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Timestamp: 2018-10-23 03:10:03+00:00
Document Index: 35376377

Matched Legal Cases: ['art. 1337', 'art. 102', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 674', 'art. 844', 'sentenza ', 'art. 844', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 844', 'art. 2043', 'art. 2236', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 97', 'art. 2236', 'art. 97', 'art. 2043', 'art. 4', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 112', 'art. 21']

Aggiornamento giurisprudenziale settimanale 18/11/2013
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Cass. pen., Sez. III, 11 novembre 2013, n. 45307 Massima
Rapporto tra azione di annullamento e azione di mero accertamento Tar Lombardia, Milano, 24 ottobre 2013, n. 2367 Massima
Il contratto comprende non solo quanto espressamente emerga dal suo tenore letterale, ma tutto ciò su cui le parti si siano anche implicitamente proposte di contrattare, tenuto conto della prassi corrente, dei doveri di ordinaria diligenza gravanti su ognuna di esse, anche in relazione alle loro competenze ed al loro bagaglio culturale, e di ogni altra circostanza: ferma restando l'esigenza che resti comunque inalterato l'equilibrio economico dell'affare, così come originariamente previsto ed accettato.
I giudici della Suprema Corte, aderendo all’ orientamento ormai pacifico della giurisprudenza di legittimità, recepiscono la concezione della buona fede oggettiva quale fonte integrativa del contratto, oltre che quale criterio utilizzabile dal giudice per valutare la correttezza del comportamento dei contraenti, attestando la marcia trionfale condotta da detto criterio nell’ attuale prassi giuridica.
In particolare, gli ermellini affermano che, pur quando i contraenti enuncino nel contratto soltanto lo scopo perseguito, e non le singole attività necessarie per raggiungerlo, è compito dell'interprete stabilire - anche in base ai principi in tema di buona fede nella conclusione, nell'interpretazione e nell'esecuzione del contratto (art. 1337, 1366 e 1375 cod. civ.) - se una determinata attività preparatoria o accessoria sia da ritenere compresa nella prestazione dovuta, pur se non espressamente menzionata, perché ordinariamente richiesta o comunque strumentale al perseguimento dello scopo dichiarato, e ciò avviene, in particolar modo, quando la relativa omissione vanifichi l'utilità della prestazione principale; il tutto, logicamente, pur sempre nel rispetto dell’ equilibrio economico dell’ affare.
Nel caso di specie, l’ intermediario di viaggio cui la coppia di novelli sposi si era rivolta, aveva venduto agli stessi due biglietti aerei per la Thailandia, senza preoccuparsi di informare la donna della necessità di ottenere apposito visto dal consolato competente per l’ accesso al paese, con il risultato che, successivamente, la “coppietta” si era vista negare l’ ingresso.
Dal momento che detta circostanza deve considerarsi agevolmente conoscibile dall’ intermediario secondo la diligenza media professionale, deve reputarsi sussistente l’ inadempimento dello stesso in ordine all’ obbligazione informativa di cui sopra, pur non essendo la stessa oggetto di espressa pattuizione nel contratto di acquisto dei biglietti aerei. Ne consegue l’ accoglimento del ricorso.
Giurisprudenza conforme: Cass. civ., n. 13250/2006; Cass. civ., n. 264/2006.
Riferimenti normativi: artt. 2 e 3 Cost.; artt. 1174, 1175, 1176, 1218, 1374, 1375, 1708, 1710, 2043 c. c..
Se è vero che lo status di separato - connettendosi alla sua non definitività e alla possibile ripresa della comunione familiare, oltre che, comunque, alla pregressa esistenza di un rapporto di coniugio nei suoi aspetti spirituali e materiali, e alla eventuale esistenza di figli - non è in astratto incompatibile con la posizione di danneggiato secondario; è altrettanto vero che, nella richiesta del danno, quale "danno conseguenza" subito da un danneggiato secondario, l'allegazione e prova dello status di separato è essenziale e caratterizza la stessa domanda dei danni patiti.
G. S., marito e padre degli attuali ricorrenti, perdeva la vita in un incidente stradale.
La Cassazione conferma la quantificazione del danno non patrimoniale, subito dai ricorrenti, operata dalla Corte di merito, posto che la Corte aveva correttamente escluso la liquidazione autonoma del danno esistenziale (categoria che detiene valenza meramente descrittiva), effettuando una liquidazione unitaria dei danni derivati dalla sofferenza psichica transeunte e dalla violenta soluzione dei rapporti di assistenza e convivenza reciproca.
Inoltre, gli ermellini evidenziano che la deduzione dello status di separato del danneggiato, operata dal soggetto obbligato (assicurazione), non può considerarsi alla stregua di una “eccezione estintiva del diritto vantato”, posto che anche il soggetto separato può subire il danno non patrimoniale derivante dalla morte dell’ coniuge, in specie laddove, anche a seguito della separazione, i coniugi siano rimasti legati da rapporti di scambievole solidarietà e supporto. In siffatte ipotesi, dunque, lo status di separato può incidere soltanto sul “quantum” del risarcimento, in virtù dell’ affievolimento del legame, che implica la verificazione di un danno di minore intensità, circostanza tenuta in adeguata considerazione dalla Corte di merito.
Giurisprudenza conforme: Cass. civ., n. 10393/2002; Cass. civ., n. 1025/2013.
Riferimenti normativi: artt. 2, 29, 30, 31 Cost.; artt. 151, 158 2043, 2054, 2059 c. c.;
L'eccezione riconvenzionale di proprietà esclusiva sollevata da un condomino non dà corpo a un'ipotesi di litisconsorzio necessario dei restanti condomini, che si verificherebbe, invece, ove egli proponesse, ai sensi degli artt. 34 e 36 cod. proc. civ., una domanda riconvenzionale diretta a conseguire la dichiarazione di proprietà esclusiva del bene, con effetti di giudicato estesi a tutti i condomini. Se dunque il convenuto oppone il proprio diritto al solo fine di far respingere la pretesa altrui, ne scaturisce un accertamento domandato “incidenter tantum”, al solo fine di paralizzare la pretesa avversaria.
La questione su cui le Sezioni Unite sono chiamate a pronunciarsi concerne la configurabilità del litisconsorzio necessario, nei confronti di tutti i comproprietari, relativamente a una controversia introdotta da un condomino contro altro condomino, per far accertare che un tratto di area di parcheggio condominiale era stato inglobato abusivamente dal convenuto nella propria autorimessa, con la condanna dell'occupante alla rimozione dei manufatti a tal fine realizzati.
Un primo orientamento riteneva sussistente il litisconsorzio necessario soltanto nelle ipotesi in cui il convenuto avesse resisitito all’ azione di rivendicazione negando la condominialità del bene, e chiedendo con domanda riconvenzionale il riconoscimento della proprietà esclusiva.
Una successiva impostazione, invece, reputava sussistente il litisconsorzio necessario ogni qual volta fosse posta in discussione la condominialità del bene, prescindendosi dalla domanda di accertamento della proprietà esclusiva.
Le Sezioni Unite aderiscono alla prima delle suddette ricostruzioni, affermando che il litisconsorzio necessario non sussiste qualora il convenuto abbia richiesto soltanto un accertamento “incidenter tantum”, per paralizzare la pretesa altrui. In particolare, gli ermellini muovono dall’ art. 102 c. p. c., in base al quale è necessario chiamare in giudizio tutte le parti potenzialmente coinvolte dallo stesso, laddove la sentenza che l’ attore mira ad ottenere risulterebbe “inutiliter data”, se non produttiva di effetti anche nei confronti di queste. Pertanto, laddove il convenuto non richieda una sentenza di accertamento della proprietà esclusiva con effetti di giudicato estesi a tutti i condomini, non sussiste litisconsorzio necessario.
Giurisprudenza conforme: Cass, civ., n. 17465/2012; Cass. civ., n. 4624/2013.
Giurisprudenza difforme: Cass. civ., n. 6056/2006; Cass. civ., n. 10996/2013.
Riferimenti normativi: artt. 817, 818, 819, 1117, 1118, 1119 e 1123 c. c.; artt. 34, 36 e 102 c. p. c..
Getto pericoloso di cose e limiti legislativi
Cass. pen., Sez. III, 11 novembre 2013, n. 45307
L’evento del reato di cui all'art. 674 cp consiste nella molestia, che prescinde dal superamento di eventuali limiti previsti dalla legge, essendo sufficiente il superamento del limite della normale tollerabilità ex art. 844 c.c.; se manca la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l'intensità delle emissioni, il giudizio sull'esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testi, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell'espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti.
Con la sentenza in epigrafe, la Suprema Corte aderisce a quell’ orientamento teorico che, in tema di “getto pericoloso di cose”, non considera necessario il superamento dei limiti tabellari previsti dalla legge. Tuttavia, la pronuncia risulta peculiare, in quanto gli ermellini non sembrano collegare la consumazione del reato alla messa in pericolo della salute pubblica (bene giuridico tutelato dalla norma secondo la ricostruzione maggioritaria), bensì al mero superamento del limite della “normale tollerabilità” di cui all’ art. 844 c. c.; si discosta, pertanto, da numerosi arresti precedenti che avevano considerato riduttivo detto criterio, facendo invece applicazione di quello della “stretta tollerabilità”, più idoneo all’ elevata importanza dei beni tutelati in sede penalistica.
Nel caso di specie, viene cassata la sentenza di condanna del giudice di merito in quanto il giudizio sulla intollerabilità delle immissioni si era basato esclusivamente sulla deposizione dei Carabinieri intervenuti sul posto, i quali però, pur se a conoscenza diretta dell'incendio, nulla avevano affermato circa l'intollerabilità delle immissioni di fumo, essendosi limitati a riferire dell'esistenza di una colonna di fumo e della presenza di un incendio di sterpaglie e rifiuti, tra cui anche piume. Il giudice di merito dunque si era discostato dal suddetto principio, avendo ritenuto provata l'intollerabilità delle immissioni benché mancasse un giudizio di intollerabilità fondato sull'oggettiva percezione da parte dei testimoni e non potendosi attribuire alcun rilievo alle circostanze da essi apprese precedentemente ed indirettamente.
Giurisprudenza conforme: Cass. pen., n. 37037/2012
Giurisprudenza difforme: Cass. pen., n. 36845/2008; Cass. pen., 25 ottobre 1994, Montivi.
Riferimenti normativi: artt. 13, 21, 25, 27 Cost.; artt. 49, 674 c. p.; art. 15, L. 36/2001; art. 844 c.c..
L’azione di risarcimento da ritardo della P.A. deve essere ricondotta nell’ambito dell’art. 2043 c.c., per l’identificazione degli elementi costitutivi dell’illecito, e a quello del successivo art. 2236 c.c., per delineare i confini della responsabilità.
L’azione di risarcibilità del danno, inquadrandosi nella sua natura “extracontrattuale”, comporta che il bene della vita conseguito in modo differito sia avvenuto per il fatto altrui, quanto meno colpevole. Non è sufficiente la illegittimità (del provvedimento o) dell’inerzia amministrativa per ritenere integrata una fattispecie di responsabilità aquiliana della P.A., essendo essenziale ad integrare la fattispecie il giudizio di imputabilità soggettiva, quantomeno a titolo di colpa dell’apparato amministrativo procedente.
L’azione di risarcimento del danno, inquadrandosi nella sua natura extracontrattuale, richiede la prova della quantificazione dello stesso con riferimento sia al danno emergente che al lucro cessante, in quanto elementi costitutivi della relativa domanda, ai sensi dell’art. 2697.
Con la sentenza in esame, il Tar Lazio ripercorre i momenti più significativi dell’ evoluzione normativa e giurisprudenziale del danno da ritardo.
Dopo aver operato la ricostruzione della normativa applicabile, i giudici romani aderiscono espressamente all’ impostazione teorica che qualifica la responsabilità della P. A. in termini di responsabilità extracontrattuale, con conseguente applicabilità del regime giuridico di cui all’ art. 2043 c. c.. Ne consegue, per la fondatezza della domanda, la necessità di un comportamento doloso o colposo ascrivibile alla P. A., ossia è necessario che il difettoso funzionamento dell’apparato pubblico sia riconducibile ad un comportamento negligente o ad una volontà di nuocere o si ponga in contrasto con le prescrizioni di legalità, imparzialità e buon andamento di cui all’art. 97 della Cost..
In tale ottica interpretativa, il Tar Lazio sembra altresì negare la risarcibilità del “danno da ritardo mero”, ossia del danno derivante dall’ adozione tardiva di un provvedimento amministrativo sfavorevole al destinatario.
Particolarmente interessante, infine, risulta il richiamo all’ art. 2236 c. c. (spesso applicato in tema di responsabilità medica), che disciplina la responsabilità del prestatore d’ opera, affermando che, se la prestazione implica la risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, questi risponde dei danni solo in caso di dolo o colpa grave. I giudici capitolini sembrano accostare la P. A. al prestatore d’ opera, reputando che la responsabilità della stessa possa essere ristretta alle ipotesi di dolo e colpa grave laddove il procedimento amministrativo risulti particolarmente complesso.
Giurisprudenza conforme: Cons. St., n. 4242/2008; Cons. St., n. 1162/2009.
Giurisprudenza difforme: Cons. St., n. 3169/2001; Cons. St., n. 4239/2001.
Riferimenti normative: art. 97 Cost.; artt. 1, 2 e 2 bis, L. 241/1990; artt. 30 e 31 C. p. a.; art. 2043, 2236 2697 c. c.; art. 4, L. 493/1993;
Rapporto tra azione di annullamento e azione di mero accertamento
Tar Lombardia, Milano, 24 ottobre 2013, n. 2367
Ai sensi dell’art. 34, co. 3, c.p.a. il mero accertamento dei vizi, in luogo dell’annullamento, non introduce né un “petitum” diverso e più ampio, né una “causa petendi” fondata su fatti costitutivi differenti. Piuttosto deve parlarsi di mera “emendatio”, la quale non pone al giudice un nuovo tema d’indagine e neppure sposta i termini della controversia, ma si concreta esclusivamente nella variazione in senso riduttivo del petitum originario, al fine di renderlo adeguato alle sopraggiunte necessità di soddisfacimento del bisogno di tutela: in definitiva, modificandosi l’utilità perseguita (l’oggetto mediato trascorre dalla tutela specifica a quella per equivalente) in relazione alla originaria richiesta di provvedimento giurisdizionale (oggetto immediato), quest’ultimo viene soltanto variato nella sua estensione.
Tra i presupposti della conversione dell’azione di annullamento in mero accertamento occorre una esplicita istanza di parte ovvero una espressa “manifestazione” di interesse del ricorrente a fini risarcitori (e non l’oggettivo riscontro di esso da parte del giudice).
Il Tar Lombardia afferma espressamente l’ ammissibilità, nel processo amministrativo, di un’ azione di mero accertamento, con tale espressione facendosi riferimento all’ ipotesi in cui l’ accertamento esaurisce in sé lo scopo del processo, e precisa tale azione rinviene il suo referente normativo nell’ art. 34, comma 3, C. p. a..
I giudici meneghini procedono analizzando il rapporto con l’ azione di annullamento e puntualizzano che, tra i presupposti di conversione della domanda di annullamento in domanda di mero accertamento, occorre una esplicita istanza di parte, ossia una espressa manifestazione di interesse del ricorrente ai fini risarcitori, in quanto tale manifestazione di interesse rientra tra i presupposti della tutela giurisdizionale di mero accertamento.
E ciò in quanto il processo può essere utilizzato soltanto laddove la parte prospetti l’ esigenza concreta di ottenere un risultato giuridicamente apprezzabile. Inoltre, laddove si ritenesse il giudice, anche in assenza della seria prospettazione di un danno, tenuto a proseguire il giudizio pur non potendo annullare il provvedimento, si determinerebbe una violazione del principio dell’ economia dei giudizi e della ragionevole durata del processo.
E ancora, la conversione ufficiosa si porrebbe in spregio al principio della domanda di cui all’ art. 112 c. p. c., operante anche nel processo amministrativo, a sua volta correlato ai canoni dell’ imparzialità e della terzietà del giudice.
Infine, la manifestazione espressa di interesse alla prosecuzione del giudizio consente anche il rispetto del contraddittorio, formatosi sulla sola domanda originaria.
Giurisprudenza conforme: in parte Cons. St., n. 717/2009; Cons. St., n. 4307/2006
Giurisprudenza difforme: Cons. St., n. 3338/2002; Cons. St., n. 1280/2004.
Riferimenti normativi: artt. 24, 97, 103, 111, 113 Cost.; artt. 30, 31, 32, 33, 34, 35 C. p. a.; art. 21octies, L. 241/1990; artt. 100, 112 c. p. c..