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Timestamp: 2020-07-13 02:52:15+00:00
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Avvocato Lorenzo Tornielli, studio legale in Melegnano (Milano): È illegale installare apparecchi per intercettare le conversazioni: Spiare la moglie è reato. (Cassazione 12655/2001)
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È illegale installare apparecchi per intercettare le conversazioni
Spiare la moglie è reato
(Cassazione 12655/2001)
Il marito geloso che, all'insaputa della moglie, fa installare un apparecchio per registrare le conversazioni telefoniche della consorte nella casa coniugale, commette reato. La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna emessa dalla Corte di Appello di Bologna ai danni di un signore che aveva fatto installare un radioregistratore per spiare le telefonate della moglie. Invano l'uomo si era difeso sostenendo di avere agito per porre fine ad una serie di telefonate anonime di minaccia. La Suprema Corte ha rilevato che la strumentazione utilizzata non avrebbe mai permesso di risalire all'autore delle presunte minacce in quanto non era in grado di memorizzare il numero di utenza di chi chiamava, e ha ricordato che le intercettazioni abusive sono illegali. (da La Repubblica, 8 maggio 2001)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, sentenza n.12655/2001
Con la sentenza in epigrafe, la Corte di Appello di Bologna ha confermato il giudizio di colpevolezza reso dal Pretore di Parma, con pronuncia del 30/3/1999, nei confronti di B. C. in ordine al delitto di cui all’art. 617 bis cod. pen. [1] (pena comminata in mesi 8 di reclusione), sub specie di installazione di un radioregistratore finalizzata all’intercettazione delle comunicazioni telefoniche del coniuge.
L’imputato ricorre per cassazione avverso la sentenza della Corte territoriale, ed all’uopo deduce: mancanza di motivazione, ovvero contraddittorietà e manifesta illogicità della medesima, in punto al rigetto dell’assunto difensivo che le intercettazioni fossero unicamente dettate dalla necessità di registrare telefonate minacciose, nonché quanto alla finalità di intercettazione delle conversazioni altrui, affermata in termini soltanto probabilistici, ed infine in ordine al giudizio di attendibilità delle dichiarazioni accusatorie del coniuge (certamente viziate dall’esito indotto dalla sopravvenuta separazione); violazione ed erronea applicazione della legge penale in ordine al ritenuto reato, posto che l’apparecchiatura non sarebbe stata installata fuori dei casi consentiti dalla legge (essendo lecito al privato dotarsi di un registratore per memorizzare le telefonate dirette alla propria persona) e, in ogni caso, risulterebbero erroneamente escluse le meno gravi ipotesi di cui all’art. 615 bis o, ancora, quella di cui all’art. 617 cod. pen..
Rileva la Corte che il primo motivo introduce una evidente censura in punto di fatto; il ricorrente, invero, lungi dal cogliere un reale vizio motivazionale pretende che venga valorizzato il deposto del teste B. come dimostrativo della circostanza che l’imputato, nell’immediatezza dell’installazione dell’apparecchiatura, avrebbe a costui confidato l’esclusiva strumentalità della medesima a fini di personale tutela (necessità di risalire all’autore di minacce telefoniche), quando dal testo della sentenza risulta, a contrariis, che tale giustificazione non venne in effetti fornita (il che neppure è smentito dal ricorrente allorchè questi non ancora ad una precisa epoca l’esternazione di una siffatta giustificazione); peraltro, è già stato congruamente disatteso per una serie di ragioni, tra cui decisamente troncanti sia quella secondo cui l’imputato non aveva mai fatto cenno alcuno al coniuge di una qualche minaccia, sia quella che l’apparecchiatura installata mai avrebbe permesso di risalire all’autore delle pretese minacce perché non in grado di registrare e memorizzare il numero di utenza dello sconosciuto.
Manifestamente infondato, poi, è il motivo riferito al dolo del reato, posto che la specifica finalità di intercettazione è stata affermata valorizzando per nulla illogicamente, una volta esclusa la diversa ed unica finalità prospettata dall’imputato, che la sola ragione credibile dell’installazione abusiva si coniugava con l’interesse dell’imputato all’immediata presa di cognizione dei colloqui telefonici del coniuge nella situazione conflittuale indotta dalla separazione già in atto; il giudizio probabilistico, e cioè che l’imputato ne avrebbe potuto trarre argomento per sostenere l’assunto di addebitabilità della separazione, è riferito in sentenza non già alla finalità di intercettazione, bensì a quella di utilizzazione definitiva della registrazione delle conversazioni captate, e cioè ad una circostanza che è chiaramente un posterius rispetto al reato già perfetto in ogni suo elemento.
Quanto al rilievo residuo circa l’intrinseca attendibilità delle dichiarazioni del coniuge, trattasi ancora di una volta di una censura, oltretutto generica, che prospetta la necessità di un nuovo giudizio di merito veicolato attraverso maggior considerazione dell’astio e del risentimento che avrebbe animato le dichiarazioni stesse; e, peraltro, è censura anche manifestamente infondata, atteso che la sentenza impugnata non ha in realtà costruito il giudizio di colpevolezza sulle medesime, ma, invece, dell’imputato e, infine, sulla stessa inattendibilità dell’assunto difensivo in punto alle finalità dell’installazione abusiva.
Manifestamente infondato è il secondo motivo di gravame.
Non è dubbio, infatti, che l’installazione dell’apparecchiatura (radioregistratore) , della quale non è contestata l’idoneità alla registrazione e presa di cognizione e presa di cognizione della conversazione fra i terzi, a loro insaputa, sia avvenuta fuori dei casi consentiti dalla legge, in quanto diretta non già alla captazione delle comunicazioni fra altri e lo stesso agente, bensì di quelle esclusivamente inter alios, e non autorizzata dall’autorità giudiziaria entro i limiti e con i modi espressamente definiti agli artt. 266- 271 cod. proc. pen..
Corretta, infine, è la qualificazione giuridica del fatto.
L’art. 617 bis cod. pen. , infatti, punisce il semplice fatto di installazione di apparecchiatura idonea all’intercettazione, fatto del quale si è pienamente raggiunta la prova, mentre l’art.615 bis stesso codice sanziona la diversa condotta di chi si procura notizie od immagini , sicchè le due ipotesi criminose disegnate dagli articoli si pongono su distinti piani, e cioè sia oggettivo, ben potendo realizzarsi l’intercettazione senza installare apparecchiature, ma semplicemente profittando di quelle esistenti messe in opera da altri, sia quello della ratio sanzionatoria (manifestando superiore pericolosità, degna dunque di più severa risposta punitiva, la specifica condotta di chi appresta sofisticati mezzi aggressivi dell’altrui privacy); l’art. 617 cod. pen., poi, configura una ipotesi di reato concorrente, quale sussiste ove l’intercettazione della comunicazione siasi effettivamente verificata (fatto, nella specie, non contestato).
Consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; l’inammissibilità, anche per manifesta infondatezza dei motivi di ricorso (Cass. Sez. Un. 22/11/2000 n. 32, De Luca) preclude la declaratoria di cause estintive del reato, nella specie riferibili alla prescrizione che, sul rilievo che l’installazione abusiva si colloca nella primavera del 1993, sarebbe maturata, in applicazione del principio del favor rei, in data 221/9/2000, comunque successiva alla pronuncia della sentenza (26/4/2000) ed altresì alla scadenza del termine per proporre impugnazione (25/6/2000, trentesimo giorno all’avvenuta notifica dell’estratto della sentenza al contumace) e, dunque, al formarsi del giudicato.
Il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma equitativamente fissata, in ragione dei dedotti motivi, in £ 1.000.000 e, infine, alla refusione delle spese di parte civile liquidate in £ 2.640.000 complessive, di cui £ 2.000.000 per onorario.
La Crte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, ed inoltre a quello della somma di £ 1.000.000 in favore della Cassa delle ammende; condanna inoltre il ricorrente alle spese di parte civile liquidate in complessive £ 2.640.000 di cui £ 2.000.000 per onorario.
Roma, 23/1/2001.
Depositata in Cancelleria il 29 marzo 2001.
[1] L’Articolo 617 bis codice penale (Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche): Chiunque, fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell'esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.