Source: http://www.gadit.it/articolo/19087
Timestamp: 2019-02-20 22:13:48+00:00
Document Index: 119303215

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 425', 'art. 595', 'art. 57', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 606', 'art. 178', 'art. 424', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 595', 'sentenza ']

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 29-10-2010) 10-02-2011, n. 4940 Reati commessi a mezzo stampa diffamazione – Gadit
Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 29-10-2010) 10-02-2011, n. 4940 Reati commessi a mezzo stampa diffamazione
Con la sentenza indicata in epigrafe, il GUP del Tribunale di Monza, pronunciando ai sensi dell’art. 425 c.p.p., dichiarava non doversi procedere, con formula perchè il fatto non costituisce reato, nei confronti di M.G. indagato del reato di cui all’art. 595 c.p., commi 1 e 3, perchè quale autore dell’articolo Se la voglia di rigore si ferma sulla soglia di un’aula di un’aula giudiziaria, pubblicato sul quotidiano (OMISSIS), aveva offeso la reputazione di D.S.M., PM intervenuto nel processo a carico di un poliziotto imputato di truffa ed assolto, su conforme richiesta dello stesso PM. Nell’articolo si sosteneva, in sostanza, che, nonostante le iniziative governative volte a stroncare l’assenteismo nella Pubblica Amministrazione, la Giustizia si mostrasse indulgente con un poliziotto assenteista che, posto in malattia, era andato a sciare, ed era stato assolto per insussistenza del fatto. Il G. era indagato per il reato di cui all’art. 57 c.p., in rapporto all’art. 595 c.p., in ragione della qualità di direttore responsabile.
Reputava il giudicante che le espressioni ritenute offensive fossero scriminante dall’esercizio del diritto di critica, sicchè, l’eventuale scopo diffamatorio dell’articolo non ha integrato dal punto di vista strutturale la fattispecie del reato di cui all’art. 595 c.p..
Avverso la decisione anzidetta il difensore della parte civile ha proposto ricorso per cassazione affidato alle ragioni di censura indicate in parte motiva.
1. – Il primo motivo di ricorso deduce violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione all’art. 178 c.p.p., lett. c) e art. 424 c.p.p. per inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità od abnormità.
Denuncia, al riguardo che la decisione del giudice era già predisposta prima della discussione, come si intendeva dall’orario di apertura dell’udienza (ore 12,01) e da quello di chiusura (ore 12,27) risultanti dal verbale (26 minuti avrebbero dovuto essere sufficienti per l’espletamento di tutti i necessari incombenti). Il secondo motivo deduce mancanza e manifesta illogicità di motivazione. Il terzo motivo deduceva l’illegittimità dell’ordinanza del GUP che aveva rigettato la richiesta di autorizzazione alla citazione del responsabile civile L. n. 47 del 1948, ex art. 11, sul rilievo che l’editore aveva responsabilità semmai diretta e non indiretta per fatto altrui tanto in violazione dell’art. 11 della legge sulla stampa che prevede la responsabilità civile solidale del proprietario della pubblicazione e dell’editore.
2. – La prima ragione di doglianza è destituita di fondamento. E’ certamente arbitrario ipotizzare, in base alla mera durata dell’udienza preliminare – peraltro certamente giustificata dall’evidenza della fattispecie in esame, delibabile per tabulas – il pregiudizio del giudicante, che avrebbe già maturato l’esito decisionale prima ancora dello sviluppo del contraddittorio.
Infondata è anche la seconda censura, in quanto non sussistono i denunciati vizi di legittimità. E’ vero, invece, che il GIP ha motivato, con argomentazioni logiche e formalmente corrette, il suo convincimento in ordine all’insussistenza di elementi sufficienti a sostenere l’accusa in dibattimento, tenuto conto della ritenuta insussistenza del fatto-asseritamente lesivo della reputazione della persona offesa, spiegando come le espressioni contenute nell’articolo non avessero valenza denigratoria nei confronti della querelante, che, peraltro, nel giudizio cui si riferivano aveva assolto solo funzioni di PM e, dunque, di organo requirente, pur se aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato. E, ad ogni modo – questa è la ratio deciderteli del provvedimento impugnato – l’ipotetica lesività dell’articolo, quand’anche potesse riferirsi anche alla parte civile, per via della pubblicazione di una sua foto accanto allo stesso, sarebbe scriminata dal diritto di critica, legittimamente esercitato dall’articolista, nel rispetto dei limiti che, secondo consolidato insegnamento di questa Corte regolatrice sono ad esso immanenti.
Anche in ragione di tale considerazione il giudice di merito ha escluso gli estremi del pregiudizio alla reputazione (al di là dell’impropria locuzione secondo cui l’eventuale scopo diffamatorio dell’articolo non ha integrato dal punto di vista strutturale la fattispecie del reato di cui all’art. 595 c.p.), nei termini di un apprezzamento squisitamente di fatto, che, in quanto adeguatamente e logicamente formulato, si sottrae al sindacato di legittimità.
Tale delibazione sostanzia, quindi, il giudizio di insussistenza di elementi sufficienti, univoci e comunque idonei per sostenere l’accusa in un giudizio dibattimentale, nel pieno rispetto, dunque, dei limiti della valutazione prospettica che è demandata al giudice dell’udienza preliminare, ai fini dell’emissione della sentenza di non luogo a procedere. Valutazione che deve risolversi nel rilievo della mancanza di condizioni su cui fondare la prognosi di evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale di prova raccolto (cfr. Cass. sez. 2, 18.3.2008, n. 14034, rv. 239514), in funzione del richiesto giudizio di inutilità del dibattimento.
La terza ragione di censura resta, naturalmente, assorbita dalla rilevata infondatezza delle altre due censure, che hanno, in tutta evidenza, rilievo pregiudiziale.