Source: http://www.concorsoinmagistratura.it/?p=389
Timestamp: 2019-06-26 05:48:44+00:00
Document Index: 30630374

Matched Legal Cases: ['art 73', 'art. 75', 'art. 26', 'art 75', 'art. 75', 'art. 73', 'art. 75']

COLTIVAZIONE STUPEFACENTI DOMESTICA « Concorso in magistratura
COLTIVAZIONE STUPEFACENTI DOMESTICA
E’ importante stabilire il discrimen esistente tra coltivazione di sostanze psicotrope per uso specificatamente domestico e detenzione delle medesime ad uso personale stante la punibilita’ di quest’ ultima condotta con una mera sanzione amministrativa come si desume dall’ art 73 D.pr 309/90 sugli stupefacenti e successive modifiche sin alla legge 49/2006. Va precisato che il legislatore dopo il D.p.r. del 1993 seguito al referendum abrogativo,non ha fatto menzione della coltivazione domestica ai fini dell’ applicabilita’ delle sanzioni amministrative previste all’ uopo per la detenzione ad uso personale di sostanza stupefacente. Prima di esaminare i più recenti referenti normativi appare tuttavia opportuno, ai fini di una migliore comprensione della nozione penalmente rilevante di coltivazione, nonché al fine della valutazione della sua autonomia rispetto alla condotta di detenzione di sostanze stupefacenti, soffermarsi brevemente sulla progressione normativa in materia.
Vi è, in primis, un argomento di carattere letterale: L’art. 75 del D. p. r. n. 309 / 1990, nel qualificare come illecito amministrativo la condotta di chi importa, esporta, acquista , riceve o comunque detiene sostanza stupefacente ad uso personale , non fa alcun riferimento all’attività di coltivazione[1] ; peraltro , l’art. 26 , nell’incriminare la condotta di coltivazione ,vieta la produzione di specie vegetali da cui è possibile ricavare l’agente psicotropo , indipendentemente dalla dose di principio attivo estraibile . Da ciò consegue che, ai fini della verifica circa la sussistenza del reato di coltivazione abusiva, “ non rilevano la quantità e la qualità delle piante, la loro effettiva tossicità o la quantità di sostanza drogante da esse estraibile”,[2]indici non richiesti dal legislatore neanche dopo il novum normativo del 2006. Tali elementi, lungi dall’incidere sull’an della punibilità possono tuttavia rilevare ai fini del quantu , ossia ai fini della dosimetria della pena[3].
In secundis si sostiene l’illiceità ex se della condotta di coltivazione in base ad un argomento logico attento all’individuazione della ratio legis. Più esplicitamente, la coltivazione di stupefacenti si configura come una condotta maggiormente pericolosa ed offensiva rispetto alla detenzione in quanto volta alla creazione di nuove disponibilità di sostanze , con conseguente pericolo di circolazione delle droghe ed alto rischio per la salute e l’incolumità pubblica[4]. Il legislatore, proprio a cagione dell’idoneità della condotta de qua a compromettere interessi superiori di carattere collettivo ed in virtù della sua valenza criminogenetica, l’ha ritenuta meritevole di pena indipendentemente dall’accertamento della destinazione della sostanza all’uso personale, configurandola come reato di pericolo presunto. Il divergente trattamento sanzionatorio della condotta di coltivazione rispetto alla condotta di detenzione di sostanze stupefacenti non sarebbe, pertanto, che il riflesso di una differenza ontologica tra le due condotte, differenza che si evince, peraltro, come brillantemente affermato dal Giudice delle leggi, anche dalla mancanza di un collegamento immediato tra coltivazione e consumo e dall’impossibilità di determinare a priori la potenzialità della sostanza stupefacente ricavabile[5].
Tale orientamento giurisprudenziale, a tale scopo, ha sostenuto l’equiparazione della condotta di coltivazione finalizzata al consumo personale alla condotta di detenzione per uso personale. Alla base di tale assunto si pone, innanzitutto, un’esigenza di coerenza del sistema: Infatti, una volta abrogato il divieto dell’uso personale di sostanze stupefacenti ed una volta che il discrimen tra gli illeciti penale ed amministrativo viene fissato solo nella destinazione della sostanza al consumo personale, l’esigenza di evitare irragionevoli disparità di trattamento per condotte finalizzate al medesimo scopo, impone di interpretare l’art 75 in senso conforme alla Costituzione, estendendo tale discrimen anche alla condotta di coltivazione[6]. Peraltro tale tesi trova un addentellato letterale nella locuzione, dal tenore generico, “comunque detiene” di cui all’art. 75 primo comma idonea a ricomprendere ogni forma di detenzione qualificata e pertanto anche la coltivazione. Inoltre si evidenzia, effettuando una sorta di analisi storicizzata dell’espressione “o comunque detiene”, che la normativa antecedente al referendum del 1993 non prevedeva come illecito amministrativo, unitamente alla condotta di detenzione per uso personale anche quella di coltivazione, in quanto la destinazione all’uso personale si ricollegava al non superamento della dose media giornaliera, dato incompatibile con la nozione di coltivazione. Una volta espunto il riferimento alla dose media giornaliera nulla osta alla riconducibilità, alla condotta di chi comunque detiene, della condotta di coltivazione[7]. D’altra parte apparirebbe assolutamente irrazionale e sproporzionato al disvalore del fatto, sanzionare la coltivazione di poche piantine, se finalizzata al consumo personale, con pene severe quali quelle previste all’art. 73 anziché con sanzioni amministrative[8].
L’orientamento giurisprudenziale più “liberale” chiarisce inoltre la nozione normativa di coltivazione[9], oggetto di divieto penale ai sensi degli artt. 27 e 28 del D. p. r. 309 / 90, distinguendo a tal fine la c. d. “coltivazione domestica” dalla “coltivazione in senso tecnico – agrario”. La prima si sostanzia nella messa a dimora (nel giardino della propria abitazione, in un terrazzo, nel garage di casa), da parte di un tossicodipendente – assuntore, di pochissime piantine da cui sia possibile ricavare un modestissimo quantitativo di sostanza stupefacente. In queste ipotesi, per l’esiguo numero di piante, i luoghi inadatti e le tecniche rudimentali utilizzate, si è al di fuori della nozione di coltivazione normativamente prevista; di guisa che la condotta si configura come species del genus detenzione, punita solo con sanzioni amministrative a norma dell’art. 75, se ed in quanto difettino elementi che possano far ritener dimostrata una destinazione del ricavato della coltivazione ad uso non esclusivamente personale. La coltivazione penalmente rilevante è invece la coltivazione in senso tecnico agrario o imprenditoriale che è caratterizzata da una serie di presupposti, quali la disponibilità del terreno, la sua preparazione, la semina, il governo dello sviluppo delle piante, la presenza di locali destinati alla raccolta dei prodotti. In mancanza di tali requisiti si configurerebbe una coltivazione domestica riconducibile alla nozione di “detenzione”.
Tale indirizzo giurisprudenziale sottolinea, peraltro, il paradosso a cui si giungerebbe riconducendo qualsiasi condotta di coltivazione alla fattispecie penalmente rilevante : si assegnerebbe al contesto della scoperta forza dirimente ai fini della identificazione della fattispecie[10]. Così, nel caso in cui il prodotto della coltivazione sia stato già raccolto, verrebbe meno il pericolo astratto della condotta di coltivazione e si procederebbe all’accertamento della pericolosità in concreto; se invece la coltivazione è ancora in corso tale accertamento resta precluso perché del tutto inconfluente ai fini dell’individuazione dell’ipotesi di reato.
[1] Si è pronunziata per la prima volta in tal senso Cass. sez IV, n. 913 / 1995, P. G. in proc. Paoli; conformemente sez VI , n. 100 / 1997, Garcea e n. 4209 / 2000, P. G. in proc. Reile.
[2] Così Cass. sez. IV , n. 46529 / 2004 , Aspri ed altro.
[3] In tal senso Cass. sez. IV n. 4836 / 2004 , Felsini e sez. VI, n. 31472 / 2004 , De Rimini.
[4] Così ex multis Cass. sez IV , n. 4928 / 2001 , Croce.
[5] Questi argomenti sono stati di recente ripresi anche da Cass. sez. IV n. 10138 / 2006, Colantoni.
[6] Per prima in tal senso Cass. sez. VI , n. 6347 / 1994.
[7] Così Cass. sez. VI, n. 17983 / 2007 , Notaro ; conforme n. 40362 / 2007, P. G. in proc. Mantovani, n. 42650 , P. G. in proc. Piersanti.
[8] Anche tale argomentazione si rinviene nella cit. sent. Notaro.
[9] Immediatamente dopo il referendum si è pronunziata in tal senso Cass. sez VI, n. 3353/ 1994, Gabriele. Di recente ex multis Cass. sez VI , n. 31968 / 2007 , P. M. in proc. Satta, conforme Cass. sez. VI, n. 40717 / 2007, Nicolotti ed altro.
[10] Argomentazioni espresse dalla già cit. Cass. 17983 / 2007.
Inserito in: ANNOTAZIONI A SENTENZE E DOTTRINA Lascia un commento
Codici con giurisprudenza consigliati per esame abilitazione avvocato » « CONTRATTO PRELIMINARE