Source: http://www.worldlawbook.com/article/lavori-di-pubblica-utilita-e-guida-in-stato-di-ebbrezza-un-breve-vademecum-5284.htm
Timestamp: 2018-02-19 10:01:29+00:00
Document Index: 80513267

Matched Legal Cases: ['art. 186', 'art. 186', 'art. 2', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 7']

Lavori di pubblica utilità e guida in stato di ebbrezza: un breve vademecum | Worldlawbook "); // return $("
Lavoro di pubblica utilità e guida in stato di ebbrezza: dalla lettera della legge ai problemi applicativi
A quasi tre anni dall’introduzione, avvenuta ad opera della Legge n. 120 del 2010, della possibilità di far luogo, anche per i reati di guida in stato di ebbrezza e guida sotto l’effetto di stupefacenti, all’istituto, già noto nel nostro ordinamento (come sanzione irrogabile dal Giudice di Pace), del lavoro di pubblica utilità, i numerosi problemi posti dalla prassi applicativa e le risposte (non sempre soddisfacenti) della giurisprudenza, sollecitano alcune riflessioni.
Sullo sfondo, si collocano due distinti quesiti che hanno accompagnato l’istituto fin dalla sua introduzione; in primo luogo l’interrogativo se il lavoro di pubblica utilità possa essere iniziato fin dalla fase delle indagini preliminari, con l’autorizzazione del Pubblico Ministero, o, comunque, prima dell’emissione del Decreto Penale di condanna, esito naturale della stragrande maggioranza dei procedimenti per violazione degli artt. 186 ss. D.lgs. n. 285 del 1992.
Altro interrogativo, di minore impatto nella prassi ma ugualmente rilevante, è se la sostituzione della pena irrogata con il lavoro di pubblica utilità, non richiesta davanti al Giudice di prime cure, possa essere disposta anche dal Giudice dell’impugnazione e, in caso affermativo, se detta sostituzione possa essere disposta anche d’ufficio.
Al quesito (o meglio, ad entrambi i quesiti) sollevati, già dalle prime applicazioni della L. n. 120 del 2010, dalla dottrina e dalla prassi, i Giudici di merito (e, nel caso del secondo quesito, la recente Cass. n. 22048 del 2012) hanno da non molto cominciato a fornire soluzione affermativa.
E’ possibile iniziare i lavori di pubblica utilità subito dopo la contestazione del fatto?
La rilevanza pratica della questione è evidente: poiché, a mente dell’art. 186, comma 9-bis, del Codice della Strada, al positivo esperimento del periodo determinato di lavoro di pubblica utilità consegue, oltre a quello della revoca della confisca e a quello, rilevantissimo - trattandosi non di rado di soggetti incensurati - dell’estinzione del reato, l’effetto di dimidiare la durata della (sanzione accessoria della) sospensione della patente di guida, è evidente che tanto più quest’ultima conseguenza premiale risulterà efficace, quanto prima il programma di lavoro di pubblica utilità verrà iniziato (e terminato).
Occorre, però, per maggiore chiarezza, muovere da un’esemplificazione operativa concreta: è dato di dominio comune, infatti, che in caso di violazione degli artt. 186 ss. D.lgs. n. 285 del 1992, spetti alla Prefettura emanare, come normalmente avviene, un primo provvedimento cautelare di sospensione della patente di guida, per un periodo determinato ma generalmente ancorato in maniera piuttosto rigorosa ai tre “scaglioni” (0,5-0,8; 0,8-1,5; oltre 1,5 g/l) previsti dall’art. 186.
Peraltro, non mancano interpretazioni giurisprudenziali più “garantiste” e, a sommesso avviso di chi scrive, maggiormente conformi al tenore letterale della disposizione richiamata da ultimo e dell’art. 2 L. n. 241 del 1990, che ritengono applicabile la sospensione cautelare disposta dalla Prefettura solo nel caso di violazioni dell’art. 186 costituenti reato (quindi, con esclusione della “fascia” fino a 0,8 g/l) e/o in presenza di motivi concreti a sostegno di una misura che, giova ricordarlo, rivestendo natura (puramente) cautelare deve necessariamente riposare non solo su una verosimiglianza di commissione dell’illecito ma altresì su un pericolo rappresentato dal concreto rischio che la disponibilità della patente di guida potrebbe costituire per il trasgressore/ indagato .
Ciò, come rilevato da alcuni Autori, in analogia a quanto avviene in materia di sequestro del mezzo, ove si richiede un «… nesso strumentale tra la cosa e la perpetrazione del reato …» .
Tornando alla vicenda penale e alla possibilità di far luogo fin dalle primissime battute del procedimento penale al lavoro di pubblica utilità, costituisce dato di esperienza comune come normalmente i soggetti denunciati per violazione degli artt. 186 ss., D.lgs. n. 285 del 1992 affrontino l’intera fase delle indagini nel pieno vigore della sospensione amministrativa- cautelare della patente disposta dalla Prefettura.
Ebbene, la logica - e un criterio ispirato al comune buon senso- suggerirebbero di iniziare proprio in questa prima fase di sospensione cautelare della patente di guida il programma di lavoro di pubblica utilità, con molteplici e rilevantissimi benefici.
Un’interpretazione letterale della norma, tuttavia, rischierebbe di svuotare di gran parte del loro significato premiale (e, in definitiva, della loro stessa finalità) le previsioni introdotte dall’art. 186, comma 9-bis, nonché di creare evidenti paradossi applicativi, essendo ben possibile che l’indagato sconti l’intera sospensione cautelare (che spesso assorbe interamente la sanzione accessoria) ben prima di vedersi autorizzare il programma di lavoro di pubblica utilità che tale sospensione dovrebbe dimezzare (!).
Un’interpretazione della norma orientata a preservarne lo scopo e nondimeno rispettosa del tenore letterale della stessa, costituisce la base argomentativa su cui può riposare un’altra considerazione a favore dell’inizio “anticipato” del programma di lavoro di pubblica utilità.
Orbene, va da sé che in tanto detto potere può spettare al giudice che procede in quanto lo svolgimento dell’attività abbia luogo prima del passaggio in giudicato della sentenza o del decreto penale, diversamente essendo la questione rimessa al giudice dell’esecuzione. Detta impostazione rinviene un condivisibile conforto giurisprudenziale in numerose pronunce di merito .
La risposta fornita dalla prassi e dalla giurisprudenza: è possibile farsi autorizzare validamente l’inizio “anticipato” dei lavori di pubblica utilità?
In quest’ultima ipotesi, pertanto, l’indagato si troverà a richiedere al Gip (magari non ancora assegnatario del fascicolo), per il tramite del Pubblico Ministero procedente, la fissazione dell’apposita udienza per la declaratoria di estinzione del reato nonché per la dimidiazione del periodo di sospensione della patente (che, a questo punto, è probabile sia stato interamente assorbito, tanto più all’esito del predetto dimezzamento, operato in udienza dal giudice, dell’espletato programma di lavori di pubblica utilità) e per l’eventuale revoca della confisca.
In materia di guida in stato di ebbrezza, pertanto, giocare di anticipo in fase di indagini anziché serbare un atteggiamento attendista rispetto all’emissione del decreto penale di condanna può riservare enormi benefici.
Ebbene, la citata giurisprudenza di merito torinese e un’interpretazione dell’art. 186, comma 9-bis, D.lgs. n. 285 del 1992 che non si arresti al mero dato letterale (peraltro affatto inequivoco) della disposizione, facendosi carico, al contrario, di preservare la finalità della norma, consentono di estendere i benefici premiali introdotti dalla L. n. 120 del 2010 anche alla categoria “mediana” di soggetti indagati, di gran lunga la più ricorrente.
In detta ipotesi, allorché l’indagato si presenti al difensore dopo qualche settimana dal fatto, sarà necessario indirizzarlo entro strettissimi termini (onde evitare che il Pubblico Ministero, emessa la richiesta di emissione di decreto penale di condanna, si sia spogliato del merito del fascicolo) ad uno degli Enti contraenti apposita convenzione con il Tribunale ovvero, previa autorizzazione del Pubblico Ministero (va dato atto alle Procure, peraltro, di essersi fatte carico della finalità della norma e di mostrare pertanto una certa elasticità al riguardo) ad Enti (Pubbliche Assistenze, Onlus, ecc…) che pur non avendo stipulato apposita convenzione (peraltro, affatto richiesta dall’art. 186, comma 9 bis, D.lgs. n. 285 del 1992 ai fini dell’individuazione degli Enti presso i quali svolgere il lavoro di pubblica utilità) presentino un livello adeguato di affidabilità.
Al Gip, pertanto, non resterà che emanare, ove la conversione della pena appaia congrua e il programma idoneo, decreto penale disponendo già nello stesso decreto la conversione della pena irrogata (meglio: applicata su richiesta di parte) in lavoro di pubblica utilità, con autorizzazione, anche in questo caso, ad iniziare, addirittura prima dell’intervento del giudicato, previa rinuncia all’impugnazione, il programma già recepito nel Decreto stesso come “prescrizioni” (e, così, iniziando ben prima a scontare il periodo di lavori socialmente utili, con i benefici di cui sopra).
Chi è escluso dall’applicazione dei l.p.u.?
Se, come si è provato a dimostrare nella presente sede, la “nuova” disciplina introdotta dall’art. 186, comma 9-bis d.lgs. n. 285 del 1992, trasuda intenti premiali (e forse anche deflattivi), proprio dette intenzioni paiono tuttavia tradite da alcune discutibili esclusioni dell’applicazione di quest’istituto.
Esclusione, peraltro, resa ancor meno attuale e giustificabile dalla recente pronuncia della Corte Costituzionale che ha dichiarato infondata, con percorso argomentativo invero ispirato a mirabile pragmatismo, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 186-bis, comma 6, D.lgs. n. 285 del 1992 (che, ricordiamolo, contempla sanzioni più severe per conducenti neopatentati, infraventunenni e conducenti professionali) sollevata dal Gip del Tribunale di Bolzano con riferimento agli artt. 3, 27, comma 3, Cost.
Ora, se nel primo caso citato, ovvero quello dell’ipotesi costituente semplice illecito amministrativo, l’esclusione è fondata, atteso che l’art. 186, comma 9 bis, limita il suo ambito applicativo a «… la pena detentiva e pecuniaria …», mentre l’ipotesi di guida con tasso compreso tra 0,5 e 0,8 g/l integra, appunto, proprio a seguito della novella operata dalla L. 120/2010, solamente una violazione di natura amministrativa, pare, invece, francamente incomprensibile l’esclusione della sostituzione della pena in tutte le ipotesi in cui vi sia stato un incidente.
Ciò vieppiù ove si consideri la concezione latissima che la giurisprudenza, pressochè univocamente, adotta dell’espressione «… provoca un incidente stradale …» richiamata dall’art. 186, comma 9-bis, sì da ricomprendervi, (e dunque escludere l’applicabilità della sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità) anche i piccoli urti in cui nessuno sia rimasto ferito, ovvero addirittura alla «...mera fuoriuscita del veicolo dalla sede stradale…» .
Il Giudice può sostituire d’ufficio la pena con i lavori di pubblica utilità?
Va da sé, l’interrogativo, che pure riveste un’incidenza pratica piuttosto limitata, si intreccia inevitabilmente con quello dell’applicazione retroattiva della norma più favorevole per fatti, ancora in pendenza di giudizio, antecedenti al 29 luglio 2010; tuttavia, non risulta agevole individuare, in concreto, quale sia la normativa più favorevole, atteso che ove si abbia riguardo alla sola cornice edittale, le uniche ipotesi che hanno subìto ad opera della L. n. 120 del 2010 un aggravamento della cornice edittale sono quelle di cui agli artt. 186, lett. c e 187 D.lgs. n. 285 del 1992; in tal senso, dunque, si sarebbe portati a ritenere che la legge più favorevole sia la precedente. Così, peraltro, ha ritenuto una parte della giurisprudenza di merito e della dottrina più attenta .
Ma siamo sicuri che le cose stiano così? Avendo riguardo, come pare più aderente a quanto richiesto dalla giurisprudenza prevalente in questa materia, al trattamento sanzionatorio complessivo applicato in concreto, non può non tenersi conto del fatto che la L. n. 120 del 2010 ha introdotto un istituto, quello, appunto, del lavoro di pubblica utilità, che, oltre a determinare un’espressa abolizione del reato per la fascia compresa tra 0,5 e 0,8 g/l, consente nientemeno che la sostituzione di una sanzione detentiva e/o pecuniaria con una misura sostitutiva delle stesse la cui osservanza comporta né più né meno che l’estinzione del reato.
Ciò detto, la recente (e peraltro estremamente sintetica) pronuncia della Corte di Cassazione prende in specifica considerazione il problema dell’ammissibilità dell’applicazione del lavoro di pubblica utilità in sede di gravame, da parte del Giudice dell’impugnazione, nonché quello della possibilità di disporre d’ufficio la misura dei lavori di pubblica utililtà.
Al contrario, è pur vero, potrà dedursi il tenore dell’art. 7 C.E.D.U. che postula la possibilità di far valere in ogni momento le cause estintive del reato, ma le norme processuali penali, più ancora di quelle sostanziali, si coniugano molto difficilmente con i principi di diritto internazionale, collocandosi in un ambito, quello della disciplina del processo penale, che costituisce la più pura espressione della sovranità del singolo Stato.
Quest’ultima ipotesi costituisce l’approdo finale di un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato che è andato, con argomentazioni non sempre convincenti, progressivamente sminuendo la valenza della volontà dell’interessato- istante al fine dell’attivazione del lavoro di pubblica utilità, arrivando a teorizzare - facendo uso di un’argomentazione letterale- la sufficienza ai fini della concessione della sanzione sostitutiva in esame, della mera «… non opposizione …» da parte dell’interessato .
Se sulla concessione da parte del Giudice dell’impugnazione non si pongono questioni particolari- anche in adesione ad esigenze “garantistiche” di tutela dell’imputato- pare molto meno condivisibile, invece, riconoscere al giudice il potere di applicare anche di ufficio la predetta sostituzione.
Avv. Daniele Pomata del Foro di Genova
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