ulteriore danno.
Il riconoscimento di una risarcibilità anche di un siffatto danno ha subito però un travagliato iter giurisprudenziale prima di arrivare ad un espresso riconoscimento.
Per lungo tempo, infatti, nella giurisprudenza si è registrato un atteggiamento di totale chiusura nei confronti delle pretese avanzate dai prossimi congiunti di vittima di lesione personale non mortale di vedersi accordato un risarcimento del danno non patrimoniale (sub specie di dolore intimo e spirituale), laddove, invece, era pacifico un tale risarcimento in caso di decesso della vittima, essendo la posizione giuridica soggettiva dei prossimi congiunti soppressa in via definitiva e dunque meritevole di considerazione in sede aquiliana.
Tale indirizzo si basava su un’interpretazione rigida dell’art. 1223 c.c., che, come noto, prescrive la risarcibilità del solo danno diretto ed immediato. Dunque, il risarcimento del danno non patrimoniale spetterebbe soltanto a chi ha direttamente e immediatamente subito la sofferenza, cioè al soggetto leso, non potendosi considerare tali i propri familiari, pur soffrendo per le sofferenze del congiunto.
In realtà, i giudici della Suprema Corte non negano che, sul piano pratico, la sofferenza della persona lesa possa arrecare sofferenza anche ai propri congiunti; tuttavia, sul piano strettamente giuridico tali sofferenze non assumerebbero rilievo, rilevando invece solo la sofferenza dei soggetti direttamente ed immediatamente lesi, che sono i soli, ex art 1223 c.c., ad avere diritto alla liquidazione della pecunia doloris.
Si tratta di un orientamento che tende ad esaltare un’idea sostanzialmente materialistica del dolore, lasciando fuori dal profilo del danno risarcibile tutto ciò che, in qualche modo, incide sull’io spirituale, o metafisico, del soggetto.
Tale orientamento è vacillato laddove si è riconosciuta preminenza al valore costituzionale della famiglia; ciò anche in ragione delle spinte propulsive provenienti dalla giurisprudenza europea, che ha coniato la definizione, altamente evocativa, di danni riflessi, o di rimbalzo.
Così, con un incisivo revirement la Suprema Corte ha riconosciuto progressiva rilevanza alla situazione giuridica del richiedente, per così dire, “qualificata” dalla relazione diretta con il danneggiato.
In particolare, le Sezioni Unite hanno chiarito come i danni riflessi non siano danni a sé stanti, ma rappresentino la normale propagazione dei danni diretti.
In pratica, tra danni riflessi o mediati e danni diretti non vi intercorre una differenza sostanziale e/o eziologica, poiché i primi stanno ad indicare la propagazione delle conseguenze dell’illecito (consistente in un danno alla persona) alle c.d. vittime secondarie, cioè ai soggetti collegati da un legame significativo con il soggetto danneggiato in via primaria.
Le Sezioni Unite, dunque, escludono che sussistano eziologie diverse, poiché anche la vittima ulteriore (il congiunto) è lesa in via diretta, ma in un diverso interesse di natura personale.
Di conseguenza, ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a seguito di un fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta anche il risarcimento del danno concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso, con conseguente legittimazione del congiunto ad agire ‘iure proprio’ contro il responsabile.
Come sottolineato da autorevole dottrina, per le Sezioni Unite, la formula “danni riflessi” è idonea a fondare il collegamento tra i danni subiti dal soggetto leso e dai congiunti non in termini di causalità, ma in termini di interesse leso e, quindi, di ingiustizia del danno (il carattere della ingiustizia sancito dall’art. 2043 c.c.), consistente nella lesione di un rapporto familiare “vittime primarie” – “vittime secondarie”, dato il carattere plurioffensivo dell’illecito, senza il rischio di una duplicazione abusiva del risarcimento dello stesso pregiudizio. Proprio l’ “ingiustizia” del danno subito dal congiunto fonda, in astratto, la sua legittimazione ad agire, assicurando adeguata copertura giuridica a situazioni lesive non espressamente tutelate ma tutelabili per ragioni di diritto sostanziale.
Nel caso di danni riflessi subiti prossimi congiunti, l’interesse da tutelare è quello alla conservazione e non alterazione del rapporto familiare come esistente prima del fatto illecito del terzo. Tale danno da “lesione del rapporto familiare” è fondato direttamente sull’art. 29 Cost., esplicitamente richiamato dall’art. 2059 c.c.
Tale vulnus della famiglia, tuttavia, ha un rapporto di diretta dipendenza dal vulnus alla salute del leso primario, in quanto il danno ai congiunti può essere apprezzato sotto il profilo dell’ingiustizia con riguardo al danno subito dal leso. Si può dire, pertanto, che, secondo l’id quod plerumque accidit, tra le due lesioni esiste un rapporto di corrispondenza biunivoca, in quanto, appunto, strettamente correlate. La conseguenza è che il quantum risarcibile ha come parametro di riferimento non solo il coniugio o il grado di parentela, ma anche il grado di invalidità del soggetto leso come vittima primaria, poiché all’aumento del grado d’invalidità corrisponde un aumento delle somme risarcibili a favore dei congiunti.
La prova del danno non patrimoniale, patito dai prossimi congiunti di persona resa invalida dall’altrui illecito, può essere desunta anche soltanto dalla gravità delle lesioni, sempre che l’esistenza del danno non patrimoniale sia stata debitamente allegata nell’atto introduttivo del giudizio. Quindi anche il danneggiato di riflesso ha comunque l’onere di allegazione, al pari del danneggiato principale.
Per citare un esempio, nell’ambito della responsabilità per lesioni da sinistri stradali, la Corte di Cassazione ha affermato che è legittimo per i parenti della vittima richiedere e ottenere un risarcimento economico per le sofferenze provate a seguito della morte o delle gravi lesioni subite dalla persona cara.
I parenti della vittima di un sinistro stradale la quale ha riportato delle macro lesioni, possono chiedere in giudizio il risarcimento danni di natura patrimoniale e non patrimoniale, ma al tempo stesso hanno comunque l’onere di dare la prova del danno subito, altrimenti tale richiesta non potrà essere accolta.
Nel caso specifico di lesione determinante la morte, il danno da uccisione di un congiunto, collocandosi nell’ambito del danno non patrimoniale ex art 2059 c.c., consiste nella privazione di un valore, non economico ma personale consistente nella perdita irreversibile del godimento di un congiunto, preclusiva delle reciproche relazioni interpersonali che si instaurano, di norma, nel nucleo familiare inteso nell’accezione più ampia ( ossia non solo quello caratterizzato da un vincolo di tipo matrimoniale). Si tratta, in sostanza, di un danno-conseguenza, che in quanto tale potrà avere un’ampiezza differente a seconda delle varie fattispecie, in base alla consistenza, l’intensità e la durata del rapporto parentale.
E’ ormai prassi consolidata annoverare nella categoria dei prossimi congiunti ( o parenti) anche il convivente, sempre che venga dimostrata l’esistenza di una convivenza stabile, in concreto equiparabile a quella matrimoniale.
In aderenza a quanto affermato, infatti, la giurisprudenza ha ormai pacificamente riconosciuto la risarcibilità del danno da uccisione del convivente more uxorio, ritenendolo pienamente legittimato a proporre l’azione.
I profili critici riguardano anche in questo caso ( come in tutti i casi di danno riflesso) la quantificazione del danno non patrimoniale.
Per questo infatti la difficoltà sta nel fatto che il danno non coincide con la lesione di un interesse protetto, ma consiste in una perdita, o meglio in una privazione di un bene personale, consistente nel godimento del congiunto. Quanto alla natura, la sofferenza morale non rappresenta un danno autonomo, ma è una componente del danno non patrimoniale. Pertanto, di essa si tiene conto nella liquidazione unitaria del danno, unitamente a tutti i pregiudizi derivanti dal fatto illecito. Trattandosi di valori privi di contenuto economico, essi saranno rimessi alla valutazione del giudice che, anche in questo caso, procede in via equitativa.
Il giudice deve analizzare tutte le varie voci del danno non patrimoniale in maniera cumulativa ed unitaria, al fine di evitare duplicazioni risarcitorie. In ordine al danno nel caso in cui il congiunto muoia a seguito delle lesioni riportate, è dubbio se la sua risarcibilità spetti ai congiunti iure proprio o iure successionis.
La Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sulla questione in oggetto ha ritenuto risarcibile agli eredi il danno biologico sofferto dal de cuius, solo nelle ipotesi in cui la morte fosse intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo dalla lesione. Diversamente, non sarebbe configurabile un danno risarcibile, perché la morte non rappresenta la fase terminale della lesione al diritto alla salute, ma la lesione del bene giuridico alla vita. Se intercorre un apprezzabile lasso di tempo tra la lesione ed il decesso del congiunto, si ammette in capo alla vittima un danno non patrimoniale risarcibile che si trasferisce iure successionis agli eredi, i quali possono agire in giudizio dei confronti dell’autore dell’illecito. Se, invece, la morte avviene istantaneamente, il diritto che i congiunti possono far valere non trova fonte nell’asse ereditario ma è un diritto iure proprio consistente nella perdita economica e morale subita a seguito della cessazione del rapporto familiare.
Secondo alcune pronunce, nel caso di sofferenze psicofisiche sopportate dalla vittima in stato di incoscienza, i congiunti potrebbero agire addirittura in base ad un doppio titolo di legittimazione: iure successionis, per il danno biologico sofferto dalla vittima nel tempo intercorrente tra la lesione e la morte; iure proprio per il danno morale e patrimoniale. Questo danno, noto come “danno catastrofale”, in realtà ricorre nelle sole ipotesi in cui alla lesione non segua uno stato comatoso della vittima, ma la piena consapevolezza e la lucida percezione da parte della stessa dell’approssimarsi della morte. Solo in tal caso esso è risarcibile ai congiunti iure successionis. Altra cosa ancora è il danno “tanatologico”, ossia il danno da morte immediata. Esso è un danno diverso e distinto rispetto al danno biologico, morale ed esistenziale derivante dalla morte del congiunto e non è risarcibile perché fin quando non sopraggiunge il decesso, non vi è alcuna lesione del diritto alla vita; dopo la morte, invece, estinguendosi la persona lesa, il diritto risarcitorio non è trasmissibile a causa di morte.
Nel ambito del danno non patrimoniale, assume autonoma rilevanza il “ danno parentale”, che i congiunti dell’ucciso possono patire a seguito dell’uccisione in pregiudizio della propria salute. L’esempio tipico è lo shock clinicamente accertabile, che si distingue dal semplice dolore transeunte per il lutto che costituisce una componente del danno morale, in quanto il danno parentale nasce da una vera e propria patologia nosocomiale. Il danno parentale è un danno che può essere fatto valere iure proprio dai superstiti e si presenta come il momento terminale e degenerativo del danno morale. Il patema d’animo e lo stato di angoscia collegato al lutto a carattere transitorio si trasforma, cioè, in un vero e proprio trauma psicofisico permanente. Si assiste quindi ad una conversione da danno da lutto per la perdita del congiunto a danno alla salute propria. In quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, il danno da perdita del rapporto parentale può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest’ultimo, senza che possa ravvisarsi una duplicazione di risarcimento.
Anche il danno parentale, però, non può essere considerato in re ipsa, ma deve essere compiutamente descritto nonché allegato provato e documentato dal danneggiato sia a mezzo di presunzioni che con prova documentale o testimoniale.