Source: http://operaieteoria.it/2012/07/riforma-del-lavoro-i-contratti/
Timestamp: 2017-11-24 14:34:58+00:00
Document Index: 43581110

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art. 2097', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 18']

Riforma del lavoro: I contratti
– 7 luglio 2012Posted in: 0. In evidenza, 2. Approfondimenti
Art. 1, comma 1 della legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita :
“La presente legge dispone misure e interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico, in grado di contribuire alla creazione di occupazione, in quantità e qualità, alla crescita sociale ed economica e alla riduzione permanente del tasso di disoccupazione, in particolare:
c) ridistribuendo in modo più equo le tutele dell’impiego, […] contrastando l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento con riguardo alle tipologie contrattuali; [….].
L’art.1 descrive gli obiettivi, gli interventi e le misure della riforma. Analizziamo i punti relativi alla riforma dei contratti.
Al punto a) si ribadisce il rilievo da dare al lavoro subordinato a tempo indeterminato quale forma comune di rapporto di lavoro. Tuttavia si ribadisce un’ovvietà che nella normativa del lavoro è vera dal ’42. Nel codice civile l’art. 2097 stabiliva: “Il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato […]. Tale articolo fu abrogato nel ’62, dall’art. 1 della legge 230, che sanciva: “Il contratto di lavoro si reputa a tempo indeterminato, salvo le eccezioni appresso indicate [..]”.
E da allora fino ad oggi, in particolare a partire dalla fine degli anni ’80, questa ovvietà è stata ribadita ogni volta che sono state introdotte nuove eccezioni all’assunzione a tempo indeterminato, dimostrando che si tratta di una enunciazione di principio che nasconde giusto l’opposto: La ratifica della sempre maggiore “irrilevanza”, svuotamento del contratto a tempo indeterminato e delle tutele che esso garantiva. Infatti, nella riforma in oggetto, gli unici riferimenti al lavoro a tempo indeterminato sono la modifica dell’articolo 18 che ne faciliterà la risoluzione da parte dei padroni e il peggioramento dei sostegni al reddito per chi viene licenziato. Maggior flessibilità in uscita, minori sostegni al reddito e maggior flessibilità in entrata non mirano a stabilizzare il rapporto di lavoro bensì a stabilizzare, al nuovo livello raggiunto, le condizioni di sottomissione imposte dai padroni a operai e lavoratori.
Al punto b) dove si enfatizza che i contratti di apprendistato (considerati a tempo indeterminato) diventeranno la forma principale di ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, se ne ha una prima conferma. Infatti, per l’ingresso dei giovani nel modo del lavoro si punta su un contratto che è a tempo indeterminato solo sulla carta, in quanto lo stesso è revocabile alla scadenza. Un contratto che da la possibilità di grossi risparmi sia contributivi sia retributivi (è possibile il sotto inquadramento del lavoratore). Ulteriormente incentivato aumentando il rapporto tra apprendisti e lavoratori presenti sul posto di lavoro (rispetto alla norma vigente) per le imprese con più di 10 dipendenti e riducendo, per i primi 3 anni dall’entrata in vigore della legge, al 30% (invece del 50%) il numero di conferme a tempo indeterminato dei contratti di apprendistato stipulati nei 36 mesi precedenti per poter assumere nuovi apprendisti.
Il contratto di apprendistato, quindi, senza nessun vicolo alla stabilizzazione, aumenta le possibilità (lecite) di utilizzo di lavoratori sottopagati (a meno che non si voglia credere alla favola del percorso formativo).
al punto c) dove si pone l’obiettivo di contrastare l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti, il ribaltamento tra principi enunciati e obiettivi reali è vergognosamente plateale.
All’art. 1, comma 9 (contratti a tempo determinato) della legge dove si ribadisce che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro” si stabilisce che da tale requisito si può derogare
1) sia nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a dodici mesi, per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel contratto di somministrazione
2) ovvero nell’ipotesi di contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, a livello interconfederale o di categoria ovvero ai livelli decentrati, nell’ambito di un processo organizzativo determinato: dall’avvio di una nuova attività; dal lancio di un prodotto o di un servizio innovativo; dall’implementazione di un rilevante cambiamento tecnologico; dalla fase supplementare di un significativo progetto di ricerca e sviluppo; dal rinnovo o dalla proroga di una commessa consistente, nel limite complessivo del 6 per cento del totale dei lavoratori occupati nell’ambito dell’unità produttiva.
Nei casi sopra riportati il tempo determinato diventa la regola, senza vincoli o eccezioni, ribaltando completamente quanto tanto enfaticamente enunciato poco prima riguardo alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. Le possibilità di utilizzo del contratto a tempo determinato e di somministrazione non vengono ristrette bensì enormemente allargate rispetto alla legislazione vigente ai cui abusi bisognava porre rimedio. L’abuso viene sanato rendendo lecito ciò che prima non lo era.
Infatti, anche per tutte le altre tipologie contrattuali cosiddette “atipiche” , non si capisce in cosa consista il contrasto all’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità progressivamente introdotti nell’ordinamento e (al punto e) il contrasto degli usi elusivi di obblighi contributivi e fiscali degli istituti contrattuali esistenti visto che tutti i contratti “atipici” sono confermati. In realtà, le misure prese come, per esempio, le comunicazioni amministrative per evitare abusi in caso di variazioni su orario e giorni di lavoro per il lavoro part-time ed il lavoro a chiamata, le limitazioni all’uso dei voucher in agricoltura, una retribuzione minima per co.co.pro. e tirocinanti, i criteri per stabilire la presunzione di lavoro subordinato nei contratti di lavoro parasubordinato e autonomo intervengono su questioni puramente formali e quindi facilmente eludibili. Per esempio chi e come controlla se le comunicazioni amministrative anti-abuso previste per i contratti a chiamata e part-time vengono fatte? E per i criteri di presunzione anti-abuso previsti per lavoro parasubordinato e autonomo, non si capisce perché questi nuovi vincoli dovrebbero essere più efficaci per individuare un’abuso che è già previsto nella normativa vigente. Quale datore di lavoro nel redigere il nuovo contratto non le rispetterà? Quale lavoratore in più rispetto ad oggi denuncerà l’abuso?
E anche se alcuni di questi provvedimenti dovesse essere più vincolante (ad esempio l’aumento della contribuzione prevista per il lavoro a tempo determinato, parasubordinato e autonomo) chi controllerà se i padroni, nonostante le molteplici deroghe previste ai maggiori costi e vincoli introdotti, oltre alla possibilità di scaricarli sui lavoratori, pur di non pagare quel minimo o sottostare a quel determinato vincolo non tornino al nero, al sommerso come tra l’altro già avviene oggi nonostante le opportunità offerte loro dai contratti atipici.
Si regolamenta nella forma ma non nella sostanza, si introducono vincoli all’abuso formale ma non a quello sostanziale del ricatto, della sottomissione, della possibilità di salari da fame imposto dal padrone che l’esistenza di una miriade di contratti “atipici”, delle infinite forme di precarietà non possono che agevolare.
In questa riforma non ci sono le soluzioni alla disoccupazione, ai salari da fame, alla sottomissione, all’abuso come enfaticamente riportato nel suo art. 1. E Non ci sono perché non potrebbero esserci. Perchè questa nostra condizione è l’unica soluzione che i padroni e le classi dominanti hanno per continuare a mantenere i loro privilegi, per mantenere in piedi questo sistema nella crisi.
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