Source: http://www.classicitaliani.it/muratori/dissertazioni/dissert70.htm
Timestamp: 2017-11-23 11:20:32+00:00
Document Index: 151206855

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Delle Immunità, Privilegi e Aggravj del Clero
e delle Chiese dopo la venuta de’ Barbari in Italia.
La materia che ora imprendo a trattare, è sì feconda, che sol quando avessi voglia di diffondermi, ne formerei agevolmente un libro. Ma siccome ho prescritta una ragionevol misura alle Dissertazioni presenti, e da che fra gli autori che scrissero dell’antica Immunità del Clero, Lodovico Tomassini ampiamente ne ragionò e vi si stese nella terza parte del libro primo de’ Benefizj; apporterò io qui alcune poche notizie per istruzione de’ Lettori meno dotti, acciocché, venendo l’occasione, possano anch’essi parlarne alcun poco e paragonar, quando occorra, i tempi moderni cogli antichi. Se da Dio piuttosto che dalle leggi umane abbia l’origine sua l’immunità delle persone ecclesiastiche e dei beni loro, ne lascio la discussione ai Teologi e agl’Interpreti de’ sacri Canoni. Mia intenzione unicamente si è di accennare brevemente piuttosto, che mostrare ciò che anticamente si fece, e non già cosa presentemente s’abbia da fare. Pertanto l’immunità riguarda o tutte le persone ecclesiastiche, uomini e donne, cherici, secolari e monaci, oppure i campi, le case ed altri beni loro temporali, ovvero i luoghi sacri e le chiese a Dio dedicate. Produrrò io dunque alcuni documenti che avran rapporto a cadauno di questi riguardi, ma però solo per quello che concerne il costume de’ secoli barbarici. Prima di tutti, s’ha da mettere per fondamento che nel Cristianesimo furono sempre diversi i riti e le usanze, sia per la varietà de’ paesi, sia per la maggiore o minore religiosità de’ Re e de’ Principi, sia finalmente per la dissomigliante positura de’ tempi. I secoli più rozzi e più ferrei ebbero certamente de’ Re piissimi. Ma non ve ne mancarono anche di quelli che si misero sotto a’ piè le umane e divine leggi, e violentemente operarono. Non dovete perciò stupire, veggendo cose da biasimare in que’ secoli molto più che da lodare. A’ dì nostri per altro quietissimi, quantunque i Principi Cattolici riconoscano e rispettino nel Pontefice Romano l’autorità su tutto il Clero, essi tengono nulladimeno su ciò un ordine diverso di disciplina, talché nascono talvolta discordie per sì fatte cagioni fra l’uno e l’altro Foro. Non v’ha dubbio che ne’ primi secoli di Chiesa santa i Vescovi furono giudici del Clero, e il Pontefice Romano, i Concilj e i Metropolitani furono altresì giudici de’ Vescovi. Se gl’Imperadori e i Re, primaché i Longobardi fissassero piè nell’Italia, si mischiassero nelle pendenze e negli affari degli Ecclesiastici, voi ne potrete essere istruito dalla Storia Romana, Greca e Gotica. Io veggo frattanto che l’autorità del Principe fu implorata sotto i Re Longobardi, allorché controversie insorgevano fra’ Vescovi. Io ne ho un esempio assai chiaro somministratomi dall’Archivio dell’Arcivescovato di Lucca, per una lite, mille e più anni sono, agitata fra due Vescovi, cioè Talisperiano vescovo Lucchese, e Giovanni vescovo Pistoiese. Già diedi alla luce una copia antichissima del giudicato tenutone nel 716, ex jussione Liutprandi Regis. Intervenne perciò in quel giudizio e sentenza Ultianus Notarius ac Missus Domni Regis in primo luogo, ed ebbe per congiudici Specioso vescovo allora di Firenze, il cui nome fu storpiato dal Fiorentini e da Cosimo dall’Arena, Walperto duca di Lucca, Alabi gastaldo, ed altri. Agli Eruditi sono ben noti i dissapori e le guerre che lungamente durarono fra i Longobardi e i Romani, mentre gl’Imperadori Greci comandavano in Roma, non per anche sottomessa a’ Longobardi. È lecito perciò di pensare che molti ostacoli trovasse nel Regno Longobardico l’autorità legittima de’ Pontefici Romani e de’ Vescovi, dove si trattava di affari ecclesiastici. Agli stessi Re si portavano in que’ tempi le querele de’ cherici contro i Vescovi, siccome apparisce da un giudicato esistente nel suddetto Archivio Lucchese, ch’io pubblicai. In quell’atto del 771 osservate con quanta fermezza d’animo Peredeo vescovo di Lucca ne’ secoli barbarici difese la disciplina ecclesiastica. La coabitazione di cherici con femmine era da moltissimi decreti di Concilj proibita. Potete anche notare che a chi si chiamava dannificato o leso da’ Vescovi, si concedeva jussio Regis; ma per questo il più delle volte non restava punto pregiudicato il gius episcopale, siccome in sì fatta occasione vediamo, in cui al Vescovo proprio fu lasciato il giudicare. Non altrimenti si fece sotto gli Augusti e i Re Franchi. Ogniqualvolta taluno del Clero pretendeva d’essere stato giudicato a torto dal Vescovo, non sembra che fosse un costume disapprovato il ricorrere e l’implorare sussidio dall’Imperadore, o dal Re, o da’ Messi loro. Questi poi di nuovo chiedevano dal Vescovo la revision della causa, come sogliam dire. Non vo’ già negare che jussio Regis (voce che all’orecchio de’ Canonisti moderni fa suono di non so quale asprezza) costrignesse i Vescovi alla revision suddetta. Ma tale fu l’usanza di que’ tempi, né per questa il Foro vescovile risentiva alcun danno del proprio diritto.
In confermazione di quanto vo ora dicendo diasi un’occhiata a due carte autentiche esistenti nell’Archivio Arcivescovile di Lucca, le quali da me furono date alla stampa. Un certo Alpulo prete fu interdetto dalla Messa e degradato dal Vescovo di Lucca, nominato Giacomo, perché avea condotta via una monaca chiamata Gumperga, calata di notte tempo giù dal muro del Monistero di S. Pietro, e postala su un cavallo, menata l’avea a casa sua. Nonostante che in giudizio constasse del suddetto misfatto suo, Alpulo nondimeno sfrontatamente si presentò a Pippino re d’Italia, reclamando d’essere stato ingiustamente condennato dal mentovato Giacomo vescovo. Supplicò ed ottenne jussionem clementissimi Domni nostri Pippini magni Regis, e portolla al Vescovo, che nuovamente istituì il conoscimento della causa, e per la seconda volta il ricondannò nell’anno 803. Alpulo tanto e tanto non s’acquetò, ed ebbe l’ardire dopo la seconda condanna di cantar Messa, né si vergognò d’inquietar con nuove querele Adalardo rinomatissimo Abbate Corbejese, spedito da Carlo Magno in Italia, dopo la morte del re Pippino, ad justitias quivi faciendas. Adalardo dunque raccomandò il sacerdote Alpulo a Bonifacio inlustrissimo Comiti nostro, cioè di Lucca, di cui già parlai nella Parte I, cap. 22 delle Antichità Estensi. Procurò esso Conte che di nuovo s’istituisse il giudizio nella causa del Prete già degradato. In quella terza volta tolta fu a quel temerario finalmente ogni speranza di più reclamare, perché nell’anno 813 Giacomo vescovo il sentenziò reo scomunicato. In questo secondo documento degne sono di osservazione le parole d’Alpulo, cui veniva opposta la sentenza data contra di lui da Rachinardo vescovo di Pisa, ignorato e perciò tralasciato dall’Ughelli nell’Italia Sacra. — Non fuit veritas (dicea quel Prete), quia Dominus Imperator et Domnus Apostolicus ipsum Brevem Rachinardi Episcopi (di Pisa) non receperunt. Et dum taliter diceret, nos interrogavimus eum si haberet aliquam auctoritatem Domini Imperatores aut Domni Apostolici, quomodo suum honorem habere posset. Qui dixit. Nullam eorum auctoritatem, nec scriptum eorum habeo, ec. Dalle quali parole ognun vede che in que’ secoli si conosceva quanta fosse l’autorità della Sede Apostolica in somiglianti contingenze. Nello stesso tempo sembra essere assai chiara cosa che gl’Imperadori e i Re s’attribuirono o si arrogarono il diritto di correggere o anche di abrogare colle sentenze o decreti loro sussidiarj i giudizj de’ sacri Prelati nel Foro contentenzioso, dove però non si trattava di articoli appartenenti alla Fede ortodossa. Io leggo nella prima delle accenuate due carte che il re Pippino praeceperat nobis (son parole di Giacomo vescovo di Lucca), ut judicaremus inter nos et ipsum (cioè Alpulo) per veram legem et justitiam; et qualiter judicaremus, nostrum illi emitteremus Judicatum. Non dice che fosse per essere stabile ciò ch’egli avesse giudicato, ma sì bene, che la sentenza da proferirsi da lui si dovea susseguentemente trasmettere al re Pippino, quasiché questi in certa maniera si riserbasse l’ultima cognizioni della causa. Quello ch’è certo, si è, siccome dissi, che dal suddetto documento dell’813 noi abbiamo confermato abbastanza l’antichissimo gius Apostolico, cioè il diritto del Romano Pontefice, a cui tutti poteano ricorrere, e ad esso lui appellare. E per dir vero, se il prete Alpulo avesse avuta aliquam auctoritatem Domini Imperatoris, aut Domni Apostolici, sarebbe riuscito bene in tutto quel suo impegno, e avrebbe vinto la lite. Ma andiamo avanti.
Qualora avveniva che qualche persona ecclesiastica trovata fosse aver macchinato contro l’onore del Re, o avere operato contro la fede a lui giurata, costume allora fu di chiamarla ad udire l’intenzione del Re, ed intimarle che si purgasse dall’accusa addossatale. Se constava manifestamente che l’Ecclesiastico fosse colpevole, era egli imprigionato in un monistero, ovvero era punito coll’esilio. Né pure i Vescovi su questa materia andavano esenti. A Carlo Magno, dopo ch’ebbe conquistato il Regno de’ Longobardi, sembrarono sospetti di mancanza di fede (a quel ch’io ne penso) i Vescovi Civitatis Pisanae, seu Lucanae. Chiamati, e passati ch’essi furono in Francia, non trovava Carlo Magno la strada di rimandarli liberi in Italia. Leggete l’epistola LV del Codice Carolino, e troverete che papa Adriano I per esso loro pregò e intercedè la liberazione. Parimente procurò quel Monarca che condotto a lui fosse Pottone abbate del Monistero di Volturno, accusato d’infedeltà, et per suam praefulgidam jussionem exinde ablatum, come sta registrato nella lettera LXXIX del Codice suddetto, nella quale esso pontefice Adriano raccomandò al Re l’Abbate siccome innocente. Che fece allora il Re in quella causa? La indirizzò ad Adriano, acciocché la discutesse, e non ne possiam dubitare dall’epistola LXXII del prelodato Codice. Più, Carlo stesso non volea permettere di partire ad Anastasio messo di esso Papa, per lo sdegno che avea conceputo contro di quel Ministro Pontifizio, perché egli importabilia verba, quae non expediebat, loquutus fuisset del Re suddetto. Della qual cosa scrisse con doglianze Adriano al re Carlo nell’Epistola L del Codice Carolino, dove abbiamo la formola seguente di dire, che ad alcuni cagionar potrebbe maraviglia. Sed neque ab ipsis Mundi exordiis cognoscitur evenisse, ut Missus protectoris tui beati Petri, magnus vel parvus, a quacumque gente detentus fuisset. Seti jubeat nobis eum vestra solicitudo dirigere; et severissime eum sciscitantes, juxta noxam ei repertam eum corripiemus. Tali furono i giusti sentimenti del Papa, secondo la regola del gius delle genti, e congruentemente all’onore della Sede Apostolica, che dal principio della Chiesa tutti i Cattolici han sempre mai venerata. In oltre per comando dell’imperador Lodovico Pio fu non so per qual colpa mandato in esilio e relegato in Argentina Ermoldo Nigello abbate, siccome egli attesta nel suo Poema, da me pubblicato nella Parte II del tomo II Rer. Ital. Aggiugnete, che lo stesso Lodovico Pio gastigò coll’esilio alcuni Vescovi, e li costrinse a far entro de’ monisterj penitenza, trovati colpevoli e rei nell’818 nella congiura di Bernardo re d’Italia; fra’ quali si contarono Anselmus Mediolanensis Archiepiscopus, Wolfoldus Cremonensis, et Theodulphus Aurelianensis. Giusta fu la pena che ne pagarono; imperciocché in virtù della sentenza di un Sinodo precedentemente tenuto, Episcopos conjurationis auctores (sono parole degli Annali Bertiniani all’anno soprammentovato) Synodali decreto depositos, Monasteriis mancipari jussit l’Imperadore. Dissomigliante metodo di giudicare non tenne già per altro lodevolmente verso i Vescovi il medesimo Ludovico Pio, allora quando contra di lui fierissimamente congiurarono i proprj figliuoli. Fra questi però l’imperadore Lottario lasciò trasportarsi cotanto dall’iraconda sua indole, che non permise ai Prelati Italiani, fedeli al padre suo, di riacquistare la sede loro, i benefizj, e neppure i loro beni, come consta dagli Annali de’ Franchi. Andarono poi anche più innanzi i re d’Italia Ugo e Berengario. Sappiamo ch’eglino fecero imprigionare il celebre Raterio vescovo di Verona, uomo, per dir vero, di genio torbido, che lungamente nella carcere sì nutrì col pane della tribulazione.
Troppo lungo sarei, s’io volessi riandare tutti gli esempli che l’Istoria ci somministra di quello che fecero gl’Imperadori e i Re contro i Vescovi, gli Abbati e il restante del Clero. In tutti quegli atti loro torna sempre sul tappeto la quistione, se succedessero con autorità legittima, oppure con violenza ed usurpazione. Moltissimi monumenti degli antichi perirono. Que’ pochi che dall’ingiurie del tempo si salvarono, fanno bastantemente a noi vedere che i Pontefici Romani, a’ quali incombeva di proteggere e conservare i diritti di tutte le chiese, fecero testa per quanto poterono, affinché forza né violenza fatta fosse agli Ecclesiastici e persone sacre; e se alcune di esse fossero talvolta colpevoli di qualche reato, ne fosse altresì giudicata la causa dai legittimi ministri della chiesa. Quello che per molti secoli veggo non contrastato né negato ai Re, e né pure, a parer mio, allora disapprovato, fu che senza richiamo né opposizione di alcuno si portavano al giudizio de’ Principi e dei Re le liti civili insorte fra le persone ecclesiastiche, o quelle anche che contra di queste erano dai secolari suscitate. In pruova di sì fatto costume di que’ tempi, con non pochi documenti, ch’io addurrò nella Dissertazione LXXIV, de’ Parrochi, si chiarirà la celebre controversia dei Vescovi di Arezzo contro di quei di Siena, nel contrasto e pretensione che gli uni e gli altri ebbero per certe parrocchie situate fra l’una e l’altra di quelle due città. Per adesso potrà chi legge dare un’occhiata ad un giudicato dell’anno 833 in causa somigliante, ch’io vidi, e copiato dell’archivio dei Canonici di Arezzo diedi alla luce in questa Dissertazione. Nacque litigio fra Petrum (per ignoranza di quel secolo appellato Petronem) Episcopum Arretinum, et Vigilium Abbatem Monasterii Sancti Antemii, o più tosto Anthymi, nel territorio di Chiusi. A quel Monistero era stato conceduto nell’anno 814 un privilegio dall’imperadore Lodovico Pio; documento che dal Tomasio nel quarto libro dell’Istoria Sanese fu divulgato, e dipoi dall’Ughelli fu nel terzo tomo dell’Italia Sacra ristampato, ma con questo errore fra gli altri, che Lodovico Pio si dice Procis in vece di Prolis Caroli Magni. Ebbe Pietro vescovo Aretino la sentenza favorevole da Agiprando vescovo di Firenze, e dagli altri Giudici e Messi dell’imperadore Lottario I, i quali come Legati d’esso Augusto giudicarono su quella controversia, nata fra due persone ecclesiastiche. Non mi si dica che i due vescovi Agiprando di Firenze e Pietro di Volterra, directi a Hlotario magno Imperatore, insieme con Anastasio Episcopo Senensi sentenziarono non già di autorità propria, ma sì bene per delegazione dello stesso Imperadore; perché chiara e ripetuta più volte in quell’atto è la formola juxta jussionem et indiculum Domni Imperatoris. S’ha intanto da emendare l’Ughelli, che in vece di Agiprando scrisse Aliprando o Rambaldo. Qual fosse il vero nome di lui (questo appunto di Agiprando) l’abbiamo nettamente da quella carta. Ignoto fu anche all’Ughelli Anastasius Senensis Episcopus, da annoverarsi perciò nel catalogo de’ Vescovi di Siena, levando per avventura Thomam, dato per vescovo a Siena nell’anno 830 dal medesimo Ughelli. Non fu poi Pietro vescovo di Arezzo neghittoso nel procurare dall’Augusto Lottario la confermazion del favorevole decreto pronunziato antecedentemente dai Messi e Legati Imperiali; e di fatto l’ottenne nell’anno stesso 833, come apparisce dal diploma originale, ch’io stampai, esistente nell’Archivio Canonicale di Arezzo. Così anche jussit Domnus Rex d’Italia, cioè Carlo Crasso, che i Messi e Legati suoi giudicassero della controversia e lite che bolliva per cagione di certi beni o fondi tra i due rinomati Monisterj Ambrosiano in Milano e Augiense nella Suevia. Ognuno può vedere la disamina giudicialmente tenuta nell’880, ch’io diedi alle stampe, e copiai dall’insigne archivio de’ Monaci Cisterciensi di Santo Ambrosio maggior di Milano. In quell’atto leggiamo sulle prime fra que’ congiudici Johannem Episcopum di Pavia, per quanto a me sembra. Dipoi troviamo mentovato Heribertum Episcopum ejusdem Sedis, cioè Ecclesiae Comensis, il quale unitamente co’ Messi Regj discusse la suddetta lite. Prese dunque l’Ughelli uno sbaglio nel tomo V dell’Italia Sacra, dove nella serie de’ Vescovi di Como non riferì dall’anno 865 sino all’891 se non se il solo Agilbertum, sive Aglibertum natione Gallum, essendo certo che nell’anno 880 Heriberto teneva la sede vescovile di essa città. Badate eziandio alla diversità de’ giudici che si sottoscrissero in quel documento. Alcuni s’intitolano Judices sacri Palatii, altri Judices Domni Regis, cioè creati da Carlo Crasso; quelli Judices Domni Imperatoris, vale a dire costituiti dall’imperadore antecedente Carlo Calvo; questi finalmente nominati col solo titolo Judices, equivalente a quello di giurisperito. Di questo divario ho io trattato nella X Dissertazione, de Ministri minori della Giustizia. Tenuto fu il mentovato placito nella città di Como, o, come sta scritto, civitati Comani Comitato Mediolanensi; la qual enunziativa, siccome cosa singolare, fu da me esaminata nell’VIII Dissertazione, dei Conti.
