Source: https://studiolegalenoto.com/2020/04/23/legittimo-lammonimento-del-questore-allo-stalker-anche-in-assenza-di-espresse-condotte-minatorie/
Timestamp: 2020-07-09 04:53:55+00:00
Document Index: 109032207

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 84', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 612', 'art. 612']

Legittimo l’ammonimento del Questore allo stalker, pure in assenza di esplicite condotte minatorie |
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Legittimo l’ammonimento del Questore allo stalker, pure in assenza di esplicite condotte minatorie
Il Consiglio di Stato ribalta un primo verdetto improntato al formale garantismo, sostenendo di contro la legittima adozione, da parte del questore, dell’ammonimento formale in danno dello stalker, anche senza previe garanzie partecipative per il destinatario della comminatoria, e pure in difetto di conclamate azioni minatorie. Per il supremo Consesso amministrativo, il fulcro della norma deve incentrarsi sulla indebita interferenza nella vita privata della vittima, poiché già tale stadio (embrionale rispetto alla minaccia), ancor più se reiterato negli episodi, è destinato a condizionare il libero arbitrio della persona offesa. Cliché comportamentali che vedono il persecutore subissare la vittima predestinata di telefonate o mail giustificano l’ammonimento pubblico disciplinato dall’art. 8 L. N° 38/2009 (Consiglio di Stato, sentenza 21 Aprile 2020 N° 2545)
sul ricorso numero di registro generale 8710 del 2019, proposto da
Ministero dell’Interno e Questura di Milano, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici domiciliano ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;
L. C., rappresentato e difeso dall’avvocato I. M., con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. R. M. in Roma, via B. n. 67;
C. G., non costituita in giudizio;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima) n. 01781/2019, resa tra le parti
Visto l’atto di costituzione in giudizio di L. C.;
Visto l’art. 84, commi 5 e 6, d.l. n. 18/2020;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 16 aprile 2020 il Cons. Ezio Fedullo;
Con la sentenza appellata, il T.A.R. Lombardia ha accolto il ricorso proposto dal sig. L.C. avverso il decreto di ammonimento emesso in data 21 giugno 2018 dal Questore di Milano ed a lui indirizzato, col quale, ai sensi dell’art. 8, comma 1, d.l. 2009 n. 11 (convertito con legge n. 38/2009) ed a seguito della conforme richiesta presentata da C.G., lo si invitava a tenere una condotta conforme alla legge, avvertendolo che, in caso di reiterazione dei comportamenti persecutori censurati, la pena prevista per il delitto di cui all’art. 612 bis del c.p. è aumentata e si procede d’ufficio se il fatto è commesso da soggetto già ammonito, oltre ad invitarlo a recarsi presso il CIPM “Centro Italiano per la Promozione della Mediazione”, per intraprendere il percorso trattamentale integrato, finalizzato all’acquisizione della consapevolezza del disvalore penale delle azioni commesse.
1) violazione delle garanzie partecipative, essendo “del tutto apodittica l’affermazione secondo la quale sussisterebbero particolari esigenze di celerità tali da consentire di non effettuare la comunicazione di avvio del procedimento”. In proposito, il T.A.R. ha evidenziato che “il provvedimento in contestazione, oltre a non motivare in ordine ai fatti che fonderebbero l’addotta esigenza di celerità, neppure si basa su comportamenti di C. di contenuto inequivocabilmente aggressivo o violento nei confronti della G., tali da palesare l’esigenza di provvedere senza differimenti”, aggiungendo che “del resto, nel caso in esame l’istruttoria si è protratta per quasi un mese (dal 30.5.2018 al 21.06.2018) e, pertanto, non è dato capire perché in tale arco temporale l’amministrazione, che non ha provveduto immediatamente dopo la ricezione della denuncia, non abbia sentito C., anche considerando che sono state sentite due persone, la madre e il marito della denunciante, in qualità di persone informate sui fatti”. Quanto poi alla valenza non meramente formale della violazione, il T.A.R. ha rilevato che “il provvedimento interviene in un contesto caratterizzato da una lunga relazione extraconiugale tra C. e G., sicché, considerata l’ampia discrezionalità che connota il potere esercitato dal Questore, la necessità di garantire un’istruttoria adeguata rendeva doveroso sentire C., il quale in giudizio ha prodotto numerosi messaggi e comunicazioni intercorsi tra lui e la supposta vittima, che evidenziano una situazione diversa da quella considerata dall’amministrazione, in ordine sia alla durata della relazione, sia all’effettivo contenuto delle comunicazioni tra i due, sia ai contatti avuti con il marito della G. e con il titolare dello studio presso il quale quest’ultima presta la propria attività professionale”;
2) carenza di istruttoria e di motivazione, atteso che “non risulta e non è provato che (il ricorrente, n.d.e.) si sia reso responsabile di comportamenti a matrice violenta”, tanto sia con riguardo ai contatti presi con il marito della G. (“collegati anche alla volontà espressa da quest’ultima fino al 2018 (cfr. messaggi in atti) di comunicare al marito l’esistenza della relazione extraconiugale”), sia con riguardo a quelli avuti con la madre della G. (i quali “non sono di natura violenta o minacciosa, ma manifestano la volontà di rendere pubblica una relazione protrattasi per oltre due anni”), mentre, quanto alla mail trasmessa al titolare dello studio professionale della G., “C. ha chiarito – senza alcuna contestazione da parte dell’amministrazione resistente – che, in data 25.05.2018, ha inviato la email in contestazione alla sola G., all’indirizzo di lavoro, ma, nella stessa data, quest’ultima, nel rispondere alla email ricevuta, ha inserito in copia per conoscenza l’avv. E. S., titolare dello studio presso il quale la stessa lavorava; a questo punto, C. ha risposto alla G. lasciando in copia l’avv. S.”, con la conseguenza che “la diffusione della email tra i componenti dello studio legale della G. è dipesa, in definitiva, da una scelta di quest’ultima e, si ripete, il punto non è contestato”. La ravvisata carenza motivazionale, ha infine osservato il T.A.R., emerge anche in relazione agli altri presupposti dell’ammonimento, in quanto “non è supportata sul piano istruttorio l’asserzione secondo cui il comportamento di C. avrebbe generato nella G. un grave stato d’ansia e di paura, stato che è solo asserito dalla donna, ma non è in alcun modo documentato, neppure sul piano indiziario”, né “vi sono elementi per ritenere che i comportamenti imputati a C. abbiamo costretto la G. ad alterare le proprie abitudini di vita”: in particolare, se dagli atti istruttori emerge che quest’ultima avrebbe iniziato ad usare il taxi per gli spostamenti, “anche in tale caso si tratta di affermazioni apodittiche, che non denotano, né un effettivo cambiamento nelle abitudini di vita, né che esso sia correlabile a comportamenti imputabili a C.”.
I commi successivi si preoccupano invece di raccordare la disciplina del potere de quo, avente connotazione preventivo-amministrativa, a quella penale, prevedendo (comma 3) che “la pena per il delitto di cui all’articolo 612-bis del codice penale è aumentata se il fatto è commesso da soggetto già ammonito ai sensi del presente articolo” e che (comma 4) “si procede d’ufficio per il delitto previsto dall’articolo 612-bis del codice penale quando il fatto è commesso da soggetto ammonito ai sensi del presente articolo”.
Da questo punto di vista, e richiamando i principi interpretativi dianzi illustrati, deve ritenersi che il provvedimento impugnato sia fondato su un coerente quadro istruttorio e sorretto da una adeguata quanto esaustiva motivazione, di cui devono preliminarmente richiamarsi i passaggi essenziali, laddove pone in particolare in evidenza che il sig. L.C. “si è reso responsabile di atti riconducibili alla fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p. (…) avendo con più condotte reiterate compiuto atti persecutori nei confronti di G. C.”, che “le manifestazioni vessatorie iniziate nel mese di maggio u.s. e tuttora in atto, si sono concretizzate con l’invio di numerosi messaggi, mail e telefonate, dal contenuto minaccioso contattando altresì la madre ed il marito di G. C., nonché in appostamenti presso l’abitazione della richiedente, il tutto per non essersi rassegnato alla fine della loro relazione extraconiugale terminata nel maggio c.a.” e che “tali comportamenti hanno ingenerato in G. C. uno stato di paura e preoccupazione tale da costringere a modificare le proprie abitudini di vita essendo persino costretta ad utilizzare un taxi per gli spostamenti, nonché evitando di uscire per timore di incontrare C. L.”.
– la sig.ra G. C. decideva di porre termine alla relazione extraconiugale intrattenuta con il sig. L. C.;
– il sig. L. C. non accettava di buon grado la decisione della donna, ma poneva in essere plurime azioni al fine di indurla a desistere dal suo proposito;
– tali azioni consistevano, in particolare, nel manifestare alla suddetta (mediante dichiarazioni de visu e messaggi elettronici) l’intenzione di mettere a parte della loro relazione il marito della donna ed altre persone di comune conoscenza, anche appartenenti alla loro cerchia familiare (come la madre della stessa);
– tale intento veniva concretamente attuato nei confronti, quantomeno, del marito e della madre della sig.ra G. C.;
– le sue modalità di realizzazione assumevano forme particolarmente incisive, ove si consideri che il L. C. arrivava ad allegare ai suoi messaggi le immagini dei figli della sig.ra G. C., al fine di toccare le corde più sensibili della medesima;
– tale modus agendi non poteva non generare nella sig.ra G. C. uno stato di particolare agitazione e preoccupazione, ove si consideri che il sig. L.C. ne prefigurava l’attuazione, tra l’altro, mediante la pubblicazione di un libro di “1800 pagine”, corredato da foto.
Ebbene, deve in primo luogo rilevarsi che, a fronte della copiosa documentazione prodotta dalla parte lesa (e travasata nel materiale procedimentale), non assume rilievo inficiante l’attendibilità della prima la discrasia tra l’epoca di cessazione della relazione, coincidente secondo la versione della medesima col mese di ottobre 2017 e secondo la tesi del ricorrente con il mese di maggio 2018: ad assumere rilievo decisivo, infatti, è l’attività posta in essere dal secondo, in particolare dal mese di maggio 2018, al fine di influire sulla scelta della sig.ra C. G. di interrompere la relazione adulterina.
In ogni caso, come si diceva, la norma de qua attribuisce rilevanza anche ai “semplici” atti di molestia, come non possono non qualificarsi le ripetute incursioni attuate dal sig. L. C. nella vita privata della sig.ra C. G., pur dopo la definitiva ed indiscussa interruzione della relazione da essi intrattenuta.
Per quanto concerne, invece, le conseguenze delle azioni del sig. L. C. sullo stato psichico ovvero sulle abitudini di vita della sig.ra C. G., costituenti l’evento della fattispecie criminosa de qua, deve ritenersi che ricorrano, nella specie, entrambi gli alternativi elementi costitutivi previsti dal legislatore ai fini della sua integrazione.
Dal primo punto di vista, invero, militano nel senso della sua sussistenza le dichiarazioni rese dalla sig.ra C. G., avvalorate dalla oggettiva consistenza lesiva della condotta ascrivibile al sig. L. C.: né potrebbe rendersi necessario, a tal fine, un riscontro clinico dello stesso, non necessariamente lo “stato di ansia o di paura” dovendo trasmutare in un vero e proprio processo patologico clinicamente diagnosticabile.
Dal secondo punto di vista, invece, non hanno trovato specifica confutazione le risultanze istruttorie inerenti ai condizionamenti che la condotta del sig. L. C. ha determinato nelle abitudini esistenziali della sig.ra C. G., a cominciare dalla necessità, al fine di sfuggire ai suoi incontri, di modificare i percorsi seguiti abitualmente.
Né tale conclusione si scontra con l’esigenza di un accertamento in concreto, e non “per categorie astratte”, della sussistenza delle ragioni di urgenza atte a legittimare l’omissione partecipativa, dal momento che la suddetta finalità preventiva – con la connessa esigenza di un immediato intervento dissuasivo – trova riscontro nelle stesse modalità di svolgimento degli accadimenti che hanno determinato l’adozione del provvedimento di ammonimento, caratterizzati dalla pervicacia dell’atteggiamento invasivo del sig. L. C. nei confronti della sig.ra C. G., e nella necessità di non protrarre lo stato di ansia da esso generato nella suddetta.
Condanna l’originario ricorrente alla refusione delle spese relative ai due gradi di giudizio a favore dell’Amministrazione intimata, nella complessiva misura di € 3.000,00, oltre oneri di legge.
Così deciso nella camera di consiglio, svolta in modalità telematica, del giorno 16 aprile 2020 con l’intervento dei magistrati:
STUDIO LEGALE NOTO COSENZA NAPOLI
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