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Timestamp: 2018-02-24 18:04:14+00:00
Document Index: 65130809

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'art. 323', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il Sistema Mafioso del Reclutamento Universitario | Il senso della misura
Il Sistema Mafioso del Reclutamento Universitario
Posted on 12 dicembre 2010 by Giovanni Grasso
Quando, il 13 gennaio 1969, il procuratore generale della corte d’appello di Messina, Aldo Cavallari, dichiarò che il nepotismo nell’università è tanto evidente «che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati», non potevamo immaginare di dover aspettare 42 anni per leggere un’altra denuncia del genere. Questa volta è la Dott.ssa Laura d’Alessandro a scrivere parole durissime sul sistema mafioso del reclutamento universitario in una sentenza d’appello presso il tribunale di Roma. L’occasione per tale pronunciamento la si deve alla sistematica attività di denuncia del caro amico Quirino Paris (professore a Davis, USA) destinatario di ben 7 querele da parte dei suoi colleghi di Economia ed estimo rurale. Altre informazioni sul caso nell’articolo: Quirino e la cupola sul sito “Rinnovare le Istituzioni“. La sentenza del giudice D’Alessandro è un raro documento, un vero e proprio saggio scientifico la cui lettura integrale è vivamente raccomandata.
Quirino Paris. Il Giudice del Tribunale di Roma, dott.ssa Laura D’Alessandro, ha emesso una sentenza di forte condanna – morale – nei confronti del sistema di reclutamento universitario operante nel settore scientifico disciplinare AGR/01 (Economia ed estimo rurale) controllato rigidamente per molti anni dal professor Mario Prestamburgo dell’Università di Trieste e dai suoi sodali. Sul sistema dei concorsi truccati, la dott.ssa D’Alessandro ha scritto il saggio più acuto e documentato. Il Giudice scrive: «La lettura della vicenda sintetizzata da parte del p.m. di Trieste … non lascia dubbi in ordine alla fondatezza delle accuse dell’odierno imputato al sistema accademico e specificamente afferenti i criteri di valutazione e conferma dei professori, fondato su una metodologia assimilabile a quella mafiosa.»
L’imputato ero io. Nel lontano ottobre 2003, inviai una lettera email al Presidente del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), professor Luigi Labruna, accusando l’ente di essere in balia di un sistema di mafia accademica. In particolare, nelle cinque commissioni di conferma per altrettanti concorsi di prima fascia del SSD AGR/01 nominate dal CUN, apparivano ripetutamente i nomi di professori che facevano parte della “cupola” diretta da Mario Prestamburgo. In meno di 24 ore, la mia lettera di denuncia al CUN era nelle mani di Prestamburgo e dei suoi sodali che mi intentarono sette querele. A seguito di ulteriore mia denuncia, le procure di Milano e Firenze aprirono un indagine a carico di Prestamburgo e altri otto professori, successivamente trasferita a Trieste dove il p.m., sia pur con amarezza, chiese archiviazione dopo quattro anni, che il Gip concesse dopo altri due anni.
Il giudice D’Alessandro cita ampiamente i documenti di tale inchiesta quando scrive: «Il Prestamburgo, in qualità di professore ordinario di economia ed estimo rurale presso l’Università di Trieste nonché Presidente della SIDEA (Società Italiana di Economia Agraria), avrebbe avuto un potere di controllo presso che assoluto sui docenti “sulla scorta della diffusa convinzione che ove essi docenti avessero preso decisioni non gradite al prof. Prestamburgo e non si fossero adeguati al sistema di condizionamento dei concorsi, la loro carriera sarebbe stata negativamente segnata…” secondo le chiare parole del p.m. triestino.»
«Pertanto, attraverso questo sistema, che viveva al di sopra delle regole che avrebbero dovuto governarlo, si era creato un gruppo di potere nel quale il Prestamburgo aveva posizione apicale. ‘Nel sistema definito cabina di regia ha rilievo assoluto il consenso raggiunto con una capillare penetrazione nei Dipartimenti che coinvolge sostanzialmente ogni docente o aspirante tale alla materia,’ in un intreccio ritenuto inestricabile tra chi portava gli ordini e chi li riceveva, adeguandosi per convenienza e nell’ottica conformista del do ut des. ‘Lo scambio di favori è dunque la regola, la valutazione discrezionale di titoli (su cui il sindacato del giudice penale deve arrestarsi per i motivi sopra accennati) lo strumento di avanzamento. Il ricorso al giudice amministrativo come mezzo di risoluzione delle storture più evidenti, un rischio che infatti lo emargina.’»
«”Un sistema fondato sulla reciproca compiacenza e organizzato capillarmente, funzionante sotto la implicita minaccia di porre ostacoli alla carriera di chi non si adeguasse, era ragguagliabile, prosegue il p.m., a un sistema mafioso.” ‘In via di paradosso, va detto che l’affermazione del prof. Paris che attaglia al caso di specie, la fattispecie dell’art. 416 bis c.p. non manca di una sua forza suggestiva e descrittiva esatta; in detta fattispecie, in cui si designano quali elementi constitutivi l’avvalersi della forza dell’intimidazione, del vincolo associativo (ossia dell’esistenza di un gruppo di potere assolutamente predominante e sostanzialmente onnipotente) e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva, si descrivono… i caratteri peculiari della condizione in cui vivono… la loro vita accademica i docenti del SSD in disamina (AGR/01), timorosi per gli sviluppi della carriera, della mancata conferma, della mancata idoneità ai concorsi ai quali dovessero partecipare. Ne deriva la reiterata violazione del principio di imparzialità; il suggerimento capillare delle composizioni delle commissioni, l’intervento attraverso i referenti sui candidati che non avessero voluto fare un passo indietro significava acquisire il controllo anche indiretto ma globale del sistema dei concorsi.”
«La conclusione del p.m., che tra le righe si legge amara, è che la nuova formulazione dell’art. 323 c.p. impedisse di potersi ravvisare un abuso di ufficio in sifatte situazioni. Anche il cosidetto sistema dei santini – ossia i suggerimenti di voto per restringere il campo dei concorrenti sino ad ottenere la composizione di una commissione di concorso tendenzialmente vicina a quella gradita – non violava alcuna disposizione di legge, ma era un efficace strumento di dominio. Nel decreto di archiviazione il GIP, ripercorrendo sinteticamente le linee della richiesta, affermava che “il concorso per accedere o essere confermato in un posto di lavoro universitario ha solo la veste apparente di una libera e asettica gara tra concorrenti, mentre è il risultato di una cooptazione di potentati accademici in base a criteri poco limpidi cui non sembra estraneo il nepotismo”».
«In questo contesto, non costituisce superamento del limite della continenza l’aver utilizzato espressamente per descrivere la situazione termini quale mafia accademica e “cupola”, certamente sgraditi a coloro cui erano rivolti. … nel contesto dei fatti accertati, l’utilizzo di termini come mafia accademica e “cupola” (non a caso virgolettata) vuole essere esemplificativo della metodologia attraverso la quale il gruppo di potere capeggiato dal Prestamburgo operava. Dette espressioni non sono affatto sovrabbondanti rispetto alla critica del fatto né trasmodano in aggressione personale gratuita, ulteriore e scollegata dalle circostanze oggetto di denuncia. Al contrario, il metus su cui si fonda una associazione illecita che trova la sua forza persuasiva nel metodo intimidatorio appare proprio la condizione nella quale si trovavano i soggetti operanti nel settore universitario oggetto di indagine, che agivano in ossequio a un codice non scritto di regole imposte sotto la larvata minaccia di ritorsioni e ostacoli alla carriera.»
«Di qui, solo in apparenza la vittima prestava il proprio consenso ad adeguarsi al sistema, cui sottostava nella speranza di poter beneficiare in futuro di un trattamento favorevole da coloro che riconosceva, adeguandosi alle indicazioni ricevute, come propri referenti. L’utilizzo del termine “cupola” descrive pertanto una lobby reale, con il proprio apice e i propri sodali, in parte artefici e in parte vittime di un meccanismo torbido al quale chi voleva fare carriera doveva sottostare. Ebbene, in questo meccanismo si inseriscono efficacemente le indicazioni di voto (i c.d. santini), che raggiungevano in maniera capillare tutti coloro che potevano influire sulla formazione delle commissioni. Pertanto, sotto il profilo della correttezza formale, i toni aspri e diretti della critica appaiono in linea con l’oggetto della denuncia del Paris e affatto ultronei o inutilmente e gratuitamente denigratori della reputazione dei soggetti coinvolti.»
«Si deve osservare infine che nel contesto di indagini che hanno ampiamente confermato il nucleo delle accuse del Paris, ha scarso pregio la questione relativa al conteggio dell’esatto numero delle presenze del Prestamburgo e degli altri appellanti nelle commissioni di conferma. Ha lamentato la difesa delle parti civili che il Giudice di Pace avesse recepito acriticamente le indicazioni del Paris, laddove sulla scorta della documentazione prodotta avrebbe potuto verificarne la falsità, distinguendo opportunamente tra commissioni di valutazione e commissioni di conferma e rilevando che in queste gli appellanti (Mario Prestamburgo, Antonino Bacarella, Giuseppe Chironi e Salvatore Tudisca, ndr.) figuravano avere partecipato solo una volta.»
«L’oggetto delle accuse del Paris è però molto più ampio; il sistema accademico invero è ritenuto viziato nel suo complesso e queste accuse hanno trovato conferma negli atti giudiziari appena esaminati. Paris ha descritto un mondo accademico compiacente e carrierista gestito, anche e soprattutto attraverso il sistema di designazione delle commissioni esaminatrici, come strumento di potere personale. E date queste premesse è evidente che la doglianza principale degli appellanti sia proprio quella di essere stati accusati di avere costituito per interessi privati una “cupola” ovvero di essere stati paragonati ad una associazione a delinquere di stampo mafioso; in questo contesto, che ha tuttavia trovato conferma nelle indagini e dunque riscontro nella realtà, il conteggio esatto delle partecipazioni dei singoli interessati alle commissioni di conferma è una mera circostanza di contorno, non in grado di per sé di modificare, peggiorandolo o attenuandolo, il quadro delle accuse a carico degli appellanti. Tanto più che dalla lettura degli atti giudiziari emerge che la partecipazione alle commissioni poteva essere gestita indirettamente mediante soggetti referenziati che garantivano, come emerso nei controlli incrociati, il raggiungimento del risultato al di là della fisica presenza del diretto interessato.»
«In definitiva lo scenario rappresentato dal Paris ha trovato una complessiva conferma nella realtà dei fatti, che non può che condurre a confermare la sentenza (di assoluzione del Paris, ndr.) impugnata sotto tutti i suoi aspetti.»
«Ne deriva la condanna degli appellanti al pagamento delle spese del grado di giudizio.»
« «Dalle vicende dell’università di Siena emerge la mancanza di trasparenza assurta ad ordine di governo» L’università di Siena: prospettive per il futuro »
NIK (Domenico Mastrangelo), on 12 dicembre 2010 at 6:33 pm said:
Considerazioni sul Sistema Mafioso operante nella medicina le ho fatte, sebbene più “generiche”, anch’io nel mio libro al quale Giovanni ha voluto concedere (e di questo colgo l’occasione per ringraziarlo di nuovo) uno spazio all’interno di questo blog. https://ilsensodellamisura.com/2010/08/il-tradimento-di-ippocrate-la-medicina-degli-affari/
Nel libro (Il Tradimento di Ippocrate. La medicina degli affari – Edizioni Salus Infirmorum) dedico ben due capitoli alle “mafie mediche” e per tale motivo ritengo di potermi associare alle considerazioni di questo post, agiungendo uno stralcio del libro sull’argomento:
«…Se si caratterizzasse il sistema mafioso (anch’esso basato sugli affari) per la sua capacità di eliminare fisicamente gli avversari, si potrebbe essere portati a considerare eccessiva l’identificazione della medicina moderna con la mafia. I casi che ho riportato, a partire da Benveniste per finire con Duesberg, mostrano in maniera evidente come questo sistema non abbia, almeno per ora, ancora bisogno dell’eliminazione fisica dell’avversario, ma possa tranquillamente accontentarsi della sua emarginazione; continuando di questo passo, tuttavia, non mi meraviglierei se anche il moderno – sistema Medicina – finisse con l’adottare metodi più sbrigativi!
Ma per non dare un’errata impressione di qualunquismo, nell’identificare la medicina moderna con la mafia, voglio parlarvi brevemente di quanto è capitato a me, in relazione a quella che è stata una delle mie principali attività nel settore della ricerca oncologica…»
Per quanto più generica e meno “mirata”, la mia denuncia investe la medicina a tutto tondo, senza risparmiare neanche la ricerca medica.
Dato il diffuso affarismo, la corruzione le omertà e le connivenze imperanti nella Medicina, a tutti i livelli, il confronto con il sistema mafioso non è né esagerato né campato in aria… e questa dovrebbe essere materia di attenta riflessione… non soltanto per giudici e PM!
Antonio Carlini, on 12 dicembre 2010 at 6:54 pm said:
Un grazie sincero al Prof. Paris che dagli Stati Uniti ha condotto con tenacia questa battaglia di denuncia e per il rinnovamento della nostra Università, nel silenzio generale dei nostri colleghi che non vedono, non sentono e non parlano. Un ringraziamento anche a Grasso per la presentazione del post con la citazione di Aldo Cavallari (13 gennaio 1969) che non conoscevo. Ed un ringraziamento anche a Nik, che ha perfettamente ragione e che farebbe bene a non esitare a mettere di volta in volta come commento qualche passo importante del suo libro, come ha fatto in questa occasione.
Franco Rosa, on 13 dicembre 2010 at 2:52 pm said:
Non v’è alcun dubbio che la battaglia condotta con tenacia dal Professo Paris evidenzia l’elevato impegno civile di un accademico “super partes” per una causa che data la robustezza del sistema sembrava persa in partenza. La sentenza stimola noi, vittime di questo sistema, castigate anche dalla fiducia che abbiamo riposto nella giustizia, a continuare nella battaglia fino a che verranno sistematicamente applicati criteri obiettivi di valutazione che esistono e trasparenza nei giudizi. La battaglia di Quirino è solo iniziata.
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