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Timestamp: 2019-08-24 02:30:51+00:00
Document Index: 11782169

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 40', 'art. 4', 'art. 2051', 'art. 2043']

15 Marzo 2019, Cassazione civile
Il Comune ha l'obbligo della rimozione dei rifiuti sugli arenili che rientrano nei perimetri urbani, competendo alla Regione quello relativo ai perimetri extraurbani, e se non lo fa deve rispondere dei danni.
Nel diritto penale, rispetto ad alcuni reati, quelli che si dicono causalmente orientati, ossia nei quali il disvalore più che sulla condotta è basato sull'evento, l'agire equivale all'omettere; nel diritto civile l'omissione è spesso considerata meno grave dell'azione, e non equivale a quest'ultima. Il danno causato mediante omissione è risarcibile soltanto quando v'era un preciso obbligo di agire, e tale obbligo è stato violato.
sez. III Civile, sentenza 21 gennaio – 15 marzo 2019, n. 7362
Presidente Amendola - Relatore Cricenti
Il minore An. Vi., la mattina del 15.8.1999, sedendosi su un tratto di spiaggia del Comune di Castelvetrano, ha riportato ustioni causate da braci ancora ardenti, e nascoste sotto la sabbia, rimaste li dai falò accesi la sera precedente da ignoti.
Contro tale decisione propone ricorso per Cassazione il Comune di Castelvetrano con tre motivi di ricorso, cui resistono i coniugi Vi. e Ie. con controricorso. V'è altresì un controricorso del Ministero delle Infrastrutture, sebbene nei suoi confronti il ricorso non contenga domande di sorta.
1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione degli articoli 2,3,8 D.P.R. n. 915/1982 e legge regionale n. 25 del 1993, nonché dell'art. 2043 c.c. e 1228 c.c.
In sostanza sostiene che la brace che ha provocato il danno era nascosta sotto la sabbia e che dunque non era possibile per gli addetti alla pulizia avvedersene, se non effettuando scavi che però il Comune, essendo la spiaggia bene non suo, ma demaniale, non poteva ovviamente realizzare da sé.
In sostanza, l'unico obbligo che il Comune ha è quello, stabilito per legge (I. n. 915 del 1982), di raccolta e smaltimento dei rifiuti, che non comprende quello di effettuare scavi o di bonificare l'arenile, attività che, al contrario, il Comune non può svolgere senza l'autorizzazione del Ministero proprietario.
Questa qualificazione è corretta.
Infatti, il Comune di Castelvetrano non può considerarsi custode dell'arenile nel senso in cui la custodia è assunta dall'art. 2051 c.c..
Tale norma presuppone una situazione di controllo della cosa, indipendente da direttive o da autorizzazioni altrui.
Se è vero che la custodia non coincide con la proprietà o la titolarità di diritti reali, e ben può consistere in una situazione di fatto, è altresì vero però che deve trattarsi di un potere autonomo di controllo e gestione della cosa, perché solo tale autonomo potere giustifica l'obbligo di prevenzione dei danni riconducibili al bene custodito. Il Comune di Castelvetrano non ha, fatto pacifico, un potere siffatto sull'arenile, essendo incaricato soltanto della raccolta dei rifiuti, e dunque è privo di una relazione con la cosa, che possa giustificare l'applicazione di una regola di responsabilità che presuppone una certa utilità che il custode ricava dalla cosa e che giustifica l'inversione della prova a suo sfavore.
La colpa, è da un punto di vista strutturale, una omissione. Essa consiste nel mancato rispetto di regole di prudenza, perizia, diligenza. Chi agisce con colpa omette di osservare regole di prudenza. Chi non si ferma allo stop, è in colpa perché ha omesso di osservare un segnale stradale. Tuttavia, altro è l'omesso rispetto di una regola cautelare, che, secondo una terminologia francese, è una omissione "nell'azione", altro è l'omissione in senso stretto. Altrimenti, se non si chiarisce questa distinzione, ogni condotta attiva colposa rischia, come è avvenuto nel caso presente, di essere trattata come condotta omissiva, a cagione dell'omesso rispetto di una regola cautelare.
In sostanza la condotta colposa è una condotta attiva caratterizzai dall'omesso rispetto di regole cautelari. Invece l'omissione propria è caratterizzata dall'omesso rispetto di un obbligo di agire a beneficio altrui (ad esempio, l'omissione di soccorso). E pertanto chi investe un passante non essendosi fermato allo stop non causa il danno per omissione, ma lo causa mediante una condotta attiva colposa, caratterizzata dall'omesso rispetto di regole cautelari.
Nel diritto penale, rispetto ad alcuni reati, quelli che si dicono causalmente orientati, ossia nei quali il disvalore più che sulla condotta è basato sull'evento, l'agire equivale all'omettere, nel senso che è la stessa cosa se l'evento (ad esempio la morte della vittima) è volontariamente causato agendo (sparare a taluno) anziché omettendo (volontariamente lasciar morire di fame il neonato) (art. 40 c.p.). Invece nel diritto civile l'omissione è spesso considerata meno grave dell'azione, e non equivale a quest'ultima. Il danno causato mediante omissione è risarcibile soltanto quando v'era un preciso obbligo di agire, e tale obbligo è stato violato (Cass. 12.3.2012, n. 3876).
Così, quale esempio di omissione in senso proprio può citarsi il caso di colui che, potendo impedire che un incendio attinga la proprietà del vicino, semplicemente chiamando i vigili del fuoco, non lo fa.
In questo caso il danno che il vicino avrebbe potuto evitare non è l'esito di un'azione colposa (ossia caratterizzata da violazione di regole cautelari) ma di una omissione in senso proprio, per giudicare la illiceità della quale occorre stabilire se vi fosse un obbligo di agire a tutela del diritto altrui.
Il Comune, in base agli articoli 2,3,8 del D.P.R. n. 915/ 1982 ed alla legge regionale n. 25 D/ 1993, nonché al D.Lgs. 22/ 1997 ha l'obbligo della rimozione dei rifiuti sugli arenili che rientrano nei perimetri urbani, competendo alla Regione quello relativo ai perimetri extraurbani (vedi il precedente in termini Cass. 20731/ 2016).
Né il Comune può assumere di non essere tenuto a rimuovere le braci residue di un falò, avendo, in tal caso, bisogno di una apposita autorizzazione regionale, come se quella rimozione fosse uno scavo. La brace lasciata da chi ha acceso il falò è in realtà un rifiuto solido il cui smaltimento rientra negli obblighi del Comune, e la sua rimozione non presuppone attività di scavo o di bonifica, per le quali il Comune necessita di autorizzazione.
2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 4 della legge 2248/ 865 allegato E.
Secondo il ricorrente la corte di appello avrebbe violato i limiti interni alla giurisdizione sindacando e dichiarando illegittimo un atto amministrativo, quale il fatto di non aver chiesto alla Regione l'autorizzazione allo scavo, così compiendo un sindacato della discrezionalità dell'attività amministrativa. Il motivo è però infondato in quanto non coglie la ratio della decisione impugnata, la quale non va affatto a sindacare l'attività amministrativa comunale. La corte di appello in realtà ritiene che non era necessario giungere alla richiesta di autorizzazione alla Regione per usare mezzi meccanici utili ad effettuare il servizio di pulizia. E ciò fa per prevenire una obiezione del Comune, dicendo che se anche, per effettuare la pulizia fossero stati necessari mezzi meccanici, ciò non avrebbe significato l'onere di chiedere l'autorizzazione, poiché l'uso di mezzi meccanici è strumentale alla raccolta dei rifiuti.
La Corte di merito ha cura, in sostanza, di fare questa precisazione per evitare che la difesa cada sulla impossibilità giuridica (occorrendo autorizzazione allo scavo) di rimuovere la brace. Non v'è dunque sindacato su un'attività amministrativa discrezionale, ma giudizio su un'attività materiale, non diligentemente eseguita.
Anche questo motivo non coglie la ratio della decisione impugnata, che, come si è visto, ritiene applicabile alla fattispecie non già l'art. 2051 c.c., ma l'art. 2043 c.c. e che solo in base a tale ultima norma ha ritenuto la responsabilità dell'ente pubblico, senza fare questione di custodia.
V'è infine da rilevare che il ricorso è stato notificato anche al Ministero delle Infrastrutture, ma senza proporre domanda alcuna nei suoi confronti.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite nella misura di Euro 7800,00, oltre accessori se dovuti. Compensa le spese nei confronti del Ministero delle Infrastrutture, dando atto della sussistenza dei presupposti per il doppio del contributo unificato.