Source: https://martebenicult.wordpress.com/2016/05/24/contratto-di-vendita-dellopera-darte-annullamento-risoluzione-e-recesso/
Timestamp: 2018-01-18 01:37:37+00:00
Document Index: 167162650

Matched Legal Cases: ['art. 1497', 'art. 1439', 'art. 1429', 'art. 1495', 'art. 1453', 'art. 1429', 'art. 49', 'art. 55']

CONTRATTO DI VENDITA DELL’OPERA D’ARTE: ANNULLAMENTO, RISOLUZIONE E RECESSO | Master economia e management dell'arte e dei beni culturali
24/05/2016 by gabriellamastrangeli
Patologie del contratto di vendita di opera d’arte: una disciplina complessa nell’ambito della quale l’arte contemporanea ha proposto anche nuove pratiche.
Il disconoscimento di un’opera d’arte è stato preposto, ad esempio, come opera d’arte in sé, esasperando la presa di distanza dell’arte contemporanea dalle categorie classiche individuate dal diritto.
Un esempio su tutti. Come spiega la Prof.ssa Alessandra Donati, docente di diritto privato comparato, esperta di diritto dell’arte e autrice del libro “Law and Art: diritto civile e arte contemporanea”, Robert Morris nel 1963 realizza “Document. Statement of estheticwithdrawal”, opera composita divisa in due parti: a sinistra, la descrizione dell’opera, “Litanie”, una placca di piombo segnata dall’incisione di alcune righe e, a destra, il testo dattiloscritto dello “Statement of estheticwithdrawal” attraverso il quale l’artista dichiara di disconoscere all’opera Litanie, qualità di opera d’arte. Il documento è autenticato e registrato da un notaio, così l’operazione di disconoscimento diviene essa stessa opera d’arte: dal momento in cui è l’artista a concepirla come tale, l’idea, in questo caso, l’idea del disconoscimento, una volta espressa, assume l’aurea di opera d’arte.
Robert Morris, “Document. Statement of estheticwithdrawal”
(©MoMA)
Facendo un passo indietro, infatti, si ricordi che per essere giuridicamente tutelata, l’opera deve possedere, tra gli altri (creatività, originalità, novità) il requisito dell’ esteriorità, ossia la suscettibilità di estrinsecazione nel mondo esteriore, per cui l’ opera è tutelabile per il solo fatto di essere stata creata ed è in grado di essere diffusa. Si concretizza nella trasfusione in un supporto materiale, ma si distingue dalla pubblicazione che è il momento iniziale della divulgazione. Ed è proprio il caso in questione dell’opera di Morris: l’idea esteriorizzata è qui quella del disconoscimento.
L’elemento comune ed identificativo, poi, per ogni opera tutelabile, è il carattere della creatività che si identifica nella capacità dell’opera di esprimere il pensiero dell’autore, da alcuni definita anche “personalità dell’opera”: essa deve essere inteso nel senso che l’opera deve mostrare una chiara impronta della personalità dell’autore, che si può intendere come l’originalità dell’opera. Dunque, non vi è una selezione tra opere dell’ingegno più o meno creative, ma ogni opera dell’ingegno creativa è tutelata. L’originalità non è riferita al contenuto dell’opera, bensì alla sua forma espressiva. Quindi, il diritto d’autore non protegge un’idea, né il suo supporto materiale (salvo casi specifici quando la forma coincide col supporto, pensiamo alla scultura), bensì la forma espressiva dell’idea medesima (A. Donati).
Il supporto, in quanto tale, diventa di proprietà di chi lo acquista, ma il diritto d’autore sussiste a prescindere e,per questo, il proprietario del supporto subisce comunque delle limitazioni nell’utilizzo dell’opera. Ovviamente un’ opera per essere tutelabile deve essere diversa dalle altre. La novità non è però riferita all’ idea, ma alla forma esteriore dell’ opera, cioè deve essere diversa dalle altre nel modo concreto in cui è realizzata.
A questo punto, possiamo porre un quesito: quali sono i rimedi esperibili dal collezionista nel caso in cui l’opera d’arte acquistata non corrisponda o non corrisponda più a quello che egli aveva inizialmente scelto?
Bisogna preliminarmente fare una distinzione tra:
opere d’arte acquistate all’ interno di locali commerciali;
opere d’arte acquistate fuori dai locali commerciali o “a distanza”, ossia con contratti conclusi tramite una tecnica di comunicazione a distanza (es. telefono, televisione, videotelefono, fax, internet, per corrispondenza), che nel mondo dell’arte sono estremamente frequenti: si pensi alle aste telefoniche o alle aste on line.
Partiamo dalla prima ipotesi. Nel caso in cui un’opera non risulti autentica, anche a causa di un restauro mal riuscito o di una conservazione non idonea, il soggetto può certamente procedere con un’azione di risarcimento del danno.
Nel caso di acquisto di falso, si aprono due strade ulteriori: annullamento del contratto per vizi del consenso e risoluzione del contratto per aliud pro alio datum.
«Essendo la fattispecie oggetto di indagine caratterizzata dalla divergenza tra bene trasferito e bene dedotto in contratto, gli istituti giuridici che vengono astrattamente in considerazione e di cui si deve poi verificare l’applicabilità in concreto sono: la disciplina dei vizi della cosa venduta di cui agli artt. 1490 ss. c.c.; la disciplina della risoluzione del contratto per mancanza di qualità promesse o essenziali di cui all’art. 1497 c.c.; la disciplina della risoluzione del contratto per inadempimento consistente nella consegna di aliud pro alio, di cui agli artt. 1453 e ss. c.c.; la disciplina dell’ annullamento per vizi del consenso di cui agli artt. 1427 ss. c.c. ed, in particolare, per dolo (art. 1439 c.c.) o per errore sull’identità dell’oggetto della prestazione o su una qualità dello stesso (art. 1429, n. 2, c.c.). Dottrina e giurisprudenza si sono interrogate sull’argomento a più riprese. L’ evoluzione dell’ elaborazione delle problematiche connesse alla vendita di opera d’arte non autentica, se da un lato ha ricalcato la struttura delle più ampie e generiche categorie civilistiche, dall’altro ha espresso la necessità, posta la peculiarità dell’oggetto d’arte come oggetto di scambio – peculiarità che dipende principalmente dalla incertezza sulla sua esatta identità e dal fatto che, soprattutto per le opere antiche, l’identità dell’opera d’arte dipende da una valutazione, quella dell’esperto, che per quanto diligentemente resa, altro non è se non giudizio, opinione, suscettibile come tale di mutamento – di “adattare”, se così si può dire, a tale peculiarità, gli istituti giuridici, in particolare quelli della vendita, concepiti in riferimento a beni di certa ed immutabile identità e non a beni, come l’oggetto d’arte, la cui identità è, o può essere, in continuo divenire.
Dopo un primo orientamento giurisprudenziale, che escludeva nettamente la possibilità di applicare la disciplina dell’annullamento del contratto, sul presupposto che l’incertezza oggettiva sulla paternità dell’opera rende l’errore sulla stessa irrilevante, una prima tutela all’acquirente è stata garantita dalla corrente di pensiero che indicava la communis opinio, ossia il parere di vari intenditori ed esperti, come fulcro centrale per l’esperimento dell’azione, basandosi sul fatto che non può considerarsi errore determinante del consenso quello che cade sulla effettiva paternità dell’opera, ma solo quello che si riferisce alle risultanze cui sia pervenuta la critica in ordine alla attribuzione dell’opera stessa.Intorno agli anni Cinquanta, poi, si afferma l’orientamento che ritiene applicabile alla fattispecie della vendita di opera d’arte non autentica la disciplina della risoluzione del contratto per mancanza delle qualità promesse o essenziali all’uso cui è destinata: il difetto di autenticità non costituisce un vizio della volontà, ma una mancanza di qualità che si concreta nell’assoluta impossibilità di destinare la cosa al suo uso normale o considerato come tale dalle parti, ciò pur restando ferma l’identità della cosa compravenduta e quindi senza che ricorra l’ipotesi più estesa dell’ aliud pro alio. Tale posizione, presenta, tuttavia, il limite di esporre l’acquirente al rischio di non poter azionare, o di farlo con difficoltà, la riconosciuta tutela a causa dei brevi termini di decadenza e di prescrizione previsti dall’art. 1495 c.c. per l’azione in esame e che mal si conciliano con le peculiarità dell’oggetto d’arte, tanto è vero che l’applicabilità della disciplina in questione alla vendita di opera d’arte non autentica è stata poi spesso espressamente esclusa dalla giurisprudenza di legittimità. Ma quando la dottrina, a partire dagli anni Sessanta, eleva l’elemento dell’autenticità dell’opera d’arte a connotato essenziale di identificazione e qualificazione del bene, si è resa necessaria una riflessione circa l’applicabilità alla fattispecie in questione della disciplina della risoluzione del contratto per consegna di aliud pro alio che si ha solo quando è pattuita un’opera autentica e viene consegnato un falso e non anche in tutte le altre più sfumate ipotesi, che, non risolvendosi l’identità dell’opera d’arte solo nell’alternativa autentico-falso, pure si è soliti ricomprendere nella nozione di “non autenticità”. Dopo tale importante precisazione, si è giunti alla conclusione che troverebbe sempre applicazione la disciplina dell’annullamento per vizi del consenso nel caso in cui la vendita dell’opera d’arte sia avvenuta senza alcuna dichiarazione o garanzia da parte del venditore circa la paternità dell’opera; mentre troverebbe sempre applicazione la disciplina della risoluzione nel caso in cui tale dichiarazione o garanzia abbiano accompagnato la vendita.
In conclusione, nel caso di vendita di opera d’arte non autentica, dunque, l’acquirente, interessato alla caducazione degli effetti del contratto, può agire in via principale con l’azione di cui all’art. 1453 c.c., chiedendo la risoluzione del contratto per consegna di aliud pro alio e il conseguente risarcimento del danno, ed in via subordinata (per tutelarsi dalla eventualità che il giudice non ritenga provato che la autenticità dell’opera sia stata pattuita dalle parti o garantita del venditore) con l’azione di cui all’art. 1429, n. 2, c.c., chiedendo l’annullamento del contratto per errore sull’identità dell’oggetto della prestazione e il conseguente risarcimento del danno, oltre, in entrambi i casi, alla restituzione della somma pagata a titolo di corrispettivo della vendita.» (da G. Calabi e R. Zollino “Caveatemptor: come si tutelano l’acquirente e il venditore nel caso di vendita di opera d’arte non autentica” , in Rivista di arti e diritto on line, ed. Aedon, 2004).
Prima di acquistare un’opera d’arte, certamente, è auspicabile rivolgersi a chi può fornire un servizio di consulenza sia legale che sul valore dell’opera: l’acquirente, infatti, ha diritto di ricevere chiare informazioni sul valore dell’opera e ogni altro tipo di informazione che gli permetta di avere piena consapevolezza in merito all’acquisto. Il venditore, dunque, deve informare il compratore sulle caratteristiche essenziali dell’opera, su eventuali spese di consegna, sulle modalità di pagamento.
In aggiunta a tutto ciò, in caso di acquisto dell’opera fuori dai locali commerciali o “a distanza”,e qui arriviamo alla seconda ipotesi, si apre la strada anche al diritto di recesso.
Se il venditore, non rispetta l’obbligo d’informazione, sancito dall’art. 49 del Codice del Consumo (entrato in vigore con il d. lgs 6 settembre 2005, n. 206),l’acquirente può agire per porre termine a tutti gli obblighi derivanti per le parti (art. 55 Codice del Consumo) e, in questo caso, il compratore è tenuto a restituire l’opera acquistata e il venditore deve rimborsargli il prezzo pagato e richiedere il risarcimento del danno, con il quale il venditore corrisponde una somma di denaro all’acquirente per ripristinare il danno che quest’ultimo ha subito.
In entrambi i casi, come prevedono gli articoli 52 – 59 del Codice del Consumo, il compratore può recedere dal contratto senza alcuna penalità e senza dare alcuna motivazione, entro il termine di quattordici giorni lavorativi. Tale termine ha una decorrenza diversa a seconda che si tratti di contratto concluso fuori dai locali commerciali (60 giorni) o contratto a distanza (90 giorni). In ogni caso, il diritto di recesso si esercita con l’invio di una comunicazione scritta alla sede del venditore mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento o mediante telegramma, telex, posta elettronica e fax, a condizione che sia confermata mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento entro le quarantotto ore successive. Il venditore può anche stabilire che il recesso sia esercitato attraverso la restituzione dell’opera, senza una specifica comunicazione.
La suddetta disciplina è stata parzialmente riscritta dalla Direttiva comunitaria 2011/83 recepita in Italia dal d.lgs n. 21 del 21 febbraio 2014 che ha portato a quattordici giorni lavorativi il termine per l’esercizio del diritto, differentemente dalla normativa interna precedente che ne indicava dieci.
Dunque, il diritto speciale sembra dare un notevole sostegno al consumatore di opere d’arte (nell’accezione qui più veniale, intesa come “merce”), tutelando la sua posizione, evidentemente, più debole rispetto a quella del professionista/venditore.
Ad ogni modo, è bene accertarsi preventivamente del reale valore dell’opera e della sua autenticità: in primo luogo, attraverso accreditate case d’asta e, in aggiunta, avvalendosi dell’esperienza e della competenza di periti ed esperti della materia.
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