Source: https://www.laleggepertutti.it/163286_denigrare-lazienda-su-facebook-fa-scattare-il-licenziamento
Timestamp: 2019-01-19 17:45:34+00:00
Document Index: 61187681

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Denigrare l'azienda su Facebook fa scattare il licenziamento?
Denigrare l’azienda su Facebook fa scattare il licenziamento?
Solo lo sfogo eccessivo, non pertinente e che denigra gratuitamente l’immagine del datore di lavoro può dare luogo a licenziamento.
Non bisogna per forza “parlare bene” del proprio datore di lavoro. Il diritto di critica consente anche al dipendente di riferire, in pubblico o su Facebook, fatti o valutazioni personali tali da pregiudicare l’immagine dell’azienda in cui lavora. A condizione però che tali espressioni siano manifestate in modo sereno, senza trascendere in attacchi personali gratuiti e privi di ragione. Così denigrare l’azienda su Facebook fa scattare il licenziamento solo quando integra gli estremi del reato di diffamazione, mentre in tutti gli altri casi non può dar luogo a sanzioni disciplinari. Con la conseguenza che, laddove sussiste anche il diritto di critica, l’eventuale licenziamento intimato è illegittimo e il lavoratore ha diritto alla reintegra sul posto di lavoro anche a seguito delle modifiche del Job Act e con le nuove regole del «contratto a tutele crescenti». Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo quando denigrare l’azienda su Facebook è consentito e quando, invece, non lo è.
La prima buona notizia che scaturisce dalla lettura della pronuncia in commento è che il dipendente non deve necessariamente mistificare la realtà pur di lodare i pregi del proprio datore di lavoro o nasconderne i difetti. Il dovere di fedeltà che lega il lavoratore al suo capo non impone al primo di dire bugie, né di tacere le sue eventuali valutazioni personali. Il diritto di critica del resto è riconosciuto dalla nostra stessa Costituzione che tutela, come bene primario, la libertà di espressione. Ciò vale anche in caso di rapporto di lavoro dipendente, per il quale non è prevista alcuna deroga. In altri termini, il dipendente può parlare male dell’azienda in cui lavora: lo può fare con un amico, con un cliente, davanti un gruppo di persone o, addirittura, su Facebook.
Tuttavia le frasi non devono consistere in una gratuita denigrazione e non devono essere caratterizzate dalla precisa intenzione di ledere, con l’attribuzione di un fatto oggettivamente diffamatorio, la reputazione del proprio datore di lavoro. In tali casi, al di là se ricorrono o meno i presupposti della condanna penale, si rischia sicuramente il licenziamento.
Diversa la soluzione quando le frasi non sono denigratorie e rientrano nei cosiddetti «limiti di continenza» che il diritto di critica consente. Le espressioni che manifestano solo un «diverso modo di vedere le cose» devono ritenersi del tutto lecite, anche negli ambienti lavorativi caratterizzati da una ferrea gerarchia e rispetto.
Ma che succede se il datore di lavoro, che non apprezza il fatto che si parli male di lui, specie su Facebook, licenzia il dipendente? Al problema qui si aggiunge quello derivante dall’applicazione delle regole della riforma del lavoro e della cancellazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Come noto, infatti, il Job Act ha previsto, come regola, in caso di licenziamento illegittimo, solo il diritto al risarcimento del danno e non quindi alla reintegra sul posto di lavoro. La reintegra viene tutt’ora riservata ai casi in cui il fatto addebitato al dipendente sia insussistente o non possa essere considerato illecito. Ed è qui che interviene il chiarimento della Cassazione: quando le critiche su Facebook rivolte al datore di lavoro non sono diffamazione e, ciò nonostante, l’azienda licenzia il dipendente, quest’ultimo ha diritto alla reintegra sul posto di lavoro e non già solo al risarcimento del danno. Questo per via della «sostanziale non illiceità dei fatti addebitati» e oramai acclarati. In sostanza, lo sfogo su Facebook del dipendente nei confronti dell’azienda è ritenuto «di rilievo disciplinare nullo o sostanzialmente inapprezzabile».
Di conseguenza, una volta accertata la «insussistenza dell’antigiuridicità del comportamento» tenuto dal lavoratore, è automaticamente esclusa la correttezza del licenziamento adottato dalla società.
Diversa sarebbe stata la soluzione se l’apprezzamento su Facebook avesse avuto carattere denigratorio: in tal caso, anche quando il comportamento deve ritenersi non sufficientemente grave da giustificare il licenziamento, scatta solo il diritto al risarcimento del danno. E ciò perché il fatto contestato al dipendente è da ritenersi sussistente [2].
[1] Cass. sent. n. 27323/17 del 31.05.2017.
[2] Il principio espresso in Cass. sent. n. 18418/2016 è il seguente: l’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, «deve essere ricondotta all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della cosiddetta tutela reale».
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 18 gennaio – 31 maggio 2017, n. 13799
Con ricorso davanti al Tribunale di Cosenza, proposto ex art. 1, co. 48, L92\2012, An. Be., dipendente della società Lutirom s.r.l. con mansioni di “addetta alle macchine” [ed inquadrata al 2.livello del CCNL per le Piccole e Medie Industrie del Settore Metalmeccanico], impugnava il licenziamento per giusta causa intimatogli dalla convenuta in data 14.2.2013 al fine di sentirne dichiarare la nullità, inefficacia o comunque l’illegittimità e conseguentemente ottenere la condanna della Lutirom s.r.l. al risarcimento del danno a norma dell’art. 18 L. n. 300\70, nel testo modificato dalla Ln.92\2012.
Il Tribunale, con ordinanza del 17\12\2013, emessa ai sensi del successivo comma 49 della legge 92\12, annullava il licenziamento e condannava la società convenuta alla immediata reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro oltre che al risarcimento del danno in misura pari alla retribuzione globale di fatto dovuta dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegra.
Il datore di lavoro proponeva opposizione ai sensi del comma 51, assumendo la piena legittimità del provvedimento sanzionatolo espulsivo, stante il contenuto oggettivamente diffamatorio, sia nei confronti della stessa società che nei confronti della legale rappresentante, delle espressioni “postate” dalla lavoratrice sulla propria pagina ‘Facebook’.
Il Tribunale di Cosenza, con sentenza del 13\1\2015, ritenuta superflua qualsiasi attività istruttoria in considerazione della natura pacifica dei fatti posti a fondamento del licenziamento, accoglieva l’opposizione proposta, ritenendo il licenziamento legittimo, in quanto le frasi utilizzate dalla Be. nei confronti della datrice di lavoro sarebbero consistite in una “gratuita ed esorbitante denigrazione” e caratterizzate dalla “precisa intenzione di ledere, con l’attribuzione di un fatto oggettivamente diffamatorio, la reputazione del proprio datore di lavoro”.
Avverso tale sentenza proponeva reclamo, ex artt. co. 58, la Be., ribadendo le richieste già formulate con il ricorso introduttivo del giudizio. La Lutirom s.r.l., regolarmente costituitasi, eccepiva preliminarmente l’improcedibilità del reclamo per violazione del termine di notifica di cui al comma 52 dell’arti L.n.92\12, e, nel merito, ne chiedeva il rigetto con conseguente conferma della sentenza impugnata.
Resiste la Be. con controricorso.
1.-Con il primo motivo la società ricorrente denuncia la violazione e\o falsa applicazione dell’art. 435 c.p.c. in combinato disposto con gli artt. 153, 154, 156, comma 2, 157 e 164 c.p.c, oltre che dell’art. 1, comma 52, L n. 92\12.
Lamenta che la Be. aveva notificato il reclamo senza l’osservanza dei termini in questione, ed in particolare di quello di trenta giorni stabilito, a suo avviso, a garanzia del diritto di difesa del reclamato.
