Source: http://democraticidavvero.it/adon.pl?act=doc&doc=11508
Timestamp: 2017-09-23 05:48:43+00:00
Document Index: 11856087

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art.18', 'art. 18', 'art. 18']

Attorno al tema del lavoro si sta svolgendo una partita cruciale, che riguarda lo stesso profilo strategico del Pd. Non in termini di interesse di partito, ma nel senso stesso dell'appoggio del Pd al governo Monti: l'Italia prima di tutto, si è detto. Appunto di questo si tratta: che Italia e che Europa vogliamo? La questione dell'art. 18 va quindi intesa come una cartina di tornasole, per il suo significato reale ma anche simbolico.
Dovrebbe essere ovvio, per chiunque si iscriva nel largo campo delle forze progressiste, che una efficace tutela contro i licenziamenti ingiustificati, come la garanzia dei diritti fondamentali di dignità del lavoro, è una conquista di civiltà. In questo senso lo Statuto dei lavoratori è normativa di attuazione costituzionale, perché si collega direttamente ai diritti costituzionali di fondo, a partire dalla libertà sindacale.
Non a caso il campo di applicazione dell'art. 18 coincide con quello stabilito dallo Statuto per l'accesso ai diritti sindacali in azienda. Se fosse vero che l'art. 18 limita la crescita dimensionale delle imprese, questo dovrebbe essere ancora più vero per i diritti sindacali, dato che anch'essi scattano dopo la soglia dei 15 dipendenti: diritto alla costituzione di rappresentanze sindacali in azienda, a permessi retribuiti e non retribuiti, alla indizione di assemblee retribuite, a tutele rafforzate per i dirigenti sindacali, ecc.
Naturalmente quella soglia (i 15 dipendenti) può essere considerata sbagliata, e persino arbitraria. Ci sono molte soluzioni tecniche preferibili: ma di questo si potrà parlare in altra occasione. Il punto è: se ne discute per estendere i diritti a coloro che oggi non li hanno o per ridurre le tutele per tutti? Il presidente Monti nelle recenti dichiarazioni sembra seguire invece una logica diversa, quando ha affermato che l'art. 18 dello Statuto costituisce un disincentivo agli investimenti. Ma se questo fosse vero non dovrebbe allora valere anche per l'altro vincolo, ben più ingombrante per la libertà d'impresa, costituito dall'esercizio dei diritti sindacali in azienda oltre la soglia dei 15 dipendenti? Perché allora non abrogare, assieme all'art.18, anche l'intero titolo III dello Statuto?
Qui dunque si pone una discriminante di fondo, che riguarda il rapporto tra interesse egoistico della singola impresa, per la quale di certo è preferibile dotarsi di un potere discrezionale di licenziamento, non avere sindacati in azienda con cui confrontarsi, poter assumere a piacimento con contratti precari per risparmiare sui costi e meglio condizionare i dipendenti, ecc., e la visione sistemica, relativa al rapporto tra sistema economico e sistema sociale, ai caratteri complessivi della società e della sua coesione.
Questa differenza il presidente Monti sembra evidentemente non averla intesa, forse per un vizio economicistico della sua formazione. Altrimenti si sarebbe ben guardato dall'accostare il riferimento all'art. 18 con il termine apartheid: parola odiosa che richiama il segregazionismo voluto dai bianchi del Sudafrica contro i neri, prima di Mandela. Bisogna fare attenzione all'uso terroristico delle parole. Quella parola sembra alludere al fatto che i "segregazionisti" sarebbero ora quei lavoratori del settore privato che negli scorsi anni hanno perso reddito verso il profitto e la rendita, si sono trovati allungata l'età pensionabile e sono esposti al rischio dei licenziamenti collettivi a seguito della crisi, con buona pace delle tutele dell'art. 18.
Dovrebbero ora, questi lavoratori, anche sentirsi colpevoli verso i precari che stanno anche peggio di loro, come accadeva ai braccianti della pianura padana agli inizi del secolo scorso quando in occasione degli scioperi si vedevano di fronte i "crumiri", gente ancora più disperata di loro? Sarebbe questa la versione "moderna" dei rapporti sociali che proponiamo alle nuove generazioni?
Sarebbe bene quindi che dopo l'autocritica sulla infelice espressione riferita alla "monotonia"del "posto fisso" (che non esiste più, almeno nel settore privato), se ne facesse un'altra sull'uso improprio e persino provocatorio del termine apartheid. A furia di ripetere ossessivamente slogan e parole false può infatti accadere quanto si verificò quando la ripetizione ossessiva di altrettanto falsi slogan sul "complotto giudaico" e sul protocollo dei savi di Sion finì col convincere milioni di persone, con gli esiti conosciuti.
Lasciato da eva maio il giorno 08 Febbraio 2012 alle 20:07