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Timestamp: 2020-08-08 15:06:57+00:00
Document Index: 181698167

Matched Legal Cases: ['art. 250', 'art. 256', 'art. 256', 'art. 89', 'art. 250', 'art. 253', 'art. 256', 'art.52', 'art.52', 'art. 52', 'art. 111', 'art.52', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 1', 'e contrario', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ']

Newsletter n. 630 del 19 settembre 2019
Tutto quello che occorre sapere sul Piano di lavoro amianto, dalla normativa ai contenuti. Un esempio pratico in PDF
Fino agli anni ’90 l’amianto ed i materiali contenenti amianto (MCA) sono stati largamente impiegati nel settore delle costruzioni su tutto il territorio nazionale; la loro presenza in opere e strutture realizzate negli anni scorsi, può costituire un pericolo per la salute nel caso in cui sia possibile la dispersione di fibre nell’aria.
Fondamentale è, quindi, la necessità di rimuovere l’amianto ed i materiali contenenti amianto.
L’amianto e la normativa
Solo nel 1992 l’Italia ha bandito l’estrazione e l’uso dell’amianto, classificato come cancerogeno nel 1973; ci sono, tuttavia, numerosi siti industriali e civili ancora da bonificare.
Al riguardo, si segnala che è stato presentato in Senato il ddl n. 778 che prevede di portare a termine il censimento, la segnalazione e la conseguente bonifica dei luoghi di lavoro entro il 2024.
Il Testo unico sulla sicurezza (dlgs n. 81/2008) dedica alla protezione dai rischi connessi all’esposizione all’amianto il capo III del Titolo IX “Sostanze pericolose” e fornisce precise indicazioni sui rischi connessi all’esposizione amianto e sugli obblighi connessi: dà indicazioni al datore di lavoro in merito ai suoi obblighi, ad esempio di predisposizione di uno specifico piano di lavoro nelle attività di demolizione o rimozione dell’amianto.
In particolare il dlgs n.81/2008 prevede:
all’art. 250, comma 1°, che prima dell’inizio di lavori che possano comportare il rischio di esposizione a fibre d’amianto, il datore di lavoro debba presentare una notifica all’organo di vigilanza competente per territorio
all’art. 256, comma 2°, che il datore di lavoro, prima dell’inizio dei lavori, debba predisporre un piano di lavoro. Una copia di tale piano, come indicato al comma 5° dello stesso articolo, deve essere inviato all’organo di vigilanza, almeno 30 giorni prima dell’inizio dei lavori.
Il piano di lavoro, redatto secondo le indicazioni dell’art. 256 del dlgs n. 81/08, è considerato Piano Operativo di Sicurezza (POS) redatto ai sensi dell’art. 89, comma 1°, lettera h) ed all’allegato XV dello stesso dlgs, esclusivamente per l’intervento di bonifica.
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Vediamo nel dettaglio cos’è, i contenuti e come redigerlo.
Se le attività che vengono svolte sono attività di manutenzione che non implicano la rimozione (parziale o totale) dei materiali contenenti amianto, ma che possono comportare su di essi un’azione meccanica (che potrebbe intaccare l’integrità del manufatto e liberare fibre), il datore di lavoro deve presentare all’organo di vigilanza la notifica in conformità a quanto prescritto dall’art. 250 (es. lavori di sovracopertura di lastre in cemento-amianto).
Piano di lavoro con CerTus-AMIANTO
Il programma consente la corretta elaborazione del piano di lavoro amianto da sottoporre agli organi di vigilanza e consente di rispondere con semplicità ai contenuti minimi previsti dalla normativa e consente di ottenere una serie serie di vantaggi, quali:
disporre di un contenitore unico per gestire le misure di prevenzione e i DPI da adottare
avere una guida accurata per la definizione dei contenuti del piano
avere la possibilità di inserire immagini esplicative
avere la certezza di seguire le diverse linee guida (varie ASL, ex ISPESL, etc.)
Il piano di lavoro amianto redatto con CerTus-AMIANTO tiene conto delle indicazioni presenti nel:
dlgs n. 81/2008, artt. 246-264
Linee guida ex ISPESL
“Linee guida alla compilazione del piano di lavoro per la rimozione di materiali contenenti amianto” realizzate dal Servizio Prevenzione e Sicurezza del Lavoro ASL 8 di Cagliari
“Piano di lavoro per la rimozione di coperture in cemento amianto” e “Linee guida” distribuite dall’ASL 13 di Novara
Linee Guida di altre ASL provinciali che hanno dato indicazioni sulla compilazione del Piano di lavoro amianto (sono state analizzate tutte le pubblicazioni ufficiali per fare una selezione organica dei dati richiesti)
Le linee guida per la redazione del Piano di lavoro amianto
Di seguito riportiamo due documenti, dell’ASL Novara e di Cagliari, contenenti delle linee guida per la redazione del Piano di lavoro amianto.
Linee guida ASL Novara
Nelle linee guida sono raccolte:
notizie di carattere generale (ragione sociale ditta esecutrice e committente, nomina del responsabile tecnico con i requisiti posseduti, dati identificativi del luogo, tipo di edificio, durata dei lavori, numero di addetti, tipologia di addetti, …)
indicazioni per l’impresa esecutrice (misure di cui all’art. 253 del Testo Unico, eventuale valutazione del rumore, documentazione relativa all’avvenuta informazione, formazione dei lavoratori, …)
oggetto dei lavori (tipologia di lavoro, tipologia di materiale, condizioni del materiale, zone confinanti con lo stabile oggetto della rimozione, superficie complessiva delle lastre o il peso del materiale da rimuovere, prospetti dello stabile, delle strutture o dei manufatti contenenti amianto, segnalazione e protezione di eventuali aperture presenti sulla copertura, segnalazione di eventuali sottoservizi attivi, eventuale installazione di sottoponti, segnalazione di eventuali ostacoli posti sul pavimento, conformazione della copertura e pendenza, …)
tecniche lavorative (descrizione varie fasi lavorative, individuazione misure preventive e protettive, integrative rispetto a quelle contenute nel PSC, disegno esecutivo di eventuali ponteggi, dati sull’installazione delle opere provvisionali, indicazioni relative all’uso di scale, ponti mobili e reti di protezione, indicazioni relative alle tecniche lavorative, modalità di trasporto delle lastre dal tetto al piano di campagna, protezione della postazione di carico dei materiali sul tetto, …)
misure di protezione dei lavoratori (predisposizione idonea unità di decontaminazione ad uso esclusivo degli addetti, mezzi personali di protezione, iscrizione dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni nell’apposito registro, giudizio d’idoneità degli operatori per la specifica mansione di rimozione amianto, …)
problema dei rifiuti (indicazione del luogo in cui sarà conferito il materiale rimosso per lo smaltimento, nominativo della ditta autorizzata al trasporto dei rifiuti, quantità di materiale e tempo necessario al conferimento in discarica, documentazione di trasporto e smaltimento, …)
altre indicazioni (sicurezza dell’impianto elettrico, dati della ditta che eseguirà i successivi lavori di copertura del tetto, …).
L’art. 256, 4° comma, lettera c), del dlgs n. 81/2008 prevede che il piano di lavoro contenga le informazioni di dettaglio sulla verifica dell’assenza di rischi dovuti all’esposizione all’amianto sul luogo di lavoro al termine dei lavori di bonifica. Tale verifica consiste nel visionare accuratamente l’area di cantiere, per accertare l’assenza di residui di materiale in cemento-amianto. Resta comunque inteso che duranti i lavori di bonifica si dovranno adottare tutte le precauzioni volte ad evitare il danneggiamento dei manufatti interessati e si dovrà provvedere alla periodica pulizia del cantiere e delle zone di lavoro. La verifica verrà effettuata dall’impresa esecutrice
Allegare la documentazione attestante l’avvenuta informazione, formazione dei lavoratori artt. 257 e 258 del dlgs n. 81/2008. Per quanto non espressamente indicato, dovranno essere seguite le disposizioni previste dalla normativa vigente in materia dlgs 81/2008, D.M. 06/09/94, ecc. Dovranno essere rispettate le modalità operative riportate nel piano di lavoro presentato, integrate da eventuali indicazioni rilasciate da questo servizio.
Linee guida ASL Cagliari
Il Servizio Prevenzione e Sicurezza del Lavoro ASL n. 8 di Cagliari ha pubblicato la “Guida alla compilazione del piano di lavoro per la rimozione di materiali contenenti amianto”.
Il documento contiene tutti gli elementi che devono essere riportati nel Piano, ossia:
iscrizione nella categoria dell’Albo nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti
Tipo di lavoro da effettuare e tipo di materiali contenenti amianto su cui si deve intervenire
Indirizzo del cantiere (località, via, numero civico)
posizione ed altezza dei manufatti rispetto al piano di campagna e a superfici strutturali praticabili facilmente e con sicurezza
stima delle dimensioni (superfici, lunghezze) e/o del peso dei manufatti da rimuovere
nel sito e nel locale ove si interviene saranno presenti solo gli addetti alla bonifica
le procedure di incapsulamento preliminare e di rimozione dei manufatti contenenti amianto, comprese le sequenze dei lavori, le tecniche impiegate e le attrezzature che verranno utilizzate; inoltre deve essere precisato
che verranno impiegate pompe a bassa pressione e comunque sistemi che non creino dispersione di fibre
le procedure di movimentazione, raccolta e confinamento, (compresi eventuali sistemi e aree di stoccaggio provvisorio)
i mezzi utilizzati per la movimentazione e il trasporto a terra dei materiali rimossi (nei lavori in quota); inoltre deve essere precisato che:
tutti i materiali contenenti amianto saranno smontati e movimentati in modo da preservarne l’integrità
le modalità di pulizia del sottotetto, se presente, e dell’area di cantiere, prima e dopo i lavori; inoltre deve essere precisato che:
l’effettuazione della pulizia sarà giornaliera e ogni qualvolta sia ritenuta necessaria
si provvederà alla pulizia di eventuali canali di gronda o di altre parti strutturali ove si potrebbero accumulare fibre di amianto
Per l’allestimento del cantiere il piano di lavoro deve contenere informazioni su:
deve risultare dal piano di lavoro che le attrezzature, le opere provvisionali, gli impianti, le apparecchiature che verranno impiegate rispondono alle norme
provvedimenti di difesa e prevenzione contro il pericolo di infortunio, relativi alla sicurezza del lavoro, con particolare riferimento ai rischi di caduta dall’alto
anche per sfondamento di elementi strutturali, ai rischi dovuti alluso di macchine e attrezzature, ai rischi di natura elettrica, ecc.
la mancata adozione di opere provvisionali (ponteggi, ponti su ruote, ponti su cavalletti, passerelle, reti anticaduta, etc.) deve essere giustificata e motivata ed in questo caso dovranno essere indicate le misure alternative previste
provvedimenti per la prevenzione e protezione relativi all’igiene del lavoro, in particolare:
precauzioni previste nel caso di rischi relativi a rumore, vibrazioni, microclima, scarsa illuminazione, presenza di gas e polveri diverse dall’amianto
N.B.: dovrà essere specificato che i teli usati per ricoprire i mobili e/o i pavimenti saranno smaltiti come materiali contenenti amianto.
Esempio di Piano lavoro amianto
Di seguito proponiamo un esempio di Piano lavoro amianto relativo ad un cantiere edile elaborato con il software CerTus-AMIANTO.
Con l’ordinanza n. 22621/2019 la Cassazione interviene in merito ad un ricorso avente ad oggetto il calcolo del compenso di un CTU (Consulente Tecnico di Ufficio) che aveva depositato la relazione tecnica in ritardo, di un giorno, rispetto i termini prefissati dal Giudice Istruttore.
Dopo che un Tribunale aveva liquidato il compenso del CTU veniva presentato un ricorso, da parte di una delle parti, lamentando l’eccessività della liquidazione.
Nello specifico veniva invocava la riduzione di un terzo dell’onorario, in base all’ex art.52 comma 2 del DPR n. 115/2002, essendo stata la relazione depositata in ritardo rispetto alla scadenza indicata dal Giudice.
Ricordiamo che l’art.52 comma 2 del DPR n. 115/2002 prevede che:
Se la prestazione non è completata nel termine originariamente stabilito o entro quello prorogato per fatti sopravvenuti e non imputabili all’ausiliario del magistrato, per gli onorari a tempo non si tiene conto del periodo successivo alla scadenza del termine e gli altri onorari sono ridotti di un terzo.
Il Giudice di primo grado escludeva la riduzione di un terzo (prevista dall’art. 52 comma 2 del DPR n. 115/2002) perché il ritardo nel deposito della relazione era stato di un solo giorno.
La Cassazione chiarisce che si possono distinguere due diverse conseguenze per il ritardo nel deposito della relazione, a seconda che gli onorari siano calcolati a tempo o meno:
Onorari calcolati a tempo – in tali casi non si tiene conto dell’attività svolta dal consulente dopo la scadenza del termine, senza possibilità di applicare l’ulteriore riduzione di un terzo, in quanto in tal modo si introdurrebbe una sanzione non prevista dalla legge
Onorari non calcolati a tempo – si applica la riduzione di un terzo, senza previsione di alcun potere del giudice di graduare la sanzione, né con riferimento al quantum, che il legislatore ha predeterminato, né con riferimento all’entità del ritardo.
Secondo la Cassazione la decurtazione degli onorari in percentuale fissa, in base al DPR n. 115/2002, fissata nella misura di un terzo, costituisce dunque una sanzione tesa a disincentivare comportamenti non virtuosi degli ausiliari del Giudice, dai quali può derivare la dilatazione dei tempi del processo e la lesione del principio del “giusto processo”di cui all’art. 111 della Costituzione.
Se ne ricava che anche in presenza di un ritardo minimo nel deposito della relazione, la detta decurtazione dev’essere applicata nella misura fissata dal legislatore, in assenza di qualsiasi potere discrezionale del giudice circa l’applicazione o l’entità della sanzione di cui all’art.52 del DPR n. 115/2002.
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Con la sentenza n. 22671/2019 la Cassazione boccia un accertamento delle Entrate conseguente ad una revisione massiva delle rendite catastali: il contribuente deve essere messo in grado di capire esattamente su quali presupposti sia stata operata la revisione.
In particolare, i giudici chiariscono che:
L’attribuzione d’ufficio di un nuovo riclassamento impone all’amministrazione di specificare in modo chiaro nell’avviso di accertamento le ragioni della modifica senza alcuna possibilità per l’Ufficio di addurre, in giudizio, cause diverse rispetto a quelle enunciate nell’atto.
Gli immobili in Italia sono registrati al Catasto all’interno di “classi catastali” che ne indicano:
la rendita.
Le classi catastali sono degli indici che esprimono il grado di redditività di un immobile e sono determinati dall’Agenzia delle Entrate al momento della domanda di accatastamento o in caso di variazione urbana.
In base al comma 335 della legge 311/2004, in caso di notevole scostamento tra valore medio di mercato e valore medio catastale, il Comune può chiedere all’Agenzia delle Entrate la revisione parziale del classamento delle unità immobiliari di proprietà privata.
La rendita catastale è il valore in termini economici che l’Agenzia delle Entrate attribuisce ad ogni immobile, terreno o fabbricato: tanto più vale la casa (rendita catastale alta), tanto più si pagano tasse. Sull’immobile vengono, infatti, calcolate le seguenti imposte:
imposte annuali (Imu, Tari, ecc.)
imposte che si versano all’atto dell’acquisto (Iva, imposta di registro, imposta catastale e ipotecaria)
imposte da corrispondere al momento della successione ereditaria.
Con il trasformarsi delle città, le amministrazioni comunali avviano un procedimento di revisione della rendita catastale per adeguare il valore dell’immobile risultante nei registri ufficiali con quello effettivo.
La revisione della rendita catastale deve seguire un procedimento predefinito dalla legge, la cui violazione comporta la nullità dell’atto.
Nella sentenza in esame, la Cassazione analizza come l’amministrazione finanziaria deve procedere prima di ritoccare le rendite immobiliari:la regola generale è quella della trasparenza, l’atto di riclassamento deve chiarire al cittadino il perché dell’aumento del valore dell’immobile.
La vicenda in esame prende avvio dal Comune che aveva operato la revisione catastale di una zona interessata da una consistente rivalutazione del patrimonio immobiliare e della redditività, dovuta anche alla diffusione di numerose attività commerciali.
Esaminata la richiesta del Comune e verificata la sussistenza dei presupposti, l’Agenzia delle Entrate aveva inviato al proprietario dell’immobile un avviso di accertamento, in base alla revisione che aveva portato dalla classe 1 alla classe 5.
La CTR di Roma accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTP di Roma con cui era stato annullato l’avviso di accertamento avente ad oggetto la rideterminazione del classamento da categoria A/10 classe 1 a categoria A/10 classe 5 dell’immobile.
Il proprietario avanza, quindi ricorso in Cassazione.
La questione in esame, a detta degli ermellini, verte su quale debba essere il contenuto motivazionale minimo necessario dell’atto di revisione di classamento delle unità immobiliari.
I giudici hanno infatti spiegato che il presupposto per la revisione è che lo scostamento tra i due valori medi (valore medio di mercato ed il valore medio catastale) sia notevole, cioè almeno il 35%, salve diverse disposizioni comunali.
La rendita catastale di ciascuna unità immobiliare compresa nella microzona “anomala” potrà essere aumentata in misura percentualmente corrispondente a quella necessaria e sufficiente per rendere il rapporto tra il valore medio di mercato ed il valore medio catastale delle unità immobiliari della microzona non superiore per più del 35% rispetto all’analogo rapporto relativo all’insieme delle microzone comunali.
Una volta accertati i presupposti per la revisione, il Comune deve dedurre e provare i parametri, i fattori determinativi ed i criteri per l’applicazione della riclassificazione alla singola unità immobiliare.
Dal momento che le operazioni ed i calcoli effettuati dal Comune non risultavano chiari e sufficientemente motivati, la Cassazione ha accolto il ricorso del privato contro l’accertamento del Fisco.
Con la sentenza n. 5876/2019 del Consiglio di Stato si affronta il caso in cui i grafici della zonizzazione di un PUC/PRG (piano urbanistico comunale, ex piano regolatore) sono in contrasto con le norme tecniche di attuazione.
Un Comune pugliese presentava ricorso dinanzi al Consiglio di Stato, chiedendo la riforma di una sentenza del Tar Puglia concernente il diniego del permesso di costruire per la realizzazione di un hospice.
Secondo il Comune l’opera era in contrasto con la zonizzazione del PUC; secondo i proprietari invece, vi era discordanza tra grafici e norme tecniche dello strumento urbanistico; nello specifico vi sarebbe stato un errore nei grafici relativi alla esatta zona omogenea in cui ricadeva l’immobile.
Due società, con ricorso dinanzi al Tar Puglia, chiedevano l’annullamento del provvedimento del Comune che negava l’attivazione del procedimento semplificato mediante Conferenza dei servizi per la realizzazione di una struttura “hospice” con annessa foresteria ed edificio polifunzionale.
Il Comune riteneva:
l’intervento in contrasto con il contenuto della delibera di Consiglio comunale, i cui allegati grafici qualificano la zona interessata alla costruzione dell’ “hospice” come “verde di rispetto”, con ciò ponendosi in contrasto con le N.T.A. che prevedono una procedura particolare in carenza di piano dei servizi, come nel caso di specie in conseguenza della ridetta incompatibilità.
Il Tar, con apposita sentenza n. 1055/2012, accoglieva il ricorso, condannando il Comune.
In particolare, il giudice di prime cure riteneva:
dirimente il mancato riconoscimento della natura di variante alla delibera del Consiglio comunale, asseritamente ostativa alla realizzazione dell’intervento, posta a base dell’impugnato diniego, che peraltro riporta tale zonizzazione ostativa nelle sole parti grafiche.
Viene, quindi, proposto ricorso al CdS.
L’appello è infondato secondo il Consiglio di Stato, che precisa:
Oggetto della controversia è, appunto, la ritenuta incompatibilità urbanistica di parte dell’intervento, tale da invalidarne la gestione in termini di edilizia convenzionata, in quanto ricadente, secondo la prospettazione del Comune, non tra le “Zone per servizi delle aree produttive”, disciplinate dal richiamato art. 15 delle N.T.A del P.R.G., bensì con destinazione “a verde”, risultante nella rappresentazione grafica del lotto rilevabile dagli allegati alla delibera comunale
Secondo il CdS hanno, quindi, ragione le società proprietarie:
l’errore di campitura effettuato nella rappresentazione grafica in questione, non corrispondente ai contenuti dei vigenti strumenti urbanistici, invocano, in particolare nella memoria da ultimo depositata, la prevalenza attribuibile comunque alla parte narrativa delle scelte, in quanto contenente l’effettiva regolamentazione.
Come affermato infatti dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato, se sussiste una discrasia tra parte normativa e parte grafica delle prescrizioni di Piano regolatore generale, torna infatti pienamente applicabile la regola giuridica per cui occorre dare prevalenza alla prima (cfr. ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 13 gennaio 2015, n. 49).
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La sostituzione dei serramenti esterni è tra gli interventi edilizi maggiormente praticati negli ultimi anni, spinta soprattutto dalle detrazioni fiscali, uno tra i fattori cruciali della ripresa del settore edile in Italia.
Con la risposta all’interpello n. 383 del 16 settembre 2019, l’Agenzia delle Entrate torna sul tema delle detrazioni delle spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e dà il via libera alla possibilità di fruire del bonus ristrutturazione anche per la sostituzione dei serramenti esterni.
Infatti, come avanzato dall’istante, in precedenza tali interventi erano classificati come manutenzione straordinaria e quindi sicuramente detraibili con la normativa vigente sul recupero del patrimonio edilizio.
il dlgs n. 222/2016 (Individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio attività (SCIA), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attività e procedimenti, ai sensi dell’articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124)
il dm 2 marzo 2018 (Approvazione del glossario contenente l’elenco non esaustivo delle principali opere edilizie realizzabili in regime di edilizia libera, ai sensi dell’art. 1, comma 2, decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 222)
Ricordiamo, infatti, che il dlgs 222/2016 ha operato un riordino complessivo dei titoli e degli atti legittimanti gli interventi edilizi, prevedendo un ampliamento di quelli soggetti ad attività completamente libera da parte dei cittadini.
In concomitanza con l’avvio del nuovo anno scolastico Legambiente invia una lettera al neo Governo in cui lancia un allarme sulla sicurezza delle scuole in Italia.
La lettera inizia con alcune premesse:
il 40% degli edifici necessita di interventi di manutenzione urgente
solo il 19% ha verificato la sicurezza dei solai
il 74% è senza mensa
il 56,7% senza trasporto per disabili
Secondo Legambiente urge: “Sbloccare immediatamente i fondi rimasti senza decreto attuativo, per stanziare subito 1,5 miliardi netti per scuole più sicure, nuove ed efficienti”.
Il report di Legambiente sulle scuole
Dai numeri elaborati da Legambiente (su dati Miur e su un’anteprima di Ecosistema Scuola, l’indagine di Legambiente sulla qualità dell’edilizia e dei servizi), risulta che una buona parte degli istituti in Italia necessita di interventi urgenti di manutenzione straordinaria per adeguamento alle norme e per l’eliminazione dei rischi.
Ma la situazione non è la medesima in tutte le aree del Paese. Questa necessità riguarda infatti:
il nord per il 28,8%
il centro per il 41,9%
il sud per il 44,8%
le isole per il 70,9%
una fotografia di un Paese sostanzialmente senza sviluppo, visto che dieci anni fa la media nazionale era del 32,8%, con una percentuale del 21% che riguardava il nord, il 26,4% il centro, il 47,3% il sud e il 40,8% le isole.
Le carenze dal punto di vista strutturale
I dati evidenziano che dal punto di vista strutturale:
in oltre l’80% delle scuole non sono state realizzate indagini per verificare la sicurezza dei solai
oltre il 60% degli istituti non dispone del certificato di agibilità (anche qui con differenze notevoli tra il nord e le isole),
Per quanto riguarda le verifiche di vulnerabilità sismica il 76,2% dei Comuni capoluogo non le ha completate. Situazione che riguarda il 73,5% delle amministrazioni dei capoluoghi del nord, il 71,4% del centro, il 77,8% del sud e il 100% delle isole.
Nel complesso, solo il 22,2% dei Comuni capoluogo in aree con rischio sismicità più alto (le aree 1 e 2) ha realizzato le verifiche di vulnerabilità sismica su tutti gli edifici.
Tra le inadempienti, anche città altamente a rischio come Napoli e Messina che denunciano però di avere necessità di interventi per adeguare le norme ed eliminare i rischi rispettivamente nel 34 e nel 100% dei casi.
I solai, i principali protagonisti dei crolli e degli incidenti avvenuti nelle scuole negli ultimi anni, sono stati oggetto di indagine di controllo solo nel 18,9% degli edifici. Questi controlli hanno riguardato il 24,6% degli istituti del nord, sui quali sono stati effettuati poi interventi di messa in sicurezza per il 22,3% dei casi, il 24,7% del centro con conseguente intervento sul 16%, il 6,4% degli istituti del sud che ha richiesto interventi di messa in sicurezza per il 58,8% dei casi e il 4,1% degli edifici nelle isole con il 73,3% degli interventi.
La carenza dei servizi
In tema di servizi bisogna evidenziare che:
il 74% delle scuole italiane non ha la mensa (manca nel 66,3% degli istituti del nord, nel 65,2% degli istituti del centro, nell’86,5% dei casi al sud e nell’86,2% nelle isole)
nel 57,6% delle scuole non c’è servizio di trasporto per gli alunni disabili (manca al nord nel 58,3% degli istituti, al centro nel 55,1%, al sud nel 57%, nelle isole nel 60,3%).
le palestre o le strutture per lo sport sono presenti solo nel 40,7% degli istituti di cui il 44,7% al nord, il 45,3% al centro, il 32,2% al sud, il 38,3 nelle isole.
I progetti educativi, importantissimi anche per l’apprendimento attivo e le competenze di cittadinanza sono, ancora una volta, pochissimi al sud e nelle isole: le amministrazioni che finanziano progetti e iniziative rivolte agli under 14 sono il 71%.
La sostenibilità nelle scuole
La presa di posizione di Legambiente
Secondo il vice presidente di Legambiente:
Occorre una decisa inversione di tendenza per garantire scuole sicure ed efficienti in tutto il Paese. Chiediamo tempi e azioni certe per affrontare di petto quella che è una delle vere grandi opere necessarie per il nostro futuro. È urgente intervenire attraverso il completamento dell’Anagrafe scolastica, per poter programmare priorità e tempi di intervento, ma anche per garantire il diritto alla consultazione di dati pubblici che interessano milioni di persone.
Questi dati evidenziano ancora una volta le disuguaglianze e le diverse velocità in cui marcia il nostro Paese anche in tema di scuole sicure e servizi di qualità. Invece di parlare di regionalizzazione dell’istruzione, che andrebbe a creare solo situazioni più inique, occorre che lo Stato individui, come prevede la nostra Costituzione, gli strumenti perequativi per garantire ai ragazzi una buona qualità dell’istruzione e un buon accesso di diritto allo studio in tutte le aree del paese, spingendo le Regioni e gli altri enti locali ad esercitare in pieno e in modo più qualificato le competenze che già oggi hanno.
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Con la risposta all’istanza di interpello n. 377/2019, l’Agenzia delle Entrate allarga le maglie per l’applicazione dei benefici prima casa.
Infatti essa ammette la fruizione dell’agevolazione nel caso di acquisto della seconda abitazione, ubicata nello stesso Comune in cui già è detenuta in proprietà un’altra abitazione acquistata senza fruire dell’agevolazione, a condizione che quest’ultima sia venduta entro un anno dal nuovo acquisto.
In linea generale, come si evince dalla “Guida all’acquisto della casa” pubblicata sul sito internet delle Entrate, tale circostanza (vecchia abitazione acquistata senza agevolazioni e prima casa ubicata nello stesso Comune in cui si trova la nuova casa da acquistare) non dovrebbe determinare la spettanza del beneficio prima casa sul nuovo acquisto, se non altro, non prima della vendita della vecchia abitazione, che dovrebbe necessariamente precedere l’acquisto della nuova.
Di parere contrario, invece, si è espressa l’Agenzia in merito al caso in esame.
Due coniugi dichiarano di aver acquistato nel 1990 l’abitazione dalla società costruttrice, con applicazione dell’aliquota Iva, all’epoca prevista per le vendite di abitazioni, pari al 4%, senza aver optato per l’agevolazione “prima casa”, pur possedendo i requisiti previsti dall’allora vigente legislazione per il diritto alla fruizione della stessa, poiché di fatto l’imposizione era coincidente con quella prevista dall’aliquota agevolata (4%).
Infatti, solamente con il D.L. 155/1993, è stata soppressa, a partire dal 22.05.1993, l’aliquota del 4% prima prevista per tutte le cessioni di abitazioni effettuate da costruttori, limitandola esclusivamente all’ipotesi di acquisto della “prima casa”.
Gli istanti chiedono di poter beneficiare dell’agevolazione “prima casa” in relazione alla nuova abitazione acquistata nel medesimo Comune in cui è situato l’immobile pre – posseduto (e acquistato all’epoca senza fruire dell’agevolazione “prima casa”), impegnandosi ad alienare quest’ultimo entro un anno dalla stipula dell’atto di acquisto
L’Agenzia risponde favorevolmente e ricorda quali sono le condizioni per usufruire delle agevolazioni prima casa:
l’immobile posseduto, ed acquistato nel 1990 da una società costruttrice, sia l’unico appartamento posseduto dai coniugi nel Comune di residenza
al momento dell’acquisto della nuova casa i coniugi non siano titolari di altri immobili su tutto il territorio nazionale acquistati con le agevolazioni prima casa
i coniugi rispettino i requisiti dell’agevolazione prima casa
Inoltre ribadisce come il comma 4-bis dell’articolo 1 della tariffa parte prima, allegata al Dpr n. 131 del 1986, permetta al contribuente di derogare temporaneamente, entro l’anno dalla data dell’acquisto, alla condizione di prepossidenza di un solo altro immobile agevolato nello stesso Comune di residenza (lettera b) della Nota II-bis). Scopo della norma è quello di agevolare il contribuente nella sostituzione dell’abitazione già posseduta, concedendo un lasso temporale di un anno, per l’alienazione dell’immobile da sostituire.
Nel caso in esame, l’Agenzia ritiene che tale condizione risulti soddisfatta, anche se l’immobile già posseduto dai coniugi non ha goduto delle agevolazioni prima casa, poiché acquistato nel 1990 da una società costruttrice, quando l’aliquota Iva prevista per le vendite di abitazioni era unica al 4%.
In conclusione, l’agevolazione fiscale per l’acquisto della prima casa spetta anche a chi è già in possesso di un altro immobile, situato nello stesso Comune e acquistato prima del 1993, quando non era ancora previsa l’aliquota Iva agevolata, a patto che la prima abitazione sia rivenduta entro un anno.
In fase di consultazione pubblica fino al 2 ottobre 2019 la UNI/PdR per la gestione dei rifiuti in edilizia, che individua la metodologia operativa per il recupero dei rifiuti derivanti dalle attività di costruzione e demolizione.
Nel contesto delle attività di costruzione e demolizione, infatti, la Direttiva 2018/851/EU fa esplicito riferimento alla necessità di:
incentivare la ricostruzione, il rinnovo e, se del caso, la ridestinazione dei prodotti, come pure piattaforme di condivisione e di adottare misure intese a promuovere la demolizione selettiva onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità tramite la eimozione selettiva dei materiali, nonché garantire l’istituzione di sistemi di cernita dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.
Prassi di riferimento per la gestione dei rifiuti
La prassi definisce le metodologie, e le modalità operative, utili alla progettazione della gestione dei rifiuti, derivanti dalle attività di cantiere. Essa applica le procedure per la decostruzione selettiva, consistente nelle operazioni di separazione in frazioni omogenee tramite l’utilizzo di macchinari e attrezzature.
Si tratta, in pratica, di procedure finalizzate al recupero, riciclo e riuso, dei rifiuti derivanti dalla costruzione e demolizione nei cantieri; operazioni finalizzate alla salvaguardia e tutela dell’ambiente e allo sviluppo di bioeconomie.
A tal fine le azioni necessarie sono:
identificare i trasportatori di rifiuti e gli impianti di riciclo in zona
decidere se la separazione verrà fatta in situ o fuori dal cantiere
ricercare i materiali che possono essere riciclati, riutilizzati e recuperati all’interno del Comune o della Regione e deviarli di conseguenza dal conferimento in discarica
comunicare all’Ente competente, ove previsto, le quantità di materiale recuperate e riciclate dagli appaltatori e subappaltatori e acquisire i documenti che attestino tali percentuali.
La descrizione del processo prende in considerazione sia gli edifici esistenti (costruito) da ristrutturare o da demolire, sia quelli di nuova realizzazione (nuova costruzione).
Nel caso di edifici esistenti è necessario compilare il database dei materiali utilizzati; per quelli esistenti, invece, deve essere utilizzato il database dei materiali in fase di indagine destinabili al riciclo ed al riuso.
Infine, ricordiamo che la presente prassi di riferimento, stilata dai professionisti delle categorie tecniche coordinati dall’Ente Italiano della Normazione (UNI), non è una norma nazionale, ma un documento pubblicato da UNI (come previsto dal Regolamento UE n. 1025/2012) che raccoglie prescrizioni relative a prassi condivise.
Clicca qui per scaricare la bozza in consultazione
Con la circolare n.9 del 10 settembre l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, in rettifica ad una sua precedente circolare n.7 del 3 maggio, ne chiarisce i contenuti ed indirettamente respinge le numerose proteste, di ANCE e sindacati, che l’avevano interpretata come una sorta di “liberarizzazione del mercato del lavoro degli edili“.
La circolare n.9 di settembre
La nuova circolare chiarisce il significato di alcuni passaggi, molto ambigui, della precedente circolare di maggio. infatti si legge:
con riferimento alla circolare n.7/2019, a seguito dei numerosi quesiti pervenuti riferiti al contenuto delle indicazioni in essa riportate, si ritiene utile fornire, d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, alcuni chiarimenti per garantirne una puntuale lettura e l’uniforme applicazione.
Secondo l’Ispettorato la circolare si limitava a chiarire la portata dell’art. 1, comma 1175, della Legge n. 296/2006 che, ai fini della fruizione dei benefici normativi e contributivi da parte del datore di lavoro, richiede “il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
Quindi aggiunge l’Ispettorato:
non si potrà dar luogo alla revoca dei benefici fruiti nei confronti del datore di lavoro che riconosca ai lavoratori un trattamento normativo e retributivo identico, se non migliore, rispetto a quello previsto dal contratto stipulato dalle OO.SS. comparativamente più rappresentative.
nulla è cambiato in ordine a quanto già chiarito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali in ordine agli obblighi di applicazione del contratto collettivo dell’edilizia per le imprese operanti nel settore ed ai connessi obblighi di iscrizione alla Cassa edile,nei confronti della quale l’assenza dei versamenti comporta peraltro una situazione di irregolarità contributiva che impedisce il rilascio del DURC.
Giova infine rammentare che il “rispetto” dei contratti collettivi di cui alla disposizione in oggetto attiene non soltanto alla parte economica ma anche alla parte normativa del contratto, ossia a quelle clausole destinate a regolare i rapporti individuali e che possono, a titolo meramente esemplificativo, riguardare la durata del periodo di prova, l’orario di lavoro, la disciplina del lavoro supplementare e straordinario, festivo, notturno, i trattamenti di malattia, il preavviso ecc.
La circolare n.7 di maggio
Nella circolare n. 7 del 3 maggio veniva riportato che:
il personale ispettivo dovrà svolgere un accertamento sul merito del trattamento economico/normativo effettivamente garantito ai lavoratori e non un accertamento legato ad una formale applicazione del contratto sottoscritto dalle “organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
In pratica veniva chiesto agli ispettori di verificare il rispetto dell’applicazione dei contratti di categoria, senza tuttavia accertare che la mansione svolta corrisponda al relativo contratto collettivo. Tale circolare sembrava quindi liberalizzare, nei fatti, la contrattualistica dei lavoratori edili.
L’Ispettorato richiamava, in pratica, i suoi funzionari a una “verifica sostanziale” delle norme lavoristiche:
In altri termini, atteso che la disposizione in parola chiede il “rispetto” degli “accordi e contratti collettivi stipulati da organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, si ritiene che anche il datore di lavoro che si obblighi a corrispondere ai lavoratori dei trattamenti economici e normativi equivalenti o superiori a quelli previsti da tali contratti, possa legittimamente fruire dei benefici normativi e contributivi indicati dall’art. 1, comma 1175, della L. n.296/2006; ciò, pertanto, a prescindere di quale sia il contratto collettivo “applicato” o, addirittura, a prescindere da una formale indicazione, abitualmente inserita nelle lettere di assunzione, circa la “applicazione” di uno specifico contratto collettivo.
La reazione dell’ANCE e dei sindacati edili
Ricordiamo che in merito alla circolare n.7 il segretario generale di Fillea Cgil aveva dichiarato:
La nota è molto ambigua e sembra quasi scritta da due persone diverse. Nella prima parte dice che bisogna entrare nel merito del contratto, come se dicesse agli ispettori che quando entrano in un cantiere edile devono verificare che il lavoratore, indipendentemente dal contratto, deve essere pagato per il lavoro edile. Il problema è che nella seconda dice l’esatto contrario, e cioè che per essere in regola basta un qualsiasi contratto firmato da Cgil, Cisl e Uil. E questo significa una liberatoria totale inaccettabile.
Vi era stata anche la presa di posizione dell’Ance, che attraverso il suo portavoce dichiarava:
L’indicazione che l’organo di vigilanza controllato dal ministero del Lavoro ha dato ai suoi ispettori ha suscitato immediate preoccupazioni, sia tra le imprese di costruzione dell’Ance sia tra i sindacati edili. Il motivo è semplice: la circolare, in estrema sintesi, dice che nei luoghi di lavoro gli ispettori devono verificare il rispetto dell’applicazione dei contratti di categoria, ma senza però preoccuparsi che la mansione svolta corrisponda al relativo contratto collettivo. L’indicazione rappresenta una sorta di tzunami nei cantieri, dove l’oneroso contratto nazionale dell’edilizia deve contrastare – con molta difficoltà – la concorrenza di altre forme contrattuali decisamente più “light” sotto il profilo contributivo. È come dire che il giardiniere può eseguire gli scavi o il metalmeccanico può fare muri.
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Con la comunicazione C301/69, pubblicata nella Gazzetta Europea del 5 settembre, il Consiglio dell’Unione Europea fa una serie di raccomandazioni all’Italia.
Le raccomandazioni sono suddivise nei seguenti 5 punti.
1. Economia e fisco
L’UE raccomanda all’Italia di:
spostare la pressione fiscale dal lavoro, in particolare riducendo le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati;
contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, tra l’altro potenziando i pagamenti elettronici obbligatori, anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti;
attuare pienamente le passate riforme pensionistiche al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica e creare margini per altra spesa sociale e spesa pubblica favorevole alla crescita.
Viene chiesto, in materia di politiche del lavoro, di:
intensificare gli sforzi per contrastare il lavoro sommerso;
garantire che le politiche attive del mercato del lavoro e le politiche sociali siano efficacemente integrate e coinvolgano in particolare i giovani e i gruppi vulnerabili;
sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro attraverso una strategia globale, in particolare garantendo l’accesso a servizi di assistenza all’infanzia e a lungo termine di qualità;
migliorare i risultati scolastici, anche mediante adeguati investimenti mirati, e promuovere il miglioramento delle competenze, in particolare rafforzando le competenze digitali.
3. Investimenti in ricerca ed infrastrutture
In tema di investimenti l’UE chiede di:
incentrare la politica economica connessa agli investimenti sulla ricerca e l’innovazione e sulla qualità delle infrastrutture, tenendo conto delle disparità regionali;
migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione, in particolare investendo nelle competenze dei dipendenti pubblici, accelerando la digitalizzazione e aumentando l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici locali;
affrontare le restrizioni alla concorrenza, in particolare nel settore del commercio al dettaglio e dei servizi alle imprese, anche mediante una nuova legge annuale sulla concorrenza.
4. Processi civili
Il consiglio UE raccomanda, inoltre, di ridurre la durata dei processi civili in tutti i gradi di giudizio razionalizzando e facendo rispettare le norme di disciplina procedurale, incluse quelle già all’esame del legislatore, ponendo in particolare l’accento sui regimi di insolvenza; chiede anche di migliorare l’efficacia della lotta contro la corruzione riformando le norme procedurali al fine di ridurre la durata dei processi penali.
5. Banche
Nel settore bancario, infine, viene richiesto di favorire la ristrutturazione dei bilanci delle banche; in particolare per le banche di piccole e medie dimensioni, migliorando l’efficienza e la qualità degli attivi, continuando la riduzione dei crediti deteriorati e diversificando la provvista, viene chiesto di migliorare il finanziamento non bancario per le imprese più piccole e innovative.
Clicca qui per scaricare la lettera dell’UE all’Italia
Il Centro Studi del Consiglio Nazionale Ingegneri, con il supporto del gruppo di lavoro sicurezza e prevenzione incendi del CNI, ha sottoposto tutti gli ingegneri iscritti agli Ordini ad un sondaggio avente lo scopo di accertare l’opinione maturata dai professionisti antincendio sul nuovo Codice.
Ricordiamo che il 18 novembre 2015 è entrato in vigore il nuovo Codice prevenzione incendi, il dm 3 agosto 2015, che ha apportato una serie di cambiamenti molto importanti rispetto alla precedente normativa (ha infatti di fatto mutato concettualmente le metodologie di approccio al concetto stesso di rischio).
Già nel 2016, il Codice era stato oggetto di un sondaggio; era stato sottoposto a tutti i professionisti antincendio iscritti all’albo un quesito per testare la conoscenza ed il gradimento del Codice di prevenzione incendi.
Dall’ultima analisi dei risultati si cerca di cogliere i reali vantaggi e le eventuali problematiche emerse nell’utilizzo del Codice per la progettazione antincendio, nonché verificare il livello di gradimento, le criticità e le proposte di miglioramento.
Sondaggio CNI 2019
Il Codice prevenzione incendi è stato oggetto di un nuovo sondaggio al fine di analizzare tutti i suoi elementi cruciali nonché il suo grado di applicabilità e di conoscenza.
Il sondaggio si articola in 13 domande aventi come oggetto:
conoscenza del Codice prevenzione incendi
livello di apprezzamento dei nuovi criteri progettuali
vantaggi e/o difficoltà riscontrate nell’uso del Codice
impatto sugli stakeholder (professionisti antincendio, VVF, committenti)
prospettive a breve, medio termine.
L’indagine, a cui hanno partecipato quasi 5.000 ingegneri, è stata effettuata rivolgendo domande in forma anonima esclusivamente ai professionisti antincendio iscritti all’Albo, ecco le domande ed i risultati.
Conosci il Codice di prevenzione incendi: D.M. 03/08/2015 – Norme tecniche di prevenzione incendi?
il 54% degli intervistati ha risposto di avere una conoscenza sufficiente
il 25% ne ha una conoscenza parziale
il 18,4% di possedere una conoscenza approfondita del Codice
l’1,3% di non avere nessuna familiarità con le suddette norme.
Età degli intervistati.
il 36,6% degli ingegneri intervistati ha più di 55 anni
il 24,7% è compreso tra i 36 ed i 45 anni
il 28,3% ha tra i 46 ed i 55 anni
il 10,5% è al di sotto dei 35 anni.
In qualità di professionista antincendio, in quale condizione ti trovi rispetto all’obbligo di aggiornamento previsto dal D.M. 05/08/2011 (40 ore ogni 5 anni?)
l’89% degli ingegneri ha affermato di aggiornarsi periodicamente ed essere regolarmente iscritto agli elenchi dei professionisti antincendio
il 9,2% non risulta essere in regola con l’obbligo di aggiornamento e si trova nella condizione di “sospensione” dalla quale vorrebbe uscire
l’1,5%, dichiara di non essere in regola con l’aggiornamento professionale e non intende uscire dal regime di sospensione dagli elenchi dei professionisti antincendio.
Hai avuto l’opportunità di progettare con il Codice di prevenzione incendi?
il 53,3% ha risposto di continuare a prediligere i criteri generali di prevenzione
il 22,9% ha progettato utilizzando senza difficoltà il Codice
il 18,4% ha riscontrato invece difficoltà tali che lo hanno fatto desistere completamente dall’utilizzo delle nuove norme.
Progettando con il Codice, quali differenze sono emerse rispetto all’approccio tradizionale?
il 42,% degli ingegneri che ha progettato utilizzandolo ha riscontrato vantaggi
concreti nella progettazione secondo le nuove norme introdotte
il 29,2% non ci sono stati vantaggi o scostamenti
il 21% ha trovato invece le soluzioni tecniche del Codice più gravose rispetto ai metodi tradizionali
il 7% non ha saputo invece esprimere un’opinione.
Progettando con il Codice, quali soluzioni progettuali hai utilizzato?
il 62,2% ha adottato solo soluzioni conformi
il 28,2% ha utilizzato sia le conformi che le alternative
il 5,8% ha presentato anche istanze in deroga.
Nell’utilizzare il Codice per la progettazione che ausili hai utilizzato?
il 36% ha frequentato almeno un corso di formazione organizzato dall’Ordine degli Ingegneri
il 18,3% ha fatto ricorso ad un software
il 16,3% è ricorso alla consulenza di un collega più esperto
il 7,8% ha frequentato invece un corso organizzato da un altro ente
il 17% dei professionisti non è ricorso a nessun ausilio.
Ritieni che la progettazione con il Codice aumenti il carico di responsabilità poste in capo al professionista antincendio?
per il 37,7% dei professionisti la progettazione con il Codice comporta un maggiore carico di responsabilità
per il 20,7% la responsabilità è rimasta identica rispetto a quella del principio di sussidiarietà introdotto dal dpr 151/2011
per il 23,9% solo l’adozione di soluzioni alternative porta ad un incremento del carico di responsabilità
il 13% considera la valutazione del progetto da parte dei Vigili del Fuoco un elemento ulteriore di garanzia che limita la responsabilità del professionista
il 4,2% non sa rispondere o non ha un’idea precisa.
Sei riuscito ad ottenere un maggiore riconoscimento economico e professionale progettando con il Codice?
il 7,7% ha risposto positivamente
per il 61,1% dei professionisti, i committenti non hanno corrisposto compensi maggiori
per il 19,9% non ha prodotto maggiori compensi economici
l’11,3% non sa fornire una risposta.
Gradimento del Codice a livello di versatilità progettuale in una scala da 1 (molto negativo) a 5 (molto positivo).
il 36,7%, il livello 4
il 34,5%, il livello 3
il 20% il livello 5
il 6,9%, il livello 2
l’1,9% il livello 1.
Pensi che il Codice favorirà un maggiore ricorso ai metodi dell’ingegneria della sicurezza (FSE – fire safety engineering)?
per il 35,9% dei professionisti l’introduzione del Codice potrebbe favorire un maggiore ricorso ai metodi dell’ingegneria della sicurezza FSE (Fire Safety Engineering)
per il 35,5% l’utilizzo della FSE rimarrà qualcosa legata ad una progettazione di nicchia da usare per le istanze in deroga o le soluzioni alternative che presentano
per il 28,6% l’utilizzo della FSE avverrà solo in maniera parziale e che le soluzioni conformi saranno quelle maggiormente adottate nella progettazione con il Codice.
Saresti disposto ad assumerti maggiori responsabilità progettuali e di certificazione/ asseverazione, a fronte di regole certe e strumenti normativi (regole tecniche di progettazione) non opinabili?
per il 49,3%, una maggiore assunzione di responsabilità può avvenire solo nel momento in cui si riesce a ridurre la discrezionalità dei Vigili del Fuoco in fase di valutazione dei progetti
per il 31,6% gli organi di controllo e la magistratura rappresentano un fattore di incertezza che non si può eliminare, motivo per cui l’assunzione di una responsabilità maggiore rappresenterebbe dei rischi per il professionista
per il 16,2% il Codice è uno strumento completo che contiene tutti gli elementi per eliminare la discrezionalità degli organi di controllo.
Pensi che la formazione offerta dagli Ordini contribuisca alla comprensione ed applicazione del Codice?
per il 50,8%, i corsi di formazione organizzati dagli Ordini contribuiscono “abbastanza” alla comprensione ed applicazione del Codice
per il 21,4% “molto”
per il 24% l’apporto dei corsi di formazione è poco efficace
il 3% ha dato una valutazione totalmente negativa alla suddetta offerta formativa.
Sondaggio CNI 2016
Il sondaggio del 2016 era stato compilato da 2008 ingegneri che avevano dato il loro giudizio in maniera assolutamente anonima. Ecco quanto emerso in riferimento alle risposte date nel 2016:
Se hai avuto l’opportunità di progettare con il Codice di prevenzione incendi (D.M. 03/08/2015), con quale esito?
il 52,3% di ingegneri non ha provato ad usare il nuovo Codice prevenzione incendi
il 22,6% ha progettato con il Codice, ma è stato impegnativo
il 14,4% ha progettato con il Codice, senza particolari difficoltà
il 10,6% ha utilizzato il Codice con qualche difficoltà ed ha rinunciato
Se hai progettato con il Codice, quali benefici ne ha ottenuto l’attività rispetto all’approccio tradizionale?
il 41,9% ha riscontrato evidenti vantaggi per l’attività rispetto al metodo tradizionale
il 40,1% non ha notato particolari differenze e/o vantaggi per l’attività rispetto al metodo tradizionale
il 18% ritiene le soluzioni e le misure adottate più gravose rispetto al metodo tradizionale.
Progettando con il Codice hai utilizzato soluzioni progettuali?
il 58,1% dichiara di aver utilizzato solo soluzioni conformi
il 36% sia soluzioni conformi che soluzioni alternative
il 6% ha presentato anche istanze di deroga
Pensi che il metodo su cui si basa il Codice sia …?
per il 44% costituisce solo un nuovo approccio, senza particolari prospettive
per il 33,4% è vincente se verranno introdotte le RTV (Regole Tecniche Verticali)
per il 22,6% è innovativo anche solo per le RTO (Regole Tecniche Orizzontali)
Cosa proponi per migliorare il Codice e favorirne l’applicazione più diffusa?
il 42,4% propone di integrare quanto prima le RTV
il 37,7% un software per applicare correttamente ed agevolmente il metodo
il 19,9% rendere il Codice obbligatorio e non alternativo alle attuali regole tecniche
Qual è il principale ostacolo alla diffusione del Codice come riferimento per la progettazione di prevenzione incendi?
il 65% ritiene necessario un po’ di tempo per familiarizzare con il nuovo metodo
il 47,2% ritiene un ostacolo la riluttanza da parte dei committenti per l’incremento dei costi di progettazione
il 25,3% resistenza al cambiamento da parte dei professionisti antincendio
il 16,9% l’indifferenza o mancanza di riscontro favorevole da parte dei funzionari del Comando VVF
Pensi che la formazione offerta dagli Ordini possa aiutare i professionisti antincendio nella comprensione ed applicazione del Codice ?
SI: 88,3%
NO: 11,7%
Software di prevenzione incendi
Tra i software di prevenzione incendi per il supporto dei tecnici sulla regola tecnica orizzontale segnaliamo AntiFuocus.
elenco delle attività alle quali è applicabile il nuovo decreto 3 agosto 2015
linea guida per ogni attività secondo i punti della normativa
strategia antincendio conforme al D.M. 3 agosto 2015
rilevazione e allarme (S.7)
individuazione di aree a rischio specifico, vani ascensori, area con rischio di formazione di atmosfere esplosive, ricadenti nella sezione Regole Tecniche Verticali R.T.V. del decreto 3 agosto 2015
definizione del profilo di rischio dell’attività (Rischio Bene – Rischio Ambiente) e dei singoli compartimenti (Rischio Vita)
verifica delle strutture secondo quanto indicato dal decreto 3 agosto 2015 per pareti, solai ed elementi portanti
possibilità di aggiungere strutture già verificate con modo sperimentale e analitico
definizione dei piani radianti e delle piastre radianti per il calcolo tabellare e analitico delle distanze di separazione
Autostrade per l’Italia pubblica la mappa degli interventi di manutenzione di ponti e viadotti.
Al fine di garantire ai cittadini la più ampia informazione sulle condizioni di sicurezza dei viadotti della propria rete, Autostrade per l’Italia ha pubblicato sul proprio sito le schede di dettaglio sulle condizioni di sicurezza di tutti i ponti e i viadotti su cui si stanno effettuando lavori di manutenzione, e le relative comunicazioni inviate al MIT.
Ovviamente tale pubblicazione deriva dal catastrofico crollo del ponte sul Polcevera di Genova, e dal forte impatto sull’opinione pubblica che ha generato.
Lo scopo, quindi, è quello di adottare un principio di “trasparenza totale” dei propri atti: ogni documento riguardante la gestione dell’infrastruttura (progettazione, manutenzione, monitoraggio inclusi) potranno essere consultati e consegnati ai cittadini che ne faranno richiesta.
Secondo la società, dalle informazioni e dai documenti consultabili da chiunque, emerge una condizione di piena sicurezza sulle opere.
Nei prossimi giorni la società attiverà due “sportelli”, uno digitale e uno fisico a Roma, attraverso i quali si potrà presentare richiesta di accesso agli atti, sulla base di una procedura che sarà concordata con le associazioni dei consumatori.
Sono inoltre previsti aggiornamenti dell’area “Sicurezza viadotti”, Aspi spiega che “sarà pubblicata online anche la documentazione relativa alle barriere di sicurezza laterali, ossia: piano di controlli, la procedura di prova realizzata dal Politecnico di Bari, i risultati delle analisi certificate da professionisti del settore.
Il piano di interventi di manutenzione di Aspi
In una nota dell’azienda si evince che ad oggi:
su 73 viadotti sono in corso interventi di manutenzione
sono 64 le opere che richiedono interventi entro 5 anni
sono 253 le opere da eseguire a medio lungo-termine
705 sono gli interventi a lungo termine
sono 848 le opere che non hanno bisogno di interventi
Di seguito gli interventi principali in corso, e quelli previsti, nei prossimi 5 anni:
sulle autostrade gestite dalla direzione di Genova, si stanno eseguendo interventi su 19 strutture fra cui i viadotti Carpi, Coppetta, Buzero, Biscione e il Ponte Busalla, il Ponte SS 31 del Monferrato, Ponticello ad arco. E prevede di portare avanti interventi entro cinque anni su 25 infrastrutture fra i quali i Ponti Borbera, Pietrafraccia, Isolabuona e i Viadotti Ramella, Mongrosso, Piani e Ferrato.
Aspi, competente Milano, è al lavoro su 11 opere fra cui il Ponte sul Lambro, quello sul Po, quello sul torrente Riglio e prevede interventi entro cinque anni per il Ponte sul Canale Ancona e per quello sul torrente Nure. Proseguendo per Udine sono in corso interventi al Ponte sul Rio Glagnò e sul Viadotto Granuda Grande mentre entro cinque anni sono previsti interventi su quattro viadotti della rete.
da Bologna si riscontrano interventi in corso su quattro opere, fra cui al Sottovia sulla A/4 Serenissima mentre nei prossimi cinque anni Autostrade prevede lavori di manutenzione su quattro strutture fra i quali il Ponte sul Po.
a Firenze il pacchetto di lavori in corso è piuttosto nutrito con interventi su 11 strutture come al Viadotto Rio dei Gamberi, al Viadotto Merizzano e al Viadotto sul Fosso Lora. E saranno altre 12 opere quelle interessate da interventi nei prossimi cinque anni, fra questi il Ponte sull’Arno.
scendendo verso Roma, Aspi sta operando su cinque strutture tra i quali il Ponte sul fiume Alabro e il Sottovia sulla Casilina. Entro cinque anni ci saranno interventi al Ponte sul fiume Cosa.
sono invece sei le strutture interessate attualmente da lavori nell’area che va dal basso Lazio alla Campania. Fra loro il Viadotto Bosco Grande, il Viadotto Calore e il Viadotto Vallonalto I. Aspi prevede poi interventi entro cinque anni su altri quattro viadotti.
proseguendo verso l’Adriatico, Aspi è al lavoro su quindici infrastrutture tra le aree di Bari e Pescara mentre prevede interventi nei prossimi cinque anni su altre 12 opere.
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Cassa Depositi e Prestiti è oramai da anni uno dei principali finanziatori degli enti territoriali per interventi di progettazione, costruzione, ammodernamento, efficientamento energetico e sicurezza antisismica degli edifici scolastici italiani.
In concomitanza dell’avvio del nuovo anno scolastico, Cassa Depositi e Prestiti rende noto il suo piano di investimenti relativo all’edilizia scolastica, con la pubblicazione degli ultimi dati semestrali.
Gli investimenti di CDP
Dal 2010 al 2018 CDP ha mobilitato circa 3 miliardi di euro per la realizzazione di interventi di edilizia scolastica, mentre nei soli primi sei mesi del 2019 ha finanziato investimenti in 91 edifici scolastici.
Ammontano invece a oltre 2 miliardi di euro le nuove risorse messe a disposizione degli enti territoriali per interventi di:
degli edifici destinati all’istruzione: dalla scuola dell’infanzia all’università, dall’alta formazione artistica musicale e coreutica alle residenze universitarie.
A questo si aggiunge l’impegno per la realizzazione di progetti di student housing con l’obiettivo di completare nei prossimi anni la realizzazione di circa 6.500 posti letto nelle principali città universitarie italiane e per la promozione della cultura del risparmio nelle scuole attraverso il programma sviluppato con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e Poste Italiane “Il Risparmio che fa scuola” che punta a coinvolgere fino a 1 milione di studenti attraverso l’educazione ad un risparmio consapevole e sostenibile.
Numerosi sono gli strumenti attraverso i quali CDP interviene in favore della scuola.
Tra il 2010 e il 2018, il CDP ha concesso agli Enti locali mutui per oltre 2,4 miliardi di euro, risorse destinate al finanziamento di opere di edilizia scolastica, così distribuite su tutto il territorio nazionale:
44% al nord
23% al centro
33% al sud.
Tali finanziamenti sono stati erogati grazie alle risorse raccolte anche mediante il contributo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che ha messo a disposizione di CDP una provvista di oltre 1,1 miliardi di euro nel triennio 2015-2017.
Per sostenere il settore, CDP ha emesso a marzo 2019 un social bond del valore di 750 milioni di euro collocato presso investitori istituzionali e volto al finanziamento di interventi di edilizia scolastica e riqualificazione urbana, con focus particolare sulla sicurezza.
Oltre alle risorse proprie impiegate a supporto del settore, CDP ha gestito nel periodo 2010-2018 oltre 600 milioni di euro di fondi pubblici destinati alla realizzazione e all’ampliamento di alloggi, residenze universitarie e anche a progetti di efficientamento energetico e di sicurezza antisismica di edifici scolastici.
CDP ha messo a disposizione le proprie risorse anche per la realizzazione di residenze convenzionate per studenti con un investimento che ad oggi ha raggiunto circa 300 milioni di euro distribuiti su 12 interventi.
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La PA deve pagare le quote di iscrizione all’Ordine professionale del proprio dipendente se legato dal vincolo dell’esclusività. I chiarimenti del Tar
I giudici di primo grado hanno, innanzitutto, ricordato come l’iscrizione all’albo professionale è obbligatoria anche per i pubblici dipendenti ed è subordinata al conseguimento del titolo universitario abilitante; tuttavia, il pagamento della quota di iscrizione non deve ricadere sulle spalle del professionista se lavora come dipendente di un Ente pubblico.
La decisione presa dal Tar conferma quanto stabilito in una precedente sentenza della Corte di Cassazione (n. 7776/2018) secondo cui:
Presentati, durante una conferenza stampa al Senato, i dati 2019 del Rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo in Italia. Tale dossier sarà oggetto di un evento presso il MAXXI di Roma il prossimo 21 settembre.
Il rapporto 2019 sul consumo del suolo
In particolare, dal documento si evince che nelle aree urbane ad alta densità solo nel 2018 abbiamo perso 24 m² per ogni ettaro di area verde; in totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semi-centrali, il 32% nelle fasce periferiche e meno dense.
La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle aree già molto compromesse, il valore è 10 volte maggiore rispetto alle zone meno consumate:
a Roma, ad esempio, il consumo cancella, in un solo anno, 57 ettari di aree verdi della città (su 75 ettari di consumo totale)
record a Milano dove la totalità del consumo di suolo spazza via 11 ettari di aree verdi (su un totale di 11,5 ettari)
Il fenomeno non procede di pari passo con la crescita demografica: ogni abitante italiano ha in “carico” oltre 380 m² di superfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 m² ogni anno, con la popolazione che al contrario diminuisce sempre di più. È come se nell’ultimo anno avessimo costruito 456 m² per ogni abitante in meno.
A livello generale lo screening del territorio italiano assicurato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente segna in rosso altri 51 Km² di superficie artificiale solo nel 2018, in media 14 ettari al giorno, al ritmo di 2 m² ogni secondo.
I dati delle singole città/Regioni
Roma, con un incremento di superficie artificiale di quasi 75 ettari, è il Comune italiano con la maggiore trasformazione, seguito da:
Verona (33 ettari)
L’Aquila (29)
Venezia (19)Bari (18)
tra i Comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti.
Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici ed infrastrutture e quindi destinati a trasformarsi in nuovo consumo permanente e irreversibile.
Il Veneto è la Regione con gli incrementi maggiori +923 ettari, seguita da Lombardia +633 ettari, Puglia +425 ettari, Emilia-Romagna +381 ettari e Sicilia +302 ettari.
Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m² /ab), Abruzzo (+2,15 m² /ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m² /ab) e Veneto (+1,88 m² /ab).
I rischi legati ad un consumo del suolo eccessivo
Ma il consumo di suolo, non necessariamente abusivo, cresce anche nelle aree protette (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari).
Negli ultimi sei anni, secondo le prime stime, l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di m³ di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori.
Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.
Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km² , quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km² .
Con la circolare n. 17 del 2 agosto 2019 l’Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti in merito alle modalità applicative degli indici sintetici di affidabilità fiscale, ISA, per il periodo d’imposta 2018.
In merito agli ulteriori dubbi avanzati e forniti alle associazioni di categoria e agli ordini professionali circa la corretta applicazione degli indici, l’Agenzia ha pubblicato la nuova circolare n. 20/E del 9 settembre 2019.
Domande/risposte sugli ISA
Il documento raccoglie, quindi, una serie di domande e risposte divise nelle seguenti macro aree tematiche:
utilizzo degli ISA ai fini delle attività di analisi del rischio e selezione: quesiti compresi in questa area tematica riguardano le attività di selezione e analisi del rischio basate sulle risultanze degli ISA;
compilazione dei modelli: nell’area tematica sono inclusi quesiti relativi alla corretta compilazione dei modelli ISA 2019;
ulteriori componenti positivi: la sezione riguarda i quesiti relativi agli effetti della indicazione di ulteriori componenti positivi per migliorare il profilo di affidabilità
Di seguito alcuni esempi di domanda e risposta contenute nel documento:
Come vengono considerati i contribuenti che presentano un punteggio particolarmente basso?
L’Agenzia ha risposto che l’attribuzione di quel punteggio non comporta, di per sé, l’attivazione di un’attività di controllo; terrà conto di un livello di affidabilità minore o uguale a 6 ai fini della definizione delle specifiche strategie di controllo basate su analisi del rischio di evasione fiscale.
Quando è possibile modificare l’Isa precompilato?
L’Agenzia ha chiarito che in caso di criticità evidenziate dagli indicatori di anomalia, i contribuenti possono modificare i dati precalcolati dopo averli verificati e procedere a calcolare un’altra volta il proprio Isa; tuttavia, non tutte le variabili precalcolate sono modificabili.
Come sono cambiati gli Isa dopo le modifiche del DM 9 agosto 2019?
Il dm 9 agosto 2019, come chiarito dalle Enatrate, non ha apportato alcuna modifica al contenuto delle variabili “precalcolate” ma si è limitato ad esplicitarne le modalità di calcolo e, di conseguenza, il contribuente o l’intermediario non deve procedere a nessuna nuova acquisizione dei dati precalcolati.
Cosa fare in assenza di dati precompilati?
La risposta delle Entrate è che i dati relativi ad alcune delle variabili precalcolate sono presenti solo se le variabili risultano utilizzate dallo specifico Isa.