Source: https://www.miolegale.it/sentenze/cassazione-penale-v-13525-2016/
Timestamp: 2019-11-17 02:24:15+00:00
Document Index: 56999581

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 110', 'art. 12', 'art. 110', 'art. 567', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 21', 'art. 9', 'art. 11', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 619', 'art. 11', 'art. 7', 'art. 567', 'art. 567', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 495', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 495']

Home Famiglia Successioni Cassazione penale, sez. V, 10 marzo 2016, n. 13525
1. Con sentenza del 17/07/2015 il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Napoli ha assolto E.F. e C.M. dai reati di cui a: art. 110 cod. pen., L. n. 40 del 2004, art. 12, comma 6, (capo 1), artt. 110 e 495 cod. pen. (capo 2);
art. 110 c.p., art. 567 c.p., comma 2, (capo 3); artt. 110, 48 e 476 cod. pen. (capo 4).
La sentenza impugnata, dopo avere dato atto della conformità della procedura seguita alla disciplina dello Stato in cui il minore, cittadino italiano in quanto figlio di padre italiano, era nato, ha assolto gli imputati: a) dal reato sub 1, perché il fatto non costituisce reato, sostanzialmente rilevando che, nonostante il ridimensionamento della portata della decisione n. 162 del 2014 della Corte costituzionale, quale operato in sede di motivazione, comunque gli imputati non avevano alcuna volontà di commettere un illecito, come dimostrato dal fatto che si erano recati in una nazione ove la pratica di procreazione era lecita, con la conseguenza che era configurabile la causa scriminante dell’esercizio putativo del diritto; b) dai restanti reati perché il fatto non sussiste, in quanto gli imputati, senza attestare alcunchè, si erano limitati a richiedere la trascrizione di un atto ufficiale redatto dai pubblici uffici di Kiev in conformità alla normativa vigente, talchè non era individuabile alcun atto falso o dolosamente creato sulla base di dichiarazioni non veritiere degli stessi.
3. È stata depositata memoria nell’interesse degli imputati.
1. Va esaminata preliminarmente, per ragioni di ordine logico, la questione, prospettata nella memoria depositata nell’interesse degli imputati, che investe la legittimità della richiesta di cui all’art. 9 c.p., comma 2.
Essi rilevano che o si tratta di atto politico, con la conseguenza che deve essere sottoscritto dal Ministro o da altro soggetto politico da lui delegato e non può dirsi perfezionato, quando, come nella specie, sia firmato da un sottosegretario di Stato, senza alcuna indicazione di delega; o si tratta di atto amministrativo nullo, perché privo di motivazione, ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 21-septies.
Nella stessa prospettiva si è mossa anche la Corte Costituzionale, che, chiamata a sindacare la legittimità dell’art. 9 c.p., comma 2, e art. 11 c.p., comma 2, ha sottolineato che l’atto consegue ad una scelta, vincolata al perseguimento di fini, legislativamente determinati, di politica criminale (ord. 25/05/1989, n. 89).
Da tali premesse discende la sussistenza della facoltà di delegare il potere di firma persino al dirigente o ad altro funzionario dell’articolazione ministeriale competente in materia (oltre a Sez. n. 19678/2003 e 1173 del 1999 cit., v., sia pure con riguardo alla richiesta di cui all’art. 10, comma secondo, cod. pen., Sez. 1, n. 23332 del 13/02/2015, Aref, Rv. 263780).
Il ricorso fondatamente rileva, nel caso di specie, l’inesattezza: a) della valorizzazione, da parte della sentenza impugnata, del solo dispositivo della sentenza della Corte costituzionale 10/06/2014, n. 162, laddove è costante il rilievo che, con riguardo alle sentenze dichiarative dell’illegittimità di una norma, è necessario riferirsi non solo al dispositivo ma anche alla motivazione in tutti i casi nei quali solo quest’ultima consenta di determinare con precisione, al fine di individuare l’oggetto della pronuncia, quali disposizioni debbano ritenersi caducate (v., ad es., Cass., sez. lav., 11/03/1995, n. 2487); b) del richiamo all’esercizio putativo del diritto da parte degli imputati, giacché viene in questione un errore sul precetto penale ossia sulla antigiuridicità di un fatto corrispondente alla fattispecie astratta.
Tuttavia, si tratta di errori di diritto che, per le ragioni che si diranno, non assumono influenza decisiva sul dispositivo, con la conseguenza che il loro rilievo, a parte le specificazioni riportate, non comporta l’annullamento della sentenza, ai sensi dell’art. 619 c.p.p., comma 1.
Ed, infatti, in alcune decisioni si afferma che tale principio opera esclusivamente ai fini dell’estradizione, mentre, in tema di reati commessi all’estero e di rinnovamento del giudizio (artt. 7 c.p.p. e segg., art. 11 c.p.), la qualificazione delle fattispecie penali deve avvenire esclusivamente alla stregua della legge penale italiana, a nulla rilevando che l’ordinamento dello Stato nel cui territorio il fatto è stato commesso non preveda una persecuzione penale dello stesso fatto (Sez. 2, n. 2860 del 06/12/1991 – dep. 16/03/1992, Buquicchio, Rv. 189895); in altre si è ritenuto che, in tema di reati commessi all’estero, al di fuori dei casi tassativamente indicati all’art. 7 cod. pen., è condizione indispensabile per il perseguimento dei reati commessi all’estero dallo straniero che questi risultino punibili come illeciti penali, oltre che dalla legge penale italiana, anche dall’ordinamento del luogo dove sono stati consumati, ancorchè con nomen iuris e pene diversi (Sez. 1, n. 38401 del 17/09/2002, Minin, Rv. 222924).
3. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta erronea applicazione della legge penale e illogicità della motivazione, con riferimento ai contestati reati di cui all’art. 567 c.p., comma 2, artt. 495, 48 e 476 cod. pen..
Prendendo le mosse dalle critiche che investono l’applicazione dell’art. 567 c.p., comma 2, si osserva che, ai fini della configurabilità di tale delitto, è necessaria un’attività materiale di alterazione di stato che costituisca un quid pluris rispetto alla mera falsa dichiarazione e si caratterizzi per l’idoneità a creare una falsa attestazione, con attribuzione al figlio di una diversa discendenza, in conseguenza dell’indicazione di un genitore diverso da quello naturale (Sez. 6, n. 47136 del 17/09/2014, P, Rv. 260996).
Il ricorrente, pur citando tale sentenza a sostegno delle sue doglianze, trascura di considerare che, anche alla stregua di questa pronuncia, la condotta deve comportare un’alterazione destinata a riflettersi sulla formazione dell’atto di nascita, come infatti emerge, in modo evidente, da Sez. 6, n. 35806 del 05/05/2008, G., Rv.
241254, secondo cui il reato del quale si discute non è configurabile in relazione alle false dichiarazioni incidenti sullo stato civile di una persona, rese quando l’atto di nascita è già formato (la sentenza aggiunge che, in tale caso, la condotta può rientrare invece nella previsione dell’art. 495 c.p., comma 3, n. 1 ipotesi, nella specie, da escludere per le ragioni che si diranno).
Si tratta, tuttavia, di un’affermazione che non ha alcun fondamento normativo, ma che soprattutto, ai fini che rilevano nel presente procedimento, non dimostra affatto l’esistenza di una falsificazione, giacché il secondo certificato, come si diceva (e senza bisogno di verificare, se, come sostengono gli imputati nella loro memoria, esso sarebbe in realtà l’unico atto dello stato civile ucraino, dal momento che il primo certificato sarebbe soltanto il certificato medico redatto dall’ospedale comunale), è stato redatto alla stregua della legge locale e in corrispondenza della situazione assunta come rilevante da quest’ultima.
In conseguenza dei superiori rilievi, non si espone a critica la sentenza impugnata, nella parte in cui ha escluso la sussistenza anche del reato di cui agli artt. 48 e 476 cod. pen., giacché l’ufficiale di stato civile italiano non ha formato alcun atto falso, ma si è limitato a procedere alla trascrizione dell’atto, riguardante un cittadino italiano, formato all’estero.
La assenza di ogni ammissibile critica alle considerazioni della sentenza impugnata, quanto alla mancanza di dichiarazioni degli imputati relative ad una loro genitorialità naturale, vale, infine, a dimostrare anche l’infondatezza delle critiche articolate, in relazione al reato di cui all’art. 495 cod. pen., dal ricorrente.