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Timestamp: 2019-07-18 20:22:57+00:00
Document Index: 181895923

Matched Legal Cases: ['art 138', 'sentenza ', 'art. 83', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 41', 'art. 35', 'art. 51', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 69', 'art. 57', 'art. 117', 'art. 70', 'art. 57', 'art. 70', 'art. 118', 'art. 71']

Introduzione alla riforma costituzionale
“Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”. Questa frase, in chiusura del documento dei fautori del SÌ al referendum sulla legge di revisione costituzionale, che interessa ben 47 (su 139) articoli della Costituzione vigente, è la prima cosa che mi ha colpito e, devo dire, non poco turbato, nel mettere in ordine documenti, articoli di giornale, interviste televisive e più austeri scritti scientifici raccolti nel corso del dibattito parlamentare e, poi, in vista del referendum e nella redazione del volumetto “La Costituzione va riformata? SI/NO” (Aracne Editrice), con il quale ho voluto partecipare al dibattito in corso. “La Riforma non è perfetta” neppure per Angelo Panebianco (Corriere della Sera) e “presenta anche punti che avrebbero potuto essere meglio precisati o previsti”, come ha scritto Padre Francesco Occhetta su La Civiltà Cattolica, entrambi schiarati per il SI.
Una riforma, dunque, imperfetta e incompleta
Inoltre, si osserva da più parti, la tecnica redazionale appare “in più d’un caso, imperfetta e, sovente, di faticosa lettura” (S. Troilo, in Iustitia, n. 3/2016, 341), quando le Costituzioni dovrebbero essere leggibili e facilmente comprensibili da tutti, come sollecitava Piero Calamandrei in un celebre discorso in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947 ricordando che Ugo Foscolo, incaricato di redigere il progetto di Codice penale della Repubblica Cisalpina, aveva scritto nella relazione introduttiva “si baderà ancora a una religiosa esattezza della lingua italiana”. Nel medesimo discorso Calamandrei, repubblicanissimo, lodava lo Statuto albertino ripetendo la frase di un collega: “guardate come era semplice e sobrio”. E come semplici e sobrie erano le leggi di Roma. A nessuno di noi verrebbe in mente di aggiungere una virgola o di cambiare un aggettivo ad una frase di un commentarius di Gaio od al De iustitia et iure che apre il Digesto di Giustiniano.
Ed è proprio al fine facilitare l’accesso alla lettura che la Costituzione fu revisionata da Concetto Marchesi, eminente storico della letteratura latina e da alcuni linguisti perché, ricorda Tullio De Mauro, si sentì la necessità della chiarezza perché “scrivere testi farciti di parole incomprensibili anche a persone di robusta esperienza lessicografica non è segno di grande perizia” (Il linguaggio della Costituzione, UTET 2006, XVII). E ricorda che Karl Kraus, scrittore e giornalista, diceva che adoperare parole “fuori dei contesti e delle situazioni in cui esse sono opportune (è) un segno di cattiva educazione”. Non solo. Nel diritto l’uso improprio delle parole è fonte di confusione e spesso ragione di contenzioso, come sa chiunque si avvicina ad un testo normativo degli ultimi anni.
Nell’affrontare il tema della riforma, rimessa alla valutazione degli elettori il prossimo 4 dicembre, emergono, in primo luogo, profili di metodo e di merito. Il metodo attiene all’iniziativa ed alla approvazione della legge, questioni non di poco conto ma fondamentali, perché le prassi e le regole guidano l’azione degli uomini ed il loro rispetto è manifestazione del livello di civiltà giuridica e politica che un popolo è capace di esprimere in un determinato momento storico . La violazione delle prassi e la manomissione delle regole, anche quando il risultato sia quello voluto e giusto, introduce un precedente capace di dar vita a situazioni a volte inimmaginabili. Mentre l’assuefazione alla deviazione dalle prassi e alla elusione delle procedure apre la strada ad ulteriori illegalità ed è ragione di allontanamento dei cittadini dalle istituzioni.
Sotto l’aspetto della prassi va detto che è inusuale che l’iniziativa della riforma sia stata assunta dal Governo in una materia ritenuta da sempre propria del Parlamento, come andava ripetendo in Assemblea Costituente Pietro Calamandrei (“quando si scrive la Costituzione, i banchi del governo devono restare vuoti”). Lo ha ricordato anche Pier Luigi Bersano il 17 ottobre inter4vistato da varie televisioni. Una legge, inoltre, approvata da una maggioranza ristretta e significativamente cambiata nel corso delle varie letture. Inoltre il partito di maggioranza ha sostituito nella Commissione affari costituzionali del Senato quanti avevano manifestato contrarietà al testo ed imposto limitazioni varie all’esame e al voto di molti emendamenti ricorrendo a strumenti procedurali, quali il “canguro” e la “ghigliottina”, che hanno condizionato il dibattito. Non sono stati esempi di capacità di dialogo.
Come si sa, il titolare del massimo potere nel nostro ordinamento è il governo. Si capisce, allora, che è totalmente incompatibile con i principi del costituzionalismo che il titolare del potere assuma l’iniziativa di cambiare, secondo i suoi desideri, lo strumento che funge da limite al potere. In una caso del genere, si può dubitare che la Costituzione sia ancora un limite. Un limite è tale se è imposto dall’esterno, se è eteronomo. Se un soggetto pone da sé i limiti alla propria azione, tali limiti non sono eteronomi, ma autonomi, cioè nella sua disponibilità. Il che vale a dire che non sono dei veri limiti. Per cui – è il giudizio di Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale - il governo che assume l’iniziativa di promuovere un ddl di revisione costituzionale “si pone al di fuori della logica del costituzionalismo”.
