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Timestamp: 2020-08-14 00:39:08+00:00
Document Index: 65536834

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 8', 'art. 18']

Roberto Pettinelli | 20/07/2020 13:24
A cura di Roberto Pettinelli - Trifirò & Partners Avvocati
Il 16 luglio scorso la Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza (n. 150/2020) con la quale ha dichiarato l'incostituzionalità del criterio di calcolo dell'indennità previsto dall'art. 4, d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23 (c.d. Jobs Act) per i licenziamenti viziati sul piano formale e procedurale. Secondo la Consulta l'indennità non può essere rigidamente ancorata alla sola anzianità di servizio.
La pronuncia si pone in linea di continuità con la precedente sentenza del 2018 (8 novembre 2018, n. 194), con la quale, in relazione al meccanismo di determinazione dell'indennità dovuta per i licenziamenti privi di giusta causa o di giustificato motivo oggettivo o soggettivo previsto dall'art. 3 Jobs Act, era già stato ritenuto che la previsione di un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del prestatore di lavoro collide coi principi di ragionevolezza e di uguaglianza, contrastando quindi col diritto e la tutela del lavoro impressi agli articoli 4 e 35 della Costituzione.
L'esito dell'art. 4 era pertanto già annunciato. La Corte, invero, coerentemente con l'oggetto delle ordinanze di rimessione, non prende in considerazione la questione di legittimità costituzionale relativa al trattamento difforme, quanto alle soglie, tra vizi formali e vizi sostanziali, ma esamina la questione, come nel 2018, avendo esclusivo riguardo alla compatibilità della normativa con gli artt. 3, 4, co. 1 e 35, co. 1 Cost.
Dopo aver sottoposto a confronto le regole dettate dall'art. 18 Stat. lav. (nella versione modificata dalla l. 92/2012) e quelle previste dal Jobs Act, la Corte ricorda come «le prescrizioni formali, la cui violazione la disposizione censurata ha inteso sanzionare con la tutela indennitaria, rivestono una essenziale funzione di garanzia, ispirata a valori di civiltà giuridica» e contengono pertanto diritti direttamente riconducibili al principio di tutela del lavoro, enunciato dagli artt. 4 e 35 Cost., che impongono al legislatore di circondare di «doverose garanzie» e di «opportuni temperamenti» il recesso del datore di lavoro, analogamente a quanto già ritenuto nel 2018.
È dunque per tale ragione che la disciplina del licenziamento affetto da vizi di forma e di procedura deve essere incardinata nel rispetto dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza, così da garantire una tutela adeguata. Per la Consulta, la «prudente discrezionalità del legislatore, pur potendo modulare la tutela in chiave eminentemente monetaria, attraverso la predeterminazione dell'importo spettante al lavoratore» non potrebbe ottundere, attraverso automatismi risarcitori, le specificità del caso concreto, ma dovrebbe invece attuare un equilibrato contemperamento tra i diversi interessi in gioco, che non si rinviene, invece, nella norma censurata.
Analogamente a quanto ritenuto dalla sentenza del 2018, della quale si assicura esplicitamente la continuità, il criterio elaborato dal legislatore del 2015 si presta quindi a «censure di irragionevolezza intrinseca», capace di accentuare le sperequazioni e la frammentarietà di una disciplina dei licenziamenti, già attraversata da molteplici distinzioni. In tal senso, la mera anzianità di servizio non solo sarebbe inidonea a esprimere le mutevoli ripercussioni che ogni licenziamento produce nella sfera personale e patrimoniale del lavoratore, ma non presenterebbe neppure una ragionevole correlazione con il disvalore del licenziamento affetto da vizi formali e procedurali, che il legislatore ha inteso sanzionare: un disvalore che non potrebbe esaurirsi in una mera operazione matematica.
L'indagine degli altri criteri di determinazione dell'indennità di licenziamento già considerati dal legislatore (art. 18 Stat. lav.; art. 8, l. 604/1966) mostrerebbe invero un profondo conflitto, oltre che con il principio di eguaglianza, anche con il principio di ragionevolezza.
L'inadeguatezza e irrazionalità del meccanismo sanzionatorio, inoltre, si rivelerebbe anche in conflitto con la tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni (artt. 4, primo comma, e 35, primo comma, Cost.) e dunque della dignità della persona del lavoratore in senso ampio.
Quanto al futuro, il suggerimento della Consulta è che il giudice, nel rispetto delle soglie fissate dal legislatore, determini l'indennità tenendo conto innanzitutto dell'anzianità di servizio, «che rappresenta la base di partenza della valutazione» e operando in chiave correttiva, «con apprezzamento congruamente motivato, il giudice potrà ponderare anche altri criteri desumibili dal sistema, che concorrano a rendere la determinazione dell'indennità aderente alle particolarità del caso concreto»: la gravità delle violazioni, già prevista dall'art. 18, co. 6 Stat. lav., il numero degli occupati, le dimensioni dell'impresa, il comportamento e le condizioni delle parti.