Source: http://toghe.blogspot.com/2009/05/
Timestamp: 2018-05-27 15:15:03+00:00
Document Index: 90712741

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 118', 'sentenza ', 'sentenza ']

(Presidente del Tribunale per i Minorenni di Genova)
da Famiglia Cristiana del 31 maggio 2009
Parlare d’altro, per incompetenza o disonestà.
Eludere le questioni vere.
Svuotare le istituzioni del loro prestigio.
Deprezzare, se non disprezzare, la legge.
Così facciamo. La giustizia è lenta. Le imprese protestano per la difficoltà di avere in tempo – prima di fallire! – il pagamento dei crediti. I cittadini assistono sconcertati alla prescrizione dei reati, più facile per gli imputati facoltosi grazie ad abili avvocati, ai cavilli e ai differimenti che codici confusi e rattoppati permettono.
Gli immigrati, invece di trovare un Paese di chiara civiltà che li accolga e insieme li spinga all’osservanza della legge, si imbattono in un sistema talvolta crudele e però sfibrato.
I giudici stessi vivono impotenti il declino del processo civile e penale verso quei livelli per i quali l’Europa ci condanna a risarcire le vittime della lentezza.
Nell’avvilimento del mondo giudiziario sfumano talora ideali, si rafforzano tendenze clientelari di “correnti”, il Consiglio superiore si rifugia in produzioni cartacee soffocanti.
Ma nessuno interviene a cambiare e semplificare le regole, a ridare prestigio a uno dei cardini della democrazia.
Non solo: si prepara una norma che toglie al Pubblico Ministero la possibilità di iniziare l’inchiesta con proprio impulso, senza un rapporto della polizia giudiziaria; notizie di stampa preziose, vittime intimidite che non osano denunciare saranno ignorate.
I Governi potranno “filtrare” gli elementi da fornire alla giustizia, condizionarne l’azione tramite il controllo della polizia.
Nella mia esperienza ho visto difendere beni artistici e paesaggistici dalla speculazione, intervenire sull’inquinamento, indagare la corruzione per iniziativa d’ufficio.
E invece qualcuno propone giudici eletti, per giunta nativi della regione – dov’è il senso della Repubblica una e indivisibile? – in un Paese e in un momento in cui la politica invade più che mai gli spazi con la sua aspra divisione.
Massima contraddizione. Berlusconi – mancato imputato per effetto del “lodo” da lui stesso voluto – accusa di faziosità politica i giudici di Milano: hanno condannato l’avvocato inglese che dapprima, in Inghilterra, ha confessato d’esser stato compensato per avergli risparmiato grane giudiziarie con la propria reticenza.
Ma mentre si accusano i giudici di essere parziali e politicizzati, si propone la loro elezione, cioè il loro inserimento nel circuito politico-partitico: con la perdita, allora sì, di ogni indipendenza.
Qualcuno osserva che in altri Paesi la cosa funziona, come negli Stati Uniti.
Al di là dei difetti di quel sistema, del quale il nostro è comunque di gran lunga migliore per le garanzie dei cittadini e dell’uguaglianza, va detto che ogni Paese ha sue tradizioni e atmosfere.
Il rapporto tra politica e giustizia da noi è attualmente pessimo.
La tendenza a fare propria l’istituzione giudiziaria è alta.
La recente polemica tra il presidente della Camera Fini e Berlusconi sul ruolo del Parlamento mostra che l’esecutivo già deborda, schiacciando gli altri poteri.
E più potrebbe farlo, se controllasse l’elezione dei giudici.
Una prova: mai Clinton, indagato, avrebbe osato toni simili all’invettiva berlusconiana.
Le magistrature elettive americane sono rispettate anche dalla politica cui sono legate.
Da noi, già ora i giudici vengono presi a calci.
Quelli vivi, talvolta nei fatti anche quelli assassinati per la legalità.
Figuriamoci dopo, se fossero scelti con elezioni dominate da questi politici.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 23:23 11 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 22:58 3 commenti
Tra veline e gossip cresce a dismisura la distanza tra realtà e palazzo.
Se c’è una cosa – chiamiamola pure una coincidenza – che colpisce nell’attuale situazione italiana è l’abissale distanza che separa la politica dalla realtà.
La politica vive oggi degli effetti di una causa lontana negli anni, e che si chiama irruzione del relativismo morale nella società: cioè da quando è stato proclamato a gran voce in tutte le piazze, nelle università, nelle scuole, in Parlamento, in due referendum “storici”, il diritto di chiunque a farsi norma per sé stesso.
Da quarant’anni, più o meno, gli italiani hanno avuto conferma, attraverso leggi ad hoc o ad personam, che nella loro vita privata possono fare tutto quello che vogliono, il che hanno sempre fatto ma con qualche ritegno o, se vogliamo proprio usare un termine scomparso dal loro linguaggio, con qualche “pudore”.
Il limite massimo è stato toccato qualche tempo fa con l’introduzione del concetto di privacy assurto a dogma fino al punto che l’imminente riforma della Giustizia proibirà ai magistrati gran parte delle intercettazioni finora consentite per indagare sui reati, e vieterà ai giornalisti di parlare delle indagini e degli eventuali indagati fino all’inizio dei relativi processi in aula, sempre per rispetto della privacy.
Con il che, tanti saluti al recente passato nei casi Parmalat e “furbetti del quartierino”: nessuno saprà più niente di nessuno, soprattutto dei potenti, dei ricchi, di chi può consentirsi avvocati di grande abilità.
Se poi si è al massimo livello della politica, tutto è ancora più semplice.
Si dà mandato ai propri parlamentari di confezionare le leggi che servono; se si perdono in lungaggini procedurali per rispetto verso una antiquata e antipatica Costituzione, si programma una legge “di iniziativa popolare” per ridurne il numero, e perché no, già che ci siamo, le competenze, sicuri che il favore del popolo è tanto travolgente da risolvere la faccenda in quattro e quattr’otto.
Ci penseranno a spiegare la cosa in Tv i portavoce (ex pci, ex psi, ex radicali, ex missini, ex liberali, ex repubblicani, qualche sparuto cattolico ...).
Ogni tanto si leva una solitaria voce: «In nessun Paese democratico una simile pratica legislativa, con disprezzo del Parlamento, sarebbe nemmeno lontanamente immaginabile», sciocchezze.
Qualcun altro osserva, timidamente: «In nessun altro Paese democratico si offenderebbe un giudice che ha osato emettere una sentenza non gradita al capo e ne ha pubblicato le motivazioni in una vigilia elettorale», sciocchezze anche qui, sebbene in Italia si sia sempre in qualche vigilia elettorale, o referendaria, o di G8 che sconsiglierebbero di dare pubblicità a quelle “sciocchezze”; e sebbene sempre quella noiosa Costituzione stabilisca la separazione fra le istituzioni, dunque il Governo, il Parlamento, la Giustizia sono indipendenti l’uno dall’altro e nessuno può dire a un giudice che cosa deve fare.
Ma la coincidenza di cui parlavamo all’inizio è strepitosa.
È uscito in questi giorni un libro, La famiglia cristiana (Mondadori, 124 pagine 17,50 euro), di don Antonio Sciortino, direttore di questa nostra rivista, in cui quella «abissale distanza che separa la politica dalla realtà» è dimostrata con matematica irrefutabilità.
Mentre i politici si affannano su malconsigliate ragazzine più o meno “veline” e giudici più o meno “venduti alla sinistra”, l’antico problema della famiglia in crescente difficoltà per molteplici ragioni, anche ma non soltanto economiche, mai affrontato da tanti Governi di ogni colore, si presenta in tutta la sua traumatica consistenza.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 21:19 25 commenti
Pochi giorni fa è stato arrestato l’ex Procuratore Aggiunto di Messina Pino Siciliano.
Siciliano è stato Procuratore Aggiunto di Messina ed esercitava adesso funzioni di Sostituto Procuratore nella stessa città.
La notizia è stata data poco e male, come già accaduto in altri casi analoghi.
Riportiamo qui la notizia come data dall’Ansa:
(ANSA) - MESSINA, 25 MAG - L’ex procuratore aggiunto di Messina Pino Siciliano è stato arrestato con l’accusa di concussione e tentata concussione. L’inchiesta si riferisce alla ristrutturazione dell’albergo Castellammare di Taormina: all’ex sostituto procuratore, titolare dell’inchiesta, viene contestato di avere condizionato alcune vicende di carattere amministrativo relative a controversie tra il Comune di Taormina e due imprese, la Impregilo e la Decisa s.r.l.. Concessi a Siciliano i domiciliari.
Dal sito di “Tempo Stretto” ulteriori particolari:
L’arresto di Siciliano: ecco le contestazioni mosse all’ex Procuratore aggiunto di Messina
Tre vicende nel mirino: la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina, il contenzioso fra il comune jonico e la Impregilo, le Zps del Comune di Messina
All’ex Procuratore aggiunto di Messina, Pino Siciliano, il gip di Reggio Calabria, Kate Tassone contesta un caso di concussione e due tentativi di concussione. Tre vicende che il magistrato avrebbe tentato di condizionare nella sua qualità di Coordinatore del pool Pubblica amministrazione della Procura.
Ma ecco nel dettaglio i capi d’imputazione che vengono contestati a Siciliano nelle 350 pagine di ordinanza. “Con minacce, anche implicite ma ben chiare ai destinatari, di sottoporli a procedimento penale o comunque di un male ingiusto ove non si fossero piegati, nel corso della propria attività amministrativa, politica e/o professionale, di volta in volta alla soluzione più favorevole o comunque prescelta da lui o dalle persone che intendeva avvantaggiare; compiva atti diretti in modo non equivoco a costringere o comunque ad indurre diversi funzionari, politici, tecnici, degli Uffici Pubblici ed altri, a dare promettere indebitamente a lui o a terzi soggetti a lui vicini utilità”.
Ed ecco in dettaglio le accuse.
La prima vicenda riguarda la ristrutturazione dell’hotel Castellamare di Taormina.
“Tra l’aprile ed il luglio 2008 – dopo aver strumentalmente iscritto il procedimento n. 2041/07 R.G. Atti per intervenire ed influire sul processo amministrativo pendente al T.A.R. Catania tra la s.r.l. Decisa ed il Comune di Taormina (patrocinato formalmente dall’avv. Maimone Ansaldo Patti, ma di fatto dal proprio figlio Siciliano Francesco, incompatibile all’esercizio della professione legale in quanto ricercatore universitario) ed avente ad oggetto la ristrutturazione dell’Hotel Castellamare di Taormina – prima con pressioni e minacce implicite, poi con minacce esplicite di perseguirlo penalmente, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere l’ingegner Spampinato Francesco, nominato perito dal T.A.R. nella predetta causa, a redigere un elaborato favorevole al Comune di Taormina (e quindi anche all’attività professionale del figlio Francesco). E, una volta depositata la relazione, a modificarne quegli aspetti astrattamente favorevoli alla s.r.l. DECISA: in tal modo volendo altresì ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà e, precisamente, perché la persona offesa non cedeva ad intimidazioni e minacce”.
La seconda vicenda riguarda un contenzioso fra il Comune di Taormina e la Impregilo.
“Su istigazione di Occhipinti Domenico, liquidatore della s.p.a. Impregilo, per il tramite dell’amico Michele Caudo, compiva atti diretti in modo non equivoco ad indurre La Mattina Antonino, Commissario Straordinario del Comune di Taormina, ad accettare la proposta transattiva di 26 milioni di euro in merito ad un contenzioso civilistico tra il predetto Comune e la predetta s.p.a.: somma di cui 2 milioni di euro sarebbero stati divisi tra coloro che avrebbero contribuito al buon esito dell’affare; non riuscendovi per cause indipendenti dalla sua volontà”.
La terza vicenda riguarda un’inchiesta sulle ZPS
“Induceva i membri della Commissione di Valutazione di Incidenza Ambientale (fra cui Pitalà Leone e Dolfin Sergio) ed i funzionari presso il Settore Edilizia Privata dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Messina (tra cui l’arch. Schiera Vincenzo e Cacciola Vincenzo) ad attribuire indebitamente utilità all’ingegner Sansone (dirigente dell’assessorato Territorio ed Ambiente della Regione) consistite nel riconoscimento della competenza dell’ufficio del Sansone in materia di valutazione di incidenza ambientale nelle Zone a Protezione Speciale (ZPS) esautorando l’organismo comunale e la citata Commissione ed altresì consistite nell’ottenere un ritorno vantaggioso per l’accrescimento della propria influenza”.
L’amministrazione della giustizia nel Distretto di Messina presenta da anni ombre molto rilevanti, mai dissipate.
A questo link abbiamo riportato a suo tempo la notizia – anche questa data in sordina dai mezzi di comunicazione – della condanna (in primo grado) di altri due magistrati messinesi - Giovanni Lembo e Marcello Mondello – all’epoca dei fatti rispettivamente Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e Capo dei G.I.P. di Messina, a cinque e sette anni di reclusione per favoreggiamento della mafia e concorso in associazione mafiosa.
A questo link è possibile rivedere una puntata della trasmissione di Carlo Lucarelli Blu Notte, andata in onda il 5 ottobre 2008, dedicata ai misteri giudiziari di Messina.
A questo link è possibile vedere i video di un convegno su “La crisi della giustizia a Messina” tenutosi nel dicembre 2008.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 20:47 5 commenti
E ciò - ammessa e non concessa l’equivocità del testo vigente - ad onta del fatto che la direttiva della delega (art. 2 co. 6 lett. n della legge 150/05, ) in forza della quale il legislatore delegato ha modificato l’art. 2 legge delle guarentigi fosse quella di “modificar[lo] ... stabilendo che [...] il trasferimento ad altra sede o la destinazione ad altre funzioni possano essere disposti con procedimento amministrativo dal Consiglio superiore della magistratura solo per una CAUSA INCOLPEVOLE tale da impedire al magistrato di svolgere le sue funzioni, nella sede occupata, con piena indipendenza e imparzialità”.
Nell’articolo “Le parole della democrazia”, riportato nel post qui sotto, Gustavo Zagrebelsky scrive: «Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere. Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti. Impariamo da Socrate: “Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito”; “il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi”, il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neolingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza. Il tradimento della parola deve essere stata una pratica di sempre, se già il profeta Isaia, nelle sue “maledizioni” (Is 5, 20), ammoniva: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”. I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove ...».
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 10:11 5 commenti
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Pubblichiamo – a questo link - il testo integrale della delibera del C.S.M.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 10:04 3 commenti
Etichette: Consiglio Superiore della Magistratura, Documenti, Forleo: tutti gli articoli
da La Repubblica del 23 aprile 2009
Ogni forma di governo usa gli “argomenti” adeguati ai propri fini.
Il dispotismo, ad esempio, usa la paura e il bastone per far valere il comando dell’autocrate.
La democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e delle convinzioni, nel rispetto reciproco.
Lo strumento di questa circolazione sono le parole.
Si comprende come, in nessun altro sistema di reggimento delle società, le parole siano tanto importanti quanto lo sono in democrazia.
Si comprende quindi che la parola, per ogni spirito democratico, richieda una cura particolare: cura particolare in un duplice senso, quantitativo e qualitativo.
Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità.
Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.
Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone.
Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti entro le procedure della democrazia.
Ricordiamo ancora la scuola di Barbiana e la sua cura della parola, l’esigenza di impadronirsi della lingua?
Comanda chi conosce più parole. «E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa di meno».
Ecco anche perché una scuola ugualitaria è condizione necessaria, necessarissima, della democrazia.
Con il numero, la qualità delle parole.
Le parole non devono essere ingannatrici, affinché il confronto delle posizioni sia onesto.
Parole precise, specifiche, dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlarle cose attraverso le parole, non far crescere parole con e su altre parole.
Uno dei pericoli maggiori delle parole per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle, ne scatena la violenza e le muove verso obbiettivi che apparirebbero facilmente irrazionali, se solo i demagoghi non li avvolgessero in parole grondanti di retorica.
Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere.
Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti.
Impariamo da Socrate: «Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito»; «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi», il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neo-lingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l’ignoranza forza.
Il tradimento della parola deve essere stata una pratica di sempre, se già il profeta Isaia, nelle sue “maledizioni” (Is 5, 20), ammoniva: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro».
I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare proprio dalla parola “politica”.
Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano il vivere insieme, il convivio.
È l’arte, la scienza o l’attività dedicate alla convivenza.
Ma oggi parliamo normalmente di politica della guerra, di segregazione razziale, di politica espansionista degli stati, di politica coloniale, ecc.
«Questa è un’epoca politica», ancora parole di Orwell. «La guerra, il fascismo, i campi di concentramento, i manganelli, le bombe atomiche sono quello a cui pensare».
La celebre definizione di Carl Schmitt, ripetuta alla nausea, della politica come rapporto amico-nemico, un rapporto di sopraffazione, di inconciliabilità assoluta tra parti avverse è forse l’esempio più rappresentativo di questo abuso delle parole.
Qui avremmo, se mai, la definizione essenziale non del “politico” ma, propriamente, del “bellico”, cioè del suo contrario.
Ancora: la libertà, nei tempi nostri avente il significato di protezione dei diritti degli inermi contro gli arbitri dei potenti, è diventata lo scudo sacro dietro il quale proprio costoro nascondono la loro prepotenza e i loro privilegi.
La giustizia, da invocazione di chi si ribella alle ingiustizie del mondo, si è trasformata in parola d’ordine di cui qualunque uomo di potere si appropria per giustificare qualunque propria azione.
Quanto alla parola democrazia, anch’essa è sottoposta a “rovesciamenti” di senso, quando se ne parla non come governo del popolo, ma per o attraverso il popolo: due significati dell’autocrazia.
Da questi esempi si mostra la regola generale cui questa perversione delle parole della politica: il passaggio da un campo all’altro, il passaggio è dal mondo di coloro che al potere sono sottoposti a quello di coloro che del potere dispongono e viceversa.
Un uso ambiguo, dunque, di fronte al quale a chi pronuncia queste parole dovrebbe sempre porsi la domanda: da che parte stai? Degli inermi o dei potenti?
Affinché sia preservata l’integrità del ragionare e la possibilità d’intendersi onestamente, le parole devono inoltre, oltre che rispettare il concetto, rispettare la verità dei fatti.
Sono dittature ideologiche i regimi che disprezzano i fatti, li travisano o addirittura li creano o li ricreano ad hoc.
Sono l’estrema violenza nei confronti degli esclusi dal potere che, almeno, potrebbero invocare i fatti, se anche questi non venissero loro sottratti.
Non c’è manifestazione d’arbitrio maggiore che la storia scritta e riscritta dal potere.
La storia la scrivono i vincitori - è vero - ma la democrazia vorrebbe che non ci siano vincitori e vinti e che quindi, la storia sia scritta fuori delle stanze del potere.
Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo, quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un relativismo nichilistico applicato non alle opinioni ma ai fatti, quelli in cui la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell’ingiusto, il bene su quello del male; quelli in cui la realtà non è più l’insieme di fatti duri e inevitabili, ma una massa di eventi e parole in costante mutamento, nella quale ciò che oggi vero, domani è già falso, secondo l’interesse al momento prevalente.
Onde è che la menzogna intenzionale, cioè la frode - strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica - dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell’altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta.
I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica.
La cura delle parole in tutti i suoi aspetti è ciò che Socrate definisce filologia.
Vi sono persone, i misologi, che «passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti i più sapienti di tutti per aver compreso essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c’è nulla di sano o di saldo, ma tutto [...] va su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante».
Questo sospetto che nel ragionare non vi sia nulla di integro c’è un grande pericolo, che ci espone a ogni genere d’inganno.
Le nostre parole e le cose non devono “andare su e giù”.
Occorre un terreno comune oggettivo su cui le nostre idee, per quanto diverse siano, possano poggiare per potersi confrontare.
Ogni affermazione di dati di fatto deve essere verificabile e ogni parola deve essere intesa nello stesso significato da chi la pronuncia e da chi l’ascolta.
Chi mente sui fatti dovrebbe essere escluso dalla discussione.
Solo così può non prendersi in odio il ragionare e può esercitarsi la virtù di chi ama la discussione.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 09:47 0 commenti
(Professore di Diritto Penale, ex Presidente della Corte Costituzionale, ex Ministro della Giustizia)
Veniamo da un passato nel quale il riconoscimento e la tutela dei diritti umani erano affidati agli Stati nazionali.
Eppure le violazioni di quei diritti sono state reiterate, macroscopiche e devastanti, fino a culminare nella Seconda guerra mondiale: le armi di distruzione di massa; il coinvolgimento generalizzato dei civili; soprattutto, la Shoah.
Per questo, da quel “crogiolo ardente” (come lo definì uno dei padri costituenti, Giuseppe Dossetti) nacquero l’internazionalizzazione del diritto costituzionale, il riconoscimento della persona sulla scena internazionale, la tutela giudiziaria sovranazionale dei diritti umani, l’ingerenza umanitaria.
Soprattutto, nacque l’esigenza di affermare la dignità della persona, nelle dichiarazioni sovranazionali e nelle costituzioni nazionali.
Basta guardare alla crisi globale, ai suoi effetti sui livelli di povertà, individuali e collettivi, e sul diritto-dovere al lavoro, premessa della dignità secondo la nostra Costituzione.
Basta guardare ai crescenti assalti all’Europa, “fortezza del benessere”, da parte di una immigrazione di massa in fuga dalla fame, la sete, la guerra.
Nel Mediterraneo rischia di naufragare, con i migranti, le loro speranze e la loro dignità, anche la tradizione europea di accoglienza e sensibilità per i diritti umani.
Andiamo verso un futuro di insidie per la dignità, non meno preoccupanti di quelle tradizionali e sempre presenti, come il razzismo e l’intolleranza: penso agli abusi nella gestione delle informazioni sensibili, e agli eccessi della tecnologia medica.
Il terrorismo globale minaccia di essere sempre più coinvolgente e fanatico; ma, in nome della sicurezza e del contrasto al terrorismo, anche la soglia di rispetto dei diritti fondamentali della persona si abbassa sempre più.
Leggere il passato, il presente e il futuro attraverso le lenti della dignità, regala margini di speranza, perché consente di coglierne la perenne attualità e la stabilità del suo nucleo fondamentale; ma anche di riflettere sulla moltiplicazione degli ambiti in cui ne viene richiamato il rispetto; di trarre dalla lezione della storia, indicazioni per affrontare le nuove istanze di aggressione e di tutela.
La Dichiarazione universale ci ricorda che «tutti gli esseri umani nascono eguali in dignità e diritti»; ma all’uguaglianza si affiancano le differenze oggettive e ineliminabili di cui ciascuno è portatore.
Queste ultime contribuiscono a formare la sua identità; esprimono il pluralismo e il personalismo: valori non meno importanti dell’eguaglianza.
L’apparente contraddizione tra eguaglianza e diversità si risolve nel riconoscimento della pari dignità, come nell’articolo 3 della nostra Costituzione: le differenze non possono rappresentare ostacoli insuperabili, o giustificare condizioni di inferiorità, sopraffazione, discriminazione.
Gli ostacoli vanno affrontati e rimossi per consentire la libertà e l’eguaglianza di ciascuno (non solo dei cittadini: delle persone) e il pieno sviluppo della persona umana: per realizzare la pari dignità sociale.
In tal modo la dignità fa giustizia della pretesa - troppo frequente - di utilizzarla come pretesto per imporre comportamenti e conformismi generalizzati; per non rispettare il diritto di ciascuno alla diversità e al dissenso, alla sua identità e libertà.
Sempre che, beninteso, la libertà si esprima nel rispetto dell’altrui dignità e dei “valori condivisi” (quelli della Costituzione) posti a presidio della civile convivenza.
La stretta connessione fra gli articoli 2 e 3 della Costituzione evidenzia un ulteriore aspetto della pari dignità: l’essere un ponte fra i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
L’azione di contrasto agli ostacoli che impediscono la concretezza e l’effettività della pari dignità sociale, si realizza solo mobilitando il valore costituzionale della solidarietà, altrettanto essenziale.
Assieme alla reciprocità fra diritti e doveri, la solidarietà esprime il bisogno di coesione nella comunità, che trova soddisfazione nell’apporto reciproco, nella socialità, nella solidarietà.
La pari dignità lega i molteplici diritti umani e rappresenta il parametro per attribuire contenuto specifico e concreto a ciascuno di tali diritti.
In modo esplicito - per evidenti ragioni di storia e coscienza collettiva, dopo la Shoah - la Costituzione tedesca pone la dignità umana in apertura, come valore generale e premessa di tutti i diritti.
La Costituzione italiana, invece, pone la dignità come indice di concretezza dell’eguaglianza; la richiama esplicitamente come parametro della retribuzione e come limite alla libertà di iniziativa economica; lo fa in modo implicito a proposito della libertà personale, della responsabilità penale, del diritto all’autodeterminazione sanitaria.
Il diverso approccio costituzionale alla dignità, non si traduce in una diversa gerarchia di apprezzamento: anche nella Costituzione italiana la dignità esprime la saldatura fra eguaglianza, libertà e solidarietà; riassume e concretizza gli altri valori costituzionali e coglie il legame fra i diritti fondamentali, sottolineandone l’universalità, l’indivisibilità, l’effettività.
Infine, l’impegno ad attuare i diritti fondamentali non riguarda soltanto la dimensione statale e sovranazionale, come finora è avvenuto: deve coinvolgere anche, e prima ancora, la dimensione locale.
L’effettività dei diritti deve fare i conti soprattutto con il territorio, quindi con il principio di prossimità, che a sua volta si realizza nella cosiddetta sussidiarietà orizzontale.
La pari dignità sociale, insomma, si ricollega esplicitamente alla sussidiarietà orizzontale (quella della società civile e del c.d. terzo settore), ribadita dall’art. 118 della Costituzione riformato nel 2001, dov’è collocata a fianco della sussidiarietà verticale (quella istituzionale).
Riflettere, in tempo di crisi, sulla pari dignità è un’occasione per reagire e per superare le paure che ci turbano: ad esempio, per tenerne conto al momento di definire nuovi modelli e regole di comportamento - guardando anche al privato-sociale e all’impresa sociale - nel rapporto tra imprese e consumatori, tra finanza e investitori, tra credito e risparmio.
E’ un’occasione per superare le contrapposizioni tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, che hanno “giustificato” lacune e dimenticanze di ciascuno di questi mondi in tema di diritti fondamentali.
E’, infine, un’occasione per rafforzare gli spazi di intervento sul territorio, utilizzando come una leva il mix di sussidiarietà orizzontale e verticale.
Il coinvolgimento del territorio nell’attuazione dei diritti è il modo migliore per radicarli, perché vengano assimilati anche sul piano culturale e del consenso sociale, anziché essere percepiti come forme di assistenzialismo o, peggio, come sprechi da sottoporre a tagli e riduzioni.
Anche in tema di diritti, l’impegno e il controllo (da parte) del territorio accrescono la sicurezza.
Perfino i meno sensibili alle questioni dei diritti umani dovrebbero trame buone ragioni per investire sulla dignità.
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La sentenza di condanna in primo grado del sen. Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa
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La scomposta reazione del Presidente del Consiglio contro la sentenza pronunciata legittimamente da un Tribunale composto da TRE giudici, consistita nel fare finta che essa sia stata pronunciata da un solo giudice e nel coprire di insulti quest’ultimo dicendo che «da questi giudici lui non si fa processare», perchè sono «komunisti» (??!!), mi ha fatto venire in mente due video tragicomici già pubblicati su questo blog, che vi ripropongo.
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Etichette: Processo Berlusconi/Mills, Umorismo, Video
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