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Timestamp: 2019-05-22 01:00:00+00:00
Document Index: 66619406

Matched Legal Cases: ['art 649', 'art 643', 'art 649', 'art 643', 'art. 127', 'art. 122', 'art. 120', 'sentenza ', 'art. 428', 'art. 3', 'art. 643', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 643', 'art. 643', 'art. 616', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 165', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 165', 'art. 165', 'art. 643', 'art. 643', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 643']

CIRCONVENZIONE DI INCAPACE,AvvoCAto Successioni Bologna SE LA BADANTE EREDITA TUTTO DA UN PARENT EINCAPACE, COSA POSSONO FARE GLI EREDItestamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell'incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace, TAG: circonvenzione di incapace anziano, circonvenzione di incapace amministratore di sostegno circonvenzione di incapace art 649circonvenzione di incapace art 643 c p, circonvenzione di incapace avvocato circonvenzione di incapace badante circonvenzione di incapace codice penale circonvenzione di incapace contratto circonvenzione di incapace legge circonvenzione di incapace persona offesa impugnazione testamento per circonvenzione di incapace circonvenzione di incapace codice civile circonvenzione di incapace congiunto circonvenzione di incapace coniuge
CIRCONVENZIONE DI INCAPACE, SE LA BADANTE EREDITA TUTTO DA UN PARENTE INCAPACE, COSA POSSONO FARE GLI EREDI? CIRCONVENZIONE DI INCAPACE
Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore [2], ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica (1) di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto (2) che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso (3) (4), è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da duecentosei euro a duemilasessantacinque euro.
Il caso della badante che si fa lasciare l’intera eredità dall’anziano,
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NB L’art. 127 c.c. prevede una eccezione al principio generale che è espresso nella rubrica (“intrasmissibilità dell’azione”) in modo coerente con la natura di atto personalissimo che è propria del matrimonio e, allo stesso tempo, stabilisce anche un preciso limite alla possibilità che soggetti terzi, seppur qualificati come gli eredi, siano ammessi ad impugnare il matrimonio contratto da uno dei coniugi che sia affetto da vizi della volontà (art. 122 e 123 c.c.) o da incapacità di intendere e volere (art. 120 c.c.). Tale possibilità sussiste, infatti, solo nel caso in cui l’azione sia stata già esercitata dal coniuge il cui consenso o la cui capacità di intendere e volere risulti viziata, nel qual caso l’azione è trasmissibile agli eredi qualora il giudizio sia “già pendente alla morte dell’attore” (rimane comunque impregiudicata la legittimazione all’impugnazione da parte degli eredi nei casi – diversi da quello in esame – in cui la legge la riconosca a tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale, a norma degli artt. 117 e 119 c.c.).SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
Costoro ricorrono avverso questa sentenza sulla base di due motivi cui resiste la C. I. ricorrenti hanno prodotto una memoria.
I ricorrenti deducono vizi di motivazione (nel primo motivo) e violazione di legge (nel secondo motivo) per avere i giudici del merito escluso la loro legittimazione ad agire sul presupposto che non si fosse verificata alcuna trasmissione mortis causa dell’azione di annullamento del matrimonio del loro congiunto, senza considerare che costui non aveva potuto proporre in vita alcuna azione di annullamento perché in stato di incapacità di intendere e volere e impedito fisicamente; ciò imporrebbe l’applicazione della norma generale di cui all’art. 428 c.c. e il conseguente riconoscimento della loro legittimazione ad agire, essendo eredi ed interessati all’annullamento di un matrimonio che era pregiudizievole all’integrità del nucleo familiare e ai loro interessi patrimoniali. Eccepiscono, in subordine, l’illegittimità costituzionale degli artt. 120 e 127 c.c. se interpretati nel senso, asseritamente irragionevole e quindi in violazione del parametro dell’art. 3 Cost., di precludere agli eredi l’impugnazione del matrimonio contratto dal loro congiunto in stato di incapacità di intendere e volere. Entrambi i motivi sono infondati.
In conclusione, il prospettato dubbio di legittimità costituzionale degli artt. 120 e 127 c.c. può essere superato aderendo ad una interpretazione evolutiva e di sistema che offra alla persona coniugata o in procinto di contrarre matrimonio gli strumenti per esercitare, direttamente o indirettamente, il diritto fondamentale di autodeterminarsi nella scelta consapevole di impugnare il matrimonio e, in via preventiva, di contrario in condizioni di piena libertà e senza condizionamenti (dovendosi rilevare che, nella specie, l’impugnato matrimonio è stato contratto da persona legalmente capace e non sottoposta ad amministrazione di sostegno). Il ricorso è quindi rigettato. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio, in considerazione della novità delle questioni trattate.
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CIRCONVENZIONE DI INCAPACE-REATO-ELEMENTI –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
L’art. 643 c.p. prevede espressamente le caratteristiche dei soggetti passivi di questa particolare forma di frode patrimoniale.
Essi debbono rientrare in tre categorie ben determinate: i minori d’età, gli infermi di mente o i deficienti psichici.
Le loro condizioni assumono così il connotato di veri e propri presupposti della condotta (Ronco, M., op. cit., 1; Dawan, D., op. cit., 13), con la conseguenza che questi peculiari caratteri del soggetto passivo, per poter fondare un giudizio di colpevolezza, dovranno essere conosciuti con certezza dall’autore del reato (Cass. pen., sez. II, 24.4.1998, n. 2532, De Franciscis, CED Cass., n. 211101, in Cass. Pen., 1999, 2140 ; conf. Cass. pen., sez. II, 4.10.2006, n. 40383).
a) l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente, in cui quest’ultimo abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima che, in ragione di specifiche situazioni concrete, sia incapace di opporre alcuna resistenza per l’assenza o la diminuzione della capacità critica;
c) l’abuso dello stato di vulnerabilità che si verifica quando l’agente, consapevole di detto stato, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine e cioè quello di procurare a sé o ad altri un profitto;
d) l’oggettiva riconoscibilità della minorata capacità, in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti.
In tema di circonvenzione di persone incapaci – una volta che la pubblica accusa, abbia provato l’abuso, da parte dell’agente, dello stato di infermità o deficienza psichica e l’induzione al compimento di atti dannosi – diventa del tutto irrilevante il comportamento tenuto dal circuìto quando era compus sui, proprio perché, stante la sua condizione patologica, diventa impossibile stabilire se – ove fosse stato compus sui – avrebbe tenuto o continuato a tenere, quel determinato comportamento: di conseguenza, quegli stessi atti che prima dello stato di incapacità erano norm ali ed incensurabili (nella specie: atti di donazione di notevole valore), diventano anomali e punibili penalmente, se compiuti in uno stato d’incapacità».
Con sentenza del 06/06/2014, la Corte di Appello di Torino confermava la sentenza con la quale, in data 03/10/2011, il giudice monocratico dei Tribunale di Cuneo aveva ritenuto P.D. colpevole dei reato di cui all’art. 643 cod. pen. a danno di M.G.B..
Contro la suddetta sentenza, l’imputata, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo la violazione dell’art. 643 cod. pen. sotto il profilo di seguito indicato.
I punti di fatto – dei tutto pacifici perché non messi in discussione neppure dalla difesa nel presente ricorso – dai quali occorre partire per la disamina del presente ricorso sono i seguenti:
Alla stregua dei suddetti fatti, la decisione della Corte Territoriale non si presta ad alcuna censura.
Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in € 1.000,00.
ANZIANI CHE LASCIANO EREDITA’ A BADANTI,COS APOSSONO FARE I PARENTI? VEDIAMO
Correttamente, dunque, dai giudici di merito, per la sussistenza del reato in esame è stato ritenuto riconducibile ad una attività di induzione ogni attività di suggestione, comprensiva di ogni mezzo idoneo a determinare o quantomeno a rafforzare, nel soggetto passivo il compimento di un atto giuridico, così che venga a stabilirsi un nesso di causalità fra l’abuso dello stato di deficienza psichica della vittima e l’evento, concretatosi nel compimento dell’atto, anche a prescindere dalla circostanza che la proposta dell’atto medesimo provenga dallo stesso colpevole (v. anche, Cass., sez. VI, 29 ottobre 1996, n. 266.
Esattamente dunque, nel caso di specie, la Corte di merito ha ritenuto che fosse possibile disporre la eliminazione delle conseguenze dannose del reato, anche in assenza di una richiesta in tal senso conseguente alla mancata costituzione di parte civile, disponendo la restituzione delle somme come quantificate, in quanto deve ritenersi rientrare tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di circonvenzione di incapace la restituzione delle somme di denaro connesse all’azione delittuosa dell’imputato che illegittimamente ha ricevuto tali somme, a nulla rilevando, evidentemente, la diversità materiale del denaro consegnato, essendo lo stesso bene fungibile per definizione.
Sentenza 28 settembre – 23 novembre 2010, n. 41376
T. L. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Trento in data 16 ottobre 2008 con la quale in parziale riforma della sentenza emessa dal G.U.P. presso il Tribunale di Trento l’8 maggio 2008, ha ridotto l’importo da restituire alla parte offesa alla somma di euro 154.000,00, mentre nel resto è stata confermata la sentenza di primo grado.
A sostegno dell’impugnazione la T. ha dedotto i seguenti motivi:
1) Violazione dell’art. 125 in relazione all’art. 606, comma 1 lett. e) per mancanza della motivazione, per contraddittorietà nonché manifesta illogicità della stessa emergente dal provvedimento impugnato; insussistenza della prova certa dell’effettiva percezione del denaro da parte dell’imputata T.; esistenza e riconoscibilità dello stato di fragilità psicologica della asserita vittima della circonvenzione, rilevante sotto il duplice profilo dell’esistenza dell’elemento materiale e dell’elemento psicologico.
Sarebbe stata erroneamente ritenuta sussistente la prova dell’avvenuta percezione del denaro da parte della T., derivante dalle operazioni di vendita immobiliare effettuate dal sig. D.. In particolare le incongruenze rilevate nella motivazione tra il denaro prelevato dalla parte offesa e quello consegnato alla ricorrente getterebbero una luce d’incertezza su tutta la ricostruzione dell’ipotesi delittuosa.
Contesta, inoltre, le valutazioni operate dai giudici di merito sull’attendibilità e correttezza degli elementi in base ai quali ritenere sussistente uno stato di salute influente sulla capacità di autodeterminazione della persona offesa; in particolare la sentenza non avrebbe confutato in modo esauriente i dati probatori che in realtà dimostrerebbero la sussistenza della capacità di autodeterminazione della p.o., evidente proprio nella stipula dei contratti di compravendita immobiliare.
2) Violazione dell’art. 165 c.p. e 538 c.p.p. in relazione all’art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p. per contraddittorietà della motivazione; illegittima subordinazione della connessione del beneficio della sospensione condizionale della pena al versamento di una somma di denaro.
La ricorrente contesta il potere di rideterminazione della somma da restituire alla parte offesa, fissata dai giudici d’appello in euro 154.000; ed in particolare contesta la circostanza relativa all’esistenza di doglianze sull’entità della somma da restituire. In realtà la parte offesa avrebbe avanzato una richiesta di risarcimento del danno, che indirettamente avrebbe coinvolto anche la questione delle somme effettivamente percepite dalla T.. Sotto questo profilo la sentenza d’appello sconterebbe il vizio di ultrapetizione in quanto non sarebbe mai stata richiesta la rideterminazione della somma, che in ogni caso erroneamente sarebbe stata qualificata come restituzione dei soldi illegittimamente incamerati dalla ricorrente a seguito della vendita degli immobili della parte offesa, anziché come risarcimento, che in realtà presuppone la costituzione di parte civile in questo caso non avvenuta.
Ciò premesso, a parere della Corte, deve ritenersi l’infondatezza del ricorso.
Le censure, relative alla sussistenza del reato e, in particolare, alla erronea configurabilità di una incapacità del D., impongono in realtà una diversa valutazione, rispetto a quella operata dai giudici di merito, di elementi oggettivi, inammissibile in questa sede. In particolare deve essere sottolineato come l’iter logico giuridico della Corte d’appello appaia esente da censure.
