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Timestamp: 2020-02-22 09:36:05+00:00
Document Index: 156385140

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da Sergio Armaroli | Gen 21, 2015 | avvocati Bologna News, gravi incidenti risarcimento danni, incidenti mortali risarcimento danni, NEWS AVVOCATI BOLOGNA
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Non credite che recuperare il danno alla persona sia una cosa facile!1 occorre rivolgersi a un avvocato che d aanni tratta il danno alla persona!1
La prima cosa da fare quando si ha gravi lesioni a seguito di incidente stradale è richiedere copia della cartella clinica, e poi seguire le varie visite mediche necessarie e solo alla fine rivolgersi a un medico legale che fara’ un equa valutazione del danno!!
Due casi trattati
Nel 2007 mi trovai ad assistere una famiglia che aveva perso il padre in un incidente stradale. Le assicurazioni fanno sempre eccezioni, ovviamente non sono mai favorevoli a un pronto pagamento.
Trattandosi di incidente mortale, ho assistiti anche i congiunti nella fase penale quali parti lese poi quali parti civili.
Nel frattempo aprivo la posizione nei confronti dell’assicurazione, per chieder eil risarcimento dei congiunti quale danno morale e per il rimborso delle spese funerarie.
L’assicurazione incominciò a fare una serie di contestazioni infondate, e decisi insieme ai clienti di rivolgermi al tribunale ove l’assicurazione aveva sede, ed era il Tribunale di Milano.
Allora si procedva con ricorso e chiesi che alla prima udienza fosse liquidata una provvisionale ai sensi art 5 legge 102/2006, e alla prima udienza a favore degli eredi il tribunale liquidò provvisionale di euro quattrocentomila per gli eredi.
In pochi giorni l’assicurazione fece una buona offerta per chiuder eil danno complessivo e la posizione fu chiusa con soddisfazione dei clienti.
Un giovane era stato investito e aveva riportato lesioni superiori al 50%.
Tentai a lungo una transazione con l’assicurazione fino a che fui costretto a citare l’assicurazione spesso il Tribunale di Trieste che dpo due anni di causa liquidò il danno
CASSAZIONE –CIRCOLAZIONE STRADALE-DANNO BIOLOGICO-INVALIDITA’ PERMANENTE –DANNO ESTETICO-DANNO VITA SESSUALE
Il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima. Pertanto, una volta liquidato il danno biologico convertendo in denaro il grado di invalidità permanente, una liquidazione separata del danno estetico, alla vita di relazione, alla vita sessuale, è possibile soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età. Tali circostanze debbono essere tempestivamente allegate dal danneggiato, ed analiticamente indicate nella motivazione, senza rifugiarsi in formule di stile o stereotipe del tipo ‘tenuto conto della gravità delle lesioni’.
SENTENZA 7 novembre 2014, n. 23778
Il (omissis) , a (omissis) , si verificò un sinistro stradale che coinvolse tre autovetture: – una Renault, condotta da B.F. ; – una Regata, condotta da N.A. , di proprietà di M.A. ed assicurata contro i rischi della responsabilità civile dalla Fondiaria s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in Unipol SAI, e come tale sarà d’ora innanzi indicata); – una Audi, condotta da S.P. e di proprietà dei medesimo, assicurata contro i rischi della responsabilità civile dalla Lloyd Adriatico s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in Allianz, e come tale sarà d’ora innanzi indicata). 2. In conseguenza del sinistro B.F. patì lesioni personali che lo resero invalido al 95% Per ottenere il risarcimento del danno, nel 1992 B.F. convenne dinanzi al Tribunale di Forlì N.A. , M.A. e la Unipol SAI. Altrettanto fecero i genitori della vittima (B.V. e V.G. ), in separato giudizio, chiedendo anch’essi la condanna dei convenuti M. , N. e Unipol SAI al risarcimento del danno riflesso. 3. La Unipol SAI, M.A. ed N.A. , costituendosi nel giudizio introdotto da B.F. , allegarono che al responsabilità del sinistro andava ascritta a S.P. : provvidero perciò a chiamare in causa questi ed il suo assicuratore della r.c.a. la Allianz, chiedendo che ne fosse accertata la responsabilità esclusiva o concorrente. 4. Nel 1994 il giudizio proposto dai coniugi B. -V. venne riunito a quello proposto da B.F. . 5. Con sentenza 21.5.2003 n. 458 il Tribunale di Forlì: (a) dichiarò responsabile del sinistro N.A. nella misura del 60%, e S.P. nella misura del 40%; (b) condannò i due gruppi di responsabili (M. , N. e Unipol SAI da un lato, S. e Allianz dall’altro) al risarcimento del danno, ma non in solido, sebbene in misura corrispondente alle rispettive responsabilità; (c) condannò ambedue gli assicuratori convenuti al risarcimento anche oltre il limite del massimale. 6. Sia i creditori che i debitori impugnarono la sentenza, ad eccezione del contumace S.P. : i primi invocando una più cospicua quantificazione del danno, i secondi contestando sotto vari profili, dei quali si dirà meglio in seguito, sia l’an che il quantum. La Corte d’appello di Bologna con sentenza 18.8.2008 n. 1325 rigettò tutti gli appelli, compensando le spese. 7. La sentenza d’appello viene ora impugnata per cassazione: (a) in via principale da B.F. , sulla base di 10 motivi illustrati da memoria; (b) in via incidentale da: (b’) B.V. e V.G. , sulla base di sette motivi illustrati da memoria; (b’’) M.A. e N.A. , sulla base di due motivi illustrati da memoria; (b’’’) Unipol SAI s.p.a., sulla base di sette motivi illustrati da memoria; (b’’’’) Allianz, sulla base di un motivo. Nel giudizio dinanzi a questa Corte S.P. non si è difeso.
1.1. Con atti datati 27.9.2012 e depositati nella Cancelleria di questa Corte, denominato ‘comparsa di costituzione di nuovo difensore’, sia B.F. , sia B.V. e V.G. , hanno dichiarato di volere nominare nuovo difensore l’avv. Fabrizio Gizzi, in sostituzione dell’avv. Guido Pettino.
COME SI CALCOLA DANNO BIOLOGICO
Infatti, per espressa previsione dell’art. 58, comma 1, della legge 69/09, “le disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile e le disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore’, avvenuta il 4 luglio 2009.
I motivi primo, quarto, settimo ed ottavo del ricorso di B.F. .
Con tutti e quattro i suddetti motivi il ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c.. Lamenta, in particolare, l’omessa pronuncia sulla propria domanda di risarcimento:
(b) della spesa ‘per adeguamento automezzi’.
2.3. Quanto alla doglianza secondo cui la Corte d’appello non si sarebbe pronunciata sulla domanda di risarcimento del danno rappresentato dalle spese di ‘adeguamento automezzi’ alle esigenze dell’attore, è anch’essa infondata.
Il secondo motivo del ricorso di B.F. .
3.1. Col secondo motivo di ricorso di B.F. lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di violazione di legge di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c.. Si assumono violati gli artt. 1223, 2056, 2057 e 2059 c.c..
(a) che la parte interessata abbia espressamente invocato, nel grado di appello, l’applicazione delle c.d. ‘Tabelle di Milano’;
(b) che copia delle suddette tabelle sia stata depositata al più tardi in appello (così la ricordata sentenza pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011, Rv. 618048, § 3.2.6 dei ‘Motivi della decisione’).
Il ricorrente, infatti, il quale ai fini del rispetto del principio di autosufficienza del ricorso, aveva l’onere di indicare in che termini ed in quale atto avesse invocato nei gradi di merito l’applicazione delle tabelle milanesi, ha adempiuto tale onere riferendo di avere dedotto, nell’atto d’appello, quanto segue: ‘si ritiene congrua [a titolo di risarcimento del danno alla salute] l’ulteriore somma di ulteriori 150.000 Euro’.
Il terzo, quinto e sesto motivo del ricorso di B.F. .
4.1. Con il terzo, il quinto ed il sesto motivo del proprio ricorso B.F. allega che la sentenza avrebbe violato la legge, nella parte in cui ha determinato la misura del danno c.d. ‘morale’, ritenuta dal ricorrente sottostimata rispetto alla reale entità del pregiudizio sofferto; e sarebbe comunque sorretta da una motivazione non sufficiente, nella parte in cui ha esposto i criteri adottati per la liquidazione del danno estetico, sessuale, alla vita di relazione ed esistenziale.
Il nono motivo del ricorso principale.
5.1. Col nono motivo del proprio ricorso B.F. sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c..
Il decimo motivo del ricorso principale.
I motivi da 1 a 5 del ricorso incidentale B. -V. .
(a) col primo sì lamenta la violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., per non avere il giudice di merito adeguatamente valutato, nella liquidazione del danno non patrimoniale, il forzoso mutamento delle abitudini di vita dei coniugi B. -V. ;
(b) col secondo motivo si lamenta la violazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., per non avere il giudice di merito adeguatamente ‘personalizzato’ il risarcimento del danno alla salute liquidato a V.G. ;
(c) col terzo e col quarto motivo si lamenta l’insufficienza e la contraddittorietà della motivazione con la quale è stato liquidato il danno morale a B.V. ;
Il sesto ed il settimo motivo del ricorso incidentale B. -V. .
Nel caso di specie, risulta dagli atti che il Tribunale liquidò in primo grado a B.F. la somma di Euro 181.902,24 per ‘spese di assistenza’.
Il ricorso incidentale Unipol SAI. Questioni Preliminari.
9.1. Sia B.F. , sia i coniugi B. -V. , hanno eccepito l’inammissibilità del ricorso incidentale proposto dalla Unipol SAI, per due ragioni generali:
Quanto alla prima, basterà ricordare il dettato dell’art. 371, comma 5, c.p.c., a mente del quale ‘se il ricorrente principale deposita la copia della sentenza o della decisione impugnata, non è necessario che la depositi anche il ricorrente per incidente’.
Quanto alla seconda, essa rasenta la temerarietà e forse l’oltrepassa: a pag. 50 del ricorso incidentale proposto dalla Unipol SAI si legge infatti che quest’ultima società conferisce agli avvocati Tommaso Spinelli Giordano e Riccardo Mollame la procura ad essere difesa nel giudizio ‘promosso con ricorso notificato il 22.12.2008, a richiesta dell’avv. Guido Pottino, avverso la sentenza della Corte d’appello di Bologna n. 1325/08 del 24.6.2008′.
Il primo motivo del ricorso Unipol SAI.
10.1. Col primo motivo di ricorso la Unipol SAI lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di violazione di legge di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c. Si assume violato l’art. 343 c.p.c..
10.2. Prima di esaminare il motivo nel merito deve rilevarsi come l’erronea qualificazione come tardive di domande od eccezioni tempestive, o viceversa, costituisce a rigore un error in procedendo censurabile ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c., non un error in iudicando denunciabile ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c..
Tuttavia nel caso in cui il ricorrente incorra nel c.d. ‘vizio di sussunzione’ (e cioè erri nell’inquadrare l’errore commesso dal giudice di merito in una delle cinque categorie previste dall’art. 360 c.p.c.), il ricorso non può per questa sola ragione essere dichiarato inammissibile, quando dal complesso della motivazione adottata dal ricorrente sia chiaramente individuabile l’errore di cui si duole.
Depongono in tal senso sia il generale principio di validità degli atti processuali idonei al conseguimento dello scopo (art. 156 c.p.c.); sia il generale principio jura novit curia, in virtù del quale è compito del giudice individuare la norma applicabile alla fattispecie (anche processuale), a nulla rilevando l’eventuale erronea indicazione compiuta dalla parte; sia, soprattutto, i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali – componendo i precedenti contrasti – hanno stabilito che l’erronea indicazione del motivo di ricorso resta ininfluente, quando la motivazione del ricorso contenga comunque un ‘inequivoco riferimento’ al vizio di cui la parte intende effettivamente dolersi (Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013).
Il secondo motivo del ricorso Unipol SAI.
È, altresì, inammissibile, nella parte in cui prospetta il vizio indicato sub (c) al p. che precede, in quanto la relativa doglianza non trova riscontro nel quesito di diritto formulato a pag. 41 del ricorso incidentale, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (applicabile ratione temporis al presente giudizio).
espressamente’.
(c) pertanto, “per ottenere la corresponsione degli interessi e rivalutazione, oltre il limite del massimale, non è necessario (…) che il danneggiato proponga già in primo grado (per non incorrere in preclusioni) nell’ambito dell’azione diretta anche una domanda di responsabilità dell’assicuratore per colpevole ritardo, ma è sufficiente che egli, dopo aver dato atto di aver costituito in mora l’assicuratore, richieda anche gli interessi ed il maggior danno da svalutazione ex art. 1224 c.c.’ (così Sez. 3, Sentenza n. 14248 del 28/07/2004, Rv. 575689, in motivazione; nello stesso senso si veda anche la sentenza ‘capostipite’ dell’orientamento in esame, ovvero Sez. 3, Sentenza n. 10725 del 08/07/2003, Rv. 569258).
Nel caso di specie, sia B.F. che i suoi genitori, nel formulare le rispettive domande di risarcimento, hanno chiesto la condanna dei convenuti al risarcimento del danno ‘oltre interessi e rivalutazione’: e tanto basta, alla stregua dei principi appena riassunti, per ritenere validamente formulata una domanda di condanna ultramassimale quanto agli effetti della mora.
Il terzo ed il quarto motivo del ricorso Unipol SAI.
12.2. Col terzo motivo del proprio ricorso la Unipol SAI sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360, n. 4, c.p.c..
L’assicuratore della r.c.a. è debitore nei confronti della persona danneggiata dall’assicurato di una obbligazione scaturente direttamente dalla legge: all’epoca dei fatti, dall’art. 18 l. 24.12.1969 n. 990; ed oggi dall’art. 144 cod. ass..
Al di fuori di queste due ipotesi, il limite del massimale è invalicabile, anche nel caso di responsabilità solidale dell’assicuratore con altri corresponsabili. Ciò per l’interpretazione letterale e per quella finalistica. Dal punto di vista letterale, gli artt. 9 e art. 18, comma 2, l. 990/69 (corrispondenti agli artt. 128 e 144 cod. ass. oggi vigente) fanno espresso riferimento al massimale ‘del contratto’, senza dunque consentire alcuna possibilità che la misura di esso possa lievitare a causa della presenza di corresponsabili.
Dal punto di vista dell’interpretazione finalistica, nell’assicurazione della r.c. il massimale svolge la funzione cui assolve il ‘valore assicurato’ nell’assicurazione danni, della quale la prima è una sottospecie. Ne consegue che la certezza della misura del massimale e della sua invalicabilità è elemento indispensabile all’assicuratore per la determinazione dei premi e delle riserve, in ossequio al generale precetto di ‘sana e prudente gestione’ che, previsto dagli artt. 3, 5 e 183 cod. ass., costituisce l’asse portante della disciplina dell’impresa assicurativa.
Per determinare se il danno patito dalla vittima d’un sinistro stradale sia inferiore o superiore al massimale assicurato, al fine di determinare le conseguenze della c.d. mala gestio impropria, occorre avere riguardo al solo massimale pattuito nella polizza, senza che rilevi resistenza di altri coobbligati ed il massimale dei rispettivi assicuratori della r.c.a..
È tuttavia pacifico, nella giurisprudenza di questa Corte, che l’assicuratore della r.c.a., ove ritardi colposamente il pagamento della somma dovuta a titolo di risarcimento al terzo danneggiato, può essere tenuto alla corresponsione degli interessi sul massimale ed, eventualmente, del maggior danno ex art. 1224, comma secondo, cod. civ. (che può consistere anche nella svalutazione monetaria), ma nulla di più: deve,, in particolare, escludersi che l’assicuratore possa essere condannato, a causa di mala gestio, al pagamento in conto capitale di una somma eccedente il massimale, (ex permultis, Sez. 3, Sentenza n. 19919 del 18/07/2008, Rv. 604904).
Ciò vuoi dire che l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuto a pagare un capitale pari al valore nominale del massimale, ai sensi dell’art. 1277, comma 1, c.c..
La particolarità di questa terza ipotesi sta nel fatto che il ‘maggior danno’ di cui all’art. 1224, comma 2, c.c., potrebbe in teoria consistere anche nella differenza tra il valore del danno all’epoca della mora ed il valore del danno all’epoca del pagamento, ove la vittima deduca e dimostri che, in caso di tempestivo adempimento, ella avrebbe potuto ottenere un ristoro integrale, precluso invece a causa del ritardato adempimento dell’assicuratore.
In questo caso, pertanto, la vittima ottiene un ristoro integrale del danno sia in conto capitale, sia in conto interessi: non già perché venga meno il limite del massimale, ma perché l’eccedenza del danno rispetto al massimale in conto capitale viene ascritto all’assicuratore a titolo di ‘maggior danno’ ex art. 1224, comma 2, c.c..
Il quinto ed il sesto motivo del ricorso Unipol SAI.
ed il vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c..
(b) delle sofferenze che, pur traendo occasione dalle lesioni, non hanno un fondamento clinico (la medicina parla, al riguardo, di ‘dolore non avente base nocicettiva’): si tratterà, ad esempio, della vergogna, della prostrazione, del revanchismo, della tristezza, della disperazione.
Per ‘tenere conto’ di tutte queste circostanze il giudice di merito deve:
(-) variare adeguatamente, in più od in meno, il valore risultante dall’applicazione del criterio standard, al fine di adeguare il risarcimento alle specificità del caso concreto (c.d. ‘personalizzazione del risarcimento’).
(b) il Tribunale pertanto correttamente ha liquidato questo danno opportunamente aumentando il criterio standard di risarcimento, ‘prendendo in considerazione non solo le conseguenze lesiv[e] di carattere clinico ma anche quelle di carattere psicologico, estetico, relazionale, riferibili tutte al danno alla salute (…)’. In questa liquidazione il Tribunale avrebbe, secondo la Corte d’appello, dato atto di aver considerato ‘la gravità della situazione (…), il danno estetico, la completa compromissione della sfera sessuale, relazionale ed affettiva del soggetto’ (così la sentenza, pp. 22-23).
È solo per convenzione, e per garantire un minimo di obiettività nella liquidazione del danno, che questi pregiudizi vengono quantificati in misura percentuale, ipotizzando per fictio iuris che sia pari a ‘100’ la validità d’una persona sana, dello stesso sesso e della stessa età della vittima.
Ciò vuoi dire che la somma di denaro accordata alla vittima di lesioni personali a titolo di risarcimento del danno da invalidità permanente è necessariamente intesa a ristorare la perdita delle attività che quella menomazione necessariamente ha comportato per la vittima, ed avrebbe comportato comunque quale che fosse stata la persona che l’avesse subita. Così, per fare un esempio: a chi riporti uno sfregio permanente del viso corrispondente ad una invalidità permanente del 10%, la liquidazione del danno biologico permanente non lascia spazio alcuno per la successiva liquidazione di un preteso ‘danno estetico’: in questo caso il danno biologico è il danno estetico, e la liquidazione dell’invalidità permanente ristorerà le conseguenze fisiche ordinariamente derivanti da quel tipo di postumi.
Allo stesso modo, alla vittima di una frattura d’anca guarita con coxartrosi non sarebbe possibile liquidare una somma di denaro a titolo di ristoro del danno biologico, ed una ulteriore somma di denaro a titolo di ristoro della ‘perduta possibilità di camminare’. Anche in questo caso la perduta possibilità di camminare è essa stessa il danno biologico, e ne costituisce – per così dire – il contenuto.
13.6.1. Il c.d. ‘danno psicologico’ non è che una particolare ipotesi di lesione (permanente o transeunte) della salute psichica. In quanto tale, di esso si deve tenere conto nella determinazione del grado di invalidità permanente. Non si dirà, ad esempio, che Tizio ha una invalidità biologica del 25% ed un danno psichico del 10%, ma si dirà che Tizio ha postumi permanenti nella misura del 35%. La stessa espressione ‘danno psichico’, a ben vedere, non ha concettualmente alcuna ragion d’essere, a meno di non volere creare una categoria di danno per ogni distretto corporeo attinto dalle lesioni: e dunque danno ortopedico, danno craniofacciale, danno osteoarticolare, e via dicendo.
13.6.2. Stesso discorso va fatto per il c.d. ‘danno estetico’. L’alterazione dell’aspetto del volto o del corpo è una invalidità permanente, prevista e classificata secondo varie scale di intensità in tutti i più noti e diffusi baréme medico legali. Anche in questo caso, pertanto, se dell’invalidità causata dai pregiudizio estetico si tenne conto nella determinazione del grado di invalidità permanente, la Corte d’appello ha duplicato il risarcimento; se non se ne tenne conto, la sentenza impugnata avrebbe dovuto precisarlo ore rotundo, e soggiungere la descrizione del danno, la fonte di prova del proprio convincimento e la spiegazione del criterio di liquidazione prescelto.
13.6.3. Il danno che la Corte d’appello ha chiamato ‘relazionale’ non è possibile nemmeno sapere cosa sia.
È ragionevole ritenere che, con tale aggettivo, la Corte d’appello abbia inteso far propria la risalente e stereotipa formula che definisce ‘danno alla vita di relazione’ la perduta possibilità di coltivare relazioni sociali.
Ma se così è, la sentenza è erronea perché non considera che la perduta possibilità di intrattenere rapporti sociali a causa di una invalidità permanente non è che una delle ‘normali’ conseguenze della invalidità: nel senso che qualunque persona affetta da una grave invalidità non può non risentirne sul piano dei rapporti sociali (in questo senso, ex permultis, Sez. 3, Sentenza n. 21716 del 23/09/2013, Rv. 628100; Sez. 3, Sentenza n. V, 11950 del 16/05/2013, Rv. 626348; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 15414 del 13/07/2011, Rv. 619223; Sez. 3, Sentenza n. 24864 del 09/12/2010, Rv. 614875; Sez. L, Sentenza n. 25236 del 30/11/2009, Rv. 611026).
Sicché, quando la dottrina medico-legale elabora i propri barémes per la determinazione del grado di invalidità permanente, questa incidenza delle lesioni sulla vita di relazione è necessariamente ricompresa nel grado di invalidità permanente: diversamente opinando, non si comprenderebbe più quale dovrebbe essere il contenuto oggettivo della nozione di ‘danno biologico’.
Ciò sotto tre aspetti. La motivazione è in primo luogo contraddittoria, perché da un lato ammette che il danno estetico, psicologico, alla vita sessuale ‘sono pur sempre ricompresi nell’ambito dei danno biologico’ (così la sentenza, p. 23), e dall’altro non spiega perché mai nel caso di specie questi pregiudizi siano stati più gravi dei consueto, avuto riguardo ai casi analoghi, sì da meritare una liquidazione maggiorata.
Il settimo motivo del ricorso Unipol SAI.
14.1. Col settimo motivo di ricorso la Unipol SAI sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c..
Espone, al riguardo, che il Tribunale di Forlì ha liquidato al sig. B.V. , padre della vittima primaria, un risarcimento di 10.000 Euro a titolo di danno patrimoniale, ma senza indicarne la ragioni; e che la Corte d’appello di Bologna a sua volta ha rigettato l’appello proposto su tale punto dalla Unipol SAI, anch’essa senza indicarne le ragioni.
Esso, infatti, non è concluso dalla ‘chiara indicazione del fatto controverso’, prescritta dall’art. 366 bis c.p.c. nel testo applicabile ratione temporis.
Il primo motivo del ricorso N. -M. .
15.1. Col primo motivo del loro ricorso incidentale i sigg.ri N.A. e M.A. (assicurati Unipol SAI) lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di violazione di legge di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c.. Si assumono violati gli artt. 2056 e 2059 c.c..
15.2. Il motivo è fondato, per le medesime ragioni già indicate ai pp. 13 e ss..
Il secondo motivo del ricorso N. -M. .
16.1. Anche col secondo motivo di ricorso i sigg.ri N. -M. lamentano che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di violazione di legge di cui all’art. 360, n. 3, c.p.c.. In questo caso si assumono violati gli artt. 2697 c.c. e 116 c.p.c..
Espone, al riguardo, che la Corte d’appello ha liquidato ai genitori della vittima un risarcimento del danno patrimoniale a titolo di ‘spese’ non meglio precisate, e delle quali comunque non vi era prova alcuna.
Il ricorso incidentale della Allianz.
17.1. Con l’unico motivo del proprio ricorso incidentale, la Allianz sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c..
-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Bologna, in differente composizione;