Source: https://www.avvocatiabologna.it/news/separazione-coniugi-abbandono-tetto-coniugale-cassazione/
Timestamp: 2019-06-24 14:07:33+00:00
Document Index: 89305747

Matched Legal Cases: ['art.155', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 143', 'art.570', 'art.143', 'art.151', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 151', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Sergio Armaroli NEWS 5 Ottobre 2014	 3 Marzo 2018
Uno dei problemi piu’ dibattuti nelle separazioni è l’abbandono del tetto coniugale, cosa vuol dire abbandonare il tetto coniugale?
ASSEGNO MANTENIMENTO: rispettive condizioni patrimoniali non risultano neppure indicate, e che, soprattutto, manca una ricostruzione attendibile del tenore di vita dei coniugi
AVVOCATO MATRIMONIALISTA DIVORZISTA BOLOGNA , LEGITTIMITA’ ABBANDONO TETTO CONUGALE?
Avvocato matrimonialista Bologna cosa deve dimostrare il coniuge che abbandona il tetto coniugale?
Deve dimostrare che la convivenza è oggettivamente impossibile e quando lo è?
tutelarsi da condotte violente per la propria incolumità fisica e psichica;
infedeltà;
invadenza dei parenti;
mancanza di intesa sessuale;
Il coniuge che abbandona il tetto coniugale deve dimostrare la sussistenza di una delle “giuste cause” elencate, tale da giustificare l’allontanamento. In altri termini, deve provare che l’allontanamento è conseguenza di una preesistente intollerabilità della convivenza e che proprio a causa di tale situazione di intollerabilità, ne è conseguito l’abbandono.
Il consiglio è che comunque si attenda la prima udienza di separazione per evitare l’addebito della stessa per abbandono tetto coniugale!!
L’istituto dell’assegnazione della casa coniugale è attribuito tenendo conto, infatti, unicamente dell’interesse del minore e le previsioni dell’art.155-quater cod. civ., corrispondono all’esigenza di conservare ai figli di coniugi separati l’habitat domestico in modo tale da garantire il loro sviluppo psichico e fisico riducendo al minimo il trauma della separazione (Cass. n.14553 del 2011).
Lo stesso art. 155 quater cod. civ. prevede espressamente che: “il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare ….”.
In queste ipotesi, venendo meno la funzione primaria dell’istituto dell’assegnazione ( la conservazione dell’ambiente domestico a tutela della prole), cadrà il vincolo di destinazione funzionale e la casa, perdendo il requisito di “familiare”, può tornare nella disponibilità del proprietario ( coniuge estromesso).
Deve essere valutato, comunque, sempre e in ogni caso, l’interesse del minore.
La Corte di Cassazione, con sentenza n.11981 del 16/05/2013, ha affrontato la tematica dell’ assegnazione della casa familiare al genitore affidatario, in stretta correlazione con l’interesse dei figli minori, e delle ipotesi in cui tale assegnazione può essere revocata dal giudice, non sussistendone più i presupposti di legge.
’abbandono della casa familiare, ad esempio, non concreta una causa di addebitabilita’ della separazione quando sia determinato dall’intollerabilità’ della prosecuzione della convivenza gia’ palesatasi in epoca antecedente (Cass., sezione 1, 20 Gennaio 2006, n. 1202; Cass., sez. 1, 10 Giugno 2005, n. 12373; Cass., sez. 1, 11 Agosto 2000, n. 10682). Quindi, occorre valutare caso per caso se sia giustificabile un abbandono del tetto coniugale prima della separazione.
La cassazione afferma : per la pronuncia di addebito nella separazione, è necessaria non solo l’esistenza di una violazione degli obblighi tra coniugi nascenti dal matrimonio, ai sensi dell’art. 143 c.c., ma pure quella di uno stretto rapporto di causalità tra tale violazione e l’elemento della intollerabilità della convivenza .
L’abbandono della casa familiare, in particolare, il quale, ove attuato dal coniuge
senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, di
per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente,
causa di addebito della separazione là dove provoca l’impossibilità
della convivenza, non concreta una simile violazione quante volte sia stato cagionato
dal comportamento dell’altro coniuge, 8/2008).
