Source: https://www.laleggepertutti.it/419985_gratis-canali-televisivi-a-pagamento-quali-rischi
Timestamp: 2020-08-13 11:49:15+00:00
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Iptv e streaming illegale: scatta il reato di incauto acquisto per l’utente che compra indirizzi internet per guardare gratis contenuti riservati agli abbonati?
Oggigiorno internet è praticamente divenuto un bene di prima necessità. Immaginare le nostre vite senza una connessione alla rete è difficile, soprattutto se bisogna lavorare in smart working oppure se gli strumenti messi a disposizione da internet servono per altri scopi importanti. Il problema è che molti si sono fatti prendere un po’ troppo la mano, tanto da voler sfruttare le potenzialità di internet anche in modo illegale. È il caso di chi riesce a ottenere gratis i canali televisivi a pagamento. Con questo articolo ci soffermeremo sui rischi legali di una condotta del genere.
Il tema riguarda lo streaming di trasmissioni che, normalmente, occorrerebbe pagare per poterne fruire. Pensa alle partite del campionato di serie A, oppure ai film e telefilm. Generalmente, tali contenuti sono riservati a coloro che sottoscrivono e pagano un regolare abbonamento. Sempre più spesso, però, alcuni furbetti mettono a disposizione degli utenti alcuni stratagemmi per poter vedere gratis (o quasi) questi programmi. Contrariamente a quanto si possa pensare, anche coloro che si limitano a guardare in modo abusivo questi contenuti, servendosi di espedienti pochi limpidi, incorrono in reato. Per la precisione, la Suprema Corte di Cassazione (sentenza nel box dedicato) ha stabilito che chi acquista un abbonamento pirata commette il reato di incauto acquisto. Approfondiamo la questione e vediamo quali sono i rischi per chi guarda gratis canali televisivi a pagamento.
1 Streaming: cos’è?
2 Streaming: quando è illegale?
3 Canali a pagamento: cosa si rischia a guardarli gratis?
4 IpTv illegale: c’è la particolare tenuità del fatto?
Streaming: cos’è?
Com’è noto, internet consente di vedere programmi senza la necessità di ricorrere alla televisione; si tratta del ben noto streaming.
Detto in parole davvero povere, lo streaming è il sistema che permette la fruizione dei programmi tv attraverso le connessioni e le tecnologie della rete internet.
Il nome tecnico è IpTv, così denominato perché per funzionare non sono richieste le infrastrutture per la tv digitale terrestre, via cavo o via satellite, in quanto il sistema sfrutta il protocollo Ip di internet.
Streaming: quando è illegale?
Di per sé, lo streaming non è affatto illegale: si tratta solamente di un modo per vedere i programmi attraverso internet.
Tuttavia, lo streaming di programmi riservati agli abbonati costituisce reato, in quanto l’utente si avvantaggia di un sistema illecito che consente di accedere a un segnale che è riservato solamente a chi ha pagato l’abbonamento per usufruire di contenuti esclusivi messi a disposizione dalla piattaforma a cui ci si è iscritti.
Dunque: se lo streaming riguarda programmi in chiaro (tipo quelli della Rai), allora sarà perfettamente lecito; al contrario, lo streaming di contenuti esclusivi (riservati ad esempio agli abbonati di Sky, Netflix, ecc.) è illegale.
Canali a pagamento: cosa si rischia a guardarli gratis?
L’IpTv illegale (noto anche come “pezzotto”) rischia di mettere in seri guai colui che lo utilizza per guardare gratis programmi che, altrimenti, sarebbero a pagamento.
Secondo la Corte di Cassazione[1], l’utente che compra abbonamenti pirata utilizzabili attraverso il canale Iptv commette il reato di incauto acquisto [2], che scatta ogni volta che una persona, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato.
In pratica, chi acquista una cosa che può tranquillamente sospettare derivi da un crimine, commette il reato di incauto acquisto, punito con l’arresto sino a sei mesi. È il classico caso di chi acquista un prezioso orologio sulla bancarella di un mercato.
Secondo la Suprema Corte, nell’ipotesi di streaming illegale, il reato si integra anche se l’imputato ha acquistato solamente degli indirizzi internet a cui accedere per vedere gratis i programmi normalmente riservati agli abbonati.
Secondo i giudici, non è necessario che l’acquirente abbia effettivamente nutrito dubbi sulla provenienza della merce, dovendosi invece ritenere che il reato sussista ogni qualvolta l’acquisto avvenga in presenza di condizioni che obiettivamente avrebbero dovuto indurre al sospetto, indipendentemente dal fatto che questo vi sia stato o meno.
IpTv illegale: c’è la particolare tenuità del fatto?
La stessa Corte di Cassazione, ritenendo colpevole del reato di incauto acquisto l’utente che acquista un indirizzo internet particolare in grado di trasmettere un flusso in streaming decodificato da poter vedere su un dispositivo (quale pc o tablet) avente ad oggetto programmi a pagamento, ha però ammesso la possibilità che al colpevole possa essere applicata la speciale causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto [3].
In altre parole, se l’imputato, per guardare gratis alcuni programmi, ha acquistato un sistema di streaming illegale, può comunque evitare la condanna, ma solo se il giudice ritiene che la condotta sia stata del tutto occasionale e che il fatto sia stato tutto sommato di lieve entità (ad esempio, perché lo streaming illegale ha riguardato una sola trasmissione).
[1] Cass., sent. n. 22478/2020.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 3 – 24 luglio 2020, n. 22478
Presidente Cammino – Relatore Coscioni
1. Il difensore di Ca. Ma. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Fermo con la quale Ca. era stato riconosciuto responsabile del reato di cui all’art. 712 cod.pen., “perché acquistava abbonamenti pirata utilizzabili attraverso il canale IpTv rendendosi responsabile di acquisto di cose di sospetta provenienza..”
1.1 Al riguardo il difensore lamenta come nella sentenza impugnata non fosse stata minimamente esaminata la circostanza relativa alla sussistenza del bene oggetto della compravendita, essendo stato accertato solamente il pagamento, ma non cosa fosse stato acquistato o ricevuto dal ricorrente, che avrebbe speso dei soldi per ottenere un indirizzo elettronico, ovvero una URL particolare in grado di trasmettere un flusso in streaming decodificato da poter vedere su un dispositivo quale pc o tablet, senza che fosse traccia di questo indirizzo elettronico; anzi, la prova che il ricorrente avesse potuto usufruire dell’indirizzo URL era stata esclusa dal testimone sentito.
1.2 Il difensore eccepisce inoltre che il giudice nulla aveva motivato in relazione alla richiesta del difensore, che aveva chiesto l’assoluzione per l’applicazione dell’art. 131 bis cod.pen.
1.3 Venivano poi depositate conclusioni scritte dal difensore, il quale rilevava l’applicabilità anche di ufficio del disposto dell’art. 131 bis cod.pen.
2. Il Procuratore generale depositava conclusioni scritte nelle quali chiedeva dichiararsi l’inammissibilità del ricorso.
2. Il ricorso è fondato quanto al secondo motivo proposto.
2.1 Quanto al primo motivo, si deve rilevare che ai fini della configurabilità del reato contravvenzionale di cui all’art. 712 cod.pen. non è necessario che l’acquirente abbia effettivamente nutrito dubbi sulla provenienza della merce, dovendosi invece ritenere che il reato sussista ogni qualvolta l’acquisto avvenga in presenza di condizioni che obiettivamente avrebbero dovuto indurre al sospetto, indipendentemente dal fatto che questo vi sia stato o meno (Cass. Sez. 6, sent. n. 7.9015 del 03.02.1997 dep. 03/10/1997 Rv. 208571).
Nel caso in esame, il Tribunale ha evidenziato diversi elementi comprovanti la negligenza del ricorrente, che ha acquistato un oggetto da un rivenditore non ufficiale ad un prezzo non corrispondente a quello di mercato, concludendo quindi coerentemente per la sussistenza di tutti gli elementi integrativi del reato.
1.2 Quanto alla richiesta di applicazione dell’art. 131 bis cod.pen., si deve rilevare come, a fronte della richiesta presentata dalla difesa che aveva rilevato la particolare tenuità del fatto, nessuna risposta si ha nella sentenza impugnata; sebbene sia stato affermato più volte nella giurisprudenza di legittimità che il giudizio sulla particolare tenuità del fatto possa essere anche implicito nella motivazione con cui il giudice dell’appello abbia operato le valutazioni di cui all’art.133 cod. pen., è tuttavia necessario che dalla motivazione si possano ricavare le ragioni di apprezzamento di specifici aspetti della condotta utili a supportare un giudizio di esclusione della tenuità del fatto.
La motivazione della sentenza impugnata, essendo totalmente silente sul punto malgrado la richiesta della difesa, non consente di comprendere le ragioni per le quali non siano stati ritenuti sussistenti i presupposti per escludere la punibilità del fatto ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen., risultando carente ogni indicazione sulla valutazione obiettiva della gravità del fatto e del grado di colpevolezza che possano assumere implicito rilievo ai fini della valutazione della particolare tenuità del fatto alla stregua dei paramenti normativi previsti dall’art. 131-bis cod.pen.
Pertanto, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio per nuovo esame sul punto, risultando carente la motivazione in merito sia ai profili di gravità del fatto e grado di colpevolezza e sia circa l’esistenza di eventuali elementi fattuali che dimostrino, in ipotesi, l’abitualità del comportamento dell’imputato, che possano giustificare il diniego della causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio sulla particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis cod.pen. al Tribunale di Fermo in diversa persona fisica.