Source: https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2016/06/14/spetta-solo-allo-stato-avviare-lazione-per-danno-ambientale/
Timestamp: 2017-09-21 05:00:56+00:00
Document Index: 149335753

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 18', 'art. 311', 'sentenza ', 'art. 311', 'art. 437', 'sentenza ', 'art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 311', 'art. 311', 'art. 313', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 437', 'art. 311', 'art. 311', 'sentenza ', 'art. 311']

Spetta solo allo Stato avviare l’azione per danno ambientale. | Gruppo d'Intervento Giuridico onlus
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giugno 14, 2016 Gruppo d'Intervento Giuridico	Lascia un commento Go to comments
In Italia, è stata la Corte dei conti a introdurre l’ipotesi risarcitoria per i danni causati all’ambiente e alle risorse naturali fin dagli anni ’70 del secolo scorso con la vicenda processuale del Parco nazionale d’Abruzzo, (Corte dei conti, Sez. I giurisd., n. 39/1973, poi confermata da SS.RR., n. 108/1975) e, soprattutto, con le pronunce sui c.d. fanghi rossi di Scarlino (Corte dei conti, Sez. I giurisd., 8 ottobre 1979, n. 61). In quella occasione il Giudice erariale affermò che lo Stato aveva un proprio interesse diretto alla salvaguardia dell’ambiente (nella specie, si trattava delle acque marine, tutelate allora dalla legge n. 963/1965) e che la compromissione di esso costituiva danno erariale ai sensi dell’art. 52 del regio decreto n. 1214/1934 e s.m.i. (Testo unico sulla Corte dei conti) in quanto “…. la nozione di danno erariale non comprendeva esclusivamente ipotesi finanziarie, quale l’alterazione e turbativa dei bilanci, ovvero patrimoniali, quali la distruzione, sottrazione e danneggiamento di beni demaniali, o il recupero di somme pagate per fatti lesivi commessi dai pubblici dipendenti, ma altresì la lesione di interessi più generali, di natura eminentemente pubblica (interessando tutta la categoria dei cittadini), purché suscettibili di valutazione economica”.
In seguito sarà l’art. 18 della legge n. 349/1986 a codificare l’azione per danno ambientale, oggi delineata negli artt. 311-318 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i. (Codice dell’ambiente, parte VI, titolo III).
L’azione risarcitoria in forma specifica è così indicata: “Il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare agisce, anche esercitando l’azione civile in sede penale, per il risarcimento del danno ambientale in forma specifica e, se necessario, per equivalente patrimoniale, oppure procede ai sensi delle disposizioni di cui alla parte sesta del presente decreto” (art. 311, comma 1°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.).
E’, quindi, indicato nello Stato (e per esso il Ministro dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare) il titolare dell’azione risarcitoria.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 235 del 2009, si era già pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art. 311, comma 1°, del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i.: pur dichiarando inammissibile la questione, aveva osservato che la disposizione censurata, sebbene non riconosca la legittimazione delle Regioni e degli enti locali a proporre l’azione risarcitoria per danno ambientale “neppure la esclude in modo esplicito”.
La questione è stata sottoposta nuovamente nel dicembre 2014 (ordinanza del 13 febbraio 2015) dal Tribunale di Lanusei, nell’ambito del noto procedimento penale concernente lo strano inquinamento di Quirra (art. 437, commi 1° e 2°, cod. pen.) e il Giudice delle Leggi è stato stavolta molto più puntuale, con la sentenza n. 126/2016.
La Corte costituzionale ha, infatti, colto l’occasione per formulare una serie di utili indicazioni su di un tema che attualmente appare foriero di novità ben maggiori di quanto sinora emerso in sede applicativa. In primo luogo, la Corte evidenzia come l’espressa collocazione, a seguito della riforma del Titolo V, della materia “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema” nell’art. 117, comma 2°, lettera s, cost. quale competenza esclusiva dello Stato, ha fotografato, una realtà già riconosciuta dalla giurisprudenza come desumibile dal complesso dei valori e dei principi costituzionali (a partire dalla sentenza 247 del 1974). Inoltre, anche alla luce delle competenze trasversali in capo ai diversi Enti territoriali, viene quindi evidenziato e confermato il punto fermo del sistema elaborato dalla giurisprudenza circa la pluralità dei profili soggettivi del bene ambientale (sentenza n. 378 del 2007).
La Corte ha, poi, ripercorso la disciplina del danno ambientale, evidenziando il mutamento di prospettiva imposto dalle direttive europee, con la conseguente collocazione del profilo risarcitorio in una posizione accessoria rispetto alla riparazione del danno e al ripristino ambientale: così, in sede di attuazione della direttiva, con il decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., è emersa la priorità delle misure ripristinatorie rispetto al risarcimento per equivalente pecuniario, quale conseguenza dell’assoluta peculiarità del danno al bene o risorsa “ambiente”.
Nella stessa ottica, prima con l’art. 5 bis, del decreto-legge n. 135/2009 convertito nella legge n. 166/2009 − per rispondere a una procedura di infrazione comunitaria − si è precisato che il danno all’ambiente deve essere risarcito con le misure di riparazione “primaria”, “complementare” e “compensativa”, prevedendo un eventuale risarcimento per equivalente pecuniario esclusivamente se le misure di riparazione del danno all’ambiente fossero state in tutto o in parte omesse, ovvero attuate in modo incompleto o difforme rispetto a quelle prescritte ovvero risultassero impossibili o eccessivamente onerose. Quindi, con l’art. 25, della legge n. 97/2013, si è ulteriormente riordinata la materia, eliminando i riferimenti al risarcimento “per equivalente patrimoniale” e imponendo per il danno all’ambiente “misure di riparazione” (specificate dall’Allegato 3 alla parte VI del Codice dell’ambiente).
La Corte costituzionale, ha, inoltre, individuato i soggetti tenuti al ripristino. In prima battuta le misure sono a carico del responsabile del danno. Tuttavia, quando le misure risultino in tutto o in parte omesse, o comunque realizzate in modo incompleto o difforme, il Ministro dell’ambiente procede direttamente agli interventi necessari, determinando i costi delle attività occorrenti per conseguire la completa e corretta attuazione e agendo nei confronti del soggetto obbligato per ottenere il pagamento delle somme corrispondenti.
La riserva allo Stato del potere di agire, anche esercitando l’azione civile in sede penale, per il risarcimento del danno ambientale (art. 311), oggetto di censura da parte del giudice remittente, viene reputata alla stregua di una conseguenza logica del cambiamento di prospettiva sopra ricordato. All’esigenza di unitarietà della gestione del bene “ambiente” non può infatti sottrarsi la fase risarcitoria. In termini di possibile iniziativa autonoma, la Corte sottolinea come la riserva allo Stato non escluda che, ai sensi dell’art. 311 del decreto legislativo n. 152/2006 e s.m.i., sussista il potere di agire di altri soggetti, comprese le istituzioni rappresentative di comunità locali, per i danni specifici da essi subiti (Regioni, Enti locali). La norma ha mantenuto “il diritto dei soggetti danneggiati dal fatto produttivo di danno ambientale, nella loro salute o nei beni di loro proprietà, di agire in giudizio nei confronti del responsabile a tutela dei diritti e degli interessi lesi” (art. 313, comma 7°, secondo periodo).
Quindi, la Corte ha ricordato come già la Corte di cassazione abbia più volte affermato che la normativa speciale sul danno ambientale si affianca (non sussistendo alcuna antinomia reale) alla disciplina generale del danno posta dal codice civile, non potendosi pertanto dubitare della legittimazione degli enti territoriali a costituirsi parte civile iure proprio, nel processo per reati che abbiano cagionato pregiudizi all’ambiente, per il risarcimento non del danno all’ambiente come interesse pubblico, bensì (al pari di ogni persona singola od associata) dei danni direttamente subiti: danni diretti e specifici, ulteriori e diversi rispetto a quello, generico, di natura pubblica, della lesione dell’ambiente come bene pubblico e diritto fondamentale di rilievo costituzionale.
Infine, rispetto al profilo di censura sollevato con riferimento al rischio di un’inattività dello Stato, specie nel caso di sovrapposizione tra danneggiato e danneggiante, (nel caso di specie per la mancata costituzione di parte civile), lo stesso viene respinto con diversi argomenti: la proposizione della domanda nel processo penale è solo una delle opzioni previste dal legislatore, potendo lo Stato agire direttamente in sede civile o in via amministrativa; l’interesse giuridicamente rilevante di cui sono portatori gli altri soggetti istituzionali è preso in considerazione dall’art. 309 del Codice dell’ambiente secondo cui le Regioni, le Province autonome e gli enti locali, anche associati, oltre agli altri soggetti ivi previsti ”…possono presentare al Ministro … denunce e osservazioni, corredate da documenti ed informazioni, concernenti qualsiasi caso di danno ambientale o di minaccia imminente di danno ambientale e chiedere l’intervento statale a tutela dell’ambiente”.
Infine, ricorda la Corte costituzionale, tale interesse è suscettibile di tutela giurisdizionale già secondo principi generali, nonché in via peculiare secondo le norme dello stesso codice: infatti, l’art. 310 prevede espressamente l’azionabilità dinanzi al giudice amministrativo.
1.− Il Tribunale ordinario di Lanusei nel procedimento penale promosso a carico di M.F. ed altri, per il reato di cui all’art. 437, commi 1 e 2, del codice penale, con ordinanza del 13 febbraio 2015, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 311, comma 1, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), nella parte in cui attribuisce al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, e per esso allo Stato, la legittimazione all’esercizio dell’azione per il risarcimento del danno ambientale, escludendo la legittimazione concorrente o sostitutiva della Regione e degli enti locali sul cui territorio si è verificato il danno, in riferimento agli artt. 2, 3, 9, 24 e 32 della Costituzione, nonché al principio di ragionevolezza.
Rileva, quindi, che la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità ha interpretato il citato art. 311, comma 1, del codice dell’ambiente, nel senso che lo stesso attribuisce la legittimazione a costituirsi parte civile per il risarcimento del danno ambientale solo allo Stato; tuttavia, una diversa interpretazione sarebbe possibile in ragione di quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 235 del 2009, secondo la quale l’art. 311, comma 1, del d.lgs. n. 156 del 2006, pur non riconoscendo espressamente la legittimazione ad agire delle Regioni, «neppure la esclude in modo esplicito».
La disciplina della legittimazione ad agire per il risarcimento del danno ambientale non può essere giustificata dall’esigenza di unitarietà ed omogeneità messa in luce per assolvere l’accentramento statale della funzione amministrativa, oppure dall’esigenza di evitare l’aggressione processuale dell’imputato o il difficile governo del processo per il numero di parti costituite, poiché si impedisce al titolare di agire per la tutela di un proprio diritto che è primario ed assoluto.
In effetti, una volta messo al centro del sistema il ripristino ambientale, emerge con forza l’esigenza di una gestione unitaria: un intervento di risanamento frazionato e diversificato, su base “micro territoriale”, oltre ad essere incompatibile sul piano teorico con la natura stessa della qualificazione della situazione soggettiva in termini di potere (funzionale), contrasterebbe con l’esigenza di una tutela sistemica del bene; tutela che, al contrario, richiede sempre più una visione e strategie sovranazionali, come posto in evidenza, oltre che dalla disciplina comunitaria, dall’ultima Conferenza internazionale sul clima tenutasi a Parigi nel 2015, secondo quanto previsto dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
(foto da http://www.nsd.it, da mailing list ecologista, S.D., archivio GrIG)
giugno 14, 2016 alle 10:10 pm
Già,questo è il grosso problema…
Sono state approvate le prescrizioni regionali antincendio in Sardegna per il 2016. A che serve volare? A pontificare su Facebook.