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Timestamp: 2020-07-02 16:13:22+00:00
Document Index: 89801938

Matched Legal Cases: ['art. 519', 'art. 519', 'art. 485', 'art. 492', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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RINUNCIA ALL’EREDITÀ E POSSESSO DEI BENI EREDITARI: COME EVITARE DI ESSERE CONSIDERATI EREDI PURI E SEMPLICI
Posted by Giulia Potenza on 4 Maggio 2020
Quando una persona muore, nel luogo e nel momento della morte si verifica l’apertura della successione e, successivamente, quella che giuridicamente viene definita delazione, ovvero l’individuazione dei soggetti che per legge o per testamento sono chiamati all’eredità.
Il lascito non si acquista automaticamente per il solo fatto di ricoprire la qualità di chiamato poiché è subordinato, a tutela del proprio diritto di scelta, ad una espressa o tacita dichiarazione di accettazione o di rinunzia.
L’eredità potrebbe infatti essere gravata da numerosi debiti e sarebbe quindi controproducente, per il chiamato, accettarla e trovarsi costretto a rispondere delle passività oltre che con il patrimonio ereditario anche con il proprio patrimonio personale.
L’art. 519 del Codice Civile disciplina espressamente la rinuncia all’eredità ma prescrive solamente che essa si attui mediante dichiarazione solenne rilasciata innanzi ad un notaio ovvero al cancelliere del Tribunale e che la stessa venga poi trascritta nel Registro delle successioni.
Nel silenzio della legge si potrebbe pensare che non vi sia un termine per effettuare la rinuncia all’eredità e che il chiamato abbia tempo 10 anni per decidere se accettare o meno quanto pervenutogli.
Tuttavia ciò vale per i chiamati che non si trovino nel possesso dei beni ereditari poiché, nel caso in cui ci si trovi in possesso anche di un solo bene del defunto ed anche solo per custodia o affidamento temporaneo, la situazione risulta ben più complessa.
Infatti, se l’art. 519 non indica un termine per la rinuncia, l’art. 485 dispone che il chiamato all’eredità che si trovi nel possesso dei beni ereditari, ha tempo 3 mesi dall’apertura della successione per redigere l’inventario dei beni del defunto e, se non lo fa, viene considerato erede puro e semplice.
La giurisprudenza è concorde nel ritenere che se il chiamato nel possesso dei beni intende rinunciare all’eredità, non ha l’obbligo di redigere l’inventario ma è comunque tenuto a manifestare la propria volontà di rinunciare al patrimonio entro il trimestre successivo alla morte del defunto, diversamente si riterrà che abbia accettato e verrà considerato, a tutti gli effetti, erede puro e semplice.
Ecco perché in questi casi è opportuno rivolgersi tempestivamente ad un legale: il professionista valuterà la vostra situazione e vi eviterà spiacevoli conseguenze, ponendovi al riparo dal rischio di accettare un’eredità tutt’altro che proficua.
RECUPERO CREDITI: COME SMASCHERARE I BENI DEL DEBITORE
La preoccupazione più grande del creditore è quella di non riuscire a recuperare il proprio danaro a causa dell’atteggiamento del debitore, che spesso adotta stratagemmi atti ad occultare i propri beni e/o crediti per sottrarli ad eventuali azioni esecutive.
Ebbene, una delle domande che come Studio Legale ci sentiamo rivolgere più spesso dai clienti che ci hanno contattate per recuperare un credito, è come scoprire quali beni del debitore siano aggredibili.
Sarà infatti capitato anche a voi che, improvvisamente, il conto corrente del debitore che eravate certi egli avesse aperto risulti chiuso o trasferito e non sapete dove. In questo modo vi sembrerà che la garanzia del vostro credito sia venuta meno, ma non è così.
Proprio per tutelare il creditore da infruttuose azioni esecutive, il legislatore ha predisposto l’istituto disciplinato dall’art. 492 bis c.p.c., ovvero la ricerca telematica dei beni da pignorare.
Essa è uno strumento che consente al creditore di operare una vera e propria indagine patrimoniale sui beni del debitore col fine di valutare in anticipo quali beni aggredire con l’azione esecutiva.
Sarà infatti sufficiente, dopo aver notificato al debitore il titolo esecutivo ed il precetto, depositare apposita istanza indirizzata al Presidente del Tribunale competente, il quale, dopo aver esaminato le ragioni del credito e la presenza dei presupposti di legge, emetterà apposita autorizzazione alla ricerca telematica dei beni del debitore.
A questo punto il creditore dovrà trasmettere l’autorizzazione ottenuta ai gestori delle banche dati consultabili (tendenzialmente la Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate e l’INPS), che interrogheranno nel suo interesse l’anagrafe tributaria e l’archivio dei rapporti finanziari del debitore, individuando conti correnti attivi e relative filiali, rapporti di lavoro o pensionistici in essere ed eventuali crediti.
Grazie a questo veloce ed economico strumento il creditore avrà il notevole vantaggio di promuovere la futura procedura esecutiva senza rischi, andando a colpire specifici beni e/o crediti del debitore, risparmiando tempo e ponendosi al riparo da azioni esecutive infruttuose.
IL MIO EX MARITO È VENUTO A MANCARE: HO DIRITTO ALLA PENSIONE DI REVERSIBILITÀ? E SE SI ERA RISPOSATO?
Con questo brevissimo contributo cercheremo di rispondere a queste e ad altre domande sulla pensione di reversibilità.
Anzitutto è bene ricordare che la pensione di reversibilità non è altro che una quota del trattamento pensionistico di un soggetto deceduto e che spetta a chi è stato sposato (anche se divorziato) con lo stesso.
Tale istituto è espressione del principio di solidarietà e di assistenza tra i coniugi che non viene meno con la fine del matrimonio, ed è espressamente previsto dalla Legge sul divorzio.
Il coniuge divorziato potrà infatti ottenere il trattamento suindicato a 3 condizioni:
la sentenza di divorzio deve aver previsto un assegno divorzile in suo favore corrispostogli periodicamente dal defunto;
non deve essersi risposato dopo il divorzio;
il rapporto di lavoro da cui trae origine la pensione del defunto deve essere anteriore alla sentenza di divorzio.
Se il coniuge divorziato del defunto è l’unico superstite (perché il defunto non aveva contratto un nuovo matrimonio) e si trova nelle condizioni previste dalla legge, avrà diritto per intero alla pensione di reversibilità del defunto e, per ottenerla, gli sarà sufficiente inoltrare la domanda all’INPS corredandola di una copia della sentenza di divorzio in cui è sancito il suo diritto all’assegno divorzile.
Se invece il defunto aveva contratto nuove nozze, alla pensione di reversibilità concorrono sia l’ex coniuge (divorziato) che il nuovo coniuge del defunto (vedovo).
In questo caso è onere dell’ex coniuge divorziato, se intende percepire una quota della reversibilità, promuovere una causa in Tribunale poiché, in difetto, l’INPS erogherà tutto il trattamento pensionistico al nuovo coniuge superstite.
L’ex coniuge divorziato dovrà quindi, con l’assistenza di un legale, promuovere una causa presso il Tribunale competente, che ripartirà la pensione di reversibilità tra il coniuge superstite e quello divorziato sulla base di numerosi criteri tra i quali, per esempio, la durata dei rispettivi matrimoni e le condizioni economiche delle parti.
Una volta ottenuta la sentenza sarà sufficiente portarla a conoscenza dell’INPS che, da quel momento, erogherà il trattamento pensionistico ad entrambi gli aventi diritto secondo le quote stabilite dal giudice e, soprattutto, agirà retroattivamente, corrispondendo al coniuge divorziato gli arretrati sino al momento della morte del titolare della pensione.
L’AZIENDA FALLISCE: CHE FINE FA IL MIO TFR? E LE MENSILITA’ NON PAGATE?
Quando un’azienda fallisce o è sottoposta ad altre procedure concorsuali (liquidazione coatta amministrativa, concordato preventivo), il timore del lavoratore è di non riuscire a recuperare i propri crediti, generalmente il TFR o le retribuzioni mai corrisposte dal datore.
Tuttavia, il lavoratore deve sapere che può recuperare la quasi totalità dei propri crediti purché ricorrano determinate condizioni, fra le quali, prima di tutte, che sia un lavoratore dipendente.
Il lavoratore potrà partecipare alla procedura fallimentare attraverso un’attività che si chiama tecnicamente insinuazione nel passivo fallimentare.
Egli potrà rivendicare per intero quanto dovutogli a titolo di TFR, e le ultime 3 mensilità maturate nel corso del rapporto di lavoro e non corrisposte.
Il curatore, ricevute tutte le domande di insinuazione al passivo, formerà un Progetto di stato passivo che dovrà essere approvato dal giudice delegato in udienza e lo stato passivo verrà dichiarato esecutivo.
Nel caso in cui l’attivo fallimentare non fosse sufficiente per pagare tutti i crediti, in soccorso al lavoratore potrà intervenire il Fondo di Garanzia dell’INPS, che ha la funzione di corrispondere al lavoratore, in sostituzione del datore insolvente, il TFR non corrisposto e le ultime 3 mensilità maturate.
Segnaliamo, infine, che la possibilità di beneficiare del Fondo è soggetta a termini ben precisi poiché la legge prevede che il diritto a percepire il proprio TFR e presentare la domanda al Fondo si prescriva in 5 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro, mentre le retribuzioni non corrisposte devono richiedersi entro un anno dalla data in cui è possibile presentare la domanda al Fondo, che è diversa a seconda del tipo di procedura.
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