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Timestamp: 2020-08-13 18:02:50+00:00
Document Index: 35642251

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 378', 'art. 23', 'art. 1362', 'art. 23', 'art. 378', 'art 32', 'art. 366']

Sentenza Cassazione Civile n. 324 del 10/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 324 del 10/01/2011
Cassazione civile sez. lav., 10/01/2011, (ud. 02/12/2010, dep. 10/01/2011), n.324
TARQUINIA 5/D (C/O STUDIO MARIA LUISA FALLA TRELLA), presso lo studio
degli avvocati RIOMMI MAURIZIO e MICHELI CARLO, che la rappresentano
avverso la sentenza n. 579/2006 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,
depositata il 30/11/2006 R.G.N. 138/05;
Con sentenza n. 117/2004 il Giudice del lavoro del Tribunale di Orvieto, in accoglimento della domanda proposta da P. D. nei confronti della s.p.a. Poste Italiane, accertata la nullita’ del termine apposto al contratto di lavoro concluso tra le parti dal 1-3-2000 al 30-6-2000 per “esigenze eccezionali” ex art. 8 ccnl 1994 e acc. az. 25-9-97, dichiarava che tra le parti si era instaurato un rapporto a tempo indeterminato e condannava la societa’ a riammettere in servizio la P. e a pagarle il risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni dalla messa in mora.
La P. si costituiva e resisteva al gravame.
Per la cassazione di tale sentenza la s.p.a. Poste Italiane ha proposto ricorso con tre motivi, corredati dai quesiti di diritto ex art. 366 bis c.p.c., che va applicato nella fattispecie ratione temporis.
La societa’ ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c. Infine in udienza il difensore della P. ha presentato osservazioni scritte sulle conclusioni del P.M..
La societa’ ricorrente con il primo motivo denuncia violazione della L. n. 56 del 1987, art. 23 e con il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 1362 c.c. e segg nonche’ vizi di motivazione, deducendo, che la Corte d’Appello, sulla premessa della natura “eccezionale” della clausola di apposizione del termine, erroneamente da un lato ha affermato che, per ridurre a razionalita’ il sistema, l’ipotesi collettiva dovrebbe essere necessariamente correlata ad una precisa limitazione temporale, dall’altro ha ritenuto che le parti, con gli accordi attuativi, avessero posto un limite temporale all’efficacia dell’accordo del 25-9-97, laddove gli accordi stessi avevano invece natura meramente ricognitiva del fenomeno della ristrutturazione e riorganizzazione in atto.
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia una insufficiente motivazione in ordine alla “eccezione di aliunde perceptum regolarmente sollevata”.
Al riguardo, sulla scia di Cass. S.U. 2-3-2006 n. 4588, e’ stato precisato che “l’attribuzione alla contrattazione collettiva, L. n. 56 del 1987, ex art. 23 del potere di definire nuovi casi di assunzione a termine rispetto a quelli previsti dalla L. n. 230 del 1962, discende dall’intento del legislatore di considerare l’esame congiunto delle parti sociali sulle necessita’ del mercato del lavoro idonea garanzia per i lavoratori ed efficace salvaguardia per i loro diritti (con l’unico limite della predeterminazione della percentuale di lavoratori da assumere a termine rispetto a quelli impiegati a tempo indeterminato) e prescinde, pertanto, dalla necessita’ di individuare ipotesi specifiche di collegamento fra contratti ed esigenze aziendali o di riferirsi a condizioni oggettive di lavoro o soggettive dei lavoratori ovvero di fissare contrattualmente limiti temporali all’autorizzazione data al datore di lavoro di procedere ad assunzioni a tempo determinato” (v. Cass. 4-8-2008 n. 21063, v. anche Cass. 20-4-2006 n. 9245, Cass. 7-3-2005 n. 4862, Cass. 26-7-2004 n. 14011). “Ne risulta, quindi, una sorta di “delega in bianco” a favore dei contratti collettivi e dei sindacati che ne sono destinatari, non essendo questi vincolati alla individuazione di ipotesi comunque omologhe a quelle previste dalla legge, ma dovendo operare sul medesimo piano della disciplina generale in materia ed inserendosi nel sistema da questa delineato.” (v., fra le altre, Cass. 4-8-2008 n. 21062, Cass. 23-8-2006 n. 18378).
Cosi’ respinti i primi due motivi, con riferimento al terzo motivo, osserva il Collegio che, quanto alle conseguenze economiche della dichiarazione di nullita’ della clausola appositiva del termine, con la memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. la societa’ ricorrente, invoca, in via subordinata, l’applicazione dello ius supervenies, rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art 32, commi 5, 6 e 7 in vigore dal 24 novembre 2010, del seguente tenore:
Le disposizioni di cui ai commi 5 e 6 trovano applicazione per tutti i giudizi, ivi compresi quelli pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge. Con riferimento a tali ultimi giudizi, ove necessario, ai soli fini della determinazione della indennita’ di cui ai commi 5 e 6, il giudice fissa alle parti un termine per l’eventuale integrazione della domanda e delle relative eccezioni ed esercita i poteri istruttori ai sensi dell’ari. 421 c.p.c.”.
Se si tiene conto del principio secondo cui il quesito di diritto deve essere formulato in maniera specifica e deve essere pertinente rispetto alla fattispecie cui si riferisce la censura (cfr., ad es., Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36 e 5 febbraio 2008 n. 2658) e’ evidente che il quesito come sopra formulato dalla societa’ appare in buona parte estraneo alle argomentazioni sviluppate nel motivo e comunque del tutto astratto, senza alcun riferimento all’errore di diritto pretesamente commesso dai giudici nel caso concreto esaminato, per cui deve ritenersi inesistente e quindi si valuta inammissibile il relativo motivo, ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c. Il ricorso va pertanto respinto e la ricorrente, in ragione della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese in favore della P..
LA CORTE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare alla P. le spese liquidate in 40,00 Euro oltre Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2010.