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Timestamp: 2020-02-28 18:02:05+00:00
Document Index: 72684514

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 36', 'art. 38', 'art. 37', 'sentenza ']

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Sentenza Commissione tributaria regionale TOSCANA Firenze, sez. XVII, 29-03-2010, n. 7 - Pres. De Simone Giulio - Rel. De Simone Giulio
Con avviso di accertamento, notificato il 3 dicembre 2007, l'Agenzia delle Entrate di Firenze procedeva ad accertare nei confronti del Dott. Se.Pu. un reddito ai fini IRPEF, riferito all'anno 2000, di Lire 374.560.000, con conseguente liquidazione dell'imposta per Euro 69.117,37. L'Ufficio muoveva dal rilievo che il Dott. Pu. era stato rinviato a giudizio ad opera del GIP del tribunale genovese (che aveva trasmesso gli atti all'Agenzia delle Entrate competente), per comportamenti che assumevano rilevanza anche ai fini fiscali. Si trattava, in particolare, di condotte che integravano i reati di corruzione, concussione, peculato, per la percezione di somme di denaro ricevute dal Dott. Pu. quale magistrato, insieme con la convivente Lu.Fi., in relazione ad incarichi affidati dallo stesso nell'ambito delle procedure concorsuali Sa. S.r.l. ed Ap. S.p.A. Nel primo caso, le somme erano state impiegate per pagare i lavori di ristrutturazione di un immobile di Firenze, in cui il Dott. Pu. e la Fi. erano poi andati a convivere; nel secondo erano servite ad acquistare una quota di un terreno, destinato all'edificazione di una villa in Forte dei Marmi, in favore anche della famiglia Pu. Le somme in discorso, rispettivamente di Lire 115.600.000 e di Lire 125.000.000, erano da ricondurre a reddito del Dott. Pu. Per la procedura Sa., in cui il Dott. Pu. rivestiva l'incarico di giudice delegato, l'Ufficio ricordava che il 14 aprile 1999 era stata nominata liquidatore la Rag. Ma.Gi. La circostanza anomala era che usualmente veniva nominato liquidatore la stessa persona che, nell'ambito della medesima procedura, rivestiva già il ruolo di commissario giudiziale del concordato (in questo caso, commissario era Al.Lo.). Per l'attività di liquidatore la Rag. Gi. ha ricevuto, all'esito di un procedimento amministrativo di cui le indagini condotte dalla Questura di Firenze avevano rilevato diverse anomalie, la somma di Lire 1.118.444.000 (secondo i consulenti tecnici nominati nel procedimento penale, superiore di Lire 76.160.556 a quanto effettivamente dovuto).
La stessa polizia: giudiziaria, ricostruendo i movimenti avvenuti sui conti correnti della Gi. e del marito di lei, i loro accessi alle rispettive cassette di sicurezza ed interrogando testimoni, aveva accertato che la Gi. aveva versato (in contanti, con banconote da Lire 500.000) la somma di Lire 115.650.000 nelle mani del titolare della ditta appaltatrice dei lavori di ristrutturazione di un immobile posto in Firenze, ovvero del direttore dei lavori di quel cantiere, laddove in detto immobile si erano successivamente trasferiti il Dott. Pu. e la Fi. I fatti, in sé considerati e la lettura di un appunto manoscritto della Rag. Gi. inducevano a ritenere che quei pagamenti costituivano il compenso che la professionista aveva versato per aver ottenuto l'incarico di liquidatore. L'Ufficio ricordava come l'immobile oggetto dei lavori, intestato alla Fi., era stato acquistato nel corso del 1999 grazie al denaro proveniente dalla tangente Ce.Se., in relazione alla quale l'Agenzia delle Entrate aveva emesso differente avviso di accertamento.
Nella procedura (...) era stato nominato liquidatore giudiziale il Rag. Gi.Za. (marito della Gi.), che in precedenza non aveva svolto il ruolo di commissario dei concordato.
Il Rag. Za., la cui famiglia divideva l'affitto di una villa in Forte dei Marmi con la famiglia Pu., percepiva un compenso complessivo di Lire 1.118.038.944 (di cui Lire 804.943.000 per onorari, quale acconto), liquidato secondo l'aliquota massima e non invece secondo l'usuale aliquota media ed all'esito di una procedura di cui la Squadra Mobile poneva in luce diverse anomalie. Lo Za., interrogato dai Pubblici Ministeri fiorentini, affermava di aver ricevuto un compenso di Lire 800.000.000 e che la propria moglie ne aveva utilizzati Lire 100.000.000 per pagare l'acconto sul prezzo della quota del 50% (ma non la quota di pertinenza della coppia Za. - Gi.) del terreno destinato alla costruzione di una villa comune con i Pu. in Forte dei Marmi. Per la conclusione di quell'affare, la Fi. e la Gi. avevano costituito la società Za.
Il venditore del terreno, sentito dalla Squadra Mobile, aveva riferito i particolari della trattativa, cui era intervenuto anche il Dott. Pu.; aveva precisato che il Dott. Pu. aveva preteso uno sconto del 10% sui prezzo, che la moglie di esso venditore era uscita dall'agenzia perché contrariata dall'arroganza del magistrato, che infine il preliminare era stato stipulato presso il notaio Cu. di Firenze. Nello studio del notaio era stata infatti rinvenuta la promessa d'acquisto, sottoscritta dalla Fi. e presso lo stesso notaio era stato redatto il definitivo trasferimento, dalla parte venditrice alla società Za., per Lire 755.000.000, di cui Lire 250.000.000 come acconto. L'Agenzia delle Entrate qualificava la complessiva somma di Lire 240.650.000 percepita dal Dott. Pu. come redditi diversi, in base all'art. 6, comma I, del D.P.R. 917/86 e procedeva all'accertamento che s'è detto all'inizio. Contro l'avviso di accertamento il Dott. Pu. proponeva ricorso alla commissione tributaria provinciale, ricordando che quel provvedimento era stato adottato sulla base dell'art. 38 comma 3 del D.P.R. 600/1973; in relazione a detta norma, la corte di cassazione (sez. trib., n. 327/2006) aveva affermato che il metodo disciplinato dall'art. 38 dei D.P.R. 600/1973 consente la determinazione del maggior reddito imponibile solo a fronte di circostanze ed elementi certi, che evidenzino un reddito complessivo superiore a quello dichiarato o ricostruibile su base analitica.
Ma la norma, sempre secondo la corte di legittimità, esigeva dati certi relativamente al maggior reddito imponibile. Ebbene, l'Agenzia delle Entrate aveva preso come dato certo quello che costituiva una mera ipotesi accusatoria, cioè il capo d'imputazione emesso dal GIP in sede di rinvio a giudizio, ipotesi cui si contrapponeva la presunzione di non colpevolezza sancita dalla Costituzione. Osservava ancora il ricorrente che, sempre in base all'accusa, le presunte tangenti sarebbero state versate a persona diversa dal Dott. Pu., cosicché il reddito eventualmente accresciuto non sarebbe quello del Dott. Pu. ma della Fi. Faceva ulteriormente rilevare come fossero state poste a base dell'accertamento le consulenze tecniche fatte espletare dal P.M., senza contraddittorio, nonché brani di sommarie informazioni testimoniali, scelti in un ambito contrassegnato da numerose dichiarazioni di segno opposto a quelle richiamate dall'atto impugnato; di dette dichiarazioni non era consentita la lettura nel dibattimento penale. Esponeva che, in relazione a quella che l'avviso di accertamento aveva qualificato come la tangente Ce.Se. ed all'avviso che ne era scaturito, si era già pronunciata altra sezione della commissione provinciale, che aveva annullato l'avviso sostenendo che l'ipotesi accusatoria del P.M. non costituisce fatto certo. Si costituiva l'Agenzia, che contestava la fondatezza dei rilievi mossi dal ricorrente e riproduceva la sostanza dell'avviso di accertamento. Rilevava inoltre che la giurisprudenza di legittimità, citata nel ricorso, si riferiva alla differente ipotesi dell'accertamento redatto secondo lo schema dell'art. 38 comma 4 del D.P.R. 600/1973, laddove nel caso di specie si era operato secondo la previsione del comma 3 della stessa disposizione, che prevede, in relazione alle persone fisiche, che "l'incompletezza, la falsità e l'inesattezza dei dati indicati nella dichiarazione... possono essere desunte... dai dati e dalle notizie di cui all'articolo precedente anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti". Ed il rinvio, operato all'art. 37, consentiva l'utilizzazione "dei dati e delle notizie acquisiti ai sensi dei precedenti articoli e attraverso le dichiarazioni previste negli articoli 6 e 7, di quelli raccolti e comunicati dall'anagrafe tributaria e delle informazioni di cui siano comunque in possesso". Dal che conseguiva l'utilizzabilità delle notizie trasmesse dall'autorità giudiziaria. Aggiungeva di aver svolto, quale ufficio accertatore, un'attività di approfondimento autonoma, come quella concernente la costituzione della società Za. e le vicende societarie di essa. Deduceva ancora che la circostanza che le dazioni di denaro avessero favorito una persona diversa dal Dott. Pu. non inficiava l'elemento su cui l'Amministrazione aveva fondato il proprio accertamento e cioè che il ricorrente aveva goduto, per l'anno 1999, della disponibilità di somme riconducibili a reddito personale.
La commissione tributaria provinciale individuava, nel ricorso introduttivo, quattro distinte ragioni di doglianza: l'utilizzo di elementi ancora da accertare come se si fosse trattato di elementi certi; la riferibilità ad altre persone della disponibilità delle somme di denaro di provenienza asseritamele illecita; l'essersi l'accertamento fondato su consulenze tecniche e su dichiarazioni testimoniali non riportate nella loro totalità e comunque prive di valore perché rese al di fuori del dibattimento; il precedente costituito dalla pronuncia di altra sezione della medesima commissione provinciale.
Il primo giudice formulava in proposito una premessa: il giudizio penale e quello tributario sono separati ed autonomi tra loro; nel contempo, il giudice tributario può avvalersi di prove desunte da fonti atipiche, quali le informazioni assunte da terzi, ovvero utilizzare prove formate in altri giudizi, come nel corso del procedimento penale, impregiudicato rimanendo il contraddittorio e l'esercizio dei diritto di dare la prova contraria, lasciando al giudice tributario l'esercizio del libero convincimento. Ciò comportava, come conseguenza, che alle medesime condizioni e con gli stessi limiti di efficacia potevano venir utilizzati quegli elementi che sono le sommarie informazioni e tutti i rilievi tecnici espletati su disposizione del magistrato inquirente. Affermava poi l'infondatezza della prima ragione di censura, affermando che il materiale trasmesso dall'autorità giudiziaria era stato analizzato dall'autorità amministrativa, che aveva utilizzato i dati acquisiti nell'indagine penale facendo ricorso non già all'accertamento sintetico come dedotto dal ricorrente ma con un procedimento logico che consentiva la ricostruzione dei fatti e la condotta dei protagonisti svolgendo approfondimenti di propria iniziativa per ottenere riscontro alle risultanze dell'indagine. Riteneva infondato il rilievo relativo alla diversa riferibilità soggettiva dei redditi illeciti richiamando il disposto del comma 3 dell'art. 37 del D.P.R. 600/1973, che consente di imputare al contribuente i redditi di cui appaiano titolari altre persone, quando sia dimostrato che l'effettivo titolare per interposta persona ne sia il contribuente stesso. Il Dott. Pu. proponeva appello contro la suddetta decisione. Quel passaggio della decisione della commissione provinciale, che aveva ritenuto irrilevante la circostanza che l'effettivo beneficiario delle dazioni di denaro fosse stata altra persona, veniva censurato osservando che in sede penale egli non era mai stato accusato di aver percepito somme di denaro e l'Agenzia delle Entrate non aveva portato elementi atti a stravolgere l'ipotesi accusatoria del P.M.; era dunque evidente che il reddito di esso ricorrente non aveva subito alcun incremento per effetto delle somme asseritamente erogate in forza delle condotte illecite ipotizzate. Riproponeva, con secondo motivo, il tema dell'inutilizzabilità delle sommarie informazioni testimoniali e delle altre risultanze (quali le consulenze tecniche) acquisite in sede di indagini preliminari: quegli elementi non assurgono a dignità di prova ma svolgono il mero ruolo di consentire al P.M. di decidere se esercitare l'azione panale, cosicché incongruo sarebbe attribuire loro una diversa rilevanza, soprattutto nell'ambito di un giudizio quale quello tributario che non consente la prova testimoniale. E poiché quelle di cui si tratta non costituiscono prove, non avrebbe significato l'affermazione, che si legge nelle decisione gravata, secondo cui residuerebbe al giudice tributario la valutazione secondo il suo prudente apprezzamento delle prove raccolte. Con terzo motivo l'appellante censurava quella parte della decisione che affermava come l'autorità amministrativa avesse analizzato il materiale pervenuto dall'indagine penale, ricostruendo lo svolgimento dei fatti e la condotta dei protagonisti ricorrendo a presunzioni gravi, precise e concordanti. Osservava l'appellante che al giudice tributario non era stato rimesso alcun atto dell'indagine penale, cosicché quel giudice non disponeva di alcun, elemento su cui fondare il proprio apprezzamento. Per contro, lo stesso appellante ricordava che, delle migliaia di sommarie informazioni testimoniali raccolte, l'Ufficio ne aveva citate soltanto due; e di queste due, l'una (Ma.) non riferiva di tangenti, l'altra (Za.) era smentito dai riscontri bancari, tanto che il P.M. non aveva trasfuso quanto riferito in alcun capo d'imputazione. Aggiungeva che i compensi alla Gi. vennero liquidati non già da esso Dott. Pu. ma dal presidente D'Am. Si costituiva l'Agenzia delle Entrate, che contestava la fondatezza delle ragioni di gravame. All'odierna udienza la rappresentante dell'Agenzia delle Entrate ha specificato che quelle copie fotostatiche degli atti d'indagine, che si trovano nel fascicolo processuale, costruiscono l'allegato alla memoria di costituzione dell'Ufficio nel giudizio di prime cure, che invero menziona in calce una produzione documentale. Lo si deve rilevare anche in relazione a quella parte del terzo motivo, con cui l'appellante afferma che agli atti del presente giudizio tributario non sarebbero presenti le carte rimesse dal giudice penale all'Ufficio. Ciò premesso, occorre ricordare che oggetto del giudizio che si svolge davanti alle commissioni tributarie non è un rapporto giuridico, qual è invece quello del giudizio ordinario di cognizione e neppure l'accertamento di condotte materiali che potrebbero configurare in concreto le ipotesi di reato previste in astratto dalla disciplina penale. Qui si svolge invece un giudizio d'impugnazione, inteso ad accertare la legittimità degli atti amministrativi emanati dall'Amministrazione Finanziaria ed eventualmente ad emettere una pronuncia di merito sostitutiva dell'accertamento dell'Ufficio.
Nel caso concreto, il provvedimento che forma oggetto dell'impugnazione (e dunque del presente giudizio) è un avviso di accertamento, emesso sulla base del disposto dell'art. 38 n. 3 del D.P.R. 600/1973 ("L'incompletezza, la falsità e l'inesattezza dei dati indicati nella dichiarazione, salvo quanto stabilito nell'art. 39, possono essere desunte dalla dichiarazione stessa, dal confronto con le dichiarazioni relative ad anni precedenti e dai dati e dalle notizie di cui all'articolo precedente anche sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti").
La valutazione della legittimità dell'esercizio del potere d'accertamento dovrà dunque avvenire, nell'ambito dei motivi di gravame, alla stregua della norma che s'è appena menzionata. A questo fine, conviene procedere osservando che il riferimento a "dati e dalle notizie di cui all'articolo precedente" rimanda all'art. 37 dello stesso testo normativo, che afferma che "Gli uffici delle imposte procedono, sulla base di criteri selettivi fissati annualmente dal Ministro delle finanze tenendo anche conto delle loro capacità operative, al controllo delle dichiarazioni e alla individuazione dei soggetti che ne hanno omesso la presentazione sulla scorta dei dati e delle notizie acquisiti ai sensi dei precedenti articoli". Degli articoli che precedono il menzionato art. 37 qui rileva l'art. 36, per la parte in cui prevede che "I soggetti pubblici incaricati istituzionalmente di svolgere attività ispettive o di vigilanza nonché gli organi giurisdizionali, requirenti e giudicanti, penali, civili e amministrativi e, previa autorizzazione, gli organi di polizia giudiziaria che, a causa o nell'esercizio delle loro funzioni, vengono a conoscenza di fatti che possono configurarsi come violazioni tributarie devono comunicarli direttamente ovvero, ove previste, secondo le modalità stabilite da leggi o norme regolamentari per l'inoltro della denuncia penale, al comando della Guardia di finanza competente in relazione al luogo di rilevazione degli stessi, fornendo l'eventuale documentazione atta a comprovarli". L'Amministrazione Finanziaria ha affermato, sin dall'avviso d'accertamento qui impugnato, di agire avvalendosi delle notizie contenute nelle carte pervenute dal tribunale genovese e depositate in allegato alla memoria di costituzione di prime cure, come s'è detto in precedenza. Ai fini dell'odierno decidere va dunque differentemente qualificato il tema, proposto con il secondo motivo d'appello (in realtà primo secondo un ordine logico) laddove si afferma l'inutilizzabilità, nel giudizio tributario, di quelle sommarie informazioni testimoniali che nel procedimento penale e nel successivo processo non rivestono rango di elementi di prova. In altri termini e più esplicitamente, non è revocabile in dubbio che ciò che non potrebbe mai venir qualificato come prova nel processo penale non potrebbe esserlo neppure nel giudizio tributario, a maggior ragione laddove si parli di quel mezzo che è la testimonianza, che non rientra nei novero delle prove riconosciute ammissibili nei giudizio affidato alle commissioni tributarie. Quella serie di notizie, che gli organi inquirenti penali hanno raccolto e di cui fanno parte le indicazioni fornite dai consulenti tecnici della Procura, rilevano nella presente sede non già come prove ma come termine di paragone da utilizzarsi per stabilire se l'Ufficio, che come s'è appena detto ha operato secondo lo schema posto dall'art. 38 comma 3 del D.P.R. 600/1973, abbia esercitato legittimamente il proprio potere, cioè se l'accertamento del maggior reddito e delle relative conseguenze fiscali sia conforme alle notizie di cui l'Agenzia poteva disporre. Le notizie di cui si parla non sono costituite dalle mere sommarie informazioni testimoniali: nei documenti trasmessi all'Agenzia e da questa prodotti nel giudizio si rinvengono rapporti che danno conto dello svolgimento di indagini su conti bancali, su documenti rinvenuti presso i vari soggetti coinvolti nella vicenda e presso terzi, su atti presenti negli uffici giudiziari; fa parte del compendio anche una serie di relazioni redatte dai consulenti tecnici incaricati dalla Procura genovese. Raffrontando gli elementi (le "notizie") che emergono da questi documenti con il contenuto dell'avviso d'accertamento è necessario pervenire alla conclusione che l'Agenzia abbia fatto un uso corretto del materiale, di cui legittimamente era pervenuto in possesso. In altre parole, l'esercizio delle potestà impositiva è coerente con gli elementi forniti all'Ufficio impositore.
L'appellante ha dedotto, sul punto, che l'Agenzia avrebbe fatto riferimento esclusivo a due dichiarazioni testimoniali, per giunta estrapolando ciò che veniva da esse preso dal relativo contesto e trascurando una ben più numerosa compagine di dichiarazioni contrastanti con quelle. Va osservato che anche l'appellante è legittimamente in possesso del medesimo materiale reso disponibile all'Ufficio e dunque avrebbe avuto piena facoltà di addurre notizie (in particolare, il contenuto di altre informazioni testimoniali) differenti e contrarie a quelle che si leggono nell'avviso impugnato. Va altresì osservato, limitatamente alla vicenda (...), che le affermazioni rilasciate da colui che ricevette, per l'impresa esecutrice dei lavori edili all'interno dell'appartamento di via (...) in Firenze (il Geom. Bo.) il pagamento di quelle opere, hanno trovato riscontro nelle annotazioni contenute nell'agenda della Rag. Gi. e nella verifica compiuta dagli inquirenti in ordine agli accessi della stessa professionista e dal marito di lei nelle rispettive cassette di sicurezza, dove era custodito il denaro che costituiva il compenso per l'attività professionale svolta nella procedura (...). Ulteriore suffragio viene offerto dalla circostanza che il pagamento del Geom. Lo. venne effettuato con banconote da Lire 500.000, cioè la stessa pezzatura ricevuta dalla Gi. allorché prelevò denaro dal proprio conto corrente e lo depositò nella cassetta di sicurezza.
La conclusione cui è pervenuto l'Ufficio (il prezzo dei lavori di ristrutturazione dell'immobile di via (...) è stato pagato dalla Gi. con il denaro riscosso dalla procedura (...)) è dunque coerente con le notizie di cui l'Agenzia disponeva. A quelle notizie l'appellante non ha contrapposto alcuna differente ricostruzione che sia fondata sugli stessi elementi di conoscenza o su elementi supplementari.
In relazione alla vicenda (...), s'è già riferito in narrativa del contenuto delle dichiarazioni rilasciate da Al.Pi. (marito della venditrice del terreno in Forte dei Marmi) e trasfuse nell'avviso d'accertamento.
La conferma di quell'episodio è fornita dalla scrittura che documenta il compromesso e che è stata rinvenuta presso lo stesso notaio che poi stipulò il definitivo. Qui merita d'essere ricordato il contenuto delle dichiarazioni rese dal Rag. Za. ai P.M. fiorentini: "Nel giugno 2000 ho ricevuto quale liquidatore (...) un compenso di Lire 800 milioni. Pochissimo tempo dopo, mentre eravamo nella villa al Forte dei Marmi mia moglie, alla presenza del dr. Pu., mi disse che avremmo dovuto dare al dr. Pu. la somma di Lire 100 milioni, considerato il compenso che avevo ricevuto. Pu. fece solo un gesto con la mano: il gesto del numero 1. Io accettai mio malgrado. Pensò mia moglie ad effettuare il pagamento". Il mezzo impiegato per l'acquisto è stato spiegato dallo stesso Za.; la Gi. e la Fi. costituirono una società (Za.), a cui venne intestato il terreno, il denaro necessario per pagare la quota di metà della somma pattuita per il preliminare (in tutto, Lire 250.000.000) e che doveva venir fornito dai Pu. - Fi., proveniva dal compenso (...), come risulta dalle annotazioni rinvenute nell'agenda della Gi. e come è possibile riscontrare esaminando (come hanno fatto gli inquirenti) i conti correnti dello Za. e le disponibilità presenti nella sua cassetta di sicurezza. Se.Ma., che nella prospettazione dell'appellante non avrebbe parlato di tangenti, ha dichiarato: "ricordo che nel luglio del 2000, in relazione al concordato (...), Za. ricevette un ingente importo come liquidazione. Ricordo che in seguito alla liquidazione, venni incaricato da Za.Gi. in un arco temporale di circa 2 mesi, di recarmi presso gli istituti bancari dove egli ha i conti correnti... al fine di cambiare alcuni assegni. La relativa cifra per contanti di volta in volta la consegnai personalmente alla Gi.Ma., nel suo ufficio, ma non so cosa ella ne facesse...
