Source: http://www.iurisprudentia.it/gli-atti-interruttivi-della-prescrizione-civile-la-portata-dellart-2943-c-c-alla-luce-della-distinzione-tra-diritti-di-credito-e-diritti-potestativi/
Timestamp: 2019-06-27 08:02:29+00:00
Document Index: 121777548

Matched Legal Cases: ['art. 2943', 'art. 2943', 'sentenza ', 'art. 1490', 'art. 1492', 'art. 1495', 'art. 1490', 'art. 1495', 'art. 2944', 'art. 1492', 'art. 1495', 'art. 1219', 'art. 2943', 'sentenza ', 'art. 1492', 'sentenza ', 'sentenza ']

Gli atti interruttivi della prescrizione civile: la portata dell’art. 2943 c.c. alla luce della distinzione tra diritti di credito e diritti potestativi – Iurisprudentia
Gli atti interruttivi della prescrizione civile: la portata dell’art. 2943 c.c. alla luce ...
Nota alla ordinanza della Cassazione civile, sez. II, 02/10/2018, (ud. 23/05/2018, dep.02/10/2018), n. 23857, Pres. D'Ascola, rel. Federico.
La sentenza veniva confermata dal Tribunale di Taranto in appello, con reiezione delle eccezioni di decadenza e prescrizione riproposte in sede di gravame dalla venditrice, ritenendo, quanto alla decadenza, che l’acquirente avesse raggiunto contezza dei vizi nel corso del tempo, e che, per effetto delle note inviate, poteva ritenersi rispettato il termine decadenziale; quanto alla prescrizione, rilevava il giudice di secondo grado che l’azione di garanzia poteva ritenersi utilmente interrotta dalle diverse comunicazioni, con le quali l’acquirente aveva manifestato per iscritto alla venditrice l’inidoneità delle piante all'innesto, prospettando il ricorso alla tutela giudiziaria poi concretamente attuato.
La ricognizione concerne la necessità di verificare se le comunicazioni con le quali l'acquirente manifesti alla venditrice l'esistenza di vizi del bene compravenduto, prospettando, mediante tali atti, il futuro ricorso alla tutela giudiziaria, poi effettivamente esperito, possano costituire atti idonei ad interrompere, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1495 e 2943 c.c., la prescrizione della garanzia del venditore di cui all'art. 1490 c.c. e delle azioni che da essa derivano ex art. 1492 c.c.
Il quesito - ovvero quali siano compiutamente gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall'art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall'azione giudiziale; ancora, nel caso positivo, quale debba essere contenuto di tali atti - merita un previo approfondimento dogmatico.
Orbene, l'articolo 1490 c.c. prevede che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. L’art. 1490 co. II c.c. prevede la possibilità di un patto per escludere o limitare la garanzia; tale patto non ha effetto per il caso che il venditore abbia in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa[2].
L'articolo 1491 c.c. stabilisce poi che non è dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore conosceva i vizi della cosa; parimenti non è dovuta se i vizi erano facilmente riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.
Pertanto, l’articolo 1492 c.c. disciplina il tipo di azioni che sono esperibili dal compratore, prevedendo che nei casi indicati dall'articolo 1490 c.c. il compratore possa domandare a sua scelta la risoluzione del contratto, ovvero la riduzione del prezzo.
Nel primo caso si parla di azione redibitoria, con la quale l'acquirente è tenuto a restituire il bene ed ha diritto al rimborso del prezzo pagato, mentre nel secondo caso si tratta dell'azione estimatoria o actio quanti minoris. In tal caso, se l'acquirente ha già versato il prezzo ha diritto alla restituzione di parte di esso; mentre, se non l'ha ancora versato ha diritto a versare una somma minore rispetto a quella pattuita.
È noto che presupposto della prescrizione sia l'inerzia del titolare del diritto, ovvero la mancata verificazione di quel fatto umano rilevante per l’ordinamento da parte del titolare o da colui che trae vantaggio dal compimento della prescrizione[5].
Orbene, anteposti i principi fondanti la prescrizione, occorre indagare quali siano gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall'art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall'azione giudiziale.
La legge riconosce effetto interruttivo - oltre che all’atto con cui il creditore esercita il diritto - anche ad un particolare atto del debitore: l’art. 2944 (Interruzione per effetto di riconoscimento) stabilisce che la prescrizione è interrotta dal riconoscimento del diritto da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere[16].
La genericità della previsione si presterebbe ad una interpretazione estensiva tale da far ritenere che le modalità di interruzione della prescrizione siano sostanzialmente atipiche. In realtà, è opinione dominante che le cause di interruzione della prescrizione siano tassativamente fissate per legge[17] (e si sostanziano nella domanda giudiziale, anche se proposta per la prima volta in appello, nell'atto di costituzione in mora e nel riconoscimento del diritto da parte del debitore), non essendo ammissibili altre cause al di fuori di quelle espressamente contemplate. Ne consegue che le disposizioni in esame non sono suscettibili di analogia[18], né è ammissibile un accordo delle parti volto a determinare un solo idoneo atto di interruzione con esclusione di tutti i possibili altri, né peraltro ha valore di causa interruttiva l'esistenza di trattative non giunte a buon fine[19].
Secondo un primo indirizzo, costituisce atto interruttivo della prescrizione dell'azione di garanzia la mera manifestazione al venditore della volontà - del compratore - di volerla esercitare, ancorché il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto[20]. Secondo tale orientamento, qualora il compratore comunichi al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto e, come non è necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria, cosi è irrilevante, ai fini della idoneità dell'interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto non è riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione.
In particolare, si osserva che la facoltà di domandare la risoluzione del contratto di vendita, attribuita dall'art. 1492 cod. civ. al compratore di una cosa affetta da vizi, abbia natura di diritto potestativo, a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Ne consegue che la prescrizione dell'azione - fissata in un anno dall'art. 1495 c.c., comma 3, - può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione di domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora (che debbono consistere, per il disposto dell'art. 1219 c.c., comma 1, in una intimazione o richiesta di adempimento di un'obbligazione), previsioni che si attagliano ai soli diritti di credito e non anche ai diritti potestativi. Tale distinzione parrebbe rinvenire una conferma nella Relazione al Codice Civile al n. 1203 dove il comma 4 dell’art. 2943 viene giustificato per le esigenze del credito, sulla base del fatto che altrimenti si sarebbe “addossato, specie in tema di prescrizioni brevi, un grave onere al creditore, costretto ad agire giudizialmente per mantenere in vita il suo diritto”.
Tale indirizzo è stato ancora di recente seguito dalla Cassazione con la sentenza del 4 settembre 2017, n. 20705, che ha affermato che in tema di esercizio di diritti potestativi, quale è l'esperimento dell'azione di risoluzione di un contratto di compravendita per vizi della cosa venduta, l'effetto interruttivo della prescrizione consegue unicamente alla proposizione della relativa domanda giudiziale, risultando inidoneo all'uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora.
Di conseguenza, secondo l'indirizzo da ultimo rappresentato, si afferma tout court l'inidoneità di un mero atto di costituzione in mora con manifestazione dell'intenzione di agire di giudizio o, deve ritenersi, dell'impegno del venditore ad eliminare i vizi, a fronte del successivo esperimento dell'azione di risoluzione (ma la conclusione deve ritenersi identica anche in relazione all’actio quanti minoris, stante l'identica natura di pronuncia costitutiva che da essa deriva).
L'opposto orientamento ha invece ritenuto che la contestazione dei vizi, con "ogni più ampia riserva di azione", contenuta in un telegramma inviato a controparte, implicando un riferimento all'alternativa prevista dall'art. 1492 c.c. - nel senso di richiesta di risoluzione o di riduzione del contratto - non richiedesse necessariamente, ai fini della valida costituzione in mora e dell'effetto interruttivo, la scelta dell'azione, ben procrastinabile fino alla proposta della domanda giudiziale, dovendo escludersi che la riserva concernesse un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompeva la prescrizione[22].
Ritiene l’ordinanza di rimessione che la risoluzione di tale questione postula peraltro, la definizione di altra controversa questione, pregiudiziale, vale a dire la qualificazione giuridica della "garanzia per vizi" nella compravendita e del rapporto tra le categorie generali della "garanzia" da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall'altra, con esclusione evidentemente delle compravendite stipulate da un compratore qualificabile come "consumatore" con un venditore "professionista" disciplinate dal Codice del consumo.
In particolare, a parere della Sezione II sembra decisivo stabilire se la peculiare situazione giuridica designata dal codice civile come "garanzia per vizi" sia riconducibile alla nozione di obbligazione ex contractu, ovvero se, come affermato, seppur incidenter tantum dalla sentenza resa dalle Sezioni Unite del13 novembre 2012 n.19702, in materia di accordo tra venditore e compratore volto all'eliminazione dei vizi, di "soggezione", poichè espone il venditore all'iniziativa del compratore, intesa alla modificazione del contratto di vendita o alla sua caducazione, mediante l'esperimento dell'actio quanti minoris o dell'actio redibitoria.
Il venditore - prosegue la sentenza - deve subire tali effetti, che si verificano nella sua sfera giuridica ope iudicis, senza essere tenuto ad eseguire alcuna prestazione, a parte il "dare" o "solvere" derivanti dai doveri di restituzione o risarcimento.
Ora, se si ritiene che la garanzia per vizi sia riconducibile non alla categoria dell'obbligazione, ma piuttosto alla soggezione, cui è correlata, dal lato attivo, una situazione giuridica di diritto potestativo in capo al compratore di scegliere la tutela da azionare, da ciò sembra doversi fare discendere l'inidoneità, ai fini dell'interruzione della prescrizione, di atti quali la costituzione in mora e la contestazione dei vizi o di atti di riconoscimento del debito quali l'impegno ad eliminare i vizi, essendo all'uopo necessaria la proposizione di una domanda giudiziale.
L’ordinanza di rimessione predilige pertanto il secondo orientamento giurisprudenziale, di natura restrittiva, facendo dipendere la soluzione ultima dalla preliminare questione circa la qualificazione giuridica della "garanzia per vizi" nella compravendita, quale categoria dell'obbligazione, o piuttosto ipotesi di soggezione. Del resto, dogmaticamente appare maggiormente corretto e condivisibile distinguere, ai fini della individuazione dell’atto idoneo ad interrompere la prescrizione, tra diritti di credito e diritti potestativi.
Ancora in chiave critica può osservarsi che la ricostruzione maggiormente prudente, secondo la quale l'effetto interruttivo consegue unicamente alla proposizione della domanda giudiziale, risultando inidoneo all'uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora, a meno che non si verta in materia di diritti di credito, comporterebbe un considerevole aggravio della posizione dei privati acquirenti, i quali si vedrebbero invero costretti, al fine di interrompere il termine breve di prescrizione, ad intraprendere una dispendiosa - oltre che dall’esito incerto - azione giudiziale, in tal modo vanificando la tendenza più recente del nostro sistema legislativo volta alla deflazione del contenzioso civile, per la via della degiurisdizionalizzazione.
[19] Si ricorda inoltre che le suddette cause consistono in elementi di fatto che devono essere dedotti dall'interessato o come eccezione o come controeccezione e non possono essere rilevate d'ufficio dal giudice, anche se la parte abbia fornito idonea documentazione della prova dell'intervenuta interruzione (Cass. civ., 12024/2000; C. 10526/1997; contra C. 3726/2000). La Suprema Corte, modificando il proprio orientamento, di recente si è pronunciata nel senso che l'eccezione di interruzione di prescrizione, configurandosi come eccezione in senso lato può essere rilevata d'ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo (Cass. civ., S.U., 15661/2005; C. 12401/2008; C. 13783/2007; C. 6092/2006).