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Timestamp: 2019-11-18 01:21:36+00:00
Document Index: 140788942

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 95', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 190', 'art. 191', 'art. 94', 'art. 1', 'art. 191', 'art. 195', 'art. 195', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 185', 'art. 187', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 191', 'sentenza ']

Il principio del favor rei sulle sanzioni Consob è applicabile solo quando sono particolarmente rilevanti
Né l'applicazione delle sanzioni amministrative fa scattare il divieto del ne bis in idem, a meno che le sanzioni siano particolarmente rilevanti così da assumere una funzione afflittiva paragonabile a quella penale.
Decisione: Sentenza n. 4114/2016 Cassazione Civile - Sezione I
Parole chiave: favor rei - ne bis in idem - sanzioni Consob
Avverso la delibera della Consob la banca presentava opposizione, ma la Corte d'Appello la rigettava.
La censura di cui al primo motivo di ricorso riguardava l'applicazione dell'art. 5, 4° comma del regolamento Consob n. 11971-1999 (cd. regolamento emittenti), in combinato disposto con l'art. 95, l ° comma, lett. a), del T.u.f. relativamente all'obbligo di segnalazione dei fattori di rischio specifici nel prospetto informativo: si tratta degli obblighi posti in capo allo sponsor «di formarsi, anche tramite verifiche condotte da società di revisione, il ragionevole convincimento dell'esistenza presso la società emittente di un sistema di controllo di gestione (s.c.g.) tale da consentire ai responsabili di disporre periodicamente e con tempestività di un quadro sufficientemente esaustivo delle situazione economica e finanziaria della società».
Secondo la banca, «poiché l'esistenza di un adeguato sistema di controllo di gestione non è un concetto matematico ma il frutto di una valutazione, si sostiene che la banca aveva giustappunto conformato il suo comportamento a quanto imposto dalla norma, essendosi rivolta a una società di revisione», la Corte d'Appello ha sbagliato nell'affermare sussistente la responsabilità in capo alla banca a fronte delle attestazioni acquisite dalla società di revisione (che, in un primo momento, aveva rilevato l'inadeguatezza del sistema di controllo ma aveva indicato procedure migliorative da adottare, e qualche mese dopo aveva dichiarato che i miglioramenti conseguiti permettevano la realizzazione dell'obiettivo stabilito dalla disposizione.
Ma per la Cassazione il motivo è infondato: per la Corte di legittimità «La pubblicazione del prospetto rappresenta una condizione per il completamento della procedura di ammissione alla quotazione, giacché il prospetto (v. artt. 94 T.u.f. e 5 del reg. emittenti) costituisce uno strumento informativo essenziale in funzione di tutela degli investitori nella fase iniziale di offerta al pubblico. La responsabilità per le false, oppure omesse, o comunque manchevoli informazioni del prospetto ricade sull'intermediario responsabile del collocamento».
Premesso che «lo sponsor è l'intermediario finanziario che, in base al Regolamento dei mercati organizzati gestiti da Borsa italiana s.p.a. (art. 2.3.4. della versione vigente pro tempore), ha il compito di collaborare con l'emittente nella procedura di ammissione degli strumenti finanziari ai fini del suo ordinato svolgimento», la Cassazione precisa che «In questa veste la banca doveva attestare, sulla base di verifica di due diligence, che la società della cui quotazione si stava trattando aveva istituito un sistema di controllo di gestione tale da consentire ai responsabili di disporre periodicamente e con tempestività di un quadro sufficientemente esaustivo della situazione economica e finanziaria della società medesima», la verifica compete allo sponsor, il quale non può limitarsi a fare affidamento sulla mera valutazione della società di revisione: infatti, «poiché la verifica dell'istituzione di un adeguato sistema di controllo di gestione è attribuita, dal Regolamento dei mercati organizzati gestiti da Borsa italiana s.p.a., allo sponsor (v. ancora art. 2.3.4., lett. c), non rileva in senso liberatorio la circostanza di essersi lo sponsor avvalso ai fini specifici - come consente la norma primaria - di una società di revisione o di altro soggetto qualificato».
