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Timestamp: 2014-07-24 10:40:27+00:00
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Cassazione sentenza n. 19081 del 09 agosto 2013 - Misure di sicurezza e responsabilità committente « Studio CerboneStudio Cerbone
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Cassazione sentenza n. 19081 del 09 agosto 2013 – Misure di sicurezza e responsabilità committenteSei qui: Home » Cassazione sentenza n. 19081 del 09 agosto 2013 – Misure di sicurezza e responsabilità committente Corte di Cassazione sez. lavoro sentenza n. 19081 del 09 agosto 2013 SICUREZZA SUL LAVORO – MISURE DI SICUREZZA – LAVORO SUBORDINATO – APPALTO – LAVORI DI RIMOZIONE DEI RAMPICANTI IN UN EDIFICIO – RESPONSABILITA’ DEL COMUNE COMMITTENTE
A.M. in proprio e quale tutrice del coniuge S.M. e del figlio minore S. chiedeva accertarsi la responsabilità solidale della snc LM. e del Comune di Albiolo con condanna al risarcimento del danno biologico e morale derivato dall’infortunio sul lavoro di cui era rimasto vittima S.M., entrato in coma irreversibile dal momento del fatto ((Omissis)), il quale incaricato dalla datrice di lavoro di rimuovere dei rampicanti in un edificio nella disponibilità del Comune, era caduto a causa dello sfondamento di un tetto in eternit e che la responsabilità incombeva sulla società ex art. 2087 cod. civ. nonché sul Comune committente per l’omessa predisposizione del piano di sicurezza. Chiedeva in particolare la condanna:
- alla rifusione del danno biologico e morale dell’infortunato pari a L. 1.362.250.000;
- alla rifusione del danno alla vita di relazione e danno morale a favore di essa A.M. e del figlio S. rispettivamente per l’importo di L. 800.000.000 e L. 400.000.000.
Con sentenza definitiva liquidava, poi, i danni subiti da S.M. in Euro 678.724, 37 e non provvedeva sui danni morali ed esistenziali richiesti in proprio dalla sig. A. anche per conto del figlio minore.
La Corte d’Appello di Milano pronunziando sull’appello principale della società e sull’appello incidentale di A.M., rinnovata l’istruttoria, in riforma delle due sentenze di primo grado rigettava tutte le domande di parte attrice.
Il Collegio escludeva qualsiasi rilevanza nel giudizio civile della sentenza di patteggiamento e nella ricostruzione del fatto ravvisava un ipotesi di rischio elettivo, non rientrando l’accesso al tetto poi crollato tra le mansioni affidate allo S.
In esito a ricorso di A.M. la decisione era cassata per vizio di motivazione con rinvio alla Corte di appello di Brescia,alla quale era demandato di procedere “ad accertare nuovamente l’estensione delle mansioni assegnate al lavoratore rimasto infortunato e quindi il nesso causale fra queste e l’infortunio, congruamente motivando ed applicando altresì l’art. 2087 c.c., secondo i principi di diritto sopra enunciati, e in particolare verificando se il calpestamento di un tetto di eternit da parte di un “muratore esperto e prudente” (così definito a pag. 33 del ricorso) possa integrare un concorso nel fatto colposo”.
La Fondiaria Sai si costituiva allo scopo di far constatare l’avvenuto versamento del massimale e chiedeva la estromissione dal giudizio.
Venivano svolte trattative all’esito delle quali la Reale Mutua Assicurazioni, chiamata in manleva dal Comune di Albiolo, versava l’intero massimale e il giudice tutelare, tenuto conto degli acconti già versati nel 2001 (Euro 77.468,53 dall’assicurazione e Euro 93.322, 38 personalmente), riteneva congrua l’offerta a saldo proposta dai soci della LM. snc (ulteriori Euro 200.000,00) che quindi veniva trasfusa nella transazione in atti, a copertura anche del danno vantato a titolo personale dalla moglie e dal figlio dell’infortunato.
Il Comune di Albiolo depositava una Delib. con la quale assumeva su di sè, vita natural durante dell’infortunato, il pagamento dell’affitto dell’abitazione dovuto all’ALER di Corno proprietaria dell’appartamento, ma l’offerta, pur accettata, non era ritenuta sufficiente.
Dichiarava cessata la materia del contendere tra gli appellanti A.M., anche quale tutore del coniuge e S.S., e la società LM. s.n.c. oltre che tra la società LM. e La Fondiaria Sai che aveva messo a disposizione l’intero massimale.
Accertava la responsabilità del Comune di Albiolo nella verificazione dell’infortunio e determinava il grado di colpa nella misura del 50%.
Liquidava il danno subito da S.M. nella misura già stabilita nella sentenza di primo grado; quello subito da A. M. in Euro 155.000 e quello subito da S.S. in Euro 75.000 (in valori rapportati all’epoca della sentenza di primo grado dell’8 maggio 2001).
