Source: http://www.openmediacoalition.it/documenti/trib-milano-sez-i-sent-20-04-2013/index.html
Timestamp: 2019-01-20 03:26:40+00:00
Document Index: 13527848

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 190', 'art. 167', 'art. 19', 'art. 38', 'art 18', 'art. 20', 'art. 18', 'art. 1182', 'Cass. Sez. ', 'art. 97', 'art. 2056', 'art. 5', 'art. 128', 'art. 2056', 'art. 2056', 'art. 1223', 'art. 2056', 'art.1226', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 152', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 91', 'sentenza ']

Trib. Milano Sez. I, Sent., 20-04-2013 | Open Media Coalition
in composizione monocratica nella persona della dott.ssa Loretta Dorigo, in funzione di Giudice Unico, ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta al numero 13284 di ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2010, promossa con atto di citazione notificato in data 24.2.2010
C.U.R., residente a M., via R. 9, elettivamente domiciliato a Milano, via Merlo 4, presso lo studio degli avvocati Antonio Magnocavallo e Marco Bisceglia che lo rappresentano e difendono giusta procura in calce all’atto di citazione
Filippini Auto S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, con sede in Mantova, via Novellara 4, elettivamente domiciliata a Milano, piazza San Babila 5, presso lo studio dell’avvocato Paolo Perani del foro di Milano che la rappresenta e difende in unione all’avvocato Paolo Colombo del foro di Mantova, come da delega a margine della comparsa di costituzione e risposta
Oggetto: lesione del diritto all’immagine e risarcimento del danno.
Con atto di citazione regolarmente notificato alla controparte, C.U.R. adiva il Tribunale di Milano esponendo che Filippini Auto S.p.A. aveva abusivamente utilizzato il proprio ritratto inserendolo in una inserzione a pagamento di natura pubblicitaria, pubblicata sul quotidiano “La Voce di Mantova” del 1/6/ 2009.
Chiedeva, dunque, venisse accertata la lesione del proprio diritto all’immagine ed al nome ex artt. 5 e 10 c.c., 96 e 97 L.A., nonché delle norme sulla protezione dei dati personali ex D.Lgs. n. 196 del 2003 e la condanna di parte convenuta al risarcimento dei danni, che quantificava in Euro 200.000,00, ovvero nella diversa somma ritenuta di giustizia, da valutarsi in via equitativa.
Si costituiva nei termini la società convenuta che eccepiva l’incompetenza territoriale del Tribunale di Milano, dovendosi ritenere competente il Tribunale di Mantova ex art. 19 c.p.c.; deduceva nel merito l’infondatezza delle domande dell’attore, risultando la pubblicazione censurata esercizio del diritto di satira, e la non necessità del consenso dell’interessato alla pubblicazione della foto, trattandosi di soggetto noto. Concludeva, pertanto, per il rigetto dell’avversa domanda.
Esaurita la trattazione della controversia -senza l’esperimento di attività istruttoria- le parti precisavano le conclusioni riportate in epigrafe; previa assegnazione di termine per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica exart. 190 c.p.c., la causa era rimessa in decisione.
Deve preliminarmente essere affrontata l’eccezione di incompetenza per territorio, tempestivamente sollevata da parte convenuta nei termini di cui all’art. 167 c.p.c.
Deduceva la parte interessata il difetto di competenza del Tribunale adito dovendo, in tesi, correttamente radicarsi la competenza territoriale ex art. 19 c.p.c. presso l’A.G. di Mantova, nella cui circoscrizione aveva sede la società convenuta in giudizio.
L’eccezione non appare ritualmente sollevata e deve pertanto essere respinta.
Non pare inutile ricordare che nel caso in esame non si verte, contrariamente a quanto argomentato dall’attore, in materia devoluta alla inderogabile competenza delle -in allora- Sezioni specializzate in tema di privativa industriale (ora Tribunale delle imprese), quanto in una ordinaria causa di risarcimento per lesione del diritto d’immagine, ascrivibile alla più ampia categoria delle cause da responsabilità aquiliana, di competenza del Tribunale ordinario; si discute, dunque, in tema di competenza territoriale derogabile, costituente materia disciplinata agli artt. 18, 19, 20 e 38 c.p.c. Rileva il Tribunale che la C.S., con costante giurisprudenza, che si condivide e dalla quale non vi è ragione di discostarsi, afferma che in tema di competenza per territorio derogabile, incluse le cause di responsabilità aquiliana, il convenuto ha l’onere di contestare nel primo atto difensivo ex art. 38 c.p.c. l’incompetenza per territorio del giudice adito “con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli art 18, 19 e 20, restando escluso che … il giudice possa rilevare d’ufficio profili di incompetenza non proposti o supplire alla genericità o incompletezza dell’eccezione stessa, restando la competenza del giudice adito radicata in base al profilo non contestato”; in particolare la parte eccipiente ha l’onere di contestare la competenza del giudice adito con riferimento, tra l’altro, a entrambi i criteri di collegamento previsti dall’art. 20 c.p.c., quello del forum commissi delicti e quello del forum destinatae solutionis e, nel caso in cui sia parte una persona fisica, anche con riferimento a entrambi i fori generali di cuiall’art. 18 c.p.c., ossia con riguardo alla residenza e domicilio della controparte (cfr., ex multis, Cass. ord. n. 17020/2011; Cass. n. 24277/2007; Cass. n. 24903/2005).
Orbene, parte convenuta non assolveva l’onere descritto; in particolare, ometteva di dedurre in merito al foro alternativo del luogo di adempimento dell’obbligazione risarcitoria, da individuarsi ex art. 1182 c.c. nel domicilio del creditore, radicato nel territorio di Milano, come dal medesimo provato in via documentale (cfr. doc. 16, attore).
Non pare inutile ricordare che la competenza territoriale risulterebbe, comunque, correttamente radicata innanzi a questo Tribunale anche applicando il criterio concorrente del luogo in cui è sorta l’obbligazione.
Si osserva sul punto che la S.C. ha posto fine alle oscillazioni giurisprudenziali adottate nel tempo per individuare la competenza territoriale nelle cause civili per il risarcimento danni conseguenti al reato di diffamazione commessa utilizzando mezzi di comunicazione di massa, con determinazioni applicabili, per espressa indicazione della stessa Corte, in tutti i casi in cui l’attore alleghi un danno alla persona di natura extracontrattuale.
Le Sezioni unite hanno infatti risolto il problema in modo molto netto, affermando che: “Ritengono queste sezioni unite, con riferimento all’ipotesi oggetto del presente ricorso (lesione di diritti della personalità per mezzo di trasmissione televisiva), ma sulla base di argomentazioni che rendono il principio estensibile alla competenza su tutte le domande di risarcimento dei danni derivanti da pregiudizi dei diritti della personalità recati da mezzi di comunicazione di massa, che la competenza in tali casi debba essere del giudice del luogo di domicilio (o della sede della persona giuridica) o, in caso sia diverso, anche del giudice della residenza del danneggiato” (cfr. Cass. Sez. Un., 13/10/2009, n. 21661).
La C. S. precisa che, a differenza di quanto si riteneva in passato, l’obbligazione risarcitoria non nasce nel momento e nel luogo in cui si verifica un fatto potenzialmente idoneo a provocare un danno, ma solo nel momento e nel luogo in cui il danno risarcibile si verifica effettivamente; il territorio, quindi, è individuabile nella sede principale degli affari e della vita del danneggiato, costituenti il centro dei suoi interessi, ossia nel luogo in cui presumibilmente si verificano gli effetti dannosi negativi, patrimoniali e non patrimoniali, dell’offesa all’integrità del bene personale che si assume essere stato leso.
La Cassazione motivava la soluzione della competenza del giudice del luogo dove ha la residenza (o la sede) il soggetto danneggiato, con riferimento anche a normative regolanti materie diverse dalla presente (quali il D.Lgs. n. 206 del 2005 ed ilD.Lgs. n. 286 del 1998), giungendo ad affermare che nell’ordinamento appare essere contenuto un principio generale che, in caso di squilibrio delle posizioni sostanziali delle parti, utilizza il foro del danneggiato o, comunque, della parte debole, come misura equilibratrice e, pertanto, autorizza l’interprete, nel caso dubbio, a preferire analoga soluzione.
Ne discende, nel caso in esame, il carattere non dirimente del luogo in cui è avvenuta la mera pubblicazione dell’immagine.
Concludendo, in applicazione dei principi illustrati appare correttamente radicata la competenza territoriale del Tribunale adito, con conseguente rigetto dell’eccezione proposta.
I fatti allegati e documentati dall’attore, oggetto del presente procedimento, non erano contestati da controparte e possono essere riassunti nei termini di seguito esposti.
C.U.R., presidente della squadra di calcio del Torino, nonché “testimonial” della medesima, vedeva riprodotta la propria immagine alla pagina 2 del quotidiano “La Voce di Mantova” del 1/6/ 2009, all’interno di una inserzione a pagamento interessante l’intera pagina.
Si legge nella pubblicazione: “B.B.U. 11/6/2006-31/5/2009″; nel trafiletto sottostante si dava conto della retrocessione del Torino in serie B, girone dove avrebbe incontrato la squadra di calcio della città di Mantova, da tempo presente nella serie cadetta in seguito ad una sconfitta subita proprio ad opera del Torino alla fine del campionato 2005/2006; nel margine destro superiore della pagina vi era riportato in chiaro il nome e il marchio di Filippini Auto S.p.A., corredato dai marchi di fabbrica delle auto dalla medesima commercializzate (Audi e Volkswagen), dal motto reclamistico “Da 45 anni al vostro servizio” e dall’indirizzo di posta elettronica della società.
Non pare inutile ricordare che il diritto all’immagine, definibile quale diritto sul proprio ritratto e su ogni elemento, ulteriore all’aspetto esteriore inteso in senso stretto, che connota e qualifica un individuo esteriorizzandone la specifica soggettività, appartiene ai diritti fondamentali della persona, come riconosciuto agli artt. 2 Cost. e 10 c.c.
Esso è un diritto personalissimo ed inalienabile; in quanto tale può esserne demandata a soggetti terzi non già la titolarità, bensì l’esercizio (del diritto), mediante una manifestazione negoziale unilaterale di consenso da parte del titolare, espressa o tacita, alla pubblicazione della propria immagine, come previsto agli artt. 96 L. n. 633 del 1941 e 23 L. n. 196 del 2003 (cfr. Cass. n. 11353/2010; Cass. n. 27506/2008).
A termini di legge l’effige di un soggetto non può, in sintesi, essere utilizzata da terzi in assenza del consenso della persona, ovvero in assenza del concorso delle altre circostanze espressamente previste dalla legge come idonee a superare la mancanza di consenso, ovvero ancora quando, nel rispetto delle prime due condizioni, l’esposizione o la pubblicazione del ritratto sia tale da arrecare pregiudizio all’onore, alla reputazione od al decoro della persona medesima (cfr. Cass. n. 21172/2006).
Si afferma ancora che l’eventuale notorietà del soggetto ritratto, persino nell’ipotesi di immagini già rese pubbliche, (si pensi, ad esempio, al caso di immagini estrapolate da canali mediatici) non consente ai terzi di superare la necessità di acquisire il consenso del titolare in ogni caso in cui l’immagine sia sfruttata per fini pubblicitari; la C.S., con determinazioni univoche, ha infatti statuito che chiunque pubblichi abusivamente, ossia in mancanza di autorizzazione del titolare od oltre i confini del consenso ottenuto, il ritratto di una persona notoria per finalità commerciali, è tenuto al risarcimento del danno (cfr. Cass. n. 21995/2008; Cass. n.8838/2007 ; Cass. n. 22513/2004).
