Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/misure/giacomel/cap4.htm
Timestamp: 2014-10-26 04:22:43+00:00
Document Index: 134736324

Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 47', 'art. 25', 'art. 96', 'art. 47', 'art. 656', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 43', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 185', 'art. 47', 'art. 444', 'art. 47', 'art. 27', 'art. 47', 'art. 47']

Esecuzione in concreto della misura
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4.1. Contenuto della misura: le prescrizioni
Il contenuto della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale è costituito dalle prescrizioni che il Tribunale di Sorveglianza impone al condannato e che si sostanziano in altrettante regole di condotta che il condannato si obbliga a rispettare mediante la sottoscrizione del verbale di accettazione delle stesse. Ai sensi dell'art. 47, 2º co., Ord. Penit., l'esecuzione della misura alternativa dell'affidamento è finalizzata alla rieducazione del condannato, la norma infatti richiede che le prescrizioni imposte al reo siano sufficienti a contribuire alla sua rieducazione e ad assicurare la prevenzione del pericolo che questi commetta nuovi reati. (1)
Il condannato ammesso alla misura alternativa, all'atto dell'affidamento, è soggetto, per ciò stesso, a precise prescrizioni, in ordine (come dettagliatamente indicato dall'art. 47, 5º co., Ord. Penit.) "ai suoi rapporti con il servizio sociale, alla dimora, alla libertà di locomozione, al divieto di frequentare determinati locali e al lavoro". Le prescrizioni quindi si identificano con le regole di condotta che costituiscono il contenuto del trattamento alternativo a quello carcerario e determinano l'essenza stessa della pena (2); devono, in quanto tali, conformarsi ai principi costituzionali di legalità e tassatività, di cui all'art. 25, 2º co., Cost.
Tali prescrizioni, inserite nell'ordinanza di concessione della misura (ex art. 96, 4º co., d.p.r. 230/2000) sono contenute analiticamente in apposito verbale, che deve, a pena di inammissibilità, accompagnare la stessa ordinanza. (3) La stessa concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale è subordinata alla sottoscrizione del verbale da parte del condannato, il quale così si impegna a rispettare le condizioni poste e descritte.
"L'ordinanza di affidamento in prova ha effetto se l'interessato sottoscrive il verbale previsto dal quinto comma dell'art. 47 della legge, con l'impegno a rispettare le prescrizioni dallo stesso previste. Il verbale è sottoscritto davanti al direttore dell'istituto se il condannato è detenuto, o davanti al direttore del centro di servizio sociale per adulti, previa notifica di cui alla lettera d) del comma 1, se il condannato è libero o trovasi sottoposto alla detenzione domiciliare, o comunque nello stato detentivo di cui al comma 10 dell'art. 656 del codice di procedura penale. Il centro di servizio sociale per adulti trasmette senza indugio il verbale di accettazione delle prescrizioni:
al tribunale di sorveglianza che ha emesso l'ordinanza;
all'ufficio di sorveglianza competente per la prova;
all'organo del pubblico ministero competente per la esecuzione e la determinazione del fine pena;
Dalla data di sottoscrizione del verbale di accettazione delle prescrizioni ha inizio l'affidamento in prova al servizio sociale....". (4)
La mancata sottoscrizione, per qualsiasi causa ed anche per scelta volontaria dell'affidando, del verbale delle prescrizioni impone la declaratoria di inefficacia dell'ordinanza concessiva; declaratoria che, rientrando nell'orbita delle questioni inerenti l'esecuzione di pronuncia definitiva, non può essere emanata che dal giudice dell'esecuzione in sede di incidente (artt. 665 e segg. C.p.p.): nella specie il Tribunale di Sorveglianza che ha deliberato il provvedimento.
Pertanto solo subordinatamente alla sottoscrizione del verbale da parte dell'interessato, il provvedimento di concessione della misura acquista efficacia. Il 6º co. dell'art. 47 statuisce altresì che:
"con lo stesso provvedimento può essere disposto che durante tutto o parte del periodo di affidamento in prova il condannato non soggiorni in uno o più comuni, o soggiorni in un comune determinato; in particolare sono stabilite prescrizioni che impediscano al soggetto di svolgere attività o di avere rapporti personali che possono portare al compimento di altri reati".
Si desume dalla lettura dei disposti normativi, che si è dato spazio alle cosiddette "prescrizioni di polizia" (5), con funzione limitativa e preventiva; questi divieti od obblighi, possiedono uno scarso contenuto rieducativo e risocializzativo, risolvendosi in una compressione della libertà personale dell'affidato. Più interessanti invece dal punto di vista risocializzativo, le prescrizioni riguardanti l'impegno lavorativo del reo, i suoi rapporti con il servizio sociale e soprattutto la previsione, nel 7º co. dell'art. 47 Ord. Penit., dell'attività a favore della vittima del reato. (6)
Dunque alla individuazione delle prescrizioni è rimessa, la funzione risocializzante della misura, a parte l'aspetto, negativo, naturalmente dell'evitare essa la desocializzazione connessa alla permanenza nell'istituto penitenziario (7). Volendo effettuare una descrizione contenutistica delle prescrizioni, la prima delle medesime, stando alla dizione di cui al 1º co., sta nello svolgimento della prova fuori dell'istituto. La portata della disposizione infatti è quella di riconnettere l'esecuzione della pena alla condizione di persona non ristretta in carcere.
Nell'ambito delle prescrizioni può distinguersi tra prescrizioni di contenuto positivo (prescrizioni vere e proprie) e prescrizioni di contenuto negativo (interdizioni). (8)
4.1.1. Prescrizioni di contenuto positivo - la mediazione penale
Tra le prescrizioni di contenuto positivo, la norma prevede, innanzitutto che con l'ordinanza si disponga l'obbligo di contatto con l'Ufficio di esecuzione penale esterna (organo cardine e propulsore della misura), si stabilisca il luogo di dimora, e si dettino disposizioni circa lo svolgimento di attività lavorativa. A proposito dell'attività lavorativa, va segnalata l'espansione del settore del lavoro cosiddetto risarcitorio o socialmente utile (attività non retribuita a favore della collettività da svolgersi presso enti pubblici o privati, o associazioni che svolgono attività socialmente utili) (9). Sempre più frequentemente le prescrizioni impongono di dedicare una quota di tempo ad attività di utilità sociale, già individuate o da individuarsi di concerto con il servizio sociale. Si tratta di un impostazione che risponde all'esigenza di valorizzare il fine risocializzante dell'affidamento (pensiamo ad esempio all'utilità ed all'opportunità di una prescrizione che preveda che la persona condannata per il delitto di spaccio di sostanze stupefacenti svolga una prestazione di lavoro non retribuito a favore di una comunità di recupero per tossicodipendenti) e che rappresenta un tentativo di assicurare un contenuto sostanziale alla misura alternativa. (10)
Occorre tuttavia ricordare che la legittimità di una prescrizione di questo genere trova un limite invalicabile nel consenso del condannato: in mancanza di tale requisito la prescrizione si risolverebbe nella imposizione, incompatibile con i principi costituzionali, di una sorta di "lavoro coatto". Dall'altra parte il consenso del condannato è richiesto dall'ordinamento in tutti i casi in cui la pena può essere espiata tramite lo svolgimento di una attività non retribuita a favore della collettività (es. lavoro di pubblica utilità di cui all'art. 43 del decreto legislativo 28.8.2000, n. 274, istitutivo della competenza penale del giudice di pace).
Tali prescrizioni trovano la "copertura" della norma (art. 47 co. 5 Ord. Penit.), ma non mancano di profili problematici. A parte la contraddizione, solo apparente, tra attività di volontariato (a titolo gratuito) e imposizione di un obbligo, il profilo più disagevole risulta essere la compatibilità con la normativa previdenziale (11). Nella prassi la questione viene risolta con la prescrizione che grava di tale onere l'affidato, in difetto di soluzione alternativa.
Sempre tra le prescrizioni di contenuto positivo, esplicitamente menzionato (art. 47 comma 7º Ord. Penit.) e decisivo nel caso di condanne per reati connessi con il relativo contesto, è l'adempimento degli obblighi di assistenza familiare. Altrettanto esplicita è la previsione di una attivazione, nei limiti delle proprie possibilità, nei confronti della vittima del reato, resa doverosa dalla novella del 1986. Tale importante elemento, introdotto appunto con la "legge Gozzini", si pone nella linea di privilegiare le cosiddette "prescrizioni di solidarietà", in un'ottica che privilegia, anziché semplicemente puntare ad evitare pericoli di recidiva, la finalità rieducativa e risocializzativa (12). Va rilevato che la prescrizione avente ad oggetto l'obbligo di adoperarsi a favore della vittima del reato si esplica anche in modi diversi dal risarcimento del danno, tramite qualsiasi forma di sostegno morale e/o materiale realizzabile nel caso concreto. La disposizione dell'art. 47, 7º co., Ord. Penit., ha infatti introdotto secondo la giurisprudenza una prescrizione obbligatoria, ma di carattere elastico. Il magistrato di sorveglianza può intervenire in merito anche successivamente alla concessione della misura alternativa, con apposito provvedimento, finalizzato a specificare in dettaglio le previsioni inizialmente generiche del Tribunale di Sorveglianza. (13)
Il fatto che il legislatore abbia collocato nel quadro delle prescrizioni che il Tribunale è tenuto ad imporre al condannato anche quella di adoperarsi a favore della persona offesa costituisce un significativo punto di emersione della concezione che identifica nella soddisfazione della vittima una delle finalità della sanzione penale. In questa prospettiva l'art. 47, 7º comma della legge 354/1975 si presta ad essere valorizzato come base normativa della cosiddetta "mediazione penale" intesa come attività che, tramite la negoziazione tra la vittima ed il reo, mira a pervenire ad un accordo che sia in grado di soddisfare le esigenze di riparazione della prima e di offrire al secondo, mediante l'attivazione di un processo di responsabilizzazione circa le conseguenze del reato, una concreta opportunità di riabilitazione e recupero sociale. (14)
Al fine di promuovere una congrua attuazione della giustizia riparativa nell'ambito dell'esecuzione della pena dei condannati adulti, è stata istituita la Commissione di studio "Mediazione Penale e Giustizia Riparativa", composta da personale dell'Amministrazione Penitenziaria ed esperti esterni, che ha avuto come obiettivo quello di definire le linee guida che assicurino, l'adozione di modelli negli interventi di giustizia riparativa. (15)
A seguito dell'indagine svolta dalla Commissione sulle prassi esistenti, sul territorio nazionale, sono emersi infatti aspetti di indubbia criticità nell'applicazione della cosiddetta prescrizione riparativa e, più in generale, nella gestione dei compiti attribuiti all'amministrazione penitenziaria dagli artt. 27 e 118 del regolamento di esecuzione. (16) A tal fine sono state diramate dalla Commissione delle istruzioni concernenti le linee di indirizzo sull'applicazione della giustizia riparativa e la mediazione penale.
In via preliminare è stato precisato, che per giustizia riparativa si intende il "procedimento nel quale la vittima e il reo, e se appropriato, ogni altro individuo o membro della comunità lesi da un reato partecipano insieme attivamente alla risoluzione delle questioni sorte dall'illecito penale, generalmente con l'aiuto di un facilatore" (17).
Si tratta pertanto, "di un modello di giustizia che coinvolge nella ricerca di soluzioni gli effetti del conflitto generato dal fatto delittuoso, oltre al reo anche la vittima e la comunità, al fine di promuovere la riparazione del danno, la riconciliazione fra le parti e il rafforzamento del senso di sicurezza collettivo". (18) Le modalità applicative del paradigma riparativo, secondo l'International Scientific and Professional Advisory Council (ISPAC) (19), comprendono svariate tipologie di programmi adottate nei diversi Paesi.
La Commissione ne ha indicate alcune a titolo esemplificativo, riservandosi di verificare la praticabilità in ambito italiano:
l'invio di una lettera di scuse (apology) alla vittima da parte dell'autore del reato;
gli incontri tra vittime e autori di reati analoghi a quello subito dalle vittime (the Victim/Community Impact Panel);
gli incontri di mediazione allargata che tendono a realizzare un dialogo esteso ai gruppi parentali ovvero a tutti soggetti coinvolti dalla commissione di un reato (the Community/Family Group Conferencing);
l'espletamento di un'attività lavorativa a favore della vittima stesa (Personal Service to Victims), o a favore della collettività (Community Services);
la mediazione tra l'autore del reato e la sua vittima (Victim-Offender Mediation)
In ragione del carattere evolutivo degli studi in materia, la Commissione ha impartito indicazioni limitatamente alle ipotesi di lavoro a favore della collettività e di mediazione. Quest'ultima presume un intervento diretto, personale e consensuale sia del reo sia della vittima, e rappresenta la specie che meglio consente alle parti di svolgere un percorso di riconoscimento reciproco e di ricostruire la relazione rotta dal reato. (20) Non attengono, invece, direttamente al concetto di giustizia riparativa, e da essa vanno tenute distinte, le restituzioni ed il risarcimento del danno previste rispettivamente dall'art. 185 c.p. e dagli articoli 2043 e 2059 c.c.
Realizzabile tramite azioni positive, infatti, la riparazione ha una valenza molto più profonda e, soprattutto, uno spessore sociale che la rende ben più complessa del mero risarcimento. Di conseguenza, l'adesione ad una ipotesi riparativa (21) diventa possibile solo a seguito di un percorso di responsabilizzazione del reo, percorso che il condannato deve essere sollecitato ad intraprendere dagli operatori penitenziari. Al di fuori di questo percorso, ed in assenza di una assunzione di responsabilità, appare molto probabile il rischio di strumentalizzazione finalizzata esclusivamente all'ottenimento di benefici.
La Commissione auspica dunque di recuperare, in sede concettuale prima ed applicativa poi, concetti quali revisione critica e responsabilizzazione del reo, secondo quanto puntualmente disposto dagli articoli 27, co. 1º e 118 co. 8º del regolamento. (22)
Il compito degli operatori, in questi processi, è infatti quello di avviare con il reo un processo di elaborazione critica del proprio vissuto, all'interno del quale il fatto reato diventa il dato oggettivo da cui partire per innescare la riflessione sia sulla assunzione di responsabilità sia sulle conseguenze dello stesso, il danno arrecato alla vittima e alle cosiddette vittime secondarie. Solo attraverso tale percorso di responsabilizzazione e maturazione di un consenso può scaturire un progetto riparatorio che sia idoneo per quel reo, per quel reato, per quella vittima.
Un ulteriore aspetto di rilievo e complessità sottolineato dalla Commissione è quello riguardante la vittima al quale si corre il rischio di infliggere ulteriori violenze a distanza di molti anni, per questo motivo è negata la possibilità di assecondare estemporanee iniziative. Infine si esclude la possibilità di far svolgere la mansione di "facilitatore" all'operatore penitenziario, cui spetta invece il compito di preparare e sostenere il reo nel percorso di responsabilizzazione e nella definizione di un progetto riparatorio verso la vittima.
Al di là del fine perseguito dal legislatore, per quel che attiene il risarcimento della vittima del reato, in relazione al disposto "adoperarsi in quanto possibile in favore della vittima", si capisce dunque che la prospettiva della norma in esame è solo ed esclusivamente quella della risocializzazione e che solo in questa ottica deve determinarsi e apprezzarsi, l'adempimento della relativa obbligazione. Ne consegue, innanzitutto, che è del tutto ultroneo il riferimento all'integrale assolvimento delle obbligazioni, non essendo questo immancabilmente necessario (23) e, per contro, l'assolvimento dell'obbligo di risarcimento non è neanche sufficiente, il tutto dovendosi inscrivere nel quadro della personalità del condannato e dei fattori crimogeni, interni ed esterni, che lo hanno accompagnato.
Per le stesse ragioni, non appare necessariamente rilevante l'eventuale remissione del relativo debito da parte del danneggiato, che può solo assumere il valore di una prognosi di superamento del fattore criminogeno rappresentato dalle tensioni tra reo e vittima. Per gli evidenti e gravi rischi di strumentalizzazione bilaterale, sembra inoltre opportuno valutare caso per caso e con estrema prudenza la previsione di una diretta messa in contatto delle due parti e preferibile dunque una mediazione istituzionale ed imparziale, quale quella professionale del "facilitatore" (24). Del tutto irrilevante sembra infine l'atteggiamento serbato unilateralmente dalla vittima del reato (in particolare con il perdono). (25)
4.1.2. Prescrizioni di contenuto negativo
Per quanto concerne le prescrizioni tipiche di contenuto negativo, l'art. 47 ha riservato largo spazio a tali regole di contenuto interdittivo (divieti), con una scelta che la dottrina (26) ha ritenuto di collegare a opzioni di politica criminale proprie di altri settori (misure di sicurezza e di prevenzione) e giudicato, insoddisfacente.
Appartengono a questa categoria innanzitutto le prescrizioni che impongono al condannato limitazione in ordine alla libertà di locomozione (movimento), che nella prassi, concernono sia il divieto di raggiungere o soggiornare in determinati luoghi, sia il divieto di allontanarsi dal territorio di un comune o di una provincia, sia l'utilizzazione di determinati mezzi (tipicamente i veicoli a motore, al fine di garantire la più facile reperibilità, oppure al divieto di condurre veicoli imposto all'affidato in prova condannato per il delitto di omicidio colposo commesso con violazione delle norme del codice della strada). Largamente praticato è il divieto di frequentazione di persone e ambienti controindicati (pregiudicati, tossicodipendenti e in genere persone che possono offrire occasione di recidiva, case da gioco, locali ove si vendano bevande alcoliche, locali o zone urbane frequentate da pregiudicati ecc..).
Altra limitazione applicabile è quella del divieto di svolgimento di attività. Un settore di preziosa applicazione è stato riscontrato nell'ambito della criminalità economica con l'interdizione ad assumere direttamente o indirettamente, in via simulata o interposta ruoli direttivi e di rappresentanza nell'ambito di imprese commerciali (si pensi, per esemplificare, al divieto di esercitare una impresa commerciale o di assumere la titolarità di uffici direttivi presso qualsiasi impresa, imposto all'imprenditore "condannato" ex art. 444 c.p.p. per bancarotta fraudolenta) ovvero di contrattare con la Pubblica Amministrazione. (27)
In questa fattispecie, si è posta in giurisprudenza la questione della riproponibilità, nell'ambito delle prescrizioni della misura alternativa del contenuto di sanzioni tipiche (pene accessorie), eventualmente inapplicabili in sede di pena per effetto di cosiddetto patteggiamento (28). La soluzione positiva (29) è giustificata dal fatto che l'affidamento in prova opera su di un piano del tutto diverso da quello della condanna del giudice di cognizione. La determinazione delle prescrizioni, attraverso cui si realizza la così detta individualizzazione del trattamento sanzionatorio, infatti è rimessa al prudente apprezzamento del Tribunale di Sorveglianza che a questo scopo dovrà tener conto delle risultanze dell'osservazione personologica e degli elementi evidenziati dalla relazione socio-familiare del Servizio Sociale, con particolare riferimento alla individuazione delle cause che sono state all'origine della commissione del reato. Tale autonomia parrebbe rendere applicabili tali prescrizioni anche quindi ove la corrispondente pena accessoria sia stata esclusa dalla sentenza.
Oggetto di discussione è stata la conformità con i precetti costituzionali di cui agli artt. 13, 2º co., e 25, 2º co., Cost., del sistema delle prescrizioni dell'affidamento in prova al servizio sociale. Una prima critica è volta alla descrizione generica delle prescrizioni "tipiche", nel corpo della norma di cui all'art. 47, mentre una seconda all'imponibilità di prescrizioni non espressamente previste ("atipiche").
Quanto al primo aspetto, in dottrina (30) si afferma che il principio di tassatività potrebbe tollerare un contemperamento, tenuto conto della finalità rieducativa di cui all'art. 27, 3º co., Cost., cosicché il raggiungimento di tale obiettivo riequilibrerebbe l'indeterminatezza del dettato legislativo e troverebbe ulteriore garanzia nella giurisdizionalizzazione della relativa procedura, a condizione che ci si muova nell'ambito delle "categorie" (31) di prescrizioni di legge. Questa tesi potrebbe inoltre fornire sostegno all'ammissibilità delle prescrizioni "atipiche"; tali sono quelle che ad esempio aggrediscono beni diversi da quelli oggetto delle prescrizioni tipiche (la libertà di comunicazione, con il divieto di comunicazione, a mezzo di telefoni cellulari, frequente nella prassi nei confronti di condannati per spaccio "da strada" di sostanze stupefacenti), oppure aggrediscono beni oggetto di prescrizioni tipiche, ma con modalità differenti (il patrimonio, imponendo oblazioni a favore di enti aventi scopi istituzionali in qualche modo connessi al reato). L'area più dubbia rimane quella delle prescrizioni atipiche di contenuto positivo, la Suprema Corte ha infatti escluso che possa essere ordinata la demolizione di un manufatto abusivo, perché non compatibile neppure con la interpretazione estensiva o applicazione analogica dell'art. 47. (32) Dalla giurisprudenza si evince dunque che non tutte le prescrizioni che possono essere dettate sono però legittime, alcune di esse come abbiamo visto non sono ammissibili.
4.2. Rapporto tra l'ufficio di esecuzione penale esterna e l'affidato
Il sistema italiano della probation, imperniato sull'affidamento in prova, poggia sull'azione professionale che in concreto sono chiamati a svolgere gli operatori del servizio sociale. (33) Il rapporto fra soggetto ammesso alla misura alternativa e servizio sociale è infatti considerato di primaria importanza; ad esso il legislatore ha dedicato i commi 9º e 10º dell'art. 47 Ord. Penit., stabilendo che:
"Il servizio sociale controlla la condotta del soggetto e lo aiuta a superare le difficoltà di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e con gli altri suoi ambienti di vita. Il servizio sociale riferisce periodicamente al magistrato di sorveglianza sul comportamento del soggetto".
La novità quindi dell'istituto, rispetto a una semplice sospensione condizionale della pena, (34) è data dal fatto che il soggetto viene, appunto, impegnato nella realizzazione di un programma socialmente costruttivo e che (di fronte alle prescrizioni e agli obblighi fissati dal Tribunale di Sorveglianza come condizione di libertà) non è lasciato solo, ma gli viene affiancato un operatore qualificato, capace di svolgere un'azione compiuta di "controllo e aiuto" (35), che mentre (da un lato) dia al giudice sufficienti garanzie sul regolare svolgimento della prova, sostenga (dall'altro) l'affidamento nelle eventuali difficoltà emergenti nel corso della prova stessa, aumentando quindi la possibilità di giungere a una conclusione positiva della misura. In pratica, è incaricato di seguire l'esecuzione della prova un assistente sociale, che ha il compito di facilitare il superamento delle difficoltà di adattamento del condannato tramite lo sviluppo di una relazione interpersonale costruttiva con lo stesso. (36)
Il servizio sociale assume quindi "la gestione" della misura, essa per l'appunto è formalmente definita come "affidamento in prova al servizio sociale". Il servizio sociale non è, semplicemente mandatario di un compito che abbia caratteristiche sue proprie, ma è invece indicato, esso stesso, come elemento caratterizzante della misura. In altre parole, l'affidamento viene applicato sul presupposto che il trattamento relativo sia svolto secondo i metodi e le tecniche di servizio sociale. (37) Questa opzione, da parte del legislatore, non è affatto casuale, ma corrisponde (come già ricordato nel 1º capitolo) a un preciso apprezzamento dei significati specifici connessi alla professione dell'assistente sociale ed al buon fine che tale esercizio professionale aveva dato in diversi settori dell'intervento sociale, tra cui quello della giustizia minorile.
Da questo quadro emerge come il problema tecnico di maggiore rilievo che si pone nella realizzazione dell'affidamento, è costituito senza dubbio dalla concorrenza delle due funzioni di "controllo e aiuto", funzioni che possono apparire difficilmente conciliabili tra loro. Si tratta di vedere se all'assistente sociale che tratta il caso possa essere chiesto di esercitare contemporaneamente il controllo e l'aiuto che il mandato istituzionale rimette alla sua competenza, ovvero se l'assolvimento delle funzioni di solo aiuto, gli impedisca di svolgere una qualsiasi azione di controllo. (38)
La distinzione tra la funzione di aiuto, che sarebbe propria del mandato professionale dell'assistente sociale, e quella di controllo, che deriverebbe invece dal mandato istituzionale, riflette un modo astratto di considerare il problema, infatti se si ha riguardo alla pratica operativa, risulta subito evidente che nei confronti di una persona che sia realmente in difficoltà nell'esercitare un controllo efficiente sul proprio comportamento (a partire dal rispetto delle prescrizioni dettategli come condizione di libertà), l'aiuto offerto non può fare a meno di comprendere la verifica delle difficoltà che si producono in rapporto agli obblighi di comportamento assunti, e la valutazione dei problemi che vi sono connessi. Ciò che conta dunque, è che tale controllo (esercitato nei modi e con le espressioni proprie del servizio sociale) non si esaurisca nella contestazione dell'infrazione eventualmente commessa, ma rappresenti invece il punto d'avvio di una riflessione ispirata da spirito costruttivo e diretta a sostenere l'utente nell'obiettivazione delle realtà che lo riguardano e nella ricerca delle soluzioni più adatte. (39)
In questa azione, l'assistente sociale svolge un ruolo di grande significato, non solo per i contenuti tecnici che egli assicura nel corso del trattamento (i colloqui adeguatamente preparati, l'esame sistematico dei problemi emergenti, l'attivazione delle capacità critiche dell'utente nell'analisi delle circostanze che lo riguardano ecc..) (40) ma anche per la considerazione positiva che egli esprime nei confronti della persona dell'utente e delle sue capacità naturali di "rilancio", sempre che l'utente stesso sia posto a contatto con un'esperienza relazionale di autentica accettazione e di rispetto (ciò che nel linguaggio del servizio sociale viene definito come "uso del rapporto" nella conduzione del trattamento). (41)
Quando, nel corso della misura si renderà necessario richiedere all'affidato di fornire la documentazione del lavoro svolto, anche non agevolmente reperibile, come ad esempio quella relativa agli eventuali spostamenti effettuati sul territorio (come per attività di mercato), o ai servizi prestati per conto terzi (come per attività di autotrasporto), la richiesta dell'assistente sociale risulterà del tutto naturale, finalizzata in primo luogo ad assicurare all'autorità giudiziaria che la prova si svolge in modo conforme alle condizioni dettate, e che perciò essa può continuare senza necessità di ricorrere a misure più restrittive.
Nell'esperienza dell'affidamento in prova ciò che rende opportuno che le funzioni di controllo e aiuto siano svolte in modo integrato da un unico operatore è data dal fatto che solo in un processo unitario del genere, l'affidato può sperimentare come l'autorità che esercita il controllo non lo svolga in modo repressivo, dimostrando nei fatti l'intenzione di offrire un aiuto di fronte alle difficoltà incontrate, a cominciare da quelle stesse che sono determinate da una inadeguata capacità di autocontrollo rispetto alle prescrizioni da osservare. Secondo questa impostazione, dunque, l'attività di controllo non si esaurisce più nel mero rilevamento dell'infrazione e nella sua contestazione, ma costituisce anche un'occasione per svolgere una riflessione e avviare una ricerca di soluzioni, nelle quali l'affidato stesso è chiamato ad assumere un atteggiamento costruttivo. (42)
Si tratta, naturalmente, di un processo non facile e di non breve durata, durante il quale l'azione condotta dall'assistente sociale può dare luogo a risultati non sempre univoci e continui. Nel corso di tale processo, l'assistente sociale dimostra una considerazione positiva nei confronti dell'affidato che ha un valore determinante per qualificare la figura dell'assistente sociale, nella percezione dell'affidato, neutralizzando ogni marginale contrarietà che possa venire a manifestarsi nel corso dei controlli.
Occorre intendersi sulle modalità attraverso cui il servizio sociale viene richiesto di verificare il rispetto delle prescrizioni da parte dell'affidato. Una circolare (43) dell'Amministrazione penitenziaria, ha esplicitato sin dall'avvio dell'esperienza operativa dei Centri di servizio sociale (denominati attualmente Uffici di Esecuzione Penale Esterna), che il controllo esercitato dal servizio sociale ha una natura e un'espressione sua propria e, pur facendo ricorso nell'attività di verifica a tecniche di rilevamento e a riscontri di carattere materiale, tuttavia tipicamente:
"si realizza nell'ambito del rapporto professionale stabilito con l'affidato ed è la risultante di un insieme di conoscenze e di valutazioni a cui l'assistente sociale perviene sulla base dei contatti avuti con l'affidato stesso, la sua famiglia e gli altri ambienti di vita significativi. Sembra opportuno sottolineare che tale metodologia di controllo, come l'esperienza di servizio sociale ha dimostrato, si pone rispetto al tradizionale controllo di polizia in termini qualitativamente diversi e non va quindi riguardato - in principio - come qualcosa di meno efficace".
Per quanto riguarda i riscontri obiettivi sulla condotta dell'affidato in ordine a prescrizioni come quelle attinenti alla dimora assegnata, alla libertà di locomozione, a divieti di frequentare determinati locali, si deve escludere che il servizio sociale effettui il controllo a mezzo di ispezioni sui luoghi fatte direttamente o, su sua richiesta, dalla polizia. In questo contesto, è opportuno evidenziare in dettaglio il problema rappresentato dall'esercizio di attività di controllo che si pongono in essere durante l'esecuzione dell'affidamento in prova al servizio sociale. (44)
Due sono gli aspetti da sottolineare: il primo riguarda la stessa natura della misura alternativa in esame, che è, in quanto tale, extracarceraria, quindi estranea ad aspetti afflittivi; ciò, quando si parla di prescrizioni e di controlli del servizio sociale, non va dimenticato e rappresenta un limite stesso, seppure implicito, all'azione di controllo. Il secondo punto di approfondimento concerne la tipologia di controlli ammissibile e gli organi deputati alla loro effettuazione.
Nell'esecuzione dell'affidamento in prova al servizio sociale avviene, talora che le autorità di pubblica sicurezza attivino nei confronti dell'affidato una serie sistematica di controlli, paralleli a quelli rimessi dalla legge al servizio sociale. L'autorità di pubblica sicurezza infatti, talvolta anche su legittima indicazione della magistratura di sorveglianza, ricorre a forme di controllo ulteriori rispetto a quelle, doverose, spettanti al servizio sociale. Nella pratica, in alcune ipotesi si effettuano sopralluoghi sul luogo di lavoro o a casa, anche in orari notturni e con modalità ripetute. (45)
Se da un punto di vista formale tali controlli sono legittimi, la dottrina non è altrettanto convinta della loro attinenza alla misura dell'affidamento in prova sotto il profilo sostanziale. Tali controlli fanno pensare:
"all'assunzione da parte delle autorità di pubblica sicurezza di un ruolo operativo specifico e permanente nell'esecuzione dell'affidamento in prova, di cui in realtà nell'ordinamento penitenziario non esiste traccia. Sotto il profilo giuridico, si può ricordare che nel sistema penale vi sono situazioni in cui il servizio sociale e polizia sono chiamati ad intervenire congiuntamente. Ma quando il legislatore ha voluto che questa previsione operativa si verificasse, lo ha detto esplicitamente, distinguendo volta per volta una funzione di controllo riservata alla polizia da una funzione rimessa agli operatori del servizio sociale, definita a seconda dei casi come di sostegno, di assistenza, o genericamente intesa al reinserimento sociale del condannato". (46)
Le osservazioni della dottrina dunque evidenziano ciò che il testo della norma esplica, ossia un mandato molto ampio al servizio sociale (non a caso, la misura è denominata "affidamento in prova al servizio sociale") non citando in alcuna parte un ruolo riservato alle autorità di pubblica sicurezza, a differenza invece di quanto accade per altre forme alternative alla carcerazione, ma più restrittive (detenzione domiciliare, misura di sicurezza della libertà, libertà controllata). (47) In questi casi, il legislatore:
"ha inteso assegnare al servizio sociale, in un quadro operativo che resta connotato dal controllo di polizia, un ruolo secondario, che si esaurisce di fatto in un'azione di raccordo realizzato tra le esigenze dei singoli soggetti e le prestazioni che i servizi assistenziali del territorio offrono alla generalità dei cittadini. La peculiarità dell'affidamento in prova, rispetto alle altre misure alternative, sta proprio nell'intenzione dell'autorità di stabilire con il condannato un rapporto nuovo, ispirato a una ragionevole fiducia, ove ai tradizionali controlli di polizia condotti in termini oggettivi, si sostituisce un controllo esercitato come parte di un'azione più ampia, connotata dalla volontà di comprensione e di aiuto rispetto alle difficoltà soggettive in cui l'affidato si trova, e svolta da un unico operatore con la formazione professionale di assistente sociale, che agisce in diretta e stretta relazione con il magistrato di sorveglianza". (48)
Si deve quindi operare in modo che l'assistente sociale che segue il caso sia in condizioni di pervenire (sulla base del rapporto stabilito con l'affidato e con la sua famiglia, e degli altri elementi di conoscenza dell'ambiente in cui il soggetto è inserito) a una valutazione attendibile sulla validità o meno del funzionamento sociale dell'affidato e sulla relativa congruenza dei suoi comportamenti; ciò che dovrebbe dare indicazioni sufficienti anche in rapporto a quegli elementi di dettaglio contenuti nelle prescrizioni sui quali egli non abbia condotto un'ispezione diretta o indiretta a mezzo di polizia. (49)
Affinché il controllo nell'affidamento in prova possa essere assicurato in misura soddisfacente, pur evitando di far ricorso ad accertamenti di natura poliziesca o fiscale, occorre che vengano rispettati da parte di tutti coloro che concorrono alla formazione della misura, due presupposti fondamentali (50):
la relazione stabilita fra assistente sociale e affidato deve risultare effettivamente tale da assicurare un elevato livello di conoscenza circa la situazione personale e familiare dell'affidato stesso e la qualità del suo fun