Source: http://www.miolegale.it/massima/Lavoro-di-pubblica-utilita.html
Timestamp: 2014-04-25 01:34:33+00:00
Document Index: 23139506

Matched Legal Cases: ['art. 186', 'art. 186', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 54', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 321', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 666', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 3', 'art. 133', 'art. 7', 'art. 585']

Cassazione penale, sez. IV, 12 giugno 2012, n. 22048
Il lavoro di pubblica utilità ex art. 186, c. 9, bis D. L.vo 285/92 quale misura sostitutiva (ed estintiva) della pena: poteri dispositivi e prassi applicative delle parti e del giudice.
A quasi due anni dall’introduzione, avvenuta ad opera della L. 120/2010, della possibilità di far luogo, anche per i reati, di competenza del Tribunale, di cui agli artt. 186 ss. del Codice della Strada D. L.vo 285/92, all’istituto del lavoro di pubblica utilità, la recentissima Sentenza n. 22048/12 resa dalla Suprema Corte (Sez. IV) in data 7 giugno 12, nonché i numerosi problemi posti dalla prassi applicativa e le differenti soluzioni adottate dagli operatori del diritto sollecitano riflessioni quanto mai opportune. Sullo sfondo, si collocano due distinti quesiti che hanno accompagnato l’istituto fin dalla sua introduzione; il più risalente e dotato di maggiore rilevanza pratica di essi è l’interrogativo se il lavoro di pubblica utilità possa essere iniziato fin dalla fase delle indagini preliminari, con l’autorizzazione del Pubblico Ministero, o, comunque, prima dell’emissione del Decreto Penale di condanna, esito naturale della stragrande maggioranza dei procedimenti per violazione degli artt. 186 ss. D. L.vo 285/92.
Al quesito (o meglio, ad entrambi i quesiti) sollevati, già dalle prime applicazioni della L. 120/2010, dalla dottrina e dalla prassi, i Giudici di merito (e, nel caso del secondo quesito, la recentissima Cass. n. 22048/12) hanno da non molto cominciato a fornire soluzione affermativa.
Occorre, però, per evitare di rapportarsi unicamente con il mero dato astratto, partire da un esemplificazione operativa concreta: è dato di dominio comune, infatti, che in caso di violazione degli artt. 186 ss. D. L.vo 285/92, spetti alla Prefettura emanare, come normalmente avviene, un primo provvedimento cautelare di sospensione della patente di guida, per un periodo determinato ma generalmente ancorato in maniera piuttosto rigorosa ai tre “scaglioni” (0,5- 0,8; 0,8- 1,5; oltre 1,5 g/l) previsti dall’art. 186. Peraltro, ma su ciò torneremo in seguito, non mancano interpretazioni giurisprudenziali più “garantiste” (Cass. Sez. IV, n° 22048/12 ) e, a sommesso avviso di chi scrive, maggiormente conformi al tenore letterale della disposizione richiamata da ultimo e dell’art. 2 L. 241/90, che ritengono applicabile la sospensione cautelare disposta dalla Prefettura solo nel caso di violazioni dell’art. 186 costituenti reato (quindi, con esclusione della “fascia” fino a 0,8 g/l) e/o in presenza di motivi concreti a sostegno della misura che, va ricordato, rivestendo natura (puramente) cautelare deve necessariamente riposare non solo su un fumus (commissi delicti) ma altresì su un periculum in mora rappresentato dal concreto pericolo che la disponibilità della patente potrebbe costituire per il trasgressore/ indagato.
In primo luogo, tanto prima verrà portato a termine il programma concordato e quanto prima si potrà chiedere la fissazione della relativa udienza nanti il Gip procedente al fine di ottenere la declaratoria di estinzione del reato; in secondo luogo, ed è quest’ultimo, spesso, il profilo di maggior interesse per gli indagati, anticipare l’inizio del programma di lavoro significa anche guadagnare diversi mesi di sospensione della patente, scontando nel medesimo periodo, contemporaneamente, la sospensione amministrativa/ cautelare. Infine, e rappresenta dato di tutta evidenza, l’utile decorso dei lavori di pubblica utilità consente addirittura di revocare la già pronunciata confisca del veicolo.
Al fine di anticipare notevolmente (parliamo di mesi) gli anzidetti benefici premiali previsti dall’art. 186, c. 9, bis D. L.vo 285/92, occorrerà, fin dal primo momento successivo alla denuncia e al contestuale verbale di identificazione/ elezione di domicilio, prendere al più presto contatto con uno degli Enti che hanno stipulato apposite convenzioni (possibilità prevista dal D.M. 26 marzo 2001) con il Tribunale nel cui circondario è stato commesso il reato (ad es., l’A.R.C.A.T.) ovvero con Enti che non abbiano in essere una convenzione con il Tribunale – d’altronde, non espressamente prevista dall’art. 186, c. 9, bis, ma che possano rivestire concreto affidamento e dietro autorizzazione del Pubblico Ministero procedente (tipicamente, la Croce Verde, Bianca, O.N.L.U.S., ecc…). Attenzione, però; occorre considerare fin dalle prime battute che il programma deve necessariamente svolgersi, ex art. 54 D. L.vo 274/2000, nella provincia di residenza e che esso ha da essere sufficientemente dettagliato (si allega sub all. 2 un modello di programma), recando, oltre ai dati imprescindibili (l’indicazione dell’Ente, gli estremi dell’indagato, ecc…) l’indicazione del soggetto incaricato di vigilare sull’osservanza del programma stesso, le mansioni che saranno svolte dall’indagato- istante, nonché, per rendere più agevole al Pubblico Ministero prestarvi il consenso, l’indicazione di un numero di ore presuntivo che andranno scontate (è prudente eccedere leggermente rispetto al minimo della sanzione irrogabile, atteso che in questa fase preliminare non conosciamo ancora la richiesta del Pubblico Ministero), con l’apposizione della “clausola di salvaguardia” “…ovvero il diverso numero di ore che la S.V. Ill.ma Vorrà disporre…”.
Si badi, non si tratta di cosa di poco conto, poiché la disposizione citata da ultima riserva “…al giudice…” l’autorizzazione del programma. Un’interpretazione letterale della norma, tuttavia, rischierebbe di svuotare di gran parte del loro significato premiale (e, in definitiva, della loro stessa ratio) le previsioni introdotte dall’art. 186, c. 9, bis, nonché di creare evidenti paradossi applicativi, essendo ben possibile che l’indagato sconti l’intera sospensione cautelare (che spesso assorbe interamente la sanzione accessoria) ben prima ancora di vedersi autorizzare il programma di lavoro di pubblica utilità che tale sospensione dovrebbe dimezzare (!). L’opportunità di riservare al Pubblico Ministero, nonostante l’infelice formulazione dell’art. 186, c. 9, bis, un potere di autorizzazione “provvisoria” dei lavori, analogamente a quanto avviene, d’altronde, in materia di ricorso contro il sequestro ex art. 321, c. 3. c.p.p., era stata fin da subito colta dalla prassi e dalla dottrina più attenta. Essa ha, però, finalmente ricevuto un autorevole avvallo ad opera del Tribunale di Torino (Sent. del 20/11/11 in Corriere del Merito 2011, 7, 716).
Ovviamente, il limite di operatività fisiologico del meccanismo anticipatorio così come sopra delineato è che esso presuppone l’immediata attivazione dell’indagato a seguito della denuncia riportata, mentre l’esperienza offre esempi non sporadici di trasgressori/indagati che, anche a seguito della redazione a loro carico del verbale di identificazione/elezione di domicilio, rimangono inerti per lungo tempo, convinti che le conseguenze sanzionatorie dell’episodio si esauriscano nella sospensione cautelare/amministrativa della patente di guida, fino a che non viene loro notificato il decreto penale di condanna. L’ipotesi più ricorrente, come spesso avviene, è quella mediana tra l’eccezionale solerzia di chi si presenta dal proprio difensore, il giorno successivo alla denuncia, con un programma (insolitamente) completo di tutti i suoi elementi, con la determinazione delle ore da scontare e quant’altro anzidetto, e l’inerzia di chi attende di apprendere dalla notifica del decreto penale di condanna che la sospensione cautelare della patente non ha esaurito il trattamento sanzionatorio riservato dall’ordinamento per le ipotesi di guida in stato di ebbrezza e/o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.
In detta ipotesi, allorché l’indagato si presenti al difensore dopo qualche settimana dal fatto, sarà necessario indirizzarlo entro strettissimi termini (onde evitare che il Pubblico Ministero, emessa la richiesta di emissione di decreto penale di condanna, si sia spogliato del merito del fascicolo) ad uno degli Enti contraenti apposita convenzione con il Tribunale ovvero, previa autorizzazione del Pubblico Ministero (va dato atto alle Procure, peraltro, di essersi fatte carico della ratio della norma e di mostrare pertanto una certa elasticità al riguardo) ad Enti (Pubbliche Assistenze, Onlus, ecc…) che pur non avendo stipulato apposita convenzione (che, peraltro, non è affatto richiesta dall’art. 186, c. 9, bis D. L.vo 285/92 ai fini dell’individuazione degli Enti presso i quali svolgere il lavoro di pubblica utilità…) presentino un livello adeguato di affidabilità e solidità.
Anche in quest’ultima ipotesi, dunque, occorrerà avanzare al Pubblico Ministero, ovviamente, prima della notifica del decreto penale di condanna, richiesta di autorizzazione del programma di lavori di pubblica utilità con espressa istanza di inizio provvisorio dello stesso per un numero di ore predeterminato, con un prudente margine, dallo stesso istante. In tal modo, se il programma è ritenuto idoneo dal Pubblico Ministero, quest’ultimo emetterà richiesta di decreto penale con contestuale conversione della sanzione irroganda in lavoro di pubblica utilità e consenso all’inizio dello stesso anche prima del sopravvenire del giudicato.
Al Gip, pertanto, non resterà che emanare, ove la conversione della pena appaia congrua e il programma idoneo, decreto penale disponendo già nello stesso decreto la conversione della pena irrogata (rectius: applicata su richiesta di parte) in lavoro di pubblica utilità, con autorizzazione, anche in questo caso, ad iniziare il programma già recepito nel Decreto stesso come “prescrizioni” (e, così, iniziando ben prima a scontare il periodo di lavori socialmente utili).
Per un’ulteriore accelerazione dell’iter procedimentale, ben potrà l’imputato, a seguito dell’emissione del decreto penale di condanna che preveda la sostituzione della pena, depositare immediatamente presso la Cancelleria Gip atto di rinuncia all’impugnazione dell’imputato (ovviamente, con adesione del difensore), sì da far decorrere dallo stesso giorno del deposito della rinuncia il conteggio del periodo di lavoro utile ai fini della sostituzione.
Nel silenzio dell’art. 186, c. 9, bis, pare opportuno fare riferimento alle regole generali e, in particolare, a quanto sancito dall’art. 666 c.p.p.; così, la relativa istanza andrà indirizzata al Giudice che ha emesso la pronuncia di condanna con sostituzione della pena con lavori di pubblica utilità (normalmente, ma non necessariamente, il Gip), in funzione di Giudice dell’Esecuzione: all’istanza, per un più celere decorso dell’iter procedimentale, sarà opportuno allegare una dichiarazione del responsabile dell’Ente presso il quale l’interessato ha svolto il periodo di lavoro di pubblica utilità che dia atto dell’esito positivo della misura, nonché una copia del registro presenze obbligatoriamente tenuto dall’Ente.
Ora, se nel primo caso l’esclusione è in re ipsa, atteso che l’art. 186, c. 9, bis limita il suo ambito applicativo a “…la pena detentiva e pecuniaria…”, mentre l’ipotesi di guida con tasso compreso tra 0,5 e 0,8 g/l integra, a seguito della novella operata dalla L. 120/2010, solamente un illecito amministrativo, pare, invece, francamente incomprensibile l’esclusione della sostituzione della pena in tutte le ipotesi in cui vi sia stato un incidente.
Ciò vieppiù ove si consideri la concezione latissima che la giurisprudenza, pressoché univocamente, adotta dell’espressione “…provoca un incidente stradale…” richiamata dall’art. 186, c. 9, bis, sì da ricomprendervi, (e dunque escludere l’applicabilità della sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità) anche i piccoli urti in cui nessuno sia rimasto ferito. La questione dell’esclusione delle ipotesi in cui vi sia un incidente dall’alveo applicativo dell’istituto del lavoro di pubblica utilità condurrà, con tutta probabilità, a generare prossimamente eccezioni di incostituzionalità ex art. 3 Cost., potendosi qui solamente rilevare come paia riduttivo relegare, nei casi esclusi dall’applicabilità del lavoro di pubblica utilità, un volontario tentativo rieducativo o risarcitorio nei confini, piuttosto angusti, dei criteri per la quantificazione della pena ex art. 133 c.p.
Va da sé, l’interrogativo, che pure riveste un’incidenza pratica piuttosto limitata, si interseca inevitabilmente con quello dell’applicazione retroattiva della norma più favorevole per fatti, ancora sub judice, antecedenti al 29/7/2010; tuttavia, non risulta agevole individuare, in concreto, quale sia la normativa più favorevole, attesochè ove si abbia riguardo alla sola cornice edittale, le uniche ipotesi che hanno subito da opera della L. 120/2010 un aggravamento della cornice edittale sono quelle di cui agli artt. 186 lett. “c” e 187 D. L.vo 285/92; in tal senso, dunque, si sarebbe portati a ritenere che la lex mitior sia la precedente. Così, peraltro, ha ritenuto una parte della giurisprudenza di merito (Trib. Torino 20/1/11; nonché, nella medesima direzione, Trib. Monza 17/1/11).
Ma siamo sicuri che le cose stiano così? Avendo riguardo, come pare più aderente a quanto richiesto dalla giurisprudenza prevalente in subiecta materia, al trattamento sanzionatorio complessivo applicato in concreto, non può non tenersi conto del fatto che la L. 120/2010 ha introdotto un istituto, quello, appunto, del lavoro di pubblica utilità, che consente nientemeno che la sostituzione di una sanzione detentiva e/o pecuniaria con una misura sostitutiva delle stesse la cui osservanza comporta né più né meno che l’estinzione del reato. In quest’ottica si comprende come a favore della tesi che individua la nuova normativa come la più favorevole si sia schierata altra parte della (più recente) giurisprudenza di merito (Tra le altre, Trib. Sanremo n° 1183 del 30/9/11).
Ex adverso, è pur vero, potrà dedursi il tenore dell’art. 7 C.E.D.U. che postula la possibilità di far valere in ogni momento le cause estintive del reato, ma le norme processuali penali, più ancora di quelle sostanziali, si coniugano molto difficilmente con i principi di diritto internazionale, collocandosi in un ambito, quello della disciplina del processo penale, che costituisce la più pura espressione della sovranità del singolo Stato. Si può recuperare una valenza più rilevante (e controversa) alla recentissima pronuncia della Suprema Corte nella misura in cui si prenda in specifica considerazione, invece, il principio ivi affermato per cui, ove venga (correttamente) impugnato il Punto della Sentenza concernente la pena (e la sua eventuale, negata sostituzione) e ciò venga fatto ritualmente, nell’osservanza dei termini di cui all’art. 585, c. 4, c.p.p., la sostituzione possa essere concessa anche dal Giudice dell’impugnazione e addirittura d’ufficio.