Source: http://legacy.bibliotecamai.org/editoria/edizioni/casa_moroni/casa_moroni.html
Timestamp: 2017-10-22 22:56:45+00:00
Document Index: 131671511

Matched Legal Cases: ['arto24', 'art. 1571', 'art. 1573', 'art. 1573', 'art. 1476', 'art. 2472', 'art. 2726', 'art. 1573', 'art. 970', 'art. 3089', 'art. 3084', 'art. 3089', 'art. 2731', 'art. 3087']

Regesti di atti notarili relativi alle unità immobiliari del comparto del monastero di Sant'Anna e del sedime dei Mori
Tav. 1: Il sito dove sorgerà il monastero nell'estimo del 1476
Tav. 2: Il monastero e gli edifici adiacenti a metà del sec. XVI
Si sono creati così delle lacune nella realtà e nella memoria, talora colmate da indicazioni o interpretazioni non sempre collimanti con i dati storici e fornitrici di visioni inesatte.
Così è stato per la vicenda umana di Giovan Battista Moroni, che necessita ora di una attenta rivisitazione per essere correttamente collocata nel contesto di vita e di relazioni che hanno fatto da contorno alla sua attività artistica.
Prima di affrontare l'analisi dei documenti relativi al comparto abitativo in cui si colloca la casa del pittore è bene ribadire in forma sintetica alcune affermazioni, che, sebbene già documentate in un precedente studio1, non sono ancora state recepite da molti.
La prima puntualizzazione da compiere riguarda la parentela del pittore. I Moroni di Albino rappresentano un'estesa ramificazione di famiglie già suddivise in diverse parentele due secoli e mezzo prima della comparsa del pittore.
Non vi è nessun legame parentale fra la discendenza dei Moroni che hanno acquisito importanza e notorietà nella città di Bergamo, coronata col titolo di Conte, e Giovan Battista Moroni. I Conti Moroni di Bergamo, discendenti dalla folta parentela dei Barzini, costituiscono una stirpe separata già agli inizi del Trecento. Il pittore invece appartiene alla discendenza dei Sereni, che ad inizio Quattrocento assume il soprannome di Mori, mutuato dal patriarca Moro Moroni.
I Barzini sono radicati nella zona periferica di Bondo e principalmente dediti alle attività agricole; da una delle loro famiglie residente ad Albino emerge la straordinaria figura del mercante di panni Battistino Moroni, protagonista di una eccezionale crescita economica e sociale, che si riverbera sui suoi discendenti e si afferma poi nella città di Bergamo.
I Sereni abitavano in Summa Villa2, un complesso di case situate nei pressi delle sorgenti del Rino3, collocazione idonea per esercitare la follatura dei panni grazie all'abbondante disponibilità di acqua sorgiva che azionava i congegni meccanici. Quel comparto edilizio era tuttavia sovraffollato e le unità immobiliari continuavano a frazionarsi nella successione ereditaria, divenendo spesso insufficienti per i giovani che formavano una nuova famiglia. Per questo una parentela dei Sereni composta da imprenditori edili, verso la fine del Trecento trova una nuova collocazione abitativa in via Nova4, zona idonea per l'espansione edilizia, che in quel periodo ad Albino avviene in modo contenuto per non sottrarre alla coltura preziosi appezzamenti rurali, essenziali per l'autoconsumo alimentare in un territorio avaro di risorse agrarie e dipendente dalle derrate di importazione.
I Mori svolgono la loro attività di artigiani edili anche in ambiti più allargati, su cantieri impegnativi per l'edificazione di chiese e di complessi monastici. La figura di maggiore fama è quella dell'architetto Andrea Moroni, che raggiunge la notorietà nella città di Padova5.
È utile ancora ribadire che il pittore non trae le origini da Bondo e che c'è stata confusione fra Moretto Barzini, antenato di Battistino Moroni, e Moretto Mori nonno del pittore, quasi coevi, ma appartenenti a due realtà famigliari ben diverse. Le tradizioni orali rilevate da Davide Cugini6 circa l'esistenza della casa del pittore al Dosso di Bondo si riallacciano forse a Giovanni Moroni pittore del primo Seicento, il cui cartiglio appare nell'affresco della cappella della parete orientale della chiesa di San Nicola di Nembro, ma di cui poco si conosce7.
Nel Cinquecento il "sedime dei Mori" (docc. 11, 24, 28, 82, 98, 99)9 è costituito da una serie di edifici a cortina, collocati sul bordo settentrionale ed occidentale di un grande cortile posto sul primo terrazzo fluviale, in posizione panoramica rispetto al fondovalle. Dal cortile si accede agli orti ed ai campi, che si protendono parte in declivio e parte in piano fino alla seriola del Comune10.
Le case allineate lungo la via Nova hanno a piano terra degli esercizi commerciali, le apoteche (docc. 13, 28, 29, 32, 33, 38, 61, 69, 98, 100), che assumono la funzione di negozio, magazzino o laboratorio artigianale secondo le esigenze del proprietario o del conduttore. Vi sono anche delle caneve o cantine (docc. 11, 93, 98, 100) idonee alla conservazione del vino, dei latticini e degli insaccati, una delle quali è collocata sotto l'andata o accesso al sedime dei Mori che consente il transito carrale verso il cortile e la zona agricola sottostante.
Gli spazi a disposizione delle singole unità famigliari, con ambienti a celtro a piano terra e stanze sovrapposte, sono abbastanza contenuti e dislocati in modo promiscuo, a seguito dei frazionamenti delle eredità.
Migliore è la sistemazione abitativa di Francesco Moroni, padre del pittore, che essendo figlio unico non ha dovuto condividere la casa con altri ed inoltre gli perviene nel 1538 anche la porzione dello zio Giacomo, di cui è l'unico erede (doc. 42).
Nei pressi del sedime dei Mori c'è un impianto per la preparazione della calce e dei laterizi11: per questo la zona è conosciuta anche come contrada della fornace. L'attività edilizia richiede la disponibilità di attrezzature (pali e tavole per impalcature) e di materiali (calce, pietre lavorate, laterizi ecc.), che necessitano di adeguati spazi di stoccaggio. Non stupisce quindi che il cortile dei Mori abbia dimensioni più estese rispetto alle case comuni.
L'estimo di Albino del 1476 permette di ricostruire l'assetto urbanistico completo del comparto compreso fra la Via Nova, la strada del Comune di Bergamo e la Via di Codagro12. Nelle polizze di Pecino Mori cementarius e di Ambrogio Mori, che vadit murando ut magistro, sono registrate le loro case e terre in contrada della fornace (doc. 1). Una delle case di Pecino Mori è collocata ubi erat fornacem: quell'ubi erat potrebbe segnalare che l'impianto non è più attivo ed i Mori potrebbero aver rinunciato a produrre in quel luogo i materiali essenziali per la loro attività, e se ne ha riscontro in due atti notarili del 1498 con cui Pecino acquista della calce13.
Nell'ultimo decennio del Quattrocento Moretto è proprietario di una casa addossata a quella del fratello Giacomo, che chiude ad est la cortina delle abitazioni sul lato settentrionale del cortile dei Mori (docc. 2, 6, 8, 10, 11, 20).
Nel 1497, per probabili difficoltà economiche, Moretto vende con diritto di riscatto la sua casa a Pietro Vitali, ma la riprende in affitto perpetuo (enfiteusi): è questa una prassi diffusa in quell'epoca per ottenere un prestito. Pietro Vitali con lascito testamentario cede poi la casa del Moretto alla Misericordia di Albino e solo nel 1569 Francesco Moroni, padre del pittore, che non ha mai cessato di tenerla, ne riacquista la proprietà versando il riscatto (doc. 79).
Ambrogio Mori nel 1502 divide il suo patrimonio tra i figli (doc. 11): a Bernardino tocca la casa con apoteca collocata sull'angolo delle due ali della cortina di immobili; Pietro acquisisce la casa situata ad ovest di quella del pittore; ad Antonio, sarto di professione15 ma anche taverniere16, è assegnata una casa al di là della strada, di fronte al sedime dei Mori17. Dopo la morte di Antonio Mori, sua moglie Caterina Marinoni ed il figlio Fra Alberto, ultimo monaco di Valle Alta18, hanno anche una porzione abitativa all'interno del sedime stesso (docc. 35, 43).
L'architetto Andrea Moroni, che nasce e cresce nel sedime dei Mori, nel 1529, dopo la morte del padre, possiede assieme ai fratelli due unità immobiliari in questo comparto. La prima, collocata in fregio a Via Nova, è composta da una apoteca con un casello, immediatamente a monte dell'andata che immette al sedime; una scala lungo la stessa andata porta alla cucina ed alla camera situate al primo piano (doc. 28). La seconda piccola unità è situata all'interno del sedime e confina a nord con le Monache di Sant'Anna (doc. 35)20.
Le terre agricole che circondano il sedime dei Mori sono costituite da orti in prossimità del cortile e delle abitazioni, e da coltivi con filari di vite nella zona più a valle, fino alla seriola del Comune, il canale d'acqua che attiva le ruote a pale degli opifici situati in fondo a Via Nova.
Ad est del sedime dei Mori c'è un orto circondato da muro, ampio poco più di una pertica, in cui sono installate tre clauderas (ciodére) per l'asciugatura e la tensione dei panni lana di proprietà dei De Spino contraddistinti dal soprannome Done, disattivate prima del 1588 quando l'appezzamento è trasformato in brolo (docc. 24, 47, 48, 56, 68). Vi si accede attraverso un percorso campestre proveniente dal sedime dei Mori21.
La casa di Francesco Moroni, padre del pittore, e quindi di Giovan Battista figlio non emancipato, è situata sul confine meridionale dell'orto annesso al nucleo iniziale del monastero di Sant'Anna; è addossata ad oriente alla casa dello zio Giacomo e ad occidente a quella del cugino Pietro Mori (docc. 20, 37, 63).
Il 16 agosto 1532 Francesco Moroni, in procinto di trasferirsi a Brescia, affitta per 5 anni una porzione della sua casa, il cortile e l'orto a Gelmino de Melis di Piano (doc. 37). Il documento di affittanza fornisce una descrizione sintetica dell'edificio, tale da non consentire la lettura delle sue componenti strutturali: delinea una petia terre casate copate solerate et areate, quindi una casa composta da piano terra e primo piano, coperta da coppi e con un'aia di pertinenza. La casa di Francesco Moroni confina a nord direttamente con l'orto delle Monache di Sant'Anna, mentre quella a lui affiancata verso est che appartiene allo zio Giacomo confina a nord con la terra della fornace dei Da Leffe (docc. 40, 44). Quindi il muro di clausura delle Monache giunge direttamente sul confine fra le due case22.
Quella casa si apre a meridione sul grande cortile in cui la vista spazia sul panorama di fondovalle e sulle balze collinari di San Rocco, del Dosso e della Santissima Trinità. In fondo al cortile, lungo il muro di recinzione, Francesco Moroni ha concesso nel 1519 al cugino Pietro una servitù di transito anche carrale per accedere ai campi (doc. 20); oltre quel muro c'è l'orto di famiglia.
Una ulteriore conferma della dislocazione della casa si ottiene esaminando i documenti relativi ai terreni che si stendono a sud del sedime dei Mori. Fra gli anni trenta e gli anni cinquanta del Cinquecento in fondo a via Nova ed in fregio alla stessa, a valle del cortile dei Mori c'è un primo appezzamento agricolo di 2 pertiche e 19 tavole (mq. 1868,5) di proprietà della famiglia dell'architetto Andrea Moroni (doc. 38); segue ad est una striscia di terreno diviso in due porzioni: a nord l'orto di 16 tavole (mq. 446,4) di Francesco Moroni (doc. 36), a sud una pertica e 5 tavole (mq. 808,7) di Sebastiano Benzoni (doc. 26); proseguendo ad oriente c'è il campo di Pietro Mori di una pertica (mq. 669,2) (doc. 63). Un appezzamento di 5 pertiche (mq. 3446) di Michele Personeni arriva poi fino alla strada di Codagro (docc. 72, 81).
L'orto di Francesco Moroni è prospiciente alla sua porzione di cortile ed alla sua casa.
Nel XVI° secolo diversi atti notarili registrano il pittore o i suoi famigliari fra i confinanti degli appezzamenti di terra circostanti: vi troviamo Francesco Moroni (docc. 26, 38, 47, 49, 51, 58, 59, 60, 62, 63, 68, 69, 72, 81, 82), Giovan Battista (docc. 85, 89), Alessandro e Mario Moroni figli di Giovan Battista e i loro eredi (docc. 91, 94, 95, 96, 103, 107, 111, 112, 113, 119, 120).
Il 23 febbraio 1564 il pittore è fra i testimoni alla redazione del testamento di Ambrogio Guarneri, affittuario delle terre dei Personeni e residente in quel comparto24.
Il 2 aprile 1568 Bertulina di Gorlago vedova di Giovan Pietro Moroni, fratello dell'architetto Andrea, fa redigere le sue ultime volontà ed il pittore è presente25.
Il 16 maggio 1568 il vicino Giacomo Mori26 detta al notaio il suo testamento e fra i testimoni vi è Giovan Battista Moroni.
Il 28 gennaio 1572 Giovan Battista è testimone alla redazione dell'atto notarile con cui la vicina Caterina Guarneri aliena ai cugini i suoi diritti sui beni paterni27.
Dal 25 giugno 1555 al 6 ottobre 1556, c'è una sua presenza significativa del pittore in Albino segnalata da sette atti notarili28. Egli si affianca inizialmente al padre Francesco, quasi stesse riprendendo contatto con il contesto sociale della sua fanciullezza, da cui si era allontanato per il suo noviziato artistico.
La sua permanenza ad Albino in quel periodo potrebbe essere motivata dal suo fidanzamento con Bartolomea Bonasio, che porterà al contratto matrimoniale redatto dal notaio Battista Personeni il 6 ottobre 155629. Neppure il matrimonio porta all'emancipazione del pittore dal padre, ma il legame con Bartolomea e la successiva nascita dei figli sono un motivo più che valido per stabilizzare la sua presenza ad Albino. La si può ritenere una scelta di libertà nel solco della tradizione: l'indipendenza dell'artigiano che privilegia i valori della famiglia al successo presso potenti mecenati ed il rispetto filiale verso il padre, con cui convive per gran parte della sua maturità30.
Albino nel Cinquecento era un centro manifatturiero e mercantile di rilievo, consapevole del valore della propria gente, in costante relazione con sedi mercantili decentrate a Venezia, a Roma e nel Regno di Napoli. Era di volta in volta in collaborazione ed in competizione con la città, da cui, assieme alla Valle, manteneva una fiera autonomia, pur intrecciando avventure societarie mercantili con influenti famiglie cittadine. Ad Albino lo stimolo all'impresa portava diverse famiglie alla crescita economica, nella consapevolezza che questa dischiudeva le porte ad una rivalutazione sociale, che veniva poi perseguita con stili di vita simili a quella dell'aristocrazia cittadina.
Qui le esperienze condotte lungo gli itinerari commerciali maturavano esigenze nuove, che si confrontavano con gli stimoli provenienti dal diretto contatto col patrimonio ideale, culturale ed artistico di altre aree. C'era quindi nel circondario di Albino una committenza che, seppur più modesta dal punto di vista della ricchezza, poteva offrire all'artista-artigiano una continuità di lavoro senza condizionarne l'acquisita indipendenza.
L'esaurimento della bottega dei pittori Marinoni aveva inoltre lasciato un vuoto nell'area fra l'alta Valle Seriana e la pianura, ove i committenti di opere sacre facevano riferimento ad Albino. La produzione del Moroni che interpretava gli orientamenti del Concilio, senza peraltro rompere con la tradizione, trovava consensi e numerose committenze in ambito ecclesiastico. C'erano perciò opportunità di lavoro tali da non richiedere l'allontanamento dalla famiglia.
Il sedime dei Mori nella prima metà del Seicento è incorporato nelle strutture del monastero di Sant'Anna: appare quindi opportuno ripercorrere gli sviluppi edilizi di questo comparto fin dalla sua fondazione.
Nel 1525 era giunto a maturazione il progetto, da tempo auspicato in Albino31, di dar vita ad un monastero femminile a decoro della comunità.
Il 25 novembre 1525 Bernardo Spini e Giovanni Marini, titolari della maggiore società d'affari albinese, donano al priore del monastero carmelitano della Ripa, Fra Arcangelo Marini di Albino, una casa con cortile che si affaccia su Via Nova e due pertiche di orto, perché divengano sede della nuova fondazione (docc. 22, 23). Fra i testimoni alla redazione dell'atto notarile di donazione c'è Bartolomeo Moroni, padre dell'architetto Andrea.
Due monache carmelitane giungono da Brescia per assumere la direzione della nuova fondazione33, che è affidata alla vigilanza ed alla guida spirituale dei Padri carmelitani della Ripa34.
L'appezzamento di terra su cui sorge il nuovo monastero si individua seguendo le indicazioni dell'estimo di Albino del 1476. Allora Antonio detto Zucanino Locatelli era proprietario della casa che si affacciava con due botteghe sulla Piazza, sul luogo ove nel Settecento sarà edificata la nuova chiesa di Sant'Anna. Possedeva anche, a valle della casa e in fregio a Via Nova, una pertica di terreno agricolo circondato da muro. Unita alla sua casa verso est c'era quella di Marino Benvenuti, che a valle della casa possedeva due pertiche di terra affiancate a quella del Locatelli (doc. 1). Sul confine meridionale di queste due terre c'erano le case di Ambrogio e di Pecino Mori (docc. 9, 11, 12, 19).
I figli di Antonio Locatelli arricchitisi con l'imprenditoria vanno a risiedere a Bergamo ed una porzione della loro terra è acquistata ad inizio Cinquecento dai figli di Marino Benvenuti, i quali vi edificano una casa (doc. 13): in questa casa, a cui è annesso l'orto di due pertiche di terra già di Marino Benvenuti, si insedia il nuovo monastero.
In fregio a Via Nova, tra la casa del monastero ed il sedime dei Mori, ci sono gli orti circondati da muro divenuti di proprietà di Antonio Locatelli (docc. 65, 67), di Antonio Cassotti35 (doc. 34) e di Battista Personeni (docc. 102, 104).
Il monastero è cintato da un muro di clausura che ad est lo separa dalla terra della fornace dei Da Leffe (docc. 40, 44).
Il 10 febbraio 1529 un breve di Papa Clemente VII autorizza le Monache Carmelitane a diventare titolari degli edifici del loro monastero. Il 7 dicembre 1530 le Monache ottengono dal Penitenziere papale la licenza di costruire la nuova chiesa36, che è edificata nel 1551 con facciata su via Nova37. È suddivisa secondo le prescrizioni in due parti: quella esterna per i fedeli, e quella interna per le religiose.
Nel 1565 il monastero, che ha rinunciato ad incorporare la casa che si affaccia sulla piazza perché la sua manutenzione è troppo gravosa, la vende a Lazzaro Solari (docc. 73, 75), singolare figura di avvocato, notaio, mercante e imprenditore, che vi insedia il suo banco notarile38.
Le strutture del monastero si rivelano poi insufficienti, tanto che nella visita pastorale dell'anno 1574, in presenza di 22 Monache, si vieta l'accettazione di altre religiose; la prescrizione è ribadita anche nel 1575 nella visita apostolica di San Carlo Borromeo, al quale le Monache segnalano la penuria di mezzi che impedisce di costruire una nuova sagrestia, come è loro richiesto39.
Nel monastero di Sant'Anna sono presenti le figlie delle famiglie benestanti di Albino: Benvenuti, Bonasio, Cabrini, Cazeri, Cedrelli, Isabelli, Marini, Moroni, Mutii, Oberti, Personeni, Pulzini, Seradobati, Signori, Solario, Spini. Queste famiglie all'occasione non fanno mancare il loro sostegno e mettono al servizio del Convento la consolidata esperienza mercantile ed imprenditoriale per gestire in modo produttivo le disponibilità finanziarie provenienti sia dalle doti delle Monache, che dalle donazioni. Così il monastero di Sant'Anna diventa agenzia di credito per il circondario.
Nel 1626 il monastero di Sant'Anna inizia dei lavori di sopralzo degli edifici che causano contrasti col confinante Gerolamo Benvenuti; ne consegue una vertenza che si protrae davanti al Giudice alla Ragione di Bergamo ed al Vicario Vescovile41. Le Monache sentono infatti l'urgente bisogno di espandere le strutture del monastero, tanto più che le famiglie albinesi più abbienti chiedono di collocarvi le figlie in educazione, in attesa del matrimonio. Prende forma il progetto di allestire un Conventino acquistando, una porzione dopo l'altra, tutte case del sedime dei Mori ed anche i terreni circostanti fino alla seriola. L'autorizzazione all'accoglienza delle educande è rilasciata dalle autorità ecclesiastiche nel 163342.
Anche la casa del pittore è incorporata nelle strutture del monastero. Nel 1633 i nipoti di Giovan Battista Moroni, che risiedono a Brescia, vendono la casa, l'aia e l'orto già del pittore a Francesco Tomini, che li dona al monastero di Sant'Anna in conto della dote della figlia che si è fatta monaca (docc. 112, 113).
Le Monache acquistano le altre porzioni del sedime dei Mori tra il 1623 ed il 1635 da Antonio Zentilino Signori (doc. 109), gli eredi di Sebastiano Varneri (doc. 104), Bartolomea Mutti (doc. 115), Giacomo Azzola (doc. 116), gli eredi di Bartolomea Belli e Bartolomeo Carrara (doc. 117), Gian Antonio Terzi (doc. 118), Patrizio Cedrelli (doc. 120), subentrati ai Mori nella proprietà delle case e dei terreni43. Nel maggio 1635 Francesco Benvenuti cede in permuta una porzione del suo brolo e la proprietà delle muraglie situate a meridione e ad oriente della sua terra (doc. 119). Le Monache provvedono ad innalzarle, in conformità ai decreti delle visite pastorali dei Vescovi, per togliere la vista che dal monastero si ha sul brolo dei Benvenuti e sulle case circostanti, e garantire in tal modo la clausura.
Per migliorare con l'irrigazione la redditività delle terre da loro acquistate, nel 1636 le Monache acquisiscono il diritto di condurvi l'acqua del torrente Albina attraverso le terre di Bartolomeo Piantoni (doc. 121).
Per completare l'ampliamento del monastero le Monache progettano di acquistare la casa già dei Solari e l'attiguo palazzo Benvenuti, che si affacciano sulla piazza. Intendono infatti adattare quegli edifici per trasferirvi la foresteria.
Nel 1680 Pietro Sozzi, genero di Francesco Benvenuti, vende ai conti Giovanni e Carlo Spini per 2200 scudi il palazzo Benvenuti e la casa già dei Solari divenuta di sua proprietà (doc.122). Nel gennaio 1699 i Conti Spini vendono le due case al monastero di Sant'Anna (doc. 123), che ottiene dal Vescovo il loro accorpamento alla clausura44.
La consistenza della documentazione d'archivio non lascia dubbi circa la dislocazione dell'abitazione del pittore e della sua famiglia. La casa di Giovan Battista Moroni inserita nel complesso monastico di Sant'Anna, luogo dello spirito nel cuore del centro storico di Albino, è un'eredità che richiede una adeguata valorizzazione.
La tensione rivolta al futuro, misurata su parametri economici, ha lasciato per troppo tempo nell'oblio la figura di questo artista di levatura internazionale, proprio nella sua stessa patria. La sua riscoperta potrebbe innestare una politica culturale che avrebbe interessanti risvolti di immagine ed attiverebbe un turismo di qualità.
Ancora da attuare è il censimento di tutti i luoghi moroniani albinesi, per poterli conservare e permettere al visitatore di ritrovare quanto del contesto cinquecentesco è sopravvissuto alle trasformazioni urbanistiche di questi ultimi anni.
È il quartiere oggi compreso fra Via Selvino, Via Carducci e Via Levigatrici. Lì abitavano anche i Moroni chiamati Bursetti, imprenditori nella manifattura dei panni.
È il nome più frequente dato nei documenti notarili al Rio Re, un corso d'acqua che attraversava il paese fornendo nel Cinquecento energia idraulica a 13 folli, 5 mulini e 4 tintorie.
La Via Nova è la strada che dalla Piazza conduce al ponte sul fiume Serio, attuale Via Sant'Anna.
ERICE RIGONI, L'architetto Andrea Moroni, Padova 1939. DAVIDE CUGINI, L'Architetto Andrea d'Albino e i suoi predecessori, Bergamo 1941. ERICE RIGONI, L'arte rinascimentale in Padova, Padova 1970. Virgilio Taramelli, L'architetto Andrea Moroni da Albino, "Atti dell'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo", vol. 41, 1978-1980, pp. 68-74. R. LUCHESA, Andrea Moroni e la certosa di Vigodarzere: committenza certosina nella Padova del Cinquecento, "Arte antica e moderna", LXXXVII, 1998. GIANMARIO PETRÒ, I chiostri rinascimentali di Pontida e gli esordi dell'architetto Andrea Moroni, "La Rivista di Bergamo", dicembre 1999, p. 25.
Si rinvia ai documenti del regesto in appendice, riguardanti le unità immobiliari e gli appezzamenti di terra che nel corso del tempo sono stati incorporati nel monastero di Sant'Anna.
La seriola del comune è l'attuale Roggia Spini.
È il comparto compreso fra le attuali Via Sant'Anna, Via Mazzini, Vicolo Gambarelli, Via Gasparini e Viale Stazione.
La figura di Fra Alberto, che compie diverse transazioni nel sedime dei Mori anche come procuratore della madre, è piuttosto controversa, sia per la sua condotta censurabile (Visite Pastorali alla chiesa di Albino degli anni 1541 e 1547), sia per l'accusa di esosità sollevata dai coloni dell'Abbazia (ASBg, notaio Battista Personeni, cart. 1571, c. 256, 21 marzo 1532).
Il passaggio per accedere alla fornace era sul lato est del palazzo Benvenuti, attuale ex municipio di Albino. Nel 1550 si stipula un contratto fra il conduttore della fornace Antonio da Stabello, abitante di Borgo Santa Caterina in Bergamo ma residente ad Albino, e Paolo fu Deleidino Signori. Paolo fornisce la legna per alimentare la fornace, mentre Antonio mette laterias et copos et lapides pro faciendo calcem ed il suo lavoro. Al termine divideranno a metà il prodotto pronto per essere commercializzato (ASBg, notaio Battista Personeni, cart. 1573, c. 600, 11 novembre 1550).
Lo stesso anno Andrea, avendo bisogno di liquidità monetaria per sé ed i fratelli, vende al notaio Battista Personeni la sua apoteca, ma la riprende in affitto (doc. 28) e la riscatta nella primavera dell'anno 1532 (doc. 33).
Attiguo a questo orto c'è un peliprando (o pedeliprando) (docc. 25, 70, 78) di proprietà dei Done de Spino, di cui si ignora la funzione; Francesco Moroni lo prende in affitto per 5 anni nel 1560 (doc. 70).
Un tratto di quel muro di clausura del monastero è ancora oggi nettamente visibile dal parcheggio di Piazzale La Pira. L'attuale Scuola Materna statale Attilio Manara di Albino è quindi allogata nelle strutture murarie della casa di Giovan Battista Moroni. Qualcuno sostiene che della casa del Moroni esisterebbero solo le fondamenta, mentre l'esame delle strutture murarie, soprattutto della porzione ad est, conferma che anche l'alzato fino al primo piano compreso conserva la struttura originaria, non abolita dall'intervento seicentesco.
Non si sa quando e per quanto tempo, perchè non sono stati trovati riscontri notarili. La casa era situata sull'angolo con Via Nova, ove ora sorge la settecentesca chiesa di Sant'Anna. Nel 1553 Lucrezia Agliardi fondatrice del monastero di Sant'Anna ed il sindaco del monastero Paolo Berlendis rinnovano per tre anni l'affitto di una delle due botteghe situate in quella casa ad Antonio Zuchino Isabelli e Michele Personeni (ASBg, notaio Battista Personeni, cart. 1573, c. 638, 3 agosto 1553).
ASBg, notaio Gian Luigi Seradobati, cart. 1476, c. 160.
ASBg, notaio Gian Giacomo Personeni, cart. 2472, c. 61.
ASBg, notaio Lazzaro Solari, cart. 2726, c. 151.
Archivio di Stato di Bergamo (ASBg), notaio Battista Personeni, cart. 1573, c. 764, 6 ottobre 1556. GIAMPIERO TIRABOSCHI, Giovan Battista Moroni: il matrimonio e la casa, in "Bergomum", anni 2005 n. 1-2; 2006 n. 1-2, pp. 41-49.
Francesco Moroni, ormai anziano, cessa l'attività imprenditoriale nel 1560 e non assume più garzoni. Da questo momento tocca a Giovan Battista assicurare il mantenimento dei genitori.
Nel 1507 Antonio Spini nelle sue ultime volontà lascia 100 ducati per costruire un "ospitale" per i poveri, o in alternativa un monastero femminile; nel 1523 Bernardo Spini facendo testamento assegna 250 lire per la edificazione di un monastero femminile da collocare in San Bartolomeo o altrove (BCBg, Pergamene del Comune, n. 3918, 1507. ASBg, notaio Antonio Spini, cart. 970, vol. VII, c. 191, 18 maggio 1523).
ASMi, Fondo di Religione, cart. 3089, Volume degli instromenti 1499-1653, c. 104.
DONATO CALVI, Effemeride sagro-profana di quanto sia successo in Bergamo, sua diocese e territorio dai suoi principii sin al corrente anno, III, Milano 1676, p. 392.
ASMi, Fondo di Religione, cart. 3084, Libro delle memorie del convento di Santa Maria della Riva d'Albino, c. 6v.
Questo appezzamento sarà acquistato nel 1568 dal notaio Lazzaro Solari (doc. 77).
ASM, Fondo di Religione, cart. 3089, Volume degli instromenti 1499-1653, cc. 101v, 105, 106.
BCBg, DONATO CALVI, Delle chiese della Diocesi di Bergamo, manoscritto, c. 54. I lavori proseguono per diversi anni ed ancora nel 1586 vi è un lascito di 40 scudi per completare la volta della chiesa (ASBg, notaio Lazzaro Solari, cart. 2731, c. 97, 25 febbraio 1586).
Nell'atto di vendita il monastero concede al Solari la facoltà di abbassare a sue spese il tetto della chiesa in modo che non superi il cornicione, ma poi le Monache annullano la concessione, ed il Solari rinuncia all'intervento sulla chiesa (ASMi, Fondo di Religione, cart. 3087, Fondi e livelli, vol. 1565-1620).
ACBg, Visite Pastorali, vol. 25, pp.28, 70. Archivio Storico Diocesano di Milano, Visita Apostolica di San Carlo Borromeo, vol. 16, fasc. 5.
GIOVANNI DA LEZZE, Descrizione di Bergamo e suo territorio, 1596, a cura di Vincenzo Marchetti e Lelio Pagani, Amministrazione Provinciale, Bergamo, 1988. "Un Monasterio di Monache intitolato di S.ta Anna Carmelitane al N° di 32 situato nel mezo della terra nella strada verso il fiume Serio governate dai Padri Carmelitani di Disenzano lì vicino. Sono ricche scodeno alle 6 per cento per cavedal de scudi 12 mille; cresceno ogni dì la facultà volendo di doti scudi mille per monaca."
Le facciate delle case che fiancheggiano la via sono in seguito tamponate per costituire il nuovo muro di clausura ed il resto di quegli edifici non più funzionali al monastero è demolito. Ancora oggi è visibile nella parte bassa di Via S.Anna la facciata della costruzione rurale rimasta a servizio del brolo del monastero. Gli scantinati e la caneva collocata sotto l'accesso al sedime dei Mori esistono ancora oggi nelle parti interrate degli ex edifici scolastici costruiti nel Novecento.
ACBg, Monasteri Soppressi, Carmelitane di Sant'Anna, varie.