Source: http://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/rubriche-C-98/sentenze-commentate-C-103/sulla-responsabilita-per-la-mancata-applicazione-dell-art.-2087-cc.-AR-15493/
Timestamp: 2016-09-28 23:54:04+00:00
Document Index: 112000119

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art.\n2087', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 16', 'art. 2087', 'art. 2087']

Sulla responsabilità per la mancata applicazione dell’art. 2087 cc. Dal 1999 il quotidiano sulla sicurezza sul lavoro, ambiente, security
21 dicembre 2015 - Cat: Sentenze commentate
Sulla responsabilità per la mancata applicazione dell’art. 2087 cc. Per individuare la responsabilità del datore di lavoro in merito a un infortunio non occorre che l’evento sia legato alla violazione di una norma di sicurezza: basta una mancata applicazione delle misure di cui all’art. 2087 cc. Di G.Porreca.
Si esprime la Corte di
Cassazione in questa sentenza sui criteri di individuazione della
responsabilità di un imprenditore in merito a un infortunio occorso a un
lavoratore della cui salute e sicurezza lo stesso è garante. In tema di
infortuni sul lavoro, ha sostenuto la suprema Corte, non occorre, per
configurare la responsabilità di un datore di lavoro, che sia integrata la
violazione di specifiche norme dettate per la salute e sicurezza dei lavoratori
essendo sufficiente che l'evento dannoso si sia verificato a causa dell'omessa
adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all'imprenditore dall' art.
2087 del codice civile ai fini della più efficace tutela dell'integrità
fisica del lavoratore stesso, con la conseguenza che ricadono sullo stesso
datore di lavoro che abbia omesso di adottare tali misure ed accorgimenti anche
quei rischi derivanti da cadute accidentali, stanchezza, disattenzione o malori
comunque inerenti al tipo di attività che il lavoratore sta svolgendo.
riformata, con la riduzione della pena a otto mesi di reclusione, la sentenza di
condanna emessa dal Tribunale nei confronti di un datore di lavoro imputato del
reato di cui agli artt. 113, 589 secondo comma, cod. pen. in relazione all'art. 2087
cod. civ. per avere, nella sua qualità di titolare dell'impresa, cagionata
la morte di un lavoratore per averlo posto a lavorare o per avere permesso che
lo stesso lavorasse in piedi su una trave di cemento armato posta ad un'altezza
di m 1,47 dal piano del solaio e larga m 0,30, tale da non garantire
spostamenti o movimenti agevoli, tanto più che la perdita di equilibrio poteva
essere determinata altresì dall'operazione eseguita con le braccia rivolte
verso l'alto, e quindi omettendo di strutturare il posto di lavoro in modo che
il lavoratore non potesse scivolare o cadere.
L’imputato ha ricorso in
Cassazione adducendo diverse motivazioni. Lo stesso, premesso che
dall'istruttoria dibattimentale era emerso che il lavoratore era caduto a causa
di un malore, ha sostenuto che i giudici di merito avevano erroneamente
applicato la regola cautelare prevista dall'art. 16 del D.P.R. 7/1/1956 n. 164
ritenendo che l'altezza minima di due metri dal suolo potesse desumersi con
riferimento al punto in cui operavano le braccia del lavoratore. Ha ritenuto
altresì che la sentenza della Corte di Appello fosse viziata laddove la stessa
ha ritenuto, benché dal giudizio di primo grado fosse emerso il sospetto che la
caduta del lavoratore non fosse legata ad una perdita di equilibrio ma ad un suo
malore, che la predisposizione di un ponteggio avrebbe comunque evitato
l'evento non tenendo conto del fatto che su di lui non incombesse tale obbligo
tendente ad eliminare il rischio da cadute in quota. Nel ricorso l’imputato ha
contestata, inoltre, l'affermazione fatta dalla Corte di Appello secondo la
quale il datore di lavoro non va esente da responsabilità
in caso di caduta conseguente a malore.
ha rigettato il ricorso presentato dall’imputato in quanto basato su una
interpretazione della sentenza della Corte di Appello non coerente con il testo
della motivazione. Con riferimento in particolare alle violazioni allo stesso
contestate in materia di sicurezza sul lavoro la suprema Corte ha tenuto a
sottolineare che la condotta colposa ascritta all’imputato stesso era descritta
nel capo d'imputazione, oltre che in termini di colpa generica, anche quale
specifica violazione della regola cautelare posta dall'art. 11 del D.P.R. 27/4/1955
n. 547, a mente del quale “Quando i
lavoratori occupano posti di lavoro all'aperto, questi devono essere
strutturati, per quanto tecnicamente possibile, in modo tale che i lavoratori
non possano scivolare o cadere”, e quindi per avere permesso che
l’infortunato lavorasse in piedi su una trave di cemento armato posta ad
un'altezza di m 1,47 dal piano del solaio ed avente una larghezza di 30 cm omettendo
di strutturare il posto di lavoro in modo tale che il lavoratore stesso non
potesse scivolare o cadere. Tale obbligo, ha ancora precisato la Sez. IV, era
stato specificato nella sentenza di primo grado in termini di omesso utilizzo
di scarpe antiscivolamento e casco protettivo, nonché in termini di utilizzo di
un cordolo non munito di alcuna protezione da cadute con una base di appoggio
di appena 30 cm sulla quale il lavoratore doveva effettuare le operazioni con
le braccia alzate.
In merito alla contestata
erronea applicazione dell’art. 16 del D.P.R. n. 164/1956 ed alla ritenuta
necessità di adottare una adeguata opera provvisionale (ponteggio) a protezione
da una caduta dall’alto la Corte di
Cassazione ha sostenuto che “se è,
infatti, vero che la necessità di predisporre un ponteggio nel caso in esame
non avrebbe potuto comunque desumersi da una precisa previsione normativa, non
essendo applicabile l'art. 16 d.P.R. 7 gennaio 1956, n. 164 che disciplinava i
lavori eseguiti ad un'altezza superiore ai 2 metri, deve sottolinearsi che la
censura, seppure suggestiva, trascura gli altri profili di colpa presi in esame
dal giudice di merito e richiamati a pag. 3 della sentenza impugnata, ossia
l'omessa predisposizione di scarpe antiscivolamento e di una base di appoggio
idonea ad evitare perdite di equilibrio”. Il giudice di primo grado aveva,
infatti, rimarcato che l'infortunato non portava casco protettivo né
abbigliamento da lavoro (scarpe antiscivolamento) e che il cordolo sul quale
egli era salito non era munito di alcuna protezione da eventuali cadute, mentre
il lavoro da eseguire comportava una situazione di instabilità dell'operatore
anche in relazione alla larghezza della base d'appoggio, pari a 30 centimetri. Per quanto sopra detto,
quindi, la Sez. IV ha ritenuta la decisione della Corte territoriale immune da una
erronea applicazione della normativa antinfortunistica in vigore all'epoca
dell'infortunio, non dovendosi sovrapporre l'obbligo di predisposizione di
idonei ponteggi
per i lavori da eseguire ad un'altezza superiore ai due metri al più generale
obbligo, regolarmente indicato nel capo d'imputazione, di strutturare il posto
di lavoro in modo da evitare scivolamenti o cadute. Tale regola cautelare, ha
così proseguito la Sez. IV, è peraltro rispondente ai generali principi di
diligenza e di prudenza, che impongono a chiunque assuma, in qualsiasi momento
ed in qualsiasi occasione, una posizione di garanzia rispetto ad un'attività di
lavoro, di operare per prevenire ogni prevedibile ed evitabile rischio e per
garantire la sicurezza del luogo di lavoro. Entrambe le regole cautelari, invero,
di cui all’art. 11 del D.P.R. n. 547/55 e dell’art. 16 del D.P.R. n. 164/56
possono riferirsi, secondo la suprema Corte, a lavori non eseguiti ad altezza
d'uomo, bensì ad un'altezza dal suolo, qualunque essa sia, che ne renda più
difficile e rischiosa l'esecuzione, tanto da rendere necessario il ricorso a
misure capaci di prevenire il rischio di cadute. “È bene, in ogni caso, ricordare”, ha così concluso la suprema
Corte, “che, in tema di infortuni sul
lavoro, non occorre, per configurare la responsabilità del datore, che sia
integrata la violazione di specifiche norme dettate per la prevenzione degli
infortuni stessi, essendo sufficiente che l'evento dannoso si verifichi a causa
dell'omessa adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all'imprenditore
dall'art. 2087 cod. civ. ai fini della più efficace tutela dell'integrità
fisica del lavoratore (Sez. 4, n. 4917 del 01/12/2009, dep. 2010, Filiasi, Rv.
246643; Sez. 4, n. 13377 del 28/09/1999, Bassi, Rv. 215537); con la conseguenza
che ricadono sul datore di lavoro, che abbia omesso di adottare tali misure ed
accorgimenti, anche quei rischi derivanti da cadute accidentali, stanchezza,
disattenzione o malori comunque inerenti al tipo di attività che il lavoratore
sta svolgendo”.
di Cassazione - Penale Sezione IV - Sentenza n. 46979 del 26 novembre 2015 - Pres. Brusco - Est. Serrao - Ric. B. M..
- Per individuare la
responsabilità del datore di lavoro in merito a un infortunio non occorre che
l’evento sia legato alla violazione di una norma di sicurezza bastando che si
riscontri una mancata applicazione delle misure di cui all’art. 2087 cc. Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.	COMMENTA questo articolo nel FORUM di PuntoSicuro!	Commenta questo articolo!Rispondi Autore: Carmelo Giannì22/12/2015 (10:20:59)Finora ho sempre sostenuto che le cautele dovessero essere applicate solo per opere da eseguirsi a m 2,00 dal piano di calpestio. Evidentemente mi è sempre sfuggito il particolare delle braccia sollevate. Come di pari mi sembra eccessivo addebitare al Datore di lavoro la causa di un infortunio che è stato fondamentalmente dovuto ad un malessere del lavoratore. Aspetto sinceramente poco comprensibile. Mi risulta comunque difficile capire come un lavoratore caduto da un'altezza così irrisoria possa avere subito un infortunio così grave da essersi risolto con il decesso dello stesso. Questo non è risultato comprensibile dalla lettura dell'articolo. Esegui il login a Facebook per pubblicare il commento anche sulla tua bachecaEsegui il login tramite Google+!Esegui il login tramite Twitter!Nome e cognome:(obbligatorio)E-Mail (ricevi l'avviso di altri commenti all'articolo)Inserisci il tuo commento:Ho letto e approvato la policy dei commenti. Il post che sto inserendo non contiene offese e volgarità, non è diffamante, non è pubblicitario e non viola le leggi italiane.
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