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Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 15 febbraio 2017, n. 4020 - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2017 Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 15 febbraio 2017, n. 4020
Il padre “legale” non può opporsi all’accertamento della paternità naturale né può chiedere che il minore mantenga il suo cognome
sentenza 15 febbraio 2017, n. 4020
sul ricorso 23307/2015 proposto da:
(OMISSIS), domiciliato CAVOUR, in ROMA, PIAZZA presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso;
(OMISSIS), PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI MILANO;
avverso la sentenza n. 1835/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 28/04/2015;
1.- L’avv. (OMISSIS), nominata dal Tribunale di Milano curatrice speciale del minore (OMISSIS) su richiesta di (OMISSIS), propose azione di disconoscimento della paternita’ del minore, nato (il (OMISSIS)) in costanza di matrimonio tra (OMISSIS) e (OMISSIS), ma figlio biologico del (OMISSIS) con il quale la (OMISSIS) aveva avuto una relazione extraconiugale nel periodo del concepimento. Alla domanda di disconoscimento si opposero il (OMISSIS) e la (OMISSIS)
2.- Il Tribunale emise sentenza parziale con la quale dichiaro’ inammissibile l’intervento in causa del (OMISSIS) e sentenza definitiva con la quale dichiaro’ che il minore non era figlio del (OMISSIS) e che quest’ultimo non era legittimato a chiedere che il minore conservasse il cognome (OMISSIS).
3.- Il gravame del (OMISSIS) e’ stato rigettato dalla Corte d’appello di Milano, con sentenza 28 aprile 2015.
4.- Avverso questa sentenza il (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi; la (OMISSIS) si e’ difesa con controricorso; la curatrice speciale non ha svolto attivita’ difensiva.
1.- Con il primo e secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 165 c.p.c., e articolo 149 c.p.c., comma 3, in ordine al rigetto dell’eccezione di nullita’ del processo di primo grado per la tardiva iscrizione della causa a ruolo rispetto al termine di dieci giorni a decorrere dalla data di perfezionamento della notifica dell’atto di citazione per l’attore, e cioe’ dalla data di consegna dell’atto, e non dalla ricezione da parte del destinatario.
E’ principio consolidato che la distinzione dei momenti di perfezionamento della notifica per il notificante e per il destinatario dell’atto, con il riferimento per il notificante al momento della consegna dell’atto per la notifica, trova applicazione solo quando dal protrarsi del procedimento notificatorio possano verificarsi conseguenze negative per il notificante (come la decadenza conseguente al tardivo compimento di attivita’ riferibili all’ufficiale giudiziario o all’agente postale) e non, invece, ove sia previsto che un termine a suo carico debba iniziare a decorrere o altro adempimento debba essere compiuto dal momento dell’avvenuta notificazione, poiche’ il consolidamento della notifica dipende anche per il notificante dal perfezionamento del procedimento notificatorio nei confronti del destinatario (v. Cass. n. 27010/2008, n. 10837 e 11783/2007; Cons. di Stato, sez. 6, n. 3150/2011). Pertanto, la corte di merito, nel rigettare l’eccezione di nullita’ del giudizio di primo grado, correttamente ha escluso che vi fosse stata una violazione del termine (di dieci giorni) per l’iscrizione della causa a ruolo (avvenuta in data 7 luglio 2009) a decorrere dalla data di consegna dell’atto di citazione all’ufficiale giudiziario (26 giugno 2009), dovendosi invece avere riguardo alla data di ricezione dell’atto da parte del destinatario (3 luglio 2009).
2.- Con il terzo e quarto motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione dell’articolo 246 c.p.c., per avere i giudici di merito formato il proprio convincimento sulla base della deposizione di un teste inattendibile (il (OMISSIS)).
I motivi sono inammissibili poiche’ non colgono la ratio decidendi della sentenza impugnata: infatti i giudici d’appello hanno ritenuto fondata l’azione di disconoscimento non sulla base della sola deposizione testimoniale menzionata, ma valorizzando plurimi elementi probatori emersi nel giudizio, tra i quali l’esistenza di una relazione sentimentale con risvolti sessuali tra il (OMISSIS) e la (OMISSIS) nel periodo del concepimento (fine 2003 inizio 2004), confermata da entrambi e dal (OMISSIS), e l’esito della c.t.u. da cui risultava l’incompatibilita’ biologica del minore con il (OMISSIS).
3.- Con il quinto motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione dell’articolo 244 c.c., per avere i giudici di merito indagato sull’assenza di rischi per il minore derivanti dall’azione di disconoscimento della paternita’, mentre avrebbero dovuto valutare il suo interesse rispetto ad un’azione che aveva l’effetto di travolgere la sua serenita’ e il suo equilibrio nell’attuale e delicata fase preadolescenziale, con effetti imprevedibili nel contesto familiare e scolastico.
3.1.- Ad avviso del ricorrente, al principio del favor veritatis, inteso come prevalenza della verita’ biologica su quella legale, non potrebbe essere riconosciuto un valore di importanza particolare o preminente, in considerazione del fatto che l’articolo 30 Cost., comma 4, (“la legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternita'”) ha demandato al legislatore ordinario il potere di privilegiare, nel rispetto degli altri valori di rango costituzionale, la paternita’ legale rispetto a quella naturale, nonche’ di fissare le condizioni e le modalita’ per far valere quest’ultima, cosi’ affidandogli anche la valutazione in via generale della soluzione piu’ idonea per la realizzazione dell’interesse del minore. Questa interpretazione (talora seguita dalla giurisprudenza, v. Cass. n. 20254/2006) non puo’ condurre a fare ritenere che al legislatore ordinario sia stata rimessa, non solo, la scelta discrezionale delle modalita’ procedurali tramite le quali e’ consentito ai soggetti interessati di ottenere l’accertamento della verita’ biologica com’e’ quella ragionevolmente demandata al curatore speciale del minore nominato dal giudice (articolo 244 c.c., u.c.) ma anche il potere di precludere tale accertamento all’esito di valutazioni di opportunita’ effettuate in astratto e preventivamente.
La stessa sentenza da ultimo citata ha dato atto dell’accentuato favore per la conformita’ dello status alla realta’ della procreazione, chiaramente espresso nel progressivo ampliamento in sede legislativa delle ipotesi di accertamento della verita’ biologica, nonche’ – si deve aggiungere – nel diritto vivente che ha ne evidenziato il valore di rilevanza costituzionale primaria (v, tra le altre, Corte cost. n. 7/2012 e Cass., sez. 1, n. 19599/2016).
Infatti, non si puo’ negare l’importanza del legame genetico sotto il profilo dell’identita’ personale, nella quale sono compresi il diritto di accertare la propria discendenza biologica (Corte Edu, 14 gennaio 2016, Mandet c. Francia) e il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini (Corte cost. n. 278 del 2013). L’imprescrittibilita’ riguardo al figlio delle azioni di stato (articolo 270 c.c., comma 1; articolo 263 c.c., comma 2; articolo 244 c.c., comma 5) dimostra l’importanza della discendenza biologica e della connessa identita’ personale, la cui tutela rientra a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla nostra Costituzione, prima ancora che dalle fonti internazionali. La Corte costituzionale ha ritenuto (nell’ordinanza n. 7 del 2012) che “la crescente considerazione del favor veritatis (la cui ricerca risulta agevolata dalle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dall’elevatissimo grado di attendibilita’ dei risultati delle indagini: sentenze n. 50 e n. 266 del 2006) non si ponga in conflitto con il favor minoris, poiche’ anzi la verita’ biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’interesse del medesimo minore, che si traduce nella esigenza di garantire ad esso il diritto alla propria identita’ e, segnatamente, alla affermazione di un rapporto di filiazione veridico (sentenze 322 del 2011, n. 216 e n. 112 del 1997)”.
E’ alla luce di questa complessiva evoluzione normativa e giurisprudenziale che, come rilevato da un’attenta dottrina, dev’essere letto il citato articolo 30 Cost., comma 4, cosi’ come il terzo comma, la cui portata limitativa della tutela dei figli nati fuori del matrimonio (nei limiti in cui sia “compatibile con i diritti della famiglia legittima”) e’ ormai superata dall’evoluzione normativa (v. L. n. 219 del 2012, e Decreto Legislativo n. 154 del 2013). Come osservato dalla Corte costituzionale, “il legislatore della riforma del diritto di famiglia ha superato la impostazione tradizionale che attribuiva preminenza al favor legitimitatis attraverso la equiparazione della filiazione naturale a quella legittima ed ha di conseguenza reso omogenee le situazioni che discendono dalla conservazione dello stato ancorato alla certezza formale rispetto a quelle che si acquisiscono con l’affermazione della verita’ naturale, la cui ricerca risulta agevolata dalle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dall’elevatissimo grado di attendibilita’ dei risultati delle indagini” (Corte cost. n. 170/1999).
3.2.- Nella specie, con riguardo al profilo dell’interesse del minore che non sarebbe stato valutato nella fase della nomina del curatore speciale, si deve dare continuita’ all’orientamento secondo cui la proposizione da parte del minore infrasedicenne (o, a seguito della riforma, infraquattordicenne) di azione di disconoscimento di paternita’ postula l’apprezzamento in sede giudiziaria dell’interesse di questi, non potendo considerarsi utile equipollente la circostanza che sia l’ufficio del pubblico ministero a richiedere la nomina del curatore speciale abilitato all’esercizio dell’azione stessa; tuttavia, siffatto apprezzamento trova istituzionale collocazione nel procedimento diretto a quella nomina – essendo, nel corso di esso, possibile l’acquisizione dei necessari elementi di valutazione e dovendosi, col provvedimento conclusivo, che secondo l’articolo 737 c.p.c., ha la forma del decreto motivato, giustificare congruamente le conclusioni raggiunte in ordine alla sussistenza dell’interesse – ma non anche nel successivo giudizio di merito (v. Cass. n. 71/1994, coerentemente con Corte cost. n. 429/1991). Una diversa interpretazione, in base alla quale la valutazione dell’interesse del minore dovrebbe essere effettuata anche nel giudizio di merito, ai fini dell’ammissibilita’ dell’azione di disconoscimento proposta dal curatore, non solo, e’ priva di basi normative, non essendo prevista dall’articolo 244 c.c., u.c., (nemmeno dopo la riforma apportata dal Decreto Legislativo n. 154 del 2013, articolo 18, comma 1), ma rappresenterebbe un’inutile duplicazione di una indagine gia’ compiuta e sottoposta al vaglio del giudice ai fini della nomina del curatore.
In ogni caso, nella specie, la corte di merito ha ampiamente argomentato – con apprezzamento di fatto non censurato con idoneo mezzo ex articolo 360 c.p.c., n. 5 – in ordine all’interesse del minore, evidenziando il valore positivo della conoscenza della verita’, non contrastata da elementi idonei a fare presumere il rischio di un concreto pregiudizio, tenuto conto che non era posto in discussione il valore della positiva relazione genitoriale con il padre legale e che non era possibile compiere alcuna valutazione negativa in ordine al profilo del padre biologico, il quale, tra l’altro, aveva dimostrato un serio interesse nei confronti del figlio.
4.- Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, articolo 95, comma 3, articoli 316 e 320 c.c., in ordine alla sua negata legittimazione a chiedere la conservazione del cognome (OMISSIS) da parte del minore, avendo la corte di merito omesso di valutare che egli aveva la potesta’ genitoriale sul figlio e che era tenuto a tutelarlo rispetto ai pregiudizi personali e sociali derivanti dal disconoscimento.
La corte di merito ha ritenuto che il (OMISSIS) non fosse legittimato a chiedere che il minore conservasse il proprio cognome, a seguito dell’annotazione della sentenza di disconoscimento nell’atto di nascita Decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, ex articolo 49, comma 1, lettera o), trattandosi di una decisione spettante esclusivamente al minore interessato, in considerazione della natura personalissima del diritto al nome. E’ una decisione conforme a diritto: il Decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 2000, articolo 95, comma 3, conferisce solo all'”interessato” la facolta’ di “richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai autonomo segno distintivo della sua identita’ personale”.
5.- Il ricorso e’ rigettato.
Sussistono giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio, a norma dell’articolo 92 c.p.c., comma 2, (nel testo vigente anteriormente alle modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2009, articolo 45, comma 11), in considerazione della complessita’ e novita’ delle questioni controverse.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalita’ e gli altri dati identificativ