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Timestamp: 2018-09-22 18:27:15+00:00
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Le somme versate ai dipendenti costituiscono costo del lavoro in nero | Commercialista Telematico
Le somme versate ai dipendenti costituiscono costo del lavoro in nero
E’ noto che nel campo tributario emerge, ” il carattere interpretativo della prova, la sua natura di ragionamento, di argomentazione (1)“.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Per <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Cassazione – sentenza n. 11206 del 20 dicembre 2006, dep. il 16 maggio 2007 – il giudice del merito deve, innanzi tutto, valutare in maniera analitica ognuno degli elementi indiziari al fine, da una parte, di scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e, dall’altra, di conservare quelli che, presi singolarmente, rivestano i caratteri della precisione e della gravità, ossia presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, lo stesso giudice deve procedere a una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando uno o alcuni indizi (2).
Alla luce di tali principi analizziamo l’ultimo intervento della Corte di Cassazione – la sentenza n. 6335/2008 – che ha presunto che le somme versate dal datore di lavoro ai propri dipendenti costituiscano corrispettivo di prestazioni lavorative, cassando così la sentenza di merito che aveva ritenuto credibile l’asserzione del contribuente secondo cui tali versamenti costituivano restituzione di prestiti concessi dai dipendenti –extracomunitari- al datore di lavoro.
La sentenza della Cassazione n. 6335/2008
La vicenda trae origine da un avviso di accertamento notificato ad imprenditore edile in forza del quale l’Erario riteneva che il contribuente, avesse fatturato costi per operazioni inesistenti, omesso di fatturare incassi risultanti da documentazione extracontabile, e conseguito maggiori ricavi con riferimento alle somme ritenute corrisposte “in nero” ai lavoratori dipendenti.
Il contribuente ricorreva presso la C.T.P. di Ancona, deducendo l’illegittimità dell’atto impositivo impugnato, contestando i rilievi dell’Ufficio circa l’asserito pagamento delle retribuzioni in nero, i pretesi incassi non fatturati ed i costi ritenuti inesistenti.
L’adita C.T.P. con la sentenza n. 461.03.02, accoglieva parzialmente il ricorso con riferimento all’accertamento relativo al pagamento delle cd. retribuzioni “in nero” che reputava inverosimile ed infondato; riteneva invece legittimo l’atto impositivo quanto agli incassi non fatturati desunti da documentazione extracontabile, nonché quello riguardante i costi inesistenti desunti dalle dichiarazioni di un altro imprenditore, che aveva ammesso di aver reso, in favore del ricorrente, prestazioni inferiori rispetto a quelle da lui fatturate.
Avverso detta decisione proponeva appello l’Agenzia delle Entrate ed appello incidentale il contribuente, con riferimento alle proprie censure relative agli incassi non fatturati ed ai costi ritenuti inesistenti.
La C.T.R. rigettava entrambe le impugnazioni, compensando le spese.
Avverso la stessa decisione il contribuente ricorreva per cassazione; resisteva con controricorso l’Amministrazione. La rubricata sentenza della C.T.R. veniva altresì impugnata per cassazione, dall’Agenzia delle Entrate con ricorso notificato ex art. 149 c.p.c. in data 29.03.2006; si costituiva con controricorso il contribuente insistendo per il rigetto dell’impugnazione.
Circa i ricavi non fatturati, secondo l’esponente vi sarebbe una carenza di motivazione ovvero una motivazione illogica e incoerente, atteso che l’affermazione della verosimiglianza della dichiarazione di C.S. (che aveva ammesso di aver eseguito prestazioni per importi inferiori a quelli fatturati) non spiega “come l’asserita emissione di fatture di comodo da parte di costui possa far ritenere l’accertamento di ricavi non fatturati dal M.”. Peraltro l’esistenza di ricavi è stata desunta anche sulla base di un raffronto tra scritture contabili e “gli appunti manoscritti del M.” senza però spiegare come da ciò fosse scaturita e quantificata l’omessa fatturazione, tanto più che trattavasi di documentazione extracontabile non univoca, confusa e variamente interpretabile; infine l’ufficio aveva posto a base dell’accertamento anche la tesi riguardante i pretesi rapporti di lavoro “in nero”.
