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Timestamp: 2018-10-20 09:30:18+00:00
Document Index: 111979245

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2058', 'art. 873', 'art. 1158', 'art. 12', 'art. 1362', 'art. 871']

Violazione delle distanze legali: si alla riduzione in pristino anche se eccessivamente onerosa. – Noi Radiomobile™
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Violazione delle distanze legali: si alla riduzione in pristino anche se eccessivamente onerosa.
Posted on 20 luglio 2015 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
(Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 4 dicembre 2014 – 16 luglio 2015, n. 14916)
L’art. 2058, comma 2, c.c., che prevede la possibilità di ordinare il risarcimento del danno per equivalente anziché la reintegrazione in forma specifica in caso di eccessiva onerosità di quest’ultima, non trova applicazione nella azioni intese a far valere un diritto reale la cui tutela esige la rimozione del fatto lesivo, come quella diretta ad ottenere la riduzione in pristino per violazione delle norme sulle distanze, atteso il carattere assoluto del diritto leso.
Quanto al primo motivo dell’appello principale, con il quale il C. lamentava ultrapetizione assumendo che la G. non aveva formulato la domanda di arretramento, la Corte d’appello rilevava che la G. si era doluta che il C. avesse “realizzato la sopraelevazione del proprio fabbricato, con un balcone sporgente, senza il rispetto delle distanze di legge e con la illegittima costituzione di una servitù di veduta”, ed aveva chiesto la condanna del C. alla riduzione in pristino dello stato dei luoghi in relazione alle predette opere.
Tanto bastava, ad avviso della Corte, per ritenere che la domanda riconvenzionale della convenuta riguardasse tanto la sopraelevazione quanto il balcone.
4. Con il primo motivo del ricorso incidentale la G. lamenta omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, consistente nella omessa motivazione circa la dedotta insussistenza delle condizioni per disporre la condanna all’arretramento, atteso che il fabbricato di sua proprietà, già al momento dell’acquisto, si trovava ad una distanza inferiore di dieci metri dall’edificio frontistante, sicché non poteva configurarsi la denunciata violazione dell’art. 873 cod. civ..
Ed ancora, la G. deduce la omessa considerazione da parte della Corte d’appello del fatto che il suo edificio e quello del C. erano stati realizzati dall’unico proprietario a distanza inferiore di dieci metri l’uno dall’altro (mt 8,90), sicché si versava in ipotesi di costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia.
5. Con il secondo motivo la ricorrente incidentale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 cod. civ., dell’art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale e dell’art. 1362 cod. civ. rilevando che le risultanze istruttorie avevano dimostrato la esistenza da oltre venti anni della sopraelevazione e quindi l’intervenuta usucapione del diritto a mantenere le opere in ampliamento.
La Corte d’appello avrebbe comunque errato nel ritenere che ai fini del maturarsi della prescrizione acquisitiva si dovesse avere riguardo al momento di completamento delle opere, giacché ciò che rileva ai fini dell’usucapione è il possesso continuato per venti anni; e, nella specie, il possesso era stato accertato a far data dal 1979, sicché alla data di proposizione della domanda (2000), il ventennio era maturato.
7. Il primo motivo del ricorso principale è inammissibile, atteso che lo stesso, anche a prescindere dalla formulazione del quesito di diritto, non considera le ragioni poste dalla Corte d’appello a fondamento della propria decisione sul corrispondente motivo di appello.
In particolare, la Corte d’appello ha ritenuto che nella formulazione della comparsa di costituzione della convenuta, la richiesta di riduzione in pristino dello stato dei luoghi “in relazione alle predette opere” dovesse essere riferita chiaramente sia alla realizzazione del balcone, sia alla sopraelevazione. Il ricorrente si limita a ribadire che la convenuta non aveva formulato richiesta di arretramento con riguardo alla sopraelevazione, ma non indica alcuna ragione per cui la interpretazione dell’atto processuale offerta dalla Corte territoriale non fosse corretta.
La ricorrente incidentale insiste nel dedurre che i due fabbricati si trovavano prima degli interventi oggetto del presente giudizio ad una distanza inferiore a dieci metri, pretendendo che da tale rilievo possa discendere la legittimità della sopraelevazione in prosecuzione rispetto al preesistente corpo di fabbrica, omettendo di considerare che per le nuove costruzioni sussiste l’obbligo della osservanza delle distanze.
In proposito, è sufficiente ricordare che “la sopraelevazione, anche se di ridotte dimensioni, comporta sempre un aumento della volumetria e della superficie di ingombro e va, pertanto, considerata a tutti gli effetti, e, quindi, anche per la disciplina delle distanze, come nuova costruzione” (Cass. n. 21059 del 2009; Cass. n. 15527 del 2008).
Quanto alla sopraelevazione, la Corte d’appello ha escluso la prescrizione acquisitiva osservando che, pur se poteva ritenersi provato che l’attività di sopraelevazione era iniziata nel 1979, non poteva dirsi altrettanto con riguardo al completamento della sopraelevazione, sicché, essendo la domanda stata proposta nel 2000, non vi era certezza dell’intervenuto completamento della stessa da oltre un ventennio.
La ricorrente incidentale non deduce elementi idonei a superare il convincimento espresso dalla Corte territoriale.
Se, infatti, può convenirsi con la ricorrente incidentale che occorre avere riguardo al momento iniziale dell’attività edificatoria volta alla realizzazione della sopraelevazione (arg. da Cass. n. 5162 del 1994), sta di fatto che dallo stesso controricorso emerge che la domanda con la quale il C. ha chiesto la condanna della G. al ripristino dello stato dei luoghi è stata proposta con atto di citazione in data 8 gennaio 1999, notificato il 27 marzo 1999.
La pretesa della ricorrente incidentale di desumere dalla intervenuta concessione in sanatoria una deroga all’indicato principio si scontra con il principio per cui “la rilevanza giuridica della licenza o concessione edilizia si esaurisce nell’ambito del rapporto pubblicistico tra pubblica amministrazione e privato, richiedente o costruttore, senza estendersi ai rapporti tra privati dato che il conflitto tra proprietari, interessati in senso opposto alla costruzione, va risolto in base al diretto raffronto tra le caratteristiche oggettive dell’opera, in queste compresa la sua ubicazione, e le norme edilizie che disciplinano le distanze legali, tra le quali non possono comprendersi quelle di cui agli artt. 31 della legge 17 agosto 1942 n. 1150 e 4 della legge 28 gennaio 1977 n. 10, concernenti rispettivamente la licenza e la concessione per costruire; norme, queste, che riguardano solo l’aspetto formale dell’attività costruttiva e non contengono regole da osservarsi nelle costruzioni, come richiesto dall’art. 871 cod. civ.
Pertanto, come è irrilevante la mancanza di licenza o concessione, quando la costruzione risponda oggettivamente a tutte le prescrizioni del codice civile e delle norme speciali senza ledere alcun diritto del vicino, così l’avere eseguito la costruzione in conformità della ottenuta licenza o concessione non esclude di per sé la violazione di dette prescrizioni e, quindi, il diritto del vicino, a seconda dei casi, alla riduzione in pristino o al risarcimento del danno” (Cass. n. 10173 del 1998; Cass. n. 7563 del 2006; Cass. n. 17286 del 2011).
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