Source: http://www.educational.rai.it/corsiformazione/intercultura/strumenti/normativa/varie/cnpi_15_6_93.htm
Timestamp: 2018-01-19 16:59:59+00:00
Document Index: 98696975

Matched Legal Cases: ['art. 126', 'art. 128', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 6']

Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione , 15 giugno 1993
1. Le minoranze linguistiche oggi in Italia
1.1 La Valle dAosta
1.2 La provincia di Bolzano
1.3 Friuli Venezia Giulia
1.4 Le valli Ladine
2. Le "isole" linguistiche
3. Considerazioni di carattere generale
Con questa pronuncia il Consiglio nazionale della pubblica istruzione sviluppa, nel quadro delle riflessioni già avviate sul tema delleducazione interculturale, uno specifico approfondimento delle problematiche inerenti alle minoranze linguistiche interne. Il documento si articola in una parte descrittiva e in unaltra propositiva.
"sarebbe assurdo" - rileva il C.N.P.I. - "se la Scuola italiana su tutto il territorio nazione, si impegnasse a studiare, capire, considerare usi, costumi, storia, spiritualità assai remote dalla nostra, e non realtà straordinariamente più vicine, ricche di elementi di grande affinità, compartecipi da tempo di valori, interessi, riferimenti giuridico-istituzionali, memorie individuali e collettive comuni, come appunto le realtà delle minoranze linguistiche".
nel quadro delle riflessioni che il C.N.P.I. ha avviato sul tema della educazione interculturale, è emersa lopportunità di sviluppare uno specifico approfondimento sulle problematiche inerenti alla coesistenza di culture diverse sul territorio nazionale, espressione di minoranze linguistiche, partecipi della comunità nazionale, ma da esse distinte in virtù di una peculiare identità etnica, culturale e linguistica. Lesistenza di una lingua è normalmente la caratteristica saliente di una cultura, poiché la lingua è più di un insieme di suoni, caratteri, parole, grammatica. Una lingua contiene la memoria collettiva di una comunità e spesso viene associata con le diverse realtà dei rapporti sociali, dei valori morali, della dimensione politica e delle tradizioni.
Nellambito della Comunità Europea, vi sono più di trenta lingue autoctone che vengono usate quotidianamente. Di queste, solo nove sono lingue ufficiali, usate normalmente dalla Comunità. Dei più di 300 milioni di abitanti di questa comunità in espansione, quasi 50 milioni parlano una lingua diversa da quella ufficiale dello Stato membro in cui essi vivono. Queste lingue costituiscono parte integrante del patrimonio culturale europeo, e pertanto anche nostro.
Per definire queste lingue si usano vari termini, tra cui "lingue minoritarie o di minoranza", "lingue regionali", "lingue meno diffuse".
Ai sensi della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie vengono considerate lingue regionali o minoritarie quelle appartenenti al patrimonio culturale europeo, tradizionalmente parlate in un territorio da persone-cittadini che costituiscono un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione dello Stato e diverse dalla lingua parlata (o dalle lingue parlate) dal resto della popolazione.
La rilevanza degli aspetti linguistici e culturali vene affermata anche dal trattato di Maastricht. Infatti lart. 126 prevede che la Comunità contribuisce allo sviluppo di unistruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dellinsegnamento e lorganizzazione del sistema distruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche. E lart. 128 dello stesso trattato recita tra laltro: "La Comunità contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune. Lazione della Comunità è intesa ad incoraggiare ed integrare lazione di questi ultimi nei seguenti settori:
scambi culturali non commerciali:
Il livello di accettazione, appoggio, posizione e uso conseguito dalle lingue europee meno diffuse varia enormemente, anche se non mancano alcune caratteristiche comuni. Il loro uso tende ad essere limitato, marginalizzato o ridotto a parlata in ambiti ristretti quali la famiglia, il villaggio, il paese. Il grado più alto di tutela di una lingua minoritaria è raggiunto quando questa viene usata nella pubblica amministrazione e nelle sedi giurisdizionali.
In Italia, la tutela delle minoranze linguistiche è sancita dallart. 6 della Carta Costituzionale, che recita testualmente: "La repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche".
Per alcune realtà sono state emanate norme di tute con valenza costituzionale, mentre per altre realtà lo stesso articolo è rimasto tuttora mera dichiarazione programmatica, poiché non è mai stata approvata una apposita legge di tutela, seppure insistentemente richiesta da varie forze politiche e culturali.
Il C.N.P.I. constata che i livelli di tutela fin qui riconosciuti sono frutto della maggiore forza contrattuale del gruppo minoritario, resa più incisiva anche in virtù di accordi internazionali.
Essa ritiene tuttavia che lart. 6 della Costituzione sottende particolari garanzie di tutela soprattutto a favore delle minoranze più deboli
Le minoranze linguistiche oggi in Italia
le minoranze linguistiche in Italia si possono dividere in due gruppi:
1 le "penisole" linguistiche che hanno alle loro spalle un "Hinterland" linguistico e culturale e sono costituite da gruppi transfrontalieri, cioè da comunità che parlano la lingua della maggioranza di uno Stato confinante;
2 le "isole" linguistiche disseminate tra la popolazione di lingua italiana. Tra queste ricordiamo quelle albanesi, catalane, croate, franco-provenzali, friulane, greche, ladine, occitane, tedescofane, sarde. Degne di menzione sono anche le due comunità di stirpe zingara, i rom e i sinti.
3 In ordine alle "penisole" linguistiche oggi la situazione si presenta in questi termini:
Un esame della situazione nella regione Autonoma della Valle dAosta non può prescindere dal richiamo alle norme statutarie che:
conferiscono alla regione potestà legislativa primari in materia di istruzione tecnico-professionale;
in materia di istruzione materna, elementare e secondaria attribuiscono alla regione potestà legislativa di integrazione e di attuazione, per ladattamento delle leggi dello Stato alle condizioni regionali;
hanno disposto la competenza amministrativa della regione, nella materia in cui ad essa è attribuita potestà legislativa già primaria che concorrente;
come corollario al bilinguismo sancito dallart. 38, dispongono che nelle scuole di ogni ordine e grado della Regione sia impartito un insegnamento bilingue;
infine individuano la procedura per apportare ai programmi di insegnamento statali gli opportuni adattamenti alle necessità locali e le procedure per individuare e definire le materie da insegnarsi in lingua francese.
Fondamentale è il riconoscimento del bilinguismo, che è importante mettere in rilievo, perché è su questa base che trova fondamento quanto di originale, o comunque di diverso, si è fatto e si fa nella scuola valdostana. Infatti il bilinguismo resta sempre il principale fondamento costituzionale del particolare ordinamento scolastico nella Regione.
In valle dAosta luso di una lingua o dellaltra non è lespressione dellappartenenza ad un particolare gruppo linguistico, ma un fatto individuale dovuto a scelte personali, o più spesso a situazioni occasionali. Gli stessi atti della pubblica amministrazione, in ossequio al dettato statutario, sono redatti o nelluna o nellaltra lingua, salvo poi essere pubblicati nelle due lingue nel Bollettino ufficiale.
Di fatto, però, nel contesto dei rapporti quotidiani si è assistito ad un indebolimento della posizione della lingua francese, che è andata perdendo almeno nelle più popolose località di fondovalle pressoché la funzione di lingua strumentale
Dagli anni ottanta lAmministrazione regionale ha riportato con determinazione la centralità del bilinguismo nelle scuole valdostane e, a partire dalla scuola materna ed elementare, dove linsegnamento è impartito al 50% nelle due lingue, si sta rafforzando lidea di una scuola che formi una popolazione bilingue.
Diversamente si presenta la situazione della Provincia Autonoma di Bolzano. In questa Provincia, la tutela della popolazione tedesca e ladina è regolata dal Nuovo Statuto di Autonomia e dalle rispettive norme di attuazione. Tali norme, a partire dallaccordo italo austriaco di Parigi del 1946, prevedono tra laltro come elementi fondamentali di tutela:
la parità della lingua tedesca e di quella italiana nelle pubbliche amministrazioni, nei documenti ufficiali e nella toponomastica nonché nei rapporti con gli uffici giudiziari;
linsegnamento primario e secondario nella lingua materna dellalunno, impartito da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna;
leguaglianza di diritti per lammissione a pubblici uffici in rapporto alla consistenza dei gruppi linguistici;
un potere legislativo primario in varie materie di cui in ordine alla scuola materna, allassistenza scolastica, alledilizia scolastica e addestramento e formazione professionale;
per le popolazioni ladine il diritto alla valorizzazione delle proprie iniziative ed attività culturali, di stampa e ricreative nonché al rispetto della toponomastica e delle tradizioni delle popolazioni stesse;
Per le minoranze linguistiche presenti in provincia di Bolzano - i tedeschi e i ladini - lo Statuto di autonomia svolge un ruolo importante, sia di incentivazione che di tutela, per il mantenimento dellidentità linguistica e culturale dei rispettivi gruppi. Inoltre lo Statuto accorda alla provincia di Bolzano, come anche a quella di Trento, una particolare posizione giuridica nellambito della struttura statale italiana e conferisce a questa provincia ampie competenze di autonomia amministrativa, a vantaggio di tutti i tre gruppi linguistici ivi residenti.
Di tuttaltro livello è la tutela della popolazione delle province di Trieste Gorizia e Udine della Regione Autonoma a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia.
La tutela delle minoranze nella Regione Friuli Venezia Giulia assume tale rilievo giuridico da preesistere alla regione stessa.
La specialità dello Statuto della Regione affonda le sue radici nella mutilazione della Venezia Giulia ma prima ancora nella presenza stessa delle minoranze linguistiche. Non si capirebbe altrimenti il perché della X norma transitoria della Costituzione.
Malgrado le norme costituzionali entrino in vigore nel 1948, appena con legge 1012/1961 le scuole di lingua slovena entrano nel diritto intero dello Stato italiano. Sono passati 14 anni dal ritorno dellItalia nella provincia di Gorizia e 7 dal ripristino della sovranità sul Territorio di Trieste, senza che alcuna attenzione sia stata dedicata alla minoranza linguistica slovena.
La situazione non migliora nonostante lentrata in vigore dello Statuto speciale che recita:
"Nella regione è riconosciuta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini qualunque sia il gruppo linguistico al quale appartengono con la salvaguardia delle rispettive caratteristiche etniche e culturali".
La Corte Costituzionale con sentenza n. 28/1982 dichiara la minoranza slovena "minoranza riconosciuta" e pertanto la tutela "minima" consente già ora di ricevere risposte dalle autorità in tale lingua.
In ordine alla potestà legislativa regionale in materia scolastica lo Statuto conferisce alla Regione potestà legislativa nellistruzione artigiana, professionale e nellassistenza scolastica, nonché facoltà di adeguare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica riguardanti le scuole statali di ogni ordine e grado.
Per quanto riguarda lamministrazione scolastica è da ribadire che non esiste una struttura amministrativa autonoma unitaria delle scuole di lingua slovena, ma ci sono solamente docenti nelle province di Trieste e Gorizia, comandati presso i rispettivi Provveditorati per i servizi attinenti alle scuole con lingua di insegnamento slovena, che però sono in maggioranza adibiti a servizi diversi da quelli cui li avrebbe destinati la legge 932/1973.
In merito agli Organi collegiali scolastici è da rilevare che ad eccezione dei cosiddetti organi interni (Consigli di classe, interclasse, Consigli di circolo o di istituto) alle scuole di lingua slovena, malgrado la legge 932/1973 abbia istituito per il sistema scolastico completo delle due province due circoscrizioni scolastiche, è stata negata listituzione dei consigli di livello distrettuale.
Lunico organo collegiale delle scuole di lingua slovena è rappresentato dalla Commissione di cui allart. 9 della legge 932/1973 che ha il compito di assistere il Sovrintendente scolastico per i problemi riguardanti il funzionamento delle scuole con lingua di insegnamento slovena.
Lunica competenza attribuibile è quella di esprimere pareri ai Consigli scolastici distrettuali e provinciali che sono tenuti a richiederli, quando trattano problemi comunque riguardanti il funzionamento delle scuole con lingua di insegnamento slovena. Qualora questi assumano, nel loro compito di formulazione del programma, decisioni difformi dal parere della Commissione devono adeguatamente motivarne le ragioni di merito.
Tutto il potere della Commissione sta dunque nellassistere il Sovrintendente e nellesprimere pareri non vincolanti.
Per il superamento di questi limiti, si ritiene necessario listituzione di un organo individuale specifico che si occupi a pieno titolo delle scuole con lingua di insegnamento slovena operanti nella Regione e ne risponda della loro funzionalità. Tale organo individuale dovrebbe essere coadiuvato da un organo collegiale che assommi in sé le funzioni e le competenze del Consiglio distrettuale e di quello provinciale.
Le scuole con lingua di insegnamento slovena sono scuole che educano al bilinguismo ed alla biculturalità. Le scuole di lingua italiana dovrebbero, perciò , assumere e promuovere iniziative tendenti a creare conoscenze ed approfondimento della cultura della minoranza come precondizione per contatti ed interscambi culturali.
Sarebbe opportuno raccomandare che sin dalla scuola elementare venga applicato quanto espressamente previsto nei programmi del 1985 in ordine alla scelta della lingua straniera: "Nelle zone del nostro paese dove il plurilinguismo è condizione storica, fondata su usi locali e garantita talvolta anche da norme statutarie o legislative di ordinamento scolastico e dove si registrano specifici flussi migratori e turistici, la scelta della lingua straniera non mancherà di tenere conto di queste caratteristiche."
Una menzione specifica merita la situazione della popolazione delle valli ladine, che sono divise fra tre province diverse (Bolzano, Trento, Belluno).
I ladini della Provincia di Bolzano vengono riconosciuti come gruppo linguistico ed hanno le loro scuole con insegnamento in tedesco, italiano e ladino; quelli della Provincia di Trento godono di un certo sostegno culturale da parte della Provincia ed è previsto linsegnamento del ladino nelle scuole elementari e luso del ladino nella scuola materna, ed infine i ladini della Provincia di Belluno non godono praticamente di alcuna tutela specifica.
Per quanto riguarda invece le isole linguistiche è opportuno ricordare che lItalia è lo Stato comunitario con il più alto numero di minoranze.
Queste minoranze che costituiscono un panorama alquanto differenziato in rapporto alla diversità di consistenza numerica, alle motivazioni e modalità di insediamento ed ai problemi linguistici e sociali vissuti, meritano una particolare attenzione, anche in quanto tuttora prive di forme di tutela.
Molti territori in cui vivono minoranze non tutelate, soprattutto quelle numericamente più deboli, possono considerarsi aree depresse.
Conseguenza diretta di tale situazione è la migrazione dei giovani che comunemente nel nuovo ambiente perdono le proprie caratteristiche etnico-linguistiche, mentre, lassottigliamento del numero dei rimasti condiziona la sopravvivenza del gruppo fino alla sua assimilazione e(o alla sua estinzione.
Meno drammatica è la realtà delle zone con situazioni socio economiche più sviluppate. In esse laumento di livello di istruzione con conseguente rivalutazione della cultura locale, coadiuvata anche da istituzioni ed enti, stimola la rinascita e lo sviluppo della cultura minoritaria.
Va comunque sottolineato che lelemento fondamentale che favorisce la rinascita culturale è lacquisizione di una sana autoconsapevolezza, che va pur sempre individuata nel ruolo pubblico assegnato alla lingua minoritaria.
Un rilancio e una rivalutazione delle lingue e delle culture minoritarie potrà, ad avviso del C.N.P.I., contribuire a mantenere e a sviluppare le tradizioni e la ricchezza culturale dellItalia e dellEuropa.
In ordine alla consistenza numerica delle minoranze che abitano nelle "isole linguistiche", è assai difficile se non impossibile avere a disposizioni dei dati certi, in quanto non fondati da rilevazioni statistiche o da censimenti.
Sulla base delle fonti ufficiali disponibili sappiamo che vi sono comunità costituite da poche centinaia di persone, come per esempio nella situazione delle comunità tedescofane dellarco alpino, ma ci sono anche delle comunità numericamente abbastanza consistenti come è il caso della comunità friulana, stimata in circa 500 mila persone. Sempre secondo delle stime, seppure considerate attendibili, le comunità albanesi contano circa 100 mila persone, quelle grecofone circa 20 mila, la comunità di parlata franco-provenzale viene stimata in circa 80 mila persone e quella di parlata occitana in 60 mila circa. Di poche migliaia di persone è costituita la comunità serbo-croata del Molise, mentre la comunità catalana di Alghero può contare su 20 mila persone parlanti questa lingua. Piuttosto complessa è la situazione della lingua sarda, che si può dividere attualmente in tre grandi varietà (campidanese, logudorese, gallurese). Ancora più difficilmente quantificabile è la consistenza numerica dei rom e dei sinti, ma fonti attendibili (Centro studi zingari) indicano 70-80 mila unità.
Comunque, facendo le somme di tutti i cittadini italiani che parlano una lingua diversa dallitaliano si supera abbondantemente la soglia di un milione di persone.
La problematica posta da queste "isole" sul piano culturale, linguistico, storico, psicologico, pedagogico e politico presenta risvolti di crescenti interessi, non solo per la scuola, ma per la stessa vita della nostra società. Tali problemi meritano ulteriori approfondimenti, a cui il C.N.P.I. intende dedicarsi in vista di una prossima pronuncia di propria iniziativa
3. Considerazioni di carattere generale.
Rispetto ai diversi gruppi, tutelati e non, e nelle diverse aree geografiche, il problema si pone per altro in termini non identici, a seconda della maggiore, o minore, forza contrattuale dei gruppi minoritari, e quindi del maggiore, o minore, grado di tutela e riconoscimento dei diritti. In ogni caso vi è una sostanziale differenza tra le garanzie e i bisogni di queste minoranze tradizionalmente residenti e la situazione degli alunni approdati in tempi recenti nella scuola italiana, a seguito della immigrazione delle loro famiglie, sospinte verso il nostro paese dalla aspettativa di migliori condizioni di vita e di lavoro, ma portatrici di realtà culturali profondamente diverse dalla nostra. Le minoranze tradizionalmente presenti, riconosciute e non, sono invece costituite da cittadini italiani a pieno titolo, impegnati tuttavia a mantenersi fedeli alla loro storia, e ad esigere il massimo rispetto, formate e sostanziale, del loro diritto a coltivare accanto alla cultura comune le loro specificità.
Ciò pone, comunque, problemi oggettivi sul piano della organizzazione scolastica e della consistenza nei piani di studio di contenuti appartenenti a culture diverse anche quando è molto sentito il dovere civico e morali di concorrere al loro superamento.
Nei casi in cui tali difficoltà derivano da insufficiente certezza e chiarezza delle norme o da trascuratezza nella loro applicazione, come nel caso della scuola in lingua slovena, si richiedono ovviamente precisi interventi legislativi e amministrativi, che il Consiglio può e deve incoraggiare. Al di là però di questa azione di governo che chiama direttamente in causa la responsabilità del potere politico e amministrativo, anche la scuola può e deve fare la propria parte, impegnandosi quanto meno a non ignorare lesigenza di tenere conto nellimpostazione dellattività formativa e didattica, del fatto che i ragazzi, soprattutto nelle aree bilingui, devono comunque abituarsi a convivere, socializzare, capirsi, rispettarsi, nonostante la frequenza di scuole in lingua diversa. E ciò deve valere anche per gli alunni che frequentano la scuola di lingua italiana.
Limpegno a migliorare la reciproca conoscenza e comprensione e ad agevolare le occasioni di confronto aperto e senza reti protettive dovrebbe pertanto riguardare tutti i gruppi, sia maggioritari, sia minoritari. Sarebbe daltronde quanto meno assurdo se la scuola italiana, su tutto il territorio nazionale, si impegnasse a studiare, capire, considerare usi, costumi, storie, spiritualità assai remote dalla nostra, e non realtà straordinariamente più vicine, ricche di elementi di grande affinità, compartecipi da tempo di valori, interessi, riferimenti giuridico-istituzionali, memorie individuali e collettive comuni, come appunto la realtà delle minoranze linguistiche. A maggior ragione ciò dovrebbe valere oggi, che la prospettiva della integrazione europea tende ad evidenziare e recuperare le comuni radici ed i comuni interessi e obiettivi dei popoli che compongono lEuropa
Tutela delle minoranze come sviluppo del principio pluralistico o come corollario del principio di nazionalità. Una corretta impostazione giuridica della problematica passa dal nodo inerente linterpretazione ed applicazione dellart. 6 della Costituzione italiana che esplicitamente introduce il principio di tutela delle minoranze linguistiche superando lorientamento nazionalistico legato alla tradizione risorgimentale.
La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche; riconosce e garantisce i diritti inviolabili delluomo; è compito della Repubblica, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e luguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Questi, i pilastri su cui poggia il diritto delle minoranze nazionali, etniche, culturali, o comunque chiamate, che il Costituente ha definito quali "minoranze linguistiche".
Per alcune di queste i diritti derivano anche da impegni assunti dallo Stato italiano a seguito di accordi internazionali.
Di conseguenza tanto la Costituzione che gli accordi internazionali e alcuni Statuto delle Regioni e dei Comuni impongono al legislatore e alle altre autorità della Repubblica di predisporre norme per la tutela positiva delle minoranze linguistiche che garantiscano luso pubblico della loro lingua nellambito dellarea di insediamento della minoranza stessa.
Una adeguata azione di tutela delle identità culturali esige, però, oggi più che mai, una altrettanto adeguata conoscenza delle situazioni nazionali e internazionali che le connotano in un clima "mondiale" che sempre più va riscoprendo il valore del pluralismo linguistico-culturale e i diritti delle minoranze.
Fondamentale diventa a tal fine il ruolo dellistruzione scolastica se è vero che "è nelleducazione che si creano orientamenti di aperture o viceversa di intolleranza ponendo i presupposti per lazione del cittadino adulto".
Le misure di carattere educativo dovranno assumere quindi, rispetto alle altre, una posizione di predominio e priorità. Dovranno essere predisposte norme di tutela che vadano oltre la semplice eliminazione delle discriminazioni di cui le minoranze sono state oggetto in passato. In particolare, andrebbero colmate le lacune riscontrate nella realtà scolastica slovena alla quale è stata fin qui negata lautonomia.
La presenza delle minoranze, la loro vita e la loro cultura nelle scuole con lingua di insegnamento italiana sono conosciute in minima parte e solo in virtù della buona volontà dei singoli insegnanti.
Per una efficace azione in favore dellinsegnamento della cultura minoritaria nelle scuole di lingua di insegnamento italiana si chiede:
di autorizzare, anche nellambito delle sperimentazioni scolastiche come disciplinato dalla legislazione vigente, ivi compreso il tempo prolungato nella scuola media con particolare attenzione alla sperimentazione del bilinguismo conformemente alla pronuncia espressa dal C.N.P.I. nelladunanza del 4 luglio 1990 al fine di una adeguata conoscenza della storia e della cultura del gruppo linguistico di appartenenza e delle minoranze linguistiche con la quale si convive nello stesso territorio;
di incentivare ed autorizzare dovunque, nel quadro dei programmi della scuola, linsegnamento della letteratura e della storia delle comunità interessate, anche come materia facoltativa;
di predisporre una sollecita formazione del personale docente cui affidare le suddette competenze previa utilizzazione di quelli già idonei;
di chiedere allIRRSAE e ai Provveditorati interessati, di tenere conto, in fase di preparazione dei piani di aggiornamento delle particolari esigenze delle minoranze linguistiche.
Per le scuole con lingua ed insegnamento slovena si chiede la predisposizione di norme atte a rendere autonomi, nellambito delle leggi dello Stato, il sistema scolastico completo di lingua slovena nel Friuli Venezia Giulia.
Si chiede, inoltre, che lOn.le Ministro si adoperi affinché le spese necessarie per realizzare una più efficace forma di tutela gravino obbligatoriamente sui bilancio degli EE. LL., nellesercizio delle rispettive competenze statutarie in materia di istituzioni culturali
Alla luce delle considerazioni fin qui espresse, la commissione rileva quanto sia fondamentale il ruolo della lingua ai fini della tutela delle minoranze linguistiche. Di questo ruolo è consapevole anche la Corte Costituzionale la quale, nella pronuncia 62/1992 si esprime nel senso che "la lingua propria di ciascun gruppo etnico rappresenta un connotato essenziale della nozione costituzionale di minoranza etnica, al punto da indurre il Costituente a definire questultima quale "minoranza linguistica". Ogni forma di restrizione delluso pubblico della propria lingua imposto agli appartenenti delle minoranze linguistiche in generale e di quelle giuridicamente riconosciute in particolare, configura una discriminazione di carattere nazionale o etnico e quindi una discriminazione razziale ai sensi della legge 654/1975.
La scuola, allinterno di un proprio programma di educazione interculturale e di lotta ad ogni forma di discriminazione razziale ne terrà debito conto e ne trarrà spunti per sviluppare un programma di educazione alla conoscenza, accettazione, collaborazione e attiva convivenza con le minoranze linguistiche sottolineando il contributo da questo apportato alla comune cultura delle comunità conviventi.
Per gli interventi di tutela positiva delle minoranze linguistiche dovranno concorrere, ad avviso della commissione, giustamente i governi nazionali, i poteri regionali e locali ai sensi del combinato disposto dagli articoli 6 e 114 della Carta Costituzionale e della risoluzione approvata dal Parlamento Europeo in data 16 ottobre 1981. Accanto alle entità sopra vitate anche alla scuola spetta in materia un ruolo di fondamentale importanza. Ai fini di un concreto sviluppo di questo ruolo, la scuola per la sua competenza culturale e didattica e nella sua articolazione amministrativa centrale e periferica dovrà impegnarsi a fondo, affinché i giovani rispettino i diritti umani, tra i quali vi è il diritto alluso della propria lingua, anche nei rapporti con i pubblici poteri. La scuola dei diritti umani e del rispetto per le culture delle minoranze sarà una scuola culturalmente più ricca.
Si dovranno pertanto assicurare ai cittadini appartenenti alle minoranze linguistiche e in tale senso si è espresso il C.N.P.I. in precedenti raccomandazioni - il pieno sviluppo delle capacità di esprimersi nella propria lingua tanto nella forma parlata quanto nella forma scritta, secondo le diverse funzioni e varietà della lingua fino al punto di permettere lutilizzazione della lingua materna come veicolo essenziale di valori culturali e mezzo espressivo sia per la trasmissione sia per lo sviluppo della propria cultura.
Ovviamente ai cittadini di lingua italiana residenti nelle zone tradizionalmente abitate dalle minoranze linguistiche dovrà essere offerta la possibilità di acquisire sufficiente conoscenza della lingua e della cultura della minoranza convivente sul territorio.
La scuola in Italia può fruire delle esperienze di integrazione che si sono svolte in quelle zone dove diversi valori, lingue e culture hanno continuato a convivere pacificamente.
Oggi per lItalia si pone il problema di saper affrontare in una dimensione più vasta il processo di costruzione dellEuropa, dove litaliano sarà la lingua non maggioritaria rispetto al francese, inglese, spagnolo, e anche per questo si dovranno incoraggiare le ricerche sulla cultura e la lingua minoritaria ed intensificare le azioni di documentazione e di informazione per le scuole, gli insegnanti ed i genitori, come pure si dovranno individuare e proporre adeguate attività di formazione continua e complementare per gli insegnanti che lavorano con i giovani appartenenti alle minoranze linguistiche.
Il C.N.P.I. auspica che la tutela delle minoranze linguistiche sia considerata una sorta di atto dovuto da parte della Comunità nazionale per contribuire allo sviluppo di una società disposta a convivere pacificamente anche in vista della costruzione della comune casa europea.
Nello stesso spirito, alla luce dei tragici fatti che stanno insanguinando alcune regioni dEuropa e del mondo per motivi riconducibili alla intolleranza più totale nei confronti delle etnie minoritarie o diverse, il C.N.P.I. esprime la convinzione che anche attraverso lo sforzo di educare le giovani generazioni alla reciproca comprensione e ad una costruttiva convivenza, debba manifestarsi la concreta volontà di procedere con decisione verso il superamento dei conflitti e delle persecuzioni in atto.