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Timestamp: 2017-08-19 12:58:35+00:00
Document Index: 32821793

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 7', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 147', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 7', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Cambiamento nelle organizzazioni: 01/11/13 - 01/12/13
Diego Zardini, deputato veronese del Partito Democratico, ha presentato la sua seconda proposta di legge al fine di introdurre obbligatoriamente alcuni strumenti manageriali nella gestione delle autonomie locali e migliorare di conseguenza la performance degli enti territoriali e del servizio sanitario nazionale.
La proposta di legge prende atto che l’introduzione facoltativa del performance management da parte degli enti territoriali non ha prodotto i risultati sperati. Infatti gran parte degli enti si e limitato a recepire il cambiamento formale in assenza di una efficace implementazione operativa.
Proposta di legge: ZARDINI ed altri: "Modifiche al testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, al decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, e al decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, in materia di controllo e valutazione delle prestazioni delle pubbliche amministrazioni" (Atto Camera 1689)
Iniziativa dei deputati: ZARDINI Diego; BIONDELLI Franca; CAPONE Salvatore; COMINELLI Miriam; COPPOLA Paolo; CRIVELLARI Diego; DAL MORO Gian Pietro; DE MENECH Roger; D'INCECCO Vittoria; MANZI Irene; MARTELLA Andrea; RIBAUDO Francesco; SCALFAROTTO Ivan; VALENTE Valeria; VELO Silvia; ZAPPULLA Giuseppe.
Onorevoli colleghi! - La burocrazia, l’alta opacità ed un sistema debole di controllo e valutazione comportano un impatto negativo sull’economia, sull’attrazione degli investimenti esteri e sulla credibilità del Paese. Pertanto, occorre intervenire con urgenza affinché tali parametri ed indicatori migliorino in modo radicale anche attraverso l’inclusione delle autonomie locali nel disegno di cambiamento delle PA: ed è esattamente in quest’ottica che si muove la presente proposta di legge.
Dopo circa quattro anni dalla riforma della PA, D. Lgs. n. 150/1999, si può affermare che ha avuto una scarsa incidenza sulle autonomie locali a causa dei pochi obblighi (art. 16, comma 1, del D. Lgs. n.150/2009 in materia di trasparenza), dei tanti principi ai quali gli enti interessati dovevano adeguare l’ordinamento (art. 16, comma 2, del D. Lgs. n. 150/2009) e della facoltà di adottare alcuni istituti, tra i quali l’Organismo indipendente di valutazione della performance (art. 14 del D. Lgs. n. 150/2009), contenuti dal Decreto. Le autonomie locali hanno scelto di enunciare i principi senza alcuna implementazione operativa, di trattare la trasparenza come un adempimento e di non introdurre, avendone solo la facoltà, alcuni istituti molto importanti per avviare un percorso di cambiamento.
Il decreto legislativo n. 150/2009 si è rivolto quasi completamente ed in modo obbligatorio alle amministrazioni centrali dello Stato ed agli enti pubblici non territoriali trascurando gli enti territoriali ed il Servizio sanitario nazionale in materia di trasparenza, di performance management e di organismo di valutazione della performance. La maggior parte dei comuni capoluogo e delle Regioni avevano anticipato la riforma e, pertanto, non hanno incontrato difficoltà ad adeguarsi alla nuova normativa. Molti enti locali, non essendo obbligati dalla normativa, non hanno introdotto gli istituti previsti dal Decreto e si sono limitati ad applicare la trasparenza in modo parziale e per materie che non riguardano gli aspetti dell’organizzazione (indicatori, risorse, andamenti gestionali) e le fasi del ciclo di gestione della performance.
Il disegno di legge si pone l’obiettivo di rendere obbligatorio per gli enti territoriali e per il Servizio sanitario nazionale l’introduzione della performance management attraverso la previsione obbligatoria dei seguenti strumenti manageriali:
- L’adozione del sistema di misurazione e valutazione della performance (art. 7 del D. Lgs. n. 150/2009). Per valutare l’efficienza e l’efficacia della produzione di un servizio o prodotto ed intervenire con azioni correttive nel caso in cui si presentano degli scostamenti rispetto al piano è necessario misurare le risorse umane e non impiegate, i tempi di erogazione, la qualità e la quantità del servizio o prodotto finito. In assenza di tale sistema, dalla misurazione alla valutazione della performance, si naviga a vista con interventi operativi indipendenti dalle variabili che intervengono nel processo produttivo (risorse umane, fattori produttivi, organizzazione e gestione del processo, qualità e quantità del servizio o prodotto) con il rischio conseguente di accumulare sprechi, di porre in essere un’organizzazione del processo di produzione non coerente con l’esigenza di erogare servizi di qualità senza dispendio di risorse umane e finanziarie.
Il management ha bisogno di un sistema di dati ed informazioni elaborate che riflettano lo stato dell’azienda e consentano di effettuare le scelte giuste in sede di pianificazione, di gestione e di azioni correttive.
Per i motivi esposti il disegno di legge introduce negli enti territoriali e nel Servizio sanitario nazionale il sistema di performance management, allo stato obbligatorio per tutte le pubbliche amministrazioni ad eccezione degli enti territoriali e del servizio sanitario nazionale, i quali hanno la facoltà di introdurre tale sistema manageriale e l’obbligo di aggiornare il proprio ordinamento ai contenuti previsti dalla normativa vigente. Tale posizione ha indotto le autonomie locali per diversi motivi, tra cui quelli finanziari ed attinenti alla mancanza di management adeguato, ad adottare posizioni di difesa dello status quo, evitando così qualsiasi innovazione ed implementazione operativa.
Tra le attività della Civit è prevista la definizione di indicatori comuni di andamento gestionale degli enti locali, classificati per classi di popolazione, delle regioni e del servizio sanitario nazionale al fine di realizzare il benchmarking. Tale comparazione, soggetta alla trasparenza, consente agli enti di replicare le best practices e di avviare un processo di miglioramento continuo.
- La istituzione dell’Organismo indipendente di valutazione (art. 14 del D. Lgs. n. 150/2009). La letteratura manageriale sulle Pubbliche Amministrazioni non pone a favore del Nucleo di valutazione o dei Servizi di controllo interno per l’autoreferenzialità espressa e per i risultati insufficienti conseguiti. Si afferma che tali organismi non hanno sviluppato canali di comunicazione con l’esterno, non hanno inciso sullo sviluppo e miglioramento dei servizi e dell’organizzazione del lavoro, non hanno introdotto indicatori di performance nelle amministrazioni pubbliche al fine di realizzare la verifica dei risultati ed un benchmarking tra le Pubbliche Amministrazioni ed i membri di tali organismi vengono nominati a prescindere dalle conoscenze e dalla professionalità posseduta. Tali organismi operano in un’ottica prettamente amministrativa e formalistica, si limitano a poche riunioni l’anno, per la maggior parte dedicate agli aspetti formali della erogazione dei premi legati al risultato. In molti comuni è stato nominato tra i membri del Nucleo di valutazione il segretario comunale/direttore generale ed in alcuni casi esponenti politici con cariche istituzionali elettive eliminando così l’indipendenza e l’autonomia a cui si deve ispirare l’organismo di valutazione. Decisione questa non praticabile con i membri dell’Organismo indipendente di valutazione.
Il disegno di legge, al contrario da quanto prescritto dal D. Lgs. n. 150/2009, prevede l’adozione da parte degli enti territoriali e del Servizio sanitario nazionale dell’Organismo indipendente di valutazione della performance, il quale sostituisce i servizi di controllo interno ed il nucleo di valutazione, a cui vengono assegnate le attività di controllo strategico e quelle indicate dall’art. 14, comma 4, del D. Lgs. n. 150/2009. Tale scelta consente agli enti di applicare i contenuti delle circolari della Civit in materia di selezione dei membri e di autonomia ed indipendenza dell’organismo stesso.
I Comuni con una popolazione non superiore ai 5.000 abitanti istituiscono l’Organismo indipendente di valutazione esclusivamente in forma associata con il limite complessivo di popolazione non inferiore a 5.000 abitanti”. Il limite dei 5.000 abitanti può essere modificato prevedendo un limite più alto.
- Tipologia dei controlli interni. Gli strumenti manageriali previsti dal D. Lgs. n. 150/2009 sono fondamentali per avviare il processo di miglioramento continuo dei servizi erogati dalle autonomie locali. Infatti, il disegno di legge provvede a collegare il Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali al D. Lgs. n. 150/2009. Le ultime modifiche del Testo unico effettuate alla fine del 2012 non hanno considerato tra i controlli interni gli strumenti manageriali previsti dal D. Lgs. 150/2009.
Il disegno di legge prevede l’introduzione nella tipologia dei controlli interni, art. 147 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, gli strumenti che costituiscono il sistema di performance management previsti dal D. Lgs. 150/2009.
L’estensione delle materie oggetto della trasparenza, intesa come accessibilità totale (art. 11 del D. Lgs. n. 150/2009). Le autonomie locali che non hanno realizzato il sistema di misurazione e valutazione della performance si trovano nell’impossibilità oggettiva per mancanza di dati ed informazioni di dare attuazione all’art. 11, commi 1 e 3, che prevedono “la trasparenza sui siti istituzionali delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse ……., dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo dei principi di buon andamento ed imparzialità” e “la massima trasparenza in ogni fase del ciclo di gestione della performance”.
Rendendo obbligatorio il sistema di performance, previsto dall’art. 7 del D. Lgs. n. 150/2009, è possibile applicare la trasparenza totale nelle materie previste dal suddetto Decreto. Inoltre, il disegno di legge prevede la trasparenza obbligatoria dei punti indicati dall’art. 11, comma 8,degli atti dell’Organismo indipendente di valutazione e dei dati relativi ai debiti dell’ente (ammontare dei debiti, numero delle imprese creditrici ed il tempo medio di pagamento).
La trasparenza se costruita su un sistema di performance management consente ai cittadini di effettuare gli opportuni controlli sulle prestazioni erogate ed al management di conoscere in ogni momento l’andamento gestionale dell’ente ed intervenire per mutare il percorso nell’interesse dell’ente e dei cittadini che sono i destinatari dei servizi. Non bastano piccoli correttivi a vista per migliorare la performance delle pubbliche amministrazioni ma occorre introdurre un sistema di performance management trasparente ed efficace.
Si ritiene utile, per i fini suesposti, realizzare un confronto con l’Anci, l’Upi e con la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome per migliorare il disegno di legge, rafforzare i fattori di cambiamento e superare lo status quo degli enti territoriali.
Articolo di Sergio Rizzo pubblicato sul Corriere della Sera il 23 novembre 2013
Ad accorgersi della loro esistenza non sono i 642 mila italiani con meno di 25 anni che stanno disperatamente cercando un lavoro. Né quel milione e 706 mila disoccupati di lungo periodo, cioè a spasso da almeno un anno, censiti dall’Istat. Che i centri per l’impiego pubblici siano vivi e vegeti ne hanno contezza soprattutto i loro 9.865 dipendenti nonché il Tesoro, che secondo un rapporto dell’ufficio studi Confartigianato ogni anno tira fuori in media per mantenere quelle strutture la bellezza di 464 milioni di euro: somma per tre quarti destinata agli stipendi. Ovvero una cifra, per capirci, nettamente superiore al gettito dell’Imu sui terreni agricoli che sta facendo ammattire il governo Letta, alla disperata ricerca delle coperture per eliminare quella tassa. Qualcuno potrà sbandierare i dati Eurostat, per i quali la nostra spesa pubblica per i servizi sul mercato del lavoro tocca appena lo 0,03 per cento del Prodotto interno lordo, meno di un decimo rispetto a Germania e Regno Unito, un ottavo della Francia e un terzo della Spagna. Il problema, però, sono i risultati.
E i numeri, come quasi sempre, rappresentano una sentenza inappellabile. Negli ultimi sette anni hanno trovato occupazione attraverso i centri per l’impiego mediamente non più di 35.183 persone ogni dodici mesi. Questo significa che ciascun posto di lavoro è costato oltre 13 mila euro. L’equivalente di un’annualità del reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Con tanto di tredicesima. Tanto basterebbe per decretare un’immediata e radicale riforma. Vedremo ora quella cui sta lavorando il ministro Enrico Giovannini, già sapendo che è destinata a rincorrere il mostro galoppante della disoccupazione. L’Ocse ha appena diffuso dati raccapriccianti sullo stato del nostro mercato del lavoro. A settembre i giovani italiani di età compresa fra 15 e 24 anni in cerca di occupazione hanno raggiunto la spaventosa quota del 40,4 per cento, con un aumento di oltre 5 punti e mezzo rispetto all’anno precedente. E quel che è più grave, il tasso dei giovani senza lavoro risulta superiore di oltre due terzi rispetto alla media dei paesi sviluppati, pari nello stesso mese al 24,1 per cento.
Tutto questo mentre la cancrena della disoccupazione dilaga senza particolari riguardi nemmeno per l’età. Dice la Confartigianato nel suo studio basato su dati dell’Unioncamere e del ministero del Lavoro che il numero di quanti erano rimasti a casa da oltre un anno alla fine di giugno scorso risultava superiore di 911 mila unità a quello del giugno 2008, quando la crisi è esplosa. L’aumento è del 114,6 per cento: complice anche una crescita da 400 mila a 810 mila dei disoccupati di lungo periodo under 35. Il che fa apparire ancora più avvilenti certe performance degli uffici incaricati di mettere una pezza a una situazione così pesante. Tanto avvilenti che il nuovo presidente dell’organizzazione degli artigiani, Giorgio Merletti, scongiura il governo di astenersi anche soltanto dal pensare «di attribuire altri soldi per uno strumento che esce bocciato dall’esame dei dati, perché errare è umano ma perseverare diabolico. Piuttosto, destiniamo le risorse straordinarie disponibili dal primo gennaio 2014 ai giovani che vanno in azienda a fare tirocini o stage, anziché impiegarle per creare altri posti inutili in quegli uffici pubblici».
Basta dire che soltanto il 2,2 per cento delle imprese italiane gestisce le assunzioni passando attraverso i centri per l’impiego. Una quota infinitesima, di poco superiore rispetto a quella degli annunci sulla stampa specializzata (1,5 per cento), e decisamente inferiore a quella appannaggio di società di lavoro interinale e internet (5,2), alle banche dati aziendali (24,4) e soprattutto alle segnalazioni di conoscenti e fornitori che rappresentano il canale in assoluto più utilizzato con il 63,9 per cento del totale. Per giunta, negli ultimi tre anni il peso di questi centri è drammaticamente crollato. Dal 2010 a oggi è passato infatti dal 6,3 a poco più del 2 per cento. Al Sud, poi, è letteralmente inesistente: appena l’1,1 per cento delle imprese si rivolge alle strutture pubbliche. In Calabria siamo all’1 per cento. In Campania, Basilicata e Sicilia addirittura allo 0,8. Calcolando il rapporto fra le 31.030 aziende che nel 2013 hanno utilizzato i centri e gli 8.781 dipendenti di quelle strutture pubbliche materialmente destinati alle attività di inserimento lavorativo, la Confartigianato arriva alla conclusione che ciascun addetto segue un’azienda ogni tre mesi e dodici giorni. Gestendo allo stesso ritmo da lumaca l’accesso al lavoro dei disoccupati: uno a trimestre.
E con una spesa che è andata crescendo in modo abnorme pure rispetto agli altri apparati pubblici. Negli anni compresi fra il 2005 e il 2011 il costo per il personale dei servizi per l’impiego è lievitato da 309 a 384,5 milioni di euro, con una progressione irresistibile: +24,4 per cento. Il triplo dell’incremento messo a segno dalle retribuzioni degli impiegati pubblici, salite invece complessivamente nello stesso periodo dell’8,3 per cento. Per non parlare della differenza enorme di produttività fra gli uffici del Sud e quelli del resto del Paese. Gli addetti nelle regioni meridionali sono ben 5.093, contro 2.099 del Centro, 1.503 del Nord Est e 1.336 del Nord Ovest, dove peraltro si riscontra il miglior livello di efficienza: se soltanto tutte le strutture funzionassero così, argomenta il rapporto degli artigiani, «per gestire gli utenti di tutti i centri italiani sarebbero necessarie 3.692 unità di meno». Con un risparmio quantificabile in 141 milioni di euro, cinque volte lo stanziamento al fondo per l’infanzia previsto dalla legge di stabilità.
Storia dell’emendamento di Pietro Ichino
Pubblicato da Antonino Leone a 08:56 1 commenti
Etichette: Lavoro, P.A.
"Che cento fiori sboccino, che cento scuole rivaleggino", Mao aveva riportato in auge questa allusione storica lanciata dal grande filosofo taoista Zhuangzi (IV - III secolo a.C.) a proposito delle varie scuole filosofiche che fiorivano alla sua epoca, durante il periodo dei Regni Combattenti (480-220 a.C.). Durante quest'autentica età d'oro delle attività intellettuali in Cina, si svilupparono in modo particolare il taoismo, il confucianesimo e la Scuola dei Legisti.
Mao aveva riportato in auge questa allusione storica lanciata in un famoso discorso liberale e liberatore del 1956 che avrebbe avuto una notevole risonanza. Sostenuti da artisti, scrittori e studenti, i piccoli partiti non comunisti che erano stati tenuti a freno, in una sorta di libertà vigilata, per salvare una parvenza di dialogo democratico, "uscirono allo scoperto" e intrapresero una campagna denigratoria nei riguardi dell’apparato del Partito Comunista che guadagnava una forza sempre maggiore e si diffondeva nell'intero paese. Fu come stappare una bottiglia di spumante, l’ebbrezza di un nuovo clima liberal-democratico divenne entusiasmante e portò ad alcuni eccessi.
L’apparato del Partito cominciò una reazione dapprima solo difensiva, poi sempre più pesante, con censure, processi, condanne ai campi di lavoro, persino fucilazioni… nel 1958 dei Cento fiori non restavano nemmeno i petali.
Oggi il Partito Democratico vive un momento di possibile svolta, con Matteo Renzi che, aggiudicandosi la segreteria nazionale, può riportare all’entusiasmo della nascita dell’Ulivo, un entusiasmo contagioso e vittorioso. Da allora il PD ha perso circa 3.500.000 elettori!
Su questa possibile rinascita dello spirito partecipativo e innovativo si allunga l’ombra dell’Apparato: la mozione Renzi, nonché tutte le prese di posizione del Sindaco di Firenze, dice chiaramente che con l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti si dovranno avere apparati ridotti e più leggeri.
Probabile quindi che ci sarà una opposizione molto forte ad un ridimensionamento, quando dall’annuncio si passerà all’attuazione, quando si smantelleranno uffici e strutture che, costosissime, poco hanno prodotto e che, se misurate sulla base dei risultati conseguiti, nulla valgono.
Per me, ritornando a Zhuangzi, i 100 fiori sono le persone che si sono avvicinate, o riavvicinate, alla Politica sperando in una vera partecipazione, in un Nuovo che rompa con i vecchi schemi. Le 100 scuole sono i Circoli nei quali si torna a parlare di Programmi, di Futuro, di Lavoro (perché senza lavoro non c’è futuro).
La mafia ha superato da tempo i confini territoriali del Sud e si infiltra nell’economia del Nord ed approfitta delle difficoltà finanziarie delle imprese, utilizzando i proventi dell’attività criminale ed investendo il proprio patrimonio illecito. Pertanto, nessuna sorpresa se vengono scoperte presenze mafiose nel nord e nel veneto.
Negli ultimi anni sono state numerose le infiltrazioni mafiose scoperte nel Veneto ed in Provincia di Verona e, pertanto, occorre che il fenomeno non sia sottovalutato dai cittadini e dagli organi preposti alla lotta alla criminalità organizzata.
I deputati veneti del Partito Democratico Alessandro Naccarato della Commissione antimafia, Alessia Rotta e Diego Zardini hanno presentato una interrogazione al ministro dell’Interno Angelino Alfano al fine di conoscere ed eventualmente intervenire su alcuni episodi avvenuti a Verona di cui è stata data notizia dalla stampa.
Si riporta l’interrogazione integrale.
Soveco spa è una delle principali imprese operanti nel territorio di Verona e partecipa alla realizzazione del traforo delle Torricelle, del filobus, di tre impianti di biogas, di parcheggi e centri commerciali e della ristrutturazione dell’ospedale di Peschiera;
Antonino Papalia, ex marito di Sabina Colturato, secondo notizie pubblicate dai quotidiani veronesi, si occuperebbe degli affari immobiliari della Soveco in Romania, anche mediante l’intervento di alcune società partecipate dalla stessa Soveco;
Antonino Papalia è stato coinvolto nel 1989 in un’ indagine per traffico di esplosivi dal sud al nord Italia e risulta avere precedenti penali;
secondo Michele Croce, ex presidente dell’Azienda Gestione Edifici Comunali (Agec) del Comune di Verona, la Soveco avrebbe come socio occulto Antonino Papalia e il fatto sarebbe riportato in un’informativa del nucleo di Polizia Tributaria di Verona: la numero 6164 del 16 luglio 2009;
l’ex vicesindaco di Verona, Vito Giacino, dimessosi nei giorni scorsi a causa di un’indagine per il reato di corruzione per la presunta assunzione irregolare di alcuni dipendenti nelle società partecipate dal Comune, ha acquistato nel 2011, tramite la moglie Alessandra Lodi, un immobile a Verona per un valore di 1,7 milioni di euro dalla Soveco spa;
le notizie riportate dai quotidiani locali e le dimissioni di Giacino stanno sollevando notevoli preoccupazioni nell’opinione pubblica sul rischio che a Verona operi un’impresa in collegamento con esponenti della criminalità organizzata e che questa impresa abbia stabilito contatti e relazioni con l’amministrazione pubblica;
queste notizie hanno sollevato grave allarme e grande clamore, specialmente perché seguono altri scandali riguardanti l'Amministrazione di Verona e perché, se confermate, getterebbero nello sconcerto l'intera comunità, costretta ad assistere addirittura all'oscuro intreccio di interessi tra imprese, criminalità organizzata e la stessa Amministrazione comunale -:
Le fasi congressuali che si sono succedute fino a questo momento ci offrono l’occasione per riflettere sull’attuale assetto normativo e strutturale del PD periferico. Vi sono state alcuni esempi (gonfiamento degli iscritti, regole tortuose ecc.) che ci hanno accompagnato nel nostro impegno congressuale.
Aver stabilito l’apertura dei congressi locali ai soli iscritti e la possibilità per gli elettori di potersi iscrivere fino al momento congressuale per avere la possibilità di votare nei congressi locali hanno creato confusione ed in alcuni casi specifici l’inflazione degli iscritti. Inoltre, i seggi assegnati ad ogni circolo sono stati rapportati al numero degli iscritti degli ultimi anni tre anni.
Per evitare tutto questo è guadagnare in credibilità bastava aprire i congressi locali all’elettorato e non solo agli iscritti o richiedere un minimo di anzianità di 6 mesi agli iscritti per avere il diritto al voto e rapportare il peso del circolo al consenso elettorale degli ultimi anni.
Il circolo è il primo anello della catena di partecipazione alla vita politica nel quale si organizza la partecipazione responsabile e consapevole degli iscritti e degli elettori. Per salvaguardare tale missione è necessario cambiare le regole per il congresso provinciale, prevedendo la presentazione di liste a livello circoscrizionale prima della celebrazione del congresso al fine di aggregare il territorio, attenuare le divisioni nei circoli, far conoscere tutti i candidati al congresso ed evitare compromessi e contrattazioni nel momento congressuale.
Occorre anche che la responsabilità del tesseramento venga affidata al segretario di circolo ed a un gruppo di lavoro unitario che si assume la responsabilità di organizzare la campagna annuale del tesseramento nel rispetto delle regole: le persone possono iscriversi al circolo personalmente e senza intermediari. Non solo un uomo al comando per la gestione del tesseramento.
Purtroppo tutto questo non è avvenuto in modocompleto per lo scarso rilievo dato alle strutture periferiche del partito che in occasione del congresso non sono state innovate dal punto di vista dell’organizzazione e delle regole.
Occorre considerare la possibilità di eliminare le convenzioni perché gli iscritti sono stanchi di essere convocati tante volte e nel caso specifico in modo inutile. Eliminando le convenzioni tutti i candidati alla segreteria potranno accedere al Congresso.
Abbiamo assistito a worse practice: confusione, bugie, scorrettezze e sotterfugi che lasciano pensare che nel nostro partito non vi è una cultura della legalità e dell’onesta così diffusa da non lasciare spazio a questi comportamenti. Le responsabilità sono diverse: le regole che si prestano a tale giuoco e l’ambizione di taluni personaggi che lavorano per la propria sopravvivenza ed ascesa politica, utilizzando le bugie per acquisire consensi. In Sicilia si è verificato il caso del nuovo segretario del PD di Enna estromesso alle elezioni politiche di febbraio 2013 e candidato al congresso provinciale.
E’ importante tenere presente in ogni momento del nostro impegno politico che la bugia attenta alla democrazia perché inganna i cittadini che diventano strumenti di potere da parte dei politici mentitori.
A tale proposito consiglio di leggere: Luciano Violante, Politica e menzogna, Einaudi, 2013.
Viviamo in un’epoca di grandi e veloci cambiamenti che per essere interpretati occorrono competenze diverse ed informazioni condivise. Occorre superare la leadership autoritaria e realizzare una cooperazione tra alto e basso sensibile al rinnovamento ed alle istanze che arrivano dalla base. Se in questo processo globale non viene praticata la trasparenza il pianeta rischia di subire gravi danni come la guerra in Iraq, il fallimento di Enron e la chiusura di Arthur Andersen, Lehman Brothers, Worldcom ed in Italia gli scandali di Cirio e Parmalat.
La trasparenza è un grande motore di cambiamento per tutti i settori dall’economia alla politica ed è un fattore grazie a cui un leader, una società, un partito politico possono recuperare la fiducia dei cittadini, dei consumatori e degli iscritti e ristabilire un rapporto di partecipazione attiva e critica per risolvere i problemi della società moderna.
Il posizionamento basso dell’Italia nell’indice che misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e privato (72° posto su 174 paesi) implica corruzione e opacità che comportano un impatto negativo sull’economia, sull’attrazione degli investimenti esteri, sulla credibilità dell’Italia e del sistema politico.
Si consiglia di leggere per approfondire il tema: Daniel Goleman, Warren Bennis e James O’Toole, Trasparenza verso una nuova economia dell’onesta, Rizzoli, 2009.
Considerati i danni che le bugie, gli imbrogli e l’opacità provocano nel paese, occorre intervenire con dei cambiamenti appropriati nelle strutture periferiche del partito affinché la trasparenza e la franchezza siano fattori che guidano l’impegno politico, le opinioni e le decisioni.
Ma non sono solo questi i fattori di cambiamento da considerare. Ultimamente Simona Bonafè, intervenuta in una assemblea in Valpolicella, ha sottolineato con forza l’importanza che assume il partito aperto alla società e le competenze per affrontare i problemi sempre più complessi della società.
In una intervista Dario Nardella afferma: "Se nella prima fase della nostra storia democratica non poteva esistere democrazia senza partiti, oggi l’esplosione di strumenti di rappresentanza diretta, l’associazionismo, l'esistenza diffusa dei comitati locali, i nuovi strumenti del web rendono possibile per un cittadino far sentire la propria voce al di là dei partiti, direi purtroppo nonostante i partiti. In altre parole, i partiti non hanno più l’esclusiva della partecipazione, quindi o riescono a competere sul terreno della trasparenza, della capacità di rappresentanza offrendo ai cittadini uno strumento diretto per incidere nelle scelte pubbliche e per partecipare alla vita istituzionale o saranno soppiantati dalle forme di autorganizzazioni della società o da salvifici quanto velleitari movimenti personalistici”.
Condivido le affermazioni di Dario Nardella che pone l’attenzione sulla capacità dei partiti di cambiare per rappresentare i cittadini attraverso la trasparenza e la partecipazione altrimenti il destino dei partiti è quello di scomparire o di essere irrilevanti".
“I partiti devono essere assolutamente comunità di passioni, continua Nardella, capaci di trasformare i sogni e i desideri dei propri sostenitori in un progetto di governo, in un'idea di futuro. Devono essere capaci di mobilitare tutte le risorse umane ed economiche di una Nazione verso un fine comune. Il partito che vorremmo costruire, insieme a Matteo Renzi, è un partito che sappia farsi carico di queste aspettative coinvolgendo prima, durante e dopo, i cittadini nelle scelte principali che dovrà andare a compiere, un partito che - grazie anche alle nuove modalità di partecipazione - sappia mantenere uno stretto rapporto con i cittadini senza però limitare la sua vita associativa ai soli momenti congressuali. Una partito è un organismo comunitario e vive se quotidianamente tutti partecipano alla sua alimentazione e al suo rinnovamento. Come tutti gli organismi viventi, senza nutrimento e senza rinnovamento continuo delle sue cellule c'è solo la morte”.
Dalle dichiarazioni di Simona Bonafè e Dario Nardella si configura un partito nuovo che poggia sui seguenti fattori di cambiamento: - Sistema aperto; Trasparenza; Visione comunitaria; Sapere. Pertanto, occorre ricostruire il PD in periferia che si fondi su tali fattori. Il modello organizzativo e le regole della democrazia interna vanno cambiati in coerenza a tali fattori e tenendo conto della semplificazione delle regole.
Nel caso in cui il Partito rimane quello che è oggi inevitabilmente si trasformerà in una organizzazione a ragno che non considera la partecipazione democratica, impartisce ordini dall’alto con la pretesa che vengano eseguiti dalle strutture periferiche del partito. In tale modello prevale la gerarchia e la leadership autoritaria.
Noi desideriamo realizzare un modello che abbia le caratteristiche naturali della stella marina, la quale può essere rappresentata da una piramide rovesciata con una leadership autorevole, capace ed in grado di esprimere una visione condivisa che valorizza le persone e la partecipazione politica. Non più, quindi, un’organizzazione gerarchica ma rappresentata da unità operative indipendenti, comunicanti e flessibili. Accanto ai circoli possono essere realizzate delle comunità di passione che abbiano le stesse funzioni di rappresentanza al fine di allargare lo spazio di rappresentanza del PD. Questo modello può essere rappresentato dallo slogan: "Lavorare con gli altri e per gli altri”.
La vittoria di Matteo Renzi alle primarie dell’8 dicembre trasformerà sicuramente le speranze che abbiamo riposto in lui e nel cambiamento positivo in fatti concreti per avviare una nuova stagione per il Paese e per il PD all’insegna della eguaglianza, della giustizia e del merito. Non più un partito tradizionale che conserva alcune caratteristiche dell’epoca tayloristica ma un partito aperto di passione e di confronto.
Pubblicato da Antonino Leone a 11:20 0 commenti
Articolo di Francesco Giavazzi pubblicato sul Corriere della Sera il 15 novembre 2013
Da anni, in Italia, una sparuta pattuglia di liberisti si batte per il mercato, per le liberalizzazioni e per uno Stato meno invasivo. Sostengono i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché pensano che mercati aperti e concorrenza siano gli strumenti per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, e non dal loro impegno o dalle loro capacità. Nel frattempo, nel mondo, sono successe alcune cose.
La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano nel mondo, 1 su 3; oggi sono poco meno di 1 su 5. Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze, soprattutto nei paesi ricchi, e poco importa che il motivo non siano le importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16 anni era nel 1972, ai prezzi di oggi, di 15 dollari; è sceso a 11 nel 2006. Quello di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l’ora).
In occidente è sparita la classe media tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga. E non sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato in almeno un paio di infortuni: nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom; più tardi la crisi innescata dai mutui subprime (se non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i mercati sarebbero precipitati, come accadde negli anni Venti).
Talora un mercato neppure esiste, come nel caso dell’energia: prezzi e forniture di Gas – l’80% dell’energia utilizzata in Italia – sono determinati da un cartello dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza è un illusione un po’ infantile, almeno fino a quando non avremo costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va bene, un paio di decenni. La Cina non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari. La crescita cinese continua a dipendere dall’industria e dall’esportazione.
A parole il partito comunista si dice preoccupato della crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la sanità.
Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori. Nelle recenti campagne elettorali americane i candidati (anche Barack Obama e Hillary Clinton) hanno parlato con accenti critici della globalizzazione, e si sono ben guardati dall’attaccare sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani. In Francia il librale Sarkozy a parole predicava il mercato, ma provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo Linate – Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino.
La maggioranza degli italiani ha votato per 4 volte un candidato, Silvio Berlusconi, che si è impegnato a salvare – con denaro pubblico – un’azienda (Alitalia) che perdeva, continua a perdere 1 milione di euro al giorno: non ho visto nessuno sfilare perchè le nostre tasse sono state usate per tenere in piedi decotta da anni. (Ho invece visto i tassisti romani festeggiare il sindaco Alemanno, che anni fa aveva solidarizzato con la violenta protesta dei tassisti contro il tentativo di Bersani di liberalizzare quel servizio). Insomma, il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come i liberisti, vorrebbe meno Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette “protezione” dal vento della concorrenza.
Che cosa non hanno capito i liberisti, dove hanno sbagliato? Alcuni ritengono che il problema nasca dall’errato accostamento di “concorrenza” e “mercato”. Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se venissimo affidati a uno Stato benevolente. Affinchè il mercato e la globalizzazione diventino popolari è necessario “governarli”. E’ certamente vero, ma anche un po’ illuminista. Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze ma non vedo cittadini che manifestano perchè il Doha Round non fa un passo in avanti. La decisione dei Capi di Stato dell’UE di cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono – e che alcuni politici promettono – è quella dei dazi e dei vincoli all’immigrazione, non quella che potrebbe offrire AntiTrust.
A me pare che i liberisti debbano porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l’alternativa al mercato, al merito e alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione: i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità.
Convincerli che il modo per difender il proprio tenore di vita è chiedere buone scuole, non dazi.Il “miracolo economico” degli italiani degli anni ’50 e ’60 fu il frutto del mercato unico europeo e della lungimiranza di alcuni leader della Democrazia Cristiana – De Gasperi, ma anche Andreotti – che alla fine della guerra capirono l’importanza di entrare subito nella comunità economica europea. La caduta delle barriere doganali e l’ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di allargare le fabbriche e di raggiungere una dimensione che ne determino’ il successo. La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli italiani che cosa pensavano dell’apertura degli scambi, la maggior parte avrebbe risposto favorevolmente. L’Europa di allora è il Brasile, l’India e la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi considerano l’apertura agli scambi una minaccia, non un’opportunità.
Mi pare che l’Italia si trovi in un “Cul de sac”. Da oltre un decennio abbiamo smesso di crescere: 10 anni fa il nostro reddito pro capite era simile a quello di Francia e Germania, il 27% più elevato che in Spagna, il 3%più che in Gran Bretagna. IN questi anni abbiamo perso 10 punti rispetto a Francia e Germania, la Spagna nonostante la crisi ha accorciato la distanza e siamo stati di nuovo superati dalla Gran Bretagna. Quando un paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha mentre mercato merito e concorrenza – i fattori la cui assenza è all’origine della mancata crescita – spaventano.
I cittadini, preoccupati, chiedono protezione, qualcuno la promette e il paese si avvita. (Il paragone, lo so, indispettisce, ma la storia del declino dell’Argentina – un paese che ai primi del 900 era ricco quanto la Francia inizia con Peron – inizia proprio così).
Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia – tentativo fatto da alcuni liberisti, me compreso – è fallito. Nel frattempo la sinistra ha perso un’occasione storica: anzichè sbloccare la società a essa pure promesso protezione. Ma chi ha protetto? NOn chi temeva la globalizzazione – che infatti si è fatto proteggere dalla Lega – ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci vorrà qualche legislatura per riparare quell’errore.
I nuovi interlocutori dei “liberisti” (come sostiene da qualche tempo Franco Debenedetti) oggi sono i “protezionisti” – anche il M5S: sbagliano la diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini. E tuttavia la risposta alla mobilità planetaria non può essere il congelamento della mobilità domestica. Una società congelata non solo è giusta: si illude di proteggersi, in realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E’ un lusso che forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l’Italia sarebbe un suicidio.
Il libro che vi apprestate a leggere (o a rileggere) vi aiuterà a riflettere su molte di queste questioni. L’analisi del perchè gli interessi “concentrati” tendono ad averla sempre vinta è illuminante, anche se scoraggiante. Così pure l’esempio del perchè sia stato impossibile anche negli Stati Uniti, privatizzare il servizio postale. Il capitolo sulla burocrazia sembra la descrizione di un ministero italiano. C’è quasi di che rallegrarsi finchè non si arriva al capitolo che Milton e Rose Friedman intitolano “The tide is turning” (“il vento sta cambiando”). E’ cambiato negli Stati Uniti, solo un anno dopo la pubblicazione di questo libro, con l’elezione alla presidenza di Ronald Reagan. E negli stessi anni in Gran Bretagna con Margaret Thatcher.
In Italia non è stata sufficiente la “rivolta del Nord”, né con il blog di Beppe Grillo con il suo bottino di 163 tra deputati e senatori. Stiamo ancora aspettando il nostro Godot ma che arrivi presto, altrimenti troverà solo macerie.
Pubblicato da Antonino Leone a 16:24 0 commenti
Articolo di Andrea Ichino pubblicato sul Corriere della Sera il 15 novembre 2013
Lo Stato tassa con una mano i cittadini e con l’altra restituisce servizi e trasferimenti che, nelle intenzioni, dovrebbero ridurre iniquità e colpire rendite parassitarie. Ma l’impressione diffusa è che, almeno nel caso italiano, il prelievo e la redistribuzione finiscano per aumentare le iniquità che lo Stato vorrebbe combattere o comunque per favorire rendite non meno odiose di quelle che dovrebbero essere eliminate.
Una buona parte della redistribuzioneavviene, ad esempio, in base al cosiddetto «Indicatore della Situazione Economica Equivalente» (Isee) che, dice il sito Inps, «consente ai cittadini di accedere,a condizioni agevolate, alle prestazioni sociali o ai servizi di pubblica utilità». Questo indicatore è purtroppo molto impreciso e, nella migliore delle ipotesi, fortemente dipendente dal benessere transitorio di una famiglia, non da quello di più lungo periodo che, invece, dovrebbe determinare maggiormente l’accesso a prestazioni agevolate.
Ma ancor più fuorvianti sono le informazioni fornite dall’Isee nel caso degli evasori fiscali i quali, oltre a sfuggire tasse e imposte, riescono, grazie all’esiguità dei loro redditi e ricchezze apparenti, a non pagare i servizi ricevuti e ad avere precedenza nell’accesso alle prestazioni. Chi evade, quindi, guadagna due volte dall’effetto combinato del prelievo fiscale e della conseguente redistribuzione, perché riceve sempre senza mai contribuire. Non meno inique sono le implicazioni distributive della «Cassa Integrazione in Deroga», per la quale la legge di Stabilità aggiunge 600 milioni di euro ai miliardi già spesi negli ultimi 5 anni. L’erogazione di questo sussidio, finanziato con fatica dalle tasse di chi produce reddito, è a totale discrezione degli assessori regionali competenti senza alcun criterio selettivo riguardo al reale stato di povertà o necessità dei beneficiari, né circa la loro effettiva disponibilità al percorso necessario per un nuovo lavoro produttivo.
In realtà il problema è più generale e lo si comprende pensando alla tassazione delle imprese. Il gettito fiscale da queste generato è di un ordine di grandezza pari ai sussidi che esse ricevono dallo Stato. Però, mentre il gettito proviene da quelle ben amministrate e con profitti positivi, i sussidi vanno anche a quelle che sono in difficoltà perché gestite male o comunque inefficienti e obsolete. Paradossalmente, queste imprese, che nulla dovrebbero ricevere, finiscono per essere privilegiate rispetto a quelle che vantano diritti ben più legittimi avendo fornito servizi allo Stato senza garanzia di essere pagate in tempi brevi. Anche in questo caso, l’imprenditore che evade o fa male il suo mestiere, riesce non solo a pagare poche tasse ma anche a ottenere maggiori sussidi e quindi ci guadagna due volte.
È triste doverlo ammettere, ma una frazione tutt’altro che trascurabile di ogni euro che lo Stato preleva dalle tasche dei cittadini, finisce per essere trasferita a chi non la merita. Quanto grande sia questa frazione è difficile dirlo, soprattutto in un Paese in cui la tutela formale della riservatezza impedisce di accedere ai dati che consentirebbero di formulare stime attendibili. Ma più passano gli anni e più si ha l’impressione che questa frazione aumenti.
Ecco quindi perché dobbiamo essere tutti molto preoccupati da qualsiasi proposta di reddito garantito, reddito di cittadinanza o altri simili congegni redistributivi, fino a che lo Stato non dimostri di essere davvero in grado di prelevare solo da chi ha le risorse per contribuire e di distribuire solo a chi merita un aiuto.
Non si tratta della tradizionale critica liberista al ruolo dello Stato nell’economia. Secondo questa critica bisogna ridurre la spesa pubblica e il prelievo fiscale perché lo Stato è meno efficiente del mercato nella produzione di beni e servizi, anche se magari più equo. La critica che propongo è diversa: lo Stato (per lo meno quello italiano) quando preleva e redistribuisce finisce per essere non solo più inefficiente ma anche più iniquo del mercato o delle altre soluzioni (volontariato, non profit) che la collettività da sola disegnerebbe per redistribuire.
Per dare un contributo alle Filippine colpite dal tifone, vi fidereste di più della nostra macchina statale o della Caritas e di Emergency?
Articolo di Kenneth Rogoff pubblicato sul Corriere della Sera l’11 novembre 2013
Ci si chiede se sia compito dei Paesi avanzati introdurre tasse patrimoniali come mezzo per stabilizzare e ridurre il debito pubblico nel medio termine. Il Fondo monetario internazionale, solitamente conservatore, ha accolto l’idea con grande entusiasmo. Il Fmi calcola che una tassa una tantum del 10%, se introdotta rapidamente e senza preavviso, potrebbe ricondurre molti Paesi europei a un rapporto di debito pubblico/Pil simile ai tempi antecedenti la crisi. È un’idea affascinante.
L’argomentazione morale a favore di una tassa patrimoniale appare oggi più convincente che mai, con la disoccupazione ancora a livelli di recessione, mentre le profonde disuguaglianze economiche minacciano di lacerare il tessuto sociale. E se fosse davvero possibile far sì che questa tassa resti una tantum, essa potrebbe, in principio, rivelarsi assai meno dannosa che continuare a spingere verso l’alto le aliquote di tassazione del reddito.
Sfortunatamente, se la patrimoniale sembra un modo sicuro per aiutare un Paese a risalire la china dell’abisso fiscale, essa non rappresenta tuttavia la soluzione a tutti i mali. Tanto per cominciare, il gettito fiscale della patrimoniale una tantum potrebbe rivelarsi assai elusivo. L’economista Barry Eichengreen ha esplorato a suo tempo l’introduzione di imposte sul capitale nel primo e nel secondo dopoguerra, scoprendo che, a causa della fuga dei capitali e delle pressioni politiche che spingevano verso le dilazioni, i risultati erano spesso deludenti. Neppure le armate della Guardia di Finanza sarebbero capaci di bloccare l’esodo massiccio della ricchezza, se gli italiani dovessero fiutare l’arrivo di una pesante patrimoniale. La sovra e sotto fatturazione nel commercio, per esempio, è un metodo assodato per far sparire i soldi dal Paese. (Per esempio, l’esportatore dichiara un prezzo inferiore per le spedizioni estere e si tiene il gruzzolo in contanti al sicuro in un Paese straniero). Senza contare poi la corsa all’oro, ai gioielli e ad altri beni difficili da individuare. L’effetto deformante di una tassa patrimoniale sarebbe inoltre esacerbato dalla preoccupazione che l’una tantum rischia di diventare un’imposizione abituale. Dopotutto, la maggior parte delle tasse temporanee si trasformano in brevissimo tempo in tasse permanenti. Il timore di tasse patrimoniali future potrebbe scoraggiare lo spirito imprenditoriale e abbassare il tasso di risparmio. Per di più, le difficoltà amministrative nel mettere in piedi una tassa patrimoniale davvero omnicomprensiva sarebbero enormi, innescando tutta una serie di questioni e polemiche sull’equità dell’imposizione. Per esempio, sarebbe molto difficile attribuire un valore di mercato alle piccole imprese familiari diffusissime nei Paesi mediterranei.
Le tasse sul patrimonio che prendono di mira i terreni e le strutture potrebbero considerarsi esenti da tali preoccupazioni, mentre le imposte di proprietà sono molto meno frequenti al di fuori dei Paesi anglosassoni. In teoria, tassare i beni immobili è meno soggetto a distorsioni, mentre le tasse sulle strutture ovviamente rischiano di scoraggiare sia le opere di manutenzione che le nuove costruzioni. A questo punto, che altro possono fare i Paesi dell’Eurozona per aumentare i loro introiti sulla scia della ripresa economica? La maggior parte degli economisti vede con favore l’idea di allargare la base imponibile—eliminando, per esempio,detrazioni speciali e privilegi—in modo da mantenere basse le aliquote. Allargare la base del reddito imponibile è un elemento centrale delle proposte Simpson-Bowles per la riforma fiscale negli Stati Uniti.
In Europa, l’unificazione della percentuale Iva sarebbe un passo avanti verso una maggior efficienza, anziché creare distorsioni con diverse imposizioni fiscali per diversi beni. In principio, le fasce di basso reddito potrebbero essere compensate tramite l’erogazione di sussidi monetari. Un’altra idea è quella di ottenere nuovo gettito dalle quote o dalle tasse sulle emissioni di CO2. Reperire risorse tassando le emissioni nocive riduce le distorsioni, anziché crearle. Sebbene tali tasse siano mostruosamente impopolari—forse perché gli individui si rifiutano di ammettere la rilevanza delle emissioni nocive da essi prodotte—a mio avviso esse indicano una direzione importante per le politiche future (e proporrò nuove idee al riguardo).
Sfortunatamente, i paesi avanzati hanno attuato pochissime riforme fiscali fondamentali fino ad oggi. Molti governi si rassegnano ad aumentare le aliquote anziché rivedere e semplificare il sistema.
In Europa, si è fatto ricorso anche a una tassazione sommersa, in particolare la repressione finanziaria, per risolvere i problemi di un drammatico indebitamento pubblico. Tramite normative e direttive amministrative, banche, società di assicurazioni e fondi pensione sono stati costretti ad acquistare quote molto più consistenti del debito pubblico di quanto non avrebbero voluto. Si tratta però di un approccio assai poco lungimirante, in quanto i titolari finali di pensioni, contratti di assicurazione e depositi bancari sono in ultima analisi gli anziani e quella classe media già gravemente tartassata.
Vi è inoltre la questione irrisolta di quanto dovrebbero realmente pagare i Paesi periferici sul loro debito massiccio, a prescindere dallo strumento di tassazione. Sebbene il Fmi sembri particolarmente entusiasta sull’impiego della patrimoniale per ripianare le eccedenze del debito in Spagna e in Italia, pare ragionevole condividere il fardello con i Paesi del Nord. Come hanno fatto notare di recente gli economisti Maurice Obstfeld e Galina Hale, le banche francesi e tedesche hanno tratto ingenti profitti dalla gestione dei flussi tra i risparmiatori asiatici e la periferia dell’Europa. Sfortunatamente, tutte le discussioni sulla condivisione del debito non fanno altro che rallentare i tempi, rischiando di erodere l’efficacia di una qualsiasi patrimoniale quando essa sarà finalmente varata.
Tuttavia, il Fmi ha ragione in termini di equità e di efficienza—a insistere su una patrimoniale temporanea nei Paesi avanzati per abbattere il debito pubblico. Ma quasi certamente il gettito sarà inferiore, e i costi più elevati, di quanto non lascino presagire i calcoli fatti per promuovere l’iniziativa. Una tassa patrimoniale temporanea potrebbe essere davvero una soluzione per i Paesi che oggi sono in difficoltà, e occorre prendere seriamente in considerazione questa idea. Ma questo tipo di imposta non può sostituirsi alla necessità di avviare una riforma fiscale complessiva e a lungo raggio per instaurare un sistema di tassazione più semplice, più equo e più efficiente.
Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 10 novembre 2013
La proposta dei grillini è precisa e dettagliata. Può diventare la base di partenza di una riforma efficace e praticabile? Su questo è lecito nutrire dubbi. Innanzitutto c’è il problema del nome. Ciò che i 5 Stelle prospettano è un classico schema di reddito minimo garantito, riservato ai poveri: non un reddito universale erogato a tutti i cittadini. E’ bene precisarlo, per non creare confusioni e alimentare irrealistiche aspettative. Altre perplessità riguardano le regole di accesso alla prestazione. Perché tener conto solo del reddito dichiarato dei richiedenti e non del patrimonio? In questo modo si rischia di premiare gli evasori. Sulla effettiva gestione dello schema (accompagnamento al lavoro, verifiche, sanzioni) la proposta coinvolge un numero eccessivo di soggetti istituzionali, attribuendo ai centri per l’impiego responsabilità e funzioni che nella situazione attuali questi non possono in alcun modo sobbarcarsi. Infine, il piano 5 Stelle ha un costo proibitivo (19 miliardi all’anno, dal 2014) e l’idea di finanziarlo tramite misure “giustiziere” (patrimoniale, prelievo sulle pensioni d’oro) non aiuta certo la sua praticabilità economico-politica. Ciò che stupisce dell’iniziativa grillina è poi il fatto che non tiene conto del ricco dibattito degli ultimi mesi sul reddito minimo e delle due articolate proposte già emerse a riguardo: quella del Reddito di inclusione sociale (Reis), predisposta dalle Acli (http://www.redditoinclusione.it/) e quella del Sostegno di inclusione attiva (SIA, http://www.linkiesta.it/sostegno-per-inclusione-attiva) elaborata da una commissione di esperti presso il Ministero del Lavoro. Sia detto senza offesa: entrambe queste proposte sono assai più meditate e coerenti rispetto a quella targata 5 Stelle e dunque più adatte a fungere da base di partenza (ovviamente migliorabile).
Intervista a Pietro Ichino su Affaritaliani del 7 ottobre
Pubblicato da Antonino Leone a 09:01 0 commenti
Partecipate: revocare Cda e riorganizzare i poteri
Articolo di Damiano Fermo, consigliere del Comune di Verona
In Agec occorre discontinuità, si nomini immediatamente un commissario che non sia al servizio di nessuno, solo dei cittadini.
Se la politica veronese vuole essere credibile dovrebbe rovesciare l'attuale modello di gestione delle aziende partecipate. Altrimenti il tosismo rimarrà per Verona una spessa maschera che ha coperto una faccia piena di ombre.
