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Timestamp: 2019-02-15 23:30:16+00:00
Document Index: 175317746

Matched Legal Cases: ['art.73', 'art.451', 'art. 73', 'art. 566', 'art. 444', 'art. 442', 'art. 558', 'sentenza ', 'art. 566', 'art. 566', 'art. 566', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 451', 'art. 446', 'art. 446', 'art. 566']

Termine massimo per richiesta riti alternativi - [ Procedura Penale ] - FORUM AVVOCATI & Praticanti Avvocati
Termine massimo per richiesta riti alternativi
Autore Topic: Termine massimo per richiesta riti alternativi (Letto 3580 volte)
« il: 06 Feb 2009, 16:57 »
Salve a tutti, oggi in una delle tante cause a cui ho assistito è accaduto un fatto che mi ha colto di sorpresa.
A Tizio viene convalidato l'arresto per essere stato colto in flagranza di reato a norma dell'art.73 D.P.R 309/90, il difensore chiede termini a difesa.
Nell'udienza successiva, prima dell'apertura del dibattimento, il difensore chiede di avvalersi del giudizio abbreviato... e fino qui tutto regolare
Il Giudice gli comunica che a parer suo e secondo Costante Giurisprudenza i termini per poter usufruire della scelta dei riti alternativi sono decaduti, in quanto la richiesta doveva essere presentata in sede di convalida dell'arresto!! :shock:
vi confido che è la prima volta che mi capita una cosa del genere, che ne pensate?
Re: Termine massimo per richiesta riti alternativi
« Risposta #1 il: 06 Feb 2009, 17:27 »
La ragione sta nell'interpretazione dell'ultumo comma dell'art.451 c.p.p., il quale stabilisce che l'imputato può chiedere un termine a difesa non superiore a 10 gg., dopo di che stabilisce che fino all'udienza successiva il DIBATTIMENTO rimane sosperso.
Per cui si ritiene implicitamente che, in seguito alla richesta del termine a difesa, si sia aperto il dibattimento sancendo così la fine di ogni possibile richiesta di rito alternativo.
Personalmente ritengo che sia una interpretazione eccessivamente penalizzante per il difensore che in molti casi ( specie per i processi per droga come avrai potuto notare ) si trova nell'imbarazzo di dover studiare le risultanze di indagine e scegliere la migliore strategia processuale in un tempo brevissimo con in più la responsabilità di un imputato che potrebbe prendere una pena importante! ( in questo momento non ho la legge sotto mano ma vado a memoria, le pene per l'art. 73 D.P.R. 309/90 arrivano a dieci anni )
« Risposta #2 il: 06 Feb 2009, 17:46 »
E' nell'udienza successiva però che si è aperto il dibattimento, passando ovviamente per gli atti preliminari al suindicato...
Ma... devo approfondire tale aspetto processuale.
Grazie Luigi79
« Risposta #3 il: 06 Feb 2009, 19:01 »
a stretto rigore avrebbe ragione il giudice,i termini a difesa servono per il dibattimento in teoria, ormai la prassi è quella di concederli per valutare SE accedere a riti alternativi,ma a rigore i termini e la scelta del rito sono alternativi.
certo che infamone quello...
« Risposta #4 il: 06 Feb 2009, 19:08 »
Un pò antiquata... qui siamo ancora dinanzi al Pretore.
• Nel disposto di cui all’art. 566 cod. proc. pen. (convalida dell’arresto e giudizio direttissimo) le due richieste di termine a difesa e di applicazione (alternativa) di uno dei “riti speciali” previsti nell’art. 444 e nell’art. 442 cod. proc. pen. vengono riconosciute al giudicabile come facoltà che il medesimo “può” (giammai deve) formulare subito dopo l’udienza di convalida, e cioè a partire da quel momento processuale, sicchè la richiesta di rito speciale può intervenire sino alla formale dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. (Nella specie la S.C. ha ritenuto erroneo il diniego del patteggiamento motivato per intempestività della relativa istanza, avanzata dall’imputato all’udienza successiva a quella di convalida, in cui il Pretore aveva concesso il termine a difesa prima che fosse aperto il dibattimento ed implicante la sospensione del medesimo). — Cass. II, sent. 8032 del 16-7-92 (ud. 26-6-92) rv. 191292.
Cmq, rivedendo l'art. 558 comma 8 c.p.p, ho appurato che l'imputato può formulare richiesta di...
Tale assunto lo interpreto nel modo seguente: dopo la convalida dell'arresto l'imputato potrebbe già optare per la scelta di un rito alternativo, senza alcuna decadenza in merito.
Solamente nella fase successiva (prima della formale apertura del dibattimento) si toverà dinanzi al termine ultimo in relazione alla scelta di un rito alternativo.
« Risposta #5 il: 06 Feb 2009, 19:10 »
Infame è poco, l'Avv. stava svenendo!!!
« Risposta #6 il: 06 Feb 2009, 19:13 »
i termini a difesa servono per il dibattimento in teoria,
E' proprio questo che non riesco a comprendere, formalmente il dib. ancora non si è aperto e come tale ho ancora la facoltà di avvalermi della scelta dei riti.
Grazie Lerse.
« Risposta #7 il: 07 Feb 2009, 15:41 »
Avete qualche sentenza da postare con entrambe gli schieramenti giurisprudenziali?
