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Timestamp: 2020-08-11 16:03:02+00:00
Document Index: 55011054

Matched Legal Cases: ['art. 648', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 648', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 648', 'art. 3', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 628', 'art. 629', 'art. 625']

Posizioni giurisprudenziali sul reato di autoriciclaggio
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Con l'entrata in vigore il 1° gennaio 2015 della L. 15 dicembre 2014, n. 186, in materia di autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.), le Autorità di vigilanza, le forze di polizia giudiziaria ed i magistrati italiani hanno ampliato lo spettro di reati da perseguire.
Già nel 2015 i tribunali nazionali hanno trattato i casi connessi con il nuovo reato, utilizzando tutti gli accorgimenti che richiede una normativa così penetrante e di nuova applicazione. Infatti, tra i principali dubbi interpretativi sorti inizialmente vi è stato quello della punibilità della condotta criminale per reati "fonte" consumati entro il 31 dicembre 2014. I giudici della Corte Suprema di Cassazione hanno stabilito l'irrilevanza del momento in cui si verifica il reato presupposto e stabiliscono che l'interpretazione corretta debba analizzare se il reato di autoriciclaggio sia stato commesso prima o dopo il 1° gennaio 2015, data di entrata in vigore della L. n. 186/2014. Con tale chiarimento è stata ritenuta impropria l'invocazione del principio giuridico dell'irretroattività della legge penale (art. 2 c.p.).
Corte di Appello di Milano, sentenza del 24 giugno 2015, depositata il 7 luglio 2015, n. 4920
Tutti questi dubbi interpretativi hanno avuto fondamento non solo a livello dottrinario ma anche giurisprudenziale. Infatti, la Corte di Appello di Milano il 24 giugno 2015 aveva emesso la prima sentenza in tema di antiriciclaggio ricordando che l'art. 2 del Codice penale afferma che «nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato». I giudici di Milano, nelle motivazioni depositate il 7 luglio 2015, avevano evidenziato che il reato presupposto e la condotta tenuta dagli imputati – non solo illecita ma delittuosa – erano stati anteriori all'entrata in vigore della nuova normativa sull'autoriciclaggio, risalente al 1° gennaio 2015. Per tale motivo, i magistrati meneghini avevano fatto ricorso ad un antico caposaldo del diritto penale italiano e internazionale ereditato dal diritto romano: «Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali». Peraltro, nella Costituzione repubblicana è stabilito che: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso» (art. 25, co. 1).
Corte di Cassazione, sentenza del 15 dicembre 2015, depositata il 27 gennaio 2016, n. 2376
L'importanza della sentenza della II Sezione Penale della Corte di Cassazione, emessa il 15 dicembre 2015 e depositata il 27 gennaio 2016 col n. 3691, è incentrata sulla distinzione di cosa sia il reato presupposto ed in quale momento si configuri e sia perseguibile il reato di autoriciclaggio (art. 3, co. 3, L. n. 184/2014). Il caso penale giunto all'attenzione dei giudici della Suprema Corte riguardava una dichiarazione infedele ai sensi dell'art. 4 del D.Lgs. n. 74/2000. Il reato presupposto era stato commesso prima dell'entrata in vigore delle norme sull'autoriciclaggio, ma non l'occultamento non colposo che è stato successivo al 1° gennaio 2015. Infatti, l'oggetto della disputa legale riguardava il ricorso per Cassazione avverso al provvedimento di convalida del 7 settembre 2015 emanato dal Tribunale del Riesame di Como. Questo provvedimento era relativo al sequestro dei beni effettuato dalla Guardia di Finanza nel corso di una perquisizione nella residenza di un cittadino italiano, operazione scattata successivamente al pedinamento del medesimo già noto per reati specifici. L'indagato deteneva un ingente ammontare di denaro in contanti di cui non ha saputo motivare la provenienza agli uomini delle Fiamme Gialle. Da ciò e dai sospetti viaggi da e verso la Svizzera, gli inquirenti hanno ipotizzato «la commissione del reato di autoriciclaggio, per avere […] trasferito il denaro in modo da ostacolarne l'identificazione della provenienza quantomeno dal reato di cui all'art. 4 del D.Lgs. n. 74/2000, con riferimento a mobilizzazioni di investimenti non dichiarati e costituiti mediante redditi sottratti a tassazione».