Ne consegue che l’esposizione o la pubblicazione dell’immagine altrui già nota al pubblico -in assenza di consenso o di finalità di pubblica informazione- costituisce comunque un uso abusivo del ritratto, la cui eventuale pregressa divulgazione non fa venir meno il potere di interdizione del titolare nei confronti dei terzi utilizzatori.
La pienezza del diritto riconosciuto dall’ordinamento alla persona in relazione a quella parte della propria soggettività identitaria, ossia all’immagine, costituente la prima ed ineludibile proiezione di sé verso i consociati, è tale che si riconosce uno speculare diritto di revoca, permanente, del consenso all’utilizzo già rilasciato, salvo il dovere di risarcire eventuali danni (cfr. Cass. n.3014/2004)).
Tanto premesso, si ricorda che Filippini Auto S.p.A. ammetteva di aver utilizzato l’immagine dell’attore in assenza del consenso del medesimo.
Non dirimente appare l’invocazione effettuata da parte convenuta al successivo art. 97 L. n. 633 del 1941.
La norma in oggetto costituisce eccezione al principio sopra enunciato, affermando che non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell’immagine sia giustificata dal concorso di altre circostanze, quali la notorietà del soggetto ripreso, l’ufficio pubblico dallo stesso ricoperto, la necessità di perseguire finalità di giustizia o di polizia, oppure scopi scientifici, didattici o culturali, o il collegamento della riproduzione a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltesi in pubblico, circostanze che non consentono l’invocazione del diritto alla riservatezza.
Parte convenuta, con allegazioni non del tutto lineari, eccepiva, da un lato, l’estraneità della fattispecie in esame all’area del consenso in virtù della notorietà del soggetto ritratto; dall’altro, pareva dedurre la sussistenza dell’esimente dell’esercizio del diritto di libertà di manifestazione del pensiero sub specie del diritto di satira, effettuando un richiamo implicito alla natura di “notizia” dell’oggetto della pubblicazione.
Osserva il giudicante che le esimenti indicate non risultano integrate.
Corre, invero, l’obbligo di sottolineare che nel trafiletto sottostante la foto si dava effettivamente conto della retrocessione in serie B della squadra di calcio presieduta da C., nonché della “soddisfazione” che della circostanza negativa derivava ai tifosi della squadra avversaria del Mantova.
La circostanza non risulta, tuttavia, idonea a traslare la fattispecie in esame nell’ambito dell’esercizio del diritto di cronaca e di satira, come eccepito dalla convenuta.
Va puntualizzato che il lettore non si trova in presenza di un articolo di giornale, frutto di un’ordinaria attività di informazione svolta dal direttore responsabile e dai giornalisti della testata, bensì di un’inserzione a pagamento effettuata da un soggetto terzo, costituente una pubblicazione pubblicitaria cd. “istituzionale”, volta, cioè, a reclamizzare non uno o più prodotti specifici commercializzati dalla società, ma la stessa società imprenditrice.
La foto, in virtù della didascalia e del correlato testo, appare, invero, utilizzata per un’univoca finalità di marketing pubblicitario in favore della società convenuta, risultando l’intera operazione funzionale a veicolare la denominazione sociale, Filippini Auto, e l’attività dalla stessa svolta (manifestata attraverso la contestuale riproduzione dei marchi delle auto commercializzate), su un sito di informazione destinato al pubblico dei lettori di un quotidiano di provincia, ai cui occhi non poteva non avere risalto la presenza del logo di un’azienda del territorio all’interno di una inserzione a pagamento a tutta pagina.
In tale prospettiva la presa in giro della squadra avversaria del Torino, anche attraverso l’utilizzo dell’immagine del presidente granata, mediante la celebrazione della sua retrocessione in un girone inferiore, appare in realtà mirata a diffondere nome, immagine, e attività imprenditoriale della società inserzionista tra i tifosi della squadra locale, lettori del quotidiano e potenziali acquirenti dei beni commercializzati dalla società.
L’univoca appartenenza dell’operazione divulgativa in esame all’ambito dell’azione imprenditoriale dell’inserzionista impone, quindi, di ritenere non pertinente il richiamo al diritto di satira, con conseguente non applicabilità della scriminante invocata.
