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Timestamp: 2016-02-08 03:40:30+00:00
Document Index: 82018693

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 102', 'art. 113', 'art. 80']

Il trattato della CECA - Alcide De Gasperi - Discursos by Beers&Politics
Il trattato della CECA
1952-03-15 - Alcide De Gasperi
...Io debbo respingere l'accusa che ci si fa di aver deciso in questa materia semplicemente da un punto di vista politico generale. Avrei il diritto di rovesciare l'accusa e di dire che l'opposizione non trova ragione fondamentale contro questo progetto se non nella sua concezione ge­nerale politica. E se altra fosse la situazione della geografia politica in riguardo al progetto, io penso che il progetto stesso troverebbe entusia­smo nonostante le formule precise che oggi lo delimitano e lo caratte­rizzano.
I colleghi dell'estrema sinistra dovranno perdonarmi se non entro nel dettaglio delle loro argomentazioni politiche, ma è un fatto che durante le loro esposizioni si è ripetuto il tentativo che si fa in ogni situazione di questo genere, di concentrare tutte le considerazioni al riguardo ad un dato progetto — per quanto concreto e tecnico che sia — in una tesi politica fondamentale, che sarebbe la tesi del "servizio all'America" e la tesi dell'odio o del contrasto con la Russia. L'onorevole Casadei ha parlato di un progetto europeo, il quale in realtà non sarebbe che una mscheratura del "servizio all'America". L'onorevole Montagnani ha appoggiato tutta la sua esposizione sulla tesi dottrinaria "che dopo le due guerre mondiali le economie del mondo occidentale vengono mu­tando, nel senso che il capitalismo mina alla base i paesi capitalistici: di qui la necessità per l'imperialismo americano di controllare non solo l'economia, ma anche la politica dei vari paesi europei. L'Europa si trova pertanto di fronte a vari Piani Marshall e Schuman. Ci sono fondate prospettive che, se il capitalismo non riuscirà a risolvere la crisi che corroderebbe il suo sistema di vita, si ricorrerà a misure più radicali della guerra e della conquista". Questa è la dottrina dei marxisti, dei leninisti che abbiamo trovata nei testi e che si ripete tutti i giorni dalla "Pravda" e che è posta come spiegazione. Ma non è una spiegazione, è una pregiudiziale che inficia tutte le conclusioni dei nostri colleghi, o almeno alcuni dei nostri colleghi dell'estrema sinistra. Per questo essi da comu­nisti arrivano ad essere anticomunisti, da meridionalisti arrivano a preoc­cuparsi soprattutto della siderurgia. Ci rivedremo poi alle elezioni per esaminare l'argomento che avete presentato in difesa di questi privilegi contro i quali tanti meridionalisti in passato si sono levati.
Questo lo dico per scusare un po' la mia reazione quando ho detto che siete diventati dei reazionari; è, naturalmente, un vocabolo che prendo a prestito da voi. Ma quando voi celebrate questa involuzione in tale forma che da questa passate all'attacco contro di noi, noi abbiamo bene il diritto di rappresaglia, di ritorsione, il diritto di richiamarvi alle vostre dottrine contro le quali ora insorgete...
Nel Patto Atlantico come nella CED noi difendiamo le attuali fron­tiere, non le rivendicazioni: queste possono esistere, in quanto siano rivendicazioni pacifiche da raggiungersi attraverso negoziati, ma per noi non rappresentano assolutamente impegno militare, se non per la difesa del territorio attualmente amministrato dai relativi Stati contro un'of­fensiva che venga dall'altra parte... E poi non è vero affatto che tutte le organizzazioni compreso il Piano Schuman, debbano puntellare una si­tuazione che poi scatterà senz'altro nella guerra, perché connesse all'e­laborazione di un contratto che trascinerebbe anche noi, e anche indi­rettamente, alla guerra. Io non so proprio perché i nostri colleghi di estrema sinistra, quando pronunciano i loro discorsi ritengano necessario presentare immagini e fantasie così torve al riguardo, non so perché vedano così scuro e vestano sempre il paludamento del profeta sinistro che vede i guai e i disastri dell'indomani.
Riguardo a due altre domande risponderò all'onorevole Casadei dimenticando quel certo suo tono perentorio da grande inquisitore, che non è proprio consueto tra l'opposizione e il governo, e penserò invece che le sue domande possono interessare molti altri. La prima è: quando si nominerà l'Assemblea, la maggioranza avrà tutti i posti, o alcuni saranno riservati alla minoranza? Risposta: deciderà il Parlamento.
Però, se l'onorevole Casadei ripeterà i suoi discorsi che terminano col dire che quando la minoranza entrerà, se entrerà, in quest'Assemblea, farà il massimo sforzo per sabotarla e rendere impossibile il suo funzio­namento, allora gli dirò che le sue parole non sono semplicemente una critica costruttiva, ma una mina subacquea uno sforzo sabotatore.
Io dico che è ora di finirla a questo riguardo: là dove possiamo, non entrerete! E questo senza pregiudicare l'atteggiamento che potrà assu­mere la Camera dei Deputati. Questo nostro è un criterio: specialmente coloro i quali rappresentano una tendenza verso i governi socializzatori e semi dittatoriali per attuare grandi piani di rinnovamento che attuano attraverso una dittatura, non si meraviglino se noi, guardando in faccia al pericolo, resisteremo a tale pericolo. Lo diciamo chiaramente; resi­steremo anche fuori di qui, anche alla Camera dei Deputati. Lo riperemo a tutti coloro i quali, prendendo un pretesto o un altro, in una forma e in un'altra, ci minacciano, come ha fatto alla fine del discorso, del resto flautato, l'onorevole Pastore, quando tenta di giustificare in precedenza eventuali tentativi insurrezionali con qualche errore che dovremmo com­mettere oggi votando questo Trattato.
Passiamo alla questione costituzionale del Trattato. Io non sono giurista, né figlio di giurista, e non sento la possibilità di richiamarmi alla mia competenza particolare. Però durante le discussioni parallele sull'e­sercito europeo, i problemi dei limiti entro i quali i parlamentari possono oggi approvare e ratificare dei trattati che costituiscono internazionaliz­zazione dei limiri di sovranità, sono stato oggetto di molte discussioni. Quello che vale per l'esercito europeo vale, a maggior ragione, per il Piasno Schuman. Ad ogni modo ho cercato sempre di documentarmi presso i costituzionalisti più rigidi e rigorosi; ed a proposito della nostra posizione particolare debbo notare che se noi abbiamo l'art. 11 della Costituzione, e la Francia ho lo stesso principio, ma solo nel preambolo, non come articolo, gli Stati minori, quelli che hanno una Costituzione creata dal 1930 al 1948, non hanno niente di consimile. Solo la Germania ha un articolo anche più ampio, perché la sua Costituzione è stata fatta in questa aspettativa.
Tornando dunque alla nostra formulazione, dico che, secondo questi esperti il testo dell'art. 11 — mentre autorizza le limitazioni reciproche di sovranità — autorizza anche le organizzazioni internazionali che sono necessarie per garantire il corretto esercizio delle limitazioni stesse.
Finché si tratta di limitazioni di sovranità che lasciano la più gran parte della sovranità ai singoli Stati, ci si ferma nella sfera di azione dell'art. 11. Quando invece si va oltre, cioè^verso lo Stato federale, allora occorre una nuova forma costituzionale. È perciò che, nel riferire alla Commissione sull'esercito europeo, dissi che c'è una fase provvisoria in cui secondo il nostro parere il Parlamento giudicherà a suo tempo se possiamo operare in base all'art. 11. C'è però una fase definitiva ed approfondita in cui sarà probabilmente necessaria una revisione costi­tuzionale; ma mi pare ovvio che il nostro Trattato appartiene alla pri­ma fase.
Ratificando l'accordo noi non facciamo se non una vera e propria legge di applicazione costituzionale la quale, in quanto tale, non fa se non tradurre in atto e solo parzialmente quanto è stato stabilito dall'art. 11 già citato, laddove si dice: «L'Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».
Per noi, necessario e sufficiente è sapere con certezza che così diamo vita ad una Comunità internazionale fondata sulla cessione temporanea dell'esercizio di tale potere e nell'ambito della quale i partecipanti sono in condizioni di parità.
