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Timestamp: 2020-07-13 05:34:53+00:00
Document Index: 34469565

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 55', 'art. 7', 'art. 136', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 35', 'art. 58']

REGIO DECRETO 148/31 E RETROCESSIONE DI QUALIFICA: DUBBI SULLA LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE | La Voce Trasporti & Diritti
REGIO DECRETO 148/31 E RETROCESSIONE DI QUALIFICA: DUBBI SULLA LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE
By Quintilio Savina • Lug 15, 2019
Il Regio Decreto induce il giudice ad innescare l’incidente di legittimità costituzionale provocando l’intervento della Consulta
A quasi un secolo dalla sua emanazione, il regio decreto degli autoferrotranvieri induce il giudice ad innescare l’incidente di legittimità costituzionale provocando l’intervento della Consulta (c.d. “giudice delle leggi”) con riguardo alla sanzione della retrocessione. Tale provvedimento normativo risulta tutt’ora attuale nel disciplinare un’intera categoria nonostante i tentativi di abrogazione esperiti nel tempo (come l’art. 27, comma 12 – quinquies, D.L. n. 50/2017).
Con l’ordinanza n. 13535 del 20 maggio 2019, la Corte di Cassazione dichiarava “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale”, sollevata dal lavoratore ricorrente in ordine agli artt. 37 limitatamente alla “punizione” della “retrocessione”, 44 e 55 (comma II, limitatamente all’ipotesi della retrocessione) dell’Allegato A al Regio Decreto 8 gennaio 1931, n. 148, in relazione agli articoli 1, 2, 3, 4, 35 e 36 della Costituzione, disponendo, inoltre, la sospensione del processo e la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Il ricorso presentato dinanzi al giudice di legittimità riguardò l’asserita violazione di alcuni precetti costituzionali da parte del R.D. n. 148/1931, specificatamente, nella sua disciplina concernente il regime sanzionatorio.
All’inizio del percorso giudiziale, il lavoratore di una concessionaria del trasporto pubblico locale a seguito dell’irrogazione di un provvedimento disciplinare sfociante nella retrocessione di due gradi nella carriera (quindi il passaggio dalla mansione di addetto all’esercizio, parametro 193, a operatore di esercizio, parametro 175) come previsto dall’articolo 44 della norma in commento e la sanzione accessoria prevista dall’art. 55 (la proroga del termine normale per l’aumento dello stipendio o della paga), lamentò l’incostituzionalità delle norme alla base dei provvedimenti a questo comminati. L’impatto imponente della sanzione apparse, a giudizio del ricorrente, contrastante con l’ordinamento giuridico attuale, soprattutto, in virtù delle previsioni dettate dalla legislazione ordinaria, tra le quali venne evocata quella contenuta nell’art. 7, comma 4 (il c.d. “Statuto dei lavoratori”), il quale sancisce che, salve le ipotesi di condotte configuranti il licenziamento ex legge n. 604/1966, “non possono essere disposte sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro” (un vero e proprio argine al potere sanzionatorio del datore).
Sulla scorta di questo, la struttura difensiva “costruita” dai legali del lavoratore fece leva sulla questione di legittimità costituzionale delle norme nel regio decreto poste alla base della retrocessione, comminata al fine di ottenere la cessazione dei suoi effetti in via indiretta (infatti l’effetto tipico delle sentenze della Corte costituzionale italiana, che dichiarano l’illegittimità costituzionale di una norma legislativa è previsto dall’art. 136 della Costituzione, secondo cui “la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”) in luogo della contestazione di merito della sanzione stessa.
Con le decisioni adottate dai giudici di merito, successivamente riformate dalla corte di legittimità, fu dichiarata l’inammissibilità della domanda del ricorrente basata sull’incostituzionalità delle norme controverse del regio decreto rispetto al dettato della Carta Costituzionale, ritenendo, di conseguenza, infondata la questione.
A fondamento delle stesse, intervenne la riscontrata compatibilità tra la specialità della disciplina (anche se, ad oggi, risulta di residuale applicazione) e il carattere peculiare del rapporto di lavoro degli addetti ai pubblici servizi di trasporto in concessione (considerato in una posizione intermedia tra impiego pubblico e privato dalla sentenza Corte Costituzionale n. 190 del 2000) il quale trova giustificazione dall’interesse collettivo al buon funzionamento di un servizio essenziale; di conseguenza, l’applicazione della norma, seppur nata in un contesto sociale lontano da quello attuale, non configurò, secondo la prospettiva giudiziale, violazione né dell’art. 3 (enunciante il principio di eguaglianza) e né dell’art. 35 della Cost. (il quale riconosce alla Repubblica il ruolo di presidio a tutela del lavoro, in tutte le sue forme ed applicazioni, ivi compresa, la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori), poiché, la sua permanenza nell’ordinamento fu ritenuta pienamente giustificata e non meramente arbitraria (soprattutto, alla luce del passo indietro effettuato dal legislatore sull’abrogazione della norma grazie alla modifica al D.L. n. 50/2017 operata dal D.L. n. 91/2017). In buona sostanza, il differente regime sanzionatorio previsto per gli autoferrotranvieri rispetto a quello concernente i lavoratori del settore privato e pubblico, apparì giustificato dalla diversità della materia disciplinata, mentre, la violazione della Costituzione sarebbe intervenuta nel caso di trattamento discriminante tra situazioni identiche.
Di contro, la Corte di Cassazione ritenne ammissibile la questione di legittimità costituzionale del regio decreto, soprattutto, nella parte contenente la contestata sanzione della retrocessione la quale, secondo il giudice di ultima istanza, apparve inattuale (traeva origine dall’originario e, ormai superato, inquadramento militare degli autoferrotranvieri) e irragionevole rispetto all’evoluzione del regime costituzionale teso a censurare le sanzioni disciplinari dal carattere “…punitivo e mortificante…”. Inoltre la corte evidenzia come i numerosi interventi normativi successivi all’emanazione della disciplina del ‘31 (come, per esempio, la competenza del giudice ordinario a conoscere le controversie aventi ad oggetto le sanzioni disciplinari comminate agli autoferrotranvieri, in precedenza, spettanti al giudice amministrativo per espressa previsione dell’ormai abrogato art. 58 del regio decreto) implementarono un graduale avvicinamento della disciplina del rapporto di lavoro in questione con quella del rapporto privato tale da far venir meno la specialità riservata agli autoferrotranvieri e, di conseguenza, la sanzione della retrocessione che lo riguarda.
Comunque la Corte ammise che l’unico intervento percorribile a dirimere la questione potesse provenire da una declaratoria d’incostituzionalità, data l’impossibilità di sancire l’avvenuta abrogazione della disciplina sanzionatoria anche sulla scorta del comportamento atipico del legislatore sulle vicende della norma speciale.
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