Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi06/0602f_o/0602fo08.htm
Timestamp: 2017-11-20 22:44:30+00:00
Document Index: 36901928

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 30', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2']

Famiglia oggi n. 2 febbraio 2006 - Diritto di famiglia e Pacs
Diritti e doveri? Si chiama matrimonio
Diritto di famiglia e Pacs
Realtà di ieri e problemi di oggi
Situazione e proposte di legge
Un problema da ignorare?
Fotografia delle norme all'estero
Fino a dove si spinge il concetto di "famiglia"?
Due cuori e una telecamera
In attesa della grande onda
Una protezione istituzionale dei minori
COMITATO DI APPLICAZIONE DEL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE PER LA TUTELA DEI MINORI IN TV
L’esperienza del consultorio
L’ambizione femminile
Stop alle nozze imposte
VANTAGGI SENZA ONERI
L’essenza della famiglia è quel "consortium" che fa della coppia coniugale la primordiale cellula della società. Il matrimonio è ciò che fa pubblica la scelta sponsale, originata dal libero consenso, e chiama su di sé la protezione del diritto, e si sottomette alle sue regole.
La famiglia non l’hanno inventata i giuristi, c’era da prima, c’era da sempre; mai visti gli uomini vivere in un’altra maniera. Il diritto di famiglia, le regole della famiglia, si codificano storicamente come una sorta di "copia dal vero".
Famiglia, nell’esperienza della vita d’ogni persona, è parola inconfondibile. I mutamenti sociali e culturali piegano oggi quella parola a significati analogici in cui sembra trascolorare quell’immagine, fatta contenitore di esperienze vitali profondamente diverse. Alcune voci del nuovo catalogo riguardano la sola cornice (famiglia patriarcale, famiglia nucleare); altre manipolano l’intreccio delle relazioni originarie/acquisite (famiglia allargata, famiglia ricomposta da intrecciati divorzi, famigliastra); altre si ritagliano spazio fuori disegno, slacciandosi dalle regole di legge (convivenze more uxorio, famiglie "di fatto"); altre sfondano il confine concettuale primario (coppie "familiari" omosessuali). Tutte queste situazioni contengono problemi umani, che meritano sicuramente attenzione. Ma non confusione.
È in corso in questi mesi, in Italia, un acceso dibattito sui Pacs, cioè sui Patti civili di solidarietà, intorno a proposte di legge che vogliono dare consistenza di istituto alla convivenza di fatto, anche di omosessuali. La piega che va prendendo l’uso di un vero e proprio armamentario di slogan sembra rendere il discorso sempre più intriso di ideologia, e più povero di concretezza giuridica.
Poiché non c’è problema che possa essere compreso attraverso la sola analisi segmentaria della sua ultima istanza, cioè senza raccordo con l’orizzonte antropologico intero nel quale si iscrive, mi propongo di inquadrare quest’ultimo tema, i Pacs, con una premessa meditativa. Anzi, più che premessa, con un invito ai lettori alla pazienza del pensiero, alla fecondità del meditare; su di sé e sugli altri, lungo l’orizzonte esperienziale che rapporta ogni essere umano vivente a una "famiglia", e che è dunque "la nostra storia".
Ma partiamo dalla radice del discorso. L’Io è quel che per istinto mi importa di più. La mia consistenza, la mia identità, la mia origine, il mio senso, il senso che la mia esistenza ha avuto e ha per quelli che mi hanno chiamato alla vita. Mia madre, mio padre, la famiglia da cui ho preso la vita, la mia casa, il mio nido. Il mio nome, approdo dentro una "gens" che mi ha accolto come suo, e introdotto nel villaggio umano di cui era parte, come nuovo membro chiamato per nome. L’appartenenza, la certezza d’una protezione, l’ombrello di un ordine giuridico: so che il villaggio chiede ai miei genitori qualcosa che non riguarda solo me, ma riguarda loro due e che pure mi interessa moltissimo; perché se le cose fra loro due non vanno, non vanno neanche per me.
Coniunctio maris et foeminae, consortium omnis vitae; ripenso le antiche intuizioni del diritto romano, le dense immagini dottrinali di Ulpiano, di Modestino. Sono descrittive, affacciate sulla realtà del vero che l’esperienza registra e decifra. La famiglia non l’hanno inventata i giuristi, c’era da prima, c’era da sempre; mai visti gli uomini vivere in un’altra maniera. Il diritto di famiglia, le regole della famiglia, si codificano storicamente come una sorta di "copia dal vero"; da noi, oggi, la consapevolezza di ciò è scolpita nell’art. 29 della Costituzione («la Repubblica riconosce la famiglia come società naturale»). Mutamenti del diritto codificato non mancano, certo, e possono legarsi a mutamenti culturali e a derive di costume sociale; ma l’aspetto saliente e fecondo di questo "progredire" va colto nell’emergere di nuove intuizioni tratte dall’identico nucleo antico e perenne, come aggiornato inventario del "tesoro" di vita che la famiglia contiene(1).
La sua essenza è quella coniunctio che esprime l’alleanza vitale di un uomo e di una donna che si fanno reciproco dono di vita e di destino, e nella quale l’abbraccio dei corpi, la sintonia dei cuori, la complementarietà degli intenti si fa specchio di una verità cosmica (cosmos nel senso pregnante di un ordine finalizzato e sapiente) che racchiude in sé una potenza creativa. La sua essenza è quel consortium che fa della coppia coniugale la primordiale cellula sociale dentro lo spazio del villaggio umano, paradigma di vita "comune" e fonte della nuova vita, accolta nel seno di quella communio. Tutti i successivi concetti di "società" sono debitori di questa prima naturale formazione: la tribù, la polis, lo Stato, l’universo mondo formulato come comunità ("famiglia umana") verso il quale corrono le speranze della storia.
La naturalezza della famiglia implica l’intuizione di "regole". Evitiamo l’infantile nozione di regola come imposizione che blocca la libertà. Regola è parola che esprime il fondamento non caotico (casualità, capriccio), ma cosmico (ordine, bellezza) della natura. Chi intende la libertà come un deserto senza piste, o come un bosco senza sentieri, può errare all’infinito; le "regole di natura" sono la pista, sono il canone di bellezza della libertà. I fondamentali non sono difficili: la regola della libertà dice che la formazione di una famiglia non può nascere da altro che dal consenso dei coniugi. La regola dell’eguaglianza dice che il marito e la moglie hanno pari dignità, pari diritti e pari doveri. La regola sui contenuti dei diritti e dei doveri reciproci si compendia nella fedeltà, nell’assistenza, nella collaborazione. Infine, dare la vita implica portare la nuova vita dei figli al traguardo d’autonomia (mantenimento, educazione, istruzione). All’osso, il diritto di famiglia è tutto qui.
Un uomo, una donna. Li ho visti oggi passeggiare sul lungolago della mia città, affiancati, allacciati, e si capiva subito che erano insieme. Uno di loro spingeva una carrozzina, e dentro c’era un bambino. Una famiglia? Mi è sembrato di sì. Sposati? Chi lo sa. Fa differenza per il diritto di famiglia?
Sì, fa differenza. Per la Costituzione la famiglia è società naturale «fondata sul matrimonio». Il matrimonio è ciò che fa pubblica la scelta sponsale, originata dal libero consenso, e chiama su di sé la protezione del diritto, nel mentre si sottomette alle sue regole. L’uomo e la donna si "accolgono" come sposi; non è la società che li coniuga, è sempre il loro consenso che "fa" il matrimonio. Ma la volontà manifestata genera lo status giuridico coniugale, lo ricovera sotto l’ala di uno statuto giuridico disciplinato dalla legge secondo le sue regole naturali. Così il villaggio (la società civile) celebra la nascita di un suo nuovo soggetto sociale, che assume i diritti e i doveri inerenti, in reciprocità interna e nei rapporti esterni. Vi è una dimensione sociale della condizione di coniuge quale principio di sicurezza giuridica, che appartiene all’essere (e non soltanto all’agire) ed esprime la dignità di un segno di identità personale, oggetto di un riconoscimento pubblico, stimato dalla società nel suo giusto valore.
È essenziale capire bene questo: la famiglia di fatto non è quella cui il diritto rifiuta rilevanza, ma quella che rifiuta per propria decisione la rilevanza del diritto. Chi non si sposa non prende vincoli in faccia al villaggio, in faccia alla legge. I propositi e le promesse che privatamente si assume non lo obbligano, sono rimesse alla spontaneità, alla volontaria costanza, che storicamente può durare per sempre, ma come indefinita precarietà. La scelta è che, giuridicamente, nessuno deve nulla a nessuno, e in ogni istante può dire basta.
Perché ciò accada, e quali siano i soggetti che "non vogliono, o non possono, o non intendono" contrarre matrimonio esula dal tema ristretto di queste note, anche se dal lato sociologico è fondamentale per orientare le soluzioni di politica familiare(2).
Il diritto peraltro, ancorché dribblato, non può essere espulso del tutto. La convivenza stabile more uxorio non è "un nulla", e l’esigenza di imprescindibili regole di raccordo permane. In particolare, se nascono figli, più che di famiglia di fatto si potrebbe parlare di "famiglia naturale", e la relazione parentale prende immediatamente le stesse regole, nell’interesse dei figli, della filiazione legittima (Cost. art. 30).
Nei rapporti fra la coppia di fatto e i terzi, nonché tra la coppia di fatto e gli istituti giuridici dedicati ai "nuclei familiari" da specifiche norme settoriali, si riproduce spesso una disciplina omogenea. Leggi, prassi interpretative e giurisprudenziali hanno allargato l’area di assimilazione analogica. Va chiarito però che una equiparazione non risulta possibile, nell’ottica della Costituzione.
Riflettiamo ora sulla giurisprudenza costituzionale: sono numerose le decisioni della Corte costituzionale dedicate alla famiglia di fatto. Una sintesi d’infilata consente di affermare che la sua rilevanza è stata man mano messa a fuoco con più dettagli, ma non direi più marcata in senso dottrinale. Costante è l’insegnamento che essa non può "pareggiare" con la famiglia legittima, per la radicale differenza di fondamento. «Diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana – liberamente e in ogni istante revocabile – di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio» (C. cost., sentenza n. 8 del 1996).
Pochi sanno che questo indirizzo non riposa per niente sull’assunto che la Costituzione non tenga "degne" di regola estensiva le scelte private di convivenza, ma sull’inverso principio che quelle medesime regole non possono essere estese proprio per il rispetto della libertà di chi non vuole accoglierle, rifiutando il matrimonio. È la memorabile sentenza n. 166 del 1998, con tono netto, precisa: «La convivenza more uxorio rappresenta l’espressione di una scelta di libertà dalle regole che il legislatore ha sancito in dipendenza del matrimonio». Da ciò deriva «che l’estensione automatica di queste regole alla famiglia di fatto potrebbe costituire una violazione dei principi di libera determinazione delle parti».
Ancora, nell’ordinanza n. 313/2000, si rammenta che «questa Corte ha costantemente affermato l’impossibilità di estendere, attraverso un mero giudizio di equivalenza tra le due situazioni, la disciplina prevista per la famiglia legittima alla convivenza di fatto» e che «la convivenza more uxorio è un rapporto di fatto, privo dei caratteri di stabilità e certezza e della reciprocità e corrispettività dei diritti e dei doveri (...) che nascono soltanto dal matrimonio e sono propri della famiglia legittima»; e che la «certezza di rapporti giuridici [È]assente nella convivenza more uxorio».
L’ultimo intervento (ordinanza n. 121/2004) afferma che «un’eventuale dichiarazione di incostituzionalità che assumesse in ipotesi la pretesa identità della posizione spirituale del convivente e del coniuge, rispetto all’altro convivente o all’altro coniuge, [...]non corrisponde alla visione fatta propria dalla Costituzione»(3).
Non per questo si deve escludere, a giudizio della stessa Corte «la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell’una e dell’altro che possano presentare analogie, ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’invocato art. 3 della Costituzione» (sentenza n. 8 del 1996).
Non c’è un impedimento in blocco delle norme dedicate al "nucleo familiare". In tema di diritto alla casa, per esempio, vi è successione nella titolarità della locazione in caso di morte del partner, o in caso di cessazione della convivenza, a favore del genitore affidatario di prole minore(4).
Il legislatore, del resto, ha spesso spontaneamente esteso il concetto di nucleo familiare e di "prossimi congiunti", includendo il convivente(5). Ciò per ragioni di equilibrio, che senza legittimare l’unione more uxorio, ne hanno tenuto conto come presupposto valutativo per l’applicazione di determinate provvidenze di carattere personale(6).
Anche la giurisprudenza ordinaria, in forte evoluzione, ha via via ravvisato varie fattispecie in cui il trattamento del convivente diverso dal coniuge legittimo nei rapporti con i terzi appariva ingiusto, rispetto a diritti individuali emergenti con analoga forza. Il caso tipico che si è presentato più di una volta è il risarcimento del danno (patrimoniale e morale) per la morte del convivente determinata da fatto illecito altrui. In altri casi, l’indirizzo è valso anche a inasprire la condizione del convivente, in ordine a doveri giuridici, penalmente sanzionati, ai quali appariva formalmente sottratto(7).
Esiste infatti nell’ordinamento una zona grigia di paradosso, che consente ai conviventi di sfuggire a norme restrittive sancite per i coniugi, finendo per costruirsi una sorta di privilegio(8). Anche questo è un problema serio, sul quale non solo la giurisprudenza(9), ma il legislatore dovrebbe intervenire.
Tutto questo produce l’impressione di una qualche disarmonia normativa, ovviabile con gli strumenti di interpretazione evolutiva del "diritto vivente" o con qualche mirato intervento legislativo.
Il problema dei Pacs, di cui tanto si parla in questi mesi, è altra cosa. Esso è l’immagine istituzionale di un "matrimonio leggero", ritagliato a misura di chi vuole per sé certi diritti che competono alla famiglia, rifiutando i doveri che ne sono simmetrici. Esso contempla un nuovo istituto da inventare che cerca appiglio nell’art. 2 della Costituzione, là dove parla di "formazioni sociali". Esso invoca per questa formazione sociale che è la convivenza spontanea e senza vincoli (fin che dura) un regime che ricalca i vantaggi della famiglia legittima, senza prenderne gli oneri. In Francia l’hanno già fatto(10). Due persone si danno reciproca solidarietà, e la legge prevede la possibilità di lasciti ereditari, interpelli dei medici in caso di malattia del partner, pensione di reversibilità, subentro nell’affitto dell’abitazione. Nella Spagna di Zapatero c’è l’unione civile tra omosessuali, equiparata alla famiglia: eredità, pensione e adozione di bambini.
In Italia, vengono al pettine due proposte: la n. 3.308 di De Simone ("Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto etc..."), e quella di Grillini ("Patto civile di solidarietà ed unione di fatto"). La prima distingue le unioni registrate (eterosessuali, con regime identico al diritto di famiglia), le unioni civili (anche omo) con estensione solo di specifiche norme, e le convivenze di fatto (anche omo) con patti privati. La seconda non fa differenza fra etero e omo, e mette in serbo l’unione di fatto per chi non vuole nemmeno il Pacs, ma vuole comunque diritti. Essa chiede «la possibilità di optare per uno strumento regolativo pattizio più snello e leggero alle coppie che non intendano impostare la propria vita sulla base della regolamentazione civilistica tipizzata dalle norme sul matrimonio». Legge ad personam, ritagliata su misura del gradimento? Neppure si scioglie il problema delle coppie di fatto, ricoverandole sotto l’ombrello giuridico. Non si vuole «imporre autoritativamente il nuovo istituto alle coppie di fatto che vogliano rifuggire da ogni vincolo giuridico».
Un’assimilazione erronea
Abbiamo già visto come l’assimilazione confligge con il dettato costituzionale. Le discrasie che in casi concreti e generalizzabili possono emergere sul piano dei diritti individuali, ove sottoprotetti senza ragione per i conviventi non coniugati, possono essere risolte da norme acconce(11).
Consentire a priori la possibilità che si formino "famiglie o coppie anomale" aventi i medesimi diritti e garanzie di quelle "naturali" significa stravolgere in profondo il sistema sociale.
Ciò che appare inaccettabile è il debito che l’ordinamento giuridico dovrebbe contrarre per assecondare l’ideologia sottesa alle proposte, che snaturano il concetto di famiglia naturale piegandolo a modelli di gradimento individuale. Sviluppato al limite, che cosa si opporrebbe teoreticamente al gradimento (e alla pretesa di riconoscimento giuridico) di una unione a tre? Le idee di Grillini, di De Simone? Sto provocando, lo so, ma in senso euclideo il quesito ci sta. Il fatto è che le sfide storiche tra sapienza e insipienza del diritto codificato non sono mai indolori: gli uomini indulgono, la natura no. Comprensione e soccorso per ogni situazione umana sono giuste e doverose. Ma gli inganni sono micidiali.
È un inganno chiamare famiglia le unioni omosessuali. C’è nell’etimo del matrimonio (matris-munus; munus come dono, munus come ufficio; ufficio e dono al contempo) qualcosa che l’omo non può usurpare né raggiungere nei suoi conati.
Nel panorama storico-giuridico della nostra Repubblica mi sembra un errore allestire un "matrimonio ombra" per le famiglie di fatto, quando le esigenze pratiche apprezzabili si possono raggiungere con adeguati ritocchi alla legislazione ordinaria settoriale, senza pagare il prezzo di mentire su ciò che la famiglia è in sé e deve rimanere. Accordando un riconoscimento pubblico parallelo alle unioni di fatto, il quadro giuridico diverrebbe invece asimmetrico: obblighi della società verso soggetti senza obblighi. Esoneri e privilegi.
Quanto alle convivenze omo, minoranza estrema di una minoranza, oggi strumentalmente messa in campo da spregiudicati ideologi, e meritevole di diversa attenzione, resta in contrario l’evidenza che la simulazione del matrimonio tra maschi o tra femmine "offusca i valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità".
Che la Chiesa abbia preso posizione, non sorprende. Di recente, il Pontefice ha rammentato che «non si tratta qui di norme peculiari della morale cattolica, ma di verità elementari che riguardano la nostra comune umanità». Ha aggiunto che «è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale».