Source: https://www.diaitaa.com/il-regime-giuridico-dei-centri-commerciali-in-sicilia-e-le-liberalizzazioni/
Timestamp: 2020-02-18 02:58:08+00:00
Document Index: 77040238

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 5', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 22']

Sul punto, e con effetti dirimenti ai fini ermeneutici, va richiamato l’apporto giurisprudenziale della Corte di giustizia europea (sent. 24 marzo 2011 nella causa C-400/08), in fattispecie relativa alla compatibilità di alcune norme di legge adottate dallo Stato spagnolo (nel caso di specie della Comunità autonoma della Catalogna, che, come noto, gode delle più ampie garanzie costituzionali nell’ordinamento spagnolo, aveva previsto un regime di disfavore per all’insediamento di esercizi commerciali di grandi dimensioni ed ipermercati[3]) in materia di disciplina del commercio con il principio che vieta le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini e delle imprese nel territorio europeo con effetto discriminatorio (art. 49 TFUE già art. 43 CE).
Ne discende che il giudice dovrà “sindacare la legittimità degli atti di pianificazione urbanistica che dispongono limiti o restrizioni all’insediamento di nuove attività economiche in determinati ambiti territoriali, l’obbligo di effettuare un riscontro molto più penetrante di quello che si riteneva essere consentito in passato; e ciò per verificare, attraverso un’analisi degli atti preparatori e delle concrete circostanze di fatto che a tali atti fanno da sfondo, se effettivamente i divieti imposti possano ritenersi correlati e proporzionati a effettive esigenze di tutela dell’ambiente urbano o afferenti all’ordinato assetto del territorio sotto il profilo della viabilità, della necessaria dotazione di standard o di altre opere pubbliche, dovendosi, in caso contrario, reputare che le limitazioni in parola non siano riconducibili a motivi imperativi d’interesse generale e siano, perciò, illegittime (sul punto si veda la sentenza n. 38/2013 della Corte costituzionale, la quale ha dichiarato la illegittimità costituzionale per contrasto con l’art. 31 del D.L. n. 201 del 2011 dell’art. 5, commi 1, 2, 3, 4 e 7, e dell’art. 6 della legge della Provincia autonoma di Bolzano 16 marzo 2012, n. 7, perché con essi veniva precluso l’esercizio del commercio al dettaglio in aree a destinazione artigianale e industriale, in assenza di plausibili esigenze di tutela ambientale che potessero giustificare il divieto)”(T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. I, n. 2768/2013)
e) come affermato dalla Corte Costituzionale con la citata sentenza n. 430 del 2007, il ricordato art. 3 non può ritenersi lesivo delle prerogative legislative regionali in materia di commercio, posto che, come precisato dal Legislatore nella norma stessa, le disposizioni da essa introdotte attengono a due materie riservate (ex art. 117, secondo comma, Cost.), alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, cioè la “tutela della concorrenza” (art. 117, comma 2, lett. e) e la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, comma 2, lett.m);
È necessario precisare che la normativa di riferimento discende dall’art. 22 della già citata L. r. 28 del 1999 e s.m.i., il quale al 4 co. prevede la sanzione della decadenza automatica dell’autorizzazione all’apertura per le grandi strutture commerciali qualora non siano iniziate le attività entro due anni dalla deliberazione della Conferenza dei servizi (salvi i fatti non imputabili all’impresa) e nel caso in cui l’attività venga sospesa per più di un anno[4].
[1]L’interesse per il controllo del commercio portò il Legislatore a far sempre più invasiva la programmazione economica (la richiamata legge n. 426/1971), con l’evidente intenzione di “garantire uno sviluppo coerente ed equilibrato della rete di vendita, attribuendo ai comuni il potere di redigere piani di sviluppo e di adeguamento della rete rispetto ai quali parametrare le autorizzazioni del Sindaco”. Altro elemento caratterizzante della riforma degli Anni Settanta fu l’istituzione del R.e.c. (Registro degli esercenti il commercio), l’iscrizione al quale costituiva condizione soggettiva necessaria per il rilascio dell’autorizzazione ad esercitare l’attività; per il rilascio di quest’ultima e per procedere all’iscrizione al registro, l’amministrazione doveva accertare che la domanda collimasse con il piano commerciale.
[2] Sull’articolata evoluzione legislativa ha avuto modo di pronunciarsi l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (parere AS1098 dell’11 dicembre 2013) la quale, in merito, ha precisato che: “il Legislatore nazionale, allo scopo di garantire la più ampia applicazione del principio di libera concorrenza al settore del commercio, è intervenuto in diverse occasioni, con successivi decreti legge, sancendo il principio generale (nel rispetto della disciplina comunitaria in materia di concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione dei servizi) della libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali, senza contingenti e limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura. Soltanto laddove sia effettivamente necessario tutelare interessi generali specificamente individuati, quali la tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente e dei beni culturali, è riconosciuta la possibilità di introdurre limiti all’esercizio delle attività commerciali purché nel rigoroso rispetto dei principi di necessità, proporzionalitàe non discriminazione (cfr. D.L. n.138/11, convertito con modificazioni dalla legge n. 148/11; D.L. n. 201/11, convertito con modificazioni dalla legge n. 214/11 e D.L. n.1/12, convertito con modificazioni dalla legge n. 27/12). Alla luce dei principi generali sopra richiamati, che informano l’ordinamento giuridico nazionale, l’Autorità, al fine di evitare che la novella possa indurre indebite limitazioni alla libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio, sottolinea che Regioni ed Enti locali potranno legittimamente introdurre restrizioni per quanto riguarda le aree di insediamento di attività produttive o commerciali, così come espressamente previsto dalla nuova formulazione della norma, solo ove esse risultino giustificate dal perseguimento di un interesse pubblico, specificamente individuato, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario, e a condizione che ciò avvenga nel rigoroso rispetto dei principi di stretta necessità e proporzionalità della limitazione, oltre che del principio di non discriminazione”.
[5] Questa norma regionale imponeva una quota massima dell’impresa richiedente pari ad un terzo del mercato, oltre tale contingente l’autorizzazione non poteva essere rilasciata. In ragione di ciò l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha evidenziato un impedimento di fatto alla nascita ed alla crescita delle imprese, tale da determinare significative distorsioni della concorrenza. Analoghi rilievi possono riscontrarsi in materia di limitazione al rilascio di nuove autorizzazioni per grandi strutture commerciali, contingentate dalla fissazione di percentuali massime di incremento della superficie complessiva, sull’argomento sia consentito rinviare G. Armao, Gli indirizzi per il commercio, in “Rapporto sullo stato del decentramento in Italia”, Roma, 2006, 429 e ss. e O. Busi e M. Venuti,Prontuario per la vigilanza sul commercio nella Regione siciliana, Sant’Arcangelo di Romagna, 2005.
[6] In senso divergente alla richiamata giurisprudenza sembrano orientarsi invece, talune pronunce del Consiglio di Stato (cfr sent. Cons. St., Sez. VI, 10 aprile 2012, n. 2060, inwww.lexitalia.it), per i Giudici di Palazzo Spada, infatti, “non solo i piani urbanistici sono legittimati a porre limiti agli insediamenti commerciali (e dunque alla libertà di iniziativa economica) ma la diversità degli interessi pubblici avuti di mira impedisce di accordare prevalenza alle ragioni commerciali rispetto a quelle urbanistiche. In questo modo, il supremo Consesso pare allora aver meglio salvaguardato l’interesse pubblico all’ordinato assetto e sviluppo del territorio rispetto alle esigenze connesse allo sviluppo della rete distributiva: affermando che anche nel sistema attuale sussiste, quantomeno in astratto, il primato della pianificazione urbanistica” (P. L. Portaluri, L’insediamento delle strutture commerciali, in Libro dell’anno del Diritto 2013, 2013, 284 e ss.).
Di leviatans