Source: http://www.thedailybulldog.it/articoli/mi-separo-e-mi-divorzio-e-il-cane-avv-margherita-de-gennaro/
Timestamp: 2020-07-08 23:02:24+00:00
Document Index: 160288092

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 156', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 514']

Mi separo e mi divorzio… e il cane? Avv. Margherita De Gennaro. | The Daily Bulldog
Home Articoli Mi separo e mi divorzio… e il cane? Avv. Margherita De Gennaro.
Mi separo e mi divorzio… e il cane? Avv. Margherita De Gennaro.
Cari lettori, oggi affronteremo il tema della sorte dell’animale domestico (in particolare del cane) per il caso in cui il nucleo familiare si disgreghi a causa della separazione o del divorzio dei padroni.
L’argomento assume rilevanza soprattutto a seguito dell’entrata in vigore in Italia del Trattato di Lisbona con il quale si è sancito che gli animali sono esseri senzienti e sono meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico. Ciò ha comportato la nascita in capo agli animali domestici di ampi diritti che devono essere riconosciuti all’interno della società.
Al riguardo mi preme, tuttavia, fare alcuni e brevi cenni agli istituti giuridici della separazione e del divorzio in modo tale da inquadrare la problematica.
Il procedimento per la separazione personale dei coniugi, che si conclude con una sentenza volta a dichiarare la separazione degli stessi ai sensi dell’art. 156 codice civile, può essere di due tipi:
Separazione giudiziale nel caso in cui sia richiesta solamente da un coniuge nei confronti dell’altro;
Separazione consensuale nel caso in cui sia richiesta congiuntamente da entrambi i coniugi.
Nonostante i due tipi di procedimento siano finalizzati a svolgere la stessa funzione e cioè quella di modificare lo status dei coniugi, i due procedimenti hanno una natura diversa in quanto la separazione giudiziale consiste in un vero e proprio procedimento giudiziario, mentre la separazione consensuale ha la natura di un procedimento di volontaria giurisdizione, non essendovi alcuna controversia tra i coniugi in ordine alla volontà di addivenire alla separazione. In quest’ultima ipotesi, in particolare, i coniugi raggiungono un accordo in merito alla volontà e alle modalità della separazione e tale accordo, successivamente, viene omologato dal Tribunale competente (Tribunale del luogo di ultima residenza comune dei coniugi) che provvede con Decreto, reclamabile dinnanzi alla Corte d’Appello competente.
In ogni caso è necessario precisare che la sentenza con cui si addiviene alla separazione non fa venir meno il vincolo di coniugio ma con la stessa cessano solamente gli obblighi sussistenti in capo ai coniugi derivanti dal matrimonio (es. obbligo di coabitare nella casa familiare) e inoltre la separazione è solamente provvisoria in quanto lo stato di separazione perdura fino all’eventuale riconciliazione o, in mancanza, fino al divorzio.
La separazione può essere richiesta tuttavia solamente nel caso in cui vi siano due presupposti indispensabili e cioè 1) l’intollerabile prosecuzione della convivenza tra i coniugi e 2) il grave pregiudizio all’educazione della prole derivante dalla eventuale prosecuzione della convivenza.
Da ultimo la legge n. 162/2014 ha previsto, in alternativa al procedimento ordinario e per far fronte alle lungaggini di quest’ultimo, la possibilità per i coniugi di stipulare una convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per coniuge per la soluzione consensuale della separazione personale e del divorzio.
Tuttavia, se la separazione consiste in un provvedimento temporaneo, diversamente con il divorzio i coniugi modificano in via definitiva il loro rapporto coniugale mutando status.
Il divorzio, regolato dalla legge n. 898/1970, può essere disposto solamente se ricorrono i presupposti di legge quali 1) la cessazione della comunione spirituale e materiale fra i coniugi (volontà dei coniugi di pervenire alla cessazione del vincolo coniugale); 2) l’esistenza di una delle cause tassative previste dall’art. 3 della legge suindicata, come riportate nel box di cui infra.
Il divorzio avviene necessariamente dinnanzi al Tribunale in composizione collegiale e alla presenza del pubblico Ministero, il cui intervento è obbligatorio per legge.
Si precisa, inoltre, che la sentenza con cui si definisce il procedimento di divorzio e finalizzata a far cessare lo stato matrimoniale tra i coniugi ha un contenuto principale relativo allo scioglimento del matrimonio e un contenuto secondario relativo ai rapporti tra i coniugi nei confronti dei figli (es. assegnazione della casa familiare, diritto del coniuge a percepire il mantenimento, affidamento dei figli ecc.). E’ proprio all’interno di questo contenuto secondario della sentenza che è possibile disporre in relazione alla sorte del proprio cane per il caso in cui il nucleo familiare si disgreghi.
La possibilità di provvedere anche in merito al proprio animale domestico al momento della separazione e del divorzio è in realtà una “conquista” giuridica piuttosto recente. Fino a non molto tempo fa, infatti, gli animali domestici erano considerati una res (una cosa) e potevano essere oggetto di procedure esecutive al pari di qualsiasi bene mobile. Dal 2013 tuttavia le cose sono cambiate in quanto, a seguito della modifica dell’art. 514 del Codice di Procedura Civile, gli animali domestici non possono essere più pignorati. Proprio in virtù di tale novella legislativa il Tribunale di Milano con varie pronunce ha statuito che in caso di separazione dei coniugi i cani non possono essere paragonati a beni mobili ma hanno diritto ad avere un trattamento “personalizzato” analogamente a quanto avviene con i figli.
Occorre precisare comunque che sul tema non esiste ad oggi una normativa legislativa ma solamente pronunce giurisprudenziali che colmano il vulnus legislativo.
In assenza di una normativa specifica, la prassi sembra essere orientata in questo modo: in caso di accordo dei coniugi (separazione e divorzio consensuale), i giudici tendono a recepire la volontà dei coniugi in relazione all’attribuzione dell’animale domestico, al diritto di visita e al diritto di mantenimento.
Nel caso in cui invece manchi un accordo (separazione e divorzio giudiziale), generalmente i giudici ritengono che, il cane essendo registrato all’Anagrafe canina della Asl ed essendo microchippato, venga affidato al proprietario-intestatario del cane. Ciò, tuttavia, non obbliga il giudice a decidere diversamente e a prendere in considerazione le abitudini dei padroni e del cane. Potrebbe pertanto stabilirsi che il cane resti con il coniuge che, sebbene non intestatario ufficiale, abbia instaurato una relazione affettiva più intensa con il cane.
Il cane, infatti, non è un bene mobile registrato, pertanto, al momento della separazione e del divorzio si dovrà tenere conto del rapporto affettivo instaurato tra il cane e i coniugi nonché quale dei due coniugi abbia accudito maggiormente il cane.
Nel caso in cui il cane venga affidato al coniuge non intestatario, non potendo il cane essere intestato a due persone, si dovrà procedere a un passaggio di proprietà. Nel certificato del microchip rilasciato al momento della registrazione del cane, vi è infatti una parte dedicata proprio all’eventuale passaggio di proprietà, dove occorrerà segnare i dati anagrafici del nuovo padrone (coniuge assegnatario del cane).
Si precisa oltretutto che il giudice è tenuto a prendere in considerazione l’affidamento dell’animale domestico ogni volta che siano presenti all’interno della famiglia dei figli minori che sono affezionati all’animale. Ciò proprio al fine di tutelare i prevalenti interessi morali e materiali del minore rispetto all’interesse dei coniugi a separarsi. In questi casi il giudice può disporre l’attribuzione del cane a favore del genitore affidatario del minore, in modo tale che quest’ultimo possa coabitare con il cane. Il giudice altresì dovrà determinare l’ammontare del mantenimento e stabilire a quale coniuge far gravare le spese straordinarie relative all’animale.
La stessa problematica si pone anche in riferimento alle coppie non sposate (c.d. conviventi di fatto), in quanto anche in tal caso occorre provvedere alla sorte del cane per il caso di separazione dei due conviventi. Anche in questo caso, occorre fare riferimento al legame più stretto che il cane ha instaurato con uno dei due conviventi, a prescindere dall’intestatario dello stesso. Il giudice in ogni caso può disporre l’affidamento congiunto oppure può riconoscere ad un convivente il diritto di visita del cane in alcuni giorni della settimana.
In conclusione, vorrei sottolineare come sia importante cercare di trovare un accordo in sede di separazione o divorzio in merito all’affidamento dell’animale domestico, proprio al fine di evitare di far soffrire il cane dal distacco dai membri della famiglia (c.d. ansia da separazione). Ciò potrebbe provocare un mutamento comportamentale irreversibile del vostro cane. E’ bene dunque che delle vostre scelte facciate partecipi tutti i membri della vostra famiglia, compresi i cani, i quali -analogamente a quanto avviene per i figli- devono continuare a far parte della vostra nuova vita.
Avvocato Margherita De Gennaro