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Timestamp: 2019-01-19 00:53:49+00:00
Document Index: 69801256

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 603', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 603', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 600', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 15 luglio 2015, n. 30465. Affinché sussista il dolo del reato di cui all'art. 603 ter comma 3 c.p., occorre provare che il soggetto abbia avuto, non solo la volontà di procurarsi materiale pedopornografico, ma anche la specifica volontà di distribuirlo, divulgarlo, diffonderlo o pubblicizzarlo, desumibile da elementi specifici e ulteriori rispetto al mero uso di un programma di file sharing - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 15 luglio 2015, n. 30465. Affinché sussista il dolo del reato di cui all’art. 603 ter comma 3 c.p., occorre provare che il soggetto abbia avuto, non solo la volontà di procurarsi materiale pedopornografico, ma anche la specifica volontà di distribuirlo, divulgarlo, diffonderlo o pubblicizzarlo, desumibile da elementi specifici e ulteriori rispetto al mero uso di un programma di file sharing
sentenza 15 luglio 2015, n. 30465
1. Con sentenza 10.11.2014 la Corte d’Appello di Milano ha confermato la colpevolezza di R.G. in ordine al reato di diffusione continuata di materiale pedopornografico aggravato dall’ingente quantità di cui agli artt. 81 comma 2 e 600 ter commi 3 e 5v cp, motivando la sua decisione in considerazione dei meccanismi di funzionamento del programma Emule e del fatto che le immagini scaricate erano state lasciate nelle cartelle Emule/incoming destinate alla condivisione. Secondo la Corte d’Appello l’imputato era ben consapevole che il materiale scaricato entrava in condivisione con altri e per questo ha escluso la diversa ipotesi della detenzione. La Corte ha poi disatteso le ragioni addotte dall’imputato a giustificazione della sua condotta e, quanto al trattamento sanzionatorio, ha negato la prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante contestata.
Infatti, l’art. 600 ter c.p., comma 3, punisce, tra l’altro, chiunque “con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza” il materiale pedopornografico. Si tratta, nei singoli casi concreti, di questione interpretativa abbastanza delicata, perché il sistema dovrebbe essere razionalmente ricostruito giungendo a soluzioni che tengano conto delle effettive caratteristiche e delle concrete modalità di utilizzo di programmi del genere da parte della massa degli utenti e che, nello stesso tempo, soddisfino l’esigenza di contrastare efficacemente una assai grave e pericolosa attività illecita, quale la diffusione di materiale pornografico minorile, cercando però di evitare di coinvolgere soggetti che possono essere in piena buona fede o che comunque possono non avere avuto nessuna volontà o addirittura consapevolezza di diffondere materiale illecito soltanto perché stanno utilizzando questi (e non altri) programmi di condivisione, e cercando altresì di evitare che si determini di fatto la scomparsa di programmi del genere. Del resto, le due suddette esigenze ben possono essere entrambe soddisfatte perché, con indagini adeguate, è possibile accertare chi stia davvero agendo col dolo di diffondere e non solo con quello di acquisire e con la consapevolezza del vero contenuto dei file detenuti.
annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano