Source: http://www.quotidianolegale.it/la-disciplina-dei-permessi-di-funzione-delle-assenze-dal-lavoro-degli-amministratori-degli-enti-locali-sicilia/
Timestamp: 2017-07-24 06:36:39+00:00
Document Index: 22105204

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 79', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 16']

Legge 6 novembre 2012 n. 190 “Anticorruzione”: gli adempimenti per gli Enti Locali Corte dei Conti: Molti Enti locali rischiano il fallimento. Le disposizioni per gli Enti Locali contenute nel Decreto Legge 10 ottobre 2012 n. 174 " />
Legge 6 novembre 2012 n. 190 “Anticorruzione”: gli adempimenti per gli Enti Locali Corte dei Conti: Molti Enti locali rischiano il fallimento. Le disposizioni per gli Enti Locali contenute nel Decreto Legge 10 ottobre 2012 n. 174 "/>
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Scritto il: febbraio 04, 2013
In: Amministrativa, Diritto Amministrativo, Nazionale, Notizie
di Massimo Greco.
Sommario: 1. La normativa statale – 2. La normativa regionale – 3. Il rapporto tra normativa statale e normativa regionale – 4. Il principio di coordinamento della finanza pubblica – 5. L’applicazione in Sicilia dell’art. 16, comma 21, del d.l. n. 138/2011.
“1. I lavoratori dipendenti, pubblici e privati, componenti dei consigli comunali, provinciali e delle unioni di comuni nonché dei consigli circoscrizionali dei comuni con popolazione superiore a duecentomila abitanti, hanno diritto di assentarsi dal servizio per l’intera giornata in cui sono convocati i rispettivi consigli. Nel caso in cui i consigli si svolgano in orario serale, i predetti lavoratori hanno diritto di non riprendere il lavoro prima delle ore 8 del giorno successivo; nel caso in cui i lavori dei consigli si protraggano oltre la mezzanotte, hanno diritto di assentarsi dal servizio per l’intera giornata successiva.
2. I componenti delle commissioni consiliari previsti dai regolamenti e statuti dei comuni capoluogo e delle province regionali hanno diritto, per la partecipazione alle sedute, di assentarsi dal servizio per l’intera giornata.
3. I lavoratori dipendenti facenti parte delle giunte comunali o provinciali, degli organi esecutivi dei consigli circoscrizionali, delle unioni di comuni, dei consorzi fra enti locali ovvero delle commissioni consiliari o circoscrizionali formalmente istituite e delle commissioni comunali previste per legge, ovvero membri delle conferenze dei capigruppo e degli organismi di pari opportunità, previsti dagli statuti e dai regolamenti consiliari, hanno diritto di assentarsi dal servizio per partecipare alle riunioni degli organi di cui fanno parte per la loro effettiva durata. Il diritto di assentarsi di cui al presente comma comprende il tempo per raggiungere il luogo della riunione e rientrare al posto di lavoro nonché quello per lo studio preliminare dell’ordine del giorno. Per i militari di leva o richiamati o per coloro che svolgano il servizio sostitutivo si applica l’ultimo periodo dell’articolo 80 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
La novella disciplina statale in ordine al riconoscimento del permesso retribuito – permesso di funzione –[4] in base al tempo strettamente necessario all’esercizio della funzione pubblica, rispetto alla precedente versione del TUEL (art. 79, comma 1, del d.lgs. n. 267/2000 ), nel comportare un risparmio in re ipsa delle risorse pubbliche, ci consegna altresì la chiave per interpretare il contenuto nella medesima disposizione. Una volta accertata la finalità della disposizione impugnata, va individuata la materia nella quale la stessa interviene. Ai fini dell’applicazione della norma in questione negli ordinamenti delle Regioni a Statuto speciale come la Sicilia diventa infatti dirimente stabilire se la norma ha un contenuto ordinamentale-organizzativo ovvero finanziario.
L’esame autonomo in via interpretativa della questione è obbligatorio per coloro che hanno l’onere di assumere decisioni (Amministrazione Reg.le ed Amministrazioni locali interessate), attesa l’assenza di specifica disciplina statutaria e legislativa che regoli il rapporto tra legislazione statale e legislazione siciliana[5].
L’art. 19-bis del medesimo d.l. n. 138/2011, aggiunto in sede di conversione in legge, recante “Disposizioni finali concernenti le regioni a statuto speciale e le province autonome”, dispone che “L’attuazione delle disposizioni del presente decreto nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano avviene nel rispetto dei loro statuti e delle relative norme di attuazione e secondo quanto previsto dall’articolo 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42”. In sostanza il legislatore statale, per le Regioni a Statuto speciale, introduce la “clausola di compatibilità” delle disposizioni finanziarie di cui trattasi, aggiungendo il riferimento all’articolo 27 della legge n. 42/09, quale norma che disciplina l’attuazione del federalismo fiscale nelle Regioni a Statuto speciale. L’esplicitazione di questo principio è stata introdotta in passato principalmente nelle leggi finanziarie per evitare che Regioni e Province autonome, nel dubbio sull’effettiva estensione di disposizioni che incidono sulle materie di loro competenza, ritenessero necessario chiedere una pronuncia della Corte Costituzionale. Tuttavia, è stato già’ precisato, in una serie di pronunce[6] concernenti le leggi finanziarie, che simili clausole, formulate in termini generici, non hanno l’effetto di escludere una lesione della potestà legislativa regionale in quanto “l’eccessiva vaghezza della loro formulazione, aggravata dalla complessa struttura delle leggi finanziarie, frutto della prassi invalsa negli ultimi anni, non può valere ad escludere le autonomie speciali dall’applicazione delle norme contenute nelle suddette leggi”[7].
Dalla lettura della giurisprudenza della Corte Costituzionale[8], si ricava che le norme statali che fissano limiti alla spesa delle Regioni (anche a Statuto speciale) e degli enti locali possono qualificarsi principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica alla seguente duplice condizione: a) in primo luogo, che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della medesima, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente; b) in secondo luogo, che non prevedano in modo esaustivo strumenti e modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi.
In vigenza del nuovo Titolo V° della Costituzione, si registra quindi un orientamento oscillante della giurisprudenza costituzionale volto ora a censurare interventi del legislatore statale restrittivi della libertà e dell’autonomia delle Regioni e, a caduta, degli Enti locali, ora a dare copertura costituzionale a misure statali estese anche per gli ordinamenti regionali e locali al fine di assicurare l’equilibrio finanziario del sistema pubblico.
Invero, la questione sembra non trovare univocità di vedute neanche nella giurisprudenza amministrativa. In occasione della citata legge finanziaria n. 266/2005, all’interno della quale si imponevano già le prime riduzioni ai “costi della politica” con particolare riferimento alla riduzione dei compensi spettanti agli amministratori locali, il Consiglio di Giustizia Amministrativa, investito della questione dall’Amministrazione Regionale, con pareri n. 885 del 6/03/2007 e n. 649 del 5/09/2007 si esprimeva in questi termini: “Un’interpretazione conforme non solo alla lettera della legge, che – va ricordato – ha espressamente ricondotto la novella legislativa riduttiva delle indennità e dei gettoni degli amministratori locali, inserita nella finanziaria 2006, al perseguimento di esigenze di coordinamento della finanza pubblica, ma anche alla ratio e alla sostanza della norma stessa impone, ad avviso della Sezione, di considerare la disposizione applicabile anche all’ambito regionale autonomo e localistico di cui si discute…………….venendo ad essere coinvolto lo specifico fine (sempre però di principio) della riduzione dei costi della politica, che non può essere disconnesso dalle ragioni di coordinamento finanziario proprie di obiettivi di portata chiaramente nazionale, e le modalità della cui attuazione, per tali motivi, non possono essere rimesse a valutazioni discrezionali di ogni ambito regionale ed autonomistico”.
In sostanza il C.G.A., non mancava di evidenziare che la volontà del legislatore statale di incidere sia sugli aspetti organizzativo-ordinamentali degli enti locali, apportando modifiche al T.U. n. 267/2000, che sugli aspetti della finanza pubblica, introducendo un vincolo riduttivo dei gettoni di presenza spettanti ai consiglieri per finalità che vanno al di là del mero equilibrio finanziario e quindi della riduzione generica della spesa, venendo coinvolto (anche per l’anno corrente) lo specifico scopo della riduzione dei costi della politica, “…non può essere disconnesso dalle ragioni di coordinamento finanziario proprie di obiettivi di portata chiaramente nazionale…”. L’autorevole Organo di Giustizia Amministrativa sembra quindi orientato a dare prevalenza agli aspetti di natura finanziaria sottesi alle disposizioni delle leggi finanziarie statali per giustificare l’applicabilità delle medesime nell’ordinamento siciliano. Più recentemente, sempre in ordine all’applicabilità delle norme finanziarie statali volte alla riduzione dei “costi della politica” in territorio siciliano, si registra un pronunciamento, di segno contrario, del Tribunale Amministrativo siciliano, espresso in sede cautelare, a proposito della prevista soppressione della figura del Difensore civico contenuta nell’art. 2, comma 186, della legge finanziaria 2010 (legge n. 191/2009). Per il Tar di Catania, chiamato a pronunciarsi sulla soppressione del difensore civico determinata dal Comune di Capo Passero “…la regione siciliana non risulta avere recepito l’art. 1, comma 186, della L. n. 191/2009, alla stregua del comma 183 del medesimo articolo…”[11].
In ordine all’ ubi consistam della presente riflessione, si osserva, come del resto appare evidente dal tenore della rubrica dell’art. 16, denominata “Riduzione dei costi relativi alla rappresentanza politica nei comuni”, che l’intento del legislatore è chiaramente rivolto a tale finalità, nel contesto del disegno di coordinamento della finanza pubblica, con conseguente necessità di riduzione degli oneri economici spettanti indirettamente ai Consiglieri per la partecipazione alle sedute degli organi istituzionali dell’ente locale in cui esercitano il mandato elettivo. Andrebbe qui aggiunto, che relativamente alla normativa in questione, trattandosi di disposizione inserita all’interno delle periodiche misure di coordinamento della finanza pubblica introdotte nell’ordinamento dal legislatore statale, la sua applicazione è da ritenersi confermata anche dalla circostanza che essa incide sul livello complessivo di una tipologia di spesa e non su singoli atti[12].
Detto questo, il punctum pruriens della questione postula, come prospettato nei precedenti paragrafi, l’assorbente esame relativo all’applicabilità nella Regione Sicilia della norma richiamata. Ciò in considerazione della riserva nell’ambito ordinamentale ed organizzativoo in materia di enti locali prevista dall’art. 14 dello Statuto e dalla puntuale e specifica occupazione legislativa operata dal legislatore regionale. Bisogna però porre in rilievo che la norma oggetto della nostra riflessione non incide sugli aspetti ordimamentali ed organizzativi, già disciplinati autonomamente dalle citate leggi regionali nn. 30/2000 e 22/2008, bensì sull’aspetto prettamente finanziario della spesa pubblica, cioè sulla caratteristica della legge statale di fissare limiti alla spesa pubblica applicabili anche alle autonomie speciali, in considerazione dell’obbligo generale di tutte le componenti della Repubblica di contribuire all’azione di risanamento della finanza pubblica[13]. Viene infatti interessato dalla disposizione statale, così aderendo al citato orientamento del CGA, “lo specifico fine (sempre però di principio) della riduzione dei costi della politica, che non può essere disconnesso dalle ragioni di coordinamento finanziario proprie di obiettivi di portata chiaramente nazionale, e le modalità della cui attuazione, per tali motivi, non possono essere rimesse a valutazioni discrezionali di ogni ambito regionale ed autonomistico”.
L’art. 16 del D.L. n. 138/2011, come convertito, dunque, si ritiene applicabile agli enti locali della Regione Sicilia, così come ritenuto implicitamente plausibile in altra Regione a Statuto speciale come la Sardegna. Sulla medesima questione, si registra infatti il parere della Corte dei Conti, Sez. Contr. Sardegna, n. 79 del 12/10/2012 chiamata a pronunciarsi sulla portata della deroga disposta dall’art. 1 della l.r. Sardegna n. 4 del 22/02/2012 all’art. 16, comma 21, del d.l. n. 138/2011. L’autorevole Organo consultivo, pur in presenza di una specifica legge regionale derogatoria rispetto alla previsione statale non sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale, non ha mancato di manifestare “le perplessità legate alla necessità di trovare la copertura delle relative spese nei bilanci degli enti locali e alla necessità di rispettare, comunque, un proprio piano di contenimento delle spese nell’ottica del coordinamento della finanza pubblica a livello nazionale”.
Scritto da: Massimo Greco il 4 febbraio 2013.
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