Per quanto attiene all'onere della prova in tema di sanzioni amministrative, la Corte afferma che «una volta integrata e provata dall'autorità amministrativa la fattispecie tipica dell'illecito, grava sul trasgressore, in virtù della presunzione di colpa posta dall'art. 3 1. 24 novembre 1981, n. 689, l'onere di provare di aver agito in assenza di colpevolezza (cfr. benché con riferimento all'art. 190 del T.u.f., Sez. un. n. 20930-09)», osservando che in ultimo «la società di revisione aveva attestato che il sistema di controllo di gestione di A. presentava margini di miglioramento ma ancora non consentiva ai responsabili di disporre periodicamente e con tempestività di un quadro sufficientemente esaustivo della situazione economica e finanziaria della società. Era dunque loro onere fornire la prova dell'inesistenza di profili di colpa purchessia».
Sul punto, però, così si esprime la Suprema Corte: «La sanzione amministrativa viene a essere legittimata dall'art. 191 del T.u.f., attesa la riscontrata violazione dell'art. 94 del medesimo T.u.f. come integrato dalla indicata normativa regolamentare della Consob. Ed è costante insegnamento di questa corte che il principio di tipicità e di riserva di legge fissato in materia delle sanzioni amministrative dall'art. 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689, impedisce che l'illecito amministrativo e la relativa sanzione siano introdotti direttamente da fonti normative secondarie, senza tuttavia escludere che i precetti della legge, sufficientemente individuati, siano eterointegrati da norme regolamentari, in virtù della particolare tecnicità della dimensione in cui le fonti secondarie sono destinate ad operare (v. per varie applicazioni, condivisibilmente, Sez. 2^ n. 13344-10; n. 9584-06. E v. pure Sez. 2^ n. 5243-11)».
Con il quarto motivo, per i ricorrenti «gli obblighi attestativi e la responsabilità per le informazioni false o manchevoli dovevano semmai gravare, in base alle norme evocate, sull'intermediario responsabile del collocamento», ma la Cassazione rigetta questa tesi: «Il criterio di imputazione della responsabilità, sotteso all'art. 191 del T.u.f., risulta individuato - quanto ai fatti soggetti all'odierno scrutinio - secondo il crisma della solidarietà. Esso riguarda sia la società (o l'ente) di appartenenza sia l'autore della violazione (art. 195, ult. comma, del T.u.f.)».
La disposizione prevede da un lato, che «"la società e gli enti ai quali appartengono gli autori delle violazioni rispondono, in solido con questi, del pagamento della sanzione e delle spese di pubblicità previste dal secondo periodo del comma 3" e, dall'altro, che tali società o enti "sono tenuti ad esercitare il diritto di regresso verso i responsabili". La regola della solidarietà fra l'obbligazione gravante sull'autore materiale del fatto e quella posta a carico della persona giuridica - sancita dal d.lgs. n. 58 del 1998, art. 195, ult. comma - risulta coerente anche con la disciplina generale delle sanzioni amministrative».
E chiariche anche che «la maggiore rigorosità della previsione in materia finanziaria risalta dal fatto che, a fronte dell'art. 6, 4 ° comma, della l. n. 689 del 1981, il T.u.f. sostituisce alla facoltà di azione in regresso un vero e proprio obbligo di azione, onde ottenere dall'autore dell'illecito il rimborso della somma pagata; e in tal modo pone un indice di specialità ancor più netto circa la simultanea irrogazione della sanzione a entrambi i soggetti responsabili».
Infine, la Suprema Corte si esprime sull'ultima deduzione integrata dai ricorrenti con successiva memoria, con la quale eccepivano la sopravvenuta imputabilità del funzionario in applicazione del principio del favor rei, anche «considerata altresì la necessità di conformare l'ordinamento interno a una nozione lata e autonoma della cd. "materia penale", in assonanza a quanto preteso dalla Cedu ai fini delle conseguenze sanzionatorie delle condotte qualificate come illecite dai singoli ordinamenti».
Ma la Cassazione rigetta la tesi: «il citato principio dell'applicazione immediata della legge più favorevole (cd. favor rei), per consolidata giurisprudenza, non si estende alla materia delle sanzioni amministrative, che risponde, invece, salvo distinta e specifica disposizione di legge, al principio tempus regit actum (v. Sez. un. n. 14374-12; n. 15314-10; n. 28159-08, in materia di sanzioni disciplinari rispettivamente a carico di avvocati e magistrati). E a diversa conclusione non sembra potersi pervenire in base a quanto affermato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (hinc Cedu) nella nota sentenza 4-3-2014 (causa Grande Stevens c. Italia), ripetutamente richiamata dalla difesa dei ricorrenti nel corso della discussione d'udienza».
Le ragioni risiedono nel fatto che «i principi convenzionali declinati dalla citata sentenza Grande Stevens vanno considerati nell'ottica del giusto processo, ma non possono portare a ritenere sempre sostanzialmente penale una disposizione qualificata come amministrativa dall'ordinamento interno.»
E così spiega: «La citata decisione ha trattato il tema del ne bis in idem e del diritto a un equo processo, assumendo che il sistema legislativo italiano in materia di abusi di mercato, così come realizzato dall' art. 185 del T.u.f., quanto alla fattispecie penale, e dall'art. 187-ter, quanto all'illecito amministrativo, potrebbe porre dubbi di coerenza rispetto ai predetti due fondamentali principi sanciti dalla Convenzione: il diritto ad un equo processo, art. 6 § l, e il diritto a non essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto, art. 4 del Protocollo n. 7. E' stato invero affermato che, dopo le sanzioni comminate dalla Consob, l'avvio di un processo penale sugli stessi fatti viola il fondamentale principio del ne bis in idem, secondo cui non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto. Sembra abbastanza evidente che ciò che costituisce ambito specifico di intervento della Corte europea è il riferimento alle regole del "giusto processo", da applicare anche al procedimento sanzionatorio che preveda conseguenze patrimoniali rilevanti; in tal limitato senso, dunque, quel procedimento sanzionatorio è considerato suscettibile di rientrare in un concetto lato di "materia penale". Il che tuttavia non può legittimare, di per sé, l'estensione in ogni campo dei principi propri della materia penale ai diversi principi invee propri della materia degli illeciti amministrativi. La norma di diritto interno, su cui parte ricorrente vorrebbe far rifluire il principio penalistico di applicazione immediata, anche rispetto a fatti pregressi, di norme più favorevoli al reo, è l'art. 191 del T.u.f., ed è norma sostanziale contemplante un mero illecito amministrativo».
Né l'applicazione delle sanzioni Consob fa scattare il divieto del ne bis in idem: la nota sentenza 4-3-2014 (causa Grande Stevens contro Italia) che viene richiamata dai ricorrenti aveva trattato il tema del ne bis in idem collegato al diritto a un equo processo e al diritto a non essere giudicati o puniti due volte per lo stesso fatto.
Art. 94 - Prospetto d'offerta
1. Coloro che intendono effettuare un'offerta al pubblico pubblicano preventivamente un prospetto. A tal fine, per le offerte aventi ad oggetto strumenti finanziari comunitari nelle quali l'Italia è Stato membro d'origine e per le offerte aventi ad oggetto prodotti finanziari diversi dagli strumenti finanziari comunitari, ne danno preventiva comunicazione alla Consob allegando il prospetto destinato alla pubblicazione. Il prospetto non può essere pubblicato finchè non è approvato dalla Consob. Nel caso di offerta al pubblico di quote o azioni di Oicr chiusi per le quali l'Italia è lo Stato membro d'origine, il prospetto è pubblicato quando si è conclusa la procedura prevista dall'articolo 43 o dall'articolo 44 e dalle relative disposizioni di attuazione.
2. Il prospetto contiene, in una forma facilmente analizzabile e comprensibile, tutte le informazioni che, a seconda delle caratteristiche dell'emittente e dei prodotti finanziari offerti, sono necessarie affinchè gli investitori possano pervenire ad un fondato giudizio sulla situazione patrimoniale e finanziaria, sui risultati economici e sulle prospettive dell'emittente e degli eventuali garanti, nonché sui prodotti finanziari e sui relativi diritti. Il prospetto contiene altresì una nota di sintesi la quale, concisamente e con linguaggio non tecnico, fornisce le informazioni chiave nella lingua in cui il prospetto è stato in origine redatto. Il formato e il contenuto della nota di sintesi forniscono, unitamente al prospetto, informazioni adeguate circa le caratteristiche fondamentali dei prodotti finanziari che aiutino gli investitori al momento di valutare se investire in tali prodotti.
Art. 94-bis - Approvazione del prospetto
1. Ai fini dell'approvazione, la Consob verifica la completezza del prospetto ivi incluse la coerenza e la comprensibilità delle informazioni fornite.
Art. 95 - Disposizioni di attuazione
a) il contenuto della comunicazione alla Consob, ... le modalità e i termini per la pubblicazione del prospetto e dell'avviso nonché per l'aggiornamento del prospetto, conformemente alle disposizioni comunitarie;
Art. 113 - Ammissione alle negoziazioni di strumenti finanziari comunitari