Source: https://www.insic.it/Giurisprudenza/79074
Timestamp: 2018-09-21 11:59:30+00:00
Document Index: 15184485

Matched Legal Cases: ['art. 198', 'art. 184', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1460', 'art. 11']

T.A.R. Puglia Lecce Sez. II, Sent....
"Il rifiuto assimilato rappresenta quella tipologia di rifiuto che, nonostante sia stato prodotto da un'attività economica, viene assimilato al rifiuto urbano con apposita deliberazione comunale: in questo modo, l'ente apporta una trasformazione nel rifiuto che da speciale diventa rifiuto urbano, che così è conferibile al servizio comunale, rientra nella privativa dell'ente ed è soggetto a tassazione.
La Confesercenti ha impugnato una delibera comunale con la quale è stato approvato il regolamento recante norme per effettuare l'assimilazione ai rifiuti urbani dei rifiuti speciali: secondo l'associazione l'Amministrazione avrebbe erroneamente assimilato una serie di rifiuti sia sotto l'aspetto quantitativo e sotto l'aspetto qualitativo.
Il TAR di Lecce ricorda che l'art. 198 del TUA stabilisce che gli enti devono concorrere alla gestione dei rifiuti limitatamente ai rifiuti urbani e possono estendere tale diritto attraverso il potere dell'assimilazione di un rifiuto speciale non pericoloso prodotto dalle utenze non domestiche, trasformandolo, in urbano.
Classificare il rifiuto considerando "chi lo ha prodotto", implica che:
- il rifiuto generato dalle utenze domestiche deve essere classificato rifiuto urbano, ed indipendentemente dalla composizione merceologica e dalla quantità prodotta, lo stesso rientra nella privativa dell'ente e soggetto a tassazione, mentre
- il rifiuto che viene prodotto dalle utenze non domestiche è classificato come rifiuto speciale al cui smaltimento i produttori devono provvedere autonomamente attraverso l'utilizzo di ditte specializzate nel settore.
Il rifiuto assimilato rappresenta quella tipologia di rifiuto che, nonostante sia stato prodotto da un'attività economica, e nonostante non rientri nell'elenco di cui all' art. 184, comma 2, del D.Lgs. n. 152 del 2006, è stato assimilato al rifiuto urbano con apposita deliberazione comunale, che apporta una trasformazione nel rifiuto, il quale da speciale, diviene urbano, e quindi conferibile al servizio comunale e rientrante nella privativa dell'ente e, pertanto, soggetto a tassazione.
Il potere comunale di assimilazione dei rifiuti speciali a quelli urbani trova la sua fonte primaria nelle norme dettate dal Testo unico dell'ambiente, mentre le norme tributarie che riguardano i rifiuti speciali assimilati disciplinano il prelievo connesso a questa speciale categoria di rifiuti, una volta assimilati."
(a cura di A.Quaranta)
sul ricorso numero di registro generale 2380 del 2015, proposto da:
V.G., rappresentato e difeso dall'avvocato Giovanni Gabellone C.F. (...), con domicilio eletto presso il suo studio in Lecce, via Corte dei Lubelli, 1;
Comune di Veglie, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Ernesto Sticchi Damiani C.F. (...), con domicilio eletto presso il suo studio in Lecce, via 95 Rgt Fanteria, 9;
dell'inadempimento della concessione-contratto avente ad oggetto il box n. 8 sito in Veglie, alla Via Mameli, nella struttura del mercato coperto comunale e del successivo contratto di concessione in uso del box n. 2, stipulato in data 15.12.1997;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Veglie;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 16 novembre 2016 la dott.ssa Claudia Lattanzi e uditi l'avv. A. Milli, in sostituzione dell'avv. G. Gabellone, per il ricorrente, e il prof. avv. E. Sticchi Damiani per il Comune;
Il ricorrente ha chiesto che venisse accertato l'inadempimento del comune di Veglie della concessione-contratto avente ad oggetto il box n. 8 sito in Veglie, nella struttura mercato coperto comunale e del successivo contratto di concessione in uso del box n. 2 stipulato il 15 dicembre 1997 con conseguente condanna del Comune al risarcimento dei danni.
In particolare, con atto di cessione del 13 gennaio 1993 il ricorrente ha acquistato dal sig. D. l'attività commerciale di macelleria che quest'ultimo esercitava presso il box n. 8 del mercato comunale coperto, per l'importo di Euro 8.000.000.
Il Comune con nota del 5 aprile 1994, ha invitato gli operatori commerciali che operavano all'interno del mercato coperto a trasferire la propria sede a far data dal 1 giugno 1994 al fine di consentire la realizzazione dei lavori di risistemazione di detta struttura.
Con ordinanza del 25 novembre 1994, il Sindaco ha ordinato ai concessionari dei box di provvedere alla rimozione delle suppellettili e delle attrezzature lasciate in deposito presso i rispettivi box, al fine di consentire l'esecuzione dei lavori di risistemazione, entro 5 giorni dalla notifica, con l'avvertenza che avrebbe provveduto, in caso contrario, d'ufficio con addebito delle spese agli interessati.
Nel mese di dicembre 1994, il Comune ha sgomberato il box assegnato al ricorrente e, con nota del 20 novembre 1996, ha comunicato che la riapertura al pubblico del mercato comunale sarebbe avvenuta nel dicembre dello stesso anno e ha invitato il ricorrente a prendere accordi per la stipula del contratto di concessione del box contrassegnato al n. 2; invito reiterato il 2 dicembre 1997.
In data 15 dicembre 1997 il ricorrente e il Comune hanno stipulato un contratto-concessione del box n. 2.
Il Comune ha riaperto il mercato nel mese di gennaio 1998 provvedendo poi alla chiusura definitiva dello stesso dopo poche settimane, poiché nessun commerciante aveva aderito all'invito del Comune di rientrare nei rispettivi box.
Con atto di citazione del 12 settembre 2009 il ricorrente ha attivato un procedimento giurisdizionale per il risarcimento dei danni davanti al Tribunale di Lecce.
Il Tribunale, con sentenza depositata il 10 febbraio 2011, ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione.
Il ricorrente ha quindi riassunto il giudizio davanti a questo Tribunale, chiedendo la condanna del Comune al risarcimento del danno emergente, quantificato in Euro 25.167,30, di cui Euro 4.130,00 per l'acquisto dell'attività commerciale di macelleria, Euro 20.658,27 quale costo per l'allestimento del box ed Euro 379,03 a titolo di canone versato alle casse comunali per la concessione in uso del box n. 2. Ai fini della determinazione del mancato guadagno, il ricorrente ha fatto riferimento all'art. 11 bis, comma 1, D.L. n. 384 del 1992 che ha istituito la c.d. minimum tax che per il caso in esame era pari a L. 24.000.000 corrispondente a Euro 12.394,96, ritenendo che per la durata di dodici anni - a partire dal 1994, anno di inizio dell'attività, sino al 2005, anno in cui il ricorrente ha intrapreso un'altra attività - il mancato guadagno ammonta a Euro 148.739,52.
Il Comune, con memoria del 14 ottobre 2016, ha eccepito il difetto di giurisdizione di questo Tribunale e comunque la prescrizione del diritto. Nel merito ha rilevato che bisogna distinguere tra le condotte imputate al Comune relative alla fase di ristrutturazione del mercato e quelle successive alla sua riapertura. Per le prime, trattandosi di responsabilità contrattuale, il ricorrente non ha dato prova della colpa del Comune. Per le seconde, la difesa del Comune ha dedotto che la definitiva chiusura della struttura non è imputabile all'ente comunale ma alle scelte imprenditoriali di altri soggetti. Il Comune ha inoltre contestato la quantificazione del danno.
Alla pubblica udienza del 16 ottobre 2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Sono infondate le eccezioni proposte dalla difesa comunale.
1. Anzitutto deve ritenersi la giurisdizione di questo Giudice, posto che ai sensi dell'art. 133, lett. b), c.p.a. rientrano nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi ad oggetto gli atti ed i provvedimenti relativi ai rapporti di concessione di beni pubblici, avendo il giudice amministrativo giurisdizione anche sul rapporto esecutivo e quindi anche sul risarcimento del danno.
È poi da rilevare che secondo giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato, integra un abuso del processo la contestazione della giurisdizione da parte del soggetto che abbia optato per quella giurisdizione e che, seppure soccombente nel merito, sia risultato vittorioso in forza di una pronuncia o di una statuizione proprio sulla questione di giurisdizione (Cons. St., sez. VI, 9 gennaio 2014, n. 585).
La sentenza sopra citata è stata oggetto di esame anche da parte delle Sezioni Unite della Cassazione che, con l'ordinanza n. 21260/2016, hanno sostanzialmente ribadito quanto già ritenuto dal Consiglio di Stato, affermando il seguente principio di diritto "L'attore che abbia incardinato la causa dinanzi ad un giudice e sia rimasto soccombente nel merito non è legittimato a interporre appello contro la sentenza per denunciare il difetto di giurisdizione del giudice da lui prescelto".
Le conclusioni a cui sono pervenuti i due organi giurisdizionali sopra citati possono essere traslate anche in questo caso, posto che il Comune resistente, e quindi la parte che ha proposto l'eccezione di difetto di giurisdizione, aveva proposto la medesima eccezione già nel processo davanti al Tribunale ordinario, che, proprio sulla base dell'eccezione proposta dal Comune, ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione".
Le conclusioni a cui sono pervenuti i due organi giurisdizionali sopra citati possono essere traslate anche in questo caso, posto che il Comune resistente, e quindi la parte che ha proposto l'eccezione di difetto di giurisdizione, aveva proposto la medesima eccezione già nel processo davanti al Tribunale ordinario, che, proprio sulla base dell'eccezione proposta dal Comune, ha dichiarato il proprio difetto di giurisdizione.
2. Parimenti infondata è anche l'eccezione di prescrizione del diritto al risarcimento, con la quale è stato dedotto che le comunicazioni inoltrate dal ricorrente al Comune non contengono i requisiti richiesti ai fini della messa in mora del debitore.
Vero è che la giurisprudenza richiede che "in tema di interruzione della prescrizione, un atto, per avere efficacia interruttiva, deve contenere, oltre alla chiara indicazione del soggetto obbligato (elemento soggettivo), l'esplicitazione di una pretesa e l'intimazione di adempimento, idonea a manifestare l'inequivocabile volontà del titolare di far valere il proprio diritto, con l'effetto di costituire in mora l'obbligato (elemento oggettivo)" (Cass. civ., sez. lav., 25 agosto 2015, n. 17123), ma è vero altresì che è stato condivisibilmente precisato che "Ai fini dell'interruzione della prescrizione è sufficiente la mera comunicazione del fatto costitutivo della pretesa posto che si tratta di atto non soggetto a formule sacramentali, avendo l'esclusivo scopo di portare a conoscenza del debitore la volontà del creditore, chiaramente manifestata, di far valere il proprio diritto" (cass. civ. sez. lav., 25 novembre 2015, n. 24054).
Nel caso in esame, il ricorrente ha più volte diffidato il Comune a riattivare il mercato comunale precisando che in difetto avrebbe proceduto alla tutela dei propri diritti.
In particolare, con una nota del 23 novembre 1995, il legale del ricorrente ha precisato che "... qualora non dovessi ricevere chiarimenti ... su data certa di riapertura del mercato coperto comunale, ... procederò sollecitamente innanzi all'autorità giudiziaria competente per la tutela dei loro diritti ivi compreso il risarcimento del danno provocato"; con successiva comunicazione del 29 maggio 2000, è stato dichiarato che "... ove non dovessi ricevere urgente comunicazione su data certa di riapertura del mercato comunale ... procederò immediatamente innanzi all'autorità giudiziaria competente per la tutela dei loro diritti, ivi compreso il risarcimento dei danni tutti loro provocati"; infine con nota del 3 febbraio 2009, sempre il legale del ricorrente, ha precisato che "... è ferma ed improcrastinabile intenzione dello stesso di procedere nei Vostri confronti per il risarcimento di ogni danno, morale e materiale, procuratogli in seguito alle vicende legate alla succitata struttura ...".
Dalla lettura di queste note è evidente che le diffide avevano tutte gli elementi (soggettivo e oggettivo) necessari al fine di porre in essere atti interruttivi della prescrizione.
3. Nel merito, è da rilevare che la richiesta del ricorrente di risarcimento del danno deve essere inquadrata all'interno della responsabilità contrattuale, come d'altronde rilevato da entrambe le parti, posto che si lamenta il mancato adempimento di un contratto.
In particolare, il ricorrente ritiene che il Comune non ha adempiuto alla propria obbligazione di rendere disponibile il box a lui dato con una concessione-contratto.
Va premesso che l'onere della prova nel caso di responsabilità contrattuale è così distribuito: spetta al creditore che agisce dimostrare il titolo del proprio diritto di credito e al debitore convenuto, a quel punto, dimostrare che esso è in qualche modo stato estinto. Il principio si ribalta ove il debitore eccepisca l'altrui inadempimento, così che egli può limitarsi ad allegare l'altrui inadempimento o inesatto adempimento, incombendo sul creditore dimostrare il contrario.
La ricostruzione è ormai espressione dell'orientamento pacifico, condivisibile e stabile della giurisprudenza di legittimità, per la quale "In tema di prova dell'inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno o per l'adempimento deve provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi poi ad allegare la circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre al debitore convenuto spetta la prova del fatto estintivo dell'altrui pretesa, costituito dall'avvenuto adempimento, ed eguale criterio di riparto dell'onere della prova è applicabile quando è sollevata eccezione di inadempimento ai sensi dell'art. 1460 cod. civ. (risultando, in tal caso, invertiti i ruoli delle parti in lite, poiché il debitore eccipiente si limiterà ad allegare l'altrui inadempimento, ed il creditore dovrà dimostrare il proprio adempimento, ovvero la non ancora intervenuta scadenza dell'obbligazione). Anche quando sia dedotto l'inesatto adempimento dell'obbligazione al creditore istante spetta la mera allegazione dell'inesattezza dell'adempimento, gravando ancora una volta sul debitore la prova dell'esatto adempimento, quale fatto estintivo della propria obbligazione" (Cass. civ. sez. III, 20 gennaio 2015, n. 826).
3.1. Per quanto riguarda i danni richiesti per il ritardo della riapertura del mercato, il ricorrente ha dimostrato il titolo della sua pretesa, essendo documentata e comunque pacifica la concessione-contratto fra le parti, che obbligava il Comune alla prestazione dei servizi oggetto di causa, e cioè a mettere a disposizione del ricorrente il box all'interno del mercato comunale coperto, mentre il Comune non ha fornito alcuna prova dell'esatto adempimento o comunque dell'assenza di colpa nell'inadempimento.
In sostanza, appare pacifico l'inadempimento del Comune, e cioè l'impossibilità del ricorrente di poter usare il box in concessione, non giustificato né in relazione alla lunghezza (circa tre anni) di durata dei lavori, né in relazione alla mancanza di colpa del Comune, con la conseguenza che, in base ai principi sopra enunciati, la domanda di risarcimento, per il periodo sopra precisato, deve essere accolta.
3.2. Diverso è il discorso per quanto riguarda i danni richiesti per il periodo successivo alla riapertura del mercato comunale, avvenuta nel mese di gennaio 1998, in relazione ai quali è da rilevare che risulta incontestato in giudizio che la definitiva chiusura è avvenuta in quanto nessun commerciante aveva aderito all'invito del Comune di riaprire i box, con la conseguenza che non può in alcun modo ritenersi che l'inadempimento sia imputabile al Comune. Infatti, la mancata riapertura del mercato è stata una scelta imprenditoriale dei singoli concessionari dei box che hanno deciso di non partecipare alla riapertura della struttura.
4. In relazione alla quantificazione dei danni devono quindi riconoscersi i danni derivanti dal mancato utilizzo del box nel periodo di ristrutturazione del mercato, mentre non possono riconoscersi i danni derivanti dalla successiva riapertura e chiusura del mercato comunale.
In particolare, non sono risarcibili i costi per l'allestimento del box n. 2 (cioè il nuovo box messo a disposizione a seguito della riapertura del locale) e il canone versato sempre per questo box, posto che, come sopra specificato, la definitiva chiusura del mercato non è imputabile a inadempimento del Comune.
È inoltre da rilevare che, per quanto riguarda i richiesti costi per l'allestimento del box n. 2, questi non sono stati provati, posto che è stato depositato solo un preventivo di spesa, senza aver dato alcuna prova sull'effettivo acquisto e sugli effettivi costi sopportati.
Sono invece da risarcire i costi derivanti dall'acquisto dell'attività commerciale e del mancato guadagno, in quanto il ricorrente non è stato messo in condizione di poter svolgere l'attività in questione per l'inadempimento del Comune.
In relazione a quest'ultima voce di danno (mancato guadagno) si ritiene equo applicare il criterio individuato dal ricorrente e quindi l'art. 11 bis, comma 1, d.l. 19 settembre 1992 n. 384 che ha istituito la c.d. Minimun Tax, che per il caso in esame era pari a L. 24.000.000 annui, pari a Euro 12.394,86.
Questa somma deve essere moltiplicata per tre anni (1995, 1996 e 1997), posto che l'ordinanza con cui è stata ordinata la chiusura del mercato è del 25 novembre 1994 mentre quella di riapertura è del gennaio 1998, con la conseguenza che la somma individuata è pari a Euro 37.184,58.
A questa somma va aggiunta la somma di Euro 4.130,00 spesa dal ricorrente per l'acquisto dell'attività, per un totale di Euro 41.314,58.
Alla somma così individuata devono poi aggiungersi la rivalutazione e gli interessi.
Per i debiti di valore, fra i quali rientra anche quello di risarcimento del danno per inadempimento contrattuale di obbligazioni non pecuniarie, va riconosciuto il cumulo tra la rivalutazione monetaria e gli interessi legali, l'una e gli altri assolvendo a funzioni diverse, giacché la prima mira a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato ponendolo nella condizione in cui si sarebbe trovato se l'inadempimento non si fosse verificato, mentre i secondi hanno natura compensativa. Trattasi, dunque, di due misure compatibili tra loro per cui, sulla somma risultante dalla rivalutazione debbono corrispondersi gli interessi, il cui calcolo va effettuato con riferimento ai singoli momenti in relazione ai quali la somma si incrementa nominalmente, in base agli indici prescelti di rivalutazione monetaria ovvero a un indice medio.
Pertanto la somma individuata di Euro 41.314,58 dovrà essere rivalutata e sulla somma rivalutata dovranno essere applicati gli interessi anno per anno.
4. In conclusione, il ricorso deve essere accolto nei limiti di cui in motivazione.
Le spese possono essere compensate stante la parziale soccombenza.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Seconda definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti di cui in motivazione e, per l'effetto, condanna il Comune al pagamento, a favore del ricorrente della somma di Euro 41.314,58 (quarantunomilatrecentoquattordici/58), la quale dovrà essere rivalutata e sulla somma rivalutata dovranno essere applicati gli interessi anno per anno.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 16 novembre 2016 con l'intervento dei magistrati: