Source: http://foro.romoloromani.it/topic/26729-successione-e-livellari/?page=2&tab=comments
Timestamp: 2019-07-24 05:30:47+00:00
Document Index: 75436929

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 34', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 11', 'art. 146', 'art. 142', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 66', 'art. 42', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 11', 'art. 1338', 'art. 10', 'art. 829', 'art. 12', 'art. 117', 'art. 39', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 42', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 1338', 'art. 7', 'art. 13', 'art. 11', 'art. 29', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 11', 'art 1', 'art. 11', 'art. 11', 'art 1', 'art. 29', 'art. 1338', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 30', 'art. 47', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 145', 'art. 11', 'art. 146', 'art. 11', 'art. 5', 'art. 971', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2659', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 119', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 961', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 34', 'art. 988', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 3', 'art. 38', 'art. 1564', 'art. 39', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 1164', 'art. 1164', 'art. 1164']

successione e livellari - Pagina 2 - Imposte e Formalità - ROMOLOROMANI.IT
In tema di applicazione della Legge 29.1.1974, n. 16, agli enti ecclesiastici, per quanto riguarda la cancellazione dei livelli nella prassi si è ricorsi alla Legge n. 16/1974, estendendone l’applicazione anche ai livelli riguardanti enti non contemplati nel disposto legislativo (in particolare agli enti ecclesiastici).
Tale normativa è applicabile soltanto quando il livello è fissato in misura inferiore a £ 1.000 annue (art. 1) alla data di entrata in vigore della Legge, oppure quando l’ente beneficiato risulta estinto (così nella prassi).
Se esistono tali presupposti è sufficiente presentare in catasto un’istanza di cancellazione della denominazione dell’ente beneficiato relativa all’intestazione della partita.
Diversamente non si può prescindere dall’avviare la procedura di affrancazione, a meno di non ricorrere ad un atto abdicativo del diritto reale da parte dell’ente beneficiato, comunque redatto in ogni caso in forma di atto pubblico.
Saggio del Prof. Enrico Perego
Edilizia, usi civici e terre civiche
1) Usi civici e terre civiche; 2) Gli usi civici nella legge n. 1766 del 1927; 3) Le terre civiche nella legge n. 1766 del 1927; 4) Classificazione, assegnazione e legittimazione delle terre civiche; 5) La nuova funzione ambientale delle terre civiche e il mutamento di destinazione nella legislazione regionale; 6) L’alienabilità controllata delle terre civiche; 7) L’edificazione su terre civiche nella legislazione regionale lombarda; 8) Gli atti di disposizione delle terre gravate da usi civici; 9) Il condono edilizio delle costruzioni realizzate su terre civiche; 10 ) I livelli.
1) L’espressione “usi civici” è equivoca perché designa due istituti giuridici profondamente diversi, di origine feudale: le proprietà collettive delle comunità locali e i diritti collettivi di godimento e d’uso su terre altrui, modellati dalla legge 16 giugno 1927 n. 1766 sulla realtà dell’Italia Meridionale , con una omologazione delle regole per tutto il territorio nazionale, contrastante con la disciplina tradizionale degli usi civici in altre parti d’Italia, e non compatibile con alcuni istituti del Nord Italia, quali le Regole dell’Arco Alpino, le Magnifiche Comunità, le Società di Antichi Originari e le comunioni familiari..
Prevalse l’esigenza di unificare le leggi che “erano diverse da regione a regione, in corrispondenza con gli antichi Stati.”
Fu così generalizzata l’applicazione delle tradizioni e delle leggi napoletane sul demanio civico che dottrina e giurisprudenza avevano ritenuto estranee agli altri Stati preunitari, ove gli usi civici potevano riguardare beni patrimoniali dei Comuni, considerati di proprietà privata, prescrittibile ed espropriabile, contrapposti, nel regime giuridico, ai demanii universali propri delle province del Mezzogiorno. Le due differenti tradizioni sono ben descritte nell’111 del r.d. n. 3267 del 1923 (legge forestale) che consente l’esproprio, per essere incorporati nel demanio forestale, dei terreni boscati “costituenti i demani comunali nel mezzogiorno e quelli di dominio collettivo nelle altre provincie.”
La liquidazione degli usi civici era stata avviata nell’ottocento, ma non nello stesso modo negli Stati preunitari. Fu intrapresa nel Granducato di Toscana dalla legislazione Leopoldina e nel Regno delle Due Sicilie dalle leggi per l’eversione della feudalità e il riordino dei demani; fu decisa nel regno di Sardegna relativamente agli ademprivi ed alle cusorge; nello Stato Pontificio i diritti reali di godimento collettivi in genere furono conservati come proprietà private ed allodiali; in Lombardia e nel Veneto invece non furono emanate leggi eversive .
In Lombardia nella seconda metà del XVII secolo, sotto il dominio spagnolo, per necessità finanziarie, erano stati formati Istrumenti di liberazione dall’infeudazione, con particolare riguardo ai feudi devoluti alla Corona per la morte dei feudatario senza discendenti maschili; le Comunità pagarono alla Corona per evitare le vendita del feudo ed essere sottoposte alla giurisdizione diretta del Re. .
Nel Mezzogiorno d’Italia il potere feudale sulle terre di conquista generò le terre collettive, appartenenti alla universitas, che costituirono il dominio universale; gli usi civici su queste terre sono manifestazione ed esercizio del diritto dominicale. Il potere feudale diede luogo anche alla concessione sovrana del feudo al barone, demanio feudale assoggettato agli usi civici a favore degli abitanti del feudo; in questo caso il diritto dominicale degli abitanti era condiviso con la concessione utile al feudatario e diede luogo a una forma di condominio di tipo germanico .
Oggi le terre civiche, di proprietà collettiva della comunità degli abitanti, non appartengono al patrimonio del comune e non fanno quindi parte della sua proprietà esclusiva; non rientrano fra i beni del demanio comunale in senso proprio, né fra i beni appartenenti al patrimonio dell’ente locale; costituiscono un demanio civico.
Dunque con l’espressione usi civici, legati ai bisogni di un’agricoltura e di una vita agreste in gran parte superati, si intendono sia proprietà collettive delle comunità locali, meglio definibili come terre civiche, assimilate nel regime giuridico alle proprietà demaniali, sia gli usi civici intesi come diritti collettivi di godimento e d’uso su terre di proprietà privata e anche di enti pubblici.
In relazione alle nuove esigenze delle comunità, si sta però affermando una concezione non statica dell’uso civico secondo la quale “la generica espressione “usi civici” indica una seria aperta di possibilità di utilizzazione collettiva; pertanto l’uso civico riservato ad una comunità può modificarsi nel tempo qualora le condizioni di vita, nella loro mutazione, rendano attuali esigenze nuove e diverse, di natura ecologica, idrologica, biologica ed anche turistica.”
Nel presente lavoro l'espressione "usi civici" sarà utilizzata con questo specifico significato, e quella "terre civiche" sarà riservata alle terre delle comunità soggette ad un regime di tipo demaniale.
2) La legge 16 giugno 1927 n. 1766, sulla liquidazione degli usi civici, tratta diversamente i due istituti.
Prevede l’affrancazione dell’uso civico, inteso, a mio avviso, dalla legislazione vigente come jus in re aliena , a favore del titolare del dominio utile mediante divisione del fondo con l’assegnazione di una sua parte alla comunità oppure, se ai terreni sono state apportate dal proprietario “sostanziali e permanenti migliorie” e nel caso di piccoli appezzamenti non raggruppabili in unità agrarie, mediante il pagamento di un canone annuo di natura enfiteutica, a sua volta affrancabile mediante il pagamento, in unica soluzione, di venti volte l’importo del canone, oppure ancora, ma solo nelle province ex pontificie, mediante un tipo d’accessione invertita che assicura la proprietà del bene alla comunità e un indennizzo al titolare del dominio utile.
La legge stabilì un termine di decadenza di sei mesi dalla sua entrata in vigore per la dichiarazione al Commissario liquidatore dei diritti non riconosciuti .
Questi usi civici, se sopravvissuti al termine di decadenza perché ancora riconosciuti alla data di entrata in vigore della legge oppure tempestivamente dichiarati e quindi riconosciuti, sono destinati alla liquidazione. Non hanno prospettiva alcuna di sopravvivenza perché la legge ha la precisa finalità di escludere la presenza di due distinti diritti dominicali sullo stesso bene.
Secondo alcuni la natura condominiale di questi beni sarebbe tuttora evidenziata dalle quote spettanti alla comunità nel caso di affrancazione mediante divisione delle terre. Da un ottavo alla metà del fondo a favore della comunità nel caso di esercizio di diritti essenziali, ossia necessari per i bisogni della vita (i diritti di pascere e abbeverare il proprio bestiame, raccogliere legna per uso domestico o di personale lavoro, seminare mediante corrisposta al proprietario; si ritiene che fra i diritti essenziali rientrasse anche quello di costruire un’abitazione rurale per la sopravvivenza ), da un quarto fino a due terzi del fondo a favore della comunità nel caso di diritti utili, definiti come quelli che comprendono in modo prevalente carattere e scopo d’industria. Si tratterebbe, nel disegno della legge, di “una comunione civilistica a quote con scioglimento ope legis senza possibilità di volontà contraria dei membri della comunione”.
La teoria del condominio o comunione mi pare urti sia contro la possibile liquidazione dell’uso civico mediante il pagamento di un canone, sia col termine di decadenza per la dichiarazione degli usi civici non riconosciuti, sia contro la lettera della stessa legge laddove all’art. 4 c. 2 e all’art. 7 distingue la figura del proprietario da quella dei titolari di usi civici, assimilati dall’art. 1 ai diritti di godimento. Inoltre il T.U. sull’espropriazione d.p.r. 8 giugno 2001 n. 327, come modificato dal d.l. 27 dicembre 2002, n. 302, stabilisce all’art. 34 che l’indennità di esproprio spetta al proprietario e che dopo la trascrizione del decreto di esproprio o dell’atto di cessione tutti i diritti relativi al bene espropriato possono essere fatti valere esclusivamente sull’indennità; principio ripreso da numerose leggi di esproprio riferite a casi particolari
La natura giuridica degli usi civici su terre altrui ha, in questa sede, importanza relativa perché si tratta comunque di diritti tendenzialmente perpetui, imprescrittibili, quindi non usucapibili, e inalienabili, in quanto spettanti ai titolari non uti singuli, ma in qualità di cives, cioè di partecipanti a una collettività comunale o ad altra collettività , tuttora da liquidare.
3) Dal principio ubi feuda, ibi demania, applicabile solo se risulti provata l’infeudazione dominicale di un terreno precedentemente abitato, deriva la presunzione di esistenza degli usi civici, ma, secondo la giurisprudenza, non ne consegue anche la natura demaniale di terreni da essi gravati, che deve essere provata dalla comunità. E’ stato anche sostenuto che questa presunzione vale per le terre dell’Italia Meridionale e della Sicilia, a causa della natura del feudo normanno la cui concessione, non quoad dominium sed quoad jurisdictionem, fu a titolo di godimento e non di proprietà; ne restano escluse le riserve legittimamente costituite e alcune zone del salentino (Corsi Calabri).
Così, sempre secondo la giurisprudenza, quando si assume che una determinata terra è demaniale, o meglio terra civica, cioè appartenga al demanio universale di un determinato comune o frazione, la prima indagine da esperire è quella di stabilire se effettivamente la terra medesima faccia parte dell’assunto demanio, il che val quanto dire fissare i limiti territoriali del demanio universale; ciò in base al secolare principio, fatto proprio dal vigente ordinamento, secondo cui, quando è dimostrato che una terra fa parte di un demanio universale, la demanialità si presume, a meno che non sussista un preciso titolo da cui risulti, rispetto a quella determinata terra, la trasformazione del demanio in allodio o la originaria natura allodiale. Pertanto, nell’ipotesi suddetta, va prima dimostrato e accertato se la terra in oggetto faccia parte di un demanio universale e l’onere della prova spetta al riguardo al comune che agisce per ottenere la reintegrazione della terra nel proprio demanio e assume, sia pure attraverso la suddetta presunzione, la demanialità della terra medesima. Solo se la prova di cui sopra sarà raggiunta, si potrà discutere sulla esistenza per quelle stesse terre di trasformazione del demanio in allodio e questa ulteriore prova dovrà essere data dal privato che si oppone alla reintegra ed eccepisce la natura allodiale e la legittimità del suo possesso . Pertanto una proprietà comunale, anche demaniale, che abbia una diversa origine non appartiene al demanio universale; l’acquisto da parte del demanio comunale, nell’interesse dei cittadini, di terreni divenuti allodiali a seguito di una precedente estinzione della proprietà collettiva non ripristina l’uso civico legittimamente liquidato.
Questa generale assimilazione della proprietà civica al demanio è ora criticata, perché estende a tutto il territorio nazionale una regola relativa del diritto previgente napoletano; non sarebbe giustificata dalla legge 16 giugno 1927 n. 1766. A sostegno della tesi è richiamata la tutela accordata alle terre civiche nella seconda metà dell’ottocento, che era diversificata, sicché di demanio universale si parlava solo nelle province napoletane. Secondo questa tesi, che contrasta con le finalità dichiarate nei lavori preparatori, la legge del 1927 non avrebbe assimilato gli usi civici delle varie regioni a quelli napoletani, ma ne avrebbe regolato solo la liquidazione.
Anche altre leggi sopravvenute non consentono di condividere questa conclusione.
Così la legge nazionale sulla montagna 31 gennaio 1994, n. 97, all’art. 3, c.1, nell’affidare a norme regionali il “riordino della disciplina delle organizzazioni montane” ne ha prescritto i criteri “al fine di valorizzare le potenzialità dei beni agro-silvo-pastorali in proprietà collettiva, indivisibile ed inusucapibile, sia sotto il profilo produttivo, sia sotto quello della tutela ambientale.” La medesima legge affida peraltro alle norme regionali, sentite le organizzazioni montane, di stabilire “le condizioni per poter autorizzare una destinazione, caso per caso, di beni comuni ad attività diverse da quelle agro-silvo-pastorali.”
La legge vigente non ha effetto retroattivo; pertanto restano sicuramente assoggettati al previgente regime giuridico degli usi locali gli atti di disposizione di terre civiche, non appartenenti ai demani comunali del Mezzogiorno, anteriori all’entrata in vigore del R.D. 22 maggio 1924, n. 751, convertito con modificazioni nella legge del 1927.
4) Secondo un’isolata opinione le norme sulla liquidazione degli usi sarebbero applicabili anche alle terre civiche, a favore dell’ente locale. La tesi parte dal postulato che la normativa del 1927 avrebbe inteso liquidare gli usi civici, compresi quelli esercitati sulle terre pubbliche.
Orbene proprio il sistema di liquidazione degli usi civici, mediante lo scorporo di una porzione di terreno che diviene terra civica, dimostra l’infondatezza di questa tesi, la quale sembra anche confondere fra terre civiche e terre pubbliche di diversa origine che possono queste essere soggette, come le private, a usi civici e quindi liberate dagli stessi.
Le terre assegnate al demanio civico in sede di liquidazione degli usi civici su terre private o pubbliche diventano terre civiche.
La legge prevede la classificazione delle terre civiche, comprese quelle provenienti da affrancazione dagli usi civici mediante divisione, in due categorie: a) terreni convenientemente utilizzabili come bosco e come pascolo permanente; b) terreni convenientemente utilizzabili per la coltura agraria.
Quelli della categoria a) non possono essere alienati o avere un mutamento di destinazione senza autorizzazione, ora regionale. Quelli della categoria b) sono destinati ad essere ripartiti fra le famiglie di coltivatori diretti del Comune o della frazione. L’assegnazione è a titolo di enfiteusi. E’ esclusa l’alienazione prima dell’affrancazione .
Le terre civiche sono soggette peraltro alla possibilità di trasferimento all’occupante ceh abbia eseguito ”sostanziali e permanenti migliorie” mediante il provvedimento amministrativo di legittimazione, in assenza del quale le terre devono essere restituite a qualunque epoca l’occupazione di esse rimonti (art. 9).
Il potere di concedere la legittimazione delle occupazioni abusive dei terreni di uso civico non può però essere esercitato con riguardo a terreni che, a prescindere dalla loro classificazione catastale, siano stati qualificati come terreni convenientemente utilizzabili come bosco o pascolo permanente, ai sensi dell’art. 11 della l. 16 giugno 1927 n. 1766 . Questi terreni possono essere alienati solo dopo la loro sclassificazione, motivata da un pubblico interesse.
Con l’approvazione della concessione in legittimazione e la conseguente trasformazione in allodio del bene gravato dall’uso civico, l’occupante acquista su di esso un diritto soggettivo di natura reale.
5) La Corte costituzionale ha già sottolineato che, secondo le finalità della legge del 1927, la destinazione pubblica dei beni di demanio civico non si determina in funzione dell’esercizio dei diritti di uso civico, connessi a economie familiari di consumo sempre meno attuali, bensì in funzione dell’utilizzazione dei beni a fini di interesse generale
Oggi le stesse terre civiche svolgono poco la loro funzione originaria, e sono utilizzate prevalentemente per la tutela dell’ambiente , tanto che la legge Galasso (D. L. 27 giugno 1985, n. 312, convertito con modificazioni nella legge 8 agosto 1985, n. 431), - recepita, per quanto qui interessa, dapprima nel D. Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, all’art. 146, c. 1 lettera h, e ora nel D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 41 (rectius: n. 42), Codice dei beni culturali e del paesaggio, all’art. 142 c. 1 lettera h, - elenca fra i beni sottoposti ai vincoli di quella legge, in ragione del loro interesse paesaggistico, “le aree assegnate alle comunità agrarie e le zone gravate da usi civici.”
Questo vincolo ha la singolarità di essere collegato non al particolare interesse paesaggistico del bene, ma al suo regime giuridico. Quindi il vincolo si estingue se il viene meno l’uso civico, sia per affrancazione delle terre gravate dallo jus in re aliena, sia per la concessione delle terre civiche assegnate alla categoria b) alle famiglie di coltivatori diretti.
Ma anche le terre assegnate alla categoria a) possono essere sottratte al vincolo se interviene il provvedimento amministrativo di mutamento di destinazione previsto dall’art. 12 della legge n. 1766, che può riguardare, secondo la Corte di Cassazione, qualsiasi tipo di interesse collettivo, di natura agricola, o di altro genere, industriale, commerciale, igienico-sanitario, turistico, ambientale o altro . Quella sentenza della Corte di Cassazione non esamina peraltro la questione alla luce delle disposizione sulla tutela dell’ambiente perché i motivi di ricorso erano riferiti solo alla legge del 1927.
La materia degli usi civici è dunque disciplinata da una legge emanata quando l’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo e non prende in considerazione i problemi creati dalla urbanizzazione di questi ultimi cinquanta anni.
Basti pensare che la prima legge urbanistica risale al 1942 e che la legge ponte del 1967 non obbligò tutti i comuni all’adozione del piano regolatore. Nei comuni che ne erano sprovvisti l’edificazione era di fatto libera; col piano regolatore nacque il possibile contrasto dell’azzonamento dell’area con uso civico, che presuppone la destinazione agricola dell’area.
La Corte Costituzionale con la sentenza 30 dicembre 1991 n. 511 è stata chiamata a pronunciarsi nella legittimità costituzionale della legge Regione Abruzzo 3 marzo 1988, n. 25, che all’art. 10 comma 2 dispone “Nei casi in cui, per effetto di utilizzazioni improprie ormai consolidate, porzioni di terre civiche abbiano da tempo irreversibilmente perduto la conformazione fisica e la destinazione funzionale di terreni agrari, ovvero boschivi e pascolivi, il Consiglio regionale, su richiesta motivata del comune territoriale interessato, ovvero dall’Amministrazione separata frazionale, sentito il Comune, se trattasi di beni di pertinenza frazionale, può disporre la sclassificazione di dette terre dal regime demaniale civico”.
Si sosteneva da parte del Commissario regionale un preteso contrasto:
“a) con l’art. 117 Cost., perché “vulnera i principi fondamentali posto dalla legge nazionale 16 giugno 1927 n. 1766, dell’imprescrittibilità dei diritti di uso civico, nonché dell’inusucapibilità e dell’indisponibilità delle terre collettive”, soggetto a “vincolo di immutabilità della loro destinazione”;
"b) con l’art. 118 Cost., perché non rispetta “i limiti della delega stabilità dall’art. 66 d. P.R. 24 luglio 1977 n. 616”, attribuendo alla Regione “poteri che non sono certamente di natura amministrativa, ma legislativa”;
"c) con l’art. 42, comma 3, Cost., perchè con la prevista “sclassificazione” di terre civiche i diritti di proprietà della collettività “vengono praticamente espropriati senza che alla medesima sia corrisposto alcun compenso a titolo di indennizzo”.
Questo il ragionamento col quale la Corte ha dichiarato infondata la questione.
“Per valutare correttamente se la norma denunciata si mantenga nella cornice dei principi fondamentali risultanti dalla legge del 1927 sugli usi civici, occorre considerare che le diverse e più remunerative possibilità di occupazione, prodotte dal sopravvenuto sviluppo industriale del Paese anche nelle zone tradizionalmente agricole, hanno ridotto a dimensioni modestissime le economie familiari di produzione per il consumo, determinando un progressivo abbandono dell’essere degli usi civici collegati a quelle economie. Tale fenomeno ha comportato che terreni gravati da usi civici, di cui si è quasi perduto il ricordo, sono stati alienati dai Comuni trascurando le condizioni e le procedure previste dall’art. 12 della legge del 1927, per finalità di pubblico interesse connesse ai bisogni di utilizzazione (dal 1927 la popolazione italiana è pressoché raddoppiata) o ai bisogni dell’industrializzazione, apportatrice di nuovi posti di lavoro.
“La regolarizzazione di siffatte situazioni alla stregua del citato art. 12, come vorrebbe il giudice a quo, è difficilmente praticabile; sia perché presuppone l’assegnazione dei terreni a una o l’altra delle categorie distinte dall’art. 11, mentre essi hanno ormai perduto da tempo l’originaria destinazione agricola o boschivo-pastorale, sia perché impone l’onere di rinnovazione dell’atto di vendita con un nuovo prezzo calcolato tenendo conto dell’attuale destinazione urbanistica o industriale dei terreni. Oltre a tutto, il comune sarebbe esposto al rischio di vedersi citato in giudizio, ai sensi dell’art. 1338 c.c., con una domanda di risarcimento dei danni sofferti dall’acquirente per avere confidato, senza sua colpa, nella validità del precedente contratto. Sulla base di quel contratto e del prezzo allora convenuto è stata fatta, nel caso in esame, l’analisi dei costi-benefici dell’insediamento industriale in vista del quale i terreni di cui è causa sono stati alienati dal Comune di Avezzano.
“Occorre perciò, pur nel quadro della legge nazionale, trovare spazi a leggi regionali di sanatoria. La soluzione adottata dall’art. 10 della legge abruzzese utilizza tale scopo il modello della “sclassificazione” dei beni demaniali (art. 829 c.c.), fondandosi sul fatto che le terre civiche ivi considerate “hanno da tempo perduto irreversibilmente la conformazione fisica e la destinazione funzionale di terreni agrari ovvero boschivi o pascolavi”. Non si tratta di una “sdemanializzazione” esonerata dal presupposto della previa assegnazione dei terreni a categoria. La sclassificazione è un atto di natura meramente dichiarativa, che accerta la perdita delle caratteristiche che qualificano i terreni come beni di demanio collettivo, con conseguente esclusione di questa specifica ragione di nullità della vendita stipulata senza le condizioni dell’art. 12 della L. del 1927, e quindi, se la vendita fosse già avvenuta, restando la necessità di rinnovazione del contratto.
“La norma denunciata non viola il limite indicato dall’art. 117 Cost., ma anzi risponde a un principio generale della legislazione statale, desumibile dagli art. 39 e 41 del R.D. febbraio 1928 n. 332, nel senso che sono consentite in ogni caso – con l’autorizzazione del Ministro dell’agricoltura (sentito il parere del Commissario regionale per gli usi civici), e ora della Regione (non soggetta al requisito del detto parere preventivo) - l’alienazione o la concessione, previo mutamento di destinazione, di terre civiche quando le forme di utilizzazione previste dalla L. n. 1766 del 1927 non siano più possibili o risultino antieconomiche, mentre la diversa destinazione sopravvenuta rappresenta un reale beneficio per la generalità degli abitanti.
“Questo principio si riflette nell’ultimo comma dell’art. 6 L.R. (non impugnato): di esso il successivo art. 10, comma 2°, costituisce un adattamento ordinato alla sanatoria di mutamenti di destinazione già intervenuti, dei quali il Consiglio regionale riconosce la rispondenza a finalità di interesse pubblico, in pari tempo dichiarando che sono cessate definitivamente le ragioni che giustificavano l’originario vincolo di destinazione, con conseguente passaggio dei terreni nel patrimonio del Comune.” (omissis).
“Non appare violato, infine, l’art. 42, comma 3°, Cost. L’atto di sclassificazione non è assimilabile all’espropriazione forzata, essendo nella specie ordinato alla regolarizzazione di una vendita, già avvenuta, finalizzata a un insediamento industriale che rappresenta un reale beneficio per la collettività. Nella diversa ipotesi, in cui il mutamento di destinazione dei terreni fosse intervenuto indipendentemente da una alienazione da parte del Comune, il prezzo ricavato dalla vendita successiva alla sclassificazione dovrà essere destinato alla realizzazione di opere pubbliche di interesse della collettività, secondo la prescrizione dell’art. 6 comma 6° L.R. Questa norma, da sottintendersi anche nell’art. 10, comma 2°, corrisponde all’art. 24 L. del 1927, escluso l’obbligo, che certo non può considerarsi un principio vincolante per il legislatore regionale, dell’investimento del prezzo in titoli del debito pubblico intestati al Comune.”
La motivazione non è in contrasto coi principi che il provvedimento della Regione di sdemanializzazione successivo alla assegnazione a categoria ha carattere costitutivo, che, in difetto, il bene è assolutamente incommerciabile e che un intervento ex post dell’autorità amministrativa non può sanarne la nullità perché il ragionamento della Corte individua nel mutamento della natura del bene una causa di estinzione di un regime giuridico che presuppone un bene agro-pastorale .
La Corte Costituzionale nella più recente sentenza 21 novembre 1997 n. 343 ha assunto una posizione di maggior cautela e ha dichiarato l'incostituzionalità della legge regionale dell'Abruzzo 27 aprile 1996, n. 23, che attribuiva al sindaco il potere di autorizzare impianti pubblici o di pubblico interesse in deroga alla disciplina statale, “che prevede l’obbligatorietà del procedimento di “assegnazione a categoria” dei terreni civici da alienare o mutare nella destinazione e postula la compatibilità del programma di trasformazione con le valutazioni paesistiche”, e in deroga a quella regionale prima ricordata.
In dottrina prevale un’interpretazione della legge del 1927 intesa a limitare la liquidazione degli usi civici, tramite il mutamento di destinazione delle terre civiche seguito dalla loro alienazione, che si appoggia sulle norme introdotte dalla citata legge Galasso per trasformare le aree soggette a usi civici in aree a tutela ambientale .
A sostegno della nuova funzione attribuita alle terre civiche si richiamano due altri interventi della Corte Costituzionale con le sentenze n. 391/1989 e n. 430/1990 nelle quali è dichiarata la legittimità costituzionale dell’inclusione di terre civiche nei parchi e riserve regionali senza la necessità del previo consenso delle popolazioni titolari e la subordinazione dell'esercizio degli usi civici nel comprensorio del parco ad autorizzazione regionale.
