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Timestamp: 2020-08-12 09:49:43+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 57', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 57']

Per la Corte di Cassazione pubblicare una foto a corredo di un articolo non integra (necessariamente e sempre) un'ipotesi di diffamazione
Fabrizio Ventimiglia e Davide Zaninetta, | 06/04/2020 15:18
NOTA A MARGINE DELLA SENTENZA Cass. pen., Sez. V, del 14 novembre 2019 (dep. 01/04/2020), n. 10967
a cura di Fabrizio Ventimiglia e Davide Zaninetta, Studio Legale Ventimiglia
Con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione torna ad occuparsi del reato di diffamazione a mezzo stampa, affermando che non integra il predetto reato la pubblicazione di una fotografia di un professionista a corredo di un articolo, laddove dalla lettura dell'articolo si evinca chiaramente che la figura effigiata non abbia nulla a che vedere con la vicenda narrata.
La Corte d'appello di Milano confermava la sentenza del locale Tribunale con la quale era stato condannato per il reato di cui all'art. 57 c.p. in relazione all'art. 595 c.p., commi 2 e 3, il Direttore responsabile del quotidiano "La Repubblica", per avere omesso di esercitare il controllo necessario ad impedire che venisse offesa la reputazione di un medico, accostando la sua persona, con la pubblicazione di una fotografia che lo vedeva intento a mostrare una lastra radiografica ad un paziente, ad un articolo dal titolo "Certificati al telefono, medico condannato",
sebbene il professionista fosse del tutto estraneo ai fatti di cui trattava l'articolo.
Avverso la predetta sentenza proponeva ricorso per Cassazione l'imputato, lamentando, quale primo motivo, l'erronea applicazione dell'art. 595 c.p. e la conseguente insussistenza del reato presupposto. Secondo il ricorrente, infatti, la pubblicazione di una fotografia ritraente una persona della quale in nessuna parte dell'articolo è fatto il nome non può essere ritenuta di per sè idonea a ledere l'onore, in quanto il lettore medio non è messo in grado di collegare l'immagine al soggetto che si ritiene offeso. La fotografia in esame era, infatti, stata selezionata dall'archivio per puro caso e a meri fini di illustrazione, siccome ritraente un medico nell'atto di svolgere una visita.
Orbene, la Suprema Corte ripercorre, in primo luogo, l'iter argomentativo alla base della motivazione della sentenza di condanna emessa dai Giudici di merito.
I Giudici di legittimità rilevano come la Corte territoriale abbia ritenuto diffamatorio l'accostamento tra il titolo dell'articolo, avente una carica negativa ("medico condannato"), e l'immagine del querelante, sul presupposto che il "lettoreo medio" non si impegni nella lettura di tutti gli articoli accostati alle immagini, fermandosi a considerare l'impatto visivo e il collegamento tra titolo e immagine. Nel caso di specie, dunque, il lettore medio sarebbe stato indotto ad identificare il volto del querelante, come quello del medico apparso sul giornale, perchè condannato, risultando indubbia l'efficacia diffamatoria di tale accostamento.
Ebbene, la Suprema Corte, pur trovandosi concorde nel ritenere che sia necessario adottare la massima cautela allorquando vengano utilizzate foto presenti nell'archivio della redazione di un quotidiano, ritiene debba, tuttavia, escludersi la rilevanza penale del fatto in esame, stante l'inoffensività della pubblicazione.
I Giudici di legittimità non condividono, infatti, l'impostazione della Corte territoriale che fa coincidere il concetto di "lettore medio" con quello di "lettore frettoloso", sminuendone la capacità di sapersi orientare nella lettura e nell'analisi di tutti gli aspetti della pubblicazione di interesse. Le pronunce della Suprema Corte, che hanno trattato il concetto di "lettore medio" non hanno, infatti, inteso circoscriverlo in un ambito così riduttivo quando hanno evidenziato che "risulta integrato il reato di diffamazione laddove sia il contesto della pubblicazione a determinare un mutamento del significato apparente di una o più frasi altrimenti non diffamatorie, percepibile dal lettore medio" (cfr. Cass. pen., Sez. V, 19 novembre 2015, n. 4298). Al contrario, nelle pronunce suddette si è dato risalto alla perspicacia del lettore medio, capace di individuare il reale significato delle espressioni utilizzate nel contesto narrativo.
Ebbene, applicando tale principio alla fattispecie in esame, si deve concludere come "il lettore medio", sulla base di tutti gli elementi contenuti nella pubblicazione in contestazione, fosse perfettamente in grado di avvedersi del fatto che la persona effigiata non avesse nulla a che vedere con il medico condannato, cui si riferiva il titolo dell'articolo.
Si deve pertanto escludere, secondo i Giudici di legittimità, ogni efficacia diffamatoria in ordine alla pubblicazione in oggetto, venendo di conseguenza meno il reato di cui all'art. 57 c.p. ascritto all'imputato.
L'Osservatorio di Diritto Penale, diretto da Fabrizio Ventimiglia, avvocato Penalista e Presidente del Centro Studi Borgogna