Source: https://www.avvocatolomaistro.it/category/responsabilita-civile/
Timestamp: 2019-03-22 08:17:46+00:00
Document Index: 39576820

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 1175', 'art. 1175', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1227', 'art. 2056']

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danno da nascita indesiderata, infertilità partner, mentire sulla infertilità, paternità, risarcimento danno da nascita indesiderata
Niente danno da nascita indesiderata se il partner mente sulla propria fertilità
Non va riconosciuto il diritto al risarcimento del danno da nascita indesiderata, anche se il partner ha mentito circa la propria infertilità.
E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. III Civile, con la sentenza 05 maggio 2017, n. 10906.
Nel caso di specie oggetto di esame da parte dei giudici di legittimità, il ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza con cui era stata respinta la propria domanda risarcitoria, relativamente ai danni che gli sarebbero derivati a seguito della nascita indesiderata di un figlio, concepito poiché la partner gli avrebbe mentito intenzionalmente sulla propria condizione di fertilità.
In particolare, il ricorrente ha precisato che, prima del rapporto sessuale con la controparte, durante il quale è stato concepito il loro figlio, la donna gli aveva detto di essere in quel momento infertile; da ciò sarebbe derivato il mancato utilizzo di alcuna precauzione da parte dell’uomo. Pertanto, quest’ultimo asseriva che l’inganno sarebbe stato tale da configurare una “vera e propria truffa“.
In realtà, il ricorrente, lamentando la violazione della norma di cui all’ art. 2 Cost. e del canone di correttezza di cui all’ art. 1175 c.c., ha poi ricondotto il thema decidendum della vicenda all’illecito civile, ovviamente aquiliano.
I richiami giurisprudenziali da questi citati, tuttavia, pur mettendo in relazione l’art. 1175 c.c. con l’art. 2 Cost., in quanto espressione primaria del diritto a ricevere solidarietà e del correlativo obbligo a fornire solidarietà, fa riferimento ad altre fattispecie contrattuali. In effetti, pur mettendo in relazione i suddetti articoli, la Suprema Corte ha rilevato che non è possibile far rientrare la fattispecie in esame nell’ambito dell’esercizio del diritto (nonché dell’adempimento del corrispondente obbligo) di solidarietà. Inoltre, non appare pertinente il riferimento, proposto dal ricorrente, alla L. n. 194 del 1978, art. 1, comma 1 (legge sull’interruzione volontaria della gravidanza) poichè in esso è sì garantito “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile“, ma tuttavia come diritto pubblico, tutelato dallo Stato, e non come un obbligo del partner.
Orbene, la Cassazione ha rilevato che non è possibile operare una assimilazione tra un rapporto sessuale avvenuto tra due persone consenzienti ed un rapporto contrattuale, per cui non è ravvisabile l’obbligo di ciascun partner di rendere edotto l’altro circa il proprio stato di fertilità o meno. Tale informazione rientra infatti nel diritto alla riservatezza della persona, tutelato dal nostro ordinamento.
Dunque, se un soggetto fornisce alla persona con cui intende compiere un atto sessuale completo, un’informazione non veritiera circa il suo attuale stato di fertilità o infertilità, da ciò non può derivare alcunché in termini risarcitori, in forza di quanto disposto dall’art. 1227 cpv. c.c. e dell’art. 2056 c.c., comma 1; sulla base delle suddette disposizioni, infatti, un persona che è in grado di svolgere un atto sessuale completo non può ignorare l’esistenza di mezzi contraccettivi, il cui reperimento ed utilizzo sono riconducibili alla “ordinaria diligenza” per chi, appunto, in quella determinata situazione intende esclusivamente dare soddisfazione ad un proprio desiderio sessuale senza voler procreare.
Alla luce delle argomentazioni esposte sopra, la Cassazione ha accolto l’orientamento fatto proprio dalla Corte di merito, ovvero che l’attuale ricorrente, “in quanto portatore di un così forte e intenso desiderio di non procreare, avrebbe dovuto adottare sicure misure precauzionali”, per cui , non avendolo fatto, egli stesso ha “assunto il rischio delle conseguenze dell’azione”.
In conclusione, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione a favore della controparte delle spese processuali, come stabilito nel dispositivo.