Source: https://www.noiavvocati.com/category/in-evidenza/
Timestamp: 2020-07-06 07:44:37+00:00
Document Index: 128897682

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2094', 'art. 409', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ']

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A cura dell’avv. Pasquale Orrico
Gli avvocati italiani, negli ultimi quindici anni, hanno visto la professione evolversi con una velocità inimmaginabile fino a poco tempo fà.
Al riguardo, un esempio per tutti: si pensi all’introduzione del processo telematico, oramai pressoché unica interfaccia nei processi civile, amministrativo e tributario.
Un’altra rivoluzione che ha riguardato la gestione dei conflitti, ambiente nel quale gli avvocati giocano un ruolo determinante, è stata l’introduzione della mediazione in alcuni ambiti delle materie civili, quale condizione di procedibilità.
L’introduzione della norma, quasi dieci anni fa, non è stata accolta con favore dalla nostra categoria e ai tempi era stato indetto uno sciopero contro la mediazione obbligatoria.
Oggi, dopo una modifica della legge in seguito ad un intervento della Corte Costituzionale del 2012, è tempo di bilanci e, alla luce dei dati statistici resi disponibili dal Ministero della Giustizia, si può affermare che la mediazione può essere considerato un metodo di risoluzione delle controversie efficace.
L’esame dei dati, infatti, fa emergere una percentuale media di accordo raggiunto, nel caso in cui le parti accettino di sedersi al tavolo della mediazione anche dopo il primo incontro informativo, pari al 46,7% nel terzo trimestre 2018 (ultimo dato oggi disponibile).
Per contro, in settori quali il bancario e l’assicurativo, per citarne alcuni di grande impatto in termini numerici sul contenzioso, le percentuali di successo sono inferiori ma vi è anche ridotta partecipazione e adesione delle società bancarie e assicurative, il che non può far concludere tout court che in queste materie la mediazione sia inadatta o inefficace.
Quello che è certo, tuttavia, è che il ruolo dell’avvocato che assiste il suo cliente in mediazione è di fondamentale importanza e dovrebbe essere visto come un’opportunità e non come un ulteriore adempimento imposto alle parti per poter accedere alla Giustizia.
In primis, l’intimo rapporto della mediazione con l’eventuale fase processuale successiva determina l’obbligatorietà dell’assistenza tecnica, atteso che gli effetti del proponimento della mediazione, alla luce della sua equiparazione pressoché a tutti gli effetti alla domanda giudiziale, non possono essere sottostimati, al fine di evitare di incorrere in prescrizioni e decadenze dall’esercizio del diritto e ciò senza considerare gli innumerevoli interventi della giurisprudenza sulle modalità di condotta del procedimento di mediazione, ai fini della procedibilità della domanda.
Inoltre, e questo è l’aspetto più rivoluzionario, noi avvocati siamo chiamati a ricoprire un ruolo all’interno del procedimento di mediazione estremamente complesso, dove assistiamo il nostro cliente in una vera e propria negoziazione nella quale, tuttavia, il panorama delle possibilità non è limitato al mero ambito della domanda e delle regole processuali ma può vedere calate sul tavolo più alternative.
Non solo, nella procedura di mediazione abbiamo anche la possibilità di utilizzare il mediatore, valore aggiunto rispetto alla negoziazione assistita, che ha un ruolo determinante di supporto nella gestione del conflitto, essendo in una posizione terza – e questo è pacifico – ma anche avendo il vantaggio di non dover assumere un ruolo giudicante; questa posizione gli permette di assumere informazioni dalle parti che restano riservate, salva diversa volontà delle stesse, e che non potrebbero mai essere conosciute né dal Giudice né dagli avvocati per facilitare la ricerca di una soluzione conciliativa.
In sintesi, la mediazione deve a mio avviso essere valutata come un mezzo estremamente potente per la risoluzione dei conflitti, non potendone più ignorare l’efficacia alla luce della sua applicazione obbligatoria e, soprattutto, perché costituisce un prodotto da offrire ai nostri clienti che può presentare, in molti casi, innegabili vantaggi rispetto all’adire il Tribunale.
Parimenti, non possiamo ignorare e dobbiamo esserne orgogliosi, che la legge sulla mediazione obbligatoria in Italia, prima nazione ad adottarla in seguito alla pubblicazione della direttiva n. 2008/52/CE, è oggi di esempio per i legislatori sia nell’Unione Europea che al di fuori.
Concludendo, noi avvocati abbiamo l’opportunità di essere protagonisti moderni e al passo coi tempi in questo ambito e, oggi, dobbiamo considerarci calati a pieno titolo anche nel ruolo di “conflict manager” e “problem solver”, con la prerogativa di poter offrire ai nostri clienti sia il tradizionale ricorso al Giudice che i metodi alternativi di risoluzione delle controversie, vero valore aggiunto rispetto ad altre categorie professionali.
https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/03/shutterstock_1098684290-2.jpg 850 1200 raffaella.cosentino https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/01/logo-noi-avvocati-300x215-1-300x215.png raffaella.cosentino2019-03-24 18:39:252019-03-25 14:21:05LA MEDIAZIONE: NUOVA OPPORTUNITA'
Ascoltare le opinioni e raccogliere le proposte dei giovani avvocati sul futuro dell’Ordine di Milano: questo l’obiettivo della Consensus Conference indetta da Vinicio Nardo e che ha coinvolto una nutrita rappresentanza di giovani avvocati.
La Consensus Conference è nata negli anni ‘70 in USA in ambito scientifico per affrontare temi complessi di difficile risoluzione: è una riunione di esperti che dibattono su un tema specifico. In genere si ottengono nuove linee guida d’intervento.
Mutuato questo strumento, Vinicio Nardo ha inaugurato uno stile inedito per il mondo dell’avvocatura milanese, basato su ascolto e apertura.
La Consensus Conference Giovani ha coinvolto avvocati con esperienze molto differenti tra loro: chi lavora in un grande studio, chi in una boutique di nicchia specializzata, chi è praticante avvocato, chi coraggiosamente sta pensando di mettersi in proprio.
Ecco le riflessioni e le proposte che di fatto costituiscono un’appendice al programma della Lista Noi Avvocati:
In generale si avverte la mancanza di una progettazione organica ed unitaria della formazione pensata per gli avvocati. I corsi sembrano non avere un filo logico, spesso non sono di alta qualità e toccano argomenti o troppo generici o lontani dall’essere utili per la crescita professionale.
un piano formativo pensato su settori altamente specifici.
più corsi gratuiti di alta qualità.
orari più consoni alla vita di Studio.
opportunità di tenere corsi anche da parte dei giovani avvocati.
Mancano occasioni di visibilità e di contatto con possibili interlocutori professionali.
creazione di canali di connessione con le aziende.
realizzazione di corsi per le aziende, in modo da creare maggiore consapevolezza sulla consulenza legale. Ciò creerebbe delle sinergie di eccellenza con risvolti positivi per l’intera categoria.
creazione di un network interprofessionale: ciò favorirebbe lo scambio e la crescita delle competenze ed a Milano l’humus per innestare questi meccanismi non manca di certo.
Comunicazione del e con l’Ordine
L’Ordine è vissuto dai Giovani come un’entità lontana e non facilmente accessibile e leggibile. L’attuale Area Giovani del sito non viene aggiornata, non presenta iniziative dedicate, e potrebbe invece essere ripensata anche per accogliere proposte ed iniziative.
il sito web dell’Ordine dovrebbe essere il primo e più accessibile strumento di informazione per chi intraprende la professione, un punto di riferimento facilmente fruibile e leggibile.
https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/03/shutterstock_1147649849-2.jpg 850 1200 raffaella.cosentino https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/01/logo-noi-avvocati-300x215-1-300x215.png raffaella.cosentino2019-03-24 18:30:382019-03-24 18:33:02CONSENSUS CONFERENCE GIOVANI: PROPOSTE PER L'ORDINE CHE SARA'
A cura di Antonio Papi Rossi
La professione di avvocato si può esercitare dopo aver superato l’esame di abilitazione: ma questo non è sufficiente. Occorre il formale giuramento di rispettare la Costituzione della Repubblica: giuramento che ciascun neo-avvocato deve rendere quale condizione per iscriversi all’Albo ed esercitare la professione.
Perché il giuramento? Non siamo giudici, dipendenti dello stato, delle forze dell’ordine. Per esercitare altre professioni vicine alla nostra (i commercialisti, i consulenti del lavoro) e, in generale, le libere professioni (architetti, giornalisti) non è richiesto il giuramento.
Tuttavia è richiesto un giuramento: perché la materia viva di cui si occupa l’avvocato è il diritto, vale a dire un modo di regolare la vita sociale in modo pacifico e, in caso di conflitti, un modo per risolverli senza l’utilizzo della forza. Ogni persona umana ha diritti fondamentali che l’avvocato deve tutelare, presidiare, difendere.
L’avvocato ogni giorno deve ricordarsi questo giuramento, che gli impone di seguire i principi fondamentali indicati nella Costituzione, per svolgere con pienezza il suo ruolo, che la Legge professionale (art. 2) identifica così: l’avvocato ha la funzione di garantire l’effettività della tutela dei diritti.
Guardiamo un po’ da vicino la nostra Costituzione.
Nata in un momento di particolare coesione del Paese, dopo la seconda guerra mondiale, è il frutto illuminato e lungimirante dell’Assemblea costituente, composta da eccellenti rappresentanti del mondo giuridico, storico e politico. La Costituzione riconosce (non attribuisce) i diritti inviolabili della persona, i quali sono riconosciuti a tutti (non soltanto ai cittadini italiani). Stabilisce l’uguaglianza di tutti davanti alla legge e pone le basi della nostra civiltà giuridica, attraverso norme di larghissimo respiro, la cui straordinaria saggezza le rende elastiche interpreti del nostro paese, moderne e attuali. Così oggi, a distanza di settant’anni, la Costituzione continua ad essere norma viva e vivente, capace di guidare verso il futuro le istituzioni e le persone.
La terribile esperienza delle due guerre mondiali – che, in verità, erano almeno in larga parte guerre tra Stati europei – indusse i Padri costituenti a prevedere, tra i principi generali, quello secondo cui l’ordinamento giuridico si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute (art. 10) e che la Repubblica, in condizioni di parità con gli altri Stati, consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni, promuovendo e favorendo le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Questi articoli sono alla base dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e alle principali convenzioni internazionali, tra cui la C.E.D.U.
Su tali basi nel nostro sistema costituzionale ha avuto ingresso il visionario progetto europeo: basta leggere le prime norme del Trattato per comprendere la forza, la bellezza e la grandiosità giuridica dell’Unione: così l’art. 2:
Ai diritti si accompagna una visione di pace, giustizia e benessere: l’art. 3 incomincia con l’impegnativo obiettivo secondo cui “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli. L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne [..]”.Senza contare che il progetto europeo ha garantito all’Italia il periodo di pace più lungo (70 anni) della propria storia. La Costituzione si è ulteriormente arricchita della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, direttamente applicabile come norma super primaria nel nostro sistema giuridico, come ha chiarito alcuni anni fa la Corte costituzionale (sentenza 348/2007).
Il giuramento dell’avvocato riguarda perciò la dichiarazione di fedeltà, di amore e di impegno verso un patrimonio giuridico liberale, illuminato, che raccoglie le radici della nostra storia secolare e le proietta in un presente e in un futuro di pace, giustizia e solidarietà. Si: perché anche la solidarietà è un dovere costituzionale (art. 2 della Costituzione e art. 2 del Trattato dell’Unione).
Per l’avvocato, la difesa dei non abbienti è un dovere, non è una buona azione.
Buona azione è dare da mangiare agli affamati. Praticare la solidarietà, invece, è praticare la legalità. Difendere un diritto, anche per chi non può pagare la parcella, è un dovere costituzionale, non è una buona azione. Fa perno sulla dignità della persona – parte assistita, che la costituzione vuole uguale davanti alla legge: così l’art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Nel lavoro quotidiano, in ogni riunione, in ogni discussione in tribunale e in ogni caso che la vita professionale ci chiama a seguire, il giuramento deve guidarci, sostenerci e guidare le nostre scelte.
Con il gusto, il coraggio e la responsabilità di farlo “in libertà, autonomia e indipendenza”, come indica la legge professionale (art. 2, comma 1). In questi termini e su tali basi, il nostro è un lavoro meraviglioso, straordinariamente emozionante, irripetibile.
https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/02/shutterstock_797090974-2.jpg 850 1200 raffaella.cosentino https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/01/logo-noi-avvocati-300x215-1-300x215.png raffaella.cosentino2019-02-25 19:41:132019-02-25 19:41:13GIURARE PER ESSERE AVVOCATO
Le leggi non sono e non dovrebbero diventare slogan politici. Rileviamo un clima di diffidenza nei confronti della giurisdizione. Messaggi apparentemente rassicuranti che invocano una giustizia severa e forte, in realtà risultano controproducenti nei risultati e determinano una diffusa insofferenza verso ogni esito giudiziario che non sia la condanna esemplare.
Così Vinicio Nardo in audizione all’Ufficio di Presidenza in Commissione Giustizia del Senato per l’esame dei ddl nn. 925 e 417 sul divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo:
Attenzione al lessico istituzionale ed al sentiero tracciato che conduce a sentenze del popolo e non più in nome del popolo.
La legislazione sia razionale e non emotiva. Un auspicio anche per la riforma penale preannunciata dal Ministro.
Il 12 Febbraio 2019 si è tenuta l’audizione dinanzi all’Ufficio di Presidenza in Commissione Giustizia del Senato, per l’esame dei ddl nn. 925 e 417 sul divieto di giudizio abbreviato per i reati puniti con la pena dell’ergastolo.
Auditi Edmondo Bruti Liberati, Giandomenico Caiazza e Vinicio Nardo.
http://webtv.senato.it/4621?video_evento=927
Intervento di Edmondo Bruti Liberati (già Procuratore della Repubblica di Milano) fino al minuto 14.20
Intervento di Giandomenico Caiazza (Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane) dal minuto 14.15 al 26.05
Intervento di Vinicio Nardo (componente dell’Organismo Congressuale Forense) dal minuto 26.24
Interventi di Senatori e risposte dal minuto 36.25
La foto in copertina è di Alessandro Bastianello, avvocato a Milano e appassionato di fotografia.
https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/02/Schermata-2019-02-13-alle-12.54.57.png 802 1196 raffaella.cosentino https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/01/logo-noi-avvocati-300x215-1-300x215.png raffaella.cosentino2019-02-13 20:44:512019-02-13 20:45:27SE LA NARRAZIONE POLITICA ENTRA NELLA PENNA DEL LEGISLATORE
RIDERS: LAVORATORI AUTONOMI O SUBORDINATI?
A cura dell’avvocato Giorgio Treglia
Ritorna di attualità il tema della dicotomia tra lavoratori autonomi e subordinati applicata ai famosi riders, gli attori della gig economy.
Come forse si ricorderà, il Tribunale di Torino era stato adito da alcuni giovani lavoratori i quali chiedevano che, per le modalità di svolgimento dell’attività che essi svolgevano la datrice di lavoro, fossero dichiarati lavoratori subordinati.
In primo grado il Giudice aveva dato loro torto, dichiarando che per le modalità di svolgimento di quel rapporto era da escludersi ogni ipotesi di subordinazione.
La Corte d’Appello torinese, con la sentenza n. 2619 del 4 febbraio 2019, ha in parte modificato il percorso del Giudice di primo grado.
Innanzitutto è chiarito che il presunto datore di lavoro (per la cronaca di tratta di Foodora) faceva compilare un formulario ai riders, li convocava a piccoli gruppi presso l’ufficio di Torino e chiariva che il singolo rider doveva essere in possesso di una bicicletta e di uno smartphone, dopodiché veniva proposta la sottoscrizione di un contratto di “collaborazione coordinata continuativa” con la possibilità per il lavoratore di accettare oppure no una specifica corsa a seconda delle proprie disponibilità.
Il Giudice di primo grado aveva dichiarato che erano del tutto carenti gli indici della subordinazione; tuttavia la Corte d’Appello è stata, con questa sentenza, di contrario avviso.
Qui è detto che la sussistenza della subordinazione è da escludersi in quanto i riders erano liberi di dare o meno la propria disponibilità per i vari turni offerti dall’azienda: erano loro che decidevano se e quando lavorare senza dover giustificare tale decisione e potendo addirittura omettere la prestazione del servizio, anche se la disponibilità era stata accettata. In sostanza mancava il requisito dell’obbligatorietà della prestazione.
A questo punto la Corte si discosta dalla sentenza di primo grado e precisa che, in base all’art. 2 del decreto legislativo 81/2015 il legislatore ha individuato una sorta di tertium genus: un qualcosa che sta a metà tra la subordinazione pura, come indicata dall’art. 2094 c.c., e la collaborazione coordinata continuativa regolata dall’art. 409 n. 3 c.p.c..
La conclusione cui giunge la Corte è, sostanzialmente, la seguente: l’art. 2 del decreto 81 non comporta la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato tra le parti, ma semplicemente l’applicazione del rapporto di lavoro subordinato ai rapporti di collaborazione autonoma.
In sostanza la collaborazione autonoma resta tale ma ogni altro aspetto riguardante la sicurezza, l’igiene, la retribuzione diretta e differita, i limiti di orario, ferie e previdenza si regolano come si trattasse di un rapporto di lavoro subordinato.
Ai riders, quindi, va riconosciuto il diritto di ottenere il calcolo della retribuzione diretta, indiretta e differita come stabilito da un contratto collettivo applicabile ad un dipendente lavoratore subordinato.
La sentenza ha creato una nuova figura che potremo definire del lavoratore autonomo “quasi subordinato”.Dunque un’eventuale azienda che fruisca dell’attività di lavoro di un rider dovrà pagargli tutte le retribuzioni come se si trattasse di un lavoratore dipendente … pur continuando a ritenerlo autonomo!
L’interpretazione della Corte territoriale crea non poche perplessità; personalmente ritengo che la soluzione contenuta in questa sentenza sia davvero ardita.
Vedremo che ne penserà la Corte Suprema.
Nel frattempo viva … l’incertezza del diritto!
6 Febbraio 2019 /0 Commenti/da raffaella.cosentino
https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/02/shutterstock_321194012-2.jpg 850 1200 raffaella.cosentino https://www.noiavvocati.com/wp-content/uploads/2019/01/logo-noi-avvocati-300x215-1-300x215.png raffaella.cosentino2019-02-06 21:16:212019-02-06 21:16:21RIDERS: LAVORATORI AUTONOMI O SUBORDINATI?