Source: https://www.giustiziadipace.it/parcheggio-in-sosta-vietata-si-rischia-il-carcere/
Timestamp: 2020-01-22 08:04:13+00:00
Document Index: 77205044

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Parcheggio in sosta vietata? Si rischia il carcere. – Confederazione Giudici di Pace
Altro che multa! Lasciare la macchina in sosta vietata impedendo ad un’altra auto di uscire da una proprietà privata o da un parcheggio può portare il proprietario dell’auto anche a finire in prigione, con un rapido passaggio dal codice della strada a quello penale.
Ad affermarlo è la Corte d’Appello di Palermo con la recente sentenza n. 648 del 22 febbraio 2016, legata ad un litigio familiare.
Secondo i giudici siciliani il comportamento dell’automobilista è riconducibile al reato di violenza privata, con un’interpretazione ampia ma ormai giuridicamente condivisa dell’articolo 610 del Codice penale: “Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni”.
Si precisa in proposito in sentenza che “il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione”. Quindi, ad esempio, bloccando l’unica uscita di una via privata, specie se a questo si aggiunge anche un eventuale danno specifico che la sosta vietata arreca al guidatore che cercava di uscire, ad esempio perché diretto in ospedale o ad un importante appuntamento di lavoro.
A dimostrazione di come questa interpretazione sia ormai giuridicamente consolidata, la sentenza del tribunale siciliano richiama la sentenza della Corte di Cassazione n. 483476/15, nella quale si ribadisce lo stesso principio, spiegando anche come il reato non debba essere necessariamente legato alla volontà di recare danno. Per arrivare ad un procedimento penale basta infatti anche una dimenticanza o noncuranza e solo un caso di forza maggiore potrebbe scagionare l’automobilista colpevole di sosta vietata: ad esempio, la necessità di lasciare la macchina in sosta vietata per portare un ferito al vicino Pronto Soccorso.
Non è quello del ‘parcheggio’ davanti ad un cancello, comunque, l’unico caso di sosta vietata che può portare ad una condanna penale. Poco tempo fa, ad esempio, due automobilisti milanesi avevano lasciato la propria auto vicino ad un incrocio, ostruendo la visibilità ad altre macchine. Poco dopo un uomo è morto in un incidente proprio in quell’incrocio per non aver avuto una visuale completa della strada: i due automobilisti sono così stati accusati di concorso in omicidio. Il Codice della strada recita infatti espressamente che “durante la sosta e la fermata, il conducente deve adottare le opportune cautele atte a evitare incidenti”. Anche in questo caso, essendo addirittura sopravvenuto un danno fisico ad un terzo soggetto, si passa dall’illecito amministrativo a quello penale con possibilità di condanna fino a quattro anni.
Per cui attenzione a dove lasciamo l’auto d’ora in poi per non incorrere in conseguenze ben più gravi della semplice multa.
Tale situazione durava da circa sette anni, per cui, quattro anni prima, la persona offesa aveva dovuto trasferirsi altrove, presso la casa di una figlia ma il trasferimento aveva comportato che, di tanto in tanto, le sue due figlie erano, necessariamente, state costrette a ritornare presso la loro abitazione, al fine di prelevare indumenti e quanto occorreva.
Contrariamente a quanto assunto dall’appellante, il predetto maresciallo non lo ha sollevato dalle responsabilità, nel senso auspicato nell’atto di gravame, poiché lo stesso ha deposto, inequivocabilmente, per l’ingombro del vicolo (…) causa delle auto dell’appellante, che impedivano l’accesso. Ha anche precisato che, all’atto dell’intervento, vi erano tre autovetture, che impedivano l’accesso alle altre, perché il vicolo (…) stretto e consentiva il passaggio di una solo autovettura e, in realtà, vi era un cortile – con annessi animali – ma era più in avanti.
Le tre autovetture impedivano il passaggio alla vettura di Gi.Sa., che non era riuscita a passare, poiché nessuna delle tre macchine era stata spostata e, all’ultimo, non era stato possibile spostare la terza autovettura, in quanto non era stato possibile reperibile il possessore. Contrariamente a quanto assunto dall’appellante, l’imputato, dunque, ha sì spostato l’autovettura di sua pertinenza – non dopo che glielo aveva chiesto la sorella – ma solo dopo l’intervento dei carabinieri (vedi, in tal senso, dichiarazione del maresciallo Co.Ca.).
All’appellante, poi, non possono essere concesse le circostanze attenuanti generiche, posto che l’imputato non solo non ha tenuto alcun contegno collaborativo, ma non ha neppure manifestato alcuna volontà di resipiscenza o di ravvedimento, a fronte della personalità dello stesso – quale criterio indicato dall’art. 133 c.p. – che appare connotata dall’uso spregiudicato della violenza e dai precedenti, a suo carico, per i numerosi e gravi reati di furto, rapina, resistenza ad un pubblico ufficiale, detenzione e porto illegali di armi, evasione, violazione della disciplina degli stupefacenti, lesione personale, rissa e minacce nonché dell’intensità del dolo per come si evince dalla reiterazione della condotta criminosa nel tempo. (“Le circostanze attenuanti generiche non possono essere riconosciute solo per l’incensuratezza dell’imputato, dovendosi considerare anche gli altri indici desumibili dall’art. 133 cod. pen.” – Cass. Sez. 5, Seni n. 4033 del 04/12/2013 -).