Source: https://www.lavoce.info/archives/50973/luniversita-condannata-allitaliano/?replytocom=122676
Timestamp: 2020-01-23 22:56:18+00:00
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L’università condannata all’italiano | P. Manzini
Il Consiglio di stato ribadisce il divieto di istituire interi corsi in inglese, impedendo alle università italiane di competere a livello internazionale. Così le famiglie italiane spenderanno all’estero, ma gli studenti stranieri non verranno in Italia.
Due sentenze contro l’università italiana
Alla lettura della sentenza del Consiglio di stato del 29 gennaio 2018, che dà seguito alla sentenza della Corte costituzionale di circa un anno fa (n. 42/2017), è impossibile non associare il detto latino secondo cui “Giove rende cieco chi vuole perdere”. Con le due sentenze infatti è stato inconsapevolmente scritto l’epitaffio dell’università italiana, intesa come istituzione in grado di competere nella formazione dei giovani con le migliori accademie straniere.
Le regole dettate dalle sentenze del Consiglio di stato e della Corte costituzionale sono sostanzialmente due. Primo, le università italiane non possono istituire interi corsi di studio in lingua straniera, salvo che non predispongano corsi omologhi anche in italiano. Secondo, le università possono tuttavia prevedere singoli insegnamenti in lingua straniera, anche se non ve ne sono di corrispondenti in lingua italiana. A questa facoltà però si può fare ricorso – ammonisce la Consulta – secondo “ragionevolezza proporzionalità e adeguatezza, così da garantire una complessiva offerta formativa rispettosa del primato della lingua italiana”.
Con la prima regola, in sostanza, si impedisce alle università italiane di competere nel mercato dell’insegnamento in inglese, vale a dire di competere con il resto del mondo. Molti studenti italiani non sceglieranno le università italiane perché l’inglese è ormai richiesto come obbligatorio per tutte le attività e professioni di livello medio/alto. Gli studenti stranieri non verranno Italia, perché oggi la lingua comune dell’apprendimento è l’inglese. L’unica possibilità di istituire un corso di studi esclusivamente in inglese è quella di crearne uno omologo in italiano. Ma è evidente che l’incremento dei costi (ulteriori docenti, spazi e spese amministrative) in un quadro di finanziamento già ridotto all’osso, rende difficile questa opzione.
Si poteva sperare che le corti salvassero almeno i corsi di studio che hanno senso solo in inglese, ad esempio, le relazioni o il diritto o l’economia internazionali. È lecito insegnare solo in inglese ai nostri futuri diplomatici? La Corte costituzionale è inflessibile: “il divieto vale anche nei settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda”. Anche chi non ha familiarità con l’inglese deve poter diventare un diplomatico.
Dalla regola seguono due corollari, uno finanziario e uno sociale: a) le famiglie italiane spenderanno all’estero e le famiglie straniere non spenderanno in Italia; b) i figli di famiglie benestanti otterranno comunque una educazione in inglese all’estero, i figli di famiglie non benestanti, seppure capaci e meritevoli, troveranno nell’università italiana un ascensore sociale fermo al piano terra.
La seconda regola consente alle università di prevedere singoli insegnamenti in inglese. Sennonché, come sanno tutti coloro che vivono nell’università, se non vengono organizzati in un corso che porta a un titolo spendibile sul mercato, come ad esempio una laurea magistrale, gli insegnamenti sono scarsamente appetibili. Perché uno studente dovrebbe fare lo sforzo di frequentare un corso in inglese, con relativi esami in lingua, se non gli porta nessun titolo che certifichi le sue competenze nel mondo del lavoro? Di fatto, questi singoli insegnamenti saranno scelti – come avviene oggi – prevalentemente dagli studenti stranieri, in mobilità internazionale.
Un ibrido senza mercato
Naturalmente le due regole prese assieme rendono possibili corsi “ibridi”, ossia parte in italiano e parte in inglese. Qui abbiamo anzitutto un problema interpretativo. Il divieto di interi corsi esclusivamente in lingua straniera lascerebbe aperta – in termini letterali – la possibilità di disegnare un corso con un solo insegnamento in italiano e il resto in inglese. Tuttavia, una lettura teleologica delle sentenze si oppone all’opzione “furbetta”: è chiaro infatti che le Corti vogliono salvaguardare il ruolo centrale della lingua italiana nell’insegnamento universitario. Peraltro, il mercato di questi corsi sarebbe puramente nazionale e assai ristretto. Infatti, non potrebbero comunque essere rivolti agli studenti stranieri, dato che la presenza di insegnamenti in italiano presenta ostacoli per loro insormontabili. E non potrebbero essere rivolti nemmeno agli studenti italiani che non sanno l’inglese, perché, in questo caso, gli ostacoli sarebbero rappresentati dagli insegnamenti in inglese.
In sostanza, in termini di mercato, potremmo dire che i giudici, con il divieto di corsi in inglese costringono l’università italiana a limitare la produzione a un prodotto non competitivo – corsi in italiano – ovvero a organizzare una produzione locale (in italiano) e una per l’esportazione (in inglese). Consentono all’università di avere insegnamenti in lingua, ma questi non possono essere assemblati in un prodotto competitivo – interi corsi in inglese – cosicché il loro valore è molto ridotto. Consentono all’università di produrre corsi ibridi, ma il mercato per questi non è nemmeno nazionale.
In questo articolo si parla di: Consiglio di Stato, Pietro Manzini, università
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Barbara 16/01/2019 alle 9:59 Rispondi
Non sono daccordo con voi: se gli italiani vanno all'estero a studiare al college e all'universita, perche gli stranieri non dovrebbero venire a studiare nelle università italiane imparando la nostra lingua, bellissima e importante??!! Rivalutiamo la lingua italiana! Ai tempi d'oggi se non vi siete avcorti va molto di moda tra gli stanieri parlare l'italiano. E poi siccome noi italiani abbiamo le migliori universita e le piu antiche, che hanno formato i piu bravi professionisti di ogni settore: architettura, medicina ecc... ed in america come in germania cercano i nostri professionisti laureati in italia!! L'inglese bisognerebbe impararlo bene alle scuole dell'obbligo! Ciò è ancora utopia, anzi sta nascendo il classismo piu brutto! È anticostituzionale.
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 12:39 Rispondi
La sentenza della Corte Costituzionale, ancor prima del Consiglio di Stato, NON vieta l'istituzione di alcuni corsi solo in inglese, ma vieta che tutti i corsi di laurea specialistica e di dottorato del Politecnico di Milano siano tenuti esclusivamente in inglese. Del resto il Politecnico non è una scuola d'inglese, è un'alta scuola di architettura ed ingegneria e deve insegnare nel modo migliore le relative materie. E non c'è dubbio che apprendere (e insegnare) in lingua madre dia risultati migliori.
Giovanni Rossi 12/02/2018 alle 20:43 Rispondi
anche se nei fatti l'uso della lingua inglese nelle università, può aiutare gli studenti italiani nella internazionalizzazione della propria formazione specifica resta il fatto che la lingua come tale andrebbe studiata ed imparata nella scuola di base; peraltro sarebbe interessante sapere in quali altre università europee, non appartenenti al regno unito, si tengono corsi esclusivamente in lingua inglese
Filippo Battaglia 12/02/2018 alle 18:00 Rispondi
Ma caro prof Manzini, quanti studenti conosce che escono dalla maturità e sono in grado di seguire un corso universitario in inglese? Solo i "pierini del dottore" che hanno passato le loro estati nelle scuolette sul canale della Manica? Forse dovremmo chiedere ben altro al Ministero per poter affrontare lo sviluppo delle scienze e la concorrenza internazionale!
