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Timestamp: 2020-04-04 15:07:37+00:00
Document Index: 67055786

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Sentenza Cassazione Civile n. 20048 del 06/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20048 del 06/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 06/10/2016, (ud. 18/05/2016, dep. 06/10/2016), n.20048
sul ricorso 22024-2013 proposto da:
A.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 114, presso lo studio dell’avvocato
ANTONIO VALLEBONA, che lo rappresenta e difende giusta delega in
SOCIETA’ GESTIONE SERVIZI BP S. C. P.A., C.F. (OMISSIS), in persona
ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato PIETRO
ICHINO, che la rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente
all’avvocato GUGLIELMO BURRAGATO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 207/2013 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,
depositata il 08/05/2013, R.G. N. 155/2012;
udito l’Avvocato ANTONIO VALLEBONA;
udito l’Avvocato FRANCESCO GHERA per delega GUGLIELMO BURRAGATO;
Con sentenza n. 207/2013, depositata 118 maggio 2013, la Corte di appello di Firenze respingeva il gravame di A.A. e confermava la sentenza del Tribunale di Lucca, che ne aveva rigettato la domanda volta ad accertare la illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatogli dalla Società Gestione Servizi BP S.c.p.a. a seguito di un episodio, verificatosi il (OMISSIS), di aggressione verbale, poi trascesa a vie di fatto, nei confronti di un collega.
La Corte, richiamate le testimonianze assunte e ricostruito l’episodio, osservava come le risultanze di causa dessero conferma di una serie di offese verbali rivolte dall’appellante al collega L. in un luogo di lavoro e alla presenza di altri colleghi e di una successiva fase di aggressione fisica, consistita nell’avere ostacolato l’uscita dalla stanza del L. ponendo le mani all’altezza e in prossimità del collo dello stesso, pur senza stringerlo. Su tali premesse di fatto la Corte considerava che la gratuità della minaccia fisica, realizzata a conclusione di una serie di offese verbali nelle circostanze di tempo e di luogo accertate, era di evidente gravità e tale da giustificare la misura estrema applicata dal datore di lavoro, trattandosi di condotta incompatibile con il necessario affidamento datoriale nella correttezza dei rapporti che il dipendente deve mantenere nell’ambito lavorativo per garantire un ambiente di lavoro sereno e, quindi, funzionale all’organizzazione di impresa.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza l’ A. con unico motivo; la società ha resistito con controricorso.
1. Con unico motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 2119 c.c. e della L. 15 luglio 1966, n. 604, artt. 1 e 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censura la sentenza impugnata per avere erroneamente ritenuto l’esistenza di una giusta causa di licenziamento, mentre nel caso concreto i fatti, così come accertati dalla Corte di appello, non avrebbero potuto integrare nè la fattispecie di cui all’art. 2119 c.c. nè quella del giustificato motivo soggettivo, dovendo essere qualificati come inadempimento non “notevole”.
6. Si tratta di valori ampiamente e da tempo radicati nella società e in quell’insieme di convinzioni, abitudini e atteggiamenti, che ne forma in un dato tempo la coscienza generale, così da giustificare la specificazione che della clausola generale ed elastica risulta compiuta nella concreta vicenda dedotta in giudizio.
7. Peraltro la correttezza dell’operazione sussuntiva così svolta dalla Corte di appello non risulta neppure adeguatamente censurata con il motivo in esame.
7.1. In particolare, a fronte delle considerazioni svolte in sentenza e di cui sub 3.3, non risulta formulata dal ricorrente una censura specifica, essendosi egli limitato ad una riduzione della portata dell’episodio contestato e cioè ad una critica che, da una parte, sembra prescindere dal non più sindacabile accertamento in fatto compiuto dalla Corte di appello (con gli esiti delineati sub 3.2) e, dall’altra, senza misurarsi con il baricentro logico e giuridico della decisione, trascura la pur necessaria deduzione di un disallineamento, rispetto ai modelli comportamentali generalmente riconosciuti e approvati, degli elementi ritenuti, invece, dal giudice di merito idonei a integrare il parametro normativo.
7.2. Deve, pertanto, ribadirsi l’orientamento, per il quale l’accertamento della concreta ricorrenza, nel fatto dedotto in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni e della loro concreta attitudine a costituire giusta causa o giustificato motivo di licenziamento, è sindacabile in cassazione, a condizione che la contestazione non si limiti ad una censura generica, basata su una semplice contrapposizione, ma contenga, invece, una specifica denuncia di incoerenza rispetto agli standard, conformi ai valori dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale (eass. n. 5095/2011).
la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.