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Timestamp: 2019-08-23 20:51:01+00:00
Document Index: 152617587

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 28']

Ottavio Pannone, Avvocato | 14 ottobre 2014
Non costituisce condotta antisindacale il comportamento del datore di lavoro consistito nel disconoscimento delle RSA costituite e la conseguente negazione del diritto delle medesime RSA e dei suoi dirigenti ad indire assemblee, usufruire di permessi retribuiti ed a partecipare ai tavoli di contrattazione aziendale.
E' quanto di recente affermato dal Giudice del Lavoro del Tribunale di Roma (dott. Casari) con articolato provvedimento del 23 settembre 2014.
Nel provvedimento richiamato, il Giudice osserva che il complesso delle condotte oggetto di lamentela si riassume nel mancato riconoscimento del diritto a partecipare ai tavoli di contrattazione, da cui l'impossibilità di costituire RSA, mentre il diritto all'indizione di assemblee ed alla fruizione di permessi retribuiti ne soro indiretta conseguenza, trattandosi di facoltà riconosciute appunto ai membri della menzionata rappresentanza.
Nel rigettare il ricorso il Tribunale osserva che il sindacato fonda il proprio diritto in ragione di quanto statuito dalla sentenza additiva della Corte Costituzionale n.231/2013 che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 19, primo comma, lettera b) della legge 20 maggio 1970n. 300, nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipalo alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda. Altrimenti, conclude la Corte, si realizzerebbe una forma impropria di sanzione del dissenso.
Tale pronuncia evidenzierebbe, ad avviso della difesa attorca, l'importanza del criterio dell'effettività della rappresentatività del sindacato nella realtà aziendale a prescindere dalla formale sottoscrizione del contratto e quindi anche dall'ammissione del sindacato al tavolo delle trattative.
La tesi sarebbe confermata, sempre secondo la tesi ricorrente, dai possibili criteri di valutazione della rappresentatività suggeriti dalla Corte al legislatore: valorizzazione dell'indice di rappresentatività costituito dal numero degli iscritti, o ancora introduzione di un obbligo a trattare con le organizzazioni sindacali che superino una determinata soglia di sbarramento, o attribuzione al requisito previsto dall'art. 19 dello Statuto dei lavoratori del carattere di rinvio generale al sistema contrattuale e non al singolo contratto collettivo applicato nell'unità produttiva vigente, oppure ancora il riconoscimento del diritto di ciascun lavoratore ad eleggere rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. E poiché il sindacato ricorrente raccoglie le adesioni di oltre il 30% dei lavoratori, il medesimo dovrebbe ritenersi organizzazione dei lavoratori dotata di rappresentatività.
Il Giudice, viceversa, osserva che né il dettato normativo, né le indicazioni fornite dalla Corte nella citata sentenza possono legittimare le pretese attoree.
Infatti affermare che "Rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda" significa appunto che presupposto ad oggi essenziale per costituire RSA è quanto meno la partecipazione ai tavoli di trattative. E tale partecipazione non è azionabile quale diritto positivo del sindacato non sussistendo nel nostro ordinamento un obbligo a trattare per il datore di lavoro con un sindacato richiedente e ciò in applicazione del principio di libertà sindacale sancito dall'art. 39 della Costituzione.
E, nel ribadire tale pensiero, il Giudice richiama anche l'autorevole orientamento dei giudici di legittimità (Cass. 14511 del 2013) per cui, nell'attuale sistema normativo dell'attività sindacale non esiste il principio della parità di trattamento tra le diverse organizzazioni sindacali.
"Il datore di lavoro non ha quindi l'obbligo assoluto neppure di aprire le trattative per la stipula di contratti collettivi con tutte le organizzazioni, potendosi configurare l'ipotesi di condotta antisindacale prevista dall'art. 28 dello Statuto dei lavoratori solo quando risulti un uso distorto da parte del datore medesimo della sua libertà negoziale, produttivo di un'apprezzabile lesione della libertà sindacale dall'organizzazione esclusa".
Principio ribadito dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 231/2013 ove da un lato si afferma che è compito esclusivo del legislatore dare completa attuazione all'art. 39 della Costituzione, individuando un criterio di rappresentatività ulteriore e diverso rispetto a quello previsto dall'art. 19 e, dall'altro, viene precisato che ad oggi l'unico criterio ex art. 19 per individuare un soggetto come maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo è costituito "dal non potersene giustificare la stessa esclusione dalle trattative". Ed ancora la Corte si riferisce a "sindacato non firmatario di alcun contratto collettivo, ma dotato dell'effettivo consenso da parte dei lavoratori, che ne permette e al tempo stesso rende non eludibile l'accesso alle trattative".
In altre parole, la rappresentatività valutata sul campo in base alla riconosciuta forza del sindacato di porsi come necessario interlocutore per partecipare alla stipula di un contratto collettivo.
La partecipazione alle trattative quindi come strumento di misurazione della forza di un sindacato, e, di riflesso, della sua rappresentatività.
Né vale in senso contrario l'indicazione offerta dalla Corte di parametri alternativi adottabili da parte dei legislatore poiché questa possibilità è stata avanzata per l'ipotesi di mancanza di un contratto collettivo applicato nell'unità produttiva per carenza di attività negoziale ovvero per impossibilità di pervenire ad un accordo aziendale.
Per altro, è sempre la medesima sentenza ad affermare che è stata corretta l'opzione dei giudici di merito che hanno preferito le remissione della questione di legittimità piuttosto che la scelta, adottata in altre decisioni, "di avventurarsi in interpretazioni in senso ampliativo, ritenute dalla Corte improprie dato il chiaro dato letterale della norma all'esame".
SCOPRI L'ESPERTO LEGALE DI LEX24NOZIONE: la norma sanziona i comportamenti diretti ad impedire o limitare l'esercizio della libertà e della attività sindacale nonché del diritto di sciopero (art. 28, L. 20.5.1970, n. 300). Per integrare estremi della condotta antisindacale è sufficiente che il comportamento leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le associazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente)... continua la lettura in Lex24 - Modulo Lavoro