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Timestamp: 2019-02-16 09:22:21+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 222', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 5', 'art.5']

Tribunale di Roma, sez. XIII civ., sentenza 29 settembre 2014
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Nel giudizio di querela di falso può esperirsi la mediazione delegata. Se le parti non si presentano non può parlarsi di mancato accordo.
Interessante pronuncia del Tribunale di Roma, sez. XIII civile, datata 29 settembre 2014.
Interessante sotto due profili ben distinti.
L’uno, logicamente preliminare, investe il problema dell’utilizzabilità della mediazione delegata di cui all’art. 5, co. 2, D.lgs 28/2010 nella specifica fattispecie (giudizio di querela di falso); l’ altro, invece, di natura squisitamente procedimentale, inerente alle tecniche di redazione del verbale di mediazione da parte del mediatore, e quindi di immediato interesse pratico per gli operatori del settore.
Nella fattispecie in parola ci troviamo di fronte ad un accertamento incidentale di querela di falso. Infatti, la parte soccombente in primo grado, nell’interporre appello, ha proposto, oltre alle questioni di merito, querela di falso avverso la sottoscrizione apposta all’avviso postale di ricevimento della citazione di primo grado che a suo dire non le appartiene. La Corte di Appello ha sospeso l’esecuzione della sentenza di primo grado ed ha concesso un termine, all’appellante, per riassumere davanti al Tribunale la causa di querela di falso, ciò che l’interessato ha ritualmente effettuato.
In quest’ultima sede, con ordinanza del 9.12.2013 il giudice ha disposto la mediazione demandata ai sensi del novellato art. 5, co. 2, D.lgs 28/2010, ritenendo che “…stante la modestia del merito del contendere (della causa dalla quale il presente giudizio, ad essa servente, promana) è difficile negare che le parti ben potrebbero pervenire ad un accordo conciliativo, con il vantaggio di porre fine, ad una lunga defatigante lite, i cui progressivi costi, non solo per le parti stesse, ma anche, in termini più generali e lati, per la collettività, incidono sul corso di una giustizia civile già affannata e in gravissima difficoltà nel fornire soddisfacenti risposte”.
Si pone il problema, stante la natura della causa (giudizio di querela di falso), se sussistano ostacoli di carattere giuridico a che sia disposto l’avvio della mediazione, dal momento che l’art. 2 D.lgs 28/2010 esclude dal perimetro delle controversie mediabili quelle che vertono su diritti non disponibili.
Secondo il Tribunale, detta disposizione vale a delimitare “…l’ambito della mediazione civile e commerciale a tutte quelle aree di situazioni soggettive che non siano sottratte alla disponibilità della negoziazione da parte dei privati.
Diritti disponibili si rinvengono in tutte le aree del diritto, comprese ad esempio quella della famiglia, della successione, delle locazioni e del lavoro dipendente, tradizionalmente sedi di severa tutela da parte del legislatore a favore della parte ritenuta più debole, presidiate da previsioni di indisponibilità assoluta o relativa e di nullità assolute ovvero eccepibili solo dalla parte che si è inteso proteggere. Che siano mediabili anche i diritti allogati in tali aree, ove, per come conformati dalla legge siano disponibili, non può essere revocato in dubbio sia perchè non vi è alcuna norma che lo proibisce e sia perchè il riferimento della legge alla possibilità, da parte del giudice, di inviare in mediazione le parti (anche) allorchè l’udienza per le conclusioni non sia prevista, rimanda a settori (rito lavoro e locazioni) dove per elezione tale udienza in effetti non esiste”.
Conseguentemente, secondo il giudice capitolino, nel giudizio di querela di falso non interverrebbero interessi pubblicistici, come invece avviene in sede penale, neanche “… nelle ipotesi più estreme. Si immagini l’ipotesi (verosimilmente potrebbe rientrarvi il caso in esame), in cui sia impugnato di falso un atto pubblico. Anche in questo caso, la circostanza che all’esito del giudizio il giudice civile potrebbe ravvisare ipotesi di reato a carico di taluno, con quanto ne consegue in termini di trasmissione degli atti al titolare dell’azione penale, non viene meno la piena disponibilità degli interessi sottesi alla promozione della causa civile. Come dimostra la circostanza che l’esito del giudizio è l’accertamento della genuinità o meno dello specifico contenuto di un atto, in ordine alla quale è previsto che il giudice ai fini di accertarlo (art. 222 cpc) ammette i mezzi istruttori che ritiene idonei, e dispone i modi e i termini della loro assunzione. Fra tali mezzi è sicuramente ammissibile la confessione. Attingibile anche (ma non solo) a mezzo dell’interrogatorio formale.
Se la parte che ha impugnato di falso confessa la veridicità della scrittura, cosa che incontrovertibilmente è ammissibile e possibile sia concettualmente e sia in punto di diritto, si produrranno due conseguenze: da una parte che la causa avrà fatto regolarmente il suo corso raggiungendo uno degli esiti possibili, dall’altra che si avrà la dimostrazione della piena disponibilità del diritto del soggetto che ha avanzato la querela di falso”.
Sulla base delle argomentazione che precedono, il giudice, ritenendo di aver reso piena dimostrazione della “mediabilità” della questione, in virtù della disponibilità del diritto della parte attrice, ha disposto l’invio in mediazione presso un organismo territorialmente competente ex art. 5, co. 2, D.lgs 28/2010.
Sennonchè, all’udienza del 9 giugno 2014 veniva prodotto il verbale del procedimento di mediazione nel quale il mediatore dichiarava concluso negativamente il procedimento di mediazione per mancato raggiungimento di un accordo tra le parti, dopo aver premesso, però, che nessuna delle stesse erra comparsa all’incontro fissato dall’organismo.
L’aporia è evidente.
Occorre infatti muovere da quanto previsto nell’art. 5, co. 2 – bis, D.lgs 28/2010, secondo il quale “quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo”.
Ora, dal combinato disposto della disposizione summenzionata e degli artt. 8 e 17, co. 5 – ter, del medesimo D.lgs 28/2010, il giudice osserva come emerga “…con assoluta chiarezza, in primo luogo, l’inesattezza di quanto è stato scritto nella parte conclusiva del suddetto verbale di mediazione.
Decisione che va qualificata del tutto errata. Il procedimento di mediazione si è concluso perché nessuna delle parti si è recata giorno fissato per l’incontro, davanti al mediatore. Era semplicemente di questo che il mediatore avrebbe dovuto dare atto. Affermare che le parti non avevano raggiunto l’accordo è un’aporia, sicuramente non consapevole, ma pur sempre tale”.
In una situazione come quella rappresentata, in effetti, è contrario al vero affermare che le parti non abbiano raggiunto un accordo. Potranno anche non averlo raggiunto, ma in un contesto esterno al procedimento di mediazione, al quale solo il verbale deve necessariamente riferirsi, non dovendo in alcun modo rilevare per il mediatore quanto (eventualmente) avvenuto al di fuori dello stesso.
Ragion per cui il giudice rileva che “….affermare, quale semplice nuncius, peraltro di una sola parte scrivente, che non è stato raggiunto l’accordo quando nessuna delle stesse si è presentata davanti al mediatore, significa semplicemente abdicare, da parte del mediatore, al ruolo che la legge gli ha assegnato”.
Dovrà quindi ritenersi che l’eventuale rilascio, da parte della segreteria dell’organismo, della dichiarazione di conclusione del procedimento non può assurgere ad atto valido ed efficace ai fini dell’assolvimento dell’onere di esperire previamente il tentativo di conciliazione; ciò, in quanto la mancata comparizione anche del solo istante, dinanzi al mediatore, impedisce di ritenere correttamente iniziato e proseguito il procedimento di mediazione. In ogni caso, è il mediatore che deve verificare se effettivamente la controparte non si presenti, essendo tale comportamento valutabile dal giudice nel successivo giudizio, ai sensi dell’art. 8, co. 5, D.lgs. 28/2010.
Quindi, il fatto che la legge preveda in talune materie una condizione di procedibilità della domanda implica che la stessa debba essere effettivamente svolta dinanzi al mediatore, che è e resta l’unico soggetto legittimato a redigere il verbale negativo, senza che tale compito possa essere svolto in sua vece dalla segreteria e senza – soprattutto – che eventuali contatti delle parti con il mediatore mediante posta elettronica, fax, etc. possano in alcun modo integrare la condizione di procedibilità.
In sostanza, alla luce di quanto previsto dall’art. 8, co. 1 e dall’art. 5, co. 2 – bis, D.lgs 28/2010, occorre concludere nel senso che la condizione di procedibilità della domanda giudiziale non può considerarsi realizzata qualora, come nel caso di specie, non vi sia un incontro delle parti e/o dei loro avvocati con il mediatore. Ciò in quanto deve essere il mediatore ad accertare ed attestare la mancata comparizione della controparte e la conclusione negativa del procedimento di mediazione. Altrimenti, si rileva nella pronuncia in esame, “…si correrebbe il rischio, specialmente nell’attuale periodo di ancora diffusa diffidenza verso l’istituto della mediazione, di prestare il fianco a condotte delle parti non corrette (in quanto sostanzialmente aventi lo scopo di bypassare tout court la mediazione ovvero, che è lo stesso, di espropriare surrettiziamente il mediatore delle funzioni che la legge gli attribuisce).
Dichiarata dunque l’improcedibilità della domanda, la pronuncia si conclude, per quanto riguarda i profili inerenti le spese, con la condanna al versamento all’erario di ammontare pari a quello del contributo unificato dovuto per il giudizio nei confronti della parte attrice, non avendo la stessa partecipato, senza giustificato motivo, al procedimento di mediazione che pure aveva richiesto.
Con ordinanza del 9.12.2013 il giudice ha disposto la mediazione demandata ai sensi del novellato art.5 co. II del decr. lgsl. 28/10.