Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-6926-del-11-03-2020
Timestamp: 2020-03-30 08:22:58+00:00
Document Index: 104469271

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 35', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 14', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 19']

Sentenza Cassazione Civile n. 6926 del 11/03/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6926 del 11/03/2020
Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6926
sul ricorso n. 3817/2019 proposto da:
O.I., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza dei
avverso la sentenza n. 1089/2018 della Corte di appello di Ancona
1. La Corte di appello di Ancona con la sentenza in epigrafe indicata ha rigettato, pronunciando ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, l’impugnazione proposta da O.I. avverso l’ordinanza del locale Tribunale che aveva respinto l’opposizione del primo avverso il diniego della competente Commissione territoriale al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.
O.I. ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza con due motivi.
1. Con il primo motivo il ricorrente, cittadino nigeriano dell’Edo State, che nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese perchè dopo l’uccisione dei propri genitori a mano degli anziani del villaggio, di fede animista, egli temeva di fare la medesima fine in ragione della conversione alla religione cristiana della propria famiglia, deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e art. 11, e vizio di motivazione.
I giudici di appello avrebbero omesso di verificare se, in concreto, gli episodi di violenza riferiti avessero assunto il livello di intollerabilità denunciato a causa del conflitto etnico religioso in atto in Nigeria, come riferito da fonti specialistiche e dai “media”, con rischio di grave compromissione dei diritti umani fondamentali del richiedente, quali quello alla vita, alla salute ed al lavoro, in caso di suo rientro forzoso.
Gli attacchi terroristici di Boko Haram avrebbero potuto registrarsi ovunque e tanto avrebbe imposto particolare cautela per le zone, tra le altre, poste nel centro-sud e sud-est del Paese ed in particolare nella zona del Delta del Niger e quindi nell’Edo State, area a sud del Delta del Niger.
Il tutto secondo quanto riportato dal rapporto “Nigeria Security Situation” pubblicato sul sito ecoi.net in cui si rilevava dal 2009 al 2016 l’aumento di morta durante i conflitti e di episodi di violenza politica, proteste e dispute sulla terra e di violenza legata al cultismo anche nell’Edo State.
I giudici di appello avrebbero respinto la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), omettendo ogni disamina necessaria e senza acquisire le informazioni necessarie sulla situazione del paese di provenienza.
Nonostante la Corte di merito avesse citato le fonti rilevando l’esistenza di una situazione di violenza diffusa ne avrebbe tratto conclusioni opposte a quelle che dovevano essere all’evidenza le risultanze, ed avrebbe mancato all’onere di informarsi D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8, comma 3, attraverso l’acquisizione dei dati elaborati dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo secondo quanto fornito dall’ACNUR e dal M.A.E..
L’accertamento delle attuali condizioni della Nigeria, in relazione al Pil pro-capite, che lo avrebbe reso uno dei Paesi più poveri al mondo, sarebbe poi stato necessario per scrutinare la sussistenza delle condizioni di rilascio di un permesso di soggiorno e tanto insieme alle condizioni personali del richiedente ed al grado di integrazione raggiunto in Italia dove egli intratteneva una stabile relazione con una connazionale ed era alla costante ricerca di un lavoro.
Resta fermo altresì l’ulteriore principio che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero integra un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito – il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), – e che tale apprezzamento di fatto diviene censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione,
o come motivazione apparente, o come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. n. 3340 del 05/02/2019; Cass. n. 33096 del 20/12/2018).
3.1.1. Nella fattispecie in esame la Corte di appello di Ancona non si è sottratta all’obbligo di scrutinio delle dichiarazioni rese dal richiedente ed a quello susseguente di integrazione istruttoria o, ancora, di motivazione in relazione alle fattispecie di aiuto reclamate.
La Corte di merito ha per vero innanzitutto ritenuto che il richiedente non abbia superato il vaglio di credibilità soggettiva per la genericità e incongruenza del racconto.
Le dichiarazioni per le quali il richiedente ha riferito di aver lasciato il proprio Paese per il timore di essere ucciso dagli anziani del villaggio, di religione animista, dopo essersi egli convertito con la propria famiglia alla religione cristiana, sono state debitamente scrutinate valorizzandosene le incongruità nel rilievo che nella zona di provenienza del richiedente la religione cristiana è quella prevalente e che implausibile, come tale, sarebbe stato l’accanimento contro la famiglia dell’istante e l’impossibilità dello stesso di richiedere protezione alle autorità statali.
Per gli indicati passaggi trova invero soddisfazione l’obbligo di motivazione che non si espone a censura di apparenza per assertività
o apoditticità come denunciata in questa sede e restano, d’altro canto, osservati i criteri, definiti dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità, sul giudizio di stima della credibilità soggettiva del dichiarante e del correlato obbligo di esercizio in via ufficiosa della collaborazione istruttoria.
3.1.2. Sono infondati anche i profili del vizio di motivazione diretti a far valere i contenuti del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giusta riformulazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv., con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, art. 54, e quindi l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
Si tratta invero di figura in ragione della quale, nel pieno rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1 n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 22/09/2014, n. 19881; Cass. 07/04/2014, n. 8053).
La Corte ha sul punto evidenziato, come rilevato, il carattere non verosimile del racconto e la possibilità per il richiedente di rivolgersi alle autorità nigeriane evidenza che sottrae rilevo alla successiva censura.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte di legittimità – formatasi con riferimento all’assetto normativo anteriore alla modifica del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, apportata dal D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018 -, il legislatore nazionale nel dare attuazione alla direttiva 2004/83/Ce con il D.Lgs. n. 19/11/2007 n. 25, si era avvalso della facoltà, prevista dall’art. 8 di essa, di non escludere la protezione dello straniero, che ne abbia fatto domanda, per il solo fatto della ragionevole possibilità di trasferimento in altra parte del paese di origine, nella quale non abbia fondato motivo di essere perseguitato o non corra rischi effettivi di subire gravi danni.
3.2.1. Quanto alla protezione umanitaria ed alla denuncia della mancata valutazione delle situazioni di vulnerabilità anche in ragione delle condizioni del paese di provenienza, con il motivo il ricorrente non fa valere di aver tempestivamente dedotto una siffatta situazione che, pur atipica e riconducibile ad un catalogo aperto e non standardizzato, ex art. 10 Cost., ed D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, deve pur sempre essere oggetto di allegazione.
3.2.2. La valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere correlata ad una valutazione individuale, da spendersi caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia che va comparata con la situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio.