Source: https://www.formazionegiuridica.org/violazione-sottrazione-soppressione-corrispondenza-cass-pen-sent-126032017
Timestamp: 2020-03-28 11:37:05+00:00
Document Index: 185547705

Matched Legal Cases: ['art. 616', 'art. 617', 'art. 533', 'art. 192', 'art. 646', 'art. 594', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 616', 'art. 494', 'art. 523', 'sentenza ', 'art. 523', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 533', 'art. 606', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 617', 'art. 616', 'art. 617', 'art. 616', 'art. 616', 'art. 617', 'art. 623', 'sentenza ', 'art. 617', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 616', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 616']

Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza – Cass. Pen. Sent. 12603/2017 - Formazione Giuridica
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La Quinta Sezione ha affermato che integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 cod. pen.) e non la fattispecie prevista dall’art. 617, comma 1, cod. pen., la condotta di colui che prende cognizione del contenuto della corrispondenza telematica intercorsa tra la ex convivente e un terzo soggetto, conservata nell’archivio di posta elettronica della prima.
2.1 Con il primo deduce violazione di legge e vizi della motivazione in merito alla valutazione della prova di riferimento, eccependo il malgoverno della regola di giudizio di cui all’art. 533 c.p.p. avendo la Corte territoriale utilizzato i canoni della mera verosimiglianza e del difetto di prova contraria per inferire in maniera illogica la responsabilità dell’imputato sulla base di un compendio indiziario privo dei requisiti di cui all’art. 192 c.p.p..
2.2 Analoghi vizi vengono dedotti con il secondo e terzo motivo. Nel primo caso il ricorrente lamenta l’omesso confronto da parte della Corte territoriale con l’obiezione formulata con il gravame di merito per cui non vi sarebbe evidenza alcuna del fatto che nell’archivio di posta elettronica della C. fosse presente uno dei messaggi allegati alla email diffamatoria, atteso che lo stesso era stato originariamente inviato dalla persona offesa al B. utilizzando l’indirizzo e il computer di una terza persona. Con il motivo successivo, questa volta in relazione all’affermazione di responsabilità per il reato di appropriazione indebita dell’hard disk, il ricorrente recrimina che i giudici del merito non avrebbero considerato nè le dichiarazioni dell’imputato – il quale ha spiegato come lo stesso non venne rinvenuto nel corso della perquisizione a suo carico in quanto egli era solito portarlo sul luogo di lavoro – nè il fatto che dalla ricevuta di restituzione all'(OMISSIS) del computer sul quale era installato nulla risulta in merito alla sua presunta mancanza. In realtà il fatto stesso che il bene sia scomparso è frutto di mere congetture, peraltro contraddittoriamente finalizzate ad ipotizzare che lo stesso sia effettivamente il mezzo informatico attraverso cui venne spedita l’email diffamatoria, conclusione che avrebbe dovuto allora imporre ai giudici del merito di ritenere il reato di cui all’art. 646 c.p. in continuazione con gli altri contestati all’imputato.
2.4 Con il sesto motivo il ricorrente lamenta l’errata applicazione della legge penale in ordine alla qualificazione della divulgazione della email di cui al capo B) sotto il titolo della diffamazione, anzichè di quello dell’ingiuria, eventualmente aggravata ai sensi dell’art. 594 c.p., comma 4, posto che il messaggio è stato oggetto di unico invio a plurimi destinatari, tra i quali la stessa persona offesa e presenta un contenuto univocamente diretto a quest’ultima.
2.6 Con l’ottavo motivo viene dedotta l’errata applicazione della legge penale in merito ai reati contestati al capo A). Quanto all’accesso abusivo al sistema informatico invero il ricorrente lamenta vizi della motivazione in merito alla prova della sussistenza del reato, atteso che la stessa sentenza riconosce come la C. avesse autorizzato in specifiche occasioni l’imputato a leggere la sua posta o ad utilizzare il suo indirizzo per inviare email. Sotto altro profilo eccepisce invece l’erronea concorrente qualificazione del fatto ai sensi dell’art. 617 anzichè dell’art. 616 c.p., posto che il quarto comma di tale ultima disposizione annovera espressamente nella nozione di “corrispondenza” anche quella informatica. Infine, con il nono ed ultimo motivo il ricorrente lamenta la mancata assunzione di una prova decisiva e vizi della motivazione in merito al diniego della riapertura dell’istruttoria dibattimentale.
2.1 La facoltà dell’imputato di rendere spontanee dichiarazioni in ogni stato del dibattimento è espressamente prevista e disciplinata dall’art. 494 c.p.p., mentre la facoltà dell’imputato (e del suo difensore) di avere la parola per ultimi “se la domandano” è prevista a pena di nullità dall’art. 523 c.p.p., comma 5.
Questa Corte peraltro (Sez. 1, sentenza n. 1708 del 23 novembre 1993, Morgante, Rv. 196401; Sez. 2, n. 33666 del 6 maggio 2014, Oliviero, Rv. 260049) ha già avuto ripetutamente modo di osservare che la facoltà dell’imputato di rendere in ogni stato del dibattimento le dichiarazioni che ritiene opportune, purchè essi si riferiscano all’oggetto dell’imputazione, va coordinata con le norme dettate dall’art. 523 c.p.p., che disciplinano lo svolgimento della discussione finale e, segnatamente, con il comma 6 di tale articolo, in base al quale l’interruzione della discussione può essere giustificata solo dall’assoluta necessità di assunzione di nuove prove. Ne consegue che, in detta fase, non essendo assimilabili le dichiarazioni spontanee dell’imputato a nuove prove, deve considerarsi insussistente la facoltà dello stesso imputato di rendere dette dichiarazioni, fermo restando il suo diritto di avere la parola per ultimo, se lo richiede. Non v’è poi ragione perchè tali principi non trovino applicazione allorquando l’imputato renda le proprie dichiarazioni attraverso uno scritto indirizzato al giudice, come avvenuto nel caso di specie e come, del resto, rivendicato dallo stesso ricorrente.
3. Venendo alle doglianze avanzate con gli altri motivi, deve rilevarsi come il primo risulti generico nella misura in cui propone una critica dei canoni cui si ispirerebbe il ragionamento probatorio viziata in radice da un parziale confronto con l’effettivo sviluppo del medesimo, nonchè priva di effettiva autonomia laddove sostanzialmente rinvia alle censure mosse all’apparato giustificativo della sentenza svolte con i motivi successivi. Inammissibile è poi la deduzione del vizio di violazione di legge in relazione all’asserito malgoverno delle regole di valutazione della prova contenute nei primi due commi dell’art. 192 c.p.p. ovvero della regola di giudizio di cui all’art. 533 dello stesso codice (ex multis Sez. 3, n. 44901 del 17 ottobre 2012, F., Rv. 253567). Nè vale in senso contrario la qualificazione del vizio dedotto operata dal ricorrente come error in iudicando in iure ai sensi della lett. b) dell’art. 606 c.p.p., posto che tale disposizione, per consolidato insegnamento di questa Corte, riguarda solo l’errata applicazione della legge sostanziale, pena, altrimenti, l’aggiramento del limite (posto dalla successiva lett. c) dello stesso articolo) della denunciabilità della violazione di norme processuali solo nel caso in cui ciò determini una invalidità (ex multis Sez. 3, n. 8962 del 3 luglio 1997, Ruggeri, Rv. 208446).
8. Quanto alle censure svolte con l’ottavo motivo devono ritenersi inammissibili quelle relative alla configurabilità del reato di cui all’art. 615-ter c.p., che si limitano all’assertiva critica della motivazione della sentenza impugnata la quale ha confutato in maniera tutt’altro che illogica le obiezioni svolte sul punto con il gravame di merito. Sono invece fondate quelle concernenti la qualificazione giuridica del fatto ritenuto integrare il reato di cui all’art. 617 c.p., comma 1 Pur nell’ambito di una non nitida sistematica quale è quella che caratterizza le incriminazioni poste a tutela della inviolabilità delle comunicazioni, deve ritenersi che la possibile interferenza tra le fattispecie punite dagli artt. 616 e 617 c.p. (determinata dalla comune previsione della condotta di colui che prende cognizione della corrispondenza o delle comunicazioni altrui) sia solo apparente. In realtà le stesse hanno ambiti operativi ben definiti dalla diversa configurazione dell’oggetto materiale della condotta, anche indipendentemente dalle specifiche connotazioni modali che la caratterizzano nell’art. 617 e che invece non sono previste nell’art. 616. Orbene, non è dubitabile che sul piano concettuale la “corrispondenza” costituisca null’altro che una species del genus “comunicazione”, ma è altrettanto indubbio che nell’ambito dell’art. 617 c.p. quest’ultimo termine non identifichi il genus nella sua astratta omnicomprensività, ma assuma un significato maggiormente specializzato, riferibile al profilo “dinamico” della comunicazione umana e cioè alla trasmissione in atto del pensiero, come suggeriscono anche l’ulteriore termine dispiegato per definire l’oggetto materiale del reato (“conversazione”) e le condotte alternative a quella di fraudolenta cognizione idonee ad integrare il fatto tipico (interrompere ed impedire). Allo stesso modo, nell’art. 616 c.p., l’evocazione del concetto di “corrispondenza” risulta invece funzionale ad individuare la comunicazione umana nel suo profilo “statico” e cioè il pensiero già comunicato o da comunicare fissato su supporto fisico o altrimenti rappresentato in forma materiale ed anche in questo caso il contenuto delle altre condotte tipizzate alternativamente a quella di illecita cognizione (sottrarre, distrarre, sopprimere e distruggere) conforta le conclusioni rassegnate. In tal senso deve allora concludersi che la condotta contestata all’imputato – e cioè aver preso cognizione del contenuto della corrispondenza telematica intercorsa tra la C. ed il B. conservata nell’archivio di posta elettronica della prima – proprio in virtù della configurazione del suo oggetto materiale, deve essere ricondotta all’alveo dell’art. 616 c.p., commi 1 e 4 e non già, come ritenuto dai giudici di merito, a quello dell’art. 617, comma 1 (anche tenendo conto della sua integrazione ad opera dell’art. 623-bis c.p.).
9. La rilevata non manifesta infondatezza del sesto motivo e la fondatezza dell’ottavo impongono di rilevare l’intervenuta prescrizione (maturata il 7 febbraio 2016, comunque dopo la pronunzia della sentenza impugnata) dei reati di diffamazione e di cognizione di corrispondenza (come riqualificato il fatto originariamente contestato ai sensi dell’art. 617 c.p.) specificamente si riferiscono i suddetti motivi. La sentenza deve dunque essere annullata senza rinvio agli effetti penali per la ragione evidenziata limitatamente a tali reati, rimanendo preclusa invece la possibilità di rilevare la medesima causa estintiva in relazione agli altri reati in riferimento ai quali i motivi di ricorso sono stati dichiarati inammissibili in ossequio al principio affermato dalle Sezioni Unite per cui l’operatività della prescrizione è preclusa per i reati in ordine ai quali il ricorso per cassazione risulti inammissibile (Sez. Un. n. 6903/17 del 27 maggio 2016, Aiello). Deve invece essere disposto il rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano ai fini della rideterminazione del trattamento sanzionatorio relativo ai reati per cui non è stata rilevata l’estinzione (e cioè quelli di cui agli artt. 646, 494 e 615-ter c.p.), non potendo procedervi questa Corte atteso che nella valutazione effettuata dai giudici del merito, ai fini della continuazione, quello più grave sul quale era stata commisurata la pena base era stato ritenuto quello di cui all’art. 617 c.p. oggetto di riqualificazione in questa sede. Ferme restando le statuizioni civili in favore dell’Università (OMISSIS), il rinvio deve essere disposto anche in relazione a quelle adottate in favore della C., dovendo il giudice di rinvio valutare se a seguito della più volte menzionata riqualificazione parziale del fatto di cui al capo A) ai sensi del meno grave reato di cui all’art. 616 c.p. debba eventualmente rivalutarsi l’entità della somma liquidata a titolo di risarcimento, rimanendo tale giudice peraltro libero di confermare la precedente decisione sul punto pur fornendo motivazione sulle ragioni dell’eventualmente ritenuta ininfluenza della circostanza.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 617 c.p., diversamente qualificato il fatto ai sensi dell’art. 616 c.p., nonchè al reato di diffamazione ed ai soli effetti penali, per essere i reati ascritti estinti per prescrizione e con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano per la rideterminazione del trattamento sanzionatorio e delle statuizioni civili. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.