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Timestamp: 2015-01-30 07:50:34+00:00
Document Index: 6325707

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CAPARRA CONFIRMATORIA E RISARCIMENTO DEL DANNO - Cass. 18423/13 - Matteo MAGRI - Persona e Danno
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"CAPARRA CONFIRMATORIA E RISARCIMENTO DEL DANNO" - Cass. Civ. 18423/13 - Matteo MAGRI	Magri Matteo	La sentenza in esame, seppur non particolarmente innovativa dal punto di vista dei principi di diritto sostanziale che enuncia, è l’occasione per esaminare alcune questione relativi alla caparra confirmatoria.La caparra confirmatoria costituisce un contratto che si perfeziona con la consegna che una parte fa all’altra di una somma di danaro o di una determinata quantità di cose fungibili per il caso d’inadempimento delle obbligazioni nascenti da un diverso negozio ad essa collegato (contratto principale). La caparra ha natura negoziale bilaterale e struttura reale, dal momento che elemento indispensabile di efficacia è la consegna materiale di una cosa o somma dall’una all’altra parte. L’istituto previsto dall’art. 1385 c.c. è ben diverso dalla caparra penitenziale, con la quale ha in comune solo il meccanismo di funzionamento (ritenzione di quanto versato o restituzione del doppio), ma se ne differenzia in quanto è di natura legale, opera nel caso di inadempienza di una delle parti a carico della parte inadempiente e funge da mezzo di risarcimento per la mancata esecuzione del contratto, laddove la caparra penitenziale ha natura convenzionale e funge soltanto da corrispettivo per il recesso ad nutum del contratto.(Cass. Civ., 21 marzo 1980, n. 1915, FI, 1980, I, 1244).
Con la sentenza in commento, la Suprema Corte ribadisce il proprio orientamento circa il fatto che la caparra confirmatoria, alla stregua degli artt. 1385 e 1453 c.c., assume la funzione di liquidazione convenzionale del danno da inadempimento qualora la parte non inadempiente abbia esercitato il potere di recesso conferitole dalla legge. Per aversi diritto di recedere dal contratto con ritenzione della caparra o azione per esigere il doppio, è necessario l’inadempimento di uno dei contraenti, non essendo sufficiente a tal fine il semplice ritardo nell’adempimento, salva diversa manifestazione di volontà contrattuale. Nel caso in cui la parte non inadempiente preferisca agire diversamente, domandando la risoluzione del contratto, la caparra confirmatoria perde una siffatta funzione, soggiacendo così il diritto al risarcimento del danno alle regole generali e, quindi, alla prova dell’an e del quantum (in tal senso, vd. Cass. Civ., Sez. II, 29 gennaio 2003, n. 1301, MGI, 2003), secondo la regola generale prevista dall’art. 1223 c.c.
La risoluzione del contratto per inadempimento di cui all’art. 1385 c.c., III comma ed il diritto di recesso previsto dal II comma sono istituti aventi ciascuno la propria autonomia. In caso di risoluzione del contratto, la caparra conserva soltanto funzione di garanzia per il risarcimento del danno, che viene accertato e liquidato secondo le regole generali, mentre nel caso di recesso, la caparra esercita la funzione di liquidazione preventiva del danno; la risoluzione ha carattere giudiziale (salvo i casi in cui opera di diritto) mentre il recesso opera per volontà della parte, trova il suo presupposto nell'inadempienza dell'altra parte, e pertanto in caso di principio di esecuzione del contratto principale non può trovare applicazione l'art. 1373, c. 1, che riguarda solo il recesso convenzionale; la prima è retroattiva, il secondo opera ex nunc (Cass. Civ., 7 aprile 1959, n. 1015, MGC, 1960).
Come si è già anticipato, nell’ipotesi di rilascio di caparra confirmatoria, qualora la parte non inadempiente anziché recedere dal contratto ritenendo la caparra o esigere il doppio di essa, a norma dell’art. 1385, II co., preferisca domandare l’esecuzione o la risoluzione (cui è equiparabile l’annullamento) del contratto ai sensi del III co. dello stesso articolo, il risarcimento è regolato dalle norme generali, in quanto la caparra perde la propria funzione di risarcimento del danno derivante dall’inadempimento anticipatamente e convenzionalmente determinato. La somma che la parte inadempiente deve restituire forma oggetto, pertanto, di un’obbligazione priva di funzione risarcitoria e, determinata in denaro fin dall’origine, rimane come tale soggetta al principio nominalistico.
L’obbligazione di restituzione delle somme ricevute a titolo di caparra confirmatoria, determinata dal venire meno della causa giustificatrice dell’attribuzione patrimoniale a seguito della risoluzione del contratto, è obbligazione di valuta, come tale insensibile alle variazioni del potere di acquisto della moneta ed insuscettibile, quindi, di rivalutazione.
Pertanto, anche il doppio della caparra, che deve essere restituito, a norma dell’art. 1385, 2° co., c.c. dalla parte inadempiente alla controparte che recede dal contratto forma oggetto di una obbligazione priva di funzione risarcitoria e determinata in denaro fin dall’origine, e pertanto soggetta al principio nominalistico (Cass. Civ., 23 marzo 1977, n. 1131, FI, 1977, I, 1431).
È stato quindi affermato che “la parte non inadempiente che, avendo versato la caparra, recede dal contratto in seguito all’inadempimento dell’altra parte chiedendo il pagamento del doppio, accetta tale somma a titolo di integrale risarcimento del danno conseguente all’inadempimento e non può, quindi, pretendere ulteriori e maggiori danni neppure sotto forma di rivalutazione monetaria della caparra, atteso che il ritardo nell’adempimento del relativo credito, che è pecuniario e continua ad essere assoggettato al principio nominalistico sino alla data del pagamento, può essere causa di una obbligazione risarcitoria del debitore solo in presenza dei presupposti indicati dall’art. 1224” (Cass. Civ., 19 febbraio 1993, n. 2032, MGC, 1993).
La sentenza in commento richiama, infine, il proprio consolidato orientamento circa il fatto che è del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela (Cass. n. 553 del 2009).
Cass. Civ., Sez. II, n. 18423 - 2013.pdf
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