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Timestamp: 2019-10-17 06:49:43+00:00
Document Index: 123459127

Matched Legal Cases: ['art. 341', 'art. 342', 'art. 61', 'art. 594', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 341', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 342', 'art. 342', 'art.\n341', 'art. 341', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 342', 'art. 3', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 3', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 342', 'art. 1', 'art. 341', 'sentenza ', 'art. 342', 'art. 341', 'art. 164', 'art. 27', 'art. 341', 'art. 27', 'art. 23', 'art. 341']

Deferita q.l.c. del delitto di oltraggio a pubblico ufficiale per violazione del principio di ragionevolezza e di proporzione della pena - Obiettivo Magistrato - Corso Caringella
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Trib. Torino, Sez. IV Pen., 29 gennaio 2019
L’imputato, mediante la pronuncia di frasi rivolte agli agenti delle FF. OO. in luogo pubblico, offendeva l’onore ed il prestigio dei pubblici ufficiali, impegnati nel compimento di un atto d’ufficio, a causa e nell’esercizio delle loro funzioni ed alla presenza di più persone.
La difesa dell’imputata, in sede di conclusioni, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 341-bis c.p., atteso il contrasto della disposizione de qua, che presidia un bene giuridico precipuamente pubblicistico, quale il regolare svolgimento dei compiti del pubblico ufficiale, con i parametri di cui agli artt. 3, comma 1 e 27, comma 3 Cost..
Con riferimento alla violazione del canone di ragionevolezza e di proporzione della pena, la difesa dell’imputata assume quale tertium comparationis, condiviso dal giudice a quo, il delitto di oltraggio ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario di cui all’art. 342 c.p., in ragione degli elementi che assimilano le due fattispecie incriminatrici; nonché il delitto di ingiuria, come aggravato ex art. 61, n. 10 c.p., di cui all’abrogato art. 594 c.p. (d.lgs. n. 7/2016). Il graduale processo di depenalizzazione che ha avuto ad oggetto il delitto di oltraggio ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario assurge infatti ad indice della violazione dei richiamati parametri costituzionali, vulnerati dal trattamento sanzionatorio contemplato dall’art. 341-bis c.p., che, anche per la previsione della procedibilità ex officio del reato, risulta deteriore, nel genere e nel quantum, rispetto alla sanzione che assiste la fattispecie di cui all’art. 342 c.p..
LA QUESTIONE DI LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE
Nella correttezza della fattispecie criminosa contestata all’imputata ed individuata nel capo di imputazione e nella rilevanza delle questioni prospettate nel giudizio a quo in relazione all’art. 341-bis c.p., il giudice di merito deferisce pertanto alla Corte costituzionalela la questione di legittimità dell’art. 341-bis del codice penale in relazione agli artt. 3 e 27 Cost., nella parte in cui punisce con la reclusione fino a tre anni la condotta di chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico ed in presenza di più persone, offenda l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.
Viene invocato l’intervento della Corte costituzionale affinché’ verifichi che, anche nel
caso di specie, sia stato rispettato, da parte del legislatore, il limite della ragionevolezza
nell’uso della discrezionalità che gli compete nello stabilire quali comportamenti siano
criminali e quali sanzioni debbano essere ad essi irrogate. Questo vaglio permetterebbe
di accertare, in base al parametro costituzionale di cui all’art. 3,l’eventuale violazione del
principio di uguaglianza a cui corrisponderebbe una disparità di trattamento tra casi
uguali o simili. Il difensore individua il tertium comparationis da porre a confronto con il
principio di cui all’art. 3 della Costituzione, sia nel delitto di oltraggio ad un corpo politico,
amministrativo o giudiziario (art. 342 del codice penale), sia in quello depenalizzato di cui al
combinato disposto dagli articoli 594 e 61 n. 10 del codice penale Viene osservato che il
delitto previsto dall’art. 342 del codice penale ha subito, dal 1930 ad oggi, un graduale
processo di depenalizzazione: detto illecito penale, infatti, inizialmente era punito con la
reclusione da sei mesi a tre anni, ovvero più gravemente rispetto alla fattispecie dell’art.
341 del codice penale (punita con pena da sei mesi a due anni); con la legge n. 205/1999 la
pena per esso prevista era ridotta nel minimo edittale a quindici giorni di reclusione ed
infine, con la legge n. 85/2006, sostituita con la sola pena pecuniaria. Il corollario che ne
discende è che, a parità di condizioni, l’offesa al Corpo politico, amministrativo, giudiziario,
dopo essere stata considerata per molto tempo più grave del reato di oltraggio a pubblico
ufficiale, sia connotata oggi da una minor gravità e, conseguentemente, sanzionata in
maniera più mite.