Se è vero che il reato presupposto è stato anteriore all'entrate in vigore della norma sull'antiriciclaggio (art. 3, co. 3, L. n. 186/2004), le attività di occultamento perseguibili a norma dell'art. 648-ter.1 risultano registrabili in data 7 luglio 2015. Quindi, a distanza di sette mesi dall'entrata in vigore della legge. In ogni caso, in merito al ricorso avverso al sequestro convalidato dal Tribunale del Riesame, i giudici della Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza del ricorrente e lo hanno condannato alle spese processuali e di ammenda.
Corte di Cassazione, sentenza del 14 luglio 2016, depositata il 28 luglio 2016, n. 33074
I giudici della Corte Suprema hanno respinto il ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Torino avverso l'ordinanza del G.I.P. del medesimo capoluogo, che aveva adottato le misure cautelari di custodia in carcere e dell'obbligo di presentazione verso due stranieri imputati di furto ed utilizzo abusivo di un bancomat ma non di autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.), come richiesto invece dal P.M. torinese.
Per comprendere il merito è necessario ricordare il fatto. Le fattispecie di reato attribuite ai due stranieri consistevano nel furto di una borsa e nell'utilizzo di una carta bancomat da cui avevano prelevato la somma di 500 euro, che successivamente depositavano in una carta prepagata intestata ad uno dei due. La Corte di Cassazione ha confermato la scelta del G.I.P. di Torino, in quanto nella condotta dei due stranieri non era loro ascrivibile il reato di autoriciclaggio perché la dissimulazione dei profitti illeciti non sussisteva. Infatti, il versare del contante su una carta prepagata non è definibile come un'attività finanziaria. Le attività finanziarie, infatti, sono individuate e disciplinate dal Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385).
Inoltre, il versare in una scheda prepagata intestata a sé stessi del denaro frutto di proventi illeciti non è un'azione di dissimulazione tale da «ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa» (art. 648-ter.1, co. 1, c.p.), né tantomeno un'attività tesa ad impiegare, sostituire, trasferire, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di un delitto presupposto.
Che differenza c'è tra riciclaggio e autoriciclaggio?
Nella Repubblica Italiana il riciclaggio e l'autoriciclaggio sono attività illecite che il Parlamento ha connesso con il verificarsi di un "reato presupposto" o "reato fonte". La fattispecie dell'autoriciclaggio, di cui all'articolo 648-ter.1 del Codice penale, è stata introdotta nell'ordinamento nella versione definitiva, non senza polemiche provenienti da una linea della dottrina italiana, con l'art. 3, co. 3, L. 15 dicembre 2014, n. 186. La norma è entrata in vigore il 1° gennaio 2015. L'obiettivo concreto della normativa è stato quello di prendere adeguate misure per far emergere e rientrare gli ingenti capitali non dichiarati detenuti all'estero nonché per potenziare la lotta all'evasione fiscale in un momento di forte criticità per l'economia italiana e per la sostenibilità dei conti pubblici.
È noto che il reato di riciclaggio, invece, ha una storia più lunga che risale al lontano 1978. Il legislatore dell'epoca, per colpire il fenomeno delittuoso della "sostituzione" di banconote frutto di sequestri a scopo estorsivo a quell'epoca frequenti, aveva varato l'art. 3 D.L. 21 marzo 1978, n. 59, convertito in L. 18 maggio 1978, n. 191. Il provvedimento è stato poi successivamente modificato per meglio fronteggiare anche il fenomeno del traffico internazionale di narcotici.
La differenza tra il riciclaggio e l'autoriciclaggio consiste in chi commette l'opera di occultamento non colposo di: «attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione» del reato presupposto (art. 3, co. 3, L. 186/2014). Nel riciclaggio il reato presupposto viene commesso da una persona distinta rispetto a chi occulta dolosamente il denaro, mentre nell'autoriciclaggio è la medesima persona beneficiaria, sia essa una persona fisica o giuridica.
Quali sono gli elementi distintivi di una pratica non colposa di occultamento?
Sul piano metodologico, le attività di riciclaggio, di natura poliformica, sono in continua metamorfosi per aumentare il numero e la complessità delle transazioni atte a dissimularne la natura delittuosa originaria. Tali attività possono essere classificabili in tre fasi distinte che ne identificano i tratti salienti:
a) il "piazzamento", in inglese "placement", consiste nell'immissione del denaro frutto di proventi illeciti nel circuito legale dell'economia attraverso l'impiego di uno o più conti correnti bancari o postali così da frazionare l'operazione (smurfing), ovvero alla trasformazione del denaro "sporco" in strumenti di pagamento;
b) la "stratificazione", in inglese "layering", è la tecnica fraudolenta volta a dissociare quanto più possibile l'origine illecita del denaro dalle attività lecite frutto del denaro riciclato;
c) la "integrazione", in inglese "integration", concerne l'attività di investimento nell'economia legale dei capitali di origine illecita.
La disciplina repressiva di tali fenomeni criminali determina che in Italia le persone giuridiche, siano esse di diritto civile o di diritto canonico, si debbano uniformare alle disposizioni normative vigenti, le cui fonti del diritto hanno una derivazione sia internazionale che nazionale. Per questo motivo, un amministratore diligente e prudente deve possedere le nozioni basilari sui presidi di controllo e sui sistemi di segnalazione delle transazioni finanziarie che fanno scattare i controlli delle Autorità di vigilanza di settore (art. 1, co. 2 lett. c, D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231: «le autorità preposte, ai sensi della normativa vigente, alla vigilanza o al controllo dei soggetti indicati agli articoli 10, comma 2, dalla lettera a) alla lettera d), 11 e 13, comma 1, lettera a»). Infatti, l'impatto di tali normative presenta una significativa ricaduta sull'amministrazione di un ente già a partire dalla semplice richiesta di apertura di un conto corrente bancario o postale, che può essere respinta qualora non siano rispettati gli obblighi di adeguata verifica della clientela (art. 23 "Obbligo di astensione", D.Lgs. n. 231/2007).
Gli estremi della sanzione penale
L'art. 648-ter.1 del Codice penale che va sotto la denominazione di "autoriciclaggio", introdotto nell'ordinamento con l'art. art. 3, co. 3, L. 186/2014, presenta diversi livelli di punibilità.
La massima pena si trova al primo comma: «Si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5.000 a euro 25.000 a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l'identificazione della loro provenienza delittuosa».
Una pena minore si trova al secondo comma, correlata alla pena del reato presupposto: «Si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 2.500 a euro 12.500 se il denaro, i beni o le altre utilità provengono dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a cinque anni».
Il legislatore ha parificato il dispositivo repressivo del primo comma ai reati previsti dall'art. 416-bis specialmente quelli di tipo associativo: «Si applicano comunque le pene previste dal primo comma se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da un delitto commesso con le condizioni o le finalità di cui all'articolo 7 del Decreto-Legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla Legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni».
La soglia di non punibilità per il reato di autoriciclaggio è stabilita al comma 4: «Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale». Ciò significa che l'impiego di profitti illeciti per scopi personali non è punibile, mentre lo diventa qualora quegli stessi profitti siano reimmessi nel circuito economico, finanziario o imprenditoriale con tecniche dissimulatorie. Infatti, l'assenza di pratiche dissimulatorie nel reimpiegare dei profitti illeciti all'interno del circuito economico, finanziario o imprenditoriale non è perseguibile con le sanzioni penali del reato di autoriciclaggio (Corte di Cassazione, sentenza del 14 luglio, depositata il 28 luglio 2016 col n. 33074).
Gli elementi aggravanti la pena, invece, sono posizionati al comma 5: «La pena è aumentata quando i fatti sono commessi nell'esercizio di un'attività bancaria o finanziaria o di altra attività professionale». Al contrario, le condizioni attenuanti sono precisate nel comma 6: «La pena è diminuita fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l'individuazione dei beni, del denaro e delle altre utilità provenienti dal delitto».
L'elemento particolare dell'art. 648-ter.1 sull'antiriciclaggio è fornito dall'ultimo comma, che fa rinvio alla disciplina della "ricettazione" (art. 648 c.p.). Questo dettato normativo così dispone: «Fuori dei casi di concorso nel reato, chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farle acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da cinquecentosedici euro a diecimilatrecentoventinove euro. La pena è aumentata quando il fatto riguarda denaro o cose provenienti da delitti di rapina aggravata ai sensi dell'art. 628, terzo comma, di estorsione aggravata ai sensi dell'art. 629, secondo comma, ovvero di furto aggravato ai sensi dell'art. 625, primo comma, n. 7-bis. La pena è della reclusione sino a sei anni e della multa sino a cinquecentosedici euro, se il fatto è di particolare tenuità. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l'autore del delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale delitti.