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Timestamp: 2017-12-13 05:32:23+00:00
Document Index: 9909123

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 9', 'art. 14', 'art. 11', 'art. 36', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 73', 'art. 67', 'art. 6', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 168', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 38', 'art. 53', 'art. 2456', 'art. 1100', 'art. 7', 'art. 331', 'art. 57', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 57', 'art. 24', 'art. 22', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 2']

LE NOVITA' FISCALI DI LUGLIO 2011
La presente circolare illustra le principali novità fiscali di interesse per le imprese realtive al mese di luglio 2011.
1. Organismi di investimento collettivo del risparmio di diritto italiano -Tassazione (Circ. 33/E)
2. Ritenute sui dividendi corrisposti a società ed enti non residenti (Circ. 32/E)
3. Deducibilità spese ristrutturazione immobile strumentale in locazione (Cass. 13327/11)
4. Svalutazione crediti ceduti pro-solvendo (Cass. 14337/11)
5. Configurabilità stabile organizzazione in Italia (Cass. 16106/11)
6. Imposta sostitutiva emolumenti relativi alla produttività aziendale (Circ. 36/E)
7. Territorialità delle prestazioni di servizi (Circ. 37/E)
8. Liquidazione di gruppo - Fusione per incorporazione (Ris. 78/E)
9. Transazioni in Paesi black list - Obblighi di comunicazione (Ris.71/E)
10. Rimborsi d’imposta società cancellate dal registro delle imprese (Ris. 77/E)
11. Mandato senza rappresentanza: trattamento prestazioni di servizi (CGE C-464/10)
12. Vincoli ai rimborsi d’imposta (CGE C-274/10)
13. Aliquote IVA applicabili negli Stati membri dell’Unione Europea
14. Regime del deposito doganale, fiscale ai fini accise e ai fini IVA (Nota 86094/D)
15. Raddoppio termini accertamento in presenza di reato tributario (Corte Cost. 247/11)
16. “Reti di imprese” – Attribuzione codice fiscale (Ris. 70/E)
17. Dichiarazione integrativa a favore del contribuente: termini di decadenza (Cass. 14932/11)
18. Taxation Trends 2011
19. OCSE – Transfer Pricing
L’art. 2, co. 62 - 84, del DL n. 225/10 (c.d. decreto mille proroghe) ha modificato profondamente l’attuale regime dei fondi comuni di investimento mobiliare italiani ed esteri.
La riforma ha disposto per i fondi italiani, e per quelli ad essi equiparati (fondi lussemburghesi storici), a decorrere dal 1° luglio 2011, l’abrogazione del regime di tassazione dei redditi del fondo sulla base del principio di maturazione, e l’introduzione della tassazione sulla base del principio di realizzo – in analogia con quanto già avviene per i fondi istituiti all’estero – al momento della percezione dei proventi da parte dei partecipanti e del disinvestimento delle quote o azioni possedute.
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 33/E del 15 luglio 2011, ha fornito dettagliate interpretazioni relative alle nuove disposizioni.
Le modifiche interessano gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) con sede in Italia. In particolare, la riforma è applicabile nei confronti:
- dei fondi comuni di investimento mobiliare aperti di diritto italiano (art. 9, Ln. 77/83),
- delle società di investimento a capitale variabile (SICAV – art. 14, D.Lgs. n. 84/92)
- dei fondi comuni di investimento mobiliare chiusi (art. 11, L n. 344/93),
- degli OICR aperti con sede in Lussemburgo (c.d. fondi lussemburghesi storici), autorizzati al collocamento nel territorio dello Stato ai sensi del DL n. 476/56
Inoltre, le nuove regole trovano applicazione non solo con riferimento ai fondi comuni di investimento mobiliare (OICVM), ma anche alla generalità degli organismi di investimento collettivo del risparmio italiani (disciplinati dall’art. 36, D.Lgs. n. 58/98), che possono investire in beni, diversi dagli immobili.
