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Timestamp: 2020-02-17 01:31:22+00:00
Document Index: 51010070

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 39']

﻿ Archigraphos: Commento controdeduzioni PUC Teggiano
COMMENTO ALLE CONTRODEDUZIONI DEL PUC (di Teggiano).
Alessandro D'Aloia 03/2015
La vicenda del PUC di Teggiano meritava, già da tempo, una chiosa dopo la pubblicazione delle controdeduzioni da parte dei redattori del PUC, avvenuta all’inizio del 2015.
L’occasione è propizia anche per comunicare ad un pubblico meno selezionato di quello dei redattori del PUC, lo spirito che ha informato le 57 osservazioni presentate dal gruppo di tecnici di Teggiano, con questo mettendo l’accento su quelli che si ritengono essere i punti di forza dell’intento emendativo rappresentato dal corpus delle osservazioni.
Si ritiene infatti che, tra le altre cose, esse contenevano, nel complesso, tre tematiche di interesse generale. Queste sono, più o meno nell’ordine con cui compaiono nelle NTA:
1. la qualificazione dell’intervento sul patrimonio edilizio storico esistente;
2. l’agevolazione della trasformabilità dell’esistente;
3. l’attenzione alla produttività del territorio.
Purtroppo si è riscontrata una totale incomprensione con i tecnici redattori del PUC rispetto al primo e secondo tema e una apertura, appena marginale, sul terzo. Nel complesso però al di là di alcune questioni di forma, legate soprattutto alla leggibilità della strumentazione di piano, in sostanza quasi niente di quanto suggerito è stato preso in considerazione o valutato nelle sue implicazioni meno immediate.
1. Rispetto al tema della qualificazione degli interventi, si può dire che lo spirito che ha informato il pacchetto di osservazioni ricadenti in questo ambito, era quello di estendere chiaramente la tutela, in modo non formale ma sostanziale, a tutti gli edifici “storici”, sia dentro che fuori il Centro Storico. Quando si dice “non formale” si vuole intendere che tutelare l’edilizia storica non può più significare, come purtroppo ancora accade troppo soventemente, che si possa abbattere un fabbricato in muratura a patto di rifarlo tale e quale anche se in cemento armato. Questa pratica, purtroppo diffusissima, non solo a Teggiano, non ha alcun senso. Se si conserva un fabbricato si mira all’autenticità di ciò che si conserva, altrimenti, una volta abbattuto è meglio realizzare ex novo fabbricati schiettamente contemporanei e non falsamente antichi. Le tecniche del restauro, hanno, tra le altre cose, fatto molti progressi rispetto a soli vent’anni fa (si vedano, solo ad esempio, le Linee guida per la valutazione e la riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle Norme tecniche per le costruzioni di cui al decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti del 14 gennaio 2008) ed è maturo il tempo in cui vengano finalmente applicate su scala più vasta rispetto alla sporadicità con cui si interviene sui monumenti o sulle emergenze architettoniche.
Le osservazioni sono contestuali alle sole NTA, quindi prescindono dalla conoscenza di altri strumenti come ad esempio il PIRUEA (Programma Integrato di Riqualificazione Urbanistica Edilizia Ambientale) per il centro storico e il corpo delle schede di catalogazione, redatti secondo la L.R. 26/02 e, tra l’altro, non pubblicati. Da questo punto di vista si è ritenuto che fosse auspicabile, per la qualificazione degli interventi e quindi del progetto di recupero dell’edilizia storica teggianese, stabilire che gli edifici storici, per lo più in ottime condizioni statiche, andassero preservati dalle demolizioni.
Dal momento che si tratta della volontà di rafforzare la tutela dell’edilizia storica nel territorio teggianese, risulta poco comprensibile perché questo gruppo di osservazioni sia stato ritenuto “non accoglibile”. Al limite si poteva accoglierlo stabilendo delle condizioni particolari in cui poter derogare (degrado strutturale avanzato, stato di rudere o altro).
2. Rispetto al tema della trasformabilità dell’esistente si ritiene che su questo punto si giochi gran parte della possibilità di recuperare e qualificare il patrimonio edilizio esistente, sia storico che non e quindi gran parte dell’attività edilizia nei prossimi anni, soprattutto in considerazione del fatto che le costruzioni ex novo saranno sempre più rare. Va sottolineato che proprio in coerenza agli assunti che informano il PUC, ovvero la fine della fase di costruzione ed espansione dell’abitato e l’inizio della fase di riqualificazione generale di quanto costruito sino ad oggi, risulta capitale poter trasformare agevolmente il patrimonio edilizio esistente. È il caso di chiarire che per trasformabilità del patrimonio esistente bisogna intendere la flessibilità sulle destinazioni d’uso sul patrimonio storico, naturalmente in coerenza con quanto previsto dalle destinazioni d’uso di Piano, e possibilità anche di riconfigurazione volumetrica per il patrimonio edilizio esistente non storico. Continuare invece a concepire i fabbricati legati per l’eternità alle destinazioni per cui sono nati è semplicemente a-storico. Rendere perciò il cambio di destinazione d’uso dipendente non già dalla coerenza con le destinazioni d’uso previste per la zona, ma anche dalla disponibilità di carico urbanistico, come se questo fosse matematicamente definito, sembra davvero astruso. Resta invece oscuro il motivo per il quale non debba potersi ritenere scontato il cambio di destinazione d’uso totale o parziale dell’abitazione o delle pertinenze rurali (e soprattutto di queste ultime) verso destinazioni consentite comunque in zona agricola.
L’intervento, di qualsiasi tipo, su un fabbricato è sempre legato alla possibilità di utilizzarlo relativamente alle proprie esigenze e le esigenze cambiano nel tempo. Il Cambio di destinazione d’uso in un contesto in cui è quasi impossibile costruire è vitale, anche se così non sembra a chi ha redatto il PUC.
Sembra anche paradossale che in zona agricola si possa, ove ne ricorrano le condizioni, aggiungere nuovo volume per ampliamento, contravvenendo alla dichiarazione di evitare ulteriore consumo di suolo, e non si possa, più logicamente, cambiare semplicemente destinazione d’uso ai volumi già edificati (vedi controdeduzione all’osservazione n. 31).
Le osservazioni che ricadono in questo ambito proponevano semplicemente di rendere più flessibili i cambi di destinazione d’uso dei fabbricati rurali in zona agricola mediante intervento diretto, visto che la stragrande maggioranza dei fabbricati realizzati negli ultimi decenni rientrano in questa fattispecie. Esse sono però state ritenute tutte “non accoglibili”.
3. Rispetto alla questione della produttività del territorio bisogna considerare due ordini di problematiche. Da un lato c’è la produttività delle attività propriamente tali o di trasformazione, regolata dalle leggi nazionali e regionali e infine dalle destinazioni che nelle diverse zone urbanistiche si possono dare ai fabbricati. Dall’altro c’è la produttività dell’agricoltura legata più strettamente al rendimento dei terreni e alle pratiche colturali.
Le proposte contenute nelle osservazioni ricadenti in questo ambito erano rivolte sul primo fronte ad allargare l’elenco delle destinazioni possibili nelle diverse zone urbanistiche e sul secondo fronte a non escludere a-priori il ricorso all’innovazione ed alla tecnologia utilizzabile nella conduzione agricola dei terreni.
Sul primo fronte si è registrata un’apertura per le destinazioni d’uso previste per il centro storico e per le zone rurali, ma una chiusura su quelle previste per la zona PIP. Sul secondo fronte si è ottenuto che nei terreni si possano condurre non solo colture tradizionali ma anche innovative, mentre si è registrata chiusura sulla possibilità di pensare ad un’agricoltura dotata di impianti serricoli anche permanenti, in base ad una concezione che considera probabilmente la tecnologia serricola quale elemento impattante per l’ambiente.
Rispetto alla questione della produttività si deve dunque registrare che a Teggiano non saranno possibili né attività di trattamento dei rifiuti neanche non pericolosi, si pensi ad esempio alle attività di riciclo, né coltivare prodotti della terra a ciclo ininterrotto necessitante di serre non temporanee.
Per una valutazione più completa si riportano di seguito le osservazioni salienti (visto che l’insieme di tutte le osservazioni è comunque consultabile sul sito del Comune di Teggiano al seguente link) insieme al testo delle relative controdeduzioni dei tecnici del PUC e ad un commento alle stesse da parte di chi scrive.
ALCUNE OSSERVAZIONI, CONTRODEDOTTE E COMMENTATE
OSSERVAZIONE n. 8 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 12.5 Criteri di intervento sul patrimonio edilizio storico è prevista la demolizione con fedele ricostruzione, su edifici storici, contrariamente alle più aggiornate tendenze della conservazione (secondo le quali bisogna sempre privilegiare il restauro e il risanamento conservativo e le relative tecniche di intervento) e ai principi di tutela espressi dal medesimo articolo;
Osservazione: si propone, di eliminare dal comma Interventi di Ristrutturazione Edilizia il punto “1) le demolizioni con fedele ricostruzione degli edifici”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE. Premesso che le NTA prevedono per gli edifici e gli ambiti del centro storico prevalentemente interventi di conservazione, attuabili sia attraverso la redazione di PUA che tramite interventi diretti, và riconosciuto che all'interno del tessuto storico insediativo diversi edifici non presentano caratteri tali da richiedere interventi di restauro (es. edifici già oggetto di consistenti interventi di trasformazione, edifici recenti, etc.); soltanto su questi edifici (cioè quelli non catalogati dal PIRUEA redatto ai sensi della L.26/02) saranno ammissibili gli interventi di ristrutturazione edilizia, che, tra gli altri, possono prevedere anche la demolizione con fedele ricostruzione dell'edificio stesso.
COMMENTO: all’art. 12.2 – Disciplina degli interventi – parametri urbanistici, si legge: “Le schede contenute nel PIRUEA analizzano l’edificio nelle diverse connotazioni: storica, iconografica, di trasformazione, di uso. […]
Tale scheda, pertanto, è da intendersi integrativa degli elaborati necessari per il rilascio del permesso e non esaustiva.
Per gli edifici per i quali i suddetti elaborati (schede) non forniscono specifiche indicazioni di dettaglio sono consentiti esclusivamente interventi fino alla categoria della ristrutturazione edilizia senza incrementi in altezza e profondità, nel rispetto dei caratteri tipologici, architettonici e formali dell’organismo edilizio”.
Si deduce che se nelle schede non sono indicate specificamente le modalità di intervento, può benissimo darsi che anche su un edificio schedato o catalogato sia possibile la ristrutturazione edilizia e dunque la demolizione con fedele ricostruzione. Da nessuna parte nelle NTA è specificato che la ristrutturazione è consentita solo per gli edifici non storici e privi di valore architettonico. L’intento dell’osservazione (redatta nell’ignoranza del PIRUEA, non pubblicato) era quello di consentire comunque la ristrutturazione, scongiurando soltanto la possibilità della demolizione con fedele ricostruzione per tutti gli edifici storici, dal momento che la conservazione dei valori storici del patrimonio edilizio implica la conservazione della materia oltre che della forma, vale a dire il rispetto delle tecniche costruttive e dei materiali con cui sono strutturati gli edifici storici. Non è paradossale che la tutela di un patrimonio possa avvenire mediante la sua demolizione?
Ci si chiede invece che senso abbia ricostruire fedelmente, dopo averlo finalmente demolito, un fabbricato, che sia privo di interesse storico.
In ogni caso non si capisce perché una misura di rafforzamento della tutela dell’edificato storico risulti “non accoglibile”.
OSSERVAZIONE n. 10 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 13 Edifici isolati di interesse storico/architettonico/documentario “sono consentiti interventi fino alla categoria della ristrutturazione edilizia senza aumento di volume e superficie”, che anche in questo caso, come per il Centro Storico, sembra contraddire le più aggiornate tendenze della conservazione (secondo le quali bisogna sempre privilegiare il restauro e il risanamento conservativo e le relative tecniche di intervento) e i principi di tutela della stessa Legge Regionale 26/02, dal momento che non inibisce la demolizione degli edifici di interesse catalogati;
Osservazione: si propone, di sostituire il testo nel modo seguente: “sono consentiti interventi fino alla categoria della ristrutturazione edilizia senza aumento di volume e superficie e senza possibilità di demolizione e ricostruzione”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE. Non si capisce il senso dell'Osservazione in quanto l'art. 13 non prevede interventi di demolizione e ricostruzione, bensì interventi "fino alla categoria della ristrutturazione edilizia senza aumento di volume e superficie".
COMMENTO: all’art. 12.5 – Criteri di intervento sul patrimonio edilizio storico, nella definizione della ristrutturazione edilizia (l’unica in tutte le NTA) si legge:
“- Interventi di Ristrutturazione Edilizia
Sono gli interventi rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente;
tali interventi comprendono il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti; tali interventi comprendono altresì:
1) le demolizioni con fedele ricostruzione degli edifici;
2) le addizioni funzionali di nuovi elementi agli organismi edilizi esistenti (es. elementi per il superamento delle barriere architettoniche), ivi comprese le pertinenze; etc.”
È evidente che la ristrutturazione edilizia comprende la possibilità di demolire, a meno che non si debba ricorrere ad una specifica definizione di ristrutturazione edilizia, per altro non presente, per ogni tipo di fabbricato o in ogni articolo delle NTA che parla di ristrutturazione.
Si tratta dello stesso principio sostenuto nell’osservazione n. 8., ovvero la volontà di scongiurare le demolizioni dell’edilizia storica anche non compresa nel Centro Storico, con l’intento di specificare meglio i criteri con cui condurre gli interventi finalizzati alla tutela del patrimonio edilizio storico.
OSSERVAZIONE n. 11 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 13 Edifici isolati di interesse storico/architettonico/documentario è prevista “L’eventuale possibilità di ampliamento per adeguamento igienico/funzionale, nella misura massima del 50% del volume utile esistente (da considerarsi quale premialità per i maggiori costi da affrontare negli interventi di conservazione);
Osservazione: si propone di sostituire il testo nel modo seguente: “Il risanamento conservativo degli edifici di interesse storico/architettonico/documentario eseguito esclusivamente con le tecniche del restauro (vale a dire senza demolizione e ricostruzione), genera una premialità pari al 50% del volume utile esistente, che potrà essere trasferito, etc.”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE. Non si capisce il senso dell'Osservazione; sugli edifici isolati di interesse storico/architettonico/documentario, sia il PUC che il PIRUEA già prevedono interventi di restauro e/o risanamento conservativo. La premialità (da realizzarsi tramite un nuovo volume staccato da quello di interesse storico), nella misura del 50% del volume utile esistente, potrà essere applicata esclusivamente e contestualmente all'intervento di restauro; principi, questi, sufficientemente chiari nelle NTA.
COMMENTO: non si tratta di prevedere anche il restauro e il risanamento conservativo, accanto agli altri interventi, ma di chiarire che solo interventi di questo tipo generano premialità volumetriche. Si tratta appunto di incentivare il risanamento conservativo rispetto, ad esempio, alla demolizione con fedele ricostruzione, che, come precedentemente visto, non è esclusa a priori.
OSSERVAZIONE n. 12 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 13 Edifici isolati di interesse storico/architettonico/documentario si specifica che “Il trasferimento di tale volumetria aggiuntiva, in ogni caso, potrà essere consentita soltanto qualora venga recuperato, nell’ambito dello stesso progetto, anche l’edificio principale”;
Osservazione: si propone di sostituire il testo nel modo seguente: “Il trasferimento di tale volumetria aggiuntiva, in ogni caso, potrà essere consentita solo dopo la fine lavori dell’intervento sull’edificio principale e, in ogni caso, essere realizzato anche in un secondo momento e anche da discendenti di 1° grado del soggetto attuatore dell’intervento sull’edificio principale”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE. Trattandosi di premialità concessa per affrontare i maggiori costi dell'intervento di restauro, la stessa non può essere disgiunta dall'intervento che la genera. Si ribadisce, pertanto, che l'intervento derivante dalla premialità debba essere attuato contestualmente all'intervento di restauro e, quindi, all'interno di un unico progetto (che preveda sia l'intervento di restauro che di nuova costruzione) e nell'ambito della durata del Permesso a Costruire.
COMMENTO: La possibilità di realizzare il volume/premio in secondo momento è funzionale a due ordini di motivi: a) fare in modo che il recupero sia reale e non formale (cioè una mera formalità, funzionale solo ad ottenere il volume ex-novo) e avvenga comunque prima dell’edificazione del volume/premio derivato; b) evitare che il privato debba essere costretto a scegliere, nell’ambito temporale del medesimo intervento, se concentrare gli sforzi finanziari sul recupero o sulla costruzione ex-novo e allo stesso tempo consentire che se non ce la fa, finanziariamente, a sostenere ambo gli interventi in tre anni, possa mantenere il diritto acquisito. Ciò che viene eventualmente posticipato è il volume ex-novo, non il recupero. Si tratta di pretendere qualità nelle modalità di recupero del patrimonio edilizio storico, ma anche di premiare davvero chi scelga questo tipo di intervento.
OSSERVAZIONE n. 31 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 22.1 Intervento diretto, per gli edifici a prevalente uso residenziale è prevista la possibilità di ampliamento una tantum, si nota che a fronte della possibilità di aggiungere nuovo volume residenziale, non è prevista la possibilità di ampliare la parte residenziale mediante cambio di destinazione d’uso di parte del volume non residenziale già edificato eventualmente disponibile;
Osservazione: per tale motivo si propone la seguente aggiunta, subito dopo gli scaglioni di superfici ampliabili (da 90 a 140 mq): “Tali ampliamenti, ove ne ricorrano le condizioni su specificate, sono sempre attuabili anche mediante mutamento di destinazione d’uso di volumi non residenziali già in dotazione all’abitazione (pertinenze agricole)”. Si tratterebbe in sostanza di un tipo particolare di ampliamento/cambio di destinazione d’uso riservato alle sole necessità residenziali e attività connesse alla residenza in zona rurale.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE; l'ampliamento lo si intende relativo ad edifici a prevalente uso residenziale (quindi senza l'esclusione di eventuali altri usi) per meglio adeguarli alle esigenze familiari, per il superamento delle barriere architettoniche e per l'adeguamento igienico funzionale. Un edificio così ampliato ed adeguato, può ......Eventualmente fare anche il cambio di destinazione per gli usi consentiti.
COMMENTO: resta la domanda: per quale motivo si deve ampliare per poter cambiare destinazione e non cambiarla direttamente senza passare per l’ampliamento?
OSSERVAZIONE n. 38 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 23.1 Mutamento delle destinazioni d’uso del patrimonio edilizio esistente (riferito alle zone agricole ordinarie), si specifica quanto segue:
“I mutamenti delle destinazioni d’uso del patrimonio edilizio esistente alla data di approvazione del PUC, da agricolo (residenziale, annessi agricoli, etc.) ad altro uso, sono subordinati a:
- verifica della coerenza della nuova destinazione rispetto alle disposizioni delle presenti NTA;
- disponibilità di aumento di carico urbanistico per la singola zona nella quale ricade l’edificio;
- verifica degli standard urbanistici eventualmente prescritti dalla legislazione vigente in relazione al tipo di destinazione richiesta.
Tali condizioni dovranno essere dichiarati e dimostrati in sede di richiesta di cambio di destinazione d’uso”;
Osservazione: si è del parere che legare il mutamento di destinazione alla dimostrazione della disponibilità di carico urbanistico, senza specificare le modalità con cui condurre tale dimostrazione, sia una complicazione ingiustificata a carico del proponente, tanto più in confronto al fatto che per le Aree produttive interne all’edificato - monofunzionali o congiunte alla residenza, ad esempio, essa non è richiesta.
Nell'ottica di recuperare prioritariamente l’esistente i mutamenti di destinazione d’uso, totali o parziali, dovrebbero essere sempre consentiti, anche aumentando le unità immobiliari non abitative, quando siano rispettate la prima e la terza condizione.
Quindi si propone di eliminare dalle condizioni al mutamento di destinazione d'uso la condizione: “disponibilità di aumento di carico urbanistico per la singola zona nella quale l'edificio ricade”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE ; si precisa innanzitutto che, relativamente al cambio di destinazione d'uso delle aree produttive interne all'edificato, è prevista la redazione di un PUA che, ovviamente, contiene la verifica degli standard urbanistici. Per quanto concerne l'oggetto della presente Osservazione, si specifica che è del tutto evidente il mutato carico urbanistico quando si passa da una destinazione (ad es. residenziale o annesso agricolo) ad un'altra (es. attività commerciale o altro....).
COMMENTO: si nota che la “verifica degli standard urbanistici” è la terza delle condizioni elencate nell’articolo in questione e si presume essere cosa diversa dalla “disponibilità di aumento di carico urbanistico”, altrimenti non si capisce perché venga elencata a parte. Si ribadisce che per i fabbricati a scopo produttivo non è richiesta la “disponibilità di aumento di carico urbanistico”, mentre per i fabbricati rurali sì. Precisato questo è anche evidente che affermare che in alcuni casi l’aumento di carico urbanistico è del tutto evidente non significa ancora aver fornito un metodo per verificare la disponibilità di carico urbanistico in una determinata zona.
OSSERVAZIONE n. 39 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 23.1 Mutamento delle destinazioni d’uso del patrimonio edilizio esistente (riferito alle zone agricole ordinarie), non è più previsto il mutamento di destinazione d’uso libero per i fabbricati ante ’67;
Osservazione: si propone, solo per tali fabbricati, di permettere i mutamenti di destinazione d’uso senza subordinazione alle verifiche di carico urbanistico e degli standard cui sono soggetti i mutamenti di destinazione d’uso degli altri fabbricati e dunque di aggiungere il seguente comma:
“Per i fabbricati ante 1967, il mutamento di destinazione d’uso da agricolo ad altro uso, è soggetto alla sola verifica della coerenza della nuova destinazione rispetto alle disposizioni delle presenti NTA”.
CONTRODEUZIONE: NON ACCOGLIBILE; valgono le stesse specificazioni del punto precedente.
COMMENTO: se le domande sono diverse le risposte non dovrebbero essere uguali.
OSSERVAZIONE n. 52 (Non accolta)
Premesso che: l’articolo 27 Serre temporanee e serre con copertura stagionale con le caratteristiche dei manufatti precari, introduce ed esaurisce il tema delle serre, limitando la fattispecie alla sola temporaneità e considerando ingiustificata tale limitazione;
Osservazione: si propone di sostituire l’intero articolo come segue:
“art. 27 Installazioni tecnologiche funzionali allo esercizio ed allo sviluppo delle attività agricole e non riconducibili ad un organismo edilizio.
L’installazione di impianti serricoli, di serre, di avanserre e di apprestamenti di protezione è regolata dalle L.R. n. 8 del 25 marzo 1995, n. 7 de 21 marzo 1996, n. 13 del 22 novembre 2010, n.33 del 18 dicembre 2012 e dal regolamento di attuazione delle norme per la realizzazione di impianti serricoli funzionali allo sviluppo delle attività agricole n. 8 del 6 febbraio 2013.
Sono considerate installazioni tecnologiche funzionali allo esercizio ed allo sviluppo delle attività agricole, non riconducibili ad un organismo edilizio, tutte quelle strutture idonee a determinare, con l’ausilio delle moderne tecnologie, condizioni agronomiche ottimali per la messa a dimora, sviluppo e produzione delle colture orto - frutto - floricole a ciclo stagionale o ininterrotto, ovvero con ripetizione della stessa specie di prodotto senza soluzione di continuità; nonché le strutture funzionali a quelle attività che in rapporto di connessione e complementarietà con la attività di coltivazione, risultano funzionali all’esercizio dell’attività agricola nel suo complesso e allo sviluppo delle potenzialità produttive del comparto agricoltura, così come previsto dalla legislazione vigente.
Gli impianti di cui al precedente comma costituiscono opere di miglioramento fondiario finalizzate all’elevazione dei redditi in agricoltura, alla salvaguardia dei livelli occupazionali, alla valorizzazione dell’impresa diretto - coltivatrice.
L’installazione è consentita nei soli territori agricoli; è possibile la realizzazione anche in aree non ricadenti nelle zone agricole, alle seguenti e concorrenti condizioni:
- che le stesse risultino, da almeno un decennio e documentalmente, destinate, ininterrottamente, ad attività agricola da parte di imprenditori agricoli, singoli o associati, purché conducano i fondi agricoli in base ad un titolo legittimo, le società o le cooperative che abbiano beneficiato (o siano nelle condizioni di poter beneficiare) di agevolazioni previste dalla legislazione a favore della imprenditoria giovanile, nonché da norme comunitarie, statali e regionali.
L’installazione è consentita previa comunicazione al Comune nella quale devono risultare indicate:
- superficie e dimensioni di ciascuna serra;
- materiali utilizzati;
- planimetria catastale in cui sia indicati i punti in cui sono previste le installazioni;
- il periodo annuale di rimozione della copertura per le serre con copertura stagionale;
Tali installazioni tecnologiche dovranno essere realizzate con strutture leggere e smontabili in metallo e/o legno e coperture in vetro e/o plastica, con esclusione di murature fuori terra, nel rispetto dei parametri, prescrizioni e indirizzi di cui alla L.R. 8/1995 e sue successive modifiche ed integrazioni.
È vietata la realizzazione di impianti aventi, al colmo, un’altezza superiore a mt. 6,00 ed una superficie complessiva (da sommarsi a quella delle superfici coperte di altri edifici residenziali o annessi agricoli presenti sullo stesso fondo) superiore al 60% di quella aziendale.
La distanza dai confini non può essere inferiore a mt 3 dai fondi finitimi, salvo accordi scritti e registrati tra le parti; a mt 15 della viabilità pubblica; a mt 10 dai fabbricati destinati ad abitazioni.
La distanza della viabilità pubblica è ridotta a mt 5 ove trattasi di strade di interesse locale.
L’avanserra è realizzabile entro la misura del 15% della superficie occupata dall’impianto serricolo.
Non è consentita, comunque, la realizzazione di impianti serricoli in zone boscate soggette a vincolo forestale, in aree destinate dallo strumento urbanistico, adottato o approvato, ad opere di urbanizzazione primaria e secondaria nonché ad altre opere pubbliche.
La realizzazione di impianti serricoli nelle aree soggette a vincoli (diretti o indiretti) imposti da leggi statali e regionali o da prescrizioni degli strumenti urbanistici a tutela degli interessi storici, artistici, architettonici, Archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici, della sicurezza del traffico, è subordinata al previsto nulla-osta dell’autorità preposta alla tutela del vincolo.
Nelle aree individuate negli elaborati del PUC quali “Aree di tutela dell’insediamento storico e di elementi isolati di interesse storico ed archeologico”, è vietata la istallazione di impianti serricoli.
Non è subordinata a comunicazione l’installazione di apprestamenti di protezione supportati da strutture ad elevata semplicità costruttiva destinati a proteggere le colture di orti familiari.
Per quanto qui non specificato, si fa riferimento alla legislazione vigente ed a quanto più specificamente indicato nelle norme del RUEC”.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE; L'art. 27, nello specifico, riguarda manufatti precari; il termine "istallazioni tecnologiche funzionali all'esercizio ed allo sviluppo delle attività agricole" risulta essere troppo generico e non oggettivamente normabile.
COMMENTO: se si trattava di una questione di vocabolario si poteva cercare una diversa definizione.
OSSERVAZIONE n. 56 (Non accolta)
Premesso che: all’articolo 39 Aree archeologiche è scritto:
“Solo sugli edifici esistenti ricadenti nelle aree segnalate per il loro interesse archeologico sono consentiti interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e di risanamento conservativo; per tali interventi è in ogni caso necessaria la comunicazione alla Soprintendenza.”;
Osservazione: sfugge la logica per cui vengono vincolati gli edifici ricadenti nelle aree archeologiche, anche a prescindere dal loro valore storico-documentale, mentre sarebbe l'intervento sull'area a dover essere condotto nell’ottica di preservare il sito. Andrebbe eventualmente vincolato il sito, non gli edifici che vi insistono, i quali non presentano essi stessi caratteri archeologici.
CONTRODEDUZIONE: NON ACCOGLIBILE; l'Osservazione riporta soltanto una parte marginale del contenuto dell'art. 39, rendendo incomprensibile la ratio dell'articolo stesso; l'articolo, infatti, è relativo sia ad aree sottoposte a vincolo archeologico, sia ad aree segnalate come di interesse archeologico. All'interno di tali aree, l'unico limite, per gli eventuali interventi di natura edilizia, è rappresentato dall'obbligo di sottoporre il progetto alla Soprintendenza archeologica, per la preventiva approvazione. Quindi, non sono gli edifici ad essere vincolati, bensì le aree.
COMMENTO: o l’articolo si presta a forti malintesi oppure la sua ratio è evidentemente che per gli edifici esistenti ricadenti in aree archeologiche o segnalate come di interesse archeologico, gli interventi possibili oltre ad essere subordinati all’acquisizione del parere da parte dell’Ente preposto alla tutela dell’area devono anche essere limitati alla sola MO, MS e risanamento conservativo, altrimenti non si spiega la parte dell’articolo citata.
Insomma mentre nel centro storico e per gli edifici di interesse storico/architettonico, gli interventi possibili vanno fino alla ristrutturazione edilizia (se non esclusa dalle schede di catalogazione ex L.R. 26/02), nelle aree archeologiche, l’edilizia esistente, che non è essa ad avere interesse archeologico, deve essere al massimo risanata conservativamente. Qual è la logica che vincola gli interventi su fabbricati esistenti, potenzialmente di nessun interesse storico-artistico in zone di interesse archeologico, e consente potenzialmente la demolizione su edifici di interesse storico-architettonico ma fuori dai siti di interesse archeologico? Non dovrebbe essere il contrario? Per inciso era più o meno questo tipo di limitazione degli interventi che si suggeriva necessario per gli edifici storici nel gruppo di osservazioni ad essi dedicati.