Source: http://territoriolibero.net/2014/03/impugnazione-sentenza-tar-elezioni-friuli-venezia-giulia/
Timestamp: 2017-06-29 02:07:31+00:00
Document Index: 18015998

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 78', 'art. 40', 'art. 28', 'art. 18', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 30']

Impugnazione sentenza TAR elezioni Friuli Venezia Giulia | Territorio Libero — Svobodno Ozemlje — Free Territory of Trieste
Impugnazione sentenza TAR elezioni Friuli Venezia GiuliaNessun commento
Home » Notizie » Legalità » Impugnazione sentenza TAR elezioni Friuli Venezia Giulia	SINTESI DEI MOTIVI DI DENUNCIA PENALE E RICORSO AMMINISTRATIVO
DEL MOVIMENTO TRIESTE LIBERA CONTRO LA SENTENZA TAR FVG N. 530/2013
SULL’ANNULLAMENTO DELLE ELEZIONI REGIONALI IN RELAZIONE ALLO STATUS GIURIDICO INTERNAZIONALE DEL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE
[per estratto ed integrazione da La Voce di Trieste]
La sentenza liberticida abnorme e senza precedenti n. 530/2013 del TAR Friuli Venezia Giulia, che la maggioranza dei politici locali si è affrettata ad applaudire con zelo da oche giulive senza averla nemmeno letta, né studiata o comunque compresa, concreta in realtà gravi violazioni sia del diritto internazionale che dell’ordinamento italiano a danno del Territorio Libero di Trieste, ma anche una colossale questione di rapporti anomali fra giustizia e politica nel sistema costituzionale della democrazia italiana per quanto riguarda i diritti di libertà di ogni persona, opinione e movimento politico.
Il problema è stato perciò interamente consolidato ed affrontato con una denuncia penale, anch’essa senza precedenti, alla Procura di Bologna (per competenza ex art. 11 c.p.p) e con il normale ricorso amministrativo al Consiglio di Stato.
I due atti sono stati formati con la collaborazione di esperti di diritto internazionale e verranno seguiti da iniziative nelle sedi di giustizia internazionali. La denuncia penale è stata inoltrata per conoscenza anche al capo del governo italiano ed al Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (Trusteeship Council) delle Nazioni Unite.
La vicenda di merito è la questione di Trieste, e consiste nel fatto che la città ed il suo porto franco internazionale sono stati costituiti dal Trattato di pace di Parigi del 1947 in Territorio Libero di Trieste – Svobodno Tržaško Ozemlje – Free Territory of Trieste, piccolo Stato indipendente membro delle Nazioni Unite, con una sola variazione territoriale nel 1991-92, e posto provvisoriamente sotto mandato internazionale di amministrazione fiduciaria, affidata dal 1954 al Governo italiano, e non allo Stato italiano.
Dal dicembre 2011 un numero crescente di cittadini singoli ed organizzati nel Movimento Trieste Libera - MTL contesta che lo Stato italiano vi eserciti invece una sovranità simulata,danneggiando gravemente diritti ed economia della città, del porto franco e dei suoi utenti internazionali.
Il Movimento chiede perciò ai giudici italiani civili, penali, amministrativi, fiscali, ed alle sedi di garanzia internazionali, la piena e corretta attuazione del regime legale di amministrazione provvisoria separata da quella dello Stato italiano.
Tra giugno e luglio MTL ha perciò notificato alle autorità italiane ed internazionali pertinenti un apposito “Atto di reclamo e messa in mora” che include le fonti di diritto, le violazioni e le richieste in materia.
Ma le autorità italiane hanno rifiutato il dialogo e tentano di reprimere MTL con una pesante guerra di propaganda e giudiziaria, che ha già minacciato scandalosamente gli aderenti e simpatizzanti di MTL di schedatura politico-giudiziaria, perdita del lavoro e delle pensioni ed arresto, e nega l’esistenza passata ed attuale del Territorio Libero di Trieste, tutti diritti dei suoi cittadini e lo stesso regime di porto franco internazionale.
Nell’escalation repressiva, con la sentenza del TAR FVG n. 530/2013 su un ricorso contro la validità delle elezioni regionali, il collegio di tre giudici invece di controdedurre sobriamente in diritto ha espresso posizioni politiche ed ha dichiarato (pur essendo i tre solo giudici amministrativi) che le richieste dei cittadini reclamanti superano i limiti del diritto di opinione e sono eversive verso lo Stato italiano e la pace, indicando i reati conseguenti e sollecitando che i responsabili vengano imputati e condannati dalla magistratura penale italiana alle relative pene, per un totale che può andare dai 12 ai 40 anni di carcere.
In pratica, hanno riproposto la concezione ed applicazione dei “reati contro lo Stato” secondo i principi del passato regime fascista (che aveva un apposito Tribunale Speciale) ed in violazione della Costituzione della Repubblica italiana.
Se accettata, questa regressione giuridica antidemocratica consentirebbe di reprimere “legalmente” non solo il movimento triestino, ma anche qualsiasi opinione ed organizzazione politica scomoda a poteri dominanti in Italia.
La denuncia penale contro i magistrati responsabili di questa sentenza abnorme si estende ora anche agli altri magistrati triestini che agli stessi scopi repressivi hanno negato l’esistenza giuridica del Territorio Libero di Trieste, e configura le loro responsabilità penali e civili, mentre il ricorso al Consiglio di Stato contesta e prova l’abnormità ed infondatezza giuridica dell’intero impianto della sentenza.
Le premesse di diritto internazionale ed interno travisate
Gli strumenti internazionali richiamati nella denuncia penale e nel ricorso al Consiglio di Stato, tutti vigenti e recepiti anche nell’ordinamento italiano come leggi dello Stato, sono:
- il Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 tra le Potenze Alleate ed Associate
e l’Italia (artt.: 4; 21 ed allegati VI, VII, VIII, IX e X; art. 78, n. 7);
- il Memorandum d’intesa (Memorandum of understanding) di Londra del 5 ottobre 1954; la Carta delle Nazioni
Unite (artt. 16, 7, 73, 74, 75-85, cap. XIII);
- la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (in particolare gli artt. 27, 61 comma 2, 62 commi 1 e 2 punti a e b);
- l’Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Dichiarazione
di Helsinki) dell’1.8.1975 – Dichiarazioni internazionale ed europea sui diritti umani.
Mentre le norme di diritto interno richiamate che vincolano l’intero ordinamento e tutti gli organi dello Stato italiano al rispetto di questi e degli altri obblighi internazionali sono gli artt. 10, 117 ed 80 della Costituzione della Repubblica.
L’impianto dei provvedimenti dei giudici italiani denunciati che negano l’esistenza delle norme di diritto internazionale sul Territorio Libero di Trieste risulta però smentito e travolto ab origine da un loro travisamento fondamentale: hanno considerato il Trattato di Pace del 1947 come un trattato contrattuale, che come tale crea fra i contraenti solo diritti e doveri soggettivi, che le parti possono anche violare ritenendosene sciolti.
Il Trattato di pace è invece un trattato-accordo, o trattato normativo, che come tale è fonte di diritto oggettivo. Crea cioè nuove norme giuridiche, la cui violazione perciò non scioglie il contraente dagli obblighi assunti, ma costituisce un fatto internazionalmente illecito, o delitto internazionale.
E se i soggetti attivi del delitto internazionale, cioè quelli che lo compiono, sono soltanto gli Stati sovrani che sono parti nel trattato normativo, ne sono corresponsabili tutti gli organi, gli individui e gli enti ausiliari dello Stato che commettono materialmente la violazione delittuosa.
Mentre i soggetti passivi del delitto internazionale, cioè quelli che lo subiscono ed hanno perciò titolo a difendersi con gli strumenti giuridici e di autotutela adeguati, non sono solo gli Stati sovrani ed i loro organi, ma anche tutti gli altri soggetti individuali o collettivi dotati di capacità giuridica e ad essi subordinati, che quegli stessi Stati hanno il dovere e l’interesse internazionalmente riconosciuto di proteggere.
Il delitto internazionale commesso da uno Stato o dai suoi organi nei confronti di quei soggetti passivi può dar loro perciò sia il diritto a sciogliersi dai propri obblighi, sia quello di chiedere ed ottenere riparazione morale e materiale, e garanzie contro il ripetersi delle violazioni delittuose nei loro confronti.
E queste riparazioni e garanzie non spettano solo al soggetto internazionale leso, ma anche a tutti i soggetti privati che ne sono stati o vengono danneggiati materialmente.
Il caso specifico in esame ne è esempio attuale perfetto sotto due profili principali.
Il primo è che lo Stato italiano ed i suoi organi violando le norme di diritto internazionale stabilite dal Trattato di pace del 1947 per il Territorio Libero di Trieste, e con ciò il proprio stesso ordinamento interno, hanno danneggiato e continuano a danneggiare una pluralità di soggetti passivi esteri: il Territorio Libero di Trieste quale Stato, la popolazione sovrana di esso, i suoi membri singoli ed associati e le sue imprese, nonché tutti i Paesi ed altri soggetti terzi, individuali o collettivi, anche economici, che hanno diritto od interesse legittimo a beneficiare direttamente od indirettamente delle norme del Trattato sul Territorio Libero di Trieste ed in particolare sul suo Porto Franco internazionale.
Il secondo è che la violazione è sistematica, accompagnata da attività di repressione politica passate e attuali, e consiste nel colpire contemporaneamente due categorie di soggetti passivi impedendo loro del tutto od in parte l’esercizio dei diritti individuali e collettivi stabiliti dalle norme del Trattato di Pace sul Territorio Libero di Trieste.
La prima categoria danneggiata è quella dei cittadini che formano la popolazione sovrana dello stesso Territorio Libero di Trieste, ai quali vengono negati diritti di cittadinanza, diritti politici (inclusi quelli di sovranità ed autodeterminazione) e diritti economici e fiscali (inclusi quelli di porto franco internazionale).
La seconda categoria danneggiata sono gli altri soggetti internazionali (pubblici, privati, imprese, anche italiani) ai quali viene impedito di avvalersi dei diritti e vantaggi economici e fiscali loro assegnati dal Trattato.
Si tratta quindi di violazioni che ledono o comunque comprimono contemporaneamente diritti umani fondamentali, valori giuridici primari (costituzionali interni, internazionali e consuetudinari) ed ingentissimi interessi patrimoniali legittimi sia della popolazione amministrata, sia della Comunità internazionale.
Ne consegue il diritto di tutti i soggetti individuali e collettivi lesi a chiedere ed ottenere dallo Stato italiano debitore, e dal Governo italiano quale amministratore inadempiente del Territorio Libero di Trieste, la cessazione sia delle violazioni che dei danni. I quali hanno inoltre evidenza provata dalle condizioni economiche ed amministrative passate ed attuali del Territorio Libero di Trieste.
Sono due anche i soggetti attivi, cioè responsabili, dei delitti internazionali conseguenti: la Repubblica italiana, per violazione del Trattato di pace di cui è parte obbligata, ed il Governo italiano per violazione del mandato di amministrazione fiduciaria affidatogli con il Memorandum di Londra in esecuzione del Trattato stesso.
E sia le violazioni che il rifiuto di cessarle fanno fanno sorgere ipso facto una controversia internazionale che le parti lese possono azionare sia nelle apposite forme e sedi, sia con iniziative di autotutela.
Le fattispecie delittuose internazionali, civili e penali
La fattispecie è perciò quella dell’illecito internazionale, nonché civile e penale interno, plurimo e concretato dalla violazione, da parte dell’Italia, di una norma imperativa (d.lgs. C.P.S. 28 novembre 1947, n. 1430, costituente esecuzione del Trattato di Pace di Parigi), che costituisce contemporaneamente un obbligo internazionale la cui osservanza ed esecuzione da parte dello Stato italiano, e di tutti i suoi organi, è obbligata sia nel diritto interno che verso i terzi e la Comunità internazionale dagli altri strumenti internazionali concorrenti più sopra elencati, anch’essi recepiti quali norme imperative nel diritto italiano.
La stessa violazione costituisce perciò anche delitto penale tipico del pubblico ufficiale della Repubblica Italiana che nell’esercizio individuale od associativo delle proprie funzioni la compia materialmente, o non la impedisca avendo l’obbligo giuridico di impedirla (art. 40, secondo comma c.p.).
La denuncia elenca perciò una serie di delitti internazionali e di diritto interno commessi in abuso di funzioni dello Stato, configurandole in ordine di logico come segue:
a) Il giudice che in nome dello Stato italiano nega con motivazioni antigiuridiche e di natura politica la sussistenza delle norme internazionali vigenti che stabiliscono lo status ed i diritti dello Stato del Free Territory of Trieste, dei diritti conseguenti dei suoi cittadini, e dei diritti dei terzi al pieno e libero utilizzo del regime speciale del Porto Franco internazionale di Trieste, commette violazione ovvero delitto internazionale per i motivi e con gli effetti esposti in denunciate nel ricorso al Consiglio di Stato.
b) Costituisce per i medesimi motivi delitto internazionale anche la violazione e repressione da parte del giudice italiano dei diritti politici e d’opinione garantiti e tutelati da strumenti normativi dell’ordinamento internazionale (Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, Carta delle Nazioni Unite, Convenzione Europea sui diritti dell’Uomo).
c) I delitti internazionali sopra detti costituiscono violazione eversiva dell’ordinamento costituzionale italiano in quanto e per quanto esso agli articoli 10, primo comma e 117, primo comma della Costituzione della Repubblica Italiana ne vincola l’ordinamento al rispetto degli obblighi internazionali vigenti dello Stato, tale essendo il pieno rispetto del Trattato di Pace di Parigi del 1947 e degli strumenti ed obblighi internazionali
d) Costituiscono violazione eversiva dell’ordinamento costituzionale italiano (art. 28 Cost.) il diniego e la repressione dei diritti politici e d’opinione garantiti dalla Costituzione della Repubblica italiana sia in via diretta (artt. 2, 13, 18, 21, 22, 24, 49), sia quali obblighi internazionali attraverso gli strumenti di cui sopra, e ciò nei termini e per i motivi esposti in denuncia.
e) L’analisi delle attività illecite di repressione politica che sono oggetto della denuncia evidenzia indizi rilevanti, come la trasversalità sinergica fra ambienti politici, mediatici e giudiziari, che esse siano organizzate principalmente, con o senza iniziative di autorità centrali italiane, da un gruppo di potere trasversale locale coperto, organizzato in violazione dell’art. 18, secondo comma Cost. E della L. 17/1982, connesso anche ad
organizzazioni nazionali omologhe.
f) Concreta reati di calunnia la pronuncia del giudice civile od amministrativo italiano che, non potendo come tale essere ignaro della legge, indica ingiustamente alla magistratura penale, tenuta a procedere, uno o più cittadini come colpevoli di reati dei quali essi sono innocenti. Nella fattispecie si tratta dei reati gravissimi di attentato alla sovranità ed unità dello Stato, pericolo per la pace, istigazione e delinquere (per evasione fiscale) ed a disobbedire alle leggi, nonché di abuso della credulità popolare.
g) Concreta reati di minaccia l’atto del giudice che espone uno o più cittadini al timore od al realizzarsi di danno ingiusto indicandoli come colpevoli di reati non commessi.
h) Concreta reati di diffamazione la pronuncia od altra comunicazione del giudice che, essendo per propria natura pubblica o comunque rivolta alla conoscenza di più persone, accusa uno o più cittadini di reati infamanti,
quali quelli sopra elencati.
i) Concreta reati di pericolo per l’incolumità delle persone e per l’ordine pubblico il comportamento del giudice che accusando ingiustamente di fronte all’opinione pubblica uno o più cittadini di reati politici ed infamanti contro lo Stato e la collettività li espone a violenze private e disordini ad opera di estremisti o di altri soggetti suggestionabili ed aizzabili da tali accuse.
j) Concreta delitti di attentato ai diritti politici del cittadino il comportamento ingannevole e minaccioso del giudice che dichiari penalmente perseguibile l’esercizio legittimo di tali diritti.
k) Costituisce reato di abuso della funzione giudiziaria (abuso d’ufficio) il suo utilizzo ai fini politici ed agli altri scopi illeciti di cui sopra.
Legittimazione ad agire, azioni e risarcimenti
Per quanto detto sopra, sono legittimati ad agire individualmente e collettivamente sia in sede giudiziaria che politica contro lo Stato e/o il Governo italiani e loro organi, in quanto e per quanto siano responsabili delle esaminate violazioni di obblighi e diritti internazionali, sia tutti i cittadini del Territorio Libero di Trieste, sia qualsiasi altro soggetto statuale, pubblico o privato, di qualsiasi nazionalità (inclusa l’italiana) i cui diritti specifici siano stati, siano o si temano lesi.
Le difese possono venire inoltre azionate anche contemporaneamente a livello di diritto interno ed internazionale.
A livello di diritto interno, si agisce infatti nei confronti dello Stato italiano e dei suoi organi per violazione della legge di esecuzione del Trattato di pace (L. 3054 del 25.11.1952), degli altri obblighi internazionali inerenti e della Costituzione italiana che vi vincola l’ordinamento nazionale. Mentre a livello internazionale, si agisce contro lo Stato italiano per violazione dell’obbligo di attuazione delle norme Trattato sul Territorio Libero di Trieste, e del Governo italiano per violazione del mandato di amministrazione fiduciaria del Territorio Libero di Trieste stesso.
Quanto all’entità dei risarcimenti, la riparazione del danno per un illecito internazionale non dev’essere necessariamente commisurata ai soli danni materiali sofferti, poiché vi si aggiunge la riparazione dell’offesa arrecata al soggetto internazionale (qui il Territorio Libero di Trieste ed i Paesi titolari di diritti sul Porto franco internazionale) da cui dipendono i soggetti materialmente danneggiati.
Per l’illecito civile all’interno dell’ordinamento italiano la fattispecie è invece composta dalla violazione della norma e dal danno, secondo le norme specifiche del codice civile italiano, e dal codice penale italiano per le costituzioni di parte civile all’interno di procedimenti penali.
Gli altri due errori fondamentali della sentenza
Al travisamento clamoroso della natura normativa, e non contrattuale, del Trattato di Pace la sentenza TAR in esame associa due altri errori fondamentali, analizzati in particolare nel ricorso al Consiglio di Stato.
La sentenza impugnata motiva infatti il rigetto della richiesta di annullamento delle elezioni regionali, nel merito e nelle domande preliminari connesse alla carenza di sovranità e giurisdizione italiana, sostenendole sussistenti ed affermando in via assorbente principale e conclusiva che «il cosiddetto Territorio Libero di Trieste giuridicamente non è mai esistito e non esiste» e che la contestata L. Cost. n. 1/1963, includendo nella Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia anche i Comuni costituenti la Zona A del Territorio Libero di Trieste «ha semplicemente confermato e rafforzato con modalità diverse la sovranità italiana sulla zona A del territorio di Trieste, già sancita dal ripetuto Memorandum di Londra, ribadendo la mancata nascita del territorio libero e riconoscendo nel contempo la sovranità jugoslava sulla zona B.» Ciò sarebbe poi stato riconfermato da trattati ed accordi successivi.
La fondatezza del giudicato in sentenza dipende perciò interamente dalla verità o meno di quei due presupposti: che il Territorio Libero di Trieste non sia mai stato costituito, e che il Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 abbia sancito la sovranità italiana sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste, così stabilendo confini di Stato fra Italia e Jugoslavia. Ambedue i presupposti sono palesemente infondati, e la loro infondatezza travolge di per sé l’intero giudicato di merito, senza nemmeno necessità di censure di dettaglio.
La sentenza afferma infatti che il Territorio Libero di Trieste non sarebbe mai stato costituito perché è mancata la nomina del Governatore. E l’affermazione è ricalcata da note tesi dottrinali e giurisprudenziali fallaci sviluppate (e demolite da studiosi corretti) già dall’immediato dopoguerra ad uso politico per tentar di contestare la cessazione della sovranità italiana sul Territorio Libero di Trieste, avvenuta il 15 settembre 1947 con l’entrata in vigore del Trattato di pace e l’insediamento del previsto regime di governo provvisorio.
Su questa prima tesi infondata la sentenza innesta l’errore madornale del considerare quel Trattato contrattuale invece che normativo (la cui modifica nel caso di specie non è consentita né dal Trattato stesso, né da altre fonti normative internazionali invocate, ed anzi preclusa dagli artt. 41, e 61, comma 2 ed art. 62, comma 1 e comma 2, punti a) e b), della stessa Convenzione di Vienna: non possono essere perciò invocati né la clausola rebus sic stantibus, né il principio di effettività).
Mentre l’interpretazione data in sentenza (e da quel genere di dottrina politica) al Memorandum di Londra è totalmente infondata poiché come prima cosa assegna allo strumento dei Memorandum of understanding (MoU) rango di trattato mentre sono accordi esecutivi di rango inferiore, che non costituiscono vincolo normativo né contrattuale, e come tali non necessitano di ratifica; ed utilizza poi quest’altro errore madornale per interpretare l’ivi contenuta dichiarazione di impossibilità di dare effetto alle disposizioni del Trattato di Pace con l’Italia sul Territorio Libero di Trieste come riferita a tutte quelle norme, ed abrogativa di esse, mentre si riferisce letteralmente e provatamente, e non potrebbe non riferirsi, solo alla previsione di una durata breve dell’amministrazione del governo militare alleato, cui quella italiana è subentrata nell’ambito di adattamenti pratici (practical arrangements), cioè senza modifica di status giuridico del territorio amministrato, né del titolo di amministrazione originario.
Nulla autorizzava quindi all’epoca, né autorizza a tutt’oggi il Governo italiano amministratore a consentire, e lo Stato italiano, Paese terzo, ad attuare, l’aggregazione del Territorio Libero di Trieste amministrato alla propria Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia con la Legge costituzionale n. 1/1963 simulandolo sotto sovranità italiana con azione perciò internazionalmente e costituzionalmente illecita in tutti i suoi aspetti normativi ed attuativi, inclusi quelli elettorali e quant’altri attinenti.
La radicale infondatezza del presupposto di ripristino della sovranità italiana sul Territorio Libero di Trieste in forza del Memorandum di Londra impedisce inoltre di considerare il Trattato bilaterale italo-jugoslavo di Osimo come suo perfezionamento, e ne sottolinea il carattere di mero atto politico-strategico bilaterale contingente, che oltre a non dichiarare mutamenti di sovranità conferma il vigore internazionale del Memorandum di Londra dichiarandolo cessato soltanto nei rapporti bilaterali.
Mentre i riconoscimenti internazionali riconoscimenti internazionali dal 1991-92 delle Repubbliche indipendenti di Slovenia e Croazia: v. art. 30, n. 3 della Convenzione di Vienna rilevano solo ai fini della chiusura della questione dell’accessoria ex “Zona B” del Territorio Libero di Trieste, e non della sua principale Zona A formata dal Comune di Trieste col Porto Franco internazionale e dai cinque Comuni finitimi.
Nulla autorizzava quindi, né autorizza a tutt’oggi, il Governo italiano amministratore a consentire, e lo Stato italiano, Paese terzo, ad attuare, l’aggregazione alla propria Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia dei sei Comuni del Territorio Libero di Trieste amministrato simulandolo sotto sovranità italiana, con azione perciò internazionalmente e costituzionalmente illecita in tutti i suoi aspetti normativi ed attuativi, inclusi quelli elettorali e quant’altri attinenti.