Source: https://comitatosocialistaperilno.org/category/elezioni-amministrative/
Timestamp: 2020-08-04 11:57:57+00:00
Document Index: 166708581

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 72', 'art. 48', 'art. 56', 'art58', 'art. 67', 'sentenza ', 'sentenza ']

Elezioni amministrative « Comitato socialista per il NO
Patti chiari e amicizia lunga, di Felice C. Besostri
Non ho in programma di organizzare una nuova impugnazione collettiva della terza legge elettorale incostituzionale. Non perché sono stanco di farlo, ma perché significa che si sono disattese per la terza volta le sentenze della Corte Costituzionale e, fatto ancora più grave, significa che sono state disattese le indicazioni del popolo italiano il 4 dicembre 2016. I casi sono due o la nuova legge è sostenuta dal PD con una maggioranza di centro-destra ovvero da un nuovo centro-sinistra. Nel primo caso significa che il PD è inaffidabile come partner, nel secondo che il nuovo centro-sinistra è inaffidabile come forza di rinnovamento politico. L’esito del referendum costituzionale e la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italikum hanno segnato la fine di un’epoca o, per non esagerare, di un triennio di governo a guida di Matteo Renzi e di scelte politiche in contrasto con ogni idea di centro-sinistra, come politica popolare e di progresso. Hic Rhodus, hic salta: non c’è credibilità senza segni tangibili di un cambiamento di rotta, specialmente da parte di chi abbia contribuito a far approvare l’Italikum con forzature regolamentari e in contrasto con l’art. 72 c. 4 Cost. e abbia sostenuto le ragioni del SI’ alla deforma costituzionale. La cartina di tornasole è la nuova legge elettorale, che non deve essere, almeno per questa volta, una riedizione di leggi, che per la governabilità sacrifichino la rappresentanza in violazione dei principi costituzionali sul diritto di voto, eguale, libero e personale(art. 48 Cost.) e diretto per Camera(art. 56 Cost.) e Senato (art58 Cost.). Ogni premio basato su una soglia percentuale nazionale, che venga spalmato sui collegi viola il principio del voto personale e diretto. Proprio l’Avvocatura dello Stato per difendere davanti alla Corte Costituzionale il premio di maggioranza fissato in 340 seggi , cioè il 55% dei deputati eletti nel territorio nazionale, ha sostenuto che fosse necessario non essendoci alcun obbligo di un eletto di non cambiare casacca. Tuttavia, se così è, non si giustifica il sacrificio della rappresentanza a fronte di una governabilità del tutto aleatoria. Se, invece, il premio di maggioranza fosse vincolante per gli eletti della lista beneficiaria, allora la violazione del divieto di mandato imperativo ex art. 67 Cost. sarebbe patente. Dopo la sentenza n.1/2014 la sola scelta costituzionalmente corretta, visto il riferimento in sentenza agli artt. 61 e 77 c. 2 Cost., sarebbe stata di concedere alle Camere uno spatium deliberandi di 60/70 giorni per adottare una legge elettorale conforme ai principi della Consulta, trascorso inutilmente il quale il Presidente avrebbe dovuto scioglier le Camere per consentirne il rinnovo con una legge di impianto proporzionale a parte le assurde soglie di accesso per il Senato, il doppio di quelle Camera con la metà dei suoi membri. Pensate che con il 4% Camera si poteva eleggere con sicurezza un solo senatore soltanto nelle Regioni, con almeno 25 Senatori, cioè Sicilia, Campania, Lazio e Lombardia e forse coi resti in Veneto e Piemonte. Senza l’abolizione del premio di maggioranza al primo turno diventerebbe forte la tentazione di reintrodurre le coalizioni come beneficiarie del premio di maggioranza. Un nuovo centro-sinistra non sarebbe altro che lo specchietto per le allodole per legittimare un premio di maggioranza al primo turno e confermare i capilista bloccati, logica conseguenza di liste composite di diverse anime (Campo Progressista, ex PD, ex SEL e personalità indipendenti) per garantirsi una quota di eletti: un film già visto con la Sinistra Arcobaleno, cioè un ennesimo tramonto della sinistra altro che sole dell’avvenire di un’alba radiosa. Il referendum è stato vinto dagli elettori ignoti influenzati dalle ragioni del NO, ma non solo, in ogni caso elettori ed elettrici, che si sono recati autonomamente alle urne, senza che nessun comitato o partito ve li conducesse per mano. Se non diamo una risposta politica adeguata alla loro protesta, ritorneranno delusi all’astensione. Malgrado il successo del M5S tra il 1996 e il 2013 sono scomparsi 3 milioni di voti validi. Non deludiamoli, altrimenti non possiamo prevedere quale direzione prenderanno, quando riemergeranno dalla clandestinità elettorale.
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Postato il 26 settembre 2016 Aggiornato il 26 settembre 2016
Il dibattito sul referendum costituzionale del prossimo autunno è accompagnato dalla pubblicazione di numerosi saggi nei quali si ricostruisce la storia dei ripetuti tentativi di riformare la nostra Costituzione che, nel corso dei decenni e con alterne fortune, hanno visto impegnati esponenti politici, commissioni bicamerali e governi.
Tra i più recenti è il caso di menzionare il libro di Nadia Urbinati e David Ragazzoni “La vera Seconda Repubblica – l’ideologia e la macchina” e quello di Antonio Ingroia “Dalla parte della Costituzione – da Gelli a Renzi: quarant’anni di attacco alla Costituzione”.
Ho l’impressione che nessuno di questi autori si sottragga al vizio di inserire Craxi e la sua idea di Grande Riforma dello Stato in un indistinto calderone con tutti gli altri che nei decenni hanno mirato a stravolgere la nostra Carta fondamentale e questo mi induce, da socialista impegnato per il No alla deforma Renzi-Boschi, a proporre qualche considerazione critica.
Se si vuole evitare di fare di tutte le erbe un fascio, di appiattire disegni molto diversi tra loro in un coacervo senza tempo, nella classica notte in cui tutte le vacche sono nere, occorre tracciare alcune nette linee di demarcazione.
La prima è di carattere storico, giacché il diverso contesto politico nel quale le proposte di riforma si sono via via inserite è di decisiva importanza.
Fino alla caduta del muro di Berlino la nostra democrazia ha vissuto in una condizione patologica. Eravamo una democrazia bloccata perché, essendo l’opposizione di sinistra egemonizzata dal più grande partito comunista dell’occidente, non è mai stata possibile quella fisiologica alternanza tra diverse coalizioni di governo che invece altrove era la regola. Questo ha fatto sì che durante tutto il corso della cosiddetta Prima Repubblica vi fosse un gruppo di partiti permanentemente al potere, la Dc ed i suoi alleati, e che di conseguenza si creasse quella commistione insana tra partiti ed amministrazione pubblica che è stata chiamata partitocrazia. Anche la cronica instabilità dei governi di quell’epoca deriva principalmente dalla stessa patologia, visto che le normali fibrillazioni prodotte dalla dialettica politica, non potendo mai trovare sfogo in una vera alternanza, si traducevano in crisi governative foriere ogni volta di balletti di poltrone e limitati aggiustamenti programmatici, ma nell’ambito di una stabilità sostanziale tale da rasentare il rigor mortis.
L’idea di Craxi, peraltro rimasta a livello di ipotesi politica e mai trasfusa in definite proposte di revisione costituzionale, era quella che per forzare questa situazione di paralisi di cui all’epoca – si parla del 1979 ! – nessuno vedeva la fine potesse servire una riforma del sistema politico tale da imporre una competizione tra proposte di governo (e non solo tra singoli partiti come accadeva allora) e così stimolare una vera alternanza, una democrazia compiuta. Il sistema semipresidenziale francese, che proprio in quegli anni vedeva l’impetuosa crescita del partito socialista e del suo leader Mitterrand (che nel 1981 sarebbe stato eletto per la prima volta presidente), pareva il modello più adatto allo scopo.
È innegabile che dentro questa riflessione vi fosse anche un calcolo di parte perché solo un netto cambiamento dei rapporti di forza tra comunisti e socialisti avrebbe potuto consentire, proprio come stava accadendo in Francia, di rendere rassicurante e dunque competitiva una coalizione di sinistra; però la diagnosi del male italiano e la strategia per curarlo erano corrette.
Di tutt’altro segno sono i progetti di “Grande Riforma” che hanno accompagnato la nascita e poi il corso della cosiddetta Seconda Repubblica. Essi non hanno avuto più lo scopo di creare le condizioni dell’alternanza, che dopo la fine della guerra fredda e la trasformazione del Pci erano ormai acquisite, bensì quello di produrre un prosciugamento della democrazia, attraverso la trasformazione dei partiti in ectoplasmi, la personalizzazione forsennata della politica, lo svuotamento del parlamento e delle assemblee politiche locali, la concentrazione illimitata del potere negli esecutivi, la sterilizzazione della sovranità popolare attraverso leggi elettorali incostituzionali che stravolgono il principio di rappresentanza.
La seconda linea di demarcazione riguarda il merito dei disegni riformatori. Altro è delineare a viso aperto una riforma in senso presidenziale, riprendendo proposte che furono avanzate all’assemblea costituente da personaggi del calibro di Piero Calamandrei e Leo Valiani e che comprenderebbero sia nel modello statunitense sia in quello semipresidenziale francese tutti i pesi e contrappesi del caso, e altro è tentare di introdurre surrettiziamente adulterazioni del nostro modello costituzionale attraverso forme di premierato assoluto instaurate de facto da inediti e selvaggi meccanismi ultramaggioritari.
Quest’ultima tendenza, che è davvero eversiva sia nei metodi sia negli obiettivi, raggiunge l’apoteosi nella Grande Riforma prodotta dal governo Renzi e sulla quale saremo chiamati, prima o poi, ad esprimerci nel referendum. In essa, alcune mirate manomissioni della funzione legislativa, presentate come innocenti razionalizzazioni a fini di efficienza e risparmio, sono funzionali al solo scopo reale di portare a compimento lo stravolgimento della democrazia parlamentare innescato dall’Italicum, senza ahinoi portarci al vero presidenzialismo con la sua accurata separazione dei poteri.
No, obiettivamente Craxi non merita di essere annoverato tra i progenitori di questo scempio.
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