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Timestamp: 2017-12-12 04:35:44+00:00
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Studio Legale Buonomo - Diritto Previdenziale ed Assistenziale: La pensione di inabilità può essere convertita in assegno sociale, anche se non fruita: Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 25204/2015
La pensione di inabilità può essere convertita in assegno sociale, anche se non fruita: Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 25204/2015
sentenza 3 novembre – 15 dicembre 2015, n. 25204
L’INPS proponeva appello avverso la detta sentenza) lamentando che erroneamente il primo giudice aveva ritenuto che la V. (che aveva presentato la domanda amministrativa in data 28-7-2009, un giorno prima del compimento del 65^ anno di età) avesse maturato il diritto alla pensione di inabilità in data antecedente al 1-8-2009, presupposto indefettibile per accedere al beneficio della “sostituzione”, di cui all’invocato art. 19. La V. si costituiva tardivamente e resisteva al gravame.
In sintesi la Corte territoriale affermava che la V. , nata il 29-7-1944, a prescindere dall’età anagrafica alla data della domanda amministrativa, aveva già compiuto il sessantacinquesimo anno di età alla data di decorrenza del beneficio preteso (il primo giorno cioè del mese successivo alla presentazione della domanda) ragion per cui, non avendo conseguito, alla data del 1-8-2009, in difetto del predetto requisito anagrafico, il trattamento pensionistico spettante agli infrasessantacinquenni, non poteva beneficiare neppure della pensione (recte: “assegno”) sociale in sostituzione di tale trattamento.
Preliminarmente va respinta l’eccezione di tardività del ricorso avanzata dall’Istituto controricorrente.
Dagli atti risulta, infatti, che la sentenza è stata notificata il 24-4-2013 e la notifica del ricorso è avvenuta con consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario effettuata tempestivamente in data 22-6-2013 (vedi timbro recante il numero cronologico, la data e la specifica delle spese), momento, questo, rilevante per il notificante ai fini della tempestività il dell’impugnazione.
Con l’unico motivo la ricorrente sostiene che, dal combinato disposto degli artt. 19 e 12 della legge n. 118 del 1971 “si desume che, quando gli elementi costitutivi del diritto alla pensione di inabilità siano maturati prima del compimento del sessantacinquesimo anno, la pensione di inabilità si converte in pensione sociale”.
Secondo la ricorrente, infatti, l’art. 19 “prevede la “sostituzione” della pensione al compimento del 65^ anno e, pertanto, se gli elementi costitutivi del diritto erano maturati prima di tale data e ciò che doveva ancora scattare era la mera decorrenza del trattamento, differita dalla legge al primo giorno del mese successivo alla domanda amministrativa, non si vede perché la trasformazione non debba avvenire”, con la conseguenza che “l’unica peculiarità di questo caso è che la sostituzione opererà sin dal pagamento del primo rateo”. In particolare la ricorrente ripercorre gli argomenti svolti in motivazione da Cass. 24-3-2009 n. 7043 e conclude in conformità. Il ricorso è fondato e va accolto.
In particolare nella motivazione di Cass. n. 7043/2009 (sulla quale è in sostanza sviluppato il motivo di ricorso) si legge che dal combinato disposto degli art. 19 e 12 legge 118 cit. “si desume che quando gli elementi costitutivi del diritto alla pensione d’inabilità indicati dall’art. 12 siano maturati prima del compimento del sessantacinquesimo anno, la pensione d’inabilità si converte in pensione sociale.
L’art. 19, infatti, prevede la “sostituzione” della pensione al compimento del 65^ anno e, pertanto, se gli elementi costitutivi del diritto erano maturati prima del 65° compleanno e ciò che doveva ancora scattare era la mera decorrenza del trattamento, differita dalla legge al primo giorno del mese successivo alla domanda amministrativa, non si vede perché la trasformazione non debba avvenire. L’unica peculiarità di questo caso è che la sostituzione opererà sin dal pagamento del primo rateo”.
Nella stessa sentenza si aggiunge che “questa ricostruzione è complementare con il principio più volte affermato per cui “la pensione e l’assegno di inabilità civile di cui alla L. 30 marzo 1971, n. 118, arti. 12 e 13, non possono essere riconosciuti a favore dei soggetti il cui stato di invalidità a norma di legge si sia perfezionato con decorrenza successiva al compimento dei sessantacinque anni (o che, comunque, ne abbiano fatto domanda dopo il raggiungimento di tale età), come si evince dal complessivo sistema normativo, che per gli ultrasessantacinquenni prevede l’alternativo beneficio della pensione sociale, anche in sostituzione delle provvidenze per inabilità già in godimento, e come è stato espressamente confermato dal D.Lgs. 23 novembre 1988, n. 509, art. 8……
Il che conferma che la domanda amministrativa per la pensione d’inabilità può essere proposta (e se ve ne sono i presupposti, deve essere accolta) solo prima del compimento dei 65 anni e deve essere accolta solo quando si accerti che lo stato di invalidità del ricorrente si è perfezionato prima di tale data, non nel caso di una maturazione differita oltre tale data”.
La medesima ricostruzione, poi, secondo Cass. n. 7043/2009 cit., “è inoltre in linea con i principi affermati dalle Sezioni Unite in materia di decorrenza del trattamento assistenziale e previdenziale, laddove si è sottolineato che la regola per cui il pagamento della pensione o dell’assegno decorre dal primo giorno del mese successivo a quello della domanda risponde “verosimilmente” ad “opportunità di natura contabile” (Sezioni Unite 5-7-2004, n. 12270), mentre i principi generali dell’ordinamento si muovono nel senso che la tutela assistenziale matura nel momento in cui si determina la situazione di inabilità e di mancanza di mezzi di sostentamento”, con la conseguenza che “la regola che differisce il trattamento assistenziale al primo giorno del mese successivo a quello della maturazione delle condizioni non può essere estesa al di là dei casi in cui è stata espressamente enunciata e che il principio generale è invece quello della retrodatazione degli effetti al momento di maturazione delle condizioni sanitarie e socio – economiche richieste dalla legge.
Del resto, il principio cardine in materia è quello dettato dall’art. 38 Cost., comma 1, per il quale “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”.
A tale indirizzo maggioritario si contrappone il diverso indirizzo affermato da una consistente giurisprudenza di merito e da Cass. 23-5-2012 n. 8099, secondo cui “in tema di invalidità civile, la previsione legale del combinato disposto degli articoli 12 della legge 118 del 1971 e 1, comma 35, della legge 247 del 2007 – che, nel prevedere la concessione dell’assegno con le stesse condizioni previste per l’assegnazione della pensione, stabiliscono che anche l’assegno mensile di assistenza è concesso con decorrenza dal primo giorno successivo a quello della presentazione della domanda della prestazione – va interpretata nel senso che la data di decorrenza del beneficio è elemento costitutivo del diritto, il quale si perfeziona solo nel momento in cui matura la data in questione.
Ne consegue che il diritto alla pensione di inabilità civile e quello all’assegno mensile di assistenza è riconoscibile solo se tutti i requisiti per essi richiesti sussistano nel primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda di accertamento dell’invalidità; con l’ulteriore conseguenza che le indicate provvidenze non spettano ai soggetti che, alle date in questione, non posseggano il prescritto requisito anagrafico”.
Tale linea interpretativa, secondo la detta pronuncia sarebbe avvalorata dalla previsione dell’art. 1, comma 3, ultima parte, della l. n. 18 del 1980 (che prevede che “il diritto all’indennità di accompagnamento decorre dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale viene presentata la domanda”), nonché dall’art. 5, comma 1, del d.P.R. n. 698 del 1994 (ossia del “Regolamento recante norme sul riordinamento dei procedimenti in materia di riconoscimento delle minorazioni civili e sulla concessione dei benefici economici”, il quale stabilisce che i benefici in questione decorrono dal mese successivo alla data della domanda di accertamento sanitario, ovvero dalla “diversa successiva data” eventualmente indicata dagli organismi sanitari competenti)”, dovendo logicamente attribuirsi “identico rilievo” di “elemento integrativo necessario alla nascita del diritto” ad entrambi i momenti considerati dalla norma stessa. Secondo la stessa pronuncia, poi, “ulteriori elementi di riscontro alla interpretazione su esposta” sarebbero forniti dalla “comparazione della disciplina propria delle provvidenze economiche apprestate per gli invalidi civili con quella dettata, per le prestazioni previdenziali di invalidità (pensione di inabilità ed assegno ordinario), dal d.P.R. n. 488 del 1968, art. 18, norma alla quale, ai sensi della l. n. 222 del 1984, art. 12 deve continuare a farsi riferimento per le prestazioni liquidate ai sensi della medesima legge e che esplicitamente distingue – almeno come regola generale – il momento di perfezionamento del diritto da quello della decorrenza dell’obbligo di corresponsione delle prestazioni medesime, facendo coincidere quest’ultimo con il primo giorno del mese successivo a quello in cui, appunto, si è perfezionato il relativo diritto”.
A tale indirizzo minoritario ha aderito la Corte d’Appello di Firenze con la sentenza qui impugnata rilevando, sotto altro angolo visuale, che la “astratta configurabilità di una distinzione logica tra maturazione del diritto e decorrenza della prestazione appare, poi, per quanto suggestiva, priva di consistenza effettiva solo che si abbia riguardo al fatto che il diritto si sostanzia esso stesso nella fruizione della prestazione economica”, come sarebbe confermato dalla “considerazione – pacifica in giurisprudenza – che laddove i requisiti sanitari sopravvengano alla data di presentazione della domanda amministrativa il trattamento pensionistico viene riconosciuto con decorrenza dall’accertata sopravvenienza e non invece dal primo giorno del mese ad essa successivo”.
In tale quadro la stessa Corte d’Appello ha affermato che “appare allora che la decorrenza individuata nel primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda, laddove a questa data tutti i requisiti di legge siano sussistenti, costituisca lo strumento attraverso il quale il Legislatore ha inteso rendere neutra la data di presentazione della domanda ai fini del riconoscimento del diritto parificando, nell’ambito di un arco temporale ragionevole, quello di un mese, la posizione di tutti coloro che fossero già in possesso dei requisiti, costituendo in maniera identica nei loro confronti il diritto alla pensione solo dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda”.
Sotto altro aspetto, infine, la stessa Corte d’Appello aggiunge che la “sostituzione” della pensione di invalidità (o dell’assegno) con la pensione sociale, “al compimento dell’età di sessantacinque anni” ex art. 19 l. 118/1971 cit., presuppone necessariamente la fruizione del pregresso beneficio e non può essere riconosciuta a chi, come nel caso della V. , non lo abbia già conseguito. Orbene ritiene il Collegio che il contrasto vada risolto, sul piano della coerenza sistematica e della interpretazione costituzionalmente orientata della normativa di legge, le quali, entrambe, inducono alla riaffermazione dell’indirizzo maggioritario.
Al riguardo questa Corte ha ripetutamente evidenziato come “in materia di prestazioni previdenziali e assistenziali, debba distinguersi tra il momento in cui sorge il diritto alla prestazione, a seguito del perfezionarsi di tutti i relativi requisiti (ed eventualmente della presentazione della domanda), e quello della decorrenza del trattamento economico, posticipato al primo giorno del mese successivo, momento che nessun rilievo assume ai fini della determinazione dell’epoca di insorgenza del diritto” (v., fra le altre, Cass. n. 17083/2004 cit, cfr. Cass. n. 18697/2003, Cass. 15741/2002, Cass. 6154/2000). D’altra parte la configurazione della decorrenza del trattamento quale elemento costitutivo del diritto stesso si rivela operazione non in linea con l’assetto normativo generale, nel cui ambito il fattore tempo rileva quale presupposto di efficacia dell’atto o di esigibilità del diritto o della prestazione, di guisa che il nesso di correlazione tra “concessione” della prestazione e “decorrenza” della stessa, a ben vedere, appare enfatizzato nell’indirizzo minoritario (v, Cass. n. 8099/2012 cit.), non potendo, comunque, per tale, via dimostrarsi la coincidenza tra i due momenti. Peraltro, l’obiezione incentrata sulla inconcepibilità, in astratto, di un “diritto” alla prestazione, che si sostanzierebbe esso stesso nella fruizione della prestazione stessa, si pone in contrasto con la regola della autonomia del diritto rispetto alle singole poste monetarie che ne costituiscono derivazione.
Peraltro neppure può assumere rilevanza significativa in favore dell’indirizzo minoritario la espressione “sostituzione” contenuta nell’art. 19 l. 118/1971 e nell’art. 8 del d.lgs. n. 509/1988, ben potendo intendersi che la “sostituzione” non attiene alla prestazione, bensì al diritto, di guisa che, poiché quest’ultimo è già sorto per l’assistito prima del compimento del 65^ anno di età, l’effetto sostitutivo può naturalmente operare, benché nessuna posta di trattamento economico sia mai stata erogata all’assistito. Va, invece, pienamente condivisa la ricostruzione dell’indirizzo maggioritario, che, come evidenziato da Cass. 7043/2009 cit. risulta in linea sia con il principio affermato dalle Sezioni Unite (v. Cass. S.U. n. 12270 cit.) in materia di decorrenza del trattamento assistenziale e previdenziale rispondente “verosimilmente” ad “opportunità di natura contabile” (regola, come tale, non estensibile al di là dei casi in cui è stata espressamente enunciata), sia con il “principio cardine” dettato, in particolare nella materia assistenziale, dall’art. 38 comma 1 della Costituzione (per cui “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”).
La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, conferma le statuizioni della pronuncia di primo grado; compensa le spese di appello e di cassazione.
Pubblicato da Carmine Buonomo a 10:17