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Timestamp: 2019-01-24 13:50:27+00:00
Document Index: 22330924

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 133', 'art. 99', 'art. 533']

Ebay: commette truffa il venditore che non consegna la merce
> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Settembre 2015
L’annuncio su Ebay per la vendita di un prodotto senza che poi, dopo il pagamento del prezzo, si provveda volontariamente alla consegna del bene integra il reato.
Può essere denunciato per truffa colui che mette in vendita un proprio prodotto su Ebay e poi non lo consegna all’acquirente. È questo il chiarimento che viene da una recente sentenza del Tribunale di Campobasso [1].
Il fatto di mettere in vendita un bene inserendo appositamente un annuncio su Ebay, senza però poi procedere alla spedizione una volta conseguito il prezzo pattuito integra quegli “artifici e raggiri” richiesti dal codice penale per far scattare il reato (delitto) di truffa. Si tratta, infatti, di espedienti messi a punto al fine di rassicurare l’acquirente sulla serietà dell’operazione.
È necessario, poi, che il venditore abbia già ottenuto il denaro a titolo di corrispettivo per la vendita del prodotto, costituendo ciò un ulteriore (e necessario) elemento del reato: l’ingiusto profitto.
Nel caso deciso dal Tribunale si trattava dell’annuncio della vendita di un telefono cellulare, non recapitato. Il venditore è stato facilmente rintracciato dalla Polizia postale perché il pagamento era avvenuto tramite una ricarica della poste pay.
I confini con l’illecito civile
Attenzione a non cadere in errori. Perché si configuri il reato è necessaria la volontà del venditore di trarre un ingiusto profitto (ossia ottenere il prezzo della vendita) già sapendo di non potere/volere consegnare il bene all’acquirente. Insomma, è necessario il dolo.
Diverso, invece, il discorso in cui il venditore non provveda alla consegna per altre ragioni (semplici ritardi di organizzazione, mancata consegna da parte del suo grossista, sopravvenuto fallimento, ecc.). In tali casi siamo solo nell’ambito dell’illecito di natura civilistica e, quindi, a tutto voler concedere – se proprio dovesse valerne la pena – è possibile un’azione di risoluzione del contratto con richiesta di risarcimento del danno. Più facile però sarebbe tentare una mediazione davanti a uno dei tanti organismi presenti in ogni città.
Per la truffa, invece, è necessario sporgere querela presso le competenti autorità.
[1] Trib. Campobasso sent. n. 7/15 del 24.03.2015.
Tribunale di Campobasso – Sezione penale – Sentenza 24 marzo 2015 n. 7
SENTENZA ART. 544, 2 co. c.p.p. REPUBBLICA ITALIANA
in persona del GIUDICE Onorario Dr.ssa Giulia PETTI alla pubblica udienza del 9 gennaio 2015 ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente:
An.Ma., nato (…) ed ivi residente in Via (…)
LIBERO – ASSENTE
– reato p. e p. dall’art. 640 c.p., perché, con artifizi e raggiri consistiti nel porre falsamente in vendita, attraverso il sito di aste per via telematica denominato “(…)”, un telefono cellulare modello (…), al prezzo complessivo di Euro 165,00, messo in vendita dall’utente avente in uso l’utenza cellulare (…) e l’indirizzo e-mail (…) senza, in realtà, voler provvedere alla sua materiale spedizione, si procurava l’ingiusto profitto rappresentato dal conseguimento del prezzo pattuito; nello specifico, il prevenuto conseguiva indebitamente una somma di denaro dell’importo di Euro 165,00, da parte dell’acquirente Ve.Do., quale prezzo di vendita dell’oggetto in argomento (pagamento effettuato con ricarica su carta (…) n. (…) del 14.6.2012 in favore di An.Ma.) che, però, non veniva mai consegnato al querelante.
In San Giuliano nel Sannio, in data 14.6.2012 (data di effettuazione della ricarica). Con la contestazione della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale.
Con l’intervento del P.M.O., Dr.ssa Sa.SA. e del difensore di ufficio per l’imputato l’avv. Al.SA. del Foro di CAMPOBASSO.
A seguito di citazione a giudizio si procedeva a dibattimento nei confronti di An.Ma., chiamato a rispondere del reato di cui all’art. 640 c.p., perché con artifizi e raggiri, consistiti nel mettere falsamente in vendita sul sito “(…)” un telefono cellulare modello “(…)” al prezzo di Euro 165,00, senza in realtà voler pervenire alla consegna dello stesso, induceva in errore Ve.Do. che versava la somma di Euro 165,00, sulla carta (…) intestata al prevenuto, così procurandosi l’ingiusto profitto consistito nella percezione di tale somma, con pari danno della persona offesa che non riceveva il telefono e non ritornava in possesso della somma versata.
All’esito dell’istruttoria dibattimentale, svoltasi in assenza dell’imputato, le parti concludevano come riportato in epigrafe e il processo veniva definito con sentenza, del cui dispositivo si dava lettura.
A parere di questo giudicante, le prove acquisite durante il dibattimento comprovano, con sufficiente grado di certezza, la responsabilità del prevenuto in ordine al reato a lui ascritto: la P.O., infatti, in sede di esame testimoniale, confermava i fatti riportati nella denuncia querela e posti a base del capo di imputazione e cioè, di come, nel giugno del 2012, il figlio avesse visto un annuncio per la vendita di un telefono cellulare (…) al prezzo di Euro 165,00 sul sito di annunci e-bay e, dopo aver contattato a olezzo posta elettronica il venditore, questi gli indicava un numero di carta poste-pay sulla quale effettuare il versamento relativo al pagamento del prezzo. Dopo aver effettuato tale pagamento, visto che il telefono acquistato non veniva consegnato, unitamente al figlio, cercava di contattare il venditore che, dopo numerosi contatti in cui accampava scuse, non rispondeva più alle chiamate né riscontrava le mail.
Da tale ricostruzione dei fatti il reato di truffa appare integrato in tutti i suoi elementi: sussiste sicuramente il conseguimento dell’ingiusto profitto, consistito nell’appropriazione di una somma pari ad Euro 1650,00 per la vendita di una telefono cellulare (…) che non veniva mai consegnato; così come sussistono gli artifizi e raggiri consistiti: 1) nell’aver prospettato di essere in possesso del telefono cellulare modello (…) e di volerlo vendere; 2) nell’aver messo l’annuncio sul sito (…) elencando le caratteristiche1 dell’oggetto da vendere e la sua disponibilità; 3) nell’averne indicato il prezzo e le modalità di pagamento; 4) nell’aver rassicurato il compratore circa la serietà dell’operazione.
Tali comportamenti sono risultati idonei a trarre in inganno la persona offesa che ha subito un danno economico pari alla somma versata sulla carta poste-pay intestata all’odierno imputato senza ricevere alcunché e senza vedersi restituita la somma indebitamente percepita.
Nessun dubbio può prospettarsi in ordine alla identificazione dell’odierno imputato e alla riconducibilità della condotta allo stesso, atteso che egli ha specificato il proprio nome sul sito “(…)” e, sulla base delle generalità fornite e del numero di carta poste-pay, la Polizia Postale di questo capoluogo, poteva acquisire i documenti della persona intestataria della carta poste – pay su cui era stato versato il prezzo del telefono oggetto del presente procedimento che corrispondeva alla persona dell’odierno imputato. Tali documenti, così come la carta poste – pay, poi, non risultavano essere stati rubati, né smarriti.
La circostanza che le utenze telefoniche collegate all’indirizzo IP da cui sono partite le mail con cui è intercorsa la trattativa sono intestate a società non riconducibili, prima facie, all’imputato, poi, non può far sorgere dubbi in merito alla riconducibilità della condotta in capo allo stesso, atteso che avrebbero potuto essere facilmente accessibili allo stesso: tale circostanza, semmai, denota un più alto grado di dolo, atteso che l’accorgimento di utilizzare indirizzi IP a lui non riconducibili è stato adottato proprio allo scopo di non essere rintracciato.
Né possono sorgere dubbi sulla sussistenza del dolo necessario per la configurazione del reato, essendo in re ipsa nella condotta contestata ed emergendo dal fatto che la somma indebitamente percepita non è mai stata restituita al Ve.
Alla luce di tali risultanze probatorie, considerati i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p., ritenuto di non poter concedere all’imputato le attenuanti generiche, atteso l’alto grado di dolo e i precedenti specifici da cui è gravato il prevenuto, e ritenuta la contestata recidiva, la pena di giustizia da irrogare alla stessa si reputa essere quella di mesi 9 di reclusione ed Euro 600,00 di multa (pena base mesi 6 di reclusione ed Euro 400,00 di multa, aumentata della metà ex art. 99, comma 4, c.p.), oltre al pagamento delle spese processuali.
Non appaiono sussistere i presupposti per la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.
Il Tribunale, visto l’art. 533 c.p.p., dichiara l’imputato colpevole del reato a lei ascritto in rubrica e, ritenuta la contestata recidiva, lo condanna alla pena di mesi nove di reclusione ed Euro 600,00 (seicento/00) di multa, oltre al pagamento delle spese processuali.
Motivazione entro 90 giorni.
Così deciso in Campobasso il 9 gennaio 2015.
Depositata in Cancelleria il 24 marzo 2015.