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Timestamp: 2020-08-12 10:08:58+00:00
Document Index: 48888322

Matched Legal Cases: ['art. 517', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 517', 'art. 4']

La tutela penale del vino made in Italy
Mattia Miglio, avv. Filippo Moreschi | 01/04/2020 12:54
Commento a cura dell' avv. Mattia Miglio, avv. Filippo Moreschi
La presente pronuncia offre interessanti spunti di riflessione in merito alla rilevanza penale della condotta di messa in commercio dei c.d. wine kit - confezioni contenenti mosti, tappi ed etichette destinati per la preparazione del vino da parte del consumatore - recanti indicazioni fallaci circa la provenienza italiana del mosto destinato alla composizione della bevanda finale.
Nel caso che ci occupa, all'odierno imputato - quale Legale rappresentante di una S.r.l. operante nel commercio proprio dei wine kit - veniva contestata la violazione dell'art. 517 c.p. - in relazione all'art. 4, comma 49 della Legge n. 350/2003 - per aver messo in commercio proprio dei kit destinati alla preparazione della bevanda al gusto di vino recanti tuttavia l'indicazione di alcuni vini o italiani a denominazione protetta (quali "Amarone", "Barbera" ed altri), la dicitura "vino italiano" e le effigi del tricolore e del Colosseo, così da ingenerare negli acquirenti la falsa convinzione di acquistare una bevanda composta da mosti di origine italiana, destinati alla lavorazione e produzione di vini a denominazione di origine protetta.
Si tenga presente che l'accordo, oggi ancora in vigore, tra la Comunità Europea ed il Canada sul commercio dei vini e delle bevande spiritose (Decisione del Consiglio CE n. 2004/91 e relativi allegati, in GUCE L 035 del 06/02/2004) ha introdotto una procedura per la piena tutela delle indicazioni geografiche dei vini comunitari.
Ciò premesso, la Suprema Corte - eccezion fatta per le condotte estinte per intervenuto decorso dei termini di prescrizione - conferma la sentenza di condanna emessa dalla Corte d'Appello di Bologna, la quale - si legge nelle motivazioni - aveva desunto la prova della non provenienza dei mosti dai vitigni sulla scorta dei seguenti elementi di fatto:
a) l'analisi del fatturato della società - di cui l'odierno imputato era (ed è) Legale Rappresentante non riportava l'acquisto di mosti di vini D.O.P.;
b) le etichette riportanti le indicazioni dei vini D.O.P. erano (in parte) state commissionate in Cina;
c) l'importazione all'estero (rectius: in Canada) di mosti di vino poteva (e può avvenire) solo tramite monopoli provinciali.
In questo senso, prosegue la sentenza, la condotta qui contestata risulta idonea a ingenerare nel consumatore la falsa convinzione dell'origine italiana del mosto usato per la preparazione e, come tale, non può che integrare la fattispecie penale ex artt. 517 c.p., in relazione all'art. 4, comma 49 l. 350/2003, senza che vi sia spazio per poter configurare l'illecito amministrativo di cui all'art. 4, comma 49 bis l. 350/2003.
Infatti, in ossequio alla prevalente giurisprudenza di legittimità, la sentenza in esame precisa che "la "fallace indicazione" del marchio di provenienza o di origine impressi sui prodotti presentati in dogana per l'immissione in commercio integra:
a) il reato previsto dall'art. 4, comma 49, della legge n. 350 del 2003 qualora, attraverso indicazioni false e fuorvianti o l'uso con modalità decettive di segni e figure, il consumatore è indotto a ritenere che la merce sia di origine italiana;
b) l'illecito amministrativo previsto dall'art. 4, comma 49-bis, della medesima legge qualora, a causa di indicazioni di provenienza insufficienti o imprecise, ma non ingannevoli, il consumatore è indotto in errore sulla effettiva origine dei prodotti" (p. 4, nello stesso senso, Cass. Sez. III, 5 febbraio 2014, n. 21256 ; Cass. Sez. III, 6 novembre 2014, n. 52029 ).
Ragion per cui, conclude la Cassazione, "integra il reato previsto dall'art. 517 cod. pen., in relazione all'art. 4, comma 49, della legge n. 350 del 2003, la messa in circolazione di una bevanda, da comporre ad opera del consumatore, evocativa del gusto di un vino "doc" italiano, nel caso in cui il mosto, fornito dal venditore, non provenga, diversamente da quanto desumibile dalla confezione (recante l'indicazione di vini italiani, le effigi della bandiera italiana e del Colosseo), da vitigni italiani" (p. 4).