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Timestamp: 2020-01-21 13:46:35+00:00
Document Index: 20124491

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.180', 'art.180', 'art. 173', 'art. 179']

Cassazione Sezioni Unite n. 1521 del 23.1.2013 - commento di Saverio Mancinelli
Con la sentenza Cassazione Sezioni Unite n. 1521 del 23/1/2013, viene enunciato il seguente principio di diritto in tema di controllo giudiziario nel concordato preventivo: “il giudice ha il dovere di esercitare il controllo di legittimità sul giudizio di fattibilità della proposta di concordato, non restando questo escluso dall’attestazione del professionista, mentre resta riservata ai creditori la valutazione in ordine al merito del detto giudizio, che ha ad oggetto la probabilità di successo economico del piano ed i rischi inerenti; il controllo di legittimità del giudice si realizza facendo applicazione di un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca ed omologazione in cui si articola la procedura di concordato preventivo; il controllo di legittimità si attua verificando l’effettiva realizzabilità della causa concreta della procedura di concordato; quest’ultima, da intendere come obiettivo specifico perseguito dal procedimento, non ha contenuto fisso e predeterminabile, essendo dipendente dal tipo di proposta formulata, pur se inserita nel generale quadro di riferimento, finalizzato al superamento della situazione di crisi dell’imprenditore, da un lato, e all’assicurazione di un soddisfacimento, sia pur ipoteticamente modesto e parziale, dei creditori, da un altro”.
In breve dalla sentenza emerge il concetto di fattibilità del concordato quale “prognosi circa la realizzabilità della proposta nei termini prospettati”; la fattibilità non va intesa come convenienza della proposta, certamente sempre preclusa dal sindacato del tribunale, salva l’ipotesi ex art.180, comma 4, ovvero fatto salvo il solo caso di contestazione della convenienza della proposta in sede di giudizio di omologazione da parte del creditore appartenente ad una classe dissenziente ovvero, nell'ipotesi di mancata formazione delle classi, di creditori dissenzienti rappresentanti il venti per cento dei crediti ammessi al voto [1]. Evidenziato il concetto di fattibilità, la Suprema Corte esprime, poi, una distinzione ulteriore sulla fattibilità giuridica e sulla fattibilità economica della procedura concordataria, ove il tribunale:
a) può sindacare la fattibilità giuridica del concordato preventivo, dichiarandolo inammisibile, solo quando le modalità attuative risultano incompatibili con norme inderogabili [2];
b) non può sindacare la fattibilità economica del concordato preventivo, che varia a seconda della proposta e presenta margini di opinabilità e possibilità di errore, con giudizio (e rischio) rimesso all’esclusiva valutazione dei creditori [3]. Di tale rischio si fanno esclusivo carico i creditori, purché adeguatamente e puntualmente informati.
Il giudizio di fattibilità giuridica del tribunale, così delimitato, vale sia per la fase di ammissione che per quella di omologazione (come detto salva l’ipotesi ex art.180, comma 4), nonché per l’eventuale revoca di un concordato ai sensi dell’art. 173, ove il ruolo del giudice rimane identico nei diversi momenti sopra indicati, con la finalità in corso della procedura (cioè in sede di omologa o revoca) della verifica della circostanza che non siano venuti meno i presupposti iniziali, vagliati in sede di ammissione.
Quindi, una volta che il tribunale ha analizzato la fattibilità giuridica della proposta connessa all’attuazione del piano concordatario (anche in relazione ai “tempi” di svolgimento, la cui ragionevolezza dovrebbe ricadere in un controllo di legalità), il sindacato di fattibilità economica (connesso al realizzo con le conseguenti ipotizzabili percentuali di soddisfo) va lasciato ai creditori, che possono anche approvare un “soddisfacimento modesto e parziale” o il “riconoscimento di una minimale consistenza del credito”.
Da notare che il giudizio sulla fattibilità economica dei creditori risulta oggi “sempre aperto”; infatti, ove, successivamente all'approvazione del concordato da parte dei creditori, intervengano dei mutamenti (per eventi non riconducibili a dolose o colpose condotte del debitore) tali da incidere sulla concreta realizzabilità del piano concordatario, il commissario deve avvisare i creditori affinché gli stessi possano costituirsi nel giudizio di omologazione, al fine di modificare il proprio voto (art. 179 L.F.).
[1] Tale seconda “soglia qualificata” di creditori è stata introdotta dal D.L. 83/2012, conv. con mod. nella L. 134/2012, anche al fine di bilanciare il rovesciamento del sistema di voto, oggi attuato nel concordato preventivo mediante il silenzio - assenso.
[2] In caso di difetto di informazione circa le condizioni di fattibilità del piano, consegue il rigetto della domanda.
[3] Appare così superata la questione della sindacabilità del tribunale nel caso in cui emerga una percentuale di soddisfazione per il ceto chirografario inferiore rispetto a quanto prospettato nella proposta concordataria.