Source: https://www.studiolegaledigiorgi.it/la-tutela-indennitaria-per-infortunio-e-malattia-professionale/61
Timestamp: 2019-09-18 09:18:35+00:00
Document Index: 35252513

Matched Legal Cases: ['art. 38', 'art. 40', 'e contrario', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art 4', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 360', 'sentenza ', 'art.13', 'art. 14', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2']

Sul diritto all'assistenza sociale
La radice costituzionale del diritto all‘assistenza sociale risiede nel comma 2 dell’art. 38 cost. che stabilisce il diritto dei lavoratori «ad essere preveduti ed assicurati mezzi, adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».
Il problema è imperniato, in effetti, sull’epistemologia della manifestazione fenomenologica di un evento che costituisce depauperamento della salute di un uomo; sull’evidenza, in altri termini, che ambedue gli eventi integrano la verificazione di una malattia. Ne consegue che, correttamente inteso, la soluzione del problema definitorio ruota intorno alla necessità di individuare quei criteri epistemologici che implichino la collocazione dell’evento-malattia nell’ambito dell’una o dell’altra categoria di eventi produttivi della prestazione previdenziale.
Dall’assunto è desumibile, che tale nozione si fondi su due presupposti, dalla cui combinazione, per altro, si promanano le caratteristiche sintomatiche dell’evento-infortunio. Da un lato la “causa violenta”, caratterizzata dall’efficacia lesiva, dalla rapidità dell’azione, ed esteriorità del rapporto eziologico;[2] dall’altro “l’occasione di lavoro”, intesa in senso ampio, quale situazione caratterizzata dalla percepibilità del rischio lavorativo, in funzione di criterio spazio-temporale ai fini della perimetrazione dell’ambito applicativo della tutela assicurativa.
Se così non fosse, se la percepibilità fenomenica dell’infortunio potesse sopraggiungere a distanza, di anni, risulterebbe illogica la scelta collegare la prestazione previdenziale ad un presupposto spazio-temporale, “l’occasione di lavoro”, risultando, in ultima analisi, premessa la necessità di raggiungere la prova duplice della collocazione del trauma in un esatto arco temporale, e della collocazione del malcapitato sul luogo, o comunque nello svolgimento di attività, di lavoro, eccessivamente oneroso ricostruire il rapporto causale alla stregua dei principi di cui agli art. 40-41 c.p .
Ed invece, siccome l’infortunio si connota per l’insorgere di una malattia a percepibilità fenomenica istantanea, o quasi, allora è necessario accertare, quale presupposto per la sua indennizzabilità, che sia conseguente ad un trauma occorso sul luogo, o in occasione, di lavoro. Viceversa di malattia professionale si discute nei casi del verificarsi di un processo morboso per “causa diluita”.
Quindi non un trauma violento, immediatamente percettibile, bensì un processo morboso a lenta manifestazione, riconducibile, a mezzo di nesso eziologico, al rischio professionale.
Sulla tutela assicurativa ordinaria
Il Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, emanato con d.P.R. del 30 giugno 1965, recante il n. 1124, è composto da tre titoli che disciplinano il regime assicurativo degli infortuni e malattie professionali nell’industria: segnatamente al Titolo I, il regime assicurativo per le attività agricole, al Titolo II, e il regime assicurativo speciale per gli imbarcati in navi straniere di cui al Titolo III.
Nel caso di specie il Pretore di Torino, giudice a quo, si trovava investito di una controversia in materia previdenziale nel procedimento civile vertente tra Palin Aldo e l'I.N.A.I.L., avente ad oggetto la revoca della costituzione di rendita per malattia professionale, di cui l’attore chiedeva di dichiararsene l’illegittimità, disposta dall'Istituto in quanto il Palin, benché esposto al rischio, era dipendente non già dell'impresa che svolgeva l'attività protetta e sottoposta ad obbligo assicurativo, ma dell'Amministrazione committente, rivestendo così la qualità di cd. assistente contrario.
Con ordinanza iscritta al n. 396 del registro ordinanze 1989 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 37/1a, serie speciale dell'anno 1989, il giudice a quo sollevava l’eccezione di costituzionalità in via incidentale, in riferimento al parametro dell’uguaglianza formale e del diritto all’assistenza ed alla previdenza sociale, in considerazione del fatto che secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, il Palin non avrebbe avuto diritto alla rendita non svolgendo né attività manuale ex n. 1 dell’art. 4 d.P.R. n. 1124 del 1965, né di sovraintendenza ex art. 4, n. 2, né poteva considerarsi lavoratore subordinato come prescritto dall'art. 9 del d.P.R. cit.
Il Palin, dunque aveva contratto la malattia professionale, in specie la sordità, come riconosciuto dall'I.N.A.I.L., ma essendo l'obbligo assicurativo condizionato alla diretta dipendenza del lavoratore esposto a rischio morbigeno dall'imprenditore che svolge l'attività protetta, non poteva quindi ritenersi compreso tra i soggetti occupati presso gli esercenti le attività protette a norma dell'art. 9 del T.U. n.1124 del 1965.
Orbene la Corte decide, anche in questo caso in modo da determinare un ulteriore estensione dell’ambito di copertura della tutela ordinaria, in considerazione del fatto che il presupposto su cui poggia la norma impugnata, cioè la necessaria coincidenza, ai fini dell'individuazione dei beneficiari della garanzia, fra assicurante e gestore della lavorazione protetta e, di conseguenza la necessaria dipendenza del beneficiario dal detto gestore, non risponde ad alcuna esigenza del sistema vigente.
Per converso, tale sistema è teso alla protezione la più ampia dal rischio di infortuni o malattie professionali indotto da determinate lavorazioni, implicando, quindi, come unico presupposto di operatività della garanzia, e quindi come unico criterio per l'individuazione dei destinatari della medesima, l'esposizione al rischio in parola, anche in via di mera correlazione ambientale.
Per quanto esposto, con sentenza additiva di accoglimento, la Corte «dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 9, primo comma, del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 nella parte in cui non comprende fra i datori di lavoro soggetti all'assicurazione coloro che occupano persone, fra quelle indicate nell'art 4, in attività previste dall'art. 1 dello stesso d.P.R., anche se esercitate da altri».[7]
Di particolare rilevanza per il thema in discussione è la sentenza delle Sezioni Unite n. 3476/94, in cui la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare il tema del cosiddetto rischio ambientale, ribadendo il principio che tutti i lavoratori dipendenti, tenuti per ragioni professionali a frequentare ambienti ove si svolgono le attività pericolose di cui all'articolo 1 del Testo Unico approvato con D.P.R. n. 1124/1965 e successive modificazioni ed integrazioni, sono soggetti all'obbligo assicurativo e fruiscono della conseguente tutela, a prescindere dal contenuto manuale o intellettuale delle mansioni svolte.
La suddetta pronuncia costituisce una conferma del costante indirizzo giurisprudenziale secondo il quale l'esposizione al rischio professionale rappresenta l'unica condizione della operatività delle garanzie assicurative e, conseguentemente l'unico criterio per l'individuazione dei destinatari delle medesime.
Nel caso di rischio diretto, ossia quello scaturente dal contatto con le fonti di pericolo indicate dall'articolo 1 del cit. T. U., la parità di tutela è stata realizzata grazie alla più recente elaborazione giurisprudenziale che, in coerenza con i moderni sistemi organizzativi e tecnologici del lavoro, ha superato la tradizionale valenza giuslavoristica della nozione di opera manuale contrapposta all'opera intellettuale propria dell'impiegato e del dirigente, identificando il requisito soggettivo della manualità, previsto dall'articolo 4 del Testo Unico, nel diretto contatto dell'operatore con la fonte di rischio.
Ma la nozione di rischio professionale così come delineata dall'articolo 1 del T. U. comprende, oltre al rischio diretto, anche il rischio ambientale, ossia il rischio cui sono esposti i lavoratori «comunque» occupati in ambienti organizzati ove si svolgono attività pericolose indicate dallo stesso articolo 1.
Se ne deduce che l'esposizione a rischio ambientale costituisce, di per se, condizione sufficiente per l'insorgenza della tutela assicurativa, anche per gli impiegati e i dirigenti che svolgono attività esclusivamente intellettuale e non hanno, quindi, alcun rapporto diretto con le fonti di rischio.
La precisa definizione del significato e della portata della nozione di rischio ambientale, desumibile dalla sentenza in esame, non lascia dubbi sul fatto che le garanzie assicurative sono dovute non solo per gli eventi professionali conseguenti al rischio proprio dell'attività svolta dal lavoratore, o di attività ad essa connessa, ma anche per quelli causalmente riconducibili al rischio insito nell'ambiente di lavoro, e cioè al rischio determinato dallo spazio delimitato, dal complesso dei lavoratori in esso operanti e dalla presenza di macchine e di altre fonti di pericolo.
Per le malattie professionali, d'altronde, questo principio è da tempo acquisito e non solleva particolari problematiche, in quanto si tratta comunque di verificare, in concreto, la sussistenza del nesso causale tra il rischio e la malattia denunciata.
Per quanto concerne gli infortuni, invece, la questione si presenta più complessa, stante la necessità di individuare, caso per caso, una linea di demarcazione tra situazioni in cui l'incidente è conseguenza di condizioni ambientali che configurano un rischio soltanto generico, e situazioni in cui, invece, l'incidente è sul piano eziologico riconducibile al rischio lavorativo di carattere ambientale.
Va precisato, comunque, il perimetro del rischio ambientale assicurabile in virtù dell'attuale e largamente prevalente insegnamento giurisprudenziale[8] in base al quale il collegamento meramente marginale, o la pura e semplice coincidenza di tempo e di luogo tra infortunio e prestazione lavorativa, non sono sufficienti a concretizzare l'occasione di lavoro.
Sulle prestazioni previdenziali
In conseguenza all’adozione del suddetto criterio di imputazione, entro i limiti dell'obbligo assicurativo, il datore di lavoro è chiamato a rispondere non solo dei danni sofferti dal lavoratore che gli possano essere imputati a titolo di responsabilità per colpa, ma pure di quelli che, accaduti nello svolgimento dell'attività lavorativa, siano conseguenza di caso fortuito, di forza maggiore o anche di colpa dello stesso lavoratore, con il solo limite dell'atto puramente arbitrario.
Da un lato nei casi di infortunio o malattia professionale i datori di lavoro rispondono secondo le forme dell'assicurazione obbligatoria in base ad un nesso di causalità materiale; dall’altro i lavoratori, corrispettivamente a tale forma agevolata di tutela, ricevono un ristoro solo parziale del danno sofferto, dal momento che la tutela previdenziale, oltre a non intervenire per le lesioni lievi, non garantisce la piena equivalenza tra l'entità del danno sofferto e la prestazione economica in concreto erogata.[16]
Al “concretizzarsi” del rischio il datore di lavoro, se responsabile secondo gli ordinari canoni civilistici, deve provvedere all’integrale risarcimento per le anzidette voci di danno, salvo l’interferenza con l’assicurazione infortuni. Lo si deduce, del resto, dal comma 1 dell’art. 10 T.U. 1124/1958, che testualmente stabilisce che «l'assicurazione a norma del presente decreto esonera il datore di lavoro dalla responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro».
Tale prova và valutata in termini di ragionevole certezza, così, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, da essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità.
A tal uopo risultano fondamentali nel quadro probatorio le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale, le quali costituiscono la principale fonte di acquisizione di elementi in relazione all'entità dell'esposizione del lavoratore ai fattori di rischio, per di più se la natura professionale della malattia può essere desunta, con elevato grado di probabilità dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell'ambiente di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa e dall'assenza di altri fattori extralavorativi, alternativi o concorrenti, che possano costituire causa della malattia.[20]
A corroborare siffatta affermazione v’è il dato di legge, essendo specificatamente previsto che qualora il grado di riduzione permanente dell'attitudine al lavoro causata da infortunio risulti aggravato da inabilità preesistenti che siano derivanti da fatti estranei al lavoro, il valore dell’indennizzo «deve essere rapportato non all'attitudine al lavoro normale, ma a quella ridotta per effetto delle preesistenti inabilità».[22]
Al riguardo vale la pena precisare che secondo il consolidato orientamento di legittimità, qualora il giudice di merito si sia basato sulle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio, facendole proprie, la denunciabilità ex. art. 360 n. 5 del vizio di omessa o insufficiente motivazione della sentenza esige che eventuali errori e lacune della consulenza, che si riverberano sulla sentenza, si sostanzino in carenze o deficienze diagnostiche, o in affermazioni illogiche o scientificamente errate, non già in semplici difformità tra la valutazione del consulente circa l'entità e l'incidenza del dato patologico e il valore diverso allo stesso attribuito dalla parte, le quali si risolvono in una inammissibile critica del convincimento del giudizio.
Sull'indennizzabilità del danno biologico alla luce del d. Lgs. 38/2000
La determinazione del danno biologico ai fini della tutela dell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, in sede previdenziale, va effettuata osservando obbligatoriamente le tabelle delle delle menomazioni di cui all'art.13 d. Lgs. n. 38/2000.
Tuttavia la categoria del danno biologico, essendo una categoria di elaborazione giurisprudenziale, si caratterizzava per contorni sfumati di cui il legislatore sembrava avere contezza; non a caso infatti, nell’abbozzarne una definizione, l’art. 14 dispone «in attesa della definizione di carattere generale di danno biologico e dei criteri per la determinazione del relativo risarcimento, (...) in via sperimentale, ai fini della tutela dell'assicurazione obbligatoria conto gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali il danno biologico [si definisce] come la lesione all'integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona [con la precisazione che] le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato».[28]
Se ne deduce che quando chi patisce le conseguenze di un danno ingiusto abbia percepito anche l’indennizzo da parte dell’I.N.A.I.L., per calcolare il danno biologico permanente differenziale è necessario determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile, ivi incluso il danno morale, attesa la natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, per poi sottrarre dall'importo ottenuto, non il valore capitale dell’intera rendita, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico.[31]
[1] «quell'evento avvenuto per causa violenta in occasione di lavoro da cui sia derivata la morte o un'inabilità permanente al lavoro, ovvero un'inabilità temporanea assoluta che importi l'astensione dal lavoro per più di tre giorni»,art. 2 T.U. 1124/65.
[2] In letteratura è definita “causa violenta” «(…) quell'antecedente causale dannoso ed esteriore che agisce sull'organismo umano con rapidità di azione», Enciclopedia Medica Italiana, II ed., 1979, p. 1954.
[3] più precisamente si legge che, ancorché «il sistema tabellare costituisce - in linea di massima - una effettiva garanzia per i lavoratori interessati alla copertura del rischio delle malattie professionali, onde è da escludere un contrasto con gli artt. 3, 4, 35 e 38 Cost. Tanto più che il sistema tabellare è suscettibile di perfezionamento mediante la modificazione o integrazione delle voci di tabella, secondo la procedura prevista dallo stesso art. 3 del testo unico, la quale consente anche ai lavoratori di far sentire le proprie istanze di migliore tutela assicurativa mediante l'intervento delle organizzazioni sindacali nazionali di categoria maggiormente rappresentative. Peraltro una più piena soddisfazione della garanzia costituzionale richiede l'intervento del legislatore, potendo non essere sufficienti sporadici interventi integrativi delle tabelle, i quali, per giunta, difficilmente potrebbero assicurare la copertura del rischio proprio nei confronti dei lavoratori colpiti dalle malattie che venissero successivamente riconosciute come professionali. Onde va segnalata al Governo e al Parlamento l'opportunità ed urgenza di una soluzione legislativa mista, comprendente sia le tabelle delle tecnopatie protette con l'attuale regime positivo, sia anche la possibilità, riconosciuta a tutti i lavoratori, di provare l'eziologia professionale di una malattia non compresa nelle tabelle, e di ottenere conseguentemente le prestazioni di legge», Corte Cost., del 4 luglio del 1974, n. 206.
[5] «Sono compresi nell'assicurazione:
2) coloro che, trovandosi nelle condizioni di cui al precedente n. 1, anche senza partecipare materialmente al lavoro, sovraintendono al lavoro di altri; (...)
4) gli apprendisti, quali sono considerati dalla legge (...)», art. 4, d. P. R. 1124/1965.
[6] Più precisamente «è costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gliart. 3 e 38 cost., l'art. 9, 1° comma, d. p. r. 30 giugno 1965, n. 1124 (t. u. delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), nella parte in cui non comprende fra i datori di lavoro soggetti all'assicurazione coloro che occupano persone, fra quelle indicate nell'art. 4, in attività previste dall'art. 1, stesso d. p. r., anche se esercitate da altri», Corte Costituzionale, sentenza 2 marzo 1990, n 98.
[8] Più precisamente si legge che «La specificità della tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro postula la "professionalità" del rischio, e ad integrare tale requisito non basta la mera correlazione di tempo e di luogo tra evento e prestazione lavorativa, qualora intervengano fattori od attività del tutto indipendenti dalle condizioni oggettive (ambiente, macchine, persone) dell'attività protetta», sent. n. 462/1989 della Corte Costituzionale.
[18] Più precisamente «Dall'inclusione nelle apposite tabelle sia della lavorazione che della malattia deriva l'applicabilità della presunzione di eziologia professionale della patologia sofferta dall'assicurato, con il conseguente onere di prova contraria a carico dell'I.N.A.I.L., quale è, in particolare, la dipendenza dell'infermità da una causa extralavorativa oppure il fatto che la lavorazione non abbia avuto idoneità sufficiente a cagionare la malattia, di modo che, per escludere la tutela assicurativa è necessario accertare, rigorosamente ed inequivocabilmente, che vi sia stato l'intervento di un diverso fattore patogeno, che da solo o in misura prevalente, abbia cagionato o concorso a cagionare la tecnopatia», Cass. Civ, sez. lav., sent. del 21 novembre 2016 n. 23653.
[19] «[la] Corte ha più volte affermato che la presunzione legale circa l’eziologia professionale delle malattie contratte nell'esercizio delle lavorazioni morbigene investe soltanto il nesso tra la malattia tabellata e le relative specificate cause morbigene, e non può esplicare la sua efficacia nell'ipotesi di malattia ad eziologia multifattoriale in cui il nesso di causalità non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di concreta e specifica dimostrazione - quanto meno in via di probabilità - in relazione alla concreta esposizione al rischio ambientale e alla sua idoneità causale alla determinazione dell'evento morboso», Cass. Civ., sez. lav., n. 26665/2013; ed ancora «La presunzione legale circa la eziologia professionale delle malattie contratte nell'esercizio delle lavorazioni morbigene investe soltanto il nesso tra la malattia tabellata e le relative specificate cause morbigene (anch'esse tabellate) e non può esplicare la sua efficacia nell'ipotesi di malattia ad eziologia multifattoriale in cui il nesso di causalità non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di concreta e specifica dimostrazione - quanto meno in via di probabilità - in relazione alla concreta esposizione al rischio ambientale e alla sua idoneità causale alla determinazione dell'evento morboso», Cass. Civ., Sez. Lav., Sent. del 13 luglio 2011 n. 15400.
[20] «Nel caso di malattia professionale non tabellata, come anche in quello di malattia ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro, che grava sul lavoratore, deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità; a tale riguardo il giudice deve non solo consentire all'assicurato di esperire i mezzi di prova ammissibili e ritualmente dedotti, ma deve altresì valutare le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale, facendo ricorso ad ogni iniziativa ex officio diretta ad acquisire ulteriori elementi in relazione all'entità ed all'esposizione del lavoratore ai fattori di rischio ed anche considerando che la natura professionale della malattia può essere desunta con elevato grado di probabilità dalla tipologia delle lavorazioni svolte, dalla natura dei macchinari presenti nell'ambiente di lavoro, dalla durata della prestazione lavorativa e dall'assenza di altri fattori extralavorativi, alternativi o concorrenti, che possano costituire causa della malattia», Cass. Civ., Sez. Lav., sent. del 12 ottobre 2012.n. 17438.
[26] In via esempl. «[Tizio] risultava affetto dall'anno 1991 da linfoma non Hodgkin per cui è stato più volte ricoverato presso l'Ospedale e sottoposto a vari cicli periodici di chemioterapia. Il decesso avveniva in data 11/10/97.
Per linfoma non Hodgkin si intende una neoplasia a carico dei tessuto linfatico di eziologia sconosciuta, imputabile ad anomalie genetiche, alterazioni immunologiche, a fattori virali, fisici e chimici.
Nel corso degli anni il periziando è stato esposto all'azione di varie sostanze chimiche presenti nel luogo di lavoro (...) rappresentate da acidi, basi, solventi e cianuri non risultando concentrazioni elevate, capaci di provocare nel tempo irritazioni delle vie respiratorie, ma comunque non dotate di potere cancerogeno.
Anche l'assorbimento delle radiazioni ionizzanti, limitato alla cute delle mani e non all'intero corpo, è risultato di entità trascurabile come si evince dalla scheda dosimetrica personale compilata dall'anno 1981 all'anno 1990, da cui non risulta il superamento della DMA (dose massima ammissibile) oltre la quale si
possono verificare danni per la salute (..).
Inoltre le visite mediche per la radioprotezione eseguite dall'anno 1984 all'anno 1990 non hanno evidenziato alterazioni significative di rilievo.
Il libretto sanitario di rischio compilato in data 15/10/90 ha confermato l'idoneità fisica all'impiego presso la Mistral.
La dose di esposizione alle radiazioni ionizzanti alle mani di tipo Beta e di tipo X nell'attività lavorativa, che si svolgeva per otto ore ai giorno, è stata di lieve entità, tale da non avere potuto determinare la malattia del linfoma non Hodgkin..
Appare, dunque, chiaro che non esistono elementi certi, allo stato attuale, che possano rappresentare i presupposti necessari connessi ai rischi lavorativi per il riconoscimento di malattia professionale». Cass. Civ., sez. VI, ord. n. 4652/2012; «il consulente, dopo avere analizzato l'attività lavorativa del Grassano (ricercatore presso l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati) e avere sottolineato che lo stesso era stato sottoposto ad agenti cancerogeni (radiazioni ionizzanti) negli anni che vanno dal 1981 al 1992, ha escluso la sussistenza del nesso eziologico fra tale esposizione e la patologia denunciata, dal momento che i valori rilevati negli anni di riferimento ed emergenti dalla nota prot. 130699 del 2 luglio 1999 erano molto inferiori a quelli stabiliti dal decreto legislativo 26 maggio 2000, n. 241 e dal decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230», Cass. Civ., sez. lav., ord. n. 11540/2012.
[29] Più precisamente «La valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali può anche essere unica, senza una distinzione - bensì opportuna, ma non sempre indispensabile - tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto (se una lesione dell'integrità psico-fisica sia riscontrata) e quanto per il ristoro dei pregiudizi per lesione dei diritti inviolabili dell'uomo (art. 2 Cost.)», Cass. sent. 31 maggio 2003, n. 8827.
[31] «Posto che la rendita pagata dall'Inail per invalidità superiori al sedici per cento indennizza in parte il danno biologico, ed in parte il danno patrimoniale da incapacità di lavoro e di guadagno, che viene liquidato forfetariamente in base ai criteri di cui al D.M. 12 luglio 2000, all. 5, al fine di calcolare il c.d. "danno biologico differenziale", spettante alla vittima nei confronti del terzo civilmente responsabile, dall'ammontare complessivo del danno biologico deve essere detratto non già il valore capitale dell'intera rendita costituita dall'Inail, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare il danno biologico», Cass. Civ., sent. del 26 giugno 2015 n. 13222.