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Timestamp: 2020-05-26 02:28:28+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 13007 del 23/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13007 del 23/06/2016
Cassazione civile sez. III, 23/06/2016, (ud. 06/04/2016, dep. 23/06/2016), n.13007
S.D., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, V. PANAMA 74, presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO
IACOBELLI, rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE NEBBIA
ZURICH INSURANCE COMPANY SA, in persona del suo legale
rappresentante p.t. Dott. G.P., elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE LIBIA 98, presso lo studio dell’avvocato
ANTONIO CALIO’, rappresentata e difesa dall’avvocato MARIO
PIETRUNTI giusta procura a margine del ricorso notificato;
D.C.V., elettivamente domiciliato in ROMA, V.F.P.DE’
CALBOLI 54, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PAPANDREA,
rappresentato e difeso dall’avvocato NUNZIO LUCIANO giusta procura
avverso la sentenza n. 171/2013 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,
06/04/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LUCIANA BARRECA;
udito l’Avvocato GIUSEPPE NEBBIA;
udito l’Avvocato FRANCESCO PAPANDREA per delega;
1.- S.D. citata in giudizio dinanzi al Tribunale di Campobasso il dott. D.C.V., per sentire accogliere nei suoi confronti le seguenti conclusioni (così trascritte in ricorso):
“dichiarare il convenuto responsabile per la mancata impugnazione della sentenza n. 575/02/1999 della Commissione Tributaria Regionale di Campobasso; condannare il medesimo alla restituzione della somma conseguentemente addebitata e già corrisposta dall’attore, ed al risarcimento di tutti gli ulteriori danni subiti (…)”, oltre le spese. A fondamento della domanda l’attore esponeva che, con la sentenza predetta, la commissione tributaria regionale si era pronunciata in senso a lui sfavorevole nel giudizio di appello tra lo stesso e l’Agenzia delle Entrate, avente ad oggetto un accertamento relativo all’IRPEF dell’anno d’imposta 1991; che egli, che svolgeva l’attività di orologiaio in (OMISSIS), ignorando le condotte da adottare, aveva consegnato al proprio commercialista, dott. D. C., l’originale della comunicazione del dispositivo della sentenza, chiedendo indicazioni e chiarimenti in merito; che il professionista non l’aveva più contattato nè, malgrado sue sollecitazioni, l’aveva convocato per illustrargli le iniziative da assumere, tanto che erano decorsi i termini per l’impugnazione della sentenza dinanzi alla Suprema Corte; che perciò era stato costretto a corrispondere all’Amministrazione finanziaria le somme di Euro 62.165,30 e di Euro 26.113,61, oltre interessi, che aveva potuto reperire facendo ricorso al credito bancario; che a nulla erano valse la costituzione in mora nei confronti del professionista e, su segnalazione di questi, nei confronti della compagnia assicuratrice per la responsabilità professionale.
D.C.V. e la Zurich Insurance Public Limited S.A. –
Rappresentanza generale per l’Italia si difendono con distinti controricorsi.
Nell’udienza fissata per la discussione orale, dopo le conclusioni del pubblico ministero, l’avvocato della parte ricorrente ha presentato alla Corte osservazioni per iscritto ai sensi dell’art. 379 c.p.c., u.c..
Nel merito, va premesso che la Corte di appello ha ritenuto che, anche a voler tenere conto delle deduzioni dell’appellante (sulla scorta di quanto articolato nei mezzi di prova e di quanto dedotto negli scritti difensivi), il cliente avrebbe affidato al professionista “soltanto l’incarico di una consulenza di carattere tecnico… in via di prima informazione” e che perciò l’incarico non avrebbe avuto ad oggetto il conferimento della difesa dinanzi alla Corte di cassazione. Pertanto, secondo la Corte di merito, “resa o non resa quella consulenza”, lo S., per proporre ricorso, si sarebbe dovuto rivolgere ad un avvocato patrocinante in cassazione mentre il parere tecnico del commercialista non avrebbe avuto incidenza alcuna sulle valutazioni di mero diritto che avrebbe dovuto compiere il legale incaricato dell’impugnazione. Secondo la Corte di merito, la proposizione dell’azione giurisdizionale sarebbe comunque dipesa da una scelta personale dell’attore che, per realizzarla, si sarebbe dovuto rivolgere a soggetti diversi dall’appellato, mentre sarebbe stata irrilevante l’attuazione o meno della prestazione richiesta al dott. D.C..
1.1.- Col primo motivo il ricorrente deduce, in relazione all’art. 360, comma primo, n. 3 cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 1175 e 1176 c.c., e art. 2230 c.c. e segg., del D.Lgs. n. 1067/753, art. 1, e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 12, nonchè degli artt. 1218, 1225 e 2236 c.c., e dell’art. 2043 c.c..
Da questo presupposto in fatto, il ricorrente fa discendere in diritto l’obbligo del commercialista di informare il cliente dell’esistenza del rimedio del ricorso per cassazione, nonchè dei termini e delle modalità per la sua proposizione, inclusa l’informazione della necessità di rivolgersi ad un avvocato abilitato a difendere dinanzi alle giurisdizioni superiori trattandosi di circostanze nè di pubblico dominio nè nella conoscenza del cliente medesimo, considerato che svolgeva l’attività lavorativa di orologiaio. Invece, essendo il dottore commercialista un professionista cui l’ordinamento attribuisce specifica competenza in materia tributaria, oltre che il patrocinio dinanzi alle giurisdizioni tributarie di merito (come da norme richiamate in rubrica), egli ha anche specifica conoscenza sia del rito tributario che del sistema dei gravami esperibili. Quindi, il dott. D. C., al quale il ricorrente sarebbe stato legato da pluriennale rapporto professionale in corso (perchè redigeva la contabilità della ditta individuale dello S. e ne era consulente), avrebbe dovuto fornire,con tempestività, le dette informazioni, in ossequio ai doveri di diligenza professionale derivanti dall’incarico conferito ai sensi dell’art. 2230 e seg. e dalla clausola generale dell’art. 1176 cod. civ. Con conseguente suo obbligo a risarcire i danni derivati al cliente dall’inadempimento del fondamentale obbligo di informazione; danni sui quali si dilunga, poi, il motivo in esame.
1.2.- Col secondo motivo il ricorrente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c..
1.3.- Col terzo motivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il ricorrente lamenta l’omesso profili, le censure già svolte col primo motivo in specie quanto alla sussistenza del nesso causale tra l’inadempimento del professionista all’obbligo di informazione e la mancata tempestiva proposizione del ricorso dinanzi alla Corte di cassazione avverso la sfavorevole sentenza della commissione tributaria.
1.4.- Nel resistere al ricorso, il dottor D.C. sostiene che, come già dedotto nei precedenti gradi di giudizio, non sarebbe stato destinatario di nessuno specifico incarico concernente la sentenza della commissione tributaria regionale, dinanzi alla quale peraltro, lo S. era stato difeso da altro professionista (così come nel primo grado del giudizio tributario), ed aggiunge che il cliente non avrebbe mai consegnato al suo studio la copia del dispositivo della sentenza e neppure i fascicoli dei precedenti gradi di giudizio; a riscontro di queste asserzioni, il resistente, nel sottolineare che anche negli atti della controparte si dica soltanto di un incarico orale avente ad di carattere tecnico, evidenzia come in atti non vi siano missive inoltrate al professionista nè solleciti, così che ne risulterebbe confermata la “condotta incurante ed omissiva da ascriversi esclusivamente al ricorrente”.
Svolge quindi considerazioni in merito ai danni risarcibili ed alla (in)sussistenza di chance di successo nel caso in cui fosse stato proposto il ricorso per cassazione.
La responsabilità del dottore commercialista presuppone la violazione del dovere di diligenza media esigibile ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, e art. 2236 c.c., tenuto conto della natura e della portata dell’incarico conferito (cfr. Cass. n. 16023/02, anche per la distinzione tra obbligazioni di mezzi ed obbligazioni di risultato, eventualmente gravanti sul prestatore d’opera intellettuale).
Qualora si tratti di attività di consulenza richiesta ad un dottore commercialista, il dovere di diligenza impone, tra gli altri, l’obbligo, non solo di dare tutte le informazioni che siano di utilità per il cliente e che rientrino nell’ambito della competenza del professionista (cfr. Cass. n. 14597/04 e n. 24544/09, in riferimento ad analoghi obblighi informativi imposti all’avvocato, nonchè Cass. 14639/15, in riferimento agli obblighi informativi gravanti sul dottore commercialista), ma anche, tenuto conto della portata dell’incarico conferito, di individuare le questioni che esulino da detto ambito. Il professionista incaricato dovrà perciò informare il cliente dei limiti della propria competenza e fornire gli elementi ed i dati comunque nella sua conoscenza per consentire al cliente di prendere proprie autonome determinazioni, eventualmente rivolgendosi ad altro professionista indicato come competente.
Nel momento in cui si ipotizzi – come ha fatto la Corte d’Appello –
che lo stesso sia stato incaricato, se non della proposizione di un’impugnazione in cassazione, ma comunque di fornire una vera e propria consulenza, sia pure “di carattere tecnico” e “di prima informazione”, a seguito dell’esito infausto per il contribuente di un ricorso dinanzi alla commissione tributaria regionale, è obbligo di diligenza connesso all’incarico di consulenza così conferito quello di informare il cliente non solo delle giuridica o tecnico-
contabile che stanno sentenza sfavorevole (indubbiamente competenza del dottore commercialista, in quanto soggetto abilitato al patrocinio dinanzi alle commissioni tributarie), ma anche dei rimedi astrattamente esperibili, pur se non praticabili dallo stesso professionista.
3.- Peraltro, essendo l’obbligo di informazione strettamente correlato, come detto, al conferimento di un vero e proprio incarico professionale nonchè al tipo ed alla portata di questo incarico, ed, ancora, alle modalità di svolgimento del rapporto tra il professionista ed il cliente, che ne è seguito, per tutto il successivo periodo utile alla proposizione dell’impugnazione, le parti non possono che essere rimesse dinanzi al giudice del merito per il relativo accertamento.
La causa va perciò rinviata alla Corte d’Appello di Campobasso, in diversa composizione, perchè proceda ad un nuovo esame dei fatti di causa, accertando l’effettivo contenuto dell’incarico conferito al professionista, e ne valuti la condotta, in relazione alla ricostruzione dei rapporti tra le parti, attenendosi ai principi di diritto sopra richiamati.