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Timestamp: 2020-07-11 15:26:20+00:00
Document Index: 79114880

Matched Legal Cases: ['art. 2803', 'art. 99', 'sentenza ', 'art. 99', 'art. 99', 'art. 370', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 2786', 'art. 1322', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2786', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 34', 'art. 83', 'sentenza ', 'art. 2803', 'art. 2803', 'art. 2800', 'art. 2787', 'art. 2786', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 83']

PEGNO DI TITOLI DI CREDITO
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Sulla configurabilità come garanzia reale del pegno avente ad oggetto titoli di credito identificati solo nella loro appartenenza ad un genus
Corte di Cassazione, Sez. Un., 2 ottobre 2012, n.16725
Diritti di garanzia – Garanzia reale – Pegno – Oggetto – Titoli di credito – Prelazione – Operatività.
Non è assistita da prelazione ai fini dell'ammissione al passivo fallimentare la convenzione di pegno avente ad oggetto non titoli di stato, ma il credito del cliente nei confronti della banca all'acquisto ed alla consegna di una determinata quantità di titoli per un controvalore altrettanto determinato, senza che tali titoli risultino ancora materialmente formati al momento della convenzione, né successivamente. In merito deve rilevarsi che il pegno di credito all'acquisto ed alla consegna di titoli non ancora emessi ha natura di pegno di credito futuro, avente effetti obbligatori fino a quando non si verifica la consegna, pertanto inidoneo ad attribuire prelazione, che sorge solo dopo la specificazione e la consegna. A differenza del pegno di credito alla consegna di denaro o altra cosa fungibile (art. 2803 c.c.), già esistenti al momento della convenzione, i titoli di Stato, in regime di materializzazione, non possono dirsi ancora esistenti fino a quando non viene formato il documento che li incorpora e, dunque, fino a quando non ha luogo la individuazione, non può ritenersi sussistente alcuna prelazione.
1. Con il primo motivo, la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli art. 99 e 112 cod. proc. civ., censura la sentenza impugnata per non essersi la corte territoriale limitata a prendere in considerazione l'unica eccezione ritualmente proposta dal Fallimento, costituita dalla invalidità del pegno di beni, avendo invece valutato e accolto la diversa eccezione di inammissibilità del pegno del credito del mandante ad acquistare e a consegnare una quantità di cose di genere (titoli di credito), tardivamente dedotta per la prima volta nella comparsa conclusione in grado d'appello. Tale questione non avrebbe ad oggetto una nullità rilevabile d'ufficio sia perché non si tratterebbe di un'ipotesi di nullità, sia perché, dovendosi il principio della rilevabilità d'ufficio delle nullità coordinarsi con il principio dispositivo, il giudice non può rilevare una causa di nullità diversa da quella inizialmente dedotta dalla parte.
Il terzo motivo del ricorso principale, con il quale si lamenta la violazione e falsa applicazione degli art. 99, 100, 112 cod. proc. civ., ed il vizio di motivazione, civ., per avere la corte d'appello omesso di decidere sulla domanda della banca di accertamento della compensazione per L. 43.000.000 non è fondato perché la corte territoriale ha puntualmente spiegato la ragione per la quale, essendo stato ammesso al passivo, senza osservazioni da parte del fallimento, un credito pari alla differenza tra l'intero credito vantato e il debito di L. 43.000.000, corrispondente all'importo delle cedole indebitamente riscosse, non sussisteva alcun interesse attuale all'accoglimento della domanda.
