Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/05/31/la-cassazione-conferma-lorientamento-piu-rigoroso-in-tema-di-prova-liberatoria-nel-reato-di-omesso-versamento-delli-v-a/
Timestamp: 2019-09-22 21:01:17+00:00
Document Index: 13866021

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La Cassazione conferma l’orientamento più rigoroso in tema di prova liberatoria nel reato di omesso versamento dell’I.V.A. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza n. 23796/2019 – depositata il 22.05.2019, che nel decidere sul reato di omesso versamento dell’Iva, ha negato l’applicabilità della scriminante della forza maggiore in caso di crisi finanziaria della società, riconoscendo la volontarietà dell’omissione anche se generata dal mancato incasso dell’Iva esposta nelle fatture rimaste impagate.
La sentenza in commento è interessante per gli operatori del diritto che si occupano a vario titolo della materia della fiscalità di impresa per la chiarezza con cui viene ricostruito lo stretto percorso difensivo che solo può portare alla definizione assolutoria del processo penale.
La Corte di Appello di Ancona confermava la penale responsabilità dell’imputato tratto a giudizio per il reato di cui all’art 10-terd.lgs 74/2000 quale legale rappresentante di una società per avere omesso di versare nel termine di legge l’IVA autoliquidata nell’anno 2010 per un importo pari ad €491.394,00.
Contro la sentenza della Corte distrettuale interponeva ricorso per cassazione il giudicabile articolando plurimi motivi di ricorso impingenti, tra gli altri, il punto della sentenza di appello che aveva ritenuto sussistente l’elemento psicologico del reato in capo al prevenuto.
Di seguito si riportano più significati passaggi della motivazione di interesse per gli operatori di diritto in materia di reati tributari e omesso versamento dell’Iva:
Sulla forza maggiore data l’impossibilità di assolvere al pagamento generata da fatture emesse ma non pagata:
“Successivamente (Sez. 3, n. 3647 del 12/7/2017 (dep. 2018), Botter, Rv. 272073), analizzando le differenze intercorrenti tra il delitto in esame e quello di cui all’art. 10-bis d.lgs. 74/2000, si è osservato che, nel primo reato, a differenza del secondo, le somme da versare all’erario potrebbero non essere nella disponibilità del soggetto passivo di imposta a causa dell’insolvenza del debitore nei cui confronti è stata emessa la fattura, anche se, per quanto riguarda l’imposta sul valore aggiunto, non sempre e non necessariamente la fattura deve essere emessa anteriormente al pagamento del corrispettivo. Viene fatto l’esempio delle prestazioni di servizio, che si considerano normalmente effettuate all’atto del pagamento del corrispettivo stesso (art. 6, comma terzo, d.P.R. n. 633 del 1972), ricordando anche che, nel caso in cui beneficiario delle cessioni di beni o delle prestazioni di servizio sia lo Stato o altro ente pubblico o altro ente indicato dall’art. 6, comma quinto, d.P.R. n. 633 del 1972, la costituzione del rapporto obbligatorio tributario è sempre subordinata al pagamento del corrispettivo, per cui, se la fattura viene emessa anticipatamente, l’immediata esigibilità dell’imposta, a prescindere dal pagamento del dovuto, deriva da una libera scelta dell’autore della cessione/prestazione (art. 6, commi quarto e quinto, d.P.R. n. 633 del 1972). Nella medesima decisione si è quindi affermato che, nel caso in cui l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto sia conseguenza dell’inadempimento altrui, resta ferma la necessità di dover spiegare in modo rigoroso la ragione per la quale la fattura è stata emessa prima del pagamento del corrispettivo. Si tratta di principi che il Collegio condivide ed ai quali intende dare continuità, affermando che il reato di omesso versamento di Iva di cui all’art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000 è punito a titolo di dolo generico ed ai fini dell’esclusione della colpevolezza è irrilevante la crisi di liquidità del debitore alla scadenza del termine fissato per il pagamento, a meno che non venga dimostrato che siano state adottate tutte le iniziative per provvedere alla corresponsione del tributo nonché, nel caso in cui l’omesso versamento dipenda dal mancato incasso dell’IVA per altrui inadempimento, dei motivi che hanno determinato l’emissione della fattura antecedentemente alla ricezione del corrispettivo.”
Sull’elemento psicologico del reato di cui all’art 10-ter d.lgs 74/2000:
“Invero, le Sezioni Unite (Sez. U, n. 37424 del 28/3/2013, Romano, Rv. 25575701) hanno chiarito, con riferimento al delitto in esame, che lo stesso è punibile a titolo di dolo generico e per la sua commissione è sufficiente la coscienza e volontà (che deve investire anche la soglia di punibilità) di non versare all’Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato.La prova del dolo è insita, in genere, nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale emerge quanto è dovuto a titolo di imposta e che deve, quindi, essere saldato o almeno contenuto non oltre la soglia entro il termine lungo previsto.Si è pure stabilito che il debito verso il fisco relativo ai versamenti IVA è collegato al compimento delle operazioni imponibili, sicché, ogni qualvolta il soggetto d’imposta effettua tali operazioni, riscuote già (dall’acquirente del bene o del servizio) l’IVA dovuta e deve, quindi, tenerla accantonata per l’Erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria. L’introduzione della norma penale, precisano ancora le Sezioni Unite, stabilendo nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, estende evidentemente la detta esigenza di organizzazione su scala annuale, con la conseguenza che non può essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza predetta. Tale ultima affermazione è stata successivamente confermata (Sez. 3, n.15416 del 8/1/2014, Tonti, non massimata) ed, in tale occasione, si è anche affermato che ben potrebbero verificarsi casi in cui sia possibile invocare l’assenza del dolo o l’assoluta impossibilità di adempiere all’obbligazione tributaria ed il cui apprezzamento è devoluto al giudice del merito (e, come tale, insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato), ma si è anche aggiunto che sarebbe in ogni caso necessario l’assolvimento degli oneri di allegazione che, per ciò che concerne la crisi di liquidità, devono avere attinenza non soltanto all’aspetto della non imputabilità al sostituto di imposta della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’azienda, ma anche alla circostanza che detta crisi non possa essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso, da parte dell’imprenditore, ad idonee misure da valutarsi in concreto. Segnatamente, è necessaria la prova che il contribuente non sia stato in grado, per cause indipendenti dalla sua volontà, di reperire le necessarie risorse per l’adempimento dell’obbligo tributario nonostante abbia posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, le somme necessarie (veniva richiamata, a tale proposito, Sez. 3, n. 5905 del 9 ottobre 2013, Maffei, non massimata. V. anche Sez. 3, n. 5467 del 5/12/2013 (dep. 2014), Mercutello, Rv. 258055).”
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