La lottizzazione del potere e l’opacità della gestione hanno un effetto diretto sulla tendenza alla corruzione e alla mala gestione. I Cda delle Partecipate veronesi non svolgono nessuna attività di controllo e indirizzo, non avendo talvolta ne le competenze ne l'interesse a farlo. Forse perché non rappresentano gli interessi dei cittadini per cui quell'ente opera, ma la fame partitica di mantenere una posizione di potere.
Vanno rivisti i poteri dei direttori generali e degli organi delle società. Non è possibile una situazione di onnipotenza come si è vista in Agec. Il Cda deve poter sfiduciare un Direttore se fuori controllo. Ma un Cda deve essere libero di poterlo fare. Deve essere composto da rappresentanti dei cittadini, non da pedine di partito, o meglio, del Sindaco.
La nostra città non può più permettersi di proteggere la mala gestione delle proprie risorse economiche.
Trasparenza, aprire le informazioni a tutti, e partecipazione, chiamare i cittadini alla gestione, sarebbero quegli anticorpi che porterebbero qualche opportunità di riscatto.
Tosi cominci ad avere fiducia nei propri cittadini. La fedeltà politica di Direttori troppo potenti da una parte e controllori incapaci o impossibilitati a fare il proprio lavoro, sta provocando danni enormi ai contribuenti veronesi. Le persone “di fiducia” per Tosi si sono dimostrate “di sfiducia” per i veronesi.
Dobbiamo aprire i Cda delle aziende partecipate a libere candidature indipendenti della società civile, oggi impedite da un regolamento che le sottopone alla sottoscrizione dei consiglieri comunali. Un modello ormai vecchio, superato dalla complessità delle dinamiche da gestire.
Ma forse questa politica vuole tenere lontani i cittadini dalla conoscenza e dalla partecipazione. Col rischio che dove non entra il cittadino entri invece la peggior speculazione politica ed economica.
Editoriale di Eugenio Scalfari pubblicato su Repubblica il 3 novembre 2013
L’Italia e il suo governo debbono battersi per questo obiettivo. La destra nazionalista, xenofoba anti-euro, è una catastrofe di fronte alla quale i sacrifici di oggi diventerebbero caramelle.
Pubblicato da Antonino Leone a 09:35 0 commenti
Articolo di Maurizio Ferrera pubblicato sul Corriere della Sera il 28 ottobre 2013
Vent’anni fa un coraggioso giudice della Corte europea di giustizia, Francis Jacobs, affermò in una sentenza che la cittadinanza UE conferisce diritti inviolabili di non discriminazione. Quando valica una frontiera nazionale, chiunque possegga il passaporto color porpora può dire civis europeus sum e invocare il rispetto di questi diritti.
La sentenza uscì appena dopo il Trattato di Maastricht (che istituiva, appunto, la cittadinanza UE). Da allora nell’Unione sono entrati 16 nuovi paesi e si sono firmati tre nuovi Trattati: Amsterdam, Nizza e Lisbona. Quest’ultimo ribadisce a chiare lettere i diritti di libera circolazione e non discriminazione. Ma la formula civis europeus sum sta rapidamente perdendo la propria efficacia. Ad essere sotto attacco è soprattutto l’accesso al welfare da parte dei non nazionali provenienti da altri paesi membri. I governi di Berlino, Londra, Vienna e L’Aia hanno chiesto formalmente a Bruxelles di cambiare le norme vigenti per combattere il cosiddetto “turismo sociale”: gli spostamenti da un paese all’altro in cerca dei sussidi più generosi. Dietro la richiesta si nasconde un malumore profondo, che riguarda il processo di integrazione in quanto tale. E che spinge a ristabilire i tradizionali confini, a “proteggere i diritti e gli interessi legittimi dei nativi” – come candidamente recita la lettera dei quattro governi. In tempi di crisi, malumori e paure in seno all’opinione pubblica sono comprensibili. Ma se i governi le cavalcano, cosa resterà dell’Europa? Se va bene, solo le fredde regole di “mutua sorveglianza” fiscale, neanche fossimo in una prigione. Se va male, potrebbe non restar nulla, i sogni e gli sforzi di tre generazioni andrebbero irrimediabilmente perduti.
Tutti i dati e le ricerche disponibili indicano che non c’è nessun turismo sociale di massa. Vi è, certo, un discreto numero di cittadini UE che risiedono in paesi membri diversi dal proprio: la loro quota è di circa il 2%, con punte sopra il 3% in Irlanda, Belgio, Gran Bretagna, Austria e Germania. La crisi ha accresciuto un po’ i flussi da Sud a Nord e da Est a Ovest. Si tratta però di persone attratte da opportunità di lavoro, anche manuale. Se prendiamo come riferimento la popolazione residente con più di 15 anni, scopriamo che sette migranti UE su dieci hanno un’occupazione, di contro a 5 o 6 nazionali. Se perde il lavoro, il migrante riceve il sussidio pubblico solo se ha pagato tasse e contributi, esattamente come i nazionali. I governi firmatari della lettera sostengono che l’obiettivo dei cosiddetti “turisti sociali” sono soprattutto le prestazioni di assistenza finanziate dal gettito fiscale, come il reddito minimo. La Commissione europea ha però calcolato che i migranti UE sono meno del 5% del totale di beneficiari di queste prestazioni. In alcuni casi (quelli che fanno più notizia) ci sono frodi o abusi. Ma si tratta di fenomeni che si possono contrastare con piccoli accorgimenti legislativi e controlli più efficaci. Non vi è sicuramente bisogno di mettere sotto accusa i principi di parità di trattamento e di libera circolazione – i quali peraltro, sempre secondo lo studio della Commissione, fanno bene anche al PIL.
Che dire degli immigrati che provengono dai paesi extra-UE? I barconi di Lampedusa hanno di nuovo acceso i riflettori su di loro. Dopo il cordoglio e la compassione, sono ricominciate a circolare accuse di “opportunismo sociale” ancor più pesanti rispetto a quelle rivolte ai migranti UE. Anche nel caso degli extra-comunitari e del loro accesso al welfare valgono però le stesse considerazioni relative ai migranti UE. Un recente studio OCSE stima che nella maggioranza dei paesi europei (Italia compresa) il saldo fra ciò che gli extra-comunitari versano allo Stato e ciò che ricevono in termini di prestazioni e servizi è meno favorevole rispetto a quello dei nazionali. Il contributo dell’immigrazione al PIL è inoltre positivo: nessun “pasto gratis”, dunque.
Comprendere questa realtà può essere contro-intuitivo. E capire non significa dover accettare tutti gli effetti che l’immigrazione da paesi lontani e diversi produce sul piano sociale, culturale e dei costumi. Teniamo però presente che le dinamiche di globalizzazione riservano a noi europei un futuro di “mixité”: una di mescolanza fra popoli e culture che potremo temperare e regolare ma non evitare. Per questo è fondamentale che l’UE resista oggi ai ripiegamenti nazionalistici che avvengono al proprio interno. La civiltà che ha inventato l’idea di cittadinanza non può fallire nel trasferirla ora dal livello nazionale a quello sovranazionale.
Sull’edificio che ospita il Consiglio dei ministri UE, a Bruxelles, spicca la scritta latina Consilium. Aggiungere la formula civis europeus sum potrebbe finalmente dare mun’anima e una missione simbolica a questa istituzione, che oggi parla solo con i governi e ha smarrito la capacità di comunicare con i suoi più importanti interlocutori. I cives d’Europa, appunto.