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Timestamp: 2017-11-21 04:20:56+00:00
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Nuova Isola delle Femmine: Informazione Comunicazione Critica Satira Diffamazione Giustizia
Informazione Comunicazione Critica Satira Diffamazione Giustizia
Sentenza 28411/08 Corte di Cassazione III sez. civ.: bilanciamento (costituzionalmente necessario) tra diritto di critica (e in particolare diritto di satira) e tutela dei diritti fondamentali della persona.
di Gabriella Mazzotta
La Suprema Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su un tema assai delicato: il diritto di satira, i suoi limiti e, più in generale, la sua definizione nell’ambito del principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero enucleato all’art. 21 della Carta fondamentale.
Nel caso in esame un’associazione professionale cita in giudizio la curatela fallimentare della società “Cuore” (noto periodico satirico, nato come inserto dell’Unità, chiuso nel novembre 1996), al fine di ottenere il risarcimento dei danni ex art. 2043 cod. civ. per diffamazione a mezzo stampa in relazione ad una vignetta, contenente una svastica, istitutiva di un diretto collegamento tra lo Studio Legale Previti e il nazismo.
Le precedenti fasi di giudizio (Tribunale di Milano e Corte d’Appello) avevano respinto la domanda, facendo subito esplicito riferimento al diritto di satira.
I ricorrenti propongono allora ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano, per violazione dell’art. 21 Cost. e 51 cod. pen., in particolare per non aver rispettato il c.d. decalogo del giornalista e, dunque, i limiti della continenza, della pertinenza e della verità del fatto[1].
2. La decisione della Corte.
Il Supremo Collegio conferma il proprio precedente orientamento[2], ribadendo che la satira «costituisce una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica». I riferimenti, nel caso in esame, al nazismo e fascismo realizzati attraverso la svastica esalterebbero il carattere grottesco e iperbolico della critica, e sarebbero strumentalmente collegati alla manifestazione di un dissenso ragionato verso l’opinione o il comportamento preso di mira, senza però risolversi in un’aggressione gratuita e distruttiva del soggetto interessato.
La Corte inoltre sottolinea che, a differenza del diritto di cronaca, la satira è sottratta al criterio della verità, esprimendo mediante una caricatura un giudizio ironico su un fatto. Viene ulteriormente specificato che la corrispondenza a verità è, piuttosto, tipica (e necessaria) nel diritto di critica, che la Corte identifica come genus rispetto alla species del diritto di satira. Quest’ultimo, invece, soggiace da sempre a limiti meno stringenti, poiché mira all’irrisione di chi esercita un pubblico potere. Ma, come correttamente asserito dalla costante giurisprudenza della Suprema Corte[3], e confermato anche dalla sentenza in epigrafe, limitazione all’esercizio di quello che da tempo è stato definito, dalla stessa giurisprudenza, come diritto di satira[4] è senza dubbio il rispetto dei diritti fondamentali della persona[5], quali l’onore e la reputazione.
Nel caso in esame, la Corte ritiene che non sussistano specifiche circostanze idonee a ledere la reputazione e l’onore dello Studio, come centro di imputazione di rapporti giuridici distinti dal suo titolare. Tanto più che il titolo dell’articolo in questione è riferito non allo Studio professionale nel suo insieme, ma ad un avvocato (che è anche soggetto noto al pubblico) in particolare[6].
La satira risponde, dunque, ad una esigenza collettiva di irridere e sbeffeggiare i personaggi potenti o perlomeno noti con una funzione di «controllo sociale verso il potere esercitata con l’arma incruenta del sorriso ed idonea ad attenuare - magari con effetto non voluto – le tensioni sociali e ad accrescere il valore fondamentale della tolleranza».[7] In sostanza, i soggetti pubblici devono subire, come contraltare della loro popolarità, intrusioni nella loro vita privata anche attraverso rappresentazioni caricaturali col fine di strappare un sorriso, o, il più delle volte, un riso amaro.
3. Il diritto di satira tra dottrina e giurisprudenza.
Il fondamento normativo del diritto di satira è riconosciuto da giurisprudenza costante e dalla stessa dottrina negli artt. 9, 21 e 33 della Carta Costituzionale posti a presidio del più generale principio della libertà di manifestazione del pensiero. Più in particolare, gli artt. 9 e 33 Cost. sono norme dirette a tutelare le espressioni artistiche e culturali[8].
La giurisprudenza di merito[9], confermata a più riprese anche da quella di legittimità[10], ha enucleato alcuni principi posti alla base del corretto esercizio del diritto di satira: in primo luogo, esso non deve soddisfare la condizione della verità del fatto oggetto della critica (come confermato anche dalla sentenza in epigrafe); in secondo luogo, non può obbedire a criteri di espressione equilibrata, esprimendosi anzi attraverso un linguaggio simbolico e paradossale; in ultimo luogo, non risponde, salvo eccezioni, ad esigenze informative.[11]
La dottrina, invece, sembra divisa. Da un lato c’è chi[12] ha rilevato che la rappresentazione satirica rientri nell’alveo della libertà di manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost.. Altri[13] rilevano la possibile doppia natura della satira, che può essere collocata nell’ambito delle forme d’arte (e dunque sarebbe da disancorarsi dai parametri di liceità), ovvero nell’alveo dell’espressione del pensiero (e allora rientrerebbero in gioco i parametri della liceità).
Vi è, infine, chi[14] ha evidenziato la necessità, per quanto la satira sia un’espressione fondamentale da tutelare, di limitare il campo di applicazione in maniera chiara individuandone i confini di liceità per non sfociare in una aggressione all’onore e alla reputazione del soggetto “preso di mira”.
A conferma della problematica relativa alla c.d. doppia natura della satira occorre rilevare come una giurisprudenza risalente,[15] peraltro oramai superata, intendeva far prevalere l’aspetto informativo, applicando quindi i limiti previsti per il diritto di cronaca (secondo il decalogo del giornalista): si escludeva in tal modo la liceità della vignetta ove non corrispondesse a verità e non rispettasse il criterio della continenza. Nel bilanciamento, quindi, tra l’espressione artistica e valutativa (ex artt. 9 e 33 Cost.) ed il suo contenuto informativo e razionale (ex art. 21 Cost.) si faceva prevalere quest’ultimo.
Tale orientamento non appare condivisibile poiché non si possono applicare alla satira sic et simpliciter i limiti individuati per il diritto di cronaca e di critica, pur essendo essa senza dubbio legata ad entrambi. La satira sembra essere incompatibile con il metro della verità, ma non si sottrae, come espresso a più riprese dalla giurisprudenza consolidata e dalla sentenza in epigrafe, al limite della continenza, onde non può essere invocata la scriminante ex art. 51 c.p. per le condotte volte a suscitare disprezzo e dileggio nei confronti della persona criticata. D’altra parte, occorre sottolineare che proprio il criterio della continenza individuato dalla giurisprudenza è di difficile identificazione in rapporto al tema della satira, che più di ogni altra manifestazione del pensiero è legittimata ad utilizzare forme espressive particolarmente colorite, simboliche, surreali.
È necessario, in ultima battuta, sottolineare che la libertà di manifestazione del pensiero, quale «pietra angolare» di ogni ordinamento democratico[16], è talmente connaturata al nostro sistema costituzionale che non può essere intaccata attraverso l’individuazione di parametri rigidi di liceità della sua espressione. In particolare, per quanto riguarda il diritto di satira, non possono esistere argomenti tabù.
In realtà, il bilanciamento tra diritto di satira e diritto all’onore, per parte della dottrina, dovrebbe essere individuato dal potere legislativo.[17] Ma tale ricostruzione sembra di difficile attuazione. Compito dell’interprete (e necessariamente di esso) sarà quello di accertare se sia ravvisabile un’attività di cronaca e critica che si affianchi alla satira, facendo emergere il momento critico su quello meramente dissacratorio per poter garantire sempre la tutela della persona dall’uso pretestuoso del mezzo satirico. Fondamentale è dunque il bilanciamento tra i due interessi in conflitto (la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e la libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) che non deve, però, tradursi nella prevaricazione di uno sull’altro.
[1] Criteri elaborati per la prima volta nella sentenza Cass. 18 ottobre 1984 n. 5259, in Foro it., 1984, I, 2711, con nota di PardolesI. La Corte parla di pertinenza nel senso di «utilità sociale dell’informazione». Per quanto riguarda la verità essa deve essere oggettiva, o anche soltanto putativa purché frutto di diligente lavoro di ricerca, che comporta l’obbligo per il giornalista di accertare l’attendibilità delle fonti di provenienza dell’informazione e la verità del fatto non solo nel suo significato formale ma anche sostanziale. Infine per continenza intende la forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione, che non ecceda lo scopo informativo da conseguire e sia improntata a leale chiarezza, evitando forme di offesa indiretta.
[2] Cass. civ. sez. III 8 novembre 2007 n. 23314, in Corriere giur., 2008, 945 ss, con nota di Fittipaldi, Le peripezie del “diritto di satira” nella stagione delle comunicazioni di massa, fra “diritto all’informazione”, “diritto di cronaca” e tutela dei “diritti fondamentali”, ivi, 950 ss. Tale precedente è richiamato esplicitamente nella sentenza in esame in particolare nella parte in cui si afferma che «il diritto di satira, di rilevanza costituzionale, costituisce una manifestazione del diritto di critica che può esprimersi mediante la rappresentazione artistica della vignetta con la quale si realizza la riproduzione ironica di un fatto anche mediante lo strumento dell'inverosimiglianza e dell'iperbole al fine di suscitare il riso e sferzare il costume.»
[3] Cass. pen. 12 marzo 1999 n. 2128, in Cass. pen., 2000, 1311 ss.
[4] Tale definizione risale a Trib. Roma 13 febbraio 1992, in Dir. fam. pers., 1993, 1119 ss, con note di Dogliatti, Albano, Romina, Arbore, D’Agostino: satira privacy e mass media, ivi, 1994, I, 171 ss, di Weiss, Diritto costituzionale di satira o diritto di pettegolezzi?, 181 ss, e di Lopez, Sui limiti di liceità del diritto di satira, 198 ss.
[5] In questo senso vedi sentenza Cass. civ. sez. III 8 novembre 2007 n. 23314, cit., in cui si afferma che «non può essere riconosciuta la scriminante dell'esercizio del diritto di critica per le attribuzioni di condotte illecite e riprovevoli o moralmente disonorevoli, per gli accostamenti volgari o ripugnanti, per la deformazione dell'immagine in modo da suscitare disprezzo o dileggio perchè anche per la satira, la libertà di manifestazione del pensiero non può infrangere il rispetto di diritti fondamentali della persona»
[6] A proporre ricorso infatti è stato lo Studio Previti Associazione Professionale, ma in realtà l’articolo, secondo la Corte d’Appello, confermata anche dalla Cassazione, riguardava l’avv. nonché uomo politico Cesare Previti.
[7] Trib. Roma, 5 giugno 1991, in Dir. inf., 1992, 65 ss. In senso conforme cfr. Trib. Roma, 26 febbraio 1997, in Resp. civ. e prev., 1998, 750 ss, con nota di Peron, La verità della notizia tra diritto di satira e diritto di cronaca.
[8] Contra: Mantovani, Profili penalistici del diritto di satira, in Diritto inf., 1992, 323 ss, secondo il quale «il rischio insito in questo genere di interpretazione è quello di riconoscere cittadinanza (…) solo alla satira colta ed erudita.»
[9] Primo fra tutti Trib. Roma 13 febbraio 1992, cit.
[10] Cfr. Cass., sez. V, 22 dicembre 1998, Senesi, in Resp. civ., 1999, 1309 ss.
[11] Cfr. Trib. Roma 14 gennaio 2002, in Foro it., 2003, II, 67 ss; Trib. Roma 5 giugno 1991, cit.; Trib. Roma 13 febbraio 1992, cit., Trib. Roma 26 febbraio 1997, cit.
[12] Cfr. Dogliatti, Albano, Romina, Arbore, D’Agostino: satira privacy e mass media, cit.
[13] Cfr. Lopez, Sui limiti di liceità del diritto di satira, cit.
[14] Cfr. Weiss, Diritto costituzionale di satira o diritto di pettegolezzi?, cit.
[15] Cfr. Trib. Milano 26 maggio 1994, in Nuova giur. civ. comm., 1996, I, 336 con nota di Benedetti, Il diritto di satira tra liberta di espressione e tutela dei valori della persona, ivi; Cass. pen. 22 dicembre 1998, cit.
[16] Corte Cost., 2 aprile 1969 n. 84.
[17] In questo senso cfr. Infante, Satira: diritto o delitto?, in Dir. inform. inf., 1999, 377 ss.
sentenza 28411 del 28.11.2008 III Sezione Cassazione Civile
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