Sono invece esplicitamente esclusi dall’applicazione della riforma in esame:
- i fondi immobiliari soggetti al regime fiscale recato dal DL 351/2001 come modificato, da ultimo, dall’art. 8, comma 9, DL 70/2011;
- le forme di previdenza complementare che risultano assoggettate al regime fiscale del DLgs n. 252/2005.
L’Agenzia chiarisce, inoltre, che la predetta disciplina fiscale non si rende applicabile ai fondi che si discostano dal modello tipizzato dalle disposizioni civilistiche e che non attuano forme di gestione collettiva del risparmio.
Regime applicabile dal 1° luglio 2011
Il comma 62, dell’art. 2 del DL n. 225/10, mediante l’introduzione del comma 5-quinquies nell’art. 73 del TUIR, dispone che gli OICR aventi sede in Italia e i cosiddetti “fondi lussemburghesi storici” non sono soggetti alle imposte sui redditi.
I fondi sono considerati soggetti “lordisti” in relazione ad una serie di redditi di capitale da essi percepiti e, pertanto, non subiscono la ritenuta alla fonte o l’imposta sostitutiva nella misura del 12,5% generalmente applicabile su tali redditi, salvo esistano norme che prevedano espressamente delle deroghe al sistema generale in tema di prelievo alla fonte sui redditi di capitale.
Per quanto riguarda i redditi diversi, non essendo gli OICR soggetti alle imposte sui redditi, le plusvalenze e le minusvalenze, di cui all’art. 67 del TUIR, sono percepite al lordo di ogni onere impositivo. Analoghe considerazioni valgono anche per le altre eventuali categorie di reddito indicate nell’art. 6, del TUIR.
Regime fiscale dei partecipanti agli OICR
Dalla partecipazione a tali fondi possono derivare sia redditi di capitale, sia redditi diversi di natura finanziaria, nonché redditi di impresa, qualora il partecipante detenga la partecipazione al fondo in regime di attività di impresa.
I redditi di capitale sono quei proventi direttamente riferibili all’incremento di patrimonio rilevato in capo all’OICR; i redditi diversi di natura finanziaria sono, invece, quelli derivanti dalla negoziazione delle quote del fondo, nonché quelli realizzati mediante il rimborso delle quote.
Qualora le partecipazioni ai fondi siano state assunte nell’esercizio di imprese commerciali, i relativi proventi concorrono a formare il reddito soltanto nell’esercizio in cui sono percepiti, ancorché l’imprenditore li abbia iscritti in bilancio. Prima delle modifiche apportate con il decreto mille proroghe, su tali proventi l’imprenditore aveva diritto ad un credito d’imposta, pari al 15% dei proventi stessi. Tale credito d’imposta aveva la funzione di neutralizzare gli effetti della tassazione a monte operata dalla società di gestione con imposta sostitutiva del 12,50% del risultato maturato annualmente.
A decorrere dal 1° luglio 201, invece, la tassazione avviene in capo ai partecipanti del fondo, al momento della percezione dei proventi. In applicazione di tale principio, è stato quindi introdotto nel corpo del DPR n. 600/73, l’art. 26-quinquies, che dispone l’applicazione di una ritenuta sui redditi percepiti dai partecipanti ad OICR italiani e lussemburghesi storici nella misura del 12,5%. La base imponibile su cui operare la ritenuta è determinata:
dai proventi distribuiti in costanza di partecipazione all’organismo di investimento;
dai proventi compresi nella differenza tra il valore di riscatto, di liquidazione o di cessione delle quote o azioni e il costo medio ponderato di sottoscrizione o acquisto delle stesse. In ogni caso, il valore e il costo delle quote o azioni è rilevato dai prospetti periodici. Nel caso in cui il valore delle quote non venga calcolato giornalmente, i valori necessari per la determinazione dei predetti proventi sono desunti dall’ultimo prospetto disponibile.
La ritenuta non trova applicazione nel caso in cui le quote o azioni dell’organismo di investimento collettivo formino oggetto di operazioni di pronti contro termine.
Ai fini dell’applicazione della ritenuta, il contribuente deve fornire al sostituto d’imposta la relativa provvista.
L’Agenzia delle Entrate ritiene che debbano assumere rilevanza fiscale anche i trasferimenti effettuati da un comparto all’altro del medesimo organismo di investimento (c.d. operazioni di switch).
La ritenuta del 12,50% è applicata a titolo d’acconto nei confronti di:
imprenditori individuali se le partecipazioni sono detenute nell’esercizio d’impresa;
società in nome collettivo, in accomandita semplice ed equiparate residenti in Italia;
società ed enti indicati nelle lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 73 del TUIR;
stabili organizzazioni nel territorio dello Stato delle società e degli enti non residenti di cui alla lettera d) del comma 1 del predetto 73 del TUIR.
La ritenuta è applicata, invece, a titolo d’imposta nei confronti di tutti gli altri soggetti, compresi quelli esenti o esclusi dall’IRES.
Nessuno di tali soggetti è quindi più legittimato ad ottenere il riconoscimento di un credito d’imposta, poiché il fondo non è più soggetto ad imposizione sostitutiva e non si realizzano fenomeni di doppia imposizione.
La ritenuta non è applicata sui proventi derivanti dalla partecipazione ad OICR italiani e lussemburghesi storici percepiti nell’ambito delle gestioni individuali di portafoglio per le quali il contribuente abbia optato per l’applicazione del regime del risparmio gestito; in questo caso, infatti, il risultato della gestione è soggetto ad imposizione sostitutiva del 12,50 % sulla base del principio di maturazione, a prescindere effettiva percezione dei proventi considerati.
Per i partecipanti esercenti attività di impresa commerciale i proventi derivanti dalla partecipazione ad OICR italiani concorrono a formare il reddito d’impresa secondo le ordinarie disposizioni del TUIR.
Per effetto delle modifiche apportate all’art. 27, DPR n. 600/73 dalle norme della Legge finanziaria per il 2008, la disciplina delle ritenute sui dividendi in uscita è stata resa compatibile con i principi comunitari di non discriminazione, libertà di stabilimento e libera circolazione dei capitali.
Nello specifico, l’art. 1, co. 67 e 68 della Legge n. 244/07, ha disposto, per tali tipologie di dividendi corrisposti ad enti residenti in Stati membri dell’unione Europea o aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo inseriti nella white list di cui all’art. 168-bis del TUIR, l’applicazione della ritenuta a titolo di imposta, con aliquota dell’1,375%.
La disposizione menzionata si applica agli utili formatisi a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007. Per gli utili formatisi antecedentemente, quindi, continuava a trovare applicazione la più elevata ritenuta del 27%.
Tale limitazione temporale, essendo stata censurata dalla Corte di Giustizia Europea, ha generato la presentazione di numerose istanze di rimborso della maggior ritenuta applicata anche per gli anni anteriori rispetto a quelli previsti dalla Finanziaria 2008, con l’insorgenza, quindi, di numerosi contenziosi circa la legittimità di tali rimborsi.
L’Agenzia delle Entrate, anche alla luce dei pareri raccolti dall’Avvocatura generale dello Stato in merito a tale problematica, fornisce chiarimenti in ordine ai criteri di valutazione delle istanze di rimborso concernenti le ritenute sui dividendi in uscita corrisposti ai soggetti non residenti precedentemente indicati.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, al fine di dare piena ed effettiva applicazione all’interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia, anche per i dividendi formatisi prima del 1° gennaio 2008 va esclusa l’applicazione della ritenuta di cui all’art. 27, co. 3, DPR n. 600/73, dovendosi invece applicare - al pari dei dividendi distribuiti alle società residenti - il regime “ordinario”, che prevede l’assoggettamento a tassazione del solo 5% dell’imponibile.
Ciò considerato, l’Agenzia indica che, per effetto dell’aliquota IRES vigente prima del 1° gennaio 2008, pari al 33%, la misura della ritenuta ridotta da applicare ai dividendi erogati prima del 1° gennaio 2008 è pari all’1,65% (il 5% di 33). La misura della ritenuta dell’1,375% - prevista dall’art. 27, co. 3-ter, DPR n. 600/73 – è invece applicabile ai dividendi erogati a partire dal 1° gennaio 2008, essendo il 5% dell’aliquota IRES pari a 27,5.
Alla luce delle precedenti indicazioni, perciò, secondo le Entrate, le maggiori ritenute operate potranno essere rimborsate, anche se applicate su dividendi formatisi anteriormente al 1° gennaio 2008, anche se alla presenza di specifici presupposti:
deve trattarsi di partecipazioni transfrontaliere “non qualificate” ai sensi della direttiva madre-figlia (Direttiva 90/435/CE), in quanto le norme dell’art. 27-bis, DPR n. 600/73 (che danno applicazione a tale direttiva), sono ritenute prevalenti rispetto a quelle recate dal comma 3-ter dell’art. 27 dello stesso decreto;
vanno prese in considerazione soltanto istanze relative a ritenute su dividendi soggetti al nuovo regime tributario in vigore dal 1° gennaio 2004, data in cui è entrato in vigore nel nostro ordinamento l’istituto della partecipation exemption;
l’istanza di rimborso deve essere presentata nel rispetto dei termini previsti dall’art. 38, DPR n. 602/73, pari a quarantotto mesi che decorrono dall’effettuazione della ritenuta;
deve essere esaminata – sulla base di idonea documentazione prodotta dall’interessato - la posizione della società non residente che richiede il rimborso, per verificare che possieda i requisiti per beneficiare della ritenuta ridotta (in altri termini, il richiedente deve essere un soggetto passivo ai fini delle imposte societarie).
Ai fini della deducibilità delle spese di ristrutturazione straordinaria di un immobile strumentale concesso in locazione sono irrilevanti, secondo la Corte di Cassazione, la disciplina civilistica in tema di locazione e gli stessi accordi contrattuali intercorsi tra le parti.
Ciò che rileva è la strumentalità dell’immobile sul quale vengono eseguiti i lavori di ristrutturazione, rispetto all’attività d’impresa, a prescindere dalla proprietà del bene da parte del soggetto che esegue i lavori. La deducibilità di tali costi, quindi, non può essere subordinata al diritto di proprietà dell’immobile, essendo sufficiente che le spese siano state sostenute nell’esercizio di impresa e che risultino dalla documentazione contabile.
Secondo la Corte di Cassazione i crediti ceduti con la clausola pro-solvendo sono svalutabili perché il relativo rischio di insolvenza non passa al cessionario, ma rimane in capo al cedente. Questi crediti, quindi, concorrono all’ammontare dei crediti risultanti in bilancio a fine esercizio sui quali effettuare gli accantonamenti all’apposito fondo, partecipando alla quota annua di deducibilità dello 0,5%.
La Corte di Cassazione, chiamata a valutare se vi fossero i presupposti per considerare una società italiana, interamente controllata da una impresa non residente, quale stabile organizzazione in Italia della non residente, ha indicato che la nozione di stabile organizzazione non è incompatibile con la personalità giuridica di cui la stessa sia eventualmente fornita.
L’autonoma piena soggettività giuridica della società italiana non interferisce con l’imputazione, quale massa separata, dei rapporti fiscali riferibili al soggetto non residente: secondo la Cassazione, i due profili restano autonomi e distinti, seppur in capo alla medesima entità.
Ciò considerato, quindi, la Corte di Cassazione ritiene che nulla osta a che l’Amministrazione finanziaria indirizzi la propria pretesa impositiva nei diretti confronti del soggetto nazionale, quanto ai redditi da essa prodotti con la propria autonoma attività e, nei confronti della stabile organizzazione, per i redditi riferibili al non residente.
In conclusione, l’accertamento condotto sul reddito d’impresa prodotto nel territorio dello Stato dalla società non residente tramite la stabile organizzazione, deve essere svolto nei confronti di quest’ultima e non nei diretti confronti della società non residente.
Con la circolare n. 36/E del 28 luglio, l'Agenzia delle Entrate, di concerto con il Ministero del Lavoro, ha accolto le richieste delle imprese ed ha differito dal 1° agosto al 16 dicembre 2011, il termine per regolarizzare la propria posizione da parte dei sostituti d’imposta che, in assenza di accordi collettivi aziendali o territoriali, abbiano applicato la detassazione sugli emolumenti variabili della retribuzione correlate ad incrementi di produttività di cui all'art. 53 del DL 78/2010.
L’Agenzia delle Entrate ha fornito le linee guida per la corretta interpretazione delle regole di territorialità delle prestazioni di servizi, oggetto della riforma operata con le direttive comunitarie che compongono il c.d. pacchetto IVA, recepite nel nostro ordinamento dalle norme del D.Lgs. n. 18/2010. Per un’analisi delle nuove interpretazioni, si rinvia ad una prossima circolare di approfondimento.
L’Agenzia delle Entrate ha negato la possibilità di far confluire nell’ambito della liquidazione IVA di gruppo, il credito IVA maturato, nel corso dell’anno in cui è avvenuta l’incorporazione, da una società estranea alla liquidazione IVA di gruppo e poi incorporata in una società aderente a tale procedura.
Tale preclusione è giustificata dal fatto che l’incorporante subentra, a titolo universale, in tutti i diritti e gli obblighi dell’incorporata, assunti nella stessa configurazione che avevano in capo a quest’ultima, con la conseguenza che la mancata partecipazione dell’incorporata al gruppo IVA, sin dall’inizio dell’anno, comporta l’intrasmissibilità dell’eccedenza di credito IVA ante fusione al gruppo stesso, nonostante l’intervento dell’operazione straordinaria.
In presenza di operazioni realizzate con soggetti black list, ma certificate da fatture emesse da tale soggetto mediante l’utilizzo di identificazioni dirette IVA in Stati membri non black list, al fine di inserire correttamente anch’esse nella comunicazione delle operazioni con soggetti stabiliti in paesi black list, l’Agenzia delle Entrate indica che nello spazio relativo ai dati anagrafici della società estera dovranno essere indicati la sede legale ed il codice fiscale della società localizzata nel paese black list (nel caso esaminato, lussemburghese), mentre nello spazio relativo al codice IVA dovranno essere indicati i diversi codici IVA rilasciati dagli Stati membri in cui la stessa si è identificata ai fini del compimento dell’operazione economica, compilando un quadro per ciascuno di tali codici.
Con le modifiche apportate dalle norme della riforma del diritto societario del 2003 alle disposizioni del codice civile in tema di scioglimento di una società e di cancellazione dal registro delle imprese (art. 2456, trasfuso nel 2495), è stato disposto per le società di capitali, che, “ferma restando l’estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi (…)”.
Alla luce di tale disposizione e, nella considerazione del recente orientamento espresso dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che gli elementi patrimoniali attivi non compresi nel bilancio di liquidazione, in quanto non conoscibili a quella data, devono essere attribuiti proporzionalmente ai soci, tra i quali s’instaura un rapporto di comunione ordinaria ai sensi dell’art. 1100 del c.c.
Con specifico riferimento ai rimborsi IVA, secondo le Entrate, possono applicarsi i principi appena espressi per gli elementi patrimoniali attivi, con la conseguenza che, come per le società di persone, può essere riconosciuta direttamente ai soci di società di capitali la titolarità del diritto al rimborso, pro quota, delle imposte.
In tema di esenzioni e prestazioni di servizi nel mandato senza rappresentanza, la Corte di Giustizia Europea ha fornito utili indicazioni circa il trattamento dal punto di vista dell’IVA del rapporto tra un’impresa che esercita un’attività di raccolta di scommesse e un operatore economico che partecipi in nome proprio, ma per conto di detta impresa, alla raccolta di scommesse.
Secondo la Corte di Giustizia la finzione giuridica generata dalle disposizioni della Sesta direttiva in materia di mandato senza rappresentanza, riguarda anche l’applicazione delle esenzioni con la conseguenza che, se le prestazioni di servizi cui il commissionario partecipa è esentata dall’IVA, tale esenzione è altresì applicabile al rapporto giuridico tra il committente e il commissionario.
Secondo la Corte di Giustizia Europea una normativa nazionale (segnatamente quella ungherese) che obblighi i soggetti passivi dalla cui dichiarazione emerga una eccedenza d’imposta a riportare tale credito, integralmente o parzialmente, al successivo periodo d’imposta, qualora non abbiano pagato la totalità di quanto acquistato dal loro fornitore, è contraria alle disposizioni della Sesta direttiva IVA.
La Commissione Europa ha pubblicato sul proprio sito internet un documento di sintesi delle diverse aliquote IVA applicabili in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, alla data del 1° luglio 2011.
(http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/taxation/vat/how_vat_works/rates/vat_rates_en.pdf)
Dando applicazione alle disposizioni dello Statuto del contribuente, con la nota n. 86094 del 20 luglio, l’Agenzia delle dogane ha chiarito che le nuove regole in tema di prestazione della garanzia connessa all’IVA afferente le operazioni di introduzione in libera pratica di beni con immissione in depositi IVA, oggetto di modifica da parte dell’art. 7, co. 2, lett. cc-ter) del DL n. 70/2011 (c.d. decreto sviluppo) saranno applicabili dal 12 settembre 2011.
Per una descrizione più puntuale delle nuove norme, si rinvia alla circolare FFW n. 19437 del 15 luglio 2011, di commento al decreto sviluppo.
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Commissione tributaria provinciale di Napoli in relazione alla disposizione che sancisce il raddoppio del termine ordinario per l’accertamento tributario, in presenza di violazioni fiscali, per i quali vi è l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati tributari previsti dal D.Lgs. n. 74/2000.
In particolare, era oggetto di valutazione della Corte Costituzionale, il combinato disposto del terzo comma dell’art. 57, DPR n. 633/1972, come modificato dal comma 25 dell’art. 37, DL n. 223/2006, nonché del comma 26 dell’art. 37 del medesimo decreto legge.
I giudici che avevano rimesso la questione alla valutazione della Corte Costituzionale, denunciavano l’illegittimità costituzionale delle disposizioni sopra citate, per le seguenti ragioni:
1. la proroga dei termini di decadenza scaduti per l’accertamento tributario ai fini IVA di cui all’art. 57 del DPR n. 633/1972 (i termini di accertamento, rispettivamente di 4 o 5 anni, rispetto al 31 dicembre dell’anno in cui la dichiarazione è stata presentata o avrebbe dovuto essere presentata, se omessa), lede l’esigenza di certezza dei rapporti giuridici dei contribuenti
2. la denuncia penale potrebbe intervenire quando il contribuente, decorsi tali termini di decadenza, ritenendo non più accertabile il rapporto tributario, non è più in possesso delle scritture contabili
3. si attribuisce all’Amministrazione finanziaria il potere discrezionale di estendere l’accertamento in base ad una soggettiva e non controllabile valutazione circa la necessità di presentare una denuncia penale, senza condizionarlo né all’avvio dell’azione penale prima del decorso dei predetti termini, né all’esito di tale azione,
4. la previsione di discipline differenziate per la notifica dell’accertamento introduce irragionevoli elementi di disparità di trattamento
5. in presenza di raddoppio del termine di accertamento si rende retroattivamente applicabile la sanzione del raddoppio del termine per l’accertamento dell’imposta in violazione del principio di irretroattività della norma penale sfavorevole (art. 24 Cost)
L’Avvocatura generale dello Stato era intervenuta in giudizio chiedendo la manifesta inammissibilità dell’ordinanza di rimessione ritenendo che si basava sul falso presupposto, che le disposizioni denunciate riaprissero i termini di accertamento anche relativamente ai periodi di imposta, i cui termini di accertamento erano scaduti al momento della presentazione della denuncia penale.
Tale interpretazione consentiva di pronunciare un’ordinanza d’inammissibilità della questione, senza entrare nel merito dei profili di incostituzionalità della norma.
La Corte Costituzionale ha invece respinto tale tesi ritenendo non implausibile l’interpretazione del giudice rimettente di ammettere il raddoppio dei termini di accertamento anche nei casi in cui la denuncia penale dei reati non sia presentata prima del decorso del termine ordinario di accertamento.
La Consulta, entrando nel merito del profilo di legittimità della norma censurata, respinge la prima questione di legittimità costituzionale in quanto la norma non prevederebbe la proroga di termini di decadenza ormai scaduti perché riguarderebbe termini di accertamento diversi, fissati direttamente dalla legge in modo automatico, in presenza di una condizione oggettiva (sussistenza dell’obbligo di denuncia penale per i reati tributari).
Da tale tesi discende che è irrilevante il momento in cui la denuncia penale sorge (se prima o dopo lo spirare del termine breve di accertamento).
Con riferimento ai termini di conservazione delle scritture contabili di cui all’art. 22, DPR n. 600/73 (il contribuente è tenuto a conservare le scritture contabili ed i documenti fino alla definizione degli accertamenti relativi al corrispondente periodo d’imposta), la Corte Costituzionale ritiene che se il termine di legge, in presenza dell’obbligo di denuncia penale, è raddoppiato, ne consegue che il contribuente ha l’obbligo di conservare le scritture ed i documenti fino alla definizione degli accertamenti relativi e, quindi, non può ritenersi esonerato da tale obbligo fino alla scadenza del termine raddoppiato.
In merito alla terza censura, la Corte Costituzionale respinge la tesi sull’incontrollabilità dell’apprezzamento degli uffici circa la sussistenza del reato penale ritenendo compito del giudice tributario valutare la legittimità di tale apprezzamento.
E’ respinta, inoltre, la questione sulla irragionevolezza di differenti termini di accertamento tributario previsti dalla norma sulla base della sussistenza o no di un reato penale, perché tale previsione è giustificata dalla maggiore difficoltà di accertamento di tali reati.
Infine, la Corte respinge la censura sulla retroattività della norma in oggetto ritenuta norma sanzionatorio, chiarendo che:
- il raddoppio dei termini (comma 26, art. 37, DL n.223/06) si applica solo per l’avvenire, cioè alle violazioni tributarie per le quali non sia decorso il termine di accertamento previsto dalla normativa anteriore, alla data di entrata in vigore del DL 223/2006 (4 luglio 2006);
- il mero assoggettamento ad un termine più lungo di accertamento fiscale non ha funzione sanzionatorio in quanto giustificato dall’attribuire agli uffici tributari maggior tempo in caso di violazioni gravi e di difficile controllo.
L’Agenzia delle Entrate, pur precisando che la rete di imprese è priva di soggettività tributaria, ha ammesso la possibilità che questa possa essere dotata di un proprio codice fiscale.
Dal punto di vista degli adempimenti, la richiesta del codice fiscale deve essere avanzata mediante la presentazione ad un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle entrate del modello AA5. Di seguito alcune indicazioni sulla corretta compilazione di tale modello per una rete di imprese:
§ la denominazione di ciascun campo può anche non corrispondere ai nomenclatori propri del “contratto di rete;
§ quale data di costituzione, occorre indicare la data di esecuzione dell’ultima delle iscrizioni nel registro delle imprese prescritta a carico di coloro che ne sono stati sottoscrittori originari;
§ quale denominazione, va indicata la locuzione “Rete di imprese” seguita dalla descrizione identificativa della rete;
§ è disposta l’istituzione del codice “59 – Rete di imprese”, da utilizzare per l’indicazione della natura giuridica;
§ quale sede legale viene indicato il luogo (comprensivo di indirizzo) che meglio identifica la collocazione della rete;
§ per l’indicazione del codice attività, qualora alla rete non possa essere fatto corrispondere un unico codice identificativo desunto dalla Tabella dei codici di classificazione ATECO 2007, l’Agenzia delle Entrate suggerisce di indicare il codice “94.99.90 - Attività di altre organizzazioni associative nca”.
§ quale rappresentante, viene indicato l’organo comune (persona fisica o soggetto diverso da persona fisica).
La Corte di Cassazione ribadisce il proprio orientamento secondo cui il contribuente che abbia assoggettato, in dichiarazione dei redditi, propri redditi ad un’imposta che ritiene poi non dovuta e abbia provveduto al relativo versamento in via di autotassazione, può chiederne la restituzione nel termine previsto dall'art. 38, DPR n. 602/1973.
Il diritto al rimborso non può, inoltre essere influenzato dai più ristretti termini previsti dall’art. 2, co. 8-bis, del decreto stesso, che disciplinano i termini entro i quali un contribuente può emendare a proprio favore una dichiarazione precedentemente presentata.
E’ stata pubblicata l’edizione 2011 del rapporto Taxation Trends a cura di Eurostat e della Direzione Fiscalità della Commissione Europea. Il Rapporto contiene un’analisi dettagliata dei sistemi fiscali degli Stati membri dell’Unione Europea e dell’Area Economica Europea. I dati relativi alle entrate fiscali sono esaminati e distinti, oltre che per tipologia di imposte e per livello di prelievo (centrale o locale), anche per funzione economica (prelievo su consumi, lavoro o capitale).
I dati analizzati arrivano al 2009. Il Rapporto mostra che nel 2009 per i paesi UE27 la pressione fiscale complessiva è scesa al 38,4% (era 39,3% l’anno precedente), per effetto del calo del PIL nello stesso periodo e non di tagli fiscali. Se confrontata con il resto del mondo, la pressione fiscale europea rimane comunque elevata, ed oltre un terzo superiore ai livelli degli Stati Uniti e del Giappone.
Quanto alla composizione del prelievo, il prelievo sul lavoro rappresenta circa la metà del gettito europeo e resta la maggior fonte di gettito, seguito dall’imposizione sui consumi (circa un terzo) e dall’imposizione sui capitali (poco meno di un quinto del gettito complessivo).
Il Rapporto di quest’anno contiene inoltre un’analisi dell’impatto della crisi economica e finanziaria sui sistemi fiscali degli stati membri, che evidenzia un forte aumento dell’IVA nella maggioranza degli stati, una lieve diminuzione delle imposte sul reddito d’impresa ed una più marcata riduzione delle aliquote marginali sul reddito delle persone fisiche.
Con riferimento all’Italia, il rapporto evidenzia che anche nel 2009 la pressione fiscale è stata ben superiore alla media europea (43,1%, quasi cinque punti sopra la media europea). Inoltre, anche nel 2009 l’Italia risulta il paese con la più alta aliquota implicita sul lavoro, vale a dire con il più pesante carico fiscale sul reddito da lavoro (42,6%, rispetto ad una media europea di dieci punti inferiore). L’Italia è ai primi posti anche per l’imposizione sul capitale, mentre risulta significativamente diminuita l’aliquota implicita di imposizione sui consumi (16,3%, rispetto ad una media europea del 20,9%).
Per ulteriori dettagli si rinvia al rapporto.
(http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=STAT/11/100&format=HTML&aged=0&language=en&guiLanguage=en)
Sono disponibili sul sito dell’Ocse tutti i commenti inviati in risposta alla consultazione indetta il 9 marzo scorso sugli aspetti amministrativi del transfer pricing, e al documento pubblicato a giugno scorso “Multicountry analysis of exsting transfer pricing simplification measures”.
Sulla base dei commenti ricevuti, l’Ocse proseguirà i lavori e procederà alla revisione delle regole attualmente previste in proposito dalle Transfer Pricing Guidelines.
(http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/common/publications/studies/transfer_pricing_dev_countries.pdf)