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Timestamp: 2020-01-18 05:43:31+00:00
Document Index: 182993884

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 137', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 173', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 124', 'art. 124', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 124', 'art. 59', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 131', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 651', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 124', 'art. 125', 'art. 131', 'art. 137', 'art. 25']

Autorizzazione formale allo scarico e responsabilità ex d. lgs.231/2001
26 marzo 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 11518 del 15 marzo 2019 (ud. del 23 gennaio 2019)
Pres. Sarno, Est. Ramacci
Acque. Autorizzazione allo scarico. Necessità di autorizzazione formale ed espressa. Artt. 124, 125, 137 comma 5 d. lgs. n. 152/2006. Responsabilità amministrativa degli enti. Applicazione dell’attenuante per avvenuto risarcimento del danno prima dell’apertura del dibattimento. Art. 5, 12, 25-undecies d. lgs. n. 231/2001. Particolare tenuità del fatto. Art. 131-bis c.p. in relazione all’art. 8 d. lgs. n. 231/2001.
L’apertura o, comunque, l’effettuazione di uno scarico richiede il preventivo rilascio di una formale, espressa autorizzazione rilasciata dalle competenti autorità sulla base dei criteri e nelle forme indicate dalla legge e non ammette equipollenti. Anche per quanto concerne la disciplina in tema di inquinamento idrico, la finalità dell’autorizzazione non è soltanto quella di permettere l’apertura e l’effettuazione dello scarico, ma anche di porre l’amministrazione competente nelle condizioni di verificare la sussistenza delle condizioni di legge per il rilascio del titolo abilitativo ed effettuare ogni successiva attività di controllo e prevenzione, con la conseguenza che l’apertura o l’effettuazione di uno scarico in assenza dell’autorizzazione denota una effettiva offensività della condotta, in quanto determina una evidente lesione dell’interesse protetto dal precetto penale.
In tema di responsabilità degli enti ai sensi del d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231, qualora nei confronti dell’autore del reato presupposto sia stata applicata la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen., il giudice deve procedere all’autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l’illecito fu commesso, che non può prescindere dalla verifica della sussistenza in concreto del fatto di reato, non essendo questa desumibile in via automatica dall’accertamento contenuto nella sentenza di proscioglimento emessa nei confronti della persona fisica.
Deve dunque essere ribadita l’esclusione di ogni automatismo tra l’eventuale riconoscimento della particolare tenuità del fatto nei confronti dell’autore del reato e l’accertamento della responsabilità dell’ente, la cui autonomia è stabilita dal già citato art. 8 d. lgs. 231/2001, nel quale, come è noto, si afferma che la responsabilità dell’ente sussiste anche quando l’autore del reato non è stato identificato o non è imputabile, nonché quando il reato si estingue per una causa diversa dall’amnistia.
L’imputazione concerneva, al capo a), la violazione dell’art. 137, comma 5, primo periodo, d.lgs. 152/2006, perché il GUINZIO, in qualità di procuratore delegato ambientale della società BONAUDO s.p.a, nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue industriali in pubblica fognatura, generata dal attività di concia, tintura e finitura di pelli, superava il valore limite fissato nella Tabella 3 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del predetto decreto in relazione alla sostanza “cromo totale”, compresa tra quelle di cui alla Tabella 5 dell’Allegato 5 alla Parte Terza dello stesso decreto, concentrazione accertata 29,2 mg/l, come da campionamento in data 15 marzo 2012 (fatto commesso in Cuggiono. Reato dichiarato estinto per prescrizione nel giudizio di primo grado).
Alla società BONAUDO s.p.a, erano invece ascritti, ai capi c) e d) della rubrica, gli illeciti di cui all’art. 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 1 e 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 2 d. lgs. 231/01, per la responsabilità, in via amministrativa, di fatti commessi dal GUINZIO nell’interesse o, comunque, a vantaggio della società ed in assenza delle cause di esclusione della responsabilità di cui all’art. 5, comma 2 del d.lgs. 231/01.
2. Avverso tale pronuncia Domenico Rocco GUINZIO e la BONAUDO s.p.a. propongono separati ricorsi per cassazione tramite il comune difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen. .
