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Timestamp: 2019-02-17 09:21:57+00:00
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STRAGE di VIA D'AMELIO, FIAMMETTA BORSELLINO: "Chi sa parli" - Iniziato il "processo depistaggio"
Dopo 26 anni, quattro processi, tre appelli e tre sentenze di Cassazione non è stata restituita completa e convincente verità e giustizia alle vittime e ai loro familiari. L’ultima sentenza, al contrario, ha clamorosamente certificato che l’inquinamento delle indagini su Via D’Amelio è avvenuto attraverso “Uno dei più grandi depistaggi della storia italiana”. L’udienza preliminare del 20 settembre, relativa al processo depistaggio, ha rappresentato quindi solo un primo nuovo passo di un percorso destinato a durare ancora per lungo tempo. Parallelamente, sono stati finalmente avviati anche i lavori della Commissione Speciale Antimafia della Regione Sicilia e della Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. Entrambe istituite su richiesta di Fiammetta Borsellino nel tentativo di ottenere nuovi e decisivi “pezzi di verità”. TRE POLIZIOTTO SOTT'INCHIESTA - Perchè? Per conto di chi? Chi ne era a conoscenza? Quali le eventuali coperture che hanno consentito un mistero che dura da ben 26 anni? Sono solo alcune delle domande che attendono un credibile risposta da oltre un quarto di secolo. Due dei tre poliziotti indagati, che rischiano una condanna dai 15 ai 30 anni, intervistati dal quotidiano La Stampa, dichiarano l'assenza di verità nascoste. Il processo, c'è da augurarselo, dovrà fornire in proposito risposte convincenti e possibilmente definitive.
27.11.2018 - Depistaggio via d'Amelio, dal 3 dicembre saranno sentiti i primi testi - Acquisiti agli atti la conferenza stampa Tinebra-Boccassini ed il video su sparizione dell’Agenda Rossa Da ieri il processo sul depistaggio di via d'Amelio ha ufficialmente preso il via. Il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D'Arrigo, ha accolto tutte le richieste di costituzione di parte civile avanzate la scorsa udienza. Così avanzate dai ministeri dell'Interno e della Giustizia, dei figli di Rita Borsellino (sorella del magistrato ucciso), degli eredi di Salvatore Profeta (uno dei soggetti condannati ingiustamente ed oggi deceduto), di Antonino Vullo, agente di scorta sopravvissuto all'attentato del 19 luglio 1992, e del Comune di Palermo. Imputati sono l'ex ispettore di polizia Fabrizio Mattei, ora in pensione, Mario Bo, ex funzionario e oggi dirigente della polizia a Gorizia (non presente in aula), e Michele Ribaudo, agente di polizia, che nel '92, dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio, fecero parte del cosiddetto gruppo investigativo "Falcone Borsellino" come stretti collaboratori di Arnaldo La Barbera (morto nel 2002 e considerato l'ispiratore del depistaggio sulle indagini della strage di via d'Amelio, dove nel '92 furono assassinati il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta). Contro di loro l'accusa è di calunnia aggravata dall'avere favorito Cosa nostra. Alla scorsa udienza la difesa dell'ispettore Mario Bo aveva nuovamente presentato eccezione di competenza territoriale chiedendo il trasferimento degli atti al Tribunale di Firenze in quanto, a loro parere, il primo reato di calunnia è stato compiuto a Pianosa, in provincia di Livorno, il 24 giugno 1994 (data del primo verbale del falso pentito Vincenzo Scarantino) ma, così come aveva fatto il Gip, il giudice ha respinto questa eccezione. Successivamente le parti hanno rappresentato la richiesta di ammissione testi. Per l'accusa in aula era presente il pm Stefano Luciani che ha presentato un'articolata lista testimoniale. Così saranno sentiti i collaboratori di giustizia Nino Giuffré, Giovanni Brusca, Francesco Di Carlo,Gaspare Spatuzza, Vito Galatolo, Francesco Onorato, Mario Santo Di Matteo, Ciro Vara e Gaspare Mutolo "al fine di provare in special modo le circostanze indicate nella contestata aggravante per poter dimostrare che gli elementi delle condotte compiute dagli odierni imputati si inseriscono in un più ampio quadro che, ad avviso del pm, riguarda una convergenza di interessi nell'esecuzione e nella progettazione delle azioni di esecuzione della strage di via d'Amelio tra appartenenti dell'organizzazione criminale Cosa nostra ed ulteriori ambienti di carattere istituzionale". Ovviamente saranno anche ascoltati i falsi pentiti Candura, Scarantino ed Andriotta, ovvero "gli strumenti attraverso i quali si è operato il depistaggio della strage di via d'Amelio". Un depistaggio che nella prospettabile del pm "ha avuto inizio ancor prima del settembre del 1992. In quel mese si costruisce la falsa verità in ordine alla fase esecutiva della strage, attraverso la finta collaborazione di Salvatore Candura, poi proseguita nel settembre 1993 con la collaborazione falsa di Andriotta e poi con la roboante falsa collaborazione di Scarantino, preceduta e accompagnata da una serie di comportamenti contestati agli imputati". Luciani ha anche chiesto di sentire Lucia Borsellino, la figlia del magistrato che dovrà riferire in particolare riguardo l'incontro avuto con Arnaldo La Barbera dove a quest'ultimo fu fatta presente l'assenza dell'agenda rossa dall'interno della borsa. E rispetto alla sparizione dell'agenda rossa che Borsellino soleva avere con sé e in cui annotava circostanze particolari della sua vita saranno anche citati come testi Andrea Ruggeri, Ayala, Arcangioli, Pino Arlacchi, Luigi Rossi e Calogero Germanà. Ancora saranno approfondite le vicende di San Bartolomeo a Mare, dove furono compiute aggressioni nei confronti di Scarantino e saranno chiamati Rosalia Basile (ex moglie di Scarantino), i poliziotti appartenenti al gruppo Falcone e Borsellino, il giornalista Angelo Mangano, che raccolse in un'intervista la prima ritrattazione di Scarantino. Saranno chiamati a deporre la moglie di Mario Santo Di Matteo, Francesca Castellese, il professor Guidotto, Vincenzo Pipino, Gioacchino Genchi ed i magistrati Giordano, Boccassini, Cardella, Palma, Petralia, Saieva e Di Matteo che a vario titolo hanno partecipato ad indagini e processi sulla strage di via d'Amelio.All'udienza di ieri, su richiesta del legale di Salvatore Borsellino e dei nipoti di Adele Borsellino, Fabio Repici, sono state acquisite le immagini del giorno della strage di via d'Amelio, raccolte in un piccolo documentario presentato lo scorso luglio, con una ricostruzione dei movimenti che hanno riguardato la borsa di Paolo Borsellino, così come l'audio ed il video della conferenza stampa sugli sviluppi delle indagini sulla strage di via d’Amelio, nella data del 19 luglio 1994, a due anni esatti dall’eccidio, tenuta dal Procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra e da Ilda Boccassini. Il processo, in base al calendario proposto dal Presidente, avrà ritmi serrati con tre udienze settimanali anche per permettere una maggior celerità del dibattimento. Si inizierà il prossimo 3 dicembre. ANTIMAFIA DUEMILA di Aaron Pettinari
5 Novembre 2018 - Avvio delle udienze e costituzione di parte civile anche da parte del Viminale “Sessanta milioni di euro, per danno all'immagine”. Il ministero dell’Interno rompe gli indugi e chiede il risarcimento dei danni ai tre poliziotti accusati di avere avuto un ruolo determinante nel depistaggio delle indagini attorno alla strage Borsellino. Prima udienza del processo a sorpresa, perché fino ad oggi il ministero dell’Interno è stato solo dichiarato “responsabile civile” per il danno causato dai tre imputati. Ma ora il Viminale prova a smarcarsi, con un intervento dell’Avvocatura dello Stato, che ha anche presentato la richiesta di parte civile del ministero della Giustizia, “per il danno subito dal reato di calunnia commesso dagli imputati". Chiedono di costituirsi parte civile pure i familiari dei poliziotti uccisi con Paolo Borsellino, il superstite della strage, Antonino Vullo, e il Comune di Palermo. Il collegio del tribunale, presieduto da Francesco D'Arrigo, deciderà sulle questioni preliminari il 26 novembre. Un rinvio lungo, che non è piaciuto a Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo, che è parte civile nel processo con i suoi fratelli: "Abbiamo già aspettato tanto - dice - vigileremo su questo processo, perché tante persone ancora non vogliono cercarla la verità".
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FIAMMETTA BORSELLINO: «Incredibile che il Viminale non sia parte civile al processo depistaggi» «Ritengo assolutamente incredibile che il Viminale non sia parte civile di questo processo. Una cosa che ha rilevato lo stesso pubblico ministero è che questi funzionari dello Stato non solo hanno anche fatto delle carriere, ma attualmente ricoprono comunque il loro posto di lavoro». Così Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo Borsellino, a Radio 24 commenta il rinvio a giudizio di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, i tre poliziotti accusati di aver depistato le indagini sulla strage di via d’Amelio. «Il ministro Salvini non dovrebbe avere bisogno del mio appello per capire che si dovrebbero prendere delle posizioni chiare e precise anche nei confronti di dipendenti dello Stato, perché non ci possono essere dipendenti di serie A o di serie B. Io penso, e tutti noi lo sappiamo, che chiunque sbaglia in questo ordinamento è oggetto comunque di provvedimenti, anche di sospensione, e in questo caso secondo me sarebbe lecita una cosa del genere».
"Grossi pezzi dello Stato implicati, basta omertà" Tre poliziotti rinviati a giudizio. La figlia del magistrato: "Chi sa la verità parli" Sono accusati di calunnia in concorso con l'aggravante di aver agevolato con la loro condotta Cosa nostra. Secondo la procura nissena, avrebbero manovrato le dichiarazioni rese dal falso pentito Vincenzo Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all'attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.
FIAMMETTA BORSELLINO:"La verità verrà fuori se parlano loro" Al termine dell’udienza preliminare e in seguito al rinvio a giudizio dei tre poliziotti, Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, ha dichiarato: "La verità verrà fuori solo se loro parlano e rompono questo muro di omertà. Questo è un inizio, nella consapevolezza che ci sono grossi pezzi dello Stato implicati in questa vicenda. Lo stesso Pm Stefano Luciani lo ha ribadito, scandalizzato, chiedendosi come queste persone ricoprano ancora incarichi e non siano state sospese dal servizio. Gli illeciti sono evidenti". Poi, riferendosi ai magistrati che presero per buona la ricostruzione dell'eccidio poi rivelatasi falsa e costata la condanna di sette innocenti, la figlia del giudice ha aggiunto: "Com’è possibile che i magistrati non si siano accorti di quello che stava accadendo? Le tesi investigative proposte sono state accettate da schiere di magistrati, sia giudicanti che inquirenti. Questi ultimi, peraltro, avendo il coordinamento delle indagini, avrebbero dovuto coordinare e controllare il lavoro delle forze dell'ordine".
DEPISTAGGIO BORSELLINO, quei post-it per istruire Scarantino «Necessari perché imparasse bene versione da raccontare»
Tra le carte del processo che si aprirà a novembre a Caltanissetta contro i poliziotti accusati di aver contribuito alla creazione del finto pentito della strage di via D’Amelio anche una perizia grafica del 2016, che dimostra come alcuni bigliettini a lui attribuiti furono usati per indottrinarlo. Le grafologhe: «Indiscutibili identità, alcune immagini parlano da sole.
PARLA ANGELO MANGANO, il giornalista che per primo capì il depistaggio di Via D'Amelio... E’ stato sentito il 4 ottobre scorso dalla Commissione parlamentare antimafia regionale, il giornalista Angelo Mangano.
Nelle indagini sugli autori della strage di Via D’Amelio c’è stato «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», con alcuni funzionari della polizia che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verità sull’attentato al giudice Paolo Borsellino. Ma non solo. Nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta del Borsellino quater vengono evidenziate anche le responsabilità dei magistrati che fecero le indagini e sostennero le accuse «senza particolare cautela e rigore». Le conclusioni della Corte d’Assise hanno condotto il Collegio a disporre la trasmissione dei verbali di udienza dibattimentale alla Procura di Caltanissetta «impegnata nella difficile ricerca della verità», in quanto possano «contenere elementi rilevanti». Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, come è ormai ampiamente noto, sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, che ha condotto alla condanna all’ergastolo sette persone.Le sentenza conferma che alcuni investigatori guidati dall’allora capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera dissero a Scarantino cosa confessare, dopo aver ricevuto delle informazioni su come fu effettivamente organizzata la strage da «ulteriori fonti rimaste occulte» : furono queste informazioni a rendere credibili le testimonianze di Scarantino e altri “falsi pentiti”. In particolare su La Barbera, morto il 12 dicembre 2002, le motivazioni della sentenza dicono che ebbe un «ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre». E ancora, che ci fu «un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri».Quelli che vengono citati in sentenza sono anche stralci delle sentenze dei processi Borsellino bis e ter. È qui la Corte richiama l’attenzione sull’importanza che avrebbe avuto la ricerca dei «riscontri individualizzanti, oltre che di rispettare i limiti della chiamata e il controllo sull’accusa de relato». Proprio in merito al depistaggio per i giudici della Corte d’Assise era evidente che Scarantino non fosse mai stato coinvolto nelle attività relative alla strage, e che quindi fosse logico ritenere che tali circostanze fossero state «a lui suggerite da altri soggetti, i quali loro volta le avevano apprese da fonti occulte». La sentenza giudica anche il comportamento degli inquirenti, quando rileva che le dichiarazioni di Scarantino sono di tutta evidenza «caratterizzate da incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni» e che proprio questi elementi ben avrebbero dovuto consigliare «un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni» in capo agli inquirenti. Con queste sue considerazioni nella sentenza la Corte d’Assise critica aspramente la carenza di una «minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi e negativi che fossero». Si parla di irritualità da parte dell’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, come nel caso in cui viene citata la richiesta di intervento nelle indagini di Contrada, sebbene egli non rivestisse la qualità di ufficiale di polizia giudiziaria e nonostante «la normativa gli precludesse rapporti diretti con la magistratura»; o quando si allude all’assenza di informazioni assunte da Borsellino nei 57 giorni dopo la strage di Capaci prima della sua uccisione, «benché lo stesso, avesse manifestato pubblicamente la propria intenzione di fornire il contributo conoscitivo». In ultimo il richiamo alla pervicacia con cui fu condotta l’attività di determinazione dello Scarantino a rendere dichiarazioni accusatorie: sono le parti civili che vi alludono ma i giudici devono averla ritenuta particolarmente interessante, perché ne fanno citazione, rinviando ad una trama, quella riferita del calunniatore Scarantino, forse un po’ troppo complessa, perché fu capace di attirare in inganno anche i giudici di ben due processi sulla strage di Via D’Amelio. È per questo che il Collegio ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Caltanissetta, per proseguire nella ricerca della verità: questa volta, con riguardo alle «anomalie» e «irritualità» di chi si era occupato delle indagini sulla strage di Via D’Amelio ad ogni livello.
Tnews 28.9.2018
I «FALSI» PENTITI - I tre poliziotti facevano parte del pool investigativo che indagò sulle stragi mafiose del ‘92 di via D’Amelio e di Capaci. Il pool era coordinato da Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Gli investigatori, secondo l’accusa, avrebbero costruito a tavolino «falsi pentiti» come Vincenzo Scarantino e, anche con minacce, li avrebbero indotti a mentire e a incolpare dell’eccidio persone innocenti. Da qui l’accusa per tutti e tre di calunnia in concorso coi finiti collaboratori di giustizia ai danni di chi venne tirato in ballo ingiustamente nell’indagine. In sette vennero condannati all’ergastolo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti creati a tavolino dal pool di inquirenti. Solo le nuove indagini aperte dalla Procura di Caltanissetta grazie alla collaborazione del boss Gaspare Spatuzza hanno consentito di riscrivere il capitolo della fase esecutiva dell’attentato inquinato dalle false ricostruzioni. I sette condannati sono stati assolti nel giudizio di revisione e oggi, come parti offese della calunnia, sono parte civile nel procedimento ai tre investigatori. Ai poliziotti la Procura di Caltanissetta - le indagini sono state coordinate dal pm Stefano Luciani - ha contestato anche l'aggravante dell’avere favorito Cosa nostra. Il depistaggio dell’inchiesta avrebbe di fatto consentito a esponenti mafiosi realmente implicati nell’attentato di restare fuori dall’indagine e avrebbe rafforzato l’intera organizzazione criminale. Il gip ha fissato la data del processo ai tre poliziotti che si troveranno davanti al tribunale il 5 novembre.
Il Ministero della Giustizia si cosuirà parte civile al processo contro i presunti depistatori delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Già il 13 settembre scorso è stata richiesta autorizzazione all'Avvocatura dello Stato di Caltanissetta, tramite la Presidenza del Consiglio - Ufficio del contenzioso, alla costituzione come parte civile nel processo. Agli imputati, tutti appartenenti alla Polizia di Stato, sono stati contestati fatti attinenti al concorso in calunnia, che appaiono particolarmente gravi e che - viene sottolineato - se accertati, sarebbero fonte di notevolissimi danni patrimoniali e non patrimoniali all&rsquoamministrazione della giustizia. In particolare si contesta loro di aver dato vita a processi definiti con condanne, passate in giudicato e poi revocate, a carico delle persone cui le dichiarazioni non veritiere si riferivano. ANSA 20.9.2018 - 19.30
FIAMMETTA AVVICINA DUE IMPUTATI. LA FIGLIA MAGISTRATO APPROFITTA DI una PAUSA dell'UDIENZA CALTANISSETTA In una pausa dell'udienza preliminare a Caltanissetta per il depistaggio nelle indagini sulla strage di via D'Amelio, Fiammetta Borsellino si è avvicinata a due dei tre imputati accusati dalla Procura di concorso in calunnia Fabrizio Mattei, ex ispettore di polizia ora in pensione, e Mario Bo, ex funzionario o oggi dirigente della polizia a Gorizia. Tra Fiammetta e i due c'è stato un dialogo. La figlia del magistrato, assieme ai fratelli Manfredi e Lucia, è parte civile, così come Salvatore, fratello di Paolo Borsellino, e i figli di Adele, l'altra sorella del magistrato. (ANSA) 20.9.2018 "Ai due poliziotti ho chiesto di dare un contributo di onestà considerata l'evidenza delle loro posizioni e che sono stati sicuramente dei protagonisti fondamentali di questa amara vicenda". Lo dice Fiammetta Borsellino al termine dell'udienza preliminare a Caltanissetta nel processo in cui sono accusati di calunnia tre poliziotti, nell'ambito delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Durante una pausa, Fiammetta ha avvicinato due dei tre poliziotti, scambiando qualche parola con loro. "In questa storia ognuno di noi c'è dentro fino al collo - aggiunge la figlia di Paolo Borsellino - e quindi l'auspicio è poter dare un contributo di onestà per spiegare veramente cosa cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini". LIVE SICILIA 20.9.2018
FIAMMETTA BORSELLINO, SOLIDALE CON LA PROCURA. La figlia del magistrato: "Difficile verità ma barlumi di luce. Sono qui in segno di solidarietà nei confronti di una Procura che si sta impegnando con tenacia a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità che riguarda la strage di via D'Amelio, un nodo compromesso quasi definitivamente dalle attività depistatorie". Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo, presente in Tribunale a Caltanissetta all'udienza preliminare con tre poliziotti accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. "Questa Procura a distanza di molti anni con enormi difficoltà sta cercando di fare luce su cose fatte da pm precedenti, perché questi poliziotti non hanno agito da soli, ma sotto la direzione, il controllo e la supervisione di magistrati e di pubblici ministeri". "Ho fiducia - ha aggiunto - raggiungere una verità è difficile, ma sono convinta del percorso che può portare anche a fare barlumi di luce. E' importante il segnale che si continui a lottare per esercitare un diritto sancito all'articolo 2 della Costituzione, il diritto alla verità".ANSA - CALTANISSETTA, 20 SET -