Source: http://www.prontoprofessionista.it/articoli/6362/raddoppio-dei-termini-per-sanzioni-ex-dl-782009/
Timestamp: 2018-05-27 21:46:45+00:00
Document Index: 53941043

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 37', 'art. 57', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 25']

Raddoppio dei termini per Sanzioni ex D.L. 78/2009 - Avv. Vittorio de Bonis
— richiesta dalla Corte di Cassazione perché possa ritenersi superata l’irretroattività della norma tributaria sancito dai primO tOmní dell'art. 3 —non solo l’applicazione della presunzione legale di cui al secondo comma dell'art. 12 ma anche la previsione del raddoppio dei termini per l'aceertamento previsti dai commi 2-bis e 2-ter della disposizione, riferendosi agli accertamenti basati sulla suddetta presunzione di evasione di cui all’art. 12 del D.L. 78/2009, non possa che trovare applicazione a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore della norma.
A sostegno di una diversa portata applicativa non può risultare di supporto per l'Ufficio neanche il voler trarre uno spunto interpretativo dalla speciale efficacia temporale stabilita dal D.L. 223/2006 per l'ipotesi di raddoppio in presenza di una notitia criminis. Al fine, infatti, dei mero dato formale del "raddoppio" dei termini per l'accertamento, previsto dalle norme introdotte dal D.L. 223/2006, è stata prevista un'espressa deroga ai principi generali ed un'efficacia della norma anche per le annualità accertabili al momento della entrata in vigore.
Nel D.L. 223/2006, non solo è stato previsto il raddoppio dei termini per l'accertamento (come avvenuto nel D.L. 78/2009), ma à stato espressamente previsto, quale norma transitoria, che tale "raddoppio" sia applicabile anche agli anni per i quali, all'atto di trasmissione della notitia crminis, gli Uffici siano ancora legittimati a procedere all'accertamento secondo i termini ordinari.
L'art. 37, comma 2 del D.L. n. 223/2006 infatti prevede che "le disposizioni si applicano a decorrere dal periodo di imposta per il quale alla data di entrata in vigore del presente decreto sono ancora pendenti i termini di cui al secondo comma dell'articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 e dell'art. 57 del decreto del preskiente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633". Tale deroga all'ordinario regime di irretroattività delle norme tributarie rappresenta evidentemente previsione espressamente voluta dal Legislatore.
Parimenti, non sarebbe plausibile l’applicazione retroattiva della normativa in esame neanche volendo assumerne la natura procedimentale e non sostanziale
Difatti, la Corte di Cassazione, proprio perché occorre fare i conti anche con il principio di affidamento e con il principio di irretroattività introdotti espressamente dallo Statuto del Contribuente, pone limiti precisi alla utilizzazione retroattiva delle norme, anche procedimentali.
Lo statuisce una recente sentenza della Suprema Corte ove si legge (Cass. sez. trib., 29 aprile 2009, n. 10028): “L’utilizzo dei coefficienti presuntivi indicati nel redditometro sui redditi dei periodi di imposta anteriori comporta l’applicazione retroattiva di disposizioni normative contrarie allo Statuto del contribuente e quindi vietata quando i nuovi decreti prendono in considerazione indici di capacità contributiva prima ininfluenti e quindi lungi dal rappresentare un semplice aggiornamento Istat delle tabelle precedenti stabiliscono una normativa diversa di calcolo, con differenti parametri di base e con nuovi coefficienti di valutazione, il tutto con incidenza sull’ammontare del tributo richiesto”.
Conseguentemente, si può affermare che la Suprema Corte ha ribaltato il proprio precedente orientamento, affermando come le norme, seppur procedimentali, qualora modifichino radicalmente i criteri istruttori ponendo a base dell’accertamento nuove modalità o nuovi criteri, non possano avere efficacia retroattiva.
Tale criterio, esposto in puntuale applicazione degli artt. 3 e 10 della L. 212/2000, non può non applicarsi alle norme introdotte dal D.L. 78/2009.
E’ di tutta evidenza che, a tutela dell’affidamento, della buona fede e del diritto di difesa, il contribuente deve essere edotto, sin dal momento della predisposizione della dichiarazione dei redditi, dei fatti, degli indizi, delle modalità e degli strumenti attraverso i quali l’Amministrazione può procedere alla rettifica della dichiarazione stessa proprio perché la prova e la documentazione ex post delle circostanze possono essere più difficili, rendendo arduo l’esercizio del diritto di difesa. Non a caso l’art. 5 dello Statuto del contribuente statuisce che “l’amministrazione finanziaria deve portare a conoscenza dei contribuenti tempestivamente con mezzi idonei tutte le circolari e le risoluzioni da essa emanate, nonché ogni altro atto o decreto che dispone sulla organizzazione, sulle funzioni e sui procedimenti” (così il 2° comma).
In altre parole, non mancano argomenti per dubitare della legittimità costituzionale di norme procedimentali con efficacia retroattiva e a maggior ragione di quella qui in esame.
Difatti, l’art. 12 del D.L. 78/2009, nella parte in cui disponesse l’efficacia retroattiva di una norma procedimentale innovativa, si manifesterebbe in diretta violazione dell’art. 3 e 10 della L. 212/2000, dell’art. 3 della Carta Costituzionale nonché dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e dell’art. 51 della Carta di Nizza.
In tal senso, difatti, le norme sopra menzionate dispongono la tutela della parità delle armi in sede processuale e la illegittimità di norme procedimentali retroattive.
Segnatamente, la Carta di Nizza, nella esplicitazione dei principi del giusto processo, afferma la sussistenza, all’interno dell’ordinamento comunitario, di un immediato principio sanzionatorio delle norme intese a violare il principio di parità delle armi. La sussistenza del menzionato principio, inquadrabile come principio generale immanente nell’ordinamento comunitario, ammette la disapplicazione della norma interna confliggente e l’applicazione del generale principio tempus regit actum.
Nell’applicazione del principio comunitario e nella disapplicazione della norma interna s’insiste per la immediata declaratoria di illegittimità dell’avviso di accertamento impugnato in conseguenza dell’applicazione retroattiva di norme procedimentali.
In via subordinata, si rileva la confliggenza dell’art. 12 del D.L. 78/2009 con l’art. 3 della Carta Costituzionale in combinato con gli artt. 3 e 10 della L. 212/2000 in considerazione della irragionevolezza della affermazione retroattiva della norma.
La Corte Costituzionale, difatti, ha più volte affermato (Corte Cost. 13 ottobre 2000, n. 419 e anche Corte cost. 24 luglio 2000, n. 341) la portata del principio di irretroattività, affermando che lo stesso “non è stato elevato a dignità costituzionale, salva la previsione dell’art. 25 Cost., relativo alla materia penale, sicchè il legislatore ordinario, nel rispetto di tale limite, può emanare norme retroattive purchè esse trovino adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e non si pongano in contrasto con altri valori e interessi costituzionalmente protetti così da incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti”.
Nel caso in esame risulta pacifico il contrasto con i principi di buona fede e tutela dell’affidamento nonché di irretroattività, tutti elevati dallo Statuto del Contribuente a principi generali dell’ordinamento.
La Commissione Tributaria Regionale di Napoli, sposando il suesposto orientamento, ha affermato la natura sostanziale della norma in esame e la conseguente applicabilità della stessa unicamente per i periodi d'imposta successivi alla sua entrata in vigore, annullando l'atto di rettifica fondato sulla asserita efficacia retroattiva della disciplina.
articolo del 27/05/2017 alle 20:28