Source: http://www.slpt.it/maltrattamenti-famiglia-violenza-domestica/
Timestamp: 2018-12-17 15:14:57+00:00
Document Index: 11081734

Matched Legal Cases: ['art. 617', 'art. 282', 'art. 283', 'art. 282', 'art. 288', 'art. 572', 'sentenza ', 'art. 61']

Maltrattamenti in famiglia - Violenza domestica | Studio Legale | Trasacco & Pecorario | Aversa - Caserta - Napoli
Lo STUDIO LEGALE PECORARIO & TRASACCO è particolarmente attento alle problematiche che nascono nel corso della vita familiare e, nello specifico, alla tutela giuridica delle vittime di maltrattamenti e violenze nell’ambito di un contesto familiare.
La violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare.
Le vittime sono uomini, donne e bambini che spesso non denunciano il fatto per paura o vergogna.
E’ necessario prima di tutto imparare a riconoscere i comportamenti tipici dell’abusante.
Chi commette ripetutamente azioni violente fra le mura domestiche di solito ha un unico obiettivo: desidera porre la sua vittima in uno stato di “sudditanza” perché vuole sentirsi potente e perché esercitare azioni di comando e di controllo su un membro della famiglia lo fa sentire appagato e sicuro di sé.
Chi abusa:
– controlla i movimenti, i progetti e le attività della vittima generando isolamento sociale;
– spesso distrugge cose e oggetti ai quali la vittima tiene particolarmente;
– in situazioni sociali, come nei locali pubblici o in ambienti all’aperto frequentati da altre persone, cerca in tutti i modi di umiliare pubblicamente la vittima;
– spesso accompagna alle violenze fisiche minacce verbali, parole che hanno un forte senso dispregiativo finalizzate a far sentire la vittima “invisibile” e che portano a ridurre l’autostima. Frasi tipiche possono essere: “Sei una stupido/a”, oppure “Non capisci niente”, “Non sei intelligente” oppure “Non fai mai niente che possa andare bene!”;
– teme l’autonomia della vittima;
– rinforza nella vittima comportamenti servili ripetendole che lui/lei è la persona che comanda nel nucleo e che per questo deve essere sempre rispettato/a;
– usa i figli per raggiungere i suoi scopi minacciando di portarli via qualora la vittima manifestasse la volontà di lasciare la casa.
Prima di tutto la vittima deve rendersi conto che quello che sta accadendo fra le mura domestiche è un reato.
In caso di violenza domestica è importante rompere l’isolamento e trovare il coraggio di parlare con qualcuno di ciò che avviene fra le mura domestiche.
E’ importante individuare testimoni, recarsi sempre in Ospedale per far refertare le lesioni subite e, ove possibile, documentare in altro modo, anche attraverso registrazioni, le aggressioni e le violenze sia fisiche che morali.
La violenza fisica e psicologica può essere legata a forme di reato punite dal Codice Penale ed in particolare:
art. 617 – Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche
In ambito penale è importante tenere presente che il giudice, in presenza dei necessari presupposti, può emettere nei confronti dell’indagato o imputato sia le misure cautelari che le pene accessorie che seguono di diritto le pene principali irrogate a seguito di condanna nei confronti dell’autore della violenza.
Le misure cautelari personali consistono in limitazioni della libertà personale (fisica) o della sfera giuridica dell’individuo, disposte da un giudice per finalità di cautela processuale, anche nella fase investigativa.
In tema di violenza familiare, prima dell’introduzione della nuova misura cautelare ex art. 282-bis c.p.p., la misura più idonea ad evitare la reiterazione delle violenze era il divieto di dimora (ex art. 283 c.p.p. comma 1) – L’articolo 283 c.p.p. così recita: “con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all’imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede.” Come si legge testualmente, il divieto di dimora consiste nella proibizione di dimorare in una determinata località (Comune o sua frazione) e quindi nella prescrizione di non accedervi, senza preventiva autorizzazione del giudice. Al di fuori di tale ambito territoriale, la persona sottoposta a tale misura gode di piena libertà di circolazione. Il divieto di dimora, in conformità del principio di personalizzazione delle misure, deve essere armonizzato con le esigenze d’alloggio, di lavoro e di assistenza dell’imputato, salvaguardandole ove possibile.
La nuova misura dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis c.p.p.), introdotta con la legge 5 aprile 2001, è molto più specifica e diretta nell’individuare il fine della misura medesima, ovvero “l’incolumità della persona offesa”, e le modalità della sua applicazione, ovvero le necessarie limitazioni alla libertà di locomozione dell’imputato o dell’indagato.
Le misure interdittive, a differenza di quelle coercitive, incidono non tanto sulla libertà fisica dell’imputato, quanto piuttosto sulle attività che ne costituiscono la proiezione esterna. La loro applicazione priva la persona soltanto della possibilità di svolgere determinate funzioni, attività o professioni (sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori ex art. 288 c.p.p. ).
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