La decisione applica correttamente l’enunciato più volte espresso che afferma che, rappresentando l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale una violazione particolarmente grave che di regola provoca l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, così da giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile (Cass. n. 8512/2006, n. 13592/2006, n. 20256/2006, n. 25618/2007) questi è tenuto ad offrire la prova che l’unione coniugale fosse in quel momento già incrinata (Cass. n. 4540/2011).
E difatti, se la regola anzidetta non opera quando si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale (Cass. n. 9074/2011) mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui si desuma una crisi già irrimediabilmente in atto nel contesto di un menage solo formale, comunque grava sul coniuge che eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda d’addebito l’anteriorità della crisi alla sua condotta contraria ai doveri del matrimonio, prova che il D., a giudizio degli organi di merito, non ha offerto.
Comunque non può non rilevarsi che non potrebbe il comportamento violento dell’un coniuge nei confronti dell’altro, quale quello posto in essere dal D. ed accertato in giudizio alla stregua delle fonti di prova vagliate dal giudice del gravame, trovare scriminante ovvero predicare la necessità del nesso causale con la cessazione di quella unione.
Questo ulteriore elemento, che merita decisiva considerazione, convalida in modo ancor più radicale la correttezza della decisione per la sua particolare gravità. In questa prospettiva non può attribuirsi alcuna rilevanza alle asserite inadempienze della P. poichè, a lume di consolidato orientamento di cui la Corte distrettuale ha fatto buongoverno “In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative ed inderogabili – traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner – essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere” (Cass. n. 8548/2011).
Il diritto all’assistenza morale e materiale previsto dall’articolo 143 è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa (1) dalla residenza familiare [144], rifiuta di tornarvi. La proposizione della domanda di separazione [150 ss.] o di annullamento [117 ss.] o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare (2). Il giudice può, secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei beni (3) del coniuge allontanatosi [179, 215 ss.], nella misura atta a garantire l’adempimento degli obblighi previsti dagli articoli 143, terzo comma, e 147.
Con ordinanza n. 4540 del 24 febbraio 2011, i Giudici della Corte Cassazione affermavano che in presenza di “giusta causa” nell’allontanamento dalla casa coniugale di uno dei coniugi, non vi fossero i presupposti per l’addebito della separazione.
Si ritiene che tale comportamento, non costituisse di per sé motivo di addebito, essendo invece necessario verificare se esso fosse l’effetto dell’intollerabilità del rapporto oppure la causa.
Così il giudice, caso per caso, era chiamato ad effettuare una valutazione la quale lasciava un ampio margine di discrezionalità in ordine all’eventuale “scriminante” per il coniuge allontanatosi.
L’abbandono del tetto coniugale, infatti, non soltanto è un illecito penalmente rilevante (ai sensi dell’art.570 cod.pen.) pur con molte limitazioni, tanto che il reato è configurabile soltanto se la condotta è priva di giusta causa, e se si configura come un inadempimento degli obblighi della assistenza familiare (come stabilito dalla Cass.Pen.12310 del 02 aprile 2012, circostanza che ne limita, di molto, la portata), ma ha delle importanti e rilevanti conseguenze civili, dal momento che al soggetto che viola i doveri nascenti dal matrimonio (fedeltà, mantenimento morale, mantenimento morale e coabitazione, come stabiliti dall’art.143 cod.civ.) può essere addebitata la separazione, ai sensi dell’art.151 cod.civ.
La Corte d’appello, dunque, non era tenuta ad accertare necessariamente i comportamenti del ricorrente contrari ai doveri del matrimonio, sui quali il medesimo ricorrente si sofferma; bastava che verificasse, in base ai fatti oggettivi emersi, la disaffezione maturata dalla sola moglie. Tale disaffezione la Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.
Nel ricorso non si dedicano a detta fondamentale argomentazione della Corte d’appello specifiche censure con il primo motivo, che pertanto è inammissibile; si indirizza, poi, la censura di vizio di motivazione, con il secondo motivo, su una circostanza – il comportamento del marito – estranea alla ratio della decisione impugnata, così destinando anche tale censura alla irrilevanza e dunque alla inammissibilità.
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Sentenza 17 ottobre 2012 – 30 gennaio 2013, n. 2183
Presidente Fioretti – Relatore De Chiara
La Corte d’appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, ha escluso l’addebito della separazione dei coniugi sig. L..R. e sig.ra T.G..L.R. a quest’ultima, che si era allontanata dalla casa coniugale e dopo un anno e mezzo A, aveva presentato domanda di separazione. Ha infatti ritenuto che l’abbandono, a un’età – settant’anni – in cui semmai “più naturale è il bisogno di vicinanza e di solidarietà morale e materiale” e dopo quasi cinquant’anni di un matrimonio nel complesso non felice, come dimostrato anche da una risalente separazione poi rientrata, trovava la sua ragione appunto in quella infelicità – almeno per la signora – nella quale ella, alla fine, non aveva avuto più la forza di continuare a vivere. Del che non le si poteva muovere addebito una volta riconosciuto, anche nella giurisprudenza di legittimità (si fa espresso riferimento a Cass. 21099/2007), che nessuno può essere obbligato a mantenere una convivenza non più gradita, il disimpegnarsi dalla quale costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può, di per sé, essere fonte di riprovazione giuridica e quindi causa di addebito della separazione.
Il sig. R. ha proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura. La sig.ra L.R. si è difesa con controricorso.
1. – Il primo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di norme di diritto, si conclude con il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis, primo comma, c.p.c. (ancora vigente alla data della sentenza impugnata): “… se, qualora in un procedimento di separazione giudiziale risulti provato e non contestato che uno dei coniugi ha abbandonato il tetto coniugale, e in difetto di qualsiasi prova e/o fatto obiettivo che dimostri che tale abbandono sia conseguenza del comportamento dell’altro coniuge o della disaffezione e del distacco spirituale tra i coniugi, il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi debba dichiarare l’addebito della separazione medesima al coniuge che ha abbandonato il tetto coniugale”.
Il ricorrente non contesta il principio di diritto affermato da Cass. 21099/2007, richiamata dai giudici di appello. Osserva tuttavia che in tale precedente si ammette, si, che è sufficiente la sussistenza di una disaffezione al matrimonio tale da rendere intollerabile la convivenza, anche da parte di uno solo dei coniugi, perché sorga il diritto del medesimo coniuge a richiedere la separazione, con conseguente non addebita-bilità a lui della separazione stessa, ma non si sottrae certo detta disaffezione alla regola generale dell’onere della prova. Era dunque onere della sig.ra L.R. dimostrare fatti obiettivi dai quali risultasse la sua disaffezione e la conseguente intollerabilità della convivenza; nessuna prova, invece, ella aveva fornito, ad eccezione di una dichiarazione generica e de relato di sua sorella (“Mia sorella mi ha detto che non era rispettata da suo marito”), che non provava affatto i comportamenti del marito contrari ai doveri del matrimonio (averla, cioè, a sua volta abbandonata quasi trent’anni prima e averla sottoposta a continue mortificazioni e umiliazioni) allegati dalla signora a giustificazione del proprio allontanamento dalla casa coniugale.
2. – Con il secondo motivo si denuncia vizio di motivazione. Il ricorrente individua formalmente, agli effetti dell’art. 366 bis, secondo comma, c.p.c., il fatto controverso e decisivo, oggetto di scorretto accertamento, nelle “asserite vessazioni e umiliazioni che controparte sostiene esser stata causa dell’abbandono del tetto coniugale” ed osserva che in ordine alla sussistenza di tale fatto la sentenza di appello non contiene alcuna motivazione.
3. – Nessuno di tali motivi può trovare accoglimento, per le seguenti ragioni.
Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).
Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.
A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.
Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .
Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.
3. – Il ricorso va in conclusione respinto. In mancanza di attività difensiva della parte intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.