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Timestamp: 2020-02-19 05:37:35+00:00
Document Index: 150574539

Matched Legal Cases: ['art. 155', 'art. 78', 'art. 12', 'art,\n1996', 'art, 1996', 'art, 1998']

Ambarabacciccicoccò - I bambini nelle sedute di mediazione familiare - CENTRO COMETE EMPOLI
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Ambarabacciccicoccò. I bambini nelle sedute di mediazione familiare
Per poter trattare della tematica relativa al coinvolgimento dei bambini nelle sedute di
mediazione familiare credo sia essenziale muovere dalla Convenzione internazionale dei
diritti dell’infanzia (Nazioni Unite), che all’articolo 12 dispone:
Gli stati parti della presente convenzione devono assicurare al bambino capace
di formarsi una propria opinione il diritto di esprimerla liberamente e in qualsiasi
materia, dovendosi dare alle opinioni del bambino il giusto peso relativamente alla sua
età e maturità. A tale scopo, in tutti i procedimenti giuridici o amministrativi che
coinvolgono un bambino deve essere offerta l’occasione affinché il bambino venga
udito direttamente o indirettamente per mezzo di un rappresentante o di una apposita
istituzione […].
Se dobbiamo infatti ricordare che la legislazione italiana prevede svariate situazioni in
cui si richiede al minore di esprimere il proprio parere in relazione alla tutela e alla
salvaguardia dei propri diritti- nello specifico mi riferisco ai casi di adozione o affidamenti, in
caso di presunto abbandono, così come in ambito penale-, dobbiamo però precisare che, fino a
poco tempo fa, non era prevista l’audizione del minore nei procedimenti il cui intento fosse la
definizione delle modalità di affido nella separazione e/o nel divorzio.
Oggi invece, come è noto, con la Legge 08.02.2006 n. 54 -entrata in rigore il 16 marzo
2006- il legislatore ha inteso rimodellare la disciplina dell’affidamento dei figli in materia di
separazione. In precedenza, infatti, l’ascolto dei figli minorenni da parte del Giudice non era
contemplato nelle norme sulla separazione, ma era stato introdotto dalla legge sul divorzio,
nella quale era previsto che il Presidente li sentisse, ove lo ritenesse “strettamente necessario,
anche in considerazione della loro età”. Il nuovo art. 155 sexies prevede invece l’ascolto del
minore come uno degli adempimenti del Giudice, che “dispone l’audizione del figlio minore
che abbia compiuto i dodici anni e anche di età inferiore ove capace di discernimento”(1).
Dalla tassativa indicazione della norma, si desume in generale l’esistenza di un obbligo
del Giudice di ascoltare i figli minorenni, escluso solo dalla mancanza della capacità di
discernimento per chi abbia meno di dodici anni, da valutarsi da parte del Giudice assistito da
un ausiliare esperto o se necessario da un CTU.
Le modalità psicologicamente corrette dell’ascolto sono state delineate nel 155 sexies in
un assetto emotivo dell’adulto “empatico e supportivo” fortemente rispettoso del minorenne
ma “libero da affettuosità dolciastre, infantilismi o seduzioni che possono indebolirlo e
rendere più difficoltoso il suo comunicare”.
Psicologa Psicoterapeuta, Mediatore Familiare
Dal punto di vista processuale,l’ascolto del figlio minorenne non può essere assimilato
ad un mezzo di prova: infatti non è finalizzato ad acquisire elementi istruttori, bensì a
garantire al minore il suo diritto ad esprimere i suoi bisogni ed i suoi desideri ed insieme il
suo diritto ad essere informato dal giudice sui termini della controversia in cui è coinvolto in
modo che venga limitata la confusione che può derivare da informazioni parziali ed
interessate, fornite dai genitori in lite fra loro.
Il minore non è testimone nel processo ed il Giudice non può interrogarlo su fatti
specifici riguardanti la vita familiare: se non fosse così il diritto ad essere ascoltato ed
informato su quanto gli sta accadendo si tradurrebbe in un dovere di testimonianza
contraddittorio con la qualità di soggetto massimamente interessato ad ogni decisione che lo
concerne e quindi sostanzialmente parte del giudizio stesso.
La Corte Costituzionale (30.01.2002 n.1) ha affermato infatti che “il minore si
configura come “parte” del procedimento con la necessità del contraddittorio nei suoi
confronti, se del caso previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell’art. 78 CPC”
desumendolo sia dall’art. 12 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo (New York, 1989)
resa esecutiva con la legge 27.05.91 n. 176 sia dalle previsioni della legge n. 149/2001 che,
per quanto non ancora rese esecutive, gli attribuiscono la posizione di parte con diritto di
difesa(2).
A mio avviso l’attuale nuova situazione interroga in modo diretto tutti gli esperti che si
occupano di mediazione familiare, poiché lo scenario giuridico si è ribaltato ed il minore ha
oggi ancor più di prima diritto di parola. Occorre domandarsi infatti se, sul piano della
mediazione, il mediatore familiare debba consentire al bambino di esprimere le proprie
opinioni. Ed in tal caso, in che modo. Inoltre, come evitare di correre il rischio che nel
contesto di mediazione le opinioni del minore vengano modellate secondo la logica che vede i
genitori impegnati nel conflitto. Ed infine, come possiamo impedire che l’ascolto dei bambini
si traduca in un ulteriore momento di sofferenza e sopraffazione.
Ritengo che, al fine di tutelare e promuovere i diritti del bambino, i mediatori familiari
debbano rispondere a queste domande per realizzare concretamente quanto espresso dalla
Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia dell’ONU.
Il dibattito su questo argomento d’altronde, in Italia ha da sempre visto le diverse
Associazioni di Mediatori familiari assumere posizioni molto diverse, evidenziando in alcuni
casi differenze anche tra i membri di una stessa organizzazione. Esistono mediatori che non
incontrano mai i minori, neanche se a chiederlo sono gli stessi genitori (3). A giustificare una
simile scelta, essi pongono l’esigenza di salvaguardare i bambini dal conflitto in atto tra i
genitori. In altre parole, la scelta operata di potenziare le capacità genitoriali, privilegiando la
sola partecipazione degli adulti alla mediazione, si basa sulla presa di coscienza di quanto il
contatto con le istituzioni ed i servizi impegnati nei processi di separazione rappresenti per il
bambino un’esperienza frustrante e violenta, accentuata dalla mancanza di quel filtro naturale
che viene fornito dagli adulti ai bambini in tutti gli altri contesti.
In mediazioni di questo tipo, la rappresentazione del bambino si effettua attraverso i
racconti dei genitori, che, sulla base della propria rappresentazione dei figli, consentono al
mediatore di assumere su di sé la rappresentazione del bambino, permettendogli in questo
modo di riportare l’attenzione dei genitori sul minore, rappresentandogliene i bisogni.
Dalla parte opposta si pone, invece, la posizione di tutti coloro che sostengono il
necessario coinvolgimento dei bambini in sede di mediazione familiare (4). Questi mediatori
ritengono, in contrapposizione con la posizione precedente, che le uniche situazioni in cui
possa ritenersi non necessaria la partecipazione dei minori, siano quelle in cui il grado di
conflittualità tra i genitori è minimo e conseguentemente le descrizioni che essi fanno di
bisogni e caratteristiche dei propri figli è simile. È facilmente intuibile che, questa tipologia di
genitori ha spesso idee concordi sul tipo di accordo che può risultare utile per loro, e che
risulta altamente improbabile che venga fatta richiesta di intervento esterno.
In tutti gli altri casi, si ritiene che la mediazione sia luogo di necessario coinvolgimento
dei figli, poiché rappresenta la dimensione in cui anch’essi possono far emergere i propri
bisogni, desideri, preoccupazioni o paure; in cui possono negoziare essi stessi con i propri
genitori; in cui ricevere un quadro realistico di ciò che sta accadendo alla propria famiglia,
andando al di là delle informazioni confuse e contraddittorie che spesso vengono fornite dai
Inoltre, la partecipazione del bambino e il suo ascolto, rappresenta un potente mezzo di
spostamento dell’attenzione dal conflitto coniugale ai bisogni del bambino stesso. Ed infine,
la presenza del minore può aiutare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi della
mediazione, dal momento che consente al minore stesso di poter assistere agli sforzi di
collaborazione attuati dai genitori, consentendo di rafforzare l’idea di una sorta di
sopravvivenza del sottosistema genitoriale e riducendo il più possibile l’eventualità che al
minore arrivino informazioni contraddittorie o incongrue.
Io condivido pienamente le considerazione che vengono espresse dai mediatori che
supportano la presenza del minore in mediazione, ed in particolar modo la presenza degli
adolescenti, la cui partecipazione è indispensabile per un buon esito del lavoro di mediazione.
Inoltre la mia esperienza come terapeuta familiare in ottica sistemico-relazionale mi permette
di aggiungere ulteriori riflessioni a quelle già delineate.
Ritengo, infatti, che sia da considerarsi alquanto ingenua l’ipotesi che un bambino
tenuto fuori da una pratica di mediazione familiare possa essere preservato dalla conflittualità
in atto tra i propri genitori. I bambini non sono estranei a quanto accade intorno a loro e non
possono, di conseguenza, essere considerati come degli spettatori passivi di ciò che avviene
nella loro famiglia. Tutt’altro, i bambini nelle situazioni di conflitto coniugale giocano ruoli
estremamente attivi. Alcune volte capita che tentino, attraverso affermazioni o comportamenti
sintomatici, di modificare la situazione in atto; altre che provino a proteggere il genitore che
ai loro occhi appare più fragile, cercando di contenere le loro angosce collegate alla
separazione e alla perdita.
Inoltre, coloro che sostengono l’assenza del bambino in fase di mediazione, assegnano
un ruolo estremamente rilevante alle rappresentazioni che i genitori hanno dei propri figli.
Questa capacità di rappresentazione presuppone che i genitori siano competenti in relazione ai
propri figli, competenza che, tuttavia, per quanto stimolata, potrebbe essere inficiata dalle
condizioni conflittuali in cui i genitori si trovano. È indicato, difatti, da grande parte della
letteratura in materia, che una situazione di separazione/divorzio porta con sé una serie di
conseguenze negative, dalle crisi di identità, alle ferite narcisistiche o alle angosce di perdita,
che rendono assai complicato poter esibire con chiarezza le proprie competenze.
Ritengo, tuttavia, che il tentativo di stimolazione nei genitori di competenze genitoriali
non significhi negare i gravi rischi o i gravi danni che possono essere provocati da alcuni
comportamenti dei genitori verso i propri figli.
Inoltre, ritengo che la non partecipazione dei minori alla mediazione familiare, più che
preservare gli stessi dalla conflittualità, incrementi il rischio che questi ricevano informazioni
errate e deformate su quanto sta accadendo alla propria famiglia da parte di terze persone o,
altrimenti, che tentino di riempire il vuoto di informazione e di relazione con le proprie
fantasie. Ugualmente, il rischio che il mediatore venga triangolato dalla coppia dei genitori, a
mio avviso, non si può escludere escludendo il bambino dalla mediazione e lasciando che il
mediatore assuma il ruolo di protettore del minore verso i genitori.
Dal mio punto di vista la questione non consiste nell’ antitesi tra bambini presenti alla
mediazione versus bambini non presenti alla mediazione, quanto nella modalità con cui i
bambini possono partecipare alle sedute di mediazione e con quale scopo vi partecipino.
Accade spesso che in situazioni di conflittualità familiare, i minori, seppur assumendo
in apparenza posizioni che possono risultare chiare, definite e giustificabili razionalmente
verso la situazione stessa, in realtà stiano veicolando messaggi molto più complessi. Questo
accade perché in simili situazioni la differenza tra ciò che viene detto apertamente ed il
messaggio nascosto può apparire con più incisività. Caso tipico sono quei minori che, sebbene
ostentino atteggiamenti di rabbia o di rifiuto, in realtà esprimono delle vere e proprie
dichiarazioni di sofferenza e di impotenza. Ciò comporta, in alcuni casi, dover accettare
l’impotenza del minore o appoggiare l’atteggiamento di difesa esibito, per poter assecondare
la richiesta del minore stesso. Conseguenza di tutto ciò risulta essere il fatto che la presenza
dei bambini alle sedute di mediazione familiare non corrisponde al richiedergli un parere sui
propri genitori, o su quale dei due sia la persona con cui preferiscono vivere. La presenza dei
bambini in mediazione, a mio avviso, dovrebbe essere quindi finalizzata all’apprendimento da
parte dei genitori della situazione psicologica dei figli, al fine di poter svolgere il ruolo al
quale sono chiamati. In questo modo si eviterebbe la classica dicotomia tra il genitore che
sostiene le affermazioni del bambino, e il genitore che invece evidenzia il fatto che il bambino
è strumentalizzato.
Noi mediatori AIMS abbiamo scelto di convocare i bambini al fine di fare emergere i
bisogni ed i vissuti dei bambini in relazione alla competenza genitoriale. Il nostro ruolo
consiste nell’aiutare entrambi i genitori a far emergere i motivi reali che li hanno condotti alla
separazione, per fare arrivare ai bambini informazioni corrette e che non lascino spazio a
dubbi e sensi di colpa. Non si tratta, quindi, di una sostituzione mediatore- genitori quanto di
un percorso congiunto che permetta di compiere le proprie scelte genitoriali tenendo conto dei
bisogni dei figli: in quest’ottica il mediatore deve essere colui che accompagna e orienta.
Questa strategia dovrebbe consentire un allentamento delle difese con la sensazione, nei
genitori, che ogni decisione sia presa personalmente. Allentamento che ha tra le varie
conseguenze positive quella di facilitare la negoziazione facendo emergere, attraverso la
valorizzazione da parte del mediatore delle osservazione di ogni genitore, un ventaglio di
possibilità di azione scaturito dal percorso conoscitivo incentrato sui propri figli.
IL DISEGNO CONGIUNTO E IL LAUSANNE TRIADIC PLAY NELLA MEDIAZIONE
Occorre domandarci quali siano le modalità più adatte per permettere ai mediatori di
comprendere ciò che i bambini stanno esprimendo.
Nelle esperienze portate avanti nel Centro Co.Me.Te. di Empoli, ho cercato di escludere
quelle modalità che prediligono l’uso delle parole, a favore di quelle tecniche che privilegiano
invece l’uso delle immagini e il comportamento non verbale, poiché ho ritenuto che le parole
fossero più facilmente manipolabili e utilizzabili all’interno del conflitto genitoriale.
In linea di massima la mia scelta si è orientata verso la tecnica del disegno congiunto,
tecnica utilizzata da Cigoli, Galimberti e Mombelli in ambito peritale, e adeguatamente
modificata in sede di mediazione.
Si chiede alla famiglia di realizzare insieme un disegno che rappresenti tutto il nucleo,
così come appare allo stato attuale, durante il compimento di una attività. Ognuno può
disegnare il personaggio che preferisce, sé stesso o gli altri, ed in qualsiasi posizione del
foglio. L’unica limitazione prevista è quella relativa al fatto che ogni membro impegnato nel
disegno durante il disegno stesso utilizzi sempre il medesimo colore, in modo da poter
consentire successivamente, al mediatore, una facile identificazione, attraverso il tratto di
colore, dell’ideatore.
Una variante alla tecnica è stata introdotta da Rodolfo de Bernart mediante l’utilizzoper
la realizzazione del disegno congiunto- della lavagna cancellabile(5)
Il vantaggio è quello di assistere ad eventuali cancellature e soprammissioni del disegno
Per contro, al momento della presentazione dell’elaborato ai genitori per i loro
commenti ed estrapolazioni, mentre il disegno congiunto prodotto sul cartaceo è facilmente
esibibile, il disegno su lavagna cancellabile deve essere riproposto mediante la videoregistrazione
effettuata della seduta di mediazione oppure mediante foto digitale del prodotto
In ogni caso la tecnica ideata da Bing nel 1970, ci permette da un lato di individuare
-attraverso l’osservazione effettuata per mezzo della videoregistrazione – le interazioni
familiari esistenti dovute al fatto che i membri si trovano all’interno della stessa stanza,
permettendo così la coesistenza, seppur per mezzo di un artificio, di punti di vista diversi, così
solitamente temuta, ma anche desiderata dai figli; dall’altro di analizzare il contenuto
simbolico del disegno stesso.
Alle due finalità sopraelencate si va ad aggiungere un ulteriore scopo rappresentato dal
tentativo di riuscire a far lavorare tutti i componenti del nucleo familiare su di un unico
obiettivo specifico e per un tempo determinato, condizione questa che le famiglie in conflitto
ritengono di aver perduto da tempo, recuperata in questa particolare dimensione.
L’analisi effettuata dai genitori nella seduta successiva sul disegno realizzato con i
bambini nella seduta precedente, riprendendo i presupposti della tecnica originale, si basa per
quanto riguarda le interazioni ravvisabili durante l’esecuzione, sulle considerazioni relative ai
comportamenti di distanza- vicinanza, all’accessibilità all’altro, alla cooperatività, al ruolo
agito da ciascuno; in relazione invece alle analisi dei significati simbolici del disegno, le
considerazioni effettuate traggono origine dal contenuto della realizzazione e dalle
suggestioni che gli elementi disegnati dai singoli sono in grado di generare nel consulente.
Infine, estremamente rilevante è l’analisi del modo in cui il disegno appare disposto nello
spazio a disposizione. Lo spazio consiste in un unico grande foglio bianco oppure ,come
accade presso l’Istituto di Terapia Familiare di Firenze ed il Centro Co.Me.Te di Empoli, in
una lavagna – modalità privilegiata in quanto capace di valorizzare l’importanza di eventuali
cancellature analizzabili attraverso la videoregistrazione dell’esecuzione ,che viene
successivamente sottoposta ai genitori –, sia che i membri decidano di realizzare lo stesso
disegno, sia che, al contrario, optino per realizzarne ciascuno uno proprio. L’importanza di
questo tipo di analisi consiste nell’elevata significatività che ha l’atteggiamento dei singoli
membri della famiglia, atteggiamento che essi possono realizzare nella propria porzione nel
foglio, allontanandosi o avvicinandosi ad un altro membro, estendendo il disegno fino a
sfiorare il disegno dell’altro, o, addirittura, intervenendo sul disegno altrui.
In sede di mediazione, a tutto ciò si aggiunge l’interesse che la produzione di materiale
familiare ha, nel tentativo, da parte dei genitori, di interrogarsi sui bisogni e sulle esigenze dei
figli. In quest’ottica, in sede di mediazione, l’analisi effettuata sul disegno e le relative
interpretazioni sono ad opera dei genitori, il mediatore rappresenta la guida che conduce alla
formulazione di ipotesi che, in un secondo tempo, potranno supportare le scelte dei genitori.
Altro metodo di indagine è il Gioco triadico di Losanna, elaborato da Elizabeth Fivaz-
Depeursinge e Antoinette Corboz-Warnery .
Le autrici sono partite dall’idea che non fosse sufficiente ricostruire la famiglia
muovendo dalle sole componenti diadiche, motivo questo che le ha portate alla decisione di
osservare la famiglia come insieme, vale a dire come unità, sviluppando in questo modo il
“gioco triadico di Losanna” (LTP, Lausanne Triadic Play).
La prova, che può essere effettivamente considerata un “gioco familiare”, si costituisce
di quattro parti, che ripercorrono una traccia narrativa muovendo da una configurazione del
tipo “due più uno/due”:
1) la madre e il bambino/i che giocano insieme, ed il padre in una posizione
2) il padre e il bambino/i che giocano insieme, e la madre in disparte;
3) i tre/quattro partner, padre, madre e bambino/i che giocano insieme;
4) il bambino/i in posizione periferica, mentre i due genitori parlano insieme.
L’analisi del compito richiesto durante il gioco familiare e le traiettorie della sua
“processualità” sono la chiara dimostrazione che i partner, se vogliono raggiungere lo scopo
del gioco, devono “lavorare insieme”, come una squadra. È facilmente comprensibile come vi
potranno essere molte variazioni e combinazioni che potrebbero discostare da quest’obiettivo
gruppale, sia considerato nel suo insieme – vale a dire come gruppo collaborativo o meno, o
addirittura disorganizzato -, sia rispetto alle numerose variazioni nei vari passaggi.
Per tradizione sistemica il nodo centrale del comportamento umano sono i processi di
interazione sociale che assicurano stabilità e coerenza, e i meccanismi attraverso i quali i
processi si modificano in risposta alle sfide evolutive previste e alle crisi inattese (6).
Pertanto se la domanda che possiamo porci nella clinica è se e come il/i bambino/i
sia/no in grado di gestire i quattro triangoli presenti nell’ interazione con i genitori all’interno
del gioco familiare costruito dalla situazione sperimentale, e come i genitori facilitino o no
questo processo, in mediazione la domanda sarà analoga ma non in chiave diagnostica, bensì
in chiave di produzione di materiale familiare che serve ai genitori per interrogarsi sui bisogni
e le necessità dei figli. Non è quindi “interpretazione” –come avviene in ambito clinico- ma
guida da parte del mediatore che, rivolto ai genitori, li stimolerà a formulare ipotesi che poi
potranno supportare le loro scelte in funzione dei bisogni dei figli.
Il LTP è comunque una tecnica nata in un contesto di ricerca e recentemente applicata
in via sperimentale al contesto delle consulenze tecniche d’ufficio ed alla mediazione.
Una sintesi delle tecniche sviluppate nei contesti di mediazione e già ampliamente
sperimentata, sia in contesti di CTU che di mediazione è il “pacchetto interattivo” messo a
punto da Rodolfo de Bernart (7) e comprendente la richiesta alla famiglia di effettuare, in
successione e sequenzialità:
– gioco: si chiede ai genitori di giocare a turno, sia l’uno che l’altro con il/i
bambino/i. a differenza del LTP, i genitori non sono presenti entrambi nella stanza con il/i
bambino/i ma sono presenti a turno;
– progetto: si chiede ai genitori, a turno, di elaborare un progetto di qualcosa da
fare insieme al/i proprio/i figlio/i, appunto “come genitori e figli”. Anche qui, a differenza del
LTP i genitori sono presenti a turno nella stanza; mentre l’uno elabora il progetto con il/i
bambino/i, l’altro è in sala d’attesa;
– disegno congiunto: le indicazioni sono quelle già presentate, con la variante
dell’uso della lavagna cancellabile anziché del cartaceo.
In ogni caso, la tecnica utilizzata per il coinvolgimento dei bambini nella mediazione
familiare – al di là dello strumento specifico, sia esso Disegno congiunto, Lausanne Triadic
Play o Pacchetto interattivo- prevede quattro fasi:
1. preparazione dell’incontro con i bambini: finalità e necessità, modalità
dell’incontro (il disegno congiunto, il LTP o il pacchetto interattivo), cosa dire
2. l’incontro con tutta la famiglia: colloquio con i bambini, il disegno congiunto,
il LTP o il pacchetto interattivo, breve commento;
3. l’analisi dell’/degli elaborato/i prodotto/i nella seduta precedente da genitori e
figli insieme, con i soli genitori;
4. alla fine della mediazione, quando la fiducia nel mediatore sembra essersi
rinsaldata, i genitori comunicano ai bambini le loro decisioni.
Nell’incontro con i figli, si parla in modo esplicito della separazione e si chiede ai
bambini che cosa essi conoscano della stessa e della mediazione familiare.
Prima di tale incontro genitori e mediatore si preoccupano di stabilire quali argomenti
trattare e in che maniera, molto spesso è proprio in tale sede, in mediazione, che i genitori
comunicano per la prima volta in modo chiaro ai bambini che cosa sta succedendo tra di loro.
Alcuni mediatori forniscono ai genitori indicazioni precise su cosa dire e cosa tacere ai
figli in relazione all’età degli stessi. Personalmente preferisco fare riferimento al setting della
mediazione aiutando i genitori a decidere che cosa dire ai figli ed in che modo dirlo. Le
informazioni riguardano:
a. la separazione dei genitori, ovvero fornire informazioni circa le motivazioni, siano
queste comuni ad entrambi o, in caso contrario, fornendo i due diversi punti di vista;
b. il motivo dell’incontro di mediazione familiare, vale a dire spiegare che la richiesta
di aiuto da parte di un esperto è finalizzata a gestire la separazione tenendo conto
dell’interesse dei figli.
Durante l’incontro si chiede poi ai bambini che cosa abbiano capito di quanto detto. Nel
caso in cui il mediatore percepisse incertezze o confusione in ciò che viene riportato, verrà
dedicato un po’ più di tempo durante l’incontro ad eventuali chiarimenti da parte dei genitori.
Si passa poi alla realizzazione del disegno o del LTP, per procedere infine con un colloquio
nel quale si indaga cosa e come è stato rappresentato o che cosa è avvenuto. Concludendo, si
chiariscono ulteriormente con i genitori le finalità della mediazione, e si stabilisce un
appuntamento per i bambini in cui spiegar loro le decisioni prese dai genitori alla fine del
processo di mediazione. L’incontro che segue avviene alla sola presenza dei genitori, e
rappresenta il momento più importante della tecnica, rappresenta l’analisi condotta insieme,
poiché è il momento in cui si orientano i genitori verso le tematiche rilevanti per i propri figli.
Possiamo affermare che l’abilità del mediatore risiede nella capacità di mantenersi
fedele alle finalità della mediazione, nel non sostituirsi ai genitori nell’analisi del disegno o
delle interazioni, ma anzi nel creare un contesto in cui questi siano impegnati nel compito
comune della ricerca di significati. Tecnicamente ciò che viene richiesto da parte del
mediatore è relativo a quali siano gli aspetti e le modalità del disegno o quali siano gli aspetti
e le modalità delle interazioni realizzate dai propri figli che maggiormente colpiscono la loro
attenzione, guidandoli attraverso le interpretazioni e le ipotesi avanzate verso una riflessione
relativa ai bisogni dei bambini. Risultato finale sarà un ventaglio di conoscenze attribuibili
alla coppia di genitori e non ai singoli, utili nel momento delle scelte. Infine il mediatore
attuerà la sintesi delle considerazioni emerse, evidenziando le eventuali arie di rischio e le
risorse, incitando i genitori a tenerle in considerazione al momento della ratifica degli accordi.
Primo caso: Simone e Gabriella:
Simone, 35 anni, commerciante, e Gabriella, 34 anni, impiegata, si presentano per
chiedere una mediazione familiare in fase di separazione.
È Simone che prende l’appuntamento ed è lui che desidera fortemente e subito la
separazione, nonostante non ci siano altre storie affettive in corso.
Fin dall’analisi della domanda, appare come per Gabriella “l’orologio della
separazione” sia indietro anni – luce rispetto alla posizione di Simone.
Il contratto prevede un obbiettivo: l’affidamento dei figli e il diritto di visita per il
coniuge non affidatario.
Dai colloqui di coppia emerge come per Simone sia intollerabile proseguire la
convivenza con Gabriella “.. tutta dedita alle cene, agli amici, alle spese per mantenere un
tenore di vita che obbliga a lavorare molto ed a stare poco con i figli (…) e poi non sopporto
che prima litighi con suo padre, mi tiri dentro e mi faccia assumere posizioni dure e poi la
Domenica dopo voglia andarci a pranzo insieme.”
Simone, primogenito del fondatore della ditta nella quale egli stesso lavora, porta un
vissuto abbandonico in età infantile, con entrambi i genitori dediti alla fondazione
dell’azienda ed una sua precoce adultizzazione in funzione dell’accudimento di sé stesso e del
fratello, minore di quattro anni.
Gabriella sottolinea ripetutamente di non capire “che cosa non va, siamo felici,
possiamo permetterci tutto quello che vogliamo, i bambini stanno bene. Non capisco cosa
Gabriella porta in seduta un vissuto infantile di violenza fisica subita, con la madre e le
due sorelle maggiori (rispettivamente di tre ed un anno), ad opera del padre.
Il “subire” e il “non poter fare ciò che desidera” sono tematiche che ricorrono
costantemente nell’arco dei due colloqui individuali che la vedono protagonista. La
convocazione dei bambini in mediazione avviene mediante l’utilizzo del disegno congiunto.
· una posizione di grandissima vicinanza di Elisa al padre e di Edoardo alla
· il dolore e la preoccupazione di Simone per i figli e la sua contemporanea
impossibilità a rimanere sposato con Gabriella;
· la rabbia di Gabriella riguardo alla decisione di Simone e la sua tendenza ad
“accaparrarsi” i figli quale ultima chance per tenere Simone.
Il lavoro di negoziazione è lungo e difficile, a tratti sembra interrompersi per
l’indisponibilità di Gabriella alle richieste di Simone relative ai figli.
La delusione di Simone è grande. Lui aveva sposato Gabriella con l’intento di
“salvarla” dalla sua famiglia di origine e di accudirla e proteggerla, per creare con lei una
famiglia dove i figli fossero al centro e, data la positiva situazione economica, non ci fossero
né litigi (per soldi o per conflitti relativi alle scelte per le priorità familiari), né scarsa cura dei
Gabriella è stata a lungo “cieca” alle richieste di Simone, non ha compreso quanto lui le
domandava, né ha risolto il conflitto con il padre, per il quale ha tirato ripetutamente in causa
Simone in sua difesa, per poi sconfermare le posizioni nette che Simone assumeva a nome di
L’intensa vita sociale sembra essere per Gabriella una sorte di “giostra” riparatrice, sulla
quale lei, Simone e i bambini possono salire e scendere a piacimento e rispetto alla quale
possono decidere di prendere ciò che vogliono. ”Poter fare ciò che vuole”, “non subire” e
confliggere/colludere con il padre sono gli aspetti predominanti che porta Gabriella.
La fase della definizione degli accordi giunge con due sedute “di ritardo” rispetto al
protocollo standard del processo di mediazione.
Tanto tempo è occorso per aiutare Simone ad esplicitare i significati sottesi alla fine del
matrimonio e per aiutare Gabriella ad esprime prima la sua rabbia per Simone e poi il suo
timore di perdere, con il marito, anche i figli.
L’accordo raggiunto prevede l’affidamento congiunto dei bambini, con domicilio presso
la madre, che rimane a vivere nella casa coniugale.
Il diritto di visita prevede che il padre – che è tornato a vivere con la sua famiglia
d’origine, nella stessa città dove vivono i bambini – prenda
Con sé i figli a fine settimana alterni, dalle 16.30 del Venerdì, all’uscita da scuola, sino
alle 21 della Domenica sera, e, alternativamente, due o tre pomeriggi la settimana, dalle
16.30, all’uscita da scuola, sino alle 21.00.
Le vacanze di Natale e quelle di Pasqua sono ripartite a metà tra i genitori e
comprendono i giorni di Natale e Pasqua ad anni alterni.
Le vacanze estive prevedono due settimane consecutive da trascorre con ciascun
Il giorno del compleanno prevede la realizzazione di una festa con gli amici dei
bambini, festa alla quale parteciperanno insieme entrambe i genitori.
Dall’accordo raggiunto si evidenzia come a prevalere sia stata l’attenzione per i bisogni
di Elisa e di Edoardo.
La natura fragile che caratterizza la coppia rende la separazione ed il divorzio un evento
possibile, che può accadere nella storia coniugale.
Questo però non significa ritenere che il passaggio possa essere considerato al pari di
qualsiasi altro passaggio del ciclo vitale della famiglia.
Non è infatti possibile “normalizzare” ciò che è fonte di dolore e di rischio per le
persone coinvolte e per la relazione tra le generazioni.
Ogni cambiamento, soprattutto se generato da una perdita, produce disorganizzazione e
sofferenza, coinvolgendo l’insieme delle relazioni nelle quali la persona è inserita.
A quale obiettivo devono tendere i genitori che si separano per assolvere ai compiti di
sviluppo che competono loro?
L’obiettivo fondamentale di questo passaggio è, per i genitori, affrontare la fine del
patto portando in salvo il legame, per sé stessi, riconoscendosi comunque degni di legami, e
per i figli (8).
Significa, in pratica, cercare e riconoscere, accanto a ciò che è stato fonte di dolore e
d’ingiustizia , quello che di buono e di giusto è stato vissuto nella relazione: anche se questo
legame è fallito, è valsa la pena di viverlo e vale la pena, nella vita, spendere energie e cure
Finché questo percorso non è stato compiuto, Gabriella non ha potuto alzare lo sguardo
dalla sua “pancia” per vedere i bisogni dei propri figli, né Simone ha potuto accettare il peso
della decisione che stava prendendo.
Dal contratto di mediazione in avanti, Simone e Gabriella saranno impegnati nella
ristrutturazione dei confini, nella definizione della relazione genitore/figli e nel garantire a
questi ultimi accesso all’altro genitore.
Sarà soltanto la legittimazione reciproca di Simone e Gabriella e delle loro stirpi (9), al
di là dei limiti propri di ciascuno, a garantire ad Elisa ed Edoardo il giusto confine ed a
rilanciare per loro – oltre che per Simone e Gabriella – la fiducia e la speranza nel legame.
Marco, 37 anni, commerciante, e Rosanna, 35 anni, impiegata, si presentano per
È Rosanna che chiede l’appuntamento, anche se è Marco che desidera la separazione.
Dall’analisi della domanda emerge la determinazione di Marco a chiedere la
separazione ed il timore di Rosanna ad affrontarla, per sé stessa ma, prevalentemente, per il
loro figlio Davide, di tre anni.
La definizione del contratto prevede due obbiettivi: l’affidamento del figlio e il diritto di
visita del genitore non affidatario e l’assegnazione della casa coniugale.
Marco, figlio unico di una famiglia benestante, ha faticato molto a raggiungere
autonomia emotiva ed affettiva della sua famiglia.
Lavora nell’azienda della famiglia ma ha acquistato la casa coniugale esclusivamente
con i proventi del suo lavoro.
Ha lasciato la “fidanzata storica”, scelta/imposta dai genitori, ed ha sposato Rosanna,
figlia di immigrati siciliani trasferitisi a Torino a fine anni ’50, conosciuta appunto a Torino
nel corso di un viaggio di lavoro.
La faticosa conquista dell’autonomia e il fuggire da richieste emotive ed affettive
ritenute eccessive sono i temi che porta Marco.
La richiesta di separazione che egli formula nasce proprio dall’eccesso di richieste
formulate da Rosanna, che alla lunga hanno minato il rapporto.
“Era bella, vitale, sicura di sé…questo mi è piaciuto di lei…mi ha portato in giro per
Torino e per l’Europa come una sherpa e poi ha iniziato a diventare sempre più ansiosa,
insicura, ossessiva.”
Rosanna porta un vissuto di figlia di immigrati oggi ben integrati nel tessuto sociale
torinese ma che quando lei e, soprattutto, le sorelle – maggiori rispettivamente di 9 e 7 anni –
erano piccole, hanno vissuto non poche difficoltà di accettazione.
Il padre, operaio alla FIAT, ha sempre mantenuto contatti con la Sicilia e con gli usi ed i
costumi dell’isola (festa di Santa Rosalia; il rigore nell’ abbigliamento e nelle movenze della
moglie e delle figlie; ecc.); la moglie e le figlie – ed in particolare la figlia Rosanna -, hanno
operato una sorta di scisma rispetto alla cultura di appartenenza.
Rosanna porta il dolore che ancora le provoca questo ricordo e la forte preoccupazione
che ha per Davide, che dovrà affrontare a sua volta un evento del genere.
Dice di aver sposato in Marco l’uomo libero e tollerante, che apprezzava la sua
autonomia e che l’avrebbe portata via dalla famiglia di sole donne in cui viveva.
La venuta di Davide in mediazione permette, mediante l’uso del protocollo di Fivaz,:
· di rilevare la confusione che egli ha rispetto alla situazione dei genitori (il
padre vive già fuori casa ma a Davide ha detto che è via per motivi di lavoro)
· di aiutare i genitori a comunicare a Davide la notizia della separazione ed i
motivi che la sottendono;
· ad aiutare Davide ad esprimere la paura di essere la causa della separazione;
· di rassicurare Davide rispetto al suo timore.
La fase della negoziazione vede al centro la difficoltà di Marco di lasciare a Rosanna e
Davide la casa coniugale, per lui simbolo di libertà faticosamente conquistata e di autonomia;
mentre per Rosanna il tema dell’affidamento esclusivo di Davide sembra essere non trattabile.
Marco aveva sposato in Rosanna la sua sicurezza e la sua autonomia, non aveva
compreso le richieste di riconoscimento e rassicurazione affettiva sottostanti alla posizione
della moglie, soprattutto dopo la nascita di Davide.
Rosanna non poteva attingere alla propria madre, rimasta a Torino, né alle proprie
sorelle, sempre abitanti a Torino: quando è venuta via per sposare Marco, loro non sono state
d’accordo, ed i rapporti tra Rosanna e le donne della sua famiglia di origine si sono molto
raffreddati nel tempo.
Non poteva chiedere aiuto alla suocera perché Marco “regolava con il contagocce” i
rapporti con la sua famiglia. Poteva chiedere soltanto a Marco e lo ha fatto; più lei chiedeva,
più lui si spaventava e prendeva le distanze.
Il raggiungimento degli accordi sopraggiunge dopo aver esplicitato i significati che
sottintendono gli oggetti del contendere (la perdita della casa per Marco, sinonimo di perdite
dell’autonomia; l’affidamento congiunto per Rosanna, sinonimo di un non riconoscimento
delle sue capacità di buona madre, che ha invece bisogno di altri per essere adeguata rispetto
al figlio “in tutte le separazioni, i bambini sono affidati alla mamma…cosa ho io che non va
bene? Perché non può essere affidato solo a me?”)
L’accordo prevede l’affidamento congiunto di Davide, con domicilio prevalente presso
la madre, che rimane a vivere, con il figlio, nella casa coniugale.
Il padre, che già vive fuori casa, in un appartamento in affitto, potrà tenere presso di sé
il figlio a fine settimana alterni, dalle 16.30 del Venerdì, all’uscita dalla scuola, fino alla ore
19.00 della Domenica.
Le vacanze natalizie e pasquali prevedono il giorno di Natale e di Pasqua da trascorre
con l’uno e con l’altro genitore, ad anni alterni.
Le vacanze estive prevedono due settimane da trascorre con l’uno e con l’altro genitore,
da frazionare fino al compimento del 6° anno d’età di Davide.
Con l’accordo raggiunto, il lavoro effettuato ha sostenuto Marco e Rosanna
nell’affrontare la fine del patto cercando di portare in salvo il legame.
Tante delle difficoltà manifestate da Rosanna in questa fase possono essere in parte
connesse alle sofferenze che ancora la donna porta dentro di sé, legate al divorzio dei suoi
genitori; dal suo racconto emerge infatti come entrambi i genitori non siano stati in grado di
mettere in atto alcuna forma di collaborazione con l’ex coniuge relativamente all’educazione
delle figlie, né in relazione alla gestione del conflitto coniugale, che è degenerato fino alla
scomparsa del padre, che non ha avuto più contatti con le figlie.
I due colloqui effettuati con Rosanna in presenza di Marco l’hanno aiutata a
comprendere come il peso che grava questa fase della sua vita sia in parte originato dalla
rottura di un altro legame e come non debba essere confuso con la situazione attuale.
Per Mario invece comprendere il significato sotteso alla proprietà della casa coniugale è
stato chiave di svincolo per uscire dall’IMPASSE nella quale la coppia era bloccata.
Quando Marco ha compreso come, consentendo a Rosanna ed a Davide di rimanere
nella casa coniugale, mentre lui doveva lasciarla, non significava perdere l’autonomia tanto
faticosamente conquistata, bensì rinsaldarla, riuscendo ad anteporre il bisogno di continuità e
di stabilità del figlio al proprio, è stato possibile raggiungere l’accordo.
Dalla lettura dei due casi presentati si deduce la complessità, ed al contempo la
necessità, di chiedere un processo di mediazione in fase di separazione e di divorzio e di
includere nel processo di mediazione la partecipazione dei bambini.
In tutti e due i casi, senza l’effettuazione dei colloqui in chiave trigenerazionale non
sarebbe stato possibile comprendere il significato dell’oggetto del contendere, né avviare le
coppie ad una rilettura della loro storia ed alla rielaborazione della fine; senza l’inclusione dei
bambini non sarebbe stato possibile aiutare i genitori a comprendere le necessità ed i bisogni
Nei due casi, il processo di mediazione ha permesso a Simone e Gabriella ed a Marco e
· trattare la fine del patto, rielaborandola;
· impegnarsi nella gestione del conflitto coniugale, ridefinendo i confini
coniugali e familiari;
· pensare a forme di collaborazione con l’ex coniuge, per garantire ad entrambi
l’esercizio della funzione genitoriale;
· consentire ai figli/al figlio l’accesso all’altro genitore ed alla storia della sua
È stato infatti possibile avviare il processo che, dalla frattura del patto, poteva condurre
al rilancio della generatività (10).
È infatti la legittimazione reciproca dei genitori e delle loro stirpi che garantisce ai figli
il giusto confine e rilancia la fiducia e la speranza nel legame: è soltanto muovendo da esso,
esplorando i simboli ed i significati che li sottendono, che è possibile sostenere il
cambiamento che conduce al suo rilancio.
(1) Bergonzi Perrone, 2006.
(2) Ceccarelli, “L’ascolto del minore nei procedimenti di separazione divorzio”.
(3) Bernardini, 1994, 1995, 1997,1999; Bernardini & Scaparro, 1994; Bernardini
& De Pace, 1996; Mattavelli, 1994.
(4) Bassoli, Mariotti e Frison, 2000; Bassoli, 1999; Busso, 1997; De Bernart,
1996,1997a; De Bernart, 1996, 1997b; Mazzei, 2002; Mazzei, 2001; Mazzei &
De Bernart, 1998.
(5) De Bernart, Francini, Mazzei, Pappalardo, 1999.
(6) Minuchin, 1974.
(7) De Bernart, Francini, Mazzei, Pappalardo, 1999.
(8) Cigoli, 1999.
(9) Scabini e Cigoli, 2000.
(10) Cigoli, 1998.
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Ambarabacciccicoccò – Articolo rivista
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