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Timestamp: 2017-07-24 18:45:31+00:00
Document Index: 29399413

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Il Comune di Udine citato in giudizio da un automobilista che lamenta il mancato intervento a porre rimedio al fenomeno dell’accattonaggio ai semafori e agli incroci. Per la Cassazione la competenza è dei giudici amministrativi. – Noi Radiomobile™
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Il Comune di Udine citato in giudizio da un automobilista che lamenta il mancato intervento a porre rimedio al fenomeno dell’accattonaggio ai semafori e agli incroci. Per la Cassazione la competenza è dei giudici amministrativi.
Posted on17 luglio 2015AuthorNoi RadiomobileLeave a comment	(Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 23 giugno – 2 luglio 2015, n. 13568)
1. – G.T. ha convenuto in giudizio dinanzi al Giudice di pace di Udine il Comune di Udine, chiedendone la condanna al risarcimento dei danno esistenziale, quantificato in via equitativa in euro 2.500, che ha assunto di aver patito quale “cittadino automobilista circolante e fruitore delle strade pubbliche”, per il disagio e l’ansia che gli sarebbero derivati dalla “pratica di pedoni ben vestiti e ben pasciuti, anche deam­bulanti con stampella/e, muniti di cartello, marsupio e berretto” che, all’altezza dell’impianto semaforico esistente all’incrocio tra viale Cado­re e viale Leonardo da Vinci, da oltre un anno erano soliti chiedere de­naro agli automobilisti.
A tal fine, l’attore ha addebitato al convenuto, quale ente proprietario della strada, di non avere adottato, ai sensi dell’art. 14 del codice della strada (Poteri e compiti degli enti proprietari delle strade), misure idonee ad impedire o far cessare questi compor­tamenti “molesti”, oltre che “pericolosi per la circolazione”.
Ciò di cui si duole, invece, è – ha proseguito il Tribunale – la mancata adozione, da parte del Comune, di misure atte ad interrompere la pra­tica dell’accattonaggio all’incrocio dove l’attore si trova abitualmente a transitare.
Il danno esistenziale lamentato, lungi dal derivare diretta­mente dalla cosa, dipenderebbe dal mancato esercizio da parte del Co­mune di poteri autoritativi volti a porre fine al lamentato fenomeno at­traverso lo sgombero dalla pubblica via dei questuanti che vi indugiano.
1. – Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2051 cod. civ. e 14 del codice della stra­da.
Ad avviso dei ricorrente, “l’errore della sentenza impugnata consi­ste nel non voler concettualmente ed oggettivamente equiparare il pe­done fuori posto al tronco caduto sull’asfalto e perciò anch’esso fuori posto rispetto al diritto di circolare dell’automobilista ricorrente”.
“I pe­doni che domandano soldi nella carreggiata destinata alla circolazione delle automobili […] non possono rientrare nell’ipotesi del caso fortuito e/o forza maggiore.
L’ente proprietario-custode della strada deve elimi­nare materialmente, senza soluzione di continuità, tutte le insidie ed i pericoli che minacciano le garanzie di sicurezza e di fluidità della circo­lazione veicolare, diversamente si rende inadempiente nei confronti dell’avente diritto automobilista ricorrente”.
Non varrebbe a dimostrare il contrario – hanno chiarito le Sezioni Unite con la citata ordinanza – “la circostanza che il cattivo o mancato eserci­zio doveroso de[ potere, qualora ne sia derivato un dato a terzi, legitti­ma costui a pretendere il risarcimento a norma dell’art. 2043 cod. civ., essendo ormai pacifico [ …] che la tutela aquiliana è invocabile per la [e­sione non soltanto di diritti soggettivi, ma anche di interessi legittimi, o più in generale di interessi ad un bene della vita che risultino comunque meritevoli di protezione alla luce dell’ordinamento positivo”.
Può dun­que “solo eventualmente qualificarsi come interesse legittimo quello del privato ad ottenere o a conservare un bene della vita quando esso vie­ne a confronto con un potere attribuito dalla legge all’amministrazione non per la soddisfazione proprio di quell’interesse individuale, bensì di un interesse pubblico che lo ricomprende, per la realizzazione dei quale l’amministrazione è dotata di discrezionalità nell’uso dei mezzi a sua di­sposizione”.
3. – Il ricorso è rigettato. Va dichiarata la giurisdizione del giudice amministrativo.
4. – Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è respinto, sussistono le condizioni per dare atto — ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposi­zioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 dei testo unico di cui ai d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussi­stenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.
P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e dichiara la giurisdizione del giudice ammini­strativo.
Condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dal Comune controricorrente, che liquida in complessivi euro 2.200, di cui euro 2.000 per compensi, oltre a spese generali e ad ac­cessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inse­rito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sus­sistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. Condividi:Fai clic per condividere su Facebook (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Google+ (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Twitter (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su Pinterest (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per condividere su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra)Fai clic qui per inviare l'articolo via mail ad un amico (Si apre in una nuova finestra)Mi piace:Mi piace Caricamento...
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