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Timestamp: 2018-09-19 15:08:47+00:00
Document Index: 6024387

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', '§ 2', 'art. 3', '§ 3', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 7']

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Comprendere il Diritto Canonico/52
Ministero episcopale e servizio della carità
Nella sua prima Enciclica, Deus caritas est del 25 dicembre 2005, Benedetto XVI aveva sviluppato il tema dell’amore di Dio per l’uomo, aveva approfondito il mistero di questo amore e la pratica ecclesiale del comandamento dell’amore verso il prossimo. L’Enciclica mirava a suscitare nel mondo di oggi un dinamismo rinnovato d’impegno nella risposta umana all’amore divino.
Secondo l’Enciclica, la missione della Chiesa si realizza in una triplice funzione che comprende: l’annuncio della parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti e il servizio della carità (cfr. Deus caritas est, 25). Quest’ultimo aspetto è, in effetti, una dimensione costitutiva della sua missione.
Una lacuna giuridica da colmare
Nella stessa Enciclica, Benedetto XVI portava in emergenza una lacuna presente nel Codice di diritto canonico in rapporto all’impegno che i Vescovi sono chiamati ad assumere nel campo della carità. In effetti, i canoni riguardanti il ministero episcopale non trattano espressamente della carità come di un’attività specifica di tale ministero, limitandosi ad esporre in maniera generale il compito del Vescovo come coordinatore delle varie opere di apostolato.
Il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi, Apostolorum Successores del 22 febbraio 2004, aveva sviluppato in modo più concreto l’impegno del Vescovo diocesano nel campo della carità. Nonostante ciò, era necessario colmare la lacuna del Codice ed esprimere adeguatamente nell'ordinamento canonico ciò che appartiene all'essenza del servizio della carità nella Chiesa, il suo rapporto con il ministero episcopale nonché i profili giuridici di tale servizio.
È in quest’ottica dunque che Benedetto XVI ha promulgato, tra gli ultimi atti del suo pontificato, il Motu proprio Intima Ecclesiae natura[1], con l'obiettivo di fornire un quadro giuridico organico e di disciplinare le diverse forme ecclesiali di servizio della carità, strettamente legato alla missione della Chiesa e al ministero episcopale.
Come ha detto il Card. Robert Sarah, Presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, dopo la promulgazione del Motu proprio, non si tratta solo di fare il bene, ma anche di farlo bene[2].
Vogliamo sottolineare l'importanza di questo documento che, con gli eventi che si sono susseguiti fino alla rinuncia di Benedetto XVI al ministero pontificio, è rimasto nell’ombra.
I principi teologici del Motu proprio
Il Motu proprio contiene un Proemio e una Parte dispositiva.
Il Proemio richiama alcuni principi teologici fondamentali in ogni servizio caritativo ecclesiale.
La carità non è altro che amare come Cristo ha amato. È il suo mistero di misericordia e le sue radici trinitarie che si vogliono rivelare mediante l'attività caritativa, in modo che ogni uomo possa fare esperienza dell'amore di Dio.
L'esercizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa, come lo sono l'annuncio della Parola e la celebrazione dei sacramenti. La carità non è una forma di assistenza che può essere delegata ad altri, essa appartiene alla natura stessa della Chiesa. Per una comunità cristiana l'attenzione ai poveri e ai sofferenti non è un elemento accessorio della missione della Chiesa, ma è coessenziale ad essa.
Il Proemio sottolinea che ogni azione ecclesiale concreta è insufficiente, se in essa non è percepibile l'amore per l'uomo. Pertanto, nell'esercizio dell’attività caritativa, le organizzazioni cattoliche non possono limitarsi a raccogliere e a distribuire fondi, ma sono chiamate a testimoniare un’attenzione particolare per chi si trova nel bisogno e nello stesso tempo a esercitare, all'interno della comunità cristiana, una funzione educativa preziosa, capace di promuovere l’educazione alla condivisione e alla solidarietà. L’attività caritativa della Chiesa deve sempre evitare il rischio di dissolversi in una organizzazione di assistenza sociale (cfr. Proemio).
Il Proemio fa riferimento all’istituzione della Caritas promossa dalla gerarchia ecclesiastica e realizzata a livello parrocchiale, diocesano, nazionale e internazionale come testimonianza della fede generosa dei fedeli e risposta concreta alle necessità dei poveri. Oltre essa, vi è una molteplicità di forme che arricchiscono l’azione caritativa ecclesiale, legate ai carismi delle famiglie religiose, ai vari enti cattolici e alle iniziative dei fedeli.
Rispetto a tutte queste forme, il compito del Vescovo è di garantire che la loro gestione avvenga in conformità alle esigenze della dottrina della Chiesa e alle intenzioni dei fedeli, nel rispetto delle norme emanate dall’autorità civile.
A tale scopo il Motu proprio, nella Parte dispositiva, stabilisce alcune norme essenziali, ispirate ai criteri generali della disciplina canonica, mettendo in evidenza le responsabilità dei Vescovi a riguardo.
Dopo il Proemio, c'è la Parte dispositiva che comprende 15 articoli ed è stata decretata su proposta del Presidente di Cor Unum, dopo aver sentito il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.
