Source: http://www.aedon.mulino.it/archivio/2017/1/bellingeri.htm
Timestamp: 2017-12-18 00:59:21+00:00
Document Index: 176780846

Matched Legal Cases: ['art. 22', '§ 5', 'art. 34', 'art. 151', 'art. 6', 'art. 6']

Aedon 1/2017, Bellingeri, Le biblioteche pubbliche statali: quale futuro?
Le biblioteche pubbliche statali: quale futuro?
With respect to some recent episodes, which, according to the author, witness the essential absence of a real project for both the development and the increase of our libraries' facilities, the article evaluates the difficult situation which, for years, has been affecting the State Public Libraries; most importantly would therefore be a serious reflection about what roles they should play. Due to the specific nature of such institutes, as well as to the peculiarity of the collections therein preserved, could some activities be taken into consideration for the realization of the enhancement of their historic heritage, protection, legal deposit, bibliographic facilities. The contribution eventually proposes some possible organization solutions for such sector, by assuming a structure including regional or inter-regional poles, as well as a major link and a better coordination between the two national central libraries, committed to accomplishing different but complementary tasks.
Keywords: Public libraries; Organization; Mission.
Può essere utile, per meglio inquadrare la questione, partire da tre recenti episodi, apparentemente diversi e molto lontani fra loro per contenuti, ma estremamente significativi per cogliere il senso di questo intervento ed individuare quelle che potranno essere le future prospettive delle biblioteche pubbliche statali.
Aprile 2014. La legge n. 56/2014 [1] ridisegna profondamente compiti e funzioni delle provincie, riducendoli drasticamente rispetto al passato. In base al comma 85 dell'unico articolo della legge, questi enti, infatti, d'ora in avanti eserciteranno le loro funzioni esclusivamente in materia di pianificazione territoriale, tutela ambientale, viabilità e trasporti, istruzione ed edilizia scolastica, perdendo, fra le altre, qualunque competenza in quel settore culturale, nel quale la legge n. 142/1990 aveva affidato loro rilevanti compiti di promozione e coordinamento. Conseguenza prima e più immediata di tale ridimensionamento, almeno per quanto ci interessa, l'assoluta incertezza su quella che sarà la sorte degli istituti culturali da esse dipendenti, in primis le biblioteche, che, soprattutto in alcune zone del nostro Paese, hanno spesso rappresentato una componente fondamentale per il funzionamento del servizio bibliotecario di quelle aree. Verificata la sostanziale indisponibilità da parte di molti dei comuni e delle regioni interessati ad assorbire tali strutture, esponenti anche di spicco del mondo culturale avanzano da più parti la richiesta che questi istituti vengano acquisiti dal ministero per i Beni culturali, senza alcuna seria analisi di quelle che sono le origini, la storia, gli scopi, le raccolte di queste biblioteche, per la grande maggioranza di pubblica lettura, con un profondo radicamento nei territori di appartenenza e, dunque, molto diverse e lontane per caratteristiche e finalità dagli altri istituti dipendenti da quel ministero, le biblioteche pubbliche statali.
Agosto 2015. Con un emendamento introdotto al d.l. n. 78 sull'ordinamento degli enti locali, in sede di conversione la legge n. 125 [2] dispone l'abrogazione di parte dell'articolo 5 del Codice dei beni culturali, riassegnando così allo Stato le funzioni in materia di tutela del patrimonio bibliografico non statale, parzialmente attribuite alle regioni dal d.p.r. n. 3/1972 al momento della loro nascita e integralmente trasferitegli proprio dal Codice nel 2006. Senza entrare nel merito dell'opportunità di una tale disposizione, che tocca un tema, come è noto, oggetto fin dalle sue lontane origini di vivaci discussioni e contrapposizioni, ciò che qui interessa è che a seguito di quella delega e/o trasferimento gli uffici statali preposti a tale funzione erano stati trasferiti appunto alle regioni e pertanto lo Stato, vale a dire il ministero, a seguito della modifica introdotta con la legge del 2015 si è venuto a trovare, da un giorno all'altro non essendo peraltro previsto nemmeno un regime transitorio, a dover svolgere dei nuovi e rilevanti compiti senza avere una struttura cui affidarli. La soluzione è stata dapprima un accordo con la direzione generale archivi, affinché di questi nuovi compiti si facessero carico le soprintendenze archivistiche e successivamente la trasformazione di queste in soprintendenze archivistiche e bibliografiche, disposta con d.m. 23 gennaio 2016, in entrambi i casi "con la collaborazione del personale bibliotecario in servizio presso le biblioteche pubbliche statali presenti sul territorio", personale come è ben noto ridotto ormai ai minimi termini e peraltro del tutto privo di specifiche competenze, soprattutto giuridico-amministrative, in materia, non avendo mai svolto in precedenza tali compiti.
Febbraio 2016. Per raggiunti limiti di età la direttrice della Biblioteca Nazionale di Napoli, la più importante del Mezzogiorno, prima in Italia per numero di dipendenti, depositaria della più ricca collezione di incunaboli del Paese, dei papiri di Ercolano, degli autografi di Leopardi, lascia il suo incarico. A sostituirla, con un interim, la direttrice dell'Istituto centrale per il Catalogo Unico, responsabile, fra le altre cose, del funzionamento di SBN. Trascorso ormai quasi un anno la situazione non è cambiata: la direzione di quell'Istituto è ancora affidata ad una collega "a mezzo servizio", che nonostante gli sforzi non può, evidentemente, dedicarle tutta la cura e l'attenzione che sarebbero necessarie per una biblioteca di quella importanza e dimensioni. Disattenzione, trascuratezza dei vertici ministeriali? In questo caso nessuna colpa né distrazione: semplicemente non ci sono dirigenti cui affidare questo incarico, essendone stato progressivamente ridotto il numero a tal punto da non poter coprire nemmeno le sparute sedi per le quali pure la riforma del 2014 li ha previsti!
Tre episodi, evidentemente, dalla portata e dal valore molto diverso, che tuttavia testimoniano in modo evidente una realtà palese ed incontrovertibile. L'assoluta mancanza di una politica per le nostre biblioteche, un progetto per lo sviluppo e la crescita dei nostri servizi, un'idea di sistema bibliotecario nazionale, confermata anche, come segnalava nei mesi scorsi il Comitato tecnico scientifico per le biblioteche in un suo documento ed il Consiglio superiore in una mozione [3], dall'assenza di una precisa linea d'azione per gli istituti statali nel per altri aspetti ambizioso progetto di riforma del ministero realizzato dall'attuale Governo.
Prime vittime di questa situazione le biblioteche pubbliche statali, certamente l'anello più debole dell'intero sistema, travolte ormai da tempo da una crisi sempre più profonda, che progressivamente le ha portate ad una sostanziale marginalità nel panorama nazionale e che, unita alla gravissima carenza di risorse economiche di cui hanno sofferto negli anni passati (parzialmente superata solo nell'ultimo anno) e alla perdurante mancanza di ricambio nel personale, ormai tutto prossimo alla pensione, le porterà inevitabilmente alla scomparsa per consunzione in brevissimo tempo [4].
Anche per questo motivo dobbiamo riconoscere ad Andrea De Pasquale il merito di aver riaperto la discussione su questi temi con un recente articolo pubblicato su Aedon attraverso il quale il direttore della Nazionale di Roma avanza, o forse sarebbe meglio dire riprende, un'articolata serie di proposte in merito [5].
Anticipo subito, per chiarezza e correttezza, che quasi nessuna di quelle proposte mi trova tuttavia d'accordo e non solo perché non le ritengo risolutive di un problema così ampio e complesso, ma soprattutto perché di quell'articolo non condivido sostanzialmente il metodo seguito.
"Non basta che le biblioteche abbiano un nome qualunque È urgente affermare che cosa s'intenda sotto queste varie denominazioni, che cosa si pretenda da esse; dire in modo chiaro e preciso quale è lo scopo a cui ciascuna deve servire; tracciare il limite della sua azione, e determinare ciò che le fa di bisogno perché essa si trovi in condizioni tali da poter raggiungere la meta prefissa. Quando si hanno ben chiare queste idee, allora soltanto, e non prima, il Governo ... potrà decidere quali sono veramente necessarie, potrà cambiar l'indirizzo a quelle che presentemente servono a poco, o fanno alle esistenti una inutile concorrenza ... Ma senza coordinare fra loro le biblioteche, senza rendersi conto di quello che ciascuna è destinata a fare ... è assurdo il pretendere che esse funzionino regolarmente" [6]. Così, esattamente 150 anni fa, all'indomani della ancor parziale unificazione del Regno, scriveva Desiderio Chilovi, allora giovane ed impegnato bibliotecario fiorentino, e da queste stesse considerazioni io credo si debba appunto ripartire prima di ipotizzare una qualunque riforma organizzativa delle nostre biblioteche statali.
Uno dei principali problemi che questo gruppo ristretto ma a suo tempo glorioso di istituti si trova infatti a dover affrontare risiede proprio nel non essere stati in grado, o forse non aver voluto, prendere atto del fatto che a partire dalla fine dello scorso secolo quello che tradizionalmente aveva costituito il loro mondo di riferimento è radicalmente e irrimediabilmente cambiato, rendendo così necessario anche un sostanziale ripensamento delle loro funzioni.
Da un lato, infatti, il progressivo rafforzamento del nostro sistema bibliotecario, attraverso la creazione e la crescita di una diffusa rete di biblioteche di enti locali ed il consolidamento delle biblioteche delle università, faceva progressivamente venir meno quel ruolo di "supplenza" tanto a lungo denunciato ed in base al quale, in assenza di altre strutture, le statali si trovavano a dover fornire risposta alla richiesta di servizi bibliotecari provenienti dal territorio; dall'altro la diffusione delle reti e del digitale, rendendo liberamente accessibile anche in remoto una messe sempre più cospicua di documenti, in genere di pubblico dominio, consentiva a fasce sempre più ampie di abituali utenti delle statali di poter accedere direttamente dal proprio computer a quelle risorse, in particolare fonti normative, fonti storiche, raccolte di classici, edizioni antiche, un tempo consultabili solo o soprattutto in questi istituti. Se a questo si aggiunge la crescente carenza di risorse economiche, che ha drasticamente ridotto o impedito un regolare accrescimento delle proprie collezioni, ed il grave ritardo con il quale questo comparto si è confrontato con il mondo delle risorse elettroniche, il quadro risulta completo.
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Mentre il numero di utenti, il numero di prestiti, il numero di volumi dati in lettura scendeva drammaticamente [7], le nostre biblioteche, in un tentativo a mio avviso del tutto inutile e talvolta anche patetico, si sforzavano di modificare quei dati aprendo le proprie porte a quel pubblico che per decenni avevano ritenuto "improprio", accogliendo nelle proprie sale studenti liceali, universitari con fotocopie o libri propri, utenti interessati ad una connessione internet gratuita per accedere alla propria posta personale, impegnando così il proprio già scarso personale in attività che nulla potevano fornire alla comunità ed ai cittadini e sottraendolo a quelle che forse più propriamente dovrebbero essere le loro proprie.
Volendo seriamente immaginare un futuro per questi istituti occorrerà, dunque, in primo luogo ragionare in termini diversi rispetto a quanto si è fatto nel recente passato ed in particolare superare quel modello di valutazione, anche in termini di performances dei dirigenti, meramente quantitativo, che ha di fatto identificato l'efficienza e la funzionalità di queste biblioteche con il numero di utenti fisici in esse presenti (ignorando peraltro i servizi erogati in remoto) e definirne i compiti in una logica di sistema, che superando le tradizionali differenziazioni legate alla dipendenza amministrativa consenta di individuare specifici obiettivi di servizio in un contesto più generale.
In quest'ottica, la specificità della gran parte delle biblioteche statali e la peculiarità delle raccolte in esse conservate consentirebbero di offrire servizi specifici alla comunità nazionale, contribuendo alla realizzazione di quel sistema bibliotecario integrato, tante volte evocato ma ancora ben lontano dall'essere realizzato.
Non ho certo la pretesa, né la capacità, di pretendere di proporre in questo mio intervento gli specifici ambiti in cui più proficuamente potrebbe svilupparsi l'attività di questi istituti. Mi limiterò piuttosto a qualche sintetico spunto, augurandomi che possa contribuire a promuovere nella comunità bibliotecaria e nelle sedi istituzionali un confronto ed una riflessione più ampia su questi temi, troppo a lungo trascurati.
Patrimonio manoscritto. Grazie anche a progetti come Google Books, sempre più spesso è ormai possibile accedere anche in versione full text ad edizioni a stampa non soggette al diritto d'autore. Non altrettanto avviene per manoscritti e autografi, per i quali o non esiste una copia digitale o, più frequentemente, realizzata a puri scopi conservativi questa risulta priva di metadati, indispensabili per consentirne la consultazione in remoto. La stessa catalogazione di questi materiali è spesso parziale e incompleta, talvolta ancora cartacea e in ogni caso frequentemente non in linea, quando non sia dovuta addirittura all'opera di bibliotecari del Sette o Ottocento. Eppure, proprio l'unicità di questi documenti e ad un tempo la frequente necessità di confronti fra testimoni diversi rendono particolarmente utile la possibilità di una consultazione a distanza, senza dover affrontare le talvolta onerose spese di riproduzione integrale. Con i suoi circa 200.000 documenti posseduti [8] il gruppo delle biblioteche statali potrebbe al contrario fornire un significativo contributo in questo senso, promuovendo una sistematica campagna di catalogazione, metadatazione e digitalizzazione di queste opere.
Recupero dei cataloghi. Esaurita, anche per mancanza di risorse economiche, la prima gloriosa fase di "retroconversione" o "conversione retrospettiva", che a partire dagli anni Novanta aveva visto la gran parte delle maggiori biblioteche italiane impegnate nel rendere visibili on-line i propri cataloghi, oggi tale attività sembra ormai essere divenuta del tutto residuale, o al più mirata al recupero delle informazioni relative a singoli fondi o a particolari raccolte. Il progressivo incremento delle notizie presenti in rete, circa 16 milioni solo quelle in SBN, ha contemporaneamente suscitato la convinzione sempre più diffusa che ciò che non si trova in Internet non esista, spingendo molti utenti, in particolare i più giovani, a desistere dalle proprie ricerche solo perché quanto cercato non era presente on-line. Anche in questo caso la particolare natura delle collezioni presenti nelle biblioteche statali, ricche di materiali relativi al XIX ed alla prima metà del XX secolo, quando ancora scarse erano le altre biblioteche presenti nel nostro Paese, consentirebbe, con una ripresa di tali attività, anche in un ambito cooperativo, di arricchire sensibilmente il nostro catalogo collettivo, offrendo un servizio certamente utile alla collettività, soprattutto di studenti, studiosi e ricercatori.
Archivio del libro. Come è noto, a seguito del regolamento sul deposito legale del 2006 e del successivo d.m. 2008, gran parte degli istituti statali sono stati individuati quali destinatari del deposito della prima o seconda copia della produzione editoriale regionale, proseguendo così una tradizione più che secolare che già attribuiva loro la terza copia su base provinciale prevista dalle precedenti normative. Seppur autorevolmente proposto subito dopo l'approvazione della nuova legge [9], non mi sembra che il modello di "conservazione su più livelli", che avrebbe dovuto differenziare le funzioni di archivi nazionali e regionali, in particolar modo in riferimento a quei documenti di interesse specificamente locale destinati ad essere "trascurati" dalle due biblioteche nazionali centrali, abbia trovato concreta attuazione nei dieci anni di applicazione della nuova norma. Compito delle molte biblioteche statali depositarie potrebbe dunque essere quello di curare con particolare riguardo la conservazione, valorizzazione ed accesso ai documenti di precipuo interesse locale, evitando per quanto possibile una logica di duplicazione di funzioni già svolte da altri e puntando piuttosto ad attivare forme di cooperazione con le altre istituzioni presenti sul territorio.
SBN e politiche di digitalizzazione. Le recenti iniziative adottate in occasione del trentennale di SBN, se da un lato hanno confermato i significativi risultati raggiunti in questo periodo da un sistema che ha finito per costituire una vera e propria infrastruttura della conoscenza nel nostro Paese, dall'altro hanno evidenziato la necessità di una sua evoluzione, che tenendo conto dei profondi mutamenti accaduti in questi ultimi anni, a cominciare dall'avvento e poi dalla sempre più massiccia diffusione del digitale, gli consenta di affrontare nuove sfide, restituendogli quel ruolo innovatore e propulsivo che aveva avuto alla sua nascita. In questa ottica, in un quadro che, sul piano istituzionale, dopo il ridimensionamento delle provincie prende sempre più in considerazione (così era nella riforma costituzionale recentemente respinta dal referendum popolare) un sostanziale ripensamento del ruolo delle regioni, le cui competenze si chiede da più parti vengano significativamente ridefinite, il ruolo delle biblioteche statali sul territorio ed all'interno dei diversi poli può risultare assai rilevante, anche al fine di collegare più strettamente ed organicamente di quanto non sia finora avvenuto l'Indice SBN con l'enorme quantità di risorse digitali esistenti, spesso tuttavia nascoste e perciò pressoché inutilizzabili, in quanto disseminate nelle teche presenti sui siti dei diversi istituti o addirittura consultabili solo da postazioni locali.
Tutela. Anche se, in virtù della recente riforma organizzativa del Mibact, attuata con il d.m. 23 gennaio 2016, le funzioni in materia di tutela dei beni librari sono state attribuite alle soprintendenze archivistiche, per questo motivo denominate soprintendenze archivistiche e bibliografiche, come chiarisce il comma 2 dell'articolo 5 del decreto tali soprintendenze per l'esercizio di queste nuove funzioni potranno avvalersi del personale delle biblioteche statali. Personale che peraltro già le ha svolte nell'ultimo anno, a seguito dell'assenza di organi ministeriali deputati ad occuparsene, aggiungendo così alle competenze in materia già possedute con riferimento alle collezioni storiche conservate nelle biblioteche statali, quelle, del tutto nuove, connesse alla tutela delle collezioni appartenenti ad altre amministrazioni e soprattutto a privati, in particolare in materia di esportazione, dichiarazione di interesse culturale e restauri. In considerazione della carenza di personale tecnico scientifico che possa essere assegnato alle soprintendenze a tale scopo, appare dunque significativo il ruolo che, anche in questo ambito, le biblioteche statali ed il loro personale potranno svolgere nell'immediato futuro.
Servizi bibliografici nazionali. Da sempre di competenza specifica degli istituti dello Stato, o almeno di alcuni di essi, anche i servizi bibliografici nazionali dovrebbero essere fatti oggetto di una seria ed approfondita riflessione, sia per quanto concerne i loro contenuti, sia per la loro modalità di realizzazione. Se infatti fin dall'Ottocento tali servizi venivano tradizionalmente identificati negli strumenti specificamente indicati dai diversi regolamenti organici, sostanzialmente Bibliografia Nazionale e Bollettino delle opere moderne straniere, che ne affidavano la compilazione alle due biblioteche nazionali centrali, l'evoluzione, anche tecnologica, avvenuta nel nostro settore negli ultimi decenni ne ha profondamente modificato la natura, rendendone superati alcuni (BOMS), richiedendo un profondo ripensamento per altri (BNI), aggiungendone di nuovi (SBN, Biblioteca digitale, Strumenti per l'indicizzazione, conservazione delle risorse digitali). Se dunque rimane confermato, e per certi versi addirittura rafforzato, il ruolo primario svolto da alcuni istituti statali in questo settore, appare tuttavia sempre più evidente come risulti ormai anacronistico pensare che essi possano assolvere adeguatamente tali compiti in una sorta di "dorata solitudine" e come, al contrario, anche in questo ambito si debba ragionare in termini di stretta cooperazione, anche interistituzionale, come del resto avviene fin dalle sue origini per il Servizio bibliotecario nazionale o per il progetto dei "magazzini digitali" e come, più di recente, si sta facendo per il Nuovo soggettario e ci si appresta a fare per la redazione, "partecipata" con altri istituti interni ed esterni al ministero, della BNI.
Naturalmente perché tutto questo possa concretamente avvenire, oltre alla volontà politica di rilanciare il ruolo di questo importante segmento delle nostre biblioteche, perseguendo una politica di cooperazione con le altre realtà presenti nel nostro Paese, in particolare università ed enti locali, occorre che si realizzino, o confermino, alcune condizioni di fondo, senza le quali ogni ipotesi di rilancio appare destinata a naufragare fin dal suo nascere. Sarà perciò necessario che, così come avvenuto nel 2016, anche per i prossimi anni le risorse economiche destinate a questi istituti si mantengano su livelli tali da garantire un adeguato funzionamento delle strutture e che a fianco delle risorse ordinarie sia possibile contare anche su finanziamenti straordinari, "grandi progetti", volti alla realizzazione di specifici interventi considerati di rilevanza nazionale, in quanto strumentali alla realizzazione degli obiettivi sopra descritti. Ma servirà anche un significativo incremento del personale in servizio, già oggi del tutto insufficiente per far fronte ai molti impegni di questi istituti ed ancora più inadeguato ad assolvere convenientemente ulteriori ed ambiziosi obiettivi, quali quelli qui delineati, anche in considerazione del fatto che nei prossimi tre anni, a seguito dell'ormai imminente pensionamento di quella nutrita generazione di bibliotecari entrata in servizio nel corso degli anni '80, il suo numero si ridurrà ancor più drasticamente, impedendo di fatto ogni trasmissione di conoscenze e competenze alle nuove generazioni destinate, almeno in parte, a sostituirlo. Analogamente occorrerà ripensare anche alla politica seguita negli ultimi anni nei riguardi dei dirigenti di questo settore, ormai ridottisi ad un numero così sparuto da non essere in grado di garantire nemmeno la copertura dei pochissimi posti dirigenziali mantenuti nell'organico del ministero.
Solo al verificarsi di queste condizioni ed una volta definiti per esse obiettivi e priorità potrà essere utile, ed anzi necessario, immaginare anche una diversa organizzazione sul territorio di queste biblioteche, pensata quale conseguenza e non premessa di quanto fin qui ipotizzato, strumento e non fine dell'azione del ministero nei riguardi del settore.
In questo caso, si potrà allora ripartire da quell'idea di poli bibliotecari prospettata, seppur solo indirettamente, dal decreto di riorganizzazione del ministero del 2014 [10] e mai concretamente portata a realizzazione, purché tali poli, coerentemente con quanto fin qui ipotizzato, vengano intesi in modo profondamente diverso da come finora immaginato [11]. In primo luogo, infatti, occorre pensare tale modalità organizzativa come un modello da poter applicare a molte e diverse realtà del nostro Paese, non confinandolo esclusivamente alle città di Roma e Firenze. Articolata su base regionale o interregionale, una simile struttura potrebbe trovare il proprio fondamento nel Lazio, in Toscana, nel Triveneto, in Piemonte e Lombardia, nelle regioni dell'Italia meridionale, coordinando fra loro realtà presenti anche in territori limitrofi e che vadano ben oltre la dimensione comunale [12]. Tali nuove strutture, sulla falsariga di quanto peraltro già previsto per i poli museali, anch'essi a base regionale, dovrebbero non solo assicurare "l'espletamento del servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione degli istituti ... provvedendo a definire strategie e obiettivi comuni, in rapporto all'ambito territoriale di competenza", programmare, indirizzare, coordinare e monitorare "tutte le attività di gestione", garantire "omogeneità di servizi e di standard qualitativi nell'intero sistema regionale", ma anche promuovere "la costituzione di un sistema regionale integrato, favorendo la creazione di poli comprendenti gli istituti statali e quelli delle amministrazioni pubbliche presenti nel territorio di competenza, nonché di altri soggetti pubblici e privati" [13]. Un nuovo assetto organizzativo "a rete", dunque, da realizzare con la collaborazione di università ed enti locali, che senza alcuna velleità neo-centralistica o pretesa ed ingiustificata primazia di questi istituti sugli altri, ponga le biblioteche statali, così come peraltro già avviene con i poli SBN, all'interno di sistemi bibliotecari territoriali, allo scopo di poter condividere non solo le attività di catalogazione e le politiche di servizio, come finora talvolta accaduto, ma anche le funzioni di tutela, valorizzazione delle raccolte, promozione delle attività, formazione del personale, ricerca scientifica.
Così concepiti, i poli dovrebbero necessariamente essere distinti dalle due biblioteche nazionali centrali, le cui attività e finalità di carattere appunto nazionale ed internazionale non possono in alcun modo conciliarsi con strutture come queste dalla forte vocazione territoriale, ed essere affidati a figure di rilievo dirigenziale, le uniche nella possibilità di interloquire con pari dignità istituzionale con i rappresentanti delle altre amministrazioni coinvolte, recuperando, se del caso, qualche posto in organico dalle pochissime sedi di biblioteca tuttora affidate a dirigenti, talvolta secondo criteri quantomeno difficili da comprendere.
Una simile articolazione potrebbe inoltre consentire il superamento di quella discutibile disposizione introdotta nella riforma del 2014, in base alla quale "al fine di migliorare la fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale e in coerenza con ragioni di carattere storico, artistico, architettonico o culturale ... può essere disposto l'accorpamento di istituti e luoghi della cultura, quali musei, archivi e biblioteche, operanti nel territorio del medesimo Comune" [14], ed a seguito della quale, con successivi provvedimenti, Reale di Torino, Braidense di Milano, Palatina di Parma, Estense di Modena e Biblioteca di Archeologia e storia dell'arte di Roma (come si vede tutte e sole biblioteche!) sono state unificate con poli museali regionali o musei autonomi sulla base di motivazioni non sempre del tutto chiare ed evidenti. Nonostante quanto previsto dal decreto ministeriale che ha disciplinato l'organizzazione ed il funzionamento dei musei statali e che ribadiva l'autonomia tecnico-scientifica degli istituti così unificati [15], a quasi due anni dai primi "accorpamenti", lungi dall'averne migliorato condizioni di fruizione e valorizzazione, tale norma ha infatti portato nella migliore delle ipotesi ad un sostanziale disinteresse da parte dei responsabili della struttura museale nei confronti di questi istituti, vissuti nella realtà come un "corpo estraneo" rispetto all'organo in cui sono entrati per legge a far parte, e nella peggiore ad un uso puramente strumentale delle loro raccolte, intese nella loro parte storica come momento di un più ampio percorso museale e quasi del tutto ignorate nella loro componente più viva di strumento di informazione per la collettività. Né del resto avrebbe potuto essere diversamente, avendo una tale riforma voluto sottolineare la sola natura di raccolta storica e quindi di bene culturale di queste biblioteche, trascurando ciò che esse nel tempo sono divenute, mutando nei 150 anni seguiti all'unità d'Italia caratteristiche, fisionomia e finalità rispetto alle loro origini "dinastiche" e trasformandosi, a differenza dei musei ai quali sono stati unite, in componenti essenziali della vita culturale delle realtà territoriali di cui fanno parte [16]. Come lucidamente scriveva Angela Vinay ormai cinquanta anni fa, commentando le conclusioni della Commissione Franceschini, "Noi [biblioteche] siamo dei produttori di cultura in un senso del tutto diverso dai nostri colleghi. Loro conservano e valorizzano il prodotto già dato ... Noi, oltre a questo e prevalentemente, siamo i produttori cui è assegnato il compito di fornire ai clienti quello che vogliono da noi, non quello che abbiamo e inoltre di creare nei non clienti un interesse per la nostra produzione" [17]; questa riforma, così intesa, non ne ha tenuto conto, costringendo alcune biblioteche all'interno di un ruolo che ne mortifica la natura, ne penalizza le attività, ne disconosce la storia più recente.
Così delineato l'assetto organizzativo sul territorio (che ovviamente non può escludere anche la possibilità del trasferimento di qualche istituto ad enti locali o università, ma che, dato il recente precedente delle biblioteche provinciali e quello più lontano delle universitarie [18], non sembra al momento realisticamente ipotizzabile), l'altro aspetto da affrontare riguarda sicuramente gli istituti con compiti e funzioni di livello nazionale ed i loro reciproci rapporti.
Devo subito premettere che anche in questo caso non condivido quanto di recente proposto da De Pasquale, che torna ad evocare la creazione di una Biblioteca nazionale d'Italia, organismo composito costituito dalle due nazionali centrali, l'istituto per il catalogo unico e quello per i beni sonori ed audiovisivi (oltre a tutte le biblioteche romane, costituite in polo), facente perno sulla nazionale di Roma "la più grande biblioteca del Paese per quantità del patrimonio". Al di là dell'imprecisione di quest'ultima affermazione, smentita da dati oggettivi facilmente verificabili, una tale ipotesi appare infatti a mio avviso, oltre che sostanzialmente anacronistica, scarsamente utile nell'attuale panorama delle nostre istituzioni e viziata da un'ottica, ancora una volta, tutta incentrata sul solo comparto statale e che sembra prescindere da ogni valutazione di carattere funzionale. Prima di pensare ad eventuali accorpamenti, di cui non sono chiari gli effettivi vantaggi, occorre infatti a mio avviso tener presenti quelli che nel tempo sono divenuti compiti e funzioni di questi istituti ed in particolare dei due istituti centrali, fortemente orientati verso il sistema delle biblioteche italiane nel loro complesso ed impegnati nell'erogazione di servizi che vedono coinvolta l'intera comunità bibliotecaria (e non solo). Basti pensare alle oltre 6.000 biblioteche aderenti ad SBN, appartenenti ad enti ed istituzioni pubblici e privati, con netta prevalenza degli enti locali, nei cui confronti l'ICCU svolge compiti di promozione, sostegno e coordinamento difficilmente riconducibili ad un'ottica puramente ministeriale, o al ruolo propositivo svolto dall'ICBSA nel campo dei documenti sonori anche nei confronti di editori e distributori musicali, che ne ha fatto negli anni qualcosa di molto diverso e molto più ampio di un mero archivio della produzione musicale. In entrambi i casi pensare alla loro attività come semplice espressione di un segmento della biblioteca nazionale d'Italia risulterebbe perciò fortemente penalizzante e riduttivo rispetto a quelli che ne sono i compiti e che sempre di più andrebbero anzi rafforzati, accentuandone piuttosto il carattere di istituti "trasversali", anche attraverso il coinvolgimento nei propri organi di gestione di rappresentanti di altre realtà amministrative e culturali, che meglio possano portare in essi i bisogni e le istanze dell'intera comunità a cui si rivolgono.
Analogamente, pensare ad un'unificazione delle due nazionali centrali, pure per molto tempo auspicata da più parti, a cominciare dall'associazione professionale, appare oggi ipotesi non praticabile, oltre che non rispondente agli effettivi bisogni del nostro sistema bibliotecario. In assenza di un'effettiva politica che ne definisse, come del resto prevedeva il regolamento di organizzazione del neonato ministero dei Beni Culturali [19], i rispettivi compiti, i due istituti hanno infatti finito con il differenziare nei fatti le proprie funzioni, ben al di là di quanto previsto dai diversi regolamenti organici delle biblioteche succedutisi in oltre un secolo [20], sviluppando ruoli e competenze propri ormai accertati, tanto da trovare una sorta di "ufficializzazione" nei decreti ministeriali che ne hanno stabilito l'autonomia [21]. Se, contrariamente a quanto indicato nel decreto del 2008, non sembra almeno fino ad oggi essersi realizzata quella funzione, pure essenziale, di raccordo con le culture straniere e quelle delle minoranze linguistiche, che avrebbe dovuto essere propria della nazionale di Roma [22], non c'è dubbio infatti che in tema di costituzione dell'archivio nazionale della produzione editoriale italiana, produzione di strumenti catalografici per l'indicizzazione semantica e di conservazione nel lungo periodo delle risorse digitali, oltre che di realizzazione della bibliografia nazionale [23], il ruolo della nazionale di Firenze sia ormai definitivamente acquisito e riconosciuto anche in ambito internazionale e le stesse recenti iniziative della BNCF, volte ad aprire alla cooperazione la produzione della BNI ed ad attivare forme di collaborazione con nuovi mondi dell'informazione, quale wikipedia, non fanno che confermarlo. Meglio allora, anche in questo caso, pensare piuttosto che a improbabili, difficili e dispendiosi processi di unificazione (che nulla porterebbero in termini di economia di gestione, dovendo mantenere in ogni caso le due sedi distinte con il rispettivo personale, aggravando al contrario sensibilmente le modalità di funzionamento di un organismo così ampio, eterogeneo e complesso) a forme di cooperazione fra i due istituti che, superando quella che può essere la buona volontà momentanea di chi si trova alla loro guida, "costringa" le due biblioteche a lavorare in forma coordinata, sviluppando progetti comuni e comuni politiche di sviluppo, prevedendo, ad esempio, un consiglio di indirizzo unificato per i due istituti, con effettivi poteri di intervento sulle attività strategiche delle due nazionali.
Nessuno può dire se ed in che misura un simile "pacchetto" di iniziative possa contribuire ad un rilancio di questo importante settore delle nostre biblioteche. Quello che è certo è che un'eventuale riorganizzazione puramente amministrativa che non tenga conto di ciò che esse debbono essere chiamate a fare potrebbe invece costituire l'ultimo e definitivo colpo alla loro stessa sopravvivenza.
[1] Legge 7 aprile 2014, n. 56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni).
[2] Legge 6 agosto 2015, n. 125 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, Disposizioni urgenti in materia di enti territoriali. Disposizioni per garantire la continuità dei dispositivi di sicurezza e di controllo del territorio. Razionalizzazione delle spese del Servizio sanitario nazionale nonché norme in materia di rifiuti e di emissioni industriali).
[3] Il testo della mozione è pubblicato sul sito del ministero alla pagina: http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1444753219191_Mozione_Biblioteche_CSBCP_12_ottobre_2015-pdf.pdf.
[4] Sul punto già qualche anno fa L. Bellingeri, La crisi e le biblioteche pubbliche statali: una questione non solo economica, in Rapporto sulle biblioteche italiane 2011-2012, a cura di Vittorio Ponzani, Roma, Associazione italiana Biblioteche, 2013, pagg. 47-54.
[5] A. De Pasquale, Per una riforma del sistema delle biblioteche pubbliche statali, in Aedon, 2016, 2.
[6] D. Chilovi, Il governo e le biblioteche, in Il Politecnico, 30 (1867), n. 1, pag. 76, disponibile anche all'indirizzo http://www.aib.it/aib/stor/testi/chilovi5.htm.
[7] L. Bellingeri, La crisi e le biblioteche pubbliche statali, cit.
[8] In base alle Statistiche delle Biblioteche pubbliche statali, realizzate dall'Ufficio Statistica del Mibact, al 31 dicembre 2014, ultima rilevazione ad oggi disponibile, il numero era di 198.213: http://www.statistica.beniculturali.it/rilevazioni/BIBLIOTECHE%20SITO/BIBLIOTECHE%202014/BIBL_TAVOLA2_2014.pdf.
[9] P. Puglisi, Deposito legale, la bicicletta nuova, in Bollettino AIB, 47(2007), pagg. 11-41, in particolare pagg. 34-36 e bibliografia ivi citata.
[10] L'art. 22, comma 2, lett. b), del d.p.c.m. 29 agosto 2014, n. 171 (Regolamento di organizzazione del ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), elencando le competenze della direzione generale biblioteche e istituti culturali, prevedeva infatti che il direttore generale promuovesse "la costituzione di poli bibliotecari per il coordinamento dell'attività degli istituti che svolgono funzioni analoghe nell'ambito dello stesso territorio" ed il successivo d.m. 27 novembre 2014 (Articolazione degli uffici dirigenziali di livello non generale del ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) attribuiva al Servizio I di quella Direzione generale il compito di promuovere la costituzione di poli bibliotecari.
[11] Già nei documenti preparatori alla riforma del 2014 l'idea di polo era stata letta in modo sostanzialmente diversa (e a mio avviso riduttiva), prevedendo che "sia la Biblioteca nazionale centrale di Roma, sia la Biblioteca nazionale centrale di Firenze, uffici dirigenziali di II fascia, svolgano anche le funzioni di poli bibliotecari comprendenti le biblioteche operanti nel territorio comunale". Di questo avviso, almeno relativamente alla situazione romana, sembra essere anche A. De Pasquale, Per una riforma del sistema delle biblioteche pubbliche statali, cit., § 5.
[12] Così del resto era previsto in una bozza di d.m. del 2015 che avrebbe dovuto riorganizzare il settore delle biblioteche pubbliche statali, che non ha mai visto la luce, ma che sul tema prevedeva la costituzione di 4 diversi poli bibliotecari, comprendenti 21 diversi istituti.
[13] Così l'art. 34, comma 2, lett. b), del già citato d.p.c.m. n. 171/2014.
[14] Art. 3, comma 6, d.m. 27 novembre 2014 cit.
[15] Art. 20 d.m. 23 dicembre 2014 (Organizzazione e funzionamento dei musei statali): "Gli archivi o le biblioteche ... assegnati ... a un museo dotato di autonomia speciale o a un Polo museale regionale mantengono la propria autonomia tecnico-scientifica e dipendono funzionalmente rispettivamente dalla Direzione generale Archivi o dalla Direzione generale Biblioteche. L'assegnazione di cui al precedente periodo è finalizzata al miglioramento della fruizione della valorizzazione e della fruizione del patrimonio culturale".
[16] A tale proposito basti pensare che Estense, Palatina e Braidense, in continuità con la loro storia precedente, sono da sempre depositarie della copia "locale" del deposito legale (nel caso della biblioteca milanese particolarmente rilevante e significativo) e la biblioteca di Archeologia e storia dell'arte, seppur da tempi più recenti, dell'editoria specializzata in tali discipline, modificando così radicalmente la natura delle proprie collezioni, oggi caratterizzate, oltre che dalla presenza di codici manoscritti ed edizioni antiche, da quella di narrativa, editoria minore, fumetti o manifesti, che poco hanno a che fare con la natura "museale" che si è voluta attribuire loro. Sul punto si era già espresso un giudizio del tutto negativo in L. Bellingeri, Assetto istituzionale e normativo delle biblioteche italiane, in Biblioteche e biblioteconomia, a cura di G. Solimine e P.G. Weston, Roma, Carocci Editore, 2015, pagg. 91-117, in particolare pag. 105.
[17] A. Vinay, La Commissione Franceschini e le biblioteche [1967], ora in Angela Vinay e le biblioteche. Scritti e testimonianze, Roma, ICCU-AIB, 2000, pagg. 203-211, in particolare pagg. 207-208.
[18] Il riferimento è a quanto accaduto sul finire dello scorso secolo, quando, a seguito di quanto disposto dall'art. 151 del d.lgs. n. 112/1998, decreto di attuazione della legge n. 59/1997, la cosiddetta Bassanini uno, che prevedeva la possibilità per le università di chiedere il trasferimento delle biblioteche universitarie ad esse collegate, alcuni atenei verificarono costi, modalità e benefici di un simile passaggio, preferendo tuttavia mantenere l'attuale situazione, ad eccezione dell'Università di Bologna, che sfruttò tale possibilità, avviando un percorso con la Biblioteca Universitaria che, avviato nel 2000, ha visto la sua conclusione, con grave danno per l'istituto ed i suoi utenti, solo nel dicembre del 2015.
[19] Art. 15 d.p.r. 3 dicembre 1975, n. 805 (Organizzazione del ministero per I beni culturali e ambientali).
[20] In realtà il regolamento attualmente in vigore, il d.p.r. 5 luglio 1995, n 417, ha rinunciato ad individuare anche quei compiti, affidati fin dal 1885 alle due nazionali centrali, di redazione della Bibliografia nazionale italiana e del Bollettino delle opere moderne straniere.
[21] Gli articoli 6 dei decreti ministeriali del 7 ottobre 2008 hanno infatti definito i "compiti istituzionali" dei due istituti, elencandone in dettaglio le funzioni.
[22] Alla BNCR spetterebbe infatti il compito di documentare le culture delle minoranze etniche e linguistiche presenti in Italia (art. 6, lett. d) e di acquisire le pubblicazioni che documentano le linee più rappresentative delle culture straniere (lett. e), oltre che di pubblicare il BOMS (lett. f) e di garantire la disponibilità e la circolazione dei documenti a livello nazionale ed internazionale (lett. l).
[23] Rispettivamente lett. a), j), f) e d) dell'art. 6 del relativo d.m.