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Timestamp: 2020-07-05 00:34:15+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 2113', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 2948', 'sentenza ', 'art. 18']

LAVORO DOMESTICO | De Rosa & Costa
LA PRESCRIZIONE DEI DIRITTI DEL LAVORATORE DOMESTICO IN COSTANZA DI RAPPORTO
La sentenzaTribunale di Varese, 8.4.2011 offre l’occasione per analizzare il regime della prescrizione dei diritti retributivi del lavoratore in tema di rapporto di lavoro domestico sotto il particolare profilo della decorrenza del relativo termine in costanza di rapporto.
La tematica si colloca – senza alcuna differenziazione – in quella più ampia della decorrenza della prescrizione dei diritti retributivi di qualsiasi lavoratore subordinato in costanza di rapporto a seconda della sussistenza o meno di una disciplina che ne assicuri la stabilità e fornisca, pertanto, la garanzia di appositi rimedi giurisdizionali reintegratori contro ogni illegittima risoluzione.
Con sentenza n. 66/63, infatti, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 2948 n. 4, 2955 n. 2 e 2956 n. 1 c.c. limitatamente alla parte in cui consentono che la prescrizione del diritto alla retribuzione decorra durante il rapporto di lavoro.
Con sentenza n. 143 del 1969 (cfr. anche sent. n. 174 del 1972) ha precisato che il principio affermato dalla precedente sentenza n. 63 del 1966 non trova applicazione tutte le volte che il rapporto di lavoro subordinato sia caratterizzato da una particolare forza di resistenza, ovverossia di stabilità e di tutela reintegratoria.
Laddove invece tali requisiti sono carenti è indubbio che “il timore del recesso, cioè del licenziamento, spinge o può spingere il lavoratore sulla via della rinuncia a una parte dei propri diritti; dimodoché la rinuncia, quando è fatta durante quel rapporto, non può essere considerata una libera espressione di volontà negoziale e la sua invalidità è sancita dall’art. 36 della Costituzione: lo stesso art. 2113 del Codice civile, che la giurisprudenza ha già inquadrato nei principi costituzionali, ammette l’annullamento della rinuncia proprio se questa è intervenuta prima della cessazione del rapporto di lavoro o subito dopo. In sostanza si è voluto proteggere il contraente più debole contro la sua propria debolezza di soggetto interessato alla conservazione del rapporto.” (Corte Cost., sent. 10.6.1966, n. 63).
La verifica della stabilità del rapporto, tuttavia, non deve essere effettuata in astratto, in ragione della sussistenza o meno di una normativa garantistica applicabile alla fattispecie, ma in concreto considerando la ricorrenza o meno di una condizione che ingeneri il timore del lavoratore di vedere interrotto il rapporto nel caso avanzi pretese per differenze retributive.
Così, per venire al caso deciso dalla sentenza del Tribunale di Varese, il fatto che il rapporto di lavoro domestico non presenti alcuna tutela reintegratoria costituendo anzi uno dei rarissimi casi in cui il recesso del datore di lavoro non deve essere giustificato (oltre che ai prestatori di lavoro domestico il regime di libera recidibilità si applica ai dirigenti ed agli sportivi professionisti), non impedisce che la prescrizione dei crediti retributivi decorra anche in pendenza di rapporto. Nel caso deciso, infatti, la situazione del tutto anomala emersa in sede istruttoria ha condotto il Tribunale a ritenere l’insussistenza di tale metus in quanto la prestazione era stata resa dalla ricorrente senza rivendicare la retribuzione perché “impietosita dalla solitudine in cui versava l’uomo e fiduciosa in un suo ripensamento”, sicché non era ipotizzabile una situazione di timore dovendosi ritenere che“la lavoratrice non abbia soprasseduto dal rivendicare crediti vantati perché spaventata dalla possibilità di essere licenziata ma piuttosto perché mossa da altre motivazioni che non rilevano”(ragioni di solidarietà o speranza di essere nominata erede universale).
La sentenza non appare condivisibile nella sua portata decisoria. La peculiarità della fattispecie sembra infatti porre non già un problema di prescrizione ma di configurabilità stessa di un rapporto di lavoro subordinato.
Nel caso di specie non risultano essere stati provati tutti gli elementi costitutivi del rapporto di lavoro subordinato e, in particolare, la onerosità della prestazione in quanto la finalità perseguita dalla ricorrente sembra essere stata tutt’altro che quella retributiva. La prestazione sembra essere stata piuttosto resa per spirito di solidarietà – affectionis vel benevolentiae causa – o, comunque, per conseguire un riconoscimento testamentario e pertanto per interessi che escludono la configurabilità di un rapporto di lavoro e fanno venir meno il diritto alla rivendicazione retributiva.
Tribunale di Varese, Sentenza 8.4.2011
nella causa in materia di lavoro iscritta al n. R.G. 788/08 promossa daS. M. T. con l’avv. , con domicilio eletto presso lo studio di Varese, via ;
B. R., quale erede di S. D.con gli avv. , con domicilio eletto presso lo studio di Luino, ;
Data della discussione: 8.4.2010
Oggetto: accertamento rapporto di lavoro subordinato; differenze retributive.
All’udienza di precisazione delle conclusioni, i procuratori delle parti concludevano come in atti.
Con ricorso depositato in data 17.7.2008 S. M. T. conveniva in giudizio B. R., quale erede del defunto S. D., esponendo:
a) di aver prestato attività lavorativa in qualità di collaboratrice familiare presso l’abitazione di S. D.(deceduto in data 30.6.2007) dal 1.2.1993 al 4.7.2007 in un primo periodo (dal 1993 al 1999) dalle ore 8,30 alle 10,30 dal lunedì al sabato, successivamente (e cioè dall’anno 2000) dalle ore 5,15 alle 7,15;
b) di aver ricevuto compensi calcolati sulla base di £. 8.000 all’ora solo nei primi anni (e cioè sino al 1995) e di non aver più ricevuto alcuna retribuzione durante i successivi anni di lavoro espletato ugualmente dalla ricorrente siccome “impietosita dalla solitudine in cui versava l’uomo e fiduciosa in un suo ripensamento”;
c) di essere rimasta creditrice della complessiva somma di euro. 40.490,21= (come da conteggi CISL) a titolo di retribuzioni maturate e istituti contrattuali;
d) di aver adito la Direzione Provinciale del Lavoro di Varese per tentativo di conciliazione, senza
raggiungere alcun accordo.
Concludeva chiedendo la condanna di parte convenuta al pagamento della somma sopra indicata o di quella ritenuta di giustizia, oltre accessori, nonché alla regolarizzazione contributiva.
Con comparsa depositata in data 9.1.2009 si costituiva in giudizio B. R. eccependo la prescrizione quinquennale o, quanto meno, quella decennale. Nel merito, evidenziato di trovarsi in condizione di non potersi compiutamente difendere essendo il rapporto di lavoro intercorso con il sig. S. e di non essere in possesso della prova dell’adempimento dell’obbligazione da parte del datore di lavoro, senza contestare la sussistenza di una forma di aiuto e collaborazione offerta dalla ricorrente al de cuius, eccepiva in ogni caso come la stessa non fosse stata prestata con i caratteri della continuità e gratuitamente.
Concludeva chiedendo il rigetto del ricorso.
All’udienza ex art. 420 c.p.c. del 20.1.2009 il Giudice interrogava liberamente le parti. Parte ricorrente faceva presente di non aver mai chiesto la corresponsione della retribuzione avendo il sig. S. redatto in data 8.3.1995 testamento nel quale nominava la signora S. erede universale; faceva presente di aver appreso della redazione del nuovo testamento (quello che istituiva erede la resistente B.) solo dopo la morte del de cuius. A sua volta la resistente forniva chiarimenti in ordine ai rapporti di amicizia e di frequentazioni avuti con il sig. S.. Dato atto della particolarità della vicenda il Giudice sollecitava le parti a trovare una intesa conciliativa; poiché le trattative davano esito negativo, all’udienza del 26.5.2009 il Giudice ammetteva le prove orali. Escussi i testi indicati dalle parti, all’udienza del 8.4.2011 la causa è stata discussa e decisa con la presente sentenza non definitiva in punto an e con prosecuzione del giudizio per il quantum.
Occorre premettere come, in base ai principi dettati dall’art. 2697 c.c. chi vuol far valere in giudizio un diritto deve provare i fatti costitutivi della domanda; è onere della controparte, una volta provato il diritto,fornire dimostrazione di eventuali fatti modificati o estintivi.
Nel caso di specie si può affermare che S. M. T. ha fornito sufficiente dimostrazione di aver lavorato per un considerevole numero di anni alle dipendenze del signor S. D.. Innanzitutto si rileva come la stessa resistente B., per quanto non informata più di tanto delle vicende che riguardavano il S., non abbia negato di essere a conoscenza che fra i due sia intercorso un rapporto di lavoro. In sede di libero interrogatorio nel corso della prima udienza B. R. ha invero dichiarato: “…quando uscivamo, magari al ristorante, chiacchieravamo e mi parlava della signora S. come sua colf, talvolta lamentandosi di come faceva i mestieri. Mi diceva anche che la pagava regolarmente. Diceva anche che la signora lo aiutava in casa tutti i giorni”. La sussistenza di uno stabile rapporto di lavoro, durato circa 14 anni e cioè dal 1993 al 2007, è stata confermata non solo dalla teste P. M. (“…posso confermare che la cosa si è protratta per parecchi anni. La durata di oltre 14 anni indicata in ricorso mi pare assolutamente attendibile, anzi a me pare addirittura di più…”) ma anche dal teste V. D. il quale, dopo aver precisato di essere diventato Direttore della banca di Maccagno nel 1993/94, ha dichiarato: “…dopo qualche tempo parlando col S. mi ha confidato di essere aiutato nella gestione della casa dalla sig. S.. Mi disse che la cosa durava da qualche tempo e che l’aiuto era di circa 2 ore al giorno. So che quando la S. è diventata bidella a scuola, ha continuato a prestare servizio al mattino prestissimo…”. Quest’ultima circostanza risulta confermata anche dalla teste P.: “…so che la S. tutti i giorni andava presso l’abitazione del S. al mattino molto presto, prima di andare a scuola ove lavorava come bidella…”.
Ritiene questo Giudice che sia stata provata la sussistenza di un rapporto di lavoro non regolarizzato, durato dall’anno 1993 e che ha occupato la ricorrente per due ore al giorno come colf a favore del defunto S.. La natura delle mansioni tipiche di colf e taluni elementi raccolti in giudizio (orario fisso di lavoro;
richiesta da parte del S. di specifiche incombenze che la S. doveva espletare per lui) inducono a ritenere‐in assenza di elementi di segno contrario ‐ che si sia trattato di un rapporto subordinato.
Alla luce di quanto sin qui argomentato e del fatto che parte resistente non è riuscita a fornire prova
dell’adempimento dell’obbligazione di versare il corrispettivo per l’opera prestata (l’unico teste che ha affermato di essere a conoscenza del fatto che il S. fosse solito retribuire la colf è S. A. il quale ha dichiarato:
“…so che il S. era un uomo molto preciso e che ha sempre retribuito la S.; negli ultimi tempi la pagava 12 euro all’ora; dico ciò perché quando è morto è stato trovato in casa un biglietto con scritto di pagare la settimana alla cameriera per euro. 72…”. La deposizione, per quanto connotata da una certa precisione, è insufficiente a far ritenere che il S. per tutto il periodo ha effettivamente provveduto al pagamento delle spettanze maturate dalla lavoratrice), il ricorso proposto da S. M. T. deve essere accolto.
Prima di procedere alla quantificazione dell’importo che B. R., nella sua qualità di erede universale di S.D.,dovrà corrispondere alla ricorrente deve essere affrontata la questione relativa alla eccepita prescrizione dei crediti vantati, prescrizione che in materia di spettanze da lavoro è di cinque anni (art. 2948 n. 4 c.c.).
Come è noto, con sentenza n. 66/63 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 2948 n. 4 , 2955 n. 2 e 2956 n. 1 c.c. limitatamente alla parte in cui consentono che la prescrizione del diritto alla retribuzione decorra durante il rapporto di lavoro. L’evoluzione giurisprudenziale ha poi portato a chiarire che tale principio riguarda esclusivamente quei rapporti di lavoro che non sono assistiti da una particolare forza di resistenza quale quella che è propria del rapporto di pubblico impiego o, in campo privatistico, quella propria del regime cd. della tutela reale (rapporti ove vi sia stabilità garantita dalla possibilità di applicazione dell’art. 18 S.L.). La Cassazione ha anche chiarito che il presupposto della stabilità reale del rapporto di lavoro va verificato avendo riguardo al concreto atteggiarsi del rapporto stesso e alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento, dipendendo da ciò l’esistenza o meno di un’effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore, e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto astrattamente regolare il rapporto ove questo fosse sorto fin dall’inizio con le modalità e con la disciplina che il Giudice, con un giudizio necessariamente ex post,riconosce applicabili nella specie con effetto retroattivo per il lavoratore (v. Cass. n. 11644/04, 23227/04, 9839/02).
Nel caso di specie è pacifico che la ricorrente chiede al Giudice di accertare la sussistenza di un rapporto di lavoro domestico (ovviamente non garantito da stabilità reale), durato per più di 14 anni e caratterizzato dall’anomala situazione per cui la prestazione sarebbe stata offerta, pur se connotata dal vincolo della subordinazione e in maniera costante e continuativa, a partire dal 1995 o 1996 (il punto 3 del ricorso non è chiaro su tale dato cronologico) senza il versamento di alcun compenso; la scelta operata dalla ricorrente di lavorare “gratis” è stata motivata ‐secondo l’esposizione dei fatti contenuta nel ricorso ‐ dal fatto che la signora S. era “impietosita dalla solitudine in cui versava l’uomo e fiduciosa in un suo ripensamento”.
In altre parole, pur non avendo mai abbandonato la speranza (magari con disposizione testamentaria) di ottenere un successivo riconoscimento delle spettanze maturate (evidentemente neppure pattuite tra le parti), secondo l’esposizione dei fatti contenuta in ricorso S. M. T. ha lavorato per tutti quegli anni principalmente perché animata da spirito di solidarietà nei confronti di un uomo solo.
Se queste sono le premesse storiche che hanno caratterizzato il rapporto, ritiene questo Giudice che non sia ravvisabile il cd. metus del licenziamento da parte della ricorrente. Con il termine metus, invero, la giurisprudenza ha voluto alludere a quella particolare situazione di assoggettamento psicologico che subisce il lavoratore subordinato nei confronti del datore di lavoro; il lavoratore, che trae dalla retribuzione che percepisce dal datore di lavoro il sostentamento per sé e per la propria famiglia si trova inibito, in costanza di rapporto di lavoro non garantito da stabilità, ad intraprendere azioni finalizzate a conseguire differenze retributive (ad esempio per ore di lavoro straordinario o per inquadramento superiore, ecc.) non riconosciute perché teme che da tale iniziativa possa conseguire la conseguenza più grave della perdita del posto di lavoro.
Se questi sono i principi elaborati dalla giurisprudenza e se è vero che al fine di stabilire se la prescrizione decorra in corso di rapporto ciò che rileva è il concreto atteggiarsi dello stesso e, in particolare, l’esistenza o meno di una effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore nei confronti del datore, nel caso di specie la prestazione lavorativa offerta solo sulla base di un sentimento di pietà e della speranza di un suo ravvedimento (rectius: aspettativa di essere nominata erede universale, come ammesso dalla ricorrente in sede di libero interrogatorio) inducono a ritenere che la lavoratrice non abbia soprasseduto dal rivendicare crediti vantati perché spaventata dalla possibilità di essere licenziata ma piuttosto perché mossa da altre motivazioni che non rilevano).
Per i motivi esposti, dichiarata la prescrizione dei crediti maturati in periodo precedente alla data del 2.8.2002, la domanda di condanna la pagamento delle retribuzioni maturate e degli istituti contrattuali applicabili deve essere limitata al periodo 2.8.2002/29.6.2007 (cfr. ricevimento lettera di messa in mora del 30.7.2007 che indica come ultimo giorno di lavoro il 29.6.2007 ‐ doc. 3 fasc. ricorrente).
La causa deve proseguire per la quantificazione del dovuto.
Il Tribunale, in funzione di Giudice del lavoro, non definitivamente pronunciando sulla domanda proposta
con ricorso depositato 17.7.2007, così provvede:
‐accerta che tra S. M. T. e S. D. è intercorso un rapporto di lavoro subordinato dal 1.2.1993 al 29.6.2007;
‐dichiara prescritte le spettanze maturate in data precedente al 2.8.2002;
‐spese di lite al definitivo.
Varese, 8.4.2011
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