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Timestamp: 2019-05-19 07:18:18+00:00
Document Index: 116143302

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza\n', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 3']

Assicurazione dello studente in tirocinio, il caso Fornoni
La professione infermieristica ha certamente vissuto, negli ultimi 25 anni, una evoluzione legislativa fondamentale. Un po’ più lentamente si è invece sviluppata la componente “sicurezza”. Per molti anni, durante il compimento del tirocinio, gli studenti infermieri non godevano di coperture assicurative consone alle tipologie di attività che andavano via via concretizzandosi. Lo dimostra la recente sentenza della Corte di Cassazione n. 31873 del 10/12/2018.
Copertura assicurativa del tirocinante infermiere, analisi di una sentenza
Studenti infermieri in tirocinio formativo
Fornoni Valeria, infermiera diplomatasi nel settembre del 1993, nella “scuola per infermieri professionali” di Clusone, aveva svolto (dopo opportuna profilassi attraverso il vaccino BCG) una parte del suo tirocinio formativo nel reparto di tisiologia dell’ospedale Bolognini di Seriate (Bergamo); durante tale periodo aveva contratto la Tubercolosi genito peritoneale con spondilotiscite tubercolare L3-L4.
Una volta diagnosticata la patologia, l’infermiera in questione denunciò la allora USLL n. 10 di Albino, chiedendo il risarcimento dei danni derivati dalla malattia.
Primo grado di giudizio
Il primo grado di giudizio ritenne non fondato il ricorso motivando tale scelta con la non appartenenza della Fornoni al personale dipendente, per cui non esisteva nessun rapporto contrattuale, di conseguenza all’azienda non poteva essere attribuita nessuna responsabilità riconducibile all’art. 2087 c.c.:
L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro .
Secondo grado di giudizio
Anche il secondo grado di giudizio, in sintesi, rigettò il ricorso dell’infermiera, affermando che “l’ospedale aveva dimostrato di avere sottoposto la Fornoni a vaccinazione che, come avviene nella quasi totalità dei casi, è sufficiente ad impedire qualsiasi contagio”.
Sulla base di questa ulteriore sentenza di “mancata responsabilità dell’Ospedale Bolognini” Valeria Fornoni ricorse in Cassazione, puntando l’attenzione sulla violazione e falsa applicazione degli articoli:
1218 - il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile
2697 - chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda) del Codice Civile, sostenendo la necessità, da parte dell’ospedale, di ricorrere a cautele specifiche ed ulteriori rispetto alla semplice profilassi.
La linea difensiva dell’infermiera mirava ad ottenere il cosiddetto nesso di causalità tra l’insorgenza della malattia e la permanenza nel reparto di tisiologia.
La Corte di Cassazione ha però rilevato altri aspetti; si tenga conto che il giudizio della Cassazione è di mera legittimità e non di merito, punta quindi a garantire l’esattezza dell’osservanza della legge e l’uniforme interpretazione della legge stessa. Ha quindi il compito di riesaminare le sentenze o i provvedimenti emessi nei precedenti gradi di giudizio e assicurarsi che la legge venga applicata nel modo corretto.
In virtù di tale precisazione la Corte Suprema di Cassazione IV Sezione Lavoro, attraverso la sentenza sopra indicata non riconobbe il nesso eziologico, in quanto l’integrità psico-fisica del lavoratore è fonte di responsabilità contrattuale e risarcitoria, che sorge qualora la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali e tecniche.
Nel caso in questione la patologia può essere anche conseguenza della qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa o può essere insorta per una causa non addebitabile al datore, visto che lo stesso ospedale aveva comunque adottato tutte le misure imposte dal legislatore o suggerite dalla tecnica e dalle regole di ordinaria prudenza.
Queste considerazioni specifiche hanno portato la sopra menzionata Corte a rigettare il ricorso della Fornoni, condannandola al pagamento delle spese del giudizio.
Il curioso caso di Benjamin Button, ovvero una professione al contrario
Il riepilogo finora riportato necessita a questo punto una serie di considerazioni:
La formazione degli operatori sanitari ha, da sempre, previsto l’integrazione di 3 componenti: l’università, lo studente ed il soggetto ospitante; tale fusione si è realizzata attraverso la stipula di convenzioni dedicate tra le parti in causa. Uno degli aspetti più critici di siffatta sinergia era, negli anni passati, la copertura assicurativa nei confronti dei tirocinanti, non sempre tutelati in maniera adeguata rispetto alle funzioni che andavano a svolgere. Ne è testimonianza proprio la situazione sopra descritta.
Fortunatamente nel 1997 la legge 196 colmò tale vuoto giuridico-assicurativo: art. 18 comma e) obbligo da parte dei soggetti promotori di assicurare i tirocinanti mediante specifica convenzione con l’INAIL e per la responsabilità civile e di garantire la presenza di un tutore come responsabile didattico-organizzativo delle attività.
Ulteriore integrazione alla suddetta norma arrivò con il Decreto Ministeriale n. 142 del 25/03/1998: art. 3, garanzie assicurative: i soggetti promotori sono tenuti ad assicurare i tirocinanti contro gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL, nonché presso idonea compagnia assicuratrice per la responsabilità civile verso terzi.
Le coperture assicurative devono riguardare anche le attività eventualmente svolte dal tirocinante al di fuori dell’azienda e rientranti nel progetto formativo e di orientamento. Le Regioni possono assumere a proprio carico gli oneri connessi a dette coperture assicurative.
Nesso di causalità: qualsiasi fatto che ha prodotto un determinato evento. In altri termini, è causa ogni condizione necessaria, ossia ogni fatto la cui presenza è stata indispensabile per il verificarsi dell’evento. È causa ogni fatto che, se eliminato, fa venire meno l’evento.
Il nesso di causalità è un concetto peculiare del diritto. Attraverso la configurazione di un nesso eziologico può essere attribuita una responsabilità a qualcuno o a qualcosa.
Nel caso in oggetto del presente articolo, le conclusioni della Corte di Cassazione non associano il nesso causale esistente fra la frequentazione del reparto ed il contagio. Anche rispetto a questa seconda considerazione personale, nel corso degli anni sono state realizzate garanzie ulteriori nei confronti degli operatori sanitari; ne è testimonianza la raccomandazione del Ministero della Salute “Prevenzione della tubercolosi negli operatori sanitari e soggetti ad essi equiparati” del 7 febbraio 2013; all’interno del documento la tabella 1, valutazione del rischio, attribuisce alle strutture dedicate (tra le quali figurano anche i reparti di tisiologia e malattie infettive) il livello di rischio D (dove A è il valore più basso ed E valore più alto). Inoltre nello stesso documento si fa riferimento ad una classificazione individuale del rischio valida per ogni lavoratore, tenendo conto di:
Rischio dell’area o presidio e della struttura: il rischio del lavoratore non può di norma essere inferiore a quello del presidio o delle strutture a cui abitualmente accede
Specifica mansione: possono essere considerate a minor rischio mansioni che non prevedano contatti con malati e a maggiori rischio mansioni che prevedano contatti prolungati con malati potenzialmente contagiosi (operatori direttamente addetti all’assistenza)
Caratteristiche personali: se il lavoratore appartiene a gruppi ad alta prevalenza o è ad alto rischio o può avere un danno maggiore dal contagio, deve essere inserito nel programma di sorveglianza sanitaria nella classe di rischio almeno C.
In conclusione, possiamo oggi affermare che, forse, non si verificherà più un caso Valeria Fornoni.
Come mai si è citato “Il curioso caso di Benjamin Button”? Semplice: siamo nati prima infermieri e poi siamo diventati professionisti. Allo stesso modo solo nell’ultimo ventennio abbiamo guadagnato tutta la nostra indipendenza ed autonomia, anche da un punto di vista assicurativo.
Aspetti medico-legali del soccorso, Marco Chiaravalli