Source: http://www.dirittoegiustizia.it/news/19/0000085398/Codice_del_Terzo_settore_un_occasione_mancata.html
Timestamp: 2017-10-22 04:33:57+00:00
Document Index: 45230871

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 89', 'art. 148', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 9']

Codice del Terzo settore: un’occasione mancata? - FINANZA e TRIBUTI | Diritto e Giustizia
profili tributari | 04 Agosto 2017
Con la pubblicazione in G.U. n. 179 del 2 agosto 2017 del Decreto Legislativo 3 luglio 2017, n. 117, recante il Codice del Terzo settore, si completa l’iter legislativo della riforma del terzo settore durato oltre due anni.
Rispetto all’ambizioso obiettivo fissato nell’art. 1, lett. b) della legge delega (L. 6 giugno 2016, n. 106), mirante a realizzare il riordino e alla revisione organica della disciplina speciale e delle altre disposizioni vigenti relative agli enti del terzo settore, compresa la disciplina tributaria applicabile a tali enti, mediante la redazione di un apposito codice del terzo settore (CTS) ed a semplificare la normativa vigente, garantendone la coerenza giuridica, logica, sistematica (art. 2, lett. d), risulta doveroso rilevare come il decreto attuativo non abbia in larga parte raggiunto i risultati auspicati.
Il quadro normativo disegnato dalla riforma continua infatti a mostrare numerosi tratti della precedente complessità, frutto della proliferazione di norme stratificatesi nel tempo in assenza di un disegno unitario.
Accanto agli Enti del Terzo settore (ETS) disciplinati dal relativo codice, coesisteranno infatti enti non societari regolati dal libro I del Codice Civile, associazioni sportive dilettantistiche che potrebbero avere una disciplina autonoma, così come gli enti espressamente esclusi dalla riforma (fondazioni bancarie, partiti politici, sindacati, ecc.).
La revisione organica, la coerenza sistematica e la semplificazione. In particolare, appare assai criticabile, oltre che in contrasto con i sopramenzionati principi fissati nella delega, di revisione organica, coerenza sistematica e semplificazione, la scelta di politica legislativa operata dal legislatore delegato di mantenere un settore di enti no profit assai vasto e variegato al di fuori della nuova disciplina codicistica del terzo settore.
Gli enti non societari, caratterizzati infatti per la finalità non lucrativa, ma non per il contestuale svolgimento di attività di interesse generale miranti al perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, in conformità con la definizione di ETS posta dall’art. 4 del Codice, continueranno a trovare la propria fonte normativa nelle vetuste e inadeguate norme del codice del ‘42, per altro non oggetto di riforma, di nuovo in contrasto con il primo precetto della legge delega (art. 1, lett. a), secondo il quale i decreti delegati avrebbero dovuto provvedere alla revisione della disciplina del libro primo del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute.
Anche il neocostituito Registro Unico del Terzo settore, essendo accessibile solo agli enti disciplinati dal relativo codice, si troverà pertanto a coesistere con i tradizionali elenchi delle persone giuridiche tenuti su base prefettizia e regionale, risultando compromessa ogni legittima aspirazione di ricomposizione del sistema del terzo settore ad unità normativa e pubblicitaria.
La coesistenza di più discipline civilistiche in ordine al medesimo settore porrà rilevanti problemi anche dal punto di vista dell’interpretazione delle nuove disposizioni.
A tale riguardo, il generico rinvio alle norme del codice civile, per quanto non previsto dal CTS, operato dal secondo comma dell’art. 3, non pare in grado di dirimere i dubbi interpretativi discendenti da suddetta concorrenza ordinamentale.
In particolare, sarà doveroso chiedersi, se i numerosi vuoti normativi lasciati aperti dal CTS andranno colmati con riferimento alla ancora maggiormente lacunosa, ma in alcuni ambiti esistente (convocazione e maggioranze assembleari, ad esempio), disciplina del libro I del c.c., o alla più dettagliata disciplina del libro V, in molte circostanze espressamente richiamata da singole disposizioni del CTS.
E per converso, se la nuova disciplina codicistica potrà svolgere un positivo ruolo di supplenza normativa con riferimento alle scarne disposizioni del libro I, c.c., relativamente agli enti che avessero – volontariamente o per mancanza dei requisiti – deciso di restare fuori dal terzo settore, in assenza per altro di una norma operante un generico rinvio, al pari del citato secondo comma dell’art. 3 del CTS.
Per non parlare dei problemi interpretativi che desterà la concreta applicazione del comma 1 dell’art. 3 del CTS, secondo cui alle categorie di enti del terzo settore aventi una disciplina particolare, si applicheranno le disposizioni del codice, soltanto ove non derogate ed in quanto compatibili.
Le associazioni sportive. In particolare, queste - non disciplinate dalla riforma (benché quella dilettantistica rientri fra le attività di interesse generale elencate nell’art. 5) - resteranno in molti casi fuori dalla disciplina del Codice del Terzo settore, se non altro per considerazioni di mera convenienza fiscale.
Iscrivendosi al registro unico perderebbero infatti i benefici della L.398/91 (ai sensi dell’art. 89, comma 1) e l'esclusione di commercialità delle prestazioni rese agli associati dietro versamento di corrispettivi specifici, prevista dall'art. 148 TUIR.
Tale circostanza limita la portata della riforma stessa, costituendone un vero e proprio vulnus, escludendo dall’applicazione delle più stringenti norme poste dal codice a garanzia del corretto funzionamento e della trasparenza del terzo settore, proprio quella parte dello stesso ove tali esigenze di disclosure paiono maggiormente sentite.
A meno naturalmente di non voler applicare in maniera alquanto estensiva la citata previsione del primo comma dell’art. 3 del CTS, lasciando all’interprete comunque il dubbio che la disciplina speciale prevalga in quanto derogatoria di quella generale o che quest’ultima risulti comunque incompatibile con le peculiarità della categoria di appartenenza.
Il profilo tributario. Oltre a quanto detto, anche sotto il profilo tributario, gli enti no profit non appartenenti al Terzo settore continueranno ad essere disciplinati dal TUIR, mentre gli ETS saranno disciplinati dalle norme fiscali del Codice del Terzo settore, che pongono diversi criteri di qualificazione delle attività considerate commerciali e conseguentemente della stessa soggettività commerciale o meno degli ETS rispetto a quelli operanti ai sensi del c.c. (o del TUIR).
La puntuale definizione di ETS, da più parti auspicata e contenuta nell’art. 4 del codice, in realtà collide con la successiva riproposizione della tradizionale dicotomia fiscale fra enti commerciali e non commerciali, fondata sullo svolgimento in via principale di attività commerciale e non, appunto, sulla sovraordinata definizione codicistica.
Si riproporranno allora tutte le problematiche relative all’inquadramento tributario degli enti, ai vantaggi fiscali basati sull’attività e non sulle finalità, all’individuazione dell’angusto perimetro delle attività legittimamente esercitabili dagli ETS senza rischiare di perdere i relativi benefici, in palese contrasto per altro con la prescrizione della legge delega (art. 9, comma 1, lett. a), ampiamente enfatizzata sia dall’Agenzia delle Entrate che dal CNDCEC nei rispettivi documenti di audizione parlamentare, secondo cui la nuova definizione fiscale di ente non commerciale avrebbe dovuto fondarsi sulle finalità di interesse generale perseguite, sulla non lucratività degli scopi e sull’impatto sociale effettivamente perseguito, senza più alcun riferimento all’attività svolta.
Se il legislatore avesse operato la scelta coraggiosa (ma del tutto in linea con le prescrizioni delegate) di spostare il focus normativo dall’attività svolta alle finalità perseguite, facendo prevalere, anche a fini tributari, la nuova definizione generale di ETF, avrebbe fatto fare al sistema normativo un decisivo salto di qualità nella direzione di una maggiore chiarezza e coerenza sistematica.
Continuare invece a volgere l’attenzione degli interpreti e dei soggetti preposti al controllo, sui mezzi anziché sugli scopi, continuerà ad essere fonte di una defatigante attività volta alla verifica del rispetto di inutili formalismi a discapito del sostanziale perseguimento del bene comune, vale a dire il vero valore di riferimento cui il mondo del terzo settore dovrebbe ispirarsi.
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