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Timestamp: 2020-07-09 00:33:26+00:00
Document Index: 162107899

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 115', 'art. 111', 'art. 194', 'sentenza ', 'art. 2697']

I poteri istruttori del Consulente Tecnico d’Ufficio. Corte di Cassazione Civile, II Sezione Civile, Sentenza n. 2671 del 05/02/2020. - euNOMIKA
Articolo a cura dell’Avv. Francesco Attianese e dell’Avv. Marianna Arpaia.
La Seconda Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.2671/2020 del 05/02/2020, ha affrontato una questione particolarmente delicata relativamente alla possibilità da parte del consulente tecnico, nominato dal Giudice, di poter acquisire aliunde documentazione o notizie nel corso dell’espletamento dell’incarico, indicando quali siano i suoi poteri istruttori ed in quali casi risulti ammissibile una deroga ai limiti stabiliti ex lege.
Per comprendere il ragionamento della Cassazione, si rende necessaria una breve ricostruzione dei fatti, così come sinteticamente riportati nella pronuncia in esame. L’intervento degli Ermellini trae, dunque, origine dalla domanda giudiziale, promossa innanzi al Tribunale di Firenze da una s.r.l. nei confronti di una s.a.s., per ottenere la riduzione del prezzo, ovvero, in via subordinata, la risoluzione del contratto di acquisto, assumendo che la s.a.s. aveva venduto prodotti (precisamente degli alamari) affetti da vizi di produzione, ed, in ogni caso, ne chiedeva la condanna per il risarcimento dei danni arrecati.
La società convenuta, costituitasi in giudizio, proponeva, in via riconvenzionale, la domanda volta ad ottenere il pagamento della somma dovuta dalla società attrice, quale corrispettivo dei beni forniti. In primo grado, le istanze dell’attrice venivano rigettate, e trovava pieno accoglimento la domanda riconvenzionale; mentre, in sede di gravame, la Corte d’Appello dichiarava inammissibile l’impugnazione perché non manifestamente fondata.
La s.r.l., dunque, proponeva ricorso per la cassazione della sentenza del Tribunale di Firenze, lamentando la violazione degli artt. 183, comma 6°, 194 c.p.c., 87 disp. att. c.p.c. e dell’art. 115 c.p.c., nonché la violazione del principio del contraddittorio ex art. 111, comma 2°, Cost., in quanto il C.T.U., nell’ espletamento dell’incarico nel corso del giudizio di primo grado, aveva esaminato ed utilizzato, documenti mai ritualmente e tempestivamente prodotti in giudizio dalle parti.
In particolare, aveva esaminato n. 843 alamari, che si trovavano in giacenza presso la società convenuta, perché rifiutati alla consegna dalla s.r.l. e, così, li aveva acquisiti ai fini della propria conclusione, cui poi aveva aderito il Tribunale di Firenze, fondando solo sulla stessa il rigetto della domanda attorea e l’accoglimento della spiegata domanda riconvenzionale.
La ricorrente s.r.l., attraverso un meticoloso percorso argomentativo, chiedeva, quindi, la nullità della C.T.U., perché viziata da quella irrituale acquisizione, denunciando un error in procedendo per la violazione del principio dispositivo e delle disposizioni sulle preclusioni assertive e istruttorie, in quanto, in suo danno, si era verificata una macroscopica elusione della norma di cui all’articolo 183 comma 6° c.p.c., la quale, prescrivendo precise scansioni temporali per la produzione di documenti, mira ad evitare che la decadenza dall’onere probatorio possa essere aggirato in sede peritale. Il C.T.U., infatti, a norma dell’art. 194 c.p.c., soltanto se autorizzato dal giudice può chiedere alle parti chiarimenti, ma non può raccogliere prove, senza il consenso delle parti, che nella specie non era stato prestato.
La Seconda Sezione Civile della Suprema Corte, con la sentenza n. 2671/2020, nel richiamare la sua stessa giurisprudenza, ha ritenuto infondata la doglianza, osservando che in tema di consulenza tecnica d’ufficio, “rientra nel potere del CTU attingere aliunde notizie e dati non rilevabili dagli atti processuali, quando ciò sia indispensabile per espletare convenientemente il compito affidatogli, sempre che non si tratti di fatti che, in quanto posti direttamente a fondamento delle domande e delle eccezioni, debbono essere provati dalle parti, poiché, in tal caso, l’attività svolta dal consulente finirebbe per supplire impropriamente al carente espletamento, ad opera delle stesse, dell’onere probatorio, in violazione dell’art. 2697 c.c.. Le indagini così svolte dal consulente tecnico, peraltro, possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice, a condizione, però, che ne siano indicate le fonti, per far sì che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio”.
Stando al richiamato principio è, dunque, da ritenersi legittimo l’esercizio della facoltà attingere aliunde notizie e dati non rilevabili dagli atti processuali da parte del consulente:
quando si renda necessario acquisire documenti, in genere pubblici e non prodotti dalle parti, al fine di portare a termine l’indagine e verificare sul piano tecnico se le asserzioni delle parti siano o meno corrette;
quando, nel contraddittorio delle parti, il C.T.U. acquisisce documenti non prodotti e che possano essere nella disponibilità di uno dei contendenti o di terzi, per loro assoluta indispensabilità all’accertamento di una situazione di comune interesse;
quando il C.T.U. acquisisce dati tecnici di riscontro alle affermazioni e produzioni documentali delle parti, e pur sempre indicando loro la fonte di acquisizione, al fine consentirne il riscontro.
In ragione di quanto precede, l’acquisizione dei predetti alamari è stata ritenuta dagli Ermellini legittima ed in linea con i principi appena richiamati, sulla scorta della considerazione che il C.T.U. aveva ritenuto necessario, al fine di rispondere ai quesiti affidatigli, di procedere, in contraddittorio, all’indagine degli 843 alamari “contenuti nella scatola respinta da [dalla, ndr] s.r.l. e aperta dal CTU alla presenza dei due CTP di parte, con scatola integra e pertanto affidabilissimi: tant’è che lo stesso consulente, proprio alla luce di tale esame (oltre che degli altri alamari ritirati presso la s.r.l.) ha ritenuto che la quasi totalità degli stessi non presentava vizi né evidenti né occulti”. Di conseguenza, non sussistendo alcun error in procedendo, la Corte ha rigettato il ricorso con tutte le conseguenze di legge.
Alla luce dell’iter argomentativo esposto, i Giudici di legittimità hanno riconfermato un principio di diritto, ormai cristallizzato, secondo il quale l’acquisizione da parte del consulente tecnico di dati e documenti, ultronei rispetto a quelli prodotti dai contendenti in giudizio, ha la sola funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto sostenuto e documentato dagli stessi.
Trattasi, pertanto, di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico, che non implica alcun potere di sostituzione del consulente rispetto al mancato espletamento dell’onere probatorio delle parti.