Source: https://www.olir.it/focus/stefano-montesano-lesercizio-della-liberta-di-culto-ai-tempi-del-coronavirus/
Timestamp: 2020-08-07 20:31:02+00:00
Document Index: 47071985

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 7']

Stefano Montesano, L'esercizio della libertà di culto ai tempi del Coronavirus - Olir
L’impatto epidemiologico del CoVid-19 in Italia ha costretto l’autorità governativa a emanare provvedimenti di urgenza volti a contenere la diffusione del contagio virologico sul territorio nazionale. Le misure in questione, dapprima adottate esclusivamente per le zone più colpite dal virus (Lombadia, Veneto, Emilia Romagna) salvo poi essere estese su tutto il territorio, rappresentano un passaggio estremamente delicato per tutti i settori coinvolti dall’emergenza, da quello sanitario a quello scolastico, lavorativo, sociale, politico-istituzionale in generale. Le iniziative governative decise per fronteggiare una così complessa situazione, del tutto nuova rispetto alle diverse “emergenze” – più o meno tali – con cui il sistema “Italia” ha avuto a che fare nel corso degli ultimi decenni (crisi economico-finanziarie, gestione dell’accoglienza in materia di immigrazione, dissesti idrogeologici e terremoti), sono indicative di una eccezionalità senza precedenti, tale da autorizzare l’esecutivo a limitare in maniera considerevole qualsiasi attività umana riconducibile alla stessa dimensione socio-comunitaria dell’individuo: lavoro, scuola, formazione, attività socio-ricreative, culturali e sociali, svago, sport e hobbistica e le stesse pratiche cultuali.
In merito a quest’ultimo aspetto, occorre rilevare come i provvedimenti adottati, ponendosi l’obiettivo di limitare e/o impedire la mobilità degli individui in qualsiasi contesto suscettibile di creare contatto (ravvicinato) tra persone e, in particolare, ogni “assembramento”, colpiscono, inevitabilmente, anche i contesti e i luoghi adibiti al culto, poiché trattasi di spazi destinati a convogliare un numero variabile di persone nell’esercizio del culto stesso. Già nel primo decreto legge risalente al 23 Febbraio scorso (D. L. n. 6 del 23 Febbraio 2020 recante “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”) emanato per fronteggiare un possibile dilagare dell’epidemia, sono previste una serie di divieti e di sospensioni di determinate attività e/o servizi.
Nello specifico, per il tema che ci riguarda più direttamente, l’art. 1, comma 2 , lett. c) del d. l. impone la sospensione «di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico». Formula che nella sua genericità lasciava intendere un approccio tendenzialmente drastico, volto a evitare assembramenti di qualsiasi natura, non solo negli spazi pubblici, ma persino nei luoghi aperti al pubblico. Il DPCM attuativo del D.L. n. 6 del 23 febbraio, nulla specificava riguardo la sospensione in questione. Tuttavia, a distanza di una settimana dall’emanazione del decreto, l’impennata dei contagi registrata nel nord Italia (dai 221 contagiati del 24 Febbraio ai 1694 del primo Marzo) obbligava l’esecutivo a rivedere alcune misure adottate e inasprirle per le zone cd. “focolaio”.
Con DPCM, datato 1 Marzo, vengono così, predisposte ulteriori misure per il contenimento dell’epidemia e, contestualmente, vengono confermate quelle entrate in vigore con il precedente decreto. L’obbligo di sospensione di tutte le manifestazioni organizzate e di tutti gli eventi (sia in luogo pubblico che privato) anche a carattere religioso, trova un’ulteriore specificazione nella previsione secondo la quale rientrano in tale ipotesi anche gli eventi svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico come le cerimonie religiose (art. 2, comma 1, lett. c) del DPCM). Nella lettera successiva si può rilevare, altresì, una prima, specifica, indicazione sui luoghi di culto. La lettera d) dell’art. 2, infatti, stabilisce che «l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro».
In sostanza, il doppio binario sul quale si indirizzano le restrizioni è riferibile, per un verso, ad un divieto, in senso assoluto, di celebrare cerimonie religiose e/o di organizzare eventi religiosi in senso lato poiché suscettibili di agglomerare più persone; per altro verso, invece, si disciplina la modalità con cui si può continuare a tenere aperto un luogo di culto, purché al suo interno siano rispettate alcune regole ritenute fondamentali per evitare la possibilità di trasmissione del virus, come la distanza di almeno un metro tra una persona e l’altra.
Il “doppio binario”, come sommariamente descritto, viene ribadito anche nel successivo DPCM dell’8 Marzo (che, come il precedente, è attuativo del D.L. n. 6/2020), nel quale si predispongono due tipologie di misure distinte per aree geografiche. La sospensione delle attività di cui all’art. 2, lett. c) del DPCM dell’1 Marzo, difatti, viene confermata per le aree geografiche settentrionali, così come individuate nel decreto, secondo quanto disposto dall’art. 1, comma 1, lett. g); mentre, alla successiva lettera i) si ribadiscono le condizioni di apertura dei luoghi di culto, come già esplicitate nel precedente decreto, ma con l’aggiunta di un’ulteriore specificazione a chiusura della norma: «sono sospese le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri;». La stessa disposizione è estesa a tutto il territorio nazionale nel successivo art. 2, comma 1, lett. v) del decreto: in definitiva, si dispone per l’intero territorio nazionale il divieto di celebrare la Santa Messa e le esequie tra le cerimonie religiose, pur lasciando la possibilità, ai fedeli, di recarsi in Chiesa e raccogliersi in momenti di riflessione e/o preghiera, alle condizioni di sicurezza imposte dai provvedimenti adottati.
La decisione di sospendere le attività in questione, è stata accettata dalla Conferenze Episcopale Italiana con un certo disappunto, formalmente appuntato come “passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei pastori, nei Sacerdoti e nei fedeli”. Nello stesso comunicato, però, si sottolinea anche come la stessa accoglienza del decreto è «mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla salute pubblica», a conferma di quanto già dichiarato nel comunicato del 5 Marzo, all’indomani dell’approvazione del secondo DPCM, nel quale la CEI chiedeva alle Diocesi delle aree più colpite, la sospensione delle celebrazioni delle Sante Messe durante la settimana, mentre per le aree reputate “non a rischio” (così classificate fino al 7 Marzo, data dalla quale il Governo ha considerato l’intero territorio nazionale come “zona protetta”) si ribadiva la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera quaresimale, pur assicurando il rispetto delle disposizioni del governo impartite per tutelare la sicurezza “da contagio” nei luoghi di culto.
A riprova dello spirito di collaborazione che si è instaurato tra autorità statali ed autorità ecclesiastiche, si possono peraltro richiamare anche le decisioni assunte dalle Diocesi italiane (da Nord a Sud) che, sin dall’approvazione del decreto legge, hanno stabilito alcune modifiche rituali da osservare durante la celebrazione delle Sante Messe per limitare l’eventuale contagio epidemico: come la sospensione del rito relativo allo scambio del “gesto di pace”, o la ricezione della Comunione nelle mani dei fedeli e non direttamente per mano del Ministro di culto.
Nell’ultima comunicazione ufficiale, datata 10 marzo, la Conferenza Episcopale Italiana, oltre a ribadire l’impegno della Chiesa nel concorrere con le istituzioni statali al perseguimento della salute pubblica, ha sentito il bisogno di rinnovare la sua presenza nella vita quotidiana dei fedeli; un impegno da intendere sia per la che dentro la situazione. Il senso di “responsabilità enorme di prossimità al Paese”, che si esprime nell’apertura delle chiese e nella disponibilità dei sacerdoti a continuare i percorsi di fede e di preghiera «senza popolo, ma per tutto il popolo», assume un preciso significato: l’accettazione delle restrizioni imposte dallo Stato non si traduce in una resa a questi, seguita dal disimpegno ecclesiale, bensì rimarca l’importanza del modus vivendi dell’uomo nelle proprie dimensioni fideistiche e credenziali. Il messaggio dei Vescovi può essere letto anche alla luce di quanti, all’interno del mondo cattolico, hanno sollevato dubbi e critiche relativamente all’atteggiamento della CEI nei confronti del Governo. In particolare, c’è chi ha messo in evidenza come le norme emanate nei vari decreti succedutisi nelle ultime settimane, rappresentino un’indebita ingerenza “tra gli ordini” pur in una visione prudentemente giurisdizionalista nella quale, però, si rischia di arrecare un vulnus nella negoziazione tra i due ordini. Tuttavia, il principio di reciproca indipendenza e sovranità di cui all’art. 7, comma I, della Carta costituzionale, su cui peraltro si fonderebbe la visione critica anzidetta, non sembra subire appannamenti o distorsioni applicative, non fosse altro perché nell’Accordo del 1984, l’impegno a rispettare il principio di distinzione degli ordini è seguito da un ulteriore (e altrettanto decisivo) impegno: la reciproca collaborazione per la pro­mozione dell’uomo e il bene del Paese. E non pare superfluo affermare che mai come in questa circostanza, Stato e Chiesa sono chiamate ad attuare una quanto mai necessaria e reciproca collaborazione tanto per la salute dell’uomo – salute che costituisce, di fatto, la pre-condizione essenziale per la stessa promozione dell’uomo – quanto per il bene del Paese, garantendo l’attuazione di quei provvedimenti volti a limitare il contagio da CoViD-19.
Sullo sfondo, restano dubbi di varia natura e diversa entità. L’apertura dei luoghi di culto, infatti, disciplinata dai decreti ministeriali, sembrava poter consentire ai fedeli di recarsi presso le chiese e condividere, rispettando le distanze indicate, momenti di raccoglimento e di preghiera. In base, però, agli ultimi DPCM emanati (9-11 Marzo), l’uscita da casa per le persone può essere consentita per comprovate ragioni di lavoro, motivi di salute e altre situazioni di necessità (individuate, principalmente nell’acquisto di generi alimentari, farmaci o altre esigenze specificamente riferibili ai singoli individui), oltre all’ipotesi in cui si rientra al proprio domicilio. E, a conferma di quanto osservato, il 10 Marzo la Segreteria Generale della CEI, tramite l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, ha commentato le decisioni assunte a livello governativo, in particolare l’impedimento alla celebrazione della Santa Messa in presenza dei fedeli, lamentando «… rammarico e disorientamento nel Pastori, nei sacerdoti, nelle comunità religiose e nell’intero Popolo di Dio», e come la stessa decisione sia stata «accettata in forza della tutela della salute pubblica». Com’è stato osservato, la decisione «accettata» da parte dei Vescovi, lascia intendere che non vi è stato margine per “concordare” tale indirizzo, ma, invece, si tratterebbe di acquisire e dare seguito a quanto imposto dal Governo. Una sospensione delle attività cultuali è stata imposta ai propri fedeli anche dall’UCOII (ad eccezione dei funerali), dalla Tavola Valdese, dalla Chiesa evangelica luterana e dalle Chiese Cristiane evangeliche. In questo senso, dunque, si registra una collaborazione attiva da parte delle diverse Chiese e comunità religiose nei riguardi del Governo e la volontà di queste a concorrere nel perseguimento alla “messa in sicurezza” del Paese.
La situazione che ne viene fuori dai provvedimenti governativi adottati, cui si sono adeguate le rappresentanze confessionali, prospetta una dimensione del fenomeno religioso in Italia ed in questo particolare momento, in cui i diversi fideles si possono identificare alla stessa condizione delle monadi, isolati e solo individualmente e in famiglia riescono a vivere ed esercitare la loro fede; e, certo, da essi è avvertita l’assenza dell’azione pastorale, con il rischio di alimentare solitudine, distacco e accentuazione dei timori legati all’emergenza epidemiologica. E, per questo aspetto, occorre riflettere sulla circostanza che la solidarietà che si invoca a gran voce per cementare un diverso atteggiamento sociale, una nuova psicologia sociale più aderente ai vincoli imposti, richiede del tempo e, soprattutto, protagonismo di chi, in fondo, è chiamato a praticarla: le persone. Il circolo di solidarietà civile che sta prendendo forma nelle nostre realtà, necessita, dunque, di risorse umane e spirituali. La stessa dimensione pubblica del fattore religioso allora, diviene, verosimilmente, una delle componenti maggiormente decisive in questo senso, poiché, ordinariamente, scandisce la vita delle comunità e, in tempi straordinariamente negativi, rafforza i vincoli identitari dei fedeli, favorendo i processi di rinnovamento dell’umanesimo solidaristico e sociale. Rinunciare al carattere universale, pubblico e sociale della Santa Messa potrebbe comportare una rinuncia anche al significato pubblico della Messa «a garanzia soprannaturale del bene comune», quel bene comune per cui oggi si è chiesto di rinunciare proprio alle celebrazioni religiose.
A tal riguardo, è stata proposta ai Vescovi una soluzione completamente opposta a quella assunta: celebrare più Messe, in più fasce orarie, garantendo le norme di sicurezza, in modo da evitare la presenza contestuale di più persone, o celebrando Messe più brevi, senza però smarrire il senso pubblico della comunione di fede. Al di là delle ipotesi in sé, più o meno condivisibili, si va incontro a due direttrici d’azione dubbiamente conciliabili: da un lato, l’invito dei Vescovi a incentivare la preghiera domestica sembra confermare la linea seguita sino ad ora, che non si traduce in una “capitolazione della fede” – com’è stato detto – bensì in una diversa promozione dei valori di fede a cui ciascun fedele è chiamato a rispondere in quanto economo e dispensatore, secondo il primario comandamento della carità evangelica; dall’altro lato, il significativo richiamo che Papa Francesco ha rivolto ai Vescovi in occasione della celebrazione della Santa Messa nella Cappella della Domus Sancta Marthae (Venerdì, 13 Marzo), apre riflessioni diverse in merito alle possibilità riconosciute ai fedeli di praticare il proprio culto:
“Le misure drastiche non sempre sono buone. Per questo preghiamo perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità del discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lasciano da solo il Santo popolo fedele di Dio. Il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola, dei sacramenti e della preghiera”.
Un richiamo così vivido, potrebbe indurre i Vescovi a ridiscutere con il Governo le modalità e le condizioni di svolgimento delle attività cultuali, trovando una soluzione alternativa all’attuale «quarantena della libertà di culto». Un confronto che, qualora dovesse svolgersi nell’arco di questi giorni, non sarebbe certamente semplice da gestire, poiché l’Esecutivo sembra ammettere un’unica via di azione, tra l’altro giustificata dai numeri e dalle dinamiche che interessano le strutture sanitarie, messe a dura prova dall’incessante erogazione dei trattamenti verso le migliaia di infetti.
E tuttavia, la confusione creatasi nella diocesi capitolina, con l’emanazione (ravvicinata) di due decreti da parte del Cardinale Vicario del Pontefice, De Donatis, non contribuisce a lenire lo “smarrimento” di sacerdoti e fedeli. Nel primo decreto emanato (n. 468/20) il 12 Marzo, anteriore, quindi, al richiamo di Papa Francesco, si disponeva la chiusura di tutte le Chiese, parrocchiali e non parrocchiali e di tutti i luoghi di culto, di qualunque genere, aperti al pubblico rientranti nella Diocesi di Roma, in ottemperanza a quanto stabilito dall’ultimo DPCM entrato in vigore l’11 Marzo. A distanza di ventiquattro ore e successivamente a quanto affermato dal Sommo Pontefice, il Cardinale Vicario ha emanato un nuovo decreto (n. 469/20) modificativo del precedente, nel quale, dopo aver esortato i fedeli « ad attenersi con matura coscienza e con senso di responsabilità alle direttive dei Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri di questi ultimi giorni, in particolare quelle del c.d. Decreto “#Io resto a casa#”», dispone che debbano rimanere chiuse all’accesso del pubblico «le chiese non parrocchiali e più in generale gli edifici di culto di qualunque genere» come stabilito nel precedente decreto, ma che «restano invece aperte le chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate».
Dunque, una prima, seppur circostanziata inversione di tendenza, tra l’altro già inaugurata dal Cardinale Elemosiniere Krajewski, che si è recato nella chiesa di cui è titolare, Santa Maria Immacolata all’Esquilino, a Roma, aprendo le porte ai poveri e ai senza tetto, nel rispetto delle norme in vigore.
Qualora la CEI decidesse di autorizzare l’apertura delle Chiese ai fedeli, sarebbe comunque possibile recarvisi? L’esigenza di recarsi in un luogo di culto, può essere giustificata?
Il modello di autocertificazione fornito dalle autorità non menziona eventuali esigenze cultuali, pur lasciando spazio alle dichiarazioni da riportare alle autorità di P.S. Così, se, da un lato, è in vigore la norma che disciplina l’apertura dei luoghi di culto, dall’altro lato le indicazioni fornite dai soggetti istituzionali maggiormente impegnati nella gestione dell’emergenza virologica sono orientate nel senso di impedire l’uscita da casa, se non per ragioni strettamente necessarie. Il che significa che, di là delle comprovate ragioni di lavoro, dei motivi di salute o delle situazioni di necessità (che si tradurrebbero nelle ristrette ipotesi testé riportate), non vi sarebbe spazio per soddisfare esigenze cultuali. Tuttavia, il fatto che, ad oggi, sia possibile – secondo quanto stabilito dai decreti e come chiarito anche dal Viminale – uscire di casa per una passeggiata, potrebbe consentire al fedele di recarsi in una chiesa o verso un diverso luogo di culto – purché sia aperto e purché al suo interno vengano garantite le norme di sicurezza – e sostare al suo interno per un lasso di tempo ragionevole, finalizzato all’esercizio cultuale personale.
Diversamente, sarebbe arduo accettare, tanto per la CEI, quanto per i fedeli, un divieto assoluto volto a impedire il raggiungimento dei luoghi deputati al culto, anche perché se è consentito raggiungere edicole, tabacchi e altri esercizi autorizzati dai decreti, sarebbe illogico non consentire il raggiungimento delle chiese, a piedi o con diverso mezzo, da parte dei fedeli.
In conclusione, non sorprenderebbe se, nei prossimi giorni, si manifestassero esigenze ed istanze promosse da Chiese locali volte a ravvivare il sostegno ai fedeli nel cammino quaresimale che, mai come quest’anno, assume significati profondamente aderenti alle sofferenze umane. Nel caso in cui le parole di Bergoglio fossero recepite, a livello diocesano, sia come un invito ad attivarsi con forme e ritualità alternative (peraltro, già predisposte dai Vescovi, come annunciato nel comunicato del 10 Marzo), sia come un incentivo a mantenere la presenza nelle comunità, rimarcando la fondamentale importanza del ruolo pastorale e delle ritualità liturgiche tradizionali, a quel punto potremmo assistere ad una possibile e, forse auspicabile, rimodulazione del regime di limitazione imposto dai decreti ministeriali per quello che concerne le attività di culto, avendo riguardo del fatto che, per entrambi gli “ordini”, l’impegno (assunto) per la promozione della persona e per il bene del Paese dovrebbe transitare anche attraverso valutazioni che tengano conto delle esigenze umane e sociali più naturali.
Esigenze che, seppur legittimamente e opportunamente limitate, dovrebbero essere (ri)considerate, non solo per le questioni di fede ma, più in generale, per rimarcare una visione olistica dell’uomo, nell’ottica di rafforzare una dimensione solidale che, pur contestualizzata in una società traumatizzata dal senso del sacrificio e dal timore, possa rinsaldare i legami socio-comunitari e la fiducia degli individui, nel rispetto dei due distinti “ordini”.
Stefano Montesano, Università “Magna Graecia” Catanzaro (CZ);
s.montesano@unicz.it
Consorti: Religioni e Virus, in DiReSom, (9 Marzo 2020); link: https://diresomnet.files.wordpress.com/2020/03/religioni-e-virus_diresom-papers.pdf;
Fiorita: Libertà religiosa e solidarietà civile nei giorni della grane paura, in Osservatorio sulle libertà civili e religiose, 10 Marzo 2020; link: https://www.olir.it/focus/nicola-fiorita-liberta-religiosa-e-solidarieta-civile-nei-giorni-della-grande-paura/.
L. Lo Giacco: In Italia è in quarantena anche la libertà di culto, in DiReSom (12 Marzo 2020); link: https://www.olir.it/focus/nicola-fiorita-liberta-religiosa-e-solidarieta-civile-nei-giorni-della-grande-paura/.
Riccardi: Il coronavirus e la sospensione delle messe: così c’è il rischio di sottovalutare la solitudine, in Corriere della sera, 8 Marzo 2020; link: https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_08/coronavirus-sospensione-messe-cosi-c-rischio-sottovalutare-solitudine-aaa5aaa2-618d-11ea-8f33-90c941af0f23.shtml.
Cascioli: Cari vescovi, alzatevi e dite no alle chiese chiuse, in La Nuova Bussola Quotidiana, 13 Marzo 2020; link: https://www.lanuovabq.it/it/cari-vescovi-alzatevi-e-dite-no-alle-chiese-chiuse; Id.,: Stop alle Messe in tutta Italia, c’è aria di Cina, in La Nuova Bussola Quotidiana, 9 Marzo 2020; link: https://www.lanuovabq.it/it/stop-alle-messe-in-tutta-italia-ce-aria-di-cina.
Fontana: La Messa è essenziale per il bene comune, in La Nuova Bussola Quotidiana, 9 Marzo 2020; link: https://lanuovabq.it/it/la-messa-e-essenziale-per-il-bene-comune.
Ravasio: La capitolazione della Fede davanti al coronavirus, in La nuova bussola quotidiana, 8 Marzo 2020; link: https://www.lanuovabq.it/it/la-capitolazione-della-fede-davanti-al-coronavirus.