Di qui la conseguenza essenziale: partendo noi dalla Costituzione, non c'è nessuna necessità di revisione costituzionale; questa serve a modificare la Costituzione non già a tradurla in atto. Questo secondo la nostra convinzione e secondo la convinzione di molti esperti consultati. Gli esempi portati dal senatore Rizzo non giovano a scalfire questa tesi, né la mancata deliberazione delle sentenze della Corte, dal momento che deliberazione si richiede per le sentenze straniere non già per quelle internazionali promananti da organi in cui noi stessi siamo rappresentati, come attestano i precedenti della Corte dell'Aia e delle Corti interna­zionali; né la pretesa violazione dell'art. 102 che inibisce l'istituzione di giudici straordinari, giacché si tratta di giudici internazionali; né la pretesa violazione dell'art. 113 che assicura il sindacato giurisdizionale avverso gli atti amministrativi, perché non vi è alcun atto amministrativo interno da cui possa sorgere il problema; né la doglianza contro la facoltà di comminare ammende dal momento che gli oneri finanziari possono essere autorizzati con la legge ordinaria di ratifica anche a termini dell'art. 80 della Costituzione; non infine la pretesa violazione del potere rego­lamentare spettante alle regioni in tema di miniere, dal momento che tale potere normativo spetta solo nell'ambito della Costituzione, dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, e dell'interesse nazionale.
Del resto, l'onorevole Taviani ha accennato a questo fatto, che Stati i quali, nella loro Costituzione, sono molto più severi e mancano di qualsiasi apertura in questo senso, come l'Olanda ed il Belgio, hanno già in parte o totalmente approvato nei Parlamenti questo progetto di legge. Ho visto con quale scrupolo i rapopresentanti delle piccole nazioni hanno difeso il testo della loro Costituzione per la parte che riguarda l'esercito europeo; e come ho detto prima, siamo dinanzi ad un caso parallelo e fondato sulla stessa base.
Il senatore Lussu ha terminato il suo discorso parlando di «com­plotto sinistro», ed ha precisato, con uno studio molto diligente, in quale giorno Schuman è entrato nel Gabinetto del segretario di Stato degli Stati Uniti quasi che l'onorevole Lussu avesse avuto confidenze segrete di persone che vigilanza sopra il «complotto» di questi signori ministri.
Ma non c'è alcun mistero: il progetto di cui ci occupiamo è nato in Europa e qui è stato alimentato da parecchie ragioni di carattere eco­nomico; ma di esse una è stata essenziale e ne ho parlato personalmente con Schuman il quale dette la veste politica al progetto tecnicamente elaborato da un socialista, la ragione cioè di trovare la strada per impedire la minaccia della rinascita del militarismo germanico e rimediare all'er­rore commesso ai tempi di Poincaré, quando si credette, attraverso un'occupazione della Ruhr, di giungere alla conclusione e non ci si arrivò, e si creò invece la base per il risorgere dell'industria per la seconda guerra mondiale. Perché non voler riconoscere che almeno si è fatto un tentativo serio per non dare mano liberas ai «magnati» tedeschi che hanno interessi investiti nell'acciaio e nel carbone; perché non voler ammettere che questo è un tentativo serio, ragionevole, che merita di essere fatto e non soltanto sospettato? Quanto all'America, essa ha certo molti altri modi di difendersi e anche di espandere la sua attività. Ma qui siamo dinanzi anche ad una necessità americana, che è soprattutto una necessità di difesa. E l'America vuole che l'Europa si difenda, per difendere anche se stessa; è chiaro, è ovvio che sia così.
«Voi ripete sempre, e l'avete detto di fronte a me anche alla Camera ed al Senato, che bisogna far di tutto per impedire la rinascita del militarismo tedesco; quindi vi siete dichiarati per Potsdam, avete detto che bisogna distruggere tutto, radiare tutto, smobilitare tutto; ed io vi ho risposto: ma voi che avete sentito le doffetenze della costrizione e della repressione del nostro stesso esercito, come è possibile diciate che un popolo come quello tedesco deve rinunciare a qualsiasi forza di difesa militare per 50 anni? Voi avere irriso a questo argomento dicendo che io andavo cercando scuse di carattere sentimentale, mentre la realtà era terribile, ed avete invocato tutto questo fino a ieri. Óra però vorrei dirvi: badate a non eseguire sempre l'ordine; aspettate prima l'eventuale con­trordine. Leggete infatti l'ultimo progetto dei russi. Non voglio farne qui una valutazione: non so se sia una manovra o una cosa seria.
«Il progetto concede per la prima volta la creazione di un esercito nazionale difensivo di tedeschi. Ma è proprio quello che cerchiamo anche noi; si tratta di intendersi sulla proporzione, ma il principio è lo stesso. Non è vero dunque che si debba rimanere in eterno al principio di Potsdam, principio che si potè affermare solo nell'atmosfera di imme­diato dopoguerra. Ora anche le proposte russe dell'11 marzo, dopo cioè le recentissime decisioni di Lisbona, proposte che oggi sono commentate nell"'Unità", prevedono anch'esse la creazione di un esercito nazionale tedesco puramente difensivo. Prevedono inoltre (pensate a quello che avete detto voi sui criminali di guerra) l'amnistia per i criminali di guerra nazisti, ed infine l'abolizione di ogni limitazione allo sviluppo dell'eco­nomia e del commercio, anzi si deve supporre che l'eliminazione di ogni limitazione della produzione riguardi anche il materiale bellico. Ecco dunque che non rimane quasi più nulla della vostra posizione. È perciò che mi sembra che sia il caso di seguire l'antico adagio: non eseguire l'ordine in attesa dell'eventuale contrordine. Voi dal 1945, 1946, 1947, ripetete sempre la stessa storia: orrore per il Piano Marshall, per i diversi Piani che sono venuti poi a sostituirlo, orrore per la NATO; ma dimen­ticate sempre una piccola cosa, un episodio che ha avuto grande impor­tanza nello sviluppo psicologico della lotta anticomunista. Voi dimenti­cate quello che è avvenuto nel luglio 1947 a Praga. Nel luglio 1947 a Praga i governi cechi avevano ricevuto da Parigi e dagli americani l'invito a recarsi alla Conferenza di Parigi per partecipare al Piano Marshall, e, come loro, avevano ricevuto l'invito tutti i satelliti, oltre la Russia.
«Ad unanimità aveva votato favorevolmente, ed era un governo in cui c'erano 9 comunisti, 12 indipendenti, 3 socialdemocratici, all'accet-tazione dell'invito; il giorno dopo Gottwald partì per Mosca chiamato a rendere ragione a Stalin, il quale disse che desiderava che i cechi non accettassero l'invito: una scena che è descritta da coloro che vi hanno partecipato e sono sopravvissuti, una scena che non bisogna dimenticare. Dopo parecchie insistenze e telefonate dal Kremlino, il Consiglio dei ministri il 10 luglio 1947, cioè tre giorni dopo Ja prima decisione, pubblicava questo comunicato che è verbalezzato: "È stato deciso che gli Stati dell'Europa centrale e orientale, con i quali la Cecoslovacchia man­tiene stretti rapporti economici e politici fondati su impegni contrattuali, non parteciperanno alla Conferenza di Parigi. In questo caso la parte­cipazione della Cecoslovacchia potrebbe essere interpretata come una offesa ai rapporti amichevoli con l'Unione Sovietica e per tale ragione il governo ha deciso all'unanimità di non partecipare alla Conferenza".
Ricordatevi questo, vi prego di ricordarlo anche perché per que­st'altra circostanza: perché v'erano 9 comunisti, 12 non comunisti e 3 socialisti. Cosa avverrebbe domani se si facesse quel Ministero di coa­lizione di brava gente che Togliatti desidera? Voi potrete domandarmi perché mi interesso di queste cose. Me ne interesso per ritorsione, contro le affermazioni che voi fate contro di noi, me ne interesso perché quel che è accaduto a Praga potrebbe avvenire a Roma, se a Roma la vigilanza nostra non fosse sufficientemente forte. Ho anche un certo senso di gratitudine verso quei compagni cecoslovacchi che si sono sacrificati per poterci dare il buon esempio, a noi ed a tutta l'Europa. Questoo sotto­lineo per dimostrare che nei fatti della storia, come voi la riassumete, ci sono certe lacune sulle quali debbo ritornare perché troppo perentoria­mente voi ardite una sola frase e con questa combatterci: servi degli americani! Ma credete proprio che noi non abbiamo la coscienza del nostro paese? Non avete trovato altra scusa contro il Piano Schuman, e mi meraviglio di questo piccolo, meschino espediente demagogico, nel dire: là c'erano 3 ministri democristiani. Come se questi tre ministri degli Esteri non appartengano tutti e tre a governi, come se Schuman fosse arbitro del governo francese, come se Adenauer non avesse i protestanti liberali nel .suo governo, come se il nostro non fosse un governo di coalizione. È il principio democratico che si difende in Europa. Questo è il nostro porogramma, e lasciate stare le fantasie intorno a Carlo Magno e al Medio Evo! Si tratta di una coalizione di democrazie fondata sul principio della libertà. Questo è il nostro baluardo, questo è il nostro programma, questa la nostra lotta!