Source: http://romanlaw.cn/sub2-118.htm
Timestamp: 2018-01-23 00:17:06+00:00
Document Index: 172376952

Matched Legal Cases: ['§ 2', '§ 3', '§ 2', '§ 2', '§ 5', '§ 2', '§ 5', '§ 5', '§ 2', '§ 3', '§ 3', '§ 4', '§ 2']

Ulteriori osservazioni sulla protezione dei contraenti con gli institores ed i magistri navis nel diritto romano dell'età commerciale （上 Part I ）
Ulteriori osservazioni sulla protezione dei contraenti con
gli institores ed i magistri navis nel diritto romano
dell'età commerciale （上 Part I ）
本文相关链接：（ 中 Part II ） 、（下 Part III ）
ALDO PETRUCCI - Università di Pisa
SOMMARIO: 1. Obiettivi e limiti della presente indagine. 2. Doveri di correttezza ed informazione a carico dell'imprenditore discendenti dalla preposizione institoria. 3. Institori che agiscono al di fuori della preposizione institoria, schiavi non preposti operanti in un'impresa ed affidamento dei terzi. 4. Morte del preponente ed affidamento dei terzi contraenti. 5. Contenuto e pubblicità della praepositio nell'impresa di navigazione e gli effetti nei confronti dei terzi contraenti con il magister navis . 6. Altri aspetti della tutela dei terzi contraenti connessi con la praepositio di un magister navis : la responsabilità dell'exercitor per le attività contrattuali del sostituto nominato dal magister e la possibilità, se libero, di convenire il magister stesso in giudizio.
1. Obiettivi e limiti della presente indagine
Da qualche anno ormai sto dedicando una certa attenzione al tema della tutela di quanti avessero contratto con gli imprenditori o con i loro rappresentanti nel diritto romano dell'età commerciale (II secolo a.C. �C metà del III secolo d.C.) 1. Da un lato, pertanto, non intendo né ritornare su alcuni punti che considero oggi del tutto acquisiti, come l'esistenza in questo periodo storico di un fenomeno imprenditoriale e di una sua regolamentazione giuridica 2, né riproporre alcuni risultati, cui mi sembra essere pervenuto, quali: a) l'emersione di un apparato protettivo specifico per chi concludesse un contratto inerente alle attività oggetto dell'impresa; b) l'estensione della protezione a tutti i terzi contraenti, senza distinzioni e/o trattamenti di favore per particolari categorie; c) il ruolo fondamentale a tali fini della giurisdizione dei pretori e soprattutto dell' interpretatio dei giuristi.
Dall'altro lato, tra i molti aspetti ancora da analizzare, ne esiste qualcuno in ordine alla contrattazione posta in essere con gli institores ed i magistri navis , che merita una riflessione ed un approfondimento più ampi di quanto non abbia finora fatto. Ed è proprio questo il modesto obiettivo che mi propongo qui di raggiungere, in attesa di realizzare un futuro e più ambizioso progetto, grazie al quale vorrei offrire una ricostruzione generale e, nei limiti del possibile, organica di come l'ordinamento giuridico romano, nel corso della sua evoluzione storica, si sia posto di fronte alla realtà dei contratti “in serie”, aventi ad oggetto le attività esercitate da un'impresa, e quali specifici rimedi esso abbia elaborato, in tale ambito, in favore dei terzi contraenti. Sarebbe infatti mia intenzione edificare una base da cui procedere ad ulteriori indagini nelle esperienze giuridiche successive a quella romana, onde verificare quanto dei suoi fondamenti o radici si sia trasmesso, o sia comunque rimasto, e quanto invece sia stato abbandonato o trasformato 3.
2 . Doveri di correttezza ed informazione a carico dell'imprenditore discendenti dalla preposizione institoria
L' actio institoria , introdotta dal pretore nel corso del II secolo a.C., consentiva, come tutti sanno, ai terzi che avessero contratto con l'institore nell'ambito della praepositio di far valere una responsabilità in solidum del preponente per le obbligazioni rimaste inadempiute 4. Il suo campo di applicazione si era esteso, durante il I secolo a.C. e l'età augustea, dall'originaria sfera dell'impresa commerciale in senso stretto a tutti i tipi di impresa eccettuata quella di navigazione, come emerge sia da Gai 4. 71 che da Ulpiano, 28 ad ed. in D. 14. 3. 5pr., nei quali si considera institor il preposto cuilibet negotiationi (o negotium ) 5.
E' altrettanto noto che la possibilità di esercitare questa azione era condizionata dalla praepositio : infatti solo se i terzi avessero acquisito dei diritti concludendo un contratto con l'institore entro i limiti di essa, l'imprenditore poteva essere chiamato a rispondere, quando questi diritti non fossero stati soddisfatti. La preposizione institoria era pertanto configurabile come un atto di conferimento dei poteri di gestione di natura astratta, con cui si autorizzava il compimento di tutta l'attività contrattuale inerente all'esercizio dell'impresa, che non rilevava nella sola sfera interna dei rapporti tra imprenditore preponente ed institore, ma richiedeva forme di pubblicità, in modo che i suoi contenuti fossero conoscibili all'esterno ed i terzi avessero la possibilità di esserne informati 6. Le esigenze di pubblicità venivano realizzate mediante un'affissione per iscritto, indicata dalle fonti, che vedremo fra breve, con il termine proscriptio 7.
Si discute se il testo edittale dell' actio institoria contenesse espliciti riferimenti a tale affissione: la dottrina dominante è per la negativa, essendosi il pretore limitato alla previsione eius rei gratia cui praepositus fuerit, in eum, qui eum praeposuerit … 8. Non mancano tuttavia, anche ultimamente, studiosi 9 che riconducono all'editto le parole de quo palam proscriptum fuerit, ne cum eo contrahatur di D. 14.3.11.2, sul quale ci soffermeremo fra poco. E' opinione pacifica invece che tutte le articolate disposizioni, tramandateci nello stesso § 2 e nei §§ 3 �C 5 di tale frammento in ordine al contenuto della preposizione institoria ed ai modi di compierne la proscriptio , provengano esclusivamente dall'elaborazione giurisprudenziale in sede di commento di tale editto 10.
Quanto al contenuto, riveste la massima importanza il testo di D. 14.3.11.5 (Ulp. 28 ad ed. ), sul quale ho già avuto modo di trattenermi in altre occasioni 11, ma che vale ora la pena riprendere per qualche ulteriore puntualizzazione. Nella prima parte di esso il giurista afferma:
Condicio autem praepositionis servanda est: quid enim si certa lege vel interventu cuiusdam personae vel sub pignore voluit cum eo contrahi vel ad certam rem? Aequissimum erit id servari, in quo praepositus est. Item si <qui> plures habuit institores vel cum omnibus simul contrahi voluit vel cum uno solo. sed et si denuntiavit cui, ne cum eo contraheret, non debet institoria teneri: nam et certam personam possumus prohibere contrahere vel certum genus hominum vel negotiatorum, vel certis hominibus permittere.
I terzi, nell'attività contrattuale con l'institore, erano vincolati a quanto stabilito nella praepositio dall'imprenditore preponente ( condicio autem praepositionis servanda est ), il quale poteva indicare in essa una o più clausole da includere nei singoli contratti relativi all'esercizio dell'impresa. Ulpiano ne offre qui un'esauriente tipologia, proponendo come esempi: a) l'inserimento di una certa lex ; b) l'intervento di garanti personali o l'assunzione di garanzie reali; c) la limitazione ad un certo oggetto ( quid enim - vel ad certam rem? ). L'indicazione di clausole di questo tipo viene pienamente ammessa e la loro osservanza è ritenuta conforme ad equità ( aequissimum erit id servari, in quo praepositus est ). La stessa regola è ribadita subito dopo ( item ), allorché si avanzano due diverse ipotesi di come poteva essere articolato il contenuto della preposizione, prevedendosi: d) la nomina di più institori con compiti diversi, quali quelli di intervenire congiuntamente o disgiuntamente nella conclusione dei contratti ( item - cum uno solo ); e) il divieto di contrarre con l'institore a carico di certe persone o di un certum genus hominum vel negotiatorum ed il permesso di farlo concesso a determinate persone ( sed et si denuntiavit - permittere ).
Come si vede, le clausole sub a), b) e c) rappresentano, per così dire, delle “condizioni generali”, che il preponente poteva predisporre, attribuendo all'institore la gestione di un dato tipo di impresa, e che, una volta predisposte, dovevano riprodursi nei singoli contratti tra institore e terzi attinenti all'oggetto dell'impresa. Ciò non esclude, come è ovvio, che i poteri di esercizio di un'impresa venissero conferiti senza indicazione di “condizioni generali” per l'attività contrattuale.
Diversamente la disposizione prevista sub d) concerne piuttosto le modalità che poteva in concreto assumere la praepositio , con ripartizione dei poteri tra più institori, mentre quella riportata sub e) viene a toccare l'esercizio degli stessi, vietato nei confronti di alcune persone o categorie e/o ammesso per altre.
Ove simili clausole e modalità fossero state debitamente pubblicizzate nelle forme che ora andremo ad esaminare, i terzi contraenti che non le avessero osservate vedevano cessare a proprio favore la tutela dell' actio institoria contro l'imprenditore, come meglio vedremo in alcune situazioni considerate nel prossimo paragrafo. Si delinea così un regime di piena libertà per quest'ultimo di stabilire e modificare le condizioni contrattuali e l'esercizio dei poteri concernenti la gestione dell'impresa; ma tale libertà incontrava un limite invalicabile espresso nella parte conclusiva del testo, in cui si dice:
sed si alias cum alio contrahi vetuit continua variatione, danda est omnibus adversus eum actio: neque enim decipi debent contrahentes.
Qualora infatti una continua variazione dei divieti e permessi di contrarre con l'institore ( sed si alias �C continua variatione ) avesse occasionato una situazione di incertezza nei terzi contraenti circa i suoi poteri, essi trovavano puntualmente tutela mediante la concessione dell'azione institoria contro il preponente ( danda est omnibus adversus eum actio ), con fondamento sulla ratio neque decipi debent contrahentes .
Questa disposizione, che il giurista enuncia con riferimento alle modalità della preposizione indicate sopra sub d) ed e) , è, a mio avviso, applicabile anche ad ogni continua variatio delle eventuali “condizioni generali”, quali quelle sub a), b) e c) , a cui doveva uniformarsi la contrattazione con l'institore, proprio in virtù della ratio di non ingannare i terzi contraenti, espressa in chiusura del paragrafo. Essa infatti, come ho altrove sottolineato 12, in quanto incarnazione del principio della buona fede oggettiva, non può che informare di sé l'intera disciplina ora descritta, riequilibrando, da un lato, la posizione di inferiorità di quanti si fossero trovati a contrarre con l'institore per prestazioni compiute dall'impresa, e permettendo, dall'altro, un controllo in sede giurisdizionale della sua effettiva applicazione, grazie all'esercizio dell' actio institoria .
Al contenuto di una preposizione institoria resa conoscibile ai terzi si richiama anche il § 2 di D. 14.3.11, nel quale si sottolinea la sua particolare funzione:
De quo palam proscriptum fuerit, ne cum eo contrahatur, is praepositi loco non habetur: non enim permittendum erit cum institore contrahere, sed si quis nolit contrahi, prohibeat: ceterum qui praeposuit tenebitur ipsa praepositione .
Se fuori della sede dell'impresa sia stato apertamente dato avviso ai terzi di non contrarre con chi opera in essa ( de quo palam �C contrahatur ), questi non si considera preposto ( is praepositi loco non habetur ) e non assume quindi il ruolo di institore. Infatti la preposizione institoria non è diretta ad autorizzare i terzi a contrarre con l'institore, bensì �C eventualmente �C a vietare a certe persone di farlo, qualora il preponente non lo voglia ( non enim permittendum - prohibeat ); in mancanza di un'espressa proibizione in tal senso il preponente sarebbe stato tenuto ipsa praepositione ( ceterum qui praeposuit tenebitur ipsa praepositione ).
Come appare evidente, la preposizione institoria, in quanto atto di conferimento dei poteri di gestione di un'impresa, vincola di per se stessa l'imprenditore per la contrattazione svolta dall'institore in rapporto all'attività di questa. Il compimento della preposizione implica infatti come conseguenza che i terzi possano concludere singoli contratti per le prestazioni fornite dall'impresa senza necessità di espliciti permessi da parte dell'imprenditore medesimo. La praepositio viene dunque a costituire l'elemento centrale su cui si fonda la sua responsabilità, relegando sullo sfondo, se non del tutto assorbendo, almeno all'epoca di Ulpiano, la relazione potestativa pater �C filius o dominus �C servus , che era stata in origine la base del rapporto institor �C preponente 13.
Se confrontiamo poi le affermazioni del § 2 con quelle contenute nel § 5 esaminato in precedenza, ne emerge una disciplina chiara ed armonica sotto il profilo che qui interessa. Se l'imprenditore avesse desiderato precisare più dettagliatamente il proprio ambito di responsabilità derivante dalla praepositio, aveva facoltà di farlo, fissando in essa certe regole per l'esercizio dei poteri di gestione ed indicando clausole da rispettare nella conclusione dei singoli contratti con l'institore in ordine all'oggetto dell'impresa. Un corollario di ciò era dato dal caso in cui avesse voluto escludere taluno da questa attività contrattuale: il divieto doveva allora formalizzarsi nella preposizione stessa, per evitare altrimenti di esservi tenuto, come mettono in luce le parole si quis nolit contrahi - praepositione del § 2 e certam personam possumus prohibere �C permittere del § 5. Un identico regime valeva anche qualora, al contrario, l'imprenditore intendesse ammettere alla contrattazione solo alcuni soggetti o categorie. Mentre infatti un'ammissione generalizzata a contrarre con l'institore sarebbe andata contro la funzione in precedenza vista della preposizione ( non enim permittendum erit cum institore contrahere ), la limitazione dell'ammissione a specifiche persone o categorie rientrava nei poteri imprenditoriali di determinazione delle modalità di esercizio dell'impresa, secondo quanto rilevato nel § 5. Un esempio di ciò si riscontra in D. 14. 3. 17. 4, che tratteremo nel prossimo paragrafo.
Come è evidente da un esame complessivo dei §§ 2 e 5 di D. 14. 3. 11, il commento alle parole edittali praepositus e praeposuerit fornisce ad Ulpiano l'occasione di trattare la configurazione, più o meno ampia e variegata, che nella pratica poteva assumere il contenuto della praepositio in ossequio al principio della libertà di organizzazione dell'impresa, e parallelamente di fissare precisi confini ai poteri di libera configurazione, onde tutelare, attraverso la concessione dell' actio institoria, le ragioni dei terzi contraenti.
I §§ 3 e 4 di D. 14. 3. 11 si occupano invece delle forme di pubblicità della preposizione. Le disposizioni racchiuse in essi sono state già da me brevemente esposte in altra sede 14, senza tuttavia approfondire alcuni punti, che appare invece opportuno considerare ora più attentamente. Nel § 3 Ulpiano riporta:
Proscribere palam sic accipimus claris litteris, unde de plano recte legi possit, ante tabernam scilicet vel ante eum locum in quo negotiatio exercetur, non in loco remoto, sed in evidenti. Litteris utrum Graecis an Latinis? Puto secundum loci condicionem, ne quis cau�Z�g�b��E'