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Timestamp: 2020-04-09 13:05:48+00:00
Document Index: 165193816

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Sentenza Cassazione Civile n. 2514 del 02/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2514 del 02/02/2011
Cassazione civile sez. II, 02/02/2011, (ud. 05/11/2010, dep. 02/02/2011), n.2514
T.L., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale
in calce al ricorso, dagli Avv. Defilippi Claudio e Deborah
Cianfanelli, elettivamente domiciliata nello studio dell’Avv. Ilaria
Scatena in Roma, via Barberini, n. 6;
C.M.L. e N.P., quest’ultimo in proprio e
quale procuratore di N.G.B. e N.M.
per la revocazione della sentenza della Corte di cassazione, 2^
sezione civile, n. 25503 del 20 ottobre 2008.
sentito l’Avv. Claudio Albanese, per delega dell’Avv. Claudio
“La Corte di cassazione, 2^ sezione civile, con sentenza n. 25503 del 20 ottobre 2008, ha rigettato il ricorso proposto da T.L. nei confronti della sentenza della Corte d’appello di Torino n. 1021 del 5 agosto 2003.
Per la revocazione di questa sentenza, ai sensi dell’art. 391-bis cod. proc. civ., ha proposto ricorso la T., sulla base di un motivo.
L’unico motivo – con il quale si prospetta che la sentenza impugnata è affetta da errore di fatto risultante dagli atti e documenti di causa, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 – è inammissibile.
Infatti, in violazione della prescrizione dettata dall’art. 366-bis cod. proc. civ., la formulazione del motivo non contiene un momento di sintesi recante l’indicazione specifica, chiara ed immediatamente intelligibile, del fatto che si assume avere costituito oggetto dell’errore, e l’esposizione delle ragioni per cui l’errore presenta i requisiti previsti dall’art. 395 cod. proc. civ. (cfr. Cass., Sez. Un., 30 gennaio 2008, n. 26022).
Considerato che, preliminarmente, deve essere dichiarata l’irricevibilità della documentazione da T.L. in proprio inviata a mezzo fax il (OMISSIS) e di quella dalla stessa depositata in data 5 novembre 2010, giacchè gli atti prodotti non rientrano tra quelli – relativi alla nullità della sentenza impugnata e alla ammissibilità del ricorso – per i quali soltanto l’art. 372 cod. proc. civ. ammette il deposito;
che il Collegio condivide argomenti e proposte contenuti nella relazione di cui sopra;
che i rilievi critici ad essa mossi nella memoria non colgono nel segno;
che nel ricorso per revocazione ai sensi dell’art. 391-bis cod. proc. civ., l’onere, imposto dall’art. 366-bis cod. proc. civ., di indicare chiaramente il fatto che si assume avere costituito oggetto dell’errore e le ragioni per cui l’errore presenta i requisiti previsti dall’art. 395 cod. proc. civ., deve essere adempiuto non già e non solo illustrando il relativo motivo di ricorso, ma anche formulando, all’inizio o al termine di esso, una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso;
che in altri termini, il prescritto quesito di sintesi deve sostanziarsi in una parte del motivo che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata, di modo che non è possibile ritenere questo requisito rispettato quando, come nella specie, solo la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo riveli – all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una indicazione da parte del ricorrente, deputata all’osservanza del requisito del citato art. 366-bis cod. proc. civ. – che il motivo stesso concerne un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa;
che, d’altra parte ed in ogni caso, la ricorrente imputa alla sentenza di questa Corte di avere considerato e valutato erroneamente il rogito riguardante la vendita dell’appartamento di cui è causa da parte di N.P. a T.L. e P.F., attraverso una “rigida interpretazione del testo della controdichiarazione e del compromesso, dando preminenza al criterio letterale e declassando tutti gli altri elementi interpretativi”;
che il vizio lamentato non integra gli estremi dell’errore di fatto revocatorio;
che, invero, l’errore di fatto riparabile ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4 attraverso il rimedio della revocazione, deve consistere in una mera svista di carattere materiale, che abbia indotto il giudice a supporre l’esistenza di un fatto la cui verità è esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto positivamente accertato in un modo parimenti indiscutibile; pertanto, non può ritenersi errore di fatto quello che si sostanzia in una erronea interpretazione di un contratto, dovuto a deficiente o incongruo esame del suo contenuto, risolvendosi tale giudizio in un vizio del procedimento esegetico che non da luogo a denuncia per revocazione (Cass., Sez. 2, 13 agosto 1990, n. 8241);
che il ricorso deve essere, di conseguenza, dichiarato inammissibile;
che nessuna statuizione sulle spese deve essere adottata, non avendo gli intimati svolto attività difensiva in questa sede.