Source: https://www.studiocataldi.it/articoli/28401-abuso-del-diritto-e-limiti-all-autonomia-contrattuale.asp
Timestamp: 2018-10-16 08:42:45+00:00
Document Index: 83409381

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 833', 'art. 833', 'art. 1384', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1384', 'art. 1421', 'Cass. Sez. ', 'art. 833', 'art. 1322', 'art. 1384', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ']

Abuso del diritto e limiti all'autonomia contrattuale
La ricostruzione storica dell'abuso del diritto, le scelte del legislatore e la giurisprudenza, i poteri del giudice
Avv. Giampaolo Morini - Se da un lato � vero che il titolare di una posizione giuridica soggettiva � libero di attivare o meno la propria pretesa, libert� tutelata dall'ordinamento, � pur vero che tale libert� ha subito lo scorso secolo una rilettura in chiave di rilevanza sociale.
Abuso del diritto: ricostruzione storica
Abuso del diritto: diritto comparato
Le scelte del legislatore italiano e le reazioni della giurisprudenza
Il potere del giudice di modificare l'accordo delle parti
Il dovere di reciproca lealt� e principio della buona fede
Abuso del diritto, quale alterazione dello schema formale del diritto
Non vale pi� , dunque, il principio qui suo jure utitur neminem laedit, di stampo liberale la valorizzazione degli obblighi di solidariet� sociale e di civile convivenza, da cui sorge il c.d. abuso del diritto. Formulazione quest'ultima che ha suscitato non pochi dibattiti, definita da parte di autorevole dottrina un vero e proprio ossimoro.
� stato quindi necessario trovare il modo di rendere possibile la convivenza tra libert� ed abuso. La teorica dell'abuso della libert� contrattuale nasce e si sviluppa dunque a fronte dell'abbandono della visione liberale classica dei rapporti economici e per l'ormai inadeguatezza del principio di eguaglianza formale a garantire la giustizia del contratto.
L'abuso � senza dubbio un limite esterno alla libert� ed � uno strumento proprio della giurisprudenza utilizzato per dare "coerenza esterna al sistema nel suo complesso considerato".
L'abuso del diritto, quindi, si presenta strettamente correlato ai principi di buona fede e di correttezza, quasi riportando il sistema alla definizione di Celso per cui il diritto era "ars boni et equi" ed il suo oggetto avrebbe necessariamente dovuto tendere all'aequitas, ossia al raggiungimento della migliore soluzione possibile in concreto (e, aggiungiamo non contrastante, nemmeno indirettamente, con l'ordinamento ed i suoi principi).
In realt�, l'esigenza di definire i contorni del diritto, perch� il suo utilizzo non divenisse contrario ai principi dell'ordinamento, era presente gi� in Platone (Politico) e Aristotele (Etica Nicomachea) che individuarono nell'equit� il correttivo del giusto legale, esperienza che nel diritto romano troveremo nel concetto di bona fides. In realt� il concetto di abuso del diritto non � entrato in modo evidente e marcato nel nostro codice civile, anzi, l'epoca illuministica ne ha compromesso, direi definitivamente la sua positivizzazione. Infatti nell'esperienza illuministica il giudice era bouche de la loi, ovvero strumento della volont� legislativa non lasciano dunque alcun spazio a strumenti correttivi extra ordinem.
Nel codice del 1865 non troveremo quindi alcuna traccia dell'abuso del diritto; anz� vi fu chi defin� l'abuso del diritto fenomeno sociale , non un concetto giuridico, anzi uno di quei fenomeni che il diritto non potr� mai disciplinare in tutte le sue applicazioni che sono imprevedibili: � uno stato d'animo, � la valutazione etica di un periodo di transizione, � quel che si vuole, ma non una categoria giuridica, e ci� per la contraddizion che nol consente.
Il diritto soggettivo attribuito dall'ordinamento giuridico ad un soggetto, non � privo di limiti, esso non si colloca in un universo fenomenologico assente di riflessi ed interazioni ma in una rete di diritti i cui titolari non si identificano in unico soggetto. Proprio la coesistenza di diritti in capo a pi� soggetti pone ed impone dei limiti stessi al diritto soggettivo, limite interni ed esterni. I limiti interni sono dati dalla stessa definizione del diritto, i suoi connotati, la sua portata, nel tempo e nello spazio (si pensi al diritto di propriet� e agli effetti del tempo in relazione all'usucapione) e la sua efficacia. Sussiste, tuttavia un ulteriore limite la cui esistenza non � sempre stata condivisa e positivizzata, che potremo definire esterno che � dato dall'esistenza stessa del diritto non pi� in una dimensione uti singuli ma uti societas. Il diritto soggettivo seppur riconosce in capo al suo titolare un potere, questo non pu� essere esercitato in dissonanza con l'utilit� sociale intesa sotto il profilo della solidariet� (art. 2 Cost.). Proprio con lo scopo di sanzionare l'esercizio di un diritto dissonante con il principio di solidariet� sociale � stato elaborato nei secoli il c.d., ed oramai ritenuto, istituto dell'abuso del diritto al fine di intervenire sul relativo abuso.
Il divieto di abuso del diritto si pone dunque quale correttivo all'esercizio del diritto stesso quando esso si pone in contrasto con parte dei principi che lo hanno ispirato. Se indaghiamo sulla evoluzione degli ordinamenti moderni, possiamo rilevare che l'abuso del diritto, ovvero il suo divieto, ha origine giurisprudenziale, tuttavia, in alcune legislazioni tale istituto � stato recepito, attribuendo al giudice il potere di sindacare l'esercizio del diritto soggettivo. Utile � anche notare come gli ordinamenti che hanno normativizzato l'istituto in commento lo abbia collocato tra le disposizioni introduttive del codice civile[9], diversamente, negli ordinamenti in cui il principio dell'abuso non � stato espressamente previsto, e si � affermato attraverso il diritto vivente, trovando fondamento, in misura maggiore o minore, nella normativa sulla buona fede.
La formula abuso del diritto si rileva per la prima volta, nel secolo scorso, in materia di propriet�, nella giurisprudenza francese[10], allora fu posta la questione se ogni forma di esercizio del diritto soggettivo fosse da ritenersi legittima, in quanto estrinsecazione del diritto stesso, o se dovesse venir meno la tutela dell'ordinamento di fronte ad atti del proprietario che, pur essendo esplicazione del diritto, fossero ascrivibili dalla coscienza sociale come abusivi, in quanto non rispondenti ad alcuna meritevole esigenza[11]. Non � un caso che sia proprio l'esperienza francese ad elaborare l'abuso del diritto in quanto espressione dell'assolutezza dei principi affermati dopo la rivoluzione francese. Se da un lato la proclamazione dei diritti e la garanzia delle libert� attribuirono all'economia ci� che richiedeva, ovvero la certezza dei rapporti, dall'altro si assistette ad uno sviluppo dei rapporti assolutamente autonomo rispetto ad ogni controllo ed intervento dello Stato, favorendo inevitabilmente il verificarsi di abusi, in particolar modo in materia di propriet�, modello dello stesso diritto soggettivo nonch� esplicazione dei principi di uguaglianza e di libert�[12].
Sar�, dunque, proprio la giurisprudenza francese a formulare il principio dell'abuso, mostrandosi attenta ad effettuare un controllo di tipo contenutistico del diritto soggettivo, rilevando plausibile la responsabilit� del titolare del diritto, che nel suo esercizio abbia causato un danno ingiusto[13]. La posizione assunta dalla giurisprudenza sollev�, come � facile intuire, contrastanti opinioni tra coloro che ritenevano l'assoluta insindacabilit� dell'esercizio del diritto, se non nella misura in cui avesse oltrepassato i limiti stabiliti dalla legge, e coloro che ritenevano insufficiente ed inadeguato il profilo della legittimit� formale, senza tuttavia riuscire ad elaborare un criterio unitario per determinare le fattispecie abusive di esercizio del diritto[14].
Il principio dell'abuso, quale regola giurisprudenziale, venne accolto espressamente, tra l'altro, nell'ordinamento svizzero ed in quello tedesco. Si ha in effetti una esplicita enunciazione nell'art. 2 del codice civile svizzero, norma che nello stabilire che si deve agire secondo buona fede sia nell'esercizio dei propri diritti che nell'adempimento dei propri obblighi, censura il manifesto abuso del proprio diritto non � protetto dalla legge. La citata enunciazione nasconde tuttavia molte incertezze in quanto omette di indicare il criterio per la determinazione dei comportamenti abusivi, e pone il limite dell'abuso manifesto non definendolo. In realt�, la norma � coerente con il sistema svizzero che attribuisce al giudice il potere di decidere, nei casi non previsti dalla legge e in mancanza di consuetudine, secondo la regola che egli adotterebbe come legislatore (art. 1 cod. civ. svizzero). L'esperienza tedesca, influenzata dall'esperienza giurisprudenziale francese, accolse il principio dell'abuso del diritto, collegandolo all'intenzione di nuocere. Il � 226 BGB recita: l'esercizio del diritto � inammissibile se pu� avere soltanto lo scopo di provocare danno ad altri (quasi equivalente all'art. 833 c.c. italiano). Tale norma ha tuttavia subito la sorte dell'art. 833 del c.c. italiano restando rilegato ad un mero caso di scuola. Nel diritto italiano, come in quello tedesco, il principio del divieto di abuso del diritto ha trovato nella norma in tema di buona fede (� 242 BGB) la propria musa ispiratrice. Lo strumento del divieto di abuso del diritto rappresenta nell'esperienza tedesca un valido strumento di bilanciamento dei contrapposti interessi[15].
Le norme da ultimo citate nel paragrafo precedente, consentono di porre un sindacato sulle scelte e sulle azioni del titolare del diritto relativo, ampliando, la buona fede, l'area della valutazione dei rapporti obbligatori. Appare decisiva la Cassazione civile sez. un. 13 settembre 2005 n. 18128 nella decisione sul potere di esercitare d'ufficio la riduzione della penale ex art. 1384 c.c. secondo cui
�La penale pu� essere diminuita equamente dal giudice, se l'obbligazione principale � stata eseguita in parte ovvero se l'ammontare della penale � manifestamente eccessivo, avuto sempre riguardo all'interesse che il creditore aveva all'adempimento�.
In realt� sino alla sentenza n. 10511/99 C. Cass., la giurisprudenza della Suprema Corte � stata concorde nell'affermare che il potere del giudice di ridurre la penale non pu� essere esercitato d'ufficio. La sentenza n. 10511/99 non trov� tuttavia seguito nella successiva giurisprudenza della Corte, che (fatta eccezione per la sentenza n. 8188/2003) ha confermato l'orientamento tradizionale, con le sentenze nn. 5324/2003, 8813/2003, 14172/2000.
Le Sezioni Unite, hanno confermato il principio espresso dalla sentenza n. 10511/1999, cui si � adeguata la sentenza n. 8188/2003. La ragione per cui ho ritenuto di dover richiamare in questa sede il dibattito sull'art. 1384 � la motivazione, all'avanguardia, adoperata dalla Corte. La ragione fondamentale individuata dai Giudici �: "fondata sull'osservazione che l'esegesi tradizionale non appariva pi� adeguata alla luce di una rilettura degli istituti codistici in senso conformativo ai precetti superiori della Costituzione, individuati nel dovere di solidariet� nei rapporti intersoggettivi, nell'esistenza di un principio di inesigibilit� come limite alle pretese creditorie, da valutare insieme ai canoni generali di buona fede oggettiva e di correttezza (artt. 1175, 1337, 1359, 1366, 1375 c.c.).
In proposito � sufficiente ricordare ci� che accade in tema di nullit� del contratto, che il giudice pu� dichiarare d'ufficio purch� risultino dagli atti i presupposti della nullit� medesima, senza che per l'accertamento della nullit� occorrano indagini di fatto per le quali manchino gli elementi necessari (Cass. n. 1768/86 e pi� di recente Cass. n. 1552/2004, secondo cui �La rilevabilit� d'ufficio della nullit� di un contratto prevista dall'art. 1421 c.c. non comporta che il giudice sia obbligato ad un accertamento d'ufficio in tal senso, dovendo invece detta nullit� risultare "ex actis", ossia dal materiale probatorio legittimamente acquisito al processo, essendo i poteri officiosi del giudice limitati al rilievo della nullit� e non intesi perci� ad esonerare la parte dall'onere probatorio gravante su di essa�, nonch� da ultimo Cass. Sez. Un. n. 21095/2004.
Anche recentemente, la Cassazione[16], in materia di condominio, ha ribadito che L'atto emulativo vietato ex art. 833 c.c. presuppone lo scopo esclusivo di nuocere o di recare pregiudizio ad altri, in assenza di una qualsiasi utilit� per il proprietario, non deve pertanto essere ricondotto a tale categoria quell'atto che comunque corrisponde ad un interesse del proprietario. La corte, specifica, poi, che il giudice non pu� compiere una valutazione comparativa discrezionale fra gli interessi in gioco o formulare un giudizio di meritevolezza e prevalenza fra gli stessi; il merito della questione aveva ad oggetto , la presunta natura emulativa della richiesta di ripristino dell'impianto di riscaldamento centralizzato, soppresso da una delibera dichiarata illegittima, considerando la sproporzione tra i costi necessari all'uopo e quelli per realizzare un impianto unifamiliare nell'appartamento dell'istante.
L'art. 1322 c.c. attribuisce alle parti:
I limiti tracciati sono soggetti a sindacato del giudice, che non pu� riconoscere il diritto fatto valere, se esso si fonda su un contratto il cui contenuto non sia conforme alla legge ovvero sia diretto a realizzare interessi che non appaiono meritevoli secondo l'ordinamento giuridico.
Se da un lato il legislatore ha lasciato nelle mani dei contraenti la possibilit� di predeterminare, in tutto o in parte, l'ammontare del risarcimento del danno dovuto dal debitore inadempiente (se si vuole privilegiare l'aspetto risarcitorio della clausola), ovvero di esonerare il creditore di fornire la prova del danno subito, di costituire un vincolo sollecitatorio a carico del debitore, di porre a carico di quest'ultimo una sanzione per l'inadempimento (se se ne vuole privilegiare l'aspetto sanzionatorio), e ci� in deroga alla disciplina positiva in materia, ad esempio, di onere della prova, di determinazione del risarcimento del danno, della possibilit� di istituire sanzioni private, dall'altro ha riservato al giudice un potere di controllo sul modo in cui le parti hanno fatto uso di questa autonomia. Cos� facendo il legislatore ha in sostanza spostato l'intervento giudiziale, diretto al controllo della conformit� del manifestarsi dell'autonomia contrattuale nei limiti in cui essa � consentita, dalla fase formativa dell'accordo - che ha ritenuto comunque valido, quale che fosse l'ammontare della penale - alla sua fase attuativa, mediante l'attribuzione al giudice del potere di controllare che la penale non fosse originariamente manifestamente eccessiva e non lo fosse successivamente divenuta per effetto del parziale adempimento.
La Corte prosegue ricordando che: "vi sono casi in cui la correzione della volont� delle parti avviene automaticamente, per effetto di una disposizione di legge che ne limita l'autonomia e che sostituisce alla volont� delle parti quella della legge (in tali casi l'accordo delle parti, che non rispecchia il contenuto tipico previsto dalla legge, non viene dichiarato nullo ma viene modificato mediante la sostituzione della parte non conforme); ve ne sono altri, in cui una inserzione automatica della disciplina legislativa, in sostituzione di quella pattizia, non � possibile perch� non pu� essere determinata in anticipo la prestazione dovuta da una delle parti, che quindi non pu� essere automaticamente inserita nel contratto; in tali casi la misura della prestazione � rimessa al giudice, per evitare che le parti utilizzino uno strumento legale per ottenere uno scopo che l'ordinamento non consente ovvero non ritiene meritevole di tutela, come � reso evidente, proprio in tema di clausola penale, dal fatto che il potere di riduzione � concesso al giudice solo con riferimento ad una penale che non solo sia eccessiva, ma che lo sia �manifestamente�, ovvero ad una penale non pi� giustificabile nella sua originaria determinazione, per effetto del parziale adempimento dell'obbligazione".
Il potere di controllo attribuito al giudice non ha la funzione di tutela nell'interesse della parte ma l'interesse dell'ordinamento, per evitare che l'autonomia contrattuale travalichi i limiti entro i quali la tutela delle posizioni soggettive delle parti appare meritevole di tutela, anche se ci� non toglie che l'interesse della parte venga alla fine tutelato, ma solo come aspetto riflesso della funzione primaria cui assolve la norma.
Anche prima dell'intervento delle Sezioni Unite la Cassazione (n. 2749/1980) pur non accogliendo la tesi della rilevabilit� d'ufficio, affermava che il potere conferito al giudice dall'art. 1384 c.c. di ridurre la penale manifestamente eccessiva � fondato sulla necessit� di correggere il potere di autonomia privata riducendolo nei limiti in cui opera il riconoscimento di essa, mediante l'esercizio di un potere equitativo che ristabilisca un congruo contemperamento degli interessi contrapposti, valutando l'interesse del creditore all'adempimento, cui ha diritto, tenendosi conto dell'effettiva incidenza di esso sull'equilibrio delle prestazioni e sulla concreta situazione contrattuale.
Nella sentenza Cassazione civile sez. III 18 settembre 2009 n. 20106 la Corte, definisce il principio della buona fede oggettiva, come reciproca lealt� di condotta, che deve presiedere all'esecuzione del contratto, cos� come alla sua formazione ed alla sua interpretazione ed, in definitiva, accompagnarlo in ogni sua fase (Cass. 5.3.2009 n. 5348; Cass. 11.6.2008 n. 15476). Da tali assunti , prosegue la Corte, tra la conseguenza che
la clausola generale di buona fede e correttezza � operante, tanto sul piano dei comportamenti del debitore e del creditore nell'ambito del singolo rapporto obbligatorio quanto sul piano del complessivo assetto di interessi sottostanti all'esecuzione del contratto.
Gi� la Cass. 15.2.2007 n. 3462 aveva rilevato che l'obbligo di buona fede oggettiva o correttezza � un autonomo dovere giuridico, espressione di un generale principio di solidariet� sociale, la cui costituzionalizzazione � ormai pacifica. Una volta trasfigurato il principio della buona fede sul piano costituzionale diviene una specificazione degli "inderogabili doveri di solidariet� sociale" imposti dall'art. 2 Cost., e la sua rilevanza si esplica nell'imporre, a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge.
Il criterio della buona fede costituisce quindi strumento, per il giudice, per controllare, sia in senso modificativo che integrativo, lo statuto negoziale, in funzione di garanzia del giusto equilibrio degli opposti interessi. Daltrone il criterio della reciprocit� lo si desume gi� dalla Relazione ministeriale al codice civile: il principio di correttezza e buona fede, richiama nella sfera del creditore la considerazione dell'interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all'interesse del creditore.
Pregio della sentenza in commento � di aver individuato che:
Criterio rivelatore della violazione dell'obbligo di buona fede oggettiva � quello dell'abuso del diritto.
in un mutato contesto storico, culturale e giuridico, un problema di cos� pregnante rilevanza � stato oggetto di rimeditata attenzione da parte della Corte di legittimit� (principio ribadito in Cass. 8.4.2009 n. 8481; Cass. 20.3.2009 n. 6800; Cass. 17.10.2008 n. 29776; Cass. 4.6.2008 n. 14759; Cass. 11.5.2007 n. 10838). In materia societaria � stato posto il sindacato, l'esercizio del diritto di voto sotto l'aspetto dell'abuso di potere si trattava di una deliberazione per lo scioglimento della societ�), ritenendo principio dell'ordinamento, anche al di fuori del campo societario, quello di non abusare dei propri diritti - con approfittamento di una posizione di supremazia - con l'imposizione, nelle delibere assembleari, alla maggioranza, di un vincolo desunto da una clausola generale quale la correttezza e buona fede (contrattuale).
Il caso concreto appena citato mostra ancora una volta come il dover ricorrere a divieto di abuso del diritto come principio generale non consente di ricostruire un comportamento a contenuto prestabilito, ma si pone esclusivamente come limite esterno all'esercizio di una pretesa, per contemperare degli opposti interessi. Sempre in materia societaria l'istituto dell'abuso del diritto � servito a esaminare l'adempimento secondo buona fede delle obbligazioni societarie da parte del socio ai fini della sua esclusione dalla societ�, nonch� il fenomeno dell'abuso della personalit� giuridica quando essa costituisca uno schermo formale per eludere la pi� rigida applicazione della legge (v. anche Cass. 25.1.2000 n. 804; Cass. 16.5.2007 n. 11258).
Nell'ambito, dei rapporti bancari � stato in pi� occasioni ribadito, in virt� del principio per cui il contratto deve essere eseguito secondo buona fede, non pu� escludersi che il recesso di una banca dal rapporto di apertura di credito, seppur pattiziamente consentito anche in difetto di giusta causa, sia da considerarsi illegittimo ove in concreto assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari (Cass. 21.5.1997 n. 4538; Cass. 14.7.2000 n. 9321; Cass. 21.2.2003 n. 2642).
Ma la verifica, in concreto, dell'eventuale contrariet� a buona fede del recesso - non diversamente, d'altronde, da quella in ordine all'esistenza di una giusta causa, ove la legittimit� del recesso sia da questa condizionata - � rimessa al giudice di merito, la cui valutazione al riguardo, se sorretta da congrua e logica motivazione, si sottrae al sindacato della cassazione (Cass. 21.5.1997 n. 4538).
(06/06/2018 - Avv.Giampaolo Morini) • Foto: 123rf.com