Source: http://www.gris-rimini.it/documenti/vari/liberta_religiosa/zenit_10012007.php
Timestamp: 2020-07-13 08:32:29+00:00
Document Index: 183297405

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 40', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 22', 'art. 23', 'art. 11', 'art. 86', 'art. 556']

Sei in: Documenti - vari - libertà religiosa - zenit 10 gennaio 2007
Zenit 10 01 2007
ROMA, mercoledì, 10 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato da monsignor Giuseppe Betori, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), durante l’audizione informale tenutasi il 9 gennaio alla Camera dei Deputati e relativa alle proposte di legge C. 36 e C. 134 recanti “Norme sulla libertà religiosa e abrogazione della legislazione sui culti ammessi”
Monsignor Betori era accompagnato dal professor Venerando Marano, docente di diritto ecclesiastico e Direttore dell’Osservatorio giuridico della stessa CEI.
Il disegno riformatore che le proposte in esame intendono realizzare deve essere valutato alla luce di alcuni principi ed esigenze che possono favorire una elaborazione condivisa. In primo luogo si avverte la necessità, per la Chiesa cattolica chiaramente affermata dalla dichiarazione conciliare “Dignitatis humanae” e dal successivo magistero, di assicurare il pieno rispetto della libertà religiosa, esigenza insopprimibile della dignità di ogni uomo e pietra angolare dell’edificio dei diritti umani, fattore insostituibile del bene delle persone e di tutta la società. La garanzia del fondamentale diritto di libertà religiosa in tutte le sue dimensioni, non ultima quella propriamente istituzionale, costituisce la condizione per una pacifica convivenza e per una corretta laicità.
In base alle considerazioni svolte, alcune soluzioni adottate nelle proposte in esame appaiono sostanzialmente condivisibili. Fra queste, si può richiamare anzitutto la riaffermazione del principio secondo cui la libertà di coscienza e di religione è garantita a tutti “in conformità alla Costituzione, alle convenzioni internazionali sui diritti inviolabili dell’uomo e ai principi del diritto internazionale internazionalmente riconosciuti”. Un’analoga valutazione positiva riguarda le disposizioni finali, sia quelle che prevedono l’abrogazione della legislazione sui culti ammessi (art. 41), sia quelle che riaffermano chiaramente la vigenza degli accordi in atto tra la Repubblica e la Santa Sede (Concordato) e tra lo Stato e talune confessioni religiose (Intese) (art. 40). Anche la previsione di determinazioni procedurali relative alla elaborazione e alla stipulazione delle intese, contenuta in particolare nel Capo III, risulta elemento di chiarezza e garanzia di legittimità. A questo riguardo, occorre evitare il rischio che la legge sulla libertà religiosa – originariamente ideata anche per arginare la frammentazione del quadro normativo che deriverebbe da una ingiustificata proliferazione delle intese – paradossalmente possa essere utilizzata per favorire proprio un simile esito e, attraverso di esso, un indebito riconoscimento di realtà che poco o nulla hanno in comune con le confessioni religiose quali riconosciute e valorizzate nel vigente sistema costituzionale. In realtà, nel vigente ordinamento costituzionale non è previsto alcun “diritto all’intesa”, poiché l’intesa è cosa diversa dalla eguaglianza nella libertà e non può ritenersi necessitata da quest’ultima, come risulta chiaramente da una corretta lettura dei commi primo e terzo del richiamato art. 8 della Costituzione. La garanzia della piena libertà è dovuta a tutti, e a tutti deve esser offerto il quadro legislativo entro il quale tale libertà possa esplicarsi in modo certo e sereno; l’intesa, invece, è frutto di una valutazione correttamente discrezionale del Governo, il quale può decidere di stipulare o di non stipulare (salva sempre, poi, la decisione del Parlamento di approvare o non approvare con legge l’intesa così stipulata).
Perché la discrezionalità non divenga arbitraria occorre che lo Stato - al di là di ogni autoqualificazione da parte dei gruppi religiosi - si attenga ad alcuni parametri oggettivi e ragionevoli, fra i quali possono richiamarsi, a titolo esemplificativo, non solo il non contrasto degli statuti del gruppo che chiede l’intesa con l’ordinamento giuridico italiano espressamente previsto dal comma 2 dell’ art. 8 Cost., ma anche il rispetto dei diritti fondamentali della persona garantiti dalla Costituzione repubblicana e, più in generale, la non contrarietà del messaggio di cui la confessione è portatrice con i valori che esprimono l’identità profonda della nazione e ispirano il suo quadro costituzionale. Si potrà inoltre verificare la sua relazione con il quadro socio-culturale e con la tradizione storica del Paese, la consistenza numerica e il radicamento territoriale, ecc.
Altre soluzioni adottate nelle proposte in esame suscitano interrogativi e sembrano richiedere qualche ulteriore approfondimento. Gli interrogativi riguardano in particolare il problema dell’estensibilità di alcune disposizioni contenute nelle proposte in esame alle confessioni religiose che operano in regime di concordato o di intese, al fine di evitare nei confronti di quest’ultime disparità di trattamento in peius certamente non volute né giustificabili. È il caso ad esempio della disposizione contenuta nell’art. 22, comma 1, che prevede “intese” tra le confessioni interessate e le autorità competenti per la definizione concreta di interventi relativi a edifici religiosi, oppure della disposizione contenuta nell’art. 23, che per gli enti delle confessioni prive di accordi o intese con lo Stato prevede la possibilità di ottenere il riconoscimento della personalità giuridica “con le modalità ed i requisiti previsti dalla normativa vigente in materia”. Se con tale espressione piuttosto generica si intende richiamare la procedura semplificata prevista per il riconoscimento delle persone giuridiche private dal d.P.R. n. 361/2000, si avrebbe per gli enti suddetti l’introduzione di una disciplina più favorevole rispetto a quella attualmente vigente per gli enti della Chiesa cattolica e delle altre confessioni che hanno stipulato intese con lo Stato. È noto infatti che, mentre il citato d.P.R. n. 361/2000 ha introdotto una sorta di automatismo nel riconoscimento della personalità giuridica, la disciplina pattizia degli enti della Chiesa cattolica e delle altre confessioni che hanno stipulato intese con lo Stato prevede invece l’intervento del Ministro dell’interno (con possibilità di chiedere il previo parere del Consiglio di Stato) e la specifica verifica del requisito del fine di religione o di culto o di requisiti ulteriori richiesti per le singole categorie di enti. Questo sistema risponde ad una precisa opzione del legislatore bilaterale, ispirata a esigenze tuzioristiche che, rispetto a pur apprezzabili intenti di semplificazione procedurale, potrebbero risultare tuttora prevalenti anche (e forse soprattutto) per gli enti delle confessioni prive di intesa.
L’esigenza di ulteriori approfondimenti riguarda soprattutto la previsione dell’art. 11, nella parte in cui afferma la possibilità di scegliere se gli articoli del codice civile riguardanti il matrimonio siano letti durante il rito o al momento della richiesta delle pubblicazioni. Questa previsione – che ha suscitato com’è noto un’acceso dibattito con riferimento soprattutto alla questione del matrimonio poligamico – nel nostro ordinamento non è nuova, in quanto già contenuta in alcune intese con confessioni diverse dalla cattolica, e riguarda propriamente solo le modalità di un adempimento ma non l'adempimento in sé, che sussiste e produce effetti anche se realizzato al di fuori della celebrazione religiosa. Essa inoltre si inserisce in un contesto ordinamentale in cui il matrimonio poligamico non può essere in alcun modo riconosciuto, in quanto la libertà di stato è condizione necessaria per contrarre matrimonio (art. 86 cod. civ.) e l’ordinamento punisce il reato di bigamia (art. 556 cod. pen.).