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Timestamp: 2019-07-21 19:57:10+00:00
Document Index: 142069895

Matched Legal Cases: ['art. 2045', 'sentenza ', 'art. 2045', 'art. 2045', 'art. 2045', 'art. 2045', 'art 2045', 'art 54', 'art 2045', 'art 2045', 'sentenza ']

Spara per difendersi durante una rapina ma colpisce una bambina: opera la causa di giustificazione dello stato di necessità? - RM
Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione - Redazione P&D - 19/07/2018
Ai fini dell'attribuzione dell'indennità prevista dall'art. 2045 c.c., che costituisce un minus rispetto all'ordinario risarcimento, occorre che esista pur sempre un nesso di causalità fra l'atto necessitato e l'evento dannoso, che il danno sia cioè conseguenza immediata e diretta della condotta nel caso dall'agente mantenuta, il che è da escludersi qualora si ritenga che il danno lamentato si sarebbe egualmente verificato anche in assenza dell'azione necessitata: nell'affermare il suindicato principio la Suprema Corte, nel rigettare le doglianze del ricorrente, ha ad esempio confermato la sentenza del giudice di merito che aveva negato la corresponsione dell'indennità di cui all'art. 2045 c.c. richiesta dalla passeggera di un autobus dell'Atac per i danni subiti in conseguenza delle lesioni riportate all'esito di una caduta avvenuta in ragione di una frenata operata dal conducente, per prevenire l'urto con un'autovettura che ne aveva intralciato repentinamente la traiettoria - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 - .
Allo stesso modo, è necessario accertare che la condotta del soggetto necessitato sia stata non solo cosciente e volontaria, ma anche caratterizzata dalla c.d. colpevolezza: così, l'obbligo di corrispondere un'equa indennità, previsto, ai sensi dell'art. 2045 c.c., a carico di colui che arreca un danno agendo in stato di necessità, anche se questo sia stato determinato dal comportamento colposo di un terzo, presuppone, in ogni caso, che la condotta del soggetto necessitato sia stata non solo cosciente e volontaria, ma anche oggettivamente contraria ad una norma di legge o di comune prudenza; in altri termini, ai fini della configurabilità dello stato di necessità, previsto dall'art. 2045 c.c., occorre la sussistenza della necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona in relazione al quale non è comunque possibile pretendere dall'agente un comportamento diverso.
Interessante e piuttosto recente casistica esemplificativa in argomento, è quella che si rinviene nella seguente fattispecie laddove, con atto di citazione ritualmente notificato, l'attore, in proprio e nella qualità di genitore esercente la potestà sulla figlia minorenne, conveniva in giudizio un farmacista per ottenerne, previa affermazione di responsabilità, la condanna al risarcimento di tutti i danni subiti dalla stessa e del danno morale riflesso subito dalla figlia minore, quantificati, rispettivamente, in euro 415.335,50= ed in euro 50.000= (o nella diversa misura ritenuta di giustizia), in conseguenza del fatto illecito perpetrato dal convenuto, consistente nell'aver attinto - mentre cercava di resistere ad un rapina ai danni della propria farmacia - con un colpo di arma da fuoco, presso la farmacia di cui è titolare, l'attrice minorenne all'addome, procurandole cosi lesioni personali, da cui erano residuati rilevanti postumi permanenti; costituitosi in giudizio, il convenuto contestava, in fatto e in diritto, la domanda proposta nei suoi confronti, invocando l'applicazione dell'esimente di cui all'art. 2045 c.c., e chiedendo il rigetto della domanda attrice.
