Source: http://www.studiolegalebonanni.net/category/diritto-penale/
Timestamp: 2018-01-21 22:40:32+00:00
Document Index: 43770674

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 19', 'art. 240', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 322', 'art. 11', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 53', 'art. 19', 'art.572', 'art 572', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 3']

BLOG di DIRITTO PENALE attraverso casi di cronaca
Lo studio legale Bonanni , in questo blog si prefigge l'obiettivo di approfondire temi legati al diritto penale con specifico riferimento a casi concreti d'interesse pubblico .
April 04, 2014 admin Diritto Penale
Sequestro seguito da confisca per equivalente
Lo studio legale Bonanni , affronta un tema legato ai reati fiscali riprendendo una sentenza della corte di cassazione :
Non può essere estesa alla società la confisca per equivalente per reati tributari del rappresentante legale.
La confisca per equivalente ha natura di sanzione penale e in quanto tale non può essere estesa a soggetto diverso dall’autore del reato -nella specie la società- non essendo a tal fine sufficiente il rapporto di immedesimazione organica del legale rappresentante con l’ente che beneficia delle sue condotte e non essendo, peraltro, consentita la confisca per equivalente a danno dell’ente al di fuori dei casi previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.
La Corte di Cassazione interviene in materia di confisca per equivalente disposta nei confronti del legale rappresentante di una cooperativa responsabile di reato tributario, escludendo la possibilità di estendere la confisca alla società.
Nel procedimento a carico di xx, legale rappresentante della società Alfa, imputato di reato fiscale, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Genova proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza dello stesso Tribunale con la quale era stato respinto l’appello proposto dal P.M. avverso il decreto emesso dal Giudice per le indagini preliminari che, nel disporre il sequestro preventivo per equivalente di beni appartenenti a xx, non aveva esteso tale sequestro alla società.
Nel decreto impugnato il Giudice per le indagini preliminari aveva affermato la natura di sanzione penale della confisca per equivalente che escludeva la possibilità di estenderla a soggetto diverso dall’autore del reato e la non applicabilità della confisca stessa alle società al di fuori dei casi espressamente previsti dagli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001.
Nei motivi di ricorso il P.M. adduceva che la confisca per equivalente del profitto del reato va ricondotta alla categoria delle misure di sicurezza non retroattive, assumendo natura di sanzione penale solo sotto il profilo della non retroattività, con la conseguente confiscabilità dei beni della società, non potendo comunque ritenersi persona estranea al reato chi partecipi all’utilizzazione del profitto
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la decisione del Tribunale del riesame di Genova, a sua volta confermativa del decreto di sequestro emesso dal Giudice per le indagini preliminari, uniformandosi ai principi di diritto fissati dalle Sezioni Unite penali con la recente Sent. n. 10561 del 2014, Gubert, in tema di confisca per equivalente nei confronti della società per reato fiscale commesso dal suo amministratore.
Alle Sezioni Unite era stato devoluto dalla III sezione della Corte il quesito se fosse possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa.
Secondo la Corte remittente il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente poteva avere ad oggetto i beni di una persona giuridica anche al di fuori dei casi in cui la sua creazione fosse stata finalizzata a farvi confluire i profitti degli illeciti fiscali quale società – schermo.
A fondamento dell’indirizzo in questione si adduceva il dato obiettivo secondo cui, sebbene il reato tributario fosse addebitabile all’indagato, le conseguenze patrimoniali sarebbero ricadute sul patrimonio della persona giuridica a favore della quale l’autore del reato avesse agito, salvo che non vi fosse la prova della rottura del rapporto di immedesimazione organica tra la persona fisica e la società.
Proprio tale considerazione, secondo la Sezione rimettente, rendeva non necessario, ai fini del sequestro per equivalente dei beni della persona giuridica, che questa fosse responsabile ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (cfr. Sez. VI, Sent. n. 21222 del 25 gennaio 2013, secondo cui il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato di corruzione può incidere contemporaneamente od indifferentemente sui beni dell’ente che dal medesimo reato ha tratto vantaggio e su quelli della persona fisica che lo ha commesso, con l’unico limite per cui il vincolo cautelare non può eccedere il valore complessivo del suddetto profitto).
