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Timestamp: 2019-09-20 23:25:37+00:00
Document Index: 156765824

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 247', 'art. 247', 'art. 247', 'art. 414', 'sentenza ', 'art. 246', 'art. 252', 'art. 246']

Processi 3 dic 02
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grafica di Francesca Tilio
Il convegno trae spunto dalle requisitorie di fine '800 del Procuratore del Re di Ancona, Antonio Coppola, sulle associazioni sovversive dell'epoca ( di anarchici, socialisti, repubblicani) e il fenomeno del pentitismo.
Nell'occasione sarà presentato e distribuito il "quaderno del Calamandrei" che riproduce gli originali manoscritti di tali requisitorie e le introduzioni di P.Borgna e A.E.Perduca
La registrazione del convegno in Radio Radicale.it
Ma cosa è cambiato nel corso degli anni nella struttura dei reati associativi?
Nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia, tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900, il reato associativo era essenzialmente reato d’opinione politica.
Era l’alba del socialismo reale in Italia e ad Ancona in particolare aveva attecchito con forza quello che agli occhi del procuratore del Re Antonio Coppola poteva definirsi “sovversivismo”, dapprima di stampo repubblicano, poi socialista e libertario.
Gli imputati, anarchici e socialisti della provincia di Ancona, erano perlopiù operai, calzolai, manovali, commessi di bottega, barbieri. Erano le classi umili che, al grido di “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, sfidavano il potere costituito del Re con la forza delle parole e delle idee.
E questo metteva paura. E in nome di questo si istruivano processi dove sotto accusa erano “azioni idonee ad eccitare la disobbedienza delle leggi e l’odio contro la borghesia”.
E il 25 febbraio 1898 la requisitoria per quello che all’epoca fu un Maxi processo marchigiano:109 imputati arrestati tra le migliaia di partecipanti all’assalto ai forni e granai, passato alla storia nelle Marche come i “moti del pane”. Il generale Bava Beccaris (“il feroce monarchico Bava”) si scagliò con ferocia e colpi di cannone contro il popolo insorto all’aumento del prezzo del pane imposto dal governo Di Rudinì, e fu sangue e scompiglio. 80 morti e 450 feriti. E tanti processati. E un bambino, che tornava da scuola, fu testimone con i suoi occhi di quei fatti orribili: Pietro Nenni, che nel 1914 sarà- assieme ad Enrico Malatesta- a capo delle barricate della “settimana rossa” ad Ancona.
Il reato associativo era, dunque, all’epoca, un mezzo di controllo da parte del potere delle idee. I delitti di istigazione a delinquere, di apologia di reato introdotti dal Codice Zanardelli del 1890 (di impostazione tutto sommato liberale), tutelavano l’ordine pubblico e la civile convivenza sociale da opinioni e non da fatti, prescindendo dall’accertamento oggettivo di un fatto-reato così come oggi inteso. Era l’anticipazione della soglia delittuosa alla messa in pericolo del bene giuridico, oggi ritenuta ormai inaccettabile dalla cultura giuridica contemporanea. Anche se a volte non mancando di queste derive.
Oggi il reato associativo- superata la fase di conflitto politico degli anni ’60-’70- ha assunto una connotazione diversa ed è diventato un utile strumento di repressione di associazioni criminali organizzate.A volte ne viene fatto un abuso da parte dei Pubblici Ministeri, a volte viene utilizzato come collante per tenere insieme singoli reati fine che mancherebbero di materiale probatorio per essere dimostrati e che necessitano di un qualcosa che ne definisca i contorni. Spetta a noi avvocati tenere alta l’attenzione contro questi tentativi, e farli emergere nel corso del processo per garantire in maniera effettiva all’imputato il rispetto dei principi costituzionali e di civiltà giuridica che ormai consideriamo imprescindibili.
A mio avviso resta un’altra gravissima anomalia nel sistema giuridico italiano, retaggio di un sistema repressivo e di polizia che rispecchia il periodo storico in cui è entrato in vigore il Codice Rocco (1930, in piena epoca fascista) e l’idea di un controllo sociale per tipologia di persone. Sono le misure di prevenzione, disciplinate da una legge del 1956, che, prescindendo dall’accertamento del reato e di fatti specifici, impongono gravi limitazioni della libertà personale (sorveglianza speciale, foglio di via obbligatorio, obbligo di soggiorno, divieto di soggiorno) in nome della tutela di polizia avverso persone considerate pericolose per l’ordine pubblico.
Ogni anno, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, le Forze di Polizia declamano con orgoglio il raggiungimento di record di misure di prevenzione applicate.
Credo che un sistema penale che si basi sull’anticipazione della soglia di punibilità inflittiva al solo sospetto o pericolo non debba fare alcun orgoglio, ad entrambe le parti della barricata, ma vada visto come un gravissimo vulnus alla cultura giuridica di un popolo che dice di rifarsi a princìpi costituzionali e internazionali garantisti.
da "Fatto & Diritto - La cronaca giudiziaria secondo gli esperti" del 5 dicembre 2011
http://www.fattodiritto.it/%e2%80%9cprocessi-pensieri-e-azioni-riflessione-sui-reati-associativi-da-fine-%e2%80%98800-a-oggi%e2%80%9d/
da sinistra: Perduca, Mellini, Borgna, D'Orsi
RELAZIONE di MAURO MELLINI
Ciò che credo sia intrigante caratteristica di questo Convegno è l’oggetto, l’occasione di queste nostre discussioni su quelli che potremmo definire i reati concepiti, come tali, in difesa dell’assetto sociale, nel Codice Zanardelli, nel Codice Rocco, nella legislazione attuale che alquanto si discosta da quell’ultima opera di codificazione penale.
L’occasione, l’oggetto specifico è il rinvenimento di una raccolta di atti giudiziari, a firma del Procuratore del Re di Ancona, dott. Cavalier (quasi sicuramente sarà stato almeno cavaliere) Antonio Coppola.
In una introduzione illustrativa di Paolo Borgna, pervenutaci con l’invito a questo Convegno, è scritto che quegli atti sono pervenuti al Centro Calamandrei di Iesi “dalle carte di Franco Antonicelli… Non ci è dato sapere perché Antonicelli avesse raccolto questi atti giudiziari, tutti della Procura di Ancona, scritti da un unico magistrato… certamente lo spinse un interesse storico…”.
Non sembra possa revocarsi in dubbio che Franco Antonicelli sentisse un interesse di storiografo per tali documenti. Più difficile è stabilire come avesse avuto modo di raccoglierli (anche se negli anni in cui egli era in vita essi potevano ancora essere conservati negli Archivi).
L’interrogativo non è affatto ozioso. Un reperto archeologico, un cimelio storico, un documento di qualche importanza per la storia generale o per quella di un ramo delle attività pubbliche o della scienza, oltre al valore che può avere in sé, a quello che rappresenta per la sua creazione, redazione, ne ha uno per le vicende che hanno consentito che arrivasse fino a noi, per il modo in cui è stato conservato, per le circostanze nelle quali è stato raccolto con altri per esserci tramandato.
E non è cosa oziosa la ricerca di tutto ciò. Si può dire, anzi, che un genere letterario, in cui mi pare spetti a Leonardo Sciascia un posto di tutto rilievo, può articolarsi e svilupparsi in questa “storia delle testimonianze del passato”.
Ricavare impressioni da quello che ci dice di sé, oltre che quel che dice d’altri e di altro, un documento è assai stimolante ed anche le fantasie, il giuoco delle ipotesi sul perché quei documenti, quegli appunti ci siano potuti pervenire è attività intellettuale che può attingere a notevoli livelli di valore della scrittura.
Senza nutrire ambizioni così elevate, io proverò, quindi, a formulare un’ipotesi sul perché, il Cavalier (mi piace pensare che lo fosse) Coppola Antonio, assai probabilmente napoletano, Procuratore del Re, abbia raccolto assieme questi atti. Perché io sono convinto che a raccoglierli assieme sia stato lo stesso autore. Ed ho pure la pretesa di formulare un’ipotesi, che tanto ardita non mi pare che sia, sul perché li abbia raccolti. Un’ipotesi che mi è suggerita dall’intestazione che tutti, meno uno (il primo: i motivi d’appello in data 11 maggio 1895) non sono la pura e semplice copia dell’atto giudiziario, ma hanno una sorta di breve premessa che indica la qualità della questione di diritto trattata. Inoltre vi figura quale intestazione la formula: requisitoria (o motivo d’appello) a scelta del magistrato.
Sembra dunque ragionevole ritenere che i suddetti atti fossero stati raccolti per un’occasione in cui al magistrato fosse data facoltà di scegliere tra gli atti da lui redatti quelli che per qualche motivo, ma assai probabilmente perché ritenuti i più significativi della propria attività ed i più adatti a dimostrare (vere o presunte) capacità professionali. Sceglierli per produrli.
Ciò equivale a dire che si tratta di atti raccolti e preparati per uno scrutinio di avanzamento al cui concorso il Procuratore Coppola si presentava o intendeva presentarsi.
Questa ipotesi non credo che possa trovare con assoluta certezza conferma o smentita e le curiosità che essa possa eventualmente suscitare dovrà rimanere in qualche modo insoddisfatta. Infatti i fascicoli dei magistrati risalenti a quell’epoca, già custoditi al Ministero, sono stati da molti anni oggetto di “scarto”, cioè di vendita come carta da macero, con la quale periodicamente vengono distrutti, assieme a carte di nessun valore (all’epoca in cui furono formate ed a quella in cui sono distrutte) documenti che, in sé considerati o nel loro complesso, potrebbero fornirci utili elementi di conoscenza storica e potrebbero comunque essere fonte di godimento intellettuale per chi di queste cose sa godere.
