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Timestamp: 2020-04-03 05:04:24+00:00
Document Index: 2384317

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 44', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 45', 'art. 16', 'art. 3']

Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi Mensili: Ottobre 2015
Scuole di specializzazione legale: numero di ammessi per il 2016
Pubblicato su 31 Ott 2015 di Studio Duchemino
Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca pubblica il DM 20/08/2015, con il quale ammette n. 120 studenti alla scuola di specializzazione per le professioni legali di Torino. Il Ministero fornisce, altresì, tutti i numeri di ammessi in Italia.
ATENEI NUMERO DEI LAUREATI DA AMMETTERE
BARI LUM 40
ENNA UNIVERSITA’ KORE 30
MACERATA (1) 45
MILANO (2) 150
MILANO CATTOLICA (3) 80
MODENA E REGGIO EMILIA 50
NAPOLI FEDERICO II 290
NAPOLI II UNIVERSITA’ 80
NAPOLI SUOR ORSOLA BENINCASA 40
NAPOLI UNIVERSITA’ PARTHENOPE 30
PADOVA (4) 85
PAVIA (5) 65
PERUGIA 80
REGGIO CALABRIA 85
ROMA LA SAPIENZA 280
ROMA TOR VERGATA 120
ROMA TRE 100
ROMA LUISS 80
ROMA LUMSA 80
ROMA UNIV. TELEM. MARCONI 60
ROMA UNIV. TELEM. UNICUSANO 20
ROMA UNIV. EUROPEA 40
TRENTO E VERONA (6) 65
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 31 ottobre 2015
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Il comunicato ISTAT pubblicato nella Gazz. Uff. 29 ottobre 2015, n. 252 stabilisce il nuovo “Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, per il mese di settembre 2015″.
2014 Settembre 107,1 -0,1 0,7
Ottobre 107,2 0,1 0,8
Novembre 107,0 0,2 0,8
Dicembre 107,0 -0,1 0,5
Media 107,2
2015 Gennaio 106,5 -0,7 -0,2
Febbraio 106,8 -0,4 0,1
Marzo 107,0 -0,2 0,1
Aprile 107,1 -0,3 0,2
Maggio 107,2 -0,1 0,3
Giugno 107,3 -0,1 0,2
Luglio 107,2 -0,1 0,0
Agosto 107,4 -0,1 -0,2
Settembre 107,0 -0,1 -0,2
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Niente Naspi per chi rifiuta un lavoro
Si riporta la circolare INPS che disciplina la NASPI: http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2015/07/Circolare-numero-142-del-29-07-2015.pdf
In particolare, l’art. 2 della circolare stabilisce
l’elemento della distanza della sede di lavoro – entro o oltre i 50 chilometri o la
raggiungibilità della predetta sede fino a 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici –
rispetto alla residenza del lavoratore, incide sia sul requisito di accesso alla tutela sotto il
profilo della cessazione involontaria sia sul mantenimento della prestazione
Il rischio, quindi, per chi rifiuta un ragionevole lavoro, che comporta trasferimenti di pari entità o di entità inferiore, è quello di non ottenere la nuova indennità di disoccupazione o di perderla.
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Le nuove adozioni: il ruolo dell’affidatario
Pubblicato su 29 Ott 2015 di Studio Duchemino
Approvate definitivamente il 14 ottobre 2015, anche se non ancora promulgate, le nuove norme che dispongono “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, sul diritto alla continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido familiare” – http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45378.htm -.
Nonostante il tema più all’ordine del giorno siano le adozioni alle cosiddette unioni civili, la disciplina che rinnova il regime delle adozioni è piuttosto importante. L’iniziativa legislativa è partita da Francesca Puglisi, responsabile nazionale Scuola del PD.
E’ disponibile sul sito del Senato il link al pdf del disegno di legge, che ora riassumeremo in punto: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00906378.pdf
1. La prima novità è la corsia preferenziale della famiglia affidataria, nell’ipotesi in cui si verifichino i presupposti dell’adozione. In poche parole, si privilegia la famiglia affidataria, qualora sia stato dichiarato lo stato di abbandono del minorenne. Verrebbe, così, modificato, ovviamente, l’art. 4 della Legge sulle Adozioni. L’adottabilità viene dichiarata nell’ipotesi di impossibilità di ristabilire i legami con la famiglia naturale di origine. In questo caso, quindi, sempre che la famiglia affidataria ne abbia i requisiti – quelli di cui all’art. 6 della Legge sulle Adozioni del 1983 -, viene appunto privilegiata la famiglia affidataria; essa viene messa al centro della riforma di questo articolo di legge, anche perchè nell’ipotesi opposta in cui l’affidato torni ad avere rapporti con la famiglia di origine o venga adottato da altre famiglie, dovranno essere conservati quei rapporti affettivi che si erano instaurati con la famiglia affidataria. Il disegno di legge rammenta che la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, causa n. 16318/2007 ha condannato l’Italia al risarcimento danni per una coppia che, appunto, affidataria, si era poi vista negare l’adozione. E’ quindi un po’ più, ormai, che una legittima aspettativa, quella della famiglia affidataria.
2. La “centralità” della famiglia affidataria si nota anche nell’introduzione della legittimazione degli affidatari a livello processuale: devono essere coinvolti, quindi, in tutte le cause e in tutti i procedimenti aventi ad oggetto l’interesse del minorenne affidato – art. 2 disegno di legge approvato -.
3. Il comma 1, art. 25 Legge sulle Adozioni si applicherà anche in caso di prolungato affidamento.
4. Infine, nell’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 Legge del 1983 n. 184, si precisa che nel caso indicato alla lettera a) – si ricorda che nell’adozione in casi particolari non è richiesto lo stato di abbandono – si valuta positivamente il rapporto con l’affidatario nella misura in cui esso abbia creato un legame affettivo significativo.
Articolo redatto a Torino il 29 ottobre 2015 da Studio Duchemino
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Nuova circolare sul processo telematico
Il Ministero della Giustizia ha pubblicato oggi, 23 ottobre 2015, la nuova circolare – sostitutiva delle precedenti – relativa al processo telematico: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_8_1.wp?previsiousPage=mg_16_1&contentId=SDC1187890
Vediamo, quindi, le novità essenziali e le questioni aperte.
La circolare esordisce con una precisazione fondamentale di diritto transitorio: sostituisce le precedenti.
La presente circolare aggiorna e sostituisce le precedenti circolari di questa Direzione Generale del 27.6.2014 e del 28.10.2014 in materia. Essa costituisce un testo consolidato che[…] si propone di fornire uno strumento di agevole consultazione. A tal fine, i paragrafi di nuova introduzione, al pari di quelli che hanno subito rilevanti modifiche o integrazioni, sono segnalati nei rispettivi titoli
Vediamo subito quindi quale è, a seguito delle ultime novità normative che prevedono il deposito telematico degli atti, la situazione attuale:
primo atto/primo atto difensivo (Tribunale e Corte d’Appello): alternativamente la parte può scegliere il deposito telematico oppure quello cartaceo, con la precisazione, però, che in caso di deposito telematico, questo è l’unico a perfezionarsi – in effetti poteva succedere che l’avvocato tentasse di depositare in via telematica e avendo poi i riscontri negativi depositasse anche in via cartacea, con il risultato di ottenere la pendenza di due processi identici che andavano poi riuniti in prima udienza;
atti endoprocessuali (Tribunale e Corte d’Appello): in questo caso il deposito è solamente telematico.
Per quanto riguarda la tenuta del fascicolo cartaceo, vale la pena sottolineare che residua la possibilità o necessità della cancelleria di un fascicolo cartaceo, ed è principalmente il caso stabilito dall’art. 16-bis, comma 9, d.l. n. 179/2012, secondo cui il giudice può ordinare il deposito di copia cartacea di singoli atti e documenti per ragioni specifiche. La circolare ricorda che esso presuppone il previo deposito mediante invio telematico.
Tendenzialmente, poi, niente più copie per i “membri dei collegi” giudicanti, visto che la disposizione dell’articolo 111 disp. att. c.p.c. appare superata. I giudici possono vedere telematicamente le eventuali memorie e comparse depositate e farsene trarre una copia digitale ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. i-quinquies del codice dell’amministrazione digitale.
Sui cronici ritardi delle cancellerie nell’accettazione degli atti, la circolare avverte che “é dunque assolutamente da escludersi che possano trascorrere diversi giorni tra la data della ricezione di atti o documenti e quella di accettazione degli stessi da parte della cancelleria”. La riduzione dell’orario di lavoro delle cancellerie relativamente all’apertura al pubblico dovrebbe proprio servire – come dice la circolare ministeriale – a garantire la lavorazione veloce degli atti e la loro ricezione, ivi compresi i verbali delle udienze, che spesso vengono caricati diversi giorni dopo che si è svolta l’udienza.
Si aggiunga che “nelle ipotesi in cui il giudice depositi un provvedimento su supporto cartaceo, è necessario che la cancelleria ne acquisisca copia informatica al fine di adempiere all’obbligo di cui all’art. 45 disp. att. c.p.c., come modificato dall’art. 16 d.l. n. 179/2012″.
Relativamente al contributo unificato, è noto che gli avvocati scansionano la marca – il contributo – e la depositano poi fisicamente in cancelleria recandosi appositamente. Questa prassi ovviamente annulla tutti i vantaggi che derivano dal deposito telematico, per cui la circolare precisa che la prassi è tecnicamente corretta, ma che se l’avvocato vuole fruire di tutti questi vantaggi del telematico, “potrà valersi delle ulteriori modalità di assolvimento del contributo unificato previste dalla legge (pagamento telematico, versamento su C/C postale, modello F23)”.
Sulle copie esecutive, la circolare conferma che è attività propria del cancelliere e non dell’avvocato.
Sui collegi difensivi formati da più difensori, la circolare raccomanda che il personale di cancelleria presti particolare attenzione a tale aspetto operativo, assicurandosi che i nominativi difensori e gli eventuali domiciliatari delle parti vengano sempre inseriti in maniera corretta e senza tralasciarne alcuno.
Per quanto riguarda l’appello, le cancellerie di Tribunale dovranno trasmettere “agli omologhi uffici delle corti d’appello, oltre al fascicolo telematico del giudizio di primo grado (utilizzando l’apposita funzionalità presente negli applicativi ministeriali), anche gli atti e i verbali redatti su supporto cartaceo presenti nel fascicolo d’ufficio, nonché una stampa su carta del registro “storico” del processo”.
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Pubblicato su 21 Ott 2015 di Studio Duchemino
Il cosiddetto Jobs Act – L. 10 novembre 2014, n. 183 – ha consentito l’emanazione di un decreto legislativo, il n. D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23, il quale disciplina i contratti di lavoro a tutele crescenti e ovviamente anche la questione del licenziamento.
La data fatidica per l’applicazione del nuovo regime è stato il 4 marzo 2015. Per i contratti successivi al 4 marzo 2015 si applica la nuova disciplina. Si tratta, ovviamente, dei contratti conclusi dopo questa data.
Il decreto legislativo che abbiamo citato reca “Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183“. In pratica attua la legge che ha introdotto le novità di diritto del lavoro.
Questo decreto consta di 12 articoli:
Art. 7. Computo dell’anzianità negli appalti
L’art. 3, comma 2, del decreto legislativo è il cuore della disciplina. Rispetto alla Legge Fornero, si dice quanto segue:
2. Esclusivamente nelle ipotesi di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, e successive modificazioni. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria relativa al periodo antecedente alla pronuncia di reintegrazione non può essere superiore a dodici mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto. Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, senza applicazione di sanzioni per omissione contributiva. Al lavoratore è attribuita la facoltà di cui all’articolo 2, comma 3″
La dottrina si arrovella a capire che cosa si debba intendere per “fatto materiale”. Dire, infatti, che uno deve essere reintegrato se dimostra che non sussiste il fatto materiale che gli viene imputato potrebbe voler dire che ha diritto di reintegra nel posto di lavoro solo se il nucleo del fatto, quello concreto e storico, non si è verificato. Ad esempio, se uno ha risposto male al datore di lavoro potrebbe rimanere licenziato, mentre se non ha risposto male no; anche se rispondere male potrebbe essere solo un fatto di maleducazione, ma non avere una rilevanza giuridica.
Nella Legge Fornero, precedente, le cose stavano diversamente, perchè la disciplina garantiva il licenziamento al datore di lavoro a condizione che il fatto non sussistesse e un fatto potrebbe non sussistere anche quando non ha alcuna rilevanza legale, pur essendo accaduto realmente. Il problema di fondo, quindi, sta nella rilevanza che si dà al fatto, non tanto alla circostanza che sia accaduto o meno. Un fatto assolutamente irrilevante, di pochissimo conto, come rispondere ad un messaggio sms, potrebbe essere rilevante giuridicamente, al contrario un fatto di grande entità potrebbe essere irrilevante giuridicamente. Questo inciso del Jobs Act, secondo cui la reintegra è dovuta se il fatto materiale non sussiste crea complicazioni inutili, in quanto sembra quasi che la reintegra sia dovuta solo se non è mai accaduto il comportamento che viene imputato al lavoratore, mentre se è accaduto, pur essendo totalmente ininfluente e irrilevante dal punto di vista della fiducia del datore di lavoro nel suo collaboratore, potrebbe portare ad un licenziamento definitivo.
Su questo dibattito si inseriscono le due sentenze della Corte di Cassazione, n. 20540 del 2015 e n. 20545, sempre del 13 ottobre 2015, che mettono subito un punto fermo: la totale irrilevanza, dovuta ad una mancata illiceità del comportamento, viene equiparata – correttamente – alla insussistenza del fatto materiale di cui al decreto.
E ciò appariva anche logico che sarebbe successo, che cioè il Supremo Collegio specificasse questo punto, proprio perchè la descrizione del fatto “materiale” ha creato diversi problemi. Un fatto totalmente irrilevante, privo di qualsivoglia motivo di rottura della fiducia lavoratore-datore di lavoro si considera come insussistente e viceversa, proprio perchè se il parametro della legge è quello, è ovvio che il correttivo giurisprudenziale deve tenere conto della ragionevolezza, per cui non si può perdere il posto di lavoro per “aver soffiato il naso” in presenza del datore di lavoro o per altri comportamenti oggettivamente irrilevanti.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 20 ottobre 2015
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