Source: http://www.societacivile.it/previsioni/articoli_previ/spataro2.html
Timestamp: 2020-02-28 21:37:05+00:00
Document Index: 45128363

Matched Legal Cases: ['art. 121', 'art. 120', 'art. 124', 'art.123', 'art.128', 'art.129', 'art. 323', 'art.1', 'art.12', 'art.624', 'art.625', 'art.111', 'art.111', 'art.6', 'art. 111', 'art. 76', 'art.5']

La politica contro la magistratura
La politica (di destra e di sinistra) contro la magistratura.
1999-2003: La riforma della giustizia penale in Italia,
dal governo dell’Ulivo a quello del Polo
1.Potere politico e magistratura: un conflitto ineliminabile?
La sopravvivenza della democrazia, all’inizio del terzo millennio, appare dunque affidata alla capacità di elaborare regole che garantiscano la formazione di un consenso “consapevole” in un contesto fortemente influenzato dai mezzi televisivi, in grado di orientare gli esiti di competizioni elettorali, e in presenza di una scarsa tutela dell’autonomia e dell’indipendenza di chi crea e fornisce l’informazione. Questa, anzi, è destinata a giocare un ruolo decisivo nei reciproci rapporti tra poteri, al punto da far pensare che da essa dipenderà in misura significativa anche l’assetto futuro della giurisdizione . In questo contesto, l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario assumono un importanza decisiva per gli equilibri istituzionali e sociali ed il ruolo della giurisdizione assume un significato centrale : si connota per la enorme responsabilità di impedire che il diritto “a’ la carte” che caratterizza sempre più le professioni giuridiche non travalichi nella giurisdizione. Una giurisdizione, dunque, garante dei diritti ed in grado - per capacità e tempestività nel rendere le risposte alle quali è chiamata, per neutralità, competenza ed altissima consapevolezza del proprio ruolo – di esprimere le proprie decisioni senza condizionamenti di altri poteri tradizionali e reali.
Ma il potere giudiziario, garante del rispetto delle regole da parte di tutti, e, necessariamente, anche della difesa dei diritti dei più deboli e delle minoranze, si trova gravemente sovraesposto, soggetto a critiche interessate e di parte: la sua attività che, per definizione, non può essere condizionata da ragioni di opportunità e di compatibilità politica, è strutturalmente alla base di un conflitto potenziale e latente, destinato ad esplodere, come avviene ogni qualvolta la magistratura diventa più consapevole del proprio ruolo e più efficace nella sua azione di contrasto e di repressione della illegalità, specie di quella che riguarda i “potenti” e i centri di potere . Il consenso che naturalmente l’opinione pubblica esprime per tale azione, ha impedito finora (e forse impedirà anche nel futuro) una ridefinizione piena dei poteri. Per chi voglia cambiare il sistema, non resta allora che aggirare l’ostacolo, indebolendo il consenso sociale, delegittimando la magistratura, accreditandola come parte del conflitto per l’acquisizione del potere. Di qui le accuse strumentali di uso dell’azione penale per fini di parte, di faziosità in favore di questa o quella parte politica, di esistenza di un vero e proprio “partito dei giudici”.
A tal proposito, è sufficiente ricordare il consenso, persino eccessivo, euforico ed acritico, da cui era circondata la magistratura tra il ’92 ed il ’93, cioè al nascere della cd. “stagione di mani pulite”, e confrontarlo con i furibondi attacchi che le furono rivolti a partire dal ’94, quando il Presidente del Consiglio dell’epoca si trovò coinvolto nelle inchieste milanesi: la magistratura non ha bisogno del consenso di piazza, ma un attacco massiccio e quotidiano alla sua credibilità si trasforma in un rischio insopportabile per la sua indipendenza e per l’efficacia della sua azione. E’ chiaro, dunque, che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono oggi in grave pericolo, nella forma esistente nel nostro ordinamento costituzionale, perché essa ha consentito, soltanto applicando fino in fondo la legge, di spezzare una spirale di corruzione e malgoverno che stava determinando silenziosamente il collasso del regime democratico. Può anche trattarsi di riflessioni sull’ovvio ma utili a sapere e far sapere quale deve essere l’impegno di quanti – non solo appartenenti al ceto degli intellettuali giuristi - si riconoscono nelle regole fondamentali della vita politica e sociale e, in particolare, nel principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
A ben vedere, però, ancor più che nelle dinamiche connesse alla evoluzione dei sistemi di governo ed ai fenomeni economici, il vero pericolo per l’indipendenza della magistratura sta in una resa del servizio giustizia talmente insoddisfacente da rendere largamente avvertito il bisogno di cambiare, cambiare in nome dell’efficienza necessaria: occorre evitare che la direzione del cambiamento sia nel senso di abbattere o diminuire il controllo di legalità. Ma sulla nozione di legalità bisogna intendersi: “legalità non significa soltanto che esiste un corpo di leggi e principi cui cittadini ed istituzioni devono adeguarsi; significa anche che deve esistere la possibilità di effettuare un controllo sul rispetto della legalità, e questo controllo tocca fondamentalmente alla magistratura. Si può comprendere che chi detiene il potere, il potere reale, il potere economico ed alcune volte il potere di governo non sia facilmente disposto a lasciarsi controllare da altre istituzioni dello Stato, ma l’etica della legalità è il rispetto non solo della legge, ma anche dei meccanismi che la Costituzione e la legge ordinaria hanno posto a tale scopo” .
Nessun discorso sull’efficienza possibile, dunque, può essere utilizzato per soffocare l’etica della legalità e nessun discorso sull’efficienza può essere disgiunto da quello sull’indipendenza della magistratura che del controllo di legalità è, prima di altre istituzioni, indiscutibilmente investita dalla Costituzione e dalla legge. Si può comprendere, a questo punto, la vera ragione di tante declamazioni sui ritardi e sulla inefficienza della magistratura: se le inefficienze del sistema vengono fatte ricadere sulle spalle dei magistrati, se si accredita l’idea che ciò sia conseguenza dei loro progetti di farsi soggetto politico e così intervenire – attraverso le iniziative giudiziarie- nel confronto politico, ne deriva che i cittadini perdono fiducia nel sistema giustizia ed in chi ne è diretto protagonista, primi tra tutti i magistrati; ed accade che vengono agevolati i progetti di controllo della magistratura. Le riforme, cioè, vengono presentate in funzione del miglioramento del sistema e nell'interesse dei cittadini (più ampie garanzie contro gli abusi dei magistrati, stop all’impunità dei criminali, specie se immigrati, strade liberate da ladri e prostitute), ma mirano ad altro.
Ed il messaggio, permanentemente diffuso attraverso un sistema di informazione controllato o non sempre attento, finisce con il penetrare nelle coscienze dei cittadini non avveduti, né addetti ai lavori, che finiscono con l’accettare tutto, anche il sacrificio del principio della loro eguaglianza di fronte alla legge. E’ esattamente quello che stiamo vivendo in questa fase storica, che segna un chiaro salto di qualità, in negativo, rispetto a quanto la politica giudiziaria ha fatto registrare negli ultimi anni della trascorsa legislatura. Tutto si giustifica in nome dell’efficienza, ma gli atti concreti, come si dirà, vanno nella direzione opposta. Dunque, occorre evitare che la crisi gravissima che attraversa la giustizia venga utilizzata non già per aggredire le vere cause del disservizio, ma per eliminare uno scomodo intralcio. Su questo è necessario che si sviluppi informazione, in particolare sugli effetti devastanti prodotti dalla più recente legislazione sul processo penale e sull’ordinamento giudiziario.
L’analisi della situazione della giustizia in Italia, tuttavia, non può essere correttamente compiuta se non si parte dai guasti prodotti nel processo penale dalla legislazione del governo di centro-sinistra tra il 1999 e il 2001, a partire dalla legge Carotti e dalla riforma dell'articolo 111 della Costituzione sul cd. giusto processo. Intanto, qualche preliminare osservazione sul modo in cui si è legiferato in tema di giustizia negli ultimi anni della tredicesima legislatura: si è dato luogo ad un’alluvionale produzione legislativa che, specie nel settore penale, ha di fatto compromesso rapidità e prevedibilità delle decisioni. Quella legislatura, infatti, è stata decisamente la più feconda in materia di giustizia e, soprattutto negli ultimi mesi, le leggi si sono succedute con ritmo addirittura convulso. Le responsabilità – sia ben chiaro – non stanno solo da una parte visto che le scelte operate sono frutto di un accordo pressocchè unanime dei due opposti schieramenti politici; strana convergenza questa, ove si pensi al clima di scontro acceso che ha caratterizzato i loro rapporti su qualsiasi altro tema rilevante per il paese.
Un processo di produzione normativa che, peraltro, si è prevalentemente svolto nelle stanze dei responsabili del settore giustizia dei vari partiti piuttosto che su impulso del Ministero di Giustizia: le esigenze della mediazione politica, dunque, hanno prevalso sul tecnicismo che era necessario al funzionamento del sistema. Non è quasi più interessante individuare le ragioni di una così stupefacente convergenza, anche se si può pensare, da un lato, al fine di limitare il controllo di legalità che la magistratura, bene o male, ha assicurato al Paese e, dall’altro, alla scelta della maggioranza di centrosinistra di sacrificare parte della propria identità e storia politica, pur di pervenire alla agognata governabilità, assunta al rango di valore in sé, persino a prescindere dai contenuti dell’azione di governo.
L’ovvietà di quest’ultima affermazione esime dall’approfondire il discorso; basta richiamare l’eccezione che conferma la regola: tra le riforme mancate o incompiute (elenco che pure annovera il nuovo diritto societario e fallimentare, l’istituzione di camere di conciliazione e di filtri precontenziosi nel civile, la revisione del sistema delle impugnazioni – anche incidentali – ormai incompatibile con le nuove regole del processo, le misure idonee a realizzare il principio di effettività delle pene) spicca la mancata ratifica dell’accordo italo-elvetico sulle rogatorie, cioè di una legge che si inseriva nel filone di riforme dirette a recuperare efficienza, perché avrebbe velocizzato moltii processi e reso più efficace la lotta al crimine economico transnazionale, in particolare al riciclaggio di denaro sporco ed alla corruzione. La mancata approvazione della legge, invece, non solo ha contraddetto l’esigenza conclamata di voler accelerare i tempi dei processi, ma ha fornito la possibilità (e l’alibi), al successivo governo sorretto da diversa maggioranza, di varare una delle leggi – appunto, quella sulle rogatorie – che più ha diviso il paese e messo in discussione la credibilità dell’Italia nei rapporti internazionali di cooperazione giudiziaria.
Punto di partenza della politica giudiziaria dell’ultimo governo di centro sinistra fu sicuramente il progetto di riforma del Titolo VII (La Giustizia) della Costituzione portato avanti dalla Commissione Bicamerale. Pur se risalente al ’97, è qui necessario ricordare brevemente che quel progetto – il primo passo della controriforma portata avanti negli anni successivi – non era compreso nell’originario pacchetto di riforma costituzionale affidato alle cure della Bicamerale. Un progetto che nacque all’insegna dell’ambiguità, sin dalla attribuzione della presidenza della sottocommissione-giustizia ad un parlamentare che non poteva essere qualificato un costituzionalista e che di certo non si era distinto per la serenità delle sue critiche all’azione della magistratura (ci si intende riferire – è chiaro – alle posizioni dal medesimo assunte nella nota vicenda Sofri-Calabresi).
Ma le ambiguità del progetto di riforma costituzionale della giustizia, che furono concausa della sua fine ingloriosa, stavano principalmente in questo: nel prevedere alcuni modifiche dell’assetto ordinamentale della magistratura che, se approvate, ne avrebbero compromesso l’indipendenza così come disegnata dai costituenti. Basti pensare al ridimensionamento delle funzioni del CSM (art. 121 del progetto: divieto di esprimere pareri sui disegni di legge riguardanti la giustizia in assenza di richiesta del Ministro della Giustizia e – formula ambigua - divieto di adozione di atti di indirizzo politico), alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri (art. 120 c.4 : suddivisione del CSM in due sezioni rispettivamente per giudici e p.m.; art. 124 c.3: introduzione di concorsi riservati per il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa), all’attribuzione del potere disciplinare ad un Procuratore Generale eletto dal Senato con maggioranza qualificata (art.123), all’attribuzione al Ministro della Giustizia di competenze nella formazione propedeutica all’esercizio della professione giudiziaria (art.128).
Sul piano sostanziale, l’art.129 del progetto di riforma era diretto a “costituzionalizzare quei principi che si è soliti definire con la formula diritto penale minimo” , ma il risultato fu deludente: “le proposte della Bicamerale relative al diritto penale sostanziale non appaiono particolarmente qualificanti..non corrispondono agli obbiettivi indicati nella relazione Boato: non rappresentano un passo verso la costituzionalizzazione del diritto penale minimo, non offrono argini normativi più solidi per la tenuta del principio di legalità, che anzi esporrebbero a nuovi rischi, non valgono a contrastare efficacemente i pericoli dell’inflazione legislativa e dell’ignoranza della legge penale da parte di chi sia tenuta ad osservarla”. Affondata la Bicamerale, però, non si fermò il percorso del centrosinistra verso un programma di riforma della giustizia ispirato da logiche compromissorie e di ricerca, per quella via, del consenso dell’elettorato moderato.
La tredicesima legislatura non presenta, nel settore della giustizia, un armonico disegno di riforma riguardante, in modo ragionato, diritto penale, diritto processuale, diritto penitenziario e ordinamentale, ma è caratterizzata, invece, da interventi occasionali, spesso dettati, nel campo penale, da logiche emergenziali. Ampiamente insoddisfacente è stata, da un lato, la risposta fornita all’esigenza di fronteggiare il sistema di corruzione emerso con Tangentopoli dal ’92 in avanti: essa si è sostanzialmente concretizzata nella nuova formulazione del reato di abuso d’ufficio ex art. 323 C.P. (L. 16.7.97, n. 234, art.1), peraltro criticata in dottrina sia dal punto di vista della adeguatezza rispetto allo scopo di costruire una fattispecie più determinata della precedente, sia da quello politico-criminale; nel D.L.vo 8.6.2001, n. 231, che ha inteso riformare il mondo delle imprese, introducendo forme di responsabilità amministrativa per persone giuridiche, società etc. (con scelta la cui portata deve essere ancora apprezzata) e nel D.L.vo 10.3.2000, n.74 che, presentato come riforma epocale nel settore penale-tributario, ha suscitato molte riserve per la resurrezione del concetto di imposta evasa, che rischia di far riemergere, a sua volta, la problematica della pregiudiziale tributaria che si era voluta seppellire nell’82.
Dall’altro lato, non si può non rammentare la mancata approvazione della riforma del diritto societario che pure prevedeva – nel testo della commissione Mirone – l’introduzione di due figure di reato, come l’infedeltà patrimoniale e la corruzione in ambito societario, da tempo individuate dalla dottrina come tasselli indispensabili di un moderno sistema di diritto penale societario . A logiche emergenziali, invece, sono chiaramente ispirati i discutibili interventi nei settori della immigrazione e della criminalità di strada. Ci si riferisce alla introduzione (attraverso la legge Napolitano – Turco) della figura delittuosa del favoreggiamento della permanenza illegale degli stranieri (art.12, n.5, D.L.vo 25.7.98, n. 286), ispirato alla logica del fare terra bruciata attorno allo straniero irregolare e fondata, però, su una previsione contrastante con il principio di determinatezza delle condotte sanzionabili previsto dalla Costituzione; ed alla configurazione come fattispecie autonome (art.624 bis C.P., introdotto con il cd. “Pacchetto sicurezza”, L.26.3.2001, n.128) delle ipotesi del furto in appartamento e del furto con strappo, originariamente previste come circostanze aggravanti nell’originaria versione dell’art.625 C.P., così introducendo un consistente inasprimento sanzionatorio delle pene previste dal Codice Rocco (secondo una gerarchia di valori che privilegiava la tutela dei beni patrimoniali) come conseguenza dell’impossibilità di operare un giudizio di comparazione tra aggravanti ed eventuali attenuanti. Qual’è il significato “politico” di interventi di questo tipo se non il perseguimento della carcerizzazione dei soggetti deboli con conseguente abbandono di ogni politica di sostegno ai medesimi e l’esaltazione del verbo della tolleranza zero? Di fronte al dilagare della filosofia sicuritaria, insomma,il centrosinistra ha scelto la strada della carcerizzazione della devianza marginale.
Non vi è stato, in questi anni, un solo esponente del ceto politico che, parlando dei problemi della giustizia in Italia, non abbia posto in cima alla lista delle sue preoccupazioni il tema della insopportabile lunga durata dei processi e l’esigenza di porvi adeguatamente rimedio : anzi, la intervenuta modifica dell’art.111 della Costituzione, pur se comprendente anche altri principi, è stata presentata alla pubblica come prodotto della inderogabile necessità di costituzionalizzare il principio della ragionevole durata dei processi. Come mai, allora, il processo penale è ormai ridotto ad una corsa ad ostacoli dai tempi infiniti e dagli esiti imprevedibili ed il generale trend legislativo, anziché ispirarsi a quel principio, ha moltiplicato garanzie formali che nulla hanno a che fare con il vero diritto di difesa e che compromettono non solo le esigenze di celerità e di sicurezza sociale, ma anche i diritti delle parti offese dai reati? Ogni risposta è possibile, da quella che ricorda (vedi sopra) il sacrificio delle ragioni tecniche sull’altare della mediazione politica (oggi si chiamerebbe inciucio), a quella che non esclude una sequenza di errori di un legislatore in buona fede (sordo, però, all’esigenza di porvi rimedio), fino all’ipotesi – certamente malevola- di una legislazione finalizzata alla precostituzione di mezzi, per chi ne ha la possibilità, per difendersi dai processi, piuttosto che nei processi.
E’ interessante, comunque, ricordare che, nella primavera del 2000, alcuni giudici della Corte europea di Strasburgo, che così frequentemente condanna l’Italia per i tempi lunghi dei processi, dinanzi ad una delegazione del CSM, hanno qualificato il nuovo testo dell’art.111 della Costituzione eccessivamente rigido rispetto sia al contenuto dell’art.6 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo, sia alla stessa giurisprudenza della Corte. Ed hanno puntato il dito contro un sistema, il nostro, che prevede la esecutività delle sentenze dopo tre gradi di giudizio, oltre che una illimitata possibilità di impugnazioni incidentali (ad es., sulla libertà e sui sequestri di beni). Non pare, dunque, che, come al Paese è stato fatto credere, la modifica dell’art. 111 risponda alla necessità di adeguamento della Costituzione e del processo penale agli standard europei! Così, pur in presenza della positiva riforma istitutiva del giudice unico di primo grado (D.L.vo 19.2.98, n.51 e successive modifiche), la situazione è diventata– ad un certo punto – quella di un processo assolutamente ingestibile, che non funziona in alcuna sede giudiziaria.
Le disfunzioni sono così numerose che ne è qui possibile solo un’elencazione molto sommaria; a titolo meramente esemplificativo:
Ora, con la nuova legislatura, la situazione è precipitata e si è registrato un salto di qualità in pejus, preoccupante sia per la già compromessa efficienza del sistema, sia per l’indipendenza della magistratura. Un salto di qualità che passa attraverso leggi, atti amministrativi del Governo, disegni di legge e programmi di riforma ordinamentale.
Vanno ricordati, a proposito di leggi e accordi internazionali:
- la riforma del C.S.M. e la modifica della relativa legge elettorale (L.28.3.2002, n.44), fondata sulla separazione dell’elettorato passivo (inevitabile passaggio verso la introduzione della separazione delle carriere) e sulla riduzione del numero dei suoi componenti, con la quale si è voluto all’evidenza mortificare l’istituzione che rappresenta e tutela i magistrati, tentando di ridurla al rango di organismo burocratico, competente solo sulla amministrazione del personale;
- la legge Cirami sul legittimo sospetto (L. 7.11.2002, n. 248 : Modifica degli artt. 45, 47, 48 e 49 del CPP) è un fulgido esempio di intervento legislativo rispondente agli interessi di pochi; eppure, secondo le parole del Presidente del Consiglio, ha costituito una una priorità assoluta per l’azione di governo. Persino il ministro fascista Dino Grandi, attraverso una direttiva piuttosto chiara che inviava a tutti i tribunali italiani nel 1939 ("Per quanto concerne la remissione per motivi di legittimo sospetto occorre che i capi delle procure generali si attengano a una concezione rigorosamente ristretta dell'istituto"), consigliava di usare la legittima suspicione con estrema cautela. Ma la storia giudiziaria italiana (processi per la strage di Piazza Fontana, per le schedature alla Fiat, per il disastro del Vajont, solo per fare alcuni esempi) non sembra interessare l’attuale maggioranza che non appare per nulla preoccupata delle conseguenze di questa legge: sottrazione di molti processi al loro giudice naturale, non solo quelli con imputati “eccellenti”, ma anche contro mafiosi e criminali comuni d’ogni genere; blocco dei dibattimenti con inevitabile allungamento dei tempi di durata, dispersione delle prove raccolte.
Non meno preoccupante è il quadro degli atti amministrativi del Governo e, in particolare, del Ministro della Giustizia: nel settembre del 2001 è stata disposta la revoca o la riduzione delle misure di protezione ai magistrati più esposti (atto non riconducibile al Ministro ma all’intero Governo); nell’ottobre dello stesso anno, si è realizzata una vera e propria epurazione dell’ufficio legislativo del Ministero a seguito del parere relativo alla legge sulle rogatorie e della convinzione espressa dal Ministro secondo cui i magistrati che vi prestano servizio, dovrebbero nutrire le sue stessa convinzioni in tema di riforme.
Anche la vicenda dell’Olaf è allarmante: lo stesso ufficio antifrode, di natura sovranazionale e pattizia, ha protestato e fatto sapere che nessun governo può interferire sulle nomine dei funzionari comunitari, come ha fatto il nostro, il 21.11.2001, applicando una legge del ’62 per bloccare la destinazione all’Olaf di tre magistrati, vincitori di regolare concorso, i quali avrebbero indagato sui cd. “reati dei colletti bianchi”. Ed, infine, la “bomba-intelligente” dell’intervento ministeriale sul giudice Brambilla (31.12.01, a Capodanno, venendo meno ad una prassi generalizzata, il Ministro nega la proroga del trasferimento di un magistrato ad altro ufficio, disponendo che vi prenda immediatamente possesso; solo l’intervento del Presidente della Corte d’Appello che applica il giudice al Tribunale, evita il peggio), di gravità inaudita, posto che si è trattato di un intervento relativo ad uno specifico processo (Sme-Mondadori) che vede come imputati il Presidente del Consiglio e uomini a lui vicini.
Si va consolidando, insomma, la sovrapposizione della legittimazione politica proveniente dal consenso popolare a quella della legittimazione del controllo di legalità, nel senso che i rappresentanti espressi dal popolo (secondo regole di legittimità proprie del principio maggioritario) mostrano la pretesa di assumere su di sé il controllo di legalità, denunciando il “mandato” a ciò conferito agli appartenenti all’ordine giudiziario, nelle forme e nelle ipotesi previste nella carta costituzionale e nella legge ordinaria. E’ il vecchio sogno napoleonico del potere politico assoluto, che mette in gioco, però, la qualità della democrazia. Addirittura, nel “Programma di riforma della giustizia 2002” di Forza Italia e della Casa della Libertà, si legge: “Se con Tangentopoli la Magistratura non avesse ceduto alla tentazione ed alla pretesa di giudicare e condannare il sistema politico nel suo complesso, ma i singoli rei o i singoli reati, la questione morale avrebbe fatto passi da gigante”; la magistratura, quindi, viene insensatamente accusata anche di avere ostacolato la riforma morale del sistema politico. Si comprende, allora, che il problema non è più quello della ragionevole durata del processo in astratto, ma quello della possibilità di ragionevole celebrazione di tutti i processi, anche di quelli a carico degli imputati eccellenti.
Siamo, ormai, alla tutela del “diritto dei forti” e sono a rischio la stessa esistenza di una magistratura indipendente dal potere politico, il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e la funzionalità della giustizia in ogni sua articolazione. Il dibattito su questi temi, evidentemente, non può interessare solo i magistrati. Il mondo accademico ha espresso la sua solidarietà in difesa dei principi costituzionali che oggi appaiono a rischio: oltre trecento professori universitari di diritto hanno aderito al manifesto del 7 dicembre 2001 con cui si deplorava come un inaudito atto di interferenza nella sfera della giurisdizione la già citata mozione approvata dal Senato il 5 dicembre 2001; e si succedono, frequenti, le loro prese di posizione contro la produzione di un diritto penale orientato e la strumentalizzazione o introduzione nell’ordinamento di istituti processuali in funzione di interessi preesistenti (da ultimo, ad es., 150 accademici hanno firmato un documento contro la legge Cirami).
