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Timestamp: 2020-07-09 02:45:50+00:00
Document Index: 112059956

Matched Legal Cases: ['art. 1223', 'art. 1176', 'art. 2236', 'art. 1176', 'art. 1176', 'art. 1460', 'art. 1460', 'sentenza ', 'art. 2236', 'art. 1460', 'art. 2932', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Negligenza avvocato: ultime sentenze
Leggi le ultime sentenze su: responsabilità dell’avvocato; condizioni di opponibilità dell’eccezione d’inadempimento; mancato compimento di atti interruttivi della prescrizione del diritto del cliente; contegno del professionista; mancata tempestiva attivazione della pretesa risarcitoria del proprio assistito; termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da responsabilità professionale.
1 La negligenza dell’avvocato
2 La responsabilità dell’avvocato
3 Criterio della diligenza professionale media esigibile
4 Responsabilità dell’avvocato: cosa deve provare l’assistito?
5 Negligenza idonea ad incidere sugli interessi del cliente
6 La manifestazione di negligenza del difensore
7 Negligenza dell’avvocato: il danno subito dalla cliente
8 Eccezione d’inadempimento da parte del cliente
9 Responsabilità professionale: il risarcimento del danno
10 Rapporto di causalità fra inadempimento del professionista e danno
11 Quando l’avvocato domiciliatario non risponde per negligenza?
12 Mancata indicazione al giudice delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda
La negligenza dell’avvocato
In tema di responsabilità professionale, il negligente comportamento dell’avvocato che, omettendo di attivare tempestivamente la pretesa risarcitoria del proprio assistito, abbia determinato il decorso della prescrizione del credito verso taluni dei condebitori solidali, determina un danno risarcibile ex art. 1223 c.c. consistente nella perdita della possibilità di avvalersi di più coobbligati, e, quindi, di agire direttamente nei confronti di quelli presumibilmente più solvibili, quali sono in particolare – in caso di crediti derivanti da un sinistro stradale – le società assicuratrici rispetto alle persone fisiche.
Cassazione civile sez. III, 10/06/2016, n.11907
Per quanto riguarda le questioni relative alla prescrizione, ritiene che rientra nella ordinaria diligenza dell’avvocato il compimento di atti interruttivi della prescrizione del diritto del suo cliente, non richiedendo normalmente speciali capacità tecniche; viceversa eventuali particolari situazioni di fatto, in cui si presenti incerto il calcolo della prescrizione, vengono lasciate al libero apprezzamento del giudice di merito.
Non ricorre tale ipotesi, con la conseguenza che il professionista può essere chiamato a rispondere anche per semplice negligenza, ex art. 1176 comma 2 c.c., e non solo per dolo o colpa grave ai sensi dell’art. 2236 c.c., allorché l’incertezza riguardi non già gli elementi di fatto in base ai quali va calcolato il termine, ma il termine stesso, a causa dell’incertezza della norma giuridica da applicare al caso concreto.
Parimenti, l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla questione relativa all’applicabilità del termine di prescrizione in caso di mancata proposizione della querela non esime il professionista dall’obbligo di diligenza richiesto dall’art. 1176 c.c.
Tribunale Bologna sez. III, 27/12/2017, n.2256
Criterio della diligenza professionale media esigibile
La responsabilità professionale dell’avvocato configura un’obbligazione di mezzi e non di risultato e quindi presuppone l’osservanza del dovere di diligenza, per il quale trova applicazione, in luogo del criterio generale della diligenza del buon padre di famiglia, quello della diligenza professionale media esigibile, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c., da commisurare alla natura dell’attività esercitata. Ne discende che l’eccezione d’inadempimento, ai sensi dell’art. 1460 c.c., può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale, purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del cliente ove non sia pregiudicata la “chance” di vittoria in giudizio.
Responsabilità dell’avvocato: cosa deve provare l’assistito?
In tema di azione di responsabilità nei confronti di un professionista, l’agente deve provare sia di aver sofferto un danno, sia che questo sia stato causato dalla insufficiente o inadeguata o negligente attività del professionista, quindi dalla sua difettosa prestazione professionale.
Nel caso in cui il professionista sia un avvocato, trattandosi dell’attività del difensore, l’affermazione della sua responsabilità implica la valutazione positiva che alla proposizione di una diversa azione, o al diligente compimento di determinate attività sarebbero conseguiti effetti più vantaggiosi per l’assistito, non potendo viceversa presumersi dalla negligenza del professionista che tale sua condotta abbia arrecato un danno all’assistito.
