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Timestamp: 2019-03-23 09:26:36+00:00
Document Index: 93490685

Matched Legal Cases: ['art 2', 'art. 17', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1', '§1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'in fine', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', '§ 6', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 26', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 23', 'art. 17', 'art. 34', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 34', 'art. 23', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 54', 'art. 34', 'art. 34', 'sentenza ', 'in fine']

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Sentenza TAR Della Libera del 2011
Siamo così arrivati all’ennesimo episodio del duello fra Della Libera e il MIPAF (stavolta spalleggiato dalla Regione Friuli): e come in ogni serial che si rispetti, non è ancora in vista la fine della saga. Si tratta di un’altra piccola vittoria, che porta Della Libera un passo avanti verso la definitiva libertà di coltivare Ogm, sempre in attesa della definitiva pronuncia della CGE sul ricorso Pioneer che dovrebbe, anche alla luce delle conclusioni dell’Avvocato Generale (già commentate da Roberto Defez), mettere definitivamente fine alla manfrina (diciamolo) francamente indecorosa inscenata finora da Governo e Regioni.
Si tratta di questo: nel 2009 Della Libera ha richiesto al MIPAF l’autorizzazione alla messa in coltura di mais Ogm iscritto nel catalogo comune. Il MIPAF, con una interessante variazione sul tema ormai ben noto ai lettori di Salmone, ha comunicato all’agricoltore friulano che “prima di portare la domanda all’attenzione della Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati è necessario acquisire il parere preventivo delle Regioni interessate, e ha sospeso nelle more il relativo procedimento“. Della Libera ha quindi impugnato tale sospensione. Il TAR del Lazio gli ha dato ragione, con una motivazione che, per essere fondamentalmente di ordine procedurale, non è però priva di interesse anche dal punto di vista sostanziale (tra l’altro il TAR dichiara subito, alla p. 9, di non voler entrare nel merito dei più recenti sviluppi in sede comunitaria, tirati in ballo forse un po’ troppo ottimisticamente dal MIPAF, in qaunto questi non sembrano ancora essersi conclusi con un chiarimento definitivo).
Il TAR nota innanzitutto che il provvedimento del MIPAF non è un mero avvio del procedimento (come tale non impugnabile) ma ha contenuto dispositivo, in quanto non solo comunica la (asserita) necessità di acquisire il parere della Regione, ma altresì dispone la sospensione dei termini di conclusione del procedimento. A parere del TAR, mentre disporre la acquisizione del parere della Regione interessata è lecito, anche se il parere in questione non è imposto da alcuna norma di legge, invece la sospensione è illegittima. Non solo perché l’art. 17.1 della Legge n. 241/1990 prevede la sospensione solo qualora le “valutazioni tecniche di organi od enti appositi” siano richieste “per disposizione espressa di legge o di regolamento“, il che non è nel nostro caso (il parere della Regione è richiesto solo da una circolare ministeriale), ma anche perché detta sospensione è stata effettuata senza indicare alcun termine, che invece è necessario ai sensi dell’art. 2.7 della medesima Legge 241/1990. Il MIPAF ha replicato, su quest’ultimo punto, che è stato predisposto “un disciplinare tecnico per l’istruttoria che prevede una serie di passaggi necessari tra i quali appunto l’acquisizione del parere in contestazione“; ma il TAR rileva che, purtroppo, per il rilascio del parere della Regione non risulta che siano previsti “termini perentori brevi, tali da non incidere in modo significativo sugli originari termini di conclusione del procedimento di cui trattasi“. E la cosa, osserva il TAR, è tanto più grave in quanto le Regioni hanno competenza per l’adozione delle Linee guida per i piani di coesistenza e dei relativi piani, “atti cui tali enti non hanno ancora provveduto, reiteratamente manifestando la volontà contraria all’adozione degli atti di propria competenza“. In altre parole, il TAR sta dicendo: le Regioni non hanno alcuna intenzione di rilasciare parere favorevole, non si vede perché si debba far restare nel limbo sine die l’istanza di Della Libera in attesa di chissà quale rivelazione: tanto vale che la Regione dica di no subito.
Che succederà adesso? Essendo nullo il provvedimento di sospensione, i termini originari imposti al MIPAF per adottare un provvedimento sull’istanza di autorizzazione di Della Libera riprenderanno a decorrere (con l’unico effetto che, nel frattempo, Della Libera ha perso altri due anni). Già mi immagino i frenetici contatti tra MIPAF e Regione Friuli per escogitare il provvedimento finale, che ovviamente è facile indovinare quale mai sarà. L’unico dubbio che personalmente mi coglie, mancando di informazioni sugli atti endoprocessuali, è che il termine di legge per l’adozione di un provvedimento sull’istanza di Della Libera a me sembrerebbe già abbondantemente scaduto (il provvedimento del MIPAF è del 17 maggio 2010, mentre l’istanza di autorizzazione è di oltre un anno prima, il 3 marzo 2009): ma sicuramente qui mi sfugge qualcosa.
Tags: silvano dalla libera, tar
Sentenza Giorgio Fidenato
La sentenza n. 11148/12 della Terza Sezione penale della Cassazione si è pronunciata sul ricorso, da parte di Fidenato, contro il provvedimento di sequestro della sua azienda agricola disposto dal Tribunale di Pordenone (ricorso già a suo tempo rigettato dal Tribunale del Riesame di Pordenone), nella nota vicenda della messa a coltura di mais OGM senza previa autorizzazione.
La Cassazione ha innanzitutto effettuato una ricostruzione della normativa comunitaria e italiana vigente in materia. La ricostruzione non presenta nulla di particolarmente interessante, salvo che, per la Corte, la disposizione di cui all’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 - che come noto prevede l’autorizzazione alla messa a coltura - in sostanza “mira a garantire i prodotti sementieri tradizionali dal contatto con quelli geneticamente modificati e che questi ultimi non arrechino danno biologico all’ambiente circostante, tenuto conto delle peculiarità agro-ecologiche, ambientali e pedoclimatiche” (§1). La cosa è interessante perché, in realtà, questo non si evince affatto dal testo dell’art. 1 e ne costituisce invece, come si vedrà, una interpretazione costituzionalmente orientata. Nella sua ricostruzione, la S.C. conclude che a livello comunitario esiste chiaramente un principio di coesistenza, in base al quale occorre evitare, per quanto possibile, che le coltivazioni Ogm contaminino colture diverse. In realtà, come sappiamo, il principio di coesistenza ha valenza biunivoca, cioè tutela non solo le coltivazioni non-Ogm dalla contaminazione Ogm, ma anche le coltivazioni Ogm dalla contaminazione con colture non-Ogm, ma adesso non sottilizziamo: la Cassazione in questo ha ragione. Passando all’analisi della giurisprudenza italiana, la Corte ritiene che essa stabilisca che, mentre le decisioni in merito alla tutela di ambiente, vita e salute umani e animali spettano alle autorità comunitarie, viceversa le decisioni relative ai profili economici, alla tutela della biodiversità (”in modo da garantire la libertà di iniziativa economica, il diritto di scelta dei consumatori e la qualità e la tipicità della produzione agroalimentare nazionale”) spettano alle autorità nazionali. La Corte richiama inoltre la famosa sentenza del Consiglio di Stato sul caso Della Libera, ricordando che la mancata adozione dei piani di coesistenza non giustifica il rigetto dell’istanza di autorizzazione alla messa a coltura.
A questo punto, la Cassazione afferma che nell’UE possono coltivarsi solo OGM esplicitamente autorizzati (come appunto il mais OGM di Fidenato) ai sensi della Direttiva 2001/128/Ce e del Regolamento 1829/2003, mentre l’autorizzazione alla messa a coltura ex art. 1 del D. Lgs. 212/2001 “si pone come provvedimento ulteriore e diverso rispetto all’autorizzazione conseguita attraverso l’iscrizione di sementi GM al catalogo comune europeo”. Cosa vuol dire la Cassazione? Vuol dire che, mentre i profili sanitari e ambientali sono già coperti dall’autorizzazione comunitaria, l’autorizzazione nazionale dovrebbe invece garantire il rispetto della coesistenza. Inoltre, la Cassazione ricorda che occorre altresì ottemperare agli adempimenti previsti dalla “speciale disciplina sementiera”, di cui alla legge 1096/71: quest’ultima autorizza il MIPAF a vietare la commercializzazione di sementi OGM “se è accertato che la coltivazione di una varietà iscritta al Catalogo comune europeo possa nuocere a quella di altre varietà o specie” oppure se possa presentare un rischio per la salute umana o per l’ambiente “anche con riguardo alle eventuali conseguenze sui sistemi agrari”, così come ricorda la facoltà del MIPAF di chiedere alla Commissione UE l’autorizzazione a vietare la coltivazione di Ogm iscritti in Catalogo in certi casi. Tutte queste cose, peraltro, qui risultano alquanto irrilevanti: stiamo parlando di un diniego dell’autorizzazione ex art. 1 D.Lgs. 212/2001, non di un divieto alla coltivazione di sementi Ogm fondate su ragioni di tutela sanitaria o ambientale, né tantomeno di invocazioni della clausola di salvaguardia, anch’essa peraltro richiamata dalla Cassazione nell’ambito della sua ricapitolazione della normativa vigente per le sementi Ogm. E la rilevanza di una legge interna, per di più assai risalente, come la legge 1096/71, in un contesto di principi sovranazionali così stringenti come quello della semina di sementi OGM, appare incomprensibile.
Un discorso a sé riguarda il profilo della distinzione fra emissione deliberata nell’ambiente e immissione in commercio. Le due cose, pacificamente, sono diverse, in questo il Tribunale di Pordenone ha assolutamente ragione (come riferisce la Cassazione, Pordenone ha fatto notare che le due attività richiedono ciascuna una apposita autorizzazione e “l’autorizzazione rilasciata ad un fine non ha nulla a che fare con quella occorrente per l’altro fine”). Il problema, tuttavia, è che è pacifico che la coltivazione di un seme Ogm rientri nell’immissione in commercio e non già nell’emissione deliberata nell’ambiente. Viceversa, il Tribunale di Pordenone sembra credere il contrario (infatti, riferisce sempre la Cassazione, secondo Pordenone “l’iscrizione di un tipo di sementi GM al Catalogo comune europeo costituisce una forma di autorizzazione riferita alla sola commercializzazione e non alla messa a coltura delle sementi GM”). Sul punto, non è chiaro cosa pensi la Cassazione: infatti, la Suprema Corte mantiene il silenzio al riguardo. Siccome, però, alla fin fine la Cassazione ha rigettato il ricorso di Fidenato anche su questo punto, è da ritenere che essa condivida le conclusioni del Tribunale di Pordenone. Se è così - ma questo lo si potrà vedere solo nel prosieguo del giudizio - si tratta di una memorabile cantonata della giurisprudenza italiana.
In ogni caso, il cuore della sentenza in commento sta nel fatto che, a parere della Cassazione, l’autorizzazione alla coltivazione ex art. 1 del D.Lgs. 212/2001, siccome non riguarda problematiche relative alla tutela dell’ambiente e della salute, ma solo questioni concernenti i profili della coesistenza fra colture, è compatibile con le norme comunitarie. A ben vedere, è alquanto discutibile che il senso della norma in parola sia proprio questo: se non altro perché (i) il principio di coesistenza si è affermato solo dopo l’emanazione della norma (tutte le norme sulla coesistenza citate dalla Cassazione sono successive all’emanazione del D.Lgs. n. 212/2001) e (ii) perché la norma stessa non richiama affatto il principio di coesistenza (basta infatti leggere il D.Lgs. 212/2001 per accorgersi che la coesistenza fra colture non è mai menzionata, e che viceversa esso richiama espressamente, ad es. all’art. 1.4c), i rischi “per la salute umana o per l’ambiente”). Tuttavia, alla luce del mutato quadro normativo comunitario e nazionale dopo l’introduzione del principio di coesistenza, è evidente che questa resta l’unica strada rimasta per poter continuare a sostenere la conformità della norma italiana sulla messa a coltura con le norme comunitarie. Del resto, a ben considerare, non diversa è stata la posizione assunta dal Consiglio di Stato nel noto caso Della Libera (sentenza n. 183/2010). In altre parole, l’autorizzazione alla messa a coltura può (ormai) essere rivolta solo alla salvaguardia del principio di coesistenza fra colture diverse e dunque non potrà mai più richiamare profili di tutela sanitaria o ambientale; in soldoni, questo vuol dire che la norma che Fidenato non ha voluto rispettare - se correttamente interpretata - non è in contrasto con la normativa comunitaria: dunque Fidenato, se la Cassazione ha ragione, il reato l’ha commesso.
Il § 6 della sentenza è relativo a un’altra lagnanza di Fidenato, vale a dire che l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 sarebbe una “regola tecnica” che dovrebbe essere notificata dallo Stato membro alla Commissione UE. La Corte sembra dare per ammesso che detta comunicazione non vi sia stata. Al riguardo, la Cassazione svolge un discorso poco convincente. Comincia correttamente ricordando che l’obbligo di comunicazione riguarda le ‘regole tecniche’, ma non le norme che rappresentano “semplice recepimento integrale di una norma internazionale o europea”; ora, siccome l’autorizzazione in esame sarebbe proprio “il recepimento del principio di coesistenza di derivazione comunitaria e della relativa disciplina europea” (e qui la Corte cita l’art. 26-bis della Direttiva 2001/18/CE e la Raccomandazione della Commissione del 13.7.2010, che però, come abbiamo già visto, sono entrambe successive al D. Lgs. 212/2001, che dunque non può esserne l’applicazione, anche perché non si sogna minimamente di richiamarle), non vi sarebbe ragione di sottoporre una questione di interpretazione alla CEG. La conclusione però è errata, proprio perché non è vero che il D.Lgs. 212/2001 sia il recepimento delle norme sulla coesistenza. Una pronuncia interpretativa della Corte UE sarebbe dunque, più che opportuna, necessaria; ma sul punto non mi posso diffondere oltre perché dalla sola sentenza la richiesta di Fidenato non è pienamente valutabile.
La pronuncia, come si vede, non depone molto bene per Fidenato. E’ vero che si tratta di statuizione relativa al solo fumus del provvedimento cautelare di sequestro (vale a dire, deve limitarsi a valutare se non appaia evidentemente infondato l’addebito, non deve invece stabilire se l’addebito sia effettivamente fondato, decisione che invece spetta al giudice del merito), e dunque non pregiudica la decisione di merito; ma è innegabile che si tratta di una pronuncia confusa, anziché chiarificatrice, ed è purtroppo prevedibile che il giudice del merito si sentirà da essa rinfrancato nella sua posizione. In ogni caso, rimane impregiudicato (perché non costituisce oggetto di questo giudizio) il vero punctum dolens dell’intera vicenda Ogm in Italia: cosa si può legittimamente fare una volta che una semente già autorizzata a livello comunitario non venga autorizzata alla coltivazione a livello nazionale, in base a invocazioni à la diable dei principi di coesistenza o di precauzione o vattelappesca.
Tags: Giorgio Fidenato
La nuova sentenza Monsanto
Siamo arrivati all’ennesima - ma, prevedibilmente, non ultima - puntata della serie (con pochissima suspence) Monsanto vs. Governi europei. Questa volta si tratta di un rinvio per pronuncia pregiudiziale da parte del Conseil d’État francese, davanti al quale Monsanto ha impugnato due distinti provvedimenti del Ministero dell’agricoltura e della pesca transalpino, che dapprima avevano sospeso la cessione e l’utilizzo di semi mais MON 810, per poi vietarne interamente la coltivazione.
La questione è in sé piuttosto semplice, ma richiede una lunga spiegazione dato che le norme comunitarie richiamate sono parecchie. Bisogna dunque fare attenzione ai vari passaggi.
Nel 1998 la Commissione UE, ai sensi della Direttiva 90/220, ha autorizzato l’immissione in commercio del MON 810, che di conseguenza è stato autorizzato anche dal Ministero francese pochi mesi dopo. Nel 2004, poi, la Monsanto ha notificato alla Commissione il MON 810, ai sensi dell’art. 20, n. 1 a) del Regolamento n. 1829/2003 (secondo il quale “per quanto concerne i prodotti autorizzati in virtù delle direttive [90/220 o 2001/18] gli operatori responsabili della loro immissione in commercio notificano alla Commissione la data in cui essi sono stati per la prima volta immessi sul mercato comunitario“).. La stessa norma prevedeva altresì che, decorsi tre anni dall’entrata in vigore del Regolamento, gli operatori avrebbero dovuto presentare una domanda di rinnovo.
Si noti che a suo tempo la Direttiva 90/220 era stata sostituita dalla Direttiva 2001/18, che stabiliva (al suo art. 17) che il rinnovo dell’autorizzazione, se richiesto prima del 17 ottobre 2006, avrebbe consentito al richiedente di continuare a immettere in commercio l’OGM già autorizzato in pendenza del rinnovo. Ma la stessa Direttiva stabiliva altresì che l’art. 17 (così come, si badi, l’art. 23, contenente la famosa “clausola di salvaguardia”) non si applica “agli OGM come tali o contenuti in prodotti, autorizzati da atti comunitari” che prevedano obblighi e controlli equivalenti.
Quindi, la Monsanto non fa una nuova notifica alla Commissione anche ai sensi dell’art. 17 della Direttiva 2001/18, considerando sufficiente la notifica ai sensi del Regolamento. Cosa accade a questo punto? Come un falco, il Ministero francese piomba sulla Monsanto e, con una girandola di decreti, sospende prima e poi vieta l’immissione in commercio, l’utilizzazione e la coltivazione del MON 810, una volta richiamandosi genericamente al codice rurale e dell’ambiente francese “fino alla pubblicazione di una legge relativa agli OGM”, per un’altra volta richiamarsi alla necessità di attendere la conclusione dell’iter autorizzatorio del MON 810. Si noti che il Ministero, nel notificare (peraltro con qualche ritardo) i suoi diversi provvedimenti alla Commissione, li ha qualificati come assunti, una prima volta in base all’art. 34 del Regolamento 1829/2003, e una seconda volta in base all’art. 23 della Direttiva 2001/18. Come vedete, se avete pensato finora che certi pasticci possano farli solo i governi italiani, vi siete sbagliati: sono in grado di farne anche i francesi.
In sede di impugnazione, il Conseil d’ État ha innanzitutto chiesto alla Corte di Giustizia di chiarire se, nel caso in esame, il prodotto della Monsanto sia soggetto alla Direttiva n. 2001/18 oppure al Regolamento 1829/2003.
La Corte risponde al quesito stabilendo che gli OGM come il MON 810, autorizzati in quanto sementi ai fini della coltivazione ai sensi della Direttiva 90/220, e poi notificati come prodotti esistenti ai sensi del Regolamento 1829/2003, in pendenza della domanda di rinnovo dell’autorizzazione, non sono soggette alle misure di salvaguardia di cui all’art. 23 della Direttiva 2001/18. Nulla vieta tuttavia, dice (giustamente) la Corte, che le misure di sospensione o divieto provvisorio vengano adottate in forza dell’art. 34 del Regolamento 1829/2003, i cui presupposti sono simili a quelli dell’art. 23 della Direttiva.
L’art. 34, ricordiamolo, recita: “Quando sia manifesto che prodotti autorizzati dal presente regolamento o conformemente allo stesso possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o l’ambiente, sono adottate misure conformemente alle procedure previste dagli artt. 53 e 54 del regolamento 178/2002“; tali misure sono la sospensione (se ad agire è la Commissione) o altre misure cautelari (se ad agire è un Paese membro, a condizione però che esso ne informi immediatamente la Commissione dell’adozione e altresì che abbia, in precedenza, informato “ufficialmente” la Commissione della necessità di adottare misure cautelari).
A questo punto il Giudice francese chiede alla Corte di chiarire se, in un caso come quello in esame, l’art. 34 del Regolamento 1829/2003 sia invocabile.
La Corte, come già anticipato nella risposta al primo quesito, risponde che la norma è in astratto applicabile, ma che a tal fine, oltre ai requisiti sostanziali dell’art. 34, occorre altresì che siano rispettati i requisiti procedurali dell’art. 54 del regolamento 178/2002. E qui, dice la Corte, spetta al giudice nazionale verificare che questo rispetto vi sia stato.
Il terzo e ultimo quesito sollevato dal Conseil d’ État consiste nel grado di rigore richiesto agli Stati membri per poter applicare l’art. 34 del Regolamento 1829/2003. La Corte spiega che, dati i termini usati nell’art. 34 (”manifesto” e “grave rischio per la salute o l’ambiente“), non è sufficiente “un approccio puramente ipotetico del rischio, fondato su semplici supposizioni non ancor accertate scientificamente. Al contrario, siffatte misure di tutela… possono essere adottate solamente se fondate su una valutazione dei rischi quanto più possibile completa, tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, che dimostrino che tali misure sono necessarie“. L’autorità nazionale, quindi, in attesa della definitiva decisione della Commissione, può assumere provvedimenti d’urgenza solo se dimostra “l’esistenza di una situazione in grado di comportare un rischio che ponga a repentaglio in modo manifesto la salute umana, la salute animale o l’ambiente“.
La palla torna adesso al Giudice amministrativo francese. L’esito sembra onestamente scontato: anche a prescindere dal mancato rispetto dei presupposti formali, è difficile immaginare che la Francia possa dimostrare il “rischio manifesto” necessario per giustificare la misura interdittiva adottata contro il MON 810, o un’altra misura dall’analogo effetto. Tanto più se, come sembra, l’EFSA ha già rigettato le “argomentazioni” scientifiche (si fa per dire…) addotte a difesa della misura di salvaguardia assunta dalla Francia.
Ma quel che è più interessante è stata la reazione: se il Ministro francese ha già avuto la chutzpah di affermare, a inchiostro ancora caldo, che la sentenza della Corte è “meramente procedurale” e che, se la misura di salvaguardia verrà annullata, la Francia è pronta a adottarne una nuova, vuol dire che purtroppo, per gli OGM in Europa, c’è poco da fare. Si tornerà al solito gioco a rimpiattino fra il governo nazionale che adotta a vanvera una misura di salvaguardia, la Corte UE che la annulla, e lo Stato membro che ne adotta un’altra con la stessa motivazione o con una diversa ma altrettanto farlocca, così ricominciando la giostra, all’infinito. Siamo, insomma, di fronte a un contrasto ormai irreconciliabile fra l’ordinamento giuridico comunitario (per il quale gli OGM, una volta autorizzati, possono essere commerciati e coltivati liberamente, salva la scoperta, sancita da ricerche scientificamente solide, di rischi prima ignorati) e la volontà politica di alcuni Stati, che puramente e semplicemente non intendono in nessun modo autorizzare la coltivazione degli OGM sul proprio territorio, indipendentemente dalla previa autorizzazione comunitaria e dall’inesistenza di alcuna nuova prova scientifica che faccia sospettare una loro pericolosità. E per una situazione di conflitto del genere non esiste, a ben vedere, alcun valido rimedio giuridico. Anche perché finora, a parte Monsanto, non sembra che gli operatori del settore si siano dati granché da fare, neppure sul fronte delle richieste di risarcimento del danno, per far cambiare idea agli Stati.
Alla fin fine, l’opinione di chi scrive è che, piuttosto di continuare con una simile farsa, perfino l’adozione del progetto di modifica alla Direttiva 2001/18 proposto dalla Commissione nel luglio 2010 (e, a quanto pare, paradossalmente, a tutt’oggi bloccato proprio dall’opposizione di alcuni fra gli Stati più fanaticamente contrari agli OGM, come la stessa Francia e l’Italia), col quale la decisione circa la coltivazione di OGM viene rimessa ai singoli Stati, sia di gran lunga preferibile. Almeno così, una buona volta, ciascuno dovrà prendersi le sue responsabilità alla luce del sole.
Tags: Luca Simonetti, Monsanto, OGM