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Timestamp: 2020-04-02 23:09:04+00:00
Document Index: 60094737

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 378', 'art. 20', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 2697', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 2697', 'art. 1362', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 20', 'art. 17', 'art. 20', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 1', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 2602 del 03/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2602 del 03/02/2011
Cassazione civile sez. lav., 03/02/2011, (ud. 16/12/2010, dep. 03/02/2011), n.2602
S.p.A.) in persona del legale rappresentante pro tempore,
difende unitamente agli avvocati BONAMICO FRANCO, TOSI PAOLO, COMBA
ANDREA, UBERTI ANDREA, ROPOLO LUCA, giusta delega in atti;
B.G., B.G., B.A., A.
P., B.D., M.O.;
sul ricorso 19343-2007 proposto da:
B.D., M.O., B.G., B.
A., A.P., B.G., elettivamente domiciliati
in ROMA, VIA TACITO 50, presso lo studio dell’avvocato COSSU BRUNO,
che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati VACIRCA SERGIO,
BONETTO SERGIO, POLI ELENA, giusta delega in atti;
FIAT GROUP AUTOMOBILES S.P.A.(nuova denominazione della Fiat Auto
avverso la sentenza n. 835/2006 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 30/05/2006, R.G.N. 643/05; udita la relazione della
causa svolta nella pubblica udienza del 16/12/2010 dal Consigliere
Dott. VITTORIO NOBILE;
BASILE Tommaso il rigetto del ricorso.
Con sentenza del 5-11-2004, il Giudice del lavoro del Tribunale di Torino accoglieva la domanda proposta da A.P., B. P., B.G., B.G., B.D. e M.O., nei confronti della s.p.a. FIAT AUTO, alle cui dipendenze tutti lavoravano in qualità di impiegati presso gli “Enti Centrali” dello stabilimento Mirafiori, e, premessa l’illegittimità della loro collocazione in CIGS per il periodo 9-12-2002/8-12-2003, condannava la convenuta al pagamento in favore dei lavoratori delle differenze fra la normale retribuzione di fatto e quanto percepito a titolo di CIGS. La società proponeva appello avverso tale sentenza chiedendone la riforma con il rigetto delle avverse domande.
Gli appellati si costituivano e resistevano al gravame.
In sintesi la Corte territoriale affermava che non poteva ritenersi che il D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, comma 5, avesse abrogato il disposto della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, che prevedeva l’obbligo di esplicitazione, nella comunicazione di apertura della procedura, dei “criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere,nonchè le modalità della rotazione”: che la comunicazione inviata dall’azienda alle rsu in data 31-10-2002 risultava del tutto generica quanto ai criteri adottati per la scelta dei lavoratori da collocare in cigs e che, peraltro, nemmeno successivamente la stessa aveva compiutamente specificato i criteri di scelta seguiti; che del tutto strumentale risultava il tentativo di attribuire al verbale di riunione del Ministero del lavoro del 5- 12-2002, una qualche capacità certificatrice o addirittura sanante di vizi procedurali nemmeno attribuibili alla p.a., ma al datore di lavoro, che con l’inosservanza degli obblighi di comunicazione è andato a ledere diritti soggettivi pieni dei lavoratori; che irrilevante risultava l’accordo del 18-3-2003, dal momento che il vizio di legittimità della procedura non poteva ritenersi suscettibile di successiva sanatoria.
1 lavoratori hanno resistito con controricorso ed hanno proposto ricorso incidentale condizionato con un unico motivo.
La società, dal canto suo, ha resistito con controricorso al ricorso incidentale dei lavoratori.
Sia la società che i lavoratori hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
Osserva in particolare la società, muovendo dal rilievo che l’intervento legislativo attuato mediante la L. n. 59 del 1997, art. 20, costituisce espressione della scelta operata dal legislatore di procedere alla c.d. delegificazione delle materie sulle quali non esiste riserva di disciplina legale, che non può dubitarsi che oggetto dell’intervento regolamentare e del conseguente effetto di delegificazione mediante abrogazione della preesistente disciplina legale sia il procedimento per la concessione della c.i.g.s.. Di talchè, costituendo la comunicazione di avvio della procedura, nonchè l’esame congiunto, disciplinati dal combinato disposto della L. n. 164 del 1975, art. 5 e L. n. 223 del 1991, art. 1, commi 7 ed art. 8, momenti della serie coordinata e collegata di fasi, atti ed adempimenti prodromici alla emanazione del provvedimento finale di concessione della c.i.g.s., doveva consequenzialmente ritenersi che le nuove disposizioni introdotte dal D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, che hanno regolamentato tanto la comunicazione di avvio che la fase di esame congiunto, avessero direttamente inciso, abrogandolo, sul complessivo sistema procedimentale delineato dalla L. n. 164 del 1975 e dal successivo provvedimento normativo del 1991.
Con il secondo motivo la società lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1 ed ancora del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, in relazione alla nozione di ragioni ostative alla rotazione (art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia. In particolare rileva la società ricorrente che erroneamente la Corte territoriale ha omesso di considerare che il tema della rotazione era stato affrontato nella sede normativamente corretta, ossia nell’ambito dell’esame congiunto di cui al D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, comma 5, tant’è che, a seguito degli incontri intervenuti con le organizzazioni sindacali e con la parte pubblica, l’azienda aveva riconsiderato la propria iniziale indisponibilità, alla rotazione, e pertanto non poteva dubitarsi che la procedura fosse stata correttamente eseguita. Osserva, altresì, che erroneamente la Corte d’Appello, nell’escludere che tale questione avesse formato oggetto di esame congiunto, non aveva compiuto alcuna indagine istruttoria, sebbene sollecitata dalla difesa, volta a dimostrare il contenuto del confronto e l’esplicitazione dei temi attinenti non solo ai criteri di scelta, ma anche all’impossibilità di procedere alla rotazione; e ciò anche alla luce del valore probatorio da attribuire al verbale del 5-12-2002 che sanciva la regolarità del confronto stesso.
Con il terzo motivo la società lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. ed ancora del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, in relazione al verbale del Ministero del Lavoro del 5- 12-2002 (art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione al detto verbale.
Con il quarto motivo la società lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 e della L. n. 164 del 1975, art. 5, comma 4, 5 e 6, del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, in relazione al contenuto della lettera di apertura della procedura.
In particolare la ricorrente principale rileva che, pur qualora si ritenesse applicabile la procedura di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, non si sarebbe potuto dubitare della esaustività del contenuto delle comunicazioni di avvio della procedura di c.i.g.s., basandosi la diversa conclusione cui era pervenuta la Corte territoriale su una “rigoristica e fuorviante” lettura della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, e della L. n. 164 del 1975, art. 5, comma 4, 5 e 6. Ciò in quanto la comunicazione aziendale del 31-10- 2002 non si limitava alla individuazione del solo criterio di scelta dei lavoratori da collocare in cassa integrazione fondato sulle “esigenze tecniche, organizzative e produttive”, ma conteneva una sequenza di indicatori – quali l’individuazione delle unità organizzative interessate dalle sospensioni, la specificazione delle singole attività o produzioni coinvolte, la suddivisione numerica tra quadri, impiegati, intermedi ed operai, la determinazione degli elementi in cui trovavano concretizzazione le dedotte esigenze tecnico, produttive ed organizzative, la rilevanza delle esigenze funzionali e professionali – dai quali era agevole desumere come i criteri indicati fossero dotati di sufficiente chiarezza e specificità, sia pure come linee guida dell’operazione selettiva, con il conseguente pieno rispetto dell’obbligo informativo dell’azienda, obbligo che nella fase iniziale non poteva essere troppo “stringente”‘ e la cui “concretezza” doveva vagliarsi solo nel momento del confronto sindacale.
Con il quinto e con il sesto motivo la società lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363, 1366 e 1367, 1375 e 2697 c.c., in relazione agli accordi sindacali 18-3-2003 e 22-7-2003, violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 8, e succ. mod., e insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione, nonchè violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 1362 c.c., comma 2, in relazione alla regolare stipulazione dei detti accordi e vizio di motivazione sul punto.
Al riguardo la società rileva che la impugnata sentenza si è limitata ad una astratta valutazione della legittimità della procedura, senza valutare la specifica posizione soggettiva della parte intimata, nonostante che fossero stati adottati criteri di selezione, per quanto non particolarmente dettagliati, del tutto oggettivi e che imponevano, pertanto, al giudice di svolgere l’attività istruttoria necessaria a verificare la conformità dei criteri individuali alla funzione dell’istituto.
Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato, da canto loro, i controricorrenti deducono violazione del D.P.R. n. 218, art. 2, assumendo che incongruamente la Corte di merito ha ritenuto che non sussistesse, nell’ambito dell’esame congiunto, un obbligo di formalizzare per iscritto il programma che l’impresa intendeva attuare, comprensivo della durata e del numero dei lavoratori interessati, dei criteri di scelta e delle modalità di rotazione, quanto meno sotto forma di verbalizzazione da parte dei pubblici funzionari presenti all’incontro. Infatti, proprio perchè la norma specifica quale oggetto dell’esame i criteri di scelta e te modalità della rotazione (o comunque le eventuali ragioni ostative), era di necessità ritenere che la prova che i criteri di scelta avessero o meno formato oggetto di confronto non poteva che rinvenirsi nei relativi atti documentativi.
Ciò posto, preliminarmente va rigettata la richiesta, da ultimo avanzala dai controricorrenti con la memoria ex art. 378 c.p.c., di dichiarare inammissibile il ricorso principale per l’intervenuta definizione del procedimento di repressione della condotta antisindacale, promosso dalle oo.ss. nei confronti della FIAT, per violazione degli oneri di informazione strumentali all’applicazione della c.i.g.s..
La difesa dei controricorrenti ha richiamato le sentenze di questa Corte n. 13240 del 9-6-2009 e n. 15393 dell’1-7-2009 che hanno rigettato il ricorso proposto dalla FIAT per la cassazione della sentenza di appello che aveva ritenuto sussistente il comportamento antisindacale e dichiarato l’illegittimità dei provvedimenti di sospensione adottati a seguito della procedura avviata con la comunicazione del 31-10-2002.
Rileva, nondimeno, il Collegio che – ferma restando la conoscibilità dei precedenti di questa Corte – con la memoria ex art. 378 c.p.c. possono essere solo illustrate questioni già trattate nel ricorso e nel controricorso e non possono essere dedotte questioni di diritto nuove, seppure sotto la forma dell’eccezione di inammissibilità del ricorso. Conseguentemente, le questioni sub a) e b), del tutto estranee al presente giudizio di legittimità, non possono essere prese in considerazione.
Su tale assetto normativo è intervenuto il D.P.R. n. 218 del 2000, emanato a seguito della delega conferita dalla L. di semplificazione amministrativa n. 59 del 1997, art. 20, che ha inserito il procedimento per la concessione della cassa integrazione guadagni straordinaria regolato dalla L. n. 223 del 1991, tra quelli sottoposti a delegificazione mediante regolamento emesso ai sensi della L. n. 400 del 1988, art. 17, comma 2 (art. 20, comma 8, in relazione al n. 90 dell’allegato 1 alla legge citata).
“1. L’imprenditore che intende richiedere l’intervento straordinario di integrazione salariale, direttamente o tramite l associazione imprenditoriale cui aderisca o conferisca mandalo, ne da tempestiva comunicazione alle rappresentanze sindacali unitarie o, in mancanza di queste, alle organizzazioni sindacali di categoria dei lavoratori comparativamente più rappresentative operanti nella provincia.
a) al competente ufficio individuato dalla regione nel cui territorio sono ubicate le unità aziendali interessate dall’intervento straordinario di integrazione salariale, qualora l’intervento riguardi unità aziendali ubicate in una sola regione:
b) al Ministero del lavoro e della previdenza sociale – Direzione generale dei rapporti di lavoro, qualora l “intervento riguardi unità aziendali ubicate in più regioni. In tal caso, l’ufficio richiede, comunque, il parere delle regioni interessate.
4. Agli incontri per l’esame congiunto della situazione aziendale in sede regionale partecipano anche funzionari della direzione provinciale del lavoro o della direzione regionale del lavoro, a seconda che l “intervento di integrazione salariale straordinaria riguardi unità produttive ubicate in una sola provincia o in più province della medesima regione.
5. Costituisce oggetto dell’esame congiunto il programma che l’impresa intende attuare, comprensivo della durata e del numero dei lavoratori interessali alla sospensione, nonchè delle misure previste per la gestione di eventuali eccedenze di personale, i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere e le modalità della rotazione tra i lavoratori occupati nelle unità produttive interessate dalla sospensione. L’impresa è tenuta ad indicare le ragioni tecnico-organizzative della mancata adozione di meccanismi di rotazione.
Dalla sovrapposizione di fonti normative si origina il problema del coordinamento della disciplina della fase di avvio della procedura di ammissione alla c.i.g.s.. oggetto principale del ricorso in esame.
A riprova viene menzionata la giurisprudenza di legittimità in materia di integrazione salariale, per la quale le posizioni di diritto soggettivo dei privati nascenti dal provvedimento di ammissione dell’impresa alla cassa integrazione degradano ad interesse legittimo ove intervengano atti amministrativi di annullamento o di revoca de provvedimento (Cass. S.U. 11-1-2007 n. 310: Cass. 27-1-2006 n. 1732), mentre all’interesse legittimo si sostituisce, per effetto del provvedimento di ammissione, la piena posizione di diritto nel rapporto tra l’imprenditore (o i lavoratori) e l’INPS (Cass. S.U. 10-8-2005 n. 16780).
Quanto ai riferimento di carattere testuale, si rileva, poi, che nel D.P.R. n. 218 la semplificazione è riferita a singoli momenti del procedimento amministrativo, quali gli atti iniziali (“la domanda di intervento straordinario”, art. 3), gli accertamenti ispettivi (art. 4), i termini di conclusione del procedimento (art. 8), la validità ed efficacia del provvedimento (art. 9). e mai al complesso delle garanzie apprestato dalla L. n. 223. Inoltre, si rimarca che tra le disposizioni esplicitamente abrogate dal D.P.R. n. 218, art. 13, non è inclusa alcuna disposizione della L. n. 223.
La giurisprudenza di questa Corte ha precisato, infatti, che, nonostante la L. n. 223, art. 1, comma 7, preveda che oggetto della comunicazione v debbano essere “i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere …”, tali criteri debbono essere connotati dal requisito della specificità, ovvero, dalla “idoneità dei medesimi ad operare la selezione e nel contempo a consentire la verifica della corrispondenza della scelta ai criteri”‘, precisandosi che l’aggettivazione “non individua una specie nell’ambito del genere criterio di scelta ma esprime la necessità che esso sia effettivamente tale, e cioè in grado di operare da solo la selezione dei soggetti da porre in cassa integrazione”, atteso che “un criterio di scelta generico non è effettivamente tale, ma esprime soltanto, non un criterio, ma un generico indirizzo nella scelta” (v. Cass. 1-7- 2009 n. 15393, che richiama Cass. 23-4-2004 n. 7720 e fa chiaro riferimento a Cass. S.U. n. 302 del 2000).
Trattasi di valutazione di merito che. in quanto congruamente motivata, non è suscettibile di censura in sede di legittimità.
All’applicazione di questa giurisprudenza nel caso di specie, tuttavia. ostano considerazioni sia fattuali che logiche.
Inoltre, per il fatto di essere intervenute a procedura già inoltrata, le modalità concordate in sede di accordo non potevano soddisfare l’esigenza cui la preventiva comunicazione è preposta, e cioè quella di consentire (non solo alle oo.ss. di confrontarsi sul punto, ma anche) ai lavoratori coinvolti nella procedura – tanto prima che dopo il raggiungimento dell’accordo – di verificare se l’utilizzo della cassa integrazione da parte de datore di lavoro fosse coerente col programma di superamento della crisi adottato e, quindi, di tutelare la loro posizione individuale, sottoponendo a controllo il potere del datore di collocarli in cassa integrazione (v. anche Cass. 10-5-2010 n. 11254).
Con il che deve conclusivamente ritenersi che la Corte di merito si è attenuta ad una lettura della norma basata sul principio consolidato (dopo l’intervento delle S.U., con la sentenza n. 302 dell’11-5-2000) secondo cui. in caso di intervento straordinario di integrazione salariale per l’attuazione di un programma di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale che implichi una temporanea eccedenza di personale, il provvedimento di sospensione dall’attività lavorativa è illegittimo qualora il datore di lavoro ometta di comunicare alle oo.ss., ai fini dell’esame congiunto, gli specifici criteri, eventualmente anche diversi dalla rotazione, di individuazione dei lavoratori che debbono essere sospesi e che tale illegittimità può essere fatta valere dai lavoratori interessati davanti al giudice ordinario, in via incidentale, per ottenere il pagamento della retribuzione piena e non integrata.