3. Ricorso di Domenico Rocco GUINZIO
3.2. Con un terzo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione in relazione alla sussistenza dei reati contestati, osservando che la Corte territoriale si sarebbe limitata a riproporre le argomentazioni offerte dal giudice di primo grado senza esprimere una propria posizione sulle censure proposte con l’impugnazione, segnatamente in ordine alla prova della consapevolezza, in capo all’imputato, della carenza dell’atto autorizzativo, circostanza che avrebbe escluso la sussistenza dell’elemento soggettivo e che avrebbe consentito l’assoluzione dell’imputato quantomeno ai sensi del comma 2 dell’articolo 530 cod. proc. pen. .
4. Ricorso della BONAUDO s.p.a.
Osserva, a tale proposito, che la Corte territoriale sarebbe giunta a conclusioni identiche a quelle espresse dal Tribunale nella sentenza di primo grado, sostenendo che l’omessa adozione del modello di organizzazione e gestione da parte dell’ente sarebbe, di per sé, costitutivo della cosiddetta colpa di organizzazione in capo alla società. Il fatto che la società si sia dotata di un sistema di controlli di procedure, di procure e deleghe per la prevenzioni fatti analoghi a quelli del presente giudizio sarebbe, inoltre, privo di alcun valore.
Censura, tuttavia, tale assunto, osservando che il d. lgs. 231/2001 non stabilisce in alcun modo l’obbligo, per gli enti, di adottare i modelli organizzativi, i quali costituiscono esclusivamente una condizione esimente della responsabilità, con la conseguenza che l’omessa adozione di questo modello non può costituire automaticamente una responsabilità dell’impresa, dovendosi individuare l’elemento soggettivo di responsabilità dell’ente nella colpa e ben potendo l’ente interessato dimostrare, al fine di non incorrere in sanzioni, di avere adottato le misure necessarie ad impedire la commissione di reati del tipo di quello realizzato.
4.2. Con un terzo motivo di ricorso deduce la violazione di legge nella parte in cui esclude il riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 12, comma 3 d. lgs. 231/2001 per la non configurabilità dell’attenuante di cui all’art. 12, comma 2, lett. a) del medesimo decreto, osservando, quanto alle condotte risarcitorie richieste dalla norma, che la lesione al bene giuridico tutelato cagionata dalle condotte ascritte alla società non avrebbe dato luogo ad alcuna lesione patrimoniale o non patrimoniale economicamente risarcibile e, quindi, tale condotta non poteva ritenersi esigibile.
Quanto alle condotte riparatorie, l’ottenimento, da una parte, dell’autorizzazione allo scarico e, dall’altra, l’installazione di un sistema di filtri a sabbia e carboni attivi, atti ad impedire il fenomeno del fenomeno del trascinamento accidentale dei fanghi non sedimentati, avrebbero dovuto pienamente ritenersi condotte riparatorie finalizzate ad eliminare il pericolo di lesioni del bene giuridico tutelato dalla norma penale, come richiesto dalla giurisprudenza di legittimità.
4.5. Con un quinto motivo di ricorso deduce l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2 d. lgs. 16 marzo 2015 n. 28 nella parte in cui non prevede l’applicabilità della esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto ai soggetti di cui all’art. 1 del d. lgs. 231/2001 per violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione e della finalità rieducativa della pena di cui all’art. 27, comma 3 della Costituzione.
Di tale evenienza deve pertanto tenersi conto nell’esaminare i motivi posti a sostegno delle impugnazioni di entrambi i ricorrenti, poiché, dalla lettura degli stessi, risulta evidente che i contenuti della decisione di primo grado vengono per lo più ignorati o, comunque, lasciati in secondo piano – nonostante il richiamo effettuato nella sentenza impugnata determini una sostanziale saldatura della struttura motivazionale della sentenza di appello con quella del primo giudice, tale da formare un unico, complessivo corpo argomentativo – lamentando carenze motivazionali in realtà insussistenti ed utilizzando, a sostegno delle censure proposte, riferimenti a dati fattuali che non possono avere ingresso nel giudizio di legittimità e la prospettazione di una personale ed alternativa valutazione delle emergenze processuali che, tuttavia, risulta del tutto destituita di fondamento.
4. Invero, è il caso di ribadirlo, l’articolo 124, d. lgs. 152/06 prevede la necessaria, preventiva autorizzazione per tutti gli scarichi, indicando anche la procedura per il suo rilascio e tale titolo abilitativo, come è stato più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, non può essere sostituito da equipollenti, quali (come pure ricordato dal Tribunale) i pareri o nulla osta dei servizi comunali, che rivestono natura meramente interna al provvedimento (Sez. 3, n. 11556 del 6/10/1994, P.M. in proc. Martino, Rv. 200521); l’autorizzazione sanitaria (Sez. 3, n. 2078 del 7/5/1996, Cilento, Rv. 206812, non massimata sul punto e relativa ad attività di caseificio. V. anche Sez. 3, n. 2877 del 21/12/2006 (dep. 2007), Camurati, Rv. 235880).
Si pensi, ad esempio, alla necessità dell’indicazione delle caratteristiche, anche tecniche, dello scarico e della sua destinazione finale (art. 125, comma 1); alla possibilità di stabilire prescrizioni e limiti per particolari tipologie di scarico in presenza di determinate condizioni (art. 124, comma 8), ovvero in relazione alle caratteristiche tecniche dello scarico, alla sua localizzazione e alle condizioni locali dell’ambiente interessato (art. 124, comma 10); alla necessità del versamento della somma di cui al comma undicesimo dell’articolo 124, nonché alle verifiche che caratterizzano lo specifico procedimento amministrativo, sicché non può ritenersi sostituibile da altri atti o provvedimenti rilasciati per finalità diverse ed all’esito di procedure stabilite da altre disposizioni normative.
Scopo dell’autorizzazione è, infatti, quello di consentire una preventiva verifica della rispondenza di un’attività, potenzialmente pericolosa per l’ambiente, a quanto stabilito dalla legge.
6. Sulla base di quanto appena affermato, appare evidente anche la infondatezza del secondo motivo di ricorso, laddove si sostiene la mancanza di inoffensività della condotta di scarico in assenza di titolo abilitativo, il cui rilascio viene definito un “mero adempimento burocratico”.
Occorre richiamare, a tale proposito, quanto già osservato, peraltro da lungo tempo, dalla giurisprudenza di questa Corte in materia di inquinamento atmosferico in relazione all’analogo reato formale di pericolo presunto di cui all’art. 25, comma primo, dell’ormai abrogato D.P.R. 203/1988, ricordando come l’autorizzazione richiesta da quella disposizione fosse finalizzata alla realizzazione di un controllo anticipato, da parte delle autorità competenti, anche per le emissioni degli impianti esistenti, con evidente scopo di prevenzione (Sez. 3, n. 2321 del 11/12/1991 (dep. 1992), Forte, Rv. 189887. V. anche Sez. 1, n. 5702 del 12/4/1996, P.M. in proc. Mazzi, Rv. 205269; Sez. 3, n. 13143 del 28/1/2005, Orsini ed altro, Rv. 231216; Sez. 3, n. 192 del 24/10/2012 (dep. 2013), Rando, Rv. 254335 e, con riferimento alla disciplina attualmente in vigore, Sez. 3, n. 28764 del 9/6/2015, P.M. in proc. Amoruso e altri, Rv. 264881) e ciò in quanto la legge assume un concetto ampio di inquinamento atmosferico, con la conseguenza della sottoposizione alla disciplina normativa di tutte le attività da cui derivi anche soltanto uno degli effetti contemplati: alterazione delle normali condizioni ambientali, alterazione della salubrità, pericolo o danno alla salute, alterazione di risorse biologiche ed ecosistemi, compromissione di usi legittimi da parte di terzi. Pertanto, si concludeva, per aversi inquinamento atmosferico non è necessario il pericolo di danno alla salute dell’uomo, per la presenza di sostanze inquinanti o tossiche o nocive, ma e’ sufficiente che l’alterazione dell’atmosfera incida negativamente sui beni naturali o anche semplicemente sull’uso di essi (Sez. 3, n. 2321 del 11/12/1991 (dep. 1992), Forte, Rv. 189887, cit. V. anche ).
In altre pronunce si è precisato che l’autorizzazione ha lo scopo evidente di consentire la verifica della rispondenza dell’intervento eseguito con le finalità di tutela dell’ambiente perseguite dalla legge, sicché deve intervenire prima dell’esecuzione dell’intervento ed è escluso, proprio in considerazione delle finalità che essa persegue, che il rilascio di un’autorizzazione postuma possa avere efficacia sanante della violazione (Sez. 3, n. 11836 del 18/11/1997, Pasini, Rv. 209340).
In modo più dettagliato, in altra sentenza (Sez. 3, n. 3589 del 13/3/1996, Sacerdote, Rv. 205781) si è affermato che, nel settore ambientale, l’autorizzazione svolge non solo una funzione abilitativa, cioè di rimozione di un ostacolo all’esercizio di alcune facoltà, ma assume anche un ruolo di controllo del rispetto della normativa e dei correlati standard e consente il cosiddetto monitoraggio ecologico, sicché la mancanza di detto provvedimento incide su alcuni interessi protetti dal precetto penale. Perciò l’omessa valutazione della P.A. impedisce quella conoscenza ed informazione ambientale e quel controllo sull’attività cui sono deputati il procedimento autorizzatorio e le relative sanzioni in caso di disobbedienza a questi precetti, comportando quindi una effettiva conseguenza pericolosa, in quanto conoscenza ed informazione sono strumenti necessari per la prevenzione (in senso conforme, Sez. 3, n. 56281 del 24/10/2017, Carnazzola, Rv. 272422).
Inoltre, sempre con riferimento a reati ambientali formali di pericolo presunto, si è osservato, in altra risalente decisione in tema di prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento di cui al non più vigente d. lgs. 4 agosto 1999 n. 372, che il principio di offensività non può dirsi limitato solo ai reati che presentino, nella loro struttura normativa, un evento offensivo (Sez. 3, n. 44161 del 23/10/2001, Zucchini A, Rv. 220624. V. anche, con riferimento alla disciplina attualmente vigente, Sez. 3, n. 4346 del 17/12/2013 (dep. 2014), Roda, Rv. 259247).
Va aggiunto che la dimostrazione del particolare rilievo attribuito alle esigenze di salvaguardia dell’ambiente e l’interesse del legislatore ad un accurato controllo degli scarichi è data non soltanto dalla complessità del procedimento amministrativo finalizzato al rilascio del titolo abilitativo, ma anche dalla previsione di una efficacia temporale dello stesso e di un periodico rinnovo (art. 124, comma 8 d. lgs. 152/06).
La infondatezza dell’assunto è evidente, se solo si consideri quanto si è appena detto in relazione alle finalità dell’autorizzazione ed alla complessa procedura che precede al suo rilascio.
Invero, non soltanto è mancata una formale attestazione delle condizioni per il rilascio del titolo da parte dell’amministrazione competente, ma l’assenza dell’autorizzazione ha precluso la eventuale imposizione di specifiche prescrizioni, la complessiva attività di “monitoraggio ecologico” che la legge richiede, circa la permanenza delle condizioni che hanno consentito il rilascio del titolo ed il rispetto dei termini di efficacia stabiliti dalla legge per il titolo medesimo e, cioè, tutti quegli adempimenti finalizzati, come si è detto, alla sottoposizione di attività potenzialmente pericolose per l’integrità dell’ambiente ad una disciplina rigorosa e puntuali controlli.
10. La questione della offensività della condotta in tali ipotesi è stata da tempo valutata, osservando, con riferimento all’ormai abrogata legge 319/1976, che in tali casi il reato è integrato dal mero sforamento tabellare, in quanto un danno all’ambiente, in tali ipotesi, è presunto per legge, con la conseguenza che non è logicamente possibile – senza scarinare il sistema, aprendolo a possibili gravi oscillazioni operative con diversità di trattamento tra operatori – dedurre la non offensività della trasgressione in concreto basata sulla natura limitata o temporanea della violazione (così Sez. 3, n. 10578 del 1/10/1993, Pizzocaro, Rv. 196448. Ma si vedano anche Sez. 3, n. 4346 del 17/12/2013 (dep.2014), Roda, Rv. 259247 in tema di rifiuti, Sez. 3, n. 44161 del 23/10/2001, Zucchini A, Rv. 220624 in tema di inquinamento atmosferico).
13. Va ricordato, in primo luogo, come prima dell’entrata in vigore del d.lgs. 258\2000, l’originario testo del previgente d.lgs. 152\99 prevedesse anche la nozione di “immissione occasionale”, contemplata nelle disposizioni relative alle sanzioni.
Contrariamente a quanto avveniva per il concetto di “scarico”, del quale il d.lgs. 152\99 forniva una definizione, nulla si diceva in merito alle immissioni occasionali (di cui non fa peraltro menzione neppure il d.lgs. 152\06), sicché si riteneva, in un primo tempo, che l’immissione occasionale non fosse più contemplata come reato con riferimento alla mancanza di autorizzazione, assumendo, al contrario, rilevanza penale in relazione al superamento dei limiti di immissione, come espressamente previsto dall’art. 59, comma 5.
14. Inconferente, infine, il richiamo all’art. 131-bis cod. pen., il quale, come già affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, opera su un piano distinto, rispetto al principio di offensività, presupponendo, il primo, un reato perfezionato in tutti i suoi elementi, compresa l’offensività, benché di consistenza talmente minima da ritenersi “irrilevante” ai fini della punibilità ed attenendo, il secondo, al caso in cui l’offesa manchi del tutto, escludendo la tipicità normativa e la stessa sussistenza del reato (così Sez. 6, n. 5254 del 10/11/2015 (dep. 2016), Pezzato e altro, Rv. 265642, ma v. anche Sez. U, n. 13681 del 25/2/2016, Tushaj, Rv. 266589).
La questione della consapevolezza, in capo all’imputato, della la carenza dell’atto autorizzativo viene peraltro posta in maniera fuorviante, richiamando testualmente solo una parte della più ampia motivazione della sentenza impugnata, la quale non si limita ad un formale richiamo, ma evidenzia le ragioni per le quali ritiene che all’imputato fosse nota la mancanza del titolo abilitativo, dell’esistenza del quale avrebbe dovuto accertarsi all’atto del conferimento della delega di funzioni, dando conto anche del fatto che, pur avendo avuto formale conoscenza della mancanza di autorizzazione nel 2012, aveva comunque continuato a mantenere in essere lo scarico.
Il ragionamento svolto dai giudici del merito appare in linea con la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha specificato che il sistema normativo introdotto dal d.lgs. 231/2001, coniugando i tratti dell’ordinamento penale e di quello amministrativo, configura un “tertium genus” di responsabilità, compatibile con i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio e di colpevolezza e, nell’affermare tale principio, si è anche chiarito, in tema di responsabilità dell’ente derivante da persone che esercitano funzioni apicali, che grava sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare l’esistenza dell’illecito dell’ente, mentre a quest’ultimo incombe l’onere, con effetti liberatori, di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del reato, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi (Sez. U, n. 38343 del 24/4/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261112).
La società ricorrente richiama quanto affermato dalla giurisprudenza riguardo ai presupposti previsti dall’art. 5 d.lgs. 231/2001 per l’imputazione della responsabilità, sostenendo che, alla luce di tali principi, la motivazione della sentenza impugnata sarebbe affetta da contraddittorietà e manifesta illogicità.
Si tratta di argomentazioni del tutto coerenti, né può dirsi che i giudici dell’appello cadano in contraddizione quando trattano della mancata predisposizione dei filtri, la cui presenza avrebbe evitato il superamento dei limiti tabellari, poiché dell’oggettiva sussistenza di un vantaggio i giudici del merito danno comunque atto ed il fatto che, a pag, 4 della motivazione, i costi delle modifiche siano definiti come “non ingenti e certamente sostenibili dalla società”, mentre, a pag. 8, si fa riferimento a “risparmi cospicui” quale conseguenza della mancata installazione, resta un dettaglio secondario, legato ad una mera scelta lessicale che, tuttavia, consente di ben comprendere il senso di quelle affermazioni, chiaramente intese a porre in evidenza, nel primo caso, che la predisposizione dell’accorgimento tecnico era possibile senza una incidenza particolarmente significativa sul patrimonio della società, mentre, nel secondo, che i risparmi derivanti dalla scelta aziendale non erano indifferenti ma presentavano una consistenza tale da giustificarla.
L’attenuante di cui all’art. 12, comma 2, lett. a) d.lgs. 231/2001 presuppone che l’ente abbia risarcito integralmente il danno ed abbia eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, ovvero si sia comunque efficacemente adoperato in tal senso.
22. Per ciò che concerne il quarto motivo di ricorso, deve osservarsi che lo stesso prende spunto dal contenuto di una decisione di questa Corte (Sez. 3, n. 9072 del 17/11/2017 (dep. 2018), P.G. in proc. Ficule, Rv. 272447) i cui contenuti vengono ricordati, richiamando anche il principio di diritto affermato, giungendo tuttavia alla errata conclusione, frutto della personale lettura della decisione richiamata, secondo la quale con essa si sarebbe implicitamente riconosciuta al giudice del merito la possibilità di ritenere il fatto addebitato all’ente di particolare tenuità escludendone la punibilità ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen.
La citata pronuncia ha affermato il principio di diritto così massimato: “in tema di responsabilità degli enti ai sensi del d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231, qualora nei confronti dell’autore del reato presupposto sia stata applicata la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen., il giudice deve procedere all’autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l’illecito fu commesso, che non può prescindere dalla verifica della sussistenza in concreto del fatto di reato, non essendo questa desumibile in via automatica dall’accertamento contenuto nella sentenza di proscioglimento emessa nei confronti della persona fisica”.
La seconda, invece, ritiene non ragionevole il fatto che l’ente non sia esente da responsabilità nelle ipotesi, indicate dall’art. 8, lett. b) di estinzione del reato per cause diverse dall’amnistia e non anche quando il reato sia accertato ma non punibile, come nei casi stabiliti dall’art. 131-bis cod. pen., la cui applicazione comporta conseguenze anche pregiudizievoli quali l’iscrizione della sentenza nel casellario giudiziale e l’effetto di giudicato quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso nel giudizio civile o amministrativo di danno ai sensi dell’ art. 651-bis cod. proc. pen.
Le ragioni della autonomia della responsabilità dell’ente rispetto alle vicende che riguardano il reato (la cui commissione la legge comunque presuppone) ed il suo autore persona fisica possono individuarsi, in linea generale, nel fatto che il reato è stato co mmesso nell’interesse dell’ente o da esso l’ente ha comunque tratto un vantaggio e che, come emerge anche dalla relazione ministeriale al d. lgs. 231/01, il sistema così impostato consente di contenere gli effetti negativi di eventuali accorgimenti adottati da soggetti aventi struttura organizzativa interna complessa tali da rendere difficoltosa, se non impossibile, l’individuazione dell’autore del reato.
Considerando ancora i contenuti della relazione ministeriale, si rileva che la riconosciuta autonomia tiene conto anche della possibilità di adozione di diverse strategie processuali da parte dell’ente e dell’autore del reato presupposto e che non sembra inoltre di ostacolo alla interpretazione prospettata nella sentenza 9072/2018 la circostanza che l’art. 8 in esame prenda in considerazione solo le cause di estinzione del reato e non anche le cause di esclusione della punibilità, poiché, come è stato da più parti osservato in dottrina, nella relazione ministeriale viene testualmente specificato: “è appena il caso di accennare al fatto che le cause di estinzione della pena (emblematici i casi grazia o di indulto), al pari delle eventuali cause non punibilità e, in generale, alle vicende che ineriscono a quest’ultima, non reagiscono in alcun modo sulla configurazione della responsabilità in capo all’ente, non escludendo la sussistenza di un reato. Se la responsabilità dell’ente presuppone comunque che un reato sia stato commesso, viceversa, non si è ritenuto utile specificare che la responsabilità dell’ente lascia permanere quella della persona fisica. Si tratta infatti di due illeciti, quello penale della persona fisica e quello amministrativo della persona giuridica, concettualmente distinti, talché una norma che ribadisse questo dato avrebbe avuto il sapore di un’affermazione di mero principio”.
In ogni caso, se pure si dovesse propendere per una interpretazione letterale dell’art. 8, escludendo anche ogni rilievo dei contenuti della relazione ministeriale, viene da chiedersi come, in concreto, possa ritenersi applicabile l’art. 131-bis cod. pen. alle ipotesi di responsabilità degli entri di cui al d. lgs. 231/2001 ferma restando l’esclusione di ogni automatismo di cui si è già detto.
Un primo problema lo pone la concreta natura della responsabilità degli enti disciplinata dal d. lgs. 231/2001, oggetto di ampio dibattito in dottrina e giurisprudenza del quale hanno dato conto le Sezioni Unite (Sez. U, n. 38343 del 24/4/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261115, cit.) considerando il sistema, come si è detto in precedenza, “un corpus normativo di peculiare impronta, un tertium genus, se si vuole” valorizzando i contenuti della relazione ministeriale che come tale lo qualifica.
Si osserva, infatti, nella relazione, che la responsabilità, prudentemente definita “amministrativa” dal legislatore delegante, in quanto “conseguente da reato e legata (per espressa volontà della legge delega) alle garanzie del processo penale, diverge in non pochi punti dal paradigma di illecito amministrativo ormai classicamente desunto dalla L. 689 del 1981. Con la conseguenza di dar luogo alla nascita di un tertium genus che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia”.
Si tratta, quindi, di un sistema sostanzialmente differente, il quale rispetto alle diverse discipline dell’illecito penale e di quello amministrativo si pone in un rapporto di limitata permeabilità, dipendente dalle sue specifiche caratteristiche.
Le stesse Sezioni Unite, implicitamente ribadendo quanto in precedenza affermato circa la peculiarità del sistema, parlano di “contiguità” con l’ordinamento penale in ragione, sopratutto, “della connessione con la commissione di un reato, che ne costituisce il primo presupposto, della severità dell’apparato sanzionatorio, delle modalità processuali del suo accertamento”.
Tale particolarità, peraltro, caratterizza anche le modalità di accertamento della responsabilità dell’ente in precedenza descritta.
Ciò posto, deve osservarsi come la dedotta applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. al caso di specie, oltre che errata, tragga spunto dalla diffusa tendenza a non considerare l’effettivo ambito di operatività della disposizione codicistica che il legislatore ha puntualmente delineato, attraverso una lettura della norma che, privilegiando le finalità deflattive perseguite dal legislatore, ne determina l’applicazione anche al di fuori dei casi consentiti dai precisi limiti imposti.
Invero, la rispondenza ai limiti di pena indicati dalla norma costituisce solo la prima delle condizioni per l’esclusione della punibilità, essendo infatti richiesti (congiuntamente e non alternativamente, come si ricava dal tenore letterale della disposizione), gli “indici criteri” della particolare tenuità dell’offesa e della non abitualità del comportamento, il primo dei quali si articola, a sua volta, nei due “indici-requisiti”, della modalità della condotta e dell’esiguità del danno o del pericolo, apprezzate ai sensi dell’articolo 133 cod. pen.
24. Considerando quindi i criteri così individuati per l’applicazione dell’art. 131-bis cod. pen. con riferimento allo specifico sistema delineato dal d. lgs. 231/01 per la responsabilità degli enti, deve escludersi la possibilità di applicare la causa di non punibilità.
L’inammissibilità del ricorso per cassazione, dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, non consente il formarsi di un valido rapporto d’impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare ammissibile la questione di legittimità costituzionale proposta con il quinto motivo di ricorso (Sez. 6, n. 22439 del 15/5/2008, P.M. in proc. Balbi De Caro e altri, Rv. 240513).
Così deciso in data 23/01/2019
Scarica in pdf il testo della sentenza: cass. pen., sez. 3, sent. n. 11518-2019
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