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Timestamp: 2017-11-23 03:26:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 4', 'sentenza ', 'art. 160', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4']

Penale.it - Corte Costituzionale, Sentenza 22 aprile 2002 (dep. 3 maggio 2002), n. 145
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nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), promossi con ordinanze emesse il 13 giugno 2001, il 4 luglio 2001 e l’8 agosto 2001 dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania, rispettivamente iscritte ai numeri 699, 778 e 949 del registro ordinanze 2001 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica numeri 38, 40 e 49, prima serie speciale, dell’anno 2001.
Va considerato infatti che, in relazione ad alcuni fra i delitti indicati dalla norma, il termine di prescrizione può raggiungere una durata ultradecennale tenuto conto anche degli effetti interruttivi della sentenza di condanna ai sensi dell’art. 160, ultimo comma, del codice penale.
La norma impugnata risulta, dunque, sotto differenti e concorrenti profili, lesiva del principio di ragionevolezza garantito dall’art. 3 della Costituzione e deve essere, sotto tale aspetto, dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui dispone che la sospensione perde efficacia decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato.
Come si afferma nella più volte citata sentenza n. 206 del 1999, è, infatti, possibile rinvenire nel sistema una previsione di durata massima della misura cautelare sospensiva – quella, di cinque anni, contenuta nell’art. 9, comma 2, della legge 7 febbraio 1990, n. 19 (Modifiche in tema di circostanze, sospensione condizionale della pena e destituzione dei pubblici dipendenti) – alla quale deve attribuirsi il carattere di una vera e propria clausola di garanzia, avente portata generale e dunque comprensiva – in difetto di diversa disciplina legislativa - di ogni e qualsiasi ipotesi di "sospensione cautelare dal servizio a causa del procedimento penale", sia facoltativa che obbligatoria.
L’art. 4, comma 2, della legge 27 marzo 2001, n. 97, deve essere, dunque, letto – a seguito della presente declaratoria di illegittimità costituzionale - nel senso che la sospensione dal servizio disposta a norma del comma 1 perde efficacia se per il fatto è successivamente pronunciata sentenza di proscioglimento o di assoluzione anche non definitiva e, in ogni caso, decorsa una durata complessivamente non superiore a cinque anni della sospensione, facoltativa o obbligatoria, riferibile al medesimo procedimento penale.
Resta ferma, ovviamente, la possibilità che il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità ed entro i limiti di ragionevolezza e proporzionalità individuati da questa Corte, disciplini nuovamente la materia, anche fissando termini massimi eventualmente differenti rispetto a quello di cui al citato art. 9 della legge n. 19 del 1990 ovvero modulati in relazione alla gravità del reato ed alla fase del procedimento.
1) dichiara l’illegittimità costituzionale, nei sensi di cui in motivazione, dell’art. 4, comma 2, della legge 27 marzo 2001, n. 97 (Norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche), nella parte in cui dispone che la sospensione perde efficacia decorso un periodo di tempo pari a quello di prescrizione del reato;
2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, della citata legge 27 marzo 2001, n. 97, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 4, 24, 27, 35, 36 e 97 della Costituzione, dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania con le ordinanze in epigrafe.
Reg. Ord. n. 699, 778 e 949 del 2001
Ordinanza letta nell’udienza pubblica
del 12 marzo 2002
Ritenuto che nei giudizi promossi dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania con le ordinanze emesse il 13 giugno 2001 (R.O. n. 699 del 2001), il 4 luglio 2001 (R.O. n. 778 del 2001) e l’8 agosto 2001 (R.O. n. 949 del 2001) ha spiegato atto di intervento Francesca Calabrese deducendo, a sostegno della legittimazione all’intervento medesimo, di essere dipendente dell’INPS, sede di Torino, e di essere stata colpita da provvedimento di sospensione dal servizio adottato dall’ente datore di lavoro ai sensi dell’art. 4 della legge 27 marzo 2001, n. 97;
che la interveniente, pur non essendo parte nei giudizi a quibus, si reputa portatrice di un interesse diretto ed individualizzato rispetto all’esito del giudizio di legittimità costituzionale.
Considerato che la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare la inammissibilità, nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale, dell’intervento di soggetti che non siano parti in causa nel giudizio a quo;
che tale principio è stato ritenuto derogabile soltanto in favore di soggetti titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto nel giudizio a quo;
che siffatta situazione evidentemente non ricorre nella specie.
dichiara l’inammissibilità dell’intervento di Francesca Calabrese.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 12 marzo 2002.
Firmato: Massimo Vari, Presidente