Source: https://www.gclegal.it/omogeneita-trattamento-fiscale-operazioni-relative-beni-nazionali-rivista-tributi-del-ministero-delle-finanze-1998/
Timestamp: 2020-02-20 05:03:20+00:00
Document Index: 152646175

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2555']

Omogeneità di trattamento fiscale di operazioni relative a beni nazionali (Rivista Tributi del Ministero delle Finanze – 1998) | Studio Legale Cardia e Cardia - gclegal
Omogeneità di trattamento fiscale di operazioni relative a beni nazionali (Rivista Tributi del Ministero delle Finanze – 1998)
CORTE DI GIUSTIZIA DELLE COMUNITÀ EUROPEE; sentenza 17 giugno 1998; causa C-68/96; Pres. Ragnemalm, Avv. Gen. Lenz; Grundig Italia S.p.A. c. Ministero delle Finanze; domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Trento.
Imposta nazionale sui prodotti audiovisivi e fotoottici – Imposizione interna – Incompatibilità eventuale col diritto comunitario”
L’art. 95 del Trattato CE deve essere interpretato nel senso che osta a che uno Stato membro istituisca e riscuota un’imposta di consumo qualora la base imponibile e le modalità di riscossione dell’imposta siano diverse per i prodotti nazionali e per i prodotti importati da altri Stati membri
Il Giudice comunitario torna a pronunziarsi ancora una volta sulla interpretazione dell’art. 95 del Trattato CE[1], evidenziando e precisando i parametri in relazione ai quali è necessario verificare la omogenetà di trattamento fiscale di operazioni relative a beni nazionali, da un lato, e beni comunitari importati, dall’altro.
La sentenza, peraltro, offre lo spunto per tornare a discutere della ormai abrogata imposta di consumo sui prodotti audiovisivi e cinefotoottici[2] (da or brevemente la “Imposta”) che ha interessato il diritto tributario italiano sino al 31 dicembre 1992[3].
La questione pregiudiziale propostra dal Tribunale di Trento con Ordinanza 15 febbraio 1996 attiene, dunque, alla corretta interpretazione dell’art. 95 del Trattato.
Il Giudice italiano, infatti, ritenendo l’esito di una controversia[4] subordinato alla corretta intepretazione della norma comunitaria, si è rivolto alla Corte chiedendo
“se l’art. 95 del Trattato CE debba essere interpretato nel senso che vieta ad uno stato membro di istituire o di riscuotere un’imposta erariale di consumo quale quella prevista dall’art. 4 del D.L. 30 dicembre 1982, n. 953, convertito dalla L. 28 febbraio 1983, n. 53, ed ulteriormente disciplinata dal Decreto del Ministro delle Finanze 23 marzo 1983, laddove viene determinato un differente valore imponibile per i prodotti nazionai e per quelli importati da altri Stati membri e sono contemplate differenti modalità di riscossione dell’imposta per i medesimi prodotti”.
Il punto portato all’attenzione del Giudice, in sostanza, consiste nell’individuazione degli elementi impositivi che rendono un regime di tassazione omogeneo e, dunque, legittimo e non discriminatorio in ordine al tipo di operazione oggetto di imposizione.
In particolare, tra gli elementi impositivi rilevanti ai fini della valutazione dell’omogeneità, si chiede il Tribunale di Torino, se sia possibile rinvenire anche la base imponibile o le modalità di riscossione.
Il Giudice comunitario, giunge ad una soluzione affermativa non senza passare per una attenta disamina dei profili comunitari rilevanti.
La giurisprudenza in Italia.
(cassazione che ha disposto la disapplicazione del reglamento perchè al di là della delega).
In proposito il Giudice comunitario risponde negativamente e nel merito chiarisce che il metodo naturale per la ricerca della localizzazione di una prestazione di servizi consiste nella individuazione del luogo in cui il prestatore ha stabilito la sede della propria attività; per poter derogare a tele principio, optando per l’individuazione di un “centro di attività diverso” da questo, è necessario che sia riscontrabile una “consistenza minima, data la presenza permanente di mezzi umani e tecnici necessari per determinare prestazioni di servizi”[5]. Di qui i noti parametri della permanenza, dell’impiego di risorse umane, delle risorse tecniche, per un esercizio autonomo delle prestazioni di servizio.
In particolare, nell’ambito della sentenza che ha deciso in merito alla nota controversia tra l’Amministrazione finanziaria e la Philip Morris Inc., il Giudice tributario ha affermato che “per sua natura una stabile organizzazione così come individuata dal legislatore italiano (?) in materia fiscale e così come individuata nel regime delle convenzioni contro la doppia imposizione ha le caratteristiche di una unità aziendale. Come tale ne vanno individuati i beni che compongono l’azienda e i rapporti contrattuali (di lavoro di acquisto di beni sevizi) che ne costituiscono la struttura dei costi. Solo in tale modo è possibile concludere che esiste una stabile organizzazione in Italia di un soggetto non residente. In assenza di ciò, l’affermazione risulta del tutto immotivata e non provata; lo stesso accertamento dei soli ricavi risulta comunque un accertamento errato, non essendo possibile l’esistenza di una stabile organizzazione (unità aziendale) capace di generare solo ricavi, senza sopportare costi”[6].
Ad onor del vero, come segnalato, è bene precisare che il concetto di stabile organizzazione non può essere considerato desumibile direttamente dall’ordinamento italiano. E’ tuttavia un dato di fatto che la fattispecie è a più riprese richiamata nell’ambito del regime impositivo diretto e indiretto, applicato, se del caso, in ossequio alle convenzioni contro la doppia imposizione[7], ispirate al noto modello OCSE.
Il Giudice milanese, peraltro, va oltre, in quanto chiarisce che di per sé la presenza di una società di capitali in Italia, controllata dal soggetto non residente, non costituisce presupposto dell’esistenza di una stabile organizzazione. A tale scopo è necessario che l’Amministrazione fornisca ogni elemento per la individuazione della struttura dei costi “mascherati” dallo schermo societario, in realtà facenti capo direttamente al soggetto non residente[8].
Con sentenza n. 9580 del 19 settembre 1990, infatti, la Corte di Cassazione aveva chiarito che tra gli elementi caratterizzanti una stabile organizzazione non poteva mancare, oltre al collegamento non occasionale con il territorio dello Stato e con persone qui operanti, oltre all’effettivo impiego di beni e attività lavorative, il coordinamento degli stessi (beni ed attività operative) per la produzione e l’effettiva autonomia funzionale. Caratteristiche, queste, che portano alla mente la nota definizione di azienda di cui all’art. 2555 c.c.[9].
In altre occasioni[10] la stabile organizzazione è stata vista come una autonoma organizzazione imprenditoriale, autonoma e distinta dalla casa madre, e dal punto di vista gestionale, e dal punto di vista contabile.