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Timestamp: 2018-01-17 01:14:30+00:00
Document Index: 140327763

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 30', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 317', 'art. 199', 'art. 681', 'art. 1', 'art. 5']

Famiglia oggi n. 2 febbraio 2006 - Situazione e proposte di legge
DAI PRINCIPI ALLE IDEOLOGIE
(ricercatrice di Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma)
Il fenomeno della cosiddetta "coppia di fatto" – da intendersi quale «relazione interpersonale con carattere di tendenziale stabilità, di natura affettiva e para-familiare, che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza materiale e morale»"(1) – non ha nel nostro ordinamento una specifica e organica disciplina giuridica. D’altra parte chi opta per un rapporto di semplice convivenza manifesta la preferenza per un regime libero da qualsiasi vincolo legislativo aprioristicamente formulato. La stessa Corte costituzionale ha affermato che «la convivenza more uxorio rappresenta l’espressione di una scelta di libertà dalle regole che il legislatore ha sancito in dipendenza dal matrimonio [...]l’estensione automatica di queste regole alla famiglia di fatto potrebbe costituire una violazione dei principi di libera determinazione delle parti»(2).
Dalla Carta fondamentale si ricava chiaramente una preferenza per il matrimonio (favor matrimonii) quale fondamento della famiglia: l’art. 29 della Costituzione, infatti, stabilisce che «la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Dunque, nell’assetto costituzionale italiano il matrimonio è l’atto fondativo della famiglia: è l’atto che, da un lato, garantisce nel massimo grado possibile la stabilità della famiglia e, dall’altro, – in ragione della sua pubblicità e certezza – esprime l’assunzione di una responsabilità verso la collettività, che ne prende atto. Alla luce di questa disposizione, la Corte costituzionale ha più volte rigettato questioni di costituzionalità sollevate nei riguardi di alcune norme incentrate sulla disparità di trattamento tra coniugati e conviventi, interpretando l’art. 29 Cost. nel senso che esso «riconosce alla famiglia legittima una dignità superiore, in ragione dei caratteri di stabilità e di certezza e della corrispettività dei diritti e dei doveri, che nascono soltanto dal matrimonio»(3); sottolineando che «la convivenza more uxorio è diversa dal vincolo coniugale, in quanto essa manca dei caratteri di stabilità e di certezza propri del vincolo coniugale, essendo basata sull’affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile»(4); affermando che «la diversità tra famiglia di fatto e famiglia fondata sul matrimonio rappresenta, poi, un punto fermo di tutta la giurisprudenza costituzionale in materia ed è basata sull’ovvia constatazione che la prima è un rapporto di fatto, privo dei caratteri di stabilità e certezza e della reciprocità e corrispettività dei diritti e dei doveri che nascono soltanto dal matrimonio e sono propri della seconda»(5).
Il giudice supremo delle leggi, ha quindi sostenuto la non irragionevolezza e la non arbitrarietà di soluzioni diversificate per la famiglia fondata sul matrimonio espressamente contemplata nell’art. 29 Cost. rispetto alla "famiglia di fatto" tradizionalmente ricondotta all’art. 2 Cost. che riguarda il riconoscimento dei diritti dell’uomo anche nelle «formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». A quest’ultimo riguardo, infatti, la Corte ha affermato che «un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare [...]costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche»(6).
La Corte ha quindi posto le premesse «per una considerazione giuridica dei rapporti personali e patrimoniali di coppia nelle due diverse situazioni, considerazione la quale – fermi in ogni caso i doveri e i diritti che ne derivano verso i figli e i terzi – tenga presente e quindi rispetti il maggior spazio da riconoscersi, nella convivenza, alla soggettività individuale dei conviventi; e viceversa dia, nel rapporto di coniugio, maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale, come stabile istituzione sovraindividuale»(7).
Il maggior interesse dei figli
Non vi è dubbio che quanto alla genesi della convivenza tra un uomo e una donna, l’ordinamento esprima una preferenza per la convivenza coniugale piuttosto che per quella more uxorio. Tuttavia, nei confronti di un rapporto consolidato non basato sul matrimonio ma sull’affectio maritalis, va registrata la tendenza dell’ordinamento a un riconoscimento della convivenza ad alcuni limitati fini di solidarietà riguardo al convivente e, soprattutto, per la crescita il più possibile armonica degli eventuali figli.
In questa prospettiva si collocano: la riforma del diritto di famiglia; le decisioni della Corte costituzionale, della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato; alcune norme dell’ordinamento.
1 La legge di riforma del diritto di famiglia del 1975(8) ha operato una sostanziale equiparazione – sia pure non completa – dei figli nati fuori del matrimonio a quelli legittimi, riducendo la distanza tra la "convivenza coniugale" e la "convivenza di fatto". Alla base vi è l’art. 30 della Costituzione secondo cui «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire, ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio» e «la legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima».
2 Le decisioni della Corte di Cassazione, della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato riguardano il tema delle reciproche erogazioni tra i conviventi, la tutela risarcitoria per fatto illecito penale, la tutela della filiazione, i settori della locazione abitativa e dell’edilizia residenziale popolare, l’esenzione dal servizio militare.
In tema di reciproche erogazioni dei conviventi, la Cassazione ha ritenuto che le elargizioni effettuate durante la convivenza (per es. la prestazione alimentare) debbano interpretarsi come espressione del dovere morale e sociale di assistenza e pertanto siano inquadrabili nell’ambito delle obbligazioni naturali in senso tecnico(9) (obbligazione non esigibile giudizialmente, ma caratterizzata dalla soluti retentio) ai sensi dell’art. 2.034, comma 1, del codice civile(10).
Sulla scorta di quanto già affermato dai giudici penali di merito, la Cassazione(11), ha riconosciuto al convivente il diritto al risarcimento del danno per l’uccisione del partner. Se per il danno morale è sufficiente il richiamo all’art. 2.059 del codice civile, per quello patrimoniale è richiesta la prova che il defunto assisteva economicamente e continuamente il convivente e vi è la ragionevole convinzione che avrebbe continuato nella sua assistenza.
La Cassazione ha ammesso, inoltre, che il convivente more uxorio possa succedere nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore(12) e la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 6 della Legge sulla locazione degli immobili urbani(13) sia nella parte in cui, nel caso di morte del conduttore prevedeva la successione nel contratto di locazione del solo coniuge e non anche del convivente more uxorio(14), sia nella parte in cui non prevedeva, in caso di cessazione della convivenza, la successione nel contratto di locazione stipulato dal conduttore a favore del partner di questi in presenza di figli naturali.
In altra decisione la Corte costituzionale ha interpretato l’art. 155, comma 4, del codice civile(15) nel senso che, nell’interesse dei figli, anche il convivente affidatario, in caso di cessazione della convivenza, possa continuare a godere dell’ambiente domestico(16). Merita di essere segnalata la sentenza con cui la Corte costituzionale ha affermato il diritto alla ricongiunzione al figlio minore del genitore extracomunitario anche se non coniugato con l’altro genitore naturale(17).
Tra le decisioni della Corte Costituzionale si ricorda, infine, quella in cui, relativamente a una legge regionale del Piemonte, viene affermato il diritto del convivente rimasto nell’alloggio di edilizia residenziale popolare di succedere nell’assegnazione dell’alloggio stesso in caso di abbandono da parte del partner assegnatario(18).
La decisione del Consiglio di Stato riguarda la dispensa dal servizio militare per l’assolvimento di obblighi di assistenza derivanti da una convivenza more uxorio da cui siano venuti al mondo dei figli(19). Pur affermando che nel sistema di diritto positivo è «la famiglia legittima fondata sul matrimonio ad assumere le prerogative proprie della "società naturale", il giudice amministrativo ha ritenuto illegittimo il diniego della dispensa dal servizio militare fondato sulla irrilevanza della convivenza senza matrimonio, allorché si stabiliscano aspettative e vincoli di fedeltà, assistenza, reciproca contribuzione agli oneri patrimoniali, in tutto analoghi a quelli che nella famiglia legittima sono imposti dalla legge oltreché dalla solidarietà familiare».
3 Ai riferimenti giurisprudenziali è possibile affiancare altre norme dell’ordinamento volte a dare un qualche risalto alla convivenza more uxorio. Esse riguardano: la potestà genitoriale, la disciplina penale sostanziale e processuale, la materia dei trapianti di organi e tessuti, l’amministrazione di sostegno.
L’art. 317 bis c.c. assoggetta il figlio naturale a una diversa potestà in ragione dell’esistenza o della inesistenza di una convivenza dei genitori(20).
L’art. 199 del codice di procedura penale (c.p.p.) prevede la facoltà di astensione dal testimoniare di «chi pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso», e l’art. 681 c.p.p. include il convivente tra i soggetti che possono sottoscrivere la domanda di grazia.
Altre disposizioni nelle quali la convivenza è apprezzata come fatto giuridicamente rilevante si trovano nella legge penitenziaria(21): i colloqui del detenuto con i congiunti e con il convivente non possono essere limitati neppure nel regime di sorveglianza particolare; la persona ristretta in carcere può essere autorizzata a uscirne per visitare anche il convivente in pericolo imminente di morte.
Si aggiunga che la disciplina a tutela delle vittime dei reati(22) prevede che le elargizioni previste a favore dei familiari delle vittime di atti di criminalità organizzata e di terrorismo, si applichino anche «a soggetti non parenti né affini, né legati da rapporto di coniugio, che risultino conviventi a carico della persona deceduta negli ultimi tre anni precedenti l’evento e ai conviventi more uxorio».
Meno chiaro è il riferimento alla semplice convivenza nell’art. 1 della Legge istitutiva dei consultori(23) che indica come scopo dei consultori familiari «l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità e alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alle problematiche minorili», dove per coppia può intendersi anche quella convivente.
La legge sui prelievi e trapianti(24) dispone che all’inizio del periodo di osservazione ai fini dell’accertamento di morte, i medici forniscano informazioni «al coniuge non separato o al convivente more uxorio».
La legge sull’istituzione dell’amministrazione di sostegno(25) prevede che il giudice tutelare debba designare come amministratore di sostegno, in mancanza del coniuge non legalmente separato, la persona stabilmente convivente, con preferenza a qualsiasi altro soggetto.
La convivenza di fatto, dunque, ha una qualche rilevanza nell’ordinamento giuridico, ma si tratta di un’emersione tenue, prevalentemente motivata non dal riconoscimento di valore della convivenza in sé considerata, quanto da un principio di solidarietà verso le persone, prendendo atto della loro concreta situazione e – soprattutto – del bene dei figli, quando ci sono. Una grave eccezione fino a quanto fin qui esposto è l’art. 5 della legge sulla procreazione assistita che consente l’accesso alle tecnologie riproduttive anche alle coppie di conviventi(26). È singolare che il legislatore, nel disciplinare la Pma, non abbia avvertito l’importanza del matrimonio come garanzia per il figlio, soprattutto considerando che ha seguito come criterio-guida la tutela dei diritti del concepito nella convinzione di una grande differenza tra la generazione naturale e quella artificiale, differenza che riguarda anche la necessità di una lucida, concordata, controllabile decisione e azione nella seconda.
Le unioni omosessuali nell’ordinamento giuridico
L’ordinamento giuridico italiano non contempla disposizioni di legge volte a disciplinare convivenze tra persone dello stesso sesso, né esistono norme sulle procedure di registrazione di tale forma di unione. Esse si costituiscono e si svolgono nell’ambito della libertà. In assenza di una specifica previsione di legge, sia in senso favorevole sia in senso contrario, alcuni Comuni, com’è noto, hanno deliberato – a fine sostanzialmente propagandistico – l’istituzione di registri delle unioni civili per di "regolarizzare" le convivenze more uxorio sia etero che omosessuali.
Si segnalano, inoltre, alcuni limitati interventi favorevoli al riconoscimento di una qualche rilevanza giuridica delle unioni tra persone dello stesso sesso. In due vicende giudiziarie(27) il tribunale ha qualificato more uxorio la convivenza omosessuale, riconoscendo alle prestazioni tra essi effettuate la natura di atti di adempimento di obbligazioni naturali. La legge regionale dell’Emilia Romagna n. 12 del 14 marzo 1984 (oggi legge regionale 8 agosto 2001 n. 24) prevede che nel concetto di "nucleo familiare" possano comprendersi anche persone non legate da vincoli di parentela o affinità, qualora la convivenza abbia carattere di stabilità e sia finalizzata alla reciproca assistenza morale e materiale.
Recentemente il Tribunale di Latina (decreto del 10 giugno 2005) ha rigettato la richiesta di una coppia omosessuale italiana che, coniugatasi in Olanda, presentava al Comune del luogo di residenza domanda di trascrizione nei registri anagrafici del matrimonio celebrato all’estero. Il collegio ha ritenuto che, alla luce della normativa vigente e della Costituzione, la «diversità di sesso dei nubendi» sia «elemento essenziale» tale da «incidere sulla stessa identificazione della fattispecie civile del matrimonio». A conferma il Tribunale richiama la giurisprudenza della Corte di Cassazione, secondo la quale il matrimonio è inesistente «quando manchi quella realtà fenomenica che costituisce la base naturalistica della fattispecie, individuandone i requisiti minimi essenziali nella manifestazione della volontà matrimoniale resa da due persone di sesso diverso davanti ad un ufficiale celebrante».
In riferimento alle istanze volte a disciplinare ab origine le convivenze di fatto tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso, sono state presentate al Parlamento, sin dalla scorsa legislatura numerose iniziative legislative che però non hanno avuto seguito.
Attualmente sono presenti in Parlamento 17 proposte di legge e 5 disegni di legge(28). In particolare, i testi presentati alla Camera dei Deputati sono: Pdl n. 795 del 13 giugno 2001 (Bellillo e al.), Disciplina dei patti di convivenza; Pdl n. 1.232 del 5 luglio 2001 (Pecoraio Scanio e al.), Norme sulle unioni civili; Pdl n. 1610 del 20 settembre 2001 (Soda), Disciplina dell’unione affettiva; Pdl n. 2.982 dell’8 luglio 2002 (Grillini e al.), Istituzione del registro delle unioni civili di coppie dello stesso sesso o di sesso diverso e possibilità per le persone dello stesso sesso di accedere all’istituto del matrimonio; Pdl n. 3.296 del 21 ottobre 2002 (Grillini e al.), Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto; Pdl n. 3.893 del 14 aprile 2003 (Grillini e al.), Disciplina dell’unione affettiva; Pdl n. 4.334 del 2 ottobre 2003 (Rivolta e al.), Disciplina del patto civile di solidarietà; Pdl n. 4.405 del 21 ottobre 2003 (Mussolini), Disciplina della convivenza familiare e norme in materia di filiazione e di successione; Pdl n. 3.308 del 23 ottobre 2002 (Titti De Simone e al.), Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra coniugi; Pdl n. 4.399 del 20 ottobre 2003 (Mussolini, Turco), Disciplina della convivenza familiare; Pdl n. 4.402 del 21 ottobre 2003 (Turco), Disciplina della convivenza familiare; Pdl n. 4.585 del 22 dicembre 2003 (Moroni), Istituzione del patto civile di solidarietà e disciplina della famiglia di fatto; Pdl n. 5.153 del 15 luglio 2004 (Strano), Modifiche al codice civile concernenti l’introduzione del patto civile di solidarietà; Pdl n. 5.321 del 1 ottobre 2004 (Titti De Simone e al.), Disciplina delle unioni civili; Pdl n. 4.442 del 29 ottobre 2003 (Buemi), Disciplina delle unioni di fatto; Pdl n. 4.478 del 12 novembre 2003 (Belillo et al.), Modifiche alla legge 4 maggio 1.093, n. 184, concernenti l'adozione dei minori da parte delle persone singole e delle coppie stabilmente conviventi; Pdl n. 4.588 del 29 dicembre 2003 (Consiglio Regionale della Toscana), Disciplina delle unioni di fatto.
Al Senato i disegni di legge sono i seguenti: Ddl n. 47 del 31 maggio 2001 (Cortiana), Normativa sulle unioni civili; Ddl n. 305 del 25 giugno 2001 (Malabarba e al.), Disciplina delle unioni civili; Ddl n. 1.951 del 23 gennaio 2003 (Malabarba, Sodano), Norme in materia di unione registrata, di unione civile, di convivenza di fatto, di adozione e di uguaglianza giuridica tra coniugi; Ddl n. 3.134 del 5 ottobre 2004 (Biscardini e al.), Disciplina delle unioni di fatto; Ddl n. 3.534 del 7 luglio 2005 (Angius e al.), Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto.
Questo ampio ventaglio di progetti è diretto a introdurre, sulla base di un riconoscimento pubblico, un regime giuridico – di volta in volta tratto dall’estensione della disciplina matrimoniale o fondandolo su accordi o patti promananti dalla volontà delle parti – nei confronti delle convivenze non matrimoniali. Queste ultime sono intese come unioni tra soggetti maggiorenni conviventi, legati da vincoli affettivi e di solidarietà (morale e materiale) e in alcuni casi comprendono esplicitamente anche le coppie omosessuali che peraltro rientrano implicitamente anche negli altri progetti. Alcuni progetti giungono a proporre la legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso, in qualche caso con la possibilità di ricorrere all’istituto dell’adozione e dell’affidamento di minori.
Nessuno dei testi indicati prevede la possibilità per il sindaco o il pubblico ufficiale chiamato a redigere l’atto di unione o il matrimonio di sollevare obiezione di coscienza.
Alla base di queste iniziative vi è – come si evince dalle relazioni che precedono gli articolati – il suggestivo richiamo al principio di non discriminazione.
Ma davvero si tratta di garantire e promuovere il principio di uguaglianza? Non è che, invece, in modo più o meno consapevole, al di là di ogni dinamica psicologica, dietro a queste richieste c’è il "fattore ideologico" legato all’idea che il matrimonio è un "oscurantista retaggio del passato"?
In un interessante dossier pubblicato sul mensile Sì alla vita sono formulate alcune "tesi" che meritano di essere prese in considerazione al fine di dare una risposta all’interrogativo appena formulato(29). A esse attingiamo per offrire qualche spunto di riflessione. Non vi è dubbio che il principio di uguaglianza, fondato sul riconoscimento dell’insopprimibile valore di ogni essere umano – dal concepimento alla morte naturale – non deve subire in alcun modo deroghe a motivo della tendenza sessuale e che nei confronti delle persone omosessuali è doveroso un atteggiamento di accoglienza e di aiuto, laddove la condizione di omosessualità si accompagni a condanne, emarginazione, timori, irrisione.
Tali affermazioni non sono in contraddizione con l’idea che il matrimonio è una realtà che riguarda soltanto le coppie eterosessuali. Per comprenderne la ragione, occorre partire dall’importanza della complementarietà sessuale per la società e per lo Stato. Essa è, infatti, "vitale" per la società: senza di essa non vi sarebbe la continuità delle generazioni e dunque non vi sarebbero storia e futuro. Nella complementarietà sessuale è iscritta una dimensione sociale che sboccia nei figli e che dunque coinvolge dei "nuovi cittadini". Tale funzione pubblica dipende manifestamente dalla capacità non solo generativa, ma anche educativa della famiglia.
Ecco perché numerosi documenti internazionali e molte Costituzioni definiscono la famiglia "fondamento" e "cellula fondamentale" della società(30). Il significato della famiglia va oltre la dimensione privatistica poiché i suoi scopi e la sua funzione sono di natura pubblica, cioè di essenziale servizio al bene comune.
Ora, se la famiglia è il fondamento della società, l’interesse pubblico investe anche l’atto che genera "ufficialmente" la famiglia e cioè il matrimonio. Esso esprime l’esigenza di certezza nei rapporti giuridici, ma soprattutto – lungi dal costituire semplicemente un "affare privato" – rappresenta una pubblica assunzione di responsabilità verso la società soprattutto in ordine alla generazione e all’educazione dei figli; la funzione del pubblico ufficiale è ben diversa da quella del notaio che documenta lo scambio di consenso tra i contraenti. Per questo all’uomo e alla donna che si sposano sono dovuti il riconoscimento e l’appoggio legale dello Stato, e per questo lo Stato manifesta la sua preferenza per la nascita dei figli in costanza di matrimonio e per la stabilità della coppia. Insomma, il matrimonio non è una tra le molte possibili "utilità" dell’individuo, ma è realtà legata al senso della storia; la storia è legata alla continuità delle generazioni; le generazioni si susseguono perché esistono le famiglie; le famiglie esistono perché esiste la differenza sessuale; la differenza sessuale genera la prima "cellula sociale". Da qui l’incoraggiamento e la protezione pubblica.
Per queste ragioni, le unioni omosessuali, come qualsiasi altra forma di "compagnia" o di "convivenza", non possono rivestire una dimensione sociale paragonabile a quella del matrimonio e della famiglia; esse, pertanto, non toccano l’interesse pubblico.
Le obiezioni che «vi sono coppie eterosessuali che non possono o non vogliono fare figli» o che «vengono celebrati matrimoni anche tra persone anziane»" o che le coppie omosessuali possono avere un figlio ricorrendo alle tecniche di procreazione artificiale o all’adozione, si superano considerando che lo Stato non può certo promuovere indagini personalizzate per verificare la capacità o l’intenzionalità di procreare; viceversa lo Stato si basa sull’evidente constatazione che solo la diversità maschile e femminile è intrinsecamente (ontologicamente) destinata a garantire la continuità della comunità civile. L’argomento della procreazione artificiale e dell’adozione urta poi con il principio, di carattere internazionale, del «superiore interesse del minore»(31) cui verrebbe negata la ricchezza della femminilità e della mascolinità nei genitori con la conseguenza di possibili e gravi difficoltà in ordine alla piena identificazione psicosessuale della persona. L’adozione, inoltre, non si fonda sul diritto degli adulti ad avere figli, ma sul diritto del bambini ad avere una famiglia.
I rapporti giuridici tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso che non vogliono o non possono sposarsi, possono essere disciplinati nell’ambito dell’autonomia privata che lo Stato ha il dovere di garantire. Nell’ambito della libertà contrattuale, riconosciuta e tutelata dalle norme del codice civile, i privati possono gestire come meglio credono beni, interessi e impegni reciproci (abitazione, successione in contratti che assicurano la fornitura di servizi, assistenza e prestazioni solidaristiche, stipulazione di polizze assicurative volontarie, eredità...).
Si tenga anche presente che molte delle ragioni addotte per la regolamentazione delle coppie di fatto, sono già ospitate nell’ordinamento giuridico vigente in base ai diritti che i cittadini hanno in quanto cittadini: non vi è dunque bisogno di stabilire una più o meno intensa equiparazione tra convivenza di fatto e convivenza matrimoniale.
In ogni caso se è sempre possibile introdurre "aggiustamenti legislativi", si deve comunque tenere conto della distinzione tra il "momento genetico" dell’unione e quello "funzionale": mentre riguardo all’atto che genera l’unione solo il matrimonio va incoraggiato per le ragioni indicate precedentemente; riguardo al rapporto avviato e consolidato possono aversi attenzioni particolari soprattutto con riferimento ai figli.
È certamente noto che i costumi sono cambiati, che molti matrimoni non resistono al tempo, che vi sono unioni di fatto in cui l’affetto è forte e la dedizione ai figli è costante. Ciò non implica, tuttavia, la necessità di eliminare o di indebolire quel tanto di maggior garanzia che il matrimonio offre.