Source: https://www.rivista231.it/Legge231/Pagina.asp?Id=398
Timestamp: 2019-05-27 13:30:01+00:00
Document Index: 35729055

Matched Legal Cases: ['art. 121', 'art. 121', 'art. 121', 'art. 121', 'art. 121', 'art. 121', 'art. 121', 'sentenza ']

1.	Lo scenario empirico-criminologico
Un tentativo di comparazione tra il modello punitivo italiano e quello francese non può che prendere le mosse da qualche considerazione in termini di impatto dei due sistemi sui numeri della criminalità.
Passati ormai cinque anni dall'entrata in vigore del decreto 231/2001, vi sono forti dubbi sulla reale effettività della novella italiana. La Suprema Corte è stata chiamata ad esprimersi raramente e non si contano più di una ventina di pronunce giurisprudenziali di merito, per lo più emesse in fase cautelare ed incentrate su tematiche marginali rispetto ai fondamenti della responsabilità da reato degli enti. Di segno opposto la tendenza nell'ordinamento francese, nel quale la novità legislativa, vagliata ormai da dieci anni di esperienza giurisprudenziale, ha indubbiamente meglio risposto alle aspettative che ne hanno accompagnato l'introduzione. Nei soli primi quattro anni successivi all'entrata in vigore, nel 1994, dell'art. 121-2 c.p., sono state emesse ben cento condanne definitive di persone giuridiche . Al primo luglio 2002, il casellario giudiziario registrava 1369 condanne a carico di persone giuridiche . Basta scorrere le sentenze riportate nel Bulletin criminel degli ultimi anni per rendersi conto che l'applicazione della norma non ha subito rallentamenti ed, anzi, sembra godere di un costante vitalità.
Preso atto della scarsa significatività criminologia della disciplina italiana, vi è chi avanza il dubbio che essa sia da attribuire non solo, come spesso sostenuto da più parti, al numero e al tipo dei reati-presupposto, ma anche ai limiti strutturali del Decreto 231/2001 . In un'ottica comparata, può allora forse essere utile valutare se la scelta del legislatore francese in favore della natura penale della responsabilità delle persone giuridiche e di meccanismi di imputazione più immediati rispetto all'articolatissimo sistema del Decreto 231/2001 abbia influito sulla maggiore effettività del modello francese. Si osserva immediatamente che, se una risposta positiva è ipotizzabile, la versatilità dello schema francese è accompagnata da una stabilità più apparente che reale e da una preoccupante indeterminatezza di contenuti.
Quanto agli elementi strutturali della fattispecie, il sistema francese non è dotato di un micro-sistema di norme ad hoc per la responsabilità penale degli enti, ma è basato unicamente sull'art. 121-2 del codice penale , che stabilisce: "Le persone giuridiche, ad eccezione dello Stato, sono penalmente responsabili, in base alle distinzioni previste dagli articoli da 121-4 a 121-7 [e nei casi previsti dalla legge o dal regolamento], dei reati commessi, per loro conto, da propri organi o rappresentanti. Tuttavia, le collettività territoriali e i loro groupements non sono responsabili penalmente che dei reati commessi nell'esercizio di attività suscettibili di essere oggetto di convenzioni di delega di servizio pubblico. La responsabilità penale delle persone giuridiche non esclude quella delle persone fisiche autori o complici nel medesimo reato salvo quanto disposto dal quarto comma dell'art. 121-3"
Emergono immediatamente due differenze di principio rispetto alla disciplina italiana: la natura della responsabilità degli enti è a tutti gli effetti penale; la punizione è estesa anche agli enti pubblici, ivi compresi gli enti territoriali, ad eccezione dello Stato, purchè il reato sia commesso "nell'esercizio delle attività suscettibili di essere oggetto di convenzione di delega di servizio pubblico" .
Un'altra differenza di assoluto rilievo attiene alla scelta e alla tipologia dei reati-presupposto. L'art. 121-2, nella sua versione originaria, limitava l'ambito di applicazione della responsabilità penale delle persone giuridiche "dans les cas prévus par la loi ou le règlement" (c.d. clausola di specialità). Il numero dei reati a cui era estesa la disciplina era già considerevole al momento dell'entrata in vigore del nuovo codice penale (basti ricordare che la responsabilità delle persone giuridiche sussisteva per il 90 % dei reati contro il patrimonio e per il 36% dei reati contro la persona) ed è stato nel tempo ampliato dalla legislazione speciale. Ciò nonostante, con la legge 204/2004 c.d. Loi Perben II – entrata in vigore il 31 dicembre 2005 - il legislatore francese ha abrogato la clausola di specialità, optando per una completa equiparazione tra persone fisiche e persone giuridiche . Le persone giuridiche oggi in Francia rispondono penalmente per qualunque reato che astrattamente possa essere commesso per conto dell'ente dai propri organi o rappresentanti. Da questa riforma ci si attende un ulteriore incremento del numero delle condanne, in ragione dell'estensione dell'art. 121-2 c.p. ai reati societari – ed in particolare al diffusissimo delitto di abuso di beni sociali – e ai reati finanziari, rimasti fino ad oggi esclusi dal campo di applicazione della fattispecie penale.
L'art. 121-2 c.p. nella versione odierna richiede quindi una sola condizione per la responsabilità penale degli enti: che un reato sia stato commesso per conto dell'ente dai suoi organi o dai suoi rappresentanti. Il criterio di collegamento tra fatto di reato e persona giuridica è descritto unicamente dalla locuzione "pour compte". Non esiste alcuna definizione del concetto di commissione del reato per conto dell'ente, per esempio attraverso il riferimento all'interesse o al vantaggio conseguito dalla persona giuridica. Ma, soprattutto, la colpa dell'ente non è codificata, né quale criterio di imputazione della responsabilità, suscettibile di scattare in virtù della "immedesimazione" tra la persona fisica-organo o rappresentante e la persona giuridica, né quale causa di esonero dalla pena o di attenuazione della stessa, che sia in qualche modo assimilabile o paragonabile ai compliance programs o al Modello di organizzazione, gestione e controllo previsto dal Decreto 231. Si tratta di un meccanismo di imputazione molto semplice, che si basa sul presupposto che il reato commesso dagli organi o dai rappresentanti si riflette sulla persona giuridica (c.d. responsabilità per rappresentazione, par reflex o par ricochet).
L'apparente semplicità e stabilità del meccanismo di imputazione non ha tuttavia significato, e questo è un primo dato di rilievo, minori difficoltà o complessità di accertamento. Non solo. La flessibilità, o forse si dovrebbe dire l'indeterminatezza, della fattispecie punitiva, ha lasciato ai giudici francesi l'arduo compito di colmare le lacune del dettato legislativo. Così, i grandi temi si sono trasferiti nelle aule dei Tribunali, con risultati non sempre coerenti con il rigore richiesto dall'accertamento di una responsabilità formalmente penale.
Passato ormai al vaglio di una esperienza giurisprudenziale decennale, il modello punitivo francese appare, suo malgrado, terreno ideale per una "verifica sul campo", proprio perché i confini e i contenuti della responsabilità penale delle persone giuridiche, anche nei fondamenti teorici, hanno preso forma alla luce delle esigenze emerse dalla prassi applicativa e, in definitiva, della giustizia sostanziale. Un grande "cantiere", in cui si stanno sviluppando nuove teorie, nel tentativo di modulare l'intervento penale alla luce delle peculiari caratteristiche della persona morale e, si aggiunge, di dare risposte punitive concrete a fatti illeciti connotati da grande disvalore sociale, ma caratterizzati da modalità di aggressione ai beni giuridici complesse e perciò privi di una immediata riferibilità a comportamenti individuali dolosi o colposi. Basti qui citare il notissimo affaire du Drac , che ha portato alla condanna in primo e secondo grado del Comune di Grenoble per omicidio e lesioni colpose, causate dall'apertura, su iniziativa dell'ente E.D.F. (Electricité de France), di una diga sul fiume Drac che aveva travolto e ucciso sei bambini e la loro accompagnatrice, dipendente del Comune di Grenoble; o l'esemplare condanna in primo e secondo grado all'ente ferroviario francese S.N.C.F. per avere, attraverso la condotta dei suoi ingegneri e dei suoi responsabili locali, mal valutando i pericoli esistenti in una stazione ferroviaria non custodita, e omettendo di adottare le necessarie misure di sicurezza, causato la morte di un adolescente, il quale, attraversando i binari, era stato travolto da un TGV .
I primi anni di applicazione dell'art. 121-2 c.p. sono stati caratterizzati da una scarsa attenzione all'esegesi della norma. Nessuna delle decisioni contiene, infatti, considerazioni giuridiche sui fondamenti teorici della responsabilità penale delle persone giuridiche; quasi che questa fosse automatica, o peggio, scontata . E' diffuso un eccesso di antropomorfismo, nel senso che la persona giuridica è per lo più trattata, nelle motivazioni dei giudici, alla stregua di una persona fisica, capace di qualunque azione e dotata di una propria volontà. Autorevole dottrina francese ha sintetizzato la norma positiva effettivamente applicata nei primi anni di vita della riforma nella formula: "le persone giuridiche sono responsabili dei reati che commettono" . La tendenza all'imputazione automatica della responsabilità e, nella sostanza, a forme di responsabilità oggettiva sembra essere stata poi definitivamente abbandonata in giurisprudenza. La Suprema Corte francese, a partire dal 1997, ha cominciato a giocare il suo ruolo di censore, per contenere entro i limiti tracciati dalla lettera del 121-2 la libera creazione di diritto positivo da parte della giurisprudenza di merito. Nella prima sentenza della Cassazione è censurato proprio il mancato accertamento di un reato in capo ad un organo o ad un rappresentante . A partire da questa pronuncia di legittimità, è nato un dibattito di estremo interesse sul tema della colpevolezza della persona giuridica; un dibattito che ripropone le medesime questioni che animano la discussione nella dottrina italiana. Ciò che però distingue i due contesti, è l'origine e la finalità delle riflessioni. In Francia è la prassi applicativa che richiede e sollecita risposte ed interpretazioni che il dettato legislativo non si preoccupa di fornire all'interprete. La casistica ha così, via via, portato in primo piano la problematica della perseguibilità degli enti pubblici, il tema della delega di funzioni, i riflessi della riforma in tema di depenalizzazione dei delitti colposi, ma soprattutto il tema della colpevolezza dell'ente. Le soluzioni adottate si muovono nel tentativo, invero un po' utopico, di conciliare la responsabilità par ricochet con la pretesa punitiva, a dimostrazione del fatto che, quando si passa dal piano della teoria a quello della "pratica" e dell'accertamento probatorio, la discussione circa la natura della responsabilità dell'ente o, meglio, circa la possibile caratterizzazione della sua colpevolezza diventa questione cruciale, soprattutto quando, come in Francia, non è risolta con chiarezza dal legislatore.
Il modello francese ha quindi già dimostrato, in questi dieci anni di vita, tutti i suoi limiti strutturali, denotando gravi carenze e incoerenza su aspetti fondamentali per i quali, invece, il decreto 231/2001 detta indicazioni quanto meno precise, giuste o sbagliate che siano solo la tanto attesa "verifica sul campo" potrà dirlo.
Per tornare al tema iniziale, è invece certamente convincente la tesi che collega il maggior o minor impatto sui numeri della criminalità dei modelli di responsabilità degli enti alla scelta dei reati per cui l'ente è chiamato a rispondere. Sotto questo profilo, si evidenzia che la Francia conosce fin dal 1994 la responsabilità penale delle persone giuridiche per i c.d. "reati colposi di impresa". In un terzo circa delle condanne dei primi quattro anni si contestano alle imprese i reati di lesioni e omicidio colposi da infortunio sul lavoro . Una statistica al 1° luglio 2002 conferma la significatività di questa tipologia di reati, con la prevalenza netta dei reati in tema di lavoro clandestino (469 condanne), dell'omicidio e lesioni colpose (242 condanne), dei reati amb.....