Tribunale Roma sez. XIII, 01/03/2017, n.4064
Negligenza idonea ad incidere sugli interessi del cliente
L’eccezione d’inadempimento, ex art. 1460 c.c., può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale, purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del primo, non potendo il professionista garantire l’esito comunque favorevole del giudizio ed essendo contrario a buona fede l’esercizio del potere di autotutela ove la negligenza nell’attività difensiva, secondo un giudizio probabilistico, non abbia pregiudicato la “chance” di vittoria.
(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva ritenuto inadempiente la condotta dell’avvocato, consistita nella mancata presenza all’udienza di ammissione dei mezzi di prova e nell’omessa produzione di un documento attestante le spese mediche sostenute, in quanto la mera assenza all’udienza di ammissione dei mezzi di prova non implica alcuna rinuncia implicita alle deduzioni istruttorie, formulate negli atti introduttivi o nelle appendici scritte dell’udienza di trattazione).
Cassazione civile sez. II, 15/12/2016, n.25894
La manifestazione di negligenza del difensore
In tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda costituisce di per sé manifestazione di negligenza del difensore, salvo che il predetto dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che potevano essergli ragionevolmente richieste, tenuto conto che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, né gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione dei giudice (riconosciuta la responsabilità del legale, atteso che nell’azione in confessoria servitutis, l’attore ha l’onere di fornire la prova dell’esistenza del diritto e tale onere non viene meno a fronte di ammissioni del convenuto; nel caso di specie, posto che il sistema tavolare, ai fini della opponibilità ai terzi di una servitù, richiede l’iscrizione della servitù nella partita tavolare relativa al fondo servente, a fronte dell’eccezione del convenuto di carenza di prova documentale, l’avvocato non aveva svolto tutte le attività che gli potevano essere ragionevolmente richieste, in particolare non aveva prodotto l’iscrizione del titolo nella partita tavolare del fondo servente).
Cassazione civile sez. II, 23/12/2015, n.25963
Negligenza dell’avvocato: il danno subito dalla cliente
Il dare comunicazione agli specialisti nominati come consulenti di parte dell’inizio delle operazioni peritali rientra nell’ambito della diligenza ordinaria dell’avvocato, non richiedendo tale attività una speciale capacità tecnica, né la soluzione di problemi di particolare difficoltà, con la conseguenza che il difensore non è chiamato a rispondere soltanto per i casi di dolo o colpa grave, a norma dell’art. 2236 c.c., bensì pure in ipotesi di mera colpa lieve.
Alla luce di quanto sopra, deve ritenersi che, anche qualora volesse ravvisarsi un profilo di negligenza nella condotta dell’avvocato, deve invece ritenersi non provato ed anzi positivamente escluso il nesso eziologico tra tale eventuale comportamento negligente ed il danno subito dalla cliente.
Tribunale Reggio Emilia sez. II, 19/10/2015, n.1302
Eccezione d’inadempimento da parte del cliente
L’eccezione d’inadempimento, ai sensi dell’art. 1460 c.c., può essere opposta dal cliente all’avvocato che abbia violato l’obbligo di diligenza professionale (nella specie, omettendo di citare un testimone), purché la negligenza sia idonea a incidere sugli interessi del cliente, essendo contrario a buona fede l’esercizio del potere di autotutela ove non sia pregiudicata la chance di vittoria in giudizio (nella specie, essendo comunque avvenuta l’audizione del testimone).
Cassazione civile sez. II, 05/07/2012, n.11304
Responsabilità professionale: il risarcimento del danno
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da responsabilità professionale inizia a decorrere non dal momento in cui la condotta del professionista determina l’evento dannoso, bensì da quello in cui la produzione del danno è oggettivamente percepibile e conoscibile dal danneggiato. In caso di dedotta negligenza dell’avvocato per omessa trascrizione dell’atto di citazione in un’azione ex art. 2932 c.c., la prescrizione inizia a decorrere non dalla cessazione del rapporto professionale ma dal momento in cui, il cliente sia stato posto nella condizione di conoscere le lamentate inadempienze del suo difensore.
(Nel caso di specie, la Corte ha confermato la sentenza dei giudici di merito che avevano stabilito la decorrenza della prescrizione dal trasferimento coattivo della proprietà del bene al cliente, perché in quel momento il danno era divenuto percepibile, conoscibile ed azionabile al fine di esercitare il diritto al risarcimento del danno nei confronti del legale).
Cassazione civile sez. II, 27/07/2007, n.16658
Rapporto di causalità fra inadempimento del professionista e danno
In materia di azione di responsabilità nei confronti di un professionista, di recente i giudici di legittimità, inquadrando tale responsabilità nell’ambito della “perdita di chance”, hanno affermato il principio secondo il quale, ai fini dell’individuazione del rapporto di causalità fra inadempimento del professionista e danno, non è necessaria la certezza morale dell’esito favorevole della situazione del cliente, essendo sufficiente la semplice probabilità d’un eventuale diversa evoluzione della situazione stessa.
Conseguentemente è stata riconosciuta la responsabilità dell’avvocato, che nell’espletamento deve tendere a conseguire il buon esito della lite per il cliente, se, probabilmente ed applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause, esso non è stato raggiunto per sua negligenza.
Ed ancora la negligenza del professionista che abbia causato al cliente la perdita della chance di intraprendere o proseguire una lite in sede giudiziaria è fonte di responsabilità ove si accerti la ragionevole probabilità che la situazione lamentata avrebbe avuto, per il cliente, una diversa e più favorevole evoluzione con l’uso dell’ordinaria diligenza professionale.
Tribunale Bari sez. III, 24/04/2014, n.2078
Quando l’avvocato domiciliatario non risponde per negligenza?
Non v’è condotta negligente dell’avvocato domiciliatario quando dalla documentazione in atti e dalle allegazioni dello stesso si evince che questi ha agito sempre e solo sulla base delle istruzioni impartite dal dominus, senza alcuna condivisione della strategia difensiva sottesa al ricorso, che ha solo sottoscritto, e senza avere avuto alcun contatto con il cliente, compiendo attività processuali sulla base delle istruzioni del dominus senza margini di autonomia.
Tribunale Ancona, 20/02/2018, n.286
Mancata indicazione al giudice delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda
In tema di responsabilità professionale dell’avvocato, la mancata indicazione al giudice delle prove indispensabili per l’accoglimento della domanda costituisce, di per sé, manifestazione di negligenza del difensore, salvo che egli dimostri di non aver potuto adempiere per fatto a lui non imputabile o di avere svolto tutte le attività che, nella particolare contingenza, gli potevano essere ragionevolmente richieste, tenuto conto, in ogni caso, che rientra nei suoi doveri di diligenza professionale non solo la consapevolezza che la mancata prova degli elementi costitutivi della domanda espone il cliente alla soccombenza, ma anche che il cliente, normalmente, non è in grado di valutare regole e tempi del processo, né gli elementi che debbano essere sottoposti alla cognizione del giudice, così da rendere necessario che egli, per l’appunto, sia indirizzato e guidato dal difensore, il quale deve fornirgli tutte le informazioni necessarie, pure al fine di valutare i rischi insiti nell’iniziativa giudiziale.
(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso la responsabilità professionale del difensore — il quale, in un giudizio risarcitorio a seguito di sinistro stradale, aveva chiesto fissarsi l’udienza di precisazione delle conclusioni senza aver dato corso alle prove sulle modalità del fatto, sulla responsabilità e sull’entità dei danni — reputando, erroneamente, che gravasse sul cliente l’onere di provare di aver fornito al difensore la lista testimoniale, là dove, invece, era onere di quest’ultimo dimostrare di aver sollecitato adeguatamente il cliente a siffatta comunicazione).
Cassazione civile sez. III, 12/04/2011, n.8312
30/06/2020 alle 09:49
Il mio avvocato era il classico squalo. Pensava solo ad arraffare tutto e scannare vivi gli avversari. Solo che il suo modo di agire non piaceva, non mi faceva stare tranquillo. Quindi, proprio per diversità di vedute e insoddisfazione dell’andamento della causa, ho deciso di revocargli il mandato.
30/06/2020 alle 09:51
Quanti avvocati fanno il loro lavoro davvero perché vogliono aiutare gli altri e non soltanto perché vogliono riempire le loro tasche? Poi, ci sono avvocati che appena esponi la causa ti hanno già condannato loro, sono pieni di pregiudizi e allora mi chiedo, se ti comporti così con me in un colloquio, cosa posso aspettarmi davanti a un giudice? come puoi difendere i miei interessi? Meglio che in queti casi vanno a trovarsi un’altra professione
30/06/2020 alle 09:52
Il mio avvocato precedente ha fatto scadere i termini per presentare il ricorso e mi ha messo nei guai, perché non vincerò mai quella causa e va a finire che ci rimetterò qualche soldino che speravo invece di recuperare. Vorrei segnalarlo all’ordine degli avvocati, ma non conosco la procedura. Potreste spiegarmi un po’ come posso fare?
30/06/2020 alle 10:41
Bisognerà, cioè, presentare un esposto. Che succede a questo punto? L’Ordine informerà l’interessato e farà una serie di verifiche. Nel frattempo, l’avvocato avrà a disposizione un certo termine per difendersi. Intanto, lo stesso consiglio invierà tutti gli atti al consiglio distrettuale di disciplina (Cdd: sono organi che si occupano proprio del procedimento disciplinare) competente.Se, nel termine di sei mesi, le indagini dimostrano che le accuse nei confronti dell’avvocato sono fondate, viene formulato il cosiddetto capo di incolpazione (l’imputazione, in pratica) e inizia una specie di processo che potrà concludersi con il proscioglimento (con formula «non esservi luogo a provvedimento disciplinare») o con un richiamo verbale (se l’infrazione è lieve) o, infine, con una sanzione. In caso contrario si archivia il tutto.Se la responsabilità dell’avvocato è penale (ad esempio, nel caso di patrocinio infedele che si ha quando l’avvocato si allea con l’avversario), lo si può denunciare alla Procura della Repubblica, con un esposto, esponendo dettagliatamente i fatti e indicando eventuali soggetti da sentire. Si chiede, poi, l’intervento dell’autorità manifestando l’intenzione di formulare querela in caso di avvenuto accertamento di reato. Se il giudice ritiene il legale colpevole e il reato è perseguibile d’ufficio, iniziano le indagini; al contrario, se il reato è perseguibile ad istanza di parte, bisogna cercare di mettere d’accordo le parti, tentando di chiudere amichevolmente la vicenda.
30/06/2020 alle 09:56
Mi sono trovato di fronte ad una scelta per farmi difendere in un processo: affidarmi al mio amico di sempre oppure ad un estraneo? Per quanto il mio amico sia una brava persona e possa avere stima di lui, non l’ho mai visto davvero forte sul settore che mi riguardava direttamente. Poi, c’è in mezzo l’amicizia e non volevo rovinare i rapporti se avesse fatto qualche sgarro o adottato involontariamente un comportamento superficiale. Quindi, visto che conoscevo altri casi in cui lui è stato un po’ “distratto” sul lavoro e aveva perso per sua imprudenza, allora ho deciso di rivolgermi ad un estraneo così amici come sempre e se qualcosa va storto almeno me la prendo con uno che non conosco.
30/06/2020 alle 10:03
Quanti avvocatucci ci sono in giro che non si informano sulle ultime leggi e sulle ultime sentenze. Bisogna tenersi sempre aggiornati. Non puoi fermarti alla sentenza della seconda guerra mondiale se ci sono state modifiche e orientamenti differenti nel corso del tempo. La legge non è qualcosa di statico, ma è in continua evoluzione. Un concetto può includere altri significati e cambiare con il passare degli anni, perché si sono verificati altri fatti che hanno confermato o smentito una certa decisione. Quindi, il mio consiglio è affidarsi a chi cerca di non fermarsi ai vecchi manuali che alla fine contengono solo vecchie nozioni. Certo quelli servono per acquisire gli strumenti basilari, ma poi devi conoscere i nuovi casi.
30/06/2020 alle 10:04
Ma se un avvocato mi fa perdere la causa perché è un incompetente io come posso difendermi da lui e cercare di recuperare la mia situazione e cercare di salvare il salvabile? Secondo me si è messo d’accordo con l’avversario.
30/06/2020 alle 10:39
L’avvocato, come ogni altro professionista, nell’assumere un incarico si obbliga ad eseguire la propria prestazione (che è una prestazione d’opera) con diligenza e correttezza. Egli è quindi responsabile per gli errori commessi nell’esecuzione del mandato difensivo, ma affinché il cliente possa con successo ottenere un risarcimento per il danno subìto (a causa della negligente, imprudente o imperita esecuzione dell’incarico) è necessario che quest’ultimo non solo dimostri nel processo l’errore commesso dal proprio difensore, ma anche che senza la negligenza e/o l’imperizia dell’avvocato il risultato processuale a cui il mandato difensivo era finalizzato sarebbe stato ottenuto (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 22.376 del 2012). In altre parole, il cliente che cita in giudizio il proprio difensore per il risarcimento del danno causato da un’errata esecuzione del mandato difensivo deve dimostrare in giudizio non solo il danno subìto ma anche il rapporto di causa – effetto tra la condotta del legale ed il pregiudizio che egli ha patito; più nel dettaglio, occorre che nella causa si dimostri che l’esito del giudizio sarebbe stato probabilmente positivo per il cliente se non ci fosse stato l’errore del legale (così ha deciso la Corte di Cassazione con sentenza n. 3.355 del 2014). Pertanto nel caso specifico (come in ogni altro caso di responsabilità professionale di un avvocato), prima di agire in giudizio per chiedere il risarcimento del danno (se l’avvocato è assicurato, in giudizio sarà chiamata anche la compagnia assicuratrice del legale), dovrà essere fatta un’attenta valutazione delle prove di cui il lettore dispone per dimostrare l’errore del suo avvocato e sarà necessario anche valutare (assieme, ovviamente, al legale che il lettore sceglierà per questo eventuale giudizio) se effettivamente l’errore commesso dal precedente difensore sia stato decisivo ai fini dell’esito giudiziale negativo. Si tenga anche conto che se l’errore commesso dal legale è assai grave, tale cioè da rendere del tutto inutile l’attività precedente posta in essere dall’avvocato, si è arrivati ad affermare che il legale non ha più diritto al compenso (Cassazione, sentenza n. 4.781 del 2013). Il termine di prescrizione entro il quale il cliente può avviare un’azione di responsabilità contro il proprio difensore è di dieci anni e decorre da quando il cliente ha l’esatta percezione del danno subìto: la prescrizione, cioè, comincia a decorrere non da quando l’avvocato ha commesso l’errore e nemmeno da quando il danno si sia effettivamente verificato, ma da quando il cliente è in grado di rendersi conto del danno e percepirlo (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 8.703 del 2016). Per quello che riguarda la documentazione in possesso del legale, l’articolo 33 del codice deontologico forense stabilisce che l’avvocato, se gli viene richiesto, deve restituire senza ritardo gli atti ed i documenti ricevuti dal cliente e dalla parte assistita per l’espletamento dell’incarico e consegnare loro copia di tutti gli atti e documenti, anche provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso sia in sede stragiudiziale che giudiziale.
Lo stesso articolo aggiunge che l’avvocato non può subordinare la restituzione della documentazione al pagamento del proprio compenso, ma può estrarre e conservare copia di tale documentazione, anche senza il consenso del cliente e della parte assistita.
Il lettore quindi ha il diritto di chiedere al suo avvocato:
1) la restituzione senza ritardo degli atti e dei documenti che gli consegnò per l’espletamento dell’incarico;
2) la consegna della copia di tutti gli atti e di tutti i documenti, anche provenienti da terzi, concernenti l’oggetto del mandato e l’esecuzione dello stesso sia in sede stragiudiziale che giudiziale.
In ogni caso, ai sensi dell’articolo 2961 del codice civile, gli avvocati sono esonerati dal rendere conto degli incartamenti relativi alle liti dopo tre anni da quando queste sono state decise.
Per quanto riguarda nello specifico il fascicolo processuale di parte (del cui contenuto, comunque, il lettore verrebbe a conoscenza se l’avvocato adempisse all’obbligo di restituzione e di consegna sopraindicato), esso può essere ritirato dall’avvocato entro tre anni dalla chiusura della lite perché anche ai cancellieri (che sono tenuti alla conservazione dei fascicoli processuali) si applica l’articolo 2961 del codice civile (dopo tre anni, infatti, dalla chiusura delle liti i fascicoli non ritirati possono essere mandati al macero).
In conclusione, si precisa che costituisce anche una condotta punita dal codice penale (articolo 380) quella del difensore che:
1) rendendosi infedele ai suoi doveri professionali arreca danno agli interessi della parte difesa dinanzi all’autorità giudiziaria (è necessario che la condotta infedele sia commessa nell’ambito di un procedimento che si sia effettivamente iniziato davanti all’autorità giudiziaria); la pena è aumentata se il colpevole ha commesso il fatto colludendo con la parte avversaria (cioè accordandosi con l’avversario).
Chiaramente proporre una denuncia nei confronti del legale del lettore affermando che vi sia stato un accordo con l’avversario, richiede che il lettore abbia prove solide dell’accordo collusivo (nel procedimento penale che inizierà qualora il legale sia poi rinviato a giudizio, il lettore avrà possibilità di costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento per i danni subìti). In mancanza di solide prove, la via della denuncia in sede penale è opportuno che non venga iniziata in quanto rischierebbe quest’ultimo stesso una denuncia per calunnia (in ogni caso gli resterà sempre possibile agire in sede civile per il risarcimento dei danni).