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Timestamp: 2019-02-16 05:01:01+00:00
Document Index: 23163779

Matched Legal Cases: ['art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 673', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 673', 'art. 7', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 6', 'art. 673', 'art 137', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 270']

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La presente opera esamina la tematica del terrorismo internazionale nell’ottica, dapprima, del diritto penale del nemico, per poi passare ad affrontare il punto nevralgico in tema di rispetto dei diritti fondamentali. A questo punto si è constatata la necessità di aprire la ricerca verso il fenomeno dell’immigrazione, anche non clandestina, per i collegamenti che sociologi e criminologi hanno opportunamente evidenziato. La connessione col tema dei diritti umani ha posto in rilievo, in giurisprudenza, il fenomeno dell’overruling, dal quale si trae spunto per valutare la possibilità di comparsa di un fenomeno analogo, nell’ottica antitetica al cd. diritto penale del nemico.
Più nel dettaglio, il lavoro considera l’attualità del terrorismo internazionale (Capitolo Primo) a seguire dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 agli Stati Uniti d’America e, negli anni immediatamente successivi, ai Paesi europei.
Il succedersi di eventi di tale portata ha indotto gli Stati, anche quelli non direttamente aggrediti, a intraprendere un’adeguata azione di contrasto munendosi di nuovi strumenti giuridici (Capitolo Secondo). La ricerca passa così ad esaminare gli apparati normativi adottati in Europa e negli USA, confrontando il modello europeo con quello anglosassone ed evidenziando che il secondo entra in conflitto con decenni di progressi in tema di rispetto dei diritti umani. L’esame della legislazione italiana analizza in particolare la modifica apportata dalla l. n. 438 del 2001 all’art. 270-bis c.p. Questa legge ha esplicitato nel testo della norma la menzione della finalità di terrorismo, chiarendo, nel nuovo terzo comma dell’art. 270-bis, che essa sussiste anche allorché le attività progettate dall’associazione siano rivolte contro uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale. Le questioni interpretative sull’esatta portata da attribuire alla espressione “finalità di terrorismo” sono esaminate a fondo e confrontate con quelle intervenute dopo le modifiche apportate al codice penale dalla l. n. 155 del 2005, con particolare riguardo all’art. 270-sexies c.p.
Dopo la ricostruzione della legislazione innovata e del conseguente dibattito dottrinario italiano, la ricerca tratta la disciplina antiterrorismo adottata nei principali Paesi europei: Regno Unito, Germania, Spagna, Francia, Belgio. Il lavoro analizza, quindi, la legislazione degli USA, soprattutto con riguardo al rispetto dei diritti fondamentali, per come garantiti dalla costituzione federale.
Nel prosieguo dell’indagine (Capitolo Terzo) è trattato ampiamente il dibattito dottrinario relativo alla tesi di G. Jakobs, secondo la contrapposizione del diritto penale del cittadino (Bürgerstrafrecht) al diritto penale del nemico (Feindstrafrecht), e, con l’occasione, si allarga l’orizzonte verso rilevazioni storiografiche e filosofiche pertinenti.
Subito dopo aver ricostruito la teoria di G. Jakobs e le sue radici storiche, la ricerca prende in considerazione le critiche ad essa mosse con riferimento ai suoi tratti più significativi, per concludere che la differenza tra diritto penale comune e diritto penale del nemico non sarebbe di tipo quantitativo - ossia una mera flessione dello standard di garanzie rispetto al diritto penale comune -, bensì di tipo qualitativo, perché esso presenta vere e proprie diversità strutturali, che lo rendono ”altro” rispetto al diritto penale post-illuminista: tipo d’autore, tendenziale degiurisdizionalizzazione; risposta sanzionatoria che tende all’annientamento (Vernichtung), esclusione ovvero neutralizzazione del nemico. Torna così alla ribalta la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e si chiarisce che essa si estende al catalogo delle garanzie proprie dei sistemi processual-penalistici liberali.
A questo punto, la ricerca si concentra sul ruolo che l’autorità giudiziaria tende ad assumere in un sistema non esente da slittamenti verso il tipo d’autore, in particolare per lo straniero (Capitolo Quarto). Tale rilievo porta all’esame della recente giurisprudenza italiana che, nell’ottica di una più penetrante tutela dei diritti fondamentali, ha recepito la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (casi Scoppola, Previti e Gruppo Danone). In particolare, si esamina la sentenza della sezioni unite della Corte di Cassazione n. 18288 del 21.01.2010, Beschi, che, facendo applicazione del principio di legalità in senso sostanziale - così come enunciato dalla Corte di Strasburgo nelle succitate pronunce - ha ritenuto di poter concedere, in sede esecutiva, l’indulto in precedenza negato, e ciò sulla base del mutamento giurisprudenziale favorevole nel frattempo intervenuto (sentenza a sezioni unite n. 36527 del 10.07.2008, Napoletano).
L’indagine si sofferma, quindi, sull’ordinanza del Tribunale di Torino del 27.6.2011 e su quella del G.u.p. del medesimo Tribunale del 30 gennaio 2012, relativamente alla revoca ex art. 673 c.p.p. della precedente sentenza di condanna inflitta all’imputato, da effettuarsi in forza di un mutamento giurisprudenziale in bonam partem. Ciò perché, a seguito della modifica dell’art. 6, comma 3, D.lgs 286/1998 operata dalla legge n. 94 del 2009, la Cassazione aveva, dapprima, confermato l’interpretazione precedente alla novella legislativa, per poi mutare orientamento con SS.UU n. 16453 del 2011, Alacev. Sul punto, come è noto, la Corte costituzionale, con la sentenza n. 230 del 2012, ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. sollevata dal Tribunale di Torino e ha riaffermato il principio di legalità in senso formale, mettendo in evidenza che il principio di legalità accolto dalla nostra Costituzione è diverso da quello di cui all’art. 7 CEDU così come interpretato dalla Corte di Strasburgo in quanto uno dei suoi corollari è la riserva di legge e sancendo che è incostituzionale la revoca di un giudicato di condanna in caso di sopravvenienza di un overruling giurisprudenziale che escluda la rilevanza penale del fatto per il quale la condanna stessa è stata inflitta.
La suddetta pronuncia della Corte costituzionale non fa, comunque, venir meno l’attualità del dibattito, perché una futuribile legislazione antiterrorismo adottata dal nostro Paese sull’esempio degli USA potrebbe portare ad analoghi fenomeni di overruling ispirati dal primato dei diritti fondamentali.
Un sentito ringraziamento va al Prof. Fabrizio Ramacci. In primo luogo, per le importanti linee guida fornite ai fini della redazione della presente opera. Inoltre, - e soprattutto - per la passione per il Diritto Penale trasmessa alla sottoscritta fin dalle lezioni del Corso di diritto penale, frequentato nel lontano 2004 durante il secondo anno d’università.
L’attualità del terrorismo internazionale.
Libertà versus Sicurezza nelle moderne democrazie occidentali………………………………………………………..……………….12
La prima fase: il terrorismo internazionale a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001 e le reazioni normative dei Paesi occidentali.………………………………………………………………..………17
La seconda fase: gli attacchi terroristici dopo il 2007.……….……...……19
In particolare: gli strumenti normativi in Europa e negli Usa.
Il modello anglosassone e quello europeo di lotta al terrorismo internazionale……………………………………………………………………..21
La legislazione antiterrorismo in Italia. Il quadro normativo antecedente l’11 settembre…………………………………………...………………………..22
Segue. Il d.l. 18 ottobre 2001, n. 374, convertito con modificazioni nella legge 15 dicembre 2001, n. 374: la nuova formulazione dell’art. 270-bis c.p.………………………………..……………………………………28
Segue. Le questioni interpretative in tema di «finalità di terrorismo»……………………………………………………….………..30
Segue. La Convenzione internazionale per la soppressione del finanziamento del terrorismo del 1999 e la Decisione Quadro del Consiglio dell’Unione europea del 13 giugno 2002 (2002/475/GAI)……………………………………………….…………..39
Segue. Il d.l. 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, nella l. 31 luglio 2005, n. 155: l’art. 270-sexies e le «condotte con finalità di terrorismo»……………...…………………………………………............42
Segue. Le prime applicazioni giurisprudenziali dell’art. 270-sexies c.p………………………………………………………………………….46
Segue. Considerazioni conclusive: tendenze del nostro ordinamento verso un diritto penale del nemico…………………………...………………………………………...52
La legislazione anti-terrorrismo nel Regno Unito…………………............53
La Germania……………………………………………………………….67
La Spagna…………………………………...……………….…………….73
La Francia……………………………………………….…………...........79
Il Belgio……………………………………………………………………81
La legislazione anti-terrorismo negli USA………………………………..82
La prima fase. La dichiarazione dello stato di emergenza e l’Autorizzazione all’uso della forza: le basi per la successiva creazione di un vero e proprio diritto penale del nemico……………………………….………………………………..84
La seconda fase. L’U.S.A. Patriot Act…………………………………….87
Segue. Il President Military Order……………………….…...........92
Segue. Ambito soggettivo di applicazione dell’ordinanza presidenziale: gli enemy aliens o enemy combatants…...…………............93
Segue. Il campo di prigionia di Guantánamo e le garanzie giurisdizionali negate agli enemy aliens…………..………………............98
Segue. Le Commissioni militari ad hoc……………………..........101
Segue. Il Detainee Act………………….…………………………103
La terza fase. La giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti……………………………………………………………………..………104
La quarta fase. Il Military Commission Act……….……………………..105
Considerazioni conclusive: i tratti di un vero e proprio diritto penale del nemico nell’ordinamento statunitense………………………………..................109
Il dibattito dottrinario. La teoria del diritto penale del nemico e le critiche.
Il dibattito contemporaneo: la ricostruzione del pensiero di Günter Jakobs……………………………………………………………….……….….105
Le radici storiche e filosofiche del fenomeno…………………….……...113
Le critiche della dottrina alla concezione di Jakobs……………………..117
Le classificazioni dottrinarie in tema di diritto penale del nemico…………………………………………………………………………...128
Il contenuto del diritto penale del nemico………………………….…….131
Il diritto processuale penale del nemico…………………………….……136
Segue. La tortura………………………………………………….137
Il rispetto dei diritti fondamentali………………………………….…….140
Le garanzie processual-penalistiche dei sistemi penali liberali…….……143
Le ragioni dell’inammissibilità di una dicotomia diritto penale tradizionale/diritto penale del nemico…………………………………………..145
Il mutamento di giurisprudenza in materia penale.
Prospettive di apertura del nostro ordinamento all’overruling.
Il ruolo del giudice ed il rispetto dei diritti fondamentali………..………147
I termini della questione: l’overruling in materia penale………………...148
Il reato di omessa esibizione dei documenti di identificazione e di soggiorno (art. 6, comma 3, D.lgs. 286/98) e la riforma apportata dalla l. 15 luglio 2009, n. 94 quale espressione del diritto penale del nemico “in senso debole” ovvero “in senso ampio”……………………………………………………..……………...152
Il principio di legalità “materiale” o “sostanziale” e la giurisprudenza della Corte Edu e della Corte di giustizia dell’Unione europea………………………155
Il caso Beschi (Sezioni unite della Corte di Cassazione n. 18288 del 21.01.2010)……………………………………………………………………...159
La questione di legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. (ordinanza del Tribunale di Torino del 27.6.2011)……………………………………………...163
L’ordinanza del G.u.p. del Tribunale di Torino del 30 gennaio 2012...…166
Il principio di legalità formale……………………………...……………168
La pronuncia della Corte costituzionale n. 230 del 2012………………...169
La possibilità di un fenomeno analogo in materia di terrorismo. L’esempio degli USA…………………………………………………...…………………..179
Prospettive futuribili e possibili esiti………………………………...…..182
Bibliografia…………………………………………………………...…………185
L’attualità del terrorismo internazionale
Libertà versus Sicurezza nelle moderne democrazie occidentali.
Dopo l’11 settembre 2001 il mondo occidentale ha dovuto fare i conti con una nuova esigenza da fronteggiare, ossia il terrorismo, di matrice islamica ed avente portata transnazionale. Sono a tutti noti, infatti, gli eventi catastrofici che, a partire dall’11 settembre 2001, hanno colpito le democrazie più evolute. Si fa, in particolare, riferimento agli attacchi terroristici dell’11 settembre alle Twin Towers di New York ed al Pentagono di Washington D.C.; a quello dell’11 marzo 2004 presso alcune stazioni ferroviarie di Madrid; a quelli del 7 e del 21 luglio 2005 all’interno della metropolitana e a bordo di un autobus a Londra; nonché, infine, a quelli del 30 giugno 2007 contro un terminal dell’aeroporto di Glasgow (1).
Il nuovo fenomeno ha fatto da subito paura, poiché, da un lato, come tutte le forme di terrorismo, si basa sulla depersonalizzazione della vittima (2), ossia sulla scelta di colpire vittime innocenti nel mucchio, la cui identità è quindi indifferente (3); dall’altro lato, però, esso si distingue da altre forme di terrorismo note in passato, in quanto si caratterizza per l’elevato tasso di ideologizzazione, il fanatismo, il fondamentalismo, la non negoziabilità degli obiettivi politici proclamati, il rifiuto di ogni possibile dialogo (4).
Le roccaforti giuridiche più evolute del pianeta – e, in primis, gli Stati Uniti d’America – hanno, quindi, avvertito una seria minaccia alle fondamenta stesse dello Stato di diritto e, per garantire la sicurezza del Paese, hanno adottato legislazioni che collidono con i diritti fondamentali dell’individuo, nonché con i principi classici dei sistemi penalistici liberal-democratici, affermatisi dall’Illuminismo in poi (5). In alcuni casi, addirittura sospendendo tali diritti e garanzie, come avvenuto, appunto negli Stati Uniti e, per certi versi, in Gran Bretagna; in altri casi, come in Italia e Spagna, entrando semplicemente in frizione con essi.
A tali attacchi, infatti, si è reagito, dal punto di vista del diritto interno, con gli strumenti classici del diritto penale. In particolare, è stato fatto proprio l’assunto per cui, in situazioni di emergenza, le libertà dei cittadini e dei terroristi avrebbero potuto essere sacrificate per assicurare il bene primario della sicurezza dello Stato, che è presupposto per fruire delle stesse libertà nel moderno Stato democratico. E così, al fine di tutelare la sicurezza del Paese e, con essa, quella dei suoi cittadini, si è allo stesso tempo finito per sacrificare quei diritti fondamentali e quei principi cardine dello Stato di diritto che si volevano tutelare (6). Si è corso in tal modo il rischio di degenerare in una vera e propria normalizzazione dell’emergenza, poiché quegli strumenti normativi, introdotti con un efficacia temporalmente limitata, avrebbero però potuto essere prorogati e, di fatto, lo sono stati. Senza contare, peraltro, la contemporanea introduzione, nella maggior parte degli ordinamenti, di misure a tempo indeterminato, come, ad esempio, la previsione di nuove fattispecie incriminatrici in tema di terrorismo internazionale.
La conseguenza di tale incedere normativo è stata, quindi, la lesione dei diritti fondamentali, da un lato, del terrorista-nemico (ad es., vita, dignità umana, libertà personale) e, dall’altro, del cittadino (riservatezza, libertà di circolazione, di associazione e di informazione).
Sul piano delle garanzie proprie degli Stati democratici, invece, si è assistito, dal punto di vista del diritto penale sostanziale, alla lesione dei principi di legalità, determinatezza, tassatività, offensività e necessaria materialità del reato, colpevolezza e personalità della responsabilità penale, della funzione retributiva della pena e di prevenzione generale e speciale; dal punto di vista del diritto penale processuale, inoltre, si è avuta la violazione del divieto di tortura – che, per altro verso, può essere inteso come manifestazione del più generale principio nemo tenetur contra se detegere -, del diritto di difesa, del principio del contraddittorio e, più in generale, del giusto processo.
Il terrorismo internazionale, in sostanza, ha comportato in alcuni Paesi una militarizzazione del diritto penale, sconfinando nel c.d. diritto penale del nemico.
Ma la storia si ripete (7). Nell’autunno del 68 a.C. la prima superpotenza militare del mondo fu, infatti, colpita da un attacco terroristico (8): i pirati, che ormai imperversavano minacciosi in tutto il Mediterraneo (9), arrivarono a saccheggiare e bruciare Ostia (10), il porto di Roma. Per il panico causato dall’attacco, i Romani presero una decisione che minava alla loro stessa Costituzione, alla loro democrazia, alla loro stessa libertà (11). Fu, infatti, approvata nel 67 a.C. la Lex Gabinia (12) (detta anche Lex de piratis persequendis), che concesse a Pompeo Magno (13) i più ampi poteri possibili per condurre la lotta contro i pirati, che ormai da decenni infestavano il Mediterraneo e le sue coste, rendendo difficile perfino l’approvvigionamento di grano per Roma (14).
Alla fine, Pompeo impiegò meno di tre mesi per scacciare tutti i pirati dal mediterraneo, ma – come è stato efficacemente sottolineato (15) – la Lex Gabinia è stata l’inizio della fine per la Repubblica romana, perché ha costituito il precedente sulla cui base, meno di una decade più tardi, sono stati attribuiti analoghi poteri a Giulio Cesare per la campagna in Gallia.
A tal proposito, appare opportuno evidenziare che, negli Stati Uniti, non è mancato chi (16) ha effettuato un vero e proprio parallelismo tra l’attacco dei pirati al porto di Ostia nel 68 a.C. e quello di Al Qaeda alle Torri Gemelle ed al Pentagono dell’11 settembre 2001. In primo luogo, perché così come nessuna Nazione aveva mai avuto il coraggio di sferrare un attacco diretto a Roma, del pari nessuno Stato avrebbe mai avuto il coraggio di ideare un assolato così spettacolare al cuore degli Stati Uniti, la superpotenza del mondo. In secondo luogo, perché in entrambi i casi, in realtà, l’attacco non era stato sferrato né da una Nazione, né da uno Stato, bensì da un insieme di uomini riuniti, appartenenti a tutte le Nazioni: i pirati, in un caso, i terroristi islamici, nell’altro.
Analogamente a quanto accaduto a Roma, anche il Governo degli Stati Uniti ha reagito, adottando strumenti normativi che hanno messo in discussione i diritti e le libertà da sempre garantite negli Stati Uniti. La Lex Gabinia, infatti, è un classico esempio di legge dalle conseguenze non volute, in quanto ha fatalmente sovvertito quelle stesse istituzioni che essa intendeva proteggere. A questo punto appare opportuno chiedersi se un simile effetto potrebbe determinarsi anche in quelle moderne democrazie occidentali che si sono piegate al diritto penale del nemico ovvero se tale stesso effetto possa essere evitato riconducendo anche siffatta species di «diritto super-penale» (17) entro i binari della legalità.
La prima fase: il terrorismo internazionale a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001 e le reazioni normative dei Paesi occidentali.
Gli attentati terroristici posti in essere dai fondamentalisti islamici a danno del mondo e degli ordinamenti giuridici occidentali possono essere sostanzialmente suddivisi in due fasi. La prima di esse è quella che va dall’11 settembre 2001 al 30 giugno 2007, in cui tali fatti sono stati posti in essere nei territori degli Stati occidentali. La seconda fase, invece, è quella che si estende da tale ultima data ed è tutt’ora in corso, in cui, invece, nessun attacco diretto è stato più perpetrato nel territorio occidentale, ma solo al di fuori di esso, in quegli stessi Paesi caratterizzati da una forte matrice islamica.
Dal punto di vista strettamente giuridico, la prima fase è stata caratterizzata da un’immediata reazione normativa per fronteggiare la nuova emergenza terroristica, da parte di tutti gli Stati, anche da quelli non direttamente interessati dagli attacchi. Questo, soprattutto, dopo gli attentati di New York nel 2001 e quelli di Londra nel 2005.
In questa sede è sufficiente anticipare che, negli Stati Uniti il 14 settembre 2001 è stato dichiarato, con efficacia retroattiva, lo stato di emergenza nazionale ed il Presidente è stato autorizzato dal Congresso all’uso della forza. Il 26 ottobre è stato, poi, approvato l’USA Patriot Act 2001 e, il 13 novembre, il President Military Order. In Gran Bretagna, il 12 novembre 2001 è stato adottato l’Anti-terrorism Crime and Security Act (ATCSA 2001), con cui è stata sostituita la disciplina di cui al precedente Terrorism Act 2000. Immediatamente dopo gli attentati di Londra, il 20 ottobre 2005, è stato invece approvato il Terrorism Act 2006, entrato in vigore il 30 marzo 2006, con cui la previgente disciplina è stata ulteriormente inasprita.
In Germania, il 9 gennaio 2002 è stata approvata la Terrorismusbekaempfunggesetz, ossia la legge sulla lotta al terrorismo internazionale e, l’11 gennaio 2005, la Luftsicherheitsgesetz: la legge sulla sicurezza aerea. In Francia, il 15 novembre 2001, è stata approvata la legge 2001-1062 sulla sicurezza quotidiana, mentre, successivamente agli attentati di Londra, è stato adottato il cd. progetto di legge Sarkozy, ossia una nuova legge contro il terrorismo. In Belgio, con la legge del 19 dicembre 2003, è stato modificato l’art 137 c.p., facendo propria la definizione di terrorismo internazionale di cui alla Decisione quadro 2002/475/GAI. In Spagna, invece, dopo gli attenti in questione è stata approvata una disciplina per lo più marginale e di attuazione degli obblighi assunti a livello internazionale ed europeo, posto che l’ordinamento giuridico spagnolo, ormai da tempo abituato a fare i conti con il terrorismo, era munito di un’efficace disciplina di contrasto.
In Italia, immediatamente dopo gli attentati alle Twin Towers, è stato approvato il d.l. 18 ottobre 2001, n. 374, conv. con modif. in l. 15 dicembre 2001, n. 374, con cui è stato modificato l’art. 270-bis c.p., in tema di associazioni terroristiche od eversive. In particolare, la novella ha inserito nella rubrica della norma un espresso riferimento alla finalità di terrorismo «anche internazionale» ed ha specificato, al terzo comma, che la finalità di terrorismo ricorre anche quando l’atto di violenza è posto in essere non solo contro l’Italia, ma anche contro uno Stato estero, un’istituzione ovvero un’organizzazione internazionale. Inoltre, è stato inserito nel codice penale l’art. 270-ter, che incrimina la condotta di assistenza agli associati. Successivamente agli attentati di Londra, invece, è stato approvato il d.l. 27 luglio 2005, n. 144, conv. con modif., nella l. 31 luglio 2005, n. 155, recante il cd. pacchetto anti-terrorismo, con cui sono state introdotte nel codice penale nuove fattispecie criminose e, segnatamente, l’art. 270-quater che incrimina la condotta di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale; l’art. 270-quinquies che punisce la condotta di addestramento ad attività di terrorismo anche internazionale; infine, all’art. 270-sexies, è stata configurata una definizione di condotte con finalità di terrorismo, così ponendo fine alle difficoltà ermeneutiche in precedenza sorte a causa dell’indeterminatezza sul punto della fattispecie di cui all’art. 270-bis c.p.