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Timestamp: 2020-06-01 09:08:55+00:00
Document Index: 169057264

Matched Legal Cases: ['art. 130', 'sentenza ', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 734', 'sentenza ', 'art. 130', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sull’illegittimità della correzione degli errori materiali che comportino una modifica essenziale dell’atto
Si anticipa un estratto dell'Approfondimento di diritto Penale che sarà inserito nel fascicolo di Febbraio della Rivista cartacea NelDiritto
Cass. pen., Sez. fer., 07 novembre 2012 (dep. 07.11.2012), n. 42922, Pres. Agrò, Rel. Androino
Processo penale – Atti del giudice – Errore materiale – Correzione – Intervento sul dispositivo –Modifica essenziale dell’atto – Illegittimità.
Processo penale – Sentenza di condanna – Sospensione condizionale e obblighi del condannato in genere – Fissazione di un termine.
Edilizia e urbanistica – Concessione edilizia e licenza di abitabilità (ora permesso di costruire) – Pertinenza urbanistica – Nozione.
1. La correzione dell'errore materiale disposta con ordinanza che abbia per oggetto una statuizione del dispositivo, risolvendosi nell'inversione dei capi per i quali sono intervenute, rispettivamente, la condanna e l'assoluzione costituisce una modificazione che si pone in contrasto con il disposto dell'art. 130 c.p.p., il quale, escludendo la correzione di errori materiali o di omissioni la cui eliminazione comporti una modificazione essenziale dell’atto, impedisce di utilizzare tale rimedio per modificare il dispositivo della sentenza nel senso che l’imputato debba intendersi condannato per un reato per il quale era stato assolto e, corrispondentemente, assolto per un reato per il quale era stato condannato.
2. È consentito al giudice penale subordinare il beneficio della sospensione condizionale all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato, a norma dell’art. 165 c.p., anche nell’ipotesi della realizzazione di opere edilizie abusive o edificate in mancanza di autorizzazione per il vincolo paesaggistico, lesive di per sé dell’ordinato assetto del territorio e del paesaggio, beni giuridici tutelati dalle norme incriminatrici.
3. La realizzazione di una scala pedonale, più comoda di quella preesistente, per l’accesso ad un terreno sul quale si trova anche un fabbricato, non risultando adiacente a quest’ultimo, non può ritenersi opera pertinenziale. Le pertinenze, ai fini urbanistici, non sono configurabili rispetto a terreni, ma soltanto rispetto a edifici contigui.
4.1. - I primi due motivi di impugnazione - con cui si lamenta, in sostanza, che l’ordinanza del 20 aprile 2012 non avrebbe effettuato una mera correzione di errore materiale, ma avrebbe invece modificato in modo essenziale la sentenza - sono fondati.
Non vi è dubbio che dalla lettura della motivazione della sentenza impugnata emerge che la Corte d’appello ha ritenuto non sussistente il reato di cui alla lettera F dell’imputazione, relativo alla violazione dell’art. 734 cod. pen., perché ha affermato che nel caso di specie non può dirsi realizzato il concreto deturpamento dell’ambiente circostante, richiesto dalla disposizione incriminatrice. Deve, nondimeno, rilevarsi che, nel dispositivo della sentenza impugnata, la condanna pronunciata in primo grado quanto al capo F risulta confermata, mentre l’imputato viene assolto dal reato di cui al capo A, perché il fatto non sussiste.
La correzione dell’errore materiale disposta con ordinanza ha avuto per oggetto proprio tale statuizione del dispositivo, risolvendosi nell’inversione dei capi (A e F) per i quali sono intervenute, rispettivamente, la condanna l’assoluzione.
Non vi è dubbio che una tale modificazione si ponga in contrasto con il disposto dell’art. 130 cod. proc. pen., il quale, escludendo la correzione di errori materiali o di omissioni la cui eliminazione comporti una modificazione essenziale dell’atto, impedisce evidentemente di utilizzare tale rimedio per modificare il dispositivo della sentenza nel senso che l’imputato debba intendersi condannato per un reato per il quale era stato assolto e, corrispondentemente, assolto per un reato per il quale era stato condannato.
Ne consegue che, in accoglimento delle doglianze difensive, l’imputato deve ritenersi assolto, perché il fatto non sussiste, sia con riferimento al capo A, per il quale era stata pronunciata assoluzione con il dispositivo della sentenza d’appello poi illegittimamente corretta in malam partem, sia con riferimento al capo F, per il quale l’assoluzione dell’imputato è intervenuta a seguito dell’ordinanza di correzione di errore materiale, favorevole sul punto all’imputato stesso (oltre che sostanzialmente conforme, come visto, alla motivazione della sentenza), e non impugnata dal pubblico ministero. Residua la sola condanna per il capo E, in relazione alla quale il procedimento deve essere rinviato alla Corte d’appello di Napoli, perché provveda alla nuova determinazione della pena, con conseguente assorbimento del motivo di ricorso sub 3.4., relativo, appunto, alla pena irrogata.
4.3. - Il terzo motivo di censura - con cui si sostiene che le opere realizzate, per la loro natura pertinenziale, sarebbero sottratte alla necessità di dotarsi di titoli abilitativi urbanistici e paesaggistici, anche in forza della previsione del d.P.R. 9 luglio 2010 numero 139 - è genericamente formulato e, comunque, manifestamente infondato.
Il ricorrente si limita, infatti, ad asserire che le opere hanno carattere pertinenziale perché consistono nella realizzazione di una scala pedonale di accesso al fondo più comoda di quella preesistente e sostiene che nel fondo in questione si trova anche un fabbricato, senza specificare - neanche in via di prospettazione - in cosa consista, in concreto, l’asserita accessorietà di detta scala rispetto al fondo e al fabbricato.
E ciò, a prescindere dall’assorbente considerazione che, poiché l’opera non risulta adiacente al fabbricato stesso, ma semplicemente realizzata nel fondo dell’imputato, trova applicazione, nel caso in esame, il principio, costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui le pertinenze, ai fini urbanistici, non sono configurabili rispetto a terreni, ma soltanto rispetto a edifici contigui (sez. 3, 22 ottobre 2010, n. 41518, Rv. 248744; sez. 3, 24 marzo 2010, n. 24241).
Né può trovare applicazione, nel caso di specie, il d.P.R. 9 luglio 2010, n. 139, richiamato dal ricorrente, perché entrato in vigore in epoca successiva ai fatti contestati e non dotato di efficacia retroattiva.
4.4. - Del pari manifestamente infondato è il motivo di ricorso sub 3.5., con cui si sostiene che il giudice non avrebbe potuto sottoporre la sospensione
della pena alla condizione del ripristino dello stato dei luoghi.
Infatti, secondo il noto e consolidato orientamento di questa Corte, è consentito al giudice penale subordinare il beneficio della sospensione condizionale all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato, a norma dell’art. 165 cod. pen., anche nell’ipotesi della realizzazione di opere edilizie abusive o edificate in mancanza di autorizzazione per il vincolo
paesaggistico, lesive di per sé dell’ordinato assetto del territorio e del paesaggio, beni giuridici tutelati dalle norme incriminatrici (ex plurimis, sez. 3, 13 maggio 2009, n. 23840).
Il Tribunale di Salerno – sezione distaccata di Amalfi, con sentenza del 2 novembre 2009, pronunciava sentenza di condanna nei confronti di un soggetto imputato dei reati di cui agli artt.: 44, co. 1, lett. c), II parte, d.P.R. 380/2001, “per avere eseguito, quale proprietario di un immobile, in mancanza di permesso di costruire e in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, interventi edilizi consistiti nella realizzazione di una scarpata con riporto di terreno vegetale e pietrame al fine di realizzare una scala per l’accesso al fondo con la realizzazione di una nuova apertura” (capo A); 146 e 181 d.lgs 42/2004, “per avere eseguito le opere di cui al capo precedente in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza la prescritta autorizzazione” (capo E); 734 c.p., “per aver alterato, con le opere di cui al capo A, le bellezze naturali di una località soggetta a vincolo paesaggistico” (capo F).
La pronuncia veniva appellata e la Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 5 aprile 2012 (depositata il 20.04.2012), la riformava parzialmente, assolvendo l’imputato dal reato di cui al capo A, con la formula “perché il fatto non sussiste”, e rideterminando la pena per le residue imputazioni, per le quali veniva confermata la condanna. Successivamente, tuttavia, con ordinanza del 19 aprile 2012 (depositata il giorno seguente), la stessa Corte disponeva la correzione della sentenza e del relativo dispositivo, nel senso che, dove era erroneamente indicato “capo A”, si sarebbe dovuto leggere, invece, “capo F”.
L’imputato, conseguentemente, proponeva ricorso per Cassazione avverso la sentenza e l’ordinanza, eccependo, in primis, la nullità dell’ordinanza di correzione (sull’ammissibilità del gravame, si vedano: Cass. pen., Sez. I, 01 ottobre 2009, n. 41571; Cass. pen., Sez. I, 24 giugno 2009, n. 29871; in senso difforme, Cass. pen., Sez. I, 08 maggio 2002, n. 23176), sul rilievo che da essa discendeva una modificazione essenziale della sentenza, poiché lo stesso inizialmente assolto per il capo A e condannato per il capo F, risultava, invece, condannato per il capo A ed assolto per il capo F.
Con un secondo motivo di impugnazione, la difesa del ricorrente evidenziava che l’ordinanza di correzione era datata 19 aprile 2012 e, pertanto, era stata adottata prima del deposito della motivazione della sentenza da correggersi, determinando, conseguentemente, una prevalenza del dispositivo sulla motivazione.