bob 09/02/2018 alle 11:48 Rispondi
.. sono stato in un convegno dell' ABI e sentire alcuni relatori parlare inglese è veramente ridicolo sia in termini di pronuncia ma soprattutto nell'utilizzo di termini buttati lì per "moda". Per me la trovata del Politecnico è una patetica operazione di marketing come tante se ne fanno in questo ridicolo paese. Un conto sono progetti concreti un conto sono slogan buttati lì. Il Paese dove qualcuno profumatamente pagato spingeva per introdurre il dialetto nelle scuole e dove ancora ci sono percentuali di analfabetismo da far paura ...dovrebbe pensare a ben altro
Michel078 09/02/2018 alle 10:55 Rispondi
L'inglese perderà il suo status di lingua franca non ufficiale in Europa nell'2019 perché cesserà di essere lingua ufficiale e lingua di lavoro dell'UE quando il Regno Unito sarà uscito dall'UE. In effetti, questo paese è il solo ad avere scelto l'inglese come lingua di comunicazione con le istituzioni europee (l'Irlanda ha scelto il gaelico e Malta il maltese). Sparito l'inglese, resteranno due lingue di lavoro in Europa : il francese e il tedesco. E sarà sicuramente il francese ad essere la nuova lingua franca delle istituzioni europee, perché questa lingua ha un peso geopolitico internazionale molto più forte di quello del tedesco e che molti stati europei fanno parte dell'Organizzazione internazionale della Francofonia o vogliono farne parte : https://www.francophonie.org/IMG/pdf/carte_francophonie_mai_2017.pdf Per di più, le tre capitali dell'Europa (Bruxelles, Lussemburgo et Strasburgo) sono tutte tre francofone. Non dimentichiamo anche che l'egemonia attuale dell'inglese in Europa fa guadagnare 10 miliardi di euro alla Gran Bretagna, soldi che vengono dalle tasche degli altri Europei : https://www.letemps.ch/societe/2005/06/22/anglais-mauvaise-solution
Henri Schmit 09/02/2018 alle 6:36 Rispondi
Sono d'accordo con lo spirito dell'articolo e con coloro che sostengono la libertà e la qualità dell'insegnamento. Proporre corsi universitari in inglesi implica, secondo me, assumere insegnanti di madre lingua. Aggiungo una considerazione: un obiettivo dei corsi in inglese sarebbe di attrarre studenti europei; vale per le materie scientifiche, ma in assoluto non mi convince. L'università italiana dovrebbe incentivare l'iscrizione di studenti extracomunitari perché sono loro il vero potenziale di "espansione culturale" con benefici durevoli per il paese (e per i paesi terzi coinvolti).
Marco 08/02/2018 alle 10:23 Rispondi
La cosa spiacevole di questa vicenda è l'ennesima ingerenza di un organo non elettivo e spesso avulso dalla realtà in materie che dovrebbero spettare al legislatore e agli atenei. Un principio richiamato dalla Corte è la libertà di insegnamento (ma l'obbligo dell'inglese non ferisce questa libertà tanto quanto il suo divieto?). Ma ciò che lascia veramente allibiti è il secondo principio enunciato dalla Corte: la norma avrebbe "carattere anche socialmente discriminatorio, in quanto, consentendo alle università di prevedere arbitrariamente barriere all’accesso, impedirebbe agli studenti, pure capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, di scegliere la sede più adatta ai loro progetti di crescita professionale e personale". Quindi una "barriera all'ingresso" come la conoscenza della lingua inglese sarebbe incostituzionale? Ma si rendono conto i togati che parliamo di lauree magistrali, non di asilo? Si rendono conto che in moltissime materie uno studio dei principali argomenti presuppone la conoscenza dell'inglese, in quanto il 95% delle pubblicazioni scientifiche più rilevanti sono reperibili solo in lingua inglese? Evidentemente il fatto che nello studio del diritto l'inglese non sia del tutto necessario è bastato, i togati non han voluto alzare lo sguardo dal loro ombelico. Dopo la sentenza sulle pensioni d'oro, un'altra tegola sul paese. Spero che in futuro la composizione della Corte si faccia più multidisciplinare e le personalità dei giurati meno liberticide.
Fulvio Volpe 09/02/2018 alle 14:19 Rispondi
Ma la Corte e il Consiglio di Stato non hanno commesso nessuna ingerenza! Le Corti si esprimono se interpellate per esprimere un giudizio su una controversia. Applicano semplicemente la legge. E la legge (costituzionale!) dice che non puoi estromettere l'italiano dall'università. Il Rettore del PoliMI e il ministro dell'Istruzione (che ha appoggiato il PoliMi) dovrebbero trarne le conseguenze e dimettersi! Parliamo di questo. La Corte ci fa riflettere. È l'ennesima prova che la globalizzazione va governata e non subita. L'internazionalizzazione dell'università non è dogma, l'inglese non è una religione. È un processo da gestire diversamente. La globalizzazione porta vantaggi e svantaggi (l'ineguaglianza è quello più forte), e va governata e se serve corretta. Cominciamo quindi a rimettere in discussione l'egemonia dell'inglese e gli enormi vantaggi che rende ai paesi anglofoni, e spingiamo per politiche più plurilingue. La Corte ci indica la via.
Angelo Sajeva 12/02/2018 alle 16:41 Rispondi
Nell'ambito in cui lavoro io (geofisica), dove tutti gli articoli sono in inglese, così come le conferenze, e il mercato del lavoro è mondiale, proibire corsi in inglese è un suicidio. Concordo con Marco sul fatto che i togati della Corte Costituzionale non hanno voluto guardare oltre il proprio ombelico. Attrarre studenti da fuori Italia è un processo complicato, fatto di tanti aspetti, ma è un punto che penalizza fortemente l'Università italiana. Non è facile essere competitivi a livello internazionale, ed è difficile anche tenere corsi in una lingua che non è la propria lingua madre. Ma lo sforzo dovrebbe essere quello di aprirsi, scambiare conoscenze con persone che vengono anche da fuori dell'Italia, attrarre studenti dall'estero. E quindi la scelta di proibire corsi di insegnamento in un'altra lingua (corsi fatti bene non improvvisati), impoverisce il nostro sistema paese.
Luca 07/02/2018 alle 23:27 Rispondi
L'articolo fa così tante affermazioni non condivisibili, che dopo il secondo paragrafo ho rinunciato all'idea di commentarlo. In sintesi, in cambio di un piccolo vantaggio per il mondo universitario (più studenti stranieri), l'autore è disposto a picconare il fondamento della nostra identità: l'italiano. Non abbiamo ancora subito abbastanza, dobbiamo privarci pure della lingua. A Nord Regno Unito e Germania. A Sud una provincia dove si studia e parla in inglese. Esulto alla lettura dei commenti: mi aspettavo provincialismo esterofilo, e invece! A quanto pare, in questa pagina l'unico accecato da Giove sembra l'autore dell'articolo.
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 12:49 Rispondi
Chiedo scusa Angelo, ma nella Geofisica, come in qualunque altro campo, oltre alla capacità di esprimere i contenuti in inglese, conta qualcosa anche padroneggiare quei contenuti e ad avere competenze e conoscenze nella propria materia? Un medico deve poter accedere a letteratura in inglese ed esprimersi in contesti internazionale, ma la cosa che prima di tutto dev'essere è: un bravo medico. Aver capito ciò che studiava, essersi confrontato con professori, compagni e colleghi. Questo lo si fa meglio in lingua madre. In Germania e persino in Olanda (60% dei corsi solo in inglese) ci sono proteste di docenti e di associazione studentesche, perché l'anglificazione ha portato spesso a un abbassamento della qualità dell'insegnamento. I laureati del Politecnico hanno successo nel mondo del lavoro, anche all'estero, da sempre, pur avendo (o proprio per questo) appreso bene le materie nella loro lingua.
tiberio damiani 07/02/2018 alle 18:30 Rispondi
ho iniziato a leggere testi ed articoli di medicina in lingua inglese durante il lavoro.ciò non vuol dire che io conosca la lingua, ma che utilizzo un linguaggio tecnico per studiare. la comunicazione in lingua stranuera è cosa ben diversa. significa legegre e scrivere corrrettamente nel rispetto di grammatica e sintassi, con un corso di lingua regolare e non ridotto all'uso applicato nel mio caso alla medicina. in effetti avendo studiato francese a scuola, posso leggere il giornale o un libro in quella lingua e posso avere una conversazione, mentre saper leggere testi ed articoli di medicina in inglese non implica affatto la mia capacità di comprensione al di fuori del mio settore specifico. certo fare una visita medica è entro certi limiti possibile, ma per avere una conversazione o poter leggere un giornale o un libro non del mio settore, avrei bisogno di un corso approfondito di lingua e letteratura, cosa che non credo possa essere fatta nelnormale corso di laurea. quindi distinguerei l'uso professionale o tecnico della struttura della lingua inglese adattata ad ogni settore scientifico, dalla pretesa di conoscere la medesima lingua, cosa ben diversa. se tuttavia nel corso di studi si riesce anche ad approfondire una lingua straniera, ben venga, a condizione di tenere ben distinto il concetto di conoscenza della lingua medesima, dal concetto di uso tecnico delle strutture linguistiche applicate ad una materia,medicina nel mio caso. cordialità
Vincenzo Barba 07/02/2018 alle 14:52 Rispondi
L'articolo mi sembra criticabile da molti punti di vista, alcuni già citati: 1) Il caso è nato per la decisione del Politecnico di Milano di offrire *tutti* i corsi magistrali *esclusivamente* in inglese. Il Politecnico forma ricercatori internazionali ma anche, ad esempio, professionisti e quadri della PA lombarda. Ha senso che tutti studino solo in inglese ? Mi permetto di dubitarne. 2) Frequentare corsi in inglese non può essere un metodo di apprendimento della lingua. La lingua si impara con corsi ad hoc, il cinema i viaggi ecc., come tutti sanno. 3) La possibilità di avere, in corsi di laurea in italiano, singoli insegnamenti in inglese è fondamentale, perchè permette agli studenti di accedere ai corsi di docenti ospiti che possono non conoscere l'italiano. 4) Nessuno valuta cosa vuol dire formare una classe dirigente che pensa in inglese come quella russa zarista pensava in francese. In definitiva a me sembra che gli studenti italiani non hanno problemi per questa decisione. I veri probemi, com'è noto, sono altri. Le Università invece (ma solo quelle di punta) perdono attrattività per gli studenti stranieri; bisogna capire se e come si troveranno formule accettabili per l'uso dell'inglese nei dottorati o nei master, che mi sembrano gli unici livelli nei quali l'uso esclusivo dell'inglese possa avere senso.
Andrea 07/02/2018 alle 8:00 Rispondi
perché limitare una offerta formativa in nome di principi che sanno di riforma Gentile e di autarchia? Un corso universitario funziona se ci sono iscritti. Se non ci sono iscritti va chiuso, sia in italiano o in inglese. E' assurdo imporre limitazioni a priori. Quanti corsi universitari esistono solo per far avere una cattedra al professore? Non è meglio lasciar decidere agli studenti?
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 12:55 Rispondi
Andrea, non è un discorso di autarchia, ma di permettere agli studenti di diventare bravi ingegneri e architetti apprendendo il più possibile, nella loro lingua madre. La sentenza non vieta lezioni (o anche interi corsi) in inglese. Dice che il Politecnico non può, come aveva fatto, eliminare tutti i corsi specialistici in italiano (anche, ad esempio Diritto dell'urbanistica che si occupa di legislazione italiana) per passarli in inglese, e non può dichiarare "l'inglese lingua ufficiale dell'ateneo". Al di là della legge, è una questione di logica e di buon senso. Come dici tu, ci sono altri problemi nell'università italiana, che andrebbero affrontati senza il fumo negli occhi dell'inglese panacea di tutti i mali.
Federico Zuccato 06/02/2018 alle 18:31 Rispondi
Sono d'accordo con quanto sostenuto nell'articolo.Per quel che riguarda almeno il programma Erasmus. Gli studenti che approfittano di questo ptogramma per partecipare a corsi universitari all'estero di 5 / 9 mesi , ci vanno contando che le lezioni sono in inglese. In un periodo così breve non impari bene una lingua mentre puoi utilizzare quella che hai già studiato a scuola, come accade da noi in genere con l'inglese. Sempre che l'Italia sia interessata ad attrarre anche studenti europei con questo programma.
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 13:00 Rispondi
Ma Federico, non è mai stato così. L'Erasmus è nato per aprirsi alle lingue e alle culture degli altri Paesi. L'anglificazione dei corsi è nata proprio con l'Erasmus nei paesi del nord Europa, preoccupati dal fatto che gli studenti avrebbero scelto solo paesi da lingue più attrattive, come Francia, Germania, Spagna e Italia. Sul discorso degli studenti stranieri c'è anche da chiedersi: 1) Perché scelgono proprio l'Italia? In Europa o nel mondo non esistono scuole di ingegneria migliori del politecnico di Milano? 2) Cosa vogliamo fare di questi studenti una volta terminati gli studi? Magari ha senso attrarre i migliori nel mercato del lavoro italiano? Per fare questo, la lingua italiana è un vantaggio. Io lavoro in un'azienda informatica, abbiamo avuto un collega etiope che con un programma di studi ha fatto 4 anni al politecnico di Torino. Solo in inglese. Mettiamoci che lui stava solo con connazionali, arrivato da noi parlava e capiva poco o nulla di italiano. Dopo due mesi l'hanno mandato via, perché non riusciva a partecipare alle riunioni. Forse, se non lezioni in italiano, almeno un corso di italiano (in 4 anni) lo avrebbe aiutato ad avere più opportunità di lavoro. Riflettiamoci.
Sergio Parimbelli 06/02/2018 alle 15:05 Rispondi
Ho moltissimi dubbi sull'utilità di corsi in inglese tenuti da professori italiani, se non sanno l'inglese almeno a livello C2, a studenti italiani che spesso sanno l'inglese solo a livello B1, quando va bene. Tenere corsi solo in inglese, inoltre, comporta il rischio che chi li frequenta non sappia poi esprimere in italiano i concetti imparati in modo da farsi capire in Italia. Siamo davvero disposti a usare l'inglese come lingua ufficiale della Repubblica Italiana e tagliare fuori chi non lo sa almeno a livello C1? L'idea non mi piace, anche se dovrei cavarmela. Dopo tutto, lavoro come traduttore giurato in Germania e interprete DE>IT e EN>IT. Sergio Parimbelli
raniero 06/02/2018 alle 15:02 Rispondi
Gli studenti stranieri verranno Italia non per la lingua ma per la bontà dell'offerta formativa. L'italiano lo imparano con corsi separati. Gli studenti bravi, inglese o no, se sono bravi, trovano lavoro in Italia e all'estero, quando vogliono. Conosco tanti masterizzati bocconiani /luiss inglese ottimo a spasso. Fate dei buoni master in italiano!!
Marco Trento 06/02/2018 alle 12:48 Rispondi
Non sono d'accordo. L'autore fa confusione fra apprendimento linguistico e apprendimento di contenuti. Scrive "Molti studenti italiani non sceglieranno le università italiane perché l’inglese è ormai richiesto come obbligatorio per tutte le attività e professioni di livello medio/alto". Ma l'inglese si impara nei centri linguistici, coi viaggi, leggendo testi, non da un professore di meccanica che parla con un accento piemontese! La Corte non vieta certo di imparare l'inglese, né si usare materiale didattico in inglese. Che confusione! E ancora "Gli studenti stranieri non verranno Italia, perché oggi la lingua comune dell’apprendimento è l’inglese." Ma non è vero! Secondo lo studio di Bernd Wächter e Friedhelm Maiworm (2014), "English-taught programmes in European higher education. The state of play in 2014". Bonn: Lemmens, nemmeno il 7% degli studenti nelle università dell'Europa continentale studia in inglese. La stragrande maggioranza degli studenti vuole studiare nelle rispettive lingue nazionali. Nel frattempo si stanno sviluppando movimenti di protesta studentesca in Germania, Olanda e Norvegia contro l'insegnamento in inglese che abbassa la qualità della didattica (leggi: Why teaching in English may not be such a good idea", The Times Higher Education, 27 Novembrer 2017"). I programmi in inglese servono solo a una cosa: attirare artificiosamente studenti dall'estero senza curarsi della qualità della didattica per salire in fretta nelle graduatorie internazionali.
Pietro Manzini 07/02/2018 alle 12:56 Rispondi
Gent.mo, le sue sono osservazioni astratte. Sull'apprendimento dell'inglese, le posso assicurare che seguire una lezione di meccanica in inglese/piemontese è, per un futuro inserimento in equipe lavorative, altrettanto e forse più utile che seguire un corso di lingua strutturato con i soliti esecizietti 'filling the gaps'. Sui numeri di chi vuole studiare in inglese: non dubito che la maggioranza degli studenti preferisca fare meno fatica usando la propria lingua, ma un docente che deve insegnare, ad esempio, diritto internazionale ha il dovere di preparare i ragazzi all'attività lavorativa e ha il dovere di fargli capire che in quel settore, dall'inglese non si scappa. Sulla qualità della didattica: è spesso vero il contrario. La sfida dell'insegnamento in inglese a studenti con differenti backgrounds, obbliga spesso il docente a prepararsi di più, struttuare più chiaramente la lezione ed usare supporti tecnici molto utili per la comunicazione e molto apprezzati dagli studenti.
Giuseppe Daconto 07/02/2018 alle 20:22 Rispondi
Mi chiedo perchè il tema susciti prese di posizione così tassative. Senza scomodare linguisti o psicologi, ipotizzo che la stragrande maggioranza di persone che abbiano studiato e lavorato professionalmente in più di una lingua possano confermare che la distinzione tra apprendimento della lingua e apprendimento dei contenuti è artificiosa. Ancor più in studi di natura scientifica e tecnica, orientati allo sviluppo di competenze e non già all’apprendimento di contenuti (se son fatti bene). L’articolo del TTHE è tutt’altro che conclusivo. Le proteste degli studenti ancor meno, e forse ancor meno dilaganti. Mi chiedo perché sia materia per tribunali. Se fossi uno studente italiano, troverei più vantaggioso poter scegliere in Italia. Sarei meglio servito da una sentenza di tribunale, oppure da un sostengo a scegliere, consapevole dei pro e contro, della qualità corso, dell’effettivo livello di padronanza della lingua degli insegnanti, degli interessi dell’università a promuovere corsi in Inglese ecc.?
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 13:09 Rispondi
Osservazioni puntuali e correttissime, Marco. Concordo.
Elio Pennisi 06/02/2018 alle 12:14 Rispondi
Indire corsi in Inglese avrebbe senso se anche i docenti fossero in grado di esprimersi nella lingua a livello di "lecturer". Il problema oggi esiste anche su alcuni testi Italiani tradotti in Inglese da traduttori non competenti dello specifico tema.
Giacomo 06/02/2018 alle 11:59 Rispondi
Un aspetto su cui anche questo articolo preferisce sorvolare è che gli studenti stranieri in italia vengono ampiamente sussidiati dalle tasse dei cittadini italiani. Le tasse accademiche coprono solo una piccola parte delle spese dell'università, e gli stranieri pagano le stesse tasse degli italiani. Nel caso del regno unito, invece, le tasse sono molto più alte e per gli stranieri più alte che per i locali. Per loro insegnare agli stranieri è un business, per noi beneficienza.
andrea goldstein 07/02/2018 alle 15:27 Rispondi
Ottimo articolo, anche perché ciò di cui si parla è dellla possibilità di offrire corsi in inglese, nessuno pensa di renderlii obbligatori! Così come il giusto commento che bisogna poi trovare chi (italiano ma non solo) sia in grado di insegnare in inglese rimanda a problemi di gestione delle università, nn certo a ciò su cui sono intervenuti i magistrati. Sul sussidiare i corsi, infine, è una pratica coerente con l'importanza del soft power nelle relazioni internazionale.
Giorgio Cantoni 11/05/2018 alle 13:07 Rispondi
Invece, Andrea, il Politecnico di Milano, con delibera del 2012 voleva esattamente rendere i corsi in inglese obbligatori, per qualunque (qualunque!) corso di laurea magistrale o di dottorato. E inoltre (università pubblica italiana, ricordiamolo) dichiarava l'inglese "lingua ufficiale dell'ateneo". Di questo dovrebbe parlare l'articolo, cioè della realtà dei fatti.