Source: http://www.eutekne.info/Sezioni/Sezione_opinioni.aspx?IDSezione=4
Timestamp: 2017-04-23 05:28:56+00:00
Document Index: 104245848

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 24', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 8', 'art. 2403', 'art. 2399', 'art. 148', 'art. 2364', 'art. 2423', 'art. 2435', 'art. 2427', 'art. 2361', 'art. 2497', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 2435', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 2477', 'art. 14', 'art. 2477', 'art. 2403', 'art. 2423', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 15', 'art. 29', 'art. 26', 'art. 67', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67']

Eutekne.info - Opinioni
Si dovrebbe limitare la responsabilità professionale dei commercialisti
Apparirebbe di buon senso giuridico fissare con determinatezza un limite per poter offrire una certezza del diritto
/ Domenico CALVELLI
Pubblichiamo l’intervento di Domenico Calvelli, Presidente dell’ODCEC di Biella, coordinatore degli ODCEC di Piemonte e Valle d’Aosta, componente del consiglio direttivo della Scuola di Alta Formazione degli ODCEC di Piemonte e Valle d’Aosta e direttore de Il Commerci@lista e de L’Avvoc@to. La recente entrata in vigore della Legge Gelli-Bianco in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie impone una seria riflessione sul profilo generale di responsabilità...
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC con delega alla Revisione Legale e al Sistema di amministrazione e controllo. Ho letto su Eutekne.info le conclusioni cui è pervenuto il Comitato dei notai della Campania in ...
I «falsi» miti da sfatare sul bilancio in XBRL
Pubblichiamo l’intervento di Andrea Fradeani, dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Macerata e Camerino, Componente del Tavolo di lavoro società non quotate di XBRL Italia. I conti delle società di capitali italiane, circa...
Anche per la «compilazione» servono apposite forme di qualificazione
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC con delega alla Revisione legale e ai Principi contabili e di valutazione. È di qualche giorno addietro l’importante sentenza n. 14815/2017 della Corte di Cassazione che va confermando il convincimento, maturato da tempo da noi commercialisti, che le attività professionali debbano essere svolte da soggetti riconosciuti e, quindi, in possesso di adeguate competenze specifiche. L’espletamento di tali attività da parte di soggetti qualificati persegue l’interesse generale, come evidenziato sempre più spesso – oltre che dalla cronaca – anche dalla prassi giurisprudenziale. Nello specifico, la richiamata sentenza ricorda che il DLgs. 139/2005 inserisce tra le altre attività di “riconosciuta competenza tecnica” per gli iscritti alla Sezione A dell’Albo anche la “tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, controllo della documentazione contabile, revisione e certificazione contabile di associazioni, persone fisiche o giuridiche diverse dalle società di capitali”. La Cassazione chiarisce il principio per il quale chi svolge in modo continuativo, organizzato e retribuito attività che sono individuate come competenza specifica di una professione, simulando di fatto l’iscrizione in un Albo, commette esercizio abusivo, anche qualora queste non siano attribuite in via esclusiva a tale categoria. La Suprema Corte, d’altra parte, non ha fatto niente altro che ribadire quanto già sancito dalla sentenza a Sezioni Unite n. 11545 del 23 marzo 2012. Nel contesto specifico della tenuta dei conti e della predisposizione del bilancio, peraltro, da tempo il CNDCEC è dell’opinione che debbano essere utilizzate apposite forme di “qualificazione” per garantire i terzi che le risultanze quantitative emergenti dai prospetti di sintesi sono il risultato di un lavoro svolto da esperti, avvalorando, quindi, la qualità e la credibilità del bilancio. Il riconoscimento della presenza di una mano esperta è, per esempio, particolarmente utile per le società di persone, nel momento in cui queste presentano il proprio bilancio agli istituti finanziari per ottenere un finanziamento o a investitori privati. [CATENACCIO] La pratica sopra esposta, nota a livello internazionale come “compilazione” (“compilation”), non è evidentemente equiparabile alla revisione, che richiede un processo completo di controllo, né prevede l’espressione di un giudizio di controllo sull’attendibilità dei dati, bensì è un servizio che garantisce la bontà della modalità tecnica con cui il bilancio è stato predisposto. L’iscritto mette, in sostanza, a disposizione della società la propria conoscenza in ambito contabile e di informativa/comunicazione finanziaria per l’adozione delle norme giuscontabili e delle disposizioni generalmente riconosciute dalla prassi (principi contabili nazionali o IFRS). La responsabilità della veridicità dei dati contabili resta in capo all’organo esecutivo, poiché l’attività dell’iscritto è limitata alla corretta adozione tecnica delle previsioni. La prassi più autorevole oggi in materia è rappresentata dall’ISRS 4410 Compilation Engagements (Principio internazionale sui servizi professionali connessi n. 4410, Incarichi di compilazione), predisposto dall’IAASB, autorevole organismo che predispone i Principi di revisione internazionali. Di tale documento è stata fornita anche una guida da parte del Comitato per i piccoli e medi studi professionali istituito presso l’IFAC, organizzazione mondiale di esperti contabili, presso cui opera anche il citato IAASB. Il Principio e la Guida possono fornire la base per lo svolgimento dell’attività in oggetto. In sintesi, è bene che la qualità sia visibile e riconoscibile anche da terzi, dal momento che – le sentenze lo ricordano – la professionalità non è un dono naturale, ma una caratteristica conseguita dai professionisti con grande sacrificio. 6 aprile 2017
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC con delega alla Revisione legale. È acceso il dibattito sullo status del revisore iscritto nella sezione B del registro revisori, nel quale sono collocati d’ufficio coloro che non hanno assunto incarichi di revisione legale o non hanno collaborato ad attività di revisione legale in una società per tre anni consecutivi. Questi non sono soggetti ai controlli di qualità di cui all’art. 20 del DLgs. n. 39/2010, ma restano tenuti al rispetto degli obblighi di formazione continua di cui all’art. 5 del DLgs. n. 39/2010 e al pagamento del contributo annuale (per il mantenimento) dell’iscrizione nel registro. Il transito nella sezione B può avvenire su richiesta del revisore che attesti di non avere in corso incarichi di revisione legale, a prescindere dal computo dei tre anni di inattività. Il passaggio può essere altresì disposto d’ufficio, previo collocamento nella sezione B da parte del Ministero dei revisori legali che non hanno assunto incarichi di revisione per tre anni consecutivi. La legge e il DM n. 16/2013 prevedono che il transito d’ufficio da una sezione all’altra sia disposto quando il soggetto non abbia assunto incarichi di revisione o collaborato ad attività di revisione da almeno tre anni consecutivi. Occorre precisare che l’iscrizione o il transito nella sezione B non incide sullo status professionale del soggetto che resta sempre un revisore legale, ma solamente sul tipo di attività che costui può svolgere. Gli iscritti nelle due sezioni, infatti, sono abilitati a svolgere la revisione legale ancorché la legge presuma che il mancato svolgimento dell’attività per tre anni consecutivi renda potenzialmente inidoneo il revisore a svolgerne di nuovi, senza aver seguito, prima dell’assunzione del nuovo incarico di revisione, un adeguato percorso formativo. Gli iscritti nella sezione B, però, possono essere anche soggetti che, abilitati a svolgere la revisione legale, non abbiano intenzione di assumere simili incarichi, riservandosi tale possibilità per il futuro (soggetti che, per tali motivi, hanno fatto espressa richiesta di iscrizione nella sezione B). In altri termini, l’iscrizione o il transito nella sezione B non rappresenta una causa ostativa sia all’assunzione di successivi e ulteriori incarichi di revisione, sia al successivo transito nella sezione A, qualora siano stati rispettati anche gli obblighi formativi di cui al menzionato art. 5 del DLgs. n. 39/2010. Non è tutto. Trattandosi di vicenda con valenza meramente pubblicitaria e correlata al tipo di attività concretamente svolta dal revisore negli ultimi tre anni, il transito dalla sezione A alla sezione B non condivide la natura delle misure sanzionatorie descritte nell’art. 24 del DLgs. n. 39/2010, quali, ad esempio, la sospensione dell’attività o la cancellazione dal registro. Queste ultime, infatti, sono collegate a reiterati inadempimenti e gravi irregolarità nello svolgimento dell’incarico di revisione e al mancato assolvimento dell’obbligo formativo. Le precisazioni sinteticamente effettuate in questa sede sono di rilievo per quanto concerne l’individuazione degli incarichi che l’iscritto nella sezione B può assumere. Costui può assumere incarichi che, pur richiedendo le specifiche competenze del revisore legale, non si risolvono nella attività di revisione legale. A titolo esemplificativo, l’iscritto nella sezione B può essere nominato componente di collegi sindacali nelle società chiuse e nelle società quotate. Con riferimento a tali incarichi, il codice civile precisa che nella spa non quotate almeno un membro effettivo e uno supplente dei componenti il collegio sindacale devono essere scelti tra i revisori legali iscritti nell’apposito registro. Quanto alla composizione del collegio di società quotate, il DM n. 162/2000, adottato ai sensi dell’art. 148 del TUF, stabilisce che, ferme restando specifiche previsioni di statuto che prevedano condizioni aggiuntive, la scelta possa tra l’altro ricadere sugli iscritti nel registro dei revisori che abbiano esercitato l’attività di controllo legale dei conti per un periodo non inferiore a tre anni, con le seguenti modalità: uno dei sindaci effettivi, se questi sono in numero di tre, almeno due dei sindaci effettivi, se questi sono in numero superiore a tre e, in entrambi i casi, almeno uno dei sindaci supplenti. L’art. 148 TUF stabilisce che il difetto dei requisiti determina la decadenza dalla carica. La legge, quindi, subordina l’assunzione dell’incarico nelle società non quotate all’iscrizione nel registro dei revisori, mentre nelle società quotate, oltre all’iscrizione nel registro, i candidati sindaci devono comprovare la passata esperienza di revisori per non meno di tre anni. Non si richiede, nell’uno e nell’altro caso, che i sindaci al momento dell’accettazione dell’incarico abbiano in corso incarichi di revisione e che, dunque, siano (necessariamente) iscritti nella sezione A del registro di cui all’art. 8 del DLgs. n. 39/2010. Per tali motivi, l’iscritto nella sezione B può svolgere incarichi di vigilanza ai sensi dell’art. 2403 c.c. quale componente del collegio sindacale di spa. Allo stesso modo, l’iscritto nella sezione B del registro può assumere incarichi quale componente di collegio sindacale di società quotata, laddove attesti il possesso di comprovata esperienza triennale nell’attività di revisione. E, per quanto sopra detto, se durante il mandato il sindaco fosse collocato nella sezione B, il relativo provvedimento, non avendo alcuna valenza sanzionatoria, non potrebbe rappresentare una causa di decadenza dall’ufficio ai sensi dell’art. 2399 c.c. o dell’art. 148 del TUF. 1 aprile 2017
Rimodulate le sanzioni antiriciclaggio
Pubblichiamo l’intervento di Massimo Miani, Presidente del CNDCEC con delega all’Antiriciclaggio. L’iter legislativo per il recepimento della quarta direttiva antiriciclaggio, da completarsi obbligatoriamente entro il prossimo 26 giugno, pone di nuovo al centro del dibattito di categoria il tema dell’onerosità degli adempimenti richiesti ai professionisti e, specularmente, quello delle pesanti sanzioni previste per violazioni che molto spesso riguardano meri inadempimenti formali. È con l’obiettivo di ottenere un alleggerimento degli uni e delle altre che, ancor prima dell’insediamento, abbiamo posto tra le nostre priorità una semplificazione generale della disciplina, partecipando in un ristretto arco temporale a ben tre incontri istituzionali nel corso dei quali abbiamo discusso e argomentato le nostre osservazioni. La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura il provvedimento che, recependo la quarta direttiva, modifica il DLgs. 231/2007. Accogliamo con favore alcune delle modifiche emerse da una prima lettura del testo diffuso in questi giorni: l’eliminazione del registro e, quindi, degli obblighi di registrazione; le modifiche agli obblighi di conservazione che consentiranno ai professionisti di continuare a gestire i documenti acquisiti ai fini della adeguata verifica in modalità cartacea senza particolari appesantimenti; il reinserimento nel testo dell’esonero dagli obblighi di adeguata verifica per gli adempimenti relativi alla mera redazione e trasmissione delle dichiarazioni derivanti da obblighi di natura fiscale e per quelli in materia di tenuta delle paghe; e ancora, la cancellazione della previsione in virtù della quale nella prima bozza erano attratti al perimetro applicativo della disciplina antiriciclaggio anche i curatori fallimentari e i commissari giudiziali. Rispetto alla prima bozza posta in consultazione, anche il sistema sanzionatorio risulta modificato a seguito delle osservazioni formulate dalle professioni: le sanzioni per l’omessa segnalazione, in relazione alle quali si era inizialmente individuato un importo minimo pari a 30.000 e un massimo pari a 300.000 euro, tornano ad essere calcolate secondo il sistema percentuale attualmente previsto e con il medesimo intervallo di variazione (dall’1 al 40% del valore dell’operazione non segnalata), mentre per le violazioni degli adempimenti di adeguata verifica e conservazione è rimasta ferma la sanzione minima, pari a 3.000 euro, ma è diminuita la massima (da 80.000 a 50.000). Si tratta di importi che in valore assoluto ci spaventano, ma che devono essere letti unitamente alle altre disposizioni inserite nel testo allo scopo di calmierare l’impatto sanzionatorio. Innanzitutto, il decreto ripristina il cumulo giuridico “dimenticato” dal DLgs. 8/2016, che ha depenalizzato le sanzioni previste per la violazione degli obblighi di adeguata verifica e di registrazione. In secondo luogo, per le violazioni di minore gravità è previsto un meccanismo di riduzione delle sanzioni da un terzo alla metà ancorato a criteri che tengono conto di elementi importanti tra i quali la gravità della violazione, il grado di responsabilità, la natura di persona fisica o giuridica del soggetto sanzionato. Ancora, ai professionisti cui dovesse essere contestata l’omessa comunicazione delle violazioni all’utilizzo del contante da parte dei propri clienti sarà applicabile l’istituto dell’oblazione previsto dalla legge 689/81. Infine, è ammesso il pagamento in misura ridotta fino a un terzo della sanzione irrogata prima dello spirare dei termini previsti per l’impugnazione. Nel corso dell’iter parlamentare del decreto ci impegneremo per ottenere un’ulteriore riduzione dell’importo minimo delle sanzioni previste per gli inadempimenti formali, pur essendo consapevoli dei limiti imposti dalla direttiva e dalla legge di delegazione europea; ma anche per il reinserimento nel testo definitivo dell’esonero dagli obblighi antiriciclaggio per il collegio sindacale con il solo controllo di legalità, attualmente previsto dal DLgs. 231/2007. Il tema di fondo, che non possiamo dimenticare, è infatti proprio questo: la normativa antiriciclaggio è figlia di una legislazione sovrastante, come tale non derogabile. Nondimeno, il nostro impegno costante deve essere finalizzato ad evitare che il legislatore italiano “esondi” dall’alveo delle indicazioni comunitarie, rendendo ulteriormente complesso ciò che già costituisce un onere poco sostenibile soprattutto per i piccoli e medi studi, che costituiscono la realtà maggiormente diffusa nell’ambito della nostra professione. 1 marzo 2017
