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Timestamp: 2013-05-21 13:13:47+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 572', 'art. 133', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 572', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 99', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 62', 'art. 444', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

"MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA: ATTENUANTI GENERICHE NEGATE" - App. Lecce - Taranto 5.12.2011 - Annalisa GASPARRE - Persona e Danno
leggi tutto	Diritto, procedura, esecuzione penale / procedura penale	04/03/12	<< indietro
"MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA: ATTENUANTI GENERICHE NEGATE" - App. Lecce - Taranto 5.12.2011 - Annalisa GASPARRE	Gasparre Annalisa	Suole insegnare la Corte di Cassazione che le attenuanti generiche invocate (e poi negate) implicano una valutazione di congruità dei criteri di determinazione della pena stabiliti dal giudice di primo grado; infatti, la concessione delle attenuanti generiche risponde ad una facoltà di tipo discrezionale, il cui esercizio, positivo o negativo, va motivato nei soli limiti idonei a far emergere in misura sufficiente il pensiero del giudicante circa l'adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo.
Talché, la loro concessione non integra una benevolenza del giudice, bensì un riconoscimento dell'esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (così Cass. pen. Sez. Prima 2 dicembre 2004, n. 46954 al punto 1.3 della ricchissima motivazione, opera del Dott. Angelo VANCHERI, e Cass. pen. Sez. Sesta 23 novembre 2010, n.41365). Annalisa GASPARRE affronta qui la problematica partendo dalla pronuncia della Corte di Appello di Lecce, Sez. Dist. di Taranto, del 5 dicembre 2011; in questo stesso lemma potrete rinvenire altri pregevoli contributi dell'Autrice; buona lettura! (Paolo M. STORANI).
MALTRATTAMENTO IN FAMIGLIA: NEGATE LE ATTENUANTI GENERICHE - Corte di Appello di Lecce - Sezione Distaccata di Taranto 5/12/2011 - Annalisa GASPARRE
Per concedere le attenuanti generiche deve esservi riconoscimento dell’esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento.
Corte d’Appello di Lecce – sez. dist. Taranto, Sent. 05 dicembre 2011
Il procedimento vedeva imputato e condannato Bi.Pa. per maltrattamenti in famiglia, essendo stato accertato che lo stesso aveva maltrattato la convivente infliggendole in modo continuativo ed abituale sofferenze fisiche e morali, facendola vivere in condizioni di segregazione e totale isolamento sociale all’interno di un’abitazione rurale diroccata, usandole violenza fisica con percosse, ingiuriandola e minacciandola, costringendola ad intrattenere rapporti sessuali contro la sua volontà o con modalità non accettate. L’imputato veniva perciò condannato a dieci mesi di reclusione ed euro trecento di multa. Un separato procedimento aveva luogo per le violenze sessuali. La vittima non si costituiva parte civile.
L’imputato impugnava la sentenza quanto all’entità della pena inflitta e alla negazione della concessione delle attenuanti generiche.
La Corte d’Appello rigetta il primo motivo, partendo dall’analisi della previsione sanzionatoria edittale di cui all’art. 572 c.p. (da uno a cinque anni di reclusione), etichettando come pretestuosa e infondata la censura dell’imputato. Secondo i giudici di appello, correttamente il GUP aveva determinato l’entità della pena da comminare nel caso concreto, sulla base dei criteri stabiliti dall’art. 133 c.p. e tenuto conto “della natura, della specie e dei mezzi del delitto, del tempo prolungato dei maltrattamenti, del luogo e delle modalità dell’azione particolarmente crudele nei confronti della parte offesa”, nonché “della particolare intensità del dolo in ragione della bestialità delle condizioni di vita cui aveva costretto la ragazza, costantemente umiliata come essere umano, come si evince dalle foto in atti del casolare ove la teneva segregata”. Quanto alla personalità dell’imputato, la Corte concorda con il GUP “sul carattere malvagio del reo totalmente insensibile ai più elementari sentimenti di pietà e di rispetto dell’altrui persona”.
D’altra parte, afferma la Corte territoriale “una pena più mite non sarebbe rispettosa neanche della funzione rieducativa” che governa il sistema (art. 27 Cost.), così finendo per svilire la “particolare valenza antisociale della condotta contestata mediante una pena inferiore a quella inflitta”, che quindi sarebbe “irragionevolmente mite”.
Anche il secondo motivo di censura relativo alla mancata concessione delle attenuanti generiche è dichiarato infondato dalla Corte. Secondo la difesa, le attenuanti dovevano essere concesse “alla luce del comportamento processuale tenuto”, ma la Corte obietta che anche a fronte delle “prove obiettive schiaccianti” l’imputato rendeva “solo parziali ammissioni dei fatti contestati, invero volte a minimizzare i fatti e ricondurli nell’ambito di un rapporto sentimentale alquanto litigioso e di un rapporto sessuale consensuale”. Afferma la Corte che l’imputato non forniva alcun contributo conoscitivo ai fini dell’accertamento istruttorio. Ma aggiunge anche che ai fini della concessione delle generiche non è certo sufficiente “la mera dichiarazione di pentimento o richiesta di perdono proclamata prima della sentenza, senza che vi sia stato alcun percorso di revisione critica del proprio vissuto antisociale ed almeno un concreto segno di riparazione nei confronti della vittima”. Infatti, “Le attenuanti previste dall’articolo 62 bis c.p. non vanno intese come oggetto di una
“benevola concessione” da parte del giudice, ma la loro concessione deve avvenire come riconoscimento dell’esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (Cass. pen. sez. VI, 28/10/2010, n. 41365)”. Anzi, secondo la Corte, il caso sottoposto al suo esame – anche in relazione ai “motivi di primitiva possessività che lo hanno determinato” – attestano la “personalità dell’imputato che ha agito in spregio delle più elementari regole di civiltà”. Come non sempre accade, la Corte si preoccupa di verificare specificamente se vi sono quegli elementi di carattere positivo che possono suggerire di attenuare la pena, affermando che, nel caso concreto, non sussistono. Anzi, secondo la Corte, anche il precedente per concorso in furto e danneggiamento su edifici pubblici, per quanto siano reati di natura diversa rispetto a quello oggetto di appello, “denotano la tendenza distruttiva nei confronti di cose e persone dell’imputato”.
La sentenza Corte d’Appello di Lecce – sez. dist. Taranto, Sent. 05 dicembre 2011
Con sentenza del GUP presso il Tribunale di Taranto, in data 8.3.2011, Bi.Pa. veniva condannato, con la contestata recidiva infraquinquennale e la diminuente della scelta del rito abbreviato alla pena di anni 3 di reclusione, al pagamento delle spese processuali in favore della Stato e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare presofferta. Contestualmente il GUP non evocava il beneficio della sospensione condizionale della pena di 10 mesi di reclusione ed Euro 300 di multa concesso con sentenza del Tribunale di Taranto, in composizione monocratica, del 28 maggio 2010, divenuta irrevocabile il 24 giugno 2010.
Egli era riconosciuto colpevole del delitto previsto e punito dall0art. 572 c.p. “per avere maltrattato la convivente Co.Fl., infliggendole in modo continuativo ed abituale sofferenze fisiche e morali con le condotte di seguito specificate: - facendola vivere in condizioni di segregazione e totale isolamento sociale, anche all’interno di un’abitazione rurale completamente diroccata; - usandole ripetutamente violenza fisica con percosse, ingiuriandola e minacciandola; - costringendola ad intrattenere rapporti sessuali con e contro la sua volontà ovvero con modalità non accettate; fatti accaduti a Taranto il sano fino al (...), con recidiva infraquinquennale”.
Depositata la motivazione della sentenza in data 9.3.2011, veniva proposto rituale e tempestivo appello in data 16 marzo 2011 dal difensore, avv. Pa.Zi. limitatamente al trattamento sanzionatorio chiedendo la riduzione della pena e la concessione delle circostanze attenuanti generiche con criterio di prevalenza sulla contestata recidiva.
All’udienza odierna, presente l’imputato in stato, tradotto dalla casa circondariale di Lucera, il sostituto procuratore generale della Repubblica ha chiesto la conferma della sentenza ed il difensore ha concluso l’accoglimento dei motivi di appello.
All’esito della camera di consiglio è stato letto il dispositivo con riserva di deposito della motivazione nel termine di giorni novanta.
Nessun motivo di appello è stato proposto nel merito del delitto contestato per cui il capo di sentenza relativo alla responsabilità penale del prevenuto è divenuta irrevocabile.
Quanto all’appello proposto in relazione al trattamento sanzionatorio “estremamente gravoso ed iniquo”, “partendo da una pena base pari a quattro anni di reclusione quindi misura prossima al massimo edittale stabilito per tale reato”, senza accennare ad elementi concreti specifici, ma esprimendo alcune critiche su un operato di altri organi giudicanti.
Il primo motivo di appello è manifestamente infondato e pretestuoso, in quanto appare equa la pena- base determinata in concreto dal giudice di primo grado nella misura di 4 anni di reclusione e, con il diniego delle circostanze attenuanti generiche, aumentata ex art. 99 co. 6 c.p. per l’aggravamento in ragione della contestata recidiva infraquinquennale e da ultimo ridotta di un terzo ex articolo 442 c.p.p. L'articolo 572 c.p.p. infatti prevede una pena edittale da uno a cinque anni di reclusione, per cui appare adeguata la pena inflitta dal GUP in misura più vicina al massimo edittale, in ossequio ai criteri di cui all'art. 133 c.p. sulla scorta della natura, della specie e dei mezzi del delitto, del tempo prolungato dei maltrattamenti, del luogo e delle modalità dell’azione particolarmente crudele nei confronti della parte offesa, che non si è neanche costituita parte civile, nonché della particolare intensità del dolo in ragione della bestialità delle condizioni di vita cui aveva costretto la ragazza, costantemente umiliata come essere umano, come si evince dalle foto in atti del casolare ove la teneva segregata. Questa Corte concorda sul carattere malvagio del reo “totalmente insensibile ai più elementari sentimenti di pietà e di rispetto dell’altrui persona”, come si legge nella diffusa motivazione della sentenza impugnata. Diversamente opinando, una pena più mite non sarebbe rispettosa neanche della funzione rieducativa assegnata dall'articolo 27 Cost., svilendo la particolare valenza antisociale della condotta contestata mediante una pena inferiore a quella inflitta e quindi irragionevolmente mite. La determinazione della pena tra il minimo e il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice ed il GUP ha adempiuto all’obbligo di motivazione del trattamento sanzionatorio, senza tenere conto degli specifici atti di violenza sessuale che sono oggetto di separato giudizio, ispirandosi a criteri di adeguatezza ed equità, tanto più se si consideri che l’applicazione del minimo edittale non è correlata ad un diritto assoluto dell’imputato (Cass. pen. Sez. IV, 12/07/2005, n. 30440, Bi. e altri).
Anche il secondo motivo di appello relativo alla concessione delle circostanze attenuanti generiche “alla luce del comportamento processuale tenuto” è parimenti infondato in quanto, come si legge nell’atto d’impugnazione, in sede di udienza di convalida dell’arresto, nonostante le prove obiettive schiaccianti fornite dalla denunciante e dal padre di costei, l’indagato ha reso solo parziali ammissioni dei fatti contestati, invero volte a minimizzare i fatti e ricondurli nell’ambito di un rapporto sentimentale alquanto litigioso e di un rapporto sessuale consensuale, talché la vittima è stata sottoposta anche la consulenza psicologica, oltre che medico-ginecologica. Nessun contributo conoscitivo ai fini dell’accertamento istruttorio ha fornito l’imputato, tanto meno in sede di udienza preliminare, e di certo non è sufficiente ad attenuare la pena la mera dichiarazione di pentimento o richiesta di perdono proclamata prima della sentenza, senza che vi sia stato alcun percorso di revisione critica del proprio vissuto antisociale ed almeno un concreto segno di riparazione nei confronti della vittima.
Le attenuanti previste dall’articolo 62 bis c.p. non vanno intese come oggetto di una
“benevola concessione” da parte del giudice, ma la loro concessione deve avvenire come riconoscimento dell’esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (Cass. pen. sez. VI, 28/10/2010, n. 41365).
Nella concretezza del fatto-reato per cui si procede ed in particolare nei motivi di primitiva possessività che lo hanno determinato, confermano la personalità dell’imputato che ha agito in spregio delle più elementari regole di civile, per cui non si colgono elementi di carattere positivo che possano suggerire a questa Corte il ricorrere della necessità di attenuare la pena in ragione dell’incensuratezza, stante la novella formulazione dell’art. 62 bis c.p., ed ancor meno in relazione al precedente penale del Bi. che aveva beneficiato di una pena ridotta ex art. 444 c.p.p. con la sospensione condizionale per concorso in furto e danneggiamento su edifici pubblici, che, per quanto siano reati di natura diversa, sono stati commessi il (...) in P…. e denotano la tendenza distruttiva nei confronti di cose e persone dell’imputato.
La sentenza impugnata, pertanto, deve essere integralmente confermata e l’appellante deve essere condannato al pagamento delle spese di questa fase di giudizio in favore dello Stato.
Da ultimo si indica il termine per il deposito della motivazione sentenza in giorni novanta.
conferma la sentenza emessa il 9/3/2011 dal Tribunale di Taranto, in funzione di GUP, appellata da Bi.Pa. che condanna al pagamento delle spese di questo grado di giudizio.
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