Secondo altro e contrastante indirizzo giurisprudenziale il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente dei beni appartenenti alla persona giuridica, non era ammissibile nel caso in cui si procedeva per violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, e ciò
perché gli artt. 24 e ss., D.Lgs. n. 231 del 2001, non prevedono i reati tributari tra le fattispecie che giustificano l’adozione del provvedimento di confisca (e quindi di quello di sequestro alla confisca finalizzato). Tale principio, secondo quest’ultimo indirizzo, era superabile solo nel caso in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, dato che ogni cosa fittiziamente intestata alla società è immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato. (ex multis Sez. III, Sent. n. 42476 del 20 settembre 2013, secondo cui, salva l’ipotesi in cui la struttura aziendale costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo per commettere gli illeciti, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, previsto dall’art. 19, comma 2, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non può essere disposto sui beni immobili appartenenti alla persona giuridica ove si proceda per le violazioni finanziarie commesse dal legale rappresentante della società, in quanto gli artt. 24 e ss. Del citato D.Lgs. non contemplano i reati fiscali tra le fattispecie in grado di giustificare l’adozione del provvedimento.)
Le Sezioni Unite, pur evidenziando le criticità del sistema normativo vigente, hanno ritenuto condivisibile il secondo orientamento. Premessa la possibilità del sequestro preventivo del profitto di reato per i reati tributari e la distinzione tra confisca diretta -sempre possibile ex art. 240 c.p.- qualora il profitto stesso sia rimasto nella disponibilità della persona giuridica – e confisca per equivalente, le Sezioni Unite hanno affermato il principio che non è possibile la confisca per equivalente di beni della persona giuridica per reati tributari commessi da suoi organi, salva l’ipotesi in cui la persona giuridica stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso cui l’amministratore agisca come effettivo titolare.
In quest’ultimo caso infatti, il trasferimento dei beni è solo apparente, restando i beni nella sostanziale disponibilità del suo amministratore.
Al di fuori di questa ipotesi, il rapporto fra ente ed un suo organo, di per sé, non è suscettibile di fondare l’estensione della confisca per equivalente, che si basa su specifiche disposizioni di legge, tanto più che è persino possibile che la persona giuridica, attraverso altri organi, promuova azione di responsabilità verso il suo amministratore che l’ha esposta a responsabilità (civile) conseguente a reato.
Il quadro normativo di riferimento (art. 19, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 1, comma 143, L. 24 dicembre 2007, n. 244, art. 322-ter c.p., art. 11, L. 16 marzo 2006, n. 146), insuscettibile di applicazione analogica (Infatti le Sezioni Unite hanno già chiarito che la confisca per quivalente, introdotta per i reati tributari dall’art. 1, comma 143, L. 27 dicembre 2007, n. 244, ha natura eminentemente sanzionatoria (Sez. Unite, n. 18374 del 31 gennaio 2013, Adami, Rv. 255037), non prevede la possibilità di ravvisare la responsabilità della persona giuridica per i reati tributari commessi dal suo amministratore.
La sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, Sent. 25 marzo 2014, segue, come anticipato, le linee tracciate dalle Sezioni Unite, pervenendo alle stesse conclusioni.
La Corte ha poi richiamato, a sostegno di queste ultime, anche il dictum di Sez. Unite, Sent. n. 26654 del 27 marzo 2008, Fisia Italimpianti Spa e altri, che ha chiarito che, l’istituto della confisca previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001 sulla responsabilità degli enti si connota in maniera differenziata a seconda del concreto contesto in cui è chiamato ad operare. L’art. 9, comma 1, lett. c), prevede la confisca come sanzione, il cui contenuto e i cui presupposti applicativi sono precisati nell’art. 19, comma 1, che testualmente recita: “Nei confronti dell’ente è sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato”. Il secondo comma di quest’ultima disposizione autorizza la confisca anche nella forma per equivalente, replicando lo schema normativo di disposizioni già presenti nel codice penale o in leggi penali speciali. Chiara, quindi, la configurazione della confisca come sanzione principale, obbligatoria e autonoma rispetto alle altre pure previste nel decreto in esame.
L’art. 6, comma 5, del medesimo decreto prevede, inoltre, la confisca del profitto del reato, commesso da persone che rivestono funzioni apicali, anche nell’ipotesi particolare in cui l’ente vada esente da responsabilità, per avere validamente adottato e attuato i modelli organizzativi (complianceprograms) previsti e disciplinati dalla stessa norma. In questa ipotesi, riesce difficile cogliere la natura sanzionatoria della misura ablativa, che si differenzia strutturalmente da quella di cui all’art. 19, proprio perché difetta una responsabilità dell’ente e che costituisce, invece, uno strumento volto a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato presupposto, i cui effetti sono comunque andati a vantaggio dell’ente.
Orbene, una estensione della confisca per equivalente nei confronti della persona giuridica non potrebbe, come osserva la Corte di Cassazione, giustificarsi richiamando tale forma di confisca, in quanto l’art. 53 del decreto richiama esclusivamente l’art. 19, ossia la confisca-sanzione.
March 26, 2014 admin Blog, Diritto Penale
L'avvocato penalista affronta il tema dell' ARRESTO OBBLIGATORIO e FLAGRANZA DI REATO
Oggi lo studio legale bonanni affronta il tema dell’arresto obbligatorio e la flagranza di reato spiegando quando e perché avviene.
Spesso i quotidiani nazionali riportano notizie concernenti casi in cui un soggetto o più persone vengono “arrestati in flagranza di reato”.
l’arresto è un provvedimento dì iniziativa della polizia giudiziaria volto alla temporanea privazione della libertà. Tale provvedimento, non poche volte, anticipa le misure cautelari che verranno successivamente disposte dal giudice che procede.
Cosa vuol dire”arresto in flagranza di reato”, e quando può verificarsi?
L’articolo 382 c.p.p. statuisce che “è in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato (flagranza di reato) ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima (quasi flagranza).”
Da un’attenta lettura della norma si coglie che la definizione di “flagranza” abbraccia situazioni diverse che pur essendo differenti sono tutte ricollegabili alla ritenuta riferibilità del fatto alla condotta del soggetto, la flagranza dunque si configura tutte le volte che sia possibile stabilire un nesso tra il soggetto e il reato.
L’espressione utilizzata dal legislatore “nell’atto di commettere” include sia l’ipotesi in cui il reato sia ancora in itinere quanto l’altra invece in cui si sia appena consumato.
L’ ”esser sorpresi” con cose o tracce del reato riguarda invece la condotta che si è esaurita ma immediatamente precedente: in tal caso la contestualità tra il fatto e soggetto è data dal possesso di ciò che evidenzia la recente commissione dell’illecito.
La Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, in una recente sentenza, che ai fini della configurabilità della fattispecie di quasi flagranza “nulla vieta che la sorpresa con le cose o tracce del reato sia conseguente all’intervento della polizia chiamata dalla persona offesa o da altri soggetti che avevano assistito alla commissione del reato, essendo necessario solo l’immediata e diretta percezione delle stesse cose e tracce della polizia giudiziaria e del loro collegamento in equivoco con l’indiziato”, Cass. Pen. Sez. V,24/10/13 n. 50590.
In tema di reati abituali, come ad esempio nel caso di maltrattamenti in famiglia , è stato ritenuto legittimo l’arresto in flagranza di tale delitto quando il fatto risulti alla polizia giudiziaria non isolato ma quale parte di una catena di comportamenti violenti; non si richiede dunque che la P.G. assista alla intera condotta ma all’atto offensivo purchè nel luogo in cui interviene, la/ il denunciante riferisca circa la ripetizione di atti di violenza. Per quanto riguarda invece i reati permanenti lo stato di flagranza sussiste finchè non è cessata la permanenza.
Il legislatore ha delimitato i casi di arresto obbligatorio in flagranza e lo ha fatto adottando un triplice criterio descrittivo:
-a volte richiama la pena prevista senza far alcun riferimento alla natura del reato;
-altre volte enuncia i tipi di reato , classificati in base al bene giuridico protetto;
-altre volte ancora indica singoli reati che per oggetto della tutela, per allarme sociale,per entità della pena si reputano più gravi degli altri.
Risponde al primo criterio la prescrizione che fa obbligo alla p.g. di procedere all’arresto di chi viene colto in flagranza di un reato punito con la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti.
Il secondo criterio è utilizzato per estendere l’obbligo di arresto qualora la flagranza attenga a reati contro la personalità interna e internazionale dello stato,contro i diritti politici del cittadino. L’ultimo criterio vale invece per un’elencazione molto ampia ed eterogenea che spazia da ipotesi di reati di notevole allarme sociale ai reati contro il patrimonio.
MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA, Quando e come si realizza? come uscirne?
E’ ricorrente nelle pagine di cronaca nazionale leggere casi di maltrattamenti in famiglia.
E’ di qualche giorno fa, infatti la notizia che come Vittima, ancora una volta, una donna, di Montebello Jonico (Reggio Calabria) che nonostante fosse separata dal marito cinquantenne, continuava a subire violenze da parte dello stesso.
Costretta a sopportare umiliazioni psichiche e fisiche , la donna, decisa a porre fine ai continui e ripetuti fatti di violenza, subiti anche dopo la separazione, si è rivolta ai Poliziotti del Commissariato di Condofuri, che dopo aver svolto le necessarie indagini hanno accertato la veridicità dei racconti della stessa. L’uomo è stato arrestato in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria , per il reato di maltrattamenti in famiglia.
Brevi Cenni sul reato di maltrattamenti in famiglia ex art.572 c.p.p.
Il Codice Rocco ha collocato l’articolo 572 in un autonomo titolo ”Dei delitti contro la famiglia”,questa scelta riflette le concezioni politiche e morali di quel dato momento storico che volevano realizzare una particolare tutela della famiglia come “ente autonomo”.Un primo orientamento coerente con le scelte politiche del fascismo individuò dunque nella famiglia il bene giuridico tutelato dall’art 572 c.p.
Rispetto a questa concezione sono venuti ormai meno i presupposti ideologici e si obietta sostenendo che l’art. 572 c.p. non si rivolge alle sole persone legate da un vincolo familiare ma anche a persone legate da altri rapporti .Così l’oggetto della tutela non può essere solo la famiglia; dottrina e giurisprudenza oggi dominanti ritengono quindi che il bene tutelato sia l’integrità psicofisica del soggetto passivo. Inizialmente questo bene giuridico era riconosciuto solo in via secondaria rispetto al bene-famiglia, appare oggi prevalente l’interpretazione che considera l’integrità psico-fisica come uno dei beni giuridici offesi dal delitto di maltrattamenti facendone così acquistare rilevanza autonoma.
Per molto tempo la dottrina identificava la famiglia cui si riferisce l’art. 572 c.p. nella sola famiglia legittima fondata sul matrimonio escludendo così da questa fattispecie la convivente alla quale l’agente è legato solo da un rapporto di fatto.
Di recente affiora in dottrina una tesi differente secondo la quale dovrebbero essere considerati membri della famiglia ex art. 572 e quindi potenziali soggetti attivi del reato anche i componenti della famiglia di fatto, fondata sulla volontà di vivere insieme, di avere figli, di avere beni in comune: di dar vita quindi ad un nucleo stabile e duraturo. Questa concezione appare la più coerente con la realtà sociale moderna.
Questo perché l’introduzione del divorzio ed il suo largo utilizzo hanno dimostrato che il matrimonio non è più un legame indissolubile eliminando così il presupposto per una tutela diversificata dei due rapporti.
A questo punto il problema sarà solo un problema di prova; tutte le volte in cui l’unione familiare non sia fondata su un vincolo giuridico si dovrà dimostrare che il nucleo abbia i requisiti della stabilità e che vi sia fra i suoi membri una comunità di intenti,un serio vincolo affettivo: che si sia dunque costituita una famiglia di fatto.
Appare evidente che l’articolo 572 c.p. estende la sua portata anche al di fuori del nucleo familiare, tant’è che, seppur meno frequentemente, ha trovato applicazione anche in ambiti diversi: si pensi, in particolare, alle strutture di ricovero dove potrebbero essere adoperati nei confronti dei degenti mezzi incompatibili con le normali finalità di cura, mentre più controverse applicazioni vi sono state negli ambienti di lavoro o scolastici dove è tenue il confine con il meno grave delitto di abuso dei mezzi di correzione previsto dall’articolo 571 c.p.
Il legislatore individua l’azione tipica nella locuzione “maltrattare”.
Tale è stata da più parti criticata per la sua indeterminatezza e non univocità di significato. Dottrina e giurisprudenza sono uniformi nel considerare che il termine “maltrattamenti” richieda una pluralità di atti per la perfezione del delitto. Questo vuol dire che il reato si perfeziona con il compimento di una pluralità di atti uniti fra loro dal vincolo dell’abitualità cioè della ripetitività nel tempo. Inoltre l’abitualità non è esclusa da intervalli alternati alla serie di episodi lesivi se questi intervalli non avranno una durata tale da interrompere la fattispecie criminosa.
Per quanto concerne la condotta del delitto in esame , secondo l’opinione più diffusa, tale può comprendere sia atti che costituiscono di per sé reato, sia atti di per sé privi di rilevanza penale. Unico requisito della condotta è individuabile nella corretta idoneità offensiva rispetto al bene giuridico tutelato. La dottrina e la giurisprudenza considerano assorbite nei maltrattamenti le percosse, le minacce, le ingiurie.
Inoltre la configurabilità del delitto in esame non può essere esclusa nel caso in cui i soggetti coinvolti appartengono ad ambienti culturali diversi dal nostro, che prevedono particolari potestà in ordine al nucleo familiare: tali situazioni sarebbero in contrasto assoluto con i principi che stanno alla base dell’ ordinamento giuridico italiano. Rispetto a tali pratiche,la giurisprudenza ha più volte affermato che le differenti tradizioni non eliminano il disvalore del fatto dei maltrattamenti, né sono idonee a giustificare l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Infine il delitto in esame si perfezionerà tutte le volte in cui si compie quell’atto che sorretto dal dolo ed unendosi agli altri analoghi già precedentemente compiuti realizza l’offesa al bene giuridico tutelato.
March 20, 2014 admin Blog, Diritto Penale, NON-USARE Articoli di Penale
L’accesso abusivo ad un sistema informatico e telematico costituisce uno dei cosiddetti “reati informatici” previsto dall’art. 615-ter del codice penale.
Il suddetto articolo prevede che “Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.
Tale reato è stato introdotto per contrastare il dilagante fenomeno degli hacker (tecnicamente conosciuti come “cracker”), ovvero coloro che commettono atti di pirateria informatica, intervenendo su memorie a cui non hanno accesso legale per sottrarre o alterare dati”. Il reato di cui all’art. 615-ter è stato puntualmente collocato dal legislatore tra i delitti contro l’inviolabilità del domicilio, quasi a voler tutelare il “domicilio informatico” quale luogo ove sono stati inseriti dati e programmi riservati, contenuti in un sistema informatico.
Il reato si consuma, infatti, nel momento in cui il soggetto supera le barriere poste a tutela del sistema informatico e si introduce nello stesso. Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che, ai fini della configurabilità del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, la protezione del sistema può essere adottata anche con misure di carattere organizzativo che disciplinino le modalità di accesso, consentito esclusivamente dal titolare per determinate finalità ovvero per il raggiungimento degli scopi aziendali (Cass. pen. Sez. V, 18/12/2012, n. 18497 (rv. 255924).
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno chiarito quali siano le condotte tipiche punite dall’art. 615 ter c.p.: a) nell’introdursi abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, da intendersi come accesso alla conoscenza dei dati o informazioni contenuti nel sistema, effettuato sia da lontano (attività tipica dell’hacker) sia da vicino (da persona, cioè, che si trova a diretto contatto dell’elaboratore); b) nel mantenersi nel sistema contro la volontà, espressa o tacita, di chi ha il diritto di esclusione, nel senso di persistere nella già avvenuta introduzione, inizialmente autorizzata, continuando ad accedere alla conoscenza dei dati nonostante il divieto, anche tacito, del titolare del sistema. Quest’ultimo caso si verifica quando un soggetto è stato autorizzato solo per il compimento di determinate operazioni e per il relativo tempo necessario mentre lo stesso, compiuta l’operazione espressamente consentita, si intrattiene nel sistema per la presa di conoscenza non autorizzata dei dati (Cass. pen. Sez. Unite, 27/10/2011, n. 4694).
Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto consumato tale reato anche con l’introduzione nel sistema “POS” (predisposto per il pagamento a mezzo carte di credito e bancomat), installando un “microchip” idoneo ad intercettare le comunicazioni informatiche di detto apparato e a scaricarne i dati, per poi successivamente utilizzarli al fine di clonare altre carte. Le carte di credito e di debito, infatti, identificate da una banda magnetica oppure da un chip che consentono di memorizzare e trasmettere dati informatici, costituiscono un sistema informatico ai sensi delle disposizioni che prevedono tale nozione come elemento della fattispecie incriminatrice (Cass. pen. Sez. feriale, 23/08/2012, n. 43755 (rv. 253583).
Il dolo richiesto dalla norma è generico, ovvero la volontà di introdursi in un sistema informatico altrui, senza il consenso del titolare, e con la consapevolezza che il titolare abbia predisposto alcune misure di sicurezza al fine di rendere effettivo il proprio ius excludendi. La figura del tentativo non è prevista dalla norma, in quanto l’art. 615-ter è un reato di pericolo.
Il reato di cui all’art. 615-ter c.p. sussiste anche quando venga commesso dal soggetto agente che, pur abilitato ad accedere al sistema, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema in parola onde delimitarne oggettivamente l’accesso. Ne deriva che, ai fini della configurabilità della citata fattispecie delittuosa, risultano irrilevanti gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno indotto e motivato l’ingresso al sistema (Cass. pen. Sez. Unite, 27/10/2011, n. 4694).
Tale principio ha trovato ulteriore conferma nella più recente sentenza della Corte di Cassazione del 2013 che ha considerato pienamente integrato il reato di accesso abusivo al sistema informatico, la condotta del pubblico dipendente, impiegato della Agenzia delle entrate, che effettui interrogazioni sul sistema centrale dell’anagrafe tributaria sulla posizione di contribuenti non rientranti, in ragione del loro domicilio fiscale, nella competenza del proprio ufficio (Cass. pen. Sez. V, 24/04/2013, n. 22024 (rv. 255387)
Per quanto riguarda il luogo di consumazione del delitto, esso non deve essere considerato nel luogo fisico in cui vengono inseriti i dati idonei ad entrare nel sistema, bensì in quello dove materialmente è collocato il server che elabora e controlla le credenziali di autenticazione del cliente.
Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che “nel momento in cui l’utente dà l’invio all’esito alla digitazione delle credenziali, non fa cessare la propria condotta, ma la fa strumentalmente proseguire, ancorché smaterializzata, sino alla verifica all’ingresso delle misure di sicurezza logiche presenti sul server web, essendo queste che manifestano lo jus excludendi del dominus loci.”
Ed invero la Corte ha evidenziato che il server web violato “conserva sempre le informazioni dell’accesso o della permanenza del client, mantenendo la traccia sul proprio file log di tutte le attività compiute a partire dall’accesso sino alla sua uscita dal sistema; tra queste vi è il numero IP del client, la sua login, la data dell’accesso e le pagine visitate”. Per concludere la Corte di Cassazione ha sottolineato che tale aspetto “non è incompatibile con il concetto di collocazione spazio- temporale della condotta che caratterizza e si pone a fondamento della competenza per territorio. Invero, il progresso tecnologico ha determinato l’insorgere di nuovi luoghi di espressione della personalità dell’individuo tra cui vi è senz’altro il sistema informatico all’interno del quale il soggetto conserva dati personali la cui diffusione ha diritto ad impedire e a controllare l’utilizzo dei dati inseriti in banche dati” (Cass. pen. Sez. I, 27/05/2013, n. 40303 (rv. 257252)
November 08, 2013 admin Blog, Diritto Penale
Ultime novità in materia di Stalking
Proprio quando il Senato, in materia di stalking,si apprestava alla conversione, del Decreto Legge 14 agosto 2013 n.93 in Legge 15 ottobre del 2013 n.113, due donne sono state vittime di violenza da parte dei propri compagni. Ancora dunque due casi di femminicidio.
Il primo caso, si è verificato a Loano, siamo in provincia di Savona, dove un geometra di 55 anni, Paolo Moisello, spara alla moglie Stefania Maritano, vicesindaco di Borghetto Santo Spirito. La donna è stata uccisa, dal marito per gelosia, con un colpo alla testa, più precisamente sembra alla nuca. Successivamente il marito ha voltato la sua beretta calibro 9 verso di sé e si è ucciso.
Poche ore dopo, si consuma l’ennesima tragedia : nel viterbese un uomo di 65 anni ha ucciso la convivente a coltellate e successivamente ha confessato l’omicidio. La vittima si chiamava Anna Maria Cultrera, uccisa dal compagno Antonio Matuozzo con un coltello da cucina. I due si erano trasferiti da poco nel borgo viterbese, erano entrambi pensionati e avevano deciso di vivere nel tranquillo borgo di Barbarano Romano, Anna Maria non immaginava il triste epilogo .
Ma quali sono le novità introdotte dal Decreto Legge del 14 agosto 2013 n.93 e dalla successiva Legge di conversione del 15 ottobre 2013, n. 119?
L’articolo 612-bis è stato incluso nel novero dei reati di cui all’articolo 380 (Arresto obbligatorio in flagranza) del Codice di procedura penale.
Ai fini dell’arresto in flagranza è sufficiente che la polizia assista ad un singolo segmento della condotta di stalking (lo stalking essendo un reato abituale, è caratterizzato dalla reiterazione nel tempo degli atti persecutori , nella flagranza però basta esser colti nell’atto di commettere anche uno solo di tali atti).
Sempre per effetto della legge di Conversione la pena edittale massima prevista per lo stalking è aumentata da quattro a cinque anni di reclusione; ciò comporta che non potrà più procedersi con citazione diretta a giudizio, ai sensi dell’articolo 550 del Codice di procedura penale, ma dovrà svolgersi l’udienza preliminare sempreché il Pubblico ministero non richieda il giudizio immediato.
Va comunque precisate che nel caso in cui l’indagato si trovasse in stato di custodia cautelare, il giudizio immediato è obbligatorio. Quanto detto si applica per i reati di stalking perfezionatisi successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legge del 1 luglio 2013, n.78.
Il reato di stalking si considererà perfezionato al verificarsi di uno degli eventi previsti dall’articolo 612-bis ossia quando, alternativamente, nella vittima si realizza:
-un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
-un fondato timore per la propria incolumità;
– un’alterazione delle proprie abitudini di vita.
IRREVOCABILITA’ DELLA QUERELA
Il reato di stalking è punibile su querela della persona offesa, da proporsi non più entro tre mesi ma sei.
Si procederà d’ufficio quando il fatto venga commesso in danno ad un minore, ad un soggetto con disabilità di cui all’art. 3 della Legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché nei casi in cui il fatto venga commesso con altro delitto per il quale si debba procedere d’ufficio.
La querela sarà irrevocabile se lo stalking è stato commesso con minacce reiterate e aggravate. Inoltre è stato anche previsto che la remmissione della querela può essere solo processuale, cioè deve avvenire in udienza, dinanzi al giudice, che potrà così verificare la spontaneità della remissione stessa e l’assenza di eventuali coartazioni sulla vittima.
LE NUOVE AGGRAVANTI
Il reato di stalking risulta essere aggravato quando:
-è commesso dal coniuge, sia in costanza del rapporto matrimoniale che in caso di avvenuta separazione o divorzio. Prima del Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93, l’aggravante sussisteva solo in caso di separazione e divorzio e non quindi se il rapporto matrimoniale era ancora in corso al momento del fatto.
-è commesso da persona che è o sia stata legata alla persona offesa da una relazione affettiva; in tal caso invece la Legge di conversione ha esteso tale aggravante all’ipotesi in cui la relazione affettiva sia ancora in essere al momento del fatto non solo dunque all’ipotesi in cui la relazione affettiva era già cessata.
– è commesso con strumenti informatici o telematici, chiunque sia l’autore.
October 30, 2013 admin Blog, Diritto Penale
Bancarotta fraudolenta e documentale . Il Crack Giotto
In questo periodo assistiamo ad una serie infinita di fallimenti, da ultimo in ordine temporale è senza dubbio il crack della famosa catena di Megastore, Giotto, che sino a qualche anno fa era leader negli articoli di elettronica.
Ma che cosa s’intende esattamente Crack, e quali sono le conseguenze ?
Per Crack nel gergo popolare s’intende il fallimento di una società con la conseguente cessazione da ogni attività commerciale.
In breve quando viene dichiarato un fallimento oltre al deposito dei libri contabili presso le sedi commerciali parallelamente la comunicazione di cessata attività viene trasmessa per conoscenza alla procura penale al fine di verificare se sussistano o meno ipotesi di reato conseguenti .
Come avviene spesso, così come è emerso nel caso Giotto, la segnalazione si può trasformare in una vera e propria iscrizione nelle notizie di reato; viene così vagliata dagli inquirenti le ipotesi di reato attinenti .
Nel merito della fattispecie Giotto, l’ipotesi è quella della bancarotta fraudolenta e documentale per aver cagionato con dolo il fallimento della società Mediasonicroma Srl (dichiarato dal Tribunale di Roma il 15 dicembre 2010), proprietaria della nota catena di distribuzione Centro Giotto, specializzata in elettronica di consumo accumulando un debito che si aggira intorno ai 70 milioni di euro .
L’attività d’indagine condotta dalla procura di Roma ha portato allo stato, a 5 arresti domiciliari , e risulta ancora pendente poiché la ricostruzione delle vicende societarie è stata resa oltremodo difficile dall’assenza di libri e di scritture e documenti contabili, sottratti alla procedura fallimentare e soltanto in parte rinvenuta .