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Timestamp: 2017-04-29 05:25:11+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 310', 'art. 311', 'art. 310', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 310', 'art. 309', 'art. 309', 'art. 603', 'art. 309', 'arte 3', 'art. 310', 'art. 324', 'art. 309', 'art. 568', 'art. 3', 'art. 405', 'art. 405', 'art. 3', 'art. 273', 'art. 405', 'art. 273', 'art. 405', 'art. 587', 'art. 587', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 186', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 180', 'art 8', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 2363', 'sentenza ', 'art. 281', 'sentenza ']

I mezzi di impugnazione - PDF
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Annalisa Antonina Bucci
1 4 I mezzi di impugnazione SOMMARIO 1. L appello previsto dall art. 310 c.p.p. 2. Il ricorso per Cassazione previsto dall art. 311 c.p.p La impossibilità di scelta per la difesa del c.d. ricorso per saltum. 1. L appello previsto dall art. 310 c.p.p. La lettera dell art. 309 c.p.p. e quella del successivo art. 310 c.p.p. non lasciano spazio a dubbi nel circoscrivere quali possano essere i rimedi processuali esperibili avverso l ordinanza applicativa di una misura di interdizione. Infatti l art. 309 c.p.p., che disciplina il riesame delle ordinanze, è il rimedio più immediato e rapido, ma utilizzabile, per espressa previsione legislativa, solo per chiedere il riesame della ordinanza che dispone una misura coercitiva, così limitando la esperibilità del mezzo di gravame. L art. 310 c.p.p., relativo all appello avverso le ordinanze, disciplina invece, in maniera residuale, il mezzo di revisione della cautela di tutti gli altri tipi di ordinanza non compresi nell art. 309 c.p.p. Del resto, anche la Suprema Corte 1, non potendo tradire la lettera 1 Cass. pen., Sez. IV, 20 agosto 1996, n. 2017; Cass. pen., Sez. VI, 23 maggio 1994, in CED Cassazione, RV , con nota di G. MARGARITORA; Cass. pen., Sez. VI, 30 marzo 1993, Corallo.2 108 Capitolo Quarto della norma, ha conformato il proprio costante orientamento, nel senso che avverso l ordinanza applicativa di una misura interdittiva è esperibile unicamente il rimedio dell appello. Il gravame previsto dall art. 310 c.p.p., dal canto suo, contiene una previsione legislativa assolutamente meno stringente e pregnante del rimedio del riesame disciplinato dall articolo precedente. Infatti, nel mezzo di impugnazione che ci occupa, il primo dato che salta all occhio, e che produce una sperequazione di risultati, soprattutto temporali, tra il soggetto attinto da misura coercitiva e quello attinto da misura interdittiva, è che i termini per la decisione del gravame previsti dall art. 310 c.p.p., oltre ad essere più dilatati (20 giorni in luogo di 10), sono assolutamente ordinatori, non essendo ricollegata alcuna sanzione di tipo processuale alla loro violazione. Egualmente non perentorio è anche il termine previsto per la trasmissione degli atti da parte dell ufficio inquirente. Ma, contrapposta ad una apparente rapidità maggiore nella espletazione di tale adempimento ultimo (entro il giorno successivo, contro un termine massimo di cinque giorni previsti dall art. 309, comma 5, c.p.p.), anche qui si ripropone la considerazione che tale termine sia privo di efficacia cogente rispetto al termine dei cinque giorni disciplinato dall art. 309 c.p.p., che, soprattutto dopo l interpretazione fornita dalla Corte Costituzionale 2, risulta essere quanto mai tassativo. L altra differenza importante tra i due istituti, e fonte di maggiore disagio per l opposizione al provvedimento genetico dell interdizione, è la natura dei due istituti: senza principio di devoluzione il riesame, a devoluzione assolutamente parziale l appello. Ciò in sintesi comporta che con l atto di appello devono contestualmente essere enunciati i motivi di impugnazione che tracciano il perimetro invalicabile all interno del quale dovrà muoversi il giudizio di revisione disciplinato dall appello. Non è consentito, infatti, né enunciare motivi nuovi all udienza, che si svolge con le forme della Camera di Consiglio, né è consentito al Tribunale valutare un oggetto diverso da quello devoluto con l atto di impugnazione, sostanzialmente limitando fortemente il campo di azione 2 Corte cost. 22 giugno 1998, n. 232, in Cons. Stato, 1998, p. 803; in Giur. cost., 1998, p. 1799, con nota di C. SANTORIELLO; in Cons. Stato, 1998, p. 803; in Dir. pen. proc., 1998, p. 1100, con nota di G. SPANGHER, nonché in Giust. pen., 1998, I, p. 361.3 I mezzi di impugnazione 109 rispetto al rimedio del riesame, nel quale l analisi del Giudice di seconda istanza può spingersi anche all esame anche di aspetti dell ordinanza impositiva non direttamente attinti da censura. In applicazione analogica dell art. 603 c.p.p. si ritiene 3 peraltro che il Tribunale d appello possa acquisire tanto officiosamente che su richiesta di parte atti o documenti nuovi o diversi rispetto a quelli già presenti al momento dell impugnazione. Chiaramente, la condizione è che tali documenti o atti abbiano la caratteristica del riferimento alla devoluzione già effettuata con il ricorso e siano con esso in rapporto di funzionalità, non potendosi ammettere motivi diversi da quelli enunciati nell atto introduttivo del giudizio di appello. Anche la Suprema Corte di Cassazione è stata di eguale avviso in parecchi pronunciamenti, tra i quali, a titolo esemplificativo si cita quello che segue 4 : Giurisprudenza «Nel procedimento conseguente all appello proposto dall indagato contro l ordinanza reiettiva della richiesta di revoca della misura cautelare personale, è legittima, in applicazione dei principi del favor libertatis e della ragionevole durata del processo, la produzione di documentazione relativa ad elementi probatori nuovi, preesistenti o sopravvenuti, sempre che, nell ambito dei confini segnati dal devolutum, quelli prodotti dalla parte riguardino lo stesso fatto contestato con l originaria richiesta cautelare e in ordine ad essi sia assicurato nel procedimento camerale il contraddittorio delle parti, anche mediante la concessione di un congruo termine anche a favore del P.M., e siano idonei a dimostrare che non sussistono le condizioni e i presupposti di applicabilità della misura cautelare richiesta» Cass. pen., Sez. II, 9 febbraio 2006, n. 6728, in CED Cassazione, 2006, RV Di contro, assolutamente perentori sono i termini per proporre appello avverso le ordinanze. Richiamando espressamente l art. 309, comma 1, c.p.p. il legislatore ha, in maniera parallela, previsto un termine di dieci giorni per proporre opposizione avverso le ordinanze in discussione, disegnando anche la stessa meccanica di instaurazione della procedura con la previsione del deposito dell atto di impugnazione o direttamente presso la cancelleria del Giudice di appello o presso il Tribunale del luogo nel quale la parte 3 E. APRILE, Le misure cautelari nel processo penale, Milano, Ma nello stesso senso anche Cass. pen., Sez. III, 13 dicembre 2005, n4 110 Capitolo Quarto o il suo difensore si trovino, riprendendo così la normativa generale sulle impugnazioni. Competente a decidere circa la opposizione, è il Tribunale del capoluogo del distretto ove ha sede il Giudice che ha emesso l ordinanza opposta. Ma se il dato interpretativo non presta il fianco ad alcuna critica, essendo in linea con il dato letterale, sicuramente la scelta legislativa di prevedere l appello ex art. 310 c.p.p. quale rimedio unico per far fronte all applicazione di una misura, non si appalesa come scelta condivisa in dottrina. Tale scelta, opinabile sul piano dell opportunità 5, ha trovato molte voci altamente critiche. Si è infatti osservato 6 che, in controtendenza con la scelta di assegnare una disciplina formalmente unitaria all intera categoria delle misure cautelari, il legislatore ha effettuato una scelta sostanzialmente incomprensibile riservando alle misure interdittive il solo mezzo dell appello. Di tale scelta si è provato ad individuare una ragione logica, ma le spiegazioni fornite appaiono tutte incoerenti con l intero sistema processuale. Vi è stato chi ha ritenuto che la motivazione di tale scelta andasse individuata nell esigenza del legislatore di assegnare maggiore tutela alle misure privative della libertà personale, da sempre riconosciuto diritto universale ed ineludibile, riservando ad essa sola un meccanismo di rivalutazione nel merito della misura legato a tempi strettissimi e cogenti, con il sistema più ampio possibile di garanzie di controllo della motivazione, slegandola dal principio devolutivo. Ma se così fosse, si è puntualizzato 7, i dubbi di incoerenza sistematica sarebbero assolutamente rilevanti, perché non vi sarebbe, a questo punto, nessuna ragione per spiegare il perché, per le misure reali, all art. 324 c.p.p. è stato previsto un identico sistema di revisione della cautela a quello disciplinato dall art. 309 c.p.p., quasi che abbiano più importanza i valori materiali di quelli legati alla persona. 5 A. GIARDA-G. SPANGHER, Codice di Procedura Penale Commentato, Milano, 2007, sub art A. MACCHIA, Spunti in tema di misure interdittive, in Cass. pen., 1994, II, p A. MACCHIA, Spunti in tema di misure interdittive, cit., p5 I mezzi di impugnazione 111 Più volte la stessa Corte Costituzionale 8 ha anche ammonito che il sistema delle garanzie posto a base delle misure interdittive non fornisce adeguate garanzie di tempestiva tutela all indagato. La stessa Corte ha avvertito anche i propri limiti nelle pronunzie additive, auspicando a volte mutamenti legislativi, non essendo riconosciuti alla Consulta poteri sostitutivi dell organo legislativo. Nella globalità, il sistema approntato si rivela come assolutamente insufficiente a garantire un pieno esercizio del diritto di difesa al cittadino. Dal punto di vista pratico, infatti, accade che nei Tribunali di maggiori dimensioni, dato il carico di lavoro e comunque la mancanza di pressione dovuta all assenza di termini perentori per le decisioni, gli appelli possano essere fissati non prima di tre o quattro mesi, vanificando così, in partenza la portata dell istituto, stante il termine breve di durata massima delle misure; senza tacer del fatto che, seppure si dovesse decidere rapidamente l appello, i tempi pratici per la proposizione di un ricorso per Cassazione ed il pervenimento del processo presso la Corte regolatrice rischiano di superare, e non di poco, la durata massima della misura. In subjecta materia, più volte la Suprema Corte di Cassazione ha infatti sottolineato come, se la misura si sia estinta per lo spirare completo del termine massimo di durata, vi sia assoluta carenza di interesse dell indagato a proseguire nell impugnazione. Con conseguenze immaginabili nella sfera privata dell individuo. In tal senso si riporta la massima che segue: Giurisprudenza «La sopravvenuta estinzione di una misura interdittiva o la sua perdita di efficacia, nel corso del procedimento di gravame, determina il venir meno dell interesse all impugnazione e la conseguente inammissibilità della stessa, considerato che l interesse di cui all art. 568, comma 4, c.p.p., deve essere concreto e cioè preordinato a rimuovere un effettivo pregiudizio subito dalla parte con il provvedimento oggetto di impugnazione» Cass. pen., Sez. VI, 21 aprile 2006, n , in CED Cassazione, 2006, RV Ma ancora, sempre la Suprema Corte, ha rilevato come: 8 Corte cost. 26 gennaio 1994, n. 5, in Fisco, 1994, p. 4251; in Riv. giur. polizia locale, 1994, p. 481.6 112 Capitolo Quarto Giurisprudenza «Qualora, proposta impugnazione avverso ordinanza applicativa di una misura cautelare interdittiva (nella specie, sospensione dall esercizio di un pubblico ufficio) sopravvenga la perdita di efficacia di detta misura, deve escludersi che permanga un interesse giuridicamente apprezzabile all impugnazione stessa, essendo esclusa la possibilità di una riparazione pecuniaria (prevista solo per l ingiusta detenzione) e non residuando alcun effetto giuridico extrapenale pregiudizievole per il soggetto nei cui confronti la misura sia stata applicata, una volta che l applicazione sia comunque venuta meno» Cass. pen., Sez. VI, 19 gennaio 2006, n , in CED Cassazione, 2006, RV La fusione del concetto da ultimo enunciato, della carenza di interesse ad impugnare in caso di perdita di efficacia della misura, in uno alla mancata perentorietà dei termini di decisione del gravame ed ai termini brevi di durata della misura, rendono spesso impraticabile qualunque rimedio, sostanzialmente quasi obbligando l indagato a subire la cautela interdittiva irrogata. Non sarebbe assolutamente opinabile una seria ipotesi di rivalutazione legislativa della materia, che consentisse di rendere effettiva la tutela piena del diritto di difesa. Sul punto, comunque, è il caso di segnalare altro orientamento, per quanto, per ora, isolato, ma sicuramente d avanguardia, della Suprema Corte di Cassazione, che fa registrare una inversione di tendenza rispetto a quanto sin qui sostenuto. La Corte regolatrice ha, infatti, dimostrato una nuova mutata sensibilità verso la materia delle misure interdittive, alla luce del complesso delle modifiche generali alle norme del codice di procedura penale operate in particolar modo dall art. 3, legge n. 46/2006 (c.d. Legge Pecorella). Infatti, prendendo le mosse dalla introduzione nell art. 405 c.p.p. del comma 1 bis, il nuovo orientamento ha stabilito come: Giurisprudenza «A seguito della entrata in vigore del comma 1 bis dell art. 405 c.p.p., introdotto con l art. 3, legge n. 46/2006, che prevede l obbligo per il Pubblico Ministero di richiedere l archiviazione quando la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ai sensi dell art. 273 c.p.p., salva l acquisizione di ulteriori elementi a carico dell indagato, è ravvisabile l interesse dell indagato alla trattazione del ricorso per cassazione avverso l ordinanza in tema di misura cautelare interdittiva che nelle more della procedura incidentale sia stata revocata, quando il ricorso riguarda il tema degli indizi di colpevolezza; ma detto interesse deve essere, oltre che concreto ed attuale, espressamente dedotto dal ricorrente, con la indicazione degli elementi di fatto che comprovano che non7 I mezzi di impugnazione 113 sono stati acquisiti né sono ragionevolmente acquisibili ulteriori elementi a carico. (Dichiara inammissibile, Trib. lib. Milano 6 luglio 2006)» Cass. pen., Sez. V, 5 dicembre 2006, n. 4447, in Cass. pen., 2007, 12, p con nota di E. TURCO. La Suprema Corte ha infatti valutato come l orientamento sino a quel momento seguito andasse rivisto e vi andasse apportata una integrazione che tenesse conto del nuovo orizzonte normativo delineatosi proprio a seguito della introduzione del comma 1 bis nell ambito dell art. 405 c.p.p. La nuova previsione, agganciata al giudizio sulla operatività dell art. 273 c.p.p., che è norma di carattere generale riguardante tutte le misure cautelari personali coercitive o interdittive concorre indubbiamente a delineare un nuovo tipo di interesse alla coltivazione della impugnazione di tutte le misure cautelari, indipendentemente dalla loro eventuale perdita di efficacia nelle more. In altri termini, secondo la Suprema Corte, anche chi ha visto decorrere per intero il termine (come ampiamente sottolineato particolarmente breve) di durata massima della misura interdittiva (al pari di quella coercitiva) potrebbe conservare l interesse a vedersi riconoscere dalla Cassazione la eventuale insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nella prospettiva di vantare il diritto alla archiviazione, una volta che le indagini del Pubblico Ministero non abbiano prodotto ulteriori risultati. Tale nuova prospettiva esegetica riveste una importanza nodale alla luce degli effetti vincolanti che produce poi la decisione della Suprema Corte di Cassazione, secondo il nuovo assetto normativo ridisegnato dalla più volte ricordata modifica normativa, in ossequio al quale potrebbe sussistere l obbligo di archiviazione del procedimento da parte della Pubblica Accusa. Tale pronuncia giurisprudenziale è sicuramente innovativa e apre una interessante e corretta breccia in uno scenario giurisprudenziale che non ha mai conosciuto esitazioni nell escludere la possibilità di impugnazione di una misura oramai cessata 9. Anche in materia di impugnazioni cautelari è oramai consolidato l orientamento interpretativo secondo il quale sono estensibili gli effetti fa- 9 Nello stesso senso di novità è anche l orientamento interpretativo di E. RUSSO, Misure interdittive revocate ed interesse ad impugnare: un nuovo approdo ermeneutico imposto dall obbligo di richiesta archiviativi ex art. 405 comma 1-bis c.p.p.?, in Cass. pen., 2007, 12, p. 4625, che apprezza il mutato orientamento della materia, fino ad allora compatta nell escludere la possibilità di ricorso in tali casi per carenza di interesse.8 114 Capitolo Quarto vorevoli della decisione del procedimento de libertate anche all indagato non appellante, a norma dell art. 587 c.p.p. Pur tanto riconoscendo, l orientamento nomofilattico però, data la peculiarità del procedimento de libertate, che può non essere unitario nell ambito dello stesso procedimento penale, a differenza del giudizio di merito, ha tracciato alcuni limiti al principio dell estensibilità della impugnazione. Si è così stabilito 10 che l estensione degli effetti favorevoli della decisione emessa nel procedimento cautelare ai coindagati non impugnanti presupponga che il procedimento incidentale si svolga in modo unitario e cumulativo e riguardi la posizione di coloro che non vi abbiano preso parte per non aver neppure proposto l impugnazione o perché il loro gravame sia stato dichiarato inammissibile. Conseguentemente, nel caso in cui siano introdotti autonomamente più procedimenti incidentali, la frammentazione e la loro autonomia permettono, per il margine di discrezionalità del Giudice nell esame delle singole posizioni, una diversità di valutazioni e decisioni che, avendo natura provvisoria e strumentale, impedisce l applicabilità dell art. 587 c.p.p. Ma un orientamento successivo 11 ha stabilito un principio più temperato di quello testè enunciato, precisando come irrilevante sia la frammentazione dei procedimenti de libertate dei vari indagati, quando il vizio sia così radicale da inficiare a monte la legittimità dell atto opposto. Nel caso specifico, si è considerato come il vizio diventi obiettivamente comune a tutte le parti. Ma come alla difesa, anche al Pubblico Ministero è consentito proporre appello avverso il diniego di una ordinanza interdittiva. Le regole sono sostanzialmente identiche a quelle riservate alla difesa dell indagato, con eguale previsione di termini perentori e di decadenze processuali. Analogamente, anche per il Pubblico Ministero è possibile produrre nuovi documenti nel giudizio di appello, anche se sul punto le sezioni unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 31 marzo 2004, n sono state molto tassative nel dettare limiti e diritti delle parti. 10 Cass. pen., Sez. VI, 15 aprile 2003, n , in Cass. pen., 2004, p Cass. pen., Sez. V, 24 marzo 2004, n , in Cass. pen., 2005, 7/8, p Documenti analoghi
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