Source: http://www.siallavitaweb.it/2017/03/01/9-10-11-il-silenzio-e-linquietudine-non-sono-meglio-di-un-no-esplicito-alla-vita-20-domande-per-uno-di-noi/
Timestamp: 2019-02-23 03:35:36+00:00
Document Index: 141125584

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

9. 10. 11. Il silenzio e l’inquietudine non sono meglio di un “no” esplicito alla vita? (20 domande per Uno di noi) – Sì alla Vita web
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Bisogna aggiungere che nel Parlamento Europeo, i dibattiti sulla vita sono sempre mescolati con molte altre questioni serie e nelle quali spesso l’Europa compie azioni e scelte lodevoli: l’aiuto allo sviluppo del terzo mondo, la lotta contro la pena di morte, l’eguaglianza delle donne, l’accoglienza dei rifugiati, il traffico di droga e di armi. Diviene così difficile per il singolo parlamentare opporsi ad un documento vasto e complesso solo per il suo dissenso sul tema della vita. Una discussione che fosse incentrata esclusivamente sui denari forniti dall’Europa per sopprimere embrioni umani, soprattutto se corredata da dati precisi, potrebbe avere una soluzione diversa.
Questo chiedeva la prima fase della iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”, alla quale la Commissione Europea non ha voluto dare seguito.
Prima di tutto bisogna rendersi conto della estrema importanza della iniziativa dei cittadini europei. L’Europa è sempre stata accusata di avere strutture poco democratiche e negli ultimi tempi tanti commentatori hanno registrato un progressivo distacco dei cittadini dalla Unione Europea. Per porre rimedio a questo stato di cose l’ultimo Trattato che regola l’Unione (firmato dai rappresentanti degli Stati a Lisbona, ratificato ed entrato in vigore alla fine del 2009) ha introdotto il nuovo istituto di democrazia diretta denominata “Iniziativa dei cittadini europei”. L’art. 11 del Trattato prevede che almeno un milione di cittadini, appartenenti ad almeno sette Stati, possono chiedere alla Commissione Europea un atto giuridico che essi ritengono necessario per l’integrazione europea.
Questo nuovo istituto è stato decantato molto dai responsabili dell’Unione. Praticamente per tutta la legislatura che va dal 2009 al 2014, in ogni incontro con i parlamenti nazionali di tutti i 28 Stati, l’iniziativa dei cittadini è stata illustrata come una svolta decisiva sulla strada della democrazia.
Per essere attuato l’art. 11 del Trattato di Lisbona doveva essere integrato da un regolamento esecutivo. Questo, dopo essere stato sottoposto al controllo di esperti, è entrato in vigore l’1 aprile 2011. Questi elementi storici già dimostrano l’importanza attribuita al nuovo strumento. Ma altri elementi aumentano il peso specifico dell’iniziativa “Uno di noi”. Il suo contenuto non è marginale. Nonostante l’obiettivo limitato (cessare contribuzioni a favore della distruzione della vita) il richiamo esplicito all’art. 2 del Trattato di Lisbona – che indica come fondamento dell’Unione il rispetto dei diritti umani e il riconoscimento della uguale dignità di ogni uomo – evoca non un dettaglio nel percorso della integrazione, ma la condizione essenziale. Lo stesso nome della iniziativa “Uno di noi” la rende esplicita.
A causa di questo primario contenuto del quesito, il comitato organizzatore della iniziativa ha fatto in modo che essa fosse anche cronologicamente la prima ad essere presentata. Per questo fu presentata allo scadere della mezzanotte tra il 31 marzo e il 1 aprile 2011. Il primato è stato confermato in termini di adesioni. Nessuna altra iniziativa fino ad oggi ha raggiunto il consenso doppio di quello minimo richiesto, come invece è avvenuto per “Uno di noi”, nessuna come essa ha raccolto adesioni in tutti i 28 Stati dell’Unione.
Ma la Commissione, che pur aveva autorizzato l’avvio della iniziativa, con la comunicazione del 28 maggio 2014, ha dichiarato di non volerne tenere conto.
Tale decisione è stata così sconcertante che il Parlamento Europeo ha messo in cantiere una riforma del regolamento del 2011, in modo da evitare che uno strumento ideato per “avvicinare i cittadini all’Europa” si trasformi in ragione di ulteriore distacco. La riforma non è ancora conclusa, ma la discussione in corso già prova il significato non banale attribuito alla iniziativa dei cittadini. Tra gli elementi innovativi la riforma prevede la sostanziale obbligatorietà di un dibattito nel plenum del Parlamento. Sarebbe davvero singolare che una riforma la quale imponesse un dibattito generale nel Parlamento sul tema presentato dalla iniziativa dei cittadini non si applicasse a quella concreta iniziativa – “Uno di noi” – che ha determinato la riforma. È dunque importante trovare un modo di riaprire il dibattito sul quesito a cui la Commissione ha dichiarato di non voler dare seguito.
La seconda fase di “Uno di noi” ha proprio l’obiettivo di ottenere ciò che la Commissione ha impedito. Per dare maggior forza alla richiesta rivolta alle Istituzioni Europee abbiamo pensato ad una “testimonianza-appello”. La testimonianza è una affermazione relativa ad un fatto conosciuto. Se dunque essa è sottoscritta in tutta Europa da coloro che conoscono l’embrione umano, forse l’effetto è più forte di una richiesta di semplici cittadini. La testimonianza ha la forma della petizione, non quella di una nuova iniziativa dei cittadini, perché è più semplice la raccolta delle adesioni e perché è inutile ricorrere alle forme complesse della iniziativa dei cittadini, già realizzata. È vero che la petizione in sé ha un significato molto meno forte della iniziativa dei cittadini, ma nel caso della seconda fase proposta, la forza deriva dalla continuità con la prima fase (per questo si parla di seconda fase), dal collegamento con una vera e propria permanente Federazione Europea, che ha lo stesso nome e scopo della iniziativa, dalla specifica competenza e responsabilità di coloro che rendono la testimonianza collettiva.
In definitiva, è ragionevole immaginare che una raccolta ampia e qualificata delle testimonianze-appello potrà essere ignorata più difficilmente della originaria iniziativa dei cittadini, che ne costituisce soltanto la prima fase.
In effetti il documento in questione, datato 28 maggio 2014, è lungo 21 pagine, ma, a parte quelle dedicate a riassumere l’iniziativa “Uno di noi”, vi è una grande ripetitività e manca la risposta alla questione fondamentale. Forse potrà essere opportuna la redazione di un documento che replichi in modo de
ttagliato, punto per punto, alle argomentazioni della Commissione, ma in questa sede può essere riassunta con poche parole la sintesi del documento e la replica può essere formulata molto brevemente.
Come correttamente riferisce la Commissione l’oggetto dell’iniziativa era (ed è) “la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e della integrità di ogni essere umano fin dal concepimento”. È evidente che il cuore della iniziativa era (ed è) indicato nelle parole “fin dal concepimento” e “diritto alla vita”. Ma le due espressioni non sono esaminate e neppure citate in nessuna parte del documento. Eppure proprio esse indicavano (ed indicano) la questione fondamentale, quella che ha giustificato (e giustifica) l’iniziativa: l’Europa riconosce nel concepito un soggetto umano? Cosa deve fare affinché questo riconoscimento sia manifesto? O almeno quali garanzie giuridiche devono essere adottate affinché non sia negato? A questo quesito centrale la Commissione non ha risposto. Ha detto che la dignità umana, l’eguaglianza e il rispetto dei diritti umani sono già garantiti dall’art. 2 e dall’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, quasi che il quesito della iniziativa avesse già ottenuto una precedente soddisfazione e dunque non meritasse modificazioni legislative o attuative dell’ordinamento europeo. Ma, per l’appunto, proprio a quei medesimi articoli l’iniziativa uno di noi faceva (e fa) appello per constatarne la contraddizione con il finanziamento di attività che distruggono esseri umani concepiti, come tali titolari del diritto alla vita “fin dal concepimento”. Tale questione è stata totalmente ignorata dalla Commissione. L’unico punto in cui il documento della Commissione affronta, molto da lontano, la questione del concepito è quello che riguarda la sentenza della Corte di Giustizia Europea nel caso “Brüstle contro Greenpeace”, del 18 ottobre 2011, confermata recentemente con altra decisione della stessa Corte (18 dicembre 2014) nella vicenda “International Stem Cell Corporation contro Comptroller General of Patents, Designs and Trade Marks”. Alla Corte Europea di Giustizia era stato chiesto di definire il concetto di embrione, perché la direttiva europea 44/98 vieta il rilascio di brevetti per le invenzioni che utilizzano embrioni umani. La Corte ha stabilito che costituisce embrione sin dalla fecondazione ogni entità biologica capace di svilupparsi come essere umano. La iniziativa dei cittadini aveva espressamente richiamata la sentenza Brüstle contro Greenpeace per chiedere coerenza nella definizione del concepito come “Uno di noi”, come tale meritevole di protezione. La Commissione ha superato questo argomento sostenendo che la sentenza, in quanto relativa al diritto brevettuale, vieta la brevettazione, ma non la ricerca e il relativo finanziamento. Questa risposta mostra, ancora una volta, la volontà di non rispondere alla “domanda fondamentale” sullo statuto dell’embrione umano. La sentenza della Corte di Giustizia era stata richiamata, infatti, non per renderla immediatamente operativa ai campi diversi da quello brevettuale, ma per dimostrare che nel diritto europeo l’espressione “fin dal concepimento” ha già fatto ingresso e chiede più coerenza. Dal rifiuto di esaminare il problema posto dalla iniziativa dei cittadini “Uno di noi” (il cui stesso nome evidenzia la questione), derivano tutte le conseguenti equivocità che hanno consentito alla Commissione di considerare “inutili” – in quanto ritenuti già soddisfatti – i quesiti della iniziativa.