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Timestamp: 2020-07-16 16:04:39+00:00
Document Index: 140726417

Matched Legal Cases: ['art. 70', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Newsletter n. 22 dell’8 luglio 2015, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 22 dell’8 luglio 2015
Continua il processo penale per le vittime da sangue infetto.
Lo Studio Lana Lagostena Bassi ottiene un risarcimento milionario in materia di danno da emotrasfusione con sangue infetto.
L’accordo UE sulla ridistribuzione di 40.000 richiedenti asilo in due anni.
La Cassazione ha deciso: cambio di cognome per una bimba riconosciuta dal papà.
La Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara il matrimonio omosessuale un diritto costituzionalmente garantito.
“Chi inquina paga”: multa di 18,7 miliardi di dollari alla BP per il disastro nel Golfo del Messico.
Lo scorso 1° luglio si è tenuta innanzi al Tribunale penale di Napoli una nuova udienza del processo per lo scandalo del sangue infetto contro l’imprenditore toscano Guelfo Marcucci, amministratore e manager dell’omonima azienda farmaceutica italiana di prodotti emoderivati, nonché contro l’ex direttore generale del Servizio farmaceutico della Sanità, Duilio Poggiolini.
Nel corso dell’udienza i difensori dei due principali imputati hanno avanzato due richieste: la prima perché fosse dichiarato il legittimo impedimento dei rispettivi clienti a comparire in udienza, in virtù di ostative ragioni di salute; tale domanda, tuttavia, è stata immediatamente respinta dal Giudice Dott. Ceppaluni.
In seconda istanza, gli avvocati di Marcucci e Poggiolini hanno sollevato un’eccezione di incapacità ex art. 70 c.p.p., ritenendo che, per l’età avanzata, gli imputati non siano in grado di partecipare coscientemente al processo.
Alla luce di questa seconda richiesta, alla quale ha aderito anche il PM, il Giudice ha disposto la perizia delle parti, ed ha pertanto rinviato al prossimo 9 luglio per la nomina di un consulente tecnico di ufficio che valuti l’effettiva capacità degli imputati a percepire il significato dell’accusa e dell’eventuale condanna.
Gli Avvocati dello Studio Lana Lagostena Bassi, costituiti parte civile nel suddetto procedimento nell’interesse dei propri Assistiti, non possono che esprimere il loro perplessità e stupore di fronte all’accoglimento di un’istanza che ha chiaramente fini dilatori con riferimento ad un processo già iniziato con moltissimo ritardo rispetto ai fatti di cui è causa.
Lo scorso 25 giugno lo Studio Lana Lagostena Bassi ha ottenuto, innanzi al Tribunale Ordinario di Roma, un importante risultato in materia trasfusioni di sangue infetto. La sentenza di cui si discute si è pronunciata su una domanda di risarcimento danni, promossa nei confronti del Ministero della Salute, dagli eredi di un soggetto deceduto a seguito delle emotrasfusioni subite a cavallo tra il 1984 e il 1985.
Il Tribunale, affermando ancora una volta i principi della giurisprudenza sul tema del risarcimento dei danni subiti dai congiunti (ex multis, Cass. Civ., SS.UU., 11 gennaio 2008, n. 581), ha ravvisato nel comportamento omissivo dell’Amministrazione gli estremi del reato di omicidio colposo ed ha ritenuto che, nel caso di specie, dovesse applicarsi il termine di prescrizione decennale.
Il Tribunale, inoltre, ha ritenuto che il diritto al risarcimento dei danni subiti in proprio dagli eredi a causa del decesso del congiunto si prescriva in dieci anni a decorrere dal giorno della scomparsa del congiunto. Alla luce di quanto sopra, il Giudice, Dott.ssa Carpinella, ha riconosciuto alla moglie ed ai figli del soggetto deceduto il diritto al risarcimento dei danni subiti, di oltre un milione di euro. Gli Avvocati Mario Lana, Anton Giulio Lana, Mario Melillo e Valentina Rao – soci dello Studio Lana Lagostena Bassi – non possono che ritenersi soddisfatti per lo straordinario risultato raggiunto nel caso di specie, frutto di una battaglia legale – svolta sia nella sede giudiziale che fuori dale aule dei tribunali – che ormai li vedono in prima linea da oltre venti anni. Il testo integrale della sentenza è consultabile qui.
Lo scorso 26 giugno il Consiglio Europeo ha raggiunto un accordo sulla ridistribuzione di 40.000 migranti, attualmente presenti in Italia e in Grecia, negli altri Stati membri dell’Unione nel corso dei prossimi due anni. A questi se ne aggiungeranno altri 20.000, secondo un accordo che sarà definito entro la fine di luglio e che sarà operativo già dopo l’estate. La decisione è stata presa in seguito ad una lunghissima discussione tra i capi di Stato e di Governo dell’Unione sulle misure proposte dalla Commissione europea nel mese di aprile.
Il nodo cruciale del dibattito riguarda la natura di tale meccanismo. Invero, la ridistribuzione dovrebbe avvenire non più “su base volontaria”, come era originariamente previsto, ma secondo una procedura vincolante. Il testo definitivo sarà redatto, nel corso delle prossime settimane, dai rappresentanti diplomatici dei ventotto Stati membri.
Tale provvedimento può essere considerato un primo passo verso una ritrovata coesione dell’Unione Europea in materia di immigrazione e, in particolare, di accoglienza dei rifugiati politici. Occorre, infatti, riportare l’attenzione sulla differenza sostanziale tra i c.d. migranti economici, che, se giunti nell’Unione senza effettivi motivi legali per restarvi, devono essere rimpatriati, e coloro che giungono in territorio europeo con un chiaro bisogno di protezione internazionale, per i quali è necessario adottare adeguate misure di tutela in conformità alla nostra Costituzione.
Ancora una volta torna all’attenzione delle nostre Corti l’annosa questione del cognome da attribuire ai figli: quello materno, quello paterno o quello di entrambi?
Con la sentenza n. 12640, depositata il 18 giugno 2015, la Corte di Cassazione ha aderito alla lettura della Corte d’Appello di Ancona nel caso di una donna che si era opposta all’attribuzione del patronimico alla sua bimba, riconosciuta dal padre dopo tre anni dalla nascita.
Secondo la ricorrente, i giudici di merito avevano disposto la sostituzione del cognome materno con quello paterno in maniera quasi “automatica”, senza tenere in considerazione l’effettivo interesse della minore. Tra l’altro, i giudici erano andati ben oltre la richiesta del padre il quale desiderava solo l’aggiunta del suo cognome a quello materno e non la sua totale sostituzione.La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta della ricorrente affermando che l’assunzione del cognome paterno, salvo i casi in cui da esso possa derivare un danno al minore a causa della reputazione del padre, può non essere disposta solo nei casi in cui il cognome della madre sia talmente associato al minore, nel contesto sociale in cui vive, che la sua sostituzione comporterebbe un’ingiusta privazione della sua personalità.
Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che la bambina non subirà alcun pregiudizio dalla sostituzione del cognome poiché, non avendo ancora raggiunto la fase adolescenziale o pre-adolescenziale, la sua identità non può considerarsi pienamente formata e definitiva. I supremi giudici escludono, inoltre, la possibilità della sola aggiunta del cognome paterno a quello materno dichiarando “l’implausibilità sociale del doppio cognome”.
La Corte di Cassazione non prende infine in considerazione la precedente ammonizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, nel caso Cusan e Fazzo c. Italia, aveva condannato l’Italia per la violazione del divieto di discriminazione (art. 14 CEDU) e del diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8 CEDU), ricordando l’importanza di procedere verso l’uguaglianza tra i sessi attraverso l’eliminazione delle discriminazioni fondate sul sesso nella scelta del cognome, non ritenendo tale caso attinente alla fattispecie in esame.
La decisione della Corte di Cassazione farà sicuramente discutere, soprattutto nel punto in cui non consente l’aggiunta del cognome paterno a quello materno. Sebbene il doppio cognome sia ancora in Italia “poco comune”, questa sentenza poteva costituire il primo passo per degli sviluppi futuri in materia, anche in conformità a quanto avviene in altri Paesi europei.
È auspicabile un cambio di registro relativamente a tali questioni, al fine di assicurare che il diritto all’eguaglianza e alla parità di trattamento dei genitori siano effettivamente rispettati.
E’ di venerdì 26 giugno 2015 una landmark decision della Corte Suprema americana destinata ad entrare nella storia. Chiamati a decidere il caso “Obergefell v. Hodges” i giudici statunitensi si sono pronunciati sulla spinosa tematica del matrimonio omosessuale. Nel caso di specie, quattordici coppie omosessuali e due uomini, vedovi dei loro partners, lamentavano una violazione del quattordicesimo emendamento alla Costituzione, per mancato rispetto della clausola della cosiddetta “equal protection of law” ivi contenuta, non potendo contrarre o non potendo vedersi riconosciuto il matrimonio già legalmente contratto in altri Stati della federazione. Le Corti di Appello degli Stati in questione (Michigan, Kentucky, Ohio e Tennessee) avevano precedentemente statuito l’assenza di un obbligo costituzionale per le amministrazioni statali stesse di riconoscere o autorizzare la celebrazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Opinione che non è stata però fatta propria dalla U.S. Supreme Court la quale a maggioranza di 5 giudici a 4 si è espressa accordando in via definitiva tale diritto in virtù del succitato quattordicesimo emendamento, elevando dunque il diritto a contrarre matrimonio per le coppie omosessuali al rango di costituzionale. Nella sentenza della Corte Suprema significativo è il riferimento all’inviolabile autonomia individuale, capace di inglobare anche il diritto alla scelta personale riguardante il matrimonio e, più in generale, la sfera e la vita sessuale di ciascun individuo. In conclusione perciò il diritto di celebrare matrimonio indipendentemente dal sesso dei due sposi è, in ultima istanza, riconducibile all’intangibile diritto al rispetto della dignità umana, toccando così tante sfaccettature della persona ed esistenza umana. Diritto perciò meritevole di trovare una protezione costituzionalmente garantita.
Era il 20 aprile 2010 quando nel Golfo del Messico si consumava uno dei più grandi attentati alla salute del nostro Pianeta: sulla Deepwater Horizon, una piattaforma petrolifera gestita dalla British Petroleum, un’improvvisa esplosione innescava un violentissimo incendio, provocando la morte di 11 persone e la fuoriuscita di un milione e 300 mila litri di greggio al giorno, per cinque mesi.
Occorsero 87 giorni per mettere un primo ‘tappo’, 107 giorni per bloccare lo sversamento e solo 152 giorni dopo l’operazione venne finalmente dichiarata conclusa. Il petrolio vomitato dal pozzo esploso nella Fossa di Macondo si riversò su mille e settecento chilometri di costa, colpendo Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana e Texas, e devastando la fauna e la vegetazioni di un ecosistema fragilissimo, fatto di acque costiere poco profonde e di paludi rifugio per gli uccelli migratori.
Oggi, a cinque anni di distanza da quel drammatico evento, alla multinazionale petrolifera viene finalmente presentato il salatissimo conto: 18,7 miliardi di dollari per risarcire i danni.
È il record storico in materia di danni ecologici quello che la Corte federale d’appello ha inflitto alla BP, società proprietaria ed utilizzatrice dell’isola artificiale, ritenuta responsabile del disastro. I giudici federali hanno, infatti, convalidato la sentenza del tribunale di primo grado dove la multinazionale britannica si era trovata a fronteggiare i 5 Stati del golfo danneggiati, oltre che lo stesso governo federale.
Tale sentenza si inserisce perfettamente nel solco già tracciato dalle altre storiche decisioni in tema di disastri ambientali, confermando la validità e l’attualità del principio del “chi inquina paga”, applicato già in occasione della rottura della super petroliera da 250 mila tonnellate della società Exxon, la “Valdez”, incagliatasi e squarciatasi in Alaska.
L’entità del risarcimento va però ridimensionandosi se si tiene in considerazione sia che i 18,7 miliardi di multa verranno dilazionati in un periodo tra i 15 e i 18 anni (la decisione finale sarà presa fra un anno), sia che la BP, nel solo 2014, ha avuto un fatturato di 6.400 miliardi di dollari ed un utile netto di 4mila miliardi. Ma soprattutto, cosa ancor più grave, non va dimenticato come tale risarcimento non condurrà mai ad una restitutio in integrum del patrimonio ambientale irreversibilmente danneggiato.
L’auspicio è comunque che tali condanne esemplari conducano ad una responsabilizzazione e ad una sempre maggiore eco-sostenibilità delle attività industriali di ogni sorta, non solo negli Stati Uniti, ma anche nel nostro paese dove, ad esempio, il caso ILVA rappresenta ancora una dolorosa ferita per il nostro ambiente e per la salute di tutti i cittadini di Taranto.
L’Unione forense per la tutela dei diritti umani (UFTDU), in collaborazione con l’European Inter University Centre for Human Rights (EIUC) ha organizzato la Summer School sulla “Tutela europea dei diritti fondamentali”, che si terrà a Venezia da lunedì 20 luglio a venerdì 24 luglio 2015 (dalle ore 09:30 alle ore 16:30), per una durata complessiva di 30 ore.
Si tratta di un’importante occasione per approfondire la tematica degli strumenti europei di protezione dei diritti umani (dalla CEDU alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e per analizzare il funzionamento delle Corti europee e la conoscenza della giurisprudenza in materia.