Per quanto concerne, invece, il reato di ingiuria aggravata, esso è stato di recente
depenalizzato (decreto legislativo n. 7/2016). Tutto quanto ciò fa apparire assolutamente
sproporzionata la sanzione della pena fino a tre anni di reclusione, prevista per il delitto di
oltraggio a pubblico ufficiale, nonché’ la previsione della sua procedibilità d’ufficio.
A conclusione delle proprie osservazioni, la difesa dell’imputata L. D. eccepisce
l’incostituzionalità dell’art. 341-bis del codice penale per due ragioni: la violazione
dell’art. 3 della Carta Costituzionale, per il fatto della sua permanenza nel codice penale
sostanziale; la violazione dell’art. 27, 3 comma Costo per via della sanzione prevista dalla
legge, detentiva e non pecuniaria come invece sancito per il delitto di cui all’art. 342 del codice
Non manifesta infondatezza delle questioni sollevate nel presente giudizio.
In relazione all’art. 3 della Costituzione.
Questo giudice non condivide la tesi di chi ha posto alla sua attenzione la questione di
legittimità costituzionale fin qui sintetizzata, in base alla quale il bene giuridico tutelato da
norme penali come l’art. 342 e l’art. 341-bis sia da ritenersi obsoleto e non più attuale.
L’illecito previsto dall’art. 341-bis del codice penale si presenta come reato
plurioffensivo, al pari di quello previsto dall’art. 342 del codice penale, in quanto lesivo sia
dell’onore e del decoro della persona investita di pubbliche funzioni, che del prestigio della
pubblica amministrazione, considerata come complesso di organi aventi scopi pubblici.
Questo lo si evince non solo dal fatto che, per la sua sussistenza, la legge prevede che
l’offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale sia avvenuta in un luogo pubblico o
aperto al pubblico e alla presenza di più persone, ma soprattutto dal fatto che sia necessario
che il pubblico ufficiale sia oltraggiato mentre compie un atto del suo ufficio ed a causa o
nell’esercizio delle sue funzioni. Si deduce, infine, la natura plurioffensiva del delitto in
questione, anche dal doppio risarcimento nei confronti della persona del pubblico
ufficiale e dell’ente di appartenenza.
Gli interessi giuridici dell’onore e del prestigio, sottesi all’art. 341-bis del codice penale,
non vanno interpretati, però, come dignità e rispetto ai quali la persona del pubblico
ufficiale ha diritto per il semplice fatto di svolgere una pubblica funzione, ritenendolo,
pertanto, maggiormente degno di essere tutelato dalle offese rispetto al comune cittadino,
nei confronti del quale il delitto di ingiuria è stato depenalizzato.
La ratio della fattispecie incriminatrice deve essere individuata nella esigenza, squisitamente
pubblicistica, di garantire il regolare svolgimento dei compiti del pubblico ufficiale, senza che
le offese dirette alla sua persona possano turbarne l’operato.
Ed è, pertanto, in questa ottica che il bene giuridico tutelato dal legislatore attraverso l’attuale
norma sull’oltraggio a pubblico ufficiale deve, a parere di chi scrive, essere inteso, con
conseguente affermazione dell’importanza della permanenza all’interno del codice penale, di
una norma che vieti e sanzioni comportamenti oltraggiosi nei confronti dei pubblici ufficiali.
Cionondimeno, questo giudice non può esimersi dall’osservare come, a parità di interessi
giuridici tutelati, sussista una iniqua sproporzione tra la sanzione applicata nel caso della
violazione dell’art. 342 del codice penale e quella, notevolmente più grave, inflitta nel caso
della violazione dell’art. 341-bis del codice penale, per i motivi già sopra indicati
nell’esporre la questione di legittimità sollevata nel procedimento penale a carico di L. D.
In particolare, si assume violato l’art. 3 della Costituzione e, in specie, il principio di
eguaglianza formale e sostanziale ivi consacrato, «che comporta che siano trattate
ugualmente situazioni eguali e diversamente situazioni diverse, con la conseguenza che ogni
differenziazione, per essere giustificata, deve risultare ragionevole, cioè razionalmente
correlata al fine per cui si è inteso stabilirla».
Le due fattispecie incriminatrici che si ritiene di dover porre a confronto, ovvero quella
dell’oltraggio a pubblico ufficiale e quella dell’oltraggio a Corpo politico, amministrativo o
giudiziario, hanno in comune diversi elementi. Innanzitutto entrambe offendono l’onore e/o
il prestigio di soggetti che rivestono la qualifica di pubblici ufficiali e tutelano interessi
giuridici sostanzialmente identici, nei termini e con la valenza sopra esposta. Nel caso
dell’art. 341-bis del codice penale l’offesa deve avvenire nei confronti di un pubblico ufficiale
mentre compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni; nel caso
dell’art. 342 del codice penale l’offesa deve essere rivolta ad un Corpo politico,
amministrativo o giudiziario, o di una rappresentanza di esso, o di una pubblica Autorità
costituita in collegio, al cospetto di essi.
Nei reati in esame, pertanto, è previsto che l’azione criminosa sia perpetrata, rispettivamente
nei confronti del singolo pubblico ufficiale e nei confronti di due o più pubblici ufficiali
che operano in sinergia tra di loro. Anche se all’art. 341-bis del codice penale non è
specificato, come invece all’art. 342 del codice penale, che l’offesa debba avvenire «al
cospetto» del pubblico ufficiale, tale (comune) presupposto lo si deduce dal fatto che, se il
pubblico ufficiale sta compiendo un atto del suo ufficio (come richiesto dalla norma), deve
essere necessariamente presente.
Allo scopo di individuare le ragioni che hanno spinto il legislatore a prevedere, per effetto
dell’art. 1, comma 8, legge 15 luglio 2009, n. 94, l’art. 341-bis del codice penale, con cui è
stata reintrodotta, nel nostro ordinamento, dopo circa un decennio dalla sua abrogazione,
la fattispecie di oltraggio a pubblico ufficiale, e a punirla in modo così differente (e più
grave) rispetto alla fattispecie, sostanzialmente uguale, per i motivi sopra emarginati,
dell’oltraggio a Corpo politico, amministrativo o giudiziario, non soccorrono i lavori
Sempre secondo la sopra citata sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 2007, il
sindacato di costituzionalità «può investire le pene scelte dal legislatore solo se si appalesi
una evidente violazione del canone della ragionevolezza, in quanto ci si trovi di fronte a
fattispecie di reato sostanzialmente identiche, ma sottoposte a diverso trattamento
sanzionatorio».
Nel caso di specie la violazione dell’eguaglianza, declinata appunto come disparità
(ingiustificata) di trattamento tra situazioni eguali o comunque assimilabili in
relazione a significativi aspetti delle fattispecie, è resa evidente dalla diversa natura della
sanzione prevista dal legislatore per le due fattispecie in esame (art. 342 del codice
penale, norma in comparazione, e art. 341-bis del codice penale), rispettivamente
pecuniaria e detentiva. Tale ingiusta disparità di trattamento si manifesta non soltanto sotto
il profilo della specie della pena, ma anche per quanto riguarda i limiti entro i quali e’
ammessa la sospensione condizionale della pena (art. 164, 2 comma del codice penale) e gli
effetti della esecuzione della pena in caso di mancata sospensione della stessa.
In relazione all’art. 27, 3 comma della Costituzione.
La pena prevista per l’art. 341-bis del codice penale, nella parte in cui prevede una pena
detentiva con un massimo edittale di tre anni di reclusione, appare infatti, per le ragioni già
esposte, contrastare anche con l’art. 27, 3 comma della Costituzione.
Pur senza addentrarsi nel noto dibattito sulla finalità della pena, è evidente che una sanzione
inadeguata nella specie e nella quantità, non in armonia con l’attuale contesto storico in cui
deve essere concretamente applicata, nel quale risulta già da tempo avviato un processo
volto a depenalizzare gli illeciti meno gravi, contrasti con l’obbligo di tendere alla
rieducazione, generando un senso di generale di sfiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni, ed
andando a incidere negativamente sul percorso rieducativo del reo.
Ad avviso di questo giudice, pertanto, le questioni sollevate dalla difesa dell’imputata sono
non manifestamente infondate e rilevanti, nei limiti sopra esposti.
Letto l’art. 23, legge 11 marzo 1953, n. 87,
Dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale
dell’art. 341-bis del codice penale in relazione agli articoli 3 e 27 della Costituzione, nella
parte in cui punisce la condotta di chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico e in
presenza di più persone, offenda l’onore ed il prestigio di un pubblico ufficiale mentre
compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni, con la reclusione fino a
oltraggio a pubblico ufficialeproporzione della pena