Gli autori osservano che il Giudice costituzionale “mostra di avere una concezione molto attenta e potremmo dire dinamica e versatile dei diritti civici e della loro funzione che pone in rapporto, in via primaria, all’interesse ambientale, ritenendo oramai superata la connessione tradizionale alle economie familiari di consumo .. non vi è diversità tra le destinazioni originarie e quelle ambientali e quindi non vi è necessità della procedura di mutamento di destinazione e del consenso dei titolari”.
Gli autori concludono che “La stessa legge n. 1766/1927, che ha considerato i patrimoni collettivi esclusivamente come beni agro-forestali, è stata superata dalla realtà”.
6) Il regime giuridico delle terre civiche è assimilato a quello delle terre demaniali, con alcune limitazioni, poste in evidenza dalla stessa Corte costituzionale.
Posto che già la legge forestale del 1923 r.d. n. 3267, all’art. 111 prevedeva la possibilità di esproprio a favore del demanio forestale dei terreni boscati “costituenti i demani comunali nel Mezzogiorno e quelli di dominio collettivo nelle altre Province” la Corte argomenta che “diversamente dalla disciplina dei beni demaniali in senso stretto e tecnico, al regime di inalienabilità dei beni di uso civico (che, più esattamente, dovrebbe definirsi di alienabilità controllata) non inerisce la condizione di beni non suscettibili di espropriazione forzata per pubblica utilità.”
La sentenza distingue fra terre civiche e beni demaniali in senso stretto; risulta implicitamente confermata la validità della tesi che il Comune non esercita sulle terre civiche il potere d’imperio, perché ha solo quello di rappresentanza e di gestione.
Chiarito in qual senso si può parlare di beni demaniali rispetto alle terre civiche, è comunque confermato che “In considerazione della natura demaniale dei beni in uso civico, gli eventuali negozi di disposizione aventi ad oggetto detti beni sono inficiati da nullità assoluta.”
Come s’è visto, al fine di accertare se un bene appartenente a un Comune è bene civico occorre accertare se la proprietà fu acquistata a titolo originario.
Il privato che possegga terre civiche in forza di un titolo nullo può avviare, se ne ricorrono i presupposti, il procedimento di legittimazione. Non è quindi condivisibile l’opinione che equipara il possesso abusivo e l’occupazione senza titolo all’uso civico su terreni privati e quindi ne consente l’affrancazione , che è prevista, come già spiegato, solo per i terreni privati gravati da usi civici .
In tema è particolarmente significativa una recente decisione del Consiglio di Stato che ha ritenuto meritevoli di legittimazione 81 occupazioni sulle 270 rilevate dal perito demaniale, cioè solo quelle che avevano migliorato e trasformato terreni in totale abbandono in splendidi vigneti, mentre le altre apparivano finalizzate alla speculazione.
Codesta assimilazione non può però essere retroattiva all’entrata in vigore del R.D. 22 maggio 1924, n. 751, convertito con modificazioni nella legge del 1927. Quindi tutti gli atti di disposizione di terreni civici gravati da usi civici anteriori a quella data in territori diversi dalle province meridionali conservano la loro validità, se il precedente regime degli usi civici non ne impediva l’alienazione.
7) Viene ora in esame la questione del mutamento di destinazione delle terre civiche attuato illegittimamente mediante la loro edificazione, che può essere avvenuta in modo del tutto abusivo o mediante regolare concessione rilasciata per l’edificazione di una terra alienata dal comune con un atto che successivamente si scopre nullo, perché relativo a terre civiche delle quali il comune non poteva disporre .
Nel primo caso il costruttore abusivo non potrà chiedere la legittimazione e non possiede nemmeno un titolo astrattamente idoneo all’acquisto della proprietà dell’area edificata.
Nel secondo caso il comune, al quale è imputabile la nullità della vendita dell’area risponde, come ha ricordato la Corte costituzionale , dei danni patiti dal privato acquirente, a norma dell’art. 1338 c.c.
La legge nazionale è impotente per risolvere il secondo caso , ma a ragione perché si tratta di situazioni del tutto imprevedibili nel 1927.
L’isolata tesi di una “abrogazione tacita o indiretta” dell’uso civico qualora il bene sia divenuto inutilizzabile in via definitiva per quella utilizzazione, fondata sulla analogia con la sdemanializzazione tacita, dimentica che quest’ultima richiede una manifestazione di volontà, sia pure tacita, dell’amministrazione che ha il potere di sclassificare il bene.
La legittimazione è esclusa perché presuppone un miglioramento di tipo agrario; se l’acquirente che ha edificato fosse un cittadino del comune coltivatore diretto e l’area fosse stata in precedenza assegnata alla categoria b) potrebbe forse chiederne l’assegnazione a titolo di enfiteusi. Questa via è però sicuramente preclusa in Lombardia perché l’art. 7 della legge regionale 16 maggio 1986, n. 13, al comma 1, ha stabilito che non si procede alla ripartizione di cui all’art. 13 della legge 16 giugno 1927, n. 1766, dei terreni indicati alla lettera b) dell’art. 11 della stessa legge.
Non è possibile nemmeno ricorrere, come è stato fatto in modo generalizzato, alle conciliazioni di cui all’art. 29, c.3, della legge n. 1766, che sono definite “uno strumento inadeguato, in quanto si tratta di una ipotesi residuale, che dovrebbe essere praticata nella perdurante incertezza sull’esistenza degli usi civici, non per “sistemare” una realtà di fatto che è difforme dalle previsioni di legge” .
Bisogna quindi ricorrere a leggi regionali che possono prevedere la classificazione di quei terreni, come la ricordata legge 3 marzo 1988, n. 25, della Regione Abruzzo o la legge 3 gennaio 1986, n. 1, della Regione Lazio, seguita dalla legge 17 dicembre 1996, n. 57 .
In Lombardia la legge 24 maggio 1985, n. 52, all’art. 4 c.2, stabilisce che “La giunta regionale può autorizzare le alienazioni o i mutamenti di destinazione a condizione che gli strumenti urbanistici generali prevedano diversa destinazione dei beni stessi. Ovvero in connessione ad opere ed interventi di pubblica utilità.” Questa autorizzazione costituisce un provvedimento di sclassificazione che rende i terreni negoziabili .
Inoltre la legge regionale 16 maggio 1986, n. 13, stabilisce all’art. 7 comma 2 che sono liberamente disponibili da parte del comune e parimenti, sentito il consiglio comunale, da parte delle frazioni e delle associazioni per i rispettivi beni, i terreni classificati alla lettera b) dell’art. 11 della legge 16 giugno 1927, n. 1766, purché nel rispetto delle previsioni del piano regolatore generale , senza che occorra una specifica autorizzazione regionale, salva l’adozione di decreto, ai sensi dell’art 1 della Legge regionale 24 maggio 1988, n. 52, avente valore di atto di ricognizione .
Ne consegue che tutti i terreni classificati alla lettera b) dell’art. 11 sono trasferiti al patrimonio disponibile per destinazioni conformi alle previsioni del piano regolatore generale. Si ricorda che secondo le previsioni delle legge nazionale questi terreni erano destinati ad essere ripartiti fra i coltivatori diretti del comune e che quindi era già prevista la loro sottrazione al regime giuridico delle terre civiche.
Restano nulle le alienazioni di terreni non classificati e le alienazioni di terreni classificati alla lettera a), salvo che per questi ultimi sia intervenuta l’autorizzazione regionale e salvo che si tratti di un’abitazione rurale remotamente costruita per la sopravvivenza utilizzando lo jus casalinandi .
Queste leggi regionali non si applicano ai trasferimenti anteriori alla loro entrata in vigore, come non ha effetto retroattivo la demanializzazione degli usi civici, attuata nella province diverse da quelle del Mezzogiorno a partire dall’entrata in vigore del D. 22 maggio 1924, n. 751, convertito con modificazioni nella legge 16 giugno 1927 n. 1766.
Si tratta quindi stabilire quali siano gli effetti dell’alienazione, successiva all’entrata in vigore del D. 22 maggio 1924, n. 751, convertito con modificazioni nella legge 16 giugno 1927 n. 1766, di un’area civica sita in Lombardia, eventualmente edificata, che non era alienabile al momento della vendita, ma rispetto alla quale il divieto di alienazione è successivamente venuto meno o perché l’area è stata successivamente compresa fra le terre civiche per le quali lo strumento urbanistico abbia dato una diversa destinazione e la cui alienazione sia stata autorizzata dalla Regione Lombardia oppure fra i terreni classificati alla lettera b) dell’art. 11 della legge 16 giugno 1927, n. 1766, divenuti alienabili nel rispetto delle previsioni del piano regolatore generale, senza che occorra una specifica autorizzazione regionale, salva l’adozione di decreto, ai sensi dell’art 1 della Legge regionale 24 maggio 1988, n. 52, avente valore di atto di ricognizione.
Si tratta di atti nulli, relativi a terreni la cui causa d’invalidità è successivamente venuta meno. Come s’è visto , se si applicano i principi generali sul contratto nullo non è possibile la sanatoria del contratto nullo attraverso un intervento ex post dell’autorità amministrativa, ma è possibile transigere sulla richiesta di restituzione del bene, utilizzando, eventualmente, in questo caso anche la conciliazione di cui all’art. 29, c.3, della legge n. 1766. Nella transazione le parti rinunciano rispettivamente alla restituzione del bene e all’azione di risarcimento dei danni ex art. 1338 c.c.
8) Da quanto fin qui esposto consegue che i terreni di proprietà privata assoggettati ad uso civico, inteso come jus in re aliena, sono liberamente trasferibili. Il vincolo è opponibile al terzo acquirente anche se non trascritto . A mio avviso, si deve giungere alla stessa conclusione nel caso di vendita di terreni di proprietà comunale, previamente passati al patrimonio disponibile.
Ovviamente deve trattarsi di usi ancora riconosciuti nel 1927 oppure dichiarati e quindi riconosciuti.
Al terzo acquirente che ignorava il vincolo, al quale possa essere validamente opposto l’uso civico, spettano i rimedi propri della vendita per il caso di oneri non dichiarati o di evizione parziale. Se è già stata operato scorporo mediante la costituzione di un canone il proprietario potrà sempre provvedere all’affrancazione che, per evidenti motivi di opportunità, è preferibile avvenga prima della vendita .
Si è quindi concluso che per i fondi gravati da uso civico “gli atti di divisione, cessione od alienazione di natura privata, attinenti cioè ai diritti di godimento di privati sui fondi stessi, possono essere liberamente posti in essere dalle parti e ricevuti dal notaio” mentre esisterebbe un problema per la donazione perché la donazione di cosa parzialmente altrui sarebbe nulla, salvo che sia già avvento lo scorporo con la costituzione di un canone, configurabile come modus . La tesi della nullità della donazione del bene gravato da uso civico prima dello scorporo non mi convince. Il divieto di donazione di cose altrui, conseguente al divieto di donazione di beni futuri, è a tutela del donante ; non vedo quindi per quale ragione, se l’atto fosse configurabile come donazione di cosa parzialmente altrui, non si dovrebbe applicare la disciplina del nullità parziale, con salvezza del trasferimento del diritto spettante all’alienante. Se poi l’uso civico è configurabile, come ritengo, quale jus in re aliena , la questione della donazione di cosa parzialmente altrui nemmeno si pone.
In Lombardia, in caso di edificazione in conformità alle previsioni del piano regolatore generale, l’uso civico si estingue ex lege, in applicazione dei principi ricordati nel precedente paragrafo. Dalla sentenza della Corte costituzionale 30 dicembre 1991, n. 511, si arguisce che non è dovuto alcun indennizzo: Il mutamento di destinazione, estintivo dell’uso civico, è la conseguenza di una scelta urbanistica rispondente al pubblico interesse.
9) Si tratta ora di accertare se le conclusioni fin qui raggiunte possono essere modificate in presenza di un condono edilizio le cui norme trattano anche degli usi civici.
E’ stato infatti sostenuto che la legge di sanatoria edilizia 28 febbraio 1985, n. 47, all’art. 32, c. 4, avrebbe concesso ai Comuni, alle Università agrarie ed, in genere, alle associazione agrarie il potere di disporre dei beni ad essi affidati oggetto di abuso edilizio.
Quella norma subordina il rilascio della concessione o dell’autorizzazione in sanatoria delle opere eseguite da terzi su aree di proprietà dello Stato o di enti pubblici territoriali, in assenza di un titolo che abiliti al godimento del suolo, anche alla disponibilità dell’ente proprietario a concedere onerosamente, alle condizioni previste dalle leggi statali o regionali vigenti, l’uso del suolo su cui insiste la costruzione. Essa fu modificata dall’art. 2 del d.l. 12 gennaio 1988, n. 2, come modificato dalla legge di conversione 13 marzo 1998., n. 68, con l’aggiunta, per quanto qui interessa, del seguente periodo: “La disponibilità dell’uso del suolo, anche se gravato da usi civici, viene espressa dallo Stato o dagli enti pubblici territoriali proprietari entro il termine di centottanta giorni dalla richiesta. La richiesta di disponibilità all’uso del suolo deve essere limitata alla superficie occupata dalle costruzioni oggetto della sanatoria oltre a quelle delle pertinenze strettamente necessarie, con un massimo di tre volte rispetto all’area coperta dal fabbricato...L’atto di disponibilità, regolato con convenzione di cessione del diritto di superficie per una durata massima di anni sessanta, è stipulato dall’ente proprietario..”
Ora il d.l. 30 settembre 2003, n. 269, all’art. 32 c. 25, convertito nella legge 24 novembre 2003, n. 326, ha esteso l’applicazione delle norme suddette alle opere abusive ultimate entro il 31 marzo 2003 e che non abbiano comportato ampliamento del manufatto superiore al 30 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento superiore a 750 mc. e alle nuove costruzioni residenziali non superiori a 750 mc. per singola richiesta di titolo abilitativo edilizio in sanatoria a condizione che la nuova costruzione non superi complessivamente i 3.000 metri cubi.
Quindi chi abbia sanato la costruzione realizzata su aree demaniali soggette a usi civici è divenuto proprietario superficiario e può disporre a tale titolo della costruzione.
Ricordando però che il Comune non esercita sulle terre civiche il potere d’imperio, perché ha solo quello di rappresentanza e di gestione e quindi si deve distinguere fra terre civiche e beni demaniali comunali in senso stretto, un’interpretazione rigorosa della norma, però contrastante con le finalità perseguite dal legislatore, potrebbe far ritenere che le costruzioni realizzate sulle terre civiche siano escluse dalla sanatoria, che riguarderebbe solo i beni appartenenti al patrimonio o al demanio proprio dell’ente locale, gravati da usi civici, cioè situazioni del tutto marginali. Anche per questa ragione la possibile interpretazione restrittiva deve essere esclusa.
10) I livelli non hanno nulla a che vedere con gli usi civici. Sono un istituto giuridico di diritto privato, ormai equiparato all’enfiteusi. Pertanto il diritto del concedente può essere estinto mediante affrancazione, con applicazione delle norme sull’enfiteusi.
Nel dopoguerra il legislatore è intervenuto più volte per favorirne l’estinzione. Così la legge 11 febbraio 1958, n. 74, sui canoni livellari veneti, limitò il canone dei livelli anteriori all’entrata in vigore del codice civile del 1865 al triplo del reddito dominicale del fondo determinato a norma del d.l. 4 aprile 1939, n. 589, convertito in legge 28 giugno 1939, n. 976, e stabilì la presunzione juris tantum che il livelli fossero anteriori; fissò il prezzo di affrancazione attraverso la capitalizzazione del canone sulla base dell’interesse legale, allora del 5 per cento, e stabilì l’applicazione delle norme del codice sull’enfiteusi. La successiva legge 22 luglio 1966, n. 607, ridusse i canoni enfiteutici e le altre prestazioni fondiarie perpetue, quindi anche i livelli, a un ammontare corrispondente al reddito dominicale e il capitale d’affrancazione a 15 volte il canone. La Corte costituzionale con sentenza 23 maggio 1997, n. 143, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa del 1966, relativa alla determinazione del canone enfiteutico, nella parte in cui non prevede l’aggiornamento del valore di riferimento per la determinazione del capitale d’affrancamento mediante coefficienti idonei a mantenere adeguata, con ragionevole approssimazione, la corrispondenza con l’effettiva realtà economica.
La legge 7 gennaio 1974, n. 3, convertì in un diritto di credito, da estinguere entro un anno e prescrivibile in due, salva diversa volontà del proprietario utilista, i diritti dei concedenti dei rapporti regolati dalla legge 11 febbraio 1958, n. 74 e quelli relativi ad altre prestazioni fondiarie perpetue.
La legge 29 gennaio 1974, n. 16, stabilì l’estinzione dei rapporti perpetui e personali costituiti anteriormente al 28 ottobre 1941 (data di entrata in vigore del libro III del nuovo codice civile) che fossero la fonte di un diritto delle amministrazioni e delle aziende autonome dello Stato di riscuotere canoni enfiteutici, censi, livelli e altre prestazioni in denaro o in derrate, in misura inferiore al £ 1.000 annue.
Ne consegue che i livelli, se ancora esistenti, non impediscono la negoziazione dei terreni sui quali gravano, né il rilascio di concessioni edilizie, che, per legge, sono concesse al proprietario con la clausola della salvezza
L I V E L L I
R.D. 15 luglio 1923 n. 1717 convertito nella Legge 11 giugno 1925 n. 998;
R.D. 7 febbraio 1926 n. 426;
Legge 15 febbraio 1958 n. 74;
Legge 22 luglio 1966 n. 607;
Legge 7 gennaio 1974 n. 3;
Legge 29 gennaio 1974 n. 16.
* Livello (nozione): il livello costituiva all’origine una vendita a termine dietro versamento di un corrispettivo (detto livello, pensio o censo), per cui allo scadere del termine (salvo rinnovo del contratto) la piena proprietà tornava al concedente, il quale rimaneva pertanto sempre quale domino diretto.
Il contratto aveva durata lunga o addirittura perpetua e contemplava, oltre l’obbligo del pagamento della prestazione, anche l’obbligo di miglioria, nonché la erogazione di altre prestazioni o servigi (differentemente dal censo ove invece l’obbligo era soltanto quello di pagare il canone).
La Chiesa ebbe a concedere largamente i propri beni utilizzando tale figura.
Nel tempo questo istituto è stato sempre più assimilato all’enfiteusi sino ad identificarsi completamente con quest’ultima, assumendo quindi il livello la connotazione di cessione in godimento a lungo termine o in perpetuo di un terreno con l’obbligo di pagare un canone annuo o di coltivarlo apportandovi migliorie.
* Affrancazione (nozione): il diritto di affrancazione è stato definito come un diritto personale potestativo ob rem consistente nella facoltà concessa all’enfiteuta di riscattare il fondo corrispondendo al concedente una somma rappresentante la capitalizzazione del canone annuo.
La dottrina maggioritaria e la giurisprudenza ritengono necessario per l’affrancazione del fondo il consenso del concedente, manifestato in un atto negoziale o in una sentenza costitutiva del diritto.
Altri autori sostengono invece che per l’affrancazione del fondo è sufficiente la volontà dell’affrancante, manifestata attraverso (a) la comunicazione della volontà di affrancare inviata al concedente, (b) il pagamento della somma dovuta per l’affrancazione.
* Affrancazione o estinzione del diritto - La Legge 7 gennaio 1974 n. 3 ha convertito in un diritto di credito da estinguere in un anno e prescrivibile in due, salvo diversa volontà del proprietario utilista, i diritti dei concedenti dei rapporti regolati dalla Legge 15 febbraio 1958 n. 74 e quelli relativi ad altre prestazioni fondiarie perpetue.
La Legge 29 gennaio 1974 n. 16 ha stabilito l'estinzione dei rapporti perpetui e personali costituiti anteriormente al 28 ottobre 1941, che fossero la fonte di un diritto delle amministrazioni, delle aziende autonome dello stato e degli enti ecclesiastici di riscuotere canoni enfiteutici, censi, livelli e altre prestazioni in denaro o in derrate, in misura inferiore a Lire mille (£ 1.000=) annue.
* Trascrizione: ai fini della trascrizione (codice 101) è necessario l’atto pubblico, la scrittura privata autenticata (o accertata giudizialmente) o una sentenza.
L’art. 15 della Legge 11 giugno 1925 n. 998 espressamente dispone che, nella procedura di affrancazione, l'atto stipulato tra il concedente e l'affrancante, o, in mancanza di esso, la domanda giudiziale dovrà essere trascritta a norma degli articoli 2659 e seguenti del Codice Civile; la sentenza deve invece essere annotata a margine della trascrizione della domanda giudiziale.
Sempre ai sensi della medesima legge, gli effetti giuridici dell'affrancazione si produrranno, rispetto ai terzi, dalla data della trascrizione dell'atto stipulato tra le parti o dalla data della annotazione della sentenza.
* Modalità operative: qualora il concedente sia un ente pubblico territoriale o un ente ecclesiastico e si rientri nella casistica di cui alle Leggi innanzi citate, le Agenzie del Territorio (Catasto) di solito ritengono sufficiente e idonea una delibera o determina proveniente dall’ente concedente, che riconosca l'avvenuta estinzione del diritto al fine della cancellazione dalla partita catastale del livello.
Negli altri casi sarà necessario procedere ad atto negoziale di affrancazione dal canone (enfiteutico) al fine di procedere all'espletamento di tutti gli incombenti quali trascrizione dell'atto e voltura catastale dello stesso.
* Spese: l’art. 18 della Legge 998/1925 pone le spese dell’affrancazione a carico dell’affrancante.
* Trattamento fiscale: la prassi degli uffici ha evidenziato che gli atti di affrancazione scontano le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria (n.b. valutare se trattasi di terreno agricolo, edificabile o di fabbricato).
* Bozza di atto di affrancazione
ATTO DI AFFRANCAZIONE DI LIVELLO
L'anno ed il giorno del mese di ___
In ___, nel mio studio in Via ___n.___
Avanti a me Dott. ___, Notaio in ___, iscritto nel Ruolo del Distretto Notarile di , senza assistenza di testimoni per espressa e concorde rinuncia dei comparenti con il mio consenso, sono presenti:
PER IL CONCEDENTE
1) Tizio, nella sua qualità di ___ del Comune di ___, Codice Fiscale ___, munito dei più ampi poteri per il presente atto in forza di ___, che previa lettura da me datane ai comparenti viene allegato al presente atto sotto la lettera ___
Rev. Caio, nella sua veste di legale rappresentante del Santuario di ___ in ___, Codice Fiscale ___, munito dei più ampi poteri per il presente atto in forza di ___ , che previa lettura da me datane ai comparenti viene allegato al presente atto sotto la lettera ___;
PER IL LIVELLARIO
2) Sempronio ___
- che il predetto Istituto Ecclesiastico (oppure il predetto Comune) è beneficiario del dominio diretto sul seguente immobile: (descrizione, dati catastali, coerenze);
- che il dominio utile del detto bene appartiene a Sempronio;
- che Sempronio ha richiesto al predetto Istituto Ecclesiastico (oppure al predetto Comune) di affrancare l'immobile sopra descritto ed a tale richiesta il concedente ha aderito,
- che Sempronio, volendo esercitare la facoltà di affrancazione concessagli dalla legge, fece notificare al Comune di ___ la prescritta dichiarazione, come da atto dell'Ufficiale Giudiziario in data ___,
(n.b. è sufficiente la dichiarazione di voler esercitare la facoltà di affrancazione, descrivendo gli immobili ed offrendo la necessaria somma di denaro, da notificarsi a mezzo ufficiale giudiziario);
- che l’Amministrazione del Comune di ___ ha accettato la dichiarazione fatta da Sempronio con deliberazione della Giunta Comunale in data ___ già allegata sotto la lettera ___;
ciò premesso e ritenuto quale parte integrante e sostanziale del presente atto, convengono e stipulano quanto segue.
Il Comune di __ (oppure l’Ente Ecclesiastico), come sopra rappresentato, dichiara di affrancare a favore del signor Sempronio, che accetta, il livello gravante sui terreni sul quale il medesimo esercita il dominio utile e la cui descrizione, comprensiva di consistenza, dati catastali e confini si abbia qui per interamente riprodotta e trascritta.
CORRISPETTIVO: il corrispettivo per l’affrancazione è stato determinato in complessivi euro ___, somma che l' "ISTITUTO ECCLESIASTICO (oppure il Comune di___), come retro rappresentato, dichiara di avere prima d’ora ricevuto dal signor Sempronio (come da reversale n. ___ del ___ quietanza n. ___ del ___ della Tesoreria Comunale di ___) al quale rilascia ampia e finale quietanza di saldo e liberazione, con rinunzia all’iscrizione dell’ipoteca legale.
- L"ISTITUTO ECCLESIASTICO (oppure il Comune di ___), come retro rappresentato, libera l'immobile in oggetto dall'onere del pagamento del canone annuo e dagli altri pesi enfiteutici, riconoscendo il fondo stesso come affrancato in favore di Sempronio.
- L' ISTITUTO ECCLESIASTICO (oppure il Comune di ___), come retro rappresentato, dichiara e garantisce che l'immobile in contratto, relativamente al diritto del concedente, è libero da ipoteche, diritti di affittanza, di prelazione ed altri oneri pregiudizievoli, offrendo comunque a Sempronio ogni garanzia di legge.
- Le parti, in proprio e come sopra rappresentate, autorizzano la trascrizione e la voltura del presente atto.
A norma dell’art. 30, secondo comma, del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, L'ISTITUTO ECCLESIASTICO (oppure il Comune di ___) dichiara che non sono intervenute modifiche negli strumenti urbanistici comunali, successivamente al rilascio da parte del dirigente/dal funzionario responsabile del Comune di ___ del certificato di destinazione urbanistica in data ___ che, in originale, si allega al presente atto sotto la lettera ___, che previa lettura da me datane ai comparenti viene allegato al presente atto sotto la lettera ___
(Eventuali ulteriori menzioni urbanistiche obbligatorie qualora venga affrancato un fabbricato).
Le parti dichiarano che il terreno oggetto del presente atto è/non è agricolo, come risulta dal certificato di destinazione urbanistica qui allegato sotto la lettera ___ e quindi sconta l'imposta di registro con aliquota 8% (non agricolo) oppure del 15% (agricolo) e le imposte ipotecaria e catastale con aliquota rispettivamente del 2% e dell'1%, fatta avvertenza che la base imponibile è la somma pagata per l'affrancazione, ai sensi dell'art. 47 del D.P.R. 26 aprile 1986 n. 131.
(Qualora si tratti di fabbricato, imposta di registro del 7%, ipotecaria del 2% e catastale dell'1%).
Le spese del presente atto si convengono a carico della parte affrancante.
STATO CIVILE E/0 REGIME PATRIMONIALE
Il signor Sempronio dichiara di non essere coniugato/di essere coniugato in regime di ___
Questo atto, steso integralmente a mia cura, scritto per intero da persona di mia fiducia con sistema elettromeccanografico, io notaio ho pubblicato mediante lettura datane ai comparenti che lo approvano.
Occupa ___ fogli per ___ intere facciate e la ___ sin qui.
CONCLUSIONI: i livelli, se ancora esistenti, non sono ostativi alla vendita dei terreni sui quali gravano.
Nel caso in cui il “livello” risulti costituito a favore di un Comune o comunque di un ente pubblico è opportuno muoversi con cautela verificando se si tratta effettivamente di un livello oppure di un “uso civico”, stante la asserita inalienabilità, inusucapibilità e imprescrittibilità dei diritti di uso civico, per la cui trattazione si rimanda all’allegato studio del Prof. Perego.
R.D.L. 15 luglio 1923, n. 1717 (1).
Riforma delle vigenti disposizioni sulla affrancazione dei canoni, censi ed altre prestazioni perpetue (2).
(1) Pubblicato nella Gazz. Uff. 21 agosto 1923, n. 196.
(2) Il presente provvedimento è anche citato, per coordinamento, in nota alla L. 11 giugno 1925, n. 998.
Le prestazioni perpetue di qualsiasi natura, compresi i canoni enfiteutici, possono essere affrancate nonostante patto, disposizione o legge in contrario salvo quanto è disposto nell'art. 14. Parimenti possono essere affrancati i canoni enfiteutici temporanei.
L'affrancazione avrà luogo secondo le norme stabilite negli articoli seguenti anche se l'obbligo della prestazione sia sorto e l'enfiteusi sia stata costituita anteriormente al presente decreto.
Agli effetti del presente decreto le prestazioni e le enfiteusi sono perpetue e considerate come tali:
1° se la perpetuità risulti dagli atti costitutivi o da documenti che ne tengono luogo;
2° se negli atti costitutivi o nei documenti che ne tengano luogo non sia determinata la durata dell'obbligo della prestazione o la durata dell'enfiteusi;
3° se l'obbligo della prestazione sia comunque sorto e l'enfiteusi sia stata comunque costituita senza determinazione di durata;
4° se per legge, per consuetudine, per convenzione o per disposizione possa riconoscersi obbligatoria la indeterminata rinnovazione del titolo costitutivo;
5° se siano state costituite almeno a terza generazione, oppure per durata non inferiore a cento anni.
Il prezzo di affrancazione si determina capitalizzando la somma in denaro dovuta come prestazione o la somma corrispondente al valore delle derrate dovute allo stesso titolo.
La capitalizzazione ha luogo in base alla prestazione dovuta al tempo in cui si procede all'affrancazione ed in ragione del cento per cinque; oppure in ragione del cento per quattro, se l'obbligo della prestazione è sorto posteriormente alla legge 22 giugno 1905, n. 268.
Quando manchi il titolo o da questo non risulti la prestazione dovuta, la capitalizzazione ha luogo sulla base della prestazione, corrisposta nell'ultimo decennio anteriore all'epoca in cui si procede all'affrancazione.
Sono salve le convenzioni con cui si sia stabilito il pagamento di un prezzo inferiore a quello sopra accennato, e per le enfiteusi concesse a tempo determinato e non eccedente i trent'anni anche le convenzioni con cui si sia stabilito il pagamento di un prezzo maggiore, che non deve però eccedere il quarto di quello sopra indicato.
Se la prestazione consista in una determinata somma di denaro, la capitalizzazione si effettua esclusivamente in base alla quantità numerica della somma stessa, qualunque sia la specie della moneta prevista nel titolo o corrente al tempo della costituzione di questo.
Se la prestazione consista in una quantità fissa di derrate di qualsiasi natura, la somma da capitalizzare si determina in base alla media del valore delle prestazioni corrisposte nell'ultimo decennio.
Se invece consista in una quota di derrate, per la determinazione della somma da capitalizzare a termine del comma precedente, la quota deve essere ridotta in una quantità fissa corrispondente alla media delle quantità effettivamente corrisposte nell'ultimo decennio.
Se la prestazione sia stabilita in misura per tutta la sua durata non eguale ma progressiva e decrescente, la somma da capitalizzare, la quantità fissa o la quota delle derrate si determina in base alla media delle somme, delle quantità e delle quote corrisposte nell'ultimo decennio, se si tratti di prestazione progressiva; in base alla media delle somme, delle quantità o delle quote che si dovrebbero corrispondere nel decennio successivo all'affrancazione, se si tratti di prestazione decrescente.
In quest'ultimo caso però la determinazione del valore delle derrate o della quantità di esse corrispondente alla quota della prestazione è fatta in base alla media del decennio precedente.
Se l'affrancazione ha luogo nei primi dieci anni dall'entrata in vigore del presente decreto, agli effetti degli articoli 5 e 6 la media del valore delle derrate e quella delle quantità corrispondenti alle quote delle derrate debbono essere ventennali.
Il valore delle derrate viene accertato, per i canoni enfiteutici o di carattere enfiteutico, nella provincia dove è situato il fondo o la maggior parte di esso, e per le altre prestazioni nella provincia nella quale l'obbligazione deve essere eseguita.
All'uopo ogni camera di commercio pubblicherà annualmente, in base ai prezzi correnti nelle piazze della rispettiva circoscrizione, la media ventennale e successivamente anche la decennale delle derrate più in uso.
Per le derrate non contemplate in detta media, il valore è fissato dal prefetto su richiesta dell'interessato, previo parere della locale camera di commercio.
Il prezzo di affrancazione dei fondi enfiteutici, se concedenti siano il demanio o qualunque altra amministrazione dello Stato, il fondo per il culto, gli economati generali dei benefizi vacanti, le provincie, i comuni od ogni altra persona giuridica soggetta a tutela governativa, e l'enfiteusi sia stata costituita anteriormente all'entrata in vigore della legge 22 giugno 1905, n. 268, è fissato nella somma corrispondente a quindici annualità di canone:
a) quando la somma o il valore corrispondente al canone originario o a ciascuna delle singole parti in cui questo siasi diviso non superi lire 30 annue;
b) quando, trattandosi di fondi rustici, il valore del canone non superi lire 100 e l'affrancante sia coltivatore diretto del fondo o ne diriga personalmente la coltivazione.
La presente disposizione nel caso indicato alla lettera a) si applica anche per l'affrancazione delle altre prestazioni di cui all'art. 1.
Nelle affrancazioni previste dal presente articolo non è dovuto il supplemento del prezzo di cui all'art. 11.
Restano ferme, in quanto siano applicabili, le facilitazioni concesse dalla legge 29 giugno 1893, n. 347.
Il prezzo di affrancazione quando l'obbligo della prestazione sia sorto o l'enfiteusi sia stata costituita anteriormente all'entrata in vigore della legge 22 giugno 1905, n. 268, può pagarsi anche mediante titoli del debito pubblico italiano consolidato al 5 per cento, calcolati al valore risultante, nel sabato precedente al contratto o alla domanda giudiziale di affrancazione, dalle liste della borsa del luogo in cui deve eseguirsi il pagamento, ovvero in mancanza, di quella del luogo più vicino.
Per i canoni enfiteutici in denaro e per le prestazioni similmente in denaro, di cui l'obbligo sia sorto anteriormente al 24 maggio 1915, l'affrancante, oltre il prezzo di affrancazione determinato in conformità degli articoli precedenti, deve pagare al concedente o al creditore un supplemento pari alla quinta parte del prezzo medesimo.
Se all'affrancazione non si faccia luogo nel termine di un anno dalla pubblicazione del presente decreto, il pagamento della prestazione è aumentato del quinto. In tale caso il prezzo della eventuale successiva affrancazione è determinato sulla prestazione così aumentata senza il supplemento di cui al primo comma del presente articolo.
Nelle affrancazioni delle enfiteusi perpetue per le quali sia dovuto un laudemio, deve pagarsi al concedente, oltre al prezzo di affrancazione, una indennità determinata nella seguente misura:
a) la centesima parte del valore del fondo diminuito del prezzo di affrancazione se il laudemio sia fissato nella misura della quinquagesima;
b) il doppio dell'indennità stabilito nella lettera a) se il laudemio sia fissato in misura non maggiore della vigesima;
c) il triplo se il laudemio sia fissato in misura maggiore.
Nell'affrancazione delle enfiteusi temporanee le anzidette indennità sono raddoppiate. Il valore del fondo sarà determinato con le norme contenute nel primo comma dell'art. 10 del decreto-legge 24 novembre 1919, n. 2169 e con quelle che le sostituiranno.
Qualora al concedente o al creditore siano riservati diritti di godimento o di uso il prezzo di affrancazione, dovuto a norma dei precedenti articoli, è aumentato in corrispondenza del valore dei diritti che con l'affrancazione vengono a cessare.
Corrispondente aumento avrà pure luogo quando il concedente o il creditore abbia acquistato servitù che aumentino in modo permanente il valore del fondo e non cessino con l'affrancazione.
Il prezzo è invece diminuito quando il concedente o il creditore viene liberato con l'affrancazione da oneri, che, secondo la legge del tempo in cui fu costituita l'enfiteusi o sorse l'obbligo della prestazione, sarebbero stati a carico dell'enfiteuta o del debitore.
Nelle enfiteusi di fondi rustici di superficie non maggiore di dieci ettari, concesse a chi sia coltivatore diretto del fondo o a chi ne diriga personalmente la coltivazione, sarà efficace la rinuncia al diritto di affrancazione per una durata non superiore ai cinquanta anni.
Se è convenuta una durata maggiore, questa viene ristretta a cinquanta anni.
Restano in vigore le leggi speciali che consentono la rinuncia al diritto di affrancazione per un diverso periodo di tempo.
Nella procedura di affrancazione dell'enfiteusi, l'atto stipulato tra il concedente o l'affrancante o, in mancanza, la domanda giudiziale deve essere trascritta a norma degli articoli 1936 e seguenti del codice civile. La sentenza deve essere annotata in margine della trascrizione della domanda giudiziale.
Prima della domanda giudiziale oppure qualora al momento della trascrizione dell'atto stipulato tra le parti risultino iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, l'affrancante dovrà depositare nella locale cassa dei depositi e prestiti il prezzo di affrancazione nella misura stabilita dal presente decreto.
Gli effetti giuridici dell'affrancazione rispetto ai terzi si avranno dalla data della trascrizione dell'atto stipulato tra le parti o dalla data dell'annotazione della sentenza, formalità alle quali il conservatore delle ipoteche non potrà procedere ove la parte che chiede la trascrizione o l'annotazione della sentenza non provi che sia stato eseguito il deposito a termine del precedente capoverso, oppure, in mancanza di iscrizioni ipotecarie, che sia stato effettuato il pagamento del prezzo di affrancazione.
In caso di iscrizione ipotecaria sul diritto del concedente alla ripartizione della somma depositata ai termini dell'articolo precedente provvede il pretore nella giurisdizione del quale trovasi il fondo da affrancare o la maggior parte di esso previa citazione delle parti e dei creditori ipotecari a cura del più diligente.
In caso di domanda giudiziale e in mancanza di iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, il deposito di cui all'art. 16 viene ritirato dal concedente stesso mediante presentazione del decreto di svincolo emesso dal competente pretore in base al certificato del conservatore delle ipoteche.
Qualora invece sul diritto del concedente esistano iscrizioni ipotecarie, il deposito viene svincolato dai creditori, e dal concedente per l'eccedenza, mediante presentazione del provvedimento di ripartizione di cui all'articolo precedente.
Le spese di affrancazione sono a carico dell'affrancante eccetto quelle che dipendono dal procedimento reso necessario dalle iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, per le quali si procede ai termini degli articoli 370 e seguenti del codice di procedura civile.
Se la prestazione non supera lire 10, gli atti relativi all'affrancazione sono esenti delle tasse di bollo, di registro, ipotecarie e di voltura catastale.
Se la prestazione supera lire 10 ma non lire 100, gli atti medesimi sono soggetti alla metà delle tasse di bollo, di registro, ipotecarie e di voltura catastale.
Nei casi suindicati gli onorari o compensi dovuti al notaio o altro pubblico ufficiale che presti la sua opera negli atti di affrancazione sono ridotti alla metà di quelli stabiliti dalle rispettive tariffe.
Il presente decreto entrerà in vigore nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del regno, e sarà presentato al parlamento per la conversione in legge.
L. 11 giugno 1925, n. 998 (1).
Conversione in legge del R.D.L. 15 luglio 1923, n. 1717, per la riforma delle disposizioni sulla affrancazione dei canoni, censi ed altre prestazioni perpetue.
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 26 giugno 1925, numero 147. Il testo del R.D.L. 15 luglio 1923, n. 1717 è riportato in allegato alla legge di conversione.
Articolo unico. - È convertito in legge il R.D. 15 luglio 1923, n. 1717, per la riforma delle vigenti disposizioni sulla affrancazione dei canoni, censi ed altre prestazioni perpetue, colle modificazioni risultanti dal testo seguente:
1. I canoni enfiteutici, i censi e tutte le altre prestazioni perpetue di qualsiasi natura, possono essere affrancate da chi ne è debitore, nonostante patto, disposizione o legge in contrario salvo quanto è disposto nell'art. 14. Parimenti possono essere affrancati i canoni enfiteutici temporanei.
I predetti canoni ed altre prestazioni, quando consistono in una quota di prodotti naturali, possono sempre, a richiesta di chi vi ha diritto, essere ridotti a misura annua fissa.
L'affrancazione e la riduzione a misura fissa avranno luogo secondo le norme stabilite negli articoli seguenti, anche se l'obbligo delle prestazioni sia stato costituito anteriormente alla presente legge (2).
(2) Vedi gli artt. 2 e 3, R.D.L. 7 febbraio 1926, n. 426, riportato al n. II.
2. Agli effetti della presente legge, le prestazioni, di cui all'articolo precedente, qualora la perpetuità non ne sia dichiarata nei loro titoli o in documenti che ne tengano luogo, sono considerate perpetue:
1° se nei titoli o documenti medesimi non ne sia espressa la durata, né questa sia stata o possa essere altrimenti accertata;
2° se per legge, per consuetudine o per convenzione, possa riconoscersi obbligatoria la indeterminata rinnovazione del titolo costitutivo;
3° se siano state costituite almeno a terza generazione o per durata almeno di cento anni; purché, al momento dell'affrancazione, nel primo caso non sia ancora iniziata l'ultima generazione, e nell'altro la durata residuale sia superiore a trentatre anni.
3. Il prezzo di affrancazione si determina capitalizzando, sulla base dell'interesse legale, la somma dovuta per la prestazione in denaro, ovvero quella corrispondente al valore delle derrate, se in queste la prestazione consista.
La prestazione è determinata dal titolo o da equipollente documento: in mancanza, il capitale si determina sulla base delle prestazioni corrisposte nell'ultimo decennio anteriore alla affrancazione.
Sono salve le convenzioni con cui si sia stabilito il pagamento di un prezzo inferiore; e per le enfiteusi concesse a tempo determinato, e un eccedente i trent'anni, sono salve anche le convenzioni con cui si sia stabilito il pagamento di un prezzo maggiore, che non deve però nell'aumento eccedere il quarto del capitale determinato a norma dei comma precedenti (3).
(3) Vedi l'art. 4, R.D. 7 febbraio 1926, n. 426, riportato al n. II.
4. Se la prestazione consiste in una somma di denaro, la determinazione del corrispondente capitale ha luogo in base alla quantità numerica della somma stessa nella moneta legale corrente al momento della affrancazione, qualunque sia la specie della moneta prevista nel titolo o corrente al tempo della costituzione di questo.
Questa disposizione non si applica qualora, risultando dal titolo l'obbligo espresso del pagamento in una determinata specie di moneta, con questa o con ragguaglio ad essa siansi fatti i pagamenti annuali senza interruzione negli ultimi cinque anni. In questo caso non avrà luogo l'aumento di cui all'art. 10 (4).
(4) Vedi l'art. 5, R.D. 7 febbraio 1926, n. 426, riportato al n. II.
5. Se la prestazione consiste in quantità fissa di derrate, la somma corrispondente, per la formazione del capitale, si determina nella media del valore delle prestazioni corrisposte nell'ultimo decennio.
Se invece consiste in una quota di derrate, per determinare la somma da capitalizzare nel modo suddetto, deve la quota stessa esser ridotta ad una misura annua fissa, corrispondente alla media delle quantità corrisposte nell'ultimo decennio.
6. Qualora la misura della prestazione sia stabilita non in modo eguale per tutta la sua durata, ma progressivo e decrescente, la somma da capitalizzare, la quantità fissa o la quota delle derrate si determina, rispettivamente, in base alla media delle somme, delle quantità e delle quote corrisposte nell'ultimo decennio, se si tratti di prestazione progressiva; in base alla media delle somme, delle quantità o delle quote che si dovrebbero corrispondere nel decennio successivo alla affrancazione, se si tratti di prestazione decrescente.
Nell'ultimo caso, però, la determinazione del valore delle derrate o della quantità di esse corrispondente alla quota della prestazione è fatta in base alla media del decennio precedente.
7. Per i canoni di carattere enfiteutico o in qualsiasi modo dipendenti da un fondo determinato, il valore delle derrate è accertato nella provincia dove è situato il fondo o la maggior parte di esso, e per le altre prestazioni nella provincia nella quale l'obbligazione deve essere eseguita.
All'uopo ogni camera di commercio pubblicherà annualmente, in base ai prezzi correnti nella rispettiva circoscrizione, la media decennale delle derrate più in uso. Per le altre il valore sarà fissato dal prefetto, su richiesta dell'interessato, previo parere della locale camera di commercio.
8. Il prezzo di affrancazione per tutte le prestazioni di cui all'art. 1, qualora ne siano creditori il demanio o qualunque altra amministrazione dello Stato, il fondo per il culto, gli economati generali dei benefizi vacanti, le province, i comuni ed ogni persona giuridica soggetta a tutela governativa, e l'obbligo della prestazione sia anteriore alla legge 22 giugno 1905, n. 268, è fissato nella somma corrispondente a quindici annualità, quando il valore della prestazione originaria, o di ciascuna delle parti in cui questa possa essersi divisa, non supera lire 50 annue.
Anche in tale caso è dovuto l'aumento di cui all'art. 10.
Restano ferme, in quanto siano applicabili, le facilitazioni concesse dalla legge 29 giugno 1893, n. 347 (5).
(5) Vedi artt. 7 e 9 R.D. 7 febbraio 1926, n. 426, riportato in appresso, al n. II.
9. Il prezzo di affrancazione può essere pagato anche mediante titoli del debito pubblico consolidato al 5 per cento, calcolati però, al valore reale: tale sarà ritenuto quello risultante, nel sabato precedente al contratto o al deposito del prezzo, dalle liste della borsa del luogo in cui deve eseguirsi il pagamento, ovvero, in mancanza, di quella del luogo più vicino.
10. Per le prestazioni in denaro, siano enfiteutiche o di qualunque altra natura, di cui l'obbligo sia sorto anteriormente al 1° gennaio 1919, l'affrancante, oltre il prezzo determinato in conformità degli articoli precedenti, deve pagare un supplemento pari alla quinta parte del prezzo medesimo.
D'altrettanto è aumentata la prestazione, qualora non sia affrancata; l'aumento decorre dal 21 agosto 1923. In tal caso il prezzo della eventuale successiva affrancazione è determinato sulla prestazione così aumentata senza ulteriori aumenti.
11. Nelle affrancazioni delle enfiteusi per le quali sia dovuto un laudemio, deve pagarsi al concedente, oltre al prezzo di affrancazione, una indennità, che, in mancanza di speciale pattuizione, è determinata nella metà del laudemio stesso nel caso di enfiteusi perpetua, e nei tre quarti nel caso di enfiteusi temporanea (6).
Qualora l'ammontare del laudemio debba essere determinato in relazione al valore dell'utile dominio sul fondo, questo valore sarà stabllito, in caso di disaccordo tra le parti, da un perito nominato dal Presidente del Tribunale, che giudicherà inappellabilmente come arbitro amichevole compositore.
(6) I laudemi di qualsiasi specie sono stati aboliti dall'art. 145 disp. att. c.c., il quale così recita:
145. Sono aboliti dal 28 ottobre 1941 i laudemi di qualsiasi specie, che per convenzione, per legge o per consuetudine siano dovuti nelle enfiteusi costituite anteriormente al 1° gennaio 1866, ma il concedente può chiedere che il canone sia aumentato di una somma pari alla trentesima parte del laudemio.
Se il titolo costitutivo, la legge o la consuetudine prevedono il pagamento di più laudemi di specie diversa, si ha riguardo, agli effetti dell'aumento del canone, al laudemio di maggior importo.
Per la determinazione del laudemio si applica il secondo comma dell'art. 11 della legge 11 giugno 1925, n. 998.
Al riguardo, il successivo art. 146 aggiunge:
146. Qualora il canone sia stato aumentato a norma dell'articolo precedente, non si aggiunge al prezzo di affrancazione l'indennità stabilita dal primo comma dell'art. 11 della legge 11 giugno 1925, n. 998.
12. Qualora al concedente o al creditore siano riservati diritti di godimento o di uso, il prezzo di affrancazione, dovuto a norma dei precedenti articoli, è aumentato in corrispondenza del valore dei diritti che con l'affrancazione vengono a cessare.
Corrispondente aumento sarà pure dovuto quando il concedente o il creditore abbia acquistato diritti che aumentano in modo permanente il valore del fondo.
Il prezzo è invece diminuito quando il concedente o il creditore viene liberato con l'affrancazione da oneri, che, secondo la legge del tempo in cui fu costituito l'obbligo della prestazione, sarebbero stati a carico dell'enfiteuta o del debitore.
Gli stessi criteri saranno applicati per le commutazioni di cui all'art. 5.
13. Per le affrancazioni delle enfiteusi temporanee il prezzo da pagarsi al concedente può ricevere un congruo aumento, che, in mancanza di accordo fra le parti, è fissato dall'autorità giudiziaria, premessa la perizia del fondo e tenuto conto di ogni pregiudizio che il concedente stesso possa avere.
14. Nelle enfiteusi di fondi rustici le parti possono convenire la rinuncia al diritto di affrancazione per un tempo non superiore a cinquanta anni, se la superficie del fondo non sia maggiore di dieci ettari e concessionario ne sia il diretto coltivatore; non superiore a trent'anni in tutti gli altri casi.
Se è convenuta una durata maggiore, questa viene ridotta ai termini anzidetti.
Restano, per altro, in vigore le leggi speciali che consentono la rinuncia al diritto di affrancazione per un diverso periodo di tempo (7).
(7) Vedi, ora, però, l'art. 971 c.c. del 1942:
971. Affrancazione. - L'enfiteuta può affrancare il fondo dopo venti anni dalla costituzione dell'enfiteusi.
Anche quando nell'atto costitutivo non è indicato alcun termine, se in esso è prestabilito un piano di miglioramento, l'enfiteuta non può procedere all'affrancazione prima che i miglioramenti siano stati compiuti.
Se più sono gli enfiteuti, la affrancazione può promuoversi anche da uno solo di essi, ma per la totalità. In questo caso l'affrancante subentra nei diritti del concedente verso gli altri enfiteuti, salva, a favore di questi, una riduzione proporzionale del canone.
15. Nella procedura di affrancazione dell'enfiteusi l'atto stipulato tra il concedente e l'affrancante, o, in mancanza di esso, la domanda giudiziale si dovrà trascrivere a norma degli articoli 1936 (8) e seguenti del codice civile. La sentenza deve essere annotata in margine della trascrizione della domanda giudiziale.
Prima della domanda giudiziale o qualora nel momento della trascrizione dell'atto stipulato tra le parti risultino iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, l'affrancante dovrà depositare nella locale cassa dei depositi e prestiti il prezzo di affrancazione nella misura stabilita dalla presente legge.
Gli effetti giuridici dell'affrancazione rispetto ai terzi si avranno dalla data della trascrizione dell'atto stipulato tra le parti o dalla data della annotazione della sentenza. A tali formalità il conservatore delle ipoteche (9) non potrà procedere, ove la parte che chiede la trascrizione o l'annotazione della sentenza non provi che sia stato eseguito il deposito a termine del precedente capoverso, oppure, in mancanza di iscrizioni ipotecarie, che sia stato effettuato il pagamento del prezzo di affrancazione (10).
(8) Ora, art. 2659 c.c. del 1942.
(9) Ora, conservatore dei registri immobiliari (c.c. del 1942).
(10) Vedi art. 10 R.D. 7 febbraio 1926, n. 426, riportato in appresso, al n. II.
16. In caso di iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, provvede alla ripartizione del prezzo depositato il pretore nella cui giurisdizione trovasi il fondo da affrancare o la maggior parte di esso, previa citazione delle parti e dei crediti ipotecari a cura del più diligente.
Qualora sorgano contestazioni, il pretore rimette le parti a udienza fissa avanti l'autorità giudiziaria competente.
17. Qualora il deposito sia stato fatto in seguito di domanda giudiziale di affrancazione, e non risultino iscrizioni ipotecarie, il deposito stesso sarà ritirato dal concedente mediante presentazione del decreto di svincolo emesso dal pretore, in base al certificato del conservatore delle ipoteche (9).
Se, al contrario, esistano iscrizioni ipotecarie, il deposito sarà svincolato dai creditori, mediante presentazione del provvedimento di ripartizione, di cui all'articolo precedente, e poi anche dal concedente per la eventuale eccedenza.
18. Le spese di affrancazione sono a carico dell'affrancante, eccetto quelle che dipendono dal procedimento reso necessario dalle iscrizioni ipotecarie sul diritto del concedente, per le quali si procede a' termini degli articoli 370 e seguenti del codice di procedura civile (11).
(11) Ora, artt. 91, 92 e 96 c.p.c. del 1942.
19. Se la prestazione non supera il valore di lire 10, gli atti dell'affrancazione, sia in via giudiziaria che contrattuale, sono esenti dalle tasse di bollo, di registro, ipotecarie e di voltura catastale.
Se la prestazione supera il valore di lire 10, ma non di lire 100, gli atti medesimi sono soggetti alla metà delle tasse di bollo, di registro, ipotecarie e di voltura catastale.
Nei casi sopra indicati, gli onorari o compensi dovuti al notaio o altro pubblico ufficiale che presti la sua opera negli atti di affrancazione sono ridotti nel primo caso ad un quarto, nell'altro alla metà di quelli stabiliti dalle rispettive tariffe.
20. Il governo del re è autorizzato ad emanare le disposizioni transitorie e ogni altra disposizione occorrente per l'attuazione della presente legge, nonché a coordinare la medesima con le altre leggi vigenti.
21. La presente legge entrerà in vigore nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
R.D. 7 febbraio 1926, n. 426 (1).
Disposizioni transitorie e di attuazione alla L. 11 giugno 1925, n. 998 (2) per la riforma delle vigenti disposizioni, sulla affrancazione dei canoni, censi ed altre prestazioni perpetue (2/a).
(1) Pubblicato nella Gazz. Uff. 19 marzo 1926, n. 65.
(2) Riportata sopra, al n. I.
(2/a) L'art. 2 del presente provvedimento è anche riportato, per coordinamento, in nota all'art. 119 del D.Lgt. 23 marzo 1919, n. 1058.
1. Le modificazioni arrecate dalla legge 11 giugno 1925, n. 998, al regio decreto legge 15 luglio 1923, n. 1717, non hanno vigore per le affrancazioni già regolarmente compiute a norma del predetto regio decreto legge, che rimangono definitivamente valide.
Le affrancazioni iniziate anteriormente all'entrata in vigore della legge 11 giugno 1925, n. 998, saranno regolate dalle norme contenute nella detta legge, purché non sia già intervenuto il consenso delle parti, anche se manchi la vera stipulazione dell'atto formale di affrancazione; ovvero non vi siano sentenze passate in giudicato che abbiano fissato i criteri per la determinazione del prezzo di affrancazione, anche se la liquidazione sia stata rimessa all'esito di indagini peritali; ovvero nel giudizio di affrancazione in corso, quando la detta legge entrò in vigore, nessuna contestazione sussistesse fra le parti circa i criteri di determinazione del prezzo di affrancazione e il giudizio riguardasse soltanto la liquidazione.
2. L'affrancazione e la riduzione in misura fissa autorizzate dall'art. 1 della legge 11 giugno 1925, n. 998, si riferiscono alle prestazioni perpetue di qualsiasi natura, qualunque ne sia la denominazione.
Nulla è innovato alle leggi particolari che abolirono alcune categorie di prestazioni o ne disposero la commutazione in denaro. Le prestazioni, di cui non era ammessa la commutazione in danaro secondo le leggi anzidette, rimangono escluse dalla commutazione medesima, anche dopo la loro eventuale riduzione a misura fissa a norma della legge 11 giugno 1925, numero 998.
3. Hanno diritto a richiedere la riduzione a misura annua fissa dei canoni ed altre prestazioni consistenti in una quota di prodotti naturali, a termini del secondo comma dell'art. 1 della legge 11 giugno 1925, n. 998, così il creditore come il debitore del canone o della prestazione.
4. Per la determinazione del prezzo di affrancazione ai sensi dell'art. 3 della legge 11 giugno 1925, n. 998, la capitalizzazione ha luogo sulla base dell'interesse legale, qualunque sia il tempo in cui sorse l'obbligo della prestazione, rimanendo abrogato per quanto riguarda le affrancazioni il secondo comma dell'art. 2 della legge 22 giugno 1905, n. 268.
5. Le disposizioni dell'art. 4 della legge 11 giugno 1925, n. 998, non pregiudicano il diritto del concedente o del creditore di ottenere che il pagamento avvenga in una determinata specie di danaro, quando, pure non essendo stati eseguiti negli ultimi cinque anni i pagamenti annuali nella specie di moneta determinata dal titolo o con ragguaglio alla medesima, sia pendente giudizio tra le parti circa l'obbligo del debitore di eseguire i pagamenti in una determinata specie di moneta.
In questo caso, qualora venga riconosciuto il diritto ad ottenere il pagamento in una determinata specie di moneta, non avrà luogo l'aumento di cui all'art. 10 della legge.
6. Le clausole contenute nei contratti di enfiteusi o le disposizioni di leggi speciali con le quali sia fatto divieto all'enfiteuta di contrarre mutui ipotecari o garantiti dal privilegio speciale non impediscono a costui di contrarre mutui a scopo di miglioramento fondiario agrario previsto da leggi speciali e di consentire validamente, a garanzia dei mutui contratti, iscrizione ipotecaria sopra i diritti a lui spettanti sui beni enfiteutici, ferma sempre la esclusione del vincolo ipotecario sopra i diritti del concedente sui beni medesimi.
7. Nella affrancazione delle prestazioni dovute al demanio dello Stato, al fondo per il culto e all'asse ecclesiastico di Roma, giusta l'ultimo capoverso dell'art. 8 della legge 11 giugno 1925, n. 998, resta ferma la facoltà del pagamento rateale del prezzo di affrancazione nei limiti e secondo le disposizioni della legge 29 giugno 1893, n. 347, e resta ferma altresì l'applicazione delle norme, dei privilegi di tasse e delle esenzioni da emolumenti giusta l'art. 8 della legge medesima.
Per l'affrancazione di prestazioni di importo non superiore a lire 5 resta ferma la facilitazione dell'art. 7 della citata legge 29 giugno 1893, n. 347.
8. Se il creditore di un canone enfiteutico, di un censo o di una prestazione perpetua di qualsiasi natura, sia un corpo morale che e abbia riscosso da oltre dieci anni l'importo annuo del canone o del censo o della prestazione separatamente dai diversi obbligati, ciascuno di questi potrà valersi della facoltà di affrancare accordata dalla legge 11 giugno 1925, n. 998, in proporzione della quota da esso annualmente pagata.
9. Le disposizioni della legge 11 giugno 1925, n. 998, non dispensano le amministrazioni indicate nell'art. 8 della legge medesima e ogni persona giuridica soggetta a tutela governativa le quali, secondo le norme costitutive che ne regolano il funzionamento, abbiano bisogno di autorizzazione ad atti eccedenti l'ordinaria amministrazione, dal munirsi della detta autorizzazione per consentire all'affrancazione o alla riduzione in misura fissa di canoni o prestazioni a termini della legge medesima.
10. L'obbligo di eseguire, prima della domanda giudiziale, il deposito nella Cassa depositi e prestiti del prezzo di affrancazione a norma del secondo comma dell'art. 15 della legge 11 giugno 1925, n. 998, sussiste qualunque sia la natura del canone o della prestazione che si chiede di affrancare.
Qualora la determinazione del prezzo di affrancazione nella misura stabilita dalla legge 11 giugno 1925, n. 998, sia controversa, sulla presentazione della domanda giudiziale, il giudice investito della controversia, senza pregiudizio della successiva determinazione del prezzo di affrancazione, stabilirà con suo decreto l'ammontare del deposito e il termine entro il quale il deposito deve essere eseguito. La mancata esecuzione del deposito nel termine stabilito rende improcedibile la domanda.
Quando la controversia sia di competenza del giudice collegiale, il provvedimento indicato sarà dato dal presidente del collegio.
Qualora il prezzo di affrancazione venga poi determinato in misura maggiore in confronto del deposito, l'affrancante dovrà versare alla cassa depositi e prestiti la differenza del prezzo con gli interessi legali, in difetto di che non potrà ottenere l'annotazione della sentenza, a sensi dell'ultimo comma dell'art. 15 della legge citata.
11. Con successivo nostro decreto sarà provveduto al coordinamento in testo unico della legge 11 giugno 1925, n. 998, con le altre leggi vigenti.
L. 15 febbraio 1958, n. 74 (1). Regolamentazione dei canoni livellari veneti (2).
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 3 marzo 1958, n. 54.
(2) Vedi, anche, la L. 7 gennaio 1974, n. 3, riportata al n. IX.
1. Con decorrenza dell'annata agraria 1957-58 i canoni dei livelli costituiti nelle province di Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Verona e Vicenza posti in essere prima dell'entrata in vigore del codice civile del 1865, non possono essere superiori al triplo del reddito dominicale del fondo sul quale gravano, determinato a norma del D.L. 4 aprile 1939, n. 589 (3), convertito in legge 29 giugno 1939, n. 976.
I canoni dei livelli superiori a detta misura sono ridotti al limite di cui al precedente comma.
(3) Sulla revisione generale degli estimi dei terreni.
2. Salvo prova contraria i livelli di cui all'art. 1 si presumono costituiti anteriormente all'entrata in vigore dei codici civili del 1865.
3. Il prezzo di affrancazione del fondo gravato si determina capitalizzando, sulla base dell'interesse legale, l'annuo canone di cui all'art. 1, dopo che sia stato ridotto, se del caso alla misura ivi indicata.
4. Nell'ipotesi prevista dal secondo comma dell'art. 961 codice civile l'affrancazione dei canoni di cui all'art. 1 può effettuaisi dal singolo condividente per la sua quota.
5. Ai livelli di cui all'art. 1 si applicano le disposizioni sull'enfiteusi contenute negli artt. 957 e seguenti del codice civile e nelle leggi speciali, in quanto non sia diversamente disposto dalla presente legge.
6. Le norme della presente legge sono inderogabili salvi i patti più sfavorevoli al livellario.
L. 22 luglio 1966, n. 607 (1).
Norme in materia di enfiteusi e prestazioni fondiarie perpetue (2) (1/circ).
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 6 agosto 1966, n. 195.
(2) Vedi, anche, la L. 18 dicembre 1970, n. 1138, riportata al n. VIII. Per completezza di informazione si riporta qui di seguito nel suo testo originario il titolo IV (artt. 34-44), contenente disposizioni per favorire l'enfiteusi e la proprietà coltivatrice, della L. 15 luglio 1906, n. 383 (Gazz. Uff. 31 luglio 1906) recante provvedimenti per le provincie meridionali, per la Sicilia e per la Sardegna:
«TITOLO IV. Disposizioni per favorire l'enfiteusi e la proprietà coltivatrice.
Art. 34. Potrà essere data dal Governo del Re mediante decreto reale a società anonime costituite, esclusi gli istituti d'emissione, od a società anonime da costituirsi, l'autorizzazione a compiere le seguenti operazioni:
a) acquisto di fondi rustici nel Regno appartenenti a privati, agli Istituti d'emissione e loro crediti fondiari, e ad altri enti, per coltivarli, per concederli in affitto o in enfiteusi, e anche per rivenderli, dopo averli migliorati o divisi, secondo le norme che verranno stabilite nel regolamento.
I fondi rustici degli istituti d'emissione e loro crediti fondiari siti nelle province napoletane, siciliane e sarde e che saranno acquistati dalle società, verranno divisi in lotti e saranno preferibilmente conceduti in enfiteusi ovvero venduti per lotti in guisa di favorire la formazione di proprietà coltivatrici;
b) impianto ed esercizio d'industrie agricole di qualsiasi genere;
c) concorso e partecipazione alla costituzione di intraprese e società anonime, che abbiano gli stessi scopi di cui alle lettere a), b);
d) concorso e partecipazione alla formazione di imprese, società e colonie agricole, nonché di cooperative ed associazioni tra produttori per lo smercio dei prodotti;
e) anticipazioni a terzi per miglioramenti e divisione di fondi rustici, e per costruzione di case coloniche, a anticipazione agli enfiteuti per le spese di raccolta, di coltivazione, di sementi, di concimi; per migliorare i fondi e dotarli di scorte vive e morte, di attrezzi e di quant'altro occorre all'esercizio dell'agricoltura, e per la costruzione di case coloniche;
f) qualunque altra operazione direttamente connessa con gli scopi suddetti.
Le dette società potranno impiegare i capitali disponibili in titoli di Stato, in titoli garantiti direttamente o indirettamente dallo Stato, in cartelle fondiarie, ed in anticipazioni su tali titoli.
Le anticipazioni, di cui alla lettera e), saranno garantiti dal privilegio speciale e dall'ipoteca, a norma delle leggi 23 gennaio 1887, n. 4276, e 31 gennaio 1903, n. 254.
Art. 35. Le società anonime di cui all'articolo precedente da costituirsi avranno un capitale non minore di 5 milioni aumentabili sino a 20 milioni per deliberazione del consiglio di amministrazione ed oltre 20 milioni per deliberazione dell'assemblea generale degli azionisti.
Il capitale di tali società sarà formato da azioni del valore nominale non inferiore a cento e non superiore a duecentocinquanta lire ciascuna.
Le società avranno facoltà di emettere obbligazioni fino al doppio del capitale versato e della riserva statutaria, osservando in tutto il resto le norme del codice di commercio.
Art. 36. Le società stesse dovranno avere amministrazione autonoma e indipendente da qualsiasi altro istituto.
Almeno tre quarti dei componenti il consiglio d'amministrazione e il collegio dei sindaci, come pure il direttore, dovranno avere nazionalità italiana.
Il presidente del consiglio d'amministrazione dovrà essere scelto tra i consiglieri di nazionalità italiana.
Ciascuna società avrà una sede principale, e potrà istituire filiali e agenzie con le norme che saranno stabilite dallo statuto.
Art. 37. Dovranno essere approvati con decreto reale lo statuto sociale, le successive modificazioni di esso e la tavola di ammortamento delle obbligazioni.
Sarà indicata nello statuto la misura massima dell'interesse sulle operazioni attive e dell'interesse delle obbligazioni, e sarà stabilito il metodo di rimborso delle obbligazioni.
Art. 38. Per le concessioni enfiteutiche disposte dall'art. 34, lettera a), si osserveranno le seguenti norme:
a) l'enfiteuta assume l'obbligo, sotto pena di decadenza di coltivare il fondo o dirigerne personalmente la coltivazione.
La mancanza di coltivazione per servizio militare, per malattia o per altra causa indipendente dalla volontà dell'enfiteuta, non porta la decadenza.
Gli enfiteuti, sotto pena di risoluzione o di perdita dei miglioramenti eseguiti, non potranno per un periodo di venti anni, cedere, alienare, sotto qualsiasi forma, sottoporre ad ipoteca, concedere ad anticresi ad altri beni ad essi concessi, e sarà nullo qualunque contratto stipulato durante il ventennio all'oggetto suindicato.
Però le società potranno, quando a loro giudizio concorreranno convenienti condizioni speciali, permettere ai concessionari di cedere ad altri, anche durante il ventennio, i beni ad essi concessi.
Tale cessione deve sempre farsi con l'obbligo nel nuovo enfiteuta, di coltivare o dirigere personalmente la coltivazione del suo fondo;
b) il canone dovuto sarà divisibile.
Il pagamento del canone nei primi quattro anni dalla concessione sarà della metà del canone convenuto; e la metà dovuta per gli anni medesimi sarà ripartita in aumento dei canoni successivi;
c) il fondo non potrà essere di una estensione superiore a quindici ettari.
È vietata qualsiasi più estesa concessione alla medesima persona;
d) è vietato qualsiasi atto di rinuncia ad indennità per miglioramenti arrecati al fondo;
e) il diritto di affrancazione non potrà essere esercitato dall'enfiteuta e dai suoi creditori se non decorso il periodo di sessant'anni dalla data della concessione enfiteutica;
f) quando più eredi siano chiamati alla successione dell'enfiteuta, il fondo non si può dividere senza il consenso della società.
Qualora esse neghino il consenso, il fondo sarà assegnato a quello fra i chiamati che offrirà il pagamento in danaro delle quote spettanti agli altri.
Se due o più fra i chiamati facciano tale offerta si procederà, dinanzi al pretore, alla estrazione a sorte per stabilire chi debba essere preferito.
Qualora nessuno dei chiamati voglia o possa fare l'offerta, il fondo sarà venduto, a norma dell'art. 988 del codice civile. In tal caso l'acquirente subentra in tutti gli obblighi dell'originario enfiteuta.
Art. 39. Le società regolarmente costituite per l'esercizio delle operazioni indicate all'art. 34 godranno delle seguenti agevolezze fiscali:
1) Per un periodo di tre anni dal giorno in cui le società comincieranno a funzionare sarà ridotta di nove decimi la tassa di registro pel trapasso dei fondi rustici dagli istituti di emissione e loro crediti fondiari alla società; e per un periodo di anni 20 dallo stesso giorno saranno ridotte di tre quarti le tasse di trasferimento per gli atti stipulati dalle stesse società per le rivendite a terzi, e le altre operazioni e gli altri fini indicati all'art. 34, e per le vendite o cessioni fatte ai terzi dalle società del dominio diretto dei beni concessi in enfiteusi.
Tale riduzione sarà concessa con le norme e garanzie da stabilirsi nel regolamento.
Sarà da ricuperarsi la differenza fra la tassa normale di registro e quella percetta in misura ridotta quando i fondi rustici acquistati venissero destinati a fini diversi da quelli stabiliti nell'art. 34.
2) Agli opifici di evidente utilità agraria, che giusta l'art. 34, sorgessero per opera delle società, verrà applicata la esenzione dall'imposta di ricchezza mobile nei limiti ed estensione dell'art. 3 della presente legge.
Le riduzioni, di cui sopra, saranno concesse con le norme e garanzie da stabilirsi nel regolamento.
3) Sarà pure ridotta al quarto la tassa di negoziazione sulle azioni ed obbligazioni emesse dalle società.
4) Gli atti di concessioni enfiteutiche di cui agli articoli 34 e 38, quelli di concessione, di assegnazione e di vendita giudiziale contemplati nell'art. 38, saranno registrati con tassa fissa di una lira; e saranno trascritti nella conservatoria delle ipoteche mediante il solo diritto fisso di una lira.
Per gli stessi atti si farà luogo alla esecuzione delle volture catastali senza percezione di diritti e di tasse.
Art. 40. Sugli utili annuali accertati dall'assemblea degli azionisti sarà prelevato non meno del 10 per cento da destinarsi alla riserva statuaria e a quelle altre riserve speciali, che fossero designate dallo statuto o deliberate dall'assemblea degli azionisti.
Art. 41. Le società sono autorizzate a valersi nelle procedure esecutive delle norme stabilite dalla legge per il credito fondiario compresa la facoltà di scrivere su carta da centesimi cinquanta gli atti relativi.
Art. 42. Nel decreto reale di concessione saranno stabilite le norme della vigilanza governativa sul funzionamento delle società allo scopo di assicurare la esecuzione della presente legge e dello statuto sociale.
Art. 43. In tutte le enfiteusi in perpetuo fra privati, che si stipulano nelle province dei compartimenti napoletano, siciliano e sardo, sarà ammessa la pattuazione della indivisibilità del canone, e la rinunzia per 90 anni al diritto di affrancazione di cui all'art. 1564 del codice civile, a condizione che il fondo abbia una estensione non superiore a 15 ettari.
Art. 44. A tutti i contratti enfiteutici che saranno stipulati nelle province medesime, ed agli atti conseguenziali, saranno applicate le agevolazioni fiscali determinate nell'art. 39, n. 4, della presente legge.
- Ministero dell'interno: Circ. 9 settembre 1999, n. 118.
1. I canoni enfiteutici perpetui o temporanei e le altre prestazioni fondiarie perpetue non possono comunque superare l'ammontare corrispondente al reddito dominicale del fondo sul quale gravano, determinato a norma del decreto-legge 4 aprile 1939, n. 589, convertito nella legge 29 giugno 1939, n. 976, rivalutato con il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 maggio 1947, n. 356 (2/a).
I canoni e le altre prestazioni stabiliti in misura superiore sono ridotti al limite di cui al precedente comma, previo computo, quanto a quelli consistenti in una quantità fissa di derrate, dell'equivalente in denaro in base ai prezzi correnti al momento della entrata in vigore della presente legge, e, quanto a quelli consistenti in una quota di derrate, della somma in denaro calcolata, in base ai detti prezzi sulla misura fissa corrispondente alla media delle quantità corrispondenti nell'ultimo quinquennio.
I canoni e le altre prestazioni stabiliti in misura inferiore non possono essere aumentati.
L'affrancazione dei canoni e delle prestazioni si opera in ogni caso mediante il pagamento di una somma corrispondente a quindici volte il loro valore, come sopra determinato, previo computo, limitatamente a quelli in natura, dell'equivalente in denaro, determinato ai sensi del secondo comma (2/a).
Sono salve le condizioni di maggior favore per l'enfiteuta.
Ai fini dell'applicazione del primo comma del presente articolo si fa riferimento alla qualifica catastale risultante al 30 giugno 1939 (3).
(2/a) Con sentenza 19-23 maggio 1997, n. 143 (Gazz. uff. 28 maggio 1997, n. 22 - Serie Speciale), la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, primo e quarto comma, nella parte in cui, per le enfiteusi fondiarie costituite anteriormente al 28 ottobre 1941, non prevede che il valore di riferimento per la determinazione del capitale per l'affrancazione delle stesse sia periodicamente aggiornato mediante l'applicazione di coefficienti di maggiorazione idonei a mantenere adeguata, con una ragionevole approssimazione, la corrispondenza con la effettiva realtà economica.
(3) Con sentenza n. 37 del 13-21 marzo 1969 (Gazz. Uff. 26 marzo 1969, n. 78) la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della presente legge, limitatamente alla parte in cui comprende nella normativa anche i rapporti che formano oggetto della legge conclusi successivamente alla data del 28 ottobre 1941. Vedi, anche, la L. 18 dicembre 1970, n. 1138, riportata al n. VIII.
2. La domanda giudiziale di affrancazione, qualunque ne sia il valore, si propone con ricorso al pretore competente per territorio ai sensi dell'articolo 21 del codice di procedura civile. Il ricorso deve contenere con ogni altro elemento utile:
1) il nome e cognome, la residenza o il domicilio o la dimora di colui al quale è stata in precedenza corrisposta la prestazione, nonché di colui che sia ritenuto titolare della prestazione, se trattasi di persona diversa. Se trattasi di persona giuridica, il ricorso deve contenere la denominazione di essa, con l'indicazione dell'organo o l'ufficio che ne ha la rappresentanza in giudizio;
2) la descrizione dell'immobile, l'estensione, la denominazione catastale e almeno tre confini.
Al ricorso sono allegati: le quietanze e qualsiasi altro atto o documento relativi alla prestazione e, in mancanza, l'atto di notorietà sulla esistenza della prestazione e sull'importo di essa, nonché il certificato storico catastale dell'immobile ed i certificati delle iscrizioni e trascrizioni riferentisi all'ultimo ventennio.
3. Il pretore, con proprio decreto, fissa la udienza di comparizione personale delle parti davanti a sé, ordinando che il ricorso e il decreto siano notificati anche a chi, a suo giudizio, sulla scorta delle notizie e della documentazione di cui all'articolo precedente, risulti interessato al ricorso stesso, compreso il creditore ipotecario.
L'udienza di comparizione deve aver luogo in ogni caso non oltre il 60° giorno dalla data di presentazione del ricorso.
4. Il pretore, nella prima udienza deve cercare di conciliare le parti ai sensi dell'articolo 185 del codice di procedura civile.
In caso di mancato accordo, il Pretore inteso se del caso un consulente tecnico, determina la somma, che il ricorrente deve depositare in conto corrente presso l'ufficio postale del comune sede della pretura competente, quale capitale di affranco.
Dalla data del predetto deposito resta sospeso il pagamento del canone o delle prestazioni al concedente.
In base alla quietanza attestante l'avvenuto deposito, il pretore dispone, con ordinanza non revocabile dalla stessa Autorità, l'affrancazione del fondo, dando sommariamente atto nel provvedimento motivato delle osservazioni, delle riserve e delle eccezioni delle parti.
Il pretore ha facoltà di ordinare l'iscrizione di ipoteca giudiziale a favore del concedente e per l'ammontare che riterrà opportuno.
Il cancelliere provvede, entro quindici giorni dalla data dell'ordinanza del pretore, a far trascrivere l'ordinanza stessa presso il competente Ufficio dei registri immobiliari.
5. Il capitale di affranco determinato dal pretore non può superare in ogni caso il limite di cui all'articolo 1 della presente legge.
L'affrancante è tenuto alla sua eventuale integrazione, se legalmente richiesta è dovuta ai sensi del comma quinto del presente articolo.
L'ordinanza prima della trascrizione dev'essere notificata alle persone di cui agli articoli 2 e 3 a cura del ricorrente.
Intervenuta la notifica l'enfiteusi o la prestazione fondiaria si estingue nei confronti di chiunque.
Entro tre mesi dalla avvenuta notifica della ordinanza di affranco, chi vi ha interesse può adire la Sezione speciale per i contratti agrari del tribunale competente per territorio per la contestazione del diritto dell'affrancazione, per la riduzione o l'integrazione del capitale di affranco e per l'attribuzione dell'intera somma o di parte di essa.
La sentenza che decide definitivamente la controversia è annotata in margine alla trascrizione dell'ordinanza di affranco.
Le spese del giudizio presso la predetta sezione del tribunale saranno a carico della parte soccombente.
6. Trascorsi i tre mesi senza che sia proposta domanda giudiziale ai sensi dell'articolo precedente, le eccezioni e le riserve di cui a
ammazza Arovè, e che è?????? Maremma Bucaiola che papiro
grazie tante.....quando passi per la capitale longobarda ti spetta un birrozzo e un piatto di affettati dell'oltrepo' :thumbs:
Lo "stretto necessario" per capirci qualcosa. Dalle mie parti se ne vedono parecchi e quindi il CN ci ha investito molto.
Ti prendo alla lettera per birra e salumi.
Pubblicato il giorno October 2, 2008
cos'hai concluso??
un concedente è un Ospedale!!!
noooooooooooooooooooooooooooooooooo :swear:
Meglio: chiedi alla Direzione se hanno preteso i canoni. Se non l'hanno fatto, fai dichiarare con la voltura l'estinzione del livello in quanto costituito anteriormente al 28 ottobre 1941, magari con un bel sostitutivo di notorio
è quello che faro' per la fabbriceria...per l'ospedale devo ancora informarmi!
mi sembra che l'affrancazione unilaterale basata sulla prescrizione del diritto sia la cosa migliore, ho peraltro un cliente con questo problema in zona nord milano, chi può darmi una mano e fare l'atto? grazie carlo
Pubblicato il giorno October 20, 2010
metti la dichiarazione di ususcapione in atto e voltura con riserva
babà 0
Pubblicato il giorno November 7, 2010
la procedura di far dichiarare la costituzione del livello prima dell'anno 1941 vale anche per i terreni del Fondo Amministrazione Culto ?
Mi vergogno molto , tempo fa sapevo queste robe a mena dito...
- un terreno allodiale ex civico e gravato da un canone (demaniale) di natura enfiteutica (impropriamente indicato come "livello", dizione introdotta nelle intestazioni del vecchio registro delle partite del Catasto Terreni pubblicato dall'impianto 1937/1940 fino al 31/12/1961; la fase di conservazione del Catasto terreni è iniziata dal 01/01/1962 e pertanto ai sensi dell’art. 54 del R.D. n. 1539 del 12/10/1933 - Regolamento di attuazione del T.U. approvato con R.D. 08/10/1931, n. 1572 - le domande di voltura delle ditte intestatarie in Catasto sono ammesse solo quando si prova il diritto di proprietà o di possesso con titolo legale);
Per verificare la tipologia di vincolo e la natura giuridica del terreno (usurpo oallodio) è necessario effettuare un'indagine storico/giuridica tramite l'ausilio di un Perito Istruttore Demaniale o richiedere un certificato all'Ufficio Usi Civici Regionale competente.
Circa la "Commerciabilità dei terreni soggetti ad uso civico", vedere anche loStudio 777 del 21/05/1994 della Commissione Studi del Consiglio Nazionale del Notariato.
se il comune è concedente, quindi è l'ente esponenziale della collettività, e quindi di tutti, credo sia più che ovvio (e sacrosanto) che "qualcosa lo vorrà incassare", o qui devono incassare solo i notai "furbi"?
se "il precedente notaio gli ha venduto la piena proprietà ma che di fatto lui non è pieno proprietario", se vuoi, glielo posso spiegare io, così gli spiego anche le furbizie di certi notai.
affrancazione unilaterale? atto ricognitivo? vedo che qui le norme vengono rispettate ... alla lettera.
cinque o sei anni, una decina all'anno, sono circa 50/60 atti ... "e nessuno ci ha detto mai niente"?
prima o poi doveva arrivare qualcuno che diceva qualcosa, ... è possibile sapere nome e cognome di questo notaio per un esposto all'ordine? grazie
forse più di qualcuno dovrebbe ristudiarsi da capo il codice civile ... e non solo:
- enfiteusi di cui al codice civile;
- canone demaniale di natura enfiteutica;
- fondo edifici di culto;
- circolare agenzia del territorio prot. 29104 del 11/05/2011;
- legge 16/1974 abrogata dal dl 112/2008 e comunque non applicabile ai beni comunali (parere corte dei conti 18/2006).
come no, perfetto, e di tutte le sentenze della cassazione (4231/76 - 323/73 - 2904/62 - 2100/60 - 177/46), tutte concordi, secondo cui "l’omesso pagamento del canone, per qualsiasi tempo protratto, non giova a mutarne il titolo del possesso, neppure nel singolare caso sia stata attribuita dalle parti efficacia ricognitiva", cosa ce ne facciamo???
Il diritto del concedente a riscuotere il canone non si estingue per usucapione per il preciso disposto dell’art. 1164 del Codice Civile: si può usucapire solo il diritto dell'enfiteuta, mentre il dominio diretto è imprescrittibile.
si veda: Enfiteusi di cui al Codice Civile
carlo, credo che l'affrancazione col concedente sia l'unica strada perseguibile: la dichiarazione di usucapione consigliata dal duca credo vada leggermente contro l'art. 1164 del C.C.,vedi enfiteusi e livello.
per il fondo amministrazione culto vedasi FONDO EDIFICI DI CULTO, e comunque la legge 16/1974 che prevedeva l'estinzione delle affrancazioni ante 1941 con canone minore di lire 1000, è stata abrogata dal dl 112/2008.
trattasi di enfiteusi di cui al codice civile in cui il diritto del concedente a riscuotere il canone non si estingue per usucapione per il preciso disposto dell’art. 1164 del Codice Civile: si può usucapire solo il diritto dell'enfiteuta, mentre il dominio diretto è imprescrittibile.