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Timestamp: 2018-01-22 10:26:49+00:00
Document Index: 47919497

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 637', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 86', 'Cass. Sez. ']

Infondatezza della incostituzionalità La Corte Costituzionale con la sentenza n. 50 del 10.2.2010 ha dichiarato infondata la questione di incostituzionalità dell'art. 637 ultimo comma c.p.c., relativa alla individuazione del Foro competente per l'emissione dei decreti ingiuntivi per i crediti professionali degli Avvocati e dei Notai.
La questione era stata sollevata dalla Corte di Cassazione con riferimento all'art. 3 della Costituzione. Nella fattispecie la Corte di Cassazione era stata investita della questione in sede di regolamento di competenza, per valutare se il Tribunale di Milano fosse competente a valutare l'opposizione a decreto ingiuntivo emesso sulla base di una parcella liquidata dall'Ordine di Milano, per una attività che l'avvocato creditore aveva svolto a Roma in un momento in cui era iscritto all'Ordine di Roma.
Il Giudice delle leggi ha negato che la questione fosse fondata affermando che la ratio della norma incriminata va individuata nella necessità di di agevolare il professionista, coinsentendogli di concentrare le proprie cause nel luogo ove ha il domicilio professionale e che una differente lettura che lo costringerebbe a seguire le cause relative al recupero dei crediti professionali in luogo diverso (o addirittura in luoghi diversi) da quello in cui egli avesse attualmente stabilito l°organizzazione della propria attività professionale.
Esposti Csm Vietati gli esposti al Csm con critiche feroci ai magistrati
Rischia di essere condannato per diffamazione l'avvocato che fa un esposto al Csm definendo il provvedimento del giudice "disumano".
Il monito ad evitare critiche forti nei confronti della Magistratura arriva dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 2066 del 20 gennaio 2009, non ha concesso l'assoluzione piena a due avvocati che avevano definito il provvedimento di un magistrato di sorveglianza "disumano ed odioso".
Il codice deontologico degli avvocati, che impone loro "una tutela energica, rigorosa dei diritti della persona patrocinata", non funge da esimente per il reato di diffamazione.
Ma non è ancora tutto. Il fatto che gli aggettivi fossero contenuti in un esposto formale al Csm da due avvocati ha peggiorato le cose: ciò perché bisogna comunque tenere conto, ha concluso la Cassazione, "che le espressioni offensive erano contenute in un atto mirante all'instaurazione di un procedimento disciplinare a carico di un magistrato, nell'ambito del quale gli esponenti non possono essere considerati parti".
Sentenza n. 2066 del 20/1/2009
Praticanti - non ammessi al patrocinio Spezzando una lancia in favore delle aspirazioni professionali di tanti giovani, le Sezioni unite civili della Cassazione hanno accolto, con la sentenza n. 28170 del 26 novembre, il ricorso di un praticante che era stato cancellato dall'albo perché era un carabiniere e annullato la delibera del Consiglio.
Sentenza n. 28170 del 26 novembre
Difese d'Ufficio Difese d'Ufficio - cosiddetto difensore "in seconda" - obbligo di reperibilità - sussiste - carattere di sostituzione del secondo rispetto al "difensore in prima" - non sussiste - sostituzione - disservizio - imputabilità
Tra i due difensori d'Ufficio di turno giornaliero non susssiste alcuna gerarchia, essendo entrambi onerati di garantire la propria reperibilità. Pertanto in capo al cosiddetto "difensore in seconda" non sussiste alcun affievolimento dell'onere di reperibilità e non è consentito al medesimo di considerarsi mero sostituto del cosiddetto "difensore in prima". Pertanto, è disciplinarmente rilevante il comportamento del cosiddetto "difensore in seconda" che si renda non reperibile, senza premurarsi di nominare un sostituto. Di contro, la nomina del sostituto elide la responsabilità del difensore di turno, dovendo eventuali disservizi essere attribuiti al sostituto, sino a costituire eventuali illeciti disciplinari a carico di quest'ultimo.
C.Cass.ordinanza 8 maggio 2008, n. 11213 E' inammissibile il ricorso al Cnf avverso una decisione disciplinare del COA proposto personalmente dall'avvocato sottoposto a sospensione cautelare.
8 MAGGIO 2008, N. 11213
1. L 'avvocato F.A. ha impugnato per Cassazione la decisione in data 30 maggio 2007 , con la quale il Consiglio Nazionale Forense ne ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso decisione disciplinare del COA. di (OMISSIS) in quanto da lui personalmente proposto, ancorchè "privo dello ius postulando, perchè sottoposto a sospensione cautelare". 2. Con l'odierno ricorso, cui non resiste il C.N.F., il F. ha denunziato violazione del R.D. n. 37 del 1934, artt. 60 e 62 , art. 86 c.p.c., R.D. n. 1579 del 1933, artt. 17 e 33 , sostenendo che "l'atto di gravame personale non è atto di esercizio della professione e può essere espletato da chiunque, sospeso o non, rivesta la qualità di incolpato nel procedimento disciplinare, nell'esercizio del suo diritto di autodifesa". 3. La riferita impugnazione non può, però, trovare accoglimento, perchè manifestamente infondata alla luce della esegesi consolidata della normativa invocata, a tenore della quale il ricorso al C.N.F. è atto, invece, propriamente impugnatorio postulante l'esercizio di attività professionale (cfr. Cass. Sez. un. nn. 13532/06, 35S8/03, da ultimo): che come tale - a maggior garanzia (e non certo a "compressione", come adombrato in memoria dal ricorrente) del diritto di difesa dell'incolpato - non può trovare ingresso nel procedimento disciplinare, ove non sottoscritto da soggetto cui la legge professionale non riconosca lo ius postulandi innanzi al C.N.F., come nel caso di ricorso presentato da praticante procuratore (cfr. nn. 160, 7399/998; 528/00; 3598/03) ovvero, come appunto nella specie, da avvocato sospeso cautelarmente.
4. Non v'è luogo a provvedimento sulle spese in assenza di controparte costituita.