Source: http://associazionesuperpartes.it/it/blog?tag=edilizia
Timestamp: 2019-09-20 08:26:40+00:00
Document Index: 172192890

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 31', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 40', 'art. 17', 'sentenza ']

Sopraelevazione per recupero abitativo: quando è...
Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento, sentenza n. 20 del 19 gennaio 2017 Cosa cambia per il cittadino Il Trga Trento ha fatto il punto su quella che è la differenza tra sottotetto e intercapedine ai fini dell'applicazione della norma che consente la sopraelevazione per il recupero abitativo, stabilendo che presupposto necessario è che sia identificabile come già esistente un volume sottotetto passibile di recupero, cioè di riutilizzo a fini abitativi. Ciò vuol dire, in altre parole, che il sottotetto deve avere già in partenza dimensioni tali da essere praticabile e abitabile, sia pure con eventuali aggiustamenti e non deve, invece, trattarsi di una mera "intercapedine". Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes Il fatto I proprietari dell'appartamento confinante chiedevano l'annullamento della concessione edilizia rilasciata dal Comune ai vicini, con cui veniva assentito un intervento di sopraelevazione, nonché del parere favorevole all'intervento rilasciato dal dirigente del Servizio sportello imprese e cittadini e di ogni altro atto presupposto, preparatorio e consequenziale, ivi compresi i pareri espressi dalla Commissione edilizia comunale, sulla base dell'assenza dei presupposti di legge per poter procedere a una sopraelevazione avente tali caratteristiche e dunque della radicale illegittimità dell'azione amministrativa in ragione dell'inesistenza di uno spazio qualificabile come sottotetto suscettibile di un intervento di recupero a fini abitativi mediante sopraelevazione. Le ragioni giuridiche Il Trga Trento ha ritenuto che, anche volendo ritenere applicabile alla fattispecie in esame la disposizione che consente "la sopraelevazione al fine di ricavare o migliorare unità abitative nei sottotetti esistenti", colgono nel segno i ricorrenti quando affermano che nella fattispecie in esame lo spazio esistente fra il terzo e ultimo piano ed il tetto dell'edificio non rientri tra i "sottotetti esistenti" ai quali si riferirebbe la norma, configurandosi piuttosto come una «mera intercapedine». La giurisprudenza è già intervenuta in passato sul punto, stabilendo quelli che sono i requisiti necessari alla definizione di "sottotetto esistente",[1] precisando che «presupposto per il recupero abitativo dei sottotetti è che sia identificabile come già esistente un volume sottotetto passibile di recupero, cioè di riutilizzo a fini abitativi. Ciò richiede che il sottotetto abbia, in partenza, dimensioni tali da essere praticabile e da poter essere abitabile, sia pure con gli aggiustamenti che occorrono per raggiungere i requisiti minimi di abitabilità (...) Solo a queste condizioni il "recupero", che la legge regionale classifica come "ristrutturazione" (...), è effettivamente ascrivibile a tale categoria di interventi, come definita dall'art. 31 della legge n. 457/78 (oggi, art. 3 d.p.r. 380/01), la quale postula che il nuovo organismo edilizio corrisponda a quello preesistente, senza alterarne in misura sostanziale sagoma, volume e superficie; diversamente l'intervento si risolverebbe non già nel recupero di un piano sottotetto, ma nella realizzazione di un piano aggiuntivo, che eccede i caratteri della ristrutturazione per integrare un intervento di nuova costruzione». Alla luce di ciò non può dunque parlarsi di "sottotetto già esistente" nel caso in cui lo spazio sopra l'ultimo piano sia di entità tale da presentarsi come una mera intercapedine, al punto che la realizzazione di vani abitabili non sarebbe che una sopraelevazione di un piano ulteriore. In altre parole, non una qualsiasi parte di edificio immediatamente inferiore al tetto può ritenersi un "sottotetto", ma occorre che si tratti di un volume già di per sé utilizzabile, praticabile ed accessibile, quantomeno come deposito o soffitta e che abbia già in tal senso caratteristiche dimensionali (di altezza, volume e superficie) e funzionali. In particolare, nel caso di specie, l'altezza media interna dello spazio tra il terzo piano ed il tetto dell'edificio in questione appariva solamente di 50/80 cm e l'impossibilità di configurare un "sottotetto esistente" veniva confermata da più fattori: dal fatto che il solaio non aveva una funzione portante dato il suo scarso spessore, che era posto in comunicazione col piano sottostante solo con una scala retrattile verosimilmente per operazioni di manutenzione e pulizia e che, inoltre, della sua esistenza non vi era alcuna evidenza a livello tavolare. Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes [1] T.A.R. Lombardia Milano, Sez. II, 15 aprile 2003, n. 1007; id., 2 aprile 2010, n. 970.
La disciplina delle menzioni urbanistiche non si...
In base alla legge in materia edilizia, alcuni atti sono nulli e non possono essere stipulati in assenza delle necessarie menzioni urbanistiche. In particolare la legge prevede che gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione sia iniziata dopo una certa data, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell'alienante, gli estremi del titolo urbanistico in virtù del quale sono stati costruiti. Qualora ciò avvenga, rimane pur sempre la possibilità , nel caso in cui la mancata indicazione in atto degli estremi non sia dipesa dalla insussistenza stessa del provvedimento autorizzatorio, di poter confermare tali atti, anche ad opera di una sola delle parti mediante atto successivo, redatto nella stessa forma del precedente, che contenga la menzione omessa. Se queste sono le coordinate legislative in tema di menzioni urbanistiche necessarie ai fini della validità dell'atto, quello che occorre capire è se tale obbligo valga anche nel caso di scioglimento della comunione ereditaria. Sul punto è intervenuta una recente sentenza di Cassazione[1], che ha analizzato i rapporti tra la divisione ereditaria e, appunto, la normativa all'epoca vigente in materia urbanistica prevista dall'art. 17 Legge 47/85, il quale comminava la nullità in caso di assenza della menzione dei titoli urbanistici necessari. La questione va risolta volgendo lo sguardo alla natura giuridica che si voglia riconoscere alla divisione ereditaria, se di atto inter vivos o mortis causa. Qualora infatti si optasse per la qualificazione della stessa in termini di atto inter vivos, non vi sarebbero riscontri letterali per poter escludere la divisione ereditaria dall'ambito di applicazione della nullità sancita dall'art. 17 Legge 47/85. Tuttavia la Corte di Cassazione ha optato per la seconda opzione ermeneutica, ovvero per la qualificazione della divisione ereditaria in termini di atto mortis causa, pur precisando tuttavia che la disciplina applicabile al caso portato alla sua attenzione sarebbe stato l'art. 40 e non già l'art. 17 della Legge 47/85, in ragione dell'epoca della sua costruzione. Ma in disparte l'aspetto prettamente normativo della disposizione applicabile, quello che qui preme sottolineare è il principio espresso dalla Corte, consistente nella considerazione per cui nelle ipotesi di nullità sancite dal legislatore per assenza delle necessarie menzioni urbanistiche non rientra la fattispecie negoziale della divisione ereditaria. In particolare, afferma la Corte che restano esclusi non solo tutti gli atti mortis causa, ma anche "("¦) quelli non autonomi rispetto ad essi tra i quali si deve ritenere compresa anche la divisione ereditaria, quale atto conclusivo della vicenda successoria". Le ragioni giuridico-argomentative per cui gli Ermellini pervengono a tale conclusione, quindi, si fondano su una interpretazione letterale e sistematica della legge, che spinge a ritenere che la divisione ereditaria non sia uno di quegli atti assoggettati alla sanzione della nullità per assenza delle menzioni urbanistiche previste dalla legge. Il riferimento effettuato dalla legge allo "scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o a loro parti" deve, infatti, ritenersi limitato solamente agli atti tra vivi. La divisione ereditaria, pertanto, una volta qualificata come negozio mortis causa non può più quindi esservi ricompresa. [1] Corte di Cassazione, sentenza n. 20041 del 6 ottobre 2016.
Non spettano al coniuge separato senza addebito i diritti di uso ed abitazione sulla casa gia’ residenza familiare.