Source: http://www.rivistaassicurazioni.com/Article/Archive/index_html?idi=-1&idu=-1&idn=19&ida=198&id_article=198
Timestamp: 2020-05-31 03:41:28+00:00
Document Index: 182080166

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1898', 'art. 1901', 'art. 1899', 'art. 1899', 'art. 1526']

home / Archivio / Fascicolo / L'eccezione di 'inoperatività della polizza', ovvero una notte in cui tutte le vacche sono ..
Nella giurisprudenza di legittimità sembra esistere uno iato tra i criteri con cui vengono individuate le eccezioni rilevabili d’ufficio nella materia contrattuale in genere, e quelli con cui vengono individuate le medesime eccezioni nella materia assicurativa. Qui, infatti, si riscontra una tendenza della giurisprudenza a riunire sotto la generica definizione di “eccezione di inoperatività” della polizza le più svariate difesa, fondate sui più diversi presupposti, e che non sembra possono essere accomunate sul piano processuale. Lo scritto si propone di distinguere tra i vari tipi di eccezioni comunemente definite “di inoperatività della polizza”, e fornire dei criteri in base ai quali valutarne la rilevabilità ex officio.
PAROLE CHIAVE: inoperatività della polizza - eccezioni - rilevabilità di ufficio - procedimento civile - distinzioni
1. - 2. - 3. - 4. - 5. - 6. - 7. - 8. - 9. - NOTE
1. La Corte Suprema di Cassazione è stata chiamata a risolvere il seguente problema di diritto: se, in una controversia tra assicurato ed assicuratore a­vente ad oggetto la condanna del secondo al pagamento dell’indennizzo, sia consentito all’assicuratore eccepire per la prima volta nella comparsa conclusionale la non indennizzabilità del sinistro, a causa della previsione nella polizza d’una clausola “a secondo rischio”. A tale quesito, con la sentenza 12 luglio 2019, n. 18742, il Supremo Collegio ha dato risposta negativa, uniformandosi ad un principio già affermato in passato, secondo il quale “l’eccezione di inoperatività della polizza assicurativa non costituisce un’eccezione in senso proprio ma una semplice difesa, una mera argomentazione giuridica, formulata in base a un’interpre­tazione di parte volta a contestare il fondamento della domanda con l’assu­mere l’estraneità dell’evento ai rischi contemplati nel contratto”. Come tale, la suddetta eccezione costituirebbe una eccezione in senso lato; non sarebbe dunque riservata all’iniziativa della parte, e potrebbe essere rilevata d’ufficio anche in grado di appello, salvi ovviamente gli effetti del giudicato interno (così Cass., Sez. III, 3 luglio 2014, n. 15228, in questa Rivista, 2014, II, 679, e Cass., Sez. III, 22 febbraio 2000, n. 1967, in Giust. civ., 2000, I, 2971, ambedue richiamate dalla sentenza qui in rassegna). Questo tradizionale orientamento, tuttavia, potrebbe suscitare più d’una perplessità: sia per i presupposti su cui si fonda, sia sul piano della coerenza con i princìpi affermati dalla Suprema Corte, al di fuori della materia assicurativa, quando si è trattato di tracciare la distinzione tra eccezioni in senso stret­to ed eccezioni in senso lato. Sotto il primo profilo, l’orientamento appena ricordato desta perplessità perché accomuna in una nebulosa indistinta (“le eccezioni di inoperatività della polizza”) eccezioni che invece possono avere fondamento e natura alquanto diversi; sotto il secondo profilo, l’orientamento in questione trascura di considerare che, in linea generale, i patti contrattuali attribuiscono ai contraenti diritti potestativi, che in quanto tali sono disponibili e possono essere rinunciati da chi potrebbe avvalersene: [continua ..]
L’opinione secondo cui l’eccezione di “inoperatività della polizza” è un’eccezione in senso lato e come tale è sempre rilevabile d’ufficio, come accennato, era già stata affermata due volte dalla Suprema Corte. La sentenza capostipite in tal senso fu Cass. n. 1967/2000, cit. Tale decisione aveva ad oggetto un caso in cui una persona, vittima di un sinistro stradale causato da una mandria di cavalli che gli aveva tagliato la strada, aveva chiesto il risarcimento al proprietario degli animali, e questi aveva chiamato in causa il proprio assicuratore della responsabilità civile. Poiché il giudice d’appello accolse la domanda principale e rigettò quella di garanzia, l’assicurato impugnò per cassazione tale decisione, invocando il vizio di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c., fondato sull’assunto che l’assicura­tore, nel precisare le conclusioni, aveva chiesto soltanto il rigetto della domanda principale, ma non di quella di garanzia, e che di conseguenza tutte le eccezioni sollevate dall’assicuratore sull’operatività della polizza dovevano intendersi rinunciate. La Corte di Cassazione, pertanto, non doveva stabilire se l’eccezione di inoperatività della polizza fosse rilevabile d’ufficio oppure no (nello “svolgimento del processo” di tale sentenza non si indica neppure per quale ragione il giudice di merito avesse ritenuto “non operativa” la polizza), ma doveva stabilire se tale eccezione potesse ritenersi abbandonata per il solo fatto che l’assicuratore, nel precisare le conclusioni, aveva chiesto il solo rigetto della domanda attorea. A tale quesito la cassazione diede ovviamente risposta negativa, in base al consolidato principio secondo cui l’abbandono d’una qualsiasi domanda deve risultare da fatti concludenti, e tale non è il mero silenzio serbato al­l’udienza di precisazione delle conclusioni. Fu solo dopo avere stabilito ciò che la Corte, ad abundantiam, ritenne di aggiungere che l’eccezione di “inoperatività della polizza” (come s’è detto, non sappiamo di che tipo) è una “mera difesa”, e come tale “non potrebbe costituire oggetto di abbandono o rinuncia tacita nemmeno se non fosse espressamente riproposta nelle conclusioni definitive [continua ..]
La regula iuris così frettolosamente affermata da Cass. n. 1967/2000 venne massimata, e come non di rado accade venne in seguito recepita acriticamente: lo fece Cass. n. 15228/2014, cit. In quel caso, la controversia aveva ad oggetto il pagamento dell’inden­nizzo dovuto dall’assicuratore in virtù d’una polizza contro gli infortuni, stipulata da una scuola a beneficio degli alunni. L’assicuratore, contumace e soccombente in primo grado, propose appello deducendo “l’inoperatività” della polizza (anche in questo caso la sentenza non ci dice quale fosse il fon­damento dell’eccepita inoperatività), e l’eccezione venne accolta dal giudice di merito, con decisione confermata in sede di legittimità. In questa decisione la Corte era effettivamente chiamata a stabilire se l’ec­cezione di inoperatività della polizza potesse proporsi per la prima volta in appello, ed al quesito diede risposta affermativa, richiamando alla lettera il precedente di quattordici anni prima: precedente che, come s’è visto, tale non era, poiché il principio qui in esame venne affermato solo obiter dictum.
Stabilito dunque che due precedenti richiamati dalla sentenza qui in esame hanno affermato il principio, ma non lo hanno spiegato, chiediamoci ora se comunque quel principio sia condivisibile, e soprattutto se sia coerente con i princìpi ripetutamente affermati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato. A tal fine cominceremo con l’esaminare proprio tali princìpi.
La definizione del concetto di “eccezione”; la individuazione dei rapporti di questa con la domanda; la distinzione tra eccezioni “in senso stretto o proprio” ed eccezioni “in senso lato od improprio” sono, com’è noto, temi da far tremare i polsi, sui quali la dottrina giuridica si affatica da millenni. Riassumere anche solo gli approdi di questo dibattito sarebbe impossibile cosa in questa sede: mi limiterò, pertanto, ad una fugace sintesi dello “stato dell’arte” per quanto concerne la distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato [1]. La distinzione tra eccezioni in senso stretto ed in senso lato si deve alla sistemazione che alla materia diede Francesco Chiovenda. Nel “sistema” chiovendiano il genus “eccezione” si divide in tre species: l’eccezione con cui si proclama la pura negazione dell’esistenza del diritto vantato dall’at­tore (“mere difese”); l’eccezione con cui si deduce in giudizio un fatto modificativo, impeditivo od estintivo della pretesa attorea (eccezioni in senso lato); e l’eccezione con cui si contrappone alla pretesa attorea un controdiritto del convenuto (eccezioni ad impugnandum ius, od eccezioni in senso lato). Le eccezioni del terzo tipo si fondano su un diritto potestativo di cui è titolare il convenuto; e poiché i diritti in giudizio possono essere esercitati solo da chi ne è titolare, esse non possono essere rilevate d’ufficio, pena la violazione del principio ne procedat iudex ex officio. Questa tradizionale impostazione ha formato oggetto di infiniti dibattiti, adesioni e contestazioni [per una eco di questi ultimi si vedano V. COLESANTI, Eccezione (dir. proc. civ.), cit. alla nota 1, e G. FABBRINI, Eccezione, in Enc. giur., vol. XII, ad vocem, 1-2]: credo di non allontanarmi troppo dal vero, tuttavia, nell’affermare che quella tradizionale tripartizione è sopravvissuta, è pervenuta fino a noi, ed è stata quella sostanzialmente recepita dalla giurisprudenza di legittimità. Mentre, infatti, molti e numerosi sono stati i contrasti giurisprudenziali circa il modo in cui vada assolto l’onere di allegazione dei fatti costitutivi delle eccezioni in senso stretto e di quelle in senso lato [2], pacifici per contro sono tre [continua ..]
Proviamo ora ad esaminare in che modo i criteri appena tratteggiati sono stati applicati alle eccezioni che più frequentemente vengono in rilievo nelle controversie tra assicurato ed assicuratore, ma diverse da quella c.d. “di inoperatività della polizza”, che ha formato oggetto della decisione qui in commento. Per la prescrizione e l’incompetenza per territorio derogabile ovviamente non vi sono problemi, dal momento che la rilevabilità solo ope exceptionis di tali eccezioni è stabilita direttamente dalla legge. Sono state altresì ritenute dalla giurisprudenza eccezioni in senso stretto, e come tali non rilevabili d’ufficio: a) la reticenza dell’assicurato sulle circostanze del rischio (artt. 1892-1892 c.c.), o l’omessa comunicazione da parte sua dell’aggravamento del rischio (art. 1898 c.c.); b) nelle controversie scaturenti dall’assicurazione di responsabilità civile, l’aggravamento del danno per colpa della vittima,ex 1227, comma 2, c.c. [6]; c) l’incapienza del massimale, nell’assicurazione di responsabilità civile[7]; d) la controeccezione (sollevata dall’assicurato) dirinuncia tacitadell’assicuratore ad eccepire la sospensione della copertura assicurativa prevista dalla polizza [8]; e) la controeccezione (sollevata dall’assicurato) di decadenza dell’assicu­ratore dal diritto di impugnare il contrattoex 1892 c.c., entro tre mesi dalla scoperta della reticenza dell’assicurato [9]. La prima di tali affermazioni è pienamente coerente coi princìpi esposti nei paragrafi precedenti: ed infatti la facoltà dell’assicuratore di sciogliersi dal contratto ex artt. 1892 o 1898 c.c. costituisce un vero e proprio diritto potestativo, che potrebbe formare oggetto di una domanda anche autonoma, e dunque l’esercizio di tale facoltà non può essere esercitato dal giudice in sostituzione dell’assicuratore che non se ne sia avvalso. La seconda affermazione, quale che ne sia il fondamento, è talmente risalente e talmente consolidata da costituire jus receptum (il principio non è stato mai in discussione: così già Cass., Sez. III, 11 dicembre 1968, n. 3951, inedita, la quale si richiama a decisioni ancora più risalenti). La terza affermazione si [continua ..]
La giurisprudenza dunque, ritiene non rilevabili d’ufficio le eccezioni con cui l’assicuratore contesti una condotta inadempiente dell’assicurato (reticenza, omessa comunicazione dell’aggravamento del rischio) o un fatto modificativo della pretesa di pagamento dell’indennizzo, quale è la clausola che fissa il limite del massimale nell’assicurazione della responsabilità civile. Queste decisioni, di per sé, non sembrano coerenti con il principio per cui “l’inoperatività della polizza” sarebbe eccezione in senso lato, come tale rilevabile d’ufficio. “Inoperatività della polizza” è infatti espressione di sconfinata latitudine, idonea a ricomprendere le vicende più disparate. Una polizza “inoperativa” può infatti teoricamente essere tale perché: a) non è stato pagato il premio nei termini previsti dall’art. 1901 c.c.; b) non è spirato il termine iniziale di efficacia, ex art. 1899 c.c.; c) si è verificato un “rischio escluso”, cioè non rientrante tra quelli coperti dall’assicurazione; d) si è verificato un “rischio non compreso”, cioè astrattamente rientrante in quelli coperti dall’assicurazione, ma avvenuto con modalità, per cause o con effetti in presenza dei quali il contratto non consente la copertura; e) l’assicurato ha chiesto la sospensione della copertura. Le suddette ipotesi appaiono così eterogenee tra loro, che difficilmente possono essere accomunate sotto la generica qualificazione di “eccezioni di inoperatività della polizza”, e archiviate come “eccezioni in senso lato”. Nell’ipotesi (a) l’inefficacia della copertura assicurativa discende dalla legge, e non potrebbero le parti derogarvi (a pena di infrangere il principio di necessaria corrispondenza tra premio e rischio, dettato a tutela dell’equi­librio finanziario dell’assicuratore e quindi di tutti gli assicurati). Lo stesso non potrebbe dirsi per l’ipotesi (b), essendo consentito all’assi­curatore anticipare il termine di cui all’art. 1899 c.c., emettendo la c.d. “nota di copertura provvisoria”. Dal che non sembra azzardato desumere che, così come è nella facoltà dell’assicuratore [continua ..]
Che le cose stiano così, è approdo che si ricava indirettamente dal­l’analisi della giurisprudenza di legittimità, nelle occasioni in cui – al di fuori della materia assicurativa – è stata chiamata a stabilire se le eccezioni fondate su particolari patti contrattuali debbano qualificarsi come eccezioni in senso stretto od in senso lato. Da tale giurisprudenza si traggono indicazioni molto utili ai nostri fini. In primo luogo, è pacifico nella giurisprudenza di legittimità che l’esi­stenza o l’inesistenza d’una clausola contrattuale, così come il suo contenuto, costituiscono dei “fatti”: ed in quanto tali, tali fatti debbono essere introdotti nel giudizio di primo grado, e non possono essere prospettati per la prima volta in appello [10]. In secondo luogo, le eccezioni intese a far valere patti contrattuali limitativi od estintivi della pretesa fatta valere in giudizio dall’attore sono state molto spesso ritenute dalla S.C. eccezioni in senso stretto. Si è ritenuta, ad esempio, una eccezione in senso stretto quella con cui il concedente di un bene in leasing, nel giudizio di risoluzione del contratto, si opponga alla restituzione dei canoni già pagati, invocando la clausola con cui ne era stata pattuita l’irripetibilità ai sensi dell’art. 1526 c.c. La clausola di irripetibilità dei canoni, infatti, è una clausola penale, e l’esistenza d’una clausola penale è stata ritenuta non rilevabile d’ufficio [11]. Parimenti, non rilevabile d’ufficio è stata ritenuta l’eccezione intesa a far valere un patto di solve et repete, con la quale il convenuto intendeva paralizzare la pretesa attorea [12]. Merita di essere ricordato, ai nostri fini, che proprio con riferimento all’eccezione di solve et repete, fondata su una clausola inserita in un contratto di locazione, nella motivazione di Cass., Sez. III, 10 marzo 1970, n. 616, inedita, si legge che l’eccezione di solve et repete deve ritenersi in senso stretto, perché chi la solleva intende far valere con essa “il diritto di rifiutare il pagamento”. Ancora una volta, dunque, emerge nella giurisprudenza di legittimità l’impostazione chiovendiana, secondo cui è eccezione in senso stretto quella con cui si fa valere un [continua ..]
In conclusione, a me pare che nelle controversie assicurative non possano cumularsi, come in una indistinta notte, tutte le eccezioni intese a far valere l’inoperatività della polizza. Non è il “tipo” di eccezione che ne determina la rilevabilità d’ufficio, ma il suo fondamento giuridico. Il diritto vivente in tema di rilevabilità delle eccezioni imporrebbe dunque innanzitutto di stabilire se quella sollevata dall’assicuratore sia una eccezione suscettibile di essere fatta valere anche in via d’azione; se investa solo interessi privati od anche interessi pubblicistici; se costituisce espressione d’un diritto potestativo. Ove ricorra una o più di tali condizioni, quella eccezione dovrà ritenersi eccezione in senso stretto e non potrà essere rilevata d’ufficio.