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Timestamp: 2020-02-26 13:15:09+00:00
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Diritto penale – Pagina 19 – Indottriniamoci
Autore NicolaScritto il 21 ottobre 2016 Categorie Diritto penale,Senza categoriaLeave a comment on «Caro presidente» «Caro Salvatore».
RIEDUCAZIONE O MERA PUNIZIONE? PAROLA ALLA GIURISPRUDENZA
“Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato” in questo modo la nostra costituzione sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, il cui fine è reintegrare il soggetto all’interno della società cercando di eliminare il pericolo di reiterazione del reato.
Questo intento va però a scontrarsi con la reale situazione delle nostre carceri, spesso sovraffollate e talvolta non dotate di un equo sistema di apprezzamento del buon comportamento. La finalità del carcere, infatti, non dovrebbe rimanere confinata ad una detenzione a scopo punitivo, a denuncia di un comportamento antisociale. Al contrario, grazie a strumenti pedagogici tendenti alla responsabilizzazione e alla consapevolezza delle proprie azioni, si deve tendere alla completa rieducazione del soggetto in questione. A tal fine bisogna ricordare che il legislatore ha disposto un sistema sanzionatorio differenziato, in modo tale che il giudice possa, nel raggio della sua discrezionalità, recuperare socialmente il reo.
La recente giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione specifica i presupposti, per la concessione delle misure premiali, orientati a finalità rieducative:
Sentenza n. 31739 del 01/07/2010. Assumono rilievo, ai fini del giudizio di revoca del beneficio della semilibertà, le condotte che, per natura, modalitàdi commissione ed oggetto, siano tali da arrecare grave “vulnus” al rapporto fiduciario chedeve esistere tra il condannato semilibero e gli organi del trattamento dovendosi valutarese il complessivo comportamento del condannato riveli l’inidoneità al trattamento e quindil’esito negativo dell’esperimento. (Nella specie, erano state valorizzate, a fondamento dellarevoca, le reiterate frequentazioni di soggetti coinvolti in un vasto traffico di stupefacenti,che documentavano l’uso strumentale delle prescrizioni dei benefici premiali).
– Sentenza n. 16441 del 10/02/2010. La detenzione domiciliare non è soggetta a revocaautomatica per il solo fatto che il soggetto ammesso al beneficio venga successivamentesottoposto ad una misura cautelare, dovendo invece verificarsi in concreto se gli elementi indicatinell’ordinanza di custodia cautelare siano o meno sintomatici del fallimento dell’esperimentorieducativo ovvero di un concreto pericolo di commissione di altri reati.
– Sentenza n. 41914 del 29/09/2009. La semilibertà, in quanto misura alternativa alla detenzioneche consente al detenuto di trascorrere parte del giorno all’esterno, sia pure in attività lavorativee socializzanti, non può essere deliberata se non all’esito di previe e positive esperienze diconcessione di altre misure alternative meno impegnative, nel medesimo contesto territoriale difruizione della semilibertà medesima
– Sentenza n. 30525 del 30/06/2010. La valutazione dell’esito negativo dell’affidamento in provaal servizio sociale si differenzia dalla revoca dell’affidamento in prova previsto dall’art. 47dell’ordinamento penitenziario, che può intervenire nel corso della prova determinandone lacessazione, perché, se ai fini della revoca il tribunale è chiamato a valutare la gravità di singoli,specifici episodi per verificare se essi siano incompatibili con la prosecuzione della prova, quandosi tratti di stabilirne l’esito occorre procedere ad una valutazione globale dell’intero periodo perdecidere se siao no avvenuto il recupero sociale del condannato
Come è quindi dimostrabile, l’orientamento giurisprudenziale tende in modo uniforme alla rieducazione del condannato e, solo dopo un’attenta analisi dei comportamenti e dell’evoluzione di questi ultimi nella persona del reo, si pronuncia per un preventivo reinserimento nella società.
Autore NicolaScritto il 17 ottobre 2016 17 ottobre 2016 Categorie Diritto penaleLeave a comment on RIEDUCAZIONE O MERA PUNIZIONE? PAROLA ALLA GIURISPRUDENZA
DROGATI DI GIUSTIZIA
Tossici e spacciatori di tutte le età: ormai è assodato da tempo che la vendita di sostanze stupefacenti, nello specifico di marijuana, in Italia è illegale; qualcosa di legale nel Nostro Paese però c’è ossia la coltivazione (limitata) e l’uso personale.
Il dubbio ora sorge spontaneo: quanto si può coltivare? E chi stabilisce che la quantità adibita all’uso personale non sia eccessiva?
La legge, da questo punto di vista non ci aiuta molto: la Corte Costituzionale, il 12 febbraio 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della normativa sugli stupefacenti in vigore dal 2006 al marzo 2013 ripristinando dunque la così detta legge Iervolino – Vassalli rimasta in vigore fino al 27 febbraio 2006.
Tale legge era entrata in vigore nel 1990 (poi emendata nel 1993) e distingueva droghe leggere e droghe pensanti: più severa per i reati che coinvolgono droghe pesanti (eroina, cocaina, ecc. per cui la pena minima è di 8 anni di reclusione) e più lieve per i reati che coinvolgono droghe leggere (hashish, marijuana) dato che la pena minima è di 2 anni di reclusione; per quanto riguarda l’uso personale persiste l’irrilevanza penale (cioè non è reato).
Per cercare di fare chiarezza, in qualche modo ci soccorre la Corte di Cassazione: la sesta sezione penale infatti, il 21 gennaio 2016, ha depositato in cancelleria una sentenza che annulla la condanna emanata nel 2013 verso una coppia di giovani che avevano coltivato in casa loro due piante di canapa indiana e detenevano un essiccatore per trattare le foglie.
Tale sentenza della Suprema Corte stabilisce quanto non sia effettivamente importante il numero di piante di marijuana che s’intende coltivare sul proprio balcone di casa poiché la finalità di “uso personale” sarà poi eventualmente accertata dall’autorità giudiziaria se e quando di tali piante sarà interessata la forza pubblica.
La stessa sentenza tuttavia resta ciò che è ossia una sentenza: essa infatti, per quanto provenga dalla Corte di Cassazione, che ha funzione di nomofilachia (cioè ha il compito di vigilare sull’esatta ed uniforme interpretazione della legge), non ha alcun valore legale perché non esiste, in Italia, il precedente vincolante (una sentenza quindi, pur essendo molto importante, non può vincolare nessun soggetto oltre alle parti a cui tale sentenza è rivolta).
In sintesi si diffida qualsiasi lettore dal presentarsi nel più vicino Commissariato di Polizia della zona con due belle pianticelle di marijuana urlando: “Me l’ha detto la Cassazione! Le posso coltivare!”.
Autore NicolaScritto il 13 ottobre 2016 13 ottobre 2016 Categorie Diritto penaleLeave a comment on DROGATI DI GIUSTIZIA
Autore albertolanScritto il 13 ottobre 2016 Categorie Diritto penaleTag crescere,depenalizzare,diritto,parlamento,penale,potareLeave a comment on POTARE PER CRESCERE
Autore albertolanScritto il 13 ottobre 2016 20 ottobre 2016 Categorie Diritto penaleTag carcere,errore,giudiziario,libertà,TortoraLeave a comment on IL PROCESSO E’ ESSO STESSO UNA PENA