Source: https://www.centrostudilivatino.it/category/eutanasia/page/3/
Timestamp: 2020-04-01 21:17:35+00:00
Document Index: 31670086

Matched Legal Cases: ['art 3', 'art. 580', 'sentenza ', 'art. 580', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.580', 'art. 580', 'art. 17', 'art. 580']

Eutanasia | Centro Studi Rosario Livatino - Part 3
Il Parlamento sta già lavorando sul suicidio assistito. Sarebbe logico concedergli più tempo
Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio quotidiano, del 24 settembre 2019.
Stamane la Corte costituzionale torna a occuparsi del c.d. caso Cappato, dopo che, all’esito dell’udienza precedente, il 23 ottobre 2018, ne ha deciso il rinvio a oggi, sollecitando il Parlamento a provvedere nelle more. Nella Relazione sull’attività svolta nel 2018 il Presidente della Corte Lattanzi ha qualificato le indicazioni contenute nell’ordinanza di rinvio, la n. 207/2018, come “illegittimità prospettata” dell’art. 580 del codice penale, nella parte in cui sanziona l’agevolazione al suicidio: se si resta a quanto deciso nella camera di consiglio di dieci mesi fa, la sentenza è già scritta e ha i contenuti di quell’ordinanza. Dopo un percorso motivazionale non del tutto coerente – prima dice che l’art. 580 c.p. tutela i deboli, poi ne afferma l’illegittimità -, essa pare individuare un “diritto” alla morte, cui corrisponderebbe il “dovere” del medico, salva l’obiezione di coscienza, di garantirne la realizzazione.
Questo è uno dei temi dell’udienza di oggi. Non l’unico. La decisione della Corte ha riconosciuto che la materia è complessa e che il proprio intervento rischia di lasciare dei vuoti, e per questo ha preferito demandarne – se pure a tempo – la trattazione a una legge, che avrebbe tratti meno “chirurgici” e più organici. Il Parlamento non è rimasto senza far nulla: all’inizio del 2019 la Camera ha avviato l’esame di differenti proposte di disciplina della materia. Le Commissioni Giustizia e Affari sociali hanno dapprima svolto audizioni, quindi sono passate alla discussione dei testi proposti, poi hanno focalizzato l’attenzione su una ipotesi attenuata di reato – che rispondesse in parte alle indicazioni della Corte -, e su di essa hanno nuovamente aperto ad audizioni. Non hanno poi raggiunto un accordo sul testo da inviare in Aula. Uno dei rami del Parlamento ha comunque preso in seria considerazione l’invito a intervenire con un provvedimento normativo, come attestano la consistenza e l’intensità dei lavori svolti: ciò peraltro ha precluso per regolamento che analoghe iniziative legislative fossero esaminate in Senato.
La crisi di Governo e i tempi di formazione del nuovo Esecutivo e l’iter della fiducia hanno impedito di riprendere a trattare la materia. Se oggi la Consulta intendesse come non procrastinabile il termine fissato perché il Parlamento provveda, la sentenza interverrebbe senza che le Camere abbiano avuto modo di esprimersi per l’intero arco temporale individuato dalla Corte, essendo stati loro sottratti quasi due mesi. Peraltro, l’interlocuzione cercata dalla Consulta è col Parlamento nel suo insieme, ma uno dei rami di esso – il Senato – non è stato posto nella condizione di esprimersi.
Una sentenza pronunciata all’esito dell’udienza di oggi avrebbe comunque bisogno di un ulteriore intervento legislativo. Per fare qualche esempio, fra i tanti, sarebbe ben arduo definire con la pronuncia della Corte invece che con una legge la prioritaria attivazione dei trattamenti palliativi e il regime dell’obiezione di coscienza del medico: entrambi costituiscono punti salienti dell’ordinanza n. 207. Se una legge è necessaria è però indispensabile ulteriore tempo, per recuperare quello forzatamente non utilizzato a seguito degli impegni parlamentari imposti dalla crisi dell’Esecutivo, e per far esprimere Palazzo Madama, rimasto finora fuori dalla dialettica richiesta dalla Corte: immagino che andasse in questa direzione la garbata – e da troppi infondatamente criticata – telefonata della presidente del Senato al presidente Lattanzi.
Dunque, far decidere al Parlamento invece che al Giudice, se pure costituzionale, questioni cruciali, controverse e complesse, è l’altro tema dell’udienza di oggi. Se la Consulta ha stabilito che serve l’intervento delle Camere avrebbe senso oggi permettere con un rinvio di proseguire un lavoro comunque avviato. E non ridurre il Parlamento a un organismo che si limita a recepire acriticamente direttive europee e sentenze dei giudici nazionali.
Video completo del convegno sul fine-vita
Proponiamo la registrazione completa del convegno Fine-vita: deontologia e legge dello Stato. Problemi e prospettive per il medico in vista della decisione della Corte Costituzionale, che si è tenuto a Roma lo scorso 20 settembre.
L’evento è stato organizzato da Associazione Scienza & Vita e Centro Studi Rosario Livatino.
Sono intervenuti: Angelo Salvi (membro del Centro Studi Rosario Livatino), Giuseppe Colavitti (professore), Pierantonio Muzzetto (presidente coordinatore della Consulta Deontologica Nazionale della FNOMCeO), Giovanni Maria Flick (presidente emerito della Corte Costituzionale), Assunta Morresi (professore), Maria Luisa Di Pietro (professoressa), Alberto Gambino (prorettore dell’Università Europea di Roma), Eugenia Roccella (giornalista), Mauro Ronco (presidente del Centro Studi Livatino).
La registrazione è stata effettuata da Radio Radicale.
Papa Francesco ai medici: non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita
Discorso tenuto alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri da Sua Santità Papa Francesco, il 20 settembre 2019.
accolgo con piacere tutti voi, appartenenti alla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, e ringrazio il vostro Vice Presidente per le sue cortesi parole.
So che avete dedicato l’ultimo triennio agli “stati generali” della professione medica, ossia al confronto su come esercitare al meglio la vostra attività in un mutato contesto sociale, per meglio individuare i cambiamenti utili a interpretare le necessità delle persone e per offrire loro, insieme con le competenze professionali, anche un buon rapporto umano.
La medicina, per definizione, è servizio alla vita umana, e come tale essa comporta un essenziale e irrinunciabile riferimento alla persona nella sua integrità spirituale e materiale, nella sua dimensione individuale e sociale: la medicina è a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo. E voi medici siete convinti di questa verità sulla scorta di una lunghissima tradizione, che risale alle stesse intuizioni ippocratiche; ed è proprio da tale convinzione che scaturiscono le vostre giuste preoccupazioni per le insidie a cui è esposta la medicina odierna.
Occorre sempre ricordare che la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano.
Di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia.
Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte. Come afferma la Nuova Carta per gli Operatori Sanitari: «Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente» (n. 169).
San Giovanni Paolo II osserva che la responsabilità degli operatori sanitari «è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell’intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità» (Enc. Evangelium vitae, 89).
Cari amici, invoco sul vostro impegno la benedizione di Dio e vi affido all’intercessione della Vergine Maria Salus infirmorum. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.
Eutanasia: associazioni, “Sentenza Corte sarebbe vera crisi parlamento”
“C’è un silenzio molto altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia. “Lo strano silenzio su questo scenario eversivo – si legge ancora – è imperdonabile distrazione o sintomo che alla politica in fondo va meglio così? Di certo l’attuale chiasso di tutti su (quasi) tutto copre l’evidente imbarazzo, di fronte alle decisioni più essenziali, dei leader e delle Camere, che stanno per abdicare verso il nuovo legislatore composto dai giudici costituzionali. Pertanto, di fronte alle scelte da assumere nei prossimi giorni le forze politiche hanno innanzitutto il dovere di rispondere a questa domanda, dirimente per la stessa democrazia: ‘Esiste ancora la sovranità del Parlamento, eletto dal popolo?’. Se la risposta sarà ‘SI’ – osservano le associazioni -, le forze politiche e le istituzioni parlamentari dovranno affrontare la crisi politica in atto innanzitutto pretendendo dalla Corte costituzionale il rispetto delle attuali esigenze di Camera e Senato e dunque il dovuto rinvio dell’udienza del 24 settembre. Viceversa – concludono -, il perdurare del silenzio sarà comunque una risposta a questa nostra domanda. La risposta di chi sta ponendo fine alla repubblica parlamentare”.
(ELENCO ASSOCIAZIONI COMITATO POLIS PRO PERSONA:
Per info Domenico Menorello 3474412770)
Comunicato stampa del Comitato spontaneo Polis pro persona (cioè oltre trenta associazioni no profit da leggere in calce)
La propaganda prevale sulle “riflessioni”, mentre il Parlamento dorme
Parere del Comitato Nazionale di Bioetica sull’aiuto al suicidio.
La propaganda prevale sulle “riflessioni”, mentre il Parlamento dorme.
Il parere del CNB-Comitato nazionale di bioetica sull’aiuto al suicidio dà conto delle posizioni diversificate al proprio interno. Peccato che nella comunicazione mediatica siano state fatte prevalere le “riflessioni” pro, e per questo più che riflessioni appaiono propaganda perché la Corte costituzionale completi l’opera annunciata con l’ordinanza n. 207/2018.
Vari e di rilievo sono i punti inaccettabili nel testo del parere: inaccettabile è la posizione che propone di distinguere fra l’aiuto al suicidio e l’eutanasia: come se uccidere in via diretta un essere umano o prestargli ausilio per togliersi la vita fosse qualcosa di diverso dal punto di vista sostanziale, etico e giuridico. E’ inaccettabile l’autodeterminazione quale unico criterio di riferimento, in linea con quanto sostenuto dalla Consulta: come se dignità e autodeterminazione fossero la stessa cosa. E’ contraddittorio il richiamo alle cure palliative, se poi viene giustificata la strada dell’aiuto al suicidio.
La parola passa a un Parlamento che finora ha dormito. Si lamenta di frequente l’invasione del terreno legislativo da parte della giurisdizione o di realtà terze: ci sono ancora pochi giorni perché Camera e Senato dimostrino non solo di non volere l’inserimento del suicidio assistito nel SSN, ma anche di non accettare il proprio conseguente suicidio come istituzione.
Diritto alla morte? Ronco: “Controsenso giuridico”
Intervista a Mauro Ronco di Massimo Magliocchetti, pubblicata sul numero di giugno 2019 di Sìallavitaweb, rivista online a cura del Movimento per la vita italiano.
L’Italia entra nel pieno del dibattito in tema di eutanasia. Lo scorso 24 giugno sono iniziati i lavori alla Camera dei Deputati e comincia il conto alla rovescia per il 24 settembre, data dell’udienza innanzi alla Corte Costituzionale, una giornata che potrebbe segnare il punto di non ritorno per quanto riguarda la non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere abbiamo incontrato il Prof. Avv. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino ed Emerito di Diritto Penale all’Università di Padova, curatore di un interessante libro dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”
• Professore, da pochi giorni è stato presentato un prezioso lavoro da Lei curato, dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”.
«Mi sono dedicato alla cura del libro dopo aver letto l’ordinanza della C. Costituzionale 16 novembre 2018 che ha rinviato al settembre 2019 la decisione definitiva sulla questione di costituzionalità dell’art.580 c.p. La motivazione dell’ordinanza è concettualmente inadeguata rispetto alla gravità e alla rilevanza della decisione che dovrà essere assunta. Se si pensa che le due Corti per i diritti umani maggiormente rappresentative nel mondo occidentale – la Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1997 e la Corte Europea dei Diritti Umani nel 2002 – hanno entrambe escluso che il principio di autodeterminazione possa configurare un “diritto” al suicidio assistito, si comprende quanto sia rilevante la responsabilità che grava sulla Corte italiana. Il libro nasce come esigenza morale di uno studioso del diritto che non intende sottrarsi alla sua parte di responsabilità omettendo di far conoscere approfonditamente le ragioni per le quali deve considerarsi gravemente ingiusta e pregiudizievole per il bene della generazione attuale e di quelle future un’eventuale pronuncia che dovesse togliere, anche soltanto in parte, il divieto dell’aiuto al suicidio».
• La Camera dei Deputati a breve inizierà la discussione in Aula su alcune proposte di legge in materia di eutanasia. Crede che con l’approvazione di una legge sull’eutanasia in Italia assisteremo alla “morte del diritto”?
«Confido che il Parlamento italiano non approvi alcuna legge eutanasica echeilPresidentedellaRepubblica, come tutore della Costituzione, non promulghi un’eventuale legge di tal genere. Si tratterebbe infatti di una legge contraria alla Costituzione, in specie ai principi espressi, in sinergia tra loro, dagli articoli 2 e 3, 1 e 2 comma, che costituiscono il precipitato giuridico del principio della dignità oggettiva di ogni essere umano Tale principio implica l’indisponibilità assoluta della vita umana innocente. Se le cose dovessero invece procedere nel senso auspicato dalla Corte costituzionale si verificherebbe una ferita dolorosissima dell’intero tessuto giuridico, che coinvolgerebbe la responsabilità dell’istituzione la cui missione è la tutela della Costituzione. Si sancirebbe in qualche modo la fine della Carta secondo l’spirazione solidaristica che, nell’incontro tra le forze di tradizione cristiana e quelle di tradizione socialista, ha focalizzato nella dignità oggettiva di ogni essere umano, nell’uguaglianza ontologica di ciascuno in forza della sua novità di essere venuto al mondo e nella solidarietà per il bene di tutti il nucleo veritativo essenziale della convivenza sociale. Si aprirebbe così una nuova fase storica e giuridica in cui altri e diversi principi- in particolare il soggettivismo e il liberalismo radicalmente relativista – governerebbero la nostra vita sociale, rendendola ancor più “liquida” e ingovernabile, se non con la forza».
• Quasi un anno fa il Parlamento ha varato la legge sulle Dat. Sia il Centro Studi Livatino che il Movimento per la Vita, insieme a tante altre associazioni prolife, si sono battute affinché venisse bloccata. Ancora tanti rimangono i punti critici. Tra i tanti, l’assenza di una esplicita previsione del diritto all’obiezione di coscienza. Come giudica questa evidente lacuna?
«La lacuna della previsione dell’obiezione di coscienza rientra in un tentativo attuale di forzare la formazione e la libertà della coscienza. Vero è che il diritto che si pretende liberale e che assume come sua guida il relativismo etico assoluto sente la necessità di consolidarsi con la costrizione. Troppi medici, secondo i relativisti, si vietano per motivi di coscienza, di compiere gli aborti. Occorre stringere le maglie della legge, squalificando l’obiezione di coscienza e cancellandone la memoria nei testi legislativi. E’ una tragica illusione pensare che i relativisti e libertari siano realmente “liberali”, cioè tolleranti. In realtà, se non riescono nei loro obiettivi con la seduzione, sono determinati a usare la forza».
• Il prossimo 24 settembre la Corte costituzionale terrà una nuova udienza per decidere la legittimità costituzionale della norma del codice penale – l’art. 580 – che punisce l’aiuto al suicidio. Fare un pronostico dell’esito è difficile. Se venisse dichiarato incostituzionale l’aiuto al suicidio, quali scenari si aprirebbero in Italia?
«Gli scenari giuridici sarebbero quelli di una vera e propria agonia del diritto, quasi da considerarsi un malato terminale, con tutte le conseguenze di disordine e di comprensione che una tale malattia determina nel corpo sociale. La società italiana però conserva molte energie positive. Basti al riguardo ricordare la coraggiosa presa di posizione della Federazione Nazionale dei Medici, che ha recentemente ribadito il divieto incondizionato per tutti i medici previsto dall’art. 17 del codice deontologico, di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta».
• In sintesi, esiste un diritto a morire?
«Parlare di un “diritto” alla morte, come da molti anni fanno alcuni giuristi anglosassoni (“Right-to-Die”), secondo un’ideologia che si è diffusa anche in Italia, è un vero controsenso giuridico. Il suicidio è completamente estraneo alla dimensione della giuridicità, cioè della reciprocità tipica del riconoscimento tra persone uguali e responsabili. La pretesa di giuridicizzarlo, come “diritto” al suicidio assistito, facendolo entrare nell’universo dell’intersoggettività, sfocerebbe comunque nel fallimento, perché con l’atto stesso che dà attuazione alla pretesa si dissolve la relazione intersoggettiva.
Entrambi i membri del rapporto – chi chiede e chi aiuta a morire – sono ridotti a oggetto, perché il riconoscimento dell’altro come persona è indispensabile all’esistenza della relazione giuridica. Nessuno può denegare la dignità ontologica a un’altra persona, contribuendo a ucciderla, senza denegarla nello stesso tempo a se stesso».
Leotta: aiuto a morire? Prima si percorra la strada delle cure palliative
Articolo di Marcello Palmieri pubblicato il 19 luglio 2019 su Avvenire.
L’eutanasia? “Non è quanto chiesto al Parlamento dalla Corte Costituzionale”. Né la Corte potrebbe farlo, per il principio di divisione dei poteri. Lo dice Carmelo Leotta, associato di Diritto penale all’Università Europea di Roma, ascoltato come esperto nelle Commissioni riunite affari sociali e giustizia di Montecitorio. Qui, al momento, ogni tentativo di accordo è saltato.
C’è infatti una proposta di legge – quella a prima firma di Alessandro Pagano (Lega) – diversa dalle altre quattro e con esse inconciliabile. Ma è proprio questa, secondo Leotta, la più rispondente alle indicazioni della Consulta. Innanzitutto, nota il professore, “è l’unica che limita il quadro normativo sul fine vita alla casistica indicata dalla Corte: la presenza di una patologia irreversibile, di una sofferenza assolutamente intollerabile, di un trattamento di sostegno vitale e della capacità di assumere decisioni libere e consapevoli”.
Circostanze che però da sole non bastano, in quanto – e sono stati sempre i giudici costituzionali a suggerirlo – prerequisito di ogni eventuale apertura alla morte su richiesta deve essere l’avvenuto inserimento del paziente in un ciclo di cure palliative diverse dalla sedazione profonda. “Un’efficace controspinta motivazionale – nota Leotta – rispetto alla formazione di una volontà eutanasica”.
Anche in questo caso è la proposta di legge Pagano la più consonante con questa visione: laddove le altre o non citano queste alternative terapeutiche o le prevedono solo quale informazione da dare al malato, il testo della Lega vorrebbe una “presa in carico del paziente per la prescrizione di una terapia del dolore”.
E se tutto ciò non fosse sufficiente a rimuovere la volontà del sofferente a morire anzitempo? Qui, il testo di Pagano diverge da quanto sembra auspicare la Consulta: laddove infatti la Corte lascia intendere la necessità di un potere-dovere dello Stato di assecondare queste richieste, per la proposta della Lega è più conforme al diritto prevedere una riduzione – non una totale rimozione – della pena dell’art. 580 cod. pen. (che punisce l’aiuto nel suicidio) per i prossimi congiunti del malato che si trovi nella situazione prevista dalla Corte, nel caso questi abbiano collaborato al suo ultimo disperato gesto. Questa soluzione, per Leotta, può essere praticata perché, pur venendo incontro con la riduzione della pena a chi, trovandosi nel turbamento causato dalla sofferenza di una persona vicina, l’ha aiutata a compiere il suicidio, non toglie la responsabilità di tale atto. Diversamente, argomenta Leotta, “se s’imboccasse la strada della non punibilità s’introdurrebbe il giudizio per cui la vita del malato vale meno di quella del sano, con ciò violando ogni principio non solo di eguaglianza, ma anche di civiltà giuridica”.
C’è poi il tema dell’obiezione di coscienza, diritto che la Corte stessa ha chiesto di tutelare. In altre parole: nessuna legge, per nessun motivo, può obbligare una persona a ucciderne un’altra. Eppure, rileva Leotta, solo la proposta Pagano richiama l’obiezione di coscienza e la vincola alla “deontologia professionale” e alle “buone pratiche socio assistenziali”, favorendo così “un diritto di obiezione altamente responsabilizzante”. Una cosa è certa: la Corte Costituzionale non ha chiesto al Parlamento d’introdurre l’eutanasia. Ma di dare tutela a persone – poche, fortunatamente – caratterizzate da una situazione clinica tanto compromessa quanto rara.