Source: http://pierocomai.altervista.org/frutticoltura/Capitolo%2012.htm
Timestamp: 2018-03-17 16:27:04+00:00
Document Index: 83053590

Matched Legal Cases: ['art. 863', 'art. 27', 'art. 28', 'art. 38', 'arte 12', 'art. 2', 'art. 16']

L’opera dei consorzi irrigui e altre iniziative legate all’attività delle aziende agricole
12.1. - I Consorzi Irrigui e di Miglioramento Fondiario in Val di Non
12.2. - I centri di distribuzione e miscelazione dei prodotti antiparassitari: le "vasche"
12.3. - Il Co.Di.Pr.A.
Come già accennato in alcuni capitoli precedenti di questo lavoro, si può affermare che la costituzione di una rete irrigua, perseguita con determinazione e spirito d’iniziativa dagli abitanti della valle estesa quasi capillarmente in tutto il territorio, facilitò l’avvio e lo sviluppo della frutticoltura in tempi relativamente brevi, cominciando dalle campagne dove l’irrigazione era possibile con le tecnologie allora disponibili.
Alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo i primi anni della ricostruzione, furono introdotte nuove tecnologie di trasporto dell’acqua irrigua con tubi in acciaio e dispositivi di diffusione (le girandole) che resero possibile un ampliamento delle aree irrigate. Sorse l’esigenza della trasformazione degli impianti irrigui esistenti. L’irrigazione a scorrimento, che presentava grosse limitazioni per una distribuzione uniforme ed estesa a tutte le superfici disponibili e che era soggetta a notevole dissipazione d’acqua nella distribuzione, fu sostituita da impianti a pioggia che permisero di dare all’agricoltura in genere e in particolare alla frutticoltura un notevole impulso, sia sotto l’aspetto quantitativo che qualitativo[1].La presenza di questi nuovi impianti irrigui permise un ulteriore ampliamento della superficie destinata alla frutticoltura per il fatto che l'acqua poteva essere distribuita ovunque mediante l’utilizzo delle pompe.
In questo periodo nacquero molti dei Consorzi irrigui e di Miglioramento fondiario oggi presenti in valle e quelli già esistenti si diedero un nuovo assetto giuridico secondo il Regio Decreto del 13 febbraio 1933 n. 215. I Consorzi di Miglioramento fondiario sono enti di diritto privato (art. 863 Codice Civile) e nei casi di opere su superfici estese e con rilevanza pubblica possono acquisire carattere e funzione di persona giuridica pubblica. Il Consorzio ha la principale funzione di realizzare opere infrastrutturali atte al miglioramento delle condizioni di coltivabilità dei fondi e di provvedere alla loro gestione e manutenzione.
Il Regio Decreto n. 215 del 1933 (Norme sulla Bonifica integrale), considera sussidiabili opere come: la sistemazione idraulico-agraria, la ricerca provvista di acque ad uso agricolo e potabile, la viabilità rurale, le teleferiche e la ristrutturazione di fabbricati e borgate rurali, i dissodamenti, le opere per la produzione di energia elettrica da impianti idrovori, il miglioramento di pascoli e le piantagioni.
Gli interventi pubblici a sussidio dell'attività consorziale sono erogati principalmente in base ad alcune leggi provinciali con contributi in conto capitale o in forma di annualità costante posticipata per la realizzazione di strade interpoderali, acquedotti ed elettrodotti (art. 27 della L.P. 17/81) e di strade forestali (L.P. 48/78), sistemazioni idraulico-agrarie, ricerca e distribuzione di acqua irrigua (art. 28 L.P. 17/81), produzione foraggera e relativi impianti, sistemazione di pascoli (art. 38 della L.P. 17/81). Altri contributi sono previsti per la costituzione e gestione dei consorzi, in particolare se di secondo grado.
L'attività che ha maggiormente impegnato negli anni i Consorzi Irrigui e di Miglioramento Fondiario della Val di Non fu sicuramente quella legata alla gestione della risorsa idrica.
Dai primi impianti irrigui con tubature in ferro e irrigatori mobili di lunga gittata, si passò ad impianti con irrigatori fissi a pioggia lenta. Con la disponibilità di tubature in polietilene fu possibile realizzare sistemi di irrigazione sotto chioma e di impianti a goccia che permisero un risparmio di acqua erogata e un suo utilizzo più razionale e fruttuoso sia in relazione alle reali necessità della pianta, sia in relazione ai crescenti problemi di approvvigionamento di tale importante fattore produttivo. A causa dell’estensione della superficie coltivata a melo e della preoccupazione di avere una disponibilità d’acqua nei mesi estivi spesso poco piovosi, i Consorzi irrigui e di Miglioramento Fondiario cercarono di sfruttare al massimo le disponibilità esistenti anche con la costruzione di bacini artificiali (Tres, Coredo, Vervò) e con accordi con la società Edison, proprietaria della centrale elettrica di Taio con l’invaso artificiale del lago di Santa Giustina, per pompare acqua dall’omonimo lago in caso di necessità. L'accordo fra la società Edison ed il Consorzio di miglioramento fondiario di secondo grado “Rio San Romedio” con sede in Sanzeno (Banco) prevede la possibilità di sfruttare l'acqua del bacino artificiale nei mesi di giugno, luglio e agosto attraverso delle pompe situate su una zattera ancorata nel lago da dove partono le tubature verso i depositi dei vari consorzi, contro un teorico rimborso per kwattora di energia elettrica perduta. Tali operazioni hanno un elevato costo per i Consorzi Irrigui e di Miglioramento Fondiario che ne fanno uso soprattutto in relazione alle spese di pompaggio: infatti risulta che la società Edison s.p.a. finora non ha richiesto alcun rimborso per l'acqua utilizzata dagli agricoltori.
Nel 1988 furono portati a termine i lavori di costruzione dell'importante acquedotto di Masi di Vigo che permise uno sviluppo frutticolo delle campagne circostanti il paese di Masi di Vigo fino ad allora coltivate a prato. È un'opera molto interessante che deriva l'acqua dal rio Lovernatico a quota 583 metri sul livello del mare nella zona di Sporminore, tramite un sifone attraversa il torrente Noce e risale fino al serbatoio per alimentare la rete di distribuzione[2].
I nuovi impianti di irrigazione utilizzano a pieno le innovazioni della tecnica e così tutto il sistema di distribuzione è gestito tramite l'uso del computer. L'acqua viene somministrata in relazione alle reali necessità dei frutteti in una determinata area e in relazione alle condizioni climatiche del momento. Per realizzare ciò l'addetto si serve dell'ausilio dei servizi di assistenza tecnica attraverso lo strumento del "Videotel" che consente di programmare in modo ottimale la distribuzione dell’acqua a seconda delle singole esigenze. Per mezzo di questo strumento telematico l'operatore, forniti alcuni semplici dati del giorno precedente, può conoscere giornalmente le necessità irrigue dei terreni e programmare nel modo più opportuno gli adacquamenti. In questo modo le informazioni elaborate dal centro informatico permettono di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse idriche in base alle necessità del frutteto[3]. Tale sistema è gestito dall'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige con la collaborazione dell'E.S.A.T. e della Federazione Provinciale dei Consorzi irrigui.
Sull’esempio dell’iniziativa del Consorzio di Miglioramento Fondiario di Priò e Vion di fine anni Ottanta, anche i consorzi di Tres[4] e di Vervò[5] promossero piani di riordino e accorpamento fondiario nel loro perimetro.
Altro campo di intervento dei consorzi fu la realizzazione, la pavimentazione e il miglioramento delle strade interpoderali, affinché fossero idonee e sicure per il transito dei moderni mezzi meccanici.
Attualmente sono presenti in Val di Non complessivamente 64 Consorzi irrigui e di Miglioramento Fondiario che investono una superficie totale di circa 12.452 ettari di cui il 67% irrigui. Di questi, otto sono consorzi di Secondo grado costituiti per lo sfruttamento in comune della stessa risorsa idrica: il Consorzio generale irriguo di Cles, Tuenno, Tassullo e Nanno con sede a Cles, il C.M.F. del Lovernatico, il Consorzio generale di Priò e Vion a Priò, il Consorzio generale irriguo della Terza Sponda a Revò, il C.M.F."Rio S. Romedio" a Sanzeno, il C.M.F. "Rio Verdes Soreti" a Smarano, il Consorzio generale Dardine Tuenetto, Segno, Torra e Mollaro a Taio e il C.M.F. "Tresenga" a Terres. Altri gestiscono una superficie appartenente a diversi paesi o comuni.
Nel corso degli anni Sessanta, allo scopo di allontanare dall’abitato i potenti insetticidi dell'epoca (Parathion, E 605, …) e per razionalizzare gli interventi di lotta antiparassitaria nella frutticoltura, viticoltura e pataticoltura, l’Ispettorato provinciale dell’Agricoltura promosse e sostenne delle iniziative associative che si occuparono per conto dei soci dell'acquisto collettivo di fitofarmaci e della costruzione e gestione delle strutture per la loro miscelazione. Queste istituzioni venivano comunemente chiamate "vasche" poiché la miscela antiparassitaria già pronta nelle dosi opportune era preparata in apposite vasche situate fuori dall’abitato dove gli agricoltori associati andavano a rifornirsi. Esse facevano capo ad operatori diversi: cooperative frutticole, Club 3P[6], consorzi irrigui, famiglie cooperative. Inizialmente le “vasche” ebbero uno sviluppo capillare su tutto il territorio. La loro costituzione ebbe un’importante valenza dal punto igienico-sanitario poiché, in loro assenza, gli agricoltori miscelavano i prodotti con inconsapevole, quanto rischiosa, disinvoltura all'interno delle strutture aziendali situate, per lo più, nei centri abitati.
In Val di Non spesso furono promosse e realizzate per opera dei Consorzi di Miglioramento Fondiario e dalle cooperative della frutta, specialmente dopo l’abbandono della pataticoltura. Tali organismi diventarono degli importanti punti di riferimento per gli agricoltori nella scelta dei prodotti da utilizzare nella protezione delle piante. Inizialmente si avvalsero dell'assistenza dei tecnici delle ditte fornitrici, i quali però "avevano un occhio rivolto alla difesa ed un altro all'incremento della vendita dei fitofarmaci"[7]. L'Ispettorato agrario si propose consigliare gli agricoltori e di indirizzarli verso forme di trattamenti meno inquinanti e pericolosi. Nel 1964 promosse l'iniziativa "Campagna atossici" con cui gli agricoltori furono stimolati all'acquisto di antiparassitari meno velenosi e più rispettosi dell'entomofauna utile (predatori e parassiti dei principali fitofagi), attraverso importanti concessioni di contributi pubblici[8]. Verso la fine degli anni settanta i consorzi frutticoli fornirono direttamente l'assistenza attraverso i loro tecnici, permettendo un'impostazione della difesa dei frutteti slegata dagli interessi delle ditte fornitrici e più attenta alle nuove esigenze dei consumatori in termini di salubrità e sanità delle mele.
L'assistenza tecnica alle “vasche" venne in seguito affidata all'E.S.A.T. permettendo in tal modo un'impostazione più razionale e omogenea della difesa fitosanitaria in tutta la zona frutticola della Val di Non, come nel resto del Trentino.
Nel 1989 gli agricoltori firmarono i Protocolli d'intesa per la produzione integrata, con essi si sottoponevano a rigide limitazioni nell'uso di fitofarmaci allo scopo di realizzare un prodotto che non presentasse residui tossici e di produrre con maggior rispetto dell'ambiente e dei suoi abitanti. In questo momento diventò importante la stretta collaborazione tra i tecnici, che davano precise indicazioni sui principi attivi da utilizzare e sui tempi d’intervento, la gestione delle "vasche" che fornivano i prodotti o le miscele già pronte e gli agricoltori. Questi ultimi, rivolgendosi ai centri di miscelazione, avevano la certezza di intervenire in modi e tempi tecnicamente corretti ed in più avevano la garanzia di seguire una strategia di difesa coerente con gli impegni presi nella sottoscrizione dei protocolli d'intesa.
Molte "vasche" nel tempo persero la funzione dalla quale avevano inizialmente preso il nome e si trasformarono in società cooperative di servizi, occupandosi esclusivamente dell'acquisto dei prodotti antiparassitari e di altri prodotti di uso comune nella pratica agricola, come concimi, piante e altri materiali per le aziende associate. L'acquisto collettivo permetteva una maggiore forza contrattuale nei confronti delle ditte fornitrici di antiparassitari e proprio in quest'ottica venne costituito il consorzio di secondo grado "Agrianaunia" che riuniva la maggior parte delle "Vasche" presenti in Val di Non.
Nel corso degli anni ci furono diverse critiche all'attività delle "vasche", poiché molti ritenevano che portassero alla deresponsabilizzazione degli agricoltori e limitassero la loro capacità e crescita imprenditoriale. Oggi esse sono rivalutate e ritenute effettivi strumenti di conoscenza e sviluppo tecnico-economico, garanti dell'uso degli antiparassitari stabiliti dai protocolli d'intesa e promotori di strategie di difesa collettive (come ad esempio quella della confusione sessuale che ha da risultati solo se praticata su aree estese) e di azioni di gestione del territorio e di valorizzazione ambientale.
Oggi le "Vasche" in Val di Non sono sedici, in dieci di esse viene ancora miscelato il prodotto per gli agricoltori ad opera di un addetto specializzato e quattro sono un’emanazione del Consorzio ortofrutticolo locale. Esse associano 4.034 produttori della valle e servono una superficie di 5.718 ettari circa. Nel 1997 venne costituito il consorzio Agrianaunia (che ha i propri uffici presso il Consorzio Melinda) ed entrarono a farne parte 12 “vasche”. Siccome attraverso di esso passa una grossa fetta dei prodotti utilizzati nella lotta antiparassitaria, può diventare un volano ecologico per tutta la valle, contribuendo ad assicurare una caratteristica di qualità alle sue produzioni[9].
L’imprenditore agricolo è soggetto a un duplice rischio: quello economico, proprio di ogni economia di mercato, e quello produttivo.
Il rischio produttivo è legato al manifestarsi di eventi naturali calamitosi o avversità atmosferiche. Tra le calamità atmosferiche che comportano maggiori rischi per le colture agricole a pieno campo ricordiamo la grandine, il gelo, e il vento.
In particolare la grandine provoca danni di diverso tipo e gravità[10]: i danni diretti consistono nella perdita di valore dovuta alle lesioni provocate sul prodotto stesso; i danni indiretti riguardano la perdita di produzione relativa alla successiva annata agraria, dovuta all’interessamento di parte delle gemme alla grandinata, la perdita di efficienza della pianta dovuta alla riduzione della superficie fogliare e infine al maggior suscettibilità alle infezioni crittogamiche che trovano nelle lesioni del frutto, una maggior facilità di contagio e di propagazione.
La costituzione di enti cooperativi per interventi nell’agricoltura è stata richiesta dal legislatore italiano che ha subordinato alla presenza di tali enti la possibilità di accedere agli aiuti finanziari statali e provinciali e anche nel settore della difesa ciò si è rivelato uno strumento utile per superare i limiti legati alle caratteristiche dell’agricoltura di montagna (ridotte dimensioni delle aziende agricole con conseguente scarsa imprenditorialità e mancanza di forza contrattuale dei singoli agricoltori nei confronti delle compagnie assicurative).
La legge del 25 maggio 1970 n. 364[11] istituì i consorzi per la difesa dalle calamità atmosferiche. La legge attribuisce ad essi il compito di gestire le somme destinate a tale scopo dallo Stato, attraverso i fondi di solidarietà nazionale. Con l’introduzione di questa legge l’Ente pubblico ha ritenuto necessario disciplinare il sistema di concessione dei contributi e dei sussidi a favore del settore agricolo nel caso di danni ingenti provocati dalle calamità naturali.
Il D.L. n. 917/68[12] è stato il primo provvedimento varato dal Parlamento italiano contenente norme di carattere generale riguardanti specificatamente la grandine. Esso ha introdotto la possibilità di elargire contributi alle aziende agricole interessate da gravi danni alle produzioni causati dalla grandine. Venivano concessi (art. 2) prestiti dei quali lo Stato concorreva a pagare la parte di interessi eccedente lo 0,5%, e contribuiva all’ammortamento del 40% del capitale o contributi in conto capitale ai conduttori di aziende agricole e ai coltivatori diretti purché avessero subito danni non inferiori al 60% della produzione complessiva.
Il 5 maggio 1970 fu approvata la legge n. 364[13] che istituì un fondo di solidarietà nazionale per le calamità naturali, e che disciplina gli organismi di difesa. Tali consorzi possono essere costituiti per l’attuazione di iniziative di difesa attiva e passiva, da realizzare con mezzi tecnici tradizionali o con quelli che la moderna tecnica è in grado di apprestare di volta in volta (art. 16).
A livello nazionale i singoli consorzi di difesa sono aggregati nell’associazione di categoria denominata As.Na.Co.Di.; questa è delegata dai consorzi a trattare con il ministero e con le varie compagnie una politica di gestione complessiva dei rischi agricoli.
Il consorzio di Trento, denominato Co.Di.Pr.A., fu costituito nel 1975 da un numero di soci di poco superiore al migliaio (oggi i soci attivi superano il numero di ottomila). L’attività del consorzio di Trento è regolata da proprio statuto, il quale in particolare prevede la tutela delle produzioni intensive e pregiate, quali le frutticole, viticole, olivicole, …, contro i rischi delle calamità naturali[14].
Per tutelarsi dai fenomeni atmosferici avversi, gli agricoltori, hanno a disposizione metodi di difesa attiva e passiva.
La difesa attiva si pratica con interventi che tendono a limitare i danni causati dalla grandine riducendo la grandezza dei chicchi ed evitandone, in parte o per intero, la caduta.
In Val di Non furono messe in atto diversi metodi di difesa attiva contro la grandine. Fino alla metà degli anni Ottanta vennero messi in atto degli esperimenti che si prefiggevano l’obiettivo di impedire la formazione dei chicchi di grandine di grandi dimensioni nei cumulonembi attraverso lo ioduro d’argento (trasportato da aerei o lanciato con cannoni). I chicchi nella caduta riducevano di molto la loro dimensione o addirittura si scioglievano prima di raggiungere la buccia delle mele. Nella zona di Nanno vennero anche sperimentati dei grandi ventilatori con lo scopo di impedire o di allontanare la formazione dei cumulonembi. Tali sistemi vennero tuttavia abbandonati a causa della loro pericolosità, ma soprattutto per la loro scarsa efficacia ed efficienza.
Un metodo di difesa alternativo contro il fenomeno grandinigeno è la messa in opera delle reti antigrandine che hanno la funzione di ricoprire il frutteto e, in tal modo, di impedire ai chicchi di grandine di raggiungere la pianta. Le reti antigrandine assicurano una produzione priva di lesioni, commercializzabile, mantenendo la rete di clientela che richiede frutta con caratteristiche estetiche ottime. Anche questo metodo presenta degli svantaggi che devono essere tenuti in considerazione: l’uso dei teli, a causa dell’ombreggiatura, influisce negativamente sulla colorazione delle mele e crea problemi per la predisposizione a frutto delle gemme, inoltre il suo costo è elevato. Le mele delle zone di collina e di monte sono caratterizzate dalla tipica “sfaccettatura” che comporta un valore aggiunto della merce quantificabile nel 40% rispetto a frutta di eguale pezzatura, ma priva della “faccetta” rosata. Per consentire la formazione della “faccetta” sul frutto, in genere, le reti vengono chiuse qualche giorno prima della raccolta. In questi giorni il frutteto resta esposto al rischio grandine, anche se nei mesi autunnali l’indice di grandinosità è molto basso[15].
Le provvidenze pubbliche per questi strumenti di difesa vengono direttamente erogate dalla Provincia Autonoma di Trento ai singoli agricoltori e quindi esulano dai compiti del Co.Di.Pr.A.
La difesa passiva dall’evento grandinigeno è l’attività propria del consorzio di difesa. Esso gestisce la molteplicità dei collegamenti tra i propri soci assicurati, le compagnie che partecipano alla copertura del rischio, il Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali e gli Enti territoriali.
Inizialmente il consorzio trattava solo il ramo grandine. Nel corso degli anni si sono aggiunte le assicurazioni agevolate gelo-brina, vento, danni indiretti, sulle colture arboree ed erbacee, quelle delle malattie negli allevamenti di bestiame e di trote e l’eccesso di pioggia sulle ciliegie.
Nel 1998 più del 70% dei premi riscossi dal consorzio era relativo alla polizza grandine, circa il 20% a quella gelo-brina e meno del 10% sono i premi della copertura assicurativa del bestiame. Le mele sono la varietà colturale assicurata più importante (quasi il 90% contro la grandine e il gelo-brina)[16].
Grafico 12.1. Premio socio, Premio totale e Risarcimento dal 1994 al 1998 in provincia di Trento
(fonte: Co.Di.Pr.A. Trento)
Da qualche anno a questa parte si sono verificati notevoli problemi. La presenza costante negli ultimi 7-8 anni di fenomeni atmosferici avversi di notevole entità, sia per estensione che per intensità, hanno creato grande preoccupazione sul mercato assicurativo. Molte compagnie assicurative, che in precedenza avevano grandi interessi nel settore della grandine e gelo-brina, si sono chiamate fuori poiché non si trattava più di assicurare un evento aleatorio, bensì un evento quasi certo con costi molto elevati. Nel 1997 per ogni cento lire di premio totale, le compagnie assicurative risarcirono gli agricoltori per lire 315,6; se consideriamo il solo comparto gelo-brina a fronte di ogni 100 lire di premio furono risarcite per il danno subito 1.230,9 lire.
[1] Pisano A., Marri R., La Val di Non …, cit., p. 1154.
[2] Consorzio di Miglioramento Fondiario di Masi di Vigo, Dall'acqua alla vita. In occasione dell'inaugurazione dell’acquedotto irriguo nel decennale della costituzione del consorzio, s.e., 1990, pp. 5 – 8.
[3] Zeni M., Fame d'acqua, Consorzio irriguo di miglioramento fondiario Campodenno, 1993 , pp. 151, 152; Consorzio di Miglioramento Fondiario di Masi di Vigo, Dall'acqua alla vita ..., cit., pp. 11, 12.
[4] L’iniziativa ebbe inizio con la delibera dell’assemblea generale del 26 dicembre 1983 che prevedeva al bonifica con piano di riordino fondiario e movimento terra per predisporre l’area ad ovest del paese, non servita da irrigazione, alla coltura e si concluse con la delibera della Giunta Provinciale di approvazione del piano finale di riordino: n. 2550 in data 9 marzo 1992. Il riordino fondiario operò su una superficie di 67,7 ettari e le 505 particelle fondiarie di 151 proprietari si ridussero a 140. Il contributo fu del 90% su una spesa ammessa di lire 95.000.000. La zona interessata era prativa con lingue di boscaglia, parecchi terreni incolti e andamento del terreno molto irregolare. (fonte: Segreteria del Consorzio Miglioramento Fondiario – Consorzio Irriguo di Tres)
[5] Il Consorzio di Miglioramento Fondiario di Vervò, dopo avere riflettuto al suo interno da una decina d’anni, fece approntare un progetto esecutivo di miglioramento agrario delle particelle fondiarie in località Lago, Parustella e Pra Longo site nei comuni catastali di Vervò e Priò del Comune di Vervò per un totale di 35 ettari di terreno.(Delibera di approvazione dell’assemblea generale del Consorzio di Vervò n.8, del 23 agosto 96; Autorizzazione della Giunta Provinciale per la realizzazione del Bacino di accumulo in località Pra Longo n.11.607 di data 12 settembre 1996). Il piano di riordino fondiario fu approvato con delibera assemblea generale numero 11 in data 21 agosto 97 e ricevette l’autorizzazione della Giunta provinciale n. 14.997 in data 19 dicembre 1997. Per questa bonifica è allo studio la realizzazione di un impianto di meleti coltivati secondo i criteri della bioagricoltura.
[6] Quest’associazione fu istituita e promossa verso il 1958 dalla Confederazione Coltivatori Diretti. Essa era rivolta ai giovani agricoltori per stimolare iniziative di sviluppo e miglioramento dell’agricoltura con esperienze di sperimentazione e gestione di servizi. 3P sta per Provare Produrre Progredire
[7] Cit. Dalpiaz L., La realtà delle vasche, in:"Denominazione di Origine Protetta, mele Val di Non. Dossier tecnico ambientale", Melinda S.C.A.R.L., 2000, p. 1.
[8] Ferrari S., Venturelli M.B., Utili anche per il futuro le "vasche" per i trattamenti collettivi, in:"Terra Trentina", Provincia Autonoma di Trento, Assessorato Provinciale all'Agricoltura, n.4 aprile 1998, p. 23.
[9] Ferrari S., Agrianaunia, volano ecologico per la Val di Non, in: “La Cooperazione Trentina Flash”, n. 4, 1997.
[10] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, Tesi di laurea, relatore: prof. Pilati L., a. acc.: 1997-98, p. 12.
[11] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, cit., pp. 65.
[12] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, cit., pp. 66.
[13] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, cit., pp. 66-80.
[14] Co.Di.Pr.A., Statuto approvato dall’Assemblea Generale dei Soci in data 23 ottobre 1975 e modificato in data 6 marzo 1993 e in data 5 agosto 1994, Trento, s.d.
[15] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, cit., pp. 117-118.
[16] Berti A., Aspetti economici del rischio grandine, cit., pp. 134, 135.