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Timestamp: 2014-04-24 03:14:07+00:00
Document Index: 31804795

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 99', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 11', 'art. 31', 'art. 58', 'art. 155', 'art. 2', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 99', 'sentenza ', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 213', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 444', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 96']

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Data -Anno200920102011201220132014
La disciplina della competenza prevista dal nuovo codice si applica solo ai giudizi instaurati dopo la sua entrata in vigore
Consiglio di Stato Ad. Plenaria, ordinanza n. 1 del 7 marzo 2011	Data: 09/03/2011	Materia: Processo amministrativo	Visualizza/Nascondi...
La nuova disciplina della competenza, ivi compresi i modi di rilevabilità di cui all’art. 15 c.p.a., è applicabile solo ai processi instaurati sotto la sua vigenza, e cioè a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, 16 settembre 2010, dovendosi intendere “instaurati” i ricorsi per i quali a tale data sia intervenuta la prima notifica alle controparti con cui si realizza la “proposizione del ricorso” (cfr sentenza della Corte costituzionale 26 maggio 2005, n. 213).
N. 00001/2011 REG.PROV.COLL.
N. 00019/2011 REG.RIC. REPUBBLICA ITALIANA
sul ricorso numero di registro generale 19 di A.P. del 2011, proposto da:
Biesse Adesivi S.p.A., Starlog S.r.l.;
Unicredit Mediocredito Centrale Spa;
per regolamento di competenza d’ufficio
dell'ordinanza collegiale del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE III TER n. 01467/2010 resa tra le parti, concernente agevolazioni finanziarie chiesto con l’ordinanza collegiale del T.A.R. LAZIO - Roma Sezione III-Ter, n. 1467/2010, resa tra le parti
Visto il regolamento di competenza chiesto d’ufficio dal T.A.R. LAZIO – Roma Sezione III- Ter;
Visti gli artt. 15 e 16, cod. proc. amm.;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2011 il Cons. Sergio De Felice e uditi per le parti gli avvocati nessuno e' presente;
1.Il ricorso di primo grado è stato proposto da due diverse società avverso provvedimento recante revoca di contributo finanziario; tale ricorso è stato depositato presso il T.a.r. Lazio- Roma in data 9 settembre 2010.
Il T.a.r. adito, con ordinanza collegiale del 22 ottobre 2010 n.1467, ha chiesto di ufficio il regolamento di competenza ai sensi dell’art. 15 c.p.a., ritenendo che, avendo le ricorrenti sede l’una in Lombardia e l’altra nel Veneto, sarebbero competenti rispettivamente il T.a.r. Lombardia- Milano e il T.a.r. Veneto.
Secondo la remittente Sesta Sezione del Consiglio di Stato, investito quale giudice regolatore della competenza ai sensi dell’art. 15 su indicato, per la decisione del proposto regolamento di competenza di ufficio, si pone innanzitutto una questione di diritto transitorio, che può avere tre differenti soluzioni, di cui due già seguite da svariate ordinanze sia del Consiglio di Stato che dei TT.aa.rr..
2.L’Adunanza Plenaria viene investita ai sensi dell’art. 99 c.p.a. dalla sezione remittente proprio perché il punto di diritto – che consiste nello stabilire il discrimine temporale della nuova e diversa disciplina sulla incompetenza e che naturalmente è stato evidenziato nell’ambito della fase incidentale attinente al regolamento di competenza – è oggetto di contrasti attuali e potenziali di giurisprudenza.
Il punto di diritto da decidere consiste in particolare nello stabilire se il nuovo regime di competenza inderogabile, introdotto dal c.p.a. - entrato in vigore in data 16 settembre 2010 - si applichi solo ai giudizi promossi dopo la entrata in vigore del codice o sia applicabile anche ai giudizi in corso e, in tale ultima evenienza, entro quali limiti.
Le tre tesi possibili sono le seguenti:
a) secondo una prima tesi, ai sensi dell’ art. 15 c.p.a. sussisterebbe la proponibilità del regolamento di competenza e la rilevabilità di ufficio della incompetenza senza alcuna preclusione, anche per i processi pendenti e per i ricorsi proposti prima della entrata in vigore della nuova disciplina introdotta dal c.p.a., e ciò anche in caso di già avvenuta decorrenza dei termini per la proposizione del regolamento (regolamento che secondo la previgente disciplina era soltanto preventivo, a istanza di parte e soggetto a termine stretto di decadenza);
b) secondo altra tesi, la nuova disciplina sul rilievo di ufficio della incompetenza si applicherebbe soltanto ai giudizi instaurati a partire dal 16 settembre 2010;
c) secondo altra impostazione ancora, il nuovo regime della competenza nei giudizi instaurati prima della data del 16 settembre 2010 si applicherebbe solo se a tale data siano ancora in corso i termini per la proposizione del regolamento di competenza con il vecchio rito.
3.Questa Adunanza osserva che certamente la disciplina della competenza e del rilievo della incompetenza è radicalmente mutata con la normativa sopravvenuta, che è improntata ai principi della inderogabilità, della rilevabilità anche di ufficio, in primo grado, della proponibilità con specifico motivo in appello (art. 15 del c.p.a.), mentre la precedente disciplina – come è noto - prevedeva la rilevabilità solo a istanza di parte e con il rispetto di tempi ristretti (regolamento c.d. di tipo preventivo).
Si pone quindi un problema interpretativo di diritto transitorio o intertemporale, che, in assenza di disposizioni specifiche nel c.p.a. (a parte l’articolo 2 dell’allegato II, di cui si dirà in seguito), va risolta alla stregua dell’articolo 11 delle disposizioni del codice civile sulla legge in generale (“La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”).
L’assoggettamento della disciplina di ciascun fatto alla normativa del tempo in cui esso si verifica (tempus regit actum) costituisce dunque un principio generale dell’ordinamento, anche se assume rango costituzionale solo per le norme incriminatrici e per le altre norme a carattere afflittivo. Negli altri casi esso resta pur sempre una direttiva per il legislatore, che può derogarvi conformemente alla regola della successione delle leggi nel tempo.
4. Venendo al caso di specie, per stabilire quale sia la norma “del tempo”, occorre far riferimento all’oggetto della disciplina.
A tal fine si consideri che il rapporto processuale è un rapporto complesso ma anche un complesso di rapporti, di cui taluni, in relazione al decorso dei termini o al susseguirsi delle fasi processuali, sono o possono essere già definiti: a questi rapporti non può che essere applicabile la disciplina vigente al momento del loro sviluppo.
Un generale principio di certezza giuridica e di affidamento legislativo (desumibile appunto dall’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale) preclude, infatti, la possibilità di ritenere che rapporti già esauriti al momento della entrata in vigore della nuova disposizione siano da quest’ultima regolati (così, tra tante, Cassazione civile, III, 12 maggio 2000, n. 6099).
In caso contrario si introdurrebbe una ipotesi di retroattività in modo surrettizio, in mancanza di quella espressa previsione che l’eccezionalità dell’ipotesi stessa rende indispensabile.
Sarebbe d’altra parte improprio desumere l’applicabilità della disciplina sopravvenuta dalla generica pendenza del processo considerato nella sua interezza proprio perché – come chiarito – si è in presenza di una molteplicità di fasi e di rapporti ciascuno con un proprio profilo temporale e quindi da assoggettare alla disciplina a tale profilo legata.
