Source: http://www.terrelibere.org/4511-da-palermo-respingimenti-collettivi-verso-l-egitto/
Timestamp: 2016-08-30 14:56:26+00:00
Document Index: 90199343

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art.13', 'art. 4', 'art. 12', 'art.4', 'art.10']

Da Palermo respingimenti collettivi verso l`Egitto - terrelibere.org
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Tweet Espulsione rapida verso l`Egitto di un gruppo di migranti sbarcati in Sicilia. Come ai tempi di Moubarak, nessuna possibilità di accesso alle procedure d`asilo. Solo un`operazione di polizia senza riconoscimento individuale. Tra i due paesi resta in vigore una intesa basata sullo scambio tra repressione dell’immigrazione irregolare e quote di ingressi legali nei decreti flussi annuali. Agli egiziani bloccati ieri a bordo di un peschereccio, o intercettati mentre su un gommone, condotto da uno scafista, stavano sbarcando nei pressi di Mazara del Vallo, è toccata la reclusione in un campo di calcio, dove era stata allestita una tendopoli-carcere. Quindi dopo ventiquattro ore dall’ingresso nel territorio nazionale, salvo un gruppo di minori condotti in centri di accoglienza, sono stati deportati in Egitto con un volo partito da Palermo alle 5 del mattino del 3 maggio, dopo un riconoscimento sommario da parte di qualche esponente del consolato egiziano, senza alcuna possibilità di essere contattati dalle organizzazioni (OIM, ACNUR) che fanno parte del progetto Praesidum finanziato dal ministero dell’interno proprio per intervenire in questi casi. Si dovevano esibire le attuali capacità muscolari della macchina espulsiva italiana, centrata sulle unità della Guardia di Finanza e della Guardia costiera con base a Messina, in piena continuità con le politiche di riammissione ideate e gestite da Berlusconi con il suo sodale Moubarak, con la regia di Maroni ministro dell’Interno. Un pessimo segno di continuità dopo che l’ACNUR in un documento del settembre del 2011 aveva denunciato l’impossibilità di comunicare con le persone internate nel Centro di prima accoglienza e soccorso di Pozzallo, una struttura che lo scorso anno ha funzionato peggio di un centro di detenzione, luogo di transito sottratto alle convalide dei giudici, prima di rimpatri collettivi che sono stati effettuati al di fuori delle prescrizioni di legge e delle direttive comunitarie. Come la Direttiva 2008/115/CE sui rimpatri, elusa ancora una volta, dopo l’aggiramento legislativo praticato dalla legge 129 del 2011, a livello di prassi amministrative stabilite dalla Direzione centrale per l’immigrazione presso il Ministero dell’interno ed applicate dalla guardia di finanza , dalla polizia di stato e dal corpo delle capitanerie di porto. Con il concorso esterno di qualche associazione di fiducia, il cui rappresentante, in un intervista radio, ha supportato oggi gli abusi commessi dalle forze dell’ordine.
Si è appreso infatti proprio dalla radio, dal TG Regione Sicilia delle 7,20 di giovedì 3 maggio, che diverse decine di egiziani, sorpresi il giorno precedente, a bordo di un peschereccio e di un gommone, nelle acque antistanti Mazara del Vallo, erano stati riportati in Egitto con una operazione di polizia che avrebbe avuto modo di svolgersi così rapidamente, tanto da precludere persino l’intervento dell’OIM e dell’ACNUR, oltre che degli avvocati e dei giudici necessari per la convalida dei provvedimenti, perché, secondo quanto riferito dai giornalisti, sulla base di comunicati provenienti evidentemente dal ministero dell’interno, si sarebbe trattato, per tutti, di persone già entrate irregolarmente in Italia, e dunque che avevano subito il riscontro delle impronte digitali ed una identificazione prima di essere espulse. Una giustificazione che sa di menzogna, perché appare ben strano che TUTTI coloro che sono stati ritenuti di maggiore età (in base ad accertamenti fortemente opinabili), fermati sul peschereccio egiziano che li aveva condotti davanti alla costa di Mazara del Vallo, oppure sul gommone che li stava trasbordando a terra, oltre a non chiedere, neppure uno, asilo o protezione umanitaria, fossero persone già identificate ed espulse dall’Italia. Come se in Egitto si fossero dati tutti appuntamento per ritentare il viaggio verso l’Italia, e come se su quel peschereccio si fosse saliti soltanto mostrando il precedente provvedimento di espulsione dall’Italia. Una versione dei fatti che può abbindolare soltanto gli assonnati ascoltatori di un giornale radio del primo mattino, ma che non regge alla prova di fatti, come una serie di episodi precedenti dimostra ampiamente, l’ultimo, un respingimento con analoghe modalità e tempi, verificatosi dopo un altro sbarco di egiziani pochi giorni fa, nei pressi di Licata, poco distante da Agrigento. Anche in quella occasione i migranti erano stati respinti senza rispettare le formalità e le garanzie di difesa previste dalle Convenzioni internazionali e dalla normativa interna, ribadite in diverse occasioni dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che nel 2011 ha condannato l’Italia sul caso El Dridi per il mancato rispetto della direttiva comunitaria 2008/115/CE sui rimpatri, e della Corte Europea dei diritti dell’Uomo che il 23 febbraio del 2012 ha condannato l’Italia per i respingimenti collettivi in Libia, per la violazione dell’art. 3 (divieto di trattamenti inumani o degradati) dell’art.13 ( diritto di difesa) e dell’art. 4 del Protocollo IV allegato alla CEDU ( divieto di respingimenti ed espulsioni collettivi). Adesso, dopo queste condanne, le pratiche di respingimento collettivo verso l’Egitto proseguono, ammantate dalla esaltazione delle operazioni di contrasto dell’immigrazione clandestina, e si registra già, a margine di quest’ultimo episodio, l’arresto di ben quattordici “scafisti egiziani”. Vedremo alla prova dei fatti quanto saranno veramente ritenuti tali alla prova del giudizio in Tribunale, e quanti altri invece saranno espulsi perché ritenuti estranei al reato di agevolazione dell’ingresso di clandestini, rigidamente fissato dall’art. 12 del testo Unico sull’immigrazione. Una fattispecie penale che non può essere dilatata a discrezione delle autorità di polizia, come si è cercato di fare nel caso dei pescatori tunisini arrestati nel 2007 dopo un’azione di salvataggio e poi assolti. Un caso assai diverso dagli ultimi blocchi in mare, che hanno riguardato pescherecci egiziani dediti al trasporto di immigrati irregolari, ma nel quale si era pure tentato di fare passare per scafisti semplici componenti dell’equipaggio. Per fugare i residui dubbi che potrebbero venire in quella sparuta parte dell’opinione pubblica che ancora ricorda le severe condanne subite dall’Italia a livello internazionale, ecco poi, da parte degli estensori dei comunicati di polizia, il ricorso a menzogne sistematiche come l’affermazione in base alla quale nessuna delle persone fermate avrebbe richiesto asilo, o addirittura che tutti, si dice tutti, sarebbero stati espulsi con procedure lampo perché già schedati in precedenza dalle autorità di polizia italiane. Tralasciando il piccolo dettaglio che per eseguire un rimpatrio forzato non basta l’identificazione da parte delle autorità italiane, ma occorre una identificazione individuale, e non solo l’assegnazione della nazionalità, da parte delle autorità del paese di provenienza. E queste pratiche arbitrarie di polizia ormai si ripetono sistematicamente, al punto da ingenerare nell’opinione pubblica il senso comune di una rassicurante normalità, anche se di mezzo ci va il destino di tante persone private di diritti fondamentali, come il diritto di accedere in un territorio per chiedere asilo, o il diritto ad una difesa effettiva ed alla convalida giurisdizionale dei provvedimenti di allontanamento forzato adottati dalla polizia.
Dal 2007, proprio mentre il regime di Moubarak assestava colpi micidiali all’opposizione democratica, centinaia di cittadini egiziani irregolarmente giunti a Lampedusa, o sulle coste della Sicilia sud-orientale, o salvati da mezzi della nostra marina militare e poi condotti a terra, sono stati rimpatriati in Egitto, dopo essere stati trasferiti all’aeroporto di Catania, definito come “scalo tecnico”. Altri rimpatri sommari, che hanno assunto il carattere di veri e propri respingimenti collettivi ai danni di migranti egiziani appena sbarcati, sono stati effettuati dalla Puglia e dalla Calabria. Per anni si è lodato, anche da parte di esponenti del centrosinistra, il “salto di qualità” nella collaborazione tra Italia ed Egitto, dopo la chiusura nel 2004 della “rotta di Suez”, grazie all’intervento diretto in quel paese di unità della guardia di finanza, in operazioni congiunte con le forze militari egiziane che fino al 2009 hanno prodotto come risultato l’arresto e la riconsegna (rendition) alle peggiori polizie di tutto il mondo di migliaia di migranti in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni etniche o religiose. Le operazioni di rimpatrio tra Italia ed Egitto, con voli diretti da Catania e adesso anche da Roma e da Palermo verso il Cairo sono state rese possibili, dopo l’intesa sottoscritta nel 2000, una intesa basata sullo scambio tra repressione dell’immigrazione irregolare e quote di ingressi legali nei decreti flussi annuali, un accordo che in quel periodo ha funzionato solo sul versante dei rimpatri forzati. Anche in questo caso la politica estera italiana non ha avuto soluzione di continuità con l’avvicendarsi dei diversi governi e ancora oggi i rimpatri sommari verso l’Egitto sono resi praticabili grazie all’Accordo di collaborazione firmato nel gennaio del 2007 dal governo italiano guidato da Prodi, in persona del sottosegretario agli esteri pro-tempore Ugo Intini. Un accordo che, in cambio di qualche migliaio di posti riservati ai lavoratori egiziani nelle quote annuali previste dai decreti flussi, consentiva alle autorità consolari egiziane forme di attribuzione della nazionalità, se non della identità personale e dell’età, assai celeri, grazie anche alla collaborazione di funzionari e interpreti egiziani presenti in Italia. Dal 2005, peraltro, tra il governo italiano e quello egiziano esisteva un “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro”, siglato al Cairo il 28 novembre 2005 dall’allora ministro del lavoro Roberto Maroni. Nel testo dell’accordo si prevedeva che i due governi, al fine di “gestire in modo efficiente i flussi migratori e prevenire la migrazione illegale”, si impegnano a facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti da e per l’Egitto. Il governo italiano, dal canto suo, si impegnava a valutare l’attribuzione di una speciale quota annuale per lavoratori migranti egiziani. Nel protocollo esecutivo allegato all’accordo si leggeva anche che il ministero del Lavoro e delle politiche sociali italiano avrebbero dovuto comunicare all’omologo ministero egiziano i criteri, ai sensi della normativa italiana, per redigere una lista ( da pubblicare) di lavoratori egiziani disponibili a svolgere un’attività lavorativa subordinata anche stagionale in Italia. Basta verificare l’andamento dei decreti flussi adottati in questi ultimi anni e i ritardi accumulati, e poi controllare il numero di lavoratori egiziani effettivamente entrati in Italia con un visto di ingresso per ragioni di lavoro, per scoprire quanto questo accordo possa avere “giovato” ai giovani lavoratori egiziani, ancora costretti in gran parte a tentare la via dell’ingresso irregolare, magari evitando la traversata del Mediterraneo, ma spostandosi verso le frontiere orientali dell’Unione Europea. Oggi poi, l’Italia ha bloccato del tutto i decreti flussi annuali e, sia ai migranti economici che ai potenziali richiedenti asilo, non è rimasta altra possibilità che tentare l’ingresso clandestino. Il proibizionismo dilagante nei confronti delle migrazioni, facile arma ad uso elettorale, ha arricchito quelle organizzazioni di trafficanti che gli stati a parole sostengono di contrastare, mentre è aumentato a dismisura il numero delle vittime dell’immigrazione clandestina. E nessuno ricorda che tra i migranti egiziani in fuga dal loro paese si sono già trovati parecchi esponenti della minoranza cristiana copta, sempre più esposti al rischio di attentati e di persecuzione religiosa. La collaborazione con le autorità egiziane nelle pratiche di rimpatrio collettivo, in una fase di transizione dagli esiti ancora incerti, prosegue come ai tempi del regime di Moubarak, mentre gravissimi attentati stanno insanguinando la campagna elettorale.
Del resto la collaborazione con i dittatori, per contrastare l’immigrazione clandestina, era stato un segno costante di tutte le politiche dei vari governi italiani in materia di immigrazione ed asilo. Dopo l’entrata in vigore degli accordi con la Libia, nel 2010, l’Italia aveva dato nuovo impulso alla collaborazione con l’Egitto di Moubarak, allo scopo di espellere o respingere verso quel paese il maggior numero possibile di immigrati irregolari, senza curarsi della possibilità che tra questi ci potessero essere richiedenti protezione internazionale. Anche in questo caso si era trattato di espulsioni collettive, senza una effettiva identificazione individuale, vietate dall`art.4 del Protocollo 4 allegato alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell`Uomo. E non si sono rispettate neppure le procedure imposte dal Regolamento Comunitario n. 562 del 2006 sulle frontiere Schengen che impone formalità precise e riconosce l’esercizio effettivo dei diritti di difesa anche ai migranti irregolari. Di molte di queste operazioni di rimpatrio collettivo non è rimasta alcuna traccia, se non un numero buono per fare statistiche. Come persone, i migranti arrivati alle frontiere italiane dall’Egitto non sono quasi mai esistiti, confinati al massimo nelle pagine interne delle cronache locali. I respingimenti verso l’Egitto sono proseguiti ancora per tutto il 2011, malgrado la situazione in quel paese fosse caratterizzata da gravi disordini e da una risalente questione religiosa, che vedeva (e vede) esposti a particolari rischi i componenti della minoranza cristiana ( copta), e tra i migranti che arrivano dall’Egitto sempre più spesso si trovano cristiani in fuga da un paese che non li protegge e che non sembra garantite loro un futuro. I rimpatri verso Il Cairo, con la collaborazione assidua delle autorità consolari presenti in Italia, sono diventati così un evento che si è ripetuto a cadenza periodica, sempre su numeri relativamente bassi, in modo da non dare troppo nell’occhio, al punto che i mezzi di informazione nazionali non ne hanno dato più notizia e le rare informazioni vanno ricercate nella stampa locale o nei comunicati rinvenibili nel sito del ministero dell’interno. Una serie di bollettini “di guerra all’immigrazione illegale“ emessi del ministero, hanno fornito, nella primavera del 2011, uno squarcio interessante sull’attività di contrasto dell’immigrazione, che si definisce“clandestina“, ma che risulta composta in misura consistente da minori non accompagnati e da potenziali richiedenti asilo. Il 21 aprile 2011 venivano rimpatriati 18 cittadini egiziani ,con un volo decollato dall’aeroporto di Bari-Palese. Gli immigrati facevano parte di un gruppo, composto da 19 maggiorenni e 26 minorenni, sbarcati il 18 aprile sul litorale di S. Margherita di Savoia, in provincia di Barletta. Secondo il comunicato del ministero dell`interno,” rintracciati dalle forze di polizia territoriali, tutti gli stranieri avevano omesso di dichiarare la loro nazionalità per non essere rimpatriati. Tuttavia, su impulso della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, la questura di Foggia è riuscita ad accertare la loro reale nazionalità. I 26 minori sono stati affidati alle strutture indicate dall`autorità giudiziaria; un giovane maggiorenne, invece, è ricoverato in ospedale”. Per il ministero “il rimpatrio dei 18 egiziani, avvenuto nell’immediatezza del loro sbarco, conferma l’eccellente livello dei rapporti di cooperazione che intercorrono con la rappresentanza diplomatica egiziana in Italia. Dall’inizio dell’anno, infatti, nelle ore immediatamente successive al loro arrivo sulle coste italiane, sono stati rimpatriati 183 egiziani”. Peccato che la legge italiana preveda la possibilità di chiedere asilo in frontiera, apprestando anche uffici idonei, e precisi obblighi informativi. Ricorrerebbe anche il divieto assoluto di mettere i potenziali richiedenti asilo di fronte alle autorità consolari dei paesi di provenienza, circostanza nella quale, come è facilmente comprensibile, nessuno si sognerebbe mai di richiedere la protezione internazionale, con il rischio di essere identificato dalla polizia del proprio paese e subire, o far subire ai congiunti rimasti nel paese di origine, gravi ritorsioni.
Il 23 aprile 2011, sono stati rimpatriati altri 20 cittadini egiziani da Trieste. con un volo charter decollato dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari (TS) e diretto a Il Cairo, 20 cittadini egiziani. Secondo il Ministero dell`interno,”facevano parte di un gruppo composto da 26 maggiorenni e 9 minorenni che è stato rintracciato il 21 aprile in località Grado, in provincia di Gorizia. I 9 minori sono stati affidati a una struttura indicata dall’autorità giudiziaria, altri 6 stranieri sono rimasti in Italia su disposizione della competente autorità giudiziaria“.
Il 26 aprile 2011 con un volo charter decollato dall’aeroporto di Bari, sono stati rimpatriati altri 54 cittadini egiziani facenti parte di un gruppo di 94 clandestini (72 maggiorenni e 22 minorenni) che, per giungere clandestinamente sulle coste siciliane, si erano imbarcati su di un peschereccio partito dall’Egitto”. I comunicati emessi dal ministero dell`Interno sui rimpatri in Egitto, seppure con lo stile dei mattinali di polizia, confermano la sommarietà delle procedure adottate, e la rapidità della “selezione” che, affidata alle forze di polizia, ha permesso in poche ore di stabilire l`età dei migranti, il loro stato giuridico, la possibilità di un respingimento. Non risulta che qualcuno prima di essere rimpatriato, abbia potuto presentare una richiesta di asilo o di protezione. Le verifiche della nazionalità, immediatamente affidate al console, e le attività dei nuclei antimmigrazione, alla ricerca degli scafisti, impedivano qualunque informazione e dunque l’eventuale accesso ad una procedura di protezione internazionale. E sarebbe davvero interessante comprendere come in poche ore, come si è verificato nei giorni scorsi a Licata ed a Mazara del Vallo, sia stato possibile attribuire età, ruoli e nazionalità, senza alcuna possibilità di controprova. Ormai in questa materia le forze di polizia esercitano una tale potere discrezionale che si colloca al di sopra della legge, in violazione della riserva di legge stabilita dalla Costituzione in materia di condizione giuridica dello straniero e del diritto di chiedere asilo (art.10).
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