Source: http://www.professoriassociati.it/?cat=53
Timestamp: 2013-12-05 04:56:15+00:00
Document Index: 41944351

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 21', 'art 16', 'art 5', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 34']

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petizione unibo
Al Consiglio di Amministrazione
PETIZIONE RELATIVA ALLA COMMISSIONE ISTRUTTORIA PER LA REVISIONE DELLO STATUTO
Il 30 marzo 2010, nella riunione in seduta congiunta di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione, ha preso il via ufficialmente la procedura individuata dalla Giunta dell’Ateneo di Bologna per la revisione del proprio Statuto. Nell’occasione sono state infatti approvate le linee guida alle quali avrebbero dovuto attenersi i lavori di una Commissione istruttoria votata in quella sede.
La composizione della Commissione, formata da 15 membri, era la seguente:
Ivano Dionigi (Rettore e Presidente della Commissione);
Giuseppe Caia (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Giuridiche);
Paolo Pombeni (Professore ordinario, Dipartimento di Politica, Istituzioni, Storia);
Giliberto Capano (Professore ordinario, Dipartimento di Scienza Politica);
Giovanni Dore (Professore ordinario, Dipartimento di Matematica);
Aldo Bertazzoli (Professore ordinario, Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie);
Guido Avanzolini (Professore ordinario, Dipartimento di Elettronica, Informatica, Sistemistica);
Marco Zoli (Professore ordinario, Dipartimento di Medicina Interna, dell’Invecchiamento e Malattie Nefrologiche);
Angelo Varni (Professore ordinario, Dipartimento di Discipline Storiche, Antropologiche e Geografiche);
Rosella Rettaroli (Professore ordinario, Dipartimento di Scienze Statistiche);
Davide Pianori (studente);
Alberto Aitini (studente);
Giovanni Longo (EP – area amministrativa – gestionale, ADOC — Settore Personale Docente);
Donatella Alvisi (Cat. EP – area amministrativa – gestionale, Facoltà di Lettere e Filosofia);
Cristina Balboni (Direttore generale della Formazione della regione Emilia Romagna).
Non fanno dunque parte della Commissione né Ricercatori né Professori associati.
La Commissione istruttoria ha operato in questi mesi circondata dal più fitto riserbo sulla sua attività. Nessuna bozza di documento è finora stata proposta alla pubblica attenzione. Nessuna comunicazione, formale o informale, è stata restituita dal Magnifico Rettore alla comunità accademica sullo svolgimento e sulla tempistica dei lavori, fatta eccezione per la sintetica risposta fornita ad un’interpellanza di un Consigliere di Amministrazione nel mese di novembre 2010. Nessuna audizione (e/o momento di ulteriore riflessione a livello di Ateneo) è al momento stata resa nota. Pare di capire che, nell’attesa dell’approvazione del DDL Gelmini da parte del Parlamento, la Commissione abbia preferito di fatto attendere lo sviluppo degli eventi.
Il 30 dicembre 2010 il Capo dello Stato ha firmato, in vista della sua promulgazione, la Legge 1905 di riordino del sistema universitario. Essa è stata pubblicata sulla GU in data 14 Gennaio 2011. Una delle conseguenze più visibili della Legge è che tutto il potere decisionale all’interno degli Atenei sarà fortemente concentrato in poche mani, e in ogni caso solo in quelle dei Professori ordinari. Con la riforma solo questi ultimi infatti potranno far parte degli organi decisionali degli Atenei e delle Commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale; tutte le altre componenti del corpo accademico (Ricercatori a tempo determinato e Professori associati) resteranno senza alcun reale potere decisionale e anche la loro autonomia di ricerca potrebbe subire forti contraccolpi, con conseguenze negative sulla qualità della didattica e della ricerca negli Atenei.
Un’operazione complessa e importante come la revisione dello Statuto dell’Università di Bologna, così rilevante anche per la leadership che Bologna ha sul piano nazionale, presuppone necessariamente – a nostro avviso – la partecipazione di tutte le energie presenti nell’Ateneo. Il risultato al quale approderà il processo in atto avrà rilevanza nazionale; non si tratta quindi di una “partita” soltanto bolognese o emiliano romagnola: la riforma dello Statuto di Bologna traccerà inevitabilmente il solco lungo il quale si muoveranno molte altre Università.
Da pochi giorni il Tavolo dei Ricercatori dell’Ateneo di Bologna ha fatto propria (inviando una lettera ufficiale al Magnifico Rettore) la richiesta dell’assemblea dei Ricercatori di poter partecipare con due suoi rappresentanti ai lavori della Commissione istruttoria per la revisione dello Statuto. Nel loro messaggio i Ricercatori sottolineano “[…] che solo in questo modo potremo effettivamente interpretare pienamente quell’unanime sentimento che ci ha animato finora, e che colpevolmente è stato da alcuni interpretato come una lotta per il mantenimento dello status quo: ovvero mettere l’Università pubblica italiana in condizione di dare il meglio di sé. Siamo fermamente convinti che l’Università, in virtù del suo ruolo sociale di libera produzione e trasmissione del sapere, sia il contesto ideale in cui si possa riuscire lì dove il legislatore riteniamo abbia fallito: ovvero nell’avviare una nuova fase – quanto mai necessaria per l’Università italiana – informata da principi di sostanziale partecipazione, di condivisione, di trasparenza e di corresponsabilità, fase che riesce difficile immaginare senza il contributo, anche propositivo, dei Ricercatori.”
Il gruppo dei Docenti Preoccupati di questo Ateneo è profondamente convinto del fatto che, in questa fase così delicata e importante della vita dell’Università italiana, tutte le categorie di personale accademico (docente e non) debbano poter contribuire e partecipare attivamente alla definizione del nuovo Statuto. Va sottolineato d’altronde che analoghe istanze vengono presentate congiuntamente in queste ore in tutti gli Atenei italiani dalla Rete 29 aprile e dal Coordinamento nazionale dei Professori associati. Consapevoli che la Legge di riordino colpisce particolarmente il ruolo e le legittime aspirazioni dei Ricercatori e dei Professori associati, chiediamo pertanto l’azzeramento dell’attuale Commissione istruttoria per la revisione statutaria e la sua contestuale ridefinizione in termini di rigorosa rappresentatività per fasce. A questo proposito richiediamo che:
- i 12 componenti da designare da parte degli organi istituzionali siano identificati sulla base di elezioni a suffragio universale da parte di tutti i Professori, i Ricercatori e il personale tecnico e amministrativo dell’Ateneo;
- il voto avvenga a collegio elettorale attivo e passivo distinto per categorie e sia realizzato attraverso l’espressione di una singola preferenza per ciascun elettore;
- il risultato della consultazione elettorale sia vincolante per il Consiglio di Amministrazione e per il Senato Accademico, che si dovranno impegnare a designare i membri maggiormente votati, rispettando altresì la pari rappresentanza tra le fasce e la presenza del personale tecnico e amministrativo.
Poiché il nuovo Statuto dovrà preservare al massimo gli spazi di democrazia all’interno dell’Ateneo, questa è l’unica soluzione che può tutelare davvero gli interessi di tutto il corpo accademico!
I Docenti Preoccupati
Il coordinamento nazionale dei Professori associati (ConPass)
La rete 29 Aprile
Bologna, 17 Gennaio 2011
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Mary Star e i doni della morte. Parte I
A proposito dell’articolo di Filippo Passantino (A Sud Europa 6.12.2010, p.17).
Mentre il prezzolato di turno presidia la valvola dell’ossigeno allo sgoverno Berlusconi, l’utile idiota e benpensante si affretta a rendere certo il disastro schivando abilmente ogni possibilità di de-peggioramento del ddl, visto che parlare di miglioramento sarebbe fantastico.
Non v’ha dubbio poi, oramai ne sono certo, sconsolatamente certo, che ognuno che apra bocca o verghi frase sul ddl Gelmini, dica o scriva quello che a ministra dice di aver fatto (e su che tutti vorrebbero, per altro), ma non, proprio no, su quel che dice e non dice il ddl.
Ognuno. Si si. Ognuno proprio … non l’ha letto. Primo non lettore l’avvocata Gelmini. Diversamente non potrebbe dire tutte le cose che dice; a ruota i parlamentari in progress di FLI capitanati dal Legionario Valditara con la seguito i chierichetti dell’UDC. (Le università private ringraziano.)
Mi stupisce però Passantino da queste colonne; mi persuado perciò che amche lui il ddl non lo abbia letto.
A chi volesse approfondire suggerisco di leggere, oltre il testo del ddl ovviamente, i documenti pubblicati sui siti www.conpass.it , www.rete29aprile.it, www.ilfattoquotidiano.it (molti articoli Sylos Labini, e un ultimo di Furio Colombo), l’appello di Libertà e Giustizia, quello di cimettolafirma.org e molti altri; google aiuta.
Visto che il contenuto del ddl sembra consolidato ecco le principali fregature.
Sul codice etico – Il codice etico non c’entra niente con le incompatibilità che attengono allo status e che possono essere regolate solo con legge. Molti atenei, come altre pubbliche amministrazioni, hanno già un codice etico. Non è certo epocale. Non è certo saliente, da metterlo in limine come un tutti i comunicati. Ma si sa in politica a solo pronunciarla la parola etica lava le coscienze, tanto più quanto più sono sporche. Sparisce però il codice deontologico, cioè diritti e doveri di una professione.
Sul limite massimo al mandato dei Rettori – Giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna, la norma è in contrasto con l’autonomia degli Atenei; cioè con una norma di rango costituzionale. C’è poco poi da cantare vittoria, anche per chi come me ritiene auspicabile un limite massimo, ma non di sei anni che sono troppi, perché la norma è un bluf. L’art. 2 dispone infatti che il rettore possa essere eletto tra i professori ordinari in servizio presso qualunque università italiana, portando a spasso la copertura finanziaria per lo stipendio. Il che significa che il limite di sei anni si applica su ogni singolo ateneo e non al rettore. A nulla dire che per il rettore estraneo l’elezione «si configura anche come chiamata e concomitante trasferimento nell’organico dei professori della nuova sede, comportando altresì lo spostamento della quota di finanziamento ordinario relativo alla somma degli oneri stipendiali in godimento presso la sede di provenienza del professore stesso». (Ma così non accade per tutti gli altri professori.) Quindi un ateneo potrà pagare per il rettore di un altro. Seguita la norma che il «posto che si rende in tal modo vacante può essere coperto solo in attuazione delle disposizioni vigenti in materia di assunzioni». Cioè non può essere coperto, poiché il ddl Gelmini introduce proporzioni rigide tra fasce dii docenti, considera quella degli ordinari sovraffollata, e non detta disposizioni transitorie.
Sulla distinzione netta di funzioni tra Senato e CDA – La distinzione netta è quella attuale, in cui il Senato (pur se non effettivamente abbastanza rappresentativo ) è l’organo di governo scientifico e didattico della facoltà, mentre il CDA è l’organo gestionale. La controriforma prevede l’esatto contrario, nel senso che tutte le funzioni vengono attribuite al CDA, il quale, come se l’università producesse saponette, deciderà su tutto: linee di ricerca e offerta didattica, conseguentemente reclutamento e gestione del rapporto dei docenti. Il CDA deciderà su queste cose, ma non sarà elettivo. Il CDA sarà integrato da persone esterne senza che ne siano stati precisate le condizioni e circostanziati i poteri; mentre il Senato viene declassato a mero suggeritore, privo di poteri. L’ingresso dei privati. Viva! I salvatori della nazione. Viva! Abbiamo una lunga esperienza, in Italia, di mecenatismo dei nostri privati: Alfa Romeo, viva! Autostrade, viva! Telecom, viva! Alitalia viva! E altre nefandezze varie, sempre viva!. Volete privatizzare pure la cultura? Viva! Qual sarà il prossimo passo? Il Minculpop. Probabilmente. Viva!
Si dirà: 3 membri su 1, sono pochi. L’argomento è suggestivo. Ma ragioniamo: innanzitutto chi possono essere quei 3 membri? Anche analfabeti, evasori, mafiosi, politicanti o loro ruffiani. Ancora questo è niente. Si è niente, rispetto al peggio. Dov’è il trucco? Ancora una volta nei denari. Che siano uno nessuno o centomila i privati in CDA, quello che conta è il loro potere reale; e quello si misura dalla capacità di un Ateneo di fare a meno dei denari del finanziamento privato per funzionare in modo pieno.
In altri termini non si tratta solo di porre limiti alla misura del finanziamento dei privati o in assenza della loro ingiustificata presenza nei CDA, ma si tratta di mantenere una specifica proporzione nei finanziamenti tra l’apporto privato e quello pubblico, tale che quello privato non sia condizionante del regolare funzionamento dell’università, della libertà di ricerca, di didattica e del pluralismo della classe docente. In una istituzione di istruzione pubblica i soldi del privato possono servire solo per il di più, mai per l’ordinario. Se i privati mettono quel di più allora – a diverse e rigorose condizioni – potrebbero entrare nel CDA, senza danni gravissimi. Ma adesso ci entrano perfino senza mettere un soldo.
I principi costituzionali di libertà di ricerca e di insegnamento e di pluralismo democratico nelle istituzioni di istruzione si rispettano con meccanismi chiari che consentano di dare il canonico calcio nel sedere al privato che si spinge oltre suoi limiti, quando pretende di condizionare un ateneo sotto il ricatto della revoca dei finanziamenti; revoca che porterebbe al collasso. Una dipendenza malefica che soffoca sul nascere al tanto sbandierata concorrenzialità tra atenei virtuosi. Perché se io non posso fare a meno della sovvenzione provata con cavolo che lo sbatto fuori e ne cerco in altro. All’opposto se il finanziamento privato è non essenziale alla funzionamento ordinario è il privato a dovere tenere stratta la partnership.
Né questa né altre garanzie vi sono del ddl. Consegue che poiché il sistema finanziario degli atenei è già sotto la tenda ad ossigeno – e così vi è stato ridotto da Tremonti (l’eminenza grigia della riforma), ad oggi mancano oltre 1,25 miliardi di euro oltre la restituzione parziale – ogni ateneo che non vorrà chiudere dovrà donarsi a qualche padroncino finanziatore che vuole giocare a far l’americano.
Una vera conquista strategica per il futuro della Nazione.
Sul direttore generale – Che il cambiamento del nome al direttore dell’ateneo implichi l’assunzione di maggiori responsabilità è affermazione improvvida, posto che ai sensi dell’art. 21 del T.U. n. 165 del 2001 (massimamente dopo la legge Brunetta) tutti i dirigenti apicali hanno quelle responsabilità. La norma servirà solo a determinare maggiori retribuzioni e ad avere mani più libere nel nominare direttori più esecutori del CDA e meno garanti della legittimità degli atti. Ma la cosa scandalosa è che un manager diventi un organo dell’università; peggio che una una s.p.a. Una vera conquista di civiltà!
Sulla valutazione degli studenti sui professori – La valutazione della didattica del docente da parte degli studenti è un’attività praticata da almeno un decennio; ed è cosa buona e giusta che anzi andrebbe finanziata. Ma altra cosa è fare discendere dalla valutazione, con la media di Trilussa, il finanziamento dell’intero ateneo. Codesti soloni della valutazione come credono di arginare il fenomeno della valutazione mirata? Dagli addosso al Caino, e vai con il padre di famiglia. Non occorre che si spieghi la metafora. L’idea è balzana perché considera l’istruzione una merce e gli studenti dei clienti, contraddice poi l’idea stessa di merito e di ruoli. Quale sarà il prossimo passo: l’auto-esame di profitto? Probabilmente.
Sulla riduzione dei settori – Qui occorre che la maggioranza si metta d’accordo con sé stessa. L’on. A. Martino – quello stesso che ha dato dell’analfabeta a tutti i suoi ex colleghi professori – tuonava contro i SSD (settori scientifico disciplinari) perché troppo ampi; che significa che sono troppo pochi, sono 370). E auspicava il ritorno alla materia: come dire da 370 titolazioni concorsuali a 37.000, almeno. Sostiene Martino che con settori culturali ampi non si può fare comparazione seria. Altro che riduzione. Chi scrive di università dovrebbe aver presente che quello è il luogo in cui si fa scienza e che non può essere una ministra incompetente (letterale) a stabilire quale scienza è uguale a un altra. Sempre che non si tratti di saponette e noi non ce ne siamo accorti.
Sulla riorganizzazione interna degli atenei – Anche questa è materia statutaria; la legge impinge dove non può. Non più di 12 facoltà, ma lo stesso ddl abolisce le facoltà, come le conosciamo ora. Nulla di epocale, anche perché non servirà allo scopo dichiarato di eliminare quelle con titolazione esotiche. Dodici è un numero non un elenco. Si basa poi sulla sciocca considerazione che la moltiplicazione dei corsi, della facoltà delle sedi decentrate, abbia favorito i docenti, moltiplicato le cattedre (non esistono più tra trent’anni). Stupida malignità. Questa improvvida proliferazione ha solo comportato la moltiplicazione – gratis sia chiaro – delle ore di insegnamento di ogni docente e ricercatore (che lezioni non ne dovrebbe proprio fare).
Sul reclutamento di giovani studiosi – E’ difficile, pure sforzandosi, dire cose più imprecise se non inesatte e pure poi travisarne il significato. L’abilitazione scientifica nazionale riguarda tanto quella ad associato quanto quella ad ordinario, che vengono mantenute distinte. Ma la commissione è in entrambi i casi composta da soli ordinari. Tutto si può dire della commissione meno che essa sia prevista essere composta sulla base di specifici parametri di qualità. Cinque componenti per diversissime e spesso iperspecialistiche ricerche. Anti baroni? Tutto nelle mani di cinque non specialisti della disciplina in cui abilitare: se questa non è oligarchia! Ma l’abilitazione non vale un fico secco. Poi l’assunzione avverrà con chiamata del singolo Ateneo. E c’era bisogno di tutto questo bailamme per lasciare le cose come stanno. Perché ora accade proprio così.
Ma la cosa stupefacente è leggere qua e là che in tema di reclutamento si distingua tra reclutamento e progressione di carriera. Perfino il dubbio mi è venuto: che il ministro, magari dopo un incubo notturno in cui sognava i suoi meno noti trascorsi universitari (http://www.facebook.com/home.php?sk=group_109644915770912&id=109987055736698 ) e più noti post universitari e calabresi, sia rinsavito e abbia accolto le indicazioni di tutte (tranne una forse) organizzazioni di professori e ricercatori. Che abbia accolto insomma il Manifesto del Conpass e io stia qui a protestare come il giapponese nella giungla? Perché questa della distinzione netta tra reclutamento e carriera è proprio una delle richieste centrali dei professori e dei ricercatori. Di quei ricercatori e di quei professori che stanno nelle piazze e sui tetti e in rete a protestare, vox clamantis in deserto. Di quei stessi ricercatori e di quegli stessi professori che hanno hanno raccolto petizioni con 3000 firme l’una e vere. Non di quelli che ne con 400 firme e taroccate (http://www.professoriassociati.it/?p=387) come quelle di Magna Charta, hanno dato accusato gli altri di demagogia.
Ma purtroppo non è così. Il ddl prevede l’esatto contrario, rimarca e accentua la distinzione tra reclutamento e progressione. Infatti moltiplica i ruoli (oltre gli attuali anche il ricercatore a termine) e li separa nettamente tra loro (fasce chiuse con proporzioni prestabilite). Ogni volta, insomma che si vuol fare carriera si viene assunti di nuovo. Come accade ora. Si viene assunti di nuovo … se. Molti se. Nessuno dei quali attinente alla qualità del singolo aspirante. Cioè il meccanismo che viene additato essere baronale, perché condiziona la vita accademica dello studioso, dalla laurea all’ordinariato. Il ddl Gelmini non modifica questo meccanismo, anzi lo accentua. Da un lato attribuisce a cinque soggetti il potere abilitativo, da un altro lascia a ristrette oligarchie locali la decisione effettiva e l’unica effettiva. E la situazione è ancora più grave per i giovani.
Sull’accesso di giovani studiosi – Che il ddl introduca interventi volti a favorire la formazione e l’accesso dei giovani studiosi, invece di stroncarli sul nascere, è cosa che mi piacerebbe leggere nel ddl o dove coloro che lo dicono abbiano potuto leggerli. Nulla posso obiettare ora, perché nulla c’è nel ddl. Non c’è nessuna tutela del precariato. Non vedo come possa dirsi incentivo l’abolizione del post-doc, ma mi piacerebbe saperlo. Togliere senza altro mettere non mi pare agevolazione. E poi ancora dice che riforma il reclutamento. Questa si che c’è come modifica, però è iper precarizzante. Infatti, introduce la figura del ricercatore a tempo determinato. Che non sostituisce i precedenti rapporti precari. Ma si somma ad essi. Altri sei anni. Così tra dottorato, assegno e tempo determinato si arriva tranquillamente a una dozzina d’anni, cioè quando giovani ricercatori non si è più; perché si è arrivati a 40 anni. A quel punto che succede? Dico se il ricercatore a tempo determinato, quello bravo e così accertato con gli infallibili criteri della ministra, arriva a 40 anni? Diventa professore, penserete voi. Così mente la ministra. E invece no. Non ci diventa.
Se ci saranno i soldi, se ci saranno i pensionamenti, se ci saranno le proporzioni, se … il 40enne abilitato potrà fare la domanda per la chiamata locale. E se non sarà chiamato? Niente. A spasso. O all’estero, dove nessuno rifiuta un cadeau di 900 mila euro. A prezzo di costo dico, perché a valore siamo sui 140 milioni di euro. Ma come mai un’università sì profondamente malata e marcia produce ricercatori così bravi che all’estero se li prendono? Ma? Chissà che qualcuno non provi a darmi una risposta. Beh, ci si pensi, questa storia della c.d. “fuga del cervelli” va avanti da un pezzo. Se i migliori se ne sono andati qui devono essere rimasti i peggiori. E allora come diamine hanno fatto, codesti peggiori, a produrre ancora un’altra generazione di cervelli fuggitivi e poi ancora un’altra e un’altra ancora. Lo si spieghi.
Sulla gestione finanziaria – Cambia sistema. È vero. La contabilità pubblica è uniforme, ma non lo è quella privata; per lo meno come quella pubblica. Dov’è l’anarchia attuale e l’uniformità di quella futura?
Sulla valutazione degli atenei – il tormentone: fine dei fondi a pioggia. Quali fondi? In Italia si investe in Ricerca poco più della metà degli altri paesi europei. I fondi a pioggia come li chiama la propaganda di regime (FFO, cioè Fondo di Finanziamento Ordinario) serve a mala pena a pagare gli stipendi dei più sottopagati d’Europa, con un rapporto docenti/studenti tra i più bassi, sempre d’europa. Rapporto che fa sprofondare il ranking delle nsotre università. La valutazione? Che ben venga. Perché mai la campionessa del merito Mary Star non ha dato attuazione all’ANVUR? Non la ha istituita lei ma Mussi. Perché mai un dipartimento X dell’ateneo Y che produce ricerca eccellente deve essere penalizzato se il dipartimento Z del medesimo ateneo non produce un bel niente? Sarebbe questa la meritocrazia?
Sull’obbligo di presenza docenti a lezione – Che bufala! I docenti hanno già l’obbligo di tenere un registro che sia cartaceo o elettronico non cambia nulla. E nulla cambierà se indebite “stabili sostituzioni” vengono ignorate. Quanto alla determinazione delle ore di servizio non viene stabilito niente di nuovo. 350 ore erano prima 350 ore sono ora. Anzi per i docenti a tempo definito si passa da 250 a 200. 1500 ore sono solo un parametro per la rendicontazione dei progetti di ricerca, non i numero delle ore di servizio. Un professore universitario è pagato per pensare, non per insegnare. Non si scandalizzi il lettore; non è un privilegio. È una necessità. Si insegna, all’università, almeno in parte, l’oggetto della ricerca. E la ricerca la si fa senza orario.
Sugli scatti stipendiali solo ai professori migliori – È così. No. Non v’ha dubbio. Ma quali scatti? Non posso spiegare la struttura retributiva che ci vorrebbe una pagina, ma posso dire che non si tratta della progressione di carriera. (Chè quella si fa passando da una fascia a un’altra se c’è il posto, mica come i magistrati, a ruolo aperto, con intero trascinamento e rivalutazione dell’anzianità.) Essa riguarda il completamento della normale retribuzione che parte ridotta all’assunzione e arriva completa a fine carriera. È un bel dire che questa mistificazione introduce il merito: prima ti tolgo il tuo e poi se te lo ridò a certe condizioni. Dalle mie parti si chiama in un altro e poco edificante modo questo agire, altro che merito. Ma quasi dimenticavo. Questa norma non si applica ai baroni, perché loro hanno già ultimato gli scatti. Vale solo per gli altri: i non baroni, quelli che protestano e la Gelmini non capisce perchè. E già. Una norma antibaroni!
Sul diritto al studio e sull’aiuto agli studenti meritevoli – Nel ddl Gelmini il finanziamento del diritto allo studio passa da 190 a 40 milioni di euro. Questo è certo. IL resto riforma non ha copertura finanziaria e poi si vedrà. Da subito, però scompare del tutto il diritto allo studio e compare quello per il merito. Di chi? Di chiunque, bisognoso o no. Che significa? È presto detto. Due studenti concorrono al medesimo unico finanziamento, uno sprovvisto di mezzi e uno no. Per la Gelmini hanno lo stesso diritto. Per la Costituzione no. Così se il finanziamento va a chi avrebbe comunque studiato l’altro non studierà, perché non potrà. Che dire, un ragionamento di ampio respiro di fine strategia per il paese. Un’altra manovra alla Dooh Nibor (rovescio di Robin Hood), la vera anima di questo governo, il cui scopo piduista è quello di smantellare lo stato sociale, di cui scuola (già fatto),, sindacato (battute finali) e università (in progress) sono strutture portanti.
È tempo di smetterla di cincischiare sule quel che c’è di buono e di cattivo: la questione è grave; un altro pilastro dello stato sociale è sotto attacco. La parte II arriverà con i decreti attuativi.
di Calogero Massimo Cammalleri – Conpass – www.conpass.it
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Marcia funebre a tempo di valchiria
Mentre per le strade e le piazze di Roma offrono uno spettacolo preoccupante, dentro il palazzo si continua a fomentare la rivolta passando dalla colpevole incapacità di ascolto all’irridente beffa.
L’ipocrisia del politicante, massime di quello culturalmente grezzo e politicamente prono (le categorie epidemio­logicamente diffuse tra coloro che hanno l’improntitudine di autodefinirsi politici sol perché siedono un scranno del parlamento) non si concede tregua. È votata alla palingenesi e per tale arriva ad afferma­re che per bocca del sen. Stefano Pittoni, pubblicista alla scheda del Senato, che di informazio­ne se ne deve intende almeno quanto non dell’Università e che si appresta a spron battuto a riformare, che «l’ap­provazione in tempi rapidi del disegno di legge sull’università sia un atto di responsabilità nei con­fronti degli studenti». Il pubblicista fa eco al manager, il presidente della 7^ commissione (sen. Pos­sa, di­rigente industriale alla scheda del senato, cioè appartenente a quella categoria che, al pari degli econo­misti, se le loro idee e i loro modelli sono in contrasto con la società e quest’ultima che va cam­biata), che aveva dichiarato: «la necessità di concludere il provvedimento tempestiva­mente è motivata anche da ragioni di ordine pubblico». Per tali stringenti ragioni con il voto favorevole di FLI e UDC la capigruppo in Senato ha respinto la richiesta di procedere ad audizione delle componenti che da mesi protestano e ha chiuso a qualsiasi possibilità emendativa. Dopo neanche due giorni però Casini ha dichiarato che il suo partito sarà contro anche in Senato.
Tutti noi, professori e ricercatori che insieme agli studenti abbiamo animato, coltiva­to e mantenuto la protesta, non ci siamo accorti del senso di essa. Sarà singolare ma dev’essere così: pensavamo che la contro-riforma andasse bloccata con ogni mezzo e invece ci hanno spiegato che non era questo che volevamo. Ci hanno spiega­to anche quello che volevamo: far pressione per una rapida approvazione; e ci hanno spiegato anche perché ci si stesse indignando: era per il fatto che il parlamento si trastullava in leg­gi di bilancio e pul­cillenesche mozioni di sfiducia invece che sul rilancio (nel cassonetto) dell’università. Ma tu vedi, alle volte si rischia di confondersi, fortuna che c’è la stampa di regime che ti dice sempre quello che devi pensare, così non ti sbagli. Fortuna. Perché si sa, nell’università alberga il peggio della società,tutti i fal­liti, gli incapaci, gli incollacabili, fannulloni e baroni, tutti baroni. E quelli che stanno per strada sono i peggiori, perché i migliori stanno a casa; tranne nel caso di adunate. Dite che era così nel ventennio? No è così ora: siamo in democrazia; del resto.
Dietro l’ipocrita solerzia dei benpensanti, prontissimi a stigmatizzare la violenza, non c’è n’è uno che provi a capire la realtà. È prova, nero su bian­co la prova, se mai ce fosse bisogno, dello straniamento delle istituzioni dalla società (che dice di rappre­sentare).
Pensare e dicono che il fuoco della protesta di spegnerà con una doccia di benzina: questo è un atto criminale. Andare avanti rifiutando il confronto democratico con chi la riforma – quella vera – la vuole fare davvero è eversivo dell’ordine democratico, non meno di quanto non lo fossero dei diritti umani la Valchiria e il napalm del Kurz di ford-coppoliana memoria. Loro vanno avanti, senza voltarsi indietro e di lato non possono per il paraocchi di serie. Questa marcia parlamentare che non si oppone ma peggio ignora la marcia della protesta è un atto di violenza inaudita è la miccia degli scontri.
È pervicace la lotta in odium scholae et universitatis di codesti perissodattili legislato­ri per solo volere di Caligola, che l’istruzione considerano, bene che vada, un prodotto di consumo, come una saponetta o un’automobile, pensano che lo scranno nasconda la sua natura e così si agita, si dimena alla fine si dimentica perfino di essere ipocrita e sbatte in faccia agli studenti per bocca di uno dei tanti pifferai del sultano: scordatevi l’università pubblica, scordatevi il wellfare, c’è solo il mercato ed è tutta colpa delle pensioni. Ma che paese è questo, non dove ognuno spaccia per cosa seria un personale convincimento da bar dello sport, ma dove nessuno gli oppone argomenti?
C’è fretta di approvare la riforma. Una fretta matta. Bisogna fare in fretta dice l’Emma, orfana del Sergio. La riforma-truffa non può attendere;si alza la voce: bi­sogna fare in fretta. E così appresso i corifei della c.d. grande stampa e gli stomachevoli cicisbei televi­sivi; di tutte le reti, nessuna esclusa. Tutte. L’affaire unipubblica ha cambiato natura, non è più un lucro­so affare come i tanti altri in cui c’è stato di mezzo il trasferimento gratis a privati di un servizio pubbli­co, ora è diventata questione di esistenza stessa per l’associazione degli industriali; del suo ruolo di attore sociale. Confindustria si ricicla: si vota al sapere. Cos’è per essa il sapere se non un’indu­stria? Una vale l’altra. È irritata dello smacco che le ha rifilato l’osannata moderna rinnovata internazionale rampante e perfino obamiana Fiat. Chiama a rapporto i suoi uomini e tesse alleanze: FLI flirta con Farefuturo del Montezenolo past presidente e presidente in pectore; UDC sensibile al richiamo d’oltretevere che gli ha tirato le orecchie dopo la biricchinata della sfidu­cia, (cosa credeva Casini che lo si potesse preferire allo sciupafemmine garante di tutti i privilegi finan­ziari e fiscali?), torna presto all’ordine: due piedi in una scarpa; abbassare i toni è la nuova parole d’ordine. E li al Senato composti a votare. Riforma entro l’anno. È essenziale. Per il bene del paese. Per il loro bene: la loro sedia.
conpass.it
[?] Invia l'articolo in formato PDF Tags: commissione cultura senato, conpass, controriforma univeristà, coordinamento, ddl gelmini tremonti, ddl università, professore, riforma, riforma università, rigetto emendamenti senato, votazione senato Posted in Coordinamento Associati Palermo, editoriali | No Comments »
Appello ai Senatori: fermate il DDL Gelmini
questo appello per chiedere il vostro aiuto in merito al DDL che martedì 30 novembre è stato votato alla Camera. Come membro del Coordinamento Nazionale Professori Associati (CoNPAss, www.professoriassociati.it )vi chiedo di bloccare la DISCUSSIONE perché una riforma che voglia essere efficace non può nascere senza il consenso di chi in università lavora con impegno e serietà da anni. Le ragioni della nostra protesta sono tante, ne indico solo alcune che ritengo più importanti:
Questa riforma non limita il potere dei BARONI anzi lo rafforza. Un esempio fra tanti è dato dal fatto che nel DDL solo gli ordinari possono partecipare alle commissioni per l’abilitazione scientifica nazionale (art 16, comma 3, lettera e) mentre sono stati estromessi i professori associati. È noto a tutti che, seppur non tutti gli ordinari possono essere definiti BARONI, è certo che tutti i BARONI sono ordinari. A voi valutare la conseguenza. La nostra proposta in merito è di reinserire i professori associati nelle commissioni.
Non premia il merito e l’eccellenza anzi la mortifica: l’art 5 (commi 1,2,3,4,5) introduce indicatori di valutazione dell’operato di professori e ricercatori che non tiene conto delle condizioni di partenza dei ricercatori/professori nei diversi atenei. Infatti, oggi chi opera in Atenei di piccole dimensioni è costretto a finanziarsi la ricerca di tasca propria visto che i fondi in dotazione ai Dipartimenti sono sempre meno (nel mio ateneo il fondo annuale per la ricerca oscilla tra le 500 e le 700 euro per ciascun incardinato). Il DDL peggiorerà la situazione visto che i fondi finiranno per confluire come “premio” verso quei grossi centri di ricerca che già producono ricerca avanzata mentre chi tenta di costruire le basi per fare ricerca avanzata avrà smesso di sognare e anche di lavorare. La nostra proposta è che tutti gli Atenei di piccole dimensioni vengano messi nelle condizioni di poter usufruire di risorse sufficienti per superare il gap che li separa dagli Atenei più forti.
Non rispetta le differenze territoriali: il DDL segue una filosofia improntata alla riduzione drastica dei costi dell’istruzione universitaria e introduce parametri di gestione che aggravano la situazione, già critica, di molti Atenei che vivono in sofferenza. Al massimo fra tre anni molti corsi di Laurea, anche a causa del blocco del turn-over previsto dalla 133, non avranno più il numero di docenti sufficiente per sopravvivere e saranno costretti a chiudere. Le realtà territoriali nel nostro paese sono diverse e la chiusura di alcuni corsi laurea avrà conseguenze molto gravi in particolare nelle isole. Se venisse chiuso un corso di laurea per esempio a Pavia, a Brescia, a Verona, chiunque potrebbe raggiungere, in un’ora di treno un’altra sede universitaria – Milano, Bologna, Padova, Torino ecc – in cui troverebbe lo stesso corso di laurea. In Sardegna, dove vivo, questo non potrebbe accadere. Perché ad un’ora di treno da Cagliari non vi è alcuna università e l’università di Sassari non ha gli stessi corsi di laurea presenti a Cagliari. Quest’anno a Cagliari è stato chiuso, a causa di mancanza di criteri minimi, il corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale, unico in Sardegna. Tra non molto stessa sorte potrebbe toccare al corso di laurea in psicologia, in odontoiatria ecc. Corsi di laurea unici nell’isola. Chi vorrà studiare dovrà emigrare. È giusto che una riforma pesi così tanto negativamente solo in alcuni territori? Proponiamo che le differenze territoriali vengano rispettate.
Non produce qualità: è vero che negli ultimi anni i corsi di laurea negli Atenei italiani sono aumentati a dismisura e con loro anche i costi, ma non tutti ricordano che: i corsi di laurea quinquennali (vecchio ordinamento) sono stati divisi in 3+2 dalla riforma Berlinguer e poi ancora modificati dalla riforma Moratti. Se un unico corso è diviso in 2 pare ovvio che il numero dei corsi raddoppi immediatamente. Inoltre i docenti sono stati costretti a raddoppiare gli insegnamenti poiché i corsi annuali sono diventati semestrali per favorire (pia illusione) il superamento degli esami da parte degli studenti e gli insegnamenti sono stati spezzettati in piccoli moduli sempre per la stessa ragione. La quantità ( di corsi, insegnamenti ed esami) non ha prodotto qualità. La riforma non incide minimamente su tal situazione che rimane inalterata, né interviene nell’imporre modifiche a quei corsi che si sono rivelati un flop. La probabilità che un corso inutile e con pochi iscritti chiuda è pari alla probabilità che chiuda un corso utile con molti iscritti perché ciò dipenderà dal rispetto dei criteri minimi (num di docenti incardinati in primis) non certo dalla qualità dei risultati raggiunti. La nostra proposta è che si valutino i risultati ottenuti dai corsi di laurea e si concentrino le risorse verso quei corsi che raggiungono alti livelli di qualità.
Vi sarebbero molte altre questioni ma mi fermo qui. Penso che queste ragioni siano sufficienti per segnalare la gravità della situazione che si verrebbe a determinare con tal riforma e la necessità di provvedere ad una VERA RIFORMA costruendola insieme a tutte le componenti che rendono l’università viva malgrado tutto: studenti, ricercatori, professori associati, ordinari, amministravi e tecnici.
social psychology, forensic psychology, criminology
[?] Invia l'articolo in formato PDF Tags: assemblea nazionale associati, conpass, controriforma univeristà, coordinamento, ddl gelmini tremonti, lettere a favore, protesta, valutazione Posted in coordinamenti locali, Coordinamento Associati Cagliari, iniziative di lotta, lettere ai parlamentari | No Comments »
Università sui tetti
domenica, novembre 28th, 2010
http://tv.repubblica.it/edizione/torino/?video
[?] Invia l'articolo in formato PDF Posted in Coordinamento Associati Torino, Coordinamento Associati Torino Politecnico, iniziative di lotta, università sui tetti | No Comments »
fermate il ddl – scrivete ai deputati – fermate il ddl
Ho scritto ai deputati due lettere. Una a tutti e una a quelli di maggioranza non (più) govenatitivi (FLI) o paragovernativi (UDC) che hanno votato a favore del ddl, stravolgendo, per altro, tutte le regole parlamentari.
Accludo la prima e la seconda, come fac-simili, da adattare. Alla fine includo le due mailing list a cui inviare le mail.
Poche alla volta, se no il vs server potrebbe rifiutarsi.
Oggetto della mail: Petizione
Onorevole deputato! Mi chiamo Calogero Massimo Cammalleri, sono professore associato dell’Università di Palermo.
Già Lunedì prossimo discuterete in aula il ddl Gelmini di sedicente riforma del sistema universita­rio italiano, ma in realtà della sua distruzione, attuata mediante una donazione, (neppure tanto) ma­scherata da efficientismo aziendalista, del sistema universitario alle maggiori oligarchie economiche; della stessa fatta di quelle che dopo aver arraffato le migliori società pubbliche le hanno condotte al tracollo, gonfiandosi le tasche con i denari degli elettori.
L’accozzaglia vaga e indefinita di norme che approda in Aula non è che una mera delega in bianco in parte a un governo già morto e senza chance di resurrezione e in parte a una ministra palese­mente priva di conoscenze in tema di istruzione pubblica costituzionalmente orientata; essa mentre viene pre­sentata come necessario rimedio ai molti problemi dell’Università, invece ne costituirà la causa di esiziale aggravamento.
Per questo, la esorto, onorevole deputato, a nome mio e dei miei colleghi del CoNPAss – Coordina­mento Nazionale dei Professori Associati, http://www.professoriassociati.it - a votare contro il provvedimento, a sollecitare i suoi colleghi a fare altrettanto, farsi parte attiva nel promuovere una riforma condivisa che passi attraverso la concertazione con le categorie interessate e le loro – effettive – rappresentanze di base, non i soliti sepolcri imbiancati; perché l’istruzione pubblica gra­tuita e accessibile a tutti non è questione di desta, né di sinistra, né di terze vie; perché è questione di interesse nazionale, affinché si, conservi la pu­rezza della libertà di ricerca e di insegnamento, indispensabile per la costruzione di future ge­nerazioni educate al sapere critico, all’amore della co­noscenza e intesta­te alla difesa di libertà e giustizia.
Onorevole deputato, alzi la testa, fermi questa lacerante galoppata di pochi contro tutti, voti secondo coscienza di Politico, di cittadino, di padre.
﻿Oggetto della mail: Vergogna!
Non paghi del massacro dell'università pubblica vi mettere a fare strame
della prassi e del regolamento parlamentari; un colpo di mano, il doppio
passaggio in commissione bilancio e cultura, per azzerare i vostri stessi
Portate a casa l'effimero successo di compiacere i vostri padroni o ex
padroni (non si sa mai), al prezzo del disastro. Non resterete incollati
alle vostre stramaledette poltrone neanche se ne approvaste cento di
queste leggiucole. Siete spacciati e lo sapete. Abbiate un moto d'orgoglio
e salvate il salvabile.
In aula bocciate questa legge; non è cosa.
Le urne si ricorderanno di voi, Confindustria no.
indirizzi di tutti i deputati (per lettera tipo 1)
abelli_g@camera.it, abrignani_i@camera.it, adornato_f@camera.it,
agostini_l@camera.it, albonetti_g@camera.it, alessandri_a@camera.it,
alfano_a@camera.it, alfano_g@camera.it, allasia_s@camera.it,
amici_s@camera.it, angeli_g@camera.it, angelucci_a@camera.it,
antonione_r@camera.it, aprea_v@camera.it, aracri_f@camera.it,
aracu_s@camera.it, argentin_i@camera.it, armosino_m@camera.it,
ascierto_f@camera.it, baccini_m@camera.it, bachelet_g@camera.it,
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barbaro_c@camera.it, barbato_f@camera.it, barba_v@camera.it,
barbieri_e@camera.it, barbi_m@camera.it, baretta_p@camera.it,
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bellotti_l@camera.it, beltrandi_m@camera.it, benamati_g@camera.it,
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solo extra Pd e maggioranza (per lettera tipo 2):
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WR WissenschaftsRat – valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche
Raccomandazioni per la valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche
Drs. 10039-10 Köln, 21.06.2010/Kh
Raccomandazioni per la valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche Indice
A. Raccomandazioni per la fase di prova della valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche
B. Allegato: Parere del sottogruppo di lavoro “Valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche”
Il Consiglio della ricerca, su richiesta della Confederazione tedesca e delle regioni, ha sviluppato una procedu­ra per la valutazione della ricerca che possa permettere la valutazione comparativa dei prodotti della ricerca di spe­cifici settori scientifici universitari e extrauniversitari. In seguito ad una prova con esito positivo in uno studio pi­lota nei settori di chimica e sociologia, il consiglio della ricerca ha deciso nel maggio 2008 di sviluppare ulte­riormente la procedura per valutare anche ambiti tecnici e le scienze umanistiche.
Data la discussione sulle possibilità di trasferire la procedura di valutazione sulle scienze umanistiche, e le opi­nioni contrarie presenti in queste discipline nei confronti di una valutazione della procedura a titolo di prova, il 29 luglio 2009, il gruppo di controllo ha nominato il sottogruppo multidisciplinare “Valutazione della ricerca nel­l’ambito delle scienze umanistiche”. Il compito di questo sottogruppo era di formulare le premesse per una possi­bile valutazione nell’ambito delle discipline umanistiche, e di fornire linee guida per elaborare criteri di valuta­zione specifici per i settori scientifico disciplinari. Considerando la molteplicità dei metodi della ricerca nei di­versi ambiti, sono stati invitati a collaborare rappresentat* delle diverse discipline umanistiche. Il sottogruppo si è riunito il 17 novembre 2009, il 1 febbraio 2010, il 15 marzo 2010 e il 26 aprile 2010 e ha redatto il suo parere. Il gruppo di controllo ringrazia il sottogruppo per la collaborazione.
Il gruppo di controllo sulla base del parere del sottogruppo ha elaborato il 27.05.2010 le presenti raccomanda­zioni. Il parere del sottogruppo si trova nell’allegato e non è stato modificato dal gruppo di controllo.
A. Raccomandazioni per la fase di prova della valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze uma­nistiche Il gruppo di controllo approva il parere del sottogruppo di lavoro “Valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche”, il quale formula delle condizioni in cui la valutazione comparativa della ricerca nelle disci­pline umanistiche può essere effettuata in maniera adeguata e efficace per queste discipline. Contemporaneamen­te il parere evidenzia che la programmazione della procedura di valutazione comparativa della ricerca deve essere lasciata nelle mani competenti di gruppi di valutazione specifici per ogni disciplina.
Sulla base del presente parere, il gruppo di controllo considera la condivisione di norme disciplinari e lo svi­luppo di adeguate procedure di valutazione comparativa della ricerca per le scienze umanistiche come sensati e promet­tenti. La valutazione della ricerca proposta dal consiglio di Ricerca offre un quadro appropriato in cui, se­condo il gruppo di controllo, c’è abbastanza spazio di manovra per un adeguamento alle esigenze delle discipline umani­stiche formulate dal sottogruppo “Valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche”. Il grup­po di controllo è consapevole che lo sviluppo e l’applicazione della valutazione della ricerca per le discipline umanisti­che costituisca una sfida. Dall’altro canto questa procedura prospetta alle discipline partecipanti l’oppor­tunità di una auto-riflessione. Pertanto, nell’ottica di un ulteriore sviluppo della procedura di valutazione, la stes­sa dovreb­be essere testata con uno studio pilota nelle diverse discipline umanistiche. Al termine dei singoli studi pilota, nel giudizio generale sulla valutazione comparativa della ricerca, dovrebbero essere discusse in maniera approfondita le domande sorte dalla sua applicazione. In particolare, dovrebbero essere discussi il rapporto tra ri­sorse impe­gnate e risultati ottenuti, e tra valutazione centrale attraverso il Consiglio di Ricerca e valutazione de­centrata at­traverso l’autovalutazione delle singole discipline. Il gruppo di controllo approva il parere del sotto­gruppo di la­voro e, nell’ottica di un futuro gruppo di valutazione delle discipline umanistiche, propone le racco­mandazioni che seguono.
La tassonomia delle materie umanistiche proposta dal sottogruppo di lavoro, offre un buon punto di partenza per la definizione e delimitazione delle discipline nell’ottica della valutazione della ricerca. Il gruppo di controllo suggerisce, nel caso di un consolidamento della procedura, di consultare rappresentanti delle diverse discipline per definire in maniera più precisa i settori disciplinari. L’attenzione volta alle “piccole discipline”1 nello svilup­po e nell’applicazione di una procedura per la valutazione comparativa della ricerca viene accolta favorevolmente dal gruppo di controllo.
Il gruppo di controllo si associa alla proposta del sottogruppo di lavoro di valutare i prodotti della ricerca se­condo tre criteri: Qualità della ricerca, Promozione della ricerca, Trasferimento a interlocutori non scientifici. Il gruppo di controllo esprime preoccupazione relativa alla proposta del sottogruppo di “[…] dare il giusto peso nel­le valu­tazioni all’efficacia (prestazione assoluta) e all’efficienza (prestazione relativa alle condizioni di lavoro esistenti e alle risorse) […]” possa essere sorgente di confusione e comportare una perdita d’informazione. Rac­comanda perciò di prestare particolare attenzione allo sviluppo di parametri di valutazione che possano distingue­re tra “ef­ficacia” ed “efficienza” del prodotto di ricerca. Per raggiungere questo obiettivo, si potrebbe proporre un ulteriore criterio di “efficienza”, oppure ricorrere ai giudizi di esperti. Tali giudizi richiedono ai membri dei grup­pi di va­lutazione delle competenze specifiche nelle valutazioni qualitative. Nel contempo aumenta la responsabi­lità, ma anche l’importanza del gruppo di valutazione. Proprio per questo, il gruppo di controllo enfatizza la ri­chiesta del sottogruppo di lavoro, di procedere a una selezione degli esperti e alla composizione del gruppo di va­lutazione con particolare accuratezza. Inoltre, il gruppo di controllo consiglia di badare nella composizione del gruppo di valutazione a una rappresentanza congrua di esperti internazionali.
Secondo la valutazione del gruppo di controllo i prodotti della ricerca in una specifica disciplina scientifica sa­ranno molto variabili nelle diverse Università. Pertanto il gruppo di controllo invita a valutare se, oltre al criterio della “Qualità della ricerca”, anche i criteri della “Promozione della ricerca” e della “Diffusione extrauniversita­ria” debbano essere valutati in maniera differente per ogni disciplina. La valutazione del criterio “Qualità della ri­cerca” dovrebbe essere eseguita principalmente sulla base di una valutazione qualitativa delle pubblicazioni, af­fiancata da altri indicatori quantitativi. Le pubblicazioni a più autori e quelle realizzate durante il dottorato, anche nelle scienze umanistiche, hanno un’importanza crescente. Pertanto tra le pubblicazioni presentate per la valuta­zione, dovrebbero essere prese in considerazione anche quelle dei collaboratori di un gruppo di ricerca (cattedra)..
La fama dovrebbe essere considerata come secondo aspetto, accanto alle pubblicazioni, nella valutazione della “Qualità della ricerca“. Dal punto di vista del gruppo di controllo, dovrebbero essere considerate soprattutto in­formazioni relative a premi di ricerca e onorificenze, e le valutazioni da parte dei peers. Il gruppo di controllo in­vita il futuro gruppo di valutazione ad esaminare la proposta del sottogruppo di lavoro di abolire, per questo aspetto, il limite del periodo di valutazione per le scienze umanistiche. Nell’ottica della comparabilità dei risulta­ti, in seguito allo studio pilota, si dovrebbe discutere se tale eventuale ampliamento del periodo di valutazione possa essere mantenuto come caso eccezionale per le discipline in questione.
Nella valutazione del criterio “Promozione della ricerca“ dovrebbero essere considerate tutte le prestazioni ine­renti la ricerca che costituiscono premesse indispensabili per la realizzazione di quest’ultima (acquisizione di fi­nanziamenti esterni, promozione dei giovani ricercatori, collaborazioni, costruzione di infrastrutture dedicate alla ricerca, ecc.). In particolar modo, è da valorizzare la promozione dei giovani ricercatori. Come raccomandato dal sottogruppo di lavoro, accanto al numero di dottorati e di abilitazioni professionali, dovrebbero essere considerate anche informazioni riguardo all’inserimento professionale. Questo nel futuro richiede alle università di raccoglie­re dati relativi al collocamento dei giovani ricercatori.
Nel caso in cui le informazioni raccomandate dal sottogruppo di lavoro riguardo alla “Promozione dei giovani ri­cercatori” fossero insufficienti per la valutazione, può essere considerato anche il numero di tesi seguite.
B. . Allegato: Parere del sottogruppo di lavoro “Valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanisti­che”
Parere relativo alla valutazione comparativa della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche
Contenuto	Pagina Preambolo …………………………………………………………………………………………………….. 9
A. Scienze umanistiche…………………………………………………………………………….. 12
B. Raccomandazioni relative ai presupposti generali per la valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche…………………………………… 13
B.I. Definizione e delimitazione delle discipline……………………………………………………. 13
B.II. Modello di valutazione e descrizione della valutazione………………………………………. 17
B.III. Delimitazione e grandezza dei gruppi da valutare……………………….. 19
B.IV. Periodo e ciclo di valutazione……………………………………… 21
C. Commenti sui criteri di valutazione e raccomandazioni relative agli indicatori scelti…………………………………………………………………………………………….. 23
C.I. Criterio “Qualità della ricerca”…………………………………………………………. 23
I.1. Pubblicazioni …………………………………………………………….. 23
I.2. Fama……………………………………………………………………………… 25
C.II. Criterio “Promozione della ricerca”………………………………………………… 26
II.1. Acquisizione di finanziamenti esterni ……………………………………………………………… 26
II.2. Promozione dei giovani ricercatori……………………….. 28
C.III. Criterio “Diffusione extrauniversitaria” ………………………………………………… 29
Preambolo La competizione collegiale è un elemento tradizionale della comunità scientifica. Sin dagli inizi dell’istituzio­ne “Università”, giudizi e valutazioni dei peers fanno parte della professione del docente universitario. Al giorno d’oggi costituiscono elementi per l’avanzamento di carriera, per richiedere finanziamenti esterni, e per la valuta­zione dei manoscritti per una possibile pubblicazione.
Una valutazione globale e standardizzata di intere discipline e delle rispettive ricercatrici e dei rispettivi ricer­catori è una novità nel contesto della Germania, mentre è consuetudine in altri paesi comparabili con un sistema universitario statale.
Parte caratterizzante delle università statali è la tendenza alla burocratizzazione e legalizzazione. Benché que­sta realtà possa risultare difficile, è la conseguenza delle mutazioni delle scienze e dell’imperativo dell’ugua­glianza di tutte le discipline davanti al legislatore e ai finanziatori. L’alternativa sarebbe un modello principal­mente gui­dato da interessi di mercato, come quello esistente negli USA. Se si accetta la situazione della Germa­nia del 21. secolo, in ultima analisi si pone solo la domanda se il sistema universitario accetta la proposta dei po­litici di svi­luppare autonomamente un sistema di valutazione, oppure se preferisce la possibilità di sottomettersi a una valu­tazione sviluppata ed attuata da agenzie esterne.
A prescindere dal fatto che è inevitabile, l’essere valutati può avere anche delle implicazioni positive, nono­stante il fatto che tale processo possa essere vissuto come incerto. A dimostrazione di questo, nei Paesi Bassi l’autova­lutazione, basata non solamente sulla valutazione del proprio istituto, ma anche sulla conoscenza delle at­tività dei colleghi, ha un effetto motivazionale positivo, E istruttivo sapere come si è visti all’interno della comu­nità scien­tifica, quanto si è oggetto di attribuzioni negative o positive, in quanto ricercatore o istituto.
Le valutazioni basate su criteri ben definiti sono preziose all’interno di un’istituzione per il dialogo tra le disci­pline. Inoltre costituiscono una base per il dialogo tra rettori e facoltà e tra ministeri e università. Una valutazione sviluppata e attuata da scientifici, svincola tutti i suddetti dialoghi dal dover agire sulla base imprecisa della fama di persone o di istituzioni e dall’esigenza di valutare a partire da dati a cui le persone non appartenenti alla comu­nità scientifica possono facilmente accedere (finanziamenti esterni, impact factor, ecc.).
Gli autori del presente parere hanno deciso di elaborare delle proposte per la valutazione comparativa della ri­cerca nell’ambito delle scienze umanistiche, seguendo due scopi: l’uniformazione e la riduzione ragionevole dei cri­teri. Il processo di valutazione qualitativo che è stato abbozzato in questo parere tenta di integrare, nei limiti del possibile, tutti gli aspetti che rappresentano quello che nelle scienze umanistiche viene considerato prestazio­ne della ricerca. La creazione del sottogruppo di lavoro “Valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze uma­nistiche“ ha avuto origine da un dibattito sulle possibilità di trasferire i criteri della valutazione, proposti dal Con­siglio di Ricerca, sulle materie umanistiche. Pertanto, nello sviluppo della procedura valutativa proposta in segui­to sono presenti anche i risultati del confronto con questo modello già descritto e funzionante. Nella progettazio­ne si è cercato di tenere conto delle specificità delle discipline umanistiche, senza partire dal postulato che le di­scipline che si occupano delle sfere spirituali/umanistiche/mentali, costituiscano un cosmo con diritti propri. Sot­tolineiamo inoltre che tutto quello che segue sono delle linee guida che necessitano, a seconda della disciplina, di complementi e adattamenti.
Tutti gli sforzi di definire delle linee guida condivise, devono passare la prova della loro applicabilità concreta. Il processo del informed peer reviewing ha successo o fallisce con il giudizio degli esperti. Pertanto è importante trovare degli esperti riconosciuti e competenti. La procedura abbozzata nelle prossime pagine dovrebbe dapprima essere testata in uno studio pilota. Gli autori presumono che in questo studio pilota non si testi solo se la procedu­ra è efficiente e realizzabile, ma anche se le conoscenze ricavate corrispondano a quelle attese, e se le risorse im­pegnate siano in un rapporto sostenibile con i risultati ottenuti. I membri del sottogruppo di lavoro, dopo lo studio pilota, si aspettano pertanto un’ampia discussione e valutazione critica della procedura di valutazione qui propo­sta.
A. Scienze umanistiche Sotto la denominazione di scienze umanistiche di seguito verranno intese: Filosofia, Lingue, Scienze Lettera­rie, Storia, Scienze Teologiche, Etnologiche, Scienze dei Media, dell’Arte, del Teatro e della Musica. Questo cor­risponde nella categorizzazione dell’ente statale statistico ai due settori di Lingue, Scienze dell’Arte e Scienze Cul­turali (ad esclusione di Psicologia e Scienze dell’Educazione e Pedagogiche)..
All’interno di queste discipline si possono distinguere diverse prassi di ricerca: storico-ermeneutiche, empiri­che e logico-sistematiche. Le differenze tra le singole prassi di ricerca non si manifestano solo nei metodi adotta­ti, ma anche nel come i risultati della ricerca vengono descritti e comunicati. In particolare differiscono nelle prassi di pubblicazione. Infatti, nelle discipline storico-ermeneutiche e logico-sistematiche, la monografia di un autore sin­golo costituisce la più importante forma di pubblicazione. Nei campi di ricerca empirici, invece, sono gli articoli in riviste internazionali, spesso redatti con diversi coautori, che hanno più rilevanza. L’esistenza di queste diffe­renze, e le conseguenti discrepanze per quanto riguarda l’importanza dei singoli criteri di valutazione, devono es­sere presi in considerazione nella valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche.
B. Raccomandazioni relative ai presupposti generali per la valutazione della ricerca nell’ambito delle scien­ze umanistiche B.I. Definizione e delimitazione delle discipline
Raccomandazioni La costituzione di gruppi di lavoro per la valutazione comparativa dei prodotti della ricerca dovrebbe tener conto della definizione e della delimitazione delle discipline (settori disciplinari) come definiti nella mag­gior parte delle università La differenziazione all’interno delle discipline, nonché l’eterogeneità dei temi e dei metodi di ricerca, devono essere presi in considerazione nella costituzione dei gruppi di valutazione. Nello sviluppo e nell’applicazione di una procedura di valutazione comparativa della ricerca anche le cosiddette discipline “piccole” devono essere presi in considerazione. Argomentazione: Negli ultimi anni, le università hanno sviluppato in maniera crescente dei profili specifici per settori scientifi­co-disciplinari. Per poter tener conto degli aspetti forti e deboli che ne risultano, le valutazioni comparative della ri­cerca non dovrebbero considerare come unità di valutazione un’intera università, ma i singoli settori scientifico disciplinari. A favore di una comparazione specifica per disciplina, sussiste inoltre il fatto che gli standard di qua­lità scientifica siano determinati in primo luogo all’interno della comunità di una specifica disciplina. Ciò richie­de in maniera ideologica una definizione delle discipline che permetta di accorpare quelle che hanno gli stessi standard sia disciplinari, sia metodologici, sia di qualità. Purtroppo nell’ambito delle scienze umanistiche, data la loro eterogeneità, una delimitazione precisa delle discipline non è sempre possibile. Pertanto la definizione delle discipline dovrebbe avvenire in maniera pragmatica sulla base delle materie istituzionalizzate delle università. Come giustificazione di questo procedimento si sottolinea il fatto che i dati sui prodotti della ricerca e delle risor­se sono stabilite normalmente sulla base degli esistenti settori scientifico-disciplinari.
Il fatto che i metodi di ricerca possano variare molto nelle singole discipline umanistiche dovrebbe essere pre­so in considerazione nella composizione dei gruppi di valutazione, in modo tale da poter dare il giusto peso a queste diversità durante la valutazione. Inoltre, in ogni gruppo di valutazione dovrebbe essere presente un esperto ester­no.
Una moltitudine di discipline umanistiche presenti nelle università tedesche appartengono alla categoria delle co­siddette “Piccole discipline“. Sotto questa denominazione vengono riassunte le discipline che dispongono di rela­tivamente poche risorse in termini di attrezzature e di personale, che hanno un numero basso di studenti iscrit­ti, e che sono presenti solo in poche sedi universitarie. Questo aspetto quantitativo può trarre in inganno, poiché tante di queste discipline godono di una competenza unica, e sono visibili e riconosciute a livello mondiale. Fre­quentemente contribuiscono alla fama delle università e sono di elevata importanza per progetti di ricerca interdi­sciplinari e per reti di collaborazione internazionali. Infine, hanno anche un importante significato sociale, econo­mico e culturale. Non si può rinunciare alla valutazione della ricerca in queste discipline, in quanto si incorrereb­be nel rischio che non verrebbero prese in debita considerazione quando si prendono importanti decisioni strate­giche. Dato il piccolo numero di sedi e di cattedre relative a queste discipline, anche il numero di gruppi parago­nabili e di esperti disponibili è spesso molto limitato. Per poter realizzare la valutazione comparativa della ricerca di que­ste discipline piccole, in certi casi è plausibile l’assegnazione a discipline affini. Se questo non é possibile, si sug­gerisce di accorpare discipline piccole simili in un unico settore. Il sottogruppo di lavoro è consapevole, che i me­todi e le condizioni di ricerca all’interno degli accorpamenti proposti, potrebbero essere molto diversi e che al­l’interno delle singole discipline si siano sviluppate diverse priorità suscettibili di aver influenzato sia la prassi di ricerca sia quella di pubblicazione. I gruppi di valutazione dovrebbero riflettere questo dato di fatto nella loro composizione. Anche adottando questo metodo, per alcune delle piccole discipline potrebbe essere difficile tro­vare esperti nazionali per i quali possa essere esclusa la parvenza di parzialità. In tali casi si raccomanda si ricor­rere a degli esperti internazionali.
Il sottogruppo di lavoro giunge alla conclusione che le discipline, rispettivamente i settori disciplinari riportati di seguito siano adeguati sia rispetto alla loro grandezza sia alla loro complessità interna, per la realizzazione del­la valutazione comparativa della ricerca. La suddivisione qui proposta non ha lo scopo di sviluppare una nuova sud­divisione delle discipline. E piuttosto da considerarsi come una proposta pragmatica. Nel caso in cui il consi­glio della ricerca, dopo la realizzazione dello studio pilota, dovesse decidere per una continuazione della proce­dura, il sottogruppo di lavoro raccomanda di consultare un numero ampio di rappresentanti delle diverse discipli­ne, per precisare ancora meglio la delimitazione delle stesse.
Germanistica Anglistica (inclusi letteratura e cultura anglofona e studi sul Canada anglofono) Lingue e letteratura romane (inclusi studi sul Canada francofono)
Filosofia (inclusi logica e epistemologia) Storia Arte e storia dell’arte (inclusi storia dell’architettura e delle costruzioni, scienze dell’immagine e storia del­l’immagine, teoria dell’arte) Culture antiche (inclusi studi sull’Egitto, sulle culture antiche orientali, Filologia antica, Filologia anti­ca, Archeologia, ecc)
Lingue e culture baltiche Lingue e culture asisatiche Lingue e culture del vicino Oriente Scienze dei Media, del Teatro e della Musica
Scienze Religiose Scienze teologiche Cattedre che non possono essere associate in maniera univoca a un settore disciplinare, dovrebbero essere invi­tate, previa consultazione con il rispettivo gruppo di controllo, ad auto-assegnarsi a uno specifico settore. Con­temporaneamente il rettore (senato accademico) dovrebbe assicurarsi che ogni cattedra sia assegnata a una disci­plina o a un settore disciplinare. Questo vale anche per gli istituti di ricerca non universitari, in cui si svolga ricer­ca nell’ambito delle scienze umanistiche.
B.II. Modello di valutazione e descrizione della valutazione
Nell’ambito della valutazione comparativa della ricerca, le scienze umanistiche dovrebbero essere valu­tate secondo i seguenti criteri: “Qualità della ricerca“, “Promozione della ricerca“,“Diffusione extrauniversitaria” Dovrebbero essere presi in debita considerazione gli aspetti di “efficienza” e di “efficacia”. Le valutazioni dei prodotti della ricerca dovrebbero avvenire normalmente tramite scale a cinque punti. Nell’ambito della pubblicazione dei risultati dovrebbero essere presentati i risultati della valutazione se­paratamente per ogni criterio e per ogni istituzione. Argomentazione: Le istituzioni universitarie e extrauniversitarie, oltre alla ricerca nel senso stretto della parola, svolgono anche al­tri compiti inerenti la ricerca, come ad esempio, promozione dei giovani ricercatori, diffusione extrauniversita­ria dei risultati, servizi. La diversa ponderazione di questi compiti può contribuire alla costruzione dell’immagine dell’istituzione stessa. Relativamente alla valutazione delle prestazioni, questo fa sorgere una domanda, ovvero se siano gli obbiettivi stabiliti dall’istituzione stessa, o la comparazione con le altre istituzioni che devono fungere da criterio per la valutazione. Nell’ambito di una procedura di valutazione comparativa solo la seconda opzione è fattibile. Un sistema di valutazione che si basa su criteri multipli e che ha l’obiettivo di valutare in maniera indi­pendente differenti prestazioni, è particolarmente adatto a far emergere i profili delle discipline nelle rispettive istituzioni e di rendere visibili le forze e le debolezze. La classifica delle discipline sulla base dei tre criteri nel­l’ottica di un giudizio complessivo delle singole università, non è un obiettivo della procedura di valutazione qui proposta.
L’uso di criteri multipli permette di valutare non solo le prestazioni di ricerca nel stretto senso della parola, ma di prendere in debita considerazione anche altre prestazioni inerenti alla ricerca. Pertanto, nell’ambito della valu­tazione comparativa nelle scienze umanistiche. il sottogruppo di lavoro raccomanda di valutare tre criteri, che ri­flettono tre diversi dimensioni di prestazioni, in maniera indipendente. Le denominazioni proposte dal sottogrup­po di lavoro per questi tre criteri sono: Qualità della ricerca, Promozione della ricerca e Diffusione extrauniversi­taria. Questi tre criteri dovrebbero essere intesi come tre parametri correlati, ma anche distinti, e la cui valutazio­ne separata permetta di cogliere il profilo delle discipline nelle rispettive istituzioni.
Nella valutazione c’è inoltre da prestare debita attenzione al fatto che in ogni affermazione valutativa sia dato il giusto peso ai due aspetti di efficacia (prestazione assoluta) e di efficienza (prestazione relativa alle condizioni di lavoro esistenti e alle risorse). Una comparazione diretta delle prestazioni probabilmente è soprattutto realizza­bile per quanto riguarda il criterio della “Qualità della ricerca”, che viene principalmente valutata sulla base delle pubblicazioni – nell’ambito delle scienze umanistiche possono essere prodotte buone pubblicazioni a prescindere dal profilo delle rispettive università. La promozione della ricerca è, invece, più dipendente dalle condizioni con­testuali. Le possibili prestazioni di diffusione extrauniversitaria dipendono molto dall’oggetto delle discipline. In particolare, il criterio della promozione della ricerca dovrebbe essere valutata sia in termini assoluti sia in relazio­ne alle risorse personali a disposizione.
Infine, c’è da considerare che le risorse di tempo e di energia di ogni ricercatore sono limitate. I profili di pre­stazione individuali e di interi gruppi di ricerca, anche se globalmente presentano un livello superiore alla media, sa­ranno probabilmente caratterizzati da una perfomance particolare relativa ad uno o due dei tre criteri nominati. Prestazioni omogenee si troveranno verosimilmente verso l’estremo inferiore della scala delle prestazioni, e solo in pochi casi all’estremo superiore, la larga parte che si trova tra i due estremi, probabilmente avrà profili etero­genei. Sulla base delle argomentazioni esposte, questo non deve essere considerato un aspetto negativo.
Per la valutazione dei singoli criteri dovrebbero essere presi in considerazione diversi indicatori e dati, relativi sia alla qualità, sia alla quantità della ricerca, che dovrebbero essere valutati nel loro insieme dagli di esperti. La con­cretizzazione dei criteri, così come l’identificazione e l’attribuzione dei relativi indicatori dovrebbe avvenire in maniera specifica per le singole discipline, cercando di considerare unicamente indicatori che non si prestano a interpretazioni ambigue e a manipolazioni. Nell’ambito della procedura di valutazione, i gruppi di valutazione devono accordarsi sugli indicatori ritenuti fondamentali per la formulazione di un giudizio relativo a ogni singolo criterio.
Per garantire la comparabilità della valutazione tra diverse discipline, anche nelle discipline umanistiche la va­lutazione dei criteri dovrebbe avvenire tramite l’uso di scale a 5 punti:
5 = eccellente; 4 = molto buono; 3 = buono, 2 = soddisfacente, 1 = non soddisfacente.
Il gruppo di lavoro invita a valutare criticamente il numero di “gradini” di questa scala sulla base dei risultati del­lo studio pilota.
I risultati dovrebbero essere pubblicati separatamente per ogni criterio, per poter mettere in evidenza le forze e le debolezze, nonché i profili delle discipline nelle rispettive istituzioni.
B.III. Delimitazione e grandezza delle unità da valutare Raccomandazioni:
Nell’ambito della valutazione comparativa specifica per discipline, le singole discipline di ogni istituzio­ne, cioè università o istituto di ricerca extrauniversitario, dovrebbero essere valutate nella loro totalità. Per una valutazione differenziata del criterio della “Qualità della ricerca“, dovrebbe essere valutata, per le singole discipline all’interno di una specifica istituzione, l’unità di ricerca che si trova al di sopra delle singole cattedre, nel caso in cui per quella disciplina in quella specifica università esistano più cattedre per una singola disciplina 3 Nel caso in cui vengano formulati giudizi differenziati per singole cattedre (per esempio per poter, nel caso di grande eterogeneità all’interno di una stessa disciplina, presentare in maniera differenziata i risultati), questo dovrebbe avvenire in forma anonima. Ciò nonostante le università dovrebbero ricevere tutti i risultati per uso interno. Argomentazione: I prodotti della ricerca all’interno di una disciplina possono essere valutati sia a livello di singole ricercatrici/ri­cercatori, sia a livello di unità più ampie. Nelle sue raccomandazioni, il Consiglio della Ricerca sconsiglia di clas­sificare singole persone in maniera pubblica e al di fuori della propria istituzione, Di conseguenza, nell’ambito della procedura di valutazione proposta dal Consiglio della ricerca, le valutazioni comparative non dovrebbero svolgersi a livello della valutazione di persone singole. Anzi le valutazioni comparative proposte dal Consiglio della Ricerca vertono a valutare nella loro totalità i settori scientifico disciplinari, le unità di ricerca, piuttosto che gli appartenenti ad un settore scientifico disciplinare che partecipano alla valutazione comparativa di un‘universi­tà o di un‘istituzione extrauniversitaria.
Il sottogruppo di lavoro raccomanda di adottare questa proposta anche nell’ambito delle scienze umanistiche. Per garantire che l’onere di lavoro per la valutazione si mantenga entro certi confini, una inutile differenziazione del­le unità d ricerca dovrebbe essere evitata. Inoltre, bisogna tenere presente l’aspetto della verosimiglianza della comparabilità di queste unità con unità simili di altre istituzioni.
Sulla base di queste argomentazioni, le unità di ricerca da valutare all’interno di una specifica istituzione do­vrebbero, se possibile, essere quelle al livello superiore alle singole cattedre. Nelle istituzioni in cui questo non è pos­sibile, o non sembra plausibile, sulla base dei contenuti, dovrebbero essere formate delle unità pragmatiche.
Ciò nonostante i dati dovrebbero essere rilevati in primis a partire dalle singole cattedre. Questo dovrebbe per­mettere una descrizione dettagliata nel caso di prestazioni molto differenti di diverse cattedre appartenenti allo stesso istituto. Anche in questo caso l’anonimato delle persone coinvolte deve essere garantito. Nel caso in cui al­l’interno di uno stesso istituto si osservano delle grandi differenze nelle prestazioni di singole cattedre, questo do­vrebbe essere reso pubblico in una formulazione generale, anche nei resoconti pubblici. Le università dovrebbero avere accesso all’uopo informativo e all’uso interno di tutti i risultati relativi alle singole cattedre.
Periodo e ciclo di valutazione Raccomandazioni:
Il ciclo di valutazione, cioè gli spazi temporali tra le valutazioni in una specifica disciplina non dovreb­be superare i sette anni. Il periodo di valutazione dovrebbe corrispondere alla lunghezza del ciclo di valutazione. Argomentazioni: Il sottogruppo di lavoro è consapevole del fatto che nelle discipline umanistiche l’acquisizione di conoscenze ri­chiede spesso tempi lunghi. Fra le cause di ciò sta il fatto che i progetti di ricerca delle scienze umanistiche ri­chiedono raramente uno svolgimento rapido. Inoltre, la lunghezza temporale delle ricerche è causata dal fatto che i lavori di archivio, lessicali e editoriali occupano un grande spazio all’interno dei progetti di ricerca o addirittura costituiscono i progetti di ricerca di per sé. Infine, si deve prendere in considerazione la latenza di ricezione qual­volta considerevole quando vengono presentati i risultati di ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche. .
Sulla base di queste argomentazioni e per non sovraccaricare inutilmente gli esperti, i cicli di valutazione nella valutazione della ricerca delle discipline umanistiche non dovrebbero esser troppo corti. Al contempo, per poter cogliere in tempi adeguati i cambiamenti in una specifica disciplina, i cicli non dovrebbero essere nemmeno trop­po lunghi. Infine, per garantire l’attualità dei risultati, la valutazione comparativa dovrebbe avvenire in maniera regolare.
Accanto al ciclo di valutazione, anche la lunghezza del periodo di valutazione influisce sull’utilizzabilità dei ri­sultati della valutazione comparativa della ricerca. Un periodo di valutazione troppo lungo può influire negativa­mente sull’attualità e, pertanto, sulla rilevanza dei risultati. Pertanto, la sopracitata talvolta lunga durata dei pro­getti di ricerca non dovrebbe portare a un estensione eccessiva del periodo di valutazione. Le prestazioni raggiun­te in progetti di lunga durata (ad esempio, scavi per recuperare reperti storici, Opus Magnum, ecc.) dovrebbero essere valorizzabili sulla base di reports in itinere.
Il ciclo di valutazione in una disciplina non dovrebbe superare la lunghezza del periodo di valutazione, dato che questo porterebbe a periodi temporali non valutati. I cicli di valutazione che sono più corti del periodo di va­lutazione potrebbero portare ad una valutazione ripetuta delle stesse prestazioni. Pertanto la lunghezza dei periodi di valutazione dovrebbe corrispondere alla lunghezza dei cicli di valutazione di una specifica disciplina.
Considerando i pregi e gli svantaggi di periodi più corti o più lunghi di valutazione, il sottogruppo di lavoro rac­comanda di stabilire il periodo di valutazione a sette anni. Le prestazioni svolte prima del periodo di valuta­zione saranno considerate nell’ambito del criterio della fama.
C. Commenti relativi ai criteri di valutazione e raccomandazioni relative agli indicatori scelti
C.I. Criterio “Qualità della ricerca”
Riguardo al criterio della “Qualità della ricerca”, i prodotti della ricerca saranno valutati nell’ottica della loro im­portanza, grado di innovazione, originalità, attualità, impatto (nazionale e internazionale), nonché nell’ottica del­l’ampiezza e dell’influenza della domanda di ricerca sul proprio campo di ricerca e su altre discipline. La va­lutazione di questo criterio si basa principalmente sulla qualità, e anche sulla quantità delle pubblicazioni. Questi due aspetti dovrebbero essere integrati con informazioni sulla fama. Riguardo all’inclusione di altri aspetti, i gruppi di valutazione dovrebbero decidere all’interno delle singole discipline. Per la valutazione delle pubblica­zioni (I.1) e della fama (I.2) il sottogruppo di lavoro formula le seguenti raccomandazioni.
I.1. Pubblicazioni Raccomandazioni La valutazione delle pubblicazioni dovrebbe basarsi soprattutto su aspetti qualitativi. Indicatori quanti­tativi e indici di pubblicazioni dovrebbero costituire informazioni secondarie. Per la valutazione qualitativa, per ogni cattedra dovrebbero essere presentate sino a cinque pubblica­zioni degli ultimi sette anni. La decisione sulle forme di pubblicazione da presentare dovrebbe essere lasciata alla discrezione dei gruppi di valutazione. La scelta delle pubblicazioni da presentare dovrebbe essere lasciata alla discrezione delle cattedre/gruppi di ricerca da valutare.. L’importanza delle singole forme di pubblicazione e delle pubblicazioni redatte con co-autori, dovrebbe essere preso in considerazione adeguata a seconda delle discipline. Argomentazione Nelle singole discipline umanistiche sono diffuse diverse forme di pubblicazione. In particolare, le forme di pub­blicazione delle discipline storico-ermeneutiche e quelle delle discipline con impronta più empirica si distin­guono in maniera decisiva le une dalle altre. Ad esempio, nelle prime, le monografie con un unico autore o gli ar­ticoli in rassegne speciali, costituiscono le forme di pubblicazione più importanti, mentre nelle seconde, anche ar­ticoli con più co-autori, pubblicati in giornali specifici alla disciplina, sono molto diffusi.
Diversamente dalle scienze naturali e, in parte, dalle scienze sociali, nelle scienze umanistiche una valutazione delle pubblicazioni sulla base delle citazioni non è possibile per i seguenti motivi: libri e monografie di frequente non vengono considerati nelle banche dati delle pubblicazioni e delle citazioni; le pubblicazioni nelle scienze umanistiche sono spesso sottorappresentate nelle banche dati delle citazioni, dato che sovente sono scritte nella rispettiva lingua nazionale; una valutazione complessiva delle rassegne non esiste attualmente; nelle scienze umanistiche il fatto di citare in misura importante un autore non rappresenta sempre riconoscimento, ma anche critica di particolari posizioni; inoltre esiste solo un consenso informale del rango di qualità dei giornali scientifi­ci e di altre forme di pubblicazione. Una valutazione standardizzata della qualità delle pubblicazioni nell’ambito delle scienze umanistiche è, pertanto, difficilmente immaginabile.
Nella mancanza di indicatori quantitativi adeguati, solo la lettura delle singole pubblicazioni permette di indi­viduarne la qualità. Pertanto il sottogruppo di lavoro suggerisce di valutare le pubblicazioni delle scienze umani­stiche sulla base di una valutazione qualitativa di pubblicazioni scelte. Gli elenchi di pubblicazioni e altri indica­tori quantitativi (ad esempio numero di pagine) potrebbero eventualmente essere presi in considerazione come in­formazioni secondarie.
Dato che il ciclo e il periodo di valutazione dovrebbero normalmente riferirsi agli ultimo sette anni, anche le pub­blicazioni presentate dovrebbero riferirsi agli ultimi sette anni. Le pubblicazioni dovrebbero essere presentate ai gruppi di valutazione non sotto forma di riassunti, ma nella loro integralità. Per limitare i costi per la raccolta e la valutazione delle pubblicazioni, il numero delle pubblicazioni da presentare dovrebbe essere limitato a un mas­simo di cinque per ogni cattedra, e potrebbero esservi incluse, in misura limitata, anche pubblicazioni di collabo­ratori.
Per quanto riguarda la valutazione della visibilità per un pubblico internazionale, il sottogruppo di lavoro rac­comanda di prendere in considerazione la rilevanza di pubblicazioni in lingue straniere secondo gli standard spe­cifici alle discipline.
I.2. Fama Raccomandazione 1. Per la valutazione della fama dovrebbero essere prese in considerazione in particolare le seguenti informaz­ioni: premi di ricerca, appartenenza a organi accademici, riconoscimenti accademici, colleghi dall’e­stero. Argomentazione Come complemento alla valutazione delle pubblicazioni conviene basarsi sulla fama come indicatore della quali­tà dei prodotti della ricerca. La fama da indicazioni relative all’ampiezza dell’influenza e della visibilità del­la ri­cerca. Inoltre fornisce informazioni sul riconoscimento, e l’apprezzamento di risultati della ricerca ottenuti nel lungo periodo (e così indirettamente anche sulla qualità), da parte della comunità scientifica. Per la valutazio­ne della fama dovrebbero essere considerati sia informazioni quantitative che qualitative (premi di ricerca, rico­noscimenti). Il fatto che con questa procedura vengano considerate le stesse informazioni in diverse successive va­lutazioni, secondo il sottogruppo di lavoro è giustificabile considerando il significato dell’aspetto “fama”.
C.II. Criterio “Promozione della ricerca”
Questo criterio include attività inerenti alla ricerca che costituiscono un presupposto per la realizzazione di pro­dotti di ricerca e pertanto sono parte integrante del lavoro scientifico. I membri del sottogruppo di lavoro ri­tengono che a questi aspetti, nell’ambito della valutazione compartiva, dovrebbe essere accordato un’importanza ade­guata. Questi aspetti diventano visibili soprattutto nel successo del reclutamento di finanziamenti esterni e an­che nella promozione dei giovani ricercatori. In seguito, il sottogruppo di lavoro fornisce delle raccomandazioni con­crete relative a questi aspetti, sottolineando però anche che i gruppi di valutazione dovrebbero elaborare ulte­riormente le linee guida per la valutazione del “Promozione della ricerca” a seconda delle singole discipline e di con­siderare eventualmente anche altri indicatori (ad es. collaborazioni e costituzione di gruppi di lavoro impe­gnati nella creazione di infrastrutture, in impegni politici inerenti alle disciplina, in attività di supervisone, in or­ganizzazione di convegni o giorni di lavoro, o nella presa in carico di impegni istituzionali).
II.1. Acquisizione di finanziamenti esterni
Le informazioni riguardo alle acquisizioni di finanziamenti esterni ottenuti tramite bandi dovrebbero es­sere presi in considerazione nella valutazione della ricerca nell’ambito delle scienze umanistiche. Per la classificazione e la valutazione dell’importanza degli importi ricevuti, dovrebbero essere consul­tati i parametri di distribuzione delle singole discipline (ad es. mediana, decili, percentili, minimo, massimo). La posizione finanziaria e istituzionale dell’istituzione da valutare dovrebbe esser descritta, così che possa essere presa in considerazione dai riceventi dei reports di valutazione Argomentazione: La ricerca nell’ambito delle discipline umanistiche è soprattutto presente nelle università ed è principalmente fi­nanziata dai fondi ordinari delle sedi. Con un numero crescente di iscritti, delle parti sempre crescenti di questi fondi vengono investiti per lo studio e per l’insegnamento. Già nel 2006, il consiglio della Ricerca costatò che questo sviluppo mette a repentaglio le prestazioni della ricerca nelle discipline umanistiche. Per compensare, le discipline umanistiche hanno cercato di colmare i buchi tramite l’acquisizione di finanziamenti esterni.
Il Consiglio di Ricerca è, in linea generale, dell’opinione che questa acquisizione compensatoria di finanzia­menti esterni non sia adeguata per tutti i progetti di ricerca. Infatti, molteplici progetti di ricerca, almeno nell’am­bito delle scienze umanistiche, sono realizzabili anche con pochi finanziamenti, pertanto la mancanza o la ridotta quantità di acquisizione di finanziamenti esterni non permette di trarre conclusioni sulla qualità della ricerca. Inoltre, nell’interpretazione dei dati sui finanziamenti esterni bisogna tenere presente che questi costituiscono in­nanzitutto un indicatore di input, e non di out-put, pertanto non danno, nell’immediato, informazioni sulle presta­zioni di ricerca effettivamente realizzate.
Tuttavia le acquisizioni di finanziamenti esterni dovrebbero essere presi in considerazione in maniera adegua­tamente ponderata anche nella valutazione comparativa delle scienze umanistiche. Inoltre l’acquisizione di finan­ziamenti esterni può essere importante per la promozione dei giovani ricercatori, in quanto essi possono essere assunti nell’ambito di progetti sponsorizzati da finanziatori esterni e arrivare così a svolgere un dottorato. Le in­formazioni correlate, pertanto, sono utili per valutare anche l’impegno per la promozione dei giovani ricercatori. Siccome l’ampiezza dell’importo dei finanziamenti acquisisti da terzi è variabile a seconda delle singole discipli­ne, per l’interpretazione dei risultati dovrebbero essere raccolte informazioni sulla distribuzione relativa alle sin­gole discipline (ad esempio mediana, decili, percentili, minimo, massimo).
Il successo nel concorso per l’acquisizione di finanziamenti esterni dipende anche dalle risorse disponibili del­le singole sedi. Pertanto, nel valutare questo e altri dati quantitativi, dovrebbero essere presi in considerazione la si­tuazione finanziaria e istituzionale (ad esempio risorse di personale, quantità di compiti didattici, numero di stu­denti) delle rispettive sedi. Di conseguenza, alle istituzioni dovrebbe essere lasciata la possibilità di fornire una descrizione delle risorse disponibili, delle attrezzature e del contesto istituzionale in generale. Per garantire una maggiore trasparenza dei risultati della valutazione, i gruppi di valutazione, nei loro report, dovrebbero fornire una breve descrizione della situazione finanziaria e istituzionale delle singole sedi.
II.2. Promozione dei giovani ricercatori
L’impegno per la promozione dei giovani ricercatori (nuove leve) dovrebbe essere presa in debita consi­derazione nella valutazione comparativa. Le valutazioni non dovrebbero basarsi esclusivamente sui numeri assoluti dei dottorati e delle abilitazio­ni. Questi dati dovrebbero essere considerati come indicatore della continuità nella promozione dei gio­vani. Nelle valutazioni dovrebbero essere considerati soprattutto aspetti qualitativi che riguardano il livello delle tesi e delle abilitazioni. I seguenti aspetti dovrebbero, nell’ambito della valutazione della promozione dei giovani nelle scienze umanistiche, ricevere particolare attenzione: placement rate (numero assoluto e relativo di chiamate di abilitati), destino degli abilitati non chiamati, premiazioni di giovani ricercatori, dottorati finanziati con mezzi esterni, attrattiva della sede (borse di studio, ecc). In specifiche discipline, nelle quali le sopramenzionate informazioni non sono sufficienti per la valutazione della promozione dei giovani, dovrebbero essere richieste tesi di dottorato e tesi di abilitazioni per poterle valuta­re.
Argomentazione Così come in altre discipline scientifiche, anche nelle scienze umanistiche negli ultimi anni si è ampliata la ri­chiesta di accordare maggiore importanza alla promozione dei giovani ricercatori. La promozione dei dottorandi è stata appoggiata dal collegio dei docenti delle scuole di dottorato della comunità scientifica tedesca e da altri collegi di promozione strutturati. Anche per i post-dottorandi esistono nuovi strumenti per la promozione. Con­temporaneamente l’aumento del numero di progetti di ricerca fa sì che tant* ricercatric* giovani possano fare il dottorato, ma non si possa loro proporre delle prospettive per una futura carriera accademica. ….Pertanto si do­vrebbe evitare che attraverso la scelta dei criteri di valutazione per la valutazione comparativa della ricerca, le università siano incoraggiate a offrire dottorati a un numero esagerato di giovani. Al contrario, al centro della va­lutazione dovrebbe figurare la qualità della formazione dei giovani nell’ottica della loro prospettiva professionale futura.
I successi nella promozione dei giovani dipendono anche dall’attrattiva della sede. Pertanto il sottogruppo di la­voro ritiene che informazioni relative alle presenza di scuole di dottorato, di borse di studio, siano importanti in­dicatori della promozione dei giovani.
C.III. Criterio “Diffusione extrauniversitaria” Il diffusione dei prodotti di ricerca svolge una funzione sociale importante. Pertanto anche nelle scienze uma­nistiche non si dovrebbe rinunciare alla valutazione della diffusione dei prodotti di ricerca e del sapere. Mentre nelle scienze naturali e ingegneristiche gran parte delle prestazioni di diffusione riguardano l’economia, in parti­colare l’industria, nelle scienze umanistiche la diffusione dei prodotti di ricerca e delle conoscenze avviene su scala più ampia. Oltre alle pubblicazioni e ai convegni, i risultati della ricerca nelle scienze umanistiche raggiun­gono il pubblico anche attraverso esposizioni, presentazioni pubbliche, contributi nei media. Inoltre, le conoscen­ze scien­tifiche e i risultati della ricerca vengono diffusi anche tramite il trasferimento di persone e in maniera in­diretta (ad esempio tramite attività di consulenza).
La forma e il significato della diffusione dei prodotti della ricerca, ma anche la disponibilità di dati, tuttavia, va­riano da disciplina a disciplina e devono, pertanto, essere valutati a seconda della stessa. Il sottogruppo di lavo­ro propone che nel contesto della valutazione comparativa della ricerca in scienze umane, se considerato plausibi­le a seconda della disciplina, dovrebbero essere considerate, in particolare, le seguenti prestazioni di diffusione: mo­stre e diffusione delle conoscenze al pubblico (ad esempio contributi nei media); trasferimento della ricerca (ad esempio attività di ricerca per altre facoltà e per imprese), formazione e attività di consulenza
Il sottogruppo di lavoro precisa che la valutazione del criterio della “diffusione dei prodotti della ricerca”i, a pre­scindere dalla sua importanza, è, paragonato agli altri due criteri, particolarmente difficile da misurare. Pertan­to raccomanda di procedere con cautela nell’assegnazione di queste prestazioni ai cinque predicati della scala di va­lutazione.
1 Sotto questa denominazione vengono riassunte le discipline che dispongono di relativamente poche risorse in termini di attrezzature e di personale, che hanno un numero basso di studenti iscritti, e che sono presenti solo in poche sedi universitarie.
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documento associati unisalerno
DOCUMENTO DELL’ASSEMBLEA
DEI PROFESSORI ASSOCIATI DELL’UNIVERSITÀ
L’assemblea dei Professori Associati dell’Università degli Studi di Salerno,
esaminato il DDL n°1905, proposto dall’On. Mariastella GELMINI, su “Norme in materia di organizzazione dell’Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”, approvato dal Senato nel luglio scorso ed attualmente in discussione alla Camera dei Deputati,
vista la Legge Finanziaria per quanto di pertinenza,
che il DDL n°1905 in discussione alla Camera e le disposizioni finanziarie ad esso collegate danneggino fortemente il sistema universitario italiano e penalizzino tutte le fasce della docenza (Professori Ordinari, Professori Associati e Ricercatori).
L’assemblea all’unanimità
ESPRIME IL PROPRIO DISSENSO
con riferimento particolare ai punti riguardanti:
Organi di governo ed articolazioni interne dell’Università
Tagli ai finanziamenti del sistema universitario italiano
Reclutamento e progressione di carriera di Professori e Ricercatori
un “governo” democratico dell’Università, allo scopo di avere una gestione più partecipata, una responsabilità collegiale ed uno sviluppo armonioso dell’Università, in particolare per garantire la piena rappresentatività di tutte le componenti (Professori Ordinari, Professori Associati e Ricercatori) all’interno degli Organi di Governo quali:
nonché nelle Commissioni per le procedure di valutazione a posti di Professore e di Ricercatore.
un adeguato sostegno economico e finanziario al sistema universitario pubblico, ripristinando le risorse necessarie al fine di:
assicurare la piena funzionalità dell’Università rispetto alla sua missione ed al regolare svolgimento delle attività di alta formazione e di ricerca scientifica, con il completo ed effettivo ritiro dei tagli al FFO previsti dalla legge 133/08 (come modificata dalla L. 1/09)
recuperare alla fine del triennio le penalizzazioni previste per i docenti universitari dal DL n°78/2010 (convertito in L. 122/2010)
la deroga al blocco del turnover di tutto il personale docente universitario, da ultimo disposto dal DL n°78/2010, nonché misure eccezionali, normative e finanziarie, nei primi sei anni dall’entrata in vigore della legge di riforma universitaria, tese a:
soddisfare le legittime aspettative di carriera, basate sul merito, del personale docente universitario
assicurare lo svolgimento, a cadenza regolare ed in maniera adeguata ed equilibrata, di nuovi concorsi di Professore di ruolo di 1° e 2° fascia
Infine, l’assemblea dei Professori Associati dell’Università degli Studi di Salerno,
lo spirito del documento di protesta redatto dall’Assemblea dei Professori Associati dell’Università di Palermo il 29 settembre 2010. In particolare, l’assemblea
il disagio espresso nel citato documento al punto:
“I Professori Associati (…) ritengono del tutto inaccettabili i tentativi, condotti a livello ministeriale e auspicabilmente non supportati da analoghi orientamenti in Ateneo, di barattare il consenso dei Ricercatori ad una riforma fortemente penalizzante per l’intero sistema universitario con promesse di generalizzati passaggi alla fascia degli Associati. Tali promesse, la cui effettiva onorabilità rimane peraltro tutta da verificare, perdono inoltre qualunque capacità di persuasione nella misura in cui il ruolo degli Associati viene al contempo svuotato e indebolito, venendo privato di qualsiasi rappresentanza.”
Fisciano, 7 ottobre 2010
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Sveglia!* Scilicet: in difesa della Costituzione salviamo l’università pubblica: perché di questo si tratta!
*[Sveglia! Chi non si è mai trovato tra le mani il foglietto - invariabilmente apocalittico - dei Testi­moni di Geova? (Ognun sa di che parlo.) E sì. Ci vede tutti dormienti e sinceramente affranto per le nostre sorti, di riottosi, ciechi e sordi, grida, invariabilmente, sveglia! Mi sento come il foglietto. Non demordo. E come quello insisto. A lungo e rigiro e ripeto. Ho fede: nella ragione dell'Uomo; al fine. E cosi gri­do: sveglia!]
Che succede all’università italiana? È sotto attacco. Un attacco pesante, insidioso, fariseo e distrutti­vo, probabilmente anche incostituzionale. E nessuno ne parla? Che succede? Uno dei peggiori in­ciuci della politichetta degli ultimi anni si consuma a danno irreversibile del futuro del paese, della possibilità di formare successive classi dirigenti libere, critiche, pluraliste e democratiche, avviluppa e soffoca ogni voce di dissenso. Non c’è dibattito, non c’è inchiesta, Non c’è approfondimento. Non c’è l’università, quando si parla di università statale. Al massimo qualche professore di università privata.
Una (contro)riforma, brutalmente preparata da un assedio per fame e per sete, asperrimo come mai veduto prima. È presentata esattamente per l’opposto di quella che è: è retriva invece che moderna; è lobbista invece che meritocratica; è oligarchica (baronale) invece che democratica; è asservita inve­ce che libera; è dipendente invece che autonoma; è conformista invece che critica. Lo spiegherò appresso. Prima occorre dire che quanto accaduto, accade e – non ancora inevitabilmente – accadrà, non è un caso, non è neppure l’effetto di incompetenza né quel­la palese della ministra né della presidente della commissione cultura né di altri che – lì – sull’università pontifi­cano. Tuttavia, dopo gli studi, se va bene, senza averci passato un giorno solo nelle università. Sarebbe questa un’atte­nuante, ma ingenerosa, per il vero artefice della riforma: il ministro Tremonti. Ideatore ed esecutore della missione ground zero, che non equivale alla più aulica espressione fare tabula rasa, perché dopo la demolizione non si vede nuova scrittura; si rivede quella ancora più vecchia. Vale a dire che se questo non è lo scopo vero e immediato della riforma, ne è l’effetto solo. Eppure, per quanto tragico possa essere proiettare nel futuro prossimo le conseguenze della demolizione, esse nulla sono. Rispetto all’obiettivo di lungo periodo. Quello vero: creare una società una; interamente dipendente dal suo capo: Priapo. Una distopia che peggio non si può immaginare. Se l’avessero immaginata i Pink Floyd, certo, invece che martelli a marciare, in The Wall, profetico, avrebbero messo dei cazzi capovolti, come quello del Priapo: duce e nume dei riformatori. Ossimori irriducibili, eppure viventi sono costoro: Robespierre-restauratori, giacobini di destra, giansenisti di sinistra. Come un ossimoro è la loro riforma: meritocratica senza meriti e democratico-autoritaria. Questa non èp che una previsione, hic et nunc bisogna pensare al presente. È ora di occuparsi della contingenza. Perché è dall’efficacia con cui si interviene – adesso – che si può impedire la distopia priapistica.
Bellum parate,
quoniam pacem pati non potuistis. Partiamo dalla disinformazione, cioè dal modo in cui viene preparata l’opinione pubblica ad acco­gliere quello che mai, con un’informazione corretta, invece accoglierebbe. Ecco quale: l’università oggi è baronale, autoreferenziale, scarsamente produttiva, troppo indietro nelle classifiche internazionali. E spendacciona: oltre il 90% in personale e non produce neppure una saponetta!
E così, via con il tormentone del nepotismo: di letto o di sangue. E poi via con i concorsi (che con­corsi non sono) che … “lasciano fuori bravi”. E ancora, via con … “i cervelli in fuga”. E dai con l’of­ferta formativa che … è troppa! E metti i fuori coso e gli abbandoni che …. sono più alti dei quelli degli altri. E via di lì: la strada è spianata; chi più ne ha più ne metta. Arriva il salvatore, il demiurgo deus ex machina: l’avvocata in trasferta o per corrispondenza, la ministra dell’istruzione. Parola d’ordine: bisogna riformare. E via con l’eco dei parassiti, ruffiani e cicisbei di regime: bisogna rifor­mare, riformare, riformare, riformare … . tutto è pronto. Nessuno che dica quanto è la spesa per studente, a petto delle altre nazioni; nessuno che dica quanti sono i mq di attrezzature per studente e per docente a petto dei cd eccellenti; nessuno che dica quanto costa un laureato, a petto dei paesi dell’OECD. Nessuno che dica quanti collaboratori – pagati, non da lui – ha un professore, a petto delle migliori università prese a obiettivo; straniere perché le italiche private non se la passano meglio, come ci ricorda Sylos Labini in http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/29/confindustria-ed-universita/74247/ ).
Siamo pronti anche noi, partiamo dunque. Useremo allo scopo di vedere il bluff le stesse premesse dei riformatori, le daremo per vere. E quindi: tutto il potere nell’uni­versità è nelle mani dei baroni; i baroni curano solo i loro interessi a danno dell’interesse pubblico e generale; nell’università regna il più bieco egalitarismo a tutto scapito della meritocrazia. Si lo dia­mo per vero, e senza distinguo; e non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari, sullo stesso campo.
Useremo perciò anche gli stessi obiettivi dei riformatori, li daremo per buoni: togliere il potere ai ba­roni, definitivamente; promuovere nell’accesso e nella carriera solo i meritevoli, insomma: merito­crazia. (Sia detto per inciso: essa fu una parolaccia, così la intese chi la coniò, il sociologo inglese Michael Young, chissà se la ministra lo sa e chissà se sa che è il perno dei regimi fascisti, lo avrà pure studiato che era lo strumento che Benito Mussolini opponeva alle “potenze demo-plutocrati­che”; ma si che lo sa!) Prendiamo per buona la filosofia meritocratica, senza distin­guo. Si lo diciamo per vero; non c’è ironia. Vogliamo solo confrontaci ad armi pari: siamo perfino disposti a far finta di essere jeffersoniani; e non lo siamo.
Vogliamo che le contraddizioni, se non le truffe della controriforma, vengan fuor da sé.
Su queste premesse esaminiamo i soggetti del processo riformatore: quelli che la dettano, quelli che la fanno, quelli che la subiscono, nel senso che ne sono oggetto. E li cataloghiamo in due insiemi: quelli a cui piace e quelli a cui non piace. Quelli che la dettano, alcuni: Giavazzi (ordinario di università privata), Ernesto Galli della Loggia, (ordinario di università privata), Angelo Panebianco (ordinario con due piedi in due scarpe, una pubblica e un’altra privata), Roberto Perotti (ordinario, università privata), Giulio Tremonti (ordina­rio università pubblica, deus ex machina dell’ITT, università personale), CRUI (un drappello di or­dinari, i Rettori delle università italiane, gli attuali capi), fondazione Trellle (tra i fondatori Fedele Confalonieri), infine, ma non da ultimo, l’iperattiva e scalpitante Confindustria (gestore della LUISS, università privata). Già la Confindundustria. Come mai? Ma per il bene del paese! Codesta associazione (di filantropi, of course), infatti, ci ha abituati alla sua neutralità, alla sua obiettività, al suo illuminato liberalismo, alla sua capacità di scegliere solo per meriti, fin dal 1925. Quando, con lo storico accordo di Palazzo Vidoni (cinismo della storia, oggi sede dell’altro grande restauratore, absit iniuria verbis, il diminutivo e alla mancanza di portafoglio, il ministrino Brunetta), sempre per il bene del paese, scelse Mussolini, il marciatore, e ci si accordò. Mettendo fuorilegge i sindacati (non fa­scisti) dei lavoratori. Accettò in pieno il regime corporativo e fascista, ne trasse tutti i benefici. Sempre per il bene del paese e per il bene del paese non si oppose alle leggi razziali. Ma come pote­va dubitare del liberalismo del duce? Non erano e non sono britannici: senza Dio e senza Patria; lo­ro. Loro sono solo loro pragmatici, per il bene del paese. Si fanno gli affari loro (e infatti prendersi gratis l’università è un affare per … l’oro); sempre per il bene del paese. Come dubitarne. Come dubitarne con un passato sì glorioso, quando, per tornare alla storia recente, flirtano con ora con il premier (non importa quale) o con il suo antagonista (importa ancor meno), secondo come gira il vento. Sempre per il bene del paese. Già. Il bene del paese. Quelli che la fanno: Tremonti-Gelmini e l’utile idiota, quello non manca mai, il PD; ancora alla ri­cerca di un’identità, ancora complessato di comunismo-leninismo, ancora in fasce a pietire dall’avversario un freudiano legittimante“bra­vo”. Disposto a essere più realista del re. Più a destra della de­stra. Più liberista dei liberisti. Pur di essere di più ma come l’altro. Mettono dentro tutti … dell’altro. E poi se la prendono, dentro, con i propri … rottamatori; gli unici che potrebbero de-gerontizzarlo e tirarlo fuori dalle sabbie mobili, quelle dell’università per esempio, in cui si è cacciato. È lì, in linea con Confindustria (si la stessa di qualche rigo sopra) la pro bono et aequi societas. Enrico Letta e Gianni Rocca sono lì. Sono le loro bocche, volteggiano all’unisono nel cielo, pronti alla picchiata divoratrice non appena la carcassa dell’università schianterà al suolo. Manca poco: non temano di precipitare; tengano duro, anzi. Sì li esortiamo; non li vorremmo sulla coscienza. Due intellettuali così, veri. Mica come gli accademici, gli impostori, intellighenzia snob, finta; corporativa, avida. PD! Sveglia! Siete all’opposizione. Sve­glia! Siete per lo stato sociale, la libertà, la giustizia sociale, la solidarietà, il welfare, la sicurezza sociale, la scuola pubblica laica interclassista, pluralista, democratica; lo ricordate, o no? Siete di si­nistra e il governo di destra. Oppure no? Siete per le primarie, la concertazione, il dialogo con le parti sociali, le riforme condivise, le riforme per, le riforme con, contro le riforme contro. O avete dimenticato anche questo. E si che lo avete dimenticato. Ci fate fare la riforma contro e nulla dite; contro il paese e ci mettete il carico da undici.
E voi, quelli di destra. Che siete al governo del Paese. Non avete figli? O pensate di essere immorta­li. Che state facendo? Sveglia! Svegliatevi anche voi. Un ristretto nucleo i lobbisti, vi sta facendo fessi, e ancora non lo capite. Ragionate con la vostra testa: non è argomento che interessi o che stia al cuore al vostro capo. Troppo complicato, non gliene frega niente dell’università, non una parola spesa. Quelli che la subiscono: studenti, famiglie, professori, aspiranti tali (i precari).
Redde rationem …
Cataloghiamo. A chi piace e a chi no: è la tesi. Correlato logico indispensabile a chi dovrebbe piacere e a chi no: è l’ipotesi. Se tesi e ipotesi coincideranno la riforma sarà vera, se non coincideranno ci stanno facendo fessi.
A chi dovrebbe piacere: a quelli che il potere non ce l’hanno dentro l’università. Ci sono i ricercatori che non sono affatto precari, ma professori nella fase iniziale della carriera a cui viene da trent’anni rinviata la definizione dello stato giuridico. Sono professori a cui viene negata la dignità di profes­sori. Per questo la loro dichiarazione di “indisponibilità” è efficacie: fanno solo quello per cui non devono essere considerati professori. Non fanno i professori, visto che glie lo negano.
Dovrebbe piacergli perché se sono bravi potrebbero far carriere per ciò solo. Senza che ciò dipenda dagli umori dei baroni.
Ci sono i professori associati. Che sono già professori. I quali però possono ancora far carriera, per diventare ordinari. Dovrebbe piacergli, innanzitutto per le stesse ragioni per cui dovrebbe far piacere ai ricercatori, quanto alla carriera e poi perché, poiché sono professori non baroni, la riduzione del po­tere dei baroni significa renderli effettivamente partecipi del governo dell’università. Ci sono anche i professori ordinari “illuminati”. Perché non tutti gli ordinari sono baroni. Come non tutti i berga­maschi sono cretini e non tutti i siciliani mafiosi, e non tutti i napoletani imbroglioni e così via di luogo comune in luogo comune. Perché per essere barone (cioè oligarca) non basta essere ordinario, magari bravo, ce ne sono anche lì, occorre essere inquadrato in consorterie extra-accademiche. E questo agli accademici, anche ordinari, non piace. Quindi anche a loro dovrebbe piacere la riforma.
Che dire poi delle famiglie e degli studenti. Le une, che hanno i figlioli sempre più bravi e merite­voli di quelle degli altri, dovrebbero finalmente vedere affrancata dalla crudeltà dei professori baro­ni le aspirazioni dei loro, non più, pargoli. Gli studenti, per i quali tanto i professori sono tutti baroni, tranne quelli che lo sono, ma loro non lo sanno, perché tanto all’università si vedono poco e niente, dovrebbero essere contenti. Via i baroni, il loro peso negli organi accademici diventa reale. Via i baroni, se hanno merito andranno avanti senza compromessi. Infine ci sono i precari. Che brutta espressione! Eppure vera. Chi sono? In un paese normale, sono i giovani tra trenta e quarant’anni, cioè giovani non giovani, ma non in Italia dove i pantaloni lunghi si indossano passati i sessanta, che dopo avere conseguito un dottorato di ricerca (il più alto titolo di studio del nostro ordinamento), tre anni post laurea, cioè un titolo che attesta che hanno acquisito conoscenze, metodi e attitudini alla ricerca scientifica, hanno iniziato con l’università la loro attività di collaborazione scientifica (e spesso inopinatamente anche didattica, ma non è colpa loro). Sono i titolari di un assegno di ricerca. Anche quattro anni. A volte ci sono più assegni e più rinno­vi. Sono, insomma, ricercatori a tempo determinato, come quelli che introduce la riforma. Sono ri­cercatori untenured, nel disegno dei riformatori. Poi ci sono i contratti di insegnamento, con i quali vanno in cattedra come se fossero professori; come se fossero nel senso formale. Perché in senso sostanziale sono ben in grado di farlo.
Costoro sono gli aspiranti professori. Coloro che vivono dentro l’uni­versità e indispensabili, ne sono però fuori. E vorrebbero entrarci. Chi non li fa entrare? Semplice vien detto: un meccanismo selettivo che non valorizza il loro merito e i baroni che deviano le poche risorse di­sponibili – altro assurdo – vero si loro protetti, non foss’altro che per pure ragioni di scuola accade­mica. Dunque, costoro, dovrebbero essere i più contenti. Perfino più dei ricercatori.
A chi non dovrebbe piacere: ai somari, ai pigri e ai baroni. Togliamo somari e pigri, perché tanto nessun somaro né pigro direbbe mai di essere scontento perché insidiato nella sua beata ignoranza o amena oziosità. Un dato impossibile da accertare. Restano i baroni. L’oligarchia che comanda. La CRUI, per esempio. Un’univesità non solo a-baronale, ma addirittura anti-baronale non dovrebbe proprio andargli giù. Si è mai vista un’intera classe dirigente che pratichi il suicidio di massa, o an­che soltanto la resa di massa, in nome del rinnovamento? Per fare posto alle nuove leve? No. Non si è vista mai. (Se no perché il PD sarebbe così com’è.) No, non gli piacerebbe proprio: le oligarchie sono i veri Gattopardi, a ogni latitudine; altro che i siciliani. Chi non legge così Tomasi di Lampedusa o è o si ci fa. Se siete arrivati fin qui, meritate la soluzione. Eccola. iam enim non poteris villicare
A chi non piace questa riforma? Non piace, proprio no, non va giù, ai ricercatori, quelli di ruolo, di­co; a tempo indeterminato. Quelli che son dentro e con la riforma dovrebbero venire affrancati dal giogo baronale. Ma non gli piace; no non gli va giù. Loro sono gli indisponibili. La rigettano in to­to. Non si sono fatti comprare dal tentativo, goffo e populista – del tutto inaccettabile e come tale ri­spedito al mittente – di barattare il loro consenso alla riforma con promesse (la cui onorabilità rima­ne peraltro tutta da verificare) di generalizzati passaggi alla fascia degli associati. La posta è alta e sul piatto non ci sono interessi personali né corporativi. E agli associati? Non piace neanche a loro. Tanto non gli piace, pur poco o niente avendo da perdere in termini corporativi, che con un movi­mento spontaneo, nato, cresciuto, strutturato e vivente in Rete, ha dato vita all’assemblea costituente del Coordinamento Nazionale Professori Associati delle Università Italiane, che si terrà in Roma il 15 novembre prossimo. Tanto non piace ai professori associati che nel giro di pochi giorni ha aperto il sito ufficiale del coordinamento di opposizione al ddl, raggiungibile all’indirizzo web http://www.professoriassociati.it , (in cinque giorni 1000 e utenti unici e 3000 pagine viste) ha ela­borato un documento programmatico che ha raggiunto 200 sottoscrizioni in due giorni, conta su una mailing list di oltre 600 iscritti in una settimana, con incrementi velocissimi. Condivide la posizione dei ricercatori e si fa pubblico emblema dello smascheramento della natura truffaldina del ddl Gelmini-Tremonti.
A chi piace? Non è difficile da scoprire: eppure sembra incredibile. La riforma anti-baroni, piace ai baroni. Piace solo a loro e alla Confindustria. Già, gli piace. È indubbio, non ne fanno ministero, an­zi lo propagandano. Loro che hanno i mezzi di comunicazione. E lo fanno come se fosse una rifor­ma condivisa dall’università. (Ma non lo è.) Potrebbe bastare, ma non ci accontentiamo. Chissà che possano avere ra­gione a esser contenti, sempre nell’interesse per paese. Ci mancherebbe altro.
Vogliamo vederci più chiaro. Vogliamo chiarire, approfondire. Lo facciamo.
Ci si sarebbe aspettati, come scelta strategica finalizzata a contrastare gli assetti oligarchici ed anti-meritocratici, che concentrano tutto il potere accademico (ed economico) nelle mani di pochi, – ap­punto i “baroni” – che gli spazi di decisione ed autogoverno delle università venissero distribuiti, piuttosto, tra tutti i docenti (attraverso il ruolo unico, con progressioni economiche subordinate al superamento di periodiche verifiche della qualità del lavoro svolto, per esempio). Il ddl invece, concentra tutto il potere nelle mani di nove o dieci persone, il gran Consiglio (di Ammi­nistrazione), tra cui troveranno facilmente posto i sempiterni “baroni” (ivi compresi, tra gli esterni, ordinari neo-pensionati), oltre che politici, funzionari di partito, imprenditori (non importa se anal­fabeti, evasori, collusi o magari mafiosi). Tutto ciò, sotto la guida di un Rettore-Condottiero dal potere incontrol­lato ed incontrollabile. Ci si sarebbe aspettato, come scelta strategica in funzione «anti-baroni», che si mettesse fine alla “stabile precarizzazione” dei giovani, attribuendo a un corpo accademico allargato a tutta la docen­za la loro formazione e selezione.
E invece il nuovo modello di ricercatore universitario si basa proprio sulla perdita di autonomia e indipendenza e sulla sottomissione a logiche clientelari; esso mortifica inoltre il ruolo attuale del ri­cercatore universitario, a cui si continua a negare il riconoscimento formale di quello che è: un pro­fessore universitario alla fascia iniziale.
Il ddl mortifica, in particolare, il ruolo accademico degli associati. Essi infatti, già assunti come professori di ruolo con stato giuridico, nel vecchio regime, analogo a quello degli ordinari, vengono retrocessi a docenti di supporto di una oligarchia di ordinari a tutela dei quali la legge ha già previ­sto per loro un numero ristrettissimo: il 10%, o, nelle ultime modifiche, il 20%, dell’intero corpo ac­cademico. Un corpo accademico che senza limitazioni adesso ne conta il 50% circa. Cosicché il po­tere concentrato ha la garanzia di rimanervi a lungo. Se per oligrachia baronale, vi sembra poco!
Quale meritocrazia persegue il DDL se ai meritevoli non viene ex ante offerta una seria possibilità di carriera? Ai meritevoli. Significa che chi ha il merito fa carriera senza altre condizioni che il me­rito. Ma nella legge c’è tutto il contrario. I meritevoli potrebbero far carriera, se ci saranno i denari, se ci saranno i posti, se … . Se non ci saranno, non la faranno. I non meritevoli non la faranno (come di massima non la fanno), esattamente come i meritevoli senza denari. Altro che meritocrazia, è “egalitarismo di basso profilo”, proprio quello che la ministra dice – a parole – di volere debellare.
Morale della favola. La riforma piace a chi non dovrebbe piacere, non piace a chi non dovrebbe.
I conti non tornano. Qualcuno qui ha barato.
Il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati delle Università Italiane, http://www.professoriassociati.it , al fianco di tutte le altre componenti dell’università, che ovun­que in Italia stanno manifestando fermo dissenso e alta preoccupazione verso la controriforma, clientelare e baronale, contenuta nel ddl Gelmini-Tremonti-.
Faccio appello alle intelligenze migliori del parlamento e del governo affinché ritirino o congelino il ddl e quindi avvino una seria stagione di concertazione (e non sterili audizioni passerella) con tutte le componenti dell’università e le loro rappresentanze, istituzionali professionali, politiche, associative e spontanee, per arrivare a una ri­forma condivisa dell’università italiana che ne accresca i meriti, del tutto assai ingenerosamente ne­gletti, ne assicuri e potenzi l’autonomia nella ricerca scientifica, didattica, culturale, opti per un mo­dello di governo democratico, fornisca pari condizione di accesso ai mezzi di ricerca e realizzi un sistema indipendente di valutazione. Nel Coordinamento associati si sta come torre ferma, che non crolla / già mai la cima per soffiar de’ venti.
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proposta di sciopero daTorino – area umanistica
I sottoscritti, docenti presso l’Università e il Politecnico di Torino, riprendendo le motivazioni e le argomentazioni esposte nelle innumerevoli mozioni e delibere dei vari organi collegiali dell’ateneo, nonché aderendo alle ragioni sottostanti la protesta dei ricercatori indisponibili, chiedono ai competenti organi sindacali la proclamazione di una giornata di sciopero, da tenersi al più presto.
Si intende con ciò ribadire con forza la contrarietà al ddl Gelmini che, coniugato con i pesanti tagli al FFO, segna un attacco senza precedenti alla realtà e all’idea stessa di una università pubblica, di qualità e per tutti, alla libertà di ricerca e di insegnamento, al diritto allo studio.
Rifiutiamo in particolare:
il progetto di governance prefigurato dal ddl, ispirato ad una logica verticistica ed aziendalistica
i provvedimenti penalizzanti il ruolo dei ricercatori strutturati
l’istituzionalizzazione e l’allungamento del precariato pre-ruolo
il sostanziale abbandono di un sistema di welfare universitario pubblico a garanzia del diritto allo studio
il ritiro del ddl Gelmini
la previsione di finanziamenti adeguati a mantenere il carattere pubblico e autonomo dell’università (art. 33 Cost.), qualità e libertà nella ricerca e nell’insegnamento (art. 33 Cost.), l’accesso agli studi e alla ricerca universitari anche ai «privi di mezzi» (art. 34 Cost.)
Acquadro Alberto, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Adenzato Mauro, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Adorni Daniela, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Torino
Aimo Paola, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Alberto Antoniotto, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Albertone Manuela, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Algostino Alessandra, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Allegra Luciano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Aloni Antonio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Alovisio Silvio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Ardito Rita, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Armao Fabio, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Armentano Maria, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino
Ascoli Davide, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Attisani Antonio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Badiale Marino, Facoltà di Scienze M.F.N., Università di Torino
Balcet Giovanni, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Barberis Elisabetta, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Barge Alessandro, Facoltà di Farmacia, Università di Torino
Barutello Vivina, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Bazzanella Carla, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Bellone Tamara, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Belloni Carmen, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Belluati Marinella, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Bertinetti Paolo, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Bianco Gianni, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Billo Marco, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Bonanate Luigi, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Bonifacio Eleonora, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Bono Viviana, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Borghi Cedrini Luciana, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Bosco Francesca, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Bosco Nicoletta, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
BoveroMichelangelo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Bresso Paola, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Buttino Marco, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Camparini Aurelia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Canobbio Sabina, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Carota Cinzia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Carrascón Guillermo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Cellino Alberto, INAF – Osservatorio Astronomico di Torino
Cervella Piero, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Chiarloni Anna, , Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Chiorino Anna, Facolta’ di Scienze MFN, Università di Torino
Cifarelli Paola, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Clerico Marina, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Colombo Lara, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Conoscenti Michelangelo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Conte Alberto, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Contini Dalit, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Converso Daniela, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Cortese Giuseppina, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Costa Emanuele, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Costa Marcella, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Curri Vittorio, III Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Curtabbi Renzo, Politecnico di Torino
D’Orsi Angelo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Dalmazzone Silvana, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Damiani Ferruccio, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Damiano Rossana, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino
Dansero Egidio, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
De Andrea Pietro, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
De Luca Domenico Antonio, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
De Piccoli Norma, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
De Rossi Alessandra, Facoltà di Scienze,Università di Torino
Dellavalle Marilena, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Delogu Lucia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Delpero Massimiliano, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Delpiano Patrizia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Desana Eva, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Dezani Mariangiola, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Di Giovine Alfonso, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Enrietti Aldo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Fasana Alessandro, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Fedi Angela, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Fenoglio Ivana, Facoltà di Farmacia, Università di Torino
Fergola Paolo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Ferrando Simona, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Ferrero Camoletto Raffaella, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Ferrero Valter, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Ferretti Alessandro, Facoltà di Scienze M. F. N., Università di Torino
Ferrone Vincenzo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Fiorio Alessandra, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Foà Sergio, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Fontana Magda, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Forni Elisabetta, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Francesca Ceragioli, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Franco Walter, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Frascella Francesca, Politecnico di Torino
Fubini Lia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Galluzzi Federica, Facoltà di Scienze M.F.N. Università di Torino
Gambarotta Giovanna, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Garello Gianluca, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Gasco Laura, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Gattino Silvia, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Gaudino Roberto, III Facoltà Ingegneria dell’Informazione, Politecnico di Torino
Gena Cristina, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino
Ghislieri Chiara, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Giacalone Giovanna, Facoltà Agraria, Università di Torino
Gian Giacomo Migone, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Giorcelli Silvia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Goy Anna, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Greco Cosimo, III Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Guidoni Silvia, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Gulmini Monica, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Kobau Pietro, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Lamberti Maria Carla, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Lattes Franco, I Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Levi Fabio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Lombardi Giampiero, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Lombardini Sandro, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Lovisolo Davide, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Lozar Francesca, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Lucat Maurizio, II Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Luisella Celi, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Magnacca Giuliana, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Malandrino Mery, Facoltà di Scienze M.F.N., Università di Torino
Mana Emma, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Margotti Marta, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Martano Marina, Facoltà di Veterinaria, Università di Torino
Martire Luca, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Martra Gianmario, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Marucco Dora, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Massobrio Lorenzo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Mastromarino Anna, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Mastropaolo Alfio, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Mattei Ugo, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Mattioda Enrico, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Mellia Marco, III Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Meo Antonella, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Meo Rosa, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Miceli Renato, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Miglietta Anna, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Milani Matteo, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Miniscalco Barbara, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino
Molina Paola, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Monaco Roberto, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Montaldo Silvano, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Montanari Guido, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Morelli Umberto, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Morterra Claudio, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Motta Franco, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Musso Emilio, I Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Musso Stefano, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Nadia Caprioglio, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Naldini Manuela, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Negri Nicola, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Nemesio Aldo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Neppi Modona Marco, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Ochse Elana, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Olivieri Antonio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Olmo Carlo, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Pace Sergio, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Paladini Filippo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Pasini Enrico, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Patti Viviana, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Pazè Valentina, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Pelissero Alberto, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Pelizzola Alessandro, Facoltà di Ingegneria dell’Informazione, Politecnico di Torino
Perazzone Anna, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Petrini Armando, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino
Pregliasco Marinella, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Prina Franco, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Raffaella Marzano, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Ragona Gianfranco, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Regis Daniele, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Reineri Francesca, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Ricci Raffaella, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Ricciardi Carlo, III Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Richiardi Matteo, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Rizzuti Alberto, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Roccato Michele, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Roda Sergio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Rolfo Franco, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Roncarolo Franca, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Rondoni Lamberto, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Rossi Michele, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Rumore Paola, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Saccomani Silvia, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Scacciati Francesco, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Scagni Andrea, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Scamuzzi Sergio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Scavino Marco, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Schmidt Susanna, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Sciarrone Rocco, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Semi Giovanni, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Silvi Chiara, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Soletti Elisabetta, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Sormano Andrea, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Spoto Giuseppe, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Stefano Zucca, Politecnico di Torino
Steila Daniela, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Storti Luca, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Sturani Maria Luisa, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Tamborrino Rosa, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Tarantola Martina, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino
Tasgian Astrid, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Tinti Carla, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Tirassa Maurizio, Facoltà di Psicologia, Università di Torino
Triverio Piero, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Ulrich Silvia, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Università di Torino
Vaglio Carla, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Valli Vittorio, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Viale Matteo, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Viola Franca, Facoltà di Farmacia, Università di Torino
Violanti Donata, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Vione Davide, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Vitale Brovarone Sandro, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Viterbo Annamaria, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Vivarelli Maurizio, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Zoccarato Ivo, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Marino Donatella, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Del Boca Daniela, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Barbera Filippo, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Bosco Domenico, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Zanini Ermanno, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Gerbi Vincenzo, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Di Gaspare Serena, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Zanuttini Roberto, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Garelli Franco, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Schiavone Achille, Facoltà di Veterinaria, Università di Torino
Grignani Carlo, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Freppaz Michele, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Nègre Michèle, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Valazza Alberto, Facoltà di Medicina Veterinaria, Università di Torino
Governa Francesca, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Bertolini Sonia, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Martinato Maria, Facoltà di Agraria, Università di Torino
Torchio Marco, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Viazzo Pier Paolo, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Azzolini Orfeo, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino
Bruno Maida, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Torino
Dellapiana Elena, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Pasa Barbara, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Bazzanella Danilo, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Santarelli Massimo, Facoltà di Ingegneria, Politecnico di Torino
Pellizzari Patrizia, Facoltà di Lingue, Università di Torino
Arzarello Ferdinando, Facoltà di Scienze MFN, Università di Torino
Lenzi Massimo, Facoltà di Scienze della formazione, Università di Torino
Rossignolo Cristiana, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
Dogliani Mario, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Marcenò Valeria, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Fargione Daniela, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Torino
Burlando Roberto, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Torino
Ghirardo Diane, Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino
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