Source: https://farefuturofondazione.it/prima-lunita-politica-poi-le-autonomie/
Timestamp: 2019-10-22 19:28:29+00:00
Document Index: 7347767

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 114', 'art. 114', 'art. 120']

Prima l’unità politica, poi le autonomie - Farefuturo Fondazione
Le esigenze di autonomia richiamate dall’art. 5 della Costituzione sono appunto costituzionali se sottendono quegli interessi generali che, seppure circoscritti in un ambito territoriale limitato, hanno il carattere della politicità. Il punto sta qui: la rivendicazione di più autonomia non è ipso facto rispondente agli interessi generali di una comunità che, se deve potenzialmente esprimere interessi politici, non può che essere nazionale. Le comunità territoriali esprimono sovranità e interessi politici parziali: solo lo Stato-nazione esprime interessi politici indivisi. La controprova? Prima o poi, più o meno esplicitamente, i territori che vogliono intestarsi degli interessi politici autentici sono quasi costretti a radicare queste rivendicazioni in appartenenze localistiche che si pretenderebbero autosufficienti, autarchiche in senso tecnico, e come tali originarie e fondanti. È il caso della Catalogna, per usare un esempio non italiano. In questa logica, le comunità regionali o sub-regionali verrebbero elevate al rango di popoli (o perfino di nazioni), e i loro enti territoriali si ritroverebbero nello Stato unitario solo per via pattizia, rinnovando pertanto il pactum temporaneamente e a determinate condizioni. Ora, è indubbio che un autonomismo di questo tipo trovi uno scoglio invalicabile nel principio di indivisibilità e unità della Repubblica, formulato all’art. 5 della Costituzione come condizione imprescindibile di qualsiasi decentramento e, a maggior ragione, di qualsiasi autonomia. È vero che dall’unità richiamata nell’art. 5 potrebbe derivarsi una certa elasticità rispetto all’unitarismo delle origini, ben oltre la concezione tipicamente amministrativa dell’unità politica, ma sempre entro i limiti dell’indivisibilità della Repubblica.
La stessa controversa riforma del Titolo V del 2001, nonostante avesse il fine di archiviare il “culto dell’uniformità” nel pensare l’unità politica, non ha mai inteso espungere dall’ordinamento costituzionale il primato dell’interesse nazionale. Si può discutere se questo primato possa convivere con il principio della parità degli enti costitutivi della Repubblica che quella riforma introdusse con il nuovo art. 114. A ben vedere, anche se la nuova formula dell’art. 114, comma 1 pone lo Stato come ente costitutivo inter pares con gli altri livelli istituzionali, l’interesse nazionale viene garantito dal nuovo art. 120 della Costituzione, comma 2, che stabilisce il potere sostitutivo del governo centrale in relazione a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni «nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione». Diventa sicuramente più ardua l’applicazione di questo essenziale strumento dello Stato sussidiario, con il relativo intervento suppletivo dello Stato, se si assegnano a una regione le 23 materie richieste ad esempio dalla Lombardia.
Il foedus tra le parti costitutive della Repubblica deve passare dal ripristino dei valori simbolici dell’unità politica. E aggiungiamo, da una riforma presidenzialista che, con l’elezione diretta del Capo dello Stato, potrebbe controbilanciare le autonomie più spinte dando più forza al patto nazionale. In un Paese come il nostro, chi ha a cuore le esigenze più autonomistiche dei territori deve trovarsi e conciliarsi con chi meglio rappresenta le istanze unitarie e simboliche della nazione. Disgiungere il momento dell’autonomismo da quello dell’unità politica introduce, in un sistema già fragile come il nostro, spinte centrifughe di difficile controllo e rivendicazioni crescenti da tutte le parti. Non si può, in sintesi, riformare così nel profondo la forma di Stato a colpi di accordi bilaterali con le singole regioni e fuori da un organico ripensamento dei rapporti centro-periferia all’interno dell’ordinamento repubblicano. Forse è arrivato il momento di un’Assemblea Costituente che riporti ordine in queste materie e decida democraticamente e saggiamente che forma dare alla nuova Italia. Così si scoprirà forse che alcune competenze devolute alle regioni sarà meglio riportarle in capo allo Stato, se riguardano gli interessi nazionali più strategici. Certo, non possiamo accettare che in prospettiva lo Stato centrale si occupi residualmente dei cittadini dei territori più svantaggiati, mentre ce ne sono altri che vengono amministrati direttamente dai capoluoghi più virtuosi o semplicemente più volenterosi.
Sulla virtuosità poi di alcune zone rispetto ad altre, ci sarebbe tanto da dire in termini di storia politica ed economica del Paese, di investimenti fatti e di costi subiti, di flussi migratori interni e di classi dirigenti. Scattare un’istantanea sugli attuali divari, non è mai un’operazione pienamente corretta. In ogni caso, rimane valida l’affermazione di Minghetti: «nessuno oserebbe di discentrare l’amministrazione a tal grado che può mettere a repentaglio l’unità politica e civile».