Source: https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/35/le-nuova-politica-di-sviluppo-rurale-e-limprenditoria-femminile-agricola
Timestamp: 2019-10-18 02:30:17+00:00
Document Index: 73746566

Matched Legal Cases: ['art. 20', 'art. 18', 'art. 36', 'art.61', 'art. 21', 'art. 42']

Le nuova politica di sviluppo rurale e l’imprenditoria femminile agricola | Agriregionieuropa
Le nuova politica di sviluppo rurale e l’imprenditoria femminile agricola
Barbara Zanetti a
Negli ultimi tempi molti dei principali organi d’informazione hanno dato ampio spazio alle storie, alle esperienze e ai successi conseguiti dalle donne imprenditrici agricole in un settore ancora fortemente “maschile” e in un momento di grande difficoltà per l’economia e per il mondo del lavoro. L’azione mediatica ha trovato il suo fondamento nei dati del 6° Censimento dell’agricoltura e dell’Unioncamere che hanno posto in evidenza una crescita del numero delle imprese condotte dalle donne e fornito elementi per porre in evidenza la loro capacità di gestione e di adattamento ai cambiamenti. Tuttavia, è necessario evidenziare che i successi conseguiti dalle donne conduttrici agricole sono il frutto di un lento cammino finora portato avanti senza il supporto di specifici interventi rispondenti ai loro fabbisogni imprenditoriali.
Le politiche di sviluppo rurale finanziate dall’Unione europea rappresentano per l’imprenditoria agricola l’opportunità di accedere a interventi pubblici finalizzati a promuovere l’ammodernamento strutturale delle aziende, la diversificazione economica dei territori rurali, il miglioramento della qualità della vita e la tutela e valorizzazione delle risorse ambientali. Pur promuovendo in linea di principio l’abolizione dell’ineguaglianza e la promozione delle pari opportunità fra uomini e donne, la programmazione e l’attuazione degli interventi hanno fino a ora dimostrato una scarsa attenzione nei confronti delle donne.
Partendo dai risultati di un recente lavoro realizzato dall’Inea sulla “nuova” imprenditoria agricola italiana riconducibile all’iniziativa di giovani e donne (Ascione, Tarangioli, Zanetti, 2013), nei paragrafi che seguono si cercherà di comprendere le opportunità offerte dalla nuova politica di sviluppo rurale con riferimento alle caratteristiche, alle dinamiche e ai fabbisogni dell’imprenditoria femminile agricola italiana.
Le imprenditrici agricole italiane: tra capacità e limiti
L’indagine condotta dall’Inea sui dati Istat, Movimprese (Unioncamere) e Rica ha consentito di definire l’identikit della donna imprenditrice agricola italiana e dell’impresa da essa condotta.
Dai dati ufficiali dell’ultimo Censimento generale dell’Agricoltura dell’Istat emerge che in Italia, nel 2010, le donne conduttrici di un’impresa agricola sono 487.071 e rappresentano circa il 32% del totale dei conduttori agricoli. La stessa informazione acquista un rilievo maggiore se si prende in esame il dato fornito da Movimprese per il quale il 38% delle aziende agricole iscritte al Registro delle imprese è condotto da donne, ponendo così il settore agricolo, con il 17,8%, al secondo posto tra i settori con maggiore concentrazione femminile dopo quello del commercio.
Il dato complessivo delle aziende femminili rilevato nell’ultimo Censimento dell’agricoltura, messo a confronto con il precedente del 2000, pone in evidenza un contenuto trend positivo del peso di queste aziende: tra il 2000 e il 2010 si registra, infatti, un incremento sia delle donne conduttrici sia delle capo azienda, rispettivamente dell’1% e del 2%, a fronte della diminuzione del 2% dei capi azienda e dell’1% dei conduttori uomini. Per comprendere le dinamiche delle aziende agricole femminili, è stata condotta l’analisi del ricambio generazionale utilizzando l’indice di Mantino - Barbero (1988) che rapporta i saldi netti (entrate- uscite) di ciascuna classe di età al tempo n+1 rispetto al tempo n (Tabella 1).
Tabella 1 – Saldi netti dinamici per classe di età e sesso dei conduttori agricoli
Fonte: Elaborazioni Inea su Dati 5° e 6° Censimento dell’agricoltura
Il dato che emerge indica un forte calo della presenza delle aziende femminili in particolare nella fascia di età delle conduttrici compresa tra i 35 e 40 anni ma fornisce anche un’importante informazione se confrontato con il saldo netto delle classi di età dei conduttori uomini: le aziende femminili presentano una maggiore capacità di sopravvivenza rispetto a quelle condotte da quest’ultimi.
Diverse sono le interpretazioni alla base di questi risultati tra le quali sicuramente trovano posto: a) la spinta verso il nuovo insediamento favorito dagli interventi di ricambio generazionale promossi dalle politiche di sviluppo rurale; b) la ricerca da parte degli uomini di lavori più remunerativi in altri settori che comporta, sempre più spesso, il subentro nella conduzione aziendale da parte delle donne della famiglia; c) la difficoltà a portare avanti l’impresa dividendo il proprio tempo tra l’attività professionale e la responsabilità familiare intesa sia in termini economici sia come tempo da dedicare alla cura.
Per la maggior parte, le aziende agricole femminili si caratterizzano per la conduzione familiare, per una dimensione piccola o media e per essere per lo più localizzate in aree caratterizzate da un’agricoltura meno specializzata. Rispetto alla media nazionale, si distinguono per una dimensione inferiore in termini di dimensione fisica (5,1 ha contro 7,9) e produttiva presentando un valore pari alla metà di quella nazionale e una produzione standard media per ettaro inferiore del 23%.
La donna conduttrice lavora in media, in un anno, 41 giornate in meno rispetto a quanto rilevato per gli uomini e con un’intensità di lavoro, data dal rapporto giornate di lavoro per ettaro di Sau, di poco superiore rispetto alla media nazionale (11 giornate contro 10,5). Ciò mette in evidenza due aspetti fondamentali che caratterizzano l’azienda agricola femminile: da un lato, il diffuso ricorso all’impiego parziale (part time) che trova la sua principale giustificazione nella possibilità che questo offre di conciliare gli impegni aziendali con quelli familiari e assistenziali spesso demandati alle donne e, dall’altro, l’esistenza di una gestione tradizionale dell’azienda concentrata prevalentemente sull’apporto di capitale umano.
Tabella 2 - Conduttori donne e uomini: dimensione media aziendale, produzione standard per aziende e per ha di Sau, giornate di lavoro medie annue (2010)
Fonte: Elaborazioni Inea su dati 6° Censimento dell’Agricoltura
Al di là del mero dato statistico, merita di essere posta in evidenza la capacità dimostrata dalla donna imprenditrice nel saper leggere i cambiamenti economici e sociali che hanno caratterizzato, e tuttora caratterizzano, il contesto rurale. Tale capacità le ha dato la possibilità di adattare l’attività dell’impresa alle nuove necessità del territorio, contribuendo fortemente a sostenere un “nuovo” ruolo oltre a quello meramente produttivo.
L’analisi delle informazioni relative alle attività produttive e alle altre attività connesse, infatti, pone in evidenza l’orientamento delle imprese agricole femminili verso la fornitura di servizi utili alla popolazione (fattorie sociali e didattiche, attività ricreative, accoglienza disabili, ecc.), la salvaguardia del territorio e la tutela della cultura e delle tradizioni locali. Lo spiccato orientamento tecnico economico verso la diversificazione e l’integrazione delle attività consente alle donne di conseguire, in media, dei buoni risultati reddituali tant’è che l’analisi dei bilanci delle imprese agricole riferiti al 2010 attribuisce alle imprese femminili il 70% dei ricavi derivanti dal settore della silvicoltura, il 64% di quelli derivanti dalla produzione di energia, il 59% da quelli dell’attività agricola e il 58% di quelli della ristorazione1.
Con lo scopo di fornire elementi di riflessione per la definizione di idonei interventi a sostegno dell’imprenditoria femminile, l’analisi svolta sulle problematiche imprenditoriali delle donne in agricoltura ha permesso di individuare i seguenti principali fabbisogni: a) migliore accesso al credito; b) riduzione dei costi aziendali; c) servizi alle imprese; d) migliore accesso alla ricerca e all’innovazione; e) formazione e assistenza tecnica adeguata ai propri fabbisogni.
Si tratta per lo più di fabbisogni comuni al sistema imprenditoriale nel suo complesso ma nei confronti delle donne tali questioni assumono, rispetto ai colleghi uomini, un peso differente in quanto su di esse gravano in particolar modo: a) la poca conoscenza del loro operato e, di conseguenza, la scarsa visibilità delle loro professionalità e capacità imprenditoriale e gestionale; b) il permanere, in un settore a forte connotazione maschile, di un orientamento culturale che tende ancora a considerare la donna come soggetto “debole” da tutelare; c) la scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali sia nella rappresentanza di categoria sia nelle istituzioni pubbliche (Tazza, 2013); d) la scarsa qualità o difficoltà di accesso ai servizi di prossimità nelle aree rurali, che influisce negativamente sulla conciliazione della vita familiare con quella lavorativa.
Il contributo svolto dalle donne a sostegno del settore produttivo e allo sviluppo delle aree rurali e la rilevata maggiore capacità di sopravvivenza delle aziende femminili rispetto a quelle maschili, costituiscono gli elementi alla base della richiesta delle imprenditrici di veder riconosciuto, affermato e sostenuto il loro ruolo fino ad ora svolto in una condizione di “invisibilità” sociale e politica2.
Un efficiente sostegno dell’imprenditoria agricola femminile non può quindi prescindere dalle criticità che, di fatto, limitano alle donne l’esercizio dell’attività d’impresa. Si rende quindi necessario mettere in campo una doppia tipologia di interventi che siano in grado, da un lato, di incidere sugli ostacoli di carattere socio culturale che impediscono alle donne di esprimere interamente il loro potenziale e di acquisire a pieno titolo il ruolo imprenditoriale e dall’altro, di sostenere lo sviluppo dell’imprenditoria agricola femminile nell’ambito di una strategia di sistema di sviluppo settoriale e locale.
Le politica di sviluppo rurale 2014-2020 e l’imprenditoria agricola femminile
Il Regolamento Feasr, nella sua versione consolidata3, sembra offrire l’opportunità di intervenire in questa doppia direzione in quanto prevede la possibilità di attivare interventi volti sia a sostenere l’impresa femminile e la sua competitività sia a incidere sugli ostacoli socio culturali che, come già detto, condizionano, limitandolo, l’operato delle donne.
A sostegno dell’attività d’impresa e della competitività, il Regolamento, pur non prevedendo sostegni o aliquote particolari per le donne, propone diverse misure d’intervento alcune delle quali consentono di rispondere ai generali fabbisogni espressi dalle imprenditrici agricole mentre altre rispondono a esigenze specifiche legate al settore produttivo (biologico, foreste, benessere animale).
Tra le opportunità proposte di particolare interesse è il sostegno offerto all’avvio di attività extra agricole (art. 20). Considerata la tendenza verso la diversificazione delle attività produttive delle imprese femminili, il sostegno consente alle imprenditrici di ottenere fonti alternative di reddito avviando attività volte alla fornitura di servizi alla popolazione rurale (quali ad esempio, i servizi assistenziali, culturali, ricreativi, le attività turistiche, ecc.) e alle imprese (ad esempio con la trasformazione, la vendita diretta, la produzione di energie alternative) che consentono, al tempo stesso, la crescita delle aree rurali e la loro sostenibilità.
Migliorare le performance aziendali e la sostenibilità delle imprese attraverso la realizzazione d’investimenti di ammodernamento e ristrutturazione è un’esigenza avvertita ma sempre più condizionata e limitata dalla presenza di redditi non adeguati. La nuova politica di sviluppo rurale conferma il sostegno agli investimenti materiali e immateriali (art. 18); tuttavia, l’esperienza di chi ha usufruito del finanziamento pubblico nelle precedenti programmazioni ha evidenziato alcuni aspetti critici quali la scarsa targettizzazione rispetto ai fabbisogni reali dell’impresa, le complesse modalità di erogazione e i lunghi tempi attesa che intercorrono dalla presentazione della domanda alla riscossione che finiscono per condizionare la realizzazione del progetto aziendale.
Il conseguimento di migliori performance aziendali è sostenuto anche tramite misure volte a sostenere la formazione del capitale umano attraverso attività dimostrative e corsi formativi a imprenditori, tecnici e consulenti e dei servizi di consulenza (artt. 15 e 16). Con lo scopo di migliorare, agevolare e garantire la continuità gestionale, il Regolamento prevede il sostegno al ricorso di servizi di gestione aziendale e di sostituzione. Poter contare sulla disponibilità di tali servizi consente all’imprenditrice un’organizzazione aziendale in grado di garantire una maggiore sostenibilità dei ritmi di lavoro, la conciliazione con i tempi dedicati alla famiglia e alla società e la possibilità di partecipare a percorsi di aggiornamento professionale.
Con lo scopo di superare la frammentazione del sistema produttivo agricolo e consentire alle imprese di conseguire economie di scala e condividere sia esperienze e capacità gestionali e imprenditoriali sia prodotti e servizi, il Regolamento promuove la cooperazione tra operatori diversi del settore agricolo, della filiera alimentare e forestale per la creazione di rapporti di filiera, poli e reti (art. 36). La messa in rete delle imprese consentirebbe alle imprese femminili, tendenzialmente di piccole e medie dimensioni, di ottenere vantaggi economici (riduzione dei costi di gestione), di apprendere nuove pratiche ed esperienze corrispondenti alle loro specifiche esigenze formative ma anche accedere a nuovi mercati.
La difficoltà a innovare e acquisire i risultati della ricerca è un problema molto sentito e considerato una delle principali cause della scarsa competitività che caratterizza gran parte delle imprese femminili.
Questa difficoltà è ricondotta in parte ai redditi non adeguati a sostenere tali investimenti e in parte sia allo “scollamento” esistente tra il mondo della ricerca, in particolare pubblica, e quello produttivo sia all’assenza sul territorio di strutture organizzate in grado di favorire la standardizzazione delle conoscenze maturate dalle imprese e il trasferimento dei risultati. Un supporto verso il riavvicinamento tra la ricerca e l’impresa è sostenuto dal Partenariato Europeo per l’Innovazione - Pei (art.61), introdotto dalla Commissione con il compito di riavvicinare l’assistenza tecnica e la divulgazione agricola al mondo produttivo attraverso la costituzione di gruppi operativi del Pei. Questi ultimi, essendo costituiti da agricoltori, imprenditori, consulenti e ricercatori impegnati nella definizione di un progetto innovativo, consentono di poter accedere alle innovazioni e rafforzare allo stesso tempo il capitale umano. Lo strumento di per se, per quanto interessante e innovativo, non è d’immediato accesso e richiede necessariamente un percorso preparatorio volto alla costituzione di una rete sul territorio tra più soggetti. A tale scopo, la Commissione ha previsto la figura dell’innovation broker che dovrebbe, su mandato delle Regioni, favorire l’incontro della domanda d’innovazione delle imprese femminili con l’offerta e la loro partecipazione ai gruppi operativi del Pei.
Infine, una novità nella politica di sviluppo rurale è rappresentata dall’introduzione del sostegno alla gestione del rischio. L’accesso alle misure (artt. 38, 39 e 40) consente agli agricoltori, e alle agricoltrici, di ricevere un sostegno in caso di difficoltà imputabili ai cambiamenti climatici o alla volatilità dei prezzi.
Sotto un altro profilo, con l’intento di stimolare e rafforzare un maggior coinvolgimento delle donne nella vita economica e nello sviluppo delle aree rurali, il Regolamento ha ritenuto utile prevedere la possibilità di attuare interventi volti a: a) migliorare la sostenibilità ambientale e socio-economica delle aree rurali attraverso il sostegno alla creazione e ampliamento dei servizi locali di base per la popolazione (art. 21); b) favorire l’inclusione sociale, la riduzione della povertà e lo sviluppo economico delle aree rurali attraverso l’approccio Leader (art. 42).
Si tratta di misure dirette a migliorare il benessere della collettività rurale nel suo complesso e che, al fine di supportare l’imprenditorialità femminile, dovrebbero porre attenzione all’attuazione d’interventi diretti a migliorare la conciliazione tra vita familiare e professionale. In particolare, una delle principali necessità è di poter accedere agevolmente alle strutture e ai servizi legati alla vita quotidiana (strutture prescolari, servizi sanitari, educative e di assistenza e cura per anziani, punti di vendita, ecc.) in modo da consentire alle donne di gestire al meglio i loro doveri imprenditoriali e familiari.
Un sostegno in questa direzione deriva dall’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Itc) nonché dei sistemi informatici in agricoltura (programmi di gestione aziendale) il cui accesso è condizionato dal persistere nelle aree rurali del digital divide infrastrutturale e del deficit culturale. Mentre per il superamento del primo ostacolo, l’azione sostegno dei servizi di base per le aree rurali consente di intervenire con investimenti volti a diffondere la banda larga nelle aree rurali, per il secondo è necessario intervenire con azioni mirate d’informazione e formazione che evidenzino le opportunità offerte dall’uso delle tecnologie informatiche nel ridurre tempi e costi di gestione.
Infine, l’approccio Leader con le sue attività di animazione territoriale, si conferma un valido strumento per promuovere e consolidare strategie volte a valorizzare il contributo femminile allo sviluppo delle aree rurali andando così sia a incidere sugli aspetti socioculturali che condizionano la loro partecipazione attiva alla vita socio-economica sia a sostenere e promuovere il coinvolgimento delle donne nei processi di sviluppo locale.
Da un punto di vista attuativo, come già accennato, il Regolamento non prevede per le donne importi o aliquote particolari per l’accesso alle misure previste ma introduce una novità che rappresenta un canale “privilegiato”: il sottoprogramma nazionale “donne nelle aree rurali”. Si tratta di uno strumento che, all’interno del Programma di sviluppo rurale, permette di riservare parte delle risorse finanziarie a una programmazione strategica di carattere tematico4.
Il Regolamento non dice nulla riguardo all’attuazione del sottoprogramma e si limita a indicare alcune misure ritenute di particolare interesse per le donne5 che potrebbero essere attivate lasciando, comunque, la possibilità di introdurne di ulteriori.
Da un punto di vista operativo la scelta di attivare il sottoprogramma nazionale richiede da parte dei policy maker la volontà di investire sulle donne attribuendo loro un ruolo nello sviluppo del settore e delle aree rurali. Un’opportuna pianificazione strategica, pertanto, richiede un’approfondita conoscenza delle caratteristiche e condizioni di vita delle donne rurali sulla base della quale definire i più opportuni interventi di sostegno e la realizzazione di azioni mirate di comunicazione e di animazione territoriale volte a incoraggiare le donne a cogliere le opportunità offerte.
Al momento non è chiaro l’orientamento delle Regioni nei confronti dell’attuazione del sottoprogramma dedicato alle donne. Ciò che invece è chiaro è l’impegno amministrativo che l’eventuale attuazione comporta in quanto, affinché questa sia significativa nei suoi effetti, sarebbe opportuno non solo finalizzare risorse e interventi a sostegno delle donne ma anche mettere tali interventi in relazione con le altre politiche di genere di settore e non, trovare nuovi strumenti di sostegno e individuare azioni di sistema capaci di agire sulle condizioni di contesto. L’assenza di questa visione sistemica potrebbe portare alla redazione di un documento programmatorio avulso da un contesto d’interventi integrati che può rilevarsi un’inutile complicazione gestionale del Programma di Sviluppo Rurale.
Ascione E., Tarangioli S., Zanetti B. (2013), “Nuova imprenditoria” per l’agricoltura italiana. Caratteri, dinamiche e fabbisogni”, Inea, Roma (in corso di pubblicazione)
Barbero G., Mantino F. (1988), “Imprenditori agricoli e ricambio generazionale in Italia: un’analisi dei dati censuali 1971-1981” in Rivista di Economia agraria , a. XLIII n.4 Istat (2010), 6° Censimento dell’Agricoltura
Parlamento europeo (2011), “Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile 2011 sul ruolo delle donne nell’agricoltura e nelle zone rurali”
Tazza A. (2013), “L’agricoltura delle donne. Una nuova idea di crescita”, Intervista ad Alessandra Tazza, Fondazione Nilde Iotti, Roma
Unioncamere (2010), Impresa in genere. 2° Rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile. Roma
1. I dati si riferiscono all’elaborazioni delle informazioni raccolte dalla Banca dati Movimprese.
2. Il ruolo delle donne nelle aree rurali è sostenuto a livello europeo dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile 2011.
3. Il Regolamento del Feasr al momento della redazione del presente articolo è in corso recepimento da parte degli Stati Membri il quale, una volta avvenuto, consentirà l’approvazione definitiva da parte della Commissione europea.
4. Il Regolamento prevede la possibilità di attivare anche i seguenti sottoprogrammi tematici: “Giovani agricoltori”, “Piccole aziende agricole”, “Aree montane”, “Mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ad essi nonché biodiversità”, “Filiere corte”.
5. Si tratta delle misure relative alla formazione e informazione, all’assistenza tecnica e ai servizi di sostituzione, agli investimenti materiali, allo sviluppo di aziende agricole e imprese, ai servizi di base per le aree rurali, alla cooperazione e al Leader.