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Timestamp: 2017-10-19 08:57:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 384', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 26', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione I, ordinanza n. 12936 depositata il 13 giugno 2011. Fallimento: l’eccessiva durata di una procedura fallimentare è idonea per la richiesta dell’equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo ex art. 2 L. 2001/89.
By Avv. Renato D'Isa on 7 luglio 2011 • ( Lascia un commento )
Corte di Cassazione , sez. I, ordinanza 13.06.2011 n. 12936. Fallimento: l’eccessiva durata di una procedura fallimentare è idonea per la richiesta dell’equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo ex art. 2 L. 2001/89.
Ordinanza 26 gennaio – 13 giugno 2011, n. 12936
G.B. ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, avverso il decreto in data 18 luglio 2007 con il quale la Corte di appello di Lecce ha rigettato la domanda dal medesimo proposta per conseguire l’equo indennizzo ex art. 2 della legge 2001/89 in conseguenza del superamento del termine di ragionevole durata di una procedura fallimentare promossa su sua istanza e ancora pendente alla data del 3 aprile 2007, dopo che con istanza del 5 giugno 1990 lo stesso B. aveva chiesto di essere ammesso al passivo fallimentare;
il Ministro della Giustizia intimato ha resistito con controricorso.
La Corte d’appello di Lecce ha rigettato la domanda, da un lato affermando che il tempo trascorso non poteva imputarsi ad inerzia del sistema giudiziario, perché, nell’ambito della procedura fallimentare, era sicuramente più conveniente tentare di realizzare il maggior attivo possibile per fronteggiare le richieste dei creditori, piuttosto che chiudere la procedura stessa per carenza di attivo e, sotto altro profilo, rilevando che il danno richiesto dal B. in relazione alla cessazione dell’attività commerciale da lui intrapresa e alla lesione dell’immagine non aveva alcun collegamento causale con la durata della procedura, in quanto l’attività del B. era cessata a distanza di soli cinque anni dalla dichiarazione di fallimento e non poteva quindi dipendere dalla mancata riscossione di un credito esiguo, pari a L. 2.101.280, quale quello per il quale il B. stesso era stato ammesso al passivo;
Con il primo motivo il ricorrente si duole che la Corte d’appello abbia ritenuto ragionevole la durata della procedura fallimentare, in quanto la stessa sarebbe stata condizionata dalla procedura esecutiva immobiliare portata avanti dalla curatela fallimentare, senza però estendere il suo sindacato anche sulla durata di detta procedura esecutiva e senza tener conto che nella specie la procedura fallimentare non poteva considerarsi complessa;
– con il secondo motivo il ricorrente si duole che la Corte di merito abbia escluso il danno non patrimoniale, senza considerare che nel caso di specie non erano ravvisabili situazioni concrete che potessero indurre ad escludere l’ansia ed il malessere correlati alla pendenza del procedimento;
I due motivi di ricorso appaiono manifestamente fondati; quanto al primo, infatti, ai fini dell’accertamento della violazione del termine ragionevole, si deve far riferimento ai criteri cronologici elaborati dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, le cui sentenze in ordine all’interpretazione dell’art. 6, paragrafo 1, della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo costituiscono per il giudice italiano la prima e più importante guida ermeneutica, consentendo la corretta applicazione di un criterio, quale quello della ragionevolezza, che ha insiti in sé indubbi margini di elasticità (Cass. 2005/1094);
in particolare, in tema di equa riparazione per irragionevole durata di una procedura fallimentare, non essendo possibile predeterminare astrattamente la ragionevole durata del fallimento, il giudizio in ordine alla violazione del relativo termine richiede un adattamento dei criteri previsti dalla legge 24 marzo 2001, n. 89, e quindi un esame delle singole fasi e dei subprocedimenti in cui la procedura si è in concreto articolata, onde appurare se le corrispondenti attività siano state svolte senza inutili dilazioni o abbiano registrato periodi di stallo non determinati da esigenze ben specifiche e concrete, finalizzate al miglior soddisfacimento dei creditori concorsuali; a tal fine, occorre tener conto innanzitutto del numero dei soggetti falliti, della quantità dei creditori concorsuali, delle questioni indotte dalla verifica dei crediti, delle controversie giudiziarie innestatesi nel fallimento, dell’entità del patrimonio da liquidare e della consistenza delle operazioni di riparto (Cass. 2008/8497[1]);
considerato quanto precede e tenuto conto che dai parametri cronologici elaborati dalla Corte Europea è comunque possibile discostarsi soltanto in misura, a sua volta, ragionevole e sempre che la relativa decisione sia confortata da argomentazioni complete, logicamente coerenti e congrue (Cass. 2005/18686; 2006/9411[2]), non può ritenersi conforme ai richiamati parametri della Corte Europea, dai quali anzi si discosta in misura rilevante e secondo criteri di irragionevolezza, la decisione assunta nel caso di specie dalla Corte territoriale, la quale – senza provvedere a determinare con precisione quale fosse la durata ragionevole del processo in questione, costituente elemento imprescindibile, logicamente e giuridicamente preliminare, per il corretto accertamento della sussistenza del danno e per l’eventuale liquidazione dell’indennizzo (Cass. 2005/17999) – ha ritenuto che la procedura fallimentare in questione, per quanto riguarda la posizione del ricorrente, non si sia protratta oltre il termine ragionevole, atteso che il periodo trascorso dalla domanda di insinuazione al passivo (1990) fino all’udienza del 3 aprile 2007, si era reso necessario per realizzare il maggior attivo possibile e fronteggiare in tal modo le richieste dei creditori;
Quanto al secondo motivo, deve ritenersi che il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di modo che va ritenuto sussistente, senza bisogno di specifica prova (diretta o presuntiva), in ragione dell’obiettivo riscontro di detta violazione, sempre che non ricorrano circostanze particolari che ne evidenzino l’assenza nel caso concreto (Cass. S. U. 2004/1338); tali circostanze particolari non appaiono essere state evidenziate dalla Corte territoriale, che ha fatto non decisivo riferimento soltanto alla inesistenza della lesione all’immagine e alla cessazione dell’attività commerciale del B., intervenuta solo dopo pochi anni dalla dichiarazione di fallimento, nonché alla esiguità del credito ammesso al passivo;
Alla stregua delle considerazioni che precedono e qualora il collegio condivida i rilievi formulati, si ritiene che il ricorso possa essere trattato in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c.”;
Ritenuto che pertanto, in base alle considerazioni che precedono, il ricorso merita accoglimento con conseguente annullamento del decreto impugnato; che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, comma 2, c.p.c.; che in particolare, determinata in diciassette anni la durata complessiva della procedura fallimentare di cui trattasi, a decorrere dal 5 giugno 1990, data di deposito dell’istanza con la quale il B. ha chiesto di essere ammesso al passivo fallimentare, fino al 3 aprile 2007, data dell’udienza fissata per il piano di riparto, e stabilito in sette anni il periodo di durata ragionevole della procedura fallimentare, secondo il criterio determinato dalla giurisprudenza di questa Corte allorquando il procedimento fallimentare si presenti particolarmente complesso (Cass. 2009/20549; 2009/22206; 2010/13041) – ipotesi questa che e’ ravvisabile nel caso di specie, in relazione all’esigenza di definire una procedura esecutiva immobiliare nella quale si era inserita la curatela fallimentare per tentare di recuperare almeno l’attivo derivante dalla vendita del bene e di realizzare il maggiore importo possibile per far fronte alle richieste dei creditori -, il periodo eccedente il termine ragionevole di durata del giudizio deve essere determinato in dieci anni;
che il parametro per indennizzare la parte del danno non patrimoniale subito in detto giudizio va individuato nell’importo non inferiore ad Euro 750,00 per anno di ritardo, alla stregua degli argomenti svolti nella sentenza di questa Corte n. 16086 del 2009; secondo tale pronuncia, in tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo e in base alla giurisprudenza della Corte dei diritti dell’uomo (sentenze 29 marzo 2006, sui ricorsi n. 63261 del 2000 e nn. 64890 e 64705 del 2001), gli importi concessi dal giudice nazionale a titolo di risarcimento danni possono essere anche inferiori a quelli da essa liquidati, “a condizione che le decisioni pertinenti” siano “coerenti con la tradizione giuridica e con il tenore di vita del paese interessato”, e purché detti importi non risultino irragionevoli, reputandosi, peraltro, non irragionevole una soglia pari al 45 per cento del risarcimento che la Corte avrebbe attribuito, con la conseguenza che, stante l’esigenza di offrire un’interpretazione della legge 24 marzo 2001, n. 89 idonea a garantire che la diversità di calcolo non incida negativamente sulla complessiva attitudine ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, evitando il possibile profilarsi di un contrasto della medesima con l’art. 6 della CEDU (come interpretata dalla Corte di Strasburgo), la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata; tali principi vanno confermati in questa sede, con la precisazione che il suddetto parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo invece aversi riguardo per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00 per anno di ritardo, tenuto conto che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno (Cass. 2009/16086; 2010/819); nel caso di specie si deve, di conseguenza, riconoscere al ricorrente, in relazione ad una durata non ragionevole di dieci anni, l’indennizzo di Euro 9.250,00, oltre agli interessi legali dalla domanda al saldo, al cui pagamento deve essere condannato il Ministero soccombente;
ritenuto che le spese del giudizio di merito e quelle del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo, in base alle tariffe professionali previste dall’ordinamento italiano con riferimento al giudizio di natura contenziosa (Cass. 2008/23397; 2008/25352).
La Corte accoglie il ricorso. Cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento in favore di B.G. della somma di Euro 9.250,oltre agli interessi legali a decorrere dalla domanda.
Condanna inoltre il Ministero della Giustizia al pagamento in favore del ricorrente delle spese del giudizio di merito, che si liquidano in Euro 1.140,00, di cui Euro 600,00 per competenze ed Euro 50,00 per esborsi, oltre a spese generali e accessori di legge, nonché di quelle del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 965,00 di cui Euro 865,00 per onorari, oltre a spese generali e accessori di legge.
Relatore Schirò Presidente Salmè
[1] Corte di Cassazione Sezione I civile, sentenza 02 aprile 2008, n. 8497. In tema di equa riparazione per irragionevole durata del processo, non essendo possibile predeterminare astrattamente la ragionevole durata del fallimento, il giudizio in ordine alla violazione del relativo termine richiede un adattamento dei criteri previsti dalla legge 24 marzo 2001, n. 89, e quindi un esame delle singole fasi e dei subprocedimenti in cui la procedura si è in concreto articolata, onde appurare se le corrispondenti attività siano state svolte senza inutili dilazioni o abbiano registrato periodi di stallo non determinati da esigenze ben specifiche e concrete, finalizzate al miglior soddisfacimento dei creditori concorsuali. A tal fine, occorre tener conto innanzitutto del numero dei soggetti falliti, della quantità dei creditori concorsuali, delle questioni indotte dalla verifica dei crediti, delle controversie giudiziarie innestatesi nel fallimento, dell’entità del patrimonio da liquidare e della consistenza delle operazioni di riparto. Secondariamente, chi ritiene che il notevole protrarsi della procedura sia dipeso dalla condotta dei suoi organi ne deve provare l’inerzia ingiustificata o la neghittosità nello svolgimento delle varie attività di rispettiva pertinenza, o nel seguire i processi che si siano innestati nel tronco della procedura.
[2] Corte di Cassazione Sezione I civile, sentenza 21.04.2006, n. 9411. In tema di equa riparazione ai sensi dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89, il danno non patrimoniale è conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, sicché va ritenuto sussistente, senza bisogno di specifica prova (diretta o presuntiva), in ragione dell’obiettivo riscontro di detta violazione, sempre che non ricorrano circostanze particolari che ne evidenzino l’assenza nel caso concreto. Una volta che questo danno non sia stato escluso, il giudice nazionale non può ignorare i criteri di determinazione del “quantum” della riparazione applicati in casi simili dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, pur avendo facoltà di apportare, motivatamente e non irragionevolmente, le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda. Il danno non patrimoniale dev’essere dunque liquidato avendo riguardo alla natura ed alle caratteristiche di ciascuna controversia, le quali possono giustificare il superamento dei limiti minimi o massimi applicati dalla Corte europea, restando tuttavia escluso che le norme disciplinatrici della fattispecie consentano di riconoscere una somma ulteriore arbitrariamente indicata in una data entità, svincolata da qualsiasi parametro e asseritamente dovuta in considerazione dell’oggetto della controversia.
In tema di equa riparazione per violazione del termine di ragionevole durata del processo, l’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, richiamato dal’art. 6 della legge 24 marzo 2001, n. 89, stabilendo che ogni persona ha diritto a che la causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente ed imparziale, fa chiaro ed esclusivo riferimento all’esercizio della funzione giurisdizionale: esso, pertanto, esclude la possibilità di tener conto anche del preventivo svolgimento di un procedimento amministrativo, il quale, anche quando abbia ad oggetto la stessa pretesa fatta valere successivamente in via giurisdizionale, costituisce un mero presupposto dell’azione giudiziaria, ma non appartiene al processo, né contribuisce alla sua definizione, essendo preordinato soltanto a verificare la possibilità di una composizione della pretesa in via amministrativa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha rigettato il motivo di ricorso con il quale la pronuncia di merito, relativa all’impugnazione dinanzi al giudice amministrativo del provvedimento di diniego del contributo previsto dall’art. 26 della legge reg. della Campania 15 marzo 1984, n. 11 in favore dei familiari che assistono invalidi non autosufficienti, era stata censurata per non avere tenuto conto, ai fini della valutazione in ordine al superamento del termine di ragionevole durata del processo, del tempo impiegato dall’Amministrazione per l’esame dell’istanza).
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Corte di Cassazione, III sezione, sentenza n. 26368 depositata il 6 luglio 2011. Maltrattamento di animali: precisazione della Cassazione in merito al dolo specifico e dolo generico ascrivibili alla fattispecie