Source: https://www.dirittiregionali.it/2013/05/27/il-tribunale-costituzionale-spagnolo-e-la-dichiarazione-di-sovranita-del-parlamento-catalano-dopo-limpugnazione-del-governo/
Timestamp: 2019-03-22 02:18:43+00:00
Document Index: 83589157

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 161', 'art. 77', 'art. 161']

Il Tribunale costituzionale spagnolo e la “dichiarazione di sovranità” del Parlamento catalano dopo l’impugnazione del Governo - Diritti Regionali
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Il Tribunale costituzionale spagnolo e la “dichiarazione di sovranità” del Parlamento catalano dopo l’impugnazione del Governo
Si è già dato conto in questa sede dei risultati delle elezioni catalane dello scorso novembre [nel post Il risultato delle elezioni (anticipate) in Catalogna e il referendum indipendentista del 29/11/2012] e della successiva alleanza di governo tra Convergència i Unió (CiU) ed Esquerra republicana de Catalunya (ERC) per la comune anima nazionalista.
La legislatura si è aperta con una presa di posizione forte del Parlamento catalano, che, nel corso della prima seduta, il 23 gennaio scorso, ha approvato una dichiarazione di sovranità (Declaració de sobirania i el dret a decidir del poble de Catalunya), con 85 voti a favore (di CiU, ERC, ICV e uno della CUP), 41 contrari (di PSC, PP e C’s), 2 astensioni e 5 deputati che non hanno votato.
Non si tratta, certo, del primo documento che menziona il diritto all’autodeterminazione: si possono ricordare, infatti, diversi precedenti, tra i quali, ad esempio, tre più risalenti (del 1989, del 1991 e del 1998) e tre piuttosto recenti. Vari Comuni avevano organizzato consultazioni sull’autonomia tra il 2009 e il 2010 e il Parlamento aveva approvato un documento per dar seguito a tali iniziative ripromettendosi di promuovere l’autodeterminazione (3 marzo 2010); successivamente, si era impegnato ad appoggiare un referendum indipendentista (10 marzo 2011) e aveva invitato il Governo autonomico ad assumere iniziative in merito (27 settembre 2012).
La situazione politica attuale e i contenuti specifici della dichiarazione dello scorso gennaio, tuttavia, facevano già presagire che questa avrebbe avuto un esito diverso.
Tale documento qualifica il popolo catalano come soggetto sovrano da un punto di vista politico e giuridico, titolare del diritto di decidere il proprio destino. Gli argomenti impiegati nel preambolo a supporto di tale affermazione sono diversi, a partire da quello storico, alla luce della tradizione istituzionale della Comunità autonoma, per giungere alle esperienze del XX secolo (in particolare in relazione alla “seconda Repubblica”, quando la Catalogna adottò uno statuto). Naturalmente viene richiamata la cornice costituzionale del 1978, ma insieme ad essa la dichiarazione rievoca la riforma statutaria del 2006 e la sentenza 31/2010 del TC (che ha de facto ri-scritto buona parte del testo della riforma, con un’articolata operazione esegetica), nonché le manifestazioni autonomistiche del 2010 e del 2012.
Il testo della dichiarazione consta di nove punti: sovranità (riconosciuta al popolo catalano); legittimità democratica (del processo di autodeterminazione); trasparenza; dialogo; coesione sociale; europeismo; legalità; protagonismo del Parlamento; partecipazione (delle forze politiche, dei soggetti economici, delle parti sociali, etc.). Di grande interesse risultano, come principi basilari del percorso verso la self-determination, il dialogo («Si dialogherà e si negozierà con lo Stato spagnolo, le Istituzioni europee e la comunità internazionale nel suo complesso») e la legalità («Si useranno tutte le fonti normative esistenti per rafforzare la democrazia e rendere effettivo il diritto di decidere»).
Come era prevedibile, la reazione del Governo non si è fatta attendere: nel giro di un mese, questo aveva già ottenuto i pareri dell’Avvocatura dello Stato e del Consiglio di Stato in merito all’opportunità di impugnare la dichiarazione. Il Consiglio di Stato, in particolare, ha sostenuto che non può esistere un altro soggetto sovrano nell’ambito del territorio spagnolo, in quanto ciò viola l’art. 1.2 Cost. (ai sensi del quale la sovranità nazionale appartiene al popolo, da cui promanano i poteri dello Stato), l’art. 2 Cost. (relativamente al principio di unità) e l’art. 9.1 Cost. (sul valore vincolante della Costituzione per i cittadini e per i poteri pubblici).
L’8 marzo 2013 il Governo ha presentato il ricorso di incostituzionalità della dichiarazione, ai sensi dell’art. 161.2 Cost., che abilita l’esecutivo nazionale a impugnare le disposizioni e risoluzioni adottate dagli organi delle Comunità autonome.
Cinque giorni dopo il Parlamento catalano ha approvato un altro documento, con una maggioranza ancor più elevata (104 voti a favore, questa volta anche dei socialisti), con cui i deputati sollecitano il Governo autonomico, affinché intraprenda un dialogo con lo Stato per celebrare un referendum sull’autodeterminazione.
Ad aprile, il TC ha formalmente chiesto al Parlamento catalano, mediante un’ordinanza processuale (providencia), se la seconda dichiarazione avesse abrogato la prima, ottenendo una risposta negativa; ha, quindi, ammesso in data 8 maggio il ricorso del Governo contro la dichiarazione di gennaio (con la conseguente sospensione dell’efficacia dell’atto a far data dall’impugnazione, si sensi dell’art. 77 della Ley Orgánica del Tribunal Constitucional).
L’unico precedente comparabile con il presente è, probabilmente, la vicenda del cosiddetto “Plan Ibarretxe” (dal nome dell’allora – 2003 – Presidente della Comunità basca), un progetto di revisione dello statuto regionale basato su un percorso verso l’autodeterminazione e su una sostanziale equiparazione tra la Comunità autonoma e lo Stato come soggetti sovrani. In quel caso, tuttavia, gli oggetti del ricorso erano, da un lato, l’acuerdo del Governo basco con cui era stata approvata l’iniziativa della riforma statutaria e, dall’altro, l’acuerdo dell’ufficio di presidenza del Parlamento autonomico che aveva deliberato di avviare il procedimento legislativo.
L’ordinanza (auto 135/2004) con cui il TC rigettò il ricorso girava intorno a un perno: la mancanza di valore vincolante dei due atti e l’impossibilità di qualificarli come risoluzioni ex art. 161.2 Cost., in quanto si trattava di documenti endoprocedimentali e prodromici rispetto all’approvazione di una legge di riforma dello statuto. Quest’ultima sarebbe stata eventualmente impugnabile, ma non ce ne fu occasione (l’anno dopo le Cortes Generales non approvarono il testo della riforma).
Il caso oggi sottoposto all’esame del TC presenta prima facie profili di divergenza rispetto al precedente basco, che potranno giustificare una decisione sul merito, sebbene una parte della dottrina ritenga che anche in quest’ipotesi sia invocabile la mancanza di effetti giuridici diretti della dichiarazione.
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