Source: http://www.lavorointernet.org/dimissioni-dal-lavoro/
Timestamp: 2019-09-22 21:04:54+00:00
Document Index: 68761223

Matched Legal Cases: ['art. 1328', 'art. 2094', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 1', 'art. 39']

Le dimissioni sono l’atto con cui un lavoratore dipendente recede unilateralmente dal contratto che lo vincola al datore di lavoro.
Nell’ordinamento italiano, le dimissioni si configurano come una facoltà del lavoratore, che può essere esercitata senza alcun limite, con il solo rispetto dell’obbligo di dare il preavviso previsto dai contratti collettivi.
Le dimissioni consistono in un atto volontario del lavoratore. La volontà del dipendente non deve quindi essere viziata (ad esempio da altrui minacce o raggiri, da errore, da incapacità), pena l’annullabilità dell’atto.
L’atto ha effetto al momento in cui viene a conoscenza del datore di lavoro. Non rileva in alcun modo l’eventuale dissenso del datore. L’eventuale revoca delle dimissioni è efficace, secondo le regole generali (art. 1328 c.c.), solo se è comunicata al datore di lavoro prima che quest’ultimo abbia avuto notizia dell’atto di recesso.
La legge italiana non prevedeva forme particolari per le dimissioni, che potevano, quindi, essere presentate anche oralmente. I requisiti di forma sono, però, spesso dettati dai contratti collettivi, che possono imporre l’onere della forma scritta a tutela del lavoratore.
In presenza di un grave inadempimento del datore di lavoro che rende impossibile la prosecuzione anche solo provvisoria del rapporto (es. mancata osservanza delle norme sulla sicurezza, condotte gravemente lesive dell’onore e della reputazione , reiterato mancato pagamento della retribuzione , ecc.), il lavoratore può dimettersi per giusta causa, senza l’obbligo di dare il preavviso.
Al lavoratore dimissionario per giusta causa spetta l’indennità sostitutiva del preavviso, come se fosse stato licenziato. Egli può inoltre richiedere l’indennità ordinaria di disoccupazione, in quanto il sopravvenuto stato di disoccupato non gli è imputabile.
Il datore di lavoro può favorire le dimissioni del dipendente offrendo un incentivo economico per lasciare il posto di lavoro. Tale condotta è considerata lecita in quanto l’iniziativa del datore di lavoro non priva il lavoratore della sua libertà di scelta.
Le conseguenza giuridiche dei due atti sono però profondamente diverse, specie sotto il profilo della tutela del dipendente. In caso di dimissioni, il lavoratore perde il diritto all’indennità di mancato preavviso (salvo il caso di dimissioni per giusta causa), nonché alla tutela specifica predisposta contro i licenziamenti illegittimi.bInoltre, in caso di dimissioni, si perde anche l’indennità di disoccupazione erogata dall’INPS.
Con il termine di “dimissioni in bianco” ci si riferisce alla pratica, illegale, tesa ad obbligare i neoassunti a firmare una lettera di dimissioni priva di data, contestualmente alla sottoscrizione del contratto di lavoro. Scopo della lettera è quello di allontanare il dipendente senza corrispondere alcuna indennità, e per qualsiasi motivo, essendo palese l’intento ricattatorio da parte del datore di lavoro.
Il lavoratore, passato a tempo indeterminato, al termine del periodo di prova, può inviare al datore tramite lettera raccomandata una diffida dall’utilizzare le dimissioni in bianco firmate. La diffida avrebbe in futuro valore legale di prova per questa pratica illegittima. L’onere probatorio grava, infatti, sul lavoratore, che deve dimostrare di essere stato costretto a firmare delle dimissioni, non di sua spontanea volontà.
Per porre fine a tale pratica, il Parlamento aveva approvato la Legge del 17 ottobre 2007, n. 188, recante Disposizioni in materia di modalità per la risoluzione del contratto di lavoro per dimissioni volontarie della lavoratrice, del lavoratore, nonché del prestatore d’opera e della prestatrice d’opera, su disegno di legge del Governo Prodi II che imponeva l’obbligo di redigere le dimissioni su apposito modello informatico, predisposto e reso disponibile da uffici autorizzati.
Dal 5 marzo 2008 secondo quanto disposto dalla legge predetta e dal relativo Decreto attuattivo del 21 gennaio 2008, del Ministero del Lavoro di concerto con il Ministero per le Riforme e l’Innovazione nella Pubblica Amministrazione (pubblicato sulla G.U. n. 42 del 19 febbraio 2008), la procedura per le dimissioni andava eseguita obbligatoriamente on line sul sito del Ministero del Lavoro, pena la nullità delle dimissioni. I moduli erano gratuiti, contrassegnati da un codice di identificazione progressiva, ed avevano una durata limitata di quindici giorni. Dovevano essere compilati con gli identificativi del datore di lavoro, del dipendente e del contratto di assunzione. Il mancato rispetto della forma prescritta o l’uso di un modello “scaduto” comportava la nullità delle dimissioni. Il codice progressivo, la data validata telematicamente, limitata a soli 15 giorni, assicuravano che non si trattasse di atti sottoscritti tempo prima e utilizzati a discrezione del datore di lavoro. Per comunicare le dimissioni, il lavoratore doveva recarsi personalmente presso un intermediario abilitato dal Ministero del Lavoro, che aveva cura di compilare il modulo on line, vidimarlo con marca temporale tale da renderlo non falsificabile o alterabile, che doveva essere quindi consegnato al datore di lavoro. Gli intermediari individuati dalla legge erano:
i Centri per l’Impiego,
Per questi ultimi due enti era necessaria apposita convenzione, stipulata col Ministero del lavoro.
Successivamente il Ministero del Lavoro aveva esteso a tutti i lavoratori che intendono presentare le dimissioni volontarie “autonomamente”, ovvero senza l’ausilio di uno dei predetti intermediari, la possibilità di registrarsi al Sistema informatico compilando un apposito modulo, ed effettuando le operazioni da soli.
La legge prevedeva che l’obbligo di comunicare le dimissioni attraverso l’utilizzo del predetto modulo ministeriale riguardasse i seguenti soggetti, giuridicamente non erano tutti da considerare “lavoratori“:
lavoratori subordinati, ai sensi dell’art. 2094 del codice civile (compresi i dipendenti della Pubblica amministrazione, lavoratori agricoli, le lavoratrici domestiche, ecc.);
collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto (c.d. co.co.co. o co.co.pro.) ai sensi dell’art. 61, comma 1, D. Lgs. n. 276/2003;
lavoratori con contratti di natura occasionale (c.d. mini co.co.co.), ai sensi dell’art. 61, comma 2, D. Lgs. n. 276/2003;
i soci di cooperative, ai sensi dell’art. 1, comma 3 della legge n. 142/2001.
Nel giugno del 2008 il Governo Berlusconi IV ha abrogato con Decreto Legge n. 112 del 25 giugno 2008, recante Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria, all’art. 39, comma 10, lettera l), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147 del 25 giugno 2008, (conv. nella legge n. 133/2008) la legge n. 188/2007, e quindi l’intera disciplina delle dimissioni on line, con un regresso alla situazione precedente. Pertanto, dal 26 giugno 2008, non è più necessario compilare alcun modulo informatico, ma basteranno le “vecchie” dimissioni, predisposte su qualuque foglio.