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Timestamp: 2019-01-22 19:56:25+00:00
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Art. 431 cod. proc. civile: Esecutorietà della sentenza | La Legge per tutti
All’esecuzione si può procedere con la sola copia del dispositivo, in pendenza del termine per il deposito della sentenza (1).
La sospensione disposta a norma del comma precedente può essere anche parziale e, in ogni caso, l’esecuzione provvisoria resta autorizzata fino alla somma di € 258,23 (2).
Il giudice di appello può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione sia sospesa in tutto o in parte quando ricorrono gravi motivi (3).
Sentenza: [v. 132]; Dispositivo: [v. 420]; Giudice di appello: [v. 341]; Ordinanza: [v. 134].
(1) La norma sembra limitare l’efficacia esecutiva del dispositivo ai quindici giorni entro i quali la sentenza deve essere depositata in cancelleria [v. 430]. Si ritiene, invece, che la norma assicuri al dispositivo efficacia di titolo esecutivo fino al deposito della sentenza. Qualora sopraggiunga la sentenza in pendenza di un’esecuzione iniziata sulla base del dispositivo, è necessario depositare davanti al giudice dell’esecuzione il nuovo titolo che assorbe il primo.
(2) L’appellante può chiedere la sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado senza dover attendere l’inizio dell’esecuzione, soprattutto se, mediante la notifica del precetto, l’altra parte abbia manifestato la volontà di procedere al pignoramento.
(3) La disciplina relativa alla sospensione della esecuzione varia a seconda che la sentenza sia favorevole al lavoratore o al datore di lavoro. Nel primo caso, perché la sospensione possa essere concessa è necessario che sussista il pericolo di un gravissimo danno e che l’esecuzione sia già iniziata, sempreché il credito sia superiore a duecentocinquantotto euro e ventitre centesimi. Nel secondo caso, invece, si richiede la sussistenza di gravi motivi e la sospensione sembra poter riguardare anche soltanto l’efficacia esecutiva della sentenza; non vige, inoltre, il limite di valore di cui innanzi.
Esecutorietà della sentenza.
Crediti derivanti dai rapporti di cui all’art. 409; 2. Esecuzione forzata in base al solo dispositivo; 3. Gravissimo danno.
Crediti derivanti dai rapporti di cui all’art. 409.
La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di quanto dovuto al lavoratore a seguito del riconoscimento dell’illegittimità del licenziamento, ai sensi dell’art. 18, L. n. 300 del 1970, costituisce valido titolo esecutivo, che non richiede ulteriori interventi del giudice diretti all’esatta quantificazione del credito, solo se tale credito risulti da operazioni meramente aritmetiche eseguibili sulla base dei dati contenuti nella sentenza; se invece - come sovente accade, non essendo sempre possibile individuare sulla base degli atti le componenti della retribuzione globale di fatto - la sentenza di condanna non consenta di determinare le pretese economiche del lavoratore in base al contenuto del titolo stesso, con la conseguenza che per la determinazione dell’importo sono necessari elementi estranei al giudizio concluso e non predeterminati per legge, il creditore può legittimamente fare ricorso al procedimento monitorio, nel cui ambito la sentenza è utilizzabile come atto scritto, dimostrativo dell’esistenza del credito fatto valere, il cui ammontare può essere provato con altri e diversi documenti e nel cui ambito il creditore può dimostrare l’esigibilità del credito attraverso ulteriori prove attestanti, ex art. 634 c.p.c., la messa a disposizione della sua attività lavorativa a favore del datore di lavoro. Né rileva, in senso preclusivo del procedimento d’ingiunzione, la provvisoria esecuzione delle sentenze prevista dagli artt. 431 e 474 c.p.c., la quale presuppone che il credito riconosciuto sia liquido e comunque determinabile alla stregua degli elementi contenuti nella stessa sentenza. Cass. lav., 6 giugno 2003, n. 9132.
La sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di un determinato numero di mensilità di retribuzione costituisce valido titolo esecutivo per la realizzazione del credito anche quando, nonostante l’omessa indicazione del preciso ammontare complessivo della somma oggetto dell’obbligazione, la somma stessa sia quantificabile per mezzo di un mero calcolo matematico, sempreché, dovendo il titolo esecutivo essere determinato e delimitato, in relazione all’esigenza di certezza e liquidità del diritto che ne costituisce l’oggetto, i dati per acquisire tale necessaria certezza possano essere tratti dal contenuto del titolo medesimo e non da elementi esterni, non desumibili da esso, ancorché presenti nel processo che ha condotto alla sentenza di condanna, in conformità con i principi che regolano il processo esecutivo. Cass. lav., 21 novembre 2006, n. 24649; contra Cass. lav., 11 giugno 1990, n. 5656; Cass. lav., 19 gennaio 1999, n. 478.
Il credito azionato in executivis dal difensore del lavoratore munito di procura nella sua veste di distrattario delle spese di lite, ancorché consacrato in un provvedimento del giudice del lavoro, non condivide la natura dell’eventuale credito fatto valere in giudizio, cui semplicemente accede, ma ha natura ordinaria, corrispondendo ad un diritto autonomo del difensore, che sorge direttamente in suo favore e nei confronti della parte dichiarata soccombente. Conseguentemente, tale diritto non può essere azionato sulla base del solo dispositivo della sentenza emessa dal giudice del lavoro e, se esercitato sulla scorta di questo solo provvedimento, si fonda, in effetti, su un titolo esecutivo inesistente, con la conseguente rilevabilità d’ufficio di tale circostanza, senza che si configuri violazione del principio stabilito dall’art. 112 c.p.c. Cass. lav., 23 agosto 2005, n. 17134; conforme Cass. lav., 21 maggio 2007, n. 11804.
Esecuzione forzata in base al solo dispositivo.
La disposizione di cui al secondo comma dell’art. 431 c.p.c. nel testo modificato dalla legge 11 agosto 1973, n. 533, la quale riconosce al lavoratore la facoltà di procedere ad esecuzione “con la sola copia del dispositivo in pendenza del termine per il deposito della sentenza”, conferisce al dispositivo piena efficacia di titolo esecutivo destinata a permanere, in relazione allo specifico fine perseguito dal legislatore di consentire al lavoratore una pronta e celere realizzazione dei suoi diritti, anche dopo il deposito della sentenza. Ove, peraltro, l’azione esecutiva non venga avviata, è legittimo il rilascio di copia esecutiva della sentenza di primo grado, su autorizzazione del capo dell’ufficio, con relativa attestazione nella copia del dispositivo già rilasciato in precedenza in forma esecutiva, dovendosi ritenere il titolo provvisorio annullato in forza del rilascio del titolo definitivo. Cass. lav., 28 aprile 2010, n. 10164.
Nel giudizio di opposizione all'esecuzione, il giudice può compiere nei confronti della sentenza esecutiva ex art. 431 cod. proc. civ., posta alla base della promossa esecuzione, ed al pari della sentenza passata in giudicato, solo una attività interpretativa, volta ad individuarne l'esatto contenuto e la portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione di ogni riferimento ad elementi esterni, e tale interpretazione è incensurabile in sede di legittimità ove non risultino violati i criteri giuridici che regolano l'estensione e i limiti del provvedimento esaminato e se il procedimento interpretativo seguito dai giudici del merito sia immune da vizi logici. Rigetta, App. Cagliari, 23/03/2010
Cassazione civile sez. lav. 31 maggio 2013 n. 13811
Gravissimo danno.
Al di fuori delle statuizioni di condanna consequenziali, le sentenze di accertamento (così come quelle costitutive) non hanno l’idoneità, con riferimento all’art. 282 c.p.c., ad avere efficacia anticipata rispetto al momento del passaggio in giudicato, atteso che la citata norma, nel prevedere la provvisoria esecuzione delle sentenze di primo grado, intende necessariamente riferirsi soltanto alle pronunce di condanna suscettibili secondo i procedimenti di esecuzione disciplinati dal terzo libro del codice di rito civile. Cass. 26 marzo 2009, n. 7369.