Dall’avvocatura giungono, invece, segnali contraddittori: disponibilità al dialogo degli avvocati civilisti e di organismi rappresentativi della categoria nella sua unità, ma venti di guerra da parte di molti penalisti: nel programma del neo eletto Presidente dell'Unione delle camere penali si legge, infatti, che "L'Unione rivendica la centralità e l'insostituibilità della sua azione quale unica portatrice organica e disinteressata di un modello equo equilibrato e democratico di giustizia, anche di fronte alle timidezze, ai compromessi ed alle amnesie di quell'Accademia che ci ha lasciato soli in tutti questi anni a difesa dei diritti individuali, salvo ad insorgere premurosamente in difesa delle posizioni anche più retrive di certa magistratura”. Dove inaccettabili sono l’affermazione di considerare quell’associazione come unica possibile detentrice di un modello democratico ed ideale di giustizia, le accuse rivolte al mondo accademico da sempre attento al tema delle garanzie e l’attribuzione delle “posizioni più retrive” a quei giudici (pur non espressamente nominati) che si sono fedelmente attenuti al compito di interpretare la legge, reagendo con il solo silenzio alle ripetute aggressioni del potere politico. Ma l' “altra” avvocatura esiste ed è capace, come fa giornalmente, di impegnarsi in una difesa ad oltranza dello Stato di Diritto.
Quanto alla magistratura, nella sua stragrande maggioranza, non si è fatta intimidire e ha sin qui mostrato grande dignità e compattezza, avendo anche adottato iniziative forti e senza precedenti : ci si intende riferire alle ripetute prese di posizione del Consiglio Superiore ed alle manifestazioni di protesta iniziate del corso delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario del 12 gennaio 2002 e culminate poi nell’astensione dal lavoro proclamata dall’Associazione Nazionale Magistrati ed attuata il 20.6.02. Ma è evidente che solo l’azione compatta del ceto dei giuristi (in quanto tecnicamente qualificato) ed il risveglio della società civile (in quanto depositaria dei valori fondanti della democrazia), di cui si colgono ormai ripetuti segnali, potrà invertire la tendenza e sollecitare le preoccupazioni di quanti, in ogni schieramento politico, hanno a cuore il principio di legalità. Per tutti costoro, la difesa dei valori esistenti è il programma del futuro, è la strada da cui passa ogni progetto di efficienza.
Giornale di Storia contemporanea, 20 novembre 2002
La mia riforma della Giustizia
Del resto, la relazione d’accompagnamento al disegno governativo di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario (approvato dal Consiglio dei Ministri il 14.3.2002) non contiene proposizione chiarificatrici; si ha la sensazione, anzi, di una motivazione che procede per slogan, con tecnica da marketing, introducendo un progetto meramente simbolico: si parla di “significativa riforma dell’ordinamento giudiziario che la dimostrata inadeguatezza del servizio Giustizia a soddisfare le esigenze dei cittadini – come attualmente disciplinato – induce a ritenere improcrastinabile”, di necessità di “assicurare una risposta ad esigenze largamente avvertite nell’opinione pubblica di cui il Governo si è fatto portatore fin dal momento delle proprie dichiarazioni programmatiche..”.
Tutto viene giustificato in nome delle aspettative e richieste della pubblica opinione, nonché, naturalmente, della efficienza : ma nè il nuovo ruolo che si vuole disegnare per la Cassazione, né la mortificazione del CSM, né la Scuola di formazione sottratta al circuito dell’autogoverno o i nuovi ed invasivi poteri del Ministro di Giustizia hanno nulla a che vedere con le aspettative della gente. Ed è difficile, altresì, credere alle preoccupazioni per l’efficienza del sistema di chi riduce i fondi a disposizione delle Corti d’Appello per la ordinaria amministrazione e dichiara al CSM che ciò risponde alla necessità di tenere fede all’impegno, assunto durante la campagna elettorale, di contenere la pressione fiscale sui cittadini.Altri colleghi, in questo giornale, esaminano i numerosi aspetti tecnici per cui è criticabile il disegno governativo di legge delega; del resto, il parere approvato dal CSM il 12.6.02 (significativamente definito dal Ministro Castelli “...un atto politico, il canto del cigno di un CSM che sta per scadere”) lascia ben poco spazio ad apprezzamenti e condivisioni degli orientamenti che esso esprime.
Anzi, ne sottolinea la non corrispondenza alla chiara indicazione di prospettiva contenuta nel testo della VII disposizione transitoria del testo costituzionale che parla di una “nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione” : è agevole rendersi conto, infatti, che non si è in presenza di una legge di riforma organica dell’ordinamento giudiziario, bensì di interventi frammentari che in larga misura si pongono in contrasto con le norme costituzionali sull’assetto organizzativo e sul governo autonomo della magistratura, oltre che con le disposizioni dettate dal Costituente un tema di legislazione delegata (“l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi”: art. 76 Cost.).
E’ inutile negarsi, comunque, che uno degli aspetti più preoccupanti della riforma all’orizzonte, se non il centrale, è quello della separazione delle carriere, che pone in pericolo la cultura giurisdizionale e l’autonomia del P.M.. Nella citata relazione d’accompagnamento al disegno governativo di legge delega, infatti, si dice: “Nel dettare all’art.5 i principi ed i criteri cui il Governo dovrà attenersi nell’emanare le norme disciplinanti il passaggio dall’esercizio delle funzioni giudicanti a quelle referenti e viceversa, si è ritenuto di rispondere, anche sulla scorta dell’esperienza maturata in altri Paesi di avanzata democrazia, all’esigenza ormai largamente diffusa nella cittadinanza secondo cui occorre prevedere una specifica distinzione tra i magistrati che esercitano le funzioni giudicanti e requirenti… le due funzioni richiedono una diversa formazione e diverse attitudini professionali”.
Si tratta di affermazioni non solo inquietanti, ma anche imprecise nel riferimento al contesto internazionale qui insolitamente valorizzato dal Ministro: infatti, si trascura o si ignora che il 26 giugno del 2000 la Commissione del Consiglio d’Europa per i problemi legati alla criminalità ha approvato una raccomandazione agli stati membri perché favoriscano, ove i rispettivi ordinamenti lo consentano, l’interscambio di carriere tra P.M. e giudici, onde realizzare un maggior livello di garanzie per i cittadini. Le preoccupazioni aumentano, poi, se si considerano le ripetute dichiarazioni del Presidente del Consiglio circa la necessità di separare le carriere o si ricordano le promesse formulate da illustri parlamentari-avvocati della maggioranza a Sirmione (4-6.10.02), in occasione del Congresso dell’Unione delle Camere Penali (la separazione delle carriere si farà!); né sono confortanti alcune posizioni che si manifestano all’interno dell’opposizione parlamentare ed i continui equivoci semantici attorno al binomio separazione della carriere – separazione delle funzioni alimentati da chi dovrebbe ben sapere che il nostro ordinamento già prevede funzioni separate! Ancora nell’ultimo documento programmatico dei D.S. si propone la “Netta separazione delle funzioni tra P.M. e giudici”, dove la novità rispetto agli equivoci del passato sta nell’aggettivo “netta” (!!) di cui non è ancora chiaro il senso giuridico.
Per finire: il Relatore speciale sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, con stessa la relazione del 26.3.02 per la 58.a Sessione annuale della Commissione stessa, con cui dichiarava di “condividere le preoccupazioni dei giudici, dei pubblici ministeri e dei professori…” italiani, “..di essere convinto che siano ragionevoli i timori dei giudici e dei P.m. che vedono minacciata la loro indipendenza..”, affermava : “Nel corso della missione, nei suoi colloqui con il Ministro della giustizia e con i Presidenti delle Commissioni giustizia del Senato e della Camera dei Deputati, il Relatore speciale ha invitato alla costituzione di una commissione dei rappresentati di tutte le parti del sistema giudiziario tra cui il Consiglio superiore della magistratura, l’Associazione nazionale magistrati, le associazioni degli avvocati, il mondo accademico e il Ministro della giustizia, allo scopo di indirizzare la riforma del sistema giudiziario in modo virtuoso e onnicomprensivo. L'attuale approccio del Ministro della giustizia non è soddisfacente ed è pieno di sospetto e diffidenza. (Dopo il rientro dalla sua missione, il Relatore ha saputo che il Governo ha accettato questa raccomandazione. Il Ministro della giustizia convocherà una Conferenza nella direzione indicata)”. In realtà, tale conferenza non è stata ancora convocata, mentre il Governo ha presentato al Parlamento il suo ddl di riforma dell’ordinamento giudiziario. Si può ragionevolmente sperare che il Ministro della Giustizia intenda dare seguito alle assicurazioni fornite ad un autorevole rappresentante delle Nazioni Unite?
Rivista dell'Associazione nazionale magistrati, 3 dicembre 2002
Armando Spataro, magistrato, è procuratore aggiunto a Milano.
Già componente del Consiglio superiore della magistratura,
è tra i fondatori del Movimento per la giustizia.
Vedi www.movimentoperlagiustizia.it
Caro ministro, su Armando Spataro le dico...
di Ignazio Patrone
Signor Ministro, lo confesso, ho militato. Ma non sono pentito, anzi; ero a Piazza San Giovanni contro la Cirami, ai Forum sociali europei di Firenze e di Parigi, alle manifestazioni per la pace e al Circo massimo con la Cgil per difendere l'articolo 18. Ho persino votato alle primarie dell'Unione. E qualche volta, si immagini, mi sono trovato addirittura in compagnia di Spataro.
Signor Ministro, La rassicuro, militerò ancora, anche se Lei ha detto che ciascuno è libero di fare ciò che vuole ma poi deve accettarne le conseguenze. Quali conseguenze? controllerà anche le mie requisitorie? Auguri e buon divertimento!
Militerò per quelle colleghe e quei colleghi - specie i più giovani - che Lei vuole intimidire con la Sua riforma dell'ordinamento giudiziario, per i tanti magistrati che Lei ha inteso controllare con ispezioni strumentali e per chi è stato offeso con manifestazioni (si ricorda quella di Verona contro il Procuratore Papalia?) a dir poco sconcertanti. Lo farò per difendere la Costituzione e l'autogoverno e non avrò ripensamenti, posso assicurarglielo
L'anti-Usa invitato a New York
I«Siamo di fronte a un magistrato militante, l'ultimo episodio, la sua partecipazione al voto per le primarie, dunque bisogna guardare con grande attenzione....». Con questa motivazione il ministro Roberto Castelli ha bloccato la rogatoria avviata dal sostituto procuratore milanese Armando Spataro, per interrogare negli Usa i 22 agenti della Cia accusati del rapimento di Abu Omar. Il sillogismo del ministro è paradossale: Spataro è un militante, quindi è anti-americano, e quindi, sulla base di una censura ideologica, si è arrogato il diritto di bloccare le sue indagini. E adesso le mailing list delle correnti della magistratura sono inondate di centinaia di messaggi di solidarietà, sorpresa, sdegno,
Il comitato di presidenza dell'Anm richiede l'intervento del CSM a tutela dell'autonomo esercizio della funzione giudiziaria e di Spataro. E il presidente dell'Anm Ciro Riviezzo commenta: «Il Guardasigilli non delegittimi quei magistrati che, impegnati nella lotta al terrorismo, rischiano la vita». L'invito che arriva dai magistrati è chiaro: «Rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a chiedere ai presidenti delle nostre sezioni ANM di convocarci al più presto per mettere in cantiere le iniziative più opportune» perchè ciò che è intollerabile non è solo l'arroganza, ma l'assoluta incompetenza dell'ingegnere di via Arenula. Già una volta Castelli aveva tentato di bloccare l'attività rogatoriale per l'inchiesta Mediaset e dovette rapidamente giustificarsi e fare retromarcia, perchè rischiava di perdere la poltrona.
Adesso ci riprova «mostrando - come dice il segretario generale del Movimento per la giustizia, Nino Condorelli - l'assoluta inidoneità a ricoprire la fondamentale funzione di Ministro di Giustizia». E prosegue: «Castelli, ancora una volta, si dimostra del tutto privo di quella indispensabile, minima cultura istituzionale che impone di distinguere, anche nella delicata materia estradizionale, le competenze e prerogative dell'autorità giudiziaria e quelle dell'Esecutivo, e quindi le valutazioni attinenti al merito e "fondatezza" delle indagini e quelle di opportunità politica riguardanti i rapporti tra Stati, e pertanto i tempi ed i modi delle richieste da recapitare all'Autorità straniera».
Lo ricordiamo: la magistratura milanese ha chiesto l'arresto dei 22 agenti della Cia che sul territorio italiano, senza nessun accordo con l'autorità giudiziaria nazionale, hanno sequestrato e deportato, prima in una base Nato, poi nelle carceri egiziane, dove è stato torturato, l'imam Abu Omar.. Ma Castelli non difende la sovranità nazionale e la credibilità della magistratura. Al contrario, ostacola le indagini. La buriana scoppia proprio mentre Spataro è a New York, dove ha partecipato a un convegno a porte chiuse promosso dalla New York University al quale hanno preso parte giudici in prima linea nella lotta al terrorismo, dirigenti dell'Fbi, funzionari di Scotland Yard ed esperti di tutto il mondo. Gli americani lo considerano talmente ostile da invitarlo ai loro convegni. «Nel momento in cui io rappresento l'Italia in questo coordinamento internazionale - commenta Spataro - vedo che il ministro della Giustizia Castelli mi attacca. Dice che io sarei un pm prevenuto perchè anti-americano ma se così fosse non sarei potuto venire a New York».
L'Unità 25/11/05
I veleni dell'ingegnere
Con azzeccati appellativi Giuseppe D'Avanzo, in un articolo di Repubblica, definisce quell'ingegnere che per una legislatura si sta cimentando con qualcosa di cui ignora tutto. Ma attenzione: ciò che con estrema efficacia e determinazione dobbiamo curare è il sottile veleno di incultura (o di cultura-contro) che un tale personaggio sta spandendo nel paese. La riedizione di pericolosissime dottrine nazionalsocialiste ("comunità di popolo"), sottostanti alle affermazioni sulla pretesa sintonia che i magistrati dovrebbero avere "con le leggi dell'anima popolare" ovvero con il "vero e reale diritto del popolo", debbono essere contrastate immediatamente, senza liquidarle semplicisticamente come stupidate correnti in alcune valli del bergamasco (e non me ne vogliano gli amici del luogo).
Il messaggio da alcuni anni ripetuto e praticato, fatto di iniziative disciplinari contro i magistrati che non sono in linea con il "pensiero padano" o che fanno mostra dei valori democratici della Costituzione del '48, alla fine rischia di passare (in un'opinione pubblica disattenta e poco dotata di strumenti critici) se poi si modificano ben 53 articoli della Costituzione! Si tratta di un "monstrum", continua D'Avanzo, che la magistratura ed il centro-sinistra dovrebbero affrontare con maggiore determinazione. Ben vengano, allora, iniziative come quella di impegnarci pubblicamente e tutti insieme (senza furbizie o sottili distinguo) per difendere la "nostra" Costituzione con tutti i mezzi che l'ordinamento ci consente, ma senza farci condizionare da paure, lusinghe o altro ancora.
Dice bene Juanito Patrone nella sua bellissima lettera aperta: è un "dovere" che soprattutto noi più anziani abbiamo, e che non possiamo delegare ai colleghi-amici più giovani (anche se possiamo imparare molto da taluni di loro). Dunque, rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a chiedere ai presidenti delle nostre sezioni ANM di convocarci al più presto per mettere in cantiere le iniziative più opportune.
Militante? E per quale fronte? Leggete le critiche di Armando Spataro alle scelte dei passati governi di centrosinistra cliccando sulla freccia qui sotto.
Giustizia 2/ Perry Mason all’italiana
Giustizia 5/ Sulla nuova difesa d’ufficio