Source: https://www.ebiconf.it/commissione-certificazione
Timestamp: 2020-07-10 09:17:54+00:00
Document Index: 146648338

Matched Legal Cases: ['art. 2113', 'art. 1655', 'art. 30', 'art. 76', 'art. 30', 'art. 2112', 'art. 78', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 79', 'sentenza ', 'art. 80', 'art. 414', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 410', 'art. 410', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 409', 'art. 63']

Da ultimo, con l’entrata in vigore della Legge 183/2010 sono state attribuite nuove competenze agli organi di certificazione nell’ambito del nuovo procedimento di conciliazione (facoltativa) e di arbitrato delle controversie in materia di lavoro, essendo, in particolare, le Commissioni di certificazione gli unici soggetti abilitati alla (necessaria) certificazione dell’eventuale clausola compromissoria apposta al contratto di lavoro, ai fini dell’accertamento dell’effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le future controversie (ad esclusione di quelle riguardanti la risoluzione del rapporto). Gli organi abilitati alla certificazione sono gli Enti Bilaterali, le DPL e le province, nonché, in casi particolari, il Ministero del Lavoro, le Università iscritte in un apposito Albo e i Consigli Provinciali dei consulenti del lavoro. Il provvedimento di certificazione, che ha natura di atto amministrativo, può essere impugnato sia avanti il Giudice del Lavoro, in caso di erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione, sia avanti il TAR, in caso di violazione della procedura o eccesso di potere.
La procedura di certificazione è volontaria e consegue obbligatoriamente ad un’istanza scritta comune delle parti del contratto di lavoro da proporre alla Commissione di certificazione competente. La certificazione può essere chiesta sia al momento della sottoscrizione del contratto di lavoro sia successivamente.
Nell’originario disegno del legislatore, la certificazione era una procedura volontaria mediante la quale le parti, presentando un’istanza comune, potevano chiedere e ottenere da determinati soggetti, denominati Commissioni di certificazione, un accertamento avente ad oggetto unicamente la qualificazione del contratto, ossia volto a dare alle parti una maggiore certezza sulla natura e sulle caratteristiche del modello contrattuale da loro adottato: potevano e possono essere quindi oggetto di certificazione tutti i contratti di lavoro, nonché lerinunce e le transazioni ex art. 2113 c.c., a conferma della volontà abdicativa o transattiva delle parti, l’atto di deposito del regolamento interno delle cooperative, riguardante la tipologia dei rapporti attuati o da attuare con i soci lavoratori, la stipulazione di un contratto diappalto (art. 1655 c.c.), nonché le fasi di attuazione del relativo programma negoziale, anche ai fini della distinzione concreta tra appalto esomministrazione di lavoro.
Tuttavia, sin da subito si era potuto osservare che, dal momento che tale accertamento, proprio per la sua natura astrattamente qualificatoria, non poteva essere reso insindacabile, lo stesso era destinato a cedere di fronte ad una eventuale e successiva diversa valutazione del caso concreto da parte di un giudice, con la conseguenza di rendere l’istituto in esame di fatto inutile e quindi sconosciuto nella prassi. Del resto, non poteva essere diversamente, dato il principio dell’”indisponibilità del tipo contrattuale”, più volte affermato dalla Corte costituzionale, ad avviso della quale “non è consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura, ove da ciò derivi l’inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall’ordinamento…e a maggior ragione non sarebbe consentito al legislatore di autorizzare le parti ad escludere, direttamente o indirettamente, con la loro dichiarazione contrattuale, l’applicabilità della disciplina inderogabile prevista a tutela dei lavoratori a rapporti che abbiano contenuto e modalità di esecuzione propri del rapporto subordinato” (v. C. cost. n. 121 del 29 marzo 1993 e n. 115 del 31 marzo 1994).
Da una lettura complessiva delle nuove disposizioni sembrerebbe, quindi, doversi dedurre che, nel disegno del legislatore, il Giudicedebba rispettare la volontà espressa dalle parti in sede di certificazione, non soltanto con riferimento alle ipotesi di qualificazione certificata del rapporto (previste dalla disciplina previgente), nei limiti sopra descritti, ma anche riguardo all’interpretazione delle singole clausole contrattuali che non siano attinenti alla natura tipologica del contratto (subordinato - autonomo) e che vengono inserite all’interno dei contratti di lavoro (c.d. “clausole endogene”).
Il problema della sindacabilità o meno di dette clausole da parte del giudice non riveste certo scarsa importanza, dovendosi enumerare tra queste diverse ipotesi rilevanti, quali, a titolo esemplificativo, l’eventuale valutazione convenzionale della congruità del corrispettivo dovuto per l’apposizione di un patto di non concorrenza, l’eventuale inquadramento convenzionale del lavoratore o, ancora, il giudizio circa l’equivalenza delle mansioni, ossia clausole in merito alle quali, precedentemente all’approvazione della Legge 183/2010, non si poteva dubitare circa il fatto che l’ultima e insindacabile parola spettasse di diritto al Giudice, e non alle parti. Sul punto si osserva che, mentre rispetto alle ipotesi di erronea qualificazione del contratto (subordinato - autonomo) sono palesi ed incontrovertibili le esigenze di protezione del lavoratore (parte debole del rapporto), con riferimento alle singole clausole, per così dire “interne” al contratto, tali esigenze appaiono decisamente attenuate: proprio alla luce di ciò, alcuni tra i primi commentatori hanno sostenuto la tesi della sostanziale “immunità” di tali clausole, qualora certificate e non manifestamente in contrasto con norme imperative, al controllo giudiziale; del resto, tra le ipotesi, previste dalla Legge 183/2010 (v. art. 30, comma 2), di intervento del Giudice sul contratto certificato vi sono i casi (tassativi) di “erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma e la sua successiva attuazione”, non comparendo, quindi, alcun riferimento ad una valutazione convenzionale di una clausola contrattuale in ipotesi non sufficientemente protettiva nei confronti del lavoratore.
Tuttavia, come osservato lucidamente da altra parte della dottrina (v. R. Cosio, Crisi del processo del lavoro, in Dir. Prat. Lav., 2009, 6, 360 ss.), a prescindere dalla natura della clausola, l’esigenza di protezione della parte debole del sinallagma negoziale, caratteristica “naturale” del rapporto di lavoro, impedisce alle parti di sottrarre, mediante uno strumento qualificatorio privato, il sindacato di ungiudice (espressione di esigenze di natura anche pubblicistica) circa la compatibilità della clausola pattuita con le norme previste dall’ordinamento a tutela del lavoratore.
Stabilisce l’art. 76 D.Lgs. 276/2003 che sono abilitate alle certificazione le Commissioni di certificazione istituite presso gli enti bilateralicostituiti nell’ambito territoriale di riferimento o a livello nazionale, quando la commissione di certificazione sia costituita nell’ambito di organismi bilaterali a competenza nazionale, le DPL e le province. Inoltre, vi sono ipotesi specifiche in cui le commissioni di certificazione possono essere istituite presso altri organismi: in particolare, può essere istituita una commissione di certificazione presso il Ministero del Lavoro, nell’ipotesi in cui il datore di lavoro abbia sedi di lavoro in due province, anche di regioni diverse, o nel caso abbia l’unica sede e sia associato ad organizzazioni imprenditoriali che abbiano predisposto a livello nazionale schemi di convenzione certificati dalla Commissione di certificazione istituita presso il Ministero del lavoro, nell’ambito delle risorse umane e strumentali già operanti presso la Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro. Può essere istituita una Commissione di certificazione anche presso università pubbliche o private, comprese le fondazioni universitarie iscritte in un apposito albo, nell’ipotesi di rapporti di collaborazione e consulenza attivati con docenti di diritto del lavoro di ruolo. Anche presso i Consigli provinciali dei consulenti del lavoro possono essere istituite Commissioni di certificazione, nell’ipotesi di contratti di lavoro instaurati nell’ambito territoriale di riferimento senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Per quanto riguardo questi ultimi, la Legge 183/2010 ha precisato all’art. 30, comma 5 che l’attività certificatoria di questi ultimi dovrà essere svolta “unicamente nell’ambito di intese definite tra il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e il Consiglio Nazionale dei consulenti del lavoro, con attribuzione a quest’ultimo delle funzioni di coordinamento e vigilanza per gli aspetti organizzativi”. In caso di certificazione dell’atto di deposito del regolamento interno delle cooperative, la commissione di certificazione viene istituita presso la DPL o la provincia competente. Infine, in caso di certificazione di una rinuncia o una transazione ex art. 2112, la Commissione di certificazione viene istituita presso gli enti bilaterali.
La legge (art. 78 D.Lgs. 276/2003) prevede che la procedura di certificazione debba concludersi entro 30 giorni dal ricevimento dell’istanza, che deve essere sottoscritta in originale con allegata copia dei documenti dei firmatari. La richiesta deve, inoltre, contenere l’indicazione espressa degli effetti civili, amministrativi, previdenziali o fiscali, in relazione ai quali le parti richiedono la certificazione. L’istanza deve essere corredata dall’originale del contratto sottoscritto dalle parti, contenente i dati anagrafici e fiscali delle stesse. Una volta ricevuta la richiesta, la Commissione fissa la data in cui le parti devono comparire davanti alla stessa: la regola è che debbano comparire le parti personalmente, ma queste possono anche delegare un terzo, nel caso di gravi motivi. Le parti, in ogni caso, possono farsi assistere dalle rispettive associazioni sindacali o da professionisti abilitati.
Va ricordato che l’eventuale assenza anche di una sola delle parti rende improcedibile l’istanza, rendendo così necessaria la presentazione di una nuova domanda. L’audizione delle parti avanti la Commissione di certificazione ha ad oggetto l’assunzione di informazioni sui fatti e sugli elementi dedotti o da dedurre nel contratto di lavoro di cui si chiede la certificazione.
L’atto di certificazione ha natura di provvedimento amministrativo, pertanto deve essere motivato e deve contenere l’autorità cui è possibile fare ricorso, oltre all’esplicita menzione degli effetti civili, amministrativi, previdenziali o fiscali, in relazione ai quali le parti richiedono la certificazione. In base alla disciplina originaria, gli effetti dell’accertamento compiuto dalla commissione, anche nei confronti dei terzi, decorrevano a far data dalla sottoscrizione del provvedimento.
La Legge 183/2010 ha modificato tale disciplina, disponendo all’art. 30 comma 17 che “gli effetti dell’accertamento dell’organo preposto alla certificazione del contratto di lavoro, nel caso di contratti in corso di esecuzione, si producono dal momento di inizio del contratto, ove la commissione abbia appurato che l’attuazione del medesimo è stata, anche nel periodo precedente alla propria attività istruttoria, coerente con quanto appurato in tale sede”, precisando inoltre che “in caso di contratti ancora non sottoscritti dalle parti, gli effetti si producono soltanto ove e nel momento in cui queste ultime provvedano a sottoscriverli, con le eventuali integrazioni e modifiche suggerite dalla commissione adita”. Gli effetti della certificazione sono destinati a durare sino a che sia stato accolto, con sentenza di merito, uno dei ricorsi giurisprudenziali esperibili, fatti salvi i provvedimenti cautelari (art. 79 D.Lgs. 276/2003: ciò significa che una delle parti del contratto, o un terzo nei cui confronti l’atto è destinato a produrre effetti, qualora sussistano i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora – ossia i requisiti per l’accoglimento di un ricorso d’urgenza – possono ottenere una caducazione anticipata degli effetti della certificazione, che dovrà poi essere confermata da una successiva sentenza di merito: per quanto riguarda i terzi nei cui confronti l’atto è destinato a produrre effetti, è particolarmente rilevante la posizione dell’INPS, che, nel caso di discordanza tra il programma negoziale certificato e la reale natura giuridica dello stesso, potrebbe rilevare la sussistenza di addebiti contributivi.
Va ricordato, poi, che la redazione del provvedimento di certificazione deve avvenire in triplice originale: una copia deve essere conservata presso la Commissione di certificazione per almeno cinque anni, mentre le altre due devono essere consegnate alle parti che hanno sottoscritto l’istanza di certificazione. Il provvedimento di certificazione, nei due originali consegnati o trasmessi alle parti, deve essere redatto in bollo, diversamente dal provvedimento di diniego che deve essere redatto in carta libera.
Le parti del contratto o i terzi nella cui sfera giuridica l’atto di certificazione è destinato a produrre effetti, hanno la possibilità di ricorrere contro l’atto che ha qualificato in un certo modo il rapporto (art. 80 D.Lgs. 276/2003). In particolare, costoro possono rivolgersi al giudice del lavoro, con ricorso ex art. 414 c.p.c., nelle ipotesi di “erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione” (v. art. 30, c. 2 della Legge 183/2010). Nel primo caso e nel secondo caso l’accertamento giurisdizionale ha effetto fin dal momento della conclusione dell’accordo contrattuale, mentre nel terzo caso ha effetto a partire dal momento in cui la sentenza accerta che la difformità ha avuto inizio. Prima di proporre ricorso giurisdizionale, i ricorrenti devono rivolgersi obbligatoriamente alla Commissione di certificazione che ha adottato l’atto di certificazione, per espletare un tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c.
Diversamente, in caso di violazione della procedura di certificazione o di eccesso di potere da parte degli organi della stessa, le parti e i terzi nella cui sfera giuridica l’atto è destinato a produrre effetti possono fare ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), nella cui circoscrizione ha sede la Commissione che ha certificato il contratto. Va, peraltro, ricordato che, in quest’ultimo caso, il ricorso deve essere necessariamente proposto entro 60 giorni dalla notifica del provvedimento di certificazione.
Per quanto riguarda il tentativo di conciliazione, merita di essere ricordato che il tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. rimane obbligatorio unicamente per i contratti certificati, divenendo facoltativo in tutti gli altri casi (v. art. 31, comma 2 Legge 183/2010). Per quanto attiene l’arbitrato, invece, in aggiunta a quanto già detto circa l’obbligo di certificazione della clausola compromissoria, si sottolinea il fatto che le nuove disposizioni (art. 31, comma 12 Legge 183/2010) prevedono la possibilità per gli organi di certificazione di istituire camere arbitrali per la risoluzione delle controversie nelle materie di cui all’art. 409 c.p.c. (ossia in tema di lavoro subordinato e parasubordinato) e all’art. 63, comma 1, del D.Lgs. 30/03/2001, 165 (relativo al pubblico impiego).