Source: https://www.avvgiancarlocorsetti.com/notizie/archives/02-2020
Timestamp: 2020-08-13 17:50:56+00:00
Document Index: 151351482

Matched Legal Cases: ['art. 338', 'sentenza ', 'art. 338', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 338']

Il processo "Trattativa Stato-Mafia": la conferma in appello dell'assoluzione dell'ex ministro Mannino
Contributo di Paola Maggio in www.sistemapenale.it
1. Il processo “Trattativa”.
Il noto processo, denominato Trattativa Stato-Mafia, si è posto all’attenzione dei giuristi e degli storici per la peculiare configurazione delle condotte criminose in contestazione involgendo, oltre che il ritenuto carattere illecito della “Trattativa” e l’individuazione degli elementi costitutivi del reato, lo stesso orizzonte cronologico degli eventi e la loro ricostruzione. L’esistenza di patti compromissori tra “Cosa nostra” e lo Stato italiano aventi come protagonisti i vertici delle istituzioni, basati su di una reciprocità di scambi tali da condizionare negativamente il sistema democratico, si è rivelato tema di accertamento sfuggente, incerto e scivoloso. Ha assunto particolare rilievo l’ipotesi della valenza minacciosa delle condotte ascritte in via principale agli imputati mafiosi e in forma concorsuale agli imputati “non mafiosi”, nonché la stessa configurabilità della fattispecie descritta nell’art. 338 c.p. Tuttavia, ricondurre nella tramatura dell’imputazione di presupposti di fatto, evanescenti e risalenti nel tempo, unitamente a un’articolata costellazione di fonti di prova atte a dimostrarli, è apparso compito controvertibile già nella fase di indagini. Non sorprende, pertanto, che gli esiti processuali cui si è sinora addivenuti presentino conclusioni contraddittorie. Il filone principale dell’accertamento si è infatti concluso nel luglio del 2018 con una decisione di primo grado che ha ritenuto la sussistenza dei principali addebiti ed è attualmente pendente in fase di appello. La sentenza di condanna ha attribuito il reato di minaccia a un corpo politico (nel caso di specie, il governo) ex art. 338 c.p.p. in forma concorsuale a boss mafiosi e a ufficiali dei carabinieri. Il coinvolgimento degli uomini politici si è tradotto, invece, nel giudizio di colpevolezza soltanto per Marcello Dell’Utri, esponente di Forza Italia, e nell’assoluzione per l’allora ministro democristiano Calogero Mannino, che aveva optato per il rito abbreviato. L’assoluzione per non avere commesso il fatto di Mannino è ora confermata dalla Corte di appello di Palermo con una corposa motivazione di circa 1150 pagine, ove si afferma l’«ulteriormente acclarata» estraneità dell’imputato rispetto agli addebiti. Le anomalie delle complessive vicende giudiziarie, e in particolare del procedimento principale, hanno caricato di inevitabili valenze extra-processuali e di implicazioni politico-sociali gli esiti del giudizio. In processi di questo tipo si corre il rischio di sollecitare contrapposizioni ideologiche, di originare narrazioni alternative rispetto a quelle privilegiate dagli organi giudicanti e, soprattutto, di trasformare l’accertamento giudiziario in un agone nel quale stigmatizzare la storia e la politica. Numerosi sono poi gli effetti distorsivi legati alle proiezioni mediatiche dei riti. Sembrano smarrirsi la legalità delle forme processuali, la centralità dell’imputazione e dell’apparato probatorio volto a dimostrarla, il raggiungimento dello standard dell’«oltre ogni ragionevole dubbio». Le diramazioni dei processi sulla “Trattativa” determinano anche la possibilità di contrasti fra i differenti giudicati e alimentano il rischio di duplicazioni degli accertamenti a carico del medesimo autore per gli stessi fatti in violazione del ne bis in idem. È in pericolo persino la comprensibilità delle decisioni. Gli apparati motivazionali, articolatissimi e caratterizzati da continui rinvii ad atti interni al processo o a sentenze divenute irrevocabili e ritualmente acquisite, si presentano macchinosi già dal punto di vista lessicale, rendendo astrusa la comprensione dell’iter argomentativo e del suo sviluppo. Linguaggio, struttura e stile della sentenza e della motivazione sono di fondamentale importanza sia per la sua funzione endoprocessuale (comprensione della soluzione del caso e promozione delle successive impugnazioni), sia per quella extraprocessuale di precedente giurisprudenziale. La rinuncia della chiarezza e fruibilità delle argomentazioni non si risolve dunque in un mero dato esteriore o formale, costituendo un indice importante della stessa qualità della democrazia dell’ordinamento nel suo complesso.
​2. La conferma dell’assoluzione e il rifiuto di assolvere a compiti storiografici.
A differenza del troncone principale del processo alla “Trattativa”, nel quale i giudici avevano mostrato la chiara ambizione di conferire all’accertamento giudiziario anche compiti storiografici, la Corte palermitana dichiara di volere leggere il compendio probatorio in chiave individualizzata. Una ricostruzione storica complessiva è infatti ritenuta ultronea rispetto alle concrete risultanze relative alla specifica posizione dell’imputato e i giudici di appello sembrano saldamente intenzionati a mantenere ferma la differenza tra il giudizio loro spettante e la valutazione storica dei fatti. Del resto, se è vero che fra le due attività sono rinvenibili molteplici comunanze, altrettante diversità segnano i rispettivi campi di analisi. Il giudice e lo storico sono entrambi impegnati a ricostruire un fatto storico sulla base delle informazioni disponibili, ovvero a formulare un enunciato complesso caratterizzato dalla «coerenza» con gli elementi gnoseologici a disposizione nonché dalla «accettabilità giustificata» in virtù della capacità esplicativa. Inoltre, sia il giudice sia lo storico sono chiamati a scegliere ciò che è pertinente e rilevante per il loro lavoro esercitando una capacità combinatoria, ovvero di coordinamento fra le singole affermazioni inerenti all’oggetto. Tuttavia, il giudice penale, a differenza dello storico, è tenuto espressamente ad attenersi alla domanda avanzata dal pubblico ministero e ciò a presidio della sua stessa terzietà e imparzialità. Non gode di una totale libertà di approccio ai dati da valutare, in quanto deve rifarsi ai contenuti dell’imputazione e ai criteri assiologici impliciti nelle norme sostanziali di riferimento e deve tralasciare, invece, gli elementi che, pure «connessi alla regiudicanda e rilevanti per lo storico, sono indifferenti per una considerazione giuridica». Infine, il giudice deve utilizzare a fini decisori soltanto quanto emerso dialetticamente, nel rispetto dei termini previsti e delle regole probatorie imposte anche nella sede valutativa. Questa consapevolezza metodologica sembra volere guidare il percorso argomentativo della sentenza d’appello che, in più occasioni dichiara anche di volere sfuggire a logiche di «valutazione dell’allora, con le conoscenze dell’ora», evitando così di interpretare fatti pregressi sulla base di approcci che non tengano conto dei contesti originari di riferimento.
3. Una contestazione nebulosa.
Il percorso argomentativo della Corte di appello mette in evidenza i numerosi profili di lacunosità della imputazione penale destinati a ripercuotersi direttamente sul thema probandum e sul diritto di difendersi provando. Nella imputazione debbano trovare spazio la descrizione della condotta, dell’evento, ove presente, almeno approssimativamente definiti in relazione al tempo e al luogo, e deve essere descritto anche «lo strumento dell’ipotetica causazione». Nonostante il plafond di garanzie sovranazionali e nonostante il quadro legislativo interno sulla necessaria conoscibilità e chiarezza dell’accusa mediante la predisposizione di un nucleo di regole volte alla redazione «in forma chiara e precisa» del fatto, la qualità di compilazione dell’addebito penale appare sfilacciarsi in sede applicativa. Un’ipotesi d’accusa vaga o aspecifica esercita effetti deteriori sull’accertamento: i poteri del giudice si dilatano e sminuisce il ruolo argomentativo delle parti. Gli effetti della precomprensione ermeneutica nel processo di concretizzazione delle norme penali si fanno più evidenti. Come ben osservato, in tali scenari l’autore punito non è mai individuato interamente dal fatto tipico: «è il processo che lo seleziona» (…): il processo realizza una «peculiare selezione di mezzi di lotta contro possibili nemici, rappresentando anzi il luogo privilegiato a tal fine, assai più delle norme di diritto penale sostanziale». A opinione dei giudici dell’appello, l’iter processuale (così come il parallelo evolversi del filone principale, più volte richiamato nella sentenza) non ha lasciato emergere con chiarezza né la tempistica né le modalità delle minacce integrative del reato di cui all’art. 338 c.p. Allo stesso tempo l’organo dell’accusa non è riuscito a chiarire nè conseguentemente a dimostrare gli