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Timestamp: 2019-12-14 08:09:00+00:00
Document Index: 98430501

Matched Legal Cases: ['§ 2', '§ 1', '§ 3', '§ 1', '§ 1', '§ 1', '§ 1']

Verbum Domini IT 53
53 Affrontando il tema del valore della liturgia per la comprensione della Parola di Dio, il Sinodo dei Vescovi ha voluto sottolineare anche la relazione tra la sacra Scrittura e l’azione sacramentale. È quanto mai opportuno approfondire il legame tra Parola e Sacramento, sia nell’azione pastorale della Chiesa che nella ricerca teologica.[188] Certamente «la liturgia della Parola è un elemento decisivo nella celebrazione di ciascun sacramento della Chiesa»;[189] tuttavia nella prassi pastorale non sempre i fedeli sono consapevoli di questo legame e colgono l’unità tra il gesto e la parola. È «compito dei sacerdoti e dei diaconi, soprattutto quando amministrano i sacramenti, mettere in luce l’unità che Parola e Sacramento formano nel ministero della Chiesa».[190] Infatti, nella relazione tra Parola e gesto sacramentale si mostra in forma liturgica l’agire proprio di Dio nella storia mediante ilcarattere performativo della Parola stessa. Nella storia della salvezza infatti non c’è separazione tra ciò che Dio dice e opera; la sua stessa Parola si presenta come viva ed efficace (cfr He 4,12), come del resto lo stesso significato dell’espressione ebraica dabar indica. Al medesimo modo, nell’azione liturgica siamo posti di fronte alla sua Parola che realizza ciò che dice. Educando il Popolo di Dio a scoprire il carattere performativo della Parola di Dio nella liturgia, lo si aiuta anche a cogliere l’agire di Dio nella storia della salvezza e nella vicenda personale di ogni suo membro.
[188] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007) 44-45: AAS 99 (2007), 139-141.
[189] Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993), IV, C, 1: Ench. Vat. 13, n. 3123.
[190] Ibidem, III, B, 3: Ench. Vat. 13, n. 3056.
54 Quanto viene affermato in genere riguardo alla relazione tra Parola e Sacramenti si approfondisce quando ci riferiamo alla celebrazione eucaristica. Del resto, l’intima unità fra Parola ed Eucaristia è radicata nella testimonianza scritturistica (cfr Jn 6 Lc 24), attestata dai Padri della Chiesa e riaffermata dal Concilio Vaticano II.[191] A questo proposito pensiamo al grande discorso di Gesù sul pane di vita nella sinagoga di Cafarnao (cfr Jn 6,22-69), che ha in sottofondo il confronto tra Mosé e Gesù, tra colui che parlò faccia a faccia con Dio (cfr Ex 33,11) e colui che ha rivelato Dio (cfr Jn 1,18). Il discorso sul pane, infatti, richiama il dono di Dio, che Mosè ottenne per il suo popolo con la manna nel deserto e che in realtà è la Torah, la Parola di Dio che fa vivere (cfr Ps 119 Pr 9,5). Gesù porta a compimento in se stesso la figura antica: «Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo … Io sono il pane della vita» (Jn 6,33-35). Qui «la Legge è diventata persona. Nell’incontro con Gesù ci nutriamo, per così dire, dello stesso Dio vivente, mangiamo davvero “il pane dal cielo”».[192] Nel discorso di Cafarnao si approfondisce il Prologo di Giovanni: se là il Logos di Dio diventa carne, qui questa carne diventa «pane» donato per la vita del mondo (cfr Jn 6,51), alludendo così al dono che Gesù farà di se stesso nel mistero della croce, confermato dall’affermazione sul suo sangue dato da «bere» (cfr Jn 6,53). In tal modo nel mistero dell’Eucaristia si mostra quale sia la vera manna, il vero pane del cielo: è il Logos di Dio fattosi carne, che ha donato se stesso per noi nel Mistero Pasquale.
Il racconto di Luca sui discepoli di Emmaus ci permette un’ulteriore riflessione sul legame tra l’ascolto della Parola e lo spezzare il pane (cfr Lc 24,13-35). Gesù si fece loro incontro nel giorno dopo il sabato, ascoltò le espressioni della loro speranza delusa e, diventando compagno di cammino, «spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27). I due discepoli iniziano a guardare in un modo nuovo le Scritture insieme a questo viandante che si manifesta così inaspettatamente familiare alla loro vita. Ciò che è accaduto in quei giorni non appare più come fallimento, ma come compimento e nuovo inizio. Tuttavia, anche queste parole non sembrano ancora sufficienti ai due discepoli. Il Vangelo di Luca ci dice che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31) solo quando Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, mentre prima «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16). La presenza di Gesù, dapprima con le parole, poi con il gesto di spezzare il pane, ha reso possibile ai discepoli il riconoscerLo, ed essi possono risentire in modo nuovo quanto avevano già vissuto precedentemente con Lui: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).
[191] Cfr Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 48 SC 51 SC 56; Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, DV 21 DV 26; Decr. sull’attività missionaria della Chiesa Ad gentes AGD 6 AGD 15; Decr. sul ministero e la vita dei presbiteri Presbyterorum ordinis, PO 18; Decr. sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis, PC 6. Nella grande Tradizione della Chiesa troviamo espressioni significative come: «Corpus Christi intelligitur etiam [...] Scriptura Dei» (anche la Scrittura di Dio si considera Corpo di Cristo): Waltramus, De unitate Ecclesiae conservanda, 1,14, ed. W. Schwenkenbecher, Hannoverae 1883, p. 33; «La carne del Signore è vero cibo e il suo sangue vera bevanda; questo è il vero bene che ci è riservato nella vita presente, nutrirsi della sua carne e bere il suo sangue, non solo nell’Eucaristia, ma anche nella lettura della Sacra Scrittura. Infatti è vero cibo e vera bevanda la parola di Dio che si attinge dalla conoscenza delle Scritture»: S. Girolamo,Commentarius in Ecclesiasten, III: PL 23, 1092 A.
[192] J. Ratzinger (Benedetto XVI), Gesù di Nazaret, Milano 2007, 311.
55 Da questi racconti emerge come la Scrittura stessa orienti a cogliere il suo nesso indissolubile con l’Eucaristia. «Si deve quindi sempre tener presente che la parola di Dio, dalla Chiesa letta e annunziata nella liturgia, porta in qualche modo, come al suo stesso fine, al sacrificio dell’alleanza e al convito della grazia, cioè all’Eucaristia».[193] Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico. In effetti, senza il riconoscimento della presenza reale del Signore nell’Eucaristia, l’intelligenza della Scrittura rimane incompiuta. Per questo «alla parola di Dio e al mistero eucaristico la Chiesa ha tributato e sempre e dappertutto ha voluto e stabilito che si tributasse la stessa venerazione, anche se non lo stesso culto. Mossa dall’esempio del suo fondatore, essa non ha mai cessato di celebrare il mistero pasquale, riunendosi insieme per leggere ‘in tutte le Scritture ciò che a lui si riferiva’ (Lc 24,27), e attualizzare, con il memoriale del Signore e i sacramenti, l’opera della salvezza».[194]
[193] Ordinamento delle letture della Messa, 10.
56 Con il richiamo al carattere performativo della Parola di Dio nell’azione sacramentale e l’approfondimento della relazione tra Parola ed Eucaristia, siamo portati ad inoltrarci in un tema significativo, emerso durante l’Assemblea del Sinodo, riguardante la sacramentalità della Parola.[195] È utile a questo proposito ricordare che il Papa Giovanni Paolo II aveva fatto riferimento «all’orizzonte sacramentale della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico dove l’unità inscindibile tra la realtà e il suo significato permette di cogliere la profondità del mistero».[196]Da qui comprendiamo che all’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: «il Verbo si fece carne» (Jn 1,14), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio. La Parola di Dio si rende percepibile alla fede attraverso il «segno» di parole e di gesti umani. La fede, dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella fede il suo dono.
La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati.[197] Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi[198] per essere accolto. Sull’atteggiamento da avere sia nei confronti dell’Eucaristia, che della Parola di Dio, san Girolamo afferma: «Noi leggiamo le sante Scritture. Io penso che il Vangelo è il Corpo di Cristo; io penso che le sante Scritture sono il suo insegnamento. E quando egli dice: Chi non mangerà la mia carne e berrà il mio sangue (Jn 6,53), benché queste parole si possano intendere anche del Mistero [eucaristico], tuttavia il corpo di Cristo e il suo sangue è veramente la parola della Scrittura, è l’insegnamento di Dio. Quando ci rechiamo al Mistero [eucaristico], se ne cade una briciola, ci sentiamo perduti. E quando stiamo ascoltando la Parola di Dio, e ci viene versata nelle orecchie la Parola di Dio e la carne di Cristo e il suo sangue, e noi pensiamo ad altro, in quale grande pericolo non incappiamo?».[199] Cristo, realmente presente nelle specie del pane e del vino, è presente, in modo analogo, anche nella Parola proclamata nella liturgia. Approfondire il senso della sacramentalità della Parola di Dio, dunque, può favorire una comprensione maggiormente unitaria del mistero della Rivelazione in «eventi e parole intimamente connessi»,[200] giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa.
[195] Cfr Propositio 7.
[196] Lett. enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), FR 13: AAS 91 (1999), 16.
[197] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, CEC 1373-1374.
[198] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 7.
[200] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, DV 2.
57 Sottolineando il nesso tra Parola ed Eucaristia, il Sinodo ha voluto giustamente richiamare anche alcuni aspetti della celebrazione inerenti al servizio della Parola. Vorrei fare riferimento innanzitutto all’importanza del Lezionario. La riforma voluta dal Concilio Vaticano II[201] ha mostrato i suoi frutti arricchendo l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza, soprattutto nelle liturgie domenicali. L’attuale struttura, oltre a presentare frequentemente i testi più importanti della Scrittura, favorisce la comprensione dell’unità del piano divino, mediante la correlazione tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, «incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale».[202] Talune difficoltà che permangono nel cogliere le relazioni tra le letture dei due Testamenti devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia. Là dove se ne riscontra la necessità, gli organi competenti possono provvedere alla pubblicazione di sussidi che facilitino a comprendere il nesso tra le letture proposte dal Lezionario, le quali devono essere tutte proclamate all’assemblea liturgica, come previste dalla liturgia del giorno. Eventuali altri problemi e difficoltà vengano segnalati alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’attuale Lezionario del rito latino ha anche un significato ecumenico, in quanto viene utilizzato ed apprezzato anche da confessioni non ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica. In modo differente si pone il problema del Lezionario nelle liturgie delle Chiese Cattoliche Orientali, che il Sinodo chiede sia «preso autorevolmente in esame»[203]secondo la tradizione propria e le competenze delle Chiese sui iuris e tenendo conto, anche qui, del contesto ecumenico.
[201] Cfr Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 107-108.
[202] Ordinamento delle letture della Messa, 66.
58 Già nell’Assemblea sinodale sull’Eucaristia era stata chiesta una maggior cura della proclamazione della Parola di Dio.[204] Come è noto, mentre il Vangelo è proclamato dal sacerdote o dal diacono, la prima e la seconda lettura nella tradizione latina vengono proclamate dal lettore incaricato, uomo o donna. Vorrei qui farmi voce dei Padri sinodali che anche in questa circostanza hanno sottolineato la necessità di curare con una formazione adeguata[205] l’esercizio del munus di lettore nella celebrazione liturgica[206] ed in modo particolare il ministero del lettorato, che, come tale, nel rito latino, è ministero laicale. È necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne avessero ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno. Tale preparazione deve essere sia biblica e liturgica, che tecnica: «La formazione biblica deve portare i lettori a saper inquadrare le letture nel loro contesto e a cogliere il centro dell’annunzio rivelato alla luce della fede. La formazione liturgica deve comunicare ai lettori una certa facilità nel percepire il senso e la struttura della liturgia della Parola e le motivazioni del rapporto fra la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. La preparazione tecnica deve rendere i lettori sempre più idonei all’arte di leggere in pubblico, sia a voce libera, sia con l’aiuto dei moderni strumenti di amplificazione».[207]
[204] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007) 45:AAS 99 (2007), 140-141.
[205] Cfr Propositio 14.
[206] Cfr Codice di Diritto Canonico, CIC 230 § 2; CIC 204 § 1.
[207] Ordinamento delle letture della Messa, 55.
59 «Diversi sono i compiti e gli uffici che spettano a ciascuno riguardo alla Parola di Dio: ai fedeli spetta l’ascoltarla e il meditarla; l’esporla invece spetta soltanto a coloro che, in forza della sacra ordinazione, hanno il compito magisteriale, o a coloro ai quali viene affidato l’esercizio di questo ministero»,[208] vale a dire Vescovi, presbiteri e diaconi. Da qui si comprende l’attenzione che nel Sinodo è stata data al tema dell’omelia. Già nell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, avevo ricordato che «in relazione all’importanza della Parola di Dio si pone la necessità di migliorare la qualità dell’omelia. Essa infatti “è parte dell’azione liturgica”; ha il compito di favorire una più piena comprensione ed efficacia della Parola di Dio nella vita dei fedeli».[209] L’omelia costituisce un’attualizzazione del messaggio scritturistico, in modo tale che i fedeli siano indotti a scoprire la presenza e l’efficacia della Parola di Dio nell’oggi della propria vita. Essa deve condurre alla comprensione del mistero che si celebra, invitare alla missione, disponendo l’assemblea alla professione di fede, alla preghiera universale e alla liturgia eucaristica. Di conseguenza, coloro che per ministero specifico sono deputati alla predicazione abbiano veramente a cuore questo compito. Si devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della Parola di Dio, come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico. Deve risultare chiaro ai fedeli che ciò che sta a cuore al predicatore è mostrare Cristo, che deve essere al centro di ogni omelia. Per questo occorre che i predicatori abbiano confidenza e contatto assiduo con il testo sacro;[210] si preparino per l’omelia nella meditazione e nella preghiera, affinché predichino con convinzione e passione. L’Assemblea sinodale ha esortato che si tengano presenti le seguenti domande: «Che cosa dicono le letture proclamate? Che cosa dicono a me personalmente? Che cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta?».[211] Il predicatore deve lasciarsi «interpellare per primo dalla Parola di Dio che annuncia»,[212] perché, come dice sant’Agostino: «È indubbiamente senza frutto chi predica all’esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo».[213] Si curi con particolare attenzione l’omelia domenicale e nelle solennità; ma non si trascuri anche durante la settimana nelle Messe cum populo, quando possibile, di offrire brevi riflessioni, appropriate alla situazione, per aiutare i fedeli ad accogliere e rendere feconda la Parola ascoltata.
[208] Ibidem, 8.
[209] N. 46: AAS 99 (2007), 141.
[210] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, DV 25.
60 Predicare in modo adeguato in riferimento al Lezionario è veramente un’arte che deve essere coltivata. Pertanto, in continuità con quanto richiesto nel precedente Sinodo,[214] chiedo alle autorità competenti che, in relazione al Compendio eucaristico,[215] si pensi anche a strumenti e sussidi adeguati per aiutare i ministri a svolgere nel modo migliore il loro compito, come ad esempio un Direttorio sull’omelia, cosicché i predicatori possano trovare in esso un aiuto utile per prepararsi nell’esercizio del ministero. Come ci ricorda san Girolamo, poi, la predicazione deve essere accompagnata dalla testimonianza della propria vita: «Le tue azioni non smentiscano le tue parole, perché non succeda che, quando tu predichi in chiesa, qualcuno nel suo intimo commenti: “Perché dunque proprio tu non agisci così?”. … Nel sacerdote di Cristo la mente e la parola si devono accordare».[216]
[214] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), 93:AAS 99 (2007), 177.
[215] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Compendium eucharisticum (25 marzo 2009), Città del Vaticano 2009.
[216] Epistula 52,7: CSEL 54, 426-427.
61 Se al centro della relazione tra Parola di Dio e Sacramenti sta indubbiamente l’Eucaristia, tuttavia è bene sottolineare l’importanza della sacra Scrittura anche negli altri Sacramenti, in particolare quelli di guarigione: ossia il sacramento della Riconciliazione o della Penitenza, e il sacramento dell’Unzione degli infermi. Spesso il riferimento alla sacra Scrittura in questi Sacramenti viene trascurato. È necessario, invece, che ad essa venga dato lo spazio che le spetta. Infatti, non si deve mai dimenticare che «la Parola di Dio è parola di riconciliazione perché in essa Dio riconcilia a sé tutte le cose (cfr 2Co 5,18-20 Ep 1,10). Il perdono misericordioso di Dio, incarnato in Gesù, rialza il peccatore».[217] La Parola di Dio «illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, lo chiama alla conversione e gl’infonde fiducia nella misericordia di Dio».[218] Affinché si approfondisca la forza riconciliatrice della Parola di Dio si raccomanda che il singolo penitente si prepari alla confessione meditando un brano adatto della sacra Scrittura e possa iniziare la confessione mediante la lettura o l’ascolto di una ammonizione biblica, secondo quanto previsto dal proprio rito. Nel manifestare la sua contrizione, poi, è bene che il penitente usi «una formula composta di espressioni della sacra Scrittura»,[219] prevista dal rito. Quando possibile, è bene che, in particolari momenti dell’anno o quando se ne presenti l’opportunità, la confessione individuale da parte di più penitenti avvenga all’interno di celebrazioni penitenziali, come previsto dal rituale, nel rispetto delle diverse tradizioni liturgiche, in cui poter dare ampio spazio alla celebrazione della Parola con l’uso di letture appropriate.
[218] Rito della Penitenza, 17.
[219] Ibidem, 19.
62 Tra le forme di preghiera che esaltano la sacra Scrittura si colloca indubbiamente la Liturgia delle Ore. I Padri sinodali hanno affermato che essa costituisce «una forma privilegiata di ascolto della Parola di Dio perché mette in contatto i fedeli con la Sacra Scrittura e con la Tradizione viva della Chiesa».[221] Si deve innanzitutto ricordare la profonda dignità teologica ed ecclesiale di questa preghiera. Infatti, «nella Liturgia delle Ore la Chiesa, esercitando l’ufficio sacerdotale del suo Capo, offre a Dio “incessantemente” (1Th 5,17) il sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome (cfr He 13,15). Questa preghiera è “la voce della stessa Sposa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera che Cristo, unito al suo Corpo, eleva al Padre”».[222] Il Concilio Vaticano II aveva affermato a questo proposito: «Tutti coloro, pertanto, che compiono questa preghiera, adempiono da una parte l’obbligo proprio della Chiesa e dall’altra partecipano al sommo onore della Sposa di Cristo perché, celebrando le lodi di Dio, stanno dinanzi al suo trono a nome della Madre Chiesa».[223] Nella Liturgia delle Ore, come preghiera pubblica della Chiesa, si mostra l’ideale cristiano di santificazione della giornata intera, ritmata dall’ascolto della Parola di Dio e dalla preghiera dei salmi, così che ogni attività trovi il suo punto di riferimento nella lode offerta a Dio.
[222] Principi e norme per la Liturgia delle Ore, III, 15.
[223] Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 85.
[224] Cfr Codice di Diritto Canonico, CIC 276 § 3; CIC 1174 § 1.
[225] Cfr Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, CIO 377 CIO 473, § 1 e 2, 1°; CIO 538 § 1; CIO 881 § 1.
63 Anche nell’uso del Benedizionale si presti attenzione allo spazio previsto per la proclamazione, l’ascolto e la spiegazione della Parola di Dio, mediante brevi ammonimenti. Infatti, il gesto della benedizione, nei casi previsti dalla Chiesa e quando richiesto dai fedeli, non è da isolare in se stesso, ma da rapportare nel grado proprio alla vita liturgica del Popolo di Dio. In questo senso la benedizione, come vero segno sacro, «attinge senso ed efficacia dalla proclamazione della parola di Dio».[226] Pertanto, è importante utilizzare anche queste circostanze per riaccendere nei fedeli la fame e la sete di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (cfr Mt 4,4).
[226] Benedizionale, Premesse Generali, 21.
64 Dopo aver richiamato alcuni elementi fondamentali della relazione tra liturgia e Parola di Dio, desidero ora riassumere e valorizzare alcune proposte e suggerimenti raccomandati dai Padri sinodali per favorire nel Popolo di Dio una sempre maggiore familiarità con la Parola di Dio nell’ambito delle azioni liturgiche o comunque ad esse riferite.
a) \ICelebrazioni della Parola di Dio
65 I Padri sinodali hanno esortato tutti i Pastori a diffondere nelle comunità loro affidate i momenti dicelebrazione della Parola:[227] sono occasioni privilegiate di incontro con il Signore. Per questo, una tale prassi non può che portare grande giovamento nei fedeli ed è da ritenersi elemento importante della pastorale liturgica. Queste celebrazioni assumono particolare rilevanza in preparazione all’Eucaristia domenicale, così che i credenti abbiano la possibilità di inoltrarsi maggiormente nella ricchezza del Lezionario per meditare e pregare la sacra Scrittura, soprattutto nei tempi liturgici forti, Avvento e Natale, Quaresima e Pasqua. La celebrazione della Parola di Dio è poi fortemente raccomandata in quelle comunità in cui, a causa della scarsità di sacerdoti, non è possibile celebrare il Sacrificio eucaristico nei giorni di precetto festivo. Tenendo conto delle indicazioni già espresse nell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis circa le assemblee domenicali in attesa di sacerdote,[228] raccomando che siano formulati dalle competenti autorità dei direttori rituali, valorizzando l’esperienza delle Chiese particolari. In tal modo verranno favorite, in queste situazioni, celebrazioni della Parola che nutrano la fede dei credenti, evitando, però, che esse vengano confuse con le celebrazioni eucaristiche; «piuttosto dovrebbero essere occasioni privilegiate di preghiera a Dio perché mandi santi sacerdoti secondo il suo cuore».[229]
[227] Cfr Propositio 18; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 35.
[228] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), 75;AAS 99 (2007), 162-163.
[230] Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia, Principi e orientamenti (17 dicembre 2001), 87: Ench. Vat. 20, n. 2461.
b) \ILa Parola e il silenzio
66 Non pochi interventi dei Padri sinodali hanno insistito sul valore del silenzio in relazione alla Parola di Dio e alla sua ricezione nella vita dei fedeli.[231] Infatti, la parola può essere pronunciata e udita solamente nel silenzio, esteriore ed interiore. Il nostro tempo non favorisce il raccoglimento e a volte si ha l’impressione che ci sia quasi timore a staccarsi, anche per un momento, dagli strumenti di comunicazione di massa. Per questo è necessario oggi educare il Popolo di Dio al valore del silenzio. Riscoprire la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa vuol dire anche riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore. La grande tradizione patristica ci insegna che i misteri di Cristo sono legati al silenzio[232] e solo in esso la Parola può trovare dimora in noi, come è accaduto in Maria, inseparabilmente donna della Parola e del silenzio. Le nostre liturgie devono facilitare questo ascolto autentico: Verbo crescente, verba deficiunt.[233]
[231] Cfr Propositio 14.
[232] Cfr S. Ignazio di Antiochia, Ad Ephesios XV, 2: Patres Apostolici, ed. F.X. Funk, Tubingae 1901, I, 224.
[233] Cfr S. Agostino, Sermo 288,5: PL 38,1307; Sermo 120,2: PL 38,677.
[234] Ordinamento Generale del Messale Romano, 56.
[235] Ibidem, 45; cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, SC 30.
c) \IProclamazione solenne della Parola di Dio
67 Un altro suggerimento emerso dal Sinodo è stato di solennizzare, soprattutto in ricorrenze liturgiche rilevanti, la proclamazione della Parola, specialmente il Vangelo, utilizzando l’Evangeliario, recato processionalmente durante i riti iniziali e poi portato all’ambone dal diacono o da un sacerdote per la proclamazione. In tal modo si aiuta il Popolo di Dio a riconoscere che «la lettura del Vangelo costituisce il culmine della stessa liturgia della Parola».[236] Seguendo le indicazioni contenute nell’Ordinamento delle letture della Messa, è bene valorizzare la proclamazione della Parola di Dio con il canto, in particolare il Vangelo, specie in determinate solennità. Il saluto, l’annunzio iniziale: «Dal Vangelo...» e quello finale «Parola del Signore» sarebbe bene proferirli in canto per sottolineare l’importanza di ciò che viene letto.[237]
[236] Ordinamento delle letture della Messa, 13.
[237] Cfr ibidem, 17.
d) \ILa Parola di Dio nel tempio cristiano
68 Per favorire l’ascolto della Parola di Dio non si devono trascurare quei mezzi che possono aiutare i fedeli ad una maggiore attenzione. In questo senso è necessario che negli edifici sacri non si trascuri mai l’acustica, nel rispetto delle norme liturgiche e architettoniche. «I vescovi, debitamente aiutati, abbiano cura nella costruzione delle chiese che queste siano luoghi adeguati alla proclamazione della Parola, alla meditazione e alla celebrazione eucaristica. Gli spazi sacri anche al di fuori dell’azione liturgica siano eloquenti, presentando il mistero cristiano in relazione alla Parola di Dio».[238]Un’attenzione speciale va data all’ambone, come luogo liturgico da cui viene proclamata la Parola di Dio. Esso deve essere collocato in un posto ben visibile, cui spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli durante la liturgia della Parola. È bene che esso sia fisso, costituito come elemento scultoreo in armonia estetica con l’altare, così da rappresentare anche visivamente il senso teologico delladuplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. Dall’ambone si proclamano le letture, il salmo responsoriale e il Preconio pasquale; ivi inoltre si possono tenere l’omelia e proferire la preghiera dei fedeli.[239]
[239] Cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 309.
[240] Cfr Propositio 14.
[241] Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007), 69:AAS 99 (2007), 157.