Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-penale/art-6-codice-penale-reati-commessi-nel-territorio-dello-stato
Timestamp: 2018-11-22 11:55:26+00:00
Document Index: 97423957

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 31', 'art. 7', 'art. 54', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 15', 'art. 6', 'art. 54', 'art. 6']

Art. 6 codice penale: Reati commessi nel territorio dello Stato
Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l’azione o l’omissione, che lo costituisce, è ivi avvenuta in tutto o in parte (1), ovvero si è verificato l’evento che è la conseguenza dell’azione od omissione (2).
(1) È discusso se la «parte» di azione realizzata nel territorio dello Stato, per essere rilevante, debba integrare gli estremi del tentativo [v. 56] ed essere, quindi, connotata dalla idoneità ed univocità a realizzare il reato. La soluzione positiva è sostenuta da una parte della dottrina in base alla considerazione che prima della soglia del tentativo si versa ancora nell’area del penalmente irrilevante. La dottrina e la giurisprudenza dominanti propendono, invece, per la soluzione negativa sostenendo che, nel nostro ordinamento, il legislatore ha accolto la teoria della ubiquità, per cui il reato si considera commesso nel territorio dello Stato quando l’azione o l’omissione che lo costituiscono è ivi avvenuta in tutto o in parte ovvero se si è ivi verificato l’evento. Ne consegue che a questo fine è sufficiente che sia avvenuta nel territorio dello Stato anche una minima parte dell’azione o dell’omissione, anche se priva dei requisiti di idoneità e di inequivocità richiesti per il tentativo (Cass. 1-6-2011, n. 22147). Dunque, il giudice dovrà autorizzare, sulla base di un giudizio ex post in concreto, se la frazione di condotta posta in essere in Italia rappresenti o meno un anello essenziale dell’iter criminoso.
(2) Per l’individuazione del locus commissi delicti la dottrina ha elaborato tre fondamentali teorie: quella della condotta, secondo la quale il reato deve considerarsi commesso nel luogo di realizzazione della condotta criminosa; quella dell’evento secondo cui il luogo di commissione del reato si identifica con il luogo di realizzazione dell’evento; e quella dell’ubiquità, accolta dal legislatore del ’30 e consacrata nell’articolo in esame, secondo la quale il reato si considera commesso tanto nel luogo in cui si è svolta (anche solo in parte) la condotta, tanto in quello in cui si è verificato l’evento. Per la giurisprudenza, il criterio dell’ubiquità si applica altresì quando l’azione sia avvenuta in minima parte oppure questa abbia avuto forma omissiva (Cass. 67/63).
La norma individua l’ambito spaziale di efficacia della legge penale italiana. In teoria i limiti spaziali di applicazione della legge penale possono essere individuati in forza di diversi principi: quello di universalità per il quale la legge penale di uno Stato si applica a tutti gli uomini dovunque essi si trovino; il principio di personalità in forza del quale ad ogni autore di reato si deve applicare la legge dello Stato cui appartiene; il principio di difesa per il quale deve trovare applicazione la legge dello Stato cui appartiene il soggetto passivo del reato; infine il principio di territorialità secondo il quale la legge nazionale si applica a tutti i soggetti (cittadini e stranieri) che delinquono nel territorio dello Stato. Quest’ultimo costituisce il principio base accolto dal legislatore del ’30, ma ad esso sono apportati notevoli temperamenti mediante l’adozione parziale degli altri principi [v. 7-10]. Ecco perché è più esatto affermare che nel nostro ordinamento è accolto il principio di territorialità temperata.
In tema di mandato di arresto europeo, quando la richiesta di consegna riguarda fatti commessi in parte nel territorio dello Stato ed in parte in territorio estero, la sussistenza del motivo di rifiuto previsto dall'art. 18, comma 1, lett. p), l. 22 aprile 2005 n. 69, deve essere valutata alla luce dell'art. 31, comma 2, della Decisione quadro 2002/584/Gai del 13 giugno 2002, il quale fa salvi eventuali accordi o intese bilaterali o multilaterali, vigenti al momento della sua adozione e volti a semplificare o agevolare ulteriormente la consegna della persona richiesta. (Fattispecie relativa ad un m.a.e. processuale emesso dall'autorità tedesca per una pluralità di reati, alcuni dei quali commessi in parte in Italia, in cui la S.C. ha ritenuto applicabile l'art. II dell'Accordo bilaterale italo-tedesco del 24 ottobre 1979, ratificato con l. 11 dicembre 1984 n. 969, con il quale le parti avevano limitato l'incidenza del motivo di rifiuto di cui all'art. 7 della convenzione europea di estradizione del 1957, nell'ipotesi in cui la domanda di consegna avesse riguardato anche reati non soggetti alla giurisdizione dello Stato di rifugio, e fosse risultato opportuno far giudicare tutti i reati nello Stato richiedente). (Annulla con rinvio, App. Trieste, 27/08/2014 )
Cassazione penale sez. VI 09 ottobre 2014 n. 42536
Attesa la permanente validità, in generale, del principio secondo il quale la regola del "ne bis in idem" non opera nell'ambito dei rapporti internazionali, se non quando essa trovi fondamento in appositi accordi internazionali (tra i quali, in particolare, l'accordo di Schengen, reso esecutivo in Italia con la l. 30 settembre 1993 n. 388, che, all'art. 54, dispone che non si possa procedere nei confronti di soggetto che, per lo stesso reato, sia stato già condannato o assolto in un altro degli Stati aderenti), deve ritenersi che nulla osti al rinnovamento del giudizio disposto ai sensi del combinato disposto degli artt. 6 e 11 c.p. nei confronti di soggetto già giudicato per lo stesso fatto in uno Stato (nella specie, la Repubblica del Montenegro), non facente parte di quelli aderenti al suddetto accordo.
Cassazione penale sez. I 12 giugno 2014 n. 29664
Sussiste la giurisdizione italiana, ai sensi dell'art. 6 c.p., rispetto ad una associazione a delinquere di soggetti che operano in parte in Italia per organizzare l'immigrazione clandestina.
Cassazione penale sez. I 23 maggio 2014 n. 36052
In tema di contrasto all'immigrazione clandestina per via marittima, deve ritenersi del tutto legittimo l'esercizio, da parte dell'autorità italiana, di poteri coercitivi reali e personali nei confronti di soggetti i quali siano sorpresi in acque internazionali a bordo di una nave priva di bandiera e di altri segni indicativi della sua appartenenza ad un determinato Stato, quando a tali soggetti sia addebitabile la violazione, commessa in concorso con altri operanti nel territorio nazionale (con conseguente applicabilità del disposto di cui all'art. 6 comma 2 c.p.), di leggi penalmente sanzionate quali, nella specie, quelle che prevedono il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e quello di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di tale reato
In relazione a reati commessi in parte anche all'estero, ai fini dell'affermazione della giurisdizione italiana, è sufficiente che nel territorio dello Stato si sia verificato l'evento o sia stata compiuta, in tutto o in parte, l'azione, con la conseguenza che, in ipotesi di concorso di persone, perché possa ritenersi estesa la potestà punitiva dello Stato a tutti i compartecipi e a tutta l'attività criminosa, ovunque realizzata, è sufficiente che in Italia sia stata posta in essere una qualsiasi attività di partecipazione ad opera di uno qualsiasi dei concorrenti, a nulla rilevando che tale attività parziale non rivesta in sè carattere di illiceità, dovendo essa essere intesa come frammento di un unico "iter" delittuoso da considerarsi come inscindibile. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto sottoposto alla giurisdizione italiana il delitto di partecipazione ad associazione di tipo mafioso in riferimento a persona operante all'estero per conto di una consorteria la cui attività in Italia, posta in essere da altri sodali, era consistita esclusivamente nello sbarco di casse di tabacchi lavorati esteri e nella vendita di tali prodotti di contrabbando, senza esplicazione del metodo mafioso). (Rigetta in parte, Ass.App. Bari, 26/02/2013)
Cassazione penale sez. I 06 maggio 2014 n. 41093
L'azione di salvataggio in mare di immigranti non può essere considerata isolatamente rispetto alla condotta pregressa che volontariamente determina uno stato di necessità. La condizione di pericolo è infatti causata dai trafficanti e si ricollega (ferma restando la non punibilità dei soccorritori, obbligati ad intervenire) in diretta derivazione causale all'azione criminale di abbandonare in mare uomini in attesa di soccorsi, nella ragionevole speranza che siano condotti in territorio italiano. L'azione di messa in grave pericolo di persone, integrante lo stato di necessità, è direttamente riconducibile ai trafficanti e si lega, senza soluzione di continuità, alla condotta da consumarsi in acque territoriali, venendo così a ricadere nella previsione dell'art. 6 c.p. e quindi nell'ambito della giurisdizione italiana. La giurisdizione italiana sussiste anche in relazione al reato di associazione a delinquere ravvisabile in capo ai trafficanti di immigrati clandestini, trattandosi di associazione criminale organizzata in nord Africa ma diretta a produrre effetti in Italia, per la commissione di reati in materia di immigrazione e quindi ricadente nella previsione dell'art. 15, par. 2, lett. c), della convenzione di Palermo del 12 dicembre 2000 contro la criminalità organizzata transnazionale (l. 16 marzo 2006 n. 146).
Cassazione penale sez. I 28 febbraio 2014 n. 14510
La giurisdizione dello stato italiano va riconosciuta, laddove in ipotesi di traffico di migranti dalle coste africane alla Sicilia, questi siano abbandonati in mare in acque extraterritoriali su natanti del tutto inadeguati, onde provocare l'intervento del soccorso in mare e far sì che i trasportati siano accompagnati nel tratto di acque territoriali dalle navi dei soccorritori, operanti sotto la copertura della scriminate dello stato di necessità, poiché l'azione di messa in grave pericolo per le persone, integrante lo stato di necessità, è direttamente riconducibile ai trafficanti per averlo provocato e si lega, senza soluzione di continuità, al primo segmento della condotta commessa in acque extraterritoriali, venendo così a ricadere nella previsione dell'art. 6 c.p.. L'azione dei soccorritori, che di fatto consente ai migranti di giungere nel nostro territorio, è da ritenere ai sensi dell'art. 54 comma 3, c.p., in termini di azione dell'autore mediato, operante in ossequio alle leggi del mare, in uno stato di necessità provocato e strumentalizzato dai trafficanti e quindi a loro del tutto riconducibile e quindi sanzionabile nel nostro Stato, ancorché materialmente questi abbiano operato solo in ambito extraterritoriale.
Ai fini dell'applicabilità della legge italiana, ex art. 6 cpv. c.p. basta che anche soltanto un frammento della condotta o il suo evento si sia verificato in Italia (nella specie, pur in presenza di raggiri commessi attraverso telefonate effettuate dalla Svizzera, tuttavia uno dei due eventi di cui si componeva il delitto di truffa, ovverosia l'induzione in errore, si era verificato in Italia, dove si trovava la parte civile e dove la stessa aveva disposto il bonifico con il quale aveva accreditato in favore della imputata la somma richiesta sotto il pretesto di far ottenere al figlio della vittima un visto di ingresso per l'Italia).
Cassazione penale sez. II 13 giugno 2013 n. 31001
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Cassazione penale sez. III 24 aprile 2013 n. 33179