Source: http://www.laleggepertutti.it/10881_mediazione-obbligatoria-la-conciliazione-si-puo-fare-anche-davanti-al-giudice-di-pace
Timestamp: 2013-05-22 08:27:32+00:00
Document Index: 2556645

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 320', 'art. 322', 'art. 185', 'art. 311', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 320', 'art. 322', 'art. 320', 'art. 322', 'sentenza ', 'art. 75', 'art. 24']

Mediazione obbligatoria: la conciliazione si può fare anche davanti al Giudice di Pace
Lo sai che? Mediazione obbligatoria: la conciliazione si può fare anche davanti al Giudice di Pace
5 aprile 2012 DI Redazione | 2.789 letture Il Giudice di Pace di Napoli ha emesso una sentenza pilota che intende aggirare il problema della mediazione obbligatoria (almeno per quanto riguarda le cause davanti allo stesso giudice di pace).
La vicenda nasce da una questione sorta in un giudizio di responsabilità per sinistro stradale, prima del quale tuttavia la parte attrice aveva dimenticato di esperire il tentativo di mediazione imposto dal d.lgs. 28/2010.
Il giudice invece ha sanato la svista, supplendo attraverso una conciliazione innanzi a sé medesimo.
Il GdP nasce proprio per mettere pace tra le parti e quindi – ha detto il giudice –, posto che il d.lgs. 28/2010 non ha abrogato gli artt. 320 e 322 c.p.c. (che prevedono appunto il tentativo di conciliazione alla prima udienza), la mediazione può essere effettuata anche davanti al giudice stesso.
Così il giudice partenopeo ha rimesso, con ordinanza, le parti innanzi a sé per il tentativo obbligatorio di mediazione, che non era stato precedentemente esperito.
Rimandiamo il lettore alla massima della sentenza in commento.
“Il procedimento dinanzi al Giudice di Pace già prevede sua la conciliazione in sede contenziosa, in virtù dell’art. 320 comma I, che in sede non contenziosa (non prevista invece davanti al Tribunale) ai sensi dell’art. 322 c.p.c., e tale istituto preesiste al D.lgs. 28/2010, essendo stato introdotto sin dall’istituzione del Giudice di Pace (legge 374/1991). Il predetto articolo 322 c.p.c. detta, al primo comma, le modalità di presentazione della istanza, la quale può essere proposta anche verbalmente al giudice di pace competente per territorio, secondo le disposizioni della sez. III, capo I, tit. I, libro I, mentre al comma 2 precisa che il processo verbale di conciliazione non contenziosa costituisce titolo esecutivo (a norma dell’art. 185, ultimo comma), se la controversia rientra nella competenza del giudice di pace. Il d.lgs. 28/2010, dunque, non contiene alcun richiamo al giudice di pace, né dispone espressamente l’abrogazione degli artt. 320 e 322 c.p.c. Ne deriva che, in conformità a quanto affermato dalla Suprema Corte, nel procedimento dinanzi al giudice di pace vanno applicate le disposizioni di cui al libro II, titolo II, dall’art. 311 al 322 c.p.c.”
[1] Giudice di Pace di Napoli, sent. del 23.03.2012.
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Fate corretta informazione: ” MEDIAZIONE E CONCILIAZIONE DEL GIUDICE DI PACE: DUE ISTITUTI DIFFERENTI
avvocato in Cosenza, dottore di ricerca in “Impresa, Stato e Mercato” nell’Università della Calabria
Con una recente sentenza pubblicata il 23 marzo scorso, il Giudice di Pace del Mandamento di Napoli – nella persona dell’avvocato nolano Felice Alberto D’Onofrio – ha fantasiosamente statuito che nei giudizi instaurati innanzi al Giudice di Pace ed aventi ad oggetto controversie su materie in ordine a cui costituisca condizione di procedibilità il previo esperimento del tentativo di mediazione ex art. 5 del D. Lgs. 28/2010 non si debba applicare la disposizione normativa medesima in quanto a ciò osta la sussistenza degli artt. 320 e 322 del Codice di Procedura Civile, a mente dei quali nell’ambito del rito de quo vertitur sarebbero già contemplati istituti di composizione bonaria delle controversie.
In particolare, è disciplinata la conciliazione di soggetti in lite:
in seno ad un giudizio già pendente, dall’art. 320 del Codice di Procedura Civile;
in limine di un giudizio non ancora instaurato, dall’art. 322 del Codice di Procedura Civile.
Invero, secondo il magistrato onorario partenopeo, proprio la previsione di simili istituti compositivi in era preesistente a quella della promulgazione del D. Lgs. 28/2010 giustificherebbe l’esclusione dell’applicabilità dell’istituto mediatizio di promanazione comunitaria nei procedimenti testé cennati.
L’assunto è del tutto destituito di fondamento giuridico oltre che logico.
Sul piano dei contenuti, in via preliminare, bisogna infatti osservarsi che l’istituto della mediazione civile e commerciale di cui al D. Lgs. 28/2010 non ha fisionomia analoga a quella amministrabile dal Giudice di Pace.
Divergono infatti gli istituti de quibus per connotazione del soggetto gestore, modalità operative di gestione e struttura instrinseca.
Quanto al soggetto gestore, è da sottolineare che il Giudice di Pace, a differenza del mediatore, è un soggetto nominato in virtù della mera delibazione formale di titoli per esercitare una funzione aggiudicativa del torto e della ragione (perlopiù alla luce della rigida applicazione delle disposizioni normative ordinamentali); come tale, costui non riceve una formazione specifica sulle tecniche di risoluzione alternativa delle controversie, non avendone bisogno per l’esercizio concreto della propria funzione.
Piuttosto, il mediatore diviene tale dopo essersi sottoposto a un rigido percorso formativo, specificamente calibrato sulle metodologie di alternative dispute resolution, nonché a seguito del superamento di un esame serio e rigoroso.
Pertanto, passando all’analisi della struttura intrinseca dei due istituti in esame, la conciliazione del Giudice di Pace rappresenta praticamente un’anticipazione del giudizio. Giammai essa potrà integrare un’alternativa al, o un’anticamera scongiurativa del, giudizio stesso; ciò in quanto:
nell’ipotesi ex art. 320 del Codice di Procedura Civile, il giudizio è già pendente;
nell’ipotesi ex art. 322 del Codice di Procedura Civile, il giudizio è virtualmente iniziato, atteso che in qualsiasi ufficio giudiziario si va con animo belligerante e non certo compositivo.
Le considerazioni da ultimo tratteggiate hanno un riscontro storico incontestabile.
Il modello che informa gli istituti di cui si sta discettando è evidentemente quello teorizzato da Frank Sander, definito “Multi-door Courthouse” e purtroppo di scarsa applicazione pratica: segnatamente, un modello secondo cui i palazzi di giustizia dovessero avere più porte, ossia i sistemi giurisdizionali dovessero prevedere più modalità di risoluzione delle lite e nel novero di queste contemplare procedure compositive extra-processuali.
Orbene, il sistema giurisdizionale – quasi lessicalmente – non può serbare alternative a sé stesso.
Riguardo poi alle modalità operative di gestione, è indubbio che la negoziazione condotta dal Giudice di Pace non potrà che avere tipologia distributiva di torto e ragione, influenzata inevitabilmente dal modus agendi del magistrato onorario, abituato a dirimere contrasti mercé imposizione di un proprio orientamento. Contra, la negoziazione del mediatore è cooperativa, agevola tra le parti la reciproca comprensione degli interessi e dei bisogni e non culmina mai con un’imposizione del terzo mediatore stesso.
Inoltre, la conciliazione del Giudice di Pace è comunque sempre facoltativa.
Se fosse vera la tesi della fungibilità di questa con la procedura mediatizia di cui al D. Lgs. 28/2010, si potrebbe verificare – paradossalmente – che, nelle controversie su materie in ordine a cui costituisca condizione di procedibilità, il pregiudiziale esperimento del tentativo compositivo mai abbia luogo.
Afferma poi l’avvocato D’Onofrio, nella sentenza mentovata, che il D. Lgs. 28/2010 conterrebbe norme posteriori cronologicamente rispetto a quelle di cui agli artt. 320 e 322, che però costituirebbero norme speciali e dunque non derogabili mercé mera applicazione del criterio cronologico di coordinamento tra fonti del diritto, espresso dal brocardo latino lex generalis posterior non derogat priori speciali.
L’asserzione è errata.
Alla questione di specie deve trovare applicazione il più importante criterio gerarchico di coordinamento tra fonti del diritto, espresso dal brocardo latino lex superior derogat inferiori, in omaggio al quale la norma di rango superiore deroga sempre a quella di rango inferiore.
Tanto detto, va pure stigmatizzata l’inammissibilità di un’eventuale consultazione referendaria – invocata, tra gli altri, dall’attuale Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli – avente ad oggetto le disposizioni del Decreto Legislativo 28/2010.
Da ritenersi, infatti, è che il D. Lgs. 28/2010 rientri nel novero delle cosiddette “leggi comunitariamente necessarie”.
In merito ai requisiti per l’ammissibilità del referendum abrogativo, la Corte Costituzionale, partendo dal limite degli obblighi internazionali sancito dall’art. 75 della Carta Costituzionale, ha elaborato una giurisprudenza che al referendum medesimo riconduce anche un nuovo limite, quello delle “leggi comunitariamente necessarie”.
Orbene, fin dal 2000, la Consulta non ha ritenuto ammissibile il referendum su quelle leggi che sono indispensabili affinché lo Stato italiano non risulti inadempiente rispetto agli obblighi comunitari, dal momento che l’eliminazione di tali norme è possibile solo con la contemporanea introduzione di disposizioni conformi al diritto dell’UE (sentt. 31, 41 e 45 del 2000).
Espunto dall’ordinamento interno il D. Lgs. 28/2010, si creerebbe un vulnus con riferimento alla conformità comunitaria dell’ordinamento stesso.
E, da ultimo, peraltro, la Corte Costituzionale si è pure preoccupata di non violare la cosiddetta “clausola di stand still”, enucleata dalla Corte di Giustizia, secondo la quale anche in pendenza del termine di recepimento delle direttive gli Stati non devono adottare normative interne in grado di ostacolare o ritardare l’applicazione del diritto comunitario; difatti, con le summenzionate sentenze 41 e 45 del 2000, la Consulta ha ritenuto inammissibili quesiti volti ad eliminare disposizioni vigenti già conformi a direttive comunitarie in via di recepimento, sulla base della tesi secondo cui non può crearsi una disciplina nazionale in conflitto con i principi contenuti nelle direttive da attuare.
l’avv.Mario Tocci giustamente si guarda i suoi interessi avendo paura che gli tolgono la succulenta polpetta dal piatto… ma a questo provvederà la corte costituzionale
Francamente, a chi giovi questo “innovativo” istituto lo devo ancira capire. Intendiamoci, una mezza idea me la sono anche fatta, dando una sbirciata ai costi per i corsi da mediatore ma questo è l’aspetto che meno mi preoccupa. Quello che mi lascia interdetto è il ruolo del mediatore e la sua figura specifica. Non ha poteri sostanziali, non può disporre CTU, può in sostanza assistere a quello che le parti espongono in sede di mediazione. Perchè due parti che litigano dovrebbero trovare un accordo innanzi ad un soggetto che non ha poteri coercitivi? Come può un mediatore quantificare risarcimenti dove occore una competenza che solo certe figure professionali possono avere?
Io finora ne ho fatte 5 per colpe mediche e 3 per sfratti. In un solo caso la controparte si è presentata, in nessun caso si è arrivati alla conciliazione. Tempo sprecato e soldi spesi. Per poi andare in giudizio. Complimenti…al legislatore!
credo ci sia poco da commentare…la mediazione è solo un patetico tentativo del legislatore di deflazionare il contenzioso semplicemente renendo più gravoso il sacrosanto diritto di accesso del cittadino alla giustizia operando uan sbarratura palesemente incostituzionale con costi più alti rispetto alla giustizia ordinaria. Piuttosto che assumere personale deputato ad amministrare la giustizia togato e non…si vuole stroncare sul nascere l’iniziativa di che è stato leso nei propri diritti affidandolo a figure professionali che per lo più di diritto non ne sanno nulla.
la conciliazione c’è e ed è sempre esistita atteso che il precontanzioso è gestito dal legale al quale il cittadino si affida….e solo un avvocato con preparazione e bagaglio professionale e di esperienza adeguato è in grado di valutare la sussistenza di tutti i presupposti per la definizione stragiudiziale di una vertenza…la corte costituzionale non potrà che dichiarare il tutto in contrasto con i più basilari principi della costituzione…primo fra tutti l’art. 24 ….
per il resto invito invito caldamente coloro che stanno ultimando il corso di mediatore di farsi restituire i soldi….approfittare delle prime giornate di sole ed andare a divertirsi a mare…o per chi preferisce in montagna
L’ignoranza sull’Istituto della mediazione è abissale, sopratutto in relazione alla r.c. auto: anche le Compagnie assicuratrici non partecipano perché dichiarano di essere prive di documentazione (senza sapere che in mediazione si può reperire senza formalità tutto quello che si vuole) o, raramente quando partecipano, inviano agli incontri dei Legali con il solo “mandato a transare” impedendogli, così, di vagliare tutti gli elementi che emergono e valutare di conseguenza, trasformando l’incontro di mediazione in una farsa.
paolo de nuzzo
Così come è strutturata ed applicata la mediazione si risolve soltanto in perdita di tempo e di denaro considerati i costi non lievi della stessa. Mi lascia alquanto perplesso quanto affermato dall’avvocato Tocci riguardo alla preparazione pofessionale dei mediatori e al superamento di un esame seriio e rigoroso. In realtà per diventare mediatori è sufficiente seguire un corso a pagamento di poche ore al termine del quale il candidato non viene sottooposto a nessuna verifica degna di questo nome. Sar4ebbe meglio abolirla e mi auguroi che la Cortre Costituzionale faccia giustizia di un istituto inutille.