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Timestamp: 2020-07-09 01:22:32+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 111', 'art. 111', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 25', '§ 6', 'art. 1']

Il lato umano della costituzione - euNOMIKA
By Lara Stefani on 30 Settembre 2019 • ( 1 commento )
I principi fondamentali della Carta, cenni al diritto penale.
Ogni cosa ha un inizio, e ogni inizio risponde ad una necessità, un bisogno, un’aspirazione, o è frutto di una imposizione, di un comando che non
ammette opzioni alternative.
Guardiamo allo Stato…
Guardiamo allo Stato, ma non quello fatto di confini geografici, di politica e partiti, ma allo Stato come organigramma, come una scatola, un contenitore come quelli che troviamo all’Ikea in cui possiamo ordinare in maniera impeccabile slip e calzini.
E poi pensiamo allo Stato nella sua accezione più astratta, più nobile se vogliamo, quello fatto di idee, di aspirazioni, di condivisione. Come scudo delle libertà e luogo della realizzazione dell’uomo, come terreno fertile di crescita, di evoluzione, di massima espressione di quello che siamo e potremmo essere. Ma se tutto ha un inizio, mi chiedo, cosa ha parsuaso chi, e perché, a prendere una scatola dell’ikea e mettervi dentro ruoli, funzioni, ben piegati affinché non si confondano, e a dividerli per colore, per stagione…
Perchè esiste lo Stato? Perchè abbiamo bisogno di regole, di ordine?
Senza andare molto indietro a cercare risposte in tempi troppo lontani per
chiedere a qualcuno che se ne ricordi, ci basta dare un’occhiata alla Costituzione che contiene in sé il senso dello Stato, le certezze e le aspirazioni dell’uomo, i doveri e anche i diritti, le regole e le eccezioni.
Scomodando Aristotele, che al di là del tempo trascorso risulta sempre di gran moda, l’uomo è un animale sociale, e in quanto tale tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Per istinto primario di socializzazione o forse per soddisfare bisogni egoistici fondati sulla necessità di ingannare la solitudine (su questo argomento le risposte sono molteplici, ma non è il punto del discorso) l’uomo cerca altri uomini e la vita in gruppo (per non parlare, ancora, di società) ha bisogno di regole, perché il gruppo è la conditio sine qua non dell’essere umano per l’esplicazione della propria personalità. Ecco, la Costituzione è il passepartout per accedere a tutte le risposte. Se per un verso è severo educatore che fissa norme ferree che regolano la socializzazione (perché l’interesse della collettività prevale su quello del singolo), dall’altra è
madre amorevole che incoraggia l’uomo a sviluppare e a perseguire le proprie inclinazioni e aspirazioni, insegnando il rispetto dell’altro, chiunque esso sia.
I principi fondamentali nella Costituzione
Entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 la Carta è il risultato di un complesso lavoro di studio e compromessi che non ha mai perso di vista la centralità dell’uomo, o per meglio dire della sua umanità.
E’ una costituzione scritta, rigida, lunga, votata, compromissoria, democratica e programmatica. Perché c’era bisogno di certezza, e per questo non bastava l’oralità. Perchè si doveva fare in modo che non venisse modificata se non con un procedimento particolarmente complesso. Perché i principi, i diritti e i doveri sono descritti ed esplicitati. Perché è stato il popolo a sceglierla. Perché è il frutto della collaborazione tra tutte le forze politiche uscenti dalla seconda guerra mondiale. Perché traduce il concetto di sovranità popolare. Perché contiene un programma e gli obiettivi che si intende raggiungere.
E’ talmente garantista che è quasi sbilanciata nei diritti del cittadino rispetto ai doveri.
Nei primi dodici articoli la Carta afferma i principi fondamentali su cui si fonda la Repubblica, resistenti a qualsiasi forma di modifica, rettifica o abrogazione.
Rappresentano quelle posizioni giuridiche da ritenersi essenziali sia per l’individuo in sé, sia per qualsiasi forma di convivenza associata. Essi sono insiti nella stessa natura umana e devono, per questo, essere tutelati a prescindere da qualsiasi legge, perché ogni modifica atta a limitarli rappresenterebbe un vero e proprio sovvertimento dello Stato Repubblicano. Sono il cuore pulsante della Costituzione, i polmoni, sono la testa e l’anima.
Solo dopo la Carta si preoccupa di regolare i rapporti civili, etico-sociali, economici e politici, di disciplinare gli organi di governo e la modalità di formazione delle leggi. Ci insegna la terzietà e l’imparzialità dell’ordinamento giurisdizionale (che anch’esso è lì per assicurarci protezione, giustizia) e ripartisce e organizza il territorio statale in pezzetti più piccoli, meglio gestibili e più vicini alle esigenze dei cittadini, ma che rimandano sempre ad un tutto, unitario, che ci fa sentire vicini l’un l’altro e figli della stessa madre. E’ un ordine sistematico che ricalca l’ordine concettuale voluto dall’Assemblea Costituente.
Ed è come vi sia un filo conduttore che, pur distraendosi in qualche ghirigoro a dettare norme sul funzionamento di “cose”, e annodandosi intorno a noiosi (seppure indispensabili) aspetti amministrativi e programmatici, alla fine torna a seguire sempre un percorso che è retto e che non perde mai di vista l’obiettivo, primo, di tutela e garanzia dell’uomo. L’uomo da intendersi quale soggetto di diritto, dunque depositario di doveri e facoltà, ma soprattutto l’uomo nella sua accezione più squisitamente individualistica, come luogo dell’affermarsi della personalità, nelle sue più differenti sfaccettature.
Quello che viene enunciato nei primi articoli della Costituzione è come se si trasmettesse poi per osmosi a tutto il resto della Carta e, ancora, a tutto il resto del diritto.
Si dettano i principi di uno stato democratico, altruista, che ricerca l’uguaglianza, non solo formale, ma anche sostanziale, e rifiuta la discriminazione. L’art. 2, secondo cui la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove si esprime e si costruisce la sua personalità è una norma di apertura, come si definisce in termini tecnici, che consente di attribuire i connotati di diritto fondamentale anche ad altre libertà e valori non espressamente tutelati dalla Costituzione che, però, per i costumi sociali in continua evoluzione, richiedono un riconoscimento pari a quello dei diritti espressamente delineati.
Ecco la vera modernità e lungimiranza della Costituzione, è una Carta vecchia che contiene principi ancora nuovi, è un testo in continua edificazione. Perchè accanto a valori fondamentali, già innovativi tanto da sembrare, allora, quasi rivoluzionari, riconosciuti e codificati al tempo della sua invenzione, lascia spazio a quello che il progresso della società riterrà di elevare a ulteriore principio fondante e imprescindibile, a quello che ai Costituenti poteva, allora, essere sfuggito. Uno stato libero, dunque, audace, disposto a cambiare e ad evolversi verso un’idea di giustizia sempre più perfezionata e perfetta.
Se la Carta è depositaria di tanta umanità, progresso e garanzie, rassicura pensare che tutta la codificazione di regole, organizzata per materia, e che dà forma e sostanza ai diversi rami del diritto, tra i quali quello penale, amministrativo, civile, deve necessariamente accordarsi e rispettare tutti i principi fissati dalla e nella Costituzione. Tale criterio di necessaria non contraddizione di tutte le norme giuridiche con la Carta Costituzionale, oltre a rappresentare il percorso praticooperativo che segue il Legislatore nell’opera magna della codificazione, ancora una volta, e sotto l’aspetto più propriamente concettuale, conferma e garantisce una interpretazione, azzarderei, antropocentrica della società voluta dai Costituenti.
I principi fondamentale del diritto penale mutuati dalla Costituzione
Lo spiccato garantismo della nostra Carta verso i diritti inviolabili riconosciuti a ciascun individuo diventa, più di tutti, evidente quando si misura col diritto penale, per molti refugium peccatorum, dove l’uomo si assume, a monte, “cattivo” (lasciatemi passare il termine) e riluttante verso le regole del vivere sociale.
Il diritto penale, che, per sua stessa natura, più degli altri, è incentrato sulla persona, attinge continuamente ai principi fondamentali del diritto costituzionale, sia nella fase di accertamento del fatto di reato, sia nella fase di esecuzione della pena eventualmente inflitta.
Durante lo svolgimento delle indagini preliminari e nel corso del giudizio il Legislatore predispone tutta una serie di garanzie, in favore dell’indagato prima e dell’imputato poi, per evitare che l’accertamento del reato diventi una forma di anticipazione della condanna.
Nella fase esecutiva del giudizio i principi mutuati dalla Costituzione, che rappresentano anche i principi chiave del diritto penale, fungono invece da
correttivi che servono a bilanciare le esigenze general-preventive, più propriamente statali, con quelle di tutela delle libertà individuali. La Costituzione rappresenta dunque lo strumento di protezione dei diritti personali contro le aggressioni poste in essere sia da privati sia dai pubblici poteri e l’obiettivo è quello di evitare che il diritto penale venga degradato e si risolva a mero strumento di repressione e oppressione del condannato.
Più di tutte le altre, la norma costituzionale di riferimento del diritto penale è l’art. 111, profondamente mutata a seguito della riforma operata con la Legge Costituzionale del 23 novembre 1999, n. 2 che ha reso ancora più efficace il principio del giusto processo, cioè un processo che tenga conto dei diritti delle parti e si attivi per garantirli in concreto, in un lasso di tempo che sia il più breve possibile. Il secondo comma afferma, in esordio, il principio del contraddittorio che costituisce uno tra i fondamentali principi che regolano la giurisdizione in generale, e quella penale nello specifico (al quarto comma dello stesso articolo), garantendo il pieno esercizio del diritto alla prova, e quindi alla difesa, dando attuazione a quella dialettica processuale, tipica di un sistema penale di stampo accusatorio. Ancora, il comma 2 dell’art. 111 sancisce il principio della parità tra le parti nel processo penale che inevitabilmente si scontra con la diversità di posizione, istituzionale e processuale, che naturalmente intercorre tra il pubblico ministero e l’imputato. Procedendo oltre, la norma elenca il catalogo dei diritti spettanti all’accusato, termine idoneo a ricomprendere sia la persona sottoposta alle indagini, sia l’imputato, così da permettere una interpretazione di volta in volta coerente con il tipo di diritto che nelle diverse fasi viene tutelato.
Innanzitutto la persona sottoposta alle indagini deve essere informata
riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa nel più breve tempo possibile.
Tale disposizione si colloca proprio nel punto di frizione tra il diritto di difesa dell’accusato e l’esigenza di segretezza delle indagini, che pare bilanciarsi nell’espressione “nel più breve tempo possibile”, che esprime il concetto dell’avviso all’indagato dell’avvio del procedimento non appena tale informazione è compatibile con l’esigenza di genuinità e di efficacia delle indagini. Poi, il diritto dell’indagato/imputato di disporre del tempo e delle condizioni necessarie per preparare la sua difesa.
Ancora, l’art. 24 sul generale diritto di difesa, che sancisce la sua inviolabilità in ogni stato e grado del procedimento, l’art. 25 che contiene il principio della irretroattività della norma penale e l’art. 27 che stabilisce che la responsabilità penale è personale.
Di estrema importanza per il diritto penale, e indicativi per mantenere le fila di questa riflessione, il principio di non colpevolezza dell’imputato fino alla condanna definitiva e la finalizzazione della pena a strumento di rieducazione del condannato.
Il principio di non colpevolezza dell’art. 27 impone, quantomeno sulla carta, la presunzione di innocenza dell’imputato che, da idea nobile e astratta, si concretizza e diventa metodo da seguire, nel processo penale, dagli attori che vi operano nello svolgimento ciascuno della propria attività, e fuori dalle aule di giustizia da coloro che, per scopi più o meno professionali, scrivono, parlano, ricamano.
In sostanza la nostra Carta Costituzionale crede nell’uomo, è sempre disposta a scommetterci. E’ come una madre che “ah no, mio figlio non c’era, e se c’era non lo ha sicuramente fatto”, fino alla distruzione di tutte le speranze di fronte all’evidenza, di fronte ad una sentenza di condanna definitiva.
Riassumendo… l’uomo è depositario di diritti che non possono essere in alcun modo limitati, né quando vi sia il dubbio che abbia disatteso le regole del nostro ordinamento (o del vivere sociale, per semplificare), neanche quando, ritenuto in sede giudiziaria, all’esito dell’iter processuale, responsabile, quindi colpevole, si trovi a dover scontare una pena definitiva.
Il Legislatore, nonostante tutto, ben consigliato dalla Costituzione, è ancora capace di perdonare. Quindi punisce, si, ma guarda già oltre le grate della cella per reinserire l’uomo nella società, per rieducarlo a quei principi a Lui tanto cari.
Il terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, indirettamente, pone un accento sul valore qualitativo della persona, prescrivendo, nero su bianco, che la pena non deve avere una finalità puramente afflittiva, ma piuttosto tendere alla rieducazione del condannato. Con tale espressione la legge richiede che si predisponga tutto il necessario per permettere al condannato di reinserirsi nella società, ponendo particolare attenzione al recupero dei concetti di convivenza sociale e legalità. Se dunque sono vietati tutti quei trattamenti contrari al senso di umanità, è invece giuridicamente necessario che la struttura carceraria fornisca, materialmente, strumenti concreti affinché il detenuto eserciti tutti i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Ogni limitazione nell’esercizio di tali diritti che non sia strettamente funzionale a questo obiettivo acquista, dunque e come diretta conseguenza, un valore afflittivo supplementare rispetto alla privazione della libertà personale, per questo incompatibile con l’art. 27.
La Costituzione, pertanto, accanto ai diritti imprescindibili ed inviolabili della persona, slegati da qualsivoglia contesto giudiziario, cristallizza, anche, spesso fondendoli magistralmente insieme, i principali diritti e facoltà dei soggetti che prendono parte alla dinamica processuale lasciando poi alla normativa di settore il compito di renderli concretamente applicabili.
Nel codice penale e nel codice di procedura penale, per non ampliare troppo il campo di azione e riflessione, tali diritti fondamentali vengono declinati, specificati e arricchiti di elementi nuovi, necessari al contesto giudiziario specifico in cui vanno ad abitare.
Il risultato di questa rielaborazione, che volge sempre lo sguardo alla Costituzione, è un complesso di ulteriori principi fondamentali che rispondono alle richieste specifiche del settore in cui operano. Tra tutti, solo esemplificativamente, il principio di legalità, già sancito all’art. 25 della Carta fondamentale e riaffermato negli articoli 1 e 199 del codice penale, di retroattività della norma penale più favorevole al reo, il principio di tassatività e determinatezza. Ancora, il divieto di analogia, il principio di materialità ed offensività. Si tratta di principi che, proprio perché mutuati dalla Costituzione, seppure non codificati esplicitamente da questa, hanno la caratteristica di essere più elastici e di adattarsi alle esigenze processuali e/o sociali in cui operano.
Si potrebbe andare avanti all’infinito, elencando norme e principi, e poi deduzioni e corollari, ma questo pezzo non vuole avere la forma di una lista della spesa, si propone, piuttosto, una riflessione che investe la Costituzione nel suo complesso e nel suo significato unitario.
Se, come ho detto, ogni cosa ha un inizio, e ogni inizio risponde ad una necessità, un bisogno, un’aspirazione, o è frutto di una imposizione, di un
comando che non ammette opzioni alternative… la nostra Costituzione è nata dal bisogno di protezione dell’uomo dalla sua inumanità che lo ha messo in pericolo, poi in ginocchio, e lo ha umiliato, irrimediabilmente. E’ un contenitore di garanzie.
Nasce dall’istinto di sopravvivenza dell’uomo, devastato, anche emotivamente, da un periodo storico che si è preso gioco delle sue aspettative, dei suoi sogni. E’ un vaccino, è la cura.
La storia ci ha insegnato che siamo fragili, vulnerabili, facilmente e pericolosamente influenzabili. C’era bisogno di mettere al sicuro l’uomo dall’uomo. La Costituzione è stata la risposta.
E’ edificata su principi talmente moderni che tuttora faticano ad attecchire e radicarsi nella società. E’ ispirata ad un’idea di giustizia pura, perfetta, seppure praticabile.
La Carta ci ha fornito le istruzioni per realizzare una società sicura, stabile, salda, ma anche pacifica, libera, innovatrice, che non perda mai di vista la personalità di coloro che la compongono. Di tutti, presi singolarmente e poi collettivamente, in un percorso circolare che per funzionare deve scorrere, ininterrottamente, e passare dalla unicità alla pluralità in maniera armoniosa, senza interruzioni.
Perchè se possono esistere uomini senza uno Stato, lo Stato non può esistere senza uomini.
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La Dott.ssa Lara Stefani, è Giornalista pubblicista e Avvocato, ha conseguito nell’anno 2012 la laurea magistrale in giurisprudenza presso l’Università “Roma Tre” di Roma discutendo una tesi sulla filosofia del diritto.
Subito dopo la laurea ha iniziato a lavorare presso uno studio legale di Viterbo che si occupa prevalentemente di diritto ed esecuzione penale, acquisendo una formazione specialistica del settore. Dopo aver conseguito l’abilitazione alla professione forense nell’anno 2016, dall’anno 2017 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Viterbo dove esercita la professione come libero professionista.
La spiccata passione per il settore penale ha orientato anche la sua formazione professionale, e dall’anno 2019 è iscritta all’albo dei Difensori di ufficio. Pur occupandosi prevalentemente di diritto penale, esercita anche nel settore del diritto di famiglia e della volontaria giurisdizione.
Nel periodo universitario e post universitario si è avvicinata al giornalismo, collaborando come corrispondente sul territorio per testate principalmente locali per articoli a carattere scientifico-giuridico. Ha conseguito il titolo di Giornalista Pubblicista nel luglio 2012, anno di iscrizione all’Ordine della Regione Toscana.
Dall’anno 2017 è docente del Centro per gli Studi Criminologici di Viterbo nei corsi di formazione per giornalista, nonché nei master e negli altri corsi di formazione attivati dal Centro nelle materie di diritto penale e processuale penale.
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