Source: https://www.laleggepertutti.it/166140_si-puo-emettere-la-fattura-un-anno-dopo-il-pagamento
Timestamp: 2018-09-26 09:45:03+00:00
Document Index: 138676562

Matched Legal Cases: ['art. 380', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 5', 'art. 360', 'art. 13']

Si può emettere la fattura un anno dopo il pagamento?
La fattura con un anno di ritardo non è più regolare e dà vita a un accertamento fiscale: legittima la denuncia del professionista all’Agenzia delle Entrate.
Se il professionista non ha emesso la fattura al momento del pagamento da parte del cliente non può farlo dopo che sia passato un anno. Ciò vale anche se il compenso gli è stato corrisposto con un assegno e il titolo è stato incassato a distanza di qualche settimana. La fattura “tardiva” giustifica nei suoi confronti un accertamento fiscale, anche se, su tale documento, il contribuente ha pagato le tasse. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere perché non si può emettere la fattura l’anno successivo al pagamento.
Per comprendere meglio il principio ricorriamo a un esempio. Immaginiamo un avvocato che chieda un acconto al proprio assistito. Questo lo paga con un assegno che gli viene consegnato a fine anno, poco prima delle vacanze natalizie. L’avvocato, però, lo incassa solo al rientro dalle feste e, quindi, con l’anno nuovo. Senonché il professionista non emette fattura. Tra il legale e il cliente i rapporti si incrinano perché la causa non prende le pieghe sperate. Così quest’ultimo, ricordandosi di non aver mai ricevuto una fattura dal professionista, decide bene di denunciarlo alla Guardia di Finanza. L’avvocato, per tentare di mettere una pezza, emette fattura a distanza di 11 mesi dal momento dell’incasso dell’assegno ma di oltre un anno da quando il titolo gli era stato consegnato in mani. Ritiene pertanto di aver assolto ai propri doveri fiscali. La sua interpretazione però non è corretta ed ecco spiegata la ragione.
Si può mandare un accertamento fiscale anonimo
Per la Cassazione il professionista è tenuto al cosiddetto «principio di cassa» che gli impone l’emissione della fattura al momento del ricevimento dei soldi e non oltre. In caso di pagamento con assegno la fattura va emessa al momento del rilascio dell’assegno al professionista e non quando questi ha visto la somma entrare nel proprio conto corrente. È giusto che il contribuente, nel momento in cui riceve un titolo (assegno, cambiali) si tuteli rilasciando una quietanza «salvo buon fine» in modo tale che l’accettazione del titolo stesso non implichi anche estinzione del debito nel caso in cui dovesse risultare scoperto; ma da un punto di vista fiscale le cose stanno diversamente e la fattura va emessa prima dell’incasso, ossia al momento della consegna dell’assegno.
La Suprema Corte precisa che l’incasso del titolo (che è quasi sempre una data successiva al rilascio dello stesso) individua solo la data di decorrenza degli interessi e non già la disponibilità della somma che, invece, va fissata al momento della percezione dell’assegno da parte del creditore. Ed è da questo momento che decorre il termine per l’emissione della fattura.
In sintesi, il cliente che non ha ricevuto alcuna fattura può denunciare il professionista all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza e per quest’ultimo non c’è più possibilità di rimediare in ritardo. Leggi a riguardo: Come mandare un accertamento fiscale.
[1] Cass. ord. n. 15439/17 del 21.06.2017.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 15 marzo – 21 giugno 2017, n. 15439
Costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito dal comma 1, lett. e), dell’art. 1 – bis del dl. n. 168/2016, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 197/2016; dato atto che il collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata, osserva quanto segue:
Con sentenza n. 229/18/2015, depositata il 22 gennaio 2015, non notificata, la CTR della Sicilia – sezione staccata di Catania – ha parzialmente accolto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti dell’ing. I.D. per la riforma della sentenza di primo grado della CTP di Ragusa, che aveva accolto in toto il ricorso del contribuente avverso avviso di accertamento per Iva ed IRPEF.
Va esaminato prioritariamente in ordine logico il motivo con il quale, a sostegno del ricorso incidentale proposto, avente natura di ricorso autonomo, il contribuente denuncia violazione e/o falsa applicazione ed errata interpretazione dell’art. 54 del d.P.R. n. 917/1986 (TUIR) in combinato disposto al r.d. 21.12.1933 n. 1736 ed in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.
Il contribuente insiste nell’affermazione della legittimità del proprio comportamento circa l’imputazione dell’anzidetto compenso all’anno 2005, in ragione del fatto che il compenso, corrisposto a mezzo di assegno bancario, versato sul c/c di pertinenza del contribuente, è stato reso disponibile come valuta in data 10 gennaio 2005.
Premesso che lo stesso contribuente non contesta l’imputazione dei redditi da lavoro autonomo, giusta il disposto dell’art. 54 del TUIR, secondo il principio di cassa, egli insiste nel prospettare, nella fattispecie in esame, l’effettiva disponibilità della somma oggetto di contestazione solo nel 2005, essendo stato l’assegno, ricevuto pacificamente nel 2004 e versato entro lo stesso anno solare sul conto corrente bancario del contribuente, reso disponibile con valuta 10 gennaio 2005.
Sennonché è corretto il rilievo dell’Amministrazione finanziaria secondo cui detto momento individua solo quello della decorrenza degli interessi e non già la disponibilità della somma che, in caso di pagamento a mezzo di assegno bancario, va fissata al momento della percezione del titolo di credito da parte del prenditore dell’assegno, ciò che è avvenuto pacificamente il 30 dicembre 2004, in tal senso essendo del tutto ragionevole il richiamo all’analoga indicazione di cui alla circolare n. 38 del 23 giugno 2010 dell’Agenzia delle Entrate.
Il fatto che la dazione dell’assegno bancario sia “salvo buon fine” non impedisce di commisurare alla data della percezione del titolo la disponibilità della somma, laddove, come nella fattispecie in esame, non sia in contestazione l’esistenza della provvista sufficiente al regolare pagamento del titolo.
È appena il caso poi di rilevare come l’insistito riferimento del contribuente alla pronuncia di questa Corte Cass. sez. 5, 15 aprile 2011, n. 8626 non sia affatto idoneo a supportare le conclusioni rese sul punto dal contribuente, atteso che detta pronuncia (così come la giurisprudenza costante della Corte in materia: cfr. tra le altre Cass. sez. 5, 30 luglio 2014, n. 17306), si limita a riaffermare il criterio dell’applicabilità del principio di cassa ai compensi percepiti, laddove il professionista aveva invece erroneamente applicato il principio di competenza.
Deve invece ritenersi fondato il ricorso principale dell’Amministrazione finanziaria, con il quale l’Agenzia delle Entrate denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 5 del d. lgs. n. 472/1997, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., osservando come l’esclusione dell’applicazione delle sanzioni nella fattispecie in esame da parte del giudice tributario d’appello si ponga in contrasto col fondamento del regime sanzionatorio, basato sulla colpa.
La statuizione della CTR, con la quale si è riconosciuta la D’altronde è corretta l’argomentazione dell’Amministrazione ricorrente in punto della sussistenza di una presunzione di colpa a carico di chi sia incorso nella violazione contestata, spettando quindi al contribuente l’onere di provare di avere agito senza colpa (cfr., tra le molte, Cass. sez. 5, 27 marzo 2009, n. 7502; Cass. sez. 5, 20 febbraio 2009, n. 4171; Cass. sez. 5, 25 ottobre 2006, n. 22890), onere che, alla stregua delle sopra esposte considerazioni, non può ritenersi adempiuto dal contribuente.
Non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, la causa può dunque essere decisa nel merito con rigetto integrale dell’originario ricorso del contribuente.
Avuto riguardo all’andamento del giudizio, possono essere compensate interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio di merito, ponendosi, secondo il criterio della soccombenza, a carico del controricorrente, nonché ricorrente incidentale, le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma del comma 1 — bis dello stesso articolo 13.