Source: https://www.laleggepertutti.it/153271_mantenimento-figli-come-evitare-reato-e-condanna-penale
Timestamp: 2019-04-24 05:15:56+00:00
Document Index: 151646347

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Scatta il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare solo se il figlio rimane privo dei mezzi di sussistenza.
In caso di mancato adempimento all’obbligo di versare il mantenimento ai figli non sempre scatta il reato di «violazione degli obblighi di assistenza familiare», ma solo quando al minore vengono fatti mancare i mezzi di sussistenza. Lo ha chiarito la Cassazione con una recentissima sentenza [1] che viene in soccorso di tutti quei padri impossibilitati a corrispondere l’assegno all’ex moglie per le spese relative alla prole. La pronuncia finisce anche per definire una guida a favore di chi, separato o già divorziato, deve versare mensilmente il mantenimento ai figli e, non riuscendo a farlo nel preciso importo quantificato dal giudice, vuole evitare il reato e la condanna penale. Ma procediamo con ordine.
Quando scatta il reato per l’omesso mantenimento ai figli?
Il codice penale [2] definisce il reato di «violazione degli obblighi di assistenza familiare» nel seguente modo:
Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale, o alla qualità di coniuge, è punito:
o con la reclusione fino a un anno;
o con la multa da 103 euro a 1032 euro».
Si applicano però entrambe le pene (ossia, tanto la reclusione quanto la multa) se il genitore fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, oppure inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge (salvo quest’ultimo abbia ricevuto l’addebito).
Dunque, l’espressione «mezzi di sussistenza» usata dal codice penale ha una portata più ristretta rispetto al concetto di assegno di mantenimento. Difatti, il reato scatta non quando si omette il versamento del predetto mantenimento – secondo l’importo definito dal giudice con la sentenza di separazione o di divorzio (o di modifica successiva delle relative condizioni) – ma solo se, a seguito di tale comportamento, viene a mancare «ciò che è necessario per la sopravvivenza del bambino minorenne».
In pratica, il tribunale, prima di condannare il genitore (di norma il padre) per il reato di omesso versamento dell’assegno di mantenimento, non può limitarsi alla semplice verifica dell’inadempimento in sé e per sé ma deve valutare gli effetti di tale condotta, ossia l’eventuale venir meno dei mezzi di sussistenza dei familiari. Se, anche in caso di omesso versamento del mantenimento, al figlio non mancano i mezzi di sussistenza (ad esempio, perché l’altro genitore con cui convive è benestante) il reato non scatta.
La seconda possibilità per evitare la condanna per il reato di «violazione degli obblighi di assistenza familiare» è dimostrare che il mancato versamento del mantenimento è dovuto a una impossibilità oggettiva del genitore, ossia a un suo stato di indigenza assoluta. In tal caso, infatti, l’indisponibilità di mezzi esclude la condanna penale e, quindi, il reato. Ma attenzione: l’indigenza deve:
essersi verificata per cause non dipendenti dalla colpa del genitore obbligato al versamento dell’assegno;
essere oggettiva e non implicante una semplice difficoltà a procurarsi i soldi. Bisogna quindi tener conto delle concrete capacità patrimoniali del genitore come nel caso in cui questi abbia perso il lavoro e, nonostante i tentativi, non abbia trovato altre soluzioni né abbia altri redditi di che vivere (basterebbe avere un immobile intestato per far rientrare il reato, essendo in tal caso il genitore tenuto a vendere il bene per procurarsi il denaro e sfamare i figli);
dipendere da una situazione persistente e non temporanea.
Cosa si intende per «mezzi di sussistenza»?
Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare – continua la Corte – consiste nel fare mancare ai figli minori e al coniuge i mezzi di sussistenza, che vanno individuati in ciò che è strettamente indispensabile alla vita, come il vitto, l’abitazione, i canoni per le ordinarie utenze, i medicinali, il vestiario, le spese per l’istruzione dei figli (da valutarsi, comunque, non in astratto, ma in rapporto alle reali capacità economiche e al regime personale del soggetto obbligato).
Tuttavia, il concetto di «mezzi di sussistenza» cui fa riferimento il codice penale è sicuramente più ampio rispetto ai cosiddetti «alimenti» cui invece fa riferimento il codice civile per indicare i soldi necessari alla sola sopravvivenza. Pertanto fa scattare il reato una situazione in cui il minore non riesca a procurarsi non solo lo “stretto indispensabile” ma ciò che è «utile o conforme alla condizione dell’alimentando, oltre che proporzionale alle sostanze dell’obbligato». Insomma tutto ciò che serve a mantenere il livello di vita precedente.
Per cui da un lato i «mezzi di sussistenza» non devono necessariamente coincidere con l’importo del mantenimento (se quest’ultimo è elevato, i mezzi di sussistenza saranno certamente una somma inferiore), né però si riducono ai soli «alimenti» stabiliti dal codice civile. Si può quindi parlare di una categoria giuridica che si trova a metà tra i due concetti. Per cui, conclude la Cassazione, «la mancata o minore corresponsione dell’assegno stabilito dal giudice civile non è sufficiente, di per sé, a dimostrare la responsabilità penale, se non è accompagnata dalla prova che, in ragione dell’omissione, sono venuti meno i mezzi di sussistenza all’avente diritto».
In definitiva, per far scattare il reato di «violazione degli obblighi familiari» non è sufficiente non aver pagato, in tutto o in parte l’assegno di mantenimento per i figli, ma bisogna anche dimostrare che, a seguito di tale inadempimento, non è stato possibile la soddisfazione integrale delle indispensabili esigenze di vita del figlio.
Se, invece, nonostante l’inadempimento totale o parziale del genitore, il minore non sia rimasto privo dei mezzi di sussistenza, non ci può essere condanna penale.
[1] Cass. sent. n. 3831/17 del 25.01.2017.
Udito il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, Dott. Luigi Birritteri, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso;
Udito, per la parte civile, l’avv. (OMISSIS), che ha chiesto il rigetto del ricorso. RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’appello di Genova ha, con la sentenza impugnata, confermato il giudizio di responsabilita’ formulato dal giudice di prima cura a carico di (OMISSIS) per i reati di cui agli articoli 612/bis e 570 cod. pen. e, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha, su appello dell’imputato, limitato temporalmente la penale responsabilita’ dello stesso – quanto al reato di cui all’articolo 570 cod. pen. – ritenuto commesso solo fino al luglio 2013, e ridotto la pena a lui irrogata.
Secondo quanto si legge in sentenza l’imputato, separato dalla moglie ( (OMISSIS)) fin dal 2002, tenne costantemente verso di lei un atteggiamento aggressivo e prevaricatore, generato dalla gelosia
e dalla pretesa di impedirle l’allaccio di nuovi rapporti sentimentali, oltre che dal malanimo nutrito verso di lei. Per questo la tempesto’ di SMS e telefonate, la ingiurio’ e minaccio’ ripetutamente, opero’ numerose incursioni nei luoghi da quella frequentati e tenne “comportamenti controllanti”. Inoltre, fino al luglio del 2013 fece mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore e alla moglie separata, omettendo il versamento dell’assegno di mantenimento stabilito dal Giudice.
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto personalmente ricorso per Cassazione l’imputato con tre motivi.
2.1. Col primo lamenta l’errata applicazione dell’articolo 612/bis cod. pen., derivante dal fatto che – a suo giudizio – e’ stata attribuita una immeritata credibilita’ alla persona offesa e agli altri testi dell’accusa (la madre e la sorella della persona offesa e tre colleghi di lavoro della stessa) e sono state inopinatamente svalutate le dichiarazioni rese dai testi della difesa (la madre dell’imputato; i terzi estranei (OMISSIS) e (OMISSIS)), i quali avrebbero parlato di rapporti “normali” intrattenuti dall’imputato e dalla persona offesa almeno fino al 2011, sebbene separati, nonche’ del fatto che avevano avuto, dopo la separazione, momenti di riconciliazione (fatto riferito, oltre che dall’imputato, dalla di lui madre). I giudici avrebbero, inoltre, omesso ogni valutazione della documentazione prodotta dall’imputato, dalla quale emergerebbe che i contrasti tra i due erano originati dalla pretesa della donna di allontanare il padre dal figlio, fino al punto che si era rivolta al giudice civile chiedendo l’affidamento esclusivo del figlio e la sospensione degli incontri settimanali tra figlio e genitore.
2.2. Col secondo lamenta l’erronea applicazione dell’articolo 570 cod. pen. derivante dal fatto che non sono state tenute in considerazione le condizioni personali dell’imputato, malandato in salute e disoccupato dal 2005, tant’e’ che ha dovuto chiedere ospitalita’ alla madre e alla sorella, con le quali convive. Inoltre, non e’ stata tenuta in cale la documentazione prodotta, la quale dimostrerebbe che l’inadempimento riguarda un mese del 2010, quattro mesi del 2011 e otto mesi del 2012: vale a dire, un periodo in cui non gli e’ stato possibile trovare alcuna occupazione lavorativa, nemmeno in nero.
