Source: http://www.ladyo.it/trento-storica-sentenza-contro-le-adozioni-mascherate/
Timestamp: 2019-04-19 02:18:16+00:00
Document Index: 83771722

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Trento: storica sentenza contro le adozioni mascherate - Lady O
Trento: storica sentenza contro le adozioni mascherate
Ci sono casi in cui momentanei allontanamenti di bambini dal nucleo familiare di origine in condizioni di difficoltà diventano poi adozioni a tutti gli effetti. In queste ipotesi i diritti dei genitori biologici vengono totalmente compromessi da un’ attribuzione di incapacità la cui sussistenza non viene rianalizzata nel tempo.
LA NORMA – L’ambito di intervento dell’autorità giudiziaria con poteri di sindacato sulla condotta dei genitori è disciplinato dagli art. 330 c.c. (decadenza dalla potestà genitoriale) e 333 c.c. (limitazioni della potestà genitoriale).
Affinché sia disposto l’allontanamento è necessario che un genitore tenga un comportamento gravemente pregiudizievole per il figlio. In questo caso l’effetto è la decadenza dalla potestà, che può essere reintegrata dal Giudice quando sia cessato il pericolo per il minore. Il Tribunale può, in alternativa al provvedimento di decadenza, quando la violazione da parte del genitore non sia così grave, disporre le misure più idonee a protezione del minore e ordinare l’allontanamento dello stesso (art. 333 c.c.).
Il grado di incisività dell’intervento del giudice è dato dalla gravità del pregiudizio arrecato al figlio: quando questo sia grave potrà essere comminata al genitore la decadenza dalla potestà ex art. 330 c.c., altrimenti il giudice potrà adottare i provvedimenti meglio convenienti ex art. 333 c.c., in entrambi i casi potrà disporre l’allontanamento del figlio dall’abitazione familiare. Le due norme in esame non precisano quando il pregiudizio debba definirsi più o meno grave, tuttavia il pregiudizio è da ritenersi grave solo quando è sintomatico di una radicale inidoneità del genitore ad assolvere al proprio ruolo: in questi casi l’unico possibile intervento è quello di sottrarre al genitore qualsiasi potere decisionale onde impedirgli di nuocere al figlio. Ogni qual volta, quindi, la genitorialità è del tutto compromessa ed irrecuperabile deve rispondersi con la decadenza dalla potestà ex art. 330 c.c..
Invece, tutte le volte in cui le carenze o gli errori del genitore, pur significativi, non sono tali da compromettere in toto l’esercizio della genitorialità, quest’ultima può essere limitata, con l’adozione ex art. 333 c.c. di prescrizioni e limitazioni che valgano a guidare e sostenere il genitore nell’esercizio dei suoi compiti. L’ordinamento non indica una precisa tipologia di interventi che il giudice può assumere, lasciando alla sua discrezionalità, ed alla peculiarità del caso sottoposto al suo esame, il compito di delineare l’intervento più opportuno. Gli interventi, il cui scopo finale e’costituito dal sostegno idoneo a rimuovere la situazione di pregiudizio per il minore, possono essere numerosissimi e sono affidati principalmente ai servizi sociali del territorio e possono consistere dalle periodiche visite domiciliari, all’impostazione di veri e propri programmi di terapia familiare, sino all’avvio di operatori domiciliari che, agendo direttamente all’interno delle dinamiche domestiche, le controllino e sostengano i vari protagonisti; è, altresì, possibile giungere al parziale, e necessariamente temporaneo, allontanamento del minore. Qualora, infatti, i genitori seguano tutte le indicazioni loro fornite ed ottemperino alle prescrizioni, i giudici non possono limitarne la potestà, giacché l’intervento di tutela del minore posto in essere dal Tribunale deve comunque sempre rispondere ai principi generali della gradualità e proporzione.
L’allontanamento di bambini/e o ragazzi/e dal proprio nucleo familiare costituisce una decisione residuale nel panorama degli interventi disposti dalla Magistratura ed attuati dai servizi sociali nel settore inerente alla tutela dei minori e della famiglia. Il fine è garantire il rientro del minore in famiglia, in tempi il più possibile brevi, nel rispetto del principio di continuità dei rapporti familiari/parentali.
IL CASO – La storia che ha dato origine alla sentenza della Corte di Appello di Trento del gennaio 2015, ha come protagonista una bambina affetta da problematiche psichiatriche, così come i suoi stessi genitori, che non vengono giudicati idonei ad occuparsi di lei ed a crescerla in un contesto equilibrato dal Tribunale di primo grado.
La piccola viene quindi allontanata da casa e affidata a una famiglia e inizia un percorso con i servizi di Neuropsichiatria infantile. Nel frattempo i genitori vengono convinti a sottoporsi a un percorso psicologico, che porta la madre verso la totale guarigione e il padre a mantenere mensilmente gli incontri con i terapeuti. Malgrado i genitori avessero ottemperato alle prescrizioni della magistratura, nel 2013 il Tribunale per i minorenni di Trento, su ricorso del Pubblico Ministero, aveva disposto l’apertura della procedura di adottabilità della bambina, bloccata poi da una sentenza di non luogo a procedere emessa nel 2014. I familiari (zii e nonni) erano quindi ricorsi in Appello per ottenere l’affidamento della piccola, ma la Corte di seconda istanza di Trento ha individuato nella famiglia affidataria, in quel momento, il contesto migliore per gestire le problematiche della bambina. Sebbene il risultato non sia stato di quelli sperati, i magistrati hanno sancito un principio cardine per queste situazioni che lascia una grande porta aperta per il futuro.
La Corte, infatti, ha invitato i Servizi sociali a porre «massima attenzione – si legge testualmente nella sentenza – affinché l’affidamento familiare in corso non sia trasformato in una adozione di fatto e quindi nel consentire appena possibile un percorso volto a favorire la ripresa dei rapporti familiari».
La magistratura appare, dunque, conscia della pratica assolutamente scorretta che si va formando in questi casi nei quali l’ attenzione viene spostata spesso dall’interesse fondamentale del minore ad un sano sviluppo a quelli degli adulti, genitori biologici o affidatari, che lottano per la custodia.
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