Source: http://www.confsal.it/page.aspx?IDCONT=2216
Timestamp: 2018-04-24 22:43:16+00:00
Document Index: 6506939

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5']

f Confsal - Confederazione Generale dei Sindacati Autonomi dei Lavoratori Confsal - Confederazione Generale dei Sindacati Autonomi dei Lavoratori
PRIVATO IMPIEGO
Posizioni della CONFSAL
ACCORDI INTERCONF. SISTEMA IMPRESA
PortierCassa
Giornali - Quotidiani
CONSIGLIO GENERALE CONFSAL
La legittima aspettativa dei cittadini
e dei lavoratori italiani
DAL RIFORMISMO ANNUNCIATO
ALLE “BUONE” RIFORME
Colleghe, Colleghi, amiche e amici,
questo nostro Consiglio Generale cade in un momento politico cruciale per le prospettive dell’Italia e dell’Unione Europea.
Il Governo Renzi il 30 settembre 2014, a sette mesi dal suo insediamento e a metà semestre a guida italiana dell’Unione Europea, ha presentato la “Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza”.
L’Esecutivo ha dovuto prendere atto della difficile situazione e delle preoccupanti prospettive dell’economia e dell’occupazione.
Nella Nota si evidenzia il rallentamento dell’economia globale e nazionale e le conseguenti stime a ribasso dei dati macro-economici, con il rischio reale di una duratura recessione e di “nuova” disoccupazione.
Il quadro economico, secondo le ultime stime a legislazione vigente, è il seguente: PIL -0,3 per il 2014 e 0,5 per il 2015; deficit (% sul PIL) –3,0 per il 2014 e –2,2, per il 2015; avanzo primario (% sul PIL) 1,7 per il 2014 e 2,3 per il 2015; debito (% sul PIL) 131,7 per il 2014 e 133,7 per il 2015; disoccupazione 12,6% per il 2014 e 12,6% per il 2015.
La previsione del quadro macroeconomico 2015 per effetto delle politiche governative è rappresentato dai seguenti dati: PIL 0,6%; deficit -2,9; avanzo primario 1,6; debito 133,4; disoccupazione 12,5%.
Il rapporto tra deficit e PIL è programmato a livello del 2,9% sotto la soglia del 3% prevista dai Trattati europei.
L’azzeramento del deficit strutturale è rallentato, tenendo presente la previsione dell’art. 5 del regolamento 1466/97 in presenza di riforme strutturali e circostanze straordinarie.
Nel 2015 è programmato un aggiustamento strutturale di 1 decimo di punto percentuale, non coincidente con lo 0,7% di PIL richiesto dall’Unione Europea.
Il raggiungimento dell’obiettivo di medio periodo è programmato per il 2017.
In sintesi, il rinvio dal 2015 al 2017 del pareggio di bilancio è giustificato dallo stato di recessione dell’economia e dal varo delle riforme strutturali.
Il Governo per:
- il sostegno alla crescita, attraverso le politiche di bilancio, ha individuato l’aumento degli investimenti, la riduzione dell’imposizione fiscale, il potenziamento dell’istruzione e della formazione e la corretta tenuta dei conti;
- il miglioramento della competitività ha previsto adeguate riforme strutturali rivolte a rimuovere gli impedimenti che bloccano il Paese da circa venti anni;
- la stabilità dei prezzi, pur essendo influenzata fortemente dalle politiche monetarie e creditizie della Banca Centrale Europea, ha espresso l’impegno necessario a livello nazionale ed Eurozona.
Il Governo, inoltre, per rilanciare la crescita e l’occupazione intende intervenire su:
- bonus permanente;
- nuovi ammortizzatori sociali;
- investimenti nella scuola;
- investimenti dei Comuni, in deroga al Patto di stabilità interno;
- riduzione del costo del lavoro.
Il Governo, infine, per aumentare la competitività punta sulle seguenti riforme prioritarie:
- giustizia civile;
- pubblica amministrazione;
- mercato del credito, per favorire il finanziamento alle imprese, con particolare riferimento a quelle piccole e medie;
- fisco e tributi, con la riduzione della imposizione fiscale sulle imprese e con il rafforzamento del contrasto all’evasione e all’elusione fiscale.
La Nota di aggiornamento, attraverso la nuova definizione del quadro macro-economico, certifica la situazione attuale e delinea, con una attendibile previsione, le difficili prospettive dell’economia e dell’occupazione.
Per la Confsal, la Nota di aggiornamento del 30 settembre costituisce una presa d’atto del Governo del peggioramento del quadro macro-economico, al quale oppone una politica debole nelle proposte sia sul fronte dei provvedimenti economico-finanziari, sia su quello delle riforme strutturali.
Se poi si prende in considerazione l’efficacia nel tempo medio-breve dell’azione del Governo, dal suo insediamento ad oggi, in circa otto mesi a livello interno e in quattro mesi a livello europeo, la nostra valutazione non può essere certamente positiva al di la del “velocismo”, in parte sterile, e dell’apprezzabile capacità comunicativa del premier Renzi.
La nostra Segreteria Generale, riunitasi il 23 settembre u.s., sulla base di una responsabile e autonoma valutazione dell’azione governativa, ha proposto a questo nostro Consiglio il tema: “La legittima aspettativa dei cittadini e dei lavoratori italiani – Dal riformismo annunciato alle “buone” riforme”.
Ancora una volta la Segreteria ha voluto far prevalere il primato dei destini del Paese legato ad un illuminato e concreto riformismo.
Questo, però, non vuol significare che nel tema non siano fortemente presenti le legittime e forti ragioni socio-economiche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.
Si tratta del tema centrale per cittadini, lavoratori, famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni.
In effetti è il tema che può consentire al Governo il varo in tempi utili delle riforme strutturali e la loro puntuale e corretta attuazione, indispensabili al Paese per tornare a crescere e per essere competitivo nel sistema economico-finanziario e produttivo globale.
A nostro avviso, il Documento “aggiornato” di Economia e Finanza 2014 è insufficiente rispetto ai provvedimenti indispensabili per colmare tutti gli spread, ovvero tutti i differenziali negativi, dell’Italia rispetto ai Paesi membri dell’Unione Europea e a quelli più avanzati del mondo, certificati in maniera convergente dai maggiori Enti internazionali e nazionali, come il FMI, OCSE, EUROSTAT, ISTAT, BCE e Banca d’Italia, che non sono certamente agenzie di rating “interessate”.
Il Consiglio Generale della Confsal, nell’ottobre 2012, aveva individuato, rispetto ai maggiori Paesi avanzati, ventidue fra i più pesanti svantaggi dell’Italia, quali:
- la pressione fiscale;
- l’evasione, l’elusione e l’erosione fiscale;
- l’iniquità fiscale;
- il caro-tariffe (luce, gas, etc.) e l’alta accisa sui carburanti;
- l’economia irregolare e il lavoro sommerso;
- il welfare incompleto e incompiuto;
- l’inadeguatezza degli investimenti pubblici e privati nella ricerca di base e applicata e nella innovazione tecnologica;
- l’alto costo dell’energia;
- il deficitario rapporto scuola-mondo del lavoro;
- la insufficiente spendibilità delle conoscenze e delle competenze, quali esiti della formazione iniziale, continua e ricorrente;
- la carenza e la disorganicità delle politiche industriali;
- la precaria sicurezza sul lavoro;
- i fondi europei non spesi;
- la corruzione e la criminalità organizzata;
- le carenze nella sicurezza sociale del cittadino;
- il degrado del territorio e dell’ambiente;
- l’invecchiamento della popolazione e il disequilibrio migratorio;
- i tempi lunghi della giustizia civile;
- l’alto costo della politica e della sua invadenza nella pubblica amministrazione;
- la revisione disorganica della spesa pubblica, con tagli lineari e irrazionali.
La Confsal, soprattutto, aveva sottolineato il grave spread dell’alta disoccupazione, con particolare riferimento a giovani e donne e alle aree deboli del Paese, e l’anomalia tutta italiana dell’alto costo del lavoro e delle basse retribuzioni nette per il peso eccessivo e insostenibile del cuneo fiscale.
A distanza di due anni, gli ultimi indicatori rappresentano una situazione complessiva in peggioramento.
E’ chiara la scarsa incidenza delle agende governative, evidentemente inadeguate, per liberare l’economia dagli svantaggi e rendere equa e corretta la finanza pubblica.
Questo non vuol dire che in questi ultimi anni i Governi della Repubblica siano stati inerti. Vuol, invece, significare semplicemente che sono stati poco incisivi e a volte incapaci di affrontare gravi e annose questioni sociali ed economiche.
Pertanto, il Governo Renzi, se vuole incidere positivamente sull’economia, sull’occupazione, sull’equità sociale e sul risanamento della finanza pubblica, deve allargare l’orizzonte del proprio intervento, portando a compimento il varo delle indispensabili riforme strutturali e una puntuale attuazione delle migliori recenti leggi vigenti.
Ma per far questo in “mille giorni”, il Governo deve dotarsi di una nuova progettualità politica da tradurre prontamente in un piano coordinato di riforme strutturali e funzionali e di interventi legislativi e amministrativi.
Il Documento di Economia e Finanza non sembra tenere nella dovuta considerazione la grave e duratura stagnazione-recessione economica del Paese, il preoccupante andamento della disoccupazione e il fenomeno della deflazione, da valutare anche in termini comparativi con gli altri Paesi dell’Unione Europea e più avanzati del mondo.
Tutti i fattori negativi che impediscono la crescita e la ripresa dell’occupazione devono entrare nell’Agenda governativa delle riforme strutturali e funzionali e dei necessari interventi legislativi e amministrativi.
Se questo è vero, non si può assolutamente affermare che l’Agenda del Governo Renzi, almeno al momento, corrisponda ad un progetto volto a colmare i maggiori gap del Paese.
A nostro parere, il Governo almeno deve:
- accelerare l’attuazione della riforma sul fisco per ridurre la pressione e l’evasione fiscale con la finalità di rendere equo il sistema tributario e trovare nuove risorse per gli investimenti pubblici produttivi;
- ridurre concretamente il cuneo fiscale;
- contrastare seriamente l’economia irregolare e il lavoro sommerso;
- sostenere l’istruzione, la formazione, la ricerca e l’innovazione con investimenti finanziari e attraverso la leva fiscale;
- aggiornare le politiche energetiche con l’obiettivo di ridurre sensibilmente il costo dell’energia e portarlo a livello dei maggiori Paesi del mondo;
- governare il livello dei prezzi pubblici e delle tariffe;
- rilanciare organiche politiche industriali e ambientali;
- realizzare una spending-review seria ed equa, senza ricorrere sempre a tagli lineari a ulteriore grave danno dei lavoratori pubblici e dei cittadini meno abbienti;
- combattere la corruzione e la criminalità.
Sulle suddette questioni prioritarie il Governo non sembra esprimere la dovuta ferma volontà politica, una illuminata lungimiranza, le necessarie competenze e soprattutto un profondo senso dell’equità sociale.
A nostro parere, il consuntivo di otto mesi di governo è complessivamente insufficiente, anche se questo non significa che in mille giorni di legislatura non si possa ancora intervenire con efficacia, abbandonando “pratiche ricorrenti inique”, come quella recente dell’aumento del gas-metano (+5,4%) e dell’elettricità (+1,7%) e dei prelievi statali in bolletta.
In Eurozona la via delle politiche moderatamente espansive non trova condivisione sufficiente, nonostante il peso politico della decisa posizione della Francia e della guida italiana del semestre europeo in corso.
Il Governo italiano, nonostante il riconosciuto impegno politico e relazionale del premier Renzi, non è riuscito ancora a far recepire da parte della governance europea le ragioni dell’Italia corrispondenti a fatti “certificati”, riguardanti il positivo avanzo primario, il rapporto deficit/PIL sotto il 3%, i consistenti aiuti ai Paesi membri in difficoltà per effetto della crisi, il basso profilo di rischio finanziario del debito pubblico e un’accettabile livello del debito privato.
In un contesto di stagnazione-decrescita economica e di deflazione anche le politiche monetarie in Eurozona della governance BCE dovrebbero trovare nel governo italiano, in special modo nel semestre in corso a guida italiana, una maggiore spinta nella direzione di un equilibrato rigore e di politiche “moderatamente espansive”.
In conclusione, in mille giorni si può fare tanto sul fronte interno e sul fronte europeo impegnando competenze del Governo e del Parlamento, con il coinvolgimento e il sostegno della società civile e dei corpi intermedi organizzati, inclusi i sindacati rappresentativi.
Però, c’è il reale rischio che si faccia poco, specialmente se non si coinvolgono realmente tutte le risorse e le energie del Paese.
Si rende indispensabile un’ampia condivisione progettuale e necessario il metodo relazionale dell’alta mediazione per poter realizzare in tempi utili quelle riforme “buone”, nelle quali si riconosca il Popolo italiano, ancor prima che pervenga l’apprezzamento, pur necessario, della governance europea, dei mercati, delle agenzie di rating e di tutte le Istituzioni internazionali.
La questione centrale per l’Italia è costituita dall’alta disoccupazione e dall’emergenza della creazione di posti di lavoro. Per riportare il tasso di disoccupazione al livello pre-crisi del 7% sarebbe necessario, nei prossimi 5 anni, creare 2 milioni di posti di lavoro (previsione CNEL).
La disoccupazione giovanile ha raggiunto il nuovo record del 43% e i giovani che non cercano lavoro raggiungono i 3 milioni.
A questa immane emergenza socio-economica e generazionale il governo risponde con un piano finanziario di 2,3 miliardi, di cui 1,5 miliardi per la legge “garanzia giovani” destinata a 200 mila unità e 800 milioni con il “bonus under 29” per 60 mila giovani.
Si punta sul bonus occupazionale, sul servizio civile, sui tirocini e sui percorsi di auto-impiego.
E’ evidente la sproporzione fra la portata del fenomeno e la debolezza dell’intervento.
In Italia non si è investito - e si continua a non investire - seriamente nel sistema integrato scuola-università-impresa.
In Germania il sistema duale (formazione-lavoro) è sostenuto con investimenti per 2 miliardi mentre l’Italia destina al sistema scuola-lavoro circa 6 milioni.
In Italia i fattori negativi dell’assenza di un incisivo sistema scuola-università-impresa e la grave carenza dei centri per l’impiego hanno contribuito non poco a determinare la disoccupazione giovanile al 43% nel momento in cui in Germania il dato corrispondente si attesta al 7,8%.
Eppure in Unione Europea in merito non mancano le indicazioni ai Paesi Membri basate su fondate teorie relative allo sviluppo dell’occupazione, nonché su esperienze positive dei Paesi “virtuosi”.
Recentemente si è espresso il Comitato Economico e Sociale Europeo-CESE sull’attuazione delle politiche dell’Unione Europea per l’occupazione giovanile, indicando campi di intervento strategici per creare:
- uno stretto ed efficiente legame fra istruzione e mercato del lavoro;
- il potenziamento del ruolo dei servizi pubblici per l’impiego;
- la diffusione della conoscenza degli strumenti necessari per incrementare la mobilità transnazionale dei lavoratori;
- l’investimento nell’educazione all’imprenditorialità;
- il monitoraggio e la valutazione degli interventi da realizzare in forma continua e/o ricorrente;
- il fondamentale ruolo delle Parti Sociali.
Il rapporto evidenzia opinioni non convergenti sull’influenza della regolamentazione del mercato del lavoro sulla creazione dei posti di lavoro.
Inoltre, l’Associazione degli industriali europei - Business Europe, individua nella competitività d’impresa e di sistema produttivo il fattore determinante per creare posti di lavoro in Unione Europea.
L’Associazione punta su:
- il miglioramento dell’accesso al credito, specialmente per le piccole e medie imprese;
- la riduzione del prezzo dell’energia;
- la riforma organica e coordinata del mercato del lavoro, del welfare e dell’istruzione;
- l’immediato avvio del piano di investimenti di 300 miliardi in tre anni, secondo la proposta del presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
A nostro avviso, il Governo italiano dovrebbe tenere nella massima considerazione le indicazioni del CESE e del Business Europe e soprattutto valorizzare alcune esperienze “importabili” del “modello tedesco”, quali il sistema formativo duale, l’istituto dei mini-jobs e il potenziamento della contrattazione aziendale, quest’ultimo con l’impegno responsabile delle parti sociali.
L’Esecutivo dovrebbe esaminare seriamente il rapporto OCSE 2014 in cui risulta che l’Italia, unico Paese dell’area dell’organizzazione, ha ridotto ancor più la spesa dell’istruzione.
Il Governo, inoltre, dovrebbe trarre elementi di seria riflessione dal fenomeno demografico - in particolare dai flussi migratori - che interessa l’Italia, sia in uscita che in entrata, in cui si rileva un grave impoverimento in termini di popolazione e del capitale umano spendibile per la ripresa della crescita economica e occupazionale.
Queste e altre sono le vere questioni emergenziali del Paese sulle quali i Governi italiani, incluso l’attuale, non si sono misurati con la dovuta determinazione e la necessaria lungimiranza.
Da questo importante punto di vista, a nostro avviso, non si riscontra la svolta attesa e “annunciata”.
Però, al Premier Renzi e al suo Governo va dato atto dell’impegno profuso e del coraggio dimostrato sulla proposta della riforma del mercato del lavoro.
Premesso che la Confsal, confortata dal FMI, dall’OCSE, dal CESE e dal recente rapporto CNEL del 30 settembre 2014, sostiene, fin dall’inizio della grande crisi economico-finanziaria, che la regolamentazione del mercato del lavoro sia soltanto uno dei tanti fattori di crescita e di sviluppo.
La Confsal, rispetto alla legge-delega di riforma del mercato del lavoro, si pone in piena autonomia e con il dovuto senso di responsabilità e, pertanto, rimane soprattutto interessata al sistema delle “nuove” tutele e dei modelli contrattuali, pensati in relazione alla grave situazione occupazionale del Paese.
La Confsal ha sempre sostenuto:
- l’universalità dei diritti dei lavoratori;
- l’uniformità degli standard contrattuali.
Pertanto, coerentemente abbiamo sempre proposto:
- la semplificazione e la razionalizzazione dei modelli contrattuali, puntando sulla stabilità del rapporto di lavoro e su una sana flessibilità;
- l’eliminazione del precariato e il superamento dei co.co.pro, delle false partite IVA e delle finte collaborazioni;
- il potenziamento dell’avviamento al lavoro con efficaci politiche attive (formazione, ecc.);
- l’universalità degli ammortizzatori sociali legati alla formazione (politiche attive);
- una seria normativa sulla flessibilità in uscita del mercato del lavoro.
Il 9 ottobre 2014 il Senato ha approvato, con voto di fiducia, la legge-delega sulla revisione della normazione del mercato del lavoro, i cui contenuti si possono sintetizzare nei seguenti punti:
- l’introduzione del nuovo contratto a tutele crescenti e della promozione del contratto a tempo indeterminato con la previsione di incentivazione contributiva per le imprese;
- il licenziamento per motivi economici prevede il solo indennizzo; per i casi disciplinari, nei decreti delegati verranno definite le fattispecie di reintegro e per i casi discriminatori resta la prima tutela reale, il reintegro;
- per gli ammortizzatori sociali si prevede un meccanismo standard per la concessione e l’universalizzazione e l’estensione dell’Assicurazione sociale per l’impiego (ASPI);
- per il demansionamento dei lavoratori in caso di crisi aziendale si prevede l’inquadramento con modifiche vincolate;
- per i controlli tecnologici è garantita la tutela della riservatezza;
- si costituisce una struttura, l’Agenzia Occupazione, per ASPI e servizi per l’impiego;
- si prevede un unico Ente (Agenzia controlli) per coordinare le ispezioni del lavoro;
- per la ricollocazione dei lavoratori si prevedono agenzie retribuite a condizione che il disoccupato venga reinserito;
- l’estensione dei termini per la tutela della maternità e l’introduzione della possibilità di cedere le ferie.
Pertanto, la legge delega “jobs act” comprende la riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali.
La legge, infatti, prevede:
- il contratto a tutele crescenti, che consente la riduzione delle tipologie contrattuali e migliora la stabilità del rapporto di lavoro;
- il minor costo del contratto a tempo indeterminato;
- la cancellazione dei contratti precari (co.co.pro. e lavoro a chiamata);
- il sussidio di disoccupazione universale.
Per la Confsal la vera sfida è costituita dal contrasto al precariato e dalle tutele concrete che scattano quando si è fuori dal mondo del lavoro.
La nuova configurazione dell’articolo 18 approvata al Senato, comparata al vecchio art. 18 dello statuto dei lavoratori, che prevedeva reintegro e risarcimento, e al più recente testo vigente della legge “Fornero”, con la gradazione di sanzioni, può essere valutata quale graduale arretramento di tutele.
La Confsal ha sempre valutato complessivamente le leggi dello Stato in relazione alla ratio e agli obiettivi.
Pertanto, la Confsal, pur non riconoscendo nell’articolo 18, sia nella formulazione originale sia in quella della legge “Fornero”, un elemento ostativo allo sviluppo occupazionale e, conseguentemente, non avendone mai chiesto l’abolizione o la modifica, ritiene che la previsione di legge del jobs act sui licenziamenti sia migliorabile, almeno in alcuni punti, alla Camera e possa essere democraticamente accettata.
E’, però, certo che se la vecchia formulazione dell’articolo 18 ha frenato sviluppo e dimensione delle piccole-medie aziende fino a 15 dipendenti, la formulazione “Fornero” non poteva risolvere il problema e ha creato contenzioso aggiuntivo.
La Confsal auspica:
- il miglioramento del testo della legge-delega attraverso l’apporto critico-propositivo delle confederazioni sindacali rappresentative, in sede di audizioni parlamentari;
- la definizione di decreti attuativi puntuali e chiari che consentano un’applicazione equa delle nuove tutele e una riduzione del contenzioso in tutti i casi di licenziamento, sia per motivi economici che disciplinari e discriminatori.
Il nostro compito, pertanto, sarà quello di vigilare e proporre miglioramenti al testo di legge, affinché la riforma del mercato del lavoro “Renzi” sia la migliore possibile nell’attuale critico momento occupazionale e sociale.
C’è anche da considerare che la legge-delega jobs act ha incassato la valutazione positiva del segretario generale dell’OCSE Gurria, dell’ex presidente della BCE Trichet e di altre autorità internazionali.
La valutazione positiva della legge riguarda soprattutto le politiche attive, dalla costituzione dell’agenzia per l’impiego nazionale agli ammortizzatori sociali universali, legati alla formazione, e alla riduzione e semplificazione dei modelli contrattuali che dovrebbero portare maggiore stabilità del rapporto di lavoro.
Tutti questi aspetti sono stati proposti e rivendicati dalla Confsal, a seguito di puntuali deliberazioni dal nostro Consiglio Generale.
Ma su questo punto il nostro compito non è finito!
Anzi, a nostro avviso sono maturi i tempi perchè la governance dell’Unione Europea tenti la via dell’armonizzazione delle regole sul mercato del lavoro in un possibile “job compact”.
Pensiamo alla sperimentazione e alla valorizzazione delle migliori “buone” pratiche europee come:
- l’alternanza scuola-lavoro e il modello dell’apprendistato in Germania;
- la collaborazione pubblico-privato dei job center in Inghilterra;
- il sistema di impiego dei lavoratori in esubero nei lavori socialmente utili in Francia.
L’Eurozona, e in parte il resto dell’Unione Europea, con un job compact potrebbero fare il “salto” e finalmente occuparsi maggiormente di crescita e occupazione e quindi dei cittadini e dei lavoratori europei.
La proposta governativa della liquidazione in busta paga del trattamento di fine rapporto - TFR ci induce ad una prima valutazione.
Innanzitutto va chiarito che le risorse finanziarie accantonate o da accantonare per il TFR sono dei lavoratori e, pertanto, il Governo non può far passare la liquidazione in busta paga del TFR per un “nuovo” bonus.
Chiarito questo fondamentale aspetto giuridico-finanziario, la Confsal valuta l’ipotetica operazione alquanto complessa, con il rischio reale di rivelarsi fiscalmente iniqua per i lavoratori e prevedibilmente insostenibile per le imprese, con particolare riferimento alle piccole e medie.
Infatti, il TFR è soggetto a tassazione separata con aliquote che vanno dal 23 al 26%, mentre con il semplice passaggio in busta-paga sarebbe soggetto a tassazione ordinaria con aliquote decisamente maggiori.
Le imprese, specialmente quelle piccole e medie, anticipando il TFR ai lavoratori, avrebbero problemi di liquidità e di accesso al credito.
Si presenta, inoltre, la questione di difficile soluzione riguardante i lavoratori che, dal 2008 in poi, hanno trasferito gli accantonamenti della liquidazione al proprio fondo di previdenza integrativa, nella prospettiva di un migliore trattamento pensionistico.
Infine, i lavoratori del pubblico impiego, considerata la finanza precaria dello Stato e delle Istituzioni pubbliche, potrebbero venire esclusi dal provvedimento, con l’aggravante dei due diversi regimi del TFR e del TFS (trattamento di fine servizio).
La considerazione di questi ed altri elementi di complessità ci induce a valutare l’operazione di TFR proposta dal Governo di difficile realizzazione e probabilmente di dubbia costituzionalità per il pubblico impiego, che già subisce disparità di trattamento rispetto al settore privato sull’anticipo TFR e sul differimento e la rateizzazione della liquidazione finale.
Comunque, se in merito perverrà la proposta organica del Governo, la valuteremo sul piano tecnico-giuridico.
Sul piano politico la Confsal ritiene che una proposta “ammissibile” dovrebbe prevedere il TFR in busta paga per tutti i lavoratori, privati e pubblici, su base volontaria e senza prelievo fiscale aggiuntivo. Mentre per le imprese andrebbe pensato un canale finanziario alternativo, senza oneri aggiuntivi, con la partecipazione delle banche.
A nostro parere, il Governo più che impegnarsi sulla proposta TFR di difficile formulazione, dovrebbe orientarsi a liberare gradualmente le retribuzioni dei lavoratori dipendenti dall’oppressione fiscale.
C’è anche da dire che il sistema TFR costituisce un elemento fondamentale di educazione al risparmio e all’investimento per i lavoratori, a parte l’opportunità utilizzata dall’impresa di investire il fondo in azienda per il suo sviluppo.
Il basso potere d’acquisto dei dipendenti privati e pubblici costituisce effettivamente la questione centrale della caduta della domanda interna e della recessione economica.
In regime di inflazione controllata dalla BCE, il recupero del potere di acquisto dei lavoratori può avvenire attivando la via fiscale, seppur gradualmente e nei limiti della sostenibilità finanziaria, e/o rinnovando i contratti di lavoro triennali scaduti, sia nella parte normativa che in quella economica.
In Italia, già da anni, non si percorre la via fiscale e la maggior parte dei contratti del settore privato e dei servizi pubblici privatizzati non si rinnova e, caso unico in Europa, i contratti del pubblico impiego sono bloccati al 31/12/2009, da ben cinque anni.
Il Censis ha pubblicato alcuni dati socio-economici che dovrebbero far riflettere Politica, Istituzioni e Paese Reale.
In estrema sintesi, gli Italiani hanno rivelato che:
- il 33% è o si sente povero;
- il 70% non si sente tutelato dal welfare;
- il 44% risparmia forzatamente per fronteggiare i rischi sociali (malattia, perdita del lavoro, spese impreviste);
- il 36%, nei sette anni di crisi, ha optato per la liquidità e i depositi bancari, che sono sensibilmente aumentati.
Questi ed altri dati del rapporto Censis sono eloquenti e la Confsal ne è profondamente consapevole.
Infatti, recentemente l’11 settembre scorso, attraverso l’editoriale del settimanale della nostra confederazione, abbiamo analizzato i termini economici e rivendicativi di una situazione insostenibile che si trascina ormai da lungo tempo.
A distanza di un mese e mezzo i dati sono peggiorati, se è vero che i dipendenti con il contratto scaduto ammontano al 65% e nella pubblica amministrazione al 100%.
Allora la Confsal dichiarò la mobilitazione di tutti i lavoratori del privato e del pubblico impiego.
Le nostre Federazioni hanno organizzato manifestazioni nazionali e territoriali e hanno avviato molte iniziative di coinvolgimento dei lavoratori.
Ricordo, fra le più recenti, per il settore pubblico, la raccolta di firme degli operatori della scuola, in relazione a un manifesto rivendicativo, da parte dello Snals-Confsal e la manifestazione rivendicativa dell’11 ottobre u.s. tenutasi in Roma organizzata dall’Unsa-Confsal.
Nel settore privato le situazioni più preoccupanti interessano l’agricoltura, il trasporto pubblico locale, nell’ambito del quale si sono tenute ricorrenti azioni di astensione dal lavoro proclamate dalla Fast-Confsal, nonché le banche con il contratto di lavoro scaduto e in regime di proroga fino al 31 dicembre p.v..
Sull’impegno finanziario dello Stato per le retribuzioni del personale dal 2010 al 2013 va evidenziato il calo della spesa in ragione del 4,5%.
Fra blocco dei rinnovi contrattuali e blocco del turn over gli statali perdono complessivamente 8 miliardi di euro, che tradotti pro quota sono 5 mila euro annui a testa.
L’impegno finanziario è passato da 172,5 miliardi del 2009 ai 164,7 miliardi del 2013, tornando ai livelli del 2007.
La spesa pubblica complessiva, sempre dal 2010 al 2013, è passata da 811,5 a 827,1 miliardi.
Gli investimenti pubblici dal 2010 al 2013 sono diminuiti, passando da 66,6 a 57,6 miliardi.
Il rapporto fra l’ammontare delle retribuzioni, in diminuzione, la spesa complessiva, in aumento, e gli investimenti pubblici, in diminuzione, costituisce un inaccettabile scandalo a danno dei pubblici dipendenti e della qualità e della quantità dei servizi pubblici erogati.
La perdita di posti di lavoro per effetto della crisi ha assorbito le risorse, derivanti dalle economie di bilancio del settore pubblico che sono state indirizzate per affrontare le emergenze, tra le quali gli ammortizzatori sociali ordinari e in deroga.
Tutto questo ha penalizzato i dipendenti pubblici con una consistente perdita reale sulle retribuzioni e sulle future pensioni, quale effetto del blocco dei rinnovi contrattuali, e ha creato un precariato di 300 mila unità e determinato un’età media degli occupati che si attesta intorno ai 60 anni per effetto del blocco del turn over.
La grave situazione del pubblico impiego non sembra costituire una priorità del Governo che tra l’altro continua a classificare “riforma” incentrata sul fattore umano e professionale il decreto legge “Madia” del 24 giugno 2014, n° 90.
Il Ministro della Pubblica Amministrazione e innovazione continua a sostenere, tra l’altro, che il provvedimento ha:
- avviato il ricambio generazionale nelle pubbliche amministrazioni (art. 1);
- flessibilizzato il turn over (art. 3);
- sbloccato l’annoso problema della mobilità obbligatoria e volontaria (art. 4);
- normato con equilibrio il demansionamento (art. 5).
A nostro avviso il decreto 90/2014 non avrà alcun effetto concreto per il miglioramento della Pubblica Amministrazione e penalizzerà, invece, ulteriormente i pubblici dipendenti.
Il ricambio generazionale non è percepito all’interno delle pubbliche amministrazioni e dall’utenza.
Il turn over continua a produrre i suoi effetti sull’invecchiamento del personale e sul maggior onere della prestazione dei dipendenti “superstiti”.
La nuova mobilità regolata con norme pubblicistiche rigide e inique al momento non trova ancora applicazione con normativa privatistica.
Il demansionamento tende a demotivare il personale e prevedibilmente abbasserà il livello qualitativo e quantitativo delle prestazioni.
Va riconosciuto, però, che con il decreto 90/2014, il Governo ha centrato due “facili” obiettivi concreti:
- ha penalizzato ulteriormente i lavoratori pubblici, sul piano economico con la mancata previsione del rinnovo dei contratti e sul piano normativo con un’incursione legislativa in materia negoziale, come quella sulla mobilità e sulle mansioni;
- ha ridotto drasticamente le prerogative sindacali, non tanto per far cassa considerata l’esigua economia di bilancio realizzata, ma per penalizzare anche i rappresentanti dei lavoratori pubblici.
Il governo Renzi, fin dal suo insediamento, non ha tenuto in alcuna considerazione il profondo disagio dei lavoratori del pubblico impiego maturato in anni di ricorrenti penalizzazioni, derivanti da tagli lineari e irrazionali.
Ma il premier Renzi con il suo Esecutivo dovrebbe essere almeno consapevole che così facendo riduce l’esercizio di primarie funzioni pubbliche e l’erogazione di servizi pubblici essenziali per i cittadini, soprattutto i meno abbienti.
La Confsal auspica che il Governo:
- apra immediatamente i negoziati per il rinnovo dei contratti trovando previamente con la legge di stabilità un’adeguata copertura finanziaria, anche attraverso l’eliminazione di sprechi facilmente individuabili, come le consulenze esterne;
- trovi le risorse sufficienti per riconoscere gli scatti di anzianità e le progressioni di carriera del personale pubblico interessato, come quello dei comparti scuola, pubblica sicurezza e protezione civile.
Ribadiamo che la copertura finanziaria per le due operazioni deve obbligatoriamente trovare la soluzione in sede di legge di stabilità 2015.
Ricordo, inoltre, che sul blocco quinquennale dei rinnovi contrattuali e del turn over, la Confsal, con le sue Federazioni interessate, ha sollevato la questione davanti alla Corte Costituzionale per gli effetti penalizzanti riguardo al maggior onere delle prestazioni, alle retribuzioni e alle pensioni.
Certamente la legge di stabilità 2015 potrà dare le dovute risposte concrete alle legittime aspettative dei lavoratori pubblici.
Rimanendo nel settore del pubblico impiego, con il nostro notiziario sindacale n° 46 del 26 settembre scorso, abbiamo reso noto i termini, alquanto problematici, del negoziato aperto all’Aran in materia di assenza dal servizio per malattia, di permessi per l’esercizio del diritto allo studio e di congedo parentale.
La nostra posizione si può sintetizzare in poche parole: condivisione dell’obiettivo dell’eliminazione delle disparità di trattamento, non giustificate dalle riconosciute specificità professionali dei dipendenti dei diversi comparti, con esclusione però di ingiustificati arretramenti normativi per ragioni di compensazioni finanziarie.
Nella scorsa settimana si sono tenuti due altri importanti incontri all’Aran con le confederazioni sindacali rappresentative: uno per il rinnovo delle RSU nei comparti di contrattazione collettiva e un altro sull’Accordo Quadro per la costituzione delle RSU per il personale delle aree dirigenziali e per la definizione del Regolamento elettorale.
L’esito degli incontri, riportato nel notiziario Confsal n. 50 del 14 ottobre u.s., si può sintetizzare in due punti:
- per i comparti le elezioni delle RSU dovrebbero avvenire il 4-5-6 marzo o il 3-4-5 marzo 2015, con il termine ultimo per la presentazione delle liste fissato al 3 febbraio o al 2 febbraio 2015. Le elezioni, a normativa pubblicistica e privatistica vigente, dovrebbero avvenire negli attuali dieci comparti e tre enti;
- per le aree dirigenziali, nell’attuale situazione normativa privatistica, non si può ipotizzare l’indizione delle elezioni RSU.
Per il rinnovo delle RSU nei comparti, ai fini della definizione e sottoscrizione del Protocollo relativo al calendario delle votazioni, l’ARAN ha fatto pervenire alle nove confederazioni sindacali rappresentative la convocazione del prossimo incontro fissato per martedì 28 ottobre 2014.
Se sarà sottoscritto il Protocollo, come è probabile, scatterà il calendario ufficiale degli adempimenti.
Pertanto, dobbiamo essere già tutti impegnati a preparare l’importante evento elettorale dal quale - come è noto - dipende, al 50%, la rappresentatività e la rappresentanza sindacale.
Colgo l’occasione per ricordare che al 31 dicembre 2014 si definiscono e si certificano, in sede ARAN, i dati delle deleghe che concorreranno con il peso del 50% per il calcolo della rappresentatività e rappresentanza sindacale nazionale.
Nei prossimi due mesi le Federazioni si impegneranno a “far lavorare”, entro il 31/12/2014, da parte delle pubbliche amministrazioni, le deleghe rilasciate nell’ultimo periodo dell’anno.
Altra riforma prevista nel Documento di Economia e Finanza è quella della scuola.
La Confsal, con lo Snals-Confsal, si riserva di fare le proprie valutazioni allorquando si conoscerà il progetto organico del Governo e al momento dichiara di puntare decisamente su:
- la stabilizzazione del personale e l’introduzione di un organico funzionale pluriennale;
- gli investimenti indispensabili per recuperare il gap italiano del rapporto spesa per l’istruzione/PIL nei confronti dei maggiori paesi dell’Eurozona;
- il rinnovo del contratto, sia nella parte normativa che in quella economica, quale condizione essenziale per poter chiedere il protagonismo del personale della scuola nell’attuazione della riforma.
Anche sul fronte scuola la legge di stabilità 2015 rivelerà le reali intenzioni governative, al di là degli annunci ricorrenti.
Riguardo alla riforma della giustizia, la Confsal è convinta che soltanto il recupero dello “spirito del dialogo” fra Governo, Parlamento, Magistratura e Avvocatura, potrà consentire di realizzare l’importante progetto e tradurlo così in un impianto funzionale a:
- il miglioramento dell’efficienza, inclusa la riduzione dei tempi, del servizio-giustizia;
- l’equilibrata difesa del ruolo della giurisdizione;
- lo status e l’autonomia dei magistrati.
Riguardo alle pensioni il Governo dovrebbe tenere in grande considerazione il decrescente potere d’acquisto delle stesse.
Dal 2008 il potere di acquisto delle pensioni ha perduto in media 1440 euro annui e 120 euro medi al mese.
Il fisco penalizza pesantemente il pensionato italiano.
La comparazione del prelievo fiscale a carico dei pensionati italiani e dei pensionati dei maggiori Paesi dell’Unione Europea risulta nettamente a svantaggio dei nostri pensionati.
Oggi, circa 7 milioni di pensionati percepiscono una pensione sotto i 1000 euro.
Pertanto si rendono necessari due interventi, uno con l’indicizzazione-rivalutazione e un altro con il graduale sgravio fiscale.
Ma si deve pensare anche alle pensioni future, pure per gli effetti negativi della riforma “Fornero” al fine di:
- eliminare le evidenti ingiustizie fra lavoratori pensionandi, come quella del personale della scuola a quota 96;
- rendere più flessibili le uscite dal lavoro, prevedendo eque penalizzazioni per quelle anticipate;
- intervenire concretamente con la leva fiscale per favorire l’ampliamento della previdenza complementare.
Come è noto il premier Renzi, nella prima settimana di ottobre, ha “sfidato” i sindacati sulla legge per la rappresentatività e la rappresentanza sindacale, sul potenziamento della contrattazione decentrata e sul salario minimo.
La Confsal ha colto la sfida con l’auspicio che non sia uno sterile e strumentale annuncio.
Riguardo alle prime due questioni, peraltro connesse, la Confsal ha risposto prontamente con l’editoriale pubblicato sul nostro settimanale n. 34 del 20 ottobre, in linea con quanto ricorrentemente deliberato da questo Consiglio Generale.
Abbiamo chiesto l’apertura di un tavolo di confronto a Palazzo Chigi fra Governo e tutte le parti sociali rappresentative, stigmatizzando la recente esclusione dal tavolo del 7 ottobre scorso tenuto con alcune confederazioni, ed escludendone altre, tra le quali la Confsal.
Sul salario minimo, la Confsal si è riservata di assumere una posizione chiara in sede di confronto. Comunque, a nostro avviso, i minimi retributivi in Italia sono stabiliti dai contratti per circa l’85-90% dei lavoratori del settore privato.
E’ evidente che il problema riguarda soltanto il 10-15% dei lavoratori.
La Confsal ritiene da sempre che la via contrattuale sia da privilegiare e possibilmente da estendere alla totalità dei lavoratori.
Il legislatore, invece di sottrarre materia negoziale alla contrattazione, potrebbe fare cosa buona e utile ascoltando le Parti Sociali rappresentative, in un moderno modello di relazioni industriali, da pensare e regolare in rapporto all’attuale e prospettica situazione socio-economica e occupazionale.
La Confsal – è bene ribadirlo – non ha mai apprezzato la “vecchia” concertazione, i cui risultati erano inevitabilmente influenzati dal collateralismo politico, che frequentemente scadeva in una discutibile “cogestione”.
Per noi, la concertazione è stata sempre, e lo è maggiormente ora, una assunzione di responsabilità di fronte a obiettivi e percorsi condivisi.
Sul piano del metodo relazionale, la nostra confederazione ha fatto sempre seguire ad ogni critica motivata la corrispondente proposta.
Per la Confsal la distinzione dei ruoli istituzionali è stata sempre chiara e praticabile nella piena autonomia delle Istituzioni e delle Parti Sociali.
Però, oggi, non possiamo accettare la riduzione del ruolo sociale del Sindacato e tantomeno il ridimensionamento della sua funzione, come rigettiamo con sdegno il metodo antidemocratico dell’esclusione discriminatoria.
La Costituzione italiana, che ognuno dovrebbe conoscere, garantisce il pluralismo sindacale e la democrazia economica.
Pertanto, ci aspettiamo dal Governo un radicale cambiamento del metodo nella tenuta delle relazioni industriali e sindacali.
La legge di stabilità 2015 varata il 15 ottobre scorso dal Consiglio dei ministri non potrà incidere più di tanto sulla crescita economica e occupazionale del Paese, perché non tiene nella giusta considerazione l’andamento dei consumi e della domanda interna.
La sua debole architettura origina da:
- un’attuazione del fiscal-compact secondo l’attuale flessibilità “possibile” e pertanto largamente insufficiente;
- una previsione attendibile di entrata finanziaria per il 2014 derivante dalla lotta all’evasione fiscale che non si discosta dagli esiti degli ultimi anni;
- una spending review basata su interventi strutturali che, a parte gli annunci del Governo e del commissario straordinario Carlo Cottarelli, non decolla, almeno sul piano organico, e per questo non può garantire le indispensabili consistenti economie di bilancio;
- un Documento di Economia e Finanza - DEF 2015 che elenca semplicemente riforme lontane dalla definizione, dall’approvazione e dall’attuazione, come quelle del mercato del lavoro, della giustizia civile, dell’istruzione, della pubblica amministrazione e del fisco e che annuncia stanziamenti insufficienti per il bonus permanente, per i nuovi ammortizzatori sociali e per la scuola, nonché esigui investimenti dei Comuni in deroga al patto di stabilità interno.
Una legge di stabilità che non trova adeguate risorse nelle maggiori entrate, per il permanere dell’alta evasione, elusione ed erosione fiscale, e nelle minori spese per la mancanza di una seria e organica revisione strutturale della spesa pubblica e per l’incapacità politica e tecnica di ridurre gli sprechi e perseguire le ruberie, non può non ricorrere ad uno spazio di manovra derivante dalla previsione di un maggior deficit che nel 2015 passa dal 2,2% al 2,9% per un valore di 11 miliardi.
Su questi presupposti nasce una legge di stabilità 2015 per 36 miliardi, che si finanzia per circa il 30% con un maggior deficit e che non prevede:
- la riduzione dell’imposizione fiscale per lavoratori, pensionati e famiglie, con il rischio reale che aumenti ulteriormente la pressione fiscale complessiva;
- una seria revisione e razionalizzazione della spesa strutturale con la possibilità concreta di destinare risorse derivanti dalle economie ai capitoli di spesa strategici;
- il rinnovo dei contratti dei lavoratori pubblici scaduti da 5 anni o almeno il rispetto degli impegni assunti nei contratti in prorogatio (scatti e progressione di carriera).
La legge di stabilità 2015 si configura come una “manovra debole” rispetto alla crescita economica e occupazionale e “iniqua” per lavoratori, pensionati e famiglie.
Comunque, la previsione della spesa, tra l’altro, riguarda:
- la stabilizzazione del bonus IRPEF, per un valore di 9,5 miliardi;
- l’eliminazione della componente lavoro dal valore di produzione su cui le imprese calcolano l’IRAP, per un valore di 5 miliardi;
- il finanziamento della riforma degli ammortizzatori sociali, secondo il jobs act, per 1,5 miliardi;
- l’azzeramento dei contributi per i contratti a tutele crescenti per i neo-assunti, per 1,9 miliardi;
- la stabilizzazione dei precari della scuola, per 0,5 miliardi;
- la ricerca, per 0,3 miliardi;
- investimenti in opere pubbliche dei Comuni esentati dall’osservanza del Patto di stabilità interno, per il valore di 1 miliardo;
- detrazioni per famiglie numerose, per il valore di 0,5 miliardi;
- spese indifferibili (5 per mille, missioni), per 6,9 miliardi;
- emergenze contabili, per 3,4 miliardi;
- la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia Governo Letta, per 3 miliardi.
La copertura finanziaria si può sintetizzare nei seguenti punti:
- lotta all’evasione, per 3,8 miliardi;
- maggiori entrate varie (rendite), per 3,6 miliardi;
- revisione della spesa (ministeri, regioni, comuni e province), per 15 miliardi;
- deficit, per 11 miliardi.
La Confsal analizzerà e valuterà compiutamente i contenuti della legge di stabilità 2015 allorquando sarà pubblicato il testo ufficiale.
Altresì valuterà:
- il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2015;
- il bilancio pluriennale per il triennio 2015/2017.
Al momento riteniamo, in base agli elementi acquisiti, di poter sostenere che la manovra 2015:
- non migliorerà il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che, al contrario, sarà soggetto ad un’ulteriore e graduale erosione, nonché il reddito disponibile delle famiglie;
- non inciderà positivamente sull’andamento dei consumi e conseguentemente non potrà sostenere la domanda interna e determinare l’aumento delle commesse indirizzate alle imprese.
La riduzione dell’IRAP e l’incentivazione contributiva dei contratti a tempo indeterminato, non potranno incidere più di tanto sulle politiche occupazionali di sistema e sul numero delle future assunzioni delle imprese prive di commesse aggiuntive e quindi in assenza di sviluppo industriale e commerciale.
In merito alla copertura finanziaria è evidente che non si può:
- aumentare l’entrata relativa al contrasto all’evasione se non si accelererà l’approvazione dei decreti attuativi della riforma del fisco e si continua a depotenziare le Agenzie fiscali e la Guardia di finanza;
- tagliare la spesa pubblica in assenza di un progetto organico, razionale e incisivo, di una vera spending review strutturale, senza ridurre l’erogazione dei servizi pubblici essenziali, come la sanità;
- non prevedere una copertura finanziaria per un terzo in deficit, rischiando di incorrere nella richiesta di “correzioni” da parte della governance dell’Unione Europea.
In conclusione la Confsal valuta la proposta governativa sulla manovra finanziaria 2015 socialmente iniqua e debole in funzione della crescita economica e occupazionale e, pertanto, auspica che il Parlamento intervenga con modifiche sostanziali.
Certamente non possiamo sostenere che la proposta di legge finanziaria abbia “caratteristiche espansive” come sostengono alcuni autorevoli membri dell’Esecutivo, e neanche possiamo condividere il severo giudizio di manovra “recessiva” di altri soggetti sindacali rappresentativi.
Noi riteniamo semplicemente che la manovra rischia di essere ininfluente per la mancanza del necessario equilibrio negli interventi su potere d’acquisto e impresa, quell’equilibrio che dovrebbe recuperare in iter parlamentare.
La Confsal ha sempre privilegiato la via della proposta politica e anche in questa occasione la seguirà nelle prossime audizioni parlamentari, nel tentativo di indurre il Parlamento a rendere la manovra più equa per lavoratori, pensionati e famiglie e maggiormente funzionale agli obiettivi della crescita economica e dell’occupazione.
Inoltre, la Confsal, tra l’altro, si prefigge di centrare due obiettivi specifici:
- il rinnovo dei contratti del pubblico impiego;
- la risoluzione delle tante crisi industriali, come quelle degli Stabilimenti di Termini Imerese, delle Acciaierie di Terni e dell’ILVA di Taranto, esposta alla procedura di infrazione europea.
Ora, al Consiglio è affidata, come sempre, la valutazione politica sull’operato della Segreteria Generale e su prospettive, obiettivi e modalità della nostra azione politico-sindacale di breve-medio periodo.
E al Consiglio, a seguito del dibattito - che ci auguriamo partecipato e propositivo -, è affidata la stesura e l’approvazione della mozione finale.
Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti voi buon lavoro.
W la Confsal!
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