Source: https://alleanzacattolica.org/claudia-navarini-procreazione-assistita-le-sfide-culturali-selezione-umana-o-difesa-della-vita-con-presentazione/
Timestamp: 2020-07-09 13:37:19+00:00
Document Index: 42033099

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 14']

Claudia Navarini, Procreazione assistita? Le sfide culturali: selezione umana o difesa della vita, con Presentazione di Gonzalo Miranda L.C., Portalupi, Casale Monferrato (Alessandria), pp. 112, euro 10,00 - Alleanza Cattolica
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Il testo è disponibile presso la libreria per corrispondenza San Giorgio.
A chi piace la legge 40? – Le linee-guida applicative della legge 40 – Legge 40 e selezione degli embrioni: un nodo etico decisivo – Riflessioni a margine dei referendum sulla legge 40.
Eppure, le critiche al testo di legge sono volte principalmente a denunciarne l’eccessiva “severità”.
In primo luogo, si dice che la legge sia fatta “per” i cattolici. Al contrario, la fecondazione artificiale, omologa come eterologa, non è ammessa mai dal Magistero della Chiesa; non è ammessa – come non lo sono, ad esempio, crimini come il furto e l’omicidio – in quanto contraria alla legge morale naturale che vale per tutti gli uomini e non in quanto oggetto di fede. Sarebbe curioso se nell’aula di un tribunale si dichiarasse non punibile l’omicidio perché basato su logiche confessionali! I cattolici impegnati in politica che hanno sostenuto la legge, pertanto, lo hanno potuto fare lecitamente solo in quanto non sono stati i promotori di una legge ingiusta, ma hanno trasformato una proposta di legge ingiusta in una legge meno ingiusta, migliorandola per quanto era possibile. Non c’era alternativa: una legge doveva nascere, e poteva essere molto peggiore se cattolici e non cattolici di buona volontà non vi avessero impegnato le proprie energie.
In secondo luogo, si dice che la legge abbia frustrato i desideri e le speranze di persone che, già sofferenti per la loro condizione di sterilità o infertilità, si troverebbero doppiamente colpiti, costretti a rinunciare alle loro aspirazioni. Si sono in particolare levate le proteste di alcune donne che vedono nella legge la deprivazione del diritto fondamentale ad avere un bambino con tutti i mezzi che la scienza offre. Oltre a considerazioni d’obbligo sui rischi della fecondazione artificiale per le donne, sulla loro strumentalizzazione nel sottoporle a tecniche affatto sperimentali e sul basso grado di efficacia delle tecnologie riproduttive, è emblematico il fatto che tale atteggiamento venga confuso con l’apertura alla vita. In realtà, si cela una mentalità analoga in coloro che rifiutano la vita, ad esempio sostenendo il diritto all’aborto, e coloro che la esigono: è la mentalità efficientista e materialista per cui la vita del più debole fra i deboli, cioè del bimbo non nato, è sostanzialmente strumentale e subordinata non solo alla vita, ma al benessere del più forte. Proprio nella fondamentale e imprescindibile tutela del valore della vita umana in quanto tale – e non per le sue condizioni particolari – si esplica il principio della sacralità di contro a quello della qualità della vita, in cui la dignità umana sarebbe condizionata da una serie di caratteristiche, che renderebbero una vita più o meno “degna di essere vissuta”, e che solo il soggetto potrebbe stabilire. In questa prospettiva resta fra l’altro irrisolto il problema di chi debba stabilire il valore della vita di coloro che non possono decidere autonomamente, come gli embrioni e i bambini piccoli.
Questa legge ha appunto il merito di non rispecchiare interamente la visione utilitaristica della vita, ma di lasciare emergere in qualche scorcio la sua fondamentale sacralità, ad esempio quando sostiene, all’art. 1, di tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti “compreso il concepito”. È infatti la prima volta nella legislazione italiana che si considera esplicitamente il concepito un soggetto. Oppure quando stabilisce, all’art. 14, che gli embrioni prodotti in vitro (tre al massimo) devono essere obbligatoriamente impiantati nell’utero una volta dato il consenso scritto (art. 6), senza possibilità di revoca. Infine, quando vieta la conservazione di embrioni congelati, la sperimentazione sugli embrioni, la clonazione, nonché la fecondazione eterologa, quella post mortem o quella fra persone dello stesso sesso, al fine di creare condizioni migliori di accoglienza e di educazione dei piccoli “figli della provetta”.
Ancora, la sperimentazione sugli embrioni è proibita, tranne il caso in cui tale ricerca risulti “terapeutica”, cioè atta a sviluppare e curare l’embrione stesso. Tuttavia, non è chiaro quali siano in questi casi le modalità e il grado di sperimentazione accettabili per tali eventuali terapie, mentre è ovvio che quando una terapia è sperimentale per definizione non dà risultati certi, e può darne di dannosi, e che nel caso dell’embrione il ricercatore poco scrupoloso potrebbe facilmente proseguire le sperimentazioni embrionali mascherandole da ricerche “terapeutiche”.
Le disposizioni a tutela dell’embrione ribadiscono il divieto della diagnosi preimpianto a fini eugenetici, consentendo tuttavia l’analisi “osservazionale” (cioè al microscopio) degli embrioni prodotti. È inoltre considerata l’eventualità di rinuncia all’impianto da parte della donna nel caso di “gravi anomalie irreversibili” del concepito. Il trasferimento in utero, osserva infatti il decreto, è “non coercibile”. In definitiva, l’impianto degli embrioni fecondati in vitro può non avvenire, temporaneamente o in via definitiva, per alterazioni dello stato di salute della donna non prevedibili al momento della fecondazione (come già stabiliva la legge 40), per rinuncia della coppia o della donna dovuta a malformazioni morfologiche o comunque osservazionali dell’embrione, per la mutata volontà della donna all’impianto stesso, dal momento che l’impianto legislativo, pur volto all’obbligatorietà tendenziale di impianto di tutti gli embrioni “in grado di proseguire il loro sviluppo”, non prevede alcuna forma di sanzione per le pazienti che si oppongono al trasferimento in utero o che si rendono irreperibili, causando l’abbandono dei loro «figli allo stato embrionale», come li definisce Adriano Pessina in un articolo su “Il Foglio” dell’11 giugno 2004. D’altra parte, è ovvio che uno stato civile debba tutelare di principio la libertà di cura e il diritto al rifiuto di un trattamento sanitario. Diversamente, si introdurrebbe nell’ordinamento un pericolosissimo principio di coazione dei trattamenti sanitari, che teoricamente potrebbe giustificare anche pratiche violente e totalitarie come la sterilizzazione di massa, o l’eutanasia di stato, o l’aborto obbligatorio. Di conseguenza, l’ingiunzione a non rifiutare il trasferimento degli embrioni una volta esistenti è soprattutto teso a responsabilizzare le coppie mettendole di fronte al fatto decisivo che la fecondazione in vitro non è un gioco biochimico, ma una “scelta” già fatta e che coinvolge un terzo (il figlio), pertanto deve rivestire nella coscienza dei richiedenti lo stesso valore che avrebbe l’inizio di una gravidanza a lungo cercata.
Il destino degli embrioni prodotti ma non impiantati va in tre possibili direzioni: quelli malformati vanno tenuti in coltura fino alla loro morte (dunque non sono crioconservati), quelli destinati ad un impianto successivo vengono congelati e conservati presso il centro di fecondazione assistita che li ha prodotti, e che deve informare prontamente i genitori/proprietari degli embrioni in “scadenza” (si ritiene infatti che dopo cinque anni un embrione in vitro non sia più impiantabile), mentre quelli dichiarati in stato di “abbandono” vanno crioconservati in modo centralizzato.
Le linee-guida indicano infatti «due diverse tipologie di embrioni crioconservati: la prima, quella degli embrioni che sono in attesa di un futuro impianto, compresi tutti quelli crioconservati prima dell’entrata in vigore della legge n. 40/2004, e la seconda, quella degli embrioni per i quali sia stato accertato lo stato di “abbandono”. […] Per definire lo stato di abbandono di un embrione si deve verificare una delle seguenti condizioni:
Di qui il decreto del 4 agosto 2004, che nomina Biobanca Nazionale per la criopreservazione degli embrioni “soli” l’Ospedale Maggiore di Milano, mentre all’Istituto Superiore di Sanità è affidato il compito di tenere il registro nazionale degli embrioni, nonché i contatti con i centri di riproduzione assistita e con la Biobanca. Non si può negare che tali possibilità di rifiuto, e quindi di abbandono, degli embrioni, così come descritto nelle linee-guida, configurino un ulteriore accrescimento della già nutrita popolazione di embrioni prodotti e congelati prima dell’entrata in vigore della legge.
Gli embrioni crioconservati e abbandonati debbono dunque essere radunati nella Biobanca di Milano per tutta la durata del tempo utile ad un eventuale impianto, nell’ipotesi che i legittimi “proprietari” si facciano vivi. Trascorso questo tempo, saranno scongelati e tenuti in coltura fino alla morte “naturale”. Il decreto non fa riferimento alla possibilità di adozione di tali embrioni.
Vale anche la pena di sottolineare il tono che caratterizza tutto il testo delle linee-guida, e soprattutto la descrizione dei limiti posti alle tecniche di fecondazione, in supporto all’art. 14 della legge 40. È un tono asettico ed estremamente tecnico: l’embrione è sottoposto a continui e ripetuti controlli per assicurarne la “buona qualità”, con un rigore procedurale che ricorda molto i controlli di qualità cui va soggetta attualmente l’industria agro-alimentare. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che l’embrione ottenuto in vitro viene di fatto ad essere un prodotto di un tecnica e non più solo e primariamente il frutto di un atto d’amore. Si pone in quest’ottica l’osservazione del bioeticista e filosofo del diritto Mario Palmaro, che nel corso del Convegno Nazionale su «La fecondazione assistita: profili medici, etici e giuridici» celebrato a Roma i 2 e 3 di luglio 2004, osservava che «[n]on c’è un modo pienamente umano e giuridicamente giusto di produrre esseri umani in provetta».
In questo contesto, per quanto legittimo e sincero possa essere il desiderio di un figlio – dunque inequivocabilmente di una persona – da parte delle coppie sterili, balza agli occhi quanto nelle tecnologie riproduttive risulti pressante la tentazione a considerare l’embrione, cioè proprio il figlio tanto sospirato, come una cosa, con tutti i possibili esiti aberranti che un simile atteggiamento può avere sulle relazioni famigliari, sull’identità personale e sull’equilibrio sociale. Tale tentazione è insita nella fecondazione artificiale in quanto tale, pertanto non viene eliminata nemmeno dall’importante art. 1 della legge 40 che riconosce nel concepito un soggetto di diritti, e lascia temere una lenta ma inesorabile erosione dei punti migliori della legge per scendere, magari compromissoriamente, verso quella logica “produttiva” e utilitarista che vuole abrogare interamente o parzialmente la normativa.
La legge 40 (art. 14) sancisce l’obbligo di impiantare in utero tutti gli embrioni prodotti in vitro (tre al massimo). Le linee-guida precisano invero alcuni casi in cui l’impianto potrebbe non verificarsi temporaneamente o permanentemente: oltre al caso di momentanea impossibilità di trasferimento in utero “per cause di forza maggiore relative allo stato di salute della donna non prevedibili al momento della fecondazione”, si contempla l’eventualità di rinuncia all’impianto – dichiarato “non coercibile” – per “gravi anomalie irreversibili” di tipo prevalentemente morfologico, con la giustificazione che in ogni caso il concepito è in condizioni così gravi da non poter comunque proseguire il suo sviluppo in utero. Non è invece ammessa la diagnosi genetica preimplantatoria.
Il divieto è stato fonte di interminabili polemiche, volte soprattutto a rivendicare il “diritto” delle coppie portatrici di malattie genetiche di avere “figli sani”, o comunque non affetti dalla stessa patologia dei genitori. È allora utile illustrare lo spirito che ha animato la legge nella questione spinosa della selezione embrionale. La preoccupazione del legislatore è rivolta ad evitare la perdita di embrioni, già fisiologica nei processi di fecondazione assistita per l’alto numero di fallimenti (mancanza di sviluppo dell’embrione in vitro, difficoltà di trasferimento in utero e di impianto, frequenza di aborti spontanei). È evidente che effettuare una diagnosi genetica preimplantatoria per decidere quali embrioni siano “degni” di proseguire il loro sviluppo e quali no rappresenta un atto sommamente violento, con cui vite umane innocenti vengono indebitamente soppresse. Non solo: è un atto che apre la strada all’eugenismo, cioè alla selezione degli individui in base a criteri di maggior efficienza e, in questo caso, di maggior rispondenza alle aspettative di chi li richiede.
È estremamente interessante considerare a questo proposito la posizione del biologo della riproduzione Jacques Testart, che è stato nel 1982 il “padre” scientifico della prima bimba francese concepita in provetta, e che per primo ha messo a punto tecniche divenute poi di uso generale: il congelamento degli embrioni e l’ICSI (l’iniezione di spermatozoi direttamente nel citoplasma dell’ovulo). In un’intervista rilasciata al quotidiano «Il Foglio» l’11 giugno 2004, si dichiara contrario alle «tecniche identitarie che consentono di prevedere cosa diventerà ogni ovulo se lo si trasforma in bambino».
Tale atteggiamento deformato nei riguardi della procreazione riceverà una drammatica spinta, afferma lo scienziato, con le nuove tecniche di produzione massiccia di ovuli, che costituirà, secondo Testart, «la prossima rivoluzione» in questo campo. Infatti, oggi la selezione embrionale rappresenta ancora una pratica limitata per l’esiguo numero di embrioni a disposizione, dovuto principalmente allo scarso numero di ovuli prelevati attraverso le attuali modalità di stimolazione ovarica. «Ma proviamo a immaginare», continua lo studioso, «che si abbiano a disposizione cinquanta o sessanta embrioni di una coppia, una vera e propria popolazione. Allora sì, che la selezione del “migliore” avrà una validità. Credo purtroppo che il compito futuro della procreazione medicalmente assistita non sarà quello di dare bambini a coppie sterili, ma dare bambini “normali” a chiunque, visto che chiunque rischia, potenzialmente, di avere un figlio con patologie genetiche».
In uno scenario non troppo lontano, osserva Testart, potremmo essere bombardati da spot televisivi studiati appositamente «per colpevolizzare i genitori che vogliono fare il “bambino del caso”», facendoli sentire dei selvaggi, responsabili di aver trascurato le tecniche consentite dalla ricerca per avere bimbi sani e felici. I genitori “normali”, insomma, diventerebbero un po’ come quei cattivi pazienti che non prendono le medicine prescritte e per questo stanno male.
In tale prospettiva è del tutto assente il riconoscimento della vita come dono da accogliere, come mistero da accettare, e come realtà che trascende il dato puramente biologico. Il bambino (quasi) perfetto, in quanto “prodotto”, non sarebbe più l’ospite “che viene da lontano”, come lo chiama Giuseppe Angelini nel libro Il figlio. Una benedizine, un compito Una da ricevere e servire con umile e appassionata dedizione. La visione eugenetico-selettiva, in definitiva, sradica totalmente dalla pratica biomedica il principio di tutela della vita fisica dell’uomo e il principio di giustizia, sui quali si regge gran parte dell’etica medica, per lasciare il posto ad un atteggiamento aggressivo e discriminatorio nei confronti di soggetti inequivocabilmente deboli.
Il coro di chi vorrebbe giustificare la diagnosi genetica preimplantatoria va amplificandosi in modo inquietante. Eppure, ogni motivazione legata ai disagi psicologici della donna che rischia di mettere al mondo bambini deformi o “infelici”, alle difficoltà che incontrerà nella vita un bambino disabile, alle paure che assalgono tutta la società di fronte alla realtà della sofferenza, non vale a confronto con il fondamentale diritto alla vita di questi minuscoli figli.
L’inammissibilità dell’abrogazione totale della legge è un dato globalmente positivo, che prende atto di come un ritorno alla situazione ante legem equivalga ad una inevitabile ricaduta nella “procreazione selvaggia”, di cui abbiamo oggi sotto gli occhi tutte le drammatiche conseguenze: 30.000 embrioni crioconservati il cui futuro è sospeso nel vuoto, centinaia di donne devastate da pratiche di fecondazione invasive e pericolose, coppie esaurite psicofisicamente ed economicamente da centri di riproduzione assistita fatiscenti, situazioni aberranti e paradossali di moltiplicazione delle figure genitoriali (madre genetica, madre gestazionale o surrogata o sostitutiva, madri e padri legali o sociali, padre biologico, madri-nonne e padri postumi), e poi scioccanti annunci di clonazione umana, e ancora perdita di embrioni a milioni.
Questi pericoli non sono però scongiurati. Se i quattro residui quesiti referendari dovessero passare, infatti, si avrebbe di fatto una “procreazione selvaggia” legalizzata e garantita a norma di legge, perché, con limitazioni unicamente procedurali, consentirebbe pressoché qualunque “fantasia procreativa”. I promotori del referendum totalmente abrogativo lo sanno, come mostra la dichiarazione di Andrea Maori, membro del Comitato nazionale dei Radicali Italiani e segretario del Centro di iniziativa radicale di Perugia (14 gennaio 2005): «Combatteremo fino in fondo la battaglia referendaria sui quesiti di abrogazione parziale, […] che, se vincessero 4 “SI”, comunque produrrebbero lo svuotamento di una legge violenta e proibizionista».
La stessa formulazione dei quesiti può trarre in inganno, perché tecnicamente “propone” solo di eliminare qualche parola dagli articoli di legge, dando forse l’idea che la sostanza rimanga invariata, anche perché, estrapolate dal contesto, queste “parole” non dicono molto. Pochi, ad esempio, crederebbero che una domanda come la seguente possa stravolgere una legge: «Volete voi che sia abrogata la legge 19 febbraio 2004, n. 40, avente ad oggetto “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, limitatamente alle seguenti parti: […] Articolo 14, comma 1, limitatamente alle parole: “la crioconservazione e”?».
Si tratta invece di una parte importante di un quesito referendario, volto ad eliminare i limiti imposti dalla normativa alla sperimentazione con gli embrioni umani, e a consentire per converso la conservazione di embrioni congelati a scopo di ricerca, la clonazione cosiddetta terapeutica e in generale la ricerca scientifica effettuata su cavie umane allo stadio embrionale (3). L’equiparazione degli embrioni a “materiale” da laboratorio è molto grave. Dal momento che la biologia ha provato da tempo che dal concepimento il nuovo organismo è a tutti gli effetti un essere umano, e che la riflessione filosofica conduce ad individuare in ogni essere umano una persona, tale utilizzo degli embrioni rappresenta una violazione imperdonabile dell’universale diritto umano alla vita e alle migliori cure disponibili.
È poi un dato di fatto incontrovertibile che i successi terapeutici legati all’uso di cellule staminali riguardano le staminali “adulte”, cioè quelle provenienti da organismi formati (ad esempio anche dalla placenta o dal cordone ombelicale del feto), che non solo possono essere reperite in modo eticamente lecito, ma sono più docili e governabili, e dunque effettivamente in grado di sconfiggere in futuro un numero crescente di malattie.
