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Timestamp: 2018-09-23 21:32:30+00:00
Document Index: 55071192

Matched Legal Cases: ['art. 77', 'art. 78', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4']

La Domenica Giuridica. Imu-Bankitalia: la ghigliottina che "taglia" la democrazia - OltremediaNews
On 2 settembre 2014 At 20:55
La vicenda Imu-Bankitalia, ormai ben conosciuta, rappresenta l’ennesimo riscontro della debolezza del Parlamento e dell’esecutivo sotto diversi aspetti.
In primo luogo, l’atto legislativo emanato contiene due materie distinte: abolizione del saldo dell’Imu ed aumento del capitale della Banca d’Italia. Sicché, appaiono legittime le posizioni di chi ha visto o quanto meno ha dubitato che, in tale commistione, fosse nascosta una sorta di “ricatto”, considerando che l’abolizione della rata Imu è stata sottoposta alla condizione dell’approvazione della capitalizzazione delle quote della banca centrale italiana. In secondo luogo, il Governo ha nuovamente legiferato attraverso lo strumento del decreto legge di cui all’art. 77 della Costituzione che, come noto, presuppone la sussistenza degli elementi della straordinaria necessità e dell’urgenza ed è un atto di origine esecutiva, convertito in legge dall’organo rappresentativo (il Parlamento) successivamente.
Proprio in questa sede, e veniamo ad un altro profilo di debolezza, nell’ultimo giorno utile prima della sua decadenza, il Presidente della Camera ha applicato lo strumento della “ghigliottina” onde impedire le osservazioni dei deputati che avrebbero, invero, fatto ostruzionismo a un provvedimento, peraltro già contestato, in scadenza, impedendone l’approvazione. Tralasciando le vicende di protesta che sono seguite a tale approvazione (probabilmente condivisibili) della legge del 29 gennaio 2014 n. 5 di conversione del decreto legge del 30 novembre 2013 n. 133, ci si sofferma sui due punti essenziali: lo strumento della “ghigliottina” e il contenuto del provvedimento approvato.
Ebbene, la ghigliottina, volta in tale occasione a “tagliare” la discussione di una legge, è un istituto non previsto nel regolamento della Camera dei Deputati, al contrario di quello del Senato, il cui comma 5 dell’art. 78, stabilisce che “il disegno di legge di conversione, presentato dal Governo al Senato, è in ogni caso iscritto all’ordine del giorno dell’Assemblea in tempo utile ad assicurare che la votazione finale avvenga non oltre il trentesimo giorno dal deferimento”. La finalità di tale strumento, è stato detto, consisterebbe nell’assicurare il diritto della maggioranza di deliberare in ordine al procedimento di conversione di un decreto legge.
A ben vedere, il “diritto della maggioranza” di decidere (nel caso in esame, in Parlamento) non è affatto una garanzia. Anzi, posto che per il tramite del Parlamento viene esercitata la sovranità che appartiene al popolo (art. 1 della Costituzione), si deve sempre tenere presente che “il regime parlamentare, a volerlo definire con una formula, non è quello dove la maggioranza ha sempre ragione, ma quello dove sempre hanno diritto di essere discusse le ragioni della minoranza” (Prof. Piero Calamandrei, articolo pubblicato su “Il ponte” nel luglio 1948 e riportato in “Lo Stato siamo noi”, Milano 2011).
Quanto al contenuto del provvedimento, va detto che esso contiene la cancellazione della seconda rata della tassa sulla casa (decisione che, comunque, poteva essere adottata anche con un decreto apposito) ma la norma di maggiore rilevanza è l’art. 4 che si occupa dell’aumento delle quote della Banca d’Italia.
La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico dal regio decreto 12 marzo 1936 n. 375 convertito in legge 7 marzo 1938 n. 141, poi abrogato e riportato nel decreto legislativo 1° settembre 1993 n. 385. Secondo la Cassazione, infatti, essa è qualificabile come ente pubblico in ragione delle funzioni di vigilanza in materia di risparmio e di esercizio della funzione creditizia e valutaria (Cass., Sezioni Unite, 1° ottobre 2003, n. 14667). Con l’art. 4 della legge 5 del 2014, essa viene autorizzata ad aumentare il proprio capitale mediante l’utilizzo delle riserve statutarie dall’importo di 156 mila a 7,5 miliardi di euro. La ripartizione dei dividendi tra i partecipanti è annuale, calcolata sugli utili netti, per un importo non superiore al 6 per cento del capitale.
Le quote di partecipazione al capitale possono appartenere solamente ai seguenti soggetti:
– banche aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia;
– imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia;
– enti ed istituti di previdenza ed assicurazione aventi sede legale in Italia e fondi pensione.
Il comma 5 dell’art. 4 precisa che ciascun partecipante non può possedere, direttamente o indirettamente, una quota del capitale superiore al 3 per cento e che per le quote possedute in eccesso non spetta il diritto di voto ed i relativi dividendi sono imputati alle riserve statutarie della Banca d’Italia.
Secondo il comma 6, invece, la Banca d’Italia, al fine di favorire il rispetto dei predetti limiti di partecipazione al capitale, può acquistare temporaneamente le proprie quote di partecipazione. Ciò posto, ci si chiede, in particolare, quali siano gli effetti di siffatto aumento di capitale.
In prima battuta, si evidenzia che la valutazione del capitale fino a 7,5 miliardi di euro comporta che banche e partecipanti si ritrovano con quote che prima erano una frazione di 156 mila euro, mentre ora vengono ricalcolate come parte di un capitale molto più ingente. Va da sé che il computo in questione produrrà i suoi effetti anche in sede di distribuzione dei dividendi.
Sulla disposizione che limita i partecipanti a detenere un valore non superiore al 3 per cento del capitale sociale e la contestuale possibilità di acquisto da parte di Banca d’Italia, ente pubblico, delle quote in esubero, si palesa che tale conseguimento avverrà al nuovo valore di 7,5 miliardi di euro. Pertanto, alla luce di quanto detto, è doverosa una riflessione.
Ci si domanda, se l’aumento del capitale delle quote di Banca d’Italia fosse non soltanto opportuno, posto che i partecipanti alla banca centrale, che resta un ente pubblico, non sono investitori privati detentori di risparmi, e anche considerarlo come necessario, ci si chiede se lo stesso fosse così urgente da essere inserito in un decreto legge assieme all’abolizione della rata della tassa sulla casa.
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