Deduceva la convenuta che l’immagine in contestazione doveva ritenersi “pubblica”, appartenendo a soggetto noto, con conseguente non necessità di preventiva acquisizione del consenso dell’interessato.
Non ritiene il giudicante di condividere l’assunto difensivo della società convenuta.
Invero, l’analisi della pagina porta ad affermare il carattere inscindibile del suo contenuto; non si può, dunque, prescindere dalla preordinata volontà di diffusione pubblicitaria nel nome dell’impresa e dell’attività dalla stessa svolta, attuata, anche, mediante l’utilizzo del ritratto di C.U.R..
Dall’esame complessivo dell’inserzione emerge l’insuperabile ed assorbente rilevanza della cifra commerciale dell’operazione.
Così configurata la fattispecie, ne deriva che, in applicazione dei principi sopra illustrati, il fine economico perseguito da parte convenuta elide il carattere scriminate della indiscutibile notorietà alle cronache calcistiche del soggetto effigiato (per il ruolo svolto quale presidente della squadra del Torino) e, d’altro canto, rende privo di effetti il richiamo alla pertinenza dell’immagine pubblicata alla vicenda sportiva menzionata.
In altri termini, l’inserimento organico della pubblicazione nell’azione imprenditoriale dell’inserzionista non consente di appellarsi alla “notorietà” del personaggio effigiato quale esimente per la pubblicazione divulgata; la società convenuta con l’operazione in esame aveva inteso, dunque, “appropriarsi” o, quanto meno, sfruttare abusivamente, a titolo gratuito, l’immagine di C.U.R. per finalità di marketing aziendale nel settore della comunicazione d’impresa.
In sintesi, non può che affermarsi il carattere abusivo dell’utilizzo dell’immagine di parte attrice ad opera di Filippini Auto S.p.A. con conseguente obbligo di risarcimento del danno.
Deve, dunque, procedersi alla quantificazione del risarcimento del danno richiesto da C.U.R..
La parte lesa dall’indebita pubblicazione della sua immagine ha sempre il diritto al risarcimento dei danni patrimoniali di cui sia in grado di fornire la prova in base ai principi generali di legge in materia; considerato, poi, che ogni singolo soggetto ha il diritto esclusivo sulla propria immagine ed è il solo titolare del diritto di sfruttarla economicamente, ne consegue che con la pubblicazione non autorizzata l’autore dell’illecito si appropria indebitamente di vantaggi economici che sarebbero spettati alla vittima.
Il risarcimento dei danni patrimoniali consiste, pertanto, nel ritrasferire quei vantaggi dall’autore dell’illecito al titolare del diritto, e ad essi va commisurata l’entità della liquidazione (c.d. prezzo del consenso alla pubblicazione), se del caso determinandone l’importo in via equitativa, ai sensi dell’art. 2056 c.c.
Il principio trova compiuta espressione nella modificazione introdotta dal D.Lgs. n. 140 del 2006, art. 5, alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 128, sulla protezione del diritto di autore, il cui comma 2, dispone che il risarcimento dei danni conseguenti alla lesione dei diritti di utilizzazione economica deve essere quantificato “…. ai sensi dell’art. 2056 c.c., comma 2 ….. sulla base quanto meno dell’importo dei diritti che avrebbero dovuto essere riconosciuti. qualora l’autore della violazione avesse chiesto al titolare l’autorizzazione per l’utilizzazione del diritto”.
La C.S., con costante giurisprudenza, condivisa dal giudicante, ha avuto modo di affermare che, anche in mancanza di prova di altre, specifiche voci di danno, determinabili ai sensi dell’art. 2056 c.c. e segg., e dell’art. 1223 c.c. e segg., l’interessato ha comunque il diritto di far valere a titolo di danno patrimoniale la perdita dei vantaggi economici che avrebbe potuto conseguire sechiestogli il consenso alla pubblicazione – avesse potuto negoziarne la concessione e chiedere per essa un compenso; in applicazione di quanto disposto dagli artt. 10 c.c. e 29 L. n. 675 del 1996, l’autore della illecita pubblicazione dell’immagine è dunque tenuto al risarcimento da determinarsi secondo il cd. “prezzo del consenso”, indicante, nella presente fattispecie, la somma che il soggetto ritratto avrebbe potuto ottenere quale corrispettivo della volontaria concessione a terzi del diritto di pubblicare la propria fotografia (cfr., ex multis, Cass. n. 11353/2010; Cass. Civ. Sez. I, 1/9/08, n. 21995; Cass. Civ. Sez. 1, 16/5/08, n. 12433).
E’ indubbio, tuttavia, che non appaia, in genere, agevole, ne’ configurare natura ed entità del pregiudizio propriamente economico, ne’ quantificarne l’importo, specie se l’interessato non sia un soggetto noto, dedito a prestazioni quale “testimonial”, pur essendo certi ed incontestabili sia l’illiceità del comportamento dell’autore della pubblicazione, sia il fatto che questi ne abbia tratto vantaggio; è altrettanto indiscutibile che la quantificazione dei danni con riferimento al prezzo del consenso non risulta nella presente causa meno difficile di altre sul presupposto, allegato dall’attore, di essere persona nota e assai quotata in campo pubblicitario, ed alla cui immagine era stato attribuito nel corso del tempo un rilevante valore economico.
Invero, tale affermazione non risulta riscontrata dalle produzioni documentali allegate dall’interessato.
Deve, in primo luogo, valutarsi l’irrilevanza al fine probatorio indicato dell’allegazione del documento sub 16, consistente in un missiva, inviata all’attore da una agenzia di comunicazione (non altrimenti qualificata in atti), nella quale, con tono rivelatore di rapporti amicali tra le parti, il mittente indicava in Euro 300.000 la somma “richiedibile” da C. quale compenso per una campagna pubblicitaria tradizionale (qualunque significato si voglia attribuire a tale ultima espressione, quanto a veicolo informativo utilizzato, frequenza e durata nella campagna, ecc…). La natura apodittica e la genericità dell’affermazione contenuta nella lettera, nonchè l’assenza in atti di elementi da cui inferire -non tanto la sussistenza di un adeguata qualificazione professionale del mittente quanto, soprattutto- il carattere neutrale dello stesso, non consentono di commisurare il risarcimento richiesto al dato economico emergente dal documento.
Non dirimenti appaiono poi le indicazioni contenute in fogli excel, prodotti da parte attrice sub doc.15.
In essi viene dato conto di una ricerca di mercato effettuata a mezzo di interviste telefoniche da una società riconducibile allo stesso C., la Euromedia Research, nella quale si “commisuravano” le percentuali di “notorietà, popolarità, fiducia e credibilità” godute dall’odierno attore nel 2007 presso la popolazione. In primo luogo si osserva che non trova risposta convincente l’ineludibile domanda che deve porsi l’interprete sulla intrinseca attendibilità dei dati riversati in atti; inoltre, a prescindere da qualsivoglia giudizio in tema di affidabilità delle valutazioni formulate nella ricerca, si osserva che i dati, espressi a mezzo di grafici, non appaiono traducibili secondo meccanismi prefissati e certi in compensi professionali per ruoli di testimone pubblicitario, ed ancora meno in punti economici di risarcimento per ingaggi pubblicitari non goduti dall’interessato nel campo della vendita di auto a fronte dell’abusivo utilizzo pubblicitario della sua immagine ad opera di un soggetto terzo.
Allegava ancora l’attore di aver usualmente prestato la propria immagine per campagne pubblicitarie, ma di non avere percepito alcun compenso, avendo sempre scelto di svolgere gratuitamente il ruolo di testimone pubblicitario esclusivamente per le proprie aziende (cfr. docc.4, 5-8, attore).
Rileva il Tribunale che la circostanza, non contestata, non offre indicazioni di compensi riconosciuti da soggetti che siano terzi rispetto alle parti di causa; nel caso dell’attore la qualità di testimone di campagne pubblicitarie risulta ancorata a scelte autoreferenziali, inidonee a testare la sussistenza e l’eventuale valore di testimone pubblicitario del soggetto nel campo di una libera contrattazione di mercato.
Le condizioni allegate non risultano, dunque, idonee ad ancorare il richiesto risarcimento a criteri consolidati, utilizzabili nella finale determinazione del danno, che rimane pertanto necessariamente equitativa.
La liquidazione va compiuta, anche in tal caso, ai sensi dell’art. 2056 c.c. in relazione all’art.1226 c.c., con riferimento ad un ipotetico compenso ottenibile da C., commisurato agli utili presumibilmente conseguiti dall’autore dell’illecito, in relazione alla diffusione del mezzo su cui la pubblicazione è avvenuta ed in particolare all’essere stata la foto in questione utilizzata in un’unica occasione su un quotidiano a diffusione meramente locale, alle finalità (pubblicitarie o d’altro genere) che esso intendeva perseguire, e ad ogni altra circostanza rilevante allo scopo.
Da ultimo, ma non meno importante, si osserva che il riferimento di parte attrice alla congruità di un compenso di Euro 300.000,00 (salvo richiederne, prudentemente, solo 200.000, 00 in sede di conclusioni) è mutuato dal citato doc. 16, che effettua un espresso richiamo a “campagne pubblicitarie tradizionali”.
Orbene, non pare contestabile che il termine “campagna pubblicitaria” faccia riferimento ad un’attività organizzata nel tempo, concretizzantesi in comunicazioni pubblicitarie di carattere seriale, diffuse a scadenze ravvicinate, di natura massiva quanto alla scelta dei canali di comunicazione attivati ed alla porzione di pubblico che si intende raggiungere, certamente non limitata ad un ambito locale; coltivata, infine, su più fronti, caratteristiche tutte non rinvenibili nella fattispecie in esame.
Valutati i criteri elencati, stimasi congrua la somma di Euro 10.000,00 comprensiva di interessi e rivalutazione ad oggi; trattandosi di debito di valore, su di esso sono dovuti gli interessi a far tempo dalla pubblicazione della presente sentenza e sino al saldo effettivo.
La richiesta destinazione della somma riconosciuta a titolo di risarcimento dei danni in favore di un soggetto terzo (identificato dall’attore nella Piccola casa della divina provvidenza di Torino) potrà essere frutto di accordo diretto tra le parti in sede di liquidazione della somma assegnata, risultando l’istituto beneficiando soggetto estraneo al presente procedimento.
Lamentava ancora l’attore l’avvenuta lesione all’onore e al decoro causata dalla società convenuta attraverso l’indebito utilizzo pubblicitario della propria immagine, avendo l’autore intenzionalmente fatto leva sul dileggio dell’immagine pubblica; deduceva infine la violazione del proprio diritto alla riservatezza, risultando la pubblicazione contestata idonea a consentire l’immediata identificazione dell’immagine pubblicata.
Osserva il giudicante che il soggetto che accetta di ricoprire il ruolo di presidente di una società di calcio, militante nei massimi gironi, accetta necessariamente il rischio di divenire oggetto di critica e di satira, anche aspra, eventualmente non condivisibile o non motivata, da parte delle opposte tifoserie.
Il comunicato risulta, invero, confinato in un settore sociale dove i canoni di eleganza d’animo e solidarietà (sportiva) risultano fortemente allentati per condivisa scelta di tutti gli adepti, tra i quali risulta essersi iscritto C.U.R. in forza della volontaria assunzione della carica di presidente della squadra del Torino.
Nel caso in esame l’inserzione risultava priva di espressioni verbali o di segni grafici costituenti un aggressione personale e gratuita ai danni della persona dell’attore; le circostanze riportate nel testo (ossia la discesa in serie B della squadra di calcio presieduta da C.) corrispondono a verità; la prospettata soddisfazione per la disgrazia agonistica degli avversari, pur meritevole ex sé di stigmatizzazione, risultando priva di spirito sportivo, non si risolveva in una autonoma e gratuita aggressione alla persona del C., nemmeno sotto lo specifico aspetto di soggetto di riferimento della società calcistica retrocessa.
Va poi sottolineato che il tono canzonatorio complessivamente utilizzato nella comunicazione, certamente rilevabile, appare privo di intrinseci connotati di derisione della persona effigiata.
In sintesi, si ritiene francamente non condivisibile l’allegazione attorea circa il carattere offensivo dell’intera inserzione pubblicitaria, circostanza che consente, sotto altro profilo, di affermare che l’abusivo utilizzo dell’immagine in esame non veniva effettuato con modalità intrinsecamente pregiudizievoli per l’onore e il decoro della persona.
Corre l’obbligo di rilevare che ove l’attore avesse inteso dedurre specificamente una lesione per l’abusivo trattamento dei dati personali a mente del D.Lgs. n. 196 del 2003 (ora art. 10 D.Lgs. n. 150 del 2011), e non già una generica lesione della “privacy”, in sé non del tutto sovrapponibile alle attività di trattamento dei dati personali, avrebbe dovuto, ratione temporis, convenire in giudizio (eventualmente proponendo autonoma azione mediante ricorso ex art. 152 del decreto citato), anche il Garante per la protezione dei dati personali, onere pacificamente non assolto nel caso in esame; l’attore, inoltre, non effettuava allegazioni specifiche afferenti l’inosservanza dei criteri di protezione del dato trattato, ad eccezione di un generico richiamo all’art. 15 del decreto citato.
Si osserva, pertanto, che le pubblicazioni di immagini fotografiche indesiderate possono costituire interferenze nella sfera privata del soggetto ritratto in tutti i casi in cui costituiscano divulgazione di aspetti personali, privi di un’apprezzabile interesse per la collettività a conoscere quegli stessi aspetti della vita del soggetto ritratto.
Ai danni di C., per sua espressa e reiterata ammissione soggetto noto, per nome ed aspetto, al pubblico (calcistico ed anche imprenditoriale), non pare in conseguenza configurabile la dedotta lesione al diritto alla riservatezza ex art. 15 D.Lgs. n. 196 del 2003 in ordine alla capacità identificativa della pubblicazione in esame, quanto meno sotto il profilo di svelamento dell’identità; più nello specifico, non può che rilevarsi la pertinenzialità della foto al commento pubblicato (anche se non al fine pubblicitario perseguito dalla convenuta, come già argomentato) ed il rilievo pubblico della carica sportiva rivestita; l’immagine ed il nome di battesimo dell’attore erano dunque accostati non già ad avvenimenti e considerazioni pertinenti alla sfera personale e privata del soggetto, bensì al ruolo pubblico dal medesimo volontariamente ricoperto ed orgogliosamente esibito anche negli atti del presente procedimento in qualità di presidente del Torino.
Nessuna specifica voce di danno può essere dunque riconosciuta sotto i profili indicati.
Le spese seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c. e sono dunque determinate a carico di parte convenuta ex D.M.G. n. 140/2012 nella misura direttamente liquidata in dispositivo con riferimento al valore della causa (come ritenuto in sentenza), all’articolazione delle questioni di fatto e di diritto trattate, nonchè all’attività difensiva effettivamente svolta.
il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, ogni contraria domanda ed eccezione rigettata, così provvede:
1) in accoglimento della domanda dispiegata da C.U.R. con atto di citazione notificato in data 15/2/2010 nei confronti di Filippini Auto S.p.A., accertata la natura abusiva della pubblicazione del ritratto fotografico di U.R.C., condanna parte convenuta al risarcimento dei danni in favore di controparte, quantificati in Euro 10.000,00, oltre interessi dalla data della presente sentenza e fino al saldo effettivo;
2) condanna Filippini Auto S.p.A al pagamento in favore di C.U.R. delle spese processuali che liquida in Euro 2.350,00 per competenze professionali, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A.
Sentenza per legge esecutiva.
Così deciso in Milano, il 20 aprile 2013.
Depositata in Cancelleria il 20 aprile 2013.