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Timestamp: 2018-08-17 00:03:28+00:00
Document Index: 109320939

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 66', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 2908', 'art. 2905', 'art. 2740', 'art. 345', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 91', 'art. 374', 'art. 4', 'art 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 96']

Diritto civile Archivi - Studio Mainini & Associati
Presidente: A. Didone
Relatore: M. Cristiano
1.- A. M., nella veste di assuntore del concordato del Fallimento INFRA s.r.l., ricorre per cassazione nei confronti del Fallimento Società Turistica Armonia coop. a r.I., svolgendo due motivi avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Catania in data 14 luglio 2011.
Con tale decisione, la Corte siciliana ha accolto l’appello presentato dal Fallimento della Società Turistica contro la sentenza resa nel primo grado del giudizio dal Tribunale di Siracusa, 27 aprile 2004. Pronuncia, quest’ultima, che per contro ha accolto la domanda revocatoria ex art. 66 legge fall. intentata dall’allora Fallimento INFRA nei confronti del Fallimento della Società Turistica, con riferimento all’alienazione di un’azienda a prezzo (assunto come) vile, a suo tempo intercorsa tra le due società, entrambe in bonis. Nei confronti del ricorso resiste il Fallimento della Società Turistica, che ha depositato apposito controricorso. Lo stesso ha pure depositato memoria.
2. I motivi di ricorso evocano i vizi che qui di seguito vengono richiamati.
Il primo motivo assume, in specie, «violazione e falsa applicazione degli artt. 183 e 345 cod. proc. civ.».
Il secondo motivo adduce, poi, «violazione e falsa applicazione dell’art. 51 r.d. 16/3/1942 n. 267 – Insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio».
3. Entrambi i motivi di ricorso investono il punto in cui la sentenza della Corte territoriale ha accolto l’eccezione di «improponibilità e/o inammissibilità dell’azione revocatoria esercitata», sollevata dal Fallimento della Società Turistica in relazione al fatto che la detta azione è stata per l’appunto rivolta nei diretti confronti di una Procedura concorsuale.
In proposito, la Corte ha osservato, in particolare, che l’«azione revocatoria ordinaria», esercitata in sede fallimentare, si pone «come azione esecutiva individuale e come tale soggetta al divieto di cui all’art. 51 legge fall.». «Infatti, l’azione esecutiva, di cui all’art. 2908 cod. civ. e quella conservativa di cui all’art. 2905 cod. civ., che costituiscono le modalità tipiche della garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 cod. civ., non potrebbero affatto essere esercitate, in considerazione dell’avvenuto assoggettamento alla massa fallimentare dei beni della fallita società cessionaria e dell’operatività del richiamato divieto». «In definitiva» – conclude la Corte – «la natura dichiarativa e non recuperatoria dell’azione de qua … trova un limite insormontabile nella peculiarità rappresentata dal fatto che il soggetto passivo sia anch’esso assoggettato alla dichiarazione di fallimento».
Nel confronto con questi passi, il primo motivo portato dal ricorrente assume in specie che l’eccezione sollevata dalla Procedura è da ritenere tardiva, in quanto svolta solo con l’atto di citazione in appello, con spregio dunque della norma dell’art. 345. cod. proc. civ. Con il secondo motivo, il ricorrente contesta invece la stessa fondatezza del merito dell’eccezione in quanto tale.
L’esame del secondo motivo di ricorso si manifesta prioritario sotto il profilo logico, stante la natura di eccezione rilevabile di ufficio di quella concernente la proponibilità stessa della domanda.
4. In proposito, prima di tutto va rilevato come recenti pronunce di questa Corte abbiano affermato che «non è ammissibile un’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, nei confronti di un fallimento». Così si è espressa, in particolare, la sentenza di Cass., 12 maggio 2011, n. 10486, a cui ha poi fatto seguito l’ordinanza di Cass., 8 marzo 2012, n. 3672.
Secondo queste decisioni, la proponibilità della revocatoria contro un Fallimento viene, in via segnata, a urtare contro il «principio di cristallizzazione della massa passiva alla data di apertura del concorso», così come stabilito dalle norme di cui agli artt. 51 e 52 legge fall.: «posto che l’effetto giuridico favorevole all’attore in revocatoria si produce soltanto a seguito della sentenza che accoglie la domanda» – così si sottolinea -, «il medesimo effetto non potrà essere invocato contro la massa». E viene altresì a urtare – così pure si segnala – contro il «carattere costitutivo» della detta azione.
5. Ciò posto, va tuttavia rilevato altresì che – secondo un diverso orientamento di questa Corte, da stimare risalente nel tempo – il giudizio revocatorio ben può «proseguire» (avanti allo stesso giudice)
pur se sopravviene, nelle more di questo, il fallimento del soggetto che è stato convenuto in revocatoria.
Si tratta, per la verità, di un orientamento assai folto, oltre che tradizionale. In questa direzione si vedano così, tra gli altri interventi, Cass., 14 ottobre 1963, n. 2746 (con una Procedura già attore originario); Cass., 30 agosto 1994, n. 7583 (lo stesso); Cass., 21 luglio 1998, n. 7119 (azione svolta da singolo creditore); Cass., 28 febbraio 2008, n. 5272 (lo stesso); Cass., 19 marzo 2009, n. 6709 (attore originario un Fallimento); Cass., 27 ottobre 2015, n. 21810 (azione promossa da singolo creditore); Cass., 4 ottobre 2016, n. 19795 (attore originario Fallimento). Ma pure si veda, e in modo particolare, la pronuncia delle Sezioni Unite, 17 dicembre 2008, n. 29421 (attore singolo creditore), che tra l’altro è venuta ad annotare: «che sia consentito al curatore proseguire il giudizio intrapreso prima del fallimento dal singolo creditore, subentrando nella posizione processuale di costui, è affermazione sulla quale … non vi è alcun contrasto nella giurisprudenza».
E’ importante notare, inoltre, come questo orientamento abbia sempre avuto cura di osservare – sin dalle sue prime espressioni ¬che il «conflitto ravvisabile tra l’art. 24 legge fall. (secondo cui il tribunale, che ha dichiarato il fallimento, è competete a conoscere delle azioni che ne derivano) e l’art. 52 legge fall. (per il quale, aperto il fallimento, ogni credito deve essere accertato secondo le norme previste per la insinuazione e la verificazione dello stato passivo) deve essere risolto nel senso che, mentre il tribunale che ha dichiarato il fallimento resta competente a decidere circa la inefficacia (o meno) dell’atto, le terzo, secondo le modalità stabilite per l’accertamento del passivo» (la frase è tratta da Cass., n. 7583/1994).
6. Nel negare la proponibilità in quanto tale dell’azione revocatoria contro una Procedura concorsuale, la sentenza di Cass. n. 10486/2011 ha affermato che la proseguibilità dell’azione iniziata prima del fallimento della parte convenuta «può spiegarsi con la considerazione (generalmente accettata …) che gli effetti restitutori conseguenti alla revoca retroagiscono alla data della domanda, per il generale principio che la durata del processo non deve recar danno a chi ha ragione».
Sembra peraltro ragionevole dubitare dell’effettiva forza persuasiva di simile rilevazione. Nel senso che la stessa si preoccupa propriamente di reperire una giustificazione per il punto della proseguibilità della revocatoria iniziata prima del fallimento del convenuto, là dove il tema – che, per contro, rimane pur sempre di base – è quello della predicata non proponibilità dell’azione revocatoria nei confronti di un soggetto già fallito.
Del resto, la tendenziale opinabilità di una soluzione che intenda differenziare tra proseguibilità dell’azione verso il fallito e promuovibilità della stessa è resa manifesta proprio dalla norma dell’art. 51 legge fall., che per l’appunto in modo espresso parifica ¬in relazione alle azioni individuali di tipo esecutivo e cautelare – il proseguimento dell’azione al suo inizio.
Non mancano, d’altro canto, delle ragioni che risultano atte a indicare che, con specifico riferimento all’azione revocatoria, la segnalata convergenza vada individuata nel senso dell’esperibilità in ogni caso della azione.
7. Secondo l’insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, l’esercizio vittorioso dell’azione revocatoria ha effetto retroattivo: pur
pronunzie consequenziali alla dichiarazione di inefficacia competono al tribunale che ha dichiarato il fallimento del intrinsicamente valido, l’atto – che sia stato revocato – manca ab imo di efficacia nei confronti del fallimento che l’ha esperita (cfr., di recente, Cass., 24 aprile 2012, n. 6270). Secondo quanto comunemente si ritiene, d’altro canto, il debito restitutorio del soggetto, che la revoca ha subito, è debito di valore (cfr. già Cass. SS. UU., 28 aprile 1973, n. 1169); gli interessi sulla somma da restituire, poi, vengono a correre anche prima della domanda giudiziale, se vi è stato atto di costituzione in mora (Cass., 25 giugno 2009, n. 14896). Non sembra, di conseguenza, che l’azione in esame sia destinata a incidere sul c.d. principio di cristallizzazione della massa passiva.
Non pare, per altro verso, che la azione revocatoria possa essere ricondotta al divieto «di inizio» e «di proseguimento» delle azioni esecutive e cautelari disposto dall’art. 51 legge fall. Secondo una convincente opinione, emersa in dottrina, l’azione revocatoria si manifesta piuttosto come azione di accertamento con effetti costitutivi: rispetto alla quale chi la propone non chiede l’accertamento né di un diritto di credito, né di un diritto reale o personale di godimento; chiede, per contro, una pronuncia che ricostituisca la garanzia patrimoniale del proprio debitore. Secondo quanto, del resto, è compito precipuo delle procedure concorsuali di fare (cfr., per tutte, Cass., n. 21810/2015).
Né sembrerebbe potere assumere pregio, in proposito, il rilievo ¬fatto proprio pure dalla sentenza impugnata dal ricorrente – che l’azione revocatoria viene considerata azione strumentale all’esercizio di azioni esecutive sul patrimonio del debitore. La giurisprudenza di questa Corte ha già fermato l’attenzione sull’oggettiva esigenza di non procedere a frettolosi accostamenti e azioni che rimangono strutturalmente e funzionalmente distinte tra loro e separate. Nel caso di convenuto in revocatoria che sia fallito, le azioni esecutive – successive all’esito vittorioso di questa – non risulteranno comunque esercitabili, giusta appunto il divieto di cui all’art. 51 legge fall.: lo sbocco naturale e proprio dell’esito vittorioso consistendo – come si è già visto essere insegnamento tradizionale di questa Corte – nell’insinuazione del credito da restituzione (come in sostanza relativo al valore del bene di cui alla revoca) nel passivo fallimentare del convenuto perdente.
Ma da tenere in adeguato conto, sotto il profilo sistematico in specie, è pure la norma dell’art. 91 del d.lgs. n. 270/1999, dedicato alla regolamentazione della procedura di amministrazione straordinaria, che ammette la c.d. revocatoria aggravata nei confronti appartenenti al medesimo gruppo di quella dichiarata insolvente.
8. Segnalato in tal modo il contrasto esistente nella giurisprudenza di questa Corte, va ancora rilevato che il tema della proponibilità della revocatoria contro convenuto (già) fallito si pone pure come «questione di massima di particolare importanza» ex art. 374 cod. proc. civ.
Nel senso che l’operatività attuale presenta, in particolare, casi frequenti di spostamenti patrimoniali intervenuti tra società facenti parte di un medesimo gruppo e in avanzato stato di decozione, con lo scopo di «favorire», in prospettiva, una massa creditoria piuttosto che un’altra.
9. In conclusione, il Collegio ritiene di rimettere la causa al Primo presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite di questa Corte.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Prima Sezione civile.
assimilazioni in materia.
Pubblicato il 16 ottobre 2017 12 aprile 2018
Possibilità di estendere a terze parti obbligazioni contrattuali stipulate nel rapporto produttore-distributore
Con riferimento alla distribuzione di prodotti di lusso, l’adozione di una rete di distribuzione selettiva (si ricorre al contratto di distribuzione selettiva allorquando risulti rilevante che l’immagine del marchio e del produttore sia valorizzata) consente di derogare alcuni divieti e restrizioni che altrimenti sarebbero imposti dalla normativa sulla concorrenza a livello europeo (1) e dall’articolo 101 TFUE (2) al contratto di distribuzione puro.
Le esenzioni previste per il contratto di distribuzione selettiva non si applicano tuttavia, ai sensi dell’art. 4 del Regolamento, alle cosiddette “restrizioni fondamentali”. Tali sono per esempio la “[…] restrizione della facoltà dell’acquirente di determinare il proprio prezzo di vendita, fatta salva la possibilità per il fornitore di imporre un prezzo massimo di vendita o di raccomandare un prezzo di vendita, a condizione che questi non equivalgano ad un prezzo fisso o ad un prezzo minimo di vendita per effetto di pressioni esercitate o incentivi offerti da una delle parti […]” e ancora “[…] la restrizione delle vendite attive o passive (3) agli utenti finali […]” (art 4, comma 1, lett. a) e c) del Regolamento 330/2010).
Con riferimento alle politiche sui prezzi, l’Autorità Garante italiana ha espresso più volte le proprie indicazioni circa la determinazione dei prezzi minimi e dei prezzi massimi imposti ai distributori. Ad avviso dell’Autorità Garante, gli inviti rivolti alla rete di rivenditori a non oltrepassare un certo prezzo indicato minimo/massimo rappresenta una violazione delle restrizioni c.d. fondamentali. Come sopra riportato, a livello europeo è possibile definire prezzi massimi (4). Rimane pacifico il divieto di indicare prezzi minimi dal momento che il produttore, nel fissare il prezzo, riduce od elimina l’indipendenza decisionale del distributore, limitando la concorrenza.
Per quanto concerne le vendite attive e passive, si può pacificamente sostenere che qualsiasi distributore, collocato in una catena di distribuzione pura o in una catena di distribuzione selettiva non può essere limitato nell’utilizzo di internet finalizzato alla vendita dei prodotti (5). Come già accennato, si tratta di una restrizione fondamentale (c.d. hard core) a cui non possono essere applicate esenzioni di alcun genere. Interviene in tal senso anche la Giurisprudenza europea, con la questione pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Parigi nella causa promossa dalla società Pierre Fabre Dermo-Cosmètique S.A.S. La Pierre Fabre venne sanzionata dall’autorità francese a tutela della concorrenza per aver imposto ai propri distributori autorizzati un divieto generalizzato di rivendita on line. La conclusione a cui giunge la Corte Europea al punto 46 afferma testualmente che “[…] L’obiettivo di preservare l’immagine di prestigio non può rappresentare un obiettivo legittimo per restringere la concorrenza e non può quindi giustificare che una clausola contrattuale diretta ad un simile obiettivo non ricada nell’articolo 101, n. 1 TFUE”. Un’ulteriore decisione dell’Avvocato Generale, emanata il 26 luglio 2017 nel caso C-230/16 Coty Germany GmbH v. Parfumerie Akzente GmbH conferma quanto appena esposto (6). Il divieto assoluto di vendere su internet è un “[…] divieto che la CGEU ha ritenuto sproporzionato e illegittimo rispetto al fine di preservare l’immagine di prestigio dei prodotti […] l’obiettivo del mantenimento di un’immagine di prestigio del marchio non può giustificare, in base alla sentenza del 13 ottobre 2011, Pierre Fabre Dermo-Cosmétique (C 439/09, EU:C:2011:649), l’introduzione di un sistema di distribuzione selettiva, che è, per definizione, restrittivo della concorrenza. La clausola contrattuale controversa costituirebbe inoltre una restrizione fondamentale, ai sensi dell’articolo 4, lettera c), del regolamento n. 330/2010 e non potrebbe quindi beneficiare di un’esenzione per categoria in base a tale regolamento […] in tale sentenza Pierre Fabre Dermo-Cosmétique, la Corte ha statuito che la clausola di un contratto che vietava in modo assoluto ai distributori autorizzati di vendere on-line i prodotti oggetto del contratto poteva costituire una restrizione per oggetto e quindi essere contraria all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE se, «a seguito di un esame individuale e concreto del tenore e dell’obiettivo della clausola contrattuale in parola nonché del contesto giuridico ed economico in cui si colloca, risulta che, alla luce delle caratteristiche dei prodotti di cui trattasi, tale clausola non è oggettivamente giustificata”. L’Avvocato Generale specifica tuttavia che una limitazione nell’utilizzo di piattaforme internet da parte del distributore può essere legittimamente imposta dal produttore dal momento che “[…] il divieto di vendere prodotti di lusso tramite piattaforme di terzi diverse da quelle del produttore o del distributore (a cui deve essere sempre permesso di vendere online) sia oggettivamente indispensabile per l’immagine del marchio”.
A tal proposito si pone il problema principale, affrontato anche dall’Avvocato Generale: “in assenza di legame contrattuale con la piattaforma terza, il produttore non può esercitare alcuna influenza pregnante e preventiva sulle modalità con cui i prodotti sono presentati e commercializzati su detta piattaforma”.
È necessario quindi verificare se quanto appena esposto trovi la sua giustificazione giuridica solamente in un contratto sottoscritto tra il produttore ed il distributore oppure, viceversa, possa essere imposto anche a terze parti. Ad una lettura di quanto argomentato dall’Avvocato Generale, il produttore non ha alcuna forza vincolante nell’imporre a terzi le proprie restrizioni. I terzi, infatti, non partecipano delle obbligazioni contrattuali tra il produttore ed il distributore. Cosi anche la sentenza CGE S. 15.02.1996 Causa C-309/94-Nissan France SA e altri o ancora CGE S. 30.11.2004 causa C-16/03 Peak>Holding AB: “[…] solo i rapporti contrattuali tra i fornitori e distributori ufficiali della loro rete e, mentre definiscono quello che gli uni e gli altri possono o non possono impegnarsi a fare nei confronti di terzi, non hanno, invece la funzione di disciplinare l’attività di detti terzi che possono intervenire sul mercato fuori dal circuito degli accordi di distribuzione […]”
Sui può considerare tuttavia un’ulteriore scenario.
Sempre secondo la giurisprudenza della CGE, il titolare del marchio può agire in giudizio contro il terzo la cui attività determini un ingiustificato pregiudizio; ad esempio: “nel caso in cui il terzo utilizzi il marchio per commercializzare dei prodotti o promuovere la commercializzazione di prodotti con modalità e contenuti qualitativi tali da nuocere gravemente al prestigio del marchio” (si cfr. CGE S. 4.11.1997 C-337/95 Parfums Christian Dior SA).
Ecco che, in tal senso, interviene anche la normativa italiana. Il legislatore infatti ha previsto l’articolo 2598 (7) del Codice Civile, rubricato: “Atti di concorrenza sleale”. Potrebbe essere configurata la violazione dell’art. 2598.3 c.c. da parte di terzi soggetti che vendono i prodotti su siti internet che non rivestono le caratteristiche essenziali per il produttore (8). L’esistenza di una rete di distribuzione selettiva conferisce al titolare del marchio, come abbiamo già esposto, un diritto ad un riconoscimento particolarmente pregnante delle qualità dei propri prodotti. Dal momento che si tratta di un prodotto di lusso o di prestigio, le condizioni di vendita possono essere quantomeno vincolate.
La giurisprudenza italiana osserva che “configura atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3 c.c., la condotta tenuta dal venditore consistente nel continuare a commercializzare prodotti di una certa marca anche dopo che il produttore ha reso nota l’esistenza di un sistema di distribuzione selettiva” (9). È necessario tuttavia che i prodotti venduti siano lesivi del marchio e alterino l’immagine e la qualità che il produttore collega ai suoi prodotti.
Quanto sopra, da verificarsi caso per caso, solamente nell’eventualità che il terzo, estraneo all’accordo di distribuzione, fosse a conoscenza del sistema di distribuzione selettiva.
Per quanto sopra esposto, si può affermare che non il distributore e neppure il produttore può vietare la completa commercializzazione dei prodotti a mezzo canali online e dare indicazioni in ordine al prezzo degli stessi. Gli obblighi a cui deve sottostare il distributore contenuti nel testo contrattuale non sono efficaci nei confronti dei terzi ed il distributore non è tenuto a garantire l’osservanza degli stessi da parte di questi. L’unica tutela per il buon nome e la qualità dei prodotti è ravvisabile nella difesa del produttore in sede giudiziale nei confronti di quei terzi che siano stati preventivamente informati dell’esistenza di una rete di distribuzione selettiva.
(1) Ai sensi del Regolamento UE 330/2010, in vigore dal 1.06.2010 sino al 31.5.2022. Si tratta, in realtà, di una normativa applicabile ai paesi dell’area SEE (Spazio Economico Europeo).
(2) Art 101 TFUE: “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno ed in particolare quelli consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni di transazione; b) limitare o controllare la produzione, gli sbocchi, lo sviluppo tecnico o gli investimenti; c) ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento; d) applicare, nei rapporti commerciali con gli altri contraenti, condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, così da determinare per questi ultimi uno svantaggio nella concorrenza; e) subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi. Gli accordi o decisioni, vietati in virtù del presente articolo, sono nulli di pieno diritto.Tuttavia, le disposizioni del paragrafo 1 possono essere dichiarate inapplicabili: – a qualsiasi accordo o categoria di accordi fra imprese, – a qualsiasi decisione o categoria di decisioni di associazioni di imprese, e – a qualsiasi pratica concordata o categoria di pratiche concordate, che contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell’utile che ne deriva, ed evitando di: a) imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per raggiungere tali obiettivi; b) dare a tali imprese la possibilità di eliminare la concorrenza per una parte sostanziale dei prodotti di cui trattasi.”
Art. 102 TFUE: “È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo. Tali pratiche abusive possono consistere in particolare: a) nell’imporre direttamente od indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita od altre condizioni di transazione non eque; b) nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori; c) nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza; d) nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.”
(3) Per una definizione di ‘vendite attive’ e ‘vendite passive’, si veda il paragrafo 51 delle nuove Linee direttrici, in cui si legge: “vendite attive: il contatto attivo con singoli clienti ad esempio per posta, compreso mediante l’invio di messaggi di posta elettronica non sollecitati, o mediante visite ai clienti; oppure il contatto attivo con uno specifico gruppo di clienti, o con clienti situati in uno specifico territorio attraverso inserzioni pubblicitarie sui media o via internet o altre promozioni specificamente indirizzate a quel gruppo di clienti o a clienti in quel territorio. La pubblicità o le promozioni che sono interessanti per l’acquirente soltanto se raggiungono (anche) uno specifico gruppo di clienti o clienti in un territorio specifico, sono considerati vendite attive a tale gruppo di clienti o ai clienti in tale territorio”;
(3) Sono vendite passive “[…] le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale che raggiungano clienti all’interno dei territori (esclusivi) o dei gruppi di clienti (esclusivi) di altri distributori, ma che costituiscano un modo ragionevole per raggiungere clienti al di fuori di tali territori o gruppi di clienti, ad esempio per raggiungere clienti all’interno del proprio territorio. Le azioni pubblicitarie o promozioni di portata generale sono considerate un modo ragionevole per raggiungere tali clienti se è interessante per l’acquirente attuare tali investimenti anche se non raggiungono clienti all’interno del territorio (esclusivo) o del gruppo di clienti (esclusivo) di altri distributori”.
(4) Art 4, comma 1, lett. c) del Regolamento 330/2010.
(5) L’esistenza di un sito internet è considerata una forma di vendita passiva; si configura infatti come una modalità usuale e non lesiva di alcun diritto che permette ai clienti di raggiungere il distributore. Si deve tuttavia evidenziare che, per quanto riguarda la distribuzione selettiva, il produttore può esigere che il distributore rispetti gli standard qualitativi imposti anche per quanto concerne la distribuzione via internet; tuttavia, come si dirà nel prosieguo della trattazione, tale obbligo può essere imposto soltanto al distributore, non a terze parti che acquistano i prodotti dallo stesso per rivenderli.
(6) Ecco i quesiti di diritto posti all’Avvocato Generale: “1) Se un sistema di distribuzione selettiva finalizzato a preservare l’immagine di prestigio e di lusso dei prodotti oggetto dell’accordo di distribuzione sia in sé compatibile con il divieto di accordi restrittivi della concorrenza di cui al par. 1 dell’articolo 101 del Trattato sul Funzionamento della UE; 2) Se un divieto imposto dal produttore ai propri distributori autorizzati in un sistema di distribuzione selettiva, di vendere i prodotti su internet tramite piattaforme di e-commerce di terzi distinguibili da quelle del produttore o del distributore autorizzato sia compatibile con il divieto di cui all’articolo 101 TFUE, indipendentemente dai requisiti qualitativi legittimi imposti dal produttore come condizione per aderire alla rete siano rispettati dalla piattaforma del caso specifico; 3) Se tale divieto, applicato aprioristicamente e indipendentemente dalla verifica sul rispetto di determinati criteri qualitativi da parte della piattaforma terza, sia da considerare restrizione “per oggetto” ai sensi dell’articolo 101 TFUE o una restrizione “hardcore” ai sensi del regolamento 330/2010 sull’esenzione in blocco di determinati accordi verticali.”
(7)“Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda”.
(8) Si tratta di un‘analisi da effettuarsi caso per caso.
(9) Cfr. Tribunale di Palermo, sez Imprese, ordinanza 1.03.2013.
Pubblicato il 28 settembre 2017 12 aprile 2018
“…La responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. integra una forma particolare di responsabilità processuale a carico di quella parte che agisce o resiste in giudizio in malafede o con colpa grave. La totalità delle pronunce della Suprema Corte ha ravvisato un onere processuale in capo alla parte che agisce per vedersi riconoscere il predetto risarcimento. L’onere consiste nel “dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte” (Cass. Civ. n. 21393/05). Tale responsabilità, di natura pacificamente extracontrattuale (si veda Cass. n. 9080/13, n. 133395/07, n. 3388/07, n. 18169/04), richiede che venga provato l’an ed il quantum del danno subito.
Oltre all’onere processuale circa l’allegazione del danno subito, la legge prevede ulteriori condizioni di ammissibilità della condanna per responsabilità aggravata: la soccombenza totale della parte e la prova dell’elemento soggettivo. Quest’ultimo qualificabile come dolo ovvero colpa grave, intesa come “consapevolezza o ignoranza derivante dal mandato uso di un minimo di diligenza, della infondatezza delle tesi esposte in giudizio e/o del carattere irrituale o fraudolento dei mezzi adoperati per agire o resistere alla controversia” Cass. Civ, Sez. III, sent. N. 4443/15…”
Pubblicato il 27 febbraio 2017 18 settembre 2017
#Indennità di incasso; #agenti di commercio (c.d. indennità di maneggio somme)
L’attività di recupero del credito posta in essere da un agente di commercio esula dalle sue competenze lavorative. L’articolo 1742 del Codice Civile (libro quarto, Titolo III, Capo X) afferma: “Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti […]”. Nella prassi, tuttavia, la situazione risulta differente; non è inusuale che l’agente debba anche riscuotere i pagamenti di clienti morosi operanti nella sua zona di competenza. Per risolvere la problematica, la giurisprudenza ha sancito la necessità di corrispondere all’agente una indennità, corrisposta a norma dell’articolo 2225 del Codice Civile: “Il corrispettivo, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe professionali o gli usi, è stabilito dal giudice in relazione al risultato ottenuto e al lavoro normalmente necessario per ottenerlo […]”e, quindi, anche con riferimento a quanto previsto dagli Accordi Economici Collettivi di settore. Generalmente il predetto corrispettivo viene deciso di comune accordo tra le parti ed inserito in una specifica clausola presente nel contratto di agenzia. Invero, risulta necessario porre attenzione al fatto che l’indicazione di tale corrispettivo, per giurisprudenza consolidata, debba essere indicata con una percentuale ben identificata, disgiunta e diversa rispetto a quella prevista a titolo di provvigione sula vendita. Una clausola che prevedesse una percentuale di vendita in cui fosse ricompresa anche la indennità di incasso sarebbe impugnabile. Giova ricordare che l’attività di incasso deve essere formalizzata attraverso un accordo scritto e deve consistere in una attività a carattere continuativo; in aggiunta, deve essere prevista una responsabilità in capo all’agente per “errore contabile”(…)
Pubblicato il 12 ottobre 2016 18 settembre 2017
È cosa nota ormai agli operatori di mercato, e lo stesso Ministro Padoan lo ha confermato, che prossimamente il Governo varerà alcune disposizioni, probabilmente all’interno della legge di bilancio, concernenti l’apertura di una voluntary bis.
La prima idea del Governo era quella di riproporre esattamente la stessa legge n. 186/14 che regolava la prima voluntary; soltanto una la variazione in merito agli anni accertabili: l’aggiunta delle annualità 2015 e 2016.
D’altra parte, la prima voluntary aveva mostrato alcune lacune concernenti, soprattutto, l’emersione di contanti e beni contenuti all’interno delle cassette di sicurezza. Inoltre, la proposta di considerare anche l’annualità 2016 si scontra con il fatto che i termini dichiarativi per questa annualità sono tuttora aperti; all’opposto, tentare di inserire anni che sono ormai non più accertabili da parte dell’Agenzia delle Entrate può risultare un ostacolo per la più completa adesione da parte dei contribuenti.
È fuori di dubbio che, con l’avvicinarsi del 2018 e la conseguente apertura allo scambio di informazioni in ambito fiscale in vigore dall’entrata del Common Reporting Standard, sarà pressoché impossibile detenere illegalmente all’estero attività, considerando anche il fatto che la lista dei paesi collaborativi si sta sempre più ampliando e pure alcuni paesi black list quali Panama stanno procedendo per essere inseriti nella lista white.
La situazione al momento è quindi la seguente: verosimilmente con la legge di bilancio, verrà varata una nuova Voluntary, con le stesse caratteristiche della precedente in quanto tassi e sanzioni; con un maggior controllo sul rientro del capitale in Italia e comprendente anche l’annualità 2015.
Il Governo non ha ancora le idee chiare in merito all’inserimento, nella nuova procedura, degli anni non più accertabili oltre i 5/6 previsti per legge. Le possibilità sono due: nel caso in cui il Governo volesse attenersi alla normativa ordinaria, l’accertamento partirebbe dall’anno 2011 nel caso di dichiarazione infedele o dal 2010 nel caso di dichiarazione omessa; contrariamente, le annualità 2009 o 2010 verrebbero sanzionate con percentuali molto basse e l’introito recuperato da queste andrebbe vincolato solo a fini sociali, come per esempio per il fondo di emergenza del terremoto.
Pubblicato il 2 agosto 2016 18 settembre 2017