Orbene, nel caso di specie l’art. 31, l. n. 1034 del 1971, espressamente prevede (prevedeva) che l’istanza di regolamento di competenza venga esercitata entro il termine previsto, a pena di decadenza. Si tratta dunque di un caso di preclusione e cioè della impossibilità di esercitare un potere in conseguenza del fatto che esso non è più azionabile oltre un certo momento del processo: autorizzarne di nuovo l’esercizio in base alla sopravvenienza normativa comporterebbe una ingiustificata rimessione in termini. D’altra parte, poiché il rapporto in questione nella disciplina previgente si esplicava esclusivamente nell’esercizio del potere di parte, ne deriva che alla estinzione di quest’ultimo consegue l’estinzione del rapporto nel suo complesso e quindi l’impossibilità di attivare i nuovi meccanismi di rilevabilità della eventuale incompetenza e in particolare quello d’ufficio posto in essere nel caso di specie dal Tribunale (così Cassazione civile, III, 2 novembre 2010, n.22269 con riferimento all’art. 58 comma 3 l. n. 69/2009 pubblicata in G.U. 19 giugno 2009 e in vigore dal 4 luglio 2009, secondo cui i commi quinto e sesto dell’art. 155 c.p.c. si applicano anche ai procedimenti pendenti alla data del 1° marzo 2006, ma non se i termini sono già esauriti).
Se ne può trarre dunque una prima conclusione: quella della non percorribilità della prima opzione (sub a).
5. A tale regola non può farsi eccezione (ipotesi sub c) argomentando dalla circostanza che il termine previgente di proposizione del regolamento di competenza non sia ancora decorso. Occorre tener conto, infatti, della esplicita previsione dell’art. 2 dell’Allegato 3, rubricato “Ultrattività della disciplina previgente”, secondo il quale “Per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti”.
Alla stregua di tale disposizione, anche in questa ipotesi, i termini da rispettare non sono quelli (eventualmente diversi) stabiliti dalla nuova disciplina, ma quelli previsti da quella previgente che in tal senso è qualificata ultrattiva.
6. In conclusione, l’Adunanza ritiene che la nuova disciplina della competenza, ivi compresi i modi di rilevabilità di cui all’art. 15 c.p.a., sia applicabile solo ai processi instaurati sotto la sua vigenza, e cioè a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, 16 settembre 2010, dovendosi intendere “instaurati” i ricorsi per i quali a tale data sia intervenuta la prima notifica alle controparti con cui si realizza la “proposizione del ricorso” (cfr sentenza della Corte costituzionale 26 maggio 2005, n. 213).
Ritiene altresì che in caso di processi in relazione ai quali sia ancora in corso il termine per la proposizione del regolamento di competenza secondo la previgente disciplina (tenendo conto ovviamente anche della sospensione dei termini nel periodo feriale), in ossequio al richiamato articolo 2 delle disposizioni transitorie c.p.a., si debba ammettere l’esercizio del potere nei limiti temporali a suo tempo previsti.
7. Dai principi di diritto affermati deriva che, nella specie, il rilievo (o regolamento) sollevato di ufficio il 22 ottobre 2010 in relazione al ricorso depositato in data 9 settembre 2010, debba ritenersi inammissibile.
Sussistono giusti motivi per disporre la compensazione della presente fase di giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria)
definitivamente pronunciando sul regolamento di competenza in epigrafe ai sensi dell’art. 99 c.p.a., lo dichiara inammissibile. Spese compensate.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati:
Pasquale de Lise, Presidente del Consiglio di Stato
Giancarlo Coraggio, Presidente di Sezione
Il 07/03/2011
L'amministrazione straordinaria della grandi imprese in crisi è volta al perseguimento di finalità pubbliche ed è pertanto assoggettata alle regole della trasparenza.
C.G.A. sentenza n. 179 del 7 marzo 2011	Data: 07/03/2011	Materia: Accesso	Visualizza/Nascondi...
Come è già stato rilevato dal giudice amministrativo (cfr. C.d.S., A.P., 5 settembre 2005, n. 5), sin dall’indomani dell’emanazione dell’art. 23 della legge n. 241 del 1990, le regole in tema di trasparenza si applicano, oltre che alle pubbliche amministrazioni, anche ai soggetti privati chiamati all’espletamento di compiti di interesse pubblico (concessionari di pubblici servizi, società ad azionariato pubblico, ecc.).
Secondo la concorde opinione di dottrina e di giurisprudenza (cfr., C.d.S., Sez. VI, 12 aprile 2005, n. 1674), l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, equiparata per legge alla liquidazione coatta, dà luogo ad un procedimento amministrativo essenzialmente finalizzato al mantenimento dell’occupazione. In tale procedura, anche la cessione dei singoli cespiti, ancorché effettuata con strumenti di carattere privatistico, è volta a realizzare finalità pubbliche tra le quali assumono valore preminente, accanto all’interesse dei creditori, la salvaguardia dei livelli occupazionali e il risanamento economico dell’impresa. La procedura è, quindi, presidiata da esigenze di politica industriale di carattere generale, la cui valutazione è rimessa all’auto-rità di vigilanza (Ministero delle attività produttive ora dello Sviluppo economico), con conseguente degradazione dei diritti soggettivi dei privati coinvolti nel procedimento al ruolo d’interesse legittimo
sul ricorso in appello n. 316/2010, proposto da
società HOLDING INDIVIDUALE GRACI GAETANO, IRA COSTRUZIONI s.p.a., LA FLORESTA HOTEL TIMEO s.p.a, AL KANTARA s.r.l., CONSORZIO DI CASALGISMONDO, GAZZENA s.p.a., SICILIANA IMMOBILIARE AGRICOLA s.r.l. e COMAS s.p.a., tutte in amministrazione straordinaria, in persona del commissario liquidatore e legale rappresentante pro tempore, rappresentate e difese dall’avv. Carmelo Giurdanella, elettivamente domiciliate in Palermo, via Giacomo Serpotta n. 66, presso lo studio dello stesso;
la SICILCASSA s.p.a. in liquidazione coatta amministrativa, in persona dei commissari liquidatori e legali rappresentanti pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Nicola Seminara e Massimo Ranieri, elettivamente domiciliata in Palermo, via Domenico Trentacoste n. 89, presso lo studio Allotta;
del MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO, in persona del ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura distrettuale dello Stato di Palermo, presso i cui uffici in via De Gasperi n. 81, è per legge domiciliato;
della sentenza del T.A.R. per la Sicilia - sezione staccata di Catania (Sez. II) - n. 2074 del 9 dicembre 2009.
Visto l’atto di costituzione in giudizio della Sicilcassa s.p.a. e del Ministero dello sviluppo economico;
Relatore alla camera di consiglio del 9 giugno 2010 il Consigliere Guido Salemi;
Uditi, altresì, l’avv. R. Zammataro, su delega dell’avv. C. Giurdanella, per le società appellanti, l’avv. M. Ranieri per la società appellata e l’avv. dello Stato Pollara per il Ministero dello sviluppo economico;
1) Con sentenza n. 2074 del 9 dicembre 2009, il T.A.R. Sicilia, Sezione staccata di Catania, Sez. interna II, accoglieva il ricorso proposto dalla Sicilcassa s.p.a in liquidazione coatta amministrativa nei confronti delle appellanti procedure di amministrazione straordinaria per l’accesso ai documenti giustificativi delle spese di prededuzione sostenute dalle procedure medesime, con riferimento agli anni 2002-2009 e connessi alle relazioni semestrali predisposte dagli organi di ciascuna procedura ai sensi del combinato disposto degli artt. 1, comma 6, D.L.vo n. 26/1979, convertito in legge n. 95/1979 e 205, comma 2, della legge fallimentare.
Le Amministrazioni intimate contestavano la possibilità di applicare le norme sul diritto di accesso ai summenzionati documenti.
Il giudice adito respingeva la suesposta eccezione per la considerazione che gli atti adottati dalle Amministrazioni straordinarie e finalizzate alla liquidazione dei beni delle società perseguono finalità di interesse pubblico al pari dei provvedimenti adottati dai singoli amministratori per il conseguimento delle finalità per le quali si sono instaurate le procedure.
Nel merito, detto giudice accoglieva il ricorso in quanto lo stesso si riferiva a atti amministrativi già formati e fisicamente esistenti presso le Amministrazioni convenute, tenuto altresì conto che parte ricorrente, a sostegno della propria richiesta, aveva specificato di essere titolare di un interesse qualificato dalla necessità di tutelare la propria posizione in sede giurisdizionale nell’ambito di un contenzioso pendente con le procedure in questione.
2) Avverso tale pronuncia hanno proposto appello le summenzionate Procedure, deducendo i seguenti motivi di censura:
a)- è errata la pronuncia appellata nella parte in cui ha affermato che i documenti per i quali è stato chiesto l’accesso hanno natura amministrativa. Siffatta natura non può riconoscersi alle spese di prededuzione, trattandosi di atti aziendali di gestione, come tali esclusi dal regime di pubblicità e di accesso tipico degli atti delle procedure ad evidenza pubblica o dei documenti amministrativi di cui alla legge n. 241/1990;
b)- parimenti errata è la suddetta pronuncia nella parte in cui ha omesso di pronunziarsi in ordine all’eccepito difetto di giurisdizione del giudice amministrativo.
Avendo la Sicilcassa s.p.a fondato sull’accordo transattivo intercorso con le Procedure il suo diritto all’accesso ai documenti giustificativi delle spese di prededuzione, la controversia esula dalla cognizione del giudice amministrativo. Tale accordo, in nessun caso, potrebbe rientrare nella giurisdizione di detto giudice, in quanto costituisce atto di natura privatistica;
c)- La legge n. 241 del 1990 costituisce il referente normativo da applicarsi in via residuale, laddove non esista una disciplina di settore che disciplini i tempi e i modi di partecipazione al procedimento e di accesso agli atti del medesimo. Nella specie, la partecipazione alla procedura di amministrazione straordinaria è compiutamente disciplinata dalla normativa di settore di cui al decreto legge n. 26/1979, convertito in legge n. 95/1979, e dalle disposizioni della liquidazione coatta amministrativa e del fallimento ivi richiamate.
In particolare, per le spese di prededuzione è espressamente ammessa una fase di controllo e di verifica che si svolge innanzi al Tribunale civile;
d)- gli atti in relazione ai quali è stato riconosciuto il diritto di accesso sono atti interni che attengono alla gestione commissariale della società e, come tali, sottratti al sindacato dei creditori, fintanto che non confluiscano nei piani di riparto di cui il Ministero autorizza il deposito.
3) L’appello è infondato.
3.1) Va disatteso il primo motivo d’appello.
Come è già stato rilevato dal giudice amministrativo (cfr. C.d.S., A.P., 5 settembre 2005, n. 5), sin dall’indomani dell’emanazione dell’art. 23 della legge n. 241 del 1990, la giurisprudenza è venuta chiarendo che le regole in tema di trasparenza si applicano, oltre che alle pubbliche amministrazioni, anche ai soggetti privati chiamati all’espletamento di compiti di interesse pubblico (concessionari di pubblici servizi, società ad azionariato pubblico, ecc.).
Né basta affermare che “le spese di prededuzione non sono atti amministrativi, bensì atti aziendali di gestione” per giustificare l’esclusione dalla disciplina di accesso di cui alla legge n. 241 del 1990, perché a siffatta disciplina sono soggetti non solo gli atti amministrativi in senso stretto, ma anche gli atti provenienti da soggetti di diritto privato quando svolgono attività di pubblico interesse.
3.2) Va parimenti disatteso il secondo motivo d’appello.
La linea interpretativa sopra esposta ha ottenuto conferma legislativa con le modifiche apportate all’art. 23 dalla citata legge n. 241 del 1990 dalla legge n. 26 del 1995 e, più ancora, con la recente legge n. 15 del 2005 che si è spinta fino a iscrivere - agli effetti dell’assoggettamento alla disciplina sulla trasparenza - tra le pubbliche amministrazioni anche i soggetti che svolgono attività di pubblico interesse. Ed invero, per concorde opinione di dottrina e di giurisprudenza (cfr., C.d.S., Sez. VI, 12 aprile 2005, n. 1674), l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, equiparata per legge alla liquidazione coatta, dà luogo ad un procedimento amministrativo essenzialmente finalizzato al mantenimento dell’occupazione. In tale procedura, anche la cessione dei singoli cespiti, ancorché effettuata con strumenti di carattere privatistico, è volta a realizzare finalità pubbliche tra le quali assumono valore preminente, accanto all’interesse dei creditori, la salvaguardia dei livelli occupazionali e il risanamento economico dell’impresa. La procedura è, quindi, presidiata da esigenze di politica industriale di carattere generale, la cui valutazione è rimessa all’auto-rità di vigilanza (Ministero delle attività produttive ora dello Sviluppo economico), con conseguente degradazione dei diritti soggettivi dei privati coinvolti nel procedimento al ruolo d’interesse legittimo, implicante la sola pretesa alla legittimità degli atti e dei ravvedimenti attraverso i quali si sviluppa il procedimento.
Ciò posto, la circostanza che non può considerarsi atto amministrativo l’accordo transattivo, intercorso tra le società appellanti e la società appellata, non vale a sostenere l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice amministrativo.
La società appellata, infatti, non ha impugnato l’accordo transattivo, ma ha proposto un’istanza di accesso a documenti ritenuti rilevanti ai fini della tutela dei propri interessi giuridici.
3.3.) Va, altresì, respinto, il terzo motivo di appello.
Come rettamente opposto dalla difesa della società appellata, il fatto che la legge fallimentare preveda all’art. 213, la possibilità per gli interessati di proporre, con ricorso al Tribunale, contestazioni avverso il piano di riparto non esclude la facoltà per i soggetti legittimati di attivare il procedimento di accesso di cui agli artt. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990.
Si tratta, infatti, di strumenti giuridici diversi che sono a disposizione dei creditori e di quanti sono titolari di interessi coinvolti nella procedura.
3.4) E’, infine, infondato, il quarto motivo di appello.
Deve escludersi che l’istanza di accesso sia preordinata al controllo generalizzato delle attività dei soggetti destinatari.
La società appellata ha chiesto di conoscere i documenti giustificativi delle spese di prededuzione in vista, come si è detto, della tutela della sua posizione giuridica, il che vale già ad escludere l’intento di esercitare un controllo di tipo generalizzato.
Il fatto, poi, che i documenti richiesti attengano alla gestione commissariale delle società e contengano dati destinati a confluire in provvedimenti, parziali o finali, approvati dal Ministero vigilante, non esclude che gli stessi possano formare oggetto del diritto di accesso da parte dei creditori, ove ne sussistano i presupposti.
4) In conclusione, per le suesposte considerazioni, l’appello va respinto.
Ritiene altresì il Collegio che ogni altro motivo od eccezione di rito e di merito possa essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente decisione.
Circa le spese, le competenze e gli onorari del giudizio, gli stessi sono posti a carico delle imprese appellanti e sono liquidate a favore della società appellata e del Ministero dello sviluppo economico nella misura indicata in dispositivo.
Il Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, lo respinge.
Condanna le società appellanti al pagamento delle spese, competenze e onorari del giudizio che liquida in € 5.000,00 (cinquemila/00) di cui 3.000,00 (tremila/00) a favore della Sicilcassa s.p.a e 2.000,00 (duemila/00) a favore del Ministero dello sviluppo economico.
Così deciso in Palermo il 9 giugno 2010 dal Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione siciliana, in sede giurisdizionale, in camera di consiglio, con l’intervento dei signori: Riccardo Virgilio, Presidente, Paolo D’Angelo, Guido Salemi, estensore, Filippo Salvia, Pietro Ciani, componenti.
F.to Riccardo Virgilio, Presidente
F.to Guido Salemi, Estensore
il 7 marzo 2011
Le censure contenute nell’impugnazione del dispositivo devono essere riproposte con i motivi aggiunti avverso la sentenza completa di motivazione
C.G.A. sentenza n. 178 del 7 marzo 2011	Data: 07/03/2011	Visualizza/Nascondi...
L’impugnazione del dispositivo ha valenza essenzialmente cautelare, inerendo all’esecuzione della sentenza di primo grado, mentre il thema decidendum di secondo grado è definito dall’impugnazione della pronuncia completa di motivazione (cfr. C.d.S., Sez. V, 23 gennaio 2000, n. 327, 21 ottobre 2003, n. 6523 e, più di recente, 24 aprile 2009, n. 2600), il che implica che le censure contenute nell’im-pugnazione del dispositivo devono essere riproposte nell’atto di motivi aggiunti.
sul ricorso in appello n. 111/2010, proposto da
AMATA COSTRUZIONI s.r.l.,
in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Giovanni Pitruzzella e Francesco Stallone, elettivamente domiciliata in Palermo, via Nunzio Morello n. 40, presso lo studio degli stessi;
la GRAMEY s.r.l., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Salvatore Iacuzzo, Riccardo Rotigliano e Marco Mazzamuto, elettivamente domiciliata in Palermo, via Nunzio Morello n. 20, presso lo studio di quest’ultimo;
del COMUNE DI GELA, in persona del Sindaco pro tempore, non costituito in giudizio;
della sentenza del T.A.R. per la Sicilia - sede di Palermo (sez. III) - n. 1711 dell’8 febbraio 2010.
Visto l’atto di costituzione e appello incidentale della società appellata;
Relatore, alla pubblica udienza del 9 giugno 2010, il Consigliere Guido Salemi;
Uditi, altresì, l’avv. F. Stallone per la società appellante e l’avv. M. Mazzamuto per la società appellata;
1) Il Comune di Gela indiceva un’asta pubblica, con il criterio del prezzo più basso, per l’affidamento dei “Lavori di riqualificazione urbana area Borgo Pignatelli”.
La gara era aggiudicata alla Amata Costruzioni s.r.l..
Con ricorso notificato innanzi al T.A.R. Sicilia, sede di Palermo, in data 29 maggio 2009, la Gramey s.r.l., che si era classificata al 2° posto della graduatoria, impugnava l’ammissione alla gara della Amata Costruzioni e l’aggiudicazione provvisoria alla stessa dell’appalto.
2) Con sentenza n. 1711 dell’8 febbraio 2010, il giudice adito, esaminando in primo luogo il ricorso incidentale dell’Amata Costruzioni, lo respingeva.
Passando, poi, all’esame del ricorso principale, detto giudice lo accoglieva. In particolare, riteneva fondato il secondo motivo di censura, concernente la mancata produzione dei certificati del casellario giudiziale e dei certificati dei carichi pendenti, ovvero delle rispettive dichiarazioni sostitutive, rese ai sensi del D.P.R. n. 445/2000, relativamente ad almeno uno dei quattro soci amministratori e legali rappresentanti dell’impresa Oddo Costruzioni s.n.c., fornitrice di taluni mezzi di esecuzione dell’appalto a favore dell’impresa aggiudicataria; riteneva, altresì, fondato il terzo motivo di censura con cui la ricorrente sosteneva che l’autocertificazione prodotta dal rappresentante legale dell’impresa individuale “Nocifora Amata Vincenzo”, cedente il ramo di azienda acquistato dall’Amata Costruzioni, non forniva le informative richieste a proposito delle dichiarate sentenze di patteggiamento ex art. 444 c.p.c. emesse, a suo carico, dal G.I.P. del Tribunale di Nicosia in data 5 ottobre 1995 e dal G.U.P. del Tribunale di Patti il 14 marzo 1996.
3) L’Amata Costruzioni s.r.l. ha proposto ricorso in appello contro il dispositivo della sentenza e, successivamente, atto di motivi aggiunti avverso la pronuncia completa di motivazione.
Resiste all’appello la Gramey s.r.l., che ha eccepito l’inammis-sibilità e, comunque, l’infondatezza del gravame, proponendo, altresì, appello incidentale.
1) In conformità dell’eccezione sollevata dall’appellata, il Collegio ritiene che non debbano essere esaminati i motivi di censura che, contenuti nell’appello avverso il dispositivo, non sono stati riproposti nei motivi aggiunti.
Ci si riferisce in particolare, alle seguenti censure:
a) - che nel CIP si ritrova non la dicitura “rilasciato per la gara d’appalto”, bensì quella “richiesta di regolarità contributiva per i lavori privati in edilizia”, dichiarato inammissibile dal T.A.R.;
b) - che la certificazione ISO non conteneva specificazioni sui requisiti in possesso dell’impresa e, in particolare delle categorie e classificazioni di cui al D.P.R. n. 34/00 (censura respinta dal T.A.R.).
Al riguardo si ribadisce l'orientamento giurisprudenziale secondo il quale l’impugnazione del dispositivo ha valenza essenzialmente cautelare, inerendo all’esecuzione della sentenza di primo grado, mentre il thema decidendum di secondo grado è definito dall’impugna-zione della pronuncia completa di motivazione (cfr. C.d.S., Sez. V, 23 gennaio 2000, n. 327, 21 ottobre 2003, n. 6523 e, più di recente, 24 aprile 2009, n. 2600), il che implica che le censure contenute nell’im-pugnazione del dispositivo devono essere riproposte nell’atto di motivi aggiunti.
2) Con il primo motivo, l’appellante sostiene che il documento di regolarità contributiva prodotto dalla Gramey s.r.l., essendo stato rilasciato dall’Edilcassa e non già da una Cassa edile aderente alla convenzione per il rilascio del D.U.R.C. unico, non è idoneo ad assolvere la funzione di soddisfare la finalità per la quale se ne dispone la produzione (dimostrazione della regolarità contributiva a livello nazionale).
Il motivo di censura è inammissibile perché in contrasto con il principio del divieto di ius novorum in appello.
In primo grado, infatti, la contestazione era esclusivamente circoscritta alla questione che il D.U.R.C. era stato rilasciato “dalla Cassa edile di Palermo e non già da quella territorialmente competente in ragione della sede legale della società (cioè Messina)”.
3) Con il secondo motivo, l’appellante sostiene che, non distinguendo il disciplinare di gara tra situazioni di controllo con imprese partecipanti e non partecipanti alla medesima gara, la Gramey aveva l’obbligo di indicare tutte le partecipazioni societarie esistenti.
Come già osservato da questo C.G.A. (decisioni n. 141 e n. 656 del 2008) e, come ribadito dal T.A.R. nella sentenza appellata, la necessità della dichiarazione deve essere interpretata alla luce delle concrete situazioni di fatto in cui verte l’impresa chiamata a renderla. Mentre si deve ritenere che essa sia necessaria ove il collegamento induca, potenzialmente, il pericolo di una partecipazione contemporanea del controllato e della controllante, si deve altresì ritenere che essa non sia necessaria quando tale potenzialità, giuridicamente sia inesistente.
Alla stregua di siffatto principio, appare evidente che la Gramey non aveva l’obbligo di fare la dichiarazione in relazione alle società consortili nelle quali deteneva una partecipazione.
Trattandosi di società costituite ai sensi dell’art. 96 del D.P.R. n. 554/1999 per la realizzazione di specifici lavori aggiudicati dalle imprese riunite, le stesse non potevano per definizione partecipare alle gare, sia perché il loro oggetto sociale si esauriva nello svolgimento dei lavori per i quali erano state costituite, sia perché, come recita espressamente l’art. 96 cit., non po