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Timestamp: 2019-04-22 14:41:29+00:00
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Negazionismo e libertà d'espressione: il Tribunale federale sul caso di Poggi | Ticino Today
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Gennaio 25, 2019 - 15:01
Un'analisi delle motivazioni con cui il Tribunale federale ha prosciolto il politico ticinese in merito al suo articolo sul genocidio di Srebrenica.
La causa contro Poggi per negazione del genocidio
Mi permetto di prendere posizione sulla sentenza di proscioglimento di Donatello Poggi per il reato di discriminazione razziale (art. 261bis del Codice Penale), decisa dal Tribunale federale (TF) lo scorso 6 dicembre 2018 nella sua sentenza in italiano 6B_805/2017. Il motivo principale dell’assoluzione è la tutela della “libertà di opinione e di espressione”.
Poggi era stato condannato in Ticino dal tribunale di prima istanza e da quello d’appello. La condanna era stata chiesta dal Ministero pubblico. L’oggetto incriminato era un articolo apparso nel 2012 su un sito internet ticinese (che si ritrova integralmente al punto 5.3 della sentenza), in cui si negava il genocidio di Srebrenica, avvenuto alla fine della guerra di Bosnia (1995) ed accertato dalle più alte istanze giudiziarie internazionali.
Il proscioglimento è arrivato nonostante Poggi abbia, come ha spiegato il TF al punto 5.4.3, “leso non solo la loro [dei Mussulmani di Bosnia] reputazione e memoria, ma anche la loro dignità, privandoli della loro qualità di vittime di un crimine atroce, commesso nell'intento di distruggerli”. Ha usato parole “oltraggios[e] verso le vittime, i loro congiunti e tutti i membri della comunità in questione (e non solo)”.
Le parole che ha usato Poggi per negare il genocidio
Nel suo articolo del 2012 Poggi aveva scritto che “la versione ufficiale di Srebrenica è una menzogna propagandistica che non diventa più vera se la si ripete un’infinità di volte senza poterla provare” e che “il massacro [di Srebrenica] c'è veramente stato, ma fu un massacro a danno dei serbi e del quale nessuno ha mai parlato”.
Poi Poggi in tribunale ha cercato la ritirata strategica: ha precisato “di non contestare la qualifica di genocidio riconosciuto internazionalmente in relazione ai fatti di Srebrenica” (punto 3.1) e ha detto di essersi “limitato a porre l'accento su un altro aspetto del genocidio di Srebrenica” (punto 3.3.).
Ma l’italiano dell’articolo del 2012 era là per essere capito e, come spiega il TF al punto 3.3, non c’è niente da ritrattare: Donatello Poggi “ha dubitato delle vittime mussulmane bosniache, lasciando praticamente intendere essere una montatura”. “Da queste parole un lettore medio non prevenuto desume un messaggio negazionista in punto al genocidio dei Mussulmani di Bosnia”. Addirittura Poggi (punto 5.4.3) “non ha contestato unicamente la qualificazione di genocidio, ma anche l'esistenza stessa del massacro”.
L’assoluzione: non per mancanza di prove, ma per opportunità
L’art. 261bis del Codice Penale è abbastanza conosciuto in Svizzera. Esso vieta di negare pubblicamente il genocidio: vale per l’olocausto, vale per Srebrenica. L’idea – giusta – della legge è quella di lottare contro il razzismo, siccome non esiste reato razzista peggiore del genocidio. Dal profilo tecnico-giuridico è però un articolo di legge difficile da applicare, siccome bisogna provare oltre ogni ragionevole dubbio che chi nega il genocidio abbia un approccio razzista.
Per questo il TF, nel punto 4.4, ha criticato i tribunali ticinesi: la Corte di appello ticinese “dopo aver completato l'accertamento dei fatti”, non avrebbe esaminato a sufficienza “l’esistenza di un eventuale movente discriminatorio”. In Ticino dovevano insomma raccogliere più prove e motivare meglio. Per questo il TF inizialmente voleva rinviare la causa di nuovo alla Corte d’appello per far fare un nuovo processo.
Il TF ha però poi deciso di tenersi il caso e prosciogliere Poggi direttamente, sorprendendoci un po’ tutti. Lo ha fatto chiedendosi se condannare Poggi fosse sul serio “necessari[o] in una società democratica” (punto 5.4). Per farlo non ha messo in discussione la validità della legge, essa “persegue quindi uno scopo legittimo” (punto 5.4). Ha però deciso di fare un discorso di opportunità: ovvero ha ponderato la legalità dell’azione penale (dura lex, sed lex) contro la necessità sociale di punire.
Poggi: solo discorsi da bar?
Il motivo profondo dell’assoluzione va cercato fra le righe della sentenza. In tal senso alcuni passaggi sono illuminanti:
“il ricorrente [Poggi] non rivendica di basarsi su una seria inchiesta giornalistica, su un’affidabile ricerca storica o su constatazioni giudiziarie imparziali, ma solo su un libro contenente ‘un’abbondante documentazione anche iconografica” (considerando 5.4.3);
“nei suoi articoli vi è invero un’accozzaglia di elementi ed entità disparati” (considerando 5.4.1);
i suoi scritti “non sono stati diffusi in una forma impossibile da ignorare” (punto 5.4.3);
“i suoi articoli, oltraggiosi verso le vittime […], non comportano tuttavia rimproveri o accuse nei loro confronti” (5.4.3);
infine il TF, al punto 5.4.1, spiega che la libertà d’espressione è messa in discussione “solo se l’intervento dell'insorgente ha travalicato il limite dell’appello alla violenza, all’odio o all’intolleranza”.
Chi vuole intendere, intenda: il TF ha prosciolto Donatello Poggi perché questi ha visto un libro pieno di immagini e alla fine ha scritto un polpettone micidiale. E gli insulti ai mussulmani bosniaci? Il TF spiega che erano gratuiti, negare l’esistenza del loro massacro era in sostanza una cattiveria classificabile come discorso da bar.
Discorsi di cui – e diciamolo una buona volta – la nostra società civile può anche fare a meno. Ma il TF ha sostanzialmente detto: parla, Poggi, parla! Tanto le tue cattiverie non le ascolta nessuno.
Il TF ha deciso che Poggi è un negazionista di serie B
Sinceramente a me questo atteggiamento del TF non piace. Non mi va giù l’atteggiamento di sufficienza che i giudici giuristi hanno verso il popolo. Un punto centrale del proscioglimento di Poggi è che il suo scritto non comportava “un’incitazione all’odio, alla violenza o all'intolleranza o una loro giustificazione” (punto 5.4.5). Sappiamo bene che i bravi oratori riescono invece a trasmettere fiumi di odio usando parole all’apparenza innocue. Lo faceva ad esempio Georges Oltramare a Ginevra negli anni ’30.
Rimane il fatto che il negazionismo è una cosa indegna. Ma a seguire bene l’argomentazione del TF, gli unici rimasti che possono essere puniti per negazione del genocidio sono quelli dotati di grande arte retorica, in sostanza giornalisti e accademici. In questo senso è paradossale che il TF fra le sue motivazioni dica che il proscioglimento di Poggi serve proprio a garantire il diritto di far parlare di genocidio anche al popolino e non solo agli scienziati (punto 5.4.1).
I giudici sono stati così elitari da non rendersi nemmeno conto che in realtà stavano creando ora negazionisti di serie A (quelli che scrivono in modo sottile e convincente, che sanno fomentare l’odio grazie alla delicatezza dei loro testi) e i negazionisti di serie B (quelli che scrivono in stile Bar Sport e alla fine possono essere prosciolti perché la pena non è necessaria).
Cosa resta di questa sentenza: l’importanza dei docenti di Storia
La sentenza del TF dimostra che su questioni atroci come la guerra, ma soprattutto il genocidio, è sempre possibile mettere tutto in caciara, stile Bar Sport. Il TF così facendo accerta l’insignificanza del diritto penale. Se ne tira fuori senza nemmeno essere elegante: alla fine della sentenza certifica infatti che “l’assenza di una condanna di questo genere non può essere ritenuta come una forma di legittimazione degli scritti in giudizio” (punto 5.4.5).
In sostanza il TF chiede che siano gli altri a occuparsi dei piccoli negazionisti, che sia la società a condannarli all’irrilevanza. Gli accademici e i giornalisti, ovvero chi sa maneggiare la lingua, rimarranno condannabili: a loro ci pensa il diritto. Mentre nelle cose di popolo fate vobis.
Al netto di questa strana sentenza che guarda il popolo dall’alto al basso, che eleva il diritto penale a cosa fra esperti, la negazione del genocidio rimane terribile. Anche quando la si scrive come se si fosse al bar. Ho amici che stanno cercando di rimarginare quelle ferite, ogni volta che se ne parla in questo modo si riaprono, pulsano.
Come società civile dobbiamo ora rimboccarci le maniche, perché non avevam previsto che il TF si sarebbe trincerato nel ridotto élitario. Diventa ancor più importante il ruolo sociale degli insegnanti di Storia, che oggi più di ieri deve essere rivalutato e mobilitato. Bisogna uscire dalle nostre quattro mura scolastiche, stare fra la gente comune, anche al bar. Perché là il Tribunale federale ha deciso che non ci vuole entrare.