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Timestamp: 2020-03-29 00:56:02+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 5223 del 21/02/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5223 del 21/02/2019
Cassazione civile sez. VI, 21/02/2019, (ud. 19/12/2018, dep. 21/02/2019), n.5223
sul ricorso iscritto al n. 18764-2017 R.G. proposto da:
GALARDI s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,
controricorso, dall’avv. Jacopo CALO’ CARDUCCI, ed elettivamente
domiciliata in Roma, alla via Monte Zebio, n. 30, presso lo studio
legale dell’avv. Giammaria CAMICI;
avverso la sentenza n. 1106/29/2016 della Commissione tributaria
regionale della TOSCANA, depositata il 16/06/2016;
1. Con la sentenza impugnata la CTR accoglieva l’appello proposto dalla Galardi s.r.l. avverso la sfavorevole sentenza di primo grado e quindi dichiarava priva di effetti l’iscrizione a ruolo di cui alla cartella di pagamento impugnata, emessa a seguito di estinzione, per mancata riassunzione a seguito di cassazione con rinvio, del giudizio promosso dalla predetta società per ottenere il rimborso di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa (rimborso effettuato dall’amministrazione finanziaria per effetto dell’immediata esecutività della sentenza emessa dal giudice di primo grado nel giudizio avverso il diniego di rimborso di tali importi), ordinando all’Agenzia delle entrate e all’agente della riscossione la restituzione di quanto versato dalla società contribuente. I giudici di appello, rigettato il motivo di impugnazione con cui l’appellante società aveva eccepito il difetto di legittimazione dell’agente della riscossione Equitalia Cerit s.p.a., accoglieva il secondo motivo di ricorso sostenendo che l’Agenzia delle entrate non poteva procedere all’iscrizione ruolo e, quindi, l’agente della riscossione emettere la relativa cartella di pagamento senza la previa pronuncia di estinzione del giudizio vertente sulla debenza della tassa di concessione governativa.
2. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre con un unico motivo l’Agenzia delle entrate, cui l’intimato replica con controricorso e ricorso incidentale affidato ad un motivo.
3. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. risulta regolarmente costituito il contraddittorio, all’esito del quale il controricorrente ha depositato memorie.
1. Va preliminarmente esaminato, per priorità logico-giuridica, il motivo di ricorso incidentale con cui la società contribuente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 203 del 2005, art. 3, nonchè degli artt. 1387,1703 e 1704 c.c., censurando la sentenza impugnata per avere i giudici di appello erroneamente omesso di rilevare che al momento dell’emissione e notifica della cartella, per effetto del disposto di cui al citato D.L., art. 3, la Gest Line s.p.a. non era più il concessionario per la riscossione dei tributi e, pertanto, non poteva emettere la cartella impugnata.
2. Il motivo è infondato. Invero, questa Corte ha affermato che “Il cit. D.L., art. 3, modificato dalla L. n. 203 del 2005 ha realizzato, con decorrenza dal 1/10/2006 la soppressione del sistema di affidamento in concessione del servizio nazionale di riscossione, attribuendo le funzioni relativa alla riscossione nazionale all’agenzia delle entrate, ed esercita mediante Equitalia s.p.a. (prima Riscossione s.p.a.). Per effetto della riforma Gest Line s.p.a. è diventata agente della riscossione, senza alcuna sospensione o interruzione dei giudizi pendenti, non modificando la sua personalità giuridica, senza alcuna confusione tra l’agenzia delle entrate e l’agente della riscossione competente per territorio che continua a svolgere la consueta attività di riscossione, essendo rimasti immutati, anche alla luce della normativa citata, i poteri e le deleghe in capo a Gest Line s.p.a.” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 21773 del 15/10/2014, Rv. 632730). In pratica, per effetto della nuova disciplina si è realizzato, ex lege, il trasferimento del potere di riscossione, svolto mediante società di diritto privato (Equitalia s.p.a. e gli agenti da essa controllati, tra cui Equitalia Polis s.p.a., in cui la Gest Line s.p.a. aveva modificato la propria denominazione). E’ quindi evidente che è del tutto indifferente la circostanza che la cartella di pagamento riporti quale denominazione del soggetto emittente quello che questi aveva prima delle accennate modificazioni e dei trasferimenti.
3. Passando quindi all’esame del motivo di ricorso principale, la difesa erariale con esso deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 63 e dell’art. 393 c.p.c., per avere la CTR erroneamente ritenuto illegittima la cartella di pagamento emessa senza la previa dichiarazione di estinzione del giudizio avente ad oggetto la debenza del tributo, per mancata riassunzione a seguito di cassazione con rinvio.
5. Va premesso, in fatto:
a) che la società contribuente aveva convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Firenze il Ministero delle Finanze chiedendone la condanna al rimborso della tassa di concessione governativa versata per l’iscrizione nel registro delle imprese per gli anni dal 1988 al 1992;
b) che il giudice di primo grado aveva accolto la domanda attrice e l’amministrazione finanziaria, stante l’esecutività della sentenza, aveva provveduto alla restituzione alla società delle somme versate a quel titolo;
c) che il giudizio, dopo la pronuncia d’appello favorevole alla predetta società, approdava in Cassazione che con sentenza n. 14355 del 1999 cassava la sentenza di secondo grado con rinvio alla Corte d’appello di Firenze;
d) che nessuna delle parti riassumeva il giudizio con conseguente estinzione dell’intero processo;
e) che in data 3/3/2008 l’agente della riscossione Gest Line s.p.a. notificava alla società contribuente la cartella di pagamento impugnata, emessa dall’Agenzia delle entrate per ottenere la restituzione di quanto rimborsato alla società contribuente in esecuzione della sentenza di primo grado del giudizio estinto.
6. Premesse tali incontestate circostanze di fatto, in diritto deve osservarsi che il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 63, comma 1, nella versione ratione temporis vigente (ovvero ante modifica apportata dal D.Lgs. n. 156 del 2015, art. 9, comma 1), prevedeva che “Quando la Corte di Cassazione rinvia la causa alla commissione tributaria provinciale o regionale la riassunzione deve essere fatta nei confronti di tutte le parti personalmente entro il termine perentorio di un anno dalla pubblicazione della sentenza nelle forme rispettivamente previste per i giudizi di primo e di secondo grado in quanto applicabili”, mentre al comma 2 che “Se la riassunzione non avviene entro il termine di cui al comma precedente o si avvera successivamente ad essa una causa di estinzione del giudizio di rinvio l’intero processo si estingue”. Disposizione, quest’ultima, del tutto analoga all’art. 393 c.p.c., che prevede che “Se la riassunzione non avviene entro il termine di cui all’articolo precedente, o si avvera successivamente a essa una causa di estinzione del giudizio di rinvio, l’intero processo si estingue; ma la sentenza della Corte di cassazione conserva il suo effetto vincolante anche nel nuovo processo che sia instaurato con la riproposizione della domanda”.
7. Al riguardo questa Corte ha affermato che “In effetti, poichè l’opposizione avverso l’imposizione fiscale integra una mera azione di accertamento negativo della legittimità della pretesa tributaria, l’eventuale estinzione di tale processo di opposizione (nella specie, per mancata riassunzione davanti al giudice di rinvio) non può implicare l’estinzione dell’obbligazione tributaria, la quale anzi vive di forza propria per effetto dell’atto impositivo stesso ed in esso trova titolo costitutivo (Cass. 119 del 08/01/1980), cosicchè, secondo un orientamento consolidato di questa sezione, “la pronuncia di estinzione del giudizio comporta ex art. 393 c.p.c., il venir meno dell’intero processo ed, in forza dei principi in materia di impugnazione dell’atto tributario la definitività dell’avviso di accertamento e quindi l’integrale accoglimento delle ragioni erariali. Infatti la pretesta tributaria vive di forza propria in virtù dell’atto impositivo in cui è stata formalizzata e l’estinzione del processo travolge la sentenza di primo grado, ma non l’atto amministrativo che – come noto – non è un atto processuale bensì l’oggetto dell’impugnazione.” (ss. Trib. 3040/2008; Cass. Trib. ord. 5044/2012)” (così in Cass., Sez. 5, Sentenza n. 22548 del 11/12/2012, Rv. 624948 – 01).
7.1. Tali principi, più volte ribaditi da questa Corte (v., ex multis, Cass. n. 9521 del 2017, n. 23922 del 2016, n. 16689 del 2013, n. 5044 del 2012 e n. 3040 del 2008), trovano applicazione anche nell’ipotesi di impugnazione del diniego, sia esso tacito che espresso, di rimborso al contribuente di una tassa che lo stesso ritenga non dovuta, come nella fattispecie, perchè anche in tali casi la pronuncia di estinzione dell’intero processo comporta il riconoscimento della legittimità della pretesa erariale per intervenuta definitività del diniego di rimborso, essendo del tutto indifferente la modalità di esternazione, ovvero sia espresso in un provvedimento o, invece, sia tacito.
7.2. Ne consegue che la cartella esattoriale di pagamento che faccia seguito ad un avviso di accertamento o altro atto impositivo o a qualsiasi altra pretesa divenuti definitivi, “si esaurisce in un’intimazione di pagamento della somma dovuta dal contribuente, in base a quell’atto o a quella pretesa, e non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo, con la conseguenza che, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, detta cartella esattoriale resta sindacabile in giudizio solo per vizi propri e non anche per questioni attinenti all’atto di accertamento dal quale è sorto il debito, che restano precluse dalla definitività dell’atto impositivo medesimo e non possono essere fatte valere nuovamente con l’impugnazione della cartella esattoriale di pagamento (v. Cass. 6029/02, 17937/04, 16641/11; Cass. 3274/2012; vedasi anche Cass. 17726/2009)” (così in Cass. n. 22548 del 2012).
7.3. Sempre nella pronuncia da ultimo citata si è precisato che “questa definitività può conseguire anche ad una pronuncia di estinzione del procedimento tributario, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 45 (o art. 63, come nella specie), ma perchè questa estinzione si possa ritenere perfezionata, in generale, sono necessari, in ipotesi di pendenza del giudizio, una pronuncia del giudice e la comunicazione della relativa ordinanza al contribuente, al fine di consentirgli di proporre eventualmente reclamo. In mancanza di ciò, il procedimento tributario non può ritenersi definito (vedasi, nella vigenza del DPR 602/1973, Cass. 3843/1993 e Cass. Trib. 8765/2008). Tuttavia, nell’ipotesi, quale quella in esame, di estinzione del processo che, per inattività delle parti, non sia stato più riassunto, come ritenuto da questa Corte (Cass. 825/2006, nella quale sono richiamati altri precedenti, Cass. 6903/1993 e Cass. 122/1988), “la riproposizione della medesima azione in un secondo giudizio, fondandosi sul l’ammesso riconoscimento della già verificatasi estinzione del primo, ne comporta l’implicita richiesta di accertamento incidentale, senza che sia necessaria – in mancanza di apposita prescrizione normativa – la specifica proposizione della eccezione di estinzione”. E’ pacifico che una implicita richiesta incidentale, anche, di accertamento della estinzione dei precedente giudizio era contenuta nella stessa impugnazione 1…1 della cartella esattoriale, emessa proprio in forza dell’acquisita definitività della pretesa tributaria, già oggetto di pregresso contenzioso tributario tra le parti. (…) Nè può affermarsi che fosse inibito al Giudice di questo secondo giudizio tributario pronunziare la estinzione del precedente. Infatti, in conformità a una giurisprudenza assolutamente consolidata, deve ribadirsi, ulteriormente, che, ai sensi dell’art. 307 c.p.c., u.c., nel testo vigente ante Novella n. 69 del 2009, l’estinzione del processo opera di diritto, ma deve essere eccepita dalla parte interessata prima di ogni altra sua difesa e tuttavia la stessa può essere anche accertata incidentalmente in un diverso giudizio (vedasi Cass. 19397/2011, nella quale ciò viene escluso soltanto laddove il primo giudizio sia ancora pendente), sia al fine di respingere un’eccezione di litispendenza, senza che sia necessaria la specifica proposizione dell’eccezione di estinzione (in termini, ad esempio, Cass. 17121/2004), sia al fine di far valere la prescrizione del diritto successivamente azionato (Cass. 825/2006; Cass. 6903/1993; Cass. 122/1988, n. 122; Cass. 8765/1987: “L’estinzione del processo, ai sensi dell’art. 50 c.p.c., per effetto della mancata tempestiva riassunzione davanti al giudice dichiarato competente, non soltanto è deducibile, quale eccezione in senso proprio, in sede di tardiva riassunzione del processo stesso, ma può anche essere oggetto di accertamento incidentale in altra causa, in relazione ad effetti sostanziali da essa discendenti come nel caso in cui l’estinzione medesima venga allegata dalla parte che invoca la prescrizione del diritto azionato, per sentir riconoscere che il precedente giudizio ha prodotto l’interruzione istantanea di tale prescrizione (art. 2945 c.c., comma 3), non quella permanente (art. 2945 c.c., comma 2)”; Cass. 1793/1965; “L’estinzione può essere dichiarata incidenter tantum anche dal giudice successivamente adito. La relativa istanza deve ritenersi implicitamente proposta nella stessa contestazione risorta al riguardo tra le parti”) ovvero di agire in ripetizione di quanto pagato in forza di un decreto ingiuntivo divenuto definitivo (Cass. 7871/2001: “Sussiste, dopo l’estinzione del procedimento di opposizione al monitorio per la mancata riassunzione in sede di rinvio a seguito di un pregresso accoglimento di merito dell’opposizione stessa, il diritto dell’ingiunto – che abbia nelle more pagato – a ripetere le somme corrisposte in virtù del monitorio e tanto può legittimamente essere accertato in via incidentale dal giudice dell’opposizione avverso il processo esecutivo intentato dall’ingiunto per recuperare quanto pagato”)”.
8. Dalle superiori complessive argomentazioni e dai principi giurisprudenziali richiamati discende, quindi, la fondatezza del motivo in esame che comporta la cassazione della sentenza impugnata, che a quei principi non si è attenuta. Quindi, rigettato il motivo di ricorso incidentale, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo di ricorso principale che invece va accolto e la causa, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, decisa nel merito, con rigetto dell’originario ricorso della società contribuente che, rimasta soccombente, va condannata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, mentre, tenuto conto dei profili sostanziali della vicenda processuale, vanno compensate le spese dei giudizi di merito.
accoglie il ricorso principale, rigetta quello incidentale, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta l’originario ricorso della società contribuente che condanna al pagamento, in favore della ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito, compensandosi le spese dei giudizi di merito.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.