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Timestamp: 2020-06-06 01:09:17+00:00
Document Index: 37061024

Matched Legal Cases: ['art. 476', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 476', 'art. 476', 'art. 476']

Falsità in atti: la fotocopia di un atto pubblico inesistente integra il reato - Alta Istruzione Forense
Falsità in atti: la fotocopia di un atto pubblico inesistente integra il reato di cui all’art. 476 c.p.
Corte di Cassazione, Sez. V, 18/01/2018, n. 5452
Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Milano confermava la sentenza di condanna dell’imputata, emessa dal Tribunale di Milano per i reati di falso (artt. 476 e 482 c.p.) e di truffa aggravata.
Avverso la predetta sentenza ricorreva l’imputata, lamentando nel ricorso, vizio di legge in riferimento agli artt. 476 e 482 c.p., da parte del Giudice di appello.
Con particolare riferimento all’art. 476 c.p., osservava la difesa che, in effetti, la giurisprudenza di legittimità aveva chiarito già in precedenti pronunce (cfr. n. 42065/2010 e n. 7385/2007) che, sebbene ai fini della sussistenza di tale reato non fosse necessaria una falsificazione di un atto pubblico, ma che la condotta ben potesse riguardare anche una copia fotostatica, idonea quindi a far apparire esistente l’atto stesso, ingannando perciò la pubblica fede, nel caso di specie, mancava, in concreto, l’atto originale. Tutti i documenti di cui era contestata la falsificazione erano, cioè, solo mere copie fotostatiche senza timbro né attestazione di conformità ad un atto pubblico originale.
Pur essendo consapevole dell’esistenza di precedenti contrari, tuttavia la Corte di Cassazione ha ritenuto di dover aderire alla giurisprudenza maggioritaria, secondo cui integra il reato di cui all’art. 476 c.p., la formazione di un atto presentato come la riproduzione fotostatica di un documento originale, in realtà inesistente, del quale si intenda artificiosamente attestare l’esistenza e i connessi effetti probatori, perché l’atto è idoneo a trarre in inganno la pubblica fede. Ciò, in quanto l’esistenza di una fotocopia avente il contenuto apparente di un atto pubblico dimostra che tale atto presupposto è stato contraffatto, per poterne trarre una copia fotostatica, ovvero che è stato alterato un documento pubblico esistente. In ogni caso, affinché sussista il reato in esame non è affatto necessario che vi sia un intervento materiale su un atto pubblico, essendo sufficiente che attraverso la falsa rappresentazione della realtà operata dalla fotocopia tale atto appaia esistente, con lesione della pubblica fede.
Per tale motivo, la Suprema Corte ha affermato che deve ritenersi che integra il reato di cui all’art. 476 c.p. anche l’alterazione compiuta sulla fotocopia di un atto pubblico esistente, ovvero il fotomontaggio di più pezzi di atti veri, ovvero ancora la creazione artificiosa di una fotocopia di un atto inesistente. A tal fine è del tutto indifferente che la copia sia autentica (nel qual caso vi sarebbe piuttosto un falso ideologico del soggetto certificante).
Relativamente alla truffa aggravata, la Cassazione, aderendo all’orientamento del giudice di appello, ha confermato che la prova indiziaria in ordine alla compartecipazione della ricorrente alla descritta azione truffaldina ai danni degli acquirenti dell’azienda e alla palese conoscenza da parte della stessa della condotta raggirante ai danni della società acquirente, si evince dalla sottoscrizione da parte della ricorrente dei contratti preliminari di cessione d’azienda, dalle sue ammissioni in ordine alla conoscenza della inesistenza dei titoli abilitativi ed autorizzativi per l’esercizio dell’attività commerciale oggetto di cessione e dal sequestro dei documenti falsificati.
La Corte di Cassazione, pertanto, ha rigettato il ricorso, considerato che nel caso di specie, “la falsificazione ha sì riguardato atti pubblici inesistenti”, come il provvedimento di accoglimento della domanda intesa ad ottenere l’autorizzazione all’attività di somministrazione di cibi e bevande e la dichiarazione di inizio di attività produttive, “ma comunque riprodotti artificiosamente in fotocopie in modo da creare un apparenza di esistenza degli stessi al fine di ingannare la pubblica fede e di consumare, tramite tale artificiosa apparenza, la truffa in danno della società acquirente l’azienda priva dei requisiti di legge e dei titoli abilitativi per l’esercizio dell’attività di ristorazione”.
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