Un ottimo magistrato, che al contempo era storiografo di grande valore (Il più profondo studioso della storia delle Repubbliche Giacobine di fine ‘700) Mario Battaglini, ora purtroppo da alcuni anni defunto, era un frequentatore delle aste di quegli “scarti”, finché fu costretto ad astenersene per il rischio di esser “cacciato di casa” da quelle carte. Carte e libri della sua preziosa biblioteca che spero non siano, a loro volta, andati dispersi.
Se, dunque, quest’ipotesi della raccolta per una promozione dovesse essere esatta, ne dovremmo trarre considerazioni di qualche rilevanza per la storia del nostro sistema giudiziario.
Perché un magistrato, un Procuratore del Re che negli anni trascorsi in una Procura di un certo “rango”, come quella di Ancona, avrà trattato questioni della più disparata natura, quasi sicuramente di maggiore delicatezza e complessità giuridica di quelle oggetto di queste carte, avrà preferito raccogliere proprio queste, mostrarsi nella veste di persecutore di questi reati politici, di questi conati di “sovversione sociale”?
Ogni epoca ha storia, sentimenti, sensibilità, mode, che ne sono proprii. Pertanto ogni “parallelismo” tra fenomeni di epoche diverse è, se non proprio arbitrario, almeno da formulare con grande prudenza e sempre con le debite riserve.
Ma, di ciò tenuto conto, sarei portato a dire che questa cura del Procuratore Coppola dott. Cav. Antonio nel presentarsi allo scrutinio proprio esibendo quegli atti e non altri, che pure avrebbe certamente avuto la possibilità di esibire, sta a significare che la categoria dei giudici, dei magistrati “lottatori”, che si specializzano nella “lotta” contro questa o quella forma di criminalità (ma quasi sempre una criminalità d’attualità, “alla moda”) e che si qualificano (e amano qualificarsi) come magistrati e, ahimè, come giudici “antiqualcosa” (antiterrorismo, antimafia, anticorruzione etc. etc.) non è un’invenzione dei nostri giorni. Ve ne sono sempre stati e, purtroppo, sarà difficile che un giorno non ve ne saranno più.
Si potrebbe aggiungere che, agli occhi di chi si compiace di tali qualifiche e ritiene (certo, perché, in vario modo e misura, gli altri lo inducono a ciò ritenere) che sia conveniente così presentarsi e qualificarsi, l’appartenenza a tali categorie faccia premio su altre meno discutibili qualità professionali e, magari, valga a farne dimenticare le deficienze. Vedremo infatti come quà e là in quegli scritti del dott. Coppola emerga una preparazione giuridica che oso definire non proprio esaltante, quale, magari, avrebbe potuto essere diversamente valutabile da altri atti del suo ministero, non altrettanto, però, qualificanti come magistrato “antisovversione”.
A questo punto agli interrogativi circa la finalità della raccolta da parte del dott. Antonio Coppola di questi suoi elaborati, se ne aggiunge un altro, connesso con tale questione e soprattutto con l’ipotesi che abbiamo formulato in proposito, quella, appunto, dello scrutinio per una promozione. Quale sorte ha avuto il candidato dott. Antonio Cav. Coppola in tale concorso? Ha conseguito la promozione?
Diversamente dall’ipotesi prima formulata, che abbiamo detto essere destinata a costituire una curiosità insoddisfatta di ficcanasi nel passato, nella storia e nella storia giudiziaria del nostro Paese, questa della eventuale promozione o, invece di un insuccesso e di una stasi nella carriera del nostro personaggio, è cosa che non è impossibile accertare. Basterebbe che qualcuno, esperto in fatto di norme sull’Ordinamento Giudiziario vigenti a cavallo tra il XIX ed il XX secolo ed un po’ più solerte di me nelle ricerche di biblioteca, andasse a spulciare gli annuari della Magistratura di quegli anni.
Non sarebbe una ricerca inutile, perché, tra l’altro, la questione delle “promozioni” dei magistrati e della loro carriera è un problema aperto e le norme attualmente vigenti sono state costruite partendo dalla critica di quelle d’allora e per ovviare agli inconvenienti che quel sistema produceva.
Io ho il ricordo di discorsi che sentivo fare da avvocati più anziani, conoscitori delle cose del mondo e di quel, tutto sommato, piccolo mondo che è il mondo della giustizia, quando ero alle prime armi della professione. Prima, dunque, della Legge Breganze e dell’automatismo delle carriere.
Accadeva che, se una causa di qualche complessità fosse andata a sentenza quando il Giudice Istruttore (nel Civile) si fosse trovato “sotto promozione”, c’era da aspettarsi che il deposito della sentenza tardasse e che, soprattutto, la soluzione adottata e la motivazione addotta portassero il segno di una certa pretesa di fare sfoggio di sapienza giuridica, magari anche un po’ a scapito di criteri di effettiva utilità e di proporzione all’oggetto del contendere.
C’erano dunque, accanto alle “sentenze estive” (spesso capolavori dell’arte di scansare problemi ed impegno per risolverli) anche quelle sentenze “da promozione” (affette da caratteristiche opposte).
Inconvenienti. Che, come tutti gli inconvenienti tutti, legislatori, anzitutto, dovrebbero studiarsi di fare in modo che siano evitati. Senza dimenticare, peraltro, l’antico brocardo “adducere inconvenientem non est resolvere casum”. Che, in realtà, è criterio relativo al procedimento logico di interpretazione, ma ben può valere (cioè dovrebbe valere) anche per l’attività legislativa. Dovrebbe. Perché in realtà troppo spesso si legifera preoccupandosi solo di qualche inconveniente dell’ordinamento vigente e, per eliminarlo, si elimina la norma che dovrebbe, semmai, essere solo migliorata. In altre parole, lasciando il latino aulico per un più espressivo linguaggio famigliare, “si butta il bambino insieme all’acqua sporca”.
Ciò è avvenuto per le norme sulla carriera dei magistrati, ma è accaduto pure per le leggi elettorali (abolizione, ad esempio, delle preferenze in considerazione di fenomeni clientelari e di mercanteggiamento del voto).
Una digressione, questa, che non è poi così stravagante ed ultronea come potrà apparire a qualcuno.
lasciamo pure da parte le deduzioni su quell’immaginaria ipotesi dei problemi di carriera e del concorso per la promozione del Cavalier dott. Antonio Coppola, per fare alcune considerazioni sui “ferri del mestiere”, cioè sulle norme di legge (il Codice Zanardelli, integrato dalle leggi speciali di fine secolo) che il suddetto magistrato era tenuto ad applicare ed osservare.
E’ stato già sottolineato da Antonio Perduca e Paolo Borgna che il Codice Zanardelli e le stesse leggi speciali “di fine secolo” (leggi palesemente “anti”: antisocialiste ed antianarchiche) avevano, nei confronti dei “reati della parola” e dei “reati associativi” un atteggiamento assai più prudente che non il Codice Rocco del 1930, che, benché frutto di un’evoluzione dottrinale del diritto penale iniziata ben prima della effettiva elaborazione del nuovo Codice (varato nel 1930) e dello stesso avvento del fascismo al potere (1922), ebbe forti connotazioni autoritarie, tanto che ne fu esaltato il carattere “fascista” ed il rigore, tra l’altro, nella repressione dei reati contro la proprietà e la persona, coronate dall’introduzione, come “ordinaria”, della pena di morte, già inserita nel nostro Ordinamento dalle leggi speciali del 1926, relative agli attentati al Capo del governo ed al Re.
Poco vi sarebbe da aggiungere a quanto così rilevato riguardo all’evoluzione-involuzione del nostro diritto penale per le materie scottanti dei reati d’opinione ed associativi in quella fase oscura della nostra storia politica e sociale.
C’è da dire, invece, qualcosa, su cui poco si sofferma, in generale, l’attenzione di chi si interroga sul passato della vita giuridica e giudiziaria del nostro Paese e c’è pure da dire, a mio avviso, qualcosa su certe considerazioni espresse, soprattutto da Borgna, su quanto è avvenuto dopo la caduta del fascismo, nella nostra Italia Repubblicana, che, pur non essendosi mostrata capace di elaborare un nuovo impianto del diritto penale con un nuovo codice che sostituisse integralmente quello del 1930 (Codice Rocco), ha proceduto ad ampie forme di revisione attraverso un’intensa opera di novellazione e, magari, con interventi (che dovrebbero essere – ma tali spesso non sono stati e non sono, meramente soppressivi), da parte della Corte Costituzionale.
C’è intanto da dire che, vigente il Codice Zanardelli, quelle norme di esso che riguardavano specificamente le forme associative dei reati nonché i reati “della parola” (le norme, per intenderci, della cui applicazione si discute negli scritti del Procuratore Coppola) non solo prevedevano meno pesanti sanzioni che non il codice del 1930, ma, oltre a richiedere qualche ulteriore elemento di meno astratta pericolosità, in genere prevedevano per i reati di istigazione e di associazione, che venivano in essere in quanto attinenti a finalità politiche, sanzioni meno gravi che non quelli analoghi di associazione ed istigazione, benché per reati (gravi) di natura ordinaria. Esattamente il contrario disponeva il Codice Rocco, che, in coerenza, del resto, con tutto l’impianto del codice stesso, punisce più gravemente le fattispecie caratterizzate dalle finalità politiche e dal carattere politico dei reati-fine.
Si può dire che nel Codice Zanardelli, codice penale dell’Unità d’Italia compilato nel segno politico del liberalismo, le norme di “difesa antisocialista ed antianarchica” della società “ci si trovassero” non proprio a loro agio, quasi… scusandosi del disturbo.
Del resto la dottrina penalistica sviluppatasi anche negli di poco anni successivi, in cui maturò, del resto, una concezione politica assai più tollerante di quella che era prevalsa nell’età Umbertina, quella del decennio Giolittiano, espresse indiscutibile diffidenza nei confronti di certe norme di quel codice.
Ho sotto gli occhi, un testo abbastanza diffuso, ai suoi tempi, di un “commento al Codice Penale Italiano” di Luigi Majno, che, per avventura è quella della“quinta ristampa della terza edizione”. Edizione, quindi postuma, non solo rispetto alla persona dell’autore, deceduto, se non erro, nel 1915, ma anche, purtroppo, all’epoca liberale in cui era maturato il pensiero ispiratore del codice, della scuola giuridica liberale, perché la data di quell’edizione è del 1925, quando già stavano per essere varate le leggi speciali fasciste.
Pertanto è con qualche commozione che vi si leggono certi ammonimenti. Così vi si ricorda che nella relazione ministeriale del Codice, si era voluto sottolineare che l’applicabilità della norma prevista dall’art. 247, incriminatrice del pubblico eccitamento all’odio delle classi sociali, veniva condizionata, per precisa scelta, al fatto che essa avesse prodotto effettivo turbamento “nell’opinione della generale sicurezza”. Vi si legge: “è doloroso a constatarsi, che troppe volte la giurisprudenza dimenticò i motivi ufficiali della legge… e confuse col delittuoso incitamento all’odio la semplice constatazione ed analisi del fatto economico della lotta di classe… E vi è ancora di peggio… dell’art. 247 si fece largo uso ed abuso nella pratica dei tribunali…”.
E vi si legge pure che la perdita del diritto elettorale, conseguente alla condanna per l’art. 247 di quel codice, era “un’arma di partito contro i socialisti”.
Ma il peggio doveva ancora arrivare e stava proprio arrivando mentre si stampava quell’ultima (credo che quella sia stata proprio l’ultima) edizione di un’opera giuridica cui mi riferisco, degna del grande e gravoso compito che nella società è attribuito a chi si professa cultore del diritto, analogo a quello che incombe allo stesso legislatore.
Con questo, ovviamente, non intendo affatto auspicare che il progresso dell’ordinamento giuridico e delle realtà giudiziarie che ne recepiscano e ne applichino la portata ed i significati, debba essere affidato ad una funzione interpretativa della dottrina e della giurisprudenza piuttosto, o anche in paritario parallelismo, con la funzione del legislatore.
La codificazione ed il principio di legalità sono una conquista non solo irrinunziabile, ma da salvaguardare come uno strumento delicato ed insostituibile in un mondo che voglia essere libero e democratico.
Dico questo anche perché, se sono sostenitore del concetto che anche l’ignoranza è elemento di evoluzione dell’ordinamento giuridico (il diritto è creazione umana ed il suo studio è scienza umana, perciò non esiste un “diritto sconosciuto” e la sconoscenza è un elemento della realtà giuridica al pari della scienza) non oserei mai sostenere, ad esempio, che per migliorare le leggi occorra essere… asini.
Evoluzione non significa necessariamente progresso e non è pensabile un progresso fondato nell’ignoranza.
La puntualità dell’opera legislativa, tuttavia, legiferare nella piena scienza della estrema complessità del sistema normativo, con le sue interdipendenze, non sempre è esigenza tempestivamente avvertibile, né facilmente si ha coscienza dei malanni conseguenza di certi disarmonie dei rabberciamenti legislativi.
Ma solo l’opera di un legislatore accorto, che abbia ben chiari i principi fondamentali del diritto, di quello penale in particolare, e che non sia disposto a barattarli per esigenze, ad esempio, di più facili compromessi, può garantire l’osservanza del “principio di legalità”, che talvolta per lo stesso intervento del “giudice delle leggi”, della Corte Costituzionale, tanto più se non limitato ad una funzione meramente abrogativa, ma, di fatto, interpretativa ed addittiva specie con il sistema, che è invalso, delle dichiarazioni, di costituzionalità o di incostituzionalità “condizionate”, è talvolta gravemente vulnerato.
La sentenza, ad esempio, del 1970 della Corte Costituzionale richiamata da Porduca, con la quale, pur respingendo l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 414 (istigazione a delinquere mediante apologia di reato) del codice penale, precisa che quella incriminata non è la manifestazione pura e semplice del pensiero “ma quella che per le sue modalità integri un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti”, è, pur nel lodevole intento di segnare un confine più accettabile alla portata di un “delitto della parola”, certamente non esemplare nella capacità di tracciare una chiara linea di confine che circoscriva la fattispecie penale, idonea ad assicurare la concretezza del principio “nullum crimen nulla poena sine praevia lege poenali”, attraverso una inequivoca descrizione della condotta incriminata.
Non è questa la sede per una esercitazione in ordine alla creazione di un catalogo delle “fattispecie penali apparenti”. Ma si può rilevare senza troppa fatica che proprio nel campo di questi “reati della parola” e “reati associativi”, anche molti accorgimenti, usati per assicurare concretezza alle fattispecie incriminate, si risolvono nella creazione di nuovi, ed a volte più ardui o insolubili problemi interpretativi e, quindi, in nuove e diverse forme di violazione o di cattiva applicazione del principio di legalità.
Il peggio, dunque, non era arrivato nel 1925 (anno di stampa di quel Commento al Codice Zanardelli a me molto caro) né nel 1930, l’anno del Codice Rocco.
Né il meglio è venuto, come abbiamo visto, con la caduta del fascismo, la Repubblica e la Costituzione.
Dopo la lunga fase della mera contemplazione della Costituzione e dell’attendismo, intramezzato da oscillanti novellazioni, abbiamo avuto due fasi che potremmo anche definire di furore neoforcaiolo, certo di entusiasmi per l’incremento dell’armamentario dei reati associativi: la fase dell’antiterrorismo e quella dell’antimafia. Fasi di cui possiamo individuare i momenti più acuti, mentre non possiamo dircene al di fuori, certo non per quel che riguarda la mafia. Forse nemmeno per quel che riguarda il terrorismo (non dimentichiamo che assai di recente si è parlato di “necessità” di nuove leggi per fenomeni di guerriglia urbana).
E’ dunque in questi nostri anni che abbiamo visto proliferare i reati associativi (di tipo terroristico, mafioso, finalizzati al traffico di droga, all’odio razziale etc.).
E, come si conviene quando tanto volentieri si ricorre ad ipotesi di reati associativi, interviene la fantasia più sbrigliata per concepire aggravanti che inaspriscano ulteriormente pene già rilevanti. A cominciare dall’uso e dall’abuso dell’aggravante per i “capi e promotori”, aggravante che, specie per fatti di mafia, è come i sigari di Vittorio Emanuele: non si negano a nessuno. E non da oggi.
Cavour fece in tempo a vedere l’inizio della più dolorosa e sanguinosa delle guerre degli anni del Risorgimento e dell’Unità: quella cosiddetta del brigantaggio.
Cavour riceveva da Govone e dagli altri Generali che erano al Sud messaggi compiaciuti: “Abbiamo catturato cinque briganti e li abbiamo fucilati… abbiamo preso otto briganti e li abbiamo fucilati.” In un crescendo allarmante. Il Conte non era un’animella, ma non gli sfuggivano il significato e le ripercussioni di tutte quelle fucilazioni in una regione che, di fronte all’Europa, ci si vantava di aver liberato.
Così mandò disposizioni ai Comandi militari nell’ex Regno di Napoli: “piano con le fucilazioni… vedete di fucilare, magari, solo i capi”. Da allora i messaggi cambiarono tenore: “abbiamo preso cinque capi briganti e li abbiamo fucilati… ne abbiamo preso otto ed abbiamo fatto altrettanto”. Quei Generali hanno fatto scuola.
Ma si è giunti ad ipotizzare, benché il 416 bis c.p. sia una “legge fotografia” destinata a colpire un determinato fenomeno già in atto e conosciuto (o creduto di conoscere) nella sua attualità e specificità socio-criminologica, che esista una “mafia disarmata”, pacifica, dunque, o quasi: per prevedere ed applicare l’aggravanti prevista per… il caso che si tratti di mafia (o camorra) armata!
Di aggravante in aggravante si possono mettere assieme, per il solo reato associativo, trent’anni di reclusione. E come se non bastasse, con provvedimento amministrativo si infligge ai “capi e promotori”, e non solo a loro, il “carcere duro” (così definito nei lavori parlamentari, in cui si precisa pure che il suo scopo è rendere insopportabile la pena, così da costringere chi vi è sottoposto, alla “collaborazione”). Questo è il regime carcerario di cui al 41 bis della legge penitenziaria.
Ma, parlandosi di reati associativi al presente e di associazione di tipo mafioso (416 bis) non si può fare a meno di accennare a quella “creazione” di un’ulteriore, vera e propria, ipotesi di reato: il concorso esterno in associazione mafiosa.
A ritenere che sia una fattispecie diversa ed autonoma non sono io e, magari, qualche altro sciagurato sostenitore nientemeno che “dell’abbassare la guardia”. E’ la Corte di Cassazione che, quando provvede a censurare una statuizione relativa all’attribuzione di un reato di associazione mafiosa nei confronti di chi ritenga soltanto “concorrente esterno”, ne fa discendere automaticamente la riduzione della pena, menzionando la diversa qualificazione del reato nel dispositivo e non nella motivazione della sentenza di annullamento.
Qui la corrività di legislatori ed interpreti nel ricorso a fattispecie associative si intreccia con la questione dell’allentamento, se non dell’abbandono, del principio di legalità e con quell’altro fenomeno che è il travalicare della funzione giurisdizionale dall’alveo che le è proprio, che lo stesso legislatore sembra stimolare, fenomeno che, in altre sedi, non mi sono stancato per anni di denunziare e che è uno dei fenomeni di deformazione istituzionale e costituzionale più rilevanti dei nostri giorni. E non solo in Italia.
Ma torniamo al nostro Procuratore Coppola ed ai suoi elaborati che insisto nel voler ritenere che fossero da lui raccolti e preparati per un passo avanti nella sua carriera.
Non credo di essere troppo severo o, magari, alquanto malevolo nel formulare un giudizio, che, lo ammetto, richiederebbe forse qualche maggiore prudenza e riflessione. Il giudizio che quel magistrato non fosse proprio un gran giurista e che, addirittura la sua preparazione lasciasse alquanto a desiderare proprio nel campo in cui riteneva di poter vantare più evidenti meriti.
E’ difficile convincermi del contrario quando leggo nella sua presentazione della requisitoria (pure da lui “scelta”) in data 25 febbraio 1898 per i tumulti ed i saccheggi avvenuti in Sinigallia, che la “questione risoluta” si sarebbe concretata nell’affermazione del principio che “non è necessario che l’autore morale, istigatore-organizzatore… di un delitto qualsiasi… si trovi nel momento e nel luogo del malefizio… quando risulti che il suo concorso si manifesti con l’ispirare e determinare i suoi proseliti…”.
Principio assolutamente esatto, ed, anzi, così ovvio e risaputo, allora come oggi, che farne una “questione risoluta”, esibita, magari, quale titolo dei propri meriti, fa ritenere che questi non fossero poi così eccelsi e frequentemente manifestati e comprovati. Troppo ovvio.
La definizione che ripetutamente il Cavalier Coppola dà del “reato formale”, come quello per il quale non è necessario che l’evento si verifichi, essendo sufficiente che esso possa verificarsi, è la contempo troppo ovvia ma anche alquanto imprecisa, poiché i reati formali, secondo la dottrina attuale ma anche secondo quella di oltre un secolo fa, sono “di mera condotta”, nei quali si prescinde totalmente da un evento, in sé considerato, sia esso consumato, tentato, ideato o solo ipotizzabile.
Meno ovvia e scontata è la “questione risoluta” con l’atto con cui il Procuratore propose avanti alla Corte di Cassazione conflitto negativo di competenza per una delle diverse introduzioni in Italia di uno stesso numero di un giornale anarchico stampato all’estero, senza che, tuttavia, io possa permettermi un qualsiasi giudizio in ordine all’esattezza del criterio seguito, stante la diversa concezione allora vigente circa il reato commesso all’estero.
Ed invece, oltreché vagamente umoristico, è pure giuridicamente azzardato l’atto d’appello in data 17 luglio 1901 contro l’assoluzione pronunziata dal Pretore dei componenti della fanfara, imputati di radunata sediziosa, che avevano suonato le note dell’”inno dei lavoratori” le cui parole, sottolinea il Procuratore sarebbero state da considerare (“o vivremo del lavoro, o pugnando si morrà”) eversive. “Niente di più sedizioso si potrebbe immaginare” scriveva il Nostro.
Non contento di quella qualificazione… “eversiva delle note musicali” ascrivibili ai componenti della fanfara, il buon Procuratore Coppola si lascia andare ad un’affermazione certamente erronea, tale da considerare, senza che possa aver qualche rilievo il mutamento delle leggi da allora ad oggi intervenuto. L’affermazione che il carattere “sovversivo” di una radunata sia riconducibile ad un principio immutabile, tale da non “dipendere da circostanze mutabili della politica e dai metodi di governo” escludendo, quindi, che essa sia da ricondurre non al tenore della legge, ma a circostanze e situazioni di fatto, da accertare dal Giudice così come aveva correttamente affermato il Pretore.
Diversa, in verità, è la requisitoria, in data 30 marzo 1901, con la quale si chiede “il non luogo a procedere” nei confronti di due Anconetani imputati di “atti preparatorii” di un assassinio in danno del Presidente del Tribunale di Genova, sulla parola di un “pentito” che aveva affermato di averli intesi parlare del progetto di tale assassinio.
Scontato (ma non inutile) il riconoscimento che la semplice ideazione di un delitto non concretasse un tentativo punibile. Ma molto accurata e puntuale, e tale, perciò, da sorprenderci oggi, la disamina dell’”attendibilità” del “delatore”, come allora ancora si potevano chiamare i “collaboratori di giustizia”, attraverso la quale egli perviene alla dimostrazione del mendacio.
Si sente ancora viva nelle parole del magistrato, la ripulsa di fronte al comportamento di chi “denunzia i propri compagni”! E’ il rifiuto del valore probatorio della “chiamata di correo”, cui, proprio i legislatori del Codice Zanardelli, avevano sdegnatamente negato un trattamento premiale.
Non dimentichiamo che si era ancora prossimi agli anni del Risorgimento ed era palpitante il ricordo del diverso trattamento che i regimi polizieschi preunitari riservavano a spie e “pentiti”. Più o meno in quel periodo fu elevato a Lecce il “monumento al non pentito”, statua su di un piedistallo con catene e nomi di penitenziari, del Duca di Castromediano, con la scritta “Ai compagni fedele/sdegnò privilegio/pari ne volle la sorte”.
E’ un discendente di quel Castromediano, condannato a trent’anni di carcere per aver elevato al Re Borbone la protesta per la soppressione del Parlamento e la revoca della Costituzione, il deputato Gaetano Gorgoni, ad un cui emendamento ad una legge di conversione di un decreto su misure di difesa contro la criminalità, dobbiamo l’introduzione del trattamento premiale per i pentiti.
Così è la vita e così pare che vada la storia.
Certo è che, riconosciuto che ideare assassinii non è reato e che i pentiti sono capaci di ideare, per proprio tornaconto, “ideazioni” e non solo ideazioni altrui di delitti, il nostro Procuratore non si affanna affatto a “salvare il salvabile” di quella rivelazione, per imbastire una grossa inchiesta per un reato associativo. Non era ancora in vigore il codice di procedura del 1989 che, senza abolire il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, oramai recepito dalla Costituzione, ne rende incerto e persino grottesco il contenuto (l’azione penale comincerebbe con la richiesta… obbligatoria di rinvio a giudizio!) mentre sancisce il potere del P.M. di indagare non già come conseguenza delle notizie di reato che gli “pervengano”, e su di essi, ma alla “ricerca” di notizie di reato. Il che non è poi così scandalosamente diverso dalla “fabbricazione” delle notizie di reato che, attraverso le indagini che il P.M. può intraprendere quando gli piaccia, egli riesca a mettere in piedi.
Ma quella requisitoria, 24 febbraio 1898, sui fatti di saccheggio ed altro in Senigallia, esibita con compiacimento alquanto ingiustificato per la “questione risoluta” della non necessità che l’istigatore del delitto “si trovi sul luogo e nel tempo del malefizio tra gli autori materiali di esso” per rispondere a titolo di concorso nel reato istigato e organizzato, contiene pure una serie di proposizioni che appaiono ai nostri occhi, non credo perché siamo privi di dimestichezza con principi e dalle disposizioni di un codice oramai messo da parte da più di ottanta anni, malamente formulate e fuor di luogo addotte.
Si direbbe, se la pretesa di orientarci con le disposizioni ed i principi del Codice Zanardelli non è frutto di inopportuna presunzione, che sia il nostro Procuratore a non muoversi troppo correttamente con quei principi ed in particolare con quelli relativi al concorso delle persone nel reato ed al rapporto tra il reato di istigazione a delinquere (art. 246 Codice Zanardelli) e reati istigati. Infatti nelle stesse relazioni ministeriali a quel Codice si può leggere l’affermazione di un principio che a noi appare ovvio: quello secondo cui, se l’istigazione, è accolta ed il reato istigato è commesso, l’istigatore risponde a titolo di concorso e non si concreta, invece, il reato di mera istigazione ancorché pubblica.
Ma se tale ovvio principio sembra bene esprimersi nella stessa “questione risoluta” così come formulata e nel caso dell’imputato Santoni (che, essendo un ex Ufficiale di P.S. divenuto anarchico, doveva incontrare le simpatie del nostro Procuratore assai meno degli altri imputati), si direbbe che sia dimenticata in parecchi altri casi esaminati, in cui il mancato compimento di atti materiali di violenza sulle cose ai fini del saccheggio, per i partecipanti alla turba degli assalitori dei magazzini, secondo quella requisitoria, farebbe sussistere, così sembra, invece del reato di cui all’art. 252 (saccheggio) il reato (meno grave) di istigazione a delinquere di cui all’art. 246. E’ il caso, lo diciamo senza ombra di intenzioni maliziose di Gasperini Teresa, di anni 37 “conosciuta col nomignolo di “Sorcettina””.
Così pure è, almeno per noi, quantomeno alquanto oscuro il criterio per l’attribuzione ad alcuni imputati del reato di furto anziché di saccheggio. Ma non possiamo certo far carico ad altri della nostra inidoneità a ben comprendere problemi giuridici del passato.
A questo punto sarebbe forse il caso di accennare alle ragioni del nostro scetticismo per i maxi-processi e per la possibilità che le dimensioni di essi (quel processo per i fatti di Senigallia vedeva ben 108 imputati) consentano che vi trovino campo le sottigliezze del diritto oltre che un discernimento adeguato dei fatti attribuibili a ciascuno dei troppo numerosi imputati.
“Ius grossus” per processi troppo grossi, nei quali, inoltre, è considerato necessario il raggiungimento della verità, anziché “al di là di ogni ragionevole dubbio” per ciascuno dei protagonisti, sostituibile da una “verità accettabile” per il suo grado di approssimazione statisticamente rilevabile.
Parole da far rabbrividire, perché non sembrano relegabili ad eventi, situazioni, epoche, avvolti oramai nelle nebbie della storia. Alibi con i quali l’umanità difende, troppo spesso, la tranquillità della sua coscienza.
Iesi 3.12.2011