Source: http://www.judicium.it/appunti-presupposti-processuali-nullita-della-sentenza/
Timestamp: 2019-07-15 20:30:47+00:00
Document Index: 59630703

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Appunti su presupposti processuali e nullità della sentenza - Judicium
Appunti su presupposti processuali e nullità della sentenza
Di Michele Fornaciari - 05 marzo 2019
1. In ambito processuale esiste, com’è noto, un problema di ordine di esame delle questioni.
Si tratta di un problema che riguarda anche la sentenza di accoglimento, e più in particolare quella non definitiva (la sentenza definitiva di accoglimento deve risolvere – in senso favorevole all’attore – tutte le questioni e non ha evidentemente alcuna rilevanza il fatto che, nel corpo della motivazione, queste vengano esaminate in un ordine oppure in un altro), ma che si pone principalmente, ed è comunque più facilmente percepibile, con riferimento a quella di rigetto. Banalmente, posto che il convenuto si sia difeso sostenendo che il giudice adito è incompetente, che l’attore non ha né interesse né legittimazione ad agire, che sull’oggetto del processo sussiste già un giudicato, che il diritto non è mai sorto, che, ammesso che fosse sorto, si sarebbe comunque estinto per prescrizione o eventualmente per compensazione, cosa deve fare il giudice: deve seguire un ordine, tale ad esempio che non può rigettare per giudicato se prima non ha ritenuto di essere competente, per prescrizione se prima non ha ritenuto che il diritto sia sorto, per mancata nascita del diritto se prima non ha ritenuto la sussistenza della legittimazione ad agire, oppure può senz’altro accontentarsi della ragione più liquida, e chiudere il processo per il primo motivo di rigetto di cui si convinca?
Il nucleo principale del problema, com’è parimenti noto, è quello del rapporto fra i presupposti processuali ed i requisiti di merito, vale a dire quelli relativi alla sussistenza del diritto sostanziale fatto valere: esiste un principio generale per il quale il giudice non può occuparsi del merito, se prima non ha escluso la carenza dei presupposti processuali? esiste un ordine di esame rigido e vincolante fra rito e merito, tale che il giudice deve prima valutare la sussistenza dei presupposti processuali e poi, solo se ritiene che non sussistano vizi relativamente a questi ultimi, passare al merito?
Con riferimento a questo specifico interrogativo, vale a dire quello dei rapporti fra rito e merito, la stragrande maggioranza della dottrina è orientata nel senso della sussistenza dell’ordine di esame. Personalmente, ritengo invece che quest’ultimo non sussista.
Intendiamoci: non sostengo che non possa esistere un ordine di esame fra il requisito di ritoxed il requisito di merito y(banalmente: non credo che si possa respingere la domanda se prima non si è appurata la capacità dell’attore); sono però convinto che non esista un ordine di esame rigido e generalizzato fra il rito, globalmente considerato, ed il merito, del pari globalmente considerato; come dire: fra qualunque requisito di rito e qualunque requisito di merito.
Trattandosi di una posizione ampiamente minoritaria, mi capita, com’è ovvio, di ripensare al problema e di pormi dei dubbi. Quantomeno per il momento, e nonostante tali rinnovate riflessioni, continuo tuttavia a rimanere convinto della bontà della suddetta opinione.
Non solo: più ritorno sul problema, più esamino gli argomenti addotti dai sostenitori dell’ordine di esame, ed in particolare quello per il quale i presupposti processuali sarebbero requisiti di validità del processo, e più sto cominciando a convincermi di un’idea ancor più radicale, o comunque parallela; vale a dire che i presupposti processuali debbano essere considerati requisiti non di rito, ma di merito; o comunque, seppure si voglia continuare a considerarli requisiti di rito, che la loro violazione non dia luogo a nullità della sentenza.
2. Per affrontare correttamente il problema occorre innanzitutto avere ben chiaro cosa si intende quando si parla di nullità della sentenza.
Con riferimento a quest’ultima, possiamo infatti esprimere due differenti valutazioni: una in termini di giustizia/ingiustizia (o di correttezza/erroneità), una appunto in termini di validità/invalidità. Si tratta di due valutazioni che, chiaramente, non sono fungibili fra loro: non è la stessa cosa dire che una sentenza è ingiusta e dire che essa è invalida. Ma non solo: più precisamente, si tratta di due valutazioni che sono riferibili ciascuna ad un differente modo di considerare la sentenza.
Parlando di tale provvedimento, in genere pensiamo infatti alla statuizione in esso contenuta, alla declaratoria del dover essere con riferimento al proprio oggetto. La sentenza, però, è anche l’atto che contiene tale statuizione e questa distinzione – quella fra sentenza come statuizione e sentenza come atto – è, ai nostri fini, fondamentale.
Le due valutazioni delle quali si diceva – quella in termini di giustizia/ingiustizia e quella in termini di validità/invalidità – si riferiscono, infatti, la prima alla sentenza come statuizione, la seconda alla sentenza come atto.
Quando affermiamo che la sentenza è giusta (o ingiusta) ci riferiamo cioè a ciò su cui essa statuisce. Quando affermiamo che è valida (o invalida) ci riferiamo invece all’atto, che contiene tale statuizione. C’è insomma un contenuto ed un contenitore: quanto al primo la sentenza può essere giusta o ingiusta; quanto al secondo essa può essere valida o invalida.
3. La distinzione appena chiarita coincide, nella prospettazione comune, con quella fra merito e rito.
Il merito, secondo ciò che siamo abituati a ritenere, è ciò su cui la sentenza statuisce, ed in relazione a cui può dunque formularsi il giudizio di giustizia/ingiustizia; il rito è tutto il resto, che concerne la sentenza come atto, ed in relazione a cui può dunque formularsi il giudizio di validità/invalidità.
Sempre secondo quanto comunemente si pensa, il merito è poi, da altro punto di vista, il diritto sostanziale dedotto in giudizio ed in ordine al quale si chiede la pronuncia del giudice; tutte le altre questioni, su cui può capitare di litigare e su cui il giudice può dunque essere chiamato ad esprimersi, è rito.
Relativamente a quest’ultimo, si distingue in genere fra nullità formali e nullità extraformali; o, detta diversamente, fra requisiti del singolo atto e requisiti del processo nella sua interezza, o, secondo la terminologia più comunemente adoperata, presupposti processuali. Le due classificazioni si armonizzano, nel senso che il vizio di un requisito del singolo atto dà luogo ad una nullità formale; il vizio di un requisito del processo nella sua interezza, vale a dire di un presupposto processuale, dà luogo ad una nullità extraformale.
4.Questo essendo il quadro più o meno pacificamente presente nella mente di qualunque processualista, personalmente sto cominciando a pensare che esso debba essere rivisto.
Più precisamente, come già accennato, mi convince sempre meno l’idea che i presupposti processuali debbano essere ascritti al rito, anziché al merito, e comunque che essi, quand’anche requisiti di rito, attengano alla validità della sentenza e non invece alla sua correttezza.
In tale direzione, nel senso cioè di mettere in discussione la sistemazione comunemente sostenuta – ma, forse meglio, data per scontata – militano, a quanto mi pare, una pluralità di considerazioni, alcune delle quali magari non decisive, ma comunque tali se non altro da sollevare perplessità in merito alla suddetta sistemazione, altre più significative nel senso della sua critica e del suo superamento.
Non è casuale che queste ultime considerazioni (quelle più significative) affrontino il problema nella prospettiva delle impugnazioni, vale a dire la sede nella quale si tratta di far valere l’ingiustizia o la nullità della sentenza, e nella quale dunque la riconduzione del vizio all’uno oppure all’altro ambito gioca – o se non altro può giocare – un ruolo importante.
5. Iniziando dal primo tipo di considerazioni (quelle volte più che altro a sollevare perplessità in merito alla sistemazione tradizionale della materia), immaginiamo intanto di ragionare nel contesto di un sistema nel quale il vizio di tutti i presupposti processuali sia senz’altro rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo (la finzione è volta ad evitare complicazioni derivanti dalle preclusioni).
In un siffatto contesto, prendiamo poi una sentenza nella quale il giudice non dica nulla sul rito e decida senz’altro nel merito.
Finché si afferma che se il giudice era incompetente la sentenza è nulla, a prima impressione la cosa può in effetti apparire ragionevole e condivisibile. Sembra infatti sensato affermare che il giudice ha il potere di emettere una statuizione sul merito solo se è competente e che dunque, se non lo è, l’atto con il quale egli, anziché arrestarsi in rito, pronunci ugualmente tale statuizione, è nullo. Del resto, l’incompetenza è uno dei tre classici vizi degli atti amministativi.
Le cose cambiano però, sia pure sempre a livello di prima impressione, laddove, invece che alla competenza, si pensi all’interesse ad agire. Immaginando che la sentenza in esame, anziché dal giudice incompetente, sia emessa in carenza di interesse ad agire dell’attore, la prospettiva che essa sia ugualmente nulla riesce cioè, quantomeno a me, assai meno convincente.
Istintivamente, in questa ipotesi, mi viene infatti semmai da pensare alla categoria dell’inutilità. Se l’interesse ad agire consiste in ciò, che in sua assenza la sentenza, anche favorevole, lascia l’attore come lo trova (Fazzalari affermava, confidenzialmente, “c…one sei, c…one resti”), tale sentenza, più che nulla mi appare infatti appunto inutile.
Ragionando su questa sensazione, viene allora da ipotizzare che, da questo punto di vista, i presupposti processuali potrebbero forse non essere tutti uguali; che essi debbano cioè essere considerati non unitariamente, ma singolarmente, o comunque per sottocategorie. Del resto, una volta si distingueva fra presupposti processuali e condizioni dell’azione: non è che questa distinzione, poi abbandonata, aveva invece in sé qualcosa di vero?
Di certo i presupposti processuali riguardano aspetti differenti: alcuni attengono all’esistenza tout courtdella tutela richiesta (si pensi alla domanda con la quale l’attore chieda la comminazione al convenuto della prigione per debiti); altri alla configurabilità della tutela in relazione a quel certo diritto (si pensi alla domanda con la quale, fino a un po’ di tempo fa, si fosse chiesta la condanna della p.a. ad un facere); altri ancora alla spettanza della tutela a quel soggetto (interesse ad agire; legittimazione; giudicato), contro quel convenuto (legittimazione passiva), a quel soggetto, o contro quel convenuto, autonomamente considerati (litisconsorzio necessario), alle modalità della richiesta di tutela (tipo di rito applicabile alla controversia in questione), e così via.
Da altro punto di vista, essi possono poi essere distinti a seconda che la loro integrazione dipenda oppure non dipenda dalla parte (si pensi, nel primo senso, alla competenza ed alla giurisdizione, nel secondo, all’interesse ad agire ed al giudicato).
Ora, può darsi che, in relazione al problema della nullità della sentenza, tali distinzioni – così come quella fra presupposti processuali e condizioni dell’azione, o qualsiasi altra ipotizzabile – siano effettivamente irrilevanti, ma forse sarebbe il caso di non dare la cosa per scontata e di provare a ragionarci sopra.
6. Questa impressione trova a mio avviso conferma (si tratta della seconda delle considerazioni per così dire introduttive, volte cioè a suscitare dubbi in ordine all’idea dei presupposti processuali come requisiti di validità del processo) affrontando il problema da un diverso punto di vista.
Compito del giudice è quello di statuire in merito ai rapporti fra le parti; di dettare le regole alle quali queste ultime devono attenersi; di stabilire cosa dicono le norme di comportamento loro rivolte.
Nello svolgere questo compito, il giudice non è peraltro libero: deve a propria volta osservare delle regole. E’ cioè anche lui soggetto a determinate norme di comportamento ed il proprio ruolo, rispetto a tali norme, è diverso rispetto a quello che riveste con riferimento alle norme che disciplinano il comportamento delle parti: con riferimento a queste ultime è un terzo, al quale è istituzionalmente devoluto il compito di interpretarle e di darne la lettura corretta; con riferimento alle prime è invece il destinatario; è per così dire parte in causa. E’ dunque evidente che, relativamente a tali norme, non può essere lui stesso a decidere se il proprio comportamento sia o meno conforme a ciò che esse dispongono. A tale riguardo, egli sarebbe infatti, manifestamente,judex in causa propria.
Con riferimento alle norme di comportamento che si rivolgono a lui, il giudice è, detto altrimenti, nella medesima posizione nella quale si trovano i privati con riferimento alle norme sostanziali relative al rapporto che li riguarda: come relativamente a queste ultime non possono essere le parti stesse a stabilire la correttezza o meno del proprio comportamento, ma occorre rivolgersi ad un giudice, allo stesso modo, relativamente alle norme che si rivolgono a quest’ultimo, non può essere lui a stabilire se le abbia rispettate o meno, ma occorre rivolgersi ad un altro giudice.
Certo, il giudice valuta queste norme, ma tale valutazione è la stessa che compie qualunque soggetto, privato o pubblico, relativamente alle norme che riguardano il proprio comportamento: è la valutazione di chi, dovendo orientare le proprie azioni, cerca di capire cosa il diritto gli consente, gli vieta, gli impone; fermo restando che sarà poi un terzo a dover stabilire, in modo vincolante, cosa le norme in questione realmente sanciscono.
Si tratta, come vedremo, di un controllo che l’art. 161 cpc incanala nei mezzi di impugnazione.
Questo al momento però non interessa. Ciò che interessa è invece, riprendendo gli esempi già utilizzati sopra, che, anche da questo punto di vista, competenza ed interesse ad agire sembrano, istintivamente, cose diverse.
Quando il giudice valuta la propria competenza, sembra infatti ragionevole ritenere che stia analizzando una norma di comportamento che si rivolge a lui e rispetto alla quale egli non può dunque realmente “decidere”.
Quando però valuta l’interesse ad agire, a me viene piuttosto da pensare che stia analizzando qualcosa che riguarda le parti; che quella in questione sia cioè una norma che concerne non il comportamento del giudice, ma i rapporti fra le parti. Non, sia chiaro i loro rapporti sostanziali, ma nondimeno i loro rapporti; il diritto dell’attore, per così dire, di disturbare il convenuto con la causa solo se ci sono dei validi motivi ed in particolare se dall’eventuale vittoria egli è destinato a ricevere un qualche concreto vantaggio.
Certo, nell’ottica per la quale i presupposti processuali sono requisiti di validità del processo, capisco che si possa vedere in qualunque presupposto processuale, e dunque anche nell’interesse ad agire, una norma di comportamento per il giudice, tale che, se il presupposto processuale non esiste, egli deve fermarsi al rito e non passare al merito.
Tale prospettiva dipende però appunto dal fatto che i presupposti processuali siano requisiti di validità del processo, che da un lato è proprio quanto stiamo cercando di appurare, dall’altro di certo non può essere a sua volta dimostrato con il fatto che quelle relative ai presupposti processuali sarebbero norme rivolte al giudice. Delle due infatti l’una: o l’essere quelle relative ai presupposti processuali norme rivolte al giudice dipende dal fatto che i presupposti processuali sono requisiti di validità del processo, ed allora occorre dimostrare tale assunto, oppure è l’essere i presupposti processuali requisiti di validità del processo che dipende dal fatto che quelle che li concernono sono norme rivolte al giudice, ed allora è questo l’assunto che deve essere dimostrato. Ciò che non può essere è che, circolarmente, il primo assunto dipenda dal secondo ed il secondo dal primo.
Questa, più complessa, questione al momento peraltro non interessa. Al livello delle presenti considerazioni, ciò su cui preme mettere l’accento è infatti un dato meno elaborato, vale a dire quello per il quale, “a pelle”, così come a fronte della competenza viene effettivamente da pensare ad una norma che riguarda il comportamento del giudice, a fronte dell’interesse ad agire, invece, viene piuttosto da pensare (o almeno a me viene da pensare) ad una norma che riguarda i rapporti fra le parti.
7. Del resto – si tratta di un’ulteriore conferma di questa impressione– prendiamo un lodo con il quale l’arbitro rigetti la domanda per carenza di interesse ad agire: si tratta di un lodo nullo e, come tale, impugnabile?
A me onestamente non pare.
8. Questo, così come più in generale tutto quanto precede rappresenta peraltro, come premesso, poco più di un’introduzione al problema. Quelle esposte non sono infatti argomentazioni stringenti, ma mere impressioni, volte unicamente a sollevare dubbi in merito all’idea dei presupposti processuali quali requisiti di validità del processo ed a far emergere che è pensabile anche una ricostruzione differente.
Sia o meno riuscito in tale intento, veniamo dunque ora agli argomenti veri e propri a sostegno di tale diversa ricostruzione.
Come parimenti premesso, la prospettiva dalla quale occorre muovere è quella delle impugnazioni. In particolare, la norma sulla base della quale ragionare è quella, già citata, dell’art. 161 cpc.
Tale norma, com’è noto, sancisce la c.d. conversione delle nullità in motivo di gravame. Essa stabilisce cioè che, per far valere la nullità della sentenza, occorre proporre impugnazione.
Con riferimento a questa previsione, è fondamentale avere ben presente che il suo significato non è quello di consentire di far valere la nullità della sentenza, bensì quello di limitare la relativa possibilità. In sua assenza, infatti, la nullità potrebbe essere fatta valere in ogni sede ed in ogni tempo, in base al principio generale, per il quale qualunque atto – sentenza compresa – in tanto produce effetti, in quanto sia valido. L’art 161 cpc, dunque, imponendo di farla valere tramite le impugnazioni, lungi dall’attribuire alle parti un potere che altrimenti non avrebbero, fa tutto il contrario: imbriglia, per così dire, il potere del quale esse disporrebbero in base ai principi generali.
In assenza dell’art. 161 cpc, detto altrimenti, la nullità non sarebbe affatto irrilevante. Sarebbe, tutto al contrario, una sorta di mina vagante: in qualunque momento e in qualunque sede, nella quale venisse fatta valere la sentenza, si potrebbe sostenere che essa è nulla e dunque priva di effetti.
Chiarito questo, proviamo allora a ragionare in un ipotetico sistema, nel quale l’art. 161 cpc non esista e le impugnazioni siano necessarie unicamente per rimettere in discussione la statuizione contenuta nella sentenza, impregiudicata la validità di quest’ultima come atto. Anzi, per rendere le cose ancora più semplici, immaginiamo un sistema che non conosca tout courtle impugnazioni; un sistema, detto altrimenti, nel quale sentenza e giudicato coincidano.
In un sistema di questo tipo, la statuizione contenuta nella sentenza non può essere rimessa in discussione. E’ però possibile sostenere che l’atto che contiene tale statuizione è invalido. La sentenza, in sostanza, e riprendendo quanto si diceva in precedenza, pur non potendo essere attaccata in punto di giustizia, può tuttavia esserlo, senza limiti, in punto di validità.
9. Questo essendo il contesto di riferimento (e, per evitare complicazioni derivanti dalle preclusioni, continuando ad ipotizzare che il vizio di qualunque presupposto processuale sia rilevabile anche d’ufficio senza limiti temporali), iniziamo il ragionamento riprendendo l’esempio, già sopra utilizzato, della sentenza nella quale il giudice pronuncia senz’altro nel merito, senza dire nulla sul rito.
Come già detto, sembra istintivamente corretto ritenere che, se il giudice era incompetente, la sentenza sia nulla.
Ciò posto, immaginiamo poi, quale secondo stadio del ragionamento, una sentenza nella quale il giudice parimenti decida nel merito, ma affrontando espressamente la questione della competenza e risolvendola nel senso della sua sussistenza (nel senso cioè di essere competente).
Anche in questa ipotesi sembra ragionevole ritenere che, se il giudice non era competente, la sentenza sia ugualmente nulla, nonostante l’esplicita declaratoria di competenza. Che, detto altrimenti, la valutazione del giudice in merito alla propria competenza, concernendo un profilo di validità della sentenza, non valga nulla e non impedisca dunque di rimettere in discussione quest’ultima, sostenendone l’invalidità, proprio con riferimento a quel profilo, relativamente al quale il giudice aveva invece ritenuto che essa fosse valida; dicendo, in pratica, che il giudice, che pure si era affermato competente, era in realtà incompetente.
Il motivo di tale affermazione consiste nel fatto che nessun atto può autoattestare la propria validità.
La cosa può forse apparire strana, detta di una sentenza (viene istintivamente da obiettare che sulla competenza il giudice ha deciso), ma in realtà è banale: se un atto in tanto è efficace in quanto sia valido, anche l’attestazione di validità, in esso contenuta, in tanto è efficace, in tanto vale, in quanto l’atto sia effettivamente valido. Quello in merito alla validità di un atto è cioè un giudizio che esula per definizione dal possibile contenuto dell’atto medesimo e che può essere pronunciato solo ponendosi al di fuori di esso.
E’ lo stesso principio per il quale a fronte di un atto, nel quale il suo autore si autoqualifichi pubblico ufficiale, si può tranquillamente sostenere che egli non lo è, senza che, in contrario, si possa addurre l’efficacia di piena prova dell’atto pubblico. E’ vero, infatti, che l’atto proveniente da un pubblico ufficiale, in quanto atto pubblico, fa piena prova di quanto in esso dichiarato. Questo, però, appunto a condizione che provenga da un pubblico ufficiale. E’ dunque evidente che tale provenienza non può essere autoattestata dall’atto, perché anche questa attestazione, al pari di qualunque contenuto dell’atto, in tanto fa piena prova, in quanto il suo autore sia realmente un pubblico ufficiale. Detta diversamente: l’atto non può, pena la petizione di principio, fornire esso stesso la piena prova di ciò da cui dipende la sua efficacia di piena prova.
Bene, per la validità della sentenza è lo stesso: l’attestazione di validità, in essa contenuta, non impedisce di affermarne l’invalidità. Tale attestazione non esprime infatti alcun giudizio vincolante, ma unicamente l’opinione, rispettabilissima ma irrilevante, del suo autore.
Chiarito questo, immaginiamo ora, quale terzo stadio del ragionamento, la sentenza con la quale il giudice chiude il processo in rito, dichiarando la propria incompetenza.
Se quanto appena detto è giusto – se cioè la decisione sulla competenza non vale nulla – è evidente che ciò non può non valere anche in questo caso. Se la questione circa la competenza del giudice concerne un profilo di validità della sentenza, sulla quale il suo autore non può decidere in senso proprio, non può cioè statuire, ma può solo esprimere un’opinione irrilevante, ciò vale evidentemente in qualunque caso, sia che il giudice ritenga di essere competente, sia che ritenga di non esserlo. In entrambi i casi, quella espressa dal giudice è infatti un’affermazione in punto di validità e come è nulla la sentenza che afferma la competenza, se questa non sussiste, non puo’ non essere parimenti nulla la sentenza che la nega, se invece sussiste.
A fronte di tale conclusione già a prima impressione si avverte però – o almeno io personalmente avverto – qualcosa che non funziona. Ciò che appariva ragionevole nel caso della sentenza che afferma erroneamente la competenza del suo autore, lascia cioè decisamente perplessi nel caso della sentenza che, del pari erroneamente, la nega.
Qui, infatti, la competenza non è una cosa a monte, o comunque diversa, rispetto all’oggetto principale della sentenza. Qui si tratta dell’unico oggetto, o, se non piaccia parlare di oggetto, dell’unico contenuto di quest’ultima. E può darsi che mi sbagli, ma sono portato a pensare che la validità sia qualcosa che concerne altro, rispetto a ciò che l’atto principalmente afferma, statuisce o dispone. Che, detto altrimenti, posto che l’atto affermi/statuisca/disponga x, la validità dell’atto medesimo attenga ad y; vale a dire a qualcos’altro, qualunque cosa sia, che sta a monte di x, o comunque se ne differenzia, ed è tale che, se manca, rende appunto invalido quanto detto a proposito di x. Banalmente, il contratto di compravendita trasferisce la proprietà su un certo bene (questione x) ed è invalido se manca la forma o se una delle parti è incapace (questione y).
La prospettiva di una sentenza che afferma qualcosa su xe che possa essere nulla, a seconda che esista o meno non y, ma lo stesso x, non sembra insomma plausibile.
Del resto, nel caso della sentenza che pronuncia nel merito, affermando erroneamente la propria competenza, ciò che è nullo non è l’affermazione della competenza, ma la decisione sul merito. Nel caso della sentenza che nega erroneamente la competenza ciò che dovrebbe essere nullo, invece, è proprio l’affermazione dell’incompetenza.
Si potrebbe forse sostenere che è nulla la non-decisione nel merito, o, se si preferisca, la decisione di non decidere nel merito. Ma tale soluzione costringe a costruire una non-decisione, o una decisione di non decidere, che francamente mi riesce artificiosa, apparendomi decisamente più semplice e lineare vedere nella declaratoria di incompetenza nient’altro che una declaratoria di incompetenza.
10. Beninteso, le considerazioni appena espresse non pretendono di essere di per sé decisive. A questo stadio, esse sono infatti ancora generiche ed esprimono più che altro il senso di disagio suscitato dalla prospettiva in esame. Approfondendo l’analisi, è peraltro agevole rendersi conto che sotto tale disagio esiste un problema vero.
Quando la sentenza contiene più affermazioni, si può tranquillamente sostenere che alcune di esse attengono alla sua validità e dunque non hanno alcun valore, perché comunque ne rimangono altre, che non si riferiscono a tale aspetto (la validità), e che dunque rappresentano il contenuto vero della sentenza; ciò su cui statuisce. La sentenza conserva, cioè, un ambito di operatività e di utilità.
Per chiarire il concetto, prendiamo ad esempio una sentenza che contenga affermazioni sulle questioni x, y, ze q. In questo caso, possiamo tranquillamente sostenere sia che xattiene alla validità, mentre y, ze qattengono al merito, sia che xe yattengono alla validità, mentre ze qattengono al merito, sia che x, ye zattengono alla validità, mentre qattiene al merito. Quale che sia l’opzione prescelta, la sentenza conserva comunque valore: c’è in ogni caso qualcosa, su cui essa statuisce in modo vincolante.
Quando però la sentenza contiene un’unica affermazione, questo meccanismo non funziona più. Se diciamo che ciò a cui si riferisce tale affermazione è un profilo di validità, e che pertanto ciò che essa afferma riguardo ad esso non vale nulla, non rimane alcun margine di operatività e di utilità; nient’altro, su cui la sentenza possa statuire.
Si tratta, insomma, di una sentenza che non vale nulla tout court; di una sentenza completamente inutile. Essa afferma un’unica cosa e su quest’unica cosa che afferma non contiene alcuna statuizione; non determina alcuna preclusione; in qualunque sede ed in qualunque tempo si potrà sempre sostenere il contrario. E questo, si noti, non accidentalmente, patologicamente, ma fisiologicamente. Quella in questione è cioè una sentenza che non vale nulla già sulla carta.
E’ concepibile una sentenza così fatta?
A mio avviso no. La sentenza è un atto decisorio. Dunque, ci deve essere qualcosa su cui “decide”. Quando contiene più affermazioni, si può sostenere che su alcune di esse non lo fa. Ma quando ne contiene una sola questo non può più dirsi ed è giocoforza concludere che tale affermazione è, a pieno titolo, una decisione.
11. Le conseguenze di quanto precede sono intuitive:
1) sulle questioni che possono rappresentare l’unico contenuto della sentenza, che possono legittimamente esaurire tale contenuto, la sentenza non può non essere decisoria;
2) se si tratta di questioni sulle quali la sentenza è decisoria, non può trattarsi di profili attinenti alla sua validità, perché, come abbiamo visto, le affermazioni della sentenza in punto di validità non valgono nulla;
3) poiché i presupposti processuali sono requisiti che possono esaurire il contenuto della sentenza (quando il giudice ne ritiene l’assenza e dunque chiude in rito il processo), essi non possono attenere alla sua validità; ritenere il contrario implicherebbe che la sentenza di rito, con la quale il giudice chiude il processo per la carenza di un presupposto processuale, non vale nulla.
12. Possiamo dire che si tratta di requisiti di merito? Forse sì, forse no. Possiamo anche continuare a considerarli requisiti di rito. Almeno allo stato attuale delle mie convinzioni, mi pare anzi che si tratti, tutto sommato, dell’opzione preferibile.
Il punto è però che la valutazione relativa ad essi non attiene alla validità della sentenza, ma alla sua correttezza. L’alternativa rito/merito e quella invalidità/ingiustizia della sentenza, cioè, non coincidono. Esistono profili di rito che attengono alla correttezza della sentenza, e non alla sua validità.
Vedremo più avanti, sia pure quale mero accenno, quali siano le possibili implicazioni sistematiche di questo inquadramento dei presupposti processuali.
13. Per il momento, occorre invece da un lato chiarire la ricostruzione proposta, dall’altro fornirne una conferma.
Per quanto concerne il chiarimento, esso si riallaccia a quanto detto in precedenza, nell’esporre le prime perplessità in merito alla configurazione tradizionale dei presupposti processuali. Se si ricorda, nell’esporre tali perplessità, il problema, oltre che dal punto di vista della validità/nullità della sentenza, era stato affrontato anche da quello della diversa posizione del giudice, a seconda del destinatario delle norme di comportamento, oggetto della sua valutazione. A tale proposito, si era detto che, quando in questione sono norme di comportamento rivolte non alle parti, ma al giudice, quella di quest’ultimo non è una decisione in senso proprio, ma solo una valutazione, al fine di orientare le proprie azioni, salvo poi a qualcun altro stabilire se tali azioni siano effettivamente conformi alle norme in discorso oppure no.
In tale ottica, si era poi detto che, mentre “a pelle” poteva sembrare che quella relativa alla competenza fosse una norma sul comportamento del giudice, tale che quella di quest’ultimo sul punto fosse una mera valutazione, altrettanto non pareva potersi dire a proposito dell’interesse ad agire, qui sembrando piuttosto in questione una norma attinente ai rapporti fra le parti.
Ebbene, se quanto precede è vero, ne consegue che in realtà, con riferimento ai presupposti processuali, le cose stanno sempre nei secondi termini. Quando analizza la sussistenza dei presupposti processuali il giudice si occupa cioè sempre di qualcosa che riguarda i rapporti fra le parti e mai di un proprio obbligo di comportamento. Non solo con riferimento all’interesse ad agire, ma generalizzatamente, e dunque anche con riferimento alla competenza.
Certo, relativamente a quest’ultima sembra che in questione sia una norma rivolta al giudice. Si tratta però di una mera apparenza. Ciò di cui in realtà si tratta, anche in questo caso, è infatti di stabilire se, nel fare causa alla controparte, l’attore abbia agito correttamente oppure no, individuando il giudice corretto oppure uno sbagliato.
E’ vero che la norma sulla competenza dice al giudice che, in caso di incompetenza, deve dichiararsi incompetente, mentre in caso di competenza deve dichiararsi competente. Ma tale norma non fa in realtà nulla di diverso da quello che fa la norma sostanziale, la quale dice al giudice che, se la fattispecie è integrata, deve accogliere la domanda, mentre se non lo è deve respingerla.
Sempre, cioè, la norma che concerne i rapporti fra le parti implica anche, se così vogliamo dire, un’istruzione per il giudice. Ma questo non significa che sia una norma di comportamento rivolta a quest’ultimo. E’ comunque una norma di comportamento rivolta alle parti. Dopodiché, a ben vedere, non è la norma stessa, ma il sistema, il ruolo del giudice, che fa sì che egli, dovendo interpretare, quale terzo, le norme che riguardano i rapporti fra le parti, debba poi emettere una sentenza che traduce questa sua interpretazione, talché, se la fattispecie – sostanziale o processuale – è integrata, deve pronunciare in un certo modo, mentre se non lo è deve pronunciare in un altro.
14. Come detto, di quanto precede è possibile fornire anche una conferma, ed a tal fine è di nuovo l’art. 161 cpc che si rivela determinante, sia pure analizzato da un punto di vista diverso, rispetto a quello preso in considerazione nelle argomentazioni appena svolte.
Fino a questo momento, abbiamo infatti ragionato nell’ottica di un ipotetico sistema, nel quale l’art. 161 cpc sia assente; di un sistema, anzi, che, più radicalmente, non contempli proprio le impugnazioni.
Bene, a questo punto ragioniamo invece nell’ottica del nostro sistema positivo, che contempla tanto le impugnazioni quanto l’art. 161 cpc.
Abbiamo detto che, in presenza di tale norma, le nullità non possono essere fatte valere liberamente, ma occorre utilizzare i mezzi di impugnazione. L’art. 161 cpc pone cioè un limite a quello che sarebbe il principio generale in materia di nullità: quello per il quale l’atto, anche se vincolante, vincola (relativamente al proprio contenuto) in quanto valido; se è invalido, non vincola e l’invalidità può essere fatta valere in ogni sede ed in ogni tempo. Ecco, in forza dell’art. 161 cpc questo principio non vale più. Non vale più né l’“in ogni sede” né l’“in ogni tempo”. Bisogna usare le impugnazioni, con i relativi termini.
Questa restrizione, peraltro, opera se e nei limiti in cui la norma in questione effettivamente si applichi. Opera, in particolare, laddove un qualche strumento di impugnazione sia previsto. In caso contrario, riprende vigore il principio generale.
Questo significa, in pratica, che la nullità della sentenza della Cassazione, nei limiti in cui per essa non sussista alcuna ulteriore impugnazione (al netto, cioè della revocazione e dell’opposizione di terzo), può essere fatta valere in ogni sede ed in ogni tempo.
Portando degli esempi di scuola, se i consiglieri erano incapaci di intendere e di volere, o se un terrorista armato è entrato in camera di consiglio e li ha costretti a decidere in un certo modo, non c’è dubbio che la nullità della sentenza della Cassazione possa essere fatta valere senza limiti (qualcuno invocherà, a questo proposito, l’inesistenza, ma si tratta chiaramente di un escamotage, come quasi sempre lo è il ricorso a tale comoda categoria, in funzione di “tappabuchi”, quando non si riesce a trovare un modo migliore per trarsi d’impiccio).
Chiarito questo, poniamo dunque che i presupposti processuali siano requisiti di validità del processo e che le relative norme riguardino il comportamento del giudice.
Finché è in questione un presupposto processuale che riguarda solo il giudizio di primo grado, nessun problema. Il giudice di appello ed a maggior ragione la Cassazione sono senz’altro terzi, per cui la loro può essere vista quale decisione in senso proprio: in questione non è un giudice che valuta una norma di comportamento che lo riguarda, ma un giudice che valuta, come terzo, se un altro giudice – quello di primo grado – abbia o meno correttamente applicato una norma di comportamento rivolta nei suoi confronti.
Il punto è però che questo non vale per tutti i presupposti processuali. Anzi, vale per pochissimi di essi.
La maggioranza di tali requisiti, infatti, concerne non unicamente il giudizio di primo grado, ma l’intero giudizio. Concerne cioè tanto il primo grado quanto l’appello e la cassazione. L’interesse ad agire, il giudicato, ed in realtà quasi tutti i presupposti processuali, riguardano il processo in quanto tale, nella sua globalità, non un unico grado di esso.
Quando il giudice di appello, o la Cassazione, decidono in punto di interesse ad agire o di giudicato (o, ancora, di legittimazione ad agire, di litisconsorzio necessario, e così via), non stanno valutando come terzi una norma di comportamento rivolta al giudice di primo grado. Stanno valutando una norma di comportamento – ammesso che sia tale – che riguarda anche loro stessi. La norma che richiede, per agire in giudizio, l’interesse ad agire o l’assenza di giudicato (così come, di nuovo, la legittimazione ad agire o la partecipazione necessaria di più attori o convenuti, ecc.), si rivolge cioè nella stessa identica maniera tanto al giudice di primo grado quanto a quello di appello ed alla Cassazione.
Se questo è vero, le conseguenze sono evidenti: posto che contro la sentenza della Cassazione non sono previsti ulteriori mezzi di impugnazione, tramite i quali possa essere fatta valere la sua ipotetica nullità, derivante dall’aver deciso nel merito nonostante la carenza di uno di questi presupposti processuali, tale nullità dovrà poter essere fatta valere in ogni sede ed in ogni tempo.
Capisco che la cosa possa apparire balzana, ma è la conseguenza inevitabile della configurazione dei presupposti processuali quali requisiti di validità del processo.
Per convincersene, si presti ancora un po’ di attenzione.
In precedenza, ragionando nel contesto di un ipotetico sistema che non contemplasse né l’art. 161 cpc, né, più in radice, le impugnazioni, abbiamo distinto fra tre ipotesi: sentenza che decide nel merito, senza dire nulla sui presupposti processuali; sentenza che afferma l’esistenza dei presupposti processuali e decide nel merito; sentenza che rigetta in rito la domanda per difetto di un presupposto processuale.
Bene, prospettiamo le medesime tre ipotesi nel contesto del nostro sistema positivo e, in particolare, figuriamocele con riferimento alla sentenza della Cassazione.
Nella seconda e nella terza ipotesi può forse istintivamente stonare che, nonostante la Cassazione si sia pronunciata sul presupposto processuale, la sentenza possa essere rimessa in discussione proprio sul punto della sussistenza o meno di quest’ultimo (ma in realtà questa stessa istintiva ritrosia è la spia che, quando si ragiona di presupposti processuali, si ragiona di qualcosa che si avverte essere un tema su cui la Cassazione non si limita a valutare, ma decide in senso proprio; laddove, per converso, è intuitivamente evidente che ciò che la Cassazione in ipotesi dica in merito alla capacità dei propri componenti non vale nulla).
Prendiamo però la prima ipotesi: la Cassazione, e prima di lei i giudici di primo e di secondo grado, non si sono occupati in alcun modo di interesse ad agire; hanno senz’altro deciso sulla sussistenza o meno del diritto azionato dall’attore.
Ebbene, qui, non sussistendo la remora psicologica dell’espressa presa di posizione sul punto, risulta più chiaro che, se i presupposti processuali sono requisiti di validità del processo, in ogni sede ed in ogni tempo si potrà dire che la sentenza della Cassazione è nulla perché non sussisteva l’interesse ad agire. La situazione è infatti identica a quella che si presenta nell’analogo caso del giudizio in un unico grado ipotizzato sopra: un giudizio in un unico grado, terminato il quale senza che il giudice si sia occupato di interesse ad agire, si sostiene che la sentenza finale è nulla perché mancava tale requisito, è infatti del tutto analogo ad un giudizio in tre gradi, terminato il quale senza che nessuno si sia occupato del medesimo requisito, si sostiene che la sentenza finale dell’ultimo grado è nulla perché esso mancava. In questione, differentemente che nel caso della competenza, non è infatti un presupposto processuale che riguarda specificamente ed unicamente il giudizio di primo grado, ma un presupposto processuale che, manifestamente, riguarda l’intero giudizio, si svolga esso in un unico grado oppure in tre.
Bene: siamo disposti ad ammettere questa conseguenza? siamo disposti ad ammettere che, dopo la sentenza di cassazione, che non si sia occupata di interesse ad agire, sia possibile dire che l’intero giudizio, e pertanto anche la sentenza finale della Corte, è nullo perché mancava tale presupposto processuale?
A me, personalmente, pare che non funzioni.
Se ciò è vero, la conseguenza è però inevitabile: il difetto di un presupposto processuale non implica la nullità della sentenza; si tratta, al contrario, di uno dei possibili aspetti controversi del rapporto fra le parti, sul quale, se sollevato, il giudice statuisce, e che comunque, una volta arrivati in fondo, non può più essere messo in discussione, vuoi che sia stato deciso, vuoi che non sia stato sollevato.
Certo, non si tratta del rapporto sostanziale, ma si tratta comunque di una questione relativa al rapporto fra le parti.
15. In merito all’argomentazione appena svolta è necessario un chiarimento, a scanso di equivoci.
In tale argomentazione abbiamo infatti distinto fra alcuni presupposti processuali, relativi solo al giudizio di primo grado, ed altri (la maggioranza), relativi invece all’intero giudizio, e sulla base di tale distinzione si potrebbe essere indotti a ritenere che la conclusione raggiunta valga solo per i secondi, mentre i presupposti processuali relativi solo al giudizio di primo grado possano invece essere effettivamente considerati requisiti di validità del processo.
Tale interpretazione va però respinta.
In questione, come espressamente chiarito, era infatti unicamente la conferma della conclusione già precedentemente raggiunta. Il fatto che, ai fini di tale conferma, rilevi la distinzione fra le due categorie di presupposti processuali non toglie infatti che l’argomento principale, svolto sopra (quello circa il fatto che non può attenere alla validità della sentenza ciò che può esaurirne il contenuto), valga senz’altro per l’intera categoria di tali requisiti, senza distinzioni di sorta.
16. A questo punto, per concludere, due interrogativi ed una precisazione.
Iniziando dai primi, stabilito che i presupposti processuali non sono requisiti di validità del processo e che dunque la sentenza resa in loro assenza non è nulla, ma ingiusta: quand’è che la sentenza è nulla? – cosa sono i presupposti processuali?
17. La risposta al primo interrogativo è semplice: quelli che rilevano, ai fini della validità della sentenza, sono unicamente i requisiti formali; la sentenza è nulla, originariamente o derivatamente, in presenza di una c.d. nullità formale.
Questa è infatti la differenza fondamentale fra i requisiti in questione ed i presupposti processuali: i presupposti processuali sono requisiti, la cui mancanza conduce ad una sentenza che chiude il processo in ragione di tale mancanza; che possono cioè rappresentare essi stessi il contenuto esclusivo della pronuncia; i requisiti formali, invece, sono requisiti, la cui mancanza conduce ad una sentenza che non ha mai a contenuto esclusivo il requisito medesimo, ma che si occupa comunque del merito (o di un presupposto processuale), mentre l’assenza del requisito formale può incidere unicamente sul segno di tale pronuncia (ad es.: se l’escussione di un testimone è nulla, non si terrà conto della relativa deposizione, con le relative conseguenze in punto di ricostruzione dei fatti di causa).
Il punto, come detto, è che non può attenere alla nullità della sentenza ciò che può esaurirne il contenuto; ciò su cui può chiudersi il processo.
Bene: per le nullità formali questo non accade mai. Su di esse il giudice prende posizione, certo, ma poi, quale che sia la valutazione in proposito, la sentenza non si esaurisce in quello, ma contiene comunque una decisione sul merito (o su un presupposto processuale). Per i presupposti processuali, invece, il giudice, laddove si convinca della loro assenza, chiude il processo sulla relativa questione (per alcuni presupposti processuali il vizio è sanabile, talvolta prima della pronuncia su di esso – es.: litisconsorzio necessario – talvolta successivamente – es.: competenza; questo non toglie peraltro che anche in questi casi, previa o salva possibilità di sanatoria, la sentenza si esaurisce nella decisione sul presupposto processuale).
18. Quanto poi al secondo interrogativo – vale a dire quello su cosa siano, in positivo, i presupposti processuali – la risposta consiste a mio avviso in ciò, che oggetto del processo non è, o non è soltanto, l’esistenza o meno del diritto sostanziale vantato (o negato) dall’attore, ma, più comprensivamente, il diritto dell’attore alla tutela per quel diritto.
Come dire, insomma, l’azione concreta.
Questo è però, con ogni evidenza, un assunto troppo impegnativo per poter essere adeguatamente argomentato in questa sede. Sul punto mi limito dunque alla sua enunciazione, anche perché ai presenti fini la cosa non è fondamentale.
Ciò che qui interessa, e che va dunque ribadito, è infatti unicamente questo, che la valutazione in punto di presupposti processuali non attiene ad un profilo di validità. Che i presupposti processuali non sono cioè un requisito di validità del processo, ma un punto sul quale il giudice decide in senso proprio, vale a dire statuisce.
19. Quanto infine alla precisazione, essa si riferisce all’accenno iniziale all’ordine di esame fra rito e merito e consiste in ciò, che la conclusione appena ribadita di per sé non implica necessariamente l’assenza di tale ordine di esame. Ben potrebbe essere, infatti, che, pur non attenendo i presupposti processuali alla validità della sentenza, ma alla sua correttezza, essi debbano ugualmente essere esaminati prima dei requisiti relativi alla sussistenza o meno del diritto sostanziale fatto valere.
La conclusione medesima non è tuttavia neppure totalmente ininfluente, rispetto a tale problema, ed anzi riveste un ruolo abbastanza significativo in direzione dell’assenza dell’ordine di esame. Pur non fornendo una dimostrazione tranchantdi tale assenza, essa smonta infatti il principale argomento a sostegno della sua esistenza, vale a dire quello – tanto suggestivo quanto falso – dei presupposti processuali quali requisiti di validità del processo. Se si vuole continuare a sostenere la sussistenza dell’ordine di esame, occorre dunque lasciar perdere questo argomento e puntare su altri.