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Timestamp: 2017-01-18 01:38:16+00:00
Document Index: 9915577

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 274', 'art. 2', 'art. 147', 'art. 24', 'art. 30', 'art. 264', 'art. 263']

Art. 274 codice civile: Ammissibilità dell'azione
HOME Codice civile Articoli Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015 Codice civile Art. 274 codice civile: Ammissibilità dell’azione L’AUTORE: Redazione
L’azione (1) per la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità naturale (2) è ammessa solo quando concorrono specifiche circostanze tali da farla apparire giustificata.
Sull’ammissibilità il tribunale decide in camera di consiglio con decreto motivato, su ricorso di chi intende promuovere l’azione, sentiti il pubblico ministero e le parti e assunte le informazioni del caso. Contro il decreto si può proporre reclamo con ricorso alla corte d’appello, che pronuncia anch’essa in camera di consiglio.
Il tribunale, anche prima di ammettere l’azione, può, se trattasi di minore o di altra persona incapace, nominare un curatore speciale che la rappresenti in giudizio.
Pubblico ministero: [v. 23]; Curatore speciale: [v. 165].
Camera di consiglio: luogo in cui il giudice si ritira o si riunisce per deliberare separatamente, cioè senza pubblica udienza, le sue decisioni. I procedimenti in (—) sono regolati dagli artt. 737 ss. c.p.c.
(1) La norma non è stata adeguata alla riforma della filiazione (l. 219/2012 e d.lgs. 154/2013) in quanto superata dalla dichiarazione di illegittimità di cui alla nota (1).
In tema di dichiarazione giudiziale di paternità, la decisione sull'ammissibilità dell'azione non costituisce un'anticipazione del giudizio di merito, ma una semplice delibazione della non avventatezza e non manifesta infondatezza della domanda, senza acquistare valore di giudicato in ordine alla legittimazione passiva del convenuto, dovendosi ritenere, a seguito della declaratoria di illegittimità costituzionale (sentenza n. 50 del 2006 della Corte costituzionale) inapplicabile l'art. 274 cod. civ. ad un rapporto processuale non ancora esaurito, rispetto al quale il giudice del merito è l'unico competente a giudicare anche su ogni questione pregiudiziale e preliminare strumentale alla decisione. Rigetta, App. Milano, 09/05/2011
Cassazione civile sez. I 16 maggio 2014 n. 10783 Ritenuto che ex art. 2, 3, 30 e 31 cost., ex art. 147 e 148 c.c., ex art. 24 Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, nonché ai sensi della convenzione di New York 20 novembre 1989 (ratificata e resa esecutiva dalla legge italiana 27 maggio 1991 n. 176), ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, curato ed assistito dai genitori, diritto sorgente fin dalla nascita e discendente dal mero fatto della procreazione, il soggetto di sesso maschile, che abbia avuto rapporti sessuali con la donna divenuta madre di prole, ha il dovere, ancor prima di un provvedimento giudiziario definitivo a suo carico, che accerti, oltre ogni ragionevole dubbio, la propria paternità, di adoperarsi spontaneamente in ogni modo, non esclusa la via medico-legale e giudiziaria, per acclarare la propria qualità parentale, pur se la donna-madre e i nati da lei abbiano atteso moltissimi anni prima di agire giudizialmente a tutela dei propri diritti, e pur se non sia da escludere che la donna abbia intrattenuto con altri uomini, diversi dal convenuto, rapporti sessuali in un periodo coincidente con il periodo attribuito a quest'ultimo, che con la propria prolungata inattività - sordo, come ha mostrato di rimanere, alle confidenze della donna fatte a terzi ed alle sue richieste, sordo ai suggerimenti dei servizi sociali, e sordo agli scrupoli morali e religiosi prospettatigli dai parroco - ha omesso di mantenere, curare ed assistere i nati dalla donna, ai quali ha così arrecato un grave danno d'ordine personale, economico, familiare, sociale ed esistenziale, danno risarcibile, pur non sussistendo alcun reato, in via equitativa: malgrado la verosimile consapevolezza del concepimento a lui dovuto, il convenuto, in violazione dell'art. 30 cost. (e delle pertinenti norme) contenenti un principio fondamentale di responsabilità per la procreazione, non ha adempiuto al dovere di attivarsi non sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale consistente nel dovere di approfondire la veridicità delle pretese materne e filiali mediante le analisi ematologiche già disponibili all'epoca, senza attendere, per inerzia assai poco commendevole la richiesta di un riconoscimento giudiziale, avanzata dalla madre e dagli asseriti figli; la natura del diritto da questi ultimi azionato rende del tutto giustificabile, in mancanza di limiti temporali legali, l'esercizio del diritto "de quo" solo in una fase della loro maturità compatibile con il coinvolgimento personale ed emotivo all'iniziativa giudiziaria connesso.
Cassazione civile sez. I 22 novembre 2013 n. 26205 Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il più ampio e profondo significato della solidarietà e del reciproco affidamento; ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.
Tribunale Roma sez. I 17 ottobre 2012 n. 19563 Art. precedente
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