Il totale si aggirava nell'ordine di Lire 100 milioni... Il mercoledì precedente il suicidio dello Za.Gi. egli mi chiamò dicendomi che la sera precedente mentre si trovava al corso di fotografia, era stato chiamato in Procura e lì aveva riferito di una mazzetta pagata al Dott. Se.Pu. di circa Lire 100 milioni. Mi ha poi mostrato degli estratti conto dove aveva evidenziato alcuni prelievi di assegni, facendomi notare che si era trattato di assegni da me cambiati proprio per il pagamento della mazzetta a Pu. Mi sto riferendo agli assegni che ho sopra descritto e il cui contante avevo consegnato alla Gi.". L'esame congiunto dei conti correnti dello Za. e degli appunti contenuti nell'agenda in possesso della Gi., riferito dai consulenti tecnici nominati dalla Procura, ha consentito di accertare che il denaro prelevato per far fronte alle esigenze di pagamento della quota parte, riferita ai Pu. - Fi., dell'acconto sul prezzo dei terreno, è stato pari a Lire 130.000.000. Come s'è anticipato in narrativa, la commissione provinciale ha fornito risposta alla censura rivolta all'accertamento e consistente nell'allegazione della circostanza che le dazioni di denaro non erano mai avvenute in favore del Dott. Pu.: il primo giudice ha individuato nell'art. 37 comma 3 del D.P.R. 600/1973 la norma di riferimento che consentiva di imputare a reddito del contribuente il beneficio costituito dai pagamenti effettuati per la ristrutturazione dell'appartamento di Firenze e l'acquisto del terreno di Forte dei Marmi. La doglianza che l'appellante formula con il primo motivo si limita alla riproposizione dell'argomento secondo cui egli non aveva percepito, secondo il paradigma accusatorio degli stessi P.M. requirenti, alcuna somma di denaro ma non muove censura alcuna alla sostanza della decisione che s'è detta. A fronte dell'argomentazione dell'appellante è sufficiente richiamare la risposta già fornita dal primo giudice, che merita di venir qui condivisa: la norma che è stata ricordata poco sopra consente di imputare "al contribuente i redditi di cui appaiono titolari altri soggetti quando sia dimostrato, anche sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che egli ne è l'effettivo possessore per interposta persona". E la stessa motivazione della sentenza gravata non lascia spazio alla tesi che la difesa dell'appellante ha proposto nel corso della discussione orale, tesi che vorrebbe ricondurre la specie concreta allo schema della delegazione di pagamento, dove la figura del delegante sarebbe stata rivestita dalla Fi.
Agli elementi, già espressi con l'avviso d'accertamento per riferire alla persona del Dott. Pu. i benefici economici derivanti dalle dazioni di denaro che si sono dette, si può aggiungere che l'interesse diretto e personale del Dott. Pu. risulta anche da quanto contenuto nell'appunto scritto di pugno della Gi. con data 9 febbraio 2002 nonché dalle dichiarazioni rilasciate, come sommarie informazioni, dall'Ing. Lo. il 3 gennaio 2003 (elementi riferiti nella nota trasmessa dai consulenti tecnici alla Procura di Genova come frutto dell'elaborazione dei documenti loro forniti da quell'Ufficio). Alla soccombenza dell'appellante consegue la condanna alla rifusione delle spese in favore dell'Agenzia delle Entrate, spese che sono liquidate d'ufficio in Euro 4.000,00 (Euro 500,00 per diritti, Euro 3.500,00 per onorari).
P.Q.M. Respinge l'appello e condanna l'appellante a rifondere all'Agenzia delle Entrate le spese di questo grado, liquidate in Euro 4.000,00.