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Timestamp: 2013-05-23 11:08:00+00:00
Document Index: 74162557

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 420', 'art. 96', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1']

nelMerito.com - IL CONTINUATIVO IMPEDIMENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Home Giustizia IL CONTINUATIVO IMPEDIMENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI IL CONTINUATIVO IMPEDIMENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI	Politica e Istituzioni	di Saulle Panizza	23 aprile 2010	Dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale del lodo Schifani (nel 2004) e del lodo Alfano (nel 2009), il Parlamento ha recentemente approvato la legge n. 51/2010, in tema di impedimenti del Presidente del
Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire nei procedimenti penali quali imputati. Dopo la dichiarazione di illegittimità costituzionale del lodo Schifani (nel 2004) e del lodo Alfano (nel 2009), il Parlamento ha recentemente approvato la legge n. 51/2010, in tema di impedimenti del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire nei procedimenti penali quali imputati. Si tratta di un provvedimento che suscita più di una perplessità di ordine tecnico e giuridico, e che pare destinato all’ennesima dichiarazione di insanabile contrasto con la Costituzione.
Con la sentenza n. 262 del 2009 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge n. 124 del 2008 (il c.d. lodo Alfano), contenente le (nuove) disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato, dopo che già nel 2003 il tema della responsabilità delle più alte cariche dello Stato era stato affrontato dal legislatore ordinario (con la legge n. 140, nota come lodo Maccanico o lodo Schifani), andando incontro ad una (prima) illegittimità dichiarata dalla Corte pochi mesi più tardi (sent. n. 24 del 2004).
Al fine di consentire al Presidente del Consiglio dei ministri (e ai ministri) “il sereno svolgimento delle funzioni loro attribuite dalla Costituzione e dalla legge”, il Parlamento ha ora approvato la legge 7 aprile 2010, n. 51, nella quale si prevede che per tali soggetti costituisca legittimo impedimento a comparire nelle udienze dei procedimenti penali, quali imputati, ai sensi del codice di procedura penale (art. 420-ter), il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni per essi previste, delle relative attività preparatorie e consequenziali, nonché di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo.
Tali disposizioni si applicano “fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri” e, comunque, non oltre diciotto mesi.
In relazione a tale provvedimento, fin nel corso della discussione parlamentare alcune questioni pregiudiziali di costituzionalità ne avevano sottolineato i possibili contrasti con il quadro di riferimento, quale rappresentato dalle disposizioni della Costituzione e dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. Diversi e autorevoli commenti in dottrina hanno poi evidenziato fortissime perplessità di ordine costituzionale. Già pochi giorni dopo la sua entrata in vigore (9 aprile), in data 16 aprile, il Tribunale di Milano ha sollevato la questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3 e 138 Cost. (perché solo una legge costituzionale potrebbe prevedere ulteriori prerogative rispetto a quelle già previste dall’art. 96 Cost. per i reati c.d. “funzionali” dei membri del Governo).
In attesa, dunque, di veder probabilmente dichiarare anche questo intervento del legislatore ordinario contrario a Costituzione, e sforzandosi di prescindere da valutazioni di ordine politico, valgano poche, ulteriori osservazioni.
1) Il titolo della legge (“Disposizioni in materia di impedimento a comparire in udienza”) non appare del tutto congruo, perché l’interesse del legislatore era essenzialmente rivolto a disciplinare la situazione processuale di particolari soggetti che rivestono determinate cariche pubbliche, come del resto ammesso dall’art. 2, comma 1, che prefigura il contenuto della legge costituzionale (incentrata sulla disciplina organica delle prerogative dei membri del Governo, oltre che sulla disciplina attuativa della loro partecipazione ai processi penali).
2) Il drafting lascia in alcuni punti a desiderare (ma forse non vi è estranea la genesi del provvedimento, che unifica più proposte, diverse per ambito soggettivo, oggettivo ed effetto giuridico, tutte, tranne una, proposte all’indomani della sent. n. 262/2009, cit.): in particolare, non si coglie la motivazione della diversa formula linguistica del 1° e del 2° comma dell’art. 1 (rispettivamente per il Presidente del Consiglio dei ministri e per i ministri, con sfumature che potrebbero avere una differente portata normativa); né si comprende perché nell’art. 2, comma 1 il riferimento sia alle funzioni attribuite dalla Costituzione e dalla legge, quando nell’art. 1, comma 1 ci si riferisce alle attribuzioni previste dalle leggi e dai regolamenti.
3) Si è da più parti evidenziato come problematico il fatto che sia la stessa Presidenza del Consiglio dei ministri ad attestare che “l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni”, ma già il richiamo alla fonte regolamentare (e in particolare al regolamento interno del Consiglio dei ministri, approvato con d.P.C.m.) di cui all’art. 1, comma 1 pare evidenziare una dose di potenziale autoreferenzialità.
4) Si è da alcuni sottolineata la genericità e l’ampiezza della formula utilizzata per descrivere le attribuzioni il cui concomitante esercizio vale a costituire legittimo impedimento: non solo quelle previste dalle leggi o dai regolamenti, ma anche le relative attività preparatorie e consequenziali, ma anche ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di Governo (art. 1, comma 1). A ciò si aggiunga che per supportare l’attestazione del carattere continuativo dell’impedimento è sufficiente la (mera) “correlazione” con lo svolgimento delle funzioni per come prima individuate (e cioè quelle previste, quelle preparatorie, quelle consequenziali, quelle comunque coessenziali).
5) La natura transitoria o ponte del provvedimento viene giustificata in vista dell’entrata in vigore della legge costituzionale o comunque in diciotto mesi. Accanto all’implicita ammissione che occorresse e occorra una fonte di rango costituzionale per disciplinare la materia, appare francamente di difficile inquadramento giuridico una disposizione di legge ordinaria che autolimita la propria efficacia nel tempo al venir in essere di una fonte di rango superiore (un evento futuro, incerto nell’an oltre che nel quando, e per il quale l’ordinamento prevede un differente procedimento, potenzialmente nemmeno confinato all’interno delle aule parlamentari).
6) In collegamento con quanto già osservato (in particolare ai punti 3 e 4), la circostanza che all’approvazione del provvedimento si sia pervenuti con l’apposizione della questione di fiducia da parte del Governo, al di là di ogni valutazione sul piano politico, sembra anticipare quale sarà l’atteggiamento della Presidenza del Consiglio dei ministri (e verosimilmente del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri) in ordine al possibile utilizzo del nuovo strumento, evidentemente essenziale allo svolgimento delle funzioni di Governo.