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Timestamp: 2017-08-21 06:27:40+00:00
Document Index: 99997507

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 384', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Cassazione - Sez. I Civile - Sentenza n. 16514 del 04/11/2003
Sentenza n. 16514 del 4 novembre 2003
(Sezione Prima Civile - Presidente M. Adamo - Est. F. A. Genovese)
1. Con ricorso notificato a1 Prefetto della Provincia di Roma il 31 gennaio 2002, il cittadino romeno I. N., premesso che il Tribunale di Roma, con ordinanza emessa in data 27 novembre 2001, ai sensi dell' art. 13, comma 2, lett. a) , del d. Lgs. n. 268 del 1998, ha convalidato il provvedimento espulsivo del Prefetto di Roma pronunciato 1'11 novembre 2001, ha esposto di:
a. essere entrato in Italia nel 1995 passando da Trieste;
b. non avere il possesso del passaporto perché consegnato al proprio datore di lavoro;
c. di non aver chiesto alcuna "sanatoria" e non essersi mai "regolarizzato".
Il ricorrente, pertanto, con duplice motivo di impugnazione, ha chiesto la cassazione dell'ordinanza del Tribunale di Roma, per violazione dell'art. 7 del d. P. R. n. 394 del 1999 e per omessa e contraddittoria motivazione. L'intimata amministrazione non ha svolto difese.
1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente deduce che il decreto di convalida è erroneo perché la mancata apposizione del timbro sul passaporto è riferibile al comportamento omissivo dei funzionari di polizia di frontiera, senza che esso possa sortire conseguenze sul cittadino extracomunitario.
2. Con il secondo motivo si lamenta l'omessa e la contraddittoria motivazione del provvedimento di convalida là dove ha ritenuto correttamente motivato il decreto di espulsione, che invece mancherebbe dell'indicazione dei presupposti in fatto ed in diritto, in una materia ove si comprimono i diritti fondamentali della persona.
3.1. Le due doglianze, stante la loro stretta interdipendenza, possono essere trattate congiuntamente.
Il ricorrente non ha allegato alcun fatto idoneo a giustificare la propria presenza sul territorio dello Stato italiano, ma ha solo cercato di giustificare il mancato possesso di un visto o timbro regolare d'ingresso in Italia, per un fatto risalente all'anno 1995.
E' ben vero, come osserva il Tribunale, che l'art. 7 del regolamento di cui al d. P. R. n. 394 del 1999, di attuazione del T.U. di cui al D. Lgs. n. 286 del 1998, stabilisce, al comma 2, che "è fatto obbligo al personale addetto ai controlli di frontiera di apporre sul passaporto il timbro d'ingresso, con l'indicazione della data", ma è pur vero che tale disposizione si riferisce al passaggio delle frontiere esterne (come si esprime la Convenzione di applicazione dell'Accordo di Schengen del 19 giugno 1990, ratificata con la legge 30 settembre 1993, n. 388), non al passaggio delle frontiere interne: mentre le frontiere esterne possono essere attraversate soltanto ai valichi (art. 3 della Convenzione), le frontiere interne "possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone".
Nella specie il ricorrente sostiene di essere entrato in Italia (nel 1995) attraverso la frontiera italiana (Trieste) senza riferire a quale titolo poi egli si sia trattenuto e sulla base di quale provvedimento amministrativo e senza provare la regolarità del suo ingresso in Italia.
Infatti, l'art. 13, comma 2, lett. b), D. Lgs. n. 286 del 1998, stabilisce che lo straniero che, entrato regolarmente in Italia, anche attraverso il cd. Spazio Schengen, vi si sia trattenuto "senza avere richiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto" è espulso dal Prefetto.
Tale termine, per il caso d'ingresso anche per motivi di lavoro è stabilito dall'art. 5 D. Lgs. n. 286 del 1998 ed impone la richiesta al Questore della provincia in cui lo straniero si trova "entro otto giorni lavorativi dal suo ingresso nel territorio dello Stato ed è rilasciato per le attività previste dal visto d'ingresso e dalle disposizioni vigenti".
Orbene, mentre nell'impugnazione il ricorrente nulla dice circa le attività per le quali egli sia entrato in Italia, il Tribunale di Roma ha espressamente richiamato la necessità che sia rispettato il collegamento funzionale tra il momento dell'ingresso nel territorio nazionale e il conseguimento del titolo di soggiorno, che nella specie non risulta essere stato mai richiesto alle competenti autorità amministrative.
Il provvedimento di convalida dell'espulsione prefettizia è dunque pienamente legittimo, anche se, ai sensi dell'art. 384 cod. proc. civ., ne va corretta la motivazione, integrandola con quanto segue. L'espulsione disposta dal prefetto, infatti, è del tipo di quelle automatiche, ma nella specie essa andava rilasciata oltre che ai sensi dell'art. 13, comma 2, lett. a), D. Lgs. n. 286 del 1998 anche ai sensi dell'art. 13, comma 2, lett. b), dello stesso testo, perché in relazione all'ingresso irregolare sul territorio dello Stato, avvenuto molto tempo prima lo straniero si era trattenuto in Italia senza aver richiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto, provvedendo a sanare la propria posizione di , sulla base dei vari provvedimenti intervenuti nel tempo.
Né può dirsi che nella specie non sia stato soddisfatto l'obbligo della motivazione da parte del giudice di primo grado poiché, come questa Corte ha già affermato in casi similari (Cassazione n. 6535 del 2002) l'obbligo di motivazione del decreto prefettizio di espulsione amministrativa dello straniero di cui al terzo comma dell'art. 13 D.Lgs. 286/1998 deve essere inteso in funzione dello scopo della motivazione stessa, che è quello di consentire al destinatario la tempestiva tutela dei propri diritti mediante l'opposizione, facendo, cioè, valere le proprie ragioni dinanzi al giudice chiamato ad esercitare il dovuto controllo giurisdizionale sull'atto, onde detto obbligo, pur quando non siano state indicate le norme di legge violate, deve ritenersi soddisfatto se il provvedimento, pur senza indicarli direttamente, richiami, anche solo in sintesi, gli elementi necessari e sufficienti dei quali, con la normale diligenza, sia possibile la cognizione certa e completa, affinché il destinatario possa individuare la violazione addebitatagli cui si riferisce la misura adottata.
Nella specie il richiamo all'elusione dell'obbligo di chiedere il permesso di soggiorno anche per coloro che come il ricorrente erano entrati regolarmente nel territorio dello Stato risulta, dall'ordinanza del Tribunale, in modo chiaro e senza porre al suo destinatario alcun particolare problema interpretativo.
4. Il ricorso va dunque rigettato senza che sia necessario provvedere sulle spese, non avendo l'intimata Prefettura svolto alcuna attività difensiva.