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Timestamp: 2018-12-14 13:45:30+00:00
Document Index: 116979775

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2700', 'sentenza ', 'art. 2700', 'sentenza ', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 34', 'artt 6', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 34', 'art. 92', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 6', 'Cass. Sez. ', 'art. 117', 'art. 87', 'art. 7', 'art. 87', 'art. 60', 'art. 74', 'art. 183', 'art. 117', 'art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 142', 'art. 151', 'art. 291', 'art. 10', 'art. 151', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 1', 'art. 142', 'art. 2727', 'art. 94', 'art. 87', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 102', 'art. 95', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 156', 'art. 35', 'art. 44', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 25', 'art. 17', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 444', 'art. 11']

lunedì 30 dicembre 2013 09:20
Usura: fissata la nuova misura dei tassi d'interesse usurari valida per il primo trimestre 2014
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto MEF - Gazzetta Ufficiale n. 303 del 28.12.2013
Con decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze del 19.12.2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 303 del 28.12.2013 si è proceduto alla "Rilevazione dei tassi di interesse effettivi globali medi ai fini della legge sull'usura, relativamente al trimestre 1° luglio 2013 - 30 settembre 2013". Il decreto che entra in vigore il 1 gennaio 2014 prevede che a decorrere da tale data e fino al 31 marzo 2014 ai fini della determinazione degli interessi usurari, i tassi riportatati nella tabella allegata al decreto devono essere aumentati di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriore quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali. Per accedere al decreto e agli allegati cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Con decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze del 19.12.2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 303 del 28.12.2013 si è proceduto alla "Rilevazione dei tassi di interesse effettivi globali medi ai fini della legge sull'usura, relativamente al trimestre 1° luglio 2013 - 30 settembre 2 ... Continua a leggere
domenica 15 dicembre 2013 11:13
domenica 15 dicembre 2013 09:41
domenica 15 dicembre 2013 07:50
Costituisce principio consolidato (ex plurimis, Cons. Stato, VI, 4 settembre 2002, n.4435) che in ipotesi di annullamento in via giurisdizionale di un provvedimento amministrativo per vizi di ordine formale, che non escludono e anzi consentono il riesercizio del potere, la domanda risarcitoria del danno non può essere valutata se non all'esito del nuovo esercizio del potere; se l'atto negativo dovesse venire reiterato, il nuovo sopravvenuto negativo escluderebbe allo stato la sussistenza del danno risarcibile, derivante dal primo provvedimento, se non eventualmente, ove ritenuto ammissibile, come danno da ritardo, di provvedimento comunque negativo. L'annullamento di un atto disposto dal giudice amministrativo per vizi di ordine formale, al quale consegua il semplice riesercizio del potere amministrativo, impedisce quindi allo stato l'accoglimento della domanda di risarcimento del danno avanzata con il ricorso, potendo tale domanda essere valutata solo all'esito del nuovo esercizio del potere, tenendo presente che l'atto negativo annullato dal giudice potrebbe essere reiterato e dovendosi dare primario rilievo all'iter procedimentale derivante dall'ordine di esecuzione della sentenza e quindi di riesercizio del potere. La illegittimità provvedimentale derivante da vizi meramente procedimentali (o partecipativi) laddove consente il riesercizio del potere, impedisce di riscontrare l'elemento dello spostamento patrimoniale (secondo la nota teoria c.d. della differenza) derivante dall'asserito illecito, non riscontrandosi alcuna differenza patrimoniale nella parte lesa “tra ciò che è stato e ciò che sarebbe stato in assenza del vizio”, in quanto la riedizione del potere e il potere/dovere di rinnovazione impongono di reiterare il procedimento, emendato dai vizi procedimentali e potendosi valutare soltanto all'esito del riesercizio medesimo la spettanza sostanziale del bene della vita oggetto del procedimento amministrativo. In caso di annullamento per vizi soltanto formali (nella specie partecipativi) la restaurazione dell'ordine violato avviene quindi a mezzo della reiterazione e rinnovazione dell'iter procedimentale, emendato dal vizio formale riscontrato dal giudice, e potendosi soltanto all'esito valutare la sussistenza degli estremi del fatto illecito (per esempio, per i danni eventualmente mediotempore subiti in caso di spettanza ab origine del bene della vita preteso oggetto del procedimento).
domenica 15 dicembre 2013 07:38
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che, in base ad un orientamento giurisprudenziale “il verbale della polizia municipale, come tutti i verbali provenienti da pubblici ufficiali, ha efficacia di piena prova, fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c. relativamente alla provenienza dell'atto dal pubblico ufficiale che lo ha formato, alle dichiarazioni delle parti e agli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti avvenuti in sua presenza o da lui compiuti. (Cons. di Stato, Sez. I, 8 gennaio 2010, n. 250)".
