Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/01-2008
Timestamp: 2020-04-09 09:45:30+00:00
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01-2008 | comitatopaulrougeau
Numero 156 - Gennaio 2008
1) Corte Suprema: importante udienza sull’iniezione letale
2) Estendere la pena di morte, in conflitto col resto del mondo
3) Callahan salvato dalla Corte Suprema, la moratoria tiene
4) Conclusione onorevole del caso Atkins? No, l’accusa ricorre
5) Sospetto di femminismo condannato a morte in Afghanistan
6) L’Iran promette di limitare le esecuzioni in pubblico
7) Al-Maliki chiede di nuovo l’esecuzione di Alì il Chimico
8) Col nuovo anno e’ stata abolita la pena di morte in Uzbekistan
9) Suicidio nel braccio della morte del Texas
10) Il ‘terrorista con la bomba radioattiva’ condannato a 17 anni
11) Nick Yarris ha ottenuto un risarcimento milionario
Rimangono deboli speranze che la pena di morte negli Stati Uniti d’America possa essere messa in crisi dalla bocciatura del metodo dell’iniezione letale, sospettato di essere una pena crudele ed inusuale e perciò contraria alla Costituzione. Nell’udienza del 7 gennaio davanti alla Corte Suprema, l’avvocato Donald Verrilli, difensore di Ralph Baze e Thomas Bowling Jr., detenuti in Kentucky, è stato messo alle strette dai giudici. “La Costituzione non richiede l’assenza di dolore”, ha affermato il giudice ultraconservatore Antonin Scalia. Nessuno dei membri della Corte si è espresso chiaramente contro all’iniezione letale anche se alcuni hanno palesato gravi preoccupazioni in merito. In ogni caso il fatto che l’anno scorso si sia deciso di discutere la questione e che da allora tutte le esecuzioni siano state bloccate negli Usa, lascia qualche speranza che la sentenza, attesa entro la metà dell’anno, influisca in qualche modo sul metodo utilizzato per eseguire le sentenze capitali, frenando almeno per un certo periodo le esecuzioni e aumentando il discredito della pena di morte.
“Sembra che gli avversari dell’iniezione letale non smuovano i giudici”, titola il Washington Post dell’8 gennaio. “I giudici appaiono freddi riguardo ad una mossa che alteri la pena di morte”, gli fa eco il New York Times nello stesso giorno.
La lettura degli articoli comparsi sui giornali americani dopo l’udienza da tempo programmata (v. n. 153) svoltasi il giorno 7 presso la Corte Suprema degli Stati Uniti, ha lasciato piuttosto delusi coloro che ancora credono che possa essere messa in crisi l’istituzione stessa della pena di morte – almeno per un certo periodo – dalla proibizione del metodo dell’iniezione letale attualmente in uso (*).
Tuttavia un attento esame dell’intera trascrizione dell’udienza (**), dà adito a qualche tenue speranza.
Solo il giudice ultraconservatore Antonin Scalia non ha avuto alcuna remora a esporre subito pollice verso, anche se la votazione sul ricorso in discussione (Baze v. Rees ) avverrà tra alcuni mesi.
“Abbiamo approvato l’elettrocuzione, abbiamo approvato la morte per fucilazione” ha ricordato Scalia. “Mi aspetto che questi due metodi abbiano più possibilità di dare una morte penosa che non il protocollo [dell’iniezione letale] in discussione.” Ed ha aggiunto: “Nell’esecuzione di una persona che è stata condannata per aver ucciso qualcuno, noi dobbiamo scegliere il metodo meno doloroso possibile? Dove mai lo prevede la nostra Costituzione?”
Occorre tener presente che precedenti sentenze delle corti hanno stabilito che la Costituzione non prescrive che venga eliminato ogni tipo di sofferenza durante le esecuzioni. Attualmente la questione della costituzionalità dell’iniezione letale è posta in questi termini: “Il metodo dell’iniezione letale in uso (****) è crudele ed inusuale, quindi contrario alla Costituzione, in quanto provoca sofferenze ‘non necessarie’, cioè sofferenze che potrebbero essere evitate?” (v. n. 153)
I giornali riportano che perfino i giudici più avanzati (quelli che in anni recenti hanno contribuito a porre limiti e correzioni all’uso della pena di morte negli Stati Uniti) lasciano capire che gli argomenti di Ralph Baze e Thomas Bowling, condannati a morte in Kentucky, rappresentati dall’avvocato Donald Verrilli, sono insufficienti per dimostrare l’incostituzionalità di tale metodo. Par la verità, leggendo la trascrizione dell’udienza, abbiamo avuto l’impressione che questo sia vero solo per il giudice Stephen Breyer.
“Mi sento completamente spiazzato,” ha detto Breyer all’avvocato Verrilli. “Lei dice che questo metodo è in qualche modo più doloroso di qualche altro metodo. Ma di quale? Ci sono prove di ciò?”
Il metodo suggerito da Verrilli, come alternativo a quello ora in uso, consisterebbe nell’iniezione di una sola dose massiccia di un barbiturico, che addormenterebbe il condannato e lo porterebbe al decesso senza causargli alcuna sofferenza prima della morte.
“Questo metodo non è stato mai provato. Giusto?” Ha chiesto il giudice Roberts.
“No, non è stato mai applicato ad esseri umani. Questo è vero.” Ha ammesso Verrilli, che nel corso dell’udienza è stato sempre sulla difensiva, costretto ad arretrare dalle domande dei giudici ultraconservatori.
Incalzato, Verrilli ha finito per ammettere che l’iniezione letale in uso può essere somministrata senza far soffrire il detenuto purché tutto funzioni a dovere, anche se ha insistito nel ricordare che, come dimostrano le cronache, si possono presentare e si presentano spesso gravi problemi, in gran parte dovuti alla mancanza di professionalità del personale che compie le esecuzioni (i sanitari per ragioni etiche non partecipano alle esecuzioni).
I commentatori hanno messo in rilevo che soprattutto John Roberts e Samuel Alito, due giudici ultraconservatori recentemente nominati dal presidente Bush, hanno ‘grigliato’ Verrilli.
Cio’ è vero. Ma – simmetricamente – l’avvocato Roy T. Englert, Jr., che rappresenta il Kentucky, è stato ‘grigliato’ dai giudici più progressisti, Ginsburg, Stevens e Souter.
I giudici Ginzburg e Stevens hanno fatto dire ad Englert che la seconda sostanza (che fa diventare apparentemente sereno e rilassato il detenuto) non ha alcuno scopo sostanziale nell’esecuzione ma serve a rendere dignitoso tutto il processo, a suo dire a beneficio del detenuto oltre che dei testimoni.
“Non si vuole che la morte abbia un’apparenza spiacevole in quel momento”. Ha precisato il giudice Stevens, dopo essersi domandato: “La dignità del processo è più importante di [evitare] il rischio di un dolore atroce?”
Steven ha detto di essere ‘terribilmente turbato’ per il fatto che il secondo farmaco (che paralizza il condannato impedendogli di muovere qualsiasi muscolo e di esprimere le terribili sofferenze che prova se rimane cosciente) è del tutto inutile agli effetti dell’esecuzione. “Chiunque passa attraverso il processo [dell’iniezione letale] sa che esiste un qualche rischio di patire un dolore atroce che può essere evitato […] Quale preferenza dichiarerebbe? ‘Voglio morire in un modo dignitoso’?”
Il giudice Souter ha quindi insistito sul fatto che in Kentucky tale farmaco è proibito, per legge, ai veterinari che compiono l’eutanasia degli animali.
Alcuni commentatori hanno infine sottolineato che il giudice Anthony M. Kennedy, il quale spesso funge da ago della bilancia tra ultraconservatori e conservatori moderati, abbia evitato di esprimere pareri durante l’udienza. Ciò viene letto come un segnale debolmente positivo dagli abolizionisti.
A parte l’andamento della discussione, rimane il fatto che almeno 4 giudici su 9 – dopo aver esaminato i documenti agli atti – devono aver chiesto in settembre che la Corte Suprema esaminasse il ricorso Baze v. Rees. Questi giudici meno conservatori dovrebbero essere quindi ben motivati ad innescare una discussione approfondita e ad ottenere qualche risultato (*****). Anche il fatto che la Corte Suprema abbia imposto una moratoria temporanea delle esecuzioni in tutti gli Stati Uniti (si è fermata la macchina della morte negli Usa per molti mesi di seguito: è un evento del tutto straordinario e assai rilevante) rafforza le nostre speranze che, almeno, il ricorso non venga respinto sic et simpliciter confermando la sentenza della Corte Suprema del Kentucky (v. n. 153).
Ci chiediamo quale potrebbe essere il contenuto di una sentenza favorevole.
Nella migliore delle ipotesi il metodo dell’iniezione letale attualmente in uso in Kentucky (e in quasi tutte le altre giurisdizioni) verrebbe dichiarato incostituzionale (perché a rischio di infliggere sofferenze ‘non necessarie’) mettendo seriamente in crisi la ‘macchina della morte’ negli Usa. Gli stati, in tal caso, sarebbero infatti obbligati a studiare – e a far approvare dai relativi parlamenti - un metodo nettamente alternativo (per es. l’iniezione letale con una sola sostanza anestetizzante), metodo che – essendo nuovo - potrebbe essere in teoria attaccato dagli oppositori della pena di morte. Ovvero potrebbero tentare di ripristinare metodi ormai obsoleti, come la sedia elettrica, la camera a gas o la fucilazione. Tali metodi non sono mai stati dichiarati incostituzionali ma, nel momento attuale, potrebbero andare incontro a contestazioni perché i cosiddetti ‘standard di decenza’ evolvono nel tempo.
La Corte Suprema federale potrebbe rimandare il caso alle corti del Kentucky chiedendo di riesaminare la questione, per esempio per stabilire se le sofferenze potenzialmente connesse con il metodo in uso sono ‘non necessarie’ dal momento che si possono utilizzare metodi alternativi. In tale evenienza non è facile prevedere che cosa succederebbe sia nel periodo necessario alle varie corti del Kentucky per decidere, sia dopo una decisione favorevole ai ricorrenti (in tal caso il Kentucky sarebbe costretto a cambiare metodo e nel contempo i detenuti degli altri stati ricorrerebbero di nuovo alle corti, fino alla Corte Suprema federale, cercando di sfruttare il precedente del Kentucky). Se il Kentucky decidesse sfavorevolmente, la questione potrebbe essere ripresa in altri stati…
Ma oltre alle precedenti vi sono varie altre alternative, alcune delle quali non inciderebbero apprezzabilmente sul meccanismo delle esecuzioni (che riprenderebbero dopo la pubblicazione della decisione della Corte Suprema). Una di queste potrebbe essere l’imposizione allo stato del Kentucky di verificare che il protocollo in uso dia tutte le garanzie atte ad evitare malfunzionamenti del metodo suscettibili di arrecare sofferenze al condannato.
Purtroppo la soluzione più facile per la Corte Suprema è certamente quella di respingere seccamente il ricorso Baze v. Rees e di lasciare che la macchina della morte recuperi in fretta tutte le esecuzioni rimaste in sospeso: meno discussioni, meno critiche da parte dell’America forcaiola, niente problemi futuri per districare i ricorsi che conseguirebbero ad una qualsiasi decisione che incida in qualche modo sul metodo dell’iniezione letale in uso.
Finché è possibile, ci piace però continuare a sperare che la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia il coraggio di accogliere in pieno il ricorso dei due condannati del Kentucky: oltre all’effetto positivo di una forte diradazione delle esecuzioni per un periodo piuttosto lungo, forse per anni, ci sarebbe l’effetto collaterale di aumentare il discredito della pena di morte della quale verrebbe messo vieppiù in risalto il lato crudele ed inumano.
Già il fatto che la Corte Suprema abbia affrontato la questione ha avuto un effetto del genere. Lo hanno detto esplicitamente, o lo hanno ammesso implicitamente, le centinaia di articoli che trattano della moratoria delle esecuzioni conseguita alla decisione della massima corte di discutere sull’iniezione letale.
(*) Vengono iniettati, in successione, tre farmaci: il pentotal, un barbiturico ad effetto ultra rapido, per rendere incosciente il condannato; il bromuro di pancuronio, che provoca la paralisi dei muscoli volontari ed impedisce il respiro; il cloruro di potassio destinato a fermare il cuore. Se il primo farmaco fallisce il suo scopo, e ciò sembra accadere in parecchi casi, il detenuto patisce la soffocazione indotta dal secondo farmaco e il terribile bruciore prodotto del terzo, che blocca il muscolo cardiaco.
(**) L’avvocato Donald B. Verrilli Jr. ha argomentato il ricorso Baze v. Rees avanzato da Ralph Baze e Thomas Clyde Bowling Jr. detenuti in Kentucky. L’avvocato Roy T. Englert, Jr. ha presentato le controargomentazioni del Kentucky. Il Governo federale ha presentato un documento legale (in qualità di amicus curiae) a sostegno del Kentucky.
http://supremecourtus.gov/oral_arguments/argument_transcripts/07-5439.pdf
(***) I giudici più conservatori sono: Samuel Alito, John Roberts (Giudice capo), Antonin Scalia e Clarence Thomas; i meno conservatori sono: Ruth Bader Ginsburg, Stephen G. Breyer, John Paul Stevens e David H. Souter; funge spesso da ago della bilancia Anthony M. Kennedy.
(****) Il metodo delle tre sostanze letali attualmente in uso, fu inventato estemporaneamente, senza alcuna base sperimentale, dal dott. Jay Chapman, un medico di dubbia correttezza professionale e di dubbie capacità e qualificazione; fu adottato, senza alcuna critica da parte degli abolizionisti, dal parlamento dell’Oklahoma nel 1976 e poi copiato dal Texas e via via da altri stati. Tale metodo, previsto in maniera praticamente identica in tutti gli stati meno uno (il Nebraska) e nelle due giurisdizioni federali, civile e militare, non è stato mai modificato. (Non ci risulta che si sia guardato negli anni ai metodi per uccidere gli esseri umani in uso nei paesi europei in cui si applica sempre più largamente l’eutanasia, come l’Olanda. Ciò è forse dovuto alla forte autoreferenzialità degli Americani).
(*****) Alcuni commentatori sostengono, invece, che siano stati i giudici più conservatori a volere la discussione del ricorso Baze v. Rees, per arrivare ad una sentenza netta che impedisca in futuro ogni contestazione della costituzionalità dell’iniezione letale. A noi questa ipotesi sembra poco plausibile.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di discutere il ricorso di Patrick Kennedy, condannato a morte in Louisiana in base ad una legge che consente l’inflizione della pena capitale a coloro che stuprano bambini di età inferiore ai 13 anni. Oltre alla Louisiana, altri quattro stati – ultimo dei quali il Texas – hanno approvato leggi che consentono di condannare alla pena capitale violentatori di bambini anche se non commettono omicidio. L’espansione delle fattispecie di reato punibili con la pena di morte non solo in Louisiana ma in tutti gli Stati Uniti, intensificatasi negli ultimi anni, si pone in aperto contrasto con la dottrina internazionale in materia di diritti umani, che richiede concordemente, in vista dell’abolizione della pena di morte, la restrizione delle fattispecie di reato punibili con la pena capitale.
Il 4 gennaio la Corte Suprema federale ha accettato di esaminare il ricorso di Patrick Kennedy un uomo condannato a morte in Louisiana nel 2003 per aver abusato in modo particolarmente violento della figliastra di 8 anni ma che non ha ucciso nessuno.
Negli Stati Uniti, costui era l’unico ospite di un braccio della morte per un delitto che non comprende l’omicidio, quando in dicembre se ne è aggiunto un altro, sempre in Louisiana.
Le leggi in vigore in Montana, Oklahoma, South Carolina e Texas, oltre che in Louisiana (*), consentono la pena di morte per violenze ai minori anche in evenienze in cui non vi sia un omicidio.
I legali di Patrick Kennedy sostengono che la pena di morte nel suo caso è da considerarsi una pena crudele ed inusuale e pertanto proibita dall’Ottavo emendamento della Costituzione.
L’ultima esecuzione per un delitto che non comprendeva un omicidio si è avuta negli Usa nel 1964.
Nel 1977 la Corte Suprema federale definì l’esecuzione “una pena eccessiva per uno stupratore, come questo, che non prende una vita umana.” Ma la vittima in quel caso era adulta e quindi ci si domanda se la pena di morte possa essere confermata nei casi di violenza ai bambini, a cominciare dal caso di Patrick Kennedy.
“Mentre la grande maggioranza dei paesi del modo sviluppato si sono mossi verso la restrizione dell’uso della pena di morte negli ultimi decenni, la Louisiana ha scelto di espanderla significativamente,” ha dichiarato Jelpi P. Picou Jr., uno degli avvocati di Kennedy.
In effetti la notevole espansione delle fattispecie di reato punibili con la pena di morte non solo in Louisiana ma in tutti gli Stati Uniti (per esempio per reati di terrorismo), che si verifica dalla metà degli anni Novanta in poi, e che si è accentuata negli ultimi anni (v. n. 147), è in radicale contrasto col complesso della trattatistica internazionale in materia di diritti umani, che insiste per l’abolizione della pena di morte o quanto meno per la restrizione delle fattispecie di reato capitale. Anche la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite alla fine dell’anno scorso, chiede di “ridurre il numero dei reati per i quali la pena di morte può essere com­minata” (v. nn. 154, 155)
Questo modo di fare degli Stati Uniti sottintende una errata presunzione di superiorità morale degli Americani, che li fa sentire al disopra degli organismi e delle norme internazionali che promuovono i diritti umani, e offende profondamente la coscienza dell’umanità. E’ un modo di fare inaccettabile che richiederebbe una più attenta considerazione e un più incisivo contrasto da parte delle agenzie sovranazionali e delle organizzazioni per i diritti umani, a cominciare da Amnesty International.
Nel caso specifico non rimane che sperare nella Corte Suprema degli Stati Uniti.
In dissenso con alcuni commentatori, crediamo che vi sia un’ottima probabilità che una sentenza sul caso Kennedy invalidi le leggi che prevedono la pena di morte per le violenze ai bambini nei cinque stati che le prevedono, dando in particolare una lezione al Taxas, ultimo stato ad approvare - con particolare pervicacia e determinazione – una legge del genere (v. n. 151). (**)
Ma non sarà, probabilmente, una decisione presa all’unanimità e senza discussione da una Corte Suprema che comprende personaggi ultraconservatori e in cui non tutti i giudici mostrano di avere la saggezza e la lungimiranza d’obbligo per personaggi di così alta dignità istituzionale.
Se invece, come prevedono i più pessimisti, venisse confermata la legge della Louisiana (e quindi le analoghe leggi vigenti in Montana, Oklahoma, South Carolina e Texas) gli Stati Uniti rischierebbero una grave caduta di immagine, compromettendo in gran parte gli effetti positivi che ebbero le sentenze storiche del 2002 e del 2005 le quali proibiscono la pena di morte per determinate categorie di persone (ritardati mentali e minorenni).
Ci prepariamo a seguire un’emozionante udienza in merito che sarà probabilmente programmata per il mese di aprile. La questione suscita grande interesse negli Usa, e preoccupazione nelle associazioni più responsabili, che inviano i loro pareri alla massima corte (***)
(*) La Corte Suprema della Louisiana ha confermato tale legge con forti dissensi al suo interno. La maggioranza ha affermato di non poter concepire “tra i delitti privi di omicidio uno che richieda di più” la pena di morte dello stupro dei minori di 13 anni. “Dal momento che i bambini non si possono proteggere da soli, allo stato compete la responsabilità di proteggerli, ” si è aggiunto con retorica stupidità.
(**) Ricordiamo che in Texas – dopo molte discussioni - è stata approvata, e firmata con una cerimonia nel Campidoglio di Austin il 16 luglio scorso, una complicatissima ed assurda legge che estende la pena di morte a stupratori di minori di 14 anni recidivi, suscitando gravi preoccupazioni perché potrebbe aumentare il tasso di uccisione delle piccole vittime e scoraggiare le denuncie degli abusi che avvengono quasi esclusivamente all’interno delle famiglie (v. nn. 144, Notiziario, 147, “Molti stati…” , 151, Notiziario).
(***) Ad es. l’Associazione Nazionale degli Avvocati Penalisti ha inoltrato un documento legale alla Corte Suprema in cui afferma che la pena capitale non va bene per crimini per i quali l’accusa usualmente dipende dalla testimonianza di un bambino piccolo: “Tale testimonianza è spesso inattendibile perché molti bambini sono suscettibili di suggestione; essi possono confondere i suggerimenti di altre persone con ricordi autentici; le loro storie possono cambiare enormemente in dipendenza di quando e da chi sono intervistati; ed essi ritrattano le loro storie – che accusano o discolpano – con allarmante frequenza.”
Lo stato dell’Alabama ha tentato per la terza volta di interrompere la moratoria delle esecuzioni in atto da quattro mesi in tutti gli Stati Uniti d’America, ma la Corte Suprema federale ha fermato in extremis, con una sola ora di anticipo, la squadra di esecuzione che il 31 gennaio nel carcere di Atmore si preparava a sopprimere con un’iniezione letale James Callahan.
Anche noi siamo rimasti col fiato sospeso tra il 29 e il 31 gennaio: figuriamoci l’interessato! L’ordine della Corte Suprema degli Stati Uniti di sospendere l’esecuzione di James Harvey Callahan, fissata per le 6 di sera del 31 gennaio nel carcere di Atmore in Alabama è arrivato a Grantt Culliver, direttore del carcere, soltanto poco prima delle 17. Tutto era pronto per procede con l’iniezione letale.
Callahan ha rischiato pertanto di diventare il primo detenuto messo a morte negli Stati Uniti dal settembre scorso.
La sua uccisione sarebbe stata anomala, e da un certo punto di vista particolarmente ingiusta. Infatti dopo il 25 settembre, giorno in cui la Corte Suprema federale ha deciso di prendere in considerazione il caso Baze v. Rees (v. articolo iniziale) si è stabilita una moratoria di fatto delle esecuzioni in tutti gli Stati Uniti.
E’ accaduto che le corti statali o federali sospendessero le esecuzioni, da effettuare mediante iniezione letale, in attesa della sentenza della Corte Suprema che deve decidere sulla liceità costituzionale di questo metodo per uccidere. In seguito, in quasi tutti gli stati, si è addirittura deciso di non fissare più date di esecuzione.
L’iniezione letale per James Callahan, programmata per il 31 gennaio, era stata sospesa il 14 dicembre dalla competente corte federale distrettuale. Ma lo stato dell’Alabama era ricorso conto la sospensione presso la Corte d’Appello dell’Undicesimo Circuito. Tale corte aveva accolto il ricorso dell’Alabama annullando la sospensione appena due giorni prima della data fissata. “Il ricorso di Callahan [contro l’iniezione letale] è stato inoltrato oltre due anni dopo la data di prescrizione” ha affermato la Corte d’Appello federale.
Gli avvocati del condannato hanno fatto appena in tempo ad adire la Corte Suprema e questa ad intervenire prima che si compisse l’irreparabile.
Il direttore della prigione,Grantt Culliver, ha detto che i familiari di James Callahan si sono esaltati ed hanno applaudito quando è giunta la notizia della sospensione. Callahan aveva ricevuto l’ultima visita da sei persone, tra cui suo figlio e due sorelle.
“La giornata non è trascorsa senza una grande angoscia,” ha dichiarato molto sollevato Bryan Stevenson, uno degli avvocati di Callahan. “Le esecuzioni sono veramente terribili. Anche le quasi-esecuzioni sono una cosa proprio brutta.”
Una guardia ha descritto via radio alla stampa la reazione della madre di Rebecca Howell, la donna che fu uccisa da Callahan, e della sorella di Rebecca, arrivata dal Tennessee per assistere all’esecuzione: “Costituisce punizione crudele e inusuale il dover continuare a venire qui e vivere la stessa esperienza”.
L’Alabama aveva già tentato invano, per due volte, di far riprendere le esecuzioni negli Usa, in ottobre e in dicembre.
Dunque per ora la moratoria tiene. Un’unica esecuzione è rimasta in calendario, per il 15 luglio p. v. in Louisiana.
Decidendo sul ricorso di Daryl Atkins, condannato a morte in Virginia, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sentenziato nel 2002 che i ritardati mentali non possono essere condannati a morte. Di questa sentenza storica si sono giovati molti imputati di reato capitale in diversi stati, ma non lo stesso Atkins.
La Corte Suprema degli Stati Uniti si basò sul caso di Daryl Atkins per emettere la prima di due sentenze storiche del nuovo millennio e rendere meno truce il volto della pena di morte negli Usa, che, al mondo, appariva ormai particolarmente incivile, assolutamente incompatibile con i tempi.
Nel processo a cui fu sottoposto nel 1998, Daryl Atkins fu condannato alla pena capitale nonostante il fatto che fossero state portate consistenti prove che egli era un ritardato mentale (*). Il suo caso approdò infine alla Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2002, emise la sentenza storica che vieta la pena di morte per i ritardati mentali.
Sentenziando sul ricorso Atkins v. Virginia, la Corte Suprema stabilì che uccidere i ritardati mentali costituisce una pena crudele ed inusuale, proibita dalla Costituzione. Tale sentenza contribuì a preparare la strada ad un’altra storica sentenza: decidendo sul ricorso Roper v. Simmons a stretta maggioranza, il 1° marzo 2005 la massima corte statunitense sentenziò che pure l’esecuzione dei minorenni all’epoca del resto è da ritenersi una pena crudele ed inusuale e quindi proibita dalla Costituzione.
La sentenza Atkins v. Virginia, anche se si dimostrò di non facile applicazione per il modo piuttosto vago in cui è stata formulata, ebbe subito l’effetto di salvare dall’esecuzione molti condannati a morte in diversi stati. Ma (come scrivemmo in un articolo nel n. 131, a cui rimandiamo) Daryl Akins, che aveva salvato altri, sembrava non potesse salvare se stesso. Infatti lo stato della Virginia si impegnò al massimo per dimostrare che Atkins non era in effetti un ritardato mentale e quindi non poteva beneficiare della sentenza che porta il suo stesso nome.
Stupisce l’estremo accanimento dimostrato dell’accusa nel perseguire l’esecuzione di Daryl Atkins con ogni strumento legale e con espedienti al limite della correttezza. In effetti la Virginia, nonostante le molte prove portate dalla difesa a sostegno della tesi del ritardo mentale, riuscì ad ottenere nel 2005 che una nuova giuria sentenziasse che Daryl Atkins in realtà non era un ritardato mentale (e dunque poteva essere ucciso)!
Il condannato ricorse alla Corte Suprema della Virginia nel 2006 ed ottenne l’annullamento del processo del 2005 perché alla giuria che doveva decidere sul suo ritardo mentale fu fatto presente – irregolarmente - che Atkins era un condannato a morte.
E’ stato programmato un nuovo processo sulla questione del ritardo mentale. Tuttavia nel corso della preparazione di questo ennesimo procedimento, sono venute alla luce prove rilevanti che non furono utilizzate durante il processo del 1998.
Pertanto l’estate scorsa i difensori hanno chiesto alla Corte Suprema della Virginia la ripetizione del processo capitale di Atkins o, in alternativa, la commutazione della sentenza di morte.
Il caso è stato rinviato al giudice di contea.
In settembre si sono tenute udienze davanti al giudice di contea Prentis Smiley e il 17 gennaio scorso la condanna a morte di Daryl Atkins è stata commutata in ergastolo da Smiley. Il giudice ha sentenziato che l’accusa nascose alla difesa prove in suo possesso che potevano essere utilizzate a favore dell’imputato durante il processo originario del 1998.
Prentis Smiley è lo stesso giudice che, in qualità di presidente della corte, pronunciò allora la sentenza di morte di Atkins, accusato di aver ucciso l’aviere Eric Nesbitt nel 1996.
A quel punto la Virginia, al termine di una battaglia giudiziaria complicatissima ed estenuante, a tratti paradossale, sarebbe potuta venir fuori dal pantano in cui era finita con la vicenda di Atkins.
Ci si sarebbe potuti accontentare del raggiungimento del punto di equilibrio che consentiva alle parti un’uscita abbastanza dignitosa. Ma non è stato così.
Nell’ultima settimana di gennaio gli accusatori della Virginia sono tornati alla carica. Come prima cosa hanno presentato una mozione al giudice Smiley chiedendogli di sospendere la sua sentenza e di trattenere Daryl Arkins nel braccio della morte, riservandosi di ricorrere alla Corte Suprema della Virginia. L’accusa sosterrà davanti alla massima corte dello stato che Smiley non aveva l’autorità di modificare la sentenza di morte pendente sulla testa di Daryl Atkins.
(*) Il processo del 1998 fu poi annullato a causa di una irregolarità formale. In un nuovo processo tenutosi nel 1999 Daryl Atkins fu ancora condannato a morte.
Sayed Pervez Kambaksh, studente di giornalismo, è stato condannato a morte in Afghanistan, paese tutt’altro che ‘democratico’. E’ stato accusato di blasfemia ma egli ha solamente sollecitato un dibattito teologico per stabilire se veramente il profeta Maometto perseguisse l’oppressione delle donne, come pretendono alcuni esegeti fondamentalisti del Corano. Dopo le prese di posizione internazionali che ci sono state sul sua caso, è impensabile che la condanna venga effettivamente eseguita.
Il quotidiano inglese The Independent il 31 gennaio ha lanciato una compagna per la vita e la libertà del 23-enne Sayed Pervez Kambaksh, uno studente di giornalismo accusato di blasfemia e condannato a morte in Afghanistan.
Il giovane Kambaksh ha scaricato da un sito Farsi un rapporto che dimostra come i fondamentalisti islamici, nel sostenere che il Corano giustifica l’oppressione delle donne, abbiano travisato il pensiero del profeta Maometto. Egli ha poi distribuito copie del rapporto a studenti e docenti dell’Università di Balkh allo scopo di suscitare un dibattito sulla questione. In seguito ad un esposto, Kambaksh è stato arrestato. Processato in segreto da una corte formata esclusivamente da giudici religiosi e senza assistenza legale, è stato condannato a morte per blasfemia.
Le Nazioni Unite, le organizzazioni per i diritti umani, le associazioni di giornalisti e la diplomazia occidentale hanno chiesto al governo Karzai di intervenire per ottenere la liberazione del condannato. Il 30 gennaio il Senato afgano ha invece approvato una mozione che conferma la sentenza di morte. (Sibghatullah Mojaddedi, il senatore che ha promosso la mozione contro Kambaksh, è un grande amico del Presidente Karzai.)
Leader musulmani, da ogni parte del paese lanciano appelli affinché si proceda ad una sollecita esecuzione della sentenza di morte nei riguardi dello studente, prima che le pressioni straniere si facciano insostenibili.
L’Independent, mentre promuove una petizione al Governo del Regno Unito perché intervenga energicamente in favore di Sayed Pervez Kambaksh, osserva giustamente che la condanna a morte del giovane non è stata pronunciata sotto il regime talebano ma sei anni dopo la ‘liberazione’, essendo in carica il governo ‘democratico’ di Hamid Karzai, alleato degli Occidentali.
Come aggravante per l’Italia, dobbiamo ricordare che al nostro paese è stato affidato, dalla Coalizione internazionale che ha ‘liberato’ l’Afghanistan, il compito di ricostruirne il sistema giudiziario.
Purtroppo dobbiamo prendere atto dell’acutizzarsi di un conflitto reale tra l’Afghanistan e gli Occidentali, su basi culturali e religiose, di cui indirettamente fa la spese anche il malcapitato Sayed Pervez Kambaksh. Dopo le prese di posizione internazionali che ci sono state, è impensabile che le autorità afgane lo lascino infine giustiziare, ma c’è il rischio che sul suo capo si combatta un braccio di ferro che potrebbe farlo molto soffrire.
Il capo del sistema giudiziario dell’Iran, Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, ha annunciato il 30 gennaio di aver proibito le esecuzioni capitali in pubblico, a meno di eccezioni da lui stesso autorizzate. La spettacolarizzazione delle impiccagioni compiute nelle piazze iraniane e la diffusione delle relative immagini in TV hanno contribuito a deteriorare l’immagine di un paese che avrebbe particolarmente bisogno della solidarietà internazionale. Dati i precedenti, non sappiamo se l’Ayatollah Shahroudi avrà la volontà e la possibilità di dar seguito al proprio ordine.
L’enorme e crescente numero di esecuzioni compiute in Iran (almeno 177 nel 2006, almeno 300 nel 2007), l’ingiustizia dei processi, la condanna a morte di trafficanti di droga, di apostati e di omosessuali, l’esecuzione di minorenni all’epoca del crimine e di oppositori politici, la residua pratica delle lapidazioni, non meno della sadica crudeltà delle impiccagioni compiute in pubblico, contribuiscono all’alone di particolare rozzezza e barbarie che aleggia intorno al regime teocratico iraniano. La pessima immagine offerta della dirigenza dell’Iran danneggia grandemente un paese che avrebbe bisogno di una vasta solidarietà internazionale: l’Iran, tra l’altro, è a rischio imminente e permanente di una massiccia aggressione militare (di cui farebbe le spese soprattutto la popolazione.)
Un barlume di saggezza sembra essere calato a fine anno sul capo del sistema giudiziario iraniano, Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, considerato un dirigente relativamente moderato e di grande avvenire. Il 30 gennaio Shahroudi ha fatto sapere di essere contrario alla spettacolarizzazione delle esecuzioni, alla diffusione in TV di filmati e foto delle stesse, ed ha vietato da ora in poi le esecuzioni pubbliche (*). “Eseguire sentenze capitali in pubblico è possibile solo col permesso del capo del sistema giudiziario e in base a necessità sociali. Le esecuzioni… non devono essere fatte o pubblicizzate in modo tale da creare tensioni psicologiche nella società, specialmente tra i giovani.” Ha precisato Ali Reza Jamshidi, portavoce dell’Ayatollah Shahroudi.
Accogliamo con sollievo ma con prudenza questa presa di posizione dell’Ayatollah Shahroudi, perché abbiamo dovuto constatare, amaramente, che le promesse di un maggior rispetto dei diritti umani da parte dell’Iran sono state sistematicamente disattese – per mancanza di determinazione e per contrasti interni - almeno per quanto riguarda la tortura e la pena di morte. Da anni si susseguono, ad esempio, promesse mai mantenute sull’abolizione della pena di morte per i minorenni e sulla moratoria e abolizione della pratica della lapidazione (**)
(*) Nel 2007 sono state eseguite in pubblico una sessantina di esecuzioni.
(**) Nel 2007 sono stati ‘giustiziati’ almeno sei condannati che erano minorenni all’epoca del reato. Secondo Amnesty International, almeno nove donne e due uomini sono attualmente a rischio di lapidazione in Iran.
Lo statuto rigidissimo del Tribunale Speciale Iracheno imponeva tassativamente di ‘giustiziare’ Alì Hassan al-Majid, detto Alì il Chimico, cugino di Saddam Hussein, e altri due gerarchi del passato regime entro il 4 ottobre 2007. Il fatto che costoro siano ancora in vita fa adirare il Primo ministro Nuri al-Maliki ed impegna i commentatori a trovare adeguare spiegazione del fenomeno. Sul tappeto ce ne sono molte di spiegazioni, ma forse non esaurienti. L’ipotesi più probabile è che si tiri per le lunghe per poi salvare uno e uno solo dei condannati. Noi speriamo caldamente che tutti e tre questi personaggi definitivamente sconfitti ed innocui finiscano con l’evitare il capestro.
In base alle norme draconiane del terribile Tribunale Speciale iracheno incaricato di giudicare i principali esponenti del regime di Saddam Hussein, sia il cugino e braccio destro di Saddam nella repressione contro i Curdi, Alì Hassan al-Majid, detto Alì il Chimico, sia l’ex Ministro della Difesa, Sultan Hashim al-Tai, sia l’ex capo di stato maggiore Hussein Rashid al-Tikriti non avrebbero potuto in alcun modo sopravvivere al 4 ottobre 2007, scadenza del periodo di 30 giorni che seguiva la conferma della loro condanna a morte.
A novembre i tre erano ancora in vita e ciò scatenò le ire del Primo ministro al-Maliki. Ma gli Americani non si spaventarono e si rifiutarono di consegnargli i condannati (v. n. 154).
Sono passati altri tre mesi e al-Maliki si è di nuovo arrabbiato del fatto che costoro siano ancora in vita.
Si continua a ripercorrere una serie di spiegazioni del fenomeno.
Una spiegazione risiede nel conflitto che vi sarebbe tra il Governo guidato da Nuri al-Maliki, favorevole alle esecuzioni, e il Consiglio di presidenza, formato dal presidente Talabani e da due vice presidenti, che si rifiuterebbe di firmare gli ordini di esecuzione perché Sultan Hashim al-Tai non è considerato un criminale ma solo un buon soldato che obbediva agli ordini. (Da notare: si è sempre detto che la firma del Consiglio di presidenza è un atto puramente formale, un atto dovuto o comunque inessenziale per procedere con le esecuzioni).
Inoltre: si dice che si vorrebbe evitare l’uccisione dei sunniti Hashim e Rashid per evitare disordini.
Un’altra spiegazione risiederebbe nel mancato arrivo dell’autorizzazione del presidente Bush per il passaggio dei prigionieri dagli Americani agli Iracheni. Questa ultima spiegazione potrebbe essere in relazione col fatto che Hashim sia stato per anni un collaboratore della C. I. A.
“Il Primo ministro sta cercando di trovare una soluzione e una sorta di equilibrio tra le domande [di risparmiare Hashim] e l’implementazione della legge, della Costituzione e delle decisioni prese dalla corte.” Ha detto il 16 gennaio nel corso di una conferenza stampa il portavoce governativo Alì al-Dabbagh. Lo stesso portavoce tuttavia non ha voluto spiegare a quale soluzione si pensi.
E’ forse troppo banale prevedere che alla fin fine si risparmierà Hashim e si ammazzeranno gli altri due.
Noi speriamo caldamente che tutti e tre i detenuti si salvino, per qualche ragione misteriosa, in barba alla rigidezza assoluta delle norme del Tribunale Speciale (invocata finché si è trattato di impiccare Saddam Hussein e poi tre suoi collaboratori sotto una pioggia di proteste internazionali.)
Certo i loro crimini furono grandi, tanto grandi che forse ancora oggi, sconfitti, terrorizzati ed innocui, essi non ne sono perfettamente consapevoli. Che cosa ci guadagnerebbe il mondo civile con la loro uccisione?
Non senza il valoroso impegno e le sofferenze degli abolizionisti, si è arrivati all’abolizione della pena di morte in Uzbekistan. L’abolizione della pena di morte nel paese centroasiatico, che ha emesso sentenze capitali fino al 2006, è entrata in vigore all’inizio dell’anno.
Dal 1° gennaio è in vigore l’abolizione della pena di morte in Uzbekistan. Lo ha comunicato all’agenzia russa Interfax la Corte Suprema del paese centroasiatico.
La pena capitale è stata sostituita dall’ergastolo e da pene detentive di 20-25 anni.
L’abolizione consegue da un decreto del Presidente Islam Karimov del 1° agosto 2005 non meno che dall’impegno ammirevole degli abolizionisti usbechi, guidati da Tamara Chikunova, valorosa leader dell’associazione “Madri contro la pena di morte e la tortura”.
La Chikunova, il cui unico figlio Dimitri fu ‘giustiziato’ in Uzbekistan nel 2000, ha avuto un forte sostegno dall’Italia negli ultimi sei anni, soprattutto per merito della Comunità di Sant’Egidio e della Sezione Italiana di Amnesty International. In patria è stata ostacolata in tutti i modi, perseguitata, perfino beffeggiata e derisa, ma alla fine l’ha spuntata.
Amnesty chiede che venga rimosso il segreto sulla pena di morte ancora vigente in Uzbekistan – per gli obblighi che ha in quanto paese membro dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) (*) In tal modo sarà possibile ai parenti delle persone ‘giustiziate’ di recuperare le spoglie dei loro cari (non si conosce ancora il luogo di sepoltura di Dimitri Chicunov.) Il governo dell’Uzbekistan, paese in cui sono state pronunciate condanne a morte fino al 2006, non rendeva note la date di esecuzione ai familiari dei condannati né i luoghi dove costoro venivano sepolti.
L’Uzbekistan è divenuto il 91-simo paese abolizionista totale, portando il numero dei paesi abolizionisti per legge o di fatto a 135 (a fronte di 62 paesi che ancora usano la pena di morte).
Il processo abolizionista sta avanzando prepotentemente nell’Asia Centrale. Negli ultimi otto anni tutti e cinque i paesi dell’Asia Centrale che facevano parte dell’ex Unione Sovietica - Turkmenistan, Tajikistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan e Uzbekistan - hanno posto fine alle esecuzioni (**). Il Turkmenistan ha abolito la pena di morte nel 1999. Il Kyrgyzstan lo ha fatto nel 2006, il Kazakhstan nel 2007 e l’Uzbekistan all’inizio del 2008. Il Tajikistan ha stabilito la moratoria delle esecuzioni nel 2004 e abolirà presto la pena capitale. Il Kazakhstan, che conserva la pena di morte solo per reati di terrorismo, è sotto pressione da parte del movimento abolizionista perché arrivi all’abolizione totale.
(*) Di questa organizzazione ‘europea’ fanno parte 56 paesi, del Nord America, dell’Europa e dell’Asia.
(**) Del resto l’unico paese facente parte dell’ex U.R.S.S. che persevera nell’uso della pena di morte è la Bielorussia (che ha fucilato un serial killer nel mese di dicembre).
Jesus Flores si è ucciso nel braccio della morte del Texas nelle prime ore del 29 gennaio, probabilmente tormentato dal rimorso. Ha cercato di scrivere col sangue un messaggio sul muro della propria cella.
Il 29 gennaio un asciutto comunicato dell’Associated Press ci ha fatto sapere che, prima dell’alba, Jesus Flores era riuscito a suicidarsi nel braccio della morte del Texas.
La prima riga del comunicato ricorda ovviamente il delitto per il quale il meschino fu condannato alla pena capitale: l’uccisione di un vice sceriffo nel 2001. Jesus, appena maggiorenne, con un colpo di pistola evitò di essere ammanettato dopo aver sottratto l’auto ad un familiare.
Il corpo di Flores è stato trovato coperto di sangue alle 4 del mattino da una guardia della Polunky Unit nel corso di un’ispezione di routine. Il detenuto si era tagliato la gola e aveva tentato di scrivere col suo stesso sangue. La portavoce del Dipartimento Carcerario Michelle Lyon ha dichiarato: “Sembra che egli abbia cercato di scrivere qualcosa sul muro ma ciò che ha scritto appariva largamente illeggibile.”
A detta di Robert Will, suo amico nel braccio della morte, Jesus Flores stava male perché provava un tremendo rimorso per aver ucciso d’impulso il vice sceriffo Joseph Dennis (il quale lo avrebbe sbattuto con la faccia contro l’auto prima di tentare di ammanettarlo.)
Dal 1974, anno in cui la pena di morte è stata reintrodotta in Texas, ci sono stati molti tentativi di suicidio nel braccio della morte, quasi sempre sventati dal personale che viene particolarmente responsabilizzato ad evitare che i detenuti si uccidano. Otto suicidi sono stati però portati a termine.
Parliamo dei suicidi tradizionali e non di ‘suicidi assistiti dallo stato’ che avvengono tutte le volte in cui un condannato interrompe volontariamente la serie degli appelli per subire l’esecuzione (si calcola che circa il 12% dei ‘giustiziati’ negli Stati Uniti, siano ‘volontari’, la maggior parte per disperazione, altri convintisi, autonomamente o con l’aiuto dei cappellani, ad accettare la ‘giusta punizione’ per i loro misfatti).
Nella Polunsky Unit il suicidio precedente è stato quello di Michael Johnson che si è tagliato la gola il 19 ottobre del 2006, poche ore prima della prevista esecuzione (v. n. 143). Johnson, che si proclamava innocente, prima di aprirsi la gola si era premurato di tagliarsi un polso per ottenere il sangue con cui ha scritto sul muro della cella: “ Non gli ho sparato io”.
I tentativi di suicidio nell’imminenza dell’esecuzione capitale sono molto frequenti tanto è vero che viene predisposto per i condannati il ‘death watch’, che implica una sorveglianza continua. Non mancano casi di detenuti rianimanti e ricuciti dopo un tentativo di suicidio per essere ‘giustiziati’ appena possibile, magari dopo un breve soggiorno in ospedale (come avvenne per il nostro amico Dave Herman nel 1997).
Nel 2002 la cattura di Jose Padilla, enigmatico cittadino americano convertitosi all’Islam e partito per il Medio Oriente dove ha incontrato militanti islamici, è stata enfatizzata dal governo degli Stati Uniti come una grande vittoria nella ‘guerra al terrore’. Si disse che Padilla stava per far esplodere sul suolo americano una ‘bomba radioattiva sporca’. Detenuto a tempo indeterminato e torturato, dopo una dura battaglia legale, il presunto terrorista è riuscito a farsi processare. L’accusa non è stata in grado di portare le prove di un’attività dinamitarda di Padilla che il 22 gennaio è stato condannato a soli 17 anni di carcere, anche tenendo conto delle ‘dure’ condizioni di detenzione da lui subite, in pratica della tortura a cui fu sottoposto. Nel 2002 si parlava di pena di morte per lui. Nel processo testè conclusosi il Governo aveva chiesto l’ergastolo senza possibilità di liberazione.
Uno tra i successi più pubblicizzati nella ‘guerra globale al terrore’, lanciata dall’Amministrazione Bush, è stata la cattura di Jose Padilla, nato a Brooklyn, ex gangster di Chicago, convertitosi all’Islam e andato in Medio Oriente a fraternizzare, a quanto sembra, con membri di al-Qaeda ed altri ‘militanti islamici’.
Arrestato all’aeroporto al suo rientro negli Usa nel 2002, Padilla fu subito qualificato ‘nemico combattente’ dal presidente Bush e come tale privato di ogni diritto ed avviato ad una detenzione segreta, indefinita, senza accusa e senza processo; nonché sottoposto a torture.
Il Ministro della Giustizia di allora John Ashcroft annunciò con grande enfasi la cattura di Jose Padilla che fu descritto come un mostruoso e avveniristico terrorista pronto a far esplodere una ‘bomba radioattiva sporca’ sul suolo degli Stati Uniti.
Se fosse stato mai sottoposto ad un processo, si diceva, Jose Padilla sarebbe stato condannato a morte. Ma il caso legale di Padilla, cittadino americano, divenne presto un test per la politica del Presidente Bush che pretende di detenere i ‘nemici combattenti’, non soltanto stranieri ma anche americani, a tempo indeterminato, senza accusa e senza processo.
Per interrompere una battaglia giudiziaria che rischiava di finire con una sconfitta disonorevole, l’Amministrazione ha fatto infine processare Joseh Padilla davanti ad un corte regolare. Il processo si è tenuto a Miami presso la locale Corte distrettuale federale.
L’accusa non è stata in grado di portare prove che Padilla progettasse l’esplosione di una bomba radioattiva o qualsiasi altra esplosione.
La prima fase del procedimento si è conclusa l’estate scorsa quando una giuria ha sentenziato che Jose Padilla e due complici sono colpevoli di ‘cospirazione per commettere omicidio, mutilazione o sequestro di persona’. Tuttavia la stessa giudice presidente della corte, Marcia G. Cooke (una giudice nominata da Bush), ha precisato: “Non vi sono prove che questi imputati abbiano personalmente mutilato, sequestrato e ucciso nessuno negli Stati Uniti o altrove.”
La seconda ed ultima fase del processo si è conclusa il 22 gennaio con l’irrogazione delle pene da parte della giudice Cooke: a Jose Padilla sono stati inflitti 17 anni di detenzione (6 dei quali già scontati), agli altri due imputati, pene inferiori. La sentenza rappresenta una grave sconfitta per il Dipartimento di Giustizia che aveva chiesto la pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione.
Per di più, nel rigettare la richiesta dell’accusa, la giudice Cooke ha detto di aver tenuto in considerazione i tre anni e mezzo di “dure” condizioni in cui l’imputato fu tenuto subito dopo il suo arresto (deplorando implicitamente le torture a cui fu sottoposto).
Ad oggi non è dato sapere se l’amministrazione americana ricorrerà contro la sentenza.
Nicolas Yarris è stato completamente scagionato da alcuni test del DNA, effettuati dopo 14 anni di insistenti richieste, e liberato nel 2004 dal braccio della morte della Pennsylvania. La Contea di Delaware, che lo fece condannare a morte nel 1982 compiendo gravi scorrettezze, ha dichiarato alla stampa di ritenerlo tuttora colpevole; tuttavia è stata costretta a scrivere alla famiglia di Linda Mae Craig, che fu stuprata ed uccisa nel 1981, presunta vittima di Nicolas Yarris, che non esiste alcun motivo per ritenere che Yarris sia in qualche modo connesso con il delitto. La Contea ha dovuto concordare un risarcimento milionario per i 22 anni di detenzione subiti ingiustamente da Nick Yarris.
Nicolas Yarris è il primo condannato a morte della Pennsylvania esonerato dal test del DNA (v. nn. 109, “Altre due esonerazioni...”, 110, 113, 114, “Le esonerazioni…”). Egli ha passato ben 22 anni in prigione prima di poter dimostrare la propria innocenza e riconquistare la libertà. Le prove genetiche, effettuate dopo 14 anni di insistenti richieste, hanno escluso che egli sia l’autore dello stupro e dell’uccisione di Linda Mae Craig avvenuti nel 1981.
Tuttavia l’accusa si è opposta in tutti i modi al suo proscioglimento.
Esonerato nel 2003, Nick Yarris è uscito di prigione solo l’anno seguente. Dopo la liberazione, egli è andato a vivere in Inghilterra, si è sposato ed ha avuto una figlia. Ha anche intentato una causa civile contro la Contea di Delaware che si rese responsabile di gravi irregolarità pur di ottenere la sua condanna a morte.
Il 10 gennaio, John W. Beavers, avvocato di Yarris, ha reso noto che è stato raggiunto un accordo per un risarcimento di alcuni milioni di dollari (Nicolas Yarris ne aveva chiesti 22). La Contea ha inoltre dovuto comunicare per iscritto, di malavoglia, alla famiglia della defunta signora Linda Craig che “non esiste motivo per credere che Nick Yarris abbia nulla a che fare con la sua morte”.
Yarris ha ricevuto un affettuoso e-mail da Art Craig, figlio della sua presunta vittima, il quale si congratula con l’ex condannato e gli fa tanti auguri.
“L’accordo è stato raggiunto nonostante la mia strenua opposizione,” ha invece dichiarato Dennis McAndrews, avvocato accusatore presso la Contea di Delaware, insistendo sulla colpevolezza del malcapitato Yarris.
Nicolas Yarris, che ora ha 46 anni, non è stato completamente distrutto dalla vita durissima e avventurosa (ha conosciuto il carcere giovanissimo ancor prima di essere accusato di reato capitale e, nel 1985, è riuscito perfino ad evadere dal braccio della morte). Dopo un periodo di difficile reinserimento nella comunità civile, ha riconquistato una certa serenità e si comporta da cittadino modello: accudisce la figlia di 21 mesi e sbriga le faccende domestiche. Festeggerà il lauto risarcimento che ha ottenuto offrendo una vacanza a Las Vegas ai suoi genitori, ma metterà da parte il grosso del gruzzolo per assicurare un avvenire a sua figlia Lara Rebecca.
Nick Yarris, che è diventato anche un testimonial contro la pena di morte, venne a Roma alcuni mesi dopo la sua liberazione. Lo ricordiamo sul palco in mezzo ad una gran folla, davanti al Colosseo illuminato, la sera del 30 novembre 2004, nel quadro della manifestazione “Cities for life” organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio.
“Per la prima volta nella mia vita, dal 1981, sono finalmente libero,” ha dichiarato Nick Yarris nel corso di un’intervista telefonica concessa al principale quotidiano della Pennsylvania, il Philadelphia Inquirer, subito dopo aver ottenuto il risarcimento dalla Contea di Delaware.
Russia. La Duma intende rimandare l’abolizione della pena di morte. Con una brave dichiarazione rilasciata il 22 gennaio all’agenzia Interfax durante una conferenza stampa, il Vice presidente della camera bassa della Federazione Russa, Oleg Morozov, ha tentato di raffreddare le richieste dell’Europa Occidentale di una rapida abolizione della pena di morte in Russia (v. n. 154, Notiziario). “Non vediamo la questione tra le cose da fare.” Ha dichiarato, aggiungendo: “Se organizzassimo un referendum sulla questione dell’abolizione della pena di morte, nove perone su dieci sarebbero a favore della pena capitale”.
Usa. Sarà impedita la vendita di armi ai malati mentali gravi. L’8 gennaio il presidente George W. Bush ha firmato una legge federale che dovrebbe impedire ai malati mentali gravi di acquistare armi da fuoco. La legge consegue al massacro compiuto da Seung Hui Cho nell’Università Tecnologica della Virginia il 16 aprile scorso. Cho, pur essendo stato dichiarato malato mentale da una corte di giustizia, potè acquistare due fucili con i quali uccise 32 studenti, ferì altre 24 persone e infine si suicidò. Una proposta di legge analoga, presentata nel 2002 dopo una sparatoria un una chiesa, non era andata avanti. La legge firmata quest’anno da Bush autorizza la spesa di 1,3 miliardi di dollari in cinque anni per aiutare gli stati ad identificare e registrare gli individui che non devono essere autorizzati ad acquistare un’arma legalmente, inclusi coloro che siano stati ricoverati in un ospedale psichiatrico con provvedimento obbligatorio. La maggior parte del denaro verrà usato per aumentare gli apporti degli stati ad un sistema nazionale usato per eseguire controlli di base in occasione di acquisti di armi. Il portavoce del Presidente, Tony Fratto, ha detto che Bush sostiene fortemente gli scopi della legge. In Italia il provvedimento è stato salutato con favore, anzi si auspicano restrizioni molto più accentuate nella vendita delle armi negli Usa. Tuttavia ha suscitato qualche perplessità il finanziamento del sistema nazionale per eseguire i controlli sui possessori di armi, che si aggiunge ad altri sistemi che in vario modo accrescono il potere di sorveglianza del Grande fratello governativo sulla popolazione americana.
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 gennaio 2008