Source: https://www.personaedanno.it/articolo/la-libert-di-coscienza-e-il-credo-di-chi-non-crede-cass-7893-2020
Timestamp: 2020-08-11 18:22:31+00:00
Document Index: 30794081

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 19']

Cultura, società - Cultura, società - Andrea Castiglioni - 23/04/2020
La libertà di professare la propria religione o il proprio credo è un diritto garantito dalla Costituzione (art. 19), in uno col diritto di fare propaganda.
Con questa sentenza si garantisce il diritto di professare e propagandare anche l’ateismo e l’agnosticismo.
Succedeva che un’associazione di atei e agnostici chiedeva di affiggere dei manifesti, ma l’autorizzazione comunale veniva negata ravvisando nel messaggio raffigurato una offesa al sentimento religioso altrui (l’immagine consisteva nella scritta “DIO” con la “D” barrata e “IO” in corsivo; quindi “DIO”).
La Suprema Corte interviene – sconfessando gli orientamenti del Tribunale e della Corte d'Appello – precisando che vietare questa possibilità significa violare un diritto costituzionalmente tutelato perchè anche l’ateismo è – oggi – un “credo”.
Nella giurisprudenza risalente della Corte costituzionale, l’ateismo era inteso come il limite ad una qualsiasi credenza religiosa, dunque non poteva essere un “credo” perchè la contraddizione in termini era insormontabile; o credi, o sei ateo, l'ateo non crede (Corte cost. n. 58/1960).
Oggi questo orientamento è stato superato perchè l’art. 19 Cost., in combinato disposto con gli art. 2 e 3, tutelano la c.d. “libertà di coscienza”, che per i non credenti rientra nella più ampia “libertà” in materia religiosa. Sia l’ateismo, sia una fede religiosa, sono tutte espressioni della libertà di coscienza, al punto che diventa discriminatorio ritenere che soltanto la fede possa godere di copertura costituzionale (Corte cost. n. 117/1979; n. 149/1995; n. 334/1996).
Anche l’ateismo è espressione di una libertà di coscienza, e dunque anche coloro che professano il “non credere” sono meritevoli di tutela, la quale comprende il diritto – costituzionalmente tutelato – di fare propaganda.
Ovviamente, il limite è sempre quello di evitare che da tali condotte ne derivi un’offesa e una discriminazione per le persone che appartengono ad altri credi. Ma il punto – e l'equivoco – nasceva proprio da qui. Prima era vietato anche il solo professare l’ateismo, perchè, non essendo un “credo”, era un’attività contraria ad una fede religiosa. Oggi, anche l’ateismo e l’agnosticismo, in quanto espressione di una generale libertà di coscienza (tutelata dall’art. 19 Cost.), sono credenze, e al pari delle fedi religiose, sono oggetto di tutela.
Inutile dire che quell’immagine impressa sui manifesti (la scritta DIO con la D barrata) non era offensiva per coloro che credono in Dio, perchè si limitava ad osservare che molte persone “vivono bene senza D”.
Si riporta la massima della sentenza.
"Deve essere garantita la pari libertà di ciascuna persona che si riconosca in una fede, quale che sia la confessione di appartenenza, ed anche se si tratta di un credo ateo o agnostico, di professarla liberamente oltre che il diritto di farne propaganda nelle forme più opportune, attesa la previsione aperta e generale dell’art. 19 Cost., salvo il limite del vilipendio della fede da altri professata, secondo un accertamento che il giudice di merito è tenuto ad effettuare con rigorosa valutazione delle modalità con le quali si esplica la propaganda o la diffusione, potendo negarsi il diritto solo quando le predette modalità si traducano in un’aggressione o in una denigrazione della diversa fede da altri professata; - deve essere garantito il principio della parità di trattamento, sancito dagli artt. 1 e 2 della direttiva 2000/78/CE e dagli artt. 43 e 44 del d.lgs. n. 286 del 1998, tra tutte le forme di religiosità, in esse compreso il credo ateo o agnostico, determinando la violazione una discriminazione vietata, che si verifica quando, nella comparazione tra due o più soggetti, non necessariamente nello stesso contesto temporale, uno di essi è stato, è, o sarebbe avvantaggiato rispetto all’altro, sia per effetto di una condotta posta in essere direttamente dall’autorità o da privati, sia in conseguenza di un comportamento, in apparenza neutro, ma che abbia comunque una ricaduta negativa per i seguaci della religione discriminata".