Source: http://www.penale.it/stampa.asp?idpag=141
Timestamp: 2018-12-19 11:42:15+00:00
Document Index: 108103718

Matched Legal Cases: ['art. 378', 'art. 379', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 378', 'art. 378', 'art. 56', 'art. 378', 'art. 603', 'art. 378', 'art. 378', 'art. 110', 'art. 73', 'art. 110', 'art. 2', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 17', 'art. 14', 'art. 197', 'art. 378', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 378', 'Cass. Sez. ', 'art. 9', 'art. 73', 'art. 10']

Carlo Alberto Zaina, Il reato di favoreggiamento ed i delitti in materia di stupefacenti: nuovi equilibri
Un vasto contributo su un tema sempre delicato e problematico
La struttura del favoreggiamento in generale
a) Il favoreggiamento personale (art. 378 c.p.) sua sussistenza casi e condizioni
b) Il favoreggiamento reale (art. 379 c.p.)
a) finalizzazione della condotta al solo spaccio
b) detenzione a scopo personale
Il concorso nella detenzione ed il favoreggiamento in generale – conclusioni -
a) l’autonomia delle due ipotesi
La sentenza del Giudice Monocratico presso il Tribunale di Catania, riportata in versione integrale in calce alla presente nota è spunto di assoluto pregio ed interesse per tentare di sviluppare un serio e concreto dibattito sia dottrinale, che giurisprudenziale, in relazione alla necessità di individuare e definire, con maggiore precisione rispetto ad un passato, anche recente, gli effettivi contorni e contenuti sia fattuali che giuridici della condotta di chi si trovi coinvolto in vicende connesse con la violazione di norme sugli stupefacenti e venga a torto considerato intraneus nel sodalizio concorsuale costituito ex art. 110 c.p. .
Si tratta, quindi, di verificare con rigore e senza indulgere a falso garantismo (o buonismo) di maniera, se la soluzione sino ad oggi adottata con enorme prevalenza dalla giurisprudenza[1] (e da buona parte della dottrina)[2] e consistente nell’imputare tout court all’agente una responsabilità sotto il profilo del concorso interno, possa reggere in tema di reati concernenti gli stupefacenti o debba cedere il passo a nuove forme interpretative, del tipo di quella prospettata dal Tribunale di Catania.
Togliendo, forse pathos, mi permetto sin d’ora solo di anticipare il mio modesto convincimento, che si pone nel senso di un superamento necessario della visione giurisprudenziale ad oggi adottata, al fine di meglio e più puntualmente qualificare una condotta di cui si possono apprezzare connotati di rilevante specificità.
La seguente trattazione tenterà di spiegare articolatamente tale opinione.
2. La struttura del favoreggiamento in generale
a) Il favoreggiamento personale (art. 378 c.p.)
L’art. 378 del codice sostanziale sanziona un comportamento che venga tenuto al fine di impedire il regolare svolgimento da parte dell’Autorità di attività di indagine penale o, comunque, di ricerca di un soggetto che sia sospettato di essere autore di un reato effettivamente commesso[3].
Tale precisazione è fondamentale, atteso che l’avvenuta commissione di un reato (delitto o contravvenzione) è la condizione necessaria ed imprescindibile per integrare il favoreggiamento, anche a prescindere dall’assenza di una condizione di procedibilità nei confronti del reato presupposto[4].
La punibilità del favoreggiamento, reato di pericolo a natura istantanea[5], quindi, oltre alla ricordata indefettibile condizione fattuale, è riconnessa alla verificazione della condotta-reato, che si concretizza all’atto del porre in essere l’aiuto illecito.
Nella fattispecie, commissione e consumazione, momenti ontologici e naturalistici spesso tra loro diversi e distinti, in realtà, coincidono specularmente, posto non appare necessario il conseguimento effettivo dello scopo perseguito[6].
Il profilo che giustifica l’introduzione dell’istituto, portato dall’art. 56 c.p., nella specifica figura di reato deriva dall’idea della frazionabilità[7] dell’excursus comportamentale del favoreggiatore.
La contraddizione, quindi, appare palese in tutta la sua essenza, posto che riconoscere l’ammissibilità del tentativo, significherebbe, in pratica, trasformare radicalmente la natura del reato in questione da pericolo in evento.
Giovi illustrare un esempio per favorire la comprensione di quanto si va sostenendo.
Si pensi solo all’ipotesi in cui un soggetto si ponga alla ricerca di un immobile (senza averlo ancora trovato) da porre a disposizione di una persona ricercata dalle forze dell’ordine, onde impedirne la cattura. Come si potrà affermare che definire siffatta condotta, di per sé, risulti integratrice un tentativo punibile di favoreggiamento? Sotto quale profilo si può, infatti, ravvisare il mancato raggiungimento delll’illecito fine, per la verificazione di un fatto prescindente la volontà dell’attore? Parimenti non si può, certo, ritenere che tale condotta perfezioni la fattispecie normativa di cui all’art. 378 c.p., in ambito di delitto perfetto.
Va, poi, ricordato che lo stesso S.C., in progresso di tempo, ha palesato molta incertezza sulla soluzione del problema de quo, laddove, ha disposto il rinvio al giudice di merito della valutazione circa la esatta configurazione giuridica, in termini di atti preparatori non perseguibili, tentativo o reato consumato del "darsi da fare" nel cercare una casa che possa fungere da rifugio ad un latitante, caso sopra descritto[8].
L’idoneità del contegno dell’agente non va, pertanto, confusa con il raggiungimento dell’obbiettivo, posto che, come si vedrà infra, idoneo sta significare adeguato ed il relativo giudizio di adeguatezza va operato con un parametro ex ante, cioè senza tenere in conto ciò che, sia o meno effettivamente avvenuto.
Preliminarmente ad ogni altra considerazione, si impongono, quindi, due ulteriori osservazioni.
In secondo luogo. Il reato in esame presenta, sul punto, forti analogie con il delitto di calunnia (altro reato contro l’amministrazione della giustizia), posto, che, analogamente a quanto si verifica per quest’ultimo, “anche per il favoreggiamento personale il reato presupposto costituisce elemento materiale della fattispecie e come tale va apprezzato al momento consumativo del favoreggiamento, senza che sulla sua confìgurabilità possano influire modifiche legislative incidenti sulla definizione del reato presupposto, che nulla hanno a che vedere con il principio stabilito dall'articolo 2 cod.pen.[9]”
E’, pertanto, di assoluta evidenza la natura intrinsecamente ed esclusivamente pubblicistica della violazione della norma. Tale aspetto determina, quindi, l’ulteriore carattere di monooffensività soggettiva del reato in questione.
E’, infatti, evidente che “iI reato in questione, appartiene alla categoria dei reati a condotta libera, in quanto il comportamento materiale idoneo a integrarlo può essere costituito da qualunque fatto umano, teso a influire sulla conoscenza dell'autorità pubblica[10]”, quest’ultima deve essere così considerata la figura destinataria della tutela in disamina.
Il reato in esame si caratterizza, inoltre, per la sua “istantaneità”, perché che si consuma nel momento stesso in cui viene realizzata la condotta di ausilio[11].
Esso rientra, altresì, per giurisprudenza oltre modo consolidata nella categoria dei reati di pericolo, posto che, appare decisiva per la commissione dello stesso, una “..qualunque condotta, positiva o negativa, diretta o indiretta, purché idonea a intralciare le investigazioni dell'autorità[12].”
In proposito si deve rilevare l’importanza del concetto di idoneità dell’azione, intendendosi, con tale accezione che, come afferma il S.C. “che la condotta dell'agente abbia l'attitudine e possa conseguire lo scopo di aiutare il colpevole a eludere le investigazioni in corso, per effetto anche di un mero sviamento di queste in ordine all'esatta e puntuale ricostruzione dei fatti”[13].
Il concetto di idoneità non è, quindi, affatto, sinonimo di quello di concretezza, posto che è sufficiente che si riconosca all’azione, sia pure in astratto, la capacità di intralciare il corso della giustizia, sicché afferma la Suprema Corte (nella pronunzia di cui alla nota 7) che “nessun rilievo scriminante può allegarsi alla ininfluenza concreta del comportamento del soggetto agente sull'esito delle indagini”.
Per quanto concerne la possibilità che il comportamento di illecito aiuto possa venire effettivamente compiuto nella fase del dibattimento non può esservi dubbio alcuno[14]. A parere di chi scrive, in tale contesto va ricompreso, altresì, anche il giudizio di appello, laddove si sia dato ingresso preliminare alla rinnovazione totale o parziale dell’istruzione, prevista dall’art. 603 c.p.p. .
Come, poi, si avrà modo di meglio apprezzare in seguito, la stessa portata operativa della norma in questione viene delineata, in forza dell'espressa clausola "fuori dei casi di concorso" contenuta nell'art. 378 c.p..
Tale inciso pone un importante sbarramento giuridico-fattuale, che determina, in capo all’esegeta un onere di precisa e rigorosa individuazione dei termini della condotta che si considera. Per l’applicazione del disposto dell’art. 378 c.p., quindi, si dovrà pervenire alla prova che “Il soggetto non sia stato coinvolto nel reato presupposto, nè oggettivamente, mediante un apporto materiale alla sua consumazione, nè soggettivamente, attraverso la manifestazione, antecedente all'esecuzione del reato, di disponibilità a fornire all'autore, in caso di necessità, un rilevante aiuto, così da rafforzarne la determinazione a delinquere.”[15]
La pronunzia che precede appare una concreta evoluzione di quella posizione riaffermata, con costanza, dalla giurisprudenza di legittimità, la quale aveva posto, ai fini di distinguere tra concorso e favoreggiamento, sempre precipua, specifica e qualificata attenzione all'elemento psicologico, sancendo che “è ravvisabile il concorso nel reato presupposto se l'agente non si limiti ad aiutare taluno a eludere le investigazioni dell'autorità ma partecipi con animus socii all'attività concorsuale del reato, adoperandosi in funzione essenziale, o comunque apprezzabile, in rapporto di causalità con l'evento.[16]”
L'aiuto prestato "in corso d'opera" rientra, pertanto, nella fattispecie del concorso di persona nel reato, e non del favoreggiamento, purchè vi sia la consapevolezza e la volontà di contribuire anche in minima parte alla realizzazione di una più articolata "fattispecie".
L’argomento sin qui sinteticamente esposto permette e favorisce anche l’individuazione del tipo di elemento psicologico, in base al quale la fattispecie diviene punibile. Si tratta, infatti, del dolo, nella sua forma generica[17].
Su tale presupposto, a parere dei giudici di legittimità, quindi, nulla rileva quale sia stato lo scopo perseguito dall'agente nel tenere la condotta prevista dalla norma incriminatrice. Non importa proprio, quindi, se l’autore avesse come fine specifico quello di non essere coinvolto nella vicenda, piuttosto che quello di favorire l'autore del reato presupposto; ciò che importa, invece, è che il reo sia stato consapevole dell'aiuto che forniva al predetto[18].
In questa seconda ipotesi l’aiuto che l’agente offre in concreto è rivolto ad assicurare il prodotto, il profitto o prezzo di un reato[19]. E’ di tutta evidenza che, nella fattispecie, la condotta penalmente rilevante impedisce “la definitiva acquisizione dei vantaggi scaturenti dall’attività criminosa”.[20]
La caratteristica del reato in parola, il quale, quindi, non lede un interesse processuale vero e proprio, viene ribadita sia in dottrina[21], che in giurisprudenza[22], laddove si pone l’accento sulla natura dell’interesse a cui tutela presidia la norma in oggetto e che consiste nella recisione di ogni forma di collaborazione prestata a chi delinqua e che permetta il consolidamento del profitto acquisito tramite reato.
a) La finalizzazione della condotta di detenzione al solo spaccio
Il concorso di più persone, nel reato sopra descritto, non sfugge, né può sfuggire, in alcun modo, alle regole generali sancite dal codice di diritto sostanziale. In buona sostanza, va qualificata come condotta concorsuale, quella tenuta da un soggetto che, cosciente della situazione di fatto, volontariamente operi per contribuire alla realizzazione di un fine criminoso comune a più persone[23].
E’, pertanto, il conscio e voluto contributo casuale del singolo nella dinamica del delitto commesso dalla pluralità di persone, che qualifica “concorrenziale” il ruolo di ciascuno dei partecipi.[24] Va, peraltro, rilevato che nel concorso ex art. 110 c.p., l'accordo fra i sodali, che avviene in via occasionale, siccome teso al compimento di uno o più reati determinati, con la realizzazione dei quali si esaurisce l’ente plurisoggettivo, deve intervenire anteriormente o contemporaneamente alla commissione del reato di cui all’art. 73 dpr 309/90.
la consapevolezza di ciascuno dei concorrenti di contribuire, per la propria parte, alla commissione di una unica condotta od alla verificazione di un unico evento, cosicché ogni azione compiuta si viene a fondere in un contesto globale, che integra il reato, perdendo, in tal modo ogni carattere di autonomia ed individualità. Proprio per tale ragione, la responsabilità dei partecipi viene definita concorsuale, in quanto ogni singola azione, od ogni partecipazione psicologica individuale, non esaurisce la propria funzione, se non necessariamente inserendosi in un completo puzzle criminoso, che è naturale risultato dei vari contributi di adesione alla risoluzione delittuosa.
Su tali presupposti è stato ritenuto integrante il concorso nel reato di detenzione a fine di spaccio di stupefacenti “..il contributo all'occultamento, custodia e controllo dello stupefacente che, per essere finalizzati ad evitare che lo stesso venga rinvenuto, costituiscono apporto causale”[25] e più generalmente “la partecipazione all'altrui attività criminosa con la volontà di adesione, che può manifestarsi in forme agevolative della detenzione, consistente nella consapevolezza di apportare un contributo causale alla condotta altrui già in atto, assicurando all'agente una certa sicurezza ovvero garantendo, anche implicitamente, una collaborazione in caso di bisogno, in modo da consolidare la consapevolezza nell'altro di poter contare su una propria attiva collaborazione.“[26]
Si tratta, infatti, di definire il momento consumativo del reato in questione. Tale fase, in primo luogo, coincide con la commissione della condotta e, talora, soprattutto in ipotesi di spaccio, addirittura prescinde dall’elemento materiale della vera e propria detenzione, posto che la giurisprudenza ha ritenuto perfezionata la fattispecie criminosa con la fusione della volontà delle parti, applicando, così, il criterio consensualistico-negoziale[27] di estrazione civilistica.
1. Caso di cessione di droga non preceduta da preventivo accordo fra le parti. La dazione del compendio illecito e la sinallagmatica acquisizione del medesimo, da parte del cessionario, sono gli elementi che fissano e fotografano il momento il momento perfezionativo del reato.
2. Caso di cessione di droga preceduta da preventivo accordo fra le parti. Il criterio consensualistico assume la fusione delle volontà come fase di commissione del reato, relegando l’effetto reale (la consegna dello stupefacente) al livello di mera successiva ed eventuale modalità di esecuzione di un delitto già perfezionatosi fra le parti. In tale caso, altre e diverse responsabilità potranno venire ascritte a terzi, che entrino in rapporto materiale.
Quanto sin esposto appare propedeutico ad un’osservazione che verrà, poi, in prosieguo sviluppata.
Va, infatti, premesso che il cd. effetto permanente, cioè la eventuale condotta che l’agente, accessoriamente ed in progresso di tempo, pone in essere rispetto all’accordo preventivo principale e munito di forza incriminatrice, protraendo per un lasso di epoca apprezzabile la propria eventuale disponibilità esclusiva dello stupefacente, non può assumere rilievo, in quanto il reato in questione si perfeziona illico et immediate, al più, con l’apprensione dell’illecito bene.
E’, pertanto, evidente che, ben aversi concorso punibile ax art. 110 c.p., si deve raggiungere la prova della preventiva adesione psicologica (in eventuale assenza della partecipazione materiale) del singolo, rispetto alla risoluzione dell’agente principale o di altri partecipi.
Consegue da tali principi, pertanto, che ogni condotta, tenuta ed esplicitata successivamente al perfezionamento del reato di detenzione a fine di spaccio di stupefacenti, non può integrare gli estremi del concorso punibile nello stesso, così come sancito dalla S.C.[28].
La prova dell’estraneità dell’agente al reato principale ed originario deve, quindi, intervenire in modo sicuro, onde, quindi, potere affermare incontrovertibilmente la sussistenza del necessario requisito negativo, legittimante il favoreggiamento personale e cioè l'esclusione del concorso nel reato presupposto[29].
b) La detenzione a scopo personale
E’ evidente che, spesso, nella pratica, si giunge ad una declaratoria di non punibilità della condotta in questione, solo a seguito di un iter procedimentale che attesti tale destinazione ed escluda la finalizzazione della sostanza allo spaccio, cioè all’esito di un vero e proprio giudizio, sia esso svolto nelle forme dell’udienza preliminare, del rito abbreviato, o, addirittura, del dibattimento.
L’esclusione della antigiuridicità strictu sensu, cioè del connotato dell’illiceità penalmente punibile, farà venire meno quella che può e deve essere definita una vera e propria condizione di punibilità. E’ stata, infatti, sin a questo momento, rilevata la circostanza che la legge, in pratica, subordina la punibilità del delitto di favoreggiamento alla verificazione naturalistica di una antecedente condotta, a propria volta, penalmente rilevante.
Tale requisito si configura, quindi, come una vera e propria condizione oggettiva di punibilità, e, quindi, non richiede nel soggetto agente la rappresentazione dell'effettivo vantaggio percepito dal fruitore dell’ausilio, bensì la sola finalizzazione della condotta all'aiuto illecito, sicchè il reato si perfeziona nel momento in cui la condizione propedeutica si verifica[30].
Il principio esposto appare pacificamente accolto in giurisprudenza, con specifici riferimenti ad esempi di condotte presupposte riconosciute dall’ordinamento giuridico interessato, come integranti estremi di reato.[31]
Consegue, pertanto, che non può sfuggire al caposaldo sin qui esposto, neppure l’ipotesi di un mutamento di leggi nel tempo che potesse escludere la punibilità di condotte, una volta previste come penalmente illecite. Nel caso concreto, il problema dell'applicabilità dell'art. 2 c.p., in caso di mutamento del regime della punibilità[32], non può essere positivamente risolto alla luce del richiamo alla natura sostanziale di tale istituto, che costituisce condizione di punibilità.
Non rileva, pertanto, ai fini che ci occupano, la circostanza che il principio dell'applicazione della norma più favorevole al reo opera precipuamente al fine di individuare la norma di diritto sostanziale applicabile al caso concreto, pur potendo dispiegare effetti anche in ordine al regime della procedibilità che inerisce alla fattispecie dato che è inscindibilmente legata al fatto come qualificato dal diritto.
4. Il concorso nella detenzione ed il favoreggiamento – conclusioni - .
L’autonomia concettuale delle due ipotesi.
E’ giunto il momento di trarre le conclusioni relative alla esposizione che precede, onde verificare se esse si pongano in armonica coerenza con le premesse svolte.
Si può e si deve, pertanto, seriamente affermare che esista una evidente linea di discrimine fra il concorso punibile ed il favoreggiamento personale e/o reale, costituita da due principali elementi costitutivi.
Il primo attiene all’approccio psicologico dell’agente. Non a caso il tenore letterale l’art. 378 c.p., pone come condizione preliminare il fatto che si verta al di fuori dell’ipotesi di concorso, escludendo, quindi, che il singolo operi uti animus socii, con la più volte richiamata consapevolezza della finalizzazione del proprio apporto ad un termine comune, anche da altri contestualmente perseguito.
Il secondo di questi appare di natura temporale, ravvisandosi il favoreggiamento, solo allorché la relativa condotta venga commessa in epoca successiva, e non durante, la perpetrazione del reato presupposto[33].
Questi elementi identificativi valgono sia per il favoreggiamento personale che per quello reale.
Attese tali incontrovertibili osservazioni è gioco-forza ritenere che si debba superare le posizioni giurisprudenziali e dottrinali che escludevano la possibilità di rompere con l’obsoleta e rigida costruzione giuridica del concorso di persone nel reato di detenzione a fine di spaccio di stupefacenti, quale rigida previsione in materia, e non favorivano, certo, l’ipotizzazione di altre forme di responsabilità frazionata ed individuale.
La sentenza del Tribunale di Catania, individuando con nettezza la figura del favoreggiatore, impone, quindi, l’approccio ad una metodica nuova e diversa, che permette di cogliere, soprattutto sotto il profilo psicologico, quegli elementi di specificità, che favoriscano la distinzione dei singoli aspetti di responsabilità, superando un concetto massificatorio della colpevolezza sotto l’unico denominatore comune dell’art. 73.
Emerge, pertanto, la necessità di un seria penetrazione ed identificazione in fatto dei singoli episodi e delle varie condotte, onde pervenire da ciò ad una corretta decodificazione della fattispecie normativa che risulti, poi, aderente al caso concreto.
Vi è, però, anche di più. E’, infatti, innegabile l’auspicio ed il convincimento che la pronunzia del G.M. del Tribunale di Catania non resti un exploit giurisprudenziale isolato, (vox clamantis in deserto) ma sia, invece, viatico ad una radicale rinnovazione interpretativa, che induca l’esegeta a sussumere il fatto materiale in un contesto normativo preciso, corretto ed adeguato, senza dover fare rientrare, frettolosamente, condotte illecite in previsioni di legge del tutto inidonee, solo in forza di consolidate convenzioni.
Non a caso, passaggio particolarmente illuminante della sentenza che si commenta è quello ove si afferma che “anche tale circostanza (l’individuazione dell’elemento psicologico n.d.a.) rivela l’inadeguatezza di una tesi che tentasse di individuare in base all’art. 73 dpr 309/90, norma rigorosa e volta alla repressione del fenomeno criminoso della circolazione della sostanza stupefacente, la congrua sanzione di un comportamento non assistito dal dolo proprio del reato ivi descritto”.[34]
Avv. Carlo Alberto Zaina - giugno 2005
N. 132/05 Reg.
Il Tribunale penale di Catania – Sez. 3° in composizione monocratica
Il Dott.sa Enza De Pasquale
Del delitto di cui agli artt. 110 c.p. 73 co. 1 D.P.R. 309/90 per avere, in concorso con S.A., senza l’autorizzazione prevista dall’art. 17, illecitamente detenuto al fine di cederla a terzi, grammi 13 circa di sostanza stupefacente del tipo “cocaina”, contemplata nella tabella I dell’art. 14 DPR citato, suddivisa in 22 dosi contenute in piccoli involucri di plastica.
Nel corso dell’istruttoria sono stati escussi i militari che procedettero all’operazione sopra descritta, i quali ne hanno confermato lo svolgimento nei termini riportati nel verbale in atti, e la vigilessa cui la T. ebbe infine a consegnare la sostanza occultata sulla propria persona. E’ stato altresì ascoltato l’originario coimputato, S.A., ai sensi dell’art. 197 bis c.p.p., e l’imputata medesima si è sottoposta all’esame sollecitato dalla difesa.
Ad esito le parti hanno concluso entrambe con richiesta assolutoria.
E’ nota, in tema, la problematica sorta in ordine alla configurabilità del delitto di favoreggiamento ove la condotta di agevolazione segua la commissione di un reato permanente – quale quello di illecita detenzione di sostanza stupefacente – ancora in corso di esecuzione: una parte della giurisprudenza, specie in tempi risalenti, dando rilievo al dato letterale della norma che vuole il favoreggiamento configurabile solo “dopo che fu commesso un reato” ha affermato che ogni aiuto apportato agli autori del reato permanente in costanza di realizzazione di questo si traduce in una forma di contributo alla condotta criminosa (nella specie, detenzione di stupefacente) e quindi di concorso in essa; secondo altro orientamento l’integrazione del delitto di favoreggiamento, sotto il profilo del rapporto cronologico con il reato permanente, postula che la commissione di quest’ultimo nel suo momento iniziale sia anteriore alla condotta assunta come favoreggiatrice ma non anche che il reato principale sia già esaurito (Cass. VI, 17.8.95 n. 9079, Monteleone; nel senso che la natura permanente del reato presupposto non sia di ostacolo alla configurabilità del favoreggiamento reale, quando la condotta del primo reato abbia già avuto inizio, v. C. 13.11.2000 n. 11603, Bassi). Tale ultima lettura appare sostenuta anche in sede dottrinale, da autori che valorizzano la distinzione tra il momento di perfezione del reato permanente – coincidente con il venire ad esistenza degli elementi costitutivi del reato – e quello di consumazione del medesimo. Identificato nella cessazione della permanenza, desumendone la compatibilità con la dizione dell’art. 378 c.p. della tesi che considera corretta l’individuazione del reato di favoreggiamento laddove la condotta di agevolazione sia intervenuta dopo la commissione, seppur prima della consulazione, reato permanente (per l’adozione di simile soluzione in tema di favoreggiamento personale durante la fase esecutiva del sequestro di persona v. Cass. 27.7.90, Mantovani).
Di recente, invero, la Corte di Cassazione è tornata ad affermare che il favoreggiamento non sarebbe configurabile con riferimento al delitto di cui all’art. 73 dpr 309/90 in costanza della detenzione illecita, risolvendosi l’agevolazione in un concorso nel reato quantomeno a carattere morale (C., VI, 6.2.04, n. 4927, Domenighini). Va tuttavia evidenziato, per un verso, che trattasi di sentenza emessa in tema di favoreggiamento reale – ovvero in riferimento ad una fattispecie in cui più pregnante è il rapporto tra il soggetto agente e la cosa attraverso la cui detenzione si intende agevolare il conseguimento del profitto illecito del terzo (nella specie, trattavasi di detenzione di stupefacente per conto altrui) – e per altro verso che essa non reca alcuna critica dell’opposto orientamento sopra segnalato limitandosi a richiamare, in motivazione, pregresse pronunce di analogo contenuto; peraltro, una delle sentenze espressamente richiamate dalla Corte, la n. 10800 del 20.10.00, in motivazione recita testualmente: “se pure in via generale non è ostativo alla configurazione del favoreggiamento il fatto che il reato permanente presupposto sia ancora in corso di consumazione…”, così escludendo la sussistenza astratta della dedotta incompatibilità e rimettendone l’affermazione all’analisi della fattispecie concreta.
- il dibattimento non ha offerto alcun elemento sintomatico di una partecipazione della T. al commercio di sostanza stupefacente in ordine al quale il convivente S.A. ha riportato condanna (si noti che nell’abitazione è stata rinvenuta un’unica dose di stupefacente, in assenza di materiali per il taglio ed il confezionamento, v. testimonianze Mar. *****, fg 3, e App. *****, fgg. 11/12):
- l’originario coimputato ha affermato l’assoluta estraneità della sig.ra T. alla detenzione in questione, di cui ella neppure avrebbe avuto conoscenza, assumendo su di sé l’esclusiva responsabilità del fatto (come peraltro avvenuto nell’immediatezza dell’accertamento, testimonianza app. ******, fg. 11) e dichiarando di aver egli consegnato alla convivente, nell’imminenza del controllo di polizia, gli involucri di sostanza stupefacente, già custoditi nella tasca del proprio pantalone, con richiesta di nasconderli indosso senza alcuna ulteriore spiegazione (verb. Ud. 12.5.04, fg. 5).
- La sostanza era confezionata in 21 zollette ed avvolta in cartine trasparenti (simili a caramelle, v. testimonianza Ass. ******, verb. Ud. 25.1.05, fg. 6) e l’imputata la noscose nel proprio slip sotto il pigiama);
- Prima dell’arrivo dell’agente che l’avrebbe perquisita, la T. tacque il possesso della sostanza ed anche in presenza dell’operante cercò di sottrarsi al controllo (come chiaramente emerso dalla deposizione della teste ******); urante il colloquio, inoltre, chiese di recarsi in bagno, all’evidente fine di disfarsi di quanto consegnatole dallo S., non riuscendo nell’intento per opposizione dell’assistente di Polizia;
- Appena il convivente l’ebbe informata che ormai i militari erano al corrente della situazione, la signora consegnò spontaneamente quanto fino a quel momento occultato sulla persona;
- Nel corso del proprio esame, l’imputata, incensurata, ha confermato di aver agito al solo scopo di rispondere alla richiesta di aiuto del proprio convivente, senza chiara cognizione di cosa le fosse stato consegnato e senza aver in precedenza avuto contezza dell’illecita detenzione integrata da costui.
Si ritiene, infatti, in base alla ricostruzione dei fatti offerta dalle testimonianze assunte, che ella sia entrata inpossesso della sostanza stupefacente in modo del tutto estemporaneo, consentendo ad una domanda di collaborazione non programmata e senza alcun interesse alla detenzione, né per proprio né per altrui conto: l’assenza di elementi significativi della diretta partecipazione della T. alla condotta detentiva integrata dal convivente (non rilevando, come si è detto, l’eventuale precedente percezione di essa, comunque non dimostrata), l’immediata adesione dell’imputatao all’invito – rivoltole da quest’ultimo – di consegnare la merce alla polizia, dopo i precedenti tentativi di sottrazione all’accertamento e la deposizione pienamente scagionante resa dallo S. rappresentano infatti elementi che escludono la riferibilità soggettiva alla T. di una detenzione penalmente rilevante ai sensi dell’art. 73 dpr 309/90. Ella risulta piuttosto aver ricevuto lo stupefacente consegnatole dal convivente al solo scopo di evitare che l’operazione di polizia conducesse all’accertamento di responsabilità di costui: è infatti certo che la donna avesse chiaramente percepito l’illegalità della situazione in cui versava il suo compagno, come reso evidente dalle circostanze in cui le fu chiesto l’occultamento della sostanza (peraltro visibile attraversi il materiale di confezionamento), dai termini della richiesta formulata dal convivente (<<puoi tenere questa cosa, che ci sono i Carabinieri (….) poi ti spiego>>, escussione S., fg. 6), dal fatto che ella tentò fino all’ultimo di evitare il rinvenimento di quanto nascosto e dall’implicita manifestazione della volontà di disfarsene sottesa, secondo esperienza, alla richiesta di raggiungere il bagno prima della perquisizione. Ricorrono quindi sia l’elemento materiale della fattispecie di cui all’art. 378 c.p. – ovvero l’agevolazione ad eludere le investigazioni degli inquirenti consistita nell’occultare e tentare di distruggere la sostanza illegalmente posseduta dallo S. – che la consapevolezza dell’avvenuta integrazione di unreato da parte del convivente e la volontà di sottrarre costui alle responsabilità penali derivanti dall’accertamneto della condotta delittuosa.
Dr.ssa E. De Pasquale
[1] V. per tutte Cass. Sez. VI 22.4.1994 n. 198764
[2] V. ex pluribus Romano, Delitti contro l’amministrazione della giustizia, Giuffrè, Milano, 2° Ed. 2004, pg. 214, che afferma: “..In caso di detenzione illecita di sostanza stupefacente, reato a condotta permanente, non è configurabile il delitto di favoreggiamento, in quanto qualunque agevolazione del colpevole in costanza di tale condotta, si risolve inevitabilmente in un concorso quantomeno morale con il colpevole stesso”
[3] Un esaustiva definizione in proposito ci viene fornita da Cass. pen., sez. I, 30/05/1997, n.3861 che precisa come “Il reato di favoreggiamento personale ha come presupposto la commissione, da parte di un altro soggetto, di un altro delitto per il cui accertamento siano in corso indagini, e si concreta con l'agevolazione prestata a sottrarsi alle indagini stesse o alle ricerche conseguenti”.
[4] Cass. pen., sez. un., 28/02/2001, n.8, Ferrarese Ferrarese e altri, Arch. Nuova Proc. Pen., 2001, 390 “Ai fini della configurabilità del delitto di favoreggiamento è irrilevante la mancanza di una condizione di procedibilità per il reato presupposto.”
[5] Cass. pen., sez. VI, 11/03/2003, n.20513, Filippi, CED Cassazione, 2003 “Il reato di favoreggiamento personale è un reato istantaneo, che si consuma nel momento stesso in cui vie ne realizzata la condotta di ausilio. Trattandosi di reato di pericolo non è richiesto che la condotta consegua l'obiettivo voluto: essa deve tuttavia consistere in un'attività che abbia frapposto un ostacolo, anche se limitato o temporaneo, allo svolgimento delle indagini, che abbia, cioè, provocato una negativa alterazione - quale che sia - del contesto fattuale all'interno del quale le investigazioni e le ricerche erano in corso o si sarebbero comunque potute svolgere.
La frazionabilità dell'iter esecutivo consente di ammettere la configurabilità del tentativo.”
[6] G.Fiandaca-E. Musco Diritto penale vol. 1 3° ed. Zanichelli, Bologna, 2002, pg. 395 e segg.
[7] Cass. pen., sez. VI, 11/03/2003, cit. La frazionabilità dell'iter esecutivo consente di ammettere la configurabilità del tentativo.”. conf. Cass. pen., sez. II, 10/01/2003, n.18103, Sirani, Riv. Pen., 2004, 104 “E’ configurabile il tentativo di favoreggiamento personale - il cui iter esecutivo e' frazionabile - quando si pongono in essere atti preparatori ma l'azione diretta ad aiutare taluno ad eludere le investigazioni a sottrarsi alle ricerche della autorità non sia portata a termine per cause indipendenti dalla volontà dell'agente.”
[8] Cass. pen., sez. II, 10/01/2003, n.18103, Sirani, Riv. Pen., 2004, 104
[9] Così Cass. pen., sez. VI, 05/06/2002, n.38809, Tambasco, Guida al Diritto, 2003, 5, 105, in relazione ad una fattispecie in cui si è ritenuta irrilevante per escludere la rilevanza penale del favoreggiamento personale la depenalizzazione del reato presupposto di guida senza patente, siccome intervenuta in epoca successiva alla commissione del fatto.
[10] Cass. pen., sez. VI, 05/06/2002, n.38809, Tambasco, Guida al Diritto, 2003, 5, 107
[11] Cass. pen., sez. VI, 11/03/2003, n.20513, Filippi, CED Cassazione, 2003, conforme Cass. pen., sez. IV, 20/12/2002, n.4851, Pugliesi e altri, Guida al Diritto, 2003, 15, 95
[12] Cass. pen., sez. IV, 25/02/2003, n.23848, Nencini, CED Cassazione, 2003
[13] Cass. pen., sez. VI, 12/12/2002, n.1314, Chieregatti, CED Cassazione, 2003, conf. Trib. Milano, 25/01/2000, Foro Ambrosiano, 2000, 144 “Il reato di favoreggiamento personale richiede condotte finalizzate a frapporre ostacoli nell'attivitàdiretta all'accertamento dei reati e alla individuazione dei responsabili. L'aiuto può consistere anche in una condotta omissiva e pertanto la condotta integratrice del delitto può essere costituita anche dal silenzio, dalla reticenza, dal rifiuto di fornire notizie. Inoltre il favoreggiamento integra un reato di pericolo, è istantaneo, si consuma nel momento in cui il soggetto ha posto in essere la condotta favoreggiatrice, purchè quest'ultima sia idonea ad intralciare le indagini dell'autorità così da richiedere da parte di questa ultima un maggiore impegno investigativo”.
[14] L'oggettività giuridica del favoreggiamento personale va in linea generale ravvisata nella tutela dell'interesse dell'amministrazione della giustizia al regolare svolgimento del processo penale nella fase delle investigazioni e delle ricerche, in atto o possibili dopo la commissione di un reato, ovvero nella protezione delle attività proprie della polizia giudiziaria, giustificata dalla immediatezza del suo intervento. La formulazione della norma peraltro non esclude che nella sfera di protezione rientri anche l'attività di istruzione dibattimentale.
Cass. pen., sez. VI, 23/11/1999, n.14232, Poncet, Cass. Pen., 2001, 143
[15] Cass. pen. sez. I, 26/06/2001, n.33450, Capasso, Cass. Pen., 2002, 2369,ha ritenuto corretto il ragionamento del giudice di merito che nel fatto della persona intervenuta successivamente alla commissione dell'omicidio aveva ravvisato un'ipotesi di concorso morale e non di favoreggiamento, in costanza di un preventivo accordo tra questa e persone affiliate ad associazione criminale, per il caso di necessità concernente un appartenente all'associazione impegnato frattanto nella possibile perpetrazione di omicidio "alternativo" a quello dei sodali, qualora quest'ultimo non fosse andato a buon fine.
[16] Cass. pen., sez. VI, 09/04/1998, n.1325, Lippi, ed ancora Cass. Pen., 2000, 71 Cass. pen., sez. IV, 22/04/1997, n.4243, Contaldo, CED Cassazione, 1997.
[17] Cass. pen., sez. I, 09/10/2002, n.35607, Como e altri, Guida al Diritto, 2003, 7, 83.
[18] Romano, Delitti contro l’amministrazione della giustizia, cit. pg. 204. Mentre, in giurisprudenza, interessante appare la pronunzia di Cass. pen. sez. I, 06/05/1999, n.8786, Nicolosi, Cass. Pen., 2000, 2270
[19] P. Pisa in F. Bricola – V. Zagrebelsky, Codice Penale P.s. vol. 1, pg. 410, UTET 1984
[20] P. Pisa in F. Bricola – V. Zagrebelsky, cit. pg. 411
[21] Cfr. Romano, cit. pg. 216
[22] Cass. pen., sez. VI, 16/06/1999, n.10743, Cucuzzella, Cass. Pen., 2000, 1959, Giust. Pen., 2000, II, 436 “Quando una persona, che non sia concorrente nel reato di furto, sottrae al controllo dell'autorità la cosa oggetto del delitto, al fine di verificare se ricorra l'ipotesi di favoreggiamento reale o quella di favoreggiamento personale occorre indagare sulla volontà dell'agente per accertare se egli abbia voluto nascondere o distruggere la cosa medesima: nella prima ipotesi deve ritenersi la sussistenza del favoreggiamento reale, mirando la condotta a non far perdere la cosa; ricorre, invece, l'ipotesi del favoreggiamento personale in caso di distruzione, in quanto il comportamento ha lo scopo di aiutare altri a eludere le investigazioni dell'autorità.”
[23] Cass. pen., sez. VI, 04/12/1996, n.1108, Famiano, Cass. Pen., 1998, 664, Giust. Pen., 1998, II, 56 Ai fini della configurazione del concorso di persone nel reato di detenzione di sostanza stupefacente, è necessario e sufficiente che taluno partecipi all'altrui attività criminosa con la semplice volontà di adesione, che può manifestarsi in forme che agevolino detta detenzione, anche solo assicurando all'altro concorrente una relativa sicurezza. In tal senso va riconosciuta anche alla semplice presenza, purchè non meramente casuale, sul luogo dell'esecuzione del reato, l'idoneità a costituire estremo integrante della partecipazione criminosa, qualora essa sia servita a fornire all'autore del fatto stimolo all'azione od un maggior senso di sicurezza nella propria condotta, palesando chiara adesione alla condotta delittuosa.
[24] V. ex plurimis Cass. pen., sez. IV, 22/06/2000, n.8250, Giarraputo, Riv. Pen., 2000, 1155
[25] Trib. Varese, 10/04/2002, Foro Ambrosiano, 2002, 402
[26] Cass. pen., sez. VI, 20/05/1998, n.9986, Costantino, Cass. Pen., 1999, 2365, Giust. Pen., 1999, II, 542.
[27] V. ex plurimis Cass. pen., sez. VI, 02/07/2002, n.30135, Gjinarari e altri, Guida al Diritto, 2003, 14, 93, che afferma “L'individuazione del momento consumativo del reato di acquisto di sostanze stupefacenti è quello in cui si raggiunge il consenso tra venditore e acquirente in ordine a quantità, qualità e prezzo dello stupefacente, indipendentemente dall'effettiva consegna della merce e dal pagamento del prezzo” e Cass. pen., sez. IV, 22/09/1997, Alfieri e altri, Cass. Pen., 1998, 665, nota di AMATO, che sancisce come “…ai fini della competenza per territorio, ove non sia possibile determinare il punto d'ingresso dello stupefacente nel territorio nazionale ed il luogo in cui si sia perfezionato il consenso per l'acquisto di esso, assumono rilievo - in base all'art. 9 c.p.p. - le altre condotte (detenzione, trasporto e ricezione) che sono idonee ad integrare le fattispecie di reato di cui all'art. 73 d.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309”.
[28] Cass. pen., sez. I, 07/11/2002, n.754, Prestifilippo e altri, Guida al Diritto, 2003, 13, 86
[29] Cass. pen., sez. VI, 31/10/1996, n.3354, Andreatta, Cass. Pen., 1998, 1630
[30] Cass. pen., sez. III, 22/03/2002, n.13903, Turconi e altri, Dir. e Pratica Lav., 2002, 1391.
[31] Cass. pen., sez. I, 17/09/2002, n.38401, Minin, Foro It., 2003, 2, 317. Ai fini dell'applicabilità dell'art. 10, 2° comma, c.p., condizione indispensabile per la punibilità di un reato commesso da uno straniero all'estero è che il fatto risulti contemporaneamente qualificato come illecito penale - ancorché con diverso "nomen iuris" e con diverse pene - anche nell'ordinamento del luogo in cui è stato consumato (principio c.d. della doppia incriminazione).
[32] Per un caso involgente sia una condizione di punibilità, che di procedibilità in relazione alla successioni di leggi nel tempo, V. Cass. pen., sez. III, 08/07/1997, n.2733, Frualdo, Cass. Pen., 1998, 3286, Giust. Pen., 1998, II, 442, Zacchia, 1998, 251.
[33] Cass. pen., sez. I, 07/11/2002, n.754, Prestifilippo e altri, Guida al Diritto, 2003, 13, 86
[34] G.M. Trib. CT. 25.1.05, Tomarchio