Source: http://m.concorrenzasleale.org/1/
Timestamp: 2020-06-07 07:21:30+00:00
Document Index: 74406422

Matched Legal Cases: ['art.2105', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2043', 'art. 2598', 'art. 2601', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 18', 'art. 1746', 'art. 1175', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2125', 'art. 1346', 'art. 1418', 'art. 7', 'art. 1751', 'art. 2', 'e contrario', 'art. 2596', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2600', 'sentenza ', 'art. 2598']

CONCORRENZA SLEALE, SOCI COMPETITORS
Concorrenza Sleale, ex dipendenti, dirigenti competitors, infedeltà aziendale
CONCORRENZA SLEALE - INVESTIGAZIONI AZIENDALI Telef. 026696454
Concorrenza sleale consiste nella infedeltà di dipendenti, collaboratori, amministratori, ex dirigenti come sancito dall’art.2105 del codice civile, per violazione obbligo lavoro con assoluto divieto di trattare affari per conto proprio o di terzi, in concorrenza con il datore di lavoro ed altresì di divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio. Le indagini per investigazioni aziendali – concorrenza sleale sono finalizzate a provare atti di concorrenza portano ad avere prove legalmente utili al fine di far valere un proprio diritto facendo riferimento agli artt. 2599 e 2600 del codice civile e penale dove si prevede che la sentenza che accerta il compimento di atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione e dà gli opportuni provvedimenti per eliminarne gli effetti.
L'agenzia IDFOX SRL ha esperienza investigativa “diretta” ultra trentennale, maturata presso multinazionali operanti in svariati settori quale aeronautica, metalmeccanici, chimica, alta moda, oreficeria, elettrica ed elettronica, farmaceutica e della grande distribuzione, risolvendo brillantemente ogni incarico di fiducia, connessi alla tutela di beni, dai marchi e brevetti, concorrenza sleale e alla difesa intellettuale dei progetti, violazione del patto di non concorrenza, bonifiche telefoniche ed ambientali e tutela del patrimonio aziendale.
Concorrenza Sleale. È condannato il lavoratore che, passando da un'azienda a un'altra, trasferisce informazioni riservate di titolarità della prima società. Ma viene condannata anche l'azienda che lo ha assunto se le informazioni vengono scaricate sul pc aziendale e vengono utilizzate per svolgere attività in favore di quest'ultima. Così ha deciso il tribunale di Milano, sezione specializzata impresa, con la sentenza 8246/2019 in un contenzioso che ha visto contrapposto due società e due lavoratori transitati da una all'altra.
Concorrenza sleale fra imprenditori: ultime sentenze N E W S
Leggi le ultime sentenze su: concorrenza sleale; effetti distorsivi sul mercato; relazione di interessi tra l'autore dell'atto e l'imprenditore avvantaggiato; rapporto di concorrenza tra due o più imprenditori; appropriazione o contraffazione di un marchio.
Concorrenza sleale da parte di soggetto diverso dall'imprenditore
Gli atti di concorrenza sleale di cui all'art. 2598 c.c. presuppongono un rapporto di concorrenza tra imprenditori, sicché la legittimazione attiva e passiva all'azione richiede il possesso della qualità di imprenditore; ciò, tuttavia, non esclude la possibilità del compimento di un atto di concorrenza sleale da parte di chi si trovi in una relazione particolare con l'imprenditore, soggetto avvantaggiato, tale da far ritenere che l'attività posta in essere sia stata oggettivamente svolta nell'interesse di quest'ultimo, non essendo indispensabile la prova che tra i due sia intercorso un "pactum sceleris", ed essendo invece sufficiente il dato oggettivo consistente nell'esistenza di una relazione di interessi tra l'autore dell'atto e l'imprenditore avvantaggiato, in carenza del quale l'attività del primo può eventualmente integrare un illecito ex art. 2043, c.c., ma non un atto di concorrenza sleale.
Cassazione civile sez. I, 12/07/2019, n.18772
Quando si configura la concorrenza sleale?
Nell'interpretazione della clausola generale di cui all'art. 2598 n. 3 c.c., che individua atti di concorrenza sleale nel comportamento di chiunque si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda, rientra la violazione di norme di diritto pubblico.
Tale violazione può avere effetti distorsivi sul mercato nel caso di norme che impongono oneri, quali le autorizzazioni per lo svolgimento di determinate attività, quando il rilascio dell'autorizzazione sia subordinato a condizioni che comportano costi e, pertanto, la violazione della norma consenta un risparmio che rende praticabili alla clientela prezzi più bassi di quelli dei concorrenti.
La violazione può presumersi insussistente ove l'autorizzazione amministrativa sia stata concessa, ma è pur sempre consentito al giudice ordinario, al quale sia richiesto l'accertamento dell'attività di concorrenza sleale nel rapporto fra imprenditori concorrenti, sindacare l'atto amministrativo in via incidentale e, ove ritenuto illegittimo, disapplicarlo.
Corte appello Milano sez. I, 28/05/2019, n.2346
L'azione diretta alla repressione di atti di concorrenza sleale
La collocazione dell'art. 2601 c.c. all'interno della Sezione II del Capo I del Titolo X del Libro V del Codice Civile, dedicata alla concorrenza sleale fra imprenditori, implica che non possono avvalersi del rimedio processuale previsto dalla norma le associazioni fra professionisti.
Tribunale Reggio Emilia sez. I, 27/10/2018
Rilevanza e configurabilità della comunanza di clientela
In tema di concorrenza sleale presupposto indefettibile è, quindi, la comunanza della clientela, la cui sussistenza va verificata anche in una prospettiva potenziale, considerando se l'attività, nella sua dinamicità naturale, consenta di configurare l'esito del mercato fisiologico e prevedibile, sia sul piano temporale che geografico.
L'astratta configurabilità della concorrenza sleale tra due o più imprenditori presuppone il contemporaneo esercizio della stessa attività, industriale o commerciale, in un ambito territoriale potenzialmente comune.
Tribunale Velletri sez. II, 11/09/2018, n.1907
Concorrenza sleale ed esercizio della medesima attività
In tema di concorrenza sleale, il rapporto di concorrenza tra due o più imprenditori, derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, comporta che la comunanza di clientela non è data dall'identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dall'insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti, uguali ovvero affini o succedanei a quelli posti in commercio dall'imprenditore che lamenta la concorrenza sleale, che sono in grado di soddisfare quel bisogno.
Cassazione civile sez. I, 18/05/2018, n.12364
Sussistenza della concorrenza sleale
Va ritenuta la sussistenza della concorrenza sleale considerato che l'attività illecita, consistente nell'appropriazione o nella contraffazione di un marchio, mediante l'uso di segni distintivi identici o simili a quelli legittimamente usati dall'imprenditore concorrente, può essere da quest'ultimo dedotta a fondamento non soltanto di un'azione reale, a tutela dei propri diritti di esclusiva sul marchio, ma anche, e congiuntamente, di un'azione personale per concorrenza sleale, ove quel comportamento abbia creato confondibilità fra i rispettivi prodotti.
In tema di concorrenza sleale, presupposto indefettibile dell'illecito è la sussistenza di mia situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori, derivante dal contemporaneo esercizio di una medesima attività industriale o commerciale in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune, e quindi la comunanza di clientela, la quale non è data dalla identità soggettiva degli acquirenti dei prodotti, bensì dall'insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato e, pertanto, si rivolgono a tutti i prodotti che sono in grado di soddisfare quel bisogno.
Tribunale Bari sez. IV, 22/10/2015, n.4525
Situazione di concorrenzialità tra imprenditori
L'astratta configurabilità della concorrenza sleale tra due o più imprenditori presuppone il contemporaneo esercizio della stessa attività, industriale o commerciale, in un ambito territoriale potenzialmente comune, sicché gli articoli di stampa che denigrino un gruppo imprenditoriale non sono neppure giuridicamente inquadrabili negli atti di concorrenza sleale tra la testata giornalistica, pur di rilievo nazionale, ed un gruppo imprenditoriale, la cui attività sia estremamente ampia e ramificata, e non riconducibile al solo settore dell'informazione.
(In applicazione di detto principio, la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito di rigetto della domanda risarcitoria, escludendo che la pubblicazione di un articolo in cui si suggeriva una mobilitazione generale contro la normativa disciplinante l'assetto radio-televisivo nazionale, configurasse atto di concorrenza sleale).
Cassazione civile sez. III, 05/02/2015, n.2081
Configurabilità di un atto di concorrenza sleale
La legittimazione passiva in ordine ad una domanda di inibitoria degli atti di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c. n. 1 sussiste allorché sussiste una situazione di concorrenzialità; infatti, presupposto giuridico per la legittima configurabilità di un atto di concorrenza sleale è la sussistenza di una situazione di concorrenzialità tra due o più imprenditori e la conseguente idoneità della condotta di uno dei due concorrenti ad arrecare pregiudizio all'altro, pur in assenza di un danno attuale.
Si trovano in concorrenza tra loro tutte le imprese i cui prodotti e servizi concernano la stessa categoria di consumatori e che operino in una qualsiasi delle fasi della produzione e del commercio destinata a sfociare nella collocazione sul mercato dei prodotti.
Il diritto esclusivo di un titolare di utilizzare il disegno o il modello e di vietarne l'utilizzo a terzi, può essere fatto valere non solo nei confronti del produttore del prodotto contraffatto ma anche nei confronti dei commercializzatori.
Ai fini della tutela per concorrenza sleale (imitazione servile), occorre che il prodotto imitato sia originale e che gli elementi ripresi non siano né funzionali né comuni per l'oggetto imitato; ed occorre altresì che sia provato il rischio di confusione nel pubblico. Occorre, dunque che i prodotti evochino nel loro complesso un'impressione tale da indurre potenzialmente il pubblico in confusione.
In presenza di elementi concreti di differenziazione tra i prodotti è da escludersi la contraffazione del brevetto, come pure la concorrenza sleale.
Tribunale Roma Sez. Proprieta' Industriale e Intellettuale, 11/06/2008
Pubblicità ingannevole o denigratoria
La pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta. La tutela giurisdizionale ordinaria è ammessa ogniqualvolta la pubblicità ingannevole o denigratoria integri una condotta di concorrenza sleale tra imprenditori. Non è ingannevole lo spot pubblicitario che non induca in errore l'acquirente sulle caratteristiche del prodotto, cioè sulla natura, qualità, composizione, sul modo di fabbricazione del prodotto stesso. Tale spot non è quindi idoneo a ledere le imprese concorrenti. La lesione delle imprese concorrenti è requisito necessario ex c.c., art. 2598 a configurare l'illecito concorrenziale.
Essendo il fatto lesivo avvenuto anche a Roma, posto che la diffusione dello spot pubblicitario sui canali televisivi avviene a livello nazionale, oltre al Foro del luogo in cui il resistente ha la residenza o il domicilio è anche competente il Tribunale di Roma, nella cui circoscrizione sono stati commessi i fatti lesivi lamentati.
Nelle cause relative ai diritti di obbligazione, il convenuto che eccepisca l'incompetenza territoriale ha l'onere di contestare con il primo atto difensivo la competenza del giudice adito con riferimento a ciascuno dei diversi criteri concorrenti ex art. 18, 19 e 20 c.p.c. la cui scelta spetta all'attore, con la conseguenza che il difetto di tale specifica contestazione comporta che la competenza resta radicata presso il giudice adito in base al profilo non contestato.
Deve essere rigettata l'eccezione di carenza di legittimazione attiva di una federazione, la quale, nella sua qualità di federazione, può agire in proprio a tutela dei propri diritti, al pari degli altri ricorrenti.
Tribunale Roma Sez. Proprieta' Industriale e Intellettuale, 20/07/2006
Soluzioni professionali alternative
Ai sensi dell'art. 1746 c.c. è imposto all'agente di tutelare gli interessi del preponente e di agire con lealtà e buona fede nell'esecuzione dell'incarico. Tuttavia, tale norma non impedisce all'agente - così come al subagente - vincolato da un contratto a tempo indeterminato suscettibile di disdetta, di ricercare soluzioni professionali alternative, che vengano in concreto a risultare pregiudizievoli per il preponente (come nel caso, non infrequente, dell'acquisizione di un mandato di agenzia da parte di un'impresa in concorrenza con l'originario preponente), se non impiega mezzi e modalità che siano di per sé qualificabili come scorretti, vuoi ai fini dell'acquisizione del nuovo incarico professionale, vuoi nell'esecuzione del medesimo, sulla base dei principi di carattere generale in materia contrattuale e, specificamente, di quelli di correttezza e di buona fede nell'esecuzione del rapporto di cui agli art. 1175 e 1375 c.c., ovvero delle regole in tema di concorrenza sleale tra imprenditori.
Né, alla stregua di ciò, può ritenersi di per sé scorretto il comportamento di un subagente che, intenzionato a porre fine al rapporto in corso con l'agente, ne metta al corrente l'imprenditore preponente, offrendo l'occasione al medesimo di valutare le conseguenze di tale ipotesi ed a se stesso la possibilità di comunicare la propria eventuale disponibilità ad assumere un incarico diretto, sempreché non siano posti in essere mezzi di per sé scorretti, poiché, in difetto di precise pattuizioni in proposito, non è ravvisabile un obbligo di fedeltà in capo al subagente nei confronti dell'agente suo preponente che vieti iniziative di questo genere, compiute con il rispetto del principio generale della correttezza.
(Nella specie, la S.C., enunciando il richiamato principio, ha rigettato il ricorso proposto dall'agente e confermato la sentenza impugnata, con la quale era stato escluso che il comportamento del subagente avesse comportato violazione di obblighi derivanti dal contratto di subagenzia, considerato che l'obbligo di cooperazione dell'agente ai fini del raggiungimento degli interessi del suo preponente non comprendeva l'obbligo di restare per sempre vincolato al medesimo, così come neanche il canone generale di correttezza e buona fede poteva impedire all'agente, in mancanza di specifiche clausole contrattuali, di cercare una sistemazione migliore ed eventualmente anche di proporre, nel caso del subagente, le proprie prestazioni direttamente al mandante del proprio preponente).
Cassazione civile sez. lav., 10/05/2006, n.10728
Controversia tra privati imprenditori
In materia di illecito concorrenziale ex art. 2598 comma 1 n. 3, il giudice nazionale è competente a conoscere della controversia tra privati imprenditori concernente l'accertamento di condotte integranti concorrenza sleale anche nella ipotesi in cui l'illiceità derivi dalla violazione della disciplina comunitaria sugli aiuti di Stato, quando tale aiuto sia attuato in modo abusivo ovvero violando i relativi limiti oggettivi imposti dalla Commissione UE: in siffatte ipotesi ed in attesa delle complesse valutazioni economiche di competenza della Commissione UE, il Giudice nazionale adito dal soggetto che assuma leso il proprio diritto alla corretta competizione sul mercato ex art. 2598 c.c., ove riscontri una obiettiva violazione delle condizioni ed obblighi stabiliti dalla decisione autorizzativa dell'aiuto, ben può provvedere interinalmente ad emanare i provvedimenti cautelari più opportuni al fine di assicurare gli effetti della futura pronuncia di merito.
Tribunale Roma sez. II, 13/03/2006
Protezione dei segni distintivi dell'impresa e concorrenza sleale tra imprenditori
La tutela della propria denominazione e della relativa efficacia distintiva compete anche ai fenomeni associativi in quanto tali, a prescindere dalla protezione accordata dall'ordinamento ai segni distintivi dell'impresa ed avverso la concorrenza sleale tra imprenditori.
Tribunale Milano sez. fer., 11/08/2004
oncorrenza sleale, condannato ex agente per sviamento di clientela
Per la Corte d'Appello di Bologna è concorrenza sleale il comportamento di un ex agente che ha trasferito informazioni riservate, apprese durante il rapporto d'agenzia, in una nuova società da lui costituita
La Corte d'Appello di Bologna conferma quanto dichiarato dal Tribunale di Modena e condanna un ex agente al risarcimento danni per atti di concorrenza sleale e sviamento di clientela. Secondo l'articolo 2598, comma 3, del Codice Civile è concorrenza sleale "quell'attività contraria ai principi di correttezza professionale e idonea a danneggiare l'altrui azienda, indipendentemente dall'affettivo verificarsi di un pregiudizio a carico del soggetto passivo".
Il caso in questione riguarda una società, EX agente di , che, insieme ad alcuni ex collaboratori di quest'ultima, ha fondato la società AAAA, sfruttando in modo illecito informazioni riservate e acquisite nel corso del precedente rapporto di agenzia. Nonostante tra la società AAA e la società CCCC non sussistesse alcun vincolo legale o contrattuale di non concorrenza, per il Tribunale di Modena il comportamento di AAA era stato giudicato come atto di concorrenza sleale. Infatti, come dimostrato dai giudici, le informazioni riservate trasferite alla società AAAA non erano patrimonio personale degli ex agenti, ma informazioni che quest'ultimi avevano appreso internamente a Beta, nel corso del rapporto lavorativo, pertanto, sarebbero dovute restare confidenziali e di esclusiva proprietà di AAAA.
La Corte d'Appello ha sottolineato inoltre la condotta "sistematica e parassitaria" di AAAA nel far confluire la clientela di CCC nella neo costituita AAAA e trarne indebitamente vantaggio. Tutt'al più, che le informazioni, usate in modo fraudolento da aaaa, erano espressamente qualificate come "riservate" nel cessato rapporto di lavoro tra AAA e BBBB , nel quale la violazione dell'obbligo di riservatezza legittimava Beta a risolvere il contratto e a chiedere il risarcimento dei danni, anche in assenza del patto di non concorrenza. La Corte ha osservato infine che "quando l'atto di concorrenza sleale sia stato compiuto da chi non sia dipendente dell'imprenditore che ne beneficia, la responsabilità di quest'ultimo viene affermata sulla base della regola dell'art. 2598 n. 3 c.c., che qualifica concorrenza sleale anche l'avvalersi indirettamente dei mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale".
I segreti aziendali fanno parte del patrimonio di un'azienda ed oggi più che mai è fondamentale tutelarli perché non finiscano in mani sbagliate (come ad esempio hacker) o alla concorrenza. Molto spesso però, chi dovrebbe salvaguardarne la segretezza finisce con l'usufruirne per un proprio tornaconto: si tratta di dipendenti infedeli o ex dipendenti che violano il patto di non concorrenza. Il caso in questione riguarda un'azienda, titolare di brevetti nel campo degli avvitatori automatici, che si è vista soffiare informazioni sensibili e riservate da tre ex dipendenti dimessisi volontariamente nel settembre del 2017. A seguito delle dimissioni, i tre avevano avviato una collaborazione con un gruppo costituito da tre società operanti anch'esse nel settore degli avvitatori automatici, perciò concorrenti.
Tuttavia, la "vecchia" azienda era venuta a sapere che una delle tre società del gruppo aveva formulato "ordinativi di componenti con caratteristiche pressoché identiche ai propri". Una volta verificato il coinvolgimento degli ex dipendenti con le suddette società, ha incaricato un'agenzia di consulenza informatica allo scopo di analizzare i computer aziendali utilizzati precedentemente dagli ex dipendenti. Dalle indagini è emerso che i tre avevano prelevato e copiato, anche nel periodo antecedente alle rispettive dimissioni, informazioni aziendali riservate, sia di natura commerciale che tecnica.
Il caso è finito al Tribunale Ordinario di Bologna. I tre ex dipendenti hanno presentato ricorso, lamentando la mancata legittimità da parte della "vecchia" azienda di avvalersi di un'agenzia di consulenza informatica, in barba ai diritti sulla privacy. Il Tribunale di Bologna, con l'ordinanza del 12 novembre 2018, ha respinto il ricorso avvallando l'attività svolta dagli informatici forensi incaricati dall' ex azienda, "in quanto le modalità di acquisizione dei dati non hanno comportato l'accesso ad account privati di posta degli ex dipendenti e i dati sono stati rinvenuti all'interno dell'hardware della ricorrente, poiché trasfusi dall'interessato sul pc aziendale tramite backup dell'Iphone". La sentenza ha confermato quindi la possibilità da parte delle aziende, soggette ad abuso o furto dei segreti aziendali, di avvalersi di una società di consulenza informatica per reperire prove che verifichino la colpevolezza o meno di dipendenti infedeli o ex dipendenti.
Patto di non concorrenza: ultime sentenze
Leggi le ultime sentenze su: patto di non concorrenza e nullità; lavoro subordinato; concorrenza sleale; autotutela del danneggiato; contratto di agenzia; contratto di somministrazione; clausola di opzione; corrispettivo per la formazione professionale ricevuta.
* 1 Patto di non concorrenza: natura obbligatoria
* 2 Patto di non concorrenza: quando c'è violazione?
* 3 Patto di non concorrenza post contrattuale: quando è nullo?
* 4 Patto di non concorrenza: attività lavorative vietate
* 5 Proprietà intellettuale e condotta sleale
* 6 Contratto di agenzia: indennità per patto di non concorrenza
* 7 Obbligazione di fare: cosa può avere ad oggetto?
* 8 Professionalità acquisita dal soggetto
* 9 Clausola di esclusiva inserita in un contratto di somministrazione
* 10 Onerosità del patto di non concorrenza
* 11 Clausola di opzione di patto di non concorrenza
Patto di non concorrenza: natura obbligatoria
Il patto obbligatorio di non concorrenza, consistente in un vincolo di modo nell'utilizzo di un cespite immobiliare, astringe il soggetto che l'ha stipulato, ma non il suo avente causa; esso, per produrre effetti anche nei confronti del nuovo acquirente, deve essere specificamente richiamato nell'atto di acquisto del terzo, in quanto la realità di un vincolo può configurarsi solo ove sia ipotizzabile un rapporto tra fondi mentre l'esclusione della concorrenza è utile non al fondo acquistato ma all'azienda che l'acquirente esercita su esso cosicché deve escludersi la sussistenza di una servitù.
Cassazione civile sez. II, 17/11/2017, n.27321
Patto di non concorrenza: quando c'è violazione?
Il patto di non concorrenza, previsto dall'art. 2125 cod. civ., può riguardare una qualsiasi attività lavorativa che possa competere con quella del datore di lavoro e non deve quindi limitarsi alle sole mansioni espletate dal lavoratore nel corso del rapporto. Esso, perciò, è nullo solo allorché la sua ampiezza sia tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in limiti che ne compromettano ogni potenzialità reddituale.
Di conseguenza, ciò che rileva è l'attività svolta dai due diversi datori di lavoro: se l'ambito in cui essa si esplica è il medesimo, le due imprese devono essere ritenute in concorrenza, e, di conseguenza, l'ex dipendente che collabori con la seconda viola il patto di non concorrenza sottoscritto con la prima.
Corte appello Perugia sez. lav., 15/10/2018, n.142
Patto di non concorrenza post contrattuale: quando è nullo?
Ciò perché il patto di non concorrenza, anche se stipulato contestualmente al contratto di lavoro subordinato, è pienamente autonomo, rispetto a quest'ultimo, sotto il profilo causale; di conseguenza il corrispettivo in esso stabilito, essendo diverso e distinto dalla retribuzione, deve possedere soltanto i requisiti richiesti, in via generale, per l'oggetto della prestazione dall'art. 1346 cod. civ. in relazione al successivo art. 1418 cod. civ. ed, in particolare, il requisito della determinatezza o della determinabilità. Pertanto la previsione di un compenso commisurato ad una percentuale della retribuzione mensile e da erogarsi con la medesima periodicità di questa, in mancanza di una espressa previsione di un congruo livello minimo del corrispettivo, non risponde al requisito di determinabilità imposto dagli artt. 1346 e 2125 c.c..
Tribunale Perugia sez. lav., 10/10/2018, n.369
Patto di non concorrenza: attività lavorative vietate
Le attività lavorative vietate convenzionalmente al lavoratore che travalicano l'oggetto sociale della società; nonché l'ambito territoriale di efficacia del patto di non concorrenza dannoso per il lavoratore e la vastità teorica e geografica del divieto non controbilanciata dalla sufficienza della controprestazione rendono il patto di non concorrenza privo di causa e quindi nullo.
Corte appello Milano sez. lav., 19/10/2018, n.1622
Proprietà intellettuale e condotta sleale
La reazione dell'imprenditore che sia danneggiato dalla condotta sleale di un concorrente è legittima, e non causa un danno risarcibile, solo quando risponde ai parametri della continenza generale e della proporzionalità rispetto all'offesa ricevuta. (Nell'enunciare il principio, la S.C. ha confermato la decisione impugnata, che aveva ritenuto sleale, perché sproporzionata, la campagna di denigrazione effettuata da un imprenditore contro l'ex agente, il quale aveva avviato un'attività commerciale in violazione del patto di non concorrenza).
Cassazione civile sez. VI, 23/05/2018, n.12820
Contratto di agenzia: indennità per patto di non concorrenza
L'indennità per patto di non concorrenza post contrattuale è prevista dall'art. 7 dell'Accordo cconomico collettivo all'epoca vigente (in attuazione di quanto stabilito dall'art. 1751 bis c.c.), quando sia espressamente inserito nel contratto individuale di agenzia.
Nel caso di specie è espressamente previsto dall'art. 2, comma 1 lett. d), del contratto stipulato tra le parti che, nell'imporre a carico dell'agente un obbligo di non concorrenza per un anno "successivo all'eventuale scioglimento e/o risoluzione" del contratto, distingue l'ipotesi in cui il venir meno del rapporto sia stato dovuto ad inosservanza degli obblighi contrattuali propri dell'agente, nel qual caso a questi non spetterà alcuna indennità come controprestazione dell'obbligo di non concorrenza, da quella in cui il rapporto si sia interrotto per inosservanza dei doveri propri del preponente, nel qual caso l'agente avrà invece diritto all'indennità non provvigionale, calcolata in base all'allegato del contratto individuale.
Corte appello Potenza sez. lav., 15/03/2018, n.14
Obbligazione di fare: cosa può avere ad oggetto?
Una obbligazione di fare, pur non normativamente definita, può avere ad oggetto, per sua stessa natura, esclusivamente, il compimento di attività materiali che implichino l'impiego, da parte del soggetto debitore, delle proprie energie fisiche e/o psichiche a favore del creditore; si pensi, ad esempio, alla costruzione di una casa o allo svolgimento di una prestazione professionale. In senso eguale e contrario, una prestazione di non fare può, allora, avere quale oggetto l'omesso compimento di una determinata attività qualificabile come facere; si pensi, in questo caso, all'obbligazione di non costruire o al patto di non concorrenza.
Tali definizioni si riscontrano nei caratteri generali espressamente delineati dagli articoli 2931 e 2933 del codice civile in tema di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, strumento attraverso il quale il creditore riesce ad ottenere esattamente la prestazione che gli sarebbe stata dovuta da parte del debitore. In particolare, l'articolo 2931 c.c. specifica che, se il soggetto che vi è tenuto non adempie ad un obbligo di fare, l'avente diritto può adire l'autorità giudiziaria per ottenere che detto obbligo venga eseguito a spese dell'obbligato, secondo le forme e le modalità previste dal codice di procedura civile, agli articoli 612 e seguenti. Allo stesso modo, l'articolo 2933 c.c. prevede che, se non viene eseguito un obbligo negativo, ovverosia di non fare, l'avente diritto può ottenere che ciò che è stato fatto in violazione del predetto obbligo venga distrutto a spese dell'obbligato.
Tribunale Verbania, 08/02/2018, n.600
Professionalità acquisita dal soggetto
In tema di concorrenza sleale, è nullo per contrasto con l'ordine pubblico costituzionale il patto di non concorrenza, diretto a precludere ad una parte la possibilità di impiegare la propria capacità professionale nel settore economico di riferimento, ovvero di comprimere eccessivamente la libertà della capacità lavorativa del soggetto obbligato.
Il patto di non concorrenza deve, dunque, consentire al soggetto obbligato di espletare un'attività coerente con la propria esperienza e la propria professionalità e deve ritenersi nullo allorché la sua ampiezza sia tale da comprimere l'esplicazione della professionalità acquisita dal soggetto.
Tribunale Bologna sez. IV, 13/10/2017, n.2222
Clausola di esclusiva inserita in un contratto di somministrazione
La clausola di esclusiva inserita in un contratto di somministrazione, non è soggetta al limite di durata quinquennale previsto dall'art. 2596 cod. civ. per gli accordi limitativi della concorrenza, a meno che non possa qualificarsi come un autonomo patto, nel qual caso però il limite temporale di validità del patto di non concorrenza non si estende alla durata del contratto di somministrazione.
Tribunale Arezzo, 03/07/2017, n.789
Onerosità del patto di non concorrenza
È legittimo il patto di non concorrenza che non preveda un corrispettivo, ove sia stato stipulato prima dell'entrata in vigore dell'articolo 1751-bis del Cc e anche se il contratto di agenzia cui si riferisce sia cessato successivamente; in mancanza di una disciplina transitoria, infatti, la legge non dispone che per l'avvenire e non ha effetto retroattivo. Anche nel vigore della nuova disciplina, la naturale onerosità del patto di non concorrenza non è inderogabile, in quanto non presidiata da una sanzione di nullità espressa e non diretta alla tutela di un interesse pubblico generale.
Cassazione civile sez. lav., 31/05/2017, n.13796
Clausola di opzione di patto di non concorrenza
E' illegittima la clausola di opzione, accedente al patto di non concorrenza, che il lavoratore attribuisce al datore di lavoro a fronte di un corrispettivo per la formazione professionale ricevuta, in quanto tale formazione costituisce già la causa del contratto di lavoro subordinato stipulato, sicchè quella clausola determina un'illecita sperequazione della posizione delle parti nell'ambito dell'assetto negoziale e la violazione della natura contrattuale dell'opzione.
Cassazione civile sez. lav., 04/04/2017, n.8715
La globalizzazione dei mercati e l’alta tecnologia hanno stravolto tutte le attività! Le imprese sono sempre piu’ a rischio di spionaggio industriale, concorrenza sleale, infedeltà dei soci, dipendenti e collaboratori e violazione patto di non concorrenza. DIFFIDATE DAI CIARLATANI E ABUSIVI.
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L'art. 2598 c.c. disciplina le forme della concorrenza sleale nell'ambito del Capo I del Titolo X relativo alla disciplina della concorrenza. L'art. 2598 c.c. prevede comportamenti tipici di concorrenza sleale ed una clausola generale idonea ad abbracciare comportamenti, anche non tipizzati, che, tuttavia, integrino gli estremi della concorrenza sleale. Costituiscono comportamenti tipici di concorrenza sleale: l'uso di nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri e l'imitazione servile dei prodotti di un concorrente.
Del pari costituiscono atti di concorrenza sleale la diffusione di notizie ed apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito o l'appropriazione dei pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente. L'art. 2598 c.c., come detto, contempla, infine, una clausola generale idonea a ricomprendere tutti gli ulteriori atti di concorrenza sleale non tipizzati. Costituisce, così, concorrenza sleale il valersi di ogni mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale ed idoneo a danneggiare l'azienda altrui. I principali rimedi contro gli atti di concorrenza sleale sono contemplati agli artt. 2599 c.c. e 2600 c.c. dove si prevede che la sentenza che accerta il compimento di atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione edà gli opportuni provvedimenti per eliminarne gli effetti. L'art. 2600 c.c., infine, prevede che chiunque sia danneggiato da atti di concorrenza sleale posti in essere con dolo o colpa possa naturalmente chiedere il risarcimento del danno. La normativa codicistica sulla concorrenza sleale
Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi [ 2563 ss., 2569 ss.] e dei diritti di brevetto [ 2584 ss.], compie atti di concorrenza sleale chiunque:
1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda.
La sentenza che accerta atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione e dà gli opportuni provvedimenti affinchè ne vengano eliminati gli effetti [ 2600].
Se gli atti di concorrenza sleale sono compiuti con dolo o con colpa, l'autore è tenuto al risarcimento dei danni. In tale ipotesi può essere ordinata la pubblicazione della sentenza. Accertati gli atti di concorrenza, la colpa si presume. Vedi la giurisprudenza sulla concorrenza sleale
Il vasto contenzioso in materia di concorrenza sleale si è occupato, soprattutto, del problema relativo alla riconduzione di determinati comportamenti nell'ambito della concorrenza lecita o di quella sleale. La concorrenza sleale, infatti, presuppone la situazione di concorrenza tra aziende, il reiterarsi dei comportamenti illeciti ed il verificarsi di un danno effettivo. La giurisprudenza ha, poi, avuto modo di concentrarsi soprattutto su specifiche tipologie di atti di concorrenza sleale come, ad esempio, l'imitazione servile di prodotti dell'altrui azienda, lo storno dei suoi dipendenti, lo sviamento di clienti da parte di ex dipendenti o di ex agenti.
Cassazione civile , sez. I, 20 settembre 2006 , n. 20410 concorrenza sleale per imitazione servile - necessarie le forme esteriori individualizzanti
Tribunale Torino, sez. fer., 14 settembre 2006 un caso di concorrenza sleale
Tribunale Torino, sez. fer., 14 settembre 2006 concorrenza sleale per vendita sottocosto
Tribunale S.Maria Capua V., 18 agosto 2006 concorrenza sleale: l'uso di ex agenti
Tribunale S.Maria Capua V., 20 giugno 2006 concorrenza sleale La concorrenza sleale per imitazione servile è configurabile in presenza di due specifici presupposti, e cioè l'originalità del prodotto imitato (nel senso che la forma dello stesso deve avere valore individualizzante, estrinsecandosi in un quid che la renda idonea ad essere riconosciuta nel pubblico come elemento sintomatico di provenienza del prodotto cui accede da una determinata impresa) e l'assenza di qualsiasi elemento distintivo idoneo a palesare la diversa provenienza di un prodotto rispetto all'altro, secondo un apprezzamento che va riferito ai consumatori dei prodotti concretamente considerati.
È contrario ai principi della correttezza professionale ex art. 2598, n. 3, c.c. il comportamento dell'ex dipendente di una società che, approfittando della cessione di un ramo d'azienda della ex datrice di lavoro ad un'altra società, induca la clientela della società scorporata a credere che la nuova referente per la distribuzione dei prodotti della sua ex datrice di lavoro sia la nuova società alle cui dipendenze nel frattempo egli si è trasferito e non la società cessionaria del ramo d'azienda, reale destinataria "de iure". Tribunale Torino, sez. IX, 03 marzo 2006 , n. 3194 concorrenza sleale per imitazione servile - necessarie l'imitazione delle forme esteriori individualizzanti
Tribunale Torino, sez. IX, 07 dicembre 2005 concorrenza sleale per storno di dipendenti Sussiste atto di concorrenza sleale per storno di dipendenti quando un imprenditore sottragga «un complesso di dipendenti», difficilmente sostituibili per la posizione daquesti rivestita, con l'evidente intento, di danneggiare l'imprenditore concorrente e di conseguire parassitariamente l’avviamento delle relazioni commerciali che quest'ultimo ha raggiunto.
concorrenza sleale per storni di dipendenti: il rimedio è l'inibitoria Lo storno di dipendenti costituisce un danno di per sé difficilmente risarcibile e non suscettibile di adeguata monetizzazione, che può essere limitato solo attraverso un provvedimento inibitorio a contenuto specifico, ancorché limitato al periodo di tempo ritenuto necessario per sviluppare un autonomo “know-how”.
L'assegnazione di un domain name (nome di sito web) corrispondente ad un marchio
- anche solo di fatto, ma notorio - può costituire usurpazione del segno e concorrenza sleale in quanto comporta l'immediato vantaggio di ricollegare la propria attività a quella del titolare del marchio, sfruttando la notorietà del segno e traendone indebito vantaggio. Inoltre, la violazione di un marchio - perpetrata mercé il suo impiego quale domain name di un sito Internet - non è esclusa dalla circostanza che tale utilizzo sia avvenuto previa autorizzazione dell'apposita autorità preposta alla registrazione dei nomi di dominio, né dal fatto che il titolare del marchio non abbia in precedenza registrato presso detta autorità il medesimo nome.
Corte appello Firenze, sez. I, 19 settembre 2005 , n. 1463 concorrenza sleale per storno di dipendenti: "l'animus"
Per gli atti di concorrenza s
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