Source: https://renatodisa.com/2017/01/11/corte-di-cassazione-sezione-i-civile-sentenza-4-gennaio-2017-n-94/
Timestamp: 2017-08-17 01:54:59+00:00
Document Index: 79442169

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Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 4 gennaio 2017, n. 94 – Avvocato Renato D'Isa
Lo storno dei dipendenti di impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale allorché sia perseguito il risultato di crearsi un vantaggio competitivo a danno di quest’ultima tramite una strategia diretta ad acquisire uno staff costituito da soggetti pratici del medesimo sistema di lavoro entro una zona determinata, svuotando l’organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del modus operandi dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell’immagine in sé di operatori di un certo settore. Ne consegue che, al fine di individuare tale animus nocendi, consistente nella descritta volontà di appropriarsi, attraverso un gruppo di dipendenti, del metodo di lavoro e dell’ambito operativo dell’impresa concorrente, nessun rilievo assume l’attività di convincimento svolta dalla parte stornante per indurre alla trasmigrazione il personale di quella
sentenza 4 gennaio 2017, n. 94
1. La Corte d’appello di Venezia, diversamente valutando il materiale probatorio formatosi in prime cure dal Tribunale di Padova, che aveva accolto la domanda di accertamento della concorrenza sleale, con storno di dipendenti, proposta dalla Sweden & Martina SpA nei confronti della Revello SpA, in relazione al periodo temporale 1996-97, condannando quest’ultima società al pagamento di una somma di danaro e ai due terzi delle spese, in totale riforma della sentenza di prime cure, ha respinto la domanda introduttiva del giudizio, con la condanna dell’attrice appellata alle spese del doppio grado.
1.3. Al contrario, si era accertato che ben ventuno agenti dell’Area Lazio avevano lasciato la società Sweden & Martina SpA e, nel corso del 1996, altri quattro agenti della zona della Regione Friuli capaci di produrre il 90% del fatturato del 1995, per la quasi totalità costituito dalle vendite della Divisione dentale.
2. Avverso tale decisione la società Sweden & Martina SpA ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico mezzo, articolato in sette profili, contro cui resiste la Revello SpA, con controricorso.
1. Con il detto unico mezzo di cassazione (Contraddittorietà, insufficienza ed illogicità delle motivazioni (art. 360 n. 5 c.p.c.) la ricorrente lamenta che la Corte territoriale, nel prendere in esame la questione, avrebbe confuso la valutazione della sussistenza e correttezza della attività di storno (o del tentativo di storno) con la conseguente determinazione della sussistenza e consistenza delle conseguenze pregiudizievoli da ciò derivanti (ossia la determinazione dei danni).
1.1. Con il primo profilo (omessa o viziata motivazione, in relazione alla valutazione di una risultanza processuale decisiva), viene censurata la sentenza di appello nella parte in cui non avrebbe valutato in modo coerente ed esaustivo le risultanze processuali decisive costituite dai seguenti fatti: a) il negato passaggio di vari agenti e dipendenti nell’ambito dell’attività d’impresa della concorrente (atteso che il sig. C. e tre dei migliori agenti erano passati alla società convenuta subito dopo la cessazione del rapporto con essa attrice); b) il mancato esame delle testimonianze (R., M., Ro., V. e D.S.) che in modo specifico avrebbero narrato dell’attività di sottrazione alla concorrenza degli agenti già formati e di una parte della rete commerciale dell’impresa, con particolare riferimento alle affermazione del dipendente della società Revello (tale T.) circa la tecnica di acquisizione del personale di vendita già formato da altre società concorrenti, ciò che dimostrerebbe l’esistenza dell’animus nocendi.
3. Va premesso che il sistema processuale di riferimento non è quello in cui si iscrive il vigente art. 360 n. 5 c.p.c. ma, per così dire, il suo “dante causa”, ossia la regula iuris riguardante il vizio di motivazione quale si è consolidata prima del 2012, a seguito della riforma di cui al D. Lgs. n. 40 del 2006.
3.1. Alla luce di tale diritto (pre)vigente ratione temporis (che ha portato questa Corte (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 2805 del 2011) ad affermare che “il motivo di ricorso con cui – ai sensi dell’art. 360, n. 5 cod. proc. civ. così come modificato dall’art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, deve specificamente indicare il fatto controverso o decisivo in relazione al quale la motivazione si assume carente, dovendosi intendere per “fatto” non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 cod. civ., (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purché controverso e decisivo.) i sei profili di doglianza, congiuntamente trattati, risultano fondati e meritevoli di accoglimento.
3.4. In particolare, le contraddizioni tra le risultanze testimoniali, ampiamente riportate nel ricorso (come si è già detto, in modo pienamente autosufficiente) e le affermazioni compiute dalla Corte territoriale, urtano tra di loro e appaiono non tener conto dei principi secondo di diritto cui, se la “contrattazione che un imprenditore intrattenga con il collaboratore del concorrente” attività “in quanto tale legittima” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5671 del 1998), non lo è, invece, quella di “crearsi un vantaggio competitivo a danno di (altra impresa) tramite una strategia diretta ad acquisire uno staff costituito da soggetti pratici del medesimo sistema di lavoro entro una zona determinata, svuotando l’organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del modus operandi dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell’immagine in sé di operatori di un certo settore” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 20228 del 2013), ossia ponendo in essere una condotta che è possibile qualificare come quello “storno dei dipendenti di impresa concorrente”, che “costituisce atto di concorrenza sleale” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 20228 del 2013).
3.5. Orbene, nella specie, i fatti specificamente denunciati ma anche emersi nel corso dell’istruzione probatoria perché ivi dedotti e accertati (salva la richiesta di ulteriori deposizioni, pure indicate e ribadite nel corso dei due giudizi di merito, ma ritenute inutili in primo grado solo perché le conclusioni ivi erano già apparse raggiunte) non risultano essere stati specificamente analizzati ma semplicemente svalutati “in massa” nella motivazione della sentenza, reiettiva dell’accertamento dell’illecito, sulla base di una presunta mancanza di specificità.
3.6. Così, ad esempio, nella motivazione, non pare aver avuto adeguata considerazione: il tentativo do sottrarre all’impresa ricorrente “non solo un Capo Area ma tutta una rete di genti da questo gestita” (p. 22 del ric., secondo la testimonianza del teste R. ); l’affermazione (non valutata) di un dirigente della società convenuta secondo cui la prassi era quella che “la Sweden li prepara e Revello li acquisisce” (p. 22); l’avvenuta acquisizione da parte della Revello del responsabile dell’Area Lazio della ricorrente (tale sig. C. ) e di altri tre agenti (p. 23 del ric.); l’ammissione di questi ultimi collaboratori della concorrente “ad un corso di formazione… destinato ai distributori di prodotti” dell’altra società (p. 26 del ric.); i vantaggi economici e organizzativi prospettati ai collaborati della società concorrente, capaci di consentire loro la produzione di incrementi di provvigioni ed altre utilità (p. 28 e ss. del ric.).
“Lo storno dei dipendenti di impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale allorché sia perseguito il risultato di crearsi un vantaggio competitivo a danno di quest’ultima tramite una strategia diretta ad acquisire uno staff costituito da soggetti pratici del medesimo sistema di lavoro entro una zona determinata, svuotando l’organizzazione concorrente di sue specifiche possibilità operative mediante sottrazione del modus operandi dei propri dipendenti, delle conoscenze burocratiche e di mercato da essi acquisite, nonché dell’immagine in sé di operatori di un certo settore. Ne consegue che, al fine di individuare tale animus nocendi, consistente nella descritta volontà di appropriarsi, attraverso un gruppo di dipendenti, del metodo di lavoro e dell’ambito operativo dell’impresa concorrente, nessun rilievo assume l’attività di convincimento svolta dalla parte stornante per indurre alla trasmigrazione il personale di quella”. (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 20228 del 04/09/2013).
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese di questa fase, alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione
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