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Timestamp: 2018-02-22 02:56:55+00:00
Document Index: 127382891

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 23', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2', 'sentenza ', '§ 111', '§ 92', '§ 64']

1189.- Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali | Mario Donnini in Associazione Europa Libera
1189.- Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
18 maggio 2017 Costituzione, Diritto, Immigrazione, Sicurezzagendiemme
Con la sentenza numero 24084/2017 (qui sotto allegata), i giudici della Cassazione hanno letteralmente affermato che è “essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”.
Alla base della pronuncia, la vicenda di un indiano condannato alla pena di 2mila euro di ammenda per il fatto di essersi aggirato, senza un giustificato motivo, con un coltello lungo 18 centimetri e mezzo e, per le sue caratteristiche, idoneo all’offesa.
Il punto, però, è che il coltello era in realtà un pugnale Kirpan, ovverosia uno dei simboli della religione monoteista Sikh, alla quale l’indiano apparteneva: facendo leva su tale circostanza, e individuando in essa una giustificazione al porto del coltello, l’uomo è quindi ricorso in Cassazione per tentare di salvarsi dalla condanna, anche invocando l’articolo 19 della Costituzione.
Nessuna deroga a sicurezza.
Nella disposizione in esame si evidenziano il principio personalista, che pone lo Stato in funzione dell’uomo riconoscendogli i diritti più ampi (prima fra tutti la libertà), e quello dell’inviolabilità dei diritti tanto del singolo individuo quanto come membro di formazioni sociali (principio pluralista e solidarista).
La copertura costituzionale così delineata, che rende attuabile e tutelabile ogni diritto in ambito nazionale innanzi alla Corte costituzionale, ed in ambito comunitario ed internazionale innanzi alle competenti Corti (vedasi la CEDU), risulta aperta anche alle nuove forme di diritti.
(2) Tra i valori fondanti della nostra Repubblica emerge qui la solidarietà come base della convivenza sociale, cui tutti (quindi anche gli apolidi e gli stranieri, oltre che i cittadini) devono attenersi: essa può avere riverberi in ambito patrimoniale (di cui all’art. 23 Cost.), e trova ulteriore suggello nel successivo art. 3 Cost. ove si prevede la c.d. eguaglianza sostanziale.
Per la Corte, tuttavia, la sicurezza pubblica è un bene da tutelare ed è proprio a tal fine che il nostro ordinamento pone il divieto di porto di armi e di oggetti atti ad offendere. Così non può ritenersi che la libertà di religione, il libero esercizio del culto e l’osservanza dei riti non contrari al buon costume siano ostacolati da provvedimenti di tale genere, in quanto l’articolo 19 della Costituzione incontra comunque dei limiti che la legislazione pone in vista della tutela di altre esigenze, come quella della pacifica convivenza e della sicurezza.
Di conseguenza, la decisione consapevole di stabilirsi in una società i cui valori sono diversi da quelli della società di provenienza “ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.
La conclusione, quindi, per la Corte è una sola: l’ammenda resta.
Come non era difficile immaginare, le reazioni sono giunte senza un minuto di ritardo, soprattutto dal mondo politico. Se da Forza Italia, Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale e Lega nord arrivano grandi applausi, il responsabile sicurezza del PD, Fiano, ci va più cauto: la sentenza è giusta e equilibrata, ma non va strumentalizzata dalla politica. Sullo stesso eco si pone anche la Cei.
Se perseguire la tutela della sicurezza pubblica può essere inteso come strumentalizzazione a fini politici, allora, siamo di fronte all’ennesima dimostrazione dell’ignoranza consapevole di parte della politica, che non distingue fra il nucleo di valori comuni in cui tutti gli italiani si devono riconoscere e quelli particolari e di grado subordinato di ogni parte politica. Ma siamo di fronte anche alla endemica divisività degli italiani, che non vanno alla politica per rendere un servizio al popolo sovrano, ma, esclusivamente, per conseguire propri interessi, attraverso il proprio partito, trasformato, così, da strumento della partecipazione alla politica a centro per la soddisfazione di interessi particolari e, financo, personali. Vorrei astenermi dal commentare la consueta intromissione della CEI nella politica italiana, fuori posto e fuori dal vaso, alla luce di quanto appena affermato.
Fonte: Cassazione: gli immigrati devono conformarsi ai valori occidentali
(www.StudioCataldi.it) Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 31 marzo – 15 maggio 2017, n. 24084
Presidente Mazzei – Relatore Novik
1. Con sentenza emessa il 5 febbraio 2015, il Tribunale di Mantova ha condannato Si. Ja. alla pena di Euro 2000 di ammenda per il reato di cui all’art. 4 legge n. 110 del 1975, perché “portava fuori dalla propria abitazione senza un giustificato motivo, un coltello della lunghezza complessiva di cm 18,5 idoneo all’offesa per le sue caratteristiche”. Commesso in Goito il 6 marzo 2013.