Ciò posto, per la Corte di Cassazione “quanto alla contestata verosimiglianza delle dichiarazioni dello S. tale ritenuta dal giudice a quo, sembra al Collegio che la motivazione resa sul punto sia congrua e conforme a logica, considerata la gravita delle affermazioni rese da costui anche riguardo a sé stesso, per avere confessato, in sostanza, di aver commesso un grave illecito tributario (omessa o irregolare fatturazione). Del resto la vicenda in esame va valutata non solo sulla base delle ammissioni dello S., ma anche con riguardo a tutte le altre circostanze del più ampio e grave contesto indiziario che ha legittimato l’Ufficio fiscale a procedere all’accertamento induttivo”.
I giudici di Cassazione richiamano in proposito che, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la cd. “contabilità in nero”, costituita da “appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravita, precisione e concordanza prescritti dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39, dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili disciplinate dall’art. 2709 e ss. cod. civ. tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta, ed incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 25610 del 01/12/2006)”.
In sintesi il ricorso principale è infondato e va pertanto totalmente disatteso.
Passando all’esame del ricorso n. 10974/06 proposto dall’Agenzia delle Entrate (si tratta più correttamente di ricorso incidentale), si rileva che con lo stesso si denuncia l’omessa e insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, nei punto relativo al contestato pagamento delle retribuzioni in nero ai dipendenti del M., in relazione al quale la stessa amministrazione era rimasta soccombente, avendo i giudici di merito ritenuta plausibile la giustificazione all’uopo fornita dal contribuente, secondo cui le somme portate dagli assegni non costituivano retribuzioni, ma solo restituzione di “prestiti” di cui esso imprenditore si era in precedenza giovato.
Secondo la doglianza in questione, il giudice a quo aveva trascurato di valutare le matrice degli assegni rinvenute dalla G.d.F. indicate nel relativo p.v.c., su cui era riportata, oltre al nominativo del beneficiario (lavoratore dipendente), anche la causale (“stipendio”) che giustificava l’emissione del titolo di credito, per cui era agevole trarre la prova non solo del movimento finanziario ma anche del rapporto sottostante.
Con l’ulteriore motivo d’impugnazione, l’Amministrazione denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) in quanto il ritrovamento di tale documentazione bancaria nella disponibilità dell’imprenditore verificato, avrebbe dovuto indurre il giudice di merito a riconoscere che trattavasi di indizi gravi, precisi e concordanti, correttamente utilizzabili ai fini della parziale ricostruzione del reddito.
Ritiene il Collegio che le predette doglianze sono fondate.
“È noto che le somme percepite dai lavoratori si presumono corrisposte dal loro datore di lavoro a titolo di retribuzione, ciò che, nel caso in esame, è assai più provabile, dell’inverosimile tesi difensiva secondo cui si tratterebbe di restituzione di prestiti elargiti dai medesimi lavoratori allo stesso datore di lavoro, non si sa bene a quale titolo, in quale misura ed in quale circostanza; sul punto le giustificazioni del contribuente sono solo generiche e vaghe, per giunta intervenute in un momento successivo all’atto impositivo, per cui deve concludersi che esso contribuente non ha compiutamente assolto all’onere della prova su di lui gravante, tenuto conto che trattasi di accertamento induttivo, come tale comportante inversione dell’onere probatorio”.
A questo proposito – prosegue la sentenza di Cassazione – “non è opportuno rimarcare che il giudice a quo, omettendo di seguire canoni della comune logica e travisando precise disposizioni normative, non ha correttamente valutato che il rinvenimento di una contabilità informale (costituita nella fattispecie da fogli volanti, matrici di assegni, ecc.), costituiva indizio grave, preciso e concordante dell’esistenza di imponibili non riportati nella contabilità ufficiale, ciò che legittimava l’Amministrazione finanziaria a procedere ad accertamento induttivo, ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54 (Cass. Sez. 5, sentenza n. 6949 del 27/03/2006)”.
Per questi motivi la Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.
(2) Cfr. anche Cass. sent. n. 10345 del 7 maggio 2007. Sul punto specifico si rinvia ad ANTICO, Prove per presunzioni: la palla al contribuente, in www.ilcommercialistatelematico.it, maggio 2007. Cfr. da ultimo Cass. Sent. n. 6549 del 12 dicembre 2007, dep. il 12 marzo 2008