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Timestamp: 2020-02-24 02:46:18+00:00
Document Index: 69693708

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 51', 'art. 41', 'art. 52', 'art. 51', 'art. 2748', 'art. 41', 'art. 52', 'art. 569', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 95', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 107', 'art. 51', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 150', 'art. 41', 'art. 51', 'art. 150', 'art. 107', 'art. 216', 'art. 41', 'art. 107', 'art. 216', 'art. 100', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 51', 'art. 150', 'art. 42', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 52', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 74']

Sono curatore di un fallimento.
Al momento della dichiarazione di fallimento pendevano delle procedure pignoratizie individuali derivanti da crediti fondiari.
Queste procedure hanno portato alla vendita degli immobili pignorati e all' incamerazione del prezzo senza che io mi sia insinuato nella relativa procedura.
Poiché le somme ricavate spettano comunque al fallimento e siccome non vi stato ancora alcun riparto ed assegnazione, vi chiedo come posso fare ad incamerare tali somme e farle confluire nelle casse del fallimento posto che esse sono necessarie al pagamento di numerosi crediti in prededuzione.
Inoltre si chiede qual è la procedura? Serve una autorizzazione (del G.D. o del G.E.) o è sufficiente una semplice richiesta al delegato alle vendite?
Per la verità non è corretta la premessa da cui muove che le somme ricavate spettano comunque al fallimento. In realtà il privilegio processuale concesso ai creditori fondiari si realizza proprio nella possibilità di iniziare o proseguire l0'esecuzione individuale anche in pendenza del fallimento del debitore e tale vantaggio non avrebbe senso se non portasse all'acquisizione, da parte del creditore fondiario, delle somme ricavate dall'esecuzione.
Il raccordo tra l'esecuzione fondiaria e quella fallimentare avviene in due modi. In primo luogo consentendo al curatore di intervenire nel procedimento esecutivo per far valere i crediti prioritari sull'ipoteca che assiste il credito fondiario e, in secondo luogo nel considerare provvisoria l'assegnazione fatta al creditore fondiario in sede esecutiva. Questo comporta che tale creditore deve comunque insinuarsi al passivo fallimentare ove viene determinato il credito intero per il quale quel creditore (come se nulla avesse già percepito) avrebbe diritto a partecipare al concorso fallimentare (ammettiamo 100 per semplificare); successivamente si calcolano quali sono i crediti che hanno prevalenza sull'ipoteca, tra i quali le spese della procedura fallimentare in prededuzione (ad esempio 20 tra spese specifiche e generali in proporzione, che è l'importo cui anche il fondiario deve contribuire alla spese della procedura). A questo punto se le liquidità ricavate dalla vendita del bene ipotecato hanno permesso il pagamento del fondiario e delle prededuzioni fallimentari, nulla quaestio, nel mentre se esse sono state inferiori, il fondiario dovrà comunque partecipare alle spese restituendo quella somma di 20 che avrebbe dovuto sostenere e non ha sopportato, non essendo intervenuto il curatore nell'esecuzione e comunque non potrà percepire in via ipotecaria più di 80.
RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento
Poiché, come dite, il raccordo tra l'esecuzione fondiaria e quella fallimentare avviene o consentendo al curatore di intervenire nel procedimento esecutivo per far valere i crediti prioritari sull'ipoteca o considerando provvisoria l'assegnazione fatta al creditore fondiario in sede esecutiva, posso ancora intervenire dato che non sono state assegnate le somme? Come?
Inoltre, se effettuo l'intervento devo indicare che esso è relativo solo alle spese prededucibili della procedura e quantificarle allo stato?
Infine, in caso di mancato intervento come devo agire per ottenere la restituzione delle somme prededucibili (20) che il creditore fondiario avrebbe dovuto sostenere ma che non ha sostenuto?
E che succede se il creditore fondiario si rifiuta di restituirle?
Mi permetto, poi, di contraddire la vs. ricostruzione secondo cui le somme non spetterebbero, in ogni caso, al fallimento perché la norma che consente ai creditori fondiari di iniziare o proseguire un'esecuzione individuale anche in pendenza di fallimento ha natura processuale, quindi procedurale e – di conseguenza – non può mai prevalere rispetto alla norma SOSTANZIALE della PAR CONDICIO CREDITORUM ed all'altra (derivata ma sempre sostanziale) del blocco di ogni azione individuale.
Infatti, sebbene il creditore fondiario sia il primo a potersi soddisfare sul ricavato della vendita del bene ipotecato può non essere l'unico a farlo, perché il ricavato potrebbe superare di molto il suo credito.
A questo punto, si potrebbe verificare la situazione che il creditore fondiario trattenga somme che non gli spettano (interessi) o che altre somme vengano erroneamente distribuite ad altri creditori intervenuti che (pur in pendenza del fallimento) sono saliti sul carro dell'esecuzione individuale e non hanno desistito come avrebbero dovuto.
Dott.Umberto Di Pede Matera
RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento
Il secondo comma dell'art. 41 del d.lgs n. 385 del 1993 (TUB) stabilisce quanto segue: "L'azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari può essere iniziata o proseguita dalla banca anche dopo la dichiarazione di fallimento del debitore. Il curatore ha facoltà di intervenire nell'esecuzione. La somma ricavata dall'esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene attribuita al fallimento".
Da questa norma si deduce: (a)-che il creditore fondiario può iniziare e/o proseguire l'azione esecutiva anche in pendenza di fallimento del debitore; (b)-che il curatore può intervenire nell'esecuzione pendente; (c)-che il ricavato della vendita va attribuito al creditore fondiario e al curatore va assegnata soltanto la parte eccedente la quota assegnata alla banca procedente; principio quest'ultimo ulteriormente rafforzato dal comma terzo della stessa norma, per il quale "il custode dei beni pignorati, l'amministratore giudiziario e il curatore del fallimento del debitore versano alla banca le rendite degli immobili ipotecati a suo favore, dedotte le spese di amministrazione e i tributi, sino al soddisfacimento del credito vantato". ossia, non solo il prezzo del ricavato va assegnato al creditore fondiario, ma il curatore, se ad esempio l'immobile è dato in locazione, è tenuto a versare alla banca fondiaria i canoni che il conduttore paga a lui.
Del resto, se così non fosse, il privilegio processuale concesso ai creditori fondiari non avrebbe senso, in quanto esso si concretizzerebbe nello svolgimento di una esecuzione individuale per far acquisire al fallimento le somme che questo potrebbe realizzare con la vendita in ambito fallimentare. Al contrario, la possibilità data al creditore fondiario di iniziare e proseguire l'espropriazione individuale si realizza-, come abbiamo già detto nella precedente risposta- nel portare all'acquisizione, da parte del creditore fondiario, delle somme ricavate dall'esecuzione. Il privilegio in questione, consistente nella deroga al divieto di cui all'art. 51, si chiama processuale in quanto consente solo questa possibilità ed una attribuzione provvisoria, nel mentre il privilegio sostanziale (quelli per intenderci dei dipendenti, dei professionisti, ecc.) si realizza nell'attribuire al creditore una situazione di preferenza rispetto ad altri; al creditore fondiario, la preferenza è data non da un privilegio ma dall'ipoteca e dal grado della stessa.
Poiché l'attribuzione in sede esecutiva è provvisoria, bisognava provvedere a raccordare detta esecuzione individuale con quella collettiva concorsuale. Raccordo che come abbiamo detto, può avvenire in sede esecutiva individuale con l'intervento del curatore previsto dal secondo comma dell'art. 41 del TUB e nel fallimento, posto che il terzo comma dell'art. 52 l.f., stabilisce che le disposizioni riguardanti l'accertamento dei crediti nel fallimento di cui al secondo comma dello stesso articolo "si applicano anche ai crediti esentati dal divieto di cui all'art. 51", ossia anche ai crediti fondiari che, appunto non sottostanno al blocco delle azioni esecutive.
Perché il legislatore ha creato questo meccanismo? Proprio perché la banca fondiaria che procede all'esecuzione individuale ha ottenuto in quella sede l'attribuzione del ricavato senza tener conto di tutti i crediti prioritari sull'ipoteca che invece vi sono nel fallimento, tra cui la quota di spese generali (compreso il compenso del curatore) ed eventuali crediti concorsuali che vanno preferiti all'ipoteca a norma del secondo comma dell'art. 2748 c.c.. Questi crediti può azionarli il curatore intervenendo nel processo esecutivo, ma, come evidenzia la lettera del citato secondo comma dell'art. 41 TUB, l'intervento non è obbligatorio e, comunque, nel momento in cui è fatto potrebbe non comprendere tuti i crediti prioritari sull'ipoteca, ed ecco perché l'art. 52 (riprendendo peraltro un indirizzo consolidato della S. Corte), ha stabilito che i conteggi definitivi si fanno in sede fallimentare; qui, infatti, si può definitivamente stabilire quanto il creditore fondiario riceverebbe nel fallimento e quanto ha ricevuto in via esecutiva e si determina il dare e avere (semplificando quanto detto più dettagliatamente nella precedente risposta).
Se il fallimento è in credito chiederà alla banca la restituzione di quanto provvisoriamente incassato in più del dovuto, e se la banca non adempie, si ha la normale situazione di un creditore e di un debitore che non vuol pagare, per cui, dopo i dovuti solleciti, si dovrà passare alle vie giudiziarie.
E' chiaro, quindi, che il pagamento del credito del fondiario in sede esecutiva altera la par condicio, ma questa deroga è voluta dal legislatore (e la ragione si trova nell'orine storica del credito in questione legato alle cartelle fondiarie), che, però, ne mitiga gli effetti, attraverso il successivo riequilibrio in sede fallimentare.
E' il caso di spiegare intervento nell'esecuzione individuale? Dipende dalla situazione concreta, ossia dalla fase in cui è pervenuta l'esecuzione, dall'entità del ricavo e dal grado di possibile soddisfazione del fondiario, dall'entità delle spese prededucibili gravanti sul bene ipotecato e dei crediti prioritari, dalla banca con cui si ha a che fare, ecc.. Certo è meglio ottenere prima, nell'esecuzione, quello che poi potrebbe essere chiesto in restituzione, ma questo è solo un criterio di valutazione da confrontare anche con la spesa di un legale per effettuare l'intervento.
RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento
Al momento della dichiarazione di fallimento pendeva una procedura pignoratizia individuale promossa da un creditore fondiario. L'udienza ai sensi dell'art. 569 c.p.c è fissata per il mese di maggio. Io potrei ottenere l'autorizzazione alla vendita dell'immobile in questione nel mese di febbraio avendo già un perizia in mano effettuata dal perito della procedura: questo mi permetterebbe "potenzialmente" di liquidare prima l'attivo.In questa situazione il rapporto esecuzione e fallimento si risolve in ragione dell'anteriorità del provvedimento che dispone la vendita? in una vostra risposta a un quesito del 9/5/2013 ho inteso in tal senso.
RE: RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento
Il potere degli istituti di credito fondiario di proseguire l'esecuzione individuale sui beni ipotecati anche dopo la dichiarazione di fallimento del mutuatario, non esclude che il giudice delegato possa disporre la vendita coattiva degli stessi beni, perché le due procedure espropriative non sono incompatibili ed il loro concorso va risolto in base all'anteriorità del provvedimento che dispone la vendita (in tal senso Cass. 08/09/2011, n. 18436; Cass. 28/01/1993 n. 1025).
chiedo cortesemente un vostro parere in merito alla seguente situazione sperando di essere il più chiaro possibile.
Al momento della sentenza dichiarativa di fallimento è pendente un'esecuzione immobiliare che vede come creditore procedente un istituto di credito. Lo stesso creditore si insinua allo stato stato passivo del fallimento ma in tale sede gli viene disconosciuta la natura fondiaria del credito.
Successivamente il Curatore interviene nell'esecuzione immobiliare.
A questo punto le somme incamerate in sede di esecuzione immobiliare a chi andranno ripartite? Ritengo che le spese sostenute dal creditore procedente (anticipo compenso C.T.U, anticipo compenso Custode, ecc.) siano da distribuire direttamente al creditore procedente mentre la somma residua sarà da attribuire direttamente al fallimento diversamente a quanto sarebbe avvenuto in presenza di creditore fondiario.
A nostro avviso la soluzione prospettata non è condivisibile anche se risulta adottata in diversi tribunali.
Per spiegare le ragioni del nostro convincimento ci sembra utile partire da quanto affermato da Cass., sez. III, 28 settembre 2018, n. 23482, la quale è stata chiamata ad occuparsi di una procedura esecutiva per credito fondiario, proseguita dunque nonostante il fallimento del debitore, in cui il curatore aveva chiesto, invano, che in sede di distribuzione del ricavato, nel determinare la somma da attribuire al creditore fondiario, fossero scorporate, con versamento in favore della curatela, di crediti prededucibili riconosciuti in sede fallimentare (si trattava del credito per ICI e degli oneri condominiali relativi all'immobile, nonché del compenso spettante alla curatela fallimentare).
A questo punto, mentre secondo alcuni detti ausiliari dovrebbero, come tutti gli altri creditori della massa, partecipare al concorso (con la conseguenza che il decreto di liquidazione dovrebbe porre il relativo importo a carico del debitore), la giurisprudenza afferma che il giudice liquida i compensi e le spese degli ausiliari che eventualmente abbiano già prestato la loro opera nella procedura e li pone a carico del creditore procedente a titolo di anticipazione ai sensi dell'art. 8 D.P.R. 115/2002 (quali spese che restano a carico di colui che le ha anticipate come in tutti i casi di chiusura anticipata del processo), così da consentire a quest'ultimo di chiederne a propria volta il pagamento nel fallimento mediante domanda di ammissione al passivo (così . Cass. Civ., sez. I, 18 dicembre 2015, n. 25585, che ha precisato come l'art. 95 c.p.c. non sia applicabile all'ipotesi in cui l'esecuzione si arresti per improcedibilità ex art. 51 L.F., presupponendo un esito fruttuoso della procedura, ed ha respinto l'istanza di ammissione al passivo formulata da un professionista delegato alle operazioni di vendita).
Nel caso prospettato, invece, occorre considerare che il curatore ha deciso di proseguire la procedura esecutiva sebbene ricorressero i presupposti per dichiararne l'improseguibilità ai sensi dell'art. 51 l.fall.
In questo caso riteniamo che il decreto di liquidazione debba essere emesso in favore dell'ausiliario ed a carico della curatela, e sulla scorta di questo decreto l'ausiliario potrà chiedere al giudice delegato il pagamento di quanto dovutogli, a meno che non vi sia un provvedimento di quest'ultimo che lo autorizzi in sede di esecuzione mediante prelievo dal ricavato dalla vendita.
Sono curatore di una SRL fallita nel 2019 che non ha mai tenuto una regolare contabilità ne avuto una gestione organizzata negli ultimi 10 anni per cui non è stato consegnato alcun documento utile ad una ricostruzione attendibile. A seguito di una prima fase di indagine, ho scoperto l'esistenza di una procedura esecutiva contro la srl fallita risalente al 2001 e gravante su un immobile della stessa società, pignorato dall'INPS - creditore procedente chirografario. Tale procedura è ancora oggi pendente ed è giunta alla fase di attribuzione delle somme (ancora non eseguita) secondo lo schema del piano di riparto ratificato dal G.E..
Il Fallimento è invece giunto alla fase successiva alla verifica dello stato passivo delle domande tardive e, ad oggi, solo due creditori si sono insinuati, tra cui il creditore procedente chirografario.
Vi chiedo se in questa circostanza il curatore dovrebbe chiedere l'improseguibilità ex art. 51 l.f., e in tal caso come agire nei confronti del ricavato o dovrebbe intervenire nella procedura esecutiva.
Trattandosi di una esecuzione ordinaria, non fondiaria, trovano applicazione l'art. 51 l. fall. che pone il divieto delle azioni esecutive e l'art. 107 l. fall. il cui comma sesto stabilisce che "Se alla data di dichiarazione di fallimento sono pendenti procedure esecutive, il curatore può subentrarvi; in tale caso si applicano le disposizione del codice di procedura civile; altrimenti su istanza del curatore il giudice dell'esecuzione dichiara l'improcedibilità dell'esecuzione, salvi i casi di deroga di cui all'art. 51".
Essendo la procedura esecutiva individuale arrivata alla fine, mancando solo la distribuzione della somma ricavata dalla vendita del bene pignorato, la cosa migliore per il fallimento è subentrare in detta procedura a norma del citato art. 107 e farsi assegnare la somma in questione.
sono subentrata ad un precedente curatore dopo dieci anni.
4. IL fondiario oggi , poichè l'immobile pignorato è stato venduto all'asta, ritiene che la curatela non abbia alcun diritto in quanto l'immobile esecutato era stato già venduto a terzi quando è intervenuta la sentenza di fallimento e nulla è stato fatto dalla curatela . La curatela ha perso ogni diritto in quanto non ha proceduto alla revocatoria delle vendite dell'immobile?
avv. A. Simeone
La tesi sostenuta dal creditore fondiario non ci sembra condivisibile.
Ai sensi dell'art. 51 l.fall. (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza), salvo diversa disposizione di legge (rappresentata, come tra un attimo vedremo dall'art. 41 TUB che riconosce al creditore fondiario la possibilità di proseguire l'azione esecutiva individuale anche in presenza di fallimento del debitore), dal giorno della dichiarazione di fallimento (oggi, "dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale") nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti sorti durante il fallimento può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento.
Il divieto è funzionale alla tutela degli interessi della massa dei creditori concorsuali, nel senso che esso consente l'attrazione di tutti i beni appartenenti al fallito alla massa fallimentare, la liquidazione dell'attivo ai sensi degli artt. 104 ss. l.fall., (oggi artt. 211 e ss del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) e dunque la ripartizione del ricavato nel rispetto della par condicio creditorum.
Il "precipitato" processuale dell'art. 51 (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) si rinviene nell'art. 107, comma 6, l.fall. (oggi art. 216, comma 10 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza), ai sensi del quale se alla data di dichiarazione di fallimento sono pendenti procedure esecutive, il curatore può subentrarvi, ed in tal caso si applicano le disposizioni del codice di procedura civile; altrimenti, su istanza del curatore, il Giudice dell'esecuzione dichiara l'improcedibilità dell'esecuzione.
La norma attribuisce al curatore un vero e proprio potere di scelta tra la prosecuzione della vendita in sede esecutiva individuale ovvero la richiesta al Giudice dell'esecuzione di dichiarare l'improcedibilità della stessa (scelta che, per altro, secondo Cass. civ., sez. I, 29 maggio 1997, n. 4743 non necessita del parere del comitato dei creditori), fatti salvi, ovviamente, i casi di cui all'art. 41 l.fall.
Inoltre, secondo Cass. civ., sez. III, 22 dicembre 2015, n. 25802 l'improcedibilità dell'esecuzione quale conseguenza del mancato subentro, "non determina, la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento di cui agli artt. 2913 e segg. c.c., giacché nella titolarità di quegli effetti è già subentrato, automaticamente e senza condizioni, l'organo fallimentare, purché nel frattempo non sia intervenuta una causa di inefficacia del pignoramento medesimo; del resto, opinando diversamente, il curatore sarebbe sempre tenuto a proseguire l'esecuzione singolare onde conservare gli effetti del pignoramento, cosi svilendosi non solo la sua facoltà discrezionale di scelta di cui all'art. 107, comma 6, l.fall., ma anche il suo stesso ruolo centrale assunto dalla programmazione liquidatoria nella riforma del 2006".
Quest'ultimo assunto è stato fatto proprio dal legislatore, il quale all'art. 216, comma 10, del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza ha previsto espressamente che declaratoria di improseguibilità della procedura lascia fermi "gli effetti conservativi sostanziali del pignoramento in favore dei creditori".
Dunque, nell'esecuzione "ordinaria" (chiameremo così quella non "fondiaria") accade che il curatore può "far propria" l'esecuzione individuale già iniziata facendo proseguire in quella sede la liquidazione del bene, ed acquisendo poi all'attivo fallimentare il ricavato; in alternativa, può decidere di far interrompere l'esecuzione, senza perdere l'effetto prenotativo del pignoramento.
È evidente allora che, così stando le cose, il curatore non ha alcuna necessità di impugnare con l'azione revocatoria gli atti dispositivi del bene pignorato medio tempore posti in essere dall'esecutato poi fallito, poiché quegli atti sono inopponibili alla massa per effetto del pignoramento precedentemente trascritto, i cui effetti prenotativi giovano anche alla massa.
Anzi, se così facesse, la sua domanda sarebbe rigettata per carenza del presupposto di cui all'art. 100 c.p.c., (interesse ad agire) in quanto una sentenza di revocazione dell'atto non apporterebbe alla massa alcuna utilità aggiuntiva da quella che ha già determinato il pignoramento precedentemente trascritto.
Tutte queste considerazioni, chiaramente, valgono allo stesso modo quando l'esecuzione procede poiché intrapresa da un creditore fondiario.
Ai sensi dell'art. 41 TUB l'esecuzione per credito fondiario, in deroga all'art. 51 l.fall. (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) prosegue anche in caso di fallimento del debitore, salva la possibilità di intervento del curatore. La somma ricavata dall'esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene poi attribuita al fallimento.
Quindi, in presenza di credito fondiario, la procedura esecutiva non solo prosegue, ma il credito della banca viene comunque soddisfatto, assegnandosi alla curatela solo la somma che sopravanza all'assegnazione.
In passato si è discusso se l'esercizio del diritto all'assegnazione della somma ricavata dalla vendita riconosciuto al creditore fondiario imponesse o meno, in caso di fallimento del debitore esecutato, che questi si insinuasse al passivo, ma la questione pare ormai definitivamente risolta dalla giurisprudenza, la quale ha riconosciuto al creditore fondiario un privilegio di carattere meramente processuale, destinato a trovare la sua definitiva consacrazione solo in sede fallimentare, attraverso una rituale insinuazione al passivo, sicché al fondiario potrà essere assegnato (provvisoriamente) in sede esecutiva solo l'importo per il quale lo stesso è stato ammesso al passivo fallimentare.
In particolare, secondo Cass. civ., sez. I, 17 dicembre 2004, n. 23572, "L'art. 42 del R.D. 16 luglio 1905, n. 646 (applicabile "ratione temporis", pur essendo stato abrogato dal testo unico 1 settembre 1993, n. 385, a far data dal 1 gennaio 1994), la cui applicazione è fatta salva dall'art. 51 della legge fallimentare, [ma le stesse considerazioni valgono, tal quali, per l'art. 51 l.fall.] nel consentire all'istituto di credito fondiario di iniziare o proseguire l'azione esecutiva nei confronti del debitore dichiarato fallito, configura un privilegio di carattere meramente processuale, che si sostanzia nella possibilità non solo di iniziare o proseguire la procedura esecutiva individuale, ma anche di conseguire l'assegnazione della somma ricavata dalla vendita forzata dei beni del debitore nei limiti del proprio credito, senza che l'assegnazione e il conseguente pagamento si debbano ritenere indebiti e senza che sia configurabile l'obbligo dell'istituto procedente di rimettere immediatamente e incondizionatamente la somma ricevuta al curatore. Peraltro, poiché si deve escludere che le disposizioni eccezionali sul credito fondiario - concernenti solo la fase di liquidazione dei beni del debitore fallito e non anche quella dell'accertamento del passivo - apportino una deroga al principio di esclusività della verifica fallimentare posto dall'art. 52 della legge fallimentare, e non potendosi ritenere che il rispetto di tali regole sia assicurato nell'ambito della procedura individuale dall'intervento del curatore fallimentare, all'assegnazione della somma disposta in seno alla procedura individuale deve riconoscersi carattere provvisorio, essendo onere dell'istituto di credito fondiario, per rendere definitiva la provvisoria assegnazione, di insinuarsi al passivo del fallimento, in modo tale da consentire la graduazione dei crediti, cui è finalizzata la procedura concorsuale, e, ove l'insinuazione sia avvenuta, il curatore che pretenda in tutto o in parte la restituzione di quanto l'istituto di credito fondiario ha ricavato dalla procedura esecutiva individuale ha l'onere di dimostrare che la graduazione ha avuto luogo e che il credito dell'istituto è risultato, in tutto o in parte, incapiente" (Negli stessi termini anche Cass. civ., sez. I, 11 ottobre 2012, n. 17368 e Cass., sez. I, 30 marzo 2015, n. 6377 nonché, da ultimo, Cass., sez. III, 28 settembre 2018, n. 23482).
Dunque, in conclusione, nessuna azione revocatoria doveva o poteva essere intrapresa dal curatore poiché la trascrizione del pignoramento immobiliare era sufficiente a garantire al fallimento l'inopponibilità degli atti successivamente posti in essere dal debitore esecutato.
Riprendendo la precedente discussione, rappresento che l'immobile oggetto della procedura esecutiva è stato aggiudicato.
Vorrei sapere in questo caso chi deve emettere la fattura?
1. il fallimento ? al quale l'immobile non risulta intestato, ma che riceverà il ricavato della vendita;
2. la società che risulta proprietaria dello stesso da una visura ipotecaria ?
3. o il professionista delegato?
Nel caso in cui la fattura dovrà essere emessa dal fallimento in nome e per conto della società " effettivamente proprietaria", ( trattandosi di immobile strumentale ), potrò seguire la relativa normativa iva ( di esenzione) ?
A nostro avviso la fattura deve essere emessa dal curatore.
Cerchiamo di spiegare le ragioni di questa nostra opinione.
Una delle problematiche classiche nell'ambito delle attività del professionista delegato attiene certamente agli adempimenti fiscali connessi al decreto di trasferimento, adempimenti che, nonostante la pluralità di interventi, le riforme del processo esecutivo intervenute nel 2005, nel 2006, nel 2014 e nel 2015 non hanno disciplinato.
Fra questi si segnala, in particolare, quello relativo all'assolvimento degli obblighi IVA legati all'ipotesi in cui l'esecutato, soggetto passivo dell'imposta sul valore aggiunto, non possa o non voglia emettere la fattura relativa al trasferimento dell'immobile a seguito dell'aggiudicazione, e (soprattutto) l'aggiudicatario non sia a sua volta soggetto passivo IVA (che anche il trasferimento del bene compiuto nell'ambito di una procedura esecutiva sconti l'IVA è opinione pacifica in giurisprudenza, laddove si è affermato che "La vendita in sede di esecuzione forzata di un bene facente parte di un'azienda va assoggettata all'IVA (ed alla imposta fissa di registro), atteso che l'art. 2 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, definisce al primo comma come cessioni di beni soggette ad IVA gli "atti a titolo oneroso che importano il trasferimento di proprietà", adottati nell'esercizio di impresa, senza distinzione tra la natura volontaria o coattiva del trasferimento". Cass. civ., sez. V, 7 luglio 2006, n. 15570).
Al fine di indirizzare gli operatori è intervenuta più volte l'Agenzia delle Entrate.
Viene in rilievo la risoluzione 16 maggio 2006 n. 62/E, ribadita con la risoluzione n. 102/E del 21 aprile 2009.
È lecito domandarsi se esista la possibilità per l'esecutato di procedere personalmente agli adempimenti IVA.
Tra gli adempimenti ai fini IVA, l'emissione della fattura (il cui momento di emissione, secondo la citara risoluzione n. 62/E del 16 maggio 2006, sorge al tempo del versamento del corrispettivo, ex art. 6, comma 2 let. a) del d.P.R. 633/1972) assume un ruolo cardine: la suddetta emissione infatti, da un lato legittima colui che effettua l'operazione imponibile ad esercitare la rivalsa nei confronti del soggetto che riceve la fattura, e dall'altro consente al cessionario la detrazione dell'imposta addebitatagli.
Ciò detto, e venendo al caso prospettato, riteniamo che la fattura debba essere emessa dal curatore in quanto si tratta comunque di una operazione di liquidazione di un cespite acquisito all'attivo fallimentare (sebbene compiuta nell'ambito di una procedura esecutiva individuale), poiché avente ad oggetto un bene che era stato alienato dal debitore, successivamente fallito, dopo il pignoramento.
Troverà quindi applicazione il citato art. 74-bis del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, a mente del quale per le operazioni compiute dopo la dichiarazione di fallimento gli adempimenti IVA sono eseguiti dal curatore del fallimento.
In questi termini si è espressa del resto l'Agenzia delle Entrate con la risoluzione 68/E del 30 marzo 2007 con riferimento ai beni che siano stati liquidati dal curatore all'esito dell'esperimento dell'azione revocatoria. Infine, quanto alla normativa IVA applicabile, valgono le regole generali previste per l'imprenditore in bonis.