Source: https://libertarianforce.blogspot.com/2011/11/crediti-ecm-dlg-2291999-e-si-lettera.html
Timestamp: 2017-08-18 23:45:41+00:00
Document Index: 24023832

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 21', 'art. 2229', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 2697']

Libertarian Force: CREDITI E.C.M., D.l.g. 229/1999, e s.i. –LETTERA APERTA-
CREDITI E.C.M., D.l.g. 229/1999, e s.i. –LETTERA APERTA-
Egr. Sig. Presidente Nazionale dell’Ordine degli Odontoiatri
Egr. Sig. Presidente dell’Ordine degli Odontoiatri della Provincia di Reggio Calabria
Oggetto: CREDITI E.C.M., D.l.g. 229/1999, e s.i. –LETTERA APERTA-
Con tale dettato normativo il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Odontoiatri ha introdotto il dovere, per i medesimi, convenzionati e/o liberi professionisti, di partecipare all’ attività di formazione continua denominata con la sigla E.C.M. (Educazione Continua in Medicina), così come disciplinata dalla riforma Bindi (D.l.g. 229/1999) e successive integrazioni, attribuendo ai Consigli dell’Ordine il dovere di controllo.
Ai sensi dell’art. 16-bis comma n. 2 della citata riforma, l’obbligo della formazione professionale continua E.C.M. è assolto con la partecipazione documentata ai seguenti eventi:
partecipazione a corsi, convegni, seminari, organizzati da istituzioni pubbliche o private accreditate ai sensi del presente decreto, nonché soggiorni di studio e la partecipazione a studi clinici controllati e ad attività di ricerca, di sperimentazione e di sviluppo.
Ai sensi dell’art. 19 del vigente Codice Deontologico, il mancato assolvimento dell’obbligo formativo costituisce illecito disciplinare, punibile, secondo quanto stabilito dall’art. 2 del medesimo, con sanzioni, che, nell’ambito della giurisdizione disciplinare, devono essere adeguate alla gravità degli atti.
Le disposizioni in parola vengono ad individuare due importanti novità nel panorama odontoiatrico: la prima è che la formazione professionale può avvenire solo attraverso i criteri individuati dal governo professionale; la seconda che l’inadempimento dell’obbligo formativo costituisce illecito disciplinare.
Se si può, anzi si deve, accogliere con entusiasmo la seconda delle citate innovazioni che viene a specificare delle regole molto generiche contenute nell’ art. 21 del Codice Deontologico: “Il medico deve garantire impegno e competenza professionale, non assumendo obblighi che non sia in condizione di soddisfare.”; non può essere esente da alcune osservazioni critiche la prima.
La critica discende dal fatto che le regole emanate dal governo dell’odontoiatria sono più di facciata che di vera sostanza perché vi è soltanto la verifica che lo stesso odontoiatra abbia partecipato agli eventi individuati raccogliendo quelli che, pomposamente chiamati crediti professionali, si possono chiamare più umilmente punti, almeno 30 punti ogni anno.
Non importa se il professionista entrato, dopo avere pagato il diritto di accesso, alla sala convegni si dedichi alla lettura dei quotidiani (magari sportivi) anziché al gioco della playstation o a trasmettere e ricevere messaggini telefonici (meglio se amorosi), l’importante è che abbia partecipato al convegno, pagato e raccolto i punti (non è neanche previsto l’obbligo di applaudire al relatore).
Il Consiglio dell’Ordine attesterà alla collettività che quel professionista offre il massimo delle garanzie professionali e la forma è salva (Decoubertianamente l’importante è partecipare).
Se invece il professionista, scrupoloso e zelante, cura costantemente la propria preparazione ed il proprio aggiornamento professionale utilizzando canali diversi da quelli previsti dal regolamento, come i giornali e le riviste specializzate, banche dati e monografie tematiche, dovrà essere sanzionato con una delle misure, che potrebbero andare dall’avvertimento fino alla radiazione.
In sintesi, chi non partecipa ai convegni e tavole rotonde potrà in un ipotetico prossimo drammatico futuro anche essere radiato dall’albo!
Allora non è vero che viene sanzionato il mancato aggiornamento professionale, bensì la mancata raccolta dei punti attraverso la partecipazione ai convegni!
Mi sembra così dimostrata la prima osservazione critica: la declamata formazione professionale è più forma che sostanza, anzi solo forma.
Non basta! La Commissione nazionale per l’ E.C.M. prevede che per essere accreditato, il professionista debba avere raccolto, nell’anno precedente, non meno di 30 crediti (punti) nell’ambito dell’esercizio della propria attività.
Capiterà che se un cliente mi chiede se sono un bravo dentista dovrò dirgli: “Raccolgo 30 punti e ti rispondo l’anno prossimo!”. Non ha importanza per il nostro Consiglio che un odontoiatra abbia, in 20-30 anni di carriera, curato, magari con ottimi risultati centinaia di propri pazienti, e risolto centinaia di casi anche delicati dal punto di vista professionale e giuridico, che abbia istruito ed educato alla professione decine di giovani, oggi brillanti odontoiatri, l’unico elemento di valutazione è che questi abbia raccolto i punti assistendo ai convegni!
Mi sorge una domanda: è costituzionalmente legittimo il dictat del Consiglio Nazionale E.C.M. fatto proprio dai vari Consigli territoriali?
Non va dimenticato che la professione di odontoiatra è una libera professione intellettuale rientrante tra quelle indicate dall’art. 2229 c.c. e che l’art. 33 della nostra tanto vituperata costituzione (definita di recente dal Presidente della Repubblica una signora con qualche ruga ma ancora di aspetto giovanile) stabilisce al primo comma che l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento e al quarto comma la necessità di un unico esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale. Dopo avere superato l’esame di Stato il professionista iscritto all’albo ha il dovere di continuare ad aggiornarsi ma ha anche il diritto di farlo come ritiene più consono alle sue esigenze.
Poi anche la recente sentenza n. 14062/2004 del 18/11/04 del TAR del Lazio stabilisce che:
"L'ECM s'appalesa obbligatoria solo per i sanitari dipendenti dagli enti del SSN, o per quelli che con esso collaborano in regime di convenzione o d'accreditamento. Viceversa, per i professionisti che erogano prestazioni sanitarie non coperte dal SSN, il controllo della prestazione connesso alla formazione e all'aggiornamento è rimesso, oltre che al mercato (ossia all'apprezzamento, o meno, del cliente-paziente), agli Ordini ed ai Collegi professionali, onde per costoro l'ECM rappresenta un onere1, non già un obbligo".
Ed anche, l’art. 20 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che fu adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, sancisce che:
Se è vero, come è vero, che spetta all’Ordine professionale l’accertamento del possesso dei requisiti per l’iscrizione all’albo può questo impormi le modalità con cui debbo curare il mio doveroso aggiornamento professionale?
La risposta che mi posso dare è che tale imposizione venga a violare gli artt. 3 e 41 della Costituzione generando, l’illecito disciplinare così come previsto, una situazione di diseguaglianza tra soggetti che posseggono lo stesso grado di aggiornamento professionale ma prodotto in maniera diversa violando altresì il principio di libertà dell’iniziativa economica privata atteso che la gestione di uno studio è certamente da ricomprendersi tra le iniziative economiche libere.
Prescindendo comunque dalla correttezza costituzionale, la normativa è lesiva a mio parere del diritto di ognuno di studiare ed aggiornarsi secondo la propria organizzazione, metodologia ed iniziativa, non è chi non veda come la nuova normativa abbia un carattere meramente politico che, nascondendosi dietro l’esigenza della tutela della collettività dei cittadini, mira semplicemente a generare una nuova categoria di professionisti: quella dei convegnisti che saranno, col tempo, sempre più pagati a spese di chi è costretto, per legge, ad ascoltarli. Un balzello bello e buono.
Mi chiedo allora perché i componenti della categoria non reagiscano atteso che, a parte gli interessati quali i componenti degli Ordini ed i vertici delle Associazioni, tutti soggetti coinvolti, non ho ancora sentito un odontoiatra che apprezzi l’idea proposta (anzi imposta dal Consiglio Nazionale E.C.M.) quale il regolamento impositivo delle specifiche modalità di aggiornamento professionale.
Che anche gli odontoiatri abbiano smarrito la proverbiale aggressività contro ogni forma di sopruso? Che anche gli odontoiatri, ormai intruppati nelle varie, forse troppe, associazioni si siano appiattiti ed abbiano smarrito la capacità di critica e di protesta?
Non lo credo, penso sia solo rassegnazione, ma gli odontoiatri non possono e non devono rassegnarsi perché è nella natura dell’ odontoiatra; devono esercitare il loro diritto costituzionalmente garantito di difendersi, di difendere la loro autonomia e capacità organizzativa. Chi non sa difendere i propri diritti difficilmente riuscirà a tutelare quelli degli altri.
Un modo per far comprendere il proprio dissenso potrebbe essere quello di astenersi dal votare alle prossime elezioni dei Consigli dell’Ordine.
La mia dignità di odontoiatra e di libero professionista mi impone di astenermi da modalità di aggiornamento imposte che non garantiscono affatto una effettiva formazione ed aggiornamento. Pur essendo io l’ultimo degli odontoiatri mi rifiuto, dopo 14 anni di onorevole professione, di essere trattato come un “bamboccione”.
Dott. Antonio Francesco Attinà
Odontoiatra in Palmi (R.C.)
1 Onere
In diritto l'onere è la situazione giuridica soggettiva passiva caratterizzata dal fatto che il soggetto su cui grava è tenuto ad un determinato comportamento nel proprio interesse, poiché in mancanza non si produrrebbe un effetto giuridico a lui favorevole.
Il soggetto sul quale grava l'onere è libero di tenere o meno il comportamento e in ciò l'onere si distingue dall'obbligo e dal dovere, la cui inosservanza comporta, invece, l'applicazione di una sanzione: il mancato adempimento dell'onere non comporta alcuna sanzione ma il non realizzarsi dell'effetto giuridico favorevole.
L'esempio classico è rappresentato dall'onere della prova, presente nella generalità degli ordinamenti ed enunciato per quello italiano dall'art. 2697 del Codice civile: chi agisce in giudizio per far valere un diritto deve fornire la dimostrazione dei fatti su cui tale diritto si fonda, così come chi gli oppone un'eccezione deve dimostrare i fatti sui cui essa si fonda. Se la parte non assolve all'onere della prova, il giudice deciderà la causa in modo sfavorevole alla stessa.
Questo significato del termine non va confuso con l'altro, pure utilizzato nel linguaggio giuridico, secondo cui l'onere è un elemento accessorio del negozio giuridico gratuito.
Pubblicato da Elektro Voice a 12:27 AM