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Timestamp: 2020-08-03 18:41:49+00:00
Document Index: 141109955

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 40', 'art. 11', 'art. 5', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 360', 'art. 366', 'art. 11', 'art. 23', 'art. 13', 'art. 11', 'art. 81', 'art. 5', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 1793 del 24/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1793 del 24/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 24/01/2017, (ud. 18/10/2016, dep.24/01/2017), n. 1793
sul ricorso 28096/2013 proposto da:
ALPINA SRL, (OMISSIS), C.R., (OMISSIS), elettivamente
REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA – elettivamente domiciliata in
ROMA, PIAZZA COLONNA N. 355, presso lo studio dell’avvocato DANIELA
IURI, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del
avverso la sentenza n. 553/2013 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,
Con ricorso del 12 maggio 2009, la Alpina S.r.l. e C.R., in proprio e quale legale rappresentante della prima, proponevano opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 5-7.8/25017 del 3 aprile 2009, relativa al verbale n. 63/2009, quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare relativamente a tre produttori, per un importo di Euro 71.217,81 per il mese di luglio 2008, nonchè avverso l’ordinanza ingiunzione n. RAF 57.8/25020 del 3 aprile 2009, relativa al verbale n. 4/2009, quale sanzione amministrativa per il mancato versamento ovvero per la mancata prestazione di idonea fideiussione per il prelievo supplementare relativamente a quattro produttori, per un importo di Euro 93.063,25 per il mese di agosto 2008, sanzioni irrogate ai sensi della L. n. 119 del 2003, art. 5, per la violazione di quanto previsto dell’art. 11, commi 1 e 3 del Reg. CE, n. 1788/03, dall’art. 17 del Reg. CE 595/04.
Il Tribunale di Pordenone con la sentenza del 2 febbraio 2011 rigettava l’opposizione ed a seguito di appello proposto agli opponenti, la Corte d’Appello di 1rieste con la sentenza n. 553 del 6 giugno 2013 rigettava il gravame.
Avverso la indicata sentenza della Corte di Appello di Trieste hanno proposto ricorso per cassazione la Alpina srl e C.R. sulla base di otto motivi.
Con il quarto motivo si denunzia la violazione di legge ed in particolare del Reg. n. 3950/92, art. 2 comma 1, dell’art. 7 del Reg. CE 1392/2001, degli artt. 1, 3, 4 del Reg. CE n. 1788/03, del Reg. CE n. 595/04 e dell’art. 10 Cost..
Il sesto motivo lamenta l’omessa valutazione circa la violazione del Reg. n. 3950/92 e del Reg. n. 1788/03 e del principio di parità di trattamento sancito dall’art. 40, n. 3, comma 2 del “Trattato CE, la violazione dell’art. 11, comma 3 del Reg. n. 1392/01.
Infatti risulta omessa ogni considerazione in ordine alla contestazione contenuta nel ricorso originario, in quanto era stato posto il prelievo supplementare solo a carico di alcuni produttori, lasciando impregiudicati altri produttori che si trovavano in condizioni analoghe ai primi.
tal fine si richiamano una serie di atti, ed in particolare i risultati delle indagini compiute dalla Commissione istituita con D.P.C.M. n. 30/203, al fine di accertare la coerenza delle produzioni commercializzate del latte e dei prodotti lattieri, dalle quali emergeva un sistema connotato da inaffidabilità, attesa anche l’esistenza di quote individuali solo cartacee.
Infatti la legge del 2005 ha determinato per il mancato rispetto degli obblighi di cui della L. n. 119 del 2003, art. 5, comma 5, una sanzione commisurata al prelievo supplementare eventualmente dovuto e comunque non inferiore ad Euro 1000,00 e non superiore ad Euro 100.000,00, fermo restando l’obbligo del versamento del prelievo supplementare.
Infine l’ottavo motivo di ricorso lamenta l’insufficiente e contraddittoria motivazione con riferimento alla violazione del principio costituzionale di ragionevolezza, nella parte in cui, pur essendo esclusivamente responsabile del mancato versamento del prelievo supplementare l’acquirente e quindi la società, aveva sanzionato il C. quale persomi fisica.
A seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., ed al fine di chiarire la corretta esegesi della novella, sono intervenute le Sezioni Unite della Corte che con la sentenza del 7 aprile 2014 n. 8053, hanno ribadito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciatile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione, ed è solo in tali ristretti limiti che può essere denunziata la violazione di legge, sotto il profilo della violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4.
Inoltre, anche laddove apparentemente le censure appaiono denunziare l’omessa valutazione di determinate circostanze, in disparte la genericità delle deduzioni, come si avrà modo di evidenziare nel prosieguo della motivazione, manca qualsivoglia specifico riferimento al carattere della decisività che invece è presupposto imprescindibile per la denunzia del vizio ai sensi del novellato n. 5 dell’art. 360 c.p.c..
In ogni caso il motivo in parte (pia è privo del requisito di specificità ex art. 366 c.p.c., n. 6, proprio perchè non riproduce il contenuto dei provvedimenti giudiziali che, a detta dei ricorrenti, avrebbero sospeso la comunicazione delle quote di riferimento individuali (e di riflesso l’obbligo del prelievo supplementare), limitandosi ad indicare i numeri di alcune ordinanze che peraltro recano date (tra il 1999 ed il 2002) che non garantiscono la loro certa riferibilità anche all’annualità per la quale sono state adottate le ordinanze opposte.
In tal senso depone come argomento dirimente sul piano interpretativo il dodicesimo considerando del regolamento n. 1788, il quale per l’appunto prevede che: “Per garantire il funzionamento efficace del regime, è opportuno stabilire che gli acquirenti, che risultano i più idonei ad effettuare le operazioni necessarie, riscuotano il contributo al prelievo dovuto dai produttori e dare loro i mezzi per assicurarne la riscossione…..”.
E’ manifesta la volontà del legislatore comunitario di imporre un vero e proprio obbligo all’acquirente, in quanto soggetto ritenuto più idoneo ad assicurare l’immediata riscossione del prelievo, e tale volontà trova poi riscontro nel successivo art. 11, ove al primo comma si dispone che: “Gli acquirenti sono responsabili della riscossione presso i produttori dei contributi da essi dovuti a titolo del prelievo e versano all’organismo competente dello Stato membro, prima di una data e in base a modalità da stabilirsi secondo la procedura di cui all’art. 23, paragrafo 2, l’importo di tali contributi che trattengono sul prezzo del latte pagato ai produttori responsabili del superamento o che, in mancanza, riscuotono con ogni mezzo appropriato”, nonchè nell’art. 13, comma 3, che prevede che: “Se l’acquirente non ha rispettato l’obbligo di riscuotere il contributo dei prodotti al prelievo a norma dell’art. 11, lo Stato membro può riscuotere direttamente dal produttore gli importi non pagati, fatte salve le sanzioni che può applicare all’acquirente inadempiente”.
La possibilità di sanzionare l’acquirente inadempiente ad opera dello Stato membro, della quale, come si dirà, si è avvalso lo Stato italiano, appare chiaramente ricollegata, anche dal punto di vista lessicale, alla violazione di quello che è un vero e proprio obbligo (obbligo ribadito anche dalla successiva previsione di cui all’art. 81 del Reg. n. 1264/07, che ha abrogato, ma con effetti per le annualità successive a quelle oggetto di causa, il Reg. n. 1788/03).
Quanto, infine alla deduzione secondo la quale la società ricorrente avrebbe offerto un’adeguata garanzia, in forma diversa da quella prevista della L. n. 119 del 2003, art. 5, comma 6 (a mente del quale l’acquirente può sostituire il versamento di cui al comma 2 con la prestazione all’AG di una fideiussione bancaria esigibile a prima e semplice richiesta, secondo le formalità previste nel decreto di cui all’art. 1, comma 7 della stessa legge), vale richiamare quanto già affermato da questa Corte nella sentenza n. 24329/2011, nella quale, oltre ad evidenziarsi l’irrilevanza ai fini del pagamento del prelievo supplementare, della diversa scadenza del termine previsto per il pagamento) del prezzo del latte al produttore, si è esclusa la possibilità di far riferimento a modalità di garanzia quali quelle dedotte dai ricorrenti.
Infatti, in motivazione si è specificato che poichè l’obbligo di legge impone di procedere alla trattenuta sull’importo del latte conferito o alla costituzione di una fideiussione idonea ed adeguata ad al conseguente assolvimento dell’obbligo di versamento del prelievo nel termine perentorio fissato dalla legge, non poteva avere alcuna rilevanza ed efficacia la mera contabilizzazione della trattenuta attraverso) l’iscrizione nelle voci a passivo), ovvero, e tornando al caso in esame, il rilascio di una dichiarazione ricognitiva del debito da parte del produttore.
6. Quanto al terzo motivo di ricorso, e sempre a voler superare la non corrispondenza del medesimo al paradigma normativo del novellato art. 360 c.p.c., deve ritenersi che sia affetto dalla evidente carenza del requisito di specificità di cui al primo motivo, posto che non risulta dettagliatamente indicato quando e come la deduzione relativa alla notifica da parte dei produttori di provvedimenti giudiziari inibitori dell’obbligo di procedere alla trattenuta, sia stata introdotta nel corso del giudizio, non avendo parte ricorrente nemmeno provveduto a trascrivere il contenuto di tali provvedimenti onde verificare se facciano riferimento proprio ai produttori cui si riferisce l’omesso versamento del prelievo supplementare in questa sede sanzionato (manca altresì la trascrizione degli elementi della contestazione che permettano di stabilire in relazione a quali produttori l’acquisto di quantitativi eccedenti non sia stato accompagnato dalla trattenuta e dal versamento obbligatori).
7. Quanto al quarto motivo, con il quale la denunzia di violazione di legge investe la stessa possibilità di determinare con certezza l’importo del prelievo supplementare, sul presupposto che la quota di riferimento individuale sarebbe sempre suscettibile di essere corretta, alla luce del meccanismo) di riassegnazione delle quote individuali non utilizzate, la tesi dei ricorrenti, ove portata alle sue conseguenze estreme determinerebbe la paralisi dello stesso sistema designato dal legislatore comunitario, che viceversa si fonda sulla necessità di procedere all’immediato versamento del prelievo supplementare, sulla base della quota di riferimento individuale assegnata all’inizio del periodo di riferimento, potendosi ex post, e per l’ipotesi di riassegnazione di quote inutilizzate, riassicurare l’equilibrio delle prestazioni nei confronti dei vari produttori mediante il ricorso a restituzioni (ovvero a compensazioni) delle somme prelevate, e poi risultate, non dovute.
Anche su tale questione reputa il Collegio di dover dare continuità a quanto stabilito da Cass. n. 24329/2011 cit., la quale ha chiarito che l’obbligo per l’acquirente di latte di operare la trattenuta sul corrispettivo per le partite costituenti eccedenza rispetto alla quota assegnata al produttore-venditore, nella qualità assimilabile a quella di un sostituto di imposta, ha la finalità di garantire il versamento del superprelievo nell’importo dovuto e nei tempi previsti dalle norme comunitarie, allorchè in sede di consuntivo il suddetto prelievo supplementare risulti effettivamente dovuto all’esito di tutti i conguagli e compensazioni. A tal fine, si giustifica l’esistenza di una sanzione amministrativa per il sol fatto di aver omesso l’accantonamento nella percentuale prevista sul corrispettivo di forniture di latte che risultino “a priori” eccedentarie rispetto alla quota. La possibilità che i conteggi successivi della produzione su scala nazionale e le eventuali compensazioni portino ad escludere la debenza del prelievo non può incidere, come invece sostenuto dai ricorrenti, sull’illecito amministrativo consumatosi antecedentemente, quando è venuta meno la garanzia pretesa dallo Stato.
Inoltre la conformità ai principi comunitari di certezza del diritto e legittimo affidamento, del sistema del prelievo supplementare quote latte, quale ricavabile dalle previsioni di cui al Reg. CE n. 3950 del 1992, che è rimasto in massima parte immutato anche nel successivo Reg. n. 1788/03, fatta eccezione per la trasformazione in obbligo di quella che prima era una facoltà per l’acquirente, è già stata affermata dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 25 marzo 2004 cause riunite da C-480/00 a C-482/00, C484/00, da C-489/00 a C-491/00 e da C-497/00 a C-499/00, Azienda Agricola Ettore Ribaldi e a., Racc. pag. I-2943. In tale occasione nel precisare che il regime di prelievo mira a ristabilire l’equilibrio fra domanda e offerta sul mercato lattiero, caratterizzato da eccedenze strutturali, limitando la produzione lattiera, iscrivendosi dunque nell’ambito delle finalità di sviluppo razionale della produzione lattiera e di mantenimento di un tenore di vita equo della popolazione agricola interessata, contribuendo) ad una stabilizzazione del reddito di quest’ultima, ha specificamente affermato che le previsioni in esame non ostano a che a seguito di controlli uno Stato membro rettifichi i quantitativi di riferimento individuali attribuiti ad ogni produttore e conseguentemente ricalcoli, a seguito di riassegnazione dei quantitativi di riferimento inutilizzati, i prelievi supplementari dovuti, successivamente al termine di scadenza del pagamento di tali prelievi per la campagna lattiera interessata, ma senza però che tale possibilità impedisca l’immediata operatività del prelievo per i quantitativi eccedenti le quote individuali inizialmente assegnate, ben potendosi procedere al riequilibrio mediante eventuali successive restituzioni in favore di chi abbia versato somme in eccesso, sulla base delle quote modificate ex post.
8. Il quinto motivo, oltre a presentare la già rilevata causa di inammissibilità per mancata rispondenza ai requisiti di cui alla novellati previsione dell’art. 360 c.p.c., si palesa inammissibile anche per altre ragioni.
Inoltre, se a quanto è dato rilevare dalla stringata ed incompleta prospettazione della parte, si lamenta un’omessa pronuncia del giudice di merito, valga il richiamo a quanto affermato da Cass. S.U. n. 17931/2013, laddove si è chiaramente affermato che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’art. 112 c.p.c., purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge.
10. Infine del pari infondati, una volta ribadita la inammissibilità della deduzione degli stessi quali vizi di motivazione sulla base di una formulazione normativa ormai abrogata, risultano il settimo e l’ottavo motivo) di ricorso con i quali si contesta, da un lato la corretta determinazione della misura della sanzione, e dall’altro la possibilità di estendere la sanzione al C. in proprio.
invero costituisce orientamento assolutamente pacifico nella giurisprudenza della Corte quello per il quale (cfr. Cass. n. 2058/1992) la L. 24 novembre 1981 n. 689, pur attribuendo all’autore della violazione il diritto di effettuare il pagamento della sanzione pecuniaria amministrativa in misura ridotta e di evitare, in tal modo, la presentazione del rapporto, non impone che al medesimo soggetto sia data anche comunicazione di tale suo diritto, costituendo, pertanto, quest’ultima oggetto di una mera facoltà e non di un obbligo dell’organo accertatore (conf. Cass. n. 7840/1999). Peraltro, (cfr. Cass. n. 11139/1994) il termine per il pagamento in misura ridotta, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 16, deve essere osservato a prescindere dal fatto che la contestazione della violazione non contenga l’avvertimento) della facoltà di avvalersi di tale beneficio, anche quando l’amministrazione contesti l’ammissibilità di tale pagamento o si rifiuti di riceverlo, in quanto tale pagamento integra un diritto soggettivo) dell’interessato che non lascia spazio a discrezionalità dell’amministrazione. Tuttavia, la mancata indicazione nel verbale di accertamento della violazione – dalla cui notifica decorre il termine ex art. 16 cit. – dell’ufficio presso il quale il pagamento in misura ridotta va effettuato comporta lo spostamento dell’inizio della decorrenza del termine sino al momento in cui l’interessato ha avuto conoscenza dell’ufficio amministrativo) destinatario del pagamento, il che avviene, al più tardi, per effetto dell’ordinanza che, applicando la sanzione pecuniaria, ne ingiunge il pagamento presso un determinato ufficio (conf. Cass. n. 6930/1997; Cass. n. 20710/2006).
10.2 Quanto infine all’ottavo motivo, con il quale si contesta che la sanzione sia stata applicata al C. in proprio, le tesi dei ricorrenti non si confrontano con la regola (cfr. Cass. n. 11643/2010) secondo cui in materia di sanzioni amministrative, ai sensi e per effetto della L. n. 689 del 1981, art. 6, comma 3, la responsabilità dell’illecito amministrativo compiuto da soggetto che abbia la qualità di rappresentante legale della persona giuridica, grava sull’autore medesimo e non sull’ente rappresentato che è solo solidalmente obbligato al pagamento delle somme corrispondenti alle sanzioni irrogate (conf. Cass. 13/2/2004 n. 2836; Cass. 9/4/2002 n. 5061; Cass. 16/3/2001 n. 3838).
E’ quindi insista nella stessa natura delle sanzioni amministrative che la responsabilità debba sempre far capo alla persona fisica autrice dell’illecito (cfr. Cass. n. 9880/2006, a mente della quale l’autore della violazione rientrante nell’ambito di applicazione della legge, e quindi il diretto destinatario dell’ordinanza-ingiunzione che irroga la sanzione pecuniaria e ne intima il pagamento, può essere soltanto la persona fisica, mentre la circostanza che tale persona fisica abbia agito come organo o rappresentante di una persona giuridica spiega rilievo solo al diverso fine della responsabilità solidale di quest’ultima, ai sensi dell’art. 6 della Legge citata), senza che su tale conclusione pososa in alcun modo incidere la circostanza che la sanzione miri altresì ad assicurare il rispetto di principi di derivazione comunitaria.
12. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio) 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del T.U. di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al rimborso in favore della Regione Friuli Venezia Giulia delle spese del giudizio che liquida in Euro 2.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi, ed accessori come per legge;