Source: http://mobile.ilcaso.it/codice_procedura_civile/96
Timestamp: 2018-01-21 04:29:37+00:00
Document Index: 137950329

Matched Legal Cases: ['art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 96', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 24', 'art. 96', 'art. 96', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 385', 'art. 96']

3302a IL CASO.it - Foglio di informazione giuridica.
Il riconoscimento in favore di amministrazione pubblica vittoriosa in giudizio del solo rimborso delle spese vive e non anche del compenso per l’attività difensiva non osta all’applicazione a favore della stessa del disposto dell’art. 96, terzo comma, c.p.c. se ricorrono i presupposti di applicazione di tale norma che sono costituiti la soccombenza nel giudizio e l’aver resistito con mala fede o colpa grave. (Massima Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 07 Giugno 2016. Segue...
L’art. 96, comma 2, c.p.c. non detta una regola sulla competenza (non indica cioè davanti a quale giudice va esercitata l’azione riconosciuta dalla norma stessa), ma disciplina un fenomeno endoprocessuale, consistente nell’esercizio, da parte del litigante, del potere di formulare una istanza collegata o connessa all’agire o al resistere in giudizio prevedendo quale presupposto di ammissibilità della domanda che la stessa sia avanzata, tra l’altro, al “giudice che… accerta l’inesistenza del diritto per cui è stata iniziata o compita l’esecuzione”. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Nel caso di sopravvenuta illegittimità della procedura esecutiva promossa sulla base di titolo giudiziale caducato (nella specie: decreto ingiuntivo esecutivo, revocato ad esito del giudizio di opposizione) la proposizione, da parte del già esecutato, di domanda intesa alla rifusione delle spese del processo esecutivo e del danno emergente (quale, in tesi, la differenza tra prezzo di stima e prezzo di aggiudicazione del compendio) non si identifica con l’azione di ripetizione di indebito – cui sono del tutto estranei gli stati soggettivi dell’accipiens - ma con un’azione risarcitoria che ricade sicuramente nell’ambito di applicazione dell’art. 96, 2° comma, c.p.c., i cui presupposti si individuano nella mancanza - nell’esecutante - della normale prudenza che la giurisprudenza di legittimità ravvisa nella consapevolezza della rescindibilità del titolo esecutivo e della provvisorietà dei suoi effetti. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
L’ordinaria natura endoprocessuale della domanda ex art. 96, 2° comma, c.p.c. non esclude, tuttavia, la proponibilità della domanda stessa in un giudizio separato ed autonomo rispetto a quello dal quale la responsabilità aggravata ha avuto origine, ove il simultaneus processus sia stato precluso da ragioni, attinenti all’evoluzione propria dello specifico processo e non dipendenti dalla inerzia della parte danneggiata, che abbiano condotto alla successiva realizzazione del danno. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
E’ da ritenersi che abbia agito quantomeno con colpa grave la parte che, oltre a sostenere tesi manifestante infondate, abbia assunto un comportamento processuale gravemente contraddittorio, estrinsecatosi dapprima nel non contestare (in atto di citazione) e poi nel riconoscere (con la prima memoria ex art. 183, VI comma c.p.c.) la attribuibilità a sè dei documenti di trasporto prodotti in fase monitoria, contestando solo con la memoria di cui all’art. 183 VI comma c.p.c. n. 2 tali risultanze documentali; non osta all’adozione della condanna d’ufficio, ai sensi dell’art. 96 terzo comma c.p.c., l’esito in rito del giudizio, atteso che l’iniziativa giudiziaria ha avuto comunque l’effetto indiretto di sottrarre tempo e risorse alla trattazione di altri giudizi. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 19 Giugno 2014. Segue...
La presentazione di un esposto disciplinare nel quale vengano attribuite al denunciato condotte lesive del suo onore poi rivelatesi infondate integra un fatto illecito, fonte di responsabilità ai sensi dell'articolo 2043 c.c.. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Integra una ipotesi di abuso del processo, come tale sanzionabile ai sensi dell’art. 96, terzo comma c.p.c., l’azione proposta da una parte sulla base di presupposti giuridici opposti a quelli che la stessa parte abbia sostenuto in un altro precedente giudizio, nel quale sia stata convenuta dallo stesso contraddittore e che sia ancora pendente in grado di appello al momento dell’inizio del secondo giudizio. Tale iniziativa assume infatti tutti i caratteri di una reazione all’esito, evidentemente non gradito, del giudizio in cui era stato convenuto, al di fuori della sede consentita dall’ordinamento, che era quella del giudizio di gravame avverso la sentenza sfavorevole (nel caso in esame la parte ritenuta responsabile di abuso del processo aveva sostenuto che la presentazione di un esposto nei confronti di un professionista non può nemmeno astrattamente avere valenza diffamatoria mentre nel successivo giudizio aveva agito nei confronti della parte che lo aveva convenuto nel primo giudizio, assumendo che la propria reputazione era stata lesa da un esposto che quello aveva presentato nei suoi confronti). (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
In virtù di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 96, terzo comma c.p.c. deve ritenersi che presupposto per l’applicazione di tale norma è che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ossia la sussistenza dei medesimi requisiti soggettivi di cui al primo comma dell’art. 96 c.p.c. Risulta infatti evidente che, se si .prescindesse dai predetti requisiti, il solo agire o resistere in giudizio sarebbe sufficiente a giustificare la condanna, soluzione che pare in contrasto con il parametro dell’art. 24 Cost.. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 28 Febbraio 2014. Segue...
Il gestore telefonico che, in difetto dei presupposti per la sospensione o interruzione del servizio di telefonia, interrompa la prestazione ai danni dell’utente, è tenuto a risarcire il danno al medesimo e, nel caso in cui abbia resistito in giudizio in modo imprudente – non avvedendosi della propria responsabilità – deve anche essere condannato per utilizzo abusivo dello strumento processuale, ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 02 Ottobre 2012. Segue...
La condanna ex art. 96 comma, 3, c.p.c. ha natura anfibologica: lo Stato sanziona mentre il giudice risarcisce. Anfibologia strutturale da intravedere nella doppia anima dell’istituto: resta un risarcimento (copre un danno “presunto” della parte) ma ha funzione sanzionatoria (il giudice rende la condanna consapevole degli importanti effetti che essa avrà anche “fuori” dal singolo processo e per rimarcare la disapprovazione per l’utilizzo emulativo dello strumento processuale). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 02 Ottobre 2012. Segue...
La parte che, nonostante sentenza di sfavore passata in giudicato – sentenza con cui la domanda giudiziale è stata rigettata nel merito – riproponga la medesima domanda giudiziale, con lo stesso oggetto e verso lo stesso convenuto, deve essere condannata d’ufficio, ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c., per lite temeraria (Nel caso di specie, la parte attrice è stata condannata per lite temeraria, alla somma di Euro 10.000,00). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 16 Dicembre 2011. Segue...
La manifesta infondatezza della opposizione a decreto ingiuntivo ed il comportamento processuale dell’opponente giustificano la condanna di costui al pagamento in favore dell’opposto di una somma ex art. 96 III co. c.p.c., importo che viene calcolato in percentuale sull’importo dei compensi per diritti ed onorari riconosciuti in favore dell’opposto, tenendosi anche conto della durata del giudizio. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 04 Ottobre 2011. Segue...
L’abuso del processo causa un danno indiretto all’erario (per l’allungamento del tempo generale nella trattazione dei processi e, di conseguenza, l’insorgenza dell’obbligo al versamento dell’indennizzo ex lege 89/2001) e un danno diretto al litigante (per il ritardo nell’accertamento della verità) e va dunque contrastato. In tale contesto, si comprende perché il Legislatore del 2009 (legge n. 69) abbia introdotto un danno tipicamente punitivo nell’art. 96 comma III c.p.c. al fine di scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema giustizia. La norma introdotta dalla Legge 18 giugno 2009, n. 69 nel terzo comma dell’art. 96 c.p.c. non ha natura meramente risarcitoria ma “sanzionatoria” ed introduce nell’ordinamento una forma di danno punitivo per scoraggiare l’abuso del processo e preservare la funzionalità del sistema Giustizia, traducendosi, dunque, in “una sanzione d’ufficio” (Nel caso di specie, l’attrice aveva proposto opposizione a decreto ingiuntivo pur consapevole delle ragioni della controparte, e la lite traeva giustificazione essenziale dal fatto di essere le parti marito e moglie in fase di separazione litigiosa. Il giudice condanna d’Ufficio la opponente ad una pena di 10.000,00 Euro). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 21 Gennaio 2011. Segue...
Con la legge 69 del 2009, attraverso l’introduzione dell’art. 96 comma III c.p.c., il Legislatore, consapevole del ristretto fascio applicativo dell'art. 96 c.p.c. (commi I e II) e, per l'effetto, del suo tendenziale “fallimento” operativo, ha introdotto una previsione di nuovo conio che consente una condanna officiosa. Attraverso la nuova previsione, viene introdotta una fattispecie a carattere sanzionatorio che prende le distanze dalla struttura tipica dell'illecito civile per confluire nelle cd. condanne punitive (natura giuridica che in questi termini è confermata dai lavori parlamentari e dalla relazione al primo disegno di Legge). Come ha autorevolmente osservato la dottrina, una previsione del genere «assume le fogge di una “pena privata” dal carattere inedito per il nostro ordinamento» (così ha scritto la dottrina, riferendosi all'art. 385, comma IV, c.p.c. da cui tratto l'art. 96, comma III, c.p.c. e di contenuto sostanzialmente identico). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 30 Ottobre 2009. Segue...