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Timestamp: 2019-07-20 11:31:49+00:00
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Per le Sez. Un. sufficiente l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto
Sono trascorsi circa sette mesi da quando, da queste pagine, davamo conto del contrasto giurisprudenziale maturato in materia di prescrizione nell’ambito del contenzioso bancario, nonché, in particolare, della rimessione alla Sezioni Unite della Suprema Corte della questione attinente, appunto, alla corretta formulazione dell’eccezione in parola ad opera della banca.
Con la sentenza n. 15895 del 13 giugno, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite fornisce una risposta sperabilmente definitiva al quesito posto dall’ordinanza n. 27680 del 30 ottobre 2018, sistemando nell’articolato puzzle della banking litigation una tessera molto importante.
In questi sette mesi correntisti ed istituti di credito hanno seguitato a sviluppare le proprie opposte argomentazioni invocando, ciascuno, arresti di legittimità contrapposti, ora ricomposti con la sentenza in commento.
Per i pochissimi che non lo ricordassero, relativamente alle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione della parte convenuta, si scontravano due distanti se non antitetiche posizioni. La prima sosteneva che”l’eccezione di prescrizione fosse validamente proposta quando la parte ne avesse allegato il fatto costitutivo”. La seconda si informava al principio per cui “la natura ripristinatoria delle rimesse è presunta, spettando dunque alla banca che eccepisce la prescrizione l’onere di allegare e di provare quali siano le rimesse che hanno avuto natura solutoria, pena, in difetto, l’impossibilità per il Giudice di colmare la lacuna a mezzo di CTU contabile”.
Ebbene, il principio di diritto ora fatto proprio dalla Suprema Corte è il seguente: “l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da un apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, e la dichiarazione di volerne profittare, senza che sia anche necessaria l’indicazione di specifiche rimesse solutorie“.
L’approdo del provvedimento, si direbbe, inesorabile, segue un’attenta e diffusa disamina che ripercorre in larga parte la giurisprudenza di legittimità, come detto, ondivaga, degli ultimi anni.
La motivazione origina dalla notissima sentenza n. 24418/2010 i cui presupposti, a partire dalla definizione di rimesse solutorie e ripristinatorie, la Corte ribadisce senza indugio. Prosegue, poi, rappresentando le due opposte posizioni e ricordando le singole pronunce a sostegno dell’una e dell’altra, cui si rimanda per prontezza di riferimento. Da queste si distinguerebbe una terza posizione, intermedia tra le due, abbracciata da Cass. Civ. n. 12977/2018 che imporrebbe, in capo alla banca, l’allegazione del superamento del limite dell’affidamento senza però giungere alla specifica indicazione delle singole rimesse solutorie.
Delineato il quadro giurisprudenziale sul piano storico, la Suprema Corte si sofferma poi su alcuni aspetti processuali, quali la distinzione tra eccezioni in senso stretto e in senso lato e, in particolare, tra onere di allegazione e onere della prova.
Specie con riguardo a quest’ultima distinzione, opportunamente le Sez. Un. ricordano che “l’onere di allegazione è concettualmente distinto dall’onere della prova, attenendo il primo alla delimitazione del thema decidendum mentre il secondo, attenendo alla verifica della fondatezza della domanda o dell’eccezione, costituisce per il giudice regola di definizione del processo. Non è ozioso, infatti, rilevare che l’aver assolto all’onere di allegazione non significa avere proposto una domanda o un’eccezione fondata, in quanto l’allegazione deve, poi, esser provata dalla parte cui, per legge, incombe il relativo onere, e le risultanze probatorie devono, infine, esser valutate, in fatto e in diritto, dal giudice”.
Tale è il presupposto logico giuridico che, già nel lontano 2002, aveva condotto il massimo consesso, proprio in tema di prescrizione estintiva, a valorizzare quale elemento costitutivo dell’eccezione quello dell’inerzia del titolare del diritto fatto valere.
La sentenza Sez. Un. n. 10955 del 2002, infatti, evidenziava che l’identificazione della fattispecie estintiva cui corrisponde l’eccezione di prescrizione, va correttamente compiuta alla stregua del “fatto principale” e che tale fatto va individuato nell’inerzia del titolare; laddove il tempo è configurato soltanto come la dimensione del fatto principale, una circostanza ad esso inerente, che non ha valore costitutivo di un corrispondente tipo di prescrizione. Si è, pertanto, precisato che non esistono tanti tipi di prescrizione in relazione al tempo del suo maturarsi, e correlativamente, con l’indicazione di un termine o di un altro non si formula una nuova eccezione “fermo restando, in ogni caso, che l’eccezione stessa è correttamente formulata anche quando la parte siasi limitata ad invocare l’effetto estintivo dell’inerzia del titolare, senza alcuna indicazione espressa della durata a tal fine sufficiente”.
La sentenza oggi in esame mostra di condividere la posizione a suo tempo assunta e, nel solco tracciato dall’arresto citato, afferma che “in linea con gli esposti principi in tema di onere di allegazione, in generale, e di onere di allegazione riferito alla specifica eccezione di prescrizione, la soluzione del contrasto va, dunque, risolta nel senso della non necessarietà dell’indicazione, da parte della banca, del dies a quo del decorso della prescrizione, secondo la giurisprudenza indicata al § 4.2”.
Peraltro, la soluzione adottata appare rispecchiare una certa simmetria e pariteticità delle posizioni processuali delle parti se è vero che “il correntista, … omissis …, potrà limitarsi ad indicare l’esistenza di versamenti indebiti e chiederne la restituzione in riferimento ad un dato conto e ad un tempo determinato e la Banca, dal canto suo, potrà limitarsi ad allegare l’inerzia dell’attore in ripetizione, e dichiarare di volerne profittare”.
Significativa la chiusa del ragionamento allorchè la sentenza precisa che “il problema della specifica indicazione delle rimesse solutorie non viene eliminato, ma semplicemente si sposta dal piano delle allegazioni a quello della prova, sicchè il giudice valuterà la fondatezza delle contrapposte tesi al lume del riparto dell’onere probatorio, se del caso avvalendosi di una consulenza tecnica a carattere percipiente”.
Il sillogismo sfocia nell’affermazione del principio di diritto trascritto in esordio.
Cass., Sez. Unite, 13 giugno 2019, n.15895