Source: http://www.sindacatofsi.it/2017/07/20/lavoro-subordinato-estinzione-del-rapporto-licenziamento-individuale-termine-decadenziale-di-270-giorni-per-la-proposizione-del-ricorso-giudiziale-cassazione-civile-sez-lavoro-sentenza-0407201/
Timestamp: 2018-07-19 09:36:54+00:00
Document Index: 47714280

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Lavoro subordinato, estinzione del rapporto, licenziamento individuale, termine decadenziale di 270 giorni per la proposizione del ricorso giudiziale Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 04/07/2016 n° 13598 | Sindacato FSI
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Lavoro subordinato, estinzione del rapporto, licenziamento individuale, termine decadenziale di 270 giorni per la proposizione del ricorso giudiziale Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 04/07/2016 n° 13598
Sentenza 4 luglio 2016, n. 13598
sul ricorso 12458/2015 proposto da:
R.V., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VTA A. MORDINI 14, presso lo studio dell’avvocato GABRIELE SALVAGO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ALESSANDRO PERRICCIA, giusta delega in atti;
SICURITALIA S.P.A., P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ACHILLE PAPA 21, presso lo studio dell’avvocato RODOLFO GAMBERINI MONGENET, che 1a rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO GALASSO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 247/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositami il 03/03/2015 r.g.n. 1909/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del i1/05/2016 dal Consigliere Dott. PAOLA GHINOY;
udito l’Avvocato SALVAGO GABRIELE;
udito l’Avvocato GAMEERTNI MONGENET RODOLFO;
La Corte territoriale condivideva l’assunto del primo Giudice, secondo il quale la ricorrente era decaduta dall’impugnativa ai sensi della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1, in quanto questa era stata proposta con ricorso depositato il 6.12.2013, oltre i 270 giorni previsti dalla richiamata disposizione, che dovevano farsi decorrere dal 31.12.2011, in applicazione dello stesso art. 32, comma 1 bis, introdotto dal D.L. 29 dicembre 2010, n. 225, art. 2, comma 54, convertito, con modificazioni, dalla L. 26 febbraio 2011, n. 10 .
1. La questione che si pone nella presente controversia, oggetto di tutti e tre i motivi di ricorso, è se l’onere di far seguire nei 270 giorni all’impugnazione stragiudiziale (proposta entro i 60 giorni) il deposito del ricorso o la comunicazione della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, posto a pena di decadenza dalla L. n. 604 del 1966, art. 6, comma 2, nel testo modificato dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, (poi ulteriormente modificato dalla L. n. 92 del 2012 ), sia applicabile ai recessi intimati anteriormente all’entrata in vigore del c.d. Collegato lavoro (24.11.2010) e per i quali, come nel caso, l’impugnazione stragiudiziale sia stata proposta anch’essa prima del 24.11.2010.
2.2. violazione e/o falsa interpretazione dell’art. 11 preleggi , e art. 25 Cost. ;
Il D.L. n. 225 del 2010 , convertito con modificazioni dalla L. 26 febbraio 2011, n. 10 , ha poi disposto, con l’art. 2, comma 54, l’introduzione del comma 1 bis, che dispone che “In sede di prima applicazione, le disposizioni di cui alla L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 6, comma 1, come modificato dal comma 1 del presente articolo, relative al termine di sessanta giorni per l’impugnazione del licenziamento, acquistano efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2011”. Tale differimento, come ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte con riferimento al contratto di lavoro a tempo determinato nella sentenza 14-03-2016, n. 4913, è stato introdotto per evitare che l’immediata decorrenza del termine decadenziale, prima non previsto, possa pregiudicare chi si trovi ad incorrervi inconsapevolmente.
La L. n. 92 del 2012 , con l’art. 1, commi 38 e 39, ha poi ulteriormente modificato l’art. 6, comma 2, sostituendo, per i licenziamenti intimati dopo la sua entrata in vigore, il termine di 270 giorni con quello di 180 giorni.
3.2. Come questa Corte ha già rilevato nella sentenza n. 9203 del 2014 e successive altre conformi (v. Cass. n. 14406 del 10/07/2015) l’ambito di novità determinato dal suddetto art. 32 è stato non solo l’estensione dell’onere di impugnativa stragiudiziale a casi in precedenza non previsti, ma anche il fatto che la stessa impugnazione stragiudiziale diviene inefficace se non sia seguita dal deposito del ricorso giudiziale nel termine disposto dalla novellata L. n. 604 del 1966, art. 6, comma 2, e quindi il diretto contestuale collegamento tra impugnazione stragiudiziale e decorrenza del termine (parimenti di decadenza) per il deposito del ricorso giudiziale (o per le procedure conciliative od arbitrali, anch’esse ridisegnate dall’art. 31 dello stesso Collegato lavoro), sicché il primo e il secondo comma del novellato art. 6 vengono a costituire, integrandosi fra loro, una disciplina unitaria, articolata – e qui sta appunto l’elemento generalizzato di novità – nella previsione di due successivi e tra loro connessi termini di decadenza. Da tale collegamento tra i due momenti impugnatori (stragiudiziale e giudiziale o arbitrale), questa Corte, in relazione a licenziamenti intimati prima del 24.11.2010, ha fatto discendere che il differimento previsto dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1 bis, deve intendersi riferito anche alla decadenza di cui al (nuovo) comma 2, la cui operatività viene fatta parimenti decorrere dal 31.12.2011.
Nè tale applicazione generale si pone in violazione dell’art. 11 preleggi , considerato che la previsione non ha portata retroattiva.
Deve infatti rilevarsi che nel caso che ci occupa, in cui il licenziamento era già assoggettato all’onere di contestazione stragiudiziale entro 60 gg., l’ulteriore termine decadenziale di 270 giorni ha sostituito il preesistente termine quinquennale di prescrizione di cui all’art. 1442 c.c. , previsto in via generale per la proposizione dell’azione giudiziale di annullamento ed applicabile anche all’impugnativa del licenziamento (ex multis, da ultimo ancora Cass. ord., n.. 20586 del 13/10/2015). In tal senso, la nuova disposizione non ha inciso su una situazione sostanziale già esaurita, ma su una situazione ancora in fieri per la pendenza del termine prescrizionale.
Lo ius superveniens è quindi applicabile ai fatti, agli status e alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della sua entrata in vigore, ancorché conseguenti ad un fatto passato, quando essi, ai fini della disciplina disposta dalla nuova legge, debbano essere presi in considerazione in se stessi, prescindendosi dal collegamento con il fatto che li ha generati, in modo che resti escluso che, attraverso tale applicazione, sia modificata la disciplina giuridica del fatto generatore (cfr., da ultimo, Cass. n.4643 del 2016, n. 9462 del 2015, n. 301 del 2014, n. 16620 del 2013 e, meno recentemente, v. in senso conforme Cass. 3.3.2000 n. 2433 e, in epoca più remota, Cass. S.U. 12.12.67 n. 2926).
E’ – quest’ultimo – il caso della sostituzione di un termine di decadenza al precedente termine di prescrizione, in cui il potere d’azione, ossia di impugnare il licenziamento, era indubbiamente già sorto prima dell’entrata in vigore della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 1, ma non si era ancora consumato, essendo ancora pendente il termine di prescrizione per esercitarlo, di talché la novella non incide sul fatto generatore, ovvero sul licenziamento asseritamente illegittimo e sui suoi effetti sostanziali, ma sul diverso procedimento impugnatorio, ancora in corso.
3.4. L’introduzione, beninteso ex nunc, del nuovo termine di decadenza per l’azione in giudizio, non determina una compromissione delle tutela giudiziaria, in violazione dell’art. 24 Cost. , art. 47 della Carta dei diritti fondamentali della UE, artt. 6 e 13 della CEDU. Ciò in quanto, in primo luogo, il termine per proporre l’azione in giudizio, anche per effetto della proroga disposta “in sede di prima applicazione” dal comma 1 bis, risulta quantitativamente congruo allo scopo di prendere adeguata conoscenza della nuova legge e delle sue modalità applicative ed a predisporre gli atti introduttivi del giudizio (o del procedimento conciliativo o arbitrale); esso risponde inoltre all’interesse generale di pervenire alla celere definizione di una situazione sostanziale di forte impatto sociale ed economico, che attiene a diritti primari dell’individuo.
3.5. Occorre poi ricordare i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 15352 del 2015 – nella quale si è ritenuta l’applicazione della decadenza triennale introdotta dalla L. n. 238 del 1997 , alla proposizione della domanda finalizzata al conseguimento della prestazione indennitaria per epatite post trasfusionale contratta in epoca antecedente all’entrata in vigore della suddetta legge, con decorrenza dall’entrata in vigore della legge stessa – che operano anche nella fattispecie che ci occupa, che pone analoghi problemi nella successione dei diversi regimi.
Le Sezioni Unite hanno ivi premesso che secondo la costante giurisprudenza costituzionale, il valore del legittimo affidamento riposto nella sicurezza giuridica trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost. , ma che tale copertura non è posta in termini assoluti e inderogabili. Hanno quindi chiarito che la posizione giuridica che dà luogo ad un ragionevole affidamento nella permanenza nel tempo di un determinato assetto regolatorio, ben può essere incisa in senso peggiorativo, in presenza di un determinato interesse pubblico che imponga interventi normativi diretti a incidere anche su posizioni consolidate, a condizione che venga rispettato il limite della proporzionalità dell’incisione rispetto agli obiettivi di interesse pubblico perseguiti (cfr., da ultimo, C. cost. 10 marzo 2015 n. 56). Il suddetto bilanciamento è stato quindi individuato dal Supremo Collegio con riferimento alla soluzione adottata dal legislatore con l’art. 252 disp. att. c.c. – in base al quale quando per l’esercizio di un diritto il codice stabilisce un termine più breve di quello stabilito dalle leggi anteriori, il nuovo termine si applica anche all’esercizio dei diritti sorti anteriormente e alle prescrizioni in corso, ma con decorrenza dalla data di entrata in vigore della nuova legge – disposizione cui deve attribuirsi il valore di regola generale, come già ritenuto da questa Corte, anche a Sezioni Unite (Cass. S.U. 7 marzo 2008 n. 6173), che ha ribadito sul punto un’ analoga affermazione della Corte costituzionale (C. Cost. 3 febbraio 1994 n. 20).
La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre ad Euro 100,00 per esborsi, rimborso spese generali al 15% (percento) ed accessori di legge.