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Timestamp: 2017-06-28 01:49:40+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 22', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 22', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 700']

Tribunale di Pisa, sez. Lavoro - Ordinanza del 10/12/2002
Regolarizzazione extracomunitari: ricorso d'urgenza se il datore non collabora
( Tribunale Pisa, sez. Lavoro, ordinanza 10.12.2002 n° 6062 )
Il Giudice del Lavoro del Tribunale di Pisa, dr. Gaetano SCHIAVONE, sciogliendo la riserva, PREMETTE
5) in ordine al fumus, che significa parvenza del fondamento in diritto della pretesa azionata, salvo più approfondito accertamento nel corso del giudizio di merito, va rilevato che il decreto legge n. 195/00 (conv. in L. n. 222/02) recita testualmente, all’art. 1, com. 1, che: "chiunque nell’esercizio di attività d’impresa sia in forma individuale che societaria, ha occupato, nei tre mesi antecedenti la data di entrata in vigore del presente decreto, alle proprie dipendenze lavoratori extracomunitari in posizione irregolare, può denunciare, entro la data dell’11 novemre 2002, la sussistenza del rapporto di lavoro (....)". Il terzo comma aggiunge che: "ai fini della ricevibilità, alla dichiarazione sono allegati: a) copia sottoscritta della dichiarazione di impegno a stipulare, nei termini di cui al com. 5, il contratto di soggiorno per lavoro subordinato a tempo indeterminato ovvero per un contratto di lavoro di durata non inferiore ad un anno nelle forme di cui all’art. 5-bis T.U. n. 286/98; b) attestato di pagamento di un contributo forfetario pari a €. 700,00 per ciascun lavoratore".
5.a) il primo ostacolo interpretativo da superare per l’eventuale accoglimento del ricorso, risiede nell’interpretazione da dare alla locuzione "può denunciare" contenuta nel surriferito primo comma.
Balza immediatamente agli occhi che l’unica interpretazione da escludere immediatamente è quella che annetta al testo un significato di carattere facoltativo. La norma, infatti, non può essere interpretata nel senso che il legislatore avrebbe affidato al datore di lavoro la realizzazione di una condizione meramente potestativa che solitamente si esprime nel latinetto "si voluero", cioè se vorrò. Perché se lo scopo perseguito dal legislatore è quello di legalizzare il lavoro sommerso, prestato nel nostro Paese dagli extracomunitari la sorte di questi lavoratori non potrà certo essere affidata al solo gradimento datoriale, dovendo la realtà economica sottostante emergere aliunde, cioè sulla base non solo di un elemento volontaristico, quanto di elementi economicamente rilevanti. Il legislatore a ciò ha provveduto nel senso che ha limitato la sanabilità delle posizioni di quegli extracomunitari che alla data di entrata in vigore del D.L. n.195, cioè il 10. 09. 2002, fossero occupati da almeno tre mesi, alle dipendenze di imprese operanti nel nostro territorio.
5.b) il secondo ostacolo risiede nella ricevibilità della domanda (ex art. 1, com. 3 DL. cit.), nel senso che ai fini della regolarizzazione, che va completata con la sottoscrizione, innanzi agli uffici prefettizi, di un contratto di lavoro della durata quanto meno di un anno, alla dichiarazione deve essere allegata la ricevuta di pagamento della somma di €. 700,00 a titolo di contributo forfetario, nonché altro atto di impegno datoriale a sottoscrivere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o a tempo determinato ma per almeno dodici mesi..
6.a) come sopra s’è visto la legge non consente che tutto sia affidato al solo buon cuore del datore di lavoro, in quanto se il requisito del rapporto di lavoro trimestrale viene verificato come realmente realizzatosi, il datore di lavoro è sicuramente obbligato alla denuncia ed il "può denunciare" contenuto nella norma sta sicuramente a significare: "sussistono le condizioni perché denunci".
6.b) ma, secondo quanto risulta dal terzo comma, surriferito, gli elementi richiesti dalla legge per il rilascio del documento di soggiorno, che in sostanza è quanto interessa al ricorrente, sono altresì il versamento di €. 700,00, la cui obbligatorietà è accessoria, una volta accertato il requisito di cui al comma 1, nonché la dichiarazione di intenti di volere occupare il lavoratore per almeno il successivo periodo di dodici mesi.
La regolarizzazione degli immigrati - che nel nostro Paese sono stranamente un problema, anziché una risorsa - ha ricevuto solo recentemente una qualche sistemazione, peraltro confusa, non foss’altro perché vengono spesso frammisti i piani della tutela dell’ordine pubblico e della disciplina del lavoro, spesso (anzi, quasi sempre) finendo col sacrificare i diritti dei lavoratori o, comunque, rendendone oltremodo difficile l’esercizio, fino allo scoramento. Come se il legislatore volesse tenere questa forza lavoro sul crinale della marginalità sociale, in una situazione di costante ricattabilità.
Con il che si finisce col rischiare che, in via di fatto, venga a crearsi nel diritto del lavoro un corpus sostanzialmente separato, che riguarda il rapporto con i lavoratori extracomunitari. Ed è noto come la prassi svolga un ruolo determinante in un ramo del diritto che difetta di codificazione. E sia bastevole pensare agli innumerevoli adempimenti formali, peraltro sanzionati, che accompagnano il rapporto di lavoro con i lavoratori extracomunitari, per dare conto di quello scoramento.
Così è, ad esempio, per l’art. 2, com. 7 TU. n. 286/98, ove è previsto che "qualunque variazione del rapporto di lavoro intervenuto con lo straniero" debba essere comunicato al Prefetto, punendo la relativa omissione con la sanzione amministrativa da 500,00 a 2.500,00 euro, che non è certo cosa di poco conto se si pensa che possa essere la conseguenza di aver dimenticato di comunicare una promozione, ovvero un mutamento di qualifica. Posto che questi sono certamente modifiche del rapporto, anche se assolutamente ininfluenti sotto il profilo dell’ordine pubblico, a cui, anche istituzionalmente risultano essere preposti i Prefetti.
Innanzitutto è previsto con particolare rigore l’accertamento che sia il datore di lavoro personalmente, ovvero tramite delegato e previa identificazione personale da parte degli uffici postali (cfr.via Internet: Circ. Min. Interni), ad inoltrare la dichiarazione di emersione, contenente cioè il riconoscimento di un pregresso rapporto di lavoro di durata almeno pari al trimestre precedente l’entrata in vigore della legge, nonché ad effettuare il versamento del contributo forfetario pari a €.700,00.
Nonostante questa oggettiva dequalificazione, sul piano privatistico, del valore di questa forma, essa assume certamente rilievo per gli effetti pubblicistici e, ciononostante, come detto, il suo compimento pare affidato piuttosto al buon cuore del datore di lavoro, il che va anche contro lo spirito della stessa legge. Se, infatti, scopo del legislatore è quello di consentire la permanenza sul territorio solo di quegli extracomunitari che risultino garantiti dalla percezione di un reddito che consenta loro un inserimento dignitoso e lontano dalle possibili fonti illecite di guadagno, non v’è chi non ne veda i vistosi limiti.
Innanzitutto, non si capisce bene come possano emergere tutti quelle persone che abbiano impiantato una sia pur minima ma consistente attività di lavoro autonomo. Anzi dalla disciplina transitoria risulta che o una persona è lavoratore subordinato o non gli è consentito regolarizzare la propria posizione, posto che presupposto per l’emersione è solo quello di aver avuto un rapporto di lavoro subordinato negli ultimi tre mesi. Oltremodo ambigua pare la disciplina di chi abbia svolto un trimestre o più di lavoro dipendente ma al momento di entrata in vigore della legge fosse disoccupato, anche se, per ipotesi, con una lite giudiziale di accertamento in corso. La legge, appunto, parla di occupazione nei tre mesi antecedenti la sua entrata in vigore, cioè di quelli e non di altri, antecedenti, da cui evincere la volontà dell’immigrato di inserimento tramite il lavoro e non per espedienti vari. Inoltre, non viene disciplinata la sorte di chi pur essendo in regola per la prima parte della fattispecie (lavoro pregresso), non possa portare a compimento la seconda per i più vari motivi (es.: decesso del datore di lavoro promittente, chiusura o cessione dell’impresa, licenziamento, dimissioni per giusta causa per molestie, mobbing, ecc.) e, la cui domanda di regolarizzazione rischia addirittura di non essere presa in considerazione, poiché l’allegazione dell’impegno a concludere il contratto di soggiorno ne è condizione di ricevibilità ex art. 1, com. 3, L. n. 222/02.
Nel caso in cui, invece, il datore di lavoro non abbia sottoscritto l’impegno a contrarre non è certo possibile parlare di corrispondente obbligo a suo carico per il contratto confermativo, che deve avere fonte in una pregressa volontà privata ("dichiarazione d’impegno", dice la legge). Ma a questo punto delle due l’una: o egli continua ad avere alla proprie dipendenze un lavoratore certamente non in regola, ed allora scatterebbe la previsione penalistica di cui all’art. 22, com. 12, TU., ovvero recede dal rapporto di lavoro.
In effetti, uno spiraglio interpretativo in questo senso può trarsi dalla seconda parte del com. 6, art. 1, l. n. 222, cit., ove è prevista la non punibilità per tutto il periodo che va dalla presentazione della domanda, fino alla convocazione del Prefetto, per chi contragga un rapporto di lavoro con un clandestino. Il soggetto attivo del reato è, dunque, indifferente per il legislatore, sia esso il datore originario o meno, altrimenti avrebbe dovuto concedere la non punibilità solo a chi avesse avuto il rapporto nel trimestre antecedente all’entrata in vigore della legge e non a chi comunque dia lavoro fino a quel momento. Evidentemente, egli verrà individuato dal momento della chiamata per la stipula del contratto confermativo in poi ed il legislatore, dando questo termine a prescindere dalla causa di estinzione del rapporto con l’originario datore di lavoro, ha operato la scelta di consentire al lavoratore di porre in essere altro valido rapporto, senza tema di espulsione. Ma alle stesse conclusioni conduce la lettera dell’art. 2, com. 1, L. n. 222, ove si legge che, "fino alla data di conclusione della procedura di cui all’art. 1, non possono essere adottati provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale nei confronti dei lavoratori compresi nella dichiarazione di cui allo stesso articolo, salvo che risultino pericolosi per la sicurezza dello Stato".
Pertanto non può parlarsi di automatica irricevibilità formale della domanda, con la conseguenza che gli Uffici prefettizi debbano scartandone a priori l’esame nel merito, se manca l’impegno scritto del datore di lavoro ad assumere. Lo spirito della sanzione procedimentale è solo quello di escludere che siano prese in considerazione situazioni in cui non vi sia alcuna concreta possibilità di occupazione per un consistente arco di tempo se non indefinititivamente. Altrimenti non si capirebbe il senso del sopra visto esonero temporaneo da sanzione penale e di polizia.
Fatto è che, avendo voluto la legge piegare il rapporto di lavoro ad esigenze ultronee rispetto a quelle tipicamente connessevi, non poteva non imbattersi in incongruità che finiscono col tradire lo scopo stesso avuto di mira. Di tal chè, se la fisiologia è quella prefigurata dalla legge, non può tenersi conto che vi siano le più varie situazioni pur meritevoli di tutela, anche se non conformi agli aspetti secondari delle obbligazioni o degli obblighi pubblicistici ivi prefigurati. Così, del versamento dello stesso contributo forfetario di €. 700,00, può essere data dimostrazione al momento della convocazione prefettizia, essendo irrilevante sia l’effettuazione al momento dell’inoltro della domanda, ovvero la persona che debba subire l’onere. La stessa statuizione di cui alla lett. ‘d’, com. 2, art. 1, L. n. 222, cit., che sanziona con l’inammissibilità la domanda che non contenga l’indicazione della retribuzione convenuta fra le parti (il riferimento è, ovviamente, al rapporto trascorso, in quanto il contenuto della dichiarazione attiene al passato), non si capisce perché debba sottoporre alla stessa sanzione quella dichiarazione che contenga l’indicazione di una retribuzione inferiore a quella vigente in base al CCNL del settore di riferimento, come verosimilmente è nei casi di rapporto di lavoro al nero. Quel che è importante è che fosse reale un rapporto di lavoro, quindi retribuito, e che siano identificabili, senza ombra di equivoco, gli elementi soggettivi ed oggettivi dello stesso, per consentire le verifiche del caso ed allo scopo di evitare che la sanatoria riguardi persone giunte all’ultimo momento sul territorio nazionale. Tutto il resto è estraneo allo scopo della norma, vale per agevolare gli adempimenti formali e burocratici, per dare certezza (probabilmente) alle presenza future nel nostro Paese. Tutte esigenze, però, che come tali non possono farsi discendere dalle regole attinenti al rapporto di lavoro. La retribuzione è di fatto derogabile e spesso, purtroppo, derogata in pejus dalle parti, con le salvaguardie della rivendicazione entro il termine prescrizionale, ovvero della tutela contro le rinunce e transazioni. Sicchè non potrà mai essere ritenuta inammissibile una domanda che contenga l’indicazione di una retribuzione giuridicamente consolidata, per le vie dette, sebbene inferiore ai parametri del CCNL, poiché è elemento disarmonico, sia con lo spirito della legge che con le regole lavoristiche. Altrimenti il lavoratore finirebbe con l’essere penalizzato due volte, la prima perché ha ricevuto una paga spesso di fame e la seconda nel vedersi dichiarare, proprio per questo, inammissibile della domanda.
Gli atti prodotti in causa dimostrano che I.V., nato a xxxx il xx.xx.xxxx e residente a xxxxxx (giusta carta d’identità) è iscritto all’albo artigiani ed è titolare della impresa edile B. di I.V. , fin dal xx.xx.xxxx ma iscritta alla CCIAA di Pisa dal xx.xx.xxxx (cfr.: certificato della CC.I.AA.).
Come risulta, il rapporto è esaurito e le parti hanno dichiarato a verbale di non aver null’altro a che pretendere l’una dall’altra sotto il profilo economico, il che conferma implicitamente sia una retribuzione che la rinuncia alla pretesa di eventuali differenze. Ciò è quanto basta perché il ricorrente possa procedere legittimamente alla ricerca di un nuovo lavoro, quanto meno fino a quando non sarà chiamato dal Prefetto per sottoscrivere il contratto di soggiorno, ma anche, per le ragioni dette, per far si che la sua domanda non sia dichiarata irricevibile. Che è quanto esplicitamente riconosce la stessa amministrazione degli Interni che, con il messaggio telegrafico del 5. 11. 2002 ha inteso estendere analogicamente, nell’incertezza della lettera della L. n. 222, alle persone la cui regolarizzazione non possa avvenire per le vie fisiologiche di cui alla medesima L. n. 222, la stessa disciplina prevista a regime per gli immigrati dall’art. 22, com. 11, TU. n. 286 e cioè che la perdita del posto di lavoro non implica revoca del permesso di soggiorno per il periodo di validità residua del permesso. E, comunque, per almeno sei mesi è stato previsto il rilascio di un permesso di soggiorno provvisorio, nonostante l’art. 2, com. 1 L. n. 222, come riferito, impedisca l’allontanamento dal territorio nazionale nelle more di perfezionamento della pratica di sottoscrizione del contratto di soggiorno. E’ evidente quindi, che il semestre debba essere considerato il termine minimo, non potendosi far ricadere sulle spalle del lavoratore, secondo il disposto di legge, la conseguenza di una durata della procedura superiore a quella disciplinata dal ridetto art. 1, L. n. 222/02.
Il Giudice del lavoro, in accoglimento della domanda ex art. 700 cpc. così come precisata al verbale 29. 11. 2002, DICHIARA che R.A., nato a xxxx (Albania) il xx.xx.xxxx e residente a xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx, Cod. Fisc. xxx xxx xxxxx xxxxx, in atti rappresentato e difeso dall’Avv. yyyyyyyy, è stato ininterrottamente dal 23. 05. 2002 al 10. 09. 2002 lavoratore subordinato retribuito a tempo pieno, di I.V., nato a xxxx il xx.xx.xxxx e residente a xxxxxxxxxx (giusta carta d’identità) ed iscritto all’albo artigiani di Pisa e titolare della impresa edile B. di I.V., fin dal xx.xx.xxxx ma iscritta alla CCIAA di Pisa dal xx.xx.xxxx . Assegna a parte ricorrente il termine di giorni 60 per iniziare il giudizio di merito. La compensazione delle spese al definitivo.