Source: http://csaarcadia.org/la-strage-piu-grande-ecco-come-e-maturato-il-massacro-di-lampedusa/
Timestamp: 2020-07-04 21:37:43+00:00
Document Index: 37632318

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 33', 'art.3', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 4', '§ 388', 'art. 47', 'art. 63', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 33', 'art. 3']

La strage più grande - Ecco come è maturato il massacro di Lampedusa | CSA Arcadia
csa Arcadia 4 Ottobre 2013 13 views
Nel mese di maggio del 2009 l’allora presidente del consiglio italiano definiva i respingimenti verso la Libia, che come documentato dai media avevano carattere di misura collettiva, e dunque vietati dalle convenzioni internazionali, un “atto di grande umanità”, aggiungendo che per chi fuggiva da guerre e persecuzioni sarebbe stato possibile, anche in Libia, “rivolgersi all’agenzia Onu per dimostrare la loro situazione e, in caso, ottenere il diritto di asilo”. Affermazioni infondate. Infatti nel giugno del 2010 l’ufficio dell’ACNUR di Tripoli,dopo mesi di vicissitudini che ne avevano ridotto al minimo l’operatività, veniva chiuso dal governo libico con accuse infamanti per i funzionari delle Nazioni Unite, ai quali in seguito veniva consentito soltanto di occuparsi delle persone già prese in carico, senza potere trattare alcun nuovo caso o visitare le centinaia di migranti, in prevalenza sub sahariani, rinchiusi nei centri di detenzione. Quei centri che in passato erano stati finanziati anche dall’Italia e che oggi la Libia vorrebbe riattivare chiedendo altro sostegno economico all’Italia ed all’Europa. Ed in Italia è proprio questa la strada seguita dal vicepremier Alfano, di rientro da Lampedusa, dopo l’ultima strage quando propone un maggior coinvolgimento dei mezzi dell’Unione Europea e una rinnovata collaborazione dei paesi di transito per “proteggere e difendere” le frontiere di Schengen.
Secondo quanto dichiarato da Berlusconi nel maggio del 2009, dopo l’avvio dei respingimenti concordati da Maroni con i libici, “se qualcuno è entrato nel nostro territorio, nelle acque territoriali, noi verifichiamo se ha il diritto di restare perché in condizione di chiedere asilo nel nostro Paese. Verifichiamo il suo diritto d’asilo, se proviene da situazioni di pericolo, mancanza di libertà o altro. Se però questi barconi, che sono purtroppo gestiti da organizzazioni criminali che si fanno pagare, che trasportano anche schiave, portate da noi per essere avviate alla prostituzione, se questi barconi noi li fermiamo prima delle acque territoriali, dando tutto l’aiuto e soccorso necessario non solo per salvargli la vita ma perché stiano bene, abbiano acqua, viveri, cure mediche, noi li scortiamo fino al punto d’imbarco e là, lo abbiamo fatto adesso per la Libia, ci sono per esempio le Agenzie delle Nazioni Unite che possono verificare lì, in loco, se hanno diritto all’asilo”. Un intervento umanitario, insomma, che oggi costituisce ancora la base del ragionamento che Alfano ha sviluppato in Parlamento dopo l’inaudita strage di Lampedusa.
Dopo le proteste suscitate dalla “riconsegna” diretta dei migranti da parte delle unità militari italiane entrate in un porto libico, alla fine del 2009 si instaurava una pratica più “discreta” che contemplava il trasbordo in alto mare dalle unità italiane alle unità libiche, in modo da evitare fotografi ed altri scomodi testimoni. I pattugliatori della Guardia di Finanza partivano al mattino dal porto di Lampedusa dopo la segnalazione delle carrette del mare, bloccavano le imbarcazioni cariche di migranti ed attendevano in alto mare l’arrivo delle motovedette italo-libiche, per rientrare in porto qualche ora dopo. Soltanto alcuni migranti, sepolti in un carcere a Tripoli, avrebbero potuto testimoniare sulle violenze subite nelle operazioni di“ordinary rendition” ai libici. Ma ormai, a distanza di anni, di molti di loro non si sa più nulla. Intanto i responsabili politici di queste operazioni negavano la fondatezza delle critiche rivolte ai respingimenti collettivi da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, dalla Chiesa cattolica, da autorevoli rappresentanti della Commissione Europea, da ultimo dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Per tutti i critici, piuttosto che repliche basate sulle norme e sui fatti, da parte delle autorità di governo e dei loro sostenitori soltanto minacce e insulti, anche tramite la comunicazione sul web, oppure mistificazione del contenuto delle convenzioni internazionali e travisamento dei fatti, come se condurre in porto sicuro (place of safety) alcune migliaia di migranti equivalesse ad una apertura indiscriminata delle frontiere. E anche tanta disinformazione, come quando nel 2010 si è sostenuto che l’Italia ha effettuato il maggior numero di salvataggi in mare, tra i paesi europei, prendendo in esame il periodo 2007-2009. Un ulteriore elemento di confusione perché nelle statistiche diffuse da Frattini, allora ministro degli esteri, si consideravano anche i migranti salvati dalla marina italiana e condotti a Lampedusa negli anni (2007 e 2008) in cui non si erano più effettuati respingimenti in Libia ( salvo rare eccezioni) e le regole di ingaggio delle nostre unità militari, decise dal governo Prodi, erano considerate come un esempio positivo a livello europeo.
Le pratiche di respingimento sommario in acque internazionali, al di là della ambigua formulazione dell’art. 10 del T.U. sull’immigrazione del 1998 in materia di respingimento, norma che peraltro ammette l’ingresso di immigrati irregolari nel territorio nazionale per ragioni di soccorso, violano – come si vedrà meglio più avanti – diverse disposizioni della Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia del 1989, delle Direttive comunitarie in materia di accoglienza (2003/9/CE), di qualifiche (2004/83/CE) e di procedure di asilo (2005/85/CE) relative ai richiedenti protezione internazionale, il Regolamento delle frontiere Schengen del 2006, oltre che le disposizioni interne di attuazione. In tutti questi atti assume rilievo centrale la tutela dei diritti fondamentali delle persone ed il riconoscimento del diritto di chiedere asilo o altra forma di protezione internazionale. Appare dunque fondata la valutazione del procuratore capo di Siracusa secondo il quale, in occasione delle attività di respingimento verso la Libia poste in essere da unità della Guardia di finanza il 31 agosto del 2008, «il comandante doveva riportare gli immigrati in un porto italiano dove c’è la apposita commissione che valuta chi ha diritto e chi ha diritto a chiedere asilo». A distanza di qualche anno sembra legittimo chiedersi che fine abbia fatto quell’indagine, trasferita per ragioni di competenza al tribunale di Roma, o se si è chiusa con l’ennesima archiviazione. Evidentemente nel governo di quel tempo non si riteneva necessario applicare la normativa comunitaria in materia di asilo e di controllo delle frontiere esterne, e anche le Convenzioni internazionali venivano valutate come un “grimaldello” per scardinare la normativa e gli accordi operativi in materia di contrasto dell’immigrazione irregolare. Si giungeva persino a capovolgere quanto affermava la magistratura impegnata nei controlli di legalità degli atti delle autorità amministrative, al punto che il sottosegretario all’interno Mantovano, nel 2009, affermava che: “c’è una parte della magistratura che interpreta il suo ruolo come alternativo rispetto alla politica del governo in materia d’immigrazione: siamo all’attivo boicottaggio di una legge votata dal Parlamento”. Davano sempre più fastidio, fino a subire una vera e propria insofferenza, quei giudici che non seguivano ad occhi chiusi le ricostruzioni contenute nelle informative di polizia, e osavano addirittura mettere sotto inchiesta i comportamenti seguiti dalle stesse forze dell’ordine, in assenza di provvedimenti amministrativi conformi alle leggi ed alle Convenzioni vigenti.
Pochi giorni dopo i respingimenti collettivi verso Tripoli del 6/7 maggio 2009, con una festosa cerimonia ad Anzio, l’ex ministro Maroni consegnava all’ambasciatore libico tre unità navali costruite in Italia, consentendo l’imbarco su questi mezzi di equipaggi misti, formati anche da agenti della Guardia di Finanza. In quella occasione, come riportato anche da il Giornale del 14 maggio, l’ambasciatore libico a Roma dichiarava che chiunque in Libia poteva lavorare e presentare una domanda di asilo, aggiungendo che il suo paese stava valutando la possibilità di sottoscrivere la Convenzione di Ginevra. Poi, come riporta l’articolo, alla domanda se continueranno i respingimenti che nei giorni scorsi hanno riportato a Tripoli oltre 500 migranti, Gaddur rispondeva: “noi abbiamo un accordo con l’Italia firmato il 29 dicembre 2007 con un governo di centrosinistra e lo stiamo applicando con il governo di centrodestra”. Grazie al maggiore impiego delle motovedette italo-libiche le operazioni di respingimento potevano così proseguire al sicuro da inchieste internazionali, anche se il coinvolgimento italiano restava evidente, per la catena di comando unica prevista dai protocolli operativi e per l’imbarco di agenti della guardia di finanza sulle unità libiche, con funzioni di istruzione e manutenzione, ma su mezzi impiegati in missioni di pattugliamento in acque internazionali.
Dal Messaggero del 9 agosto 2009 si apprendeva che che “nella relazione consegnata al Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) il governo nega di aver messo in atto respingimenti, ma di aver rispettato le norme contenute nel «protocollo opzionale dell’Onu sul traffico di persone via terra, mare, aria». Secondo la stessa fonte “tra maggio e luglio scorsi, sono state oltre 600 le persone fermate in mare prima del loro arrivo in Italia e rinviate, per la maggior parte in Libia e Algeria. Tra loro, secondo quanto riferito nella relazione consegnata al Cpt, anche donne e minori. Il Cpt è stato in missione in Italia per controllare che nessuno venga rinviato in un Paese dove correrebbe il rischio di essere torturato o maltrattato”. In realtà i migranti respinti in acque internazionali, e consegnati alle autorità
In occasione della visita in Italia del Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d’Europa dal 27 al 31 luglio del 2009, nel pieno della campagna di respingimenti collettivi verso la Libia, si tentava così di confondere la pubblica opinione travisando la portata applicativa del Secondo Protocollo allegato alla Convenzione di Palermo del 2000 contro la Tratta di esseri umani”, che richiama forme diverse di collaborazione tra stati al fine di contrastare il fenomeno della tratta. Appare evidente che i principi, anche garantisti, affermati dal secondo Protocollo allegato alla Convenzione di Palermo, con riferimento alle espulsioni di chi fosse già entrato nel territorio nazionale non potevano valere per coloro che erano respinti in acque internazionali, o che venivano imbarcati su mezzi italiani a seguito di azioni di salvataggio. La collaborazione tra stati di cui si parla nel Protocollo ha una portata limitata a livello di scambio di informazione ed alla relativa cooperazione di polizia, ma non legittima alcuna forma di respingimento collettivo in mare. Nessun protocollo aggiuntivo ad una convenzione internazionale può violare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (in particolare il divieto di refoulement affermato dall’art. 33), la Convenzione ONU del 1989 sui diritti dei minori, le garanzie previste dalla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo per impedire trattamenti inumani o degradanti (art.3). Come afferma la Corte Europea dei diritti dell’Uomo nel caso Hirsi la tutela della persona oggetto di una procedura di allontanamento forzato, a fronte del rischio di subire trattamenti inumani o degradanti, hanno carattere assoluto ed inderogabile. Il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Palermo contro la tratta del 2000, imponeva peraltro una tutela particolarmente rafforzata delle donne e dei minori non accompagnati, che le autorità politiche e militari italiane hanno condannato al respingimento verso la Libia, ed in nessuno dei suoi paragrafi si trova il benché minimo appiglio per giustificare la prassi illegale dei respingimenti collettivi, vietati dall’art. 4 del Protocollo n.4 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’Uomo.
I giudici di Strasburgo rilevano infine un‘ ulteriore violazione della CEDU con riferimento all’art. 13 che garantisce i diritti di difesa, in collegamento con le violazioni riscontrate dell’art. 3 e dell’art. 4 del protocollo n.4 allegato alla CEDU:“quant à l’argument du Gouvernement selon lequel les requérants auraient dû se prévaloir de la possibilité de saisir le juge pénal italien une fois arrivés en Libye, la Cour ne peut que constater que, même si une telle voie de recours est accessible en pratique, un recours pénal diligenté à l’encontre des militaires qui se trouvaient à bord des navires de l’armée ne remplit manifestement pas les exigences de l’article 13 de la Convention, dans la mesure où il ne satisfait pas au critère de l’effet suspensif consacré par l’arrêt Čonka, précité. La Cour rappelle que l’exigence, découlant de l’article 13, de faire surseoir à l’exécution de la mesure litigieuse ne peut être envisagée de manière accessoire (M.S.S., précité, § 388). La Cour conclut qu’il y a eu violation de l’article 13 combiné avec les articles 3 de la Convention et 4 du Protocole no 4.
Le persone intercettate in mare, oppure, dopo lo svolgimento delle atività di soccorso, entrate o soggiornanti irregolarmente nel territorio italiano – tra queste anche i migranti giunti irregolarmente a Lampedusa, a partire dal momento del loro ingresso in Italia, in base alla normativa comunitaria devono avere possibilità adeguate di presentare un ricorso effettivo davanti ad un’autorità giudiziaria avverso il provvedimento di rimpatrio. Si ricorda infatti quanto disposto, oltre che dagli articoli 5 e 13 della CEDU, dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che garantisce il diritto ad un rimedio efficace e ad un giusto processo, oltre naturalmente al principio del controllo giudiziario sulla detenzione, intesa come qualsiasi limitazione della libertà personale. Al di là della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle posizioni della Corte Europea di Strasburgo, le violazioni da parte dell’Italia delle regole procedurali stabilite nelle procedure di allontanamento forzato a garanzia dei migranti, seppure in condizione di irregolarità, possono dunque assumere rilievo anche in ambito strettamente comunitario, davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, o con una denuncia per l’apertura di una procedura di infrazione davanti alla Commissione Europea in base a quanto previsto dall’art. 63 par.2 lettera b che richiama le condizioni di ingresso dei cittadini di paesi terzi nei paesi appartenenti all’area Schengen, materia che ormai fa parte del diritto dell’Unione Europea.
I respingimenti collettivi verso la Libia, anche nella versione camuffata da richieste di intervento delle unità militari libiche, poi replicata con le nuove autorità tunisine, alle quali, sul modello dei rapporti con la Libia, nel corso del 2011 sono state cedute sei motovedette, contraddicono in modo evidente altri punti vincolanti della normativa comunitaria. L’art. 12 del Codice comunitario delle frontiere Schengen del 2006 prevede che le autorità di polizia possano bloccare i migranti (direttamente, certo non con l’intervento di naviglio militare appartenente a stati esteri) che tentano di entrare nel territorio di uno stato Schengen, ma questo potere non può essere esercitato in contrasto con i diritti fondamentali della persona umana, tra i quali va annoverato il diritto di chiedere asilo ed il diritto a non subire respingimenti collettivi. Chiunque venga raccolto a bordo di una unità battente bandiera italiana in attività di controllo delle frontiere marittime, si trova in territorio italiano e se fa richiesta di asilo, o se si tratta di un minore, non può essere riconsegnato alle autorità di un paese terzo, soprattutto quando non può essere stabilita la esatta provenienza delle persone raccolte in mare. Chi contravviene queste regole viola il diritto comunitario e questa stessa violazione andrebbe sanzionata anche dal giudice penale italiano quanto meno come abuso di ufficio, se non come omissione di soccorso o vero e proprio sequestro di persona. Il commissario UE Barrot nella lettera al governo italiano del 15 luglio 2009, che la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha citato espressamente tra le motivazioni della sentenza sul caso Hirsi, sottolineava ancora che “la giurisprudenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo indica che gli atti eseguiti in alto mare da una nave di Stato costituiscono un caso di competenza extraterritoriale e possono impegnare la responsabilità dello Stato interessato”.
Alla luce dei principi enunciati dalla Corte Europea die diritti dell’Uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che hanno anche sospeso i trasferimenti per effetto del Regolamento Dublino 2 verso la Grecia, appare in tutta la sua gravità la pratica dei respingimenti in frontiera alle frontiere marittime di quanti, giungendo dalla Grecia, ma anche dall’Egitto, in particolare irakeni ed afghani, non sono neppure messi nelle condizioni di fare valere una istanza di asilo o di protezione internazionale. Al di là della loro dubbia formalizzazione, le misure di allontanamento forzato praticate negli ultimi anni nei porti di Brindisi, Bari, Ancona, Venezia,e più recentemente anche dalla Calabria, risultano peraltro illegittime in quanto l’art. 10 del TU 286/98 che prevede il respingimento, da parte della polizia di frontiera, degli stranieri “che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti (…) per l’ingresso nel territorio dello Stato”, introduce una importante eccezione a tale disposizione. Si prevede infatti che il questore può disporre il respingimento con accompagnamento alla frontiera nei confronti degli stranieri che “sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all’ingresso o subito dopo”, ma si aggiunge poi che (articolo 10, comma 4 del Testo unico) tali disposizioni non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”. Risulta poi evidente come ai richiedenti asilo, che si respingono con varie modalità (anche impedendo fisicamente lo sbarco sulla banchina portuale) dai porti dell’Adriatico verso la Grecia, non si possa applicare un provvedimento di riammissione ai sensi della Convenzione di Dublino, di fatto un respingimento alla frontiera per il rischio documentato che poi queste stesse persone possano venire espulse ancora una volta dalla Grecia verso i paesi di transito e di provenienza, violando persino il principio di non “refoulement” (respingimento) stabilito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra.
I respingimenti immediati, in molti casi nella forma del respingimento collettivo, alle frontiere marittime dei porti italiani come quelli di Venezia, Ancona e Bari, sono stati camuffati come semplici pratiche di riammissione, sulla base dell’accordo bilaterale Italia – Grecia del 1999, che viene applicato in contrasto persino con quanto previsto dalla Convenzione di Dublino, perché al di fuori di una procedura di asilo. Questi respingimenti vengono effettuati in realtà al solo fine di evitare la presentazione di una domanda di asilo o di protezione internazionale, rendendo persino superflua l’adozione di un provvedimento di espulsione dal territorio nazionale, che sarebbe comunque ricorribile dinnanzi alla magistratura ordinaria, il cui esito potrebbe invalidare i provvedimenti stessi e dare l’avvio ad un nuovo esame, dinnanzi all’autorità giudiziaria, delle posizioni individuali dei potenziali richiedenti asilo in merito alla loro istanza di riconoscimento dello status. Gli orientamenti assunti in passato dalla giurisprudenza, degradando il diritto di asilo costituzionale da un diritto soggettivo perfetto ad un mero interesse legittimo, giustificavano le prassi amministrative più arbitrarie nelle fasi immediatamente precedenti la proposizione e la formalizzazione delle istanze di asilo. E spesso senza un accertamento medico della vera età dei migranti che raggiungono i porti della costa adriatica, per la sommarietà ed i tempi delle procedure di riammissione in Grecia. Con il rischio, se non con la certezza, che tra i respinti vi siano anche minori, e altri soggetti particolarmente vulnerabili come donne e vittime di tortura.
L’ACNUR, in diversi documenti di “raccomandazioni” a partire dal 15 aprile 2008, ha espresso la propria preoccupazione per le difficoltà che i richiedenti asilo incontrano in Grecia nell’accesso e nel godimento di una protezione effettiva, in linea con gli standards internazionali ed europei e raccomanda espressamente ai Governi europei di non rinviare in Grecia i richiedenti asilo in applicazione del regolamento Dublino fino ad ulteriore avviso. L’ACNUR ha raccomandato, agli stessi Governi, “l’applicazione dell’art. 3 (2) del regolamento Dublino, che permette agli Stati di esaminare una richiesta di asilo anche quando questo esame non sarebbe di propria competenza secondo i criteri stabiliti dal regolamento stesso”.
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