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Timestamp: 2018-03-23 11:06:14+00:00
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Codice proc. civile Art. 324 cod. proc. civile: Cosa giudicata formale
S’intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta né a regolamento di competenza, né ad appello, né a ricorso per cassazione, né a revocazione per i motivi di cui ai numeri 4 e 5 dell’articolo 395.
Il giudicato si forma non soltanto sulle questioni oggetto di puntuale pronuncia nel dispositivo ma anche su quelle espressamente trattate e decise nella motivazione che rispetto alle prime presentino carattere autonomo, nonché su quelle, pur non espressamente trattate e decise, che delle stesse rappresentino, nondimeno, presupposti logici e necessari e s’intendano, quindi, implicitamente decise. Pertanto, nella sentenza di primo grado con la quale il giudice ordinario, dopo aver disatteso l’eccezione di difetto di giurisdizione, statuisca sul fondamento della domanda, va ravvisata un’esplicita pronuncia affermativa della giurisdizione indipendentemente dalla sua mancata formulazione nel dispositivo, di tal che, qualora l’appello avverso detta sentenza sia rivolto a conseguire soltanto un riesame nel merito, sia pure con ampia richiesta di «riforma in ogni sua parte» della sentenza stessa, senza una specifica riproposizione della questione di giurisdizione, su tale questione si forma il giudicato, con conseguente inammissibilità del motivo del ricorso per cassazione che sia diretto a sollevarla. Principio espresso in controversia relativa alla risoluzione di un contratto di compravendita, nella quale il giudice di primo grado, pur rigettando in motivazione l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice italiano, nel dispositivo si era limitato ad accogliere la domanda nel merito. C
ass., Sez. Un., 27 aprile 2005, n. 8692; conforme Cass. 10 ottobre 2007, n. 21266; Cass. 18 giugno 2007, n. 14055.
Il giudicato sostanziale (art. 2909 c.c.) - che, in quanto riflesso di quello formale (art. 324 c.p.c.), fa stato ad ogni effetto fra le parti per l’accertamento di merito, positivo o negativo, del diritto controverso - si forma su tutto ciò che ha costituito oggetto della decisione, compresi gli accertamenti di fatto, i quali rappresentano le premesse necessarie e il fondamento logico giuridico della pronuncia, spiegando, quindi, la sua autorità non solo nell’ambito della controversia e delle ragioni fatte valere dalle parti (c.d. giudicato esplicito), ma estendendosi necessariamente agli accertamenti che si ricollegano in modo inscindibile con la decisione, formandone il presupposto, così da coprire tutto quanto rappresenta il fondamento logico-giuridico della pronuncia. Pertanto, l’accertamento su un punto di fatto o di diritto costituente la premessa necessaria della decisione divenuta definitiva, quando sia comune ad una causa introdotta posteriormente, preclude il riesame della questione, anche se il giudizio successivo abbia finalità diverse da quelle del primo e a condizione che i due giudizi abbiano identici elementi costitutivi dell’azione (soggetti, causa petendi, petitum), secondo l’interpretazione della decisione affidata al giudice del merito ed insindacabile in sede di legittimità, ove immune da vizi logici e giuridici.
Cass., Sez. Un., 14 giugno 2005, n. 6689; conforme Cass. 6 settembre 1999, n. 9401; Cass. lav., 17 giugno 2003, n. 9685; Cass. 21 maggio 2007, n. 11672; Cass. 20 aprile 2007, n. 9486.
La portata del giudicato, sia esso giudicato esterno o interno, va effettuata con riferimento non soltanto al dispositivo della sentenza, ma anche alla motivazione di quest’ultima: né può escludersi la correttezza di un’indagine diretta ad attribuire rilevanza integratrice alle stesse domande delle parti, nell’assenza di altri elementi idonei ad escludere un’obiettiva incertezza sul contenuto della pronuncia.
Cass. 23 novembre 2005, n. 24594; conforme Cass. 18 gennaio 2007, n. 1093; Cass. 7 febbraio 2007, n. 2721.
Il giudicato, essendo destinato a fissare la «regola» del caso concreto, partecipa della natura dei comandi giuridici e, conseguentemente, la sua interpretazione non si esaurisce in un giudizio di fatto, ma deve essere assimilata, per la sua intrinseca natura e per gli effetti che produce, all’interpretazione delle norme giuridiche; pertanto, l’erronea presupposizione dell’esistenza del giudicato, equivalendo ad ignoranza della regula iuris, rileva non quale errore di fatto, ma quale errore di diritto, risultando sostanzialmente assimilabile al vizio del giudizio sussuntivo, consistente nel ricondurre la fattispecie ad una norma diversa da quella che reca invece la sua diretta disciplina, e, quindi, ad una falsa applicazione di norma di diritto.
Cass. 16 maggio 2006, n. 11356.
Qualora una questione abbia formato oggetto di decisione del giudice di primo grado e tale decisione non sia stata impugnata, né sotto il profilo della violazione delle norme del processo, né sotto quello della violazione delle norme di diritto, ed il giudice dell’impugnazione, altrimenti adito, non abbia rilevato d’ufficio il fatto che si era formato un giudicato interno per cui l’appello avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile, spetta alla Corte di cassazione, adita con ricorso, rilevare d’ufficio il giudicato, cassando senza rinvio la sentenza di secondo grado, perché il processo non poteva essere proseguito.
Cass. 22 gennaio 2007, n. 1284.
Affinché possa ritenersi che l’atto di appello investa nella sua totalità la sentenza impugnata, la quale abbia rigettato la domanda con una pluralità di autonome statuizioni, non è sufficiente la richiesta di riforma integrale della sentenza medesima o il generico richiamo alle domande ed eccezioni formulate in primo grado, qualora le censure svolte con i motivi siano limitate soltanto ad una od alcune di dette statuizioni, e, quindi, precludano di individuare un’inequivoca volontà di devolvere al giudice di secondo grado il riesame anche delle altre. In tale situazione, pertanto, ove la sentenza di secondo grado investa esplicitamente o implicitamente (come quando riformi in toto la pronuncia appellata) i capi non impugnati, si verifica una violazione del giudicato interno, rilevabile in sede di legittimità e implicante la cassazione senza rinvio della sentenza stessa relativamente ai suddetti capi.
Cass. 3 dicembre 2004, n. 22771; conforme Cass. 31 luglio 2002, n. 11367.
Costituisce capo autonomo della sentenza, come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato anche interno, quello che risolve una questione controversa, avente una propria individualità ed autonomia, sì da integrare astrattamente una decisione del tutto indipendente; la suddetta autonomia non solo manca nelle mere argomentazioni, ma anche quando si verte in tema di valutazione di un presupposto necessario di fatto che, unitamente ad altri, concorre a formare un capo unico della decisione.
Cass. 16 gennaio 2006, n. 726.
L'esistenza del giudicato esterno non può presumersi, dovendo essa trovare effettivo riscontro nei documenti versati in atti; ne consegue che, qualora all'esito dell'esame della sentenza e degli atti di parte, eventualmente utilizzati in funzione interpretativa, residuino incertezze in ordine all'effettiva portata del giudicato, la relativa eccezione deve essere respinta. Cassa con rinvio, App. Brescia, 13/01/2009
Il giudicato esterno è rilevabile d’ufficio in sede di legittimità anche se formatosi successivamente alla sentenza impugnata, con la conseguenza che il ricorso per cassazione, il cui oggetto è colpito dagli effetti di tale giudicato, è da qualificarsi inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, giacché l’interesse ad impugnare con siffatto ricorso discende dalla possibilità di conseguire, attraverso il richiesto annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole alla parte.
Cass. lav., 29 gennaio 2007, n. 1829 conforme Cass. lav., 29 gennaio 2007, n. 1829.
Il giudice del merito, nell’indagine volta ad accertare l’oggetto ed i limiti del giudicato esterno, non può limitarsi a tener conto della formula conclusiva in cui si riassume il contenuto precettivo della sentenza previamente pronunziata e divenuta immodificabile, ma deve individuarne l’essenza e l’effettiva portata, da ricavarsi non solo dal dispositivo, ma anche dai motivi che la sorreggono, costituendo utili elementi di interpretazione le stesse domande delle parti, il cui rilievo a fini ermeneutici, se non può essere proficuamente utilizzato per contrastare i risultati argomentabili alla stregua di altri elementi univoci che inducono ad escludere un’obiettiva incertezza sul contenuto della pronuncia, può tuttavia avere una funzione integratrice nella ricerca degli esatti confini del giudicato ove sorga un ragionevole dubbio al riguardo.
Cass. 7 febbraio 2007, n. 2721, conforme Cass. 18 gennaio 2007, n. 1093.
La rilevabilità d’ufficio del giudicato esterno deve sicuramente essere esclusa, a salvaguardia della garanzia del contraddittorio, qualora esso non trovi riscontro nei documenti ritualmente acquisiti agli atti della causa. Né tale principio è derogabile da parte della cassazione in materia di giurisdizione, in ragione del dovere della corte di conoscere le proprie sentenze e dell’esistenza di archivi anche elettronici predisposti, a cura dell’Ufficio del massimario, al fine di agevolare tale conoscenza, poiché detto dovere è strumentale alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione dall’art. 65 dell’ordinamento giudiziario e riguarda le sentenze intese come precedenti giurisprudenziali, mentre non si riferisce alle sentenze nella loro veste giuridica di strumenti di documentazione di fatti e vicende concrete, in quanto tali assimilabili a tutti gli altri documenti processuali.
Cass., Sez. Un., 6 maggio 2000, n. 295.
Il giudicato implicito richiede, per la sua formazione, che tra la questione decisa in modo espresso e quella che si vuole essere stata risolta implicitamente sussista un rapporto di dipendenza indissolubile, tale da determinare l’assoluta inutilità di una decisione sulla seconda questione, e che la questione decisa in modo espresso non sia stata impugnata.
Cass. 27 ottobre 2011, n. 22416; Cass., Sez. Un., 29 aprile 2003, n. 6632.
L’esame, in sede d’impugnazione, di questioni pregiudiziali o preliminari, rilevabili d’ufficio, resta precluso per effetto del giudicato interno formatosi sulla pronuncia che abbia esplicitamente risolto tali questioni, ovvero sulla pronuncia che, nel provvedere su alcuni capi della domanda, abbia necessariamente statuito per implicito sulle medesime. Di talché, tale preclusione non si verifica quando il capo della sentenza comportante, con una decisione di merito, la definizione implicita di questioni pregiudiziali o preliminari sia investito dalla impugnazione, ancorché limitatamente alla detta pronuncia di merito. Deve pertanto escludersi che si sia formato il giudicato implicito sulla natura pubblica o privata di un Consorzio, allorquando sia controverso il riparto di giurisdizione disciplinato dall’art. 45 del D.Lgs. n. 80 del 1998 (ora art. 69 comma 7, D.Lgs. n. 165 del 2001) e la soluzione della questione presupponga la definizione della natura datoriale dell’ente, al fine di collegare ad essa le conseguenze fissate dalla normativa sul rapporto di lavoro pubblico privatizzato.
Cass., Sez. Un., 28 marzo 2006, n. 7039.
Cass., Sez. Un., 13 ottobre 2011, n. 21065.
Allorché il giudice di primo grado abbia pronunciato nel merito affermando, anche implicitamente, la propria giurisdizione e le parti abbiano prestato acquiescenza, non contestando la relativa sentenza sotto tale profilo, non è consentito al giudice della successiva fase impugnatoria rilevare d’ufficio il difetto di giurisdizione, trattandosi di questione ormai coperta dal giudicato implicito.
Cass. 28 settembre 2011, n. 19792 conforme Cass., Sez. Un., 20 novembre 2008, n. 27531.
Giudicato sulla competenza
La sentenza del giudice del merito che statuisca unicamente sulla competenza, anche se esamina e decide questioni preliminari di merito ai limitati fini della negazione ed individuazione della competenza (come quella della qualificazione giuridica della domanda), non contiene, né esplicitamente né implicitamente, alcuna pronuncia di merito suscettibile di passare in cosa giudicata; pertanto, la sentenza di incompetenza dà luogo a giudicato soltanto formale e non preclude al giudice dichiarato competente l’esame e l’eventuale applicazione, per la decisione di merito, di norme di diritto sostanziale, ancorché in contrasto con le premesse della sentenza sulla competenza.
Cass. 23 aprile 2004, n. 1775.
Effetti del giudicato (preclusioni)
La formazione della cosa giudicata, per mancata impugnazione su un determinato capo della sentenza investita dell’impugnazione, può verificarsi soltanto con riferimento ai capi della stessa sentenza completamente autonomi, in quanto concernenti questioni affatto indipendenti da quelle investite dai motivi di gravame, perché fondate su autonomi presupposti di fatto e di diritto, tali da consentire che ciascun capo conservi efficacia precettiva anche se gli altri vengono meno, mentre, invece, non può verificarsi sulle affermazioni contenute nella mera premessa logica della statuizione adottata, ove quest’ultima sia oggetto del gravame.
Cass. 29 aprile 2006, n. 10043.
La necessaria specificità dei motivi di appello comporta che avverso l’esplicito diniego della giurisdizione da parte del giudice di primo grado su una domanda, l’appellante deve muovere una specifica contestazione, non potendo questa desumersi implicitamente dalle argomentazioni dirette a confutare capi diversi della sentenza, in cui altre domande siano state rigettate nel merito, e comunque dall’insistenza per l’accoglimento nel merito della prima domanda.
Cass., Sez. Un., 8 aprile 2008, n. 9038.
In tema di contenzioso tributario, il giudicato formatosi sull'annullamento dell'accertamento tributario per un'annualità d'imposta, in ragione dell'illegittimità dell'acquisizione della documentazione contabile su cui si fonda, si estende alle controversie tra le stesse parti riferite ad annualità diverse nel caso in cui i relativi accertamenti per tali periodi d'imposta si basino sulla medesima attività investigativa illegittima, che ne costituisce il presupposto comune. Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. Latina, 22/12/2008
Cassazione civile sez. trib. 17 settembre 2014 n. 19590.
La pronuncia di «cessazione della materia del contendere» costituisce, nel rito contenzioso davanti al giudice civile, una fattispecie di estinzione del processo, creata dalla prassi giurisprudenziale e contenuta in una sentenza dichiarativa della impossibilità di procedere alla definizione del giudizio per il venir meno dell’interesse delle parti alla naturale conclusione del giudizio stesso tutte le volte in cui non risulti possibile una declaratoria di rinuncia agli atti o di rinuncia alla pretesa sostanziale. Ne consegue la assoluta inidoneità della sentenza di cessazione della materia del contendere ad acquistare efficacia di giudicato sostanziale sulla pretesa fatta valere, potendo la suddetta sentenza acquisire tale efficacia di giudicato sul solo aspetto del venir meno dell’interesse alla prosecuzione del processo, a differenza della rinunzia agli atti in appello, che determina il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado. Pertanto, nell’ipotesi di accordo transattivo che determini cessazione della materia del contendere, il nuovo assetto pattizio voluto dalle parti si sostituisce alla regolamentazione datane nella sentenza impugnata, che resta travolta e caducata e inidonea a passare in giudicato.
Cass. 3 marzo 2003, n. 3122; conforme Cass., Sez. Un., 28 settembre 2000 n. 1048; Cass. lav., 10 luglio 2001, n. 9332.
Ai fini del giudizio sulla litispendenza, l’identità delle cause può essere desunta dai limiti oggettivi del potenziale giudicato, nel senso che tale identità deve essere riconosciuta quando il bene della vita attribuibile ad una parte nei confronti dell’altra, ove fosse oggetto di giudicato in una delle due cause, non potrebbe più essere posto in discussione nella seconda causa, fra le medesime parti, quali che siano i profili di fatto e di diritto preesistenti al giudicato in base al quale il detto bene venga ad essere nuovamente contestato.
Cass. 19 gennaio 2001, n. 792.
In tema di giudicato esterno che - presentando sostanziale identità con quello interno - costituisce la legge del caso concreto, il giudice di legittimità è investito di cognizione piena, posto che l’interpretazione e la valutazione delle relative statuizioni danno luogo a una quaestio iuris e non facti.
Cass. 12 settembre 2003, n. 13423.
Non è mai ipotizzabile un conflitto di giudicati tra sentenze pronunciate in diverse fasi dello stesso processo, atteso che al giudice dell’impugnazione spetta l’interpretazione dell’atto impugnato e dell’atto di impugnazione al fine di deliberare l’ambito censorio, con la conseguenza che, ove egli ravvisi la formazione di un giudicato interno (per mancata impugnazione), si asterrà dal decidere sul punto (scongiurando così a monte ogni ipotizzabile conflitto) e, ove ritenga che non si sia formato alcun giudicato, deciderà sul punto, così che il conflitto sarà ugualmente scongiurato, in quanto resterà una sola decisione, quella del giudice dell’impugnazione, fermo restando che, ove in tale valutazione il giudice dell’impugnazione sia incorso in errore, tale errore non potrà essere valutato da qualsivoglia giudice in qualunque sede, ma solo dal giudice dell’impugnazione, ove una impugnazione sia prevista per quella decisione, e nei limiti in cui essa sia prevista.
Cass. lav., 5 agosto 2004, n. 15118.
L’interpretazione del giudicato esterno va condotta alla stregua dell’esegesi delle norme, essendo pertanto sindacabili sotto il profilo della violazione di legge gli eventuali errori interpretativi, con la conseguenza che il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato stesso con cognizione piena, che si estende al riesame, alla valutazione ed all’interpretazione degli atti processuali, richiedendosi però - affinché possa ascriversi rilevanza espansiva al giudicato esterno, nei giudizi tra le stesse parti che derivino da una medesima situazione giuridica - la presenza in atti della sentenza che si intenda far valere, munita dell’attestazione dell’intervenuto passaggio in giudicato.
Cass. lav., 9 settembre 2008, n. 22883.
Ai fini dell’interpretazione di provvedimenti giurisdizionali - nella specie del decreto di liquidazione dei compensi al C.T.U. - si deve fare applicazione, in via analogica, dei canoni ermeneutici prescritti dagli artt. 12. e seguenti disp. prel. c.c., in ragione dell’assimilabilità per natura ed effetti agli atti normativi, secondo l’esegesi delle norme (e non già degli atti e dei negozi giuridici), al pari del giudicato interno ed esterno e della sentenza rescindente, in quanto dotati di “vis imperativa” e indisponibilità per le parti; ne consegue che la predetta interpretazione si risolve nella ricerca del significato oggettivo della regola o del comando di cui il provvedimento è portatore.
Cass., Sez. Un., 9 maggio 2008, n. 11501.