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Timestamp: 2020-08-10 00:08:31+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 12', 'art. 2233', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2043']

novembre 2010 – Luca Tantalo, avvocato, mediatore e negoziatore
Pubblicato il bando per il concorso a 360 posti di magistrato.
30 novembre 2010 Avv. Luca TantaloLascia un commento
E’ stato pubblicato sulla G.U. n. 93 del 23 novembre 2010 – IV Serie speciale, il concorso per esami indetto con decreto ministeriale 12 ottobre 2010 e integrato con successivo decreto 19 ottobre 2010, a 360 posti di magistrato ordinario.
Al concorso possono partecipare non solo gli avvocati iscritti all’albo che non siano incorsi in sanzioni disciplinari, ma anche coloro che abbiano conseguito l’abilitazione all’esercizio delle professione forense.
Di seguito potete trovare i due decreti ministeriali sopra citati.
AvvocatiAvvocati, Concorsi, Concorso Magistratura
Cassazione Sez. Tributaria, 23 novembre 2010: paga sempre l’IRAP il lavoratore autonomo che ha un collaboratore.
Cassazione – Sezione tributaria – ordinanza 22 giugno – 23 novembre 2010, n. 23761
Ricorrente Agenzia delle Entrate
«L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia n. 329/63/06, depositata il 21 novembre 2006, che, rigettando l’appello dell’Agenzia delle entrate, ufficio di Brescia 1, ha riconosciuto a Paolo Dabbeni il diritto al rimborso dell’IRAP versata per gli anni 1998, 1999 e 2000.
Il ricorso contiene un motivo, rispondente ai requisiti prescritti dall’art. 366 bis c.p.c., con il quale l’amministrazione censura la sentenza per vizio di motivazione per aver trascurato di considerare che il contribuente ha corrisposto rilevanti compensi a terzi per prestazioni afferenti la propria attività professionale, e per aver mancato di accertare in concreto se i beni strumentali utilizzati eccedessero o meno il minimo indispensabile per l’attività professionale.
La ratio decidendi della sentenza impugnata – dove si afferma che “nessun contributo prevalente e qualificante”, “tale da configurare necessariamente l’esistenza di una organizzazione prevalente sul contributo personale del lavoratore autonomo”, “potrebbe derivare dall’ausilio di un dipendente che ricopra funzioni meramente esecutive” – non è conforme al consolidato principio affermato da questa Corte in materia, secondo cui, a norma del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, primo periodo, e 3, comma 1, lettera c), del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, l’esercizio delle attività di lavoro autonomo di cui all’art. 49, comma primo, del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, è escluso dall’applicazione dell’imposta soltanto qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata: il requisito della “autonoma organizzazione”, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui; costituisce poi onere del contribuente che richieda il rimborso fornire la prova dell’assenza delle condizioni anzidette (ex plurimis, Cass. n. 3676, n. 3673, n. 3678, n. 3680 del 2007). In particolare, a fronte della contestazione dell’ufficio in appello – che la ricorrente ha trascritto in parte qua, indicando il luogo dell’atto difensivo in cui era contenuta -, secondo cui, tra l’altro, il contribuente, negli anni per cui è causa aveva dichiarato “compensi corrisposti a terzi, in media superiori a lire 141.000.000”, la sentenza impugnata, a tenore della quale “il contribuente esercita la propria attività professionale senza l’ausilio di personale dipendente”, si appalesa insufficientemente e non congruamente motivata, ai fini dell’accertamento del requisito dell’autonoma organizzazione, in ordine all’utilizzazione non occasionale del lavoro altrui.
In conclusione, si ritiene che, ai sensi degli artt. 375, primo comma, e 380 bis cod. proc. civ., il ricorso possa essere deciso in Camera di consiglio in quanto manifestamente fondato»;
che non sono state depositate conclusioni scritte né memorie;
considerato che il Collegio, a seguito della discussione in Camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e pertanto, ribaditi i principi di diritto sopra enunciati, il ricorso va accolto, la sentenza va cassata e la causa rinviata in relazione al motivo accolto ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia, la quale procederà ad un nuovo esame della controversia, oltre a disporre in ordine alle spese anche del presente Giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Lombardia.
Tributariocassazione, Fisco, Irap, tributario
I punti principali della riforma forense approvata dal Senato.
29 novembre 2010 Avv. Luca Tantalo2 commenti
Alcuni punti importanti della riforma forense, approvata al Senato; il testo va ora alla Camera dei Deputati per il voto.
Specializzazioni: l’avvocato potrà ottenere il titolo di specialista “secondo modalità che sono stabilite con regolamento adottato dal Ministro della Giustizia previo parere del CNF..”. Gli avvocati iscritti all’albo da almeno dieci anni al momento di entrata in vigore della legge non dovranno sostenere corsi ma solamente superare un esame;
Associazioni e società tra avvocati: Le associazioni e le società tra avvocati sono consentite, salvo le società di capitali (art. 4). L’incarico professionale è sempre conferito all’avvocato; i soci hanno responsabilità solidale e illimitata nei confronti dei terzi. Alle associazioni e alle società, oltre agli iscritti all’albo forense, potranno partecipare anche altri liberi professionisti appartenenti alle altre categorie individuate con regolamento del Ministero della Giustizia. L’avvocato potrà essere associato ad una sola associazione o società.
Assicurazione obbligatoria: Diventa obbligatoria la polizza assicurativa a copertura della responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione. La mancata osservanza costituisce illecito disciplinare.
Tariffe: è pur vero che sono stati ripristinati i minimi tariffari (“Tranne che nelle particolari ipotesi disciplinate dalle tariffe”), ma questa non è l’unica novità prevista dall’art. 12 (“Conferimenti dell’incarico e tariffe professionali”). Il suddetto articolo prevede tra le altre cose, infatti, che il compenso professionale debba essere pattuito anticipatamente tra le parti, nel rispetto della libera determinazione di cui all’art. 2233 del c.c., con l’assoluto obbligo di rispetto dei minimi, pena la nullità dell’accordo. Inoltre, è prevista la possibilità di concordare un ulteriore compenso rispetto a quello tariffario, per il caso di conciliazione o di esito positivo della causa, fermi i limiti previsti dal Codice Deontologico. Abolito poi il patto di quota lite, introdotto dal c.d. decreto Bersani.
Formazione continua: l’avvocato sarà obbligato a curare il continuo e costante aggiornamento delle proprie competenze professionali per garantire la qualità dei servizi professionali e per contribuire al migliore esercizio della professione nell’interesse dei clienti e dell’amministrazione della giustizia.
Pubblicità: nel testo viene definita come “Informazioni sull’esercizio della professione”. Viene consentita, purché in maniera “veritiera, non elogiativa, non ingannevole e non comparativa”. I criteri saranno determinati dal CNF.
Incompatibilità: è stato cancellato l’emendamento che consentiva l’iscrizione all’albo di dipendenti, anche part time.
Albo Cassazionisti: se la norma verrà confermata, potrà iscriversi al relativo albo chi avrà maturato otto anni di iscrizione ma avrà anche frequentato la Scuola Superiore dell’Avvocatura, superando anche una prova finale di idoneità.
Esame di Stato: è rimasto sostanzialmente invariato, con la previsione di tre prove, aventi ad oggetto la redazione di un parere in materia di diritto civile, uno in materia di diritto penale e la redazione di un atto giudiziario “in materia scelta dal candidato tra il diritto privato, il diritto penale ed il diritto amministrativo”. Viene introdotto l’obbligo, e questo lascia sinceramente piuttosto perplessi, di utilizzare esclusivamente testi di legge senza commenti (e questo è ovvio) ma anche senza citazioni giurisprudenziali. Se lo scopo dell’esame è quello di verificare se il praticante sa redigere un atto, ci chiediamo come lo si possa fare senza giurisprudenza.
Per quanto riguarda l’orale, diventano obbligatorie le due procedure (civile e penale) e sia il diritto civile che quello penale, oltre all’ordinamento e deontologia forense; il tutto insieme ad altre due materie a scelta.
Francamente, per quanto riguarda questo punto, avremmo preferito, anziché un inasprimento dell’esame che sembra fine a se stesso, un maggior controllo sull’effettivo svolgimento della pratica, misto ad un cambiamento delle modalità di effettuazione (penso ad esercitazioni pratiche) in modo che i tirocinanti veramente intenzionati a svolgere la nostra Professione abbiano effettivamente la possibilità di impararla seriamente.
Di seguito il testo integrale approvato al Senato.
Riforma forense Senato
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28 novembre 2010 Avv. Luca TantaloLascia un commento
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25 novembre 2010 25 novembre 2010 Avv. Luca TantaloLascia un commento
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25 novembre 2010 Avv. Luca TantaloLascia un commento
Di seguito il comunicato integrale del Consiglio Nazionale Forense.
ComunicatoRelazioneAlpaXXXCongressoforense-Genova25_11_2010-1
Avvocati, Riforma forenseAvvocati, Riforma forense
Cade per un tombino sporgente, il Comune è responsabile dei danni se manca il segnale di pericolo per strada dissestata (Cassazione 23277/2010)
Cassazione – Sezione terza – sentenza 13 ottobre – 18 novembre 2010, n. 23277
A. D’., con atto di citazione notificato il 12 gennaio 1989, convenne in giudizio il Comune di omissis chiedendo il ristoro dei danni patiti a seguito di una caduta, determinata dallo stato di dissesto del fondo stradale.
L’ente, costituitosi in giudizio, contestò la domanda attrice.
Con sentenza del 12 febbraio 2004 il Tribunale di Napoli rigettò la domanda.
Su gravame della soccombente, la Corte d’appello l’ha invece ritenuta fondata e, per l’effetto, ha condannato il Comune di omissis al pagamento in favore della D. della somma di euro 55.798,54.
Avverso detta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione, illustrato anche da memoria, il Comune di omissis, formulando un solo, complesso motivo con pedissequo quesito.
Ha resistito con controricorso la D..
Il giudizio, rinviato a nuovo ruolo all’udienza del 19 febbraio 2006, a seguito del decesso del difensore dell’intimata, è stato trattato e deciso all’udienza odierna.
1. Nell’unico mezzo il Comune di omissis lamenta insufficienza della motivazione su un punto decisivo della controversia. Oggetto della critica è il convincimento del giudice a quo in ordine alla eziologia dell’evento lesivo. Secondo la Corte territoriale, invero, l’instabilità del tombino sul quale la D. era andata ad inciampare costituiva evento imprevedibile, e quindi insidia per l’ignaro passante, idonea all’affermazione dell’efficienza causale della condotta della P.A. nella determinazione dell’evento.
Sostiene invece il deducente che, considerate le caratteristiche di tempo e di luogo in cui si era verificato il sinistro, l’attrice bene avrebbe potuto prevedere un pericolo per la sua incolumità e, conseguentemente, adottare tutte le cautele necessarie ad evitare che esso si materializzasse, transitando sul lato della strada non interessato dai lavori.
È consolidata affermazione di questo giudice di legittimità che, in tema di responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica amministrazione, qualora non sia applicabile la disciplina di cui all’art. 2051 cod. civ., in quanto sia accertata in concreto l’impossibilità dell’effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso da parte di terzi, l’ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall’utente, secondo la regola generale dell’art. 2043 cod. civ., norma che non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un’insidia o di un trabocchetto. Conseguentemente, secondo i principi che governano l’illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l’onere della prova dell’anomalia del bene, che va considerata fatto di per sé idoneo – in linea di principio – a configurare il comportamento colposo della P.A., mentre spetterà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l’impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo (confr. Cass. 6 luglio 2006, n. 15383).
2.1. Principio altrettanto pacifico è poi che, allorquando si faccia valere la responsabilità extracontrattuale della pubblica amministrazione per danni subiti dall’utente a causa delle condizioni di manutenzione di una strada pubblica, la valutazione della sussistenza di un’insidia, caratterizzata oggettivamente dalla non visibilità e soggettivamente dalla non prevedibilità del pericolo, costituisce un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente e logicamente motivato (confr. Cass. civ., 19 luglio 2005, n. 15224).
3. Venendo al caso di specie, il giudice di merito ha affermato che l’instabilità del tombino costituiva, in mancanza di qualsivoglia segnalazione dei lavori in corso e di recinzione della zona interessata, un pericolo occulto e imprevedibile, segnatamente rimarcando l’incongruità della linea difensiva della convenuta amministrazione – volta a rovesciare sull’infortunata la responsabilità dell’accaduto – alla luce del criterio, di elementare buon senso, che proprio per la mancanza di ogni segnalazione, l’utente poteva camminare indifferentemente sull’uno o sull’altro lato della strada.
Ciò significa che il decidente ha valutato, in termini che non possono essere tacciati di implausibilità e di illogicità rispetto al contesto fattuale di riferimento, la sussistenza dei presupposti per l’applicabilità del presidio generale di cui all’art. 2043 cod. civ. e ha poi dato del suo convincimento una motivazione esaustiva e corretta. Tanto basta perché la relativa valutazione si sottragga al sindacato di questa Corte.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in complessivi euro 4.200 (di cui euro 200 per spese), oltre IVA e CPA, come per legge.
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