2.3. Col terzo lamenta l’immotivato diniego della sospensione condizionale della pena. CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo e’ inammissibile, perche’ proposto fuori dei casi consentita dalla legge. Il giudice a quo ha dato conto adeguatamente – col richiamo delle testimonianze assunte nel procedimento – delle ragioni della propria decisione, sorretta da motivazione congrua, affatto immune da illogicita’ di sorta e, pertanto, sottratta a ogni sindacato nella sede del presente scrutinio di legittimita’; laddove i rilievi, le deduzioni e le doglianze espressi dal ricorrente, benche’ inscenati sotto la prospettazione di vitia della motivazione, si sviluppano tutti nell’orbita delle censure di merito, sicche’, consistendo in motivi diversi da quelli consentiti dalla legge con il ricorso per cassazione, sono inammissibili a’ termini dell’articolo 606 c.p.p., comma 3. Al riguardo, mette solo conto evidenziare che la testimonianza della persona offesa e’ stata adeguatamente vagliata, rilevandone le caratteristiche di congruenza e linearita’, oltre al fatto che risulta adeguatamente riscontrata non solo da quelle della madre, ma anche da quelle delle compagne di lavoro, che ebbero modo di ascoltare in viva voce le telefonate concitate dell’imputato, ovvero di leggere i messaggi – ingiuriosi e sprezzanti – diretti alla ex-moglie; come mette conto evidenziare che nemmeno i testi a difesa – cui ha fatto riferimento il ricorrente e le cui dichiarazioni sono state riportate in ricorso – hanno riferito circostanze realmente eversive del ragionamento sviluppato dal giudicante, essendosi limitati a parlare di rapporti apparentemente normali tenuti dai due fino al 2011: fatto che, data la limitatezza
della visuale propria dei testi suddetti, non intacca gli argomenti addotti a sostegno della tesi fatta proprio da entrambi i giudici di merito.
2. E’ fondato, invece, il secondo motivo di ricorso. A (OMISSIS) e’ contestato di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio minore e alla moglie separata, omettendo il versamento dell’assegno divorzile, fissato in Euro 350 mensili. Orbene, occorre al riguardo considerare che:
a) la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di piu’ soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensi’ una pluralita’ di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro, in quanto le condotte incriminate dal 2 co. tutelano, accanto all’unita’ familiare, anche specifici interessi economici dei singoli (nello specifico, la loro sopravvivenza economica: C., S.U., 20.12.2007, n. 8413);
b) in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’espressione “mezzi di sussistenza” di cui all’articolo 570, comma 2, n. 2, esprime un concetto diverso dall'”assegno di mantenimento” stabilito dal giudice civile, essendo in materia penale rilevante solo cio’ che e’ necessario per la sopravvivenza del familiare dell’obbligato nel momento storico in cui il fatto avviene (C., Sez. 6, 21.10.2015 – 8.1.2016, n. 535; C., Sez. 6, 10.1.2011; C., Sez. 6, 13.11.2008; C., Sez. 6, 6.7.2005, n. 36593; C., Sez. 6, 11.7.2001);
c) in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’ipotesi aggravata consistente nel far mancare ai familiari i mezzi di sussistenza, non ha carattere meramente sanzionatorio dell’obbligo civile derivante dalla sentenza di separazione, occorre percio’ verificare che la mancata corresponsione delle somme dovute non sia da attribuire ad uno stato di indigenza assoluta da parte dell’obbligato. In tal caso infatti la indisponibilita’ di mezzi, se accertata e verificatasi incolpevolmente, esclude il reato in parola, valendo come esimente, purche’ si tratti di una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilita’ di introiti (Cass., n. 33997 del 24/6/2015).
Alla stregua di tanto non e’ appagante la sentenza impugnata, che ha ravvisato la “colpa” dell’imputato nell’aver omesso il versamento dell’assegno divorzile, senza interrogarsi sugli effetti della condotta (il venir meno dei “mezzi di sussistenza sia alla moglie che al figlio minore, tenuto conto del fatto che la moglie separata, come e’ stato accertato, lavorava e guadagnava Euro 1.500 mensili) e senza tener conto della concreta capacita’ patrimoniale dell’imputato, che, come pure e’ riconosciuto dalla Corte d’appello, aveva perso il lavoro gia’ nel 2005 ed era stato costretto a ricorrere all’ospitalita’ della madre, che l’aveva accolto in casa. Non serve, quindi, affermare che l’imputato aveva svolto “diverse, seppur saltuarie e interrotte, attivita’ di lavoro”, laddove il giudice di primo grado aveva evidenziato che (OMISSIS) aveva lavorato per poco piu’ di due mesi nel 2009, per un mese nel 2010, per 29 giorni nel 2012 e non aveva mai lavorato nel 2011; infine, che il CUD del 2013 attestava un reddito di appena 1.231 Euro. Ne’ e’ corretto imputare a (OMISSIS) di non aver provato, “a prescindere dallo stato di disoccupazione”, la “totale impossibilita’ di adempiere”, posto che, in osservanza dei criteri di distribuzione dell’onere della prova, all’imputato competeva un onere di allegazione, mentre era compito della pubblica accusa dimostrare che egli aveva, invece, la “concreta possibilita’ di adempiere”, e pur tuttavia a quell’obbligo si era volontariamente sottratto.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’articolo 570 cod. pen. con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’appello di Genova. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.