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Timestamp: 2020-02-18 17:27:28+00:00
Document Index: 63947369

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13']

8 Aprile 2016 | Autore: Vincenzo Rizza
Il diritto agli alimenti o al mantenimento nel caso di separazione o divorzio lascia margini di discrezionalità alla decisione del giudice.
L’assegno di divorzio continua a sollecitare interventi chiarificatori della Cassazione tesi a definire regole quanto più oggettive e generali possibili, alla luce delle indefinite e variegate decisioni dei tribunali, ognuno ancorato a valutazioni proprie e, spesso, contraddittorie.
1 Diritto agli alimenti
2 L’assegno di mantenimento
3 L’assegno divorzile
4 La Cassazione
5 Esiste il diritto all’assegno di mantenimento?
6 Quale deve essere l’ammontare dell’assegno?
a) la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 della legge 1 ° dicembre 1970, n. 898, sostenendo che, ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della capacità lavorativa della S., comprovata dalla giovane età e dalla titolarità di un impiego retribuito, né della sua possibilità di aspirare ad un’occupazione più adeguata al­le sue esigenze economiche, ponendo a carico di esso ricorrente gli oneri conse­guenti alla scelta della donna di stabilirsi a Roma, e trascurando la breve durata del rapporto coniugale, che aveva impedito la maturazione di aspettative in ordi­ne al mantenimento di un elevato standard di vita;
Ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno, la sentenza impugnata si è correttamente attenuta all’orientamento consolidato della giurisprudenza di legit­timità, che nell’ambito del relativo accertamento distingue due fasi, la prima di­retta a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quel­lo avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevol­mente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto, e la seconda volta alla determinazione in concreto dello assegno, sulla base delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del pa­trimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, da valu­tarsi anche in rapporto alla durata del matrimonio (cfr. Cass., Sez. I, 9 giugno 2015, n. 11870; 15 maggio 2013, n. 11686; 4 ottobre 2010, n. 20582). Nel valuta­re l’adeguatezza delle risorse economiche a disposizione della S., essa non ha affatto omesso di conferire rilievo alla capacità lavorativa della stessa, avendo dato opportunamente atto che a seguito della separazione dal coniuge el­la ha trovato occupazione come lavoratrice dipendente, ma avendo anche accer­tato che la relativa retribuzione non le consente di mantenere un tenore di vita comparabile a quello goduto nel corso della convivenza; nell’ambito di tale verifica, la Corte di merito ha peraltro valorizzato anche la difficoltà di reperire u­n’occupazione adeguata, in conseguenza dell’età della controricorrente e dell’at­tuale situazione di crisi economica, in tal modo conformandosi al principio, più volte ribadito da questa Corte, secondo cui la mera attitudine al lavoro del coniu­ge che richiede l’assegno non è sufficiente, se valutata in modo ipotetico ed a­stratto, a dimostrare il possesso di un’effettiva capacità reddituale, dovendosi te­ner conto delle concrete prospettive occupazionali connesse a fattori di carattere individuale ed alla situazione ambientale, nonché delle reali opportunità offerte dalla congiuntura economico-sociale in atto (cfr. Cass., Sez. I, 23 ottobre 2015, n. 21670; 17 gennaio 2002, n. 432; 19 luglio 1980, n. 4741). Non ha poi fondamento l’affermazione secondo cui la sentenza impugnata avrebbe fatto ricadere sull’A. i maggiori oneri conseguenti al trasferimento dell’abitazione della S. da Ceprano a Roma, in quanto, indipendentemente dal carattere necessitato di tale scelta, imposta dal reperimento di un impiego nella Capitale, la Corte di­strettuale ha precisato di non averne tenuto conto ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno. La funzione eminentemente assistenziale di tale contributo, volto a tutelare il coniuge economicamente più debole, esclude infine la possibili­tà di negarne l’attribuzione in virtù della breve durata della convivenza, la quale può venire in considerazione, in concorso con altri elementi, esclusivamente ai fini della commisurazione del relativo importo, a meno che, per volontà e colpa del richiedente, non abbia impedito la formazione di una comunione materiale e spirituale di vita tra i coniugi, in modo tale da far ritenere che il vincolo coniuga­le si sia solo formalmente costituito (cfr. Cass., Sez. VI, 26 marzo 2015, n. 6164; Cass., Sez. 1, 22 marzo 2013, n. 7295; 16 giugno 2000, n. 8233). Nella specie, pe­raltro, tale eventualità non è stata in alcun modo prospettata, essendo emersa sul tanto una rilevante sproporzione tra la durata della convivenza (protrattasi per poco più di tre anni) e quella del matrimonio (scioltosi a circa quindici anni di di­stanza dalla celebrazione), rispetto alla quale la sentenza impugnata ha ritenuto, con motivazione immune da vizi logici, di dover attribuire prevalente rilievo al vi­stoso squilibrio tra le condizioni economico patrimoniali delle parti.
Nel condannare l’appellato al pagamento delle spese processuali, nonostante l’accoglimento soltanto parziale del gravame principale, la sentenza impugnata ha fatto puntuale applicazione del criterio della soccombenza, avendo tenuto con­to dell’esito complessivo del giudizio, sostanzialmente favorevole all’appellante, in quanto contraddistinto dalla liquidazione dell’assegno in misura superiore a quella determinata dalla sentenza di primo grado e dal rigetto dell’appello inci­dentale, con cui era stata chiesta l’esclusione dell’obbligo di corrispondere il pre­detto contributo. L’accoglimento soltanto parziale della domanda non attribuisce d’altronde alla controparte il diritto alla compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, trattandosi di un provvedimento rimesso al potere discreziona­le del giudice di merito, che prescinde da una valutazione della soccombenza in termini puramente quantitativi (cfr. Cass., Sez. II, 11 gennaio 1979, n. 199; 26 gennaio 1978, n. 375).».
II ricorso va pertanto rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso, e condanna A. R. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro 2.100,00, ivi compresi Euro 2.000,00 per compensi ed Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quaier, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis del medesimo art. 13.