Un altro quesito referendario riguarda essenzialmente i “rischi per le donne” (che secondo i promotori del referendum verrebbero accresciuti dalla legge 40), e chiede una revisione sui limiti dell’accesso alla procreazione, in funzione di un maggior “successo” in termini assoluti di “bambini in braccio” (4). In altre parole, si chiede di poter produrre più embrioni di quelli necessari o auspicati per un unico impianto, e quindi di crioconservare i soprannumerari, al fine di ridurre il numero dei cicli di fecondazione a cui la donna dovrebbe sottoporsi per perseguire il “risultato”. A parte i problemi più volte richiamati relativi alla crioconservazione degli embrioni (rischio di abbandono, “scadenza”, alterazioni e morti embrionarie), vi sono due importanti obiezioni a tale prospettiva.
Il quesito riguardante “le norme sulle finalità, sui diritti dei soggetti coinvolti e sui limiti all’accesso” ricalca il quesito precedente, chiedendo anche l’eliminazione per intero dell’articolo 1, in cui i concepito è menzionato fra “i soggetti coinvolti” nel processo di fecondazione e portatori di diritti (5).
I figli si amano, per definizione, e tale amore nasce spesso ancor prima del concepimento, nel desiderio dei genitori, e inizia a crescere ben prima della nascita, nel tempo dell’attesa. Sfogliando libri con le immagini dello sviluppo fetale, la donna incinta pensa al misterioso ospite rannicchiato nel suo pancione come a una persona che esiste e che vive dentro di lei, con cui ha una comunicazione così intensa da farle percepire nel dopo-parto una strana “solitudine”, un silenzio anomalo, qualche volta un po’ di nostalgia. Non è immediato, dopo tanti mesi, abituarsi alla pancia “vuota”. E di fronte alle immagini della fecondazione le neomamme (o le “future” mamme) si fermano un attimo, perché sanno che l’avventura è iniziata proprio lì. L’embrione concepito in vitro è un figlio certamente desiderato, tenacemente voluto, di cui ci si deve occupare, anche nella legge, come di “colui che si attende”, con relativa tutela dei suoi diritti individuali.
Infine, l’eterologa (6). Un quesito referendario vuole reintrodurre il ricorso a donatori e donatrici di gameti, pur rimanendo preclusa la fecondazione alle coppie omosessuali e ai single. Ma, ancora una volta, le rivendicazioni si fermano alla superficie del problema. Andando più in profondità, si comprende che la fecondazione artificiale eterologa presenta difficoltà irrisolvibili: intanto il conflitto fra diritto all’anonimato del donatore/donatrice di gameti e il diritto dei figli a conoscere i loro genitori biologici, nonché a non contrarre eventualmente matrimonio con consanguinei (dunque a conoscere anche i fratellastri biologici); poi la difficile “neutralità” della madre surrogata nel caso di affitto d’utero, soprattutto nei casi in cui questa fosse anche la donatrice di gameti (nel qual caso si configurerebbe una sorta di “adozione a contratto”); ancora l’ambiguità dello stesso termine “donazione” per i fornitori di gameti estranei alla coppia; da ultimo lo squilibrio famigliare causato dall’eterologa.
Dicono Di Pietro e Sgreccia nel volume Procreazione assistita e fecondazione artificiale tra scienza, bioetica e diritto (La Scuola, Brescia 1999) che «la famiglia artificiale è una famiglia potenzialmente a rischio di patologie relazionali» (p. 173). Il senso di “estraneità” che nel tempo può venirsi a creare nel genitore non biologico ha portato ad esempio negli Stati Uniti, dove l’eterologa è ammessa, al divieto di disconoscimento di paternità, in conseguenza dell’alto numero di richieste di questo tipo nei padri unicamente “sociali”. Né vale il confronto con l’adozione: in questo caso la coppia parte da un dato di fatto, ovvero l’esistenza di un bambino abbandonato che ha bisogno di una famiglia, e per questo si assume con generosità tutti rischi dell’adozione stessa, attraverso una lunga e spesso estenuante fase di indagine sulle proprie condizioni di “stabilità” e di preparazione psicologica. Nell’eterologa il bambino (e la coppia) viene posto premeditatamente in simili condizioni di maggior debolezza, salvo poi sostenere che si tratta di un atto di amore.
(1) Si consideri in particolare la dibattuta questione dell’ootide, che rappresenterebbe per alcuni un momento successivo alla fecondazione ma antecedente alla formazione della nuova entità umana, una sorta di “limbo” in cui verrebbe a trovarsi il nuovo organismo in attesa di “diventare” umano.
(3) Quesito referendario parzialmente abrogativo “Per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori” (proposto da Ds con l’appoggio di gruppi parlamentari di Margherita, Nuovo Psi e Pri): « “Volete voi che sia abrogata la legge 19 febbraio 2004, n. 40, avente ad oggetto “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, limitatamente alle seguenti parti: Articolo 12, comma 7, limitatamente alle parole: “discendente da un’unica cellula di partenza, eventualmente”; Articolo 13, comma 2, limitatamente alle parole: “ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative”; Articolo 13, comma 3, lettera c), limitatamente alle parole: “di clonazione mediante trasferimento di nucleo o”; Articolo 14, comma 1, limitatamente alle parole: “la crioconservazione e”?».
(4) Quesito referendario parzialmente abrogativo “Per la tutela della salute della donna” (proposto da Ds con l’appoggio di gruppi parlamentari di Margherita, Nuovo Psi e Pri): « “Volete voi che sia abrogata la legge 19 febbraio 2004, n. 40, avente ad oggetto “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, limitatamente alle seguenti parti: Articolo 1, comma 1: “Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana”; Articolo 1, comma 2: “Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità”; Articolo 4, comma 1: “Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”; Articolo 4, comma 2, lettera a), limitatamente alle parole: “gradualità, al fine di evitare il ricorso ad interventi aventi un grado di invasività tecnico e psicologico più gravoso per i destinatari, ispirandosi al principio della”; Articolo 5, comma 1, limitatamente alle parole: “Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1”; Articolo 6, comma 3, limitatamente alle parole: “Fino al momento della fecondazione dell’ovulo”; Articolo 13, comma 3, lettera b), limitatamente alle parole: “e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo”; Articolo 14, comma 2, limitatamente alle parole: “ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”; Articolo 14, comma 3 limitatamente alle parole: “per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione” ; nonché alle parole: “fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile”?».
(5) Quesito referendario parzialmente abrogativo “Per l’autodeterminazione e la tutela della salute della donna” (proposto dalle donne Cgil e da un gruppo di parlamentari Ds): « “Volete voi che sia abrogata la legge 19 febbraio 2004, n. 40, avente ad oggetto “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, limitatamente alle seguenti parti: Articolo 1, comma 1: “Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”; [ …]», segue come il quesito precedente (cfr. nota 44).
(6) Quesito referendario parzialmente abrogativo “Per la fecondazione eterologa” (proposto da Ds con l’appoggio di gruppi parlamentari di Margherita, Nuovo Psi e Pri): «”Volete voi che sia abrogata la legge 19 febbraio 2004, n. 40, avente ad oggetto “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, limitatamente alle seguenti parti: Articolo 4, comma 3: “E’ vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”; Articolo 9, comma 1, limitatamente alle parole: “in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3”; Articolo 9, comma 3, limitatamente alle parole: “in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3”; Articolo 12, comma 1: “Chiunque a qualsiasi titolo utilizza ai fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente, in violazione di quanto previsto dall’articolo 4, comma 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro”; Articolo 12, comma 8, limitatamente alla parola: “1”?».