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Timestamp: 2017-09-22 20:53:07+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 13', '§ 30', '§ 66', '§ 23', '§ 30', '§ 1', 'sentenza ']

JUS & LAW: Esiste un diritto a decidere della propria morte?
Corte Europea Diritti dell'Uomo , sez. V, sentenza 19.07.2012 n° 497/09 (Riccardo Bianchini)
Una toccante vicenda umana ha dato modo alla CEDU di esprimersi su un tema assai delicato sia per le rilevanti questioni giuridiche sottese che, soprattutto, per le implicazioni “culturali” che sono ad esso connesse.
Il tema – già in passato trattato dalla Corte – è quello dell’esistenza di un diritto (qui inteso come posizione giuridica tutelata dall’ordinamento) a decidere della propria morte con conseguente obbligazione a carico dello Stato di non impedire tale evento. Il caso di specie è poi reso particolare dal ricorrere di due ulteriori elementi:
1) il ricorrente era il coniuge del morente, il quale ha invocato esso stesso, in proprio, la lesione alla sua sfera giuridica;
2) l’“accusa” mossa allo Stato di appartenenza, nello specifico la Repubblica Federale di Germania, riguarda un comportamento omissivo dello Stato stesso.
La Corte, dunque, oltre a ribadire il proprio orientamento, già espresso nella sentenza Pretty, ha affrontato la tematica della riconducibilità in capo al coniuge di un autonomo diritto a che la propria moglie, che ha espresso una inequivoca volontà in tal senso, possa conseguire una morte decorosa. Inoltre, come detto, nel caso di specie la pretesa dei due coniugi era quella di ottenere l’autorizzazione dal proprio Paese all’acquisto di un farmaco letale, in modo da evitare che la morente dovesse recarsi personalmente fuori dai confini dello Stato per effettuare il suicidio assistito: una pretesa, dunque, rivolta ad ottenere una (seppur indiretta) cooperazione nell’effettuazione del suicidio da parte dello Stato.
Per comprendere meglio la vicenda sembra opportuna una sintetica ricostruzione dei fatti di causa relativi allo svolgimento dei giudizi innanzi agli organi della giustizia interna.
La moglie del ricorrente era affetta da una grave tetraplegia conseguente a un incidente domestico e, dunque, dopo alcuni anni di doloroso protrarsi dello stato di infermità – tale da richiedere la continua assistenza medica e la necessità di assistenza respiratoria – aveva deciso di porre fine alla propria vita, atteso che i medici stimavano in almeno quindici anni la sua speranza di vita in tali condizioni.
A tal fine, aveva richiesto all’apposito organo del Governo Federale di ottenere l’autorizzazione all’acquisto della quantità sufficiente di una sostanza capace di procurarne la morte (pentobarbital di sodio).
L’ente pubblico aveva rifiutato tale autorizzazione sul presupposto che la legislazione nazionale era contraria, nelle proprie finalità, a che fosse consentito l’acquisto di una data sostanza per porre fine alla propria vita. I due coniugi avevano dunque proposto ricorso amministrativo avverso tale diniego, ma prima che la decisione di merito giungesse, la donna, accompagnata dal marito, si era fatta trasportare per un lungo e doloro viaggio verso la Svizzera, in cui aveva potuto effettuare il suicidio assistito.
A fronte di ciò, tutti i gradi di giudizio interno percorsi dal ricorrente si concludevano, nella sostanza, con pronunce di rito, sul presupposto che con la morte del coniuge ogni interesse alla prosecuzione del giudizio sarebbe venuto meno.
Questo perché, da un lato, la coniuge aveva comunque ottenuto il suicidio e, dall’altro, non sarebbe comunque ascrivibile in capo al marito alcuna posizione giuridica protetta. Inoltre, il giudice interno manifestava in un obiterdictum la propria contrarietà riguardo alla configurabilità di estrarre dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritto dell’Uomo a porre fine alla propria vita.
La CEDU, esaminando il caso, ha invece accolto il ricorso del marito.
Essa, ha dapprima rigettato la domanda del ricorrente volta a far valere le pretese della moglie deceduta, in quanto si tratterebbe di una pretesa non suscettibile di essere azionata da parte di un famigliare.
La Corte, come anticipato, ha accolto invece la domanda autonoma sollevata dal ricorrente, per la lesione ai suoi stessi diritti.
Per fare ciò, innanzitutto la Corte conferma quanto già stabilito nella pronuncia Pretty, ossia che dall’art. 8 della Convenzione, che tutela il diritto alla vita privata, è ricavabile anche il diritto alla non prosecuzione di una vita in modo ritenuto degno. Questo perché, secondo la Corte, pur senza negare la sacralità del diritto alla vita protetto dalla stessa Convenzione, deve ritenersi che in un’epoca in cui la sempre maggiore capacità tecnologica di aumentare la speranza di vita consente di sopravvivere a molti che si trovano infermianche se essi non riuscirebbero con le proprie forze a sopravvivere, tale condizione di vita potrebbe risultare esattamente agli antipodi rispetto alla concezione di vita fatta propria dall’infermo. Su tale ragionamento, nella precitata pronuncia Pretty, la Corte aveva quindi affermato che non può escludersi che costituisca una lesione al diritto al rispetto della propria vita privata di cui all’art. 8 della Convenzione una legge che impedisca di scegliere di porre fine ad una vita che si protrae in condizioni ritenute indegne e penose.
Ora, nel caso di specie, la Corte non è entrata nel merito della violazione dell’art. 8 nei termini sopra esposti, e non ha dunque affrontato il tema della violazione di tale disposizione per l’ipotesi specifica del caso concreto.
Infatti, come sopra accennato, la pretesa della morente e del coniuge, in questo caso, era quella di vedersi autorizzati all’acquisto di un farmaco al fine di evitare il doloro (e costoso) “viaggio della morte” verso i confini dello Stato svizzero.
La Corte si è però limitata a constatare che con le pronunce di irricevibilità dei giudici interni era stata negata la possibilità di richiedere giustizia al ricorrente e, pertanto, riconoscendo che nel caso di specie il coniuge vantava un proprio diritto alla proposizione della domanda, la Corte ha statuito che è stata violata la disposizione di cui all’art. 13 della Convenzione, recante la protezione della possibilità di proporre un “ricorso effettivo” a tutela dei diritti riconosciuti dalla Convenzione nell’ambito delle giurisdizioni nazionali.
Di contro, sul merito della questione, la Corte ha constatato come in diritto comparato soltanto quattro Stati prevedono una effettiva protezione del diritto a porre fine alla propria vita, prevedendo l’istituto del suicidio assistito, mentre la maggioranza dei paesi ha una legislazione tale per cui, per essendo lecito il suicidio, costituisce un reato l’assistenza attiva nell’effettuazione dello stesso.
Da ciò la constatazione che, ferma restando la violazione procedimentale insita nel fatto che con le dichiarazioni di irricevibilità i giudici interni hanno negato la possibilità di proporre un ricorso effettivo, dovrà essere lo Stato stesso a dare una risposta alla domanda di giustizia (risposta, beninteso, che coinvolga il merito della questione e che non si limiti ad aspetti procedurali già superati da questa pronuncia).
(Altalex, 20 agosto 2012. Nota di Riccardo Bianchini)
Sentenza 19 luglio 2012, n. 497/09
AFFAIRE K. c. ALLEMAGNE
En l’affaire K. c. Allemagne,
1. A l’origine de l’affaire se trouve une requête (no 497/09) dirigée contre la République fédérale d’Allemagne et dont un ressortissant de cet Etat, M. Ulrich K. (« le requérant »), a saisi la Cour le 22 décembre 2008 en vertu de l’article 34 de la Convention de sauvegarde des droits de l’homme et des libertés fondamentales (« la Convention »).
2. Le requérant a été représenté par Me D. K., avocat à Braunschweig. Le gouvernement allemand (« le Gouvernement ») a été représenté par son agent, Mme A. Wittling-Vogel, du ministère fédéral de la Justice, et par M. C. Walter, professeur de droit international.
Mme A. Wittling-Vogel, Ministerialdirigentin, agente,
M. C. Walter, professeur de droit international, conseil,
M. M. Indenhuck,
Mme V. Weissflog,
M. V. Giesler, conseillers ;
M. D. K., conseil.
La Cour a entendu MM. K. et Walter en leurs déclarations ainsi qu’en leurs réponses aux questions qui leur ont été posées.
Homicide à la demande de la victime homicide par compassion
26. Des recherches en droit comparé menées relativement à 42 Etats membres du Conseil de l’Europe montrent que, dans 36 pays (Albanie, Andorre, Autriche, Azerbaïdjan, Bosnie-Herzégovine, Bulgarie, Croatie, Chypre, République tchèque, Danemark, Estonie, France, Géorgie, Grèce, Hongrie, Irlande, Lettonie, Lituanie, l’ex-République yougoslave de Macédoine, Malte, Moldova, Monaco, Monténégro, Norvège, Pologne, Portugal, Roumanie, Royaume-Uni, Russie, Saint Marin, Espagne, Serbie, Slovaquie, Slovénie, Turquie et Ukraine), toutes les formes d’assistance au suicide font l’objet d’une interdiction stricte et sont érigées en infractions pénales. En Suède et en Estonie, l’assistance au suicide ne constitue pas une infraction pénale toutefois, les médecins estoniens n’ont pas le droit de prescrire un médicament en vue de faciliter le suicide. A l’inverse, seuls quatre Etats (Suisse, Belgique, Pays-Bas et Luxembourg) autorisent leurs médecins à prescrire des doses létales de médicament, dans les limites de garanties particulières (Haas c. Suisse, no 31322/07, §§ 30-31 et 55, 20 janvier 2011).
36. Le requérant souligne que son épouse a été empêchée de mettre fin à ses jours dans l’intimité de son foyer, ainsi que le couple l’avait prévu au départ, et que lui-même a été contraint de se rendre en Suisse pour permettre à son épouse de se suicider. La Cour aurait estimé dans des affaires antérieures que des parents très proches étaient victimes au sens de l’article 34 de la Convention en raison de leur relation étroite avec la personne la plus concernée, si l’ingérence avait des implications pour le parent proche qui introduisait la requête. En l’espèce, le requérant et son épouse se seraient trouvés dans une situation terrible affectant également le requérant en sa qualité de mari compatissant et de soignant attentionné. Pour le requérant, étant donné que la relation entre mari et femme est extrêmement étroite, toute atteinte contre les droits et libertés de l’un des partenaires est dirigée contre les droits qui sont partagés par les deux. En conséquence chacun des partenaires du mariage serait en droit de défendre les droits et libertés communs aux deux partenaires le requérant serait donc lui-même victime de la violation de ses droits au regard de la Convention.
44. Malgré ces différences, la Cour estime que les critères développés dans sa jurisprudence qui permettent à un proche ou à un héritier de porter une action devant elle au nom de la personne décédée sont également pertinents pour apprécier la question de savoir si un proche peut alléguer une violation de ses propres droits au titre de l’article 8 de la Convention. Elle se propose donc d’examiner s’il existait des liens familiaux étroits (paragraphe 45 a) ci-dessous voir également, par exemple, Direkçi c. Turquie (déc.), no 47826/99, 3 octobre 2006), si le requérant avait un intérêt personnel ou juridique suffisant à l’issue de la procédure (paragraphe 45 b) ci-dessous, voir également Bezzina Wettinger et autres c. Malte, no 15091/06, § 66, 8 avril 2008 Milionis et autres c. Grèce, no 41898/04, § 23-26, 24 avril 2008 Polanco Torres et Movilla Polanco, précité, § 30, 21 septembre 2010), et si l’intéressé avait auparavant exprimé un intérêt pour l’affaire (paragraphe 45 c) ci-dessous, voir également Mitev c. Bulgarie (déc.), no 42758/07, 29 juin 2010).
1. Déclare irrecevable le grief du requérant concernant la violation des droits reconnus par la Convention à l’épouse de l’intéressé
2. Dit qu’il y a eu violation de l’article 8 de la Convention en ce que les juridictions nationales ont refusé d’examiner au fond la demande du requérant
3. Dit qu’il n’y a pas lieu d’examiner s’il y a eu violation du droit d’accès du requérant à un tribunal sous l’angle de l’article 6 § 1 de la Convention
i. 2 500 EUR (deux mille cinq cents euros), plus tout montant pouvant être dû à titre d’impôt, pour dommage moral
ii. 26 736,25 EUR (vingt-six mille sept cent trente-six euros vingt-cinq centimes), plus tout montant pouvant être dû à titre d’impôt par le requérant, pour frais et dépens
b) qu’à compter de l’expiration dudit délai et jusqu’au versement, ces montants seront à majorer d’un intérêt simple à un taux égal à celui de la facilité de prêt marginal de la Banque centrale européenne applicable pendant cette période, augmenté de trois points de pourcentage
estratto da: http://www.altalex.com/index.php?idnot=58431
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Etichette: CEDU, Eluana Englaro, eutanasia, sez V sentenza 19.07.2012 n° 497_09, Welby