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Timestamp: 2017-12-11 18:59:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.24', 'art.102', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.26']

L’arbitrato una laica e libera riflessione! – Das HumanKapital
L’arbitrato una laica e libera riflessione!
Pubblicato da Davide de Palma il maggio 10, 2011 maggio 14, 2011
L’arbitrato nelle controversie di lavoro è una vecchia diatriba tutta italiana, che viene da lontano, tanto che Filippo Turati sosteneva che L’arbitrato è uno strumento educatore di tanto superiore ai rozzi arnesi fin qui immaginati da conservatori e da rivoluzionari per risolvere le questioni del lavoro. In tempi più recenti lo stesso Gino Giugni, l’architrave del diritto del lavoro italiano nonché il padre dello Statuto dei Lavoratori, a tal proposito scriveva Personalmente parlo di arbitrato fin da un saggio del 1969, che suscitò una reazione irata negli ambienti del Pci, mentre ottenne il plauso entusiastico di Giulio Pastore. E continuo a ritenere quella arbitrale l’unica alternativa possibile ai meccanismi dilatori della giustizia ordinaria. Nello stesso articolo precisava Lo statuto dei lavoratori presenta molti lati di ambiguità, perché nel momento in cui volle opporre al potere dell’imprenditore un contropotere in realtà di contropoteri ne mise in atto due : uno fu quello del sindacato, l’altro quello del giudice. Ed ancora in una intervista parlando della riforma del processo del lavoro del 1973, diceva Intorno al sindacato si era formata, negli anni precedenti alla riforma, una grande lobby forense, che ha sempre avversato l’arbitrato. La riforma processuale del 1973 è nata e si è retta su di un compromesso: una forte cooperazione del sindacato e dei suoi avvocati, che effettivamente è stata indispensabile per la sua attuazione, ma a condizione che si massacrasse l’arbitrato. Rispondendo ad un domanda che chiedeva di spiegare il perché non sia decollato in Italia un sistema giurisdizionale intersindacale, egli diceva La ragione di fondo è che il nostro è sindacalismo non soltanto di impronta marcatamente conflittuale (e fin qui non ci trovo nulla di negativo, perché tutti i sindacalismi devono essere conflittuali), ma che non ha mai dimostrato una adeguata capacità di gestione delle conquiste. Non a caso questo è un sindacalismo che trae impulso prevalentemente da spinte ideologistiche : il classismo marxista ed il solidarismo cattolico. Anima del sindacato italiano è la protesta contro il sistema capitalistico; è un sindacalismo che si esalta nei momenti di lotta. E anche la rivendicazione e la susseguente (eventuale) conquista contrattuale assumono importanza non tanto per il loro contenuto intrinseco, quanto per la loro capacità di creare movimento, dunque per la loro suscettibilità di costruire strumento di lotta. Non è un caso che il prof. Marco Biagi nel 2001 in una nota per l’allora ministro del lavoro Maroni scriveva Non credo che realisticamente qualcuno possa pensare che nel nostro Paese debba essere introdotta la libertà di licenziare. Questa libertà sarebbe comunque impedita dalla stessa Carta Sociale Europea che vuole che i licenziamenti siano giustificati, e quindi sindacabili (articolo 24). Non sono questi i termini della questione. Tra i termini fondamenti a cui forse alludeva il prof. Biagi c’è sicuramente la celerità del giudizio. Al lettore attento del ddl lavoro non sarà certo sfuggito che il ddl introduce una grossa novità, chiarisce in maniera minuziosa i termini di ogni procedimento. Tanto che possiamo realisticamente pensare che il legislatore fissa nei 5 mesi la risoluzione della controversia arbitrale. Non è un fatto di poco conto se si considerano i tempi della giustizia italiana, di seguito inseriamo una serie di tabelle che riassumono e che possono offrire al lettore una idea chiara e precisa su i tempi dell’attuale sistema giudiziario. I dati si riferiscono sia al primo grado che al grado di appello, essi possono con facilità esser scaricati dal sito giustiziaincifre.istat.it dove il lettore può, se ha la pazienza e la curiosità, approfondire la tematica.
Tabella 1 : procedimenti e durate medie in materia di lavoro, previdenza e assistenza. Ci si riferisce al primo grado.
Procedimenti e durate medie (in giorni) in materia di lavoro, previdenza e assistenza. Primo Grado. Anno 2006. Fonte : Istat
n. procedimenti esauriti con sentenza in materia di lavoro (subordinato e autonomo
Durata media in materia di lavoro (subordinato e autonomo)
Durata media in materia di lavoro subordinato
Durata media in materia di lavoro autonomo
n. procedimenti esauriti con sentenze in materia di previdenza e assistenza
Durata media in materia di previdenza e assistenza
Significativo è osservare che la durata media di un procedimento in primo grado in materia di lavoro è pari a 786 giorni, mentre in materia di previdenza e assistenza a 813 giorni.
Tabella 2 : procedimenti e durate medie (in giorni) in materia di lavoro, previdenza e assistenza
Procedimenti e durate medie (in giorni) in materia di lavoro, previdenza e assistenza. Grado di appello. Anno 2006. Fonte : Istat
Nel grado di appello la situazione non si modifica molto la durata media in materia di lavoro è pari a 701 giorni e in materia di previdenza di 834.
Tabella 3 : Le durate dei processi in materia di lavoro, previdenza e assistenza per fasi del processo. Primo Grado
Le durate dei processi in materia di lavoro, previdenza e assistenza per fasi del processo. Primo Grado (valori medi in giorni) anno 2006 – Fonte : Istat
Durata media dall’iscrizione a ruolo alla data della prima udienza Durata media dalla data della prima udienza alla definizione
Durata media complessiva Durata media dalla definizione alla pubblicazione
Tabella 4 : Le durate dei processi in materia di lavoro, previdenza e assistenza per fasi del processo. Grado di Appello
Le durate dei processi in materia di lavoro, previdenza e assistenza per fasi del processo. Grado di Appello (valori medi in giorni) anno 2006 – Fonte : Istat
Tabella 5 : Procedimento in materia di lavoro, previdenza e assistenza per oggetto della controversia.
Procedimento in materia di lavoro, previdenza e assistenza per oggetto della controversia. Primo Grado. Anno 2006. Fonte Istat
Corresponsione di retribuzione e di altre indennità di natura retributiva Determinazione delle mansioni e riconoscimento di una qualifica o grado superiore
Impugnazione di trasferimento o di provvedimento disciplinare Tutela della salute e della integrità fisica del lavoratore, tutela della maternità
Tutela della libertà e delle attività sindacali Corresponsione di provvigioni, onorari e di altro corrispettivo
Adempimenti di altri obblighi contrattuali
Corresponsione di pensione di vecchiaia
Corresponsione di pensione di invalidità
Corresponsione di pensione ai superstiti
Corresponsione di altre prestazioni previdenziali
Corresponsione di prestazioni assistenziali
Corresponsione di indennità o rendita per infortunio
Corresponsione di indennità o rendita per malattie professionali
Tabella 6 : Procedimento in materia di lavoro, previdenza e assistenza per oggetto della controversia.
Procedimento in materia di lavoro, previdenza e assistenza per oggetto della controversia. Grado di Appello . Anno 2006. Fonte Istat
In materia di lodo arbitrale la Corte Costituzionale più volte è stata chiamata ad esprimersi, in particolare nella sentenza n. 221 dell’Otto giugno 2005 scrive Questa Corte fin dalla sentenza n. 127 del 1997 (in realtà anche in precedenza; ma, nei casi allora sottopostile, aveva escluso che si fosse in presenza di un vero arbitrato obbligatorio: sentenze n.62 del 1968 e n.50 del 1966), ha osservato che, poiché la Costituzione garantisce ad ogni soggetto il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi, “il fondamento di qualsiasi arbitrato è da rinvenirsi nella libera scelta delle parti: perché solo la scelta dei soggetti (intesa come uno dei possibili modi di disporre, anche in senso negativo, del diritto di cui all’art.24, comma prima, Cost.) può derogare al precetto contenuto nell’art.102, comma prima, Cost.(…), sicchè la fonte dell’arbitrato non può più ricercarsi e porsi in una legge ordinaria o, più generalmente, in una volontà autoritativa.” Tale principio è stato costantemente ribadito da questa Corte con le sentenze n.325 del 1998, n.381 del 1997, n.54 del 1996, numeri 232,206 e 49 del 1994, n. 488 del 1991, e precisato nel senso che, anche qualora sia richiesto “l’accordo delle parti per derogare alla competenza arbitrale, si rimette pur sempre alla volontà della sola parte che non voglia tale accordo derogatorio, l’effetto di rendere l’arbitrato concretamente obbligatorio per l’altro soggetto che non l’aveva voluto”, essendo “sufficiente la mancata intesa sulla deroga della competenza arbitrale per vanificare l’apparente facoltatività bilaterale dell’opzione” (sentenza n.156 del 1996). La legge introduce, anche nell’ambito del privato l’arbitrato, (infatti nell’ambito dell’impiego pubblico esso è già presente da una decina d’anni) esso prevede che possa esser svolto presso le direzioni provinciali del lavoro e i collegi arbitrali (il legislatore prevede che le parti devono indicare il termine per l’emanazione del lodo, che non deve superare i 60 giorni e le norme a sostegno delle loro pretese ed infine l’eventuale richiesta di decidere secondo equità), presso le sedi individuate dalla contrattazione collettiva ( e qui si rimanda per un approfondimento alla contrattazione ) ed infine presso i collegi ad hoc ( composti da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro, in funzione di presidente, scelto di comune accordo tra le parti). Entrando nel merito della legge è interessante la novità introdotta con l’Art.31 comma 4 dove si legge tenta la conciliazione della lite e formula alle parti una proposta transattiva. Significativo dunque che il legislatore introduca la possibilità per l’arbitro di formulare un proposta transattiva. L’arbitro può esser chiamato dalle parti ad esprimersi secondo il giudizio di equità, si ricordi a tal proposito per meglio chiarire ciò che la sentenza n. 206 del 2004 della Corte Costituzionale dice Secondo il legislatore della novella, il giudizio di equità, pur se in ipotesi coincidente con quello derivante dalla applicazione delle norme di diritto, troverebbe le sue fonti in valori e principi esterni all’ordinamento legislativo, con il solo limite rappresentato dal rispetto delle norme costituzionali e comunitarie. L’equità verrebbe in tal modo a contrapporsi alla legge, come se quest’ultima fosse per definizione mera statuizione positiva e non piuttosto espressione di scelte che devono ispirarsi ai principi e valori della Costituzione. Ma una simile concezione dell’equità, intesa come fonte autonoma e alternativa alla legge, si porrebbe inevitabilmente in contrasto con i parametri evocati dal rimettente. La sola funzione che alla giurisdizione di equità può riconoscersi, in un sistema caratterizzato dal principio di legalità a sua volta ancorato al principio di costituzionalità, nel quale la legge è dunque lo strumento principale di attuazione dei principi costituzionali, è quella di individuare l’eventuale regola di giudizio non scritta che, con riferimento al caso concreto, consenta una soluzione della controversia più adeguata alle caratteristiche specifiche della fattispecie concreta, alla stregua tuttavia dei medesimi principi cui si ispira la disciplina positiva: principi che non potrebbero essere posti in discussione dal giudicante, pena lo sconfinamento nell’arbitrio, attraverso una contrapposizione con le proprie categorie soggettive di equità e ragionevolezza. Il giudizio di equità, in altre parole, non è e non può essere un giudizio extra-giuridico. Esso deve trovare i suoi limiti in quel medesimo ordinamento nel quale trovano il loro significato la nozione di diritto soggettivo e la relativa garanzia di tutela giurisdizionale, il che era del resto ciò che esprimeva il testo previgente della norma, attraverso la previsione dell’obbligo di osservanza dei «principi regolatori della materia».
L’arbitrato, secondo quanto previsto dal legislatore, ha efficacia di titolo esecutivo, ed è inappellabile, quest’ultimo punto come il lettore attento ricorderà non è una novità nelle proposte di legge, tanto che il 30 luglio 2008 il senatore Tiziano Treu e altri depositavano un disegno di legge n. 959/2008 recante materia di Riforma del processo del lavoro e delega al Governo per la razionalizzazione della disciplina delle procedure amministrative in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, dove all’art.26, del Capo III : Arbitrato e conciliazione si legge Il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 808-ter del codice di procedura civile. ( L’Art. 808 Ter del codice di procedura civile recita che : I. Le parti possono, con disposizione espressa per iscritto, stabilire che, in deroga a quanto disposto dall’articolo 824-bis, la controversia sia definita dagli arbitri mediante determinazione contrattuale. Altrimenti si applicano le disposizioni del presente titolo.II. Il lodo contrattuale è annullabile dal giudice competente secondo le disposizioni del libro I: 1) se la convenzione dell’arbitrato è invalida, o gli arbitri hanno pronunciato su conclusioni che esorbitano dai suoi limiti e la relativa eccezione è stata sollevata nel procedimento arbitrale; 2) se gli arbitri non sono stati nominati con le forme e nei modi stabiliti dalla convenzione arbitrale; 3) se il lodo è stato pronunciato da chi non poteva essere nominato arbitro a norma dell’articolo 812; 4) se gli arbitri non si sono attenuti alle regole imposte dalle parti come condizione di validità del lodo; 5) se non è stato osservato nel procedimento arbitrale il principio del contraddittorio. Al lodo contrattuale non si applica l’articolo 825. ). Inoltre il legislatore prevede i costi dell’arbitrato essi sono diversi in base alle modalità scelte, tranne l’arbitrato presso i Collegi ad hoc gli altri non prevedono spese, per i Collegi il compenso del Presidente è fissato in misura pari la 2% del valore della controversia dichiarato nel ricorso ed è versato dalle parti, le spese legali e quelle per il compenso del presidente e dell’arbitro di parte nella misura dell’1%, sono liquidate nel lodo. Comunque il legislatore da la possibilità ai contratti colletti nazionali di categoria di istituire un fondo per rimborsare il lavoratore. Infine il concetto più controverso è senz’altro presente nell’articolo 31 comma 10 dove si legge In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato. Il comma propone la possibilità per le parti di giungere ad una clausola compromissoria, che sostanzialmente prevede che in ogni possibile controversia il datore di lavoro e il lavoratore ricorrano all’arbitrato, ai più è sembrato un attacco ai lavoratori in quanto parte debole della contrattazione, in realtà risulta leggermente più complessa di quanto si possa immaginare, infatti il legislatore prevede che si possa ricorre alla clausola compromissoria se sono soddisfatti due criteri: in primis deve esser previsto dal contratto collettivo (e quindi il lavoratore non è lasciato solo, è tutelato dai sindacati nazionali) e poi deve essere vagliata dalla Commissione che deve anche accertare la effettiva volontà delle parti. Quindi il lavoratore è doppiamente protetto secondo la legge, senza considerare che l’arbitrato rimane, sempre secondo la legge, una libera scelta delle parti.
Nella relazione sull’Ordinamento Sindacale alla III sottocommissione della Costituente Giuseppe Di Vittorio ebbe a scrivere che Alla questione del diritto di sciopero e della facoltà di serrata è legata quella dell’arbitrato delle controversie di lavoro. L’arbitrato facoltativo, a richiesta delle parti, è fuori discussione. È un mezzo al quale è anche desiderabile che si faccia ricorso il più possibile, per prevenire ed evitare agitazioni e scioperi che, in linea generale, non sono mai eventi auspicabili. Certuni, però, si dichiarano partigiani dell’arbitrato obbligatorio. Non crediamo che lo Stato democratico possa accogliere questo metodo, che equivale al divieto del diritto di sciopero e presuppone la creazione di nuovi e costosi organismi burocratici. L’arbitrato obbligatorio è incompatibile col principio della libertà ed è anche di assai dubbia efficacia, dato che in regime democratico nessuno potrebbe impedire alle masse lavoratrici interessate di respingere la soluzione imposta dall’arbitro e di effettuare ugualmente lo sciopero. L’arbitrato può essere efficace, ed impegnativo per le parti, solo quando queste vi accedono volontariamente. Ciò che mi rende critico rispetto alla legge approvata è la presenza dell’arbitrato di equità, ma soprattutto il dubbio sulla volontarietà della scelta arbitrale, ma come spesso è accaduto in Italia, queste mini-riforme non faranno alcun danno alle conquiste sindacali (anche se indeboliscono i lavoratori), anche perché per raggirare le tutele non ci vuole molto, basterebbe utilizzare altri strumenti che farebbero risparmiare soldi e tempo all’ imprenditore, per far un esempio si rifletta per un attimo sull’esercito delle partite iva! L’Italia ha seriamente bisogno di incamminarsi nel solco di una grande riforma del lavoro. Esistono a mio modo di vedere, due grandi progetti uno è quello che fu e fa riferimento al prof. Marco Biagi, l’altro quello del prof. Pietro Ichino. Lo Statuto dei Lavori e il Contratto Unico, sono gli strumenti per aprire un vero e importante percorso di riforma, non si può continuare a pensare al lavoro come figlio di un dio minore. L’Italia ha bisogno di semplificare il suo sistema, ha bisogno di uscire da quella stratificazione alluvionale in cui negli ultimi 30 anni si è inserita. È arrivato il momento che i sindacati, che le organizzazioni padronali, chiedano a gran voce al governo di riformare il sistema essendo loro le protagoniste, riforme che però non devono eliminare ciò che di buono c’è, ma anzi deve aumentare le tutele e i migliorare il sistema, oggi troppo rigido. Esiste, infatti, tutto un mondo di lavoratori che è escluso dai sistemi di protezione, esiste tutto un mondo di senza voce, a loro dobbiamo rivolgere la nostra attenzione! Bisogna ripensare ad una seria di nuove politiche lavorative a sostegno di questi lavoratori, nel segno di quel cambiamento che sta avvenendo nel sistema impresa. Oggi il diritto del lavoro deve iniziare a riflettere sul sistema del capitale umano. Deve avviare la sua riflessione sulle risorse intangibili delle aziende iniziando proprio dall’occupazione vulnerabile! Non basta chiedere ai lavoratori, per esempio, di rinunciare per tre anni ad alcune tutele, bisogna anche chiedere ai datori di lavoro cosa fanno per i loro dipendenti? Quanto investono? Bisognerebbe riflettere su una sorta di bilancio del capitale umano delle aziende, bilancio che deve garantire l’investimento sui proprio dipendenti soprattutto quelli “vulnerabili”… il massimo di benessere del padrone deve riavvicinarsi al massimo di benessere del prestatore d’opera, se non si riparte di qui non si va da nessuna parte! Le due polarità si avvicinano se tutti guadagnano qualcosa, se invece è sempre una parte a trovarne vantaggio allora si tratta solo di una nuova schiavitù!!!
Intervista a Gino Giugni su Rivista italiana di diritto del lavoro, I, 1993 a cura di Pietro Ichino
Relazione sull’Ordinamento Sindacale alla III sottocommissione della Costituente Giuseppe Di Vittorio (1946)
arbitratoDavide de Palmalegge 183/2010People Performance Plan
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