Source: http://europa.118.aws.dol.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=137973
Timestamp: 2019-12-12 02:37:33+00:00
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Il terremoto di una sentenza antisismica - Europa gwcached,8
Il terremoto di una sentenza antisismica
Dimissioni e caos: effetti e retroscena di una condanna a futura memoria
Ora che s’assiste alla reazione a catena delle dimissioni nella commissione Grandi rischi, molti a palazzo Chigi ricordano la concitata notte di incontri tra Monti, i ministri di interno e difesa, i capi della protezione civile, il governatore dell’Emilia- Romagna Errani che precedette la conferenza stampa dell’8 giugno scorso: quando il premier dovette camminare sulle uova per rassicurare senza negare la fondatezza dell’allarme contenuto nel rapporto della Grandi rischi sulle possibili nuove forti scosse tra Ferrara e Finale Emilia, dopo il terremoto del 20 e 29 maggio. Risultato? La stampa sfotté il Monti sismologo, Errani s’infuriò, il sindaco di Finale, anziché ringraziare, minacciò di denunciare tutti per procurato allarme.
Non diversa meccanica s’è innescata, in ridotte proporzioni, con la previsione del nubifragio che per la protezione civile si sarebbe dovuta abbattere su Roma il 15 ottobre: poco mancò che il sindaco ordinasse di costruire arche per imbarcarvi famiglie e bestiame. Quel giorno non piovve, il sole splendette e Alemanno, come sovente avviene, si coprì di ridicolo. E però tra Errani e Alemanno, i due episodi raccontano molto dell’impatto della sentenza dell’Aquila del giudice Billi: che per paradosso aveva colpito al cuore la nostra macchina burocratica, amministrativa e politico-istituzionale prima che fosse materialmente emessa, iniziando a dispiegare i suoi concreti effetti fin dal momento in cui la Grandi rischi fu messa alla sbarra: mesi e mesi orsono. La sentenza di Billi non fa che rendere ancor più evidente come da tempo sia scattato un pericoloso gioco allo scaricabarile istituzionale, in cui ogni livello cerca di coinvolgere, per proteggersi da potenziali indagini a proprio carico, l’istanza superiore: fino a coinvolgere il governo. Nel giudizio di questa sentenza (di cui non è ancora nota la motivazione) che fornisce la prima verità giudiziaria su un aspetto di una più ampia vicenda già indagata sui versanti della corruzione post-terremoto, hanno ragione un po’ tutti: gli scienziati inglesi, americani, russi, giapponesi, indignati per quella che hanno percepito come un’assurda condanna dell’imprevedibilità dei terremoti. Hanno ragione i partiti che la definiscono aberrante, tranne i feticisti delle manette di Di Pietro. Ha ragione il Pd, col duo Ferrante-Della Seta secondo cui «gli scienziati non sono indovini» e con la bersaniana Alessandra Moretti che col suo dire-non dire fa venire a galla una gran verità: «È una questione di responsabilità politica». Perché, come scrive l’autorevole Scientific american, «il verdetto non è contro la scienza, ma contro un fallimento della comunicazione della scienza». O meglio contro il pilotaggio politico di questa comunicazione.
Non poco in questa storia deve aver pesato l’intercettazione tra Guido Bertolaso e l’assessore alla protezione civile abruzzese Daniela Stati, poi indagata per corruzione. Bertolaso le dice che invierà all’Aquila i big della Grandi rischi «su questa vicenda dello sciame sismico che continua, in modo da zittire gli imbecilli e placare preoccupazioni (...) vengono lì i luminari del terremoto (...) è più un’operazione mediatica (...) loro diranno: è una situazione normale, fenomeni che si verificano». Questo, più o meno, dissero i tecnici, in quella riunione del 31 marzo 2009. Ma la previsione fu infausta.
Sei giorni dopo, il 6 aprile, il terremoto nella conca aquilana fece 306 vittime, fu il quinto più distruttivo in Italia dal 1908. Parrebbe, insomma, che più che la scienza, si sia processata la politica che svia e violenta la scienza: che dai politici, secondo la sentenza in primo grado di Billi, si lascia violentare.
Non ne capisco, ma, per dire, Enzo Boschi mi è sembrato sempre un cattivo comunicatore e, da quando zittì in malo modo in tv il premio Nobel Carlo Rubbia, anche un po' geloso e permaloso. E, visto che i terremoti non si possono prevedere, anche un po' presuntuoso.
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