Il tribunale adito, ritenendo la domanda fondata e meritevole d'accoglimento, precisava in primis come il convenuto avesse ammesso di aver tenuto, nelle circostanze di tempo e di luogo di cui all'atto di citazione, la condotta illecita produttiva delle conseguenze dannose in capo all'attrice; in particolare, in sede di interrogatorio formale, lo stesso aveva confermato che: (1) nella farmacia di cui era titolare si erano introdotti due individui armati di coltello, intenzionati a compiere una rapina; (2) l'attrice si trovava all'interno della farmacia ("... ma me ne sono accorto solo dopo aver sparato, alla fine della rapina, quando i rapinatori sono entrati nella farmacia io ero in bagno, mi sono accorto della rapina solo dopo esserne uscito...") e, durante la rapina, si nascondeva dietro uno pannello; (3) il convenuto sparava al lato dello scaffale, senza riuscire a vedere l'attrice, in quanto coperta da detto pannello; (4) egli stesso prestava soccorso alla convenuta, tamponandole la ferita che aveva riportato sull'addome, mentre, solo successivamente, veniva a conoscenza della lesione riportata dalla stessa; (5) egli stesso provvedeva a chiamare gli agenti di Pubblica Sicurezza, nonché il personale di pronto soccorso che, successivamente, intervenivano sul posto.
Il tribunale riteneva, così, provate le circostanze di fatto dedotte dall'attrice a sostegno delle sue pretese, pacificamente emergendo: (1) la sussistenza di una condotta colposa, in quanto contraria alle regole di diligenza, perizia e prudenza disciplinanti l'uso delle armi, ascrivibile al convenuto; (2) la sussistenza di conseguenze dannose in capo all'attrice; (3) l'esistenza di un nesso causale tra la condotta del primo e l'evento dannoso subito dallo seconda.
Per converso, il tribunale adito non riteneva invece fondata la tesi, formulata dalla parte convenuta, circa la sussistenza, nel caso di specie, dell'esimente dello stato di necessità, di cui all'articolo 2045 del codice civile: in particolare, osservava il Tribunale che, per costante giurisprudenza di legittimità[, ai sensi dell'art 2045 cod. civ., che riproduce lo norma di cui allo art 54 cod. pen., per l'esistenza dello stato di necessità non basta che l'autore del fatto illecito sia stato costretto o compierlo la necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, ma si richiede, altresì, che il pericolo non sia stato da lui volontariamente causato e non fosse altrimenti evitabile; osservava altresì il giudicante come, perché trovi applicazione la disposizione dell'art 2045 cod civ, occorra che colui che ha compiuto il fatto dimostri che il pericolo non è stato da lui volontariamente causato, né era altrimenti evitabile: non sussistono, quindi, i presupposti per invocare lo stato di necessità quando l'evento sia attribuibile anche al comportamento colposo dell'autore del danno in quanto, tale comportamento, ponendosi quale elemento determinante (esclusivo o meno) della situazione di pericolo, esclude l'inevitabilità del pericolo stesso.
Tornando al caso concreto, il Tribunale - sul presupposto secondo cui, affinché possa parlarsi di stato di necessità, occorre che vi sia il pericolo di danno, cioè che esista una elevata probabilità che un evento sfavorevole si verifichi ed occorre, inoltre, che tale pericolo sia attuale, cosicché la minaccia di danno deve sussistere nel momento stesso in cui l'agente realizza l'intervento di salvataggio - osservava come, nel caso di specie, il pericolo attuale di un danno grave alla persona - incombente sul convenuto e sulle altre persone presenti nella farmacia -, tenuto conto che la rapina era in fase conclusiva, ben poteva essere opportunamente evitato dal convenuto - che appariva, pistola alla mano, solo nella fase conclusiva della rapina medesima, allorché i rapinatori, muniti di coltello, avevano già asportato dalla cassa il denaro e si accingevano ad abbandonare il locale - mediante altre condotte alternative lecite, prive di rischiosità offensiva dell'integrità fisica dei presenti, consistenti, ad esempio, nell'intimazione verbale, rivolta ai malviventi, a mezzo dell'arma in suo possesso, a desistere dal portar via i soldi già sottratti dalla cassa, al limite, sparando un colpo in aria (dunque, indirizzato in alto, a differenza di quanto nella specie avvenuto); oppure, nel tentare la richiesta di tutela all'autorità di polizia; in altri termini, il convenuto non aveva, secondo il Tribunale, fornito la prova, come era suo onere, che detto pericolo non fosse "altrimenti evitabile" se non con la condotta in concreto tenuta dallo stesso sicché difettavano, nel caso in esame, i presupposti normativamente richiesti per l'applicabilità dell'art 2045 cc..
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