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Timestamp: 2019-06-26 18:22:32+00:00
Document Index: 164459784

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 143', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ']

Divorzio. Al coniuge superstite spetta la pensione di reversibilità o ad una sua parte, solo se titolare di un assegno divorzile deliberato dal giudice.
Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive - Valeria Cianciolo - 26/10/2017
Nota a Cassazione Civile, ordinanza 23 ottobre 2017 n. 25053.
La Cassazione ancora una volta è tornata a ribadire che il tenore letterale dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, subordinando il diritto alla pensione di reversibilità, ovvero ad una quota di essa, alla circostanza che il coniuge superstite divorziato sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5 della medesima legge, postula "l’avvenuto riconoscimento dell’assegno medesimo da parte del tribunale", con la conseguenza che, ai fini del riconoscimento del predetto diritto, non è sufficiente la mera debenza in astratto di un assegno di divorzio, e neppure la percezione in concreto di un assegno di mantenimento in base a convenzioni intercorse tra le parti, occorrendo invece che l’assegno sia stato liquidato dal giudice nel giudizio di divorzio ai sensi dell’art. 5 cit., ovvero successivamente, quando si verifichino le condizioni per la sua attribuzione ai sensi dell’art. 9 cit.”
La pensione di reversibilità. Nozione.
La pensione di reversibilità trova il suo fondamento, in costanza di matrimonio, nei principio di solidarietà coniugale, nell’importanza del momento contributivo ai bisogni della famiglia (art. 143, co. 3 c.c.) e del sostegno prestato all’attività lavorativa dell’altro coniuge che motiva la ricaduta dei vantaggi su entrambi di ogni forma di accantonamento previdenziale.
Il fondamento dell’istituto nell’ambito del divorzio deve invece, rinvenirsi nelle forme di solidarietà post coniugale ed è disciplinato dall’art. 9 della Legge 898/1970, così come modificato dall’art. 13 della Legge 6 marzo 1987 n. 74, il cui 2° e 3° comma disciplina il concorso fra ex coniuge e coniuge superstite.
Prima della riforma operata dalla Legge 6 marzo 1987 n. 74, il coniuge superstite era l’unico titolare della pensione di reversibilità, mentre l’ex coniuge era solo creditore di una somma che doveva essere determinata dal Tribunale[1]. Adesso invece, la legge attribuisce un autonomo diritto all’ex coniuge, in concorso con il superstite, se entrambi ne hanno i requisiti e dunque, la pensione di reversibilità spetta ad entrambi i coniugi, in proporzione alla durata dei due matrimoni.
La pensione di reversibilità rientra nell’ambito delle prestazioni previdenziali previste per i c.d. ‘superstiti’ in caso di morte di un lavoratore assicurato (o pensionato)[2].
Più precisamente, si parla di pensione di reversibilità con riferimento ad un ‘dante causa’ già pensionato e di pensione indiretta quando la prestazione tragga origine dalla morte di un lavoratore assicurato, ma non ancora pensionato. Il decesso di tale soggetto determina infatti, per i familiari superstiti, il venir meno di una fonte di reddito sulla quale gli stessi avevano potuto fino a quel momento fare affidamento: proprio per questo “la legge considera la morte quale evento protetto, cioè quale evento generatore di un bisogno che viene individuato come socialmente rilevante ed al quale, dunque, provvedere con adeguate prestazioni”.
La natura giuridica della pensione di reversibilità in favore del coniuge divorziato.
Il secondo comma dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970, come modificato con le leggi n. 436/1978 e n. 74/1987, prevede che “in caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non è passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza”.
Il diritto alla pensione di reversibilità per il coniuge divorziato è un diritto previdenziale proprio che il coniuge acquisisce in virtù di una aspettativa maturata durante il corso della vita matrimoniale.
Il beneficiario è, infatti, titolare del diritto a prescindere dalla durata del matrimonio e indipendentemente dallo stato di bisogno che si ritiene presunto proprio per il fatto che è titolare di un assegno divorzile. La Suprema Corte ha più volte precisato che il diritto al trattamento di reversibilità per il coniuge divorziato, in assenza di un coniuge superstite e in presenza dei requisiti previsti dalla legge per il riconoscimento del diritto stesso (assegno divorzile, mancato passaggio a nuove nozze e anteriorità del rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico alla sentenza di scioglimento del matrimonio), sorge “in via autonoma e automatica, nel momento della morte del pensionato, in forza di una aspettativa maturata, sempre in via autonoma e preventiva, nel corso della vita matrimoniale, sicché è insuscettibile di essere vanificato dal successivo decorso degli eventi relativi al rapporto matrimoniale”.
Più dibattuta è la natura del diritto nel caso in cui il coniuge divorziato concorra con un coniuge superstite. Sul punto si confrontano due orientamenti.
Una parte della giurisprudenza e della dottrina[3] ha ritenuto che in questo caso l’ex coniuge non sia titolare di un diritto suo proprio, ma partecipi ad una quota di un diritto altrui, cioè del diritto spettante al coniuge superstite.
In sostanza, il diritto del coniuge divorziato ha natura diversa a seconda che quest’ultimo sia l’unico titolare del trattamento di reversibilità o concorra con il coniuge superstite.
Solo nel primo caso l’ex coniuge avrebbe un diritto proprio alla pensione, in quanto il coniuge superstite sarebbe l’unico destinatario della pensione di reversibilità[4] e solo in una logica assistenziale la legge prevede che in alcuni casi concorra anche il coniuge divorziato per evitare la situazione di bisogno che deriverebbe dalla perdita dell’assegno divorzile a seguito del decesso del ex coniuge.
A tale conclusione indurrebbe il confronto tra il secondo e il terzo comma dell’articolo 9 della legge sul divorzio.
Mentre nella prima disposizione è espressamente riconosciuto un diritto alla pensione di reversibilità in capo al coniuge divorziato, la seconda si limiterebbe a disporre che, in caso di concorso con un coniuge superstite, al coniuge divorziato può essere attribuita dal Tribunale una quota della pensione di reversibilità spettante al coniuge superstite[5].
A questo orientamento se ne contrappone un altro che ritiene, più correttamente, che anche nel caso di concorso con un coniuge superstite, l’ex coniuge goda di una diritto previdenziale proprio e del tutto autonomo, direttamente azionabile nei confronti dell’ente previdenziale.
I criteri di ripartizione della pensione di reversibilità.
Il comma 3 dell'art. 9 della legge sul divorzio, nel testo riformato nel 1978, indica un unico criterio che il Tribunale deve tenere in considerazione per ripartire la pensione: la durata del rapporto matrimoniale.
Tale previsione aveva fatto sorgere dei contrasti interpretativi tra le varie sezioni della Suprema Corte ai quali aveva cercato di porre la sentenza delle Sezioni Unite del 12.1.1998, n. 159.
Un primo orientamento riteneva rilevante solo il criterio della durata dei rispettivi matrimoni, attribuendo al giudice il compito di applicare solo quel criterio, attraverso un'operazione sostanzialmente aritmetica, senza possibilità di temperamenti.
Un secondo indirizzo, tenendo conto del rigoroso parametro della durata del rapporto matrimoniale, prevedeva, che, qualora si verificassero situazioni inique e incongrue, il giudice potesse emendarle e correggerle attraverso la valorizzazione di altri elementi di giudizio.
Il terzo orientamento, infine, riteneva che il criterio della durata del matrimonio, pur costituendo un parametro legale da non trascurare, non costituisse l'unico criterio di quantificazione. Il giudice, infatti, sarebbe tenuto a valutare anche altri elementi di riferimento, primo fra tutti quello delle condizioni economiche delle parti.
Le Sezioni Unite hanno accolto la prima delle interpretazioni proposte, deducendo, in considerazione della natura previdenziale del diritto dell'ex coniuge, che l'unico criterio utilizzabile per la ripartizione della pensione di reversibilità fosse quello della durata del rapporto.
La Consulta, con la pronuncia interpretativa di rigetto n. 419 del 4.11.1999, ha superato l'interpretazione fornita dalle Sezioni Unite, prevedendo che la ripartizione della pensione di reversibilità debba avvenire in base al criterio legale della durata del matrimonio, opportunamente corretto e mitigato attraverso la considerazione di criteri perequativi come l'ammontare dell'assegno di divorzio e le condizioni economiche delle parti.
Secondo il Giudice delle leggi, la pensione di reversibilità realizza la sua funzione solidaristica in una duplice direzione: nei confronti del coniuge superstite come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento assicurato dal reddito del coniuge deceduto; nei confronti dell'ex coniuge, titolare dell'assegno divorzile, consentendo allo stesso per un verso di poter continuare ad usufruire di una fonte di sostentamento su cui poteva contare, e, per altro verso, di assicurargli un trattamento pensionistico geneticamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale.
La giurisprudenza successiva, sulla scia delle indicazioni della Corte Costituzionale, ha abbandonato il criterio della rilevanza esclusiva della durata del vincolo matrimoniale e ha attribuito rilievo a circostanze ulteriori quali la convivenza more uxorio prima del secondo matrimonio, lo stato di bisogno delle parti e l'ammontare dell'assegno divorzile di cui è titolare il coniuge divorziato.
L’orientamento più recente ritiene che la durata del matrimonio, pur costituendo il parametro legale, non rappresenta un elemento esaustivo ed automatico di quantificazione, dovendosi prendere in considerazione anche i presupposti necessari alla liquidazione dell’assegno divorzile, quali le condizioni economiche delle parti[6].
In realtà, il tenere conto della durata del rapporto può essere considerato un mero invito a considerare anche questo elemento di giudizio, e non anche quello di fissare un criterio rigido ed automatico[7].
La Suprema Corte ha più volte osservato, infatti, che il parametro della durata legale del matrimonio non costituisce l’esclusivo criterio di valutazione ai fini del trattamento di reversibilità, occorrendo prendere in considerazione anche altri dati di riferimento che attengano alle condizioni economiche delle parti.
[1] Cass. Civ. 12 marzo 1990 n. 2003, in Giust. Civ. 1990, I, pg, 1775.
[2] Con specifico riferimento alle varie questioni in tema di tutela previdenziale dei superstiti, v. per la dottrina civilistica v. PITTALIS, Commento all’Art. 9 l. 898/70, in SESTA (a cura di), Codice della famiglia, II, Milano, 2009, II ed., 3947 ss.; MORETTI, La pensione di reversibilità, in BONILINI - TOMMASEO, Lo scioglimento del matrimonio, in Il Codice Civile. Commentario, fondato da SCHLESINGER e diretto da BUSNELLI, Milano, 2004, II ed., 867 ss.; De DOMINICIS, Notazioni a margine del nuovo sistema di reversibilità delle pensioni, in Arch. civ., 1997, 1169 ss., 2001.
[3] Cass. 19 gennaio 1990, n. 2003; Cass., sez. un., 25 maggio 1991, n. 5939. In dottrina BARBIERA, Il divorzio dopo la seconda riforma, Bologna, 1988, 114.
[4] Cass. 19 gennaio 1990, n. 305; Cass. 5 luglio 1990, n. 7079; Cass. 17 luglio 1992, n. 8687; Cass. 9 dicembre 1992, n. 13041.
[5] FINOCCHIARO, Ciascuna quota del trattamento previdenziale è stabilita in base alla durata del matrimonio, in Guida dir., 1998, 4, 50.
[6] Cass. Civ., sez. I, 20 febbraio 1991 n. 1813; Cass. Civ., sez. I, 22 aprile 1992 n 4897; Cass. Civ., sez. I 27 maggio 1995 n. 5910; Cass. Civ., sez. I, 27 giugno 1995 n. 7243; Cass. Civ., sez. I, 13 maggio 1996 n. 7980 ; Cass. Civ., sez. I, 22 aprile n. 3484.
[7] cfr. Cass. Civ. 27/06/95 n. 7243; Cass. Civ. 27/05/95 n. 5910; Cass. Civ.09/12/92 n. 13041; Cass. Civ. 23/04/92 n. 4897; Cass. Civ. 14/03/00 n. 2920; Cass. Civ. 19/02/03 n. 2471.