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Timestamp: 2016-10-26 05:49:05+00:00
Document Index: 134013858

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 35', 'art. 152', 'sentenza ', 'art. 98', 'art. 152', 'art. 153', 'art. 154', 'art. 184', 'art. 203', 'art. 203', 'art. 154', 'art. 152', 'art. 184', 'art. 557', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 152', 'art. 415', 'art. 557', 'art. 588', 'art. 630', 'art. 99', 'art. 6', 'art. 98', 'art. 98', 'art. 156', 'art. 180', 'art. 331', 'sentenza ', 'art. 152', 'art. 331', 'art. 331', 'art. 66', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 576']

Art. 152 cod. proc. civile: Termini legali e termini giudiziari
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	I termini per il compimento degli atti del processo sono stabiliti dalla legge; possono essere stabiliti dal giudice anche a pena di decadenza, soltanto se la legge lo permette espressamente.
CommentoTermine: individua l’inizio o la fine di un determinato periodo di tempo prescritto per il compimento di un atto. Il termine si distingue in: dilatorio se fissa il momento prima del quale un atto non può essere compiuto; acceleratorio, se indica il momento entro il quale un atto può essere compiuto. Questi ultimi si distinguono a loro volta in perentori [v. 153] e ordinatori [v. 154]. Il termine, inoltre, si distingue in iniziale quando indica il momento a partire dal quale un atto può essere compiuto e finale che indica il momento oltre il quale un atto non può più essere compiuto.
Decadenza: produce la perdita del potere di compiere un determinato atto processuale o, più in generale, la perdita di un diritto o di una facoltà, determinata dal mancato compimento dell’atto ovvero dal mancato esercizio del diritto o della facoltà nell’ambito temporale, previsto dalla legge o dal giudice, entro il quale esso poteva essere utilmente posto in essere.
La disposizione non trova applicazione con riguardo al termine previsto dal contratto collettivo per l’intimazione del licenziamento, il cui eventuale carattere tassativo va desunto sulla base delle norme di interpretazione del contratto, ovvero in relazione all’attività della pubblica amministrazione in genere, stante, per essa, la generale previsione sui tempi del procedimento amministrativo, posta dall’art. 2, L. 241 del 1990. Cass. 27 aprile 1999, n. 4204.
La norma è applicabile nell’ambito del procedimento amministrativo, ma esclusivamente con riferimento ai termini previsti a carico dei privati. Cass., Sez. Un., 22 marzo 1999, n. 175.
In tema di contenzioso tributario, il termine massimo di trenta giorni dalla discussione in pubblica udienza o dalla esposizione del relatore, stabilito dall’art. 35, comma 2, D.Lgs. 31 dicembre 1992 n. 546 per il caso di rinvio della deliberazione del collegio giudicante, ha carattere ordinatorio ed acceleratorio, non essendo espressamente dichiarato perentorio dalla legge, ai sensi dell’art. 152, comma 2, c.p.c. La violazione del predetto termine, quindi, non comporta nullità della sentenza ma è suscettibile di produrre altre conseguenze, comprese quelle disciplinari a carico dei responsabili. Cass. trib., 31 marzo 2008, n. 8249.
Termini fissati dalla legge o dal giudice. Termini ordinatori e termini perentori.
2.1. Fondamento dei termini perentori.
È inerente alla stessa natura dei termini perentori che essi non siano prorogabili e non consentano, ove inutilmente decorsi, provvedimenti di sanatoria, proprio per motivi di certezza e di uniformità, generalmente avvertiti, la cui ragionevolezza non può essere contestata. Corte cost. 5 luglio 1973, n. 106.
La funzione dei termini perentori viene in genere individuata nell’esigenza di conferire certezza e stabilità al rapporto sottostante. Corte cost. 7 febbraio 2000, n. 40.
2.2.1. Termini legali.
Fa parte della discrezionalità del legislatore la differenziazione, con riferimento ai termini di proposizione dell’azione nei giudizi di tipo impugnatorio, delle condizioni di accesso alla tutela giurisdizionale. Corte cost. 19 novembre 2004, n. 350.
Il carattere perentorio di un termine non deve necessariamente risultare esplicitamente dalla norma, potendosi desumere dalla funzione, ricavabile con chiarezza dal testo della legge, che il termine è chiamato a svolgere (a proposito del termine di 5 giorni prima dell’udienza entro il quale devono costituirsi, ai sensi dell’art. 98, comma 3, L. fall., i creditori esclusi dalla stato passivo che abbiano proposto opposizione: Cass. 6 giugno 1997, n. 5074). Corte cost. 1 aprile 2003, n. 107.
2.2.2. Termini giudiziali.
Poiché i termini stabiliti dal giudice per il compimento di una atto processuale sono, ai sensi dell’art. 152 c.p.c., ordinatori, salvo che la legge li dichiari espressamente perentori o la perentorietà consegua allo scopo e alla funzione adempiuta, ad essi non si applica il divieto di abbreviazione e di proroga sancito dall’art. 153 c.p.c. per i termini perentori; peraltro, la proroga, anche d’ufficio, dei termini ordinatori è consentita dall’art. 154 c.p.c. soltanto prima della loro scadenza, sicché il loro decorso senza la presentazione di un istanza di proroga, determinando gli stessi effetti preclusivi della scadenza dei termini perentori, impedisce la concessione di un nuovo termine, salva, per quanto riguarda la fase istruttoria della causa, la rimessione in termini prevista dall’art. 184 bis c.p.c., sempre la decadenza si sia verificata per causa non imputabile alla parte. Cass. 19 gennaio 2005, n. 1064.
2.3. Differenza tra termine perentorio e termine ordinatorio.
Qualora i mezzi di prova debbano assumersi fuori dalla circoscrizione del tribunale ai sensi dell’art. 203 c.p.c., il termine fissato dal g.i. per la loro assunzione ha carattere ordinatorio e, pertanto, l’istanza di proroga di tale termine, da rivolgere all’autorità delegante (art. 203, ultimo comma) va presentata prima della scadenza di esso, secondo quanto dispone l’art. 154 c.p.c., con la conseguenza che il decorso del termine, senza la previa presentazione di detta istanza di proroga, comporta la decadenza della parte interessata dal diritto di fare assumere la prova che sia stata delegata, e non soltanto dello specifico diritto di fa assumere per delega la prova. Cass. 20 febbraio 2004, n. 3406.
L'art. 152 comma 2, c.p.c., nell'affermare che 'i termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori', detta un principio generale del nostro ordinamento che è applicabile anche ai termini nei procedimenti amministrativi. Annulla TAR Lazio, Roma, sez. II, n. 5356 del 2013
Consiglio di Stato sez. V 07 luglio 2014 n. 3431 L’atto di deposito della lista testimoniale dopo la scadenza del termine assegnato dal g.i. non comporta alcuna decadenza, atteso che l’art. 184 prevede la perentorietà del termine per la sola indicazione di nuovi mezzi di prova, non per indicare i nomi dei testi di una prova già ammessa. Cass. 19 luglio 1999, n. 7682.
La regola generale posta dal secondo comma, valida anche per i termini fissati dal giudice, è che il termine è ordinatorio, se la legge non lo dichiara espressamente perentorio. Cass. 19 gennaio 2005, n. 1064.
Fattispecie in tema di termini ordinatori e termini perentori.
3.1. Termini ordinatori.
3.1.1. Nel processo di cognizione ordinario.
Il deposito del titolo esecutivo e del precetto, onde consentire al giudice di accertare la loro regolarità formale, al fine di procedere all’espropriazione immobiliare, non è soggetto a termine perentorio (art. 557, comma 2, c.p.c.), e pertanto non è nulla l’ordinanza di vendita, se tali atti sono allegati al fascicolo dell’esecuzione in un momento successivo a quello disposto dalla norma. Cass. 22 marzo 2007, n. 6957; conforme Cass. 25 luglio 1992, n. 8679.
Il termine di quattro mesi previsto dall’art. 3, comma 6, l. 24 marzo 2001 n. 89 per la definizione, da parte della corte di appello, dello speciale procedimento camerale in unico grado in materia di equa riparazione del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, non ha carattere perentorio ed il suo superamento non comporta, di per sé, la violazione del diritto alla ragionevole durata del medesimo procedimento, la quale va determinata, secondo i criteri ordinari, in base all’art. 2, comma 2, legge cit. e tenuto conto della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Cass. 31 marzo 2006, n. 7688.
Nel procedimento concernente la responsabilità civile dei magistrati, il termine di cui all’art. 5, comma 4, l. 13 aprile 1988 n. 117 relativo al deposito del provvedimento che la corte di appello deve pronunciare sul reclamo avverso la decisione del tribunale di inammissibilità della domanda risarcitoria e fissato in quaranta giorni dalla proposizione di detto reclamo ha carattere meramente ordinatorio, ai sensi dell’art. 152, comma 2, c.p.c. Cass. 6 dicembre 2011, n. 26264.
3.1.2. Nel processo del lavoro.
In materia di controversie di lavoro, il termine di dieci giorni assegnato al ricorrente per la notificazione del ricorso e del decreto giudiziale di fissazione dell’udienza di discussione al convenuto, ai sensi dell’art. 415, comma 4, c.p.c., non è perentorio, ma ordinatorio, con la conseguenza che la sua inosservanza non produce alcuna decadenza nè implica la vulnerazione della costituzione del rapporto processuale a condizione che risulti garantito al convenuto il termine per la sua costituzione in giudizio non inferiore ai trenta giorni, come stabilito dal comma 5 della stessa norma (ovvero a quaranta giorni nell’ipotesi prevista dal successivo comma 6). Cass. 29 novembre 2005, n. 26039; conforme Cass. lav., 22 febbraio 1988, n. 1835.
3.1.3. Nel processo di esecuzione.
Il deposito del titolo esecutivo e del precetto onde consentire al giudice di accertare la loro regolarità formale, al fine di procedere all’espropriazione immobiliare, non è soggetto a termine perentorio (art. 557, comma 2, c.p.c.), e pertanto non è nulla l’ordinanza di vendita, se tali atti sono allegati al fascicolo dell’esecuzione in un momento successivo a quello disposto dalla norma. Cass. 22 marzo 2007, n. 6957; conforme Cass. 16 dicembre 1997, n. 12722.
Il termine di dieci giorni per presentare istanza di assegnazione, di cui all’art. 588 c.p.c., ha natura non perentoria, ma ordinatoria, sicché il giudice dell’esecuzione non può discrezionalmente decretare l’estinzione della procedura esecutiva con provvedimento anticipatorio che prefiguri tale estinzione quale conseguenza del decorso della decade dall’udienza infruttuosa di incanto, in assenza di fissazione di nuova udienza, e perciò al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, giusta disposto dell’art. 630 c.p.c. Cass. 18 aprile 2011, n. 8857.
3.1.4. Nelle procedure concorsuali.
In tema di opposizione allo stato passivo del fallimento, il termine di sessanta giorni entro il quale il collegio deve provvedere sull’opposizione in via definitiva, previsto dall’art. 99 legge fall. nel testo come sostituito dall’art. 6 D.Lgs. 12 settembre 2007 n. 169, ratione temporis applicabile, in difetto di espressa previsione di perentorietà, deve considerarsi ordinatorio. Cass. 5 ottobre 2011, n. 20363.
In tema di opposizione allo stato passivo fallimentare, a seguito delle sentenze della Corte cost. 22 aprile 1986 n. 102 e 30 aprile 1986 n. 120, con cui fu dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 98 L. fall., nella parte in cui faceva decorrere il termine per l’opposizione dal deposito dello stato passivo in cancelleria e non prevedeva la comunicazione al curatore del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione, al termine concesso dal giudice delegato, ai sensi del comma 2 dell’art. 98 (nel testo originario, “ratione temporis” applicabile), per la notifica al curatore del ricorso e del conseguente decreto di fissazione dell’udienza, deve attribuirsi natura ordinatoria, anche perché finalizzato a permettere la costituzione del curatore; ne consegue che la sua inosservanza non determina l’inammissibilità dell’opposizione, restando sanata, ex art. 156 c.p.c., se alla nuova udienza fissata dal giudice delegato il curatore sia comparso e abbia svolto l’attività cui la notifica del ricorso e del decreto era strumentale. Cass., Sez. Un., 4 dicembre 2009, n. 25494.
In tema di giudizio di omologazione del concordato preventivo, l’omessa previsione, circa la natura del termine per la costituzione delle parti nel procedimento relativo, osta alla qualificazione della sua perentorietà, essendo perentori solo i termini processuali espressamente dichiarati tali dal legislatore; pertanto, è ammissibile la costituzione del commissario giudiziale, benché avvenuta oltre il termine di dieci giorni prima della data fissata per l’udienza, non solo in considerazione del predetto silenzio serbato dall’art. 180, comma 2, legge fall. e dell’assenza di sanzione in caso di mancata osservanza, ma anche tenuto conto che le modifiche introdotte dal D.Lgs. 12 settembre 2007 n. 169 hanno improntato il procedimento di omologa ad una libertà di forma, nella fase introduttiva, cui non risulta funzionale la previsione di una rigidità dei tempi di costituzione, tanto più che alle parti è consentito anche successivamente integrare le proprie allegazioni. Cass. 16 settembre 2011, n. 18987.
3.1.5. Nei procedimenti speciali.
In tema di procedimento di divorzio: il termine per la notificazione del ricorso in appello e del decreto di fissazione dell’udienza. Cass., Sez. Un., 15 settembre 2000, n. 12182.
3.2. Termini perentori.
Nei giudizi di impugnazione, la notificazione dell’atto di integrazione del contraddittorio in cause inscindibili, ai sensi dell’art. 331 c.p.c., qualora sia decorso oltre un anno dalla data di pubblicazione della sentenza, deve essere effettuata alla parte personalmente e non già al procuratore costituito davanti al giudice che ha emesso la sentenza impugnata, essendo nulla la notificazione al procuratore predetto. Peraltro, il termine assegnato per l’integrazione del contraddittorio ha natura perentoria e non può, quindi, essere prorogato o rinnovato, e la sua inosservanza deve essere rilevata d’ufficio, salvo che la parte onerata alleghi l’impossibilità di osservare il primo termine per causa ad essa non imputabile e chieda nuovo termine per provvedere alla notifica. Cass. 23 luglio 2010, n. 17416; conforme Cass. 27 marzo 2007, n. 7528; Cass. 29 novembre 2004, n. 22411; Cass. 19 agosto 2003, n. 12179; Cass. 17 luglio 1999, n. 7570.
La disciplina di cui agli art. 152, 153 e 331 c.p.c., che attribuisce natura perentoria al termine concesso nel grado o nella fase dell’impugnazione per la integrazione del contraddittorio in cause inscindibili (o tra loro dipendenti), non consente che esso possa essere prorogato o rinnovato, qualunque sia la causa, anche per forza maggiore, che abbia impedito la tempestiva notificazione dell’ordinanza di integrazione, poiché si tratta di una disciplina giustificata da esigenze di economia processuale, che non viola il diritto di difesa, essendo invece la normativa in materia, pur con la indicata limitazione, finalizzata ad attribuire alle parti del processo un rimedio alle conseguenze negative della mancata proposizione dell’impugnazione nei confronti di tutti i soggetti che dovevano partecipare al giudizio in quel grado o fase a causa del vincolo del litisconsorzio. Cass. 18 giugno 1996, n. 5572.
La perentorietà del termine d’integrazione del contraddittorio, concesso ex art. 331 c.p.c., per provvedere, in fase d’impugnazione, alla notificazione al litisconsorte pretermesso, può essere prorogato in virtù dell’interpretazione costituzionalmente orientata della predetta norma processuale solo in presenza di una situazione di forza maggiore certa ed obiettiva che ne abbia impedito l’osservanza - situazione che non ricorre quando la parte abbia negligentemente richiesto la notificazione all’ufficiale giudiziario solo due giorni prima della scadenza, in quanto il termine concesso dal giudice svolge anche la funzione di consentire le indagini anagrafiche eventualmente necessarie e di rimediare ad eventuali errori del procedimento di notificazione. Cass. 27 ottobre 2008, n. 25860; conforme Cass. 14 ottobre 2005, n. 20000.
Il termine per la notificazione dell’atto di integrazione del contraddittorio in cause inscindibili, fissato ex art. 331, è perentorio, non è prorogabile neppure sull’accordo delle parti, non è sanabile dalla tardiva costituzione della parte nei cui confronti deve essere integrato il contraddittorio e la sua inosservanza deve essere rilevata d’ufficio, anche nel caso di inadempimento parziale dell’ordine di integrazione, sicché la sua violazione determina, per ragioni di ordine pubblico processuale, l’inammissibilità dell’impugnazione. Cass. 27 marzo 2007, n. 7528; conforme Cass. 7 marzo 2006, n. 4861; Cass. 29 novembre 2004, n. 22411).
È perentorio il termine per proporre ricorso giurisdizionale avverso l’ordinanza ingiunzione del Prefetto in materia di violazioni del codice della strada. Cass. 12 ottobre 2006, n. 21918.
È perentorio il termine di quindici giorni dalla notifica previsto dall’art. 66 R.D. 22 gennaio 1934 n. 37, per il deposito del ricorso presso la cancelleria della Corte di Cassazione in caso di impugnazione dinanzi alle Sezioni Unite, della decisione emessa dal Consiglio nazionale forense. Cass., Sez. Un., 8 marzo 2011, n. 5410.
Nel processo del lavoro, il termine concesso per la notifica ex novo del ricorso o per la rinnovazione della stessa, che, pur in assenza di esplicita qualificazione, è perentorio. Cass. lav., 29 agosto 2003, n. 12690.
È perentorio il termine di cui all’art. 420-bis c.p.c., che onera il ricorrente a depositare copia del ricorso per cassazione presso la cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza impugnata entro venti giorni dalla notificazione del ricorso medesimo, essendo detto termine stabilito a pena di inammissibilità dell’impugnazione. Cass. lav., 17 luglio 2008, n. 19754.
Nell’ambito dell’espropriazione immobiliare, il termine che il giudice dell’esecuzione fissa nell’ordinanza di vendita con incanto, ai sensi dell’art. 576, comma 1 n. 5 c.p.c per il deposito della cauzione da parte degli offerenti è perentorio e, pertanto, non può essere prorogato; il deposito della cauzione rappresenta infatti la modalità attraverso la quale la parte che lo esegue manifesta la volontà di essere ammessa a partecipare al procedimento di vendita, il quale, essendo informato al canone base della parità tra quanti vengono sollecitati ad offrire, postula che le condizioni fissate dal giudice nell’avviso di vendita restino inalterate. Cass., Sez. Un., 12 gennaio 2010, n. 262.
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