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Timestamp: 2019-01-19 13:02:17+00:00
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 15 maggio 2013, n.11737. Così come non è consentito al testatore sottrarre al legittimario la quota di riserva, allo stesso modo non gli è consentito ottenere lo stesso risultato attraverso la mera enunciazione di avere già tacitato il legittimario per la quota di riserva - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 15 maggio 2013, n.11737. Così come non è consentito al testatore sottrarre al legittimario la quota di riserva, allo stesso modo non gli è consentito ottenere lo stesso risultato attraverso la mera enunciazione di avere già tacitato il legittimario per la quota di riserva
1. Così come non è consentito al testatore sottrarre al legittimario la quota di riserva, allo stesso modo non gli è consentito ottenere lo stesso risultato attraverso la mera enunciazione di avere già tacitato il legittimario per la quota di riserva.
2. La dichiarazione di avvenuta tacitazione delle ragioni della legittimaria con donazioni in denaro costituisce una mera dichiarazione che non attiene alla volontà testamentaria in quanto la volontà del testatore non può incidere sulla quota di riserva; al contrario, ove sia provato che le disposizioni testamentarie siano lesive della legittima, è onere di chi ha interesse a negare la violazione dei diritti del legittimario, provare l’esistenza di donazioni idonee ad escluderla.
3. Ai fini dell’individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di legittimari ed ai singoli legittimari nell’ambito della medesima categoria, occorre far riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione e non a quella che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento, per rinunzia o prescrizione, dell’azione di riduzione da parte di taluno dei legittimari.
SENTENZA 15 maggio 2013, n.11737
Svolgimento deel processo
Con citazione del 3/6/1996 il curatore del fallimento della s.d.f. Confezioni Tommy e dei singoli soci (tra i quali A.G. , erede del padre A.A.), autorizzato dal G.D., conveniva in giudizio gli altri eredi del predetto e precisamente:
– la vedova D.O.I. , A..M. , figlio di A.G. e istituito erede della quota disponibile;
– A.C. e R. , pure essi figli di A. e istituiti eredi, in parti eguali, della quota legittima.
Il curatore fallimentare assumeva che A.G. era stata pretermessa nel testamento malgrado la formale dichiarazione del testatore di avere già corrisposto alla figlia la quota legittima attraverso donazioni e quindi chiedeva che fosse dichiarata aperta la successione e che fosse ordinata la riduzione delle disposizioni testamentarie per l’integrazione della quota legittima, pari a 1/3 del patrimonio.
Si costituivano A.R. , M.A. e D.O.I. chiedendo il rigetto della domanda ed eccependo che l’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie, stante la natura strettamente personale, non poteva essere esercitata dal curatore fallimentare dell’erede.
Il Tribunale di Teramo, con sentenza del 14/2/2002, rigettava l’eccezione dei convenuti di difetto di legittimazione attiva del curatore fallimentare e rigettava la domanda di quest’ultimo nel merito per la mancanza della prova della lesione della legittima essendo rimasto indimostrato l’assunto della non veridicità della dichiarazione del testatore di precedenti donazioni equivalenti alla quota di legittima.
Il curatore fallimentare proponeva appello. Nel giudizio di appello si costituiva il solo M.A. , figlio della fallita, che chiedeva il rigetto dell’appello e proponeva appello incidentale. La Corte di Appello dell’Aquila, con sentenza del 13/2/2007, rigettava l’appello incidentale e accoglieva quello principale; dichiarava aperta la successione di A.A. e riduceva le disposizioni del testamento con effetto sulla quota disponibile superiore al quarto, assegnata al nipote ex filia M.A. e, per il supero, proporzionalmente sulle quote dei restanti coeredi A.C. e R. .
La Corte territoriale osservava:
– che il curatore fallimentare era legittimato all’azione di riduzione per lesione della legittima per i poteri che la legge fallimentare gli attribuisce in ordine ai diritti patrimoniali del fallito;
– che le dichiarazioni del testatore, circa l’avvenuta tacitazione delle ragioni della legittimarla, non costituivano prova, ma mere e unilaterali dichiarazioni del testatore e pertanto le indimostrate donazioni non potevano essere imputate alla quota di riserva, ma doveva trovare piena applicazione l’art. 554 c.c. con riduzione delle disposizioni fino al reintegro della quota di riserva;
– che la disponibile, nel concorso del coniuge e dei tre figli, era pari a 1/4 dell’asse ereditario;
– che pertanto la disposizione testamentaria a favore del M. , istituito erede in ragione di 1/3, andava ridotta per la parte eccedente la disponibile, pari a 1/4 del relictum.
M.A. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi.
Resiste con controricorso il curatore del fallimento della s.d.f. Confezioni Tommy e dei singoli soci.
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omesso esame e omessa pronuncia su punti decisivi e l’erronea applicazione dell’art. 542 c.c. in relazione agli artt. 554 e 624 c.c..
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione di legge in ordine alla distribuzione degli oneri probatori e l’erronea inversione dell’onere di cui all’art. 2697 c.c. circa la veridicità dell’affermazione del testatore di intervenuta tacitazione della legittimarla.
3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione ed erronea applicazione degli artt. 553 u.p., 554, 556 e 558 c.c. e il vizio di motivazione. Il ricorrente sostiene che la Corte di Appello ha immotivatamente ritenuto violata la legittima, senza considerare le donazioni ricevute da A.G. che non è stata pretermessa, ma considerata e tacitata; aggiunge che nessuna indagine sarebbe stata fatta sulla congruità del legato di usufrutto al coniuge e sulla incidenza negativa a carico della disponibile assegnata ad esso ricorrente; l’accertamento della violazione della legittima non poteva prescindere dalla formazione della massa attiva esistente al momento della morte, riunendo il donatum al relictum.
4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione dell’art. 556 c.c. per la determinazione della disponibile in relazione all’art. 537 c.c..
5. In conclusione il ricorso deve essere rigettato con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo.
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