Source: https://www.leggioggi.it/2014/12/10/prima-interpretazione-dellart-35-ter-comma-i-legge-26-luglio-1975-n-354/
Timestamp: 2019-03-26 00:29:50+00:00
Document Index: 154292649

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 35', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 69', 'art. 69', 'sentenza ', 'art. 35', 'art. 666', 'art. 69', '§ 29', '§ 97', 'art. 100', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 113', '§ 34', '§ 48', '§ 123', 'sentenza ', 'art. 666', 'sentenza ']

Home GoogleNewsDallaRedazione Una prima interpretazione dell’art. 35 ter, comma I, legge, 26 luglio 1975,...
Il provvedimento su emarginato rappresenta uno dei primi interventi giurisdizionali con cui è stato delimitato l’àmbito applicativo dell’art. 35 ter della legge n. 354 del 1975 introdotto di recente, come noto, a seguito dell’entrata in vigore del decreto legge, 26 giugno 2014, n. 92.
Il presente articolo è firmato dall’avvocato Antonio Di Tullio d’Elisiis.
Come è risaputo, l’art. 1, co. I, del decreto legge, 26 giugno 2014 n.92 convertito, con modificazioni dalla Legge 11 agosto 2014, n. 117, prevede che
In primo luogo, è stato rilevato che, affinchè possa essere esperito un ricorso di questo tipo, devono ricorrere i seguenti presupposti:
– «accertata sussistenza di un pregiudizio afferente alla violazione del diritto fondamentale, quale sancito dall’art. 3 CEDU»;
– «la lesione accertata, per fondare una pronuncia di addebito a carico dell’Amministrazione penitenziaria suscettibile di risarcimento, deve consistere in un pregiudizio della posizione soggettiva del soggetto detenuto o internato (art. 69, comma 6, lett. b), ord. penit.)».
Da tale duplice ordine di considerazioni, il giudice di sorveglianza è pervenuto alla conclusione alla stregua del quale: fuoriescono
«dal concetto di “attualità del pregiudizio” sia le eventuali violazioni al diritto convenzionale subite in relazione a detenzioni pregresse rispetto all’attuale vicenda esecutiva (sofferte, cioè, in forza di titoli esecutivi diversi da quello attualmente in esecuzione); sia le violazioni che, pur riferite a detenzione riferibile all’esecuzione in corso al momento della domanda, non siano tuttavia attuali poiché medio tempore venute meno (per l’intervento della magistratura o della stessa Amministrazione penitenziaria nell’esercizio della propria sfera di discrezionalità organizzativa)».
E’ stato altresì precisato, in secondo luogo, che l’“attualità del pregiudizio”
«deve sussistere sia al momento della presentazione del reclamo, fondando tale elemento l’interesse concreto ad agire dell’interessato, sia – ai sensi dell’art. 69, comma 6 , lett. b), ord. penit. – al momento della decisione sul medesimo, poiché l’istituto del reclamo è elettivamente finalizzato ad assicurare quella (e solo quella) tutela urgente ed immediata che inerisce alla natura stessa della giurisdizione attribuita al magistrato di sorveglianza nella prospettiva delineata dalla Corte di Strasburgo con la sentenza Torreggiani: che è, appunto, insieme inibitoria e risarcitoria del danno che si è prodotto fino alla decisione del magistrato di sorveglianza»
«la collocazione del rimedio risarcitorio in esame appare coerente con la natura propria della giurisdizione attribuita alla magistratura di sorveglianza, che viene attivata nei limiti in cui si tratti di intervenire a riparare un pregiudizio in atto nei confronti di un soggetto detenuto o internato».
Infine, per quanto attiene il riparto dell’onere probatorio, è stato fatto presente come sia necessario che
«l’interessato deduca fin dall’atto iniziale della procedura le circostanze di fatto e gli elementi di prova posti a fondamento della pretesa risarcitoria azionata».
Ed infatti, da un lato, è stato postulato che,
«attesa la natura civilistica dell’azione esperibile ai sensi dell’art. 35-ter, ord. penit., deve ritenersi che in capo all’interessato non sussista un mero onere di allegazione delle circostanze di rilievo ai fini della decisione giudiziale; bensì che gli incomba una ben precisa e completa indicazione degli elementi di fatto e di diritto che intende porre a fondamento della pretesa risarcitoria»,
dall’altro, è stato rilevato che tale
«onere è, infatti, coerente con la strutturazione della procedura e funzionale sia all’esplicarsi – nella cornice giuridico-fattuale disegnata dall’atto introduttivo del giudizio – dell’attività istruttoria di cui agli artt. 666, comma 5 cod. proc. pen. e 185, disp. att. cod. proc. pen.; sia all’esercizio del diritto di difesa dell’Amministrazione penitenziaria convenuta, la quale ha il diritto di conoscere con esattezza le contestazioni che sono mosse al suo operato al fine di predisporre un’adeguata linea difensiva nel rispetto di tutte le garanzie del procedimento civile in tema di assunzione delle prove e della tutela del contraddittorio».
Più in particolare, il Magistrato di sorveglianza di questo Tribunale, partendo dal presupposto secondo cui l’
«art. 666, comma 2, c.p.p., stabilisce che l’istanza è inammissibile quando risulta manifestamente infondata “per difetto delle condizioni di legge”, per tali dovendosi intendere tanto le “condizioni di ammissibilità” (requisiti formali e processuali necessari per procedere all’esame del merito) quanto le “condizioni di merito” (requisiti necessari per l’accoglimento della domanda)»,
è pervenuto alla conclusione alla stregua del quale:
«i requisiti minimi che la domanda deve contenere – a pena di inammissibilità – coincide con l’allegazione delle condizioni di merito per l’accoglimento della domanda, e l’assolvimento dei requisiti formali e processuali necessari per procedere all’esame del merito (quali la determinazione dell’oggetto della domanda e l’indicazione degli elementi di fatto e di diritto posti a sostegno della medesima)».
Nel provvedimento in commento, è difatti richiesto, come suesposto, che l’attualità del pregiudizio deve perdurare:
– sia al momento della presentazione del reclamo, fondando tale elemento l’interesse concreto ad agire dell’interessato;
– sia – ai sensi dell’art. 69, comma 6 , lett. b), ord. penit. – al momento della decisione sul medesimo.
A fronte di tale duplice passo argomentativo, lo scrivente fa sommessamente presente che, nella decisione Torreggiani, è stato osservato che
«chiunque abbia subito una detenzione lesiva della propria dignità deve potere ottenere una riparazione per la violazione subita» (Benediktov c. Russia, n. 106/02 del 10/05/2007 § 29; e Ananyev e altri c. Russia, nn. 42525/07 + 60800/08 del 10/01/2012, §§ 97-98 e 210-240)
e quindi, l’uso del verbo “abbia subito” lascia chiaramente intendere che, almeno in linea di principio, una riparazione può operare anche se, al momento in cui si decida, la violazione è venuta meno.
Nel dettaglio, i requisiti richiamati in questo indirizzo interpretativo sono i seguenti: a) la legittimazione a ricorrere; b) l’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. o l’interesse al ricorso; c) la legitimatio ad causam o la legittimazione attiva/passiva(ex plurimibus, Consiglio di Stato, sez. V, sentenza ud. 22/10/2013 (dep. 23/10/2013), n. 5131).
D’altronde, lo stesso C.S.M., nel parere tecnico formulato in relazione a questo provvedimento legislativo, nel rilevare che
«le domande azionabili sono unicamente quelle riferibili a situazioni in cui la lesione dei diritti della persona incarcerata, conseguente al sovraffollamento, fosse attuale al momento della richiesta di accertamento e non si fosse ormai consumata»,
ha chiaramente fatto intendere come siffatta attualità non debba permanere sino all’emissione della decisione da parte del magistrato di sorveglianza.
Venendo al secondo profilo di criticità ossia la questione inerente il riparto dell’onere probatorio, l’assunto decisorio ivi enunciato secondo cui, per un verso, spetterebbe alla parte interessata una ben precisa e completa indicazione degli elementi di fatto e di diritto che intende porre a fondamento della pretesa risarcitoria, per altro verso, non è sufficiente un mero onere di allegazione delle circostanze di rilievo ai fini della decisione giudiziale, contrasta con quanto affermato, nella stessa sentenza Torreggiani, in cui è dedotto chiaramente che
«la procedura prevista dalla Convenzione non si presta sempre ad un’applicazione rigorosa del principio affirmanti incumbit probatio (l’onere della prova spetta a colui che afferma) in quanto, inevitabilmente, il governo convenuto è talvolta l’unico ad avere accesso alle informazioni che possono confermare o infirmare le affermazioni del ricorrente (Khoudoyorov c. Russia, n. 6847/02, § 113, CEDU 2005-X (estratti); e Benediktov c. Russia, n. 106/02, § 34, 10 maggio 2007; Brânduşe c. Romania, n. 6586/03, § 48, 7 aprile 2009; Ananyev e altri c. Russia, sopra citata, § 123)».
In secondo luogo, anche il secondo passo decisorio surriferito ossia quello secondo il quale tale
«onere è, infatti, coerente con la strutturazione della procedura e funzionale sia all’esplicarsi – nella cornice giuridico-fattuale disegnata dall’atto introduttivo del giudizio – dell’attività istruttoria di cui agli artt. 666, comma 5 cod. proc. pen. e 185, disp. att. cod. proc. pen.; sia all’esercizio del diritto di difesa dell’Amministrazione penitenziaria convenuta, la quale ha il diritto di conoscere con esattezza le contestazioni che sono mosse al suo operato al fine di predisporre un’adeguata linea difensiva nel rispetto di tutte le garanzie del procedimento civile in tema di assunzione delle prove e della tutela del contraddittorio»
non sembra essere del tutto conforme con quell’orientamento nomofilattico secondo cui: nel
«procedimento di sorveglianza non sussiste un onere probatorio a carico del soggetto che invochi un provvedimento giurisdizionale favorevole, ma solo un onere di allegazione, cioè il dovere di prospettare e indicare al giudice i fatti sui quali la richiesta si basa, incombendo poi all’autorità giudiziaria il compito di procedere ai relativi accertamenti»(Cass. pen., sez. I, sentenza ud. 11/11/2009 (dep. 3/12/2009), n. 46649, in CED Cass., 2009).
Quanto appena esposto
«fra l’altro si desume, per la fase esecutiva, dal disposto dell’art. 666 c.p.p., comma 5 che impone al giudice l’obbligo di provvedere d’ufficio all’acquisizione di documenti e informazioni ovvero, ove occorra, all’assunzione di prove; norma che è tenuto ad osservare anche il giudice di sorveglianza nelle materie di sua competenza (Cass., Sez. 5, 14 novembre 2000, n. 4692, Sciuto, rv. 219253)» (Cass. pen., sez. I, sentenza ud. 11/11/2009 (dep. 3/12/2009), n. 46649, in CED Cass., 2009).
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deughis 11 dicembre 2014 at 19:23
Ci fosse mai qualcosa che non ha bisogno di essere interpretato. Comunque se lo stesso criterio fosse applicato alle famiglie numerose, magari a quelle che vivono nei bassi, nelle roulottes o negli alloggi popolari, sai quanti risarcimenti dovrebbe pagare questo Stato… pietoso. deughis