Source: https://www.condominioweb.com/i-serbatoi-dacqua-nel-cortile-condominiale-vanno-rimossi-se-impediscono-al-condomino.1891
Timestamp: 2019-12-16 11:28:21+00:00
Document Index: 25694352

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1102', 'art. 96', 'art. 91', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 96', 'art.1132']

I serbatoi d'acqua nel cortile condominiale vanno rimossi se impediscono al condomino di accedere al garage di sua proprietà:...
Il caso. L'interessante sentenza del Giudice di Pace di Reggio Calabria prende le mosse dalla classica lite per l'uso del cortile comune.
Un condomino lamentava la posa in opera di due grossi serbatoi d'acqua nel cortile condominiale, che impedivano il libero accesso al garage di sua proprietà.
Dopo vari tentativi di definizione bonaria, rimasti senza esito, il condomino avviava un procedimento di accertamento tecnico preventivo, che stabiliva la possibilità di posizionare in sicurezza i serbatoi in un vano interno dell'edificio.
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Ciò nonostante, i condomini insistevano nel sostenere l'impossibilità di spostare i serbatoi, ragion per cui il condomino era costretto a ricorrere al Giudice di Pace per chiedere esecuzione dell'accertamento tecnico, oltre al risarcimento dei danni.
Nelle more del giudizio, i condomini convenuti decidevano finalmente di rimuovere i due serbatoi secondo le modalità indicate dal c.t.u.,pur continuando ad opporsi alla domanda attrice eccependo, in particolare, l'incompetenza a decidere del giudice adito.
Corretto uso del cortile condominiale. Una questione di "equilibrio".
Se il cortile non ha una specifica destinazione d'uso pattuita dalle parti e/o specificata nel titolo o nel regolamento, allora può essere utilizzato da tutti i condomini nel rispetto dei limiti stabiliti dall'art. 1102 c.c., ai sensi del quale "ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto".
Non alterare la destinazione significa non apportare modifiche che incidano sulla sostanza e strutturadel bene, pregiudicando in tutto o in parte la facoltà d'uso degli altri partecipanti.
L'uso esclusivo del bene da parte del singolo, che ne impedisca la simultanea fruizione degli altri e non riconducibile alla facoltà del singolo di trarre dal bene comune la più intensa utilizzazione, integra un uso illegittimo.
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Condanna alle spese per lite temeraria
L. 'art. 96 c.p.c., all'ultimo comma, dispone: "in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell'art. 91, il giudice, anche d'ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata".
La ratio della norma è quella di punire la parte che non adempia spontaneamente i propri obblighi, costringendo la controparte a un giudizio, e/o agisca o resista in giudizio infondatamente e pretestuosamente.
La norma introduce nel sistema giudiziario un elemento di dissuasione dal comportarsi in tal modo: la consapevolezza di poter subire la condanna di cui al 3° comma dell'art. 96 c.p.c. induce (o almeno dovrebbe indurre) le parti a ponderare con prudenza le loro condotte stragiudiziali e giudiziali.
(Interventi manutentivi sul cortile comune, come si ripartiscono le spese)
Riecheggiano le amare considerazioni del Tribunale di Catania in un'altra recente sentenza "Rimozione amianto. Condannato l'inquilino che impediva l'accesso all'immobile", contro le tante "liti temerarie" che intasano le aule di giustizia:" il nostro sistema giudiziario è gravato da un elevatissimo numero di cause, nella stragrande maggioranza delle quali almeno una delle parti è pienamente consapevole della infondatezza delle sue difese, ma agisce o resiste in giudizio perché trova vantaggioso impegnare la controparte in un contenzioso che costa a quella tempo e denaro (?) Questo contenzioso, il tempo e il denaro necessari a gestirlo avvantaggiano chi ha colpevolmente torto e assorbono una enorme quantità di risorse dell'amministrazione giudiziaria sottraendole al piccolo numero di controversie che davvero hanno bisogno di un giudice per essere risolte: quelle nelle quali vi è oggettiva incertezza e/o controvertibilità del fatto o del diritto.
È necessario, dunque, rendere decisamente sconveniente per chi perde agire o resistere in giudizio nella consapevolezza di avere torto. A questo serve la sanzione di cui all'art. 96, 3° comma, c.p.c.".
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