Source: https://www.gldirs.it/it_IT/approfondimenti/paginagm/libertadiassociazione
Timestamp: 2019-07-19 04:14:19+00:00
Document Index: 20385195

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 7', 'art.8', 'art. 48', 'art. 39', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 18', 'sentenza ', 'art.18', 'art. 15']

Gran Loggia d'Italia di Rito Scozzese | Libertà di associazione e segretezza
La civiltà occidentale attuale è il risultato di una lunga elaborazione che, attraverso il contributo di giusnaturalisti, filosofi, illuministi e dopo aver vinto la resistenza delle forze conservatrici, è riuscita ad affermare nella società moderna dei principi-cardine riconosciuti come patrimonio di tutti. Ciò ha reso necessario attribuire ai cittadini alcuni diritti fondamentali, che si distinguono dagli altri diritti per la loro rilevanza e perché sostenuti da un sentimento generale di approvazione del quale deve tener conto ogni Stato che si definisca democratico. Tra questi il diritto di associazione, che permette di esprimere e realizzare il carattere socievole dell’essere umano, ovvero la propensione ad unirsi ai propri simili, condividendo finalità e regole liberamente scelte e accettate.
In Italia questo diritto è sancito dall’art. 18 della Costituzione che recita: ”I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”.
La rilevanza di questo diritto è dimostrata dal fatto che rientra tra i principi fondamentali della Costituzione descritti dai primi dodici articoli, in particolare nell’art. 2 che contiene la seguente solenne dichiarazione: ”La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.
Le motivazioni che spingono l’essere umano a unirsi ai propri simili sono di diversa natura, ma alla base vi è sempre un interesse da condividere e la disponibilità a sacrificare una parte della libertà per potersi adeguare alle regole che ogni associazione sceglie di darsi.
Le principali forme di aggregazione si manifestano in ambito politico e religioso, dove si raccolgono aspirazioni umane primarie e il bisogno di condividerle. Una terza motivazione, fondata sull’ interesse comunedel lavoro, si è affermata, prima sotto forma di Corporazioni di mestiere, la cui esigenza era quella di custodire e trasmettere i segreti dell’Arte, in seguito, con l’avvento della Rivoluzione industriale, come movimento sindacale finalizzato alla tutela dei lavoratori.
Tre aspetti dell’associazionismo, a ciascuno dei quali la Costituzione riserva una speciale tutela che integra e attua la generica enunciazione dell’art. 18.
Massima attenzione viene anzitutto accordata all’ambito religioso, in ossequio al Concordato tra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aggiornato nel 1984, attraverso l’art. 20 della Costituzione che, riproponendo il contenuto dell’art. 7 dei Patti Lateranensi, afferma che il carattere ecclesiastico e il fine religioso o di culto d’una associazione non può subire limitazioni legislative. Per le confessione religiose diverse da quella cattolica, è previsto dall’art.8 della Costituzione il diritto di organizzarsi, secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
Libertà di associazione è poi sancita espressamente per la formazione sia dei partiti politici (art. 48 Cost.), sia dei sindacati (art. 39).
Un’area residuale è occupata da associazioni di ogni altro tipo, che possono essere costituite per gli scopi più disparati, con il limite fissato dal secondo comma dell’art. 18, che proibisce le associazioni segrete.
In quest’area si colloca la più importante forma di associazionismo su basi laiche, la Massoneria, continuatrice delle unioni di liberi pensatori, che per storia, diffusione e organizzazione viene definita a giusto titolo “istituzione”. Malgrado la sua rilevanza, questo fenomeno associativo, che non può essere riferito a qualsiasi organizzazione su base esoterica ma solo a quella nata in Inghilterra il 24 giugno 1717 sotto forma di Gran Loggia Unita di Londra, a differenza delle altre forme associative carattere religioso, politico e sindacale, non ha ottenuto la giusta considerazione da parte dell’Assemblea Costituente. Pur essendo stata al centro del dibattito sull’art. 18, la Massoneria è stata relegata nell’ambito generico delle associazioni prive di particolare qualificazione in bilico tra il diritto garantito dal primo comma e il divieto del secondo comma a causa della sua natura riservata. E’ stato così rimesso al legislatore e all’interprete il compito di stabilire se tale riservatezza costituisca impedimento per i massoni all’esercizio della libertà di associarsi garantita a tutti i cittadini.
La scelta di non voler definire né i contenuti del diritto di associazione né la nozione di associazione segreta, ha dato origine ad un rapporto problematico tra Stato e Massoneria, di semplice tolleranza interrotta da periodici attacchi da parte di interpreti tendenziosi che vorrebbero sfruttare questa incerteezza per sostenere che la Massoneria ha i connotati dell’associazione segreta ed è quindi fuori legge.
La diffidenza verso la Massoneria non è una novità, rientra nella logica di conservazione del potere costituito, che vede nell’aggregazione di liberi pensatori un potenziale nemico perché capace, nella sua indipendenza, di sottoporre a critica e contestare comandi contrari agli interessi degli amministrati. Ed invero, pur rispettosi delle leggi e dell’autorità legittima, i massoni fanno della propria libertà un principio-cardine irrinunciabile e antepongono ad ogni forma di omologazione il primato della propria coscienza. Quanto basta a renderli potenzialmente pericolosi e sospettabili, se, com’è avvenuto in passato, le loro idee si pongono in contrasto con la logica di potere e la volontà di imporre un pensiero unico.
Ciò spiega perché sia impossibile regolamentare le associazioni senza tener conto della Massoneria, che occupa gran parte di questo settore e perché la Costituzione Repubblicana, frutto del compromesso tra forze politiche contrapposte, non ha voluto o potuto sciogliere questo nodo.
Per una migliore comprensione del complesso problema appare utile delineare il percorso storico-giuridico attraverso il quale si è pervenuti in Italia alriconoscimento del diritto di associazione.
In premessa va operato un distinguo tra diritto e libertà di associazione. Le due espressioni spesso vengono usate indistintamente nei testi normativi, ma in realtà hanno un valore diverso, pur essendo complementari: mentre la libertà esprime la misura in cui il potere statuale è disposto a concedere ai cittadini la facoltà di associarsi senza preventiva autorizzazione, il diritto rappresenta il passo successivo, ovvero la possibilità concreta del cittadino di avvalersene. Rappresenta quindi il riconoscimento, in positivo, di prerogative che per poter essere esercitate appieno, richiedono attuazione mediante norme di attuazione.
In Italia la prima disposizione favorevole all’aggregazione sociale compare nello Statuto Albertino del 4 marzo 1848 che nella enunciazione dell’art. 32, concedeva “Il diritto di adunarsi pacificamente e senza armi, uniformandosi alle leggi che possano regolarne l’esercizio nell’interesse della cosa pubblica”.
Dopo l’Unità d’Italia si sviluppa infatti un esteso fenomeno associativo di lavoratori, che si riuniscono in Società Operaie di Mutuo Soccorso, per costituire, in assenza di interventi da parte dello Stato, forme di previdenza su base solidaristica, autogestite.
Alla fine del XIX Secolo vengono censite in Italia ben 6722 società di questo tipo che pochi anni dopo, con la nascita dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, non avranno più ragione di esistere, pur continuando a rappresentare un modello indicativo del potere dell’unione, che sarà in seguito raccolto dal movimento sindacale.
Si afferma così una presenza rilevante della Massoneria nel processo di formazione e sviluppo del nuovo Stato, anche se ben presto emergeranno al suo interno due diversi indirizzi che porteranno alla scissione del 1908: da un lato l’anima pragmatica, favorevole all’affermazione di un movimento organizzato quasi come un partito in grado di partecipare attivamente alle scelte politiche del Paese, dall’altro quello tradizionalista, sostenitrice del primato della libertà individuale e dei principi fondativi della Massoneria.
Le due tendenze si fronteggeranno nello scontro parlamentare sull’insegnamento della religione nelle scuole all’origine della divisione della Massoneria italiana in due tronchi: il Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera, interprete della linea più ortodossa sostenuta dal Rito Scozzese e difensore della libertà di coscienza dei parlamentari ai quali si pretendeva di imporre il voto contrario, si staccherà infatti dall’Ordine per dar vita, in seguito, alla Massoneria d’impronta liberale denominata di “Piazza del Gesù”, che ancor oggi conserva il carattere speculativo dei Gradi più elevati della Massoneria, che la distinguono da una visione pratica e mutualistica acquisita dal Grande Oriente d’Italia.
La legge, che ottenne 298 voti a favore e solo 4 contrari, pur non citando apertamente la parola “Massoneria” aveva come bersaglio proprio questa Istituzione, che di fatto veniva banditamediante lo stretto controllo da parte dell’Autorità di Pubblica Sicurezza e dell’obbligo per magistrati, militari, pubblici impiegati, di dichiarare l’appartenenza ad associazioni clandestine o occulte che vincolano al segreto. Per i trasgressori erano previste sanzioni penali e il licenziamento.
Il risultato voluto dal regime è garantito; difatti di lì a poco il Gran Maestro Torrigiani decreterà lo scioglimento di tutte le logge. Commenta lo storico Aldo Mola:” La Massoneria che al Gianicolo era stata ringraziata dal Re e dal Capo del Governo per l’azione patriottica svolta durante la grande guerra, veniva bandita come associazione segreta”.
Diversamente da quanto si possa pensare, la Rivoluzione francese non incoraggiava la libertà di associazione, al contrario la ostacolava non ritenendola utile al progetto di riforma del rapporto tra Stato e cittadini. Ispirata alla teoria del contratto sociale elaborata da Rousseau, che valorizzava il rapporto diretto tra il singolo membro della collettività e il sistema di governo, gli ideologi del cambiamento ritenevano infatti che l’associazionismo potesse rappresentare una sgradita interferenza in questo rapporto e un ostacolo alla partecipazione diretta del cittadino alle vicende della cosa pubblica. Il Tribunale rivoluzionario condannerà infatti sia i clubs giacobini sia le logge massoniche, disconoscendo così gli stessi centri nei quali si era formata la matrice ideologica della Rivoluzione.
Il paradosso è che mentre lo Stato accetta nella Costituzione le associazioni, nella legge contraddittoriamente le rifiuta non riconoscendole!
Il primo comma enuncia il diritto dei cittadini di associarsi liberamente. Manca però una definizione di associazione come nella legge francese del 1901 e soprattutto manca la normativa di riferimento che avrebbe dovuto dare concreta attuazione a questa mera dichiarazione di principio: un diritto privo di contenuti è un non diritto! Per la Massoneria, che non gode dei privilegi riservati alle associazione a carattere politico e religioso, la legge applicabile, in mancanza di norme specifiche, restava e resta quella in vigore prima della Costituzione, ovvero il codice civile del 1942 che riserva alle poche associazioni sopravvissute alla legge del 1925edefinite “non riconosciute”, una posizione del tutto marginale e nei tre articoli ad esse dedicati, (artt. 36,37 e 38) si preoccupa essenzialmente di stabilire chi debba rispondere delle obbligazioni assunte.
Il secondo comma, in continuità con la legge del 1925, proibisce le associazioni segrete, ma anche qui, a conferma che l’Assemblea non aveva raggiunto un accordo sulle sorti della Massoneria, non precisa cosa debba intendersi per segretezza limitandosi a sancire un divieto generico, i cui contenuti i limiti sono affidati ad una libera interpretazione.
La mancata attuazione dell’art. 18 perdura tuttora, anche se il diritto di associazione nell’immediato dopoguerra trovò ampio spazio nelle dichiarazioni dei principali organismi internazionali. Nel 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inserì nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani l’art. 20 che recita: “ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica”. Gli fece eco la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1950, che al primo comma ripropone la stessa enunciazione, precisando al secondo comma:” L’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale e alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.
Nessun divieto di segretezza, quindi, nei proclami internazionali, nessun obbligo di trasparenza imposto alle associazioni.
In Italia, l’isolata iniziativa di porre il limite generico posto dal 2° comma dell’art. 18 della Costituzione ha creato, com’era prevedibile, gravi ostacoli al libero esercizio dell’associazionismo massonico, in quanto il segreto del metodo esoterico, praticato dai massoni, viene sovente scambiato per volontà di nascondersi e costituisce facile pretesto per dubitare della legalità di questo fenomeno di aggregazione. Ciò ha costretto la Massoneria a vivere ai margini della Società, appena tollerata e quindi ostacolata nel suo obiettivo fondamentale di portare beneficio alla collettività.
Per i primi trent’anni dalla Costituzione, fin quando cioè non balza agli “onori” della cronaca a causa dello scandalo della loggia P2, la Massoneria resta nell’ombra, non per libera scelta, ma perché discriminata dalle forze politiche e religiose che dirigono le sorti del Paese.
La ripresa non era stata facile, si era tentato addirittura di abolirla per decreto, con un disegno di legge elaborato negli ambienti della Università del Sacro Cuore, che sarà fermato dal capo del governo, Alcide De Gasperi, preoccupato di perdere, con questo atto illiberale, il sostegno dei Paesi democratici dell’area occidentale, di cui l’Italia aveva tanto bisogno.
Chiunque è libero di costituire un’associazione e di chiamarla Massoneria. Quindi, se all’epoca del risveglio delle logge, diverse Comunioni si contesero la legittimazione, rivendicando la continuità con quelle esistenti prima del 1925, in seguito nulla frenò il proliferare indiscriminato di nuove Obbedienze, che attualmente hanno raggiunto il numero ragguardevole di 120, secondo stime approssimative, senza tener conto della miriade di logge indipendenti denominate “logge di S.Giovanni”. Ciò impedisce di esprimere un indirizzo univoco che possa rappresentare la Massoneria presso le Istituzioni e rendersi riconoscibile nella Società per testimonianza dei principi di Libertà-Uguaglianza-Fratellanza affermati da grandi protagonisti del progresso umano e da tanti onesti cittadini negli ultimi tre Secoli.
Questa sentenza (n.557 del 30 gennaio 1985), che non è più consultabile perché “oscurata”, nell’interpretare l’art.18 della Costituzione chiarisce anzitutto che la volontà del legislatore è stata quella di vietare le associazioni “veramente segrete”, non quelle che tengono riservati solo i particolari della loro organizzazione od attività; e aggiunge che la segretezza di per sé non è un disvalore. Ma anzi è garantita e tutelata dall’art. 15 della Costituzione, né in via di principio può riconoscersi alla segretezza un valore negativo nell’ordinamento vigente, ove si rifletta sulla tutela accordata alla riservatezza delle persone, al segreto professionale, commerciale, industriale, etc. Inoltre afferma che il divieto non involge genericamente e indistintamente tutte le associazioni segrete, la cui esistenza è compatibile con le finalità dell’ordinamento giuridico, ma interessa in maniera esclusiva quelle associazioni segrete che ispirano la propria attività alla realizzazione di scopi politicamente rilevanti i quali incidono direttamente o indirettamente sullo svolgimento delle funzioni dello Stato o degli enti pubblici.
L’aver chiarito che le associazioni che si rifanno alla Massoneria tradizionale, ovvero conforme agli scopi dichiarati fin dalle sue origini in ogni atto ufficiale (Costituzioni, Statuti, Regolamenti, Dichiarazioni), non sono associazioni segrete, non è bastato a legittimarla e a restituirle il ruolo che le è proprio, di componente liberale, laica e indipendente della Società civile.
La Massoneria italiana autentica, che non si confonde con nessun organismo deviato, che snatura la sua essenza, rivendica la sua identità e reclama a gran voce il diritto di esistere.
Dopo il tentativo, purtroppo fallito, del Comitato Economico e Sociale Europeo di istituire un modello di associazione europea, che in Italia avrebbe posto rimedio alla emarginazione di quelle associazioni che hanno tutti i requisiti per potersi definire Massoneria, l’antimassonismo non si è attenuato e prende maggior forza e vigore nelle inquietanti iniziative dei personaggi che sono attualmente alla guida del Paese.
Chiamato a formare il governo con la Lega, ha inserito nel documento programmatico un codice etico nel quale si dichiara che non possono entrare a far parte del governo soggetti che abbiano riportato condanne penali o che appartengano alla Massoneria.
Queste iniziative non richiedono particolari commenti. La lezione del 1925 ci insegna che quando si colpisce la Massoneria la democrazia è in pericolo. Ma i massoni italiani, forti dei loro principi e della solidarietà di tutti i Fratelli che condividono i loro ideali, non si arrenderanno, pronti a battersi in difesa dei sacri valori della libertà e del pensiero laico.