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Timestamp: 2015-07-04 08:26:07+00:00
Document Index: 160236763

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 603', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 600', 'sentenza ']

La cassazione si esprime sul reato di detenzione di materiale pedopornografico - Avvocato a bologna Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
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La cassazione si esprime sul reato di detenzione di materiale pedopornografico on 22 Febbraio 2012	La cassazione e il materiale pedopornografico: foto filmati scaricati da internet Appare assai significativa in materia la sentenza, qui sotto riprodotta, della terza sezione penale della cassazione circa la differenza tra divulgare filmati e prendere solo visione degli stessi.
3. – Il ricorso è parzialmente fondato. 3.1 – Il primo motivo di doglianza – con cui si deduce la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in quanto gli elementi indiziari utilizzati ai fini della prova per l’individuazione dell’imputato quale autore del fatto sarebbero mere congetture – è infondato. La sentenza censurata reca, infatti, una motivazione completa e coerente sul punto dell’ascrivibilità del download e della detenzione del file incriminati all’imputato, perché evidenzia, quali elementi decisivi, lo username e il nickname, formati con la parola M. nome dell’imputato, e soprattutto la presenza del computer in camera sua all’atto della perquisizione, presenza segnalata agli inquirenti dallo stesso imputato. 3.2 – Del pari infondato è il terzo motivo di ricorso, con cui si denuncia il difetto di motivazione della sentenza impugnata in relazione alla circostanza che all’esame del file si potesse desumere senz’ombra di dubbio, il contenuto osceno della foto e la minore età della persona ritratta. Correttamente, infatti, la sentenza censurata evidenzia che, al di là della maggiore o minore nitidezza dell’immagine, legata alla sua dimensione, il file aveva una denominazione tale da riferirsi inequivocabilmente ad un soggetto minorenne di sesso femminile. A ciò deve, peraltro, aggiungersi che la presenza di foto dello stesso tipo nel cestino del computer è elemento che conferma la consapevolezza, in capo all’imputato, dell’illiceità delle immagini scaricate. 3.3.- Il secondo motivo di impugnazione – con cui si lamenta che la Corte d’appello non ha considerato la circostanza che la diffusione di una sola immagine del contenuto illecito avrebbe potuto essere avvenuta nella fase di semplice download, così dovendosi escludere la consapevolezza della diffusione sulla rete di un file a contenuto illecito – è fondato. Come evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, affinché sussista il dolo del reato di cui all’art. 603-ter. Comma 3, c.p., occorre che sia provato che il soggetto abbia avuto, non solo la volontà di procurarsi materiale pedopornografico, ma anche la specifica volontà di distribuirlo, divulgarlo, diffonderlo o pubblicizzarlo, desumibile da elementi specifici e ulteriori rispetto al mero uso di un programma di file sharing. Va ricordato, infatti, che l’art. 600-ter, comma 3, c.p. punisce, tra l’altro, chiunque «con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza» materiale pedopornografico. Si tratta, nei singoli casi concreti, di questione interpretativa abbastanza delicata, perché il sistema dovrebbe essere razionalmente ricostruito giungendo a soluzioni che tengano conto delle effettive caratteristiche e delle concrete modalità di utilizzo di programmi del genere da parte della massa degli utenti e che,nello stesso tempo,soddisfino l’esigenza di contrastare efficacemente una assai grave e pericolosa attività illecita, quale la diffusione di materiale pornografico minorile, cercando però di evitare di coinvolgere soggetti che possono essere in piena buona fede o che comunque possono non avere avuto nessuna volontà o addirittura consapevolezza di diffondere materiale illecito, soltanto perché stanno utilizzando questi (e non altri) programmi di condivisione, e cercando altresì di evitare che si determini di fatto la scomparsa di programmi del genere. Del resto, le due suddette esigenze ben possono essere entrambe soddisfatte perché, con indagini adeguate, è possibile accertare chi stia davvero agendo col dolo di diffondere e non solo con quello di acquisire e con la consapevolezza del vero contenuto dei file detenuti. Una diversa interpretazione, secondo cui la semplice volontà di procurarsi un file illecito utilizzando un programma timo Emule o simili, implicherebbe, di per se stessa e senza altri elementi di riscontro, sempre e necessariamente anche la volontà di diffonderlo (solo in considerazione della modalità di funzionamento del programma e del fatto che questo permette l’upload anche senza alcun intervento di un soggetto che concretamente metta il file in condivisone), porterebbe a configurare una sorta di presunzione iuris et de iure di volontà di diffusione o una sorta di responsabilità oggettiva, fondate esclusivamente sul fatto che, per procurarsi il file, il soggetto sta usando un determinato programma di condivisione e non un programma o un metodo diversi. (Sez. III, 12 gennaio 2010, n. 11082; Sez. III, 7 novembre 2008, n. 11169). Venendo al caso in esame, deve rilevarsi che, da quanto emerge dalla descrizione del fatto contenuta nella sentenza censurata, l’imputato ha sicuramente commesso la condotta prevista e punita come reato dall’art. 609-quater cod. pen., essendosi consapevolmente procurato (scaricandone uno da altri utenti attraverso il programma Kazaa) ed avendo consapevolmente detenuto file pedopornografici. La Corte d’appello ha però qualificato il fatto ai sensi dell’art. 600-ter, comma 3, invece che ai sensi dell’art. 600-quater cod. pen.; e ciò, sulla base della sola circostanza che l’imputato stava utilizzando il programma di file sarin Kazaa, ossia ravvisando in sostanza nell’utilizzazione di tale programma una sorta di responsabilità oggettiva. Tale qualificazione appare, dunque, erronea, perché, come si è già osservato, la pronuncia censurata ha sostanzialmente ritenuto che la sola condotta di essersi procurato i file pedopornografici mediante la utilizzazione di un programma di condivisione integri il reato di divulgazione del materiale, a prescindere dalla sussistenza di ulteriori specifici elementi in tal senso. 4.- Ne deriva che la fattispecie per la quale è stata riconosciuta la responsabilità penale dell’imputato deve essere riqualificata come violazione dell’art. 600-quater c.p. e che la sentenza impugnata deve, di conseguenza, essere annullata con rinvio, limitatamente alla determinazione della pena applicabile. P.Q.M. Riqualificato il fatto come violazione dell’art. 600-quater c.p., annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Trieste per la determinazione della pena. Rigetta nel resto. Prec	Succ Articoli più letti Home