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Timestamp: 2020-01-28 03:29:29+00:00
Document Index: 51535168

Matched Legal Cases: ['art. 348', 'art. 47', 'art. 348', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 480', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 1', 'art. 348', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 348', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 480', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 498', 'art. 1', 'art. 348', 'art. 1703', 'art. 1387', 'art. 348', 'art. 14', 'e contrario', 'art. 348', 'Cass. Sez. ', 'art. 1', 'art. 348', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 348', 'art. 46', 'sentenza ', 'art. 2232', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 8', 'art. 348', 'art. 348', 'sentenza ']

Art. 348 codice penale - Abusivo esercizio di una professione - Brocardi.it
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Chiunque abusivamente esercita una professione (1), per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato [2229] (2), è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni con la multa da euro diecimila a euro cinquantamila.
(2) La Corte Costituzionale ha respinto la questione di legittimità costituzionale della norma in esame rispetto ai principi di tassatività e determinatezza con la sen. 27 aprile 1993, n. 199, che però ha al contempo affermato la natura di norma penale in bianco, in quanto necessita, a fini integrativi, del ricorso a disposizioni extra penali che stabiliscono i requisiti oggettivi e soggettivi per l'esercizio di determinate professioni.
(3) Articolo così sostituito dalla legge 11 gennaio 2018, n. 3. "Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute". In vigore dal 15/02/2018.
Spiegazione dell'art. 348 Codice penale
La norma tutela l'interesse pubblico acché determinate attività delicate, socialmente rilevanti, vengano svolte solamente da chi possegga gli accertati requisiti morali e professionali.
La giurisprudenza ha sancito il principio secondo cui, se il soggetto agente, versando in errore sulle norme che regolamentano l'accesso alla professione, sia convinto della mera sufficienza del possesso dei requisiti e della non necessarietà dell'iscrizione, tale errore potrà escludere il dolo e quindi la punibilità ai sensi dell'art. 47 comma 3.
Massime relative all'art. 348 Codice penale
Cass. pen. n. 39339/2017
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 39339 del 22 agosto 2017)
Cass. pen. n. 32987/2017
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32987 del 6 luglio 2017)
Cass. pen. n. 20281/2017
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 20281 del 28 aprile 2017)
Cass. pen. n. 16566/2017
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 16566 del 3 aprile 2017)
Cass. pen. n. 14815/2017
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 14815 del 27 marzo 2017)
Cass. pen. n. 52888/2016
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 52888 del 14 dicembre 2016)
Cass. pen. n. 9725/2013
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9725 del 28 febbraio 2013)
Cass. pen. n. 11545/2012
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 11545 del 23 marzo 2012)
Cass. pen. n. 43328/2011
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 43328 del 24 novembre 2011)
Cass. pen. n. 13315/2011
Integra i reati di falsità ideologica in certificazioni amministrative (art. 480 c.p.) e di abusivo esercizio della professione medica la condotta consistente nell'operazione di integrale riempimento, da parte del titolare di una farmacia, dei dati relativi a ricettari di prescrizioni mediche intestati ad un medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale, e da quest'ultimo già sottoscritti e timbrati in ogni foglio lasciato in bianco. (Fattispecie in cui i farmacisti, sostituendosi sistematicamente al medico di base, da cui avevano ricevuto in consegna dei moduli regionali già firmati, avevano essi stessi prescritto ai pazienti la relativa terapia farmacologica).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 13315 del 31 marzo 2011)
Cass. pen. n. 10100/2011
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10100 del 11 marzo 2011)
Cass. pen. n. 24622/2010
Non integra il delitto di abusivo esercizio di una professione - a seguito delle modifiche normative apportate dal D.L.vo 8 luglio 2003, n. 277 (relativo all'attuazione della Direttiva 2001/19/CE) alla legge n. 409/1985 (istitutiva della professione sanitaria di odontoiatria) - il fatto del laureato in medicina e chirurgia che, avendo iniziato la propria formazione universitaria in medicina nel periodo di tempo ricompreso tra la data del 28 gennaio 1980 e quella del 31 dicembre 1984, risulti in possesso dell'abilitazione all'esercizio professionale e sia iscritto all'albo degli odontoiatri per esercitare tale attività, previo superamento della prova attitudinale di cui al D.L.vo 13 ottobre 1998, n. 386.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 24622 del 30 giugno 2010)
Cass. pen. n. 17893/2009
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17893 del 29 aprile 2009)
Cass. pen. n. 11004/2009
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11004 del 12 marzo 2009)
Cass. pen. n. 42790/2007
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 42790 del 20 novembre 2007)
Cass. pen. n. 28642/2007
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 28642 del 18 luglio 2007)
Cass. pen. n. 20439/2007
È configurabile il delitto di esercizio abusivo della professione anche nell'ipotesi in cui l'agente, iscritto nel relativo albo, abbia compiuto attività professionale in costanza di sottoposizione a provvedimento di sospensione adottato dai competenti organi amministrativi. (Fattispecie in tema di esercizio della professione forense).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 20439 del 24 maggio 2007)
Cass. pen. n. 17203/2007
In tema di esercizio abusivo della professione, la circostanza che il bene tutelato sia rappresentato dall'interesse generale a che determinate professioni vengano esercitate soltanto da soggetti in possesso di una speciale autorizzazione amministrativa non esclude che possano assumere la veste di danneggiati dal reato quei soggetti che, in via mediata e di riflesso, abbiano subito un pregiudizio dal reato, ma non consente di riconoscere in capo ad essi la qualità di persone offese, che spetta solo allo Stato; ne consegue che il privato danneggiato dal reato non è legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17203 del 4 maggio 2007)
Cass. pen. n. 16527/2007
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 16527 del 24 aprile 2007)
Cass. pen. n. 6887/2007
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6887 del 19 febbraio 2007)
Cass. pen. n. 3627/2007
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 3627 del 31 gennaio 2007)
Cass. pen. n. 26829/2006
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 26829 del 29 luglio 2006)
Cass. pen. n. 26817/2006
Non è legittimato all'esercizio della professione di consulente del lavoro chi sia abilitato per la diversa professione di revisore contabile, giacché tra tali attività professionali esiste una obiettiva diversità di competenze in quanto l'art. 1 della legge 11 gennaio 1979 n. 12, disciplinante la professione di consulente del lavoro, estende esclusivamente alle categorie degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali la competenza ad occuparsi degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale dei lavoratori dipendenti, peraltro a condizione che i soggetti appartenenti a tali ulteriori figure professionali diano previa comunicazione agli ispettorati del lavoro territoriali della loro intenzione di svolgere gli adempimenti in questione.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 26817 del 29 luglio 2006)
Cass. pen. n. 33706/2005
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 33706 del 14 settembre 2005)
Cass. pen. n. 3996/2005
In tema di esercizio arbitrario di una professione, benchè il bene tutelato dall'art. 348 c.p. sia costituito dall'interesse generale a che determinate professioni, richiedenti, tra l'altro, particolari competenze tecniche, vengano esercitate soltanto da soggetti che abbiano conseguito una speciale abilitazione amministrativa, e debba quindi ritenersi che l'eventuale lesione del bene anzidetto riguardi in via diretta ed immediata la P.A., ciò non toglie che possano assumere veste di danneggiati quei soggetti che, in via mediata e di riflesso, abbiano subito un pregiudizio dalla violazione della norma penale in questione. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha censurato la decisione del giudice di merito che — improcedibile essendo risultato, per difetto di tempestiva querela, il reato di lesioni colpose — aveva escluso che dalla sola violazione dell'art. 348 c.p. potesse ritenersi derivato un danno di cui la costituita parte civile avesse titolo ad essere risarcita).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3996 del 4 febbraio 2005)
Cass. pen. n. 37120/2004
Commette il delitto di esercizio abusivo della professione medica, a mente dell'art. 348 c.p., l'odontotecnico il quale provveda direttamente alla installazione di una protesi dentaria (limando monconi, fissando viti ai perni, rilevando impronte ed infine fissando detta protesi), posto che per tale figura professionale è preclusa qualunque manovra presso il cavo orale di un paziente, ed è solo consentita la realizzazione di protesi modellate su impronte rilevate da un medico o da un odontoiatra abilitato (art. 11 R.D. 31 maggio 1928, n. 1334).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37120 del 22 settembre 2004)
Cass. pen. n. 31432/2004
È punibile ai sensi dell'art. 348 c.p. colui che eserciti la professione di consulente del lavoro senza essere iscritto ad alcuno degli albi professionali elencati nell'art. 1 della legge n. 12 del 1979. (La Corte ha, altresì, osservato che il delitto non si configura allorché il professionista, iscritto negli albi degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali, assuma o svolga adempimenti in materia di lavoro, previdenza ed assistenza sociale dei lavoratori dipendenti, senza avere previamente dato la prescritta comunicazione agli ispettori del lavoro delle province nel cui ambito territoriale intende svolgere tali adempimenti, atteso che l'omissione di tale comunicazione non rileva ai fini della integrazione della fattispecie penale, ma unicamente ai fini amministrativi e disciplinari).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 31432 del 16 luglio 2004)
Cass. pen. n. 17702/2004
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 17702 del 16 aprile 2004)
Cass. pen. n. 49116/2003
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49116 del 22 dicembre 2003)
Cass. pen. n. 35101/2003
Non è configurabile il reato di abusivo esercizio della professione medica nella condotta dell'optometrista che abbia effettuato una correzione prismatica, in quanto si tratta di un'attività consistente nella semplice misurazione della potenza visiva con prescrizione di lenti correttive, che non implica necessariamente una diagnosi medico-oculistica diretta ad individuare malattie o imperfezioni dell'occhio per fini terapeutici (nel caso di specie, la Corte ha annullato l'ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva confermato il sequestro probatorio di documentazione da cui risultava l'effettuazione di correzioni prismatiche da parte dell'indagato).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 35101 del 4 settembre 2003)
Cass. pen. n. 21424/2003
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 21424 del 15 maggio 2003)
Cass. pen. n. 18358/2003
Non commette il delitto di abusivo esercizio della professione di farmacista, punito dall'art. 348 c.p., l'erborista che si limiti alla coltivazione e raccolta di piante officinali, nonché alla loro preparazione industriale e commercializzazione, senza che nel corso della sua attività attribuisca ai prodotti posti in vendita funzioni di medicamento.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 18358 del 17 aprile 2003)
Cass. pen. n. 1751/2003
In tema di successione di norme penali nel tempo, qualora trattisi di norme penali «in bianco» (fra le quali rientra l'art. 348 c.p., che punisce l'esercizio abusivo di professioni richiedenti una speciale abilitazione dello Stato), la disciplina dettata dall'art. 2 c.p. può venire in considerazione solo in presenza di una modifica della norma richiamata da quella incriminatrice che incida sulla struttura di quest'ultima o, quanto meno, sul disvalore in essa espresso, come si verifica, in particolare, allorché è la stessa norma di riferimento a individuare la fattispecie penale, di tal che la sua abrogazione si traduce in una vera e propria abolitio criminis. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che, avuto riguardo alla sopravvenuta disciplina dettata dall'art. 7 della legge n. 479/1999, in base alla quale i praticanti avvocati che abbiano conseguito la necessaria abilitazione possono svolgere attività difensiva davanti al tribunale in composizione monocratica, non potesse più essere qualificata come reato, ex art. 348 c.p., la condotta di un soggetto che, prima dell'entrata in vigore di detta legge, essendo abilitato solo al patrocinio davanti alla pretura, aveva svolto attività defensionale davanti ad un tribunale).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1751 del 16 gennaio 2003)
Cass. pen. n. 49/2003
Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 348 c.p. (abusivo esercizio di una professione), sono atti rilevanti non solo quelli riservati, in via esclusiva, a soggetti dotati di speciale abilitazione, c.d. atti tipici della professione, ma anche quelli c.d. caratteristici, strumentalmente connessi ai primi, a condizione che vengano compiuti in modo continuativo e professionale, in quanto, anche in questa seconda ipotesi, si ha esercizio della professione per il quale è richiesta l'iscrizione nel relativo albo. Ne consegue che le attività contenute nella seconda parte della previsione di cui all'art. 1 del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068 (che disciplina l'ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale) che sono tipiche, e cioè riservate solo ai ragionieri e periti commerciali, non sono le sole rilevanti ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 348 c.p., in quanto esse comprendono anche quelle «relativamente libere», previste nella parte prima del succitato art. 1 D.P.R. n. 1068 del 1953, le quali integrano, comunque, l'esercizio della professione se poste in essere in modo continuativo, sistematico, organizzato e presentate all'esterno come provenienti da professionista, qualificato tecnicamente e moralmente, e richiedono pertanto l'iscrizione nell'albo professionale.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49 del 8 gennaio 2003)
Cass. pen. n. 41142/2001
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 41142 del 19 novembre 2001)
Cass. pen. n. 13124/2001
Non integra l'elemento oggettivo del reato di esercizio abusivo di una professione (art. 348 c.p.), la compilazione delle denunce dei redditi e dell'Iva, atteso che queste attività non rientrano tra quelle riservate ai dottori commercialisti, e ai ragionieri, ai sensi dell'art. 1, lett. a), legge 28 dicembre 1952, n. 3060 e dell'art. 1 D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, dovendo considerarsi vietate solo quelle che, in deroga al principio costituzionale della libera esplicazione del lavoro, sono riservate — da un'apposita norma — alla professione considerata.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 13124 del 2 aprile 2001)
Cass. pen. n. 12890/2000
In tema di esercizio abusivo di una professione difetta l'elemento oggettivo del reato quando l'attività posta in essere dall'agente non abbia assunto rilevanza esterna e non sia caratterizzata dalla tipicità degli atti compiuti, riferibile all'attività professionale per la quale è richiesta una speciale abilitazione. (Fattispecie relativa a svolgimento di mansioni tecnico-burocratiche nell'istruttoria di pratiche di condono edilizio a supporto dell'ufficio comunale).
Non dà luogo alla configurabilità del reato di cui all'art. 348 c.p. (abusivo esercizio di una professione), il fatto di taluno il quale, pur non essendo iscritto all'albo professionale dei geometri, abbia svolto, su incarico di un comune, attività di mera istruttoria delle pratiche di condono edilizio quale, nella specie, è stata ritenuta quella consistente nell'effettuare “l'esame della documentazione allegata a corredo delle singole domande, la verifica della rispondenza anche tecnica delle richieste ai presupposti di legge, il controllo della conformità ai conteggi eseguiti dai richiedenti, la verifica della sanabilità dell'opera con riguardo all'eventuale sussistenza di vincoli di ogni natura, la predisposizione dell'atto di concessione in sanatoria ed il calcolo dei relativi oneri.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 12890 del 7 dicembre 2000)
Cass. pen. n. 11287/2000
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11287 del 6 novembre 2000)
Cass. pen. n. 11078/2000
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 11078 del 28 ottobre 2000)
Cass. pen. n. 10816/2000
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 10816 del 21 ottobre 2000)
Cass. pen. n. 904/2000
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 904 del 27 gennaio 2000)
Cass. pen. n. 715/2000
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 715 del 19 gennaio 2000)
Cass. pen. n. 6841/1999
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6841 del 1 giugno 1999)
Cass. pen. n. 4545/1998
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4545 del 16 aprile 1998)
Cass. pen. n. 5672/1997
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5672 del 13 giugno 1997)
Cass. pen. n. 1632/1997
L'art. 348 c.p., che punisce il reato di abusivo esercizio di una professione, ha natura di norma penale in bianco, in quanto presuppone l'esistenza di altre disposizioni, integrative del precetto penale, che definiscono l'area oltre la quale non è consentito l'esercizio di determinate professioni. L'errore su tali norme, costituendo errore parificabile a quello ricadente sulla norma penale, non ha valore scriminante in base all'art. 47 c.p. (Fattispecie riguardante la normativa disciplinante l'attività sanitaria, in ordine alla quale si assumeva da parte della difesa che l'imputato, biologo accusato del predetto reato per avere praticato un prelievo di sangue venoso a fini di analisi, fosse incorso in errore).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1632 del 21 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 2076/1996
L'attività di tatuaggio non è allo stato disciplinata da alcuna norma specifica né la stessa è riconducibile alle attività proprie della professione sanitaria: pertanto con riguardo alla medesima non è configurabile il reato di abusivo esercizio di una professione previsto dall'art. 348 c.p.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2076 del 19 luglio 1996)
Cass. pen. n. 1147/1996
Risponde del reato di esercizio abusivo della professione il geometra che procede alla progettazione e alla direzione dei lavori di un edificio con strutture di cemento armato che non sia di modeste dimensioni anche se il progetto è controfirmato o vistato da un professionista abilitato o se i calcoli del cemento armato sono stati fatti eseguire da un ingegnere. Al fine di valutare l'entità dell'opera il giudice dovrà tenere conto sia delle dimensioni che della complessità oltre che dell'importo economico. Non necessariamente dovrà trattarsi di un'unità abitativa, ma non potrà certo rientrare tra le competenze del geometra la progettazione di cubature utili ad edifici con una pluralità di appartamenti. Il testo fondamentale che fissa i limiti della competenza dei geometri è ancora l'art. 16 del R.D. 11 febbraio 1929, n. 247 poiché anche le norme successive che hanno consentito la progettazione di struttura di cemento armato, fanno riferimento ai limiti posti da tale legge.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1147 del 1 febbraio 1996)
Cass. pen. n. 9089/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9089 del 25 agosto 1995)
Cass. pen. n. 5416/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5416 del 11 maggio 1995)
Cass. pen. n. 1545/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1545 del 14 febbraio 1995)
Cass. pen. n. 10116/1994
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10116 del 24 settembre 1994)
Cass. pen. n. 8685/1993
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8685 del 23 settembre 1993)
Cass. pen. n. 11929/1992
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11929 del 12 dicembre 1992)
Cass. pen. n. 11794/1990
La condotta esecutiva del delitto di cui all'art. 348 c.p. consiste nel compimento di atti di esercizio di una professione per la quale sia richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato. La norma tutela esclusivamente gli atti propri, riservati a ciascuna professione, e non anche quelli che, mancando di tale tipicità, possono essere compiuti da chiunque, anche se abbiano connessione con quelli professionali. (Nella specie la corte di cassazione, annullando senza rinvio l'impugnata sentenza, ha deciso che l'uso di un timbro recante la qualifica «procuratore di istituto di credito», in calce ad atti di precetto intimati a creditori inadempienti, da parte di un soggetto non iscritto all'Albo dei procuratori legali, non integra la fattispecie prevista dall'art. 348 c.p., in quanto il precetto — essendo atto preliminare estrinseco al processo esecutivo e non costituendo atto introduttivo di un giudizio — può essere sottoscritto personalmente dalla sola parte intimante, a norma dell'art. 480 c.p.c. A identica negativa conclusione la corte è pervenuta per quanto concerne le pratiche di riabilitazione, in quanto l'art. 44 disp. att. c.p.p. 1930 stabilisce espressamente che la domanda di riabilitazione di cui agli artt. 178 c.p. e 597 c.p.p. 1930 è sottoscritta dall'interessato o da un suo procuratore speciale).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11794 del 24 agosto 1990)
Cass. pen. n. 1207/1985
Oggetto della tutela predisposta dall'art. 348 c.p. è costituito dall'interesse generale, riferito alla pubblica amministrazione, che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, vengano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge. Ne deriva che la tutela in esame si estende soltanto agli atti «propri» o «tipici» delle suddette professioni in quanto alle stesse riservati in via esclusiva e non anche agli atti che, pur essendo in qualche modo connessi all'esercizio professionale difettano di tipicità nel senso sopra indicato, perché suscettibili di essere posti in essere da qualsiasi interessato. (Nella specie si è escluso la configurabilità del delitto di esercizio abusivo della professione forense nella diffida, rivolta ai debitori con lettera raccomandata dal titolare di un'agenzia di recupero crediti ad adempiere determinati debiti con la minaccia, in caso di rifiuto, di azioni giudiziarie ed a corrispondere, oltre al capitale, anche l'imposta di accredito e competenza).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1207 del 6 febbraio 1985)
relative all'articolo 348 Codice penale
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201924569
sabato 21/12/2019 - Lombardia
“Ho 71 anni. Mi sono laureata in Psicologia Magistrale a 68 anni all'Università e-Campus. Mi hanno regalato in quell'occasione dei biglietti da visita con scritto Psicologa. Io non ho fatto né tirocinio né esame di stato per motivi di età e mancanza di tempo e salute. Studiare psicologia è stata per me una passione soddisfatta in tarda età con risultati eccellenti. Non ho mai avuto nessuna intenzione di lavorare soprattutto vista la mia età, il lungo percorso per arrivare a poterlo fare e la non necessità totale di farlo. Ho usato stupidamente alcuni di quei bigliettini per motivi personali, mai per una finalità di tipo professionale. NON ESISTE UNA PERSONA CHE POSSA DIRE DI AVER AVUTO CON ME UN RAPPORTO PROFESSIONALE!!! Tuttavia l'Ordine Psicologi Lombardia mi ha mandato in questi giorni una richiesta di chiarimenti perché qualcuno evidentemente ha inviato o sottoposto alla loro attenzione uno di questi biglietti da visita, dove sotto il mio nome c'è scritto Psicologa anziché Dottore in Psicologia. Io non ho MAI professato e quindi mi chiedo cosa può succedermi. Io ho risposto spiegando tutto ciò ma sono in ansia perché mi sono sempre comportata in maniera perfettamente etica e la mia buona fede è oltretutto corroborata dal fatto che ho rifiutato parecchie volte richieste di aiuto da parte di persone che mi hanno chiesto collaborazione non conoscendo la normativa e le differenze tra i vari titoli. Per inciso un altro motivo di angoscia mi è dato dal non immaginare chi possa avere deciso di crearmi questo problema !!!!!!! Vorrei capire quali possono essere le conseguenze di questa leggerezza da me tenuta in totale buona fede. Ripeto non ho mai avuto un rapporto professionale come psicologa con nessuno. Per me la laurea di psicologia a quasi 70 anni è stata una soddisfazione che ho voluto prendermi studiando una materia che mi ha sempre appassionato!!
Resto in attesa di un chiarimento che possa magari farmi passare le vacanze di Natale più tranquilla!! Grazie infinite.”
Nel caso di specie, il reato ipoteticamente rilevante potrebbe essere quello di esercizio abusivo della professione, previsto e punito dall’art. 348 del codice penale.
La figura delittuosa in commento intende tutelare l'interesse generale a che determinate professioni, in ragione della loro peculiarità e della competenza richiesta per il loro esercizio, siano svolte solo da chi sia provvisto di standard professionali accertati da una speciale abilitazione rilasciata dallo stato.
Stante l’ampiezza del dettato normativo (che, in effetti, nulla dice di specifico in ordine alla condotta delittuosa limitandosi alla locuzione “chiunque abusivamente esercita una professione…”), occorre comprendere se, come nel caso di specie, la semplice diffusione di bigliettini da visita dai quali si intenderebbe che il soggetto abbia conseguito una determinata qualifica professionale può integrare il reato.
Sul punto, la giurisprudenza si è molto interrogata. Senza entrare nel merito di una disputa complessa, la Cassazione ha cercato di individuare il limite oltrepassato il quale un atto posto in essere da un soggetto non abilitato possa essere inteso quale esercizio abusivo della professione.
Ebbene, in proposito la Cassazione ha affermato che per atto di esercizio della professione deve intendersi quello tipico ed esclusivo di chi esercita quella determinata attività protetta, non potendo la norma essere applicata in presenza del semplice compimento di atti non tipici realizzabili da chiunque, anche se abbiano connessione con quelli professionali (C., Sez. VI, 11.5.1990).
In buona sostanza, dunque, la giurisprudenza subordina l'esistenza del reato alla circostanza che l'attività posta in essere dall'agente abbia assunto rilevanza esterna (C., Sez. VI, 4.5.2000).
Sulla base di quanto su detto, è possibile concludere che l’esercizio di una professione sia abusivo solo allorquando il “professionista” pone in essere degli atti tipici e concreti relativi all’attività che non potrebbe svolgere, in quanto non abilitato.
Per tale ragione, si ritiene che la semplice diffusione di un bigliettino da visita, seppure recante una descrizione impropria, non sia idoneo a configurare il reato in questione.
Invero, nessun atto relativo alla qualifica di psicologo è stato posto in essere e, per giunta, la diffusione predetta è avvenuta per scopi lontani dall’esecuzione concreta di atti professionali e, dunque, non solo sembra mancare l’elemento oggettivo del reato (l’esercizio abusivo, appunto) ma anche il dolo (diritto penale) tipico della fattispecie che consiste nella coscienza e volontà di esercitare in concreto una professione, sapendo di non esservi abilitato.
Allo stesso modo, non sembra configurabile l’ – ormai – illecito amministrativo previsto dall’art. 498 del codice penale, giacché la condotta dallo stesso stigmatizzata presuppone che il soggetto si vanti in pubblico di una qualifica professionale non posseduta non rilevando le mere condotte private.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201924298
Remo V. chiede
lunedì 11/11/2019 - Abruzzo
“OGGETTO: ESERCIZIO ABUSIVO PROFESSIONE CONSULENTE DEL LAVORO
Svolgo attività di consulenza fiscale ai sensi della legge 4/2013 e, in quanto tale, non rientro tra i professionisti abilitati alla consulenza del lavoro ex L. 12/1979; premetto che, inoltre, non sono interessato all’elaborazione dei cedolini paga perché la ritengo un’attività a basso valore aggiunto ma, al contrario, mi preme capire a fondo il vero significato della normativa vigente in modo da poter agire in caso di necessità o dissidi con il consulente del lavoro cui mi appoggio.
Dallo studio dell’art. 1 della L. 12/1979 si evince che tutte le pratiche e gli adempimenti oggetto della professione in esame possono essere svolte dal datore di lavoro stesso o da un suo dipendente senza bisogno di alcuna abilitazione o titolo di studio particolare.
Poiché ritengo che in termini giuridici il termine “dipendente” non significhi “lavoratore subordinato” ma abbia un’accezione ben più ampia (qualcuno che abbia un rapporto formale con l’impresa) volevo chiedervi se, secondo voi, un soggetto munito di procura generale avente ad oggetto gli adempimenti in materia di lavoro (o, nel caso di un unico atto, speciale) che svolga l’attività propria di un consulente del lavoro possa essere tacciato di esercizio abusivo della professione ex art. 348 cp.
All’atto pratico questo soggetto stipulerebbe un “contratto di mandato di rappresentanza” ex art. 1703 cc corredato da una procura ai sensi dell’art. 1387 cc; ai sensi della L. 4/2013 specificherebbe nel contratto di mandato di non essere un professionista abilitato. In questo caso egli agirebbe tramite una veste giuridica diversa da quella del professionista abilitato perché non si impegnerebbe in un’attività professionale (non ha un incarico professionale) ma unicamente nel compimento di atti giuridici in nome del mandante.
Non sono preparato in campo penale ma credo che un soggetto che agisca nella maniera appena descritta non possa essere accusato ai sensi dell’art. 348cp.
Sebbene detto tra le righe, la Circolare INPS N. 51 del 11 marzo 1980 sostiene la mia tesi da 40 anni poiché conferma la possibilità del datore di lavoro di avvalersi di un procuratore.
Inoltre l’art. 14 del DPR 1164/1965 ammette espressamente la possibilità del datore di lavoro di avvalersi di un procuratore nei confronti dell’INAIL.
Per quanto riguarda le comunicazioni obbligatorie non ho trovato alcun riferimento specifico riguardante la figura del procuratore ma, poiché il procuratore è una figura espressamente prevista dal codice civile e non esiste alcuna norma che vieti al datore di lavoro di avvalersi di tale ausiliario, non credo possano esistere dubbi sulla liceità di tale modo di agire.
Credo che anche per quanto concerne l’elaborazione delle buste paga non dovrebbero esserci problemi perché, l’elaborazione dei cedolini da parte del procuratore avverrebbe su delega e sotto la responsabilità del datore di lavoro stesso il quale, si ricorda, è soggetto abilitato ex L. 12/1979; inoltre sarebbe un atto/compito propedeutico all’invio delle dichiarazioni telematiche INPS/INAIL le, quali, lo rammento, costituiscono l’oggetto del contratto di mandato menzionato poc’anzi. L’azienda istituirebbe il suo LUL aziendale e la copia di tale documento sarebbe disponibile presso la sede aziendale.
Se possibile nella risposta, soprattutto con un vostro parere contrario a quanto prospettato, gradirei anche dei riferimenti giurisprudenziali da poter approfondire in seguito.”
La figura delittuosa di cui all’art. 348 del codice penale intende tutelare l'interesse generale a che determinate professioni, in ragione della loro peculiarità e della competenza richiesta per il loro esercizio, siano svolte solo da chi sia provvisto di standard professionali accertati da una speciale abilitazione rilasciata dallo stato
Come chiaramente evidenziato dalla semplice lettura della disposizione, il delitto di abusivo esercizio di una professione risulta integrato dall'esercizio di una professione in assenza dei requisiti richiesti all'uopo dalla legislazione statale. Trattasi dunque di una norma penale in bianco, che presuppone e rimanda ad altre disposizioni che determinano le condizioni oggettive e soggettive in difetto delle quali non è consentito, ed è quindi abusivo, l'esercizio dell'attività protetta (sul punto, si veda anche Cass. pen. Sez. VI, 10/05/2018, n. 33464)
L'abusività dell'esercizio sussiste allorquando l'agente sia sfornito del titolo, ovvero non abbia adempiuto alle formalità prescritte, oppure si trovi temporaneamente interdetto o inabilitato dall'esercizio della professione.
In ogni caso, secondo la giurisprudenza, l'esame circa la sussistenza delle condizioni sopra menzionate va effettuato in concreto, verificando se, in relazione all'attività effettivamente svolta, il soggetto poteva dirsi legittimato secondo la legislazione statale. È stato così riconosciuto che per la sussistenza del reato de quo è sufficiente l'esercizio in concreto di una attività per cui è richiesta una particolare abilitazione non posseduta, non rilevando l'attribuzione formale della attività ad un altro professionista abilitato ( Cass. Sez. VI 10.3.1989).
La casistica, a dire il vero, è estremamente ampia e oscilla tra pronunce più o meno restrittive. In ogni caso, dalla lettura della giurisprudenza si deduce unicamente che oggetto di censura è, in concreto, l’esecuzione di mansioni che potrebbero svolgere solo determinati soggetti muniti di una specifica abilitazione, prescindendo dall’intermediazione di terzi.
In riferimento alla materia specifica del parere, sembra opportuno citare Cass. pen. Sez. VI, 16/05/2006, n. 26817 stando alla quale “non è legittimato all'esercizio della professione di consulente del lavoro chi sia abilitato per la diversa professione di revisore contabile, giacché tra tali attività professionali esiste una obiettiva diversità di competenze in quanto l'art. 1 della legge 11 gennaio 1979 n. 12, disciplinante la professione di consulente del lavoro, estende esclusivamente alle categorie degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali la competenza ad occuparsi degli adempimenti in materia di lavoro, previdenza e assistenza sociale dei lavoratori dipendenti, peraltro a condizione che i soggetti appartenenti a tali ulteriori figure professionali diano previa comunicazione agli ispettorati del lavoro territoriali della loro intenzione di svolgere gli adempimenti in questione”.
Orbene, è vero che nel caso di specie il soggetto agirebbe in virtù di un mandato di rappresentanza, che sarebbe idoneo a “filtrare” opportunamente l’attività eseguita che, in sostanza, si ridurrebbe ad una mera esecuzione delle disposizioni di chi ha il titolo ed è dunque legittimato a svolgere le attività in questione; ma è pur sempre vero che il rischio della contestazione dell’illecito in questione sussiste. A tal riguardo, vale appena il caso di sottolineare che le disposizioni relative alla possibilità, per il datore di lavoro, di servirsi di un procuratore ben potrebbero essere orientate nel senso di un soggetto munito delle dovute abilitazioni per disporre gli adempimenti specifici.
Sulla base delle informazioni possedute, dunque, sembra verosimile concludere che la condotta esaminata possa integrare il reato di esercizio abusivo della professione.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201924280
Irene R. chiede
venerdì 08/11/2019 - Marche
“Sono una igienista dentale iscritta all'albo degli igienisti. Il mio Decreto dice che posso svolgere la mia professione "su indicazione" del medico odontoiatra. La diagnosi iniziale è un atto esclusivo del medico oppure posso anche io formulare una diagnosi, nel caso il paziente si rivolga al mio studio, senza essere ancora andato dell'odontoiatra?
irene riccitelli”
Consulenza legale i 15/11/2019
Il quesito, così come posto, cade su una questione su cui si è dibattuto, sia in ambito di deontologia medica (e di correlative sanzioni disciplinari), sia in ambito penale, posto che l'art. 348 c.p. punisce l'abusivo esercizio di una professione per la quale è prevista una speciale abilitazione dello Stato.
Appare già opportuno svelare come l'attività diagnostica rientri tra le competenze esclusive del medico. In tal senso recita l'art. 3 del Codice di deontologia medica, ai sensi del quale “La diagnosi a fini preventivi, terapeutici e riabilitativi è una diretta, esclusiva e non delegabile competenza del medico e impegna la sua autonomia e responsabilità”.
Parimenti, il D.M. 137/1999, recante norme per l'individuazione della figura e relativo profilo professionale dell'igienista dentale, stabilisce che l'igienista, tra gli altri, è tenuto a svolgere compiti relativi alla prevenzione delle affezioni orodentali su indicazione degli odontoiatri e dei medici chirurghi legittimati all'esercizio dell'odontoiatria. Non solo, il comma 3 dell'articolo 1 dispone più in generale che l'igienista svolge l'attività professionale su indicazione dell'odontoiatra o del chirurgo abilitato.
Nonostante la chiarezza delle norma citate, le quali inequivocabilmente depongono per un'interpretazione restrittiva del combinato disposto, è già successo che la questione venisse più volte sollevata, anche se più che altro incentrata sull'anestesia e sull'applicazione delle terapie.
Proprio al fine di scansare una volta per tutte ogni equivoco, il Ministero della Salute, con parere del 28/03/2014, ha precisato che “questa amministrazione ha da sempre riconosciuto all'odontoiatria e al medico chirurgo legittimato all'esercizio della odontoiatria, esclusiva competenza e correlata responsabilità in merito alla visita odontoiatrica, all'accertamento diagnostico e alla prescrizione terapeutica”, fugando pertanto qualsiasi dubbio.
Se l'igienista svolga anche una sola diagnosi, egli è pertanto passibile di espulsione a titolo di sanzione disciplinare ai sensi dell'art. 9 del codice deontologico U.N.I.D..
Anche dal punto di vista penale, è stato precisato che la condotta esecutiva del reato consiste nel compimento abusivo di atti di esercizio esclusivo di altra professione per la quale serve speciale abilitazione e che il reato ha natura solo eventualmente abituale, essendo sufficiente la commissione di un solo atto tipico riferibile all'esercizio ella professione. La reiterazione degli atti dà quindi luogo ad un unico reato (Cass. Pen., sent. n. 20099/2016).
In conclusione, secondo il nostro avviso, l'igienista dentale che compia anche una sola diagnosi è passibile di espulsione dall'apposito albo, nonché di condanna penale che va dai sei mesi ai tre anni di reclusione.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201821487
V. T. chiede
mercoledì 30/05/2018 - Toscana
mi sono avvicinato a voi tramite la pagina sull'abuso dell'esercizio della professione, in particolare in materia di alimentazione, dieta, e simili.
Scendo ancora più nel dettaglio e riporto questa citazione:
"È abusivo esercizio di una professione, ai sensi dell’art. 348 c.p., chi – non abilitato all’esercizio della professione di dietista o di biologo – prescrive programmi alimentari, elargendo generici consigli alimentari, svolgendo attività di educazione alimentare"
prendendo ad esame:
1. "prescrivere programmi alimentari":
A. "prescrivere" ma "esortare a seguire"
B. "programmi" ma "pianificazioni"
C. "alimentari" ma "nutrizionali funzionali"
2. "elargendo generici consigli alimentari"
A. "elargendo" ma "delineando in maniera mirata"
B. "generici" ma "specifici"
C. "consigli alimentari" ma "indicazioni nutrizionali funzionali"
3. "di educazione alimentare"
A. "educazione" ma "coaching"
B. "alimentare" ma "nutrizionale funzionale"
La mia attività è definita in camera di commercio come "Commercio al dettaglio-vendita via internet di e-book" che viene effettuato in due step:
1. Acquisto diretto; l'utente acquisisce informazioni specifiche circa pianificazione nutrizionale che può adattare a se stesso;
2. Supporto post acquisto; l'utente riceve supporto per avere un processo metodologico con cui adattare quelle stesse informazioni a se stesso.
La domanda è: come si configura in ottica "abusivismo" questo tipo di attività?
(posseggo titolo di laurea "Dietista, abilitante alla professione di Dietista")
Dove sono i confini di questo "abusivismo"? Quanto descritto in "PARTE 2" è in qualche concretamente perseguibile?
Resto in vostra attesa.
Il quesito da Lei proposto presenta alcuni profili di perplessità: per quanto attiene, in particolare, alla prima parte del quesito, a nostro parere la risposta non può che essere negativa.
Il testo che Lei ha citato non è relativo ad una norma di legge ma, invece, ad una sentenza; ciò significa che le parole usate dai giudici, in quel preciso caso, non sono vincolanti per i successivi giudizi.
Ancora più in particolare, da una ricerca giurisprudenziale, risulta che, in altre pronunce, la Corte di Cassazione ha usato una terminologia molto simile a quella che Lei ha proposto.
La sentenza è la n. 20281/2017, secondo cui: “Integra il reato di esercizio abusivo di una professione, l'attività di colui che fornisce indicazioni alimentari personalizzate, sulla base della valutazione delle caratteristiche fisiche di ogni cliente, caratterizzate da puntuali prescrizioni e previsioni, senza però appartenere alle categorie professionali che hanno specifiche competenze in tema di bisogni alimentari (medico biologo, farmacista, dietologo), trattandosi di materia che ha ricadute in termini di salute pubblica”.
Ecco che, dunque, a nostro avviso permane la configurabilità del reato di cui all’art. 348 c.p. nel caso di "esortare a seguire pianificazioni nutrizionali funzionali delineando in maniera mirata specifiche indicazioni nutrizionali funzionali, tramite choaching nutrizionale funzionale”.
La seconda domanda, invece, pare più complessa: se per quanto riguarda la prima parte dell’attività, ovvero la vendita di e – book, avendo Lei peraltro laurea ed abilitazione di dietista, non sembrano esserci profili problematici (ben potendo Lei limitarsi a vendere libri informativi), la seconda parte, invece, appare più delicata.
In particolare, come ben saprà, molto diverse sono le attività che può compiere un dietista rispetto a quelle cui è legittimato un dietologo: il confine tra l’integrazione del reato di esercizio abusivo della professione e una condotta penalmente irrilevante sta proprio nel non porre in essere nessuna attività che sia riservata ad un dietologo.
Da quanto ci è parso di capire, ma potremmo sbagliare non avendo indicazioni precise, Lei cerca di adattare quanto previsto a livello generale negli e – book ai singoli pazienti; questo tipo di attività, a nostro avviso, pare sconfinare nelle attività proprie di un dietologo che, in quanto medico specializzato, può operare direttamente sui pazienti prescrivendo diete e farmaci. Certo è che se l’attività che Lei compie, invece, fosse un semplice consiglio su come leggere le informazioni scritte negli e – book senza prescrivere loro alcunché la soluzione potrebbe essere diversa.
Alla luce di tutto quanto detto, il consiglio che Le possiamo dare è capire esattamente se l’attività che Lei compie nello specifico rientri o meno tra le attività esclusive del dietologo. La norma penale è molto generica nel definire le professioni e ciò significa che spetta alla giurisprudenza riempire di significato questo reato e questo comporta, in definitiva, che le definizioni date dalla sentenza che Lei ha citato, ad esempio, sono indicative e potranno essere estese anche ad altre attività.
Per rispondere alla Sua ultima domanda, infine, qualora un Pubblico Ministero, sulla scorta dell'interpretazione giurisprudenziale, ritenesse che l'attività da Lei posta in essere sia propria del dietologo, potrà perseguirLa ai sensi dell'art. 348 c.p.; all'opposto, qualora non lo fosse, la sua condotta sarebbe penalmente irrilevante.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201820700
martedì 27/02/2018 - Liguria
la mia domanda è la seguente:una assistente alla poltrona di uno studio dentistico che posiziona un centratore x eseguire una rx endorale senza poi schiacciare il pulsante dell'apparecchio radiografico ( lo fa l'odontoiatra) commette esercizio abusivo della professione?
Per rispondere al quesito è sufficiente comprendere bene l’interesse giuridico tutelato dalla fattispecie di esercizio abusivo di professione.
L’art. 348 del codice penale punisce «Chiunque abusivamente esercita una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato» e anche il «professionista che ha determinato altri a commettere il reato di cui al primo comma ovvero ha diretto l'attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo».
Esercitare abusivamente la professione secondo dottrina e giurisprudenza vuol dire porre in essere un atto tipico ed esclusivo di chi esercita quella determinata attività protetta, non potendo la norma essere applicata in presenza del semplice compimento di atti non tipici realizzabili da chiunque, anche se abbiano connessione con quelli professionali (C., Sez. VI, 11.5.1990).
Ciò che importa, dunque, è che l’attività del soggetto abbia una qualche rilevanza esterna tale da ingannare lo Stato e i cittadini tutti: il primo viene infatti leso nell’elusione della normativa riguardante l’accesso determinate professioni e le regole di appartenenza, i secondi invece rispetto all’affidamento riposto in determinate figure professionali.
Questo ci permettere di profilare ora due ipotesi nel caso di specie.
Se l’assistente di poltrona ha solamente posizionato il centratore e per eseguire la rx endorale e si sia a quello limitato, allora il reato non sussiste: in tal caso infatti il soggetto ha posto in essere un’attività meramente materiale senza esplicare alcun intervento tipico del medico odontoiatra e soprattutto perché, così facendo, l’assistente non si è mai “spacciata” per medico.
Nel caso in cui invece l’assistente, oltre al posizionamento dell’apparecchio, abbia anche proceduto alla relativa diagnosi e alla formulazione della cura o alla programmazione di interventi futuri per risolvere il problema, allora la stessa effettivamente potrebbe essersi resa responsabile del reato in questione.
Tra la copiosa giurisprudenza esistente, rileva in particolare il precedente della Cassazione penale Sez. VI, Sent. 03-01-2013, n. 117. La sentenza, infatti, ha condannato un assistente di poltrona per il reato di esercizio abusivo della professione proprio perché non si limitava soltanto a «porgere gli strumenti ed esplicando tutti i compiti tipici dell'assistente» ma «aveva anche assunto iniziative terapeutiche dirette, partecipando attivamente alla redazione del piano di cure e al suo aggiornamento, qualificandosi come medico di fronte alla paziente».
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201616359
domenica 19/06/2016 - Emilia-Romagna
“Sig. "x" non figura iscritto in nessun albo professionale, pur mantenendo uno studio associato per lo svolgimento di servizi tecnici. In sostanza "X" si avvale di professionisti abilitati che lavorano per lui, i quali redigono documentazione tecnica specifica, disciplinata da normative e leggi statali che solo tali professionisti, possedendo titolo, possono stilare. "X" funge esclusivamente da coordinatore dei lavori e dunque si appoggia a queste figure professionali. ATTUALMENTE E' TITOLARE DI IMPRESA INDIVIDUALE CON PROPRIA P. IVA MA NON RISULTA ISCRITTO ALLA CAMERA DI COMMERCIO, PERO' FIGURA SUL SITO DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE. Tornando alle sue mansioni emerge che gli unici documenti, elaborati da "x", riguardano delle misurazioni su consumi energetici, eseguiti su volere della clientela per fornire un quadro sui livelli di consumo. Tali documenti vengono redatti unitamente ad altro professionista che ha le competenze per farlo. Questi documenti riportano, in calce, l'intestazione dell'impresa del sig. "X" e l'intestazione del professionista abilitato, ma senza alcuna firma autografa dei due. Emerge che tali documenti non sono disciplinati da normative dello Stato, ma semplicemente servono da illustrazione riepilogativa, dal contenuto tecnico, da far visionare ai clienti che lo hanno richiesto. IL DOCUMENTO UFFICIALE, DISCIPLINATO DALLA LEGGE (NORMATIVE E QUANT'ALTRO), VIENE FIRMATO ESCLUSIVAMENTE DA PROFESSIONISTA ABILITATO. Alla luce di quanto descritto, è configurabile il reato di esercizio abusivo di una professione a carico del signor "X" e/o quali altri reati potrebbero configurarsi a tal proposito? GRAZIE
Sembra ovvio che X non dispone di alcun titolo altrimenti non si spiegherebbe la sua necessità di reperire professionisti abilitati per la redazione di certificazioni/elaborati...”
Ad avviso di chi scrive, il reato di cui all’art. 348 c.p. - esercizio abusivo di una professione per la quale è necessario un titolo abilitativo dello Stato - pare senz’altro integrato nel caso di specie.
Infatti, la fattispecie penale non viene in essere solamente nel caso in cui formalmente un soggetto si dichiari professionista pur non essendolo ma altresì quando – come nel caso in esame - un soggetto fornisca all’esterno un’apparenza di professionalità, tale da ingenerare la convinzione che si tratti, in effetti, di attività tipica per la quale è necessaria una specifica abilitazione.
La norma penale, infatti, punisce non solamente coloro che pongono in essere atti tipici della professione considerata (ovvero quelli che le sono propri e che non si potrebbero effettuare senza abilitazione) ma altresì quelli cosiddetti “caratteristici”, ovvero che sono strumentalmente connessi ai primi se posti in essere in maniera continuativa e professionale.
Inoltre è rilevante, ai fini della norma penale, proprio il già citato elemento della professionalità nello svolgimento dell’attività in questione.
Afferma sul tema la giurisprudenza:
- “Il reato di esercizio abusivo di una professione è integrato dal compimento senza titolo di atti, i quali, anche se non attribuiti singolarmente in via esclusiva ad una professione, sono univocamente individuati come di competenza specifica di essa, se il compimento viene realizzato in modo tale da creare le oggettive apparenze di un'attività professionale svolta da un soggetto regolarmente abilitato” (Cassazione penale, sez. II, 18 settembre 2014, n. 42933)”;
- “Concreta il reato di esercizio abusivo di una professione di cui all'art. 348 c.p. non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da attribuire in via esclusiva a una determinata categoria professionale, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano unicamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuità, onerosità e organizzazione, da creare le oggettive apparenze di un 'attività professionale svolta da un soggetto regolarmente abilitato.” (Cassazione penale, sez. VI, 15 maggio 2013, n. 23843);
- “Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 348 c.p., sono atti rilevanti non solo quelli riservati, in via esclusiva, a soggetti dotati di speciale abilitazione, cosiddetti atti tipici della professione, ma anche quelli cosiddetti caratteristici, strumentalmente connessi ai primi, a condizione che vengano compiuti in modo continuativo e professionale, in quanto, anche in questa seconda ipotesi, si ha esercizio della professione per il quale è richiesta l'iscrizione nel relativo albo. Ne consegue che le attività contenute nella seconda parte della previsione di cui all'art. l d.P.R. 1068/1953 (che disciplina l'ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale) che sono tipiche, e cioè riservate solo ai ragionieri e periti commerciali, non sono le sole rilevanti ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 348 c.p., in quanto esse comprendono anche quelle relativamente libere, previste nella prima parte del sopra citato d.P.R. 1068/1953, le quali integrano, comunque, l'esercizio della professione se poste in essere in modo continuativo, sistematico, organizzato e presentate all'esterno come provenienti da professionista, qualificato tecnicamente e moralmente, e richiedono pertanto l'iscrizione nell'albo professionale.” (Corte appello Trieste, sez. I, 05 dicembre 2011, n. 1511).
Stando a quanto elaborato dalla giurisprudenza, dunque, sembra si possa senz’altro affermare che il soggetto X sia colpevole del reato in esame: egli, infatti, svolge un’attività tipica della professione di cui si tratta (e ciò emerge con chiarezza dal quesito, nel quale si parla di atti professionali sottoscritti da professionisti abilitati, che collaborano con X), la svolge in prima persona (anche se poi, formalmente, per legge, concretamente atti e documenti vengono sottoscritti da altri in possesso dell’abilitazione) e – forse ciò che più conta ai fini della individuazione della fattispecie di reato - fa tutto ciò in forma di impresa organizzata.
Non può esserci alcun dubbio che, per la clientela esterna, si tratti di uno Studio professionale, per cui vi è la ragionevole convinzione, in buona fede, che quella struttura sia costituita (per l'intero) da professionisti in regola con i titoli abilitativi.
Sotto quest’ultimo profilo, in particolare, è ugualmente indubbio che i terzi siano convinti che anche X sia un professionista (probabilmente non notano neppure a chi appartengano le sottoscrizioni in calce ai vari elaborati) e ciò in primo luogo perché la struttura professionale fa capo a lui, sia nella sostanza che nella forma: all’esterno, infatti, compare il suo nome ed anzi, quasi sicuramente, è proprio quest’ultimo che funge da richiamo della clientela; quando quest’ultima, poi, si rivolga alla struttura professionale in oggetto, presentandosi X come “coordinatore” di tutto il personale è ragionevole presumere che sia a lui che viene direttamente affidato l’incarico professionale e con il quale se ne discutano modalità, tempi e costi.
Tutto ciò corrisponde perfettamente a quelle che la giurisprudenza descrive come condotte tipiche dell’esercizio abusivo di una professione.
I collaboratori di X, poi, rischiano concretamente l’incriminazione assieme quest’ultimo, a titolo di concorso: “Risponde a titolo di concorso nel delitto di esercizio abusivo di una professione il professionista abilitato che consenta o agevoli lo svolgimento di attività professionale da parte di soggetto non autorizzato” (Cassazione penale, sez. VI, 22 aprile 2016, n. 23014).
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201615817
lunedì 04/04/2016 - Marche
“Sono socio di una società di servizi (non società di professionisti) che svolge attività di natura non professionale legate all’OMISSIS cui spesso viene richiesta la possibilità di fornire servizi di natura professionale tipici del OMISSIS. Poiché sono soci dipendenti della società anche OMISSIS iscritti all’albo, in base alle norme vigenti in materia di attività professionali, è consentito alla società fornire e fatturare come attività non prevalente tali servizi professionali, se eseguiti e firmati da dipendenti abilitati? Inoltre, costituisce esercizio abusivo della professione l’esecuzione di servizi estremamente particolari, frutto di sperimentazione universitaria, che sul territorio nazionale sono eseguiti solo dalla nostra società (e quindi non attività ABITUALE di altro professionista) anche se in senso più ampio potrebbero rientrare tra le discipline della OMISSIS?
