Source: https://ilsaltodirodi.com/2018/11/14/lincertezza-del-diritto-a-5-stelle/?shared=email&msg=fail
Timestamp: 2018-12-15 07:28:22+00:00
Document Index: 26615947

Matched Legal Cases: ['art. 112', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ']

L’incertezza del diritto a 5 Stelle – Hic Rhodus
di cplazzi 14/11/201807:30 13/11/2018
I nostri padri costituenti avevano alcuni incubi ricorrenti, fra i quali la (mancanza di) certezza del diritto, cioè quel principio per il quale esiste una regola, la si dà per conosciuta, chi la rispetta può dormire sonni tranquilli, mentre chi non la rispetta sa che sarà (può essere) perseguito e sanzionato. La Costituzione richiama questo principio più volte, perché i danni provocati dalla incertezza del diritto sono e sono stati drammatici: vent’anni di dittatura, persone al confino, prigionieri politici, tribunali speciali e chi più ne ha più ne metta dovrebbero averci insegnato qualcosa. Invece.
La prescrizione. Quell’istituto che esiste praticamente in tutti gli ordinamenti democratici (i soloni pentastellati possono documentarsi qui, o anche qui), e che va a costituire un limite per lo Stato e una garanzia per il cittadino: è la certezza del diritto. Se commetti un reato, io, Stato ho il diritto e il dovere (lo dice pure la Costituzione, art. 112) di perseguirti e condannarti: posso “avere giustizia”. D’altra parte, se a fronte del tuo reato io, Stato, non faccio nulla, tu cittadino potrai (senza vanto) dire che l’hai fatta franca.
Lo Stato non è Dio, che farà il conto dei peccati nel giorno del giudizio e stabilirà chi andrà in paradiso e chi all’inferno: con molte meno pretese, deve esigere il rispetto delle sue leggi entro termini accettabili. Anche perché se la pena deve rieducare (art. 27 Cost.), bisognerà che lo faccia subito: mica si può rinfacciare a un quarantenne padre di famiglia che quel giorno, da studentello ventenne, si era fatto un paio di canne passandole agli amici, no?
La prescrizione, decorre dal momento di consumazione del reato ed è graduata in base alla gravità del reato, per cui peccato veniale, si prescrive prima, peccato mortale o quasi, si prescrive dopo o mai. La prescrizione, attenzione, estingue il reato, è una norma sostanziale, quindi non c’entra niente con la velocità della giustizia, che dipende da fattori processuali e organizzativi. Infatti, la disastrosa riforma operata dalla legge ex Cirielli (l. 205/05), oltre ad aver salvato dalla condanna Previti e Berlusconi, ha intasato gli uffici giudiziari, come le statistiche giudiziarie dell’ultimo decennio dimostrano, salvando anche moltissimi indagati per reati puniti fino a 6 anni, fra i quali rientrano un bel po’ di reati fiscali e societari, che non si scoprono subito ma dopo 2, 3 anni il che, per un reato che si prescrive in 7 anni e mezzo, vuol già dire essere parecchio in vantaggio.
In compenso, accorciare la prescrizione è effettivamente servito a far lavorare di più i magistrati (tutti comunisti, no?), ma inutilmente: i processi vanno comunque istruiti, per arrivare nelle mani del giudice praticamente già prescritti. Andranno sentenziati, il personale dovrà lavorarli, il cancelliere depositare la sentenza, l’operatore aggiornare i registri, il commesso mettere il fascicolo in archivio e via dicendo.
E qui entra in scena il genio pentastellato, che si è ben guardato dall’attendere qualche effetto misurabile della riforma Orlando, di appena un anno fa, che aveva un po’ allungato i termini e introdotto una serie di correttivi alla citata ex Cirielli.
Bonafede, guardasigilli, avvocato e giurista illuminatissimo, sostiene che se accorciare la prescrizione non è servito ad accelerare la giustizia, eliminarla dopo la sentenza di primo grado produrrà l’effetto atteso ma, soprattutto, servirà a dire basta ai furbetti e ai loro azzeccagarbugli. Lasciando alla classe forense ogni commento per essere definiti da un collega azzeccagarbugli (varrà anche per i suoi numerosi pentacolleghi di movimento, avvocati come lui, chissà?), e per avere definito i propri clienti furbetti, Bonafede dimostra di avere frequentato assai poco le aule penali (analogamente a chi lo consiglia).
Sospendere dopo la sentenza di primo grado non significa che magicamente il primo grado andrà più veloce, anzi. Visualizziamo il percorso: faccio le indagini, riesco a mandare il fascicolo a processo senza che mi si prescriva in mano, riesco a mandarlo a sentenza schivando la prescrizione e… tac! La prescrizione è sospesa usque ad extremum flatum (con l’extremum flatum del reo, si sa, il reato si estingue in ogni caso): che questo cozzi frontalmente con l’art. 111 della Costituzione, se ne accorgerebbe anche uno studente del primo anno di giurisprudenza. Come pure è evidente il contrasto con il principio di difesa (art. 24): la vittima rischia di non avere mai un risarcimento, esaurendo il primo grado magari a bocca asciutta e vedendo nelle more prescritta anche l’azione civile (5 anni). Mi hai messo sotto un genitore, me l’hai ammazzato e devo ancora finire il liceo: magari avrò la sentenza definitiva quando sarò genitore a mia volta, chissà.
In vista della sospensione sine die, la tentazione di tirarla per le lunghe è intuitiva: la prescrizione giova ai colpevoli (tanto è vero gli innocenti possono anche decidere di rinunciarvi). E per quanto i magistrati (comunisti) cerchino di contrastare gli avvocati (azzeccagarbugli) onde non farla passare liscia ai loro clienti (furbetti), ci sarà un ampio cono d’ombra dove si nasconderanno quei colpevoli destinati a giovarsi della prescrizione ancora per anni. Vi ricordate? E’ una norma sostanziale, si applica il principio del favor rei: se ho falsificato il bilancio del 2017 e mi scoprono solo nel 2020, ho buone possibilità di non esaurire il primo grado entro il 2024, quando sarò bello prescritto, alla faccia dei 5Stelle, della prescrizione sospesa nonché della ministra Buongiorno, oggi garantista, che ahilei non potrà replicare il celeberrimo “assolto, assolto!” che ebbe a dire per Andreotti – prescritto e non assolto – visto che in appello non si prescriverà più nulla.
C’erano tante possibilità: dalle più facili (aumentare i termini o modificarne la decorrenza), alle più studiate (potenziare le definizioni semplificate per tutti i reati che arrivano in Procura già “pronti”, depenalizzare le innumerevoli contravvenzioni che intralciano i tribunali con potenziali tre gradi di giudizio, reati gravissimi quali la mancata esposizione della tabella dei giuochi proibiti o l’aver organizzato trattenimenti senza licenza dell’autorità), a quelle collaterali (accelerare la digitalizzazione del processo penale – proprio loro, quelli delle votazioni on line e delle dirette streaming – o modificare le norme per le notifiche che rendono una corsa agli ostacoli ogni fissazione d’udienza). E’ stata scelta l’unica possibilità che anziché produrre l’effetto atteso, provocherà quello avverso: sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Per tutti i reati prescrivibili entro i 7 anni e mezzo (la stragrande maggioranza) il primo grado, semplicemente, non finirà più. Patteggiamenti, manco per idea, tanto più se so che la mia non è la svista episodica di una vita irreprensibile, ma un passo falso di un’abile carriera passata a dribblare ciò che è illecito (avete presente i truffatori? I ladruncoli? Quelli “che tanto non gli fanno mai niente”? Ecco, proprio quelli lì). Mi oppongo al decreto penale? Di corsa! E chiedo il giudizio ordinario, ingorgando ancora di più i tribunali per una bagattella che, depenalizzata, avrebbe portato facilmente qualche millata di euro all’erario, senza tante storie.
Veniamo al povero sfigato innocente che ha le carte in mano per dimostrare la sua estraneità ai fatti e non è riuscito a farlo finché il fascicolo era nelle mani del PM (che avrebbe potuto chiedere l’archiviazione). La sua udienza sarà un sassolino nella betoniera che gira per fissare le centinaia di udienze rimandate alle calende greche. Avrà una spada di Damocle sulla testa, preclusiva per la partecipazione a gare e concorsi, o anche solo lesiva della sua reputazione (sempre che, oggigiorno, a qualcuno interessi ancora il concetto di reputazione). Perché un carico pendente può restare lì per chissà quanto: arriverà sempre un motivo di urgenza per cui la mia udienza non si celebrerà mai. E a me, povero sfigato innocente, converrà cambiare mestiere o andare all’estero a friggere patatine. O aspettare la prescrizione, per essere prescritto come i furbetti.
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Lelio Giaccone	 on 16/11/2018 at 18:33
L’allungamento dei termini di prescrizione mi riporta in mente un paese del socialismo reale in cui la povertà venne combattuta per legge, cancellando la parola “povero” dal dizionario; nel nostro caso, per rimediare alle enormi carenze del processo penale italiano che non riesce a punire i colpevoli in tempi normali e mandare assolti gli innocenti in tempi ragionevoli, si prolunga il calvario dei secondi, i quali hanno avuto la vita già abbastanza sconvolta dal fatto di essere stati processati per 5-6-7 anni e, nonostante la piena assoluzione, troveranno sempre qualcuno pronto a dire: “si, vabè, è stato assolto, ma per processarlo qualcosa c’era di sicuro”. L’obiezione in questo caso è che il blocco avviene dopo la condanna in primo grado, ma in un paese che in primo grado condanna i sismologi questa non è affatto una garanzia.
Svolgete i processi in tempi brevi, prima di tutto a garanzia degli innocenti, e poi ne parliamo.