Evidenzia che il reclamo venne notificato alla società il 20.4.15, mentre l’udienza di discussione era stata fissata per il 19.5.15. Richiama al contempo il principio del necessario rispetto del termine perentorio di 25 giorni a difesa, di cui all’art. 435 c.p.c. (Cass. ord. n. 22508\12, pag. 38 odierno ricorso), da intendersi a suo avviso come trenta giorni prima dell’udienza in base al comma 52 dell’art. 1 L. n. 92\12.
Il motivo, che presenta un evidente profilo di inammissibilità non avendo prodotto né il decreto presidenziale di fissazione di udienza da parte della Corte d’appello, né la memoria di costituzione in appello della società oggi ricorrente, è infondato per due ordini di ragioni.
In primo luogo nella parte in cui richiama il termine (a difesa) di 25 giorni di cui all’art. 435 c.p.c, termine che nella specie risulta rispettato.
In secondo luogo in quanto la società si è comunque costituita difendendosi nel merito, con effetto, pertanto, sanante, cfr. da ultimo Cass. n. 25684\15: “Nel rito del lavoro, la violazione del termine non minore di venticinque giorni che, a norma dell’art. 435, comma 3, c.p.c, deve intercorrere tra la data di notifica dell’atto di appello e quella dell’udienza di discussione, configura un vizio della notificazione che non produce alcuna nullità se l’atto abbia raggiunto il suo scopo per effetto della costituzione dell’appellato”.
E’ poi vero che qualora vi sia stata doglianza sul rispetto del termine a difesa, o sia esplicitamente richiesto dalla parte, il giudice è tenuto a fissare nuova udienza (Cass. n.l8165\04, Cass. n.21957\14), e tuttavia l’odierna ricorrente non ha prodotto la relativa documentazione né ha chiarito adeguatamente in qual modo, quando ed in quali termini una richiesta in tal senso sarebbe stata formulata in sede di appello, impedendo così al giudice di legittimità di essere giudice anche del fatto processuale (cfr. Cass. sez. un. n. 8077\12).
2.- Con il secondo ed il terzo motivo la società ricorrente lamenta la violazione dell’art.112 c.p.c, per non avere la sentenza impugnata esaminato l’eccezione di inammissibilità del reclamo per mancanza di specificità dei motivi, ai sensi degli artt. 343 e 434 c.p.c. risolvendosi l’atto nella pedissequa reiterazione degli argomenti già dedotti in primo grado e disattesi dal giudicante. Allo scopo riproduce in ricorso l’intero atto di reclamo in copia fotostatica, a sua volta, in tesi, riproduttivo delle pagine 4-13 della memoria di costituzione in fase di opposizione, anch’esse riprodotte in copia nell’odierno ricorso.
I motivi, strettamente connessi, sono inammissibili per due ordini di ragioni: innanzitutto in quanto l’eccezione risulta implicitamente esaminata e respinta dalla sentenza impugnata; in secondo luogo per la violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione. Ed invero quando col ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata, sostanziandosi nel compimento di un’attività deviante rispetto ad un modello legale rigorosamente prescritto dal legislatore, ed in particolare un vizio afferente alla nullità dell’atto introduttivo del giudizio per indeterminatezza dell’oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo fondamento, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, purché la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito (ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dagli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ.), cfr. Cass. sez. un. n.8077\12, non rispettate dalla ricorrente mediante la riproduzione fotografica di vari documenti, affidando inammissibilmente alla Corte di cassazione la selezione delle parti rilevanti ai fini del decidere (cfr. Cass. 7 febbraio 2012 n.1716). 3.- Con il quarto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sulla eccezione di incapacità a testimoniare delle persone indicate come testi da parte reclamante, avendo esse subito analoghi licenziamenti.
Il motivo è inammissibile posto che la sentenza impugnata ha implicitamente esaminato la questione, ammettendo la prova applicando il principio secondo cui l’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, a norma dell’art. 246 cod. proc. civ., è quello giuridico, personale, concreto, che comporta la legittimazione a proporre l’azione ovvero ad intervenire in un giudizio, sicché la circostanza che penda una diversa, anche se analoga, controversia tra un teste e una delle parti in causa non vale a determinare la sussistenza di un interesse del teste nella causa nella quale deve deporre, mentre la valutazione delle risultanze della prova testimoniale e il giudizio sull’attendibilità del teste involgono un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito (Cass. n. 14612\06, Cass. n. 9652\03), insindacabile in sede di legittimità, a maggior ragione nel regime di cui al novellato n. 5 dell’art. 360, comma 1, c.p.c. 5.- Con il quinto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 18, commi 4 e 5, L. n. 300\70, nel testo modificato dalla L. n. 92\12. Lamenta che la sentenza impugnata non osservò il principio secondo cui l’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall’art. 1, comma 42, della legge 28 giugno 2012, n. 92, distingue il fatto materiale dalla sua qualificazione in termini di giusta causa o di giustificato motivo soggettivo, riconoscendo la tutela reintegratoria solo in caso di insussistenza del fatto materiale posto a fondamento del licenziamento, sicché ogni valutazione che attenga al profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità della condotta contestata non è idonea a determinare la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro (Cass. n. 23669/14).
Il motivo è infondato avendo questa Corte in seguito chiarito che l’insussistenza del fatto contestato, di cui all’art. 18 stat.lav., come modificato dall’art. 1, comma 42, della L. n. 92 del 2012, comprende l’ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicché (anche) in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità (Cass. n. 20540\15).
Con la successiva Cass. n. 18418\16 si è al riguardo chiarito che l’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotto all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della tutela cd. reale.
L’accertata insussistenza dell’antigiuridicità del comportamento, oltre che dal pur non vincolante decreto di archiviazione disposto dal competente g.i.p. il 14.3.14, è stata adeguatamente valutata dalla corte di merito, sicché, anche per l’assenza di specifiche censure sul punto da parte della società ricorrente, la censura deve essere respinta.
6.- Con il sesto motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c.
per vizio di ultrapetizione, per avere la sentenza impugnata applicato la tutela cd. reale, pur a fronte delle conclusioni contenute nell’atto di appello, con cui la Be. chiedeva la tutela meramente obbligatoria, anche in considerazione della nullità del ramo di azienda ceduto.
7.- Con il settimo motivo la ricorrente denuncia l’erroneo esame,
apprezzamento e valutazione di circostanze di fatto da parte del giudice di
merito (quali l’effettiva presenza, ai fini della recidiva, di precedente disciplinare della Be.; la gravità o meno della frase ‘postata’ su Facebook dalla ricorrente; l’effettiva cessione di ramo di azienda alla luce della documentazione in atti).
Trattasi esplicitamente di censura inerente l’accertamento ed apprezzamento dei fatti da parte del giudice di merito, inammissibile in questa sede alla luce del novellato n. 5 dell’art. 360, comma 1, c.p.c, anche alla luce di quanto osservato nel precedente punto 6.
8.- Con l’ottavo motivo la ricorrente si duole della quantificazione della spese operata dalla sentenza impugnata, lamentandone il contrasto col D.M. n. 55\2014.
Anche tale motivo è inammissibile, non spiegando la ricorrente perché la quantificazione delle spese di primo grado in complessivi Euro.5.500,00 e di appello in complessivi Euro. 6.900,00 siano violativi dei parametri fissati nel D.M. citato. Questa Corte ha al riguardo già affermato che in tema di liquidazione delle spese processuali, è inammissibile, per violazione del principio di autosufficienza, il ricorso per cassazione che, nel censurarne la complessiva quantificazione operata del giudice di merito, non indichi le singole voci reclamate, risultanti nella nota spese, in ordine alle quali quel giudice sarebbe incorso in errore (Cass. 2.10.14 n. 20808).
9.-Il ricorso deve essere pertanto rigettato.
Le spese di lite seguono la soccombenza e, liquidate come da dispositivo, debbono distrarsi nei confronti dei difensori della Be., dichiaratisi antecipanti.
La Corte rigetta II ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro.200,00 per esborsi, Euro.5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a., da distrarsi nei confronti degli avv. G. Gr. e A. Am..
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115\02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.