Tutto ciò ha accentuato il carattere divisivo dell’iniziativa, scritta e voluta da una maggioranza contro il resto del Parlamento. Laddove, invece, le costituzioni, da sempre e dovunque, in quanto espressione dell’identità politica di un popolo che si riconosce nei “principi fondamentali” entro cui è incorniciato il volto dello Stato e nelle forme dell’organizzazione politico istituzionale della comunità e del suo funzionamento, devono essere largamente condivise. Per questo si usa dire che la Costituzione è “di tutti”. Lo insegna l’esperienza della Costituzione vigente, approvata nel 1947 quasi all’unanimità, pur in un contesto di forti contrapposizioni politiche e ideologiche, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale e del referendum Monarchia/Repubblica. Infatti quei partiti, che si sarebbero scontrati violentemente sulle piazze d’Italia nel 1948 e nel 1953, vollero scrivere insieme l’enunciazione dei diritti fondamentali e le regole del funzionamento dello Stato. Con quella Costituzione i Governi hanno avviato grandi riforme (dal piano casa di Fanfani alla riforma agraria di Segni), ricostruito l’Italia dopo le distruzioni della guerra ed avviato lo sviluppo dell’economia, quello che negli anni ’60 sarà chiamato il “miracolo economico”. Con quella Costituzione Luigi Einaudi, Ministro del bilancio, ha potuto mettere in sicurezza in brevissimo tempo i conti dello Stato pur gravati da un ingentissimo debito pubblico. A dimostrazione del fatto che le politiche pubbliche si perseguono attraverso leggi, decreti e direttive ministeriali che nulla hanno a che fare con la Costituzione.
Ma ben altre e più rilevanti sono le osservazioni di metodo che devono contribuire a guidare la scelta degli italiani. Mi riferisco al fatto che la riforma è stata votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale (il Porcellum). Un fatto non formale, che denota una gravissima improntitudine politica, un palese disprezzo delle regole al quale gli italiani non devono assolutamente assuefarsi perché sintomo di un’arroganza senza precedenti che, se non contrastata, determina un pericoloso effetto anestetizzante delle coscienze e allontana i cittadini dalle istituzioni e favorisce l’illegalità. Se le regole non le rispettano le istituzioni dello Stato perché le devo rispettare io?
Questa riforma, inoltre, non è stata approvata da “una larga maggioranza”, come si sente dire, perché se così fosse stato si sarebbe evitato il referendum (non necessario, ai sensi dell’art 138, comma 3, Cost. se la legge fosse stata “approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”), ma da una “finta maggioranza”, come denuncia il Comitato per il NO. “Una minoranza che, grazie alla sovrarappresentazione parlamentare (il premio di maggioranza, n.d.A.) fornita da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza solo sulla carta”. Aggiungendo che “una simile maggioranza non può spingersi fino a cambiare, con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione”. Infatti la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittima la legge elettorale, pur non delegittimando il Parlamento, in ragione del “principio della continuità dello Stato” avrebbe tuttavia richiesto una limitata sopravvivenza di quelle Camere, giusto il tempo di varare una nuova legge elettorale per poi essere sciolte ed andare a nuove elezioni. In sostanza il mandato parlamentare non poteva spingersi fino a cambiare, “con un violento colpo di mano di una minoranza che artificiosamente è divenuta maggioranza” la Costituzione di tutti.
Su questa realtà giuridica il Capo dello Stato avrebbe dovuto vigilare. Invece il 22 aprile 2013, di fronte al Parlamento in seduta comune, il giorno del suo secondo insediamento, Napolitano ha sostenuto che la prosecuzione della legislatura si giustificava proprio in funzione di riforme da lui ritenute necessarie e non rinviabili. Una forzatura, neppure particolarmente elegante. Un precedente pericoloso, una violazione palese della legalità costituzionale.
Riforma costituzionale e legge elettorale
Inoltre, la sommatoria tra riforma costituzionale e nuova legge elettorale spiana la strada a quello che per i contestatori della riforma è un autentico “mostro giuridico” che travolge i principi supremi della Costituzione e della democrazia parlamentare. “In effetti l’impostazione di fondo che c’è dietro questo progetto di grande riforma (comprensivo della riforma elettorale) – ha detto il Professore Domenico Gallo nella sua introduzione all’atto della presentazione del Comitato per il NO -, non è quello della revisione della Costituzione, ma del suo superamento, cioè dell’abbandono del progetto di democrazia costituzionale prefigurato dai padri costituenti per entrare in un nuovo territorio, dove le decisioni sono più “semplici”, perché, per legge, il governo è attribuito ad un unico partito, sciolto dagli impacci di dover mediare con partiti e partitini di una coalizione; dove (la) Camera… (è) sottoposta ad un ferreo controllo da parte del Governo del partito unico, al quale la legge elettorale garantisce una maggioranza assicurata e la riforma costituzionale garantisce il controllo dell’agenda dei lavori parlamentari, dove le istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale) sono deboli e non possono interferire con l’esercizio dei poteri di governo che, invece, sono “forti””. È la tesi di Bersani, nell’intervista prima richiamata, che denuncia la surrettizia uscita dal sistema parlamentare.
Le considerazioni ulteriori sono molto dure: “soltanto attraverso la cancellazione della memoria si può far passare per innovativa una legge elettorale che restaura gli stessi meccanismi manipolatori della legge Acerbo”. Per chi ha scarsa memoria il riferimento è alla legge 18 novembre 1923, n. 2444, di iniziativa del deputato Giacomo Acerbo, che prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza all’interno di un collegio unico nazionale, legge che consentì a Mussolini di dilagare nelle elezioni alla Camera dei deputati del 6 aprile 1924. Per Zagrebelsky la riforma del Senato sommata all’Italicum (legge elettorale della Camera) “realizza il sogno di ogni oligarchia: umiliare la politica a favore delle tecnocrazie”.
L’Italicum, infatti, aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato e al centralismo che depotenzia il pluralismo istituzionale, in ragione della nuova configurazione del Titolo V, l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei deputati. In particolare, il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera nelle mani del leader del partito vincente — anche con pochi voti (minoranza dell’elettorato e ancor più minoranza in relazione agli aventi diritto al voto) — nella competizione elettorale, secondo il modello dell’“uomo solo al comando”, espressione coniata nel dibattito politico giornalistico, dal quale derivano effetti collaterali negativi anche per il sistema di checks and balances. Ne risente, infatti, l’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura. Per il Presidente della Repubblica l’art. 83, comma 2, prevede una maggioranza di due terzi dell’assemblea (486), che diventano i tre quinti dal quarto scrutinio (438), mentre dal settimo “è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti”. Insomma tirandola per le lunghe è possibile che il Capo dello Stato venga eletto dai soli esponenti della maggioranza (340) con l’apporto di qualche recluta dell’ultima ora, com’è avvenuto più volte per vari tipi di votazione e per la riforma della quale parliamo.
È evidente che risulta indebolito il sistema complessivo dei bilanciamenti, ovvero di quei pesi e contrappesi necessari per garantire l’equilibrio politico istituzionale tra poteri, equilibrio che connota il costituzionalismo che, osserva Zagrebelsky, “nasce, in opposizione all’assolutismo, per sostenere la necessità di dotarsi di uno strumento – la Costituzione, appunto – che funga da limite al potere. Il costituzionalismo ritiene che il potere illimitato sia un male, perché potrebbe fare dei governati quel che vuole. Per questo si pone l’obiettivo di separare – attraverso norme sulla forma di governo – e di limitare . attraverso le norme sui diritti – il potere.
Ne Lo spirito delle leggi, Montesquieu scriveva: “chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva fin dove non trova limiti [ ]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Per fare un esempio, i giudici costituzionali, il cui ruolo non è particolarmente amato dalla classe politica perché incaricati di verificare la costituzionalità delle leggi che essa stessa ha votato, sono quindici. Cinque li eleggono le magistrature, e la loro indipendenza è fuori discussione, cinque le Camere, con criteri politici, e cinque il Capo dello Stato eletto come si è visto poc’anzi. Di quale indipendenza, al di là della loro personale onestà, questi sono portatori agli occhi dei cittadini se hanno militato in partiti e manifestato, in quella veste, orientamenti potenzialmente confliggenti con il loro ruolo di “giudici delle leggi”?
In sostanza un rischio evidente per la democrazia, un cambiamento surrettizio della forma di governo, da parlamentare in pseudopresidenziale, che rapidamente porterebbe ad una sorta di “Premierato assoluto” (Ainis). In proposito vale la pena di sottolineare che, nella sentenza che ha giudicato illegittimo il Porcellum, la Corte costituzionale ha chiaramente sottolineato che le ragioni della governabilità non devono comunque prevalere su quelle della rappresentatività. In particolare, a causa del premio di maggioranza che consenta al partito uscito vincitore dalle elezioni di decidere, senza il concorso di altre forze politiche, in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali. Per questo motivo, si sostiene, il Premier ha ridotto i senatori ma lasciato un numero abnorme di deputati, superiore a quelli di ogni altra democrazia occidentale, compresi gli Stati Uniti d’America che, con una popolazione di oltre 381 milioni di abitanti, hanno 435 deputati. Lì, secondo i critici, sta la prova della strumentalità della scelta “riformatrice”.
La nuova legge elettorale, inoltre, mantiene un numero rilevante di nominati dai partiti (i “capilista” almeno 100 deputati, ma potenzialmente di più, in quanto i capolista si possono presentare in più collegi).
Le parole della riforma
Nella narrazione dei fautori del SI la riforma si identifica con alcune “parole chiave” che riassumono esigenze, indicano obiettivi, per taluni raggiunti per altri falliti o inutili se non dannosi. Parole la cui forza evocatrice è indubbia, anche quando espressione di un luogo comune, di un’opinione tramandata, ripetuta pedissequamente perché suona bene o semplicemente perché tra la gente si è affermata la convinzione che sia così, come “risparmio”, “semplificazione”, “governabilità”. Parole spesso inserite in “slogan da comizio”, come ha scritto Curzio Maltese in un pungente elzeviro su Venerdì di Repubblica.
“Riforma”, naturalmente “necessaria”, per di più “attesa da anni”, che realizza “notevoli risparmi”, per affrontare “efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese”. Come il superamento de “l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato” ed assicurare la “governabilità”, in quanto prevede “un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo”. E, poi, ancora “semplificazione ed efficienza”, in ragione del fatto che, a seguito della riforma del bicameralismo, le leggi “saranno approvate più velocemente”. Inoltre “risparmi”, di miliardi, e ovviamente, “meno politici”, perché si ha l’“abolizione” del Senato (come affermato inizialmente, per poi divenire modifica delle sue competenze) “220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell’ente che rappresentano)” e “delle province”.
Ripartiamo dalle parole da cui prende le mosse la narrazione dei fautori del SI. “Riforma” e “ritardo”, nel senso che la riforma interverrebbe a distanza di molto tempo da quando sarebbe emersa l’esigenza del cambiamento. “Riforma” indica la trasformazione di una situazione esistente, quindi è naturalmente neutra, nel senso che trasformare, modificare significa solamente cambiare senza riferimento al merito e agli effetti di ciò che si riforma, che i promotori considereranno positiva, gli oppositori totalmente o parzialmente negativa. Lo conferma D’Alimonte, schierato per il SI: “non esistono riforme perfette”.
Questa non solo non è perfetta per ammissione di quanti pure la difendono, come abbiamo visto in avvio di queste considerazioni, ma è gravemente confusa, pasticciata e non raggiunge gli obiettivi che il governo si è dati. Perché se era “attesa da tempo”, per seguire la narrazione di Matteo Renzi, è evidente che non si è trovata negli anni una maggioranza disposta a condividere un testo. E perché, come ha scritto Enzo Cheli, costituzionalista, Presidente emerito della Corte costituzionale, “l’esperienza insegna che una riforma costituzionale resta un’impresa molto difficile (se non impossibile) quando manchi una necessità storica in grado di imporre e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le ragioni del mutamento. Né tale necessità può essere surrogata dalla presenza di motivi di opportunità, sia pure forti e pressanti, legati alle vicende della politica contingente” (La riforma mancata, Il Mulino, Bologna, 2000). Infatti il premier e quanti hanno promosso e condiviso la riforma costituzionale evocano ad ogni piè sospinto l’esigenza di assicurare la governabilità che, peraltro, è affidata palesemente non alle norme della Costituzione riformata ma alla compattezza e alla determinazione dei partiti, che è spesso mancata, come dimostra la difficile gestione dei gruppi parlamentari che ovunque rappresentano il nerbo delle organizzazioni politiche. Governabilità che compete anche alla legge elettorale assicurare senza realizzare l’occupazione del potere innanzi criticata, il cosiddetto Italicum, legge pensata a misura di un consenso elettorale ottenuto dal Partito Democratico in occasione delle elezioni europee (oltre il 40% dei consensi), non riprodotto nelle più recenti consultazioni per l’elezione dei sindaci. Sicché oggi si vanno manifestando dubbi sulla opportunità di mantenere quell’impianto normativo che assegna un importante premio di maggioranza (340 seggi alla Camera su 630 deputati) al partito che risultasse il più votato al primo turno (superando il 40% dei voti) o nel ballottaggio (cui partecipano i due partiti che hanno avuto i maggiori consensi, che potrebbero anche essere stati molto inferiori al 40%). Per cui viene avanzata la proposta di attribuire il premio non alla lista ma alla coalizione. Italicum che, di contro, vuole mantenere il Movimento 5 Stelle che, cresciuto nei consensi e dopo le performance nei ballottaggi per i sindaci di Roma e Torino, immagina di poter trarre vantaggio da quel sistema, come segnalano i sondaggi.
Una riforma, si sostiene, che “ci chiede l’Europa”
In realtà l’Unione Europea, come i grandi investitori stranieri, chiede quel che si può realizzare prevalentemente con leggi ordinarie: una giustizia più celere, per dare certezza ai diritti e favorire la circolazione dei capitali, procedure amministrative più snelle e più veloci e, soprattutto, più trasparenti, un contrasto effettivo all’evasione fiscale e alla corruzione che incidono sulla libertà di concorrenza, uno dei cardini dell’Unione, ai sensi dell’art. 81 del Trattato.
Un po’ di storia politica e parlamentare ci dice che chiamare in causa la Costituzione quando si hanno difficoltà nell’attività di governo è spesso un strumento di “distrazione di massa” rispetto ai problemi veri, come quando, sia pure per un breve periodo, si è sostenuto che, per favorire lo sviluppo dell’economia, in una fase difficile del ciclo economico, si dovesse modificare l’art. 41 della Carta fondamentale secondo il quale “L’iniziativa economica privata è libera” (comma 1). Con la precisazione che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (comma 2). Dove fossero gli impacci per lo sviluppo del Paese attendiamo ancora che qualcuno dei favorevoli all’iniziativa ce lo spieghi.
Si è detto anche che la riforma è stata indicata dal Presidente della Repubblica come obiettivo dell’agenda del Governo. Lo ha ripetutamente affermato dal Ministro per le riforme Maria Elena Boschi. L’impegno in tale senso di Giorgio Napolitano, in effetti, è stato rilevante e continuo, tanto da rivendicarne apertamente la paternità, con interventi ripetuti e pressanti non consueti ad un Capo dello Stato in una Repubblica parlamentare, fino a giungere all’affermazione che, se prevalesse il NO, considererebbe il risultato una sua personale sconfitta, un disconoscimento della sua iniziativa (“col referendum, a rischio la mia eredità”), aggiungendo che in tal caso “per le riforme è finita: l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi”. Una indicazione che il Presidente non poteva dare, un giudizio che non poteva esprimere. L’indirizzo politico appartiene alle scelte dell’elettorato (che non ne ha date al riguardo). Per cui la lettura “presidenzialista”, di cui si è molto parlato (riassunta giornalisticamente nell’espressione “Re Giorgio”), è fuori della Costituzione.
Durissimo, al riguardo, Gustavo Zagrebelsky che accusa il Governo di “arroganza”, e sottolinea come “queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di chi, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione”.
DAL METODO AL MERITO
Il superamento del bicameralismo paritario
Se, poi, andiamo ai singoli punti della revisione costituzionale, alle giustificazioni ed alle critiche ad essa mosse, vediamo decisamente ridimensionata l’iniziativa del premier che se l’è intestata, sicché il voto referendario assume effettivamente la valenza di un plebiscito sulla sua azione politica. Il superamento del bicameralismo paritario (o perfetto) è il pezzo forte della riforma. Premesso che, come insegna l’esperienza, “i principali ostacoli e difficoltà nel funzionamento parlamentare e nella produzione legislativa sono di natura politica e non tecnica”, conseguenza di una politica debole sul piano professionale ed, assai spesso, etico, con partiti poco coesi anche sui temi di maggiore rilevanza, ideologicamente modesti, rissosi al loro interno.
Si dice che la riforma assicura la “governabilità”, prevedendo “un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo”. Il Senato, infatti, non vota la fiducia. Argomento ricorrente nei confronti televisivi come nei conversari della gente, anche se è inevitabile che fosse così. Una Camera i cui componenti non sono eletti dal popolo non avrebbe potuto votare la fiducia al Governo. Non la votava il Senato del Regno, di nomina regia, non la vota la Camera dei Lords a Londra.
L’obiettivo della riforma del bicameralismo, fatta giustizia della favola che è una particolarità italiana, è articolazione dei Parlamenti diffusa sia pure in forme diverse (ma “paritario” è il Senato degli Stati Uniti e della Confederazione elvetica), poteva essere perseguito in forme diverse come insegnano, ad esempio, due repubbliche federali, l’Austria e la Germania. La Costituzione austriaca prevede all’art. 35 che “I membri del Consiglio Federale i loro supplenti vengono eletti dalle Diete provinciali per la durata della legislatura secondo il principio della rappresentanza proporzionale”, con la precisazione che (comma 2) “membri del Consiglio federale non devono necessariamente appartenere alla Dieta provinciale che li invia”. In Germania l’art. 51 della Costituzione stabilisce che “Il Bundesrat è composto di membri dei Governi dei Länder che li nominano e li revocano. Essi possono farsi rappresentare da altri membri dei rispettivi governi”. In Irlanda (art. 18) i senatori sono in parte nominati, in parte eletti. L’attività legislativa impegna Senato e Camera dei rappresentanti (art. 20). In Spagna il Senato, “Camera di rappresentanza territoriale” (art. 69), è composto da senatori “eletti… a suffragio universale, libero, uguale, diretto e segreto”.
È evidente che gli autori della riforma hanno orecchiato qua e là in qualche costituzione straniera e, convinti che in realtà il bicameralismo continui ad avere una sua funzione importante, nonostante le affermazioni contrarie hanno proceduto alla riforma “in modo incoerente e sbagliato”, con l’effetto che si configurata “una pluralità di procedimenti legislativi differenziati”, “con rischi di incertezze e di conflitti”.
Osserva Zagrebelsky che “in realtà il Senato è stato pensato dai nostri costituenti come la camera di riflessione, eletto su base regionale (art. 57 Cost.) non come un Senato federale vero e proprio. La rappresentanza su base regionale serviva infatti a dare voce alle diversità territoriali del nostro Paese. Molto si poteva fare con la legge elettorale.
Invece, le funzioni attribuite al nuovo Senato sono ambigue perché in fin dei conti, senza dirlo apertamente, si è comunque ritenuto “opportuno mantenere una sede politica che possa richiedere una nuova riflessione su una legge approvata troppo in fretta” (così Caravita di Toritto, schierato per il SI). Per cui per Carrino, docente di diritto pubblico, “La fine del bicameralismo paritario è una bugia” (La Verità, 16 gennaio 2016, 8) perché oltre alle leggi che obbligatoriamente devono essere approvate nello stesso testo da entrambe le Camere (es. autonomie locali, bilancio dello Stato; e ci si chiede – ancora Carrino - “come si potrà discriminare tra ciò che riguarda le politiche sociali delle regioni (art. 117, 4) e i finanziamenti necessari ad attuarle?”) il Senato potrà sempre votare proposte di emendamento di leggi approvate dalla Camera costringendo questa ad una ulteriore votazione per accettarle o respingerle. Basta leggere il nuovo art. 70. Con la spada di Damocle di possibili conflitti di attribuzione, relativamente alla determinazione delle competenze, che saranno risolti dai Presidenti delle due assemblee. E in mancanza di un accordo? Non è specificato.
Inoltre, ed è questione rilevante nel funzionamento del Senato, il modo di elezione dei nuovi senatori è confuso. Non saranno scelti dagli italiani ma dai consiglieri regionali i quali sono eletti per svolgere funzioni molto diverse, un ceto politico collegato agli interessi del territorio nell’ambito del quale finora molto ha attecchito la malapianta degli sprechi di denaro pubblico. “Si tratta – ha osservato Lamberto Dini - di quello che si è dimostrato sin qui lo spezzone peggiore della classe politica, che ha dato quasi più lavoro alle procure e ai tribunali, per i tanti processi, svuoi in taluni casi per corruzione, vuoi in altri per uso distorto dei contributi e dei fondi pubblici” (Migliora la governabilità. Ma a che prezzo? in La riforma costituzionale ai raggi X (a cura di Pino Pisicchio e Luigi Tivelli), Il Periscopio delle Idee, Roma, 2016, 13).
Organo ad elezione indiretta, il Senato sarà composto da 95 senatori (74 Consiglieri regionali, 21 Sindaci e 5 Senatori nominati dal Presidente della Repubblica) il cui mandato coincide con quello dell’organo dell’istituzione territoriale da cui sono eletti, ossia con la durata della consiliatura regionale (art. 57, comma 5) o con il mandato dei sindaci. Per i senatori nominati dal Capo dello Stato la durata del mandato coincide con quella del Presidente. Si era proposto di abolirli, invece aumentano proporzionalmente perché diventano il 5% del totale (100), mentre prima erano 5 sui 315.
Il Senato è, dunque, un organo a rinnovo parziale, che determina maggioranze variabili rispetto alla Camera; e non è soggetto a scioglimento. Non è chiaro se i senatori rappresentano le Regioni, i gruppi consiliari o le popolazioni. Probabilmente rappresentano solamente se stessi o il partito al quale sono iscritti.
Un pasticcio anche la ripartizione dei seggi. 10 regioni avranno 2 soli senatori, un sindaco ed un consigliere regionale “eletto con metodo proporzionale”, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, un metodo che premia le regioni molto piccole, come la Valle d’Aosta, mentre danneggia quelle di medie dimensioni. Ad esempio la Liguria, che ha una popolazione 12 volte superiore. Il Trentino Alto Adige stando alla lettera del nuovo articolo 57, avrebbe ben 6 senatori, uno in meno del Veneto e quanti la Puglia, che hanno rispettivamente 6 e 5 volte gli abitanti del Trentino Alto Adige.
Leggi più veloci e i poteri normativi del governo
Altra esigenza sottolineata dai fautori del SÌ è racchiusa nella frase “semplificazione ed efficienza” e “competitività per il nostro Paese” in ragione del fatto che, a seguito della riforma del bicameralismo, le leggi “saranno approvate più velocemente”. Affermazione contraria alla realtà. I dati forniti da Openpolis, infatti, indicano una buona performance delle nostre assemblee legislative che hanno approvato leggi complesse mediamente in 50 giorni, come la legge finanziaria (poi di stabilità, oggi inglobata nella “legge di bilancio”), che introduce norme complesse con centinaia di commi in materie che attengono a tutto ciò che è finanziariamente rilevante, dall’assetto della pubblica amministrazione alle più diverse normative che incidono sulle politiche economiche e sociali. Il decreto c.d. svuotacarceri è stato approvato in 38 giorni.
Lento, semmai, è il Governo che non tiene il passo nell’adozione dei provvedimenti delegati di propria competenza, come dimostra l’annuale decreto legge di fine dicembre, cosiddetto “Milleproroghe”, che certifica impietosamente le difficoltà dell’Esecutivo di rispettare i termini previsti nell’emanazione dei decreti legislativi di attuazione delle leggi per i quali, in vista del termine finale, questi vengono, appunto, “prorogati”.
Il superamento del bicameralismo perfetto, versione Renzi-Boschi, inoltre, come si è visto, lascia inalterato il peso istituzionale della seconda Camera e non è affatto vero che eviterà la seconda lettura delle leggi, additata come causa principale dei ritardi (molto si è favoleggiato sulla cosiddetta navetta, cioè il passaggio dei disegni di legge da una Camera all’altra). Infatti, su richiesta di appena un terzo dei senatori, si potranno sempre proporre modifiche ai testi approvati dalla Camera, così obbligandola ad una seconda lettura. Verosimilmente non si tratterà di una eccezione, dal momento che, a differenza di oggi, Camera e Senato saranno diversamente composti e spesso in competizione. Questi senatori dovranno dividersi tra la Capitale e il capoluogo regionale, con il rischio di fare male in entrambe le sedi (a proposito non si parla neppure di diaria, spese di viaggio, vitto e alloggio e oneri per la segreteria, ausilio indispensabile per un legislatore). Non solo, se rapportato agli attuali tempi medi di approvazione di alcuni disegni di legge, l’art. 70 prevede già che si raggiungano quei tempi solo per il passaggio in Senato: il progetto approvato dalla Camera, dopo una discussione che non sarà necessariamente breve, deve essere trasmesso al Senato che entro 10 giorni può decidere di esaminarlo. Nei 30 giorni successivi il Senato può proporre modifiche.
Il Senato dovrà obbligatoriamente approvare tutte le leggi costituzionali, le leggi ordinarie che riguardano comuni e regioni, ma soprattutto le leggi di ratifica dei trattati negoziati nel quadro UE e la cosiddetta “legge comunitaria” che disciplina le modalità di partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione delle norme comunitarie. Un bel po’ di questioni di rilevante interesse sulle quali il premier minimizza. Si tratta di migliaia di norme. Basti pensare che il diritto amministrativo interno è oggi, e già da tempo, quasi esclusivamente di derivazione europea. E che il 36% delle leggi riguarda la ratifica di trattati, buona parte dei quali deriva dalla appartenenza dell’Italia alla UE, dunque di competenza anche del Senato.
Nel recente confronto a La 7, quando il Professore Zagrebelsky ha richiamato il rilevante impegno del Senato in materia di norme di attuazione della legislazione dell’Unione Europea il Presidente del Consiglio ha replicato che il suo interlocutore si soffermava sulle parole. Evidentemente trascurando che si tratta di migliaia di norme che entrano periodicamente nel nostro ordinamento.
Tanto per “semplificare”, parola chiave della narrazione dei fautori del SÌ, l’articolo 70, che riguarda la legislazione, a leggerlo, anche a non essere raffinati giuristi, è un pasticcio difficilmente immaginabile. Una complicazione verbale e concettuale evidente: intanto il nuovo testo passa dalle 9 parole dell’attuale formulazione a ben 451, mentre il nuovo procedimento legislativo, che oggi ha 4 variabili, prevede una serie di percorsi sui quali i costituzionalisti si interrogano, incerti se siano 8 o più, in relazione a possibili variabili non necessariamente d’obbligo. Infatti c’è chi ne conta 9 avvertendo che siamo di fronte “ad un numero di procedimenti non ben definito” per cui “ogni classificazione ha margini di discrezionalità elevati”.
Procedimenti comunque da ripartire in due grandi classi: le leggi che seguono un procedimento bicamerale paritario, quelle che ne seguono uno monocamerale. Ma non finisce qui perché, come vedremo, vi sono altre variabili, anche solo eventuali, quelle numericamente incerte cui si è fatto cenno. Con difficoltà di interpretazione.
Insomma un pasticcio. Come il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali delle Camere ad iniziativa di un terzo dei senatori o di un quarto dei deputati, da sottoporre alla Corte Costituzionale prima della loro promulgazione. Ed è da chiedersi se la decisione della Corte costituzionale in questo contesto escluda o meno un eventuale giudizio di costituzionalità sollevato incidenter tantum da un giudice nel corso di un processo. Probabilmente l’intento è quello di escludere un giudizio di costituzionalità, quello, per intenderci, che ha messo fuori legge il Porcellum e ha all’esame l’Italicum.
I poteri normativi del Governo, sostengono i fautori del SÌ, “vengono riequilibrati, con una serie di più stringenti limiti alla decretazione d’urgenza introdotti direttamente nell’articolo 77 della Costituzione, per evitare l’impiego elevato che si è registrato nel corso degli ultimi anni e la garanzia, al contempo, di avere una risposta parlamentare in tempi certi alle principali iniziative governative tramite il riconoscimento di una corsia preferenziale e la fissazione di un periodo massimo di settanta giorni entro cui il procedimento deve concludersi”.
Si tratta, peraltro, di vincoli oggi già fissati dalla giurisprudenza costituzionale, mentre la possibilità di ricorso al decreto-legge espressamente esclusa per le leggi in materia costituzionale ed elettorale, le deleghe al Governo, l’autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali, l’approvazione di bilanci e il ripristino di norme che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime pere vizi non attinenti al procedimento (77, comma 4) costituisce una elencazione non necessaria. È già così, ma forse nessuno l’aveva detto alla Boschi.
Una perla è la possibilità data al Governo di chiedere il “voto a data certa” per assicurare una corsia preferenziale (votazione entro 70 giorni) ai disegni di legge essenziali per l’attuazione del suo programma, con l’esclusione di alcune tipologie di leggi (ad approvazione paritaria di Camera e Senato, in materia elettorale, autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, concessione dell’amnistia e dell’indulto, e, in materia di bilancio, le norme fondamentali e i criteri per l’equilibrio di bilancio). Questo comporta che il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno; il disegno di legge dovrà essere sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di 70 giorni; sono ridotti della metà i termini già esigui per la deliberazione di proposte di modificazione da parte del Senato. Ma poiché il termine finale può essere differito fino a 15 giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alle complessità del disegno di legge”, l’approvazione da parte della sola Camera può arrivare a 90 giorni (tre mesi). Tempi più lunghi dell’attuale decreto-legge (60 giorni). Sembra che il termine, 70 giorni, sia stato scelto proprio in confronto al decreto legge, facendo finta di fare una cosa diversa.
C’è da rimanere senza parole.
I rapporti Stato-Regioni: un nuovo centralismo
Altra novità fondamentale, introdotta dalla riforma, è la modifica dei rapporti tra Stato e regioni. Ha osservato al riguardo Giovanni Flick, Presidente emerito della Corte costituzionale, “nei rapporti tra Stato e Regioni l’eccesso di decentramento – attuato con la riforma del 2001 – non può essere corretto con l’eccesso opposto di un accentramento pressoché totale, dimenticando oltretutto le Regioni a statuto speciale per le quali il problema di quei rapporti si pone in modo ben più rilevante che per le Regioni a statuto ordinario”. Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomie un gruppo di costituzionalisti (Baldassarre, Casavola, Cheli, De Siervo, Onida) ritiene che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito”, mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali.
“Questa riforma, che non appare per nulla urgente, né rilevante – ha scritto Giuseppe Valditara, su Logos di giugno 2016-, rischia dunque di impedire un vero processo costituente che riveda per esempio il funzionamento del CSM, la composizione della Corte costituzionale, le modalità di applicazione di alcuni trattati Ue, che chiarifichi i rapporti fra il nostro ordinamento e quello europeo fissando i confini di quest’ultimo, che riveda i limiti oggi previsti nella Carta ad una tutela più efficace della proprietà privata che introduca un avanzato modello di federalismo fiscale, e un accorpamento di alcune regioni, che farebbe risparmiare, questo sì, miliardi di euro, che ripensi il ruolo del Presidente della Repubblica, che attribuisca al Presidente del consiglio il potere di nominare e sostituire direttamente i ministri - di essere un premier e non un primus inter pares, condizionato dal Presidente della repubblica - l’unico, vero potere decisionale di cui si sentiva il bisogno, riforma tanto attesa e curiosamente dimenticata”.
Per i fautori del NO in primo luogo non si comprende poi quale sia la funzione di raccordo di questo nuovo Senato in ragione, nei procedimenti legislativi, del ruolo della Conferenza Stato-regioni sempre più determinante. Ma soprattutto, come ha sottolineato il Professore Enzo Cheli, la “non chiara definizione dei rapporti fra le due Camere e tra lo Stato e le regioni” rischia di generare una forte conflittualità destinata a compromettere l’operatività del nuovo modello”. C’è un’ipotesi concreta del moltiplicarsi delle liti e delle controversie, il contrario di ciò che una buona riforma della Costituzione dovrebbe fare.
I fautori del SI affermano che la riforma del Titolo V della Costituzione ridefinisce i rapporti fra lo Stato e Regioni nel solco della giurisprudenza costituzionale successiva alla riforma del 2001, con conseguente incremento delle materie di competenza statale. Nello stesso tempo la riforma tipizza materie proprie di competenza regionale, cui corrispondono in gran parte leggi statali limitate alla fissazione di “disposizioni generali e comuni” con una riallocazione naturale allo Stato o alle regioni della competenza a disciplinare, rispettivamente, i principi fondamentali e le norme di dettaglio. Ed a quanti sostengono che la legislazione concorrente è stata eliminata, in molte materie, come quella “governo del territorio” rimane una concorrenza tra “norme generali e comuni” statali e leggi regionali. Inoltre, siccome i poteri legislativi del nuovo Senato sono configurati in maniera confusa, nasceranno ulteriori conflitti di legittimità costituzionale riguardo ai diversi procedimenti previsti nella riforma.
Quanto alla riduzione delle competenze delle regioni essa verrebbe temperata dalla possibilità di accordare forme speciali di autonomia alle singole regioni che si siano dimostrate virtuose e, soprattutto, dalla nuova composizione del Senato “delle autonomie”. Nel senso che la perdita di alcune competenze da parte delle regioni sarebbe compensata dalla loro partecipazione all’esercizio della funzione legislativa a livello nazionale nelle materie in cui è previsto che il Senato si pronunci. Argomento, invero, fragile tenuto conto delle modalità di scelta dei nuovi senatori in assenza di un voto popolare che ne legittimi le funzioni.
Per i fautori del NO, come si è sentito dal Presidente Flick, si sostituisce il centralismo al pluralismo e alla sussidiarietà, e si crea inefficienza. Critico nei confronti delle regioni, la maggior parte delle quali non ha dato prova di buona amministrazione non mi sono stupito dell’accentuato ritorno al centralismo anche se sono da condividere molte delle critiche provenienti dal fronte per il NO. Si torna ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema, come abbiamo visto rilevare da Flick. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.
Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi il governo dei territori, premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale, perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in un contesto di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.
La riforma, invece, riduce grandemente le competenze degli enti regionali, centralizzando anche materie di dettaglio creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra Stato e Regioni. La riforma dà inoltre al governo il potere di intervenire “in materie non riservate alla legislazione esclusiva” quando lo richieda la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di accentuare ulteriormente il già denunciato centralismo, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti si realizzerebbe un grave vulnus alla democrazia), la conseguenza è quella di “autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni”, causa evidente di un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida l’autonomia legislativa delle Regioni viene praticamente ridotta a zero. Nel settore della sanità ad esempio. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato. Ugualmente per l’istruzione e la formazione professionale oggi assegnata alla competenza esclusiva delle regioni.
Aumentato a 150.000 il numero di firme necessario alla presentazione di un progetto di iniziativa popolare “la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari” (art. 71, lettera b). Quindi non è esatto, come si sente dire dai fautori del SÌ, che la riforma ha introdotto garanzie procedurali per assicurarne il successivo esame e l’effettiva decisione parlamentare. Tutto è rinviato e sappiamo quanto sia stato fin qui arduo modificare i regolamenti parlamentari.
Quanto al referendum abrogativo, i quorum richiesti per l’approvazione variano in relazione al numero delle firme raccolte: con 500.000 firme occorre la maggioranza degli aventi diritto al voto, con 800.000 firme è sufficiente la maggioranza dei votanti nelle ultime elezioni della Camera. Un’osservazione: c’è “una via facile e una via difficile che possono in concreto discriminare i referendum promossi dal basso, senza il supporti di partiti o organizzazioni preesistenti”.
La questione dei risparmi
Anche in tema di “risparmi”, inizialmente quantificati in miliardi, poi in 500 milioni (50 secondo la Ragioneria Generale dello Stato) i conti non tornano. E non solamente quelli finanziari. Infatti le istituzioni si valutano per il servizio che rendono, non per quanto costano.
“In ogni caso – osserva Lamberto Dini, già Ministro del tesoro e Presidente del Consiglio – il buon funzionamento delle istituzioni non può essere ridotto ad un problema di risparmi e di costi”. Aggiungendo che “questo obiettivo potrebbe essere meglio raggiunto, per esempio, rivedendo al ribasso, se necessario, le remunerazioni di tutti i membri del Parlamento. Anche perché non ho mai capito perché si è tanto parlato sin qui di riduzione di costi della politica, ma si è solo posto un etto alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, che non fanno esattamente parte dei costi della politica, mentre nulla si è fatto per gli emolumenti dei parlamentari”.
Sull’abolizione del Cnel sono d’accordo tutti (“argomento-specchietto” lo definisce Zagrebelsky, insieme alla riduzione dei costi della politica). I risparmi sono un’inezia: il costo del CNEL è di circa 15 milioni di euro, di cui 1 milione e 900 mila euro di indennità per la presidenza e i 60 consiglieri, gli unici ad essere eliminati. Infatti “le risorse umane e strumentali” vengono trasferite alla Corte dei conti, nuovi dirigenti dei quali nella magistratura contabile nessuno sentiva il bisogno.
È impossibile sostenere che l’Italicum non influenzi il concreto funzionamento delle più rilevanti istituzioni della Repubblica.
Torniamo, in chiusura di queste brevi riflessioni, ai “difetti e discrasie” riconosciute in vario modo proprio da chi vorrebbe che prevalesse il SÌ perché ritiene che questa riforma, che pure giudica imperfetta e incompleta, è comunque meglio di niente, incuranti tuttavia che illustri costituzionalisti abbiano bollato le nuove norme come confuse e pasticciate e niente affatto acceleratrici dell’iter delle leggi che servono realmente al Paese e che sono leggi ordinarie. Al riguardo persino Monti ha chiarito in una intervista al Corriere della Sera che l'Europa non ha mai inserito fra le riforme necessarie, richieste all'Italia, la modifica della Costituzione sostenuta dal Governo.
Torna, quindi, appropriata la riflessione di Valerio Onida secondo il quale “il problema costante è la sovrapposizione tra gli interessi politici contingenti e la materia costituzionale, che in quanto tale dovrebbe prescindere il più possibile dalle dinamiche di parte ed essere oggetto di ampia condivisione. Non bisognerebbe dimenticare mai che la finalità delle riforme è il miglioramento delle istituzioni. Per questo, quando ci si imbarca in tentativi di revisione della Carta, lo sforzo che è richiesto a ogni forza politica è quello di evitare di scaricare la conflittualità sul terreno di regole che appartengono a tutti”. “Se ci pensi – continua Onida rivolgendosi a Quagliariello in un dibattito sulla riforma costituzionale – i fallimenti dei tentativi di riforma condivisa degli ultimi decenni sono dovuti quasi sempre all’interferenza di vicende politiche che ben poco avevano a che fare con la Costituzione”.
avvocato, già presidente di sezione della Corte dei Conti
già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili