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Timestamp: 2020-07-13 11:30:59+00:00
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Incombe al fisco l'onere di provare la falsità delle fatture
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Incombe al fisco l’onere di provare la falsità delle fatture
E’ l’Amministrazione finanziaria a dover provare l’inesistenza delle fatture, al fine di contestare la illegittimità della detrazione Iva da parte del contribuente, e ciò avviene quando l’ufficio fornisce elementi che dimostrino in modo certo e diretto che l’operazione commerciale in contestazione non è mai stata posta in essere
E’ l’Amministrazione finanziaria a dover provare l’inesistenza delle fatture, al fine di contestare la illegittimità della detrazione Iva da parte del contribuente, e ciò avviene quando l’ufficio fornisce elementi che dimostrino in modo certo e diretto che l’operazione commerciale in contestazione non è mai stata posta in essere.
A fornire questa interessante precisazione è la sentenza n. 17959 della Corte di Cassazione, depositata il 24 luglio 2013.
Il caso. Una società presentava istanza di rimborso per l’Iva relativa al periodo di imposta 2004. La domanda veniva, però, rigettata dall’Amministrazione che, dopo aver chiesto chiarimenti sulle fatture portate in detrazione, emetteva anche quattro avvisi di accertamento con cui veniva determinata una maggiore imposta.
In sostanza l’Amministrazione, a causa del mancato trasferimento dei beni acquistati dalla società, rimasti nel magazzino in comune della società cedente e di quella cessionaria – le quali avevano lo stesso amministratore – considerava le fatture false, ovvero relative ad operazioni inesistenti.
La società impugnava il provvedimento innanzi la competente Commissione tributaria provinciale e, successivamente, la causa giungeva in appello. Mentre in primo grado i giudici avevano dato ragione alla società contribuente, i giudici della Commissione tributaria regionale accoglievano l’appello dell’Agenzia delle Entrate. Essi ritenevano, in particolare, che, in tema di rettifica delle dichiarazioni ai fini Iva, l’Amministrazione, malgrado la regolarità formale della contabilità, ben poteva accertare l’infedeltà delle dichiarazioni medesime anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici. Doveva, poi, essere il contribuente a fornire la prova contraria.
Nel caso di specie, vi erano parecchi indizi chiari, precisi e concordanti che facevano presumere la falsità dell’operazione e, di conseguenza, delle fatture. Dunque, la sentenza di primo grado doveva essere riformata perché, a fronte degli elementi offerti dall’Ufficio in ordine alla fittizietà delle operazioni, la società contribuente non aveva fornito alcuna prova contraria, nessun elemento che potesse smentire l’assunto del fisco circa la falsità delle fatture.
La decisione della Corte di Cassazione. La società contribuente ricorreva, dunque, in Cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, sostenendo, in estrema sintesi, che l’onere della prova non grava sul contribuente ma sull’Amministrazione finanziaria. È quest’ultima, infatti, che – qualora voglia disconoscere il diritto alla detrazione Iva – è tenuta a provare la fittizietà delle operazioni fatturate.
La Corte di Cassazione, sezione tributaria civile, con la sentenza n. 17959 del 24 luglio 2013, ha accolto il ricorso della società contribuente.
Anzitutto, i giudici di legittimità hanno precisato che il diritto alla detrazione non sorge per la mera corresponsione dell’imposta, necessitando che a monte vi sia anche un’operazione effettiva.
Ciò premesso, tuttavia, volendo offrire alcune linee di indirizzo sul tema dell’onere probatorio in ipotesi di operazioni per fatture inesistenti, la Corte Suprema chiarisce che non compete al contribuente provare che l’operazione sia effettiva, avendo egli, quale unico dovere, la tenuta delle scritture e dei documenti contabili, i cui dati sono esposti nella dichiarazione fiscale.
È l’ufficio, invece, che deve fornire elementi oggettivi che dimostrino in modo certo e diretto che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è mai stata posta in essere.
Tale prova potrà essere raggiunta anche in presenza di presunzioni semplici: sarà poi il giudice di merito ad attribuire rilevanza a tali presunzioni, anche in via esclusiva, ai fini della formazione del proprio convincimento.
Dovrà valutare singolarmente e complessivamente tutti gli elementi dando atto in motivazione dei risultati del proprio giudizio.
E, solo qualora ritenga gli elementi forniti dall’Amministrazione dotati di gravità, precisione e concordanza, il giudice dovrà valutare la prova contraria fornita dal contribuente. Infatti, una volta che l’Agenzia abbia fornito oggettivi elementi di prova, anche indiziari, circa l’inesistenza dell’operazione o l’inattendibilità della fattura addotta dal contribuente a base della richiesta di detrazione, sarà poi il contribuente medesimo a dover offrire la prova circa la verità ed inerenza dell’operazione medesima.
Alcune considerazioni. La sentenza fornisce un’interpretazione positiva per il contribuente, inserendosi in una linea giurisprudenziale conforme a quella dei giudici europei. Qualora l’Amministrazione contesti la fittizietà dell’operazione, non è onere del contribuente fornire la prova dell’effettiva esistenza dell’operazione, ma deve essere il fisco a provare la fittizietà delle operazioni fatturate.
Si ricorda che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea in due recenti pronunce (sentenza 21 giugno 2012, causa C-80/11, causa C-142/11; sentenza del 31 gennaio 2013, C-643/11 – cfr. B. Biancaniello) ha affermato come non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva, ma spetta all’Amministrazione, che adduce la falsità del documento e quindi l’esistenza di un maggior imponibile, provare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è mai stata posta in essere.
Va detto per completezza che, in materia, la giurisprudenza di legittimità è abbastanza altalenante.
Vi è da sperare che questo più recente orientamento possa trovare presto ripetute conferme.
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