Source: http://rivista.microcredito.gov.it/opinioni/archivio-opinioni/193-normativa-antiriciclaggio-nelle-piccole-e-medie-imprese.html
Timestamp: 2018-02-21 04:59:15+00:00
Document Index: 145109288

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 2', 'art. 23', 'art. 25', 'art. 41', 'art.49']

NORMATIVA ANTIRICICLAGGIO NELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE
Ranieri Razzante | presidente AIRA, docente di legislazione antiriciclaggio università Bologna
Il riciclaggio di denaro, proveniente dalla commissione di illeciti, viene considerato tra i “morbi” più dannosi e attuali della nostra economia
La perniciosità di tale condotta va letta alla luce delle conclusioni cui sono giunti numerosi studi sul tema: il riciclaggio rappresenta il 10% del PIL mondiale e in Italia è valutato fino a 120 miliardi di euro annui.
L’assunzione di tale consapevolezza ha allarmato tutti gli organismi internazionali di vigilanza i quali, congiuntamente, hanno deciso di adottare una politica di contrasto quanto più armonica ed efficace1. La regolamentazione antiriciclaggio italiana, figlia della terza Direttiva antiriciclaggio (Dir. 2005/60/CE integrata dalla successiva Dir. 2006/70/CE) di cui recepisce quasi letteralmente i contenuti, individua come suoi destinatari una lunga categoria di soggetti, spinta dalla convinzione che nessun settore possa essere completamente immune dal rischio riciclaggio, includendo, dunque, anche le PMI che svolgono determinate attività.
Con l’acronimo PMI si indicavano le c.d. Piccole Medie Imprese, identificate sulla base di criteri dimensionali imposti a livello comunitario dalla Raccomandazione 96/280/CE. Nel 2003 la Commissione europea è nuovamente intervenuta sul tema, mutando il significato di tale acronimo in “Microimprese, piccole e medie imprese” aggiungendo una nuova categoria con la finalità di migliorare l’ambiente operativo, promuovere l’imprenditorialità, gli investimenti e la crescita. La rilevanza di tale corretta definizione va letta alla luce della possibilità di usufruire di incentivi previsti dai programmi comunitari (PIC), nazionali (PON) ovvero regionali (POR) cofinanziati dall’Unione Europea e dalle Leggi nazionali e regionali di agevolazione.
Ai fini di una corretta identificazione è necessario, in primis, che si parli di “impresa”, ovverosia di una “entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica”. In secondo luogo, che si posseggano specifici requisiti tecnici: i) effettivi; ii) fatturato annuo, ovvero iii) totale attivo di bilancio annuo. Nello specifico si parlerà di microimprese o piccole imprese allorquando il numero degli effettivi (unità lavorative) sia rispettivamente inferiore a dieci o a cinquanta e il fatturato annuo non superi i due ovvero i dieci milioni di euro. Come criterio alternativo al fatturato annuo è possibile fare riferimento al totale di bilancio che non potrà comunque essere superiore ai due milioni di euro per le micro imprese e a dieci milioni per le piccole imprese. Per poter rientrare nella categoria delle “medie imprese”, invece, le unità lavorative impiegate non potranno essere più di duecentocinquanta e il fatturato annuo non potrà essere superiore ai cinquanta milioni di euro (ovvero il totale di bilancio non potrà superare la soglia dei quarantatre milioni di euro).
Prescindendo dai criteri dimensionali e dalla minore capacità di spesa (che rende altresì difficoltoso per le stesse l’accesso al credito date le ridotte garanzie che possono offrire), alla luce della ferma convinzione che nessun settore sia totalmente impermeabile al rischio riciclaggio, la normativa include tra i destinatari delle sue disposizioni anche le Microimprese, le piccole e medie imprese che operano in settori ben determinati. Il Decreto Legislativo 21 novembre 2007 n. 231 di prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, impone ai soggetti obbligati (artt. 10-112) il rispetto di alcuni obblighi: a) adeguata verifica della clientela; b) registrazione e conservazione dei dati; c) segnalazione di operazioni sospette; d) limite all’utilizzo del denaro contante. Tuttavia, le PMI che svolgono una delle attività contemplate dall’art. 10 (attività di commercio, esportazione e importazione di oro per finalità industriali o di investimento; attività di fabbricazione, mediazione, commercio, esportazione e importazione di oggetti preziosi; commercio di cose antiche; esercizio di case d’asta o gallerie d’arte, ecc…3) saranno tenute all’unico obbligo di segnalazione di operazioni la cui natura sia ritenuta sospetta.
Il primo degli adempimenti richiesti è quello dell’adeguata verifica del cliente, che segna il passaggio da un mero obbligo di identificazione “anagrafica”, così come previsto dalla previgente normativa, a un ampio dovere di verifica delle informazioni ricevute. Tale misura di prevenzione è fortemente ispirata al principio del Know Your Customer, il quale richiede ai soggetti destinatari un’attività approfondita di accertamento che si spinge fino all’individuazione dello scopo dell’operazione che si realizza. Invero, l’obbligo di adeguata verifica si sostanzia non solo nell’identificazione del cliente e nella verifica dell’identità sulla base di documenti, dati o informazioni ottenute da una fonte indipendente e affidabile, ma anche nell’individuazione del cd. Titolare effettivo (beneficial owner) e relativo accertamento della sua identità, nonché nel reperimento di informazioni sullo scopo e natura prevista dal rapporto continuativo.
Questo tipo di onere deve essere svolto nei casi di intermediari finanziari o PMI che esercitano attività finanziaria nell’eventualità che si instauri un rapporto continuativo ovvero di esecuzione di operazioni occasionali che comportino la trasmissione o la movimentazione di mezzi di pagamento di importo pari o superiore a 15.000 euro o comunque in tutti i casi in cui si nutra un sospetto di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, a prescindere da qualsiasi limite soglia o termine fissato.
Ciò premesso, occorre fare un passo indietro sulla figura del beneficial owner. L’art. 2 dell’allegato tecnico al decreto 231/07 suggerisce come criterio identificativo quello della persona per conto della quale è realizzata un’operazione o un’attività, ovvero, nel caso di entità giuridica, la persona o le persone fisiche che, in ultima istanza, possiedono o controllano tale entità attraverso il possesso o il controllo diretto o indiretto del 25% più uno delle partecipazioni al capitale sociale o dei diritti al voto in seno a tale entità giuridica (anche tramite azioni al portatore4) oppure la persona fisica che esercita in qualsiasi modo il controllo sulla direzione di un’entità giuridica. Laddove il cliente sia una entità giuridica5, si considera titolare effettivo la persona fisica o le persone fisiche beneficiarie del 25% o più del patrimonio se i futuri beneficiari sono già stati determinati; la categoria di persone nel cui interesse è istituita o agisce l’entità giuridica nel caso in cui i beneficiari non sono ancora stati determinati ovvero la persona fisica o le persone fisiche che esercitano un controllo sul 25% o più del patrimonio di un’entità giuridica. Tale criterio identificativo, com’è chiaro, ha mero titolo esemplificativo, ed è idoneo a supportare i soggetti obbligati nella ricerca del titolare effettivo solo nelle ipotesi in cui sia un’operazione particolarmente complessa ovvero non vi siano altri elementi per individuarlo.
Nei casi in cui non si riesca ad adempiere a tali obblighi, il legislatore vieta all’intermediario o al professionista di realizzare l’operazione richiesta dal cliente, rispettando così l’obbligo di astensione cui segue l’opportuna segnalazione di operazione sospetta all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF6). Nello specifico, l’art. 23, comma 1 bis del D.lgs. 231/07 così come inserito dal D.lgs. 169/2012, dispone che “nel caso in cui non sia possibile rispettare gli obblighi di adeguata verifica relativamente a rapporti continuativi già in essere, operazioni o prestazioni professionali in corso di realizzazione, gli enti o le persone soggetti al presente decreto restituiscono al cliente i fondi, gli strumenti e le altre disponibilità finanziarie di spettanza, liquidandone il relativo importo tramite bonifico su un conto corrente bancario indicato dal cliente stesso. Il trasferimento dei fondi è accompagnato da un messaggio che indica alla controparte bancaria che le somme sono restituite al cliente per l’impossibilità di rispettare gli obblighi di adeguata verifica della clientela”. Tale disposizione è stata oggetto di numerose polemiche dovute alle evidenti incertezze applicative alle quali il MEF ha cercato di porre fine con la Circolare del 30 luglio 2013 (successivamente integrata dal Provvedimento UIF 10 marzo 2014) chiarendo che, prima di astenersi, i destinatari devono avviare con la clientela una fase di interlocuzione atta al completamento dell’adeguata verifica e, solo in casi di definitiva impossibilità di perfezionamento dell’adempimento, gli stessi devono procedere con l’astensione bonificando il quantum su un conto appositamente indicato dal cliente o trattenendo le disponibilità su un conto infruttifero7.
L’adempimento dell’obbligo di adeguata verifica assume una fisionomia differente in base al rischio di riciclaggio o finanziamento del terrorismo connesso al cliente (c.d. Risk based approach): assumerà una forma semplificata nei casi in cui il rischio si consideri “basso” ovvero rafforzato nel caso contrario. Con adeguata verifica “semplificata” si intende l’omissione dell’adempimento in sé e dunque dei correlati obblighi di registrazione e conservazione dei dati raccolti allorquando il cliente rientri in una delle categorie indicate dal legislatore all’art. 25 (es. sim, sgr, banche, sicav, fiduciarie, agenti di cambio, ecc…). Ex adverso, l’adeguata verifica sarà rafforzata nei casi di rischio elevato, come, a titolo d’esempio, quando ci si relazioni con persone che rivestono o hanno rivestito importanti cariche pubbliche, i cd. “Peps” (Persona Politicamente Esposta).
Strettamente connesso e consequenziale all’obbligo di adeguata verifica vi è quello di registrazione dei dati e delle informazioni acquisite in un apposito archivio informatico (AUI - non obbligatorio per tutte le categorie di soggetti). Le copie della documentazione devono essere conservate per dieci anni e messe a disposizione ogniqualvolta ne facciano richiesta le Autorità di Polizia, l’Agenzia delle Entrate ovvero, chiaramente, la magistratura.
L’unico adempimento comune a tutti i destinatari nel caso in cui sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, è la “Segnalazione di Operazioni Sospette” (le note SOS) alla UIF. Tale sospetto deve essere desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell’operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, considerando anche le capacità economiche nonché il tipo di attività svolta dal cliente. Oltre ai vari indicatori di anomalia utilizzati come supporto ai fini dell’individuazione di operazioni la cui natura può essere ritenuta sospetta, lo stesso art. 41 D.lgs. 231/07 suggerisce come elemento utile il ricorso frequente o ingiustificato a operazioni in contante, anche se non in violazione del limite di 1.000 euro imposto dall’art.49 nonché il prelievo o il versamento in contante con intermediari finanziari di importo pari o superiore a 15.000 euro8.
Le piccole e medie imprese destinatarie di tali disposizioni dovranno altresì munirsi di una funzione specificatamente deputata a prevenire e contrastare la realizzazione di operazioni di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo organizzata in base alla natura, dimensione e complessità dell’attività svolta nonché alla tipologia e gamma dei servizi prestati.
Il responsabile di tale funzione, ricevuta la segnalazione dal soggetto che all’interno della struttura ne è venuto a contatto diretto, la valuta e decide se archiviare la pratica ovvero se inoltrarla alla UIF (priva del nominativo del segnalante). Tale qualifica, nelle imprese caratterizzate da ridotte dimensioni, può essere assolta anche da un amministratore purché privo di deleghe gestionali e può altresì coincidere con il delegato alle segnalazioni, figura quest’ultima, nelle realtà più strutturate, completamente indipendente.
La funzione antiriciclaggio (ovvero il soggetto incaricato) si occupa di identificare le norme applicabili e valutare il loro impatto sui processi e le procedure interne; collaborare all’individuazione del sistema dei controlli interni e delle procedure adottate e proporre le modifiche organizzative e procedurali necessarie o opportune allo scopo di assicurare un adeguato presidio dei rischi; prestare consulenza e assistenza agli organi aziendali e all’alta direzione; verificare l’affidabilità del sistema informativo di alimentazione dell’archivio unico informatico; curare, in raccordo con le altre funzioni aziendali competenti in materia di formazione, la predisposizione di un adeguato piano di formazione finalizzato all’aggiornamento su base continuativa del personale dipendente e dei collaboratori; predisporre flussi informativi diretti agli organi aziendali e all’alta direzione.
Uno degli aspetti più dibattuti in seno al Decreto 231/07 è quello dell’inserimento e del graduale abbassamento negli ultimi anni della soglia limite per l’utilizzo di denaro contante al quale l’Italia ha deciso di dichiarare guerra. Al momento dell’entrata in vigore del decreto 231/07, la soglia prevista era di 12.500 euro, ridotta in 5.000, poi in 2.500 per poi giungere all’attuale soglia di 1.000 euro, indubbiamente tra le più basse d’Europa. Tale obbligo però ricade su tutti i singoli cittadini italiani che effettuano un trasferimento di denaro (per gli stranieri che invece effettuano pagamenti sul territorio italiano tale importo è di 15.0009) in contanti anche non inclusi tra i destinatari del decreto.
Se pur nell’ottica di favorire la tracciabilità dei pagamenti effettuati, tale limite ha comportato conseguenze operative non di poco conto. Basti pensare che il divieto assoluto e indiscriminato di effettuare il trasferimento a qualsiasi titolo di denaro o titoli al portatore quando il valore sia pari o superiore ai mille, porterebbe un normale cittadino che effettua un pagamento presso una società di riscossione tributi ad incorrere in una sanzione. Si pensi altresì alle difficoltà nelle quali incorre una piccola impresa di distribuzione di elettrodomestici venduti tramite il classico sistema di “porta a porta” al momento della ricezione del pagamento (alla consegna) da parte di un anziano signore, del tutto estraneo al mondo dei pagamenti elettronici e abituato alla riscossione della pensione mensile in contanti.
All’inosservanza degli obblighi imposti dalla normativa antiriciclaggio italiana, riconosciuta come tra le più efficaci nel panorama europeo, corrisponde un impianto sanzionatorio tra i più rigidi. Tale sistema, strutturato su un doppio binario di sanzioni amministrative e penali, valuta le eventuali omissioni nell’identificazione e registrazione del cliente ovvero nella segnalazione di operazioni sospette, in base a parametri rigidamente predeterminati che mal si sposano con il principio del risk based approach sul quale si fonda l’intera disciplina. Il filo conduttore del decreto 231/07 è, per l’appunto, l’adozione, da parte dei soggetti che si trovano ad applicare la normativa, di criteri, parametri e regole di valutazione discrezionali e fortemente soggettivi. Da un lato, le sanzioni penali sono previste per condotte di lieve gravità riconducibili per lo più a disattenzioni o inadeguatezze organizzative (tenui pene edittali soggette a rapida prescrizione), dall’altro le sanzioni amministrative colpiscono la più grave omissione di segnalazione di operazioni sospette con importi che variano dall’uno al quaranta per cento del valore dell’operazione non segnalata. Se la responsabilità viene ricondotta alla persona fisica, l’ente di appartenenza dell’autore della violazione risponde solidamente con obbligo di regresso. Anche il meccanismo sanzionatorio, dunque, presenta non poche criticità. In primo luogo perché può diventare difficoltosa l’individuazione del reale responsabile dell’omissione (almeno nelle realtà strutturate), e in secondo luogo perché risulta, a opinione di chi scrive, eccessivamente vessatorio imputare la condotta al solo responsabile “di primo livello”, probabilmente influenzato dalle pressioni ricevute al fine di raggiungere gli obiettivi aziendali. Risulterebbe più efficace, com’è evidente, un sistema di incentivi piuttosto che di sanzioni, in modo da evitare un eccesso di segnalazioni inoltrate all’unico fine di autotutela. Così come strutturata, orbene, la regolamentazione antiriciclaggio italiana, pur nella sua efficienza, presenta soprattutto per le piccole e medie imprese criticità operative e aspetti di onerosità evidenti ai quali ci si auspica porrà fine il pronto intervento del legislatore.
1 Sul tema si rinvia a R. Razzante, Il riciclaggio come fenomeno transnazionale: normative a confronto, Giuffrè, Milano, 2014.
2 Intermediari finanziari e altri soggetti esercenti attività finanziaria, Professionisti, Revisori Contabili, Operatori di recupero crediti per conto di terzi, custodia e trasporto di denaro contante e di titoli o valori a mezzo di guardie giurate, gestione di case da gioco, offerta di giochi o scommesse on line o su rete fisica, ovvero agenzie di affari di mediazione immobiliare.
3 Nello specifico: a) alle società di gestione accentrata di strumenti finanziari; b) alle società di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari e ai soggetti che gestiscono strutture per la negoziazione di strumenti finanziari e di fondi interbancari; c) alle società di gestione dei servizi di liquidazione delle operazioni su strumenti finanziari; d) alle società di gestione dei sistemi di compensazione e garanzia delle operazioni in strumenti finanziari; e) alle seguenti attività, il cui esercizio resta subordinato al possesso di licenze, da autorizzazioni, iscrizioni in albi o registri, ovvero alla preventiva dichiarazione di inizio di attività specificamente richieste dalle norme a fianco di esse riportate: 1) commercio, comprese l’esportazione e l’importazione, di oro per finalità industriali o di investimento, per il quale e’ prevista la dichiarazione di cui all’articolo 1 della legge 17 gennaio 2000, n. 7; 2) fabbricazione, mediazione e commercio, comprese l’esportazione e l’importazione di oggetti preziosi, per il quale e’ prevista la licenza di cui all’articolo 127 del TULPS; 3) fabbricazione di oggetti preziosi da parte di imprese artigiane, all’iscrizione nel registro degli assegnatari dei marchi di identificazione tenuto dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura; 4) commercio di cose antiche di cui alla dichiarazione preventiva prevista dall’articolo 126 del TULPS; 5) esercizio di case d’asta o galleria d’arte per il quale e’ prevista alla licenza prevista dall’articolo 115 del TULPS; f) alle succursali italiane dei soggetti indicati nelle lettere precedenti aventi sede legale in uno stato estero; g) agli uffici della pubblica amministrazione.
4 Resta escluso il caso in cui si tratti di una società ammessa alla quotazione su un mercato regolamentato e sottoposta ad obblighi di comunicazione conformi alla normativa comunitaria o a standard internazionali equivalenti.
5 Dunque, fondazioni o istituti giuridici quali i trust che amministrano e distribuiscono fondi.
6 Gli standard internazionali in materia di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo prevedono l’istituzione in ciascun paese di una unità di informazione finanziaria (Financial Intelligence Unit - FIU), incaricata di ricevere e approfondire segnalazioni di operazioni sospette e altre informazioni inerenti il riciclaggio, i connessi reati presupposto e il finanziamento del terrorismo, nonché di trasmettere i risultati di tali approfondimenti agli organi competenti per le successive investigazioni. Per una disamina più approfondita su tale Organismo si rimanda a M. Carbone – M. Tolla, Elementi normativi internazionali e nazionali in materia di riciclaggio, Cacucci, Bari, 2010, pagg. 245 e ss.
7 Con il Provvedimento del 10 marzo, la UIF stabilisce che i destinatari del decreto n. 231/07 debbano inviare una comunicazione per ogni operazione di restituzione -a seguito di astensione- di importo superiore ad euro 5.000, fermo comunque restando l’obbligo di acquisire e conservare le informazioni relative anche alle operazioni di restituzione di minore importo. Le comunicazioni in parola devono essere trasmesse in via telematica entro 15 giorni, attraverso il portale INFOSTAT-UIF e l’apposito modulo di “Comunicazione di operazione di restituzione”. Ogni comunicazione è identificata grazie ad un numero attribuito dal destinatario comunicante e un numero di protocollo attribuito dal sistema. I destinatari sono chiamati a verificare la correttezza dei dati inseriti ai fini della comunicazione dell’operazione grazie alla prevista funzione di controllo errori presente sul modulo telematico. L’UIF provvede poi a notificare ai destinatari l’accettazione o il rifiuto della comunicazione. L’inoltro delle comunicazioni in parola è effettuato dal Delegato, anche di gruppo, all’inoltro delle segnalazioni di operazioni sospette; questi può a sua volta delegare l’invio delle comunicazioni ad altri soggetti. Come già sottolineato nella circolare del MEF, i destinatari segnalano come sospetta l’operazione di restituzione solo qualora sussistano elementi per ritenerla tale, non generandosi automatismi fra gli obblighi di astensione e di segnalazione. L’invio di una segnalazione di operazione sospetta non esonera dalla comunicazione alla UIF dell’operazione di restituzione.
8 Il MEF, tuttavia, ha precisato che questo suggerimento va colto alla stregua di un comune indice di anomalia.
9 Un articolo inserito nel maxi emendamento al decreto competitività 2014 (immediatamente abrogato) stabiliva che le persone fisiche con cittadinanza e residenza in uno dei Paesi Ue o dello Spazio economico europeo ( Islanda, Liechtenstein e Norvegia) potessero applicare agli acquisti in Italia il limite al contante in vigore nel proprio Paese. Tale regola si sarebbe applicata alle spese sostenute presso esercizi di commercio al minuto, esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, per prestazioni di trasporto persone, prestazioni alberghiere. Il meccanismo proposto, evidentemente, comportava per gli operatori evidenti difficoltà applicative. Gli stessi, infatti, sarebbero dovuti essere costantemente informati sui limiti vigenti negli altri paesi europei. Tuttavia, tale passo indietro del governo non è stato affatto condiviso dalle associazioni di settore convinte, invece, della forte necessità di incentivare la spesa nel nostro paese in un’ottica di maggiore competitività.