2. Va premesso, in termini generali, che il reato contestato ha natura contravvenzionale, è punito anche a titolo di colpa, ed è escluso se ricorre un “giustificato motivo”. L’assenza di giustificato motivo è prevista come elemento di tipicità del fatto di reato (trattasi di elemento costitutivo della fattispecie, come precisato da Sez. Un. n. 7739 del 9.7.1997). La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che il giustificato motivo di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, comma 2, ricorre quando le esigenze dell’agente siano corrispondenti a regole relazionali lecite rapportate alla natura dell’oggetto, alle modalità di verificazione del fatto, alle condizioni soggettive del portatore, ai luoghi dell’accadimento e alla normale funzione dell’oggetto (ex multis, Sez. 1 n.4498 del 14.1.2008, rv. 238946). Per fare alcuni esempi, è giustificato il porto di un coltello da chi si stia recando in un giardino per potare alberi o dal medico chirurgo che nel corso delle visite porti nella borsa un bisturi; per converso, lo stesso comportamento posto in essere dai medesimi soggetti in contesti non lavorativi non è giustificato e integra il reato.
2.2. L’imputato ha affermato che il porto del coltello era giustificato dal credo religioso per essere il Kirpan “uno dei simboli della religione monoteista Sikh” e
ha invocato la garanzia posta dall’articolo 19 della Costituzione. Il Collegio, pur a fronte dell’assertività dell’assunto, non ritiene che il simbolismo legato al porto del coltello possa comunque costituire la scriminante posta dalla legge. 2.3. In una società multietnica, la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 Cost. che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. È quindi essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina. La decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza ne impone il rispetto e non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante. La società multietnica è una necessità, ma non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti, a seconda delle etnie che la compongono, ostandovi l’unicità del tessuto culturale e giuridico del nostro paese che individua la sicurezza pubblica come un bene da tutelare e, a tal fine, pone il divieto del porto di armi e di oggetti atti ad offendere.
2.4. Nessun ostacolo viene in tal modo posto alla libertà di religione, al libero esercizio del culto e all’osservanza dei riti che non si rivelino contrari al buon costume. Proprio la libertà religiosa, garantita dall’articolo 19 invocato, incontra dei limiti, stabiliti dalla legislazione in vista della tutela di altre esigenze, tra cui quelle della pacifica convivenza e della sicurezza, compendiate nella formula dell’ ordine pubblico; e la stessa Corte costituzionale ha affermato la necessità di contemperare i diritti di libertà con le citate esigenze. Come osserva il Giudice delle leggi nella sentenza numero 63 del 2016 Tra gli interessi costituzionali da tenere in adeguata considerazione nel modulare la tutela della libertà di culto – nel rigoroso rispetto dei canoni di stretta proporzionalità, per le ragioni spiegate sopra – sono senz’altro da annoverare quelli relativi alla sicurezza, all’ordine pubblico e alla pacifica convivenza.
2.5. Nello stesso senso, si muove anche l’articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che, al secondo comma, stabilisce che La libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui..
2.6. La giurisprudenza Europea, a proposito del velo islamico, in Leyla Sahin c. Turchia [GC], n. 44774/98, § 111, CEDU 2005 XI ; Refah Partisi e altri c. Turchia [GC], n. 41340/98, 41342/98, 41343/98 e 41344/98, § 92, CEDU 2003 II, ha riconosciuto che lo Stato può limitare la libertà di manifestare una religione se l’uso di quella libertà ostacola l’obiettivo perseguito di tutela dei diritti e delle libertà altrui, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica. Nella causa
Eweida e altri contro Regno Unito del 15 gennaio 2013, la Corte ha riconosciuto la legittimità delle limitazioni alle abitudini di indossare visibilmente collane con croci cristiane durante il lavoro e ha suffragato l’opinione ricordando che, nello stesso ambiente lavorativo, dipendenti di religione Sikh avevano accettato la disposizione di non indossare turbanti o Kirpan (in questo modo dimostrando che l’obbligo religioso non è assoluto e può subire legittime restrizioni).
3. Pertanto, tenuto conto che l’articolo 4 della legge n. 110 del 1975 ha base nel diritto nazionale, è accessibile alle persone interessate e presenta una formulazione abbastanza precisa per permettere loro – circondandosi, all’occorrenza, di consulenti illuminati – di prevedere, con un grado ragionevole nelle circostanze della causa, le conseguenze che possono derivare da un atto determinato e di regolare la loro condotta (Go. ed altri c. Polonia (Grande Camera), n 44158/98, § 64, CEDU 2004), va affermato il principio per cui nessun credo religioso può legittimare il porto in luogo pubblico di armi o di oggetti atti ad offendere.
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