Osserva il Consiglio di Stato nella sentenza in esame che, in base ad un orientamento giurisprudenziale “il verbale della polizia municipale, come tutti i verbali provenienti da pubblici ufficiali, ha efficacia di piena prova, fino a querela di falso, ai sensi dell'art. 2700 c.c. relativamente alla ... Continua a leggere
domenica 15 dicembre 2013 07:23
Nella vicenda giunta all'attenzione del Consiglio di Stato si controverte dell'ammissibilità della domanda risarcitoria formulata nel corso del primo grado di giudizio che ad avviso del Collegio palesa rilevanti profili di inammissibilità. Infatti con l’atto introduttivo il ricorrente si era limitato a richiedere l’annullamento di un'ordinanza di sospensione dei lavori e non anche il ristoro dei danni conseguenti alla condotta asseritamente negligente posta in essere dall’amministrazione. Solo in corso di giudizio la società appellata ha richiesto “nella conclusiva strutturazione del petitum, di essere tenuta indenne dei pregiudizi subiti, quantificati in termini di danno emergente (…) ed al lucro cessante (…)” (pagine 9 e 10 della sentenza impugnata). Ad avviso del Collegio, nel caso di specie trova applicazione il condiviso orientamento secondo cui "è inammissibile la domanda di risarcimento dei danni formulata in memoria ed in difetto di notifica alle controparti atteso che la pur rilevante esigenza di concentrazione dei giudizi e di ragionevole durata dei processi, ribadita dall'art. 30, c.p.a. con l'imposizione di un termine di decadenza, non esime la parte ricorrente dall'obbligo di instaurazione di un regolare contraddittorio tramite la notifica della domanda (ex multis Cons. Stato, V, 5 ottobre 2011, n. 5445)." Per accedere al testo della sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
sabato 14 dicembre 2013 14:19
Nel giudizio in esame gli appellati, già ricorrenti in primo grado, sono stati destinatari di un provvedimento di divieto di accesso agli impianti sportivi (c.d. “daspo”) emesso dalla Questura di Genova. Il Consiglio di Stato ricorda che le ipotesi nelle quali è prevista la emissione di un “daspo” sono elencate nell’art. 6 (testo attualmente vigente) della legge n. 401/1989. La norma fa riferimento, fra l’altro, ai soggetti che risultino «denunciati o condannati» per varie fattispecie penali, fra le quali sono qui pertinenti quelle previste dall’art. 6-bis della stessa legge. Si tratta del fatto di chi, nel corso di una manifestazione sportiva, «supera indebitamente una recinzione o separazione dell'impianto ovvero invade il terreno di gioco»; il fatto è punito come contravvenzione, ma è delitto se «ne deriva un ritardo rilevante dell’inizio, l’interruzione o la sospensione definitiva della competizione calcistica». In effetti, agli attuali appellati non viene ascritto altro che il fatto di essersi spostati da un settore all’altro degli spazi riservati al pubblico. Il fatto non è stato da loro negato, e del resto appare comprovato per il fatto che essi sono stati fotografati, dopo gli incidenti, nel settore “distinti” mentre avevano fatto ingresso nella “curva nord”. Essi hanno però dedotto di averlo fatto in modo pacifico, dopo che il varco fra un settore e l’altro era stato aperto da altri; la circostanza non è smentita, e in un certo senso è avvalorata dalla considerazione che gli interessati non sono stati indicati come fomentatori dei disordini, né comunque come partecipi dei comportamenti minacciosi che pure erano stati tenuti (da altri) in quella occasione. Peraltro, il fatto punito, si è visto, è quello di chi «supera ... una recinzione o separazione dell'impianto»; non a caso nella rubrica dell’art. 6-bis esso è denominato «scavalcamento». Si tratta dunque di un fatto diverso (e intuitivamente più grave) di quello di chi pacificamente si sposta da un settore all’altro, profittando di un varco occasionalmente aperto. In altre parole, l’illecito penale (che legittimerebbe l’emanazione del “daspo”) si integra quando il soggetto dolosamente supera o scavalca una recinzione, o altro ostacolo materiale. Non sembra necessario dilungarsi nello spiegare perché le due ipotesi siano apprezzabilmente diverse fra loro quanto a pericolosità e riprovevolezza. In conclusione, l’appello del Ministero dell'Interno e' stato respinto.
Nel giudizio in esame gli appellati, già ricorrenti in primo grado, sono stati destinatari di un provvedimento di divieto di accesso agli impianti sportivi (c.d. “daspo”) emesso dalla Questura di Genova. Il Consiglio di Stato ricorda che le ipotesi nelle quali è prevista la emissione di un “daspo” ... Continua a leggere
Giudizio di ottemperanza: la verifica dell'azione amministrativa è ancorata al criterio di adeguatezza del nuovo provvedimento in relazione ai principi ed ai comandi concretamente contenuti nella decisione da eseguire
Nell'ambito del giudizio di ottemperanza, la giurisdizione è sempre estesa “al merito” a norma dell'art. 7 sesto comma, dell’art. 34, primo co. lett. d) e 134, primo comma lett. a) del c.p.a. . In tali casi, la verifica dell'azione amministrativa è ancorata al criterio di adeguatezza del nuovo provvedimento in relazione ai principi ed ai comandi concretamente contenuti nella decisione da eseguire. In caso di ulteriore, persistente e grave inottemperanza il giudice può ricorrere ai poteri sostitutivi previsti alla legge. Se così non fosse, la tutela giurisdizionale amministrativa si ridurrebbe ad un mero, ed inutile, “flatus vocis” in palese violazione dei principi generali in materia di effettività della tutela giurisdizionale dell’ordinamento nazionale e internazionale, di cui agli artt. 24 comma 1, 103, comma 1, e 113 della Costituzione ed agli artt 6 e 13 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo (cfr. Cons. Stato, Sez. IV n. 10 giugno 2013 n.3185). In tale prospettiva, anche l’orientamento (cfr. Cassazione civile sez. un. 19 gennaio 2012, n. 736), secondo il quale le decisioni di legittimità del Consiglio di Stato sono comunque soggette al sindacato delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per violazione dei limiti esterni della giurisdizione, non concerne la presente sede. Il giudizio di ottemperanza non può risolversi in una generalizzata nullificazione della portata stessa della decisione amministrativa, e non può menomare il diritto del ricorrente vittorioso di conseguire concretamente il bene della vita riconosciutogli nella sentenza. Ciò perché i rapporti con l'area riservata all'amministrazione sono già stati implicitamente risolti dalla decisione da eseguire e costituiscono -- sia per l’amministrazione che per lo stesso giudice dell'ottemperanza -- elementi irretrattabili. L'amministrazione nell’eseguire una sentenza di legittimità certamente può far luogo alla definizione della fattispecie che più ritiene congrua per l'interesse pubblico affidato alle sue cure, ma ciò solo nell’alveo delle prescrizioni, di natura conformativa, derivanti dall'impianto motivazionale del giudicato.
Nell'ambito del giudizio di ottemperanza, la giurisdizione è sempre estesa “al merito” a norma dell'art. 7 sesto comma, dell’art. 34, primo co. lett. d) e 134, primo comma lett. a) del c.p.a. . In tali casi, la verifica dell'azione amministrativa è ancorata al criterio di adeguatezza del nuovo pro ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 18:15
Spese giudiziali: i "giusti motivi" che consentono al giudice la compensazione delle spese di giudizio
In base a un consolidato orientamento nel processo amministrativo il giudice ha ampi poteri discrezionali in ordine al riconoscimento, sul piano equitativo, dei giusti motivi per far luogo alla compensazione delle spese giudiziali ovvero per escluderla, con il solo limite che non può condannare alle spese la parte risultata vittoriosa in giudizio. Tale discrezionalità è sindacabile in sede di appello nei limiti in cui la statuizione sulle spese possa ritenersi illogica o comunque errata, alla stregua dell'eventuale motivazione adottata, ovvero tenendo conto da un lato, in punto di diritto, del principio in base al quale, di regola, le spese seguono la soccombenza e dall'altro, in punto di fatto, della vicenda e delle circostanze emergenti dal giudizio (sul punto –ex plurimis -: Cons. Stato, IV, 9 ottobre 2012, n. 5253). La giurisprudenza di questo Consiglio ha, altresì, chiarito che i ‘giusti motivi’, in base ai quali il giudice dispone la compensazione tra le parti in causa delle spese del giudizio in deroga al criterio generale della soccombenza fissati dall'art. 92, c.p.c., richiamato dall'art. 26, c.p.a., anche se non puntualmente specificati, debbano quanto meno essere desumibili dal contesto della decisione (in tal senso –ex plurimis -: Cons. Stato, IV, 28 novembre 2012, n. 6023).
In base a un consolidato orientamento nel processo amministrativo il giudice ha ampi poteri discrezionali in ordine al riconoscimento, sul piano equitativo, dei giusti motivi per far luogo alla compensazione delle spese giudiziali ovvero per escluderla, con il solo limite che non può condannare all ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 18:07
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza attenzionata richiama la decisione assunta dall’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 17 del 29 luglio 2013 chd ha rilevato come le stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato che il riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo deve essere attuato distinguendo le ipotesi in cui il contributo o la sovvenzione è riconosciuto direttamente dalla legge da quelle in cui la legge attribuisce invece all’Amministrazione il potere di riconoscere l’ausilio, previa valutazione comparativa degli interessi pubblici e privati in relazione all'interesse pubblico primario, apprezzando discrezionalmente “l’an”, il “quid” ed il “quomodo” dell’erogazione. Sulla base di tale premessa l’Adunanza plenaria ha affermato che “la controversia avente ad oggetto la revoca di un finanziamento disciplinato dal D.L. 22 ottobre 1992, n. 415, convertito in legge dalla L. 19 dicembre 1992, n. 488, appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto non riguarda una sovvenzione riconosciuta direttamente dalla legge, sulla base di elementi da questa puntualmente indicati e ciò, ancorché il finanziamento medesimo sia stato già riconosciuto in via provvisoria a norma del D.M. n. 527 del 1995, art. 6, comma7” (Cassazione civile, sez. un., 16 dicembre 2010, n. 25398, in ipotesi di revoca del finanziamento già concesso in via provvisoria ed in parte erogato, determinata dall’intervenuto accertamento di spese dichiarate non ammissibili in quanto sostenute prima della domanda di ammissione; cfr. anche Cass. Sez. Un. 25 novembre 2008 n. 28041).
martedì 10 dicembre 2013 17:58
Azione contro il silenzio: la trattazione della domanda risarcitoria nelle forme del giudizio ordinario costituisce una facoltà discrezionale del giudice adito
Dalla formulazione letterale dell’art. 117, comma 6, cod. proc. amm. emerge che la trattazione della domanda risarcitoria connessa all’azione avverso il silenzio nelle forme del giudizio ordinario costituisce una facoltà discrezionale del giudice adito. Ciò si ricava ad avviso del Consiglio di Stato in particolare dall’impiego del verbo servile “può”, il quale regge sintatticamente tanto la proposizione relativa alla definizione della domanda avverso il silenzio quanto quella successiva, concernente la conversione del giudizio nel rito ordinario per la trattazione della domanda risarcitoria. Non altrimenti si spiega il ricorso a tale verbo, essendo evidente che, laddove avesse inteso formulare una prescrizione vincolante per il giudice, il legislatore avrebbe impiegato l’indicativo: “definisce con il rito camerale l’azione avverso il silenzio e tratta con il rito ordinario la domanda risarcitoria”. L’argomento letterale è corroborato da due ordini di considerazioni, una di carattere logico, l’altra di tipo sistematico. Sotto il primo profilo, a ben guardare, la facoltà cui la norma allude è proprio quella concernente il rito con cui trattare la domanda risarcitoria. Infatti, l’azione contro il silenzio deve necessariamente essere trattata e decisa nelle forme del giudizio in camera di consiglio ai sensi dell’art. 87, comma 2, lett. b), cod. proc. amm., visto il principio di indisponibilità da parte del giudice e delle parti delle norme disciplinano le forme del procedimento con cui trattare una domanda (in questo senso cfr. Ad. plen. 4 giugno 2011, n. 10 e 9 agosto 2012, n. 32). Per contro, nessuna norma del codice del processo amministrativo impone un rito per la trattazione delle domande risarcitorie. Pertanto, posto che queste ultime sono conosciute dal giudice amministrativo unicamente in via consequenziale, esse seguono il rito della domanda principale, se proposte cumulativamente a quest’ultima mentre, laddove siano azionate in via autonoma, in virtù di quanto prevede l’art. 7, comma 4, cod. proc. amm., esse seguono il rito ordinario, non rientrando in alcuna delle tassative ipotesi in cui il citato art. 87, comma 2, prevede invece il giudizio in camera di consiglio. Il che, se comporta la generale possibilità di una loro definizione in esito all’udienza camerale fissata per la trattazione della domanda cautelare, in virtù del disposto dell’art. 60 cod. proc. amm., non si vede perché questa possibilità debba essere negata nel giudizio avverso il silenzio. Sul piano sistematico, quest’ultima disposizione, nonché l’art. 74 cod. proc. amm., postulano che il giudice abbia un potere di apprezzamento in ordine al grado di completezza dell’istruttoria ed alla conseguente superfluità dell’ulteriore svolgimento del giudizio (come del resto è previsto in sede processuale civile, all’esito delle memorie di precisazione delle domande ed istruttorie ex art. 183, comma 6, cod. proc. civ.). Di questo potere costituisce allora puntuale applicazione al rito sul silenzio il comma 6 dell’art. 117 cod. proc. amm. in esame, il quale è dunque strutturato in termini di facoltà di conversione del rito e non già di obbligo in tal senso.
Dalla formulazione letterale dell’art. 117, comma 6, cod. proc. amm. emerge che la trattazione della domanda risarcitoria connessa all’azione avverso il silenzio nelle forme del giudizio ordinario costituisce una facoltà discrezionale del giudice adito. Ciò si ricava ad avviso del Consiglio di Sta ... Continua a leggere
martedì 10 dicembre 2013 10:56
Risarcimento dei danni causati dalla Pubblica Amministrazione: al di fuori di specifici settori come quello degli appalti pubblici, non c'è' responsabilità civile dell'amministrazione per danno da provvedimento illegittimo senza il concorso dell’elemento soggettivo
Nel giudizio in esame il ricorrente agisce per ottenere dal Comune di Lecce il risarcimento dei danni subiti a seguito dell’annullamento in autotutela - poi annullato dal T.A.R. - di una concessione edilizia. Il Consiglio di Stato ha evidenziato che senza dover esaminare, nelle sue articolate sfaccettature, il tema complesso della responsabilità della P.A., il Collegio esprime preliminarmente la propria convinta adesione all’orientamento - peraltro largamente dominante - secondo cui, al di fuori di specifici settori (in primis: quello degli appalti pubblici), non si dà responsabilità civile dell’Amministrazione per danno da provvedimento illegittimo senza il concorso dell’elemento soggettivo, normalmente identificato nella colpa (cfr. in termini esaustivi Cons. Stato, sez. IV, 31 gennaio 2012, n. 482). L'illegittimità del provvedimento amministrativo, una volta accertata, costituisce solo uno degli indici presuntivi della colpevolezza, a valutare la quale vanno presi in considerazione anche altri fattori, quali il grado di chiarezza della normativa applicabile, la semplicità del fatto, il carattere pacifico della questione esaminata, il carattere vincolato o a bassa discrezionalità dell'azione amministrativa.
Nel giudizio in esame il ricorrente agisce per ottenere dal Comune di Lecce il risarcimento dei danni subiti a seguito dell’annullamento in autotutela - poi annullato dal T.A.R. - di una concessione edilizia. Il Consiglio di Stato ha evidenziato che senza dover esaminare, nelle sue articolate sfacc ... Continua a leggere
lunedì 9 dicembre 2013 23:23
La notificazione da parte dell'amministrazione dell'atto, senza timbro e firma, in copia non autentica e' una mera irregolarità
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha ribadito le conclusioni della sentenza appellata per quanto riguarda la prospettata nullità dell’atto, notificato senza timbro e firma, in copia non autenticata, nonché in forma di determinazione e non di decreto, affermando che debbono considerarsimere irregolarità non vizianti sia il nomen iuris, formalmente impresso al provvedimento (quando risultino corretti, come nel caso di specie, i contenuti ed i presupposti normativi dell’atto, nonché la competenza dell’Autorità emanante), sia la notifica del provvedimento stesso in mera copia non autenticata e priva di firma, ove il testo trasmesso sia conforme, con validi effetti comunicativi, a un provvedimento legittimamente emanato e regolarmente sottoscritto, che l’Amministrazione ha poi depositato agli atti del giudizio (cfr. fra le tante, per il principio: Cons. Stato, V, 29 dicembre 2009, n. 8916, 28 dicembre 2011, n. 6936 e 17 gennaio 2013, n. 263).
Il Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha ribadito le conclusioni della sentenza appellata per quanto riguarda la prospettata nullità dell’atto, notificato senza timbro e firma, in copia non autenticata, nonché in forma di determinazione e non di decreto, affermando che debbono considerarsim ... Continua a leggere
lunedì 9 dicembre 2013 18:38
Ai fini della validità della procura rilasciata su foglio separato è sufficiente che essa sia stata notificata unitamente all'atto cui accede
Secondo una giurisprudenza consolidata ai fini della validità della procura rilasciata su foglio separato è sufficiente che essa sia stata notificata unitamente all'atto cui accede, in quanto la collocazione della procura, anche se contenuta in foglio separato, è idonea a conferire la certezza circa la provenienza dalla parte del potere di rappresentanza e a dar luogo alla presunzione di riferibilità della procura al giudizio cui l'atto stesso fa riferimento (cfr. Cass. civ., sez. II, 26 febbraio 2008, n. 5033; Cons. Stato, sez. V, 12 dicembre 2009, n. 7792).
Secondo una giurisprudenza consolidata ai fini della validità della procura rilasciata su foglio separato è sufficiente che essa sia stata notificata unitamente all'atto cui accede, in quanto la collocazione della procura, anche se contenuta in foglio separato, è idonea a conferire la certezza circ ... Continua a leggere
lunedì 9 dicembre 2013 11:53
Notifica all'estero di atti giudiziari ed extragiudiziari: e' inesistente la notificazione del ricorso in Polonia per posta e anche a mezzo ufficiale giudiziario italiano, e non tramite l’ufficio giudiziario polacco designato
Secondo la Suprema Corte, l'art. 142 c.p.c., in tema di notificazione a persona non residente, nè dimorante, nè domiciliata nella Repubblica, attribuisce il valore di fonte primaria alle convenzioni internazionali, in difetto delle quali o per il caso che sia impossibile applicarle - e solo allora - è dato ricorso alla disciplina codicistica sussidiaria e tra queste anche quella di cui all'art. 151 c.p.c. (Cass. civ., Sez. Unite, 22 giugno 2007, n. 14570). Di conseguenza, nella specie, contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudici, non si può prescindere, alla stregua della Convenzione dell'Aja del 1965, dalle particolari modalità di notifica previste dalla specifica normativa polacca (tramite uffici giudiziari) e queste non possono essere superate in applicazione di forme sostitutive o di (generali) canoni, quali il raggiungimento dello scopo e l’effettività del contraddittorio, se la parte notificataria si costituisce per eccepire la regolarità del procedimento notificatorio e i suoi presupposti di operatività. In tal caso infatti la notificazione inficiata, non essendo entrata a far parte della realtà dell'ordinamento, non è passibile di sanatoria né per mezzo della rinnovazione disposta dal giudice ai sensi dell'art. 291 c.p.c., né mediante la costituzione in giudizio dell'altra parte (Cass. civ., Sez. I, 29 maggio 1997, n. 4746; Sez. II, 13 febbraio 1996, n. 1084). D’ altronde, la sanatoria per raggiungimento dello scopo può concepirsi solo in relazione ad un atto nullo, non in relazione ad un atto inesistente, dato che la situazione di effettiva conoscenza dell'atto da parte del destinatario ottenuta senza l'impiego del prescritto procedimento di notificazione e con l'uso dello strumento previsto, determinando l’assoluta divergenza rispetto alle dovute forme e modalità, non ne consente la sussunzione nella sfera del rilevante giuridico e la notifica eseguita deve essere considerata tamquam non esset e, pertanto, insuscettibile di sanatoria (Cass.civ., Sez. lavoro, 13 febbraio 1999, n. 1195; Sez. II, 29 luglio 1995, n. 8372). Nella fattispecie la notificazione del ricorso è avvenuta atipicamente in via diretta, per posta e anche a mezzo ufficiale giudiziario italiano, ma non tramite l’ufficio giudiziario polacco designato (Tribunale amministrativo). La legge 6 febbraio 1981, n. 42 ha reso esecutiva in Italia la Convenzione dell'Aja del 15 novembre 1965, relativa alla notifica all'estero di atti giudiziari ed extragiudiziari in materia civile e commerciale, e la Polonia, nell’aderire a detta Convenzione, ha dichiarato di opporsi alle forme alternative di notifica diretta previste dall’art. 10 (tramite posta, o da uffici dello Stato di origine ad uffici dello Stato di destinazione, o da parte di uffici dello Stato di destinazione). Orbene, come ha avuto già modo di chiarire questo Consiglio (sez. IV, 13 febbraio 2007, n. 604), in adesione agli indirizzi della Corte di cassazione civile (Sez. I , 7 aprile 2006, n. 8242; 8 agosto 2003, n. 11966), in tale contesto, non vi è spazio perché possa trovare applicazione l'art. 151 c.p.c., la cui portata, ampia che sia, trova un limite insuperabile nella notifica da eseguirsi all'estero, allorché per essa siano previste specifiche modalità da convenzioni internazionali intervenute tra gli Stati interessati o alle quali essi abbiano aderito, sottolineando, altresì, come la rilevanza imperativa di tali prescrizioni si desuma proprio dalle disposizioni dell'art. 142 c.p.c. In altre parole, la citata Convenzione dell'Aja è vincolante se la legge interna dello Stato del foro stabilisca, ai fini della notificazione o comunicazione, il meccanismo che un atto deve seguire per la sua trasmissione all’estero e, nel concreto, l’art. 142 c.p.c. precisa quanto sopra ricordato nell’interpretazione datane dalla giurisprudenza. Tanto postula, in via dirimente, che la notifica del ricorso di primo grado deve considerarsi inesistente, né sussistono i presupposti individuati dalla giurisprudenza per la concessione dell'errore scusabile, stante la ricordata imperatività della citata disposizione del codice di procedura civile ed attesa la mancanza nell’atto introduttivo notificato degli elementi caratteristici del modello delineato dalla legge, vale a dire la sua estraneità allo schema legale tipico degli atti di notificazione in Polonia, secondo la Convenzione dell'Aja. La società appellata insiste sul fatto che la notifica eseguita sia conforme al Regolamento CE n. 1393/2007, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile e commerciale, in particolare quanto alle previste forme di notifica alternative. E’ da osservare in contrario che l’art. 1, comma 1, del predetto regolamento ne stabilisce l’applicabilità alla sola materia civile e commerciale, con esplicita esclusione della materia amministrativa.
Secondo la Suprema Corte, l'art. 142 c.p.c., in tema di notificazione a persona non residente, nè dimorante, nè domiciliata nella Repubblica, attribuisce il valore di fonte primaria alle convenzioni internazionali, in difetto delle quali o per il caso che sia impossibile applicarle - e solo allora ... Continua a leggere
domenica 24 novembre 2013 08:31
La giurisprudenza ha in passato osservato osservato che perché possa configurarsi la responsabilità della p.a. è sufficiente la colpa, anche lieve dell'apparato amministrativo (Consiglio Stato, sez. VI, 23 giugno 2006, n. 3981). E parimenti si è avuto modo in passato di evidenziare il ridotto onere dimostrativo che grava in subiecta materia sul privato, atteso che “fermo restando l'inquadramento della maggior parte delle fattispecie di responsabilità della p.a., all'interno della responsabilità extracontrattuale, non è comunque richiesto al privato danneggiato da un provvedimento amministrativo illegittimo un particolare sforzo probatorio sotto il profilo dell'elemento soggettivo. Infatti, pur non essendo configurabile, in mancanza di un'espressa previsione normativa, una generalizzata presunzione (relativa) di colpa dell'amministrazione per i danni conseguenti ad un atto illegittimo o comunque ad una violazione delle regole, possono invece operare regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all'art. 2727 c.c., desunta dalla singola fattispecie. Il privato danneggiato può, quindi, invocare l'illegittimità del provvedimento quale indice presuntivo della colpa o anche allegare circostanze ulteriori, idonee a dimostrare che si è trattato di un errore non scusabile. Spetterà, di contro, all'amministrazione dimostrare che si è trattato di un errore scusabile, configurabile, ad esempio, in caso di contrasti giurisprudenziali sull'interpretazione di una norma, di formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore, di rilevante complessità del fatto, di influenza determinante di comportamenti di altri soggetti, di illegittimità derivante da una successiva dichiarazione di incostituzionalità della norma applicata.”(Consiglio Stato , sez. VI, 23 giugno 2006, n. 3981).".
domenica 24 novembre 2013 06:57
In relazione agli articoli 41 e 45 c.p.a., il Consiglio di Stato ritiene che quest’ultima disposizione (richiamata dall’art. 94 c.p.a. per il giudizio di appello), nel prevedere che il deposito del ricorso deve avvenire entro trenta giorni ( quindici nella fattispecie, versandosi nell’ipotesi di cui all’art. 87, comma 3, c.p.a. ) dal momento in cui l'ultima notificazione si è perfezionata anche per il destinatario, si riferisce alle notifiche necessarie ai fini dell'integrità del contraddittorio e non a quelle meramente facoltative o fatte dal ricorrente ad abundantiam, perché diversamente sarebbe in potere della parte prolungare a proprio arbitrio il termine per il deposito del ricorso; pertanto, una notifica non prescritta dalla legge, avente il mero significato di litis denuntiatio, è inidonea ad impedire la scadenza del termine di trenta giorni (quindici nella specie) per il deposito del ricorso, che decorre dall'ultima notifica utile (cfr. già CS, V, 23 novembre 2010, n. 8154; da ultimo Cons. St., V, 15 luglio 2013, n. 3801 ). Tanto va posto in relazione con il condiviso orientamento giurisprudenziale, secondo cui non è necessario notificare l'atto di appello alla parte cointeressata alla riforma della sentenza di primo grado ( in tal senso: Cons. Stato, VI, 23 dicembre 2005, n. 7380; Cons. St., V, 26 luglio 2010, n. 4874 e, da ultimo, Cons. St., VI, 9 luglio 2012, n. 4011 ), che, rivestendo la medesima posizione processuale dell’appellante, non è parte necessaria del giudizio, sì che nei suoi confronti non occorre procedere all'integrazione del contraddittorio ( in tal senso: Cons. Stato, VI, 9 febbraio 2007, n. 531). Ne deriva che la stessa, rimasta integralmente soccombente in forza della sentenza oggetto del giudizio, con conseguente onere di impugnare la sentenza medesima in via autonoma ovvero in via incidentale dopo la proposizione dell’appello ex art. 102, comma 1, c.p.a. ( Cons. St., III, 11 febbraio 2013, n. 739 ), non può considerarsi parte interessata “a contraddire” ai sensi dell’art. 95, comma 2, c.p.a., in tale giudizio, nel quale, peraltro, non è legittimata ad intervenire nemmeno per sostenere le ragioni dell’appellante ( Cons. St., IV, 16 maggio 2006, n. 2773 ). Non potendo, in definitiva, ai fini della verifica della tempestività del deposito del ricorso, esser presa in considerazione l’ultima notifica effettuata nei confronti della cointeressata, l’appello, come già detto, va dichiarato irricevibile.
domenica 24 novembre 2013 06:50
giovedì 21 novembre 2013 16:32
Non è più sollevabile l'eccezione di difetto di giurisdizione dalla parte che vi ha dato luogo agendo in primo grado mediante la scelta del giudice del quale, poi, nel contesto dell'appello, contesta la giurisdizione
Non è più sollevabile l'eccezione di difetto di giurisdizione dalla parte che vi ha dato luogo agendo in primo grado mediante la scelta del giudice del quale, poi, nel contesto dell'appello, disconosce e contesta la giurisdizione. Questo il principio ribadito dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato che nella sentenza in esame rileva come ritenere il contrario, infatti, si porrebbe in contrasto con i principi di correttezza e affidamento che modulano il diritto di azione e significherebbe, in caso di domanda proposta al giudice carente di giurisdizione non rilevata d'ufficio, attribuire alla parte la facoltà di ricusare la giurisdizione a suo tempo prescelta, in ragione dell'esito negativo della controversia (cfr. Cons. Stato, Sez. V,10.03.2011,n. 1537 ). Ed a tale approdo ermeneutico si deve giungere “oltre che in ragione delle modificate regole processuali che governano la rilevazione del difetto di giurisdizione, anche in funzione del principio generale che vieta, anche in sede processuale, ogni condotta integrante abuso del diritto, quale è da ritenersi, a guisa di figura paradigmatica, il venire contra factum proprium dettato da ragioni meramente opportunistiche .Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza 15 novembre 2007,n. 23726) e l'Adunanza Plenaria di questo Consiglio (decisione 23 marzo 2011,n. 3) hanno, infatti, riconosciuto la vigenza, nel nostro sistema, di un generale divieto di abuso di ogni posizione soggettiva, divieto che, ai sensi dell'articolo 2 Cost. e dell'articolo 1175 c. c., permea le condotte sostanziali al pari dei comportamenti processuali di esercizio del diritto” (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 7.02. 2012 n. 656). In particolare la Cassazione ha efficacemente affermato che “l'abuso del diritto, lungi dall'integrare una violazione in senso formale, delinea l'utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, finalizzata al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal legislatore. È ravvisabile, in sostanza, quando nel collegamento tra il potere conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell'atto rispetto al potere che lo prevede. Come conseguenza di tale eventuale abuso, l'ordinamento pone una regola generale nel senso di rifiutare la tutela ai poteri, diritti e interessi esercitati in violazione delle corrette regole di esercizio, posti in essere con comportamenti contrari alla buona fede oggettiva. E nella formula della mancanza di tutela, sta la finalità di impedire che possono essere conseguiti o conservati i vantaggi ottenuti - ed i diritti connessi - attraverso atti di per sé strutturalmente idonei, ma esercitati in modo da alterarne la funzione, violando la normativa di correttezza, che è regola cui l'ordinamento fa espresso richiamo nella disciplina dei rapporti di autonomia privata”. Alla stregua delle coordinate tracciate dall'indirizzo interpretativo in esame, il divieto di abuso del diritto, in quanto espressione di un principio generale che si riallaccia al canone costituzionale di solidarietà, si applica anche in ambito processuale, con la conseguenza che ogni soggetto di diritto non può esercitare un'azione con modalità tali da implicare un aggravio della sfera della controparte, sì che il divieto di abuso del diritto diviene anche divieto di abuso del processo. Si giunge, così, all'elaborazione della figura dell'abuso del processo quale esercizio improprio, sul piano funzionale e modale, del potere discrezionale della parte di scegliere le più convenienti strategie di difesa. In conclusione, in applicazione delle regole processuali di cui al decreto legislativo n. 104/ 2010 ed in funzione del principio generale che colpisce il divieto dell'abuso del diritto con la sanzione del rifiuto della tutela, volta ad impedire il conseguimento dell'obiettivo non correttamente perseguito, risulta inammissibile il rilievo con cui le odierne appellanti, ricorrenti in primo grado, hanno sollevato il difetto di giurisdizione del giudice adito.
Non è più sollevabile l'eccezione di difetto di giurisdizione dalla parte che vi ha dato luogo agendo in primo grado mediante la scelta del giudice del quale, poi, nel contesto dell'appello, disconosce e contesta la giurisdizione. Questo il principio ribadito dalla Quinta Sezione del Consiglio di S ... Continua a leggere
giovedì 21 novembre 2013 16:16
Giudicato a formazione progressiva: il giudice dell’ottemperanza, riempiendo gli spazi vuoti lasciati dal giudicato formatosi in sede di cognizione può adottare una statuizione analoga a quella che potrebbe emettere in un nuovo giudizio di cognizione
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato richiama nella sentenza in esame quanto affermato dall’Adunanza plenaria (sentenza 15 gennaio 2013, n. 2) secondo cui l’azione di ottemperanza per “l’attuazione” delle sentenze del giudice amministrativo non si riduce alla mera esecuzione delle stesse, potendo essa implicare anche la risoluzione di questioni di interpretazione della portata del giudicato in relazione al riesercizio dell’attività amministrativa, e quindi assumendo le caratteristiche di un’azione di “chiara natura cognitoria”. Il corollario che l’organo di nomofilachia della giurisdizione amministrativa ha tratto da questa ricostruzione è che le questioni relative all’esatta attuazione del giudicato devono essere necessariamente proposte mediante l’azione ex art. 112 e ss. cod. proc. amm. davanti al loro “giudice naturale”, che è appunto quello dell’ottemperanza. L’ulteriore conseguenza che questo Collegio reputa di ricavare è che l’azione di ottemperanza è suscettibile di condurre alla formazione del giudicato sostanziale, ogniqualvolta il giudice con essa adito abbia risolto questioni concernenti il significato e la portata del titolo formatosi nel giudizio di cognizione, concorrendo con quest’ultimo alla formazione della regola di diritto applicabile al rapporto amministrativo controverso. Ed infatti, presso la giurisprudenza amministrativa costituisce ormai ius receptum l’istituto del “giudicato a formazione progressiva”, caratterizzato appunto dal fatto che il giudice dell’ottemperanza, riempiendo gli spazi vuoti lasciati dal giudicato formatosi in sede di cognizione “può adottare una statuizione analoga a quella che potrebbe emettere in un nuovo giudizio di cognizione, risolvendo eventuali problemi interpretativi che comunque sarebbero devoluti alla sua giurisdizione.” (C.d.S., sez. IV, 25 giugno 2010, n. 4131; in termini Sez. VI, 17 maggio 2013, n. 2680 e 26 giugno 2013, n. 3517).
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato richiama nella sentenza in esame quanto affermato dall’Adunanza plenaria (sentenza 15 gennaio 2013, n. 2) secondo cui l’azione di ottemperanza per “l’attuazione” delle sentenze del giudice amministrativo non si riduce alla mera esecuzione delle stesse, poten ... Continua a leggere
giovedì 21 novembre 2013 15:53
Processo amministrativo: l'appello avverso il dispositivo della sentenza diviene improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse una volta esaurita la fase cautelare ed a seguito della proposizione di motivi aggiunti avverso la sentenza
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha precisato che l’appello avverso il dispositivo della sentenza di primo grado ha carattere esclusivamente cautelare, ciò emergendo in modo inconfutabile dalla lettura delle disposizioni processuali da ultimo richiamate. La conseguenza che da queste ultime la costante giurisprudenza di questa Sezione ha tratto è che tale mezzo diviene improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse una volta esaurita la fase cautelare ed a seguito della rituale proposizione di motivi aggiunti avverso la sentenza (da ultimo: sentenza 15 luglio 2013, n. 3843; in precedenza, sotto il vigore dell'art. 23-bis, comma 7, l. n. 1034/1971: sentenze 21 ottobre 2003, n. 6523 e 23 gennaio 2000, n. 327). Se tuttavia questa è la conseguenza, è indubbio che il sopravvenuto difetto di interesse, se rende improcedibile l’appello, non ne comporta certo la nullità, rendendolo tamquam non esset, con l’effetto di travolgere anche l’esposizione dei fatti in esso contenuta. Non bisogna dimenticare che le forme del processo ed i requisiti contenutistici degli atti processuali sono dettati in vista del raggiungimento di uno scopo (art. 156, comma 2, cod. proc. civ.). Ora, lo scopo tipico dell’esposizione dei fatti è quello di far comprendere alle parti ed al giudice adito i termini della controversia, così da consentire alle prime l’articolazione compiuta delle proprie difese ed al secondo di esercitare con cognizione di causa i propri poteri decisori. Ebbene, una volta introdotti i fatti attraverso l’appello contro il dispositivo, il suddetto scopo è definitivamente raggiunto, anche se non vi è più luogo ad esaminare i motivi in esso contenuti. L’improcedibilità infatti concerne solo questi ultimi, come si evince anche dall’art. 35, comma 1, lett. c), cod. proc. amm., in cui si precisa che tale statuizione va emessa quando nel corso del giudizio sopravviene “il difetto di interesse delle parti alla decisione”, e cioè all’esame nel merito dei motivi di impugnazione. E’ vero poi che si usa dichiarare l’improcedibilità dell’intero atto, ma si tratta evidentemente di una sineddoche, giacché solo i motivi di impugnativa costituiscono la causa petendi sulla quale la decisione deve essere resa. Come accennato sopra, diverso sarebbe stato il discorso se l’appello fosse stato dichiarato nullo, poiché con tale rilievo si accerterebbe l’assoluta improduttività di effetti dello stesso e dunque anche dell’esposizione dei fatti in esso contenuta. Ma tale nullità discende da un vizio intrinseco all’atto, ed in particolare, come si evince anche dall’art. 44, comma 1, lett. b) cod. proc. amm., dall’ “incertezza assoluta (…) sull’oggetto della domanda”, in ipotesi determinata dall’oscura o carente esposizione dei fatti di causa, tale appunto da impedire alle parti ed al giudice di comprendere i termini della controversia. Rispetto a tale vizio è cosa ben diversa la dichiarazione di improcedibilità, la quale consegue ad un elemento esterno all’atto, vale a dire l’interesse alla pronuncia nel merito, del tutto inidoneo ad inficiare il contenuto dell’atto medesimo. Ed alla luce di quest’ultima considerazione si rende manifesto l’eccessivo formalismo della tesi qui in esame, poiché il suo accoglimento condurrebbe ad una pronuncia in rito ancorché nessuna concreta lesione al diritto di difesa sia stato arrecato, come del resto si evince dalle compiute difese articolate dalla stessa nel presente giudizio d’appello.
La Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in esame ha precisato che l’appello avverso il dispositivo della sentenza di primo grado ha carattere esclusivamente cautelare, ciò emergendo in modo inconfutabile dalla lettura delle disposizioni processuali da ultimo richiamate. La conseguen ... Continua a leggere
mercoledì 13 novembre 2013 18:36
Incandidabilita': il Consiglio di Stato conferma che il d.l. n. 235/2012 non può applicarsi a condanne intervenute precedentemente alla sua entrata in vigore
Il d.l. n. 235/2012 non può applicarsi a condanne intervenute precedentemente alla sua entrata in vigore, sia perché, ex art. 11 delle disposizioni preliminari al c.c., la legge non ha effetto retroattivo e a nulla vale che detta norma sia entrata in vigore in epoca antecedente alle elezioni regionali perché nessuna legge sopravvenuta può far scaturire da pregresse sentenze di condanna conseguenze giuridiche pregiudizievoli; sia perché la incandidabilità riferita a dette sentenze è in contrasto con l’art. 25 della Costituzione, tenuto conto che, anche se la incandidabilità non potesse ritenersi strictu sensu una condanna comunque sarebbe incostituzionale la possibilità di prendere in considerazione sentenze precedenti alla entrata in vigore della legge che la prevede. Ai sensi degli artt. 7 e 17 del d.l. n. 235/2012 al fine di verificare ipotesi di incandidabilità doveva farsi riferimento alla normativa in vigore al momento ed abrogata da detto art. 17. L’unica condanna del ricorrente è divenuta irrevocabile oltre diciassette anni or sono e, a mente del dell’art. 13 del d. lgs. n. 235/2012 la durata della incandidabilità e riferita a periodi fissati solo con riferimento alle cariche di deputato, senatore o membro del Parlamento europeo, ma , per la collocazione della norma al capo V, riferito a disposizioni comuni, la esclusione della incandidabilità alle altre cariche è incostituzionale per violazione dell'art. 3 applicandosi a situazione analoghe discipline ingiustificatamente diverse. Peraltro, se non fosse applicabile alle candidature alle elezioni regionali la norma relativa alla durata della incandidabilità la riabilitazione non potrebbe essere l’unica causa anticipata dell’incandidabilità e non sarebbe chiaro rispetto a cosa è riferita la cessazione della incandidabilità per il periodo residuo, essendo insostenibile la tesi che residuo e anticipato si riferiscano alle cariche di senatore e membro del Parlamento europeo. Rileverebbe dalla combinazione di dette norme con l’art. 16 del d. lgs. n. 235/2012 e con l’art. 15, comma 1, del d. lgs. stesso lesione del principio di uguaglianza perché solo in tal caso sarebbe applicabile l’incandidabilità, per le sentenze ex art. 444 e ss. del c.p.p., alle sentenze successive alla entrata in vigore di detto d. lgs.
Il d.l. n. 235/2012 non può applicarsi a condanne intervenute precedentemente alla sua entrata in vigore, sia perché, ex art. 11 delle disposizioni preliminari al c.c., la legge non ha effetto retroattivo e a nulla vale che detta norma sia entrata in vigore in epoca antecedente alle elezioni region ... Continua a leggere