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Timestamp: 2019-11-16 22:08:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2947', 'art. 2947', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 2947', 'art. 2947', 'art. 2947', 'art. 23', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 4', 'art. 2935', 'art. 2947', 'sentenza ']

Sentenze della Cassazione a Sezioni Unite 11 gennaio 2008 - N 585
Cass. civ. Sez. Unite, 11-01-2008, n. 585
SEZIONE UNITE CIVILI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. RORDORF Renato – Consigliere Dott. AMOROS Giovanni – Consigliere ha pronunciato la seguente:
M.S., elettivamente domiciliata in ROMA VIA ORAZIO 6, presso lo studio dell’avvocato PERRI VINCENZO, rappresentata e difesa dall’avvocato FORMATO CESARE, giusta delega a margine del ricorso;
MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Minsitro pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
avverso la sentenza n. 2662/02 della Corte d’Appello di NAPOLI, depositata il 08/08/02;
uditi gli avvocati SALVATORELLI Massimo, D’ELIA, dell’Avvocatura Generale dello Stato;
udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. IANNELLI Domenico, che ha concluso per il rigetto del primo motivo, accoglimento del secondo.
M.S.T. conveniva davanti al tribunale di Napoli il Ministero della sanità, assumendo di essere affetta fin dalla nascita da Talassemia Major, con necessità di trasfusioni di sangue periodicamente presso strutture pubbliche; che nel 1990 risult che essa era affetta da epatite C, come da certificazione dell’Ospedale (OMISSIS); che negli anni successivi essa propose domanda di indennizzo al Ministero della salute a norma della L. n. 210 del 1992, che le fu accordato nel 1996.
Chiedeva quindi la condanna del Ministero al risarcimento del danno conseguente al contagio del virus dell’epatite C, causato dalle trasfusioni con sangue infetto.
Il tribunale di Napoli, con sentenza n. 3330/2001 rigettava la domanda per prescrizione del diritto.
Proponeva appello l’attrice. La corte di appello di Napoli, con sentenza depositata il 9.8.2002, rigettava l’appello, ritenendo che nella fattispecie la prescrizione era quinquennale, anche se si fosse ritenuta l’ipotesi di lesioni personali gravissime colpose; che tale termine di prescrizione iniziava a decorrere dal 15.10.1990, in cui l’attrice acquisì la conoscenza della sua malattia; che, in ogni caso alla fattispecie non poteva applicarsi il termine decennale di prescrizione, in quanto la condotta del Ministero non poteva ritenersi idonea a consumare il reato di epidemia colposa.
1.1. .Con il primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 in relazione all’art. 2947 c.c., comma 3.
Assume la ricorrente che nella fattispecie era configurabile il reato di lesioni colpose plurime o di epidemia colposa, con un termine decennale di prescrizione dell’illecito civile.
Sebbene il regime della prescrizione penale sia cambiato (L. 5 dicembre 2005, n. 251), tuttavia la prescrizione da considerare, ai fini civilistici di cui all’art. 2947 c.c., comma 3, è quella prevista alla data del fatto, mentre il principio di cui all’art. 2 c.p., (legge più favorevole) attiene solo agli aspetti penali.
1.3. Rimane, quindi, solo la configurabilità del reato di lesioni, anche gravissime, non potendosi negare, che per le ragioni sopra dette, il comportamento colposamente omissivo da parte degli organi del Ministero preposti alla farmacosorveglianza sia stata una causa, quanto meno concorrente, nella produzione dell’evento dannoso.
Sennonchè anche la prescrizione del reato di lesioni colpose è pari a cinque anni.
Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, in relazione agli artt. 2947 e 2935 c.c..
Rileva la ricorrente che la prescrizione decorre non dal momento in cui essa ha avuto consapevolezza della malattia, per essersi esteriorizzata, ma anche dell’addebitabilità della stessa al comportamento colposo o doloso di un terzo e che essa tale consapevolezza la ebbe solo nel momento in cui il Ministero le comunic di essere stata ammessa ai benefici di cui alla L. n. 210 del 1992, e cioè nel 1996, per cui la causa instaurata nel 1999 era tempestiva.
Va osservato come il legislatore italiano del ’42 ebbe ad affidare la soluzione del problema dell’individuazione del dies a quo (exordium praescriptionis) ad indicazioni piuttosto scarne e molto generiche.
3.2. Negli ultimi tre decenni si è quindi assistito al sostanziale ribaltamento degli schemi introdotti dal legislatore del ’42: ci a tal punto che oggi l’istituto della prescrizione presenta ormai una vistosa differenza tra le regole operazionali ed il formante legislativo (principalmente, l’art. 2947 c.c., comma 1), rimasto invariato nella forma.
Il principio della conoscibilità del danno venne infatti ampiamente ripreso, sviluppato ed affinato dalla giurisprudenza successiva proprio all’insegna di una rilettura dell’art. 2947 c.c., alla luce del principio generale sul dies a quo (Cass. n. 8845/1995; 5913/2000).
Nell’evoluzione giurisprudenziale questa Corte (Cass. 10.6.1999, n. 5701;Cass. n. 12666 del 2003; Cass. n. 9927 del 2000) ha nuovamente affrontato il significato da attribuirsi all’espressione “verificarsi del danno”, specificando che il danno si manifesta all’esterno quando diviene “oggettivamente percepibile e riconoscibile” anche in relazione alla sua rilevanza giuridica. Nei casi sopra citati emerge peraltro come la Suprema Corte sia tendenzialmente incline a ritenere che il parametro della “conoscibilità del danno” debba necessariamente interpretarsi nel senso che, ai fini del decorso della prescrizione, non è sufficiente la mera consapevolezza della vittima di “stare male”, bensì occorre che quest’ultima si trovi nella possibilità di apprezzare la “gravità” delle conseguenze lesive della sua salute anche con riferimento alla loro “rilevanza giuridica”. 3.3. Tuttavia il solo modello ancorato al parametro della “conoscibilità del danno” pu , in taluni casi, rilevarsi del tutto insoddisfacente e fuorviante: infatti, sviluppare una malattia irreversibile (ad esempio, un’epatite cronica) o comunque duratura, oppure trovarsi permanentemente menomati a livello di integrità psicofisica sono tutte situazioni che, se da un lato sostanziano la “conoscibilità del danno”, dall’altro lato non necessariamente danno luogo alla “conoscibilità del fatto giuridicamente rilevante ai fini di un’azione risarcitoria”, ovvero alla “conoscibilità del fatto illecito”; in tutta una serie di casi, infatti, la vittima, senza sua negligenza, si trova ad ignorare la causa del suo stato psicofisico o, al massimo, pu sul punto formulare mere ipotesi, prive tuttavia di riscontri sufficientemente oggettivi anche ai fini dell’istruzione di una causa sul piano probatorio e certo tali da escludere che l’inattività della stessa possa esplicare effetti negativi sotto il profilo dell’interruzione della prescrizione.
Egualmente è a dirsi per le malattie professionali e per talune ipotesi di lesioni fisiche cagionate da infortuni sul lavoro. Anzi, proprio in relazione a quest’ultimo specifico ambito la Sezione lavoro della Suprema Corte, rapportando l’esigenza di certezza in capo alla vittima, ha ritagliato, attraverso una serie innumerevole di decisioni, una nozione piuttosto precisa di che cosa si debba intendere per “manifestazione del danno” comprensiva, anche della conoscenza della causa professionale della lesione ( Cass. n. 2002 del 2005; Cass. n. 19575 del 2004; Cass. n. 23110 del 2004).
3.4. Ritengono queste Sezioni Unite di dover condividere tale ultimo orientamento. L’individuazione del dies a quo ancorata solo ed esclusivamente al parametro dell'”esteriorizzazione del danno” pu , come visto, rivelarsi limitante ed impedire una piena comprensione delle ragioni che giustificano l’inattività (incolpevole) della vittima rispetto all’esercizio dei suoi diritti.
E’ quindi del tutto evidente come l’approccio all’individuazione del dies a quo venga a spostarsi da una mera disamina dell’evolversi e dello snodarsi nel tempo delle conseguenze lesive del fatto illecito o dell’inadempimento – e cioè delle diverse tappe che caratterizzano il passaggio dal danno “occulto” a quello che si manifesta nelle sue componenti essenziali ed irreversibili – ad una rigorosa analisi delle informazioni, cui la vittima ha avuto accesso o per la cui acquisizione si sarebbe dovuta diligentemente attivare, della loro idoneità a consentire al danneggiato una conoscenza, ragionevolmente completa, circa i dati necessari per l’instaurazione del giudizio (non solo il danno, ma anche il nesso di causa e le azioni/omissioni rilevanti) e della loro disponibilità in capo al convenuto, con conseguenti riflessi sulla condotta tenuta da quest’ultimo eventualmente colpevole di non avere fornito quelle informazioni alla vittima, nei casi in cui era a ci tenuto (ci è pacifico negli ordinamenti anglosassoni, in tema di medical malpractice).
Va osservato che l’interpretazione dell’art. 2947 c.c., comma 1, nel senso di dar rilievo alla percepibilità e riconoscibilità del danno, nonchè alla sua rapportabilità causale, trova conferma nell’espressa disciplina normativa in tema di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni derivanti dall’impiego di energia nucleare e da prodotti difettosi. La L. 31 dicembre 1962, n. 1860, art. 23, comma 1, (“impiego pacifico dell’energia nucleare”), nel testo novellato dal D.P.R. 10 maggio 1975, n. 519, dispone che “le azioni per il risarcimento dei danni alle cose e alle persone dipendenti da incidenti nucleari si prescrivono nel termine di tre anni dal giorno in cui il danneggiato abbia avuto conoscenza del danno e dell’identità dell’esercente responsabile oppure avrebbe dovuto ragionevolmente esserne venuto a conoscenza”. Inoltre il D.P.R. 24 maggio 1988, n. 224, art. 13, commi 1 e 2, (recante “attuazione della direttiva CEE numero 85/374 relativa al riavvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri in materia di responsabilità per danno da prodotti difettosi, ai sensi della L. 16 aprile 1987, n. 183, art. 15”) prescrive che “Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in tre anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell’identità del responsabile. Nel caso di aggravamento del danno, la prescrizione non comincia a decorrere prima del giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza di un danno di gravità sufficiente a giustificare l’esercizio di un’azione giudiziaria”. 3.5. Va specificato che il suddetto principio in tema di exordium praescriptionis, non apre la strada ad una rilevanza della mera conoscibilità soggettiva del danneggiato. Esso deve essere saldamente ancorato a due parametri obiettivi, l’uno interno e l’altro esterno al soggetto, e cioè da un lato al parametro dell’ordinaria diligenza, dall’altro al livello di conoscenze scientifiche dell’epoca, comunque entrambi verificabili dal Giudice senza scivolare verso un’indagine di tipo psicologico. In particolare, per quanto riguarda l’elemento esterno delle comuni conoscenze scientifiche esso non andrà apprezzato in relazione al soggetto leso, in relazione al quale l’ordinaria diligenza dell’uomo medio si esaurisce con il portarlo presso una struttura sanitaria per gli accertamenti sui fenomeni patologici avvertiti, ma in relazione alla comune conoscenza scientifica che in merito a tale patologia era ragionevole richiedere in una data epoca ai soggetti a cui si è rivolta (o avrebbe dovuto rivolgersi) la persona lesa.
Il problema che si pone, anche con riferimento al giudizio in esame, è la valenza del responsodelle Commissioni mediche ospedaliere, istituite presso ospedali militari, di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 4, ai fini della decorrenza della prescrizione.
Tale tesi non pare convincente, per diversi ordini di motivi: perchè offre effettivamente il destro al creditore per dilatare a suo piacere il corso della prescrizione; perchè potrebbe portare ad affermare che il dies a quo inizi anche a decorrere a causa già iniziata, negando l’effetto interruttivo connaturato alla proposizione dell’azione; perchè rischia di enfatizzare il ruolo della consulenza medico – legale (effettuata peraltro in riferimento al diverso procedimento di liquidazione dell’indennizzo). Inoltre è illogico ritenere che il decorso del termine di prescrizione possa iniziare dopo che la parte si è comunque attivata per chiedere un indennizzo per lo stesso fatto lesivo, pur nella diversità tra diritto all’indennizzo e diritto al pieno risarcimento di tutte le conseguenze del fatto dannoso.
Tenuto conto che l’indennizzo è dovuto solo in presenza di danni irreversibili da vaccinazioni, emotrasfusioni o somministrazioni di emoderivati, appare ragionevole ipotizzare che dal momento della proposizione della domanda amministrativa la vittima del contagio deve comunque aver avuto una sufficiente percezione sia della malattia, sia del tipo di malattia che delle possibili conseguenze dannose, percezione la cui esattezza viene solo confermata con la certificazione emessa dalle commissioni mediche. Occorre che il Giudice proceda ad un’accurata disamina, puntualmente motivata per sottrarsi al sindacato di legittimità, della diligenza che ha contrassegnato l’atteggiamento della vittima a fronte della sua sofferenza, ovvero alla verifica, avuto riguardo alle particolarità della fattispecie, della diligenza impiegata dalla vittima nell’accedere alle informazioni necessarie per risalire dalla malattia esteriorizzatasi alle sue cause, e, infine, al responsabile del danno.
Ne consegue che è fondata la censura relativamente al dies a quo della decorrenza dellaprescrizione quinquennale, avendo il Giudice di merito fatto decorrere la stessa dalla data della trasfusione in luogo di quella in cui il danneggiato ha percepito (o avrebbe dovuto percepire) non solo la malattia, ma anche che essa era conseguenza della trasfusione con sangue infetto, mentre è infondata la censura secondo cui tale percezione potesse conseguirsi solo con il definitivo responso della Commissione medico – ospedaliera.
Il secondo motivo di ricorso va, pertanto, parzialmente accolto, con rinvio, anche per le spesedi questo giudizio di cassazione, ad altra sezione della corte di appello di Napoli, che si uniformerà al seguente principio di diritto:” “Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma dell’art. 2935 c.c., e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o pu essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche”.
Rigetta il primo motivo di ricorso ed accoglie nei termini di cui in motivazione, il secondo. Cassa, in relazione, l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, ad altra sezione della Corte di appello di Napoli.