Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2011/01/
Timestamp: 2017-06-25 08:38:52+00:00
Document Index: 177094520

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1117', 'art. 1125', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 51', 'art. 54', 'art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 33', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 123', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il Commercialista in Rete: 01/2011
Quesito: info mobilità.
sono in mobilità retribuita mi è stato offerto un contratto di lavoro co.co.co - co.co.pro; volevo sapere se accettando una di questa opzioni perdo l'indennità di mobilità o se invece viene sospeso il trattamento e ripreso a fine contratto?La prestazione occasionale è compatibile con la mobilità, quale è il tetto di retribuzione?
Quesito: bonifici da singapore o rimpatrio dei redditi percepiti e 104.
tra poco dovrei trasferirmi a Singapore con la mia famiglia ed iniziare un lavoro con contratto locale di una società di Singapore.Vorrei sapere se traferendo la mia residenza fiscale in quanto vivrei a Singapore per almeno 3 anni posso bonificare parte del mio stipendio in Italia mensilmente (oppure annualmente) senza dover incappare a sanzioni.Vorrei registrarmi anche all'AIRE. senza però trasferire la residenza di mia moglie in quanto potrebbe usufruire della legge 104 facendo la domanda di congedo straordinario per 2 anni.E' possibile?Oppure potrei usufruirne io della 104?
Quesito: materie prime inutilizzabili.
sono un artigiano che costruisce strumenti musicali, ho un regime di contabilità semplificata, il mio problema è che a causa delle piogge molto abbondanti, molte delle materie prime sono danneggiate (legno, corde accessori)quindi per me inutilizzabili, quindi vi chiedevo se è possibile detrarle dalle rimanenze finali e se posso materialmente buttarle per non occupare il mio magazzino con materie prime inutilizzabili o magari utilizzare il legno come legna da ardere?
Quesito: P IVA x traduttore extra comunitario.
Sono un cittadino Tunisino (extra comunitario).Ho una laurea nelle lingue stranieri ,ho fatto l' interprete in Tunisia e all'estero per 8 anni.ho collaborato con tante dite Italiani attraverso contratti occasionali.ho avuto dei contatti da dite in Toscana per fare il traduttore mi hanno chiesto la partita IVA.la mia domanda é la seguente:In quanto extra comunitario posso aprire la partita IVA per un traduttorefree lance ???Se si mi potete dare gli elementi che devo fornire per fare la p IVA.Per info no ho problemi per accedere in Italia ho la mia attività in Tunisia quindi viaggio sempre in Italia e in CE attraverso un visto affari .In caso di fattibile :posso fare conversione dal visto affari ad un titolo di soggiorno???
Operazioni fasulle: Iva detraibile se è provata l'estraneità alla frode.
Il contribuente che utilizza fatture per operazioni soggettivamente inesistenti può detrarre l'Iva a esse afferente soltanto se riesce a dimostrare che non era a conoscenza della frode fiscale a cui stava partecipando. E' questa, in sintesi, la decisione assunta dalla Corte di cassazione, con la sentenza 1364 del 21 gennaio. I fatti di causa e l'iter di merito La pronuncia trae origine da un processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza a carico di una società, con il quale veniva constatato che quest'ultima avrebbe partecipato, insieme ad altre aziende sparse sul territorio nazionale, a un'associazione criminale dedita alla frode fiscale tramite l'introduzione di argento in Italia e l'utilizzo di fatture false a fronte di operazioni commerciali inesistenti, allo scopo di fruire falsamente di esenzioni e di rimborsi insussistenti. Sulla base di tale atto istruttorio, l'ufficio competente notificava alla società un avviso di rettifica Iva, con cui accertava un'imposta dovuta di circa venti milioni di euro, per indebita detrazione. Il contribuente proponeva ricorso avverso l'atto impositivo alla Commissione tributaria provinciale, che lo rigettava, motivando che le fatture d'acquisto utilizzate dalla società erano relative a operazioni inesistenti e, quindi, la relativa Iva era indetraibile. I giudici d'appello, però, ribaltando la sentenza di primo grado, si pronunciavano a favore del contribuente, osservando che, invero, la società aveva acquistato la merce in oggetto con regolari bolle di accompagnamento e relative fatture, aveva effettuato i pagamenti tramite assegni circolari non trasferibili, e i controlli bancari non avevano evidenziato irregolarità; pertanto, l'ufficio non aveva dimostrato in alcun modo che la società avesse coscientemente partecipato alla frode Iva, ma si era piuttosto limitato a presumere il coinvolgimento nel meccanismo fraudolento messo in atto da altri, presunzione che - secondo la Ctr - non si fondava su fatti certi bensì su deboli indizi o comunque altri mezzi di prova non idonei a tal fine. Trattandosi, quindi, di una presunzione semplice, priva dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, non poteva essere sufficiente - a parere dei giudici di seconde cure - a legittimare addebiti per circa venti milioni di euro nei confronti della società. La decisione della Cassazione Avverso tale pronuncia proponeva ricorso per cassazione l'Agenzia delle Entrate, con quattro motivi. Con il primo, l'Amministrazione finanziaria sosteneva che debba essere escluso il diritto alla detrazione dell'Iva in relazione a operazioni inesistenti, intendendosi come tali anche quelle in cui non via sia esatta coincidenza tra i soggetti indicati in fattura e quelli che hanno posto in essere l'operazione (inesistenza soggettiva). Con il secondo motivo, poi, la difesa erariale eccepiva che, qualora vengano contestate delle fatture in quanto afferenti a operazioni inesistenti, spetta al contribuente dimostrare l'effettività e la veridicità di tali operazioni. Con il terzo mezzo di ricorso, l'Amministrazione finanziaria deduceva, inoltre, che l'esercizio del diritto di detrazione non è subordinato al solo fatto che il cessionario abbia versato al cedente l'Iva indicata in fattura, ma tale diritto è da escludersi qualora risulti accertato che la cessione sia stata effettuata nei confronti di un soggetto passivo che sapesse o avrebbe dovuto sapere di partecipare, con il proprio acquisto, a un'operazione che si iscrive in una frode fiscale. Infine, con l'ultimo motivo di ricorso l'Agenzia delle Entrate, dopo aver puntualizzato che il punto decisivo controverso è il fatto della sciente partecipazione alla frode della società, censurava il comportamento della Commissione tributaria regionale che avrebbe dovuto indagare sulla fondatezza di tale tesi e non omettere la valutazione dei fatti dedotti. In particolare, la difesa erariale eccepiva che i giudici d'appello avrebbero riconosciuto l'esistenza in concreto di una frode, dando per provata la fittizietà di società intermedie e le omissioni Iva a opera delle stesse, negando, tuttavia che la società accertata vi avesse preso parte in maniera consapevole. La Ctr, pertanto, sarebbe caduta in chiara omissione di motivazione, perché le contestazioni dell'Amministrazione finanziaria, fondate sulla falsità ideologica delle scritture contabili, nonché sugli elementi probatori prodotti, quali le risultanze delle intercettazioni telefoniche e la sentenza di patteggiamento, dimostravano, appunto, che la realtà dei fatti era diversa da quella contabilmente assunta e cioè che la società accertata aveva avuto piena e consapevole partecipazione alla frode posta in atto. Poiché, però, i giudici di seconda istanza si sarebbero limitati ad affermare che l'ufficio avrebbe basato il proprio convincimento su semplici presunzioni, nonché su indizi o mezzi di prova non validi, essi avrebbero adottato una motivazione inidonea a far comprendere il percorso logico effettuato sui fatti dedotti e comprovati dall'ufficio tributario in sede processuale. La Suprema corte ha innanzitutto osservato che, mentre con i primi tre mezzi di ricorso l'Amministrazione finanziaria chiedeva sostanzialmente la fissazione di principi di diritto già pacifici nella giurisprudenza di legittimità e sui quali, invero, non si controvertiva in tale sede, l'unico motivo che contestava frontalmente la posizione della Commissione tributaria regionale era il quarto e ultimo, attorno al quale, di fatto, si annodavano tutte le questioni devolute alla cognizione dei Giudici supremi. Al fine di pronunciarsi su tale motivo, la Cassazione ha preliminarmente ripercorso la giurisprudenza, sia nazionale che comunitaria (sentenze C-439/04 e C-354/03), sulla conoscenza del cessionario circa la fittizietà delle operazioni del cedente, giungendo a sintetizzare i seguenti principi: •l'emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello che ha effettuato la cessione o la prestazione non è riconducibile alla fattispecie, prevista dall'articolo 41, comma 3, del Dpr 633/1972, dell'emissione di fattura recante indicazioni incomplete o inesatte, né a quella, prevista dall'articolo 21, comma 2, n. 1, del medesimo decreto, di omissione dell'indicazione dei soggetti tra cui è effettuata l'operazione, ma va qualificata come fatturazione di un'operazione soggettivamente inesistente, per la quale dev'essere versata la relativa imposta, ai sensi dell'articolo 21, non essendo consentita la detrazione di fatture emesse da chi non è stato controparte nel rapporto riguardante l'operazione fatturata (Cassazione 5719/2007)•qualora l'Amministrazione fornisca validi elementi di prova per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni inesistenti, è onere del contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni, tenendo presente, tuttavia, che l'Amministrazione non può limitarsi a una generale e apodittica non accettazione della documentazione del contribuente, essendo suo onere quello di indicare specificamente gli elementi, anche indiziali, sui quali si basa la contestazione e il giudice di merito deve prendere in considerazione tali elementi, senza limitarsi a dichiarare che essi esistono e sono tali da dimostrare la falsità delle fatture (Cassazione 21953/2007)•nell'ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti, il diritto alla detrazione dell'imposta versata in rivalsa al soggetto, diverso dal cedente-prestatore, che ha, tuttavia, emesso la fattura, non sorge immancabilmente, per il solo fatto dell'avvenuta corresponsione di imposta ivi formalmente indicata, ma richiede altresì, che il committente - cessionario, il quale invochi la detrazione, fornisca, sul proprio stato soggettivo in ordine all'altruità della fatturazione, riscontri precisi, non esaurientisi nella prova dell'avvenuta consegna della merce e del pagamento della stessa nonché dell'Iva riportata sulla fattura emessa dal terzo, trattandosi di circostanze non decisive, rispetto al thema probandum, in rapporto alle peculiarità del meccanismo dell'Iva e dei relativi possibili abusi (Cassazione 1950/2007). Il contribuente, pertanto, ha l'onere di dimostrare rigorosamente che è incolpevole la sua ignoranza di aver partecipato a una frode Iva.Alla luce dei suddetti principi, la Suprema corte è passata, quindi, all'esame dell'eccepito vizio di omessa motivazione da parte della Commissione tributaria regionale sul punto decisivo della controversia attinente la dimostrazione della non conoscenza del disegno fraudolento. La Cassazione ha stabilito, a tal proposito, che "nel caso di specie, il Giudice d'appello ha indicato i fatti di causa solo genericamente e altrettanto genericamente ha indicato i mezzi di prova, negando addirittura erroneamente che le presunzioni abbiano la natura di prova, e si è limitato alla formulazione degli atti di giudizio finale statico sugli uni e sugli altri, trascurando la specificazione dei fatti e la descrizione sia delle attività di accertamento sia delle attività di giudizio, la motivazione della sua sentenza è strutturalmente lacunosa. Per di più, le lacune sono così numerose e così gravi che la motivazione è, non solo insufficiente, ma addirittura apparente e, quindi, sostanzialmente inesistente, perché non si comprende né quali siano gli oggetti dell'attività di conoscenza né quali siano i comportamenti cognitivi assunti (attività di scienza e attività di giudizio)" (cfr Cassazione 27395/2009). I Giudici hanno statuito, inoltre, che, come già rilevato da pregressa giurisprudenza su casi analoghi (Cassazione 17378/2009), il giudice d'appello è tenuto a esporre la valutazione effettuata circa gli elementi attraverso i quali abbia ritenuto che il contribuente non conoscesse né fosse in grado di conoscere la provenienza fittizia delle fatture, atteso che, diversamente, la sentenza difetterebbe di motivazione, come nel caso in esame, in cui, appunto, la suddetta valutazione, che compete esclusivamente al giudice del merito, non è stata espletata dalla Commissione tributaria regionale. La Corte suprema ha quindi accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa ad altra sezione della Commissione tributaria regionale, che, per la nuova decisione, dovrà attenersi ai principi sopra esposti e, soprattutto, effettuare la valutazione su indicata e omessa dai precedenti giudici d'appello. Fonte: Agenzia Entrate
Legittimo il rilascio condizionato al rispetto del vincolo archeologico.
Nel caso in cui un'area sia sottoposta a vincolo archeologico, il parere favorevole della sovrintendenza deve sempre essere richiesto e l'amministrazione può legittimamente condizionare l'efficacia della concessione all'esercizio del potere di tutela dei beni archeologici.Nella fattispecie oggetto della sentenza in esame, il rilascio della concessione edilizia su un'area sottoposta a vincolo archeologico era stato condizionato dal Comune al parere positivo della sovrintendenza archeologica.La giurisprudenza amministrativa riconosce, infatti, in generale la legittimità del provvedimento concessorio subordinato al rilascio dei necessari permessi paesistici, sempre che il necessario nulla osta venga successivamente concesso in conformità del progetto approvato.La sentenza di primo grado aveva, invece, riconosciuto l'illegittimità di tale condizionamento, che costituiva un illegittimo aggravio procedimentale, poiché la variante assentita comportava un ridimensionamento rispetto alla edificazione già autorizzata e realizzata.Il Consiglio di Stato ha chiarito che, nel caso in cui un'area sia sottoposta a vincolo archeologico, nessuna importanza può assumere né la consistenza dell’opera da realizzare rispetto a quanto già edificato, né l’ubicazione dei reperti nell’ipogeo, già coperto dall’edificio esistente.L’Amministrazione preposta alla cura del vincolo ben può, infatti, attivare tutti i mezzi per addivenire alla concreta tutela del bene protetto, per evitare il danneggiamento o la distruzione delle cose di interesse archeologico esistenti nell’area e per intervenire anche, se ritenuto necessario, sul tessuto edilizio esistente.Il precedente rilascio di una concessione edilizia non esaurisce la necessità di richiedere il parere favorevole della sovrintendenza archeologica, la cui competenza deve essere necessariamente attivata al fine del rilascio di una nuova concessione edilizia.(Consiglio di Stato Sentenza, Sez. VI, 16/12/2010, n. 9080)Fonte: IPSOA
Rimborsi Iva più semplici e veloci con il conto dal concessionario.
Da quest’anno, le richieste di rimborso Iva viaggiano on line insieme alle dichiarazioni annuali, sia che vengano presentate in forma unificata che autonoma. Il quadro VR, infatti, all’interno dei modelli, ha sostituito l’omonimo e “indipendente” modulo cartaceo che andava presentato al concessionario della riscossione. Inoltre, con la nuova procedura, che semplifica gli adempimenti “burocratici” e accorcia i tempi di incasso, i rimborsi saranno accreditati direttamente sui conti bancari o postali dei contribuenti intestatari di conto fiscale. Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 28 gennaio conclude la fase preparatoria e dà lo start decisivo alla nuova metodologia, definendo le regole che uffici finanziari e concessionari dovranno rispettare, mettendo nero su bianco le modalità e i tempi di erogazione dei rimborsi. Lo stesso documento approva le specifiche tecniche dei flussi telematici per la trasmissione delle informazioni tra Amministrazione e agenti della riscossione. Una casella ad hoc per la sceltaSemplificata al massimo, quindi, la procedura per ottenere il rimborso Iva. La richiesta, come già detto, va presentata insieme alla dichiarazione Iva annuale. Con l’occasione, gli intestatari di conto fiscale, barrando l’apposita casella del quadro VR, possono scegliere di farsi accreditare la somma (entro i limiti previsti) direttamente in banca o alla posta, in base alle coordinate comunicate.Anche per l’eventuale rettifica dell’importo richiesto, occorre inviare una dichiarazione Iva annuale o unificata integrativa. 10 giorni per informare l’agente della riscossioneIl provvedimento dà dieci giorni di tempo, dall’invio della dichiarazione, alle Entrate per comunicare all’agente della riscossione i dati del rimborso in conto fiscale. L’agente, a sua volta, ha lo stesso periodo di tempo per chiedere, se dovuta, una delle garanzie indicate dall’articolo 38-bis del Dpr 633/1972 o la dichiarazione sostitutiva prevista dal comma 7, lettera c) dello stesso articolo.A questo punto, non rimane che aspettare il versamento sul proprio conto.Se poi il contribuente non ha chiesto l’accredito, il rimborso sarà erogato dall’agente della riscossione entro venti giorni dalla ricezione della disposizione di pagamento. Infine, il provvedimento coglie l’occasione per ricordare che i contribuenti che presentano la dichiarazione Iva annuale entro il mese di febbraio, sono esonerati dalla presentazione della “comunicazione annuale dati Iva”.Fonte: Agenzia Entrate
Condominio: balconi, se spioventi sono appendice esclusiva dell'appartamento.
I balconi cd. aggettanti rientrano nella proprietà esclusiva dei titolari degli appartamenti cui accedono.La sentenza impugnata ha accertato - nell'ambito dell'indagine di fatto riservata al giudice di merito - con motivazione incensurabile in sede di legittimità se, come nella specie, immune da vizi logici o giuridici , che il balcone dell'attrice, essendo ubicato a piano terra, non svolge alcuna funzione di copertura neppure della sottostante proprietà condominiale, dovendo perciò escludersi che il bene sia destinato al servizio o al godimento collettivo.La S.C. ricorda che la c. d. presunzione di condominialità di cui all'art. 1117 cod. civ. si basa sul carattere strumentale ed accessorio dei beni ivi indicati rispetto alle unità di proprietà esclusiva dei condomini.Del tutto fuori luogo è, altresì, il riferimento alla presunzione di cui all'art. 1125 cod. civ., atteso che tale norma prevede la comunione del solaio divisorio fra l'appartamento sovrastante e quello sottostante, ipotesi che evidentemente non ricorre nella specie.Tali osservazioni, essendo assorbenti di ogni altra considerazione, rendono perciò superfluo anche ricordare l'orientamento ormai consolidato della Suprema Corte, che il Collegio condivide, secondo cui i balconi "aggettanti", i quali sporgono dalla facciata dell'edificio, costituiscono solo un prolungamento dell'appartamento dal quale protendono e, non svolgendo alcuna funzione di sostegno né di necessaria copertura dell'edificio - come, viceversa, accade per le terrazze a livello incassate nel corpo dell'edificio - non possono considerarsi a servizio dei piani sovrapposti e, quindi, di proprietà comune dei proprietari di tali piani.Pertanto ad essi non può applicarsi il disposto dell'articolo 1125 cod. civ.: i balconi "aggettanti", pertanto, rientrano nella proprietà esclusiva dei titolari degli appartamenti cui accedono.(Sentenza Cassazione civile 05/01/2011, n. 218)Fonte: IPSOA
Comunicazioni Iva black list.
Strada aperta al ravvedimento operoso, con sanzione ridotta a un ottavo del minimo, per sanare, entro un anno dall'omissione o dall'errore, le irregolarità commesse in materia di comunicazione delle operazioni realizzate con operatori economici black list.E' una delle precisazioni contenute nella circolare 2/E del 28 gennaio, con cui l'Agenzia delle Entrate risponde ad una serie di domande sull'obbligo introdotto dall'articolo 1 del decreto legge 40/2010, che detta disposizioni per contrastare le frodi fiscali e finanziarie nazionali e internazionali. L'adempimento consiste nel comunicare all'Amministrazione finanziaria le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate e ricevute, registrate o soggette a registrazione, nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata. L'Agenzia delle Entrate, sull'argomento, ha fornito chiarimenti già con le circolari nn. 53/E e 54/E, rispettivamente del 21 ottobre e del 28 ottobre 2010, e con la risoluzione n. 121/2010.Con la circolare odierna, rispondendo ad alcuni quesiti, aggiunge ulteriori indicazioni su: operazioni oggetto di comunicazione, momento rilevante, determinazione della periodicità, ravvedimento operoso.Vediamo alcune delle più significative.Operazioni escluse dalla comunicazioneNon rientrano nell'obbligo di segnalazione: •le prestazioni di servizi (alberghiere, di trasporto eccetera) di cui fruisce il dipendente in trasferta in Paesi a regime fiscale privilegiato, se tali spese sono correttamente classificate nel costo del personale secondo i principi contabili adottati dall'impresa•le prestazioni di servizi e le cessioni di beni realizzate presso il rappresentante fiscale, nominato in un Paese black list, se l'operatore economico "rappresentato" non è stabilito in un Paese a regime fiscale privilegiato•le cessioni e gli acquisti di beni non soggetti a Iva anche quando effettuati dalla stabile organizzazione del soggetto residente nei confronti di un operatore localizzato in un Paese black list•le cessioni gratuite, realizzate con operatori economici situati in un Paese black list, di: beni (di costo unitario non superiore a 25,82euro) la cui produzione o il cui commercio non rientra nell'attività propria dell'impresa; beni per i quali non è stata operata la detrazione dell'imposta; campioni di modico valore appositamente contrassegnati•le operazioni dei commercianti al dettaglio ed equiparati, nel caso in cui, in base all'articolo 22 del Dpr 633/1972, viene emesso, al posto della fattura, lo scontrino o la ricevuta fiscale.Via libera al ravvedimentoDopo la presentazione della comunicazione, il contribuente può rettificarla o integrarla entro l'ultimo giorno del mese successivo alla scadenza, presentando - senza il pagamento di alcuna sanzione - una nuova comunicazione completa di tutte le sue parti, sul frontespizio della quale andrà barrata la casella "Comunicazione integrativa".Oltre tale termine, si applica la sanzione - prevista dall'articolo 11, comma 1, lettera a), del Dlgs 471/1997 - da 258 a 2.065 euro, elevata al doppio. Se ricorrono i presupposti, è comunque possibile ricorrere al ravvedimento operoso, inviando per la prima volta il modello ovvero sanando, tramite l'invio di una comunicazione corretta, quella trasmessa con dati incompleti o inesatti. In entrambi i casi, non deve essere barrata la casella "Comunicazione integrativa". Per il perfezionamento del ravvedimento occorre anche versare, entro un anno dall'omissione o dall'errore, la sanzione ridotta a un ottavo del minimo.Comunicazione in caso di fusioneSe il soggetto obbligato alla comunicazione si estingue a seguito di operazione straordinaria, quello risultante deve provvedere alla comunicazione per la quale, al momento in cui l'operazione straordinaria ha effetto, non è ancora scaduto il termine di presentazione, anche se riguarda operazioni realizzate dal soggetto estinto. Se in relazione a un periodo vanno comunicate sia operazioni effettuate dal soggetto estinto sia operazioni effettuate dal nuovo soggetto, quest'ultimo potrà presentare un'unica comunicazione riepilogativa.Fonte: Agenzia Entrate
Acquisto di una quota di proprieta' immobiliare, si' all'anticipazione se oneroso.
Solo un acquisto a titolo oneroso di una quota immobiliare, intestata all'iscritto al fondo pensione o ai figli, puo' essere presa in considerazione quale valida causale ai fini della corresponsione dell'anticipazione.La disciplina delle anticipazioni di cui all’art. 11, comma 7, del D.Lgs. n. 252/2005 risponde all’esigenza di contemperare l’interesse dell’iscritto ad acquistare la prima casa di abitazione con la generale finalità, cui è preposta la previdenza complementare, di favorire la costruzione di una rendita pensionistica aggiuntiva.La norma che consente di conseguire anticipatamente la prestazione di previdenza complementare trova, quindi, la sua ratio nell’esigenza di concorrere al pagamento del corrispettivo del bene oggetto di acquisto. Lo precisa la Covip rispondendo a specifico quesito posto da un fondo pensione preesistente.Cosa prevede normativaCosì come previsto dall’art. 11 comma 7 del D.Lgs. 252/2005), è possibile ottenere una anticipazione della posizione individuale (quindi non solo del TFR trasferito al fondo pensione ma della somma dei contributi propri e del datore di lavoro, del TFR e dei rendimenti finanziari prodotti nel corso del tempo):- in qualsiasi momento della partecipazione alla forma pensionistica:fino al 75% della posizione individuale maturata per sostenere spese sanitarie conseguenti a gravissime condizioni relative a sé, al coniuge e ai figli (terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche)- dopo 8 anni di iscrizione al fondo:fino al 75% della posizione maturata per l’acquisto e per la ristrutturazione della prima casa di abitazione per sé e per i figlifino al 30% della posizione individuale, per ulteriori esigenze dell’iscritto.Per la maturazione degli otto anni di iscrizione, sono tenuti in considerazione tutti i periodi di partecipazione alle forme pensionistiche complementari.Tale periodo degli 8 anni è quello minimo utile per formulare per la prima volta una richiesta di anticipazione per le predette causali e che, una volta maturato questo periodo, l’iscritto ha facoltà di esercitare il suo diritto alle anticipazioni, anche reiterando successivamente la richiesta.E’ infatti possibile percepire anticipazioni più di una volta nel corso della fase di accumulo considerando possibile la presentazione di una pluralità di richieste di anticipazioni, anche eventualmente per lo stesso titolo; le somme percepite a titolo di anticipazione non possono però mai eccedere, complessivamente, il 75% del totale dei versamenti, comprese le quote del tfr, maggiorati delle plusvalenze tempo per tempo realizzate, effettuati alle forme pensionistiche complementari a decorrere dal primo momento di iscrizione alle predette forme. Ai fini della determinazione dell'anzianità necessaria per la richiesta delle anticipazioni e delle prestazioni pensionistiche sono considerati utili tutti i periodi di partecipazione alle forme pensionistiche complementari maturati dall'aderente per i quali lo stesso non abbia esercitato il riscatto totale della posizione individuale. Le anticipazioni possono essere reintegrate, a scelta dell'aderente, in qualsiasi momento.Il petitum Il fondo preesistente ha posto domanda se sia da ritenersi ammissibile l’erogazione di un’anticipazione in caso di cointestazione di un immobile già intestato in via esclusiva alla persona convivente. In proposito viene precisato che l’acquisito della quota di proprietà dell’immobile da parte dell’iscritto potrebbe avvenire a titolo oneroso, e cioè pagando un corrispettivo, oppure a titolo gratuito, in base a un atto di donazione dell’attuale proprietaria. Un ulteriore quesito riguarda i tempi di erogazione dell’anticipazione rispetto alla data di acquisto della proprietà.La risposta della Covip In via preliminare l’Autorità di Vigilanza osserva che è da ritenersi ammissibile l’erogazione di un’anticipazione anche in ipotesi di acquisto di una quota di proprietà immobiliare; ci si pone così in continuità con quanto già esplicitato negli Orientamenti in materia di anticipazioni agli iscritti, adottati dalla Covip in data 16 settembre 2002, laddove era stata ammessa la possibilità di chiedere un’anticipazione a fronte di un acquisito immobiliare effettuato dal coniuge dell’iscritto in regime di comunione legale dei beni, nel presupposto che gli acquisti effettuati in costanza di matrimonio da uno dei coniugi entrano ex lege nel patrimonio dell’altro nella misura del 50 per cento.Viene poi ribadito come l’istituto dell’anticipazione debba essere finalizzato solo ad un acquisto a titolo oneroso di una quota immobiliare, intestata all’iscritto o ai figli, potrà essere presa in considerazione quale valida causale ai fini della corresponsione dell’anticipazione, fermo restando che l’anticipazione dovrà essere erogata avendo a riferimento il valore della quota pagata dall’iscritto, risultante dal contratto di compravendita, e non quello dell’intero immobile.Sul secondo profilo la Covip si fa presente che debba ritenersi necessaria una stretta connessione tra la domanda di anticipazione e l’acquisto dell’immobile, da escludersi, nel caso di acquisto già avvenuto, quando il decorso del tempo “sia tale da interrompere ogni collegamento funzionale tra le somme da erogare e l’esigenza tutelata dalla norma.”Nel caso di specie, tale nesso di causalità andrà valutato tenendo presente il momento dell’acquisto della quota di proprietà da parte dell’iscritto, e non già quello dell’acquisto effettuato dalla persona convivente.L’Autorità di Vigilanza osserva infine che le precisazioni sopra riportate, circa l’anticipazione per acquisto di una quota della proprietà immobiliare, valgono esclusivamente in presenza anche degli altri requisiti previsti dall’art. 11, comma 7, lett. b) del d. lgs. n. 252 del 2005: è quindi necessario che l’immobile costituisca prima casa di abitazione e che sia destinato a residenza o dimora abituale dell’aderente o dei suoi figli. In proposito si osserva che, stante quanto rappresentato da codesto Fondo, l’iscritto risulterebbe già proprietario di un immobile e quindi il requisito “prima casa di abitazione” sembrerebbe, al momento, non sussistente.Fonte: IPSOA
Nuova versione della cedolare secca sugli affitti, dopo le correzioni presentate ieri allo schema del DLgs in materia di federalismo municipale. Nel testo, infatti, si legge che la cedolare secca, sostitutiva dell’IRPEF e delle relative addizionali, nonché delle imposte di registro e di bollo, sia sul contratto di locazione, sia sulle risoluzioni e proroghe del contratto, si applicherà in ragione di un’aliquota del 21% sui contratti a canone libero e del 19% su quelli agevolati (c.d. “concordati”). La cedolare secca potrà essere applicata anche ai contratti di locazione per i quali non sussiste l’obbligo di registrazione e andrà pagata entro il termine stabilito per il versamento dell’IRPEF. Un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, da emanarsi entro 90 giorni dall’entrata in vigore del DLgs., stabilirà le modalità di esercizio dell’opzione, nonché di vers amento in acconto della cedolare secca dovuta. Fonte: Il Sole 24 Ore
Le operazioni escluse dai nuovi elenchi “clienti e fornitori”.
Nel corso delle risposte fornite in occasione di Telefisco 2011, l’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti riguardanti l’obbligo di comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini IVA, introdotto dall’art. 21 del D. L. n. 78/2010. In particolare, l’Agenzia precisa che l’adempimento relativo al periodo d’imposta 2010, riguardante esclusivamente le operazioni soggette all’obbligo di fatturazione, per importi non inferiori € 25.000 al netto dell’IVA, deve essere assolto anche con riferimento alle cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate nei confronti di privati, a cura di contribuenti diversi dai commercianti al minuto, purché risulti verificato il predetto requisito quantitativo. Sono state, inoltre, confermate le operazioni escluse dall’adempimento, così come individuate dal Provvedimento Direttoriale del 22 dicembre 2010. Fonte: Il Sole 24 Ore
Operazioni intracomunitarie e sistema Vies: iscrizione e cancellazione alla stessa sede.
La domanda di inserimento nell’archivio Vies, necessaria per effettuare operazioni Iva intracomunitarie, può essere presentata, sia a mano sia tramite raccomandata, a qualsiasi ufficio territoriale delle Entrate. Al contrario, le eventuali domande di cancellazione devono essere presentate esclusivamente all’ufficio delle Entrate a cui ci si è rivolti per la richiesta iniziale di iscrizione al Vies. Questo è il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con il Comunicato Stampa del 27 gennaio 2011che, a distanza di un solo giorno dal precedente comunicato stampa, completa il quadro delle competenze territoriali e delle modalità di trasmissione delle comunicazioni. Fonte: Il Sole 24 Ore
Accertamento Iva su “dati” Irpef.
La Corte di cassazione, con sentenza n. 1202 del 20 gennaio, ha concesso il nulla osta all'accertamento Iva effettuato dall'amministrazione finanzia, basato su un diverso accertamento induttivo condotto ai fini delle imposte dirette.La sentenza ha legittimato il flusso di informazioni che avviene all'interno dell'Amministrazione finanziaria, respingendo, quindi, il ricorso di un'azienda campana, dichiarata fallita, che aveva impugnato un avviso di accertamento Iva basato su una verifica dell'ufficio delle imposte dirette di Caserta.Il fattoLa curatela fallimentare di una ditta di costruzioni aveva presentato ricorso contro la sentenza della Ctr Campania, che aveva ritenuto legittimo, ribaltando la sentenza di primo grado, l'avviso di rettifica Iva, relativo all'anno d'imposta 1989, regolarmente notificato alla società, dall'Amministrazione finanziaria.La Ctr, inoltre, ha ritenuto motivato l'atto di rettifica, perché riportante in dettaglio le ragioni poste a base dell'accertamento, nonché l'iter seguito per giungere alla rettifica dell'imposta, senza rimandare ad altri atti per l'individuazione dei criteri e dei parametri osservati.L'Ufficio, secondo la tesi del ricorrente, aveva esteso la validità delle presunzioni poste a fondamento dell'accertamento ai fini delle imposte dirette, ad un accertamento ai fini Iva, non tenendo conto dell'articolo 54 del Dpr 633/72 il quale stabilisce che l'esistenza di presunzioni imponibili non dichiarate o l'inesattezza delle dichiarazioni che danno diritto all'esenzione, deve risultare in modo certo e diretto, non in via presuntiva.La sentenzaLa Corte di cassazione, con sentenza in esame, ha dichiarato inammissibile il ricorso, in quanto, le censure apportate dal contribuente non sono riferite all'avviso di accertamento notificato ma ad altro avviso che, non solo non è stato impugnato (in questa sede), ma risulta essere definitivo.Non è stata condivisa, infine, dalla Corte, la motivazione addotta dalla curatela fallimentare, a favore della società, in merito all'illegittimità della verifica effettuata dall'ufficio Iva che, basandosi su un altro accertamento, non ha tenuto conto della diversità di presupposti e dei criteri impositivi tra le due imposte.La Corte ha evidenziato che l'ufficio Iva ha correttamente "tenuto conto di quanto emergente dall'avviso di accertamento in tema di imposte dirette (da ritenersi definitivo sulla base dell'accertamento in fatto operato dai giudici di appello e, come già rilevato, non adeguatamente censurato in questa sede). Infatti, sono molte le tesi giurisprudenziali secondo le quali "in tema di Iva l'infedeltà della dichiarazione, per cui l'ufficio procede a rettifica, fra l'altro desunta, ai sensi dell'art. 54, secondo comma d.p.r. 633/1972, dai dati e dalle notizie raccolti nei modi previsti dal precedente art. 51, che fra le modalità ammesse comprende (secondo comma, n. 5) la richiesta di tali dati e notizie, anche riguardanti un singolo contribuente, ad organi e amministrazioni dello Stato, con la conseguenza che, qualora l'infedeltà della dichiarazione venga accertata, come nella specie, a seguito di segnalazione dell'ufficio delle imposte dirette, che a sua volta aveva effettuato accertamento nei confronti del medesimo contribuente, nessuna altra indagine in ordine ad essa è tenuta a svolgere l'ufficio IVA, disponendo dei concreti elementi necessari per affermare l'infedeltà, acquisiti in conformità alla legge, senza necessità di presumerla - come sarebbe, peraltro, ammissibile in astratto ai sensi dell'art. 54, secondo comma, ultima frase o di procedere ad ulteriori indagini" (Cassazione 1319/2007).In conclusione, la Corte ha chiarito che in applicazione diretta dei principi costituzionali di uguaglianza, legalità, imparzialità e capacità contributiva, anche in presenza di vuoto normativo, il valore accertato dall'Amministrazione finanziaria, ai fini applicativi di un'imposta, nella fattispecie dell'Irpef, vincola gli uffici in riferimento all'applicazione di altri tributi, come l'Iva.Fonte: Agenzia Entrate
Assicurazione da rischi domestici.
Uomini e donne, in età compresa tra i 18 e i 65 anni, che svolgono in modo abituale, gratuito e senza vincoli di subordinazione il lavoro di cura della propria famiglia e della propria casa, hanno tempo fino a lunedì 31 gennaio per versare all’Inail il premio assicurativo annuale di 12,91 euro. La cifra può essere dedotta dal reddito complessivo Irpef, in quanto rientra tra i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori.“I rischi in casa sono come la polvere: stanno soprattutto dove non li vedi”: questo lo slogan semplice e efficace scelto dall’Istituto assicurativo per ricordare la scadenza agli interessati, che potranno trovare sul sito dell’Inail una guida, scritta in modo semplice, che chiarisce tutti gli aspetti di questa forma assicurativa obbligatoria.Assicurazione obbligatoria per chiL’obbligo, introdotto dalla legge 493/1999 e in vigore dal 1° marzo 2001, riguarda chiunque svolga l’attività di casalinga o casalingo a tempo pieno; non interessa, invece, chi è dedito ad altre attività che richiedono l’iscrizione a un altro ente o cassa previdenziale.In particolare devono assicurarsi:•i pensionati che non hanno superato i 65 anni di età•i cittadini stranieri che soggiornano regolarmente in Italia•coloro che hanno compiuto 18 anni e si occupano della casa e della famiglia in modo esclusivo (ragazze e ragazzi in attesa di prima occupazione)•gli studenti, anche fuori sede, che curano la propria casa•i lavoratori in cassa integrazione guadagni•i lavoratori in mobilità•i lavoratori stagionali, temporanei, a tempo determinato.Per queste ultime tre tipologie di lavoratori, l’obbligo assicurativo scatta nel momento in cui non sono impiegati. Il premio di 12,91 euro, non essendo frazionabile, va comunque versato per l’intero anno, anche se copre i soli periodi in cui non viene svolta alcuna attività lavorativa.Non sono obbligati ad assicurarsi i lavoratori socialmente utili e chi è impegnato in borse di studio, corsi di formazione e tirocini: pur in assenza di rapporto di lavoro, infatti, svolgono un’attività assimilata a quella lavorativa. Esclusi dall’adempimento anche i lavoratori in part time: si tratta di un rapporto di lavoro comunque a tempo indeterminato che, di conseguenza, prevede l’iscrizione presso forme obbligatorie di previdenza sociale.Alcune persone, infine, sono esonerate dal pagamento del premio assicurativo perché la loro iscrizione è a carico dello Stato. Si tratta di coloro che hanno avuto, nell’anno precedente, un reddito complessivo lordo, ai fini Irpef, non superiore a 4.648,11 euro annui e fanno parte di un nucleo familiare con reddito complessivo non eccedente i 9.296,22 euro annui. Gli interessati devono presentare all’Inail (anche tramite i patronati) un’autocertificazione che attesta il possesso dei requisiti reddituali, utilizzando l’apposito modello reperibile anche su Internet, nel sito dell’Istituto.Come ci si iscriveL’iscrizione avviene attraverso il pagamento del premio assicurativo o la presentazione del modello di autocertificazione.Per effettuare il versamento si utilizza uno specifico bollettino (intestato a INAIL Assicurazione infortuni domestici, Piazzale G. Pastore, 6 - 00144 Roma), che può essere ritirato presso le sedi dell’Istituto, gli uffici postali o le associazioni di categoria.Il pagamento del premio assicurativo può “viaggiare” anche on line, collegandosi al portale dell’Inail, attraverso carta di credito, carta prepagata Postepay o conto Bancoposta.Coloro che si sono iscritti negli anni precedenti, hanno ricevuto a casa il bollettino precompilato con i loro dati e l’importo da versare.L’obbligo assicurativo decade al raggiungimento dei 65 anni di età: chi li compie nel corso dell’anno, deve pagare il premio assicurativo ed è “protetto” fino al 31 dicembre dello stesso anno.Chi consegue i requisiti per l’iscrizione dopo il 31 gennaio, deve versare il premio nel momento in cui si verificano le condizioni previste. Fonte: Agenzia Entrate
Vies, all’appello solo operatori Ue.
Richiesta per il Vies sì, ma non per tutti. Solo i contribuenti che intendono operare tra i confini comunitari devono presentare all’amministrazione finanziaria una domanda per essere iscritti nell’elenco. Un adempimento che può essere fatto semplicemente anche per posta, inviando una raccomandata, insieme alla copia fotostatica di un documento di identità, all’ufficio competente dell’Agenzia delle Entrate per le attività di controllo. Dietro-front possibile, invece, per chi ha presentato una richiesta immotivata, ossia slegata dalla reale volontà o necessità di porre in essere operazioni intra-Ue. In questo caso, basta proporre una nuova istanza per non essere inclusi nella baca dati Vies, tenendo conto che il termine massimo è di trenta giorni dalla data in cui è stata avanzata la prima domanda. Su chi richiede l’autorizzazione a effettuare operazioni intracomunitarie viene svolto, infatti, un continuo e attento monitoraggio, che non si limita al momento della richiesta e dell’inclusione nella banca dati, ma prosegue anche in seguito, attraverso specifiche procedure di verifica in base ai risultati della valutazione dei dati del contribuente e del rischio di possibili finalità evasive. Inoltre, i criteri usati per decidere se una partita Iva è in o out possono suonare come campanelli d’allarme che danno il la anche all’ordinaria attività di controllo. Un’azione di contrasto preventivo alle frodi Iva che rientra a pieno titolo nel quadro delle nuove disposizioni nazionali e comunitarie in materia. Frodi Iva sotto scacco Due provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 29 dicembre scorso hanno dato attuazione all’obbligo di dichiarazione di volontà, previsto dal dl 78/2010, per quanti vogliono operare con l’estero. In particolare, sono stati messi nero su bianco da un lato le modalità di diniego o revoca dell’autorizzazione a effettuare operazioni intracomunitarie sulla base dell’esito delle verifiche svolte dall’Agenzia, dall’altro i criteri e le modalità di inclusione delle partite Iva nel Vies. Come previsto nel primo provvedimento, verso la fine del mese di febbraio si concluderà la ricognizione delle partite Iva che non hanno i requisiti per essere incluse nell'archivio e che, di conseguenza, verranno cancellate dall’elenco. Online gli operatori autorizzati Già dal prossimo 1° febbraio l’Agenzia metterà a disposizione sul proprio sito Internet, www.agenziaentrate.gov.it, un servizio che permetterà di consultare preventivamente l'elenco delle partite Iva che, alla data del 30 gennaio 2011, risulteranno in possesso dei requisiti per rientrare nel Vies. Di conseguenza, questi operatori commerciali non dovranno chiedere di essere inclusi nell’archivio, dato che vi rientreranno automaticamente a partire dalla fine di febbraio. Nuovo tassello in chiave europea Le ultime disposizioni sul Vies prendono le mosse dal Regolamento Ue n. 904 del 7 ottobre 2010, che ha ulteriormente rafforzato l’azione di contrasto al fenomeno delle frodi Iva, prevedendo che gli Stati membri adottino le misure necessarie per garantire che i dati forniti dai contribuenti per registrarsi ai fini Iva siano completi ed esatti. Tra queste, giocano un ruolo di primo piano le procedure di verifica basate sui risultati della valutazione del rischio che vengono portate avanti dalle amministrazioni finanziarie dei singoli Paesi. Fonte: Agenzia Entrate
Permessi per assistere i disabili, parenti di terzo grado a prova di requisiti.
A seguito della modifica apportata dal Collegato Lavoro 2010 alla normativa sui permessi mensili per assistere i portatori di handicap grave, l’INPS fornisce ulteriori chiarimentiLa nuova formulazione del comma 3, art. 33, Legge n. 104/92 ha ristretto l’ambito dei parenti ed affini, che possono fruire dei permessi mensili per assistere i portatori di handicap grave, fino al secondo grado. Il passaggio al terzo grado è ora ammesso solo se il coniuge o i genitori del disabile in situazione di gravità abbiano compiuto i 65 anni di età, o siano affetti da patologie invalidanti, o siano deceduti, o siano mancanti.In merito l’INPS, con circolare n. 155 del 3.12.2010 (cfr. ) aveva fornito le prime istruzioni operative chiarendo, tra le altre cose, quali erano le patologie invalidanti per le quali era concessa la fruizione dei permessi. Con il messaggio n. 1740 del 25.1.2011, l’Istituto torna sull’argomento per chiarire che il parente o affine di terzo grado, che intende fruire dei permessi mensili, deve ora allegare in busta chiusa indirizzata al Centro Medico Legale territorialmente competente la documentazione sanitaria, inerente lo stato di salute del coniuge e/o del/i genitore/i, utile e idonea a comprovare la sussistenza della patologia invalidante. Con riferimento all’aspetto procedurale, l’Istituto comunica che gli Uffici dovranno sospendere i provvedimento in corso al 23.11.10 ed inviare, agli interessati, richieste di presentazione di dichiarazioni idonee a verificare la sussistenza dei nuovi requisiti di legge per avere il diritto alla fruizione dei permessi in questione. Dal canto loro, gli interessati avranno cura di far pervenire alle sedi INPS le suddette dichiarazioni entro il 31.3.3011; in mancanza l’Istituto invierà comunicazione di cessazione del provvedimento di autorizzazione al conguaglio (in caso di pagamento a conguaglio della prestazione) ovvero di reiezione (in caso di pagamento diretto della prestazione) con effetto dal 24 novembre 2010.(Messaggio INPS 25/01/2011, n. 1740)Fonte: IPSOA
In Rete le specifiche tecniche per trasmettere i modelli Iva 2011.
On line, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, il provvedimento che dà il via libera alle specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati contenuti nei modelli Iva 2011, Iva base e Iva 74-bis, approvati la scorsa settimana. Più precisamente, nell’allegato A al documento, sono indicati i contenuti e le modalità di invio delle dichiarazioni annuali (ordinaria o semplificata) relative all’anno d’imposta 2010 e nell’allegato B quelle che dovranno adottare, nel 2011, curatori fallimentari e commissari liquidatori per dichiarare le operazione effettuate nell’anno o frazione d’anno antecedente il fallimento o la liquidazione coatta amministrativa. Nel primo allegato sono descritte, quindi, le caratteristiche dei file, i limiti di ogni trasmissione e i dati dei modelli Iva 2011 e Iva base. Da quest’anno, anche il modello semplificato può essere presentato – sempre solo per via telematica, direttamente dai contribuenti o tramite gli intermediari – sganciato da Unico. Nelle specifiche approvate oggi, le precisazioni sulle differenze “tecniche” in caso di dichiarazione unificata o autonoma. L’allegato B, invece, interessa gli operatori o gli utenti che hanno dovuto gestire la chiusura “forzata” di un’attività.Fonte: Agenzia Entrate
Nel respingere il ricorso di un’azienda, la Corte di cassazione ha sancito, con la sentenza n. 1389 del 21 gennaio, che non sono deducibili dal reddito d’impresa i costi dei macchinari presi in locazioni finanziaria e dati in comodato all’estero per l’esternalizzazione di manodopera, se non viene dimostrato che il bene rientra nel ciclo produttivo dell’azienda italiana. Infatti, tale circostanza non può ritenersi intrinseca alla dazione in comodato delle macchine all’estero, in quanto è ben possibile che l’operazione sia diretta a ottenere utilità di tipo diverso, favorendo l’aumento dei profitti non della società italiana ma di quella all’estero. La vicendaLa sezione tributaria della Cassazione ha respinto il ricorso di una società di capitali italiana operante nel settore tessile che aveva acquistato sul territorio nazionale alcuni macchinari non utilizzati direttamente – da ciò la contestazione di mancata produzione di ricavi per l’impresa – ma concessi in comodato a imprese terze con sede all’estero, esternalizzando così una parte della produzione.L’“esternalizzazione” (detta anche outsourcingapprovvigionamento esterno”) designa, in economia, l’insieme delle pratiche adottate dalle imprese di ricorrere ad altre aziende per lo svolgimento di alcune fasi del processo produttivo. o “Nel caso in esame, la formula di organizzazione adottata, come spiegherà la contribuente nei motivi di opposizione, è avvenuta con contratto di comodato dei macchinari e, quindi, mediante soppressione di una parte dell’attività produttiva già svolta direttamente dall’impresa con propri dipendenti e affidamento della stessa ad altra impresa, non con un rituale contratto d’appalto o cessione di un ramo d’azienda, ma di comodato.L’accertamento recuperava a tassazione, ai fini Irpeg e Ilor, costi riferiti a quote di ammortamento e canoni di locazione relativi ai macchinari non utilizzati nel ciclo della propria produzione, disconoscendo, quindi, la sussistenza del requisito di inerenza (articolo 75, comma 5, del Dpr 917/1986, nel testo vigente ratione temporis) e la detassazione del reddito di impresa effettuata ai sensi della “legge Tremonti” (Dl 357/1994), per mancanza dei presupposti normativi.Il caso è stato abbastanza controverso, in quanto riguardava una questione molto delicata in tempi di grandi piani di esternalizzazione dei cicli di produzione, tant’è che in primo grado, la Commissione tributaria provinciale aveva accolto il ricorso della contribuente, affermando che ricorrevano nella fattispecie sia il requisito dell’inerenza all’attività esercitata per la deducibilità dei costi delle macchine tessili sia i presupposti per l’operata detassazione.Il responso, però, era stato sovvertito in secondo grado per le opposte ragioni vantate dall’Amministrazione finanziaria.Con il ricorso per cassazione, la Spa contestava l’assunto della Commissione del riesame circa il requisito della produzione di ricavi, adducendo che la lettura dell’articolo 75 del Tuir deve essere interpretata nel senso che “l’inerenza dipende dall’esercizio dell’attività imprenditoriale tesa a formare il reddito di impresa”. Sosteneva, inoltre, che il conseguimento dei ricavi riposava proprio nel processo di esternalizzazione dell’attività, in quanto la vendita dei prodotti tessili alla comodante faceva conseguire a questa un risparmio per il minor costo della manodopera nei Paesi di ubicazione delle macchine. Pertanto, la minore spesa si sarebbe tramutata in un conseguimento di ricavi, dato che i prodotti venivano poi commercializzati in Italia, attesa la più forte competitività della ricorrente sul mercato.Tale modus operandi aziendale giustificherebbe anche la detassazione del reddito, poiché gli acquisti dei prodotti dalle imprese terze estere avvenivano a fine ciclo produttivo in Italia e i macchinari rimanevano, comunque, di pertinenza della società ricorrente.La decisioneLa Corte di cassazione, con la sentenza 1389/2011, ha affermato, come anticipato, che non sono deducibili le quote di ammortamento riferibili a beni dati in comodato a imprese terze, se non è adeguatamente provato il beneficio conseguito dal comodante. Laddove, poi, il comodatario sia un soggetto estero, non è ravvisabile il requisito della territorialità richiesto ai fini dell’applicazione dell’agevolazione Tremonti (articolo 3 del Dl 357/1994).Al riguardo appare necessario dire, in via preliminare, che il comodato, essenzialmente gratuito, secondo l’articolo 1803 del codice civile, “è il contratto col quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta”.E occorre anche ricordare che, nell’imposizione diretta, l’Amministrazione finanziaria ha affermato (risoluzione 9/1981) che l’inerenza del bene sussiste nella circostanza in cui lo stesso ceda le proprie utilità all’impresa proprietaria e non a quella che lo ha utilizzato.Analogo principio risulta recepito dalla giurisprudenza della Corte di cassazione (sentenza 1465/2009), in base alla quale un’attività d’impresa può essere svolta anche attraverso un procedimento complesso caratterizzato dall’esternalizzazione di fasi più o meno ampie di produzione, dove un soggetto conserva la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione affidati a terzi per costruire e fornire i beni richiesti, che cedono così le proprie utilità all’impresa proprietaria e non a quella utilizzatrice (cfr anche sentenze 7808/2008 e 12246/2010).In sintesi, la circostanza che un bene venga concesso in comodato non fa venire meno, in linea di principio, la strumentalità e l’inerenza dello stesso e quindi la possibilità per il comodante di dedurre i relativi costi (Cassazione, sentenze 16826/2007 e 19489/2010).Nel caso di specie, tuttavia, la Corte di legittimità rileva che mancava ogni collegamento tra il comodato dei macchinari alle imprese estere e il vantaggio conseguito, “non essendo specificate le modalità e i termini con cui il prodotto delle società estere rientrava nel ciclo produttivo del comodante”. Avrebbe invece consentito la deducibilità delle quote di ammortamento, ad esempio, l’obbligazione da parte della comodataria a rivendere alla comodante le merci prodotte a un prezzo predeterminato, tale da giustificare l’operazione complessiva (Cassazione, sentenze 22023/2006, 8772/2008 e 30057/2008).Inoltre, secondo la trama argomentativa del Collegio giudicante, non poteva intendersi che il vantaggio economico fosse intrinseco nella dazione delle macchine a terzi, in quanto l’operazione avrebbe potuto essere diretta a ottenere utilità di tipo diverso, favorendo i profitti delle società controllate estere.Sul fronte della detassazione Tremonti, occorre tener è presente che l’articolo 3, comma 2, del Dl 357/1994, prevedeva che gli investimenti fossero realizzati nel territorio dello Stato.L’Agenzia delle Entrate, con circolare 90/2001, aveva poi affermato che, ai fini del requisito della territorialità, i beni oggetto dell’investimento dovessero appartenere, in senso economico e contabile, a strutture aziendali situate nel territorio dello Stato, indipendentemente dalla circostanza che gli stessi fossero utilizzati in Italia o all’estero. Tale apertura dell’Amministrazione finanziaria con riferimento all’utilizzo pareva, tuttavia, riferita essenzialmente ai beni mobili.Detta prospettiva sembra essere condivisa anche dalla Cassazione che, nella sentenza in esame, ha confermato che i macchinari potevano essere utilizzati all’estero, a condizione però che rimanessero nella disponibilità e nell’uso dell’acquirente italiano.Con specifico riferimento al comodato, la società acquirente si era però privata della disponibilità e dell’uso dei beni, i quali non potevano quindi essere agevolati. Fonte: Agenzia Entrate
Per titoli e obbligazioni spazio all’applicazione di una somma del 20% degli interessi.
In data 31 dicembre 2010, l’Agenzia delle Entrate, fornendo una consulenza giuridica all’Associazione bancaria italiana (Abi), ha previsto la possibilità di applicare una somma del 20% degli interessi su obbligazioni e altri titoli, emessi per periodi maggiori di 18 mesi, quando siano rimborsati prima della scadenza. L’Agenzia precisa che la somma del 20% è dovuta dall’emittente a titolo sanzionatorio per aver estinto i titoli prima dei 18 mesi, laddove gli stessi fossero stati emessi con scadenza superiore e perciò soggetti a ritenuta del 12,5%. Fonte: Il Sole 24 Ore
L’Iva a debito si sdogana da Unico, la dichiarazione annuale può diventare autonoma in tutti i casi e la comunicazione dati perde significato. In poche parole, tutti i contribuenti Iva, non importa se creditori o debitori, possono, se vogliono, presentare la dichiarazione annuale entro febbraio e sottrarsi all’ulteriore adempimento della comunicazione dati.Sulla scia della semplificazione degli oneri amministrativi, l’Agenzia delle Entrate ha predisposto la circolare 1/E del 25 gennaio, che sancisce la libertà per tutti i soggetti passivi Iva di anticipare la presentazione della dichiarazione annuale in forma autonoma rispetto al termine previsto per la trasmissione di quella unificata. Un termine, quello di febbraio, che si pone in linea con quanto disposto in sede comunitaria dall’articolo 22 della direttiva Ce 77/1977 (ora articolo 252, direttiva 112/2006), secondo il quale la scadenza per la presentazione della dichiarazione Iva non può superare di due mesi la “chiusura” del periodo fiscale, che, per quanto riguarda l’imposta sul valore aggiunto, è fissata al 31 dicembre di ogni anno.Nella circolare si legge che la difficoltà di ottemperare all’obbligo “temporale” comunitario aveva ispirato, nel 1998, l’introduzione dell’ulteriore adempimento della comunicazione annuale dei dati Iva, da assolvere entro febbraio, per sopperire alla mancata disponibilità di elementi utili a determinare le risorse dello Stato da versare al bilancio della Comunità. Considerato che la comunicazione, pur non avendo gli stessi effetti della dichiarazione, è comunque un obbligo amministrativo a carico del contribuente, già a quel tempo erano state previste specifiche ipotesi di esonero (articolo 8-bis, Dpr 322/1998), estese, più recentemente, dal Dl 78/2009, a coloro che, vantando crediti Iva nei confronti del Fisco, da utilizzare in compensazione o chiedere a rimborso, presentano la dichiarazione annuale entro febbraio.Tanto premesso, i tecnici dell’Agenzia hanno ritenuto immotivata la disparità di trattamento tra creditori e debitori, e concesso anche a questi ultimi la possibilità di sganciare la dichiarazione Iva da Unico. Naturalmente, chi se ne avvale, da un lato non è più tenuto a inviare la comunicazione annuale dei dati, dall’altro non può più differire il pagamento dell’imposta alle scadenze di Unico: deve infatti rispettare il termine ordinario del 16 marzo.Fonte: Agenzia Entrate
Per i crediti Iva superiori a 15.000 euro occorre ottenere il visto di conformità da parte di un soggetto abilitato.
Secondo anno di applicazione per il visto di conformità. Si tratta di un’attestazione con cui dottori commercialisti ed altri soggetti abilitati consentono ai contribuenti, che presentano un credito Iva annuale superiore a 15.000 euro di compensarlo nel modello F24. Come noto, l’art. 10 del D. L. 78/2009 ha previsto che la compensazione è possibile solo a partire dal giorno 16 del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione IVA annuale a condizione che sia stato rilasciato il visto di conformità da parte di un soggetto abilitato o, in alternativa, relativamente ai contribuenti per i quali è esercitato il controllo contabile, sia stata effettuata la sottoscrizione anche da parte dei revisori contabili. Pertanto, i soggetti che intendono utilizzare in compensazione il credito annuale già a partire dal mese di marzo potranno presentare la dichiarazione IVA annuale in forma autonoma dal 1° febbra io 2011. Fonte: Il Sole 24 Ore
Federalismo fiscale: dallo sblocco delle addizionali Irpef alle novità sulla tassa di soggiorno.
Nella riunione svolta al Ministero dell’Economia e delle Finanze, tra i rappresentanti dell’Anci e il Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, si è deciso di apportare alcune modiche allo schema del D.Lgs. sul federalismo fiscale. A cominciare dallo sblocco delle addizionali Irpef che potrebbe avvenire già nel 2011 alla nuova tassa di soggiorno, che potrà essere applicata da tutti i centri a vocazione turistica e in misura stimata al 5% del costo della stanza dell’albergo. In via di definizione, intorno al 7,5 per mille, l’aliquota dell’imposta municipale sul possesso degli immobili (IMU). Fonte: Il Sole 24 Ore
E' stato pubblicato, sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate, il modello CUD 2011 relativo al periodo d'imposta 2010. La certificazione va consegnata al lavoratore entro il 28 febbraio del periodo d'imposta successivo a quello cui si riferiscono i redditi certificati ovvero entro 12 giorni dalla richiesta del dipendente in caso di cessazione del rapporto di lavoroModalità di consegna e contenutoIl modello va consegnato al contribuente, generalmente, in formato cartaceo anche se è possibile la sua trasmissione in formato elettronico, purché sia garantita al dipendente la possibilità di entrare nella disponibilità dello stesso e di poterlo materializzare per i successivi adempimenti. (in tal caso, il sostituto d’imposta deve accertarsi che ciascun dipendente si trovi nelle condizioni di ricevere in via elettronica la certificazione).Il CUD deve essere utilizzato per certificare: a)l’ammontare complessivo dei redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del TUIR, corrisposti nell’anno precedente ed assoggettati a tassazione ordinaria, a tassazione separata, a ritenuta a titolo d’imposta e ad imposta sostitutiva; b)le relative ritenute di acconto operate;c)le detrazioni effettuate.Novità del CUD 2011Da una prima lettura del modello e delle istruzioni di compilazione è possibile cogliere le principali novità di quest’anno, della parte B, dedicata ai Dati fiscali, che vengono di seguito evidenziate.Docenti e ricercatori che rientrano in ItaliaNel caso di docenti e ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato, siano non occasionalmente residenti all’estero e abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi che, dal 29 novembre 2008 o in uno dei 5 anni solari successivi, vengano a svolgere la loro attività in Italia e che conseguentemente divengono fiscalmente residenti nel territorio dello Stato, è soggetto ad IRPEF solo il 10% dei redditi corrisposti (agevolazione prevista dal D.L. n. 185/2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 2/2009).Pertanto, così come previsto anche nel modello dello scorso anno, nel punto 1 del CUD va indicato il 10% del reddito percepito. Però - e ciò costituisce una novità rispetto al passato - nel modello di quest’anno occorre indicare, nelle annotazioni, con il codice BC, l’ammontare delle somme che non hanno concorso a formare il reddito imponibile (e quindi, il 90% dell’ammontare erogato).Imposta sostitutiva stock optionPer attenuare gli effetti economici potenzialmente discorsivi propri delle forme di remunerazione operate sotto forma di bonus e stock options, è stato previsto che sui compensi a questo titolo, che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione, attribuiti ai dipendenti che rivestono la qualifica di dirigenti nel settore finanziario nonché ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nello stesso settore è applicata una addizionale del 10% (art. 33, D.L. 31 maggio 2010, n. 78 convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122).Pertanto, il CUD 2011 tiene conto di questa novità. Infatti, in presenza di remunerazioni erogate sotto forma di bonus e stock option, nelle annotazioni va indicato, con il codice BL: •l’ammontare complessivo di dette remunerazioni;•la parte di detti compensi eccedenti il triplo della parte fissa della retribuzione;•la relativa imposta operata.L’annotazione, quindi è del tipo: “Ammontare totale erogato del bonus e delle stock option, importo […]; Ammontare del bonus e delle stock option che eccede il triplo della parte fissa della retribuzione, importo […]; relativa imposta operata, importo […]”.Acconto addizionale comunale sospeso per eventi eccezionaliTale modifica è solamente formale. Infatti, tra le annotazioni al punto 18, è stato inserito un nuovo codice (BS) da utilizzare per indicare l’importo dell’acconto dell’addizionale comunale certificato nel CUD precedente che non è stato operato a seguito della sospensione avvenuta per eventi eccezionali.Tale informazione, lo scorso anno era indicata cumulativamente con l’addizionale regionale e il saldo dell’addizionale comunale mediante il codice BP.Ripresa adempimenti a seguito del terremoto dell’AquilaPer i soggetti che si sono avvalsi dell’assistenza fiscale, nei punti 31, 32 e 33 vanno indicati, rispettivamente, gli eventuali crediti di IRPEF (sia da tassazione ordinaria che separata), di addizionale regionale all’IRPEF e di addizionale comunale all’IRPEF relativi all’anno precedente non rimborsati per qualsiasi motivo dal sostituto. A tale proposito, in merito alla ripresa degli adempimenti e dei versamenti relativi alla sospensione a seguito degli eventi sismici del 6 aprile 2009, è previsto che detti versamenti, su richiesta del sostituito, possano essere effettuati dal datore di lavoro (circolare 13 agosto 2010 n. 44/E - cfr. "", con commento di G.Ielo, "", in Quotidiano IPSOA del 4 ottobre 2010).Pertanto, nel caso di cessazione del rapporto di lavoro prima della conclusione del versamento delle rate da parte del datore di lavoro, quest’ultimo deve indicare nelle annotazioni: •con il codice BU gli importi non versati relativi all’assistenza fiscale prestata;•con il codice BT gli altri importi non versati; •con il codice BV, in ogni caso, tutti i versamenti effettuati.Somme erogate per l’incremento della produttività del lavoroAnche nel modello di quest’anno, trova spazio una sezione dedicata alla detassazione delle somme erogate per l’incremento della produttività del lavoro, prevista dal D.L. 27 maggio 2008 n. 93 (convertito con modificazioni dalla legge n. 126/2008).Si ricorda, infatti, l’agevolazione è stata oggetto di varie proroghe:-dapprima, con l’art. 5, D.L. n. 185/2008 (convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2), è stata disposta la proroga del beneficio sopra indicato per il periodo dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2009, entro il limite di importo complessivo di 6.000 euro lordi, con esclusivo riferimento al settore privato e per i titolari di reddito di lavoro dipendente non superiore, nell’anno 2008, a 35.000 euro, al lordo delle somme assoggettate nel 2008 all’imposta sostitutiva del 10% di cui all’art. 2, D.L. n. 93/2008; -successivamente, con l’art. 2, commi 156 e 157, legge 23 dicembre 2009, n. 191, l’agevolazione è stata confermata, alle stesse condizioni, anche per il 2010.Ci sono però alcune novità nel modello di quest’anno.Innanzitutto, nel punto 93 oltre ad essere indicata la quota della somma erogata per l’incremento della produttività del lavoro fino a 6.000 euro, al netto delle trattenute previdenziali obbligatorie, vanno riportati: •l’intero compenso erogato per lavoro notturno (e non la sola maggiorazione), le somme erogate per prestazioni di lavoro straordinario, nonché le indennità o maggiorazioni di turno (cfr. risoluzione n. 83/E del 17 agosto 2010 - "", il Quotidiano IPSOA del 25 agosto 2010);•la quota di sgravio contributivo concesso sulle retribuzioni variabili fissate dalla contrattazione collettiva di secondo livello, qualora ricorrano le condizioni per l’applicazione, sulle predette somme, dell’imposta sostitutiva del 10% prevista per i premi di produttività e di risultato.Inoltre, nel CUD 2011 trovano posto nuovi campi (97, 98, 99, 100 e 101) in cui indicare:•punti 97 e 99, rispettivamente, le somme erogate negli anni 2008 e 2009 per il conseguimento di elementi di produttività e redditività ovvero per lavoro straordinario assoggettabili a imposta sostitutiva in tali anni, sulle quali invece è stata effettuata la tassazione ordinaria (il sostituto deve compilare i suddetti punti anche qualora abbia già certificato al dipendente detti importi a seguito della risoluzione n. 83/E/2010). Nel caso di cessazione del rapporto di lavoro avvenuta prima dell’emanazione della risoluzione n. 83/E, con relativo rilascio della certificazione unica, il sostituito può richiedere al sostituto la consegna di una nuova certificazione (utilizzando il CUD 2011), per l’indicazione nel punto 101 dei redditi di cui alla predetta risoluzione di competenza del 2010, tassati ordinariamente, che possono essere assoggettati ad imposta sostitutiva. Con riferimento agli importi indicati nei punti 97, 99 e 101 nelle annotazioni, con il codice BY, deve essere certificato che tali somme sono state erogate a titolo di incremento della produttività del lavoro e che su tali importi non è stata applicata la tassazione sostitutiva; •punto 98, l’importo relativo agli straordinari e ai premi di produttività erogati nel 2008 certificati al punto 77 del CUD 2009;•punto 100, l’importo relativo a somme erogate per l’incremento della produttività nel 2009 certificati al punto 90 del CUD 2010.Va infine ricordato che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro antecedente al 2010 e di richiesta da parte del sostituito di una attestazione relativa ai compensi erogati nel 2008 e/o 2009 di cui alla risoluzione n. 83/E/2010, il sostituto d’imposta è tenuto al rilascio del CUD 2011 per l’attestazione di detti importi, sempreché sia obbligato alla presentazione del modello 770/2011 semplificato.Detrazione comparto sicurezzaTra le tante conferme, rispetto al modello dello scorso anno, si segnala al punto 51 “Detrazione fruita comparto sicurezza”, l’indicazione della detrazione spettante per personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, in base a quanto stabilito dall’art. 4, comma 2, D.L. 29 novembre 2008, n. 185 (come modificato dall’art. 2, comma 156, legge 23 dicembre 2009, n. 191).A tale proposito, si ricorda la detrazione massima è passata a 149,50 euro rispetto ai precedenti 134 euro.A tale proposito, il D.P.C.M 23 aprile 2010 (cfr. "", il Quotidiano IPSOA del 15 giugno 2010) ha stabilito che qualora la detrazione d’imposta non trovi capienza sull’imposta lorda relativa alle retribuzioni accessorie, la parte eccedente può essere fruita in riduzione dell’imposta dovuta sulle medesime retribuzioni corrisposte nell’anno 2010 e assoggettate a tassazione separata quali emolumenti arretrati di cui all’art. 17 TUIR. Pertanto, nel modello di quest’anno sono stati inseriti: •il punto 121, in cui va indicato l’ammontare del trattamento economico accessorio assoggettato a tassazione separata già ricompreso nel punto 120; •il punto 123 in cui deve essere indicato l’importo della detrazione di cui al D.P.C.M. 23 aprile 2010 che non ha trovato capienza sull’imposta lorda relativa al trattamento economico accessorio percepito e utilizzata ai fini dello scomputo della imposta sui medesimi redditi assoggettati a tassazione separata riferiti ad anni precedenti. Nel caso in cui la detrazione di cui al predetto D.P.C.M., sia stata interamente fruita nell’ambito della tassazione ordinaria i punti 121 e 123 non devono essere compilati.Fonte: IPSOA
GSE, calcolo del Contributo in conto scambio anno 2009.
Il GSE, al fine di determinare e trasmettere all’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas i dati e i rapporti relativi agli adempimenti di cui alla Delibera VIS 176/10, ha provveduto, in data 12 gennaio 2011 (data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Delibera), a inviare a ciascuna impresa distributrice e impresa di vendita l’elenco dei dati mancanti necessari al calcolo del Contributo in conto scambio anno 2009 per tutte le convenzioni di scambio sul posto che risultano attivate dal medesimo GSE entro la suddetta data del 12 gennaio.L’ invio delle informazioni necessarie alle determinazioni dei conguagli da parte del GSE dovrà essere completato, mediante il portale applicativo, entro le tempistiche previste dalla deliberazione e in particolare:- le imprese distributrici sono tenute a trasmettere al GSE, entro 15 giorni dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale ovvero entro il 27 gennaio 2011, i dati di misura necessari per l'applicazione del conguaglio dello scambio sul posto per l'anno 2009, in numero almeno pari al 99% di quelle complessivamente necessarie (e completare la trasmissione delle misure mancanti entro i successivi tre mesi ovvero entro il 12 aprile 2011);- le imprese di vendita sono tenute a trasmettere al GSE, entro 15 giorni dalla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale ovvero entro il 27 gennaio 2011, le informazioni necessarie per l'applicazione a conguaglio dello scambio sul posto per l'anno 2009, in numero almeno pari al 99% di quelle complessivamente necessarie (e completare la trasmissione delle informazioni entro i successivi tre mesi ovvero entro il 12 aprile 2011).Pertanto, si specifica che nel predisporre i rapporti per l’Autorità relativi alle trasmissione di dati e di informazioni da parte delle imprese distributrici e delle imprese di vendita, il GSE considererà come “dati complessivamente necessari” ai fini dell’applicazione a conguaglio dello scambio sul posto per l’anno 2009, quelli relativi alle suddette comunicazioni del 12 gennaio 2011.Le imprese di vendita dovranno segnalare, esclusivamente tramite portale applicativo, eventuali utenti dello scambio sul posto, ricompresi nel novero delle informazioni necessarie al calcolo del contributo in conto scambio comunicati dal medesimo GSE alla data del 12 gennaio 2011, per i quali non è attivo un rapporto di fornitura di energia elettrica al fine di darne evidenza nei rapporti da trasmettere all’Autorità.Fonte: IPSOA
Studi di settore: entro il 31 gennaio l’autodenuncia sulle anomalie.
Entro il 31 gennaio 2011, i contribuenti possono inviare telematicamente all’Agenzia delle Entrate la giustificazione del mancato allineamento ai risultati di Gerico in relazione al periodo d’imposta 2009, dichiarati nel modello Unico lo scorso 30 settembre 2010 o con una trasmissione tardiva entro il 29 dicembre 2010. La comunicazione delle anomalie da studi di settore non è un vero e proprio adempimento, ma un’opportunità concessa al contribuente che può anticipare la segnalazione della propria situazione all’Amministrazione Finanziaria, tentando una sorta di prevenzione del contraddittorio che potrebbe scaturire da eventuali controlli. Fonte: Il Sole 24 Ore
Black list, l’invio della dichiarazione integrativa entro il 31 gennaio 2011.
Il 31 gennaio 2011 è l’ultimo giorno per trasmettere la comunicazione Black list relativa al trimestre ottobre – dicembre 2010, per i soggetti con periodicità trimestrale, o al mese di dicembre 2010, per i soggetti con periodicità mensile. Entro la stessa data sarà possibile regolarizzare, senza applicazione di sanzioni, eventuali violazioni nelle comunicazioni Black list relative al primo periodo di applicazione della norma, tramite l’invio di una comunicazione integrativa. Tuttavia, ci sono ancora alcuni interrogativi da chiarire. In particolare, i dubbi che attendono una precisazione dall’Agenzia delle Entrate spaziano dalla quantificazione delle importazioni alle rilevanze delle note spese dei dipendenti, dalle operazioni delle stabili organizzazioni fino al momento di comunicazione degli acquisti di servizi oggetto di autofattura. Fonte: Il Sole 24 Ore
Ravvedimento operoso più caro a partire dal 1° febbraio 2011.
La Legge di stabilità 2011 ha previsto l’inasprimento delle sanzioni applicabili, a partire dal 1° febbraio 2011, agli istituti deflativi del contenzioso e del ravvedimento operoso. Mentre per il ravvedimento operoso la data del 01.02.2011 fa riferimento alle violazioni commesse dal contribuente, per gli altri istituti l’aumento ha effetto per gli atti emessi dal 1° febbraio 2011, e per la conciliazione giudiziale si guarda ai ricorsi presentati da tale data. Si assiste, dunque, ad un innalzamento delle sanzioni da 1/12 a 1/10 per il ravvedimento breve e da 1/10 a 1/8 per il ravvedimento lungo. Fonte: Fisco Oggi
Scadenze: bollo auto e canone RAI.
Conto alla rovescia per i possessori di veicoli con bollo scaduto a dicembre e per gli abbonati Rai. Si tratta di due appuntamenti in scadenza il prossimo 31 gennaio, che coinvolgono un gran numero di persone. Bollo auto: cosa fareDevono pagare il bollo tutti i possessori di autoveicoli, iscritti al Pubblico registro automobilistico, la cui tassa di proprietà è scaduta nel mese di dicembre dello scorso anno e coloro che hanno immatricolato il proprio veicolo dal 22 dicembre 2010 al 21 gennaio 2011.Per i soli residenti in Lombardia e Piemonte, la scadenza in relazione ai veicoli immatricolati dal 1° al 31 gennaio è posticipata al 28 febbraio. Questo perché la competenza sulle tasse è affidata alle Regioni che, con proprie delibere, possono tra l’altro aumentare le tariffe base fino al 10% all’anno e stabilire esenzioni o agevolazioni particolari per tipologie di veicoli o di alimentazioni. I veicoli interessati sono le auto con potenza superiore a 35 kw e i motocicli. Per definire l’ammontare del bollo, sul sito delle Entrate è disponibile un’applicazione che permette di calcolare la tassa dovuta utilizzando due modalità: o in base ai dati tecnici inseriti (potenza espressa in kw o cv, direttiva euro, regione di immatricolazione, tipologia del veicolo) o attraverso la targa. Nella seconda ipotesi, in caso di tardività, il software determina anche sanzione e interessi. Il versamento del bollo si può fare in diversi modi: presso gli uffici postali, le banche convenzionate, le delegazioni dell’Aci, le agenzie di pratiche auto e le tabaccherie autorizzate, oppure via internet collegandosi al sito di Poste italiane (mediante carta di credito o, per i correntisti postali, tramite addebito sul proprio conto corrente) o dell’Aci (mediante il servizio Bollonet) o, ancora, al telefono attraverso il servizio Telebollo (199711711). I servizi Telebollo e Bollonet (il pagamento avviene mediante carta di credito), gestiti dall’Aci, possono essere utilizzati solo per versamenti a favore delle Regioni e Province convenzionate con l’Automobil Club d’Italia (Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Toscana, Umbria, Trento e Bolzano).Che succede se si paga in ritardo? Se il bollo viene pagato oltre il 31 gennaio, in aggiunta alla tassa andranno pagate la sanzione e gli interessi calcolati in base ai giorni di ritardo.Se il pagamento avviene entro 30 giorni dalla scadenza, va versata la sanzione ridotta al 2,5%; in caso di pagamento oltre il trentesimo giorno, ma entro un anno dal termine, la sanzione passa al 3% (si ricorda che, a partire dalle violazioni commesse dal 1° febbraio 2011, le sanzioni per il ravvedimento “breve” e “lungo” salgono, rispettivamente, al 3 e al 3,75%).Sono inoltre dovuti gli interessi legali calcolati sui giorni di ritardo al tasso dell’1,5% annuo.Oltre un anno di ritardo, il ravvedimento non è più possibile ed è dovuta la sanzione piena del 30%. Canone Rai: chi, quanto, comeL’abbonamento alla Rai è dovuto da parte dei cittadini che possiedono uno o più apparecchi riceventi le trasmissioni radiotelevisive.L’importo del canone per il 2011 è di 110,50 euro: si può anche optare per il pagamento in 2 rate semestrali di 56,39 euro (la prima entro il 31 gennaio, la seconda entro il 31 luglio) o in 4 rate trimestrali di 29,36 euro, che scadono rispettivamente il 31 gennaio, il 30 aprile, il 31 luglio e il 30 ottobre.Per il versamento si può scegliere tra diverse opzioni: presso Poste italiane utilizzando lo specifico bollettino intestato al conto corrente 3103 (pagamento diretto, carta di credito o tramite BancoPosta); in tabaccheria, usufruendo dei circuiti Sisal e Lottomatica; telefonicamente con carta di credito (numero verde 800.191.191); presso gli sportelli bancomat di molte banche; on line attraverso i servizi di internet banking delle banche convenzionate. Due informazioni ad hoc per i pensionati e gli “over 75”.I primi, a condizione che il loro reddito annuale non superi i 18mila euro e che ne abbiano fatto richiesta all’ente previdenziale entro il 15 novembre, possono rateizzare il pagamento in 11 mensilità che verranno trattenute direttamente sulla pensione e certificate nel Cud.Chi ha almeno 75 anni, invece, non paga il canone 2011 se il reddito complessivo suo e del coniuge convivente non ha superato, nel 2010, l’importo di 6.713,98 euro. Il compimento dei 75 anni deve avvenire entro il termine di scadenza semestrale del canone (31 gennaio o 31 luglio). I cittadini in possesso dei requisiti, per fruire dell’esenzione, devono presentare una dichiarazione sostitutiva a un ufficio delle Entrate entro il 30 aprile; termine al 30 luglio se la richiesta si riferisce al secondo semestre. La comunicazione non va rinnovata ogni anno. Infine ricordiamo che anche per il canone Rai sono previste sanzioni nel caso non venga rispettata la naturale scadenza: per ritardi inferiori ai trenta giorni si paga 1/12 dell’importo del canone per ogni semestre (4,35 euro), per ritardi che vanno oltre i 30 giorni la penale è pari a 1/6 del canone per ogni semestre (8,70 euro). Per i ritardi che vanno oltre i sei mesi, vanno aggiunti gli interessi di mora pari all’1% per ogni semestre compiuto.Fonte: Agenzia Entrate
Al postino la notifica dell'appello. Al ricorrente il deposito in Ctp.
Non sussistono profili di violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione nella disposizione del processo tributario che, a pena di inammissibilità dell'impugnazione, prevede l'obbligo di depositare, presso la Commissione tributaria provinciale che ha emesso la sentenza impugnata, copia dell'appello notificato a mezzo del servizio postale.Questo l'esito della sentenza n. 17 del 20 gennaio, con la quale la Consulta ha dichiarato la non fondatezza della questione di legittimità costituzionale del comma 2 dell'articolo 53 del Dlgs 546/1992 sollevata, in riferimento ai citati articoli della Carta della Repubblica, dalla Commissione tributaria regionale dell'Emilia Romagna con ordinanza n. 190/2010.Il giudizio tributario e l'ordinanza di rimessioneCon sentenza n. 138/6/07 del 25 giugno 2007, la Ctp di Bologna respingeva i ricorsi proposti da una Snc contro due avvisi di accertamento, con i quali il locale ufficio dell'Agenzia delle Entrate aveva rideterminato i ricavi per due periodi d'imposta.L'interessata ricorreva in appello con atto al quale resisteva l'ufficio tributario che, in via pregiudiziale, chiedeva l'inammissibilità del ricorso per violazione del comma 2 dell'articolo 53 del Dlgs 546/1992, stante il mancato deposito, da parte dell'appellante, della copia dell'atto di impugnazione presso la Ctp che aveva emesso la pronuncia impugnata.Nell'udienza in Commissione tributaria regionale, la parte privata insisteva nella richiesta di accoglimento del proprio appello e, in via subordinata, qualora fosse stato ritenuto applicabile il disposto del comma 2 del citato articolo 53, con conseguente inammissibilità del ricorso, eccepiva l'illegittimità costituzionale di detta norma in riferimento agli articoli 2, 3 e 24 della Costituzione.Tanto premesso - e rilevato che comunque il contribuente aveva proceduto al deposito dell'appello presso la Ctp alcuni giorni prima dell'udienza di secondo grado e che "la norma non fissava il termine per la consegna della copia dell'appello" - il collegio regionale, con ordinanza 190/2010, sollevava questione di legittimità costituzionale dell'articolo 53 in parola nella parte in cui stabilisce che "ove il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, l'appellante deve, a pena di inammissibilità, depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata".Secondo il giudice d'appello, in particolare, così strutturata, la norma avrebbe determinato una violazione del diritto di difesa (articolo 24 della Costituzione), dovendo ritenersi incostituzionale la descritta sanzione di inammissibilità nelle ipotesi - come quella di specie - in cui l'appellante abbia comunque instaurato "regolarmente il contraddittorio attraverso non solo la vocatio in ius ma depositando lo stesso presso il giudice di appello".Ad avviso della Ctr, in questo modo, l'esercizio dell'azione sarebbe perfezionato e la conoscenza dell'impugnazione da parte del giudice di primo grado verrebbe comunque assicurata, poiché la segreteria della Ctr, in base all'ultimo comma dello stesso articolo 53, è tenuta a richiedere al primo giudice la trasmissione del fascicolo del processo.Per quanto riguarda la violazione dell'articolo 3 della Carta costituzionale, l'ordinanza di rimessione rilevava che la disposizione censurata introdurrebbe una disparità di trattamento tra chi, per la notifica dell'appello alla controparte, si avvale dell'ufficiale giudiziario e chi, invece, vi provvede a mezzo del servizio postale, mediante spedizione dell'atto in plico raccomandato con avviso di ricevimento.La decisione della Corte costituzionaleCon la sentenza 17/2011, la Consulta ha dichiarato l'infondatezza della questione sollevata, con riferimento a entrambe le norme censurate.Nell'occasione, il giudice delle leggi ricorda di essersi già espresso sulla portata dell'articolo 53, comma 2, del Dlgs 546/1992 con la sentenza 321/2009 e l'ordinanza 43/2010, dove venne precisato che scopo della norma in questione è quello di informare tempestivamente la segreteria del giudice di primo grado in ordine all'intervenuto appello, ciò al fine di impedire una erronea attestazione circa il passaggio in giudicato della sentenza emessa da detto giudice.Tale finalità, spiega la sentenza in esame, "diversamente da quanto ritenuto dalla Commissione rimettente, non è realizzata dall'obbligo, posto a carico della segreteria del giudice di appello dall'art. 53, comma 3, del d.lgs. n. 546 del 1992, di richiedere alla segreteria presso il giudice di primo grado la trasmissione del fascicolo processuale con la copia autentica della sentenza impugnata "subito dopo il deposito del ricorso in appello"".Invero, detta richiesta interviene soltanto dopo la costituzione in giudizio dell'appellante "e, pertanto, non consente alla segreteria della Commissione tributaria provinciale di avere tempestiva notizia della proposizione del gravame".Date tali premesse, la Consulta esprime l'avviso che la scelta di sanzionare, con l'inammissibilità del ricorso, il mancato deposito presso la Ctp, che ha emesso la sentenza impugnata, dell'appello notificato a mezzo del servizio postale, non costituisce un'opzione costituzionalmente censurabile, non risultando superato il limite della manifesta irragionevolezza o arbitrarietà delle scelte compiute in tema di disciplina del processo e di conformazione degli istituti processuali.Più precisamente, puntualizza la Corte, ricollegandosi alla richiamata sentenza 321/2009, non è irragionevole che il legislatore abbia posto a carico dell'appellante l'onere di depositare copia dell'atto di impugnazione a pena di inammissibilità, così da perseguire "il duplice obiettivo, da un lato, di non gravare la segreteria del giudice di appello di compiti informativi necessariamente intempestivi (perché successivi alla costituzione in giudizio dell'appellante) ed organizzativamente onerosi e, dall'altro, di assicurare la tempestività e la completezza della comunicazione dell'interposta impugnazione, imponendo allo stesso appellante, che abbia proposto appello senza avvalersi dell'ufficiale giudiziario, di effettuare tale comunicazione".In definitiva, nessuna violazione dell'articolo 24 della Costituzione discende dalla norma in questione, perché il richiesto deposito è un adempimento "che la parte può eseguire senza andare incontro a particolari difficoltà e, dunque, certamente non tale da rendere estremamente difficile l'esercizio del diritto di difesa (ordinanza n. 43 del 2010)".Passando poi alle censure sollevate dall'ordinanza di rimessione rispetto all'articolo 3 della Costituzione, la sentenza 17/2011 rileva che non può ravvisarsi la paventata disparità di trattamento tra chi, per la notifica dell'appello, si avvale dell'ufficiale giudiziario e chi, invece, utilizza lo strumento della raccomandata postale.Al riguardo, i giudici della Consulta puntualizzano che, nel primo caso, la notificazione è eseguita con il tramite di un soggetto pubblico obbligato a dare immediato avviso scritto dell'avvenuta notifica al cancelliere del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e, pertanto, "la natura pubblica dell'ufficio cui è affidato il compimento dell'atto e lo specifico dovere che gli è imposto dalla legge giustificano la mancata previsione di un effetto di decadenza (inammissibilità) correlato all'inosservanza del detto dovere".Di contro, laddove la notifica dell'atto d'impugnazione venga compiuta in via diretta dall'interessato, a mezzo del servizio postale, "l'unico deterrente per indurre l'appellante a fornire tempestivamente alla segreteria del giudice di primo grado la documentata notizia della proposizione dell'appello stesso è rappresentato dalla sanzione della inammissibilità prevista dalla norma denunciata".ConsiderazioniIn base al comma 2 dell'articolo 53 del Dlgs 546/1992, la ritualità dell'atto di appello in materia tributaria, nel caso in cui l'impugnazione sia stata proposta senza avvalersi dell'ufficiale giudiziario, è condizionata dall'onere che incombe sull'appellante di "depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata".Ciò vale tanto per l'ipotesi in cui l'atto di gravame sia stato notificato mediante consegna presso l'ufficio controparte del giudizio, tanto per il caso in cui, per la notificazione, l'appellante si sia avvalso del servizio postale, mediante spedizione dell'atto in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento.La disposizione - aggiunta nel testo dell'originario comma 2 dell'articolo 53 a opera dell'articolo 3-bis, comma 7, del Dl 203/2005 - già in passato è stata oggetto di censura dinanzi alla Corte costituzionale, che peraltro non ha ravvisato gli estremi per una declaratoria di incostituzionalità del precetto normativo.Così, dapprima la sentenza 321/2009 (vedi "Notifica ricorso in appello, la norma non si tocca" su FiscoOggi del 21 dicembre 2009), poi l'ordinanza 43/2010 hanno ritenuto che la norma non lede le garanzie fissate dagli articoli 3 e 24 della Costituzione.In particolare, la sentenza 321 ha anche individuato nei trenta giorni dalla proposizione dell'appello il termine ultimo (non specificato dall'articolo 53) per il deposito di copia del ricorso presso la segreteria del giudice che ha emesso la sentenza impugnata.I principi espressi dalla Consulta sono condivisi anche dalla giurisprudenza della Cassazione, che, con la sentenza 8209/2010 (vedi "L'appello è a cura del postino? In trenta giorni il deposito in Ctp" su FiscoOggi del 30 aprile 2010), ha confermato che, in caso di notificazione dell'appello tributario effettuato senza intermediazione dell'ufficiale giudiziario, l'appellante - a pena di inammissibilità del gravame - è tenuto anche a depositare, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso di secondo grado, presso la segreteria del primo giudice, copia del ricorso.La sentenza 17/2011 della Corte costituzionale, intervenendo in un quadro interpretativo ormai consolidato, ribadisce ancora una volta l'indefettibilità e l'importanza dell'adempimento in questione, puntualizzando a ulteriore difesa della correttezza della scelta legislativa che "Del resto, la decisione di non avvalersi della notificazione a mezzo di ufficiale giudiziario è rimessa alla scelta, non subordinata ad alcuna condizione, dell'appellante" e che, qualora quest'ultimo decida di non avvalersi dell'ufficiale giudiziario per notificare il ricorso in appello ma di procedervi a mezzo del servizio di spedizione postale, "deve essere consapevole di assumere l'onere di depositare la copia notificata dell'atto di impugnazione presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale, al fine di adempiere a quei compiti informativi che, nell'altro caso, sono assolti dall'ufficiale giudiziario, ai sensi dell'art. 123 disp. att. cod. proc. civ.".Fonte: Agenzia Entrate
Quesito: prima fatturazione:regime agevolato-dal netto al lordo.
sono una psicologa, iscritta all'albo, e mi è stata richiesta una collaborazione per un progetto con ragazzi con handicap.E' stata pattuito come compenso 15 euro nette.Ora io dovrei aprire la partita iva e so che per primi 3 anni posso usurfluire del regime agevolato.Vorrei sapere come compilare la fattura e quanto dovrà essere la ricompensa lorda a ora.So che devo aggiungere ai 15 euro le tasse, l'iva e anche la percentuale di contributo previdenziale che devo pagare all'empap.Alla luce di ciò, quale deve essere la tariffa a ora lorda?
L’imprenditore non risponde di evasione fiscale se il commercialista è responsabile della mancata dichiarazione
Il commercialista che si assume la responsabilità della mancata dichiarazione e del versamento dell'Iva scagiona l'imprenditore dal reato di evasione fiscale.È quanto si evince da una sentenza della Corte di cassazione, la numero 1806 depositata il 20 gennaio 2011.In particolare il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Genova aveva dichiarato un non luogo a procedere nei confronti del legale rappresentante di una srl ligure perché il suo commercialista, in relazione a un'indagine su evasione dell'Iva, si era assunto tutte le responsabilità dell'omessa presentazione della dichiarazione e quindi dell'omesso versamento.Contro questa decisione la Procura genovese ha presentato ricorso in Cassazione ma senza successo. La terza sezione penale, con una motivazione molto breve, ha respinto tutti i dubbi sollevati dalla pubblica accusa secondo cui la decisione dei giudici di merito era affetta da un vizio di motivazione, "apparendo del tutto illogico che una persona in buona fede circa la mancata presentazione della dichiarazione annuale per più annualità non avesse consapevolezza quanto meno del mancato versamento dell'imposta dovuta".A questa obiezione la Cassazione ha risposto che la Procura non ha tenuto conto che "il Gup ha preso in considerazione l'importo dell'imposta effettivamente evasa sulla base delle valutazioni compiute dalla Guardia di finanza, con la conseguenza che non può dirsi illogica l'affermazione contenuta nella parte conclusiva della sentenza circa la mancanza di prova del superamento della soglia di punibilità
Quesito: vendita immobile.
sono propietario con mio fratello al 50% di un immobile.mio fratello ha dato in usofrutto ilsuo 50%.l'immobile è affittato,però ora abbiamo deciso entrambi di vendere, come si può procedere?
Quesito: regime dei minimi e regime speciale editoria.
da gennaio 2011 realizzo e distribuisco un giornale nella mia cittàgratuitamente, senza prezzo di copertina. non usufruisco del regimespeciale iva dell'editoria e posso continuare a restare nel regime deiminimi o devo fare opportuna revoca?? i miei ricavi sono formatisolamente da ricavi delle pubblicità che mi coprono i costi dellastampa (tutto con iva al 20% per le fatture di acquisto).Possocontinuare a rimanere nel regime dei minimi??
Basilea III. Esclusi dal patrimonio i titoli ibridi senza clausola di conversione.
In assenza della clausola dal 2013 i titoli non rientreranno nel capitale Tier-1 e 2 delle banche. Ribadito il principio del "bail-in": eventuali perdite devono essere assorbite dagli investitori .Il principio della non esenzione degli investitori dalle perdite derivanti dalla svalutazione degli strumenti finanziari in possesso – ribadito in recenti dichiarazioni delle autorità politiche e finanziarie dell’eurozona e dell’Unione Europea – sta avendo una prima conferma concreta a seguito delle innovazioni normative proposte dal Comitato di Basilea per la sorveglianza bancaria in tema di capitalizzazione degli istituti bancari.Come si ricorderà, lo scorso anno il Comitato aveva deliberato di escludere dal conteggio del patrimonio principale la maggior parte degli strumenti finanziari cosiddetti “ibridi”.Sono così denominati quegli strumenti che combinano in sé le caratteristiche degli strumenti debitori e delle azioni: essi presentano di solito un dividendo prevedibile, talora con vantaggi sul piano fiscale, la possibilità di un cambio delle condizioni ad una scadenza prestabilita, l’opzione di una conversione (tipicamente, da obbligazione ad azione) e uno sconto sul prezzo dell’azione al momento della conversione.Gli strumenti ibridi si sono dimostrati incapaci di fornire uno scudo contro possibili perdite si dagli inizi della crisi finanziaria manifestatasi nell’autunno 2008.La maggioranza delle banche all’epoca rinunciarono alla possibilità di declassare il valore di bilancio di tali strumenti, al fine di non ledere gli interessi di alcuni potenti investitori istituzionali. Gli strumenti ibridi si dimostrarono in tal modo de facto illiquidi e le banche non potettero utilizzarli per compensare le perdite.Tali strumenti sono quindi rimasti virtualmente in una sorta di limbo dal dicembre 2009, quando il Comitato di Basilea diramò alle autorità nazionali dei paesi aderenti la famosa direttiva contenente le proposte di modifica mirate a rafforzare la capitalizzazione del settore bancario.Con decisione del 12 settembre 2010 gli ibridi sono stati definitivamente esclusi dal calcolo del Tier I capital.Il risultato fu naturalmente quello di sancire la paralisi per questo segmento di mercato, che soprattutto per le banche regionali USA era divenuto col tempo una fonte primaria di raccolta di capitale.Vi era un’altra faccia della medaglia, però, a rendere intollerabile la situazione protrattasi per tutto questo tempo: molte delle banche che avevano rinunciato ad avvalersi della possibilità di ridurre le perdite penalizzando gli investitori furono anche quelle che beneficiarono poi di generosi interventi pubblici a sostegno del settore.Anche in questo caso il paradosso fu particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove gli interventi dell’amministrazione federale e della Federal Riserve mirati a salvaguardare la solidità delle banche e ad accrescere la liquidità del sistema finanziario si sono succeduti a ritmo crescente, iniziando dagli ultimi mesi del governo di Gorge W. Bush fino alla seconda, gigantesca operazione di quantitative easing decisa da Ben Bernanke.Formalmente i due tipi di misure (diretto sostegno finanziario al settore creditizio e immissione di nuova liquidità nel sistema) possono considerarsi distinti, in concreto risultano essere due aspetti di una strategia unica di risposta alla crisi. Ma anche i governi europei non sono stati da meno: è valutato in oltre 5mila miliardi di euro l’ammontare degli interventi a sostegno delle banche europee dall’inizio della crisi ad oggi, il tutto finanziato tramite la raccolta fiscale ovvero mediante emissione di nuovo indebitamento. Il caso limite è stato quello dell’Irlanda, dove una situazione fiscale tutt’altro che compromessa – in nulla paragonabile a quella della Grecia – è rapidamente volta al peggio sotto il gravame degli interventi di salvataggio delle maggiori banche del paese.Evidentemente la semplice esclusione degli strumenti ibridi dal Tier I capital non poteva essere la soluzione definitiva, nella misura in cui “congelava” la situazione esistente trasferendo di fatto sui contribuenti una notevole quota delle perdite finanziarie a carico degli investitori.La stessa Commissione Europea, in una comunicazione del 6 gennaio scorso, ribadiva il principio secondo cui alle autorità nazionali devono essere poste nella condizione di poter consentire la cancellazione (write-off) del debito esistente, prioritariamente rispetto al ricorso al risparmio pubblico per operazioni di salvataggio di un prestatore in difficoltà.Da qui la decisione del Comitato di Basilea, che – in rappresentanza di 27 paesi membri sede dei principali centri finanziari mondiali – accetta il principio che «ogni classe di strumenti di capitale [debba] interamente assorbire le perdite, nel momento la capacità operativa viene meno (point of non-viability), prima che i contribuenti siano esposti alle perdite».Viene pertanto deciso che gli strumenti finanziari ibridi debbano contenere un meccanismo in base al quale i detentori dei titoli vengono a partecipare ad eventuali perdite (il cosiddetto bail-in).I titoli emessi dal 2013 in avanti dovranno contenere una clausola esplicita in tal senso. In pratica, di fonte ad evento (trigger event) tale da scatenare una situazione di emergenza, l’autorità di vigilanza nazionale potrà decidere se procedere alla svalutazione degli strumenti ibridi ovvero alla loro conversione in azioni. Il trigger event è definito alternativamente come «la decisione che il write-off – in assenza il quale l’impresa [cioè la banca] non sarebbe più in condizioni di operare – è necessario, come determinato dall’autorità competente» e come «la decisione di effettuare un’iniezione di capitale pubblico, o equivalente, senza la quale l’impresa non sarebbe più in condizioni di operare».Ogni successivo pagamento a favore dei detentori di tali titoli dovrà avvenire nella forma di azioni ordinarie.A tale fine le banche emittenti disporranno di tutte le autorizzazioni necessarie per emettere la quantità richiesta di nuove azioni, il che dovrà in ogni caso avvenire prima dell’eventuale apporto di nuova capitale da parte della pubblica amministrazione, ad evitare il rischio di una diluizione dell’impatto. In caso di mancata ottemperanza, la sanzione è l’esclusione dei titoli in questione dal calcolo non soltanto del capitale bancario Tier-1, ma anche del capitale Tier-2.Per gli strumenti finanziari ibridi che non rispettino la nuova normativa, ma che siano tuttavia in linea con le definizioni patrimoniali dell’accordo Basilea III, la normativa transitoria prospetta l’inclusione nella categoria degli «strumenti non più qualificati come Tier-1 addizionale o Tier-2».La definitiva approvazione delle misure proposte dal Comitato è come di consueto subordinata alle decisioni delle istituzioni competenti, prima a livello dell’Unione Europea, poi a livello nazionale. Ma vi sono scarsissime probabilità che la sostanza del provvedimento venga mutata.Insoddisfatte sono ovviamente le banche, che per voce delle associazioni di categoria hanno sottolineato le conseguenze negative delle nuove norme in termini di maggiore onerosità della raccolta e di crescenti difficoltà nel collocamento di tali strumenti sul mercato.Le associazioni bancarie si sono vista respinta anche la richiesta di subordinare la facoltà della scelta fra svalutazione o conversione alla sola decisione dei governi, escludendo la discrezionalità da parte delle authorities europee di sorveglianza. I legali delle banche hanno puntato il dito sulla vaghezza definizione del momento in cui l’impresa diviene “economicamente non vitale” (point of non-viability).La direzione sembra in ogni caso segnata.Alle banche non resta che rassegnarsi e di fatto molte di esse hanno già iniziato a ritirare gli strumenti ibridi; si ha notizia di un’offerta dei giorni scorsi da parte di Commerzbank, che propone lo swap di passività in ibridi fino a un miliardo di euro con sconto del 40% sul nominale. Insomma, per i detentori dei titoli il danno è stato solo rinviata nel tempo.Fonte: IPSOA
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