Source: http://www.secolnovo.it/2012/05/20/la-soppressione-dei-tribunali/archives/1126
Timestamp: 2020-02-27 23:23:55+00:00
Document Index: 54309137

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 101', 'art. 97', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 4']

La soppressione dei tribunali
Sul piano storico, in materia di Giustizia e Libertà, si tratta di un classico caso di restaurazione, di ritorno all’assolutismo (lo stato è il monarca), all’ancien règime; una decisa rinunzia alle umane rivendicazioni esplose e affermate dalla Rivoluzione francese in poi, dal primato del diritto sul potere dispotico del sovrano, alla libertà ed eguaglianza davanti alla legge, a tutta la dottrina del garantismo giuridico. Con questo atto ha inizio la fase discendente di una storia di autonomia e indipendenza della Giustizia durata, in Italia, appena due secoli, dai primi tentativi di attuazione dei principi della Rivoluzione francese fino ai giorni nostri, dal ripudio dei giudici utilizzati come parte minore dell’apparato e appendice del potere sovrano, alla Magistratura intesa come ordine autonomo e indipendente, sottomesso soltanto alla Legge, al cui cospetto tutti si presentano in condizioni di uguaglianza.
Il primato della Legge ha consentito, nell’Italia Meridionale durante il Decennio francese (1806-1815), il decentramento delle sedi giudiziarie e l’istituzione dei tribunali territoriali, i Giudicati di Pace, poi Giudicati Regi, infine Preture.4 Affermata la sottomissione dei giudici soltanto alla Legge, non c’era più ragione di tenerli insieme in poche Corti o strutture gerarchiche facilmente controllabili dal potere sovrano. Era possibile ora distribuirli su tutto il territorio, per affermare ovunque5 la legalità, l’uguaglianza, il primato della Legge di Stato, così come la Chiesa con le sue parrocchie diffondeva e radicava la Legge divina di villaggio in villaggio.
In questo contesto di affermazione dei diritti individuali contro il dispotismo del potere sovrano, si impose anche il diritto di non essere mai distolti dal Giudice naturale precostituito per legge,6 laddove, in funzione di tutela rispetto ai pericoli di strumentalizzazione dispotica della Giustizia, per giudice precostituito per legge si intende un giudice determinato già prima della commissione del fatto da giudicare, mentre per Giudice naturale si intende il giudice del luogo in cui il fatto da giudicare è stato commesso,7 quello che gli antichi chiamavano il locus commissi delicti.
L’istituzione del Giudice naturale, del Giudice territoriale, ha dunque assolto sia una funzione di garanzia, in quanto criterio obiettivo di predeterminazione, sia una funzione di affermazione della legalità, del potere sovrano della Legge, della funzione preventiva ed educatrice del processo, di cui al contempo, e per gli stessi motivi, si affermavano i principi di pubblicità e oralità, utilizzati anche in funzione di controllo sociale dell’operato giudiziario.
La riforma in corso d’opera va chiaramente in controtendenza rispetto allo stato di civiltà giuridica raggiunto e affermato con la nostra Costituzione repubblicana.
La Costituzione esclude categoricamente che si possa essere distolti dal Giudice naturale (art. 25) e non prevede assolutamente che diritti fondamentali o funzioni essenziali come la Giustizia possano essere limitati o compressi per l’applicazione di criteri di economicità.8 Al contrario, l’amministrazione della Giustizia è intesa (art. 101) come potere sovrano, esercitato in nome del popolo, senza possibilità alcuna di limitazioni da parte del potere politico, mentre il criterio di economicità è imposto solo per l’organizzazione della Pubblica Amministrazione (art. 97), laddove l’obbligo di assicurare il buon andamento della stessa richiede il rispetto di alcuni criteri generali tra i quali, appunto, l’economicità, l’imparzialità, l’efficacia e l’efficienza.
Accentrare i presìdi giudiziari in pochi uffici centrali significa svuotare e affievolire il potere livellatore della Legge per concentrare molto potere sui capi preposti alla guida di ciascun ufficio.9
Privare territori caratterizzati da specifiche peculiarità geografiche, economiche e sociali, dei propri presìdi giudiziari significa demolire il Tempio della Legge civile e distruggere gli ultimi simboli dello Stato di diritto, le ultime dee superstiti della civiltà laica: la Giustizia e la Libertà.10
1 La tecnica legislativa adottata e la sostanziale sottrazione della questione al vaglio delle Camere, come previsto per le leggi ordinarie, solleva diffusi dubbi di legittimità costituzionale. In proposito si veda Maurizio De Tilla, Incostituzionale la formulata revisione della geografia giudiziaria, in «AltaLex.com» del 7 novembre 2011.
2 In realtà il primo dei due schemi legislativi previsti dalla legge 148/11, relativo alla soppressione degli uffici di Giudice di Pace, ha raccolto un parere decisamente negativo da parte del Consiglio Superiore della Magistratura che, con Delibera consiliare del 19 aprile 2012, ha evidenziato come «l’elevato, ed a volte abnorme, flusso della domanda di giustizia che viene immessa nella giurisdizione non può ricevere solo una risposta di tipo organizzativo. La consapevolezza della grave congiuntura economica può costituire una opportunità per realizzare obiettivi di razionalizzazione e determinazione delle dimensioni ottimali degli uffici, ma non può e non deve costituire l’unico e stringente criterio cui orientare il progetto di modifica delle circoscrizioni», in CSM, Parere, ai sensi dell’art. 10 legge n. 195/58, sullo schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri recante “Nuova distribuzione sul territorio degli uffici del giudice di pace, in attuazione dell’art. 1, co. 2 legge 14.09.2011, n. 148″, delibera consiliare del 19 aprile 2012.
3 Sintomatico, a tal proposito, il ruolo residuale riservato al Consiglio Superiore della Magistratura, costituzionalmente previsto come supremo organo di autogoverno del potere giudiziario, al quale la legge 148/11 attribuisce il solo compito di rendere un parere non vincolante, da rendere nel termine di trenta giorni dalla trasmissione dello schema di decreto legislativo, decorso il quale il decreto sarà emanato anche in mancanza del parere stesso (legge148/11, art. 4).
4 Il Giudicato di Pace, giudice monocratico di primo grado corrispondente al più recente pretore, fu istituito nell’Italia Meridionale dai francesi, con legge del 20 maggio 1808, in ogni circondario (corrispondente al più recente mandamento). Il Giudicato di Pace fu sostanzialmente confermato dal successivo ordinamento borbonico che, con legge del 29 maggio 1817, lo rinominò Giudicato Regio. In seguito all’unità d’Italia i giudicati di primo grado assunsero il nome di preture ed erano istituiti in ogni mandamento.
5 Ancora nel 1998 il Consiglio Superiore della Magistratura, nel Parere sullo schema di decreto legislativo concernete l’istituzione delle sedi distaccate di tribunale, sottolineava come «la presenza del giudice di pace sul territorio è idonea a garantire una prima diffusa rete di presidi giudiziari» (in delibera consiliare del 19 gennaio 1998), mentre più di recente l’organo di autogoverno della Magistratura non ha mancato di sottolineare come sia «innegabile che una giustizia onoraria vicina al cittadino, fondata sulla figura del cosiddetto ‘giudice di prossimità’, che non abbia solo finalità deflattive, ma tenda a favorire la domanda di giustizia, richieda non solo un numero elevato di giudici onorari ed una presenza capillare sul territorio, ma anche un modello di giudizio secondo equità» (in delibera consiliare del 19 Aprile 2012; vedi nota 2).
6 Il principio del Giudice Naturale fu esplicitamente affermato per la prima volta nell’ordinamento francese durante la Rivoluzione. Secondo l’articolo 17 della legge del 16-24 agosto 1790, «L’ordre constitutionnel des juridictions ne pourra etre troublé, ni le justiciables distraits de leurs juges natureles, par aucune commission, ni par d’autres attributions ou evocations que celles qui seront determinee par la loi». Così in Paolo Alvazzi del Frate, Il principio del Giudice naturale nel costituzionalismo della restaurazione in Francia e Italia, in «HistoriaConstitucional.com», n. 3 (2002).
7 «La piena validità del principio del Giudice naturale si manifesta nel predisporre in un certo modo la competenza territoriale, ancorandola sistematicamente al luogo del commesso reato. La scelta di istituzionalizzare questa soluzione è valida anche sul piano garantistico: più di un Autore ha evidenziato infatti che con la sola locuzione “precostituito per legge” non si sarebbero evitate quelle sottili e pericolose manipolazioni che un futuro legislatore avrebbe potuto compiere nel pieno rispetto delle norme superiori». Così Mario Alfieri, Giudice Naturale (voce), in «Digesto delle discipline penalistiche», vol. V, pag. 451, con ampia bibliografia sull’argomento.
8 Sul punto, come già ricordato sopra nella nota 2, chiarissima è la censura del Consiglio Superiore della Magistratura, laddove, nello stesso parere già richiamato, si dà atto che «l’esigenza di realizzare un risparmio di risorse umane ed economiche determina in modo prevalente la scelta del legislatore».
9 In tal senso, la legge 148/2011 rappresenta solo l’ultimo atto di un percorso idealmente riconducibile al Piano di rinascita democratica della Loggia P2 o, sul piano del diritto positivo, ai propositi di riforma espressi nei programmi politici di Silvio Berlusconi, sfociati nella legge 150 del 25 luglio 2005 (Riforma Castelli). Obiettivi espressi della riforma erano l’introduzione di una politica giudiziaria guidata dal Ministro e l’organizzazione gerarchica delle Procure, l’esatto opposto dell’organizzazione orizzontale e del principio della circolazione dei dati che avevano permesso al pool antimafia di Palermo e al pool di Mani pulite a Milano di conseguire risultati storici contro la criminalità e la corruzione. La riforma fu approvata inizialmente nel 2004, ma non fu promulgata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi perché in più parti lesiva dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura. Il rifiuto del Presidente Ciampi rappresenta un evento assolutamente eccezionale nella vita della Repubblica.
10 «ULTIME DEE SUPERSTITI/GIUSTIZIA E LIBERTÀ» è l’epigrafe incisa sul basamento di marmo della statua posta nell’atrio della Corte d’Appello di Catanzaro nel 1946, su iniziativa del presidente di allora Enrico Carlomagno.
1 gennaio 2014 ore 13:11
Finalmente una spiegazione chiara e comprensibile anche per un profano in materia di legge quale il sottoscritto. Cercavo di saperne di più sui ‘Giudicati Regi’ e mi siete stati utilissimi: grazie!