Source: https://www.diritto.it/il-diritto-alla-vita-i-diritti-del-bambino-nato-prematuro/
Timestamp: 2017-09-20 18:11:44+00:00
Document Index: 55833466

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 2', 'sentenza ']

Marzario Margherita, 12 gennaio 2012
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il 22 settembre 2010, ha presentato all’Assemblea Generale dell’Onu la Strategia Globale per la Salute delle Donne e dei Bambini in occasione della quale ha affermato: “È adesso il momento di unire le forze in un impegno congiunto”. L’Italia è stata la prima a dare una risposta a quest’appello con la presentazione, il 21 dicembre 2010, in Senato del “Manifesto dei diritti del bambino prematuro”, frutto dell’impegno di un team multidisciplinare composto da neonatologi, ginecologi e associazioni di genitori. Il Manifesto contiene la “Carta dei diritti del bambino nato prematuro”, un decalogo che, seppure programmatico, rappresenta un importante approdo giuridico non solo per i bambini nati prematuri ma per tutti i bambini e i diritti della persona in generale.
Nell’art. 3 si parla di “genitori”, nell’art. 4 di “famiglia”, di “genitore” e di “nucleo familiare” e nell’art. 5 di “mamma”. Questo significa che sono fondamentali, non solo per il neonato prematuro ma per ogni bambino, la coppia genitoriale, le relazioni familiari, ogni singolo genitore e il corrispondente ruolo. E’ necessario che il bambino venga a contatto col codice materno e con quello paterno sin dalla nascita e che ogni genitore sperimenti, acquisisca il proprio codice e si confronti con quello dell’altro. Mentre in passato si è sempre privilegiata la maternità. La presenza del padre è fondamentale: serve al padre per costruire la sua identità paterna, alla madre e al figlio per avvertire e riconoscere la paternità. “Una madre può diventare tutt’uno con il figlio e a volte si sente confusa e sopraffatta quanto lui dalle emozioni. In questi momenti il padre ha un compito essenziale, che è quello di aiutare la compagna a rimanere se stessa, senza lasciarsi travolgere dalle sensazioni infantili. La può proteggere inserendosi fra lei e il bambino da cui non riesce a staccarsi”1. Se questo è vero sempre, lo è ancor di più nel caso dell’esperienza destabilizzante di una nascita prematura e a rischio. La locuzione “sollievo dal dolore”, che è diversa da “cura del dolore”, e l’altra successiva “cure compassionevoli” indicano che si prende in considerazione la multidimensionalità del dolore che è corrispettiva alla multidimensionalità della persona. L’espressione conclusiva dell’art. 3 “anche nella fase terminale”, e quindi la tutela della vita fino al suo termine, è una chiara risposta negativa al cosiddetto Protocollo di Groningen (Olanda) sull’eutanasia per i neonati del 2004.
La “Carta dei diritti del bambino nato prematuro” pone l’accento, tra l’altro, su temi di grande attualità, quali la dipendenza e il “dependency work”2. La figura del bambino nato pretermine e del figlio in generale è l’archetipo della vulnerabilità, della fragilità (di cui si va riscoprendo il senso antropologico) perché il figlio è colui che ha bisogno della madre e del padre per svilupparsi e per crescere: quella originaria dipendenza è la fonte di ogni forma di autonomia e di realizzazione di sé. La categoria del figlio, inoltre, è assunta come archetipo dei diritti delle persone che accudiscono gli altri; anche questi ultimi sono “figli”, hanno cioè diritto a qualcuno che si prenda cura di loro (si pensi alle difficoltà di molti genitori di bambini nati prematuri che devono allontanarsi dalla loro casa e sede di lavoro per stabilirsi temporaneamente nella sede della struttura ospedaliera adeguata). Questa dipendenza è fondamentale per la nostra umanità, è l’origine dei nostri legami più profondi e la radice di ogni organizzazione sociale umana. La comprensione di questa dipendenza è basilare per il benessere sociale perché essa è il tessuto della solidarietà in senso giuridico (art. 2 Cost.) e per il benessere personale perché dalla cattiva costruzione ed elaborazione di questa dipendenza (si pensi al caso esaminato dei bambini nati prematuri e ai genitori provati da quest’esperienza) possono scaturire le dipendenze patologiche, da quella affettiva alla tossicodipendenza. L’accudire, l’impegno silenzioso e necessario di chi assiste persone non autosufficienti, cosiddetto “dependency work”, dovrebbe avere la stessa dignità, lo stesso valore di qualsiasi altro tipo di lavoro retribuito e dovrebbe essere riconosciuto come tale dal contesto sociale. Tanto il legislatore quanto la società tutta dovrebbero prendere consapevolezza della dipendenza e del “dependency work” e intervenire in maniera adeguata. Si richiede cioè l’umanizzazione del diritto o meglio che il diritto ritorni alla sua vera natura (in latino diritto è “ius” dal verbo “iungo”, congiungere). “Ma il diritto che, accecato dalla necessità di tutela assoluta dell’individuo, nega il rapporto umano, è un non diritto. Al contrario un sistema giuridico che pone al centro della sua tutela la persona, intesa come essere che cerca la vera relazione, è in grado di produrre vero diritto”3 sin dal nascere della persona o addirittura dal suo concepimento (come sembra scorgersi nella sentenza della Corte di Giustizia Europea di Lussemburgo del 18 ottobre 2011 che ha vietato il brevetto di embrioni umani nel procedimento C-34/10).
1 Asha Philips, “I no che aiutano a crescere”, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 47.
2 Sull’argomento si legga Eva Feder Kittay, “La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza”, Vita e Pensiero, Milano, 2010.
3 Francesco Occhetta, “Il potere di servire” in AA.VV. “Le ragioni di Antigone”, Cittadella editrice, Assisi, 2011, p. 64.