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Timestamp: 2020-02-24 21:13:22+00:00
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Cassazione III civile del 29 ottobre 2014 n. 284 - testo integrale Sentenza
Cassazione III civile del 29 ottobre 2014 n. 284
Liquidazione · sentenza · biologico · patrimoniale · risarcimento · assicurativo · civile
fonte:http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=11050#.VL6fCS6YHmg
"	Avverso questa sentenza G.C. ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell'art. 360 n. 5 c.p.c., l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto in cui la sentenza impugnata ha liquidato il danno biologico comprensivo del danno alla vita di relazione, nella misura del triplo della pensione sociale, con la maggiorazione di L. 95 milioni.
La suprema Corte, con sentenza del n.3399/2004, ha accolto l’impugnazione osservando preliminarmente che nell'evoluzione dei criteri relativi alla liquidazione del danno, fermo il principio per cui nella liquidazione del danno biologico e di quello morale occorre far riferimento al criterio equitativo, di cui agli artt. 2056 e 1223 c.c. (Cass. 23.1.1996, n. 477), nella necessita' di rendere effettiva la valutazione equitativa del danno biologico, il giudice di merito deve considerare le circostanze del caso concreto, e specificamente, quali elementi di riferimento pertinenti, la gravita' delle lesioni, gli eventuali postumi permanenti, l'eta', l'attivita' espletata, le condizioni sociali e familiari del danneggiato."
Con sentenza dell'11.7.1988 il Tribunale di Modena definiva il giudizio promosso da G.C. con citazione del 17.6.1983 nei confronti di D.G.A. e dell'Ufficio Centrale Italiano (UCI), quest'ultimo quale garante della compagnia Winterthur, per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di incidente stradale avvenuto il (omissis) in cui erano rimaste coinvolte la sua motocicletta e l'autovettura condotta dal D.G. .
Il Tribunale dichiarava il concorso di colpa nella produzione del sinistro, (80% a carico del convenuto D.G. ed il 20% a carico del G. ) e condannava l'UCI al pagamento nei confronti dell'attore della somma di L. 438.307.053, franchi svizzeri 2.150 e marchi tedeschi 7.475.
Con sentenza del 5.2.1993, la Corte di appello di Bologna, in accoglimento parziale degli appelli del G. e dell'UCI, riduceva dal 20 al 10% lo scarto tra vita fisica e vita lavorativa ed escludeva il danno alla vita di relazione, liquidato in L. 100 milioni dal tribunale, ritenendo che tale voce di danno fosse gia' compresa nel danno biologico.
A seguito di ricorso del G. , con sentenza del 17.11.1995 questa Corte cassava la sentenza impugnata, ritenendo che i giudici di merito non avevano motivato sul punto se la somma liquidata a titolo di danno biologico fosse idonea a risarcire anche i il danno alla vita di relazione, per quanto concettualmente compreso nel danno biologico.
La Corte di appello di Bologna, decidendo in sede di rinvio, con sentenza depositata il 27.5.1999, condannava i convenuti in solido al pagamento nei confronti dell'attore della somma complessiva di L. 188.244.574, oltre rivalutazione ed interessi. Riteneva il giudice di rinvio che, avendo il G. , giovane di anni 28 all'epoca del sinistro, riportato gravissime lesioni, con impotenza funzionale degli arti inferiori, incontinenza degli sfinteri, impotenza sessuale, ed essendo costretto all'uso di carrozzella ortopedica, erano fortemente limitate le sue relazioni con il mondo esterno, per cui la liquidazione del danno biologico, effettuata dalla sentenza impugnata sulla base del solo triplo della pensione sociale, non era idonea a risarcire anche la componente del danno alla vita di relazione.
Riteneva la corte territoriale che appariva conforme a giustizia liquidare in favore dell'attore l'ulteriore somma di L. 95 milioni, con valuta dell'I.7.1998, da ridurre del 20% per il ritenuto concorso di colpa.
Avverso questa sentenza G.C. ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la violazione dell'art. 360 n. 5 c.p.c., l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto in cui la sentenza impugnata ha liquidato il danno biologico comprensivo del danno alla vita di relazione, nella misura del triplo della pensione sociale, con la maggiorazione di L. 95 milioni.
La suprema Corte, con sentenza del n.3399/2004, ha accolto l’impugnazione osservando preliminarmente che nell'evoluzione dei criteri relativi alla liquidazione del danno, fermo il principio per cui nella liquidazione del danno biologico e di quello morale occorre far riferimento al criterio equitativo, di cui agli artt. 2056 e 1223 c.c. (Cass. 23.1.1996, n. 477), nella necessita' di rendere effettiva la valutazione equitativa del danno biologico, il giudice di merito deve considerare le circostanze del caso concreto, e specificamente, quali elementi di riferimento pertinenti, la gravita' delle lesioni, gli eventuali postumi permanenti, l'eta', l'attivita' espletata, le condizioni sociali e familiari del danneggiato.
Ha affermato che e' un criterio valido di liquidazione equitativa del danno alla salute quello che assume a parametro il valore medio del punto di invalidita', calcolato sulla media dei precedenti giudiziari; onde la decisione che ricorre a tale criterio non e' di per se' censurabile in sede di legittimita', purche' sia sorretta da congrua motivazione in ordine all'adeguamento del valore medio del punto alla peculiarita' del caso, mentre non puo' essere adottato il criterio di cui all'art. 4 l. n. 39/1977 (triplo della pensione sociale), che e' norma speciale, attinente solo alla liquidazione del danno patrimoniale nell'ambito dell'azione diretta contro l'assicuratore (Cass. 22.5.1998, n. 5134; Cass. 16.11.1998, n. n. 11532; Cass. 13.5.1995, n. 5271; Cass. 11.11.1996, n. 9835, Cass. 30.5.1996, n. 5005, Cass. 14.5.1997, n. 4236).
La Corte di cassazione ha rilevato che il giudice di rinvio aveva provveduto alla liquidazione del danno biologico, recependo il criterio di liquidazione di cui all'art. 4 della l. n. 39/1977, adottato dal primo giudice, e poi maggiorandolo di L. 95 milioni, sul rilievo che detta maggiorazione era "conforme a giustizia".
Ha affermato che, per quanto apparentemente la liquidazione fosse fondata sul criterio equitativo, in effetti essa recepiva il sistema di liquidazione fondato sul triplo della pensione sociale ed il criterio equitativo interveniva solo come correttivo del risultato raggiunto con tale sistema. Senonche', come sopra detto, il potere equitativo di liquidazione del danno biologico non puo' innestarsi, sia pure come correttivo, su un sistema liquidatorio che ponga a base il criterio di cui all'art. 4 l. n. 39/1977.
In ogni caso il giudice di rinvio non aveva indicato sulla base di quale percorso logico-argomentativo riteneva che sia "conforme a giustizia" liquidare la somma di L. 95 milioni in aggiunta a quella ottenuta dal calcolo effettuato sulla base del triplo della pensione sociale.
La Suprema Corte ha concluso che nella liquidazione equitativa del danno per evitare che la relativa decisione - ancorche' fondata su valutazioni discrezionali - sia arbitraria e sottratta a qualsiasi controllo, e' necessario che il giudice indichi, almeno sommariamente e sia pure con l'elasticita' propria dell'istituto e nell'ambito dell'ampio potere discrezionale che lo caratterizza, i criteri che egli ha seguito per determinare l'entita' del danno. (Cass. 3 luglio 1996, n. 6082; Cass. 9.5.2001, limitato a n. 6426). Tanto non e' avvenuto nella fattispecie, essendosi il giudice di rinvio limitato a ritenere apoditticamente conforme a giustizia l'aumento della somma liquidata in L. 132.628.400 (in moneta attuale) dal primo giudice a titolo di risarcimento del danno biologico, di ulteriori L. 95 milioni.
Ne' il solo riferimento ai gravissimi postumi dell'attore, di per se' e' esaustivo della motivazione della liquidazione equitativa. Detti postumi costituiscono solo l'evento dannoso posto a monte della liquidazione, mentre la somma di L. 95 milioni costituisce il risultato della liquidazione: quale sia il percorso argomentativo seguito dal giudice per giungere dal primo elemento al secondo non risulta enunciato. A seguito di riassunzione della causa da parte di G.C. , la Corte di appello di Bologna, con sentenza depositata il 22 marzo 2010, ha condannato l'UCI e D.G.A. al pagamento in solido per il risarcimento del danno biologico della somma di Euro 129.770,62 rivalutata con l'applicazione degli indici Istat delle variazioni dei prezzi al consumo su base nazionale con decorrenza dal sinistro al saldo, oltre interessi sulle somme annualmente rivalutate oltre alla rifusione delle spese processuali.
Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione G.C. con due motivi. Resiste l'UCI e non presenta difese l'altro intimato.
1. La Corte di appello di Bologna, in sede di rinvio, ha provveduto a liquidare il danno biologico permanente individuando "un valore medio di indennizzo per punto nello scaglione corrispondente alla lesione di specie,ovvero quello predisposto per un'incidenza uguale o superiore al 75% in lire 148.212 per l'epoca, oltre che in ragione dell'eta' il coefficiente di capitalizzazione corrispondente di cui alla tabella tariffaria di rendita vitalizia allegata al R.D. 1403/1922", pervenendo ad una liquidazione, tenendo conto del 20% del contributo causale colposo del ricorrente, di Euro 87.352,048.
Successivamente ha liquidato il danno biologico per inabilita' temporanea, "sulla base dei medesimi indici istat l'importo diario in £ 20.325, pari ad Euro 12.774 per 1217 gg che, sottraendo il 20% per il concorso di colpa, pari ad Euro 10.219,86". La Corte di appello ha aumentato di un terzo l'importo complessivo del danno biologico, pari ad Euro 97.571,00, in considerazione della natura della lesione intrinsecamente preclusiva di ogni attivita' fisica di locomozione o personale gestione autonoma,che si riflette necessariamente nell'ambito familiare e sociale, mortificando l'esercizio di posizioni soggettive inerenti alle naturali qualita' di individuo adulto lavoratore marito e padre e quindi le stesse possibilita' di conservazione del ruolo di inserimento, prescindendo poi dall'assoluta preclusione di estrinsecazioni facoltative quali quelle sportive o comunque ludiche - ricreative pure garantite, evidenziando l'assoluto bisogno di costante aiuto anche nelle piu' ordinarie quotidiane incombenze. La Corte ha condannato D.G.A. e l'UCI al pagamento in solido "per il risarcimento del danno biologico" della somma di Euro 129.770,62 Rivalutata secondo gli indici Istat dalla data del sinistro al saldo, oltre gli interessi sulle somme annualmente rivalutate.
2. Col primo motivo di ricorso si denunzia vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla liquidazione del danno biologico. Il ricorrente evidenzia che nell'atto di riassunzione egli aveva indicato la misura del danno biologico subito usando come riferimento le tabelle in uso presso il Tribunale di Bologna per l'anno 2003, le piu' recenti rispetto alla data dell'atto introduttivo del giudizio di rinvio, con i correttivi per adeguare il risarcimento al caso concreto. Su tali basi, a fronte di percentuale di invalidita' dell'80% rapportata all'eta' di 29 anni, si giungeva ad una valutazione del danno pari ad Euro 1.360.687,76. La Corte di appello si era discostata da tale liquidazione del danno, con grave pregiudizio per il ricorrente, affermando che egli si era rifatto alle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano e non aveva tenuto conto delle tabelle in uso presso il Tribunale di Bologna. Invece i calcoli del ricorrente si basavano proprio sulle tabelle in uso presso il Tribunale di Bologna per l'anno 2003.
Il ricorrente denunzia inoltre l'insufficienza del percorso logico argomentativo di cui alla pagina otto della sentenza impugnata, avendo la Corte di merito individuato un valore medio di punto nello scaglione corrispondente alla lesione di specie, senza specificare da dove era stato ricavato tale dato, "oltreche' in ragione dell'eta' il coefficiente di capitalizzazione corrispondente di cui alla tabella tariffaria di rendita vitalizia allegata al R.D. 1403/22" giungendo ad una liquidazione del danno pari ad Euro 109.190,06, da cui detrarre il 20% per il concorso colposo del danneggiato.
Da ultimo il ricorrente denunzia che il giudice di rinvio non ha indicato sulla base di quale percorso logico argomentativo ha ritenuto di operare la maggiorazione nella misura di Euro 97.751.
3. Il motivo e' fondato.
La Corte d'appello nell'esordio della sentenza impugnata da atto dell'elaborazione giurisprudenziale che nel tempo si e' sviluppata in ordine alla concetto unitario di danno non patrimoniale, facendo riferimento alle sentenze Cass. 31.5.2003, n. 8827 e Cass. 31.5.2003, n. 8828, ed alla successiva sentenza Cass. Sezioni Unite del 11.11.2008 n. 269172.
Pur dando atto di tale evoluzione giurisprudenziale, se ne e' discostata completamente nel liquidare il danno non patrimoniale subito dal ricorrente.
4. Di fatto in ordine alla portata dell'art. 2059 c.c., come affermato nella sentenza di rinvio della Cassazione n.3399/2004, le due sentenze gemelle del 2003 hanno ritenuto che nell'ambito del danno non patrimoniale rientrano anche i casi di danno da lesione di valori della persona umana costituzionalmente protetti, non potendo il legislatore ordinario rifiutarne la riparazione mediante indennizzo, che costituisce la forma minima di tutela di tali valori. Infatti, una volta esattamente ritenuto che il concetto di danno non patrimoniale, a cui testualmente fa riferimento l'art. 2059 c.c., non si identifichi con la formula tradizionale riduttiva di danno morale subiettivo (sofferenza o patema d'animo), limitazione estranea alla lettera della norma, ed una volta ritenuto che la lettura costituzionalmente orientata della norma comporti che, per il principio della gerarchia delle fonti, il legislatore ordinario non possa limitare, ai soli casi previsti dalla normativa ordinaria, il risarcimento della lesione dei valori della persona umana ritenuti inviolabili dalla Costituzione, ne consegue che non vi e' piu' la necessita' di allocare la tutela del danno biologico nell'art. 2043 c.c., attraverso la costruzione dell'ipotesi del "danno-evento" o del tertium genus di danno rispetto al danno patrimoniale ed al danno morale subiettivo.
5. Nella struttura della responsabilita' aquiliana il danno sia esso patrimoniale che non patrimoniale non si identifica con l'evento illecito (che rimane pur sempre una componente dell'elemento materiale ed, in buona sostanza, del fatto illecito) ma e' una conseguenza dello stesso, cioe' un pregiudizio (o, se si vuole, una perdita intesa in senso ampio, cioe' come elemento negativo rispetto alla situazione preesistente patrimoniale o non patrimoniale) subito dal danneggiato, alla cui riparazione, in caso di danno non patrimoniale non si puo' provvedere che con criterio equitativo, a norma del combinato disposto degli artt. 1226 e 2056 c.c..
6. Nel caso di specie la Corte di rinvio, decidendo dell'anno 2010, quindi successivamente alle sentenze gemelle del 2003 ed a quella del 2008, non ha tenuto conto dei principi in materia di danno non patrimoniale espressi proprio nelle suddette sentenze e richiamati dalla sentenza Cass. n. 3399/2004, utilizzando il valore di punto quale risultante dalle tabelle del Tribunale di Bologna vigenti al momento dell'incidente, accaduto nell'anno 1981. Ha poi personalizzato il valore di punto in relazione all'eta' del danneggiato con il riferimento alle tabelle allegate al R.D. 1403/22 in materia di rendita vitalizia, ha aumentato l'importo cosi' ottenuto di un terzo per personalizzare il risarcimento del danno.
7. Sicuramente e' illogico il ricorso nell'anno 2010 al valore di punto quale fissato nelle r tabelle in uso presso il Tribunale di Bologna nell'anno 1981, in quanto la Corte di merito doveva rendersi conto che tale valore non poteva riferirsi al concetto unitario di danno non patrimoniale quale nascente dalle sentenze del 2003 e del 2008, indicatogli anche nella sentenza di rinvio.
Ne' la Corte di merito, con il generico riferimento al valore di punto indicato nelle tabelle bolognesi del 1981, ha chiarito, com'era suo obbligo, qual era il criterio informatore nella stesura di tali tabelle, ne' quale era il motivo per cui si discostava dai valori indicati anche dal ricorrente nell'atto di riassunzione con il riferimento alle tabelle vigenti in quel momento, ne' i criteri che hanno portato all'utilizzazione degli indici previsti dal R.D. 1403/22 in materia di rendita vitalizia per adeguare il valore di punto all'eta' del danneggiato.
Non e' sufficiente l'aumento di un terzo del valore ottenuto con il ricorso al punto del 1981 per personalizzare adeguatamente il danno non patrimoniale, ne' la disposta rivalutazione secondo indici istat dal sinistro al saldo, tenendo conto che la base su cui la Corte ha operato tale aumento e la rivalutazione e' del tutto incongrua.
8. Deve osservarsi che all'epoca della decisione le tabelle vigenti presso il Tribunale di Bologna avevano adeguato la liquidazione del danno biologico permanente alla concezione pluridimensionale della piu' recente giurisprudenza comprensiva anche delle perdite esistenziali e relazionali differenziando la liquidazione delle micropermanenti fino al 9%, per le quali sono adottate le tabelle di cui all'art. 139 Codice Assicurazioni Private, dalla liquidazione delle permanenti dal 10%, per le quali sono adottate le tabelle del Tribunale di Milano,con la previsione che per l'eventuale personalizzazione si terra' conto delle particolari concrete circostanze soggettive allegate e provate.
Le tabelle di in uso all'epoca della decisione presso il Tribunale di Milano, a cui si rifanno le tabelle bolognesi, erano state redatte gia' tenendo conto dell'evoluzione giurisprudenziale in materia di danno non patrimoniale.
9. Il secondo motivo, con cui si denunzia la violazione dell'art. 115 c.p.c. con riferimento al principio della non contestazione da parte dell'UCI, e' assorbito dall'accoglimento del primo motivo.
Va pertanto cassata l'impugnata sentenza, in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese del giudizio di Cassazione alla Corte di appello di Milano.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo. Cassa e rinvia alla Corte di appello di Milano che provvedera' anche per le spese del giudizio di Cassazione.
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