Source: http://www.sindacatofsi.it/2014/11/12/dipendente-disabile-trasferimento-incompatibilita-ambientale-legittimita/
Timestamp: 2018-03-21 02:46:18+00:00
Document Index: 89399410

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2103', 'art. 33', 'art. 33', 'Cass. Sez. ', 'art. 33', 'art. 2103', 'art. 22', 'art. 78', 'art. 2', 'art. 17', 'art. 2103']

Dipendente disabile, trasferimento, incompatibilità ambientale, legittimità | Sindacato FSI
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Sentenza 17 settembre – 5 novembre 2013, n. 24775
La Corte d’Appello di Milano, con sentenza del 28 giugno – 15 settembre 2011, ha confermato la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda proposta da F.L. nei confronti dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario di Pavia (E.D.I.S.U.), osservando che nel comportamento dell’Ente non erano ravvisabili atti persecutori né, tanto meno, la fattispecie del mobbing e che la destinazione della predetta dipendente, addetta alla reception, in altro luogo di lavoro non era stata dettata da intenti punitivi o discriminatori ma da incompatibilità ambientale derivante dalla situazione di contrasto con gli altri colleghi di lavoro. Peraltro, ha aggiunto, non si trattava di trasferimento, ma di un mero spostamento nell’ambito dello stesso Comune, onde non poteva la lavoratrice invocare la normativa a tutela del trasferimento dei disabili.
Nella specie non ricorrevano le suddette condizioni, onde il trasferimento era illegittimo, tenuto conto peraltro delle sue precarie condizioni di salute e che il nuovo posto di lavoro, pur trovandosi nello stesso Comune, non era facilmente raggiungibile, “essendo collocato dalla parte opposta della città di Pavia“.
Inoltre era stata relegata in un ufficio buio, dove si sentiva “isolata…..emarginata ed inutile“.
È principio consolidato di questa Corte che l’art. 2103 cod. civ., nel subordinare la legittimità del trasferimento del lavoratore alla sussistenza di comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive, non si riferisce soltanto a situazioni oggettive, ma consente la valutazione anche di situazioni soggettive, purché valutate secondo un criterio obiettivo, quale è quella delle ragioni di incompatibilità createsi tra un dipendente ed i suoi immediati collaboratori, che si riflettano sul normale svolgimento dell’attività dell’impresa (Cass. 15 dicembre 1987 n. 9276; Cass. 16 aprile 1992 n. 4655; Cass. 28 settembre 1995 n. 10252; Cass. 9 marzo 2001 n. 3525; Cass. 12 dicembre 2002 n. 17786; Cass. 23 febbraio 2007 n. 4265).
3.1. La ricorrente, sotto un diverso profilo, rileva che, trattandosi di un soggetto disabile, il trasferimento non poteva avvenire senza il suo consenso, a norma della legge n. 194 del 1992, art. 33, comma 6.
La Corte territoriale ha ritenuto che non potesse applicarsi alla ricorrente la normativa posta a tutela dei portatori di handicap, trovandosi la nuova sede di lavoro nell’ambito dello stesso Comune ed essendo “equidistante” dalla sua residenza.
Tale motivazione è erronea, posto che la nozione di trasferimento del lavoratore, che comporta il mutamento definitivo del luogo geografico di esecuzione della prestazione, è configurabile anche nell’ipotesi in cui lo spostamento venga attuato nell’ambito della medesima unità produttiva, quando questa comprenda uffici – come nella specie – notevolmente distanti tra loro e, per di più, coinvolga soggetti portatori di handicap.
Ciò posto, deve osservarsi che le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato il principio che in materia di assistenza alle persone handicappate, alla luce di una interpretazione dell’art. 33, comma 5, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, orientata dalla complessiva considerazione dei principi e dei valori costituzionali coinvolti (come delineati, in particolare, dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 406 del 1992 e n. 325 del 1996), il diritto del genitore o del familiare lavoratore, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assista con continuità un parente od un affine entro il terzo grado handicappato, di non essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede, se, da un lato, non può subire limitazioni in caso di mobilità connessa ad ordinarie esigenze tecnico-produttive dell’azienda o della P.A., non è invece, attuabile ove sia accertata – in base ad una verifica rigorosa anche in sede giurisdizionale – l’incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro (Cass. Sez. Un. 9 luglio 2009 n. 16102).
L’avere il legislatore previsto che la persona handicappata non può essere trasferita in altra sede senza il suo consenso (art. 33, comma 6), a differenza del genitore o del familiare lavoratore che assista con continuità il parente handicappato, il quale ha diritto, “ove possibile”, a scegliere la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e a non essere trasferito senza il suo consenso (comma 5 dello stesso articolo), esprime, ad avviso delle Sezioni Unite, una diversa scelta di valori che significa soltanto che nella prima ipotesi l’interesse della persona handicappata, ponendosi come limite esterno del potere datoriale di trasferimento, quale disciplinato in via generale dall’art. 2103 c.c., prevale sulle ordinarie esigenze produttive e organizzative del datore di lavoro, ma non esclude che il medesimo interesse, pure prevalente rispetto alle predette esigenze, debba conciliarsi con altri rilevanti interessi, diversi da quelli sottesi alla ordinaria mobilità, che possono entrare in gioco nello svolgimento del rapporto di lavoro, pubblico o privato, così come avviene in altre ipotesi di divieto di trasferimento previste dall’ordinamento per le quali la considerazione dei principi costituzionali coinvolti può determinare, concretamente, un limite alla prescrizione di inamovibilità (cfr. L. n. 300 del 1970, art. 22, comma 2; del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 78, comma 6; della L. n. 1264 del 1971, art. 2, comma 6, introdotto dalla L. n. 53 del 2000, art. 17, comma 1).
La situazione di incompatibilità ambientale, se pure prescinde da ragioni punitive o disciplinari ed è riconducibile in via sistematica all’art. 2103 c.c., si distingue dalle ordinarie esigenze di assetto organizzativo in quanto costituisce essa stessa causa di disorganizzazione e disfunzione realizzando, di per sé, un’obiettiva esigenza di modifica del luogo di lavoro (cfr. Cass. n. 4265 del 2007; id., 10252 del 1995).
4.1. La Corte territoriale ha dato sufficientemente conto delle ragioni della statuizione censurata, con un percorso argpmentativo logico e coerente che si sottrae alle critiche che le vengono mosse.
Tale statuizione infatti costituisce una logica conseguenza della accertata esclusione della condotta vessatoria ad opera del datore di lavoro e della inidoneità quindi della stessa ad incidere sulle condizioni psico-fisiche della ricorrente, in ordine alle quali peraltro la medesima si è limitata a richiamare una relazione del consulente tecnico di parte, secondo cui il trasferimento della medesima in altro posto di lavoro avrebbe creato “dispiacere e disappunto con risvolti depressivi1 imputabili al datore di lavoro.