Source: https://www.corrieredeimilitari.com/cleto-iafrate-condanna-di-un-maresciallo-dei-carabinieri/
Timestamp: 2019-11-13 10:02:30+00:00
Document Index: 81661140

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 329', 'art.112', 'art. 109', 'art. 18', 'art. 237', 'sentenza ', 'art. 237', 'art. 237', 'sentenza ', 'art-10', 'art-18']

Cleto Iafrate: condanna di un Maresciallo dei Carabinieri ~ Il Blog dei Militari
Carabinieri, Giustizia, Sentenze 15 Ottobre 2019 Giorge
Corte di Cassazione, il rapporto di dipendenza funzionale della polizia giudiziaria con l’autorità giudiziaria esclude ogni interferenza della scala gerarchica nella conduzione delle indagini. – di Cleto Iafrate
Riceviamo e pubblichiamo il testo scritto da Cleto Iafrate sulla vicenda reale e sancita con una sentenza della corte di cassazione.
l’aver ostacolato il colloquio fra un Brigadiere della Stazione da lui comandata e il Capitano. Quando quest’ultimo gli aveva chiesto di allontanarsi dall’ufficio per potergli consentire di parlare con il Brigadiere, il Maresciallo aveva risposto al suo superiore: «No, l’ufficio è mio, esca lei».
l’aver rispedito al Capitano in busta chiusa una missiva che il superiore gli aveva inviato, poi risultata essere un provvedimento di “esortazione ad un più diligente e corretto assolvimento dei compiti di comando riferiti al settore della Polizia Giudiziaria”.
Il conflitto insorge in ordine alle indagini di polizia giudiziaria che il Maresciallo stava eseguendo; in particolare, “il contrasto fra il Capitano e il Maresciallo si era manifestato a seguito delle ripetute richieste rivolte dal superiore al subordinato di fornire chiarimenti sul tema della conduzione da parte del secondo di determinate indagini di polizia giudiziaria“.
La difesa del Maresciallo sostiene, infatti, che il sottufficiale con l’uso di determinate espressioni “non aveva fatto altro che manifestare il suo dissenso rispetto alla posizione autoritaria assunta dall’ufficiale“; pertanto, “la Corte militare di appello ha omesso di contestualizzare la condotta messa in essere dal sottufficiale, da valutarsi invece in stretta relazione con le indiscriminate pressioni legate ai continui interventi del superiore gerarchico nell’attività propria della sfera del militare subordinato“.
“Era stato proprio il contrasto su questo argomento che aveva determinato la frattura nei rapporti fra i due militari, avendo il Capitano richiesto al sottoposto delucidazioni sull’attività svolta ed avendo invece il Maresciallo risposto in modo del tutto oppositivo, anche con il comportamento e con gli atti oggetto di contestazione“.
Scrive la Cassazione che la motivazione posta a base della sentenza impugnata non appare adeguata al fine di sorreggere il giudizio di colpevolezza dell’imputato, in relazione all’esigenza di verifica approfondita “della rilevanza dell’interferenza fra gli episodi incriminati e lo svolgimento da parte del militare subordinato di indagini di polizia giudiziaria a lui direttamente demandate dall’autorità giudiziaria“.
In particolare, si dà atto nelle decisioni di merito che il Maresciallo “non aveva inteso deflettere dal compimento dell’indagine già intrapresa e riteneva di non doversi coordinare, per quelle attività di polizia giudiziaria, con i colleghi della Stazione di (OMISSIS), che invece il Capitano considerava essere competenti per territorio, per cui aveva ripetutamente dato indicazioni nel relativo senso“.
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La Cassazione evidenzia che la giurisprudenza costituzionale stabilisce che “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria e, così, esprime il preciso, non equivocabile, significato di scolpire i due termini del rapporto di dipendenza funzionale, con riferimento all’autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria, in modo da escludere interferenze di altri poteri nella conduzione delle indagini, pur quando tali poteri promanino dalla medesima scala gerarchica dell’operatore di polizia incaricato della conduzione delle indagini: è proprio in virtù di questa salvaguardia assicurata dalla Carta fondamentale alla dipendenza funzionale che la direzione delle indagini risulta effettivamente riservata all’autonoma iniziativa e determinazione dell’autorità giudiziaria medesima“.
In altri termini, scrive la Cassazione, “il rapporto di dipendenza funzionale non tollera che -foss’anche per comprensibili esigenze di natura informativa ed organizzativa- nella dialettica propria del rapporto gerarchico si sviluppino forme di coordinamento investigativo alternative a quello condotto dalla competente autorità giudiziaria“.
La Corte costituzionale ha riconosciuto che l’art. 18, c.5, D.Lgs. 177/2016 “introducendo una penetrante deroga al segreto investigativo disposto dall’art. 329 del codice di procedura penale, avrebbe leso il principio di obbligatorietà dell’azione penale tutelato dall’art.112 Cost., cui il segreto investigativo sarebbe strettamente inerente, nonché l’art. 109 Cost., secondo il quale l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria.“.
Il tema è di sicura importanza, in quanto la vicenda in esame si è svolta all’interno di un comando dell’Arma dei carabinieri. E’ giusto il caso di precisare che la norma censurata -art. 18, c.5, D.Lgs. 177/2016- ha origine dall’accoglimento, da parte del Governo, di una delle osservazioni avanzate in data 12 luglio 2016, in sede di parere sullo schema di decreto legislativo sopra citato, dalle Commissioni I e IV della Camera dei deputati. Con decisione assunta a maggioranza, le suddette Commissioni riunite avevano infatti suggerito di estendere a tutte le Forze di polizia la previsione di cui all’art. 237 del DPR 15 marzo 2010, n. 90, il quale dispone che “indipendentemente dagli obblighi prescritti dal codice di procedura penale, i comandi dell’Arma dei carabinieri danno notizia alla propria scala gerarchica delle informative di reato, secondo modalità fissate con apposite istruzioni dal Comandante generale“.
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La matematica dice l’esatto contrario[1].
Bene, dunque, ha fatto la Cassazione ad invocare la sentenza 229/2018 ed ignorare –di fatto disapplicare- l’art. 237 del DPR n. 90 del 2010. D’altronde non poteva fare diversamente, a meno che non si voglia sostenere che l’avverbio “indipendentemente” assuma differenti significati in relazione ai luoghi in cui viene interpretato: ovverosia, nelle caserme della Guardia di Finanza e della Polizia “indipendentemente” significa “a prescindere” ed ha valore derogatorio (questo il motivo per il quale la Corte ha ritenuto la norma incostituzionale), mentre in quelle dei Carabinieri l’avverbio “indipendentemente” significa “fatti salvi”, nel senso che non sono ammesse deroghe. Ma se non sono ammesse deroghe, la norma che motivo ha di esistere?
Quanto al Capitano, ogni richiesta che di fatto si traduce in una dilatazione del perimetro del segreto investigativo deve essere indirizzata al magistrato. E’ a lui che vanno richieste le notizie sulle indagini in corso, e non a chi, a causa della sua specificità, non è posto in condizione di dire “signornò”[2]. Stesso discorso vale per il Colonnello rispetto al Capitano, per il Generale rispetto al Colonnello e, mi pare ovvio, per le “articolazioni del potere esecutivo[3]” rispetto al Generale.
E’ giusto il caso di precisare che il vocabolo “segreto” deriva dal verbo “seiungo“, che significa “secerno“, “separo“; ossia rispetto a un dato fatto il segreto separa chi è tenuto a sapere, da tutti gli altri che non devono sapere. E’ di tutta evidenza che le possibilità che un fatto rimanga segreto diminuiscano all’aumentare del numero delle persone che ne vengono a conoscenza. Pertanto qualsiasi valutazione circa l’opportunità di ampliare il perimetro delle persone tenute a sapere compete al magistrato, non alla gerarchia.
Sul punto la Cassazione è stata molto chiara: “il rapporto di dipendenza funzionale non tollera che nella dialettica propria del rapporto gerarchico si sviluppino forme di coordinamento investigativo alternative a quello condotto dalla competente autorità giudiziaria – Foss’anche per comprensibili esigenze di natura informativa ed organizzativa“.
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Il fatto che la Corte di Cassazione abbia bocciato la dipendenza “biforcuta[4]” della polizia giudiziaria, ignorando di fatto l’art. 237, c.1, DPR 90/2010 lascia ben sperare.
Altro che reclusione militare, il protagonista di questo calvario giudiziario meriterebbe un encomio[5], con la seguente motivazione: “Maresciallo dell’Arma, comandante di Stazione, confermando il possesso di elette qualità professionali ed eccezionale motivazione al lavoro, non comune solerzia ed altissimo senso del dovere, impiegato in un delicatissimo servizio a favore dell’Autorità Giudiziaria, non defletteva dai suoi doveri, nonostante la posizione autoritaria assunta dal superiore e le sue indiscriminate pressioni legate ai continui interventi nell’attività a lui direttamente demandata.
La sua condotta contribuiva ad assicurare l’efficienza della Stazione, meritando l’apprezzamento dell’Autorità Giudiziaria e costituendo sicuro punto di riferimento per i colleghi“.
Leggi gli altri contributi dello stesso autore su Ficiesse.it e su Studiocataldi.it.
[1] Peraltro, Corte Cost sentenza n. 229/2018, considerato in diritto, parr. 5.1 e 5.2, richiama la delibera del C.S.M. del 15 giugno 2017, pp. 9 e 10 (delibera disponibile in https://www.csm.it/web/csm-internet/norme-e-documenti/dettaglio/-/asset_publisher/YoFfLzL3vKc1/content/proposta-ex-art-10-comma-2-legge-n-195-del-1958-al-ministro-della-giustizia-finalizzata-ad-una-modifica-normativa-dell-art-18-comma-5-del-decreto-legi?redirect=/web/csm-internet/norme-e-documenti/atti-consiliari/pareri-e-proposte-al-ministro), dove si parla della Guida per le Segnalazioni del Comando Generale dell’Arma.
[2] Per un ampio approfondimento in tema di obbedienza militare, si rimanda ad un precedente contributo: Obbedienza, ordine illegittimo e ordinamento militare, in D&Q 2016, 16/2.
[3] Questa espressione è stata utilizzata dal Procuratore della Repubblica di Bari nel testo ricorso alla Corte costituzionale: “La comunicazione in via gerarchica delle informazioni, prevista dalla disposizione oggetto del conflitto, senza alcun filtro o controllo del pubblico ministero procedente, a beneficio, fra l’altro, anche di soggetti che non rivestono la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria e che, per la loro posizione apicale, vedono particolarmente stretto il rapporto di dipendenza organica dalle articolazioni del potere esecutivo, non appare al ricorrente in linea con le prerogative riconosciute al pubblico ministero nell’esercizio dell’attività d’indagine“.
[4] L’espressione “doppia dipendenza” è stata utilizzata dall’Avvocatura generale dello Stato nell’atto di costituzione in giudizio, nel vano tentativo di sostenere l’inammissibilità del conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato sollevato dal Procuratore della Repubblica di Bari (vedi considerato in diritto n. 4.3.2, sent. 229/2018 Corte Cost.).
[5] L’encomio è una ricompensa di ordine morale prevista dal regolamento di disciplina militare. Viene trascritto nei fogli matricolari dell’encomiato e pubblicato nell’ordine del giorno del corpo, affinché sia da stimolo e da esempio a tutti gli altri militari. Per un approfondimento in tema di concessione di encomi, si rimanda ad un precedente contributo: “Guardia di Finanza, il titolo di studio non vale un encomio“.
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