Source: http://www.icsm.it/articoli/documenti/mackensen.html
Timestamp: 2017-05-25 02:57:36+00:00
Document Index: 51331709

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.50', 'art.50', 'art.50', 'art.50', 'art.50', 'art.50', 'art 358', 'art. 414', 'e contrario']

Fonte: Rapporto sui processi ai Criminali di Guerra, La Commissione delle Nazioni Unite sui Crimini di Guerra, Volume VIII, Londra, HMSO, 1948 CASO No. 43
PROCESSO AL GENERALE VON MACKENSEN E AL GENERALE MAELZER
CORTE BRITANNICA MILITARE, ROMA
18-30 NOVEMBRE, 1945
1. L'ACCUSA Gli imputati sono stati accusati congiuntamente di aver commesso un crimine di guerra in quanto coinvolti nell'uccisione per rappresaglia di 335 italiani nelle fosse Ardeatine.
2. LE PROVE Le prove dimostravano che nel 23 marzo 1944 una bomba era esplosa in mezzo ad una compagnia di polizia tedesca in marcia in via Rasella in Roma. Ventotto poliziotti tedeschi furono uccisi ed un gran numero rimasero feriti, quattro dei quali morirono durante il giorno, così i morti divennero trentadue.
Quando la notizia dell'attentato raggiunse il quartier generale di Hitler, un ordine fu emanato dal Maresciallo Kesselring, Comandante del Gruppo "C" in Italia, di fucilare entro 24 ore 10 italiani per ogni poliziotto tedesco ucciso. [ Vedi Caso No.44 La Prova a carico di Alberto Kesselring].
L'ordine non diceva nulla circa il modo in cui le persone che dovevano essere uccise per rappresaglia dovessero essere selezionate. L' ordine fu trasmesso all'imputato Generale Mackensen, che era il Comandante della 14^ Armata, nel cui settore di operazione era situata Roma.
Questi telefonò all'imputato Generale Maelzer, che era il Comandante Militare della Città di Roma, per scoprire se ci fosse un numero sufficiente di persone condannate a morte per raggiungere il numero richiesto. Maelzer trasferì questa richiesta al Ten. Col. Kappler, che era il capo della S.D. (Servizio di Sicurezza tedesca) a Roma, nonché il responsabile delle prigioni della città.
L'Accusa e la Difesa erano d'accordo sui suddetti fatti, ma da qui in poi le rispettive dichiarazioni divergevano. L'Accusa confidava sulla testimonianza di Kappler e affermava che lo stesso Kappler aveva detto ad entrambi gli imputati che non aveva un numero sufficiente di prigionieri per soddisfare le loro richieste, ma che avrebbe compilato un elenco di 280 persone " degne di morte." Questa frase significava l'inserimento nell'elenco non solo di persone imprigionate verso le quali era stata emessa una sentenza di morte ma anche di quelle in attesa di esecuzione o detenute per attività partigiane o atti di sabotaggio.
La Difesa, basandosi sulla testimonianza dei due imputati e di quelle del Maresciallo Kesselring e del Colonnello Baelitz, uno degli ufficiali dello staff di Kesselring, affermava che Kappler fuorviò completamente le autorità dell'esercito dicendo al Kesselring di avere abbastanza prigionieri condannati a morte per soddisfare il numero, e promettendo a von Mackensen che se il numero dei prigionieri condannati a morte fosse stato inferiore a 320, egli ne avrebbe giustiziato un qualunque numero, ma avrebbe comunque pubblicato un comunicato in cui avrebbe dichiarato che 320 persone erano state fucilate per rappresaglia, cosicché l'esecuzione del suo ordine sarebbe potuta essere riportata al Führer. L'Accusa e la Difesa erano d'accordo sul fatto che Kappler aveva detto ad entrambi gli accusati che solo quattro delle vittime selezionate non avevano niente a che vedere con la bomba di via Rasella.
La conseguenza degli ordini dati da von Mackensen e Maelzer, qualunque essi fossero, fu né la formale esecuzione di 320 italiani come ordinato da Hitler, né l'esecuzione di tutti i prigionieri condannati a morte o ad una lunga pena detentiva di Roma come nelle intenzioni degli imputati, bensì un massacro indiscriminato da parte della S.D. agli ordini di Kappler.
Il resto delle prove erano condivise sia dall'Accusa che dalla Difesa. Dopo che le Autorità dell'Esercito e della Polizia, si erano rifiutate di compiere questa esecuzione di massa, l'ordine fu passato alla S.D. di Kappler. Il numero finale di prigionieri giustiziati fu di 335. Kappler giustificò questo numero dichiarando che un altro poliziotto era morto, portando il numero dei morti a 33, e che aveva chiesto alla Polizia Italiana di inviargli 50 prigionieri per raggiungere il numero, ma che gliene erano stati inviati 55. Le vittime includevano un ragazzo di 14 anni, un uomo di 70, una persona che era stata assolta dalla Corte e 57 ebrei che non avevano nulla a che fare con qualunque attività partigiana, ed alcuni di essi non erano neppure Italiani. Le vittime furono trasportate insieme alle Fosse Ardeatine il 24 marzo e fucilate alla schiena da poca distanza da una sezione della S.D. di Kappler. Le vittime furono divise in gruppi di 5 ed ogni gruppo fu fatto inginocchiare sopra o a fianco dei cadaveri del gruppo precedente. Non erano presenti sacerdoti né dottori. Dopo che tutte le 335 persone erano state uccise la Fossa fu fatta saltare da un Battaglione di Genieri. Kappler riferì dell'esecuzione dell'ordine di Hitler agli imputati Maelzer e von Mackensen, che trasferirono il rapporto al Quartier Generale di Kesselring.
Né von Mackensen, ne Maelzer addussero a giustificazione ordini superiori. Essi si giustificarono dichiarandosi dell'opinione che tale rappresaglia era motivata dal fatto che il mese precedente all'esplosione della bomba aveva visto una lunga serie di crimini contro le truppe tedesche in Roma, cui solo un'azione drastica avrebbe potuto mettere fine. Entrambi gli imputati dissero che erano ansiosi di scrollarsi di dosso l'ordine di Hitler uccidendo soltanto condannati a morte o a lunghe pene detentive. Entrambi gli imputati negarono ogni conoscenza del modo in cui la rappresaglia fu compiuta dalla S.D. e dichiarando che non c'erano prove per dimostrare che sapessero di come erano morti i 335 alle Fosse Ardeatine.
3. I VERDETTI E LE SENTENZE Entrambi gli imputati, furono riconosciuti colpevoli e condannati a morte tramite fucilazione. L'Ufficiale Ratificante [Confirming Officer] confermò i verdetti su entrambi gli accusati ma commutò le condanne a morte in ergastoli.
Note al Caso
1. RAPPRESAGLIA (I) - Definizione
Lauterpacht, nella sesta edizione del volume 2 del Diritto Internazionale di Oppenheim, par.247, definisce la rappresaglia durante la guerra come una ritorsione con lo scopo di obbligare un nemico colpevole di un certo atto di guerra illegale ad osservare le leggi di guerra.
Il par.452 del Manuale di Diritto Militare Britannico, definisce la rappresaglia come "ritorsione per atti illegittimi di guerra allo scopo di far osservare in futuro al nemico le riconosciute leggi di guerra", ed aggiunge "sono ammissibili per convenzione come un indispensabile mezzo per assicurare un comportamento legittimo in guerra", inoltre,"non sono un mezzo di punizione o di vendetta arbitraria ma di coercizione." (nota per un resoconto sulle leggi inglesi relative ai processi ai criminali di guerra, vedi vol. 1 di questi rapporti pagg. 105-110).
W.E. Hall (Trattato sul Diritto Internazionale, 8a ed. 1924 Higgins) indica i principi alla base del diritto di rappresaglia: quando l'offensore non può essere raggiunto o identificato, si ricorre alla rappresaglia nei confronti di coloro che, colpevoli di nessuna offesa, soffrono per atti di altri, [when the actual offender cannot be reached or identified reprisals are sometimes resorted to by which persons guilty of no offence suffer for the acts of others] , "una misura assolutamente priva di giustizia", e inoltre vi si deve ricorrere solo in caso di assoluta necessità e con determinate restrizioni.
I punti essenziali che emergono da queste definizioni così come da tutti gli altri autori che si interessano dell'argomento sono:
1. che la rappresaglia compiuta da un belligerante per essere giustificata deve essere preceduta da qualche violazione delle leggi e degli usi di guerra commessa dall'altro belligerante.
2. che il suo scopo è la coercizione, cioè deve essere utilizzata per obbligare l'altro belligerante ad aderire alle leggi ed agli usi di guerra in futuro.
3. devono essere utilizzate solo come ultima risorsa e comunque solo con certe restrizioni.
(II) - art.50 dell'annesso alla 4^ convenzione dell'Aja(1907) e la rappresaglia
L'art.50 dice: "nessuna sanzione collettiva pecuniaria o altrimenti, può essere inflitta ad una popolazione a causa di atti di individui per i quali non può essere considerata collettivamente responsabile". [" No collective penalty, pecuniary or otherwise shall be inflicted upon the population on account of acts of individuals for which it cannot be regarded as collectively responsible."]
Qualche autore conclude da ciò che la responsabilità collettiva deve essere stabilita prima che la rappresaglia abbia luogo.
Lawrence (Principi del diritto Internazionale, pag 428) dice che atti come la distruzione di case e fattorie può essere ricompreso nell'art.50 solo se è provato "che l'intera popolazione simpatizza con gli autori e li protegge dalla cattura e non altrimenti".
L'opinione prevalente, comunque, è che l'art.50 non ha alcun rapporto con la questione attinente le rappresaglie. Lauterpacht nel Diritto Internazionale di Oppenheim, vol. 2, 8^ ed., par.250, dice: "Non v'è dubbio che l'art.50 degli accordi dell'Aja che sancisce che nessuna sanzione collettiva pecuniaria o altrimenti, può essere inflitta ad una popolazione a causa di atti di individui per i quali non può essere considerata collettivamente responsabile, non impedisce l'incendio di villaggi e città per rappresaglia ad un attacco a tradimento commessovi ai danni di soldati nemici da individui sconosciuti, e, stando le cose così, un belligerante brutale ha la sua opportunità".
Questa stessa ottica è stata adottata dal Manuale di Diritto Militare Britannico, par.458, che dice: "Nonostante la punizione collettiva della popolazione sia proibita in caso di atti di individui per i quali non possa essere considerata come collettivamente responsabile, può essere necessario il ricorso alla rappresaglia contro una località o una comunità per alcuni atti commessi dai suoi abitanti o membri che non possono essere identificati."
Il par.452 del Manuale di Diritto Militare Britannico spiega che della rappresaglia "non si fa menzione nel testo dell'Aja ma vi si fa riferimento nel Rapporto presentato alla Conferenza di pace (1889) dal Comitato che stilò la Convenzione rispettando le leggi e gli usi di guerra terrestre", e la nota a questo paragrafo del manuale dice: "quando si riferisce all'art.50 che proibisce le punizioni collettive il rapporto dichiara che l'articolo non pregiudica la questione delle rappresaglie ( Convenzione dell'Aja, 1899, pag.151)".
Il Prof. Lauterpacht suggerisce, a spiegazione del fatto che la Conferenza dell'Aja non menziona la questione della rappresaglia, che una delle precedenti, la Conferenza di Bruxelles del 1874 aveva depennato (struck out) le sez. 69-71 dal disegno normativo presentato dai Russi, che si riferivano alle rappresaglie. E' stato anche suggerito che la Conferenza di Bruxelles declinò il potere di legiferare in materia, per una pratica così reprensibile sebbene in certe circostanze inevitabile.
Le 3 Sezioni del disegno normativo presentato dai Russi che vennero omesse dalla Conferenza di Bruxelles dicono:
"Sez.69. La rappresaglia è ammissibile solo in casi estremi, tenendo conto per quanto possibile dei diritti umani, quando è provato senza ombra di dubbio che le leggi e gli usi di guerra sono stati violati dal nemico, e che questi abbia fatto ricorso a misure condannate dal diritto delle Nazioni."
"Sez.70. La scelta dei mezzi e delle intensità della rappresaglia deve essere proporzionata al grado di infrazione della legge commessa dal nemico. Le rappresaglie sproporzionatamente severe sono contrarie alle regole del Diritto Internazionale."
"Sez.71. La rappresaglia è autorizzata solo su autorità del Comandante in Capo (Commander in Chief), che può similmente determinare il suo grado di severità e la sua durata."
(III) - Quando la rappresaglia è ammissibile
"La rappresaglia è ammissibile per qualunque illegittimo atto di guerra" (Lauterpacht nel Diritto Internazionale di Oppenheim, vol. 2, 8^ ed., par.248). Una tale rappresaglia è legittima contro atti di governi o atti di individui. " Gli atti illegittimi possono essere commessi da un governo, dai suoi comandanti militari o da qualche persona a cui è impossibile risalire." (par.453, Manuale di Diritto Militare Britannico).
Se è stato commesso un illegittimo atto di guerra è compito del belligerante offeso decidere se la rappresaglia deve aver luogo immediatamente o soltanto dopo una contestazione al nemico.
"In pratica, comunque, un belligerante ricorrerà raramente subito alla rappresaglia, solo se la violazione della regole di guerra non sono molto gravi e la sicurezza delle proprie truppe non richieda delle pronte e drastiche misure. (Lauterpacht nel Diritto Internazionale di Oppenheim, vol. 2, 8^ ed., par.248 nota 2).
Il Manuale di Diritto Militare Britannico adotta lo stesso punto di vista. Il par.456 dice: "... Di regola la parte offesa non dovrebbe ricorrere immediatamente alla rappresaglia, ma dovrebbe prima contestare la violazione al nemico nella speranza di fermare ogni ripetizione dell'offesa o di assicurare la punizione del colpevole. Questo iter dovrebbe sempre essere seguito a meno che la sicurezza delle truppe richieda un'azione immediata e drastica, e le persone che hanno effettivamente commesso la violazione non possano essere catturate."
Applicando i principi di cui sopra al caso del crimine commesso da partigiani sconosciuti in via Rasella, le Autorità tedesche erano autorizzate a compiere una rappresaglia, qualora fossero giunti alla conclusione che non si sarebbero potuti scoprire i responsabili e che ci sarebbe stato pericolo per la sicurezza delle loro truppe.
La Difesa dichiarò che sussistevano entrambe le condizioni. L'Accusa, nelle sue conclusioni, disse che le Autorità tedesche sarebbero state autorizzate a far saltare le case di via Rasella. L'Accusa in questo modo ammise che in questo caso l'uso della rappresaglia era giustificato.
D'altro canto l'Accusa fece notare che non c'era stata nessuna inchiesta adeguata prima della rappresaglia dato che i due accusati ammisero nel contraddittorio [cross-examination] che "le inchieste non erano state ancora completate quando ebbe luogo il massacro delle Fosse Ardeatine."
(IV) Limitazioni imposte dal diritto internazionale ai belligeranti che adottano rappresaglie
E' opinione di quasi unanime degli autori in materia che se la rappresaglia è inflitta deve essere:
1. proporzionata
2. ragionevole
3. nel rispetto dei principi fondamentali di guerra come il rispetto della vita dei non combattenti e
degli interessi dei neutrali.
Il terzo punto non fu considerato, in questo caso, perché non fu coinvolto nessun interesse neutrale e il crimine per cui si adottò la rappresaglia era stato commesso da non combattenti, così la questione di risparmiare i non combattenti non sollevò un'altra controversia. L'accusa si basò sui punti 1 e 2, contestando che la rappresaglia fu sproporzionata ed irragionevole.
Il Manuale di Diritto Militare Britannico segue lo stesso punto di vista espresso dalla maggioranza degli autori. Il par.459 afferma:
"Qualunque sia l'atto cui si ricorra come rappresaglia, esso deve corrispondere alla violazione commessa dal nemico. Gli atti compiuti come rappresaglia non devono, dunque, essere eccessivi, e non devono superare il grado della violazione stessa."
Per chiarire cosa si intende per grado della violazione consideriamo i seguenti esempi:
Un primo esempio fu durante la guerra franco-tedesca 1870-1871, allorché i Francesi catturarono 40 navi mercantili tedesche e fecero prigionieri i loro equipaggi; i Tedeschi considerarono questo contrario al Diritto Internazionale ed imprigionarono 40 personalità di cittadinanza francese per rappresaglia.
Altri due esempi sono i casi dell'incendio di costruzioni e villaggi da parte dei tedeschi durante la guerra del 1870-1871 e l'ordine dato dal Mar.llo in campo Lord Roberts durante la guerra del Sudafrica di distruggere per rappresaglia le case e le fattorie nelle vicinanze del punto in cui erano state danneggiate le linee di comunicazione. Le rappresaglie adottate in questi precedenti sono dunque imprigionamento a fronte di una ingiusta cattura da parte del nemico e distruzione della proprietà a fronte della ingiusta distruzione della proprietà da parte del nemico.
Le regole della guerra terrestre degli Stati Uniti, 1940, all'art 358 dicono: "... Villaggi o case ecc., possono essere bruciate per atti ostili da parte di persone che non possono essere identificate processate e punite.."
Il Manuale di Diritto Militare cap.14°, art. 414, afferma:
"Le consuetudini di guerra permettono come atto di rappresaglia la distruzione di una casa tramite incendio o altrimenti, i cui abitanti, senza possedere il diritto di combattenti hanno sparato sulle truppe."
Queste regole, quindi, permettono la distruzione della proprietà come rappresaglia per aver aperto il fuoco sulle truppe, ma non esistono precedenti, né si fa riferimento in alcun trattato, al permesso di uccidere per un illegittimo assassinio da parte del nemico.
Dunque la prima questione che la Corte dovette considerare riguardo la rappresaglia fu se l'azione intrapresa dagli imputati per fronteggiare il crimine commesso in via Rasella fosse ragionevole e proporzionata a tal crimine. Se così fosse stato si sarebbe trattato di rappresaglia legittima. Fu irragionevole prendere vite umane come rappresaglia per le vite perse a causa di quel crimine oppure fu il rapporto 10 a 1 eccessivo? In tal caso si sarebbe trattato di un crimine di guerra.
La Difesa dichiarò che il prendere delle vite umane come rappresaglia per l'omicidio dei poliziotti tedeschi non "superò il grado della violazione commessa dal nemico" e che il rapporto 10 a 1 non era eccessivo vista la situazione estremamente pericolosa, essendo Roma situata a pochi chilometri dalla linea del fronte.
La seconda questione che la Corte dovette considerare fu quella dell'esecuzione di tale rappresaglia. Il [Judge Advocate] (consulente legale del giudice in una corte marziale) disse, nelle sue conclusioni, "a mio avviso, signori, considerando se una rappresaglia sia adeguata e legittima e possa essere giustificata secondo il diritto internazionale, bisogna guardare non solo a ciò che la rappresaglia sarebbe dovuta essere in principio, ma al modo in cui essa fu eseguita.."
La Difesa ammise che l'esecuzione fu inappropriata, ma asserì che gli imputati non conoscevano le modalità dell'esecuzione ed inoltre che non potevano essere ritenuti responsabili per l'esecuzione impropria dei loro ordini, poiché dell'esecuzione di questi ordini era stata incaricata la S.D.. Gli imputati, non erano quindi obbligati a controllare che i loro ordini fossero eseguiti propriamente. Nella dichiarazione della Difesa si negava dunque sia il dolo, sia una colpa per negligenza da parte degli imputati.
L'Accusa affermò che se gli imputati non sapevano cosa accadde alle Fosse Ardeatine avrebbero dovuto saperlo in quanto i comandanti militari hanno l'obbligo di controllare che i loro ordini siano eseguiti propriamente.
Non si può dire con certezza se la Corte trovò la rappresaglia irragionevole (in quanto l'omicidio non era legittimato), eccessiva (per il rapporto 10 a 1 delle vittime) o se gli imputati fossero responsabili per il modo in cui essa era stata eseguita. Una qualunque di queste tesi avrebbe supportato il verdetto.
La questione se von Mackensen e Maelzer, ordinarono di fucilare soltanto prigionieri condannati a morte o a lunghe pene detentive, non sembra avere alcuna connessione con il verdetto sebbene potrebbe averne con la determinazione della pena.
Il par.454 del Manuale di Diritto Militare Britannico, afferma: "la rappresaglia è una misura estrema perché nella maggior parte dei casi causa sofferenze a persone innocenti. Sta in questo però la sua forza coercitiva, ed essa è indispensabile in quanto ultima risorsa."
Dunque se la rappresaglia fosse stata ragionevole e proporzionata, non sarebbe stato commesso nessun crimine di guerra anche se le vittime fossero state interamente persone innocenti. D'altro canto, se la cosiddetta rappresaglia fosse stata così irragionevole ed eccessiva, il crimine di guerra sarebbe stato configurabile a prescindere dalla innocenza delle vittime.
2. La difesa basata suLL'OrdinE superiorE combinata con la difesa basata sulla rappresaglia
Il [Judge Advocate] (consulente legale del giudice in una corte marziale), nelle sue relazioni finali disse che non era chiaro se gli imputati basassero la loro difesa sull'Ordine Superiore o no.
Egli riassunse dunque la difesa del Generale von Mackensen in questo modo:
Non diceva: "Ho solo eseguito un ordine dei miei superiori, e dunque non posso essere condannato." Bensì diceva, "Avevo quest' ordine, e dovevo eseguirlo, ma ho cercato di modificarlo e penso di averlo modificato in maniera più umana." Il [Judge Advocate], quindi, chiarì alla corte che in genere una difesa basata sulla esecuzione di ordini superiori non assolve automaticamente un imputato dall'accusa di un crimine di guerra.
Il seguente brano, tratto dall'articolo del Prof. Lauterpacht dall'Annuario di Diritto Internazionale, 1944, pag. 76, si riferisce alla difesa basata sugli ordini superiori, quando gli ordini sono, nello specifico, ordini di rappresaglia:
"L'elemento della rappresaglia può avere connessioni curiose e significative con l'eccezione di ordine superiore. E' stato dimostrato che il valore dell'esimente degli ordini superiori è condizionata dal grado di efferatezza dell'offesa e dalla somiglianza a un delitto comune evidentemente avulso sia dalla necessità di guerra sia da ogni elementare rispetto dei diritti umani. Ma l'efficacia di quest'ultima considerazione può essere considerevolmente ridotta anche se non nel tutto eliminata, quando l'atto è stato emanato o trasferito al subordinato per l'esecuzione di una rappresaglia contro un delitto simile o identico commesso dal nemico. Il subordinato potrebbe, trovandosi innanzi ad un ordine così palesemente contrario ai diritti umani, eccepire, anche a rischio della propria vita, il proprio rispetto per la moralità e per la legge. Questo è un dilemma terribile ma inevitabile. Ma non si può pretendere una tale indipendenza di pensiero e azione nel caso in cui un soldato o un ufficiale si trovi di fronte ad un ordine sicuramente illegale e crudele, ma emanato per rappresaglia ad un atto ugualmente reprensibile commesso dell'avversario. Potremmo attribuire all'imputato una conoscenza rudimentale della legge ed uno standard elementare di moralità, ma potrebbe essere più difficile aspettarsi che egli abbia tutte le informazioni necessarie per renderlo in grado di giudicare la legittimità della contromisura in questione, in relazione alle circostanze addotte a giustificazione. Un esempio illustrerà questa posizione: nessuno può rispondere ad un'accusa dichiarandosi ignaro del divieto di uccidere dei prigionieri di guerra che si sono arresi. Nessuno può asserire che, sebbene convinto dell'illegalità dell'uccidere prigionieri di guerra, non aveva altra possibilità se non obbedire all'ordine impartito in tal senso. Ma la situazione è assai più complicata quando l'imputato dichiara non solo di aver eseguito un ordine superiore, ma il fatto che tale ordine rappresenta una rappresaglia per l'uccisione, da parte del nemico, di prigionieri appartenenti al proprio Paese. Quando la Corte Suprema tedesca, nel caso Dover Castle, assolse nel 1921 gli imputati accusati di aver silurato un nave ospedale britannica, Essa fondò la sua decisione sul fatto che gli imputati erano stati autorizzati a considerare l'affondamento delle navi ospedale del nemico una forma di rappresaglia per la violazione da parte del nemico della Convenzione dell'Aja N. X sul numero delle navi militari."
La Corte, giudicando colpevoli entrambi gli imputati, sembra aver considerato, in questo caso, che la difesa basata sull'ordine superiore combinata con la difesa basata sulla rappresaglia non assolveva gli imputati.. (sic)