« Risposta #8 il: 07 Feb 2009, 22:37 »
"direttissimo termini a difesa abbreviato"
trovi cose molto interessanti
« Risposta #9 il: 08 Feb 2009, 11:47 »
Grazie Dem., sto cercando di fare luce sull'argomento, perchè a mio modesto parere, non penso che sia corretto il ragionamento del Giudice mon. del Trib. di Anagni.
Ho avuto la possibilità di svolgere il mio primo anno di pratica forense a Roma e sinceramente non mi era mai capitato di assistere ad un'interpretazione del genere, non perchè i Giudici Capitolini siano infallibili ma per il semplice fatto che ne ho seguite a migliaia di udienze relative all'oggetto di cui alla controversia e costantemente veniva riconosciuta la facoltà di avvalersi del rito alternativo, nell'udienza successiva alla richiesta dei termini a difesa, senza alcuna preclusione.
Ho individuato una Sent. della Corte Cost. del 27/05/1993 n.244, che avvalora la mia ipotesi.
Due giorni fa, L'imprevisto che ... :shock:
« Risposta #10 il: 08 Feb 2009, 18:25 »
Citazione da: "c3po"
nel sito che mi era uscito su google la cita come 254 (non 244) del 1993 e mi sembra sia quella..
ORDINANZA 24-27 MAGGIO 1993
composta dai signori: Presidente: prof. Francesco Paolo CASAVOLA; Giudici: dott. Francesco GRECO, prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. Giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, prof. Fernando SANTOSUOSSO;
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 566, ottavo comma, del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 18 settembre 1992 dal Pretore di Gela nel procedimento penale a carico di La Bella Angelo ed altri, iscritta al n. 790 del registro ordinanze 1992 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 1, prima serie speciale, dell'anno 1993;
Udito nella camera di consiglio del 31 marzo 1993 il Giudice relatore Mauro Ferri;
Ritenuto che, con l'ordinanza in epigrafe, il Pretore di Gela ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 566, ottavo comma, del codice di procedura penale "nella parte in cui dispone che la formulazione della richiesta di applicazione della pena sia fatta subito dopo l'udienza di convalida e non, invece, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento";
che il giudice a quo premette che "secondo l'interpretazione dell'art. 566, sesto, settimo ed ottavo comma, del codice di procedura penale generalmente accolta" l'imputato, dopo la convalida dell'arresto, deve subito scegliere tra due facoltà: la formulazione della richiesta di giudizio abbreviato ovvero di applicazione della pena, oppure la richiesta di un termine per preparare la difesa. Mentre l'esercizio della prima facoltà non preclude, in caso di dissenso del pubblico ministero, l'esercizio della seconda, la richiesta del "termine a difesa" precluderebbe, invece, definitivamente, la possibilità di chiedere il giudizio abbreviato o l'applicazione della pena allorché ha inizio il dibattimento "all'udienza preliminare successiva alla scadenza del termine" concesso;
che sulla base di tale interpretazione il remittente rileva che la norma impugnata, oltre a contrastare con il principio di eguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione, non consente il pieno esercizio della difesa, posto che, da un lato, attribuisce la facoltà di chiedere un termine per preparare la difesa tecnica, dall'altro rende parzialmente inutile questa facoltà impedendo al difensore di studiare il caso e le sue conseguenze e di valutare, assieme all'imputato, l'opportunità di chiedere l'applicazione della pena evitando il pubblico dibattimento e l'eventuale sentenza di condanna;
che nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato dall'Avvocatura generale dello Stato, concludendo per l'infondatezza della questione.
Considerato che il presupposto interpretativo sulla base del quale è sollevata la questione di legittimità costituzionale è manifestamente errato in quanto, ai sensi degli artt. 449 e segg. del codice di procedura penale, il Pretore, prima della formale dichiarazione di apertura del dibattimento, deve informare l'imputato della facoltà di chiedere un termine per preparare la difesa, con la conseguenza che, nel caso di esercizio di detta facoltà, il dibattimento, non ancora aperto, è sospeso fino all'udienza immediatamente successiva alla scadenza del termine (art. 451, sesto comma);
che, quindi, secondo il chiaro disposto dell'art. 446, primo comma, la richiesta di applicazione della pena è tempestivamente formulata fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado;
che nessuna eccezione a tale regola reca la disposizione impugnata dal giudice a quo nella quale le richieste di termine a difesa o di applicazione di uno dei riti speciali previsti dagli artt. 444 e 438 del codice di procedura penale vengono semplicemente riconosciute come facoltà che il giudicabile "può" (e non "deve") formulare subito dopo l'udienza di convalida, e cioè a partire da quel momento processuale, sicché la richiesta di applicazione della pena può ben intervenire fino al normale termine previsto nel citato art. 446, primo comma, del codice di procedura penale;
che nello stesso senso si è già espressa la giurisprudenza della Corte di Cassazione;
che pertanto la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata;
Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e n. 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale;
Dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 566, ottavo comma, del codice di procedura penale sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Pretore di Gela, con l'ordinanza in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 maggio 1993.
Il redattore: FERRI
Depositata in cancelleria il 27 maggio 1993.
« Risposta #11 il: 09 Feb 2009, 12:32 »
E' questa Dem.,
non riesco a capire perchè i num., li trascrivo sempre errati!!!
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