Source: https://www.studiocerbone.com/corte-di-cassazione-sentenza-10-giugno-2019-n-15566-il-criterio-di-immediatezza-va-inteso-in-senso-relativo-dovendosi-tener-conto-della-specifica-natura-dellillecito-disciplinare-nonche-del/
Timestamp: 2019-10-14 00:46:53+00:00
Document Index: 152642867

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2119', 'art. 2106', 'art. 360', 'art. 2106', 'sentenza ', 'art. 2119', 'art. 360', 'art.366', 'sentenza ', 'art. 7', 'art.81', 'art. 7', 'art. 81', 'art. 7', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 10 giugno 2019, n. 15566 - Il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell'illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l'espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l'organizzazione aziendale - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 10 giugno 2019, n. 15566 – Il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale
Sei qui: Home » CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 10 giugno 2019, n. 15566 – Il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 10 giugno 2019, n. 15566
Licenziamento per recidiva – Sanzioni disciplinari – Requisito dell’immediatezza della contestazione e del recesso
La Corte d’appello di Bari, con sentenza resa pubblica il 5/9/2017 confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva respinto la domanda proposta da T. L. nei confronti della N. s.p.a. volta a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento per recidiva intimatogli in data 9/3/2006, previo accertamento della illegittimità delle tre sanzioni disciplinari irrogate in data 14/6/2004, 25/6/2004 ed 11/10/2005 (oltre al risarcimento del danno biologico risentito per effetto della illegittima condotta datoriale), dichiarando assorbite le questioni inerenti alla illegittimità del secondo licenziamento intimato al lavoratore il 24/3/2006.
Escludeva, da ultimo, una lesione del principio di proporzionalità della sanzione disciplinare applicata, considerando che il licenziamento era stato intimato per recidiva, sicché il ragionamento sulla gradualità delle sanzioni comminate per lo stesso errore commesso nella lavorazione delle pelli, doveva ritenersi integralmente decaduto.
Avverso tale decisione T. L. interpone ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Resiste con controricorso la società intimata, che spiega ricorso incidentale condizionato affidato ad unico motivo, al quale oppone difese il ricorrente principale.
1. Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. e dell’art. 2106 c.c., nonché degli artt. 7 e 18 l. 300/70 e degli artt. 80 e 81 c.c.n.l. Legno e Arredamento Industria.
Si rimarca che l’inadempimento contestato al ricorrente consisteva nella negligente esecuzione della prestazione lavorativa, non accompagnata, peraltro, dalla dimostrazione della effettiva incidenza delle asserite negligenze sui processi operativi globalmente considerati. Si deduce, quindi, che la proporzionalità della massima sanzione disciplinare irrogata rispetto all’addebito formulato, non era stata oggetto di alcun vaglio da parte della Corte di merito, la cui pronuncia doveva ritenersi carente anche sotto il profilo dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, come stigmatizzato nella seconda critica formulata ai sensi dell’art. 360 comma primo n. 5 c.p.c.
La proporzionalità della sanzione disciplinare rispetto ai fatti commessi è, infatti, regola valida per tutto il diritto punitivo (sanzioni penali, amministrative) e risulta trasfusa per l’illecito disciplinare nell’art. 2106 c.c., con conseguente possibilità per il giudice di annullamento della sanzione “eccessiva”, proprio per il divieto di automatismi sanzionatoci, non essendo, in definitiva, possibile introdurre, con legge o con contratto, sanzioni disciplinari automaticamente conseguenziali ad illeciti disciplinari.
Nello stesso senso, gli artt. 3 della legge 15 luglio 1966 n. 604, 2119 primo comma c.c. e 7 legge 20 maggio 1970 n. 300, costituenti norme inderogabili in favore del lavoratore, estendendo i principi di garanzia penalistici stabiliti per l’incolpato, prevedono in favore del lavoratore nei cui confronti debba essere applicata una sanzione disciplinare – e, tra queste, la più grave, il licenziamento – il principio della proporzionalità della sanzione alla infrazione commessa (la cui gravità deve essere valutata, in relazione all’elemento soggettivo e all’elemento oggettivo della condotta) e quello della difesa, inteso come possibilità assicurata al lavoratore di difendersi dagli addebiti prima che gli venga applicata la sanzione disciplinare conservativa o espulsiva.
Muovendo da tali condivisibili approdi, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di osservare che la previsione da parte della contrattazione collettiva della recidiva in successive mancanze disciplinari, come ipotesi di licenziamento, non esclude il potere del giudice di valutare la gravità in concreto dei singoli fatti addebitati, ancorché connotati dalla recidiva, ai fini dell’accertamento della proporzionalità della sanzione espulsiva, quale naturale conseguenza del sistema normativo approntato in tema di procedimento disciplinare cui si è innanzi fatto richiamo (vedi ex aliis, Cass. 18/12/2014 n. 26741, Cass. cit n. 14041/2002).
3. Orbene, nello specifico la Corte di merito, scrutinando la doglianza formulata al riguardo dal lavoratore, ha decisamente escluso che la contestazione disciplinare della recidiva fosse compatibile con alcun ragionamento in tema di “gradualità di sanzioni comminate per lo stesso errore nella lavorazione delle pelli”, così incorrendo nella denunciata violazione di legge; le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata in relazione alla delibata questione, si pongono infatti in palese contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità secondo i richiamati dieta, così giustificando, in parte qua, la riforma della pronuncia impugnata.
4. Il terzo motivo concerne violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. nonché degli artt. 79, 80, 81 c.c.n.l. di settore ex art. 360 comma primo n. 3 c.p.c.
Infatti, il provvedimento di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un giorno del 14/6/2004, non era stato mai ricevuto dal lavoratore, come sostenuto nei diversi gradi del giudizio di merito; inoltre, quanto al provvedimento del 25/6/2004, esso non era mai giunto a destinazione, come ammesso dalla medesima società che aveva dato atto della giacenza dell’atto di comunicazione del provvedimento disciplinare dimostlrato da copia cedolino di spedizione e report di Poste Italiane.
Innanzitutto non risulta conformato al principio di specificità che governa il ricorso per cassazione, secondo i precetti impartiti ex art.366 comma primo nn. 3, 4 e 6 c.p.c.. In base alle richiamate disposizioni, il ricorrente deve infatti specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso, al fine di consentire alla Corte di legittimità che non è tenuta a ricercare gli atti o a /, stabilire essa stessa se ed in quali parti rilevino, di verificare ex actis, se quanto lo stesso afferma trovi effettivo riscontro (vedi ex multis, Cass. 4/10/2018 n. 24340, Cass. 13/11/2018 n. 29093).
Nello specifico, non viene riportato il tenore degli atti cui la censura fa esplicito richiamo (provvedimento del 14/6/2004 di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un giorno per fatto commesso il 29/4/2004 – pag. 19 ricorso – provvedimento del 25/6/2004 di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un giorno per fatto commesso il 10/6/2004 nonché copia del cedolino di spedizione e report del sito Poste Italiane – pag. 20 ricorso), così non consentendo a questa Corte la valutazione circa la fondatezza delle sottese ragioni, senza necessità di far rinvio ed accedere a fonti estranee allo stesso ricorso e quindi ad elementi o ad atti concernenti il pregresso giudizio di merito.
6. Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 7 l. 300/70. Si ribadisce l’eccezione di tardività delle contestazioni oggetto dei provvedimenti disciplinari che sono stati posti a base del licenziamento comminato per recidiva, argomentandosi che la illegittimità anche di uno solo dei provvedimenti oggetto di sospensione comporta l’illegittimità del licenziamento, per il venir meno della sussistenza della recidiva prevista dall’art.81 c.c.n.l. di settore.
7. Con il quinto motivo il ricorrente prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 7 l. 300/70 e dell’art. 81 c.c.n.l. Assume, in sintesi, che la società avrebbe omesso di contestare la recidiva, concedendogli il termine di legge per rassegnare le proprie giustificazioni, solo in relazione all’ultima contestazione del 17/1/2006.
8. I motivi, che possono congiuntamente trattarsi stante la connessione che lì connota, sono infondati.
Benché l’art. 7 L. n. 300 del 1970 non prescriva espressamente l’immediatezza della contestazione, ossia la sua formulazione subito dopo l’accertamento del fatto illecito, va rammentato come questa Corte abbia da tempo ravvisato la corrispondente regola sulla base di una interpretazione non letterale ma sistematica della disposizione.
Peraltro, il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale; e la relativa valutazione del giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata e priva di vizi logici” (vedi ex plurimis, Cass. 26/6/2018 n. 16841, Cass. 25/1/2016 n. 1248, Cass. 17/12/2008 n. 29480).
Accoglie il primo e il secondo motivo di ricorso principale, rigetta gli altri, assorbito il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’Appello di Bari in diversa composizione cui demanda di provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio.