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Timestamp: 2020-08-15 11:19:52+00:00
Document Index: 54291896

Matched Legal Cases: ['art. 86', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 380', 'art. 1321', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 1321', 'art. 366', 'art. 360']

Sentenza Cassazione Civile n. 23122 del 17/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23122 del 17/09/2019
Cassazione civile sez. II, 17/09/2019, (ud. 05/03/2019, dep. 17/09/2019), n.23122
sul ricorso 4040-2015 proposto da:
L.P., elettivamente domiciliato presso il suo studio in
ROMA, LARGO MESSICO 7, che agisce in proprio ex art. 86 c.p.c.
unitamente all’avvocato LAURA TOTINO;
T.F., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO
VITTORIO EMANUELE II n. 252, presso lo studio dell’avvocato PAOLO
NESTA, che lo rappresenta e difende;
RETITALIA INTERNAZIONALE S.p.A., già ICE INFORMAZIONE TELEMATICHE
S.p.A., in persona del suo Amministratore delegato e legale
DEI PONTEFICI 3, presso lo studio dell’avvocato VALENTINO CAPECE
MINUTOLO DEL SASSO, che la rappresenta e difende;
– c/ricorrente al ricorso ed al ricorso successivo –
avverso la sentenza n. 6964/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
1. La Corte d’appello di Roma, con sentenza pubblicata il 12 novembre 2014, ha accolto l’appello proposto da RetItalia Internazionale s.p.a. (già ICE Informazioni Telematiche s.p.a.) avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 19141 del 2008, e nei confronti dell’avv. L.P. e dell’avv. T.F..
1.1. Il Tribunale – previa riunione dei giudizi introdotti separatamente dagli avv.ti L. e T. per ottenere il pagamento dell’attività di rappresentanza e assistenza svolta a favore della società ICE nel procedimento arbitrale attivato dall’A.T.I. IBM – aveva condannato la società a corrispondere ai due professionisti la somma di Euro 361.606,53.
2. La Corte d’appello ha riformato la decisione e rigettato la domanda di pagamento proposta dai professionisti rilevando che, con lettera in data 27 luglio 2004, sottoscritta dal solo av. T. ma da intendersi estesa all’avv. L., collega di studio, erano stati confermati accordi già presi in ordine al pagamento dell’attività difensiva, e nulla era più dovuto per l’attività fino a quel momento svolta, mentre le eventuali attività ulteriori avrebbero dovuto essere compensate al minimo della tariffa. Era evidente, perciò, che gli appellati non avessero diritto di pretendere il compenso per l’attività prestata in forza della tariffa astrattamente applicabile. In ogni caso, il Tribunale era incorso in plurimi errori in quanto aveva assunto a base di calcolo il valore della controversia inteso come disputatum, anzichè come decisum; non aveva considerato gli acconti ricevuti; non aveva tenuto conto del disposto del D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, art. 7.
2.1. Quanto al contestato inadempimento della società Retltalia all’accordo transattivo che prevedeva la corresponsione ai due professionisti dell’importo complessivo di Euro 166.826,00, al netto degli acconti pari ad Euro 149.583,00 – la Corte d’appello ha rilevato che l’accordo, sospensivamente condizionato, era diventato inefficace per mancato avveramento dell’evento dedotto come condizione.
2.2. Infine, la Corte territoriale ha rilevato che non risultava “identificata” l’ulteriore attività svolta dai professionisti, e che ciò impediva la liquidazione del relativo compenso.
3. Hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza, con autonomi atti, L.P. sulla base di nove motivi, e T.F. sulla base di sei motivi. Ha resistito ad entrambi i ricorsi RetItalia Internazionale spa, con controricorso. In data 4 febbraio 2019 il ricorrente T. da depositato istanza di cessazione della materia del contendere, con allegata copia dell’accordo transattivo concluso con la società. Il ricorrente L. ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c.
1. Preliminarmente si deve dichiarare la cessazione della materia del contendere a spese compensate tra T.F. e RetItalia Internazionale spa, come da istanza sottoscritta dalle parti, depositata il 4 febbraio 2019.
Deve essere esaminato, pertanto, il solo ricorso di L.P..
1.1. Con il primo motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione e inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia” nonchè violazione dell’art. 1321 c.c. con riferimento agli asseriti accordi intercorsi tra le parti. La Corte territoriale avrebbe errato nell’estendere al ricorrente gli effetti della lettera 27 luglio 2004 firmata dal prof. T..
2. Con il secondo motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia”, nonchè violazione del D.M. n. 585 del 1994, art. 7. Il ricorrente evidenzia che il valore della controversia era stato correttamente calcolato dal Tribunale, mentre la Corte territoriale avrebbe confuso il petitum dei due professionisti con il valore della controversia arbitrale cui si riferiscono gli onorari maturati dai professionisti appellati.
3. Con il terzo motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia”, nonchè violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. e si contesta l’omessa liquidazione delle somme debende sia dell’avv. L. sia dell’avv. T..
4. Con il quarto motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia” e si contesta l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel ritenere che gli importi richiesti dai professionisti non fossero già epurati degli acconti ricevuti, ciò che peraltro risultava per tabulas, dalla lettura degli atti processuali (decreto ingiuntivo, comparsa di costituzione, comparse conclusionali e repliche).
5. Con il quinto motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia” assumendosi che la particolare complessità delle numerose questioni di diritto trattate nel giudizio arbitrale giustificava l’applicazione degli onorari in misura quasi massima.
6. Con il sesto motivo di ricorso è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia” relativo al numero dei difensori incaricati, nonchè violazione del D.M. n. 585 del 1994, art. 7.
Il ricorrente evidenzia che,la società RetItalia, che aveva scelto di affidarsi a tre professionisti, conferendo mandato sia congiunto che disgiunto, non poteva pretendere di pagarne soltanto uno. Inoltre, non sussistendo solidarietà tra i difensori, neppure la resistente potrebbe pretendere la riunione dei procedimenti intentati da ciascuno dei difensori.
7. Con il settimo motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia”, e si contesta l’omessa pronuncia sull’eccezione – sollevata con l’appello incidentale – relativa alla non debenza delle spese di rilascio del parere di congruità da parte dell’Ordine professionale.
8. Con l’ottavo motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia”, e si contesta l’omessa delibazione sulla richiesta di liquidazione degli interessi di mora D.Lgs. n. 231 del 2002, ex artt. 3 e 4 avanzata con l’appello incidentale.
9. Con il nono motivo è denunciata “omissione e/o insufficienza, confusione ed inconferenza della motivazione con le risultanze documentali su un punto decisivo della controversia”, e si lamenta l’omessa delibazione sulla domanda di pagamento della somma di Euro 361.605,53, formulata nell’appello incidentale in quanto il Tribunale aveva erroneamente liquidato una soltanto delle parcelle richieste da ciascuno dei due professionisti.
10. Il primo motivo di ricorso è in parte inammissibile e in parte infondato.
10.1. In premessa occorre evidenziare che la ratio decidendi della sentenza impugnata, avuto riguardo alla liquidazione del compenso per l’attività svolta fino al luglio 2004 risiede nel valore dirimente riconosciuto alla lettera datata 27 luglio 2004, inviata dall’avv. T. alla società, e nella estensione dei suoi effetti al ricorrente avv. L.. Dopo aver esposto il contenuto della lettera, nella parte in cui il mittente dava atto che: a) gli onorari ricevuti fino a quel momento coprivano l’attività svolta; b) in caso fosse intervenuta transazione a definizione della controversia deferita in arbitri, null’altro sarebbe stato dovuto allo studio professionale; c) in caso di successive ulteriori attività, il compenso avrebbe dovuto essere calcolato sulla base dei minimi tariffari (pag. 3-4 della sentenza), la Corte d’appello ha ritenuto che la lettera contenesse la conferma di accordi già raggiunti in ordine al pagamento dell’attività difensiva, che coinvolgevano a pieno titolo l’odierno ricorrente avv. L. – codifensore e collega di studio del mittente – pur in assenza di sottoscrizione della lettera da parte del predetto, il quale peraltro solo nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado aveva contestato la circostanza dell’appartenenza al medesimo studio professionale dell’avv. T..
10.2. A fronte di tale ricostruzione, basata sull’apprezzamento delle risultanze istruttorie, il vizio di motivazione dedotto dal ricorrente si pone al di fuori del paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ed è pertanto inammissibile.
A partire dalle Sezioni Unite n. 8053 del 2014, questa Corte, ha costantemente – affermato che la norma indicata (come modificata con il D.L. n. 83 del 2012, convertito con modif. dalla L. n. 134 del 2012) introduce nell’ordinamento un vizio specifico, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie, e che rimane esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.
Il mezzo dedotto dall’odierno ricorrente non risponde ai requisiti prescritti dalla citata giurisprudenza, perchè non indica un fatto storico il cui esame sarebbe mancato ma denuncia l’apprezzamento delle risultanze probatorie, per un verso richiamando documenti (fatture) che neppure riporta, e, per altro verso, invocando nuovi accertamenti in fatto, che esulano dal sindacato di legittimità.
10.3. Non diversamente è a dirsi a proposito della denuncia di violazione di legge. Benchè formulata con riferimento a preteso errore nell’applicazione dell’art. 1321 c.c., la doglianza, investe il modo… nel quale la Corte territoriale ha apprezzato le risultanze istruttorie, e si risolve in censura di merito, come tale non proponibile in questa sede (tra le molte, Cass. 04/04/2017, n. 8758).
10.4. Risulta inammissibile per carenza di specificità la doglianza riguardante l’applicazione del principio di non contestazione. Per rendere possibile il controllo di questa Corte sulla corretta applicazione del principio richiamato, è necessario che il ricorso indichi, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, la sede processuale di adduzione delle tesi ribadite o lamentate come disattese, e contenga la trascrizione dei relativi passaggi argomentativi (ex plurimis, Cass. 09/08/2016, n. 16655), e nella specie nessuno di questi elementi è riportato nel ricorso. Allo stesso modo, non è riportato il contenuto della lettera 27 luglio 2004, nè si offrono elementi per la reperibilità del predetto documento nell’incarto processuale.
11. I rimanenti motivi risultano in parte assorbiti e in parte inammissibili.
11.1. Oltre a doversi rilevare che il vizio di motivazione è dedotto in tutti i motivi al di fuori del paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, le questioni prospettate in riferimento a pretesi errori di diritto con i motivi secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, ottavo e nono sono assorbite nel rigetto del primo motivo nella parte in cui riguardano il compenso percepito prima del 27 luglio 2004, mentre sono inammissibili nella parte in cui riguardano l’attività ulteriore, poichè l’affermazione della Corte d’appello, secondo cui tale attività ulteriore non risultava “identificata” e pertanto non poteva essere liquidata, non è stata oggetto di specifica censura.
12. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio, nella misura indicata in dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.
La Corte dichiara cessata la materia del contendere tra T.F. e RetItalia Internazionale s.p.a., a spese compensate; rigetta il ricorso di L.P. e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 6.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.