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Timestamp: 2017-11-21 15:59:09+00:00
Document Index: 78391185

Matched Legal Cases: ['art. 96', 'art. 1223', 'art. 2056', 'art.96', 'art.96', 'art. 96', 'Cass, Sez. ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 96']

Lite temeraria e risarcimento danni Interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 96 c.p.c., tra danno esistenziale e “giusto processo”.
Pulice Marianna ~ Pulice Ilaria, 22 marzo 2007
La disciplina integrale e completa della responsabilità processuale aggravata contenuta in suddetta norma, per diverso tempo, è stata interpretata in tal senso: il danno va identificato con la perdita ed il mancato guadagno di cui all’art. 1223 Cc, per il tramite dell’art. 2056 Cc, e l’onere della prova va ripartito secondo la regola generale stabilita dall’articolo 2697 c.c.. Alla luce di tale impostazione, la responsabilità processuale aggravata per mala fede o colpa grave della parte soccombente prevista dall’art.96 c.p.c., è disciplinata come figura di torto extracontrattuale e, dunque, sottostà al principio generale secondo cui colui che intende ottenere il risarcimento dei danni deve dare la prova sia dell’an che del quantum.
In tale direzione c’è senz’altro da segnalare l’enorme lavoro posto in essere dai giudici di merito; dopo i primi interventi dei giudici tosco-emiliani (Trib. Bologna, 27.1.2005, Trib. Reggio Emilia 31.5.2005, Trib. Bologna, 20.9.1995, Trib. Bologna 22.11.1995 e C.A. Firenze 3.3.2006), nel processo di rivitalizzazione dell’art.96 c.p.c., il 12.09.2006 si è aggiunto il Tribunale di Genova che ha censurato il comportamento dilatorio di una compagnia di assicurazione che aveva resistito senzaragione al giudizio.
Subito dopo, si pone la sentenza, sopra commentata, del tribunale capitolino
a conferma dell’espansione della nuova interpretazione dell’art. 96 cpc, interpretazione in chiave esistenzialista, ed ancor prima costituzionalmente orientata.
Sul concetto di “colpa grave” si è espressa più volte la Suprema Corte secondo la quale, colpa grave è da intendersi " nel senso della consapevolezza, o dell’ignoranza derivante dal mancato uso di un minimo di diligenza, dell’infondatezza " della tesi fatta valere (Cass. 1983/1308), oppure, incorre in colpa grave chi ha "agito o insistito in una pretesa coscientemente infondata, e cioè senza il minimo esame della giustezza e della ragionevolezza della pretesa"( Cass. 1983/1973), oppure ancora, la colpa grave è la coscienza dell’infondatezza o la carenza della normale diligenza volta all’acquisizione di detta coscienza(Cass. 1983/3799) ; in tal senso sono anche le più recenti sentenze della Suprema Corte 1990/4651, 1994/7101, 2000/9579, 2003/73.
Dopo iniziali incertezze, recente giurisprudenza di legittimità ha ormai definitivamente riconosciuto la categoria del danno esistenziale. Alla luce del nuovo imprimatur segnato dalle sezioni unite della Suprema Corte, lo stesso appare ravvisabile in “ogni pregiudizio, comunque di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno” (Cass, Sez. Un., 24 marzo 2006, n. 6572,).
La giurisprudenza, da tempo, non esige una prova rigorosa a dimostrazione del danno subito dalla parte per effetto della lite temeraria, infatti, il giudice può “desumere l’esistenza e l’entità del danno anche da nozioni di comune esperienza”(Trib. Roma 9 ottobre 1996) come pure ricorrendo ad “elementi presuntivi” (Cass. 5 agosto 1969, n. 2950).
Per quel che concerne il danno esistenziale invece occorre rifarsi agli ultimi interventi giurisprudenziali in materia. Il Tribunale di Bologna, con sentenza del 27 gennaio 2005, ha affermato che : “agire in giudizio per il pagamento di una prestazione professionale di importo notevole, senza fornire la prova del rapporto negoziale sottostante, e anzi con la presumibile consapevolezza che la pretesa è infondata, configura un comportamento illecito, fonte di responsabilità processuale aggravata. E poiché tale iniziativa del cliente provoca una lesione alla qualità della vita dello stesso, con ripercussioni sulla serenità dei rapporti interpersonali e sul grado di autostima e sicurezza, integrando così un danno di natura esistenziale: ne consegue un obbligo di risarcimento che, nella equitativa determinazione del "quantum", deve tenere conto delle caratteristiche specifiche della persona lesa quali la giovane età e la mancanza di autonomia reddituale”, dunque, qualificando il danno esistenziale come una delle categorie risarcibili del danno non patrimoniale previsto in generale dall’art. 2059, e precisamente, come quella sofferenza che scaturisce dalla menomazione della qualità della vita derivata dall’illecito, ne ritiene la configurabilità anche nel caso prospettato, per l’impatto della vicenda processuale sull’esistenza della persona che si asserisce danneggiata.
Il valore della qualità della vita di relazione trova riscontro anche a livello costituzionale: è identificabile nell’art. 2 Cost., intendendosi la qualità della vita come estrinsecazione concreta del diritto alla realizzazione personale, sia per quanto attiene la propria condizione " interiore " rispetto alla vita stessa – vale a dire il diritto a realizzarsi senza dover fronteggiare psicologicamente situazioni di disagio e di stress-, sia per quanto attiene alle relazioni interpersonali e sociali.
Ciò significa che il tempo della giornata utilizzato per organizzare la difesa, consistente in colloqui col difensore, ricerca di documenti utili per la difesa, partecipazione ad una o più udienze del processo, è tempo occupato e che non può essere destinato ad altre attività realizzative dell’uomo; quali, a titolo meramente esemplificativo, svago, tempo libero, attività sportiva, incontri con amici o parenti, o altro Come ha evidenziato la dottrina (G. Giusti, Il danno esistenziale alla prova della responsabilità per i danni processuali,), il processo ci impone attività che potevamo evitare, che potremmo trovare estremamente sgradevoli; ci impedisce di svolgere la vita per come l’avevamo programmata o per quelle che erano le nostre abitudini. Impegna una diversa organizzazione della “agenda” della nostra vita (contatti con il difensore, tempi processuali che vengono a scandire la vita, fastidiose lettere della controparte, lunghe attese in sale di attesa di studi professionali, spese dirottate da attività piacevoli a parcelle più o meno consistenti, discussioni in famiglia, creditori che guardano con sospetto il pignorato ingiustamente tale, voci nel quartiere, vincoli al proprio patrimonio e, di riflesso, alla propria esistenza, ecc.): tutto lecito se solo il processo non sia stato iniziato dolosamente o per grave colpa, se l’attività cautelare in senso lato non sia sostenuta dalla normale prudenza che deve caratterizzare l’utilizzo di strumenti processuali che pongono vincoli immediati alla controparte.
Particolare sensibilità su questo piano hanno dimostrato alcune tra le più recenti sentenze di legittimità, spesso congiungendo tale aspetto con la evidenziazione del fatto che il risarcimento ex art. 96 cpc. è onnicomprensivo (si veda per esempio Cassazione 2003/6796, secondo la quale "all’accoglimento della domanda da risarcimento dei danni da lite temeraria non osta l’omessa deduzione e dimostrazione dello specifico danno subito dalla parte vittoriosa, che non è costituito dalla lesione della propria posizione materiale, ma dagli oneri di ogni genere che questa abbia dovuto affrontare per essere stata costretta a contrastare l’ingiustificata iniziativa dell’avversario e dai disagi affrontati per effetto di tale iniziativa, danni la cui esistenza può essere desunta dalla comune esperienza "; si veda anche Cassazione 2001/10731).
Avv. Marianna Pulice
Dott.ssa Ilaria Pulice
Pulice Marianna ~ Pulice Ilaria