Source: https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2019-2020/europa-e-asia-centrale/russia/
Timestamp: 2020-08-03 15:33:01+00:00
Document Index: 7283979

Matched Legal Cases: ['art. 212', 'sentenza ', 'art. 282', 'art. 280', 'sentenza ', 'sentenza ']

Russia: le violazioni dei diritti umani accertate nel Rapporto Amnesty
Gli stati dove il peggio deve ancora arrivare non devono ripetere gli errori fatti da quei governi la cui mancata protezione dei diritti degli operatori sanitari ha avuto conseguenze devastanti
Aleksandr Gabyshev è diventato un individuo minaccioso solo perché ha espresso il suo disprezzo per il presidente Putin. Chiediamo che sia rilasciato immediatamente
Capo di governo: Dmitry Medvedev
La situazione dei diritti umani della Russia ha continuato a deteriorarsi e i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati considerevolmente ridotti, nella legge e nella prassi. Coloro che tentavano di esercitare questi diritti hanno dovuto affrontare ritorsioni, comprendenti tra l’altro vessazioni e maltrattamenti da parte della polizia, arresti arbitrari, imposizione di pesanti ammende e in alcuni casi procedimenti penali e carcerazioni.
Difensori dei diritti umani e Ngo sono finiti nel mirino delle autorità tramite l’applicazione di leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate”.
Centinaia di testimoni di Geova sono stati perseguitati per la loro fede. Anche altre minoranze vulnerabili hanno affrontato forme di discriminazione e persecuzione.
Le autorità hanno fatto ampio ricorso a disposizioni antiterrorismo per colpire i dissidenti in varie parti del paese e in Crimea.
La tortura è rimasta pervasiva, così come l’impunità per i perpetratori.
La violenza contro le donne era ancora diffusa e non adeguatamente contrastata. Una bozza di legge sulla violenza domestica in discussione al parlamento ha suscitato una dura opposizione da parte dei gruppi conservatori e non sono mancate minacce contro i suoi promotori.
La Russia ha respinto con la forza rifugiati verso destinazioni in cui erano a rischio di tortura.
L’anno, culminato con il 20° anniversario di Vladimir Putin alla guida della Russia, è stato segnato dal ribollire di tensioni politiche e dal malcontento sociale, alimentato dal peggioramento generale degli standard di vita e da una crescente sfiducia popolare nel partito di governo Russia unita.
Corruzione endemica, preoccupazioni ambientali, una pianificazione urbanistica sconsiderata e che aumentava il degrado, oltre al peggioramento della situazione dei diritti umani hanno scatenato un’ondata di proteste locali in tutto il paese.
A Mosca, dove da anni non si vedevano proteste di tale portata, queste hanno preso il via dopo che le autorità si erano rifiutate di registrare i candidati dell’opposizione in vista delle elezioni della Duma (parlamento) della città di Mosca.
A cinque anni dalla sospensione dei diritti di voto in seguito all’annessione della Crimea, la Russia è stata reintegrata nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa grazie a un compromesso diplomatico.
Se da un lato questa mossa è stata vista da parte della comunità dei diritti umani russa come un tradimento dei valori fondanti del Consiglio d’Europa, è stata invece accolta con favore da chi la riteneva un’occasione per trattenere la Russia entro l’orbita europea e salvaguardare l’accesso dei cittadini russi alla Corte europea dei diritti umani (European Court of Human Rights – Echr). La Russia ha perseguito una politica per integrare ulteriormente la Crimea occupata, mentre la sua attuale presenza militare, manifesta o segreta, in Georgia, Siria, Ucraina, e non solo, ha continuato ad alimentare violazioni dei diritti umani.
Il crescente scollamento tra autorità e opinione pubblica in generale ha spinto un numero crescente di persone a scendere per le strade a protestare, non solo per questioni politiche ma anche sempre più spesso per questioni legate all’economia locale, a tematiche sociali o ambientali, come lo smaltimento dei rifiuti, o per altre richieste politiche in senso più ampio.
Le autorità hanno spesso risposto rifiutando il rilascio dell’autorizzazione necessaria per i raduni pubblici (essendo l’esplicito permesso delle autorità un prerequisito legale ancora essenziale), interrompendo bruscamente raduni pacifici e avviando nei confronti di organizzatori e partecipanti procedimenti amministrativi e penali.
Per contro, questo trattamento riservato ai manifestanti ha finito per suscitare sentimenti di pubblica solidarietà senza precedenti.
Tra luglio e agosto, più di 2.600 persone sono state arrestate nel contesto delle proteste tenutesi a Mosca, che si sono svolte in maniera pacifica fino a quando poliziotti e agenti della guardia nazionale non sono intervenuti con la forza.
A fronte delle numerose segnalazioni di arresti arbitrari, uso eccessivo e indiscriminato della forza e maltrattamento da parte degli agenti, non sono note indagini contro i responsabili. Tra le vittime della violenza della polizia c’erano anche passanti, come Konstantin Konovalov, fermato arbitrariamente dalla polizia e gettato a terra, quando la protesta del 27 luglio non era ancora iniziata. Mentre lo tenevano bloccato faccia a terra, un poliziotto gli sarebbe montato sopra una gamba procurandogli una frattura.
Decine di persone arrestate, a Mosca come in altre località, sono state sottoposte a detenzione e multate con pesanti ammende, mentre sono stati aperti fascicoli penali contro diversi individui, nell’ambito di un’indagine relativa a fatti che le autorità avrebbero indicato come “disordini di massa”. Almeno 28 persone sono state perseguite in relazione alle manifestazioni, la maggior parte per “violenza contro rappresentanti delle istituzioni”; 16 sono state giudicate colpevoli e 10 sono state condannate a pene detentive al termine di processi gravemente viziati.
Nel reprimere la protesta, le autorità sono tornate ad applicare l’art. 212.1 del codice penale, riguardante la “ripetuta violazione delle norme che regolamentano lo svolgimento dei raduni pubblici”. Tre dimostranti pacifici, Vyacheslav Egorov, Andrey Borovikov e Konstantin Kotov, sono stati perseguiti penalmente ai sensi di tale disposizione. Kotov è stato condannato a quattro anni di carcere, Borovikov a svolgere 400 ore di lavori “obbligatori” ed Egorov a fine anno era ancora in attesa di processo.
A ottobre, gli attivisti pacifici Yan Sidorov e Viacheslav Mordasov sono stati condannati a pene detentive superiori ai sei anni ciascuno, da scontare in regime di carcere duro in una colonia penale, in relazione a un breve e pacifico picchetto che avevano tenuto nel 2017 a Rostov sul Don, nel sud della Russia. La sentenza è stata confermata in appello a dicembre. Il loro coimputato Viacheslav Shashmin è stato condannato a tre anni di libertà vigilata.
Una serie di proteste contro un accordo territoriale con la vicina Cecenia si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica nella capitale inguscia di Magas, nel Caucaso del Nord, tra la fine del 2018 e gli inizi del 2019. Benché tollerate per tutto questo periodo, il 27 marzo le autorità sono intervenute per disperdere le manifestazioni pacifiche, provocando isolati episodi di violenza da parte dei dimostranti. Almeno 30 persone sono state perseguite per “violenza contro un rappresentante delle istituzioni” e tra queste sei attivisti accusati di essere gli organizzatori.
Difensori dei diritti umani e libertà d’associazione
È prevalso un clima d’impunità per gli episodi di violenza contro difensori dei diritti umani verificatisi in passato.
Le autorità hanno regolarmente utilizzato leggi repressive sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” contro Ngo di difesa dei diritti umani, altre associazioni e i loro membri, oltre ad avviare azioni penali e campagne diffamatorie attraverso gli organi d’informazione controllati dal governo.
A 10 anni dal suo rapimento e omicidio, i sospetti assassini di Natalia Estemirova, una nota collaboratrice dell’’Ngo Memorial, di Grozny, non erano stati ancora assicurati alla giustizia.
Analogamente, i perpetratori della brutale aggressione all’ambientalista Andrey Rudomakha, avvenuta nella regione di Krasnodar, nella Russia meridionale, a dicembre 2017, non erano stati ancora identificati e neppure coloro che avevano rapito e sottoposto a finte esecuzioni il ricercatore di Amnesty International Oleg Kozlovsky, in un episodio avvenuto in Inguscezia a ottobre 2018. Le indagini riguardanti alcuni di questi crimini erano ancora aperte solo in via teorica.
A marzo, il tribunale della città di Shali ha condannato a quattro anni di carcere il capo dell’ufficio di Grozny dell’Ngo Memorial, Oyub Titiev, per possesso di droga, sulla base di accuse palesemente inventate. A giugno, Titiev è stato rilasciato in libertà condizionata, avendo già trascorso dietro le sbarre un terzo del periodo di pena dopo il suo arresto, avvenuto a gennaio 2018.
Cinque attivisti sono incorsi in un procedimento penale per “cooperazione” con organizzazioni “indesiderate”. Anastasia Shevchenko, di Rostov sul Don, è stata arrestata il 21 gennaio e, dopo un fermo di due giorni, ha trascorso l’intero anno agli arresti domiciliari in attesa del processo. Il processo a carico di Yana Antonova, di Krasnodar, è cominciato a novembre. Entrambe erano accusate di associazione con il movimento d’opposizione Otkrytaya Rossia (Russia aperta) e, se ritenute colpevoli, rischiavano fino a sei anni di carcere.
A ottobre, un tribunale di Krasnodar ha ritenuto l’avvocato per i diritti umani Mikhail Benyash colpevole di “uso di violenza contro rappresentanti delle istituzioni” e lo ha condannato al pagamento di un’ammenda di 60.000 rubli (circa 969 dollari Usa), pena ridotta della metà in considerazione dei due mesi che aveva già trascorso in detenzione cautelare.
Il fascicolo giudiziario aperto nei suoi confronti era basato su accuse inventate, formulate dopo il suo arresto avvenuto a settembre 2018 da parte di poliziotti in borghese che lo avevano anche picchiato, mentre le sue controaccuse sono state costantemente ignorate. Il ministero della Giustizia ha promosso azioni amministrative contro diverse organizzazioni accusate di avere violato la legislazione sugli “agenti stranieri”.
Di conseguenza, i tribunali hanno disposto una serie di pesanti ammende contro alcune Ngo, tra cui Human Rights Center Memorial e International Memorial, e ordinato lo scioglimento del movimento For Human Rights.
L’autorità giudiziaria ha aperto ben cinque fascicoli penali sulla base di accuse infondate contro la presidente di Ecodefence, Aleksandra Koroleva, costringendola a lasciare il paese in cerca di protezione internazionale. Ad agosto, il comitato investigativo ha avviato un’indagine penale nei confronti della Fondazione anticorruzione di Aleksey Navalny (Fbk) per presunto riciclaggio di denaro. L’indagine è stata usata come pretesto per effettuare una serie di perquisizioni in varie parti del paese nelle abitazioni dei suoi sostenitori e altri attivisti d’opposizione e i conti bancari personali dei dipendenti di Fbk e di vari attivisti sono stati congelati. A ottobre, le autorità hanno registrato Fbk come “agente straniero”. Fino ad allora Fbk era stata uno dei progetti di crowdfunding di maggior successo in Russia9. Altre quattro organizzazioni straniere, tra cui l’Ngo con sede a Praga People in Need, sono state dichiarate “indesiderate”, portando il numero delle Ngo così definite dalle autorità a 19; queste, così come eventuali altre associazioni a loro collegate, sono state tutte dichiarate illegali in Russia. Diverse Ngo russe sono state pesantemente penalizzate per accuse pretestuose di legami con “organizzazioni indesiderate”.
Ad aprile, Environmental Watch for the North Caucasus, una Ngo con sede nella regione di Krasnodar, è stata multata da un tribunale di Maikop per avere condiviso dei link di alcuni blog precedentemente ospitati sul sito web del movimento “indesiderato” Otkrytaya Rossia. A settembre, un tribunale di Barnaul, nella Siberia occidentale, ha multato l’associazione Young Journalists of Altai per la continua presenza sul suo sito web di un collegamento ipertestuale non più valido con l’“indesiderata” Open Society Institute.
Il diritto alla libertà d’espressione è stato ulteriormente limitato nella legge e nella prassi, anche attraverso ulteriori restrizioni all’utilizzo di Internet e nuove ritorsioni contro il dissenso online. La legislazione che regolamenta l’espressione è stata applicata con sempre maggiore disparità nei confronti degli organi d’informazione controllati dallo stato e dalle autorità, rispetto a chi esprimeva opinioni critiche o dissenzienti.
Mentre il reato di “incitamento all’odio e all’inimicizia” (art. 282 del codice penale) è stato parzialmente depenalizzato a gennaio, altre disposizioni contenute nel codice penale, compreso l’art. 280 (propagazione dell'”estremismo”) hanno continuato a essere utilizzate in maniera selettiva per colpire i dissidenti.
Ai sensi della nuova legislazione adottata a marzo, la “diffusione di notizie false” e gli “insulti” contro lo stato, i suoi simboli e le sue istituzioni attraverso Internet sono diventati reati punibili con pesanti ammende. Le nuove norme hanno subito determinato l’avvio di azioni penali e a dicembre erano almeno 20 gli individui multati come “trasgressori”, per lo più per avere criticato il presidente.
Per contro, la diffamazione di persone critiche nei confronti del governo e la diffusione di “notizie false” su di loro attraverso gli organi d’informazione controllati dallo stato erano la norma. Il presidente della Cecenia, Ramzan Kadyrov, ha pubblicamente e del tutto impunemente minacciato di “uccidere, mandare in galera e intimidire” i blogger che seminavano “discordia e pettegolezzi”.
A febbraio è stato aperto un fascicolo giudiziario contro la giornalista Svetlana Prokopieva, di Pskov, nella Russia nordoccidentale, per “avere giustificato il terrorismo” in un articolo pubblicato a ottobre 2018, in cui aveva criticato le autorità in relazione a un attentato dinamitardo suicida negli uffici di un servizio di sicurezza federale.
A giugno, un giornalista del quotidiano indipendente del Dagestan, Chernovik, Abdulmumin Gadzhiev, è stato arrestato sulla base di accuse prive di fondamento, riguardanti il finanziamento del terrorismo e ha trascorso il resto dell’anno in custodia cautelare.
Lo stesso mese, la polizia di Mosca ha incastrato il giornalista investigativo Ivan Golunov per droga.
Un’inattesa e vigorosa reazione da parte dei colleghi giornalisti e dell’opinione pubblica in generale ha costretto le autorità ad ammettere di avere falsificato le prove e a rilasciarlo senza accusa. I poliziotti responsabili del suo arresto sono stati licenziati ma, solo a fine anno, il collegio di difesa di Ivan Golunov è stato informato dell’apertura di un’indagine penale contro di loro.
A novembre è entrata in vigore la legge sulla “sovranità del dominio RuNet”, introdotta per permettere alle autorità russe di esercitare un controllo assoluto sull’accesso a Internet nelle situazioni d’emergenza.
A dicembre, il presidente Vladimir Putin ha firmato una nuova legge in base alla quale le persone accusate di avere divulgato informazioni prodotte da “agenti” o da organi di stampa stranieri e di aver ricevuto fondi dall’estero, avrebbero avuto l’obbligo di registrarsi e di essere regolamentate come “agenti stranieri”. Le sanzioni previste per i trasgressori comportavano il pagamento di ammende fino a cinque milioni di rubli (80.000 dollari Usa).
Libertà di religione e credo
In tutta la Russia, centinaia di testimoni di Geova sono incorsi in procedimenti a causa del loro credo religioso, dopo che l’organizzazione era stata dichiarata “estremista” e ufficialmente vietata nel 2017. A febbraio, la prima persona a essere detenuta in seguito al divieto, il cittadino danese Dennis Christensen, del gruppo locale dei testimoni di Geova di Orel, nella Russia centrale, è stato condannato a sei anni di carcere per “avere organizzato attività di un’organizzazione estremista”.
Dopo che a maggio il suo appello era stato respinto, è stato mandato a scontare la pena di carcere a 200 chilometri di distanza, nella regione di Kursk. Almeno altri 17 testimoni di Geova sono stati processati durante l’anno, sette di loro sono stati condannati a pene detentive, mentre molti altri hanno subìto vessazioni, come perquisizioni intrusive nelle loro case. Alcuni hanno anche asserito di essere stati torturati e altrimenti maltrattati durante gli interrogatori.
La discriminazione e la vessazione nei confronti delle persone Lgbti è rimasta un fenomeno pervasivo, con l’omofoba “legge sulla propaganda gay” che è stata ripetutamente utilizzata dalle autorità per reprimere la loro libera espressione. Le minacce contro gli attivisti Lgbti erano molto frequenti, mentre i perpetratori godevano dell’impunità. Le crescenti prove emerse riguardanti casi di rapimenti, tortura e uccisione di uomini gay da parte delle autorità cecene, avvenuti nell’arco degli anni precedenti, sono state costantemente ignorate dalle autorità federali.
A maggio, Maxim Lapunov, un sopravvissuto che non era riuscito in alcun modo a ottenere giustizia in Russia, ha presentato una denuncia presso l’Echr, che l’ha accolta a novembre e chiesto formalmente alla Russia di fornire una risposta entro quattro mesi. A novembre, l’attivista Lgbti Yulia Tsvetkova, di Komsomolsk sull’Amur, nell’estremo est della Russia, è stata incriminata per “produzione e distribuzione di materiale pornografico” e posta agli arresti domiciliari per avere pubblicato online disegni dei suoi genitali per promuovere la “body-positive”. Tale imputazione comporta sanzioni fino a sei anni di carcere.
La legislazione antiterrorismo è stata ampiamente utilizzata per avviare procedimenti politicamente motivati. A marzo e maggio, sono iniziate a San Pietroburgo e Penza le udienze del processo a carico di sette uomini accusati di essere coordinatori o membri di un’organizzazione “terroristica” denominata Set’ (Rete).
A dicembre, la procura di Penza ha proposto pene variabili dai sei ai 18 anni di carcere.
Durante il processo le accuse credibili di tortura avanzate da diversi imputati, tra cui Viktor Filinkov e Dmitry Pchelintsev, sono state del tutto ignorate e il caso giudiziario, che prendeva di mira prevalentemente oppositori e attivisti politici e si basava su “confessioni” estorte, ha fatto sorgere il dubbio che le accuse a loro carico fossero inventate.
Altri casi giudiziari, guastati da dubbi altrettanto forti, erano in corso in diverse località del paese, incluso il caso del gruppo Novoe Velichie (Nuova Grandezza), a Mosca. A novembre, il tribunale militare di Rostov sul Don ha condannato sei prigionieri di coscienza della Crimea occupata, tra cui il difensore dei diritti umani Emir-Usein Kuku, a pene detentive comprese tra i sette e i 19 anni di carcere. Rispondevano dell’accusa di appartenenza a Hizb ut-Tahrir (organizzazione indicata come “terrorista” in Russia nel 2003 ma legale in Ucraina).
In Crimea, le accuse di appartenenza all’organizzazione sono state ampiamente utilizzate dalle autorità de facto come pretesto per ritorsioni politicamente motivate contro la minoranza etnica dei tartari della Crimea. In maniera del tutto simile, durante l’anno in Russia sono state emesse pesanti condanne contro almeno altri 15 presunti membri di Hizb ut-Tahrir.
Tortura e altri maltrattamenti nei luoghi di detenzione sono rimasti un fenomeno pervasivo ed è prevalso un clima di impunità pressoché assoluta per i perpetratori. Sono stati segnalati innumerevoli casi di tortura in tutta la Russia. A dicembre, la fondazione no profit Nuzhna Pomosch è riuscita a ottenere i dati ufficiali diffusi dal comitato investigativo riguardanti la tortura nei luoghi di detenzione. Secondo il comitato, dal 2015 al 2018 erano state registrate dalle 1.590 alle 1.881 denunce all’anno per “abuso d’autorità” da parte di agenti penitenziari. Di queste, soltanto una percentuale dall’1,7 al 3,2 per cento era stata oggetto d’indagine.
Diversi casi di alto profilo hanno rappresentato in maniera emblematica il fenomeno della violenza contro le donne, in special modo la violenza domestica.
Per tutta l’estate, a Mosca e in altre località, sono stati organizzati picchetti e flash mob a sostegno delle sorelle Khachaturyan, Angelina, Krestina e Maria. Arrestate a luglio 2018, le tre sorelle che all’epoca avevano 17, 18 e 19 anni, avevano ammesso di avere ucciso il padre dopo anni di sistematici abusi fisici, sessuali e psicologici.
Per gli attivisti, il loro caso era il simbolo delle innumerevoli altre sopravvissute ad abusi e della fallimentare risposta dello stato: mancanza di protezione e dure sanzioni per azioni dettate dalla disperazione.
A giugno, le accuse formulate inizialmente sono state sostituite da imputazioni più gravi (omicidio premeditato commesso in gruppo), che possono comportare pene fino a 20 anni di carcere. A luglio, nella prima sentenza mai emessa in materia di violenza domestica in Russia, l’Echr si è espressa a favore della ricorrente nel caso Volodina vs. Russia, evidenziando “la continua incapacità della Russia di adottare una legislazione in grado di combattere la violenza domestica” e descrivendo le disposizioni vigenti in materia come “inadeguate […] a fornire protezione sufficiente alle vittime di questo fenomeno”.
A ottobre è seguita una seconda sentenza dell’Echr sul caso Barsova vs. Russia, e secondo un giudice della corte erano circa un altro centinaio le denunce riguardanti casi simili provenienti dalla Russia in attesa di una risposta.
Una comunicazione ufficiale inoltrata a ottobre da un funzionario del ministero della Giustizia all’Echr contestava la gravità e la portata del problema in Russia e il suo effetto sproporzionato sulle donne, sostenendo che la discriminazione contro gli uomini era maggiore.
A novembre, è stato presentato all’esame del parlamento un lungamente atteso progetto di legge sulla violenza domestica. Le disposizioni contenute nella bozza non prevedevano affatto misure in grado di proteggere efficacemente gli individui a rischio e le vittime.
Ciononostante, la proposta è stata duramente osteggiata dai gruppi più conservatori della Russia, compresa la Chiesa ortodossa russa, che la considerava una minaccia ai “valori tradizionali” e “alla famiglia”. I promotori della legislazione sulla violenza domestica, tra cui la parlamentare della Duma di stato Oksana Pushkina e l’avvocata Mari Davtyan, hanno denunciato di avere ricevuto minacce personali da parte di oppositori del progetto di legge.
La Russia ha continuato a respingere persone che necessitavano di protezione internazionale verso destinazioni dove avrebbero rischiato di essere sottoposte a tortura e altre violazioni dei diritti umani, anche attraverso prassi equiparabili a rendition segrete.
Fakhraddin Abbasov (Aboszoda), un esule politico proveniente dall’Azerbaigian e residente in Russia dal 2008, era in stato di detenzione da settembre 2018 in seguito a una richiesta di estradizione avanzata dall’Azerbaigian, le cui autorità lo accusavano di avere commesso crimini contro lo stato.
La sua domanda d’asilo è stata respinta dal ministero dell’Interno a ottobre 2018, sulla base del fatto che il richiedente aveva già un permesso di soggiorno russo, valido fino a febbraio 2019. Dopo avere presentato ricorso contro questa decisione, sarebbe dovuto comparire in tribunale il 28 febbraio. Tuttavia, il 27 febbraio è stato prelevato dalla sua cella da agenti di sicurezza non identificati e portato in una località rimasta sconosciuta. L’udienza è stata rinviata e il 1° marzo il servizio di sicurezza di stato dell’Azerbaigian ha comunicato di avere arrestato Fakhraddin Abbasov al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Baku, il 28 febbraio.