/ Massimo MIANI
Collegio sindacale strumento volto all’emersione tempestiva della crisi
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC con delega ai Principi contabili, principi di revisione e sistema dei controlli. La Camera ha approvato il disegno di legge recante “Delega al Governo per la riforma delle discipline delle crisi di impresa e dell’insolvenza”. Si tratta del Ddl. AC n. 3671-bis che, come risaputo, eredita dalla Commissione Rordorf la gran parte delle novità per la sistemazione delle crisi e la regolamentazione dell’insolvenza. In questi ultimi giorni in molti si sono soffermati sull’esame delle previsioni fornendo giudizi e suggerendo interessanti soluzioni. Mi spetta rivalutare il ruolo proattivo del CNDCEC, sin dalla prima stesura del testo della Commissione Rordorf, nella formulazione di criteri e principi di delega che non si fermano all’ambito del diritto concorsuale ma lo travalicano, approdando a istituti propri del diritto civile e, nello specifico, del diritto societario. Potrebbe essere poco nota la questione di vertice che ha animato le discussioni della dottrina e le mini-riforme effettuate in questi anni – vale a dire se l’impresa insolvente ovvero in crisi, al ricorrere di determinate situazioni, appartenga ancora ai soci o possa effettivamente essere ascritta nel “patrimonio” di uno o più creditori. Del resto già le modifiche apportate con il DL 83/2015 si pongono in questo solco. In tale contesto, l’assenza di un quadro unitario e di un approccio sistematico e organico ha originato la diffusione di indirizzi e prassi non uniformi, complicando ulteriormente il lavoro dei professionisti. Tali motivi hanno portato il CNDCEC, già durante la precedente Consiliatura, ad apprezzare l’enorme sforzo e l’encomiabile lavoro condotto dalla Commissione Rordorf, pur dovendo, necessariamente, segnalare alcuni difetti di coordinamento del testo predisposto, imprecisioni inevitabili visto che si tratta di un disegno di legge delega di riforma organica delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza con molteplici risvolti anche su istituti diversi e sul codice civile. Il nostro lavoro è stato incessante e complicato. Il testo, infatti, ha subito molteplici interpolazioni. Chi avrà seguito il lavoro svolto dal CNDCEC, avrà modo di ricordare come accanto alle misure premiali, nello schema di Ddl. delega predisposto dalla Commissione Rordorf, primissima versione, comparivano misure sanzionatorie riconducibili all’incriminazione per bancarotta semplice quando l’impresa avesse fatto ricorso ad una procedura di crisi, con buona pace della nota regola della business judgement rule e oltretutto con qualche perplessità di tenuta costituzionale. Entrando nel merito delle attività svolte e nei limiti delle mie competenze, il CNDCEC ha fortemente sostenuto che la definizione dello stato di crisi, intesa come probabilità di futura insolvenza, venisse articolata considerando l’elaborazione della scienza aziendalistica. Un cospicuo numero di documenti interpretativi e di elaborati sono stati formalizzati e diffusi su questi aspetti e sul differente ruolo svolto dall’incaricato della revisione legale e dall’organo di controllo nell’intercettare i segnali di assenza di continuità aziendale. Il CNDCEC ha, in varie occasioni, messo in luce come l’istituzionalizzazione del generale obbligo per l’imprenditore e gli organi sociali di istituire assetti adeguati per la rilevazione tempestiva della crisi e della perdita della continuità aziendale, richieda espressamente un coordinamento con gli obblighi, i poteri e le responsabilità degli organi di controllo. Come nella spa, infatti, l’attività di vigilanza del collegio sindacale sull’adeguatezza degli assetti organizzativi, amministrativi e contabili possa essere strumento volto all’emersione tempestiva della crisi, da cui dovrebbe seguire il procedimento di allerta (endosocietario) presso l’organo di amministrazione. Nelle audizioni e nelle osservazioni preparate al testo di riforma dal CNDCEC, questo aspetto è stato più volte messo in luce. Restando in tema di poteri-doveri dell’organo di controllo nella procedura di allerta occorre, però, effettuare una precisazione. Da quanto si evince dal testo del disegno di legge delega per la riforma delle discipline delle crisi e dell’insolvenza, l’allerta potrebbe definirsi all’interno delle ordinarie dinamiche della società, dal momento che viene previsto che l’organo di controllo è tenuto a informare tempestivamente l’organismo di composizione della crisi solo in caso di omessa o inadeguata risposta da parte dell’organo di amministrazione. Al verificarsi di questa ipotesi, il legislatore formalizza una procedura di allerta gestita anche al di fuori della società da un organo (organismo di composizione) che non faccia parte della governance. Resta inteso che l’organo di controllo e il revisore non possono sostituirsi all’organo di amministrazione né incidere sulle scelte di gestione. L’esercizio degli obblighi proattivi di segnalazione ai fini dell’emersione tempestiva della crisi, previsti nella legge delega, rientra nel novero degli obblighi di vigilanza da svolgere in conformità delle previsioni di legge e della carica che essi ricoprono, motivo per cui le omissioni o i fatti direttamente ascrivibili all’organo di amministrazione ritualmente “allertato” non possono essere fonte di responsabilità solidale per il sindaco diligente. 23 febbraio 2017
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC, con delega ai Principi contabili, principi di revisione e sistema dei controlli. È normale che in questo periodo si affrontino le “problematiche” e le “novità” che interessano la redazione dei bilanci di esercizio. Quest’anno le principali tematiche sono connesse alla prima adozione delle disposizioni del DLgs. 139/2015 e dei pertinenti principi contabili nazionali, pubblicati dall’Organismo italiano di contabilità in data 22 dicembre 2016. Non è un caso che il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili abbia già contemplato, laddove siano soddisfatte le condizioni, che le società possano considerare l’impatto delle nuove norme come uno dei fattori che, ex art. 2364 c.c., comportano l’approvazione dei bilanci entro il maggior termine dei 180 giorni, anziché entro i canonici 120 giorni. In questo contesto, rientra – come già fatto notare da dottrina e prassi – la problematica concernente il rifacimento dei dati di bilancio al 31 dicembre 2015. Si ricorda, a questo fine, che l’art. 2423-ter, comma 5 c.c. dispone che “per ogni voce dello stato patrimoniale e del conto economico deve essere indicato l’importo della voce corrispondente dell’esercizio precedente. Se le voci non sono comparabili, quelle dell’esercizio precedente devono essere adattate; la non comparabilità e l’adattamento o l’impossibilità di questo devono essere segnalati e commentati nella nota integrativa”. Le disposizioni transitorie dei principi contabili richiedono la rideterminazione dei valori coinvolti al 1° gennaio 2016, facendo impattare la differenza sul patrimonio netto. La ricostruzione dei dati del 2015 è, poi, richiesta “ai soli fini comparativi”. Le società, in sostanza, devono verificare se gli importi inerenti l’esercizio antecedente siano ricostruibili. Qualora, “dopo aver fatto ogni ragionevole sforzo”, la rideterminazione risulti non fattibile o “eccessivamente onerosa”, come in termini generali previsto dall’OIC 29 per i cambiamenti di principi contabili, l’informazione comparativa non è dovuta. D’altronde, la determinazione di dati inattendibili evidenzierebbe risultanze che rischiano di fornire agli utilizzatori informazioni fuorvianti. È bene, ancora, segnalare che la rideterminazione dei dati dell’esercizio 2015 può non interessare i valori individuati con il costo ammortizzato e l’avviamento, stante che per tali poste è previsto un apposito regime transitorio per il quale i nuovi criteri di misurazione possono (a discrezione delle società) essere applicati in via prospettica. Le società che decidono in tal senso non hanno problemi di rideterminazione dei valori in oggetto, considerato che le vecchie poste continuano a essere contabilizzate con le vecchie tecniche sino alla loro eliminazione dal bilancio. I principi contabili, poi, dettagliano in modo tecnico la transizione negli specifici OIC. [CATENACCIO] In particolare, l’OIC 32, “Strumenti finanziari derivati”, prevede che sia possibile (facoltà) procedere alla designazione della copertura contabile alla data di inizio del bilancio dell’esercizio di prima applicazione per le operazioni di copertura preesistenti, evitando la determinazione retroattiva. Stabilisce, poi, anche che qualora non sia fattibile verificare (sempre “dopo aver fatto ogni ragionevole sforzo”) i criteri di ammissibilità della copertura alla data di inizio del bilancio di esercizio di prima adozione, l’effetto del passaggio può essere determinato (sempre che i criteri di ammissibilità della copertura siano soddisfatti), alla data di chiusura del bilancio di esercizio di prima adozione (31 dicembre 2016). L’approccio dell’OIC è condivisibile anche alla luce dell’intendimento della direttiva 34/2013/EU (direttiva alla fonte delle revisioni codicistiche) di ridurre gli administrative burdens per le piccole e medie imprese. Complicazioni potrebbero essere rinvenute anche nella “ridistribuzione” dei componenti straordinari. In questo caso, in effetti, qualora la re-imputazione delle voci non portasse tecnicamente a una imputazione attendibile, sarebbe da valutare anche, se giustificata, la non presentazione del Conto economico comparativo. Ciò detto, è evidente che la predisposizione del bilancio di quest’anno risentirà di queste difficoltà (e non solo), a cui vanno ad aggiungersi le incertezze legate alla determinazione della base imponibile. In questo contesto, anche il Consiglio nazionale cercherà di dare il proprio contributo, per mezzo dello sviluppo di indicazioni di best practice, con l’auspicio che si possa creare quanto prima una prassi operativa e applicativa delle norme civilistiche e dei principi contabili che agevolino l’attività dei redattori e la lettura della comunicazione finanziaria. 15 febbraio 2017
Il complicato «addio» alla Nota integrativa per i bilanci micro
Pubblichiamo l’intervento di Andrea Fradeani, dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Macerata e Camerino, Componente del Tavolo di lavoro società non quotate di XBRL Italia. È davvero possibile dire addio alla Nota integrativa? La domanda può sembrare, e in parte lo è, provocatoria: la possibilità di omettere la Nota integrativa è una delle semplificazioni più significative previste, per le aziende di minori dimensioni, dalle nuove regole contabili. Chiarissimo è, in tal senso, l’art. 2435-ter comma 2 c.c., secondo cui proprio le micro imprese – a patto di offrire in calce allo Stato patrimoniale le informazioni dei numeri 9 e 16 comma 1 dell’art. 2427 c.c. – sono appunto esonerate dalla redazione dell’ultimo documento che costituisce il bilancio. Il “corto circuito”, che rende meno provocatoria e più concreta la domanda, non riguarda però la disciplina strettamente bilancista (ossia gli articoli dal 2423 al 2435-ter c.c.), bensì un insieme variegato di norme speciali che, con finalità anche abbastanza diverse, continuano a chiedere di “infarcire” il bilancio o, in alcuni casi, la Nota integrativa di tutta una serie di informazioni spesso pure non inerenti la rappresentazione della situazione economico-finanziaria aziendale. Eccone un breve e parziale elenco:- l’art. 2361 comma 2 c.c., in caso di assunzione di partecipazioni in altre imprese comportante una responsabilità illimitata, impone una specifica informazione in Nota integrativa;- l’art. 2497-bis comma 4 c.c. chiede di esporre in Nota integrativa, in caso di soggezione ad altrui direzione e coordinamento, un prospetto con i dati essenziali dell’ultimo bilancio della società o dell’ente che la esercita;- la disciplina sulle cooperative chiede, ai sensi degli artt. 2513 e 2545-sexies c.c., informazioni in merito, rispettivamente, alla mutualità prevalente e all’attività svolta con i soci;- alla Nota integrativa fa riferimento, in tema di inattendibilità della contabilità, l’art. 1 comma 1 del DPR 570/96 (il criterio di valutazione delle rimanenze può comunque risultare dal libro degli inventari);- infine, lo status di start up o di PMI innovative può dipendere, ad esempio, da un determinato volume di spese in ricerca, sviluppo e innovazione che devono risultare dall’ultimo bilancio approvato ed essere descritte nella Nota integrativa. Il caso delle start up innovative merita un approfondimento; può infatti rappresentare il prototipo del problema citato per tre motivi:- le start up rientrano di norma, specie durante i primi esercizi, nei limiti di cui al 2435-ter c.c.;- la mancata offerta dell’informativa di cui al comma 2 dell’art. 25 del DL 179/2012 conv. L. 221/2012 può determinare la perdita del loro status;- le società in parola, ai sensi del successivo comma 12, devono necessariamente impiegare XBRL per il deposito dei propri conti. Secondo il Ministero dello Sviluppo economico (cfr. parere n. 361851 del 17 novembre 2016), non sarebbe possibile – per le “micro” start up innovative – fare a meno della Nota integrativa dove s’invochi il requisito delle spese di ricerca e sviluppo. Non condividiamo tale posizione per due ordini di motivi. Il primo attiene alla ratio semplificatoria posta non solo dal DLgs. 139/2015, ma pure dall’ordinamento comunitario sul bilancio: “resuscitare” la Nota integrativa non va certo in tal senso. Il secondo motivo è che il MISE non tiene affatto in considerazione le caratteristiche della nuova tassonomia 2016-11-14, che, invece, le start up innovative devono necessariamente usare. XBRL Italia ha colto il problema, cercando di contemperare – attraverso il nuovo vocabolario, ufficializzato mediante il comunicato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 10 gennaio 2017 n. 7 – due esigenze opposte. Da un lato, interpretando la ratio legis, l’Associazione ha immaginato un bilancio micro davvero tale, ossia senza, salvo doppio deposito o upgrade alla versione abbreviata, possibilità di presentare Rendiconto finanziario e Nota integrativa. Dall’altro lato, è previsto, dopo il Conto economico, un insieme di campi testuali raccolti nella sezione “Bilancio micro, altre informazioni”, che non sono, e non vogliono essere – ci si scusi il gioco di parole – una “micro” Nota integrativa, bensì una soluzione pragmatica per salvare “capra e cavoli”: garantire la soluzione del problema posto, ossia la possibilità di integrare le informazioni di bilancio con quanto altre norme dell’ordinamento, salvo debbano intendersi travolte dalle semplificazioni di cui all’art. 2435-ter c.c., chiedono a pena di sanzioni (anche significative). La sezione, peraltro, raccoglie anche due campi testuali già intestati proprio ai casi ritenuti più frequenti: l’informativa sulle cooperative e, non a caso, sulle startup e PMI innovative. Speriamo che tale soluzione sia non solo compresa, ma pure supportata dai pubblici poteri, evitando così che l’addio alla Nota integrativa si tramuti in un più blando e incerto arrivederci.
Pubblichiamo l’intervento di Daniele Bernardi, dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Milano, Professore a contratto all’Università di Milano Bicocca. Lo scorso 1° febbraio la Camera ha approvato il disegno di legge delega 3671-bis per la riforma delle discipline della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Non intervengo sulla valenza riformatrice della delega sulle procedure concorsuali, vorrei però evidenziare alcuni aspetti positivi che meritano d’essere monitorati dalla professione nell’iter d’approvazione del disegno di legge e che vanno nella direzione della valorizzazione della “cultura dei controlli”. Il primo di questi aspetti riguarda l’art. 4 del Ddl. dove, al primo comma lettera c), si pone a carico degli organi di controllo societario – tipicamente il collegio sindacale – e del revisore, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, l’obbligo di avvisare immediatamente l’organo amministrativo della società dell’esistenza di fondati indizi della crisi, e, in caso di omessa o inadeguata risposta, di informare tempestivamente l’organismo che assisterà i debitori nella procedura di composizione della crisi, da istituire presso le Camere di Commercio. La locuzione “ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni” risolve la confusione presente nel testo originario sugli organi della governance, con il revisore chiamato a esprimere un giudizio sul bilancio d’esercizio della società e dunque non legittimato a effettuare segnalazioni ad organismi esterni l’ente che ha conferito l’incarico, diversi da Consob e Banca D’Italia, nelle sole società soggette alla vigilanza di questi enti (potrebbe essere utile suggerire l’invio all’organismo di composizione della crisi di una copia della relazione annuale di giudizio dove, ai sensi dell’art. 14, secondo comma, lettera f), del DLgs. 39/2010, sarà contenuta la dichiarazione “su eventuali incertezze significative relative a eventi o a circostanze che potrebbero sollevare dubbi significativi sulla capacità della società di mantenere la continuità aziendale”). Altrettanto positivo, il richiamo, nel primo comma lettera h) dell’art. 4, di alcuni indicatori finanziari (rapporto mezzi propri mezzi di terzi, indici di rotazione dei crediti e del magazzino, indice di liquidità) che costituiranno, al superamento di soglie da individuare, indizi di crisi e che, dalla data del loro superamento, misureranno la tempestività richiesta per l’apertura della procedura assistita, consentendo l’applicazione delle misure premiali in termini di responsabilità patrimoniali e personali. Ancor più positivo l’art. 4 lettera f), circa la determinazione dei criteri di responsabilità del collegio sindacale che, in caso di segnalazione all’organismo di composizione della crisi, non incorrerà nella responsabilità solidale con gli amministratori per le conseguenze pregiudizievoli dei fatti o delle omissioni successivi alla segnalazione. Questi aspetti hanno come conseguenza che sarà richiesto agli organi di controllo un approccio meno statico di “compliance” ma sempre più previsionale riguardo alla salvaguardia della capacità dell’impresa di generare un adeguato flusso di cassa a garanzia della permanenza della continuità. Tale approccio operativo è, infatti, l’unico, ad avviso di chi scrive, in grado di individuare precocemente l’insorgere delle cause di squilibrio economico-finanziario, prodromi sintomatici di crisi d’impresa, permettendo agli organi della governance il ricorso a tempestive azioni correttive o contenitive come richiesto dal sistema. Infine un ulteriore ma assai importante aspetto positivo riguarda l’art. 14, lettera g), “modifiche al codice civile”, dove è prevista “l’estensione dei casi in cui è obbligatoria la nomina dell’organo di controllo, anche monocratico, o del revisore, da parte della srl, prevedendo tale obbligo quando la società per due esercizi consecutivi ha superato almeno uno dei seguenti limiti: 1) totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 2 milioni di euro; 2) ricavi delle vendite e delle prestazioni: 2 milioni di euro; 3) dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 10 unità”. Dopo la pessima riforma dell’art. 2477 c.c. del 2012, finalmente il legislatore ha preso in considerazione, come più volte auspicato da chi scrive, la valorizzazione della funzione di vigilanza con l’allargamento della platea delle società obbligate a forme legali di controllo, nell’interesse precipuo del sistema quando svolte secondo gli standard deontologici e professionali di riferimento. Nello stesso art. 14, alla lettera h), infine, si dispone che “se la srl, in tutti i casi in cui è obbligata per legge, non nomina l’organo di controllo o il revisore …, il tribunale provvede alla nomina, oltre che su richiesta di ogni interessato, anche su segnalazione del conservatore del registro delle imprese”, ponendo rimedio ad un’ulteriore stortura dell’attuale sesto comma dell’art. 2477 c.c. se si considera che il ricorso al tribunale per la nomina, da parte di qualsiasi interessato, è stato totalmente inefficace lasciando un rilevante numero di enti obbligati senza organo di controllo. La professione dovrebbe vigilare che questi aspetti positivi siano mantenuti nell’iter parlamentare, con interventi del nostro Consiglio nazionale, riuscendo anche a far superare l’ultimo ostacolo per un’efficiente vigilanza e controllo nelle srl dopo queste modifiche: eliminare l’assurda facoltà di poter affidare all’organo di controllo, alternativamente, la sola funzione di vigilanza o la revisione quando, invece, col controllo di legalità proprio dell’art. 2403, primo comma, c.c., in sinergia con la funzione di revisione, si avrebbe un sistema analogo a quello delle spa di maggiore efficienza e funzionalità sistemica. 13 febbraio 2017
Il bilancio che le società devono redigere al 31 dicembre 2016 non deve essere accostato a quello dell’esercizio precedente al 31 dicembre 2015, ai sensi dell’art. 2423-ter, comma 5 c.c., il quale dispone: “Se le voci non sono comparabili, a quelle dell’esercizio precedente devono essere adattate; la non comparabilità e l’adattamento o l’impossibilità di questo devono essere segnalati e commentati nella nota integrativa”. Le novità introdotte dal DLgs. 18 agosto 2015 n. 139 per la redazione del bilancio al 31 dicembre 2016 sono così tante e complicate che rendono molto costoso e laborioso il “rifacimento del bilancio” al 31 dicembre 2015 al fine di renderlo comparabile con quello al 31 dicembre 2016. Le principali novità introdotte nella redazione del bilancio al 31 dicembre 2016 possono essere così elencate:- principio della “rilevanza”;- principio della “sostanza economica” (o Principio della prevalenza della “sostanza” sulla “forma giuridica”);- principio del “costo ammortizzato” e dell’“attualizzazione” dei crediti finanziari e dei crediti commerciali, nonché dei debiti finanziari e dei debiti commerciali;- principi contabili relativi alla “rilevazione” ed alla “valutazione” degli “strumenti finanziari derivati”;- informazioni relative al “fair value” degli strumenti finanziari;- redazione obbligatoria del “Rendiconto finanziario”;- modifica dello schema di Stato patrimoniale, con l’inserimento di molte nuove voci ed il trasferimento dei “conti d’ordine” nella Nota integrativa;- modifica dello schema del Conto economico, con l’integrazione di molte nuove voci e l’eliminazione della “parte ordinaria” e della “parte straordinaria”;- integrazione della “nota integrativa”;- integrazione della “relazione sulla gestione”. Le suddette “novità” sono state introdotte nei principi contabili nazionali – secondo l’art. 12, comma 3 del DLgs. 18 agosto 2015 n. 139 – dall’OIC (Organismo italiano di contabilità), il quale ha aggiornato i precedenti principi contabili nazionali di cui all’art. 9-bis, comma 1, lettera a) del DLgs. 28 febbraio 2005 n. 38. I nuovi principi contabili, con grande impegno dell’OIC, sono stati pubblicati solamente il 22 dicembre 2016, mentre le novità decorrevano già dal 1º gennaio 2016. Predisporre – in via extracontabile – il bilancio al 31 dicembre 2015 con le novità introdotte al 1º gennaio 2016 è sì un “lavoro fattibile”, ma con un impegno ed un costo amministrativo molto, molto elevato e sicuramente in contrasto con la Direttiva Ue che ha come obiettivo la riduzione dei “costi contabili”. Il Vice Ministro dell’economia Luigi Casero, nato professionalmente come Dottore Commercialista in Milano, conosce le novità introdotte dal DLgs. n. 139/2015: è perfettamente consapevole delle difficoltà che le imprese devono affrontare e, nell’ambito dell’emendamento fiscale in corso di esame per essere aggiunto al Milleproroghe, potrebbe introdurre una precisazione sull’esonero della redazione del bilancio al 31 dicembre 2015. Personalmente non giudico necessaria tale precisazione normativa proprio a motivo delle rilevanti novità introdotte dalla normativa, nonché dall’elevato costo per il “restatement” del bilancio dell’esercizio precedente, il quale è già stato redatto e depositato al Registro delle imprese, nonché già consultato da tutti i soggetti interessati alle informazioni desumibili dal documento medesimo. 10 febbraio 2017
Pubblichiamo l’intervento di Massimo Boidi e Sergio Gibelli, Consiglieri ODCEC Torino. La notizia recentemente apparsa sugli organi di stampa riguardo la presentazione,da parte del Ministro della Giustizia di un disegno di legge riguardante la professione forense, con la previsione del diritto all’equo compenso “proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro svolto, al contenuto, alle caratteristiche della prestazione legale”, offre lo spunto per ritornare su un argomento, che ovviamente riguarda molto da vicino anche i dottori commercialisti e gli esperti contabili. Tutti ricorderanno come, grazie (!!) alla norma contenuta all’art. 9 del DL 1/2012, le tariffe professionali siano state abolite per tutte le categorie regolamentate, innescando, a partire da quel momento, per effetto anche di una congiuntura economica non certo favorevole, una corsa al ribasso, che ha finito per determinare una “guerra fra poveri”, a tutto discapito della qualità della prestazione professionale. Il disegno di legge attualmente in discussione non intende in realtà introdurre in modo indistinto la tariffa professionale, ma mira a far sì che le norme sull’equo compenso, sulla base di parametri previsti dal Ministero della Giustizia, si applichino nei rapporti tra gli avvocati e i clienti di maggiori dimensioni, intendendosi per tali i soggetti diversi dai consumatori e dagli utenti: in pratica si sta parlando delle prestazioni professionali svolte nei confronti di soggetti che agiscono nell’ambito di un’attività imprenditoriale, commerciale o artigianale. Prima di proseguire nella disamina, occorre certamente chiarirsi sul concetto di equo compenso per gli avvocati: si intende per tale la corresponsione di un compenso proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, al contenuto, alle caratteristiche della prestazione legale, anche tenuto conto dei compensi previsti dal decreto del Ministro della Giustizia adottato in base all’art. 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247. Si tratta, in questo caso, del decreto 55/2014, che è destinato a intervenire: a) quando il giudice liquida le spese al termine dei giudizi; b) quando avvocato e cliente non hanno determinato il compenso in forma scritta; c) quando avvocato e cliente non hanno determinato il compenso consensualmente. Fatta questa debita premessa, non può certamente sfuggire che sempre il Ministro della Giustizia, con proprio decreto n. 140 del 20 luglio 2012, ha adottato il “Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della Giustizia, ai sensi del (sopracitato) art. 9 del DL 1/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 27/2012”, Regolamento che, dall’art. 15 all’art. 29, dispone per quanto concerne le prestazioni rese dai dottori commercialisti e dagli esperti contabili, così individuate: a) amministrazione e custodia; b) liquidazione di aziende; c) valutazioni, perizie e pareri; d) revisioni contabili; e) tenuta della contabilità; f) formazione del bilancio; g) operazioni societarie; h) consulenza contrattuale ed economico-finanziaria; i) assistenza in procedure concorsuali; l) assistenza, rappresentanza e consulenza tributaria; m) sindaco di società. Il neo Presidente del CNDCEC Massimo Miani, in una dichiarazione rilasciata a Il Sole 24 Ore, ha affermato che le tariffe possono essere utili “soprattutto nelle attività di interesse pubblico, dove la concorrenza porta ad una diminuzione della qualità della prestazione. Penso ad esempio ai collegi sindacali o alla revisione negli enti locali, dove c’è una tariffazione, ma non è congrua rispetto al lavoro svolto e alle responsabilità. In generale le tariffe sono anche un riferimento per il cliente, che non è in grado di dare una valutazione ad una attività professionale”. Prendendo spunto da queste parole, torniamo al decreto 140 sopra ricordato con riferimento, ad esempio, alla lettera m): c’è da chiedersi che senso abbia prevedere con decreto dei parametri, equi per definizione, visto che sono rivolti agli organi giurisdizionali, per lo svolgimento dell’attività di sindaco, quando i compensi sono già stati determinati dall’assemblea e accettati dal professionista. Delle due l’una: o questi parametri non servono a niente, dal momento che non risultano ricorsi al giudice a tal proposito, oppure, come suggerito dal Presidente Miani, diventino una volta per tutte elementi, non derogabili, per determinare l’equo compenso per un’attività che comporta l’assunzione di grandi responsabilità. Ciò non toglie che anche i contenuti del decreto 140 andrebbero ripensati. Non sarà sfuggito al lettore attento che il dispositivo, emanato frettolosamente nel 2012, non è altro che un “copia incolla” mal riuscito del testo, articolato e oggetto di studi approfonditi, del DM 169 del 2 settembre 2010 (la nostra tariffa professionale) abrogato a suo tempo. In effetti i parametri previsti dal DM 140/2012 contemplano solo una parte delle prestazioni della categoria: non esistono riferimenti per gli onorari a tempo, non esistono indicazioni per quelli di natura tecnica, che nella tariffa abrogata venivano strutturati all’art. 26, non esistono indicatori per i compensi su prestazioni innovative. Manca pertanto un riferimento per buona parte delle attività che, nel quotidiano, il dottore commercialista sviluppa. Pur nella considerazione che i parametri sopra indicati restano lo “strumento” di quantificazione degli onorari da parte degli organi giurisdizionali, va riconosciuto che gli stessi, se articolati in maniera non solo equa, ma anche esaustiva e completa, possono fornire un valido supporto al commercialista per la quantificazione in via preventiva dei propri compensi, trasfondendoli nel mandato professionale che, necessariamente, il dottore commercialista andrà a stipulare. È giunto quindi, a parere di chi scrive, il momento, anche per i dottori commercialisti, di iniziare la giusta battaglia, già intrapresa dagli avvocati, per ottenere il riconoscimento di un compenso equo per un’attività che, specie in campo tributario, ha sempre più la natura di “servizio pubblico”. Come prima detto, senza voler fare rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, abbiamo un decreto che aiuta il giudice per determinare un compenso equo, ma la domanda che sorge spontanea è: si deve per forza litigare per ottenere il giusto riconoscimento economico, oppure prendiamo per buono quanto ivi contenuto anche per le situazioni “in bonis”? Se poi si vorrà intervenire con un provvedimento legislativo ad hoc forse ancora meglio, ma l’importante è che la situazione si sblocchi in qualche modo, onde evitare, come detto nel titolo, un’inutile, quanto squalificante per la nostra categoria, “corsa al massacro”. 6 febbraio 2017
Il completamento della procedura di lottizzazione non produce, di per sé, alcuna plusvalenza e, di conseguenza, non realizza un reddito diverso. In sede di cessione del terreno lottizzato potrebbero, tuttavia, emergere delle plusvalenze che, per i ...
Pubblichiamo l’intervento di Raffaele Marcello, Consigliere del CNDCEC con delega ai Principi contabili, principi di revisione e sistema dei controlli. L’anno nuovo porta con sé anche l’apertura dei nuovi periodi amministrativi. Si avvicina, in sostanza, il momento della predisposizione dei bilanci, che quest’anno presenteranno molteplici novità. È cosa nota che il legislatore nazionale abbia rivisto sostanzialmente la disciplina codicistica del bilancio per mezzo del DLgs. 139/2015, atto implementativo della direttiva 34/2013/UE. Tra gli altri aspetti, la novellata normativa dei bilanci:- introduce nuovi obblighi per le società non piccole (rendiconto finanziario, costo ammortizzato per titoli, crediti e debiti);- riduce alcuni oneri amministrativi – soprattutto in termini di informazioni discorsive – per le piccole;- rivede parzialmente gli schemi di bilancio, con l’eliminazione, per esempio, dei costi di ricerca e di pubblicità e dell’area straordinaria del Conto economico;- inserisce elementi di novità sulla contabilizzazione di alcune particolari tematiche, come nel caso degli strumenti finanziari derivati (obbligatoria per tutte le società fatta eccezione per le micro-imprese), o per la determinazione della vita utile dell’avviamento. Le norme transitorie del decreto hanno richiesto all’Organismo italiano di contabilità di aggiornare in tempo utile i principi contabili nazionali, elemento professionale fondamentale per fornire una rappresentazione veritiera e corretta dello stato di salute delle società. L’OIC ha rivisto 19 principi, abrogato l’OIC 22, Conti d’ordine, e sostituito l’OIC 3, Le informazioni sugli strumenti finanziari da includere nella Nota integrativa e nella relazione sulla gestione, con l’OIC 32, Strumenti finanziari derivati. L’attività è stata alquanto impegnativa e non solo ha riguardato gli aspetti specificamente toccati dalla nuova disciplina, ma ha completato altresì un processo di revisione, stilistico e contenutistico, dei documenti che avevano avuto un primo passaggio con la pubblicazione di una nuova versione “revised” dei principi nel 2014/2015. I documenti sono facilmente fruibili e hanno un’impostazione di natura prescrittiva. I professionisti si troveranno, quindi, a utilizzare documenti snelli e pratici. I principi contabili, proprio per la loro natura, non prendono, tuttavia, in considerazione elementi di prassi professionale, come per esempio le interconnessioni con gli istituti giuridici interessati. In questo canale, a mio modo di vedere, si dovrebbe inserire l’attività del Consiglio nazionale, quale supporto per gli iscritti (e gli altri operatori), con l’emanazione di documenti applicativi degli standard contabili a specifiche casistiche o circostanze che, anche non avendo origine nella prassi contabili, hanno, in ogni caso, importanti riflessi in questo ambito. Un ruolo, evidentemente, non di sovrapposizione, bensì di supporto all’adozione dei principi, come già avviene in molti altri contesti nazionali. Tale approccio è stato intrapreso anche nel corso della presente consigliatura, durata in pratica dall’estate 2014 sino a questi giorni, in relazione all’adozione dei “vecchi” principi contabili. Nel corso di questo periodo, la Commissione per lo studio dei principi contabili nazionali ha, per esempio, pubblicato documenti di interpretazione su alcune questioni ritenute “sensibili” per le PMI, come “OIC 16: immobilizzazioni materiali”, “OIC 24: immobilizzazioni immateriali” e “OIC 23: lavori in corso su ordinazione”. Altro contributo esemplificativo di questo approccio ha riguardato la pubblicazione di un elaborato sull’assegnazione dei beni ai soci, tematica che, nonostante abbia origine nella disciplina fiscale, porta con sé riflessi anche contabili che abbiamo esaminato in un apposito contributo. Secondo il mio parere, tale compito dovrebbe essere rafforzato alla luce dell’emanazione delle nuove norme che sicuramente richiederanno una declinazione pratica delle nuove previsioni tecniche alle specifiche fattispecie. Ovviamente, i documenti – finalizzati primariamente agli iscritti e orientati a soddisfare le esigenze delle PMI – devono essere prodotti in compliance con i principi contabili e, come auspicio e laddove opportuno, in combinazione o collaborazione con altri stakeholder, per poter combinare le nostre competenze con quelle di altri soggetti istituzionali. Così è successo, per esempio, con la pubblicazione di un documento sulle peculiarità delle società cooperative nella redazione dei bilanci e nella gestione aziendale, per cui ci si è avvalsi anche della collaborazione di esperti del settore cooperativo (Società Consortile per il Coordinamento del Sistema Servizi Coldiretti e Unione Europea delle Cooperative) o, anche se riferito all’area di valutazione d’azienda, con la pubblicazione congiunta con la Società italiana dei Docenti di Ragioneria e di Economia aziendale delle linee guida per la valutazione delle aziende in crisi. L’ambito di riferimento principale per l’attività del Consiglio è stato, come accennato, il bilancio prodotto in conformità alle norme nazionali. Sono convinto che questo sia l’orientamento da seguire anche per il futuro. Tuttavia, stante anche l’avvicinamento del nostro ordinamento giuscontabile con le prassi generalmente riconosciute a livello internazionale, devono essere esaminati con estremo interesse anche i principi contabili internazionali. La pubblicazione effettuata con riferimento alle operazioni con parti correlate (IAS 24) rappresenta un utile punto di partenza per l’analisi di un documento riferito alle società che adottano gli IFRS, ma che può fornire spunti utili anche per le società che redigono il bilancio in conformità ai principi contabili nazionali. Le esigenze dei colleghi hanno guidato l’attività svolta e non sarebbe sbagliato pensare anche a ricerche mirate sulle principali criticità riscontrate sul territorio al fine, magari, di trasformare indagini ricognitive, come quella promossa dal Consiglio sulle valutazioni economiche, in strumenti di indirizzo per l’attività. 5 gennaio 2017
Il completamento della procedura di lottizzazione non produce, di per sé, alcuna plusvalenza e, di conseguenza, non realizza un reddito diverso. In sede di cessione del terreno lottizzato potrebbero, tuttavia, emergere delle plusvalenze che, per i soggetti non imprenditori, sono regolate dagli artt. 67 e 68 del TUIR. Sul tema, occorre tenere presente che l’art. 67 del TUIR assoggetta a imposizione:- le plusvalenze realizzate mediante la lottizzazione di terreni, o l’esecuzione di opere intese a renderli edificabili, e la successiva vendita, anche parziale dei terreni e degli edifici (lett. a);- in ogni caso, le plusvalenze realizzate a seguito di cessione di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione (lett. b, ultimo periodo). Da tale classificazione, sembrerebbe, quindi, che le plusvalenze derivanti dal realizzo di terreni lottizzati costituiscano una tipologia “particolare” rispetto all’ambito “generale” che riguarda quelle conseguite in seguito alla cessione di aree edificabili. Un’ulteriore distinzione tra le suddette fattispecie reddituali si riscontra, inoltre, con riferimento ai criteri, riportati all’art. 68 del TUIR, per determinare la base imponibile. Fermo restando il criterio generale di determinazione delle plusvalenze, quantificate come differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto aumentato di ogni altro costo inerente al bene alienato, il citato art. 68 prevede che per i terreni lottizzati acquisiti (non gratuitamente) oltre cinque anni prima dell’inizio della lottizzazione o delle opere, occorre assumere come prezzo di acquisto il valore normale del terreno al quinto anno anteriore. Diversamente, il costo dei terreni edificabili, acquisiti a titolo oneroso, è costituito dal prezzo di acquisto aumentato di ogni altro costo inerente, rivalutato in base alla variazione dell’indice ISTAT (FOI). In altri termini, le plusvalenze derivanti dall’alienazione di terreni lottizzati beneficiano di un trattamento più favorevole, rispetto alle cessioni dei suddetti terreni edificabili. Per le ragioni esposte, assume, quindi, primaria importanza determinare il momento in cui il terreno possa essere considerato come “lottizzato”. In relazione all’applicazione dell’art. 67 comma 1 del TUIR, non risulta, infatti, immediato distinguere tra una cessione di terreni lottizzati (lett. a) e il realizzo di terreni edificabili (lett. b), in quanto le aree soggette a lottizzazione sono, in linea generale, sottoposte ad opere di edificazione o di urbanizzazione in base alle previsioni riportate negli strumenti urbanistici. Al riguardo, l’orientamento dell’Agenzia delle entrate (ris. 24 luglio 2008 n. 319) ritiene sufficiente a configurare la lottizzazione ai sensi dell’art. 67 comma 1 lett. a) del TUIR:- l’approvazione del piano di lottizzazione da parte del Comune;- la stipula della relativa convenzione di lottizzazione. Sotto il profilo operativo, occorre quindi fare riferimento al Piano Regolatore Generale (PRG) e alle relative Norme Tecniche di Attuazione (NTA), nonché al Certificato di Destinazione Urbanistica (CdU), allegato all’atto di trasferimento: dall’analisi di tali documenti è, infatti, possibile riscontrare se l’area richieda, o meno, l’adozione di strumenti attuativi del PRG (tra cui, appunto i piani di lottizzazione) o se, anteriormente alla cessione, il terreno sia stato oggetto di convenzione edilizia con il Comune. [CATENACCIO] Ulteriormente, si ritiene che laddove il cedente, anche congiuntamente ad altri soggetti, abbia agito come promotore della lottizzazione e firmatario della convenzione edilizia, possa applicarsi la previsione di cui alla lett a) del comma 1 dell’art. 67 del TUIR. In tal caso, infatti, il presupposto impositivo deriverebbe dalla circostanza di poter imputare al cedente le opere di lottizzazione, che rileverebbero come strumento o mezzo per fruire di un corrispettivo maggiore rispetto al costo di acquisto dell’area (in tal senso, cfr. Cass. 19 maggio 2003 n. 7800). Al contrario, dovrebbero essere classificate nell’ambito della lett. b) del comma 1 del citato art. 67 le fattispecie relative ad aree edificabili, ancorché assoggettate dal PRG all’adozione di un piano di lottizzazione, nelle quali:- la corrispondente cessione si è perfezionata anteriormente all’autorizzazione alla lottizzazione e/o alla stipula della convenzione edilizia;- oppure, laddove il cedente, che realizza la plusvalenza, non sia stato il promotore della lottizzazione. NOVITÁ
Nuova tassonomia XBRL, semplificata la redazione del 90% dei bilanci italiani
Il CNDCEC ha evidenziato le ragioni a sostegno della proroga fin da maggio
/ Luigi MANDOLESI
Esporre i fatti con trasparenza ha avuto più effetto di qualsiasi polemica