Source: https://www.zestletteraturasostenibile.com/ecomafie-2019-legambiente-estratto/
Timestamp: 2020-03-31 19:05:05+00:00
Document Index: 105150346

Matched Legal Cases: ['art. 452', 'art. 452', 'art. 434', 'art. 452', 'art. 452', 'art 452']

Ecomafia 2019 Le storie e i numeri della criminalità ambientale
Alcune delle inchieste più significative
Una delle inchieste per disastro ambientale ai sensi della legge 68 più significative è stata quella condotta dalla Procura di Potenza, che riguarda lo sversamento di greggio dai serbatoi del Centro oli di Viaggiano (Cova), in Basilicata. Indagine iniziata nel 2017 e proseguita a fine aprile di quest’anno con l’arresto di un dirigente dell’Eni, all’epoca dei fatti contestati responsabile dell’impianto. Indagine complessa, fondata su una mole spaventosa di documentazione e atti, che ha finito per mettere sotto torchio 13 persone fisiche, tra dirigenti della compagnia petrolifera e pubblici ufficiali facenti parte del Ctr (Comitato tecnico regionale) della Basilicata il cui compito era, appunto, quello di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni. I capi d’accusa sono gravi, dal disastro ambientale passando dall’abuso d’ufficio al falso ideologico e altro. Come si diceva, i carabinieri del Noe sono al lavoro da più di due anni, da quando hanno individuato lungo il perimetro esterno del Cova un pozzetto all’interno del quale defluivano incessantemente acque miste a idrocarburi del tutto simili a quelle rinvenute nel depuratore. Da lì i militari ci hanno voluto vedere chiaro e hanno immediatamente disposto il sequestro del pozzetto. A conferma dell’ipotesi di partenza, la peggiore, i campioni dei liquidi prelevati dal pozzetto in sequestro e nel depuratore risultavano del tutto sovrapponibili. Ancora peggio – come hanno spiegato gli investigatori in una nota stampa – “ulteriori accertamenti mostravano che gli idrocarburi dispersi dal Cova si erano insinuati persino nella rete fognaria consortile, sfruttandone le crepe e il suo deflusso incontrava — e, quindi, contaminava — il reticolo idrografico della Val d’Agri non distante (circa 2 chilometri) dall’invaso del Pertusillo che rappresenta la fonte primaria di approvvigionamento della gran parte dell’acqua destinata al consumo umano della Regione Puglia oltre che la fonte da cui proviene l’acqua indispensabile per l’irrigazione di un’area di oltre 35.000 et- l’ applicazione della legge 68/2015 sugli ecoreati 71 tari di terreno”. Continuando a indagare, la fonte della perdita di idrocarburi veniva individuata nei serbatoi di stoccaggio del greggio stabilizzato. In definitiva, le indagini evidenziavano una lunga serie di illeciti e danni ambientali. Tra cui la grave compromissione della capacità di tenuta dei serbatoi in cui era contenuto il greggio estratto (e le indagini evidenzieranno come tali problematiche fossero ben note alla dirigenza del Distretto meridionale di Viggiano – unità di vertice dalla quale dipende il Centro olio Val d’Agri – sin dal 2012) caratterizzati dalla presenza di fori passanti sul fondo dei tank che avevano dato luogo a perdite di prodotto mai comunicate agli organi competenti. Da sottolineare come le indagini avessero evidenziato che i serbatoi, all’epoca, erano privi dei doppifondi, misura precauzionale elementare ma di evidente importanza per evitare la dispersione nell’ambiente del greggio stabilizzato contenuto dei serbatoi (doppi fondi che, infatti, venivano realizzati solo dopo il disastro). A ciò si aggiunge – hanno precisato gli inquirenti – la conseguente sostanziale inerzia dei responsabili dell’impianto Eni rispetto al rischio di un grave e incombente pericolo per l’ambiente e per l’ecosistema circostante, ritenuto meno rilevante rispetto alle esigenze produttive, la consapevole inerzia di un organismo pubblico, quale il Ctr che aveva il compito di verificare lo stato dell’impianto quanto alla sussistenza dei requisiti indispensabili per impedire danni all’ambiente. Un quadro insomma che giustificherebbe appieno la contestazione del delitto di disastro ambientale ex art. 452-quater, avendo determinato la compromissione di una vasta area che si trova a cavallo degli impianti Eni e dell’invaso del Pertusillo. Ipotesi ben più grave, quindi, della sola contaminazione del suolo e sottosuolo dell’area industriale di Viggiano e del reticolo idrografico a valle dell’impluvio denominato “Fossa del lupo”. Tale compromissione – hanno messo nero su bianco gli inquirenti – era determinata dalla indispensabile opera di bonifica, ancora in corso, dell’area contaminata che ha imposto di estrarre in modo continuo tutte le acque di falda dell’area stessa (ormai contaminate) e trattarle come rifiuto, cosicché se per un verso si è impedita la propagazione della contaminazione, tuttavia, per altro verso, si è privata delle indispensabili risorse idriche una vasta area della regione con inevitabili gravi conseguenze sulla matrice ambientale. Va pure sottolineato che senza la legge 68 avremmo raccontato il solito film, la solita cronaca di processi-farsa in cui la garanzia di impunità sarebbe stata pressoché certa. Mentre oggi chi risponde di disastro ambientale si trova in mezzo a un processo vero, con un’accusa ben fornita di strumenti e termini di pre- 72 ecomafia 2019 scrizione lunghi, in cui si rischiano pene che raggiungono anche 20 anni di reclusione. Al di là del processo penale e delle eventuali responsabilità penali che potrebbero emergere, sta di fatto che appare chiaro a tutti che il modello di sviluppo economico basato sulla estrazione e lavorazione del greggio, modello calato qui come altrove dall’alto e senza una vera partecipazione sociale, mostra tutte le sue crepe. I fantasmi del petrolio rappresentano, oggi, il peggiore fardello per un’intera comunità che vorrebbe finalmente cambiare pagina, per abbracciare un futuro sostenibile, finalmente liberato dalle inquinanti fonti fossili. Anche l’Ilva di Taranto continua a far parlare di sé. A fine ottobre scorso, l’ipotesi di disastro ambientale sta alla base del sequestro compiuto dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza su alcuni siti situati al confine nord dello stabilimento, per una superficie complessiva di circa 530.000 metri quadrati. Area dove sarebbero stati abbancati, illecitamente, oltre 5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi. Nove le persone indagate, tra responsabili amministrativi e tecnici pro-tempore dell’Ilva dal 1995 al 2012, per una lunga serie di capi d’accusa, tra cui per disastro ambientale doloso, distruzione e deturpamento di risorse naturali, danneggiamento, getto pericoloso di cose e mancata bonifica dei siti inquinanti. Per i finanzieri, gli indagati avrebbero gestito le aree in questione senza metterle in sicurezza, “evidenziando una precisa volontà di porre in essere un disegno illecito volto a trarre un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente in un risparmio degli oneri economici occorrenti per la loro bonifica”. La legge 68, in particolare il delitto di disastro ambientale, è contestata anche nel caso dello sversamento di greggio in mare a seguito della collisione avvenuta, a metà ottobre del 2018, al largo di Genova tra il traghetto tunisino Ulysses e la nave portacontainer Virginia. L’incidente ha infatti causato la fuoriuscita di 600 metri cubi di “fuel oil”, cioè di olio carburante, che hanno prodotto una chiazza che si è estesa in mare per circa venti chilometri quadrati, tra capo Corso e la Capraia, finendo per lambire le coste di Imperia e Savona, area che si trova nella zona protetta del Santuario dei cetacei. Grazie alla legge 68 rischiano grosso anche i responsabili della gestione dell’impianto della Fluorsid di Macchiareddu, in provincia di Cagliari, specializzata nella produzione di acido solforico e di derivati dal fluoro, nei cui confronti la procura cagliaritana già un anno e mezzo prima aveva disposto l’ applicazione della legge 68/2015 sugli ecoreati 73 una serie di arresti. Sono quindici le persone, facenti capo all’azienda, accusate, a vario titolo, di inquinamento e disastro ambientale, smaltimento illecito di rifiuti e associazione a delinquere. Secondo il Pm Marco Cocco fino al maggio 2017 avrebbe operato una vera e propria “associazione criminale” che aveva portato al “deterioramento di aria, suoli e acque sotterranee e superficiali con l’alterazione irreversibile o comunque difficilmente eliminabile dell’equilibrio dell’ecosistema”. Precisamente, in 40 ettari di suolo erano state interrate ingenti quantità di rifiuti industriali, compresi oli combustibili ed esausti, e asportate illegalmente ingenti quantità di terreni contaminati per risparmiare sui costi di smaltimento. Gli inquirenti hanno contestato il delitto di inquinamento ambientale anche in regioni solitamente meno esposte ai crimini ambientali, come l’Umbria o il Friuli Venezia Giulia. Nel caso umbro si tratta di gestioni illegali di vecchi siti industriali. Nel mese di maggio del 2018 i carabinieri del Noe di Perugia, dopo un controllo delle attività industriali esercitate nell’area “ex bacino minerario”, già sottoposta a sequestro, hanno deferito i “presidenti di due società, rispettivamente operanti nel campo del recupero rifiuti e nella produzione di vetro, per aver violato le prescrizioni autorizzatorie in merito alla procedura end of waste del rifiuto ‘vetro prodotto dal trattamento meccanico” (Cer 191205); attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative e organizzate, allo scopo di conseguire un ingiusto profitto, gestito illecitamente oltre 500.000 tonnellate di rifiuti speciali Cer 150107 (imballaggi di vetro) e Cer 160120 – Cer 170202 – Cer 191205 – Cer 200102 (vetro), omettendo di sottoporli alla corretta procedura end of waste, al fine di ottenere la cessazione della qualifica di rifiuto; violato le prescrizioni in materia di emissioni in atmosfera, cagionando la compromissione della matrice aria, accertata in esito al campionamento sul camino della vetreria, a causa del superamento dei valori limite per i metalli pesanti (cromo VI, nichel e loro composti) e per presenza di cromo III, piombo, manganese e rame; violato le prescrizioni in materia di scarichi, immettendo in pubblica fognatura una quantità di reflui superiore al limite giornaliero consentito”. In Friuli, invece, la scorsa estate sono stati i carabinieri del Noe di Udine a mettere sotto indagine un dirigente della Regione Friuli Venezia Giulia per inquinamento ambientale e deturpamento di bellezze naturali. In particolare, è stato accertato che nell’ambito del monitoraggio “dei lavori di dragaggio del Canale Barbana l’area di refluimento dei sedimenti risultava essere sprovvista di autorizzazione per l’asservimento. Successivi accertamenti nell’area di 74 ecomafia 2019 cantiere facevano inoltre emergere violazioni alle prescrizioni ambientali relative al deterioramento degli habitat naturali protetti (Zona protezione speciale e Sito di interesse comunitario). L’area refluimento dei sedimenti, per un’estensione pari a 400 metri, veniva sottoposta a sequestro. Nel prosieguo delle indagini i militari denunciavano altre 7 persone, tutti dipendenti pubblici, in quanto si evidenziava che gli attori della vicenda realizzavano detti lavori in aree soggette al vincolo degli usi civici, in assenza di autorizzazione paesaggistica e della valutazione di incidenza ambientale, ricadendo le aree oggetto dell’intervento in area Sic e Zps Laguna di Grado e Marano”. Ancora in Basilicata, nel luglio del 2018 i carabinieri del Noe di Potenza, in esecuzione di una “Ordinanza di applicazione della misura cautelare personale e Ordine di esecuzione di sequestro preventivo”, hanno sottoposto alla misura del divieto di dimora nel territorio della Regione Basilicata l’amministratore delegato della società che gestisce il termovalorizzatore di Melfi, procedendo contestualmente al sequestro penale preventivo del citato impianto, destinato alle operazioni di “messa in sicurezza d’emergenza” nell’ambito degli interventi di bonifica del sito. In tema di maladepurazione, la legge 68 si dimostra sin dall’inizio una enorme occasione per gli inquirenti per sanzionare, finalmente, una miriade di comportamenti illegali che causano enormi danni ambientali agli ecosistemi marini. Nella solita Calabria l’ennesima inchiesta ha preso il nome “Mala depurazione” e porta la firma della procura della Repubblica di Reggio Calabria, che appena finita l’estate scorsa è intervenuta mettendo sotto sequestro ben 14 depuratori, dislocati in tutto il Reggino. Impianti che sono stati subito affidati a un commissario del dipartimento ambiente della Regione Calabria, che si è impegnata a investire per riportarli a regime. L’indagine è stata condotta dalla Guardia costiera, coordinata dal Pm Angelo Gaglioti e dall’aggiunto Gerardo Dominijanni, e ha consentito di far emergere una situazione di sistematica illegalità. In quasi tutti gli impianti sono stati riscontrati malfunzionamenti, compressori, misuratori di portata ed elettropompe mancanti o mai sostituiti, bypass non autorizzati e innumerevoli sono stati i casi accertati di smaltimento illecito dei fanghi e dei residui – il cosiddetto “vaglio di grigliatura” – prodotti dagli impianti. Risultato: scarichi sversati in parte o del tutto a mare, qualità delle acque pregiudicata, in alcuni casi – è emerso nei mesi scorsi dalle indagini Arpacal – fino alla non balneabilità. Due i filoni investigativi: uno per l’ applicazione della legge 68/2015 sugli ecoreati 75 reati contro la pubblica amministrazione fra cui inadempimenti in pubbliche forniture (spesso contestato in concorso con dirigenti e tecnici delle società che si dovevano occupare della manutenzione, omissioni e rifiuti in atti di ufficio), l’altro per una serie di reati propriamente ambientali fra cui disastro ambientale e illecite attività di smaltimento di prodotti inquinanti di tali impianti. Al momento devono risponderne 53 indagati tra amministratori, funzionari e tecnici comunali e dirigenti delle società che hanno gestito gli impianti, accusati a vario titolo di inadempimento di contratti di pubbliche forniture, omissione d’atti d’ufficio, disastro ambientale, getto pericoloso di cose, attività di gestione non autorizzata di rifiuti con smaltimento illecito degli stessi. Al vaglio degli inquirenti è anche la posizione dell’intero management della società cui era stata demandata la manutenzione degli impianti di depurazione. A Pescara, ancora nel mese di luglio, è stata ancora la Guardia costiera a contestare nei confronti di 12 soggetti e 2 società una lunga serie di reati ambientali, tra cui l’inquinamento ex art. 452-bis C.p., sequestrando allo stesso tempo 26 impianti scolmatori di piena dell’impianto fognario di Pescara e dell’impianto di depurazione e scarico del mattatoio della città adriatica. Sequestri che si aggiungono a quelli emessi nei mesi precedenti ai danni di quattro depuratori e otto fosse imhoff dello stesso comune. In Calabria, invece, è il solito stillicidio di sequestri a impianti di depurazioni fatiscenti e gestiti peggio. Chiudiamo con una nota di preoccupazione sulla vicenda veneta che ha visto una intera area tra le province di Vicenza, Verona e Padova – per un bacino di almeno 350.000 cittadini – subire negli ultimi decenni l’avvelenamento delle risorse idriche superficiali e degli acquedotti a causa dello sversamento dei Pfas (Perfluoro-alchiliche),5 una famiglia di composti chimici (utilizzata prevalentemente in campo industriale) prodotti dall’azienda Miteni di Trissino. Una vicenda che affonda le sue radici nella storia industriale di quel territorio, che ha visto Legambiente da sempre impegnata nella denuncia sui danni ambientali e sanitari prodotti dalla fabbrica sull’intera collettività. Per capire l’effettivo livello di contaminazione, utile per formulare le accuse nell’ambito del procedimento giudiziario in corso, ci hanno lavorato sia carabinieri del Noe sia i tecnici dell’Arpav. Come ricorda l’apposita Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della 5 Sono fluoruri particolarmente inquinanti utilizzati per impermeabilizzare i giacconi e rendere non aderenti le padelle, prodotti dall’azienda Miteni di Trissino. 76 ecomafia 2019 passata legislatura,6 dalle indagini svolte “dal Noe di Treviso, nell’informativa del 13 giugno 2017, si evince che la Miteni, nella vecchia composizione sociale, aveva avuto piena consapevolezza dell’inquinamento del terreno e della falda nel suo sito, a seguito delle indagini ambientali, commissionate dapprima nel 1990 alla società Ecodeco di Giussago e, successivamente, a partire dal 1996 al 2009, alla Erm Italia Spa, società di consulenza leader, a livello internazionale, nel settore ambientale”. A gennaio di quest’anno la Procura di Vicenza ha notificato gli avvisi di chiusura delle indagini a 13 persone, in particolare manager dell’azienda Miteni, considerata la fonte dell’inquinamento. Purtroppo il processo contro i vertici dell’azienda, nel frattempo residenti all’estero, vede contestato l’avvelenamento delle acque insieme al vecchio “disastro innominato” doloso (art. 434 Codice penale), per fatti risalenti fino al 2013, e non invece il nuovo e più efficace delitto di disastro ambientale ai sensi dell’art. 452-quater del codice penale. Il rischio concreto con questo vecchio capo di imputazione è non solo di dover cedere il passo a una molto probabile prescrizione, ma di intentare un processo in cui i responsabili difficilmente saranno chiamati a rispondere concretamente dei danni arrecati al territorio e alla sua comunità, dovendosi in ogni caso provare in sede processuale i danni alla pubblica incolumità (cosa tutt’altro che facile, come dimostrano i precedenti processi finiti nel nulla). I magistrati hanno infatti separato i fatti pre e post 2013, rendendo applicabile il nuovo disastro solo per i fatti successi dopo l’entrata in vigore della legge 68.7 L’auspicio sarebbe infatti che la procura riqualificasse tout court il capo di imputazione alla luce del nuovo disastro ambientale (art. 452-quater), potendo così contare su una fattispecie di danno concreto (alle matrici ambientali) più puntuale, che meglio si adatta alla situazione specifica, con le annesse misure di prevenzione e pene accessorie (confische, anche per equivalente, obbligo di bonifica ed eventuali aggravati, come per morte e lesioni personali). Anche in virtù del fatto che l’inquinamento è una situazione attuale, anzi, peggiora inesorabilmente, come ha denunciato lo stesso direttore dell’Area tutela e sviluppo della Regione, Nicola 6 Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali a essa collegati, “Relazione di aggiornamento sull’inquinamento da sostanze Pfas in alcune aree della Regione Veneto”, approvata il 14 febbraio 2018. 7 In tal modo appare poco probabile modificare l’imputazione sulla base del nuovo art 452 quater per i fatti pre 2013, visto che la norma penale dell’epoca era più favorevole e che quindi si pone il problema della irretroattività di quella sfavorevole. l’ applicazione della legge 68/2015 sugli ecoreati 77 Dell’Acqua, che recentemente ha scritto al curatore fallimentare dell’azienda: “Le ultime analisi effettuate segnalano un peggioramento della contaminazione delle acque di falda. Bisogna intervenire subito”. Il blocco agli impianti e la chiusura della fabbrica ha abbandonato al suo destino la barriera idraulica che dovrebbe impedire la fuoriuscita delle acque contaminate. Gli studi epidemiologici eseguiti sulle popolazioni esposte nell’“area rossa” – ricorda ancora la Commissione parlamentare d’inchiesta –, in ossequio alle letteratura scientifica sui danni da esposizioni da Pfas, hanno infatti accertato “incidenze significative per alcuni tipi di tumore, di disordini del sistema endocrino, di problemi cardiovascolari e disturbi della fertilità (più in particolare: ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene, ipertensione indotta dalla gravidanza e preeclampsia, nonché associazioni con varie patologie cardiovascolari come arteriosclerosi, ischemie cerebrali e cardiache, infarto miocardico acuto e diabete)”. il corso di formazione sulla legge 68/2015 di legambiente e cobat imprese, ambiente e legalità Con la quarta e ultima tappa di Bari, 20 febbraio 2019, si è chiuso il primo ciclo di seminari sulla legge 68/2015 promosso da Legambiente e Cobat, a cui è stato dato il titolo “Imprese, ambiente e legalità. Gli ecoreati e i nuovi strumenti a difesa dell’ambiente e dei cittadini”. Le altre tappe si sono tenute, in ordine temporale, a Firenze (22 novembre 2018), a Treviso (28 novembre 2018), a Bologna (24 gennaio 2019). Quattro città e quattro regioni diverse con alle spalle storie diverse e persino conflitti, sociali e ambientali diversi. I seminari, la cui partecipazione è stata gratuita, si sono svolti in una intera giornata lavorativa, con una sessione mattutina e una pomeridiana. Il target è stato rivolto prima di tutto al mondo delle imprese, anche se il corso è rimasto aperto a chiunque volesse parteciparvi. Uno degli obiettivi è stato, infatti, di spiegare meglio i nuovi strumenti a disposizione delle imprese sane e oneste, che trovano nella legge 68 un prezioso alleato. Dopo anni di latitanza, il diritto penale si prende cura dell’economia sana colpendo la concorrenza sleale di chi ha sempre usato il dumping ambientale per fare la differenza rispetto a chi invece ha sempre rispettato le regole. Dando corpo a una delle richieste che Legambiente fa dall’inizio dell’entrata in vigore della legge 68, curare momenti formativi per gli operatori del diritto e per le imprese è un passo fondamentale per dare corpo e sostanza al 78 ecomafia 2019 cambio di paradigma penale. Senza una adeguata formazione, sia teorica sia pratica, si rischia di depotenziare lo sforzo fatto. È infatti quanto chiediamo espressamente in una delle proposte in chiusura della Premessa L’obiettivo principale è stato, quindi, quello di provare a fornire ai partecipanti una panoramica sui principi fondamentali della nuova legge, ancorandola ai casi concreti e incrociandola con la complessità di norme e regolamenti che toccano altri temi e disciplinano nel loro complesso la tutela ambientale nel nostro ordinamento. Attenzione particolare è stata dedicata al ruolo della prevenzione e della compliance in ambito pubblico e privato. Non sono mancati utili feedback da parte dei partecipanti. L’obiettivo principale è stato quello di dare una panoramica il più possibile oggettiva sullo stato di applicazione della legge 68, utilizzando i dati ufficiali provenienti dalle forze dell’ordine, dal Ministero di giustizia e dal Sistema nazionale di protezione ambientale. Tra i relatori, alcuni dei principali protagonisti della sua applicazione concreta, da giudici e pubblici ministeri, passando per rappresentanti delle forze dell’ordine, del sistema della Arpa, delle polizie locali e dei vari ordini professionali. Nell’ambito del corso pressoché tutte le relazioni hanno provato ad argomentare lo stato di salute della legge, la sua applicazione, le sue evoluzioni interpretative in Corte di Cassazione e, soprattutto, il ruolo del mondo economico rispetto a questo cambio di paradigma davvero radicale. la rete delle procure generali nella materia ambientale.
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