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Timestamp: 2017-05-27 00:47:21+00:00
Document Index: 119110352

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 8', 'art. 152', 'art. 141', 'art. 11', 'art. 152', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 2050', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 2963', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 57', 'art. 56', 'art. 56', 'art. 59']

Approfondimenti su questioni di dirittoQuesta pagina raccoglie dei contributi a firma dei nostri autori o di altri professionisti che collaborano con il sito su questioni di diritto sotto forma di commenti a provvedimenti giudiziali, novità normative, monografie su specifici argomenti o, comunque, articoli di qualsiasi specie inerenti materie giuridiche.Cerchiamo di affrontare ogni argomento non soltanto sotto l'aspetto descrittivo, ma fornendo uno specifico approfondimento che tiene conto anche della più recente giurisprudenza in materia.Per ulteriori informazioni o specifiche richieste relative a particolari argomenti o questioni da approfondire è possibile inviare una e-mail all'indirizzo info@emiliocurci.net. La richiesta sarà evasa nei limiti della disponibilità degli autori.
pubblicato 22 mag 2017, 14:00 da Emilio Curci
La Centrale Rischi, costituita presso la Banca d'Italia, è un sistema di raccolta dati nel quale vengono archiviate le informazioni relative alle situazioni di insolvenza degli utenti del sistema bancario.Costituisce, pertanto, un vero e proprio archivio che contiene le informazioni su tutti i soggetti (siano essi persone fisiche o giuridiche) che risultano avere delle esposizioni nei confronti degli istituti di credito (seppur nei limiti soglia più avanti indicati) e che non riescano più a farvi fronte con regolarità, diventando, perciò, "insolventi".L'origine storica della Centrale dei Rischi va ricercata nella c.d. legge bancaria del 1936 (R.D.L. n. 375 del 12.03.1936) la quale, all'art. 32, comma 1, lett. h) obbligava le aziende creditizie ad attenersi alle istruzioni governative in materia di "cautele per evitare gli aggravamenti di rischio derivanti dal cumulo dei fidi".In sostanza, già con la detta norma, si evidenziava la necessità di dotare le banche di uno strumento utile ad evitare il rischio dell'aggravamento di posizioni debitorie dei propri clienti, causate dall'accumulo di finanziamenti a cui questi non riuscissero a farvi fronte.La legge bancaria veniva poi sostituita dal c.d. TUB (testo unico bancario) che introduceva apposite norme in materia di vigilanza ed informativa andando, così, di fatto, a definire le funzioni specifiche della Centrale Rischi, poi successivamente disciplinata e regolamentata dalla delibere CICR (comitato interministeriale per il credito ed il risparmio) del 29.03.1994 e dell'11.07.2012 e dalla Circolare della Banca d'Italia n. 139/1991.L'istituto della Centrale Rischi è, dunque, essenzialmente finalizzato a mettere a disposizione di tutti gli istituti creditizi ogni informazione necessaria a gestire, appunto, i rischi derivanti dalla concessione di finanziamenti a soggetti potenzialmente incapaci di sostenerne i relativi oneri perchè, a loro volta, già gravati da differenti obbligazioni non regolarmente adempiute (c.d. "cattivi pagatori").L'intero sistema si regge, pertanto, attraverso le comunicazioni relative alla situazione debitoria dei clienti che vengono effettuate dagli istituti di credito appunto alla Centrale Rischi in modo tale che tutti gli operatori finanziari ne possano venire a conoscenza ogni volta che ne hanno bisogno.Sotto tale profilo la Centrale Rischi assume, dunque, una funzione c.d. "bidirezionale" poichè la stessa riveste, sia la qualità di soggetto che riceve le informazioni da parte degli istituti di credito, sia di soggetto che può fornire tali informazioni su richiesta delle banche stesse.Pertanto, tutte le volte in cui deve essere concesso un finanziamento, grazie alle informazioni assunte dalla centrale rischi è possibile per gli istituti di credito non procedere alla relativa operazione finanziaria in presenza di soggetti non ritenuti affidabili perchè appunto già "segnalati".Nella circolare n. 139/1991 espressamente si legge che: “Le informazioni acquisite dalla Centrale dei rischi hanno carattere riservato. Gli intermediari possono utilizzarle solo per finalità connesse con l’assunzione e la gestione del rischio di credito e per fini di difesa processuale, sempre che il giudizio riguardi il rapporto di credito intrattenuto con la clientela. Secondo quanto previsto dalla delibera CICR del 29 marzo 1994 , i soggetti censiti nella anagrafe della Centrale dei rischi possono conoscere le informazioni registrate a loro nome. In base alle disposizioni attuative emanate dalla Banca d’Italia, gli intermediari – su specifica richiesta - devono rendere nota al soggetto segnalato o al suo rappresentante la relativa posizione globale e parziale di rischio quale risulta dai flussi informativi ricevuti dalla Banca d’Italia, nonché i dati di rischio relativi alle cointestazioni di cui lo stesso risulti far parte. Ove l’interessato manifesti l’esigenza di conoscere il dettaglio delle segnalazioni prodotte a suo nome da ciascun intermediario, nonché i dati relativi alle forme di coobbligazione, diverse dalle cointestazioni, rilevate dalla Centrale dei rischi, l’istanza deve essere indirizzata alla Filiale della Banca d’Italia nel cui ambito territoriale il richiedente ha la residenza o la sede legale (o ad altra Filiale presso la quale lo stesso intende recarsi per il ritiro dei dati). La Banca d’Italia fornisce al diretto interessato un prospetto contenente i dati richiesti, corredato da un Foglio informativo che illustra lo scopo e il funzionamento della Centrale dei rischi.”Ogni intermediario finanziario è tenuto a comunicare mensilmente la posizione di rischio di ciascun cliente in essere l’ultimo giorno del mese, per data contabile e non per data valuta. Le segnalazioni devono pervenire alla Centrale dei Rischi entro il 25° giorno del mese successivo a quello di riferimento, e vanno inviate anche se gli importi non hanno subito variazioni rispetto alla precedente rilevazione.Le segnalazioni degli operatori finanziari possono essere suddivise in base alla tipologia dei rischi nelle categorie di seguito indicate.Crediti per cassa: 1) rischi autoliquidanti (che derivano da operazioni che presentano una fonte di rimborso predeterminata), 2) a scadenza (mutui o prestiti personali), 3) a revoca (aperture di credito in c/c per elasticità di cassa), 4) finanziamenti a procedura concorsuale, 5) sofferenze (crediti concessi a soggetti in stato di insolvenza non accertato giudizialmente) Crediti di firma: accettazioni, impegni di pagamento, avalli, fidejussioni, altre garanzie rilasciate dagli intermediari. A sua volta si distinguono nelle categorie dei delle garanzie commerciali e finanziarieGaranzie ricevute: garanzie reali e personali rilasciate agli intermediari dalla propria clientela Derivati finanziari: swaps, opzioni, con indicazione del differenziale positivo dell’operazione, ovvero il credito vantato dall’intermediario nei confronti della controparte, alla data di riferimento Sezione informativa: operazioni effettuate per conto terzi, operazioni in pool, crediti scaduti, sofferenzeGli intermediari finanziari sono tenuti a segnalare l'intera esposizione nei confronti del singolo cliente se, alla data cui si riferisce la rilevazione, ricorre almeno una delle seguenti condizioni: 1) la somma dell'accordato ovvero quella dell'utilizzato del totale dei crediti per cassa e di firma è d'importo pari o superiore a 30.000 €; 2) il valore delle garanzie ricevute complessivamente dall'intermediario è d'importo pari o superiore a 30.000 €; 3) il valore intrinseco delle operazioni in derivati finanziari è pari o superiore a 30.000 €; 4) la posizione del cliente è in sofferenza; 5) l'importo delle operazioni effettuate per conto di terzi è pari o superiore a 30.000 €.6) il valore nominale dei crediti acquisiti per operazioni di factoring, sconto portafoglio pro soluto e cessione di credito è pari o superiore a 30.000 €; 7) sono stati passati a perdita crediti in sofferenza di qualunque importo; 8) il valore nominale dei crediti non in sofferenza ceduti a terzi dall’intermediario segnalante è pari o superiore a 30.000 €; 9) sono stati ceduti a terzi dall’intermediario segnalante crediti in sofferenza di qualunque importo.Per quanto riguarda le segnalazioni dovute normalmente a ritardo nei pagamenti è poi necessario comprendere la differenza tra le varie tipologie (esposizioni scadute e/o sconfinate, incaglio, sofferenza, credito ristrutturato)Quanto alle c.d. esposizioni scadute e/o sconfinate va detto che delle vere e proprie conseguenze scattano soltanto per inadempimenti superiori a 90 gg (anche su una sola linea di credito). Sotto questa soglia pur, essendo registrato uno sconfino/scaduto non si rientra in una classificazione penalizzante.Anche il ritardo continuato superiore a 90 gg, in ogni caso, non basta per incorrere in conseguenze negative, dovendosi, contestualmente verificare almeno una delle due seguenti ipotesi:1) media giornaliera ultimo trimestre precedente del rapporto fra totale scaduti (anche inferiori a 90 giorni) e totale dell'esposizione pari o superiore al 5%;2) nel giorno della segnalazione il rapporto fra totale scaduti (anche inferiori a 90 giorni) e totale esposizione pari o superiore al 5%.Invece l'esposizione scaduta e sconfinata da più di 180 giorni è definita "Past due" ed è una segnalazione piuttosto grave che può anticipare la classificazione della sofferenza ad "incaglio".Con il termine incaglio, si definisce, infatti, quella situazione di perdurante difficoltà nella quale si trova il soggetto/cliente e non già la singola linea di credito.In tal caso il cliente è pesantemente pregiudicato nel rapporto bancario, visto che possono essergli negati rinnovi delle linee di credito ovvero negati nuovi affidamenti. In ogni caso l'incaglio non è segnalato nella "Centrale Rischi pubblica".Passaggio ulteriore è costituito dall'insolvenza, tecnicamente definibile come un continuativo e ingiustificato inadempimento del debito che possa far ipotizzare l'inefficacia di un recupero coattivo del credito. Tale situazione che di fatto non esclude la possibilità, comunque, di rientro non è mai definitiva.Il credito ristrutturato può essere la conseguenza di un accordo transattivo con il quale la banca, pur di recuperare una parte del proprio credito accetta una somma inferiore a quella vantata.Un'ulteriore condizione è che il cliente versi in gravi difficoltà economiche-finanziarie ovvero che abbia già precedentemente versato nello stato di incaglio. Una volta segnalato in tal senso per il cliente è sufficiente un ritardo maggiore di 30 giorni per passare automaticamente a "sofferenza".In ogni caso l'intermediario finanziario non è più tenuto a segnalare un soggetto alla Centrale dei Rischi quando il suo indebitamento complessivo è sceso al di sotto la soglia di 30.000 euro ovvero quando il finanziamento è estinto. L'ipotesi più grave è quella della sofferenza che non scatta automaticamente da un mero ritardo nei pagamenti, nè viene influenzata dalla presenza o meno di garanzie. Una posizione è, infatti, classificata "a sofferenza" soltanto dopo una valutazione complessiva da parte della banca della situazione del cliente. Con il termine "sofferenza" si intende comunemente uno status di persistente instabilità patrimoniale e finanziaria che rende potenzialmente difficoltoso il recupero del credito da parte dell'intermediario.Con l'entrata in vigore delle disposizioni della Banca d'Italia poi (13° aggiornamento Marzo 2010), lo status di sofferenza deve essere necessariamente comunicato dalla banca al cliente in occasione della prima segnalazione. La classificazione a sofferenza scaturisce, inoltre, non solo da uno stato di insolvenza manifesta, ma anche se il credito in questione viene contestato dal cliente.In tale ultimo caso, così come da disposizioni della Banca d'Italia, l'intermediario finanziario, deve segnalare in Centrale Rischi l'opposizione del cliente.La segnalazione in sofferenza pregiudica definitivamente ogni possibilità di ottenere nuove linee di credito o di rinnovare quelle già esistenti.Un'ultimo cenno merita la categoria dei "rischi su autoliquidanti e sui crediti scaduti pagati e impagati".I crediti scaduti diventano tali nel momento in cui, ad esempio, il pagamento di una fattura portata allo sconto non è ancora avvenuto nonostante sia decorso il termine in esso indicato.In questa categoria vanno poi distinti i crediti pagati da quelli impagati. Quest'ultima categoria è da considerare particolarmente rischiosa in quanto il perdurare di questa segnalazione comporta il passaggio della posizione da “rischio autoliquidante” a “rischio a revoca” con tutte le conseguenze negative ad essa connesse.Ogni segnalazione alla Centrale Rischi, a seconda della sua tipologia ha un proprio codice identificativo. Per praticità e comodità di lettura è possibile scaricare e consultare questo file elaborato dal sito www.tuttocentrale rischi.it che contiene una vera e propria legenda.Con il 14° aggiornamento delle disposizioni in materia di segnalazioni la Banca d'Italia ha poi inserito ulteriori importanti novità.Innanzitutto gli intermediari, su richiesta, devono rendere nota all’interessato la sua posizione di rischio, quale risulta dai flussi informativi ricevuti dalla Banca d’Italia anche al cliente/consumatore la cui domanda di credito sia stata rifiutata sulla base delle informazioni presenti in Centrale Rischi, mentre per il cliente/imprenditore, l'intermediario deve fornire tali informazioni indipendentemente dalla richiesta avanzata.In crediti prescritti non possono essere più oggetto di segnalazione, a partire dalla rilevazione relativa al mese in cui la prescrizione è maturata.Quanto all'obbligo di comunicazione al cliente della prima segnalazione a sofferenza è stato esteso l’obbligo di avviso scritto da parte degli intermediari non solo al soggetto debitore, ma anche agli eventuali coobbligati (es: soggetti garanti, soci illimitatamente responsabili, ecc..)Come è evidente, dunque, una segnalazione alla Centrale Rischi può di fatto paralizzare l'attività economica di un determinato soggetto attesa l'impossibilità di quest'ultimo di accedere a delle forme di finanziamento da parte degli istituti di credito.Per tali motivi è opportuno soffermarsi sulle ipotesi (elaborate anche dalla giurisprudenza) di illegittimità della segnalazione e sulle conseguenti responsabilità a carico dell'intermediario. Si legge nella pronuncia dell'Arbitro Bancario e Finanziario di Napoli del 23.03.2016 che: è illegittima, e perciò ne va ordinata la cancellazione, la segnalazione a sofferenza in Centrale dei rischi allorquando la banca, dando corso e portando a conclusione le trattative di rientro, ha ponderato le complessive condizioni economiche del debitore e soprattutto non ha manifestato particolari timori sull’eventuale irrealizzabilità delle avviate operazioni transattive.L’intervenuta segnalazione si pone in contrasto con il comportamento esigibile che impone all’intermediario di preavvisare il segnalando della sua imminente iscrizione negativa nella Centrale dei rischi, a nulla rilevando che il segnalato sia una società, poiché è evidente che il comportamento assunto dalla banca violi il canone generale di comportarsi secondo buona fede e correttezza, nella peculiare conformazione che esso assume per la protezione degli interessi dell’altro contraente, in una prospettiva di equilibrato soppesamento dei rischi cui quest’ultimo potrebbe essere esposto.In Cassazione civile, sez. I 01 aprile 2009, n. 7958 si afferma che: "la segnalazione di una posizione "in sofferenza" presso la Centrale Rischi della Banca d'Italia, secondo le istruzioni del predetto istituto e le direttive del CICR, richiede una valutazione, da parte dell'intermediario, riferibile alla complessiva situazione finanziaria del cliente, e non può quindi scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente, con la condizione d'insolvenza ed ancora: "Nella gestione della Centrale dei Rischi, la Banca d'Italia non si sottrae alla disciplina generale in tema di trattamento dei dati personali, dettata dal d.lgs. 3 giugno 2003, n. 196, in quanto la riconducibilità di tale trattamento all'ipotesi prevista dall'art. 8, comma 2, lettera d), del d.lgs. cit. esclude soltanto l'applicabilità della tutela amministrativa e di quella alternativa alla tutela giurisdizionale, ma non anche di quella giurisdizionale prevista dall'art. 152 e di quella dinanzi al Garante nelle forme previste dall'art. 141, lettere a) e b): è pertanto configurabile una responsabilità civile della Banca d'Italia in relazione ai danni cagionati dal predetto trattamento, ai sensi dell'art. 11 del d.lgs. cit., con la conseguenza che spetta alla medesima Banca la legittimazione passiva in ordine all'azione proposta dall'interessato per ottenere la rettifica o la cancellazione della segnalazione erroneamente effettuata, in ordine alla quale il giudice, ai sensi dell'art. 152, comma 12, può provvedere anche in deroga al divieto di cui all'art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. E.".Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 2913 del 15 febbraio 2016) “ai fini della segnalazione alla centrale dei rischi, la nozione di insolvenza non si identifica con quella propria fallimentare, ma si concretizza in una valutazione negativa della situazione patrimoniale”, apprezzabile come deficitaria, ovvero come di "grave difficoltà economica”.Quanto alle conseguenze dell'illegittima segnalazione, invece, per giurisprudenza ormai costante sussiste a carico dell'intermediario una duplice forma di responsabilità e, cioè, sia da fatto illecito ex art. 2050 C.C. (per violazione delle norme sul trattamento dei dati personali ex dlgs 196/2003) sia di tipo contrattuale per violazione degli obblighi di correttezza e buona fede in corso di rapporto.Il Tribunale di Mantova nella sentenza del 27.05.2008 ha affermato che: "la lesione arrecata per effetto della illegittima segnalazione è di notevole gravità comportando l’esclusione del segnalato dal credito bancario o comunque la difficoltà se non impossibilità di accedervi e che la banca incorre, in tal caso, nella c.d. responsabilità da inesatte informazioni che si connota sia come responsabilità extracontrattuale da fatto illecito, sia come responsabilità contrattuale per violazione delle norme di comportamento esistenti tra banca e cliente, determinandosi un danno che si ritiene sussistere in re ipsa e che legittima pertanto il diritto al risarcimento senza che incomba sul danneggiato l’onere di fornire la prova dell’esistenza del danno (sia patrimoniale che non patrimoniale).La Corte di Cassazione ha inoltre ormai affermato il principio secondo il quale il danno da errata segnalazione è in re ipsa ovvero esiste per il solo fatto che l’intermediario abbia erroneamente segnalato il cliente senza che questi debba fornire l'effettiva prova del danno (così in Cass. Civ. sez. III 4881/2001.Da ciò ne consegue che il cliente che ritenga di aver sofferto un danno dall’illegittima segnalazione operata da parte della propria banca, potrà limitarsi ad affermare di aver subito il danno senza dover necessariamente dimostrare l’esistenza di un nesso causale tra la condotta dell'intermediario ed il pregiudizio patito.Ciò premesso, in sede giudiziaria, il cliente che si ritenga ingiustamente segnalato avrà la possibilità di agire, sia per ottenere l’immediata cancellazione della segnalazione ritenuta illegittima, sia per ottenere il ristoro dei danni patiti in ragione della stessa. E' evidente che in caso di segnalazione illegittima il danno per il cliente consiste innanzitutto nell'impossibilità di poter usufruire dell'accesso al credito bancario sia che si tratti di errore materiale nella segnalazione (nominativo, importo, ecc..), sia che si tratti di un errore di classificazione (es: sofferenza al posto di credito ristrutturato).L'autorità giudiziaria investita della questione dovrà quindi, preliminarmente accertare di quale tipologia di errore si tratti e quindi procedere alla quantificazione del danno.Accertata la tipologia di responsabilità nella quale l'intermediario è incorso il cliente erroneamente segnalato avrà diritto al risarcimento del danno sia patrimoniale che morale.Una segnalazione errata determina, infatti, in primo luogo, un danno morale da immagine e da reputazione (essendo il cliente considerato un "cattivo pagatore") che potrà essere quantificato in via equitativa.Quanto al danno patrimoniale, invece, si dovrà considerare la perdita di potere economico derivante dalla revoca degli affidamenti da parte di tutti gli istituti di credito, conseguenza alla quale va incontro appunto il soggetto segnalato.In tal caso il danno andrà calcolato appunto sulla base di tali parametri e, a seconda dei casi, sulle perdite derivanti a carico dei clienti dall'impossibilità di continuare a beneficiare delle linee di credito a loro concesse.
pubblicato 30 mar 2017, 14:44 da Emilio Curci
aggiornato in data 31 mar 2017, 01:47
In questo contributo esaminiamo un argomento che sta assumendo sempre maggiore rilevanza negli ultimi anni, stante il crescente utilizzo da parte dei consumatori dello strumento degli acquisti di beni o di servizi on line o, comunque, senza il contatto diretto con il venditore.Tale situazione, come è evidente, ha reso necessario approntare una maggiore tutela proprio nei confronti degli acquirenti che, saltando la fase dell'esame diretto del prodotto, lo acquistano semplicemente visualizzandolo in rete ovvero leggendone la sua descrizione, ovvero ricevendone le relative informazioni dall'intermediario che lo propone in vendita.Per questi motivi il consumatore "a distanza" deve essere tutelato in maniera più efficace rispetto al consumatore tradizionale con la possibilità, per qualsiasi motivo, di poter "ripensare" all'acquisto effettuato avendo a disposizione un congruo termine per esercitare tale diritto e poter così recedere dal contratto restituendo il prodotto al venditore con il conseguente rimborso di quanto già anticipato.Tecnicamente va precisato che quello che genericamente viene definito "diritto di ripensamento" è in realtà un'altra forma di recesso che si aggiunge a quelle già previste dalla legge in favore del consumatore, ma che a differenza di queste ultime che possono essere esercitate solo in casi specifici o se previste dai contratti, non prevede alcuna condizione o motivo particolare, purchè il consumatore manifesti la sua volontà di recedere dal contratto entro 14 giorni ovvero, come si vedrà più avanti entro un anno dall'acquisto, qualora non sia stato adeguatamente informato dal venditore.La normativa in Italia è essenzialmente rappresentata dal Codice del Consumo (Dlgs 206/2005), così come integrato dal Dlgs 21/2014 che ha sostanzialmente recepito la direttiva europea sui diritti dei consumatori n. 83/2011.Nell’articolo 9, paragrafo 1, della direttiva è stato, infatti, stabilito che il consumatore deve avere un periodo di almeno 14 giorni (e, dunque, non più di 10 come avveniva per la previgente normativa) per recedere da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali senza dover fornire alcuna motivazione e senza dover sostenere alcuna penale.Prima di entrare nel merito della specifica disciplina prevista per l'esercizio del diritto di recesso è opportuno ricordare che le norme in questione si applicano solo ai contratti conclusi a distanza o, comunque, fuori dai locali commerciali, dovendosi intendere appunto per locali commerciali tutti quelli anche occasionali o, comunque, non "stabili" (es: gli stand di una fiera) nei quali ci sia comunque, un contatto diretto tra acquirente e venditore.Il caso è stato, infatti, espressamente affrontato e risolto dalla Cassazione Civile, Sez. VI che, con sentenza 25 settembre-28 ottobre 2014, n. 22863 ha affermato il principio secondo cui "i contratti negoziati nelle fiere, saloni ed esposizioni si presentano come sede dislocata, pur se sporadica e provvisoria, di una parte degli affari dell’impresa, per il tempo per cui si protrae la manifestazione commerciale". non potendosi ad essi dunque applicare la disciplina di tutela dei consumatori.Quanto alle parti contrattuali va, invece, precisato che debba appunto trattarsi, da un lato, di un venditore professionale e cioè di soggetto che svolga appunto tali funzioni nell'esercizio della propria attività imprenditoriale e, dall'altro di un consumatore persona fisica, escludendosi, perciò da tale categoria l'acquirente professionale (ed ossia o un altro imprenditore o un professionista).Il consumatore deve essere infatti una "persona fisica" e che agisca per scopi che possono
considerarsi estranei alla propria attività professionale escludendo così l'ipotesi in cui l'acquisto venga effettuato, a sua volta, per finalità produttive di beni o servizi (così in Cassazione Civile, 14 aprile 2000, n. 4843). Fatte queste dovute premesse e, tornando al merito della questione, come detto l'Italia ha recepito la direttiva comunitaria, modificando quanto già previsto nel Codice del Consumo, inserendo l'applicazione di tale termine di recesso (14 giorni) per tutti i contratti conclusi dopo il 13 giugno 2014, specificando, peraltro, che il consumatore deve essere correttamente informato del proprio diritto e che allo stesso deve essere consegnata o, comunque, messa a disposizione una apposita modulistica in tal senso.Sul venditore grava, dunque, un vero e proprio onere di informativa nei confronti del consumatore al fine di consentirgli l'effettivo esercizio del proprio diritto di ripensamento, prima ancora che il contratto a distanza sia concluso. Si può, dunque, parlare in questo caso di un onere che sussiste sin dalla fase precontrattuale. La norma di riferimento è rappresentata dall'art. 49 del Codice del Consumo nel quale si prevede espressamente che: “Prima che il consumatore sia vincolato da un contratto a distanza […], il professionista fornisce al consumatore le informazioni seguenti, in maniera chiara e comprensibile: […] h) in caso di sussistenza di un diritto di recesso, le condizioni, i termini e le procedure per esercitare tale diritto conformemente all'articolo 54, comma 1, nonché il modulo tipo di recesso di cui all'allegato I, parte B; i) se applicabile, l'informazione che il consumatore dovrà sostenere il costo della restituzione dei beni in caso di recesso e in caso di contratti a distanza qualora i beni per loro natura non possano essere normalmente restituiti a mezzo posta; […] m) se non è previsto un diritto di recesso ai sensi dell'articolo 59 (casi di esclusione), l'informazione che il consumatore non beneficerà di un diritto di recesso o, se del caso, le circostanze in cui il consumatore perde il diritto di recesso”.Il mancato adempimento di tale onere, da un lato, comporta delle conseguenze negative per il venditore e, dall'altro, determina un'accrescimento della tutela in favore del consumatore-acquirente, tanto che in mancanza di adeguate informazioni sull'esercizio del diritto di ripensamento, il termine per esercitare il recesso si allunga ad un anno e, non più a 14 giorni dall'acquisto.L'art. del Codice del Consumo infatti, stabilisce che: "se in violazione dell'articolo 49, comma 1, lettera h), il professionista non fornisce al consumatore le informazioni sul diritto di recesso, il periodo di recesso termina dodici mesi dopo la fine del periodo di recesso iniziale, come determinato a norma dell'articolo 52, comma 2. Se il professionista fornisce al consumatore le informazioni di cui al comma 1 entro dodici mesi dalla data di cui all'articolo 52, comma 2, il periodo di recesso termina quattordici giorni dopo il giorno in cui il consumatore riceve le informazioni.”La possibilità di recedere nei 14 giorni deve essere dunque espressamente inserita in una clausola contrattuale ben evidenziata e facilmente intellegibile tanto da consentirne un'immediata conoscenza da parte del consumatore. Sull'argomento si è già espressa la Corte di Cassazione (sebbene per un caso anteriore al 2014, ma parimenti valido per il principio enunciato) sostenendo che "nei contratti conclusi con i consumatori fuori dai locali commerciali la clausola relativa al diritto di recesso non può essere inserita in un contesto uniforme di clausole di apparente pari rilevanza. Tale clausola, infatti, deve essere evidenziata con caratteri grafici eguali o superiori a quelli degli altri elementi indicati nel documento". (così in Cass. Civ. sentenza n. 14762 del 3.10.2003).L’art. 49, lettera h), come detto, stabilisce anche un ulteriore dovere del professionista-venditore ed ossia quello consegnare all’acquirente un apposito modello preimpostato per l’esercizio del recesso (anche eventualmente con modalità informatiche) che, all’occorrenza, questi può compilare e spedire per manifestare la sua volontà.Sul punto è bene precisare che il consumatore e' libero di scegliere di utilizzare il modulo precompilato ovvero di redigere una propria lettera, perchè lo stesso eserciti, però, in maniera chiara il proprio diritto dichiarando esplicitamente che ne vuole fruire, fornendo esattamente i suoi dati, nonchè il riferimento specifico al contratto dal quale vuol recedere, utilizzando per l'invio l'indirizzo del venditore riportato sul contratto o, comunque, sull'offerta.Sebbene la legge sulle modalità di invio non preveda in maniera esplicita l'obbligo di invio attraverso raccomandata ovvero attraverso posta elettronica certificata è opportuno che l'invio avvenga appunto in una di queste modalità soprattutto al fine di poter dimostrare l'effettiva data di spedizione della comunicazione.Vale la pena ricordare che la sentenza sopra citata si sofferma anche su tale questione, definendo “incompleta” l’informazione sul recesso laddove manchino le indicazioni circa i casi di esclusione del recesso e la modalità con la quale deve essere spedita e ricevuta la comunicazione del consumatore sull’intenzione di recedere.Come sopra ricordato il consumatore ha 14 giorni per recedere dal suo comunicando la circostanza al venditore.Tale periodo comincia a decorrere in maniera differente nei seguenti casi:- per i contratti di servizi (es: telefonici) dal giorno della conclusione del contratto;- per i contratti di vendita, dal giorno in cui il consu­matore entra in possesso dei beni acquistati;- per la fornitura di acqua, gas o energia elettrica, (quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata), di teleriscaldamento o di contenuto digitale non fornito su un supporto materiale, dal giorno della conclusione del contratto.E' importante sottolineare come l'acquirente non deve specificare i motivi del recesso, ma appunto è sufficiente che lo esprima nei detti termini.Sull'argomento va ricordato che tale concetto è applicabile a qualsiasi tipo di acquisto indipendentemente dalla sua natura o dal momento in cui viene effettuato, ricomprendendosi, perciò, in tale fattispecie anche i prodotti venduti durante il periodo dei c.d. "saldi" nel quale vengono normalmente applicati degli sconti più elevati, non legati alla minore qualità del bene, ma inseriti in un contesto di usi commerciali per i quali a fine stagione tutti gli articoli vengono offerti a prezzi ribassati.Ai fini del computo del calcolo dei detti giorni, in assenza di diverse indicazioni previste dalla norma, andrà preso a riferimento il criterio dettato dall'art. 2963 C.C. in tema di prescrizione, norma che espressamente prevede che: "i termini di prescrizione contemplati dal presente codice e dalle altre leggi si computano secondo il calendario comune [155, 2 c.p.c.].Non si computa il giorno nel corso del quale cade il momento iniziale del termine e la prescrizione si verifica con lo spirare dell'ultimo istante del giorno finale. Se il termine scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo.In sostanza per calcolare la scadenza del termine è necessario partire, senza computarlo dal giorno in cui il consumatore entra in possesso del prodotto (o conclude il contratto) e proseguendo sino al 14° giorno successivo che, invece, contrario, va calcolato.L'art. 67 del codice del consumo, al comma 2 prevede poi che "per i contratti riguardanti la vendita di beni, qualora vi sia stata la consegna della merce, la sostanziale integrità del bene da restituire e’ condizione essenziale per l’esercizio del diritto di recesso. E’ comunque sufficiente che il bene sia restituito in normale stato di conservazione, in quanto sia stato custodito ed eventualmente adoperato con l’uso della normale diligenza".Dunque affinchè possa essere validamente esercitato il recesso è necessario che il bene sia sostanzialmente integro o, comunque, sia stato custodito in un normale stato di conservazione secondo le regole dell'ordinaria diligenza.Un'interessante sentenza del Giudice di Pace di Taranto (la n. 1326/2016 del 19.04.2016) ha affrontato la questione stabilendo che la condizione dell'integrità è limitata però unicamente al prodotto in sè e non anche all'involucro o, comunque, alla confezione che lo contiene. Si legge, infatti, che: "tali condizioni, però, non possono certo essere riferite alla confezione e all’imballaggio, né possono risolversi nel divieto, per l’acquirente, di utilizzare il bene. Diversamente sarebbe precluso all’acquirente il diritto di ispezionare la merce, di verificare la sua idoneità all’uso e l’assenza di vizi".Il professionista-venditore che riceve la comunicazione di recesso, deve, quindi, dare al consumatore immediata conferma di ricevimento della stessa.Dall'esercizio del diritto di recesso derivano conseguentemente specifici obblighi anche per il consumatore, il quale, una volta comunicata tale volontà deve procedere alla spedizione del prodotto ricevuto entro 14 giorni, con onere a suo carico delle relative spese di spedizione, fatta sempre salva la possibilità che il venditore decida di accollarsi tali spese, indicandolo espressamente nelle condizioni contrattuali accettate al momento dell'acquisto.L'art. 57 infatti prevede al primo comma che: "A meno che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, il consumatore restituisce i beni o li consegna al professionista o a un terzo autorizzato dal professionista a ricevere i beni, senza indebito ritardo e in ogni caso entro quattordici giorni dalla data in cui ha comunicato al professionista la sua decisione di recedere dal contratto ai sensi dell'articolo 54. Il termine è rispettato se il consumatore rispedisce i beni prima della scadenza del periodo di quattordici giorni. Il consumatore sostiene solo il costo diretto della restituzione dei beni, purché il professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare il consumatore che tale costo è a carico del consumatore. Nel caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali in cui i beni sono stati consegnati al domicilio del consumatore al momento della conclusione del contratto, il professionista ritira i beni a sue spese qualora i beni, per loro natura, non possano essere normalmente restituiti a mezzo posta".Sul punto è dunque importante evidenziare che il termine dei 14 giorni si intende rispettato se il cliente rispedisce i beni prima della scadenza del termine stesso essendo necessario a tale scopo essere in possesso della prova di avvenuta consegna all’ufficio postale ovvero al corriere nei termini previsti.Il professionista, una volta ricevuto in restituzione il prodotto, potrà eventualmente valutare e sottoporre a perizia l’oggetto, e ritenere responsabile il consumatore per l’eventuale “diminuzione di valore” dello stesso qualora risulti che ne sia stata fatta una manipolazione diversa da quella necessaria per stabilire la natura, le caratteristiche e il funzionamento.In sostanza se il consumatore ha utilizzato il bene acquistato danneggiandolo e provocando una diminuzione di valore, sorge una sua responsabilità nei confronti del venditore.L'art. 57, infatti, al comma 2 prevede che: Il consumatore è responsabile unicamente della diminuzione del valore dei beni risultante da una manipolazione dei beni diversa da quella necessaria per stabilire la natura, le caratteristiche e il funzionamento dei beni.Sempre la stessa norma, però, anche in caso di eventuale danneggiamento esclude la responsabilità dell'acquirente "se il professionista ha omesso di informare il consumatore del suo diritto di recesso a norma dell'articolo 49, comma 1, lettera h)".L'art. 56 del codice del Consumo disciplina gli obblighi che sorgono in capo al venditore in capo di recesso.Una volta ricevuta l'espressa dichiarazione del consumatore della sua volontà di procedere alla restituzione del bene acquistato il venditore ha poi l’obbligo di restituire senza indebito ritardo tutte le somme ricevute comprensive delle spese di spedizione entro 14 giorni dal giorno in cui è informato della decisione del consumatore di recedere dal contratto.La norma citata aggiunge che: "il professionista esegue il rimborso di cui al primo periodo utilizzando lo stesso mezzo di pagamento usato dal consumatore per la transazione iniziale, salvo che il consumatore abbia espressamente convenuto altrimenti e a condizione che questi non debba sostenere alcun costo quale conseguenza del rimborso. Nell'ipotesi in cui il pagamento sia stato effettuato per mezzo di effetti cambiari, qualora questi non siano stati ancora presentati all'incasso, deve procedersi alla loro restituzione. È nulla qualsiasi clausola che preveda limitazioni al rimborso nei confronti del consumatore delle somme versate in conseguenza dell'esercizio del diritto di recesso".Il venditore, invece, non è tenuto a rimborsare i costi supplementari di spedizione, qualora il consumatore abbia scelto espressamente un tipo di consegna diversa dal tipo meno costoso di consegna offerto dal professionista (es: un corriere più rapido e più costoso rispetto a quello utilizzato per la consegna originaria).Il rimborso deve avvenire appunto utilizzando lo stesso mezzo di pagamento prescelto dal compratore a distanza e, dunque, ad esempio il bonifico bancario, ovvero l'accredito su carta di credito qualora sia stato scelto per l'acquisto l'uno o l'atro mezzo.Un eccezione alla "rapidità" nel rimborso è rappresentata, invece, dal comma 3 dell'art. 56 laddove è previsto che: "salvo che il professionista abbia offerto di ritirare egli stesso i beni, con riguardo ai contratti di vendita, il professionista può trattenere il rimborso finchè non abbia ricevuto i beni oppure finchè il consumatore non abbia dimostrato di aver rispedito i beni, a seconda di quale situazione si verifichi per prima”. E' evidente che dovrà essere specificato nelle condizioni contrattuali al verificarsi di quale condizione il venditore provvederà al rimborso in caso di recesso.In sostanza il venditore, sempre che lo abbia indicato nel contratto potrebbe ritardare il pagamento fino al momento dell'effettiva restituzione dei beni, purchè ne abbia fatto espressa menzione in contratto. In mancanza di tale indicazione nelle clausole contrattuali non potrà, invece, sollevare tale eccezione.Un ultimo cenno, infine va fatto alle ipotesi di esclusione dal diritto di recesso espressamente previste dall'art. 59 tra le quali:- la fornitura di beni personalizzati o confezionati su misura;- la fornitura di beni deteriorabili;- la fornitura di beni sigillati che, per motivi di sicurezza o di salute, non si prestano alla loro restituzione dopo l’apertura;- l a fornitura di bevande alcoliche il cui prezzo, concordato, sia legato a fluttuazioni di mercato e la cui consegna non possa avvenire prima di 30 giorni;- la fornitura di giornali, riviste e periodici;- la fornitura di video/audio/software consegnati sigillati e che siano stati aperti;- i contratti in cui il consumatore ha specificamente richiesto una visita da parte del professionista ai fini dell’effettuazione di lavori di riparazione o manutenzione;- i contratti conclusi in occasione di un'asta pubblica;- la fornitura di alloggi per fini non residenziali, il trasporto di beni, i servizi di noleggio di autovetture, i servizi di catering o i servizi riguardanti le attivita' del tempo libero qualora il contratto preveda una data o un periodo di esecuzione specifici;- la fornitura di contenuto digitale mediante un supporto non materiale se l'esecuzione e' iniziata con l'accordo espresso del consumatore e con la sua accettazione del fatto che in tal caso avrebbe perso il diritto di recesso.In tali casi, espressamente previsti il venditore può rifiutare la restituzione del prodotto, negando il rimborso del prezzo pagato, ma ciò può avvenire soltanto se siano state indicati nelle condizioni generali i prodotti per i quali è esclusa appunto la facoltà di recesso generalmente prevista per tutti gli acquisti a distanza dal citato articolo 54.
aggiornato in data 27 mar 2017, 02:27
aggiornato in data 29 nov 2012, 08:42