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Timestamp: 2017-12-16 01:31:52+00:00
Document Index: 76550350

Matched Legal Cases: ['art. 264', 'art. 264', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 33', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 191', 'art. 5', 'art. 38', 'art. 117', 'art. 4', 'art. 17', 'art. 2', 'art. 17', 'art. 840', 'sentenza ']

Inquinamento | Studio Legale Ambientale
Inquinamento (D.Lgs. n. 152/2006-D.Lgs. n. 22/97). Mutamento della norma regolatrice del potere amministrativo e Ius superveniens. Intangibilità delle situazioni giuridiche definite.
Nel caso di mutamento della norma regolatrice del potere amministrativo, restano soggetti alla previgente normativa solo quei sub-procedimenti che hanno prodotto effetti consolidati o comunque legittimamente esteriorizzati e portati concretamente ad esecuzione ed allorché, comunque, quest’ultima non sia più suscettibile di revisione o modificazione.
Ne deriva che l’applicabilità dello ius superveniens in virtù della corretta interpretazione del principio “tempus regit actum”, incontra il solo limite della intangibilità delle situazioni giuridiche ormai definite o, in altri termini, delle fasi procedimentali dotate di piena autonomia e definitività degli effetti.
Va tuttavia osservato che il D.Lgs. n. 152/2006 contiene diverse tipologie di istituti e corrispondenti disposizioni normative, con altrettante regole transitorie di diverso tipo in ordine alla loro entrata in vigore ed applicazione ai procedimenti in corso (ad esempio, artt. 52, 135, 146 e 149).
In questo quadro generale, va osservato che l’art. 264 alla lettera “i” prevede che, alla data di entrata in vigore della parte quarta del decreto, è abrogato “il decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Al fine di assicurare che non vi sia alcuna soluzione di continuità nel passaggio dalla preesistente normativa a quella prevista dalla parte quarta del presente decreto, i provvedimenti attuativi del citato decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, continuano ad applicarsi sino alla data di entrata in vigore dei corrispondenti provvedimenti attuativi previsti dalla parte quarta del presente decreto”.
Il riferimento alla “data di entrata in vigore” rende chiaro all’interprete che continuano a trovare applicazione non già i procedimenti amministrativi, ma quei “provvedimenti” correlati all’esercizio delle funzioni ed adempimenti “normativi” previsti dagli artt. 195 e ss. a carico dello Stato, Regioni, Provincie e Comuni, ed i provvedimenti pianificatori di cui agli artt. 199 – 201 in tema di piani di smaltimento dei rifiuti.
In definitiva, l’art. 264 lett. “i” non consente di ritenere che possano trovare applicazione le norme di cui al d.lgs. 22/97 laddove queste siano riferite a procedimenti amministrativi o anche programmi, piani, o procedure amministrative contenenti ordini di bonifica veri e propri contenute in piani, programmi, obiettivi di risanamento ed atti di competenza Ministeriale, specie, poi, se non si sono neppure tradotti in un provvedimento finale vero e proprio: è, infatti, la stessa norma a presupporre, con assoluta evidenza, che – comunque si vogliano intendere – i provvedimenti esecutivi che continuano ad applicarsi sono quelli che sono entrati in vigore prima dell’aprile del 2006.
A tacere di qualsiasi dubbio sulla loro natura, non potranno quindi essere presi in considerazione procedimenti di qualsiasi genere che, pur se culminati in conferenze di servizi, non si sono tradotti in nessun atto finale, posto che in ogni caso solamente quest’ultimo può conferire l’efficacia esterna alle determinazioni della conferenza (e come tale determinarne l’”entrata in vigore”).
In base a questa disposizione, non può non ritenersi che sono fatti salvi solo i procedimenti che si sono conclusi con una espressa autorizzazione degli interventi di bonifica.
Il provvedimento finale intervenuto in data successiva alla entrata in vigore del decreto legislativo 152/2006 deve invece essere adottato in conformità alle disposizioni di quest’ultimo.
admin, giugno 13th 2011 | Tags: Inquinamento, ius superveniens
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AVVOCATO ED INQUINAMENTO – VEICOLI FUORI USO
METALLI PESANTI NEGLI APPARATI PROPULSORI
La Direttiva 2000/53/CE meglio conosciuta come Direttiva Veicoli Fuori Uso (ELV – End of Life Vehicles) si pone all’art. 1 l’obiettivo primario di prevenire la produzione di rifiuti derivanti dai veicoli nonché, inoltre, al reimpiego, al riciclaggio e ad altre forme di recupero dei veicoli fuori uso e dei loro componenti, in modo tale da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e migliorare il funzionamento dal punto di vista ambientale di tutti gli operatori economici coinvolti nel ciclo di utilizzo dei veicoli e specialmente di quelli direttamente collegati al trattamento dei veicoli fuori uso.
La normativa in commento è stata recepita dal D.lgs. 209/2003 (modificato dal D.lgs. 149/2006).
Le disposizioni contenute nel decreto appena citato si applicano ai veicoli a motore (giunti a fine vita) appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all’Allegato II, parte A della Direttiva 70/156/CEE, ed ai veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla Direttiva 2002/24/CE.
E’ importante ribadire che l’art. 4 comma I lett. a) della Direttiva ELV stabilisce che gli Stati Membri incoraggiano i costruttori di veicoli, in collaborazione con i costruttori di materiali ed equipaggiamenti, in particolare per prevenire il rilascio nell’ambiente, facilitare il riciclaggio ed evitare l’esigenza di smaltimento di rifiuti pericolosi.
Il comma II dello stesso articolo statuisce altresì, l’impegno a non impiegare/utilizzare nei veicoli e componenti di veicoli immessi sul mercato dopo il 1° luglio 2003 metalli pesanti quali il piombo, mercurio, cadmio o cromo esavalente se non nei casi (esenzioni) specificatamente e tassativamente indicati nell’Allegato II.
L’art. 4 della Direttiva è stato tradotto (anche se con ritardo) dalla normativa italiana con il divieto sancito dall’art. 9 del D.lgs. 209/2003 che espressamente prevede “Dal 1° luglio 2003 è vietata la produzione o l’immissione sul mercato di materiali e di componenti di veicoli contenenti piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Tale divieto non si applica nei casi e alle condizioni previsti dall’Allegato II”.
E’ bene precisare che il suddetto Allegato viene periodicamente aggiornato e modificato sia per far fronte al progresso tecnologico e scientifico che consente l’impiego di materiali diversi e meno dannosi per l’ambiente, sia perché frequenti sono gli interventi della Commissione Europea in materia di veicoli fuori uso (basti riprendere a titolo esemplificativo la ultima decisione della Commissione Europea n. 115/2010/CE del 23 febbraio).
La Commissione con la decisione 115 ha rivisto i criteri di esenzione stabilendo appunto che il piombo e i composti di piombo presenti negli apparati propulsori (che possono contenere fino allo 0,5% di piombo in peso) non saranno più esentati dal divieto ex art. 4 della Direttiva ELV in quanto l’uso del piombo, in questo tipo di applicazioni, può essere evitato.
Per contro, per gli altri casi già menzionati nell’Allegato in commento, non essendo tecnicamente possibile riparare veicoli con pezzi di ricambio diversi da quelli originali (poiché ciò richiederebbe modifiche delle caratteristiche dimensionali e funzionali di interi impianti del veicolo) continua ad essere consentita la riparazione di questi componenti di veicoli appunto con pezzi originali (ovverossia con pezzi contenenti i metalli pesanti quali il piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente).