La normativa del Motu proprio vuole esplicitare le responsabilità concrete del Vescovo diocesano nella pastorale caritativa, a partire dal suo coinvolgimento personale nella testimonianza di sobrietà e di vicinanza ai poveri.
Il suo ruolo si concretizza in compiti diversi: l'animazione dei fedeli per suscitare il loro fervore per una carità attiva, il favorire la nascita, la crescita e lo sviluppo delle istituzioni caritative nella diocesi, la verifica dello spirito cristiano nelle iniziative caritative e il controllo delle finanze.
Il Motu proprio stabilisce che tutti gli organismi e le fondazioni promossi per fini caritativi, nella misura in cui sono legati al servizio della carità dei Pastori della Chiesa e/o, in quanto tali, vogliono utilizzare i contributi dei fedeli, sono tenuti a sottomettere i loro statuti all'approvazione della competente autorità ecclesiastica. Nelle loro iniziative caritative, sono tenuti inoltre a rispettare i principi della dottrina cattolica e non possono accettare impegni che potrebbero in qualche modo condizionare il rispetto di questi principi (cfr. art. 1).
Un ente caritativo non può utilizzare il nome di "cattolico" senza il consenso scritto dell'autorità competente (cfr. art. 2 § 2).
Il Vescovo ha diritto di vigilanza sugli organismi nella sua diocesi che deve coordinare nel rispetto della loro autonomia.
Il Vescovo deve sempre esigere il rispetto delle norme di diritto universale e di diritto particolare della Chiesa, così come il rispetto delle intenzioni dei fedeli che hanno fatto delle donazioni per delle finalità specifiche (cfr. art. 3, § 3). Deve ugualmente assicurarsi dell’osservanza della legislazione civile nella materia (cfr. art. 5).
La preoccupazione per la trasparenza nella gestione
Spetta al Vescovo esercitare una vigilanza sui beni ecclesiastici degli enti caritativi soggetti alla sua autorità, i quali sono tenuti a presentare un rendiconto annuale a riguardo.
Compete al Vescovo assicurarsi che i proventi delle collette siano destinati alle finalità per cui sono stati raccolti. Il Vescovo deve inoltre evitare che gli organismi caritativi siano finanziati da enti che perseguono obiettivi in contrasto con la dottrina della Chiesa, o anche che vengano accettati contributi per iniziative che, nei loro obiettivi o nei mezzi utilizzati per conseguirli, non sono conformi ai principi ecclesiastici.
Compito del Vescovo è anche quello di esercitare una vigilanza affinché la gestione delle iniziative caritative, da lui dipendenti, sia una testimonianza di sobrietà cristiana. A tale scopo è tenuto a far sì che gli stipendi e le spese di gestione, pur rispondendo alle esigenze di giustizia e ai profili professionali, siano adeguatamente proporzionati ad analoghe spese della propria curia diocesana (cfr. art. 10).
Il Motu proprio riserva quindi un articolo al servizio della Caritas la cui creazione deve essere incoraggiata dal Vescovo in ogni parrocchia; questo servizio mira a promuovere, allo stesso tempo, un’attività pedagogica in tutta la comunità, per un’educazione allo spirito di condivisione e di solidarietà.
Inoltre, il Vescovo e i parroci hanno il dovere di evitare fraintendimenti ed errori nei fedeli, impedendo che, attraverso la parrocchia o le strutture diocesane, siano promosse iniziative le quali, pur presentandosi con finalità caritative, propongono scelte o metodi in contrasto con la dottrina della Chiesa (cfr. art. 9).
Un aspetto importante del Motu proprio riguarda infine la formazione delle persone che lavorano nella pastorale caritativa. Per garantire una testimonianza evangelica nel servizio della carità, il Vescovo deve vegliare che queste persone, oltre ad avere una competenza professionale, conducano una vita cristiana, provvedendo anche ad una loro adeguata formazione teologica, pastorale e spirituale che permetta di approfondire il senso autentico della carità cristiana (cfr. art. 7).
Il Motu proprio Intima Ecclesiae natura attribuisce al Pontificio Consiglio Cor Unum il compito di promuovere l'applicazione delle sue norme e di vigilare a questa applicazione a tutti i livelli; lo stesso Pontificio Consiglio ha la facoltà di erigere canonicamente gli organismi caritativi a livello internazionale.
Il Motu proprio è uno strumento giuridico che, come tale, può sostenere, orientare, disciplinare l'attività caritativa nella Chiesa. Questa attività fa parte in maniera costitutiva della sua missione e, fin dalle origini, ha avuto anche una espressione istituzionale.
In questo modo il Motu proprio fa comprendere che l’azione caritativa è un vero ministero. Il Proemio del documento parla, in effetti, di ministerium caritatis, un servizio ordinato cui è unito il dono dello Spirito Santo. In quanto tale ha un legame speciale con il ministero ordinato e soprattutto con il ministero episcopale, poiché la struttura della Chiesa cattolica è episcopale.
[1] Cfr. Benedetto XVI, Motu proprio Intima Ecclesiae natura, 11 novembre 2012; il Motu proprio è entrato in vigore il 10 dicembre 2012.
[2] Cfr. Card. R. Sarah, Un cuore che vede le miserie della società, in “L’Osservatore Romano” (2 dicembre 2012).