Il ricorso incidentale del Fallimento, con il quale si lamenta l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione per avere la corte territoriale affermato che la scrittura costituiva del pegno aveva data certa anteriore al fallimento non ostante che il timbro postale fosse stato apposto soltanto sulla busta contenente il documento, contrariamente a quanto eccepito dalla ricorrente, è tempestivo, perché, come è stato già affermato (Cass. n.14 aprile 2011, n. 8542; 12 gennaio 2001, n. 396) la riduzione alla metà del termine per proporre ricorso per cassazione espressamente prevista dall'art. 99 l.fall. ha natura di norma eccezionale, in quanto derogatrice della disciplina generale, e pertanto non può essere analogicamente applicata anche al diverso termine previsto dall'art. 370 c.p.c. per proporre controricorso. Tuttavia il ricorso è inammissibile per la diversa ragione che, con lo stesso, si deduce un vizio dell'accertamento di fatto compiuto dalla corte territoriale - secondo la quale il timbro postale è stato apposto, non sulla busta, ma direttamente sul documento contenente la convenzione -, deducibile eventualmente con la revocazione ma non ai sensi dell'art. 360, n. 5 c.p.c.. Del pari inammissibile è, infine, la censura con la quale, senza formulare specifiche critiche alla motivazione della sentenza impugnata e in modo contradditorio rispetto alla critica appena esaminata, viene adesivamente riportata l'argomentazione del giudice di primo grado secondo la quale la presenza del timbro postale sul foglio contenente la convenzione non attesterebbe che il contenuto del documento al momento dell'apposizione del timbro stesso coincidesse con quello del documento prodotto in giudizio.
3. La questione centrale è posta con il secondo motivo del ricorso principale con il quale la banca ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli art. 2786 ss. e 2800 ss. cod. civ., ed il vizio di motivazione, perché nessuna norma inderogabile o principio di ordine pubblico, ai sensi dell'art. 1322 cod. civ., vieterebbe di costituire in pegno il credito nascente dal mandato ad acquistare e a consegnare una certa quantità di CCT non individuati, essendo accolto dalla dottrina e dalla giurisprudenza proprio l'opposto principio, mentre in senso contrario non potrebbe essere invocata la sentenza n. 4208/1999, che solo obiter avrebbe affermato la tesi contraria all'ammissibilità. Comunque, in ordine agli argomenti esposti dalla indicata sentenza di questa Corte, osserva il ricorrente, che: a) il credito all'acquisto e quindi alla consegna di CCT ha valore economico, come sarebbe confermato dal fatto che, in ipotesi di mancata emissione, come avvenuto nella specie, il diritto verso il Tesoro, risultante dal piano di emissione, pur non potendo circolare secondo le regole della legittimazione cartolare, sarebbe comunque quotato in borsa e potrebbe essere venduto; b) sarebbe irrilevante l'affermazione secondo cui il credito si vanifica al momento stesso della consegna dei titoli, perché, come in tutte le ipotesi di pegno di credito, la garanzia, estinto il credito, si trasferisce sui titoli; c) l'argomento relativo all'inammissibilità di strumenti negoziali diversi da quelli ex art. 2786 e 2787 cod. civ. non sarebbe pertinente perché oggetto del credito dato in pegno non era il diritto alla consegna di cose determinate, ma di cose indicate solo nel genere e, pertanto, non sarebbe configurabile un'elusione della disciplina del pegno di cose mobili; e) inconferente sarebbe anche il rilievo relativo all'inammissibilità del pegno di cose future, perché nella specie ricorre la diversa fattispecie di pegno di credito all'acquisto e alla consegna di un bene, che ha natura reale, al pari del pegno sul credito alla consegna di denaro.
3) "siffatta costruzione non appare nemmeno risolutiva rispetto alla problematica inerente alla mancata individuazione originaria dei titoli - in relazione all'esigenza della determinatezza dell'oggetto del pegno - dappoiché la incertezza dell'oggetto del diritto non può non risolversi in incertezza del contenuto del diritto stesso";
5)" la stessa tesi non offre nemmeno coerente fondamento alla evoluzione della fattispecie nel senso del successivo venire ad esistenza dei titoli, perché non consente di individuare - almeno in assenza di specifica previsione convenzionale di sostituzione dell'oggetto della garanzia - la fonte del diritto del creditore a procedere alla realizzazione dei titoli dei quali sia poi entrato in possesso".
8) nel caso in cui il credito costituito in pegno abbia ad oggetto il diritto ad acquistare e ottenere la consegna di CCT, il pegno sussiste finché il mandato non viene adempiuto con la consegna dei beni acquistati, mentre, se nessun termine è stabilito per la consegna al mandante dei titoli acquistati, il pegno sul credito verrebbe in sostanza a trasformarsi in un pegno sui titoli poiché questi resterebbero presso il mandatario a tempo indeterminato a garanzia del proprio credito e, in caso d'inadempimento del mandante costituirebbero in sostanza i beni tramite i quali il mandatario garantito realizzerebbe la propria garanzia.
Si tratta, quindi, di una fattispecie che pone una problematica destinata a non avere significativa rilevanza temporale perché, come risulta dalla ricostruzione delle vicende relative al regime giuridico della circolazione dei titoli di Stato operata dalla sentenza di questa Corte 27 agosto 1996, n. 7859, a partire dal 1980 e fino al d.m. 23 maggio 1993 (emesso in attuazione dell'art. 22, 4 comma della legge 2 gennaio 1991 n. 1, recante la disciplina dell'attività' di intermediazione mobiliare e disposizioni sull'organizzazione dei mercati mobiliari, e in conformità col sistema di amministrazione centralizzata dei valori mobiliari affidata alla Monte titoli s.p.a.) la Banca d'Italia, sulla base di convenzioni con gli intermediari finanziari, aveva istituito un sistema di gestione centralizzata nell'ambito del quale anche i titoli di Stato potevano essere trasferiti tra i soggetti partecipanti a tale gestione mediante iscrizioni contabili senza materiale tradizione. In questo periodo mentre per i BOT, a partire dal d.m. 25 luglio 1985 e dalla circolare del Ministero del tesoro del 19 marzo 1986, non veniva più formato il documento cartaceo, per i CCT il documento cartaceo veniva formato non al momento dell'asta, in cui erano consegnati ricevute provvisorie, ma successivamente.
Il regime di gestione accentrata su base convenzionale è stato sostituito da quello legale a partire dall'entrata in vigore del d.m. 23 maggio 1993 e da questa stessa data il pegno su titoli di Stato si costituisce con la sola annotazione del vincolo sul registro del gestore, come è stato poi espressamente previsto dall'art. 34 del d.lgs. 24 giugno 1998,n. 213, recante disposizioni per l'introduzione dell'Euro, attualmente trasfuso nell'art. 83 octies del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (t.u.f.) di cui al d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 e successive modificazioni.
5. La tesi dell'inesistenza della prelazione in relazione a una convenzione di pegno che, come è ormai pacifico tra le parti, ha avuto ad oggetto non titoli di stato ma il credito del cliente nei confronti della banca all'acquisto e alla consegna di una determinata quantità di titoli per un controvalore altrettanto determinato, senza che tali titoli risultino ancora materialmente formati al momento della convenzione né successivamente, seguita dalla sentenza n. 4208 del 1999, merita di essere condivisa per le argomentazioni che in tale decisione sono state ampiamente esposte alle quali possono aggiungersi le seguenti osservazioni.
5.1. Il pegno costituisce per il creditore una garanzia reale, cioè opponibile erga omnes, che si concreta nella creazione di una riserva di utilità economicamente apprezzabile e che si traduce nel diritto di conseguire il ricavato dell'aggiudicazione del bene o del diritto sottoposto a pegno, quale valore (non solo e non tanto, come d'uso, quanto) di scambio del bene o del diritto stesso. Se è vero che l'idoneità ad assumere valore di scambio non è esclusiva delle cose, ma anche dei crediti e di altri diritti, è anche vero che è pur sempre necessario che crediti e diritti siano idonei ad assumere natura di res, a subire una oggettivazione. Ma, come è stato osservato da autorevole dottrina, non tutti i diritti sono idonei ad acquistare questa qualità. Ciò deve dirsi del credito all'acquisizione e alla consegna di titoli di Stato non emessi che il cliente mandante vanta nei confronti della banca mandataria, perché il valore di scambio, in questo caso, è del titolo e non del tacere o del dare, quali prestazioni preliminari all'effettivo acquisto e alla consegna del titolo stesso.
Né coglie nel segno l'argomento contrario che si vorrebbe trarre dalla circostanza che, in caso di mancata emissione di titoli di Stato (nel periodo in cui era ancora prevista la formazione del documento cartaceo e per quei titoli per i quali la previsione era vigente) il credito alla consegna dei titoli nei confronti del Tesoro, risultante dal piano di emissione, poteva essere posto in vendita, perché si tratta del credito verso lo Stato, ben diverso da quello verso la banca mandataria che si vorrebbe assoggettare a pegno.
Più in generale, poi, e prescindendo dalla convenzione di pegno, rispetto all'effettivo risultato che le parti intendono conseguire con il contratto di investimento, consistente nel conseguimento da parte del cliente dei diritti patrimoniali conseguenti all'acquisto dei titoli di Stato, in regime di materializzazione, la consegna del documento è oggetto di un diritto eventuale ed accessorio privo di autonomia perché, come avviene in ogni fattispecie negoziale acquisitiva, o la fattispecie si perfeziona e l'acquirente diviene titolare del diritto, che può circolare e quindi anche essere sottoposto a pegno, senza che il diritto alla consegna del documento rappresentativo abbia alcuna effettiva utilità suscettibile di commercio giuridico, o la fattispecie non si perfeziona (ancora) e quindi il bene è di altri, con la conseguenza che, se anche fosse configurabile un diritto relativo alla consegna, si tratterebbe di un credito che al massimo, in quanto pegno sul credito alla consegna di cosa altrui, potrebbe essere oggetto di un pegno con effetti obbligatori ma non reali.
5.3. Dai rilievi svolti emerge allora che il risultato che discenderebbe dall'esatto adempimento della convenzione consisterebbe nella trasformazione, al momento appunto dell'adempimento, del pegno di credito in pegno di cosa (il documento che incorpora il titolo di debito pubblico). Tale effetto automatico, che sembrerebbe trovare nell'art. 2803 c.c. una base legale, in realtà incontra il doppio limite dell'insufficiente indicazione della cosa nella convenzione di pegno di credito e del fatto che il cliente diviene proprietario dei titoli già al momento dell'individuazione e quindi non può operare la trasformazione del diritto di credito alla consegna in diritto di proprietà dei titoli previsto dall'art. 2803 c.c., perché, appunto, l'acquisto della proprietà precede e non segue la consegna stessa.
Peraltro se l'automatica trasformazione del pegno di credito alla consegna in pegno di titoli fosse l'effetto di apposita convenzione tra le parti, si avrebbe innanzi tutto una sostituzione dell'oggetto dei pegno equivalente a un nuovo pegno. Si porrebbe inoltre in essere una convenzione elusiva del divieto di patto commissorio perché l'appropriazione dei titoli da parte della banca, successivamente alla consegna realizza un effetto sostanzialmente analogo al patto commissorio, in quanto la banca verrebbe ad appropriarsi dell'oggetto del credito del cliente.
5.4 Né può tralasciarsi che la disciplina delle condizioni in presenza delle quali può sorgere la prelazione anche in caso di pegno non avente ad oggetto una cosa, suscettibile di traditio, (art. 2800 c.c.) prevede che la scrittura contenente la convenzione di pegno su crediti o su altri diritti debba essere notificata o accettata dal debitore del credito sottoposto a pegno, facendo intendere che, al di là della possibilità in generale di sottoporre a vincolo in favore di un soggetto la prestazione della quale lo stesso sia debitore (come avviene nel caso di pignoramento o di sequestro conservativo di un proprio debito verso l'esecutato o il debitore sequestrato fatta dal creditore pignoratizio o sequestrante presso se stesso) la coincidenza tra il soggetto debitore della prestazione oggetto del credito sottoposto a pegno e di creditore della prestazione garantita non è compatibile con la disciplina del pegno.
La questione portata all’attenzione delle Sezioni Unite origina dall’opposizione allo stato passivo di un fallimento, proposta contro la decisione del giudice delegato che aveva ammesso in chirografo il credito dell’opponente escludendo il privilegio ex art. 2787 c.c. per il credito oggetto di pegno, ritenendo che l'atto di costituzione del pegno stesso, avente ad oggetto il credito della società fallita alla consegna o all'attribuzione dei titoli, non avrebbe indicato con sufficiente precisione né il credito garantito né i titoli di Stato costituiti in garanzia, nonché perché l'atto di costituzione sarebbe stato privo di data certa.
Pur avendo l’opponente dedotto che il pegno aveva ad oggetto non i titoli, ma il credito della società fallita alla consegna o all'attribuzione dei titoli indicati in calce all'atto o del loro controvalore in danaro, in relazione al mandato ad acquistarli conferito alla banca, sia il Tribunale che la Corte d’appello rigettano l’opposizione.
La Corte d’appello rileva, in particolare, richiamando un orientamento della Cassazione più risalente, che doveva escludersi il privilegio, in quanto: a) non è possibile ravvisare un valore economico intrinseco nel facere consistente nella prevista futura consegna dei titoli, ma solo nei titoli stessi; b) il diritto del mandante alla consegna è eliso e vanificato proprio nel momento e per effetto dell'atto dispositivo perché in tale momento nasce il diritto della banca a conservarne la detenzione in funzione di garanzia del proprio credito; c) ove oggetto del pegno sia il diritto alla consegna dei titoli, non si spiega poi come sussista la garanzia ove i titoli non vengano mai materialmente formati o la loro durata sia inferiore al periodo della garanzia; d) non è consentito ai privati porre in essere strumenti negoziali diretti a realizzare una garanzia reale specifica su valori mobiliari diversi da quelli previsti dal legislatore con gli art. 2786 e 2787 cod. civ.; e) non è configurabile il pegno di cosa futura, in tal caso prospettandosi un accordo produttivo, prima della consegna, di meri effetti obbligatori, inidoneo a costituire la garanzia reale, così che il credito è chirografario per tutto il tempo intercorrente tra la concessione del finanziamento, accompagnato dal mandato ad acquistare titoli e l'individuazione dei titoli stessi.
La questione viene rimessa alle Sezioni Unite, in quanto viene rilevato dalla prima Sezione un contrasto tra il più risalente orientamento, ora richiamato, fatto proprio nella pronuncia di appello e quello più recente inaugurato dalla sentenza n. 8050 del 2009.
Tenuto conto dell’ampiezza con la quale le Sezioni Unite ripercorrono le ragioni alla base della tesi più risalente, alla quale prestano adesione, appare maggiormente proficuo svolgere alcune brevi considerazioni sul dictum del 2009.
Preliminarmente giova, comunque, evidenziarsi che, come chiaramente precisato anche nella sentenza in analisi, la fattispecie presa in considerazione non ha una significativa rilevanza temporale perché fa riferimento ad un regime giuridico di circolazione dei titoli di Stato operante dal 1980 e fino al d.m. 23 maggio 1993[1].
A partire dalla data di entrata in vigore di quest’ultimo atto normativo, il pegno su titoli di Stato si costituisce con la sola annotazione del vincolo sul registro del gestore, come è stato poi espressamente previsto dall'art. 34 del d.lgs. 24 giugno 1998, n. 213, recante disposizioni per l'introduzione dell'Euro, attualmente trasfuso nell'art. 83 octies del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (t.u.f.) di cui al d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 e successive modificazioni.
[1] «La Banca d'Italia, sulla base di convenzioni con gli intermediari finanziari, aveva istituito un sistema di gestione centralizzata nell'ambito del quale anche i titoli di Stato potevano essere trasferiti tra i soggetti partecipanti a tale gestione mediante iscrizioni contabili senza materiale tradizione. In questo periodo mentre per i BOT, a partire dal d.m. 25 luglio 1985 e dalla circolare del Ministero del tesoro del 19 marzo 1986, non veniva più formato il documento cartaceo, per i CCT il documento cartaceo veniva formato non al momento dell'asta, in cui erano consegnati ricevute provvisorie, ma successivamente».