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Timestamp: 2020-07-12 12:58:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2932', 'art. 2932', 'art. 2704', 'sentenza ', 'art. 2932', 'sentenza ', 'art. 2704', 'sentenza ', 'art. 2735', 'art. 2735', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 20445 del 11/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20445 del 11/10/2016
Cassazione civile sez. I, 11/10/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 11/10/2016), n.20445
FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) S.R.L., in persona del curatore p.t. dott.
T.R., elettivamente domiciliato in Roma, alla via F.
Cesi n. 72, presso l’avv. DOMENICO BONACCORSI DI PATTI, dal quale,
unitamente all’avv. ROBERTO FISCON del foro di Padova, è
rappresentato e difeso in virtù di procura speciale in calce al
F.F. e S.A., elettivamente domiciliati in Roma,
alla via Sicilia n. 235, presso l’avv. GIULIO DI GIOIA, dal quale
sono rappresentati e difesi in virtù di procura speciale in calce
avverso il decreto del Tribunale di Padova depositato il 4 giugno
aprile 2016 dal Consigliere dott. Guido Mercolino;
udito l’avv. Bonaccorsi di Patti per il ricorrente;
Generale dott. SALVATO Luigi, il quale ha concluso per
l’accoglimento di entrambi i ricorsi per quanto di ragione.
1. – F.F. ed S.A. proposero opposizione allo stato passivo del fallimento della (OMISSIS) S.r.l., chiedendo l’ammissione al passivo in via chirografaria dell’importo di Euro 155.000,00, dovuto (in aggiunta all’importo di Euro 35.000,00 già ammesso al passivo dal Giudice delegato) a titolo di restituzione della somma versata in esecuzione di un contratto preliminare di compravendita stipulato con la società fallita il (OMISSIS).
Si costituì il curatore del fallimento e resistette alla domanda, chiedendone il rigetto.
1.1. – Con decreto del 4 giugno 2010, il Tribunale di Padova accolse parzialmente la domanda, ammettendo al passivo gli opponenti in via chirografaria per l’importo di Euro 145.000,00.
A fondamento della decisione, il Tribunale osservò che il contratto preliminare risultava opponibile al fallimento, in quanto precedentemente depositato presso la Cancelleria del medesimo Tribunale unitamente alla domanda proposta ai sensi dell’art. 2932 cod. civ. in data anteriore alla dichiarazione di fallimento, aggiungendo che, per effetto di detta trascrizione, dovevano considerarsi muniti di data certa anche i relativi allegati, ed in particolare le ricevute di pagamento rilasciate dalla società fallita a seguito delle dichiarazioni rese da Fo.Br. in calce alle copie degli assegni intestati al traente ed girati in suo favore.
3. – Avverso il predetto decreto il curatore del fallimento ha proposto ricorso per cassazione, articolato in quattro motivi, illustrati anche con memoria. Il F. e la S. hanno resistito con controricorso, proponendo a loro volta ricorso incidentale, affidato ad un solo motivo.
1. – Con il primo motivo d’impugnazione, il curatore denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che, nel ritenere opponibili al fallimento i documenti prodotti dagli opponenti, il Tribunale ha conferito rilievo a fatti diversi, avendo riconosciuto data certa al contratto preliminare in virtù del deposito in Cancelleria unitamente alla domanda proposta ai sensi dell’art. 2932 c.c., ed agli altri documenti in virtù della trascrizione della medesima domanda, senza peraltro che fosse stata neppure fornita la prova di tale trascrizione e della relativa data. In ogni caso, il decreto impugnato ha omesso d’indicare la data in cui i predetti fatti si sarebbero verificati ed il momento dal quale i documenti sarebbero divenuti opponibili al fallimento, non potendosi far coincidere tale momento con la data apparentemente indicata nelle scritture.
2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2704 c.c., affermando che l’opponibilità dei documenti al fallimento non avrebbe potuto essere ancorata alle date negli stessi apparentemente indicate, ma solo a quella in cui le medesime date erano divenute certe e computabili riguardo ai terzi.
3. – I predetti motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto aventi ad oggetto la medesima questione, sono infondati.
Al di là dell’improprietà terminologica del riferimento alla trascrizione dello atto di citazione, la lettura della motivazione della sentenza impugnata rende evidente che, nel riconoscere data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento ai documenti comprovanti i pagamenti effettuati dagli opponenti, il Tribunale ha inteso individuare, quale evento idoneo a produrre il predetto effetto, la produzione in giudizio di tali documenti, congiuntamente al contratto preliminare in adempimento dei quale i pagamenti erano stati eseguiti, a sostegno della domanda di esecuzione in forma specifica proposta dai medesimi attori in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento. Nella parte in cui identifica l’evento in questione in una “suddetta trascrizione”, mai precedentemente menzionata, il secondo periodo della motivazione non può essere infatti riferito ad altra circostanza che al deposito in Cancelleria del preliminare, effettuato unitamente a quello dell’atto di citazione proposto ai sensi dell’art. 2932 c.c., in quanto è proprio tale adempimento che viene indicato, nel primo periodo, quale fatto idoneo a rendere opponibile il contratto alla massa.
Nessuna contraddizione è pertanto ravvisabile nella motivazione della sentenza impugnata, la quale, nel dichiarare opponibili alla massa i documenti comprovanti i pagamenti, ne ha desunto l’anteriorità rispetto all’apertura del fallimento non già dalle rispettive date, ma da quella, successiva, in cui gli stessi documenti erano stati prodotti a sostegno della domanda di esecuzione del preliminare in forma specifica, e ciò conformemente al disposto dell’art. 2704 c.c., secondo cui la data della scrittura privata della quale non è autenticata la sottoscrizione non è certa e computabile riguardo ai terzi, se non dal giorno in cui si verifica uno degli eventi specificamente indicati dal primo comma, ovvero un altro fatto idoneo a stabilire in modo certo l’anteriorità della formazione del documento; nessun rilievo può assumere, a tal fine, la mancata precisazione della data in cui ebbe luogo il deposito in Cancelleria del contratto preliminare, essendo pacifico che, come affermato dalla sentenza impugnata, esso fu effettuato “unitamente a quello della domanda giudiziale ex ari. 2932 c.c., in data anteriore alla dichiarazione di fallimento”, e risultando tale accertamento sufficiente ai fini dell’opponibilità dei documenti alla massa dei creditori.
4. – Con il terzo motivo, il curatore lamenta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, rilevando che, nel ritenere provato il credito, il Tribunale si è limitato a dare atto della opponibilità al fallimento dei documenti prodotti, senza considerare che nelle ricevute di pagamento rilasciate agli attori Fo.Br., socio accomandatario e legale rappresentante anche di un’altra società esercente la medesima attività, non aveva mai speso il nome della società fallita, che nessuno degli assegni prodotti recava una girata in pieno a favore del Fo., e che l’importo ammesso al passivo non coincideva con quello richiesto dagli opponenti nè con quello complessivo degli assegni girati al Fo..
Nel censurare l’affermata idoneità degli assegni e delle quietanze a fornire la prova dei pagamenti effettuati dagli opponenti, in relazione all’assenza di qualsiasi riferimento alla società fallita nelle girate dei titoli ed alla mancata spendita del nome della stessa da parte del socio accomandatario, il ricorrente contesta l’efficacia probatoria della documentazione prodotta, senza neppure precisare in quale fase ed in quale atto del precedente grado di giudizio abbia sollevato i predetti rilievi, in tal modo dimostrando di voler sollecitare, attraverso l’apparente deduzione del vizio di motivazione, un nuovo apprezzamento dei fatti, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale competono, in via esclusiva, l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, il controllo della loro attendibilità e concludenza e la scelta, tra le complessive risultanze del processo, di quelle maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (cfr. Cass., Sez. 1, 4 novembre 2013, n. 24679; Cass., Sez. 5, 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass., sez. lav., 18 marzo 2011, n. 6288).
5. – Con il quarto motivo, il ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2735 c.c., sostenendo che, nel ritenere provato il pagamento sulla base delle ricevute prodotte, il decreto impugnato non ha considerato che, anche alla luce della disciplina dettata dal D.L. 15 dicembre 1979, n. 625, convertito con modificazioni dalla L. 6 febbraio 1980, n. 15, e dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143, convertito con modificazioni dalla L. 5 luglio 1991, n. 197, la certezza del pagamento può derivare soltanto dalla prova dell’av-venuta effettuazione dello stesso mediante strumenti finanziari incontestabili che possano essere ricollegati anche temporalmente alla quietanza. Nel procedimento di verificazione del passivo, quest’ultima non spiega effetti vincolanti nei confronti del curatore del fallimento, il quale non agisce quale sostituto del fallito, ma nella veste di terzo, con la conseguenza che essa costituisce una prova indiziaria liberamente valutabile dal giudice, in concorso con altre circostanze, che debbono comunque rivestire carattere di gravità, precisione e concordanza. Il Tribunale ha omesso infine di rilevare che gli assegni cui si riferivano le quietanze prodotte erano stati emessi ben cinque anni prima del contratto preliminare e delle dichiarazioni rese dal Fo. in calce alle copie dei titoli, mentre per gli unici assegni intestati alla società fallita e dalla stessa incassati era stata emessa regolare fattura.
In linea generale, questa Corte ha infatti affermato che la quietanza rilasciata dal creditore al debitore all’ano del pagamento ha natura di confessione stragiudiziale in ordine al fatto estintivo dell’obbligazione, secondo la previsione dell’art. 2735 c.c., e solleva pertanto il debitore dal relativo onere probatorio, vincolando il giudice circa la verità del fatto stesso, se e nei limiti in cui sia fatta valere nella controversia in cui siano parti, anche in senso processuale, gli stessi soggetti rispettivamente autore e destinatario di quella dichiarazione di scienza. In riferimento ai giudizi promossi da o nei confronti del curatore del fallimento, si è tuttavia esclusa la possibilità di attribuire alla quietanza la predetta efficacia, essendosi rilevato che il curatore, anche nei casi in cui si ponga nella medesima posizione del fallito, esercitando un diritto rinvenuto nel patrimonio di quest’ultimo, è una parte processuale diversa, con la conseguenza che nei suoi confronti la quietanza deve ritenersi priva di effetti vincolanti, assumendo soltanto il valore di un documento probatorio dell’avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo (cfr. Cass., Sez. 6, 8 ottobre 2014, n. 21258; Cass., Sez. 1, 1 marzo 2005, n. 4288; 23 gennaio 1997, n. 689). A tale principio si è puntualmente attenuta la Corte di merito, la quale, nel ritenere provati i pagamenti posti a fondamento della domanda di restituzione avanzata mediante l’opposizione allo stato passivo, non si è limitata a dare atto dell’avvenuta produzione delle quietanze attestanti l’avvenuto versamento del corrispettivo pattuito nel contratto preliminare, ma ne ha integrato le risultanze con quelle del contratto stesso e degli assegni prodotti in copia dagli opponenti, in tal modo pervenendo al convincimento dell’effettiva esecuzione dei versamenti.
In quanto fondata su una valutazione globale del materiale probatorio acquisito agli atti, tale conclusione resiste alle critiche formulate dal ricorrente, il quale, nell’affermare che l’opponibilità della quietanza al fallimento non costituisce di per sè garanzia di certezza del pagamento quietanzato, richiama un precedente della giurisprudenza di legittimità che, anche alla luce delle limitazioni all’uso del contante e dei titoli al portatore imposte dalla normativa antiriciclaggio, esige, al predetto fine, la prova del ricorso a strumenti finanziari incontestabili (cfr. Cass., Sez. 1, 9 luglio 2005, n. 14481), senza tuttavia considerare che, in quanto attinente all’efficacia probatoria della documentazione prodotta, la valutazione dell’incidenza della predetta normativa è anch’essa riservata in via esclusiva al giudice di merito, il cui apprezzamento, sindacabile in sede di legittimità soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione, nella specie non è stato validamente censurato. Nell’evidenziare l’anteriorità degli assegni e delle quietanze rispetto al preliminare, il ricorrente confonde poi la data di stipulazione del contratto, anteriore a quelle apposte sui predetti documenti, con quella, successiva, in cui il contratto è divenuto opponibile alla massa dei creditori, dimenticando da un lato che a tale data deve essere fatta risalire anche l’opponibilità degli assegni e delle quietanze, dall’altro che, come da lui stesso affermato in premessa, detta opponibilità costituisce oggetto di una valutazione distinta da quella riguardante l’effettività dei pagamenti.
6. – Con l’unico motivo del ricorso incidentale, i controricorrenti deducono l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, osservando che il decreto impugnato ha ammesso al passivo un importo inferiore a quello richiesto, pur avendo ritenuto provata l’effettuazione di tutti i pagamenti indicati nell’atto di opposizione.
6.1. – Il motivo è fondato.
L’accoglimento della domanda è stato infatti giustificato dalla Corte territoriale con l’avvenuta dimostrazione dei pagamenti effettuati dagli opponenti, in virtù del riscontro tra gli assegni da questi ultimi emessi e le quietanze rilasciate dalla società fallita, il cui importo complessivo, pari ad Euro 190.000,00, risulta tuttavia superiore a quello di Euro 180.000,00, che si ottiene sommando al credito di Euro 35.000,00, già ammesso al passivo dal Giudice delegato, quello di Euro 145.000,00, riconosciuto dalla sentenza impugnata. Tale statuizione si pone irrimediabilmente in contraddizione con la motivazione addotta dalla Corte d’Appello, la quale, nell’affermare l’opponibilità alla massa di tutti i documenti prodotti e nel riconoscerne l’idoneità a fornire la prova del credito insinuato al passivo, non ha introdotto alcuna distinzione tra i versamenti posti a fondamento della domanda, determinando l’ulteriore importo da ammettere al passivo attraverso la mera sottrazione di quello già ammesso dal Giudice delegato da quello complessivamente dovuto in restituzione.
7. – Il ricorso principale va pertanto rigettato, mentre va accolto il ricorso incidentale, con la conseguente cassazione della sentenza impugnata, nella parte riguardante la determinazione dell’importo del credito ammesso al passivo.
Non risultando necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., con l’ammissione al passivo, in via chirografaria, dell’ulteriore credito di Euro 155.000,00, in aggiunta a quello di Euro 35.000,00 già ammesso al passivo dal Giudice delegato.
8. – La peculiarità delle questioni trattate giustifica peraltro la dichiarazione dell’integrale compensazione tra le parti delle spese dei due gradi di giudizio.
La Corte rigetta il ricorso principale, accoglie il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata, in relazione al ricorso accolto, e, decidendo nel merito, ammette al passivo F.F. ed S.A., in via chirografaria, per l’ulteriore importo di Euro 155.000,00; dichiara interamente compensate tra le parti le spese dei due gradi di giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 20 aprile 2016.