Dichiarava che dall’importo liquidato a S.M. doveva essere detratta la somma capitalizzata secondo le tabelle Inail del canone di locazione.
La Corte territoriale motivava la sua decisione evidenziando che nella condotta del lavoratore non era ravvisabile un rischio elettivo, né, tantomeno, un concorso di colpa ben potendosi ritenere accertato che S.M. si trovava sul tetto più alto dell’edificio proprio in esecuzione delle mansioni che gli erano state affidate senza che nessuno lo avesse avvertito della pericolosità dei luoghi. Sottolineava che la ditta Monaco, aggiudicataria dell’appalto che prevedeva anche la piccola manutenzione di edifici in tale ambito e senza supplemento di prezzo, era stata incaricata di ripulire dalle erbacce il piazzale antistante la costruzione denominata “vecchia Albiolo” e di bonificare l’edificio dai rampicanti per rendere più gradevole e sicuro il luogo che era destinato ad ospitare la festa del paese.
Precisava che dall’istruttoria era emerso che l’edificio si componeva di due corpi di diversa altezza.
Sottolineava ancora che era risultato accertato che non era possibile operare solo da terra e che sul luogo dei lavori, e dell’incidente, era posizionato un mezzo gommato polifunzionale, con braccio semovente che, pur non montando un cestello, montava una benna che venne utilizzata dall’ispettore del lavoro per issarsi sul tetto più alto e fare il sopralluogo.
Accertava che il macchinario non era stato portato sul piazzale al solo scopo di raccogliere le ramaglie estirpate dal cortile o dalle gronde ma era destinato anche quale supporto per poter accedere al tetto più alto e procedere alla pulizia delle relative gronde (il che confermava il fatto che l’accesso a quel tetto era stato previsto nei lavori commissionati). Sottolineava altresì che l’infortunato, muratore esperto e prudente, non ne aveva fatto uso preferendo una modalità di accesso più libera e sicura. Precisava che per procedere alla pulizie delle gronde più alte non vi era altro sistema che salire sul tetto posto che non era possibile fisicamente estirparle dal basso.
Evidenziava ancora che, il fatto che il lavoro dovesse essere ultimato salendo su entrambi i tetti si ricavava anche dal fatto che lo S. già si trovava sul tetto più basso quando il titolare della ditta (L.M.A.) si allontanò dal cantiere senza nulla osservare circa le modalità di esecuzione del lavoro che (come riferito da alcuni dei testi) apparivano a tutti, lui compreso, normali.
Resistono con controricorso A.M., anche quale tutore del marito S.M. e S.S.
Con il primo motivo di ricorso viene denunciata la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a fatti controversi e decisivi della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Ad avviso del Comune erroneamente la Corte territoriale avrebbe ritenuto provate alcune circostanze decisive per stabilire la sua responsabilità concausale nell’evento dannoso sotto il profilo dell’omessa sorveglianza e dell’omessa predisposizione di adeguate misure a tutela della sicurezza dei lavori sebbene vi fossero elementi probatori di segno contrario, la situazione di pericolo fosse obiettivamente percepibile e, inoltre, non fosse necessario per procedere ai lavori accedere alle gronde dal tetto.
Alla luce di tali premesse, secondo il Comune, non era possibile immaginare che la società appaltatrice avrebbe svolto i suoi lavori accedendo al tetto, né la presenza della benna in cantiere poteva essere considerata ragionevolmente indizio di tale volontà.
Il giudice d’appello, poi, disattendendo le indicazioni della sentenza remittente, avrebbe omesso di esaminare il verbale dei Carabinieri e il rapporto Asl, nelle cui conclusioni non è ravvisata alcuna violazione da parte del Comune dalla quale far discendere una responsabilità solidale e/o concorsuale omettendo di sentire a conferma, come per contro avrebbe dovuto, il verbalizzante.
Con il secondo motivo di ricorso viene denunciata la violazione e falsa applicazione del d.lgs. 626/1994, art. 3 in relazione all’affermata sussistenza dell’obbligo di informativa dei rischi presenti sul cantiere.
Il ricorrente evidenzia che l’art. 3 costituisce norma che fissa i criteri generali a cui ispirare le disposizioni concrete a tutela della sicurezza del lavoro con la conseguenza che non si può configurare un’autonoma violazione della disposizione.
Con il terzo motivo di ricorso, quindi, è denunciata la violazione del d.lgs. 626/1994, art. 7 oltre che la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine a fatti decisivi della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Afferma il ricorrente che la Corte di appello avrebbe errato nel ritenere sussistente un obbligo, in capo al committente Comune di Albiolo, di controllo della puntuale osservanza delle misure di sicurezza insistendo nell’affermare che non vi erano elementi che potessero far presumere che si intendesse salire sul tetto.
Aggiunge poi che l’art. 7 si riferisce a lavori che sono effettuati all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva e, poiché nel caso in esame i lavori non erano svolti all’interno dell’attività produttiva, coordinando il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 7 con l’art. 30, ne deriverebbe che tali obblighi di cooperazione non troverebbero applicazione ai cantieri temporanei e mobili che non si trovino sul luogo di lavoro.
Alla Corte d’appello di Brescia, davanti alla quale in sede di rinvio dalla Cassazione era stato riassunto il giudizio, era demandato di “accertare nuovamente l’estensione delle mansioni assegnate al lavoratore rimasto infortunato e quindi il nesso causale fra queste e l’infortunio, congruamente motivando ed applicando altresì l’art. 2087 c.c., secondo i principi di diritto sopra enunciati, e in particolare verificando se il calpestamento di un tetto di eternit da parte di un “muratore esperto e prudente” (così definito a pag. 33 del ricorso) possa integrare un concorso nel fatto colposo”.
Il giudice del rinvio, quindi, in esito ad una ricostruzione dei fatti aderente alle risultanze istruttorie e coerente con l’accertata evoluzione dei fatti che hanno dato luogo all’incidente occorso al lavoratore, ha ravvisato un concorso di colpa nella causazione del danno da parte dell’ente appaltatore. La corte di merito ha infatti verificato in primo luogo che oggetto del lavoro era la pulizia esterna da piante ed erbacce dell’immobile chiamato “la vecchia Albiolo” e del piazzale ad esso antistante.
Ha poi accertato che piante rampicanti ed erbacce erano presenti anche sulle gronde dei tetti dell’immobile e che per la loro rimozione l’accesso, in mancanza di ponteggi, non poteva che avvenire attraverso il tetto.
Ha preso atto che in prossimità dell’immobile era stata collocata una benna con braccio semovente utile anche a spostarsi in alto verso il tetto (tanto che se ne era avvalso l’ispettore nel corso del suo sopralluogo). Da tale constatazione ha logicamente ricostruito che per lo svolgimento del lavoro l’accesso al tetto era necessario e che il Comune che lo aveva commissionato, ben conoscendo lo stato dei luoghi, non poteva non esserne a conoscenza.
Peraltro la Corte territoriale ha sottolineato che il Comune da un canto non poteva ignorare che il lavoro sarebbe stato effettuato accedendo al tetto posto che con tale modalità in maniera palese e conclamata erano state pulite le gronde del tetto più basso dallo stesso operaio. Inoltre ha evidenziato la chiara presenza di un’insidia nel fatto che dal basso era visibile un controsoffitto apparentemente in cemento che invece era risultato essere in polistirolo.
Si tratta di una ricostruzione fattuale ancorata a elementi oggettivamente emersi nel corso dell’istruttoria e coerentemente tra loro collegati di tal che non si espone alle censure che le vengono mosse.
È noto infatti che il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cfr. Cass. n. 27197/2011).
Muovendo dalle caratteristiche dei lavori dati in appalto e tenendo ben presente il risultato che si intendeva conseguire, il giudice territoriale ha verificato che il committente, omettendo di comunicare all’appaltatore l’effettivo stato dei luoghi e di allertarlo sui possibili pericoli aveva concorso nella causazione dell’evento dannoso.
Quanto alla pretesa violazione del D.Lgs. n. 696 del 1994, artt. 3 e 7 si osserva in primo luogo che anche di recente è stato ribadito che “in tema di infortuni sul lavoro, l’art. 2087 c.c., espressione del principio del neminem laedere per l’imprenditore e il D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, art. 7, che disciplina l’affidamento di lavori in appalto all’interno dell’azienda, prevedono l’obbligo per il committente, nella cui disponibilità permane l’ambiente di lavoro, di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dall’impresa appaltatrice, consistenti nell’informazione adeguata dei singoli lavoratori e non solo dell’appaltatrice, nella predisposizione di tutte le misure necessarie al raggiungimento dello scopo, nella cooperazione con l’appaltatrice per l’attuazione degli strumenti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all’attività appaltata, tanto più se caratterizzata dall’uso di macchinari pericolosi. Pertanto, l’omissione di cautele da parte dei lavoratori non è idonea ad escludere il nesso causale rispetto alla condotta colposa del committente che non abbia provveduto all’adozione di tutte le misure di prevenzione rese necessarie dalle condizioni concrete di svolgimento del lavoro …” (cfr., in tal senso, Cass. 20 ottobre 2011 n. 21694, ed anche Cass. n. 8686/2012).
Né la Corte territoriale è venuta meno all’obbligo di procedere ad un riesame delle emergenze istruttorie ed in particolare del verbale redatto dai Carabinieri e del rapporto Asl, disponendo l’audizione dell’ispettore verbalizzante. Ed infatti la sentenza contiene richiami sia all’indagine svolta dalla ASL che alle dichiarazioni rese dall’ispettore del lavoro (cfr. pagg. 12, 13, 16 della sentenza).
Per tale profilo, peraltro, il ricorso è carente sotto il profilo dell’autosufficienza poiché non precisa a quale parte del rapporto in particolare intende riferirsi laddove invece, nel rispetto dell’art. 366 c.p.c., n. 6, avrebbe dovuto provvedere ad indicare nel ricorso il passo del “rapporto” che ritiene decisivo e che non sarebbe stato adeguatamente considerato dal giudice del rinvio.
Ugualmente infondato è poi l’ultimo motivo di ricorso con il quale viene denunciata l’esistenza di un rischio elettivo.
In base all’orientamento consolidato di questa Corte, cui il Collegio intende dare continuità, in tema di responsabilità per infortunio sul lavoro, la valutazione in ordine alla comportamento del lavoratore e quindi anche in ordine alla sua imprevedibilità in quanto anomalo e non richiesto dal datore di lavoro (rischio elettivo) è riservata al Giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità ove logicamente e sufficientemente motivata (Cass. 2 febbraio 2011, n. 2451). Nella specie, le conclusioni cui il Giudice del merito è pervenuto – nell’esercizio della propria discrezionalità sulla valutazione degli elementi di prova e sull’apprezzamento dei fatti, che è incensurabile in questa sede di legittimità, perché congruamente motivato – appaiono anche conformi agli orientamenti consolidati e condivisi di questa Corte, in base ai quali:
1) in linea generale è jus receptum che l’art. 2087 c.c., che come norma di chiusura del sistema antinfortunistico, impone al datore di lavoro, anche dove faccia difetto una specifica misura preventiva, di adottare comunque le misure generiche di prudenza e diligenza, nonché tutte le cautele necessarie, secondo le norme tecniche e di esperienza, a tutelare l’integrità fisica del lavoratore assicurato (Cass. 23 settembre 2010, n. 20142).
2) in tema di infortuni sul lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c., espressione del principio del neminem laedere per l’imprenditore, l’omissione di cautele da parte dei lavoratori non è idonea ad escludere il nesso causale rispetto alla condotta colposa del committente che non abbia provveduto all’adozione di tutte le misure di prevenzione rese necessarie dalle condizioni concrete di svolgimento del lavoro, non essendo né imprevedibile né anomala una dimenticanza dei lavoratori nell’adozione di tutte le cautele necessarie, con conseguente esclusione, in tale ipotesi, del cd. rischio elettivo, idoneo ad interrompere il nesso causale ma ravvisabile solo quando l’attività non sia in rapporto con lo svolgimento del lavoro o sia esorbitante dai limiti di esso (Cass. n. 21694/2011 cit.);
3) in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalità lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalità di esecuzione della prestazione. Tale genere di rischio – che è in grado di incidere, escludendola, sull’occasione di lavoro – si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi: a) presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalità produttive; b) direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; c) mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell’attività lavorativa (Cass. 2 ottobre 2009, n. 21113; Cass. 18 maggio 2009, n. 11417; Cass. 28 ottobre 2009, n. 22818);
4) in tema di infortuni sul lavoro non può attribuirsi alcun effetto esimente, per l’imprenditore, all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta può comportare l’esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell’indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell’estraneità del rischio affrontato a quello connesso alle modalità ed esigenze del lavoro da svolgere (Cass. 25 febbraio 2011, n. 4656).
Contrariamente a quanto affermato nel ricorso, infatti, la Corte d’appello ha proceduto a verificare, sulla base delle allegazioni delle parti e delle emergenze istruttorie l’inesistenza di un comportamento anomalo e colposo del lavoratore.
La motivazione della sentenza impugnata appare conforme ai suindicati principi e corretta dal punto di vista logico-giuridico, in quanto da essa di desume con chiarezza che il raggiunto convincimento del giudice è basato su un esame congruo e coerente di quelle che, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, sono state ritenute di per sé sole idonee e sufficienti a giustificarlo, essendo del tutto irrilevante che non si sia dato conto dell’esito dell’esame di tutte le prove prospettate o comunque acquisite (Cass. 4 marzo 2011, n. 5241; Cass. 27 luglio 2006, n. 17145). In conclusione il ricorso deve essere respinto. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio liquidate in Euro 4500,00 per compensi professionali ed in Euro 50,00 per esborsi. Oltre Iva e CPA.
Cassazione sentenza n. 21628 del 20 maggio 2013 – Responsabilità dell’infortunio
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