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Timestamp: 2019-06-15 22:31:33+00:00
Document Index: 54422024

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 143', 'art. 322', 'art. 444', 'art. 322', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 10', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 45', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 444', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 444', 'sentenza ']

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Il tema affrontato dalla Terza Sezione Penale della Cassazione è quello dell’ammissibilità della confisca in termini generici, senza una espressa indicazione dei beni; argomento sul quale da tempo si registra un contrasto giurisprudenziale
Reato continuato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti, commesso negli anni 2010, 2011 e 2012.
Punto di partenza era stato un accertamento eseguito dagli ufficiali della Guardia di Finanza che avevano scoperto quelle operazioni commerciali fraudolente in capo alla società.
Per tali fatti l’imputato, legale rappresentate di una cartiera, era stato condannato, con sentenza emessa dalla Corte d’appello di Ancona, alla pena, sospesa, di 1 anno di reclusione. Nello stesso provvedimento, la corte territoriale aveva escluso di procedere alla confisca, in ragione della mancata individuazione dei beni sui quali il dispositivo ablatorio sarebbe stato destinato ad operare.
Cosicché con ricorso per Cassazione, presentato dal Procuratore generale della Repubblica, la decisione di merito finiva davanti ai giudici di Piazza Cavour, per violazione di legge.
Ed invero, a detta del pubblico ricorrente, secondo un recente indirizzo giurisprudenziale (Sez. 3, n. 4097/2016) la confisca per equivalente può avere ad oggetto anche beni futuri, individuabili anche in sede di esecuzione, e che tale impostazione è funzionale a privare il reo dell’illecito profitto e a consentire il recupero di questo da parte dell’erario.
In realtà sulla ammissibilità della confisca in termini generici, senza espressa indicazione dei beni esiste un indiscutibile contrasto giurisprudenziale. Più volte è stata prospettata la necessità che la questione fosse decisa dalle Sezioni Unite.
Ma quest’oggi i giudici della Terza Sezione Penale hanno sciolto in nodo, pronunciandosi con la sentenza in commento .
Innanzitutto, è stato chiarito che la confisca avente ad oggetto il profitto di reati commessi in violazione di norme tributarie, (di cui all’art. 2 del d.lgs n. 74/200), ha natura obbligatoria. Lo dice espressamente l’art. 143 della Legge n. 244/2007 che richiama a sua volta, l’art. 322-ter c.p.
Ebbene, secondo il primo comma di quest’ultima disposizione “in caso di condanna o applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. per i reati da esso previsti “è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto”.; secondo invece, il terzo comma del medesimo art. 322 ter, nelle ipotesi appena indicate, “il giudice, con la sentenza di condanna, determina le somme di denaro o individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato ovvero in quanto di valore corrispondente al profitto o al prezzo del reato”.
In altre parole, nel caso di confisca avente ad oggetto il profitto del reato, la misura ablatoria per equivalente deve essere disposta solo quando non è possibile quella diretta.
In questo senso, risultano univoche le indicazioni della giurisprudenza di legittimità, secondo cui in caso di reati tributari commessi dall’amministratore di una società, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente può essere disposto nei confronti dello stesso, solo quando, all’esito di una valutazione allo stato degli atti sullo stati patrimoniale della persona giuridica, risulti impossibile il sequestri diretto del profitto del reato nei confronti dell’ente che ha tratto vantaggio dalla commissione del reato.
La confisca per equivalente in denaro
Di conseguenza, nel caso di confisca del profitto di un reato tributario, costituito da un valore economico espresso in denaro, il problema della individuazione dei beni da sottoporre ad ablazione a titolo di confisca per equivalente, ammissibile solo nei confronti dell’imputato e non anche a carico della società o dell’ente, sorge solo quando non è rinvenuto denaro nella disponibilità di questi ultimi.
Ma in questo contesto, non può sottacersi l’orientamento ormai prevalente nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale, “in tema di confisca per equivalente, il giudice della cognizione, nei limiti del valore corrispondente al profitto del reato, può emettere il provvedimento ablatorio anche in mancanza di un precedente provvedimento cautelare di sequestro e senza necessità della individuazione specifica dei beni da apprendere, avendo il destinatario la facoltà di ricorrere al giudice dell’esecuzione qualora dovesse ritenersi pregiudicato dai criteri adottati dal PM nella selezione dei cespiti da confiscare (Sez. 3, n. 20776/2014).
Alla luce di quanto detto, per i giudici della Cassazione, il problema della ammissibilità della confisca di beni futuri non può costituire valido argomento per negare l’applicabilità della confisca, anche per equivalente, in relazione dal profitto di un reato tributario.
E quindi, la confisca per equivalente dovrà essere eseguita, innanzitutto in via diretta nei confronti dell’ente beneficiario delle condotte illecite, in relazione al denaro presso di questo rinvenibile e, poi, per equivalente, sui beni dell’imputato. Solo in caso, di insufficiente disponibilità dei beni rinvenuti, si potrebbe porre il problema di applicare la confisca sui beni futuri.
Pertanto, concludono i giudici della Suprema Corte che la confisca di beni futuri non può costituire valido argomento per negare l’applicabilità della misura ablatoria, anche per equivalente, nell’ipotesi di reati tributari commessi dall’amministratore di una società.
Per il resto, nel caso di specie, la sentenza impugnata aveva ricostruito i fatti e dichiarato la colpevolezza del ricorrente sulla base di un ragionamento indiziario, ma all’esito di una compiuta rivalutazione dell’intero compendio istruttorio e dell’assunzione in contradditorio delle testimonianze dei dipendenti dell’azienda.
I REATI TRIBUTARI E LA LORO RIFORMA (CORTE DI CASSAZIONE N. 25451/2016)
L’omesso versamento Iva contestato al legale rappresentate della società in crisi finanziaria, supera di soli 9.657 euro la soglia fissata dal legislatore per la punibilità del reato: la Cassazione accoglie la richiesta di applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.
L’addebito era quello di non aver versato, l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione relativa all’anno 2009, per un importo complessivo di euro 259.657.
Dopo la condanna in primo grado e la conferma in appello, la decisione era stata impugnata con ricorso per cassazione proposto dalla difesa.
Secondo la prospettazione difensiva, la corte d’appello avrebbe commesso violazione dell’art. 10 ter del d.lgs. n. 74 del 2000 con riferimento alla ritenuta sussistenza del dolo del reato e al mancato riconoscimento dell’inesigibilità soggettiva della condotta richiesta dalla norma.
In particolare, i giudici di merito avrebbero dovuto considerare che l’inadempimento delle obbligazioni tributarie era dipeso da una crisi di liquidità dovuta alla difficile congiuntura economica e ad un’annosa crisi di mercato che aveva spinto la società a fondersi con un’altra S.r.l., la quale a sua volta, a causa dell’aggravamento debitorio e della procedura di concordato preventivo, non era stata in grado di adempiere. Inoltre i giudici di merito avrebbero anche omesso di motivare in ordine alla sussistenza del dolo generico di evadere le imposte in misura superiore alla soglia di punibilità prevista dalla norma incriminatrice.
Mentre con l’ultimo motivo di ricorso, il ricorrente lamentava la mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p. La sentenza impugnata, sul punto, sarebbe stata palesemente contradditoria per aver da una parte, escluso la particolare tenuità del fatto sulla base della cospicua divergenza tra la soglia di punibilità prevista dall’art. 10 ter del d.lgs. n. 74/2000 e le somme evase dall’imputato e, nel passaggio immediatamente successivo, e riconosciuto che la “soglia non era superata di moltissimo”. Parimenti, la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere irrilevante il fatto che il mancato versamento aveva riguardato una sola annualità, circostanza, che invece, secondo la difesa, avrebbe dimostrato proprio la “non abitualità” della condotta contestata all’imputato.
Il ricorso è stato accolto perché (parzialmente) fondato.
Certamente non poteva dirsi corretta la censura rivolta alla mancata configurabilità del dolo del reato conseguente all’inesigibilità della condotta imposta al ricorrente.
I consolidati principi giurisprudenziali hanno ormai da tempo, escluso ogni dubbio al riguardo: non ha alcuna rilevanza scusabile il rilievo della crisi societaria. Infatti, il reato di omesso versamento IVA è integrato dalla scelta consapevole di omettere i versamenti dovuti, non rilevando la circostanza che la società attraversi una fase critica e destini risorse finanziarie per far fronte al pagamento di debiti ritenuti più urgenti, posto che tale situazione rientra nell’ordinario rischio di impresa e che non può certamente comportare l’inadempimento dell’obbligazione fiscale contratta con l’erario.
Tale elemento può semmai, rilevare come causa di forza maggiore di cui all’art. 45 c.p. solo se siano assolti gli oneri di allegazione idonei a dimostrare, non solo l’asserita crisi di liquidità, ma anche che detta crisi non sarebbe stata fronteggiabile tramite il ricorso ad apposite procedure da valutarsi in concreto, non ultimo il ricorso al credito bancario.
Detto in altri termini, l’imprenditore deve provare di aver posto in essere, senza successo, per causa a lui non imputabile, tutte le misure (anche sfavorevoli per il proprio patrimonio personale) idonee a reperire la liquidità necessari per adempiere il proprio debito fiscale.
Tale prova liberatoria nel caso in esame era mancata. La difesa si era, infatti, limitata ad asserire semplicemente l’esistenza di una pregressa crisi di impresa senza allegare elementi idonei a dimostrare l’entità della crisi, le incolpevoli cause della stessa e l’impossibilità di poterle superare tramite il ricorso ad idonei strumenti da valutarsi in concreto.
Diversamente, coglie nel segno la censura relativa al mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p.
Come anticipato nel caso in esame, la divergenza tra gli importi non versati dall’imputato e la soglia di non punibilità ammontava a meno di 10.000 euro importo che certamente, può ritenersi prossimo alla soglia predeterminata dal legislatore, discostandosi dalla stessa di meno del 4% e che, a detta degli Ermellini – non preclude una valutazione positiva in termini di tenuità del fatto considerato.
La decisione è avvalorata da un principio spesso richiamato e sedimentato nella giurisprudenza di legittimità per cui “in tema di omesso versamento IVA, la causa di non punibilità della “particolare tenuità del fatto” prevista dall’art. 131 bis c.p. , è applicabile soltanto alla omissione per un ammontare vicinissimo alla soglia di punibilità, fissata a euro 250.000 dall’art. 10 ter citato, in considerazione del fatto che il grado di offensività che dà luogo al reato è stato già valutato dal legislatore nelle determinazione della soglia di rilevanza penale” (Sez. III, n. 13218/2015).
OMESSO VERSAMENTO IVA: CONDANNATO UN IMPRENDITORE ITALIANO
Evasione: sequestrato l’immobile abitato da moglie e figlie
Il sequestro per i reati di evasione fiscale ricade anche sull’immobile destinato, in sede di accordi di separazione, ad abitazione della ex moglie e delle figlie. La parola ai giudici della Cassazione (sent. n. 2862/2019)
Indagato, in qualità di legale rappresentante e amministratore di una società, per il delitto di evasione, perché negli anni di imposta dal 2013 al 2016 aveva omesso di presentare le dichiarazioni annuali dei redditi, il GIP del Tribunale di Milano, con ordinanza disponeva il sequestro preventivo, tra gli altri beni, dell’immobile che, in sede di accordi per la separazione con la ex coniuge, era stato affidato a quest’ultima, ove vi avrebbe abitato con le figlie minorenni.
L’ordinanza veniva confermata anche dal Tribunale del riesame, cosicché l’indagato proponeva ricorso per Cassazione.
L’impianto difensivo era interamente incentrato sull’errore nel quale sarebbero incorsi i giudici di merito nel disporre il sequestro su beni che, innanzitutto non avevano alcuna pertinenza col reato e, in secondo luogo erano destinati all’abitazione della moglie e delle figlie.
Nonostante i motivi addotti a difesa, i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso, ritenendo prive di fondamento le censure proposte.
E a tal proposito, richiamano l’insegnamento più volte espresso in sede di legittimità per cui “anche in caso di assegnazione della casa coniugale al coniuge in sede di accordi in tema di separazione personale, non viene meno il profilo della disponibilità del bene in capo al conferente, presupposto della eventuale successiva confisca per equivalente; tale fattore, ide est la disponibilità del bene, costituisce anzi il necessario antecedente logico ella possibilità di fare rientrare la assegnazione del bene nell’ambito del regolamento patrimoniale dei rapporti intervenuto tra i due coniugi (Corte Cass. sent. n. 12541/1997), senza, peraltro, che per effetto di tale assegnazione il coniuge beneficiario consegua a titolo definito una posizione rispetto al bene caratterizzata da assolutezza, autonomia ed indipendenza rispetto alla posizione del suo coniuge dante causa”.
Sequestro preventivo: sono ammessi i beni del fondo patrimoniale
Il sequestro preventivo può essere disposto anche su beni rientranti nel fondo patrimoniale familiare, purché appartenenti al soggetto indagato che ve li ha conferiti
Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza (n. 57724/2018) avente ad oggetto il sequestro preventivo ai fini di confisca di un bene immobile adibito a casa familiare e conferito nel fondo patrimoniale dall’indagato, presunto evasore fiscale.
Gli erano stati contestati reati tributari per diverse migliaia di euro (aveva ideato e commercializzato modelli di evasione fiscale per mezzo dei quali erano stati posti in essere più reato di compensazione di crediti tributari inesistenti), con l‘aggravante di aver commesso il fatto nell’esercizio di attività professionale di consulenza fiscale.
Tali compensazioni venivano effettuate da taluni soggetti mediante la trasmissione telematica di modello F24, accollandosi il debito tributario riferibile a terzi, consentendo loro l’apparente regolarizzazione della propria posizione fiscale, il tutto utilizzando crediti fittizi.
Senonché era stata disposta la misura del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, su beni mobili e immobili di proprietà dell’indagato. Tra questi vi era l’appartamento intestato alla moglie e adibito a casa coniugale peraltro, rientrante nel fondo patrimoniale.
In verità, secondo la prospettazione difensiva, l’immobile non avrebbe potuto essere aggredito poiché destinato a casa familiare ed inoltre, costituente prima casa ex art. 52 d.l. n. 69 del 2013, con vincolo di destinazione ai bisogni di un minore.
Ebbene, sul punto la Cassazione ha chiarito che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, può ricadere su beni anche solo nella disponibilità dell’indagato, per essa dovendosi intendere la relazione effettuale con il bene, connotata dall’esercizio di poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà, cosicché i beni, se anche siano formalmente intestati a terzi estranei al reato, devono ritemersi nella disponibilità dell’indagato quando essi, sulla base di elementi specifici e dunque non congetturali, rientrino nella sera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su di essi venga esercitato per il tramite di terzi.
E cosi nel caso di specie, il sequestro preventivo sul bene immobile citato doveva ritenersi legittimamente disposto, dal momento che il tribunale aveva ritenuto dimostrata la disponibilità dello stesso in capo all’indagato.
FONDO PATRIMONIALE: E’ PIGNORABILE IN CASO DI MULTE NON PAGATE?
Secondo gli Ermellini, in caso di reati tributari il patteggiamento è possibile solo se è stato estinto il debito oggetto di contestazione.
La Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 169/2018 ha fatto il punto in materia di reati tributari e patteggiamento, fornendo precisazioni importanti.
Nel caso di specie, protagonista era l’amministratore di una società. L’uomo era stato sottoposto a procedimento penale per aver “occultato o distrutto le scritture contabili e i documenti di cui è obbligatoria la conservazione”, quindi per reati tributari.
Il tutto al fine di “evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto o di consentirne a terzi l’evasione” (art. 10 d. lgs. n. 74 del 2000).
Ebbene, l’amministratore, dopo essere stato processato per tale reato, aveva deciso di patteggiare la pena (art. 444 c.p.p.) ma il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Brescia si era rivolto alla Corte di Cassazione.
Questi, infatti, aveva lamentato nello specifico la violazione dell’art. 13 bis del d. lgs. n. 74 del 2000, che limita la possibilità del patteggiamento – in caso di reati tributari – solo ad alcuni casi.
Ovvero alle ipotesi in cui “l’imputato possa beneficiare della speciale attenuante di cui al comma 1 della disposizione (per avere integralmente estinto i debiti tributari, compresi oneri e accessori), o nelle ipotesi di ravvedimento operoso”.
Dunque, nel caso in esame, secondo il Procuratore Generale, l’imputato non avrebbe potuto accedere al patteggiamento. Ciò in quanto non aveva estinto il debito tributario oggetto di contestazione.
La Cassazione, a tal proposito, ha ritenuto di dover aderire alle considerazioni svolte dal Procuratore. Ha così deciso di accogliere il relativo ricorso, ritenendolo fondato.
Secondo gli Ermellini, infatti, l’art. 13 bis, comma 2, del d. lgs. n. 74 del 2000, limita la possibilità del patteggiamento in caso di reati tributari. E “ai soli casi in cui l’imputato possa beneficiare della speciale attenuante prevista dal comma 1 della medesima disposizione (è cioè l’integrale estinzione dei debiti tributari, compresi oneri e accessori), o nelle ipotesi di ravvedimento operoso”.
Nel caso preso in esame, i giudici avevano erroneamente aderito alla richiesta di patteggiamento delle parti. E questo omettendo completamente di considerare l’applicabilità, al caso di specie, dell’art. 444 c.p.p.
Pertanto, alla luce di tali considerazioni, la Cassazione ha ritenuto fondata “la denuncia di violazione di legge da parte del pubblico ministero ricorrente”. I giudici hanno quindi annullato la sentenza impugnata e rinviato la causa al Tribunale di Brescia, affinché lo stesso valutasse la concreta applicabilità del patteggiamento.
CACCIA AGLI EVASORI: LE NUOVE STRATEGIE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE