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Timestamp: 2018-07-20 21:56:41+00:00
Document Index: 59514874

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2729', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1705', 'art. 109', 'art.5', 'art.5', 'art. 5']

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ANNULLATI GLI INTERESSI APPLICATI DA EQUITALIA PERCHE’ NON ADEGUATAMENTE MOTIVATI.
Di Redazione inDiritto Tributario
Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, nr. 620 del 26 febbraio 2016
Una Società Cooperativa a r.l. ha proposto ricorso dinanzi la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce avverso una cartella esattoriale emessa da Equitalia Sud spa chiedendone l’annullamento, tra l’altro, per difetto di motivazione ed illegittimità per eccessività dell’aggio applicato.
La Commissione Tributaria Provinciale ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la pretesa limitatamente agli interessi ed all’aggio: quanto agli interessi, compresi quelli di mora, secondo l’organo giudicante, non vi sarebbe stata alcuna indicazione del tasso, di modo che la quantificazione così come operata dall’Ufficio di riscossione non era suscettibile di essere controllata.
Egualmente dicasi per il compenso di riscossione, la cui determinazione non era suscettibile di alcun controllo: manca ogni riferimento normativo e l’indicazione della percentuale.
Secondo la Commissione bisogna tener conto che l’intelligibilità della pretesa va valutata in relazione alla capacità di comprensione dell’uomo medio: la conoscenza dei tassi di interesse e della percentuale relativa al compenso di riscossione costituisce patrimonio di un tecnico in materia tributaria e non certamente del cittadino – uomo medio.
La decisione che ha accolto le doglianze del ricorrente stabilisce dei principi univoci e fondamentali che Equitalia deve rispettare per evitare gravi danni economici al contribuente.
Nella cartella esattoriale devono essere, quindi, sufficientemente motivate tutte le voci indicate.
Numerose sentenze si sono pronunciate in passato sul punto: l’importo preteso a titolo di indennità di mora, denominato “interessi di mora” e ricompreso nell’importo totale della cartella, deve essere intellegibile per il contribuente, non essendo sufficiente che nelle singole cartelle venga riportata unicamente la cifra totale degli interessi dovuti, senza alcuna indicazione del metodo di calcolo e senza specificare le singole aliquote applicate alle varie annualità.
La Corte di Cassazione Civile, Sezione tributaria con la sentenza n. 4516 del 21.03.2012 ha affermato che non competono al contribuente difficili indagini per ricostruire “l’operato dell’ufficio” e decifrare un computo degli interessi “criptico e non comprensibile”.
In tale situazione si riscontra un difetto di motivazione della cartella stessa.
Nella stessa direzione e sempre in tema di adeguata motivazione anche l’ordinanza n. 8934 della Cassazione Civile sez. VI-T, del 17 aprile 2014 che ribasce che “l’obbligo di una congrua, sufficiente ed intelligibile motivazione non può essere riservato ai soli avvisi di accertamento della tassa” e che “alla cartella di pagamento devono ritenersi comunque applicabili i principi di ordine generale indicati per ogni provvedimento amministrativo”.
Nella stessa direzione si ricorda la sentenza della Corte di Cassazione nr. 8651/2009.
Pertanto, le cartelle che non dettagliano puntualmente il conteggio degli interessi e le aliquote applicate alle varie annualità sono affette da nullità. Per la Cassazione si tratta di atti lesivi del diritto alla difesa del contribuente e a nulla vale che l’iter dell’accertamento sia già giunto a conclusione ed il contribuente stesso sia informato.
Fisco: il Garante del Contribuente scende in campo e scioglie i dubbi su Canone Rai e Mediazione.
Alla luce delle novità apportate dalla Legge di Stabilità e dalla parziale riforma del processo tributario, molte sono le criticità che si palesano sul campo e preoccupano l’onesto contribuente.
Nella propria relazione annuale 2015, il Garante del Contribuente pone l’accento sulle modifiche che rischiano di minare definitivamente il rapporto tra Fisco e contribuente: dal sistema antielusivo adottato per fronteggiare l’evasione del contributo annuale Rai-Tv, al nuovo istituto della mediazione.
Per quanto concerne il canone Rai, il sistema adottato dall’art. 1, comma 153, della Legge n. 208/2015 non sembra idoneo a fronteggiare adeguatamente l’alto tasso di evasione del contributo annuale Rai-Tv e, a causa del mancato lavoro di coordinamento della nuova norma con l’Ordinamento tributario, rischia addirittura di comportare gravosi oneri per il Fisco.
Orbene, la previsione della “presunzione” di possesso di un apparecchio radiotelevisivo a carico del titolare di una fornitura di energia elettrica nella città in cui l’utente è residente modifica la concezione originaria che la categoria concettuale delle presunzioni possiede nel nostro Codice, in quanto risulta in tal caso priva dei requisiti necessari ex art. 2729 c.c. (gravità, precisione e concordanza).
Si rammenta, inoltre, che la fattura emessa dal fornitore di energia elettrica non è un atto impugnabile né tanto meno esecutivo. Pertanto, nel caso in cui l’Ente impositore emani un avviso di accertamento, andrebbe sicuramente in contro ad una via troppo onerosa, considerata l’esiguità della somma eventualmente dovuta dal contribuente. Se, invece, conferisce alla fattura carattere esecutivo al fine di provvedere successivamente alla riscossione tramite Equitalia, dovrebbe munire la stessa di tutte le informazioni di garanzia previste dallo Statuto del Contribuente. In entrambi i casi, ipotesi azzardate e gravose per il Fisco.
Peraltro, ammesso e non concesso che una delle due strade sopra descritte sia percorribile, il carattere parzialmente esecutivo della fattura creerebbe gravi disagi logistici anche a carico del contribuente, il quale, in caso di impugnazione, dovrebbe presentare il ricorso alla C.T.P. del luogo dove ha sede legale la società fornitrice di energia elettrica, notoriamente lontana dalla residenza del ricorrente.
Per quanto riguarda la mediazione, invece, con l’art. 9 del D.Lgs. 156/2015 è stato esteso l’istituto deflattivo anche agli atti emessi dalle Regioni, Enti locali e da tutti gli enti impositori. Una norma, tuttavia, applicabile solo compatibilmente con la struttura amministrativa dell’Ente in questione. In particolare, la proposta di mediazione deve essere valutata ad opera di un’apposita struttura autonoma da quelle che hanno curato l’istruttoria dell’atto impositivo, pertanto, il problema sorge per i piccoli Comuni o per gli Enti impositori che hanno un organico amministrativo limitato, con la difficoltà concreta di attivare una struttura distinta ed indipendente.
Ciò posto, atteso che a ciascun contribuente è garantito in egual misura il diritto di difendersi e quindi la possibilità di proporre la mediazione, vi è da chiedersi chi dovrà attivarsi e come bisogna procedere per accertare preventivamente la predetta compatibilità. Traspare con nitore, pertanto, il concreto rischio che il cittadino di un Comune con un numero limitato di unità rimanga comunque pregiudicato dalla nuova normativa, con una lampante disparità di trattamento rispetto ad altri cittadini, e ciò solo per ragioni di carattere amministrativo e organizzativo. Un vuoto normativo che può solo arrecare danno al contribuente onesto ed intralcio al processo tributario.
Dr. Carlo J. Ciminiello – info:c.ciminiello@libero.it
REDDITO DI IMPRESA: SMENTITO IL FISCO
Corte di Cassazione – sentenza nr. 3587 del 24 febbraio 2016
Smentita l’Amministrazione finanziaria. La società partecipata può dedurre i costi di servizi professionali dalle fatture emesse dalla capogruppo. E’ quanto si desume dalla recente sentenza della Suprema Corte n. 3587/2016.
I giudici di Piazza Cavour confermano quanto affermato dalla CTR, ribadendo che anche volendo qualificare il rapporto tra le due compagini come mandato senza rappresentanza, esse conservano una autonoma e distinta soggettività giuridica all’interno del gruppo.
La vicenda trae origine dalla notifica da parte dell’Agenzia delle Entrate di un avviso di accertamento nei confronti di una S.r.l., avente ad oggetto la maggiore imposta dovuta dalla società a titolo di Irpeg e Irap in relazione a costi ritenuti indeducibili.
La CTR del Piemonte rigetta l’appello proposto dall’amministrazione finanziaria annullando l’atto impositivo emesso dalle Entrate, sulla scorta dell’assunto secondo cui la società capogruppo non si rivolge a terzi per acquistare beni o servizi successivamente trasmessi alla società partecipata, ma esegue direttamente la prestazione di servizi, fatturando poi “pro quota” a ciascuna consociata la somma concordata. Pertanto, pur aderendo alla tesi dell’Ufficio, ovvero qualificando il rapporto ex art. 1705 c.c. (mandato senza rappresentanza), ciò non legittima comunque il recupero delle imposte sui redditi, poiché il mandatario senza rappresentanza – ossia la società capogruppo – non può dedurre dal reddito il corrispettivo versato al terzo fornitore, essendo il relativo importo considerato come spesa per la esecuzione del contratto integralmente rimborsata dal mandante – società partecipata – ai sensi degli artt. 1719 e 1720, comma 1, c.c.
In altri termini, secondo gli Ermellini, la somma che la partecipata rimborsa alla capogruppo costituisce il costo del servizio o bene fornito dal terzo, acquistato dal mandatario in nome proprio ed erogato al mandante.
La pronuncia della Suprema Corte pare assolutamente condivisibile in quanto la tesi prospettata dal Fisco non risulta ex se sufficiente a dimostrare che la capogruppo realizzi con la fatturazione un mero ribaltamento di costi senza applicazione di alcun ricarico.
Di conseguenza, la suddetta spesa, se risulta inerente ai sensi dell’art. 109 Tuir, costituisce un regolare componente negativo del reddito e, come tale, potrà ritenersi deducibile per la società partecipata.
dott. Carlo J. Ciminiello – info: c.ciminiello@libero.it
Riforma Isee. Come incide nel diritto allo studio universitario. Con le sentenze Tar è tutto da rifare?
Di Redazione inDiritto Tributario Tag Agenzia delle Entrate, Bari, borse di studio, Diritto allo Studio, diritto tributario, IMU, INPS, IRPEF, ISEE, ISEEU, nuclelo familiare, patrimonio, reddito, riforma, TAR, TAR Lazio, Università
Cosa cambia per gli studenti universitari con la revisione dell’indicatore della situazione economica equivalente. La giurisprudenza di merito “boccia” la riforma.
Con DPCM 5 dicembre 2013 n.159, rubricato “Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE)” si è operata una vasta rimodulazione dello strumento che, dal 1998, serve per valutare e confrontare la situazione economica e patrimoniale delle famiglie al fine di regolare l’accesso alle prestazioni sociali erogate dai diversi livelli di governo.
Una riforma sentita per due motivi: da un lato aumentare l’equità sociale in un periodo di crisi profonda per le famiglie italiane, e dall’altro la lotta contro le condotte di evasione fiscale – a più riprese segnalati dalla Guardia di Finanza – di chi fruisce indebitamente di prestazioni agevolate a discapito dei cittadini più bisognosi.
Nuova definizione di “ nucleo familiare” ai fini delle agevolazioni e delle prestazioni socio assistenziali.
Anche i coniugi con diversa residenza anagrafica fanno parte dello stesso nucleo familiare[1], salvi i casi tassativamente previsti dallo stesso decreto. Questo affinché si eviti, fraudolentemente, di far uscire dal computo dei redditi quello di altro familiare mediante residenza formalmente differente.
L’indicatore della situazione patrimoniale, nella parte riguardante il patrimonio immobiliare, sarà pari al valore dei fabbricati, delle aree fabbricabili e dei terreni, intestati a persone fisiche non esercenti attività d’impresa, quale definito ai fini IMU[2]. Inoltre – importante novità – il valore così determinato è valido anche in caso di esenzione dal pagamento dell’imposta.
Per la componente mobiliare invece dovranno inoltre concorrere, tra gli altri:
titoli di Stato, obbligazioni, certificati di credito e di debito, buoni fruttiferi, etc.;
partecipazioni azionarie in società, italiane ed estere, quotate e non quotate in mercati regolamentati, nonché partecipazioni in società non azionarie.
Ulteriore novità è la sensibile riduzione dello spazio per la dichiarazione sostitutiva unica (DSU), con la quale il contribuente dovrà dichiarare le informazione necessarie per la determinazione dell’ISEE.
In tal senso, un intero articolo, l’undicesimo, è dedicato al “rafforzamento dei controlli e sistema informativo Isee”. Viene qui decretato che sia l’INPS a gestire i dati autodichiarati in DSU e a trasmetterli all’Agenzia delle Entrate, che dovrà segnalare eventuali omissioni o difformità tra i dati autodichiarati e quelli presenti in anagrafe tributaria, secondo una procedura di “scambio telematico di informazioni”[3], la quale dovrebbe garantire la soppressione del maggior numero di abusi.
ISEEU e diritto allo studio universitario
L’ISEEU altro non è che l’indicatore della situazione economica dello studente universitario, grazie al quale gli atenei sono in grado di stabilire la capacità contributiva dello stesso. A seconda del valore determinato lo studente sarà sottoposto ad una tassazione proporzionata alle sue capacità; potrà accedere – ove ricorrano condizioni, anche di merito – a borse di studio, servizi mensa e collaborazioni lavorative con l’ateneo di riferimento.
Sul calcolo dell’ISEU vanno ovviamente ad influire le novità sopracitate per quanto riguarda la valutazione della situazione reddituale e patrimoniale del nucleo familiare dello studente. Il decreto, tra l’altro rinviando a quanto affermato all’art.5 co.3 del DPCM 9 Aprile 2001, ribadisce che, in presenza di genitori non conviventi, lo studente che voglia formare nucleo familiare a se stante deve rispettare due requisiti:
avere residenza esterna all’unità abitativa della famiglia di origine, da almeno due anni rispetto alla data di presentazione della domanda per la prima volta a ciascun corso di studi, in alloggio non di proprietà di un suo membro;
percepire redditi da lavoro dipendente o assimilati fiscalmente dichiarati, da almeno due anni, non inferiori a 6.500 euro con riferimento ad un nucleo familiare di una persona.
Nel caso in cui non vengano rispettati entrambi i requisiti, il nucleo familiare del richiedente è integrato con quello dei suoi genitori. Ai sensi dell’articolo 3 co. 3, poi, genitori tra loro non conviventi faranno parte dello stesso nucleo familiare, salvo nei casi di separazione giudiziale, quando sussista abbandono del coniuge accertato in sede giurisdizionale ovvero quando uno dei coniugi è stato escluso dalla potestà sui figli.
La riforma non incide in maniera notevole sulle prestazioni legate al diritto allo studio universitario, se non nella parte in cui vengono rimodulati i criteri di determinazione della situazione economica e patrimoniale del nucleo familiare dello studente.
Ricordiamo, in conclusione, che gli enti erogatori, e in questo caso le Università, possono prevedere, accanto all’ISEE, criteri ulteriori di selezio­ne volti ad identificare specifiche platee di beneficiari, facendo anche riferimento alle disposizioni regionali in materia. L’ISEE, come ricordato nella relazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rappresenta solo un misuratore della condizione delle famiglie, mentre la determinazione delle soglie per l’accesso alle prestazioni o la compartecipazione ai costi resta di competenza dell’ente erogatore. In questo senso vanno iniziative quali quella dell’Università degli Studi di Bari che, nel marzo 2014, ha stipulato un protocollo di intesa con il comando provinciale della Guardia di Finanza di Bari. La collaborazione, della durata di 24 mesi, mira a contrastare l’evasione in materia di contributi, attraverso controlli individuali e a campione, soprattutto riguardanti gli studenti che, in base all’autocertificazione del reddito familiare, risultano essere totalmente esenti o che pagano il minimo, circa 15mila studenti sui 60mila dell’Ateneo barese.
I bui orizzonti giurisprudenziali
Ciò che ci si auspicava dalla riforma – in decreto pubblicato in GU n.19 del 24/01/2014 – è che ristabilisse l’equità sociale nei rapporti tra cittadini nella fruizione dei rapporti socio-assistenziali erogati a qualsiasi livello di governo, reprimendo così gli illeciti che negli anni non hanno garantito alla totalità delle famiglie meritevoli di giovare del sostegno economico della Repubblica, costituzionalmente garantito dagli articoli 3 comma 2, 31 comma 1 e 32 comma 1.
Il TAR del Lazio, Sezione I, con sentenze n. 2454/2015, 2458/2015 e 2459/2015 depositate l’11 febbraio 2015, ha accolto, seppur in parte, tre ricorsi presentati contro il DPCM 159/2013 da diverse associazioni rappresentative di persone con disabilità e da loro familiari. Escludendo le motivazioni non ritenute fondate dal Tribunale in questione, ci soffermiamo su un punto delle questioni di diritto accolte, che apre spiragli, usando un eufemismo, “nebulosi” sulla operatività del nuovo indicatore.
Innanzitutto, afferma l’organo giudiziario amministrativo, che laddove la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha disposto che il reddito di ciascun componente il nucleo familiare è ottenuto sommando le seguenti componenti…f) trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, incluse carte di debito, a qualunque titolo percepiti da amministrazioni pubbliche, laddove non siano già inclusi nel reddito complessivo di cui alla lettera a)[4] (reddito complessivo IRPEF), ha utilizzato una formulazione così generica e ampia di “trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari” tale da comportare l’ammissione nei “redditi disponibili” ex art.5 d.l. cit. di “emolumenti riconosciuti a titolo meramente compensativo e/o risarcitorio” che l’ordinamento pone a compensazione della oggettiva situazione di svantaggio, anche economico, che ricade sui disabili e sulle loro famiglie.
Per tali motivi il Tribunale afferma che: « alla luce di quanto detto, quindi, il d.p.c.m. impugnato si palesa illegittimo laddove prevede…una nozione di ?reddito disponibile? eccessivamente allargata e in discrepanza interpretativa con la ratio dell’art. 5 d.l. cit. […].L’Amministrazione dovrà quindi provvedere a rimodulare tale nozione valutando attentamente la funzione sociale di ogni singolo trattamento assistenziale, previdenziale e indennitario e orientandosi anche nell’esaminare situazione di reddito esistente ma, per varie ragioni, non sottoposto a tassazione IRPEF».
Quali gli effetti delle sopracitate sentenze? Le sentenze sono immediatamente applicabili , tuttavia difficilmente operative nell’immediato. Particolarmente spinosa appare la questione DSU. Quelle rilasciate fino al 12 Febbraio sono sicuramente illecite, così come illecite sono quelle rilasciate dall’INPS successivamente a questa data, perché il sistema informatico dell’ente previdenziale non è “aggiornabile” fintantoché il Ministero del Lavoro e dell’Economia non daranno disposizioni in materia. Questo crea un “vuoto amministrativo” che porterà molti cittadini a non ricevere la DSU oppure ottenerla tardivamente rispetto alle esigenze di accesso a servizi e prestazioni agevolate. E chi ha richiesto la DSU ma non l’ha ancora ottenuta, ne riceverà una conforme alle sentenze o alla normativa previgente?
Ancora più delicata è la situazione di chi in base a quella DSU ha già richiesto prestazioni agevolate, e potrebbe subire l’esclusione da un servizio o comportare una partecipazione di spesa.
In questo senso potrebbe aprirsi un “far west” di contenziosi, non solo di disabili e di loro famiglie ma anche di studenti universitari che, per estensione, potrebbero contestare la computabilità delle borse di studio ai fini del nuovo indicatore ISEE/U.
Ricorso al Consiglio di Stato. Il governo potrebbe impugnare le sentenze in questione, ciò non solo allungherebbe i tempi della questione, ma in caso di accoglimento si dovrebbe sanare la posizione di quanti hanno prodotto una DSU conforme alle sentenze del TAR, che ricordiamo essere cogenti fino ad eventuale pronuncia dell’alta Corte.
Ripristinare per l’anno in corso il vecchio ISEE, prendendosi il tempo necessario per un indicatore più equilibrato, che non presenti i profili di illegittimità sottolineati dal Tribunale amministrativo.
Ovvero – e ragionevolmente compatibile con gli inconvenienti che una vacatio e successivamente un passaggio a nuova o vecchia riformulazione dell’istituto comporterebbero – una modifica, in tempi brevi, del DPCM che accetti quanto sentenziato dal TAR, e in più, prevenga eventuali ricorsi di altre categorie di cittadini sfavoriti dal nuovo strumento di valutazione economica e patrimoniale delle famiglie.
[1] Art. 3 comma 2, DPCM 159/2013.
[2] Art. 5 comma 2, ibidem.
[3] Art. 11 comma 2, ibidem.
[4] Art. 4, comma 2, lett. f), ibidem.
Francesco Loconsole <francesco.loconsole2@gmail.com>