Nel motivare in ordine ai dati relativi alla sussistenza della fattispecie criminosa contestata all’imputata, la Corte ha correttamente evidenziato la sussistenza dell’incapacità della parte offesa di determinarsi autonomamente, a partire dalle notevoli difficoltà avute dal perito proprio per svolgere il suo compito, chiaramente confermate poi nel riscontro del “deterioramento mentale, con difetti mnestici, alta reattività, confabulazioni, … e ridotta capacità cognitiva con ricaduta negativa sul ragionamento e sulla capacità critica”, insieme al “disadattamento relazionale e sociale”, e con la conseguente, accertata, incapacità “di spiegare i fini delle somme elargite”, in favore dell’imputata che comunque doveva essere in ogni caso accontentata. Dati oggettivi, quali ad esempio le 30/40 telefonate al giorno ai carabinieri effettuate dalla parte lesa, per comunicare i malesseri, le incomprensioni, le liti con i vicini, sono elementi che rendono coerente ed esente da censure logico – giuridiche il percorso argomentativo dei giudici di merito, essendo stato correttamente ritenuto che “il concetto di deficienza psichica deve essere inteso in senso ampio, in modo da comprendere qualsiasi minorazione della sfera intellettiva, volitiva o affettiva del soggetto passivo, che diminuisca i poteri di difesa contro l’opera di suggestione e contro le insidie altrui”. Correttamente, dunque, dai giudici di merito, per la sussistenza del reato in esame è stato ritenuto riconducibile ad una attività di induzione ogni attività di suggestione, comprensiva di ogni mezzo idoneo a determinare o quantomeno a rafforzare, nel soggetto passivo il compimento di un atto giuridico, così che venga a stabilirsi un nesso di causalità fra l’abuso dello stato di deficienza psichica della vittima e l’evento, concretatosi nel compimento dell’atto, anche a prescindere dalla circostanza che la proposta dell’atto medesimo provenga dallo stesso colpevole (v. anche, Cass., sez. VI, 29 ottobre 1996, n. 266). E nel caso in esame, in base agli elementi probatori acquisiti, appare corretto il giudizio sull’esistenza di uno stato di deficienza psichica, caratterizzato da una diminuzione, chiaramente riscontrabile, del potere di critica e di indebolimento di quello volitivo tale rendere possibile l’altrui opera di suggestione (v. Cass., 11 aprile 1984, Pilo; v. anche Cass., sez. II, 4 maggio 1990, n. 2231), con la conseguente esecuzione di un fatto giuridico volontario con la potenziale capacità, nel caso in esame rivelatasi poi effettiva e concreta, di produrre effetti giuridici, assolutamente favorevoli per il colpevole, a seguito della realizzazione dell’oggetto dell’obbligazione. E i giudici di merito hanno poi correttamente evidenziato gli elementi da cui trarre la prova della sussistenza della piena consapevolezza da parte della ricorrente di operare per procurarsi un ingiusto profitto sfruttando proprio la conoscenza della stato di deficienza psichica del soggetto passivo (v. p. 6 e 7 della sentenza d’appello), attraverso le continue “donazioni” a suo favore, quantificate dal giudice dell’appello, nel dispositivo, dopo un articolato percorso di calcolo, in un importo minimo di 154.000 euro, in base anche a inconfutabili prove documentali. Appare soltanto il caso di aggiungere come la rideterminazione dell’importo delle somme del denaro transitato nella disponibilità della ricorrente è nel caso in esame strettamente collegato alla configurazione del reato, ed è stato comunque fissato nella somma minima quantificabile rispetto a quello cui era stata subordinata la concessione del beneficio della sospensione della pena da parte del giudice di primo grado. Anche sotto questo profilo le censure proposte appaiono infondate.
Allo stesso modo infondata appare la censura relativa all’esercizio del potere discrezionale del giudice di subordinare appunto la sospensione condizionale della pena alla preventiva costituzione di parte civile, nel caso specifico assente.
A seguito della modifica legislativa introdotta con la l. n. 689 del 1981 la subordinazione del beneficio della sospensione della pena, all’esatto adempimento degli obblighi contenuti nella sentenza, è divenuto un istituto di carattere generale; e in giurisprudenza questa Corte condivide l’orientamento secondo il quale, mentre per l’imposizione degli obblighi di risarcimento è necessaria la preventiva costituzione di parte civile, l’imposizione dell’obbligo delle restituzioni e dell’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato invece prescinde da tale evenienza (Cass., sez. III, 4 aprile 1986, n. 5590, C.E.D. Cass. n. 172180). Tale posizione ha trovato conferma anche nella giurisprudenza di merito (Trib. Rovereto, 16 gennaio 2001, giudice Dies, imp. Prosser, in Giur. it. 2002, 1473) secondo la quale l’applicabilità dell’art. 165 c.p. presuppone la costituzione di parte civile nel solo caso in cui il giudice intenda subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnata sull’ammontare di esso e non, invece, nel caso in cui tale subordinazione inerisca all’adempimento dell’obbligo delle restituzioni o alla eliminazione delle conseguenze dannose del reato, in quanto le restituzioni non sono più finalizzate alla tutela degli interessi civili del danneggiato, bensì al reinserimento sociale del reo, motivandolo a comportamenti sintomatici di una maggiore socialità. Infatti la sospensione condizionale della pena subordinata ad obblighi del condannato si ispira ai principi di legalità e tassatività e per questo la subordinazione può essere disposta, come è avvenuto nel caso di specie, solo con riferimento a prestazioni certe e determinate in modo da assicurare l’esatta corrispondenza tra obbligo imposto e suo corretto adempimento.
Con riferimento all’ipotesi della subordinazione della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, la Corte è consapevole come, in ogni caso, non possa essere prescritta al condannato un’attività ripristinatoria della situazione antecedente alla commissione dell’azione delittuosa, che di fatto risulti impossibile o si appalesi eccessivamente pesante per il destinatario. La funzione speciale preventiva della previsione normativa sarebbe fatalmente destinata ad acquisire una natura sanzionatoria impropria, utilizzabile poi in modo quasi automatico ai fini dell’applicazione della revoca del beneficio concesso. Proprio per evitare questi effetti distorsivi e superare la connaturata genericità della disposizione è stata ancorata l’individuazione delle conseguenze dannose del reato nell’ambito degli effetti oggettivi dello stesso, rimodellando però la riparazione non solo e non soltanto sulle modificazioni del mondo esterno derivanti dall’evento, come spesso ha ritenuto la giurisprudenza prevalente, ma anche su di una visibile adesione ai valori dell’ordinamento, cioè al bene giuridico protetto dalla norma, in questo caso l’integrità patrimoniale, secondo le modalità indicate dal giudice per ogni fattispecie concreta.
In questo caso, infatti, i giudici di merito hanno soltanto preso in considerazione, al fine di individuare gli adempimenti imponibili, gli accadimenti lesivi riconnessi casualmente al fatto di reato, che ne caratterizzano il contenuto offensivo, quantificando l’importo minimo che sicuramente è stato consegnato dalla parte offesa all’imputata.
Esattamente dunque, nel caso di specie, la Corte di merito ha ritenuto che fosse possibile disporre la eliminazione delle conseguenze dannose del reato, anche in assenza di una richiesta in tal senso conseguente alla mancata costituzione di parte civile, disponendo la restituzione delle somme come quantificate, in quanto deve ritenersi rientrare tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di circonvenzione di incapace la restituzione delle somme di denaro connesse all’azione delittuosa dell’imputato che illegittimamente ha ricevuto tali somme, a nulla rilevando, evidentemente, la diversità materiale del denaro consegnato, essendo lo stesso bene fungibile per definizione. Peraltro agli effetti di quanto previsto dall’art. 165 cod. pen., è stato ritenuto che rientra tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di truffa avente ad oggetto titoli di credito, quella di ordinare all’imputato di sollevare la parte offesa dall’obbligo cartolare e tale disposizione può essere impartita dal giudice anche in mancanza di una richiesta in tal senso della parte civile (Cass., Sez. 2, 15 aprile 1999, n. 2684, Zago, C.E.D. Cass. n. 215713).
Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali.
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1. In punto di diritto, preliminarmente, è opportuno riassumere, brevemente, alcuni notori principi ai quali occorre attenersi, posto che la ricorrente ha svolto tutte le sue censure sostenendo che: a) la So. non era incapace; b) non vi era la prova che essa ricorrente avesse indotto la parte offesa a redigere testamento in suo favore. 1.1. L’art. 643 c.p., inserito fra i delitti contro il patrimonio mediante frode, tutela il patrimonio del minorato ossia di colui che, non necessariamente interdetto o inabilitato, si trovi in una minorata condizione di autodeterminazione in ordine ai suoi interessi patrimoniali. La legge individua tre categorie di soggetti passivi: 1) i minori; 2) l’infermo psichico; 3) il deficiente psichico. La condotta penalmente rilevante dell’agente è varia e si realizza quando: nei confronti dei minori, abusi dei loro “bisogni, passioni o inesperienza”; nei confronti dell’infermo psichico o del deficiente psichico, abusi del loro stato. Il fatto che la legge distingua fra infermo psichico e deficiente psichico e non consideri necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che: infermità psichica: per tale deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile fra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive; deficienza psichica: è questa un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave della infermità, tuttavia, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico. Rientrano in tale categoria, fra l’altro, ad es., l’emarginazione ambientale (Cass. 20/3/1979, Tintinaglia), la fragilità e la debolezza di carattere (Cass. 9/10/1973, Ced 126922). Peraltro, il minimo comun denominatore che si può rinvenire nelle due predette situazioni, consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica. Tale situazione di minorata capacità dev’essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che, chiunque possa abusarne per raggiungere il suoi fini illeciti (Cass. 15/10/1987, Rv 175682). 1.2. L’art. 643 c.p., infine, al fine di ritenere integrata la fattispecie criminosa, prevede (in aggiunta alla minorata capacità di cui si è detto) altri due elementi oggettivi: l’induzione a compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto; l’abuso dello stato di vulnerabilità. L’abuso si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto. 2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la Corte territoriale, ha ritenuto che la sig.ra So., si trovasse nelle condizioni per essere circonvenuta, sulla base della seguente motivazione (pag. 2-3): “Quanto alla cartella clinica, rileva la Corte che, se in essa è stato annotato che la paziente aveva un atteggiamento ed un linguaggio nella norma, dandosi atto altresì del miglioramento avvenuto nel corso del ricovero, in forza del quale la paziente appare vigile, collaborante e risponde alle domande, deve rilevarsi altresì che l‘atto documenta una situazione generale scaduta, con diagnosi di encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta, miocardioscelorosi ed anemia diseritropoietica multifattoriale, tanto che la paziente è impossibilitata alla deambulazione, le sollecitazioni alle quali risponde sono semplici (20/2/04) e non sempre presenti in quanto in alcune occasioni la paziente appare soporosa (diario clinico del 16/2/04) e l’anamnesi stessa viene raccolta con l’ausilio della badante. Appare quindi provata la presenza, a carico della p.o., di gravi patologie che ne compromettono in modo evidente le funzioni vitali, ella non cammina, per raccontare la propria storia clinica ha bisogno della badante, e la reattività di cui si parla nei motivi d’appello è limitata, come si legge testualmente sulla cartella clinica, alle sollecitazioni più semplici e comunque non è certamente tale da far ritenere superate le gravissime patologie della quali l’anziana era portatrice. Nulla peraltro si rinviene in atti che consenta di ritenere non regolare l’attività medica in essa documenta, essendo stata indicata sia la data che la descrizione dell’esito sia della visita neurologica che di quella del fisiatra (nella quale si parla di disorientamento spazio-temporale della paziente), entrambe complete della sottoscrizione dei due sanitari che vi hanno proceduto. Pertanto le perplessità, peraltro piuttosto fumose, delle testi K. e della I., sebbene si tratti di medici, non trovano riscontro negli atti”. La ricorrente, in questo grado di giudizio, come si è detto, ha sostenuto: a) che non vi fosse la prova dello stato d’incapacità della parte offesa; b) che alcuni testi avevano affermato che la So. era perfettamente capace d’intendere e volere; c) che le malattie evidenziate dalla Corte erano solo di natura fisica e quindi non incidenti sulla capacità intellettiva e volitiva. Orbene, la motivazione supra riportata per esteso, smentisce quanto affermato dalla ricorrente atteso che: a) la cartella clinica, redatta da medici ospedalieri in occasione del ricovero della parte offesa dall’8 al 24/02/2004, e, quindi, pochi mesi prima del decesso avvenuto nel luglio del 2004, attesta, come ha correttamente rilevato la Corte, una “situazione generale scaduta” che aveva compromesso non solo le funzioni fisiche (deambulazione) ma anche quelle intellettive e volitive come si desume agevolmente dalla circostanza che era stata diagnosticata una encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta che, notoriamente, indica non un semplice mal di testa – come ha impropriamente sostenuto la ricorrente cercando di minimizzare – ma la circostanza che la So. era stata colpita da multipli fatti ischemici (rectius: mancata irrorazione di sangue in più distretti encefalici) che le avevano causato un danno dell’encefalo con conseguente disturbo cognitivo come desumibile da quanto riportato nella stessa cartella clinica; b) non è vero che la Corte non aveva valutato e preso in esame le testimonianze favorevoli: al contrario, da quanto risulta testualmente dalla sentenza (pag. 4 quanto ai testi K. e I. e pag. 5, quanto ai testi R. , A. e P. ), le suddette testimonianze sono state prese in considerazione ma non giudicate tali da poter contraddire un quadro clinico e testimoniale che deponeva in senso diametralmente opposto (cfr pag. 5 – 6): sul punto la motivazione è ineccepibile sicché la doglianza della ricorrente, non avendo evidenziato vizi motivazionali di alcun genere (se non una inesistente omessa motivazione) va disattesa; c) infine, quanto alla circostanza secondo la quale non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere, va rilevato che si tratta di una questione che è stata ampiamente dibattuta in entrambi i gradi del giudizio di merito e la motivazione addotta sul punto dalla Corte territoriale (pag. 4 ss), a confutazione della medesima censura dedotta e reiterata in questo grado di giudizio, non si presta ad alcun rilievo, essendo logica, congrua ed aderente agli evidenziati elementi fattuali: la doglianza, quindi, va ritenuta nulla più che un tentativo di ottenere, in modo surrettizio, una nuova ma inammissibile valutazione del merito della vicenda. Si può, quindi, affermare che dalla sentenza impugnata emerge a tutto tondo lo stato di deficienza psichica della parte offesa e, quindi, deve ritenersi provato uno degli elementi costitutivi del reato. 3. OMESSA MOTIVAZIONE IN ORDINE ALL’INDUZIONE: Con il secondo motivo, la ricorrente ha molto insistito sulla mancata prova dell’elemento materiale dell’induzione. In punto di fatto, la Corte territoriale ha accertato che: - la sign.ra So. redasse il testamento olografo in data 11/07/2004 e cioè diciassette giorni prima del decesso; - la parte offesa, nel momento in cui compì il suddetto atto dispositivo, aveva novantacinque anni e, soprattutto, sia per condizioni fisiche che psichiche deteriorate, si trovava in uno stato di deficienza psichica (supra p.2); - la tesi difensiva secondo la quale la sign.ra So. temeva di essere abbandonata dai nipoti – e, quindi, di aver redatto un testamento a favore della badante per far loro un “dispetto” o comunque punirli per il disinteresse manifestato nei suoi confronti – doveva ritenersi infondato sulla base “delle deposizioni dei vicini e dei portieri che smentiscono che i nipoti avessero abbandonato la loro congiunta” (pag. 5 sentenza impugnata); - la possessività che la parte offesa nutriva nei confronti dell’imputata, era spiegabile, sulla base della testimonianza del teste D.S., non come manifestazione di affetto ma come l’atteggiamento tipico che una persona autoritaria (come veniva descritta la So.) mostrava nei confronti di un subalterno (l’imputata) sicché la suddetta testimonianza doveva essere interpretata “in modo inequivocabile (come) l’assenza di qualsiasi intendimento da parte della parte offesa di beneficiare la badante in luogo dei congiunti” (pag. 6 sentenza). Alla stregua dei suddetti fatti, la Corte, quanto al requisito dell’induzione, ha quindi, così concluso: “Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S. Tale condotta, in una persona non più in grado di autodeterminarsi, per età, avanzatissima, e condizioni di salute, gravissime, si spiega solo in chiave accusatoria, e cioè con un’attività dell’imputato che è intervenuta in proprio favore sulla condotta della p.o., necessariamente acritica. Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (pag. 6). La suddetta motivazione non si presta alla censura dedotta dalla ricorrente in questa sede perché la Corte ha evidenziato una serie di elementi fattuali che, letti e valutati unitariamente, sono idonei a far ritenere provata l’induzione attraverso un procedimento di natura presuntiva così come ritenuto dalla costante giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all’art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell’età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli: in terminis Cass. 18583/2009 Rv. 244546; Cass. sez II, udienza 26/05/2009, Voglino; Cass. 4816/2010 Rv. 246279. 4. In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali. Nulla per le spese a favore della costituita parte civile non avendo la medesima depositato la nota spese.
denuncia inglese