admin, giugno 30th 2010 | Tags: Abbandono rifiuti, Diritto Ambiente, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Rifiuti, Sanzione, Tutela Ambiente
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AVVOCATO ed INQUINAMENTO: CANNE FUMARIE
L’art. 5 co. 9 del D.P.R. n. 412/93, non toccato dalla parziale abrogazione disposta dall’art. 16 co. 2 del D.Lgs. n. 192/05, come sostituito dall’art. 7 del D.Lgs. n. 311/06, stabilisce che gli impianti termici siti negli edifici costituiti da più unità immobiliari devono essere collegati ad appositi camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti di combustione, con sbocco sopra il tetto dell’edificio alla quota prescritta dalla regolamentazione tecnica vigente, nei seguenti casi:
impianti termici individuali realizzati dai singoli previo distacco dall’impianto centralizzato.
In deroga a tale previsione di carattere generale, la stessa norma dispone che la regola dello sbocco sopra il tetto dell’edificio possa non venire applicata nell’ipotesi di singole ristrutturazioni di impianti termici individuali già esistenti, siti in stabili plurifamiliari, qualora nella versione iniziale non dispongano già di camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti della combustione con sbocco sopra il tetto dell’edificio, funzionali ed idonei o comunque adeguabili alla applicazione di apparecchi con combustione asservita da ventilatore, ovvero di nuove installazioni di impianti termici individuali in edificio assoggettato dalla legislazione nazionale o regionale vigente a categorie di intervento di tipo conservativo, precedentemente mai dotato di alcun tipo di impianto termico, a condizione che non esista camino, canna fumaria o sistema di evacuazione fumi funzionale ed idoneo, o comunque adeguabile allo scopo (in ambedue le ipotesi, purché si adottino generatori di calore che, per i valori di emissioni nei prodotti della combustione, appartengano alla classe meno inquinante prevista dalla norma tecnica UNI EN 297).
Ai fini della deroga la norma non annette autonoma rilevanza all’ipotetica impossibilità tecnica di portare gli scarichi oltre la copertura dell’edificio.
Né la deroga può ritenersi consentita dal Regolamento edilizio comunale, che in materia di scarichi dei fumi degli impianti termici fa rinvio al D.P.R. n. 412/93; ovvero dalla circolare della Direzione ambiente del 1 aprile 2004, che a sua volta rinvia alle soprastanti norme regolamentari statali e comunali per l’individuazione dei casi di deroga all’obbligo di scarico sopra il tetto, richiedendone la certificazione da parte del progettista incaricato; o, ancora, dalla circolare c.d. “Nencioni”, la quale, nella parte in cui introduce fra i motivi di “autoderoga” allo scarico sul tetto la impossibilità di realizzare la canna fumaria su facciata principale, arbitrariamente effettua una sorta di bilanciamento fra i diversi interessi tutelati dalle disposizioni normative che vengono in considerazione nella fattispecie, ponendosi in diretto contrasto con quelle di cui al D.P.R. n. 412/93, e dovendo perciò essere disapplicata.
3.1.2. Se, dunque, l’impossibilità tecnica di per sé non giustifica l’applicazione della deroga, insuscettibile di interpretazione estensiva o analogica al di fuori dei casi contemplati dall’art. 5 co. 9, l’accertata difformità dell’impianto a servizio dell’immobile di proprietà dalle prescrizioni in materia di progettazione ed installazione stabilite dal D.P.R. n. 412/93, in attuazione dell’art. 4 della legge n. 10/91, autorizza l’esercizio dei poteri riconosciuti all’amministrazione dall’art. 33 della medesima legge ed, in particolare, l’adozione dell’ordine di adeguamento dell’impianto, senza che in contrario rilevino le precedenti valutazioni di conformità.
admin, maggio 26th 2010 | Tags: Avvocato Ambiente, Diritto Ambiente, Ecoavvocato, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Tutela Ambiente
AVVOCATO e RIFIUTI: Piano di gestione e razionalizzazione della raccolta
In tema di corretta gestione dei rifiuti, una delle più importanti misure che devono essere adottate dagli Stati membri nell’ambito del loro obbligo, in forza della direttiva 2006/12, è quella di elaborare piani di gestione che contemplino, in particolare, misure atte ad incoraggiare la razionalizzazione della raccolta, della cernita e del trattamento dei rifiuti, è quella, prevista all’art. 5, n. 2, di tale direttiva, consistente nel cercare di trattare i rifiuti nell’impianto più vicino possibile.
Sicché, i criteri di localizzazione dei siti di smaltimento dei rifiuti devono essere individuati in considerazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2006/12, tra cui figurano, in particolare, la protezione della salute e dell’ambiente, nonché la creazione di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento che consenta in particolare lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini.
Quindi, detti criteri di localizzazione dovrebbero riguardare, in particolare, la distanza di tali siti rispetto agli insediamenti in cui sono prodotti i rifiuti, il divieto di realizzare gli impianti in prossimità di zone vulnerabili e l’esistenza di infrastrutture adeguate per il trasporto dei rifiuti, quali il collegamento alle reti di trasporto.
Per quanto riguarda i rifiuti urbani non pericolosi, per i quali non sono necessari, in linea di principio, impianti specializzati come quelli richiesti per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, gli Stati membri devono quindi adoperarsi per disporre di una rete che consenta loro di soddisfare l’esigenza di impianti di smaltimento quanto più vicini possibile ai luoghi di produzione, ferma restando la possibilità di organizzare una rete siffatta nell’ambito di cooperazioni interregionali, o addirittura transfrontaliere, che rispondano al principio di prossimità.
Ne consegue che, allorché uno Stato membro ha singolarmente scelto nell’ambito del suo piano o dei suoi «piani di gestione dei rifiuti» ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva 2006/12, di organizzare la copertura del suo territorio su base regionale, occorre dedurne che ogni regione dotata di un piano regionale debba garantire, in linea di principio, il trattamento e lo smaltimento dei suoi rifiuti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti.
Infatti, il principio di correzione, anzitutto alla fonte, dei danni causati all’ambiente, principio stabilito per l’azione della Comunità in materia ambientale dall’art. 191 TFUE, comporta che spetta a ciascuna regione, comune o altro ente locale adottare le misure adeguate per garantire la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei propri rifiuti e che questi vanno quindi smaltiti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti, per limitarne al massimo il trasporto.
Di conseguenza, in una tale rete nazionale definita dallo Stato membro, se una regione non è dotata, in misura e per un periodo rilevanti, di infrastrutture sufficienti a soddisfare le sue esigenze per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si può dedurre che dette gravi carenze a livello regionale possono compromettere la rete nazionale di impianti di eliminazione dei rifiuti, privandola delle caratteristiche di integrazione ed adeguatezza richieste dalla direttiva 2006/12, che consenta allo Stato membro interessato di perseguire individualmente l’obiettivo di autosufficienza definito all’art. 5, n. 1, della direttiva in parola.
admin, maggio 21st 2010 | Tags: Abbandono rifiuti, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Rifiuti, Rimozione, Sanzione, Tutela Ambiente
Posted in Diritto Ambientale, Diritto Ambientale Internazionale, Inquinamento, Rifiuti
AVVOCATO ed INQUINAMENTO: Acque, la depurazione
L’acqua è elemento indispensabile di ogni attività umana; dopo essere stata utilizzata, e quindi inquinata da varie sostanze di origini differenti, deve essere fatta defluire in un corso, nel sottosuolo in seguito ad un trattamento opportuno.
Le acque si distinguono in :
urbane: si contraddistinguono a loro volta in acque nere (da servizi igienici) e bianche (da lavaggi o cucine)
metereologiche: diventano inquinate in seguito al contato con i suoli
Bisogna dunque individuare, prima di tutto, la natura degli agenti inquinanti delle acque.
Agenti non bioreagenti (sabbie, oli)
Agenti bioreagenti
Per poter depurare le acque è importante determinare degli indici:
Carico organico, ovvero la quantità di ossigeno utile alla conversione della sostanza organica putrescibile
Quantità d’acqua considerata
Concentrazione di sostanze inquinanti
Una volta individuata la procedura per la dispersione dell’inquinante, bisogna predisporre dei sistemi per la depurazione delle acque di prima pioggia, attraverso:
localizzazione delle sorgenti
calcolo del volume delle acque di prima pioggia
Le acque saranno raccolte dunque in vasche, dove verrà favorito il procedimento di sedimentazione delle sostanze solide ed in seguito saranno inviate altrove per separare gli idrocarburi.
admin, marzo 11th 2010 | Tags: Avvocato Ambiente, Diritto Ambiente, emissioni, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Tutela Ambiente
AVVOCATO e RIFIUTI: Smaltimento
Smaltimento dei rifiuti e ordine di ripristino dei luoghi imposto ad altra P.A.
In materia dello smaltimento dei rifiuti, l’ordine di ripristino dei luoghi (rimozione dei rifiuti abusivamente depositati su un’area demaniale di un fiume e l’esecuzione delle bonifiche necessarie), è legittimamente posto a carico di altra P.A., quando si tratta di area, con la quale essa si trovi in un rapporto tale da poter, prima, impedire la causazione dell’illecito de quo e, poi, eseguire gli interventi necessari al fine di eliminare la riscontrata situazione di pericolo per la salubrità dell’ambiente e dunque per la salute pubblica, che è, per di più, pacificamente presupposto legittimante l’esercizio del potere sindacale di intervenire in via contingibile ed urgente, con il richiamo in essa contenuto dell’art. 38 della legge 8 giugno 1990, n. 142.
In tali casi, è inconferente l’invocazione del principio di sussidiarietà (che “impone che gli interventi pubblici siano svolti al livello più appropriato”), poiché, se è vero che tale principio sembra presiedere al complesso riparto di competenze fra Stato, Regioni, Province e Comuni disegnato nella materia dello smaltimento dei rifiuti dal legislatore del D.P.R. n. 915, la sua applicazione concreta non comporta di certo un esonero dalla specifica obbligazione gravante su chi ha la responsabilità dell’area compromessa dall’abbandono abusivo, anche quando tale soggetto sia, come nel caso di specie, una pubblica amministrazione, il principio di sussidiarietà non potendo di sicuro valere a coprire le conseguenze della violazione di precisi obblighi posti dal legislatore a salvaguardia degli interessi rilevanti in materia; salvo, poi, dover verificare in un successivo momento quali siano i soggetti, a cui effettivamente accollare le spese sostenute per il perseguimento, d’ufficio, della tutela degli interessi della collettività interessata.
admin, marzo 3rd 2010 | Tags: Abbandono rifiuti, Diritto Ambiente, Inquinamento, Rifiuti, Rimozione, Tutela Ambiente
avvocato ed inquinamento: emissioni elettromagnetiche
Fissazione di valori soglia ed effetti delle emissioni elettromagnetiche
La fissazione di valori-soglia risponde ad una ratio assai complessa e articolata.
Da un lato, infatti, essi hanno effettivamente lo scopo di proteggere la salute della popolazione dagli effetti negativi delle emissioni elettromagnetiche (e da questo punto di vista la determinazione delle soglie deve risultare fondata sulle conoscenze scientifiche ed essere tale da non pregiudicare il valore protetto); dall’altro, si tratta di consentire, anche attraverso la fissazione di soglie diverse in relazione ai tipi di esposizione, ma uniformi sul territorio nazionale, e la graduazione nel tempo degli obiettivi di qualità espressi come valori di campo, la realizzazione degli impianti e delle reti rispondenti a rilevanti interessi nazionali, sottesi alle competenze concorrenti di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione, come quelli che fanno capo alla distribuzione dell’energia e allo sviluppo dei sistemi di telecomunicazione.
Tali interessi, ancorché non resi espliciti nel dettato della legge quadro in esame, sono indubbiamente sottesi alla considerazione del “preminente interesse nazionale alla definizione di criteri unitari e di normative omogenee” che, secondo l’art. 4, comma 1, lettera a, della legge quadro, fonda l’attribuzione allo Stato della funzione di determinare detti valori-soglia.
In sostanza, la fissazione a livello nazionale dei valori-soglia, non derogabili dalle Regioni nemmeno in senso più restrittivo, rappresenta il punto di equilibrio fra le esigenze contrapposte di evitare al massimo l’impatto delle emissioni elettromagnetiche, e di realizzare impianti necessari al paese, nella logica per cui la competenza delle Regioni in materia di trasporto dell’energia e di ordinamento della comunicazione è di tipo concorrente, vincolata ai principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato.
Tutt’altro discorso è a farsi circa le discipline localizzative e territoriali. A questo proposito è logico che riprenda pieno vigore l’autonoma capacità delle Regioni e degli enti locali di regolare l’uso del proprio territorio, purché, ovviamente, criteri localizzativi e standard urbanistici rispettino le esigenze della pianificazione nazionale degli impianti e non siano, nel merito, tali da impedire od ostacolare ingiustificatamente l’insediamento degli stessi.
admin, febbraio 12th 2010 | Tags: Avvocato Ambiente, Diritto Ambiente, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Sanzione, Tutela Ambiente
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AVVOCATO ed INQUINAMENTO: Nozione di Inquinamento
Il c.d. “decreto Ronchi” ed il collegato D.M. n. 471/99 (in particolare l’art. 17, commi 1, 2, 4, 6 bis, d.lgs. cit. e l’art. 2 D.M. cit.), in relazione alla nozione di “inquinamento” facevano riferimento alla sua realizzazione sul relativo “sito” – e non solo sul terreno superficiale – inteso quale area o porzione di territorio intesa nelle diverse matrici ambientali e comprensiva anche delle “eventuali” strutture edilizie ed impiantistiche presenti in cui si riscontrano livelli di contaminazione o alterazioni chimiche, fisiche o biologiche del “suolo o del sottosuolo o delle acque superficiali o “sotterranee” tali da determinare un pericolo per la salute pubblica.
Lo stesso D.M. n. 471/99, richiamando la nozione di bonifica, faceva riferimento all’insieme degli interventi atti ad eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti o a ridurre le concentrazioni delle sostanze inquinanti presenti nel suolo, nel “sottosuolo”, nelle acque superficiali o “sotterranee”, chiarendo ulteriormente che la stessa doveva interessare tutte le matrici ambientali coinvolte, dato che senza un’efficace depurazione della falda non sarebbe possibile certificare gli interventi di bonifica del soprasuolo.
Allo stesso modo pure l’art. 17, comma 1, lett.a) e c-bis), d.lgs. faceva riferimento ai suoli ed alle “acque sotterranee” in relazione alla specifica destinazione d’uso dei siti, con ciò confermando che le operazioni di bonifica e quelle ad esse correlate riguardano il generale inquinamento del sito e non solo il terreno superficiale insito in esso.
Inoltre, la proprietà, in base ai principi civilistici di cui all’art. 840, comma 1, c.c., si estende anche al sottosuolo con tutto ciò che vi si contiene, in applicazione del noto brocardo secondo cui la proprietà si estende “usque ad inferos et usque ad sidera”.
Il limite del “valore del bene”, quindi, non può che considerare tali principi, ritenendo il sottosuolo parte integrante del bene stesso nel caso di specie.
admin, febbraio 10th 2010 | Tags: Avvocato Ambiente, emissioni, Inquinamento, Legislazione Ambientale, Sanzione, Tutela Ambiente
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