Source: https://www.eziobonanni.com/risarcimento-errore-medico/cassazione-11522-2014/
Timestamp: 2019-08-19 15:44:02+00:00
Document Index: 146145359

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il sanitario che omette di diagnosticare la malattia del paziente deve risarcire la perdita di chance
Nel caso di specie, a seguito di intervento di gonartosi il paziente veniva sottoposto a consueti esami di routine tra cui la radiografia al torace, da cui emergeva una sospetta nodulazione della regione intercleidollare. Tuttavia il chirurgo ometteva di valutare tempestivamente il dimagrimento improvviso del paziente e la dicitura della radiografia. Successivamente, per mezzo di una radiografia prescritta dal medico di base, al paziente stesso veniva riscontrato un tumore al polmone ,non operabile. Sulla base di ciò il paziente proponeva domanda di risarcimento danni dinanzi al Tribunale la quale veniva rigettata ritenendo il medico esente da colpa perchè in virtù della sua specializzazione (chirurgo ortopedico), non poteva conoscere della patologia.
Orbene l'attore, vedendo rigettata la propria domanda anche in sede di gravame, presentava ricorso in Cassazione e in tale occasione la Suprema Corte condannò il sanitario al risarcimento del danno da perdita di chance poichè, nonostante la propria specializzazione, era gravato dall'obbligo di diligentemente riscontrare la malattia al paziente.
Ba. Gi. , nel ricoverarsi presso la Casa di Cura (OMISSIS) per un intervento di gonartrosi, venne sottoposto ai consueti esami di routine, tra cui una radiografia del torace, il cui referto, redatto in data (OMISSIS), recava la dicitura sospetta nodulazione della regione intercleidoilare di sinistra meritevole di ulteriore valutazione TAC. Tale indicazione diagnostica sarebbe nuovamente comparsa nel foglio di consenso informato all'anestesia (nella parte relativa all'apparato cardiocircolatorio) che il paziente aveva sottoscritto il giorno precedente l'intervento al ginocchio. Operato dal Dott. Ma. il (OMISSIS), e dimesso il successivo (OMISSIS), attesane la completa guarigione clinica, il Ba. - che nel frattempo era dimagrito di 12 chili ed accusava dolori al torace - venne sottoposto, il (OMISSIS), ad un visita di controllo dallo stesso chirurgo, che non dette alcun peso ne' al dimagrimento ne' ai dolori lamentati dal paziente. Il (OMISSIS), su prescrizione del proprio medico curante, il Ba. esegui' una radiografia al torace, che evidenzio' un tumore al polmone - confermato dalle successive analisi di laboratorio - non operabile per l'avanzato stato in cui si trovava, e che lo avrebbe condotto alla morte due mesi dopo. I figli Al. e Le. , nel dicembre dello stesso anno, convennero dinanzi al Tribunale di Brescia il Dott. Ma. e la Casa di Cura, addebitando loro la omessa comunicazione della grave malattia gia' diagnosticata l'11 marzo 1996, che ne aveva provocato in anticipo la morte, anche perche' l'intervento al ginocchio aveva avuto un sicuro effetto debilitante, come dimostrato dalla considerevole perdita di peso ad esso successiva. Il giudice di primo grado, ammessa la chiamata in causa della Unipol, compagnia assicurativa della (OMISSIS), respinse la domanda, ritenendo il Ma. esente da colpa perche', da chirurgo ortopedico, non conosceva ne' poteva conoscere la patologia tumorale da cui era stato colpito il paziente - non rientrando l'esame specifico da eseguire nella sua competenza professionale - mentre la visita di controllo aveva riguardato i soli esiti post-operatori dell'intervento al ginocchio. Venne assolta dalla domanda risarcitoria anche la struttura sanitaria, per avere il CTU concluso il proprio accertamento nei sensi della impossibilita' di pervenire ad una dimostrazione scientifica dello stato della neoplasia al momento dell'intervento, e della conseguente impredicabilita' di un ragionevole rapporto tra la patologia ortopedica e quella tumorale dal punto di vista della reciproca interazione. La Corte di appello di Brescia, dinanzi alla quale venne proposta impugnazione della sentenza di primo grado da parte degli eredi Ba. , la rigetto' (ad eccezione del capo riguardante le spese, che vennero integralmente compensate in entrambi i gradi di giudizio) osservando: Che la problematica posta dal processo non atteneva, sotto alcun profilo, alla mancanza o inesattezza del consenso informato, ma a quella ben diversa della omessa diagnosi relativa ad una patologia tumorale che nulla aveva a che vedere con quella per la quale il Ba. era stato operato, scoperta del tutto causalmente nel corso degli esami di routine; Che occorreva pertanto accertare se ed in che termini l'omessa diagnosi avesse influito sul decorso e sulla successiva morte del paziente; Che, in particolare, andava verificato se una tempestiva diagnosi ne avrebbe permesso la sottoposizione a cure mediche o chirurgiche che gli avrebbero salvato o quantomeno prolungato la vita; Che la questione era stata affrontata dal CTU il quale, dopo approfondito esame e puntuale valutazione di tutti i dati clinici, aveva concluso nel senso che "nulla poteva dirsi circa la possibilita' che sarebbe stata offerta al paziente se la patologia polmonare fosse stata indagata dal primo momento"; Che, mancando la prova (spettante agli appellanti) del nesso causale fra l'omessa diagnosi e il verificarsi - o anche la semplice anticipazione - dell'evento morte, la domanda risarcitoria non poteva essere accolta. La sentenza della Corte territoriale e' stata impugnata da Ba. Al. e Le. con ricorso per cassazione sorretto da due motivi di censura. Resistono con controricorso illustrato da memorie la Casa di Cura (OMISSIS), la Unipol e Ma. Lu. , che propone altresi' ricorso incidentale condizionato (cui resiste con controricorso la Casa di Cura).
I ricorsi devono essere riuniti. II ricorso incidentale e' infondato. Il ricorso principale e' fondato quanto al suo secondo motivo. IL RICORSO PRINCIPALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa pronuncia, violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Violazione dell'articolo 112 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto (formulati ex art 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, essendo stata la sentenza d'appello depositata nel vigore del Decreto Legislativo n. 40 del 2006): Se il giudice di merito sia tenuto a giudicare su ogni domanda che venga proposta nel corso del giudizio e se la violazione di tale obbligo, e dunque l'omessa pronuncia, imponga la cassazione della sentenza di merito. Inoltre, se il giudice di merito, nel decidere tutte le domande proposte, possa riconoscere i petita reclamati dalle parti anche qualificando diversamente le azioni proposte. Il motivo e' inammissibile per patente inammissibilita' del quesito che ne conclude l'esposizione. La risposta astrattamente positiva che puo' conseguirne, difatti, non giova al ricorrente, considerato che questo giudice di legittimita' ha gia' avuto piu' volte modo di affermare come il quesito di diritto vada formulato, ai sensi dell'articolo 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della questione, con conseguente inammissibilita' del motivo di ricorso tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a chiarire, in concreto, l'errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Cass. 19-2-2009, n. 4044) in una richiesta del tutto generica (quale risulta quelle di specie) rivolta al giudice di legittimita' di stabilire se sia stata o meno violata - o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, - una norma di legge. Il quesito deve, di converso, investire ex se la ratio decidendi della sentenza impugnata con riferimento, sia pur sintetico, ai fatti essenziali di causa, proponendone una alternativa di segno opposto destinata ad una soluzione che, partendo dalla fattispecie concreta, e poi trascendendo la medesima, come sottoposta all'esame del giudice di legittimita', ne dia specifico conto ed esaustiva esposizione: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato (Cass. ss.uu. 2-12-2008, n. 28536) che deve ritenersi inammissibile per violazione dell'articolo 366 bis cod. proc. civ., il ricorso per cassazione nel quale l'illustrazione dei singoli motivi sia accompagnata dalla formulazione di un quesito di diritto che si risolve in una tautologia o in un interrogativo circolare, e che gia' presupponga la risposta senza peraltro consentire un utile riferimento alla fattispecie in esame. Tali appaiono, nella specie, i quesiti illustrati poc'anzi. La corretta formulazione del quesito esige, di converso (ex multis, Cass. 19892/09), che il ricorrente dapprima indichi in esso la fattispecie concreta, poi la rapporti ad uno schema normativo tipico, infine formuli, in forma interrogativa e non (sia pur implicitamente) assertiva, il principio giuridico di cui si chiede l'affermazione; onde, va ribadito (Cass. 19892/2007) l'inammissibilita' del motivo di ricorso il cui quesito si risolva (come nella specie) in una generica istanza di decisione sull'esistenza di una astratta violazione di legge. Con il secondo motivo, si denuncia violazione di legge in relazione all'articolo 2697 c.c., articolo 112 e 115 c.p.c.. Omessa pronuncia e violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato (articolo 360 c.p.c., n. 3). Difetto di motivazione. La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto: Se nell'ambito della responsabilita' contrattuale da inadempimento di una prestazione sanitaria la prova del nesso causale tra l'omessa diagnosi (nel che consiste l'inadempimento) ed il verificarsi o anche la semplice anticipazione dell'evento dannoso (morte) gravi il creditore attore, tenuto a dare la prova positiva, o il debitore convenuto, tenuto invece a dare la prova liberatoria. Ed inoltre se il danno derivante dall'errata o intempestiva od omessa diagnosi medica possa essere determinato anche in termini di perdita di chance di sopravvivenza o guarigione e se la prova della perdita di ciance gravi l'attore o il convenuto. Il motivo e' fondato. La decisione della Corte di appello contrasta, di fatto, con il dictum di queste sezioni unite che, con la sentenza n. 577 del 2008, si sono pronunciate funditus sulla questione del riparto degli oneri probatori in tema di nesso causale, risolvendola nel senso esposto dai ricorrenti (non senza considerare che, nella specie, si discorre di responsabilita' contrattuale "pura", e non da contatto sociale). Quanto al tema dell'an e del quantum del danno risarcibile, questa stessa Corte ha avuto in piu' occasioni modo di affermare (Cass. 23846/2008 ex multis), che, in tema di danno alla persona conseguente a responsabilita' medica, l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cosiddetto palliativo, determinando un ritardo della possibilita' di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze. Non essendosi attenuta a tali principi, la sentenza d'appello va pertanto riformata. IL RICORSO INCIDENTALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto - articoli 183, 189, 345 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 4). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto: Dica la Corte se, nella qualificazione della domanda risarcitoria formulata dalla parte, il giudice debba fare necessario riferimento ai fatti causativi del danno che la parte stessa pone a fondamento del suo diritto e in nesso causale con il pregiudizio asseritamente sofferto; dica se la normativa processuale vigente (articoli 183, 189 e 345 c.p.c.) escluda la possibilita' di mutare in sede di precisazione delle conclusioni causa petendi e petitum, determinando modificazione o ampliamento del thema decidendum. Il motivo e' inammissibile. Sotto un duplice, concorrente aspetto. Il primo, quanto al (contestualmente) denunciato difetto di motivazione, poiche', la relativa esposizione non tiene conto di quanto piu' volte affermato da questo giudice di legittimita' sul tema della sintesi necessaria per il relativo esame, tema affrontato dalle stesse sezioni unite di questa Corte, che hanno all'uopo specificato (Cass. ss.uu. 20603/07) l'esatta portata del sintagma "chiara indicazione del fatto controverso" in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione: si e' cosi' affermato che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi omologo del quesito di diritto (c.d. "quesito di fatto) - che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilita'. E tale momento di sintesi, formulato in veste di quesito di fatto, nella specie risulta del tutto omesso, in aperta violazione della norma di cui all'articolo 366 bis c.p.c.. Il secondo, quanto al lamentato vizio di violazione di legge, per le stesse ragioni esposte in sede di esame del primo motivo del ricorso principale, risultando i quesiti dianzi riportati caratterizzati dai medesimi vizi di totale astrattezza e irredimibile genericita'. Con il secondo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto - articoli 2043 e 1218 c.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). La censura e' corredata dal seguente quesito di diritto: Dica la Corte se il giudice, vista la partecipazione di piu' soggetti alla erogazione della prestazione medica, debba scrutinare i diversi ambiti di attivita' affidati all'organizzazione della struttura ai diversi specialisti, individuando quali di essi avrebbero dovuto valutare l'indicazione diagnostica contenuta nel referto radiografico. Dica comunque se, nella valutazione della condotta del sanitario inserito in una organizzazione complessa sia necessario valutare la specializzazione dello stesso e se il sanitario incaricato dell'esecuzione di una parte soltanto del trattamento medico possa e debba fare affidamento sulla correttezza delle condotte dei colleghi svolgenti le restanti operazioni diagnostiche e terapeutiche. La doglianza non puo' essere accolta. Va, difatti, in proposito osservato che il chirurgo, quale primo e terminale operatore sul paziente, e' gravato, al di la' ed a prescindere dal tipo di intervento che e' chiamato ad eseguire, dall'onere di una attenta, diligente e corretta lettura di tutti gli accertamenti, radiologici, radiografici e di laboratorio, che egli ha disposto e che devono essere sottoposti al suo esame. Nel caso di specie, la mancata osservanza di un elementare obbligo di diligenza da parte del Dott. Ma. emerge palesemente ex actis, atteso che gia' il primo referto radiografico aveva evidenziato la possibilita' una ipotesi tumorale da approfondire, senza che, di cio', il Ma. abbia tenuto alcun conto, ne' in continenti, ne', soprattutto, ex intervallo, al momento della visita di controllo e nonostante la sintomatologia accusata e riferita in quella sede dal paziente.