Source: https://www.laleggepertutti.it/197191_costruzione-senza-consenso-del-coniuge-che-fare
Timestamp: 2018-10-23 04:10:37+00:00
Document Index: 148851056

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Costruzione senza consenso del coniuge: che fare?
Gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge sono annullabili se riguardano beni immobili ma solo entro un anno.
Marito e moglie che decidono di separarsi procedono, di comune accordo, alla divisione degli acquisti effettuati durante il matrimonio; se manca l’intesa, si rivolgono al tribunale che procede alla divisione della comunione nel corso di un regolare giudizio col quale fissa anche le condizioni della separazione. Capita talvolta che, in un clima di tensione rivolto a rendere più difficile la vita all’ex e ad ottenere qualcosa in più, si passino in rassegna anche gli atti di amministrazione compiuti in precedenza sui beni della comunione per verificare se questi siano stati realizzati nel rispetto delle condizioni previste dalla legge. A riguardo, il codice civile impone che, per gli atti di straordinaria amministrazione (come la vendita o la modifica della destinazione d’uso di un bene), è necessario il consenso di entrambi i coniugi, mentre per quelli di ordinaria amministrazione ciascuno dei due può operare disgiuntamente e senza autorizzazioni. Immaginiamo allora che, su un terreno di proprietà comune o esclusiva di uno dei coniugi, l’altro realizzi un manufatto a proprie spese. Il caso tipico è quello della moglie che “porta in dote” un terreno e su di questo il marito vi costruisce una casa per destinarla ad abitazione del nucleo familiare. Che fine fa tale immobile in caso di separazione? Va diviso o rimane di proprietà di uno dei due (il proprietario del terreno o chi ha sostenuto la spesa)? E che succede invece se il terreno è stato comprato da entrambi i coniugi durante il matrimonio – cadendo perciò nella comunione – e uno dei due vi realizza un’abitazione senza il formale consenso dell’altro? Di tanto si è occupata la Cassazione in una recente sentenza [1] in cui ha spiegato: che fare in caso di costruzione senza consenso del coniuge?
Vediamo cosa hanno detto i giudici in questa occasione, tenendo ben presente però che la soluzione è diversa a seconda che il terreno rientri o meno nella comunione dei beni.
1 Se il terreno non è in comunione
2 Se il terreno è in comproprietà
3 Se il terreno cade in comunione
Se il terreno non è in comunione
La prima ipotesi che viene in evidenza è quella in cui la costruzione viene effettuata su un terreno di proprietà esclusiva di uno dei due coniugi, ossia non facente parte nella comunione legale. Ciò può succedere in tre casi:
se il terreno era di proprietà di uno dei coniugi prima ancora che questi si sposasse; in tal caso esso non entra in comunione;
se il terreno è divenuto di proprietà di uno dei due coniugi dopo il matrimonio, ma a seguito di donazione o di successione ereditaria; anche in questo caso non cade in comunione;
se il terreno viene acquistato da uno dei due coniugi, con denaro proprio, in un regime di separazione dei beni.
Esiste una regola fissata dal codice civile che va sotto il nome di accessione, in forza della quale il proprietario di un terreno diventa titolare di tutti gli immobili o le piantagioni che lui stesso o altre persone realizzano sulla sua proprietà (sia che lo facciano in buona fede o in malafede). Leggi sul punto Costruzione sul terreno altrui: che succede. Pertanto, la casa costruita sul terreno dell’altro coniuge diventa di proprietà di quest’ultimo e chi l’ha realizzata a proprie spese, non potendo chiedere la divisione dell’immobile, può solo esigere il rimborso delle spese sostenute per la realizzazione dell’immobile.
Se il terreno è in comproprietà
Una seconda ipotesi da tenere in considerazione è quella della coppia di coniugi, in separazione dei beni, che acquista un terreno per realizzarci una casa. Il terreno finisce quindi in comproprietà. A chi appartiene l’immobile costruito a spese di uno solo dei contitolari? Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [2], anche in questo caso vale la regola dell’accessione. Per cui la casa va divisa tra marito e moglie all’atto della separazione e chi ha sostenuto le spese per la costruzione deve essere risarcito dall’ex.
Vien sempre fatta salva la possibilità di un diverso accordo tra i due, che tuttavia dovrà figurare nell’atto notarile. Leggi Terreno in comproprietà: di chi è la casa?
Se il terreno cade in comunione
L’ultima ipotesi è quella di un terreno acquistato da una coppia in comunione dei beni. L’immobile quindi è automaticamente in comproprietà perché ricade nella comunione. Qui valgono le regole che abbiamo citato in apertura e, in particolare:
l’amministrazione ordinaria dei beni della comunione spetta disgiuntamente ad entrambi i coniugi
gli atti di straordinaria amministrazione spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi. Si pensi a una vendita o alla concessione di un’ipoteca sul bene o alla realizzazione di un fondo patrimoniale; vi rientra anche la costruzione sul terreno comune;
se uno dei due coniugi realizza un atto di straordinaria amministrazione senza il necessario consenso dell’altro, l’atto è annullabile se riguarda beni immobili o mobili iscritti nei pubblici registri (auto, moto, ecc.). Il termine per proporre l’azione di annullamento è però molto breve: un anno dalla data in cui il coniuge dissenziente ha avuto conoscenza dell’atto e in ogni caso entro un anno dalla data di trascrizione.
Pertanto se uno dei due coniugi realizza una costruzione sul terreno in comunione senza il consenso dell’altro quest’ultimo può impugnare l’atto ma può farlo solo entro un anno. Se non lo fa, la costruzione resta valida e non può più essere contestata solo al momento della separazione. L’immobile quindi andrà diviso in quote uguali e chi ha sostenuto integralmente la spesa ha diritto a ottenere, dall’altro, il risarcimento per i costi sopportati.
Tornando al caso di specie, la Cassazione conclude affermando che la realizzazione dei tre fabbricati sul fondo in comunione legale deve essere configurato come atto di straordinaria amministrazione, ma se non emerge in alcun modo il dissenso dell’altro coniuge all’edificazione, la domanda di annullamento dell’atto proposta solo al momento della separazione, ossia dopo che è trascorso un anno dall’inizio dei lavori, non può più essere avanzata.
[1] Cass. sent. n. 4676/18.
[2] Cass. S.U. sent. n. 3873/2018 del 16.02.2018.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 21 dicembre 2017 – 28 febbraio 2018, n. 4676
I.D. – deducendo di avere contratto matrimonio in data (omissis) con P.G. e di essere addivenuto, con la stessa, a separazione consensuale omologata dal Tribunale di Rieti in data 16 settembre 2003 chiedeva al medesimo Tribunale lo scioglimento della comunione sugli immobili acquistati in regime di comunione legale, e successivamente interessati, con oneri e spese esclusivamente affrontate dall’attore, dalla realizzazione di tre fabbricati che concorrevano a definire, attualmente, il compendio immobiliare oggetto di comunione e di domanda di scioglimento. Chiedeva, quindi, CTU volta alla stima degli immobili e alla determinazione del valore dei fabbricati, mediante assegnazione a sé delle porzioni dei terreni interessate dai fabbricati medesimi, ovvero, alternativamente, per l’ipotesi di accertata indivisibilità, l’assegnazione degli immobili tutti in questione con contestuale obbligo di refusione, in favore della convenuta, di una somma commisurata al valore dei terreni da determinarsi giudizialmente, ovvero ancora, in via ulteriormente gradata, in ipotesi di assegnazione alla P. di porzioni di terreno includenti i fabbricati – ritenuto e dichiarato il credito dell’attore in ordine al valore dei fabbricati – condannare l’assegnataria al relativo pagamento.
Con sentenza non definitiva (n. 397/2006) il Tribunale di Rieti accoglieva la domanda riconvenzionale della P. , condannando l’I. alla demolizione dei fabbricati eretti sui terreni in comunione, e disponeva procedersi al giudizio di divisione.
Avverso tale sentenza proponeva appello l’I. , svolgendo molteplici ed articolare censure, concludenti per una necessaria integrale riforma della impugnata decisione parziale di primo grado. Si costituiva l’appellata che contestava la fondatezza del proposto gravame.
1.1. – Con il primo motivo, il ricorrente deduce “vizio di motivazione ex art. 360 n.5 c.p.c.: omessa – ovvero meramente apparente – motivazione sul fatto processuale controverso, e decisivo per il giudizio, costituito dalla ricorrenza o meno, nella sentenza di primo grado, del vizio di ultrapetizione (avendo erroneamente il Tribunale accolto la domanda riconvenzionale dell’appellata di demolizione dei fabbricati, formulata dalla stessa solo nell’ipotesi in cui fosse stata accolta la sua opposizione avverso la domanda di divisione proposta dall’appellante) – e comunque di violazione della necessaria corrispondenza tra il chiesto e pronunciato – denunciato dall’appellante con il proprio atto di appello”.
1.1.1. – In subordine, “la violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., del principio di diritto processuale che vuole corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (art. 112 c.p.c.) in cui è incorsa la sentenza impugnata nel capo con il quale ha ritenuto e dichiarato insussistente il detto vizio nella sentenza di primo grado da essa scrutinata”.
1.2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “nullità della sentenza ex art. 360, n. 4, c.p.c. per omessa pronuncia sul secondo motivo dell’appello proposto, incentrato sulla eccezione di inapplicabilità, nel caso di specie, e alla stregua della domanda di divisione proposta dall’appellante e dei relativi effetti, processuali e sostanziali, della norma dettata dall’art. 1102 c.c. e a maggior ragione dalla norma dettata dall’art. 1120 c.c.”.
1.2.1. – In subordine, “omessa ovvero meramente apparente motivazione ex art. 360 n. 5 c.p.c., per omessa pronuncia sul secondo motivo dell’appello proposto dall’I. , motivo incentrato sull’eccezione di inapplicabilità, nel caso di specie, e alla stregua della domanda di divisione proposta dall’appellante e dei relativi effetti, processuali e sostanziali, della norma dettata dall’art. 1102 c.c. e a maggior ragione della norma dettata dall’art. 1120 c.c.”.
1.2.2. In ulteriore subordine, “violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., del principio di diritto dedotto e fatto valere col secondo motivo dell’appello proposto dall’I. , motivo incentrato sulla riproposizione dell’eccezione di inapplicabilità, nel caso di specie, e alla stregua della domanda di divisione proposta dall’appellante dei relativi effetti, processuali e sostanziali, della norma dettata dall’art. 1102 c.c. (atteso che in una situazione, quale quella nel caso di specie datasi per effetto della proposizione e dell’accoglimento della domanda di divisione di un bene comune, viene meno il presupposto necessario di applicazione della detta norma costituito, alla luce della lettera e della ratio della norma stessa, dalla persistente comunione del bene”.
1.3. – Con il terzo motivo, il ricorrente deduce “vizio di infrapetizione, nullità della sentenza ex art. 360, n. 4, c.p.c., per non aver pronunciato sulla domanda, subordinatamente proposta nel giudizio di appello dall’appellante I. , di necessità di decisione nel merito e congiuntamente tanto della domanda di divisione quanto della domanda di demolizione”.
1.3.1. – In subordine “omessa motivazione ex art. 360, n. 5, c.p.c., su un fatto processuale controverso e decisivo ai fini del giudizio, fatto costituito dalla necessità, dedotta dall’appellante, sia pure in via subordinata, rispetto ai superiori e assorbenti motivi di gravame, con autonomo motivo di appello, che il giudizio e la relativa decisione di merito fossero estesi, congiuntamente e contestualmente, senza graduazione, tanto alla domanda di divisione quanto alla domanda di demolizione”.
1.3.2. – In ulteriore subordine, “- e per l’eventualità che la giustificazione della decisione di ritenere corretta e conforme a diritto la decisione del giudice di prime cure sull’ordine di priorità dell’esame e decisione della domanda di demolizione rispetto alla domanda di divisione venga rinvenuta nell’assunto che debba ritenersi fatto proprio ed accreditato dalla sentenza di secondo grado, dell’inesistenza di una comproprietà della condividente non costruttrice P. sui fabbricati costruiti dal condividente I. – nullità ex art. 360, n. 4, c.p.c. di detto capo motivazionale e decisorio della sentenza di secondo grado, per violazione del giudicato contrario formatosi sul punto sulla contraria statuizione decisoria della sentenza di primo grado”. 1.3.3. – In via ancora ulteriormente subordinata “- e per la denegata eventualità che si ritenga esistente, e, sotto il profilo strettamente processuale, legittimamente cristallizzato, nella sentenza di secondo grado qui impugnata, l’assunto motivazionale e decisorio della inesistenza di una comproprietà della condividente non costruttrice P. sui fabbricati costruiti dal condividente I. per essere inapplicabile a detta fattispecie l’istituto generale dell’accessione ex art. 934 c.c. – violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360 n. 3 c.p.c., del principio di diritto “res solo cedit” sancito dall’art. 934 c.c. e applicabile anche nella fattispecie oggetto di causa di costruzione eseguita su suolo comune da uno soltanto dei comproprietari del suolo”.
1.3.4. – In via ulteriormente gradata, “nullità della sentenza ex art. 360, n. 4, c.p.c., per violazione dell’art. 112 c.p.c. nel capo col quale, disponendo che la divisione del compendio immobiliare comune investa unicamente i terreni e non abbia ad oggetto anche i fabbricati su detti terreni eretti, incorre in violazione del detto principio, che imponendo al giudice di pronunciare “su tutta la domanda”, rende illegittima la decisione resa, circoscritta ad alcuni soltanto, e non a tutti, i beni oggetto di divisione, escludendo dal novero di essi quelli oggetto della disposta demolizione”.
1.3.5. In via ulteriormente gradata, “nullità ex art. 360, n. 4, c.p.c., del capo della sentenza di secondo grado recante conferma della condanna di merito alla demolizione dei fabbricati pronunciata dalla sindacata sentenza di primo grado prima ed indipendentemente dalla necessariamente presupposta pronuncia dichiarativa in ordine alla proprietà esclusiva in capo all’uno ovvero all’altro dei condividenti dei fabbricati oggetto di demolizione”.
1.3.6. – In via ulteriormente subordinata, “violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c. del principio di diritto sancito dall’art. 757 c.c. (ed applicabile allo scioglimento anche della comunione non ereditaria in forza e per l’effetto dell’art. 1116 c.c., principio che attribuisce natura dichiarativa ed efficacia retroattiva alla sentenza di scioglimento della comunione su un bene immobile, principio che, nel caso di specie, imponeva al giudice di addivenire ad una pronuncia di decisone nel merito tanto della domanda di divisione quanto della domanda di demolizione”.
1.4. – Con il quarto motivo, il ricorrente deduce la “nullità della sentenza ex art. 360, n. 4 c.p.c. per violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c. – vizio di infrapetizione – omessa pronuncia sul motivo di appello fondato sull’inapplicabilità alla edificazione controversa oggetto di causa, realizzata da parte di uno solo dei due comproprietari, del regime giuridico proprio degli atti di gestione dei beni comuni dettato dalla disciplina generale relativa alla comunione ordinaria (artt. 1101 e ss. c.c.) e correlativamente sulla applicabilità, a detta fattispecie, della diversa ed incompatibile disciplina (disciplina speciale e di carattere eccezionale) della comunione legale dei coniugi”.
1.4.1. – Subordinatamente “omessa motivazione, ex art. 360, n. 5, c.p.c., sul fatto controverso, e decisivo ai fini del giudizio, costituito dall’applicabilità alla fattispecie integrata dai fatti di causa – e cioè all’edificazione controversa ed oggetto di causa realizzata da parte di uno solo dei due comproprietari – del regime giuridico proprio degli atti di gestione dei beni comuni dettato dalla disciplina generale della comunione ordinaria (artt. 1100 e ss. c.c.) ovvero del diverso e incompatibile regime, speciale e di carattere eccezionale, della comunione legale dei coniugi (artt. 177 e ss. c.c.)”.
1.4.2. – In via ulteriormente subordinata “nullità della sentenza ex art. 360, n. 4, c.p.c. per violazione del giudicato formatosi, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., sul punto, dirimente e risolutivo ai fini della decisione di merito, costituito dalla identificazione della questione di diritto dalla cui soluzione dipende la decisione di merito sulla domanda di demolizione, questione identificata dalla sentenza di primo grado (con statuizione non impugnata e coperta da giudicato) dalla regolamentazione, nei rapporti tra comproprietari, dell’uso della cosa comune fatto da uno solo dei comproprietari e dalla sentenza di secondo grado; dall’applicabilità o meno, nell’ipotesi di costruzione su fondo in comproprietà, da parte di uno solo dei comproprietari, dell’istituto dell’accessione al fine di riconoscere l’acquisizione, in capo al comproprietario non autore della costruzione, della comproprietà dell’edificio”.
1.4.3. – In via ulteriormente subordinata, “violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., della disciplina di legge applicabile all’edificazione del fondo comune da parte del singolo comproprietario quale fatto controverso ed oggetto di causa: 1) irrilevanza giuridica della questione pregiudiziale di diritto identificata, nella sentenza impugnata, nell’applicabilità o meno della disciplina dell’accessione alla fattispecie dell’edificazione da parte di uno solo dei due comproprietari di un terreno comune, ai fini dell’acquisto della comproprietà del fabbricato in capo al comproprietario del suolo non costruttore; 2) soggezione del caso di specie alla disciplina speciale e di carattere eccezionale dettata per la comunione legale dei beni nei rapporti coniugali (art. 177 e ss. c.c.) e non alla disciplina (art. 1100 e ss. c.c.) generale e di carattere ordinario della comproprietà (e tanto meno della disciplina del condominio – artt. 1117 e ss. c.c. – alla quale ha dichiaratamente dato applicazione la Corte d’appello”.
1.5. – Con il quinto motivo, il ricorrente deduce la “nullità della sentenza ex art. 360 n. 4 c.p.c., per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art.112 c.p.c. vizio di infrapetizione – omessa pronuncia sul motivo di appello fondato sulla inesistenza di prescrizione normativa che, avuto riguardo alla edificazione controversa oggetto di causa, realizzata da parte di uno solo dei due comproprietari del suolo, imponga la forma scritta sotto pena nullità per la validità del consenso alla detta edificazione del comproprietario del suolo non costruttore”.
1.5.1. – Subordinatamente, “Omessa ovvero meramente apparente motivazione della sentenza ex art. 360, n. 5, c.p.c. quanto alla pronuncia di rigetto dello specifico motivo di appello fondato sulla inesistenza di prescrizione normativa che, avuto riguardo alla edificazione controversa oggetto di causa, realizzata da parte di uno solo dei due coniugi comproprietari del suolo, imponga la forma scritta sotto pena di nullità per la validità del consenso alla detta edificazione del comproprietario del suolo non costruttore”. 1.5.2. – In via ulteriormente subordinata, “violazione ovvero falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., della norma di cui all’art. 1350 c.c. in relazione alla asserita necessità della forma scritta sotto pena di nullità per la validità del consenso del coniuge comproprietario del suolo non costruttore con riferimento alla edificazione controversa oggetto di causa, realizzata dall’altro coniuge comproprietario del suolo, e ciò tanto nell’eventualità di soggezione di siffatto atto di gestione del bene comune alla disciplina speciale della comunione legale dei coniugi (artt. 177 e ss. c.c.) tanto nell’eventualità di soggezione di detto atto di gestione del bene comune alla disciplina generale ed ordinaria della comunione (art. 1100 c.c.)”.
1.6. – Con il sesto motivo, il ricorrente deduce la “nullità della sentenza, ex art. 360, n. 4, c.p.c., per violazione dell’art. 112 c.p.c. – vizio di infrapetizione: omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento danni condizionatamente proposta, nel primo grado di lite, dall’attore I. , per l’eventualità di accoglimento della domanda di demolizione nei suoi confronti proposta in via riconvenzionale dalla convenuta P. , domanda nuovamente proposta, dall’appellante I. , con autonomo e specifico motivo di appello non esaminato e non deciso dalla sentenza di secondo grado qui impugnata”.
Tale assunto è basato dal ricorrente su una interpretazione delle conclusioni rassegnate e ribadite dalla controricorrente (che aveva chiesto “in via principale (di) rigettare le domande attrici ed in accoglimento della domanda riconvenzionale condannare l’attore ad abbattere i tre manufatti descritti nell’atto di citazione insistenti sui fondi in comproprietà delle parti”; e “in via subordinata, (di) ritenere e dichiarare che gli immobili edificati si appartengono per accessione ad entrambe le parti, indi procedere alla divisione dei beni in parti uguali ed eventualmente estinguere per compensazione i conseguenti rapporti di dare-avere tra le parti”) secondo la quale la domanda principale proposta dalla P. sarebbe inscindibilmente composta da due capi reciprocamente connessi ed interdipendenti, là dove la richiesta di rigetto della domanda di divisione proposta dall’I. avrebbe dovuto ritenersi intrinsecamente collegata in senso logico e consequenziale alla richiesta riconvenzionale di demolizione dei fabbricati. Sicché, secondo il ricorrente, il Tribunale (nell’accogliere la domanda di scioglimento, rimettendo sul ruolo la causa per svolgere l’istruttoria a detto esclusivo fine) avrebbe dovuto rigettare la riconvenzionale, essendo come detto le due domande reciprocamente condizionate, interdipendenti ed inscindibili. E non avrebbe potuto e dovuto pronunciare su quella domanda di demolizione espressamente e dichiaratamente proposta solo quale necessario presupposto del rigetto della domanda di divisione; da ciò il lamentato vizio di ultrapetizione in cui sarebbe incorso il Tribunale.
2.2. – La Corte d’appello ha ritenuto l’infondatezza di siffatto motivo, dichiarando che “nessun vizio di ultrapetizione è rinvenibile nella sentenza impugnata poiché il Tribunale, correttamente, nell’esaminare le varie domande delle parti ha ritenuto prioritario decidere la domanda riconvenzionale, diretta al ripristino del fondo, per poi procedere alla divisione dei terreni di proprietà comune in parti uguali” (pagina 5).
Orbene, è principio consolidato quello secondo cui, nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda, il giudice di merito non è condizionato dalla formulazione letterale adottata dalla parte (Cass. n. 26159 del 2014; n. 21087 del 2015), dovendo egli tener conto del contenuto sostanziale della pretesa come desumibile dalla situazione dedotta in giudizio e dalle eventuali precisazioni formulate nel corso del medesimo, nonché del provvedimento in concreto richiesto, non essendo condizionato dalla mera formula adottata dalla parte (Cass. n. 5442 del 2006; n. 27428 del 2005). L’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito (Cass. sez. un. n. 4617 del 2011), il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità quando sia motivato in maniera congrua ed adeguata avuto riguardo all’intero contesto dell’atto e senza che ne risulti alterato il senso letterale (Cass. n. 22893 del 2008).
Non si configura pertanto né il vizio di difetto di motivazione (ex art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. nel testo anteriore alla riforma di cui al d.l. n. 83 del 2012, applicabile ratione temporis alla fattispecie), che peraltro potrebbe formare oggetto di ricorso per Cassazione solo per quanto attiene all’accertamento ed alla valutazione dei fatti rilevanti per la decisione (Cass. sez. un. n. 22963 del 2014) e non anche per quanto concerne l’interpretazione e l’applicazione delle norme di diritto e la soluzione di questioni giuridiche (ex plurimis Cass. n. 26292 del 2014). Né il vizio di ultrapetizione (ex art. 112 c.p.c.), giacché questo ricorre solo quando il giudice pronuncia oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili di ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato; mentre al di fuori di tali specifiche previsioni il giudice, nell’esercizio della sua potestas decidendi (anche riguardo alla interpretazione della domanda), resta libero non solo d’individuare l’esatta natura dell’azione e di porre a base della pronuncia adottata considerazioni di diritto diverse da quelle all’uopo prospettate, bensì di rilevare altresì, indipendentemente dall’iniziativa della controparte, la mancanza degli elementi che caratterizzano l’efficacia costitutiva od estintiva di una data pretesa della parte, in quanto ciò attiene all’obbligo inerente all’esatta applicazione della legge (Cass. n. 12265 del 2003; conf. Cass. n. 6945 del 2007).
3.2. – Col quarto motivo, il ricorrente, nella sostanza, censura l’omessa pronuncia sull’esplicito motivo di appello, finalizzato alla affermazione della inapplicabilità alla edificazione controversa oggetto di causa, realizzata (sul fondo in comunione legale tra coniugi) da parte di uno solo dei due comproprietari, del regime giuridico proprio degli atti di gestione dei beni comuni dettato dalla disciplina generale relativa alla comunione ordinaria (artt. 1101 e ss. c.c.) e correlativamente della applicabilità, a detta fattispecie, della diversa ed incompatibile disciplina (speciale e di carattere eccezionale) della comunione legale dei coniugi (ex artt. 180 e ss. c.c.”.
Questa Corte (nella diversa, ma in parte speculare fattispecie allora sottoposta alla sua decisione) ha affermato che il passaggio dal vecchio al nuovo regime patrimoniale tra i coniugi (art. 228, legge n. 151 del 1975), che individua nella comunione il sistema legale preferenziale, in assenza di un diverso regime convenzionale, non prevede automatismi volti a modificare il regime dei beni acquistati prima della data del 15 gennaio 1978 (termine così modificato dall’art. 1 del d.l. n. 688 del 1977), ma subordina alla concorde volontà delle parti il nuovo assetto. Pertanto, la precedente comunione convenzionale, che sussista tra i coniugi al riguardo di un bene, non si trasforma in comunione legale, ma continua ad essere disciplinata dagli artt. 1100 e ss. cod. civ. ove non venga posta in essere la convenzione prevista dall’art. 228 cit. e così manifestata una specifica volontà dei coniugi (Cass. n. 2183 del 1991, che precisa, altresì, come il legislatore con tale disposizione abbia contemperato l’esigenza di estendere per il futuro il criterio preferenziale anche alle famiglie già costituite, salva la difforme volontà di uno solo dei coniugi, con il rispetto dell’autonomia e degli assetti dei medesimi realizzati in un tempo in cui esisteva nell’ordinamento la comunione quale regime legale dei rapporti patrimoniali, subordinando alla concorde volontà delle parti la sottoposizione di detti assetti al nuovo sistema).
3.4. – Ciò determina evidentemente che, in diritto, il regime di comunione legale tra i coniugi, sussistente al momento dell’acquisto del fondo, e mantenuto (per il pregresso) nonostante la successiva separazione dei beni, fa sì che la questione della edificazione del fondo medesimo debba essere affrontata e risolta sula base delle disposizioni speciali di cui agli artt. 180 e ss. c.p.c. e non già di quelle disciplinanti la comunione ordinaria.
In particolare, l’art. 180 c.c. dispone che “L’amministrazione dei beni della comunione e la rappresentanza in giudizio per gli atti ad essa relativi spettano disgiuntamente ad entrambi i coniugi” (primo comma). “Il compimento degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, nonché la stipula dei contratti con i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in giudizio per le relative azioni spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi” (secondo comma). Il successivo art. 181 c.c. prevede che “Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipulazione di un atto di straordinaria amministrazione o per gli altri atti per cui il consenso è richiesto, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione nel caso in cui la stipulazione dell’atto è necessaria nell’interesse della famiglia o dell’azienda che a norma della lettera d) dell’articolo 177 fa parte della comunione”. Infine, l’art. 184 c.c. sancisce che “Gli atti compiuti da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili se riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell’articolo 2683” (primo comma). “L’azione può essere proposta dal coniuge il cui consenso era necessario entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto e in ogni caso entro un anno dalla data di trascrizione. Se l’atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l’azione non può essere proposta oltre l’anno dallo scioglimento stesso” (secondo comma). “Se gli atti riguardano beni mobili diversi da quelli indicati nel primo comma, il coniuge che li ha compiuti senza il consenso dell’altro è obbligato su istanza di quest’ultimo a ricostituire la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto o, qualora ciò non sia possibile, al pagamento dell’equivalente secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione” (terzo comma).
3.5. – È del tutto evidente che, nella specie, la realizzazione da parte di uno solo dei coniugi dei tre fabbricati sul fondo in comunione legale, debba essere configurato quale atto eccedente l’ordinaria amministrazione, il compimento del quale spetta congiuntamente ad entrambi i coniugi (ai sensi del secondo comma dell’art. 180 c.c.); e che l’eventuale mancanza di necessario consenso dell’altro coniuge si traduce in vizio di annullabilità dell’atto (art. 184, primo comma, c.c.), da farsi valere in giudizio entro un anno dalla data in cui questo è venuto a conoscenza dell’atto (ovvero da quando l’atto sia stato trascritto, o da quando si sia sciolta la comunione: art. 184, secondo comma, c.c.).
4.2. – Le considerazioni che precedono (con riferimento all’accoglimento del quarto e del quinto motivo, in partibus quibus) assorbono logicamente l’esame dei motivi secondo, terzo, e sesto, incentrati (nelle loro molteplici articolazioni subordinate) rispettivamente sulla inapplicabilità, nel caso di specie, degli artt. 1102 e 1120 c.c., ovvero subordinatamente dell’accessione ex art. 934 c.c.; sulla mancata pronuncia in ordine alla domanda di necessità di decisione nel merito e congiuntamente tanto della domanda di divisione quanto della domanda di demolizione; sulla omessa pronuncia in merito alla domanda di risarcimento danni condizionatamente proposta, per l’eventualità di accoglimento della domanda di demolizione nei suoi confronti proposta in via riconvenzionale dalla convenuta P. .