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Timestamp: 2020-08-10 18:42:21+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.321', 'sentenza ', 'art.321', 'sentenza ', 'art.169', 'sentenza ', 'art.3', 'art.2740', 'art.169', 'art.322', 'sentenza ', 'art.1324', 'art.1335', 'art.1335', 'art.1457', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.1183', 'sentenza ', 'art.1458', 'art.1453', 'art.1401', 'art.1398', 'art.1394', 'art.1223', 'art.1225', 'art.1225', 'art.1227', 'art.1224', 'art.1226']

Diritto Facile - Page 30 of 31 - Guide Facili per Capire il Diritto Online
Il sequestro preventivo è una misura prevista dal codice di procedura penale, all’art.321. Viene richiesto dal Pubblico Ministero e deve essere convalidato con decreto motivato dal Giudice per le Indagini Preliminari, GIP, quando la libera disponibilità di una cosa possa protrarre o aggravare le conseguenze di un reato, quando possa consentire la commissione di un nuovo reato o quando è pericolosa. Nel caso, poi, che non sia possibile attendere durante le indagini preliminari il responso del GIP, esso può essere disposto direttamente dal Pubblico Ministero o dalla Polizia Giudiziaria, sempre che la misura sia convalidata dal GIP entro 48 ore dal provvedimento.
Dunque, riassumendo quanto fin qui detto, il codice di procedura penale prevede tre ipotesi di sequestro preventivo
Quando la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa protrarre o aggravare le conseguenze dello stesso, come nel caso di una merce contraffatta, di un immobile abusivo.
Quando vi è il pericolo che la cosa possa agevolare la commissione di nuovi reati, come nel caso di denaro derivante da una rapina.
Quando la cosa è pericolosa, tanto che ne è prevista la confisca. Si pensi al sequestro di materiale esplosivo.
Il sequestro preventivo non si limita a rendere la cosa indisponibile, ma anche a creare un’azione inibitoria, ovvero vincoli di fare e di non fare.
Il GIP valuta se procedere o meno al sequestro senza sentire il possessore della cosa, che può essere l’imputato, ma anche l’offeso o un terzo soggetto. La revoca del provvedimento di sequestro può essere richiesta al GIP dall’imputato o da chiunque ne abbia interesse.
Il limite massimo di tempo di efficacia del sequestro preventivo è l’emanazione della sentenza di primo grado, anche nel caso in cui fosse impugnabile. Contro il decreto di sequestro è ammessa la richiesta di riesame da parte dell’imputato, del suo difensore o del possessore della cosa.
Il sequestro è immediatamente revocato, quando vengono meno, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità previste dal comma 1 dell’art.321 c.c.p., ovvero uno dei tre requisiti sopra accennati. Quando l’interessato presenta richiesta di revoca, il Pubblico Ministero, se ritiene che essa vada anche solo in parte respinta, la trasmette al giudice, al quale presenta le sue osservazioni. La richiesta viene trasmessa non oltre il giorno successivo alla data di deposito in segreteria.
Il decreto di sequestro perde efficacia, quando il giudice non lo convalida entro 10 giorni dalla ricezione della richiesta.
Come sempre, qualcosa in più la definisce la giurisprudenza. La III sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n.40364 del 15 ottobre 2012, ha affermato che i beni costituenti un fondo patrimoniale rimangono nella disponibilità del proprietario o dei rispettivi proprietari, avendo questi solamente un vincolo di destinazione. Di conseguenza, i beni immobili conferiti nel fondo da parte dell’autore di un illecito non possono che appartenere a lui, per cui saranno considerati riconducibili al presunto reo, un fatto che giustifica l’applicazione della confisca e del sequestro preventivo. Quest’ultimo può avere ad oggetto anche il fondo patrimoniale coniugale, poiché i vincoli di disponibilità previsti dall’art.169 del codice civile non riguardano la disciplina penale.
La Cassazione con la medesima sentenza è andata piuttosto oltre, rispetto a quanto sopra scritto, arrivando a legittimare anche la confisca e il sequestro preventivo per equivalente, affermando che la mancanza di nesso diretto tra il reato commesso e la cosa non altera la finalità sanzionatoria del provvedimento. Infatti, quest’ultimo sarebbe giustificato dal fatto che la cosa sequestrata rientra nel patrimonio del reo.
I giudici della Cassazione hanno così respinto il ricorso di un uomo, indagato per vari reati, tra cui associazione a delinquere ed evasione fiscale, il quale aveva chiesto che fosse annullata la decisione del Tribunale del Riesame, che aveva confermato il sequestro preventivo disposto dal GIP di Monza, riguardante beni nella disponibilità del presunto reo fino alla cifra di 213 mila euro. Il ricorrente aveva fatto appello alla Convenzione dell’ONU per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che all’art.3 tutela i diritti del minore, sostenendo che tali beni fossero finalizzati al sostenimento della famiglia e, in particolare, del minore.
Vale la pena ricordare che sono limitate le possibilità di aggredire il fondo patrimoniale appartenente ai coniugi, rientrando tra le convenzioni matrimoniali, riducendo di fatto le garanzie disposte dall’art.2740 c.c., in favore dei creditori, laddove lo stesso sancisce che il debitore risponde delle obbligazioni assunte con tutti i suoi beni.
La giurisprudenza interpreta in modo estensivo il concetto di bisogni di famiglia, legandoli non alla stretta soddisfazione delle necessità quotidiane, ma comprendendo anche il pieno mantenimento e l’armonico sviluppo della famiglia, nonché il potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solamente le esigenze voluttuarie e le finalità speculative.
La Cassazione ha stabilito, in sostanza, che è vero che il fondo patrimoniale serve al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, ma allo stesso tempo il sequestro dei beni che lo costituiscono è legittimo, in quanto essi sono nella disponibilità del reo e i vincoli previsti dall’art.169 c.c. attengono alla disciplina civile, non anche alla responsabilità penale.
Tornando alla confisca per equivalente, essa riveste un carattere sanzionatorio, perché non attiene tanto all’apprensione dei beni oggetto di profitto da parte del reo, quanto a un valore ad esso equivalente. La Cassazione ha legittimato la pratica, sostenendo che il suo carattere sarebbe afflittivo. In altre parole, il reo è chiamato a pagare con la confisca di beni per un valore equivalente al reato commesso. Dunque, a differenza degli altri casi, qui non vi è un legame tra beni e reato, ma rileva il valore dei primi.
La conseguenza è che non ha rilevanza che tali beni siano riconducibili alla commissione di un reato, né che essi siano di origine illecita, mentre ha rilevanza il solo fatto che essi siano nella disponibilità del reo. Ciò avviene quando il frutto del reato non è rinvenibile, per cui le autorità giudiziarie dispongono il sequestro di beni del reo per un valore equivalente, sempre che tali beni siano nella piena disponibilità del reo stesso e non di spettanza di terzi.
Poco fa abbiamo visto un caso riguardante il reato di evasione fiscale. Ipotizziamo che Tizio abbia evaso il Fisco per un valore complessivo di 500.000 euro, ma che tali minori versamenti non siano rinvenibili, perché non vi è, per esempio, un conto corrente intestato al reo. Di conseguenza, il PM potrebbe disporre il sequestro preventivo di una villa di proprietà di Tizio e per ipotesi del valore proprio dei suddetti 500.000 euro, chiedendo al GIP la convalida del provvedimento.
Tuttavia, quanto appena esposto è un caso esemplare di incompatibilità tra norme vigenti. Infatti, il d.lgs. 231/2001 impedisce la confisca per equivalente per i reati di natura tributaria, mentre la legge 244/2007 proprio tale possibilità, rinviando all’art.322-ter del codice penale.
A questo punto, applicandosi la legge generale, secondo la quale norme incompatibili implicano che quelle anteriori siano considerate abrogate da norme posteriori, deduciamo che oggi sia vigente proprio la previsione del 2007, che di fatto ha abrogato il divieto di confisca per equivalente del 2001. Ma la Cassazione con sentenza 5 marzo 2015 n.10561 ha sancito il divieto di confisca per equivalente, quando non sia dimostrato che il profitto della cosa deriva dal reato tributario e che tale profitto sia nella disponibilità della persona giuridica.
L’atto unilaterale è un negozio, che consiste nella dichiarazione di volontà di una sola parte, da considerare come autonomo centro d’interessi, ovvero costituita da un solo soggetto o da più soggetti (pluripersonale). Esso non richiede la pluralità di parti per la sua costituzione.
Il codice civile, all’art.1324, stabilisce che, ove non fosse diversamente disposto, le norme che regolano i contratti si applicano anche agli atti unilaterali tra vivi con contenuto patrimoniale.
Gli atti unilaterali sono solitamente recettizi, nel senso che producono effetti con l’avvenuta conoscenza della parte alla quale sono destinati. Risulta essere condivisa l’opinione che il carattere ricettizio possa provenire non solamente da una puntuale disposizione legislativa, ma pure da una manifestazione di autonomia privata, nel senso che viene attribuito valore ricettizio anche a una disposizione, che non sarebbe tale per l’ordinamento.
Può accadere anche il caso opposto, ovvero che pur avendo un atto unilaterale carattere ricettizio per disposizione legislativa, l’autonomia privata possa decidere di sottrarlo e di renderlo, quindi, non ricettizio.
Da quanto appena visto, quindi, il carattere ricettizio di un atto unilaterale è assegnato da una disposizione normativa, che può essere rimessa all’autonomia privata. Una siffatta interpretazione, però, rischia di svuotare le norme che regolano gli atti unilaterali di significato, perché di fatto non si avrebbe una chiara distinzione tra quei negozi giuridici con carattere ricettizio e quelli che ne sono privi. Un’interpretazione più prudente potrebbe, pertanto, poggiare su una valutazione diversa, ovvero che un atto unilaterale potrebbe perdere il carattere ricettizio, qualora produce effetti giuridici essenzialmente nella sfera di colui che lo pone in essere.
L’art.1335 chiarisce che ai fini del soddisfacimento del requisito si considera la presunta conoscenza. A tale proposito, un’interpretazione ritiene che sia sufficiente che l’atto sia indirizzato al soggetto a cui è destinato, mentre l’effettiva avvenuta conoscenza ne determinerebbe semmai l’efficacia.
Secondo un’altra interpretazione, la ricezione dell’atto costituisce un requisito essenziale per la sua esistenza stessa.
Quanto alla necessità che l’atto assuma una particolare forma, sul punto possono intervenire le leggi. In assenza di specifiche previsioni, non dovrebbe essere prevista alcuna forma particolare, salvo che ne sia imposta una sacramentale, essendo sufficiente che l’atto sia comunicato in maniera idonea, relativamente allo scopo che si propone. Semmai, diventa importante verificare se la volontà manifestata contempli la partecipazione di altri soggetti o se risulta necessario tutelare il destinatario.
Occorre che il dichiarante esprima l’intenzione di portare a conoscenza del destinatario la sua volontà, in relazione alla produzione degli effetti giuridici che riguardino questo. Come abbiamo già visto, l’art.1335 c.c. stabilisce che la presunzione di conoscenza si abbia con la semplice ricezione dell’atto al domicilio del destinatario. Tale presunzione sarebbe valida, secondo un’interpretazione, non solo per le dichiarazioni inerenti il processo formativo del contratto, ma anche relativamente a ogni altra ipotesi di dichiarazione ricettizia. Un’altra dichiarazione sostiene, invece, che tale presunzione varrebbe solamente per le dichiarazioni unilaterali, destinate a produrre un contratto.
Dalla disciplina relativa alla presunzione deriva che il destinatario può confutare l’impossibilità di avere notizia della dichiarazione. Inoltre, stando sempre a un’interpretazione giuridica, qualora le parti abbiano pattuito una forma di comunicazione della volontà, il mancato rispetto di questa non andrebbe a scalfire la validità dell’atto, sempre che questo giunga al domicilio del destinatario in una forma equipollente e da ritenersi idonea, rispetto allo scopo prefisso.
Perché la dichiarazione si consideri giunta a destinazione, è necessario che si dimostri l’avvenuto recapito, salvo sempre la possibilità per il destinatario di eccepire di non essere stato nelle condizioni di venirne a conoscenza.
La dichiarazione non può considerarsi a conoscenza del destinatario, anche se fosse provata la ricezione, qualora questo fosse legalmente incapace. Si tratta di una tutela nei suoi confronti, perché rischierebbe di vanificare gli effetti dell’affidamento del medesimo, creando una discriminazione ai suoi danni. Diverso è inteso il caso di sopravvenuta incapacità naturale del destinatario, perché va contemperato qui l’interesse di questi con l’eventualità che il dichiarante fosse o meno a conoscenza dell’avvenuta incapacità al momento dell’invio della dichiarazione.
Per fare in modo che il destinatario provi di non essere stato nella possibilità di venire a conoscenza della volontà del dichiarante è necessario che si sia verificato un evento eccezionale e che la mancata conoscenza sia avvenuta senza sua colpa, in relazione al caso specifico.
Si consideri che l’atto unilaterale potrebbe comportare effetti giuridici solo positivi nei confronti di terzi, ma anche in questi casi resta possibile per il destinatario rifiutare la dichiarazione di volontà ricevuta. Per esempio, se un creditore decidesse di annullare in toto il debito di un soggetto nei suoi confronti, questo conserva il diritto di rifiutare, nonostante ne ricaverebbe solo un beneficio. Ciò è dettato dalla volontà del legislatore di tutelare anche la sfera extra giuridica dei soggetti. Qui, il debitore potrebbe non desiderare di trovarsi nella condizione di obbligato morale verso il suo creditore.
Termine Essenziale e Termine non Essenziale
Il termine essenziale per l’adempimento di un contratto, in base all’art.1457 del Codice Civile, costituisce una delle ipotesi di risoluzione di diritto del contratto al quale è stato apposto. Attenzione, però, perché salvo patto o uso contrario, l’inadempimento dell’obbligazione entro il termine essenziale non comporta automaticamente (ipso iure) la risoluzione del contratto, perché è sempre concessa la facoltà alla parte non inadempiente di scegliere se considerare il contratto medesimo risoluto o meno, a patto che alla controparte sia data notizia entro il termine di decadenza dei tre giorni.
L’intento di rispettare il contratto, nonostante l’obbligazione non sia stata adempiuta entro il termine essenziale fissato, potrebbe desumersi per la giurisprudenza anche da atti dall’interpretazione indubbia.
Ciò che non può essere semmai accettato è che il termine essenziale sia indicato in maniera generica, come le espressioni “entro e non oltre”, anche se potrebbe desumersi dalle formule utilizzate dalle parti contraenti.
La natura del termine potrebbe essere oggettiva o soggettiva, a seconda del fatto che esso sia stato fissato in maniera implicita o esplicita, magari in relazione alla natura della prestazione. Per esempio, si consideri il contratto di fornitura di abbigliamento invernale per un negozio. Per fare in modo che tale contratto sia adempiuto, la fornitura non potrà arrivare a destinazione nel mese di marzo, quando la stagione invernale è di fatto già finita.
Si fa presente che il mancato rispetto del termine essenziale per l’adempimento dell’obbligazione determina la risoluzione automatica del contratto, qualora così scegliesse la parte non inadempiente. Non c’è il bisogna del pronunciamento del giudice per rilevare tale risoluzione e qualora si desse vita a un contenzioso sul punto, si registrerà semplicemente una sentenza dichiarativa della risoluzione contrattuale.
Se il termine è non essenziale, il contratto potrebbe non essere dichiarato risoluto, considerando che l’inadempimento non sia rilevante. La domanda giudiziale, anche se non è accompagnata dalla richiesta di risarcimento del danno, non preclude alla parte non inadempiente di trattenere la caparra, ove questa fosse stata versatagli.
Come sopra accennato, l’articolo a cui fare riferimento per il termine essenziale è il 1457 c.c., che al primo comma stabilisce che “se il termine fissato per la prestazione di una delle parti deve considerarsi essenziale nell’interesse dell’altra, questa, salvo patto o uso contrario, se vuole esigerne l’esecuzione nonostante la scadenza del termine, deve darne notizia all’altra parte entro tre giorni”. Al secondo comma, lo stesso articolo aggiunge che se entro tre giorni dal decorso disatteso del termine essenziale, la parte non inadempiente non manifesta la volontà di esigere ugualmente la prestazione “il contratto si intende risoluto di diritto, anche se non è stata espressamente pattuita la risoluzione”.
La giurisprudenza ha fissato alcuni paletti nella valutazione dell’essenzialità di un termine, come nel caso di sua apposizione in un contratto preliminare di compravendita, in relazione a una scadenza, entro la quale dovrà essere stipulato il contratto definitivo. La Cassazione, con sentenza n.3645/2007, ha stabilito che il suo mancato rispetto qui non determina automaticamente la risoluzione del contratto, perché la valutazione sulla natura del termine è affidata al giudizio di merito insindacabile del giudice, che tenendo conto anche della natura e dell’oggetto del contratto, dovrà decidere se risulti inequivocabilmente dalle parti che oltre tale termine, l’utilità dell’oggetto del contratto sia venuta meno.
Sono sempre i giudici della Cassazione a mettere in relazione l’essenzialità del termine e la valutazione dell’importanza dell’inadempimento ai fini della risoluzione del contratto, perché in questi casi il giudice dovrò limitarsi semplicemente ad accertare la sussistenza dell’inadempimento.
In altre parole, se il termine fissato in un contratto è essenziale, in caso di disputa legale il giudice non potrà valutare nel merito se sia il caso o meno di risolvere il contratto, ma dovrà limitarsi ad accertare se l’inadempimento vi è stato e, in caso affermativo, dichiarare la risoluzione del contratto.
Continuando nella disamina delle sentenze della Cassazione, rilevante appare, come sopra accennato, una decisione del 25 ottobre del 2010, n.21838, secondo la quale scrivere nel contratto la locuzione “entro e non oltre” per indicare un termine entro cui adempiere a un’obbligazione non costituisce essenzialità in sé, in quanto va accertato se le parti abbiano voluto intendere una data specifica, decorsa la quale scatterebbe l’inadempimento.
L’impiego di tale espressione è da ritenersi, dunque, per i giudici ermellini insufficiente per assegnare un valore essenziale al termine fissato, ma semmai rappresenta un dato, che va preso in considerazione insieme ad altri, come la succitata volontà delle parti di considerare inutile l’oggetto del contratto, decorso il termine.
Vediamo cosa accade, se il termine non viene proprio indicato nel contratto. La sua mancanza non costituisce motivo di invalidità del contratto, potendo essere aggiunto in via suppletiva, stando all’art.1183 c.c., oppure potendosi chiedere al giudice di fissarne uno. In mancanza del termine, entro il quale stipulare il contratto definitivo, vale la prescrizione decennale, che scatta dalla data di perfezionamento del contratto preliminare di compravendita.
La sentenza dichiarativa della risoluzione del contratto ha efficacia costitutiva, in quanto crea una nuova situazione giuridica, facendo venire meno il vincolo contrattuale. Secondo l’art.1458 c.c., poi, essa ha efficacia retroattiva tra le parti, nel senso che esse devono restituire quanto hanno già ricevuto. Per la possibile iniquità, che potrebbe conseguire a una tale previsione, la retroattività non si applica in alcune situazioni, come per i contratti ad esecuzione continuata o periodica.
Facciamo adesso un esempio pratico per verificare cosa accade nel caso di mancato rispetto di un termine essenziale, fissato in maniera non vaga e correttamente dalle parti. Supponiamo di dare vita a un contratto preliminare di compravendita e di statuire che “il contratto definitivo deve essere stipulato entro il 20 giugno p.v.”.
Se oltre alla data non sono presenti ulteriori precisazioni, il termine non va considerato essenziale. Alla sua scadenza, la parte non inadempiente potrà optare per la risoluzione del contratto, in virtù dell’art.1453 c.c., se l’inadempimento sussiste anche alla data di richiesta di risoluzione, intimare in forma scritta la diffida, che assegni alla parte inadempiente il termine ulteriore di 15 giorni, decorsi i quali il contratto si considera automaticamente risoluto, rifiutarsi di sottoscrivere il contratto definitivo, salvo che la controparte non proponga una nuova scadenza subito successiva al primo termine non rispettato. In questo caso, il rifiuto a contrarre della parte non inadempiente potrebbe essere considerato non giustificato.
Se, invece, il termine indicato nel contratto è essenziale, la parte non inadempiente può manifestare l’intenzione di risolvere il contratto, decorsa tale scadenza, tranne che non sia essa stessa a volere prorogare il termine.
La fissazione di un termine per la stipula di un contratto di compravendita definitivo determina come effetti, che nel caso di trascrizione del contratto di compravendita preliminare, gli effetti di quest’ultima vengono meno, in caso di inadempimento entro il termine concordato o mancata trascrizione della domanda giudiziale, entro un anno dal termine convenuto per la stipula del contratto definitivo. Se il contratto riguarda un bene immobile da costruire, il termine per la conclusione del contratto definitivo deve essere legato a quello dell’eventuale fideiussione, dato che questa è una garanzia a tutela dell’acquirente e valida fino al trasferimento di proprietà dell’immobile.
Rappresentanza Diretta e Rappresentanza Indiretta
In questa guida spieghiamo cosa sono la rappresentanza diretta e la rappresentanza indiretta e quali sono le differenze.
La rappresentanza può essere definita come l’utilizzo di un istituto giuridico, in base al quale una parte, il rappresentato, attribuisce all’altra, rappresentante, il diritto di sostituirlo nel compimento di un atto giuridico, eventualmente con la ricaduta sul primo degli effetti direttamente collegabili all’atto.
Si distingue anche tra parte formale e parte sostanziale, per indicare nel primo caso il soggetto che prende parte a un atto, senza esserne destinatario degli effetti, mentre nel secondo caso è titolare di diritti e obblighi, pur non presenziando durante il compimento dell’atto.
Dunque, chi firma la dichiarazione negoziale è il rappresentante e lo fa con il proprio nome, non con quello del rappresentato. Tuttavia, gli effetti giuridici scaturenti dall’atto sono ricondotti alla sfera del rappresentato.
Il rappresentante agisce spesso sulla base delle indicazioni fornitegli dal rappresentato. Per esempio, se si sta vendendo un immobile, il primo potrebbe seguire le istruzioni del soggetto per conto del quale compie l’atto, con riguardo alla data della cessione e della fissazione del prezzo minimo. In ogni caso, il rappresentante agisce con l’uso della sua volontà e delle sue facoltà di valutazione.
Restando in tema, si usa distinguere tra i casi di rappresentanza diretta e quelli di rappresentanza indiretta. La prima si ha, quando il compimento dell’atto comporta automaticamente la produzione degli effetti giuridici in capo al rappresentato, mentre nel caso di rappresentanza indiretta, per fare in modo che questo accada, è necessario che il rappresentante compia un atto ulteriore. Esempio, se Tizio compra un immobile per conto di Caio, ma senza spendere il suo nome, è necessario che successivamente compia un atto di trasferimento del bene in favore del secondo, per fare in modo che questi acquisti la proprietà.
La rappresentanza indiretta è anche denominata come interposizione reale, al fine di distinguerla dal caso di interposizione fittizia, che si ha con la simulazione di un contratto. Dunque, quando la rappresentanza è diretta, il rappresentante agisce in nome e per conto del sostituito, mentre quando essa è indiretta, lo fa per conto del rappresentato, ma non anche a suo nome.
Va anche chiarito, che quando si ha il compimento di un atto con l’istituto della rappresentanza, l’identità del rappresentato può essere svelata all’altro contraente, così come può essere tenuta segreta. Per esempio, se Tizio compra da Caio un immobile per conto di Sempronio, può chiarirgli in sede di stipula del contratto di compravendita che agisce in rappresentanza di questo, ma può anche non citare il suo nome, limitandosi a specificare ai sensi dell’art.1401 c.c. che lo fa per conto di persona da nominare.
La rappresentanza si dice organica, quando il rappresentante costituisce un unico con il soggetto che rappresenta, come nel caso di un amministratore delegato di una srl, che nel compiere un atto lo effettua senza una duplicità di posizioni. Il nuncius è, invece, una figura diversa dal rappresentante, perché si limita a rendere all’esterno la volontà del rappresentato già formata.
La rappresentanza si dice volontaria, quando nasce dalla volontà dell’interessato. Essa può riguardare tutti i negozi, con l’eccezione di quelli, che per loro natura prevedono la presenza dell’interessato, come nel caso di donazione.
Ci sono alcuni casi, in cui il rappresentante agisce in eccesso o in difetto, rispetto ai poteri assegnatigli per procura dal rappresentato. In queste situazioni, il contratto concluso, stando all’art.1398 c.c. diventa inefficace, anche se il rappresentato ha facoltà di ratificarlo e, quindi, di consolidarne gli effetti.
La ratifica è un atto unilaterale, ha efficacia retroattiva, fatti salvi i diritti di terzi. Questi ultimi potrebbero assegnare allo pseudo rappresentato un termine, entro il quale avvalersi della ratifica, trascorso il quale questa s’intende negata.
Esiste un’altra fattispecie di abuso del potere di rappresentanza, ovvero quando essa avviene in situazioni di conflitto d’interesse per il rappresentante. A tale proposito, si distingue tra diversi sotto casi, il contratto che si ha quando il rappresentante contrae con la propria persona o agisce in rappresentanza anche dell’altra parte negoziale, il conflitto d’interesse vero e proprio, che si verifica quando il rappresentante contrae con soggetti, ai quali è legato da vincoli d’affetto o di affari.
In situazioni di conflitto di interessi, è possibile per il rappresentato procedere all’annullamento dell’atto, anche se per la fattispecie prevista dall’art.1394 c.c. è necessario che i terzi contraenti fossero a conoscenza del conflitto d’interesse o che esso fosse almeno conoscibile.
Al contrario, nel caso di contratto con la propria persona, esso resta valido, qualora il rappresentante sia stato autorizzato dal rappresentato o quando non vi è stato un conflitto di interesse.
Infine, una precisazione con riguardo alla distinzione tra procura e mandato, la prima è un atto unilaterale, con la quale il rappresentato attribuisce al rappresentante il potere di agire per suo conto. Il secondo, invece, disciplina i rapporti interni, ovvero definisce gli obblighi delle parti.
Lucro Cessante e Danno Emergente
In questa guida spieghiamo cosa sono lucro cessante e danno emergente e quali sono le differenze.
Il danno patrimoniale colpisce ingiustamente chi lo subisce, quindi, provoca un pregiudizio alla sfera economica e patrimoniale del danneggiato. Risulta essere a tale proposito che si presentano i concetti di lucro cessante e danno emergente, che, diversamente da quanto si potrebbe ipotizzare, non rappresentano due categorie di danno separate, ma una sfera unitaria del danno patrimoniale.
Il Codice Civile non cita direttamente queste due espressioni, ma all’art.1223 stabilisce che il risarcimento del danno per l’inadempienza o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore, come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata.
Dunque, è la giurisprudenza, che ha fissato le differenze tra queste due categorie di danno, attraverso un’interpretazione dottrinale. Ma andiamo a vedere nel concreto in cosa consistano il danno emergente e il lucro cessante.
Il danno emergente rappresenta ogni riduzione del valore patrimoniale di un bene, provocata dal fatto illecito o dall’inadempimento. Si tratta, in altri termini, del disvalore conseguente a questi ultimi, alla perdita di utilità subita e presente già nel patrimonio del danneggiato. Un caso tipico di danno emergente potrebbe essere il disvalore provocato da una mancata o ritardata prestazione da parte del debitore.
Il lucro cessante è, invece, il mancato guadagno provocato dall’inadempimento o dall’atto illecito subito, si tratta di un valore non ancora inglobato nel patrimonio del danneggiato, ma che ragionevolmente attiene a questi, in quanto si presume che in assenza di tale danno, il patrimonio avrebbe prodotto un guadagno maggiore per il suo titolare.
Un esempio di lucro cessante si ha nel mancato reddito conseguito da un agricoltore, a seguito del danneggiamento dell’appezzamento di terreno, provocato da terzi. I frutti mancati, infatti, non gli consentono di godere del reddito, che altrimenti avrebbe percepito con la loro cessione sul mercato o anche direttamente, attraverso il consumo personale. Il lucro cessante potrebbe aversi anche per i casi di danni futuri.
Per fare in modo che il risarcimento sia possibile, è necessario che tra l’evento dannoso e il danno subito vi sia un rapporto diretto, ovvero che vi sia un nesso causale, che il secondo sia conseguenza immediata e diretta del primo. Una volta accertato tale nesso, il giudice fisserà il valore del risarcimento, anche se non è semplice la sua determinazione, specie nel caso del lucro cessante, relativamente al quale si provvede spesso alla quantificazione in via equitativa.
Fatto salvo quanto già detto, bisogna considerare un altro aspetto per la determinazione del risarcimento, ovvero la distinzione tra il caso in cui il debitore abbia provocato il danno per sua colpa, ma senza volerlo e quello, per cui il debitore non abbia adempiuto volutamente all’obbligazione, quindi, mirando proprio a creare un danno al creditore.
Le norme hanno separato i due casi, prevedendo che quando il debitore abbia agito solamente con colpa, risponde dei danni prevedibili, sempre sulla base dell’esistenza del nesso tra evento e danno medesimo. Quando, invece, il debitore ha agito con dolo, egli risponde non solamente dei danni prevedibili, ma anche di quelli imprevedibili, come da art.1225 c.c.
Per adesso il ragionamento appare piuttosto lineare, ma quando dalla teoria si passa alla pratica, iniziano le complicazioni. Per prima cosa bisogna capire cosa si intende per conseguenza diretta e immediata, ovvero, quando si realizza il nesso di causalità tra evento e danno.
A tal fine esistono due teorie tra i giuristi. La prima prende il nome di condicio sine qua non, secondo la quale il debitore è responsabile del danno, quando ha messo in moto con un suo atto o inadempimento anche solamente la prima di una serie di azioni, che ha provocato il danno stesso. La seconda è la teoria della causalità adeguata, secondo cui la causa va individuata solo in quel fatto, che appare normalmente idoneo a provocare il danno. Diciamo subito che la giurisprudenza adotta principalmente questa seconda tesi, in base alla quale il debitore non è responsabile di tutti i danni subiti dalla controparte, qualora sia intervenuto un fatto del tutto autonomo e distinto, che sia stato idoneo a produrre l’evento. In questi casi, infatti, si avrebbe un’interruzione del nesso di causalità diretta e immediata tra l’evento e il danno. Il fatto autonomo, che interrompe tale nesso, potrebbe essere un atto compiuto da terzi o dallo stesso creditore. In base a questa tesi, quindi, il debitore non è responsabile di tutti i danni, quando siano intervenuti fattori eccezionali e imprevedibili.
Tuttavia, tra giurisprudenze e norme si origina, in base alla teoria della causalità adeguata, un conflitto, a cui ha cercato di porre rimedio proprio la prima. Infatti, interpretando rigidamente quanto appena esposto, l’art.1225 del codice civile sarebbe svuotato di significato, laddove stabilisce che il debitore che abbia agito con dolo sia responsabile anche dei fatti imprevedibili. Dunque, i giudici considerano l’esistenza del nesso di causalità, anche quando questo andrebbe escluso sulla base della causalità adeguata, in presenza di fattori eccezionali.
Riepilogando, il danno emergente è relativo a un danno presente, mentre il lucro cessante si riferisce a un danno futuro, essendo il mancato guadagno causato dal danno patrimoniale.
Può anche accadere che il creditore abbia contribuito colposamente a provocare il danno, un caso non raro e che trova disciplina nell’art.1227 c.c. In queste situazioni, il risarcimento a carico del debitore è ridotto in proporzione alla gravità della colpa del creditore. Inoltre, se il creditore avrebbe potuto evitare il danno, usando l’ordinaria diligenza, non avrà diritto a un risarcimento.
Sono previste anche norme particolari anche per l’inadempimento di obbligazioni pecuniarie. L’art.1224 c.c. stabilisce che il debitore debba erogare al creditore gli interessi sulle somme dovute dal giorno di mora e ciò si ha anche quando il creditore non provi di avere subito il danno. Qualora, però, il creditore lamenti di avere subito un danno superiore a quello risarcito con gli interessi legali, deve dimostrare la maggiore entità del medesimo e in quel caso avrà diritto alla liquidazione della differenza rispetto agli interessi legali.
Si pensi al seguente caso, il fornitore non consegna entro la data pattuita all’impresa una partita di merce, con la conseguenza che questa non potrà a sua volta consegnarla al cliente finale, il quale per ipotesi abbia sottoscritto un contratto, nel quale erano contemplato un risarcimento per il caso di ritardata consegna. Risulta essere evidente, che il creditore ha subito un danno maggiore di quello che il giudice potrebbe quantificare da un’analisi immediata, perché si dovrà tenere conto del costo extra sostenuto per risarcire il cliente. Gli basterà a tale proposito esibire il contratto vigente con questo, dal quale emergerà il maggiore costo, rispetto a quello eventualmente già determinato. Infine, l’art.1226 c.c. stabilisce che quando il danno è stato accertato, ma la sua quantificazione risulta difficile, il giudice potrà decidere.