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Timestamp: 2020-08-13 06:43:05+00:00
Document Index: 153704941

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Sentenza Cassazione Civile n. 7555 del 23/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7555 del 23/03/2017
Cassazione civile, sez. II, 23/03/2017, (ud. 09/02/2017, dep.23/03/2017), n. 7555
sul ricorso 1584-2013 proposto da:
L.F., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
SIRTE 28, presso lo studio dell’avvocato GIULIA BASILE,
rappresentato e difeso dall’avvocato GIANNI BALZAN;
RESIDENCE DUE DI M.R. & C SNC (OMISSIS), IN PERSONA DEL
SUO LEGALE RAPP.TE P.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
NICOLA RICCIOTTI 11, presso lo studio dell’avvocato ANDREA
BATTAGLIA, rappresentata e difesa dall’avvocato UGO ROBERTO
CHIARATO;
avverso la sentenza n. 2500/2011 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,
depositata il 23/11/2011;
09/02/2017 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA;
udito l’Avvocato Basile Giulia con delega orale dell’avv. Balzan
Giovanni difensore del ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del
1 Con atto 28.1.1998 L.F., promissario acquirente di un appartamento nel fabbricato di (OMISSIS), convenne in giudizio la società Residence 2 di M.R. &amp; C snc, promittente venditrice, chiedendo la pronuncia di sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. con determinazione del corrispettivo in una somma minore per una serie di difetti riscontrati nell’immobile e per la mancata cancellazione dell’ipoteca.
La convenuta propose autonoma domanda di risoluzione del preliminare per inadempimento del promissario acquirente e il Tribunale di Rovigo, riuniti i due giudizi, rigettò la domanda del L. e, in accoglimento di quella avanzata dalla società, pronunciò la risoluzione del contratto e condannò il promissario acquirente al risarcimento dei danni.
2 La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza 23.11.2011, rigettò l’appello del L. osservando, per quanto ancora interessa:
– che il mancato tempestivo rilascio del permesso di abitabilità e la persistente iscrizione ipotecaria sull’immobile non giustificavano il rifiuto del L. di concludere il contratto preliminare parchè, come documentato dalla società, in altre vendite di appartamenti siti nello stesso fabbricato il rilascio del certificato di abitabilità risultava richiesto ed era di fatto intervenuto successivamente, mentre quanto all’iscrizione ipotecaria, la società, aveva dichiarato di avere estinto il debito col mutuante e di essere in attesa dell’assenso alla cancellazione ipotecaria, obbligandosi a tenere indenne l’acquirente da qualunque onere o danno derivante dall’ipoteca.
– che non erano emersi vizi dell’immobile di entità tale da concretare l’inadempimento grave della società e giustificare il rifiuto di addivenire alla stipula del definitivo.
3 Contro tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il L., sulla base di cinque motivi illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c., a cui resiste la Residence 2 con controricorso.
1-2 Con il primo motivo il ricorrente deduce ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 la violazione e falsa applicazione degli artt. 1375, 1455, 1460 e 1477 c.c. rimproverando alla Corte d’Appello di avere considerato irrilevante la mancanza del certificato di “agibilità” alla data prevista per la consegna del bene promesso in vendita.
Con il secondo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1375, 1460 e 1482 c.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 sulla ritenuta irrilevanza dell’iscrizione ipotecaria gravante sul bene promesso in vendita.
Queste due censure – che ben si prestano ad esame congiunto – sono infondate perchè, nonostante la formale intitolazione, esse riguardano non già violazione o falsa applicazione di legge, ma si appuntano esclusivamente sulla motivazione adottata dalla Corte d’Appello per escludere la rilevanza del mancato tempestivo rilascio del certificato di abitabilità e della cancellazione della iscrizione pregiudizievole, motivazione che invece esiste ed è anche congrua, avendo i giudici di merito esaminato le censure e spiegato, del tutto logicamente, parchè le questioni dell’abitabilità e dell’iscrizione ipotecaria nel caso di specie non rivestissero quel rilievo decisivo preteso dall’appellante per giustificare il suo rifiuto alla conclusione del contratto (v. pag. 15, ove si richiama il contenuto di due atti di vendita di appartamenti nello stesso stabile regolarmente conclusi con agevole superamento delle relative questioni).
Del resto, secondo il costante orientamento di questa Corte, anche a sezioni unite – ed oggi qui ribadito – la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (v. tra le tante, Sez. 3, Sentenza n. 17477 del 09/08/2007 Rv. 598953; Sez. U, Sentenza n. 13045 del 27/12/1997 Rv. 511208; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014 Rv. 629382).
Il primo motivo presenta inoltre un chiaro profilo di inammissibilità perchè introduce per la prima volta nel giudizio di cassazione una questione di diritto (mancato rilascio del certificato di “agibilità”, individuazione della natura e della funzione dello stesso e sue differenze dal certificato di abitabilità), implicante inevitabili accertamenti in fatto sulla destinazione d’uso dell’immobile promesso in vendita, accertamenti ovviamente in questa sede preclusi. In proposto, va osservato che per costante giurisprudenza, qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata nè indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il ricorrente che riproponga tale questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (v. tra le varie, Sez. 2, Sentenza n. 8206 del 22/04/2016 Rv. 639513 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 25546 del 30/11/2006 Rv. 593077 – 01).
3 Con il terzo motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, il vizio di omessa pronunzia sul censurato comportamento della Residence 2 in punto di mancata evasione della richiesta di sopralluogo avanzata dal L. ai fini dell’accoglimento dell’eccezione di inadempimento.
Il motivo è inammissibile perchè equivoca sul significato di “omessa pronuncia”: la differenza fra l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c. e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 consiste nel fatto che, nel primo caso, l’omesso esame concerne direttamente una domanda od un’eccezione introdotta in causa, autonomamente apprezzabile, ritualmente ed inequivocabilmente formulata, mentre nel secondo, l’omessa trattazione riguarda una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione (v. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 25714 del 04/12/2014 Rv. 633682 – 01; Sez. 5, Sentenza n. 25761 del 05/12/2014 Rv. 633829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 5444 del 14/03/2006 Rv. 587883 – 01).
Nel caso in esame è fin troppo chiaro che non si verte in tema di mancata pronuncia su un motivo di appello, ma su una mera circostanza di fatto, che secondo la tesi del ricorrente, avrebbe una portata decisiva ai fini dell’eccezione di inadempimento della società (mancata evasione della richiesta di sopralluogo). La censura, quindi, per come è stata proposta, non coglie nel segno, rilevandosi, ma solo per completezza, che dal tenore della motivazione emerge un implicito giudizio di irrilevanza della questione da parte del giudice di appello, che comunque l’ha valutata, posto che di essa vi è espressa menzione nella sentenza (v. narrativa, pag. 6). D’altro canto, l’obbligo di motivazione del giudice è ottemperato mediante l’indicazione delle ragioni della sua decisione, ossia del ragionamento da lui svolto con riferimento a ciascuna delle domande o eccezioni (nel giudizio di primo grado) o a ciascuno dei motivi d’impugnazione (nei giudizi d’impugnazione), mentre non è necessario che egli confuti espressamente – pur dovendoli prendere in considerazione – tutti gli argomenti portati dalla parte interessata a sostegno delle proprie domande, eccezioni o motivi disattesi e cioè anche gli argomenti assorbiti o incompatibili con le ragioni espressamente indicate dal giudice stesso, dovendosi ritenere, diversamente, che la motivazione non possa qualificarsi come “succinta” nel senso voluto dall’art. 118 disp. att. c.p.c. (v. tra le tante, Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 12123 del 17/05/2013 Rv. 626714 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 8767 del 15/04/2011 Rv. 617976 – 01; Sez. L, Sentenza n. 5748 del 25/05/1995 Rv. 492439 – 01).
4-5 Con il quarto motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1175 e 1375 c.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 per la mancata applicazione, alla condotta della Residence 2, del principio di buona fede oggettiva in fase di esecuzione del contratto.
Con il quinto ed ultimo motivo si deduce, infine, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 omessa motivazione sull’effettivo rispetto del principio di buona fede oggettiva da parte della Residence 2 in seguito alla mancata partecipazione al richiesto sopralluogo e alla richiesta di saldo del prezzo in violazione del preliminare ovvero in mancanza di contestuale consegna del certificato di agibilità.
Le due censure – da esaminarsi unitariamente – sono infondate perchè dai motivi di appello riportati nella impugnata sentenza non risulta che l’appellante si fosse doluto dell’assenza di un accertamento volto a verificare se il comportamento della società corrispondesse o meno a buona fede e comunque il rigetto della censura sulle carenze dell’immobile, sull’abilità e sulla questione delle ipoteche, unitamente alla conferma della domanda di risoluzione per inadempimento del promissario acquirente significava, ovviamente, un accertamento, in positivo, del rispetto del dovere di buona fede da parte della società.
In conclusione, il ricorso va rigettato e le spese seguono la soccombenza.
la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge.