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Timestamp: 2019-10-21 03:21:00+00:00
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La tradizionale interpretazione che negava la generale risarcibilita’ del danno
non patrimoniale in ragione della insuscettibilita’ di valutazione economica degli interessi personali lesi, limitandola ad ipotesi eccezionali, risulta da tempo superata.
La coscienza sociale ha avvertito l’insopprimibile esigenza
di non lasciare priva di ristoro la lesione di valori costituzionalmente garantiti, dei diritti inviolabili e dei diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti all’integrita’ psico-fisica e alla salute, all’onore e alla reputazione, all’integrita’ familiare (v. Cass., 31/5/2003, n. 8827 e Cass., 31/5/2003, n. 8828; Corte Cost., 14/7/1986, n. 184. V. altresi’ Cass., 7/11/2003, n. 16716; Cass., 14/6/2007, n. 13953), allo svolgimento della personalita’ e alla dignita’ umana.
L’indennizzo non ha e non puo’ avere funzione reintegrativa nemmeno delle sofferenze morali e dei ‘torti giuridici’ subiti, essendo invero volto a tutelare l’esigenza di assicurare al danneggiato un’adeguata riparazione come utilita’ sostitutiva (cfr. Cass., 14/2/2000, n. 1633; Cass., 25/2/2000, n. 2134; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 30/7/2002, n. 11255; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., 25/5/2007, n. 12253).
La non patrimonialita’ ‘ per non avere il bene persona un prezzo ‘ del diritto leso,
che va tenuta distinta dalla natura patrimoniale o non patrimoniale del danno, comporta che, diversamente da quello patrimoniale, del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (V. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E gia’ Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresi’ Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., l/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).
La valutazione equitativa e’ diretta a determinare ‘la compensazione economica socialmente adeguata’ del pregiudizio, quella che ‘l’ambiente sociale accetta come compensazione equa’ (in ordine al significato che nel caso assume l’equita’ v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).
Subordinata all’esistenza del danno risarcibile e alla circostanza dell’impossibilita’ o estrema difficolta’ di prova nel suo preciso ammontare,
attenendo pertanto alla quantificazione e non gia’ all’individuazione del danno (non potendo valere a surrogare il mancato assolvimento dell’onere probatorio imposto all’articolo 2697 c.c.: v., da ultimo, Cass., 11/5/2010, n. 11368; Cass., 6/5/2010, n. 10957; Cass., 10/12/2009, n. 25820), la valutazione equitativa deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravita’ della lesione.
Come avvertito anche in dottrina,
l’esigenza di una tendenziale uniformita’ della valutazione di base della lesione non puo’ d’altro canto tradursi in una preventiva tariffazione della persona, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 31/5/2003, n. 8828).
non puo’ essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’effettiva natura o entita’ del danno (v. Cass., 12/5/2006, n. 11039; Cass., 11/1/2007, n. 392; Cass., 11/1/2007, n. 394), ma deve essere congruo.
Per essere congruo il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740. Nel senso che il risarcimento deve essere senz’altro ‘integrale’ v. peraltro Cass., 17/4/2013, n. 9231).
Nell’operare la ricostruzione del sistema dei danni con indicazione delle ‘regole generali della tutela risarcitoria non patrimoniale’ alla stregua di una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 11/7/2003, n. 233),
costituente principio informatore della materia, fondamentale rilievo le Sezioni Unite del 2008 hanno assegnato al principio della integrante del risarcimento, sottolineando la necessita’ che si pervenga a ‘ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Come questa Corte ha gia’ avuto modo di porre in rilievo (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), all’esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008 la categoria del danno non patrimoniale
risulta delineata in termini di categoria concernente ipotesi di lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, di natura composita, articolantesi in una pluralita’ di aspetti (o voci), con funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o cd. danno esistenziale (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit. v. altresi’ Cass., Sez. Un., 19/8/2009, n. 18356, e, da ultimo, Cass., 19/2/2013, n. 4043).
Con riferimento all’articolo 2059 c.c., ribadendo l’impossibilita’ di prescindersi dal dato normativo (in tali termini v. gia’ Cass., 12/6/2006, n. 13546) e dalla relativa interpretazione andata maturando nel tempo (cfr. Cass., 11/6/2009, n. 13547), si e’ dalle Sezioni Unite escluso che la formula danno morale individui ‘una autonoma sottocategoria di danno’.
Sottolineandosi che ne’ l’articolo 2059 c.c. ne’ l’articolo 185 c.p. ne fanno menzione, e ‘tantomeno lo dicono rilevante solo se sia transitorio’, il danno morale si e’ ravvisato indicare solamente uno dei molteplici, possibili pregiudizi di tipo non patrimoniale, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in se’ considerata, la cui intensita’ e durata nel tempo rilevano non gia’ ai fini della esistenza del danno, bensi’ della mera quantificazione del relativo ristoro.
Facendo richiamo a pronunzie (in particolare a Cass., 9/11/2005, n. 21683 e a Cass., 25/2/2004, n. 3806) che del danno morale (cosi’ come di quello biologico) avevano accordato il risarcimento in correlazione con il tempo di vita effettiva, a tale stregua ‘postulandone la permanenza’ in vita, le Sezioni Unite del 2008, innovando al precedente orientamento maturato nella giurisprudenza di legittimita’, sono pervenute a negare che la sofferenza morale sia necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, superando pertanto la tesi che restringeva o limitava la categoria del danno non patrimoniale alla mera figura del cd. danno morale soggettivo transeunte.
In epoca successiva alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008, il danno morale e’ stato dal legislatore definito quale ‘sofferenza e turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignita’ della persona’ Decreto del Presidente della Repubblica 3 marzo 2009, n. 37, articolo 5, comma 1, lettera c), (recante ‘Regolamento per la disciplina dei termini e delle modalita’ di riconoscimento di particolari infermita’ da cause di servi’zio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma della Legge 24 dicembre 2007, n. 244, articolo 2, commi 78 e 79?), poi abrogato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66, articolo 2269, comma 1, n. 385, (Codice dell’Ordinamento militare), con la decorrenza prevista dal medesimo Decreto Legislativo n. 66 del 2010, articolo 2272, comma 1, nonche’ quale ‘pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in se’ considerato’ Decreto del Presidente della Repubblica 30 ottobre 2009, n. 181 (‘Regolamento recante i criteri medico-legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualita’ e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma della Legge 3 agosto 2004, n. 206, articolo 6?).
La qualificazione del danno morale
in termini di dignita’ o integrita’ morale, quale massima espressione della dignita’ umana, desumibile dall’articolo 2 Cost. in relazione all’articolo 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona (ratificato dall’Italia con Legge 2 agosto 2008, n. 190), risulta peraltro gia’ da tempo recepita (anche) dalla giurisprudenza di legittimita’ (v. Cass., 12/12/2008, n. 29191; Cass., 11/6/2009, n. 13530; Cass., 10/3/2010, n. 5770), che nel segnalarne l’ontologica autonomia, in ragione della diversita’ del bene protetto, attinente alla sfera della dignita’ morale della persona, ha sottolineato la conseguente necessita’ di tenersene autonomamente conto, rispetto agli altri aspetti in cui si sostanzia la categoria del danno non patrimoniale, sul piano liquidatorio.
Laddove i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti
in caso di liquidazione del danno biologico, avente tendenzialmente portata onnicomprensiva (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, e, successivamente, Cass., 13/5/2011, n. 10527), sotto quest’ultimo profilo si e’ escluso che il valore della integrita’ morale possa stimarsi in una mera quota minore del danno alla salute, e di potersi fare ricorso a meccanismi semplificativi di tipo automatico (v. Cass., 26/6/2013, n. 16041; Cass., 13/12/2012, n. 22909; Cass., 12/9/2011, n. 18641; Cass., 19/1/2010, n. 702), in quanto inidonei a consentire di cogliere il punto di riferimento dai giudici di merito in concreto preso in considerazione nel caso di specie ai fini della debita personalizzazione della liquidazione del danno morale; nonche’ di far intendere in quali termini si sia al riguardo tenuto conto della gravita’ del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entita’ della relativa sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di potersi essa considerare congrua e adeguata risposta satisfattiva alla lesione della dignita’ umana (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228).
Osservando che nel Codice delle assicurazioni private (Decreto Legislativo n. 209 del 2005) viene fatto espressamente riferimento (anche) alla negativa incidenza di tale lesione sulle attivita’ quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, le Sezioni Unite hanno al riguardo sottolineato la generale valenza e il carattere vincolante di tale figura, sintesi dei ‘risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale’ (cosi’ Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).
Nel danno biologico si considerano ormai da tempo ricomprese numerose figure, quali il cd. ‘danno estetico’ (v., da ultimo, Cass., 16/5/2013, n. 11950) e il cd. ‘danno alla vita di relazione’, anch’esso ritenuto (dopo essere stato originariamente considerato un aspetto del danno patrimoniale, quale impossibilita’ o anche mera difficolta’, per colui che ha subito menomazioni fisiche, di reinserirsi nei rapporti sociali e di mantenere questi ad un livello normale, si’ da diminuire o annullare, secondo i casi, le possibilita’ di collocamento e di sistemazione del danneggiato: v. Cass., 10/3/1992, n. 2840; Cass., 9/11/1977, n. 4821; Cass., 3/6/1976, n. 2002; Cass., 5/12/1975, n. 4032; Cass., 11/5/1971, n. 1346; Cass., 24/4/1971, n. 1195) rientrante nel concetto di danno alla salute, e pertanto solo a tale titolo liquidabile (v. Cass., 21/3/1995, n. 3239; e, da ultimo, Cass., 16/8/2010, n. 18713; Cass., 13/7/2011, n. 15414). Ancora, il danno da impotenza sessuale, da malattie nervose, insonnia, alterazioni mentali: figure tutte elaborate dalla giurisprudenza al fine di ovviare ai limiti risarcitori imposti dalla tradizionale rigorosa interpretazione dell’articolo 2059 c.c..
Come la Suprema Corte ha gia’ avuto modo di osservare, le Sezioni Unite del 2008
hanno in proposito significativamente precisato che:a) in presenza di reato (e’ sufficiente che il fatto illecito si configuri anche solo astrattamente come reato: v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Cass., Sez. Un., 6/12/1982, n. 6651. Da ultimo v. Cass., 6/4/2011, n. 7844), superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilita’ del danno non patrimoniale nella sua piu’ ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare rectius, nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) e’ risarcibile, ove costituisca conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, ivi comprese le Convenzioni internazionali (come la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), e cioe’ purche’ sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’articolo 2043 c.c., la tutela penale costituendo sicuro indice di rilevanza dell’interesse lesb) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purche’ conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.
Fattispecie quest’ultima considerata integrata ad esempio in caso di sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di un congiunto (cd. danno da perdita del rapporto parentale), in quanto il ‘pregiudizio di tipo esistenziale’ consegue alla lesione dei ‘diritti inviolabili della famiglia (articoli 2, 29 e 30 Cost.)’.
In tali ipotesi, hanno precisato le Sezioni Unite, vengono in considerazione pregiudizi che, attenendo all’esistenza della persona, per comodita’ di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che cio’ possa tuttavia riverberare in termini di configurazione di una ‘autonoma categoria di danno’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. Conformemente, nel senso che il ‘danno cd. esistenziale non costituisce voce autonomamente risarcibile, ma e’ solo un aspetto dei danni non patrimoniali di cui il giudice deve tenere conto nell’adeguare la liquidazione alle peculiarita’ del caso concreto, evitando peraltro duplicazioni risarcitorie, v., da ultimo, Cass., 30/11/2011, n. 25575; Cass., 9/3/2012, n. 3718, Cass., 12/2/2013, n. 3290).
Al di la’ della qualificazione in termini di categoria, nelle pronunzie del 2008 risulta infatti confermato che, quale sintesi verbale (in tali termini v. gia’ Cass., 12/6/2006, n. 13546), gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nell’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a lesione psico-fisica, ben possono essere definiti come esistenziali, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il dolore non rimangano piu’ allo stato intimo ma evolvano, seppure non in ‘degenerazioni patologiche’ integranti il danno biologico, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. Nel senso che il danno biologico puo’ sostanziarsi nel ‘danno alla salute’ che risulti ‘il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, e che in persone predisposte da particolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilita’ nervosa, ecc.), anziche’ esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato di angoscia transeunte, puo’ degenerare in un trauma fisico o psichico permanente, alle cui conseguenze in termini di perdita di qualita’ personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va allora commisurato il i risarcimento’, v. gia’ Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).
Orbene, il danno esistenziale si e’ dalle Sezioni Unite ravvisato consistere nel pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, inducendolo a scelte di vita diversa quanto alla espressione e realizzazione della sua personalita’ nel mondo esterno. In altri termini, nel ‘danno conseguenza della lesione’, sostanziantesi nei ‘riflessi pregiudizievoli prodotti nella vita dell’istante attraverso una negativa alterazione dello stile di vita’ (cosi’ Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).
Siffatto aspetto risulta nelle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 tenuto invero pienamente in considerazione, potendo allora ben dirsi che alla stregua della regola vigente in base al principio di effettivita’ e’ l’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, lo sconvolgimento (il riferimento allo ‘sconvolgimento delle abitudini di vita’ si rinviene gia’ in Cass., 31/5/2003, n. 8827) foriero di ‘scelte di vita diverse’, in altre parole lo sconvolgimento dell’esistenza, a peculiarmente connotare il cd. danno esistenziale, caratterizzandolo in termini di autonomia rispetto sia alla nozione di danno morale elaborata dall’interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale (e successivamente recepita dal legislatore) sia a quella normativamente fissata di danno biologico (a tale stregua cogliendosi una sicura diversita’ con quanto al riguardo indicato dalla norma del Codice delle assicurazioni).
In alcuni passaggi dello snodo motivazionale le Sezioni Unite del 2008 sembrano voler restringere invero la considerazione del pregiudizio di tipo esistenziale alla mera ipotesi della lesione del ‘rapporto parentale’, formula rievocante quella adoperata da Cass. n. 8827 del 2003.
Non sembra peraltro revocabile in dubbio che lo ‘sconvolgimento’ connotante il danno esistenziale ben puo’ conseguire anche laddove un rapporto di parentela invero difetti, come ad esempio in caso di convivenza more uxorio per l’affermazione che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto ‘ con riguardo sia al danno morale, sia a quello patrimoniale, che presuppone, peraltro, la prova di uno stabile contributo economico apportato, in vita, dal defunto al danneggiato ‘ anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti dimostrata tale relazione caratterizzata da tendenziale stabilita’ e da mutua assistenza morale e materiale, v. Cass., 7/6/2011, n. 12278; Cass., 16/9/2008, n. 23725. E gia’ Cass., 28/3/1994, n. 2988. V. altresi’, in giurisprudenza di merito, Trib. Milano, 13/11/2009, in Resp. civ., 2010, 409 ss. Nel senso che il danno non patrimoniale va ristorato pure in caso di mero ‘rapporto affettivo’, avente carattere di ‘serieta’ e stabilita”, anche a prescindere dalla coabitazione v. Cass., 21/3/2013, n. 7128. Con riferimento al danno da perdita del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora), per la ritenuta necessita’ di una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimita’ delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarieta’ e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonche’ la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalita’ di ciascuno, ai sensi dell’articolo 2 Cost., v. Cass., 16/3/2012, n. 4253. Anteriormente alla recentissima riforma della filiazione di cui alla Legge n. 219 del 2012 e al relativo decreto delegato, di attuazione (Decreto Legislativo n. 154 del 2013), per l’interpretazione secondo cui i fratelli naturali non sono parenti v. Corte Cost., 15/11/2000, n. 532.
Ribadendosi che il danno non patrimoniale iure proprio del congiunto e’ ristorabile in caso non solo di perdita ma anche di mera lesione del rapporto parentale (con riferimento al danno morale in favore dei prossimi congiunti della vittima di lesioni colpose v. Cass., 3/4/2008, n. 8546; Cass., 14/6/2006, n. 13754; Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., Sez. Un., l/7/2002, n. 9556; Cass., 1/12/1999, n. 13358. E gia’ Cass., 2/4/1998, n. 4186), il danno esistenziale o da sconvolgimento dell’esistenza e’ stato nella giurisprudenza di legittimita’ in particolare ravvisato integrato dall’abbandono del lavoro per potersi dedicare esclusivamente alla cura del figlio, bisognevole di assistenza in ragione della gravita’ delle riportate lesioni psicofisiche (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 6/4/2011, n. 7844); dall”assolutezza del sacrificio di se” nell’assistenza verso il piccolo figlio macroleso (v. Cass., 12/9/2011, n. 18641; Cass., 13/1/2009, n. 469); dall’impossibilita’ per una ragazza ventenne di fare la modella all’esito di intervento di chirurgia plastica con effetti deturpanti sul seno (v. Cass., 28/8/2009, n. 18805); dall’impossibilita’ di realizzare la propria ‘opzione di vita’ consistente nell’ottenere il collocamento a riposo in ragione del mancato accredito di contributi da parte del datore di lavoro (v. Cass., 10/2/2010, n. 3023); dall’impossibilita’ di espletare l’attivita’ di imprenditore per illegittima revoca di autorizzazione di polizia (v. Cons. Stato, sez. 6, 8/9/2009, n. 5266).
Si e’ invece escluso che il cd. danno esistenziale rimanga integrato da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie e ‘ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti piu’ disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., 13/11/2009, n. 24030), in stress o violazioni del diritto alla tranquillita’ (v. Cass., 9/4/2009, n. 8703. Contra, per la risarcibilita’ del danno da stress a causa della ricerca del proprio veicolo oggetto di rimozione forzata, v. peraltro Cass., 23/3/2011, n. 6712) ovvero ad altri diritti ‘immaginari’ (per la qualificazione in tali termini del diritto al ‘tempo libero’ v. Cass., 4/12/2012, n. 21725).
Tale ipotesi si e’ in particolare ravvisata ricorrere in caso di determinatasi necessita’ di iniziare a lavorare per far fronte ad una situazione di indigenza insorta in conseguenza della morte del congiunto che in precedenza aveva assicurato una condizione di agiatezza (per il riferimento al ‘danno esistenziale’ derivato ‘dall’improvviso e radicale mutamento delle loro condizioni di vita e dall’essersi trovati in una grave situazione d’indigenza’ a causa dell”improvvisa perdita di qualsiasi fonte di reddito’ v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974, ove si fa peraltro riferimento ai ‘patimenti e alle angosce’ derivate ai danneggiati dalla sopravvenuta situazione d’indigenza, cui la compagnia assicuratrice non aveva posto rimedio, colposamente tardando per oltre 5 anni la corresponsione dell’indennizzo); ovvero di aver dovuto abbandonare il lavoro svolto da anni per adattarsi a svolgerne un altro del tutto diverso (v. Cass., 9/3/2012, n. 3718).
E’ noto che quest’ultimo si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste ‘categorie’ o ‘sottocategorie’ e’ a sua volta compendiata da una pluralita’ di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il cd. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il C.T., funerarie, ecc.) (danno emergente); o la perdita della clientela, la irrealizzazione di rapporti contrattuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di prestazioni alimentari o lavorative, la perdita della capacita’ lavorativa specifica (lucro cessante).
Perplessita’ evoca, a tale stregua, la riduttiva interpretazione secondo cui ‘la piu’ recente giurisprudenza di questa Corte ha precisato che i danni non patrimoniali di cui all’articolo 2059 c.c. comprendono tutti i pregiudizi non connotati dalla patrimonialita’, e che la categoria non puo’ essere suddivisa in diverse sottovoci suscettibili di autonomo risarcimento (danno esistenziale, danno alla vita di relazione, estetico, morale, biologico, ecc), come si e’ spesso verificato in passato nella prassi giurisprudenziale’ (in tali termini v. Cass., 28/8/2009, n. 18805).
Una siffatta lettura delle sentenze del 2008 e’ in realta’ smentita, oltre che da altra sentenza della stessa 3 Sezione v. Cass., 30/10/2009, n. 23056, ove si afferma che ‘le sezioni unite di questa Corte, nella sentenza 11/11/2008, n. 26973, hanno chiarito in termini definitivi ed appaganti che il danno non patrimoniale di cui all’articolo 2059 c.c. e’ categoria generale, non suscettibile di divisione in sottocategorie variamente etichettate, di modo che il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il risarcimento di distinte categorie di danno’. Analogamente v., da ultimo, Cass., 9/3/2012, n. 3718), da decisioni di altre sezioni semplici (v. la citata Cass., 5/10/2009, n. 21223) e delle stesse Sezioni Unite.
Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostanzialmente osservato il principio dell’integralita’ del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realta’ differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari ‘addendi’, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci.
In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non gia’ il ‘nome’ assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (‘biologico’, ‘morale’, ‘esistenziale’), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.
Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., Sez. Un., 16/2/2009, n. 3677: ‘Il cd. danno esistenziale ‘ costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non puo’ essere liquidato separatamente sol perche’ diversamente denominato’).
Le Sezioni Unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene riconosciuta ‘portata tendenzialmente onnicomprensiva’.
E’ infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice,
e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante per un’ipotesi di ritenuta esaustivita’ della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza) utilizzando, come parametro di riferimento, quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che ‘la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni piu’ minute come in quelle piu’ importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe altrimenti condotto’, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13.
Analogamente deve dirsi allorquando la liquidazione del danno morale sia stata espressamente estesa anche ai profili relazionali nei termini propri del danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2010, n. 9040, ove si e’ ravvisato essere indubbio che il giudice del merito, nel liquidare il ‘danno morale’ dei genitori per la morte del figlio all’esito di sinistro stradale, avesse nel caso tenuto in considerazione anche la ‘perdita del rapporto parentale’, sottolineando non assumere al riguardo ‘rilievo il nomen iuris adottato dal giudice e dalle parti’ bensi’ ‘i tipi di pregiudizio che vengono complessivamente risarciti nella liquidazione del danno non patrimoniale da fatto configurabile come reato’; Cass., 16/9/2008, n. 23275).
Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione (del tutto ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il cd. danno esistenziale), dal relativo ristoro non puo’ invero prescindersi corretta appare l’affermazione, nel caso peraltro riferita al ‘comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato’, secondo cui i danni ex articolo 2059 c.c. debbono essere liquidati ‘in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)’, che si rinviene in Cass., 17 settembre 2010, n. 19816.
Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si e’ in giurisprudenza costantemente affermata la necessita’ per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una ‘uniformita’ pecuniaria di base’, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresi’ a criteri di elasticita’ e flessibilita’, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).
Si e’ a tale stregua esclusa la possibilita’ applicarsi in modo ‘puro’ parametri rigidamente fissati in astratto, giacche’ non essendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilita’ delle decisioni ma assicurata invero una uguaglianza meramente formale, e non gia’ sostanziale.
Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto puo’ infatti dirsi circa la parita’ di trattamento e la prevedibilita’ della decisione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entita’, patite da persone della stessa eta’ e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria ‘violazione della regola di equita”).
I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice, devono essere idonei a consentire altresi’ la cd. personalizzazione del danno (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/6/2006, n. 13546), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano dell’effettivita’ del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione ‘ nel rispetto delle diversita’ proprie dei singoli casi concreti ‘ sul territorio nazionale (v. Cass., 12/7/2006, n. 15760).
In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare,
l’equita’ si e’ in giurisprudenza intesa nel significato di ‘adeguatezza’ e di ‘proporzione’, assolvendo alla fondamentale funzione di ‘garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale’, con eliminazione delle ‘disparita’ di trattamento’ e delle ‘ingiustizie’ cosi’ Cass., 7/6/2011, n. 12408: ‘equita’ non vuoi dire arbitrio, perche’ quest’ultimo, non scaturendo da un processo logico-deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Alla nozione di equita’ e’ consustanziale l’idea di adeguatezza e di proporzione. Ma anche di parita’ di trattamento. Se infatti in casi uguali non e’ realizzata la parita’ di trattamento, neppure puo’ dirsi correttamente attuata l’equita’, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata. Cio’ e’ tanto piu’ vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologicamente difetti, per la diversita’ tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrita’ morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilita’ di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato; e tuttavia i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicche’ solo un’uniformita’ pecuniaria di base puo’ valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilita’ imposta dalla considerazione del ‘particolare'”.
Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno strumento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla clausola generale posta all’articolo 1226 c.c. (v. Cass., 19/5/1999, n. 4852), non gia’ di derogarvi; e di addivenire ad una quantificazione del danno rispondente ad equita’, nell’effettiva esplicazione di poteri discrezionali, e non gia’ rispondenti ad arbitrio (quand’anche ‘equo’).
In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le cd. macropermanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il cd. ‘notorio locale’ v. in particolare Cass., 1 giugno 2010, n. 13431), la cui utilizzazione e’ stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine ‘di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza’ (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972).
Preso atto che le Tabelle di Milano sono andate nel tempo assumendo e palesando una ‘vocazione nazionale’, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equita’ valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) ‘ al di la’ delle diversita’ delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali ‘ ingiustificate disparita’ di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’articolo 3 Cost., comma 2, questa Corte e’ pervenuta a ritenerle valido criterio di valutazione equitativa ex articolo 1226 c.c. delle lesioni di non lieve entita’ (dal 10% al 100%) conseguenti alla circolazione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., 30/6/2011, n. 14402).
Essendo l’equita’ il contrario dell’arbitrio, la liquidazione equitativa operata dal giudice di merito e’ sindacabile in sede di legittimita’ (solamente) laddove risulti non congruamente motivata, dovendo di essa ‘darsi una giustificazione razionale a posteriori’ (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).
Nello stabilire che ‘per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrita’ psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attivita’ quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacita’ di produrre reddito’, l’articolo 139, comma 2, Cod. ass. ha in realta’ riguardo ad una superata concezione del danno biologico, diversa dalla nozione recepita dalle Sezioni Unite del 2008, e fissa, quanto alla personalizzazione del risarcimento del danno non patrimoniale, il limite di aumento massimo (con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato) dell’ammontare quantificato alla stregua del dato tabellare nella misura del quinto, e cioe’ del 20% (articolo 139, comma 3, Cod. ass.) (cfr. Cass., 7/6/2011, n. 12408).
Va al riguardo peraltro sottolineato come la Corte Costituzionale abbia recentemente affermato l’illegittimita’ dell’apposizione di una limitazione massima non superabile alla quantificazione del ristoro per danni alla persona v. Corte Cost., 30/3/2012, n. 75, che ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale del Decreto Legislativo n. 111 del 1995, articolo 15, comma 1, nella parte in cui ha fissato un limite all’obbligo risarcitorio per danni alla persona. Pur se emessa con riferimento alla responsabilita’ da inadempimento di contratto di viaggio vacanza ‘tutto
compreso’ (cd. ‘pacchetto turistico’ o ‘package’), e fondata sulla ravvisata violazione dei criteri posti dalla legge delega, tale principio la pronunzia sembra invero sostanzialmente sottendere.
In particolare la’ dove si e’ limitata a confermare ‘le statuizioni del primo giudice’, dopo avere:
a) accolto la domanda di ristoro pecuniario del danno non patrimoniale proposta dal (OMISSIS) e dalla (OMISSIS), figli dei defunti (OMISSIS) e (OMISSIS), riconoscendo ad essi rispettivamente dovuta la somma di euro 111.495,5 risultante ‘dalla sommatoria delle seguenti voci: euro 31.000,00 per danno morale iure hereditatis; euro 10.000,00 per danno biologico psichico iure hereditatis; euro 8.495,5 per danno biologico fisico iure hereditatis; euro 62.000,00 per danno morale personale’;
b) accolto la doglianza dei predetti (OMISSIS) e (OMISSIS) circa la ‘liquidazione meramente equitativa’ effettuata dal giudice di prime cure ‘senza dare conto dei criteri adottati’ nonche’ in forma ”cumulativa'”, con conseguente lamentata impossibilita’ di ‘comprendere quali siano le voci di danno riconosciute e le loro entita”;
c) riconosciuto ai medesimi spettare altresi’ i ‘danni non patrimoniali derivanti dalla morte del padre (OMISSIS) per suicidio, in riforma della sentenza di 1 grado sul punto ritenendo essere stata ‘indubbia concausa il trauma psichico conseguente al decesso della moglie nel sinistro de quo’, al riguardo precisando che ‘l’accertato collegamento; tra la morte del (OMISSIS) e quella della moglie a seguito dell’incidente incide sulla quantificazione del danno’;
d) provveduto alla ‘liquidazione delle singole voci di danno secondo le tabelle in uso del Tribunale di Milano, la cui applicazione viene invocata dagli appellanti’;
e) osservato che ‘agli appellanti’ e’ stato peraltro dal giudice di prime cure riconosciuto ‘un importo superiore (euro 250.000,00 a (OMISSIS) ed euro 170.000,00 a (OMISSIS))’.
La corte di merito ha disatteso i suindicati principi in particolare la’ dove ha confermato il rigetto operato dal giudice di prime cure ‘della domanda di risarcimento danni iure hereditatis formulata dagli appellanti’ sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) ‘per il ristoro dei danni personali (da ‘. lesioni mortali) subiti dalla loro madre (OMISSIS), in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioe’ un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’.
Nel far proprie le argomentazioni del primo giudice senza esprimere invero le ragioni della conferma della pronunzia in relazione ai motivi di impugnazione proposti in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto, la laconicita’ sul punto della motivazione dell’impugnata sentenza appalesandosi pertanto inidonea a rivelare la ratio deciderteli e a consentire di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado essa sia pervenuta attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di impugnazione, sicche’ la motivazione si rivela sul punto come meramente apparente (v. Cass., 20/7/2012, n. 12664; Cass., 23/2/2011, n. 4377; Cass., 23/2/2011, n. 4375; Cass., 8/1/2009, n. 161; Cass., 11/6/2008, n. 15483), la corte di merito ha a tale stregua immotivatamente rigettato, oltre a quella di ristoro del danno cd. tanatologico, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, nei molteplici aspetti dei quali tale categoria generale si compone, cui il riferimento al ‘lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’ si appalesa impropriamente operato.
Orbene, a parte il rilievo che come questa Corte ha gia’ avuto modo di precisare ai fini dell’accoglimento della domanda e’ irrilevante l’erronea denominazione del tipo di pregiudizio non patrimoniale di cui si chiede il risarcimento se ad esso sia stato fatto riferimento in un contesto nel quale era stato richiesto il risarcimento del danno non patrimoniale, evidentemente senza limitazioni connesse solo ad alcune e non ad altre conseguenze pregiudizievoli derivatene (v. Cass., 9/3/2012, n. 3718; Cass., 17/7/2012, n. 12236, e da ultimo, Cass., 6/8/2013, n. 18659), in presenza di una domanda sin dall’origine dagli odierni ricorrenti ed originari attori estesa a tutti i danni (patrimoniali e non patrimoniali) subiti in conseguenza del sinistro de quo (‘voglia il Tribunale ‘ condannare i convenuti a risarcire agli attori tutti i danni da costoro subiti in seguito ai fatti di causa, iure proprio e iure successionis, cosi’ come azionati e sotto tutti gli aspetti risarcibili, patrimoniali e non patrimoniali, nella misura che sara’ ritenuta di giustizia in esito agli accertamenti istruttori’: v. atto di citazione in primo grado dei sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) ed (OMISSIS), in atti, riprodotto anche dai controricorrenti e ricorrenti incidentali nel rispettivo controricorso e ricorso incidentale), in particolare, la corte di merito, dopo averne correttamente riconosciuto la ricorrenza nella specie, ha immotivatamente e contraddittoriamente non quantificato l’incidenza del danno esistenziale sofferto dal (OMISSIS) nella determinazione del complessivo ammontare del danno non patrimoniale al medesimo spettante e trasmissibile iure hereditatis ai figli, la relativa valutazione d’altro canto non emergendo operata nei suoi propri termini di sconvolgimento dell’esistenza dal medesimo sofferto (e invero nemmeno altrimenti considerata sotto il profilo degli aspetti relazionali connessi al danno biologico), al riguardo essendosi essa limitata a valutare l”aggravamento’ dello ‘stato di depressione, documentata dalle cartelle cliniche in atti’.
I suindicati profili risultano disattesi altresi’ la’ dove la corte di merito ha del pari confermato la liquidazione effettuata dal giudice di 1 grado in favore della (OMISSIS) e del (OMISSIS), invero genericamente e immotivatamente ritenendola ‘congrua in relazione ai normali parametri liquidatori’, nonche’ apoditticamente osservando che, ‘al di la’ di una generica censura’, i medesimi non hanno fornito ‘alcun elemento utile per discostarsene’.
Va ulteriormente osservato che, se da un canto ha effettuato la liquidazione del danno non patrimoniale prendendo correttamente a riferimento (trattandosi di debito di valore) le Tabelle in vigore al momento della liquidazione (v. Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 11/5/2012, n. 7272) e ‘in valori monetari attuali, gia’ comprensivi quindi di rivalutazione e interessi’, sicche’ infondate al riguardo risultano le doglianze mosse dai ricorrenti con il 4 motivo, come dai medesimi lamentato nell’impugnata sentenza non risulta essere stato dalla corte di merito dato viceversa pienamente conto della personalizzazione del dato tabellare assunto a base di calcolo, e in particolare della considerazione di indici altri e diversi dall’eta’ della vittima, quali ad esempio il sesso, il grado di sensibilita’ dei danneggiati superstiti, la situazione di convivenza, la gravita’ del fatto e dell’entita’ della sofferenza della vittima (cfr. Cass., 2/7/1997, n. 5944; Cass., l/3/1993, n. 2491).
Sofferenza nella specie particolarmente grave e degenerata in sconvolgimento dell’esistenza, essendo rimasto nel corso del giudizio di merito accertato (come emerge in particolare dal tenore delle cartelle cliniche, in ossequio al principio di autosufficienza riportate a pag. 85 ss. del ricorso) che nei circa due anni di sopravvivenza dopo la morte della moglie il (OMISSIS) ha sempre palesato ‘chiusura verso l’esterno’ (‘dove non puo’ piu’ incontrare la moglie che, invece, puo’ convivere nel suo animo’); non e’ piu’ riuscito ‘a superare la perdita della moglie’ venuta a mancare quando aveva appena superato un ‘precedente periodo depressivo’, ripetutamente manifestando ‘idee di inutilita’ e di incapacita’ ad affrontare il futuro’ senza di lei e in un’occasione (a fine luglio 1988) essendosi addirittura ‘chiuso in un armadio tra gli abiti della moglie morta’; ha smesso di ‘frequentare amici, parenti e vicini’; si e’ infine indotto al suicidio.
Del pari immotivato risulta l’abbattimento dalla corte di merito operato, in misura indicata dapprima come ‘considerevole’ e quindi come ‘massima’ del dato tabellare assunto a base di calcolo, ‘in considerazione del fatto che (OMISSIS) e’ sopravvissuto solo due anni’.
La risarcibilita’ del danno da perdita della vita e’ stata dalla Corte Costituzionale negata sulla base del rilievo che oggetto di risarcimento puo’ essere solo la ‘perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva’, laddove la morte immediata non e’ invero una ‘perdita’ a carico ‘della persona offesa’, in quanto la stessa e’ ‘non piu’ in vita’ cosi’ Corte Cost., 27/10/1994, n. 372, che nel dichiarare la non fondatezza, in riferimento agli articoli 2 e 32 Cost., della questione di costituzionalita’ dell’articolo 2043 c.c., nella parte in cui non consente il risarcimento iure hereditatis del ‘danno biologico da morte’, ha affermato il principio in base al quale, diversamente dalla lesione del diritto alla salute, la lesione immediata del diritto alla vita (senza una fase intermedia di malattia) non puo’ configurare una perdita (e cioe’ una diminuzione o privazione di un valore personale) a carico della vittima ormai non piu’ in vita, onde e’ da escludere che un diritto al risarcimento del cd. ‘danno biologico da morte’ entri nel patrimonio dell’offeso deceduto e sia, quindi, trasmissibile ai congiunti in qualita’ di eredi, in ragione non gia’ del carattere non patrimoniale del danno suddetto bensi’ del limite strutturale della responsabilita’ civile, nella quale sia l’oggetto del risarcimento che la liquidazione del danno devono riferirsi non alla lesione per se stessa, ma alle conseguenti perdite a carico della persona offesa.
A tale stregua la Corte di legittimita’ costituzionale delle leggi ha fatto ricorso all”argomento, risalente a una non recente sentenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione (n. 3475 del 1925), secondo cui un diritto di risarcimento puo’ sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non piu’ in vita’ (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).
Siffatta negazione, unitamente alla considerazione che ‘per il bene della vita e’ inconcepibile una forma di risarcimento anche solo per equivalente’ (cosi’ Cass., 14/2/2000, n. 1633; Cass., 20/1/1999, n. 491), ha indotto la giurisprudenza ad ammettere la ristorabilita’ di altri e diversi ‘beni’.
Movendo dalla configurazione della morte quale piu’ grave stadio di lesione o lesione massima ‘ in quanto integrale ‘ del bene salute; dalla distinzione tra danno biologico da invalidita’ permanente e danno biologico da invalidita’ temporanea; dalla ritenuta relativa inconfigurabilita’ per definizione in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, giacche’ in tal caso la malattia non si risolve con esiti permanenti ma determina la morte dell’individuo, si e’ nella giurisprudenza di legittimita’ pervenuti ad affermare che ‘quando la morte e’ causata dalle lesioni’, e tra le lesioni colpose e la morte intercorra un ‘apprezzabile lasso di tempo’, e’ invero risarcibile il danno biologico terminale (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163, nel senso che l’ammontare del danno biologico terminale va commisurato soltanto all’inabilita’ temporanea, ma ai fini della liquidazione il giudice deve tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che pur se temporaneo tale danno e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’, tanto che la lesione alla salute e’ cosi’ elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte), e ‘per il tempo di permanenza in vita’ (v. Cass., 16/5/2003, n. 7632), e a considerare il diritto di credito al relativo risarcimento trasmissibile iute hereditatis (v. Cass., l/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 10/2/1999, n. 1131; Cass., 29/9/1995, n. 10271).
Il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che pur se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’ (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass., 23/2/2005, n. 3766), si e’ ravvisato come ‘sempre esistente’, per effetto della ‘percezione’, ‘anche non cosciente’, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163).
Anche in tal caso la risarcibilita’ e’ ammessa solamente al ricorrere del presupposto della permanenza in vita (v. Cass., 25/2/1997, n. 1704; Cass., 6/10/1994, n. 8177), in ragione della sofferenza, rilevante sotto il profilo del danno morale, provocata dalla cosciente percezione da parte della vittima delle ‘conseguenze catastrofiche delle lesioni’ (v. Cass., 31/5/2005, n. 11601; Cass., 6/8/2007, n. 17177). E al riguardo si e’ parlato anche di danno ‘biologico di natura psichica’ (v. Cass., 14/2/2007, n. 3260).
Le Sezioni Unite del 2008 hanno quindi ammesso la risarcibilita’ della ‘sofferenza psichica, di massima intensita’ anche se di durata contenuta, nel caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo’, quale ‘danno morale inteso nella sua nuova piu’ ampia accezione’, altrimenti indicato come danno da lucida agonia o catastrofale o catastrofico (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773).
Pur continuando a qualificarsi a volte la lucida percezione dell’approssimarsi della propria fine in termini di danno biologico di natura psichica (v. Cass., 18/1/2011, n. 1072. V. altresi’ Cass., 13/1/2009, n. 458, di conferma della sentenza impugnata, che aveva qualificato la sofferenza della vittima come danno morale, e non gia’ come danno biologico terminale, in ragione della ravvisata inidoneita’ dell’intervallo di tempo di tre giorni tra il sinistro e la morte ad integrare gli estremi di quest’ultimo), tale ricostruzione e’ stata prevalentemente confermata dalle Sezioni semplici della Corte Suprema di Cassazione, che considera catastrofale il ‘danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in condizioni di lucidita’ tali da consentirle di percepire la gravita’ della propria condizione e di soffrirne’ (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).
In dottrina si e’ al riguardo criticamente osservato che il riferimento ai ‘danni terminali (biologico, morale o da ‘lucida agonia’)’ costituisce il ‘frutto’ di ‘acrobazie logiche e concettuali’, e di ‘intenzioni sostanzialmente compensative della totale assenza di risarcimento per la perdita della vita’.
A tale stregua, piuttosto che al decorso di un apprezzabile intervallo di tempo tra l’evento lesivo e la morte decisivo rilievo risulta assegnato alla sofferenza psichica e alla disperazione, di ‘massima intensita”, che provoca la percezione, pur se di breve durata, dell’approssimarsi della propria morte, la ‘sofferenza patita dalla vittima che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine’ (v. Cass., 13/1/2009, n. 458. V. altresi’ Cass., 8/4/2010, n. 8360. E gia’ Cass., 2/4/2001, n. 4783).
Danno da tenersi invero distinto dal ‘danno biologico’, il quale si ha allorquando la vittima sia sopravvissuta ‘per un considerevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale’ ed abbia in tale periodo ‘sofferto una lesione della propria integrita’ psico-fisica autonomamente considerabile come danno biologico ‘, quindi accertabile con valutazione medicolegale e liquidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio’ (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).
Pregiudizio che va del pari tenuto distinto dal cd. danno tanatologico inteso quale ‘danno connesso alla perdita della vita’ (v., da ultimo, Cass., 21/3/2013, n. 7126).
In realta’ nelle richiamate pronunzie le Sezioni Unite non si sono espresse al riguardo, limitandosi a fare il punto in ordine all’orientamento interpretativo maturato (in particolare nella giurisprudenza di legittimita’) in argomento, pervenendo ad ammettere la risarcibilita’ del danno subito dalla persona danneggiata, rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine, allorquando la morte segua ‘dopo breve tempo’ dall’evento dannoso, atteso che la vittima soffre una ‘sofferenza psichica ‘ di massima intensita”, pur se di ‘durata contenuta’, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973, che ha nella specie riconosciuto la configurabilita’ del danno morale da danno cd. catastrofale in un caso di agonia protrattasi per undici ore).
Pur riconoscendosi che in una virtuale scala gerarchica il diritto alla vita e’ sicuramente il primo tra tutti i diritti inviolabili dell’essere umano, nel sottolinearsi come esso risulti ‘in ogni contesto e con le piu’ variegate modalita” tutelato, se ne esclude invero la ristorabilita’ in favore dello stesso soggetto che la vita abbia perso, appunto morendo all’esito di lesioni inferte da terzi (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Mero artifizio retorico viene qualificata (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754) l’obiezione secondo cui, essendo il risarcimento del danno da lesioni gravissime assai oneroso per l’autore dell’illecito, ed escludendosi per converso la risarcibilita’ del danno da soppressione della vita a favore dello stesso soggetto di cui sia provocata la morte, viene paradossalmente a risultare ‘economicamente piu’ ‘conveniente’ uccidere che ferire’.
‘Improprio’ si considera il rilievo secondo cui, essendo quella risarcitoria la tutela minima di ogni diritto, la negazione della risarcibilita’ del danno da lesione del diritto alla vita a favore del soggetto stesso la cui vita e’ stata spenta da terzi viene a porsi in intima contraddizione con il riconoscimento della tutela propria del primo tra tutti i diritti dell’uomo.
Il vero problema, si osserva, e’ che il risarcimento costituisce solo una forma di tutela conseguente alla lesione di un ‘diritto di credito, diverso dal diritto inciso, ad essere tenuto per quanto e’ possibile indenne dalle conseguenze negative che dalla lesione del diritto derivano, mediante il ripristino del bene perduto, la riparazione, la eliminazione della perdita o la consolazione-soddisfazione-compensazione se la riparazione non sia possibile’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Non e’ allora ‘giuridicamente concepibile’, si conclude, che dal soggetto che muore venga acquisito un diritto derivante dal fatto stesso della sua morte (‘chi non e’ piu’ non puo’ acquistare un diritto che gli deriverebbe dal non essere piu”), essendo ‘logicamente inconfigurabile’ la stessa funzione del risarcimento che, nel diritto civile, non ha nel nostro ordinamento natura sanzionatoria bensi’ riparatoria o consolatoria, che in caso di morte che si e’ ravvisata ‘per forza di cose’ non attuabile ‘a favore del defunto’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Si e’ ulteriormente asserito che il ‘Pretendere che tutela sia data (oltre che ai congiunti) ‘anche’ al defunto’ risponda in realta’ al mero ‘contingente obiettivo di far conseguire piu’ denaro ai congiunti’, giacche’ non si sostiene ‘da alcuno che sia in linea col comune sentire o col principio di solidarieta’ l’erogazione del risarcimento da perdita della vita agli eredi ‘anziche” ai congiunti (se, in ipotesi, diversi), o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Il risarcimento, si osserva, assumerebbe in tal caso una ‘funzione meramente punitiva, viceversa assolta dalla sanzione penale. E si risolverebbe in breve, come l’esperienza insegna, in una diminuzione di quanto riconosciuto iure proprio ai congiunti, cui viene ora riconosciuto un ristoro corrispondente ad un’onnicomprensiva valutazione equitativa, con la conseguenza che verrebbe a risultare frustrata anche la finalita’ di innalzamento dell’ammontare del risarcimento’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Tale affermazione costituisce invero un obiter dictum, che nella stessa pronunzia viene definito ‘sistematico’ e necessitato dall’essere la Corte Suprema di Cassazione ‘vincolata dal motivo del ricorso’.
Movendo dalla qualificazione giurisprudenziale della chance quale ‘entita’ patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile’, che fa parte del soggetto la cui ‘perdita produce un danno attuale e risarcibile’; nonche’ argomentando dalla ammissione della risarcibilita’ del danno (conseguente ad errata diagnosi medica) consistente nelle chances di vivere di piu’ e meglio v. Cass., 16/10/2007, n. 21619. In giurisprudenza di merito v. Trib. Monza, 30/1/1998 (in Resp. civ., 1998, 696 ss.), si sostiene che, intendendo il dictum della Suprema Corte in una accezione piu’ ampia, come se dicesse ‘alla vittima che, per effetto di un comportamento (illecito/negligente, omissivo o attivo) di un dato soggetto, abbia perduto la chance di vivere piu’ a lungo, spetta il risarcimento del danno’, debba riconoscersi che allorquando viene colpito un bene gia’ parte del patrimonio della vittima rappresentato dalla ‘aspettativa di vita media’, non puo’ negarsene il ristoro.
Movendo dalla considerazione della morte quale massima lesione del bene salute si e’ nella giurisprudenza di merito e in dottrina segnalata l’incongruenza di un’interpretazione che riconosce ristorabile la compromissione anche lieve della integrita’ psico-fisica e la nega viceversa quando essa raggiunge appunto la massima espressione, a fortiori in ragione della circostanza che per quanto breve possa essere il lasso di tempo in cui sopraggiunge, la morte costituisce pur sempre conseguenza della lesione (in giurisprudenza di merito v. Trib. Venezia, 15/6/2009, cit.: ‘in ogni caso quel che si trasmette non e’ il diritto assoluto della persona, ma quello patrimoniale al risarcimento del danno. Si e’ ancora osservato che i diritti non sono azioni umane o beni che vivono in tempo, ma sono in uno spazio logico: ‘tra fatto e diritto esiste una relazione logica (istituita dall’ordinamento), ma non una relazione temporale’. In altri termini, se la morte determina una lesione della salute, nel senso che elimina alla radice, l’evento morte determina sul piano logico giuridico, la nascita di una pretesa risarcitoria spettante agli eredi in virtu’ dell’apertura della successione al momento della morte come stabilito dall’articolo 456 c.c.’. Negli stessi termini v. Trib. Venezia, 15/3/2004, in Arch. circolaz., 2004, 1013 ss. e in Danno e resp., 2005, 1137 ss.. Nel senso che la morte e’ da intendersi quale massima lesione del bene salute v. altresi’, in giurisprudenza di legittimita’, Cass., 7/6/2010, n. 13672; Cass., 12/2/2010, n. 3357; Cass., 8/4/2010, n. 8360; Cass., 2/4/2012, n. 6273, e, da ultimo, Cass., 21/3/2013, n. 7126; e, in giurisprudenza di merito, Trib. S. Maria C.V., 14/5/2003, cit.; Trib. Brindisi, 5/8/2002; Trib. Messina 17/7/2002; Trib. Foggia 28/6/2002; Trib. Vibo Valentia, 28/5/2001 (in Danno e resp., 2001, 1095 ss.); Trib. Cassino, 8/4/1999 (in Giur. it., 2000, 1200 ss.); Trib. Massa Carrara, 19/12/1996 (in Danno e resp., 1997, 354 ss.); Trib. Civitavecchia, 26/2/1996 (in Riv. circ. e trasp., 1996, 958); Trib. Vasto, 17/7/1996; Pret. Montella, 12/4/1996 (in Nuovo dir., 1998, 855 ss.); Trib. Napoli, 6/2/1991 (in Arch. circolaz., 1991, 586 ss.).
Nel sottolinearsi che le categorie giuridiche non costituiscono un dato oggettivo esistente in rerum natura, come il fatto che nelle stesse l’interprete si sforza di sussumere ai fini dell’applicazione del diritto, ma e’ uno strumento che lo stesso interprete a tale scopo crea, si e’ osservato, evocando in particolare la recente Cass., 17/7/2012, n. 12236, che non essendo entita’ oggettiva ne’ costituendo a priori concettuale ben possono le categorie essere dall’interprete poste ‘in qualunque momento in discussione’, e cio’ ‘al di la’ della forza attrattiva di sedimentazioni storiche che ci conducono ad utilizzare certi paradigmi’.
Si e’ criticamente osservato che ‘Pretendere di giustificare le soluzioni in funzione di categorie classificatorie preconfezionate (e il limite risulta tanto piu’ paradossale in quanto nella specie si tratta di categorie di derivazione giurisprudenziale), se puo’ risultare indifferente nella maggior parte dei casi, quando si tratta di risolvere problemi in qualche modo consueti, e rispetto ai quali il profilo qualificativo puo’ ritenersi scontato ed e’ comunque pacificamente accolto in base a criteri di valore condivisi, appare invece ingiustificato ed ambiguo quando si tratta di dare soluzione a problemi nuovi, dietro i quali pulsano contrasti in chiave assiologica e rispetto ai quali il pacifico riferimento ad una categoria classificatoria del passato risulterebbe inevitabilmente riduttivo e condizionante. E’ necessario allora mettere in discussione i nostri schemi tradizionali modificandone la struttura o forgiandone di nuovi. Perche’ le categoria non sono trovate dall’operatore giuridico, ma sono da lui (consapevolmente o inconsapevolmente) costruite in vista del caso pratico che si tratta di risolvere’.
Si e’ per altro verso posto in rilievo come sia invero ‘aprioristico sostenere che, essendo, nell’ordinamento civile, la funzione del risarcimento di segno riparatorio o consolatorio, ne sarebbe impensabile un’attuazione a favore del defunto’.
Si e’ proposto di considerare allora la vita come ‘riconducibile alla sfera dei diritti e alla loro relativa tutela finche’ appartiene al suo titolare’, e di intenderla viceversa ‘nell’ottica dei beni nel momento in cui viene distrutta’, rimarcando che all’esito della relativa estinzione, la vita ‘non e’ piu’ riconducibile ad un titolare, ma non per questo, nella sua oggettivita’, immeritevole di tutela nell’interesse della collettivita”.
L’ordito argomentativo risulta muovere anzitutto dal rilievo che ‘la qualificazione (e conseguentemente la tutela) in termini oggettivi non e’ alternativa ad una tutela in termini ‘ soggettivi (essendo per esempio consentito al titolare del nome di reagire contro una sua infondata contestazione o contro una sua pregiudizievole usurpazione)’.
Si e’ sottolineato, ancora, come in un ordinamento in cui il diritto alla salute e’ definito dalla giurisprudenza quale ‘situazione resistente a tutta oltranza’ (formulazione utilizzata da Cass., Sez. Un., 6/10/1979, n. 5172), sia ‘impensabile che invece il diritto alla vita possa degradare ad una tutela meno penetrante e diretta, finendo in qualche modo per dipendere dalla garanzia del primo’ (e si evidenzia che tale e’ sostanzialmente l’assunto di Cass., 24/3/2011, n. 6754).
Privo di fondamento si e’ altresi’ ravvisata la tesi secondo cui la vita non sarebbe protetta (almeno nell’ottica della tutela risarcitoria) in quanto tale, ma solo in quanto la sua ‘perdita derivi da una lesione del diritto alla salute’, obiettandosi essere ‘invero difficile pensare che un’ impostazione di questo tipo non dipenda dal modo con cui vengono aprioristicamente assunte, ai fini della soluzione, le categorie qualificanti’.
Si e’ stigmatizzato che la giurisprudenza, pur avendo ‘concorso a modificare, in tema di responsabilita’ civile, gli angusti schemi di derivazione codicistica’, degli stessi abbia poi finito per rimanere ‘(almeno entro certi limiti) schiava’.
Si e’ osservato che il problema risulta ‘non direttamente affrontato nei suoi profili qualificanti’ ma ‘aggirato’ la’ dove, ‘anziche’ circoscrivere il danno tanatologico alla sola lesione del bene vita, lo si sposta sul terreno di un danno ulteriore (ed eventuale) qual e’ la sofferenza che la vittima ha subito nel percepire la fine della propria esistenza’, a tale stregua addivenendosi ad ‘artificiose enfatizzazioni’, quali l’individuazione del cd. danno catastrofico o del cd. danno biologico terminale, nonche’ a figure frutto della ‘fantasia della giurisprudenza’ quali il ‘danno al rapporto parentale’ e il ‘danno edonistico’ (figura quest’ultima di diritto americano, concernente il ‘piu’ ampio valore della vita’, comprendente ‘il profilo economico, quello morale, quello fisiologico; insomma (a) tutto il valore che si puo’ attribuire alla vita’: v. Corte distr. Illinois, 15/11/1995 (Sherrod v. Berry, Breen and City of Joiliet), in Foro it., 1987, 4, 71 ss.).
Si e’ invitato a ‘rompere’ allora ‘postulati categoriali’, e in particolare quello della ‘scontata coincidenza tra il punto di incidenza del danno e il titolare dell’azione risarcitoria’, mutando la prospettiva in modo da avere riguardo non piu’ alla posizione del titolare bensi’ a quello dell’intera collettivita’, alla stregua di quanto avviene relativamente in tema di interessi diffusi e di tutela di consumatore.
Si e’ proposto di considerare quindi la perdita del bene vita quale danno non gia’ del singolo individuo che la subisce bensi’ dell’intera collettivita’, in quanto ‘la morte rappresenta certo un danno (il piu’ grave fra quelli possibili) per la persona, ma anche un costo per la societa’ al quale deve corrispondere un risarcimento capace (sul terreno civilistico e non solo quindi sul versante delle sanzioni penali) di trasmettere ai consociati il disvalore dell’uccisione e la deterrenza della reazione dell’ordinamento’, sottolineandosi che ‘ridurre tutto al profilo della soggettivita’ e delle sue tutele e’ certamente riduttivo e per tanti versi distorcente’.
Si e’ ulteriormente osservato che tra fatto e diritto esiste una relazione ‘logica’ e non gia’ ‘temporale’, sicche’ nel determinare la scomparsa della persona la morte determina contestualmente anche l’insorgenza della pretesa risarcitoria e del relativo trapasso agli eredi.
Va senz’altro condivisa l’osservazione che le categorie dogmatiche create e poste dagli interpreti a base dell’argomentare non possono divenire delle ‘gabbie argomentative’ di cui risulti impossibile liberarsi anche quando conducano ad un risultato interpretativo non rispondente o addirittura in contrasto con il prevalente sentire sociale, in un determinato momento storico.
Costituendo quello secondo cui risarcibili sono solo i danni-conseguenza, e non anche il danno-evento, un principio basilare dell’architettura argomentativa su cui si sorregge la rilettura del sistema dei danni operata dalle Sezioni Unite del 2008 alla stregua dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372), non appare invero consentito quantomeno allo stato, a fortiori a distanza di si’ breve arco temporale, avuto riguardo alle esigenze di certezza del diritto, ‘conoscibilita” della regola di diritto e ragionevole prevedibilita’ della sua applicazione (cfr, Cass., Sez. Un., 11/7/2011, n. 15144) su cui si fonda (anche) il valore del giusto processo ex articolo Ili Cost. (cfr. Cass., 7/6/2011, n. 12408) farsi luogo in ordine al medesimo a un revirement interpretativo che la suindicata ricostruzione sistematica minerebbe alle fondamenta.
E’ invece ben possibile argomentare alla stregua della ‘logica interna’ di tale principio.
La morte ha infatti per conseguenza ‘ la perdita non gia’ solo di qualcosa bensi’ di tutto. Non solo di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo, la vita, che tutto il resto racchiude. Non gia’ di qualche effetto o conseguenza, bensi’ di tutti gli effetti e conseguenze.
A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale deve essere allora sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di ‘danno-conseguenza’, ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d’altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni (v. Cass., 3/10/2013, n. 22585; Cass., 20/11/2012, n. 20292; Cass., 16/2/2012, n. 2228. V. altresi’, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., l/7/2009, n. 1540).
Negare alla vittima il ristoro per la perdita della propria vita significa determinare una situazione effettuale che in realta’ rimorde alla coscienza sociale, costituendo ipotesi che del principio in argomento viene invero a minare la bonta’, dando adito ad aneliti di relativo abbandono o superamento in quanto divenuto una ‘gabbia interpretativa’ inidonea a consentire di pervenire a legittimi risultati ermeneutici, rispondenti al comune sentire sociale dell’attuale momento storico.
Deve pertanto revocarsi in dubbio l’assunto secondo cui, pur essendo superata da norme internazionali ed Europee, la discrasia tra ‘morte immediata’ e ‘lesioni mortali’ non costituisce invero lacuna o discriminazione costituzionalmente rilevante per il nostro ordinamento interno, posto che comunque il legislatore appresta mezzi di tutela, giurisdizionalmente azionabili (in sede penale e civile), sicche’ solo ‘de iure condendo’ appare auspicabile ‘una riforma che possa allineare il sistema italiano a quello internazionale o di diritto comune’ (cosi’ Cass., 2/4/2001, n. 4783).
Vano risulta fare ricorso al presupposto del ‘lasso di tempo non trascurabile’ o al criterio dell’intensita’ della sofferenza, meri escamotages interpretativi per superare le iniquita’ scaturenti dalla negazione del risarcimento del danno da perdita della vita, e superare le disparita’ di trattamento derivanti dalla necessita’ di stabilire quale esso sia.
Inutile si appalesa il sopperire alla mancanza di ristoro della perdita della vita mediante l”attribuzione ai familiari ‘ iure proprio ‘ del diritto di risarcimento di tutti i danni non patrimoniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche (eventuali danni biologici) o psichiche (danni morali o soggettivi), ma anche dei cd. danni esistenziali, consistenti nell’irredimibile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e relazionali all’interno della famiglia (e che di un tanto si tratti emerge evidente dalla relativa ristorabilita’ riconosciuta anche in caso ‘ come piu’ sopra evidenziato ‘ di sopravvivenza protrattasi solamente per mezz’ora o per pochi attimi dopo il sinistro), derivante dalla morte’.
Vengono meno anche le ragioni delle (peraltro condivisibili) perplessita’ emergenti in ordine alla persistente affermazione dell’irrisarcibilita’ dell’agonia inconsapevole (v. Trib. Venezia, 6/7/2009, cit; Trib. Venezia, 15/3/2004, cit.), le cui incongruenze argomentative emergono evidenti in ragione del segnalato riconoscimento della risarcibilita’ del danno non patrimoniale in favore del neonato e del nascituro v. Cass., 3/5/2011, n. 9700: ‘la mancanza del rapporto intersoggettivo che connota la relazione tra padre e figlio e’ divenuta attuale quando la figlia e’ venuta alla luce. In quel momento s’e’ verificata la propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre; e nello stesso momento e’ sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale e’ dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacita’ giuridica per essere nato’; Cass., 11/5/2009, n. 10741, e a fortiori della persona giuridica e dell’ente per l’affermazione della risarcibilita’ del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia ‘equivalente’ ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, come il diritto all’immagine, alla reputazione, all’identita’ della persona giuridica o dell’ente, v. Cass., 4/6/2007, n. 12929; Cass., 9/5/2001, n. 10125. Nel senso che spetta alla persona giuridica e all’ente non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo, sofferto per la durata irragionevole del processo v. Cass., 4/6/2013, n. 13986; Cass., 1V12/2011, n. 25730; Cass., 29/3/2006, n. 7145; Cass., 18/2/2005, n. 3396; Cass., 16/7/2004, n. 13163. In ordine alla risarcibilita’ del danno all’immagine della P.A. v. Cass., 22/3/2012, n. 4542 e Cass., 4/6/2007, n. 12929, nonche’ Corte Cost., 15/12/2010, n. 355. Per l’affermazione che anche nei confronti delle persone giuridiche, e in genere degli enti collettivi, e’ configurabile il risarcimento del danno non patrimoniale, che non coincide con la pecunia doloris (danno morale), bensi’ ricomprende qualsiasi conseguenza pregiudizievole ad un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione, v. Cass., 12/12/2008, n. 29185.
La giurisprudenza di legittimita’ ha d’altro canto gia’ avuto modo di affermare che la percezione della gravita’ della lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita puo’ essere anche ‘non cosciente’, il danno essendo anche in tal caso pur ‘sempre esistente’ (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163. V. altresi’ Cass., 19/10/2007, n. 21976; e, da ultimo, con riferimento al danno morale, Cass., 7/2/2012, n. 1716: sarebbe iniquo riconoscere il diritto soggettivo al risarcimento di un danno non patrimoniale diverso dal pregiudizio alla salute e consistente in sofferenze morali, e negarlo quando queste sofferenze non siano neppure possibili a causa dello stato di non lucidita’ del danneggiato. V. altresi’ Cass., 11/6/2009, n. 13530; Cass., 15/3/2007, n. 5987).
Orbene, nel respingere ‘la domanda di risarcimento iure hereditario formulata dagli appellanti per il ristoro dei danni personali (da morte e da lesioni mortali) subiti dalla loro madre (OMISSIS), in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioe’ un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’, la corte di merito ha disatteso i principi da questa Corte ‘ anche a Sezioni Unite ‘ posti gia’ in tema di danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico), ravvisato ristorabile anche in caso di sopravvivenza della vittima per poche ore (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126), anche solo due (v. Cass., 22/3/2007, n. 6946; Cass., 31/5/2005, n. 11601), e financo per una mera mezz’ora (v. Cass., 8/4/2010, n. 8360) o addirittura pochi attimi (v. Cass., 7/6/2010, n. 13672) dopo il sinistro.
Nel sottolinearsi le perplessita’ che esso peraltro suscita laddove, nella versione ‘soggettivistica’ (che ai fini della determinazione della somma dovuta rimette all’indicazione della stessa vittima di quanto sarebbe disposta a pagare o ad accettare al fine di evitare o di sostenere il rischio dell’illecito) prospetta un rischio di ‘sovrastima’ che ciascuno puo’ assegnare al valore della propria vita, e in quella statistico-oggettiva di cd. salutazione sociale che rimette a quanto una data collettivita’ (categoria di lavoratori, abitanti di una certa area geografica, ecc.) sarebbe disposta a pagare per ridurre le probabilita’ di morte di un soggetto, di identita’ non nota, alla stessa appartenente prospetta un rischio di ‘indifferenza’ nei confronti della vittima e delle circostanze del caso concreto, si e’ invero adombrata la possibilita’ di farsi riferimento a quest’ultimo criterio ‘correggendolo con riferimenti legati al caso di specie, quali l’eta’ della vittima e, quando sussistano elementi idonei, il valore indicativo attribuito dal danneggiato alla propria vita (ad es., gli oneri assicurativi sopportati in proporzione alla sua capacita’ patrimoniale)’.
La stessa indicazione delle Tabelle di Milano e’ stata da questa Corte operata non gia’ contrapponendo ‘una propria scelta a quella gia’ effettuata dai giudici di merito’ ma limitandosi a prendere atto della relativa pregressa diffusione e della conseguentemente palesata ‘vocazione nazionale’ (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).
– il danno da perdita del rapporto parentale o cd. esistenziale (che consiste nello sconvolgimento dell’esistenza sostanziatesi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione ‘ sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare -; in fondamentali e radicali scelte di vita diversa) risulta integrato in caso come nella specie di sconvolgimento della vita subito dal coniuge (nel caso, il marito) a causa della morte dell’altro coniuge (nel caso, la moglie);
Di Sergio Armaroli|2019-10-10T17:26:33+02:00Ottobre, 2019|AVVOCATO BOLOGNA, avvocato civilista bologna, NEWS IMPORTANTI|
Requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – Ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti