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Timestamp: 2018-12-14 21:31:06+00:00
Document Index: 83545934

Matched Legal Cases: ['art. 53', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'sentenza ']

Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi Mensili: Maggio 2015
Attività non autorizzata del dipendente pubblico
Pubblicato su 30 Mag 2015 di Studio Duchemino
I dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza. Questo principio è sancito dal comma 7 dell’art. 53 D. Lgs. n. 165 del 2001.
L’Amministrazione, poi, per autorizzare l’incarico, deve valutare sostanzialmente l’eventuale sussistenza di un conflitto di interesse del dipendente.
Ora, la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la qustione di costituzionalità della norma sollevata congiuntamente sia dal Tribunale di Bergamo sia dal T.A.R. Puglia, su due casi analoghi. Però, l’inammissibilità della questione consegue al fatto che i due organi hanno ritenuto, senza nemmeno motivare, di essere dotati di giurisdizione sui rispettivi casi, nonostante esista una norma che per quanto riguarda la restituzione degli importi percepiti per incarichi non autorizzati, disponga la giurisdizione della Corte dei Conti.
Il comma 7 bis dispone, infatti, che il mancato versamento del compenso percepito dal dipendente pubblico indebito per l’attività svolta senza essere autorizzato “costituisce ipotesi di responsabilità erariale soggetta alla giurisdizione della Corte dei conti”.
La Consulta non entra nel merito della questione, quindi, perchè in caso di difetto di giurisdizione del giudice rimettente, non è possibile ritenere ammessa la questione di costituzionalità. Riflessioni si potrebbero poi svolgere sul rapporto tra il difetto di giurisdizione del rimettente e la non manifesta infondatezza della questione, oppure tra il difetto di giurisdizione e la manifesta infondatezza derivante dal terzo presupposto giurisprudenziale con cui si chiede, negli ultimi anni, che il giudice rimettente tenti un’interpretazione conforme alla Costituzione prima di rimandare gli atti alla Corte.
Le ordinanze interessate erano quella del Tribunale di Bergamo e del T.A.R. Puglia del 27 febbraio e del 10 luglio 2014.
In via di principio, secondo la Corte non aveva senso porsi il quesito, da parte dei tribunali rimettenti, se l’obbligo restitutorio delle retribuzioni percepite per incarichi non autorizzati del dipendente pubblico fosse ingiusto, in quanto essi stessi organi giurisdizionali aditi non avevano la giurisdizione per quei casi, dovendosi rimettere tutto presso la Corte dei Conti. In effetti, la mancata restituzione di somme percepite, visto che la normativa impone la restituzione, è certamente un danno erariale.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 30 maggio 2015
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Acconto spese 2013 per gestione uffici giudiziari
Pubblicato su 27 Mag 2015 di Studio Duchemino
Roma, 25 maggio 2015, come si può constatare sul sito del Ministero della Giustizia, il ministero “erogherà nei prossimi giorni ai Comuni italiani sedi di uffici giudiziari 58.418.821,13 milioni di euro come acconto delle spese sostenute per la loro gestione nel 2013”.
Il decreto, si dice, è firmato dal direttore delle Risorse materiali beni e servizi del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria, “in attuazione della legge 392/41 che stabilisce come l’importo annuale corrisposto dallo Stato ai Comuni per il funzionamento degli uffici giudiziari deve essere erogato in due rate, la prima come acconto del 70% dello stanziamento assegnato e la seconda come conguaglio”.
Si ricorda che, per esempio, ai Comuni della Toscana verranno erogati circa 3,8 milioni di euro. In Abruzzo arriveranno 1,7 milioni di euro. A Trieste arriveranno 1,2 milioni di euro. 434.000 euro per il Trentino, e così via per tutta l’Italia.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 27 maggio 2015
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Divorzio: modifica normativa
Pubblicato su 19 Mag 2015 di Studio Duchemino
Dal tempo degli studi di Paul Watzlawick sulla “pragmatica della comunicazione umana” ci si interroga su quali effetti il comportamento di un soggetto possa produrre, in termini di interazione, sul comportamento di un altro soggetto, destinatario della comunicazione. C’è, quindi, da chiedersi se le nuove norme in materia di scioglimento del nucleo familiare possano essere lette secondo la chiave interpretativa della “maggiore responsabilità”, che deriva dalla maggiore autonomia determinata dalla facilità e velocità nello scioglimento del vincolo, o viceversa. Resta il fatto che le opinioni sono variegate, perchè si tratta di situazioni ancora tutte da valutare sotto questo profilo.
E’ giunto in questi giorni a compimento l’iter che riguarda l’approvazione del cosiddetto divorzio rapido o divorzio “breve”.
Parliamo del fatto che in Gazzetta Ufficiale n. 107 di lunedì 11 maggio 2015 è stata pubblicata la l. n. 55/2015 recante le nuove «disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché di comunione tra i coniugi», che entreranno in vigore il 26 maggio.
Già si parla di “precariato in famiglia”, ma forse si tratta di un’esagerazione. Si deve considerare, infatti, che le cose cambiano ben poco rispetto a prima, se non per i minori tempi di attesa dall’udienza di comparizione avanti il Presidente del Tribunale in sede di separazione, ai fini del requisito temporale per il divorzio.
Si assottiglia, però, necessariamente la distinzione teorico-pratica tra l’istituto della separazione e quello del divorzio, considerato che molti hanno sempre dubitato di una concreta differenza ontologica: se la separazione conserva il vincolo, e il divorzio, invece, lo scioglie, la differenza di fatto appare molto sottile, permanendo su di un terreno più teorico che pratico, ovvero rectius più spirituale.
La modifica legislativa interviene negli stessi giorni in cui la Suprema Corte (Cassazione civile , sez. I, sentenza 03.04.2015 n° 6855) dispone l’impossibilità/abolizione dell’assegno divorzile, nel caso il coniuge instauri una nuova relazione di fatto. Decisione che si innesta sul precedente opposto orientamento, che preferiva più che altro la quiescenza dell’assegno, in attesa che, eventualmente, rivivesse il diritto nell’ipotesi di rottura della nuova convivenza.
Da una parte, anche in Europa, vi sono ordinamenti nei quali separazione e divorzio sono addirittura contestuali, o possono esserlo. Certamente, l’accelerazione del processo di scioglimento produrrà importanti conseguenze, come si diceva nell’incipit, sul comportamento dei coniugi adottato anche in sede di matrimonio. Nei giorni in cui l’Huffington Post (del 4 maggio 2015) dà la notizia di una coppia di fidanzati che, compagni per nove anni, avrebbero impiegato solo 48 ore per separarsi, ecco la nuova legge, che introduce una maggiore velocità nel passaggio dalla separazione al divorzio. E si sa che non sempre la fretta è buona consigliera.
La legge 06/05/2015, n. 55, art. 1, stabilisce:
1. Al secondo capoverso della lettera b), del numero 2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, le parole: « tre anni a far tempo dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale»
L’art. 2, invece, incide sulla comunione legale dei coniugi:
1. All’articolo 191 del codice civile, dopo il primo comma è inserito il seguente:
«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purché omologato. L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione»
Sul diritto transitorio l’art. 3 stabilisce, invece, che le norme suddette:
si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla medesima data
Alla luce di questa riflessione, non si può non tenere conto che si tratta di un argomento dalle variegate implicazioni etiche e religiose, considerato, come alcuni ricordano, quale tipo di regime abbia il divorzio nel diritto canonico e in altre realtà, come quella del ripudio islamico. Nella realtà islamica della donna libera (non della schiava), il matrimonio, per esempio, può essere sciolto per ripudio unilaterale del marito o per divorzio della moglie (previo accordo della donna con il marito, anche in ordine al risarcimento del danno che questa dovrà versare al medesimo).
Senza scendere nel dettaglio, è abbastanza verosimile ritenere che l’accelerazione dei tempi processuali non faccia altro che assimilare sempre più il divorzio ad un ripudio, atteso anche che è del tutto pacifica l’esistenza nell’ordinamento italiano, da molti anni, del divorzio “su iniziativa unilaterale”, essendo quindi da lì in poi solo più una questione di tempistiche.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 19 maggio 2015
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Intossicazione da acqua: pericoli per la salute
Pubblicato su 15 Mag 2015 di Studio Duchemino
Mentre in Egitto si muore per l’acqua inquinata che esce dai rubinetti e gli imam mettono in guardia i cittadini usando gli altoparlanti delle moschee, e ad Aleppo si muore per la disidratazione e per la mancanza di acqua potabile, per i Paesi Occidentali si pone il problema opposto, cioè l’intossicazione da eccessivo consumo di acqua. A parte la California, che sta vivendo un periodo di grave siccità, con razionamento, negli ultimi anni, infatti, si è diffusa la “moda” delle bottigliette di acqua minerale, che assolvono al famoso obbligo di assumere almeno due litri di acqua al giorno, prescritto dai medici.
Le associazioni dei consumatori, però, avvertono che tale pratica non sempre e non in tutti i contesti risulta salutare.
Pare gli italiani consumino almeno 250 litri di acqua al giorno. Mentre è stato messo a punto il Cellular Internet of Things (CIoT), un protocollo con applicazione smartphone Vodafone-Kamstrup che consente di individuare eventuali perdite del sistema idrico, mediante il monitoraggio del consumo pro capite, ci si pone anche il problema a livello medico, se tutta questa acqua che i media consigliano di bere faccia poi così bene ai reni.
Intanto il consumo di acqua dipende inevitabilmente dalle condizioni climatiche e dalla quantità di attività fisica che si svolge. I medici consigliano 1 litro e mezzo al giorno, ma molto dipende anche dallo stimolo che si percepisce, in quanto bambini e anziani non percepiscono lo stimolo allo stesso modo del soggetto medio. Inoltre, l’acqua è contenuta pure negli alimenti, quindi per raggiungere i due litri giornalieri si deve contare su un litro e mezzo di acqua bevuta direttamente, mentre 500 ml possono pervenire tramite l’assunzione di alimenti che contengono liquidi in generale.
Negli ultimi anni alcuni studi scientifici hanno evidenziato la presenza di un disturbo chiamato aquaholism. Una sorta di disturbo di dipendenza che ci porta a bere anche quando non abbiamo alcun bisogno. L’eccessiva idratazione può diluire il sangue e causare ulteriori problemi, specialmente se la quantità di acqua ingerita nell’unità di tempo oltrepassa il tasso di escrezione dei reni, che vanno in sovraccarico di lavoro. Il problema è, quindi, che si finisce per dipendere dalla bottiglietta.
Secondo il professor Mark Whiteley, bere eccessive quantità di acqua rende incapace l’organismo di provare lo stimolo corretto della sete, come se non fosse più in grado di percepire quando effettivamente si ha sete oppure no perchè vi è un bisogno effettivo. Meccanismo analogo è l’inattività dell’ormone ADH che durante la notte permette di regolare la diuresi. Chi beve troppo rischia sia l’insonnia, sia l’eccessiva sudorazione.
Insomma, sempre meglio bere solo quando si ha sete.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 15 maggio 2015
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Nuovo ISEE: la falce della giustizia amministrativa
Pubblicato su 5 Mag 2015 di Studio Duchemino
Il nuovo ISEE, che ha destato preoccupazioni soprattutto per i cittadini e per i CAF, è già stato normativamente “abbattuto” dalla giustizia amministrativa.
Era stato introdotto con DPCM n. 159 del 3 dicembre 2013, che aveva innovato l’istituto, per molti in senso negativo. Anzitutto l’ISEE è l’indicatore della situazione economica equivalente, cioè un indicatore relativo alla situazione economica del cittadino e del suo nucleo familiare. Viene utilizzato come criterio da molti enti per ammettere al godimento di prestazioni sociali ed assistenziali agevolate.
Di fatto, si compila la Dichiarazione Sostitutiva Unica e si consegna o al CAF o all’ente interessato, che dovrebbe calcolare l’ISEE. I cittadini, però, hanno incontrato enormi problemi, soprattutto sulle tempistiche, nell’adeguamento al nuovo ISEE.
Il TAR Lazio, però, con tre sentenze recenti (Sez. I, n. 2454/15, n. 2458/15 e n. 2459/15) ha annullato alcune componenti normative su cui si fonda l’ISEE. Il TAR, in sostanza, ha modificato con sentenza le basi di calcolo per alcune prestazioni socioassistenziali, per esempio quelle relative agli ultrasessantacinquenni in RSA. Il “colpo di mano”, se così si può chiamare, era stato quello da parte del Governo di considerare reddito a tutti gli effetti anche le pensioni degli invalidi e l’accompagnamento. In questo modo, si penalizzava pesantamente questa categoria di persone. Il Governo, però, non si era fermato di fronte alle sentenze del TAR, preferendo impugnare al Consiglio di Stato le decisioni, insistendo sulla posizione assunta con i decreti. Le prestazioni di degenza in RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) non possono essere legittimamente escluse, però, sulla base di presunti redditi quali la pensione sociale, la pensione di invalidita’, le varie indennità tra cui l’accompagnamento e gli assegni riservati agli invalidi civili, ai ciechi, eccetera.
Nel complesso lo strumento ha causato non pochi problemi per coloro che dovevano effettuare le iscrizioni dei figli al nido e in tante altre situazioni analoghe; le richieste di informazioni sono eccessive per il cittadino medio.
In seconda battuta, il TAR Lazio, seppure piuttosto inascoltato ad oggi, aveva livellato la franchigia, per cui anche per le persone non autosufficienti si applicava il parametro relativo ai minorenni, quindi si calcolava o si dovrebbe calcolare l’ISEE sulla porzione che supera gli € 9.500,00 annui.
In buona sostanza, il TAR Lazio ha ridefinito il modello ISEE, specialmente per le persone anziane e con riferimento alle prestazioni socioassistenziali, perchè in effetti eliminando dai redditi gli emolumenti che costituiscono già prestazioni di assistenza sociale e introducendo la franchigia, di fatto il reddito è uguale allo zero o poco più.
Ad oggi è consigliabile rivolgersi direttamente ai Comuni, chiedendo il corretto calcolo dell’ISEE senza indicare le prestazioni che il TAR Lazio ha escluso dal monte redditi, altrimenti l’INPS continua, sulla base dei vecchi programmi, a creare modelli sbagliati.
Alla base della protesta da cui sono partiti i ricorsi al TAR vi è un principio sacrosanto, non ha senso infatti considerare reddito prestazioni che di per sè sono esenti dalle imposte sui redditi, proprio perchè dotate di una natura assistenziale. Le varie associazioni che rappresentano gli interessi di categoria sono intervenute proprio in virtù di questo principio basilare di civiltà. Ovviamente dopo le sentenze del TAR si pongono problemi seri di equiparazione delle situazioni, perchè non si dovrebbero considerare redditi nemmeno le borse di studio, per esempio. Sono state inoltrate da vari parlamentari interrogazioni sul punto, che però non hanno ricevuto risposta.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 5 maggio 2015
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