Source: http://giurisprudenzacomunitaria.blogspot.com/2010/10/politica-sociale-parita-di-trattamento.html
Timestamp: 2017-06-23 10:23:04+00:00
Document Index: 124577981

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 5', 'art. 37', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 157']

Giurisprudenza Comunitaria: POLITICA SOCIALE - PARITA' DI TRATTAMENTO - DIRITTO AD UN PERMESSO IN FAVORE DI MADRI LAVORATRICI SUBORDINATE - MADRE LAVORATRICE AUTONOMA - ESCLUSIONE PER IL PADRE LAVORATORE SUBORDINATO - CONSEGUENZE
POLITICA SOCIALE - PARITA' DI TRATTAMENTO - DIRITTO AD UN PERMESSO IN FAVORE DI MADRI LAVORATRICI SUBORDINATE - MADRE LAVORATRICE AUTONOMA - ESCLUSIONE PER IL PADRE LAVORATORE SUBORDINATO - CONSEGUENZE
﻿(C-104/09) POLITICA SOCIALE - PARITA' DI TRATTAMENTO - DIRITTO AD UN PERMESSO IN FAVORE DI MADRI LAVORATRICI SUBORDINATE - MADRE LAVORATRICE AUTONOMA - ESCLUSIONE PER IL PADRE LAVORATORE SUBORDINATO - CONSEGUENZE La Corte di Giustizia si è pronunciata su una questione pregiudiziale sottopostale da un Tribunale spagnolo, dichiarando che l’art. 2, nn. 1, 3 e 4, nonché l’art. 5 della direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/CEE (relativa all’attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro), devono essere interpretati nel senso che ostano ad una misura nazionale come quella oggetto della causa principale (art. 37 dello Statuto dei lavoratori - Estatuto de los trabajadores - nella sua versione risultante dal Real Decreto Legislativo 24 marzo 1995, n. 1 (BOE n. 75 del 29 marzo 1995), la quale prevede che i lavoratori di sesso femminile, madri di un bambino e aventi lo status di lavoratore subordinato, possano beneficiare di un permesso retribuito per allattamento, secondo varie modalità, durante i primi nove mesi successivi alla nascita di tale bambino, mentre i lavoratori di sesso maschile, padri di un bambino e aventi il medesimo status, possano beneficiare del medesimo permesso solamente ove anche la madre di tale bambino abbia lo status di lavoratore subordinato. Nella causa principale, al ricorrente era stato negato il permesso muovendo dal presupposto che la madre del bambino non era una lavoratrice subordinata, bensì autonoma, laddove l’attività subordinata della madre sarebbe stata indispensabile per poter fruire di tale permesso. Aderendo alle conclusioni rassegnate dall’Avvocato generale, la Corte ha osservato, in particolare, che il fatto di non riconoscere il diritto individuale al permesso ai padri aventi lo status di lavoratore subordinato, per la sola ragione che la madre del bambino non beneficia di questo status, potrebbe avere come esito che una donna, in quanto lavoratrice autonoma, si vedrebbe obbligata a limitare la propria attività professionale e dovrebbe farsi carico da sola degli oneri conseguenti alla nascita di suo figlio, senza poter ricevere un aiuto dal padre di quest’ultimo. Testo Completo: Sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 30 settembre 2010
21 Si deve osservare che la disposizione nella causa principale prevede che il permesso «per allattamento» assuma concretamente la forma di un’autorizzazione ad assentarsi durante la giornata di lavoro o di una riduzione della durata di quest’ultima. Tale disposizione ha per effetto di modificare gli orari di lavoro. Influisce dunque sulle «condizioni di lavoro» ai sensi dell’art. 5 della direttiva 76/207 (v., in tal senso, sentenza 20 marzo 2003, causa C 187/00, Kutz-Bauer, Racc. pag. I 2741, punti 44 e 45).
24 Orbene, le situazioni di un lavoratore di sesso maschile e di un lavoratore di sesso femminile, rispettivamente padre e madre di bambini in tenera età, sono infatti equiparabili sotto il profilo della necessità di ridurre il loro orario di lavoro giornaliero per occuparsi del bambino (v., per analogia, per quanto riguarda la situazione dei lavoratori di sesso femminile e dei lavoratori di sesso maschile che si assumono l’educazione dei loro figli, sentenza 29 novembre 2001, causa C 366/99, Griesmar, Racc. pag. I 9383, punto 56, e, per quanto riguarda la situazione dei lavoratori quanto all’utilizzo dei servizi di asilo nido, sentenza 19 marzo 2002, causa C 476/99, Lommers, Racc. pag. I 2891, punto 30).
27 Per quel che riguarda, in primo luogo, la protezione della gravidanza e della maternità, la Corte ha ripetutamente affermato che, riservando agli Stati membri il diritto di mantenere in vigore o di istituire norme destinate ad assicurare tale protezione, l’art. 2, n. 3, della direttiva 76/207 riconosce la legittimità, in relazione al principio della parità di trattamento tra i sessi, in primo luogo, della protezione della condizione biologica della donna durante e dopo la gravidanza, e, in secondo luogo, della protezione delle particolari relazioni tra la donna e il bambino, durante il periodo successivo al parto (v. sentenze 12 luglio 1984, causa 184/83, Hofmann, Racc. pag. 3047, punto 25; 14 luglio 1994, causa C 32/93, Webb, Racc. pag. I 3567, punto 20; 30 giugno 1998, causa C 394/96, Brown, Racc. pag. I 4185, punto 17, e 1º febbraio 2005, causa C 203/03, Commissione/Austria, Racc. pag. I 935, punto 43).
33 Secondo costante giurisprudenza, l’art. 2, n. 4, della direttiva 76/207 ha lo scopo preciso e limitato di autorizzare provvedimenti che, pur apparendo discriminatori, mirano effettivamente a eliminare o a ridurre le disparità di fatto che possono esistere nella realtà della vita sociale. Tale norma autorizza misure nazionali in materia di accesso al lavoro, compresa la promozione, le quali, favorendo in special modo le donne, perseguono lo scopo di migliorare la loro capacità di competere sul mercato del lavoro e di coltivare una carriera in posizione di parità rispetto agli uomini (v., sentenze 17 ottobre 1995, causa C 450/93, Kalanke, Racc. pag. I 3051, punti 18 e 19; 11 novembre 1997, causa C 409/95, Marschall, Racc. pag. I 6363, punti 26 e 27; e 28 marzo 2000, causa C 158/97, Badeck e a., Racc. pag. I 1875, punto 19, nonché Lommers, cit., supra punto 32).
34 Il citato art. 2, n. 4, mira a ottenere una parità sostanziale anziché formale riducendo le disuguaglianze di fatto che possono intervenire nella vita sociale e, pertanto, ad evitare o a compensare, in conformità all’art. 157, n. 4, TFUE, gli svantaggi nella carriera professionale delle persone interessate (v., in questo senso, sentenze Kalanke, cit., punto 19, 6 luglio 2000, causa C 407/98, Abrahamsson e Anderson, Racc. pag. I 5539, punto 48, nonché 30 settembre 2004, causa C 319/03, Briheche, Racc. pag. I 8807, punto 25).