Source: http://www.studiolegalecandeloro.com/area-news/item/100-sostituzione-di-persone-reato-si-integra-anche-via-chat
Timestamp: 2020-01-22 04:30:44+00:00
Document Index: 91049191

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 494', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 494']

Gio, 23/05/13 - 00:00
Cassazione penale , sez. V, sentenza 29.04.2013 n° 18826 (Michele Iaselli)
Nasce però il problema di dover accertare se tale condotta integri il reato di cui all’art. 494 c.p. concepito in epoca nettamente anteriore alla nascita delle nuove tecnologie e quindi di Internet. In tale contesto la difesa dell’imputata ha buon gioco nell’eccepire che la pubblica fede può essere pregiudicata da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali, non ad un semplice numero di telefono diffuso tra l’altro via chat.
La Suprema Corte ancora una volta si trova, quindi, di fronte al difficile compito di adattare l’attuale e purtroppo anacronistica normativa a nuove fattispecie legate all’uso delle nuove tecnologie, che richiederebbero sicuramente nuovi interventi legislativi di carattere integrativo. In alcuni casi una legittima interpretazione estensiva può intervenire in soccorso a colmare tali lacune legislative, in altri casi ciò non è possibile.
Nel caso di specie, difatti, la Corte di Cassazione riesce proprio attraverso l’ interpretazione estensiva della disposizione contenuta nell’art. 494, c.p., a far ricadere la condotta dell’imputata nell’ambito di applicazione del delitto di sostituzione di persona. Tale interpretazione deve partire dal presupposto che il delitto in esame ha natura plurioffensiva, in quanto preordinato non solo alla tutela di interessi pubblici, ma anche di quelli del soggetto privato nella cui sfera giuridica l’atto sia destinato ad incidere concretamente, con la conseguenza che quest’ultimo riveste la qualità di persona offesa dal reato, con la possibilità di esercitare tutti i diritti riconosciutigli dall’ordinamento, come, ad esempio, quello di proporre opposizione alla richiesta di archiviazione.
Già in altri casi la Suprema Corte ha riconosciuto la possibilità di ricondurre nell’ambito di operatività dell’art. 494, c.p., alcune condotte poste in essere attraverso l’utilizzazione della rete internet.
E’ stato così affermato che la partecipazione ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identità, accertabile on-line da parte di tutti i soggetti con i quali vengono concluse compravendite. Sicché integra il reato di sostituzione di persona, di cui all’art. 494 c.p., la condotta di colui che crei ed utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete Internet, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (cfr. Cass., sez. III, sentenza 15 dicembre 2011, n. 12479).
Soprattutto, in un caso la cui somiglianza a quello in esame è evidente, si è ritenuto che integra il reato di sostituzione di persona, la condotta di colui che crei ed utilizzi un “account” di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese, subdolamente incluso in una corrispondenza idonea a lederne l’immagine e la dignità, in quanto, a seguito dell’iniziativa dell’imputato, la persona offesa si ritrovò a ricevere telefonate da uomini che le chiedevano incontri a scopo sessuale (cfr. Cass., sez. V, sentenza 8 novembre-14 dicembre 2007, n. 46674).
Ma rispetto ai casi affrontati dalle sentenze sopra menzionate, quello in esame presenta una particolarità, in quanto l’imputata non ha creato un “account” attribuendosi falsamente le generalità di un altro soggetto, ma ha inserito in una “chat” di incontri personali i dati identificativi di un’altra persona, ad insaputa di quest’ultima.
Si tratta di una notevole differenza, che, tuttavia, non consente, secondo l’organo giudicante, di escludere l’applicabilità della fattispecie di cui all’art. 494, c.p., di cui ricorrono tutti gli elementi costitutivi.
Difatti non può non rilevarsi al riguardo che il reato di sostituzione di persona ricorre non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all’altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome, un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, dovendosi intendere per “nome” non solo il nome di battesimo ma anche tutti i contrassegni di identità.
In tali contrassegni vanno ricompresi quelli, come i cosiddetti “nicknames” (soprannomi), utilizzati nelle comunicazioni via internet, che attribuiscono una identità sicuramente virtuale, in quanto destinata a valere nello spazio telematico del “web”, la quale, tuttavia, non per questo è priva di una dimensione concreta, non essendo revocabile in dubbio che proprio attraverso di essi possono avvenire comunicazioni in rete idonee a produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui, cioè di coloro ai quali il “nickname” è attribuito, come accaduto nel caso di specie. In tale ottica, ovviamente il “nickname”, quando, come nel caso concreto, non vi siano dubbi sulla sua riconducibilità ad una persona fisica, assume la stesso valore dello pseudonimo ovvero di un nome di fantasia, la cui attribuzione, a sé o ad altri, integra pacificamente il delitto di cui all’art. 494, c.p.
Nello specifico il “nickname” della persona offesa inserito dall’imputata nella “chat” innanzi indicata, corredato inoltre del numero di telefono mobile della stessa persona non lascia alcun dubbio sulla sua natura di contrassegno identificativo di una specifica persona fisica disposta ad incontri ed a comunicazioni di tipo sessuale (data l’esplicita aggiunta del suffisso “SEX”) con i frequentatori della “chat”, che, a tal scopo, avrebbero potuto contattarla telefonicamente, come effettivamente avvenuto.
Tale circostanza unita agli ulteriori elementi costitutivi della fattispecie legale, costituiti dall’induzione in errore e dall’avere agito al fine di procurare un danno alla persona offesa, tutti esistenti nel caso di specie, integra naturalmente il delitto di cui all’art. 494 c.p.
(Altalex, 3 maggio 2013. Nota di Michele Iaselli)
Sentenza 28 novembre 2011 – 29 aprile 2013, n. 18826