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Timestamp: 2018-10-16 02:39:04+00:00
Document Index: 171803315

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Libertà di stampa, tutela dell'informazione e dei giornalisti alla luce della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo | Ordine dei Giornalisti
Libertà di stampa, tutela dell'informazione e dei giornalisti alla luce della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo
Sabato, 10 luglio 1993
La tutela dei diritti dell’uomo a cinquant’anni dalla firma della Convenzione europea - Dibattito (Milano, 4 novembre 2000, Società Umanitaria) organizzato dalla Società italiana per la organizzazione internazionale (Sezione Lombardia)
1: Premessa. I principi della Costituzione e delle Convenzioni internazionali sulla libertà di stampa.
2. Diritto di cronaca, diritto dei cittadini all’informazione e Corte costituzionale.
3. Il diritto di cronaca (e di critica) nel novembre 1999 e nell’ottobre 2000 perde in Italia.
4. La Convenzione, la libertà di stampa e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo
5. I giornalisti italiani conquistano la laurea specialistica.
6. La disciplina degli Ordini non è in contrasto con la Ue
7. Il valore costituzionale della professione giornalistica.
8. Il Codice deontologico sulla privacy.
Conclusioni. La svolta di un nuovo ordinamento sulla stampa legata al
progetto di Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
relazione di Franco Abruzzo*
1. Premessa. I principi della Costituzione e delle Convenzioni internazionali sulla libertà di stampa - L’articolo 21 della Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, afferma solennemente che
"tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con
la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non
può essere soggetta ad autorizzazioni o censure". L’unico limite esplicito è posto nelle manifestazioni (a stampa, di spettacolo o di qualsiasi altro genere) "contrarie al buon costume" rispetto alle quali "la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni".
La libertà di manifestazione del pensiero - in uno sforzo
interpretativo dell’articolo 21 - abbraccia oggi la libertà di
informazione, di espressione, di opinione, di stampa; la libertà e il
diritto di cronaca e di critica nonché il diritto dei cittadini
all’informazione. Nella sentenza 15 giugno 1972 n. 105 la Corte
costituzionale definisce espressamente il lato attivo della libertà di
manifestazione del pensiero come "libertà di dare e divulgare
notizie, opinioni, commenti" e il lato passivo come "interesse
generale, anch’esso indirettamente protetto dall’articolo 21, alla
informazione; il quale in un regime di libera democrazia, implica
pluralità di fonti di informazioni, libero accesso alle medesime,
assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla
circolazione delle notizie e delle idee".
convenzioni e i patti internazionali rafforzano in Italia la tutela dei
diritti fondamentali della persona anche nel campo della libertà di
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo,
approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea delle Nazioni Unite
(assemblea di cui l’Italia fa parte dal 1954), all’articolo 19 afferma: "Ogni
individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso
il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di
cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni
mezzo e senza riguardo a frontiere".
La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata con la legge 4 agosto 1955 n. 848) all’articolo 10 (Libertà di espressione) afferma:
"Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto
comprende la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di
comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere interferenza
di pubbliche autorità e senza riguardo alla nazionalità. Il presente
articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di
autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di
L'esercizio di queste libertà,
poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle
formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla
legge e che costituiscono misure necessarie, in una società
democratica, per la sicurezza nazionale, per l'integrità territoriale o
per la pubblica sicurezza, per la difesa dell'ordine e per la
prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale,
per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire
la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l'autorità e
l’imparzialità del potere giudiziario".
Il Patto internazionale di New York sui diritti civili e politici (firmato il 19 dicembre 1966 e ratificato con la legge 25 ottobre 1977 n. 881) all’articolo 19 afferma: "Ogni
individuo ha diritto a non essere molestato per le proprie opinioni.
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto
comprende la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e
idee di ogni genere, senza riguardo e frontiere, oralmente, per
iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso
qualsiasi altro mezzo di sua scelta. L’esercizio delle libertà previste
al paragrafo 2 del presente articolo comporta doveri e responsabilità
speciali. Esso può essere pertanto sottoposto a talune restrizioni che,
però, devono essere espressamente stabilite dalla legge ed essere
necessarie: a) al rispetto dei diritti o della reputazione altrui; b)
alla salvaguardia della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico,
della sanità o della morale pubblica".
La Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (legge 27 maggio 1991 n. 176) all’articolo 13 afferma: "Il fanciullo ha
diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la
libertà di ricercare, di ricevere o di divulgare informazioni ed idee
di ogni specie, indipendentemente dalle frontiere, sotto forma orale
scritta, stampata od artistica, o con ogni altro mezzo a scelta del
fanciullo".
In sostanza il principio che ogni persona abbia il diritto di
manifestare liberamente il suo pensiero con ogni mezzo stabilito dal
legislatore costituzionale italiano cammina di pari passo con il "diritto
alla libertà di espressione" ("diritto che comprende la libertà di
opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee
senza che vi possa essere interferenza di pubbliche autorità") sancito dall’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. L’articolo 10 della Convenzione, mutuato dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, è stato ampliato successivamente dall’articolo 19 del Patto internazionale di New York relativo ai diritti civili e politici il quale stabilisce: <...Ogni
individuo ha il diritto della libertà di espressione; tale diritto
idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per
iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qualsiasi altro mezzo a sua scelta>.
Queste enunciazioni formano un intreccio di rango costituzionale. Non
sfugga la rilevanza dell’inserimento, attraverso leggi ordinarie, della
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e del Patto di New York relativo ai diritti civili e politici nell’ordinamento giuridico dello Stato: il diritto di "cercare, ricevere e diffondere informazioni attraverso la stampa" figura esplicitamente nel nostro ordinamento e allarga la sfera del "diritto di manifestare il pensiero"
tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. Si tratta di un crescendo
di affermazioni e riconoscimenti che, partendo dalla solenne
dichiarazione dell’articolo 21 della nostra Costituzione, passando
attraverso le interpretazioni e le applicazioni della legislazione
ordinaria e delle sentenze emesse da Corti di giustizia (tra le quali spicca la Corte europea dei diritti dell’uomo)
di ogni ordine e grado, tornano all’articolo 21 citato disegnandone con
estrema chiarezza i contenuti anche nei confronti della attività
dell’Ordine dei giornalisti il quale "organizza coloro che per professione manifestano il pensiero" (sentenza n. 11/1968 della Corte Costituzionale).
Quando parliamo della libertà di informazione parliamo,
quindi, di libertà di espressione e di opinione, di libertà di cronaca
e di critica, valori di tutti i cittadini di una Nazione ma che trovano
il momento più esaltante nel giornalismo e nella professione
giornalistica. I giornalisti si pongono come mediatori intellettuali
tra i fatti che accadono e i cittadini che leggono, ascoltano o vedono
le immagini sul piccolo schermo. La libertà di informazione è il perno
di ogni altra libertà riconosciuta dalla Costituzione. Tale dottrina
trova il suo fondamento politico, il suo incipit, nell’articolo 11
nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789. L’articolo 11 di quella prima Carta riconosce che
"la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei
diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino può dunque parlare,
scrivere, stampare liberamente salvo a rispondere dell’abuso di questa
libertà nei casi determinati dalla legge". La libertà di
manifestazione del pensiero va, però, di pari passo con altri valori
alti della Costituzione repubblicana (l’onore e l’identità della
persona, l’obbligo per il giornalista di informare in maniera
corretta). Resta inteso, infatti, che "perché la
divulgazione a mezzo stampa di notizie lesive dell’onore possa
considerarsi lecita espressione del diritto di cronaca, e non comporti
responsabilità civile per violazione del diritto all’onore, devono
ricorrere tre condizioni: 1) utilità sociale dell’informazione; 2)
verità oggettiva, o anche soltanto putativa purché frutto di diligente
lavoro di ricerca; 3) forma civile dell’esposizione dei fatti e della
loro valutazione, che non ecceda lo scopo informativo da conseguire e
sia improntata a leale chiarezza, evitando forme di offesa indiretta" (Cassazione penale, sentenza n. 5259/1984). Con la sentenza n. 2113/1997 la Cassazione penale chiede inoltre "la
corrispondenza rigorosa tra i fatti accaduti e i fatti narrati, secondo
il principio della verità: quest’ultimo comporta l’obbligo del
giornalista (come quello dello storico) dell’accertamento della verità
della notizia e il controllo dell’attendibilità della fonte". Il giornalista deve ubbidire a questa regola fissata dalla sua legge professionale: "E’
diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di
critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede". "Oltre all'obbligo del rispetto della verità sostanziale dei fatti
con l'osservanza dei doveri di lealtà e di buona fede, il giornalista,
nel suo comportamento oltre ad essere, deve anche apparire conforme a
tale regola, perché su di essa si fonda il rapporto di fiducia tra i
lettori e la stampa" (App. Milano, 18 luglio 1996; Riviste: Foro Padano, 1996, I, 330, n. Brovelli; Foro It., 1997, I, 938).
2. Diritto di cronaca, diritto dei cittadini all’informazione e Corte costituzionale. La
"I giornalisti preposti ai servizi di informazione
sono tenuti alla maggiore obiettività e (devono essere) posti in grado
di adempiere ai loro doveri nel rispetto dei canoni della deontologia
professionale" (sentenza 10 luglio 1974 n. 225).
"Esiste
un interesse generale alla informazione - indirettamente protetto
dall’articolo 21 della Costituzione - e questo interesse implica, in un
regime di libera democrazia, pluralità di fonti di informazione, libero
accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche
temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee" (sentenza 15 giugno 1972 n. 105).
grandi mezzi di diffusione del pensiero (nella più lata accezione,
comprensiva delle notizie) sono a buon diritto suscettibili di essere
considerati nel nostro ordinamento, come in genere nelle democrazie
contemporanee, quali servizi oggettivamente pubblici o comunque di
pubblico interesse" (sentenza 30 maggio 1977 n. 94).
La Corte costituzionale ha allargato la funzione disciplinare dell'Ordine che "....con
a sollecitazioni che possano comprometterla". La Corte di Cassazione ha stabilito a completamento che "la
fissazione di norme interne, individuatrici di comportamenti contrari
al decoro professionale, ancorché non integranti abusi o mancanze,
configura legittimo esercizio dei poteri affidati agli Ordini
professionali, con la consequenziale irrogabilità, in caso di
inosservanza, di sanzione disciplinare" (Cass. civ., 9 luglio 1991, n. 7543, Mass. 1991).
La sentenza n. 11/1968, la cui portata va opportunamente
sottolineata, si inserisce in un filone giurisprudenziale consolidato
da parte della Corte Costituzionale e che, sia pure con tappe
successive, ha condotto la Corte stessa a riconoscere:
l'esistenza di un vero e proprio "diritto all'informazione", come
risvolto passivo della libertà di espressione (sentenze n. 105/1972; n.
225/1974; n. 94/1977; n. 112/1993).
c) la rilevanza
pubblica o di pubblico interesse della funzione svolta da chi
professionalmente sia chiamato a esercitare un'attività d'informazione
giornalistica (sentenze n. 11 e 98/1968; n. 2/ 1977).
Da questo concerto di norme e di pronunzie giurisprudenziali
si trae la assoluta certezza che le regole deontologiche calate nella
legge istitutiva dell’Ordine sono non soltanto il perno della autonomia
della professione, ma un preciso baluardo agli attacchi che
quotidianamente e da più parti vengono mossi al diritto di ciascun
cittadino alla informazione corretta e alla oggettiva conoscenza dei
fatti per quello che sono, e non per quello che vengono ad arte fatti
apparire utilizzando mezzi di comunicazione dei quali la pubblicità è
tra i più noti ed importanti e, a seconda delle forme che assume, dei
più subdoli e difficilmente riconoscibili.
La Corte Costituzionale con una serie di decisioni ha,
infatti, riconosciuto e affermato non soltanto il principio che i
hanno diritto a ricevere un’informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata.
Valori, questi, trasfusi dal legislatore nell’articolo 1 (II comma)
della legge n. 223/1990; questa legge, infatti, pone a base del sistema
radiotelevisivo pubblico e privato <il pluralismo,
l’obiettività, la completezza e l’imparzialità dell’informazione,
l’apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali,
garantiti dalla Costituzione>.
Sulla base di queste affermazioni della Corte, sin dalla fine
degli anni 70, una dottrina ha ritenuto di poter riconoscere esistente
nel nostro ordinamento un vero e proprio diritto soggettivo ad essere
riconosciuto esistente un "interesse generale all'informazione,
anch'esso indirettamente protetto dall'articolo 21 della Costituzione"
. Con una successiva sentenza, la Corte nuovamente affermava esistente,
e tutelato implicitamente dall'articolo 21 della Costituzione, "un
interesse generale della collettività all'informazione ".
Le linee-cardine fissate dalle sentenze emesse dal 1960 in
poi hanno trovato un’ampia conferma in nella fondamentale sentenza 24
marzo 1993 n. 112, che dice:
".....la libertà di manifestare il proprio pensiero
...ricomprende tanto il diritto di informare quanto il diritto ad
essere informati (v., ad esempio, sentt. nn. 202 del 1976, 148 del
1981, 826 del 1988). L’art. 21....colloca la predetta libertà tra i
valori primari, assistiti dalla clausola dell’inviolabilità (art. 2
Cost.), i quali, in ragione del loro contenuto, in linea generale si
traducono direttamente e immediatamente in diritti soggettivi
dell’individuo di carattere assoluto. Tuttavia, l’attuazione di tali
valori fondamentali nei rapporti della vita comporta una serie di
relativizzazioni, alcune delle quali derivano da precisi vincoli di
ordine costituzionale, altre da particolari fisionomie della realtà
nella quale quei valori sono chiamati ad attuarsi. Sotto il primo
profilo, questa Corte ha da tempo affermato che il "diritto
all'informazione" va determinato e qualificato in riferimento ai
quali esigono che la nostra democrazia sia basata su una libera
opinione pubblica e sia in grado di svilupparsi attraverso la pari
concorrenza di tutti alla formazione della volontà generale. Di qui
deriva l'imperativo costituzionale che il "diritto all'informazione"
garantito dall'art. 21 sia qualificato e caratterizzato:
a) dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e
notizie - che comporta, fra l'altro, il vincolo al legislatore di
impedire la formazione di posizioni dominanti e di favorire l'accesso
nel sistema radiotelevisivo del massimo numero possibile di voci
diverse - in modo tale che il cittadino possa essere messo in
condizione di compiere le sue valutazioni avendo presenti punti di
vista differenti e orientamenti culturali contrastanti;
d) dal rispetto della dignità umana, dell'ordine pubblico, del buon costume e del libero sviluppo psichico e morale dei minori".
3. Il diritto di cronaca (e di critica) nel novembre 1999 e nell’ottobre 2000 perde in Italia - Una
catena di fatti, accaduti nel novembre 1999 e nell’ottobre 2000, dicono
che la libertà di informazione nel nostro Paese è a rischio.
Si suol dire che gli errori dei giornalisti finiscono sempre
in prima pagina e che i cittadini siano le vittime di un certo modo
facilone di fare informazione. È una "verità" questa parziale, non
onesta, perché, a fronte di pochi temerari, esistono tanti e tanti
cronisti seri, ricercatori scrupolosi di notizie scomode e anche
eclatanti. Il Parlamento, però, intende punire tutti, buoni e cattivi
giornalisti, in modo semplice e temibile, negando l’appello a chi viene
condannato in tribunale con la multa per il reato di diffamazione.
La Camera dei deputati il 26 ottobre ha votato a larghissima
maggioranza il disegno di legge sul "giusto processo". Maggioranza e
opposizione sul punto sono concordi. È un prova evidente, si osserva,
della volontà di "tutto" il mondo politico di condizionare i
giornalisti, ritenuti gli artefici del successo di "Mani pulite". Si
ripeterà quel che è avvenuto il 24 novembre 1999, quando il Parlamento,
auspici quattro esponenti dei Ds, ha modificato il terzo comma
dell’articolo 593 del Codice di procedura penale, stabilendo che "sono
inappellabili le sentenze di condanna relative a reati per i quali è
stata applicata la sola pena pecuniaria". Quella "innovazione"
(nascosta nella legge 468) ha dato un colpo durissimo alla libertà di
stampa, alla tranquillità economica e psicologica dei giornalisti e ai
bilanci delle aziende editoriali.
L’articolo 595 Cp sulla diffamazione prevede le sanzioni
della multa e della reclusione in via alternativa. Poniamo il caso che
il giornalista-articolista venga condannato per diffamazione solo con
la multa (fino a un milione), avendo il tribunale scartato la condanna
alla pena detentiva da 6 mesi a 3 anni.
Il giornalista, che ha scritto l’articolo "incriminato", e il
direttore (che ha omesso il controllo sull’articolo), una volta emessa
la sentenza di condanna, non possono impugnare il provvedimento.
Possono soltanto ricorrere in Cassazione per motivi di legittimità. È
dunque precluso un riesame di merito. In sostanza articolista e
direttore, con l’editore, sono nelle mani del giudice civile per quanto
riguarda la fissazione dell’entità del risarcimento del danno.
L’inammissibilità dell’appello priva il giornalista della
possibilità di una revisione nel merito, in una materia caratterizzata
da un elevato tasso di opinabilità. Ed è paradossale che ciò avvenga
quando, nell’alternativa tra multa e reclusione, il giudice di merito
opti per la pena meno gravosa. L’imputato dovrebbe augurarsi, per
proporre appello, che il giudice dimostri particolare severità e
irroghi la pena della reclusione. È accaduto che un direttore di un
grande quotidiano abbia chiesto il carcere. Il tribunale di Milano,
invece, preferì dare la multa e infliggere il pagamento di una
provvisionale di 150 milioni di lire.
La stretta contro i giornalisti, ironia della sorte, viene
ribadita dal Parlamento in una legge dedicata al "giusto processo",
mentre la diffamazione, ed è un monito beffardo, viene trattato
penalmente come l’ubriachezza.
4. La Convenzione, la libertà di stampa e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo - La
libertà fondamentali rappresenta un meccanismo di protezione
internazionale dei diritti dell’uomo particolarmente efficace. Le norme
della Convenzione sono di immediata operatività nel nostro Paese: "Le
norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
dell'uomo e delle libertà fondamentali, salvo quelle il cui contenuto
sia da considerarsi così generico da non delineare specie
sufficientemente puntualizzate, sono di immediata applicazione
nel nostro Paese e vanno concretamente valutate nella loro incidenza
sul più ampio complesso normativo che si è venuto a determinare in
conseguenza del loro inserimento nell'ordinamento italiano; la ‘precettività’
in Italia delle norme della Convenzione consegue dal principio di
convenzionale per cui ove l'atto o il fatto normativo internazionale
contenga il modello di un atto interno completo nei suoi elementi
essenziali, tale cioè da poter senz'altro creare obblighi e diritti,
l'adozione interna del modello di origine internazionale è automatica
(adattamento automatico), ove invece l'atto internazionale non contenga
detto modello le situazioni giuridiche interne da esso imposte
abbisognano, per realizzarsi, di una specifica attività normativa dello
Stato" (Cass., sez. un. pen., 23 novembre 1988; Parti in causa Polo
Castro; Riviste: Cass. Pen., 1989, 1418, n. Bazzucchi; Riv. Giur.
Polizia Locale, 1990, 59; Riv. internaz. diritti dell'uomo, 1990, 419).
Anche la Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 19 gennaio 1993)
si è pronunciata autorevolmente in tale senso, specificando che la
legislazione con cui la Convenzione è entrata in vigore in Italia
consiste in una normativa che, pur avendo forza di legge, deriva "da una fonte riconducibile a una competenza atipica" e pertanto risulta "insuscettibile di abrogazione o di modificazione da parte di disposizioni di legge ordinaria".
Ribadiscono ancora i supremi giudici della prima sezione penale, che si
pongono su di una linea di continuità con gli enunciati delle Sezioni
unite del 1988: "Le norme della Convenzione europea, in quanto
principi generali dell'ordinamento, godono di una particolare forma di
resistenza nei confronti della legislazione nazionale posteriore"
(Cass. pen., sez. I, 12 maggio 1993; Parti in causa Medrano; Riviste
Cass. Pen., 1994, 440, n. Raimondi; Rif. legislativi L 4 agosto 1955 n.
848; Dpr 9 ottobre 1990 n. 309, art. 86). La suprema magistratura
civile è dello stesso avviso: "Le norme della convenzione europea
sui diritti dell'uomo, nonché quelle del primo protocollo addizionale,
introdotte nell'ordinamento italiano con l. 4 agosto 1955 n. 848, non
sono dotate di efficacia meramente programmatica. Esse, infatti,
impongono agli Stati contraenti, veri e propri obblighi giuridici
immediatamente vincolanti, e, una volta introdotte nell'ordinamento
statale interno, sono fonte di diritti ed obblighi per tutti i
soggetti. E non può dubitarsi del fatto che le norme in questione -
introdotte nello ordinamento italiano con la forza di legge propria
degli atti contenenti i relativi ordini di esecuzione, non possono
ritenersi abrogate da successive disposizioni di legge interna, poiché
esse derivano da una fonte riconducibile ad una competenza atipica e,
come tali, sono insuscettibili di abrogazione o modificazione da parte
di disposizioni di legge ordinaria" (Cass. civ., sez. I, 8 luglio
1998, n. 6672; Riviste: Riv. It. Dir. Pubbl. Comunitario, 1998, 1380,
n. Marzanati; Giust. Civ., 1999, I, 498; Rif. legislativi L 4 agosto
1955 n. 848). Anche la giustizia amministrativa ritiene che "la
Convenzione europea dei diritti dell'uomo, resa esecutiva con la l. 4
agosto 1955 n. 848, sia direttamente applicabile nel processo
amministrativo" (Tar Lombardia, sez. III, Milano 12 maggio 1997 n.
586; Parti in causa Soc. Florenzia c. Iacp Milano e altro; Riviste Foro
Amm., 1997, 1275,, 2804, n. Perfetti; Colzi; Rif. legislativi L 4
agosto 1955 n. 848, artt. 6 e 13 L 4 agosto 1955 n. 848).
La Convenzione deve il suo successo al fatto di fondarsi su un sistema di ricorsi – sia da parte degli Stati contraenti sia da parte degli individui - in
grado di assicurare un valido controllo in ordine al rispetto dei
principi fissati dalla Convenzione stessa. La Corte europea dei diritti
dell'uomo è in sostanza un tribunale internazionale istituito dalla
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali al quale può essere proposto ricorso per la
violazione di diritti e libertà garantiti dalla Convenzione sia dagli
Stati contraenti e sia dai cittadini dei singoli Stati. Prima della
entrata in vigore del Protocollo n. 11 (1° novembre 1998) il meccanismo
di tutela per la violazione dei diritti garantiti dalla convenzione era
assicurata da una Corte omonima e dalla Commissione europea dei diritti
dell'uomo (operanti da oltre 40 anni). Tutte le fasi del procedimento
sono svolte oggi nell'ambito della nuova Corte unica. Anche le funzioni
istruttorie, già attribuite alla Commissione, vengono svolte
all'interno della Corte stessa. La nuova istituzione continuerà ad
assicurare un doppio grado di giudizio. In prima istanza spetta a una
"Camera ristretta" della Corte (formata da 7 giudici) esaminare la
ricevibilità del ricorso, esperire i tentativi di conciliazione
amichevole e, in ultima analisi, decidere della controversia. Avverso
la sentenza della "Camera piccola" potrà essere presentato appello alla "Grande Camera" (formata
da 17 giudici). Un'ulteriore differenza rilevante con la vecchia
procedura è rilevabile dal fatto che la sentenza della "Camera
ristretta" della Corte sarà immediatamente vincolante per le parti,
facendo scomparire qualsiasi intervento del Comitato dei ministri del
Consiglio d'Europa. "Si deve mettere in luce che la Corte nel
procedere a valutare l’avvenuta violazione delle norme della
Convenzione si basa sul seguente principio direttivo: la misura
restrittiva del diritto garantito dalla Convenzione può dirsi
necessaria in una società democratica solo quando il sacrificio che
essa impone al titolare non sia eccessivo, ossia quando tale sacrificio
sia proporzionato all’entità del danno che l’esercizio del diritto
stesso arreca, o arrecherebbe, al bene protetto. Ciò in quanto una
società può dirsi autenticamente democratica solo quando le limitazioni
ai diritti dei propri cittadini sono unicamente quelle strettamente
necessarie al raggiungimento dei fini socialmente rilevanti" (Sabrina Peron in Tabloid, n. 1/2000).
Non solo gli articoli della Convenzione quant’anche le
sentenze definitive della Corte europea dei diritti dell’uomo, che
della prima è diretta emanazione, sono vincolanti per gli Stati
contraenti. "Le Alte Parti contraenti – dice l’articolo 46 della Convenzione – si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte nelle controversie nelle quali sono parti". Va
detto anche che gli articoli della Convenzione operano e incidono
unitamente alle interpretazioni che la Corte di Strasburgo ne dà
attraverso le sentenze. Le sentenze formano quel diritto vivente al
quale i giudici dei vari Stati contraenti sono chiamati ad adeguarsi
sul modello della giustizia inglese. "La portata e il
significato effettivo delle disposizioni della Convenzione e dei suoi
protocolli non possono essere compresi adeguatamente senza far
riferimento alla giurisprudenza. La giurisprudenza diviene dunque, come
la Corte stessa ha precisato nel caso Irlanda contro Regno Unito
(sentenza 18 gennaio 1978, serie A n. 25, § 154) fonte di parametri
interpretativi che oltrepassano spesso i limiti del caso concreto e
assurgono a criteri di valutazione del rispetto, in seno ai vari
sistemi giuridici, degli obblighi derivanti dalla Convenzione….i
criteri che hanno guidato la Corte in un dato caso possono trovare e
hanno trovato applicazione, mutatis mutandis, anche in casi analoghi
riguardanti altri Stati" (Antonio Bultrini, La Convenzione europea dei diritti dell’uomo: considerazioni introduttive, in Il Corriere giuridico, Ipsoa, n. 5/1999, pagina 650). D’altra parte, dice l’articolo 53 della Convenzione,
"nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere
interpretata in modo da limitare o pregiudicare i diritti dell’uomo e
le libertà fondamentali che possano essere riconosciuti in base alle
leggi di ogni Paese contraente o in base ad ogni altro accordo al quale
tale Parte contraente partecipi". Vale conseguentemente, con
valore vincolante, l’interpretazione che della Convenzione dà
esclusivamente la Corte europea di Strasburgo. Non a caso il Consiglio
d’Europa, nella raccomandazione R(2000)7 sulla tutela delle fonti dei
giornalisti, ha scritto testualmente: "L'articolo 10 della
Convenzione, così come interpretato dalla Corte europea dei Diritti
dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti".
Copiosa è anche la giurisprudenza sull’incidenza del Patto
internazionale di New York sui diritti civili e politici (legge n.
881/1977) nell’ordinamento italiano (Corte cost., 29 gennaio 1996, n. 15; Cass. pen., 19 aprile 1989; Cass. pen., sez. III, 26 aprile 1999, n. 1527).
"Le norme internazionali appena ricordate - come sottolinea la Corte costituzionale con la sentenza n. 10/1993
- sono state introdotte nell'ordinamento italiano con la forza di legge
propria degli atti contenenti i relativi ordini di esecuzione (v.
sentt. nn. 188 del 1980, 153 del 1987 e 323 del 1989)".
"Con queste sue norme, la Costituzione italiana - afferma la sentenza n. 15/1996 della Corte costituzionale
- partecipa dell'attuale movimento sovranazionale a favore della
convivenza di gruppi umani dalla diversa identità entro le medesime
organizzazioni politiche statali, un movimento gravido di possibili
conseguenze sul diritto pubblico interno e di cui è espressione il Patto internazionale
per i diritti civili e politici adottato il 16 dicembre 1966
dall'Assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e
ratificato dall'Italia con la legge 25 ottobre 1977 n. 881".
La Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, approvata
il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e
concepita alla stregua di una Costituzione del Mondo, impegna anche
l’Italia quale Paese membro dell’Onu ed è operativa nell’ordinamento
interno (Corte cost., ord. 18 luglio 1984, n. 216 in Giur.
Costit., 1984, I, 1467; Cass. civ., 15 febbraio 1989, n. 908 in
Informazione Prev., 1989, 927; Pret. Roma, 30 ottobre 1987 in Foro It.,
1988, I, 2780).
E’ interessante soffermarsi su alcune sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo relative all’applicazione concreta dell’articolo 10 (Libertà di espressione) della Convenzione.
4.1. Il caso Barthold. La
Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo all’articolo 10 sancisce,
come già osservato, il fondamentale principio della libertà di
manifestazione del pensiero stabilendo che "ogni persona ha diritto alla libertà di espressione".
Tale diritto abbraccia "la libertà d’opinione e la libertà di ricevere
o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte
delle autorità pubbliche senza riguardo alla nazionalità". Al secondo
comma l’articolo 10 stabilisce inoltre che "poiché l’esercizio di
queste libertà comporta dei doveri e delle responsabilità, esso può
essere sottoposto a certe formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni
previste dalla legge che costituiscono delle misure necessarie, in una
società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità
territoriale o alla sicurezza pubblica, alla difesa dell’ordine
pubblico e alla prevenzione del crimine, alla protezione della salute o
della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui,
per impedire la divulgazione di informazioni confidenziali o per
garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario". La
libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’articolo in
esame, integra la sfera costituzionale della libertà di manifestazione
del pensiero garantita dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Tale
libertà "non riguarda solo le informazioni o le opinioni accolte
con favore o considerate inoffensive o indifferenti, ma riguarda anche
le informazioni e le opinioni che urtano, o inquietano; ciò è richiesto
dal pluralismo, dalla tolleranza e dallo spirito di apertura senza i
quali non si ha una società democratica" (Corte europea dei diritti dell’uomo, 8 luglio 1986, Lingens c. Austria; Corte europea diritti dell'uomo, 25 marzo 1985, Barthold c. Repubblica Federale di Germania, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron).
4.2. I casi Beermann, Schwabe e Sunday Time.
La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha pronunciato alcune sentenze
che appaiono particolarmente significative per il rafforzamento della
libertà di espressione garantita dal citato articolo 10. In questo
senso, in via generale, si sottolinea che, secondo la Corte, per
verificare se un giornalista abbia ecceduto il limiti della libertà di
espressione, occorre tenere in primaria considerazione la buona fede
del giornalista stesso attraverso un esame globale della vicenda, posto
che le restrizioni ammesse sono solo quelle necessarie, ossia quelle
giustificate da un bisogno sociale imperativo (in questo senso si vedano: Corte europea diritti dell’uomo, 20 novembre 1989, Beermann c. Repubblica Federale di Germania; Corte europea diritti dell’uomo, 28 agosto 1992, Schwabe c. Austria; Corte europea diritti dell’uomo, 26 novembre 1981, Sunday Time c. Regno Unito, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron).
4.3. Il caso Lingens. Più in dettaglio è stato riconosciuto che "la
libertà di stampa costituisce uno dei migliori mezzi per conoscere e
valutare le idee e gli orientamenti dei dirigenti politici: pertanto i
limiti della critica esercitabile nei confronti di essi sono più ampi
di quelli relativi ai semplici privati; anche gli uomini politici
fruiscono della tutela della loro reputazione, non soltanto nella sfera
privata, ma in questo caso i doveri connessi a tale protezione vanno
bilanciati con gli interessi collegati alla libera discussione sui
problemi politici" (Corte europea diritti dell'uomo, 8 luglio 1986, Lingens c. Austria, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron).
In questo caso il giornalista ricorrente era stato condannato per aver
criticato molto pesantemente il segretario generale del partito
socialdemocratico austriaco, in seguito agli attacchi che questi a sua
volta aveva mosso pubblicamente a Simon Wiesenthal, presidente della
Repubblica, per i suoi trascorsi nazisti. La Corte ha affermato: "La condanna
per diffamazione di un giornalista per gli apprezzamenti espressi sul
conto di un uomo politico costituisce violazione della sua libertà di
opinione, la quale rappresenta un elemento fondamentale del diritto
garantito dall'articolo 10 della Convenzione europea per la
salvaguardia dei diritti dell'uomo". In forza di questa sentenza
il governo austriaco è stato condannato a rifondere al giornalista
ricorrente le somme da questi versate per il pagamento dell'ammenda e
delle spese processuali cui era stato condannato. Il governo austriaco,
inoltre, è stato condannato al versamento di un'indennità forfetaria
per le spese occorse per la pubblicazione della sentenza, cui pure il
giornalista era stato condannato, oltre che alla rifusione delle spese
dei giudizi penali subiti dinanzi ai giudici austriaci e delle spese di
comparizione e di difesa dinanzi alla Corte.
4.4. Il caso Jersild. La Corte,
inoltre, chiamata a decidere su un caso in cui il giornalista
ricorrente era stato condannato perché nel corso di un intervista ad
alcuni esponenti di un gruppo razzista aveva tollerato la pronuncia di
affermazioni razziste senza criticarle apertamente, ha ritenuto che "punire
un giornalista per aver favorito la diffusione di dichiarazioni di
terzi nel corso di un programma, ostacolerebbe gravemente il contributo
della stampa alla discussione di problemi di interesse generale e
potrebbe ammettersi solo in presenza di motivi particolarmente seri" (Corte europea dei diritti dell’uomo 24. settembre 1994, Jersild c. Danimarca, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron).
4. 5. Il caso Goodwin. Particolarmente interessante è anche la sentenza nota come il caso "Goodwin" (Corte europea diritti dell’uomo 27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron).
William Goodwin, giornalista inglese, ricevette da una fonte fidata ed
attendibile, alcune informazioni su una società di programmi
elettronici (la Tetra Ltd). In particolare il giornalista rivelò che
tale società aveva contratto numerosi debiti e vertiginose perdite. La
società Tetra per evitare i danni che sarebbero potuti derivarle dalla
divulgazione di tali notizie presentò all’alta Corte di Giustizia
inglese un ricorso con il quale non solo chiedeva che fosse vietata la
pubblicazione dell’articolo in questione, ma chiedeva altresì che il
giornalista fosse condannato a rivelare la fonte delle informazioni
ricevute al fine di evitare nuove "fughe di notizie". Le richiesta
della Tetra furono accolte sia dall’alta Corte che dalla corte
d’Appello, secondo le quali il diritto alla protezione delle fonti
giornalistiche ben può essere limitato "nell’interesse della giustizia, della sicurezza nazionale nonché a fini di prevenzione di disordini o di delitti".
Il giornalista, tuttavia, non eseguì l’ordine di divulgazione della
fonte – posto che in tale modo la stessa si sarebbe "bruciata" – e
presentò ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo,
denunciando la violazione dell’articolo 10 della Convenzione.
La Corte di Strasburgo, con sentenza in data 27 marzo 1996, muovendo
dal principio che ad ogni giornalista deve essere riconosciuto il
diritto di ricercare le notizie, ha ritenuto che di tale diritto fosse
logico e conseguente corollario anche il diritto alla protezione delle fonti giornalistiche,
fondando tale assunto sul presupposto che l’assenza di tale protezione
potrebbe dissuadere le fonti non ufficiali dal fornire notizie
importanti al giornalista, con la conseguenza che questi correrebbe il
rischio di rimanere del tutto ignaro di informazioni che potrebbero
rivestire un interesse generale per la collettività. Poste queste
premesse, ad avviso della Corte, limiti alla confidenzialità delle
fonti giornalistiche possono ammettersi solo se ricorrono i presupposti
oggettivi di cui al secondo comma dell’articolo 10 della Convenzione.
Ciò non significa che l’esclusione di ogni e qualsiasi caso di
obbligatorietà di divulgazione della fonte, ma, più semplicemente, che
le norme nazionali che dispongono tali restrizioni devono essere
formulate con sufficiente precisione e chiarezza in modo tale che
l’interessato sia messo in condizione di prevedere le conseguenze delle
sue azioni. Analoghi limiti sono enunciati anche all’articolo 19 (par.
2) del Patto sui diritti civili e politici stipulato in data 16
dicembre 1966 (e reso esecutivo in Italia con la legge 25 ottobre 1977
n. 881) con il quale si afferma che le uniche restrizioni ammesse <devono
essere espressamente stabilite dalla legge ed essere necessarie: a) al
rispetto dei diritti o della reputazione altrui; b) alla salvaguardia
della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della sanità o della
morale pubblica>. Tornando alla decisione della Corte vediamo
che, in forza dei suenunciati, principi questa ha ritenuto fondato il
ricorso del giornalista per mancanza nell’ordine di divulgazione, dei
requisiti della necessità, della ragionevolezza e della proporzionalità.
Ciò sulla base che affinché un ordine divulgazione della fonte
giornalistica sia necessario non è sufficiente che la parte che lo
richiede dimostri di poter subire un danno dalla pubblicazione,
risultando in questo caso preminente l’interesse pubblico rappresentato
dalla tutela delle fonti giornalistiche. Per contro eventuali
limitazioni di tale diritto sono possibili solo qualora si sia in
presenza di un preminente interesse pubblico tutelabile unicamente attraverso la mancata divulgazione delle fonti.
La decisione del caso "Goodwin" è particolarmente
interessante anche perché ha concorso a dissipare i dubbi nascenti da
una interpretazione letterale dell’articolo 10 della Convenzione, che
si limita a specificare che la libertà di espressione comprende sia il
diritto passivo a ricevere delle informazioni sia il diritto attivo di
fornirle, senza, però, che sia menzionato il diritto del giornalista di
cercare e procurarsi notizie tramite proprie fonti di informazioni.
Tale lacuna aveva, difatti, sollevato il quesito - attualmente sciolto
dalla Corte – che quest’ultimo diritto non rientrasse nell’ambito del
diritto alla libertà e pertanto non fosse ricompreso nell’ambito della
sua tutela. Ma del resto la tendenza espressa dalla Corte con tale
decisione trova ulteriore conferma e riscontro con le tendenze espresse
al riguardo dallo stesso Parlamento Europeo, il quale – in una
risoluzione del 18 gennaio 1994) sulla segretezza delle fonti d’informazione dei giornalisti - ha dichiarato che "il
diritto alla segretezza delle fonti di informazioni dei giornalisti
contribuisce in modo significativo a una migliore e più completa
informazione dei cittadini e che tale diritto influisce di fatto anche
sulla trasparenza del processo decisionale". In sintesi il segreto
professionale è indispensabile sia nello svolgimento della professione
giornalistica che nell’esercizio del diritto di ogni cittadino a
ricevere informazioni, mentre per contro le uniche eccezioni
ammissibili devono essere ragionevoli e in ogni caso limitate, poiché
"il mancato rispetto del segreto professionale limita in modo indiretto
lo stesso diritto all’informazione".
4.6. La tutela delle fonti delle giornalisti. Il Consiglio d’Europa ha emanato la raccomandazione n° R (2000) 7, adottata l’8 marzo 2000, sulla tutela delle fonti dei giornalisti (che
in Italia sono garantiti dall’articolo 2 della legge n. 69/1963;
dall’articolo 13 della legge n. 675/1996 e dall’articolo 200 del Cpp).
Diversi punti della raccomandazione hanno come retroterra l’articolo 10
della Convenzione e specifiche sentenze della Corte europea dei diritti
21. Il diritto dei giornalisti
di non rivelare le loro fonti fa parte integrante del loro diritto alla
libertà di espressione garantito dall'articolo 10 della Convenzione.
L'articolo 10 della Convenzione, così come interpretato dalla Corte
europea dei Diritti dell'Uomo, s'impone a tutti gli Stati contraenti.
Vista l'importanza, per i media all'interno di una società democratica,
della confidenzialità delle fonti dei giornalisti, è bene tuttavia che
la legislazione nazionale assicuri una protezione accessibile, precisa
e prevedibile. E' nell'interesse dei giornalisti e delle loro fonti
come in quello dei pubblici poteri disporre di norme legislative chiare
e precise in materia. Queste norme dovrebbero ispirarsi all'articolo
10, così come interpretato dalla Corte europea dei Diritti dell'Uomo,
oltre che alla presente Raccomandazione. Una protezione più estesa
della confidenzialità delle fonti d'informazione dei giornalisti non è
esclusa dalla Raccomandazione. Se un diritto alla non-divulgazione
esiste, i giornalisti possono legittimamente rifiutare di divulgare
delle informazioni identificanti una fonte senza esporsi alla denuncia
della loro responsabilità sul piano civile o penale o a una qualunque
pena cagionata da questo rifiuto.
24. La Corte europea dei Diritti
dell'Uomo ha sottolineato a più riprese l'esigenza posta dall'articolo
10, paragrafo 2 della Convenzione secondo la quale le restrizioni all'articolo 10 devono essere "previste per legge". La Corte ha stimato che "il
diritto interno applicabile deve essere formulato con sufficiente
precisione per permettere alle persone interessate - assecondando la
necessità di indicazioni chiare - di prevedere, a un livello
ragionevole rispetto alle circostanze, le conseguenze che possano
risultare da un determinato atto", e essere formulato con una chiarezza sufficiente per assicurare all'individuo "una protezione adeguata contro un'ingerenza arbitraria" dei poteri pubblici di fatto di una discrezionalità illimitata (vedasi per esempio Goodwin c. Royaume-Uni, 27 marzo 1996, paragrafo 31).
25. Per altro, la Corte europea
dei Diritti dell'Uomo ha sottolineato che ogni restrizione alle libertà
garantite dall'articolo 10, paragrafo 1 della Convenzione europea dei
Diritti dell'Uomo deve perseguire un fine legittimo in applicazione
dell'articolo 10, paragrafo 2 della Convenzione. L'articolo 10,
paragrafo 2 della Convenzione elenca i motivi che giustificano una
restrizione della libertà d'espressione senza stabilire una gerarchia
tra essi. Ogni limitazione del diritto dei giornalisti di non rivelare
un'informazione che permetta di identificare la propria fonte, e ogni
lesione all'interesse generale legato alla non divulgazione, deve
rispondere a un interesse legittimo corrispondente a uno di questi
motivi. A questo riguardo, l'articolo 10 paragrafo 2 deve essere
oggetto di un'interpretazione ristretta, conformemente alla giurisprudenza costante della Corte europea dei Diritti dell'Uomo.
La legittimità di un interesse deve dunque essere stabilita in rapporto
a questi motivi che possono eventualmente sopravanzare i diritti e gli
interessi legati alla protezione della confidenzialità delle fonti
d'informazione dei giornalisti.
26. In terzo luogo, per stabilire se
un interesse legittimo dato, previsto dall'articolo 10, paragrafo 2
della Convenzione giustifica la restrizione del diritto alla libertà di
espressione, la Corte europea applica un test, una comparazione, che
determina se una restrizione è "necessaria in una società democratica" (vedasi Sunday Times c. Royaume-Uni (n.2), 26 novembre 1991, paragrafo 50).
Per non discostarsi dall'articolo 10, paragrafo 2 della Convenzione, il
Gruppo di Specialisti sui diritti dei media e dell'uomo (MM-S-HR) ha
deciso di non elencare una serie di interessi legittimi particolari che
potrebbero giustificare la divulgazione forzata di una fonte. Al suo
posto il testo della Raccomandazione include una serie di verifiche e
criteri per valutare l'interesse legittimo.
27. La Raccomandazione riafferma
l'applicazione di questo test utilizzato dalla Corte europea dei
Diritti dell'Uomo qualora si tratti di determinare se una restrizione è
"necessaria in una società democratica" in applicazione dell'articolo
10, paragrafo 2 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo (vedasi Sunday Times c. Royaume-Uni (n.2), 26 novembre 1991, paragrafo 50).
Il diritto dei giornalisti di non rivelare la loro fonte e l'interesse
del pubblico ad essere informato dai media devono essere considerati essenziali in
ogni società democratica. La Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha
considerato che non soltanto i media hanno per compito di diffondere
delle informazioni e delle idee su delle questioni di interesse
pubblico, ma anche che il pubblico ha diritto di riceverne (vedasi Fressoz e Roire c. Francia, 21 gennaio 1999, paragrafo 51). L'effetto dissuasivo della divulgazione di una fonte da parte di un giornalista nuocerà a siffatto ruolo dei media. Conseguentemente
i tribunali e le autorità a livello nazionale riserveranno
un'attenzione particolare all'importanza che riveste il diritto dei
giornalisti di non divulgare le loro fonti.
28. La rivelazione di notizie che permettano di identificare la fonte dovrebbe dunque essere limitata a delle situazioni eccezionali che mettano in gioco degli interessi pubblici o personali vitali suscettibili di essere stabiliti in maniera convincente (vedasi Corte europea dei Diritti dell'Uomo, Goodwin c. Royaume-Uni, 27 marzo 1996, paragrafo 37).
Solo nel caso in cui un imperativo preponderante di interesse pubblico
esista e le circostanze presentino un carattere sufficientemente vitale
e grave, la divulgazione potrebbe essere considerata come necessaria in
una società democratica conformemente all'articolo 10, paragrafo 2
della Corte europea dei Diritti dell'Uomo.
30. La necessità di ogni restrizione
apportata alla libertà d'espressione deve essere stabilita in maniera
convincente, conformemente alla giurisprudenza costante della Corte
europea dei Diritti dell'Uomo (vedasi Sunday Times c. Royaume-Uni (n. 2), 26 novembre 1991, paragrafo 50).
Il paragrafo b esige dunque che possa essere stabilito in maniera
probante che la divulgazione risponda ad un interesse legittimo che
chiaramente abbia il sopravvento sull'interesse generale legato alla
non-divulgazione. In questo contesto, l'espressione "in maniera
convincente" significa che la valutazione dei fatti di un determinato
caso e l'uso fatto della discrezionalità devono essere suscettibili di
ulteriore verificazione. E' raccomandato alle autorità competenti di
specificare le ragioni per le quali un serio interesse ha il
sopravvento sull'interesse alla non-divulgazione. Questo raffronto
permette non soltanto un diritto di vigilanza pubblica, ma anche di
controllare, eventualmente ad un livello successivo, le sanzioni che potrebbero
essere comminate ai giornalisti, per non avere divulgato la propria
fonte, in applicazione del Principio 5, paragrafo d della
35. Tenuto debitamente conto della
giurisprudenza costante della Corte europea dei Diritti dell'Uomo, ogni
restrizione all'articolo 10 della Convenzione deve essere proporzionata
all'obiettivo legittimo perseguito (vedasi Goodwin c. Royaume-Uni, 27
marzo 1996, paragrafo 39). La Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha
concluso che ci deve essere "una relazione ragionevole di
proporzionalità fra l'obiettivo cui mira l'ordinanza di divulgazione ed
i mezzi messi in opera per raggiungere questo obiettivo" (vedasi Goodwin c. Royaume-Uni, paragrafo 46).
L'interesse concreto che la persona od i poteri pubblici hanno alla
divulgazione della fonte deve essere "sufficiente per prevalere
sull'interesse pubblico fondamentale alla protezione della fonte del
giornalista" (vedasi ibid. paragrafo 45).
43. Nella sua sentenza De Haes e Gijsels c. Belgio
(24 febbraio 1997, paragrafi 55 e 58), la Corte europea dei Diritti
dell'Uomo ha applicato il diritto dei giornalisti di non divulgare la
loro fonte in una causa di diffamazione. Un redattore ed un giornalista
erano stati condannati per diffamazione, perché avevano rifiutato di
provare la veridicità dell'informazione diffamante divulgando la loro
fonte. Ora, questa era fondata sulle dichiarazioni rese da esperti
giudiziari in occasione di precedenti cause. La Corte europea dei
Diritti dell'Uomo ha stabilito che, conformemente all'articolo 6 della
Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, le giurisdizioni nazionali
non possono rigettare la domanda di un giornalista, posto sotto accusa,
mirante a che altre prove, diverse dalla divulgazione della sua fonte
d'informazione, siano prese in considerazione, ciò in considerazione
del fatto che la giustizia ha accesso a prove alternative per stabilire
la veridicità delle dichiarazioni di un giornalista. L'importanza delle
cause di diffamazione per i giornalisti e per il loro lavoro ha indotto
il Gruppo di Specialisti per il diritto dei media e i diritti dell'uomo
(MM-S-HR) a inscrivere un principio corrispondente nella
44. Nelle "procedure legali contro
giornalisti a causa di un'offesa all'onore o alla reputazione di una
persona" attraverso un'esposizione dei fatti che si suppone falsa, è
possibile che i giornalisti siano in grado di stabilire la veridicità
della loro dichiarazione rivelando la loro fonte di informazione.
45. Il diritto dei giornalisti di
non divulgare la propria fonte in applicazione della Raccomandazione
impone alle autorità competenti di esaminare ogni prova "a loro
disposizione in applicazione del diritto procedurale nazionale"
piuttosto che esigere che i giornalisti rivelino la propria fonte.
L'autorità competente può pronunciarsi sul carattere equivalente di
questa prova, tenuto conto dell'interesse dell'opinione pubblica a che
le fonti dei giornalisti rimangano confidenziali, come indicato nella
Raccomandazione. Un rifiuto puro e semplice di altri mezzi di prova
rischierebbe di ledere non soltanto il diritto dei giornalisti di non
divulgare le loro fonti, conformemente all'articolo 10 della
Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo, ma anche al diritto ad un
processo equo previsto dall'articolo 6 della Convenzione. Come nella
causa De Haes e Gijsels c. Belgio, questi altri mezzi di prova
possono, segnatamente, includere delle informazioni che si trovino in
dossier in possesso della giustizia o della polizia, accessibili
all'autorità in questione.
4.7. Il caso Bluf. Ugualmente interessante è la decisione del caso Bluf (Corte europea diritti dell’uomo 9 febbraio 1995, Bluf c. Paesi Bassi, v. Tabloid n. 1/2000 n. Peron),
con la quale la Corte ha ritenuto che integrasse la violazione
dell’articolo 10 della Convenzione il ritiro dalla circolazione di una
pubblicazione contenente documenti riservati dopo che tali documenti
erano stati altrimenti pubblicati. Nella fattispecie la rivista Bluf
aveva pubblicato un documento elaborato dal servizio segreto olandese
dal quale risultava che tale servizio indagava sul partito comunista
olandese e sul movimento antinucleare. Prima che la rivista venisse
diffusa il direttore dei servizi segreti chiedeva ed otteneva il ritiro
della stessa dalla circolazione, ma nottetempo la tipografia riusciva a
ristampare il numero sequestrato che veniva direttamente venduto nelle
strade di Amsterdam senza che la vendita fosse ostacolata dalla
pubbliche autorità, con la conseguenza che le informazioni contenute
nella rivista sequestrata erano ormai divenute di pubblico dominio. Ad
avviso della Corte, considerato che "le informazioni in questione
erano state rese accessibili a un gran numero di persone che avevano
potuto, a loro volta, comunicarle ad altri" e considerato parimenti che l’accaduto era stato ampiamente commentato dai media "la
protezione dell’informazione in quanto segreto di Stato non si
giustificava più e il ritiro dalla circolazione del numero 267 Bluf!
non appariva più necessario per il raggiungimento del fine legittimo".
4.8. Il caso "Le Canard Enchainé". Il 21 gennaio 1999 il diritto di cronaca ha colto una significativa vittoria a Strasburgo. La
Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato, infatti, la Francia
per violazione della libertà d'espressione nei confronti del celebre
settimanale satirico parigino "Le Canard Enchainé". Nella
sua prima sentenza (21 gennaio 1999, ricorso n. 29183/95), la "nuova"
Corte permanente di Strasburgo, che nel novembre 1998 ha sostituito il
precedente tribunale dei diritti umani, ha condannato il governo
francese a pagare 71.001 franchi (10.672 euro) per i danni materiali e
le spese al direttore ed a un giornalista del "Canard". Il
settimanale aveva fatto ricorso davanti ai giudici europei dopo essere
stato condannato nel 1988 ad una multa per avere pubblicato le
dichiarazioni fiscali dell'ex presidente della Peugeot Jacques Calvet.
Il Canard aveva così dimostrato che Calvet si era concesso un
aumento di stipendio del 45,9% proprio mentre i lavoratori del gruppo
dovevano fare sciopero per ottenere un aumento dell'1,5 per cento. Il
settimanale satirico era stato condannato da un tribunale parigino per
ricettazione di documenti provenienti da una violazione del segreto
professionale, cioè le dichiarazioni delle tasse. Il direttore del
settimanale Claude Roire aveva deciso di portare il caso davanti alla
Corte di Strasburgo ritenendo il problema "grave per l'insieme della stampa" e la decisione della Corte parigina contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Questa la massima dell’importante sentenza: "E' diritto
dei giornalisti quello di comunicare informazioni su questioni di
interesse generale, purché ciò avvenga nel rispetto dell'etica
giornalistica, che richiede che le informazioni siano espresse
correttamente e sulla base di fatti precisi e fonti affidabili;
costituisce, pertanto, un limite irragionevole alla libertà di stampa
la condanna per ricettazione di giornalisti che, attenendosi alle norme
deontologiche, abbiano pubblicato documenti di interesse generale
pervenuti loro in conseguenza del reato di violazione di segreto
professionale da altri commesso (nella specie, copia delle denunzie dei
redditi di un importante manager francese)" (Corte europea diritti
dell'uomo, 21 gennaio 1999; Parti in causa Comm. europea dir. uomo c.
Governo francese e altro; Riviste: Foro It., 2000, IV, 153).
4.9. Il caso Bergens Tidende. Recentemente la Corte (sentenza
2 maggio 2000 – caso Bergens Tidende e altri/Norvegia, ricorso n.
26132/95; in Guida al diritto, dossier/8, settembre 2000) è tornata sul ruolo dei media in una società democratica, scrivendo: "La
stampa ha una funzione di capitale importanza in una società
democratica: benché non debba superare taluni limiti, ha, tuttavia,
l’obbligo di diffondere informazioni o idee su temi di interesse
generale. Il paragrafo 2 dell’articolo 10 precisa che l’esercizio della
libertà di espressione implica ‘doveri e responsabilità’ soprattutto quando si rischia di ledere la reputazione di privati individui o di pregiudicare '‘i diritti altrui'’.
Pertanto, la garanzia che l'articolo 10 offre ai giornalisti è
subordinata alla condizione che essi agiscano in buona fede e
forniscano informazioni affidabili e precise nel rispetto della
deontologia giornalistica. I servizi di attualità basati su interviste
costituiscono uno dei più importanti strumenti tramite i quali la
stampa gioca il ruolo indispensabile di ‘cane da guardia’. I
metodi che consentono di realizzare servizi obiettivi ed equilibrati
possono variare considerevolmente, in particolare, funzionalmente al
mezzo di comunicazione prescelto; non spetta alla Corte né tantomeno ai
tribunali nazionali indicare quale tecnica debbano adottare i
giornalisti nelle loro inchieste".
4. 10. Il caso Bladet Troms e Stensaas.
L’articolo 10 della Convenzione tutela il diritto dei giornalisti di
diffondere informazioni o idee su temi di interesse generale a
condizione che siano in buona fede, si fondino su fatti reali e
deontologia giornalistica. Alla funzione della stampa, che consiste nel
diffondere informazioni o idee su questioni di interesse pubblico,
corrisponde il diritto della collettività di riceverle. La stampa ha
una funzione di capitale importanza in una società democratica: benché
non debba superare taluni limiti, in particolare, relativamente alla
reputazione e ai diritti altrui e alla necessità di impedire la
diffusione di notizie riservate, ha, tuttavia, l'obbligo - nel rispetto
dei suoi doveri e delle sue responsabilità - di diffondere informazioni
o idee sui temi di interesse generale. Inoltre, la libertà dei
giornalisti implica la facoltà di utilizzare una certa dose di
esagerazione e, persino, di provocazione. Quanto al tono polemico e
addirittura aggressivo dei giornalisti, oltre al contenuto delle idee e delle informazioni, l'articolo 10 tutela anche il loro modo di espressione (Sentenza
20 maggio 1999 - Caso Bladet Troms e Stensaas/Norvegia - ricorso n.
21980/93 in Guida al diritto, dossier 2, febbraio 2000)
La "necessità" di una qualsivoglia limitazione alla libertà
di espressione "deve essere provata in modo convincente". Compete,
anzitutto, alle autorità nazionali valutare l'esistenza di "una
prevalente necessità sociale" che possa giustificare simile
limitazione: nell'esercizio di tale funzione esse godono di un certo
potere discrezionale. Nel caso della stampa "il potere discrezionale
nazionale deve confrontarsi con l'interesse della società democratica
ad assicurare e mantenere la libertà di stampa". Del pari, è necessario
dare importanza rilevante a tale interesse quando si tratta di
accertare, come richiede il paragrafo 2 dell’articolo 10, se la
limitazione sia proporzionata allo scopo legittimo perseguito. Nel caso
in esame il tribunale competente, avendo ritenuto le dichiarazioni
sull'operato dei cacciatori di foche - apparse sul quotidiano Bladet
Troms - "diffamatorie, illecite e non sufficientemente provate",
condannava i ricorrenti per falso e disponeva il risarcimento dei danni
a favore di ciascun cacciatore. La Corte deve dar prova di grande
prudenza quando, come nel caso di specie, "le misure adottate o le
sanzioni irrogate dall'autorità nazionale sono tali da dissuadere la
stampa dal partecipare alla discussione di temi di interesse generale".
Il paragrafo 2 dell’articolo 10 precisa che l'esercizio della libertà
di espressione implica "doveri e responsabilità" soprattutto quando si
rischia di ledere la reputazione di privati individui o di pregiudicare
"i diritti altrui". Il diritto dei cacciatori di foche alla tutela del
loro onore e della loro reputazione è riconosciuto, a livello
internazionale, dall'articolo 19 del Patto internazionale sui diritti
civili e politici. Per trovare un giusto equilibrio tra gli interessi
concorrenti, la Corte deve prendere in considerazione la circostanza
che, ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione, "i
cacciatori di foche hanno il diritto di essere presunti innocenti di
qualsiasi reato penale fintantoché la loro colpevolezza non venga
provata". A causa dei "doveri e delle responsabilità" inerenti
all'esercizio della libertà di espressione, la garanzia che l'articolo
10 offre ai giornalisti è subordinata alla condizione che essi agiscano
in buonafede e forniscano informazioni esatte e credibili. Nella
fattispecie il quotidiano aveva pubblicato una mera narrazione dei
fatti e non aveva formulato nessun giudizio di valore. I dati divulgati
erano tratti dal rapporto Lindberg o ne erano testuali citazioni, che
il giornale non aveva verificato tramite un'indagine autonoma. La
Corte, dovendo determinare se nella fattispecie sussistessero motivi
particolari per esonerare il giornale dall'obbligo che abitualmente gli
incombe di verificare le notizie diffamatorie per i privati cittadini,
ritiene che la stampa, quando contribuisce alla pubblica discussione di
questioni che possono suscitare una legittima apprensione, "deve, in linea di principio, potersi basare su rapporti ufficiali senza dover intraprendere ricerche autonome". Alla luce delle circostanze del caso, "non
si può concludere che l'interesse incontestato dei membri
dell'equipaggio alla protezione della loro reputazione prevalga
sull'interesse della collettività all'apertura di un dibattito pubblico
ben documentato su una questione di rilevante importanza a livello
locale, nazionale e, perfino, internazionale". In breve, benché le
argomentazioni addotte dallo Stato convenuto siano pertinenti, non sono
sufficienti a dimostrare la necessità, in una società democratica,
dell'ingerenza nella libertà di espressione. La Corte rileva "l'insussistenza
di un ragionevole rapporto di proporzionalità tra la restrizione
imposta alla libertà dei giornalisti e lo scopo legittimo perseguito" e afferma, pertanto, la violazione dell'articolo 10.
5. I giornalisti italiani conquistano la laurea specialistica - Un
professionista, per essere tale, deve avere una laurea, sostenere
l’esame di Stato e iscriversi nell’Albo dell’Ordine. Tale principio,
affermato dall’ordinamento giuridico riformato nel corso del 1999 con
il Dlgs n. 300 e la legge n. 4, vale anche per i giornalisti. Presto,
infatti, si diventerà giornalisti soltanto nelle università dopo un
percorso quinquennale (o quadriennale) di studi. Su questa linea
si muove il protocollo d’intesa firmato il 21 luglio 2000 tra Ordine
dei Giornalisti della Lombardia e Università statale di Milano in vista
della trasformazione del corso di praticantato giornalistico dell’Ifg
"Carlo De Martino" (alternativo rispetto a quello tradizionale nei
giornali) in corso di laurea specialistica in giornalismo. Dopo 72 anni
va in archivio il "sistema" che attribuiva agli editori il potere di
"fare" i giornalisti attraverso l’istituto dell’assunzione come
praticante (intaccato dal 1977 dalle scuole dell’Ordine). Vanno in
pensione anche le stesse Scuole dell’Ordine e i corsi post-laurea
istituiti dal 1990 in poi da diverse università (Cattolica, Luiss,
Bologna, Urbino, Perugia e recentemente Tor Vergata e Lumsa). Gli
Atenei citati dovranno imitare la Statale di Milano o varare il corso
di laurea in Scienze della Comunicazione. Si sa che queste due vie per
diventare giornalisti hanno incontrato il consenso della "Commissione
Rossi", incaricata dal Murst di stabilire i requisiti della formazione
per l’acceso agli Albi; di ritagliare le relative competenze
professionali e di modificare la disciplina degli esami di Stato. Un
decreto ministeriale, ora alla firma della Corte dei Conti, introduce,
infatti, due nuovi percorsi formativi per i giovani che intendono
diventare giornalisti: una laurea breve (tre anni) in Scienze della
comunicazione cui si aggiungerà un master in giornalismo della durata
di un anno oppure una qualunque altra laurea breve a cui si aggiungerà
una laurea specialistica in giornalismo della durata di due anni.
Entrambe le opzioni universitarie "assorbono" il praticantato e
prevedono l’ammissione agli esami di abilitazione all’esercizio della
professione giornalistica (esame che sarà oggetto di un altro decreto
di concerto tra i ministeri dell’Università e della Giustizia).
Il protocollo Ordine della Lombardia-Università statale
rappresenta uno sviluppo della lettera di intenti scambiata tra le
parti il 20 gennaio 2000. Il terzo "momento" sarà la stesura della
convenzione a tre (Università, Regione Lombardia, Ordine). La prima
selezione avverrà nell’autunno 2001 per il biennio 2001-2003 (i posti
saranno 40). Alla selezione, in attesa dei laureati "triennali",
potranno partecipare i possessori di lauree a 4, 5 e 6 anni. Quando la
riforma universitaria sarà a regime, la selezione sarà aperta ai
laureati in Lettere, Storia, Filosofia, Lingue, Giurisprudenza, Scienze
politiche, Scienze della comunicazione, Sociologia. Il corso si
svolgerà a tempo pieno per un totale di circa 1300 ore all’anno oltre
allo stage di tre mesi da svolgersi presso testate giornalistiche.
L’insegnamento sarà svolto da giornalisti e da docenti delle Facoltà di
giurisprudenza, lettere e scienze politiche nonché del Dipartimento di
scienze dell’informazione. La sede del corso di laurea sarà collocata
nell’ambito del Polo interdisciplinare di informatica, comunicazione e
multimedialità di Sesto San Giovanni in costruzione. Ai possessori
della laurea specialistica saranno aperte le porte dell’esame di Stato
per diventare giornalisti professionisti.
Siamo di fronte a una svolta storica, perseguita con tenacia
per dieci anni. Questa soluzione colloca la professione giornalistica
alla pari con le altre grandi professioni intellettuali. Nessuno potrà
dire in futuro che i giornalisti sono professionisti privi di saperi. I
saperi della professione sono stati individuati dalla Università
italiana come è avvenuto in passato per le altre professioni
intellettuali. Sarà obbligatoria una stretta collaborazione con il
mondo produttivo, in particolare con le imprese editoriali
rappresentate dalla Fieg e con le imprese che fanno comunicazione
televisiva, radiofonica e telematica.
La Convenzione, che è da scrivere, riguarda l’Università, che
dà la laurea specialistica in giornalismo; l’Ordine, che governa il
Registro dei praticanti e l’esame di Stato; la Regione Lombardia, che
finanzia il corso specialistico in giornalismo nel quadro della
politica regionale della formazione diretta ad assicurare sbocchi
occupazionali (anche di alto profilo) alle nuove leve.
Il Dlgs 300/1999 assegna al Ministero dell’Università (Murst)
la missione di preparare i nuovi professionisti (compresi i
giornalisti). Il Murst sta consultando i vari Ordini (compreso quello
dei Giornalisti) anche per quanto riguarda i futuri esami di Stato. A
livello locale le Università trattano con gli Ordini territoriali.
Altri corsi di laurea specialistica in giornalismo sono
previsti (in Lombardia) alla Università Cattolica e alla Università
Iulm, mentre l’Università di Pavia sta valutando l’opportunità di
seguire gli esempi milanesi. Anche questi corsi saranno riconosciuti
dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia e permetteranno agli
allievi di iscriversi nel Registro dei Praticanti giornalisti.
L’Ifg, come scuola professionale finanziata dalla Regione
Lombardia, ha creato in 23 anni di vita ben 500 giornalisti, occupati
al 95 per cento; tanti sono collocati in posti di rilievo nel sistema
massmediale nazionale. Una minoranza di essi svolge la libera
6. La disciplina degli Ordini non è in contrasto con la Ue - La disciplina comunitaria
è sostanzialmente neutra rispetto all’esistenza o meno degli Ordini
professionali. Con le leggi comunitarie del 1990 (n. 428/1990) e del
1994 (n. 52/1996) - in base alle quali i cittadini comunitari possono
iscriversi agli elenchi dei pubblicisti e dei professionisti dell’Albo
e al Registro dei Praticanti nonché possono essere editori e direttori
di quotidiani e periodici nel nostro Paese - l’Italia ha imboccato la
via della compatibilità dell’Ordine dei Giornalisti con la Ue
attraverso il riconoscimento dell’organizzazione in essere della
professione e della reciprocità. Alla Ue interessa che ai cittadini
comunitari siano accordati gli stessi "diritti" dei cittadini italiani,
che esercitano la professione giornalistica. I cittadini comunitari,
inoltre, possono sostenere nella loro lingua l’esame di Stato per
diventare giornalisti professionisti in Italia. Il Consiglio d’Europa,
nella risoluzione 1° luglio 1993 (n. 1003) relativa all’etica del
giornalismo, scrive che "per la vigilanza sul rispetto dei principi
deontologici, è necessario creare organismi o meccanismi di
autocontrollo, che elaborino risoluzioni sul rispetto dei precetti
deontologici da parte dei giornalisti, che i mezzi di comunicazione si
impegneranno a rendere pubblici". L’Italia, con l’Ordine dei Giornalisti, ha già creato "l’organismo di autocontrollo" dal 1963.
L’Europa in sostanza, fatta salva la libera circolazione dei
professionisti, non ci impone un modello preciso. Recentemente, con la
direttiva sul commercio elettronico (approvato il 4 maggio 2000 dal
Consiglio europeo), la Ue ha dato una serie di regole che riguardano le
libere professioni e ha chiamato gli Ordini italiani a vigilare su
Internet (Il Sole 24 Ore del 13 giugno 2000). La direttiva
affida un ruolo particolare agli Ordini professionali nazionali che
sono chiamati, oltre che a vigilare sul comportamento dei propri
iscritti, a redigere a livello comunitario dei veri e propri codici di
condotta. In particolare l’articolo 8 della direttiva, che tratta
proprio dell’attività professionale, richiede agli Ordini (e alle
associazioni professionali) di predisporre regole comuni circa le
informazioni che possono essere fornite ai fini della prestazione di
servizio, in modo da garantire i principi propri della professione,
quali: indipendenza; dignità; onore; segreto professionale; lealtà
verso clienti e colleghi.
7. Il "valore" costituzionale della professione giornalistica - L’ordinamento giuridico italiano accorda particolari tutele alle professioni intellettuali. La Costituzione (articolo 33) <prescrive un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale>.
Il Codice civile (articolo 2229) afferma che sono professioni
intellettuali solo quelle riconosciute come tali dalla legge e per il
cui esercizio <è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi>. Agli Ordini, dice sempre il Codice civile, sono devoluti <l’accertamento
dei requisiti per la iscrizione negli albi e negli elenchi, la tenuta
dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti>. A questa
normativa non sfugge la professione giornalistica organizzata dal
legislatore del 1963 con l’Ordine, l’Albo e l’esame di Stato. Le regole
dell’Ordine dei Giornalisti, quindi, non sono anomale, ma eguali a
quelle degli altri 23 Ordini e collegi operanti in Italia. Con la legge
3 febbraio 1963 n. 69, la professione giornalistica è riconosciuta
legalmente (come le altre professioni italiane). E’ un sistema che non ha riscontri nei Paesi della Ue,
anche se in alcuni - Francia, Portogallo, Spagna, Lussemburgo - la
professione giornalistica è tutelata giuridicamente (come in Italia).
Qualche volta gli articoli della legge n. 69/1963 (oggetto di
un referendum abortito nel giugno 1997) sono finiti all’attenzione
della Corte costituzionale. Alcuni giudici di merito dubitavano della
legittimità di taluni "passaggi" della legge. La Consulta ha superato
le critiche di illegittimità affermando nella sentenza n. 11/1968: "Il
fatto che il giornalista esplichi la sua attività divenendo parte di un
rapporto di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato
che, secondo altri, si giustificherebbe solo in presenza di una libera
professione, tale in senso tradizionale. Quella circostanza, al
associati in un organismo, che, nei confronti del contrapposto potere
economico dei datori di lavoro, possa contribuire a garantire il
rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito,
questo, che supera di gran lunga la tutela sindacale dei diritti della
categoria e che perciò può essere assolto solo da un Ordine a struttura
democratica che con i suoi poteri di ente pubblico vigili, nei
confronti di tutti e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa
osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e
soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di
critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla".
E con la stessa sentenza n. 11/1968 della Corte
costituzionale ha superato anche le censure al potere disciplinare
esercitato dall’Ordine dei giornalisti: "La Corte ritiene, del pari,
che i poteri disciplinari conferiti ai Consigli non siano tali da
compromettere la libertà degli iscritti. Due elementi fondamentali
vanno tenuti ben presenti: la struttura democratica dei Consigli, che
di per sé rappresenta una garanzia istituzionale non certo assicurata
dalla legge precedentemente in vigore (D.L.Lgt. 23 ottobre 1944, n.
302), in base alla quale la tenuta degli Albi e la disciplina degli
iscritti sono state affidate per circa venti anni ad un organo di
nomina governativa, e la possibilità del ricorso al Consiglio nazionale
ed il successivo esperimento dell'azione giudiziaria nei vari gradi di
giurisdizione. L'uno e l'altro concorrono sicuramente ad impedire che
l'iscritto sia colpito da provvedimenti arbitrari. Essi, tuttavia, non
sarebbero sufficienti a raggiungere tale scopo, se la legge stessa
prevedesse, sia pure implicitamente, una responsabilità del giornalista
a causa del contenuto dei suoi scritti, e ammettesse una corrispondente
possibilità di sanzione, perché in tal caso la libertà riconosciuta
dall'articolo 21 sarebbe messa in pericolo e l’art. 45 - norma di
chiusura dell'intero ordinamento giornalistico - risulterebbe
illegittimo. Ma la legge non consente affatto una qualsiasi
forma di sindacato di tale natura. Se la definizione degli illeciti
disciplinari, com'è inevitabile, non si articola in una previsione di
fattispecie tipiche, bisogna pur considerare che la materia trova un
preciso limite nel principio fondamentale enunciato dalla stessa legge
nell'art. 2. Se la libertà di informazione e di critica è
insopprimibile, bisogna convenire che quel precetto, più che il
contenuto di un semplice diritto, descrive la funzione stessa del
libero giornalista: è il venire meno ad essa, giammai l'esercitarla,
che può compromettere quel decoro e quella dignità sui quali l'Ordine è
chiamato a vigilare".
La Consulta ha fatto ancora di più con la sentenza n.
505/1995, quando ha trasformato i Consigli dell’Ordine dei giornalisti
in veri e propri giudici amministrativi (con tutti i risvolti legati al
rispetto delle procedure fissate dalla legge professionale n. 69/1963,
dalla legge n. 241/1990 sulla trasparenza amministrativa e dal Codice
di procedura civile). La Corte costituzionale, infatti, in questa
occasione, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità
dell’articolo 56, secondo comma, della legge n. 69/1963, ma "interpretando
la norma impugnata nel senso che, ove il Consiglio regionale
dell’Ordine si limiti a preliminari, "sommarie informazioni", devono
ritenersi sufficienti la comunicazione dell’inizio del procedimento e
l’invito all’interessato a "comparire". Ma quando l’istruttoria
prosegua in quella sede per l’accertamento dei "fatti" attraverso la
raccolta di prove, la norma, pur non prevedendo la presenza
dell’interessato o del suo difensore nel momento dell’assunzione delle
prove a carico, contempla tuttavia per l’"incolpato" forme di
contraddittorio e di difesa, stabilendo che i fatti gli siano
specificamente "addebitati" e riconoscendo all’incolpato stesso un
provvedere alla sua "discolpa" come previsto dalla norma impugnata.
contestazioni), che non possono considerarsi precluse.
L’organo disciplinare sarà tenuto a pronunciarsi motivando
sulle richieste probatorie, in modo da rendere possibile, nella
successiva eventuale fase di tutela giurisdizionale, una verifica sulla
completezza e sufficienza della istruttoria disciplinare e sul rispetto
dei principi in materia di partecipazione e difesa dell’incolpato.
Queste garanzie rispondono ad esigenze minime di
ragionevolezza, sia per la gravità delle conseguenze personali che le
sanzioni disciplinari, ma anche la sola pendenza del procedimento,
determinano - già dalla prima fase della procedura - sui diritti del
giornalista, sia per l’interesse pubblico alla completezza della
istruttoria, alla correttezza ed imparzialità del procedimento
amministrativo disciplinare......".
Anche la sentenza n. 2/1971 si muove lungo la linea tracciata dalla Corte costituzionale con la precedente sentenza n. 11/1968:
"La vigilanza dell'Ordine non è predisposta […] a tutela della sola
libertà dei giornalisti, ma è strumento, sia pure mediato, di garanzia
dell'interesse generale sottostante al diritto riconosciuto dall'art.
21 Cost. […] l'obbligo di nominare un vicedirettore responsabile fra
gli iscritti nell'albo […] è strumento di salvaguardia di un interesse
generale a rilievo costituzionale".
Concetti analoghi sono sviluppati pure dalla più recente sentenza. n. 71/1991 della Corte costituzionale: "L’ordinamento
della professione di giornalista, come costruito dal legislatore del
1963, soprattutto attraverso l’istituzione dell’ordine e
l’obbligatorietà dell’iscrizione all’Albo, persegue fini che superano
«di gran lunga la tutela sindacale dei diritti della categoria», nel
rapporto di lavoro subordinato con l’impresa giornalistica. L’Ordine
dei giornalisti, come questa corte ebbe a sottolineare nella sentenza
n. 11 del 1968, ha il compito di salvaguardare, erga omnes e
nell’interesse della collettività, la dignità professionale e la
libertà di informazione e di critica dei propri iscritti".
8. Il Codice di deontologia sulla privacy - Il <Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica>,
pubblicato il 3 agosto 1998 sulla <Gazzetta Ufficiale>,
costituisce un evento molto importante nella storia del giornalismo
italiano per molteplici aspetti. Previsto dall'articolo 25 della legge
n. 675/1996 sulla privacy (legge di derivazione comunitaria) ,
il Codice <assume il rango di una speciale norma secondaria frutto
della convergenza della volontà del Consiglio nazionale e delle misure
di indirizzo indicate dal Garante> (<Nella fase di formazione del Codice, ovvero successivamente, il Garante in cooperazione con il Consiglio - dice l’articolo 25 - prescrive eventuali misure e accorgimenti a garanzia degli interessati, che il Consiglio è tenuto a recepire>). <Il Codice - ha già scritto il professor Stefano Rodotà, presidente dell’Ufficio del Garante
- è una norma dell'ordinamento giuridico generale, e ad essa devono
adeguarsi tutti coloro che esercitino funzioni informative mediante
mezzi di comunicazione di massa; pertanto, il suo rispetto verrà
garantito dai diversi organi pubblici ed ovviamente anche dall’Ordine
per quanto riguarda le sanzioni disciplinari applicabili ai soli
iscritti>. In nessuna parte del mondo un <Codice di condotta>
per giornalisti ha il vincolo della legge; generalmente la stesura è
lasciata all’autogoverno della parte interessata. Ancora una volta ha
vinto la tradizione romanistica, così legata alla codificazione.
Il Codice di deontologia abbraccia il trattamento dei dati
effettuato nell'esercizio dell’attività giornalistica e prevede misure
ed accorgimenti a garanzia degli interessati rapportati alla natura dei
dati in particolare per quanto riguarda quelli idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.
"Il diritto alla riservatezza rientra nei c.d. diritti
inviolabili dell'uomo, che hanno il loro fondamento positivo
nell'articolo 2 della Costituzione, norma di cui non si mette più in
discussione la natura precettiva piuttosto che programmatica,
indipendentemente dal valore politico della Dichiarazione Universale
dei diritti dell'Uomo (laddove, invece, non potrebbe negarsi valore
giuridico alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
dell'uomo e delle libertà fondamentali, adottata a Roma il 4.11.1950 e
ratificata dall'Italia con legge 4 agosto 1955 n 848). Il diritto alla
riservatezza, in particolare, si configura come una specificazione,
alla pari del diritto al segreto e del diritto all'immagine, del
diritto all'intimità privata, inteso come esigenza dell'uomo al
godimento, pieno ed esclusivo, della intimità della propria persona e
delle proprie azioni. Poiché il bene giuridico tutelato dal diritto
alla riservatezza è proprio la dignità della persona umana, la
violazione del diritto alla riservatezza può aversi anche quando il
soggetto, indipendentemente dalla pubblicazione o divulgazione dei
fatti afferenti alla sua vita privata, sia, comunque, costretto a
fornire notizie o elementi attinenti la propria sfera sentimentale,
affettiva, lavorativa e/o sanitaria, che possano comportargli
turbamenti psichici o possano farlo sentire diminuito proprio nella sua
dignità di persona, subendo cioè un'intrusione ingiustificata nella
sfera della propria intimità. E' illegittimo un test preselettivo
allorché risulti che alcune domande (nella specie, 23 subdomande della
domanda 15 del test utilizzato) riguardino argomenti rientranti nella
sfera intima dei candidati, protetta dal diritto alla riservatezza" (Consiglio di Stato, sezione IV, sentenza 11 novembre 1999 n. 1671)
Le disposizioni della legge sono vincolanti anche per i
trattamenti temporanei finalizzati esclusivamente alla pubblicazione o
diffusione "occasionale" di articoli, saggi e altre manifestazioni del
pensiero. L’articolo 13 del Codice precisa che le norme si applicano ai
giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti <e a chiunque
altro, anche occasionalmente, eserciti attività pubblicistica>.
Tutti coloro che si avvalgono del diritto di manifestazione del
pensiero (articolo 21 della Costituzione e articolo 10 della legge n.
848/1955 sulla <Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo e delle libertà fondamentali>), quindi anche i
non-giornalisti, sono tenuti a rispettare le "regole" del Codice. Non a
caso, quindi, il Codice deontologico è <relativo al trattamento dei
dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica> (e non
della <professione giornalistica> come ha chiesto in un primo
tempo il Consiglio nazionale dell’Ordine). Le sanzioni disciplinari
(avvertimento, censura, sospensione e radiazione dall’Albo), previste
dalla legge sulla professione giornalistica n. 69/1963, <si
applicano solo ai soggetti iscritti all'albo dei giornalisti, negli
elenchi o nel Registro (dei praticanti)>. Le violazioni in sostanza sono sanzionate, per quanto riguarda i giornalisti, soltanto in via disciplinare.
I giornalisti, quindi, non soggiacciono alle sanzioni penali
o amministrative stabilite da sei articoli (34-39) della legge n.
675/1996 sulla privacy. Le violazioni delle norme sulla privacy fissate
nel Codice potranno comportare, come detto, un’eventuale sanzione
disciplinare e anche un risarcimento del danno, ma non potranno avere,
come tali, riflessi penali, se non nel caso in cui sfocino in una
lesione penalmente rilevante della dignità e dell’identità personale
dei cittadini protagonisti di fatti di cronaca.
8.1/ I riflessi "costituzionali" del Codice sulla privacy
- La legge sulla privacy e il relativo Codice accentuano così il ruolo
di "giudice disciplinare" dei Consigli regionali e del Consiglio
nazionale dell’Ordine. Questi enti sono stati trasformati dalla Corte
costituzionale (con la sentenza n. 505/1995) in veri e propri giudici
amministrativi (con tutti i risvolti legati al rispetto delle procedure
fissate dalla legge professionale n. 69/1963, dalla legge n. 241/1990
sulla trasparenza amministrativa e dal Codice di procedura civile). I
Consigli sono già "giudici disciplinari" in base all’articolo 115
(comma 2) del Cpp nei casi in cui i giornalisti violano il divieto
posto dall’articolo 114 (comma 6) del Cpp, pubblicando le generalità e
le immagini dei minorenni <testimoni, persone offese o danneggiati
del reato>.
La legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti con le sue
regole etiche e la legge sulla privacy con il connesso Codice di
deontologia - con le garanzie accordate da entrambe al segreto
professionale - formano un sistema inscindibile, che, nel garantire la
libertà di critica e di informazione, concretizza, tutelandone
l'attuazione, il principio sancito dall'articolo 21 della Costituzione.
Si ritiene che qualora, come nel caso di specie, una legge ordinaria
disponga misure concrete di tutela ed attuazione delle libertà di
rilievo costituzionale (come la libertà di informazione), sia, per ciò
stesso, da ritenersi ''costituzionalmente vincolata" (sentenza 16/1978
della Corte costituzionale) e, quindi, non esposta al rischio di
referendum. L’articolo 1 del Codice - un vero e proprio "manifesto"
programmatico - contiene un esplicito richiamo all’articolo 21: <1.
Le presenti norme sono volte a contemperare i diritti fondamentali
della persona con il diritto dei cittadini all’informazione e con la
libertà di stampa. 2. In forza dell'art. 21 della Costituzione, la
professione giornalistica si svolge senza autorizzazioni o censure. In
quanto condizione essenziale per l'esercizio del diritto-dovere di
cronaca, la raccolta, la registrazione, la conservazione e la
diffusione di notizie su eventi e vicende relative a persone, organismi
collettivi, istituzioni, costumi, ricerche scientifiche e movimenti di
pensiero, attuate nell'ambito dell'attività giornalistica e per gli
scopi propri di tale attività, si differenziano nettamente per la loro
opera di banche-dati o altri soggetti. Su questi principi trovano
fondamento le necessarie deroghe previste dai paragrafi 17 e 37
dell'art. 9 della Direttiva 95/46/CE del Parlamento Europeo e del
Consiglio dell'Unione Europea del 24 ottobre l995 e dalla legge n.
675/96>.
Non è casuale che l’articolo 1 del Codice richiami l’articolo
21 della Costituzione. Quel richiamo significa che c’è un interesse
della collettività (già sottolineato dalle sentenze n. 11/1968 e n.
71/1991 della Corte costituzionale) al "corretto" svolgimento
dell'importante attività della comunicazione multimediale attraverso la
vigilanza di un "ente pubblico" (l’Ordine, concepito come giudice
disciplinare) chiamato a valutare il comportamento dei singoli
giornalisti in rapporto a un Codice di condotta voluto dal Parlamento
nazionale e dal Parlamento europeo. Oggi pertanto, in contrasto con la
sentenza n. 38/1997 della Corte costituzionale che ha riconosciuto
legittimo il referendum, l’esistenza di un Codice deontologico
(vincolante per legge nei confronti di tutti i cittadini, giornalisti e
non giornalisti) appare "sufficiente a far ritenere che l'ordinamento
della professione di giornalista sia essenziale per la tutela di un
diritto costituzionale>, perché il Codice stesso, infatti, favorisce
"direttamente" l'esercizio del <diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione> (art. 21 della Costituzione). Il Codice non è un
"frammento" della normativa sull’attività giornalistica, ma è si avvia
a diventare il "cuore" del sistema giuridico dettato a protezione del
diritto del cittadino a tutelare la sua immagine da una informazione
multimediale che, - senza quel Codice il quale attua concretamente i
principi etici fissati nella legge istitutiva dell’Ordine -, sarebbe
disancorata da regole di comportamento e quindi dai valori fissati
dall’articolo 2 della Costituzione a salvaguardia della dignità della
Così, con la pubblicazione del Codice, l’Ordine dei
Giornalisti guadagna punti rilevanti sul terreno della legittimità
della sua esistenza. Oggi si può dire che anche l’Ordine dei
Giornalisti - che ha, comunque, bisogno di profonde riforme soprattutto
in tema di accesso, formazione e composizione degli organi destinati ad
adottare le decisioni disciplinari - ha dalla sua valide <ragioni di
esistere>. La Corte costituzionale ha già sottolineato <la
giornalistica> (sentenze n.11 e n. 98 del 1968; n. 2 del 1977).
Appare consequenziale l’affermazione (contenuta nell’articolo 6.3 del
Codice) che <commenti e opinioni del giornalista appartengono alla
libertà di informazione nonché alla libertà di parola e di pensiero
costituzionalmente garantita a tutti>.
Il confronto tra il Consiglio nazionale e l’Ufficio del
Garante aveva un percorso obbligato segnato dal rispetto delle norme
che già pongono precisi limiti a tutela della riservatezza. Ad esempio,
le disposizioni contro le interferenze illecite nella vita privata
(art. 615 bis Cp) o a tutela delle vittime degli atti di violenza
sessuale (art 734 bis Cp), dei minori coinvolti nei procedimenti penali
(articoli 114, comma 6, del Cpp e 13 del Dpr 448/1988) e dei malati di
Aids (art. 5 della legge 135/1990), oppure al divieto di interferenze
arbitrarie e illegali nella vita dei fanciulli (articolo 16 della legge
n. 176/1991 che ingloba la Convenzione internazionale sui diritti
dell’infanzia). Il Codice tenta un difficile compromesso tra diritto di
cronaca e diritto della persona alla tutela della sua identità e della
sua riservatezza nello spirito dell’articolo 1 della legge n. 675/1996 (<La
presente legge garantisce che il trattamento dei dati personali si
svolga nel rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché
della dignità delle persone fisiche, con particolare riferimento alla
riservatezza e all'identità personale..>). La privacy è tutelata
anche dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo;
il mancato rispetto di questa norma ha provocato una condanna
dell’Italia in sede europea: "In seguito alla violazione del diritto
al rispetto della vita privata, garantito dall'articolo 8 della
fondamentali, lo Stato italiano va condannato al risarcimento del danno
morale, mentre è escluso, in mancanza di prova, il ristoro dei danni
materiali" (Corte europea diritti dell'uomo, 19 febbraio 1998; Parti in causa Guerra e altro; Riviste Foro It., 1999, IV, 281).
8.2/ Le sentenze della Corte costituzionale sulla professione giornalistica e l’"accountability" - I
giornalisti, se credono, hanno buone carte in mano per sostenere che la
loro attività professionale "è congiuntamente caratterizzata dal
riferimento a principi e valori costituzionali (il diritto dei
cittadini a essere informati in maniera corretta, principio che
discende dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della
legge n. 848/1955 che ha inserito nel nostro ordinamento laa
Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ndr),
da una elevata complessità delle prestazioni, nonché dalla particolare
rilevanza dei costi sociali conseguenti ad una inadeguata erogazione
della prestazione". Il diritto di cronaca va visto, quindi, solo come
un diritto dei cittadini. L’Ordine dei Giornalisti, si può sostenere
con sufficienti argomenti, deve continuare ad esistere (ma profondamente riformato nei capitoli della deontologia, della formazione e dell’accesso) per le funzioni e le attività da proteggere (l’indipendenza dei giornalisti in relazione al diritto centrale dei cittadini a essere informati in maniera corretta) perché ad esse funzioni e attività corrisponde un interesse primario assolutamente rilevante. Va
detto subito che l’Ordine dei Giornalisti dovrà recuperare un suo ruolo
sociale, facendo perno sulle nozioni di trasparenza, responsabilità e
competenza (che formano il concetto di accountability). La
trasparenza delle decisioni dei Consigli regionali e delle fonti
utilizzate dai giornalisti, che, quali mediatori intellettuali,
raccontano i fatti di ogni giorno; la responsabilità e la competenza
degli iscritti all’Albo. Questi due ultimi concetti sono legati a
percorsi formativi nuovi e universitari e a una coscienza più alta di
essere esclusivamente al servizio dei cittadini-lettori.
In sostanza la professione giornalistica merita una tutela di massimo livello appunto per la rilevanza
giornalistica (sentenze n.11 e n. 98 del 1968; n. 2 del 1977 della Corte costituzionale).
Questa impostazione ha come corollario la sopravvivenza
dell’Ordine, l’esame di Stato, l’Albo, l’esercizio del potere
disciplinare sugli iscritti da parte dei Consigli regionali. Il
"Progetto Fassino" (6 settembre 2000) sul riordino delle professioni
intellettuali assicura un futuro a tutti gli Ordini esistenti
agganciati all’Università.
9. Conclusioni. La svolta di un nuovo ordinamento sulla stampa legata al progetto di Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea - Se
il Parlamento, come crediamo, non dovesse ritenere quello dei
giornalisti un mestiere ma qualcosa di più elevato e utile alla società
e alla democrazia, ha una sola strada da percorrere: varare una nuova
legge che rispecchi i vincoli della Costituzione e del Codice Civile (Ordine,
Albo, esame di abilitazione all’esercizio professionale, accesso aperto
ai cittadini in possesso di una laurea in giornalismo, regole etiche
rigorose). Siamo sicuri che alla fine vincerà l’Italia civile della ragione. L’Italia, infatti, non può fare a meno di una professione intellettuale specifica,
quale quella giornalistica, regolamentata per legge. Una legge che oggi
incorpora, ha scritto la Consulta nella sentenza n. 38/1997, una norma
sulla deontologia dei giornalisti, che favorisce indirettamente l'esercizio del "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Bisogna cogliere i suggerimenti offerti dalle sentenze della
Corte costituzionale per inquadrare la professione giornalistica con
una nuova legge al fine: 1) di dare regole innovative sul piano
etico-disciplinare e della formazione all’attività giornalistica
professionale; 2) di offrire garanzie ai cittadini lesi, nei loro
diritti fondamentali, dagli articoli pubblicati su quotidiani e
periodici nonché dalle notizie radioteletrasmesse oppure trasmesse da
reti telematiche. Deputati e senatori devono sciogliere in via
prioritaria un nodo e in sintesi dire se quella dei giornalisti sia
una professione intellettuale collegata a funzioni costituzionali come
quella dei medici e degli avvocati. La Corte di Cassazione
sottolinea da decenni che quella dei giornalisti è una professione
intellettuale. La Corte costituzionale, con le sentenze n. 11/1968 e n.
71/1991, "ha affermato che non osta al principio della libera
manifestazione del pensiero il fatto che i giornalisti siano così
organizzati, anche perché tale Ordine ha il "compito di salvaguardare,
erga omnes e nell'interesse della collettività, la dignità
professionale e la libertà di informazione e di critica dei propri
iscritti"". E con le sentenze n. 11 e 98/1968 e n. 2/1977 ha sottolineato, inoltre, "la
giornalistica".
A) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
B) Risulterà abolita l’etica professionale fissata oggi nell’articolo 2 della legge professionale ("E'
diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di
critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela
della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto
della verità sostanziale di fatti, osservati sempre i doveri imposti
dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie
che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e
editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte
delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di
esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la
cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i
lettori"). Senza etica, regnerà, nel mondo dell’informazione, la legge della giungla!!!
C) senza la legge n. 69/1963, i giornalisti (e gli editori) non saranno
"tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle
notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse". I giornalisti non potrebbero invocare il segreto professionale previsto nell’articolo 200 del Codice di procedura penale. La
libertà di cronaca verrà colpita a morte. Nessuno in futuro darà una
notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
D) Senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da due articoli (2104 e 2105) del Codice civile che riguardano gli obblighi di diligenza e fedeltà. Dice l’articolo 2104 Cc: "Diligenza del prestatore di lavoro.
Il prestatore di lavoro deve inoltre osservare le disposizioni per
l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall’imprenditore
e dai collaboratori di questo dai quali gerarchicamente dipende". Dice l’articolo 2105: "Obbligo di fedeltà.
Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o
di terzi, in concorrenza con l'imprenditore, né divulgare notizie
attinenti all'organizzazione e ai metodi di produzione dell'impresa, o
farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio". Gli
accordi tra editore e direttore responsabile (su linea politica,
organizzazione e sviluppo della testata) non devono, dice oggi
l’articolo 6 del Cnlg, "risultare in contrasto con le norme sull’ordinamento della professione giornalistica".
In sostanza l’editore oggi sa che ha di fronte giornalisti
professionisti vincolati per legge al rispetto di determinate regole
etiche e, quindi, non può impartire disposizioni al direttore in rotta
di collisione con quelle regole. In futuro, quando le norme sull’ordinamento della professione giornalistica non ci saranno, l’imprenditore (o chi per lui) potrà scavalcare l’impiegato-direttore e impartire direttamente disposizioni agli impiegati-redattori
sui contenuti del giornale. L’articolo 2104 Cc, senza la barriera della
legge professionale, conferisce all’editore un potere totale che prima
non aveva. Il direttore responsabile, non più giornalista
professionista, diventerà, comunque, un dirigente dell’azienda
editoriale alle dipendenze operative dell’amministratore delegato e del
suo braccio destro (il direttore editoriale).
Si suole ripetere che l’Ordine è l’etica, che il cuore di
ogni professione sia l’etica. Ma se l’etica dovesse perdere la sua
veste "pubblica" (cioè scritta in una norma), i giornalisti saranno
conmdizionati dagli articoli 2104 e 2105 del Codice Civile. Oggi la
deontologia prevale sulla fedeltà e difende, come afferma l’articolo 1
del contratto di lavoro, l’autonomia della categoria. Senza la
deontologia calata nella legge professionale, e quindi vincolante per
tutti (editori compresi), il direttore non potrebbe più garantire
l’autonomia della sua redazione e i redattori dovrebbero solo piegare
la testa di fronte agli interessi dell’editore. La professione non ci
sarebbe più. Sarebbe un ritorno al passato e quindi al mestiere.
L’organizzazione delle professioni va, quindi, ripensata.
E va ripensata soprattutto quella dei giornalisti, che trattano una
materia - il diritto di manifestazione del pensiero - che è un diritto
di tutti i cittadini e non un privilegio dei giornalisti stessi. Basti
dire che l’attuale legge quadro delle professioni è un decreto
luogotenenziale (n. 382) del 1944. Sono passati 56 anni e l’Italia solo
oggi si accorge che c’è un problema "professioni" da regolamentare.
Quando si parla dei ritardi nazionali, questa vicenda appare esemplare
e istruttiva! Oggi il problema si pone in termini diversi. Nessuno può
negare che, in considerazione del ruolo e della rilevante
responsabilità sociale dell'informazione, l'esercizio dell'attività
giornalistica vada regolato e tutelato dalla legge. L'informazione ha senz'altro carattere di preminente interesse generale (concetto
mutuato dall'articolo 43 della Costituzione e ripreso dall'articolo 1
della legge 223 del 6 agosto 1990 sul sistema radiotelevisivo pubblico
e privato). Altri studiosi configurano l'informazione anche come servizio pubblico essenziale (concetto mutuato sempre dall’articolo 43 della Costituzione). La
liberalizzazione nel campo delle professioni non può comportare il
trionfo del Far West nel mondo dell’informazione, perché tutto ciò si
scontrerebbe con passaggi essenziali della Costituzione. Una riforma
non può prescindere dalla tutela di valori primari. C’è bisogno,
quindi, di una nuova legge per garantire la libertà e l’autonomia dei
giornalisti nonché il diritto dei cittadini a una informazione "qualificata e caratterizzata (secondo la sentenza n. 112/1993 della Corte costituzionale, ndr) da
obiettività, imparzialità, completezza e correttezza; dal rispetto
della dignità umana, dell’ordine pubblico, del buon costume e del
libero sviluppo psichico e morale dei minori nonché dal pluralismo
delle fonti cui (i giornalisti, ndr) attingono conoscenze e notizie in
modo tale che il cittadino possa essere messo in condizione di compiere
le sue valutazioni avendo presenti punti di vista differenti e
orientamenti culturali contrastanti".
La libertà di informazione in Italia, affermata dalla
Costituzione e sostenuta dalla Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dal Patto
internazionale di New York sui diritti civili e politici, appare un
albero robusto, che sostiene tutta l’impalcatura dei diritti
inviolabili dell’uomo. Il discorso diventa problematico quando si
affronta il diritto di cronaca e il tema della libertà dei giornalisti
di informare. Spesso le interferenze delle pubbliche autorità
(Parlamento e giudici) attaccano e minano l’autonomia dei giornalisti,
arrecando un danno ai cittadini titolari di un diritto all’informazione
primario e inalienabile. E appare addirittura strano e inquietante il
comportamento del Parlamento sul tema del reato di diffamazione e sulla
rettifica come mezzo posto a tutela della onorabilità dei cittadini.
Oggi i giornalisti, una volta perso il diritto ad appellare le sentenze
penali di primo grado, si sentono intimiditi!
Si guarda ora con fiducia al progetto di Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e al suo articolo 11 dedicato alla "libertà di espressione e d'informazione". Dice questo articolo:
"1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione.
Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o
di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza
da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono garantiti".
Questo articolo 11 assorbe e supera l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che dice:
di pubbliche autorità e senza riguardo alla nazionalità".
La libertà di manifestazione del pensiero non tollera "ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera". La battaglia sarà sul comma 2 dell’articolo 11: "La libertà dei media e il loro pluralismo sono garantiti". Una
successiva normativa, comunitaria e nazionale, dovrà dare sostanza alla
enunciazione. Siamo ancora in tempo per favorire una svolta radicale in
tema di ordinamento in tema di libertà della stampa, di diritto di
cronaca e di diritto (dei cittadini) all’informazione. Vanno tradotti
in leggi ordinarie due principi fissati dalla nostra Corte
La tutela dei diritti fondamentali costituisce un principio
fondatore dell'Unione europea e il presupposto indispensabile della sua
legittimità. Questa realtà è già espressa nel trattato sull'Unione
europea (TUE). In effetti, l'articolo 6 (ex articolo F) del TUE afferma
al paragrafo 1 che "l'Unione si fonda sui principi di libertà,
democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali, e dello stato di diritto, principi che sono comuni agli
Stati membri", mentre il paragrafo 2 dello stesso articolo ricorda che "l'Unione
rispetta i diritti fondamentali quali sono garantiti dalla Convenzione
fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e quali risultano
dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri in quanto
principi generali del diritto comunitario". E' inoltre opportuno
ricordare che la Corte di giustizia europea ha confermato e definito
nella sua giurisprudenza l'obbligo di rispettare i diritti
E’ indubbio che tra i diritti fondamentali trovino posto
la libertà di espressione, la libertà di opinione e la libertà di
ricevere o di comunicare informazioni o idee senza interferenza di
pubbliche autorità. E tra i diritti fondamentali figureranno, con l’adozione della Carta dell’Unione europea, le garanzie solenni per la libertà dei media e per il loro pluralismo. Con
la libertà dei media e del loro pluralismo vanno difese, con strumenti
giuridici adeguati, anche l’autonomia e l’indipendenza dei giornalisti.