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Timestamp: 2017-10-17 17:01:50+00:00
Document Index: 28024764

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 37', 'art. 2', 'art. 37', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 27', 'art. 33']

T.A.R. Campania Napoli, Sezione VII, 1 dicembre 2011
SENTENZA N. 5612
Secondo la prevalente giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 18 febbraio 2003, n. 897; 20 ottobre 2003, n. 12962), gli interventi consistenti nell’installazione di tettoie o di altre strutture che siano comunque apposte a parti di preesistenti edifici come strutture accessorie di protezione o di riparo di spazi liberi (cioè non compresi entro coperture volumetriche previste in un progetto assentito), possono ritenersi sottratti al regime della concessione edilizia (oggi permesso di costruire) soltanto ove la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendano evidente e riconoscibile la loro finalità di arredo o di riparo e protezione (anche da agenti atmosferici) dell’immobile cui accedono. Invece tali strutture non possono ritenersi installabili senza permesso di costruire allorquando abbiano dimensioni tali da arrecare una visibile alterazione del prospetto dell’edificio (ex multis, Cons. Stato, Sez. V, 13 marzo 2001, n. 1442; TAR Lazio Roma, Sez. II, 15 febbraio 2002, n. 1055).
VISTA l’ordinanza n. 712/2011, con la quale questa Sezione:
- quanto al mutamento di destinazione d’uso dell’androne di accesso al fabbricato, ha accolto la domanda cautelare proposta dalla ricorrente, evidenziando che «nella motivazione del provvedimento impugnato non è adeguatamente specificato perché il mutamento di destinazione d’uso rientri tra quelli che l’art. 2, della legge regionale n. 19/2001 subordina al preventivo rilascio del permesso di costruire»;
- quanto alla tettoia con ammezzato adibita a deposito/ricovero auto, ha respinto la domanda cautelare, evidenziando che «trattasi di manufatto realizzato in zona sottoposta a vincolo paesistico, in assenza dei prescritti titoli abilitativi (permesso di costruire e nulla osta paesistico); ne consegue che l’adozione dell’ordine di demolizione costituisce un atto dovuto, anche perché la documentazione prodotta dal ricorrente non è idonea dimostrare la legittimità della preesistente tettoia che sarebbe stata oggetto di un semplice intervento di manutenzione»;
CONSIDERATO innanzi tutto che - quanto all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi relativo all’intervento edilizio consistente nel mutamento di destinazione d’uso dell’androne di accesso al fabbricato in superficie residenziale a zona ingresso soggiorno con conseguente mutamento di destinazione d’uso - risultano fondati sia il primo motivo di ricorso, incentrato sulla mancanza di una puntuale motivazione in ordine alle ragioni dell’abusività del predetto intervento, sia il quarto motivo di ricorso, incentrato sulla violazione dell’art. 2, della legge regionale n. 19/2001. Infatti:
- l’art. 10, comma 2, del D.P.R. 380/2001 prevede che le Regioni stabiliscano con legge quali mutamenti, connessi o non connessi a trasformazioni fisiche, dell’uso di immobili o di loro parti, sono subordinati a permesso di costruire o a denuncia di inizio attività. In particolare la Regione Campania all’art. 2 della legge regionale n. 19/2001 ha stabilito che: A) possono essere realizzati in base a semplice denunzia d’inizio attività “i mutamenti di destinazione d’uso d’immobili o loro parti, che non comportino interventi di trasformazione dell’aspetto esteriore, e di volumi e superfici”, precisando che “la nuova destinazione d’uso deve essere compatibile con le categorie consentite dalla strumentazione urbanistica per le singole zone territoriali omogenee” (comma 1, lett. f); B) “il mutamento di destinazione d’uso senza opere, nell’ambito di categorie compatibili alle singole zone territoriali omogenee, è libero” (comma 5); C) restano soggetti a permesso di costruire “il mutamento di destinazione d’uso, con opere che incidano sulla sagoma dell’edificio o che determinano un aumento piano volumetrico, che risulti compatibile con le categorie edilizie previste per le singole zone omogenee” (comma 6), “il mutamento di destinazione d’uso, con opere che incidano sulla sagoma, sui volumi e sulle superfici, con passaggio di categoria edilizia, purché tale passaggio sia consentito dalla norma regionale (comma 7) ed “il mutamento di destinazione d’uso nelle zone agricole - zona E” (comma 8). Da tale disciplina si desume che, mentre il mutamento di destinazione d’uso senza opere non assume rilevanza giuridica laddove non si verifichi un passaggio tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, il mutamento di destinazione d’uso è sottoposto al regime della D.I.A. alla duplice condizione che: a) non si verifichi alcuna trasformazione dell’aspetto esteriore dell’edificio o un aumento dei volumi e delle superfici esistenti; b) non determini un passaggio tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici, ex artt. 3 e 5 D.M. n. 1444/68 (diversamente, gli interessati sarebbero altrimenti indotti a chiedere il rilascio di un titolo edilizio che sconta il pagamento di un minor contributo per il basso carico urbanistico, per poi mutare liberamente e gratuitamente la destinazione d’uso originaria senza pagare i maggiori oneri che derivano dal maggior carico urbanistico). Altrimenti il mutamento di destinazione d’uso è soggetto al preventivo rilascio del permesso di costruire;
- la ricorrente, a seguito della ricezione della comunicazione di avvio del procedimento, in data 22 aprile 2010 ha presentato al Comune di Sant’Agnello osservazioni ai sensi dell’art. 10 della legge n. 241/1990 (allegate al ricorso), evidenziando che: a) il suo titolo di proprietà (atto di divisione ereditaria del 21 dicembre 1998) «enuncia che a piano terra vi era ubicata una camera con sottostante cantina, in quanto questo vano anche se posto all’interno della porta di ingresso sulla strada pubblica è sempre stato considerato una camera, pertanto una superficie residenziale, da sempre esistente; tra l’altro questa camera costituiva la cucina dell’antico fabbricato rurale»; b) «anche nell’individuare dette consistenze ai fini catastali è stato considerato un vano utile quindi residenziale. A comprova di ciò si allega anche la divisione catastale»; c) non è stato, quindi, realizzato alcun mutamento di destinazione d’uso del locale in questione in quanto lo stesso «anche in tempi addietro ha avuto sempre la medesima destinazione, ovvero costituito da un vano ingresso-soggiorno a servizio dell’unità poderale»;
- stante quanto precede, il Collegio ritiene innanzi tutto che, a fronte delle osservazioni presentate dalla ricorrente, l’Amministrazione avrebbe dovuto adeguatamente specificare in motivazione le ragioni per cui l’intervento rientrerebbe tra quelli che l’art. 2, della legge regionale n. 19/2001 subordina al preventivo rilascio del permesso di costruire, ossia tra gli interventi che - pur non comportando alcuna trasformazione dell’aspetto esteriore dell’edificio o un aumento dei volumi e delle superfici esistenti - determinano un passaggio tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici ex artt. 3 e 5 D.M. n. 1444/68;
- inoltre occorre evidenziare che la stessa Amministrazione intimata, nella memoria difensiva depositata in data 2 aprile 2011, invece di evidenziare le ragioni per cui l’intervento di cui trattasi determinerebbe un passaggio tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, ha affermato che «nel caso di specie, benché il mutamento di destinazione d’uso sia stato effettuato senza opere strutturali, esso è stato realizzato senza neanche richiedere una dia». Risulta quindi palese che l’impugnato ordine di demolizione è stato adottato in violazione dell’art. 2, della legge regionale n. 19/2001, in relazione alla disciplina posta dall’art. 37, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001, che prevede solo l’applicazione di una sanzione pecuniaria (pari al doppio dell’aumento del valore venale dell’immobile conseguente alla realizzazione degli interventi stessi e comunque in misura non inferiore a 516 euro) per gli interventi edilizi realizzati in assenza della prescritta DIA. Infatti, posto che dalla presente affermazione si desume che, secondo l’Amministrazione, l’intervento in questione rientra quelli che l’art. 2, comma 1, lett. f), della legge regionale n. 19/2001 subordina alla presentazione di una semplice DIA, l’Amministrazione avrebbe dovuto disporre - in luogo dell’ordine di ripristino dello stato dei luoghi - l’applicazione della sanzione prevista dall’art. 37, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001;
CONSIDERATO che, quanto alla tettoia con ammezzato adibita a deposito/ricovero auto, le censure dedotte con il primo ed il quarto motivo di ricorso - incentrate sulla mancanza di una puntuale motivazione in ordine alle ragioni dell’abusività dell’intervento e sulla erronea qualificazione giuridica dello stesso - non possono trovare accoglimento per le seguenti ragioni:
- secondo la prevalente giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 18 febbraio 2003, n. 897; 20 ottobre 2003, n. 12962), gli interventi consistenti nell’installazione di tettoie o di altre strutture che siano comunque apposte a parti di preesistenti edifici come strutture accessorie di protezione o di riparo di spazi liberi (cioè non compresi entro coperture volumetriche previste in un progetto assentito), possono ritenersi sottratti al regime della concessione edilizia (oggi permesso di costruire) soltanto ove la loro conformazione e le loro ridotte dimensioni rendano evidente e riconoscibile la loro finalità di arredo o di riparo e protezione (anche da agenti atmosferici) dell’immobile cui accedono. Invece tali strutture non possono ritenersi installabili senza permesso di costruire allorquando abbiano dimensioni tali da arrecare una visibile alterazione del prospetto dell’edificio (ex multis, Cons. Stato, Sez. V, 13 marzo 2001, n. 1442; TAR Lazio Roma, Sez. II, 15 febbraio 2002, n. 1055);
- la parte ricorrente non ha offerto alcun elemento di prova atto a dimostrare che (come affermato nelle osservazioni presentate in data 22 aprile 2010) «nella corte antistante si trovava una vecchia tettoia, anch’essa di antica preesistenza» e che è stato posto in essere soltanto un intervento di manutenzione straordinaria di tale manufatto. Pertanto l’Amministrazione ha correttamente ordinato il ripristino dello stato dei luoghi, ai sensi dell’art. 33 del D.P.R. n. 380/2001 posto che la realizzazione della tettoia di cui trattasi rientra tra gli interventi di ristrutturazione edilizia subordinati al rilascio del permesso di costruire ai sensi del combinato disposto dell’art. 3, comma 1, lett. d) del D.P.R. n. 380/2001, con il successivo art. 10, comma 1, lett. c);
CONSIDERATO che neppure le ulteriori censure relative all’ordine di demolizione della suddetta tettoia possono trovare accoglimento. Infatti:
- quanto alle ulteriori censure dedotte con il primo motivo di ricorso - incentrate sulla carenza di motivazione in ordine alla prevalenza dell’interesse pubblico al ripristino, alla «possibilità dell’utilizzazione dell’opera a fini pubblici» e alla possibilità di applicare una sanzione pecuniaria in luogo di quella demolitoria - è sufficiente rammentare che presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo; pertanto, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con riferimento all’accertamento dell’abuso e non necessita di una particolare motivazione in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso stesso - che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato - ed alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 28 dicembre 2009, n. 9638; Sez. VI, 9 novembre 2009, n. 7077; Sez. VII, 4 dicembre 2008, n. 20987);
- riguardo al secondo motivo - incentrato sulla omessa valutazione della possibilità di sanare l’abuso - si deve evidenziare che dal chiaro tenore letterale dell’articolo 36 del D.P.R. n. 380/2001 si desume che il rilascio del permesso di costruire in sanatoria consegue necessariamente ad un’istanza dell’interessato, mentre al Comune compete, ai sensi dell’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001, l’esercizio della vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia che si svolge nel territorio comunale. Pertanto, una volta accertata l’esecuzione di opere in assenza del prescritto permesso di costruire, l’Amministrazione comunale deve senz’altro disporne la demolizione, non essendo tenuta a valutare preventivamente la sanabilità delle stesse (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. III, 27 settembre 2006, n. 8331; Sez. IV, 4 febbraio 2003, n. 617);
- quanto al terzo motivo - incentrato sull’omessa «valutazione comparativa tra l’opera edilizia realizzata e le previsioni urbanistiche vigenti nel territorio» - occorre ribadire che presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, ai fini dell’adozione di tale provvedimento sanzionatorio, l’Amministrazione non è tenuta a verificare se l’intervento realizzato si ponga in contrasto con la disciplina posta dagli strumenti urbanistici vigenti nel territorio;
- parimenti infondato risulta il quinto motivo - incentrato sulla mancata valutazione della possibilità di eseguire l’ordine di demolizione senza compromettere la statica del rimanente immobile risulta destituito di ogni fondamento. Infatti, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Lazio Roma, Sez. I, 17 aprile 2007, n. 3327; T.A.R. Lombardia Brescia, 9 dicembre 2002, n. 2213), da una corretta interpretazione dell’art. 33, comma 2, del D.P.R. n. 380/2001 (il quale dispone che “qualora, sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell'ufficio irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell’aumento di valore dell'immobile, conseguente alla realizzazione delle opere”) si desume che nella fase della contestazione dell’abuso l’Amministrazione non può far altro che ordinarne la demolizione, mentre l’applicazione della sanzione pecuniaria (in luogo della demolizione) costituisce una misura destinata ad operare in un momento successivo all’adozione dell’ordine di demolizione, nel caso in cui risulti che non è possibile darvi esecuzione;
CONSIDERATO che, stante quanto precede:
- il presente ricorso deve essere accolto limitatamente alla domanda di annullamento dell’ordine di ripristino dello stato dei luoghi relativo al «mutamento di destinazione d’uso dell’androne di accesso al fabbricato in superficie residenziale a zona ingresso soggiorno con conseguente mutamento di destinazione d’uso»;
- tenuto conto del parziale accoglimento del presente gravame, sussistono giusti motivi per compensare interamente tra le parti le spese del giudizio.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Settima), definitivamente pronunciando sul ricorso n. 6576/2010, lo accoglie in parte e, per l’effetto, annulla l’ordinanza del Comune di Sant’Agnello n. 89 in data 22 luglio 2010 limitatamente all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi relativo al «mutamento di destinazione d’uso dell’androne di accesso al fabbricato in superficie residenziale a zona ingresso soggiorno con conseguente mutamento di destinazione d’uso».
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 10 novembre 2011 con l'intervento dei magistrati:
Carlo Polidori, Primo Referendario, Estensore