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Timestamp: 2020-07-05 02:45:13+00:00
Document Index: 112094330

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 139', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 139', '§4', 'art. 139', 'art. 185', '§3', '§4', '§1', '§5', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 139', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 139', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 139', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 282', 'art. 1226', 'art. 320', 'art. 4', 'art. 2043', 'Cass. Sez. ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 139', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 3', 'art. 3', 'art.3', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ']

Giurisprudenza Patavina-Giudice di Pace Archives - Studio Legale Calvello
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Cinghiale: la presenza del segnale stradale di pericolo non esonera la Regione Veneto da responsabilità in caso di incidente
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In cartello stradale fauna, cartello stradale segnale pericolo fauna selvatica, cinghiale, danni fauna selvatica legittimazione passiva, danno da cose in custodia, danno da fauna selvatica, incidente stradale, responsabilità, segnale pericolo fauna, sinistro stradale animale selvatico cartello, sinistro stradale cinghiale cartello
A seguito dell’attraversamento repentino di un gruppo di cinghiali di grossa corporatura un automobilista si ritrovava coinvolto in un incidente stradale: un ungulato rimaneva esanime al lato della strada e l’autovettura dell’automobilsta subiva ingenti danni al paraurti anteriore. L’automobilista instaurata senza esito positivo, una trattativa stragiudiziale, si vedeva, quindi, costretto a citare in giudizio la Regione Veneto onde ottenere il risarcimento dei danni materiali subìti.
IL PRINCIPIO ENUNCIATO DAL GIUDICE
In particolare con tale provvedimento, il Giudice patavino Dott.ssa Marina Caretta, ha statuito che la responsabilità dell’Ente Regionale, preposto a fronteggiare tali eventi, non può essere esclusa dalla sia pur presente apposizione di un cartello stradale di segnalazione di pericolo esistente sul tratto stradale a circa 700 metri dal luogo del sinistro, data anche l’assenza totale di illuminazione stradale che avrebbe consentito al conducente un tempestivo avvistamento. Per l’effetto la Regione è stata obbligata a risarcire il danno causato per “la insufficiente/omessa gestione della fauna selvatica, nonostante l’allarme sociale sussistente per altri analoghi episodi”. Tale decisione si inserisce nel solco tracciato dalla recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 27.07.2015, n. 15753, ove è stata finalmente sfatata l’errata convinzione che la presenza di cartellonistica stradale, segnalante l’esistenza della fauna selvatica, fosse sufficiente per esentare da responsabilità la Regione.
LA SENTENZA (integrale in PDF più sotto)
UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA
Nella persona della dott.ssa Marina CARETTA ha pronunciato la seguente
Nella causa civile n. 3173/2016 R.G. promossa con atto di citazione depositato in Cancelleria in data 31 maggio 2016, notificato alla convenuta Regione Veneto in data 5 aprile 2016, da: ***, con il proc. e dom. avvocato Claudio Calvello con studio in Abano Terme (PD) via Previtali n. 30
– attrice-
Regione Veneto con l’Avv. *******
Oggetto: risarcimento danni.
Ai sensi dell’art. 2043 c.c. risulta quindi pienamente assolto l’onere probatorio a carico dell’attrice, sulla invocata esclusione di responsabilità nell’impatto in ora notturna con il gruppo di cinghiali, che aveva reso impossibile l’adozione di manovre di salvezza da parte del conducente.
Per l’effetto va ricondotto nell’alveo della responsabilità dell’Ente Regionale preposto a fronteggiare tali eventi, mediante la costituzione del “Fondo per i danni da incidenti in sedi stradali dalla fauna selvatica”, l’obbligo di tenere indenne l’attrice dei danni materiali ad essa provocati dalla fauna vagante, che non può essere escluso dalla sia pur presente apposizione di un cartello di segnalazione di pericolo esistente sul tratto stradale a circa 700 metri dal luogo del sinistro, data anche l’assenza totale di illuminazione stradale, che invero avrebbe consentito al conducente un tempestivo avvistamento, reso invece impossibile nelle circostanze descritte.
La Regione Veneto non ha quindi provato che l’incidente sarebbe stato evitabile mediante la tenuta di una diversa condotta da parte dell’attrice e pertanto va posto a carico della convenuta l’obbligo di risarcire il danno ad essa prodotto dalla insufficiente/omessa gestione della fauna selvatica, nonostante l’allarme sociale sussistente per altri analoghi episodi.
Scarica la sentenza integrale in PDF: Sentenza cinghiale Giudice Caretta
Micropermanenti: il danno morale è una voce di danno autonoma e distinta e va risarcita (G.d.P. di Padova, Avv. A. Bordin, sent. 514/16)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In danno, danno da sofferenza, danno morale, micropermanenti, morale, pregiudizio, sofferenza
Il Giudice di Pace Avv. Antonio BORDIN ha pronunciato la seguente
Nella controversia iscritta al n. 7094 del Reg. Gen. dell’anno 2014 e promossa con atto di citazione depositato il 4 novembre 2014
A., con l’Avv. Claudio Calvello
– attore-
*** S.p.A. con l’Avv. ***
Oggetto: Risarcimento danni da incidente stradale.
Quantificato quindi il danno biologico complessivo, si procede quindi alla determinazione del danno non patrimoniale da sofferenza morale conseguente alle lesioni subite.
Sul punto, parte convenuta si oppone al suo riconoscimento richiamando un’interpretazione restrittiva delle note sentenze delle Sezioni Unite della Suprema Corte in tema di danno morale del novembre 2008 ed affermando l’assenza di prova della relativa posta.
La tesi della parte convenuta non è condivisa da questo Giudice, apparendo contraria non solo a regole di diritto ma anche alle stessi principi d’equità.
La corretta applicazione dei principi enunciati dalla sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 26972 dell’11 novembre 2008, secondo la quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”, e quindi comprender anche il ristoro del pregiudizio relativo alla sofferenza morale, porta, al contrario di quanto affermato dalla Compagnia convenuta, al necessario riconoscimento anche di tale voce di pregiudizio.
Le stesse Sezioni Unite nelle citate decisioni, lungi dall’escludere l’esistenza del pregiudizio da sofferenza morale, si sono limitate ad affermare l’insussistenza di una autonoma categoria relativa a tale voce di danno. Peraltro, è stato ribadito l’emergente principio secondo il quale il risarcimento deve essere integrale e ricomprendere ogni pregiudizio, senza alcuna preclusione.
Orbene non essendo il pregiudizio da sofferenza morale notoriamente contemplato dalla liquidazione tabellare, esso va conseguentemente riconosciuto e liquidato in via distinta ed autonoma. Questo giudice non ritiene inoltre che il pregiudizio da sofferenza morale sia qualificabile come mera “personalizzazione” della liquidazione del danno biologico: si tratta infatti di una voce distinta e dotata di autonoma dignità e natura, pur classificabile nell’ambito della generale categoria del danno alla salute, ma soggetta a condizioni e regole di accertamento del tutto particolari e quindi non riconducibile ad una mera sovrapposizione del danno biologico in senso stretto, fra l’altro nemmeno ricompressa nei meccanismi di liquidazione di esso.
Chiarito quindi che il danno non patrimoniale da sofferenza morale è una voce di danno autonoma e distinta rispetto alla categoria generale del danno alla salute, e che conseguentemente esso deve essere autonomamente riconosciuto, si procede alla valutazione della sua prova e quindi alla sua liquidazione. La prova del pregiudizio da sofferenza morale è in primis consequenziale all’accertamento medico legale della lesione patita: è infatti dato scientifico medico legale che una determinata lesione alla salute comporti un certo grado di sofferenza; al riguardo, incombe su chi nega tale sofferenza allegare prova delle particolari ragioni (quali ad esempio, una soglia particolarmente alta del dolore) che rendano inattuali i criteri medico scientifici nel caso in esame ed escludendo la sussistenza della sofferenza nell’ipotesi a giudizio. Del pari, va valorizzato l’accertamento del Ctu medico legale, che ha accertato in capo all’*** nel caso di specie un grado medio-lieve di sofferenza nel periodo di malattia e lieve nel periodo cronico, che quindi permarrà su tale livello in futuro.
Così deciso in Padova il 24 marzo 2016
Avv. Antonio Bordin
Danno morale e micropermanenti: è errato ravvisare nel d. m. un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto (G.d.P. di Padova, sent. 1216/16)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 139, danno biologico, danno morale, micropermanenti, sofferenza fisica
Giudice di Pace di Padova, Dott.ssa Nazzarena Zanini, sentenza n. 1216/2016
La Dott.ssa Nazzarena Zanini, spiega in modo chiaro, esaustivo ed autorevole, come NON sia corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. Sembra una considerazione di poco momento ma in realtà così non è. Basti sol considerare l’attenzione che noi avvocati “attivisti” riponiamo nel contenuto del quesito medico legale che dovrà guidare il CTU nell’espletamento dell’incarico affidatogli dal Giudice, invocando a gran voce, se del caso, l’inserimento del grado di sofferenza (lieve, medio o grave) al fine di “spuntare”, poi, in sentenza il danno morale. D’altro canto moltissimi giudici, sia onorari che togati, sin troppo semplicisticamente, non riconoscono de plano il danno morale proprio sull’errato presupposto che “il grado di sofferenza fisica è stato dal ctu ritenuto lieve” quando, a ben vedere, il Legislatore (art. 139 c. 2 CdA) prevede che, la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato. E qui sta l’errore di fondo: ai fini della valutazione del danno morale si tende, infatti, a sovrapporre la sofferenza fisica con lo stato emozionale dell’individuo.
Invero, sottolinea il Giudice, il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà NON sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.
Ed allora merita davvero di essere attenzionato questo contributo offerto dalla Dr.ssa Zanini, già autrice di scritti in tema di danno non patrimoniale (cfr. pagg. 1445 e segg., in Trattato breve dei nuovi danni, diretto da P. Cendon, CEDAM) che chiarisce la natura del danno morale anche in tema di danni cc.dd. micropermamenti. Il danno morale, sottolinea, si configura quale “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni). Ai fini della sua valutazione, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa.
Notasi che, nel caso di specie, il Giudice Patavino, in linea con la propria argomentazione giuridica, riconosce la debenza del danno morale pur in presenza della sola invalidità temporanea e, quindi, in totale assenza di invalidità permanente. Buona lettura. (Claudio Calvello)
Il Giudice di Pace Nazzarena Zanini ha pronunciato la seguente
Nella controversia iscritta al n. 7334/2015 e promossa con atto di citazione iscritto il 1.10.2015
M. con l’Avv. Claudio Calvello – attore-
*** S.p.A. con l’Avv. *** – convenuta –
Oggetto: risarcimento sinistro stradale.
Il danno morale richiesto, invece, posto che tale danno configura il “patema d’animo transeunte” (Cfr. cass. SSUU n. 26972 punto 3.4.1) che colpisce la persona offesa da un qualsivoglia reato (sia esso diffamazione, percosse o lesioni), potrà essere riconosciuto. La prova della sussistenza del medesimo sarà necessariamente di tipo presuntivo, essendo escluso che esistano strumenti probatori (vuoi anche solo la testimonianza) che possano raggiungere l’intimità della sfera emozionale di una persona. Del resto di ciò si dimostrano assolutamente consapevoli le Sezioni Unite che, con le sentenze cosiddette di San Martino, hanno affermato:
Per quanto concerne i mezzi di prova, per il danno biologico la vigente normativa (artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005) richiede l’accertamento medico legale… Per gli altri pregiudizi non patrimoniali potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le tante, sent. n. 9834/2002).
Il danneggiato dovrà tuttavia allegare tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto (cass. SSUU n. 26972 dell’11 novembre 2008, punto 4.10 §4).
Nel caso che ci occupa, ai fini della valutazione del danno morale, ha rilevanza la prova dell’evento (comprovato in sé in questo caso anche perché non contestato e comunque riconosciuto dalla compagnia) ovviamente con tutte le modalità che lo hanno caratterizzato, ivi inclusi quindi l’elemento soggettivo (ossia la natura dolosa o colposa della condotta dell’agente, che nel caso di specie è pacificamente colposa) e l’entità del danno biologico arrecato (accertato secondo quanto già sopra esposto). Allo scopo, in particolare, non ha rilievo diretto la dinamica del sinistro in senso stretto – immediatamente rilevante per valutare piuttosto la compatibilità delle lesioni lamentate – mentre è evidente che una condotta dolosa piuttosto che colposa dell’agente può creare una ripercussione emozionale, cioè un “dolore intimo” o danno morale, diverso, ossia maggiore nel caso di condotta dolosa. Fra l’altro non si può nemmeno escludere che, ovviamente in casi limite, persino una condotta del tutto intenzionale con conseguenze lesive per la salute di un terzo, se palesemente finalizzata ad evitare un male maggiore, potrebbe addirittura non generare alcun “turbamento dell’animo”(ibidem, punto 2.10), o danno morale che dir si voglia, nel danneggiato. Quest’ultima sottolineatura conferma che di fatto non è corretto ravvisare nel danno morale un ristoro per la sofferenza fisica in senso stretto. La sofferenza fisica, intesa come percezione del dolore corporeo, non potrebbe materialmente essere risarcita in sé, perché la soglia del dolore è un elemento del tutto soggettivo, immotivatamente variabile da persona a persona, tale per cui la stessa lesione può procurare sul piano neurologico la perdita dei sensi a qualcuno e solo un piccolo fastidio ad un altro. Per tale ragione giustamente il legislatore dispone che la sofferenza fisica venga liquidata esclusivamente laddove si manifesti come suscettiva di interferire in modo negativo sulle attività quotidiane o sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato:
“Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito” (art. 139 c. 2 CdA)
In sostanza il danno morale, in quanto offesa incidente sulla sfera solo emozionale dell’individuo, e il danno biologico, in quanto offesa incidente sulla sfera bio-psichica e quindi sempre clinicamente accertabile, descrivono due realtà non sovrapponibili e quindi distinte, sebbene concettualmente si collochino inevitabilmente all’interno della stessa dimensione del danno non patrimoniale.
A riprova della diversa natura delle due suddette tipologie di danno non patrimoniale si consideri che il danno morale ex art. 185 cp può essere riconosciuto anche come conseguenza di fattispecie criminose in cui non viene toccata la sfera della salute, come ad es esempio la diffamazione.
Deve riconoscersi, tuttavia, che le sentenze di San Martino (novembre 2008) – esplicitamente indirizzate a creare un definitivo riordino della categoria del danno non patrimoniale a fronte della recente proliferazione di sempre nuove elaborazioni giurisprudenziali sui danni – presentano una certa frammentazione dal punto di vista concettuale in argomento, circostanza che impone una lettura particolarmente attenta, pena incorrere in conclusioni addirittura contraddittorie: da una parte infatti viene lanciato forte il proclama che il danno non patrimoniale è una categoria unitaria (cfr. Cass. SSUU 26972/08 punto 2.10 §3, punto 3.13, punto 4.8), dall’altra si distingue con molta disinvoltura tra danno non patrimoniale biologico e danno non patrimoniale non biologico (ibidem, punto 2.10 §4, punto 3.4.§1) fino al punto di dichiarare il danno morale liquidabile anche in assenza di danno biologico per il caso di persona ferita e morta poco dopo:
Una sofferenza psichica siffata, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova più ampia accezione (ibidem, 4.9. §5).
In realtà qualsiasi contraddizione è più apparente che reale. Di fatto si afferma sì che esiste un’unica categoria di danno non patrimoniale, ma essa è in pratica presentata come una medaglia a due facce: da una parte un aspetto biologico e dall’altra uno non biologico. Il danno biologico e quello non biologico restano riuniti infatti sotto la stessa categoria del danno non patrimoniale solo dal punto di vista strettamente concettuale, mentre dal punto di vista processuale (ossia sotto il profilo della prova e quello della liquidazione degli stessi) essi sono considerati del tutto autonomi.
Quanto al danno morale, quindi, che – si noti bene – riassume da solo l’aspetto non biologico del danno patrimoniale, nella prospettazione delle sentenze gemelle, esso non è affatto riassorbito nel danno biologico e infatti è suscettibile sempre di autonoma liquidazione. Passando ad esaminare l’altra “faccia” del danno non patrimoniale (il termine categoria o sottocategoria è bandito nel teorema delle Sezioni Unite in oggetto), ossia il danno biologico, pensato dal legislatore solo in termini esistenziali (cfr. art. 139 CdA), esso assume ora le dimensioni di un polinomio, in quanto, dal punto di vista della liquidazione dell’importo, deve costituire un tutt’uno con tutte le altre tipologie di danno che presentino profili esistenziali discendenti da lesione (come il danno da perdita della sessualità, il pregiudizio di tipo estetico, la perdita della possibilità di praticare uno sport amatoriale o altro ancora). Tutte queste figure di danno, pertanto, che con il danno biologico condividono appunto il profilo esistenziale, nella prospettiva delle Sezioni Unite del novembre 2008, restano prive di autonomia – oltre che concettuale – anche e soprattutto dal punto di vista della loro liquidazione. Questo in pratica significa che il loro ammontare resta ancorato alla quantificazione del danno biologico del quale, nel loro complesso, non può superare il quinto (art. 139, c3° CdA). Specificano le SSUU:
Possono costituire solo “voci” del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, per consolidata opinione, è ormai assorbito il cd. danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione (ibidem, 4.9).
In sostanza tutti i danni che coinvolgono profili esistenziali conseguenti a lesione hanno natura “satellitare” rispetto al danno biologico, pertanto non è consentita una loro liquidazione autonoma, e cioè possono essere liquidati solo come appesantimento del punto di invalidità permanente riconoscibile, e cioè nei limiti di cui all’art. 139 c.3 CdA, ossia non oltre il quinto del punto stesso. È chiaro che il danno morale non ha nulla a che vedere con questo tetto, perché è liquidato autonomamente.
In conclusione danno non biologico (cioè danno morale) e danno biologico vengono liquidati in modo indipendente uno dall’altro, con la precisazione che nell’ambito del danno biologico restano riassorbiti tutti i pregiudizi di natura esistenziale sopra esemplificati.
Nel caso che ci occupa, in particolare, l’assenza di una lesione permanente esclude ogni presupposto logico per valutare anche solo la possibilità della liquidazione di qualsivoglia pregiudizio di natura esistenziale. Peraltro, del tutto coerentemente, nessuna richiesta del genere è stata avanzata dall’attore.
Viceversa il danno morale, di cui nel caso di specie può ritenersi conseguita prova in via presuntiva a fronte degli elementi sopra esaminati e valutati, può e deve essere liquidato come voce autonoma, fermo restando che, per le ragioni già espresse sopra, è giusto che per la sua quantificazione si prenda le mosse dal danno biologico, di cui non può che essere una percentuale individuata necessariamente in via forfettaria (per “l’autonomia ontologica del danno morale” e la necessità di un suo accertamento separato e ulteriore si veda anche cass. 29191/2008). Al riguardo è opportuno ricordare anche la sentenza n. 18641/2011 con cui la Suprema Corte ha affermato che “attraverso l’emanazione di due successivi dpr (il 37 del 2009 e il 191 del 2009) una specifica disposizione normativa ha inequivocabilmente reso manifesta la volontà del legislatore di distinguere concettualmente prima ancora che giuridicamente, all’indomani delle pronunce delle SSUU, tra la voce di danno biologico e la voce di danno morale”. Fra l’altro anche molto recentemente la cassazione ha trovato modo di ribadire espressamente che il danno morale non è compreso nei valori pecuniari del 139 codice delle Assicurazioni (cass. 20292/12). Merita menzione il fatto che in senso favorevole al riconoscimento del danno morale si è espressa anche la corte costituzionale con sentenza n. 235/2014 e comunque cass. n. 17209 del 27.08.2015.
Nel caso di specie, in definitiva, il danno morale andrà calcolato in ragione del 20 % del danno biologico.
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In avv. Claudio Calvello, avvocato padova, calvello, clausola penale, clausola vessatoria, giudice di pace di padova, infortunistica, mandato, sentenza, vessatorietà
Illegittima e vessatoria la penale nel caso di revoca del mandato alla società di infortunistica.
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G.d.P. di Padova Avv. Antonio Bordin, sent. 1025/15: condannata la Compagnia per lite temeraria
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In avvocato claudio calvello ,, claudio calvello, lite temeraria, lite temeraria art. 96 c.p.c., lite temeraria e risarcimento danni, lite temeraria presupposti
Giudice di Pace di Padova – Avv. Antonio Bordin – Sentenza del 16.06.2015
Sent. N. 1025/15
R.G. 2820/14
Rep. N. 1466/15
Cron. N. 7080/15
Il Giudice di Pace di Padova Avv. Antonio BORDIN ha pronunziato la seguente
nella controversia iscritta al n. 2820 del Reg. Gen. dell’ anno 2014 e promossa con atto di citazione depositato il 30 aprile 2014
da: ********, con gli avv.ti Donato Bruno e Mara Bonaldo
Contro: ******* in persona del legale rappresentante pro tempore, con l’avv. ********
Conclusioni per l’attore:
Come in note conclusive.
Conclusioni per la convenuta:
Come in comparsa di risposta.
Con atto di citazione ritualmente notificato, ******* conveniva in giudizio ******, per sentirla condannare al risarcimento dei danni subiti nel sinistro avvenuto il 21 dicembre 2012.
Si costituiva la compagnia convenuta, contestando il solo quantum della pretesa attorea.
In assenza di contestazione in ordine alla dinamica del sinistro, che quindi deve ritenersi pacifica in causa con addebito dell’integrale responsabilità dell’occorso alla parte convenuta, si procede quindi alla determinazione del quantum del diritto al risarcimento.
Parte attrice chiede in primis il risarcimento del danno fisico. Al riguardo, tale voce di danno è stata accertata mediante Ctu medico legale sulla persona dell’attrice, da parte della dott.ssa Alessandra Rossi.
Secondo la valutazione medico legale del Ctu, la ***** ha riportato nel sinistro de quo un danno da invalidità permanente nella misura del 3 percentile.
Parte convenuta pretende di negare la risarcibilità di tale voce di danno in forza dell’applicazione della novella dell’art. 139 del codice delle assicurazioni alla luce dei commi 3 ter e 3 quater della legge 24 marzo 2012 n. 27.
La tesi è sprovvista di pregio giuridico.
Vanno chiariti l’ambito ed il significato applicativo della normativa invocata dalla convenuta.
La disposizione dell’art. 3 ter prevede che “In ogni caso le lesioni di lieve entità che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.
Si pone il problema dell’interpretazione di tale disposizione, specie nel caso in cui, com’è quello in esame, il Ctu abbia effettivamente accertato l’esistenza di un danno biologico da invalidità permanente ed abbia riconosciuto il rispetto dei criteri posti da detta normativa.
In primis, non può che rilevarsi come lo stesso tenore letterale della norma non consenta tout court di negare la risarcibilità di tale posta di danno in assenza di accertamento strumentale. La disposizione, infatti, non parla di necessità che le lesioni siano “effettivamente accertate” mediante accertamento strumentale, ma solo di “suscettibilità” di tale accertamento: ove tale condizione non sia esclusa, e la lesione sia quindi potenzialmente rilevabile mediante accertamento strumentale, la norma non è applicabile.
In ogni caso, in presenza di lesioni caratterizzate da danno biologico da invalidità permanente effettivamente accertate in sede di visita medico legale, non può farsi luogo all’applicazione della norma, anche volendone forzare il tenore letterale.
Così operando ed argomentando, infatti, si giungerebbe ad escluder la risarcibilità di danni alla salute effettivamente provati, solo ed esclusivamente in considerazione della metodologia tecnica del loro accertamento, privilegiando in modo del tutto inammissibile un criterio scientifico rispetto ad un altro, e discriminando quindi fra metodi parimenti accreditati sul piano scientifico.
Tale esclusione sarebbe del tutto inaccettabile, realizzando una evidente violazione di plurimi diritti garantiti a livello costituzionale. Escludere la risarcibilità del danno da invalidità permanente accertato in sede di visita medico legale significa infatti a) violare l’art. 3 Cost., giacché in tal caso si realizza un ingiustificato trattamento fra lesioni accertate con metodologie diverse ugualmente attendibili; b) violare l’art. 32 Cost., perché in tal modo non si assicura adeguato risarcimento e tutela ad un danno alla salute scientificamente accertato; c) violare l’art. 24 Cost., giacché si viene ad imporre al danneggiato un onere (addirittura retroattivo) di procurarsi una certificazione strumentale di un danno comunque esistente.
Soccorre in tale ipotesi invece il disposto dl comma 3 quater.
Tale norma prevede il danno biologico venga accertato in via strumentale ovvero, in via alternativa, “visivamente”, intendendosi con tale inciso accertamento effettuato in sede di visita medico legale.
Pertanto, ove il danno biologico da invalidità permanente risulti effettivamente e scientificamente accertato in sede di visita medico legale, tale posta di danno dovrà essere risarcita, prescindere dall’esistenza o meno di una certificazione derivante da esame a carattere strumentale.
In definitiva, vanno riepilogati i seguenti principi:
La disposizione del comma 3 ter citata non esclude il risarcimento del danno biologico da invalidità permanente quando questo non sia stato accertato mediante accertamento strumentale, ma solo ed esclusivamente quando esso non sia suscettibile, anche in linea astratta di tale accertamento;
In ipotesi in cui il danno biologico da invalidità permanente sia stato accertato in sede di visita medico legale, e quindi “visivamente”, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 3 quater e la conseguente risarcibilità di tale voce di danno;
In ogni caso, anche volendo forzare il dato letterale della disposizione dell’art. 3 ter, non potrà mai giungersi ad un’interpretazione della stessa norma che escluda la risarcibilità del danno stesso quando esso sia stato effettivamente accertato in sede di visita medico legale: così facendo, infatti, si giungerebbe ad un’ applicazione della normativa palesemente contraria a plurimi principi costituzionali, tuttora vigenti con buona pace di talune correnti “riformatrici”, che il giudicante non può in alcun modo avvallare.
Deve quindi concludersi che il danno da invalidità permanente, qualora accertato in sede di visita medico legale, debba essere integralmente risarcito, anche in assenza di alcun particolare esame strumentale di riscontro (peraltro presente nel caso di specie).
Applicando i valori risarcitori riconosciuti dalla legge n. 57/2001, aggiornati dal decreto del Ministero delle attività produttive, tale voce di danno va quantificata in € 2.105,98.
Per quanto attiene al danno biologico da invalidità temporanea, la Ctu ha individuato i valori – ritenuti condivisibili da questo Giudice – dei periodi di giorni 15 al 75%, 20 al 50% e 20 al 25%.
Applicando l’importo aggiornato per ciascun giorno di inabilità assoluta si quantifica tale posta di danno in € 1.218,90.
L’attore chiede inoltre la rifusione del danno non patrimoniale da sofferenza morale.
La domanda risarcitoria sul punto va accolta.
L’interpretazione prospettata da parte convenuta dei principi enunciati dalle sentenze dell’11 novembre 2008 delle Sezioni Unite della Suprema Corte, tendente a negare la risarcibilità del pregiudizio da sofferenza morale, appare infondata e non condivisibile. Il pregiudizio non patrimoniale da sofferenza morale, infatti, ha carattere e natura distinte rispetto, al mero danno biologico, come riconosciuto dalla stessa Suprema Corte anche in recente decisione (Cassazione civile, sez III, 12/09/2011, n. 18641).
Inoltre, va ricordato il principio chiaramente enunciato nelle note sentenze delle Sezioni Unite dell’ 11 novembre 2008, in forza del quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”.
E’ evidente che, in ogni caso, la quantificazione tabellare ex art. 139 del cod. ass. non risulti comprensiva della liquidazione del pregiudizio in questione, che andrà quindi liquidato in via separata, anche mediante utilizzo del criterio di applicazione di un valore percentuale all’ammontare complessivo del danno biologico, e ciò in conformità al principio enunciato dalla Suprema Corte, che ha riconosciuto la possibilità di procedere alla quantificazione del danno morale in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico (si veda Cass. civ. , 15 luglio 2009, n. 16448).
Detta voce va pertanto riconosciuta in ragione dell’entità modesta della lesione, e liquidata in via equitativa nella misura del 20% dell’importo complessivo del danno biologico, giusta l’indirizzo espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 235/2014, per una liquidazione pari a € 664,98.
Le spese mediche sono state ritenute congrue e documentate dal Ctu in € 1.574,39, e non sussistono elementi per revocare in dubbio tale valutazione tecnica del Consulente. Parte convenuta, con tesi invero originale, chiede che tale importo debba patire una deduzione del 19%, in quanto parte attrice “ha, o comunque avrebbe potuto, dedurre in sede di dichiarazione dei redditi” le spese relative.
L’eccezione è infondata. Non risulta infatti dimostrato che parte attrice abbia in qualche modo dedotto dette spese dalla propria base imponibile fiscale; in ogni caso, ove anche ciò fosse avvenuto, la circostanza avrebbe rilevanza sul piano della correttezza degli adempimenti fiscali e non inciderebbe in alcun modo sul diritto alla rifusione della spesa.
In ordine al danno patrimoniale, parte attrice non ha allegato prova alcuna della perdita economica asseritamene subita a seguito del sinistro; conseguentemente, nulla spetta all’attrice in relazione a tale posta di danno.
Parte attrice deduce inoltre un danno materiale al veicolo. In relazione a tale posta di danno, in assenza di diversa prova, va valorizzata la perizia allegata da parte convenuta, che ha riconosciuto l’antieconomicità del danno ed un pregiudizio pari ad € 1.000,00. Nei limiti di tale riconoscimento va liquidata la posta di danno in questione.
Va parimenti rifuso l’esborso per recupero e soccorso del mezzo incidentato, documentato per € 121,00.
Nulla va invece riconosciuto a titolo di c.d. “danno da fermo tecnico”, alla luce della più recente sentenza della Suprema Corte che ne nega la risarcibilità in ipotesi di perdita definitiva del mezzo: “il cosiddetto “danno da fermo tecnico” del veicolo danneggiato da un sinistro stradale non sussiste quando il mezzo, a seguito dell’incidente, sia divenuto inservibile, determinandosi in tal caso una perdita definitiva nel patrimonio del danneggiato con diritto al risarcimento sia del denaro da perdita dell’autoveicolo, sia di quello relativo alle spese di gestione dell’auto nel periodo in cui essa non è sta utilizzata” (Cass. civ. n. 2070/2014).
Né trovano infine rifusione a) il costo di immatricolazione della nuova auto in quanto non conseguenza immediata e diretta del sinistro, b) le spese di radiazione dell’auto, in quanto spesa normalmente connessa all’utilizzo di una vettura, c) il bollo non goduto, trattandosi di onere fiscale comunque dovuto dal proprietario del mezzo.
Il danno subito dalla ***** ammonta pertanto ad € 6.685,25, importo da ridursi in misura corrispondente agli acconti ricevuti, pari ad € 2.148,00, per un residuo credito pari quindi a € 4.537,25.
I danni sin qui determinati sono espressi in moneta attuale.
Vanno riconosciuti inoltre gli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo dapprima devalutato al momento del sinistro e quindi rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza.
Vanno infine rifuse all’attrice le spese di Ctu e Ctp documentate, rispettivamente pari ad € 610,00 ed € 732,00.
Vanno spese deduzioni sul comportamento processuale della convenuta.
La compagnia, financo in sede di comparsa conclusionale, ha reiterato e ribadito la propria tesi negatoria del diritto al risarcimento del danno biologico permanente patito dall’attore alla luce di una pretesa applicazione dal novellato art. 139 del cod. ass..
Tale posizione negatoria, addirittura invocante a proprio fondamento in modo strumentale la recente decisione della Consulta n. 235/2014 (peraltro impropriamente quale pronuncia della Corte di Cassazione), resa su tutt’altra questione e priva del minimo rilievo sul punto, si è spinta per conseguenza a negare la stessa risarcibilità delle spese mediche documentate e stimate congrue dal Ctu e del pregiudizio da sofferenza morale, anche nella veste di personalizzazione del danno biologico.
Tale posizione è stata mantenuta – come si è detto – anche in sede di conclusioni, nonostante che 1) il Ctu avesse accertato la sussistenza del danno biologico permanente 2) il Ctu avesse verificato il rispetto in tale accertamento dei parametri fissati dalla novella dell’art. 139 del cod. ass. 3) le conclusioni del Ctu non fossero state contestate in alcun punto dallo stesso Ctp della convenuta 4) via sia agli atti accertamento strumentale della lesione effettuato nell’immediatezza del sinistro.
Tale condotta processuale di ingiustificata resistenza processuale, priva di supporto giuridico e fattuale ed accompagnata da citazione giurisprudenziale inappropriata, è risultata immotivatamente gravatoria dell’attività difensiva della parte attrice e dello stesso ufficio giudiziario, e merita quindi di trovare sanzione processuale d’ufficio per responsabilità aggravata ex art. 96 comma terzo c.p.c..
La convenuta va quindi condannata alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attore, liquidate come da dispositivo, senza compensazione, vista l’accertata sussistenza di un credito risarcitorio, nonché al pagamento di sanzione ex art. 96 terzo comma c.p.c., liquidata in via equitativa in € 1.000,00.
Il Giudice di Pace, definitivamente decidendo, ogni altra domanda, deduzione ed eccezione disattesa
Condanna **********, in persona del suo legale rappresentante pro tepore, al pagamento in favore di ******* della somma di € 4.537,25, in moneta attuale, da devalutarsi alla data del sinistro, oltre agli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza;
Condanna la convenuta alla rifusione in favore dell’attrice delle spese di Ctu e Ctp, quantificate rispettivamente in € 610,00 ed € 732,00;
Condanna la convenuta alla rifusone delle spese di lite in favore dell’attrice, liquidate definitivamente in complessive € 2.041,00, di cui € 1.800,00 per compensi, ed il residuo per spese, oltre a rimborso forfetario, ad Iva e C.PA. come per legge;
Condanna la convenuta al pagamento in favore dell’attrice della somma di € 1.000,00 a titolo di sanzione ex art. 96 terzo comma c.p.c..
Sentenza provvisoriamente esecutiva ex lege.
Così deciso in Padova il 16 giugno 2015.
Il 17 giugno 2015
Danni cagionati da fauna selvatica (cinghiale): condannata la Regione
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In auto, bilancio, calvello, cinghiale, colli, ente, euganei, fattura, fauna, giudice di pace, legge, legittimazione, legittimazione passiva, padova, parco, regione, selvatica, sentenza, teste, veicolo, veneto
Giudice di Pace di Padova (ex Monselice) – Giudice Dr.ssa Avv. Cecilia Bagni sentenza n. 100/2014
UFFICIO DEL GIUDICE DI PACE DI PADOVA (ex MONSELICE)
Il Giudice Avv. Cecilia Bagni ha pronunziato la seguente
Nella controversia civile iscritta al n° 193 del Reg. Gen. Dell’anno 2013 con atto di citazione depositato il 8 maggio 2013
Z****** G******* (c.f. **************) elettivamente domiciliato in Abano Terme (PD), Via Previtali n° 30 presso e nello studio dell’avv. Claudio Calvello del Foro di Padova, in virtù di mandato a margine dell’atto di citazione
REGIONE VENETO (c.f. *********) in persona del Presidente p.t. dott. Luca Zaia elettivamente domiciliata in Padova, P******* T*** L**** n° *** presso e nello studio dell’avv. P****** D***** del Foro di Padova che la rappresenta e difende in virtù di mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta
Causa passata in decisione all’udienza dell’11 aprile 2014 sulle seguenti conclusioni:
Della parte attrice:
“Voglia il Sig. Giudice di Pace, contrariis reiectis, condannare la Regione del Veneto, in persona del Presidente legale rappresentante pro tempore, a corrispondere all’attore la complessiva somma di € 1.900,00 oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali dal fatto all’effettivo soddisfo, in ogni caso, entro i limiti del Giudice adito. Si confida pertanto nelle conclusioni tutte rassegnate. Con vittoria di spese, competenze di lite come da allegata nota spese da distrarsi a favore del sottoscritto procuratore, già dichiaratosi in atti anticipatario; con sentenza munita di clausola di provvisoria esecuzione ai sensi dell’art. 282 c.p.c..
Della parte convenuta:
“Nel merito in via principale: rigettarsi le domande attoree perché infondate in fatto ed in diritto: spese di causa rifuse. Sul quantum, si richiama le difese e le deduzioni svolte in comparsa di costituzione e risposta”.
Con atto di citazione ritualmente notificato il sig. Z*** G***** conveniva in giudizio la Regione Veneto in persona del suo legale rappresentante pro tempore, al fine di ottenerne la condanna al risarcimento dei danni, quantificati in € 1.900,00 (o quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c.) oltre alla rivalutazione monetaria ed agli interessi legali dal giorno del sinistro al saldo ed alle spese e competenze legali quale risarcimento dei danni materiali subiti a causa dell’attraversamento repentino di un cinghiale nella sede stradale in data **.**.2012 alle ore 5,30 in località Montegrotto (PD), via ********* all’altezza del civico n° **.
Alla prima udienza del 14.05.2013, avanti il Gdp, dott. Mazzarella, si costituiva in giudizio la Regione Veneto chiedendo il rigetto di ogni pretesa risarcitoria perché infondata in fatto ed in diritto.
Il Giudice concedeva alle parti termine per il deposito delle memorie ex art. 320 c.p.c. e rinviava la causa all’udienza del 2 luglio 2013. In detta udienza il dott. Mazzarella invitava le parti ad un tentativo di conciliazione e rinviava per decidere in ordine all’ammissione dei mezzi istruttori al 24 settembre 2013.
A detta udienza il dott. Mazzarella rinviava la causa per gli stessi incombenti all’udienza del 26 novembre 2013. Successivamente la suddetta udienza veniva tenuta dalla scrivente atteso che il Dott. Mazzarella terminava il mandato in data 10 ottobre 2013.
A seguito della riserva assunta in data 26.11.2013 venivano ammesse ed espletate le prove richieste e fissata l’udienza del 7 marzo 2014 per la precisazione delle conclusioni ed il deposito di memoria conclusiva.
A detta udienza il procuratore attoreo concludeva e dimetteva nota conclusionale.
Parte convenuta chiedeva un rinvio per impedimento.
Il giudice rinviava per i medesimi incombenti all’udienza dell’11 aprile 2014.
Successivamente, a detta udienza il procuratore di parte convenuta dimetteva comparsa conclusionale mentre parte attrice ne eccepiva la tardività.
La causa veniva quindi trattenuta in decisione sulle conclusioni trascritte in epigrafe.
Va preliminarmente rigettata l’eccezione sollevata da parte convenuta di carenza di legittimazione passiva in capo alla Regione Veneto essendo competente il Parco Regionale dei Colli Euganei. Alla luce dell’istruttoria svolta, risulta infatti che l’Ente Parco Colli, è dotato di organi propri e di un proprio bilancio, ma trattasi sostanzialmente di un organo regionale, a cui vengono affidati compiti operativi, sul quale la Regione Veneto esercita una serie di poteri di ingerenza, di indirizzo e di vigilanza. In buona sostanza è la Regione Veneto l’ente principale ed il Parco Colli l’ente subordinato.
Quanto sopra emerge anche dalle dichiarazioni assunte, ed in particolare, dal Direttore dell’Ente Parco, escusso in data 17.07.2014, il quale ha dichiarato che il bilancio del Parco Colli è totalmente “fatto dalla Regione”.
Accertato quanto sopra, è di tutta evidenza che l’ente sovraordinato, in tal caso la Regione Veneto, è responsabile dei fatti di cui è causa, non potendosi spogliare dal suo dovere di vigilanza e di controllo.
Un’ulteriore conferma di quanto viene data anche dall’art. 4 della Legge Regionale n°6/2013 che espressamente detta la procedura da seguire in caso di incidente causato da animali selvatici e che la domanda di risarcimento deve essere fatta nei confronti della Regione Veneto.
Accertato quanto sopra, la domanda attorea deve considerarsi fondata in fatto e diritto e conseguentemente merita di essere accolta.
L’attore infatti si ritiene abbia compiutamente assolto il proprio onere probatorio ex art. 2043 c.c.
Il sig. Z**** ha compiutamente provato sia per testi che documentalmente il nesso di causa ed i fatti tutti così come descritti in atto introduttivo.
Risulta altresì che il luogo del sinistro fosse abitualmente frequentato da cinghiali e che è teatro di precedenti incidenti tra essi ed i veicoli in transito.
Ne deriva pertanto che la convenuta Regione Veneto, cui per legge è affidata la gestione della fauna selvatica, per colpa e/o negligenza, non ha opportunamente allertato e/o sorvegliato l’Ente Parco Colli, nonostante i numerosi episodi in precedenza accaduti e l’allarme sociale conseguitone.
Va infine detto che incombeva alla convenuta l’onere di provare che l’incidente sarebbe stato evitabile da una diversa condotta dell’attore: circostanza, non avvenuta, nella presente vertenza.
Per tutte le suesposte considerazioni, la domanda attorea dovrà essere accolta nella misura di € 1.500,00 essendo emerso dalla testimonianza del teste Ceretta, che la somma richiesta per i danni materiali eseguiti come da fattura n° 233/2012 è congrua, così come la richiesta di fermo tecnico.
Per quanto concerne le spese legali relative alla fase stragiudiziale nel caso di specie non è stata prodotta alcuna fattura, o comunque, altro documento fiscale, di cui sia dimostrato oggettivamente il pagamento, che attesti la presunta spesa e pertanto verrà riconosciuta solo con la conclusione del presente giudizio nel quantificare le spese di lite.
Alla somma complessivamente quantificata di € 1.500,00 dovranno infine aggiungersi gli interessi legali dalla data del sinistro al saldo, in quanto dovuti.
Non spetta invece l’avanzata richiesta di cumulo tra rivalutazione monetaria e interessi (Cass. Sez. unite 1712/95 e n° 14470 del 3.12.99).
Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.
Il Giudice di Pace definitivamente pronunciando nella causa in epigrafe, così provvede:
1) accertato che i danni subiti dalla vettura attorea in data **.**.2012 alle ore 5,30 circa sono riconducibili a causa dell’attraversamento repentino di un cinghiale nella sede stradale in località Montegrotto (PD), via ***** all’altezza del civico n°**;
2) dichiara la responsabilità della convenuta ex art. 2043 c.c. e per l’effetto, condanna la Regione Veneto in persona del suo legale rappresentante pro tempore a risarcire all’attore i danni nella somma di € 1.5000,00 oltre agli interessi legali dalla data del sinistro al saldo.
3) condanna la Regione Veneto in persona del legale rappresentante pro tempore a risarcire all’attore le spese di lite che liquida in complessivi € 950,00 oltre agli accessori di legge.
4) dichiara la sentenza provvisoriamente esecutiva.
Così deciso in Padova lì, 28 luglio 20014
Avv. Cecilia Bagni
Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2014
G.d.P. di Padova Dr.ssa Raudino: spese stragiudiziali risarcibili se giustificate
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In assistenza stragiudiziale, danno biologico, danno morale, liquidazione, prova per presunzioni, spese stragiudiziali
Giudice di Pace di Padova – Dott.ssa Avv. Valeria Raudino – Sentenza n. 15495/2014
Sinistro stradale – danno biologico – prova per presunzioni e liquidazione del danno morale – sussiste – liquidazione delle spese di assistenza stragiudiziale fornita dall’avvocato poi successivamente designato anche per la fase giudiziale – sussiste
Si segnala la presente sentenza poiché il Giudice, nel caso di specie, ritiene provato il danno morale su base presuntiva (richiamando sul punto la Cassazione n. 11059 del 2009) essendo il danno in oggetto di per sé idoneo a procurare una sofferenza soggettiva al danneggiato. La sentenza della S.C. richiamata ed applicata dal Giudice Patavino precisa che “il danno non patrimoniale consistente nel patema d’animo e nella sofferenza interna ben può essere provato per presunzioni e che la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza del verificarsi dell’altro secondo criteri di regolarità causale”.
Inoltre, il Giudicante, ritiene dovuta anche la spesa per l’assistenza stragiudiziale (allegata in citazione con preavviso di parcella) ancorché il legale autore della richiesta nella fase stragiudiziale ed il difensore successivamente designato dal danneggiato per il giudizio coincidano.
UFFICIO DEL GIUDICE DÌ PACE DÌ PADOVA
Il Giudice di Pace Dott.ssa Valeria Raudino, ha pronunciato la seguente
Nella causa civile n. 6426/2013 R.G. promossa con atto di citazione iscritto in data 11.11.2013
C… A…., con l’Avv. Claudio Calvello
A… Assicurazioni S.p.a. in persona del legale rappresentante pro tempore con l’Avv…..
Oggetto: risarcimento danni da sinistro stradale
“ […] Quanto al danno morale, ritiene lo scrivente che il danno in oggetto sia comunque di per sé idoneo a procurare una sofferenza soggettiva, “provata per fondata presunzione” in quanto “altamente probabile” (cfr. Cass. 11059/09) e equitativamente quantificabile, tenuto conto della lieve entità dei postumi delle lesioni riscontrate, nella misura del 15% del danno biologico […]”
“[…] Con riferimento alla richiesta di rifusione delle spese per assistenza stragiudiziale, ritiene questo giudicante essere nelle facoltà del danneggiato l’avvalersi di una difesa tecnica non solo al fine di favorire la liquidazione stragiudiziale dell’indennizzo, ma anche a predisporre gli adempimenti utili ad agire in giudizio nell’ipotesi in cui non si addivenga a una soluzione bonaria della lite. In ogni caso il riconoscimento delle spese stragiudiziali al danneggiato deve trovare fondamento nella necessarietà della spesa e nella sua giustificazione in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale al diritto al risarcimento (cfr. Cass. Civ. Sez. III, 1.12.2009, n.997). […]”
Sentenza esemplare sul danno biologico: interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 139 C.d.A. e 32 L. 27/12
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In accertamento strumentale, antonio bordin, avvocato, biologico, citazione, ctu, D.M. 140/2012, danno, giudice, giudice di pace, infortunistica stradale, lesioni, lesioni micropermanenti, liquidazione, medico legale, micropermanenti, morale, padova, risarcimento, sinistro, spese, spese legali, strada
Giudice di Pace di Padova – Dr. Avv. Antonio Bordin – Sentenza n. 345/2014
Il Giudice di Pace Avv. Antonio BORDIN ha pronunziato la seguente
nella controversia iscritta al n. […] del Reg. Gen. dell’anno 2013
e promossa con atto depositato il 17 aprile 2013
da: G.G., con l’avv. M.Z., giusta mandato a margine dell’atto di citazione
contro: A. ASSICURAZIONI s.p.a. e C.E., entrambi con l’avv. L.B., giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione
– Convenuti –
Conclusioni per l’attrice:
Come in comparsa conclusionale.
Conclusioni per A. Assicurazioni:
Con atto di citazione datato 29 gennaio 2013 G.G., in qualità di proprietaria e conducente dell’autovettura VW Golf tg. […], assumendo di essere rimasta coinvolta in data 8 marzo 2012 in Conselve (PD) in un tamponamento a catena provocato da asserita responsabilità di C.E., alla guida della propria vettura targata […], assicurata con A. Assicurazioni s.p.a., conveniva in giudizio il C. e la suindicata compagnia, chiedendone la condanna in via solidale al risarcimento dei danni riportati a seguito del sinistro e quantificati in complessivi € 9.052,43 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dalla data del sinistro al saldo.
Si costituivano le parti convenute, non contestando la responsabilità nella causazione del sinistro di cui è causa ma esclusivamente la quantificazione del danno prospettata dall’attrice.
La causa veniva istruita mediante espletamento di Ctu medico legale sulla persona della G.
All’esito, all’udienza del 17 dicembre 2013 la causa veniva trattenuta per la decisione.
Non v’è contestazione in ordine alla dinamica del sinistro.
Si procede quindi alla sola determinazione del quantum del diritto al risarcimento.
Per quanto riguarda il danno fisico, va evidenziato come sul punto si sia svolta Ctu medico legale sulla persona dell’attore, che ha risposto al quesito con completezza, accertando la sussistenza di lesioni nonché la compatibilità eziologica delle stesse con la dinamica riferita.
Al riguardo vanno rigettate le eccezioni di nullità dell’espletata Ctu, per aver asseritamente il Ctu dott. S. acquisito documenti non agli atti; in particolare un referto del 28 maggio 2013 di esame strumentale (otofunzionale) poi valorizzato in sede di conclusioni dell’elaborato peritale.
L’eccezione, come si è detto, è infondata. Il Ctu si è limitato nell’occasione a dar corso a tutti gli accertamenti necessari all’esaustivo adempimento dell’incarico ricevuto, ivi compreso quello relativo all’espletamento di nuovo esame clinico strumentale.
In ogni caso, ogni attività del consulente è avvenuta nella garanzia e nel rispetto dell’integrità del contraddittorio, conferendo ed alla presenza dei consulenti di entrambe le parti, che nulla hanno rilevato o eccepito in ordine all’effettuazione del suddetto accertamento.
Secondo la stima del Ctu, la G. ha riportato nel sinistro de quo un danno da invalidità permanente nella misura del 3 percentile.
Eccepisce la parte convenuta che, in applicazione della novella dell’art. 139 del decreto legge n. 1/12 convertito dalla legge n. 27/12, ed in particolare dell’art. 32 comma 3-quater di tale d.l., non dovrebbe farsi luogo ad alcun risarcimento in favore dell’attore a titolo di lesione permanente, vista l’inesistenza e/o l’inidoneità di accertamenti strumentali nella fattispecie.
Va rilevato preliminarmente come, nel caso di specie, la lesione risulti accertata sia mediante esame in sede di visita medico legale, sia con accertamento strumentale, rappresentato da un primo esame otofunzionale datato 23 aprile 2012, sia dal successivo accertamento medico strumentale del medesimo tipo eseguito in data 28 maggio 2013.
Parte convenuta contesta ancora la riferibilità di tali esami al sinistro de quo, ma tale asserzione appare peraltro indimostrata: a fronte della produzione di tale certificazione medica e della valutazione medico legale di rilevanza degli accertamenti, incombeva a parte convenuta dimostrare la non pertinenza degli esami strumentali al fatto illecito di cui è causa; prova che è peraltro del tutto mancata.
In ogni caso va valorizzata la circostanza che il Ctu abbia accertato la sussistenza di un danno biologico da invalidità permanente anche clinicamente, ovvero in sede di esame e visita medico legale.
Tale rilievo induce a chiarire i termini normativi della disciplina citata dalla parte convenuta.
Seguendo la tesi della parte convenuta, la normativa de quo, ed in particolare il comma 3-ter dell’art. 32 del d.l. n. 1/12 deve essere intesa nel senso di escludere il diritto al risarcimento del danno biologico permanente, qualora la lesione non sia stata accertata in sede di esame strumentale.
Peraltro, da tale interpretazione deriverebbe quale conseguente corollario l’esclusione del risarcimento della lesione permanente alla salute quando esso risulti comunque accertato aliunde, con altra metodologia scientifica, ad esempio in sede di visita medico legale o mediante esame non strumentale.
Si escluderebbe quindi la risarcibilità di danni alla salute effettivamente provati, in base all’esclusivo criterio di discriminazione delle modalità di accertamento utilizzate.
Siffatta interpretazione appare illogica, arbitraria e strumentale, oltre che contraria a plurimi principi della Carta Costituzionale.
Illogica, giacché consente la risarcibilità anche in assenza di esame strumentale del danno alla salute più lieve e transeunte, quale ed esempio quello temporaneo, escludendo quello più grave, come quello permanente; arbitraria e strumentale, perché appare all’evidenza finalizzata ad escludere talune tipologie di danno fisico, meno suscettibili per loro natura di accertamento strumentale, tipologie “singolarmente”coincidenti con quelle di maggior frequenze nelle vertenze promosse in sede di RCA; evidentemente contraria a svariati principi fondamentali della Carta Costituzionale, riassumibili quantomeno sotto il profilo di violazione dell’art. 3 Cost., dell’art. 32 Cost. e dell’art. 24 Cost.
L’interpretazione proposta rappresenterebbe una violazione dell’art. 3 della Carta in quanto risulterebbe discriminatoria per situazioni giuridiche soggettive che presentano profili sostanzialmente simili: un identico danno alla salute troverebbe o meno risarcibilità a seconda del suo cagionarsi in sinistro stradale o con altra modalità; per tali ragioni. Né può invocarsi al riguardo la preesistente differenziazione dell’entità del risarcimento in materia di RCA già introdotta con la l. n. 57/2001: infatti, nel caso in esame non ci si limita alla introduzione di una tabella rigida di quantificazione, ma si viene a negare la stessa risarcibilità in toto di un danno alla lesione, anche eventualmente accertato. La conseguenza, come può apprezzarsi, è ben diversa e più draconiana.
Inoltre, negando risarcimento ad un danno alla salute, accertato, provato e verificato, non in ragione alla sua gravità (come si è detto), ma solo ed esclusivamente in base alla modalità di accertamento – discriminando talune metodologie pur ugualmente attendibili e riconosciute sotto il profilo scientifico – si realizza una patente violazione dell’art. 32 della Costituzione, norma che tutela il diritto alla salute.
Non si ricade, in tal caso, nella pretesa irrilevanza della offesa, che potrebbe giustificare la non risarcibilità di lesioni irrisorie, bensì si nega il risarcimento di un danno, potenzialmente anche grave, sulla base del mero criterio del modo in cui tale lesione è stata accertata.
Tale violazione appare ancor più grave ove si consideri che, in tal modo, si viene ad escludere ogni tutela a determinate tipologie di lesione della salute, discriminate quindi in base alla loro natura, quali ad esempio le lesioni lievi del rachide e pressoché tutte le tipologie di lesione psichica e psichiatrica, non suscettibili (o suscettibili con difficoltà) per loro essenza di accertamento strumentale.
Non può quindi trovare cittadinanza un’interpretazione della disciplina del risarcimento del danno alla salute in forza della quale si neghi giustizia e tutela a chi ha subito una lesione effettivamente accertata e provata con metodo scientificamente accertato e riconosciuto.
Per tali ragioni, la normativa in questione non può essere interpretata nel senso di escludere la risarcibilità del danno alla salute, comunque accertato e provato, anche in sede di visita medico legale o di esame non strumentale. Diversamente, significherebbe propugnare un’interpretazione applicativa patentemente incostituzionale, e riconoscere in definitiva che lo stesso Stato di diritto abbia abdicato alle sue fondamentali funzioni di tutela e garanzia verso i principali valori costituzionali.
Appare quindi consequenziale l’obiezione, poste tali premesse, di quale valore debba comunque riconoscersi a tale disciplina. Sul punto, l’unica interpretazione legittima e costituzionalmente orientata della norma de quo appare quella che ne deriva dal suo coordinamento con la norma con la disposizione dell’art. 3 quater, introdotta dalla stesa legge n. 27/2012, che prevede la possibilità di accertamento della lesione alla salute anche visivamente, ovvero, secondo la migliore dottrina medico – legale, mediante accertamento clinico in sede di visita medico legale.
In tale coordinamento applicativo, deve quindi ritenersi prevalente la norma dell’art. 3 quater, che disciplina l’accertamento del danno biologico tout court e che prevede appunto che tale voce di danno venga accertata in via strumentale ovvero, in via alternativa ma parimenti idonea, valida ed efficace, “visivamente”. Alla disposizione del 3-ter va invece riconosciuto il ruolo residuale di richiamo degli operatori del diritto ad una rigorosa applicazione dei criteri di accertamento e quantificazione del danno alla salute, al fine di rifuggire da valutazioni puramente soggettive che non trovino riscontri strumentali o clinici.
La lesione alla salute, ivi compresa quella che determini conseguenze a carattere permanente, può quindi essere validamente accertata mediante accertamento medico legale, circostanza che rende superfluo ed inutile ogni ulteriore esame strumentale.
Del resto, nemmeno l’interpretazione letterale della disposizione, alla quale si richiama la convenuta nell’evidenziare l’assenza della lettera “o” fra le parole “clinicamente” e “strumentalmente” nel comma 3-ter, al fine di sostenere l’esigibilità dell’accertamento strumentale in ogni caso, consentirebbe di convalidare la tesi della convenuta.
Invero, volendo effettuare riferimento al tenore letterale della disposizione, non può non rilevarsi come l’art.3 ter della legge n. 27/2012 si limiti esclusivamente a stabilire che le lesioni di lieve entità siano “suscettibili” di accertamento clinico strumentale obiettivo; pertanto, trattasi all’evidenza di astratta potenzialità di accertamento strumentale, e non di effettivo accertamento mediante detta modalità di accertamento, né tanto mento di accertamento nell’immediatezza del fatto illecito.
Quindi, in ipotesi di suscettibilità in astratto dell’accertabilità strumentale della lesione patita dal danneggiato, il risarcimento non può essere comunque escluso.
Per tali ragioni, anche volendo prescindere dalla già rilevata presenza nel caso di specie di accertamenti strumentali validi ed idonei alla prova, va in ogni caso ritenuta la risarcibilità della lesione permanente sofferta dall’attore ed accertata in sede di visita medico legale.
Tanto detto, si procede alla liquidazione monetaria del danno patito.
Applicando i valori indennitari riconosciuti dalla legge n. 57/2001, così come aggiornati dal decreto del Ministero delle attività produttive, tale voce di danno va quantificata in € 2.350,00.
Per quanto attiene al danno biologico da invalidità temporanea, la Ctu ha individuato i valori – ritenuti condivisibili da questo Giudice – dei periodi di giorni 10 al 75%, 15 al 50% e 17 al 25%, e, applicando l’importo aggiornato per ciascun giorno di invalidità assoluta (criterio anch’esso ex lege n. 57/2001) si giunge alla quantificazione di € 889,35 a titolo di risarcimento del danno da invalidità temporanea.
Quantificato quindi il danno biologico complessivo in € 3.239,35, in moneta devalutata all’epoca del sinistro si procede quindi alla determinazione del danno non patrimoniale da sofferenza morale conseguente alle lesioni subite.
Sul punto, parte convenuta si oppone al suo riconoscimento richiamando un’interpretazione restrittiva delle note sentenze delle sezioni Unite della Suprema Corte in tema di danno morale del novembre 2008.
La tesi della parte convenuta non è condivisa da questo Giudice, apparendo contraria non solo a regole di diritto ma anche alle stessi principi di equità.
La corretta applicazione dei principi enunciati dalla sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 26972 dell’11 novembre 2008, secondo la quale “il risarcimento del danno deve essere integrale”, e quindi comprendere anche il ristoro del pregiudizio relativo alla sofferenza morale, porta, al contrario di quanto affermato dalla Compagnia convenuta, al necessario riconoscimento anche di tale voce di pregiudizio.
Orbene, non essendo il pregiudizio da sofferenza morale notoriamente contemplato dalla liquidazione tabellare ex lege n. 57/2001, esso va conseguentemente riconosciuto e liquidato in via distinta ed autonoma.
Questo Giudice non ritiene inoltre che il pregiudizio da sofferenza morale sia qualificabile come mera “personalizzazione” della liquidazione del danno biologico: si tratta infatti di una voce distinta e dotata di autonoma dignità e natura, pur classificabile nell’ambito della generale categoria del danno alla salute, ma soggetta a condizioni e regole di accertamento del tutto particolari e quindi non riconducibile ad una mera sovrapposizione del danno biologico in senso stretto, fra l’altro nemmeno ricompresa nei meccanismi di liquidazione di esso.
Chiarito quindi che il danno non patrimoniale da sofferenza morale è una voce di danno autonoma e distinta rispetto alla categoria generale del danno alla salute, e che conseguentemente esso deve essere autonomamente riconosciuto, va rilevato come il Ctu abbia accertato un grado di sofferenza ”medio lieve” nel primo periodo di convalescenza ed un grado “lieve” nel successivo.
Ritenuta quindi accertata la sofferenza morale in capo all’attrice, si procede alla sua liquidazione.
Sul punto, il criterio più attuale ed idoneo appare quelle della sua stima in via equitativa in misura percentuale rispetto al danno biologico complessivo, pari al 20% nel caso de quo visto il carattere delle lesioni patite; per una liquidazione della voce di danno pari a € 645,00.
Alla G. vanno altresì rifuse spese mediche documentate e ritenute congrue dal Ctu, in misura pari ad € 785,62. Sul punto, la rifusione della spesa non può essere condizionata alla produzione delle attestazioni di spesa in originale. Invero, l’astratta possibilità di duplicazione della rifusione non ha alcuna rilevanza, posto che il rimborso della spesa sostenuta può essere negato solo in caso di prova della percezione dell’importo aliunde da parte del danneggiato.
Il danno subito dalla G. ammonta dunque a € 4.669,97.
I danni sin qui determinati sono espressi in moneta devalutata alla data dell’occorso sinistro.
Vanno riconosciuti inoltre gli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza.
Vanno infine rifuse all’attrice le spese di Ctu documentate, pari ad € 605,00.
I convenuti vanno quindi condannati al pagamento dei suddetti importi, nonché alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attrice, senza compensazione alcuna visti gli esiti della vertenza.
In sede di liquidazione, questo Giudice non ritiene di dare applicazione ai parametri fissati con il D.M. n. 140/2012, che appaiono particolarmente inidonei ad assicurare un equo compenso alla professione dell’assistenza e rappresentanza legale, garantito anche a livello costituzionale dell’art. 36 Cost.. In particolare, i valori esposti per cause di scaglione corrispondente a quella di cui alla presente sentenza appaiono penalizzanti ed inadeguati, certamente non proporzionati al valore ed alla natura dell’attività professionale svolta.
Di talché si ritiene che il citato D.M. vada integralmente disatteso, con liquidazione delle spese effettuata in via equitativa come da dispositivo.
1) Condanna A. Assicurazioni s.p.a. e C.E., in via solidale fra loro, al pagamento in favore di G.G. della somma di € 4.669,97, da devalutarsi alla data del sinistro, oltre agli interessi compensativi al tasso di legge ordinario dal fatto al saldo, da computarsi sull’importo rivalutato di anno in anno sino alla presente sentenza;
2) Condanna i convenuti in via solidale alla rifusione in favore dell’attrice delle spese di Ctu, quantificate complessivamente in € 605,00;
3) Condanna i convenuti in via solidale alla rifusione delle spese di lite in favore dell’attrice, liquidate definitivamente in complessive € 2.700,00, di cui € 2.500,00 per compensi ed € 200,00 per spese, oltre a Iva e C.P.A. come per legge.
Così deciso in Padova il 20 marzo 2014.
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Art. 139 C.d.A.: il danno alla salute va risarcito integralmente
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Giudice di Pace di Padova – Dr.ssa Avv. Renata Zaffanella – Sentenza n. 1490/13
Sinistro stradale – Danno alla salute – Art. 139 C.d.A. – Art. 2059 cod. civ. – Interpretazione costituzionalmente orientata – Risarcibilità – Sussiste
[…] il Giudice, operando una lettura costituzionalmente orientata degli artt. 139 Cod. delle Assicurazioni e 2059 c.c., deve garantire comunque l’integrale risarcimento del danno alla salute. Pertanto nella fattispecie concreta, il giudice, sulla base delle allegazioni e delle prove acquisite al processo e delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio dove si evince sia la condizione personale di [omissis] che le conseguenze del fatto in una sofferenza lieve, ritiene che la “voce” del danno non patrimoniale intesa come “sofferenza soggettiva” non sia adeguatamente risarcita, in considerazione del complessivo danno non patrimoniale subito dal soggetto, con la sola applicazione dei predetti valori monetari e quindi conseguentemente procedendo ad “adeguata personalizzazione” del danno non patrimoniale, liquida, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma ulteriore che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima. […]
Del resto la Corte di Cassazione afferma: “La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’articolo 2059 cod. civ., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche, danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)” (Cass. n. 19816 del 17.9.2010) ancora: “in tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non il nome assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (biologico, morale, esistenziale) ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice. Si ha pertanto duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia stato liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi” (Cass. n. 10527/2011, v. anche Cass. n. 15414/2011 cfr. in materia di danno subito dal lavoratore, anche Cass. n. 9238/2010 n. 23053/2009).” […]
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Spese legali stragiudiziali e danno morale riconosciuti
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In abano terme, assistenza, avvocato, calvello, consulenza, crivellaro, danneggiato, danni, danno, danno emergente, danno morale, debenza, documentale, dovute, equità, equitativa, giudice, incidente, legali, liquidazione, liquidazione separata, micropermanenti, morale, pace, padova, probatorio, rifusione, risarcimento, riscontro, sinistro, sofferenza, sofferenza morale, spese, stradale, stragiudiziale, stragiudiziali, studio, tabellare, terzo, trasportato
Giudice di Pace di Padova – Dott.ssa Avv. Fiorenza Crivellaro – Sentenza n. 1005/13
Sinistro stradale – danno morale – compreso nella liquidazione tabellare ex L. 57/2001 – esclusione – spese di assistenza stragiudiziale fornita da agenzia di infortunistica stradale – liquidazione in via equitativa – sussiste
I PASSI SALIENTI DELLA SENTENZA:
“Non essendo il pregiudizio da sofferenza morale contemplato dalla liquidazione tabellare ex lege n. 57/2001, esso va conseguentemente riconosciuto con liquidazione separata”
“Infine vanno rifuse le spese di assistenza stragiudiziale; sul punto la Corte di Cassazione ha affermato il principio del diritto ad ottenere la refusione di quanto sostenuto a titolo di assistenza stragiudiziale, in quanto attività “necessitata e giustificata in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale del diritto al risarcimento” (Cass. civ., sez. III, 21 gennaio 2010, n. 997). Così la Suprema Corte: “in caso di sinistro stradale, qualora il danneggiato abbia fatto ricorso all’assistenza di uno studio di assistenza infortunistica stradale ai fini dell’attività stragiudiziale diretta a richiedere il risarcimento del danno asseritamente sofferto al responsabile e al suo assicuratore, nel successivo giudizio instaurato per ottenere il riconoscimento del danno, la configurabilità della spesa sostenuta per avvalersi di detta assistenza come danno emergente non può essere esclusa per il fatto che l’intervento di detto studio non abbia fatto recedere l’assicuratore dalla posizione assunta in ordine all’aspetto della vicenda che era stato oggetto di discussione e di assistenza in sede stragiudiziale, ma va valutata considerando, in relazione all’esito della lite su detto aspetto, se la spesa sia stata necessitata e giustificata in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale del diritto al risarcimento“. L’attività espletata dallo Studio d’infortunistica di cui s’è avvalsa l’attrice ha trovato riscontro probatorio via documentale. La relativa voce di spesa va quindi rifusa e liquidata in via equitativa, anche in ragione del danno liquidato in sede stragiudiziale in € […]”
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