Source: http://liceovirgilioroma.eu/vita-di-scuola/i-dieci-no-al-ddl-del-governo-sulla-buona-scuola/
Timestamp: 2019-03-19 15:16:21+00:00
Document Index: 95953794

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 33', 'art. 7', 'art.33', 'art.5', 'art. 3', 'art.4', 'art.16', 'art.33']

I DIECI NO AL DDL DEL GOVERNO SULLA BUONA SCUOLA | Liceo Virgilio Roma
I DIECI NO AL DDL DEL GOVERNO SULLA BUONA SCUOLA
Ieri – il 30 aprile del 2015 si è svolto un incontro aperto a docenti, genitori e studenti per parlare del ddl definito dal governo “La buona scuola”. Dopo un esame sui vari aspetti, implicazioni e reali conseguenze dell’applicazione del disegno di legge, che i presenti sembravano già ben conoscere, si è passati alla discussione. Le ragioni del dissenso sono specificate, punto per punto, nel documento allegato. Si è poi evidenziata la necessità di riuscire a coinvolgere gli studenti evidenziando le implicazioni che tale decreto potrebbe avere nel definire la società futura in cui si troveranno a vivere. Si è anche fatto notare come il consenso su questa legge, e non solo, che riduce di fatto e peggiora offerte e diritti democratici, si ottenga attraverso strategie di comunicazione ingannevoli. Anche di questo aspetto si intende trattare in seguito. Le componenti della scuola aderiscono e invitano ad aderire allo sciopero del 5 Maggio. A proposito di questo, riflettendo sul fatto che attualmente le manifestazioni di protesta e le opinioni degli interessati vengono di fatto completamente ignorate, anche se formalmente accettate con le solite vuote forme di finta “partecipazione”, si è deciso di studiare nuove forme per meglio far sentire le proprie voci.
Noitutti,
I docenti e i genitori del Liceo Virgilio riuniti il 29 Aprile in un’assemblea congiunta, esprimono il loro dissenso verso il ddl del Governo sulla Buona Scuola per le seguenti ragioni:
Le tredici deleghe in materia d’istruzione e formazione, che con l’art. 21 il Governo chiede su molti argomenti finora regolati da contratto, costituiscono una inaccettabile prassi con cui la riforma della scuola viene sottratta al confronto democratico con le parti sociali e con il Parlamento.
Il disegno di legge ridimensiona il carattere della scuola come istituzione che promuove e tutela la formazione dei futuri cittadini. Il finanziamento del servizio scolastico da parte di enti e fondazioni in sostituzione della fiscalità pubblica crea condizionamenti e disparità che contrastano con la libertà didattica sancita dall’art. 33 della Costituzione e con il carattere unitario del sistema di istruzione nazionale, per l’evidente rischio che non tutte le scuole possano beneficiare in ugual misura di finanziamenti.
La scuola risulta indebolita sul piano della partecipazione e della condivisione di obiettivi e finalità da parte di tutte le componenti; infatti il ridimensionamento degli Organi Collegiali, cui viene sottratto potere deliberativo nella definizione del Piano triennale dell’Offerta Formativa, di esclusiva competenza del Dirigente scolastico, introduce la subordinazione di una comunità al singolo individuo, lasciato solo nelle scelte e nelle responsabilità.
I poteri del Dirigente Scolastico appaiono sovradimensionati a discapito del ruolo dei docenti. Il potere del Dirigente di chiamare dagli albi territoriali i docenti neoassunti in base al ddl, nonché i docenti che in futuro decidano di avvalersi della mobilità, si configura, sebbene soggetto ai criteri di cui al comma 3 dell’art. 7, come un condizionamento della libertà di insegnamento tutelata dall’art.33 della Costituzione. Analogamente si può dire per il potere di assegnare il personale iscritto negli albi a incarichi di docenza, alle supplenze inferiori a dieci giorni o a incarichi finalizzati al potenziamento dell’offerta formativa.
Le immissioni in ruolo previste, lungi dall’essere una stabilizzazione per il personale precario, si rivelano come una forma di precarizzazione a causa del rinnovamento dell’incarico, ogni tre anni, subordinato al gradimento del Dirigente. Anche il personale già di ruolo alla data dell’entrata in vigore del ddl, verrebbe progressivamente coinvolto nella precarizzazione, giacché è prevista l’iscrizione negli albi territoriali dei docenti che intendano far domanda di mobilità. Appare grave inoltre il licenziamento dei precari che abbiano prestato servizio nelle scuole per più di 36 mesi senza tener conto di punteggi, graduatorie e diritti acquisiti.
Il ddl introduce discriminazioni stipendiali sfuggendo alla sfera contrattuale, la sola abilitata a trattare in materia di salario; le risorse per la valorizzazione del merito, assai esigue rispetto al numero dei docenti e conferite sulla base della sola discrezionalità ( o arbitrio) del Dirigente, introdurrebbero meccanismi di divisione e logiche di competizione nocive alla collegialità, oltre a essere indegne di una comunità che educa.
Il personale tecnico amministrativo, già pesantemente ridimensionato dagli interventi e dai tagli previsti dalla legge Gelmini, non compare a nessun titolo nel ddl, nemmeno nell’art.5 dedicato alla innovazione digitale e didattica laboratoriale; fattore preoccupante come possibile preludio ad una esternalizzazione dei servizi.
Il curriculum dello studente, che l’art. 3 del ddl vuole associato ad ‘un’identità digitale’ comprensiva di tutti i dati utili ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro, appare uno strumento di dubbia utilità, volto soprattutto ad incasellare i risultati conseguiti da uno studente ancora in età di formazione e a precludere in futuro opportunità lavorative agli studenti più fragili, che dalla scuola dovrebbero trarre un’opportunità di crescita e di integrazione e non di esclusione.
L’alternanza scuola-lavoro, prevista nell’art.4 a partire dal triennio di istruzione secondaria liceale, da realizzare per 200 ore complessive, eventualmente anche durante i mesi estivi, appare un pericoloso modo per mascherare il lavoro gratuito dei ragazzi che hanno diritto all’istruzione; analogamente l’apprendistato, indicato nel comma 6 del medesimo articolo, previsto a partire dal secondo anno per gli istituti tecnico-professionali, da realizzare in combinazione con le norme applicative del Jobs Act, implica una delega di parte dell’istruzione al mondo del lavoro, inaccettabile per dei quindicenni che sono in obbligo d’istruzione.
L’articolo 15 rischia di creare scuole di serie A e di serie B poiché sarà il contribuente a scegliere, secondo il proprio interesse, a quale scuola destinare il 5 per mille dell’IRPEF.
Il 10% del fondo nazionale costituito per le istituzioni delle zone a basso reddito è una quantità che non potrà evitare sperequazioni tra scuole centrali o situate in zone ricche e quelle periferiche o collocate in aree più povere. Sarebbe opportuno costituire, invece, un fondo nazionale da cui attingere per una distribuzione fondata su criteri oggettivi o su progetti.
Inoltre il credito di imposta del 65 per cento che l’art.16 prevede per le erogazioni liberali da parte di persone e enti non commerciali, destinate agli investimenti in istituti del sistema nazionale di istruzione ( cioè pubblici e privati), appare come una misura che tende a porre su uno stesso piano le scuole pubbliche statali e quelle paritarie e contraddice il principio sancito dall’art.33 della Costituzione, in base al quale il diritto di enti e privati di istituire scuole deve aver luogo senza oneri per lo Stato,
Per questi motivi le componenti riunite esprimono il loro dissenso, nella convinzione che la scuola pubblica sia un’istituzione, che il suo compito sia quello di formare i futuri cittadini, che il processo di formazione debba essere condiviso e democratico e che gli interventi sulla scuola debbano avvenire nel rispetto del dettato costituzionale.
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