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Timestamp: 2019-12-06 01:05:14+00:00
Document Index: 155611859

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1956', 'art. 1461', 'art. 1956', 'art. 1461', 'art. 1956']

L'obbligo della banca di interrompere senza ritardo il rapporto di affidamento in essere con il cliente che manifesti un significativo peggioramento delle condizioni patrimoniali | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
4 Aprile 2011 In Diritto bancario
L’obbligo della banca di interrompere senza ritardo il rapporto di affidamento in essere con il cliente che manifesti un significativo peggioramento delle condizioni patrimoniali
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21730 del 22 ottobre 2010, ha espresso il principio di diritto secondo il quale, se nell’ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente si manifesta un significativo peggioramento delle condizioni patrimoniali del debitore rispetto a quelle conosciute al momento dell’apertura del rapporto, tali da mettere a repentaglio la solvibilità del debitore medesimo, alla stregua del principio cui si ispira l’art. 1956 c.c. la banca creditrice, la quale disponga di strumenti di autotutela che le consentano di porre termine al rapporto impedendo ulteriori atti di utilizzazione del credito che aggraverebbero l’esposizione debitoria, di quegli strumenti è tenuta ad avvalersi anche a tutela dell’interesse del fideiussore inconsapevole, se non vuol perdere il beneficio della garanzia, in conformità ai doveri di correttezza e buona fede e in attuazione del dovere di salvaguardia dell’altro contraente, a meno che il fideiussore manifesti la propria volontà di mantenere ugualmente ferma la propria obbligazione di garanzia.
L’ipotesi contemplata dalla norma – che cioè il creditore, senza autorizzazione del fideiussore, abbia “fatto credito” al terzo pur sapendo che le condizioni patrimoniali di costui sono frattanto significativamente peggiorate – non può essere intesa in relazione alla sola instaurazione di nuovi rapporti obbligatori tra il creditore ed il terzo, cui si estenda la garanzia per debiti futuri in precedenza prestata dal fideiussore, ma abbraccia anche il modo in cui il creditore gestisce un rapporto obbligatorio già instaurato col terzo, coperto dalla garanzia fideiussoria, quando ne derivi un ingiustificato ed imprevedibile aggravamento del rischio cui è esposto il garante di non poter più utilmente rivalersi sul debitore di quanto eventualmente abbia dovuto corrispondere al creditore.
La prospettiva nella quale si collocano le due norme richiamate – l’art. 1461 e l’art. 1956 c.c. – è diversa, perché l’una è volta a tutelare l’interesse del creditore dal rischio della mancata controprestazione e l’altra è volta. invece a tutelare l’interesse del fideiussore. Entrambe, però, muovono dal medesimo presupposto, costituito dall’aggravamento della situazione patrimoniale del debitore; e quel comportamento, che nella logica dell’art. 1461 c.c. rappresenta una forma di autotutela e dunque una mera facoltà per il creditore, si trasforma per il creditore medesimo, quando vi sia stata la prestazione da parte del fideiussore di garanzia per debiti futuri del terzo, in un onere (se voglia conservare il beneficio della garanzia, salvo che lo stesso fideiussore non lo autorizzi a comportarsi altrimenti), trattandosi in questo caso di tutelare anche e soprattutto il garante, nel quadro del principio di buona fede e del connesso dovere di tutela dell’altro contraente.
E proprio in tale prospettiva la S.C. ha affermato in più occasioni che, ai fini dell’art. 1956 c.c. un’obbligazione futura sia tanto quella inerente ad un rapporto già sorto, ma che avrà modo di venire a scadenza dopo che la fideiussione è prestata, quanto quella inerente ad un rapporto contemplato dalle parti e che sorgerà se il rapporto verrà in essere. Ed il “far credito”, ai fini della norma citata, è stato inteso non solo come il mettere la controparte nella possibilità di disporre di somme di denaro da restituire, ma, ad esempio, anche il lasciare che un rapporto a prestazioni corrispettive si svolga in modo che la controparte continui a ricevere la prestazione a suo favore, senza dal canto suo eseguire la propria (Cass. 2 marzo 2005, n. 4458, e Cass. 13 febbraio 2009, n. 3525).
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