L’introdotto costume di giudicare delle controversie di persone ecclesiastiche fu ne’ tempi susseguenti abbracciato anche da’ Principi di pietà somma. De’ non pochi esempli che ci restano, mi contenterò io di rammentarne due solamente. Sia il primo il giudicato favorevole che nell’anno 1019 riportò Gotifredo abbate del Monistero di Santo Ambrosio maggior di Milano dai Messi e Giudici Imperiali contro l’Arcivescovo di Milano, il Vescovo di Como e l’Abbate di San Calocero, per certe terre specificate nella carta originale d’esso giudicato, da me ricavata dall’archivio dell’accennato Monistero, e già pubblicata. Tutti sanno in qual bontà vera di costumi fosse Arrigo fra gl’imperadori il I. E pure ab eo constitutus fu giudice ad caussam hanc Domnus Anselmus Missus del medesimo Domni Henrici Imperatoris. Ecco perciò di quai giudici in que’ secoli le persone ecclesiastiche si servirono nelle cause civili per un’usanza ben diversa da quella che a’ dì nostri con maggiore rettitudine si pratica in Italia, ma però con un costume non riputato allora indebito né vizioso. L’altro documento antico bensì, ma corroso, appartiene alla contessa Matilda. Lo trascrissi da un esemplare in pergamena, esistente nell’Archivio Estense, e colla stampa lo diedi alla luce. Litigavano reciprocamente il Vescovo di Modena e l’Abbate della Pomposa per la chiesa in San Michele di Soliera sul Modenese. Nell’anno 1106 Bernardus cominciò a governare il Vescovato di Parma. In quell’anno o in uno de’ susseguenti sentenziò la contessa Matilda sulla controversia. In quel decreto intervenne non solo il vescovo Bernardo, ma anche Pietro vescovo di Pistoia allora tuttavia vivente, e tutti e due vi si sottoscrissero. Alcuno scrupolo non ebbe quella gran Principessa secolare, considerata anche allora, per le molte virtù e degne qualità sue, di assumere il giudicio di cause civili vertenti tra litiganti di carattere ecclesiastico. Quantunque ella si ritenesse, allorché seppe che Bernardus Cardinalis et Vicarius Apostolicae Sedis avea interposto in questa causa il suo decreto; nulladimeno si attribuì l’autorità di confermarlo, d’ordinare e d’aggiugnere altre particolarità, intimandone la pena a chi contravvenisse. Né ciò ci ha da recar maraviglia. E chi non sa con quanta autorità i Re 2099 stessi forniti di pietà invigilarono sulla disciplina ecclesiastica, corressero i costumi de’ Vescovi, de’ Canonici, de’ monaci e delle sacre vergini, e rimediarono anche colla forza, quando portò il bisogno, allo sfascio dell’economia d’essi Ecclesiastici? Oltre ciò che a questo proposito io rapportai nella Dissertazione IX, de Messi Regj, nella LXV, dell’erezione de’ Monisteri, e nella seguente LXVI, de’ Monisteri delle Monache, non v’incresca di udire come Ermoldo Nigello nel Poema delle azioni di Lodovico Pio al lib. II vi rappresenta lo stesso Imperatore, parlante così:
Atque per Imperium currite rite meum:
Femineum necnon, quae pia castra colunt.
Pastorique gregem quae convenientia jungat;
Praelati tribuant tempore, sive loco, ec.
Del restante potete informarvi dai Capitolari de’ Re Franchi, e dalle Leggi Longobardiche pubblicate nella Parte II, tom. I Rer. Ital. Negate ora, se potete, che i Re, quantunque pii, giudicarono cosa di dover proprio l’ingerirsi nella correzion degli Ecclesiastici, e nel governo de’ medesimi, e per un certo titolo di protezione stimarono che fosse loro lecito lo stendere l’ispezione su d’una porzion sì nobilissima di popolo. E pure né i Vescovi zittivano su procedimento sì fatto, non se ne dolevano, e né meno se ne querelava il Pontefice Romano, vedendo che la premura ed attenzione delle teste coronate tornava in edificazione e non già in distruggimento della Chiesa. Allora solamente cominciarono i Papi e i Prelati a lagnarsene e ad opporvisi, quando osservarono che questa consuetudine introdotta degenerava in ismoderata libertà, e tendeva in pregiudizio delle chiese. Passiamo ora dalle persone ecclesiastiche ai beni loro.
Inutilmente faticherei me stesso, e tedierei chi legge, se volessi mostrare di quante immunità godessero i beni e le terre delle chiese. Innumerabili documenti e memorie qua e là si leggono sparse nell’Opera mia presente, che in abbondanza ci attestano, come gareggiasse anticamente la liberalità degl’Imperadori per arricchire di privilegj le persone ecclesiastiche non meno, che il patrimonio delle medesime. Ciò non ostante non vo’ lasciar andare affatto digiuna questa materia. Primieramente, non s’ha da immaginare che cadauna persona sacra godesse esenzion totale dai pubblici aggravj, e che immuni ne fossero i beni di tutte le chiese e del Clero tutto, dopo che il gran Costantino imperadore ebbe alla Chiesa ridonato la pace. Molto più tardi provò la milizia ecclesiastica i favorevoli effetti dell’indulgenza dei Principi. Ma né pure in que’ vecchi secoli fu una sola la misura dell’immunità per tutti gli Ecclesiastici. Chi più figurò nelle chiese, vale a dire i Vescovi, i Capitoli dei Canonici, e i Monisterj più riguardevoli d’ambo i sessi, questi tutti goderono immunità maggiori. A parte di sì fatta fortuna non furono già le chiese picciole, ai fondi e terreni delle quali si concedeva l’esenzione sì bene, ma si negava poi ai beni patrimoniali dei cherici. Finalmente conceduta appena fu mai immunità così ampia dagli oneri e tributi pubblici ad alcuna chiesa, che non restassero obbligati e suggetti i luoghi sacri a qualunque ordinaria o straordinaria funzione. Sul particolare di questa varietà noi abbiamo un gran cangiamento di leggi e dissomiglianza di consuetudini in que’ tempi, e ai nostri anche non ne mancano esempli. L’eruditissimo Tomassini nella terza parte del lib. I, cap. 26 rapporta alcuni Capitolari de’ Re Franchi, da’ quali sembra che bastantemente si additi che non solo tutti i cherici per riguardo delle persone loro, ma i beni anche di tutte le chiese furono esenti dagli aggravj e servigi pubblici. La stessa cosa dimostrata fu prima di lui dal dottissimo Bignon nelle annotazioni al primo libro di Marcolfo. Che altrettanto si osservasse in Italia, si può dedurre, a parer mio, dalla legge promulgata nell’885 dall’imperador Lodovico Pio nella Dieta Ticinese o sia di Pavia, aggiunta da me alle Leggi de’ Longobardi nella Parte II del tom. I Rer. Ital. Eccone le parole: Statuimus autem, ut Ecclesiae Dei per totius Regni nostri fundatae terminos, sub nostrae immunitatis tuitione securae cum rebus et familiis permaneant, ceu Praedecessorum nostrorum, piissimorum videlicet Augustorum, temporibus fuisse probantur. Earumque Rectores propriis utantur privilegiis. Qui non eccettua l’Imperadore alcuna chiesa; tutte anzi le dichiara esenti. Non dice già di concedere qualche cosa di nuovo, ma bensì protesta di confermar le concessioni de’ suoi antecessori. Contuttociò potrebbe taluno opporre che le parole sub nostrae immunitatis tuitione non lasciano di essere dubbiose, potendo esse significare la semplice e nuda protezion delle chiese, appellata talvolta mundiburdium, perché si costumò anticamente di concedere lettere e diplomi di sì fatta tutela e mundiburdio non tanto alle persone sacre, quanto alle secolari. N’ebbi io sotto gli occhi gli esempli, particolarmente ne’ tempi di Ugo re d’Italia, che nel 928 prese sotto il suo mundiburdio Luponem de Nugarini co’ suoi figliuoli. Dall’archivio de’ Monaci Olivetani di Santa Maria all’Organo in Verona copiato e poi pubblicato da me ne fu il diploma. Un altro pure ne divulgai, dato nell’anno suddetto, in cui Amelricus, qui et Amizo vocatur, habitator Ferrariae, cum conjuge sua nomine Theoperga, ottenne dallo stesso re Ugo tuitionis mundiburdum. L’archivio de’ Canonici di Arezzo me ne somministrò anche un altro, nel quale si vede che nel 943 Hugo et Lotharius Reges riceverono un certo Bernardo e i suoi figliuoli sub nostrae tuitionis munburdum, e a lui confermarono omnes res proprietatis suae, cioè i beni sì mobili che immobili ch’egli possedeva. Un somigliante diploma dato dall’imperadore Lodovico II, o III, a non so qual Grippo, voi lo troverete stampato nella Dissertazione XVII, del Fisco. In che consisteva dunque il vigore e la forza di quelle protezioni o mundiburdi che si accordavano allora ai secolari? Nell’imporre a chiunque avesse osato d’inquietare e sturbare ingiustamente le persone protette la pena prefissa dalle leggi comuni non solamente, ma anche nel costrignerlo al pagamento di quella condanna che le carte dei mundiburdi aveano tassata. Né furono alcuna volta differenti i diplomi di tutela che i monisterj e le chiese si procacciarono. Nel prelodato archivio di Santa Maria all’Organo in Verona mi venne alle mani un privilegio di mundiburdio, ch’io poi diedi al pubblico. Il Monisterio di Santa Maria di Gazo impetrò nel 928 da Ugo re d’Italia suae tuitionis mundiburdium. Sembra che la protezione non si stendesse ad altro, se non se a reprimere chi avesse avuto l’ardire di aliquas contrarietates facere, aut aliquas inusitatas et importunas exactiones imponere: parole che non escludono gli oneri giusti e ordinarj, a’ quali furono per avventura suggetti li cherici stessi. A questo proposito leggete anche il mundiburdio conceduto al cherico Leone nel 980 da Carlo Crasso re d’Italia, da me inserito nella mentovata Dissertazione XVII, del Fisco.
Ora rispondo all’obbiezione fatta poc’anzi. Convengo che ne’ sovraccennati documenti niun’altra menzione s’incontra che di protezione, di tutela e di mundiburdio. Ma dico che oltre il vocabolo tuitionem, la legge mentovata di Lodovico II ha e concede eziandio immunitatem, voce realmente significante la liberazione dai pubblici aggravj e tributi. A chiarir meglio la formola suddetta di Lodovico sub nostrae immunitatis tuitione securae cum rebus et familiis permaneant, possono giovare alcune carte da me pubblicate nella predetta Dissertazione del Fisco. Molto più di lume danno in oltre due diplomi, ricavati dall’Archivio Canonicale di Arezzo, e da me divulgati. L’uno è la carta dell’843, che Lottario I imperadore diede a Pietro vescovo di Arezzo, susceptum sub nostrae immunitatis tuitione, e mundeburdo, colla confermazione dei beni di quella chiesa. L’altro appartiene a Carlo Crasso re d’Italia, il quale nell’879 confermò a Giovanni vescovo Aretino tutti i beni e diritti di quella sua sede prendendola sub immunitatis suae defensione; formola ordinaria di que’ tempi, e perciò somigliante all’antecedente usata da Lottario I; ma parole che sì egli che Carlo Crasso spiegarono co’ termini seguenti: videlicet ut nullus Judex publicus, vel quislibet ex judiciaria potestate, seu Missus noster discurrens, in Ecclesias, casas, vel agros seu reliquas possessiones praedictae Ecclesiae, quas juste et legaliter possidere dinoscitur, vel quas divina pietas sibi augere voluerit, ad caussas judiciario more audiendas, aut freda exigenda, aut mansiones vel paratas faciendas, aut fidejussores tollendos, aut homines tam servos quam ingenuos super terram ipsius Sedis commanentes, injuste distringendos, nec ullas redibitiones vel illicitas occasiones requirendas, ullo umquam in tempore ingredi audeat, vel per aliquod ingenium accipere praesumat. Adunque voi vedete che avere allora goduto immunitatis Regiae tuitione fu lo stesso che non essere più soggetto ai magistrati regj, né ad alcun tributo ed onere pubblico, massimamente quando si vedeva inserita ne’ diplomi la clausola sopra descritta. Carte di tal tenore furono perciò dette Immunitatis Praecepta, così qualificate da Carlo Crasso non meno che da Carlomanno re d’Italia nel privilegio da lui conceduto nell’anno 877 alle Monache della Posterla o sia di Santa Teodota in Pavia. In questo diploma, da me già stampato, noi abbiamo Heimonem Episcopum Bellunensem appellato Almonum dal Piloni nell’Istoria di Belluno, e dall’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra. Non ostante però il detto finora, ho sempre agli occhi della mente che mundiburdia ovvero praecepta immunitatis anticamente non furono tutti dello stesso vigore. Sembra che alcuni riguardassero unicamente la protezione, ed altri la protezione insieme co’ privilegj. Le Monache di San Sisto di Piacenza ottennero dall’imperadore Corrado I nel 1035 lettere di protezione o mundiburdio, ch’io diedi alla luce. In esse le nude parole sub mundiburdii nostri tuitione non si stendono già ad alcuna immunità d’oneri e tributi pubblici, ma solamente a vietare a qualunque persona pubblica di molestare, inquietare, vel disvestire sine legali judicio quel Monistero e la sua Badessa pro tempore constitutam di tutti i beni che giustamente e legalmente possedevano. Ma si Ecclesiae Dei per totius Regni Italici fundatae terminos (siccome dice la legge dell’imperador Lodovico II) erano sub Regiae immunitatis tuitione, vale a dire sottratte dalla legge universale del Fisco, ed esenti da tutte le fazioni, angarie ed aggravj pubblici; perché mai ogni chiesa cercava e procurava sì premurosamente di avere il privilegio dai Re e dagl’Imperadori? Dissi poco: per qual fine fece a gara ognuno di chiedere e d’impetrare dagli Augusti e Re novelli la confermazion de’ già ottenuti privilegi? Coloro che aveano a cuore o il vantaggio proprio, o l’utilità della lor chiesa, non disprezzavano certo questa usanza, tantoché sospettar si potrebbe che immuni ed esenti pienamente non fossero in virtù di alcuna legge universale le chiese, le persone ecclesiastiche, e i fondi e beni loro, ma godesse solamente di un’ampia esenzione chi aveala mediante il privilegio conseguita da qualunque Principe novello. Udite ciò che ne vo conietturando. Io dunque penso che per una legge generale conceduta fosse l’immunità alle chiese, a condizione però che i Vescovi, gli Abbati e gli altri Ecclesiastici riconoscessero qualunque Re novello, come si pratica secondo le leggi feudali dai vassalli. È cosa assai nota che un feudo non si conferisce solamente al primo che ne viene investito, ma anche a tutti i discendenti suoi, e però ogni discendente è obbligato a prenderne l’investitura dal Principe che all’antecessor suo succede. Tuttavia qui v’ha, a mio credere, alcuna piccola oscurità. Imperciocché Lodovico II sembra distinguere nella legge sopraccennata dalla immunitatis tuitione i privilegi mercè di queste parole: earumque Ecclesiarum Rectores propriis utantur Privilegiis, quasiché i Rettori delle chiese procurassero a sé stessi, oltre i privilegj d’immunità, i proprj anche di protezione dagl’Imperadori e dai Re. Per dir vero, non tutti i privilegi accordano la stessa misura di liberalità regale. Quanto indulgente fosse anticamente Arrigo I re d’Italia verso il celebre Monistero di San Sisto, già di sacre vergini, ora di Benedettini in Piacenza, ne ho dato io con altri documenti le pruove nell’Opera presente. Chi legge, potrà eziandio osservare il diploma del medesimo Re, dato nel 1008 al Monistero suddetto, cui fu confermata omnis districtio et redditio (redhibitionem la chiamano altre carte) per singula loca et Comitatus, de omnibus rebus et possessionibus ejusdem Monasterii, quae ad Partem Publicam pertinere videntur. Vuole di più Arrigo, nec ab omnibus hominibus liberis in potestate ejusdem Monasterii residentibus, aut familiis ipsius loci aliquis Reipublicae Minister ullum portonaticum, telonium, aut ripaticum, vel quaelibet vectigalia requirat, exigat.
Passi di grazia il Lettore con esso me alla città di Pistoia, dove troverà un esemplare di secento anni, esistente nell’archivio dei Canonici Lateranesi di San Bartolomeo (ignoto al Mabillone) contenente la fondazione e dotazione di quel Monistero fatta da Gaidoaldo medico dei Re Longobardi nell’anno 767. Ma dopo che i Franchi si furono impadroniti del Regno d’Italia, regnando Pippino figliuolo di Carlo Magno, fu lo stesso Monistero, giusta l’iniquo costume di que’ tempi, conceduto in beneficio a non so qual Nebulungo Baviario, o Bajoario. Spogliatene dipoi costui dai Messi di Carlo Magno, e rimessovi in possesso l’abbate Ildeperto, questi avendo trovato abusi e pregiudizj fatti dall’usurpatore in danno del Monistero, i quali continuavano, ne portò le querele all’abbate Adalardo messo del suddetto Carlo Augusto, e nell’anno 812 impetrò mediante un giudicato (la cui copia antica, da me già divolgata, si conserva presso que’ Monaci) la liberazione dalle introdotte angarie, e l’immunità dagli oneri pubblici. Adalardo, che presedè nell’accennato giudicio, è il rinomatissimo Abbate di Corbeia, personaggio per santità di vita e per azioni lodevoli noto abbastanza negli Annali Benedettini, e ministro più fiate nel Regno d’Italia. Nella Cronica Farfense (stampata nella Parte II del tomo I Rer. Ital.) inserito si vede un altro placito, dove egli si appella Adalhard, Missus Domni Imperatoris Caroli. Ma nella carta presente s’intitola con raro e inusitato esempio Vassus Domni Caroli Imperatoris. Avrebbe mai l’antico copista per inavvertenza scritto Vassus in vece di Missus? Date nulladimeno un’occhiata all’XI Dissertazione, de Vassi, Vassalli, ec., ed anche al privilegio che da Lodovico Augusto ottenne l’Abbate di San Gallo, del qual documento parleremo abbasso. Intanto osservate che nel placito del mentovato Monistero di San Bartolomeo Willeradus Episcopus di Pistoia fu un altro di que’ congiudici. L’Ughelli nel tomo III dell’Italia Sacra ne corruppe il nome, chiamandolo Wiltretradum. V’intervenne anche Bonifacius Dux. Egli è lo stesso che ci si presentò rammemorato inlustrissimus Comes noster, cioè Conte di Lucca, nella carta sopra riferita dell’813; nel qual anno fu di sentimento Cosimo dell’Arena nella serie de’ Duchi e Marchesi di Toscana, ch’esso Bonifazio succedesse al duca Wicheramo. La stessa opinione ebbe il Fiorentini nel terzo libro della Vita della contessa Matilda. Amendue questi scrittori crederono che Bonifazio fosse unicamente Conte. Ma qui ci si dà egli a conoscere fregiato col titolo anche di Duca: carattere che potrebbe dar luogo a quistionare se Bonifazio fosse allora duca di tutta la Toscana, o conte solamente di Lucca. Vedemmo che a’ tempi Pippini Regis dato fu il Monistero di Pistoia in beneficio Nebulungo genere Baviario: voci che mi rimettono nella memoria Nebulungum Comitem vivente in quel secolo; del qual personaggio parlano molto il Bucheto nel libro della vera origine della Famiglia Regia Francica, Gianjacopo Chiflezio in Lumin. Genealog. ad Vindic. Hispan., e il Blondello nel tomo II Genealog. Francic.; pretendendo alcuni, altri negando, che dallo stesso Nebulungo derivassero i gloriosissimi Re della terza schiatta tuttavia regnanti. Io non so se abbia che fare Nebulungo conte con Nebulungo Bavaro, cui non vien dato titolo alcuno di Conte nel Placito di cui parliamo, come né anche a Rotchildo qui pure rammentato, persona sì autorevole, che mandato avea in exsilium l’abbate Ildeperto. Nella Dissertazione LXXIII, de’ Monisteri dati in beneficio, chiarirò meglio l’usanza de’ Magnati secolari di allora, che andavano a caccia di somiglianti Badie. Potrete anche osservare che nella mentovata carta de’ Lateranesi di San Bartolomeo si fa menzione di un placito tenuto molto prima, cui intervennero Paulinus patriarca Aquileiese, che si crede defunto circa l’anno 802; Arno Archiepiscopus di Salisburgo; Fardulfus Abbas di San Dionisio di Parigi, morto nell’806, o nell’anno seguente, et Echerigus Comes Palatii, messi tutti di Carlo Magno. Andiamo avanti. L’abbate Ildeperto presentò all’abbate Adalardo ad relegendum Monimen, et Missum ab ipso quondam Gaidualdo Medico. Il vocabolo Monimen in altre carte significò spesse volte i diplomi e privilegj de’ Principi. Qui però menzione non si fa di Re alcuno, e noi non abbiamo altro che lo strumento stipulato dal fondatore di quel Monistero. S’ha perciò, s’io non m’inganno, da leggere Monimen emissum ab ipso quondam Gaidualdo Medico: formola di dire allora usata. Ma o non fosse prodotta in quel giudicato alcuna carta di privilegio, o non si considerasse l’atto della fondazion del Monistero, certo fu che i Legati Imperiali decretarono che al Monistero di Pistoia niun aggravio pubblico avesse ad imporsi. Sembra dunque che traspiri da ciò, che quantunque privilegi Regali o Cesarei non fossero peranche conferiti al prelodato Monistero, da che era esso nulladimeno un luogo sacro dove si alimentavano persone a Dio consecrate, lo sentenziassero i Messi Imperiali immune ed esente dagli oneri pubblici in avvenire. Dico questo con ispecie di dubbio. Ma a ben riflettervi, si verrà a conoscere che l’Abbate di Pistoia fu esentato dagl’incomodi hostis, paratae, conjecti et donationis, perché Gaidoaldo fondatore del Monistero heredes reliquit, qui hostem faciebant, e portavano, siccome penso, gli altri pesi. Non avrebbe dunque goduto quel Monistero agevolezza alcuna, se niuno restato vi fosse che in luogo dell’Abbate avesse prestato que’ pubblici servigi. Dice poscia Adalardo di avere impreso a giudicare auctoritate et jussione Domni Imperatoris, al quale dovette ricorrere l’Abbate per avere giustizia. Indi soggiugne, ch’egli dà la sua sentenza anteposito, cioè eccettuato, si aliter fuerit jussio Regalis, cioè se l’Imperadore avesse decretato altrimenti, con che ci fa intendere che dall’arbitrio di Cesare, e non già da legge alcuna prestabilita, dipendeva l’immunità del soprannomato Monistero. Da queste cose quando non potessimo ricavare altro lume, possiamo certamente restar persuasi che, siccome dissi sulle prime, non fu alle persone e ai luoghi sacri conceduta immunità sì piena e tanto assoluta, che essi fossero esenti da qualunque aggravio e funzion pubblica. Già vedemmo che anche gli Abbati erano obbligati hostem facere, vale a dire di andare alla guerra, qualora ne bisognava. Di quest’onore ho io trattato nella Dissertazione XXVI, della Milizia.
Su quel proposito rammentai una legge di Carlo Magno, la quale sembrò che mettesse fine a una consuetudine cotanto empia. Ora aggiungo che il Baluzio la crede promulgata nell’803. Ma il giudicato di Adalardo finquì riferito attesta che fino all’812 durò l’usanza di mandare alla guerra gli Abbati del pari che i laici: peso a cui soggiacque l’abbate Ildeberto. Considerate intanto alcun poco una carta autentica, da me pubblicata, esistente nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Modena. Ghisone vescovo Modenese diede nell’811 alcuni fondi e terre in livello a Scolastico, Giovanni e Pietro fratelli, e ad altri. Nel documento suddetto all’Augusto Carlo Magno manca il titolo d’Imperadore, difetto che in altre carte però s’incontra. Ecco poi ciò che promisero que’ livellarj. Si regalis jussio advenerit de oste, vel de ponte, nos vobiscum, vel cum Missis vestris ad ejus servitio faciendo parati esse debeamus. E chi non vede che il Vescovo, quando giustamente non fosse egli stesso scusato, era costretto a seguitare l’esercito? Dunque quella legge di Carlo s’ha da mettere colle fandonie, o s’ha da credere che durasse per poco tempo; tanto più perché nella mentovata Dissertazione XXVI io avvertii che l’immunità della milizia non fu osservata dal Clero. In oltre il Tomassini nel capitolo XXXVIII della III Parte del libro I de’ Benefizj mostrò che quasi tutti i Vescovi ed Abbati, ed anche il resto de’ cherici offerivano Dona annualia, particolarmente quando le necessità del Regno li richiedevano. Dona voi dite? ed io aggiungo Dona comandati, l’ommessione de’ quali era imputata a delitto, paragonati perciò da Hincmaro tributis ac vectigalibus. Certo è che la Francia mai non gli ha perduti di vista. Date un guardo anche al Du-Cange alla voce Dona. Donativi però di tal sorta io stimo che fossero di due generi. Secondo la felicità o l’infelicità de’ tempi, i Re di allora a titolo di donativi gli esigevano dal Clero maggiori o minori. Ve ne furono parimente degli altri che annualmente si offerivano dagli Ecclesiastici al Re per ragione di ossequio. Aveano apparenza di volontarj: ma però chi se ne fosse astenuto, non si credeva libero né sicuro dal non prestarli. Consisteva l’offerta in uno o più equorum, lanceae, scuti, ec.; e l’usanza era di darli ciascun anno, laonde erano appellati Dona annualia. L’Augusto Lodovico II nel Capitolare da me stampato nelle Leggi Longobardiche, volle che si cercasse unde, vel quae dona annualia, aut tributa publica exigi debeant. Presso il Baluzio nel quinto Capitolare di Carlo Magno dell’anno 803 noi leggiamo che chiunque in dona Regia caballos praesentaverit, in unumquemque suum nomen scriptum habeat. Del privilegio di Aldrico arcivescovo Senonense rapporta il Du-Cange queste parole: Episcopus quoque exigendis muneribus Abbatem ejusdem loci (di San Remigio) non gravet. Sed sufficiat ei ad annua dona equus unus et scutum cum lancea. Que’ donativi non appartenevano al Re, ma sì bene all’Arcivescovo. Volete però vedere che il Clero pagava ai Re il suddetto dono tributario? Leggete il diploma mandatomi dal fu Ottavio Angelo di Abramo, canonico della Chiesa Primiziale di Pisa. Lo stampai siccome cosa inedita. Esso contiene un privilegio d’immunità e libertà conceduto nell’854 da Lodovico I Re di Germania al Monistero di San Gallo, e al suo abbate Grimaldo arcicappellano del Re suddetto. Non ne fa parola il Mabillone negli Annali Benedettini. In quella carta si osservano le voci seguenti: Statuimus etiam, ut annuatim inde dona nostrae Serenitati veniant, sicut de ceteris Monasteriis, idest caballi duo cum scutis et lanceis. Notate sicut de ceteris Monasteriis. Uso era dunque che ciascuno Abbate tributasse ogni anno al Re dona consistenti in equis duobus cum scutis et lanceis. D’altri due diplomi non osservati o tralasciati dal Mabillone negli Annali Benedettini tenni io conto, spettanti al mentovato Monistero, e da me già dati alla luce, non sapendo se il Pubblico abbiali finora veduti. L’uno di essi è un privilegio d’immunità e libertà conceduta da Lodovico imperadore al Monistero di San Gallo. Perciocché per trascuraggine de’ copisti questo diploma a noi resta assai difettoso, non oserò io certo di asserire a quale de’ Lodovici Augusti appartenga, né in qual anno dalla cancelleria loro sortisse. Nelle antiche Istorie del Monistero Sangallense, stampate già dal Goldasto, truovo un Salomonem Abbatem, che colla mitra abbaziale congiunse poi l’episcopale della città di Costanza. Nonostante che nella carta suddetta si nomini Salamanus, il reputo io lo stesso che l’accennato Salomone. Questi però fiorì dopo gl’imperadori Lodovico Pio e l’altro Lodovico figliuolo di Lottario. Né, a parer mio, v’ha luogo di attribuirla a Lodovico III Arelatese Re ed Augusto, né credo che nel dominio di lui fosse posto il Monistero di San Gallo. Di più: chiaramente si legge che il diploma fu actum Mantua civitate. In vece di Mantua forse s’ha da leggere Nantua. Non mai calò in Italia Lodovico Pio dopo l’esaltazione sua al trono imperiale. Sì egli che Lodovico II s’intitolarono nelle carte con questa formola: Ludovicus divina, ordinante providentia Imperator, ma non già Dei gratia, siccome sta scritto nel privilegio Sangallense. Lo avrebbe potuto concedere in Mantova Lodovico II imperadore, il quale quasi sempre soggiornò in Italia; ma non so poi se alcun diritto gli competesse su quel Monistero; quando non si volesse che il diploma d’immunità riguardasse i beni posseduti per avventura in Italia dai Monaci di San Gallo. Ma vivente l’Augusto suddetto non fu governato da alcun abbate di nome Salomone il mentovato Monistero. In oltre né dimora né dominio alcuno in Italia ebbe Lodovico III Augusto nell’anno XI del suo imperio, e nell’indictione XIV , come sta registrato nel privilegio. Ovunque mi volgo, io non ho che motivi o da dubitare della verità di quel documento, o intoppi e tenebre che non so rischiarare. Ingegni più felici del mio le potranno dilucidare. Per ultimo ponete mente alle parole Salamanus dilectus Vassus noster (cioè dell’Imperadore) Abbas Monasterii Sancti Galli, le quali forse vi additano una persona secolare, cui fu a titolo di benefizio conceduto il godimento di quella Badia. Si può però credere che Salamano o Salomone non godesse lungamente di quel suo bottino, perché noi veggiamo annoverato nel ruolo degli Abbati Sangallensi.
Diamo ora una breve occhiata all’altro privilegio d’immunità che i Monaci prelodati di San Gallo ottennero nell’877, ovvero nell’878, da Carlo Crasso re di Lamagna. In quella carta, già da me data alla luce, m’incontrai in alcuni errori, ma di facile emendamento. All’Abbate di San Gallo vien dato il nome di Karmottus, quando da altri è chiamato Harmotus, vivente però in que’ tempi. S’ha parimente da correggere l’anno 878, e scrivere Anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXVII , nel quale Carlo Crasso contava l’anno I del Regno suo, e correva l’indizione X. Ma ripigliamo l’assunto nostro. Dico adunque che oltre gli oneri ed aggravj finquì accennati, doveano i Vescovi e gli Abbati dare alloggio non meno che somministrare il vitto ai Re, e ai Messi ed ufiziali loro, ogni volta ch’essi si trasferivano alle abitazioni e case episcopali e ai monisterj. Poco fa noi vedemmo che un onere di cotal sorta si appellava Parata. Fu però anche costume di chiamarlo Mansionem, o Mansionaticum, o Metatum. Perciò i Vescovi e gli Abbati in Italia colla maggiore attenzione procuravano di levarsi d’addosso un incomodo cotanto dispendioso e pesante, allorché domandavano de’ privilegi; e tanto si adoperavano, che i Re e gl’Imperadori esprimevano con termini chiari ne’ diplomi l’esenzione da sì fatta gravezza. Innumerabili sono le carte che fan menzione di questa immunità. Nulladimeno ne avete altre due da me già pubblicate. La prima ricavata da un esemplar molto antico nell’archivio delle Monache del Senatore di Pavia, e un diploma di Berengario II e di Adalberto re d’Italia, i quali nel 951 confermarono al mentovato Monistero i diritti e privilegi suoi, e comandarono che niun giudice o ministro pubblico ad caussas audiendas, vel freda exigenda, aut in mansionem ejusdem Monasterii introëundum, vel paratas faciendas, ec., ingredi audeat, vel ea, quae supra memorata sunt, penitus exigere presumat. L’altra consiste in un privilegio originale nell’archivio de’ Canonici di Reggio, ai quali l’imperadore Ottone I confermò tutti i beni e diritti nell’anno 963, dichiarando che nullus ab eis, aut ab eorum hominibus liberis aut servis teloneum, neque ripaticum, aut donaria, aut ullas publicas redibitiones exquirat, aut mansionatica in omnibus eorum terminis accipiat, ec. Notissima cosa è ben poi anche che nelle carte vecchie degl’Imperadori e dei Re vietato fu ai Conti e agli altri ministri della Repubblica l’esercitare l’autorità loro su gli uomini e su i beni e terre del Clero. Ne addussi anch’io un esempio nella carta spettante al Monistero antichissimo della Novalesa, comunicatami dal conte Lodovico Caissotti presidente del Senato di Torino. In essa abbiamo la confermazione delle immunità concedute nel 773 a Frodoeno abbate di quel Monistero dal re Carlo Magno. Non s’ha però da ommettere che quantunque il più delle volte si esentassero ne’ diplomi le persone ecclesiastiche, e i lavoratori e schiavi loro dalla giurisdizione de’ Conti, Messi e ministri pubblici; nulladimeno i cherici e i famigli di dipendenza loro non andavano immuni dal giudicio de’ Messi del Re, e degli stessi Re e Imperadori. Nell’Opera mia presente rapportai tanti documenti attestanti il costume suddetto, che non sembra necessaria altra pruova per confermarlo. Ciò non ostante dimostrai che durò per lungo tempo una consuetudine di questa sorta. Il Benvoglienti Sanese, quando vivea, mandommi un diploma di Arrigo VI re, imperadore V, che nel 1191 confermò al Monistero di San Salvatore dell’Isola, e all’abbate suo Ugo i privilegj, comandando che nullus Dux, Marchio, Comes, Vicecomes, Episcopus, ec., prenominatam Abbatiam et Monachos, ec., cum omnibus suis fidelibus hominibus, servis vel ancillis, praesumat ad placita, trahere, vel distringere, aut judicare, nisi in nostra Imperiali presentia. Diversamente non fece Federigo II re de’ Romani nella carta esistente nell’archivio de’ Camaldolesi della Vangadizza all’Adige picciolo. In quel suo diploma, già da me pubblicato, esso Re confermò nel 1219 al Monistero di Santa Maria e all’abbate Giovanni tutti i beni e ragioni sue colla dichiarazione seguente: Tamen id Abbati et Ecclesie et suis successoribus, et eorum hominibus indulgemus, ut nulli inde respondere teneantur, nisi Nobis, aut certo Misso nostro, ad hoc specialiter destinato. Tempi furono anche, ne’ quali i Re e gl’Imperadori riserbarono a sé stessi il giudicar delle cause criminali ne’ castelli, tenute e beni delle persone sacre. Ve ne potete accertare da un privilegio, ch’io diedi al pubblico, trasmessomi dal mentovato conte Caissotti. All’accennato Monistero della Novalesa e a Gioseffo vescovo d’Ivrea, che n’era Commendatario, diede Lottario I Augusto nell’845 la confermazione delle esenzioni e dei diritti suoi, exceptis illis culpis criminalibus, de quibus Sacerdotibus et Monachis non est dijudicandum. Anticamente però non mancarono alcuni che niuno scrupolo si faceano di non rispettare i privilegi tanto tempo prima e da tanti Re conceduti alle persone e luoghi sacri, mettendo nell’altrui messe le mani, e disprezzando anche l’anatema o scomunica, promulgata frequentemente dalla Sede Apostolica contro chiunque violava somiglianti concessioni. Per tacere documenti ben noti, fulminanti l’anatema suddetto, ho io prodotto una bolla di papa Stefano IX, copiata dall’insigne archivio del Capitolo Canonicale di Lucca. In quella noi veggiamo confermata nel 1058 dallo stesso Pontefice al Clero secolare Lucchese l’immunità dai giudicj, oneri e imposte della potestà laicale.
Alla maggior parte delle chiese accadde eziandio, che quantunque l’esenzion dai tributi e aggravj pubblici si stendesse non solamente alle persone dedicate a Dio e ai beni loro, ma anche agli schiavi, lavoratori e livellarj delle medesime; nulladimeno andava in fumo e svaniva l’osservanza di privilegio cotanto specioso ne’ diplomi per colpa il più delle volte degli ufiziali e ministri della Repubblica. Ciò particolarmente avveniva in occasione malagevolissima di guerre, nelle quali non già la ragione, non l’equità, ma più tosto la violenza, l’ingiustizia e l’empietà sogliono trionfare. La considerazion de’ tempi di guerra faceva altresì che ne’ privilegi talvolta veniva espressamente eccettuata la necessaria prestazione di alcuni oneri e tributi. D’antichissime esenzioni godeva certo la Chiesa patriarcale di Aquileia, e verso le persone sue la munificenza degl’Imperadori avea slargata molto la mano. E pure erano obbligate al mansionatico e fodro alla venuta degli Augusti e de’ figliuoli loro alla città Aquileiese, o al mantenimento del presidio di soldati contro gli attentati de’ nemici confinanti, cioè contro gli Avari o Hunni. Il Monistero Veronese di Santa Maria all’Organo conserva nel suo archivio una copia vetustissima, da me prodotta, d’un diploma confermatorio d’immunità, che l’imperadore Lottario I diede nell’833 a Massenzio patriarca e alla Chiesa di Aquileia. Jubemus (dice questo Augusto), ut nemo fidelium nostrorum, vel quislibet exactor, aut aliquis ex judiciaria potestate, nec de peculio praefatae Ecclesiae herbaticum, nec de anona et peculio hominum ipsius Ecclesiae decimam, nec ab eis mansionaticus aut fodorus penitus accipere vel exigere presumant; nisi forte quando noster aut alicujus filii nostri illic fuerit adventus, vel quando illic praesidium positum fuerit ad inimicorum infestationem propellendam. In questo documento ci si rammenta Maxentius Aquiligensis Ecclesiae Patriarcha, e la memoria di lui può servire o a megliorare o ad ordinare la cronologia di que’ Prelati. Erano soliti, torno a dire, i luoghi sacri somministrare fodrum et paratam agli Imperadori, e Messi o Legati loro, tutte le fiate ch’essi vi si trasferivano. Ciò anche apparisce da una carta, che già produssi, comunicatami dal Benvoglienti Sanese. In un placito o giudicato tenuto nel 1038 alla presenza di Altouomo messo dell’imperador Corrado si offerì Andrea abbate del Monistero Rosellense di S. Bartolomeo di sostenere col giuramento, quod de predicto Monasterio consuetudo non fuit, neque, fodero, neque parrata ab Imperatore, neque a suo Misso dedisse, neque dedi. Per la qual cosa il Messo Imperiale suddetto sentenziò che dal fodro e dalla parata esente e immune fosse l’Abbate col suo Monistero alla venuta dell’Imperadore e de’ suoi Legati. Da ciò si può inferire che non mancarono altri monisterj soliti a contribuire in sì fatta occasione la parata e il fodro. Noi sappiamo che gli Augusti e i Messi loro, allora quando viaggiavano per l’Italia, il più delle volte sceglievano l’ospizio nelle case de’ Vescovi, o ne’ monisterj. Niun privilegio ostava né impediva, per mio avviso, che disturbo alla quiete e incomodo di borsa non risentissero coloro a’ quali, volendo o non volendo, toccava a dare alloggio a quegli ospiti. Presso Radevico nel XXXIII capitolo del libro II delle Gesta dell’Augusto Federigo I, papa Adriano IV fra l’altre cose pretendeva, Nuntios Imperatoris in Palatiis Episcoporum minime recipiendos. Rispondeva al contrario l’Imperadore: Nuntios nostros non esse recipiendos in Palatiis Episcoporum asserit. Concedo, si forte aliquis Episcoporum habet in suo proprio solo, et non in nostro, Palatium. Si autem in nostro solo et allodio sunt Palatia Episcoporum, quum profecto omne, quod aedificatur, solo cedat; nostra sunt et Palatia. Injuria ergo esset, si quis Nuntios nostros a Regiis Palatiis prohiberet. Agevole cosa sarebbe, sol quando il luogo lo richiedesse, rintuzzare questa dialettica di Federigo, la quale per soverchia sottigliezza mal si sostiene. Ma passiamo ad altre cose.
Vo’ io dunque parlare di un altro genere d’immunità, di cui godono tuttavia i Monaci, e gli altri Ordini Religiosi. Dico la libertà, per la quale sciolti e sottratti dall’ubbidienza de’ Vescovi, alla sola Sede Apostolica sono soggetti. Di questo articolo trattai nella Dissertazione LXIV, del vario stato delle Diocesi Episcopali, e nella LXIX precedente, dei Censi della santa Chiesa Romana. Ora aggiungo ciò che a me resta da osservare. Primieramente s’ha da mettere per fondamento che i Monaci anticamente, fin sotto il pontificato di Gregorio Magno, goderono di molti privilegi e immunità. Quasi tutti però, non altramente che il Clero secolare, furono sottoposti al Vescovo del luogo in cui aveano i monisterj, a norma de’ Canoni e della regola della gerarchia ecclesiastica, e dal governo di lui dipenderono nello spirituale. Dopo il Bignonio, Pietro dalla Marca, ed altri uomini dotti che scrissero su questo argomento, copiosamente più di tutti ne ragionò l’eruditissimo Tomassini ne’ libri della Disciplina della Chiesa. Ma in qual tempo cominciassero i monisterj ad esentarsi dalla superiorità de’ Vescovi, e se ne’ secoli antichissimi fosse ad alcuni monisterj conceduta una piena immunità col mezzo di privilegi di Vescovi, o di Concilj, o di Metropolitani, o della Sede Apostolica, noi non ne siamo chiariti finora in modo, che veruna difficultà più non v’abbia. Da un buon numero di privilegj, sì dati alle stampe che tuttavia conservati negli archivj, noi intendiamo che fino da’ tempi dell’antichità più rimota i monaci cercarono e impetrarono la libertà sopraccennata. La cagione di chiederla e procacciarsela (mi si permetta dirlo) fu, a mio parere, quella sopra tutto, perché alcuni Vescovi dominanti nel Clero, sollecitati dall’ambizione o dalla cupidigia del guadagno, recavano delle inquietudini ai monaci attenti al servigio di Dio, e danneggiavano nel patrimonio i monisterj. Ogni secolo ebbe de’ Prelati dabbene, ma non potè già non averne anche de’ cattivi, e di questi non picciolo numero pur troppo ne contarono i secoli barbarici. Perciò i fondatori de’ monisterj, acciocché rimediassero a sì fatto disordine per l’avvenire, procuravano fin dal principio ai monisterj il privilegio d’immunità, o gli Abbati poi in progresso di tempo s’ingegnavano di scuotere il giogo de’ Vescovi; e affinché con sicurezza maggiore godessero della libertà ottenuta, s’assuggettivano alla Chiesa Romana. Tale e tanta fu sempre la dignità e autorità della Sede Apostolica, che tutti ne apprezzavano e veneravano il pratrocinio e protezione, pochi la dispregiavano. Ma anche gli stessi Re e Imperadori provvedevano i monisterj, pe’ quali aveano parzialità maggiore, di privilegi di libertà, oppur anche (non cerco con quale autorità) la conferivano ad essi, e voleano che dalla sovrana protezion loro solamente dipendessero. Nel Sinodo Ticinese dell’anno 850 si rammentano Monasteria sub defensione Sacri Palatii posita. Ma tutela di questa sorta dinotava non so quale superiorità e dominio dei Re e degli Augusti sopra i luoghi sacri. Anzi vi furono Vescovi di gran pietà, i quali temendo l’instabilità de’successori suoi, liberavano i monaci dalla suggezion vescovile, ovvero senza ostacolo alcuno acconsentivano che i monisterj impetrassero privilegio di libertà dalla Sede Apostolica. Potete spezialmente chiarirvene da due formole del secolo IX e X divulgate dal Baluzio nel terzo tomo de’ Capitolari. Non si può però negare che alcuni monaci andarono ansiosamente a caccia di questa libertà, e non lasciarono mezzo alcuno intentato per ottenere sì dal Re che dal Vescovo l’assenso alla desiderata sottrazione. Sembra nulladimeno che i monaci prima del secolo XI non si avvezzarono a scuotere il giogo senza il consentimento del Vescovo, per suggettarsi alla superiorità immediata del Romano Pontefice, come si può ricavare, fra gli altri esempli, dal Monistero di San Pietro in Perugia. L’Abbate suo nel Sinodo Romano dell’anno 1002 alla presenza di papa Silvestro II avendo prodotta una lettera del Vescovo di Perugia, in qua et consensus erat, et precibus ut hoc fieret, Episcopus obnixe postulabat, dimostrò che dal Pontefice Romano erano stati legittimamente a lui conceduti privilegi di libertà, e in quella controversia riportò favorevol sentenza. A questo proposito si può osservare ciò che ne dice l’Ughelli nel tomo IX dell’Italia Sacra, e il Bollario Casinese nel II tomo alla Costituzione LXXII. E questa disciplina fu dopo l’anno millesimo di Cristo per lungo tempo osservata. Ma poi a poco a poco cangiarono faccia le cose. Monistero di monaci e di Canonici Regolari appena finalmente rimase, che sottratto non si fosse dalla potestà ordinaria de’ Vescovi.
Molto più stupirete vedendo che quantunque usassero i Vescovi talvolta delle precauzioni per conservare ne’ posteri ogni loro diritto sopra le chiese e beni conferiti da essi ai monaci o ai Canonici, trovavano questi, bramosissimi di libertà, tanto e tanto la maniera di levarsi di sotto dalla suggezion vescovile e di scappar dalle mani de’ successori de’ Vescovi. Ne abbiamo un esempio in una carta originale da me prodotta, esistente nell’Archivio Estense. Questa vi dirà con quali condizioni Dodone vescovo di Modena conferì nel 1132 ai monaci o Canonici Regolari la chiesa di San Giacomo nel Colombario territorio di Modena, divenuta negli ultimi tempi nobile beneficio col titolo di Priorato. In quel documento leggerete che Giovanni priore del Monistero di Marola pactus fuit obedientiam et reverentiam, ec., exhibere al Vescovo suddetto, aggiugnendo che nec debet ipse, neque Successores adquirere privilegia neque praecepta a Domno Papa, aut Imperatore Romano, neque a Ravennati Archiepiscopo, per quae presumat praedictam obedientiam diminuere. Fosse poi che i successori di Dodone rinunziassero di buon grado le proprie ragioni, o altri accidenti ne fossero la cagione; tutti que’ patti finalmente svanirono. Accennai di sopra le molestie che al Monachismo i Vescovi di quando in quando inferivano. Ciò si ricava dalle Lettere del pontefice Gregorio Magno, e spezialmente dalla LXIX del libro II, scritta nel 1075 da papa Gregorio VII, che si stese non poco nella riprensione fatta a Cuniberto vescovo di Torino, perché egli infestava e opprimeva il Monistero di San Michele, suggetto immediatamente alla Sede Apostolica. An ignoras (soggiugne esso Pontefice) quod Sancti Patres plerumque religiosa Monisteria da subjectione Episcoporum, et Episcopatus de Parochia Metropolitanae Sedis, propter infestationem praesidentium diviserunt, et perpetua libertate donantes, Apostolicae Sedi, velut principalia capiti suo membra, adhaerere sanxerunt? A questo fatto aggiugniamone un altro. Odelrico vescovo di Cremona avea fondato sul finire del secolo decimo il Monistero di San Lorenzo fuori di quella città alla porta che tuttavia Mosa si appella. Perciocché la gente dicea che l’abbate Lamberto dilapidava i fondi del Monistero suddetto, Landolfo successore di Odelrico nel Vescovato impetrò nel 1009 dall’Augusto Arrigo I un diploma, riferito dall’Ughelli nel tom. IV dell’Italia Sacra. Di un altro somigliante, che il re Arrigo III diede, parlerò nella Dissertazione LXXII, delle cagioni per le quali si sminuì la potenza degli Ecclesiastici. Ivi fu decretato che non fosse lecito in avvenire all’Abbate di S. Lorenzo di fare qualunque contratto si fosse sine licentia Episcopi. Ma lo stesso vescovo Landolfo operò poi peggio che l’Abbate Lamberto dissipatore: laonde, secondo che scrisse Sicardo vescovo Cremonese alla pag. 584 della Cronica già da me pubblicata nel VII torno Rer. Ital., esso Landolfo Monasterii Sancti Laurentii, et Cremonensis populi fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit, et palatium turribus et duplici muro munitum destruxit. Mutò Landolfo dipoi registro e costumi, talché, per attestato del Cavitellio negli Annali Cremonesi, ricevuto fu dai cittadini, et ob damna per eum illata Abbati et Monachis Divi Laurentii, construi fecit Ecclesiam in honorem S. Victoris, ceduta sotto alcune condizioni al mentovato Monistero dallo stesso Landolfo nell’anno 1021, siccome apparisce da un esemplare molto antico di una carta da me prodotta, che si conserva nell’archivio del Capitolo de’ Canonici di Cremona. Quanto gravosi e molesti fossero talvolta i Vescovi ai monaci, agevolmente possiam comprenderlo da un documento di Ramperto vescovo di Brescia, già pubblicato nella Par. II alla trentesima Costituzione del Bollario Casinese. Dopo aver fondato quel buon Prelato il Monistero de’ Santi Faustino e Giovita, vi aveva introdotto de’ monaci, ed avealo arricchito di beni. Perciocché bramava ch’esso Monistero fosse immune ab omni inquietudine et oppressione, ansiosamente scongiurò unumquemque successorum suorum, coram Deo et Christo Jesu, ut nullam ipsis inquietudinem Fratribus ingerat. Quod si quis diabolica fraude deceptus, vel avaritiae peste corruptus, perturbationem intulerit, sciat, se in districto Dei judicio causas habiturum, poenasque perpetuas luiturum; et merito, quia sanctam Sanctorum devotionem, decusque Ecclesiae pervertere minime timuit. Ma in quella carta si desiderano alcune parole, degne certamente di osservazione, le quali dal Margarino furono tralasciate. Ne terrò dunque conto coll’ajuto della pergamena suddetta, e saranno le seguenti: Praedictis itaque viris hujus operis curam, cum nostrorum Sacerdotum etiam consensu, commisimus, ea utique ratione, ut pro sui defensione ipsa Congregatio, quo quiete atque tranquille suum Dea persolvere valeat votum, libram argenti Episcopo istius persolvat Ecclesiae, in beatissimorum Faustini et Jovitae martyrum festivitate. Habeantque nihilominus ex seipsis secundum suae normam professionis licentiam Abbatem semper creandi. Decernimus etiam, ut si aliquis Successorum nostrorum (quod minime credimus) aliquid ab ipsa Congregatione, vel quamlibet inquietudinem facere ipsi temptaverit, quicquid ab hac die ipsi loco, ec. Così pure dopo le parole idest campum s’ha da inserire anche quest’altre: Malesi, et tabernacula cum torculari, et Sablonaria cum Massariis et familia, et omnia sicut Vassallus noster Liuthfredus usque nunc in beneficio habuit. Et Monasterium Sancti Martini, quod est in Vico, qui dicitur Tabulas, ec. Il censo annuo di una libra di argento da pagarsi dovette forse sembrar cosa aliena dal costume de’ nostri tempi, e perciò lasciata fu nella penna dall’Ughelli. Angelberto però arcivescovo di Milano ce ne conservò la memoria, e mentovò l’onere censuale suddetto in un suo decreto sinodale dell’842, comunicatomi dal giurisconsulto Giulio Galleardi Bresciano. Con quella carta, da me prodotta, l’accennato Arcivescovo e i Vescovi suoi comprovinciali confermarono l’immunità al Monistero de’ Santi Faustino e Giovita, fabbricato già dal vescovo Ramberto. Ed ecco che i Vescovi, affinché le istituzioni loro avessero stabilità e durevolezza ne’ posteri, ne procurarono la conferma dal Metropolitano e da’ suoi comprovinciali, ai quali doveano render ragione i successori, ogni qualvolta avessero contravvenuto alla disposizione de’ Vescovi antecessori. Quel decreto fu poi sottoscritto da Hagamo vescovo di Bergamo, appellato Haganone dall’Ughelli; da Pancoardo Prelato di Cremona; da Ercamberto, ch’io credo vescovo di Lodi, dall’Ughelli sotto nome di Eriberto nominato; da Verendario vescovo di Coira, e da Ermenfredo e Walferico, i cui Vescovati non so indovinare.
In oltre ho io prodotto un’altra pergamena, esistente nell’archivio de’ Cisterciensi di Sant’Ambrosio in Milano, la quale sempre più serve a farci conoscere come e quanto gravemente fossero dai Vescovi molestati i monaci, costretti perciò a ricercare il patrocinio di personaggi potenti che li difendessero. In essa voi leggerete un placito e giudicato tenuto in Milano nell’874 alla presenza dell’arcivescovo Ansperto, del conte Bosone, amendue Messi di Lodovico II imperadore, i quali favorevolmente sentenziarono per l’abbate Pietro del Monistero di Sant’Ambrosio nella lite da lui agitata contro Eliberto vescovo di Como, che avea ingiustamente esercitata la giurisdizione in alcune chiese di Campiglione e di Travenna, sottoposte al mentovato Monistero. Qui potrete eziandio osservare non solo le ingiurie e disturbi recati a que’Monaci dalla gente e dai dipendenti del vescovo Eliberto suddetto, cui l’Ughelli diede il nome di Egilberto, ma anche la licenza che coloro si prendevano di pegnorare gli stessi monaci: costume e libertà che non facilmente vien sotto l’occhio in altre carte somiglianti. Ed ecco il perché i fondatori de’ monisterj e i monaci ricercavano la protezione della Sede Apostolica, e fin dal principio offerivano al Pontefice Romano i monisterj, volendo unicamente dipendere dalla di lui autorità. A taluno cagionerà maraviglia forse il vedere che anche i Capitoli de’ Canonici, staccati e sottratti dalla dipendenza del Vescovo loro, talvolta cominciarono a sottoporsi al suo Metropolitano, non già ad altro fine, che per esimere sé stessi e levarsi dalle soverchierie e prepotenze di alcuni sacri Pastori dotati d’interesse assai più che di moderazion religiosa. Chi ne chiedesse un esempio, può averlo da un documento esistente nell’archivio de’ Canonici di Verona, e riportato dall’Ughelli nel tomo V dell’Italia Sacra. Rataldo vescovo e prelato veramente dabbene determinò nell’813, ut Canonici sanctae Veronensis Ecclesiae sint liberi, sub jure et dominio Domini Patriarchae, praecavens, ut in futurum per decessum meum Successores mei aliquam molestiam tam in Officiis, quam in Beneficiis, illis inferre possint. Per qual motivo si appigliasse a sì fatto partito il vescovo Rataldo, egli, per quel che sembra, lo spiega colle parole antecedenti, cioè: instigante Diabolo, a meo Antecessore, scilicet ab Aldone, omnes res, quae ad ipsam sanctam Dei Ecclesiam, bonorum devotione hominum collatae fuerunt, destructas fuisse. Quello poi che in quell’atto di Rataldo ha dello strano, si è il concedere la libertà sovr’espressa per consensum voluntatemque non solum Domini Maxentii venerabilis Patriarchae Aquileiese (lo che era cosa giusta), ma ancora Guidonis Cardinalis sanctae Romanae Ecclesiae, e d’alcuni altri Vescovi comprovinciali. In fatti alla sottoscrizion di Rataldo succede quella di Guido Cardinale rogati a Rataldo Episcopo. Potrebbe la curiosità di taluno cercare, perché il Cardinale mentovato, che non era Legato della Sede Apostolica, nel sottoscrivere quel documento precedesse ai Vescovi contro il costume di que’ tempi. Ma in que’ secoli molto sconvolti, e in tanta confusione e sconcerto di usanze introdotto dappertutto, né pure la protezion della Sede Apostolica era bastante a preservare i luoghi sacri ad essa suggetti dalla violenza dei malvagi. Io so di averne data una pruova nel Monistero insigne delle Monache di Pavia, appellato del Senatore, fondato circa l’anno 715, sotto il governo del re Liutprando, se prestiam fede agli Scrittori delle Cose Ticinesi, e sottoposto o nella fondazione sua, o nel decorso del tempo al Romano Pontefice. Già produssi un privilegio conceduto a quel sacro luogo dai re Berengario II e Adelberto, i quali fecero menzione speziale di sì fatta suggezione. A chiarezza maggiore però di tutto ciò diedi anche alle stampe una carta originale da me trascritta dall’archivio delle accennate Monache, ma non poco sformata dalla lunghezza del tempo, talché non potei raccapezzare il senso di molte cose. Ciò non ostante la riputai degna d’essere veduta dal Pubblico, sì per la sua rarità, come anche pel monogramma del Pontefice, e per la bolla papale tuttavia appesa a quel documento, cosa che di rado s’incontra nelle carte dì alcuni vecchi Papi, e finalmente pel monogramma dell’Augusto Ottone III. Significa dunque in un suo diploma o sia lettera del 1001 papa Silvestro II al suddetto imperadore Ottone III di aver raccomandalo a Guido vescovo di Pavia il mentovato Monistero del Senatore, giacché Abatissam et sanctas Moniales, ec. pessimorum opprimente calumnia, dum longe positi, ut decebat, defendere non potuimus. Prega perciò esso Silvestro l’Augusto Ottone di confermare quella sua bolla con queste parole: ut nostram Constitutionem vestro corroboretis praecepto, et hanc firmetis rogo. Per quanto rispettabile e grande fosse l’autorità pontifizia, questa però non ritenne l’ardire de’ perversi, sicché non infestassero quel nobile Monistero. Giudicò dunque meglio il mentovato Pontefice di cercare a quel sacro luogo un protettore più vicino e più pronto a difenderlo, dichiarando nel tempo stesso di non volere pregiudicato né diminuito il diritto della Sede Apostolica su quel Monistero raccomandato al Vescovo non ad dominium per subjectionem, neque per extra... dominationem, nec per aliquam conditionem, sed ad solam consecrationem et defensionem. Con questa bolla concorda l’altra che papa Alessandro II diede alle Monache suddette, confermando loro nel 1061 tutti i privilegi, come ognun può vedere nella stampa ch’io ne feci dell’originale preso dall’archivio di quel Monistero. Parimente si ricava dal diploma similmente confermatorio, da me già prodotto, di Arrigo re III e imperador II di questo nome, dato nel 1054, che gli Augusti conobbero che il Vescovo di Pavia non avea diritto alcuno sopra il Monistero del Senatore. Così pure dalla bolla originale di papa Eugenio III nel 1148, data in favor delle Monache di S. Martino di Agello sul Lucchese o Massese, conservata nell’archivio delle Monache di Santa Giustina in Lucca, e già da me pubblicata, risulta che a quel Monistero, quod specialiter beati Petri juris existit, il suddetto Pontefice libertatem et immunitatem a Diocesano Episcopo indulsit.
Altrove ho io parlato del celebre Monistero Pomposiano, situato ora sul Ferrarese, e dei diritti ch’esso avea sopra le chiese parrocchiali a lui sottoposte, ad esclusione dell’autorità del Vescovo di Comacchio e dell’Arcivescovo di Ravenna, perché monistero suggetto immediatamente alla Sede Apostolica. Quanto antica fosse la podestà e il gius de’ Pontefici Romani su quel rinomatissimo sacro luogo, l’abbiamo dalle Lettere di papa Giovanni VIII all’Augusto Lodovico II, scritte nell’874, pubblicate dal Baluzio nel V tomo de’ Miscellanei alla pagina 484, dove leggiamo: Monasterium Sanctae Mariae in Comaculo, quod Pomposia dicitur, et Monasterium Sancti Salvatoris in Monte Feretri, ec., Ravennati Archiepiscopo non abstulimus: sed ea Monasteria et loca ab Antecessoribus nostris possessa reperientes possedimus, hactenusque jure proprio retinemus. Vero è che dall’imperadore Ottone III e dagli altri Augusti riconosciuto fu come Imperiale il Monistero Pomposiano: ma questo riconoscimento non ostò ch’esso non appartenesse alla Sede Apostolica. Dubbio non v’ha neppure che ne’ secoli antichi, cioè nel IX e X dell’Era volgare, non si contassero monisterj i quali, sottratti dalla giurisdizione del Vescovo, erano sotto la protezione e difesa dei Re solamente, ovvero ubbidivano al governo e autorità dell’Arcivescovo, o del Pontefice Romano. Di sì fatto costume ci assicura il Mabillone negli Annali Benedettini. Nulladimeno a chiunque ostenta privilegi di libertà di questa sorta, impetrati fin dalle prime fondazioni, e ne’ secoli più antichi, non s’ha da prestar tosto fede, ma si dee con circospetto giudicio esaminare le carte e documenti loro. Imperciocché quantunque lo stesso Mabillone, gran maestro di questa fatta di erudizione, abbia dimostrata l’antichità de’ privilegi suddetti nel libro I de Re Diplomatica, non ha però saputo negare che possono esservi, ed anche vi sieno carte e diplomi falsi o sospetti. Già gli Eruditi rigettarono come documento spurio o dubbioso il privilegio del pontefice Gregorio Magno, conceduto Monasterio Sancti Medardi. Fra le antichità di origine illegittima altri annoverarono i privilegi che si dicono dati Coenobio Sancti Dionysii in Parigi, da Landerico vescovo di essa città, e dai due pontefici Stefano II e Adriano I. Io truovo un diploma di Lodovico Pio, scritto nell’831, stampato dal Martene nel tomo I Veterum Scriptorum. Alla pag. 87 leggo le parole seguenti: Per Privilegium Caroli Imperatoris, necnon etiam per Apostolica Privilegia, a dominatione Episcopi Turonicae Urbis usque nunc fuisse liberum dicitur il mentovato Monistero. Se questo diploma concordi con un altro dell’845 in cui lo stesso Carlo Calvo determina che il Vescovo Turonense non plus dominari in praefato Monasterio praesumat, nisi sicut praedecessores sui fecerunt, ne lascio ad altri la decisione. Ben volentieri udirò chi sia per dirmi, come poterono mai o i Monaci, o i Canonici di Tours conservare i privilegi loro antichi, allora quando i Normanni diedero fuoco al Monistero, e all’archivio suo. Riandate di grazia la Dissertaz. XXXIV, come anche la Parte II del tomo II Rer. Ital. alla pag. 331, dove motivai che si regge malamente su’ piedi la libertà primitiva stabilita a favor del Monistero di Farfa da papa Giovanni VII con un suo diploma. Ma né pure è di condizion migliore la libertà accordata da papa Stefano II al Monistero di Volturno mercè di una sua bolla dubbiosa, da me stampata nella Cronica Volturnese alla pag. 355 della Parte II del tomo I delle Cose d’Italia. Che più? Corre divulgata certa bolla papale, della cui sincerità non v’ha chi dubiti, contenente la sottrazione di un insigne Monistero dalla giurisdizione del Vescovo, e la soggezione e dipendenza del medesimo alla sola Sede Apostolica. Ma dopo l’esame ch’io ne ho fatto, l’ho trovata suppositizia affatto, e per tale non vi sarebbe chi non la riconoscesse, se fosse stata data alle stampe tal quale si legge scritta sulle cartepecore. Evidente molto più poi ne riuscirebbe la verità, sol quando saltasse fuori un’altra carta, per cui il Metropolitano dichiara ne’ medesimi tempi e vuole che il Monistero suddetto, staccato dalla dipendenza del Vescovo, sia in avvenire sottoposto e dipendente dall’autorità sua. Le osservazioni finquì accennate mi han fatto poi, a dirla schietta, sospettare e dubitare d’altri antichissimi privilegi di simil sorta.
Aprite il tomo IV dell’Italia Sacra, dove l’Ughelli ha tessuto il catalogo de’ Vescovi di Bobbio. Esaminate attentamente il decreto di San Colombano, e i privilegj de’ Romani pontefici Gregorio Magno e Teodoro I, i quali determinano che il celeberrimo Monistero Bobbiese sia d’indi in poi suggetto alla sola Apostolica Sede. Vi capiteranno sotto gli occhi alcune cose discordanti dalla cronologia, e ripugnanti ai costumi di quel secolo. Una sarà questa. San Colomba, o Colombano sub defensione et immunitate sanctissimae Sedis Apostolicae constituit quel Monistero anno IV Gregorii Summi Pontificis, indictione III. Ma nell’anno IV del pontificato di esso Gregorio, cioè nel 593, correva l’indizione IX, o la X, e non già la III. Più: scritta si dice quella carta sub die III mensis novembris, quasiché allora in uso non fosse il distinguere i giorni del mese per calende, none e idi. Eccone un’altra. Nel suddetto decreto si fa menzione del diploma e della donazione fatta da Agilulfo Rege, e dopo avere riferito quel suo documento, gli si mette la data nell’indictione quinta corrispondente all’anno 602, non badando che non si possono mai unire insieme né essere una cosa o tempo medesimo il 593 e il 602, né qual divario di tempo fra l’uno e l’altro vi sia. Non potè perciò l’Ughelli non avere in sospetto, anzi viziato il privilegio che conceduto si dice a Bobuleno abbate di Bobbio dal pontefice Teodoro, in riguardo massimamente delle parole seguenti: In quo Monasterio Monachi sub Regula sanctae memoriae Benedicti, vel praedicti Reverendissimi Columbani fundatoris loci illius, conversari videntur. Imperciocché come mai potrebbe esser credibile, che avendo San Colombano prescritta ai suoi Monaci una Regola diversa da quella de’ Benedettini, ed essendo egli morto nel 615, i Monaci Bobbiesi nell’anno 643, in cui si dice conceduta la mentovata bolla, avessero ventotto anni dopo adottata la Regola Benedettina, preferendola a quella del loro istitutor Colombano? Perciocché io veggo che il dottissimo Mabillone nella Prefazione al Secolo II Benedettino, e negli Annali pure Benedettini agli anni 612, 625 e 640, addusse molte riflessioni e conietture per isviluppare questi intrighi; io dico che per riconoscere il testo finto o interpolato di quella bolla papale, basta leggere queste poche parole, cioè: Ut liceat Abbati ejusdem venerabilis loci Mitra et aliis Pontificalibus uti. Chi ci potrà mostrare che in que’ tempi gli Abbati usassero quegli ornamenti? Lo stesso Mabillone all’anno 840 dubitò assaissimo della legittimità del privilegio che Tado arcivescovo Milanese conferì a Pietro abbate del Monistero di Santo Ambrosio in Milano, perché nel documento suddetto, pubblicato dal Puricelli, si concede che l’Abbate ne’ giorni dominicali indutus sandaliis, ceterisque Episcopalibus ornamentis celebri l’Officio divino: cosa ch’esso Mabillone riguarda novam omnino et pro tempore insolitam. Ciò non ostante torto grande mi farebbe chi pensasse ch’io colle cose finquì dette non serbassi concetto e stima del rinomato Monistero di Bobbio, degno della mia e altrui venerazione, sì per l’insigne sua origine da un personaggio santissimo, qual fu Colombano, il cui sacro corpo vi si conserva, come anche per l’esimia antichità di quel sacro luogo, e pe’ molti privilegi e diplomi ad esso dati ne’ secoli antichissimi. Con tutto mio piacere do fede alla bolla di Onorio I papa, che nel 626 concedè a Bertoldo abbate Bobbiese l’immunità del suo Monistero. Non ce ne lascia dubitare il monaco Giona, contemporaneo di Bertolfo, compagno di lui nel viaggio a Roma, e scrittore della sua Vita, pubblicata dal Surio e dal Mabillone. Io qui non mi do briga di purgare dai molti errori, cagionati dall’ignoranza degli stampatori, la bolla suddetta, già pubblicata dall’Ughelli nel tomo IV dell’Italia Sacra, e riprodotta dal Bollario Casinese. Dico e ripeto che non ammetto tutti que’ documenti che si fanno passare per antichissimi, i quali furono in tempo di gran lunga inferiore o finti o inventati, sia perché si voglia con essi testimoniare di alcuna cosa accaduta alcuni secoli prima, o perché si cerchi di persuadere che il sistema del decoro presente fu lo stesso che quello de’ tempi antepassati. Dureremo fatica a trovare chi faccia sicurtà che il diploma Adalualdi Langobardorum Regis conceduto al mentovato abbate Bertolfo, e divulgato dall’Ughelli e dal Margarini, sia veramente un monumento sincero, quando per attestato del Mabillone sappiamo che Attala Abbas antecessor di Bertolfo sopravvisse al re Adalualdo, onde poi non potè l’abbate Bertolfo successore di Attala conseguir privilegi da quel Re premorto. Leggete nulladimeno il Pagi all’anno 636, non volendo io ora diffondermi maggiormente su questa ricerca. V’ha luogo bensì di credere che al Monistero insigne di Bobbio fosse conceduta l’immunità, e negata fosse al Vescovo di Tortona la giurisdizione sopra il medesimo Monistero, da che San Colombano avea ridotto ad abitazione, coltura e religione quel luogo disabitato assegnatogli, non suggetto già antecedentemente ad alcuno; come anche perché al dire di Giona Coenobia procul ab Urbibus Episcopali non deberent ministrare dominio. Ma nel secolo XI di Cristo talmente fu regolata la Diocesi del Monistero Bobbiese, che diede occasione ad istituirvi un nuovo Vescovato.
Di tutti i monisterj d’Italia il Casinese, nobilissimo capo dell’Ordine Benedettino, certamente riscuote da noi distinta venerazione. Io credo nulladimeno che mi sia permesso di fare ciò che il Baronio, il Boschio e il Gallonio fecero prima di me, cioè di poter dubitare della bolla di papa Zacheria, conceduta a quel sacro luogo nell’anno, per quel che dicono, 742, rammentata da Leone Marsicano, e data poi alle stampe dal Margarino ne’ tomi I e II del Bollario Casinese. Si lusingò il Laureto di aver bastantemente difeso quel documento dalla censura d’uomini e scrittori molto intendenti della Diplomatica. Tale e tanta nulladimeno si palesa da sé l’affettazion della narrativa in essa bolla, che niuno mai, a parer mio, sarà per accordarsi col sentimento dell’Apologista suddetto. Tralascio le note cronologiche, le quali s’incontrano con varietà nelle varie edizioni di quel privilegio pontifizio; come pur anche il trovarvisi scritto, Petronacem a Gregorio III Papa praedecessore, ad restaurandum sacrum locum fuisse directum. Da quanto ne dice il Pellegrini nella serie degli Abbati Casinesi nel tomo V Rer. Ital., sembra che sì fatta spedizione avvenne sotto il pontificato di Gregorio II. Ma per inoltrarci ad altre cose, osserviamo che il Mabillone negli Annali Benedettini fa menzione all’anno 641 di due privilegi informi, riportati poi e prodotti al num. 17 e 18 dell’Appendice, dati da papa Giovanni IV alle Monache di Santa Colomba e all’insigne Monistero Luxoviense. Motivo di sospettarli illegittimi ci vien somministrato dalle parole seguenti: Profecto cuncti et plerique Praecessores nostri per praeterita tempora Apostolicae Sedis Praesules, non solum sub ditione nostra constitutis, sed etiam in ceteris regionibus positis, postulata semper indulgenda sanxerunt, praesertim in regione Francorum, dum profecto cuncta, usque ad fines terrae et Oceani maris terminum sub beati Petri Principis Apostolorum ditione consistant. Più basso si fa menzione eziandio, haut procul a nostris temporibus Benedicti Abbatis istius Romae hujus urbis. Non ne dico di più, e lascio intanto ad altri la disamina de’ privilegi della Sede Apostolica pubblicati nel Bollario Casinese, cioè quelli che nel 763 si leggono conceduti al Monistero di Santa Giulia in Brescia, e l’altro al Monistero di San Pietro in Perugia nell’anno 835. Se confronterete quest’ultimo con un altro stampato nella Parte II alla Costituzione LXXII, fra l’uno e l’altro discordia e repugnanza voi troverete. Le cose finquì accennate mi rendono dubbioso, di modo che non mi dà l’animo di prestar fede, se non se titubando, al privilegio che dicesi conferito nel 751 da Zacheria pontefice al celebre Monistero di Fulda, riputato dal Tomassini, dal Fleury e da altri pel primo sacro luogo che, sottratto dalla giurisdizione episcopale, cominciò ad essere suggetto alla sola Sede Apostolica. Stampata e ristampata più volte fu questa carta. Benché al Mabillone certa e legittima sembrasse l’origine sua, fino con dire, a nemine in dubium revocari posse; a me pare che quel suo formulario sappia ed abbia il gusto non già dell’VIII, ma sì bene del secolo XI. Chi poi stese quel privilegio di papa Zacheria, potè agevolmente adattargli note cronologiche prese altronde, e valersi di quelle della bolla del suddetto Pontefice, e confermatrice dell’istituzione dell’Arcivescovato di Magonza, se pure le medesime note non sieno anch’esse suppositizie; intorno la qual cosa potete leggere il Pagi allo stesso anno 751, num. 8 e 9. Ma e chi ci assicura che finto esser non possa il privilegio del re Pippino, mancante di data, che serve a corroborare la mentovata bolla del pontefice Zacheria? Nel tomo VI degli Atti dei Santi di Maggio il chiarissimo Padre Henschenio pubblicò la Vita di Santo Adhelmo Schireburnese, scritta da un monaco Malmesburiense verso il fine del secolo XI, o nel principio del seguente XII. Circa l’anno 700 fiorì nell’Inghilterra o Bretagna Santo Adhelmo, e impetrò da papa Sergio edictum summi Patris auctoritate sancitum, quatenus Monasteria, quae, Deo annuente, solicita mente gubernabat, ab omni saeculari servitio redderet absoluta, Episcoporumque cathedris, jussis et Synodis. Et si quando aliquo Ordine Ecclesiastico, vel etiam indigerent Presbytero, a quocumque vellent, illum facerent ordinari, Catholico tamen existente Episcopo. Si autem religiosum Abbatem obire contingeret, et ad alterius electionem ventum esset, illum, quem religiosa Congregatio servorum Dei eligeret omnium communi consilio, hunc e vestigio promovendum. Non si può negare che queste parole esprimono il costume o l’usanza del secolo XI. Desiderate voi per avventura altri esempli di diplomi dubbiosi o spurj di questa sorta? Li troverete nelle storiche Difese a favor del Conrigio per la censura del diploma Lindaviese, dove merci non poche di tal fatta si veggono raccolte.
Ma più di quello che abbisogna, si stende il mio ragionamento. Se taluno chiedesse perché alcuni antichissimi e chiarissimi monisterj, non bisognosi per modo alcuno di sostenere e difendere la decorosa lor dignità con finzioni, fabbricassero assai più tardi privilegj amplissimi, come se fossero stati scritti ne’ tempi più rimoti; pensi seco stesso di grazia, quali sieno i costumi della debolezza e cupidigia umana. Uomini non mancarono in ogni tempo, i quali non contenti dello splendore della fortuna presente, e della vera antichità e nobiltà loro, amarono ancora le favole ed imposture, per dare ad intendere ad altri, o a sé medesimi, che dissomigliante non fu la magnificenza della propria dignità moltissimi secoli prima. Sanno molto bene gli Eruditi, quante fandonie si raccontano intorno le origini delle città, delle chiese, delle famiglie nobili, e per fino degli Ordini Religiosi. Aggiugnete, che alcuna volta nacquero dispute e contratti di libertà o di suggezione de’ monisterj fra i Vescovi e gli Abbati; e per sopprimere sì fatte controversie stimarono alcuni che non disdicesse il fabbricare carte e documenti fittizj, o il riceverne da altri, colle quali difendessero con più vigore sé stessi, o sostenessero in giudizio l’antichità de’ privilegj e della propria libertà, oppure con sicurezza maggiore, ottenessero quanto desideravano. Per altro, siccome dissi già pienamente, vi furono prima del secolo XI non pochi monisterj sottratti dalla giurisdizione de’ Vescovi, e dipendenti dal patrocinio e diritto o del solo Metropolitano, o della Sede Apostolica. Questo fatto vien confermato dal Supplemento del Diurno dei Pontefici Romani, divulgato dal Mabillone nella Parte II dell’Itinerario Italico alla pag. 33, dove si legge Privilegium Apostolicae auctoritatis pel Monistero di Plumbariola sul territorio di Aquino. Sembra che antichissimo sia quel privilegio. Contuttociò torno a dire che ne’ secoli XI e XII crebbero in gran numero a maraviglia i privilegj di questa sorta, perché la maggior parte degli Ecclesiastici, bramosi di mettersi in libertà, procurarono di non avere per protettore e signore altri che il solo Pontefice Romano. Resta però tuttavia da sapere se que’ monisterj e chiese che godevano si fatta immunità, fossero esenti da ogni ufizio verso il Vescovo, nella cui Diocesi si trovavano. Non pare certo che estinto fosse tutto il diritto vescovile, se si fa riflessione ad un antichissimo esemplare, da me veduto e trascritto dall’archivio de Monaci Olivetani di Santa Maria all’Organo in Verona. In quella carta Giovanni patriarca di Aquileia diede nel 995 in un Sinodo di Vescovi e sacerdoti sentenza favorevole ad Oberto vescovo Veronese contro i cherici di alcune chiese, i quali vantavano privilegi d’immunità. Veramente non assicuro che questo giudicato appartenga 995; perché se indictio VIII si contasse dal settembre, potrebbe essa additarci piuttosto l’anno precedente 994, che incominciò ab Incarnatione Dominica nel mese di marzo; laonde Giovanni patriarca Aquileiese avrebbe principiato il suo Patriarcato prima che l’Ughelli sel figurò. Ma scritta vi fu per avventura indictio VIIII, perché in un’altra carta presso l’Ughelli suddetto l’indizione in Verona cominciava il suo corso nel settembre. Intanto serve esso giudicato ad illustrare il catalogo de’ Vescovi di Vicenza, ai quali si dee aggiugnere Lambertus Episcopus, che vi si sottoscrisse. Rozo Tarvisianensis Episcopus dall’Ughelli fu cangiato in Roccius, come in Raynaldus il Rainoardus Tridentinus Episcopus. Il vescovo Sicardus reggeva allora la cattedra di Ceneda. Sembra che Johannes Episcopus fosse il Prelato Æmoniensis Ecclesiae. Potrà in oltre chi leggerà, osservare che quantunque si annoveri sotto il gius del Patriarca Aquileiese Monasterium Sanctae Mariae, et Sanctae Margaritae; nientedimeno il Patriarca suddetto in quel Sinodo statuit, ut deinceps Clerici de prefatis suis titulis (cioè delle chiese suggette a lui stesso) parati essent obedire Veronensi Episcopo tam in Sinodali advocatione, quamque et in Processionis honore, seu etiam Missarum, cum ab eodem Episcopo interdictum sollemnibus Festis noverint, observatione: parole che ci descrivono alcuni riti de’ secoli antichi. Merita ben anche osservazione particolare l’altra parte della sentenza: cioè, che qualunque volta s’avesse da correggere i cherici di quelle chiese, o da giudicare le controversie loro, allora nulli suorum Clericorum (vale a dire a niun Ministro episcopale) potestatem illos corrigendi vel distringendi tribuat il Vescovo; ma egli esaminato che avrà l’affare coll’Advocato Abbate Sanctae Mariae, qui pro tempore fuerit, in Organo, quicquid justum et canonicum est, eo definiat. Per altro chiunque imprende a trattare della libertà o della suggezione de’ monisterj, ha sempre d’aver innanzi gli occhi tre generi di monisterj. Primieramente ve n’ebbe di quelli che immediatamente erano sottoposti al Vescovo. Niun altro privilegio ebbero, se non quello o quelli che il Vescovo loro fondatore, o alcuno de’ suoi successori, ovvero il Metropolitano aveano conceduti. Secondariamente vi furono monisterj sotto la protezione del Metropolitano o della Sede Apostolica, acciocché con sì fatto padrocinio fossero i beni loro difesi e sicuri, ma restando però illeso e intatto il diritto spirituale, o la superiorità, come si suol dire, del Vescovo diocesano. Finalmente il terzo genere di monisterj fu di quelli che appartennero al pieno diritto e giurisdizione della Santa Sede, o del Metropolitano, ad esclusione affatto dell’autorità del Vescovo.
I monaci del primo genere erano suggetti al Vescovo talmente, che non era in arbitrio loro l’avere Abbate alcuno senza il consenso e confermazione del Vescovo. Dall’Archivio Arcivescovile di Lucca io ricavai e produssi una carta originale col titolo di Exemplar, perché il Notaio ne avea fatto più d’una copia autentica. Essa contiene l’elezione di Walfredo abbate fatta dai Monaci di San Salvatore in Sesto della Diocesi Lucchese, e la confermazione e consecrazion dell’Eletto fatta altresì nel 918 da Pietro vescovo di Lucca, il quale idcirco tradidit eidem Walfredi Abbati ministerium per Ferulam et Regulam Sancti Benedicti, ut imperpetuum custodiret fideliter. Ne’ secoli antichi s’incontrerà talvolta una fondazion di monistero, nella quale si vieta al Vescovo l’esercitare la propria autorità su quel sacro luogo e su la sua famiglia. Pare nulladimeno verisimile che il divieto s’abbia solamente da intendere quanto al dominio sopra i beni temporali de’ monaci, o nella elezione degli Abbati, ma non già per riguardo della giurisdizione spirituale, non dovendosi così tosto supporre né credere che i Vescovi ne fossero privi contro lor voglia, come già osservò eziandio il Tomassini. Ne abbiamo un chiaro riscontro da un esemplare di una carta antichissima, trascritta dall’originale trovato da Celso Cittadini nella città di Massa, e somministratomi dal già senatore Buonarroti Fiorentino. Questo documento altro non è che la fondazione del Monistero di San Pietro in Palazzuolo sul territorio Lucchese, fatta da Gualfredo figlio di Ratehausi cittadino Pisano nel 754. Quivi leggerete che se alcun monaco abbisognerà di correzione, tunc accedant in ipso Monasterio sancti Patres Quoëpiscopi, id est Sedis Ecclesiae sancte Pisane, et Sedis Ecclesie Populoniensis, sed et Abbas Monasterii Domini Salvatoris in loco Pontiano, item et Abbas Monasterii sancti Frediani, ubi et ejus corpus quiescit humatum civitate Lucente. Hii sanctissimi quattuor hac venerabiles viri in omnibus habeant licentiam, malum aut pravum vitium, quod ortus fuerit instigante Diabolo, ad Domini revocare precepta, ut malum vitium resecetur, et anime Fratrum corrigat ad salute. Il Mabillone nel Secolo II alla Parte II, pag. 196 degli Atti de’ Santi Benedettini pubblicò la Vita di San Gualfredo abbate di Palazzuolo nella Toscana. Questi fu il fondatore e primo abbate di quel Monistero, la cui origine fu assegnata all’anno 748 dal suddetto Mabillone negli Annali Benedettini; ma dallo strumento accennato della fondazione si vede ch’essa spetta al 754. Nella Vita di Gualfredo, scritta poi da Andrea terzo Abbate d’esso Monistero, troviamo che Gualfredo rinunziò al secolo, et oraculum ad honorem beati Petri fabbricò anno Regni Haistulfi fere plus minus quarto. Ne’ libri del Regno d’Italia il Sigonio e il cardinal Baronio negli Annali Ecclesiastici opinarono che Aistolfo succedesse nel Regno de’ Longobardi al re Ratchisio suo fratello nell’anno 750. Per lo contrario fu di parere il Pagi nella Critica Baroniana, che il principio del regnare di Aistolfo s’abbia da riportare all’anno 749 dopo le calende di marzo. Mi apposi anch’io a considerare questa quistione, ricercando, quale delle due parti abbia ragione. Dal documento da me prodotto viene appoggiata l’opinione del Pagi; imperciocché, se nel mese di luglio e nell’indizione VII, cioè nel 754, correva annus sextus Domni nostri Aistulfi Regis, è necessario ch’egli posto fosse sul trono nel 749. Con tutto questo non siamo però certi della sentenza del Pagi. Io dissi, e torno a dire che la carta di fondazione da me data alle stampe è una copia recente. Di sì fatti esemplari depravati non di rado dall’ignoranza de’ copisti il fidarsi non è di Critico cauto, e tanto più se v’abbia delle cose in contrario. Di tanta antichità non sono lo Scrittor della Vita di Santo Abbate di Nonantola, e il Cronografo Sigeberto; onde basti l’autorità loro per levarci il dubbio dell’epoca suddetta. Oltre di che l’Autore di quella Vita riporta un diploma del re Aistolfo, in cui le note cronologiche non una sola volta peccano e son fallate. Per iscioglimento dunque di questa controversia, produrrò io ciò che mi si somministra dall’Archivio Arcivescovile di Lucca. In un’autentica pergamena leggo: Regnante Domno nostro Aistulf Rege, anno Regni ejus quarto, octavo die infra calendas aprilis, indictione sexta feliciter. Manifestus sum ego Petrifuns, quia devitor sum dare tibi Domno Walprand Episcopo Soledus propter casa Auderad, quod mihi per alia cartula venditionis mihi venundare visus fuisti pro vero pretio, quod exinde debitor sum tibi dare. Modo vero dare tibi visus sum casa, ubi quondam Morentulus resedere visus fuet, et modo presens resedet germano ejus Alipert, ec. Ego Osprand Subdiaconus postradita complevi et dedi. In questo strumento si leggono anche queste parole: una Torre de auro fabrita, voci di suono della fa- 2138 vella nostra Italiana. Sotto nome di Turris fabritae, cioè fabbricata o lavorata ex auro, ci si accenna un aureo vaso sacro, formato a guisa di torre, per conservarvi e portare in esso l’Eucaristia, o le reliquie dei Santi. Gregorio Turonese nel libro I, al cap. 86 de Gloria Martyrum dice: tempus ad sacrificium offerendum advenit, acceptaque Turre Diaconus, in qua mysterium Dominici Corporis ferre coepit ad ostium. Nel testamento di Santo Aredio, pubblicato dal Ruinart nell’Appendice a Gregorio suddetto, aggiugne esso testatore che turres, calices, pallas et coopertoria praedicta Martyrariis, cioè ai Rettori dell’oratorio de’ Martiri, ad custodiendum tradidimus. Stampata fu eziandio dallo stesso Ruinarto Benedictio calicis, et patenae, et turris. Potete parimente vedere ciò che ne dice il Du-Cange nel III libro della Costantinopoli Cristiana, alla pag. 54.
Ma ritorniamo al documento sopraccennato, che apparisce scritto nell’anno 753, col quale, poiché octavo die infra kalendas aprilis (lascio ad altri il decidere se l’infra voglia dire ante o post) correva l’anno quarto di Aistolfo, si può sostenere l’una e l’altra sentenza de’ mentovati Cronologi, e finalmente conchiudere che Aistolfo cominciò a regnar solamente dopo l’aprile del 749. A chiarezza maggiore di questa supputazione fu da me prodotto un atto originale, trascritto dall’Archivio Arcivescovile di Lucca. Esso contiene una vendita fatta nel 752, cioè anno Aistolfu Regis tertio, in mense junio; indictione quinta, da Perprando, figlio di Walperto duca di Lucca o della Toscana, a Walprando vescovo Lucchese. Altrove ho io avvertito che le Prefetture minori di Ducato e di Contado furono al più al più conferite durante la vita del Duca e del Conte, né passavano ai loro eredi senza una grazia speziale dei Re. Il perché Perprando figliuolo di Walperto duca Lucchese fu nominato in quella carta senza titolo alcuno. Nella Vita di Matilda osservò il Pellegrini che fratelli e figliuoli del duca Walperto furono Petrifunso, rammentato pocanzi, e Perprando, e il vescovo Walprando. Può intanto ognun riconoscere che le suddette carte s’accordano colla sentenza del Sigonio. In oltre trovai nel prelodato archivio una pergamena di vendita di due pezzi di terra, fatta dal cherico Vallerado al mercatante Crispinulo, regnante Domno nostro Aistulfu viro excellentissimo Rex, anno Regni ejus quarto, mense septembrio, indictione sexta. Questo contratto avvenne, per mio sentimento, nel 752 nel principio della nuova indizione incominciata nel settembre. Dal confronto delle mentovate carte io credo di poter dedurre che a vendo noi nel 752 annum tertium del re Aistolfo nel mese di giugno, e annum quartum del regno di lui nel mese di settembre dell’anno medesimo, ne siegue per necessaria illazione che Aistolfo prese lo scettro e comando regale nel 749, fra giugno e settembre, che sono i termini inclusi in questa supputazione. Così pur anche, dopo aver io prodotto il documento della fondazione del Monistero di San Pietro di Palazzuolo sul Lucchese, e un altro nella Dissertazione IV, degli uffizj della Corte dei Re, scritto regnante Domno nostro Aistolfo Rege, anno regni ejus quinto, julio mense, per indictione septima, cioè l’anno 754; ne viene per conseguente che il principio del regno di Aistolfo cade fra luglio e settembre del 749. Perciò a norma di questi calcoli migliori d’ogni altro s’ha da correggere il principio del Regno di Aistolfo, da me assegnato all’anno 750 nelle Note alle Leggi Longobardiche, e susseguentemente non regge lo stesso conto fatto già anche prima di me dal Baronio, dal Sigonio e dal Mabillone negli Annali Benedettini. Qui di nuovo ripiglio la carta di Gualfredo figlio di Ratehausi cittadino Pisano del 754. Quel fondatore del Monistero di San Pietro di Palazzuolo in discursu Lucense ordinò che nullus Episcoporum, aut Judicum (del magistrato secolare) ibi perveniant imperio, neque, aliquis de filiis vel heredum meorum, ec., de fructibus inibi congregatis, vel in res Monasterii huius generare superbiam, presumano cioè di padroneggiare. Che se insorgerà discordia per l’elezion degli Abbati, sicut solet fieri, allora Episcopus Pisanus et Populoniensis (ora di Massa) et Abbates Domini Salvatoris in hoc loco Pontiani et Sancti Frediani Lucchese provvedano alla necessità de’ Monaci. Non vuole Gualfredo che il Vescovo diocesano abbia autorità alcuna sopra i beni di quel Monistero, né entri nell’elezion dell’Abbate; ma perciò non si può dire tolta anche al Vescovo la giurisdizione spirituale su quel sacro luogo; altrimenti il Monistero suddetto non sarebbe stato suggetto al Pontefice Romano, né al Metropolitano, né ad alcun Superiore ecclesiastico. Oltre di che que’ Religiosi, benché abitanti nel distretto Lucchese, poterono per avventura appartenere alla Diocesi di Pisa. Date un’occhiata alla mia Dissertazione LXV, dell’erezione dei Monasteri, e troverete alcuni monisterj, su i quali esercitavano i Vescovi il gius regendi et ornandi omnia, qualiter eis placebat. Ma non aveano poi sopra gli altri monisterj se non che l’autorità conceduta loro dai Canoni. Aggiugnete che nel fabbricare e dotar monisterj, prescriveano i Vescovi, quali ufizj verso loro doveano i monaci prestare, o quale libertà ad essi competesse in avvenire, non tanto nell’elezion dell’Abbate, quanto anche nell’uso e ministero delle cose sacre. Scorrete un antico esemplare da me prodotto a questo proposito, preso dall’archivio de’ Canonici Regolari di San Fridiano o Frigidiano in Lucca, della donazione della chiesa battesimale di Carrara, fatta nel 1151 da Gotifredo vescovo di Luni a Pietro priore de’ suddetti Canonici. L’insigne pietà e l’esatta disciplina d’essi Religiosi in que’ tempi diede motivo ad altre città di ammettere l’ordine loro, e in Roma fu anche nel decorso del tempo al governo de’ medesimi data la chiesa Lateranese. Non volli io perciò lasciar di produrre due carte prese dai manuscritti di Pellegrino Prisciano. Nella prima del 1158 Amato vescovo di Ferrara confermò al Priore e Canonici della chiesa di San Salvatore di Ficarolo, data già ad essi in commenda dal vescovo Landolfo sul principio del secolo XII, tutti i beni, diritti e privilegi loro. Nell’altra del 1175 il vescovo Presbiterino fece anch’egli lo stesso a favore di que’ Canonici. Questi due documenti esprimono le condizioni alle quali eglino furono ammessi e ricevuti nel territorio Ferrarese.
Di più: dopo il secolo XI monisterj non pochi, goderono della protezion de’ Pontefici Romani, ma non per anche furono sottratti dalla giurisdizione del Vescovo diocesano. Ce ne rende sicuri la bolla di Leone IX papa, la quale io produssi, ricavata dall’archivio de’ Camaldolesi di Pisa. Nel 1050 confermò quel Pontefice al Monistero Camaldolese di Santa Maria ne’ Gradi della Diocesi di Arezzo il patrocinio Apostolico e i privilegi già conceduti a quel sacro luogo, quem Conditor noster inter alia innumera nobilitavit et honoravit fracti Calicis et resolidati Miraculo; soggiugnendo dipoi, salva tamen debita subjectione, quae ex praefato Loco Episcopum Aretinum solet attingere. Cosa di più si è che quantunque avessero i monisterj insieme colla loro chiesa ottenuto l’intera libertà dal diritto del Vescovo, e fossero passati con pienezza di gius sotto l’autorità della Santa Sede, col pagarle eziandio ogni anno un censo o pensione; non per questo però le chiese possedute dai monisterj suddetti erano affatto staccate dalla giurisdizione de’ Vescovi. Non v’ha dubbio che da alcuni secoli in qua il Monistero di San Genesio in Brescello presso del Po sul Modenese, fabbricato anticamente dal conte Attone bisavolo della contessa Matilda, fu sciolto del tutto dalla superiorità del Vescovo di Parma. E pure nel secolo XII di Cristo manteneva illesa ed esercitava quel Prelato l’autorità sua sopra le chiese suggette al mentovato Monistero. Ciascuno può leggere la bolla di Anastasio IV papa, che a Pacifico abbate di Brescello confermò gli antichi suoi privilegi nel 1153, somministratami dall’Archivio Estense, e da me inserita in questa Dissertazione. Vedrà chi legge, che fra le molte concessioni accordate all’Abbate suddetto di San Genesio in Brescello, ad esso lui particolarmente s’impone ad indicium perceptae a Romana Ecclesia libertatis l’annuale tributo di un bisanzo d’oro. Ma con tutta l’immunità conferitagli, si vede espressa nella bolla la clausola: salva in supradictis Ecclesiis Episcopi canonica justitia. Questa riserva però s’ha da spiegare ed intendere secondo quello ch’io dissi nella Dissertazione LXIV, del vario stato delle Diocesi. Vale a dire che al Vescovo di Parma tolta fu ogni giurisdizione sul Monistero e la chiesa sua battesimal di Brescello; ma poiché quel sacro luogo possedeva altre chiese parrocchiali, od oratorj e cappelle nelle Diocesi di Parma, Reggio, Ferrara, ec., volle papa Anastasio che intatto sopra di esse fosse il gius de’ Vescovi Parmigiani, a seconda delle Costituzioni del Sinodo precedente di Chiaramonte. Di usanza somigliante riportai anche un’altra testimonianza. A veruno non soggiaceva certo il Monistero di San Benedetto di Polirone al Po sul Mantovano, siccome l’abbate Bacchini chiaramente mostrò: lo che pure confermato si vede dal diploma stampato di Arrigo IV fra gl’imperadori nell’anno 1123 in Aquisgrana. Quell’Augusto comanda, ut nulla Clericalis vel Laicalis persona aliquam dominationem, aut ullum penitus praelationis jus in praefato Monasterio Sancti Benedicti, praeter Romanum Pontificem et Imperatorem, in perpetuum requirat. Tuttavia perché nella Diocesi di Reggio alcune chiese appartenevano all’accennato Monistero, io trovai che Henricus Abbas dimandò ed ottenne dal Vescovo di Reggio la confermazione delle medesime nel 1140, a condizione però che i cherici d’esse chiese Chrisma, Oleum sanctum et Ordines ricevessero dal Vescovo Reggiano, e a lui annualmente pagassero una pensione. Ne avete la pergamena da me pubblicata, e ricavata dall’archivio del Pubblico di Reggio. Impetrata similmente aveano gli Abbati antecessori di Arrigo dai vescovi Eriberto, Bonseniore e Adelelmo la stessa confermazione dei diritti e chiese loro, come apparisce dalla Costituzione CLI del Bollario Casinese, cioè dalla bolla di Gualterio arcivescovo di Ravenna, confermatrice di tutti i beni che que’ monaci possedevano sul territorio Reggiano. Con quali onori poi si ricevessero dai monaci i Vescovi, qualora si portavano alle chiese suddette, Io saprete da un’antica pergamena del Vescovo di Lodi, la quale per la prima volta io diedi alle stampe, copiata e trasmessaci dal Puricelli. Nel 1125 Olrico arcivescovo di Milano sentenziò e pose fine ad una lite vertente fra i Vescovi di Lodi e di Tortona a cagione di due Monisterj, che l’uno e l’altro di essi Prelati pretendeva che fossero loro suggetti. In quel placito troverete nel tempo medesimo due Arcivescovi Milanesi. Non ve ne maravigliate: Olricus era l’ordinario; Anselmus era il coadjutore, siccome avvertii nel tomo V. Rer. Ital. nella Prefazione al Poema Cumano. Sottoscrissero in oltre la sentenza suddetta alcuni Vescovi suggetti al Metropolitano Olrico, il quale dopo la deposizione di tre testimonj (che asserivano aver veduto Opizonem Laudensem Episcopum in Monasterio Precipiani tamquam proprium Episcopum ac Dominum esse susceptum a Guidone Abbate et Monachis ejusdem Monasterii, cum honesta et plenaria processione, cum campanis utique sonantibus, cum acqua benedicta et incenso, ec., ibidem disponentem et morantem tamquam in domo sua, et placita inibi tenentem datis clavibus Canevae, aliarumque domorum supradicti Monasterii Ministris et fidelibus Opizonis Episcopi) sentenziò finalmente ut Episcopus Laudensis omnimodam possessionem, et integram evitionem deinceps habeat, sicut Imperatores habuerunt.
Dai manoscritti di Pellegrino Prisciano copiai e diedi al Pubblico, in comprovazione di quanto finora s’è detto del gius conservato a’ Vescovi, una costituzione del 1110, nella quale Landolfo vescovo di Ferrara decretò, ut in quacumque Ecclesia vel Monasterio nostrae Civitatis ad defuncti corpos fuissemus, si Episcopus esset, quod ipse majorem Missam celebrare debellat. Si vero non adesset, Canonicorum majoris Ecclesiae foret Missa et Officium. Si autem neque Episcopus, neque Canonici afforent, Missae Majoris ministerium le chiese e i monisterj sibi sument ad celebrandum. Noi sappiamo che dalla Santa Sede arricchito fu di privilegi insigni il Monistero celebre di Nonantola sul Modenese. Nulladimeno nella bolla di papa Eugenio III, scritta a Teobaldo vescovo di Verona nel 1145, stampata nel tomo V dell’Italia Sacra, confermato fu a Teobaldo Jus Parochiale in Plebem de Nogaria, sicut per concordiam inter te e Nonantulanum Abbatem, praesentia nostra factum determinante, statutum est. Ma per non dissimular cosa alcuna, dirò anche che nel secolo medesimo agitata fu la controversia su la chiesa parrocchial di Cicognara fra Obertum Cremonensem Episcopum et Richildam Abbatissam nobilissimi Monasterii Sanctae Juliae in Brescia, coram Alberico Episcopo Regiensi, cui ne avea la Sede Apostolica delegato il conoscimento. Aggiudicò colla sentenza sua il Prelato Reggiano la chiesa suddetta al Vescovo Cremonese. Ciò nonostante giudicò altramente la Curia Romana sul motivo che il Monistero di Santa Giulia era munito di privilegio della Sede Apostolica. Merita d’essere letta la bolla originale che io ho prodotta, ricavata dall’archivio di quel sacro luogo, sì perché contien molte cose spettanti alla disciplina e costumi del secolo XII, quant’anche perché in essa bolla papa Eugenio III nel 1152 decidendo mette fine al contrasto. Osserverete che in questo documento sta trascritto un buon pezzo della bolla del pontefice Paolo I, pubblicata dal Margarino nel II tomo del Bollario Casinese alla costituzione nona, sul qual documento poggiano i principi dell’immunità del Monistero di Santa Giulia. Nella Dissertazione LXIV liberamente già confessai che qualunque volta mi si presentano privilegi di libertà ed esenzione sì antica, io tosto ne dubito, e temendovi dell’inganno, non so che ne abbia a dire di certo. A buon conto le note cronologiche della bolla di papa Paolo hanno dell’imbrogliato e tenebroso. Essa dicesi data VII calendas novemb. imperante, Domno Augusto Constantino, a Deo coronato Magno Imperatore, anno XXIII, sed et Leone Imperatore filio ejus anno X, indictione prima; cioè l’anno di Cristo 762, se si conti la nuova indizione dal settembre; oppure l’anno 763, se dalle calende di gennaio cominciò a correre l’indizione prima. Il Labbè nel VI tomo de’ Concilj alla pagina 1689 riferisce una bolla dello stesso Pontefice, scritta nonis februarii, imperante Domno piissimo Augusto Constantino a Deo coronato, magno Imperatore, anno XL, et post Consulatum ejus anno XX (o XIX) sed et Leone Imperatore ejus filio anno VII, indictione XII. Presso il Labbè suddetto si legge un’altra bolla di papa Paolo I, sottoscritta da più Vescovi, allora Cardinali della Chiesa Romana, con questa data: IV nonas junii, imperante Domno Constantino Augusto a Deo coronato, magno Imperatore, anno XLI, ex quo cum patre regnare coepit, et post Consulatum ejus anno XXI, indictione XIV. Combini chi legge le note cronologiche suddette con quelle del documento Bresciano, e poi sappia dire se in tutto concordano fra loro. Ma forse il Margarino, poco accurato in altre, né pur qui avrà descritta a dovere quella pergamena. Ciò però che mi fa dubitarne maggiormente, si è che al privilegio del pontefice Paolo I si sottoscrivono Apollinaris, Otto, Julianus, Felix, e un altro Felix, vescovi tutti per avventura della Provincia Aquileiese: quando questi medesimi si veggono sottoscritti nel privilegio del patriarca Sigualto, inserito nel Bollario Casinese colla data, anno Desiderii Regis XVI, et Adelgis XIV, indictione XII, tertio idus octobris, cioè l’anno di Cristo 772, 773. Ma né pure queste note vanno esenti da errore. Io non so poi se in uso fosse che nelle bolle di questa sorta si sottoscrivessero i Vescovi, perché questa fu l’usanza del secolo duodecimo. Fate nulladimeno che tale fosse il costume a’ tempi di papa Paolo I: non potrete certamente negare che le bolle e decreti del Pontefice Romano furono sottoscritti da’ Vescovi della Provincia Romana e da que’ Cardinali di allora. Perché dunque Vescovi di provincia straniera scrissero in quella bolla i nomi loro? Come mai si trovarono in Roma tutti e cinque insieme i Vescovi soprammentovati, i quali altrettanti di numero, dieci anni dopo, sottoscrissero il privilegio del patriarca Sigualto? Più: in amendue que’ diplomi voi leggete la sottoscrizion d’essi cinque Vescovi conceputa colle stesse parole e termini. Io dissi, ma indovinando, che que’ Prelati furono della Provincia Aquileiese. Ora asserisco di non averne indizio alcuno, non ostante che Sigualto scriva di concedere quel privilegio concordantibus nobis reverentissimis Episcopis nostris, e Paolo pontefice affermi di dare la sua bolla concordantibus nobis reverentissimis Coëpiscopis nostris. Gran somiglianza in queste due brevi formole! Così anche il Mabillone negli Annali Benedettini all’anno 772 la fece da indovino, dicendo che Apollinaris Regiensis, Julianus Placentinus Episcopi sottoscrissero il privilegio di Sigualto. Con esso lui che aveano che fare i Vescovi di Reggio e di Piacenza? Resta perfine da cercare, per qual ragione o motivo impetrassero le Monache di Brescia quel diploma dal patriarca Sigualto, cui diritto alcuno non competeva sulla Diocesi Bresciana. Avrebbero elleno più tosto dovuto procurarselo dall’Arcivescovo di Milano, a cui era soggetta la Diocesi suddetta, ovvero da altri Arcivescovi, sotto la giurisdizion de’ quali stavano le chiese e monisterj uniti e dipendenti da quello di Santa Giulia. Comunque però sia, noi venghiamo a sapere dalla bolla da me prodotta, che approvato fu in Roma nel 1152 il privilegio di papa Paolo I, come documento legittimo, per cui lasciato non fu gius alcuno al Vescovo Cremonese sulla chiesa di Cicognara: cosa che, a dir vero, non sembra concordare co’ decreti del Concilio di Chiaramonte, né con altre bolle pontificie.
Dopo que’ tempi si sa che i diritti di molti Vescovi sopra i monisteri e monaci continuarono nel loro vigore, e spezialmente nella città di Milano. S’agitava fra Giovanni abbate del Monistero di San Celso in Milano e Lanfranco proposto della Pieve di Brebia, suggetto all’Arcivescovo, una lite, pretendendo esso Proposto che due chiese fossero a lui e non all’Abbate sottoposte. Si venne ad una concordia nell’anno 1152, e fatto ne fu l’atto autentico, ch’io già ho prodotto copiato dagli scritti del Puricelli, che si conservano nella Biblioteca Ambrosiana, soscritto da Oberto arcivescovo Milanese, e dai Canonici suoi; e fra le altre cose fu concordato, che si inter eos (transigenti) de electione orta fuerit controversia, Mediolanensi Archiepiscopo, qui pro tempore fuerit, repraesentetur, ut illi controversiae debitum finem imponat. Dai suddetti manuscritti Puricelliani trascrissi e divulgai eziandio una bolla del pontefice Adriano IV, il quale nell’anno 1157 confermò i beni e privilegj suoi al Monistero di San Dionisio in Milano, salva Sedis Apostolicae auctoritate et Mediolanensis Archiepiscopi canonica justitia. Che l’autorità di questo Prelato sopra i Monaci durasse sino all’anno 1311, si ricava dalle mie annotazioni ad una Lettera del Sassi, che io divolgai nella Prefazione al Sinodo Provinciale dell’arcivescovo Milanese Castone nel tomo IX Rer. Ital. Ne’ secoli poi susseguenti in qual gran mare navigato abbiano finquì, e con quali vele vadano tuttavia navigando i Monaci, li Canonici e Cherici Regolari, i Frati Mendicanti e gli altri Ordini Religiosi, non occorre ch’io ne faccia menzione. La premura moderna fu la stessa che l’antica, vale a dire che i monisterj sottratti dalla giurisdizion vescovile stettero sempre in buona guardia, acciocché i Vescovi non guadagnassero un sol poco d’autorità sopra loro. Laonde chiamavano Vescovi stranieri alla consecrazion delle chiese; o se si volgeano al Vescovo diocesano, aprivano bene gli occhi, affinché in tal caso quell’atto non recasse loro alcun pregiudizio. È celebre il Monistero Tremitense anticamente de’ Benedettini, a’ dì nostri di Canonici Regolari, situato in un’Isola del mare Adriatico. Da que’ Monaci supplicato fu il Vescovo di Dragonaria di portarsi a consecrare la chiesa loro. Fatta la consecrazione, l’abbate Alberico co’ monaci suoi pregò di nuovo il vescovo Almerado di ottenere pel tempo avvenire securitatis chartam, da me già renduta pubblica colle stampe, copiata dall’archivio del Monistero di Santa Maria di Tremiti, e mandatami dal P. Pompeo Alessandro Berti della Congregazione della Madre di Dio. In essa carta il vescovo Almerado dichiarò nel 1045, o forse nel 1060, che per l’atto della consecrazione suddetta non intendeva di avere in alcun modo pregiudicato la libertà del Monistero Tremitense. Io non osai di accertare l’anno in cui veramente cadesse il documento suddetto, perché secondo i conti del Pagi nell’anno 1045, indictione tertiadecima, correva annus quartus Constantini Monomachi, e nell’anno 1060, indictione di nuovo tertiadecima, annus secundus Constantini Ducae. A chi vorrà nullameno con diligenza maggiore esaminar quella carta, potrà essa servire utilmente per la cronologia di amendue quegli Imperadori Greci. Non ho io tempo da fare sì fatta ricerca. L’Ughelli nel torno VIII dell’Italia Sacra dopo il catalogo de’ Vescovi di Cividale, diede anche quello de’ Vescovi di Dragonaria, la Diocesi de’ quali fu da gran tempo aggiunta al Vescovato di S. Severo. Certo è che l’Ughelli ignorò il vescovo Almerado, conservatoci dalla suddetta pergamena.
La materia presente richiede pur anche che favelliamo alcun poco de’ Monisterj Imperiali, o sia Reali, che anticamente non mancarono nell’Italia. Di questi abbondò certo ne’ tempi antichi la Francia, o perché furono fabbricati da que’ Monarchi, o perché da altre sorgenti essi provennero. Se avete curiosità d’informarvene, leggete il Mabillone, il Baluzio, il Du-Cange, scrittori benemeriti dell’erudizion Franzese. Monisterj di tal sorta si contarono eziandio fra i Greci. Per quello che all’Italia appartiene, ci si rammentano nella legge VIII di Aistolfo re de’ Longobardi (Par. II del I tomo Rer. Ital.) Monasteria, Basilicae, vel Xenodochia, quae sub Palatii defensione esse videntur, distinti poi dagli altri, quae ad Palatium non pertinent. Ma questo è poco. Più chiaro è quello che abbiamo nella legge XXXI di Pippino re d’Italia fra le Longobardiche, nella quale si decreta de Monasteriis et Xenodochiis, quae per diversos Comitatus esse videntur, et Regalia sunt: ut quicumque ea habere voluerint, per beneficium Domini Regis habeant. Imperciocché Monisterj Episcopalia vi furono al Vescovo solamente suggetti, ed altri Regalia, su i quali s’attribuivano i Re un intero diritto. Presso l’Ughelli nel V tomo dell’Italia Sacra al catalogo de’ Vescovi Veronesi, si fa menzione all’anno 818 trium Monasterium Regalium, idest Sancti Petri in Mauratica, Sancti Stephani in Ferrariis, et Sancti Thomae Puellarum in Urbe; sed et duo Regis Xenodochia. Il Monistero Casauriense, fondato dall’imperadore Lodovico II, dalla sola autorità di quell’Augusto dipendeva, secondo le memorie ch’io ne produssi nella Parte II del I tomo Rer. Ital. Ad altri monisterj illustri sembrò ben più leggiera la suggezione e protezion degli Augusti, che quella del Pontefice Romano; laonde poi que’ sacri luoghi divennero anch’essi Imperialia Monasteria. Annoverate fra questi il Monistero di Farfa, i cui monaci difesero con tutto il maggior impegno il gius del patrocinio Imperiale, come ve ne potete accertare dalla Cronaca d’esso Monistero, stampata nella II Parte del tomo II Rer. Ital. In pruova maggiore di quanto ora vo dicendo, voi avete da me divolgato un documento del 1060, comunicatomi dal P. D. Eustachio Caracciolo Cherico Regolare. Quella carta contiene la consecrazione che degli altari della chiesa Farfense fu fatta dal pontefice Niccolò II, il quale confermò allora a quel Monistero la sua libertà, proibendo a qualunque Ecclesiastico o secolare de authentica et antiqua libertate di quel sacro luogo subtrahere, et de patrocinio, sive tuitione atque defensione Regali et Imperiali evellere aut subtrahere, vel in dominium et ditionem Curiae Romanae transferre. Parimente il già amplissimo Monistero di Nonantola sul Modenese fu suggetto anticamente all’Imperadore o al solo Re, e tuttavia ritiene il titolo Augustae Abbatiae. Ne fa fede il diploma autentico da me veduto e copiato dall’archivio di que’ Monaci, e poi pubblicato, in cui Federigo I imperadore confermò al suddetto Monistero nel 1177 la chiesa di Valle Fabbrica, quae nobis specialiter attinet, et ipsam Vallem Fabricam in nostram suscipimus tuitionem. Altrove ho io riportati documenti, da’ quali si vede che Abbatia Pomposiana fra il territorio Ferrarese e Comacchiese apparteneva agl’Imperadori. In questa Dissertazione, ho ad abbondanza prodotto tre altri diplomi attestanti la stessa cosa, ricavati dall’Archivio Estense. Il primo è la conferma di tutte le ragioni e privilegi fatta al mentovato Monistero della Pomposa nel 1095 dal re Imperadore Arrigo III, che fra l’altre cose dichiara di esentarlo ab omni subjectione Archiepiscoporum Ravennatum, ut Regalis in perpetuum sit Abbatia, nullis dominantium personis subjecta. Contiene il secondo la stessa conferma conferita a quel sacro luogo nel 1177 dall’Augusto Federigo I determinante, ita quod ipse locus ejusdem. Monasterii et praetaxatae possessiones ejus, nullius personae dominio subjaceant, aut ullam subjectionem cuiquam debeant, nisi Imperiali excellentiae in temporalibus, et Apostolicae dignitati in spiritualibus. Il terzo finalmente è una bolla del 1122 di papa Benedetto VIII, confermatrice di tutti i privilegi del Monistero Pomposiano non suggetto alicui hominum, praeter Deo et Regi; ordinando poi quel Pontefice, ut numquam locus ipse, aut res ad ipsum pertinentes, praeter Deo et Regi, alicui submitti possint: nullusque mortalium, praeter Regiae potestatis culmen, sulle castella, ville e beni di qualsisia genere spettanti al Monistero suddetto presuma di esercitare giurisdizione alcuna.
Di antica e illustre rinomanza fu il Monisterio di Bremido nella Lomellina. Nel secolo X di Cristo i monaci della Novalesa vi si ricoverarono. Che il Monistero suddetto fosse Imperiale, cel dimostra un diploma tratto dall’archivio di quel sacro luogo, trasmessomi dal conte Lodovico Caissotti Torinese, e da me poscia altresì divulgato. Nell’anno dunque 1048 Arrigo III re e imperadore II confermò con suo privilegio ad Ottone abbate Bremidense tutti i beni e ragioni di quel Monistero, fondato da Adalberto Marchione. In quella carta dopo aver comandato l’Imperadore e Re suddetto, che praelibatum Monasterium nulli deinceps, nisi nostrae solummodo, et successorum nostrorum ditioni subjaceat, conchiude più sotto: sed omni tempore Imperatoriae sit tantummodo potestati subjectum. Del Monistero di Bremido parlai alcun poco nella Parte I, cap. 26 delle Antichità Estensi. A dir vero, immaginai che Adelbertus Marchio fosse della schiatta de’ Marchesi Estensi. Sappia ora chi legge, che dopo aver io stampato nella Parte II del tomo II Rer. Ital. la Cronica della Novalesa, riconobbi dalla lettera di Pellegrino abbate Bremidese, che quel Monistero fabbricato fu a quodam Marchione, Adhelbertus nomine, patre Berengarii Regis, cioè dal Marchese d’Ivrea, che niente ha che fare colla linea genealogica dei Principi d’Este. Ma poiché noi abbiamo finquì rammentate tante esenzioni e immunità del Clero e del Monachismo, e degli oneri imposti all’uno e all’altro dai Principi secolari, resterebbe di presente il discorrere d’altre angherie et aggravj a’ quali soggiacquero monaci e cherici sì rispetto ai Vescovi o al Metropolitano, che in riguardo della stessa Chiesa Romana e de’ Legati suoi Cardinali, i quali erano dopo l’anno millesimo di Cristo inviati spesso ora alle corti dei Re, ovvero esigevano in occasioni di guerre dalle chiese sussidj gravosi. Non dobbiamo figurarci che fosse la greggia di que’ tempi sì felice, sicché non fruttasse ai Pastori, e non risentisse alcun incomodo, quantunque di tanti privilegj abbondasse. Intatta però vo’ lasciare ad altri di trattare questa materia, restrignendomi unicamente ad accennare una carta originale esistente nell’archivio de’ Canonici della Cattedrale di Modena, da me pubblicata, che serve a farci intendere il modo di ripartire fra il Clero Modenese le spese occorrenti al ricevimento de’ Legati della Sede Apostolica. Perciò potete leggere la bolla di papa Celestino III, che nel 1196 decretò che nella venuta o nel passaggio de’ Legati suddetti e del Metropolitano prima die Episcopus di Modena, secundo Canonici, tercio Abbas Sancti Petri, quarto Clerici civitatis ejusdem Legatos debeant Sedis Apostolice procurare, ec., vel Metropolitanus, ec. Alle volte anche erano per giuste cagioni costretti i monisterj e le chiese a contribuire una pensione annuale ad alcune persone di condizione illustre cadute in povertà e bisogno, secondoché ne venivano gli ordini dal Pontefice. Ne’ secoli antichi v’ebbe alcuna usanza delle pensioni, diversa però di molto da questa de’ tempi nostri. Nella I Parte al cap. 41, pag. 422 delle Antich. Estensi, osservai Beatricem Estensem Hungariae Reginam, principessa di animo grande, nell’anno 1236, essendo morto Andrea Rege marito di lei, temendo della propria vita da Bela suo figliastro, se ne fuggì, e vestita da uomo tornò alla casa paterna. Nel ritorno essa partorì Stephanum, cui il Re fratello negava per sino gli alimenti. Per la qual cosa i Pontefici Romani giudicarono che fosse un dover loro di provvedere alla dignità Regale non meno della madre, che di Stefano suo figlio, da che nato dipoi Andreas III, e dopo molti anni Rex Hungariae acclamato, prese le redini del governo di quel Regno. Obbligarono adunque i Papi molte chiese delle contrade Italiane al pagamento annuale d’una pensione a Beatrice, e al nobilissimo suo figliuolo. Merita certamente lettura il documento che ho prodotto, trasmessomi dal professore pubblico di sacra Letteratura Gioseffo Antenore Scalabrini Ferrarese. Nel 1245 Gregorio di Montelungo Legato Apostolico, e poi patriarca di Aquileia, diede esecuzione alle lettere di papa Innocenzo II concernenti l’annuale sussidio che da’ varj monisterj e chiese (nominate tutte in quell’atto colla quantità della pensione a cadauna toccante) si avea da somministrare a Stefano figlio del re d’Ungheria Andrea II e di Beatrice Estense, ambo predefunti. Finalmente è cosa assai nota che i monisterj immediatamente suggetti alla Sede Apostolica ne’ vecchi tempi, contuttoché godessero del gius e facoltà di eleggere l’Abbate loro, pure doverono chiedere dai Papi la confermazione e benedizion dell’Abbate nuovamente eletto. La stessa cosa praticata fu anche dai monisterj Reali. Senza il consenso e la conferma del Re non cominciava l’Abbate nuovamente eletto a governare. Perciocché non avea dimenticato l’Abbate Corbeiese del Monistero Helwordeshusense nella Germania, suggetto unicamente al Pontefice Romano, di chiedergli la dovuta confermazione, bisognò che il Proposto e un Canonico della nuova chiesa di Paderbona prestassero nel 1209 a nome dell’Abbate suddetto l’ubbidienza, e ne addimandassero scusa ai due Legati Apostolici Ugo vescovo Ostiense e Veletrense, e Leone cardinale di Santa Croce, come consta dalle Lettere ch’io pubblicai, trascritte dal Registro di Cencio Camerlengo. Di quell’Abbate Helwordeshusense non truovo menzione alcuna presso il Mabillone, né presso il Bruschio. L’onore poi di andare personalmente a Roma ogni anno, o ad ogni triennio, o almeno di spedirvi un Nunzio, fu comune sì ai Vescovi, che agli Abbati de’ monisterj. Questi ultimi vi si obbligavano col giuramento di fedeltà che prestavano ai Pontefici Romani. Posi fine alla Dissertazion presente col produrre una carta di tal giuramento ricavata dal Registro del mentovato Cencio.