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Gli indigeni dell'Ecuador danno scacco alla Chevron - Altreconomia Gli indigeni dell'Ecuador danno scacco alla Chevron - Altreconomia
Gli indigeni dell’Ecuador danno scacco alla Chevron
di Tancredi Tarantino — 10 Gennaio 2012
L’impresa condannata anche dalla Corte d’Appello per gli sversamenti illegali nei fiumi dell’Amazzonia. Ottanta miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e scarti di petrolio sono finiti nella foresta tra il 1964 e il 1992
La storia si ripete: per la seconda volta in meno di un anno, Chevron è stata condannata da un tribunale dell’Ecuador a risarcire le comunità indigene danneggiate dall’attività dell’impresa. Eppure quando il 14 febbraio dello scorso anno un tribunale ecuadoriano aveva inflitto una multa da otto miliardi e mezzo di dollari al colosso petrolifero, in molti pensarono che si trattasse di una sentenza destinata ad essere ribaltata. Che una delle aziende più ricche e potenti al mondo potesse essere sconfitta da trentamila indigeni amazzonici semi-analfabeti e con pochi centesimi in tasca sembrava uno scherzo, e anche di cattivo gusto.
A meno di un anno di distanza, ora che la corte d’appello di Subumbios, nell’Amazzonia settentrionale dell’Ecuador, ha confermato la condanna inflitta in primo grado a Chevron-Texaco per i danni ambientali causati in quasi trent’anni di sfruttamento petrolifero, anche ai piani alti di Canyon Road, sede del gigante energetico californiano, che gli indigeni non scherzino iniziano a pensarlo.
Alla multa da 8.641 milioni di dollari si aggiunge un 10 per cento a titolo di risarcimento in favore delle popolazioni locali e l’obbligo imposto alla major statunitense di chiedere pubblicamente scusa se non vuole vedersi raddoppiata la condanna.
Secondo quanto confermato in appello, dal 1964 al 1992 la Texaco, successivamente acquistata da Chevron, ha sversato circa 80 miliardi di metri cubi di rifiuti tossici e scarti di petrolio nei fiumi della foresta ecuadoriana, decimando comunità indigene e culture ancestrali e modificando per sempre un patrimonio unico di biodiversità.
Trent’anni di esplorazioni fatte a colpi di dinamite, di corsi d’acqua trasformati in discariche d’oro nero, di coltivazioni perse per sempre e terreni resi improduttivi dalle infiltrazioni di materiali di scarto delle attività estrattive.
Alla lettura della sentenza esulta l’Asamblea de afectados, il comitato vittime che ha promosso la class action contro la compagnia americana, mentre il loro avvocato Pablo Fajardo, premiato nel 2007 dalla Cnn come eroe dell’anno per la battaglia legale portata avanti in Amazzonia, pensa già al prossimo passo. “Faremo ricorso a tutti gli strumenti legali a nostra disposizione per rendere fin da subito esecutiva la sentenza – dichiara entusiasta Fajardo – attraverso il sequestro delle raffinerie, il congelamento dei conti corrente e degli attivi di Chevron”.
Che non sia più un scherzo l’ha inteso anche la diretta interessata Chevron che attraverso un comunicato stampa ha fatto sapere che la sentenza è soltanto un esempio “della politicizzazione e corruzione del sistema giudiziale ecuadoriano”, negando peraltro che l’Ecuador sia uno Stato di diritto.
Ma in Amazzonia si respira tutta un’altra aria. “È una vittoria dell’umanità -sottolinea un commosso Luis Yanza, fondatore del Fronte di difesa dell’Amazzonia e presidente del comitato vittime- una vittoria di tutti contro un gigante che ha investito milioni di dollari per distruggere il paese e questo processo, tentando di corrompere giudici e depistare le indagini”.
Rompe il silenzio anche il presidente Rafael Correa: “Non abbiamo fatto dichiarazioni prima di questa sentenza –spiega da Carondelet, il palazzo di governo– per non influenzare il giudizio della Corte in una disputa che è, e rimane, privata”. Ma la soddisfazione è palpabile: “Se esiste una sentenza d’appello, hanno praticamente vinto perché ormai rimane soltanto la Cassazione”, chiosa il presidente, complimentandosi per la vittoria degli indigeni in quella che definisce una lotta di Davide contro Golia.
La partita non è ancora chiusa e Chevron farà certamente di tutto per delegittimare il processo e, con esso, il sistema giudiziario del piccolo paese andino. Ma la favola dei trentamila indigeni che portarono in giudizio una delle sette sorelle del petrolio costringendola al risarcimento e alle pubbliche scuse si fa sempre più realtà.