Sembra di dovere rispondere negativamente a tale primo quesito poiché il Presidente del Consiglio dell’Ordine Nazionale dei OMISSIS e dei Dottori OMISSIS, con la propria Circolare n. 46/2014, ha stabilito che: “in presenza di esercizio dell’attività professionale riservata ai OMISSIS, compiute da iscritti all’albo sia in qualità di soci che di dipendenti, la vigilanza disciplinare attribuita agli Ordini in base all’art. 13, punti a), b), ed e) della Legge 7 gennaio 1976, n. 3, ([1]) integrata con Legge 10 febbraio 1992, n. 152, debba essere estesa anche alle relative società di appartenenza su cui si ritiene gravino tutti gli obblighi informativi e deontologici, compresa la necessità di iscrizione all’Albo professionale, introdotti dalla Legge n. 183/2011 e dal Decreto del Ministero della Giustizia 8 febbraio 2013, n. 34”.
Pertanto, al fine di garantire un maggiore livello di correttezza di esecuzione delle prestazioni nell’interesse degli utenti, il Consiglio dell’Ordine Nazionale dei OMISSIS, ha invitato tutti gli Ordini territoriali a richiedere l’iscrizione nel proprio Albo di tutte le società in essere che svolgano attività professionale riconducibile all’art. 2 della Legge n. 3/1976.
Pertanto, lo svolgimento della prestazione ufficialmente fornita dalla Società di servizi – di cui l’OMISSIS è socio – sarebbe una evidente elusione dell’intento ora evidenziato e perseguito dall’Ordine degli OMISSIS (volto a contemperare la tutela della concorrenza e la garanzia della professionalità delle prestazioni svolte).
Art. 13, della Legge 7 gennaio 1976, n. 3 Ordinamento della professione di OMISSIS e di dottore OMISSIS
“Il consiglio, oltre quelle demandategli da altre norme, esercita le seguenti attribuzioni:
b) vigila per la tutela del titolo di OMISSIS e di OMISSIS e svolge le attività dirette alla repressione dell'esercizio abusivo della professione;
e) adotta i provvedimenti disciplinari”.
L’art. 2 della Legge 7 gennaio 1976, n. 3 fornisce un dettagliato elenco delle attività professionali che possono essere svolte unicamente dagli OMISSIS ([1]).
L’art. 3, comma 2, della Legge ora richiamata stabilisce che “per l'esercizio delle attività professionali di cui all'articolo 2 è obbligatoria l'iscrizione all'albo, sia che l'esercizio stesso avvenga in forma autonoma che con rapporto di impiego o collaborazione a qualsiasi titolo”.
Pertanto, al fine di determinare se una particolare attività possa essere svolta dalla Società non iscritta all’Albo, occorre accertarsi che tale attività non sia riconducibile ad una delle ipotesi di cui all’art. 2 della Legge n. 3/1976.
Laddove si decidesse di svolgere comunque un’attività riconducibile ad una attività professionale di competenza degli OMISSIS, si potrebbe incorrere nell’esercizio abusivo della professione.
Il Consiglio dell’Ordine, come già accennato, svolge un’attenta attività di vigilanza al fine di reprimere o perseguire tali violazioni (art. 13, lett. b), della Legge n. 3/1976).
[1] Per comodità e completezza si riporta un estratto dell’art. 2, 7 gennaio 1976, n. 3.
“1. Sono di competenza dei OMISSIS e dei OMISSIS le attività volte a valorizzare e gestire i processi produttivi OMISSIS, OMISSIS, a tutelare l'ambiente e, in generale, le attività riguardanti il mondo rurale. In particolare, sono di competenza dei OMISSIS:
a) la direzione, l'amministrazione, la gestione, la contabilità, la curatela e la consulenza, singola o di gruppo, di OMISSIS e delle industrie per l'utilizzazione, la trasformazione e la commercializzazione dei relativi prodotti;
b) lo studio, la progettazione, la direzione, la sorveglianza, la liquidazione, la misura, la stima, la contabilità e il collaudo delle opere di trasformazione e di miglioramento OMISSIS, nonché delle opere di OMISSIS, di utilizzazione e regimazione delle acque e di difesa e conservazione del suolo agrario, sempreché queste ultime, per la loro natura prevalentemente extraagricola o per le diverse implicazioni professionali non richiedano anche la specifica competenza di professionisti di altra estrazione;
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201514408
venerdì 16/10/2015 - Campania
“Sono ingegnere meccanico junior iscritto all'albo degli ingegneri nella sezione B settore Industriale, nello studio tecnico dove sono inquadrato come impiegato tecnico, mi è stato proposto di progettare e calcolare strutture in acciaio che supportano impianti, macchine piuttosto che capannoni industriali, torre scale .. Si potranno presentare tre casi che vado ad elencare:
1) Nel caso di struttura destinata all'Italia quindi con deposito a genio civile, la relazione di calcolo da me redatta verrebbe asseverata (quindi timbrata e firmata) da un ing. civile regolarmente iscritto.
2) la relazione di calcolo da me redatta risulterebbe eseguita dall'officina che realizza la stessa (nel cartiglio risulterebbe il nome dell'officina, nel caso in cui non sia richiesta l'asseverazione perché strutture destinate all'estero, o strutture per banco prova)
3) la relazione di calcolo da me redatta riporterà un cartiglio con il nome del mio studio e sarà controllata ed approvata da un'altro studio di ingegneria il quale ci commissionerà tale incarico.
Praticamente io non firmerei nessun documento.
Fatta tale premessa vorrei chiedervi se per la legge posso accettare tale incarico, senza violare ad esempio l'articolo 348 del codice penale perché andrei a svolgere un'attività di competenza di un ingegnere civile/edile/architetto. Nel caso non ci siano problemi di natura legale quindi accettassi l'incarico, andrei incontro a responsabilità di natura penale o civile?
Ringrazio anticipatamente per la Vostra collaborazione”
L'esercizio abusivo della professione è un reato punito dal codice penale all'art. 348 con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da euro 103 a euro 516. Viene commesso da chiunque eserciti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, e non l’abbia ottenuta. Per poter esercitare determinate professioni, infatti, la legge richiede la necessaria iscrizione in appositi albi o elenchi.
E' stato riscontrato il suddetto reato anche nel comportamento di chi sia sia limitato a sottoscrivere un progetto edilizio interamente elaborato da soggetto privo di abilitazione. Difatti, il reato in esame può essere attribuito anche a chi, pur avendo conseguito l’abilitazione all’esercizio di una determinata professione, agevoli l’esercizio abusivo da parte di qualcun altro.
L'ingegnere junior, in base al DPR 5 giugno 2001, n.328, art. 46, comma 2, lett. b) può svolgere:
Se un ingegnere si presta per compiacenza a sottoscrivere progetti redatti da tecnici soltanto diplomati o, nel nostro caso, ingegneri junior (la cui capacità progettuale è limitata), scatta innanzitutto una questione di natura deontologica. Difatti, il Codice Deontologico dell’Ordine stabilisce l’ingegnere è personalmente responsabile della propria opera e nei riguardi della committenza e nei riguardi della collettività e che egli deve sottoscrivere solo le prestazioni professionali che abbia personalmente svolto e/o diretto. Non può nemmeno sottoscrive le prestazioni professionali in forma paritaria, unitamente a persone che per norme vigenti non le possono svolgere.
Di conseguenza, viola il codice deontologico e può essere sottoposto a procedimento disciplinare secondo le norme previste dagli artt. 43 e seguenti del R.D. 23 ottobre 1925 n. 2537, l’ingegnere che si limiti a sottoscrivere o a vistare un progetto eseguito da un soggetti privi di competenza, sia se siano questi a chiederglielo, sia se la richiesta provenga direttamente dalla committenza.
Inoltre, a carico dell’ingegnere potrebbe essere ascritta la responsabilità penale a titolo di concorso nel reato di esercizio abusivo della professione.
La giurisprudenza ha trattato spesso una questione pressoché analoga a quella in esame, quella dei rapporti tra geometra e ingegnere.
Si è escluso, ad esempio, che un geometra possa accettare l’incarico di progettare un edificio con ossatura in conglomerato cementizio, incaricando a sua volta un professionista laureato per l’elaborazione dei calcoli delle strutture in cemento armato, perché spetta esclusivamente al tecnico che ha ricevuto l’incarico dal cliente-committente la responsabilità piena e diretta di tutta l’opera da realizzare, compresa la parte relativa ai calcoli.
In questo senso possiamo leggere la sentenza della Corte di Cassazione, sez. civile, del 26.7.2006 n. 17028: “La progettazione e la direzione di opere da parte di un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri a degli architetti sono illegittime, cosicché in particolare a rendere legittimo in tale ambito un progetto redatto da un geometra non rileva che esso sia controfirmato o visitato da un ingegnere ovvero che un ingegnere esegua i calcoli del cemento armato e diriga le relative opere, perché è il professionista competente che deve essere altresì titolare della progettazione”.
Alla luce della normativa e della giurisprudenza, si può astrattamente configurare il reato di esercizio abusivo della professione in capo sia a chi esercita la professione senza la necessaria abilitazione, ma anche in capo all'ingegnere che "presta" la sua firma, a titolo di concorso.
E' evidente che, nel caso di specie, se il nome dell'ingegnere junior non compare mai in alcun documento e chi sottoscriverà i la relazione di calcolo se ne assumerà totalmente la responsabilità di fronte ai terzi, è possibile che nessuno venga mai a sapere che in realtà la stessa è stata effettuata da un soggetto non abilitato. Si ragiona in questo caso sul mero piano probatorio: il reato, cioè, in astratto è pur sempre configurabile, ma se non vi è modo di dimostrare i fatti, la condanna all'evidenza difficilmente può essere comminata.
Caso totalmente diverso è quello in cui l'ingegnere junior collabori alla stesura della relazione di calcolo assieme ad un altro ingegnere abilitato, che lo supervisioni, in un'ottica di coadiuvazione: tale tipo di collaborazione è consentita (art. 2232 c.c. “Il prestatore d’opera deve eseguire personalmente l’incarico assunto. Può tuttavia valersi, sotto la propria direzione e responsabilità, di sostituti e ausiliari, se la collaborazione di altri è consentita dal contratto o dagli usi e non è incompatibile con l’oggetto della prestazione”). Se si configura la collaborazione in questi termini, non vi è il rischio di commettere esercizio abusivo della professione.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201512321
Rinaldo D. N. chiede
giovedì 05/02/2015 - Piemonte
“sono interessato alla formalizzazione della legge 28 aprile 2014, nr. 67 , speciamente per la parte che si riferisce alla depenalizzazione di una serie di delitti, fra cui , quello previsto e punito dall'art. 348 codice penale. Mi chiedo come mai nel vostro sito questo reato sia ancora considerato ancora come fatto penalmente rilevante ? Grazie per la vostra cortese attenzione. Coardiali saluti. Cav.Uff. Rinaldo DI NINO”
Il primo capo della legge 28.4.2014 n. 67 contiene due deleghe al Governo: in materia di pene detentive non carcerarie; per la riforma della disciplina sanzionatoria di determinati reati (depenalizzazione) e contestuale introduzione di sanzioni amministrative e civili. Questa ultima delega dovrà essere esercitata con d.lgs. entro 18 mesi dall'entrata in vigore della legge.
Pertanto, in assenza di un decreto attuativo, la legge delega non trova immediata applicazione. Si dovranno attendere i provvedimenti del governo.
Norma di riferimento: Articolo 348 Codice penale - Abusivo esercizio di una professione | Quesito Q201410113
sabato 12/04/2014 - Lombardia
“Buongiorno, io svolgo abitualmente una attività di supporto alla propfessione di un mediatore immobiliare regolarmente iscritto e titolare di un'agenzia immobiliare. Gli atti come firmare un mandato a vendere o ricevere una proposta di acquisto o stipulare un preliminare di compravendita sono riservati al titolare. Io lo aiuto a trovare i venditori che danno mandato all'agenzia, accompagno i clienti a vedere le case, tengo i contatti con loro fino a che non si decidono a comperare. Alle pratiche che hanno una valenza contrattuale provvede il titolare. Chiedo se alla luce della giurisprudenza sto commettendo il reato previsto dall'Art 348 CP ?”
Il reato di abusivo esercizio di una professione per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato è punita dall'art. 348 del c.p. è teso a tutelare gli interessi della collettività al regolare svolgimento di tale tipo di professioni: la condotta richiesta consiste nel compimento di uno o più atti riservati in modo esclusivo all'attività professionale.
La giurisprudenza ha chiarito che è irrilevante la circostanza del presunto consenso della clientela, in quanto titolari dell'interesse protetto sono solo la collettività e lo Stato (non a caso tale delitto è inserito nel codice penale tra quelli contro la pubblica amministrazione).
La Corte di cassazione ha affrontato in diverse occasioni aspetti specifici del reato di cui all'art. 348 c.p., chiarendo in alcune pronunce che tale articolo tutela esclusivamente gli atti riservati a ciascuna professione, e non anche gli atti che, mancando di tale tipicità, possono essere compiuti da chiunque, anche se abbiano qualche connessione con quelli professionali. Ai fini dell'integrazione del reato, una parte della giurisprudenza ha ritenuto che il compimento di atti strumentalmente connessi a quelli tipici della professione non assumesse rilievo in assenza dei caratteri della continuità e professionialità (Cass., sez. VI, 5.7.2006-29.7.2006, n. 26829).
Secondo altre pronunce, sarebbe bastato anche il compimento di un solo atto tipico del professionista, v. sent. 42790/07).
Di recente, si assiste ad un inasprimento nei confronti dell'abusivismo nelle professioni, tanto che la Corte di cassazione, con sentenza a sezioni Unite n. 11545/2012, ha stabilito il seguente principio di diritto: “Concreta esercizio abusivo di una professione, punibile a norma dell’art. 348 cod. pen., non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva a una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuità, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”.
Per venire al caso di specie, va premesso che l'esercizio dell'attività di mediatore è subordinato all'iscrizione al Ruolo degli Agenti di Affari in Mediazione tenuto presso ciascuna camera di commercio. La disciplina della professione è contenuta nella legge n. 39 del 1989. L'art. 8 comma 1 stabilisce che "Chiunque esercita l’attività di mediazione senza essere iscritto nel ruolo è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma compresa tra euro 7.500 e euro 15.000 ed è tenuto alla restituzione alle parti contraenti delle provvigioni percepite". Lo stesso articolo, al comma 2, prevede che si applichino le pene previste dall'articolo 348 del codice penale, nonché l'articolo 2231 del codice civile a coloro che siano incorsi per tre volte nella sanzione di cui al comma 1, anche se vi sia stato pagamento con effetto liberatorio.
Si segnala che il Parlamento ha espresso un forte interesse per la tematica oggetto del quesito. Il 3 aprile di quest'anno, il Senato ha approvato un Disegno di Legge per modificare gli articoli 348, 589 e 590 del Codice Penale nonché l’articolo 8 della legge 39/1989, sopra citato.
Al Senato è stato proposto che nella fattispecie di cui all'articolo 348 del codice penale venga ricompresa, in modo esplicito, anche l'ipotesi in cui sia esercitata l'attività di mediazione da chi non è iscritto nel relativo ruolo. L'emendamento che poi è stato approvato elimina la necessità che ricorra per tre volte la sanzione amministrativa prima di procedere con l'applicazione della pena di cui all'art. 348 c.p., bastando ora che la sanzione sia comminata una sola volta.
La nuova formulazione dell'art. 348 c.p. approvata dal Senato è la seguente: "Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature e degli strumenti utilizzati". L'inasprimento è evidente, visto che l'attuale formulazione dell'articolo prevede la penale della reclusione fino a sei mesi o la multa da 103 euro a 516 euro.
Interessante nella lettura degli atti parlamentari notare come il Governo, rappresentato dal Sottosegretario di Stato per la giustizia, abbia precisato che, al fine di fornire parere favorevole, sia stato studiato proprio il caso specifico del mediatore immobiliare, sul quale sussistevano dubbi circa l'obbligo di una iscrizione. Il rappresentante del Governo dice: "... abbiamo tratto la conclusione che l'esercizio della professione di mediatore immobiliare richiede una registrazione presso la Camera di commercio: quindi, viene fatta una verifica sui requisiti e sui titoli, proprio perché è previsto un passaggio presso la Camera di commercio". Il tema "Rientra dunque nella regolazione della concorrenza".
E' quindi potenzialmente colpevole del delitto in commento colui che svolga attività che dovrebbe svolgere il mediatore professionista, anche se non concreta mai quegli atti tipici (e più facilmente tracciabili) quali le sottoscrizioni di mandati o preliminari di compravendita. Anzi, vi è il rischio anche per il professionista (regolarmente iscritto) di incorrere in concorso di persona nel reato di esercizio abusivo, laddove egli consenta o agevoli lo svolgimento di attività professionale da parte di persona non abilitata (Cass., sez. VI, 9.4.2009-29.4.2009 n. 17893).