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Timestamp: 2018-03-20 00:17:15+00:00
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R. P. Francesco Berardinelli S.I.: INTORNO ALLA INFALLIBILITÀ DE' PAPI (parte quarta)
La Civiltà Cattolica, anno XIX, serie VII, vol. IV (fasc. 450, 9 dec. 1868) Roma 1868, pag. 688-711.
Argomento che il Bossuet deduce da alcune parole di S. Antonino riguardo al concilio di Basilea, per mostrarlo favorevole alla sentenza, che i concilii generali sono superiori ai romani Pontefici. Si espongono brevemente gli atti di quel concilio, che porgono il fondamento alla difficoltà.
Dopo che abbiam veduto con quali deboli argomenti il Bossuet si è sforzato di oscurare la dottrina sì chiara di S. Antonino intorno alla infallibilità personale dei romani Pontefici; passiamo ad esaminare le pruove che adduce per farlo apparire favorevole alla sentenza analoga, la quale tiene che i concilii generali abbiano suprema autorità sopra quelli. Uno de' suoi argomenti è il giudizio che il Santo pronunzia del concilio di Basilea colle seguenti parole: «Il simile è da dire del Concilio di Basilea, il quale da principio si adunò canonicamente; ma quinci appresso, dopochè fu sciolto o piuttosto trasferito dal Papa Eugenio IV nell'anno del Signore 1437, divenne conciliabolo [1].» Donde così argomenta il Bossuet: «Adunque gli atti basileesi, anteriori a questo discioglimento o piuttosto traslazione, sono per Antonino atti canonicamente compiuti; avvegnachè in essi vengano raffermati i decreti di Costanza, come a suo luogo vedremo [2].» In sostanza vuol dire, che come il Concilio di Basilea, anche prima di diventare scismatico, avea sancito i celebri decreti del Concilio di Costanza riguardanti la superiorità dei Concilii generali sopra i Pontefici, e aveali sanciti in un senso assoluto e non già solamente pel caso dei Pontefici dubbii, come da molti erano spiegati que' di Costanza; così S. Antonino, riconoscendo come canonici tutti gli atti di Basilea compiuti in tal tempo; veniva a riconoscere come canoniche e quindi ad accettare le definizioni, che dichiararono la superiorità dei concilii generali sopra i Papi anche certi.
Il Bossuet ci appella a ciò che esso scrive intorno al Sinodo di Basilea, a fine di dimostrare il valore conciliare e, se piace a Dio, anche dommatico di que' Decreti. E noi terremo l'invito, recandoci dal canto nostro ad esaminare i suoi argomenti; non per vero bisogno che v'abbia di difendere per tal modo S. Antonino; ma più veramente perchè si vegga a quali ree conseguenze condusse il Bossuet, e debba per sè condurre, la dottrina da lui sostenuta. Ma innanzi tratto ci è uopo esporre brevemente gli Atti basileesi, che sono il fondamento di tutta la quistione.
Il Concilio di Basilea [3], benchè legittimamente convocato già tempo innanzi da Martino V e di poi dal suo successore Eugenio IV; nondimeno quasi prima che cominciasse fu dichiarato sciolto dallo stesso Eugenio: il quale invece ne intimava un altro in Bologna, che sarebbesi aperto quindi a diciotto mesi; e prometteva d'intervenirvi egli stesso. Gravissime cagioni indussero il S. Padre a questa mutazione: le principali che accennava, erano: lo scarsissimo numero dei Padri convenuti in Basilea; i tumulti accaduti e che temeansi maggiori in questa città; le guerre che infierivano nei vicini paesi fra i duchi d'Austria e di Borgogna; e massimamente la promessa dell'imperatore di Costantinopoli, che i Greci ben volentieri interverrebbero al Concilio, per trattare della loro riunione colla Chiesa latina, se questo si celebrasse in una città dell'Italia. Se non che il Cardinale legato, Giuliano Cesarini, a cui era indirizzato quest'ordine del Papa, presso il medesimo tempo avea con sue lettere invitato al Concilio, a nome suo e dei Padri, gli eretici ussiti di Boemia; vituperando ciò che la Chiesa avea prima d'allora operato contro essi, e proponendo condizioni ingiuriose alla causa cattolica. Però trovandosi, sì per questa e sì per altre ragioni, gravemente impegnato nella prosecuzione del Concilio, e ciò altamente desiderando i Padri adunati; scrisse al Pontefice una lettera poco rispettosa, con cui rispondeva alle sue ragioni, dimostrando alla stess'ora la necessità del Concilio in quel luogo: e senz'attendere la risposta del S. Padre intimò o fe' proseguire la prima sessione, com'era sollecitato dai più ardenti.
Dall'altra parte il Pontefice, avuta contezza della imprudente lettera del legato ai Boemi, prima ancora che gli giugnesse la notizia del proseguimento illegale dell'adunanza, diè fuori un editto col quale biasimava la forma dell'invito, fatto dal legato agli eretici boemi; dichiarava sciolto il concilio in Basilea; e promulgava il decreto della traslazione in Bologna. In questi medesimi sensi scrisse a Sigismondo, già eletto imperatore, benchè non ancora incoronato; sollecitandolo insieme a mandare suoi legati all'imperatore greco.
Da quel punto cominciarono i procedimenti apertamente ostili degli adunati di Basilea. Conciossiachè persistendo il S. Padre nella presa determinazione, nè lasciandosi smuovere o sia dalle istanze del Cardinale legato, o sia dalle suppliche di Sigismondo; ciò non ostante fu celebrata la seconda sessione [4]; messovi per fondamento dei futuri atti un decreto, col quale si stabiliva l'assoluta superiorità dei Concilii generali sopra il Papa, e proponeasi come una fra le opere da compiere la riformazione della Chiesa nel Capo e nelle membra.
A questi sì arditi passi diedero la spinta varie favorevoli circostanze: la risposta de' Boemi, che accettavano le offerte condizioni per trattare nel Concilio l'accordo: il numero de' Padri che veniva ogni dì crescendo: l'assenso di re Carlo alla domanda di un'assemblea di 26 prelati della chiesa gallicana; i quali, dichiarata la necessità di proseguire il Concilio in Basilea, lo pregavano che si facesse interceditore presso il S. Padre per la continuazione di quello, e intanto desse facoltà ai Vescovi francesi di partire per Basilea: un simile favore ottenuto dal re Arrigo d'Inghilterra, dopo tre consulte, che per ordine del medesimo furono tenute in tre luoghi diversi da alcuni prelati inglesi: finalmente l'arrivo di nuovi oratori del Re di Castiglia.
E gli atti di ostilità contro il S. Padre crebbero ancora nelle seguenti sessioni. Nella terza [5] osarono intimargli, che dovesse presentarsi al Concilio o di persona, o almeno per mezzo di legati. Nella quarta [6] fu dato amplissimo salvocondotto agli eretici di Boemia per venire al Concilio e disputarvi. Quivi pure fu decretato, che se per caso, durante il Concilio, il Papa venisse a morte; non altrove che nello stesso Concilio si dovesse eleggere il successore. Il qual decreto fu confermato in più altre sessioni, manifestandosi, come notano gli storici, e lo stesso Eugenio in una sua lettera, troppo manifestamente in taluni la voglia di salire sopra il trono di S. Pietro. Nella stessa sessione fu vietato al Papa di creare nuovi Cardinali. Nella quinta [7] si arrogarono, contra ogni dritto e consuetudine, l'arbitrio delle cause, nominando a quest'uopo giudici che le dovessero decidere, e stabilendo che non potessero differirsi oltre a tre mesi. Della quale usurpazione non fu consigliatrice la superbia soltanto, ma anche l'avarizia, come osservò Eugenio, rimproverando a que' prelati di aver cangiato il Concilio in un emporio forense [8].
Dall'altro lato il S. Padre, desideroso di pur ricondurre quell'assemblea a ragionevoli sentimenti, nè omai potendosi più fidare del Cardinal Cesarini; vi spedì suoi legati straordinarii, i principali de' quali furono Andrea di Costantinopoli arcivescovo di Colossi, e Giovanni arcivescovo di Taranto. Parlarono a lungo prima l'arcivescovo di Colossi e poi quello di Taranto; dall'una parte mettendo in mostra i privilegi del Romano Pontificato, e dall'altra facendo rilevare con buone maniere il torto del Concilio. Per rispetto poi al trasferimento in Bologna, ne dimostrarono l'opportunità, massimamente per non porre ostacolo alla intervenzione de' Greci, i quali metteano per condizione che il Sinodo fosse celebrato in qualche città dell'Italia. Non doversi anteporre alle promesse sincere de' Greci le subdole de' Boemi. Che se questi operano con retto animo, non esser per essi, come pe' Greci, buona difficoltà la distanza del luogo. Per ogni modo, se ai Padri non piace Bologna, propongano qualunque altra città d'Italia; e il S. Padre senz'altro differimento farà la convocazione del Sinodo; e vi presederà egli stesso in persona.
Così temperate proposizioni furono accolte con dispetto da' congregati di Basilea. Nella riunione che fu tenuta alcuni giorni appresso, con superbo discorso accusarono il Papa di peccato contro lo Spirito Santo perchè brigavasi d'impedire il proseguimento del Sinodo legittimamente adunato, e che aveva da Gesù Cristo suprema autorità, anche sopra il Pontefice. Dichiararono quindi di avere operato con giustizia citando Eugenio al Concilio, e di persister tuttora negli stessi sentimenti. Di fatto nella sesta sessione, a cui fu dato principio tre giorni dopo [9], fu mossa solenne accusa contro Eugenio; perchè avvisato di revocare l'editto di scioglimento del Concilio, e venirvi di persona o mandarvi suoi legati, non avea obbedito. Protestarono i Nunzii pontificii; e l'arcivescovo di Taranto scongiurò con gravi e amorevoli parole i Padri, che non volessero dar lo scandalo di aprire con temerario attentato un giudizio contro il Capo della Chiesa. Quelli risposero arrogantemente che avrebbero deliberato. Ma poco stante l'attore delle cause sinodali accusò di contumacia i Cardinali, che chiamati non erano intervenuti. Nella settima e nell'ottava sessione [10] si confermarono alcuni de' decreti già fatti in onta della potestà pontificia. Nell'ottava segnatamente fu rinnovato il monitorio sinodale al Papa, che nel termine di sessanta giorni dovesse revocare l'editto di dissoluzione del Concilio, di Basilea, e recarvisi di persona o mandarvi legati: non obbedendo si sarebbe proceduto contro di lui. Ai Cardinali poi, che non intervenissero, fu minacciata la perdita della dignità cardinalizia, e la degradazione se sacerdoti; e contro a quelli che andassero a Bologna fu pronunziata la pena della scomunica e della inabilità di esser ordinati sacerdoti anche dal Papa. Presso il medesimo tempo, con altro atto di singolare arbitrio, crearono preside di Avignone e della contea di Venosa Alfonso Cardinale di S. Eustachio, che si valse della sua nuova potenza per combattere contro il Sommo Pontefice.
Il S. Padre, così acerbamente offeso da que' riottosi, non tralasciò di ammonire i fedeli con sue pubbliche lettere della illegalità degli atti di Basilea, dichiarando sciolto quel concilio, e proibendo ai prelati di accorrervi. Ciò non ostante, supplicato vivamente da Sigismondo e da altri principi, specialmente di Germania, i quali aveano grande speranza nel Concilio per la riduzione degli eretici di Boemia, si lasciò indurre a trattare novamente di accordo, mandando a questo fine come Nunzii straordinarii Cristoforo vescovo di Cervia, Giovanni Mella notario e due abbati. Le principali fra le istruzioni che diede ad essi, erano: quanto al luogo del Concilio, di offrire ai Padri la scelta di qualunque città d' ìItalia, acciocchè il S. Padre potesse aver agio d'intervenirvi di persona: il che sembrava necessario. Che se per ogni modo volessero esclusa l'Italia, nominassero dello stesso lor numero dodici deputati, i quali di comune accordo dovessero designare quella città che lor più piacesse della Germania, sol che non fosse Basilea. Quanto poi alle cose da trattare nel Concilio, i capi da proporre erano: la riduzione dei Boemi; la riforma della disciplina ecclesiastica; la concordia da procurare tra i principi cristiani. Intanto i Padri annullassero tutti gli atti giudiziarii, compiuti in Basilea, com'esso annullava tutti gli atti emanati contro il Concilio. In conformità a quest'ultima condizione, il S. Padre concedeva ai suoi legati ampia facoltà di assolvere i congregati di Basilea da tutte le censure, incorse per gli attentati commessi contro la potestà pontificia.
Presso il tempo che decretavasi questa legazione, giunsero in Basilea i deputati de' Boemi; e furono con molta solennità e singolari dimostrazioni di onore ricevuti dai cittadini e dal Concilio. Circa cinquanta giorni vennero consumati in dispute; le quali, come avea preveduto il S. Padre, non riuscirono ad altro che a scambievoli ripicchi, ed a maggiore ostinazione dalla parte degli eretici. Fu allora deciso di mandare nella Boemia alcuni ambasciatori del Sinodo; i quali, evitando ogni discussione, trattassero co' capi della fazione, e concedessero loro, intorno ai quattro articoli stati proposti nel Concilio, tutto ciò che era possibile senza pregiudizio della fede e scandalo de' fedeli. La missione sortì in buona parte l'effetto desiderato; e la speranza, che si sarebbe facilmente venuto ad un felice accordo, ebbe gran forza nell'animo del S. Padre, per farlo condiscendere alle replicate istanze di Sigismondo e di altri principi in favor del Concilio, non ostante le nuove e sempre maggiori insolenze di questo.
In effetto i congregati, rigettata come ingiuriosa l'amorevole esibizione del Pontefice, di farli prosciogliere per mezzo de' legati dalle incorse censure (perciocchè protestavano d'aver operato con giustizia e santamente); nella decima sessione [11] rifiutarono anche ogni proposta di concordia, facendola essi dipendere essenzialmente dalla continuazione delle sessioni in Basilea; ed anzi rinnovarono il decreto contro il S. Padre per non aver abrogato l'editto del trasferimento in Bologna. Per contrario il S. Padre, longanime nella pazienza ed invitto nella carità, non volendo che la persistenza nel suo proposito creasse impedimenti alla conversione de' Boemi, e cedendo alle nuove istanze che gli faceano i principi elettori con una legazione straordinaria; si contentò di ristaurare il Concilio di Basilea con suo Diploma, che comincia Ad sacram Petri Sedem, ed ha la data del dì 16 innanzi alle calende di Marzo. In esso espone le ragioni del Decreto anteriore di traslazione, e quelle per cui ora muta parere: promette che quanto prima manderà suoi legati a presedere: e stabilisce la materia delle cose da trattare nel Concilio, la quale restringe alla riduzione de' Boemi eretici, ed alla concordia da procurare fra i principi cristiani.
Quest'atto del Pontefice, com'è chiaro per le date, ebbe luogo circa il medesimo tempo, che i suoi Nunzii trattavano co' Padri sopra il fondamento delle istruzioni avute l'anno precedente. Il nuovo editto giunse ad essi nel mese di Marzo, e lo mostrarono ad alcuni e forse anche a tutti i prelati di Basilea. Ma facendo questi difficoltà sopra ciò che diceva il Pontefice, che ei manderebbe nuovi presidi: il che era come un convocare novamente il Concilio in Basilea, e non riconoscere i suoi atti precedenti; i legati credettero bene spedire in Roma il vescovo di Cervia per indurre il S. Padre a fare più larghe concessioni, e torre cosi ogni pretesto agli scandali. Il S. Padre tenne una via di mezzo. Scriveva con data de' 9 Maggio, essere stata sua intenzione che il Concilio non patisse indugio; e perciò aver destinato quattro Cardinali, che dovessero tosto partire per presedervi. Ma poichè al loro pronto viaggio s'erano frapposti impedimenti, destinava a surrogarli interinamente quattro prelati che si trovavano in Basilea. A questi con altra lettera de' 10 aggiunse lo stesso Cardinal Cesarini, statogli così infedele. Presentate queste scritture dal Cerviese con calda esortazione ai Padri, che finalmente si volessero riconciliare col Capo della Chiesa e loro; non ne fu nulla. Diceano che il Papa non avea punto ubbidito alle ammonizioni del Concilio: avere sì veramente provveduto al Concilio per l'avvenire; ma non riconoscere nè confermare gli atti precedenti. Oltre che restringeva l'autorità di esso a due capi soltanto; alla riduzione degli eretici, ed alla pace da conciliare fra i principi: e per contrario era data tal potestà ai Cardinali legati, che se il Concilio alcuna cosa decidesse che quelli non approvassero, il decreto non avesse valore. E pure non solo i presidi, ma altresì il Pontefice dover sottostare alla potestà anche coattiva del Concilio. Protestarono dunque di non accettare i nuovi legati coll'autorità, che era ad essi attribuita; pretendendo inoltre che il Pontefice dovesse approvare tutte le innovazioni, attentate sin' allora contro la pontificia autorità.
Con queste ree disposizioni adunatisi per la undecima sessione [12], sancirono di nuovo che il Pontefice fosse tenuto di venire al Concilio o mandarvi legati. Che se tentasse scioglierlo o mutarne il luogo, e passati quattro mesi non si emendasse, rimanesse sospeso dall'esercizio della potestà pontificia; il cui uso sarebbe intanto devoluto al Concilio. Se poi per altri due mesi persistesse nell'ostinazione, si tratterebbe di deporlo. Rinnovarono il decreto, con cui faceano lecito ai Cardinali di recarsi al Concilio contro alla volontà del S. Padre, e statuirono che non potesse nè esser sciolto nè trasferito, se non concorrendo i voti di due terze parti de' congregati.
Presso il medesimo tempo accadde la incoronazione dell'imperatore Sigismondo in Roma; e fu compiuta con tutte le solennità che erano di rito. In questa occasione, avendo esso dovuto pronunziare i consueti giuramenti a tutela e difesa della S. Sede, si era in particolare impegnato di fare ogn'opera per guarentire i supremi diritti del Pontefice contro le macchinazioni di Basilea. Con tutto ciò, nel tempo istesso che indirizzava in Basilea gravi lettere per distornare i perversi intendimenti contro il S. Padre; dall'altro lato facea ogni forza nell'animo di questo per farlo accondiscendere alle proposte de' Basileesi. Nè ciò per infinto animo nè ostile; poichè anzi non avea giammai aderito ai temerarii atti di quell'adunanza: ma egli credea certo che sol per mezzo di un concilio, che si fosse tenuto in Basilea, era possibile la soggezione de' Boemi e la pace dell'impero.
Dall'altro canto i congregati di Basilea, non facendo nessun caso delle raccomandazioni dell'Imperatore, proseguirono i loro atti contro il Pontefice. E però nella sessione decimaseconda [13] protestarono pubblicamente di aver mandati oratori ad Eugenio per ismoverlo da' suoi propositi; lo stesso aver tentato l'Imperatore, ma inutilmente: essersi perciò istituito il giudizio contro di lui; ed egli averlo eluso. Si esigeva dunque che dichiarasse: Avere il Concilio avuta continuazione sin dal principio, ed averla tuttavia. Conformemente alla quale dichiarazione, aderisse puramente e semplicemente ad esso Concilio; notificando la Revocazione de' suoi editti, la sua Dichiarazione e l'Adesione al medesimo, per mezzo di Bolle secondo le forme consuete; e ciò nel termine di 60 giorni a cominciare da quello. Valico il fissato termine senza un tal atto, lo dichiaravano decaduto dall'esercizio della potestà pontificia. Fecero anche un decreto intorno alla elezione de' presuli delle chiese, e con esso tolsero al Pontefice il diritto delle riserve alla S. Sede, se non fosse per rispetto a quelle che si trovassero negli Stati pontificii, o venissero espressamente mentovate nelle leggi canoniche.
Il S. Padre, sollecitato da Sigismondo a trovar maniera di accordo per la pace della Chiesa, che versava nel pericolo di un funestissimo scisma; accettò una transazione, che questi gli proponeva: essa era di ammetter la formola, che il Concilio avesse avuto sèguito sino a quel termine. Diede dunque col 1 di Agosto un Decreto, con cui dichiarava, che non sussistendo oggimai alcune fra le principali cagioni, per cui aveva decretato il trasferimento del Concilio, e niente desiderando meglio, se non che, pacificati gli animi si volgesse ogni cura alla estirpazione dell'eresie, a far cessare le guerre, ed alla riforma de' costumi nel popolo cristiano; secondo il consiglio e per istanza di Sigismondo imperatore, e udito ancora il parere de' Cardinali, si contentava e voleva che il Concilio di Basilea s'intendesse continuato dal suo principio, e dovess'essere continuato per rispetto alle materie accennate. Che però rivocava tutti i decreti di scioglimento, e dichiarava di accettare puramente e semplicemente e con affetto di carità il Concilio, e gli prometteva ogni suo favore. Il Concilio dal canto suo fosse obbligato di ammettere i legati pontificii alla presidenza, e prima di ogni altra cosa annullare tutti gli atti lesivi dell'autorità pontificia, o emanati contro i Cardinali e qualsivoglia persona, che avesse favorita la causa della Santa Sede.
Ma neppure a quest'ampia adesione si acquetarono; trovando cagioni di appiglio, massimamente sopra quella espressione «ci contentiamo», la quale a lor parere indicava piuttosto una tolleranza, che una sincera approvazione degli antecedenti del Concilio. E perciò rifiutate le pontificie concessioni, sarebbero prorotti nella decimaterza sessione [14] a nuovi atti contro il S. Padre, se il Duca di Baviera, che tenea le veci dell'Imperatore, non si fosse opposto, volendo che si aspettasse il ritorno di questo. Ritornò di fatto qualche mese appresso Sigismondo, ed intervenne decorato degli abiti e delle insegne imperiali alla decimaquarta sessione [15]. Ma non ostante il prestigio della imperiale maestà e le gravi parole che pronunciò, il meglio che gli venne fatto di ottenere fu, che il termine de' sessanta giorni, fissati al Pontefice per la comparsa al Concilio, venisse prorogato a novanta; e intanto ei prometteva di adoperarsi a tutto potere a fine d'indurre il S. Padre ad assentire alla formola d'accordo, che essi stessi proporrebbero, purchè tale che fosse accettabile.
La formola che fu proposta da essere presentata al S. Padre e sottoscritta da lui, si contenea ne' seguenti sensi: «Che, essendo surte gravi dissensioni, e maggiori temendosi, per la dissoluzione intimata del sacro e generale Concilio di Basilea, legittimamente adunato per la estirpazione dell'eresie, per la generale riformazione della Chiesa nel Capo e nelle membra, e per altre cose relative alle stesse materie; il S. Padre, avendo sommamente a cuore, che le predette sante opere sortissero il desiderato effetto, decretava che il mentovato generale Concilio di Basilea dal tempo del suo cominciamento era stato legittimamente continuato, che lo era tuttavia, e dovesse aver sèguito, pe' fini sopraddetti ed altre cose relative ad essi, non altrimenti che se nessun decreto di dissoluzione fosse stato interposto. Anzi che il S. Padre, dichiarando irrita e nulla la sopraddetta dissoluzione, accettava lo stesso sacro Concilio di Basilea puramente, semplicemente ed in effetto, e con ogni devozione lo favoriva ed intendeva favorirlo.» Sèguita la forma della rivocazione de' processi, delle censure, delle sospensioni, delle privazioni contro i membri del Concilio e suoi aderenti, e di tutti gli atti emanati in pregiudizio, lesione e derogazione degli stessi. In particolare si prescriveva l'annullazione delle bolle, Inscrutabilis ed In arcano, emanate negli ultimi mesi contro il Concilio, ed anche di una terza apocrifa Deus novit; esigendosi per cautela che venissero inserite verbo a verbo nel nuovo Atto. Termina il documento colla dichiarazione o promessa, che imponeasi al S. Padre, di stare al giudizio del Concilio per quel che concerneva il valore della fattagli citazione e della sua difesa [16].
Grandissima sin qui era stata la condiscendenza del S. Padre; e chi esamina i molteplici documenti, nel tempo delle accennate contese, o sia di pubblici atti, o sia di private lettere dirette a principi e cospicui personaggi, specialmente a Francesco Foscari duca di Venezia; vedrà facilmente quanto fosse il suo desiderio di ristabilire nella Chiesa la concordia, anche a costo di grandi sagrifizii, purchè non fossero della coscienza e dell'onore di Dio. Or egli era combattuto fra due contrarii partiti: o accetterebbe la formola; e questo, oltre che tornava a grande umiliazione della S. Sede, darebbe appiglio ai nemici di essa di dedurne conseguenze in pregiudizio de' diritti, divinamente conferiti al Pontificato romano: o esso non accetterebbe; e il pericolo di uno scisma, forse più funesto dell'estinto poc'anzi, era imminente.
Di fatto l'ostinazione e pervicacia de' Basileesi si dimostrava ogni dì maggiore: con essi stavano quasi tutti i principi, alcuni per interessi di parte contro la S. Sede, e i più, come poco intendenti delle ragioni ecclesiastiche, per la opinione concepita, che la importuna resistenza del Pontefice impediva i sommi vantaggi, sì religiosi, sì pubblici, che il mondo intero si aspettava dal Concilio. Dall'altro canto Eugenio si trovava attorniato da nemici esterni, che da ogni lato lo combattevano, principale de' quali era il Duca di Milano; ed inoltre oppugnato fieramente, nella sua stessa capitale, dalla fazione de' Colonnesi. Di fatto in quest'anno medesimo ei si trovò ridotto a dover fuggire di celato in Firenze, per non esser sorpreso e tradotto violentemente al Concilio, com'era minacciato: e nella detta città ebbe quasi miracolosamente a campare da un somigliante pericolo, per le insidie che gli furono tese da alcuni fautori del Duca di Milano.
Adunque il S. Padre, messo dal Concilio a strette così crudeli e in così fatte condizioni di tempi, credette, secondo anche il consiglio de' Cardinali, di poter accettare in buona coscienza la formola che gli era proposta, unico mezzo di soffogare lo scisma in sul primo suo nascere.
L'Atto del Pontefice fu letto nella decimasesta sessione [17], ed accolto, a parole, assai favorevolmente dall'assemblea. Diciamo a parole; poichè non tardò guari e le ostilità contro il Papa ricominciarono come prima: in tanto che i legati, la cui autorità nella XVII sessione [18] fu ridotta alla sola presidenza di onore, a fine di protestare più energicamente, per alquante di quelle riunioni si astennero d'intervenire.
Ma noi non verremo narrando gli altri atti di temerità, che quindi appresso dopo la ristorazione del Concilio si succedettero senza interrompimento; poichè non toccano direttamente la nostra quistione. Noteremo soltanto che gli stessi eccessi, a cui era condotta la moltitudine dalla pervicacia e prepotenza del partito avverso alla S. Sede, fecero rinsavire i più: di guisa che, come attesta Eugenio in una sua lunga apologia fatta pubblicare nell'anno 1435, là dove col ristaurarsi del Concilio, i Vescovi che vi convennero toccavano i 150, dopo appena un anno o poc'oltre non vi si contavano più di 25. Finalmente nel 1437 la miglior parte di quelle reliquie di Concilio convenne col S. Padre di trasferirsi in Ferrara, per dare agio ai Greci d'intervenirvi: e così fu fatto. Se non che gittatasi in quella città una fiera pestilenza, il Sinodo nel seguente anno si tramutò in Firenze; e quivi proseguito per circa due lustri, da ultimo fu conchiuso felicemente in Roma. Intanto la parte più fecciosa di Basilea, quasi tutta del minor clero, rimase lì a continuare ostinatamente lo scisma, che ebbe suo coronamento colla elezione in antipapa di Amedeo di Savoia, il quale prese il nome di Felice.
Sopra la serie di questi fatti argomenta il Bossuet, per molti capitoli del libro sesto della sua Difesa, a fin di dedurne la conseguenza, che la superiorità del Concilio generale sopra il Papa fu nella Chiesa esercitata di fatto, e riconosciuta di dritto. Donde inferisce nell'Appendice, che avendo S. Antonino dato il titolo di conciliabolo al Sinodo di Basilea, sol da quel punto che fu trasferito in Ferrara; egli riconosce come canonici i suoi atti antecedenti, e quindi ammette il fatto e il dritto della detta dottrina.
Confutazione degli argomenti, che il Bossuet deduce dal Concilio di Basilea. Soluzione della difficoltà, opposta dal citato passo di S. Antonino.
Prima di rispondere all'argomento, ricavato dalle parole di S. Antonino, ci conviene, come abbiamo promesso, esaminare quelli, pe' quali il Bossuet crede poter inferire dagli Atti di Basilea, non sappiamo se come domma di fede cattolica, ma certo come verità teologica, la superiorità de' concilii generali sopra il Papa. Ed ecco il processo della sua dimostrazione.
La prima cosa che fa, nell'entrare in questo arringo, è di mettere in sodo che il Concilio, sino da' suoi principii, non solo definì la sua superiorità e quella di tutti i concilii generali sopra il Pontefice; ma diportossi come superiore per tutto il tempo che fu continuato. Non possiamo negare che la sua dimostrazione per questo capo concluda: diremo anzi che il Bossuet, per la soverchia fiducia che aveva nella tesi, se la passa troppo leggermente sopra le sue pruove, omettendo le più rilevanti circostanze, con che avria potuto metterla in maggior evidenza. Ma a questo supplisce col tacciare che fa, sebbene colle altrui parole, le intenzioni di quel piissimo Papa, che fu Eugenio, quasi anteponesse i meschini interessi dell'amor proprio ai vantaggi della Chiesa; e dall'altra parte coll'esaltare lo zelo, la prudenza e pur anco la moderazione de' prelati di Basilea, come se avessero operato da eroi nel far resistenza al Pontefice.
Se non che il fatto per sè non pruova il dritto. E nel caso presente il fatto della superiorità, voluta esercitare dai prelati di Basilea sopra il Papa, dimostrerà usurpazione, violenza, sacrilegio e spirito scismatico, se esso fu scompagnato dal dritto. Laonde il Bossuet fa ogni sforzo, con nove capitoli e più, di far costare questo dritto; e ciò per la stessa autorità del Pontefice Eugenio. A noi è impossibile metterci a discutere i singoli argomenti, da lui ampiamente svolti per sì lungo tratto; a che sarebbe uopo di un libro. Ma neppure è necessario. Tutti cotesti suoi argomenti si tengono sopra un comune fondamento, che è la formola Dudum sacrum, imposta dal Concilio, e mandata al S. Padre, che dovesse inserirla verbalmente nella sua Bolla. Ma noi mostreremo ad evidenza, che da questo documento non séguita nessun vantaggio alla sentenza del Bossuet; e con ciò solo sarà risposto con sufficienza a tutte le argomentazioni, che vi fa sopra, senza che sia bisogno d'infastidire i lettori colla confutazione dei singoli sofismi.
Ecco intanto il fondamento dì tutti gli argomenti del Bossuet. Le cose, egli dice, che furono dal Concilio proposte al Papa colla formola Dudum sacrum, e che il Papa accettò apponendovi la sua firma, si riducono ai cinque capi seguenti. 1.° Che il Concilio dal suo cominciamento avesse avuto ed avesse continuazione. 2.° Che la dissoluzione promulgata per Eugenio fosse stata di niun valore. 3.° Che similmente niun valore avessero avuto e dovessero avere le tre Bolle, Inscrutabilis, In arcano e Deus novit, edite contro il Concilio. 4.° Che ugualmente nullo si dichiarasse qualunque atto pontificio sia contro i membri del Concilio, sia contro i fautori. 5.° Che il Pontefice dovesse stare al giudizio del Sinodo, se la sua citazione e difesa fosse stata legittima. Ma questi punti sono la più evidente dimostrazione della superiorità del Concilio generale sopra il Papa anche certo, com'era Eugenio: Adunque, egli conchiude, è cosa indubitata che l'autorità del Concilio ecumenico sopra il Papa anche certo, fu non solo dichiarata ma anche messa in pratica dal Sinodo; e che il Papa stesso la riconobbe per mezzo di un diploma, di cui non può darsi il più solenne, perchè promulgato nello stesso Sinodo ecumenico, e confermato dalla sentenza di questo.
Prima d'ogni altra cosa osserviamo, che il punto principale del Bossuet è di provare, che quei decreti del Concilio, co' quali fu definita la superiorità de' sinodi generali sopra il Papa, avessero valore per la confermazione pontificia. Ma una tale confermazione non risulta per nulla dalla detta Bolla. Il che si pruova, in primo luogo, per lo stesso tenore della Bolla; giacchè in essa non si fa motto dei decreti; ma solo si consente a dire, che il Concilio legittimamente incominciato, si dovesse intendere aver avuto sèguito sino a quel punto. Il che non equivale a confermarne gli atti; giacche in tal caso ogni concilio generale, per ciò solo che riconosciuto legittimo dal Pontefice, non avrebbe altro bisogno perchè i suoi decreti s'intendessero confermati da questo. Anzi se negli altri concilii, i decreti emanati dai Padri, anche sotto la presidenza e col suffragio dei legati pontificii, hanno bisogno, per aver valore, della confermazione del Pontefice; molto più ne aveano necessità quei decreti basileesi, i quali furono emanati non pure senza l'intervento dei legati, ma dopo che il Papa avea intimata la dissoluzione di quell'adunanza. In secondo luogo si prova coll'autorità dello stesso Concilio di Basilea. Perciocchè, come attesta il Cardinale Torrecremata, testimonio di presenza, quei Padri, dopo ottenuta la Bolla di cui trattiamo, benchè s'adoprassero coi loro oratori e per via di calde supplicazioni, di ottenere da Eugenio l'approvazione e confermazione dei lor decreti, non l'ebbero mai: Numquam tamen talem approbationem aut confirmationem habere potuerunt [19]. Erano dunque persuasi che nella Bolla Dudum non conteneasi una tale confermazione. In terzo luogo si prova coll'autorità del medesimo Eugenio; poichè come attesta il mentovato Torrecremata, in una pubblica disputa sopra certe tesi, che esso in minore fortuna difendeva in Firenze, essendo presente il Papa e molti Cardinali e prelati, il Cardinal Cesarini, facendo le parti di arguente, gli allegò contro il Diploma Dudum sacrum di Eugenio. A questo prese la parola lo stesso Eugenio, e dichiarò pubblicamente, che esso con quella Bolla avea sì bene approvato il procedimento del Concilio, volendo che proseguisse, come avea cominciato; ma che non ne avea menomamente approvati i decreti. Nos quidem bene (furono le testuali parole del S. Padre) progressum Concilii adprobavimus, volentes ut procederet, sicut inceperat; non tamen adprobavimus eius decreta.
Non può dunque farsi quistione, per rispetto a quel decreto basileese, di niuna conferma pontificia, per la quale soltanto possono acquistare valore definitivo i decreti de' concilii, com'è forza che concedano gli stessi gallicani se vogliono esser cattolici. E però è falso ciò che tante volte il Bossuet si argomenta d'inferire per l'accennata Bolla; vale a dire, che la superiorità del Concilio sopra il Papa è una verità appartenente alla fede, ed anzi, se piace a Dio, un domma di fede cattolica.
La quistione che può farsi sul proposito di quella Bolla riguarda da prima il riconoscimento del Concilio per quel tempo che era stato annullato, dichiarandosi per quest'effetto di niun valore le Bolle che l'annullavano: ed in secondo luogo la promessa che dà il Pontefice stesso di stare alla sentenza del Concilio quanto al valore della citazione che gli fu fatta, e della sua difesa.
Ma fu libera la Bolla Dudum, che il Papa fu obbligato di sottoscrivere? Basta di porre mente a tutte le circostanze, sì antecedenti come concomitanti, per esser convinto che ben altri erano gl'intendimenti del Papa, e che se pose la sua firma a piè di quelle pagine, lo fece costrettovi da massima violenza morale. Per ciò che spetta agli antecedenti, si dia uno sguardo a tutti gli atti, che esso diè fuori liberamente, per intendere quali fossero i suoi veri sentimenti. Che se mai per nuove cagioni avesse mutato parere quanto al trasferimento del Concilio dalla città di Basilea in altra qualunque; avrebbe mai di proprio senno sancito, che durante il tempo dell'annullazione, il Concilio continuato contro le sue decretazioni fosse stato legittimamente proseguito? E pognamo che si fosse accorto, che le cagioni per le quali lo avea disciolto, erano cagioni apprese ma non vere; non bastava la sua ferma volontà, tante volte manifestata, di non volere la continuazione del Concilio, fingiamo anche per cagioni insussistenti, perchè il Concilio così continuato contro i suoi voleri fosse illegittimo? E se mancarono altre giuste cagioni, non erano sufficientissimi per volerlo giustamente disperso i temerarii atti, tentati contro di lui? E mancando eziandio questi, non era bastante, a far che il Concilio fosse nullo, l'esser celebrato senza i legati pontificii? Adunque per questi fatti antecedenti è impossibile che il Pontefice, di proprio moto e liberamente, volesse sentenziare che il Concilio fosse stato legittimamente continuato, e i suoi editti, che dichiaravanlo sciolto, non avessero avuto valore.
Ma più direttamente si fa chiara la stessa verità per le circostanze concomitanti. In quali condizioni il S. Padre accettò e fece sua la Bolla Dudum, fattagli presentare dai Basilesi? Quando tutt'i principi, quali per mal animo, e quali in buona fede, si erano accostati al Concilio, e i più devoti della S. Sede, com'erano Sigismondo imperatore, gli elettori, il Re di Francia, il duca di Baviera e lo stesso ambasciatore veneto, il quale in altri tempi s'era mostrato uno de' più caldi difensori del S. Padre, gli facevano intendere che non ci era altro modo di evitare supremi mali nella Chiesa; e che dove fermasse l'animo a tuttavia resistere, correa pericolo d'esser abbandonato. Quando il S. Padre era circondato, dentro e fuori la sua metropoli, da nemici; i quali o in aperta guerra, o per insidia, avrebbero potuto, come pur troppo minacciavano, mettergli addosso le sacrileghe mani, e trascinarlo come reo innanzi al Concilio. Quando finalmente i convenuti in Basilea si mostravano dispostissimi di venire all'ultimo eccesso di pronunziare lui decaduto dalla cattedra di S. Pietro, e d'insediarvi un antipapa. Or quali funeste conseguenze doveano rappresentarsi alla mente di lui, compiuto che fosse un tal atto, il quale avrebbe rinnovato e forse superato per intensità ed estensione i mali cagionati dallo scisma, che solo poc'anni addietro e dopo un mezzo secolo s'era potuto ammorzare?
Pertanto se l'apprensione di mali molto minori è capace di far violenza ad animi anche forti; non sarà detta violenza, questa che patì il S. Padre, non già per l'apprensione ma per l'imminenza di gravissime sciagure, e che non pur riguardavano la sua persona particolare, ma eran volte a sterminio della Chiesa e rovina eterna di milioni di anime? E però se la violenza morale, che toglie la pienezza della libertà, toglie, siccome è noto per gli elementi del dritto sì civile sì ecclesiastico, ogni valore giuridico agli atti che si compiono sotto la sua impressione; qual valore giuridico può avere la Bolla Dudum, imposta colla minaccia di estremi mali, pubblici della Chiesa e privati del Pontefice?
A quest'argomento, il quale per la sua evidenza fu subito prodotto dagli apologisti della S. Sede [20] appena venne fuori la Bolla, il Bossuet soggiugne la seguente risposta: Egli dice, che la violenza morale toglie sì veramente il valore giuridico, ma solo per quegli atti che non sono obbligatorii; e l'atto che fu imposto ad Eugenio l'obbligava. Ma esso non vide che una tale risposta suppone proprio quella cosa che è in quistione, e ciò ch'è più la suppone come universalmente indubitata. Di fatto affermando che Eugenio era obbligato di obbedire al Concilio, egli non solo suppone che il Concilio è superiore al Papa; che è il punto di che si controverte; ma suppone inoltre che così fatta superiorità sia universalmente riconosciuta; essendo questa certezza una condizione necessaria, perchè abbia luogo l'obbligazione di cui si tratta. Ora, eccettuata la scuola gallicana, la universalità de' dottori insegna il contrario. Adunque la risposta del Bossuet pecca dall'una parte per petizione di principio, e dall' altra per falso supposto.
Ma non per questo vorremmo essere ingiuriosi alla veneranda memoria di Eugenio, argomentando che egli, all'aspetto de' mali anche gravissimi che soprastavano a lui ed alla Chiesa, si fosse indotto ad un'opera intrinsecamente illecita, come sarebbe stato mentire pubblicamente, e con atto così solenne, in cosa sì grave. No: erano a tutti note le circostanze, sotto l'impero delle quali egli sottoscrisse; e ognuno poteva e doveva pigliar la norma da quelle stesse circostanze per dare il giusto valore alle sentenze sottoscritte. E certo fra i punti proposti, nè l'annullamento delle Bolle, per quella parte che imponeva la dissoluzione del Concilio, nè l'assoluzione dalle censure fulminate contro i membri del Concilio e loro fautori, possono ammetter difficoltà, benchè si dia tutto il valore che si voglia all'atto di annullamento e di assoluzione. Quanto poi a quei capi, che sembravano essere contraddittorii in sè stessi e lesivi de' diritti della S. Sede; le terribili strette a cui fu messo il Pontefice, offerivano quella ragionevole interpretazione, di cui le parole eran capaci. S'imponeva che il S. Padre dichiarasse che il Concilio, benchè sciolto da lui, benchè senza suoi rappresentanti, fosse stato legittimamente continuato. E bene; il S. Padre, anche tenendo, come certamente teneva, che il Concilio proseguito contro la espressa volontà del Papa era di niun valore; potea per giuste ragioni, con un atto susseguente legittimare gli atti preceduti, supplendo così a quell'autorità che di lor natura non aveano. Nè la materia facea ostacolo a cotesta legittimazione, poichè i capi, secondo i quali gli veniva proposto di dichiarare la continuazione del Concilio, erano l'estirpazione dell'eresie, la riforma de' costumi nella Chiesa, i mezzi di procurare la concordia fra i principi cristiani, ed altre cose a queste relative: soggetti, ne' quali il Concilio non aveva fallato. Ciò posto la interpretazione, che naturalmente poteano avere in quelle circostanze le parole del Papa, era che esso, legittimando gli atti del Concilio per rispetto ai capi predetti, veniva sotto un tale riguardo a collocarlo nella stessa condizione, che se fosse stato legittimamente continuato.
La quale interpretazione ammettevano implicitamente, benchè senz'avvedersene, gli stessi Basileesi. Perciocchè se essi addimandarono con tante istanze, e pretesero finalmente con sì aperta violenza quella dichiarazione del Papa; ciò fu segno che credevano necessaria l'unione del Papa col Concilio, acciocchè gli atti di questo avesser valore. Ma qualsivoglia dichiarazione pontificia non avrebbe giammai potuto fare, che nel passato ci fosse stata quella unione che in realtà non vi fu: solo era possibile, che la pontificia autorità supplisse a cotesto difetto, avvalorando i preteriti atti, non altrimenti che se fossero stati compiuti colla debita unione del Concilio col Capo della Chiesa. Quest'ultimo senso era dunque il solo, che la domanda de' Basileesi potesse avere senza contraddizione; e un tal senso per conseguente poteva e dovea unicamente esser inteso nella dichiarazione che il S. Padre concedette.
Finalmente, quanto all'ultimo capo, che il Pontefice Eugenio si rimetteva a ciò che il Concilio sentenzierebbe intorno al valore della citazione a lui fatta e della sua difesa; la risposta è anche più facile. Egli potea benissimo riconoscersi superiore al Concilio (e niuno può dubitare che tale non si credesse), e intanto per impedire i supremi mali intentati alla Chiesa, rimettersi al giudizio de' suoi inferiori. In questo non era nè falsità nè contraddizione.
Dalle cose sin qui ragionate consèguita chiaramente, che la Bolla Dudum sacrum, per qualunque verso si consideri, non sancisce per nulla la sentenza gallicana della superiorità del Concilio sopra il Papa; e interpretata nel solo senso, di cui è capace, non contiene nessuna concessione ingiuriosa alla S. Sede. Gli argomenti adunque, che per nove capitoli vi fabbrica sopra il Bossuet, cadono da sè stessi per manco di fondamento.
Per contrario noi ai sofismi ed alle conseguenze del Bossuet opporremo alcune nostre semplici osservazioni; le quali, a vero dire, sono il frutto che abbiamo inteso colla presente discussione, per sè non necessaria, come abbiamo sin da principio avvertito, per rispondere con sufficienza all'argomento dedotto da S. Antonino.
Ia Osservazione. Il Bossuet qualifica sempre come ecumenico il Concilio di Basilea, anche pel tempo che da Eugenio fu dichiarato sciolto, e prima che venisse rinvalidato dallo stesso Eugenio colla Bolla Dudum sacrum. Il che viene a dire, che secondo la sentenza gallicana, fedelmente esposta dal Bossuet, un Concilio generale, purchè legittimamente convocato, se avvenga che si separi dal Papa, potrà ciò non ostante conservare il suo essere di ecumenico, e, benchè senza il Capo, rappresentare adequatamente il corpo mistico della Chiesa insegnante.
IIa Osservazione. Il Concilio di Basilea è tenuto allo stesso modo per ecumenico, dopochè, avvenuta la reintegrazione, si separò di nuovo dal Pontefice, non volendo ammettere i legati coll'autorità che lor competeva, e fu per questo ed altri dissidii colla S. Sede abbandonato dalla maggior parte de' vescovi, che da 150, come testè ricordavamo, si ridussero a 25. Il che viene a dire che 25 vescovi, separati dal Papa, possono far leggi che obblighino tutti i fedeli ed anche il Papa.
IIIa Osservazione. Il Bossuet purga dalla taccia non solo di rea dottrina, ma anche di scisma quell'assemblea, ostinatasi a proseguire le sessioni pur dopo che pe' voti della parte più eletta fra loro e per la Bolla pontificia, il Concilio fu trasferito in Ferrara. Dond'è lecito inferire, che esso riconosce, almeno implicitamente, come canonica la deposizione di Eugenio, e la elezione di Amedeo in luogo di quello. E ciò logicamente: perciocchè era stato sancito nella undecima sessione, che non potesse il Concilio essere dal sommo Pontefice trasferito, e molto meno sciolto, se il partito non fosse approvato almeno da due terze parti de' voti. Ora le due terze parti non s'ebbero; perchè il clero minore che costituiva la maggioranza si oppose. Adunque secondo la sentenza gallicana (almeno stando alla logica; come par che ci stieno il Bossuet e Natale Alessandro [21]), il Concilio di Basilea seguitò ad esser legittimo ed ecumenico: e se fu questo; l'altro di Ferrara, tramutatosi poscia in Firenze, non potè esser altro che conciliabolo.
IVa Osservazione. Cotesto scisma di Basilea sarebbe stato moralmente impossibile, se a quel tempo si fosse trovata definita, come domma di fede, la infallibilità personale del Romano Pontefice e la sua suprema autorità sopra i concilii anche generali. Per fermo, tanto i principi che favorirono il Concilio contro il Papa, quanto, diremo ancora, la maggior parte dei Padri, generalmente parlando, erano animati da buone intenzioni. E però se vennero agli eccessi, che le storie ci ricordano, fu perchè applicarono indebitamente al caso di un Pontefice certo i decreti di Costanza, emanati per la contingenza di Pontefici dubbii; avvegnachè nè que' decreti sieno stati mai approvati, nè il Concilio di Costanza fosse ecumenico in quel tempo che li sancì. Per contrario se i membri più autorevoli dell'adunanza basileese, e poi anche i principi laici a mano a mano se ne staccarono, aderendo alla intimazione pontificia di un nuovo Concilio in Ferrara; fu perchè all'aspetto minaccioso di uno scisma imminente, rinunziarono col fatto a questa dottrina. Se dunque la contraria dottrina si fosse trovata definita di fede, sarebbero state senza dubbio respinte sin da principio e la detta sentenza e le sue conseguenze, siccome ereticali e scismatiche.
Dopo le cose riferite, ogni lettore anche inesperto degli studii teologici può far la risposta all'argomento dedotto da S. Antonino. Questo santo Dottore, obbiettava il Bossuet, non dà al Sinodo basileese la qualificazione di conciliabolo, se non da quel tempo che si ostinò a persistere in Basilea, dopo che Eugenio lo volle trasferito in Ferrara. Da ciò inferisce, che S. Antonino accetta e tiene in conto di canonici tutti gli Atti di detto Concilio innanzi che fosse tramutato. Or siccome tra questi ha principalissimo luogo il decreto, tante volte riconfermato, della superiorità de' Concilii generali sopra il Papa; così conchiude che S. Antonino ammette una tal dottrina, come verità definita canonicamente e conciliarmente. Ma questo conseguente è cento miglia più lungo e cento più largo del suo antecedente. Conciossiacchè tra questi due termini: che un concilio non sia dichiarato notoriamente conciliabolo; e quest'altro, che tutti i suoi Atti abbiano il necessario valore canonico per obbligare, vi corre infinita distanza. E noi abbiam veduto, sopra la fede di certissimi documenti, che conto si debba fare, così di questo decreto del Concilio basileese, come di molti altri di simil tenore prima che diventasse notoriamente scismatico.
Del resto, perchè s'intenda in tutta la sua pienezza il giudizio del Santo intorno a questa radunanza, anche rispetto ai tempi che precedettero lo stato dichiaratamente scismatico; rechiamoci a consultarlo iu quel luogo, dove ne discorre posatamente e di proposito. Questo si trova nella Somma delle storie, al titolo XXII, cap. X, §. IV; e noi lo riporteremo fedelmente tradotto in italiano. «Avvertendo Eugenio (così il Santo), secondo che gli era fedelmente riferito da molti, che que' congregati (di Basilea) non attendevano punto alla estirpazione dell'eresia de' Boemi, nè alla riformazione della Chiesa; pe' quali fini era stato ordinato il Concilio: ma che piuttosto si brigavano di disformare la Chiesa e ordire cospirazioni contro la sua persona, con intendimento di deporlo siccome fautore di guerre e discordie, dissipatore de' beni della Chiesa, uomo di sangue, e scandalo alla Chiesa; per impedire che ne seguisse uno scisma, deputò alcuni prelati che dovessero recarsi al Concilio in qualità di suoi solenni inviati. Uno di questi fu l'Abbate di Sicilia, allora vescovo di Palermo, colui che fu autore di una notevole scrittura sopra le Decretali: ed esso e i suoi compagni aveano l'incarico di ammonire coloro, che desistessero da' loro divisamenti, convincendoli con ragioni a non voler proseguire l'opera attentata. Ma ostinandosi essi, il Concilio fu sciolto per l'apostolica autorità, ed il Legato fu da quella presidenza rivocato. Quei non pertanto si turarono gli orecchi per non udire la voce del Signore; e divenuta la loro congrega un conciliabolo senza nessun valore, se non inquanto sinagoga di Satana; colla sola autorità della lor temeraria presunzione, cominciarono a citare Eugenio, che dovesse comparire innanzi al Concilio: sollecitati a questo dal Duca di Milano, che mal comportava il pontificato di Eugenio, perchè non gli era favorevole.» E qui narrato degli sforzi di Sigismondo per dissuaderli da tanto attentato; della intercessione de' Veneti presso il Pontefice per ottenere la reintegrazione di alcuni Cardinali; e toccato di altri fatti che al nostro scopo non rilevano, senza punto far parola della Bolla che riabilitava il Concilio (poichè in effetto rimase morta per le disorbitanze di questo), intramette un breve cenno biografico, niente però onorevole, di Amedeo di Savoia; e conchiude nella seguente maniera: «Pertanto i congregati di Basilea, fra i quali erano non pochi che Eugenio avea privati o sia del Vescovado, o sia di altre dignità per le loro scelleratezze; dando corso alla propria temerità, deposto Eugenio dal Pontificato, si elessero in idolo il predetto Amedeo duca di Savoia; il quale divenuto apostata denominarono Felice.» Adunque per S. Antonino il Concilio di Basilea era diventato conciliabolo fin da' suoi primi dissidii col Pontefice, e tal si mantenne insino alla fine: altro che accettare come canonici i decreti da lui fatti!
Qualche altra difficoltà, e specialmente la più grave del Bossuet, la riserbiamo per l'ultimo articolo, nel quale esamineremo i luoghi apocrifi di S. Antonino, e il brano rimasto inedito, che pubblicammo nel quaderno precedente.
[*] V. questo volume, pag. 304 e segg., e pagg. 376 e segg.
[1] Simile concilium basileense, congregatum prius canonice; sed post dissolutionem, seu mutationem, per Eugenium Papam IV an. Dom. 1437, factum est conciliabulum. Part. III, tit. XXIII cap. I, in prooem.
[2] Ergo anteriora basileensia ante hanc dissolutionem, sitie potius translationem, pro canonice actis habet Antoninus; licet in his actis Constantiensia decreta firmentur, ut suo loco videbimus. Append. lib. II, cap. 4.
[3] Questa nostra esposizione è ricavata per la massima parte dalla grande Collezione de' Concilii del Labbè, e degli Annali ecclesiastici del Rainaldo.
[4] Il dì 15 Marzo, 1432.
[5] Il dì 29 Aprile.
[6] Il dì 20 Giugno.
[7] Il dì 13 Agosto.
[8] In litt. datis an. 1436, n. 8. Vid. Rayn. ad. an. 1432, n. XI.
[9] Il dì 6 Settembre.
[10] A' 6 di Novembre e a' 18 di Decembre.
[11] Il dì 19 Febbraio 1433.
[12] Il dì 27 di Aprile.
[13] Il dì 15 di Luglio.
[14] Il dì 13 di Settembre.
[15] Il dì 3 di Novembre.
[16] Abbiamo tradotto letteralmente le parti sostanziali di questa formola, che comincia: Dudum sacrum generale Concilium, etc.
[17] A' 13 di Gennaio dell'anno 1434.
[18] Il dì 28 di Aprile.
[19] Card. De Turrecremata Sum. de Eccl. lib. II, c. 100.
[20] Vedi Torrecremata loc. Cit.
[21] Rechiamo per saggio degli ardiri del Bossuet soltanto l'ultima sentenza del capitolo, destinato a difendere i Basileesi e lo stesso antipapa per tutto il tempo del Sinodo e dopo. Nulli, egli dice, imputatus error, nulli schismaticus animus, omnes bono animo, bona fide adversus translationem egisse constabat (lib. VI, cap. XIV). E questa rettitudine e buona fede seguitò a persistere invitta dieci anni e più, anche dopo la creazione dell'antipapa, contro le scomuniche di Eugenio e Niccolò V, e contro lo stesso giudizio di tutta la Chiesa, che teneali per scismatici. Quanto a Natale Alessandro è notabile fra gli altri il seguente tratto a riguardo dell'antipapa: Tam religiosum principem schismaticum fuisse qui dixerit, fateatur homines in schismate sanctos esse posse, et Deum ad eorum intercessionem miracula patrare (Hist. eccl. tom. XVIII, Diss. VII, art. VII). Ma i miracoli di Felice hanno la stessa autenticità di quelli che il Bossuet attribuisce al Cardinale arelatese, principale autore dello scisma, dicendo di lui che obiit clarus mirarulis (loc. cit.).