Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/bonifiche/?s_item=1ec3e7af38e33222bde173fecaef6bfa
Timestamp: 2020-04-04 19:01:54+00:00
Document Index: 136299153

Matched Legal Cases: ['art. 240', 'art. 452', 'art. 240', 'art. 452', 'art. 606', 'art. 452', 'art. 240', 'art. 192', 'art. 273', 'art. 452', 'art. 240', 'art. 240', 'art. 452']

Cass. Pen. Sez. III 06/11/2018 n. 50018 - Sito contaminato e inquinamento ambientale: quali differenze? - Tuttoambiente.it
n. 50018
In tema di bonifiche, il superamento della CSC (Concentrazione Soglia di Contaminazione) - per diverse e significative sostanze inquinanti - è grave indizio di effettiva contaminazione rispetto al superamento delle CSR (Concentrazioni Soglia di Rischio), tanto che impone la messa in sicurezza e la bonifica del sito e l'espletamento delle operazioni di caratterizzazione e di analisi di rischio sanitario e ambientale sito specifica (ai sensi degli artt. 240, comma 1, lett. c e d, e 242 del D.L.vo 152/2006). Tuttavia, l’accertamento della contaminazione di un sito, come definita dall'art. 240 del medesimo decreto, non può di per sé configurare il delitto di inquinamento ambientale, previsto dall'art. 452 bis cod. pen., in quanto i concetti su cui si basa il D.L.vo 152/2006, elaborati a diversi fini, non possono essere richiamati per definire gli elementi costitutivi del predetto delitto (introdotto dalla successiva L. 68/2015). Infatti, l'art. 240 del D.L.vo 152/2006 disciplina l'attività di bonifica dei siti quale prevista dal Titolo V del medesimo decreto, in relazione ai profili di rischio sanitario e ambientale sulla salute umana derivanti dall'esposizione prolungata all'azione delle sostanze presenti nelle matrici ambientali contaminate. Il reato di inquinamento ambientale, invece, ha quale oggetto di tutela penale l'ambiente in quanto tale e richiede l'accertamento di un concreto pregiudizio a questo arrecato, secondo i limiti di rilevanza determinati dalla norma stessa, che non richiedono la prova della contaminazione del sito.
1.Con ordinanza del 28 maggio 2018, la sezione per il riesame del Tribunale di Napoli, accogliendo l'appello proposto dal pubblico ministero avverso l'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari, ha applicato a G. I.la misura cautelare del divieto di dimora nella regione Campania in relazione al reato di cui all'art. 452bis cod. pen.
2.Avverso l'ordinanza ha proposto ricorso il difensore dell'indagato deducendo i vizi di cui all'art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e) cod. proc. pen. Lamenta, in particolare, il ricorrente che il Tribunale lo abbia ritenuto concorrente nel delitto di inquinamento ambientale in realtà ascrivibile a tale V. I., che sarebbe proprietario della particella catastale n. 723 del foglio 32 del N.C.T.F. del comune di S.G., l'unico terreno sul quale il c.t. del pubblico ministero avrebbe rilevato la compromissione o il deterioramento che costituisce evento del reato ipotizzato. Con riguardo alla particella 722 - quella di cui il ricorrente sarebbe usufruttuario - il consulente avrebbe invece rilevato soltanto una "potenziale contaminazione" che non varrebbe ad integrare gli estremi del reato ipotizzato.
Si darebbe inoltre rilievo ai fini del riconoscimento delle esigenze cautelari a fatti commessi da I.F., persona diversa dal ricorrente ed estranea alla sua società U..
1.Con riguardo alle doglianze relative ai ritenuti gravi indizi di colpevolezza dell'odierno ricorrente in ordine al reato di cui all'art. 452bis cod. pen., il ricorso è infondato, posto che l'ordinanza impugnata ha fatto corretta applicazione delle norme di legge e la motivazione non presta il fianco a censure.
2.Ed invero, contrariamente a quanto si allega in ricorso, l'ordinanza impugnata dà atto che G. I., sin dal 1995, è proprietario di una cava insistente sulle particelle 723 e 722 del foglio 32 del N.C.T.F. del comune di S.G. e aveva la piena disponibilità di quell'area, sede operativa della E. U. da lui amministrata, i cui operai - i quali dichiararono di lavorare agli ordini dell'odierno ricorrente - furono, il 20 giugno 2016, ivi sorpresi a scaricare e movimentare, con mezzi della società, rifiuti speciali colà illecitamente depositati senza autorizzazione ed in ingenti quantità (si accertò l'abusivo sversamento in un'area di cava dismessa di centinaia di migliaia di metri cubi di rifiuti speciali di svariata origine, pericolosi e non, provenienti dalle operazioni di selezione e cernita effettuate dalla Ecologica U. e la maggior parte del materiale rinvenuto in superficie appariva depositato di recente, per assenza di vegetazione o altri segni lasciati da eventi atmosferici).
L'ordinanza impugnata riferisce essere stati riscontrati nell'intera area della cava in questione (senza distinguere tra particella 723 e 722) una compromissione e un deterioramento significativi e misurabili delle matrici ambientali suolo e sottosuolo (terreno in posto e da riporto), determinati dall'interramento dei rifiuti sino a sostanzialmente riempire il sito per diversi metri (al massimo otto in profondità) e dal deposito in superficie. In particolare si dà atto che il c.t. del pubblico ministero, concludendo che il sito è "potenzialmente contaminato" - ciò che lo stesso ricorrente riconosce - ha rilevato il superamento delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC) per siti ad uso verde pubblico, privato e residenziale in relazione a numerose sostanze chimiche inquinanti di cui alla Tab. I, All. 5, Titolo V, Parte IV del d.lgs. 152 del 2006, tra cui, oltre al B. (naturalmente presente trattandosi di terreno di origine vulcanico/piroclastica), altri Metalli pesanti, Idrocarburi pesanti, PCB, derivanti dai rifiuti interrati. I risultati di tali indagine hanno trovato conferma - rileva l'ordinanza impugnata - negli accertamenti effettuati dall'A.R.P.A.C. di Napoli.
2.1. Benché in tali accertamenti - richiamati nell'ordinanza - si dia atto che i sondaggi non sono stati estesi sino a raggiungere, in profondità, la formazione di tufo grigio che rappresenta il livello base di pregressa lavorazione della ex cava e tantomeno le falde acquifere sottostanti, verosimilmente collocate ad oltre 50 metri di profondità (donde la qualificazione del sito come "potenzialmente contaminato", con l'evidente utilI.della definizione di cui all'art. 240, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 dipendente dal superamento delle CSC), l'ordinanza dà conto in modo logico ed adeguato, attesa anche la natura sommaria dell'accertamento cautelare, della sussistenza di gravi indizi circa la configurabilità dell'evento di compromissione o deterioramento significativi e misurabili di una vasta porzione di suolo e sottosuolo (l'area riferibile all'attività di gestione di rifiuti abusivamente svolta dal ricorrente per mezzo della E.U. è estesa - si legge nell'ordinanza - per circa 18.000 mq.) e la sua attribuibilità alla condotta tenuta dall'indagato. Diversamente da quanto si sostiene in ricorso, il riferimento alla definizione di sito "potenzialmente contaminato" non vale certo ad escludere, con riguardo al suggestivo potere evocativo dell'avverbio, la prova indiziaria della contaminazione e, in ogni caso, quest'ultima condizione non è richiesta per affermare la compromissione della matrice ambientale.
Sotto il primo profilo, va ribadito che l'accertamento indiziario finalizzato all'applicazione di una misura cautelare personale non ha le caratteristiche che si richiedono per la pronuncia di penale responsabilità, posto che - secondo il maggioritario e preferibile orientamento di legittimità - ai fini dell'adozione di una misura cautelare personale, è sufficiente qualunque elemento probatorio idoneo a fondare un giudizio di qualificata probabilità sulla responsabilità dell'indagato in ordine ai reati addebitatigli, perché i necessari "gravi indizi di colpevolezza" non corrispondono agli "indizi" intesi quali elementi di prova idonei a fondare un motivato giudizio finale di colpevolezza e non devono, pertanto, essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti, per il giudizio di merito, dall'art. 192, comma secondo, cod. proc. pen. - che, oltre alla gravità, richiede la precisione e la concordanza degli indizi - non richiamato dall'art. 273, comma primo-bis, cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 22968 del 08/03/2017, Carrubba, Rv. 270172; Sez. 4, n. 6660 del 24/01/2017, Pugiotto, Rv. 269179; Sez. 4, Sentenza n. 53369 del 09/11/2016, Jovanovic, Rv. 268683). Il superamento della CSC - per diverse e significative sostanze inquinanti - è grave indizio di effettiva contaminazione rispetto al superamento delle CSR (Concentrazioni Soglia di Rischio), tanto che impone la messa in sicurezza e la bonifica del sito e l'espletamento delle operazioni di caratterizzazione e di analisi di rischio sanitario e ambientale sito specifica (cfr. artt. 240, comma 1, lett. c e d, e 242 d.lgs. 152 del 2006).
In secondo luogo, come si accennava, sarebbe errato ritenere che potersi affermare la sussistenza del reato previsto dall'art. 452 bis cod. pen. si debba necessariamente accertare che ci si trovi di fronte ad un sito contaminato, secondo la definizione di cui all'art. 240, lett. e), d.lgs. 152 del 2006, testo normativo i cui concetti, elaborati in un differente contesto e a diversi fini, in assenza di specifica previsione, non possono essere richiamati per definire gli elementi costitutivi del delitto introdotto dalla successiva I. 22 maggio 2015, n. 68, come questa Corte ha già riconosciuto nelle decisioni in fra immediatamente citate. Quanto al particolare profilo qui esaminato, deve osservarsi che l'art. 240 d.lgs. 152 del 2006 e le definizioni in esso contenute valgono a disciplinare l'attività di bonifica dei siti quale prevista dal Titolo V del decreto, in relazione ai profili di rischio sanitario e ambientale sulla salute umana derivanti dall'esposizione prolungata all'azione delle sostanze presenti nelle matrici ambientali contaminate. Con riguardo al reato di inquinamento ambientale, deve invece affermarsi il principio secondo cui il delitto di danno previsto dall'art. 452-bis cod. pen. (al quale è tendenzialmente estranea la protezione della salute pubblica) ha quale oggetto di tutela penale l'ambiente in quanto tale e postula l'accertamento di un concreto pregiudizio a questo arrecato, secondo i limiti di rilevanza determinati dalla nuova norma incriminatrice, che non richiedono la prova della contaminazione del sito nel senso indicato dagli artt. 240 ss. d.lgs. 152 del 2006.
3.Quanto alle esigenze cautelari, la doglianza del ricorso è invece assolutamente generica, avendo l'ordinanza impugnata evidenziato - con motivazione non illogica e non specificamente contestata - il concreto ed attuale pericolo di reiterazione del reato, desunto, oltre che dai precedenti specifici (e da alcune condanne per contravvenzioni in materia di rifiuti pronunciate in primo grado e non confermate in appello per sopravvenuta prescrizione), da ulteriori recenti denunce effettuate a carico del ricorrente, per fatti successivi al giugno 2016, in ordine a contravvenzioni in materia di rifiuti, l'ultima delle quali effettuata il 14 aprile 2018. E ciò anche a prescindere dal rilievo - che è dunque superfluo ai fini della giustificazione delle esigenze cautelari ed evidentemente aggiunto ad colorandum nella motivazione dell'ordinanza impugnata - circa un ulteriore fatto di illecito trasporto di rifiuti e violazione di sigilli addebitato al figlio del ricorrente F.I.e ai due operai della E.U. già sorpresi dalla polizia nel sopralluogo del giugno 2016.