Source: https://eterna-legge-universale.blogspot.com/2014/03/crocifisso-in-classe.html
Timestamp: 2018-07-17 00:10:57+00:00
Document Index: 79039654

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 25', 'sentenza ', 'art.118', 'art. 15', 'art. 118', 'sentenza ', 'art. 118']

4. Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, Sez. III Bis Sentenza 23 luglio 2003, n. 8128. Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, Sez. III bis, composto dai signori Magistrati: Luigi COSSU Presidente Eduardo PUGLIESE Consigliere, Vito CARELLA Consigliere ha pronunciato la seguente SENTENZA sul ricorso n. 6621 del 2003 proposto da UNIONE MUSULMANI D’ITALIA con sede in Palestrina (RM), in persona del presidente e legale rappresentante Adel Smith, rappresentata e difesa dall’avv. Nicola Recchia, presso il quale domicilia, in Rieti, Via delle Ortensie n. 36; CONTRO … • il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; • il Ministero della Salute; • il Ministero dell’Interno, in persona dei rispettivi Ministri p.t., rappresentati e difesi ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato presso la quale domicilia, in Roma, Via dei Portoghesi n. 12; AVVERSO … il silenzio dei predetti Ministeri a seguito degli atti di diffida tutti datati 3 marzo 2003 ad assi notificati in data 4 e 5 marzo 2003. Visto il ricorso con i relativi allegati; Visto l’atto di costituzione in giudizio delle Amministrazioni intimate; Vista la memoria prodotta dalle parti resistenti a sostegno delle loro difese; Visti gli atti tutti della causa; Udito alla Camera di Consiglio del 23 luglio 2003 il relatore Consigliere Eduardo Pugliese e uditi altresì l’avv. Nicola Recchia per la ricorrente e l’avv. dello Stato Agnese Soldani per le amministrazioni resistenti. [17]. Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue: FATTO. Con ricorso notificato alle Amministrazioni in epigrafe indicate il 30 maggio 2003, e depositato nei termini, la ricorrente Unione Musulmani d’Italia chiede a questo Tribunale che voglia “annullare il silenzio del Ministero dell’Università e Ricerca, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Interno alle diffide loro inoltrate e sopra meglio specificate (notificate il 4 e 5 marzo 2003) nonché ordinare al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, al Ministero della Salute ed al Ministero dell’Interno di provvedere sugli atti di diffida loro rispettivamente notificati entro il termine di cui all’art. 21 bis L. 1034/1971”. Con tali atti i Ministeri appena indicati sono stati diffidati ed invitati a rimuovere dai locali di rispettiva competenza quel particolare tipo di simbolo religioso costituito dal crocifisso. Lamenta in particolare la ricorrente il fatto che pur essendo stata chiesta attività da parte di dette P.A. “doverosa in ragione delle motivazioni tutte compiutamente esposte negli atti di diffida ai quali, tuttavia, non è stato dato seguito alcuno” “i Ministeri prima detti sono rimasti del tutto inerti in tal modo ponendo in essere una palese violazione di legge per tramite del loro comportamento del tutto omissivo”. Si costituiva in giudizio, in nome e per conto delle Amministrazioni intimate, l’Avvocatura generale dello Stato che, con memoria del 19 luglio 2003, chiedeva la reiezione dell’interposto gravame ed eccepiva, preliminarmente, l’inammissibilità del ricorso per carenza dei presupposti di formazione del silenzio rifiuto. Alla Camera di Consiglio odierna la causa veniva spedita in decisione. DIRITTO .. Con il ricorso in epigrafe indicato la ricorrente Unione Musulmani d’Italia impugna il silenzio rifiuto che si sarebbe formato su propri atti di diffida – tutti datati 3 marzo 2003, notificati ai Ministeri dell’Istruzione, Università e Ricerca, della Salute e dell’Interno, rispettivamente in data 4 marzo, 5. marzo e 4 marzo 2003 – perché ciascun Ministero provvedesse “ad adottare nei termini di legge ogni atto e provvedimento necessario ed idoneo ad assicurare la rimozione da tutti i locali pubblici ricompresi negli uffici di competenza dei crocifissi ivi esposti”. Il ricorso è inammissibile, essendo fondata ed assorbente l’eccezione in proposito sollevata in memoria dall’Avvocatura generale dello Stato relativa a “carenza dei presupposti di formazione del silenzio rifiuto”. E’ giurisprudenza ormai univoca e costante nel tempo, dei TT.AA.RR. e del Consiglio di Stato, quella secondo cui il procedimento di formazione del silenzio rifiuto è regolamentato dall’art. 25 del T.U. delle disposizioni sugli impiegati civili dello Stato, approvato con DPR 10 gennaio 1957 n. 3. Detto articolo, dopo aver previsto, al primo comma, che “l’omissione di atti e di operazioni, al cui compimento l’impiegato sia tenuto per legge o per regolamento, deve esser fatta constare da chi vi ha interesse mediante diffida notificata all’impiego e all’amministrazione a mezzo di ufficiale giudiziario”, stabilisce, in particolare, al comma successivo, che “quando si tratti di atti o di operazioni da compiersi ad istanza dell’interessato, la diffida è inefficace se non siano trascorsi sessanta giorni dalla data di presentazione dell’istanza stessa”. Ciò posto, è agevole osservare come nel caso specifico, in cui si versa indubbiamente in un’ipotesi di cui al citato secondo comma, la sequenza procedimentale disegnata dalla norma (e cioè, presentazione dell’istanza dell’interessato; inerzia dell’Amministrazione per almeno 60 gg. dalla presentazione dell’istanza stessa; formale diffida ad adempire, notificata a mezzo di ufficiale [18]. giudiziario; ulteriore inerzia dell’Amministrazione per ulteriori 30 giorni) non sia stata rispettata, posto che parte ricorrente – così come si evince dagli atti di causa, nonché dalla stessa prospettazione fattane in ricorso – si è limitata a notificare, a mezzo di ufficiale giudiziario, una diffida ad adempire, “significando, altresì, che in mancanza si procederà in via giurisdizionale”: così facendo mancare, si osserva, proprio quel primo, indispensabile anello della catena procedimentale. L’omissione di che trattasi – come ben osservato dall’Avvocatura generale dello Stato nella memoria difensiva depositata nell’imminenza dell’odierna Camera di Consiglio – comporta che nessun procedimento amministrativo è iniziato e dunque nessun obbligo di provvedere a carico della Pubblica Amministrazione è mai sorto: tanto più che, a ben vedere, il vero e proprio “silenzio procedimentale” non è tanto quello relativo al periodo intercorrente tra la notifica della diffida ed i 30 giorni successivi, quanto piuttosto quello relativo al periodo intercorrente tra la proposizione dell’istanza a provvedere, ad iniziativa del privato, ed i successivi giorni entro i quali l’Amministrazione, pur essendo tenuta a provvedere, non provveda, così rimanendo inerte: in altri termini, perché si abbia silenzio giurisdizionalmente impugnabile, l’inerzia dell’Amministrazione ((beninteso nell’ipotesi di cui al secondo comma) è da individuarsi non solo con riferimento ai 30 giorni successivi alla diffida (necessari laddove la Pubblica Amministrazione non abbia provveduto dopo l’iniziale istanza) ma anche, ed in primo luogo, con riferimento agli iniziali 60 giorni successivi all’istanza ad adempiere, senza che l’Amministrazione abbia adempiuto. Deve quindi concludersi, con la predetta Avvocatura, che trattandosi dunque, nel caso di specie, di procedimento ed iniziativa de privato, e non d’ufficio, laddove non vi sia stata l’iniziale istanza di che trattasi, è il procedimento stesso a venire a mancare: e se non vi è procedimento, non può esservi neanche provvedimento, con la conseguenza che il soggetto volta per volta interessato non può dolersi di alcun silenzio provvedimentale. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, ma si rinvengono sussistere giusti motivi perché sia
disposta l’integrale compensazione tra le parti delle spese, delle competenze e degli onorari di causa. P. Q. M. Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio – Sezione III bis – dichiara inammissibile il ricorso indicato in epigrafe e compensa le spese. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità Amministrativa. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio del 23 luglio 2003. Il Presidente Luigi COSSU, Il Consigliere, est. Eduardo PUGLIESE. 5. Avvocatura dello stato di Bologna, Parere 16 luglio 2002. Crocifissi in aule delle scuole dell'obbligo Dispone l'art.118 R.D. 30.4.1924 n.965 relativamente agli istituti di istruzione media (in senso analogo a quanto previsto dell'Allegato C R.D. 26.4.1928, n.1927 relativamente agli istituti di istruzione elementare) che ogni aula abbia l'immagine del crocifisso. Con parere n. 63/1988 del 27 aprile 1988 il Consiglio di Stato, Sez. II, dopo aver premesso la necessità sotto il profilo interpretativo di tenere distinta la normativa riguardante l'affissione dell'immagine del crocefisso nella scuola da quella relativa all'insegnamento della religione cattolica, si è occupato di stabilire se le disposizioni citate, le quali consentono l'esposizione dell'immagine del Crocefisso nelle scuole, siano tuttora vigenti oppure siano da ritenere implicitamente abrogate, perché, in contrasto con il nuovo assetto normativo in materia, derivante dall'Accordo, con protocollo addizionale, intervenuto tra la repubblica Italiana e la Sante Sede, con il quale sono state apportate modificazioni al Concordato Lateranense dell'11.2.1929. 19 Il Consiglio di Stato ha affermato che le norme contenute nei citati arti. 118 R.D. n. 965/24 e R.D. 1297/28 sono tuttora vigenti e non possono essere considerate abrogate implicitamente dalla regolamentazione concordataria sull'insegnamento della religione cattolica, derivante dall'Accordo, con protocollo addizionale, intervenuto tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede di modifica al Concordato Lateranense dell'11.2.1929. Ha argomentato il Consiglio di Stato, infatti, premesso che "il Crocefisso o, più esattamente, la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della Cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa", "le due norme citate, di natura regolamentare, sono preesistenti, ai Patti Lateranensi e non si sono mai poste in contrasto con questi ultimi. Nulla, infatti, viene stabilito nei Patti Lateranensi relativamente all'esposizione del Crocefisso nelle scuole o, più in generale negli uffici pubblici, nelle aule dei tribunali e negli altri luoghi nei quali il Crocefisso o la Croce si trovano ad essere esposti. Conseguentemente, le modificazioni apportate al Concordato Lateranense, con l'accordo, ratificato e reso esecutivo con la Legge 25 marzo 1985 n. 121, non contemplando esse stesse in alcun modo la materia de qua così come nel concordato originario, non possono influenzare, nè condizionare la vigenza delle norme regolamentari di cui trattasi. "Non si è quindi, tuttora, verificata nei confronti delle medesime, alcuna delle condizioni previste dall'art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale. In particolare, non appare ravvisabile un rapporto di incompatibilità con norme sopravvenute nè può configurarsi una nuova disciplina dell'intera materia, già regolata dalle norme anteriori. "Occorre, poi, anche considerare che la Costituzione Repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose, non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del Crocefisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico. "Né pare, d'altra parte, che la presenza dell'immagine del Crocefisso nelle aule scolastiche possa costituire motivo di costrizione della 1ibertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa. "Conclusivamente, quindi, poiché le disposizioni di cui all'art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n. 965 e quelle di cui all'allegato C del R.D. 26 aprile 1928, n. 1297, concernenti l'esposizione del Crocefisso nelle scuole, non attengono all'insegnamento nella religione cattolica, nè costituiscono attuazione degli impegni assunti dallo Stato in sede concordataria, deve ritenersi che esse siano tuttora legittimamente operanti". Tale orientamento interpretativo è coerente, del resto, con l'interpretazione data dalla Corte Costituzionale degli arti. 2, 3, 7 e 19 Cost.: dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (sentenza nn. 203 del 1989; 13 del 1991; 290 del 1992) emerge, in particolare, che gli arti. 3 e 19 Cost, tutelano i valori di libertà religiosa nella duplice specificazione di divieto a) che i cittadini siano discriminati per motivi di religione; b) che il pluralismo religioso limiti la libertà negativa di non professare alcuna religione. Tali valori concorrono con altri (artt. 2, 7, 8 e 20 Cost.) a struttura il principio di laicità dello Stato, che non implica indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale (casi testualmente, sent. n. 203). La Corte di Cassazione (Sez. 111, 13.10.1998) ha affermato in particolare, che non contrasta con il principio di libertà religiosa, formativa della Costituzione, la presenza del Crocefisso nelle aree scolastiche: "Il principio della libertà religiosa, infatti, collegato a quello di uguaglianza, importa soltanto che a nessuno può essere imposta per legge una prestazione di contenuto religioso ovvero contrastante con i suoi convincimenti in materia di culto, fermo restando che deve prevalere la tutela [20] della libertà di coscienza soltanto quanto la prestazione, richiesta o imposta da una specifica disposizione, abbia un contenuto contrastante, con l'espressione di detta libertà: condizione, questa, non ravvisabile nella fattispecie", nella quale si discuteva della lesività del principio di libertà religiosa proprio ad opera dell'esposizione del crocefisso nell'aula scolastica adibita a seggio elettorale. Conclusivamente, dunque:
2) l'affissione del Crocefisso va ritenuta non lesiva de! principio di libertà religiosa. [A cura di Alessandro Toniolo]
[ Il Cristianesimo è la più grande rivoluzione dell'umanità ]. Perché non possiamo non dirci "cristiani" del filosofo ateo Benedetto Croce. Secondo l'autore, la nostra civiltà non può non definirsi cristiana senza rinnegare la propria identità. Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952) è stato un filosofo, storico, politico, critico letterario e scrittore italiano, principale ideologo del liberalismo novecentesco italiano; presentò il suo idealismo come storicismo assoluto, giacché «la filosofia non può essere altro che ‘filosofia dello spirito’ [...] e la filosofia dello spirito non può essere altro che ‘pensiero storico’», ossia «pensiero che ha come contenuto la storia», che rifugge ogni metafisica, la quale è «filosofia di una realtà immutabile trascendente lo spirito»[...] Croce sostiene che: « Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivoluzione dall'alto, [...]. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l'uomo, l'anima stessa dell'uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana [...]. La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò al centro dell'anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all'intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all'umanità.» Perché non possiamo non dirci "cristiani" è un breve saggio scritto da Benedetto Croce nel 1942, nel quale l'autore sostiene che il Cristianesimo ha compiuto una rivoluzione «che operò nel centro dell'anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all'intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all'umanità» che per merito di quella rivoluzione non può non dirsi "cristiana". «Gli uomini, gli eroi, i geni» che vissero prima dell'avvento del Cristianesimo «compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze» ma in tutti essi mancava quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all'uomo. «Il filosofo, oggi, deve non già fare il puro filosofo, ma esercitare un qualche mestiere, e in primo luogo, il mestiere dell'uomo.» (Benedetto Croce, Lettere a Vittorio Enzo Alfieri (1925-1952)[1]) In vero Croce non aveva abbandonato la sua convinzione laica né si schierava a difesa della Chiesa romana ma semplicemente osservava come «con l'appello alla storia non possiamo non riconoscersi e non dirci cristiani». La storia dimostrava cioè che era stato il successo storico del Cristianesimo (più che il suo messaggio religioso) a imporsi nelle coscienze.[7] Scrive Croce: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta...» Volenti o nolenti dunque noi siamo gli eredi di una rivoluzione Cristiana: Parere Consiglio di Stato numero 63 del 27 aprile 1988. La Sezione ritiene, anzitutto, di dover evidenziare che il Crocifisso o, più semplicemente, la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendente da specifica confessione religiosa. In disparte da ciò, sembra alla Sezione che ai fini di un più razionale esame del quesito, sia opportuno tenere distinta la normativa riguardante l’affissione dell’immagine del Crocifisso nelle scuole da quella relativa all’insegnamento della religione cattolica. Occorre, poi, anche considerare che la Costituzione repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del Crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico. Né pare, d’altra parte, che la presenza dell’immagine del Crocifisso nelle aule scolastiche possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa. Conclusivamente, quindi, poiché le disposizioni di cui all’art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n. 965 e quelle di cui all’allegato C del R.D. 26 aprile 1928, n. 1297, concernenti l’esposizione del Crocifisso nelle scuole, non attengono all’insegnamento della religione cattolica, né costituiscono attuazione degli impegni assunti dallo Stato in sede concordataria, deve ritenersi che esse siano tuttora legittimamente operanti. Il Consiglio di Stato, di grado superiore ai vari TAR nazionali e supremo organo di consulenza amministrativa, si è pronunciato a favore della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con un parere del 1988 e uno del 2006. La motivazione viene data nel seguente modo: « Occorre, poi, anche considerare che la Costituzione repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come quello del crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico. » « Né pare, d'altra parte, che la presenza dell'immagine del crocifisso nelle aule scolastiche possa costituire motivo di costrizione della libertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia religiosa. » Con il parere del Consiglio di Stato si afferma che il crocifisso esposto non va in contrasto con la libertà religiosa. Il parere 556/2006 del Consiglio di Stato il crocifisso deve poi essere considerato "non solo come simbolo di un'evoluzione storica e culturale, e quindi dell'identità del nostro popolo, ma quale simbolo altresì di un sistema di valori di libertà, eguaglianza, dignità umana e tolleranza religiosa e quindi anche della laicità dello Stato, che trovano espresso riconoscimento nella nostra Carta costituzionale". Conclude affermando che "in sostanza, nel momento attuale, mentre non si ravvisano elementi positivi di concreta discriminazione in danno dei non appartenenti alla religione cattolica, il crocifisso in classe presenta, dal canto suo, una valenza formativa di nessun peso qualificante ai predetti fini di libertà e può e deve essere inteso, anzi, come uno dei simboli dei principi di libertà, eguaglianza e tolleranza e infine della stessa laicità dello Stato, fondanti la nostra convivenza e ormai acquisiti al patrimonio giuridico, sociale e culturale d'Italia". « in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l'origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana. Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i “Principi fondamentali” e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano. Il richiamo, attraverso il crocifisso, dell'origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani, serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l'autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell'ordine temporale rispetto all'ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica "laicità", confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall'ordinamento fondamentale dello Stato italiano. »
In conclusione, secondo il Consiglio di Stato: « si deve pensare al crocifisso come ad un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato. Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti, più di esso, a farlo.»
Arabia Saudita CROCIFISSO IN CLASSE Giordania governatore Iran Israele mahdì messia Messiah Palestina procuratore